ISBN: 978-88-6508-114-3
Edizione ebook: agosto 2011
Titolo originale: Bet me
© 2004 by Jennifer Crusie Smith
© 2011 by Sergio Fanucci
Communications S.r.l. Il marchio
Leggereditore è di proprietà della
Sergio Fanucci Communications
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Roma
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Published in agreement with
St. Martin’s Press, NewYork, USA
Progetto grafico: Grafica Effe
1
C’era una volta, pensò Minerva Dobbs
mentre si trovava in
piedi al centro di un chiassoso locale
yuppie, un mondo pieno di uomini
interessanti. Poi guardò il volto attraente
dell’uomo che aveva scelto
come accompagnatore per il matrimonio
di sua sorella e pensò: Bei
tempi andati.
«Questa relazione non funziona» disse
David.
Potrei piantargli questo stuzzicadenti da
cocktail nel cuore, pensò Min.
Non l’avrebbe fatto, naturalmente. Lo
stuzzicadenti era di plastica, e
non abbastanza appuntito. Inoltre non è
così che si comporta la brava
gente nel sud dell’Ohio. Un fucile a
canne mozze sarebbe stato più
appropriato.
«Il motivo lo conosciamo entrambi»
proseguì David.
Probabilmente non conosceva neanche i
motivi della sua arrabbiatura.
Magari credeva di comportarsi in modo
pacato e maturo. Almeno io so
di essere furiosa, pensò Min. Lasciò che
la rabbia la pervadesse e le
scaldasse il corpo, che era più di quanto
David avesse mai ottenuto.
Un suono squillante provenne
dall’ampio bancone a forma di roulette,
situato all’estremità opposta del locale.
Un altro punto a sfavore di
David: la stava scaricando in un locale a
tema. L’Azzardo. Avrebbe
dovuto intuirlo dal nome.
«Mi dispiace, Min» disse David. Non
era vero.
Min incrociò le braccia sulla giacca a
scacchi grigia, per impedirsi di
dargli uno schiaffo. «Tutto questo solo
perché ho deciso di non venire a
casa tua stasera? è mercoledì. Domani
devo lavorare. E anche tu. Il
cocktail l’ho pagato io.»
«Non si tratta di questo» rispose un
offeso David, mostrando la
nobile superiorità del bel tenebroso.
«Non fai alcuno sforzo per far
funzionare le cose, il che vuol dire...»
Il che vuol dire che usciamo da due mesi
e non sono ancora venuta a
letto con te. Min smise di ascoltarlo e si
guardò intorno, passando in
rassegna la rumorosa clientela. Se
avessi un veleno irrintracciabile,
potrei versarglielo nel bicchiere e
nessuno se ne accorgerebbe.
«Ritengo che, se vogliamo dare un futuro
a questa storia, anche tu
dovresti fare la tua parte» disse David.
Non ne ho la minima intenzione, pensò
Min, confermando che David
aveva ragione.
Ad ogni modo, la mancanza di sesso non
era un motivo sufficiente per
mollarla tre settimane prima del giorno
in cui avrebbe dovuto indossare
un vestito da damigella d’onore che la
faceva sembrare una pastorella
grassa e demente. «Certo che abbiamo
un futuro, David» disse
cercando di nascondere la rabbia.
«Abbiamo dei progetti. Diana si
sposa fra tre settimane. Tu sei invitato al
matrimonio. Alle prove.
All’addio al celibato. Ti perderai la
spogliarellista, David.»
«è questo che pensi di me?» David alzò
la voce. «Sono soltanto uno da
portare al matrimonio di tua sorella?»
«Certo che no» disse Min. «Come io
sono sicura di non essere soltanto
una da portarti a letto.»
David aprì la bocca, poi la chiuse
rapidamente. «Non lo sei, è ovvio.
Ma non voglio che tu pensi sia colpa tua.
Tu sei una donna intelligente,
di successo, matura...»
Min attese, ben consapevole che non
avrebbe sentito: sei bellissima, sei
magra. Non poteva venirgli un attacco di
cuore? Solo il quattro
percento degli attacchi di cuore maschili
si verificava prima
dei quarant’anni, ma era comunque
possibile. E se fosse morto, neanche
sua madre avrebbe preteso di vederlo al
matrimonio.
«E sarai una madre stupenda» concluse
David.
«Grazie» disse Min. «è così poco
romantico.»
«Credevo che avremmo fatto strada,
Min» disse David.
«Già» rispose Min dando un’occhiata a
quel locale così
pacchiano. «E invece guarda dove siamo
finiti.»
David sospirò e le prese la mano. «Ti
auguro solo il meglio,
Min. Non perdiamoci di vista.»
Min ritirò la mano. «Non senti proprio
nessun dolore al braccio
sinistro, vero?»
«No» disse David guardandola
infastidito.
«Peccato» disse Min prima di tornare
dalle sue amiche, le quali
osservavano la scena a debita distanza.
«Sembrava più ingessato del solito»
disse Liza, alta e bella
come non mai, appoggiata al juke-box
con i capelli che risplendevano
sotto i faretti.
David non avrebbe mai trattato Liza in
quel modo. Ne avrebbe avuto
paura, perché lei poteva farlo a pezzi.
Devo diventare come Liza, pensò
Min sfogliando la lista delle canzoni nel
juke-box.
«Sei arrabbiata con lui?» le chiese
Bonnie dall’altro lato, sollevando
preoccupata la testolina bionda. David
non avrebbe osato piantare
nemmeno Bonnie. Nessuno era capace di
trattare male la piccola, cara
Bonnie.
«Sì, mi ha mollato.» Min smise di
sfogliare. Meraviglia delle
meraviglie, aveva trovato Elvis. D’un
tratto il locale sembrava un posto
migliore. Inserì le monetine e premette il
pulsante corrispondente a
Hound dog. Peccato che Elvis non
avesse mai inciso un pezzo intitolato
Testa di cazzo.
«Lo sapevo, non mi è mai piaciuto»
disse Bonnie.
Min si avvicinò al bancone a forma di
roulette e sorrise nervosamente a
una barista slanciata in divisa da
croupier. Aveva dei lunghi capelli
neri, sexy, morbidi e bellissimi. Min
pensò: Ecco un’altra ragione per
cui non sarei potuta andare a letto con
David.
I suoi capelli si arricciavano sempre
quando li portava slegati, e lui era
il tipo di uomo che lo avrebbe fatto
notare.
«Rum e coca, per favore» disse alla
barista.
Magari era quello il motivo per cui Liza
e Bonnie non avevano
problemi con gli uomini: dei capelli
spettacolari. Guardò Liza, magra,
guizzante e vestita di pelle con zip viola.
Scuoteva la testa in direzione
di David con malcelato disprezzo. Okay,
il problema non erano i
capelli. Anche se fosse riuscita a
infilarsi nel vestito di Liza, l’effetto
sarebbe stato quello della cugina
sgualdrina di Barney. «Coca-Cola
Light» disse alla barista.
«Non era quello giusto» disse Bonnie
alle spalle di Min, con le mani sui
fianchi sottili.
«Fammi light anche il rum» disse Min
alla barista, che le sorrise mentre
le preparava da bere.
Liza la guardò di traverso. «Ma perché
hai deciso di uscire con lui?»
«Perché credevo fosse quello giusto»
disse Min, esasperata. «Era
intelligente, di successo, e all’inizio
andava tutto bene. Sembrava la
scelta migliore. Poi all’improvviso è
diventato arrogante.»
Bonnie le poggiò una mano sul braccio.
«è meglio così, vedrai. Ora che
sei libera, l’uomo giusto si farà avanti. Il
tuo principe è dietro
l’angolo.»
«Come no» disse Min. «Anche se fosse
dietro l’angolo, verrà
sicuramente investito da un tir.»
«Non è così che funziona.» Bonnie si
allungò sul bancone;
aveva l’aspetto di una fatina a luci
rosse. «Se è destino, lui ti troverà.
Nonostante tutti gli ostacoli, arriverà a
te e starete insieme per sempre.»
«Ma cos’è questa storia?» disse Liza
con sguardo incredulo. «La Casa
dei Sogni di Barbie?»
«Sei molto dolce, Bonnie» disse Min.
«Ma per quanto mi riguarda,
l’ultimo vero uomo sulla Terra è morto
con Elvis.»
«Forse dovremmo riconsiderare l’idea
di assumere Bonnie come nostro
agente» disse Liza rivolta a Min. «A
quest’ora potevamo essere
azioniste di maggioranza del Mondo
Incantato.»
Min picchiettava le dita sul bancone,
cercando di allentare la tensione.
«Avrei dovuto capire che con David non
andava quando non sono
riuscita a decidere di andarci a letto.
Era il nostro terzo appuntamento,
il cameriere ci ha portato il menu dei
dolci e David ha detto: No grazie,
siamo a dieta. Naturalmente non era
vero, visto che non ha un grammo
di grasso addosso; in quel momento ho
pensato: Non mi spoglierò mai
di fronte a te, ho pagato la mia metà del
conto e sono andata a casa.
Dopo quel giorno, ogni volta che ci ha
provato, ripensavo a quel
cameriere e accavallavo le gambe.»
«Non era quello giusto» ripeté Bonnie
con decisione.
«Tucredi?» disse Min, accorgendosi di
averla ferita. Min chiuse gli
occhi. «Scusa. Scusami, davvero. In
questo momento non ce la faccio a
sentire queste cose, Bonnie. Sono
nervosa, voglio sbranare qualcuno;
non voglio starmene impalata ad
aspettare il prossimo stronzo.»
«Certo» disse Bonnie. «Lo capisco.»
Liza scosse la testa. «Ascolta, di David
non ti è mai fregato
granché. Quindi non ci hai perso nulla,
eccetto un accompagnatore per
il matrimonio di Diana. E io dico che al
matrimonio possiamo anche
non andarci. Sappiamo che potrà solo
finire male, e sarebbe così
perfino se non stesse sposando il
ragazzo della sua migliore amica.»
«L’ex ragazzo della sua migliore amica.
E io devo andarci. Sono la
damigella d’onore.» Min serrò i denti.
«Sarà una tortura. Non solo non
ho un accompagnatore, come mia madre
ha sempre pronosticato, ma
ciò che è peggio è che lei adorava
David.»
«Lo sappiamo» disse Bonnie.
«Ne parlava sempre a tutti» disse Min
pensando al piccolo volto avido
di sua madre. «Uscire con David è stata
l’unica cosa buona che ho fatto
da quando un’influenza nel primo anno
di scuola mi fece perdere
cinque chili. E ora ho perso anche
David.» Prese il suo drink dietetico
dalla barista, la ringraziò e le lasciò una
mancia abbondante. In
momenti come quelli, la gratitudine per
chi continua a servirti da bere
non è mai abbastanza. «Di solito non mi
importa di ciò che pensa mia
madre, perché posso starle lontana. Ma
con il matrimonio? Non posso.»
«Troverai qualcun altro» disse Bonnie.
«No che non lo troverà» aggiunse Liza.
«Ah, grazie» disse Min voltando le
spalle a quel bancone
troppo vistoso. La decorazione a forma
di roulette le faceva girare la
testa. O forse era la rabbia.
«Be’, è solo colpa tua» disse Liza. «Se
la piantassi di assegnare
percentuali di probabilità a ogni tuo
appuntamento con un uomo, e se ti
limitassi a uscire con persone che ti
ispirano, qualche volta potresti
perfino divertirti.»
«Farebbe a pezzi la mia autostima»
disse Min. «Non c’è niente
di male a scegliere in modo ragionato. è
così che ho trovato David.»
Realizzò troppo tardi che
quell’argomentazione non giocava a suo
favore, e buttò giù un lungo sorso per
scoraggiare qualunque
commento.
Liza non le badava. «Dobbiamo trovare
qualcuno per te.» Passò in
rassegna il locale; ne aveva diritto,
considerando che la maggior parte
degli avventori stava passando in
rassegna lei. «Lui no. Quello neppure.
Neanche quell’altro. No. No... No.
Questi tizi proverebbero soltanto di
farle stipulare un piano d’investimento.»
Poi si fermò. «Ottimo.
Abbiamo un vincitore.»
Bonnie seguì il suo sguardo. «Chi?
Dove?»
«Il tizio moro con il vestito blu. Al
centro del piano vicino alla porta.»
«Al centro?» Min cercò di mettere a
fuoco la pedana vicina all’entrata.
Era abbastanza ampia da ospitare una
fila di finti tavoli da poker, vicino
ai quali c’erano quattro uomini che
parlavano a una brunetta vestita di
rosso. Uno dei quattro era David, intento
a sorvegliare il suo campo
visivo appoggiato alla balaustra con
dadi di metallo incastonati. La
superficie era rialzata di circa un metro
e mezzo dal resto del locale, ma
David riusciva a farla sembrare una
balconata. Non doveva essere facile
per lui trattenersi dal salutare la folla
come la regina Elisabetta. «Quello
è David» disse Min distogliendo lo
sguardo. «è con una tizia mora. Dio
santo, ha già trovato un’altra. Scappa
immediatamente, disse con il
pensiero alla brunetta.
«Lascia perdere la brunetta» disse Liza.
«Guarda il tipo al centro.
Aspetta, sta per voltarsi da questa parte.
Non sembra trovare David
particolarmente interessante.»
Min tornò a concentrarsi sull’ingresso. Il
tipo in abito blu era più
alto di David, e aveva capelli più scuri
e più folti, ma per il resto era
decisamente uguale a David. «Questo
film l’ho già visto» concluse
Min. Poi l’uomo si voltò.
Occhi scuri, zigomi pronunciati, mento
proporzionato, spalle larghe,
tutto scolpito, aria rilassata mentre
guardava verso il bancone ignorando
David, il quale all’improvviso
sembrava un cavernicolo.
Min trattenne il respiro mentre ogni
cellula del suo corpo si svegliò per
sussurrarle: è lui.
Poi si voltò prima che qualcuno si
accorgesse della sua espressione di
ammirazione. Non era affatto lui; era
stato il suo DNA a parlare,
sempre alla ricerca di un donatore di
sperma d’alta classe. Ogni donna
con delle ovaie funzionanti in quel
locale stava probabilmente
pensando: è lui. Ma la biologia non ha
nulla a che fare con il destino. Il
grado di dolore che una persona di tale
bellezza poteva provocare a una
donna come lei era incalcolabile.
Decise di bere ancora per attutire il
pensiero, poi disse: «è carino.»
«No» rispose Liza. «è proprio questo il
punto. Non è carino. David è
carino. Quel tipo ha l’aspetto di un
adulto.»
«Okay, è pieno di testosterone» disse
Min.
«No, quello è il tipo alla sua destra»
continuò Liza. «Quello con la testa
che sembra una pallottola. Scommetto
che parla solo di sport e dà delle
grosse pacche sulle spalle a tutti. Il tipo
in abito blu invece sembra
civile, ma con carattere. Diglielo anche
tu, Bonnie.»
«Non credo proprio» disse Bonnie,
lasciando che il suo volto da fatina
si oscurasse. «Lo conosco.»
«In senso biblico?» chiese Liza.
«No. Usciva con mia cugina Wendy.
Però...» «Allora è perfettamente
lecito» disse Liza.
«...è uno da toccata e fuga» concluse
Bonnie. «Stando a quanto dice
Wendy, è una meraviglia per un paio di
mesi, poi ti molla e si trova
qualcun’altra. Senza nessun preavviso.»
«Una vera bestia» disse Liza, senza
ardore. «Sai, agli uomini è
concesso lasciare una donna con cui
escono.»
«Ma lui le fa innamorare e poi le
pianta» disse Bonnie. «E questo è
davvero bestiale.»
«Come David» disse Min trovando
conferma del suo disprezzo istintivo
per il tipo in abito blu.
Liza sbuffò. «Come se tu fossi mai stata
innamorata di David.» «Ci
stavo provando» sbottò Min.
Liza scosse la testa. «Okay, comunque
non importa. Tutto ciò
che ti serve è un accompagnatore per il
matrimonio. Anche se la bestia
ti molla dopo un paio di mesi, sei a
posto. Quindi vai da lui e...»
«No.» Min voltò le spalle alle amiche
per concentrarsi sui poster in
bianco e nero sopra il bancone: Paul
Newman che gioca a biliardo nello
Spaccone, Marlon Brando che gioca a
dadi in Bulli e pupe, lo sguardo
severo sulle carte di W.C. Fields in My
Little Chickadee.
Non c’erano donne tra i giocatori
d’azzardo. Invece essere donna è un
azzardo enorme. Il ventotto percento
delle donne vittime di omicidio
vengono uccise dai mariti o dagli
amanti.
A pensarci bene, forse è questo il
motivo per cui non ci sono molte
giocatrici d’azzardo donne. Vivere con
gli uomini è già un azzardo
abbastanza grande. Cercò di combattere
l’impulso di voltarsi e guardare
di nuovo la bestia sulla pedana. Sarebbe
stato molto meglio smettere di
inseguire gli uomini e prendersi un gatto.
«Sai bene che non andrà mai a parlarci»
stava dicendo Bonnie a
Liza. «In termini statistici, il risultato
più probabile non è favorevole.»
«Chi se ne frega.» Liza diede una
spintarella a Min, facendo oscillare la
Coca-Cola nel suo bicchiere. «Immagina
cosa dirà tua madre se ti
presenti con lui al matrimonio. Potrebbe
perfino farti mangiare dei
carboidrati.» Poi guardò Bonnie. «Come
si chiama?»
«Calvin Morrisey» rispose Bonnie.
«Wendy stava comprando riviste da
sposa quando l’ha lasciata. Aveva
iniziato a scrivere ‘Wendy Sue
Morrisey’ sui pezzetti di carta.»
Liza sembrava infastidita. «Forse è per
questo che se l’è svignata.»
«Calvin Morrisey.» Contraddicendo
tutto quello che le passava per la
testa, Min si voltò a guardarlo
nuovamente.
«Vai,» disse Liza, punzecchiandola con
le sue unghie lunghe «e di’ a
David che speri che la sua dermatite
passi presto. Poi presentati alla
bestia, sorridi e non parlare di
statistica.»
«Basta con questi giochetti» disse Min.
«Ho trentatré anni, sono una
persona matura. Non mi importa di
avere un accompagnatore per il
matrimonio di mia sorella. Sono
superiore a queste cose.» Pensò alla
faccia di sua madre quando le avrebbe
detto che con David era finita.
No, non lo sono.
«No, non lo sei» disse Liza. «Hai solo
troppa paura di attraversare il
locale.»
«Potrebbe funzionare.» Bonnie lanciò
un’occhiata indagatrice verso la
pedana. «Puoi sempre mollarlo dopo il
matrimonio per ripagarlo con la
sua stessa moneta.»
«Esattamente.» Liza alzò gli occhi al
cielo. «Fallo per Wendy e per
tutte le altre ragazze.»
Ora si era voltato di profilo, e stava
parlando con David.
Quest’uomo dovrebbe stare sulle
monete, pensò Min. Di certo un uomo
così bello non era mai stato con una
cicciottella terminale. Non senza
prenderla in giro. E lei era stata già
presa in giro abbastanza, per quella
sera.
«No» disse Min, voltandosi verso il
bancone. Il gatto era l’idea
migliore, senza dubbio.
«Stammi a sentire, Stats» disse Liza
esasperata. «So che ci vai sempre
cauta, ma ultimamente sei andata vicina
a solidificarti. Uscire con
David dev’essere stato come uscire con
il cemento. E poi casa tua...
Perfino il tuo arredamento è immobile.»
«L’arredamento è quello di mia nonna»
disse Min in tono rigido.
«Appunto. è da quando sei nata che ci
sei seduta sopra. Ti serve un
cambiamento. E se da sola non ce la fai,
vorrà dire che dovrò aiutarti
io.»
Il sangue si gelò nelle vene di Min.
«No.»
«Non minacciarla» disse Bonnie rivolta
a Liza. «Cambierà, crescerà.
Non è vero, Min?»
Min tornò a guardare verso il centro del
locale, e all’improvviso pensò
che andare a parlargli non era poi una
cattiva idea. Poteva stare per un
po’ sotto a quell’orribile ringhiera
metallica e origliare; se Calvin
Morrisey le fosse sembrato anche
lontanamente gradevole – ma che
possibilità c’erano? – sarebbe potuta
salire a parlare con David e farselo
presentare, così magari Liza non
avrebbe portato una ditta di trasporti a
casa sua mentre lei era al lavoro per
buttarle via mobili.
«Non costringermi a farlo al posto tuo»
disse Liza.
Restarsene seduta a un bancone a forma
di roulette a deprimersi non era
la soluzione. E con tutte le informazioni
di cui era già in possesso, le
eventualità che lui potesse causarle
danni
irreparabili non erano molto alte. Min
raddrizzò le spalle e fece un
respiro profondo. «Vado, capo.»
«Non pronunciare la parola percento per
nessun motivo» disse Liza.
Min si aggiustò la giacca a scacchi
grigia e pregò affinché le venisse in
mente una battuta d’esordio adeguata
prima di raggiungere la pedana e
di rendersi ridicola. Nel qual caso,
avrebbe sputato sulla bestia, spinto
David oltre la ringhiera e sarebbe
andata a prendersi un gatto.
«è importante avere un piano» disse tra
sé e sé. Poi si avviò.
Sulla pedana, Cal Morrisey stava
seriamente considerando l’ipotesi di
spingere David Fisk oltre la ringhiera.
Dovevo filarmela appena li ho
visti, pensò. La colpa era di Tony.
«Quella rossa ha proprio delle belle
gambe» gli aveva detto. «La vedi?
Al bancone, vestita di pelle viola. Dici
che le piacciono i giocatori di
football?»
«Sono quindici anni che non giochi a
football.» Cal aveva sorseggiato il
suo drink, e si trovava ora avvolto dal
senso di pace indotto dall’alcol,
solo leggermente disturbato dagli scarsi
gusti musicali di chi aveva
messo su Hound Dog. Gli unici lati
negativi di quel posto gli
sembravano quello stupido arredamento
e le canzoni di Elvis Presley
dal juke-box.
«E va bene, è passato un po’ di tempo,
ma lei non lo sa.» Tony tornò a
guardare la rossa. «Scommetto dieci
dollari che viene via con me.
Userò la mia battuta sulla teoria del
caos.»
«Niente scommesse» disse Cal. «Certo,
quella è una battuta terribile,
quindi le probabilità sarebbero in mio
favore.» Lanciò un’occhiata al
bancone a forma di roulette. La rossa era
appariscente. Proprio il tipo
che piaceva a Tony. C’era anche una
biondina dall’aspetto vivace che
sarebbe stata perfetta per il loro
amico Roger. Dietro il bancone del bar,
Shanna lo notò e fece un gesto
verso di lui, senza sorridere; annuendo
in segno di risposta, Cal si
chiese cosa potesse essere accaduto.
Tony mise il braccio sulle spalle di Cal.
«Mi serve aiuto, è in
compagnia. Potresti andare a
rimorchiarti l’amica cicciottella con il
vestito a scacchi grigio, e Roger può
provarci con la biondina. Ti avrei
ceduto la biondina, ma lo sai com’è
Roger con le nanette...»
Roger scattò sull’attenti di fianco a Cal.
«Come? Quale biondina?»
Scrutò l’angolo opposto del locale,
verso il bancone. «Ah. Lei.»
«A quale vestito a scacchi ti riferisci?»
Anche Cal stava guardando il
bancone.
«Quella in grigio.» Tony fece un cenno
verso il bancone. «Tra la rossa
e la bionda in miniatura. Non si nota
perché la rossa ti distrae.
Scommetto che...»
«Ah.» Cal si sforzò di mettere a fuoco la
donna di altezza media tra la
rossa e la bionda. Indossava un abito
insignificante e un po’ squadrato,
a scacchi grigi. Sul volto rotondo e
corrucciato portava capelli marroni
raccolti sulla testa. «Niente da fare»
disse bevendo un altro sorso.
Tony lo colpì sulla schiena facendolo
quasi strozzare. «E dài, devi
spassartela un po’. Non dirmi che sei
ancora fissato con Cynthie.»
«Non sono mai stato fissato con
Cynthie.» Cal si guardò intorno,
circospetto. «Tienila d’occhio, per
favore. Indossa il vestito rosso di
quando è in cerca.»
«Ce l’ho io quello che cerca» disse
Tony.
«Ottimo.» La voce di Cal si accese. «Se
prometti di sposare Cyn, andrò
perfino a rimorchiare la tipa col
vestito.»
Tony sentì il suo drink andargli di
traverso. «Sposarla?»
«Sì» disse Cal. «è ciò che vuole. Mi ha
lasciato di stucco.» Pensò per
un attimo a Cynthie. Un vero tesoro, ma
con una fibra d’acciaio. «Non
so cosa le abbia fatto pensare che fosse
una possibilità concreta.»
«Eccola.» Roger guardò oltre le spalle
di Cal. «Sta salendo le scale
proprio ora.»
Cal si alzò e provò a oltrepassare Tony
in un tentativo di fuga. «Fammi
passare.»
Tony rimase fermo sulla sedia. «Non
puoi andartene, voglio la rossa.»
«Vattela a prendere, allora» disse Cal
cercando di aggirarlo.
«Cynthie è in compagnia di David»
disse Roger, con una nota di
compassione.
«Cal!» La voce di David risuonò
stridente alle loro spalle. «Cercavamo
proprio te.» Dalla voce sembrava
arrabbiato, ma quando Cal si voltò
David stava sorridendo.
Aria di guai, pensò Cal ricambiando il
sorriso con pari falsità. «David,
Cynthie. Che bello vedervi.»
«Ciao, Cal.» Cynthie gli sorrise con
quella faccia a forma di cuore,
adorabile e letale. «Come te la passi?»
«Alla grande. Non potrebbe andare
meglio. Anche tu hai un aspetto
fantastico.»
Cal virò lo sguardo su David e pensò:
Portala via, ti prego. «Sei un
uomo fortunato, David.»
«Ah, sì?»
«State uscendo insieme, no?» disse Cal,
cercando di metterci tutto
l’incoraggiamento possibile.
Cynthie prese David sottobraccio. «Ci
siamo appena
incrociati.» Voltò le spalle a Cal e
rivolse uno sguardo appassionato a
David. «E la cosa mi fa molto piacere.»
Quando i suoi occhi tornarono
a posarsi su di lui, Cal sfoggiò un altro
sorriso, sforzandosi di non
lasciar trasparire alcuna gelosia.
David era rapito dal volto stupendo di
Cynthie. Cal non poté fare a
meno di provare compassione per lui.
Cynthie era incantevole da
vicino. E da molto lontano. Lo era da
qualunque punto, in realtà; per
questo era difficile dirle di no. Osservò
le forme impeccabili del suo
corpo nelle forme impeccabili del suo
vestitino rosso, e poi fece un
passo indietro, cercando di distogliere
lo sguardo e di ricordarsi quanto
stava bene senza di lei. Distanza.
Sarebbe stata la sua arma segreta.
Magari insieme a una croce e a un po’ di
aglio.
«Ma certo» stava dicendo David.
«Magari dopo potremmo andare a
cena.» Lanciò un’occhiata trionfante a
Cal.
«Be’, non vogliamo trattenervi.» Cal
fece un altro passo indietro,
urtando la ringhiera.
Cynthie lasciò andare il braccio di
David, visibilmente contrariata.
«Vado a rinfrescarmi un po’.» Tony e
David rimasero a guardare
mentre quel perfetto fondoschiena si
allontanava da loro. Roger la
ignorò, concentrato com’era sulla fatina
bionda in fondo al locale, e Cal
mandò giù un altro sorso, desiderando di
essere altrove. Dovunque. A
cena, per esempio. Magari poteva
rifugiarsi a mangiare nel retro del
ristorante di Emilio. Non erano ammesse
donne nella cucina di Emilio.
«Allora, David» esordì Tony. «Che te ne
è parso del nostro corso?»
«Fenomenale» rispose David. «Non
credevo fosse possibile insegnare a
quegli idioti come usare il nuovo
programma, eppure ora tutti nello
studio hanno imparato. Abbiamo
perfino...»
Mentre David continuava a parlare, Cal
annuì pensando che una delle
ragioni per cui lo detestava era la brutta
abitudine di dare degli idioti ai
suoi dipendenti. Ciononostante, David
pagava per tempo e sapeva
riconoscere i meriti altrui; c’erano
clienti molto peggiori. E se si fosse
fatto carico di Cynthie, Cal era perfino
disposto a provare dell’affetto
per lui.
David lasciò morire l’argomento di cui
stava parlando e guardò verso le
scale. «Riguardo a Cynthie... Credevo
che tu e lei...»
«No.» Cal scosse la testa con
entusiasmo. «Mi ha lasciato un paio di
mesi fa.»
«Di solito non succede il contrario?»
David sollevò un sopracciglio; aveva un
aspetto ridicolo. Eppure
c’erano donne disposte a uscire con lui.
La vita è un mistero. Così come
le donne.
«Ma tu non eri quello infallibile?» disse
David.
«No» rispose Cal.
«Non è più quello di un tempo»
intervenne Tony. «Gli ho
trovato un aggancio facile, ma non ne
vuole sapere.»
«Chi?» chiese David.
«Abito a scacchi grigio, al bar.» Tony
indicò con il bicchiere,
David guardò in direzione del bancone e
poi si rivolse a Cal con fare
disinvolto.
«Forse è vero che non sei più quello di
un tempo.» David sorrideva.
«Non dovrebbe essere difficile
portarsela a casa. Non è esattamente al
livello di Cynthie.»
«Non è male» disse Cal prudentemente.
David si fece più vicino. «In fondo a te
non dicono mai di no, giusto?»
«Come?» disse Cal.
«Sono pronto a scommettere che non
riuscirai ad averla» disse David.
«Cento dollari che non te la rimorchi.»
Cal si tirò indietro. «Cosa?»
David scoppiò a ridere, ma c’era della
tensione nella sua voce. «è solo
una scommessa, Cal. So che a voi piace
il rischio, vi ho visto
scommettere su qualunque cosa. E in
questo caso la posta è davvero
bassa. Dovremmo alzarla a duecento
dollari.»
Fu in quel momento che Cal contemplò
la possibilità di dare una
spintarella a David. Tony si voltò per
dare le spalle a David e mimò con
la bocca la parola ‘assecondalo’. Cal
sospirò, infastidito. Doveva pur
esserci qualcosa da chiedere in cambio
per cui David avrebbe fatto
marcia indietro. «La palla da baseball
nel tuo ufficio» disse. «Quella in
vetrina.»
«La palla di Pete Rose?» La voce di
David si alzò di un’ottava.
«Sì, quella. è il mio prezzo.» Cal mandò
giù quanto restava del suo
scotch e cercò una cameriera.
David scosse la testa. «Neanche per
idea. Mio padre l’ha portata a casa
dagli spalti nel ’75, per me. Ma lo
spirito è quello giusto, mi piaci
quando alzi la posta.» Poi si fece più
vicino. «Senti la mia proposta.
L’ultimo corso di aggiornamento che hai
fatto per noi mi è costato
diecimila dollari. Scommetto altri
diecimila in contanti. E se vinco mi
fai un corso gratis...»
Cal finse un sorriso. «David, stavo
scherzando...»
«Ma per dieci testoni, devi portartela a
letto. Sarò equo: hai un mese di
tempo per sfilarle quel vestito a scacchi
grigio.»
«Un gioco da ragazzi» disse Tony.
Cal fulminò Tony con lo sguardo.
«David, non scommetto su queste
cose.»
«Ma io sì» rispose David aggrottando le
sopracciglia. Cal
pensò: Maledizione, vuole andare fino
in fondo. E noi abbiamo bisogno
del suo contratto.
