Agattone
[L'arte di astrologare cenando]
Commedia in tre atti, un prologo,
interludio ed epilogo
AGATTONE
Gnoccata
DRAMATIS PERSONAE
CIRO PAUSANIA, un astrologo partenopeo, maestro di
Fortesimmaco
LORENZOCRATE, un arconte filosofo, maestro di Agattone
FORTESIMMACO, l'ugro-finnico esarca tenutario di Norvegia
AGATTONE, un poeta specioso ed inattuale, postulante alla scuola di
Lorenzocrate
TRISTOCIANO DA PIGNA, un corpulento e sregolato sileno
EULALIADE, la compagna di Lorenzocrate
MENEFEDRO, la compagna di Ciro Pausania
ARISTANGEL, la compagna di Agattone
BARBADORA E GLAUCONA, due streghe
DIOTIMA FORCIADE, una misteriosa vestale
Uno sconosciuto
Un giovane pastorello
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AGATTONE
Gnoccata
SOMMARIO
LECTORI BENEVOLO .............................................................................6
LUOGO E CRONOLOGIA DELL'AZIONE .................................................7
NOTIZIA PRIMA .....................................................................................8
INCIPIT............................................................................................. 14
PROLOGO DRAMMATURGICO .................................................. 15
Tristociano, Barbadora e Glaucona riuniti nell'Averno ........... 15
ATTO I.................................................................................................. 21
NOTIZIA SECONDA............................................................................. 21
Il luogo della gnoccata e primo inganno di Tristociano ........... 21
NOTIZIA TERZA.................................................................................. 30
Ciro Pausania e Fortesimmaco sull'arte di scrivere libri......... 30
Elogio di Fortesimmaco .............................................................. 34
Il tentativo di avvelenare Lorenzocrate viene sgominato da
Agattone........................................................................................ 35
Il mito di Atamante....................................................................... 38
INTERLUDIO DRAMMATURGICO............................................. 41
NOTIZIA QUARTA .............................................................................. 41
Tristociano decanta la qualità dei cibi della mensa.................. 41
Prima "stretta di mano" tra Fortesimmaco e Tristociano......... 45
Eulaliade, Menefedro ed Aristangel sull'arte di parlar dei propri
mariti cenando ............................................................................. 47
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AGATTONE
Gnoccata
ATTO II ................................................................................................ 51
NOTIZIA QUINTA................................................................................ 51
Tristociano inaugura la discussione sulla profezione astrologica
....................................................................................................... 53
Nuova "stretta di mano" tra Fortesimmaco e Tristociano ........ 55
Replica di Ciro Pausania a Tristociano ..................................... 61
Il conto del "nuovo millennio" .................................................... 61
Lorenzocrate riassume gli interventi precedenti e fornisce il suo
primo personale contributo ......................................................... 63
Agattone sulla satira politica ...................................................... 68
Agattone sulla Grande Rete ........................................................ 70
Secondo e decisivo contributo di Lorenzocrate ......................... 74
Stallo drammaturgico. La palinodia del brigante ..................... 77
Uno sconosciuto domanda l'autografo ad Agattone.................. 79
Un nuovo paradigma dei transiti di Giove................................. 80
Il gatto di Schoroedinger e il decimo pianeta ............................ 82
Lorenzocrate istiga Diotima all'intervento ................................ 86
Monologo di Agattone ................................................................. 86
ATTO III............................................................................................... 89
NOTIZIA SESTA .................................................................................. 89
Le "lusinghe omeriche" di Agattone in onore di Diotima ......... 90
Diotima precipita Tristociano nell'Averno................................. 91
Intervento di Diotima a sostegno della «virtus intuitiva» ......... 92
Lorenzocrate sul concetto di «sincronicità» .............................. 97
Intermezzo drammaturgico. Dialogo sui minimi sistemi........... 98
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AGATTONE
Gnoccata
La parabola vivente del giovane pastorello ............................. 101
Perplessità sull'esistenza del decimo pianeta e nascita di un
"nuovo punto" oroscopico ......................................................... 105
Monologo conclusivo di Agattone ............................................ 108
Anatema e cacciata nell'Averno delle due streghe .................. 109
EPILOGO ........................................................................................... 111
NOTIZIA SETTIMA ............................................................................ 111
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AGATTONE
Gnoccata
LECTORI BENEVOLO
Quella che segue è una scanzonata commedia di piacevoli
inganni e pasticciate atmosfere eufoniche. Ma in certi punti e
per certi versi è molto più simile alla decadente tragedia della
ragione, dell'intuito e dell'illusione, poiché in quest'epoca
prava e sterile d'arte, l'umano progresso è mortificato. La
scienza stessa, insofferente alla benda del lutto, partorisce
mostruosi artifici dentro e fuori di un'algida mangiatoia; e lo
spirito dell'uomo, abbandonate le fiere vesti di Mito e Fantàsia
e rivestiti i panni sibariti dell'irragionevole Bruto e
dell'assurdo Jago, soffia spettrale il proprio alito su quella
stessa greppia.
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AGATTONE
Gnoccata
LUOGO E CRONOLOGIA DELL'AZIONE
L'azione si svolge quasi interamente all'interno di una insana
stamberga sciaguratamente scelta da Agattone presso la
Santa Croce, a cui si è giunti dopo i fasti di un'orazione
pubblica.
Nel prologo drammaturgico il luogo è invece la strada che
conduce Tristociano, Barbadora e Glaucona nell'Averno.
Nell'epilogo la scena si sposta sulle cerulee rive del fiume
Letè, i personaggi sono sempre gli stessi del prologo. Là ad
attenderli ci sarà però la piZia Diotima Forciade.
La data in cui avviene la Gnoccata è indicata da Agattone
all'inizio di uno dei tre annuali moti retrogradi apparenti di
Mercurio, proprio durante l'esatto diametro tra il Sole e
Saturno, che, nel tema natale del poeta, si verificò esattamente
sull'asse Mediocielo/Imocielo.
Quel giorno gli dei non gli furono dunque propiZii...
7
AGATTONE
Gnoccata
NOTIZIA PRIMA
Barbadora nell'Averno, con cui il dramma si apre, è una
fattucchiera di blando lignaggio e sarebbe disposta a pagare
più di una mina pur di partecipare in prima persona ai
mirabili dialoghi della Gnoccata, ma non ha dalla sua
sufficiente dote, né per natura, né per sorte. Castigata nei
ricordi dall'anatema della piZia Diotima Forciade, di
quell'incontro Barbadora deve quindi accontentarsi di un
sunto fatto per bocca di Glaucona, anch'essa strega e degna
compare di Barbadora, benché, nell'arte di astrologare darà
prova d'essere ancor più peregrina di questa, pavesando la
propria inconsistenza perfino con lo sguardo. Ma a differenza
della compare, la memoria di Glaucona è stata risparmiata
dalle ire della piZia ad opera degli dei sereni, i quali hanno
condannato le due streghe ad espiare le proprie colpe
attraverso il percorso a ritroso di Mneme, la memoria
appunto, un tragitto psichico che è simboleggiato dal loro
soggiorno nell'Averno.
Quando all'esordio dell'azione dialogica l'Arconte
Lorenzocrate rischia di bersi la cicuta, Barbadora e Glaucona
faticano a trattenere un gran pianto giungendo fino a
stracciarsi simbolicamente le castigate vesti, salvo poi
ricucirsi tosto quegli anticipati strappi, poiché, svergognate
dai fatti e con loro contrariato stupore, prendono atto che
l'ampolla contenente il venefico fluido è stata prontamente
sostituita poco prima del brindisi da Agattone, che l'ha
scambiata con un autentico e genuino mosto Salamino della
Santa Croce.
Aristangel si reca con Lorenzocrate sul luogo della Gnoccata,
ma questi è completamente all'oscuro dell'ignobile inganno
nel quale il poeta Agattone sta per cadere vittima.
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AGATTONE
Gnoccata
Lorenzocrate crede infatti d'esser stato accompagnato alla
Gnoccata proprio da Agattone stesso, che invece è restato
indietro come un gatto da pastore temendo d'aver perso per
strada i propri preziosi ospiti. Soltanto in un secondo tempo
Agattone prende coscienza della tragica realtà: un infame
raggiro perpetrato ai suoi danni gli è stato ordito da
Tristociano da Pigna che, spalleggiato da Barbadora e
Glaucona, nutriva ascoso il fine di screditare il poeta di fronte
ai convitati per potersi quindi aggiudicare il titolo di
incontrastato anfitrione della bella Gnoccata. Ma anche
costui, al termine del dramma, verrà poi precipitato
nell'Averno, insieme alle due mendaci maliarde, ad opera
della piZia Forciade.
L'Arconte
Lorenzocrate
partecipa
volentieri
a
quell'astromantica adunata, ma in realtà, la sua presenza lì,
va considerata un ricco orpello. Egli appartiene a ben altra
congrega: la scienza. Tuttavia, raccolto in religioso silenzio,
Lorenzocrate ascolta quei magnifici cantori d'Urania mentre
esprimono le proprie tesi, lasciandoli parlare per tutta la
durata dei rispettivi turni. Naturalmente, ognuno in cuor suo
sospetta che Lorenzocrate è sempre un passo avanti rispetto
agli interventi perorati, al punto tale che l'Arconte non tarda a
rivelarne pubblicamente i sensi, restando però sempre assai
amichevole con tutti, tanto nei toni, quanto nella forma che
via via, nel corso del secondo e terzo atto, l'astrologica
tenzone verrà ad assumere.
Menefedro è la dolcissima compagna di Ciro Pausania. E'
una delle tre protagoniste dell'intermezzo drammaturgico,
tende però a voler restare sull'orlo della vicenda in qualità di
silente deuteragonista, forse per non suscitare troppo su di sé
le attenzioni di una folla di sconosciuti. E' un personaggio
schivo, taciturno, ma viepiù sobrio e salace quando parla e
dal linguaggio ricco di suscitazioni vernacolari. Per tutto il
resto della Gnoccata Menefedro si perita di arginare
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AGATTONE
Gnoccata
l'esondante lingua sfrenata di Eulaliade, senza tuttavia
riuscirvi. Seduta di fronte ad Aristangel, Menefedro tenta di
cogliere di quest'ultima la fuggevole e diafana psicologia,
salvo poi ravvisare in quella giovane dama lo specchiato
riflesso di se stessa.
Ciro Pausania è un retore esperto. La preclare Gnoccata è
proprio in suo onore. Nell'arte di astrologare egli esprime le
idee più in voga. Il margravio Ciro Pausania è stato invitato a
quel desco dal poeta Agattone, ma costui lo ha poi
indelicatamente abbandonato a se stesso preferendo sedersi a
fianco di Lorenzocrate, dal cui maliardo fascino il poeta è
incapace di sottrarsi ancorché per un attimo, pure a costo di
collezionare, senza soluzione di continuità, molteplici acri
epiteti di villania provenienti dagli scandalizzati ospiti.
Fortesimmaco è il valoroso principe tenutario di Norvegia. E'
medico, ma senza saperlo. Egli, perfettamente in sintonia col
proprio monolitico temperamento ugro-finnico e appassionato
estimatore di Ferdinando Pessoa, si compiace di apparire in
pubblico come un semplice contabile. La sua stretta di mano è
però tanto terapeutica quanto miracolosa. Non lascia il
malcapitato carpo fintantoché non ravvisa nello sguardo
dell'interlocutore l'intensa smorfia di dolore dovuta a quella
virile sollecitazione pressoria. Le sue idee sull'arte di
astrologare sono un mirabile tributo a quelle di Eraclito. Ora,
questa posizione del principe Fortesimmaco è a dir poco
curiosa, poiché, dalla lettura della sua frammentaria opera, ci
è noto che il filosofo efesino non trattò mai di quest'arte, salvo
che per un fuggevole riferimento metaforico contenuto nel
frammento 186, in cui è scritto: «La scienza dell'uomo è
recondita, mentre l'uomo stesso non lo è per niente. Il più
grave errore umano consisterà nella divulgazione del Malleus
Maleficarum, in barbarica glossa, con cui si tenterà di svelare
ciò che è già rivelato, mentre, in realtà, si rinchiuderà per
sempre ciò che da sempre è recondito.».
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AGATTONE
Gnoccata
Di Tristociano da Pigna si è già scritto. E' appena il caso di
tratteggiarne qui la dramatis persona. Si dà arie di agiato
commediografo, ma in realtà fa il giostraio al teatrino dei
pupi di San Martino sulla Secchia. E' di imponente
corporatura, benché assai più ampio che alto. Nel folto della
sua perniciosa barba incolta e tra il sottobosco dei suoi ispidi
crini trovano alloggiamento a ecosistema rarissime specie di
larve pilifere di Hyphantria Cunea e di Processionaria
Indivia. E' un incontrastato intenditor di gnoccate, benché
soltanto di quelle relegate ai più plebei retaggi.
Smaccatamente armato di filippica orazione condita da
demagogica prosopopea, il Pigna tratteggia profili culinarii
degni del più infervorato fautore ed appassionato
buongustaio. Di tutti i commensali presenti egli non teme
forchetta alcuna. Il suo pensiero è quello dei "fisici", con
periodiche puntatine nella teorica della pístis dei Feaci e non
disdegna neppure le pose dialettiche e le iliache inflessioni
dell'ingegner Roberto Vacca.
Anche di Agattone si è già fatto cenno. E' appena il caso di
ricordare qui il suo ruolo di poeta "tragico". Della sua poesia
inattuale ci sono pervenuti ben pochi frammenti. Ma la sua è
una poesia "ab occasio", un'arte d'occasione, spesso dedicata
ad amici, potenti e circoli ristretti. Un'ispirazione, quella di
Agattone, che rimane relegata nel dorato ghetto privato di
sofisticati salotti, un'arte che è quindi scevra di qualsiasi
impatto mediatico-popolare. Per tutta la Gnoccata Agattone
resta seduto al fianco di Lorenzocrate, dal quale attinge il
nettare dell'immortalità come fosse una spugna secca
naufragata su di uno scoglio del Metaponto. Il giovane poeta
non comprende assolutamente nulla di ciò che Lorenzocrate
dice e sostiene, ma per Agattone è più che sufficiente godersi
la convivenza epiteliale con il proprio maestro e guida.
Eulaliade è la degna compagna di Lorenzocrate, ma per tutta
la Gnoccata ella si comporta come a voler evitare che questa
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AGATTONE
Gnoccata
cosa si sappia in giro. Ricerca perpetuamente la compagnia di
Menefedro, Aristangel e Agattone, i quali ricambiano
volentieri quelle mussanti esternazioni di gioia e stima.
Imperocché, gli ospiti non possono fare a meno di domandarsi
come mai Eulaliade eviti con tanta cura il compagno
Lorenzocrate, quasi a voler ribadire la propria estraneità a
quella preclare unione. La presenza di Eulaliade alla
Gnoccata è determinante. Senza di lei le focaccine di pasta
lievitata e le tortillas avrebbero senz'altro il retrogusto della
frittura di pesce, e il vino - che senza il consenso di Eulaliade
non fa spuma in alcuna parte dell'universo - svelerebbe
immancabilmente l'aroma del turacciolo di sughero muffito.
Resta infine da presentare la nobile vestale piZia Diotima
Forciade, non fosse che, di ella, nulla si sa per certo. Di costei
non ci è neppure nota alcuna fonte, probabilmente si tratta di
una invenzione poetica dell'autore. All'inizio del terzo atto,
Agattone la costringe ad un larghissimo e potente intervento
per sorreggersi a lei nella speranza di veder confutate le tesi
sostenute dal maestro Lorenzocrate. In principio, Diotima si
mostra alquanto recalcitrante ad intervenire, ma poi,
incalzata dalla verve elegiaca e dalle irresistibili "lusinghe
omeriche" di Agattone, si decide a prendere la parola. E la
sua opinione sull'arte scontenterà non poco Lorenzocrate,
poiché la piZia concentrerà i propri sforzi in difesa del Mito,
mantenuto vivo dall'intuito, a discapito delle sensate
esperienze e certe dimostrazioni, degne ancelle della scienza.
Al termine del suo lungo intervento, Diotima Forciade
pronuncerà l'anatema di condanna nei confronti del ribaldo
trio smargiassico-stregonesco che, a mezzo di ignobili
inganni, ha pervicacemente tentato di turbare la naturale
serenità della Gnoccata. Per volontà della piZia, Barbadora,
Glaucona e Tristociano saranno precipitati nell'Averno e là si
riuniranno, privati però della propria memoria dei fatti. Ma a
Glaucona, come già si è detto, la memoria di quegli
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AGATTONE
Gnoccata
avvenimenti verrà risparmiata e, attraverso il suo racconto,
quei tre cacciabrighe saranno costretti, se vorranno uscire
illesi dal Tartaro, ad emendare ogni loro errore riesaminando
il proprio comportamento e ravvedendosi così agli occhi degli
dei.
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AGATTONE
Gnoccata
INCIPIT
«E' contraddittorio che ciò che fu ieri non sia stato, che ciò che
è oggi non sia, ed è anche contraddittorio che ciò che deve
essere possa non dover essere. Se tu potessi mutare il destino
di una mosca, non ci sarebbe nessuna ragione che potrebbe
impedirti di fare il destino di tutte le altre mosche, di tutti gli
altri animali, di tutti gli uomini, di tutta la natura: tu ti
troveresti alla fine più potente di Dio.»
[Voltaire, Dizionario filosofico, Destino.]
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AGATTONE
Gnoccata
PROLOGO DRAMMATURGICO
TRISTOCIANO, BARBADORA E GLAUCONA RIUNITI NELL'AVERNO
BARBADORA - Dove abbiamo sbagliato la nostra formula, o
Glaucona, che per noi ora s'apre la forra dell'Ade? Perché mai
occorre che noi si balzi a piedi vivi in questa burella? Accade
magari per aver voluto dare laido sfogo alle nostre esigenti
budella con troppa graveolente busecca?
GLAUCONA - Taci, sciagurata! Non fossi stata tanto diretta
agli occhi di quel leggiadro, ora saremmo anche noi ben
accomodate lassù, al tepore di uno sfarzoso salotto e non in
queste stigie grotte. Quale angarioso diavolo ha preso te e
quell'altro sbottegato 'sì da farvi tanto audaci da produrvi con
prosopopea e concentata boria: «Ci vogliono anche i mezzi...».
De conquibus! Che razza di sciocchina.
BARBADORA - E tu allora non rinnegare la livida natura di
cui sei fatta, proprio ora che il compluvio di Aidoneus ci
opprime le irsute chiome con i suoi fetidi colonnati. Qui non
potrà venirti in soccorso neppure Tristociano, a cui piaceva
tanto salvarti dai tuoi stessi tranelli, o grattarti vezzoso il
fianco con quelle sue grasse dita da cacciaio.
GLAUCONA - Però anche tu tremi. E batti financo i denti. Ti
ricordo che è stata proprio tua l'originale colpa d'aver
provocato il giovane poeta. Se durante i carnei pasti di quel
desco non gli avessi dimandato di spiegare prima con due, poi
con quattro parole, il significato del suo balordo nomignolo,
ora saremmo lassù dove ti dicevo, dentro confortevoli panni e
con una frotta di ancelle tutte disposte ad assecondare i nostri
favori.
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AGATTONE
Gnoccata
BARBADORA - Smettila, velenosa vipera! Non conservo
memoria alcuna di ciò che borbotti. Ti dimostri perfida anche
quando non serve. Piuttosto. Non sarà che, come spesso ti
accade, hai innalzato troppe volte il calice a Zagreo e sei
tuttora vittima dei suoi ebbri fumi?
GLAUCONA - A proposito di vino e veleno. Di chi fu poi la
malaugurata idea di attossicare Lorenzocrate? Per giunta
appena ci siam messi a tavola. Avessi almeno atteso il terzo o
il quarto giro della staffa di rosso. Non sei altro che una
sciocca strega. La tua cicuta non ha ucciso neppure la pianta di
ficus nel cui invaso sono poi stata costretta a versarla.
BARBADORA - Ha! Quali risa! Tu non sapresti riconoscere il
ficus dalla scorzonera. Confondi la mandragora con lo zenzero
e sei qui a darmi consigli? Impiega allora la tua perizia in
qualcosa di utile. Forniscimi una fondata prova dei tuoi eccelsi
poteri suggerendomi come uscire da questo arcano ghiaccio.
Troppo a lungo abbiamo percorso questi cinerei sentieri di
Plutos - quel figlio di Demetra e Ades - ora siam disperse in
questo novissimo e pare che per noi non vi sia speme alcuna
d'uscirne. [Intravede avanti a sé un'ombra diafana, confusa
nel fitto della nebbia.] Ferma là! Non fiatare. Veggi anche tu
quell'ombra laggiù? Avviciniamoci meste. Forse colà
troveremo accolte le nostre pie richieste. Rabbrecciati
l'acconciatura e restaurati il trucco Glaucona. Tenta come
meglio puoi di mostrarti presentabile. [Si avvicinano
all'ombra sullo sfondo con passo incerto e aggrappandosi una
all'altra. Glaucona s'imbelletta alla meno peggio.] Chi è là?
Chi siete? Movete pure il passo, tanto ormai v'ho veduto.
Mostratevi. Non siete soltanto un'ombra, vero? Siete vivo...
TRISTOCIANO DA PIGNA - Vivo? Sciagurate figlie della
scalogna. Qual mi dimenai da vivo, tal son morto.
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AGATTONE
Gnoccata
GLAUCONA - Ciano! Amor mio. Anche tu sei disceso in
quest'erebo?
TRISTOCIANO - Per gli oricalchi di Marsia! Ormai
m'attendevo le cotte pinze di Calcabrina e Graffiacane. E
invece siete proprio voi due, malaugurate femmine bislacche.
Se dunque anche voi v'aggirate in codesta cloaca del diavolo
mi punge vaghezza doverlo proprio alla vostra premura l'onore
d'esservi precipitato. Per i capricci di Eracle bambino!
Dovevam rinnovellare la nostra triplice adunata proprio qui,
tra la bruma dell'Ade. E allora, donne versiere, rendetevi utili,
aspirate profonde: forse questa nebbia ci riuscirà di respirarla
tutta e così, defumigato l'etere, potremo più facilmente
scorgere l'uscita di questa stagnata ghiaccia.
GLAUCONA - Oh, povero Ciano. Il vino della croce e
l'anatema di Diotima t'han costipato anche quel poco senno.
Credi a me, non esiste uscita da codesto stabbio d'aure
annegrite. Ci han proprio consegnati per benino, chiunque sia
stato.
BARBADORA - Deh! Tu la fai sempre tanto nera... Orsù,
sollecitate insieme alle mie anche le vostre meningi. Ogni
fiume conduce alla propria foce, non è così? Seguiamo
pertanto l'impluvio del Cocito e...
TRISTOCIANO - ... e finiremo tutti dritti in bocca all'ermo
Lucifero. Frena la predella, Barbadora. Non pavesar ciò che
non sai. Quel che di certo sappiamo è d'esser penetrati nel
condotto che divora. Ma non so ancora se son più avvinto
dalla paura o se piuttosto debbo restare fisso per lo scorno.
Glaucona, donna facile, apprestati al mio fianco, 'sì che io
possa per l'ultima volta scaldarmi al tuo blando tepore; in
cambio ti farò pigre grattatine e ti vezzeggerò con mascule
smorfie. E tu Barbadora che dici? Qual coartante prodigio ci
avrà ficcati in questo fradicio Stige?
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AGATTONE
Gnoccata
BARBADORA - Ha! Tu mi dimandi di poco. Io non ho
ricordi di che pentirmi. Ma forse l'Erebo è patria dell'oblio
proprio per questo, affinché all'umano che vi cade, proprio
come fosse morto, non sia concesso ricordo alcuno, se non di
quei due mali più spinosi: dolore e pena.
TRISTOCIANO - Tapini tutti e tre che siamo. Così, privati dei
nostri ricordi, diciamo pure addio alla meditazione dei nostri
errori e con essa abbandoniamo anche la speranza della grazia
che spetta ai poveri di spirito, ancorché ravveduti. Non v'è
dunque speme alcuna d'uscire da codesto inferno?
GLAUCONA - Con che congrega di disperati mi tocca
consorziare!? Com'è possibile che non vi riesca di fare mente
proprio su nulla? Io di quel dotto simposio ho impressi ancor
come gaia favilla ogni minuto dettaglio e intricato fomento.
BARBADORA - Ma che dici, pazza! Insisti ancora? Di qual
dotto simposio ciancichi? Tu non sapresti rammentare financo
il sapore della gloria che non ti si addice, come pretendi allora
di ricordare non meno di noi i fatti di cui ti deponi a
testimonio?
TRISTOCIANO - Ben detto, Barbadora. Discolpati Glaucona.
Come pretendi?
GLAUCONA - Che la prora di Caronte vi pigli entrambi nella
rete. Vi dico che io custodisco piena memoria delle luculente
elucubrazioni di quegli archetipi numinosi. Non ricordate
anche voi l'inganno comminato ad Agattone per fargli di
proposito smarrir la strada? E le scorribande nell'arte ad opera
del baccelliere Ciro Pausania? Come non ricordare le ardite
dimostrazioni e i carpali assedii dell'ugro Fortesimmaco? E gli
elogi di Agattone? Ma ancor prima di essi le tue stesse
sventate contumelie, Tristociano. E il docile parlottìo di
Menefedro e Aristangel? E le mussanti pose bacchiche di
Eulaliade? Ma soprattutto, la chiusa dei lavori d'intelletto
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AGATTONE
Gnoccata
operata dalla piZia Diotima Forciade sotto il maliziato
pungolo di Lorenzocrate e per le lusingate adulazioni del poeta
Agattone. Davvero non ricordate nulla di quel mirabile evento
degno dell'età dell'oro?