Era chiaro che l’alcol gli aveva dato
alla testa. Una volta tornata in
funzione, David avrebbe fatto marcia
indietro sui diecimila, perché
erano una follia e David non faceva mai
follie quando c’erano di mezzo
i soldi. Non doveva far altro che
tergiversare finché David non avesse
smaltito la sbornia, e poi far finta che
nulla fosse successo. Lanciò
un’occhiata furtiva verso il bancone e si
rallegrò di scoprire che la tipa
in abito grigio era scomparsa durante la
loro ultima conversazione.
Cal si voltò verso David e disse: «Io ci
starei, David, ma se n’è andata.»
E che Dio ti benedica, abito grigio, per
averci lasciato, pensò mentre
prendeva un altro drink.
Finalmente le cose si mettevano bene,
per lui.
Min aveva attraversato il locale, senza
aver ancora deciso se fosse
peggio approcciare quel tizio o
presentarsi al matrimonio di Diana
senza accompagnatore. Quando arrivò
vicino alla pedana si intrufolò
sotto la balaustra, ascoltando pezzi di
conversazione lungo il tragitto; si
fermò soltanto dopo aver sentito la voce
di David sopra di lei dire: Ma
per dieci testoni, devi portartela a letto.
Cosa?, pensò Min. Con il rumore che
proveniva dalla porta, forse aveva
capito male...
«Sarò equo» continuò David. «Hai un
mese di tempo per sfilarle quel
vestito a scacchi grigio.»
Min abbassò gli occhi sul suo vestito a
scacchi grigio.
«Un gioco da ragazzi» fu la risposta di
una voce indefinita.
Figlio di puttana. Il mondo è pieno di
bastardi ossessionati dal sesso.
Costrinse il suo corpo a fare marcia
indietro prima che decidesse di
arrampicarsi sulla ringhiera e di
ucciderli entrambi.
Tornò da Liza e Bonnie, su tutte le furie.
Sapeva benissimo cosa aveva
in mente David. Credeva che lei non
sarebbe andata a letto con nessun
altro perché aveva rifiutato lui. Eppure
l’aveva avvertito. Lui e i suoi
stupidi preconcetti. Invece di arrendersi,
aveva continuato a chiamarla.
Perché credeva di andare sul sicuro,
realizzò Min. Perché l’aveva
guardata e aveva pensato: Ecco una
donna sveglia e un po’ sovrappeso
che non mi tradirà mai e mi sarà
riconoscente perché me la sono portata
a letto. «Che bastardo» disse ad alta
voce. Avrebbe dovuto andare a
letto con Calvin Morrisey solo per farla
pagare a David. Ma poi non
avrebbe avuto modo di pareggiare i
conti con Calvin Morrisey. Dio, che
stupida che era. Grassa e stupida, una
bella combinazione vincente.
«Che succede?» chiese Liza, quando la
vide tornare al bancone. «Ci hai
parlato?»
«No. Quando avete finito di bere, io
sono pronta per andarmene.» Min
si voltò verso la pedana e li osservò,
mentre loro osservavano lei.
L’espressione di David era boriosa, ma
Calvin Morrisey teneva stretto
il suo drink e aveva l’aria di uno che
aveva appena visto la morte in
faccia.
«Eccola lì» esultò David. «Te l’ho detto
che sarebbe tornata. è tutta tua,
bello.»
«Ehm, David...» esordì Cal,
condannando mentalmente la tipa in
abito
grigio ai gironi infernali più profondi.
«Una scommessa è una scommessa.»
Cal appoggiò il bicchiere vuoto sulla
balaustra e cercò di pensare in
fretta.
La tipa non sembrava divertirsi, quindi
c’erano buone probabilità che
avrebbe accettato un invito a lasciare
quel posto,
magari per andare a cena. «Ascolta,
David... il sesso è fuori
discussione. Non sono uno che si fa
scrupoli, ma non sono neanche così
viscido. Se vuoi scommettere dieci
dollari su un aggancio, ci sto; ma
niente di più. Niente che vada oltre
questa serata.»
David scosse la testa. «No, no.
Scommetto anche sul rimorchio, dieci
dollari se te ne vai con lei. Ma i
diecimila sono ancora in ballo. E se
perdi...» Sogghignò, accentuando
l’ultima parola. «Terrai un corso
gratis per me.»
«David, non posso scommettere su
queste cose» disse Cal, cambiando
strategia. «Ho due soci che...»
«Per me va bene» disse Tony. «Cal non
sbaglia mai.»
Cal gli rivolse uno sguardo glaciale.
«Be’, a Roger non starà bene.»
«Ehi Roger, tu ci staresti?» chiese Tony,
e Roger rispose ‘certo’ senza
smettere di guardare la biondina al
bancone.
«Roger!» esclamò Cal.
«Non ho mai visto nulla di tanto piccolo
e tanto bello» continuò Roger.
«Roger, hai appena scommesso che mi
porterò a letto una donna» disse
Cal con enorme pazienza. «Ora, di’ a
David che non vuoi giocarti un
corso del valore di diecimila dollari per
il sesso.»
«Come dici?» chiese Roger, staccando
finalmente gli occhi dalla
bionda.
«Ho detto...» cominciò Cal.
«Perché volete scommettere su una cosa
del genere?» chiese Roger.
«Non è quello il punto» disse Tony. «Il
punto è: ce la può fare?»
«Certo» disse Roger. «Ma...»
«Allora è deciso» disse David.
«No che non è deciso» ripeté Cal.
«Hai paura di non farcela» disse David.
«Stai perdendo colpi.» «Non
stavamo parlando di me» disse Cal, un
attimo prima che
Cynthie si intrufolasse nuovamente nel
gruppetto e gli poggiasse una
mano sul braccio. Il contatto con quel
corpo gli fece ribollire il sangue
nelle vene.
«Coraggio, lei ti sta aspettando» disse
David con una nota di tensione
nella voce.
«Lei?» Il volto di Cynthie si scurì
all’improvviso. «Ti vedi con
qualcuna?»
Maledizione, pensò Cal.
«Cal?» disse David.
«Cal» disse Cynthie.
«Fantastico» disse Tony.
«Ma cosa?» disse Roger.
Cal sbuffò. Doveva scegliere: la tipa col
vestito a scacchi
oppure Cynthie. Dalla padella alla brace
del matrimonio. Sottrasse la
mano dal contatto con Cynthie. «Sì, sto
uscendo con una persona.
Scusami.»
Si fece largo tra Cynthie e David e si
diresse verso il bancone,
augurando a entrambi tutto il male
possibile, ovvero di finire insieme.
Min osservò Calvin Morrisey
avvicinarsi alle scale. La bestia.
Pensava
di poterla avere in un mese, la riteneva
così patetica che...
All’improvviso il suo cervello riuscì a
mettere ordine tra i pensieri, e
Min si tirò su.
«Vuoi dirci cosa c’è che non va?»
chiese Liza.
«Un mese» disse Min.
Quell’uomo era già ai piedi della scala,
tra la folla, circondato
dagli sguardi allusivi delle donne che lo
osservavano passare.
Stava venendo a rimorchiarla.
E se gliel’avesse lasciato fare?
E se per le prossime tre settimane
gliel’avesse fatta pagare
tenendolo al guinzaglio e portandolo al
matrimonio di Diana? Lui non
poteva mollarla; aveva bisogno di un
mese per la sua dannata
scommessa. Min non doveva far altro
che rifiutargli il sesso per tre
settimane, trascinarlo al matrimonio
della sorella e poi mollarlo di
punto in bianco.
Si appoggiò al bancone, per esaminare
l’idea in ogni sua sfaccettatura.
Di certo si meritava di essere torturato
per tre settimane. E in quelle tre
settimane lei avrebbe potuto trovare un
modo di farla pagare anche a
David. Sua madre avrebbe avuto un
uomo stupendo da usare come
trofeo per gli invitati al matrimonio.
Aveva tutta l’aria di essere un
piano, e a quanto le sembrava non era
niente male.
La barista tornò da lei. «Rum e Coca
Light, per favore. Doppio» disse
Min.
«è il terzo» disse Liza. «Anzi, il quarto.
Con tutto quell’aspartame,
andrai fuori di testa. Cos’hai in mente?»
«Ti ha trattato male?» chiese Bonnie.
«Cos’è successo?»
«Non ci ho parlato.» Min fece loro
cenno di allontanarsi. «Allargatevi
un po’, per favore. Fra poco proveranno
a rimorchiarmi e voi mi state
disturbando.»
«Ci dev’essere sfuggito qualcosa» disse
Liza a Bonnie. «Spostati» disse
Bonnie, spingendo Liza lungo il
bancone. Proprio in quel momento
Min si lasciò distrarre dalla barista che
le stava servendo da bere. La voce della
Bestia la colse quindi del tutto
impreparata a un tale spettacolo: occhi
neri penetranti, zigomi
perfetti e una bocca per cui qualsiasi
donna avrebbe gettato alle ortiche
la propria dignità. Il cuore le saltò in
gola, e dovette deglutire con
decisione per rimetterlo al suo posto.
«Ho un problema» disse lui con una
voce bassa e vellutata, abbastanza
calda da essere affascinante, abbastanza
piena da ostruire le arterie.
Cioccolato fondente, pensò Min
rivolgendogli uno sguardo neutro e
cercando di respirare lentamente. «Un
problema?»
«Di solito la mia frase d’esordio è:
Posso offrirti da bere?, ma tu hai già
da bere.» Le sorrise, irradiando
testosterone attraverso il tessuto del suo
abito firmato.
«In effetti è un bel problema» disse lei,
cercando di guardare altrove.
«Quindi ho pensato,» continuò lui in un
tono di voce ancora più basso,
tanto vicino da mandarle il cuore in
subbuglio «che potremmo andare
da qualche altra parte. Potrei invitarti a
cena.»
Più le si avvicinava, più bello le
appariva. Era il venditore di auto usate
della categoria dei seduttori, decise Min
cercando di ristabilire le
distanze. Non si fanno mai affari con un
venditore di auto usate; loro le
vendono tutti i giorni, tu ne compri un
paio in tutta la tua vita: vincono
sempre loro. In termini statistici, sei
fregata prima ancora di mettere
piede nel negozio. Riusciva appena a
immaginare quante donne potesse
aver distrutto nella sua vita. Il solo
pensiero la faceva inorridire.
Nell’attesa di una sua risposta, il sorriso
di Calvin si era attenuato.
Riusciva quasi ad apparire vulnerabile
mentre le chiedeva di uscire con
lui. Evidentemente era bravo a fingersi
vulnerabile. Ricordati, pensò,
che questo figlio di puttana lo sta
facendo per dieci dollari. Anzi, stava
cercando di farsi lei per dieci dollari.
Spilorcio. Tutto d’un tratto, respirare
normalmente non le era più così
difficile.
«A cena?» disse lei.
«Sì.» Si avvicinò ancora di più. «Un
posto tranquillo, dove poter
chiacchierare in pace. Sembri una
persona che ha parecchie cose
interessanti da dire. E io sono uno a cui
piacerebbe ascoltarle.»
Min gli sorrise. «Questa era terribile. Di
solito funziona?»
Per un attimo rimase immobile, poi
cambiò nuovamente, da sincero a
infantile. «Finora ha funzionato, sì.»
«Forse è per la tua voce» disse Min.
«La resa è perfetta.» «Grazie.» Si
tirò un po’ su. «Ricominciamo da capo.»
Le porse la mano. «Mi chiamo Calvin
Morrisey. Gli amici mi
chiamano Cal.»
«Min Dobbs.» Gli strinse la mano,
lasciandola prima di poterne
sentire il calore. «E le mie amiche mi
giudicherebbero avventata se
lasciassi il locale in compagnia di uno
sconosciuto.»
«Aspetta.» Tirò fuori il portafoglio e ne
estrasse una banconota da
venti. «Questi sono per il taxi. Se
oltrepasso il limite, prendi un taxi e te
ne vai.»
Liza avrebbe preso i venti dollari e poi
l’avrebbe mollato. Non era una
brutta idea, ma Liza non aveva bisogno
di qualcuno da portare al
matrimonio. Cos’altro avrebbe fatto
Liza? Min gli sfilò la banconota
dalle dita. «Se passi il limite, ti rompo il
naso.» Piegò i venti dollari, si
slacciò i primi due bottoni della
camicetta e inserì i soldi nella coppa
del comodo reggiseno di cotone, in
modo che solo una puntina verde
rimanesse visibile. Se c’era un aspetto
positivo in quei chili di troppo,
era il décolleté generoso.
Rialzò la testa e notò che il suo sguardo
era caduto in basso.
Aspettò un suo commento, ma lui si
limitò a sorridere. «E va bene,»
disse «andiamo a mangiare.» Min cercò
di ignorare quella bellissima
bocca, visto che conteneva una lingua
biforcuta.
«Come prima cosa, prometti di farla
finita con le frasi a effetto» disse,
guardando la sua mascella serrarsi.
«Tutto ciò che desideri» rispose lui.
Min scosse la testa. «Altra frase a
effetto. Non ce la fai proprio. Ma al
cibo gratis non si dice mai di no.»
Raccolse la borsetta dal bancone.
«Andiamo.»
Si mosse prima che Cal potesse
aggiungere altro. La seguì, e insieme si
lasciarono alle spalle un’incredula Liza
e un’estasiata Bonnie.
Attraversato tutto il locale e raggiunto
l’ingresso oltre la pedana,
l’ultima cosa che Min vide prima di
uscire fu l’espressione infuriata di
David.
La serata si stava mettendo molto meglio
del previsto.
2
Liza fissò l’ingresso con aria severa.
C’era qualcosa che non
andava. Quando Calvin Morrisey rientrò
nel locale e si mise a
parlottare brevemente con David, la
situazione le sembrò addirittura
peggiorare.
«Credi che abbia bevuto troppo?»
chiese Bonnie.
I pensieri di Liza correvano veloci.
«Non lo so, ma non mi piace questa
storia. Perché ci ha provato con lei?»
Bonnie la guardò male. «Non è da te
essere gelosa.»
«Non sono gelosa.» Liza rivolse a
Bonnie uno sguardo severo.
«Pensaci. Min non è una che lancia
segnali. Lui non l’ha mai vista
prima, quindi non può sapere che
persona meravigliosa sia. Lei è vestita
come una suora che ha frequentato
troppo l’università, ma lui attraversa
il locale affollato per provare a
rimorchiarla...»
«Può succedere.»
«Un attimo dopo aver parlato con
David» concluse Liza facendo un
cenno verso la pedana su cui David, con
il volto paonazzo, stava
cercando di lavorarsi la brunetta.
«Ah.» Bonnie sembrava folgorata. «Oh,
no...»
«C’è una sola cosa che possiamo fare.»
Liza raddrizzò le spalle.
«Dobbiamo scoprire cos’ha in mente
Calvin la Bestia.»
«E come...»
Liza indicò il piano rialzato. «Era in
compagnia di quei due tizi. Quale
preferisci, il biondo grosso e stupido o
quello con la testa a pallottola?»
Bonnie seguì il suo sguardo e si lasciò
andare a un sospiro. «Il biondo.
Ha un aspetto innocuo. La testa a
pallottola sembra troppo vivace, e
stasera non ce la faccio.»
«Io sì.» Liza poggiò il suo drink e si
appoggiò con le spalle al bancone.
La testa a pallottola la fissava
intensamente. «L’ultima volta che ho
visto delle sopracciglia così basse era
durante una lezione di
antropologia.» Catturò il suo sguardo e
lo fissò per cinque interi
secondi. Poi si voltò di nuovo verso il
bancone. «Due minuti.»
«Il locale è affollato, Liza» disse
Bonnie. «Dagliene almeno tre.»
David sentì un impeto di gelosia
rabbiosa vedendo Cal aprire la porta
d’ingresso per Min. Non è che
all’improvviso volesse prenderlo a
calci.
Aveva sempre voluto prenderlo a calci.
A quel tipo veniva sempre tutto
facile; mai una decisione d’affari
sbagliata, mai una scommessa persa,
mai una donna che lo rifiutasse. Lo
psicanalista ti ha messo in guardia
su questo, si disse. Ma stavolta non era
soltanto il suo bisogno di essere
il primo in tutto. Stavolta c’era un
ingrediente in più nella sua gelosia.
Stavolta Cal gli aveva portato via Min.
Min, che sarebbe stata un’ottima moglie,
eccetto per quella resistenza,
che però lui sarebbe riuscito ad
abbattere, col tempo. Prima o poi
sarebbe tornata da lui.
Ora, invece...
Quando Cal rientrò nel locale,
gesticolando verso di lui, David si
irrigidì.
«Stiamo andando a cena» disse Cal, con
la mano tesa davanti a lui.
«Dieci dollari.»
Aveva l’aria arrabbiata, cosa che fu di
sollievo a David mentre tirava
fuori il portafoglio e gli consegnava la
banconota.
«Bella furbata quella di non avvertirmi
che odia gli uomini» disse Cal.
Poi se ne andò. David tornò verso la
balaustra e disse: «Credo di aver
commesso uno sbaglio.»
«Anche tu?» disse Cynthie con voce
triste, chinata sul suo Martini.
David guardò l’ingresso di sfuggita.
«Non sei stata tu a mollare Cal?»
«No.» Cynthie stava fissando
intensamente la porta chiusa. «Ho
pensato fosse ora di sposarmi, quindi gli
ho detto ‘adesso o mai più’.»
Rivolse a David un sorriso nervoso.
«Lui mi ha detto ‘mi spiace’.»
Fece un respiro profondo, e David cercò
di non farsi distrarre dal fatto
che non si vedesse l’ombra di un
reggiseno sotto quel vestito rosso.
«Che porcheria.» David si appoggiò alla
balaustra per impedirsi di
sbirciare all’interno del suo vestito.
Sarebbe stato inelegante. In stile
Cal Morrisey. «Cal dev’essere un vero
imbecille.»
«Grazie.» Cynthie tornò a guardare
verso il bar, mentre Tony si alzava
dal tavolo e scendeva le scale, con
Roger al seguito. I suoi capelli si
muovevano come quelli delle pubblicità
in televisione, una cascata di
seta scura che le sfiorava le spalle.
«Vorrei proprio sapere come Cal ha
conosciuto quella donna. Avrei giurato
che non stesse uscendo con
nessuno.»
David valutò l’ipotesi di confessarle che
Cal si era rimorchiato Min per
via della loro scommessa, ma poi pensò:
No. Quella scommessa non era
certo stato il suo momento di gloria.
Anzi, a dirla tutta non aveva idea
del perché avesse insistito tanto; era
come se una vocina malvagia
gliel’avesse suggerito. No, la colpa era
di Cal. Ecco la verità; ed era un
vero disastro, perché se Min avesse
scoperto del suo coinvolgimento
nella scommessa...
«Tu la conosci?» chiese Cynthie. «è la
mia ex ragazza.»
«Ah.» Cynthie posò il bicchiere. «Be’,
spero che Cal si penta di averla
rimorchiata. Spero che dopo essersela
portata a casa capisca finalmente
cosa si sta perdendo.»
«Non andranno a casa sua» disse David.
«Lei rifiuterà.» Cynthie rimase
in attesa, e dopo qualche secondo David
proseguì. «Non le piace molto
il sesso.»
Cynthie sorrise.
David scrollò le spalle. «O perlomeno
non ha mai voluto farlo nei due
mesi in cui era con me. Per cui l’ho fatta
finita.»
Cynthie scosse la testa, senza smettere di
sorridere. «Non hai dato
abbastanza tempo alla vostra storia.
Cosa fa lei nella vita?»
David si irrigidì per la critica. «Fa
l’attuaria. E trovo inconcepibile che
per due mesi...»
«David,» lo interruppe Cynthie «se ti
aspettavi del sesso dopo cinque
minuti dovevi metterti con una
spogliarellista. Se fa l’attuaria, vuol dire
che è una persona prudente; minimizzare
il rischio è il suo mestiere, e
nel tuo caso ha avuto ragione.»
David cominciava a detestare Cynthie.
«Come può avere ragione?»
«L’hai lasciata per via del sesso.»
Cynthie si chinò in avanti, e David
fece finta di non guardarle il seno sotto
la maglietta. «David, questo è il
mio mestiere. Se ne fossi stato
innamorato, non le avresti mai dato un
ultimatum per il sesso.»
«E quale sarebbe il tuo mestiere?»
chiese David freddamente.
«Faccio la psicologa.» Cynthie prese in
mano il bicchiere, e a David
tornarono in mente le voci che giravano
su di lei.
«Tu sei quell’esperta di relazioni» disse
ritrovando l’entusiasmo. Si
poteva dire che fosse una persona
famosa. «Quella che va in tv.»
«Qualche ospitata ogni tanto» disse
Cynthie. «Le ricerche che
ho fatto sulle relazioni hanno avuto
successo. E tutti i miei studi
indicano con certezza che non si dà mai
un ultimatum per il sesso.»
«Tu l’hai dato a Cal, però.»
«Non per il sesso» precisò Cynthie.
«Non gli ho mai negato il sesso. E
non era un ultimatum, era una strategia.
Eravamo insieme da nove
mesi, avevamo superato l’infatuazione
ed eravamo arrivati all’affetto;
sapevo che aveva solo bisogno di un
indizio fisiologico per trovare la
consapevolezza dei suoi reali
sentimenti.»
«Ciò che dici non ha alcun senso» disse
David.
Il sorriso di Cynthie era privo di calore.
«I miei studi dimostrano che un
processo maturo di innamoramento
prevede quattro fasi.» Sollevò un
dito. «Quando conosci una donna, cerchi
inconsciamente delle
conferme del fatto che lei sia la persona
adatta a te. Fase di
supposizione.» Sollevò un secondo dito.
«Se lei supera la prova della
supposizione, la conosci meglio per
scoprire se va bene per te. Nel caso
sia così, scatta l’attrazione.» Alzò il
terzo dito. «Se, durante la
conoscenza approfondita, l’attrazione è
corroborata da gioie e dolori,
sperimenti l’infatuazione. E...» Sollevò
il quarto dito. «Se si stabilisce
un legame solido durante l’infatuazione,
svilupperai un amore maturo e
incondizionato.»
«Sembra tutto un po’ freddo» disse
David, fingendo interesse.
Dopotutto stava parlando con una
semivip.
«Ciò non vuol dire che sia sbagliato»
disse Cynthie. «Prendi la
supposizione, per esempio. La tua mente
subcosciente passa in rassegna
diverse donne e sceglie quelle che si
conformano alle tue supposizioni
su quale tipo di donna sia attraente.»
«Mi piace pensare di essere una persona
aperta mentalmente» disse
David.
«Proprio per questo mi stupisce che Cal
abbia scelto la tua
Min.» Cynthie mandò giù un sorso del
suo drink. «Una delle sue
supposizioni è che le sue donne siano
bellissime.»
«Ho sempre pensato che Cal fosse un
superficiale» disse David, per poi
pensare: L’ha scelta per la scommessa,
quel bastardo.
«Non è affatto superficiale» disse
Cynthie. «Se hanno superato la
supposizione, ora staranno valutando
l’attrazione. Per esempio, se
camminavano allo stesso passo quando
sono usciti, potrebbe essere un
forte segnale psicologico della loro
compatibilità.» Sembrava
indispettita. «Vorrei poterli osservare
durante la cena.»
«Per scoprire cosa?» chiese David,
prendendo in mano il suo drink.
«Che mangiano in sincrono?»
«No» rispose Cynthie. «Se uno
rispecchia le azioni dell’altra, per
esempio accavallando le gambe nello
stesso modo. Se lei accetta con
piacere il contatto fisico. Se si
scambiano uno sguardo con valenza
sessuale.»
David sentì il drink andargli di traverso.
«Uno sguardo sostenuto per qualche
secondo in più» aggiunse Cynthie.
«è un chiaro segnale sessuale. Tipico di
ogni specie.»
David annuì, ripromettendosi che non
avrebbe più fissato nessuno.
«Se la conversazione mantiene un certo
ritmo, senza lunghi silenzi,
vuol dire che c’è attrazione. Se la
relazione è abbastanza avanzata da
consentire l’uso di soprannomi.»
«Min odia i soprannomi» disse David
ricordando il disastroso episodio
del ‘tesorino’.
«Avere gli stessi gusti in fatto di musica,
o di cinema. La condivisione
di un segreto, o di situazioni
umoristiche. Una vicinanza di valori.
Min
lavora in proprio?»
«No» rispose David. «Lavora per
Alliance Insurance. Suo
padre è il vicepresidente.»
Un sorriso si fece largo sul bel volto di
Cynthie. «Ottimo. A Cal
piace l’azzardo, quindi apprezza le
persone che sanno correre dei rischi.
Ecco perché ha rifiutato di mettersi in
affari col padre e ha deciso di
fondare una sua società. Non rimarrà
colpito da una persona ancora
attaccata alla giacca del padre. La
riterrà piuttosto scialba.»
«Bene» disse David. Quel bastardo
superficiale.
Cynthie annuì, la bocca a stretto contatto
con il bicchiere. «Anche il suo
atteggiamento sarà decisivo. Una
persona a cui piaci, e a cui piace stare
con te, verrà percepita come attraente.»
Per un attimo sembrò
scoraggiarsi. «Ovviamente la tua Min
sarà estasiata della sua
compagnia.»
«No, non credo» ribatté David,
ringalluzzito. «Ce l’ha a morte con tutto
il genere maschile, ora che ho rotto con
lei. Ed è un bel caratterino.»
Cynthie se ne rallegrò.
«Quindi lui assocerà il suo carattere
irascibile alla percezione di un’
eccessiva cautela. Promette molto bene,
David. Si farà offrire la cena?»
David scosse la testa. «Min insiste
sempre per fare a metà. Ha uno
spiccato senso dell’uguaglianza.»
«Ogni specie ha l’equivalente di un
invito a cena tra i suoi rituali di
coppia» disse Cynthie. «Una donna che
non si fa offrire la cena sta
rifiutando il corteggiamento. Magari
pensa di comportarsi nel modo
giusto, oppure crede di essere una
femminista, ma nel profondo è ben
consapevole del fatto che ti sta
eliminando dalla lista dei pretendenti.»
«Non gli permetterà mai di pagare»
disse David, rivedendo le
sue posizioni in materia. Quando Min
sarebbe tornata, avrebbe sempre
pagato lui la cena.
«Quindi litigheranno per il conto.
Fantastico.» Si adagiò sulla sedia, nel
suo volto una rilassatezza nuova. «In
base a ciò che mi hai raccontato di
lei, Cal starà già rimpiangendo di averla
invitata a cena.»
«Bene» disse David, rallegrandosi al
pensiero.
Il sorriso di Cynthie ebbe un’esitazione.
«Dicevi sul serio quando mi
hai invitato a cena, oppure l’hai fatto
soltanto per far arrabbiare Cal?»
La cena. Se fosse andato a cena con
Cynthie, Tony e Roger l’avrebbero
riferito a Cal. Proprio ciò che si
meritava. E lui si sarebbe goduto
un’uscita trionfale con la brunetta sexy
che aveva mollato il
leggendario Calvin Morrisey. Una bella
vittoria.
Poggiò il bicchiere. «Te l’ho chiesto
perché volevo andare a cena con
te.»
Cynthie sorrise, e lui ne fu accecato. Cal
era stato un idiota a farsi
scappare quella donna.
«Così potrai raccontarmi tutto di Min»
disse Cynthie.
«Certo» rispose David.
Tutto di Min. Nulla della scommessa.
Min stava aspettando fuori dal locale,
mentre la bestia rientrava
a prendere qualcosa che aveva
dimenticato; il senso della decenza,
magari. L’aria fresca di una sera di
giugno le schiarì i pensieri e le
calmò la rabbia. Il locale si trovava su
una delle sue strade preferite,
piena di negozietti carini e di ristoranti,
con uno splendido teatro
d’essai. Una brezza gentile soffiava tra
gli alberi sottili, che faticavano
a crescere nelle gabbie di ferro sul
ciglio della strada. Per un attimo,
Min li guardò pensando: Mi sento
proprio come voi.
Tranne per la sottigliezza, certo. Ma la
gabbia? Assolutamente. Non
c’erano dubbi, era in trappola. Senza
accompagnatore, con uno stupido
vestito da damigella da indossare mentre
sua sorella sposava uno
sfigato, con sua madre che la guardava
preoccupata. Perché la verità era
che non sarebbe riuscita a tenere sotto
scacco uno come Calvin
Morrisey per tre settimane. Era stata
un’idea stupida, nata dalla rabbia e
dal rum. Per un attimo, desiderò soltanto
di essere nel suo attico,
raggomitolata sul vecchio divano color
zucca di sua nonna, ascoltando
l’album Moody Blue di Elvis. Forse il
gioco degli appuntamenti non
era per lei; forse doveva arrendersi ai
suoi geni sovrappeso e
rassegnarsi a diventare una tenera zia
nubile per l’inevitabile prole di
Diana. Del resto non moriva dalla
voglia di avere figli; e in fondo, a
cos’altro servivano gli uomini? Okay,
c’era il sesso, ma era esattamente
ciò che li spingeva
a comportarsi in quel modo orribile.
Francamente...
Lo squillo di un telefono alle sue spalle
la fece sobbalzare. Si voltò,
trovando Calvin Morrisey ad attenderla.
Mise una mano dentro la
giacca per estrarne il telefono, di un
modello troppo elaborato per
qualsiasi reale bisogno umano. Era la
conferma della sua decisione: per
nessun motivo al mondo avrebbe
trascorso tre settimane con uno
yuppie senz’anima con l’unico scopo di
non
presenziare al matrimonio in solitudine.
Avrebbe pagato la sua metà
della cena e poi gli avrebbe detto addio
per sempre. Ecco qual era il
piano.
Si mise a braccia conserte nell’attesa di
farsi stupire con una
mirabolante telefonata di lavoro, ma lui
spense il telefono.
Min lo guardò alzando le sopracciglia.
«E se fosse importante?»
«L’unica persona con cui voglio parlare
è qui di fronte a me» disse,
sfoderando un sorriso da GQ.
«Ma per favore» disse Min. «Puoi
spegnere anche quello?» «Prego?»
disse lui, incrinando il sorriso.
«Il generatore di frasi a effetto.» Min
riprese a camminare. «Ho
già accettato di uscire con te. Ora puoi
rilassarti.»
«Io sono sempre rilassato.» La raggiunse
con una sola falcata.
«Dove andiamo?»
Min si fermò, e lui fece un altro passo
prima di imitarla.
«Il nuovo ristorante di cui tutti parlano è
da questa parte.
Serafino’s. Qualcuno che conosco
sostiene che lo chef stia annunciando
una rivoluzione attraverso la sua
cucina.» Min pensò a David e osservò
Cal. Identici. «Mi sembra in linea col
tuo stile. Altre proposte?»
«Sì.» Le poggiò un dito sulla spalla,
cercando di farla voltare con una
leggera spinta; Min se lo scrollò di
dosso velocemente. «Il mio
ristorante è di là» disse. «Mai
frequentare posti in cui lo chef parla con
il cibo. A meno che tu non...»
«No.» Min si voltò e riprese a
camminare. «Voglio vedere quali gusti
hai in fatto di ristoranti. Presumo siano
simili a quelli in fatto di
cellulari: di tendenza.»
«Mi piacciono gli aggeggi elettronici»
disse lui raggiungendola. «Non
credo che questo dica tutto di me.»
«Ho sempre desiderato fare uno studio
sui telefoni cellulari in rapporto
alla personalità» mentì Min, passando di
fronte al cinema Gryphon.
«Con tutti quei modelli lussuosi, le
scocche diverse. Altre persone
invece si rifiutano di averne uno. Si
direbbe che...»
«Tu ne hai uno nero» disse lui. «Molto
pratico. Attenta ai vetri.» Cercò
di afferrarle il braccio per allontanarla
da una bottiglia di birra in
frantumi, ma lei la evitò da sola,
tenendosi ben alla larga da lui.
Cal si fermò a guardarle i piedi,
probabilmente fingendo
preoccupazione. Si fermò anche lei.
«Cosa c’è?»
«Belle scarpe» disse, osservando i suoi
sandali aperti con tacco,
in plastica madreperlata e fiocchetti
neri.
«Grazie» rispose lei sorpresa che le
avesse notate.
«Prego.» Mise le mani in tasca e riprese
a camminare,
allungando la falcata.
«Comunque ti sbagli.» Min affrettò il
passo per stargli dietro. «Il
mio cellulare non è nero. è verde. Ci
sono delle margherite disegnate
sopra.»
«No, non è vero.» Stava camminando
davanti a lei, senza neanche far
finta di tenere il suo ritmo. Min dovette
trotterellare per raggiungerlo.
«è nero, oppure in scocca metallica. Ha
soltanto le funzioni di base, il
che è un peccato; a volte capita di
ritrovarsi bloccati da qualche parte e
di aver bisogno di un bel gioco di
poker.»
Quando i suoi occhi si posarono su di
lui, lo trovò così bello che
dovette fermarsi per lasciare che si
allontanasse di nuovo. La chiave era
prenderlo sempre in contropiede e non
guardarlo in faccia ammirata, in
particolare quando aveva
fastidiosamente ragione, come nel caso
del
suo cellulare nero. «Scusa se mi
permetto» replicò in tono rigido, con le
braccia incrociate sul petto. «Credo di
sapere com’è fatto il mio
cellulare. Ci sono le margherite. E il
fatto che io indossi un tailleur non
vuol dire che sia monotona. Indosso
anche biancheria intima rossa.»
«Falso anche questo.» Aveva ancora le
mani in tasca, e appariva
enorme, massiccio e arrogante.
«Se insisti con questo atteggiamento, di
certo non lo scoprirai» disse
Min riprendendo a camminare, senza
accorgersi che lui non la stava
seguendo. Quando si voltò, notò che Cal
la fissava. «Be’, e la
cena?»
Camminò verso di lei lentamente, e
quando la raggiunse si
avvicinò e le disse: «Scommetto dieci
dollari che non ci sono
margherite sul tuo cellulare.»
«Io non scommetto» disse Min cercando
di non indietreggiare.
«Raddoppio la posta su un semplice
reggiseno bianco.»
«Se pensi che sia così noiosa, che ci fai
con me?»
«Ho visto il reggiseno quando ci hai
infilato i venti dollari. Hai
gusti molto sobri, quindi è escluso che ci
siano margherite sul tuo
cellulare. L’unico elemento ardito che ti
concedi sono le scarpe.»
Ahi. Min si accigliò. «Ehi...»
«E riguardo a cosa ci faccio con te,»
proseguì lui, visibilmente a corto
di pazienza «sto provando a portarti in
un ristorante fantastico, a pochi
passi da qui. Non potremmo stabilire
una tregua fino a...»
Min riprese a camminare.
«Allora, non vuoi scommettere?» disse
lui alle sue spalle.
«No.» Min camminò più veloce, ma lui
la raggiunse ugualmente,
senza alcuno sforzo. Gambe lunghe,
pensò, prima di rimproverarsi
mentalmente per aver pensato a una
qualunque parte del suo corpo. O
per aver pensato al fatto che avesse
notato le sue scarpe. Una mossa
tipica di quelli come lui. Ricordati la
scommessa, si disse. è una bestia e
un giocatore d’azzardo.
La bestia che giocava d’azzardo si
fermò di fronte a una vetrina male
illuminata e coperta da tendaggi rossi.
Era sormontata dalla scritta
EMILIO’S in caratteri dorati.
«Questo sarebbe il ristorante?» disse
Min, sorpresa da una scelta così
poco appariscente.
«Già.» Si avvicinò alla porta.
«Aspetta.» Min si fermò di fronte al
cartello sull’ingresso. «Chiude alle
dieci in settimana. Dovrebbe essere più
o meno a quest’ora. Forse
non...»
«Sono il cliente preferito di Emilio»
disse lui tenendo aperta la porta.
«Almeno finché non conoscerà te.»
«Frase a effetto?» chiese Min
esasperata.
«No» rispose lui, pazientemente. «Ma
continua pure a tormentarmi per
tutta la cena; Emilio ti offrirà il dolce.»
«Pensavo fossi il suo cliente preferito»
disse Min.
«Infatti» disse lui. «Ma adora vedermi
sulla graticola. Allora, vieni?»
«Sì» disse Min, passandogli davanti.
Era passato un minuto e mezzo
sull’orologio di Liza quando l’uomo
dalla testa a pallottola le toccò la spalla
per farla voltare.
«Chiedo scusa,» disse «ma mi è
sembrato che mi stessi fissando.»
Liza lo guardò con aria di sufficienza.
«Era uno sguardo di stupore.
Non riuscivo a credere che fossi così
lento.»
«Lento?» Aveva l’espressione di chi era
stato insultato. «Era
impossibile arrivare fin qui in minor
tempo. Non avevo neanche le
protezioni.»
Lisa scosse la testa. «Mi hai notato più
di un’ora fa. Avevi bisogno di
tempo per rifletterci?»
Alzò gli occhi al cielo. «A quanto ne so,
le rosse sono pericolose.» Si
appoggiò al bancone. «Mi chiamo Tony.
E tu sei in debito con me.»
Ecco che arriva, pensò Liza. Si chinò sul
bancone, imitandolo. «In
debito?»
«Sì.» Sorrise. «Per via della teoria del
caos.»
Liza scosse la testa. «La teoria del
caos.»
Le si avvicinò. «La teoria del caos dice
che i sistemi dinamici
complessi diventano instabili a causa di
turbolenze ambientali, a
seguito delle quali un attrattore strano
determina la traiettoria dello
stato.»
Liza lo guardò allibita. «Questa sarebbe
la tua tattica?»
«Sono un sistema dinamico complesso»
disse Tony.
«Non molto complesso» rispose Liza.
«Ero stabile finché tu non hai causato
una turbolenza nel mio
ambiente.»
«Non molto stabile» disse Liza.
Tony sorrise. «Considerato che tu sei
l’attrattore più strano in
tutto il locale, ho seguito la mia
traiettoria fino a te.»
«Non è la traiettoria che hai seguito fino
a me.» Liza cambiò
posizione in modo da dare le spalle al
bancone, frapponendo la spalla
tra loro. «Inventati qualcosa di meglio,
altrimenti cercherò qualcun altro
per divertirmi.»
Con la coda dell’occhio vide il secondo
tizio, il biondo dall’aria
assente, piegarsi verso Bonnie. «Fa
sempre così?» le chiese. Liza si girò
per prendergli le misure. Grande,
grosso, insignificante.
«Be’, non che il tuo amico sia
esattamente il Principe Azzurro» rispose
Bonnie con un ampio sorriso.
Lui la incalzò dall’alto. «Nemmeno io lo
sono. Per te va bene?»
Ma per favore, pensò Liza, incrociando
lo sguardo di Tony la pallottola.
«è sincero» disse Tony. «Roger non usa
tattiche.»
«Visti i tuoi risultati con quella déba?cle
della teoria del caos, mi
sembra un punto a favore» disse Liza.
«Povero caro» stava dicendo Bonnie
mentre poggiava la mano
sul braccio di Roger. «Certo che mi va
bene. Mi chiamo Bonnie.»
Roger la guardò in totale adorazione.
«Io sono Roger, e tu sei la
donna più bella che io abbia mai visto.»
Il sorriso sul volto di Bonnie si allargò
mentre si stringeva a lui. «Il che
non vuol dire che non sappia farci con le
donne»
aggiunse Tony, interdetto.
«Comincio a intravedere il suo fascino.»
Liza riportò lo sguardo
su Tony. «Il tuo qual è?»
«Sono fantastico a letto» rispose Tony.
«Capisco» disse Liza. «Sei senza
speranza, ma ti concedo di
offrirmi da bere e raccontarmi di te. E
dei tuoi amici.»
«Tutto quello che vuoi» disse Tony,
gesticolando in direzione della
barista con i ricci. Quando si avvicinò
al suo lato del bancone,
Tony disse: «Shanna, non ti sei ancora
decisa a saltare la barricata?»
La barista scosse la testa. «No, e anche
se fosse saresti l’ultimo a
saperlo.»
«Mi basta essere nella lista» rispose
Tony. «Shanna, ti presento Liza. E
ti avverto che ci servono rifornimenti.»
«Lo conosci?» chiese Liza rivolta a
Shanna.
«è un amico del mio vicino di casa.
Devo sopportarlo per via di Cal.»
«Cal?» disse Liza, pensando:
Dannazione, avrei potuto sapere tutto di
lui dalla barista senza dovermi sorbire
questo bifolco. Be’, a lei penserò
più avanti.
«Meglio che tu non sappia nulla di Cal»
intervenne Tony. «è
pericoloso. Le donne dovrebbero stargli
alla larga.»
Shanna alzò lo sguardo al cielo e si
allontanò.
«Molto interessante» disse Liza con un
sorriso. «Raccontami di
Cal e di quanto è pericoloso.»
«Non dicevo sul serio. è un grande»
disse Tony. «Ci siamo
conosciuti a scuola...»
«Eravate insieme al liceo?» chiese Liza,
colta di sorpresa. «Eravamo
insieme alle elementari. Ma non vedo
cosa ci sia di
interessante...»
«Voglio sapere tutto di te, tesoro» disse
Liza. «Mi incuriosisci.» Tony
annuì, prendendola sul serio. «Sono
nato...»
«Di te e dei tuoi amici» precisò Liza.
«Tu, Roger e Cal...» Mentre Tony
iniziava a parlare, Liza sentì Bonnie alle
sue spalle
dire: «Sai che a mia madre piaceresti
molto?» e Roger rispondere:
«Sarei felice di conoscere tua madre.»
Liza si voltò per osservare. «Fa sempre
così con le donne?»
«Come?» chiese Tony, strappato al
racconto dei suoi brillanti trascorsi
come giocatore di football in terza
elementare.
«Non importa» disse Liza. «Saltiamo
direttamente alla pubertà. Tu,
Roger e Cal...»
Cal rimase a osservare lo sgomento sul
volto di Min in seguito
all’impatto iniziale con Emilio. La vista
del suo ristorante preferito,
così bizzarro, con i lampadari di ferro
battuto e le lampadine ambrate,
le vecchie foto in bianco e nero sulle
pareti, le tovaglie a scacchi
bianchi e rossi, le candele nelle vecchie
bottiglie di Chianti, i menu
scritti a mano e le posate spaiate. Si
aspettava di vedere le sue labbra
contorcersi, poi capì che non era
possibile, visto che era rimasta a bocca
aperta. D’altra parte era una giusta
punizione. Dopo essere stata una
tale rottura di...
«è favoloso» disse Min, scoppiando a
ridere. «Mio dio, come ha fatto
uno come te a scoprire questo posto?»
«In che senso, uno come me?» chiese
Cal.
Min si diresse verso la parete per
osservare le fotografie di ottant’anni
di storia familiare di Emilio. «E queste
da dove vengono?» Sorrise, le
sue labbra morbide si schiusero e i suoi
occhi si accesero. In quel
momento, Emilio apparve alle loro
spalle.
«Signor Morrisey» disse Emilio facendo
voltare il suo vecchio
compagno di stanza. «Che piacere
rivederla.»
«Emilio,» disse Cal «ti presento Min
Dobbs.» Si voltò verso Min.
«Emilio fa il pane migliore della città.»
«Sono certa che ogni cosa che fai è la
migliore, Emilio» disse Min
porgendogli la mano. Lo guardò dal
basso sotto le ciglia, inserendo una
nota di malizia nell’ampio sorriso.
Emilio sembrò lusingato. Cal pensò:
Con me non ha fatto così.
Emilio le strinse la mano calorosamente.
«Il mio pane sarà una poesia
per te, un dono in onore della tua
bellezza, dei versi in celebrazione del
tuo sorriso.» Le baciò il dorso della
mano, e Min sorrise radiosamente
senza ritrarla.
«Emilio, sono io ad avere un
appuntamento con Min» intervenne Cal.
«Basta con i baci.»
Min scosse la testa, senza alcunché di
radioso. «Non è un
appuntamento. Non ci troviamo neanche
simpatici.» Tornò a guardare
Emilio, riprendendo a sorridere. «Conti
separati, Emilio. Per favore.»
«Niente conti separati, Emilio» disse
Cal, esasperato oltre i confini
della gentilezza. «Ma un tavolo sarebbe
molto gradito.»
«Per te, qualunque cosa» disse Emilio
baciando di nuovo la mano di
Min.
Incredibile, pensò Cal, rifilando un
calcio sullo stinco di Emilio mentre
Min era distratta dal locale. Un uomo
sposato, santo dio.
«Prego, da questa parte» disse Emilio,
sussultando. Li condusse
al tavolo migliore, di fronte alla finestra.
Fece accomodare Min sulla
sedia in legno curvato, poi indugiò nei
pressi di Cal abbastanza a lungo
da sussurrargli: «Ho mandato a casa i
camerieri mezz’ora fa, razza di
bastardo.»
«Non c’è di che» disse Cal a voce alta,
con un ampio cenno del capo.
Emilio rinunciò e si ritirò in cucina,
lasciando Cal a osservare Min, la
quale a sua volta osservava ogni angolo
del locale.
«Sembra uno di quei ristoranti italiani
che si vedono nei film» disse.
«Solo che non lo è. Lo adoro. Adoro
anche Emilio.»
«Ho notato» rispose Cal. «Nessuna
delle donne che ho portato qui ha
mai iniziato a scambiare baci con lui
prima ancora di essere seduta.»
«Be’, è la persona che si occuperà di
nutrirmi.» Prese in mano il
tovagliolo. «è sempre un ottimo segno,
in un uomo.» Si dispose il
tovagliolo in grembo, poi
all’improvviso smorzò il sorriso in
un’espressione tesa. «Però...»
Cal si preparò alla bordata successiva.
Si chinò in avanti. «Non posso mangiare
pane o pasta, ma non vorrei
ferirlo. Potresti ordinare qualcos’altro?»
«Certo» disse Cal, sorpreso.
«Un’insalata. O del pollo al Marsala. Lo
servono senza pasta.»
«Grazie.» Min gli sorrise. «Non vorrei
rovinargli la serata.»
«Credo tu l’abbia già resa speciale»
rispose Cal. Min aveva delle labbra
piene e morbide, e quando gli sorrise
con gratitudine il suo volto si
trasformò per un attimo da quello di una
severa guardia carceraria in
quello di una dolce bambolina. La
scintilla maliziosa che aveva lasciato
trasparire mentre flirtava con Emilio,
però, era scomparsa. Un gran
peccato.
Emilio portò il pane, e Min si sporse in
avanti incuriosita. «Ha un odore
delizioso. Per fortuna che ho saltato il
pranzo.»
«è buonissimo» disse Cal. «Emilio,
gradiremmo dell’insalata della casa,
e il pollo al Marsala a seguire.»
«Ottima scelta, signor Morrisey»
rispose Emilio; erano piatti semplici
da preparare, e Cal lo sapeva bene. «E
un buon vino rosso come
accompagnamento?»
«Perfetto» disse Cal, sapendo anche che
gli sarebbe toccato qualche
fondo di bottiglia rimasto aperto in
cucina.
«Per me dell’acqua con ghiaccio» disse
Min con un sospiro, ancora
concentrata sul pane.
Quando Emilio si congedò, Cal disse:
«Il pane è ottimo. Fatto in casa.»
«Carboidrati» replicò Min, il volto di
nuovo contrariato. Cal aveva
discusso abbastanza di carboidrati nei
suoi nove mesi con Cynthie,
quindi lasciò cadere il discorso.
«Allora» disse, scegliendo uno dei pezzi
più piccoli di focaccia. «Che
lavoro fai?» Quando spezzò il pane, il
calore del lievito si sprigionò
riempiendo i suoi sensi.
«Faccio l’attuaria» rispose Min con
voce tesa.
Un’attuaria. Era uscito a cena con una
statistica petulante e avversa al
rischio, che per di più si negava il cibo.
Anche per i suoi standard
accomodanti, era un nuovo punto basso.
«è molto... interessante» disse. Min era
ancora concentrata sul pane e
non ci fece caso.
Cal le mise metà focaccia sotto il naso e
le intimò: «Mangia.»
«Non posso!» disse lei. «C’è un vestito
in cui dovrò entrare a tutti i
costi, fra tre settimane.»
«Un pezzo di pane non farà alcuna
differenza.» Lo agitò sotto il
suo naso, sapendo che il profumo del
pane di Emilio aveva fatto
vacillare perfino i più devoti fedeli
della dieta Atkins.
«No.» Serrò gli occhi e la bocca.
Strategia fallimentare. Non sarebbe
stata la vista del pane a farla capitolare,
ma il suo profumo.
«Potrebbe essere la tua unica possibilità
di assaggiare il pane di Emilio»
disse lui, ottenendo un respiro profondo
per tutta risposta.
«Al diavolo.» Aprì gli occhi e prese il
pane dalle sue mani. «Sei
davvero una bestia.»
«Io?» disse Cal, guardandola mentre
strappava un pezzo di pane e lo
azzannava con occhi famelici.
«Oh...» sospirò, masticando a occhi
chiusi ma con il piacere ben
visibile.
Guarda anche me così, pensò lui. Un
colpetto sulla spalla richiamò la
sua attenzione. Emilio era in piedi alle
sue spalle con in mano una
mezza bottiglia di vino, rapito dalla
vista di Min. Rivolse a Cal un
cenno di intesa e gli sussurrò: «Da
sposare.»
Min aprì gli occhi e disse: «Emilio, sei
un genio.»
«Il piacere è tutto mio» rispose Emilio.
Cal gli strappò il vino dalle mani.
«Grazie, Emilio» disse in tono
fermo. Emilio scosse la testa e tornò in
cucina a preparare le insalate.
Dopo averle servite, si allontanò di
nuovo e Cal riprese il discorso. «E
così sei un’attuaria.»
Min lo guardò ancora con disprezzo.
«Sii sincero, non ti importa nulla
di ciò che faccio. Rinuncia al tuo ruolo
per una serata, Casanova.»
«Ehi!» Prese dell’altro pane. «Non
passo mica le mie serate così. è da
parecchio che non mi faccio avanti con
qualcuno.»
Min guardò l’orologio senza smettere di
masticare. Deglutì, poi
disse: «Circa ventotto minuti.»
«Oltre a te, intendo. Ho chiuso una
storia un paio di mesi fa, e
nel frattempo mi sono goduto un po’ di
pace.»
Di fronte al disappunto di Min,
aggiunse: «E naturalmente,
quando decido di ricominciare a uscire
con qualcuno, trovo una donna
che mi odia. Da dove viene tanto astio?»
«Astio? Quale astio?» Min infilzò la
forchetta nell’insalata e ne prese
un boccone. «Dio, che buona.»
Guardandola masticare con gioia, Cal si
chiese dove stesse sbagliando.
Avrebbe dovuto piacerle. Si stava
comportando in modo galante,
dannazione. «Dimmi, che interessi hai
oltre alle belle scarpe?»
«Su, per favore» disse Min una volta
finito di deglutire. «Sta a te
parlare. Io so perché ti ho scelto; dimmi
perché tu hai scelto me.»
Si fermò con il bicchiere vicino alla
bocca. «Tu mi avresti scelto?»
Min scosse la testa. «Non ti ho
rimorchiato, ma ti ho scelto. Ti ho visto
sulla pedana. Per la verità, la mia amica
Liza ti ha visto per primo, ma ti
ha ceduto a me.»
«Carino, da parte sua» disse Cal.
«Perciò quando sono venuto da te mi
stavi aspettando?»
«Più o meno.» Min spinse il pane verso
di lui. «Tieni questo cestino
lontano da me. Mi sto rendendo
ridicola.»
Avvicinò il cestino al suo piatto. «E
allora perché hai reso le cose tanto
difficili?»
Min si lasciò andare a uno sbuffo.
«Credi che sia stato difficile?
Evidentemente non ti sono mai capitate
donne che fanno davvero le
difficili.»
«Non nei primi cinque minuti» disse
Cal. «Di solito lo tengono in serbo
per il futuro.»
«Ma noi non abbiamo un futuro» disse
lei, recriminando per la vista del
pane lontano. «Quindi ho dovuto
anticipare la difficoltà.»
Cal spinse il cestino verso di lei. «E
perché non avremmo un futuro?»
chiese, nonostante fosse la medesima
conclusione a cui era giunto dopo
trenta secondi dal suo approccio nel
locale.
«Perché il sesso non mi interessa.» Min
strappò un pezzetto di focaccia
e vi affondò i denti. Cal la osservò
mentre il piacere le invadeva il
volto.
Menti, pensò.
«E di conseguenza tu non hai interesse in
me» disse Min, una volta
mandato giù il boccone.
«Ehi» rispose lui piccato. «Cosa ti fa
pensare che io sia interessato solo
al sesso?»
«Il fatto che sei un uomo.» Prese un altro
pezzo di pane.
«Le statistiche dicono che gli uomini
sono interessati solo a tre cose: la
carriera, lo sport e il sesso. Ecco perché
vanno pazzi per le
cheerleader.»
Cal poggiò la forchetta. «Un po’
sessista, non trovi?»
La sua irritazione svanì guardando Min
che con la lingua afferrava una
briciola rimasta sulle labbra. Era bello
guardarla quando non era
arrabbiata: pelle liscia come latte,
grandi occhi scuri, un naso morbido.
E quella bocca, carnosa e invitante...
«Sì» rispose lei. «Ma è vero.»
«Scusa, dicevi?» Cal cercò di
recuperare il filo del discorso. «La
questione dello sport e del sesso? Non
credo proprio. Siamo nel XXI
secolo, abbiamo imparato a essere
sensibili.»
«Ah, sì?»
«Certo» disse Cal. «Altrimenti saremmo
condannati all’astinenza.»
Min alzò gli occhi al cielo. Cal prese la
bottiglia per riempirle il
bicchiere.
«Meglio di no» disse lei. «Ho già
bevuto troppo nel locale.»
Cal le prese il bicchiere. «Ci penso io a
farti arrivare a casa sana e
salva.»
«E chi penserà a mettermi in salvo da
te?» rispose lei. Cal poggiò la
bottiglia sul tavolo.
«Questo era davvero un colpo basso»
rispose, con più veemenza del
previsto.
Min incrociò il suo sguardo e pensò:
Accidenti, ci risiamo. Annuì e
disse: «Hai ragione. Non te lo meriti. Ti
chiedo scusa.» Aggrottò la
fronte, come per riflettere. «Ti chiedo
scusa per l’intera serata. Il mio
ragazzo mi ha mollato mezz’ora prima
che venissi a parlarmi...»
«Ah, ecco» disse Cal.
«Mi ha mandato su tutte le furie. Poi ho
capito che forse neanche mi
piaceva, e che in realtà ce l’ho con me
stessa per essere stata così
stupida.»
«Non sei stata stupida» disse Cal. «Gli
sbagli non sono stupidi, sono un
modo per imparare.»
Gli lanciò un’occhiata confusa. «Grazie.
In ogni caso, non hai colpe in
questa serata. Cioè, hai i tuoi difetti, ma
non dovresti pagare anche per i
suoi. Scusami.»
«Nessun problema» disse, anche lui
confuso. Quali difetti? «Ora bevi
un po’ di vino. è buono.»
Prese in mano il bicchiere e bevve un
sorso. «Hai ragione, è ottimo.»
«Bene, vorrà dire che torneremo qui
spesso» disse lui, pentendosene
subito dopo; non si sarebbero mai più
rivisti.
«Altra frase a effetto» disse Min, senza
veleno. «Non ci vedremo mai
più, e tu lo sai. Qual è il tuo problema?
Entri in modalità predatore
appena vedi una donna?»
Cal si rilassò sulla sedia. «Anche questa
gentilezza la devo al tuo ex
ragazzo? Di solito non sono paranoico,
ma direi proprio che ce l’hai
con me.»
«Non fare la vittima» disse Min
spezzando dell’altro pane. «Hai una
faccia meravigliosa, e un corpo che
farebbe tremare le gambe a
qualunque donna. Come puoi pensare di
lamentarti?»
Cal sorrise. «Faccio tremare anche le
tue, di gambe?»
Min staccò un bel morso dalla focaccia.
«Prima che cominciassi a
lamentarti, forse» disse una volta finito
il boccone. «Ma ora
l’incantesimo si è spezzato.»
Cal la guardò leccarsi il labbro
inferiore, e due mesi di solitudine più
l’istinto di una vita intera fecero il resto.
«Dammi una possibilità»
disse. «Scommetto che posso rimettere
l’incantesimo al suo posto.»
Min rimase immobile con la punta della
lingua poggiata sul labbro; i
loro occhi rimasero in contatto per un
lungo, sensuale momento.
Stavolta la luce nei suoi occhi c’era
tutta, e ogni rumore intorno a loro
si spense. I tessuti nervosi del suo corpo
si risvegliarono e gli dissero: è
lei.
Poi la sua lingua si ritrasse, e Cal scosse
la testa per schiarirsi le idee,
pensando: Ma neanche per idea.
«Io non scommetto mai» disse Min. «Da
un punto di vista statistico, il
gioco d’azzardo è una fonte di guadagno
poco efficace.»
«Non è una fonte di guadagno» disse
Cal. «è uno stile di vita.»
«Dubito che potremmo essere più
incompatibili di così» disse Min.
«Concordo» rispose Cal, ma poi notò il
suo sguardo sollevarsi oltre le
sue spalle, e il suo respiro ebbe
un’esitazione.
Quando si voltò, Cal vide Emilio
arrivare con un profumato vassoio di
pollo al Marsala; filetti dorati ed enormi
funghi brasati che
galleggiavano in una splendida salsa di
vino.
«Oh, mio dio» disse Min.
Emilio la guardò raggiante. «è un
piacere servire chi apprezza il buon
cibo. Assaggia.»
Min tagliò il pollo e ne mise in bocca
una forchettata. Dapprima sembrò
sorpresa, poi chiuse gli occhi e iniziò a
masticare, con il volto irradiato
di piacere. Dopo aver deglutito, guardò
Emilio con occhi illuminati. «è
incredibile» disse, mentre Cal pensava:
Perché non guardi così anche
me?
«Prova i funghi» disse Emilio, felice
come un’italianissima Pasqua.
«Vattene» gli intimò Cal, ma Emilio
rimase finché Min non assaggiò
uno di quei funghi enormi, per poi
definirlo un genio con devozione
totale.
«Quando verranno riconosciuti i miei
meriti per averti portato qui?»
chiese Cal, una volta che Emilio si fu
allontanato.
«Giusto» disse Min. «Sei un genio nella
scelta dei ristoranti. Ora fai
silenzio, devo concentrarmi.»
Cal sospirò, rinunciando a fare
conversazione per il resto della cena.
Alla fine ci fu una diatriba perché Min
insisteva per avere conti
separati, ma Cal sentenziò: «Ti ho
invitato io e pago io. Stai alla larga,
donna.» Per un attimo Min sembrò voler
replicare, ma si
limitò ad annuire.
«Grazie mille» gli disse. «Per l’ottima
cena e per avermi fatto
scoprire il mio nuovo ristorante
preferito.» Cal si sentì apprezzato per la
prima volta in tutta la serata.
Quando uscirono, Min stampò un bacio
sulla guancia di Emilio. «Il tuo
pane è ottimo, Emilio, ma il pollo era
un’opera d’arte.» Poi aggiunse un
bacio sull’altra guancia.
«Ehi» disse Cal. «Ci sono anch’io. Quel
pollo l’ho pagato io.» «Niente
suppliche» disse Min uscendo dalla
porta.
«Morrisey, finalmente hai trovato
qualcuno che ti tiene testa» lo
avvertì Emilio.
«Tutt’altro» disse Cal, grato che gli
fosse concesso un minuto
senza di lei. «Questo è stato il nostro
primo, ultimo e unico
appuntamento.»
«Non credo proprio» disse Emilio. «Ho
visto come vi guardavate.»
«Ci guardavamo con paura e odio» disse
Cal, aprendo la porta.
«Dio, sei senza speranza» concluse
Emilio. Cal lo ignorò e si inoltrò nel
buio della notte per raggiungere Min.
3
«L’infatuazione è la parte più divertente
dell’innamoramento»
disse Cynthie a David quando si furono
accomodati da Serafino’s. Il
cameriere si dileguò subito dopo aver
servito loro dei costosissimi
filetti.
David rispose con un sorriso e pensò:
Scommetto che Min non sta
parlando di psicologia con Cal. Chissà
cos’era che stava facendo, poi.
Qualunque cosa fosse, doveva trovare
un modo per fermarla.
«L’infatuazione rilascia una sostanza
chimica di nome PEA nel
cervello» proseguì Cynthie. «Il cuore
comincia a battere, ti manca il
respiro e ti gira la testa, tremi, non riesci
a pensare. è l’idea che tutti
hanno quando pensano all’amore, ed è
ciò che tutti provano.» Sorrise
con espressione sognante. «La nostra
infatuazione è stata fantastica.
Non riuscivamo a resisterci.»
«Mmm.» David prese in mano il
bicchiere di Margarita in vetro blu
smerigliato. «Dimmi di nuovo perché tra
loro non sta funzionando.»
«Be’,» disse Cynthie «a quest’ora lui
dovrebbe aver capito che è tempo
di chiudere. La accompagnerà alla sua
auto per assicurarsi che sia al
sicuro, poi le stringerà la mano e le dirà
‘buona fortuna per tutto’, e la
cosa finirà lì.»
«E se fosse attratto da lei?»
«Ti ho già spiegato che non lo è» disse
Cynthie, ma il sorriso le si
incrinò. «Anche se lo fosse, e non lo è,
le chiederebbe un altro
appuntamento per cercare ulteriori
indizi, delle prove che lei sia degna
del suo amore. Per esempio,
l’apprezzamento di amici e parenti. Ma
lei
non è il tipo di Roger, a cui piacciono
solo le bionde
tutte risatine, e dubito che Tony l’abbia
anche solo notata, visto che è
un tipo seno-gambe-fondoschiena; non
sono stati i suoi amici a
spingerlo verso di lei.»
«Difficile capire perché l’abbia fatto»
disse David con aria innocente.
«Non credo che le farà mai conoscere la
sua famiglia. Ma la madre la
odierebbe. Non le sta mai bene nulla,
quindi non potrebbe funzionare.
Cal ha bisogno dell’approvazione della
sua famiglia.»
«Stai dicendo che basterebbe questo a
non far proseguire la relazione?»
chiese David. «Il parere contrario di
amici e parenti?»
«A meno che lei non sia in conflitto con
la sua famiglia, o senta il
bisogno di ribellarsi. In quel caso, il
loro parere contrario la
spingerebbe tra le sue braccia; però non
mi sembra che le cose stiano
così.»
«No» disse David, ripensando a quelle
due cene in due mesi con i
genitori di Min. «Sono molto legati.»
«Se è così, amici e parenti giocano un
ruolo fondamentale» proseguì
Cynthie. «è il motivo per cui ho
coltivato il rapporto con Tony per nove
mesi. David, non succederà nulla. Cal è
nella fase di amore maturo e
attaccamento a me, quindi non proverà
attrazione per Min.»
«Amore maturo. Sarebbe la... ehm...
quarta fase» disse David,
mostrando di essere stato attento.
«Esatto» rispose Cynthie.
«L’infatuazione dura poco perché
soggetta a
condizioni, e le condizioni variano. Ma
se è autentica, può svilupparsi
in un amore maturo e incondizionato.
Nel cervello vengono rilasciate
nuove sostanze chimiche, le endorfine
inducono calore, tranquillità e
soddisfazione ogni volta che si è in
compagnia della persona amata.»
Fece un respiro profondo. «E ti fanno
sentire
depresso quando lui non c’è, perché il
cervello non produce quelle
sostanze.»