TRISTOCIANO - Per la barba dei più lurchi sileni! Gli dei
non ci hanno allora del tutto abbandonati. Essi si sono però
compiaciuti in questo gioco bizzarro. Difatti, mentre ci
precipitavano in questo oblio alla velocità della coppa di Elio,
al contempo han voluto fornire alla nostra Glaucona il dono di
Lampetia, colei che illumina. E' giuocoforza assecondare il
capriccio degli dei potenti. Non poniamo altro tempo in
mezzo. Se vogliam nutrire speranza d'uscire da codesto brago
occorre che Glaucona ci restituisca memoria di quegli
accadimenti. Soltanto allora gli dei potranno concederci, se lo
vorranno, il visto d'uscita, così da tornare ad inondarci gli
occhi coi raggi possenti del biondo luminare.
BARBADORA - Ciano ha ragione. Che aspetti? Glaucona,
parla! Rinfresca i nostri sepolti ricordi... come se quaggiù
fosse lecito adombrare il desiderio di rinfrescare alcunché. Ma
se proprio a te è toccata questa incantata sorte, che così sia. Il
freddo di questo immondo bacile mi è tanto algido che l'odio
che nutro per te mi si gela in mezzo al petto. Son talmente
occupata a frondare le folgori ghiacciate di Plutone che non ho
il tempo di portarti il rancore che meriti; ma, d'altronde, lo
ripeto, gli dei han scelto proprio te per far da scrigno ed io
invece sto soltanto morendo di freddo. Saldiamo in fretta il
nostro malnato debito con le Graie e togliamoci di torno da
codesto malcapitato stabbio.
TRISTOCIANO - Sì. Concordo in pieno. Avanti Glaucona,
raccontaci per filo e per segno quei fatti accaduti che paiono
usciti anzitempo dal nostro cranio.
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AGATTONE
Gnoccata
GLAUCONA - E' così che mi ritrovo? Accompagnata ad un
satiro allupato e ad una falsa e vile amica dotata di farisaica
lingua? Giusto perché piovuti in questo tristo solco vi ostinate
ancora recidivamente a pavesare le vostre degenerate nature. E
invece vi dico che della vostra sbracata boria non avreste mai
dovuto darne sfoggio lassù, direttamente negli occhi di quei
potentati. Ma così è stato e così sia. Se il mio racconto potrà
servire a mitigare l'ira della Graia e a farci uscire presto da
qui, sarei disposta a narrarlo financo nella tana dell'orso. Non
che voi due rappresentiate un pericolo minore: infatti, tu,
Tristociano, così fradicio di mota, sei proprio del tutto simile
all'orso bruno; mentre tu, Barbadora, impetrata in cima a quel
globo ghiacciato nel tentativo di trarti all'asciutto i piedi dal
gelido guado, mi ricordi l'arpia Podarge, che tuttavia non fu
altrettanto lesta a contrastare il soffio di Zefiro.
Non mi sembra ancora vero d'esser stata estratta proprio io
dalla vengiante urna di Diotima! L'integrità dei mei ricordi
m'incarica perciò d'educarvi a quei fatti come un tutore
farebbe coi propri glabri efebi. E per tacitare sùbito le vostre
monche obiezioni v'avverto che in questa mia recita non
ammetterò irruenze o interruzioni. E dovrete perfino
suggellarmi promessa che, nei punti in cui il mio racconto
solleverà inevitabilmente i veli dalle nostre stesse malefatte,
non imiterete lo struzzo, poiché quaggiù rimediereste soltanto
una severa otite e viepiù non vi dispensereste comunque dal
giudizio che, a quanto pare, ci è già stato consegnato a tutti e
tre, corredato di ogni crisma.
Mettetevi comodi, se potete. Io qui m'incomincio.
[Siedono dove possono e Glaucona inizia il suo racconto.]
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AGATTONE
Gnoccata
ATTO I
NOTIZIA SECONDA
Glaucona comincia il suo racconto, Barbadora e Tristociano
si dispongono attentamente all'ascolto. La vicenda ha inizio
con Lorenzocrate che, in compagnia di Aristangel, attende
impaziente sull'ingresso della locanda la venuta di Agattone.
Il poeta è rimasto però indietro come un "gatto da pastore"
poiché ha perduto di vista i propri ospiti e teme per la loro
vita. Ma il poeta inattuale è completamente ignaro del fatto
che tutti gli invitati sono invece già comodamente seduti ai
propri posti all'interno della locanda. L'equivoco è un
volontario prodotto della luciferina arte di Tristociano da
Pigna, mosso dal desiderio di attribuirsi il merito di "bravo
presentatore" e assumersi così il ruolo di anfitrione della
Gnoccata. Glaucona è anch'essa sull'ingresso, ma è
segretamente appostata onde poter spiare non vista gli esiti
dell'inganno di Tristociano.
IL LUOGO DELLA GNOCCATA E PRIMO INGANNO DI TRISTOCIANO
LORENZOCRATE - Dove sono tutti? Dove ci ha condotti
quel Gatto mitomane-microfonico? Perché ci ha mollati come
pacchi qui all'addiaccio? Perché qui in giro l'aria è così
untuosa? Questo non mi sembra affatto un locale degno del
Gambero Rosso. Toh! Una zanzara.
ARISTANGEL - Scommetto che si son persi tutti per strada.
Sarebbe proprio da ridere. E' stato prenotato per venti persone,
lasciando intendere all'oste che avremmo anche potuto
arrivare in venticinque e adesso ci presentiamo in due. Mi
auguro che voi, divino Lorenzocrate, siate un vorace
21
AGATTONE
Gnoccata
divoratore di torta millefoglie. Infatti, qui è consuetudine
schiaffare il dolce in faccia ai bidonatori; ma se
spalancheremo per bene le nostre fauci forse i gentili gestori si
limiteranno a qualche canestro e poi quei bennati famigli
torneranno solerti alle proprie umili mansioni senza degnarci
di un solo sguardo, magari dispensandoci perfino dall'onere
del conto.
LORENZOCRATE - Per me il problema non sussiste. Non mi
nutro di dolciumi, io. Ma osserverò la divertente girandola di
torte in faccia che tu stessa mi paventi. Mi farò scaricare
addosso l'intero reparto pasticceria; tanto, quando poi quel
Gatto psicotropico tornerà a riprenderci, se tornerà, lo pagherà
lui il conto e glielo auguro fortemente salato e corredato degli
interessi usurati sul tempo di questa sua ingiustificabile
assenza.
GLAUCONA - [A parte, nascosta.] L'ordito di Ciano produce
in pieno il suo effetto. Quel reo sostenitor d'infausta impresa
gode del favore dei celesti segni di Tiresia. Questi due
sempliciotti non sospettano neppure che l'intera brigata è già
da un pezzo accomodata al desco e polleggia avvolta nel
tepore di questa stessa osteria. Mentre Agattone, depistato dal
sortilegio di Barbadora, è tornato sui suoi passi a cercare i suoi
ospiti invano. Molto bene. Tutto procede come conviene. Ora
posso senz'altro rientrare. Anzi, no. Proprio come la lince ama
giuocare tra i sentieri di caccia della volpe, soffiandogli in
anticipo le prede, anch'io voglio indugiare ancora un poco qui
ad osservare quanto impiega il divino Lorenzocrate a
comprendere la mutata sostanza dei fatti. Non lo pretendo da
Aristangel, benché moderatamente arguta e dotata di muliebre
intuito; invero, proprio quel piccolo uomo, che tutti qui
chiamano Arconte, avrebbe già dovuto assaggiare la fibra
della foglia... Aspetta, aspetta. Essi riprendono a parlare.
22
AGATTONE
Gnoccata
LORENZOCRATE - Dimmi, cara fanciulla, commiserabile
sposa di quello stolto Gatto inadeguato: come si spiega che dal
momento in cui siam quivi giunti ancor non si affaccia sul
viottolo neppure l'ombra di un convitato? Siamo forse di
troppo? Quel Gatto Jago ci ha forse mollati qui ed è andato
tutto solo a raggiungere gli altri commensali in un altro luogo
diverso da questo? Potrebbe giungere a tanto quel tuo
sconsiderato sposo?
ARISTANGEL - No... non lo credo. E non mi risulta che lo
abbia peraltro mai fatto. In verità è sempre stato un poco
strano... ma, da che io lo conosco, molto raramente ho potuto
ravvisare in lui quel lato oscuro che contraddistingue gli
eccentrici, gli ipertrofici o i pazzi gravi. Perciò,
tranquillizzatevi, o divino. L'onestà ed il buon cuore
sopravanzano di gran lunga il burrascoso temperamento di
Agattone. Per quanto mi riguarda sono incondizionatamente
fiduciosa del suo imminente ritorno.
LORENZOCRATE - Per quanto ti riguarda, lo dici tu. E dici
male. Temo che la tua fiducia sia alquanto mal riposta,
graziosa bambina. Se quel tuo Gatto incoerente avesse soltanto
un grammo di sale in quella ocreata zucca non ti avrebbe
certamente lasciata in consenga a me. E' infatti risaputo
ovunque in giro, e lui lo sa, che il mio fascino mediterraneo
rischiara di luce rifratta in guisa di mille colori e che così
facendo concorre a confondere l'occhi alle fanciulle, turbando
ad esse gli onirici sonni e compromettendo la pastorale
serenità dei loro sensi. Ma per tua fortuna, non è affatto mia
intenzione fare uso di questi maliardi trucchi con te, simpatica
e giovane donna. Preferisco invece restare aderente al climax
del tuo discorso. Hai appena detto tu stessa d'aver ravvisato
"raramente" i semi della follia in quel Gatto megalomane.
Ebbene, forse ciò sfugge ai circoli della tua muliebre indagine
semantica, giustificata come sei dal fatto d'esser suscettibile
del sentimento d'amore nei confronti di quel tuo fortunato
23
AGATTONE
Gnoccata
quanto sconsiderato Felide Romeo. Ma per quel che mi
riguarda, io di lui innamorato non sono affatto, anzi, sono
oltremodo allergico al suo pensiero ancora prima che al suo
ispido pelo. Pertanto, mia balda giovinetta, siccome io il lume
della ragione lo dirigo davanti agli occhi e non dietro, ne
deriva che il mio pensiero diverge assai dal suo e dal tuo,
giacché, come temo valga anche per quel tuo Gatto
clastomane, si dice che una sola prova di follia vada
considerata più che sufficiente per validare i decreti della
scienza sui moti di una mente già sospettata di devianza. E
quel tuo Gatto ciclotimico una prova verace in questo senso
già la fornì in passato ed ora, se mi permetti, non ne attendo
altre. M'auguro che presto o tardi transiti per questa remota
landa un taxi, o nel male estremo, come lucciole nella bruma,
ci ridurremo a fare l'autostop notturno.
ARISTANGEL - Ma divino, voi sottovalutate non poco quel
vostro pio discepolo. Io me lo figuro. In questo momento egli
è davvero preoccupato d'aver perso per strada gli altri
convitati. M'immagino che potrà sentirsi come quel cane da
pastore che latra disperato agli operai in uscita dalla fabbrica,
temendo che il suo gregge si disperda per sempre. Non avete
proprio idea di quanto sia apprensivo Agattone. In questo
momento sarà senz'altro in preda ad una terribile tempesta
ormonale... l'adrenalina gli sarà balzata alle stelle, il valore dei
trigliceridi sarà centuplicato, la bilirumina gli sarà trasalita a
mille. Povero caro! Quel pauperello, già schiantato dalle dure
prove della vita, sarà stato ormai inghiottito in un nero fosso e
con il capo sanguinante per l'urto languirà riverso e
spiaccicato contro il parabrezza dell'auto; e voi... voi non
sapete far altro che infangare la sua memoria snocciolando un
panegirico ricolmo di gratuite malignità.
[Aristangel scoppia
singhiozzando.]
in
lacrime
24
e
piange
a
dirotto
AGATTONE
Gnoccata
LORENZOCRATE - Suvvia, andiamo. Smetti piccolina.
Rinserra quei tuoi graziosi rubinetti. Lungi da me l'idea di farti
esplodere in staltici singulti. Facciamo così. Nonostante il
freddo pungente, ci siederemo su questo scomodo marmo e
attenderemo insieme il ritorno del tuo amato sposo. Anzi,
faremo diversamente ancora. Mi siederò io sul marmo ingrato
onde espiare l'intemperanza della mia stessa lingua e tu, se lo
vorrai, potrai accomodarti sulle mie carnee ginocchia. Ti
concedo, se lo vuoi, di salirmi perfino sulle calzature; e non
temere per me: un peso 'sì lieve non mi farà giammai dolere i
calli.
[Agattone spunta dal fondo del vialetto d'ingresso. Si avvicina
baldanzoso e sereno, si ferma serafico ad odorare le foglie di
un ippocastano e poi si dirige sorridente verso Lorenzocrate
ed Aristangel. Questa, non appene lo vede, corre incontro ad
Agattone e lo abbraccia.]
ARISTANGEL - Agattone! Sei qui finalmente. Temevamo
non poco per la tua sorte.
LORENZOCRATE - Oh! Agattone. Temevamo davvero non
poco per la tua sorte... Mi complimento con te, sei un vero
Gatto da pastore. Cessata la tempesta ormonale? Evaporata
l'adrenalina? Tamponàti i trigliceridi? E la bilirumina? Beh, su
quest'ultima il tuo controllo è davvero scarso: sei sempre
giallognolo di subittero! Ed ora come ci giustificherai tutto
questo ritardo? Sei forse tombolato in un fosso? Hai sfondato
il parabrezza con quel tuo ocreato e duro cranio? A proposito,
tra le altre onorabilissime attività con cui avrai comodamente
occupato questo tempo, che per la tua fedele compagna e me è
valso soltanto la subordinata attesa della tua "regale" epifania,
sarai mica per caso morto?!
AGATTONE - Non capisco. Da dove ti giunge tanta fiera
musica, celeste Arconte? Perché poi ad ogni litote che mi
25
AGATTONE
Gnoccata
pennelli addosso strizzi l'occhio ad Aristangel? Cosa state
macchinando voi due alle mie spalle?
ARISTANGEL - Oh. In verità, proprio nulla Agattone. Ma
questo tuo amico è l'essere più malvagio e deplorevole che
conosco. La sua lingua è più pungente dell'ago di un tafano nel
sottopancia di un cavallo sudato e in ceppi. Però... è tanto
simpatico.
AGATTONE - Ah, sì?! Senti, senti. Che le hai fatto in mia
assenza, Lorenzocrate? Le hai per caso decantato i prodigi
della luna blù? Non mi dire che l'hai intrattenuta elencandole
quella scostumata lista di indumenti tra i quali, poco prima
della scorsa eclissi di Sole, non sapevi quale metterti?
LORENZOCRATE - Niente di tutto questo, Gatto tiratardi.
Ho semplicemente esercitato su questa mite fanciulla lo stesso
influsso che destino sempre a chiunque. E devo proprio dire
che la tua compagna è di gran lunga più ricettiva di te. Ma
vediamo di darci un taglio. Piuttosto, dove hai nascosto gli
altri ospiti? Li hai forse barattati coi mussulmani in cambio di
una libbra d'orzo perlato?
AGATTONE - Per la temperatissima cetra di Apollo! Io per la
strada non li ho incontrati davvero. E se mi dite che da queste
parti non sono ancora apparsi, mi si autorizzi il tragico
epilogo: ce li siamo proprio persi!
LORENZOCRATE - Io ti autorizzo a pensare o agire come
credi, Gatto incosciente. Ora però ci vai tu dall'oste a pigliarti
la torta millefoglie in faccia. Sì, io ti autorizzo, Gatto eroico,
vai pure, vai a prenderti la tua razione di dolce.
GLAUCONA - [A parte, nascosta.] Caro Ciano, or vengo a
farti rapporto. Vedrò se il ciel permetta tanta malvagità senza
vendetta. E' meglio rientrare prima di costoro e in fretta.
26
AGATTONE
Gnoccata
[Glaucona rientra nella locanda per informare Tristociano e
Barbadora del gran successo ottenuto con quel loro raggiro.
Nello stesso tempo esce dalla locanda Diotima Forciade.]
DIOTIMA FORCIADE - Voi qui, dunque. Vi stavamo
aspettando ormai da un pezzo. Tuttavia, non penso proprio che
questo contrattempo sia dovuto ad un semplice caso...
LORENZOCRATE - Per tutti i corpi geosincroni! Salute a te,
piZia. E' nella tua natura volermi sempre sorprendere, mia
cara. Quali incantamenti sembrano inseguirsi come scintillanti
girandole in questo gnocco luogo! Gli altri convitati son
davvero là dentro con te? E che significa poi quell'allusione al
caso, che poi non sarebbe affatto un caso?
AGATTONE - Ve ne prego, leggiadra vestale dal candido
volto. Rispondete al divino. Spiegatevi con la vostra consueta
dottrina.
DIOTIMA - Vi ripeto che siamo già tutti quanti accomodati al
tavolo d'onore. In quanto al resto, Arconte caro, nutro più d'un
sospetto: penso che voi tre siate caduti vittime di Scherzi a
Parte, di un còrreo raggiro, soprattutto tu Agattone. Sapete
bene in quale considerazione io tenga quel coriaceo
Tristociano da Pigna. Ebbene, temo che anche per oggi il mio
giudizio su di lui non sia affatto destinato a mutare corso.
LORENZOCRATE - Per tutte le lune di Urano! Sospetti un
ordito ai danni del Gatto vivido? E messo a punto poi da quel
messer Tristociano da Pigna? Ma a quale scopo, se mi è lecito
domandarlo?
DIOTIMA - Il mio sospetto si muta sempre in certezza
allorché dal fluido che regola il vaticinio delle Erinni non mi
separa la distanza. Pertanto, ora che quel pravo gnomo facile
alla ciancia non dista più d'un cubito dalla mia persona, mi
27
AGATTONE
Gnoccata
riesce davvero semplice leggerne il pensiero, e ciò che leggo
non è commestibile per cena.
LORENZOCRATE - Oscura piZia Diotima, enigmatica
abitante del limpido Forco. Tu mi vuoi ancora sorprendere! E
mi sorprendi soltanto perché io dimentico continuamente
questa tua inspiegabile dote. E in tutta verità, forse la
dimentico proprio perché non voglio far posto a questa tua
dote tra gli spalti della mia limpida ragione. E infine, forse non
voglio farvi posto perché, in ultima istanza, a questa tua dote,
non posso proprio credere. Eppure, tu stai qui a darne continua
testimonianza, come il Sol levante che inaugura un nuovo
giorno. [Si aggiusta sul naso gli occhiali a specchio.] E sia.
Entreremo provveduti di tale informativa. Molto bene, la
castagna bollente è nelle tue mani, Gatto miracolato. Una volta
dentro spetterà poi a te ridimensionare la grottesca menzogna
di quell'aio gorilla.
DIOTIMA - Egli non è solo...
LORENZOCRATE - Per la nube di Oort! Abbi pietà di me,
piZia Forciade. Non indulgere ancora con questa tua gnosi
divina. Tu stai mettendo a dura prova i miei traballanti
abstract. Che intendi comunicarci ancora?
DIOTIMA - Dovete guardarvi bene anche da Glaucona e
Barbadora.
Ma ora basta così, non vi rivelerò altro. Rientriamo.
AGATTONE - Un momento! Di quali colpe mi son macchiato
per meritarmi una giornata tanto infausta e perversa? Ho forse
inavvertitamente rovesciato un secchio di latte salato? Ho
attraversato la strada ad un veicolo nero? Cara Diotima,
pensate davvero che io possa correre qualche serio pericolo
entrando là dentro?
28
AGATTONE
Gnoccata
LORENZOCRATE - Gatto pavido e atonico, non scomodare
il parere della piZia. La serbo io una risposta per te, che poi è
sempre la stessa di sempre. Sappi che ovunque ti giri e
cammini tu corri sempre e comunque serissimi pericoli.
Dimentichi che sei un piccolo animale, benché acromegalico,
agito dal caso e dalla necessità.
Ma ora basta così, Diotima ha ragione. Entriamo in questa
spelonca almeno solo per riscaldarci le ossa. E che poi accada
ciò che dovrà accadere. [Rivolto ad Aristangel] In quanto a te,
piccola fanciulla spaventata, mentre solchiamo l'ingresso,
lascia che ti omaggi con questa rosa novembrina privata di
spine e aulente degli effluvi dell'estate di San Martino.
ARISTANGEL - Oh! Una rosa rossa. Ed è pure fresca proprio
come fosse stata appena colta. Grazie, Lorenzocrate. Siete
perdonato di tutti i vostri logosfregi rivolti al mio Agattone.
AGATTONE - Cosa? Una fragrante rosa sopravvissuta a
questa contraria stagione? Ma dove l'hai colta, o serenissimo
presule? Non vedo aiuole qui in giro... questo clima poi... fa
un freddo del diavolo, per di più piove di fitto ed è buio pesto.
LORENZOCRATE - Gatto incredulo e ignorante! Non perdi
mai occasione per mostrarti incapace di nutrire per me un solo
briciolo di fede. C'è più botanica in cielo e in terra di quanto la
tua poesia possa immaginare. Evita quindi di fare domande
sciocche. Orsù, entriamo finalmente.
[Entrano nella locanda]
29
AGATTONE
Gnoccata
NOTIZIA TERZA
Ciro Pausania intrattiene gli ospiti discettando con grande
eleganza e proprietà sull'arte di scrivere libri e soprattutto di
come se ne possano scrivere su qualsiasi argomento.
Fortesimmaco
sostiene
l'argomentazione
di
Ciro
puntualizzandone il dettaglio e sorreggendo il maestro nei
punti in cui la sua dottrina vacilla nella reperibilità dei
vocaboli e delle fonti.
Diotima Forciade, Aristangel, Lorenzocrate ed Agattone
fanno il loro ingresso nella locanda. Diotima prende subito
posto da dove si era alzata per avvertire Agattone
dell'ignobile
inganno
macchinato
da
Tristociano.
Quest'ultimo, non appena vede che Agattone si siede a fianco
dell'Arconte, cambia di posto ed elabora un secondo piano
ancor più esiziale del primo. Insieme a Barbadora e Glaucona
decide di avvelenare la coppa del vino di Lorenzocrate. Ma
Agattone, ormai allertato dai precedenti moniti della piZia,
scopre l'inganno e, approfittando dell'occasione fornitagli da
Ciro Pausania, che lo invita a celebrare un brindisi in onore
di Fortesimmaco, recita un breve racconto mitico, con il quale
svergogna quel trio diabolico, senza tuttavia smascherarlo
pubblicamente, facendo però in modo che il messaggio di quel
sordido tradimento giunga preciso alle orecchie dei diretti
interessati.
CIRO PAUSANIA E FORTESIMMACO SULL'ARTE DI SCRIVERE LIBRI
CIRO PAUSANIA - Non sempre la modestia è una virtù. Per
più di un quarto di secolo mi sono occupato di questa nostra
comune arte, tuttavia, in tanti anni spesi sui libri, non mi è mai
passato neppure per l'anticamera del cervello che il mio
contributo diretto andasse considerato rivoluzionario. Ho
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AGATTONE
Gnoccata
pubblicato manuali di fondamentale importanza, precisissime
effemeridi di riferimento imprescindibili per la comunità
astrologica, lavori di ricerca che hanno spalancato la soglia
all'impulso cogitativo delle nuove generazioni. Eppure,
nonostante tutto questo daffare, non mi sono mai montato la
testa. Ora però, dopo aver prodotto due dozzine di
preziosissime pubblicazioni, alcune di grandissimo successo e
tutte di immensa utilità, e dopo aver consegnato all'inchiostro
dei torchi l'ennesima ristampa del mio monumentale manuale,
ho pensato che, modestamente, fosse finalmente il caso di
autoattribuirmi il titolo di caposcuola. Ebbene, alla luce di
questa mia meritata conquista posso pertanto affermare, senza
tema di smentita, che la mia aulica facoltà di scrivere libri può
ora benissimo estendersi al più remoto anfratto dello scibile
umano. E prima che le culinarie virtù dei lauti antipasti vi
conquida, distogliendo da me le vostre aie attenzioni, proprio
per intrattenervi ancora un poco su quanto vi ho appena detto,
intendo portarvi in tavola, a guisa d'aperitivo, qualche
sommario esempio. Ammettiamo proprio di volerci impegnare
nel cimento di scrivere un libro sull'arte della cucina. Ebbene,
in primo luogo andrà operata una sistematica ricerca delle più
autorevoli fonti provenienti dal passato. Ed ecco che non potrà
allora sfuggire alla nostra severa indagine il possente trattato
di cucina del celebre Giovanni Maria Astrusi...
FORTESIMMACO - Squisito Ciro, mi permetto di
correggerti... Artusi, non Astrusi. E poi Giovanni Maria non fu
affatto cuoco, bensì un valente contrappuntista paleobarocco.
Credo che tu ti riferissi invece a Pellegrino Artusi, di
Forlimpopoli, che pubblicò "La scienza in cucina" nel 1891.