«Ah» disse David. Ora capiva. «Quindi
sei in astinenza da endorfine?»
«Per il momento» disse Cynthie,
tirandosi su. «Ma tornerà da me. La
mancanza di sesso è dolorosa, un
segnale fisiologico che rafforzerà il
suo attaccamento a me.»
«Dolorosa» ripeté David. Qualunque
cosa facesse soffrire Cal gli
sembrava una buona idea.
Cynthie annuì. «Per passare
dall’infatuazione all’attaccamento, Cal
dovrebbe provare gioia o dolore con
Min. La gioia potrebbe trovarla in
ambito comunicativo o sessuale, il
dolore potrebbe essere nella gelosia,
nella frustrazione o nella paura; una
qualunque fonte di stress.
L’elemento di dolore è alla base delle
tante storie d’amore che nascono
in tempo di guerra. E di quelle che
nascono in ufficio.»
«Immagino» commentò David,
ricordando una certa stagista di qualche
anno prima.
«Ma non credo che andrà così, stasera.
Credo che Cal non farà altro che
annoiarsi. Certo, è un bel sollievo
sapere che la tua Min è scialba e
frigida.»
«Non ho mica detto che è scialba e
frigida» precisò David. «Non sarei
stato con una persona scialba e frigida.»
«Se è così, avresti dovuto insistere»
disse Cynthie. «L’infatuazione
dura dai sei mesi ai tre anni, e non c’è
modo di sapere se la persona sia
quella giusta finché il periodo non è
concluso. Tu hai rinunciato dopo
due mesi, quindi non hai potuto
raggiungere l’attaccamento, e neanche
lei.» Scrollò le spalle. «Grave errore.»
«Da sei mesi a tre anni?» disse David.
«E tu hai messo alle strette Cal
dopo nove mesi?» Scrollò le spalle.
«Grave errore.»
Cynthie poggiò la forchetta. «Non è stato
un errore. Conosco Cal, ho
scritto perfino degli articoli su di lui, e
sono certa che sia nella fase di
attaccamento. Lo siamo entrambi.»
David smise di mangiare, sconcertato.
«Hai scritto articoli sul tuo
compagno?»
«Non ho usato il suo vero nome» disse
Cynthie. «E non ho specificato
che fosse il mio compagno.»
«Non è contrario all’etica
professionale?»
«No.» Cynthie allontanò il piatto, senza
aver quasi toccato il suo
contenuto. «è così che l’ho conosciuto.
Ne avevo sentito parlare da un
paio di clienti. La sua reputazione lo
precede.»
«Lo so» convenne David, dedicando un
pensiero velenoso a Cal
Morrisey, il Dono di Dio a tutte le
donne. «Reputazione assolutamente
immeritata.»
«Scherzi?» disse Cynthie. «Io lo stavo
studiando, e lui è riuscito a farmi
innamorare.» Piegò la bocca in un
sorriso. «La natura gli ha dato
quell’aspetto e quel fisico, e i genitori
gli hanno dato affetto
condizionato da bambino; è stato
addestrato all’adulazione come
strumento di approvazione, e le donne
sono il suo bersaglio preferito,
più che disponibili a farsi adulare per
via del suo aspetto fisico. La
bellezza gli garantisce la supposizione,
il suo fascino gli assicura
l’attrazione. è un brillante esempio di
soluzione adattiva. I saggi che ho
scritto su di lui hanno avutomolto
successo.»
David provò a immaginarsi Cal
Morrisey da bambino, dedito
all’accumulazione d’affetto. L’unica
immagine che gli venne in mente
era un bambino di bell’aspetto, con i
capelli scuri e un abito
elegante, che sorrideva alle ragazzine
appoggiato a uno scivolo. «Cal sa
che hai scritto articoli su di lui?»
«No» disse Cynthie. «Non l’ha mai
scoperto, e mai lo farà. Quelle
ricerche sono concluse, non me ne
occupo più. Ora sto scrivendo un
libro, ho già un contratto. è quasi
terminato.» Il suo sorriso soddisfatto
aveva un che di felino. «Quello che sto
cercando di dire è che i miei
non sono i lamenti di un’isterica, in stile
‘ma io credevo mi amasse’...
Ho le prove scientifiche del suo amore.
Tornerà da me molto presto,
sempre che la tua Min non lo distragga.»
«Insomma,» disse David, facendosi più
vicino «se volessimo essere
sicuri che non arrivino a... com’era?
L’attrazione? Cosa dovremmo
fare?»
Cynthie sgranò gli occhi. «Cosa
dovremmo fare?» Poggiò il bicchiere
di vino sul tavolo e rifletté. «Potremmo
parlare con i loro amici e
parenti; intorbidire le acque, per così
dire. E potremmo offrire loro
gioia in forme diverse per contrastare
ciò che potrebbe accadere tra loro
due. Ma non sarebbe... David, non c’è
nulla che dobbiamo fare. Cal mi
ama.»
«Certo» disse David, rilassandosi sulla
sedia. La famiglia, pensò. So
come arrivare alla sua famiglia.
Cynthie lo guardò sorridendo. «Sono
stanca di parlare di loro» disse.
«Tu che lavoro fai?»
Era ora che si parlasse di me, pensò
David. «Mi occupo di sviluppo
software» proclamò, registrando
l’istantanea perdita di qualunque
interesse negli occhi di Cynthie.
Fuori dal ristorante di Emilio, Min
accolse la brezza notturna d’estate e
pensò: Sono felice. Evidentemente il
buon cibo era un antidoto alla
rabbia e all’umiliazione. Ottima
informazione per il
futuro. In quel momento Cal uscì dal
ristorante e disse: «Dov’è la tua
macchina?» rovinandole l’atmosfera.
«Niente macchina» replicò Min. «Vado
a piedi.» Gli porse la mano.
«Grazie per la bella serata. Più o meno.
Ciao.»
«No» disse Cal, ignorando la mano tesa
di fronte a lui. «Da che parte
per casa tua?»
«Senti» disse Min, esasperata. «Posso
andare a piedi...»
«Da sola in città, di notte? No che non
puoi. Non è ciò che mi hanno
insegnato. Ti accompagno a casa, e tu
non hai voce in capitolo. Allora,
dove ci dirigiamo?»
Min valutò l’ipotesi di un litigio, ma
sarebbe stato inutile. Le era
bastata una serata con Calvin Morrisey
per capire che era abituato a
ottenere ciò che voleva. «Va bene. Ti
ringrazio. è da questa parte.»
Si incamminò lungo la strada, prestando
ascolto al vento tra gli alberi e
ai rumori distanti della città. Di fianco a
lei, Cal prese il suo stesso
ritmo. Il rumore dei suoi passi
accompagnava alla perfezione il suono
dei suoi tacchi sull’asfalto.
«E tu che lavoro fai?» gli chiese.
«Ho una società che si occupa di corsi
aziendali, insieme a due soci.»
«Sei un insegnante?» chiese Min,
stupita.
«Sì» disse lui. «E così tu fai l’attuaria.
Ho molta stima per la tua
professione. Tu lo fai per soldi, io
faccio la stessa cosa per
divertimento.»
«Cioè, quale?»
«Decidere se vale la pena di puntare dei
soldi su qualcosa.» Abbassò lo
sguardo su di lei. «Sei una giocatrice
d’azzardo. E
lo fai con i milioni di dollari di una
compagnia assicurativa. Io lo
faccio con le banconote da dieci
dollari.»
«Sì, ma i soldi che perdo non sono
miei» precisò Min. «Neanche io
perdo i miei soldi» disse Cal.
«Vuoi dire che vinci ogni scommessa?»
chiese Min, con una
voce appiattita dallo scetticismo.
«Direi di sì» rispose Cal.
«Sei stupefacente» disse Min. «è per
questo che hai voluto
metterti in proprio? Per limitare i rischi
in prima persona?»
«Non volevo lavorare per qualcun
altro» disse Cal. «Non mi
restavano molte altre possibilità.»
«Giriamo qui» disse Min, rallentando
prima di svoltare un
angolo. «Ascolta, ora potrei...»
«Cammina» tagliò corto Cal. Min
obbedì.
«Come si chiama la tua società?»
«Morrisey, Packard, Capa.»
«Packard e Capa sarebbero gli altri due
tizi che erano con te
nel locale» disse Min. «Il biondone e la
pall... ehm, il tipo corpulento.»
«Già.» Cal sorrise. «La ‘palla’?»
«Secondo una delle mie amiche la sua
testa assomiglia a una pallottola»
disse Min con una smorfia. «Voleva
essere un complimento.»
«Immagino» disse Cal. «Quest’amica
sarebbe la rossa, vero?» «L’hai
notata» disse Min, avvertendo una fitta.
«No, l’ha notata la pallottola» disse Cal.
«Non dirgli nulla di questa storia» disse
Min. «Non voleva
offenderlo.»
«Ci vuole altro per scalfire Tony» disse
Cal. «Ma lo terrò per
me.»
«Grazie.»
Allontanandosi dai luoghi del centro le
strade si facevano sempre più
buie, nonostante i lampioni. Min provò
un certo sollievo nel sapere di
non essere sola. «E dimmi, perché ti
assumono per insegnare? Perché
scelgono te, invece di qualcun altro?»
«Stiliamo programmi su misura» disse
Cal. «In ogni contesto didattico,
una certa percentuale degli studenti non
assimila gli insegnamenti. Noi
garantiamo una comprensione totale, e
non ce ne andiamo finché non
l’abbiamo raggiunta.»
«Parli come un depliant pubblicitario.»
«è la verità.»
«E come fate?» disse Min. «Con il
fascino?»
«Hai qualcosa contro il fascino?» disse
Cal.
«Raramente si accompagna all’onestà»
rispose Min.
Cal sospirò. «Le persone si chiudono
perché hanno paura.
Come prima cosa, studiamo i
partecipanti per capire chi è spaventato
e
qual è la loro reazione. Alcuni sono
bloccati, perciò li assegniamo a
Roger. è molto gentile e rassicurante;
riesce a mettere chiunque nelle
condizioni ideali per apprendere.»
«Un po’ inquietante» disse Min,
cercando di immaginare Roger come
uno di quei viscidi guru per la crescita
personale.
«Sei davvero una donna sospettosa»
disse Cal. «Altre persone
mascherano la paura con il sarcasmo,
disturbando le lezioni. A loro
pensa Tony. Scherzano e si divertono
insieme finché tutti non sono più
rilassati.»
«E tu di chi ti occupi?» chiese Min.
«Di quelli arrabbiati» disse Cal. «Quelli
che odiano la loro paura.»
«Il tuo fascino dissolve la loro rabbia»
disse Min.
«Non la metterei in questi termini, ma
può essere un’interpretazione.»
Quelli arrabbiati. Camminarono in
silenzio per un po’, ascoltando il
rumore dei loro passi sincronizzati.
Min alzò gli occhi su di lui. «Ti sarai
sentito nel tuo habitat naturale,
stasera.»
«No» disse Cal. «La tua rabbia non
deriva dalla paura. Non mi sembri
una donna che si lascia spaventare. Sei
arrabbiata perché qualcuno ti ha
trattata male. E non c’è niente che il
fascino possa fare per questo, fino
a che non risolvi la questione alla base.»
«Ma tu ci hai provato lo stesso» disse
Min.
«No, non è vero» disse Cal. «Quando mi
hai detto di essere stata
mollata, ho lasciato cadere
l’argomento.»
Min ci pensò su. «Sì, forse è vero. Più o
meno.»
«Ti sei pentita di aver brontolato tutta la
sera?» disse Cal. «No» rispose
Min. «Perché mi hai bersagliato con il
tuo fascino
fin dall’inizio. Cercavi di ottenere
qualcosa, Dio solo sa cosa.» Sesso
per vincere una scommessa, bestia. «Ti
sei meritato quel trattamento.»
Dopo qualche passo, Cal rispose: «Mi
sembra giusto.»
Min sorrise di nascosto nel buio,
pensando: Allora ha un briciolo di
onestà. Peccato sia solo uno.
Camminarono in silenzio fino alla
scalinata di fronte a casa sua. «Siamo
arrivati. Grazie mille...»
«Dove?» disse Cal, guardandosi intorno.
«Non vedo case.»
«Lassù» replicò Min, indicando la
salita. «In cima alle scale. Quindi
direi che...»
Cal scrutò la collina buia. «Cristo santo,
donna. Vivi sull’Everest.
Quanti scalini ci sono?»
«Trentadue» disse Min. «Più altri
ventisei fino al mio appartamento,
nell’attico.» Tese di nuovo la mano.
«Possiamo salutarci qui. Grazie per
avermi accompagnato. Buona fortuna per
tutto.»
Cal la ignorò, continuando a guardare la
collina. «Niente da fare. Non ti
lascio da sola ad arrampicarti nel buio.»
«Non è un problema» disse Min. «Nel
settantotto percento delle
aggressioni le donne sono attaccate da
uomini che conoscono.»
«Un’altra frecciata per me?» disse Cal.
«No. Non conosco uomini disposti a
scalare trentadue gradini per
aggredirmi. Sono al sicuro. Puoi tornare
a casa con la coscienza a
posto.»
«No» rispose lui, pazientemente. «Non
posso. Avanti, in marcia. Ti
seguo.»
Ti seguo? Trentadue gradini da
percorrere con quell’uomo a guardarle
il sedere? «Mi spiace, no.»
«Senti, è tardi, sono stanco. Non
potremmo...»
«Non è ancora nato l’uomo a cui
concederò di seguirmi su quegli
scalini. Se vuoi salire, vai tu per
primo.»
«Ma perché?» disse lui spaesato.
«Terresti gli occhi sul mio fondoschiena
per tutto il tempo.» Scosse la
testa. «Sai, Dobbs, a vederti potresti
anche passare
per una persona sana di mente. Poi apri
la bocca e...»
«Sali per primo, oppure va’ a casa»
disse Min.
Cal sbuffò e si avviò sul primo scalino.
«Aspetta un momento.
Così sarai tu a guardarmi il
fondoschiena per tutti e trentadue gli
scalini.»
«Sì, ma ci sono buone possibilità che il
tuo fondoschiena sia
meraviglioso» disse Min. «La situazione
è completamente diversa.» «Il
tuo non si vede neanche» protestò Cal.
«è buio e il cappotto
è troppo lungo.»
«Sali o vattene» tagliò corto Min. Cal si
incamminò.
Arrivati in cima, Cal ebbe un attimo di
esitazione. Min provò a
esaminare quell’edificio di pietra e
stucco del secolo scorso attraverso i
suoi occhi: buio, squallido e invaso da
rose rampicanti tanto vecchie da
essere diventate un rivestimento di
spine. «Non è un posto malvagio»
azzardò, sulla difensiva.
«Alla luce del sole dev’essere
bellissimo» rispose lui educatamente.
«Già.» Min si diresse verso gli scalini
di pietra del portico. Aprì la
porta. «Ecco, visto? Ora puoi andare.»
«Questa non è la porta di casa tua» disse
lui. «Hai detto che ci sono altri
ventisei scalini.»
«E va bene, arrampicati pure fino
all’attico.» Lo invitò nell’ingresso a
pianta quadrata dell’edificio. Con lui
presente, la carta da parati blu
sbiadita e gli anonimi interni in rovere
le apparvero squallidi, più che
accoglienti. La cosa la irritava. «Prego»
disse indicando la stretta scala
lungo la parete. Vicino alle sue spalle
chilometriche, sembrava più
stretta del solito. Lo seguì sui rimanenti
due piani di scale che
conducevano al suo pianerottolo. Aveva
un fondoschiena strepitoso.
E questo è il suo unico lato positivo, si
disse Min. Cerca di non perdere
la testa. Non lo rivedrai più.
«Quantomeno hai la certezza che
chiunque ti accompagni fin quassù
per due volte di seguito ha intenzioni
serie» disse lui, raggiungendo la
cima.
Per pronunciare quelle parole si voltò;
Min, due gradini più in
basso e occhi fissi sul quel
fondoschiena, urtò il suo gomito con un
occhio e perse l’equilibrio, rischiando
di cadere. Riuscì ad aggrapparsi
al corrimano e si sedette su un gradino.
«Cristo» esclamò Cal. «Mi dispiace.»
Si chinò su di lei, che per tutta
risposta cercò di allontanarlo.
«No» disse. «è colpa mia. Ero troppo
vicina.»
Ahi, pensò mentre si toccava con cautela
il punto colpito. Ecco cosa ti
meriti per esserti comportata male e
aver trattato la bestia come un
oggetto.
«Fammi vedere» disse lui, cercando di
incrociare il suo sguardo. Le
poggiò dolcemente una mano sul mento
per sollevarle il viso.
«No.» Spinse via la sua mano,
avvertendo un formicolio sotto la pelle.
«Sto bene, anche se ora faccio
ufficialmente parte di quel settantotto
percento di donne aggredite da...»
«E dài, smettila» disse lui alzandosi in
piedi. «Tutto a posto?» «Sì.» Si
alzò e raggiunse la soglia. «Ora puoi
andare.»
«Va bene.» La salutò con una breve
stretta di mano. «è stato
bello conoscerti, Dobbs. Mi spiace per
la gomitata in testa. Buona
fortuna per tutto.»
«Puoi scommetterci» disse Min. «Ho
deciso di farla finita con gli
uomini. Mi prenderò un gatto.» Entrò in
casa e gli chiuse la porta in
faccia prima che potesse dire altro.
Buona fortuna per tutto. Ma chi
crede di prendere in giro?
Accese la lampada cinese della nonna
vicino alla porta, e il salotto si
rivelò nella sua tipica atmosfera, non
ricercata ma confortevole. Si
diresse verso la spia lampeggiante della
segreteria telefonica e premette
il pulsante, massaggiandosi le tempie
mentre ascoltava il nastro.
‘Min’ disse la voce di sua sorella.
‘Chiamo solo per ricordarti
che domani abbiamo le prove degli
abiti. Sarebbe bello che tu venissi.’
Diana sembrava abbattuta. Non era da
lei. Min riavvolse il messaggio
per ascoltarlo di nuovo. Qualcosa non
andava.
«Non c’è pace per le sorelle Dobbs»
disse, ripensando a Calvin
Morrisey. Si avvicinò alla mensola del
caminetto, su cui era disposta la
sua collezione di palle di vetro con la
neve. Vide la sua immagine
riflessa nello specchio rovinato che un
tempo adornava il salone di sua
nonna. Una normale faccia tonda, con
dei normali occhi marroni; ecco
cosa si era trovato di fronte Cal
Morrisey per tutta la serata. E ora aveva
un livido in più. Sospirò e prese in mano
la palla di vetro che le aveva
regalato Bonnie per Natale: Cenerentola
e il suo principe sulle scale del
loro bel castello blu, circondati da
colombe in volo. In un contesto del
genere, Cal Morrisey si sarebbe sentito
a casa. Mentre lei sarebbe stata
dirottata verso l’ingresso della servitù.
«Le favole non fanno per me» si
disse. Poggiò la palla di vetro al suo
posto e accese lo stereo, scorrendo
le tracce finché non sentì Elvis intonare
The Devil in Disguise.
«Perfetta per Cal Morrisey. Un diavolo
sotto mentite spoglie. Non
dimenticarlo mai, Dobbs» si disse.
Applicò dell’arnica sul livido e
decise di concedersi un bagno caldo per
lavare via il ricordo di quella
serata. Almeno la metà che riguardava
David. La parte successiva non
era completamente da buttare.
Di una cosa però era certa. Non avrebbe
mai più rivisto Calvin
Morrisey.
La mattina dopo, quando Cal arrivò in
ufficio, il sole splendeva già
attraverso le lunghe finestre del loft. La
stanza era invasa dal profumo
di caffè, Roger lo salutò dalla sua
scrivania vicino alla finestra e la voce
di Elvis Costello in The Angels Wanna
Wear my Red Shoes lo
accoglieva dallo stereo. E va bene,
pensò Cal. Lasciò
cadere un faldone sul vetro smerigliato
della sua scrivania, si versò una
tazza di caffè e afferrò la sua sedia
Aeron, pronto a rendere il mondo un
posto migliore per le povere persone
alle prese con dei corsi aziendali.
Tony piombò nella stanza e lo salutò con
un’energica pacca sulle
spalle. «Sei andato alla grande ieri sera.
Forza, dimmi che hai vinto.»
«Di che parli?» disse Cal.
«La scommessa con David» disse Tony.
«La tipa con il vestito a
scacchi. Dimmi che hai vinto.»
«Certo.» Cal si adagiò sulla sedia. «Mi
hai visto anche tu, siamo usciti
insieme.»
«è vero, hai ragione. Non avrei dovuto
dubitare. Vuoi dirlo tu a David
oppure posso pensarci io?»
«Dirgli cosa?» Cal accese il suo Mac e
si diresse su ‘controlla posta’.
«Che ti sei portato a letto quella tipa»
disse Tony.
«Come?» disse Cal, concentrato sullo
schermo mentre la voce di Elvis
faceva da controcanto alla sua mattinata.
«Non me la sono portata a
letto.»
«Ah.» Tony annuì. «Be’, hai ancora un
mese di tempo.»
«Tony» disse Cal mentre la finestra si
riempiva di messaggi. «Non sono
certo di aver capito di cosa parli, ma
sono sicuro che mi sta facendo
perdere tempo.»
«Hai scommesso con David che ti
saresti portato a letto quella donna
entro un mese» disse Tony, sforzandosi
di essere paziente. «Quei soldi
fanno comodo anche a me, quindi se
tu...»
«No» disse Cal. «Io non ho
scommesso.»
«David è convinto che tu abbia
scommesso» disse Tony.
«No, ti sbagli» disse Cal. «Ora che è
sobrio, non può essere convinto di
aver scommesso diecimila dollari sulle
mie possibilità di andare a letto
con una sconosciuta. Detto questo,
potremmo metterci al lavoro? Anche
qui ci sono soldi in ballo. Ci pagano,
per questa roba.»
Fece scivolare la cartellina sulla
scrivania in direzione di Tony, che le
dedicò uno sguardo pigro. «Un gioco da
ragazzi» disse mentre si
allontanava. «Ah, per tua informazione
Cynthie è andata via con David,
ieri sera.»
«Buon per loro.» Cal tornò alle sue
email.
«Non ti dà fastidio?» disse Tony.
«Perché mi perseguiti, stamattina?»
disse Cal, con voce più
dura.
«Voglio solo assicurarmi che non
torniate insieme» disse Tony.
«Ne va del mio futuro.»
«E perché?» disse Cal.
«Tu sarai il primo a sposarti» disse
Tony, sedendosi sul bordo
della scrivania. «Tu sei sempre il primo
in tutto. Poi sarà il turno di
Roger, ed entrambi andrete a vivere in
un posto tranquillo in periferia.
Dal momento che Roger sposerà una
donna rigida quanto lui, sarò
costretto a vivere con te; e visto che a
Cynthie non sono mai andato a
genio, potrebbe essere dura
convincerla.»
«Mai quanto convincere me» disse Cal.
«Giù dalla mia scrivania.»
«Non vivrei con voi, almeno non nella
stessa casa» disse Tony. Magari
un bell’appartamento sopra il garage.
Per te sarebbe una bella
comodità. Potresti venire a guardare le
partite e a ubriacarti senza dover
guidare fino a casa. Potrei anche fare da
baby-sitter per i bambini
quando vorrai uscire con tua moglie.»
«Primo,» disse Cal «non ho intenzione
di sposarmi, quindi piantala di
parlare di mogli. Secondo, se anche
fossi così folle da sposarmi, non
avrei mai dei figli. Terzo, se fossi così
folle da sposarmi e avere figli,
nevicherebbe all’inferno prima che li
affidassi a te.»
«Per allora saremo entrambi più maturi»
disse Tony. «Neanch’io mi
fiderei ad avere me stesso come babysitter, al momento.»
«Sarò io a sposarmi per primo»
intervenne Roger.
Entrambi si voltarono verso di lui, che li
accolse con un sorriso. Era
grande, grosso, biondo e pacato,
illuminato dai raggi di sole provenienti
dalle enormi finestre del loft.
«Ho intenzione di sposare Bonnie» disse
Roger.
Cal rimase interdetto. «Chi è Bonnie?»
«La bionda in miniatura che ha
conosciuto ieri sera» disse Tony,
palesemente disgustato.
«Il suo nome è Bonnie» precisò Roger
con una voce di ghiaccio
che richiamò all’ordine sia Tony che
Cal.
«Fa sul serio.» Cal si rivolse a Tony.
«Cos’è successo?»
«La rossa mi voleva» disse Tony. «Mi
sono fatto avanti. Roger
mi ha seguito e ha attaccato bottone con
la bion... con Bonnie. A un
certo punto, tra ieri sera e stamattina,
deve aver perso la testa.» Si
rivolse a Roger con disapprovazione.
«Conosci questa donna da meno
di dodici ore. Ci hai messo un anno a
scegliere un divano, e hai davvero
intenzione di...»
«Sì» tagliò corto Roger. «è quella
giusta.»
«Potrebbe essere» disse Cal, pensando:
è chiaro che non lo è. «A lei
però non l’hai detto. Vero?»
«No» disse Roger. «Ho pensato che
fosse troppo presto.»
«Hai ‘pensato’?» disse Tony. «Cristo.»
«Sono deciso a sposarla,» disse Roger
«quindi cerca di calmarti e
abituati all’idea. è perfetta.»
«Nessuna donna è perfetta» disse Tony.
«è il motivo per cui dobbiamo
continuare la ricerca. La rivedrai
stasera?»
«No» disse Roger. «Il giovedì, ogni due
settimane, hanno un impegno
fisso. Bonnie l’ha chiamata la loro ‘cena
del Se’.»
«Hanno?» chiese Tony.
Roger annuì. «Bonnie, Liza e Min.»
«Chi è Min?» chiese ancora Tony,
spaesato.
«Quella che non mi porterò a letto»
disse Cal. Se Bonnie era in
qualche modo simile a Min, Roger era in
guai seri.
«Ti vedrai con Bonnie venerdì?» chiese
Tony a Roger,
ripartendo dai fondamentali.
Roger annuì. «Mi ha detto che si
vedranno all’Azzardo. Di
solito non lo frequentano, ma mi ha detto
che ci vedremo lì. E sabato
verrà alla partita. Poi forse andremo a
cena.»
«Verrà a vederti mentre fai l’allenatore
di una partita di baseball per
bambini? Dev’essere pazza di te.»
«Non ancora» disse Roger. «Ma lo
diventerà.»
«Venerdì» ripeté Tony, ignorandoli. «è
perfetto. Posso riprovarci con
Liza, e Cal potrà lavorarsi la tipa
dell’abito a scacchi.»
«No» disse Cal.
Roger lo guardò con comprensione.
«Come è andata?»
Cal si concentrò sul computer. «è
un’attuaria diffidente che odia
il gioco d’azzardo e ha passato l’intera
serata a tormentarmi. L’ho
accompagnata a casa, mi sono
arrampicato per cinquantotto scalini fino
al suo appartamento per accertarmi che
fosse al sicuro e le ho
dato una gomitata nell’occhio. è stato il
peggior appuntamento della
mia vita, e sospetto che sia entrato
almeno nella classifica dei suoi
peggiori cinque.»
«L’hai colpita con una gomitata?» chiese
Tony.
«Per sbaglio» disse Cal. «Ho pensato di
mandarle dei fiori per
scusarmi, ma non sopporta neanche i
gesti galanti. Basta così.
Guardiamo avanti.»
«Te la dai a gambe anche stavolta» disse
Tony scuotendo il capo.
Cal lo guardò infastidito. «Perché non
mi racconti delle tue storie
lunghe e importanti, allora?»
«Quella è la mia natura» disse Tony.
«Sono un superficiale.»
«Bonnie vive al primo piano di quel
palazzo» disse Roger, come se
nessuno stesse parlando. «Ho dovuto
salire solo i primi trentadue
gradini. Per sdebitarsi, mi ha invitato a
entrare per un caffè. Agli scalini
posso abituarmi senza problemi.»
«Questo vuol dire che Liza vive al
secondo piano?» chiese Tony.
«No, Liza vive a Pennington» disse
Roger. «Cambia casa ogni anno, e
cambia lavoro con la stessa frequenza.
Bonnie dice che le piace
cambiare.»
Cal guardò Tony. «Non l’hai
accompagnata a casa?»
«è scappata mentre ero in bagno» disse
Tony. «Vuole giocare a fare la
difficile.»
«Più o meno come Min» disse Cal.
«Solo che lei non sta giocando.»
«Bonnie e io abbiamo accompagnato
Liza a casa» disse Roger. «è stato
bello. Ho avuto più tempo per stare con
Bonnie.»
«Cristo, datti una regolata» disse Tony.
«Hai davvero intenzioni serie?» chiese
Cal, rivolgendosi a Roger.
«Sì.»
Cal vide la determinazione nei suoi
occhi. «Congratulazioni» disse,
ripromettendosi di indagare meglio sul
conto di questa Bonnie. «Ma
aspetta un mese prima di chiederle la
mano. Meglio non spaventarla.»
«Ho pensato la stessa cosa» disse
Roger.
«Siete impazziti tutti» disse Tony.
«E ci ritroveremo anche senza lavoro se
non ci diamo una
mossa» disse Cal. «Cominciate con il
corso di aggiornamento
Batchelder.»
«Bonnie dice che Min è fantastica»
chiosò Roger. «Sembrava molto
dolce.»
«Min non è dolce» disse Cal. «Min ce
l’ha col mondo intero e vuole
sfogarsi su qualunque uomo si trovi di
fronte a lei. Ora, riguardo a quel
corso di aggiornamento...»
«Sei sicuro che David abbia capito che
non hai accettato la
scommessa?» disse Tony.
«Sicurissimo» disse Cal. «Non ho
intenzione di rivedere quella donna.
Ora, quel corso di aggiornamento...»
Alle quattro e mezza del pomeriggio,
Min varcò la soglia delle tende
color avorio a effetto moiré del miglior
negozio di abiti da sposa della
città. Era in ritardo, ma non le
importava. Sua madre era di certo
troppo
impegnata ad assillare Diana per...
«Sei in ritardo» disse Nanette Dobbs.
«L’appuntamento era alle
quattro.»
«Io ho un lavoro.» Min attraversò lo
spesso tappeto dorato, ignorando il
generatore di apprensione con i capelli
neri che un
tempo l’aveva data alla luce; lasciò
cadere la giacca su una sedia dal
rivestimento color avorio. «La
compagnia assicurativa ha la precedenza
sul mio tempo. Se vuoi che sia puntuale,
fissa l’appuntamento fuori
dall’orario d’ufficio.»
«Stupidaggini» disse Nanette. «Il tuo
abito è nel secondo camerino. La
sarta è con Diana e le altre. Dammi la
camicetta, so già che la lasceresti
lì per terra.» La mano tesa con manicure
francese non ammetteva
repliche. Min sospirò e si tolse la
camicetta.
«Oh, Min» disse sua madre, con voce
sprezzante ma priva di sorpresa.
«Dove hai trovato quel reggiseno?»
Min abbassò lo sguardo sulla sua
biancheria intima. Cotone semplice,
ma del tutto rispettabile. «Non ne ho
idea. Perché?»
«Il cotone bianco» disse Nanette «è un
po’ come il gelato alla
vaniglia.»
«A me piace il gelato alla vaniglia.»
«Non è per nulla eccitante.»
Min socchiuse gli occhi. «Ero al lavoro.
Non succede mai nulla
di eccitante.»
«Sto parlando di uomini» disse Nanette.
«Non sei più nel fiore
degli anni, ne hai già trentatré. E porti un
reggiseno di cotone
semplice.»
«Ero al lavoro» disse Min, perdendo la
pazienza.
«Non importa.» Sua madre esaminò la
camicetta, rallegrandosi che
fosse almeno di seta. «Se indossi intimo
di cotone bianco, ti sentirai
addosso del cotone bianco. Di
conseguenza, le tue azioni saranno da
cotone bianco. E il cotone bianco non
attira gli uomini, né serve a
tenerseli stretti. Prova con il pizzo.»
«Faresti carriera come magnaccia»
disse Min, dirigendosi verso
il camerino.
«Minerva» disse sua madre.
«Okay, scusami.» Min si voltò. «Ma se
devo essere sincera,
mamma, questa storia l’ho già sentita
troppe volte. Non sono neanche
sicura di volermi sposare, e tu hai da
ridire sulla mia biancheria perché
non funziona come esca. Non potresti...»
Nanette spinse il mento in alto, facendo
apparire i suoi lineamenti
ancora più tesi. «Con questo
atteggiamento finirai per perdere anche
David.»
Min fece un lungo respiro. «Riguardo a
David...»
«Cosa?» Il corpo di sua madre si
irrigidì all’interno del vestito Dana
Buchman taglia 42. «Cos’è successo con
David?»
Min provò ad alleggerire con un sorriso.
«Abbiamo deciso di smettere
di vederci.»
«Oh, Min» si lamentò Nanette,
stringendo al petto la camicetta. Era il
ritratto della disperazione, su uno sfondo
di costosi pezzi d’arredamento
d’oro e di avorio.
«Non era l’uomo giusto per me,
mamma» disse Min.
«Capisco» disse Nanette: «Ma non
potevi resistere fino a dopo il
matrimonio?»
«A quanto pare, no» disse Min.
«Veniamo al punto. Cosa devo fare per
non sentirti pronunciare mai più il suo
nome?»
«Convertiti al pizzo.»
«Mi lascerai in pace?»
«Per un po’.»
Min le sorrise e si diresse verso il
camerino. «Sei davvero
impossibile.»
«Anche tu, tesoro» disse Nanette,
esaminando la sua
primogenita. «Sono molto orgogliosa di
te, sai? Cos’è questa
chiazza di fondotinta sull’occhio?»
«Oh, per l’amor del cielo.» Min si
rifugiò all’interno del
camerino e chiuse la porta. Si slacciò la
gonna e la lasciò scivolare sul
tappeto dorato, osservando la sua figura
nella cornice dorata dello
specchio. «Non sei malaccio» si disse,
per nulla convinta. «Devi solo
trovare un uomo a cui piacciano le
donne in salute.»
Sganciò la lunga gonna color lavanda
dalla stampella dorata e la
indossò, curandosi di non strappare
l’orlo di chiffon a pieghe dritte;
riuscì ad allacciarla soltanto dopo
considerevoli torsioni dello stomaco.
Indossò quindi la camicetta di chiffon
color lavanda dai bottoni
minuscoli. Il modello scelto da sua
madre le stava stretto sul petto,
esponendo il reggiseno bianco agli
angoli del corpino corto e squadrato.
Ravvivò le maniche, e lo chiffon le
seppellì le mani in un’ampia
piegatura che avrebbe sporcato di
qualunque cosa durante il
ricevimento. La camicetta cadeva ampia
sui fianchi grazie alle ulteriori
pieghe laterali. «Perfetto» disse.
«Fianchi ancora più larghi. Non è mai
abbastanza.»
Passò quindi al corsetto, in tessuto
acquerello moiré blu e lavanda,
ornato con nastrini color lavanda. Il
tessuto era così bello che Min
aveva commissionato alla sarta una
trapunta per il letto dello stesso
materiale. Ma ora, guardando quel
corsetto, pensò: farei meglio a
provarmi direttamente la trapunta;
questo non mi entrerà mai. Fece un
respiro profondo e si strinse nel
corsetto. Il seno raggiunse altezze
vertiginose, mentre le estremità sulla
schiena non si toccavano per quasi
cinque centimetri. Carboidrati. Ripensò
con odio a Cal Morrisey e al
pane di Emilio. Si sforzò di distribuire
la carne in eccedenza e ripianare
la superficie, poi uscì dal camerino per
affrontare sua madre.
Trovò invece Diana, in piedi sulla
pedana di fronte all’enorme
specchio dalla cornice dorata. Al suo
fianco c’erano le due adorabili
damigelle, le donne che Liza chiamava
Mesta e Bieca, mentre il lettore
cd portatile di Diana diffondeva le note
delle Dixie Chicks.
«Ready to Run» disse Min a Diana.
«Non molto appropriato.»
«Mmm» rispose Diana, intenta a
guardarsi allo specchio. «No, è Se
scappi ti sposo.»
«Ah, certo» disse Min, ricordandosi che
Diana aveva deciso di prendere
in prestito la musica per il matrimonio
dai film di Julia Roberts. Era
comunque una strategia.
«Adoro quel film» disse Susie. Bionda,
disgustosa e tristemente
strizzata nel suo corsetto verde di
chiffon, era l’indubbia perdente nella
lotteria degli abiti da damigella.
«Io l’ho trovato ridicolo» disse Karen
dai capelli scuri, nome in codice
Bieca. Il corsetto di chiffon blu le dava
un’aria di sofisticata superiorità.
Min agitò una mano rivolta a Bieca.
«Fatti in là, voglio guardare mia
sorella.»
Bieca si fece da parte, e Min vide per la
prima volta Diana con il
vestito. «Wow.»
Diana sembrava uscita dal mondo delle
favole nel suo abito di raso e
chiffon color avorio. I capelli neri e
mossi erano raccolti in un nodo
disordinato ad arte, per poi scendere in
ciuffi ricoperti di perle attorno
al suo volto pallido e perfettamente
ovale. Il collo si stagliava con
grazia sulla pelle lasciata scoperta da un
corpino squadrato e molto
basso, identico a quello che copriva a
fatica il reggiseno di Min. La
scollatura del vestito aveva pieghe di
chiffon e si adagiava sul corsetto
d’avorio adornato di perle che le
cingeva la vita sottile. Dai polsi e dal
corsetto sgorgavano altre pieghettature.
La gonna dritta era arricchita da altre
pieghe sui lati come bisacce. Più
in basso, l’orlo pieghettato toccava le
punte delle scarpe aperte con
fibbia in raso. Si voltò per guardarsi
allo specchio e Min poté osservare
il sellino di chiffon raccolto alla base
della schiena, da cui sgorgavano
altri veli e pieghe che conferivano
all’abito una vita propria, facendolo
volteggiare a ogni movimento di Diana.
«Che ne pensi?» chiese Diana, senza che
il volto tradisse una singola
emozione.
Che sembri una principessa drogata e
affamata di sesso, pensò Min.
Invece disse: «Sei bellissima» perché
era altrettanto vero.
«Sei stupenda» disse Bieca
aggiustandole la gonna, che non aveva
bisogno di essere aggiustata.
«Ah-ah» disse Mesta. Min voleva
provare compassione per lei – non
doveva essere facile guardare la tua
migliore amica sposare il tuo ex
ragazzo, specialmente vestita in quel
verde orrendo – ma Mesta era così
priva di spina dorsale che era difficile
commiserarla.
«Se il matrimonio si svolgesse di
mattina, non sarebbe appropriato»
disse Diana, sfiorando il fiocco sul
seno. «Non funzionerebbe neanche
di sera. Ma la cerimonia sarà al
tramonto. Un momento magico. E
questo cambia tutto.»
«Magico come il tuo aspetto» disse Min,
avvertendo nella voce della
sorella la stessa nota stonata del
messaggio in segreteria. «Tutto bene?»
Diana si voltò verso lo specchio. «Tu
non lo indosseresti neanche
morta, vero?»
«Se avessi il tuo fisico, forse.»
Bieca squadrò Min dalla testa ai piedi,
notando il corsetto esplosivo e il
reggiseno bianco. «Non è lo stile di
Min.»
«Dici?» ribatté Min. «Perché pensavo di
indossare il corsetto
anche in ufficio, dopo il matrimonio.
Posso avere un minuto da sola con
mia sorella, per favore?»
Bieca la guardò alzando le sopracciglia,
mentre Mesta approfittò
volentieri dell’occasione per rifugiarsi
nel camerino. Quando Min
incrociò le braccia e cominciò a
fissarla, Bieca si arrese e si ritirò.
«Allora, che succede?» chiese Min a
Diana, mentre le Dixie Chicks
lasciavano spazio a Martina McBride
con l’impareggiabile allegria di I
love you.
«Niente» disse Diana, continuando a
guardarsi allo specchio. «C’è
qualche problema con la torta, ma tutto
il resto è perfetto.»
«è successo qualcosa con Greg?» disse
Min pensando: Io non sposerei
mai un tale impiastro, non importa
quanto bello o ricco sia. Se avesse
deciso di sposarsi, avrebbe scelto un
uomo non banale, per sempre
complesso, fedele e interessante...
«Greg è perfetto» disse Diana,
accarezzando le pieghe che, in qualche
modo, la facevano apparire ancora più
magra.
«Bene» disse Min. «E qual è il
problema con la torta?»
«La torta...» Diana si schiarì la voce.
«La torta non è stata ordinata in
tempo.»
«Credevo che Greg conoscesse un
pasticciere bravissimo» disse Min.
«Infatti» disse Diana. «Ma... si è
dimenticato, e ora è troppo tardi.
Dovrò trovare un nuovo pasticciere.»
«Chi riuscirà a preparare una torta così
elaborata in tre settimane?»
«Non è colpa di Greg» disse Diana.
«Sai come sono gli uomini. Non si
può affidare loro un incarico del genere.
Ho sbagliato io a non
controllare.»
«Non tutti gli uomini sono inaffidabili»
disse Min. «Quello che ho
conosciuto ieri sera era una bestia, ma
non avrebbe dimenticato la
torta.»
«Be’, Greg non è una bestia» disse
Diana. «Preferisco un brav’uomo
che si dimentica le torte piuttosto che
una bestia che se le ricorda.»
«Ottima osservazione» disse Min. «Mi
occuperò io della torta. è il
minimo che posso fare dopo tutti i
disastri che ho combinato.»
Diana smise di pensare alle pieghe e si
voltò. «Qual è il problema? Non
hai combinato nessun disastro. Che
succede?»
«Ho perso David, e sono troppo grassa
per questo corsetto» disse Min
sollevando le estremità dei lacci.
«Non sei grassa» disse Diana,
scendendo dalla pedana. «Forse hanno
sbagliato la taglia. Fammi vedere.»
Min si slacciò il corsetto e lo passò a
Diana, che con mani esperte lo
rovesciò per guardare l’interno.
«Cos’è successo con David?» disse
Diana, osservando l’etichetta con
disappunto.
«Mi ha mollato perché non ero ancora
andata a letto con lui.»
«Che idiota» disse Diana, un po’
confusa. «Eppure è una 46, dovrebbe
andare.»
«In quale universo?» disse Min furiosa.
«Non sono mai stata una 46 in
vita mia. Chi li ha ordinati?»
«Io» disse Nanette alle sue spalle.
«Pensavo che avresti potuto perdere
qualche chilo per il matrimonio di tua
sorella. Sei ancora a dieta, no?»
«Sì» rispose Min, mozzando la parola
mentre si girava verso la madre.
«Ma dobbiamo essere realistiche. La
camicetta è della mia taglia.»
Guardò i bottoni che stavano per
esplodere all’altezza del
petto. «Più o meno. Perché non...»
«Hai avuto un anno di tempo» disse la
madre, afferrando una
montagna di pizzo dal reparto lingerie.
«Ho pensato che il corsetto
potesse contenere un po’, nel caso ti
mancasse un chilo o due. Ma il
tempo per perdere quei chili non ti è
mancato.»
Min fece un respiro profondo e sganciò
il bottone della gonna.
«Ascolta, mamma. Non sarò mai magra.
Sono norvegese. Se avessi
voluto una figlia magra, non avresti
dovuto sposare un uomo le cui
antenate portavano le mucche in spalla
dal pascolo fino a casa.»
«Sei norvegese per metà» disse Nanette
«e non è una giustificazione,
perché ci sono molte bellezze nordiche e
magre. Tu mangi soltanto per
ribellarti a di me.»
«Mamma, non tutto dipende da te»
sbottò Min, sostenendo la gonna sui
fianchi con le mani. «A volte dipende
dai geni.»
«Non alzare la voce, tesoro» disse sua
madre, prima di tornare da Diana
che teneva in mano il corsetto.
«Dobbiamo solo stringerlo un po’.»
«Ottima idea» disse Min. «Così quando
perderò i sensi sull’altare potrai
far notare a tutti quanto sono magra e
nordica.»
«Minerva, stiamo parlando del
matrimonio di tua sorella» disse
Nanette. «Direi che puoi fare qualche
sacrificio.»
«Non ha importanza, non litigate» disse
Diana, alzando le mani.
«Abbiamo tempo per trovarne uno della
taglia giusta. Va tutto bene.»
«Meno male.» Min salì sulla pedana per
guardarsi nello specchio a tre
ante. Sembrava la cameriera un po’
sciatta della locanda sul retro del
castello, quella che recuperava gli abiti
smessi dalla principessa nella
spazzatura. «Non fa per me.»
«Quel colore ti sta benissimo, Min» le
sussurrò Diana,
dolcemente. Min si piegò all’indietro,
poggiandosi sulle sue spalle.
«Sarai una sposa meravigliosa» disse
alla sorella. «Agli invitati
mancherà il fiato quando ti vedranno.»
«Anche quando vedranno te» disse
Diana, stringendo le spalle
di Min.
Certo, per esempio quando il corsetto
esploderà e il mio seno arriverà in
faccia al sacerdote.
«Cosa ti è successo all’occhio?» chiese
Diana all’orecchio di Min, con
un tono di voce abbastanza basso da non
farsi sentire da Nanette.
«La bestia mi ha colpito, ieri sera» disse
Min. Quando vide Diana
allarmarsi, aggiunse: «Ho sbattuto
contro il suo gomito. Non è stata
colpa sua.»
«Quel reggiseno non va bene su questo
vestito» disse Nanette alle loro
spalle.
«Non c’è possibilità che tu sia la mia
matrigna, vero?» disse Min
guardando il riflesso di sua madre nello
specchio. «Si spiegherebbero
tante cose.»
«Tieni, tesoro» disse Nanette,
passandole cinque colori diversi di
reggiseno in pizzo. «Vai a metterti uno di
questi, e dammi quella roba
di cotone. Voglio bruciarla.»
«Quale roba di cotone?» chiese Diana.
«La mia colpa è di indossare un
semplice reggiseno bianco» disse Min
scendendo dalla pedana, le mani ricolme
di pizzo.
Diana sgranò gli occhi, scandalizzata.
«L’inferno ti attende.» «Diana»
disse Nanette.
«Lo so» disse Min dirigendosi verso il
camerino. «è lì che si
nascondono gli uomini migliori.»
«Minerva» la riprese Nanette. «Dove
stai andando?»
«è giovedì» disse Min, senza fermarsi.
«Mi vedo con Liza e Bonnie per
cena, e sono stanca di parlare di
biancheria.» Si fermò sull’ingresso.
«Ordinate il corsetto più largo – molto
più largo, mamma – e poi
faremo un altro tentativo.»
«Niente carboidrati» le intimò sua
madre inseguendola verso il
camerino. «E niente burro.»
«Lo so che mi hai rapita dai miei veri
genitori» le rispose Min. «Loro
mi lascerebbero mangiare il burro.»
Chiuse la porta prima che Nanette
potesse ricordarle di evitare anche lo
zucchero.
4
Tornato a casa dal lavoro, Cal accese i
faretti bianchi sul
soffitto, diede un calcio alle scarpe e si
diresse verso la cucina bianca,
dietro al ripiano bianco da colazione,
per versarsi un bicchiere di
whisky. Perfino mentre riempiva il
bicchiere riusciva a sentire la voce
di Elvis Costello intonare She attraverso
i muri.
«Cristo» disse Cal, avvicinandosi il
bicchiere alla fronte. Un’altra storia
finita male per Shanna. Buttò giù il drink
e andò a bussare alla sua
porta.
Shanna si presentò sulla soglia con il
volto rigato di lacrime sotto un
groviglio di capelli ricci e morbidi.
«Ciao, Cal» disse, tirando su col
naso. «Vieni, accomodati.»
La seguì all’interno di una versione in
Technicolor del suo
appartamento, soffrendo finché non la
convinse ad abbassare il volume
di Elvis a livelli ragionevoli. «Su,
racconta.»
«è stato terribile» disse lei, dirigendosi
verso la libreria rosso acceso e
spostando una statuetta tiki multicolore
per raggiungere la bottiglia di
whisky che teneva in serbo per lui.
«Ne ho appena bevuto uno» la fermò.
«Credevo fosse la volta buona.» Shanna
rimise a posto la statuetta tiki e
tornò verso l’ampio divano stravecchio,
su cui aveva steso una coperta
indiana di colore viola. «Credevo fosse
per sempre.»
«Tu pensi sempre che sia per sempre.»
Cal si sedette vicino a lei e le
cinse le spalle con un braccio. «Chi era
stavolta? Ho perso il conto.»
«Megan» disse Shanna, accigliandosi
nuovamente.
«Giusto.» Cal poggiò i piedi sul baule
antico che Shanna usava
come tavolino. «Megan la stronza. Forse
dovresti puntare a del sano
divertimento, quando scegli con chi
uscire. Oppure prenderti una pausa,
come ho...»
«Megan era divertente» disse Shanna.
«Megan era una rompiscatole priva di
senso dell’umorismo» disse Cal.
«Non riesco a capire perché ti innamori
sempre di donne che ti fanno
sentire in colpa. Io me la do a gambe,
quando incontro gente così.»
Shanna lo guardò con lieve disappunto.
«Tu te la dai sempre a gambe.»
«Non stiamo parlando di me» disse Cal
mentre Elvis concludeva con un
poderoso she!, salvo poi ricominciare
dall’inizio; Shanna lo aveva
messo in loop. «Devi trovarti una nuova
canzone da fine storia.»
«A me piace questa canzone» protestò
Shanna.
«Piaceva anche a me» disse Cal. «Mesi
fa. Prima di sorbirmela a ogni
tuo disastro amoroso. Stai rovinando
Elvis Costello.»
«Nessuno può rovinare Elvis. Elvis è un
dio» disse Shanna. «Non era
Megan quella che odiava Elvis?» disse
Cal.
«No, quella era Anne» rispose Shanna.
«Ma anche Megan non
ne andava pazza.»
«Ecco la soluzione» disse Cal. «Metti su
Elvis al primo
appuntamento; se non le piace, puoi
liberartene prima che diventi una
cosa seria.»
«è questo il tuo metodo?» Shanna lasciò
cadere la testa sul suo braccio.
«è così che attraversi incolume quel
mare di donne?»
«Non stiamo parlando di me» disse Cal.
«Stiamo parlando di te. Smetti
di uscire con gente che credi ti debba
piacere, e comincia a frequentare
persone che ti fanno stare bene.»
«Perché, ne esistono?» chiese Shanna.
«Eccome. Lo sono tutte, all’inizio» disse
Cal. Poi si ricordò di Min.
«Tranne la donna con cui sono andato a
cena ieri. è stata una tortura fin
dal primo momento.»
«Mi sembrava strano che non avessi
rimorchiato nessuno, ieri sera.»
Shanna reclinò la testa per guardarlo
negli occhi. «Potrebbero
rinchiuderti in uno spogliatoio maschile
e riusciresti comunque a
uscirne con una donna sottobraccio. Ma
come fai?»
Cal le sorrise. «Ho un fascino naturale.»
Pronunciando quelle parole
riusciva a immaginare alla perfezione la
smorfia di disappunto che gli
avrebbe riservato l’attuaria.
Shanna spostò la testa. «è triste, ma è
proprio così. E io non ho fascino
naturale.»
«Sì che ce l’hai» disse Cal. «Solo che
non lo usi.»
Shanna lo fissò. «Ce l’ho?»
«Quando non sei preoccupata dal fare
colpo su qualche stupida
snob, sei fantastica» disse Cal. «Sei
intelligente, divertente. è un piacere
stare con te.»
«Dici?»
«Altrimenti cosa ci farei qui?»
«Lo fai solo per essere gentile.»
«Non sono gentile» disse Cal. «Sono
egoista fino al midollo. E
visto che hai messo bene in chiaro che
non verrai mai a letto con me, se
continuo a frequentarti vuol dire che con
te sto bene, no? Con
l’eccezione di queste serate lacrimose
con Elvis, ovviamente.»
«Ovviamente» disse Shanna, un po’
sollevata.
«Sono molto esigente in fatto di
divertimenti» disse Cal. «Ciò vuol dire
che sei fantastica. L’unico problema è
che esci con le donne più
insopportabili che abbia mai
conosciuto.»
«Mentre quelle con cui esci tu sono tutte
deliziose.» Shanna si alzò,
allontanandosi da lui.
«Non stiamo parlando di me» disse Cal.
«Il motivo per cui finisce
sempre male è che non hai fiducia in te
stessa, e scegli donne a cui piaci
proprio per quel motivo.»
«Lo so.» Shanna si sedette sullo
sgabello rosso vicino al bancone per la
colazione; poi tirò indietro la tenda
gialla che aveva steso nel mezzo per
raggiungere la biscottiera di Betty Boop.
«Dovresti scegliere gente che ti fa
sentire bene.»
Shanna aprì la biscottiera e ne estrasse
un biscotto. «Lo so.» «Quante
volte abbiamo fatto questo discorso?»
«Migliaia di volte» disse Shanna,
affondando i denti nel biscotto. «E
ogni volta ti metti a distruggere Elvis.
Era una bella canzone,
e tu l’hai uccisa. Prima o poi dovrai
pagare per questo.»
«Lo so» disse Shanna, ancora
concentrata sul suo biscotto.
«Ti serve qualcosa con più energia»
disse Cal. «Ci dev’essere
una canzone da fine storia incazzata.»
«Mi è sempre piaciuta molto I will
survive» disse Shanna con
allegria.
«Oh, Cristo.» Cal si alzò in piedi. Alle
sue spalle, Elvis
ricominciava a cantare She. «Che ne
dici di dargli una tregua?» Shanna
arrivò alla libreria e troncò la voce di
Elvis. «Quando le
conosco non hanno nulla che non va.»
«Ti ricordi il tuo primo appuntamento
con Megan?» disse Cal.
«Quando me l’hai presentata
all’ingresso?» Shanna annuì. «Si è
scusata
per il tuo abbigliamento. Avrei voluto
darle uno schiaffo già allora, ma
guardandola ho capito che avrebbe
potuto farmi a pezzi.»
«Aveva degli standard molto alti.»
«Era una snob isterica e dispotica»
disse Cal. «Dovevi tagliare i
ponti dopo il primo appuntamento.»
«Come hai fatto tu ieri sera?» chiese
Shanna.
«Esattamente» rispose Cal.
«Be’, non ne sono capace» disse
Shanna, tornando verso la
biscottiera. «Non sono come te. Prima
devo essere sicura.»
Cal sospirò. «E va bene. Perché se ne è
andata?»
Shanna si incupì di nuovo. «Dice che
sono uno zerbino.»
«Di sicuro lei ti ha trattato come tale»
disse Cal. Shanna
scoppiò in lacrime, e Cal le si avvicinò
per abbracciarla. «Arrabbiati un
po’, Shan. Non era una bella persona.»
«Ma io l’amavo!» Shanna nascose la
testa sul suo petto, sputandogli
briciole del biscotto sulla camicia.
«No, non è vero» disse Cal, stringendola
forte. «Volevi amarla. Non è
la stessa cosa. La conoscevi solo da un
paio di settimane.»
«Può sempre capitare» Shanna alzò gli
occhi verso di lui. «A volte lo
sai e basta.»
«No» disse Cal. «Non basta guardare
qualcuno con un sottofondo di
Elvis Costello che canta She nella tua
testa per innamorarsi. Ci vuole
tempo.»
«Come se tu ne sapessi qualcosa.»
Shanna tornò alla biscottiera. «Sei
mai stato con qualcuna abbastanza a
lungo da amarla?»
«Ehi» disse Cal, offeso.
«Non è una risposta» disse Shanna,
tornando sul divano con i biscotti.
«è per questo che scappi sempre? Io
almeno ci provo.»
«Non stiamo parlando di me» disse Cal.
«Lo so, lo so» disse Shanna, estraendo
un altro biscotto. «Sono un vero
disastro. Vuoi un biscotto?»
«No» rispose Cal. «Rimettiti in sesto e
domani andrà meglio. Se
passi dall’ufficio, ti invito a pranzo
prima che inizi il tuo turno.»
«Sarebbe bello» disse Shanna. «Sei una
brava persona, Cal. A
volte vorrei che fossi una donna...»
«Grazie» disse Cal dubbioso.
«Poi mi ricordo che hai la fobia degli
impegni a lungo termine e
sono contenta che tu sia un uomo. Ho già
abbastanza problemi.»
«Questo è vero.» Cal mise la mano sul
pomello. «Ora posso
andare a casa?»
«Certo» disse Shanna. «Domani portami
in qualche posto
costoso.»
«Ti porterò da Emilio» disse Cal. «A lui
servono i clienti, e a te
piace il suo pesto.»
Mentre Cal era intento a consolare
Shanna, Min fece tappa da
Emilio per prendere pane e insalata.
«L’incantevole Min!» la accolse quando
Min andò a cercarlo in
cucina.
«Mio caro Emilio» disse Min. «Avrei
bisogno di insalata e pane
per tre, e di una torta nuziale da sballo
per duecento. Fra tre settimane.»
«Oh.» Emilio si appoggiò al bancone.
«Mia nonna fa delle torte nuziali.
Sono...» chiuse gli occhi.
«...Paradisiache. Leggere come una
piuma.»
Riaprì gli occhi. «Ma sono fatte
all’antica, senza gli uccellini di
marzapane e la glassa fondente.»
«Potrebbe fare la torta e decorarla con
dei fiori freschi?» disse Min. «Io
potrei rimediare delle perle vere.
Magari con delle decorazioni
autentiche al posto dello zucchero, gli
invitati rimarranno colpiti.»
«Non lo so» disse Emilio. «Ma ciò che
importa è il sapore, e il sapore
sarà...»
«Emilio, apprezzo lo spirito» disse Min,
immaginando la reazione di
Nanette a quella frase. «Purtroppo, in
questo caso, ciò che conta è
l’apparenza.»
«Potremmo fare così» disse Emilio. «Le
chiederò se è disponibile a fare
la torta. Se dovesse accettare, le dirò di
usare una glassa semplice, e tu
potrai decorarla con fiori e perle.»
«Io?» ragionò Min, dubbiosa. «Meglio
di no. Può pensarci Bonnie, ha
molto gusto. Affare fatto. Chiama tua
nonna.»
Emilio prese in mano il telefono. «E
dimmi, ci andrai con Cal a questo
matrimonio?»
«Non vedrò mai più Cal in vita mia»
disse Min.
«Dio, quanto siete stupidi» disse Emilio
battendo i pulsanti sul telefono.
Il volto gli si illuminò in un istante.
«Nonna?» disse, cominciando a
parlare in italiano. L’unica parola che
Min fu in grado di distinguere era
‘Cal’; un dato preoccupante. Ma alla
fine della telefonata, Emilio stava
sorridendo.
«è tutto a posto» disse. «Le ho detto che
sei la ragazza di Cal. Lei adora
Cal.»
«Come tutte le donne.» Min gli diede un
bacio sulla guancia. «Sei il
mio eroe.»
«Merito del cibo» disse lui,
impacchettando pane e insalata per tre.
Min
si diresse quindi verso casa, salendo i
trentadue gradini fino
all’appartamento di Bonnie al primo
piano.
«Allora» disse Liza accogliendola sulla
porta. «Vuoi raccontarci di ieri
sera?»
«Posso entrare, prima?» disse Min,
eludendo Liza ed entrando nel caldo
e luminoso appartamento di Bonnie.
Bonnie aveva preparato la tavola con il
servizio di porcellana Royal
Doulton Tennyson, decorandolo con
delle rose da negozio in
un vaso in vetro tagliato. Min lo trovò
così gradevole che pensò: Okay,
il mio appartamento non sarà mai così
bello, ma con il tavolo potrei
fare di più. E potrei mettermi a cucinare.
Potrei recuperare gli attrezzi
da cucina di mia nonna dalla cantina.
Sarebbe stato bello cucinare come
faceva sua nonna. Cuocere dei
biscotti, magari.
Quei biscotti che non avrebbe potuto
mangiare.
Sospirando, poggiò le vaschette di
polistirolo espanso sul tavolo di
Bonnie.
«Cos’è?» chiese Bonnie, saggiando le
vaschette con un dito.
«La miglior insalata della tua vita, con
del pane ancora più buono»
disse Min, mentre Bonnie andava a
prendere dei piatti.
«Pane?» chiese Liza a Min. «Ora mangi
anche il pane?»
«No» disse Min. «L’ho mangiato ieri
sera e oggi ne ho pagato il prezzo.
Il pane è per voi, me lo godrò per
interposta persona.»
Liza la guardò male mentre si
accomodava su una delle lunghe sedie
da
salotto di Bonnie. «Come con i dolci.
Stats, sei...»
«Tu cos’hai portato?» disse Min,
temendo per la risposta.
«Barrette gelato al lampone» disse Liza,
prendendo posto a tavola.
«Dovresti marcire all’inferno» rispose
Min, sedendosi. «Perché non
porti mai della frutta?»
«La frutta non è un dolce» disse Liza.
«Ora, spiegaci perché hai lasciato
il locale in compagnia di Calvin
Morrisey, ieri sera.»
Min spostò il contenitore del pane verso
Liza. «David ha scommesso
che lui non sarebbe riuscito a portarmi a
letto entro un mese.» Le sue
amiche la guardarono come statue di
sale; Bonnie con un piatto di pollo
e verdure in mano, Liza pietrificata
nell’atto di spezzare il pane.
« Mi prendi in giro » disse Liza, con
un’espressione pericolosamente
adirata.
«Ho lasciato che mi rimorchiasse perché
pensavo di poterne ricavare un
accompagnatore per il matrimonio. Poi
ho capito che non avrei
sopportato tre settimane di quelle
manfrine viscide, così mi sono goduta
l’ottima cena e me ne sono andata.»
Il volto di Bonnie si intristì. «Tesoro, è
terribile.»
«No» disse Min. «Dimentichiamoci di
Cal Morrisey e mangiamo.
Voglio parlare di Diana. Non sta bene.»
«Mesta e Bieca.» Liza lanciò
un’occhiata a Min facendole intendere
che il discorso su Cal era solo
rimandato. «Distruggerebbero il morale
di chiunque.»
Min chiuse gli occhi. «Non usare quei
nomi. Oggi stavo per rivolgermi
a Susie chiamandola Bieca, durante le
prove. Sembrava costantemente
sull’orlo delle lacrime.»
«Be’, è comprensibile» disse Bonnie,
compassionevole. Poggiò il piatto
al centro della tavola e si sedette.
Liza rovesciò il pane in una ciotola.
«Forse Diana non avrebbe dovuto
chiederle di farle da damigella. è quasi
crudele.»
«Sarebbe stato peggio se non
gliel’avesse chiesto» disse Bonnie. «è
per
questo che sta così male?»
«Credo sia a causa di Greg» disse Min,
addentando l’insalata. «Però
non vuole ammetterlo. è stato lui a
dimenticare di ordinare la torta
nuziale.»
«Wow» disse Liza. «Ecco un uomo che
sta cercando di sabotare il suo
stesso matrimonio. Del resto vostra
madre e Diana lo hanno
praticamente costretto.»
«è stato lui a chiederlo, in perfetta
autonomia» disse Bonnie. «Credo
che avrebbe preferito un fidanzamento
più lungo» disse
Min. «Però non ha protestato quando è
stata decisa la data. Non è muto;
avrebbe potuto dire di no.»
«A Nanette e Diana?» disse Liza.