CIRO PAUSANIA - [Fa un pausa.] Certo. Grazie, caro
principe. Non a caso in queste occasioni t'impongo cogenza di
sederti al mio fianco, perché con te vicino posso fare senz'altro
a meno del mio fedele Gabrielli e non di rado, ma soltanto
quando ti trovo in perfetta forma, rinuncio volentieri perfino
31
AGATTONE
Gnoccata
all'intera Enciclopedia Britannica, la quale, oltre a non potermi
garantire la tua stessa precisione, è per giunta alquanto
scomodo portarsela appresso in aereo. Ma ora lascia che
riprenda il mio discorso laddove l'ho troncato. Identificata una
precisa fonte storica, cominceremo a valutarne la portata e la
continuità/contiguità relazionata al relativo speculus
temporalis...
FORTESIMMACO - Temporis... speculus temporis, maestro.
Ed è il pensiero che vien prodotto da colui che appartiene alla
propria epoca.
CIRO PAUSANIA - [Pausa, un po' più lunga della
precedente] Un brindisi in tuo onore non basterebbe ad
omaggiarti di adeguata stima, principe fidato. Perfino l'ottimo
Agattone non saprebbe confezionare il perfetto ordito di
parole che renderebbe il giusto onore alla tua sconfinata
sapienza. Quel povero poeta, benché tanto eccelso, come una
Penelope si vedrebbe costretto a demolire di notte ciò che
produce durante il giorno; di certo accadrebbe non per sua
imperizia, ma proprio perché le parole degne dell'elogio di
Fortesimmaco non sono ancora state rivelate da Ermete stesso
all'uomo. Ma ora lascia ancora una volta che io rientri nel mio
originario discorso. Dicevo, una volta che la scienza del
passato avrà superato il nostro vaglio interpretativo sul
modello speculus temporis, ci occorrerà portarne a
compimento la sintesi, in modo tale che la nostra ricerca possa
contare su di un solido fondamento dal quale partire.
Identificheremo ora alcune matrici categoriche dalle quali poi
prenderà le mosse la nostra personale speculazione e - ma
soltanto nella misura in cui ciò sarà possibile - sui cui assiomi
dovrà poi ergersi il nostro personale contributo. Nella
fattispecie, isoleremo i concetti di alimentazione, ingredienti,
dieta e costume, così da far discendere sinotticamente da
questi le nostre valutazioni e per consentirci poi di operare la
relativa comparazione con lo stato dell'arte a noi coeva. E per
32
AGATTONE
Gnoccata
ogni assioma che via via andremo costruendo, produrremo la
relativa dimostrazione e infine non mancheremo di fornire ad
ogni postulato un adeguato seguitum...
FORTESIMMACO - "Sequitur", maestro mio. Significa il
seguito del discorso. Nel tuo ragionamento si riferisce a tutto
ciò che si pone ab alio, sarebbe a dire, ciò che dipende,
giacché totalmente privato di autonomia rispetto al
fondamento della tesi. Ma questo andrà fatto, come dici,
soltanto una volta avvenuta la doverosa dimostrazione degli
assiomi eretti. Però, aggiungo io, ammesso ma non concesso
che gli assiomi siano in qualche modo dimostrabili, poiché si
incorre nella tautologia al solo pensarlo, dimostrare
dimostrazioni indimostrabili è questione di lana caprina poiché
pretendere di dimostrare un assioma con un postulato è di fatto
una contraddizione in termini. Tu m'insegni.
CIRO PAUSANIA - [Pausa, questa volta un poco più breve
ma con una punta in più d'imbarazzo.] Ancora una volta
accresco il mio debito verso di te, inclito principe. Ma vedo
che gli antipasti, quelli veri, son giunti sul nostro desco.
Riprenderemo questo discorso un'altra volta. Prima però di
abbandonarci ai dissoluti riti di Priapo propongo un brindisi in
onore di Fortesimmaco e, benché gli stessi dei d'Olimpo
arrancherebbero dislessici alla ricerca dello stico più bello ed
adeguato, desidero che lo stesso ottimo Agattone si periti in
questa difficile impresa. Avanti, giovane poeta. Guadagnati la
palma della serata e sorprendici con la tua nobile arte. Tessi
l'elogio di Fortesimmaco.
TRISTOCIANO - [A parte con Barbadora.] Odiato Agattone:
spero il trionfo mio, spero il tuo danno. Così vicino a quel tuo
bizzarro trinacrio maestro, come il Sole e la Luna congiunti
nel mensale, chi saprà detergere da te il sospetto per questa
coppa avvelenata? Svelta, Barbadora. Il momento giusto è
questo. Non ce ne sarà concesso un altro. C'è infatti un istante
33
AGATTONE
Gnoccata
soltanto in cui satana incita all'azione, superato il quale egli ti
travolge sotto gli zoccoli e ti deride beffardo negandoti in
eterno il proprio appoggio. Agisci ora, dispensatrice di frode,
agisci, che nessun chiaro ti vede.
ELOGIO DI FORTESIMMACO
AGATTONE - [Si alza in piedi levando in alto il proprio
calice.] Magnifico carano, invincibile stratega dell'arte
d'Urania. Tu dici bene. Non è possibile tessere l'elogio di
Fortesimmaco senza incorrere nel veto di Ermes. Non mi
riuscirebbe neppure se avessi in dote l'ugola di Orfeo. Ed ora,
invece, proprio come accadde a quell'eroe, mi si dimanda di
sollevare le sorti dell'equipaggio d'Argo. Ma se quel divino
artista ebbe dalla sua il bel canto e l'intonata lira, io invece di
che mi stimo? Non saprei compiere miracoli neppure se fossi
sostenuto dagli esecrabili trucchi di Odisseo. Tanta e tanto
luminosa è la gloria di Fortesimmaco che ogni mia sillaba in
suo onore cadrebbe morta ancor prima di solcare l'aria.
Quand'anche godessi del dono del figlio delle Muse e come
costui potessi adornarmi il capo di stormi d'uccelli e se perfino
i pesci risalissero dal fondo del mare per ascoltare il mio
canto, sarei comunque privo della sapienza di Zeus, che tutto
conosce in anticipo; mi difetterebbe la saggezza di Crono, che
su tutto ragiona. No, onoratissimo Ciro. Per queste ragioni e
per tutte l'altre che il mio intelletto ignorandole le offende, ti
dico che mi asterrò dall'elogio di questo valoroso esarca dal
magnetico sguardo. Il suo encomio si intesse, si recita e
s'applaude da sé per la sua stessa presenza qui, a questa nostra
mensa. Di quale altro elogio vuoi ricoprirlo se non correndo
poi il rischio di ammantarlo con superflua gloria, fino ad
appannarne il naturale splendore? Equivarrebbe a pretendere
di ricoprire la coda del pavone con l'organza e la seta. No,
34
AGATTONE
Gnoccata
amico mio. Non tesserò di lui alcun elogio, poiché egli basta
per se stesso.
Ora, caro margravio Ciro, non me ne volere se, dopo questo
appassionato preambolo, affermo che sarebbe proprio di te che
invece vorrei tesser l'elogio. E in tutta verità, non temo levate
di scudi, poiché oggi l'ospite sei proprio tu; non è forse in tuo
onore che ora qui scorrono gli effluvi del vino e si librano
nell'etere i fragranti aromi delle pietanze?
CIRO PAUSANIA - Sì, certo. Questa festa è stata gentilmente
allestita per me; tuttavia, lo dico davvero, essa ti riguarda
quasi quanto riguarda me. E se volessi dimostrarti coerente
con te stesso dovresti sollecitare al discorso Lorenzocrate,
affinché egli pennelli in fretta e furia l'elogio di entrambi, di
modo che, saldato il debito con la Forma, ci si possa poi
finalmente tuffare senza indugio tra codesti aulenti cibi.
IL TENTATIVO DI AVVELENARE LORENZOCRATE VIENE
SGOMINATO DA AGATTONE
[Tristociano fa un cenno a Barbadora che a sua volta,
approfittando della distrazione di tutti, versa un'intera
ampolla di cicuta nella coppa di Lorenzocrate. Questi, colto di
sorpresa dall'invito oratorio di Ciro Pausania, fatica a
parlare a causa di un bolo di pasta lievitata che gli occlude la
gola.]
LORENZOCRATE - Ben detto, valente Ciro. Benché io in
queste robuste vivande mi sia già tuffato. Però non temete.
V'ascolto con educato garbo e con gran piacere. In quanto
all'elogio che proponi, sono molto più fiducioso del fatto che
questa fetta di salame possa saltarmi da sola in bocca ora,
piuttosto che credere incondizionatamente nell'imminente
elogio per labbia di questo Gatto autotelico. Ma tant'è. Fate
35
AGATTONE
Gnoccata
pure come credete. Io non mi scandalizzerò certamente e,
fintantoché impugnerò saldamente la redine della correggia di
questo Felide eufonico, non dovrete aver nulla di cui
preoccuparvi. Ma non pretendete però che mi alzi in piedi a
pronunziarvi un discorso, proprio ora... Io sono soltanto un
vecchio, e poi sto tentando di fare amicizia con questa
"delicata" pasta lievitata e indulgo nelle grazie di questo
ipnotico e "raffinato" nettare color rubino acceso. [Deglutisce
con difficoltà e afferra il calice avvelenato.]
AGATTONE - [Avvertito dalla mimica sopraccigliare di
Diotima che il calice di Lorenzocrate è avvelenato.] Diletto
maestro, questa sera non intendi proprio darmi soddisfazione
alcuna. Ma, del resto, in quale altra occasione mi hai
riconosciuto un benché piccolo merito? Eppure, se ora volessi
farlo non potresti, poiché un globo di farina agglutinata ti
occlude la gola e non riusciresti neppure più ad aprire bocca
senza imitare il verso del fagiano nell'ora degli amori. Orsù,
bevi un sorso di vino dal mio calice che è più ricolmo del tuo e
tranquillizzati, non ti faremo scomodare oltre. Al resto penserò
io, vecchio maestro e amico.
LORENZOCRATE - Gatto baccante, non vedo necessità
alcuna di scambiare il mio cratere col tuo. Il contenuto è infatti
il medesimo che hai visto mescere dalla stessa anfora. E' forse
accaduto che mentre nel tuo calice è discesa festante
l'ambrosia, nel mio si è invece riversata semplice acqua
piovana? Mettiti dunque buono e lasciami la mano: ho proprio
bisogno di bere un sorso. [Avvicina il calice alle labbra.]
AGATTONE - Maestro, per una volta dovresti darmi ascolto.
Tu stesso mi ripeti continuamente che l'alcool crea nell'uomo
un eroismo assai superiore all'ideologia e alla passione e per
questo, non a torto, viene chiamato "spirito". Fornisci dunque
prova del tuo fiero animo e scambia il tuo calice col mio. Il
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AGATTONE
Gnoccata
tuo spirito se ne avvantaggerebbe alquanto, poiché il mio
bicchiere ne è più colmo.
LORENZOCRATE - Gatto Alceo, non sarò davvero ridotto ai
cenci e agli stenti per dover venire da te a domandar consiglio
sulla salute del mio spirito. Il vino è il latte dei vecchi. Non so
se lo ha detto Cicerone o il vescovo di Mondoñedo. Ma una
cosa la so per certa, ed è che, tanto nel bicchiere mezzo pieno,
quanto in quello mezzo vuoto, l'eno ha sempre il medesimo
sapore: buono se il vino è tale, cattivo se si tratta invece di un
acquerello di ciofeca. [Fa nuovamente il gesto di bere.]
AGATTONE - Maestro caro, se berrai un solo sorso da quel
nappo, correrai il rischio di dormire a lungo. E il tuo sarà un
sonno simile, per qualità, ad una morte lenta.
LORENZOCRATE - E chi ha fretta? [Accosta le labbra alla
coppa.]
AGATTONE - E va bene! Così sia. Allora berrò anch'io,
prima dal mio e poi dal tuo stesso calice. Così la faremo finita
una volta per sempre.
LORENZOCRATE - Oh, no! Questo mai! Meglio dormire
con a fianco un cannibale sobrio che con un Gatto ubriaco.
Non se ne parla neppure. Facciamo così. Porgimi anche il tuo
bicchiere. Tu sei ancora troppo giovane per inebriarti di
nettare, infatti calpesteresti il sacro suolo di Zagreo senza
neanche toglierti i calzari.
[Agattone porge a Lorenzocrate il proprio calice. Mentre
l'Arconte beve da quella del poeta, Agattone si appropria
della coppa avvelenata del maestro; quindi, non visto, la
nasconde nella sacca di Barbadora, che in tal modo
comprende di essere stata scoperta.]
37
AGATTONE
Gnoccata
IL MITO DI ATAMANTE
[Agattone, preso atto dell'ignobile tentativo di Tristociano e le
sue neglette accolite di avvelenare il maestro Lorenzocrate,
vorrebbe svergognare pubblicamente quei tre scagnozzi. Ma
per non turbare la serenità del convito, il poeta si limita
nell'azione e preferisce rimodulare la propria vendetta
trasponendola in senso metaforico. Con il racconto del mito di
Atamante, Agattone rivela di fatto lo squallido ordito, ma
senza accusare alcuno pubblicamente. Vale la pena spendere
due parole sul personaggio di Atamante qui in uso. Questi non
è il medesimo che compare nel XXX Canto dell'Inferno di
Dante, che è poi tratto dalle Metamorfosi di Ovidio, ma è
invece un suo contraltare estratto dai profondi recessi
dell'antico mito. Se il primo è un re folle che provoca la morte
della propria moglie Ino e dei figli Learco e Melicerta,
poiché, avvolto dalle tenebre della follia, ravvisa in essi la
ferocia di una leonessa coi due leoncini, l'Atamante evocato
da Agattone è invece un re filosofo, un poeta savio, benché
impotente di fronte agli dei ed alle credenze provenienti dal
mito, ma che però, a differenza dell'Atamante ovidiano, si
riscatterà proprio grazie alla propria umana coerenza e per
l'entusiastica e benigna fiducia che egli ripone nel miracoloso.
Tristociano, Glaucona e Barbadora, dopo quel racconto, non
potranno nascondere la loro vergogna, mentre Diotima
Forciade, colta l'analogia di proporzione contenuta nel
racconto del poeta, farà un cenno di complice approvazione in
direzione di quest'ultimo.]
AGATTONE - Allora salderò io il debito con la Forma. E lo
farò con un racconto. Vi narrerò il mito di Atamante e
Penfredo e del modo in cui quest'ultima salvò le messi e tutti
gli abitanti della Colchide da una terribile siccità. C'era un
tempo in cui si pensava che Zeus Lafistio fosse rimasto troppo
a lungo ignorato dai propri mortali sudditi, tanto che il dio
ormai minacciava di siccità e d'ira funesta tutta quanta la
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AGATTONE
Gnoccata
Colchide. Fu così che dalla città di Alos, il valoroso re
Atamante decise di mettersi in viaggio alla ricerca di un uomo
ancora puro da immolare sull'altare di Zeus. Atamante
peregrinò lungo tutta la Colchide, ma invano. Tornato ad Alos,
si rinchiuse nello scoramento, poiché la siccità aveva ormai
colpito duramente quella regione e il dio si diceva fosse
fortemente adirato, senza rimedio alcuno, con tutta la
popolazione. La disperazione di Atamante si mutò in rabbia e
infervorato dalla foga dell'impeto acceso urlò: «Basta! Non
posso più tollerare che sulla mia terra regni morte e rovina. Ho
vagato per l'intera Colchide senza poter trovare un solo uomo
giusto che con la sua intatta virtù sapesse placare le ire del dio.
Ora giuro a me stesso che sull'altare eretto a Zeus Lafistio
immolerò il primo essere vivente che varcherà la mia soglia.»
Il fratello di Atamante, Frisso varcò quella soglia e il dolore
più nero s'impadronì dell'anima del nobile monarca. Mentre si
svolgevano i preparativi di quell'olocausto, Atamante ebbe una
visione. Gli apparve in sogno Penfredo, una delle tre Graie,
che gli disse: «Valoroso e nobile Atamante, re della Colchide,
tu sei vittima di un indegno raggiro. Il dio non è affatto
adirato, né con te, né con la tua gente. In verità è accaduto che
un terribile veleno è stato inoculato tra le bionde messi e gli
stessi che hanno attossicato la tua terra ti hanno poi suggerito
con l'inganno di sacrificare tuo fratello Frisso sull'altare del
nulla. Lo hanno fatto soltanto perché sono invidiosi di te e
della fertilità della tua terra. Ma non temere, non giungerà
l'alba di domani che quegli infami saranno ricacciati
nell'Averno e tu riavrai il tuo regno e tuo fratello salvi.» E così
fu. Come la Graia predisse, il giorno seguente si venne a
sapere che la diga d'irrigazione era stata avvelenata e subito
dopo, dal mare, giunse notizia che il re avversario di Beozia
era stato rapito da un lampo ed il suo palazzo raso al suolo.
Frisso fu liberato e Atamante riebbe il suo fertile regno.
[Rivolto a Barbadora e Glaucona] Tutto sembrava tornato
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AGATTONE
Gnoccata
nella norma, ma per non correre altri rischi, Atamante
sacrificò due vecchie galline sull'altare di Apollo Timbreo.
[Barbadora e Glaucona, sopraffatte dal rossore, si
nascondono il volto con una mano. Diotima Forciade
annuisce con aria complice negli occhi di Agattone, il quale,
raccolto quello sguardo amico, riprende soddisfatto il proprio
posto al tavolo. Tristociano prenderà poi la parola per
descrivere la natura delle pietanze servite. Ma quel suo
becero tentativo evasivo gli servirà soltanto per allontanare la
discussione dall'astuto racconto di Agattone. Il bòrreo piano
per screditare il poeta agli occhi dei convitati è miseramente
fallito. Ora, quei tre miserabili, potranno soltanto attendere in
silenzio l'anatema di Diotima, che al termine del dramma li
consegnerà nella forra dell'Averno.]
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AGATTONE
Gnoccata
INTERLUDIO DRAMMATURGICO
NOTIZIA QUARTA
Tristociano, per tentare di allontanare da sé lo scorno dei
propri falliti orditi, prende la parola e si cimenta nella
descrizione delle pietanze servite. Ma in questo suo tentativo è
osteggiato dapprima ad opera di Lorenzocrate che ne
ridicolizza i contenuti ridimensionandone argutamente lo
slancio, poi da Fortesimmaco che, incatenato l'incauto
interlocutore a mezzo della proverbiale quanto temibile stretta
di mano, costringe Tristociano ad ammettere una pacchiana
serie di errori alimentari, convincendolo infine, da bilioso e
carneo che era, a diventare un mite vegetariano.
TRISTOCIANO DECANTA LA QUALITÀ DEI CIBI DELLA MENSA
TRISTOCIANO - Oh, ecco che finalmente la nostra brava
locandiera ci ha serviti tutti a dovere. E lo ha fatto
ammannendo il desco con grandi portate del nostrano gnocco,
le tigelle medagliate e l'affettato di porco. Con questo menù
popolare io ci vado proprio a nozze. Per me il nuovo giorno
non comincia senza aver degnamente inzuppato nel lardo fuso
un pezzo di gnocco avanzato la sera prima, e non mi corico la
sera senza aver spalmato di cicciolo l'ultima tigella e averla
poi farcita ancora con un etto di mortadella, quattro fette di
coppa di testa e ad altre quattro di salame all'aglio, o di felino
a lardini piccoli. Che dire poi di questo rubicondo prosciutto?
Fedele compagno di merende. Non passa giorno senza che io
ne affetti otto etti prima di recarmi sul palcoscenico. Queste
lamelle di suino me le infilo spesso in tasca e le consumo
strada facendo come fossero un goloso snack, alla faccia di
coloro che sostengono che la carne cruda salata non si
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AGATTONE
Gnoccata
conserva bene fuori dal frigorifero. Ma l'utilità di codesti cibi
non si ferma certamente qui. Quando recito in compagine ad
attori che mi superano in statura - e, credetemi, ciò accade
spesso - mi servo di questi alimenti per accrescere il mio
garrese: piglio una tigella, la farcisco di lardo e salume, quindi
la colloco tra il calcagno e la calzatura, et voilà, mi par d'esser
Raul Bova. Poi mi diverto, danzo, corro, mimo e cammino e,
quando faccio ritorno alla mia dimora, levo le calzature,
estraggo dalla pianta del piede quel prelibato cibo ancor caldo,
viepiù arricchito del formaggio stipato sul fondo della scarpa,
e con esso archivio in men che non si dica lo spuntino di
mezzanotte. Una vera delizia, credete e provate anche voi.
Ma io parlo mentre mangio e voi ancora non conoscete
l'origine di questa nobile vivanda. Ebbene, l'invenzione delle
tigelle si perde nella notte dei tempi e pare risalga addirittura
all'uomo delle caverne, che faceva arroventare delle formine di
argilla sulle quali poneva, tra due foglie di castagno, uno strato
di sostanza simile alla nostra attuale pasta. Il nome trae origine
dai dischi di terra refrattaria, i tigelli, sui quali si cuocevano
appunto queste piccole focacce, posandole tra foglie di
castagno e mettendo poi le piastre sulle braci del camino.
Oggi, che siamo molto meno romantici di un tempo, usiamo
un apposito stampo in ghisa con le piastrine decorate.
Quell'antico detto popolare valido per le mani della sposa
virtuosa, vige anche per le tigelle: con più esse sono piccole
tanto più son buone. Sono una roba da nababbi calde e farcite
con sopra una delicata crema di formaggio e tante lamelle di
tartufo bianco dentro. Se non è stagione, si possono sempre
servire come è stato fatto qui, con salumi artigianali e robusti
formaggi. Ancora calde bollenti si farciscono con il
caratteristico pesto di lardo, aglio e rosmarino e si spolverano
con un'abbondante nevicata di parmigiano, o ancora, si
intingono nella cacciatora al posto del pane. Il prosciutto
crudo si evidenzia al taglio per il colore rosso vivo e per il
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AGATTONE
Gnoccata
carneo aroma gradevole, dalla tipica sapidità. Per la
preparazione del prelibato prosciutto si utilizzano solo cosce
di animale della pregiata razza large white, allevato in centri
altamente selezionati. Le fasi di lavorazione artigianale si
svolgono in strutture d'avanguardia e il sistema di
alimentazione dei suini viene sottoposto a rigorosi controlli
per evitare cattivi sapori ed eccessivi apporti di grasso. Il
prosciutto, infine, viene destinato alla stagionatura in zone
collinari, che attenti studi climatici hanno indicato come le
zone più idonee per i prosciutti crudi...
LORENZOCRATE - Improvvisato anfitrione, mi vorrete
scusare se vi interrompo così bruscamente, ma dai vostri
discorsi, degni per intensità degli Idyllia di Ausonio, mi par di
capire che la tigella montanara fu l'ordinario alimento
dell'uomo delle caverne. E' forse il cibo del cavernicolo questo
che mi ha occluso così tenacemente la gola? Ora comprendo
bene perché in questa terra dei pàmpini siete grandi
consumatori di vino mosso. Benché oggi tanta sete non è più
necessaria, è infatti sufficiente praticare un risolvente
gargarismo a mezzo dell'effervescenza dell'idraulico liquido.
TRISTOCIANO - Del vino non avevo ancora fatto cenno...
LORENZOCRATE - E di grazia non lo farete davvero.
Risparmiateci questo dispetto. Non ne avreste comunque
l'opportunità. Siamo anche noi dotati di vivacissime papille
gustative, nonché inclini a voler scoprire da soli i segreti di
questa gioiosa benché indelicata cucina. E poi, come potervi
dire... la vista ed il gusto non sono adombrati nell'intenditor di
vite.
TRISTOCIANO - Dunque vi intendete di uve?
LORENZOCRATE - Non tanto nelle uve mi disciplino,
quanto del prodotto di esse. Ma se il tralcio avesse il
medesimo riguardo per l'uva che voi avete avuto con noi
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AGATTONE
Gnoccata
obbligandoci a questo vostro prolisso ed inaspettato encomio
culinario, non invidierei di certo i vendemmiatori che, come
fanno i cercatori di trufola, sarebbero costretti a raccogliere gli
acini dal verdeggiante suolo e vederseli uno ad uno aggrediti
dai famelici insetti della terra.
TRISTOCIANO - [Mentendo a se stesso.] Volevo soltanto far
l'alfiere delle libagioni.
LORENZOCRATE - E allora ascoltate senza indugio il mio
consiglio, signor alfiere: mettetevi da solo in scacco in quinta
di cavallo se volete evitare che un vero principe, più alieno di
me ai compromessi, vi rovesci addosso il mondo come fosse
una scacchiera.
FORTESIMMACO - [Rivolto a Lorenzocrate.] Ho ascoltato
tutto, Arconte carissimo. Non mi sono perduto nulla dei vostri
discorsi.
LORENZOCRATE - Non ne dubitavo affatto, onorato
principe. [Rivolto a Tristociano.] E voi, avete visto, alfiere
Tristociano? Soltanto a nominarne il titolo quel savio
scandinavo sùbito si inalbera. E ora chi me lo ammansisce? La
brace del suo greppio è costantemente alimentata. M'auguro
per davvero che non l'abbia sù con voi.
FORTESIMMACO - Invece avrei proprio piacere di
conoscere meglio questo nostro comune ospite, caro
Lorenzocrate. Volete presentarmelo? Con chi ho il piacere?
LORENZOCRATE - Uh! Serviti da solo, titolato principe
iperboreo. L'attuale democrazia sta orientando gli sforzi verso
un sano regime di promiscuità. Ognuno ormai acchiappa da sé
e per sé ogni cosa a proprio mutuo piacimento e a self-service.
Il mondo d'oggi è l'apoteosi del buffet francese.
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AGATTONE
Gnoccata
PRIMA "STRETTA DI MANO" TRA FORTESIMMACO E TRISTOCIANO
[Fortesimmaco si alza dal posto, si dirige verso Tristociano e
gli tende la mano destra. Tristociano risponde prontamente a
quell'invito e a sua volta porge ignaro la propria mano al
principe. Ha inizio l'inesorabile morsa...]
FORTESIMMACO - E' un piacere! E' un vero piacere
conoscere un così valente intenditore dei nostrani cibi. Siete
un vorace consumatore di carne terrestre e marina, vero? Ve lo
leggo in volto.
TRISTOCIANO - Non vi sbagliate, signore. Soprattutto
terrestre e rossa. Come ho detto poc'anzi, non saprei rinunciare
ad una fetta di salame neppure nell'ora del caffelatte.
FORTESIMMACO - Lo credo. Ma avete idea della natura
degli eruttanti bozzi che vi deturpano così tristemente le
guance e gli avambracci?
TRISTOCIANO - Siete medico, signore?
FORTESIMMACO - Fate conto di sì. E allora? Che mi
rispondete?
TRISTOCIANO - Non ho la più pallida idea della natura di
questi foruncoli. Mi procurano invero grande affanno e a volte
mi turbano perfino la qualità del sonno.
FORTESIMMACO - [Continua a stringere con forza la mano
a Tristociano] Lo credo bene. Ammesso ma non concesso che
voi possiate mai riposare bene, risulta palese dal vostro aspetto
esteriore che la qualità dei vostri sdilombati sonni venga ad
essere alquanto diminuita dalle incaute mescolanze di cibo a
cui vi sottoponete. Date retta, smettete di ingozzarvi di
proteine animali e carboidrati fitati assunti insieme e vedrete
che ne trarrete grande giovamento.
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AGATTONE
Gnoccata
TRISTOCIANO - Non corro rischio alcuno di restar convinto
da ciò che dite, signore. La mia ignoranza in questa dottrina è
di fatto abissale. Ma perché continuate ad assediarmi il volto
con quel vostro ipnotico sguardo? [Fortesimmaco stringe...]
Ahio! Ma soprattutto, stendete questa vostra mano, state
invero stritolando le mie dita come è luogo che si faccia con
una partita d'olive verdi passate sotto la macina. Ahi, e ancora
ahi!!
FORTESIMMACO - Qui sta il busillis, carneo amico. Non
lascerò la presa fino a quando non pronuncerete un solenne
giuramento. Prima d'allora insisterò a far pressione sul vostro
carpo fintantoché ravviserò nella tensione di questa nostra
comune impugnatura l'uscita di gocce d'olio di prima
spremitura. Invero, il grasso che vi contiene, amico mio, non
dovrebbe rendere affatto ardua l'impresa che mi propongo,
perciò non dovrete attendere troppo... [Stringe...]
TRISTOCIANO - Quale giuramento, se mi è lecito? Ahi, ahi!
Ora il carpo mi duole con insopportabile intensità, lasciatemi!
Ve ne prego!
FORTESIMMACO - Non ho ancora impegnato metà dello
sforzo, sfortunato amico. Volete vivere a lungo? Smettete il
carnivoro regime e passate ai lessi e all'erba.
TRISTOCIANO - Temo più la vostra tenace stretta che la
morte stessa. Come l'avventore che con il rasoio alla gola si
lascia convincere dal barbiere a farsi estrarre il dente che non
duole, allo stesso modo anche voi avete convinto me della
bontà dei vostri consigli. Pertanto, pur essendo connivente con
l'insipienza della dottrina che difendete, come pegno di questa
nostra avvenuta intesa vi accontenterò sùbito e mi farò servire
un austero pinzimonio.
FORTESIMMACO - Ne sono lieto. Prendo atto che nel vostro
fondo siete un ragionevole galantuomo. Ma quando poi quel
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AGATTONE
Gnoccata
pinzimonio verranno a servirvelo, non sentirete il bisogno di
cantarci le lodi di sedani e finocchi, dico bene? [Intensifica la
stretta...]
TRISTOCIANO - No davvero, signore. Ahio! Ahiooo!!
FORTESIMMACO - [Lascia la presa.] Questo è tutto, o
convertibile amico. Se farete tesoro dei miei consigli vedrete
che quei vostri fastidiosi bugni vi lasceranno presto e col
tempo, una volta che in voi si sarà ristabilito il corretto
rapporto glutationico, riacquisterete l'aspetto di un cherubino.
[Tristociano, esausto e dolorante, riprende sommessamente
posto vicino a Barbadora e Glaucona. Anche Fortesimmaco
ritorna al proprio seggio.]
LORENZOCRATE - Encomiabile diagnosi, principe eclettico.
Però si dice che ciò che non uccide, ingrassa. Perché allora,
nobile esarca, hai dedicato tanta premura alle anomale
abitudini alimentari di questo nostro ospite?
FORTESIMMACO - [Mostra con fierezza la mano destra.]
Perdonami, Arconte, ma è stato più "forte" di me.
[Ha inizio il valzer delle portate. Ognuno si disperde nel
dionisiaco rito delle libagioni. Nella sala risuona il tintinnìo
delle posate, frammisto al brusìo di fugaci commenti. Ma dal
dominio incontrastato del rumore di fondo prodotto dai
commensali, emerge il brillante parlottio di Eulaliade,
Menefedro ed Aristangel. Le tre dame si stanno scambiando
salaci opinioni sulle letture preferite dei rispettivi consorti.]
EULALIADE, MENEFEDRO ED ARISTANGEL SULL'ARTE DI PARLAR
DEI PROPRI MARITI CENANDO
EULALIADE - Ma no, ti dico! Non mi riesce proprio di
convincerlo del contrario. Lui insiste, nonostante sia stato
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AGATTONE
Gnoccata
richiamato ormai una dozzina di volte. Fa orecchie da
mercante, come sempre.
MENEFEDRO - Ma come? Non è possibile. Ci deve pur
essere un modo. Ad esempio, io con mio marito problemi di
questo tipo non li ho davvero. Appena m'accorgo che indulge
in simili letture, prendo sù e cestino tutto. Naturalmente agisco
mentre lui è al lavoro, altrimenti sai tu che musica se dovesse
vedermi? Ihhh... Pìgliate 'a bbona. Non lo avete mai visto
preso dalle frappole di cacasinno. Invece, buttando via tutto
mentre è fuori casa, quando ritorna, va a meraviglia, perché
non ricorda assolutamente nulla di ciò che stava leggendo,
quindi, beato come un bimbetto alla comunione, piglia un
libro qualsiasi dallo scaffale e si mette in pantofole, tranquillo.
EULALIADE - Beh, guarda. Io con mio marito una cosa del
genere non posso neppure osare immaginarla. Pensa che la
mattina, prima di uscire, si stacca un capello, ne ha così
tanti..., lo appoggia a mo' di freccia segnalibro esattamente
sopra il carattere a stampa su cui si è fermato di leggere la sera
prima, poi richiude il volume, si stacca un secondo capello e lo
avvolge tra la costola del libro e l'orologio sveglia, così, se
anche mi azzardassi a voler vedere l'ora, sarei fregata. Non
contento, prima di uscire va verso il telefono, si stacca un
terzo crine e lo avvolge tra il corpo del ricevitore e la cornetta.
Infine, dopo aver chiuso dietro di sé la porta d'ingresso, si
stacca un quarto capello e lo avvolge tra i pomi delle maniglie.
Ma insomma, capisci? Mi rinserra ogni via di fuga come fossi
una mosca nella tela di un ragno!!!
MENEFEDRO - Oh! San Genna'. Ma di questo passo resterà
calvo...
EULALIADE - Ha! Illusa. E' impossibile. Da principio lo
speravo fortemente anch'io. Poi ho scoperto che usa una
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AGATTONE
Gnoccata
pozione di sua invenzione che farebbe ricrescere i peli ad una
cinghia di cuoio.
MENEFEDRO - Devi sottrargli quella fiala e poi ricattarlo.
EULALIADE - Cosa??? Tu non conosci mio marito. Prima di
tutto, il luogo dov'è nascosta quella porcheria lo conosce
soltanto lui e il demone che se lo porta. E poi mi ha confessato
che, se anche dovessi scovarne il nascondiglio, impiegherebbe
esattamente due minuti a confezionare una seconda fiala. E sai
perché? Beh, semplicemente perché quell'intruglio è un
composto di comunissimi ingredienti presenti in ogni cucina:
dall'aglio al basilico, dal sale al lievito per la pizza, dai chiodi
di garofano alla cipolla; ma la cui formula di distilleria è nota
soltanto a lui e nessun altro. Insomma, mio marito non
vedrebbe l'ora che io lo ricattassi con quella misteriosa
ampolla in mano, perché così mi potrebbe poi umiliare
fabbricando una nuova dose con le mie povere risorse di
cucina. Sai tu che strazio sarebbe? Per la disperazione
diventerei calva io!
ARISTANGEL - Vogliate scusarmi entrambe, ma quale
sarebbe questa lettura proibita di Lorenzocrate?
EULALIADE - Ha! Bambina mia. Se lo domandi, allora hai
un marito che riga dritto come un'anatra sull'acqua specchiata
di uno stagno di Danimarca.
MENEFEDRO - Eulaliade ha ragione, mia cara. Se non lo sai
significa che tuo marito è uno babà.
ARISTANGEL - Sarà come dite. Ma ci terrei comunque a
sapere di cosa si tratta. Voi mi capite... tanto per mettere le
mani avanti. E poi non fatevi illusioni. Anch'io ho le mie belle
magagne. Raccolgo la tua ornitologica metafora, Eulaliade,
ma, per onor di cronaca, vorrei precisare che mio marito in
realtà è un'anatra zoppa.
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AGATTONE
Gnoccata
EULALIADE - E va bene. Mi hai incuriosita oltre ogni dire.
Ma prima salderò il mio debito con te. Tu pensa, bambina
cara, che quella "lettura proibita", come tu stessa la chiami,
altro non è che la biografia a fascicoli mensili di Marco Masini
su carta riciclata, con allegata musicassetta in stereosette.
ARISTANGEL - Per le piogge di Venere!
MENEFEDRO - Ciro invece mi porta sempre a casa il
volantino standard dei testimoni di Geova. E non hai idea della
costante meticolosa cura con la quale si mette poi a
compulsarlo a letto. Come se non bastasse, ogni due o tre frasi
di quel foglietto stampato, si aggiusta sul naso gli occhiali, mi
guarda distrattamente e poi dice sempre la stessa cosa:
«Questo lo sostiene pure il vecchio André.»
ARISTANGEL - Beh?! Tutto qui? Allora consideratevi
fortunate.
EULALIA - Perbacco! Bimba mia, hai forse bevuto? Ma che
dici?
MENEFEDRO - Eulaliade ha ragione. Ci stai a piglia' p'e
pacche, mia cara?
ARISTANGEL - Non oserei mai. E ripeto nuovamente che
potete considerarvi fortunate. Pensate che mio marito
Agattone apre la settimana enigmistica soltanto per leggere le
vignette del tenero Giacomo. E non smette mai un attimo! Ma
lo strazio più atroce si consuma quando porta con sé quel
giornaletto perfino sotto la doccia. Naturalmente si infradicia
tutto e se non glielo ricompro subito si mette a strillare come
un bambino.
[Rinchiusesi in religioso silenzio, le tre dame si alzano dal
desco e si dirigono all'esterno della locanda per fare una
passeggiata. Exeunt.]
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AGATTONE
Gnoccata
ATTO II
NOTIZIA QUINTA
Le libagioni sono terminate. I convitati si scambiano cordiali
battute e mutue opinioni tra un sorso e l'altro di vino.
Rigenerato dai salutari effetti del pinzimonio Tristociano non
si dà per vinto ed approfitta della buona disposizione di tutti
per intavolare un malagevole dibattito astrologico. Ma ancora
una volta, quel giostraio della Secchia non ha idea dei guai a
cui sta per andare incontro. Il suo incauto intervento, assai
scarso e fumoso tanto nei contenuti quanto nell'uso dei mezzi
critici, provocherà prima su tutte la reazione di
Fortesimmaco, che costringerà il povero sileno ad una nuova
e devastante "stretta di mano". Quindi, colpito nel vivo,
toccherà a Ciro Pausania obiettare brevemente alle truci
considerazioni del Pigna. Sarà poi la volta di Lorenzocrate, il
quale, riassumendo i precedenti interventi, prenderà lo spunto
per portare in cattedra la propria personale opinione
sull'arte. Nel frattempo, la locandiera recherà in tavola il
conto della Gnoccata. Tristociano si offrirà per fare le
opportune divisioni, onde stabilire l'importo da distribuire su
ciascun convitato, ma sbaglierà marchianamente i propri
calcoli. Lorenzocrate approfitterà di quell'equivoco contabile
per suscitare la questione relativa alla fine del millennio.
Spetterà infine ad Agattone conchiudere il giro degli
interventi lasciandosi andare ad alcune personali
considerazioni sulla natura umana. Durante questa sua
requisitoria, degna degli sfoghi di Sallustio Crispo, il poeta
finirà col tessere un sottile filo di polemica con le più aspre
manifestazioni della cultura contemporanea, soffermandosi
sui modi spregiudicati con cui i suoi esponenti concorrono a
manipolarla. Lorenzocrate riprenderà ancora la parola
precisando che i metodi della moderna indagine scientifica
51
AGATTONE
Gnoccata
sono oggettivamente coerenti, soprattutto quando essi vanno a
scontrarsi con il proprio limite. Per dimostrare questo assunto
Lorenzocrate si servirà di un esempio: il gatto di
Schoroedinger, con cui evidenzierà l'inadeguatezza degli
attuali mezzi cognitivi volti alla dimostrazione dell'esistenza
del decimo pianeta. Agattone si troverà d'accordo con le
conclusioni del maestro, senonché ravviserà in quelle dotte
esternazioni alcuni punti che non risultano chiari se si vuole
ancora riconoscere all'astrologia un qualsiasi valore che
possa considerarsi tale. Per esorcizzare la fissità di questo
stallo drammaturgico, Agattone simulerà di venir aggredito
per la strada da un brigante, che, nel buio del vicolo, gli
punterebbe un coltello alla gola e lo esorterebbe a rinnegare
in toto l'astrologia. Colto di sorpresa da un simile frangente,
il poeta spiega che non si farebbe pregare due volte e
rivelerebbe al brigante tutto ciò che questi vorrebbe sentirsi
dire allo scopo di ottenere in cambio di avere salva la vita.
Mentre Agattone sta ancora palinodiando se stesso, uno
sconosciuto presente in sala riconosce il poeta e vorrebbe da
lui un autografo sulla copia di un poema composto in passato,
l'elogio di un antico maestro. Quel vivace intermezzo servirà
poi ad Agattone per tentare di stimolare l'intervento di
Diotima Forciade. Per suscitare l'intervento della piZia,
Agattone si lascerà perfino andare ad un tentativo di
rifondare il paradigma dei transiti di Giove. Senonché, dopo
un primo invito a parlare, la piZia si rifiuterà seccamente.
Soltanto dopo l'"accorata" esortazione di Lorenzocrate, ma
soprattutto dopo le irresistibili "lusinghe omeriche" di
Agattone nel terzo atto, Diotima Forciade si deciderà a
prendere la parola e ciò che dirà avrà immediate
ripercussioni.
52
AGATTONE
Gnoccata
TRISTOCIANO INAUGURA LA DISCUSSIONE SULLA PROFEZIONE
ASTROLOGICA
TRISTOCIANO - La cena è stata per me alquanto grama nella
sostanza. Il pinzimonio prescrittomi dal medico Fortesimmaco
non mi ha neppure stimolato la sete. Sorpreso da tanto sobrio
digiuno il mio pensiero si è ritratto offeso dalla vista di questi
priapi fastigi e mentre voi mangiavate di gusto io ho pensato
non poco alla nostra comune arte. E così, cogitando ed
elucubrando, sono approdato al vertice di talune questioni, e se
nessuno tra voi ha niente in contrario, metto in conto di
informarvene ora. [Nessuno fiata.] Nella mia indagine sono
partito da quella che io ritengo la roccaforte dell'astrologia,
ovvero, quella branca dell'arte di cui nutro massima stima e
devozione: l'esoterica. Ebbene, io sono del tutto convinto che
essa produca effetti di gran lunga più appariscenti rispetto a
quella giudiziaria. E' risaputo che la domificazione dei nodi
lunari sul tema fornisce utili informazioni sulle nostre vite
precedenti e sulla situazione karmica del consultante. Sospinto
dalle pindariche ali del mio pensiero azzardo perfino a dire
che questi punti del tema dovrebbero venir presi in grande
considerazione anche valutando una rivoluzione solare mirata.
E a proposito di quest'ultima non nutro affatto il timore che
alcuni invece alimentano quando, per il soggiorno mirato,
assegnano timidamente una sola destinazione. Per conto mio
sarebbe assai più opportuno abbondare sulla quantità dei
luoghi, proponendo due, tre, dieci o ancor più destinazioni. In
questo modo il consultante potrebbe scegliere soltanto uno tra
essi, oppure due, o ancor meglio farsi la spola fra tutti,
impegnando quindi bene il proprio tempo e il proprio denaro.
FORTESIMMACO - Amico mio, questa vostra riflessione
rischia di avvilirci la digestione dei truculenti cibi a cui
abbiam fatto festa alla faccia vostra. Non avete proprio altro di
cui parlarci? Ad esempio, il salto con l'asta, il saltacorda o la
corsa al trotto? Intratteneteci ad esempio sull'arte di glassare le
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AGATTONE
Gnoccata
castagne, sareste invero molto più sintonizzato con la frutta di
stagione, i cui sapori ci lasciano ancora indecisi sulla scelta.
Perché, in verità, amico mio, penso proprio che voi siate già
arrivato alla frutta, non è forse vero?
TRISTOCIANO - I miei discorsi non vi compiacciono,
signore? Eppure ho parlato con cognizione di causa pavesando
incontrovertibili argomentazioni, mi pare anche. Potete fare
altrettanto voi o sapete soltanto stritolare le malcapitate
membra del vostro prossimo?
FORTESIMMACO - Amico mio, per la fortuna di tutti, ed
anche vostra, esiste un procedimento logico che va sotto il
nome di petitio principii, in virtù del quale si assumono come
premesse proposizioni equivalenti alla conclusione, anche
qualora essa fosse tutta da dimostrare. Nella petizione di
principio, le premesse sono più forti della conclusione stessa e
la contengono. Nel vostro caso, l'errore è avvenuto nel
momento stesso in cui avete intavolato il vostro discorso
accettando come vere premesse delegittimate, ed ora, murato
dietro ad un incapricciato rancore, vi rifiutate perfino di
fornire le dovute umili spiegazioni che la questione testé
sollevata richiederebbe e le cui premesse, lo ripeto, sono
ancora tutte da dimostrare.
TRISTOCIANO - Intendete forse oscurare il valore delle mie
affermazioni e di tutta l'astrologia esoterica? Se fosse così
ditelo pure chiaramente. Io sono soltanto un artista che calca
con furore il legno del palcoscenico, non un dottore; benché
nella vita penso d'aver sufficiente mestiere tale da ritenere che
il vostro discorso non risulterebbe chiaro neppure se giungesse
integro alle cavillose orecchie di un notaio.
54
AGATTONE
Gnoccata
NUOVA "STRETTA DI MANO" TRA FORTESIMMACO E
TRISTOCIANO
[Fortesimmaco ne ha avuto abbastanza. Indispettito da tanta
arroganza, si alza dal posto e dirige il passo verso Tristociano
invitandolo a porgergli nuovamente la mano destra.]
FORTESIMMACO - Porgete il carpo, amico mio. Intendo
congratularmi di nuovo con voi.
TRISTOCIANO - Fossi matto! Non attacca più con me,
signore.
FORTESIMMACO - Ma avete dalla vostra la commiserazione
che si riserva agli sconfitti, pertanto, vi giuro che con voi sarò
clemente e stringerò soltanto un pochino, quel tanto che basta.
Parola di galantuomo.
TRISTOCIANO - Per il flauto di Pan! Una lepre che ha
assaggiato il vile meccanismo della molla collegata alla
trappola, e per sua fortuna è riuscita a sfuggirvi, non torna a
constatare da vicino se quell'ordigno ha fatto la ruggine. Se ha
in cuore di vivere a lungo quel furetto ne resterà comunque
lontano e sceglierà con maggior cura i luoghi ove dar sfogo ai
suoi balzi.
FORTESIMMACO - Non potete negare che da parte nostra i
buoni avvertimenti sull'ubicazione delle trappole, che voi
stesso avete disseminato, non vi sian giunti. Prendetene atto e
qua la mano.
TRISTOCIANO - Valutereste la commutazione di questa...
"impegnativa" con un amichevole brindisi alla salute della
nostra comune arte?
FORTESIMMACO - Non prima d'avervi fatto giurare un'altra
volta, amico mio. Ed io sono un tipo che non transige sulla
sacralità delle tradizioni. Riterrò valido il nostro voto soltanto
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AGATTONE
Gnoccata
nel momento in cui esso sarà opportunamente siglato dalla
mutua impugnatura tra galantuomini. Offritemi la destra, ora
ve lo intimo!
TRISTOCIANO - E così sia. Che altro potrei ancora rimetterci
se non una mano di meno per grattarmi ed un'occasione di più
di passare per probo? Però non dimenticate che mi avete dato
la vostra parola. [Porge la destra. Inizia la stretta...] State già
stringendo come l'artiglio del grifagno, signore. Dite qualcosa
prima che mi convinca che avete mentito.
FORTESIMMACO - Ditemi, amico mio, credete voi in Dio o
in qualche altra incombenza soprannaturale votata a fortificare
la virtù dello spirito?
TRISTOCIANO - Nossignore, non mi occupo di poesia.
Benché ritengo d'averne dote e potrei scrivere a riguardo
logorroiche teomanie.
FORTESIMMACO - Avete mai conosciuto qualcuno che sia
ritornato dal mondo dei morti?
TRISTOCIANO - In tutta verità, non mi risulta, signore.
Benché la prima volta che mi brancaste questa stessa mano
ebbi la sensazione che la porta dell'Ade fosse più affollata
della banca centrale. Io stesso sarei pronto a giurare d'essermi
fatto un giretto laggiù, tra le anime cotte e dannate, ma non
appena avete mollato la presa ho fatto sgrommato ritorno tra i
vivi più velocemente d'una volpe ignea sfiatata inseguita da
una muta di amenti.
FORTESIMMACO - Pertanto, non avete mai avuto contatti
con il mondo dei morti.
TRISTOCIANO - Decisamente no, signore. Anzi, l'unico
morto autenticamente certificato di cui posso darvi nota è quel
pendulo che mi abita in mezzo alle gambe; benché anche per
esso non avrei comunque modo di fornirvi sensata certezza;
56
AGATTONE
Gnoccata
infatti, la mia splenomegalia addominale me ne ostacola
oltremodo la visione.
FORTESIMMACO - E da quale sensata esperienza vi giunge
allora la certezza che questo vostro "nodo lunare" possa avere
attinenza con le nostre... vite precedenti?
TRISTOCIANO - Ma che domanda, signor mio. Lo dicono i
libri, vecchi e nuovi. Ed è argomento suffragato da alcuni
sensitivi, i quali sostengono d'intrattenere continuo commercio
con spettri e diafane ombre in merito a queste stesse cose...
[Fortesimmaco stringe...] Ahio! Ma perché premete tanto?
Che ho detto di male?
FORTESIMMACO - Dunque non lo sapete. Potete quindi
osservare da voi stesso che siete caduto nell'errore logico della
petitio principii. Ma nel vostro caso ho ragione di ritenere che
l'effrazione sia anche più grave. La vostra situazione è
assimilabile alla contraddizione preformativa, ed è la
maledizione che si trascinano appresso tutti i rinnegatori della
verità. Ne volete un esempio? V'accontento sùbito. Noi viventi
non siamo del tutto certi che non sia possibile ritornare dal
mondo dei defunti, ed è questo un assunto. Fino ad oggi siamo
però del tutto certi che nessuno ha mai fatto ritorno da laggiù,
ed è questa una verità. Sostenendo che il significato esoterico
di quel vostro punto fittizio possa trarre origine da leggendarie
pergamene sgualcite provenienti dal nostro passato più
remoto, o peggio, dal soprannaturale, significa negare
l'evidenza delle premesse testé evocate. Pertanto, siete voi che
negate la verità. Ed io stringo...
TRISTOCIANO - No! Ahio! Ve ne prego! Avete buona
labbia, ma per converso non siete affatto un buon cristiano.
Tuttavia lo ammetto, mi avete ancora una volta convinto. Non
mi perderò mai più in simili inutili cianciche. Anzi, sapete che
vi dico? Orienterò i miei interessi al giuoco in borsa. Provate
57
AGATTONE
Gnoccata
ad immaginare un'astrologia che, una volta eretto il tema delle
principali borse del mondo, prevedesse con forte anticipo i
movimenti azionari. La fruibilità delle senserie e la pioggia
d'utili sui futures sarebbe alla portata di tutti e ognuno avrebbe
occasione di arricchirsi con poco o punto sforzo.
FORTESIMMACO - Povero amico mio. Ve ne fosse andata
bene almeno una questa sera. Voi dimenticate che io sono il
rispettabilissimo tenutario di Norvegia e nel mio regno rivesto
ad interim anche la carica di economo e assennato contabile.