«Impossibile. Inoltre ci sono più
speranze che Bieca faccia una buona
azione di quante ce ne sono che
Greg trovi del fegato. Ora, dicci di
Calvin Morrisey e di questa
scommessa. Vogliamo sapere tutto.»
Mezz’ora più tardi l’insalata era finita,
gli avanzi di pollo erano in frigo
e Bonnie stava scartando un gelato
confezionato Dove mentre Min
concludeva il racconto della serata.
«Almeno ti ha accompagnato a casa»
disse Bonnie. «è stato carino.»
Non sembrava molto convinta.
«Sì. Poi mi ha dato una gomitata in testa,
mi ha detto: Buona fortuna
per tutto e se ne è andato» disse Min.
«Non piaceva a me, non piaceva a
voi e io non piacevo a lui. Un bel
punteggio pieno.»
«Forse questa faccenda dell’addio è
solo un trucco» disse Liza,
dedicandosi al gelato. «Credo stia
cercando di prenderti alla sprovvista.
Tornerà alla carica. Se non stai attenta, ti
ritroverai a letto ipnotizzata
dal suo fascino e con il cuore spezzato.»
Min fece una smorfia di esasperazione.
«Mi credi così ingenua? Come
posso dimenticare la scommessa? A
ogni modo, ho messo a punto un
nuovo piano.»
«Ah, bene» disse Liza. «In effetti non ne
avevi avuti abbastanza,
finora.»
Min la ignorò. «Ieri sera stavo
ascoltando Love Me Tender. Ho pensato
che se Elvis si fosse reincarnato, ora
avrebbe circa ventisette anni. A
me non dispiacciono gli uomini più
giovani. Da un punto di vista
statistico, i matrimoni migliori sono
quelli in cui la donna ha otto anni
in più dell’uomo. Quindi ho deciso di
aspettare che Elvis incroci il mio
cammino.»
«Ma tu ne avresti solo sei più di lui»
disse Bonnie.
«Sì, ma trattandosi di Elvis, potrei fare
uno sforzo» concluse Min.
«Perché proprio Elvis?» chiese Liza.
«Perché quando canta dice sempre la
verità. Elvis è l’unico uomo di cui
so di potermi fidare.»
«Fammi capire bene» disse Liza
brandendo la barretta gelato
consumata per metà. «Bonnie aspetta che
arrivi il protagonista di una
fiaba a completare la sua vita, mentre tu
sei in attesa della
reincarnazione di un tizio che mangiava
panini alla banana fritta.»
«Già» disse Min. Liza scosse la testa.
«Forse il mio principe è già arrivato»
disse Bonnie. «Roger mi piace.»
«Roger?» chiese Min, cercando di non
guardare il gelato di Liza.
«Abbiamo rimorchiato gli amici della
bestia, ieri sera» disse Liza. «A
Bonnie è toccato quello con il pollice
opponibile.»
«Roger è un vero tesoro» confermò
Bonnie. «Sto pensando di
cancellare il mio appuntamento per
sabato e uscire con lui. Aspetto di
vedere come andrà venerdì sera.»
«Ti ha chiesto di uscire?» disse Min,
felice che la conversazione non
riguardasse più Cal. «Racconta.»
«Le ha chiesto di uscire ogni sera, da
oggi fino al resto della sua vita»
disse Liza. «è pazzo di lei.»
«è una cosa carina.» Min raccolse
un’ultima foglia di insalata dal piatto
per rimediare all’astinenza da zucchero.
«Ha del potenziale, Bon?»
«Forse.» Fu l’unico attimo in cui Bonnie
mutò in un’espressione quasi
preoccupata. «Se dovessimo vederci per
un altro paio di
settimane, e se non ci fossero intoppi, lo
inviterò a casa di mia madre
per farglielo studiare.»
Min alzò le sopracciglia. «Pensi che
attraverserà tre stati per conoscere
tua madre dopo due settimane?»
«Attraverserebbe le Ande per prenderle
uno stuzzicadenti» disse Liza.
«è una cosa imbarazzante.»
«No, non è vero» disse Bonnie, con aria
contrariata. «è molto dolce. E
poi dice che Cal è fantastico, il che mi
confonde.»
«E così a Bonnie è andata bene» disse
Min rivolta a Liza, ignorando il
riferimento a Cal. «E a te?»
«Lo scemo del villaggio» disse Liza.
«Anche lui sostiene che Cal sia il
migliore. Sono come i tre Marmittoni.
Solo che non fanno ridere.»
«Neanche i tre Marmittoni facevano
ridere» disse Bonnie. «Vero» disse
Min. «E pensi di rivedere questo
idiota?»
«Sì.» Liza leccò gli ultimi resti di gelato
sullo stecchino.
«La tua bestia tornerà alla carica, e il
mio idiota non si fa
pregare quando gli faccio delle
domande. C’è anche una barista, vicina
di casa della bestia, con cui devo
legare.»
«Non indagare per conto mio» disse
Min. «Non c’è posto per Calvin
Morrisey nel mio futuro.»
«Dovrà esserci un posto per lui domani
sera, però» disse Bonnie. «Sarà
all’Azzardo con Roger e Tony.»
Min scosse la testa. «Vuol dire che
rimarrò a casa.»
«No» disse Bonnie, colpita. «Non siamo
obbligate a frequentare quel
posto. Andremo da un’altra parte, così
potrai venire anche tu.»
«E rovinare il tuo incontro con Roger?»
riflettè Min. «No. Neanch’io
sono così egoista da intralciare il corso
del Vero Amore.
Ci sarò. E poi voglio vedere da vicino
questo Roger.»
«Sei sicura che Cal abbia accettato la
scommessa?» chiese
Bonnie.
«Ero proprio lì sotto» disse Min. «Li ho
sentiti con le mie
orecchie. Ha detto: Un gioco da
ragazzi.» Il solo pensiero le faceva
ancora male.
«Però Roger lo adora» disse Bonnie.
«Mi ha raccontato tutto di lui, di
loro tre. è una storia triste. Si sono
conosciuti alla scuola di recupero in
terza elementare. Roger dice che lui era
molto riflessivo, mentre a Tony
non importava nulla della scuola e Cal
era dislessico; tutti credevano
che fossero stupidi.»
«Cal è dislessico?» disse Min, sorpresa.
«Tony è stupido» disse Liza nello stesso
istante.
«No» disse Bonnie, con quel tono
paziente e un po’ marcato
che voleva dire ‘piantala’. «Tony non è
stupido. Quando ci tiene, è
molto sveglio. Nemmeno Roger è
stupido; è solo molto metodico. Non
lo si può forzare. Come mio zio Julian.»
«Mio dio» esclamò Liza rivolta al
soffitto. «Ormai è di famiglia.
Scommetto che sarà il suo Se di questa
settimana.»
«Io non scommetto» disse Min. «Bonnie,
qual è il tuo Se?»
Bonnie azzardò: «Se Roger si rivela
così dolce come penso che sia, me
lo sposo.»
«Santo cielo» disse Liza.
«Lasciala in pace» ribatté Min. «Ha
diritto a qualunque Se desideri.
Qual è il tuo?»
Liza si ricompose. «Se il mio lavoro non
migliora, fra una settimana mi
licenzio.»
«Prendi il calendario» disse Min a
Bonnie.
«Non serve» disse Bonnie. «L’ultima
volta che si è licenziata era
agosto; sosteneva che nessuno avrebbe
dovuto lavorare con quel
caldo.»
«Dieci mesi» disse Min. «Non va bene.
La sua tolleranza sta
diminuendo.»
«è un Se» protestò Liza. «Voglio tenermi
aperte diverse strade. Magari
torno a fare la cameriera, se trovo un
posto abbastanza divertente. Qual
è il tuo Se?»
Min pensò a Cal Morrisey, e le sembrò
che la testa le esplodesse. «Se
dovesse presentarsi la reincarnazione di
Elvis, uscirò di nuovo per un
appuntamento. Fino ad allora, sospendo
qualunque forma di
socializzazione con l’altro sesso. è
troppo doloroso.»
«Sono l’unica donna sana di mente in
questa stanza» disse Liza.
«La sanità mentale è sopravvalutata»
disse Min, prima di salire nel suo
appartamento per prendere un’aspirina.
La sera seguente Cal tornò all’Azzardo,
tenendosi il più lontano
possibile dalla pedana per garantirsi
molteplici vie di fuga. Roger era a
tre metri da lui, intento a fissare Bonnie
come fosse il centro
dell’universo. Bonnie guardava Roger
come fosse un uomo interessante
che ancora non conosceva bene. Cal
scosse la testa. Osservare Roger
alle prese con una donna era come
guardare un neonato che gattonava
in mezzo al traffico.
Tony si sedette di fianco a Cal,
allungandogli uno scotch. «Secondo me
dovresti farti avanti» disse indicando il
bar.
«Cosa?» Cal guardò oltre Bonnie,
notando una rossa alta e slanciata.
Quella Liza di cui parlava Tony. Quando
si spostò, dietro di lei apparve
anche Min, coperta da una felpa rossa e
larga. Sul retro aveva una
specie di cappuccio, a cui Roger si
aggrappò dicendo qualcosa che la
fece ridere. «Perfetto.» Avrebbe dovuto
sorbirsi un’altra serata di abusi verbali
da parte sua.
«Non è da te stare a guardare senza fare
nulla» gli disse Tony.
«Stai perdendo colpi.»
«Stavo guardando Roger e Bonnie»
disse Cal.
«Ah.» Tony guardò Roger e scrollò le
spalle. «Ormai è andato.
Tutti dobbiamo morire, prima o poi.»
«Meno male che tu sei il mio angelo
custode» disse Cal. «Allora,
cos’hai intenzione di fare?» Tony guardò
alle sue spalle
e si destò all’improvviso. «Ma che
diavolo... Dove credono di andare?»
Cal si girò e vide i quattro prendere
possesso di uno dei tavoli da poker
all’altro capo del bancone. «Lontano da
qui» disse, rallegrandosi.
Voleva dire che la serata di Min era
stata orribile quanto la sua. Del
resto poteva incolpare soltanto sé stessa;
non era mai contenta. Lui
aveva fatto del suo meglio. Tranne che
per la contusione di fine serata.
La osservò prendere posto alle spalle di
Liza, allungando le gambe
vestite di nero. Erano belle gambe,
polpacci pieni e robusti, proprio
come Min in generale.
«Tempo cinque minuti e verrà qui» disse
Tony.
«Dieci dollari che non verrà» ribatté
Cal, tornando a concentrarsi sul
suo whisky.
«Ci sto» disse Tony. «Quella donna mi
desidera.»
«Ti desidera?» disse Cal, sorpreso.
«Ah, parli di Liza.» Si voltò per
guardare la rossa che rideva di fianco a
Min, all’apparenza
inconsapevole anche solo dell’esistenza
di Tony. «Non verrà nemmeno
lei.»
«Tu parlavi della cicciottella?» disse
Tony.
«Non chiamarla in quel modo» disse
Cal. «Il suo nome è Min. è
una brava donna, se si escludono i
problemi di gestione della rabbia.»
La osservò piegarsi di lato sulla sedia
per dire qualcosa a Bonnie. «Non
è cicciottella. Ha delle belle curve,
dappertutto.»
«Belle tette» disse Tony, cercando di
essere obiettivo. «Insomma hai
mancato il bersaglio, eh?»
«No» disse Cal, voltandosi nuovamente.
«L’ho invitata a cena e lei ha
accettato. Poi l’ho accompagnata a casa
e l’ho salutata. Non ho mancato
il bersaglio.»
«Finalmente una donna che non riesci ad
avere» disse Tony con voce
soddisfatta. «Sono un po’ depresso. è la
fine di un’era...»
«Non ci ho neanche provato» disse Cal.
«Ma è un sollievo sapere che anche tu
indossi i pantaloni una gamba
alla volta, come tutti.»
«è un detto che non ho mai capito»
rispose Cal. «In quale altro modo
potresti indossarli?»
Tony si avvicinò. «Dieci dollari che non
riesci a convincere Min a
uscire con te domani sera.»
«Non voglio uscire con lei, domani
sera» disse Cal.
«Portala al cinema» disse Cal. «Così
non dovrete parlare.» «Tony...»
«Dieci dollari, grand’uomo. Io dico che
non ci riesci.»
Cal guardò Min. Fatta eccezione per
qualche risata, non
sembrava più rilassata di mercoledì
sera. In più, lo stava ignorando.
Fece cenno di no. «Non accetterebbe.
Niente scommessa.»
«Non credo ai miei occhi» disse Tony.
«Ti tiri indietro così?»
«Tony, in questo momento odia l’intero
genere maschile. è appena
uscita da una storia.»
«Be’, è perfetto. Chiodo scaccia
chiodo» disse Tony. «Per te è un
vantaggio. Magari riesci anche a
portartela a letto.»
«Non voglio portarmela a letto» disse
Cal. «è probabile che il prossimo
con cui andrà a letto lo sceglierà
appositamente per vendicarsi di chi
l’ha mollata. Fidati. Con una così, devi
dormire con un occhio solo.»
«Codardo» disse Tony. «Ti verrò
incontro. Un pranzo. Dieci dollari che
non riesci a invitarla a pranzo.»
Cal guardò Min. Come poteva
convincerla per un pranzo? Era seduta
comodamente sulla sedia, sorridendo in
direzione di Roger, come per
esaminarlo. Era protettiva nei confronti
della sua amica. Ma non aveva
nulla da temere con Roger. Se fossero
finiti insieme, Bonnie poteva
dirsi una donna fortunata.
Però questo Min non lo sapeva.
«Allora?» disse Tony.
Avrebbe potuto dirle...
«è arrivata Cynthie» disse Tony.
«Maledizione.» Cal si tirò su dalla
sedia, ma evitò di guardare
verso l’ingresso. «Non sopporta questo
locale. Perché mai...»
«Ti sta pedinando» disse Tony.
«Evidentemente non vuole
proprio rinunciare al matrimonio. Sta
venendo da questa parte.»
«E va bene.» Cal si alzò in piedi.
«Andiamo.»
«Dove?» disse Tony, ancora seduto.
«Da quella parte, così potrai
importunare la rossa mentre io
convinco Min a venire a pranzo con me,
evitando di incontrare Cynthie.
Vada per la scommessa.»
«Hai appena perso dieci dollari,
vecchio mio» disse Tony, trattenendo a
stento una risatina. «Ho notato la faccia
di Min quando sei entrato. Non
era contenta di vederti.» Si alzò anche
lui. «Non riesco a credere che tu
abbia accettato. Le hai dato una botta in
testa, brutto impiastro. Perché
dovrebbe uscire di nuovo con te?»
«Prima i dieci dollari» disse Cal, con la
mano aperta.
«Prima l’appuntamento» rispose Tony.
«Sempre se ci riesci.» «No, mi
devi dieci dollari per la rossa che non è
venuta da te
entro cinque minuti» disse Cal.
Sconsolato, Tony tirò fuori il
portafoglio.
Mentre Min era occupata a ignorare Cal
e studiare Roger, Liza prese
posto sulla sedia alla sua destra.
«Allora» disse, passandole un Rum e
Coca Light. «Ci sono novità
riguardo a Diana?»
«L’ho chiamata oggi» disse Min,
prendendo il drink. «Le ho chiesto se
fosse tutto a posto con Mesta...» Chiuse
gli occhi. «Con Susie. Mi ha
detto di sì, che ora sta uscendo con un
uomo interessante e non ha
problemi con il matrimonio. E anche
Bieca... Karen ha parlato con
Susie e rassicurato Diana, dicendo che
per lei va tutto bene.»
«Si rifiuta di guardare in faccia la
realtà» disse Liza, mentre qualcuno
spostava una sedia alla sinistra di Min.
«Chi? Diana, Mesta o Bieca?» disse
Min.
«Tutte e tre» disse Liza.
«Credo che Mesta stia cercando di
essere forte, Bieca si sia
ormai votata al bullismo e Diana faccia
finta di non vedere» disse Min,
girandosi per controllare chi si fosse
seduto alla sua sinistra. «Oh»
disse, trovandosi di fronte Cal con due
bicchieri in mano. Era bello
come due giorni prima, e Min sentì di
nuovo ilDNA in subbuglio.
«Ciao, piccola» disse alzandole il
cappuccio.
Liza si voltò verso Bonnie con un
grugnito.
«Che sorpresa» disse Min. «Credi di
essere il primo a fare
battute in stile Cappuccetto Rosso,
stasera? Non indosserò mai più
questa felpa.»
«Di nuovo l’ostilità» disse Cal. «Ho
come un senso di déjà- vu.
Come va la testa?»
«Il dolore va e viene» disse Min.
«Inoltre ho cominciato a
sentire delle voci.»
«Ottimo. Ora hai qualcuno con cui
parlare. Chi sono Diana,
Mesta e Bieca? E come hanno avuto dei
nomi così tremendi?»
«Nessuno di interessante.» Min prese il
bicchiere.
«Fammi indovinare» disse Cal, con aria
di sufficienza. «Rum e
Coca light. La colazione dei campioni. A
dieta.»
«Non hai proprio impegni da qualche
altra parte?»
«No, cara Buffy. Il destino mi manda da
te per insegnarti a bere
in modo dignitoso.» Allontanò il rum e
lo sostituì con uno dei suoi
bicchieri. «Whisky. Bevi lentamente.»
Min aggrottò le sopracciglia. «Hai
sostituito il fascino con questo?»
«No» disse Cal. «Il fascino è sprecato
con te. Ma voglio aiutarti a
diventare grande. Le vere donne non
rovinano un buon drink con delle
bibite dietetiche.»
«Il peso dell’influenza sociale» disse
Min. «Una piaga per tutta la vita.»
«Provalo» disse Cal. «Soltanto un sorso.
Se non ti piace, prometto che
riavrai la tua brodaglia.»
Min scrollò le spalle. «Okay.» Prese il
bicchiere e ne mandò giù un
sorso. Appena il whisky le incendiò la
gola si sentì soffocare.
«Ho detto lentamente, Dobbs» disse Cal,
mentre Min cercava di
riprendere fiato. «Devi assaporarlo, non
trangugiarlo.»
«Grazie» disse Min, riguadagnando
l’uso della parola. «Ora puoi
andare.»
«No, non posso.» Si fece più vicino, e
Min sentì la temperatura alzarsi
all’improvviso all’interno della felpa.
«Ho una proposta per te.»
Min riprese in mano il whisky, bevendo
a piccoli sorsi. Era buono. A
piccoli sorsi.
Cal si avvicinò ancora, quasi
sussurrandole all’orecchio. «Voglio
sapere di Bonnie.»
Min sentiva il calore del suo respiro sul
collo. Lo guardò interdetta.
«Bonnie? Credo che Roger abbia la
precedenza.»
«Lo so. Ecco perché voglio sapere di
lei. Roger è...» Cal guardò verso il
tavolo. «Non è esattamente un esperto di
donne. Voglio sapere com’è la
tua amica.»
«Va bene» disse Min, preparandosi a
fornire un quadro impeccabile di
Bonnie.
«Non qui» disse Cal, ancora troppo
vicino. «Se ne accorgerebbero.
Vediamoci per pranzo, domani. Conosci
Cherry Hill Park?»
«Ne ho sentito parlare» disse Min. «Non
ho il conto in banca adatto per
godermi quel tipo di posti.»
«C’è una zona picnic sul lato nord»
disse Cal. «Ci vediamo al primo
tavolo, a mezzogiorno.»
«Non dovremmo stabilire anche una
parola d’ordine?» rispose Min,
riuscendo finalmente ad allontanarsi da
lui. «Io potrei dire
‘pretenzioso’, e tu potresti rispondere
‘snob’.»
«Vuoi sapere di Roger, oppure no?»
disse Cal.
Min guardò in direzione di Bonnie. A
chi non la conoscesse, poteva
apparire distaccata. Ma Min la
conosceva bene. Era radiosa. «Sì.»
«Bene» disse Cal. «Fammi vedere le tue
scarpe.»
«Cosa?» disse Min. Cal guardò sotto il
tavolo. Min tirò fuori un piede,
e lasciò che lui ammirasse il suo paio di
mules a tacco alto aperte sul
davanti, allacciate sul collo del piede
con lacci neri che contrastavano
con la pelle chiara e lo smalto rosso.
«Liza le chiama ‘dita in
schiavitù’» disse con allegria.
«Ah sì?» Cal rimase immobile per un
lungo momento, intento a
osservare i suoi piedi. «Ora la mia
serata ha finalmente trovato un
senso. Ci vediamo domani a
mezzogiorno.» Spinse indietro la sedia e
si
allontanò, portando via il whisky e il
Rum e Coca light.
«Okay, non ho sentito l’ultima parte»
disse Liza, chinandosi verso di
lei. «Cosa ti ha chiesto?»
«Andremo a pranzo insieme domani»
disse Min, incerta su come questo
la facesse sentire. Ma se le avesse
sussurrato di nuovo all’orecchio,
sarebbe stata costretta a dargli uno
schiaffo. Di questo era sicura.
«Dove?»
«Cherry Hill Park.»
«Gesù» disse Liza. «Parco da softball
per gente ricca e famosa.
A che ora?»
«Mezzogiorno.»
Liza annuì. Poi esclamò a voce alta:
«Tony.»
Min si voltò, in tempo per assistere allo
scambio di una
banconota da dieci dollari tra i due
amici. «Non ci posso credere» disse,
irrigidendosi sdegnata. Quel figlio di
puttana aveva scommesso anche
sul pranzo, e lei c’era cascata.
Tony alzò la testa, e Liza gli fece cenno
di raggiungerla. Quando arrivò
da lei, le disse: «Sai, non sono il tipo di
uomo che si fa trattare così.»
«Tu e io andremo a pranzo insieme,
domani a mezzogiorno.
Cherry Hill Park» disse Liza.
«Okay» disse Tony. «Ma solo perché mi
troverò comunque lì in
zona. Alleno una squadra di softball che
gioca da quelle parti.» «Bene»
disse Liza. «Ora puoi andare.»
Tony scosse la testa e si voltò per
raggiungere Cal al bancone
del bar.
«Be’, almeno è ubbidiente» disse Min.
«Ricordati che tu domani non dovrai
esserlo» disse Liza.
«è unpranzo» disse Min. «In pieno
giorno. In un luogo
pubblico.»
«Avevi detto che non l’avresti più
rivisto, e ti sei fatta invitare a
pranzo.»
«Ho i miei motivi» disse Min, lanciando
un’occhiata amara
verso il bar. Cal era ancora lì, ma ora a
fargli compagnia c’era la mora
che aveva visto anche mercoledì. Gli
stava addosso, con un top blu
scollato. Prevedibile. Bestia.
«Tranquilla, so bene che tipo sia.»
Un’altra occhiata verso il bar e Min notò
Cal battere in ritirata dal top
blu scollato. Giocava a fare il difficile,
il maledetto.
«Ci sarò anch’io, per guardarti le
spalle» disse Liza. «Alla prima mossa
sbagliata, Calvin si ritroverà con
qualche parte del corpo mancante.»
«Non lo sopporti proprio, eh?» disse
Min.
«Secondo me è stato lui a proporre la
scommessa del pranzo a Tony»
disse Liza.
«Sì, credo anch’io» disse Min.
«Dovresti fargli qualcosa di terribile,
domani» disse Liza.
«Ci sto già pensando» rispose Min.
Dopo un altro sabato passato a cercare
di far giocare
quattordici bambini di otto anni a
baseball controvoglia, Cal non era
dell’umore giusto per sopportare anche
Min. Prese comunque la borsa
del ghiaccio dalla macchina, si fermò al
chiosco di hot dog di
beneficienza e si diresse verso il tavolo
da picnic dove avrebbe dovuto
incontrarla. Non era ancora arrivata.
Coprì con una vecchia coperta
l’enorme tavolo in legno – Cherry Hill
non risparmiava certo sugli
accessori – e vi appoggiò sopra il
cestino, sedendosi poi ad aspettare.
Non gli dispiaceva l’idea che Min gli
avesse dato buca. Era una
giornata stupenda, i begli alberi del
parco facevano un’ottima ombra, i
ragazzini se n’erano andati e nessuno gli
rompeva le scatole.
Poi Min spuntò dal sentiero di ghiaia
attraverso gli alberi. Indossava di
nuovo la lunga felpa rossa, stavolta
sopra una camicia a scacchi rossi e
neri che si agitava a ogni soffio di vento.
I capelli erano ancora raccolti
sulla testa, il passo era lungo e rilassato
e il sole ben disposto a cogliere
riflessi dorati sulla sua chioma. Si
avvicinò sorridendo. Cal fu felice di
vederla. Quando le porse la mano per
aiutarla a sedere sul tavolo, lei
esitò prima di accettare. Le sue dita
erano piacevolmente e pienamente
calde mentre prendeva posto al suo
fianco.
«Ciao» disse lei. Cal sorrise.
«Ciao» rispose. «Grazie per essere
venuta.»
«Grazie per avermi invitato.» Min
lasciò cadere la borsa sulla
panchina sotto di loro. «Ora dammi
dieci dollari.»
Cal esitò. «Come, scusa?»
Min gli sorrise, allegra come il sole.
«Volevo renderti il pranzo
impossibile, ma è una così bella
giornata che ho deciso di godermela. E
tu hai scommesso dieci dollari con Tony
che mi avresti invitato a
pranzo.»
«Non è vero» rispose Cal.
Il sorriso di Min svanì.
«Tony ha scommesso con me dieci
dollari che non saresti venuta a
pranzo con me.»
Min alzò gli occhi al cielo. «Non fa
differenza. Sgancia la grana,
altrimenti ti lascio qui da solo e tu
dovrai ridare a Tony i suoi dieci
dollari. Più altri dieci, perché hai
perso.»
«Credo di aver vinto quando hai detto
sì» disse Cal, d’un tratto molto
più interessato a Min.
«Di questo dovrai convincere Tony»
disse Min.
«Okay» disse Cal. «Che ne dici di fare a
metà?»
Min tese la mano, agitando le dita.
«Dieci dollari, Casanova.» Cal
sospirò e tirò fuori il portafoglio,
cercando di non ridere.
Incassati i dieci dollari, Min prese la
borsa, li infilò all’interno e poi ne
tirò fuori altri venti, consegnandoli a
Cal.
«Questi cosa sarebbero?» disse Cal.
«Sono i venti dollari per il taxi che mi
hai dato mercoledì» disse Min.
«Avevo dimenticato di restituirteli.»
«Quindi ci ho guadagnato dieci dollari»
disse Cal.
«No, ora sei in pari. Erano comunque
soldi tuoi. Non mi spettavano,
visto che non ti sei fatto avanti.»
Cal alzò lo sguardo verso il sole. «La
giornata è ancora lunga.»
«Non ti ci vedo a provarci su un tavolo
da picnic» disse Min. «Anzi,
non ti ci vedo in nessun caso. Quindi
mettili via, e dimmi tutto di
Roger.»
«Anch’io sono contento di vederti»
rispose Cal, e il sorriso di Min si
allargò.
«Scusa, dimenticavo che sei un patito
dei convenevoli. Come sei stato
nelle quattordici ore in cui non ci siamo
visti, di cui otto passate a
dormire?»
«Molto bene. E tu?»
«Splendidamente. Per quanto dovremo
andare avanti prima di arrivare a
Roger e Bonnie?»
«Una donna dallo spiccato senso
pratico» disse Cal. Min cambiò
posizione, sedendosi sulle gambe e
mettendo in mostra i piedi.
Indossava dei ridicoli sandali tenuti
insieme quasi esclusivamente da
nastrini, con un unico fiore rosso sulla
caviglia. «Eccetto che per le
scarpe.»
«Non prendere in giro le mie scarpe.»
Min agitò le sue dita dei piedi
dipinte di rosso sotto i fiori. «Adoro
queste scarpe. Me le ha regalate
Liza per Natale.» Slacciò i nastri, le
tolse e le poggiò sul tavolo dietro
di lei, accarezzando i fiorellini prima di
girarsi verso di lui.
«Credo di aver capito perché ti
piacciono tanto» disse Cal, distratto
dalla vista di quei piedi che Min si
affrettò a nascondere sotto la gonna.
«Sono in stile Elvis» aggiunse.
Min sgranò gli occhi dalla sorpresa. «Tu
saresti un fan di Elvis?» «è il
migliore» disse Cal. «Piace anche a te?»
«Assolutamente sì.» Min sembrava
perplessa. Poi aggiunse: «In
effetti ha senso. In fondo tu sei ‘il
diavolo sotto mentite spoglie’.»
«Come?» disse Cal. Poi capì. «Elvis
Presley?»
«Certo, Elvis Presley» disse Min. «Chi
altri... oh. The Angels
Want to Wear my Red Shoes. Elvis
Costello.» Alzò le spalle. «Sì,
anche lui è bravo.»
Cal scosse la testa, incredulo. «Eh, sì. è
bravo.»
«Per fortuna non è un vero
appuntamento» disse Min con sollievo.
«Altrimenti ci sarebbe stato un lungo
silenzio imbarazzante prima di
recuperare da una cosa del genere.»
Cal sorrise. «Ti è mai capitato di
provare un silenzio
imbarazzante nella tua vita, Dobbs?»
«Non spesso» disse Min. «A te?»
«No.» Cal poggiò il sacchetto con gli
hot dog incartati sulla
coperta. «Okay. Roger e Bonnie. Prendi
un hot dog mentre ne
parliamo.»
«Un hot dog?» disse Min, con un tono
simile a quello che avrebbe
usato per dire: Un po’ di cocaina? «Non
è un cibo molto salutare.»
«Sono proteine» disse Cal, esasperato.
«Puoi mangiarle. Basta togliere
il pane.»
«Sono grassi» disse Min.
«Credevo che i grassi fossero concessi
nelle diete senza carboidrati»
disse Cal, ripensando alle abbuffate di
gamberetti al burro che aveva
visto fare a Cynthie.
«è vero, ma la mia dieta è una Atkins
senza grassi» disse Min.
Cal la guardò scettico. «Cosa ti è
concesso mangiare, esattamente?»
«Non molto» disse Min, fissando gli hot
dog con palese bramosia.
«Sono salsicce tedesche. Bratwurst»
disse Cal.
«Dannazione» disse Min.
«è sabato» disse Cal. «Puoi concederti
uno strappo alla
regola.»
«Hai detto la stessa cosa mercoledì, da
Emilio. Ho già
commesso il mio peccato settimanale.»
«Il sabato è il primo giorno di una nuova
settimana. Pecca di
nuovo.»
Min si morse il labbro, mentre la brezza
si alzava scuotendo gli
alberi e sollevandole la gonna, sempre
più vicino a Cal.
«Ti ho portato della Coca-Cola Light
per compensare» disse lui,
aprendo la borsa frigo. «E comunque,
questa conversazione è noiosa.»
«è vero, scusa.» Prese la lattina e la
aprì. «Mi dispiace, non c’è niente
di così noioso come parlare di cibo.»
«No» disse Cal. «Parlare di cibo è
fantastico. Parlare di cose che non
puoi mangiare è noioso.» Afferrò una
delle confezioni di carta
assorbente e glielo porse. «Mangia.»
Min guardò l’hot dog, sospirò e
cominciò a scartarlo.
«Sei una bestia.»
«Per averti dato da mangiare?» disse
Cal. «Che c’è di male?
Siamo americani. Gli americani
mangiano. è il nostro stile di vita.»
«Gli hot dog sono il nostro stile di
vita?» disse Min, poi si
bloccò. «In effetti è vero. Insieme al
baseball e alla torta di mele.» «Il
baseball te lo cedo volentieri» disse
Cal, avventandosi sul
suo hot dog.