La vostra frettolosa considerazione non poteva trovare quindi
miglior accoglimento. E quella che segue è la mia ponderata
risposta. Se esistesse un modello, financo astrologico, che mi
dicesse esattamente quanto e soprattutto quando saliranno i
prezzi di certe azioni, quel modello sarebbe immediatamente
falsificato, poiché da quel momento in poi tutte le aspettative
del mercato si aggiusterebbero immediatamente su di esso,
invalidando il modello stesso. Ed io stringo...
TRISTOCIANO - Ahh!!! Uhia!!! Che male tremendo. Non mi
lasciate facoltà alcuna. Ho terminato gli argomenti, ho
svuotato il turcasso. Dovrò quindi dire addio alla motilità delle
mie dita? Esse son grasse ma non eterne. Vi scongiuro.
Pigliatevela con una donna e mandatemi in pace.
CIRO PAUSANIA - Lascialo andare, potente principe. In fede
mia penso proprio che quello scoiattolo mannaro ne abbia
avuto abbastanza.
FORTESIMMACO - [Rivolto a Tristociano] Stringerete con
me questo nuovo patto?
TRISTOCIANO - Se lo farò? Ne comporrò gli stili, lo
torchierò, lo incornicerò e lo appenderò sopra il mio giaciglio
in sostituzione dell'immagine di Glaucona. Statene pur certo.
Che io sia un galantuomo l'avete detto voi, non io. Ma poi, per
i prossimi cent'anni, non mi si domandi di stringere nient'altro;
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AGATTONE
Gnoccata
la mia presa non ha più la benché minima efficacia, neppure
per trattenere i due soldi della paga che non percepisco. Ahi!
Ahio!
FORTESIMMACO - Voi scherzate, ma però avete ragione.
Dopotutto avete onorato con rispetto il nostro primo
giuramento, perciò non ho motivo di temere che possiate
evadere da quest'altro. Allora perfezioniamo questo nuovo
sigillo e lasciate che di certe cose se ne occupi chi è più vasto
di voi, tanto per statura quanto per profondità. «I confini
dell'anima non li potrai mai trovare, per quanto tu percorra le
sue vie; così profondo è il suo logos.» Eraclito di Efeso,
"Della Natura",frammento 45, classificazione Diels-Kranz.
Allora, mi giurate che non vi occuperete mai più di questa
vostra astrologia esoterica degna della più scadente teorica
della smorfia?
TRISTOCIANO - Lo giuro, signore e lo sottoscrivo. Non ho
mai visto né conosciuto cadaveri di ritorno dal regno di Ades.
Non ho mai creduto che i punti draconici potessero
assecondare i fini della metempsicosi, ma, soprattutto, non ho
mai pensato che in una rivoluzione solare mirata fosse
possibile assegnare più di una località di soggiorno. Benché la
curiosità, signore, nonostante l'inquisizione che mi imponente,
mi resta intatta. Siate quindi tollerante anche soltanto per un
aspetto del nostro accordo. Fornitemi voi la spiegazione
secondo cui io dovrei seguire il vostro consiglio piuttosto che
restare fermo come un saltimpalo sulle mie consolidate
convinzioni. Evidentemente voi non comprendete affatto la
grande quantità d'affari che il mio innovativo approccio
consentirebbe di concludere. Immaginate di associarvi ad
un'agenzia di viaggi e pensate ai quattrini che si potrebbero
fare inviando come pacchi a destra e a manca i propri
consultanti, ovviamente dopo aver loro preventivamente
inculcato il suggerimento di rivolgersi per il viaggio ad una
certa agenzia giusto dietro l'angolo...
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AGATTONE
Gnoccata
[Fortesimmaco si prepara a separare dal busto il braccio del
malcapitato, ma viene fermato in tempo dall'accorato appello
del suo maestro.]
CIRO PAUSANIA - Onorato esarca, ferma il tuo forte
braccio! Costui ha senz'altro recepito il giuramento, ma
avendo perduto la sensibilità della propria mano ha perduto
con essa anche la sensazione del dolore. E quel meschino, in
tal modo già liberato dalla pena della tua mortale stretta,
benché ancora tuo prigioniero, ti stuzzica soltanto per
vendicarsi sul piano della labbia. Non conosce infatti la tua
forza ed è del tutto ignaro delle infinite sfumature a cui può
giungere il dolore.
[Fortesimmaco lascia la mano di Tristociano, che fugge via
come un gatto bagnato andando a nascondersi tra Barbadora
e Glaucona.]
FORTESIMMACO - Hai ragione, maestro. Mi son fatto
ancora una volta prendere la mano. Convieni che non è per
niente facile amministrare anche un solo regno, figuriamoci
poi se i sudditi dovessero perfino tornare da quello dei morti.
Trovo infatti già sufficientemente moleste le credenze che
rendono schiavo il mio popolo per dover pensare di assumermi
incarico d'organizzare feste comandate in onore di Simon
Mago. Per il buon cuore dei miei cortigiani ricevo ogni giorno
il cadavere d'un gallo sacrificato agli altari degli ex-voto,
nonostante che, nel vestibulum del mio palazzo e a lettere
d'oro, mi sia premurato d'affiggere le inequivocabili parole
dell'Arouet: «Non siate tanto sciocchi da credere che
grandinerà sul vostro giardino se non avrete danzato la pirrica
o il cordace.».
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AGATTONE
Gnoccata
REPLICA DI CIRO PAUSANIA A TRISTOCIANO
CIRO PAUSANIA - Nobile principe, non t'invischiare anche
tu in simili questioni. Lascia piuttosto che risponda io a
quest'ultima scellerata considerazione del nostro comune
amico. Ebbene, costui sappia che le località nelle quali si
spedisce il consultante a trascorrere la rivoluzione solare
mirata non possono venir assegnate proponendo al proprio
cliente di operare una scelta fra tante destinazioni diverse.
Sarebbe come dire agli abitanti di un pollaio: «prendete i soldi
e andate a comprarvi il mangime che vi pare». Il buon
astrologo, oltre a dover valutare accuratamente la località
migliore per il soggiorno mirato, dovrà dare prova di
consolidata serietà professionale scegliendo un luogo preciso
su di un campione valutato in funzione del tema di rivoluzione
che ha sotto gli occhi. E così facendo soddisferà due necessità
primarie: la prima, che incarna la fierezza disciplinare con cui
l'astrologo sceglie quello che egli pensa possa essere il miglior
suggerimento possibile per il proprio consultante; la seconda,
che consiste nel ravvisare sul consultante stesso la presa di
coscienza che il proprio astrologo non fa il gioco delle tre
carte, sul genere: «io ti avevo suggerito tre località, tu hai
scelto quella sbagliata, ed ecco perché quest'anno le cose ti
vanno tanto storte.».
IL CONTO DEL "NUOVO MILLENNIO"
[Giunge la locandiera e deposita sul tavolo il foglietto con il
conto della Gnoccata. Tristociano se ne appropria sùbito per
fare le divisioni e stabilire così l'importo che spetta ad ogni
commensale. Ma sbaglia clamorosamente e perciò viene
redarguito da Lorenzocrate che approfitta dell'occasione per
parlare della questione relativa alla data in cui potrà essere
festeggiato il nuovo millennio.]
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AGATTONE
Gnoccata
LORENZOCRATE - Un momento, neumatico contabile. La
vostra suddivisione degli oneri fa pena. Perché mai il primo
dovrebbe pagare di più degli altri?
TRISTOCIANO - Per tutti i numeri primi! E come può
avvenire ciò che sostenete? Io mi sono limitato a prendere il
totale e a suddividerlo per decine che poi ho moltiplicato per il
numero dei commensali. Tant'è che alla fine del conteggio mi
risulta che il primo di essi pagherà all'oste una somma che va
da 0 a 10 denari, il secondo da 11 a 20, il terzo da 21 a 30 e
così via...
LORENZOCRATE - Ineccepibile. Ma soltanto per i fortunati
che verranno dopo il primo. Invero, secondo il vostro calcolo,
il primo della lista si ritroverà a fare i conti anche con la
decina precedente. Oppure non mettete conto di considerare
quello zero?
TRISTOCIANO - Non ne metto conto.
LORENZOCRATE - Allora siate più chiaro. Lo dico per il
vostro bene, perché di questi tempi, tra i corridoi della scienza,
soffiano tali possenti spifferi d'aria che in men che non si dica
si rischia seriamente di prendersi qualche brutta infreddatura.
Il vostro conteggio nasconde in realtà un'insidiosa sciarada,
perché se dovessimo considerare una decina che va da 0 a 10,
saremmo costretti anche ad assumere che l'unità
corrispondente allo 0 vada pure essa considerata nel conto. Ma
in questo modo otterremmo una decina composta di 11 cifre,
la qual cosa è un assurdo logico. Soprattutto in ragione del
fatto che le decine successive, da voi considerate, partono tutte
dall'unità appena seguente al cambio di suffisso: l'11 per il 10,
il 21 per il 20 e così via. Ma ora seguitemi bene. Assumendo
come vere le ragioni di quel tale che stabilì la nostra Era
avente inizio l'anno zero, quale valore andrà mai fornito a
questo dato in seno al nostro calcolo?
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AGATTONE
Gnoccata
TRISTOCIANO - Nessuno.
LORENZOCRATE - Ben detto. Ma se prendessimo in
considerazione quel vostro iniziale conteggio, lo zero avrebbe
valore tanto quanto le altre unità. Il primo anno di questa
nostra Era sarebbe quindi compiuto non appena dall'anno zero
fossimo giunti al 31 di dicembre. Soltanto allora sarebbe
ammissibile cominciare a parlare di anno 1, perché tutto l'anno
zero sarebbe appena trascorso. Ma ora però accade che se
l'anno zero dovessimo considerarlo come una vera e propria
unità, caro amico mio, tra pochi giorni dovremmo festeggiare
il nuovo millennio, poiché il primo gennaio 2000
corrisponderebbe al compimento di quello. Tuttavia,
tranquillizzatevi pure. Le cose non stanno affatto così. Se
perciò voi mi promettete di non considerare quello zero nei
vostri conteggi, in cambio io sono pronto a giurarvi che il
nuovo millennio lo festeggeremo tutti quanti il primo gennaio
del 2001.
LORENZOCRATE RIASSUME GLI INTERVENTI PRECEDENTI E
FORNISCE IL SUO PRIMO PERSONALE CONTRIBUTO
LORENZOCRATE - Amici. Concediamoci ancora un poco i
lussi del vino e così facendo mettiamo mano alle preziose
bocce della riserva, ma con misura. Non così poco da impedire
di difenderci dal freddo una volta usciti da qui, ma neppure
così tanto da non riuscire poi a discutere lucidamente. Vi
esorto tutti a considerare la saggezza di Polido, che osserva il
gufo cacciare le api all'entrata della cantina dei vini. Egli sa
che all'interno è custodita l'arnia del miele, un bene prezioso.
Risolleviamo le sorti ai nostri discorsi, che paiono languire, e
discutiamo più approfonditamente dell'arte. Siete tutti con me?
FORTESIMMACO - Non dovresti neppure dubitarne, Arconte
carissimo.
63
AGATTONE
Gnoccata
CIRO PAUSANIA - Non appena terminato il mio risottino,
amico mio.
TRISTOCIANO - Sono più curioso di una perpetua tutta sola
nella stanza del prete.
AGATTONE - Maestro mio, sapete bene che io non sono un
uomo, bensì una spugna arida del Metaponto incollata alla
secca di un roccioso scoglio. Lo scopo della mia vita è di
attendere che il mare si agiti anche soltanto un poco, per poter
venire finalmente intumidito di flutti ed esserne perciò
appagato.
LORENZOCRATE - Gatto appaGatto. Il tuo parere è del tutto
irrilevante e non richiesto. Desidero mutare la tua palinodia
riducendola ad una ferale satira. Tu non assomigli affatto ad
una spugna secca, invero, la tua appiccicosità è molto più
simile alla sanguisuga di palude, la cui persistenza è seconda
soltanto ai disagi procurati da una fastidiosa micosi.
AGATTONE - [Amareggiato.] Come volete voi, maestro.
Allora sarò il vostro virus. Con me al vostro fianco non
dovrete mai temere di incorrere nella deriva antigenica.
LORENZOCRATE - [Rivolto a tutti.] Ringrazio tutti voi,
benché uno soltanto non ha ancora risposto al mio invito. Non
comprendo bene se non lo ha fatto per pudore o se ella intende
manifestare così il proprio dissenso. Naturalmente, mi
riferisco alla piZia Diotima.
[Diotima Forciade non ha ancora toccato cibo e non ha
neppure bevuto un solo sorso di vino. Solleva lentamente il
capo, osserva uno per uno tutti i convitati e poi ritorna
altrettanto gravemente con lo sguardo fisso nel vuoto,
raccolta in profonda meditazione.]
LORENZOCRATE - Ci darà del filo da torcere. Lo sento.
L'ho letto nel suo sguardo. Ma noi daremo comunque inizio ai
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AGATTONE
Gnoccata
nostri discorsi. E se permettete comincerò io il giro
riassumendo le posizioni fin qui guadagnate. L'amico
Tristociano sostiene che l'esoterica vada pareggiata alle
discipline più deterministe. Ma l'esarca Fortesimmaco ha
immediatamente smentito quelle argomentazioni a mezzo di
un "pressante" metodo e dando grande prova di stile. Ebbene,
anch'io la penso come il nostro nobile tenutario ugro-finnico e
rincaro viepiù la dose. Sono convinto che le conseguenze di
alcune tenaci credenze crescano come i funghi sotto l'influsso
della luna piena. Neppure il gelo della notte può scoraggiarne
la diffusione. Anzi, proprio quando nella ragione umana
alberga il buio più profondo e nel cuore abita la coscienza
raggelata, quei velenosi funghi trovano miglior ambiente,
prosperando.
TRISTOCIANO - Voi sostenete che la scienza non ammette
inganni. Ed io a mia volta sostengo che l'astrologia si verifica
da sé senza alcun bisogno che qualche colletto bianco o testa
d'uovo uscito da un gabinetto di microbiologia mi venga a dire
cosa debbo fare o pensare. Allargando il giro, vi dirò che non
soltanto i nodi lunari, ma anche Lilith è alquanto operosa sul
tema. Il suo transito su determinati campi è difatti sintomatico
di mutate condizioni nella sfera sessuale e per la libido
dell'individuo.
LORENZOCRATE - Amico mio, risparmierò a Fortesimmaco
di scomodarsi levandosi in piedi una terza volta. Basterò io a
rispondervi. Siete voi che dovete fornirci l'inversione
dell'onere della prova. Il vostro atteggiamento ostile mi
costringe a venirvi incontro facendo un dispetto alla coerenza
dell'indagine. Mi obbligate a muovermi su di un terreno da voi
stesso recintato, poiché, di tutte le premesse che avete accolte
per certe, come poc'anzi vi ha "affettuosamente" dimostrato
l'esarca di Norvegia, non esiste di fatto certezza alcuna e
pertanto di questo passo finiremmo per conversare entrambi
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AGATTONE
Gnoccata
all'infinito: voi con le vostre fantastiche egloghe ed io con le
mie sensate esperienze.
TRISTOCIANO - Puah! Fate pure come credete. Io dico
soltanto che se avessi voce in capitolo nel governo di questo
Paese farei approvare un decreto che restituisse alle patrie
università la disciplina astrologica. Non vedo proprio il motivo
per cui oggi ciò non sia ancora divenuto possibile.
LORENZOCRATE - Toh! E magari vorreste occuparne
proprio voi l'ufficio di presidenza. «Datemi due righe di un
uomo e lo farò impiccare.» Lo disse il cardinale Richelieu, ed
era uno che la sapeva lunga in fatto di poltrone, con tutto il
rispetto che nutro per voi...
TRISTOCIANO - Ha! Questa è bella. State forse insinuando
che se avessi voce in capitolo, mi prodigherei a fare la fronda
di tutto ciò che non mi sconfinfera dell'arte? Mi si può
accusare di tutto tranne di non possedere spirito collegiale e
amore per la democrazia nelle cose relative alla cultura.
LORENZOCRATE - Solo chi è pazzo può credere di non
esserlo.
TRISTOCIANO - Pazzo sarete voi, amico caro. Nel mio
intimo credo fermamente d'essere un buon astrologo e nessuna
forza al mondo potrà mai convincermi del contrario.
LORENZOCRATE - Non ne dubito. Tuttavia, vedete bene
che voi non siete capace di estraniarvi neppure per un attimo
da questa vostra ipertrofica natura. Se soltanto ci riusciste vi
accorgereste che ci sono studenti che si credono "filosofi"
semplicemente salendo le marmoree scale di un ateneo, ma
essi non sono peggio di coloro che si sentono "medici"
semplicemente varcando la soglia asettica di un laboratorio di
anatomia.
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AGATTONE
Gnoccata
TRISTOCIANO - Voi mi sottovalutate, signore. Nel mio
animo alberga un nobilissimo spirito collegiale. [Indica
Barbadora e Glaucona] Domandatelo pure a queste due brave
fanciulle. [Si rivolge di nuovo a Lorenzocrate] I vostri discorsi
mettono in cuore una cosa soltanto, e cioè a dire, la vostra
aristocratica visione del mondo recalcitrante a voler soddisfare
i pressanti interrogativi che scaturiscono dal confronto
popolare. E' tempo di abbattere gli steccati delle proprie
riservatezze. Che ognuno metta sul tavolo del dibattito tutto
ciò che sa dell'arte. Non ha alcun senso il timore d'essere
criticati, fraintesi, o peggio, attaccati e vilipesi. Il solo fatto
d'appartenere tutti alla medesima disciplina dovrebbe inclinare
chiunque al buon senso, alla misura ed al buonismo nella
condotta. Ciò che dico non è un concetto nuovo, poiché questi
stessi orientamenti sono garbatamente condivisi e suffragati
dal buon lavoro che stanno svolgendo alcune liste di
discussione settoriali. Astrologi di tutto il mondo, unitevi!
LORENZOCRATE - Lombroso amico. La bontà d'animo dei
nostri giovani d'oggi è più bifida della lingua di una serpe
giunta al bivio di Edipo re. Con grande determinazione i nostri
ragazzi son capaci di strappare da morte certa un grazioso
cagnetto che soffoca dentro a un sacco, ma sono poi
completamente miopi di fronte alle fondamentali necessità di
un vecchio, oppure, altrettanto induriti, si rivelano insensibili
ai morsi della fame altrui, poiché a loro distante per retaggio,
cultura e latitudine. Occhio non vede, cuore non duole. Mai
avrei immaginato che un siffatto castigato proverbio popolare
potesse insinuarsi nei recessi dell'anima come capita all'aria
domestica quando viene aggredita e appestata dal fumo nero
delle cicerchie abbruciate. Le vostre inclite "liste di
discussione" hanno finito tutte col diventare lugubri crackpots,
vere e proprie liste di proscrizione, nelle quali, proprio come
fa un linfocita col batterio, la fierezza individuale e la
personale espressione vengono fagocitate da un sistema a
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AGATTONE
Gnoccata
maglie strette, che non lascia passare neppure un granello del
seme d'alterità, della fantasia e dell'arguzia a fin di bene.
L'emblema di queste scuole per corrispondenza di cui dite è il
medesimo per tutte: su ogni loro stendardo signoreggia il muto
teschio di Yorick.
AGATTONE - Maestro, ti scopro forse poeta? Ti prego, lascia
pure a me gli epodi e le accorate filippiche. Comunque sono
senz'altro d'accordo con quanto hai appena detto. Da che
mondo è mondo non si rifiuta mai una sincera risata ad un
nemico. Quei luoghi ascosi che hai così ben descritto
pretendono invece di assomigliare ai corridoi del necroforo,
ove si attende con garbo che la vanga del fossore scavi per
ogni avventore una bella buca su misura, a pensione completa
e con vista sul lago.
TRISTOCIANO - [Rivolto ad Agattone] Non mi piacete,
signore. E lo dico qui, apertamente. Non è ammissibile fare
ciò che voi pretendete di fare continuamente, e cioè
dileggiarvi di tutto, anche di argomenti che invece
meriterebbero la più seria devozione e la più rigorosa attinenza
alla forma.
AGATTONE SULLA SATIRA POLITICA
AGATTONE - L'atteggiamento culturale degli uomini di
lettere, di scienza o vicini al potere, dovrebbe avere
un'impronta ridanciana e dissacratoria. E' emblematico
osservare che tale comportamento lo si ravvisa sempre tra gli
esponenti della scienza e della cultura tra i più creativi ed
innovativi. Non vorremo permettere che per mezzo vostro si
ripeta anche in questo nostro villaggio la medesima ignominia
che ha dovuto sopportare quel professionista della satira, il
quale, abbandonato dall'intera boiarda redazione del
miserabile quotidiano con cui ha collaborato per tanti anni, ha
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AGATTONE
Gnoccata
dovuto ingoiarsi da solo il rospo a causa di una vignetta che ha
tanto indispettito il mediocre spirito di un potente, dal cui
comportamento si è ora compreso che, su di lui, è fatto divieto
il solo parlarne. Invero, l'insignificanza umana di questo
"potente" e la sudditanza strisciante del foglio che costui tiene
sul suo libro paga, son talmente palesi ed evidenti che se alla
satira non venisse imposto un freno, quel piccoletto coi baffi
finirebbe in coma apallico e il suo devoto giornale nei pubblici
cessi. Nella reazione di quel politico e nel complice silenzio di
quei farisaici redattori è completamente assente la
misericordia per quel loro collega ancor prima che l'ironia
dovuta al rifiuto di appoggiarlo. Eppure, un nobile gesto di
misericordia in questo caso sarebbe proprio stato un atto
dovuto. E allora lo faremo noi per loro. In questo lurido
mondo occorre aver misericordia soprattutto nei confronti di
chi non ne ha avuta con noi. Misericordia per la penitenza e
penitenza nella misericordia. E la nostra misericordiosa
penitenza allora sarà tale: per questa sera vi propongo di
smettere di bere vino rosso. Ci ingrosseremo la lingua
piluccando anacardi salati e ci bagneremo il becco con un
bianchetto scelto tra quelli della lista.
FORTESIMMACO - [Rivolto ad Agattone] Amico caro, non è
mia intenzione prodigarmi in facili commenti su questo tuo
ultimo sfogo. Resterò invece più aderente al discorso che hai
sollevato poco prima. Non puoi negare che dalla Grande Rete
sia ancora possibile ricavare informazioni di prima scelta e che
ciò avvenga proprio tramite il mutuo scambio di
corrispondenza elettronica. Io stesso, molto modestamente,
credo di metterne una grande mole a disposizione di tutti.
69
AGATTONE
Gnoccata
AGATTONE SULLA GRANDE RETE
AGATTONE - Non lo nego, principe carissimo. Ma occorre
essere davvero molto pazienti e disinteressati, altrimenti ci si
ritrova invischiati nei sanguinosi guadi di Brodaio. Regna
difatti una Grande Confusione, dentro la Grande Rete
mondiale. E tale baccano sorge proprio nell'ambito del
confronto umano, nel quale si confonde sempre la
contestazione sull'esclusivo terreno dialettico con la facoltà di
decidere chi meriti o meno la nostra preziosa considerazione.
E scendendo la china di questo degenerato scambio si finisce
poi con lo scadere nel vilipendio o nella gratuita offesa
personale. Queste minuscole guerre terminano poi sovente con
lo stramazzamento di entrambi i contendenti, proprio come
accadde ad Oto ed Efialte, che nel tentativo di uccidere la
cerva di Artemide si trafissero a vicenda con le proprie lance.
Questo fenomeno è in parte dovuto alla "confusione di
linguaggio" che nella comunicazione contemporanea è
imperante. Si fa una grande confusione tra l'oggettività del
linguaggio e la dossologia da esso prodotta, che però resta
sempre strettamente soggettiva. Il livello della comunicazione
viene pertanto squalificato attraverso la tastiera di un
computer? In parte sì, poiché quando si scrive a qualcuno
attraverso la Grande Rete si tende a scorporarne l'umana
integrità con l'intenzione di assoggettarla, per propria
comodità, ad un minimo comune denominatore, riducendola
così ad un mero stereotipo ideologico, che, nelle peggiori
condizioni, diviene un fantasma da esorcizzare sul terreno
delle nostre stesse psicosi, oppure, un salvatore da modellare
sui nostri più intimi ideali.
LORENZOCRATE - Gatto polemico. Ciò che hai appena
descritto appartiene al meccanismo stesso con cui si ripete da
sempre il gioco della vita. Te lo spiegherò con una banale
storiella. Hai presente l'erba gatta? Allora converrai che nella
foresta crescono le piantine. Ebbene, è del tutto normale che
70
AGATTONE
Gnoccata
nella foresta crescano liberamente copiose varietà di piantine,
ed è altrettanto naturale che esse si innalzino poi velocemente
nell'ombra del sottobosco per potersi guadagnare uno spicchio
di Sole ed una propria meritata visibilità nel fitto del fogliame.
Ma tutti noi sappiamo bene che la natura nei suoi flussi è
ciclica e tenace, perciò, quando poi per volontà di essa
sorgono altre nuove piantine, ben presto anche queste
giungono a misurarsi con quelle già presenti ed affermate, ed
ecco che viene ad instaurarsi una frenetica competizione per
potersi aggiudicare l'agognato posto al Sole, le prime per
guadagnarselo, le seconde per conservarlo. Tutto ciò
rientrerebbe nei normali avvicendamenti biologici vigenti in
natura, non fosse che questa nevrotica sfida degenera sempre
più fino a ridurre ogni contendente a desiderare la rovina della
piantina antagonista, poiché ognuna di esse vien presa dal
cupo timore di perdere la propria supremazia, temendo che vi
sia in gioco nientemeno che la propria stessa sopravvivenza
nella foresta, o chissà per quale altro motivo...