Min guardò la maglia della squadra di
softball che aveva
addosso. «Allora come spieghi la
maglietta? Non è da baseball?» «Sì»
disse Cal. «Per espiare i miei peccati,
insegno ai bambini come correre
tra le basi ogni sabato mattina. Un
giorno lo farà anche tuo marito,
mentre tu sarai sugli spalti a tifare per
dei piccoli
ometti sconosciuti. è il prezzo che si
paga per la libertà.»
«Io non avrò figli» disse Min,
azzannando l’hot dog.
«Ah, no?» disse Cal, distratto
dall’espressione di piacere
comparsa sul suo volto mentre
masticava. I wurstel erano buoni, ma
non così buoni.
Mandò giù il boccone con un sospiro.
«Che meraviglia. Mio padre ci
portava a mangiare hot dog di nascosto
ogni volta che c’era una fiera
nei dintorni. Mia madre l’avrebbe
ucciso, se l’avesse
scoperto. Sai da quanto tempo non ne
mangiavo uno? è il paradiso.»
«Di sicuro ne ha l’aspetto» disse lui,
guardandola mentre si chinava in
avanti sull’hot dog, per far cadere il
grasso sulla carta di fronte a lei.
L’ampia scollatura lasciava intravedere
della carne morbida e
rigogliosa, stretta in un tessuto di pizzo
rosso. A Tony verrebbe un
infarto, pensò; ma anche a lui girava un
po’ la testa. La brezza
continuava a sfiorarle la gonna,
lambendo la sua mano poggiata sul
tavolo. Sentì un solletico lieve e soffice.
«Allora» disse, spostando la mano.
«Perché rifiuti lo stile di vita
americano?»
Masticava con gli occhi chiusi, e Cal
guardò nuovamente la scollatura,
in preda a pensieri impuri. Poi Min
mandò giù il boccone e disse:
«Devo per forza partorire per essere una
buona americana? No. Ogni
anno in questo Paese nascono più di
quattro milioni di bambini. Lo stile
di vita americano è al sicuro. Se la cosa
ti preoccupa, puoi fare qualche
figlio in più per coprire la mia quota.»
«Io?» Cal si tirò indietro, al sicuro dalle
distrazioni. «Io non voglio
figli. Ma sono sorpreso che tu dica lo
stesso. Saresti un’ottima
mamma.»
«Perché?» Min rimase immobile, con il
panino vicino alla bocca.
Perché aveva quella morbidezza. Perché
gli anni l’avrebbero
trasformata nel tipo di madre per cui lui
avrebbe ucciso.
«Perché sembri a tuo agio.»
«Oh, dio. Sì» disse Min, fissandolo. «è
proprio il complimento che
farebbe felice ogni donna.»
Si chinò in avanti mordendo il panino, e
Cal tornò a fissare il suo seno
premere contro il tessuto di pizzo.
«Il tuo sentirti a tuo agio è molto sexy, se
questo può farti star
meglio» disse Cal.
«Un po’ meglio» disse lei, notando dove
cadeva il suo sguardo.
«Mi stai guardando la scollatura.»
«Tu ti stai chinando in avanti. è pieno di
pizzo rosso, là dentro.» «E il
pizzo è bello, vero?» disse Min.
«Oh, certo.»
«Un altro punto per mia madre» disse
Min, prendendo un altro
morso.
Cal tornò al suo hot dog. «Cosa c’entra
tua madre?»
«è invadente.» Min mandò giù il
boccone con una smorfia. «Se
non ti piacciono i bambini, come sei
finito ad allenarli?»
«Non ho detto che non mi piacciono i
bambini» disse Cal, cercando di
pensare a qualcosa che non fosse un
reggiseno di pizzo
rosso. «Ho detto che non voglio averne.
Non è la stessa cosa.» «Giusto.
Ma continuo a chiedermi perché li
alleni.»
«Sono stato costretto» disse Cal.
«Siamo stati costretti
entrambi. Harry odia il baseball quanto
io odio fare l’allenatore.» «Chi
è Harry?»
«Mio nipote.»
«Perché non disertate?»
«Ho scoperto che la squadra è piena di
altri bambini, oltre a
Harry» disse Cal. «Chi l’avrebbe mai
detto?»
«Spiritoso. Quindi sei qui tutti i sabati
mattina?» Min scosse la
testa. «Chiunque sia stato a costringerti,
è un genio.»
«Senza pari.» Raccolse un sottaceto e se
lo mise in bocca. «Non è così
terribile, comunque. Roger e Tony fanno
il grosso del
lavoro. A loro piace.»
«Roger» disse Min. «Già, Roger. Ho
delle domande da farti, su
di lui.»
«E non su Tony?»
«Tony sta uscendo con Liza» disse Min.
«Se si rivela un verme, Liza lo
sterminerà senza pietà.»
«Tony ha la pelle dura» disse Cal. «Ma
capisco cosa intendi. Bonnie è
diversa?»
«Bonnie sa come difendersi» disse Min.
«è intelligente e tosta, ma ha
un punto debole. Crede nelle favole,
crede che l’uomo del suo destino
sia da qualche parte ad aspettarla. E
crede che il tuo amico Roger sia il
suo principe, sulla base di prove
inconsistenti. Quindi, dimmi di
Roger.»
«Roger è la persona migliore che
conosco» disse Cal. «Ed è pazzo di
Bonnie. Starà malissimo se la dovesse
perdere. Perciò dimmi di
Bonnie.»
Min cambiò posizione sulla coperta,
allungandosi per prendere la
lattina di Coca-Cola. Cal la guardava
muoversi con piena
consapevolezza di sé, della dolce
curvatura del collo quando la felpa
scendeva verso la spalla, della
disinvoltura nel corpo sinuoso mentre si
appoggiava sul tavolo sorridendogli, del
profilo della gamba sotto la
camicia a scacchi che continuava a
sollevarsi verso di lui. «Bonnie»
disse Min, riportando la sua attenzione
all’argomento della discussione
«ha passato un anno e mezzo a cercare il
divano giusto. Il divano è
importante; insieme al letto è il pezzo
d’arredamento fondamentale, ma
perfino io ritengo che un anno e mezzo
sia un periodo troppo lungo per
cercare un divano.»
«Sì» disse Cal, cercando di pensare a
Roger invece che alle sue curve.
«Però...»
«Una sera stavamo andando al cinema, e
lei si è fermata davanti a un
negozio di mobili. Ha detto: Aspettate
un attimo, è entrata e ha
comprato un divano costosissimo in
cinque minuti.» Min si piegò in
avanti di nuovo, e di nuovo Cal le
guardò la scollatura, pensando: Non
farlo, l’afflusso di sangue mi farà
scoppiare la testa. «Ha dovuto usare
due diverse carte di credito,» proseguì
Min «e ci ha messo due anni per
finire di pagarlo, ma è un bel divano e
non se ne è mai pentita. Quando
lo ha portato a far rivestire, le hanno
detto che sarebbe durato per
sempre.»
«Ottimo» disse Cal, ancora concentrato
sulla scollatura. Respirava
piano, quel tanto che bastava per far
alzare e abbassare...
«Ehi» disse lei, facendogli alzare la
testa di scatto. «Non che non sia
lusingata, ma sto cercando di finire un
discorso. Roger è il nuovo
divano di Bonnie. Ha sempre avuto la
convinzione che il suo principe
prima o poi sarebbe arrivato, l’ha
cercato in lungo e in largo e ora ha
trovato Roger. Ha deciso che sarà lui.
Lo comprerà nell’arco di pochi
minuti. Se non è l’uomo che lei crede,
voglio saperlo. Devo metterla in
guardia. Dimmi che non è un verme.»
«Anche Roger ci ha messo un anno per
comprare un divano» disse Cal,
riordinando le idee.
«Che tipo di divano?» disse Min.
«In stile La-Z-Boy, con manie di
grandezza» disse Cal. «Credo l’abbia
scelto marrone.»
Min annuì. «Quello di Bonnie è in legno,
stile coloniale, con cuscini
rivestiti in motivi William Morris di
celadon.»
«Forse so cosa vuol dire stile coloniale.
Il resto è arabo.»
«Il divano di Roger non ha speranze»
disse Min. «Sarà un problema?»
«Potrà farlo a pezzi davanti ai suoi
occhi e Roger non batterà ciglio»
disse Cal.
«Sarà in grado di prendersi cura di lei?»
disse Min.
«Probabilmente non ne avrà bisogno, ma
in tempo di crisi...»
«La proteggerebbe con il suo stesso
corpo, se necessario. Non devi
preoccuparti di Roger. è il migliore. Se
avessi una sorella, gliela farei
sposare. è Bonnie che mi spaventa. Ha
quello sguardo iperefficiente
tipico delle persone abituate a
comandare a bacchetta. E poi è così
piccola, probabile che abbia anche un
complesso di
Napoleone...»
«No» disse Min. «Niente del genere.
Roger è un uomo
fortunato.» Finì l’ultimo boccone di hot
dog e leccò un grumo di
ketchup dal suo pollice. Cal perse il filo
del ragionamento. «Insomma, è
tutto a posto e non dovremmo
preoccuparci per loro» disse lei dopo
essersi pulita le mani con un fazzoletto.
«Sì» disse Cal. «Pronta per il dessert?»
«Non mangio mai dessert» disse Min.
«Davvero?» rispose Cal. «Non l’avrei
mai detto.»
«Smettila» lo rimproverò Min. «Te l’ho
detto, l’abito da
damigella...»
Cal estrasse un altro sacchetto dalla
borsa frigo. «Ciambelle»
disse. Prima che potesse continuare, una
voce acuta e fin troppo
familiare si fece largo alle sue spalle.
«Posso averne una?»
Sospirando, si voltò; all’altro lato del
tavolo c’era suo nipote,
magrolino, lercio e con i capelli
nerissimi. «A quest’ora non dovresti
essere a casa?»
«Si sono dimenticati di nuovo» disse
Harry, sforzandosi di suscitare
commiserazione. Era aiutato dagli
occhiali e dalla corporatura
eccessivamente minuta per la sua età. Si
avvicinò a Cal. «Ciao» disse
cautamente a Min.
«Min» disse Cal, continuando a fissare
Harry. «Ti presento mio
nipote, Harry Morrisey. è qui solo di
passaggio. Harry, lei è Min
Dobbs.»
«Ciao, Harry» lo salutò Min,
gioiosamente. «Puoi avere tutte le
ciambelle.»
Il volto di Harry si illuminò.
«No, non puoi.» Cal estrasse il
cellulare. «Vomiteresti di nuovo tutto.»
«Magari no.» Harry avanzò verso la
busta di ciambelle.
«Ricordi cos’è successo con i muffin,
vero?» disse Cal mentre
componeva il numero di sua cognata.
«Non può mangiarne neanche una?» Min
sorrise mentre Harry si
avvicinava. Il suo volto era tenero e
accogliente. Sia Cal che Harry
indugiarono per un attimo; era così
bella.
Mentre Cal attendeva una risposta,
Harry guardò la gonna di Min e la
toccò con un dito.
«Harry» disse Cal. Min recuperò uno
dei suoi sandali.
«Tieni» disse a Harry, facendogli
toccare il fiore.
«Sono scarpe» disse Harry come se si
trovasse di fronte a
un’anomalia.
«Sì» rispose Min, guardandolo con il
viso inclinato.
Harry toccò ancora il fiore. «Non è un
fiore vero.»
«No» disse Min. «è per bellezza.»
Harry annuì come se il concetto gli
giungesse nuovo, e Cal
pensò che probabilmente era proprio
così. L’universo di Harry non
prevedeva molti fiori di bellezza su
unghie rosse.
Min allungò una mano nella busta e gli
porse una ciambella.
«Grazie, Min» disse Harry, tornando a
fingersi un orfano maltrattato.
«Non cadere nei suoi tranelli» disse Cal
a Min.
«Certo che no.» Min sorrise a Harry.
«Non si direbbe che te la passi
male, piccolo.»
«Ho dovuto giocare a baseball» disse
Harry con amarezza. «Quelli sono
hot dog?»
«No» disse Cal. «Lo sai che non puoi
mangiare carne processata. Va’ a
sederti sulla panchina e mangia la tua
ciambella.»
«Può mangiarla anche qui» disse Min,
cingendogli le spalle con un
braccio, protettiva.
Harry colse al volo l’occasione e si
strinse al fianco di Min.
Scommetto che è bello morbido, pensò
Cal. Poi si accorse di provare
quasi gelosia nei confronti di suo nipote
di otto anni. «Harry...» fece per
ammonirlo. Poi sua cognata rispose al
telefono. «Bink? Hai dimenticato
di venire a prendere tuo figlio.»
«Reynolds» disse Bink, in tono
perfettamente modulato. «Era il suo
turno.»
«Non è qui» disse Cal.
Bink fece un sospiro. «Povero Harry.
Arrivo subito. Grazie, Cal.»
«Quando vuoi, tesoro.» Cal chiuse il
telefono e guardò Harry. «Tua
madre sta arrivando. Guarda il lato
positivo. Invece di tuo padre, ti
becchi tua madre più una ciambella.»
«Due ciambelle» disse Harry.
«Harry, hai lo stomaco delicato» disse
Cal. «Non puoi mangiare due
ciambelle. Ora vattene. Questo è un
appuntamento. Fra sette anni
capirai cosa vuol dire.»
«Non è un appuntamento» disse Min.
«Può restare.»
Harry fece un cenno di assenso con aria
triste. «Non fa niente.» «Ma
piantala, Harrison» disse Cal, ben
sapendo che Harry
stava sfruttando la situazione. «Hai
avuto la tua ciambella. Va’ su
quella panchina e mangiala.»
«Va bene.» Harry si trascinò sul prato
verso una panchina
Lutyens, la ciambella ancora ben salda
nella manina sporca.
«Che carino» disse Min, ridacchiando
sommessamente. «Chi è
Bink?»
«Mia cognata» disse Cal con gli occhi
su Harry, il quale
continuava ad apparirgli lercio,
magrolino e offeso. «Non vedo cosa ci
sia di carino. Ma non è un bambino
cattivo.»
«Bink» disse Min, cercando di
comprendere la natura di quel nome.
«è il diminutivo di Elizabeth» disse Cal.
«Elizabeth Margaret
Remington-Pastor Morrisey.»
«Bink» disse Min. «Okay.»
Cal prese una ciambella. «Ora tocca a
te, Dobbs.»
Min si tirò indietro. «Oh, no. No, no,
no.»
Si avvicinò per agitarla sotto il suo
naso. «Avanti, un
peccatuccio.»
«Ti odio» disse lei, fissando la
ciambella. «Sei una bestia e un
vile seduttore.»
Cal alzò un sopracciglio. «Per una
ciambella? Avanti. Che male
può farti?»
«Non mangerò nessuna ciambella» disse
Min, strappandole gli
occhi di dosso. «Sei impazzito? Ci sono
almeno dodici grammi di
grasso, lì dentro. Ho tre settimane di
tempo per perdere dieci chili.
Stammi lontano.»
«Questa non è una ciambella qualsiasi»
disse Cal, aprendola in due
sotto gli occhi di Min. La glassa di
cioccolato si spezzò come ghiaccio,
la pasta tenera si separò a brandelli.
«Questa è una Krispy Kreme
ricoperta di glassa al cioccolato. è il
caviale, il Dom
Perignon, la Mercedes-Benz delle
ciambelle.»
Min si leccò le labbra. «Non avrei mai
detto che fossi un patito
di dolci» disse, cercando di tenersi a
debita distanza; il vento mosse di
nuovo la gonna in direzione di Cal, il
quale stavolta la bloccò con il
ginocchio.
Staccò un pezzetto da una delle due metà
della ciambella. «Assaggia»
disse, avvicinandosi ancora di più alla
sua bocca. «Coraggio.»
«No.» Min serrò le labbra, e poi anche
gli occhi, distorcendo il volto in
una smorfia.
«Ti comporti da vera adulta, eh?» Si
avvicinò e le tappò il naso.
Quando aprì la bocca per protestare, Cal
le mise in bocca la ciambella.
«Oh, mio dio» disse, rilassando
l’espressione del volto. Mentre la pasta
le si scioglieva in bocca, un sorriso le
solcò il viso.
Anche Cal si sentì rilassato. Dar da
mangiare a questa donna è come
farla ubriacare, pensò.
Min aprì gli occhi dopo aver finito il
boccone, e Cal gliene offrì un
secondo per poter rivedere
quell’espressione. «Vieni qui, Dobbs.»
«No» disse Min, ritirandosi. «No, no,
no.»
«Dici molti no» la incalzò Cal. «Ma i
tuoi occhi dicono sì.»
«Ciò che voglio e ciò che posso avere
sono due cose molto
diverse.» Min arretrò ancora, tirando la
gonna. I suoi occhi erano fissi
sulla ciambella. «Stammi lontano con
quella roba.»
«Okay.» Cal tornò al suo posto e
cominciò a mangiare sotto i suoi
occhi. L’afflusso di zucchero lo distrasse
per un attimo, finché Min si
morse il labbro; i denti bianchi e saldi
premevano sulla superficie
morbida. Quando lo guardò scuotendo il
capo, Cal sentì
la frequenza cardiaca aumentare
notevolmente.
«Che bastardo» disse.
Staccò un altro morso. Min sbottò: «Ne
ho abbastanza, me ne
vado.» Si chinò per liberare la gonna
dal suo ginocchio. «Ti dispiace
togliere...» cominciò, ma Cal le mise in
bocca un altro pezzo di
ciambella, guardando le sue labbra
circondare tanta dolcezza. Il suo
volto era il ritratto del piacere, la sua
bocca tenera e imbronciata, il
labbro inferiore costellato di glassa.
Mentre Min leccava le ultime
tracce di zucchero dalle labbra, Cal
sentì un impulso nelle orecchie, che
presto si tramutò in sussurro – LEI – e
gli rese il respiro più profondo.
Prima che Min potesse aprire gli occhi,
si avvicinò e la baciò,
avvertendo il gusto del cioccolato e il
calore della sua bocca. Min
rimase immobile per un attimo, poi si
abbandonò a quel bacio dolce e
insistente, che cancellò dalla sua mente
ogni traccia di pensiero
razionale. Cal lasciò che il gusto e il
profumo e il calore di lei lo
travolgessero. Si abbandonò al punto
che, quando Min finalmente si
ritrasse, quasi le cadde in grembo.
Seduta di fronte a lui, la felpa rossa si
alzava e si abbassava in respiri
veloci, i suoi occhi neri brillavano
vispi, e le sue labbra rigogliose erano
aperte per lui. Poi parlò.
«Ancora» disse con un respiro. Lui la
guardò negli occhi e si fece
avanti.
5
Gli occhi di Cal erano neri come
cioccolato, e Min si agitò
quando lo vide avvicinarsi ancora. Gli
mise una mano sul petto e disse:
«No, aspetta.» Lui abbassò la testa e
disse: «Okay.» Poi prese un altro
pezzo di ciambella. Min aprì la bocca
per dirgli di no ma lui lo fece
scivolare tra le sue labbra. Il calore
della bocca dissolse la glassa
mentre Min chiudeva gli occhi e
lasciava che il gusto si facesse strada
nel suo corpo, trasformandosi in
piacere. Quando riaprì gli occhi, lui
era lì.
Sì chinò verso di lei e la baciò
dolcemente, in un incastro di labbra così
perfetto che la fece tremare. Sentì il suo
calore e leccò tracce di
cioccolato dalla sua bocca, percepì la
lingua contro la sua, bollente e
sconvolgente. Quando smise di baciarla,
vide che le mancava il respiro,
e la testa le girava. Non le bastava. Gli
occhi di quell’uomo la
fissavano, frastornati come i suoi. Non
si sentiva ingannata, sapeva che
tipo di persona aveva davanti.
Ma non le importava.
«Ancora» disse. Cal fece per prendere
la ciambella, ma lei lo fermò:
«No, te» tirandolo a sé per la maglia. La
baciò con forza, premendole
una mano sui capelli. Min perse ogni
controllo, mentre dei luccichii
comparivano nel buio dei suoi occhi
chiusi. Sentì una mano sul fianco
farsi strada sotto la felpa, il sangue
correre ovunque e un impulso nel
cervello dirle: ‘lui’.
All’improvviso la testa di Cal fece un
movimento innaturale in avanti,
urtandola.
«Ahi» esclamò Min, mentre Cal si
guardava alle spalle, con le mani
ancora su di lei.
«Ma che diavolo...» disse Cal.
«Ho detto,» disse Liza brandendo la
borsetta di pelle «che state
facendo?»
«Cosa ti sembra che stia facendo?»
«Ho un taglio in bocca» disse Min,
tastandosi il labbro con un dito.
Cal si voltò verso di lei e le tolse il dito
dalla bocca. Sul suo volto
c’erano imbarazzo e preoccupazione.
Era così vicino che Min si piegò
verso di lui con il cuore in fiamme, e
Cal fece lo stesso, chiudendo di
nuovo gli occhi. Min pensò: Mio dio, sì.
Poi Liza la tirò per un braccio
fino a farla quasi cadere dal tavolo.
«Vieni via di lì, Stats» disse Liza,
mentre la testa di Min vacillava.
«Tony» disse Cal a denti stretti.
«Scusa, bello» rispose Tony. «è fuori
controllo.»
«Stavamo solo mangiando il dessert.»
Per quanto poteva, Min
cercò di mettersi al riparo; Cal era
ancora seduto sulla sua gonna. Lo so
che è stata una stupidaggine, pensò,
sforzandosi di non guardarlo; ma
ne voglio ancora.
«Dessert?» Liza guardò il tavolo. «Stavi
mangiando ciambelle?»
«Oh...» disse Min. Il senso di colpa si
faceva strada nello stordimento.
«Ma cosa sei?» Cal gelò Liza con lo
sguardo. «Lo sceriffo delle
calorie? Lasciaci in pace.»
«No» disse Liza. «Può mangiare tutte le
ciambelle che desidera. Ma
non voglio che sia tu a dargliele.»
«Perché?» disse Cal ferocemente.
«Perché tu sei Mordi e Fuggi Morrisey,
e lei è la mia migliore amica.»
Liza strattonò nuovamente il braccio di
Min. «Forza,
andiamo. Bonnie ci sta aspettando.»
«Io sono cosa?»
Min provò a divincolarsi, ma Cal era
ancora seduto sulla sua
gonna. Non mi dispiace affatto.
«Bonnie è seduta su una panchina a
parlare con Roger» disse
Tony. «Sembra che non le importa
granché.»
«Sembra che non le importi» disse Liza.
«E comunque le
importa eccome.» Guardò Min fissa
negli occhi. «Ne abbiamo già
parlato. Giù da questo tavolo.»
Va bene, pensò Min. No, non voglio.
Di fronte a lei, Cal era più bello che
mai, furioso sotto quel sole. Non
appena le idee si schiarirono nella sua
testa, Min si ricordò del motivo
per cui non poteva restare. «Potrei
riavere la mia gonna, per favore?»
disse flebilmente. Cal si spostò quel
tanto che bastava per liberare il
pezzo di tessuto. «Grazie. Per il pranzo.
Sono stata molto bene.»
«Rimani» disse lui, e lei lo guardò
pensando: Oh, sì.
«No» disse Liza, costringendo Min a
scendere dal tavolo e ad atterrare
sull’erba.
«è in grado di decidere da sola» disse
Cal.
«Ah, sì?» Liza fece un passo verso di
lui. «Dimmi quanto la conosci.
Dimmi quanto le vuoi bene. Dimmi che
l’amerai fino alla fine dei tuoi
giorni.»
«Liza» disse Min, aggrappandosi al suo
braccio.
«La conosco solo da tre giorni» disse
Cal.
«E allora come ti viene in mente di
baciarla in quel modo?» Liza
gli voltò le spalle. «Vieni Min,
andiamo.»
«Grazie per il pranzo» disse Min,
mentre Liza serrava la presa.
Fece in tempo ad allungare una mano
verso i sandali e afferrare uno
dei nastri prima che Liza la trascinasse
via attraverso gli alberi. Quando
rimasero soli, Cal si voltò verso Tony e
gli disse: «Non
so se pagare qualcuno per farti
ammazzare o sbrigarmela da solo.»
«Prenditela con Liza, non con me» disse
Tony. «Ad ogni modo, ha
chiamato Min per nome e provato a farti
girare un paio di volte,
prima di colpirti in testa con la
borsetta.» Lo sguardo gli cadde sul
sacchetto aperto. «Hot dog?» Si sistemò
sul tavolo, afferrando un
panino.
«Quella donna è pazza» disse Cal,
massaggiandosi la nuca. Ora che
Min non c’era più, quella sensazione di
calore si stava affievolendo; ma
la cosa non lo rendeva felice. «è stata
un’aggressione.»
«Lei sarebbe pazza?» disse Tony,
liberando la salsiccia dalla carta. «E
tu?»
«Non mi sembra una cosa così grave.»
Altri dieci minuti e ci avrebbero
trovati nudi. Quello sì che sarebbe stato
grave.
«Raccontalo a Harry» disse Tony. «In
pochi minuti, ha imparato anche
troppo sulle abitudini di zio Cal nel
tempo libero.»
«Harry?» disse Cal, osservando il punto
in cui lo aveva visto l’ultima
volta. Era ancora lì, ma accanto a lui
c’era una donna bionda e magra.
Bink. Cal chiuse gli occhi, e il ricordo
del calore di Min svanì. «Dimmi
almeno che Bink non ha visto tutto.»
«Non lo so. Quando siamo arrivati non
c’era; forse ha visto soltanto il
gran finale. Cosa c’è qui sotto?» Tirò
fuori una scarpa con un fiore
rosso da sotto la coperta.
«è di Min» disse Cal, felice di poter
pensare di nuovo ai suoi piedi.
«Dallo a Liza, quando ti capita. Sui
denti, se possibile.»
«Non me ne ricorderò mai» disse Tony,
lanciandolo nella borsa frigo.
Cal lo recuperò prima che il ghiaccio
potesse bagnare il fiore, tentando
di scacciare Min dalla sua mente.
«Bonnie è una tipa a posto. Roger
non ha niente da temere.» Soppesò il
sandalo di Min tra le mani. Era un
oggetto ridicolo, con quel tacco
minuscolo che probabilmente
affondava nel terreno quando
camminava sull’erba, e quello stupido
fiore che si sarebbe rovinato al primo
accenno di pioggia. E anche
questo era eccitante.
«Roger ha parecchio da temere, invece»
disse Tony, concentrato sul
wurstel. «Il matrimonio lo aspetta.»
«Non è la fine del mondo» disse Cal,
provando a immaginare il motivo
per cui una donna pragmatica come Min
avesse scelto una scarpa del
genere. Doveva avere anche un lato
molto poco pragmatico, altrimenti
non l’avrebbe baciato in quel modo su
un tavolo da picnic. Ripensare a
quel momento gli procurò una scarica
emotiva che cancellò ogni
rumore esterno per un attimo. «Come
dici?» chiese a Tony.
«Ho detto: Certo, ecco perché te la stai
dando a gambe da Cynthie»
ribadì Tony.
«Il matrimonio non fa per me. Roger è
diverso» disse Cal, appoggiando
la scarpa sul tavolo. «Non è mai stato un
tipo da adrenalina a tutti i
costi.»
«Giusto» disse Tony. «E se Bonnie non è
poi così male, magari potrò
vivere sopra il loro garage.»
«Tanto meglio per me» disse Cal,
pensando a Min e alla sensazione di
quel corpo caldo e pieno sotto la sua
mano... No. Non aveva certo
bisogno di ulteriore ostilità nella sua
vita. Se voleva del sesso
spettacolare, poteva sempre tornare da
Cynthie, che perlomeno non lo
trattava male. Cercò di richiamare alla
mente il ricordo di Cynthie per
sostituire quello di Min, ma gli appariva
in
un misero bianco e nero rispetto al
Technicolor rigoglioso, esasperante,
bollente e a piedi scoperti di Min.
«Cosa?» disse Tony.
«Sono avanzati degli hot dog?» disse
Cal. «O ti ci sei seduto sopra?»
Tony ne trovò uno tra le pieghe della
coperta e glielo consegnò. Cal lo
scartò e cominciò a mangiare, deciso a
concentrarsi su un’area
sensoriale che non gli fosse stata
usurpata da Min. Poi si ricordò della
sua espressione mentre assaggiava il
panino, e la associò all’immagine
del suo corpo che si muoveva sotto di
lui, torrido e rigoglioso, le labbra
bagnate...
Al diavolo, pensò.
«Allora, cosa dirai a Harry?» disse
Tony.
«Riguardo a cosa?»
«Riguardo al fatto che stavi per fare
sesso con Min su un tavolo
da picnic» disse Tony. «Era una bella
scenetta.»
«Gli dirò di ripassare quando sarà
diventato grande» disse Cal,
pensando: Bella scenetta. E ora è finita.
«Parecchio più grande» disse, cercando
una birra nella borsa
frigo.
«Okay, mi spiegate perché siamo dovute
andar via?» protestò
Bonnie una volta entrate nella cabriolet
di Liza. Min sedeva in
punizione sul sedile posteriore.
«Perché Min si è data allo scambio di
lingue con uno spacciatore di
ciambelle.» Liza si voltò verso Min la
Peccatrice scuotendo la testa.
Bonnie la imitò. «Hai mangiato
ciambelle?»
«Sì» disse Min, ancora stordita. «Che
importa?»
Bonnie annuì, mentre Liza metteva in
moto. «Baciava bene?»
«Sì» disse Min. «Abbastanza bene.
Molto bene. Magnificamente.
Fenomenale. Mi ha risvegliato
completamente. E poi quelle ciambelle.
Strepitose.» Stava pensando di nuovo a
Cal, a quel calore,
quell’urgenza. Mentre Liza piegava tra
le curve della strada, Min si
sdraiò sul sedile posteriore prima di
svenire per quel senso di vertigini.
Stendersi le faceva bene. Peccato che
fosse da sola.
«Hai perso la testa completamente?»
disse Liza dal sedile anteriore.
«Solo per un paio di minuti» disse Min,
guardando le fronde degli
alberi muoversi lassù. «E mi è
piaciuto.» Un sacco.
«Forse,» azzardò Bonnie «non stava
fingendo. Sembrava davvero felice
con lei. L’ha detto anche Roger.»
«Ah, certo. Se lo dice Roger» commentò
Liza.
«Non prendere in giro Roger» disse
Bonnie, minacciosa. «Okay» disse
Min, riguadagnando la posizione eretta e
sentendo il suo mondo riallinearsi.
«Tutto a posto. Ho ripreso il
controllo.» Procedette a indossare la
scarpa. «Com’è andata con
Tony?»
«Discretamente divertente» disse Liza.
«Ma non cambiare argomento.
Cosa hai intenzione di fare con Cal?»
«Non vederlo mai più» disse Min,
cercando l’altro sandalo. «Santo
cielo. Ho dimenticato una scarpa.
Dobbiamo tornare indietro.»
«No» disse Liza, imperturbabile al
volante.
«Sono le mie scarpe preferite» disse
Min, cercando di suonare sincera.
«Ogni tuo paio di scarpe è il tuo
preferito» disse Liza. «Non torneremo
indietro.»
«Stai bene, tesoro?» le chiese Bonnie.
«Benissimo» rispose Min, annuendo
come una pazza. «Cal mi ha detto
tutto di Roger. Hai la mia benedizione.»
«Perché ora ci fidiamo di Calvin la
Bestia» disse Liza.
«So distinguere i momenti di sincerità»
disse Min. «E so come
gestirlo.»
«Sì, ti ho visto mentre lo gestivi» disse
Liza. «Sei debole.»
«Ma per favore» disse Min, esasperata
dal senso di colpa. «So della
scommessa. Ho ben presente la
situazione. Non lo rivedrò più. Anche
perché gli hai urlato contro ogni tipo di
insulto.» Ripensò a Cal mentre
si chinava su di lei, a quel petto di
marmo sotto la sua mano, a quella
bocca ardente sulla sua, al piacere di
quella mano sul seno. «Ho capito
qual è il suo segreto con le donne» disse
in tono vivace. «Non è solo
una questione di fascino.»