FORTESIMMACO - Fuor di metafora, due motivi antichi
quanto il mondo: l'egoismo e l'egocentrismo umani...
LORENZOCRATE - Ben detto, principe carissimo.
Paradossalmente però, durante questi movimentati scambi di
battute scritte attraverso il cavo del telefono - contrariamente a
quanto avviene nell'ambito dell'oralità a causa dell'inevitabile
irriflessività insita nel linguaggio parlato -, il fatto di avere a
propria disposizione più tempo per riflettere su ciò che si
scrive, pone gli antagonisti nella condizione di ferirsi con
ancor più veemenza. Questa considerazione mi suggerisce
l'idea che, nel colloquio orale, abbia buon giuoco la creanza e
la mutua cortesia per il solo fatto che non c'è il tempo
materiale per stare a pensare e di conseguenza, non esiste
modo per poter estrarre dal proprio vademecum verbis
l'adeguato armamentario che consenta di uccidere seduta
stante l'affabulazione del proprio interlocutore. Sotto questo
71
AGATTONE
Gnoccata
aspetto comprendo bene le ragioni del Gatto anacoretico.
Quello che invece comprendo un po' meno è il motivo che lo
ha indotto alla decisione di privarci della sua presenza tra gli
spalti della nostra civilissima Piazza riservata.
AGATTONE - Venerabile maestro, tu dici così perché ormai
sei vecchio e stai cominciando a prepararti per il grande
viaggio. E trepido in questa vigilia ti premuri di bonificare i
tuoi rapporti con chiunque. Io invece posso ancora
permettermi qualche sano nemico, anzi, a questa ruggente età
posso perfino concedermi il lusso di inimicarmi l'esistenza
stessa.
FORTESIMMACO - [Rivolto ad Agattone] Sai bene, amico
mio, che condivido la tua rispettabilissima scelta, ma soltanto
fino al punto in cui il pubblico confronto diventa sinonimo
dell'evangelico motto riassumibile nello stico «dare le perle ai
porci».
AGATTONE - Sono fondamentalmente d'accordo con questa
tua critica, nobile principe. Ma anch'io ho da offrirtene una in
cambio. Io critico invece l'ambiguità dell'iniziativa in cui vi
siete rinchiusi. Sono infatti convinto che le vostre Piazze
riservate altro non siano che autotelici giochetti barocchi, fini
a se stessi, un ortus conclusus in cui vi giustificate nel mutuo
isolamento e in cui ognuno di voi si fa scudo con l'altro, uniti
dal comune timore di affrontare il confronto diretto coi vividi
flutti e le sferzanti intemperie del mondo esterno. Tuttavia,
potete consolarvi. In tutta verità, questo stesso status quo
sovrasta l'intera biosfera della cultura contemporanea. Il
corretto modello dovrebbe invece essere più incline alla
dinamica della vita, la quale è sempre sinonimo di guerra, o
perlomeno di azione, giammai una pace indotta. E mi voglio
ispirare proprio a questo spirito del capitano di ventura per
suggerirvi un nuovo modello di comunicazione, che è poi lo
stilema dell'ordine di battaglia impiegato dall'esercito romano.
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AGATTONE
Gnoccata
Funzionava così. La legione si distribuiva su tre linee: in
prima linea i più giovani, gli hastati, armati di giavellotti; in
seconda linea gli adulti principes, armati anch'essi di
giavellotti e daghe; in terza linea i più vecchi triarii o pilani,
armati di lunghe aste. Le guarnigioni, o manipoli, lasciavano
spazi vuoti per consentire il passaggio dei velites, soldati di
fanteria leggera che scagliavano dardi e poi si ritiravano
subito. Quando gli hastati cedevano sotto la pressione del
nemico, riparavano negli intervalli aperti nei manipoli dai
principes; e se anche questi accennavano a ripiegare, ecco che
avanzavano i triarii per riorganizzare un estremo tentativo di
contrattacco. Questo schema sublime oggi è sovvertito. Difatti
i principes sopravanzano gli imprevedibili velites e gli anziani
triarii si addormentano sugli allori, mentre alcuni tra essi
vorrebbero gareggiare coi giovani hastati militanti nel
medesimo proprio esercito. L'unico punto che resta invariato
di questa sovvertita strategia militare è il momento della
receptui canere, ossia, quando si suona la ritirata dandosela
ognuno a gambe ogni qual volta che le cose volgono al
peggio. «Se non uscisse [lo Zodiaco] fuor del cammin
vecchio», dice il Poeta. Provate anche voi a sentire
l'impellenza di uscire dagli asfittici percorsi che rischiano di
irretire la coscienza nelle piccole necessità più utilitaristiche,
che irrigidiscono il libero anelito della curiosità su posizioni
del tutto accomodanti, tanto stantie quanto artificiose. Uscirete
dalla Turris Eburnea? Scenderete le terrazze dell'Aventino?
[Pausa] Ma poi fate pure come meglio credete, dopotutto, il
mio, è soltanto il libero canto dell'arte, privo di speme,
suffragio o parte.
CIRO PAUSANIA - [Appena dopo aver terminato il terzo
piatto di risottino al pomodoro] Caro Agattone, ma dove hai
studiato per divenire così ottimo ed eccellente?
AGATTONE - Magnifico Margravio. Io mi son fatto scuola
da me stesso. Non esisteva invero alcun luogo ove venisse
73
AGATTONE
Gnoccata
insegnato ad apprender gli stili e, al contempo, venisse
richiesto di riconsegnarli dal proprio quaderno all'urna di
Ermes, per poi ripigliarli di nascosto a lui ma mutati per logica
e forma. Questa difficile arte non ci fu tramandata da nessun
grande, poiché nessun grande è vissuto nella medesima epoca
di un altro e pertanto ognuno di essi ha sempre dovuto
sostenere da sé l'ingombrante feticcio di una nuova
grammatica. Citando il poeta: «Poiché la terra ne crea ancora
come ne ha sempre creati.».
LORENZOCRATE - Non mentire, Gatto Jago.
SECONDO E DECISIVO CONTRIBUTO DI LORENZOCRATE
LORENZOCRATE - Il nostro Gatto eneico sembra
intenzionato a voler ripercorrere i destini degli dei al termine
dell'età dell'oro, tale e quale la figlia di Zeus e Temi,
personificazione della giustizia. Durante l'età dell'oro, quando
gli dei dimoravano ancora tra gli uomini, anche Astrea visse
sulla terra. Quando il male e la corruzione dilagarono tra
l'umanità, gli dei abbandonarono per sempre la propria
abitazione terrena. Astrea fu l'ultima ad andarsene e prese
posto tra le stelle, ove appare, secondo il mito, quale
costellazione della Vergine. Fu oltremodo saggia in questa
scelta. E' però appena il caso di domandarsi perché Astrea fu
l'ultima ad andarsene dalla terra. Forse fu ottusa e non
comprese sùbito il pericolo? Aveva alcuni oscuri interessi da
sistemare? Si era appesantita nella carne e rischiava pertanto
di diventare una comune mortale? Chi lo sa. Ormai anche
questa è acqua passata.
AGATTONE - Su di una cosa restiamo comunque tutti quanti
d'accordo. E cioè che per mezzo della Grande Rete sia
possibile reperire grandi quantità di testi al solo prezzo di
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AGATTONE
Gnoccata
qualche scatto del telefono. Non mi pare una cosa di poco
conto.
FORTESIMMACO - E' vero. Non si può negare.
CIRO PAUSANIA - Idem.
LORENZOCRATE - Gatto filatelico. Non si legge un testo
ottenuto gratuitamente con la medesima cura con la quale se
ne compulsa uno che si è ottenuto pagandolo salato. Ciò è
spiegabile col fatto che lo sforzo di averlo pagato con le
proprie sostanze autorizza il pensiero ad investirvi un impegno
maggiore, come se quel prezzo servisse ad assegnare maggior
valore all'oggetto pagato. Tuttavia è pur vero ciò che dici.
Oggi, con la quantità di informazioni gratuite che ci cadono a
pioggia dai cavi del telefono, le cose appaiono non stare
affatto così, benché in realtà questo vizio della mente non è
meno radicato di un tempo. Ma questo è un altro discorso...
FORTESIMMACO - A tanta quantità non corrisponde
altrettanta qualità...
LORENZOCRATE - Esattamente, principe vigile. A fronte di
una grande mole di informazioni è la qualità di esse che ne
resta vittima. Ma non solo. La severissima selezione che siamo
costretti ad operare non sempre è diretta con ineffabile
giustizia. Spesso si finisce col rifiutare intere partite di
ostriche senza neppure sospettare che all'interno di alcune di
esse sonnecchia una meravigliosa perla.
AGATTONE - Maestro mio, tu ti riveli sempre più un valente
poeta. Stai dando prova d'essere un uomo più innamorato dei
modelli di ricerca che della ricerca stessa, la qual cosa ti rende
più un filosofo che uno scienziato.
LORENZOCRATE - Gatto guarnito. Smettila di adorarmi e
aiutami piuttosto a smaltire le richieste di inviti a cena che
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AGATTONE
Gnoccata
ricevo da frotte di spasimanti fanciulle che mi infestano la
cassetta della posta.
AGATTONE - Ma per me adorarti è la sola ragion d'essere.
LORENZOCRATE - Tu sragioni. E rischi perfino di andare a
far compagnia all'amico Tristociano, dopo esserti meritato una
bella strizzatina alla coda ad opera del principe scandinavo.
Come puoi far convivere in una sola frase ragione ed
adorazione? Per tua norma e regola, ragione ed adorazione
sono termini antitetici, in quanto l'una esclude l'altra. Non è
infatti possibile sostenere «sono un adoratore della ragione»,
poiché il predicato adorare è accezione d'ambito irrazionale,
pertanto, è contrario alla ragione. D'altro canto, può diventare
possibile sostenere questo assurdo soltanto in un caso, e cioè,
quando della ragione si sono percorsi tutti i sentieri d'indagine
e quindi, per mezzo di essa, si è giunti a comprendere tutte
quelle cose che prima di allora restavano insondabili. In
quest'unico caso la ragione potrà essere fatta oggetto di
adorazione, perché in essa si è ravvisato il solo metodo a
disposizione dell'uomo che gli consenta di poter sollevare i
pesanti drappi dell'ignoranza.
AGATTONE - Stupor Mundi, ma cosa ci resta allora di tutto
quanto il fascino dell'arte se costringiamo la nostra indagine a
restar relegata all'esclusivo patrimonio dei sensi? La tradizione
ci ha tramandato leggi, assiomi e postulati che potremmo
definire di natura metafisica, aventi perciò scarso commercio
con quelle ben più severe della fisica sensibile. Non tutto di
questa nostra arte è giustificabile con il solo ausilio della
ragione. Come dobbiamo comportarci allora di fronte alle
domande degli irriducibili avversari se anche tu, maestro mio,
ti fai promotore delle loro medesime obiezioni e prendi posto
fra le loro stesse barricate?
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AGATTONE
Gnoccata
STALLO DRAMMATURGICO. LA PALINODIA DEL BRIGANTE
LORENZOCRATE - Gatto suffragista. Non pertiene certo a
me dare una risposta a queste tue domande barocche. E se
dopo una lunga ricerca ed aver penato indarno, ti ritroverai
smagato e incapace di abbozzarti un'appena sostenibile
risposta, segui il mio consiglio: nega d'essere astrologo.
AGATTONE - L'idea è buona, Arconte caro. Diciamo allora
che se lungo la strada dovessi imbattermi in un brigante uscito
dal buio di un vicolo, qualora costui dovesse puntarmi il suo
lurco pugnale alla gola, pur di riportare a casa il manto, non
lesinerei ingiurie e contumelie neppure mi trovassi dinnanzi al
glorioso busto della Musa Urania. E ipotizzando che ciò che
dico dovesse avverarsi proprio ora, mi destreggerei con un
discorso simile a quello che segue. «Non si parlerà mai
abbastanza della facilità con la quale l'astrologo d'assalto è
capace di ottenere il pubblico consenso semplicemente
esaltando i pregi ed evitando accuratamente i difetti di coloro
che gli domandano un consulto. Il numomante è maestro
nell'arte di aggiudicarsi la stima del proprio consultante,
poiché, riesce a sintonizzarsi sùbito con la creduloneria
gratuitamente offertagli dall'interlocutore, dando vita insieme
ad esso ad un malsano squilibrio entropico. Ciò accade perché,
tanto l'astromante quanto il consultante, sono portatori sani
della scarsità dei propri argomenti e sono entrambi vittime
della loro stessa ignoranza. L'astrologo ha ricevuto in dote
dalla natura soltanto una discreta qualità oratoria, e
capitalizzando questo suo effimero dono, con una parolina
pennellata qua ed un'altra ben confezionata là, nascondendo i
difetti o, magari, trasformandoli in punti di forza, riesce
comunque a conquidersi la platea, nonostante il suo discorso si
regga su un mare di sdilombate idiozie. Un esempio? Il segno
del giorno: Ariete. I vostri impegni odierni sono ben distribuiti
tra l'esigenza di vivere in funzione del mondo esterno e la
vostra riservatezza. Non sarete particolarmente legati
77
AGATTONE
Gnoccata
all'ambiente consueto, pur trovandovi a vostro agio anche in
esso. Oh, bella! Che c'è di tanto sbalorditivo e sorprendente?
Com'è possibile confutare la circolarità degli ossimori? Oggi
uscirò di casa e probabilmente respirerò un poco d'aria fresca,
quindi, per la strada incontrerò tanta gente che si darà un gran
daffare. Al mio rientro a casa è molto probabile che appenderò
il cappotto all'attaccapanni. Cos'ho appena detto di tanto
seducente e misterioso? Eppure ho parlato del mio futuro! Ma
quel che desta la più affocata ilarità è l'incapacità di questi
tragici indovini di prevedere perfino il... passato! Gli astrologi
si rivelano difatti altrettanto inconcludenti anche quando
pretendono di giustificare gli avvenimenti già trascorsi, tanto i
prossimi quanto i remoti. Una volta tirato il tema ad un antico
episodio clamoroso o ad una cronaca d'attualità suscettibile di
scalpore, ecco che questi baldi negromanti assumono i
leguleici panni dell'azzeccagarbugli e non perdono mai
occasione per coprirsi di ridicolo, scovando raffie
giustificazioni doppiopesiste o tentando di far quadrare il
cerchio a botti sfasciate, facendo sì che ogni peregrino
avvenimento balzato agli onori della cronaca possa trovare, a
posteriori, un'agiata collocazione tra le sconclusionate
categorie a manica larga di quell'arte dissoluta. In conclusione,
il segreto di queste arruffate tecniche maliarde sta tutto nella
favorevole disposizione del pubblico, il quale, essendo ancor
più avvinto dell'astrologo nei lacci dell'ignoranza, non ha
affatto bisogno di venir convinto con solidi argomenti, poiché
giunge nella fumosa dimora dell'indovino già preso all'amo
che la vana speranza ha gettato nel grande mare dei luoghi
comuni.» [Lorenzocrate applaude divertito.] Ebbene, maestro
mio, sentendomi parlare così quel brigante non solo mi lascerà
andare libero e in pace, ma sarà perfino lieto di darmi in
custodia anche la propria sacca dell'oro.
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AGATTONE
Gnoccata
UNO SCONOSCIUTO DOMANDA L'AUTOGRAFO AD AGATTONE
[Entra in scena un estraneo che ha riconosciuto Agattone
mentre parlava. Si avvicina al tavolo dei convitati e domanda
gentilmente di poter intervenire. Solleva in aria un piccolo
pamphlet contenente un vecchio scritto di Agattone con il
quale il poeta ha voluto elogiare un antico maestro. Agattone
firma il proprio autografo sul libretto dello sconosciuto.]
UNO SCONOSCIUTO - Mi congratulo con il poeta Agattone
per questo simpaticissimo contributo in omaggio al maestro
Gurdjieff e che ora ha voluto gentilmente autografarmi.
Davvero una bella bordata a questo mito intoccabile delle
dottrine esoteriche che per alcuni costituisce una vera e
propria fede, la quale tende però ad offuscare il personale
giudizio innalzando un alone di mistero intorno al reale
insegnamento di quello strano uomo, che, se nell'epoca che gli
fu propria, diede la possibilità a molti di comprendere le
fondamentali leggi che governano l'essere umano, oggi,
invece, di costui non ci resta che un'accozzaglia di pettegole
dicerie ed un freddo elenco di orfani aneddoti. Complimenti
ancora per la tua divertente critica, Agattone.
AGATTONE - Anonimo amico, ringraziarti sarebbe
tautologico. Facendolo mi riconcilierei con quello stesso
slancio che un tempo mi consentì di immergermi nelle opere
di quel mio antico maestro e nella cui lettura, da ciò che sento,
siamo accomunati. Preferisco invece condividere ciò che dici
senza ringraziarti, aggiungendo in postilla a questa dedica la
seguente considerazione: i libri non sono affatto belli o brutti,
ma possono invece essere utili od inutili in ragione del fatto
che chi li scrive sia pervenuto o meno ad un minimo di
chiarezza interiore, ancor prima d'esser chiaro nella redazione
dei propri cimenti. Ma quando colui che ha scritto non è in
grado di difenderne il contenuto, ecco che anche un libro utile
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AGATTONE
Gnoccata
può diventare brutto, cattivo e financo dannoso. E questo è
proprio ciò che accade invariabilmente ai miei scritti.
UN NUOVO PARADIGMA DEI TRANSITI DI GIOVE
LORENZOCRATE - Bravo Gatto retorico! Si vede lontano un
miglio che hai Giove nel segno.
AGATTONE - Non mi parlare di Giove,
Ultimamente lui ed io non siamo in buoni rapporti.
maestro.
LORENZOCRATE - Per tutte le orbite di decadimento! E
come mai?
AGATTONE - Ho scoperto alcune cose sul suo conto che mi
hanno decisamente smagato, gettandomi nello sconforto e
nell'angustia.
LORENZOCRATE - Su coraggio, Gatto depresso. Bevi un
sorso insieme con me e poi raccontaci tutto. Non vorrai tenere
per te l'ennesima teoria che sta per andare ad ingrossare le file
della già poderosissima letteratura dedicata all'arte? Avanti,
sputa il rospo.
AGATTONE - Insomma, la questione starebbe in questi
termini. Da più parti mi giungono lamentele di persone che
ritengono di non esser mai state tanto sfortunate di quanto
pensano d'esserlo durante un transito di Giove per
congiunzione al Sole. Mi sono allora domandato come mai ciò
potesse accadere. La cosa mi sorprendeva non poco poiché ero
del tutto convinto che, almeno sotto questo aspetto, abitassimo
con certezza nel migliore dei mondi possibili. E invece pare
che le cose non stiano affatto così. Ritengo che il valore
simbolico di un pianeta benefico come Giove, in questa nostra
epoca, necessiti di una lieve variazione di significato rispetto
al passato. Il motivo? Beh, un tempo non esisteva il
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AGATTONE
Gnoccata
confortevole lusso distribuito tra la società civile e sul quale
oggigiorno possiamo invece contare. Nell'epoca a noi coeva
viviamo in totale simbiosi con la civiltà del benessere ed è
giuocoforza vivere costantemente calati in uno stupore
gioviano quasi perenne. Tutto il ventesimo secolo potrebbe
venir sommariamente definito una conquista gioviana di
massa. Neppure tanto tempo fa, invece, le cose erano ben
diverse. Le prove della vita erano davvero dure e assai severe.
Il dolore, l'oppressione e l'indigenza facevano la propria
comparsa nella quasi totalità del percorso esistenziale. Il
giorno della festa era vissuto con grande gioia perché
subentrava a tanti giorni di grave fatica. Il riposo aveva un
significato eminentemente sacro. I giorni in cui si mangiava di
grasso erano una vera benedizione divina, una piccola gioia
lungamente attesa. Oggi, invece, il naturale rapporto tra gioia
e dolore è reso inefficace dalla grande disponibilità di piacere
effimero. E' infatti sufficiente allungare una mano al
supermercato e ad ogni ora del giorno è possibile portarsi a
casa il cenone di capodanno. Si entra in un negozio qualsiasi
di elettrodomestici e in men che non si dica se ne esce
attrezzati con l'ultimo grido in fatto di tecnologia del
benessere, che potrà poi venir pagato in comode rate mensili.
Oltre al piacere, anche il denaro è ormai uno status
relativizzato, la ricchezza è diventata anch'essa patrimonio
virtuale dell'individuo, che è il fruitore finale, libero di
attingere dalle profonde tasche del Capitale grazie allo sharedcash distribuito dagli istituti di credito. E sulla base di queste
premesse come potrà allora agire un transito tanto potente
come quello di Giove sul Sole? Secondo me è ovvio, secondo
altri un po' meno. Io penso che Giove vada sempre e
comunque ad agire sul nostro senso di benessere, tuttavia non
siamo più "adatti" come un tempo a captarne la benefica
energia, che malgrado ciò resta oggettivamente sempre tale.
Siamo cambiati noi. Ecco allora che il nostro spirito impigrito,
e in molti casi perfino illanguidito dall'opulenza, viene
81
AGATTONE
Gnoccata
"deluso" da questo transito, ridimensionando le rosee
aspettative di chi lo aveva lungamente atteso. Anche le
moderne tecniche di rilassamento e le armoniose tematiche
new-age detengono senz'altro la propria fetta di responsabilità
in questa metonimia gioviana, poiché tali discipline suscitano
nell'individuo sensazioni psicofisiche simili al benessere toto
corde, ma in realtà più in similitudine con le blandizie del
piacere, anche laddove la natura aveva previsto una ciclicità
d'intervento del tutto diversa. E su coloro che non sono
preparati ad interagire con il mutato quadro del proprio
mondo, viene a prodursi uno stato preformativo da cui poi
derivano frequenti disattenzioni, fatali distrazioni, crisi di
supponenza e via discorrendo. Gli effetti di questo
ottundimento gioviano si concretizzano con inspiegabili
manifestazioni ipertrofiche, marchiani errori di valutazione,
forti perdite di denaro e perfino gravi incidenti. Ma come ho
già detto, Giove in tutto questo non c'entra nulla, non sarà
certamente un pianeta a portarci sfortuna. Colui che saprà
ridefinire il paradigma dei transiti di Giove, adattandolo a
questa nostra epoca di benessere relativo, renderà un grande
servigio all'arte.
LORENZOCRATE - Clap! Clap! Clap! Un semplice applauso
con una mano sola al Gatto ipertrofico conferenziere.
IL GATTO DI SCHOROEDINGER E IL DECIMO PIANETA
AGATTONE - Maestro, è ormai tempo che il nostro ospite più
prestigioso ci dica la sua sull'arte di astrologare. Abbiamo
infatti sentito le tue ragioni accompagnate dalle giunoniche
ancelle delle sensate esperienze. Abbiamo poi ascoltato le
rilevanti considerazioni apodittiche del principe Fortesimmaco
in risposta alle popolane credenze di Tristociano. Siamo infine
approdati ad uno stallo dialettico nel momento in cui,
82
AGATTONE
Gnoccata
sopraffatti dalla chiarezza del metodo, ci siamo ritrovati
dall'altra parte della barricata a dividere il pane nero con i
nostri mortali nemici. Ma allora, che ne è dell'arte? Avrà
davvero efficacia? E quale significato potrà mai avere essa per
l'uomo contemporaneo? Ma soprattutto, chi potrà garantirci
che l'astrologia sia fondata sul vero e non debba piuttosto
smettere i panni della ricca cortigiana lasciando campo libero
alla sua dispettosa sorellastra, l'astronomia?
LORENZOCRATE - In risposta al tuo ultimo quesito, ti
informo che il grande veto di Maimonide già da tempo
dichiarò l'astrologia simile all'idolatria. Costui, già ai tempi
delle scorribande cristiane in Terra Santa, sostenne che
l'astronomia è l'unica scienza che deve occuparsi delle cose
del cielo. Tu, Gatto speculativo, mi domandi poi di fornire
degne risposte a domande che lambiccano il cervello di tanti
eminenti studiosi avi e coevi, alcuni dei quali siedono proprio
qui fra di noi. Io posso soltanto risponderti con il paradosso
suscitato dall'algebrista greco Diofanto, che fu poi ispiratore di
Pierre de Fermat. Questi, in una nota a margine di una pagina
del libro Aritmetica, proprio di Diofanto, è autore di un
assurdo del tutto simile alla petizione di principio, poiché
sosteneva di possedere la prova per dimostrare la veridicità
dell'equazione di quel matematico greco, ma la ristrettezza del
margine della pagina gli impediva di riportarla. Farò anch'io
come Fermat, "fermandomi" qui, poiché il margine dei nostri
discorsi non ci concede più spazio sufficiente e tra poco
udremo perfino cantare il gallo.
AGATTONE - Vuoi dire, maestro mio, che intendi spedirci
tutti tra le ipnagogiche braccia di Morfeo? Dovrò quindi
andarmene a cuccia nella mia scatola di cartone con questo
rovello che mi tormenta l'animo e mi agiterà il sonno fino a
morirne?
83
AGATTONE
Gnoccata
LORENZOCRATE - Gatto nottambulo. Io quello che potevo
dire l'ho detto, ciò che ho potuto fare l'ho fatto. Sono un uomo
di scienza, io. Non posso forzare l'indagine a mio piacimento,
facendo quindi un serio torto alla ragione, soltanto perché la
conclusione cui sono pervenuto non mi piace. Sono
dispiaciuto quanto te, ma se nessuno ha nient'altro da
aggiungere, temo che dovremo tenerci il nostro muto stallo e
andarcene a dormire al calduccio di una mite stalla. Neppure il
principio di indeterminazione di Heisenberg potrà venirci in
soccorso. E financo quel gatto inscatolato tuo degno
compare...
AGATTONE - Quale gatto, Arconte chiarissimo?
LORENZOCRATE - Ma come? Non lo sai? Tu non sei il solo
felino che calca felice il bel suolo terrestre. Ne esiste bensì un
altro, ma assai meno spensierato di te. Questo tuo sfortunato
collega è infatti perennemente costretto dentro ad una asfittica
scatola di cartone. E' il gatto di Schoroedinger.
AGATTONE - Per la cetra d'Apollo! Perché mai se la passa
tanto male? E soprattutto che ci sta a fare sempre dentro a
quella scatola?
LORENZOCRATE - Felide curioso. Quel tuo compare si
sacrifica con tanto amore proprio per onorare l'inadeguatezza
degli attuali mezzi della scienza, che si dichiara capace di
stabilire teoricamente l'esistenza di fenomeni osservabili, ma
al tempo stesso è costretta ad ammettere che la natura di quei
fenomeni è di fatto ancora impenetrabile. Per esempio i buchi
neri, l'antimateria. Tuttavia, quel bravo felino si sacrifica
anche per cosette ben più banali, come l'attuale inconsistenza
dei mezzi atti a stabilire l'esistenza del decimo pianeta del
sistema solare.
AGATTONE - E quale sorprendente mezzo utilizzerebbe
questo geniale micio per dimostrare tutto ciò?
84
AGATTONE
Gnoccata
LORENZOCRATE - Beh, non è affatto tutto suo il merito.
Lui si limita soltanto a "sacrificarsi" per la causa scientifica. E'
Schoroedinger l'autore dell'esperimento. Costui ha acchiappato
quell'eroico gatto, lo ha rinchiuso in una scatola di cartone e
ha immaginato di sparargli contro una potente scarica
fotonica. Ebbene, la Teoria dei Quanti sostiene che l'esistenza
di un elettrone è dimostrabile per via della variazione di luce
che avviene nel momento in cui il fascio fotonico collide la
particella. Schoroedinger sostiene che ciò non è affatto
verificabile perché la luce, al momento dell'impatto, reagisce
con il dato da osservare, pertanto, non ci è dato di sapere se
quel dato, quindi l'elettrone, si conserva integro dopo
l'impatto, oppure, viene distrutto dal nostro stesso mezzo
indagativo, qui rappresentato, per l'appunto, dalla luce. Nel
suo esperimento, Schoroedinger intende proprio dimostrare
questo, e cioè che quando il fascio fotonico colpisce il gatto
contenuto nella scatola, non sarà poi possibile sapere se
l'animaletto è ancora vivo o se piuttosto sarà morto, poiché,
una volta chiusa, quella scatola non sarà più possibile riaprirla.
AGATTONE - Per l'ugola d'oro di Orfeo! Quel povero gatto
in qualche modo si farà sentire. Miagolerà! Si lamenterà!
Languirà! Farà grattatine sulla parete di quella sua angusta
prigione. Oppure, raccomandata l'anima a Sant'Antonio da
Padova, sarà davvero morto!
LORENZOCRATE - Gatto uterino. Mica per niente tu sei
poeta e non scienziato. Le cose non sono affatto così semplici
come credi. Una delle inviolabili regole di quell'esperimento
recita che, una volta introdotto nella scatola, al gatto in
questione non è più data facoltà alcuna di lamentarsi,
muoversi o gnaolare. Ma non è finita qui. Alcuni hanno voluto
estendere il campo d'indagine di quell'esperienza e si sono
domandati cosa sarebbe successo a quel povero felino se, una
volta che il raggio fotonico lo avesse raggiunto nel tentativo di
colpirlo, si fosse messo a correre come un matto all'interno
85
AGATTONE
Gnoccata
della scatola. Quel gatto corsivo vedrebbe i fotoni fermi? Ma
in questo caso essi non sarebbero più sostanziati d'energia, la
quale è movimento allo stato puro. Il gatto stesso si sarà
completamente trasformato in energia? E chi lo sa? Gli attuali
mezzi a disposizione della scienza non consentono ancora di
stabilirlo. Ed è secondo modalità del tutto simili a queste che
non ci è dato di sapere se il decimo pianeta esista per davvero,
oppure no. Ma anche qualora esistesse, quel corpo celeste
sarebbe lontano da noi al punto tale che il suo effetto sui nostri
oroscopi avrebbe meno possibilità di successo della pubblicità
di un preservativo bucato.
LORENZOCRATE ISTIGA DIOTIMA ALL'INTERVENTO
LORENZOCRATE - Come vedi, Gatto fotonico, il nostro
stallo persiste e ci concilia perfino il sonno. Dovrai risvegliare
le tue migliori doti elegiache, perché la dormia è calata sulla
scena come un'improvvisa nebbia novembrina. In questa sala è
presente soltanto un'anima buona capace di estrarci da questo
renoso pantano. Ma costei ha digiunato per tutto il tempo delle
libagioni ed ora pare voler proseguire quella sua incaponata
astinenza anche sul piano dei discorsi. Io ho sonno, Gatto
insonne. Prova dunque tu a tentar di smuovere a pietà quella
testarda femmina leggiadra.
[Lorenzocrate si addormenta.]
MONOLOGO DI AGATTONE
AGATTONE - [Tra sè]
Dormi pure, maestro.
Ti sveglierò io quando saprò cose tanto mirabili il cui scalpore
svellerà i pesanti marmi degli antichi sepolcri.
86
AGATTONE
Gnoccata
Verrà quel glorioso giorno, oppure, ne giungeranno tanti di
scarso vigore e poco per volta?
E' forse un gaio sollazzo degli dei fornirci le risposte a rate?
Risposte.
Sono forse sigillate come zirconi all'interno delle domande
stesse?
A questo mondo esistono false domande e domande sincere.
Quelle sincere non sempre concordano con la giustizia e
quelle false spesso sorgono da persone giuste ma accecate da
un momentaneo spietato dolore.
Cielo! Se almeno le false domande fossero arroganti.
Se non altro suonerebbero solenni.
Benché in vita mia non ho mai ravvisato risposte giuste a
domande solenni.
Cos'è poi giusto?
E cos'è poi solenne?
Il cielo è forse solenne?
Lo è il cane sguaiato del mio vicino di casa?
Io so che esistono risposte interessate a domande genuine. E
questa è demagogia.
Sorgono domande leziose su questioni accertate. E questa è
ipocrisia.
Una domanda mi giunge improvvisa come il telegramma di un
postino e chiede:
«Ehi, tu! Poeta. Quale bella domanda hai da farmi oggi?
87
AGATTONE
Gnoccata
Hai forse perduto il senno che ti aggiri tra i tronchi spogli del
noceto come Frisso privato del vello?
Laggiù non grufola risposta alcuna.
Laggiù troverai soltanto il mallo marcito delle noci.»
Una buona risposta varrà pure lo sforzo di ingoiarsi il mallo
duro e amaro della noce?
Oppure non ne viene nulla di buono neppure dopo?
Cosa ci resta di tutti i nostri buoni propositi?
I buoni propositi hanno forse impedito la fondazione delle
necropoli della ragione?
Cos'è accaduto alle buone ragioni di chi ha avuto ragione?
Ad essi non è forse riservato il medesimo destino decretato a
coloro che hanno avuto torto?
E' forse vita questa?
Ma è la sola vita questa?
La vita è proprio una sóla.
M'affiderò una volta di più alle orfiche dell'oscuro di Efeso:
«Dopo la morte attendono gli uomini cose che essi non
sperano e neppure immaginano.».
E non potendo non morire, tenterò allora di non rinascere più.
Ma se dopo la morte verrò a forza rigettato in questo stesso
terrestre burello, allora mi sceglierò un corpo immune da ogni
umana miseria.
88
AGATTONE
Gnoccata
ATTO III
NOTIZIA SESTA
Agattone sta ancora riflettendo. Diotima alza lo sguardo verso
di lui. Sorpreso, il poeta dapprima si domanda se quella
improvvisa attenzione vada per caso attribuita alla facoltà
della vestale di leggere nel pensiero. Ma poi approfitta di quel
contatto visivo con Diotima per esortarla all'intervento e le
sottopone due nobili ragioni. La prima, per suscitare il
risveglio del maestro, che così pesantemente piombato nel
sonno del giusto sarebbe da portare via a braccia, con grande
fatica per tutti. La seconda, per disincagliare la conversazione
tentando di condurla finalmente ad una degna conclusione.
Prima di profondersi nel proprio discorso, la piZia evocherà
il baratro dell'Ade per Tristociano, la cui presenza alla
Gnoccata, oltre ad essere ormai divenuta del tutto inutile,
rischia d'essere perfino dannosa. Durante l'esposizione del
proprio discorso, Diotima, compiaciuta dell'occasione che le
viene offerta di farsi beffe del linguaggio formale di
Lorenzocrate, dapprima introduce in sala un giovane
pastorello oggetto di un esperimento atto a dimostrare
l'efficacia della "virtus intuitiva"; poi raccoglie il guanto di
sfida rappresentato dal dibattito aperto sul decimo pianeta,
arrivando perfino a decretare la nascita di un "nuovo punto"
sensibile sul tema oroscopico, che a partire da quel preciso
istante comincerà a sortire il proprio effetto sul tema natale di
tutti i convitati. Il trionfo di Diotima sarà totale, soprattutto
dopo che avrà rigettato nell'Ade anche Glaucona e
Barbadora, che quando hanno veduto scomparire Tristociano
nella medesima forra, per la paura si sono nascoste dietro ad
una pianta di ficus. Nell'Epilogo, quei tre cacciabrighe
precipitati nello Stige saranno convocati al cospetto di
Diotima stessa, che mossa a compassione per la precisione e
89
AGATTONE
Gnoccata
la coerenza con cui Glaucona ha riportato nel suo racconto la
memoria dei fatti accaduti, consentirà ai tre di abbeverarsi
alle acque del fiume Letè e così dimenticheranno le proprie
colpe.
LE "LUSINGHE OMERICHE" DI AGATTONE IN ONORE DI DIOTIMA
AGATTONE - [Rivolto a Diotima]
Preziosa Graia.
Luminosa vestale, questo luogo è 'sì tanto crosto quanto le
muffite pareti della stalla di Betlemme che voi lo venite a
nobilitare con tutta la vostra gloria?
Il vostro severo sguardo sarebbe capace di trafiggere perfino i
saturnini piombi delle carceri di Venezia.
Leggete, leggete la mia mente come fosse un libriccino redatto
alla rinfusa o uno spernigato calembour.
A voi pare sia concesso ispezionare i cieli come foste assisa
sul carro di Fetonte, quali segreti potrà mai avere per voi
l'umana mente?
Divina maga dei raggi d'oro e d'argento, parlateci voi delle
stelle e sciogliete questi tenaci lacci che la scienza ci ha
imposti tanto severamente.
Disperdete il tenebroso chiostro che imprigiona il regolo
dell'arte.
O raggio di Luna, multiveggente madre dell'Occhio Biondo,
non soltanto di quelli intendo pascermi.
Parlate!
90
AGATTONE
Gnoccata
Fatemi edotto sullo spiritual significato di Sole, Luna e tutte
l'altre stelle.
Ma innanzi tutto soffiate le volute di Zefiro, Borea e Noto
sulle gote di questo mio prono maestro inciucchito
dall'ambrosia. Se non si svegliasse da sé, dovremo caricarcelo
a spalla fuori da questo luogo e sopportarne le gravi membra
fino al giaciglio del suo tablinum.
DIOTIMA PRECIPITA TRISTOCIANO NELL'AVERNO
DIOTIMA - Molti dormono. Soltanto ora si addice una buona
parola a questa riottosa platea finalmente silente. [Si rivolge
ad Agattone] Poeta inquieto, non potevo parlare prima, tu lo
sai, e chi altro? Ci son cose che fruttano soltanto allorché dette
in presenza di orecchie salaci, tali quelle di colui che sa
ascoltare, e che perciò già sa, anche se è privo di dottrina. In
questa locanda ci sono orecchie dell'uno e dell'altro grado.
Tuttavia, quelli che otterrebbero buona mercede dall'ascoltare
dormono, mentre coloro che avrebbero i migliori vantaggi
dormendo, vegliano. Agattone caro, s'impone che questa
snaturata situazione venga capovolta e poi occorrerà
nondimeno sbarazzarci di alcune anime presenti, che oltre ad
essersi coperte di ridicolo coram populo, son pervenute al
nulla come è specie che facciano gli automi retroazionati, ed
ora, se lasciassi che costoro ascoltassero quanto ho da dire, ci
esporremmo financo al rischio che il loro fraintendimento
arrechi un forte danno.
AGATTONE - A chi vi riferite, nobile Diotima? Non al
maestro mio, che dorme. Non a Fortesimmaco, che ammicca.
Non a Pausania, che russa sopra i suoi risotti. Non alle nostre
donne, che sono uscite da un pezzo a prendersi aria dopo la
scorpacciata di gnocchi e prosciutti. Ne restano soltanto tre...
91
AGATTONE
Gnoccata
DIOTIMA - Proprio loro.
AGATTONE - Voi all'inizio già sapevate...
DIOTIMA - Proprio così. Mi sbrigherò sùbito. [Rivolta a
Tristociano] Ehi, tu! Dico a te. Alzati in piedi e ascolta ciò che
per te è al contempo verbo e verdetto. Tu, Tristociano da
Pigna, che hai tentato molto e con somma astuzia teco, hai
leso con inurbane leggi il sacro suolo su cui pretendi di posare
il tarso, affiancato da empie, perverse e ardite, ti sei dileggiato
di Agattone, hai spillato il veleno per l'Arconte buono e ti sei
macchiato di pubblico fallo. Tu, così come sei, precipita di
sotto nei caduchi anfratti ed ivi resta avvinghiato al fondo
come fossi cotto.
[Il suolo si spalanca sotto i piedi di Tristociano che viene così
inghiottito nelle profondità della terra. Glaucona e
Barbadora, terrorizzate oltre il più irragionevole ardimento
della fantasia, corrono a nascondersi dietro ad una pianta di
ficus. Glaucona, temendo una perquisizione corporale, estrae
dalla sacca la fiala del veleno destinata a Lorenzocrate e ne
riversa il contenuto nel terriccio di quella stessa pianta.]
DIOTOMA - Alle altre due penserò dopo. Là dove stanno ora
non disturbano affatto.
INTERVENTO DI DIOTIMA A SOSTEGNO DELLA «VIRTUS
INTUITIVA»
DIOTIMA - Mentre il sonno cinge ancora le palpebre di
ciascuno, rivelerò a te soltanto, poeta Agattone, una mia breve
riflessione al tuo discorso intorno al nuovo significato da
attribuire a Giove. Come legittimamente rilevavi, se l'effetto
del grande benefico non raggiunge più l'uomo allo stesso
modo di un tempo, forse ciò è dovuto al fatto che l'essere
umano non crede più alle cose dello spirito, o meglio, ci crede
92
AGATTONE
Gnoccata
fin troppo, ma soltanto a ciò che può procurargli qualche
immediato quanto effimero vantaggio. Arruffato com'è nella
conquista dei più gobbi traguardi materiali e mai lasso di
quelli, l'uomo ha perduto la facoltà di accontentarsi delle
piccole gioie che la vita ha in serbo; non è più capace di
benedire Dio e, in nome suo, benedire gli uomini che operano
il bene.
AGATTONE - E' infinitamente vero, magica vestale. Ma
questa tua profonda riflessione non va ad aggiungere nulla in
difesa dell'arte, o per contrastare le pesanti critiche della
pubblica opinione, nella quale, a lungo andare, andrà sempre
più consolidandosi la sensazione che l'avvento di Giove porti
seco beffa e scorno.
DIOTIMA - Di questo tu non devi preoccuparti, irrequieto
ragazzo mio. Non commettere anche tu l'errore di Tristociano.
Lascia che i flussi esistenziali ti passino attraverso. Ascolta
tutte quelle chiassose voci come se avessi i tappi auricolari.
Resta vigile dentro e non acconsentire che quelle energie di
basso livello conturbino il tuo animo cristallino.
LORENZOCRATE - [Ridestatosi dal sonno] Cos'è questo
sinistro bisbiglìo? Gatto carbonaro, smetti di confabulare
segretamente e vedi di andare a saldare il conto con la
locandiera. Vorrei andarmene a dormire più comodamente sul
morbido giaciglio del mio albergo. [Si accorge che Diotima
sta parlottando con Agattone] Per tutte le protuberanze solari!
A me uno spettrografo! Non credo affatto di vedere bene. La
piZia che sta affabulando delicatamente con il Gatto attico?
Come ci sei riuscito discepolo ingrato? Le hai forse promesso
di portarla al cinema e poi a mangiare il gelato?
AGATTONE - Maestro, la nostra venerabile vestale del sacro
Forco ci ha appena sgravati della presenza del Pigna.
93
AGATTONE
Gnoccata
LORENZOCRATE - Tu hai davvero fatto questo, Diotima?
Me tapino. Quello era l'unico qui dentro che fosse dotato di un
briciolo d'amor proprio e di un blando soffio di genuino
trasporto. Ora possiamo davvero dire «buonanotte al secchio»
e andarcene tutti quanti a letto.
AGATTONE - Arconte mio, ti prego. La sensata Graia regina
delle Erinni ha promesso di distendere le ali del nostro
discorso ormai da tempo racchiuso tra i lacci dei tenaci
assiomi del linguaggio formale.
LORENZOCRATE - Ah, sì? E perché non le domandi come
pensa di farlo? Magari con uno dei suoi astuti trucchetti? In tal
caso scordatelo! Io me ne vado a letto.
AGATTONE - Ma... [Rivolto a Diotima] Che ne pensate,
divina? Come dissuadere il maestro da cotanta capricciosa
ubbia?
DIOTIMA - Ho io in serbo il modo. [Rivolta a Lorenzocrate]
Arconte caro, ricordo un nostro antico discorso nel quale tu
convenivi con me che il Simbolo astrologico potesse venir
assunto a buon giudizio come causa efficiente del significato
da attribuire ai pianeti. Non è così?
LORENZOCRATE - Lo ricordo bene, cara piZia. Ma ricordo
pure che ti dissi di prendere in esame una simbologia che
considerasse senza meno le importanti acquisizioni in campo
psicologico apportate da Carl Gustav Jung. Senza un
"controllo" oggettivo, i simboli astrologici languono alla
mercé dei "radicali liberi" del pensiero. La simbologia
astrologica, priva del concetto di sincronicità applicato
oggettivamente, resta una bella teoria, ma del tutto
impraticabile. E come accade nel racconto della Bella e la
Bestia, una simile bella teoria finirebbe col venir circuita,
assediata e sedotta da un bruto tal quale Tristociano... che per
fortuna vostra non è più dei nostri.
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AGATTONE
Gnoccata
DIOTIMA - Le cose dello spirito hanno una facoltà tutta
propria di manifestarsi. E tali manifestazioni sono per me
tanto evidenti quanto per te le sensate esperienze. Reputo
evidente tutto ciò che si presenta allo spirito con immediatezza
e semplicità. Ma come potremo discernere ciò che è buono da
ciò che non lo è? E' semplice. Se lo spirito è buono lascia
attorno a sé un alone di bontà, un sapore di buono. La scienza
ci insegna che nessuna energia va mai perduta, essa è
perpetuamente in trasformazione e, a maggior ragione, anche
le cose dello spirito lo sono. L'energia dello spirito buono
produce cose buone e inclina al bene le anime che l'accolgono.
Tristociano, al contrario, è completamente intossicato dai
veleni della materia bassa: per noi è stato causa di disturbo e
pertanto andava allontanato. Nonostante il suo vecchio e
sdilombato corpo, lo spirito di quell'uomo è ancora assai
giovane e bilioso.
AGATTONE - Che significa questo, adorabile ancella del
Tempo?
DIOTIMA - Significa proprio ciò che ho detto. Vale a dire che
non sempre ad un corpo vecchio corrisponde uno spirito
altrettanto carico d'anni.
AGATTONE - Forse comincio a capire. Intendi forse dire che
lo spirito non invecchia insieme con il corpo? Da ciò che
sostieni riesco ad intendere, contrariamente al pensiero
comune, che non è lecito ritenere che lo spirito non invecchia
mai. Mi piace considerare, come tutti, che qualora il corpo
avesse vissuto con pienezza le varie età che gli competono,
oramai satollo di piaceri, affanni, esperienze, gioie e dolori,
vorrebbe riposare e dissolversi. E questo era proprio ciò che
pensavo accadesse. Ma con questa tua sorprendente
dichiarazione apprendo soltanto ora ciò che non tutti pensano,
e cioè che lo spirito contenuto nell'involucro fisico potrebbe
trovarsi ad essere viepiù ancor giovane ed immaturo, pertanto,
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AGATTONE
Gnoccata
non ancora pronto al trapasso, come invece mostra d'esserlo il
corpo. Ma potrebbe perfino accadere il contrario, vale a dire
che in un corpo giovane può trovare alloggiamento uno spirito
anziano, il quale si troverebbe alquanto costretto dentro ad un
involucro che vorrebbe ancora vivere ciò che gli spetta di
diritto in questa vita terrena, mentre il suo unico desiderio
sarebbe di ritirarsi dalla vita stessa proprio come se fosse
morto. Ecco spiegato perché tanto spesso si incontrano giovani
uomini e donne pallidi come la neve, con lo sguardo fisso
come l'asta di una meridiana e che sembrano appena stati
traghettati dal legno di Caronte.
DIOTIMA - Per ciò stesso, eccoti spiegato il motivo per cui le
discipline irrazionali oggi dilagano oltre ogni lecita
immaginazione. Abbiamo tante anime vecchie che sono ormai
stanche di ritornare continuamente in giovani corpi. Perciò, in
quelle discipline, ricercano i modi per non rinascere più. Pur
tuttavia, non è una questione che riguarda tutti...
AGATTONE - Avete ragione, divina. Per tutti gli altri vale lo
stesso principio che è valso al grande Händel. Egli è ovunque
acclamato come un fenomeno tutto inglese, benché fosse
invece tedesco per nascita, cultura e formazione e le cui opere
di maggior successo furono musicate su libretti in lingua
italiana.
DIOTIMA - Ben detto, Agattone. Più o meno è proprio ciò
che accade all'uomo moderno. E a proposito della musica,
devi sapere che la nostra zodiacale disciplina è degna cugina
dell'arte neumatica. Questa è invero formale e precisa nella
notazione, scientifica nella composizione e rigorosa
nell'intercalatura delle parti, ma se chi la esegue non la
"sente", a nulla vale conoscerla. Allo stesso modo, l'astrologo
deve sentire la propria arte.
96
AGATTONE
Gnoccata
AGATTONE - Divina vestale. Ora mi spiego bene il motivo
per cui i meteorologi falliscono così spesso le previsioni del
tempo: non "sentono" i dispacci emessi quotidianamente dal
bollettino dell'aeronautica.
LORENZOCRATE SUL CONCETTO DI «SINCRONICITÀ»
LORENZOCRATE - Le vostre cianciche mi tengono a
malapena sveglio. Ma prima di riaddormentarmi di nuovo ci
terrei a concludere il discorso iniziato poc'anzi. Dicevo di
trovarmi generalmente d'accordo con la teoria di mastro Jung.
Ma sono altrettanto persuaso del fatto che la rappresentazione
della sincronicità non è per nulla facile da osservare in natura.
Questo concetto junghiano è in realtà molto vicino per
similitudine al paradosso del gatto di Schoroedinger, poiché,
proprio come questo, non è sperimentabile in un sistema
aperto soggetto all'imprevedibilità delle variabili del
linguaggio naturale. Mi spiego meglio. Prendiamo un tale che
non sappia nulla di astrologia e facciamone l'oggetto di studio
di un astrologo. Per nostra comodità chiameremo il primo
uomo A, mentre l'astrologo sarà B. Costui non dovrà però
manifestare in alcun modo la propria vera identità ad A e sotto
mentite spoglie dovrà farsi raccontare giorno dopo giorno le
cose più strane e bizzarre che via via accadranno ad A. Il
compito di B sarà quello di verificare sul piano astrologico le
concordanze tra le vicende accadute ad A ed i transiti planetari
sul suo tema natale. Se B è davvero un bravo astrologo
dovrebbe ravvisare oggettivamente le corrette associazioni tra
il piano dell'esperienza e quello decretato tradizionalmente
dall'arte, in modo tale che il rapporto causale tra le due
manifestazioni sia del tutto assente, ovvero, come sostiene
Jung, esse non siano legate fra loro. Se B procederà con onestà
e coerenza sarà possibile, ancorché molto difficile, che possa
imbattersi in alcune autentiche sincronicità. Ma se in
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AGATTONE
Gnoccata
quell'esperienza introdurremo alcune variabili degenerative,
ecco che il nostro esperimento crollerà come un castello di
carte. Se infatti A fosse al corrente che B è astrologo, o
peggio, se anche A conoscesse l'arte di astrologare,
l'esperienza risulterebbe spuria, poiché A potrebbe mentire
coscientemente o inconsciamente a B in qualsiasi momento.
Lo stesso Jung afferma difatti che «qualora una causa sia
ragionevolmente anche solo pensabile, la sincronicità diventa
una faccenda estremamente dubbia.».
INTERMEZZO DRAMMATURGICO. DIALOGO SUI MINIMI SISTEMI
[Si svegliano Fortesimmaco e Ciro Pausania.]
AGATTONE - Bentornati, amici. Giusto in tempo per il piatto
forte. L'Arconte ha appena esposto i capisaldi della
sincronicità junghiana ed io m'appresto a mia volta a indulgere
tra gli ipnotici sussurri della "virtus dormitiva" contrapposta a
quella intuitiva propugnata dalla piZia.
FORTESIMMACO - E' del tutto evidente che il mio pisolino
non trova giustificazione alcuna, soprattutto ora che m'accorgo
d'aver perso l'inizio dei vostri dotti discorsi. A maggior
ragione mi sento in difetto constatando che la venerabile
Diotima si è lanciata anch'essa nell'arena della concione. Ho
appena intuito che stavate discorrendo di Jung, ed è forse per
questo che mi sono svegliato. La sincronicità è davvero un
mezzo geniale per sperimentare la realtà oggettiva. Ma
Lorenzocrate ha ragione, occorre fare molta attenzione. La
mia personale raccomandazione è di fare in modo che tale
metodo non venga tristemente, o peggio, tristocianamente,
inquinato da leziosi interessi di parte.
AGATTONE - Così facendo si correrebbe però il rischio di
restare isolati, perché una volta che il metodo è accertato e
98
AGATTONE
Gnoccata
funziona, la scienza lo vorrà impalmare come proprio. E tu,
principe illuminato, sai bene che la nostra comunità scientifica
è fortemente compromessa con interessi di varia natura e
avrebbe quindi grande timore della posizione critica assunta
da chi, come noi, è privo di timidezze intellettuali,
appartenenze ideologiche o di bottega.
LORENZOCRATE - Sotto questo aspetto la scienza può stare
senz'altro tranquilla e dormire beatamente fra due morbidi
guanciali. Tra gli esponenti della cultura contemporanea la
creatività è una merce ancor più rara del panettone a
ferragosto. Tra i grigi corridoi di questo nostro odierno
costume io sento l'oricalco di Orfeo che annuncia la fine della
cultura. Le parole sono scollegate dai fatti. Ognuno straparla
per sé o per dar sfoggio dei propri personali e discutibili
talenti. Nella formulazione dei discorsi e nella redazione degli
scritti auspico il ritorno al discorso sul metodo di Cartesio e
alla definizione di idee chiare e distinte.
CIRO PAUSANIA - [Si stira.] Caro Lorenzocrate, se tutti
però difendessero dignitosamente la propria alterità parlando o
scrivendo con la forbitura dell'ottimo Agattone, tanti equivoci
non avrebbero sèguito.
LORENZOCRATE - Buon giorno, serenissimo Pausania. No,
non sono affatto d'accordo. Il Gatto prolisso ha la sola facoltà
di rendere il fondo del mare ancora più torbido di quello che
non è. Esiste un modo ben preciso di scrivere per coloro che
intendono offrire un saggio al pubblico che sposi la precisione
della dottrina con l'eleganza del divulgatore. L'unico plausibile
emulsionante capace di raggiungere questo difficile obiettivo
consiste nella genialità di chi sa essere semplice anche nelle
cose di maggior valore. Le parole complicate svolgono invece
la sola funzione di non consentire agli altri di entrare nel
discorso con la dovuta euritmia. Non a caso il potere è nelle
mani di coloro che hanno accesso alle parole ed al loro
99
AGATTONE
Gnoccata
significato. Tutto nella cultura odierna è talmente squalificato
che, dall'oggi al domani, si potrebbe consegnare il titolo di
dottore a chiunque scriva e parli con eccellente forbitura,
sorvolando perfino sul fatto che costui non sappia un
beneamato cippo di Marte a proposito della dottrina che
avrebbe dovuto studiare. Tralasciando l'eufemismo, il nostro
Gatto eristico non partecipa alla vita pubblica e pertanto non è
assolutamente in grado di formarsi un'opinione critica sullo
stato di salute di questa nostra inclita attualità. Egli è un
onirico poeta specioso ed inattuale, giustappunto.
AGATTONE - Tu dici bene, maestro. Invero io mi limito a
sognare la prisca vita di mondi diversi, adiacenti o in
condominio tra essi. La mia vicenda è simile al destino dei
grandi libri del passato. Oggigiorno non è possibile leggere
opere come La guerra del Peloponneso di Tucidide, Guerra e
Pace di Tolstoj o l'Ulisse di Joyce senza restare imprigionati
come Alice in quei mondi lontani, a noi distanti tanto nello
spazio quanto nel tempo. Ma la condizione di chi è inattuale è
cosa ben diversa rispetto a chi invece è decaduto agli occhi
della storia come fosse una moneta fuori corso. Un bricco di
latte scaduto ha molto più valore del liquido avariato che
contiene, poiché può venire opportunamente riutilizzato. Allo
stesso modo, le grandi opere del passato, anche quando sono
del tutto incapaci di gettare i propri ponti levatoi sull'attualità,
svolgono comunque la funzione di enormi serbatoi, custodi di
vita nuova e potenziali focili della noumenica scintilla
creativa. «Sono come l'edera che non tende a salire più in alto
delle piante che la sostengono e, addirittura, spesso, quando ha
raggiunto la sommità, ridiscende verso il basso.».
100
AGATTONE
Gnoccata
LA PARABOLA VIVENTE DEL GIOVANE PASTORELLO
DIOTIMA - [Picchietta su un bicchiere con la forchetta e
riporta la discussione in tema.] Ai fini di una rifondazione
astrologica, la sincronicità non è il solo mezzo che ci consente
di restituire il giusto valore simbolico all'arte. Al vizio
razionale a cui conduce il linguaggio formale e che
Lorenzocrate contrappone alla mia virtus intuitiva fondata sul
linguaggio naturale, io contrappongo ancora una volta, o
meglio, aggiungo l'intuito veggente. Ma è una facoltà questa
che non dimora molto facilmente nell'animo degli esseri
turbati di oggigiorno. Per ottenerla occorre un minimo di
serenità interiore e non è questa una cosa tanto facile da
raggiungere, neppure per un santo. Vi proporrò un esempio di
ciò che dico, con il quale intendo dimostrare che l'influenza
dei pianeti è paragonabile ad una forza che si incanala in un
viadotto. Ma quando il percorso è intasato, ecco che questa
forza non riesce più a passare, ovvero, fluisce comunque ma
prende direzioni imprevedibili, fino a provocare gli effetti che
Agattone ha ben riassunto nel suo discorso su Giove.
Ricorderete che poco fa sostenevo che anche le cose dello
spirito sono visibili e verificabili quanto lo sono quelle
dell'osservazione sul piano sensibile. E intendo dimostrarvelo
con un esperimento. Prima di recarmi qui alla preclare
Gnoccata ho avvicinato un giovane pastorello che vagava
nella campagna locale e gli ho domandato alcune cose allo
scopo di valutare se fosse felice. Quel giovane mi ha risposto
che in quel momento non era molto felice perché in casa sua
aveva un sacco di magagne da affrontare. La madre era afflitta
da un gravame, il padre era carico di debiti e i suoi fratelli
malversavano uno contro l'altro, anch'essi lacerati dalle ferite
aperte da quella sordida discordia familiare. Ho consigliato al
ragazzo di rientrare a casa con un bel sorrisone distribuendo
parole di speranza ad ognuno dei propri familiari ed elevando
a tutti loro la promessa che il giorno seguente si sarebbe dato
101
AGATTONE
Gnoccata
da fare per risolvere tanto la malattia della madre, quanto la
pendenza finanziaria del padre, il resto sarebbe poi venuto da
sé. Quel ragazzo ora è qui. Eccolo laggiù, proprio dietro quella
colonna. [In fondo alla sala, dietro ad un colonnato, c'è un
giovane in attesa.] Ora lo chiamerò qui e lo interrogherò
sull'esito avuto dai miei consigli. [Diotima chiama a sé il
giovane.] Dimmi, caro, hai fatto esattamente come ti avevo
suggerito?
UN GIOVANE PASTORELLO - Sì, signora. Ed ho ottenuto
risultati nondimeno prodigiosi. Nessuno in casa si aspettava da
me un simile comportamento. Mia madre è immediatamente
guarita da tutti i suoi brutti malanni, poi è giunto un
telegramma in cui si leggeva che i debiti di mio padre sono
stati saldati da un lontano parente residente in terra
d'Argentina. I miei fratelli mi hanno lodato a lungo per la
positività e l'ottimismo di cui ho dato prova ed anche loro, da
quel momento, mi hanno imitato ottenendone in cambio
grandi benefici.
DIOTIMA - Grazie, caro. Ora puoi andare. Tanti, ma ancora
tanti auguroni. [Il pastorello esce di scena ringraziando
ripetutamente.] Avete sentito? Ora fate conto che in questo
esperimento io rivestissi i panni di Giove e che il ragazzo
fosse un soggetto con il Grande Benefico congiunto al Sole.
Ebbene, quel giovane ha accettato il mio consiglio rompendo
quindi l'assedio della propria ignoranza, ergo, ha accolto il
significato spirituale di Giove nel modo più corretto. Ma se
l'accezione spirituale non vi soddisfa più e la trovate
arbitraria, accettatene un degno sostituto: significato
energetico. Un tempo, esseri umani molto saggi e assai più
inclini alle cose dello spirito, diedero un nome ed assegnarono
un significato energetico ai pianeti in funzione della loro
natura spirituale. Oggigiorno quei nomi possono non essere
più gli stessi, ma il significato energetico di quei corpi celesti
resta immutato. Le energie che provengono dai pianeti
102
AGATTONE
Gnoccata
inducono l'uomo a fare il bene o il male proprio come un
tempo. Nulla lassù è mutato. [Mostra la rosa che
Lorenzocrate ha donato ad Aristangel nel corso del primo
atto.] «Cosa c'è in un nome? Quella che noi chiamiamo rosa,
anche chiamata con un'altra parola avrebbe lo stesso profumo
soave.» E' l'uomo ad essere cambiato, o meglio, irrigidito in
un'epistruttura che funge da crosta anamniotica, che non lascia
passare attraverso di sé alcunché di utile. Tutto questo
potrebbe perfino spiegare il motivo per cui, oggigiorno,
l'uomo di scienza è tanto fiero dei propri progressi ed erige
sontuose cattedrali in onore della tecnologia. L'uomo
contemporaneo è rigidamente concentrato sulle proprie risorse
e crede fermamente che tutto ciò che fa sia il risultato dei soli
propri sforzi. In realtà non è affatto così. L'uomo è
assolutamente incapace di fare qualsiasi cosa che possa avere
una sia pur minima utilità, a meno che non si decida una volta
per tutte a restituire il giusto significato alla propria esistenza,
recuperando la dimensione spirituale che gli è propria e
ammettendo di essere nulla di fronte ai misteri dell'universo.
LORENZOCRATE - Questa tua esemplare rappresentazione è
stata davvero commovente, cara piZia. Benché nei riguardi di
essa avrei un paio di obiezioni da sollevare. Prima di tutto, la
brevità dell'anamnesi non consente di ricostruire la natura del
quadro clinico e familiare di quel ragazzo; in secondo luogo,
chi ci garantisce che il tuo giovane amico non fosse pazzo? Le
dinamiche naturali necessitano di prove più rigorosamente
assunte, altrimenti, scusami, ma preferisco di gran lunga i
truculenti e spassosissimi sghimbesci di Tristociano.
DIOTIMA - Le dinamiche naturali spesso sono non-linerari e
fondate su di una radice comportamentale quantistica, discreta
e intrinsecamente indeterministica. Ti ricordo il sogno di
unificazione di Decartes, la scientia mirabilis della sua
Olympica: «mentre ero pieno di entusiasmo e scoprivo i
fondamenti di una scienza meravigliosa». La concatenazione
103
AGATTONE
Gnoccata
di tutte le scienze divenne poi anche il sogno di Einstein, che
per tutta la vita nutrì la speranza di liberare la molteplicità
delle discipline dal vischioso brago delle polemiche. Diresti
che si è trattato soltanto della chimera di due pazzi? Ma tu mi
richiedi un esempio ancor più concreto. Ed io te lo fornisco.
Devi sapere che la scienza fa spesso uso dell'approccio
metarazionale per insinuarsi con rinnovato slancio nella
rarefatta esosfera della ricerca. Conoscerai senz'altro
l'aneddoto della sfera di Edison. Thomas Alva Edison era un
industrioso scienziato proprio come piace a te, rigorosissimo,
che applicava alla lettera i più serrati assiomi
dell'epistemologia fisica. Egli era però uso concedersi
numerosi sonnellini durante l'arco della giornata. E a tal
proposito aveva sviluppato una tecnica speciale e alquanto
curiosa. Comodamente affossato sulla sua poltrona preferita,
egli entrava in profonda meditazione, quindi, per controllare
se mentre stava assorto in quella condizione meditativa la sua
coscienza scivolasse via, teneva alcune biglie nella mano
chiusa. Ogni volta che si addormentava la mano si apriva e le
biglie, cadendo, lo svegliavano. Ripeteva la tecnica descritta
fintantoché riceveva la giusta ispirazione o le informazioni che
gli servivano.
LORENZOCRATE - Sono colpito. Però continuo a non
vedere alcun nesso tra l'ipotetico mondo supplementare, o
alternativo, e l'immanenza della nostra sperimentabile
dinamica naturale. Ti avverto che non potrai convincermi
neppure accendendo la stufetta di maiolica di Cartesio. Il fatto
che risvegliandosi improvvisamente dal sonno consentisse ad
Edison di trattenere a sé le intuizioni avute dimostra soltanto
ciò che già conosciamo, e cioè che durante le attività di riposo
il pesante drappo dell'umano affanno si squarcia, dando modo
ai processi mentali di espandersi con maggior naturalezza.
DIOTIMA - Tu intravedi il punto, ma ti fermi ad una visione
parziale del fenomeno. Se prendessi invece in considerazione
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AGATTONE
Gnoccata
un'ipotetica realtà prima, ecco che i singoli concetti diventano
aspetti singoli di un'unica realtà. Un concetto da tutti preso per
identificazione comune deve riferirsi ad una realtà prima, alla
quale le forme secondarie sono analoghe. Così come il cibo, la
medicina e il polso si possono definire sani, possiamo
assumere che, di essi, il concetto comune è la salute, la quale
si applica per sé sulle elencate forme secondarie. Dobbiamo
infatti riconoscere che cibo, medicina e polso sono tra di loro
connessi e pur facendo parte di diversi aspetti della realtà, in
questo nostro esempio formano un tutt'uno. Espandendo la
metafora possiamo ora affermare che il cibo, la medicina e il
polso rappresentano l'intavolatura dei pianeti, i luoghi e le
attribuzioni del tema, mentre il bravo astrologo rappresenta
l'armoniosa salute del consultante. E' indispensabile che la
virtus intuitiva recuperi il consensum gentium di cui godeva in
passato. Occorre che le nature semplici cartesiane, coglibili
soltanto con l'intuito, riacquistino valore universale. Infatti, ciò
che è universale tra gli uomini ha il peso della verità.
LORENZOCRATE - Mi hai quasi convinto. Ma come sempre
accade tra noi, anche per questa volta mi duole dover
concludere sempre allo stesso modo, affermando cioè che non
posso crederti. Il tuo procedimento mi ricorda l'instantia
crucis di Bacone. In esso il processo induttivo per la
determinazione della forma o struttura di un fenomeno è un
fatto privilegiato che ci consente di decidere, a piacere, tra due
o più ipotesi ugualmente probanti. Bacone lo chiama così
perché assolve la medesima funzione delle croci segnavia
poste ai bivi.
PERPLESSITÀ SULL'ESISTENZA DEL DECIMO PIANETA E NASCITA
DI UN "NUOVO PUNTO" OROSCOPICO
DIOTIMA - Molto astuto. Ma non puoi però negare
l'esistenza, ormai conclamata dalla scienza, del decimo
pianeta, da alcuni identificabile nientedimeno che nel
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AGATTONE
Gnoccata
sumerico Nibiru. Di questo nuovo corpo celeste, grande tre
volte Giove, non è più possibile non tenerne conto nella nostra
arte.
LORENZOCRATE - Calma, piZia. In realtà è stata soltanto
scoperta una perturbazione gravitazionale compatibile con la
presenza di un grosso pianeta o una piccola stella bruna. Ma il
corpo per se stesso non è ancora stato osservato direttamente e
i motivi di ciò li ho spiegati poc'anzi. Fossi in te ci andrei
cauto con l'assegnare simboli ed assiologie toto corde alle
trovatelle palle numinose che ruotano nello spazio esterno. Ad
esempio, quale valore astrologico vorresti attribuire a questo
nuovo puntino disperso nel cosmo? Ma soprattutto ci sarebbe
da domandarsi cosa sarebbe successo se Marte, invece di
essere visibile a occhio nudo e quindi già da secoli noto a tutti
col nome del dio romano della guerra, fosse apparso solo sui
telescopi degli astronomi moderni e si fosse chiamato
semplicemente come i due satelliti della nebulosa di
Andromeda, M32 e NGC205.
DIOTIMA - Vedo che non ti sei ancora convinto. E allora mi
costringi a decretare la nascita di un nuovo punto sul tema
natale.
LORENZOCRATE - Per tutti i giroscopi! Lo sapevo che
sarebbe finita così. Intendi proprio dire come facesti per quello
di Talete?
DIOTIMA - Molto peggio. Decreterò l'evidenza sul tema del
punto in itinere. Si dice di una scienza o disciplina lungo il
proprio percorso storico o di ricerca. E noi qui stiamo appunto
indagando l'efficacia dell'astrologia. Il punto è già attivo.
Prendete le vostre carte che ve lo mostro.
[I commensali estraggono il foglio con il proprio tema natale.
Diotima traccia su ognuno di essi il punto in itinere ed ognuno
106
AGATTONE
Gnoccata
verifica da sé che l'aspetto è efficace ed universale, pertanto
veritiero.]
LORENZOCRATE - Cara piZia, non so davvero come
ringraziarti per avermi messo questo ennesimo nuovo puntino
nel segno della Vergine. Ci sta proprio bene lì, a fianco del
mio sole-solo-soletto, già costellato di macchioline notevoli
inventate da te. Il mio povero luminare sembra affetto da
varicella. Ora che il tuo nuovo luogo lo vedo fissato, in itinere,
su questo foglio di carta, appena un pochino comincio a
crederti. Ma che dici? Si muoverà davvero?
DIOTIMA - Al contrario della scienza io debbo credere in
molte cose che non vedo. Chi parla di scienza come se essa
fosse un assoluto si fa carico di un'imperdonabile impudenza,
poiché astrae la disciplina dalle attività umane che vanno sotto
questo nome per fabbricarsi un oggetto ideale, astorico ed
astratto, in una parola: un mito. Ma colui che rinnega il mito
perché pensa che esso abbia perduto ogni diritto sulla
conoscenza, o perché è certo che non abbia più nulla da dire ai
fini della ricerca, commette un errore ancora più
imperdonabile, poiché astrae ogni percorso metastorico,
rinunciando all'esperienza, alla fantasia e all'intuito. Per chi
crede nella nostra arte nessuna spiegazione è necessaria, ma
per chi non crede nessuna spiegazione sarà sufficiente.
«Conosci l'anima che fa sì che tu conosca: pensa che essa è
vincitrice nei presentimenti, profetica nei presagi, preveggente
nei pronostici. Che meraviglia che lei, data da Dio, sappia
divinare all'uomo. E ancor maggiore meraviglia se riconosce
colui dal quale è stata data.».
[Si ode il verso di un gallo. E' l'alba. Con grande sorpresa di
tutti è spuntato il nuovo giorno. Ognuno si alza dal proprio
posto. La Gnoccata è terminata. La sala del convito si svuota
lentamente e i commensali si dirigono stancamente alle
proprie magioni.]
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AGATTONE
Gnoccata
MONOLOGO CONCLUSIVO DI AGATTONE
AGATTONE - [Tra sé]
Il nostro discorso ha finalmente trovato degno esito.
L'arte pare sia stata ancora una volta sottratta ai decreti della
rupe.
O forse ad esser salvo è soltanto il nostro sonno?
Come potrà venir concluso il perimetro di un cerchio?
E' una storia antica quanto il mondo e che non trova soluzione.
Ci credi?
Complimenti a te!
Non ci credi?
Amico mio, buon per te!
Che senso potrà mai avere credere o non credere dal momento
che l'uomo stesso è del tutto incapace di operare una singola
scelta?
«Riterrò sempre di dovere di più a quelli per il cui aiuto potrò
godere senza ostacoli del mio tempo, che non a chi mi offrisse
le cariche più onorevoli di questo mondo.»
Non l'ho scritto io, ma che importa?
E' il mio stesso pensiero.
Non è forse sufficiente per "credere" d'averlo scritto?
L'astrologia è davvero un grande affanno.
Afeta, anereta, cerchi di posizione, meridiani celesti e nature
elementari.
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AGATTONE
Gnoccata
Quale valore universale assegnare a tutto questo dal momento
che gli stessi astrologi non sono mai in ecumene fra loro?
Quest'oggi i pianeti paiono brillare di meno.
Il carcame della scienza li ha raggiunti fin lassù.
Ed ora quei puntini son più fiochi.
Proprio come il sangue secco di un insetto schiacciato, quelle
sfere se ne stanno là, immote, a fornire perpetua testimonianza
della propria morte.
Non v'è per esse peggior tragedia di questa: non poter fare
neppure ritorno dal mondo dei morti per vendicarsi.
L'astrologia è diventata un insostenibile affanno.
Il motivo?
In astrologia l'aspetto di gran lunga più dissonante è
l'astrologo.
[Mentalmente rivolto a Lorenzocrate] E' giunto il momento di
salutarci, maestro mio. E siccome l'ultima volta mi sono
accorto d'aver esagerato, scandalizzando con il mio prono
omaggio tanto te quanto i presenti, da oggi in poi dispenserò a
malincuore il mio inchino al tuo cospetto riservandolo soltanto
alle pose plastiche della mia mente.
ANATEMA E CACCIATA NELL'AVERNO DELLE DUE STREGHE
[Soltanto Diotima è rimasta nella locanda. E' in attesa che
Glaucona e Barbadona sbuchino come scarafaggi dal proprio
floreale nascondiglio.]
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AGATTONE
Gnoccata
DIOTIMA - Siamo rimaste sole, voi ed io, malnate streghe. Le
avete tentate proprio tutte per disorientare gli dei sereni. Ma vi
è andata comunque buca.
Ad un trono di vendetta ora il giudice vi aspetta.
Comparire non osate, ben sapete voi chi siete.
Siete quelle che ogni legge del Ciel vorreste frangere.
Ogni porta di speranza sia per voi sbarrata.
Non vi resti alcuna fidanza, né perdono, né clemenza.
Tra i malvagi più giganti i maggior colossi siete voi!
Scendete!
Scendete e piangete tanto i mortali quanto gli etterni beni.
Tu, Barbadora.
Bevi l'acque ch'ardon la memoria.
Mneme stessa rapisca i ricordi dalla tua filza mente e dal tuo
cuore nero.
Tu no, Glaucona.
Ed ora via, via di qui entrambe.
Scendete!
[S'apron le cateratte dell'Averno e le due streghe precipitano
di sotto.]
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AGATTONE
Gnoccata
EPILOGO
NOTIZIA SETTIMA
La scena è nuovamente l'Averno. Glaucona ha terminato il
suo racconto. La maledizione della piZia è però ancora
operante. A dimostrazione di ciò Tristociano e Barbadora già
non ricordano più nulla della narrazione di Glaucona e
riprendono pertanto a litigare. Appare loro Diotima che con
la recita di un sonetto cancella il sortilegio evocato dal
proprio stesso anatema. La ieratica vestale concede infine a
quei tre sciagurati di recarsi al fiume Letè, le cui acque hanno
la magica proprietà di far dimenticare le colpe a coloro che se
ne abbeverano.
DIOTIMA Quale delle foglie, tale è la stirpe degli umani.
Il vento brumale le sparge per terra,
e le ricrea con germogliante selva a primavera.
Così l'uomo nasce, così muore.
Chiostri altissimi e stellati han veduto i vostri trucchi.
Lassù albergano i Beati, Luna, Sole, Stelle lucenti,
tutto il mondo è pieno di una gioia che è fatica.
Le celesti gerarchie mai fan nuove melodie,
l'uomo pravo invece sì, muta sempre il suo strumento.
Ecco un'altra nuova stella, tutta chiara, tutta bella.
Ma non uno laggiù in terra vuol guardare lei per sé.
Tutti anelano un motivo, uno scopo, un perché.
Come mai quel corpo nuovo è ancor privo di valenza?
Di quell'astro perdon spirto, senza il qual non v'è responso.
Con gran pena giunge il fine, voi maliardi ora sapete,
tanto che d'un momento solo foste precipitati al suolo.
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AGATTONE
Gnoccata
Come l'onda furibonda il Cocito v'ha bevuto,
quale forza si scatena se le chiome fian superbe!
Ma se Stelle restan sorde e non m'odono le Sfere
giunga pronto anche per voi il mio viatico perdono.
Vi dichiaro sollevati dai trabocchi procurati.
Al Letè andate pure a bere.
FINE
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Gnoccata