«Forse dovreste rivedervi» disse
Bonnie, premurosa. «Credo che a volte
sia importante avere fede.»
Questa è una buona idea, pensò Min.
«Bonnie» disse Liza. «Vuoi forse che
venga distrutta dallo stesso uomo
che ha spezzato il cuore a tua cugina e
scommesso con David?»
Questa è una cattiva idea, pensò Min.
«No» disse Bonnie, la voce segnata dal
dubbio.
«Allora smetti di incitarla ad avere fede
nei rospi» disse Liza. «Ma i
rospi non si trasformano in principi
quando li baci?»
chiese Bonnie.
«No, quelle erano rane» disse Liza.
«Specie completamente
diverse.»
«Va bene» disse Min, cercando di
eliminare Cal dalla sua
mente. «Rospo, non rana. Bestia.
Assolutamente.» Poi sospirò.
«Però le ciambelle erano ottime.» Si
distese di nuovo sul sedile per
recuperare il buonsenso perduto.
David era seduto di fronte alla tv in una
tranquilla domenica
pomeriggio, quando il telefono squillò.
La voce di Cynthie lo accolse
dall’altra parte della cornetta.
«Cal e Min sono stati insieme al parco,
oggi» disse. «L’ha baciata.
Siamo alla gioia, è un indizio fisiologico
che potrebbe condurli a...»
«Aspetta» disse David, facendo un
respiro profondo. Era per quella
dannata scommessa. Cal avrebbe fatto di
tutto per vincerla.
«L’ha convinta a mangiare ciambelle»
disse Cynthie. «L’ha invitata a
un picnic e...»
«Min ha mangiato ciambelle?» David
raggelò al pensiero. «Min non
mangia ciambelle. Min non mangia
carboidrati. Non ha mai mangiato
carboidrati quando era con me.»
«E per ogni pezzo di ciambella, le dava
un bacio.»
«Figlio di puttana» disse David, con
odio. «Che si fa?» «Dobbiamo
lavorare sui loro interruttori attrattivi,
creare gioia,
ricordare loro perché volevano noi»
disse Cynthie. «Invitala a pranzo
domani. Dovrà essere perfetto. Falla
sentire speciale, amata. Dalle gioia
e riprenditela.»
«Non so» disse David, ripensando
all’espressione sul volto di Min
quando l’aveva mollata. Voleva che
tornasse in ginocchio da lui, non
andarle dietro.
«Mi vedrò con Cal per pranzo» disse
Cynthie, senza dargli ascolto. «Ho
tenuto un profilo basso nella speranza
che si decidesse a tornare, ma
non c’è più tempo. Saremo a letto prima
del dolce, e questo dovrebbe
chiudere il discorso.»
«Min ce l’ha con me» disse David.
«Credo sia presto per un
pranzo.»
«Bell’atteggiamento deciso.» Ci fu un
lungo silenzio, poi Cynthie
disse: «La sua famiglia. Mi dicevi che
ha bisogno della loro
approvazione per gli uomini?»
«Sì» disse David. «Sua madre era pazza
di me.»
«Perfetto» disse Cynthie. «Chiama sua
madre e dille la verità su Cal e
sul suo modo di trattare le donne.»
«No» disse David, ricordando la scarsa
attenzione di Nanette per
qualunque cosa non riguardasse calorie
o moda. «Il fidanzato della
sorella, Greg. Lo chiamerò stasera.»
«A che scopo?»
«Lo dirà subito a Diana» disse David.
«Si vedono ogni sera. E lei vive
con i genitori, quindi ne parlerà con
loro. Il padre è molto protettivo.»
«Bene» disse Cynthie.
«Sei sicura che le abbia fatto mangiare
delle ciambelle?» disse David,
sconvolto all’idea.
«Un pezzetto alla volta» disse Cynthie.
Bastardo. Lo faceva per la scommessa.
Diceva di non essere così
viscido. E invece avrebbe sedotto Min
con le ciambelle, e poi sarebbe
venuto a riscuotere i suoi diecimila
dollari. Un’altra vittoria per il
grande Calvin Morrisey.
Dovrà passare sul mio cadavere.
«David?» disse Cynthie.
«Fidati di me» rispose David,
minaccioso. «Oggi Min ha mangiato la
sua ultima ciambella.»
Lunedì mattina, Roger si presentò in
ufficio in ritardo. Bonnie, pensò
Cal. Ma Bonnie lo portò a pensare a
Min. Che cosa ridicola. «Cos’è
questa storia?» disse Tony. «Devo
essere io l’ultimo ad
arrivare in ufficio. è tradizione.»
«Bonnie.» Roger sbadigliò mentre si
sedeva alla scrivania.
«Siamo rimasti in piedi fino a tardi a
parlare.»
«A parlare» disse Tony, seduto sul
bordo del tavolo da lavoro.
«Il minimo che potessi fare era
portartela a letto.»
Roger lo fissò, gli occhi a fessura.
«Bene, ora che ci siamo tutti...» disse
Cal.
«Bonnie è la donna che ho deciso di
sposare» disse Roger,
rivolto a Tony. «Non si parla in quel
modo della tua futura moglie.»
«Mi spiace» disse Tony. «Io non mi
sposerò mai, quindi non
posso saperlo.»
«Dobbiamo delineare la scaletta del
corso Winston...»
«Lo saprai quando incontrerai la donna
giusta» disse Roger. «Non è
ancora nata» rispose Tony.
«E preparare i materiali» disse Cal,
alzando la voce.
«Bacia divinamente» disse Roger,
guardando fuori dalla finestra.
Probabilmente fissava il punto
sull’orizzonte in cui riteneva si trovasse
Bonnie. «Vi è mai capitato un bacio del
genere? In cui tutto è perfetto,
e ti fa andare fuori di testa?»
«No» disse Tony, con espressione
disgustata.
«Sì» disse Cal, assalito dal ricordo
morbido ed eccitante di Min. Si
voltarono entrambi verso di lui. Cal
disse: «Possiamo iniziare a
lavorare? Siamo a un passo dal
discutere dei nostri sentimenti
mangiando gelato. è il punto di non
ritorno.»
«Io mi occupo delle ricevute» disse
Roger, tornando verso la sua
scrivania.
Cal si accomodò sulla sedia, aprì un file
sul computer e pensò a Min.
Non aveva intenzione di baciarla, ma
aveva finito per saltarle
addosso; un impulso irrazionale l’aveva
spinto tra le sue braccia. Di
certo lei non l’aveva aiutato. Avrebbe
dovuto dargli uno schiaffo,
invece se ne stava lì a chiedere
‘ancora’, a incoraggiarlo...
Tony rispose al telefono. «Morrisey,
Packard, Capa» disse, prima di
guardare Cal e alzare gli occhi al cielo.
«Ciao, Cynthie.»
Cal scosse la testa.
«Non c’è» disse Tony. «Credo starà via
tutta la mattina.» Lanciò
un’occhiataccia a Cal, che sospirava
nella sedia con gli occhi al soffitto.
«A pranzo?» disse Tony. «Mi spiace, ha
un appuntamento. Da Emilio.
Con la sua nuova ragazza.»
Cal scattò in avanti, sbattendo i piedi sul
pavimento. No, cercò di dire
mimando una gola tagliata.
«Non devi preoccuparti, non è
depresso» disse Tony. «è rientrato subito
in gioco.»
Cal si alzò in piedi, furioso. Tony disse:
«Be’, devo andare.» E attaccò.
«Sei pazzo?» disse Cal.
«Ehi, l’ho liquidata, no?» disse Tony.
«Ti ho fatto un favore.» Aggrottò
le sopracciglia. «Almeno credo. è stata
un’ispirazione improvvisa.»
Guardò Roger. «Secondo te ho
sbagliato?»
«Non lo so» disse Roger. «Ma non dare
retta a ispirazioni del genere, in
futuro.»
«Non voglio più vedere Min» disse Cal,
desiderando rivedere Min.
«E allora? Cynthie questo non lo sa»
disse Tony.
«Dovrò portare Min da Emilio, perché
Cynthie controllerà di sicuro»
disse Cal.
«Non ne vedo il motivo» disse Roger.
«Se Cynthie te lo chiede,
puoi dirle di essere andato in un altro
posto.»
«Mi piacerebbe smetterla con le bugie,
per quanto possibile.»
Cal si sedette di nuovo, provando a
sentirsi esasperato per tutta la
vicenda.
Prese il telefono e compose il numero
della società di Min, arrivando
fino a lei attraverso il centralino. Il suo
numero risultò però occupato, e
lasciare un messaggio era fuori
discussione. Non si otteneva un
appuntamento a pranzo con un messaggio
in segreteria.
Mise giù il telefono e notò che Tony e
Roger lo fissavano. «Che c’è?»
«Niente» disse Roger.
«Niente» disse Tony.
«Bene» disse Cal. Fece finta di nulla e
tornò a guardare lo
schermo del computer.
Quando il telefono nel suo ufficio
squillò, Min pensò: Cal. Poi si
pentì. La bestia doveva avere il potere
di offuscare la mente delle
donne, se aveva pensato a lui alle nove
di un lunedì mattina, nel mezzo
della stesura di una relazione
preliminare.
«Minerva Dobbs» disse alzando la
cornetta, mentre picchiettava
nervosamente la punta della penna rossa
sul ripiano della scrivania in
vetro smerigliato.
«Raccontami di quest’uomo con cui stai
uscendo» disse sua madre.
«Oh, santo cielo.» Min si abbandonò
sulla sua sedia Aeron, esasperata.
«Secondo Greg, ha una pessima fama
con le donne» disse Nanette.
«Greg dice che le usa e poi sparisce.
Greg dice...»
«Mamma, non mi interessa cosa dice
Greg» la interruppe Min,
cercando di tenere il panico della madre
entro i livelli di guardia. «E
non stiamo uscendo. Siamo andati a cena
e abbiamo fatto un picnic nel
parco. Nient’altro.» Scrisse il nome di
Cal in lettere maiuscole sul retro
della sua relazione preliminare, e poi lo
solcò con una profonda riga
rossa. Via, via, via.
«Greg dice...»
«Mamma.»
«Ti spezzerà il cuore. è preoccupato per
te.»
Min aprì la bocca per dire ‘per favore’,
poi si fermò. Era
verosimile che Greg fosse preoccupato
per lei. Greg si preoccupava per
tutto.
Ma perché Greg era preoccupato per
lei?
«Come fa Greg a sapere di
quest’uomo?» disse Min scrivendo il
nome
di Greg in lettere maiuscole e
cancellandolo con due righe profonde.
Poi scrisse ‘sfigato’, e di seguito ‘spia’.
«Io sono preoccupata per te» stava
dicendo la madre. «So che vuoi
essere forte dopo aver perso David, ma
io non ce la faccio. Non
sopporto di sapere che stai male.»
Min sentì la gola chiudersi. «Chi sei e
dove hai nascosto mia madre?»
«Non voglio vederti soffrire» disse
Nanette. A Min sembrò di avvertire
un tremolio nella sua voce. «Voglio
vederti sposata con un brav’uomo
che sappia apprezzarti per come sei, e
che non ti lasci perché sei in
sovrappeso.»
Min scosse la testa. «Andava bene fino
all’ultima frase.» Scrisse
‘mamma’ in lettere maiuscole, gli
disegnò un cuore a fianco e poi,
mentre Nanette continuava a parlare,
tracciò quattro linee profonde
sopra entrambi.
«Il matrimonio è difficile, Min» stava
dicendo Nanette. «Loro
hanno milioni di occasioni per tradirti e
lasciarti, quindi non si può mai
abbassare la guardia. Occorre essere
sempre perfette. Per gli uomini
l’apparenza è fondamentale. Se vedono
qualcosa di meglio...»
«Mamma?» disse Min. «Non credo
che...»
«Non importa quanto impegno ci metti,
c’è sempre qualcuna più
giovane, più bella» disse Nanette, con la
voce rotta. «Vale anche per
Diana. Vale per tutte noi. Non si essere
in svantaggio già alla partenza,
non si può...»
«è successo qualcosa?» disse Min.
«Greg ha tradito Diana?» «No»
disse sua madre, spiazzata. «Certo che
no.»
Min provò a immaginare un tradimento
da parte di Greg, ma
non aveva senso. Greg non aveva il
fegato per tradire. In più, amava
Diana.
«Come ti viene in mente?» proseguì sua
madre. «è terribile.»
«Sei stata tu a parlare di tradimenti»
disse Min. Se non Greg, chi altri?
Papà? Min respinse anche quel pensiero.
Suo padre aveva soltanto tre
interessi: assicurazioni, statistiche e il
golf. «L’unica cosa per cui papà
ti lascerebbe è il ferro quattro. Il
problema non può essere lui. Di che si
tratta?»
«Voglio che tu sia sposata e felice, e
questo Cabot non è...» «Calvin»
disse Min.
«Portalo a cena qui da noi sabato» disse
Nanette. «E vestiti di
nero, sembrerai più magra.»
«Abbiamo smesso di vederci, mamma»
disse Min. «Quindi non
credo che abbia interesse a conoscere i
miei genitori.»
«Stai attenta» disse sua madre. «Non so
come fai a trovarli,
uomini del genere.»
«Ha guardato la mia scollatura e notato
quel reggiseno di pizzo
rosso» disse Min. «è tutta colpa tua.»
Dedicò qualche altro minuto a
rassicurare Nanette, poi tornò al
suo lavoro per cinque minuti prima che
il telefono squillasse ancora.
«Fantastico» disse, alzando la cornetta e
preparandosi a un altro round
con sua madre. «Minerva Dobbs.»
«Min, sono Diana» disse sua sorella.
«Ciao, tesoro» disse Min. «Se vuoi
dirmi che Greg ha fatto la spia
riguardo al picnic, non fa nulla. è finita,
non ci vedremo più.» Tracciò
un’altra linea sul nome di Greg. Per
quanto la riguardava, le linee sul
nome di Greg non erano mai abbastanza.
«Greg mi ha riferito che David gli ha
detto che Calvin è una persona
orribile» replicò Diana.
Min si raddrizzò sulla sedia. «Ah,
gliel’ha detto David?» Quel verme
giocava sporco anche sulle sue
scommesse. Scrisse ‘David’ in lettere
maiuscole e poi lo perforò con la penna.
«Ha consigliato a Greg di non dirmi che
gliel’aveva detto lui» spiegò
Diana.
«Capisco» disse Min, senza alcun
interesse a ricostruire quella frase.
«Non mi sembra la persona giusta per il
tuo piano» disse Diana. Min
smise di pugnalare il foglio. «Piano?
Quale piano?»
«Tu hai sempre un piano» disse Diana.
«Come me. Ho pianificato la
cerimonia come il matrimonio, con
molta attenzione. Greg è perfetto
per il mio piano ed è perfetto per me. La
nostra vita sarà perfetta.»
«Già» commentò Min, tirando un’altra
linea sul nome di Greg. «Tu
avrai sicuramente un piano, e questo
mostro...» «Bestia» disse Min.
«...Rospo, o quello che è, non è adatto.»
«Non è un rospo» disse Min. «L’ho
baciato e non si è trasformato in un
principe.» Si è trasformato in un dio.
No, non è vero.
«Te l’ho detto, non ci vedremo più.
Possiamo stare tutti tranquilli.»
«Bene» disse Diana. «Dirò alla mamma
che sei saggia come sempre.
Smetterà di preoccuparsi.»
«Benissimo» disse Min. «Saggia come
sempre. Nessuno ne ha parlato a
papà, vero?»
«Forse la mamma» disse Diana.
«Maledizione. Diana, perché non
gliel’hai impedito?» L’immagine del
padre iperprotettivo le si stagliò di
fronte come un gigantesco orso
biondo. «Lo sai com’è fatto.»
«Lo so» disse Diana. «Non sono
neanche sicura che gli piaccia Greg.»
Almeno sei sicura che piaccia a te? Min
lo pensò, ma non aveva senso
dirlo. Diana avrebbe sostenuto fino alla
morte che Greg fosse il suo
vero amore. «Veniamo alle buone
notizie: ti ho trovato una torta...»
«Davvero?» La voce di Diana si alzò di
qualche ottava. «Oh, Min.
Grazie...»
«...Ma non sarà decorata, quindi ci
penseremo Bonnie e io usando le
perle della mamma e un sacco di fiori
freschi.» Min iniziò a disegnare
una torta nuziale.
«Tu decorerai la mia torta?» disse
Diana, con voce piatta.
«Gli invitati non vedranno l’ora di
assaggiarla» disse Min, aggiungendo
delle colombe sulla cima.
«Assaggiarla?» disse Diana. «E quando
la guarderanno?» «Scherzi?
Fiori freschi e perle autentiche? Sarà
sensazionale.»
Min disegnò delle perle. Erano più
facili rispetto alle colombe, e la
mattinata era già stata abbastanza
difficile.
«Mamma cosa ne dice?»
«Perché non glielo chiediamo al
matrimonio?» disse Min, cercando di
conservare una parvenza di allegria
nella voce.
«Okay» disse Diana, facendo un lungo
respiro. «Te ne sono grata,
davvero. E sono contenta che la torta
sarà buona. Per le confezioni
ricordo e tutto il resto.»
«Le confezioni ricordo?» disse Min.
«Le scatoline di torta che gli ospiti
portano a casa per ricordo» disse
Diana. «Per continuare a sognare.»
«Confezioni ricordo» disse Min,
iniziando a disegnare dei quadratini.
«Duecento. Contaci.»
«Non hai ordinato le confezioni
ricordo?»
«Certo» disse Min, disegnando scatoline
più in fretta. «Le confezioni
ricordo non sono un problema. Vuoi
calmarti? Sei tesa come una corda
di violino. Come vanno le cose?»
«Sto bene» disse Diana, con enfasi
sospetta.
«Nessun problema con Mesta e Bieca?»
disse Min, con tardivo
disappunto. «Intendevo Susie e Karen.»
Diana scoppiò a ridere. «Non riesco a
credere che tu le abbia davvero
chiamate così.»
«Mi dispiace» disse Min. «è...»
«Min, lo sappiamo. Karen lo sentì dire
da Liza quando eravamo al
liceo. Da allora si riferisce a Bonnie e
Liza come Dolce e Acida.»
Min non poté fare a meno di ridere.
«Acqua in bocca, però» disse Diana. «Io
continuerò a far finta che tu
non chiami le mie amiche Mesta e
Bieca, a patto che tu faccia finta di
non sapere che noi chiamiamo le tue
Dolce e Acida.»
«Affare fatto» disse Min. «Dio, siamo
delle persone orribili.»
«Non noi» disse Diana allegramente.
«Sono le nostre amiche che si
inventano queste cose. Noi siamo le
dolci sorelle Dobbs.»
«Credo che quello dipenda dalla
persona a cui lo chiedi» disse Min,
pensando a Cal. Doveva ricordarsi di
trattarlo meglio. Ma tanto non
l’avrebbe più rivisto, quindi non
importava. E poi, quando l’aveva
trattato bene, al parco, era finita molto
male. «Sono stata davvero una
lagna, ultimamente...» La voce si spense
quando vide comparire la
sagoma del padre sulla soglia.
Sembrava un vichingo ansioso. «Ciao,
papà.»
«Oh, no» disse Diana.
«Ci sentiamo più tardi» disse Min, e
Diana chiuse la conversazione.
«Allora, come mai da queste parti?»
chiese a suo padre. «Ti manca
l’aria, lassù al quarantesimo piano?»
«Riguardo a quest’uomo che frequenti»
disse George Dobbs, entrando
nell’ufficio della figlia con aria grave.
«Non provarci neanche» lo fermò Min.
«So che sei abituato a mangiarti
giovani manager per colazione, ma con
me non funziona. Cal e io non
ci vedremo più, ma anche se continuassi
a vederlo sarebbe una mia
scelta. Lo sai, papà.» Gli sorrise,
notando che la preoccupazione sul suo
volto non era svanita. «Due milioni e
mezzo di persone si sposano ogni
anno in questo Paese. Perché non io?»
«Il matrimonio non è per tutti, Min»
disse lui.
«Papà...» disse Min, colpita.
«Quest’uomo non è un brav’uomo» disse
George.
«Aspetta un momento» disse Min.
«Neanche lo conosci. Si è
comportato da perfetto gentiluomo
entrambe le volte in cui siamo
usciti...»Certo quelle mani, al parco...
«E dal momento che abbiamo
deciso di non continuare a vederci, non
mi sembra un
grosso problema.»
«Bene.» Il viso di suo padre si schiarì.
«Sono contento per te.
Molto saggio. Perché rischiare con un
uomo che non vale la candela?»
«Non devo vendergli una polizza» disse
Min.
«Lo so, Min» disse lui. «Ma il principio
è lo stesso. Non sei tipa da
azzardi. Sei troppo assennata.»
Le sorrise, le accarezzò la mano e se ne
andò. Seduta alla sua scrivania,
Min si sentì anonima, banale e noiosa.
Niente azzardi. Saggia come
sempre. Si abbandonò al pensiero di un
bacio di Cal nel parco, alla
passione della sua bocca, al tocco fermo
della sua mano su di lei, e
tornò a sentirsi divampare. Non era stata
una mossa saggia, non seguiva
nessun piano. E ora non l’avrebbe mai
più rivisto.
Guardò la relazione sulla scrivania e si
accorse di averla ridotta in
brandelli. Doveva averla pugnalata
ripetutamente. La Norman Bates
dell’analisi statistica. «Ottimo» pensò,
cercando di separare le pagine.
La copertina si strappò proprio
nell’istante in cui squillò ancora il
telefono. Alzò la cornetta ringhiando.
«Minerva Dobbs.» Era pronta a
perforare anche il suo interlocutore.
«Buongiorno, Minerva» disse Cal.
L’aria svanì dai polmoni di Min
senza lasciare traccia. «Cosa hai fatto
per meritare un nome così
tremendo?»
Respira. Lunghi respiri. Molto lunghi.
«Ah» disse. «Perfetto. Anche un tizio
che si chiama Calvin ha da ridire
sul mio nome.» Non mi importa che mi
abbia chiamato. La cosa non mi
tocca minimamente. Il cuore le batteva
così forte da domandarsi se Cal
potesse sentirlo attraverso la cornetta.
«Mi hanno dato lo stesso nome del mio
ricchissimo zio Robert,»
disse Cal «ma fu del tutto inutile, perché
lasciò i suoi averi alle balene.
E tu che scusa hai?»
«Mia madre voleva una dea» disse Min,
timidamente.
«Be’, l’ha avuta» disse Cal. «Ritiro
tutto, è il nome perfetto per te.»
«E la madre di mio padre si chiamava
Minnie» disse Min, cercando di
recuperare un tono sciolto e spontaneo.
«è stato un compromesso. Il tuo
nome però non è Robert.»
«Ho ereditato il suo cognome» disse
Cal. «Mi è andata bene. Non mi ci
vedo come un Bob.»
«Bob Morrisey.» Min si rilassò sulla
sedia, fingendo di darsi un tono.
«Il tipo un po’ strano del reparto
spedizioni.»
«L’assicuratore che ispira fiducia» disse
Cal.
«Il venditore di auto usate che impone
sfiducia» disse Min. «Calvin
Morrisey può essere soltanto il vecchio
trombone che
ha fondato la società nel 1864» disse
Cal. «Oppure, nel nostro caso, il
custode della tua scarpa.»
«Scarpa?»
«Nastri rossi, tacchi buffi, un grosso
fiore un po’ sciocco.»
«La mia scarpa.» Min balzò in piedi,
estasiata. «Non avrei mai
pensato di rivederla.»
«E non la vedrai, a meno di accettare un
invito a pranzo» disse
Cal. «è un sequestro in piena regola.
Esigo un riscatto. Uno dei miei
uomini ha una pistola puntata sul tacco.»
«Di solito pranzo in ufficio» esordì Min,
pensando subito: Santo cielo,
non potrei essere più patetica.
«Emilio sta sperimentando nuove
soluzioni per il pranzo. Ha bisogno di
te. E anch’io.»
«Non posso» disse Min, mentre ogni
fibra del suo essere urlava:
Sì, sì, qualunque cosa. Grazie a dio la
fibra non poteva parlare. «Non
puoi dare questa delusione a Emilio»
proseguì Cal. «Ti adora.
Mangeremo il pollo al Marsala. E dài,
fai uno strappo. Un
piccolo strappo.»
Un piccolo strappo. Perfino Cal sapeva
che razza di sfigata
fosse. Assennata, contraria a qualunque
azzardo e schiacciata dal peso
dei suoi piani. «D’accordo» disse Min,
mentre il suo cuore tornava a
farsi sentire. «Ho una gran voglia di
riavere la mia scarpa e di pranzare
con del pollo al Marsala.»
«Ricorda, dovrai mangiarlo con me»
disse Cal. «Non vedrai la scarpa
prima di aver mangiato.»
«Ci sto» disse Min, sentendosi già più
leggera. Poi lo salutò e tornò alla
sua relazione.
Ci aveva disegnato sopra dei piccoli
cuori, a dozzine.
«Oh, mio dio» disse, poggiando la testa
sulla scrivania.
Quando Min giunse al ristorante di
Emilio, un adolescente dai
capelli neri la accolse alla porta.
«Cerchi Cal?» Min annuì. «Ti aspetta
al tuo tavolo» disse il ragazzo,
indicandoglielo con un cenno del capo.
«Il mio tavolo?» disse Min, subito prima
di notare Cal seduto vicino
alla finestra, allo stesso tavolo a cui
avevano cenato mercoledì. Per un
secondo le mancò il respiro. Continuo a
dimenticare quanto sia bello,
pensò. Rimase a osservarlo, così
rilassato su quella sedia, gli occhi neri
fissi sulla strada, il profilo così perfetto.
Tamburellava le dita sul
tavolo, e le sue mani sembravano così
forti. Min si ricordò di quanto le
piacesse sentirle sul proprio corpo, e
pensò: Vattene di qui.
In quel momento Cal la vide, raddrizzò
la postura e sorrise. Gli occhi
gli brillavano, come se gli facesse
davvero piacere vederla.
Min rispose al sorriso. Casanova,
pensò, rallentando il passo. Ma lui le
stava già spostando la sedia per farla
accomodare.
«Grazie per essere venuta» le disse.
Mentre si accomodava sulla sedia,
Min pensò: C’è sotto qualcosa; stai
attenta. Notò Cal fissare il
pavimento. «Che c’è?» disse, con voce
improvvisamente nervosa.
«Le scarpe» disse lui. «Cosa indossi
quest’oggi?»
«Parli come una linea erotica» disse
Min, cercando di mantenere salda
la sua voce infida. Tirò fuori un piede
per mostrargli i sandali bassi in
pelle maculata blu, abbinati a uno smalto
dello stesso colore.
Cal scosse la testa. «Puoi fare di meglio.
Ma lo smalto mi piace.»
«Sono scarpe che indosso al lavoro»
disse lei, calmando i nervi con del
sano fastidio. «E poi tu hai la mia scarpa
rossa, quindi avevo una scelta
limitata. Potresti restituirmela?»
«Dopo pranzo» rispose, seduto di fronte
a lei. «è la mia merce di
scambio.»
«è da molto che sei un feticista dei
piedi?» gli chiese mentre le passava
il pane.
«No, solo da quando ti ho conosciuto»
rispose. «All’improvviso, mi si è
aperto un mondo nuovo.»
«Sono felice di averti donato nuove
prospettive» disse lei, sconcertata
nell’accorgersi che le facesse veramente
piacere. Bastò questo a farla
tornare nervosa. Lui non significa nulla.
Spinse lontano il cestino del
pane, decisa a essere irreprensibile
nelle azioni, se non nel pensiero.
«Chi è quel gentiluomo sulla porta?
Devi dargli qualche lezione
privata.»
«Il nipote di Emilio.» Cal prese una fetta
di pane e la spezzò.
«Deve ancora migliorare nei rapporti
con il cliente.»
«Non c’è nessun altro da mettere
all’entrata?» Min decise di
tenere le mani occupate con il
tovagliolo. «Non mi sembra la scelta
migliore.»
«Brian è il più socievole della famiglia»
disse Cal. «I suoi fratelli sono
in cucina, dove non possono fare danni.
Per fortuna sono degli ottimi
cuochi. Ho già ordinato: insalata, pollo
al Marsala, niente pasta.»
«Oh, bene» disse Min. «Muoio di fame.
Sapevi che il quaranta percento
di tutta la pasta venduta è composto da
spaghetti?»
Sfigata, pensò. Fece di tutto per
sopprimere i suoi istinti statistici in un
sorriso. «Denota una certa mancanza
di...»
Brian le schiaffò davanti un piatto di
insalata, prima di fare lo stesso
con Cal. «Altri quindici minuti per il
pollo» disse. «Volete del vino?»
«Sì, grazie» rispose Cal. «Credevo
stessi lavorando sulle tue maniere.»
«Non con te» disse Brian. «So che è
pollo, ma... vuoi del vino rosso,
vero?»
«Esatto» disse Cal. «Ora chiedimi che
tipo di rosso.»
«Qualunque cosa Emilio versi nel
bicchiere» disse Brian prima di
allontanarsi.
«Un vero raggio di sole» disse Min.
«Ma non parliamo di lui. Dammi
dieci dollari.»
«Dieci dollari?» Cal rimase
adorabilmente esterrefatto, poi scosse la
testa. «Non c’erano scommesse in ballo.
Smettila di chiedermi soldi.»
«Mi hai invitato a pranzo senza
scommesse?» disse Min.
«Assolutamente nessuno scambio di
denaro» disse Cal. «Con
l’eccezione di quando pagherò il conto.»
«Possiamo fare a metà» suggerì Min.
«No.»
«Perché no? Posso permettermelo. Non
è un appuntamento.
Perché...»
«Ti ho invitato io, pago io» disse Cal,
adottando
quell’espressione testarda che la faceva
tanto arrabbiare.
«Se fossi io a invitare te, potrei
pagare?» disse Min.
«No, pagherei io anche in quel caso»
disse Cal. «Allora, dimmi
chi sono Diana, Mesta e Bieca.»
«è per questo che mi hai invitato a
pranzo?» disse Min,
sforzandosi di infondere scetticismo
nella sua voce.
«No.» Cal poggiò la testa tra le mani.
«Non potremmo
comportarci come persone normali, per
una volta? Sorridere, fare
conversazione, fingere che non mi odi?»
«Io non ti odio» disse Min, sconvolta.
«Anzi, mi piaci. Voglio dire, hai
i tuoi difetti...»
«Quali difetti?» disse Cal. «Certo che ne
ho, ma mi sono comportato al
meglio delle mie possibilità con te.
Escludendo l’episodio della
gomitata nell’occhio, e l’aggressione sul
tavolo da picnic. Come stai?»
«Sto bene» disse Min, con studiata
positività. «Ho deciso di voltare
pagina. Voglio correre più rischi. Per
esempio andando a pranzo con un
mostro.»
«Io sarei un mostro?» disse Cal.
«Su, avanti» disse Min. «Venerdì hai
esordito con: Ciao, piccola. Chi
cercavi di imitare, il principe?»
Emilio comparve con il vino prima che
Cal potesse ribattere. Min lo
accolse raggiante, felice per essere stata
salvata. «Emilio,
mio caro. Ho dimenticato di chiederti
delle confezioni ricordo per la
torta. Devo riempirne duecento.»
«Sono già in preparazione. La nonna
sapeva che ti sarebbero servite. Ha
detto di portarle delle confezioni
quadrate da dieci centimetri, per delle
torte da sette centimetri.»
«Alle confezioni ci penso io» annuì Min.
«Assolutamente. Bene.
Perfetto. Tua nonna è un vero angelo e tu
sei il mio eroe. Oltre
naturalmente a essere un genio della
cucina.»
«E tu sei la mia cliente preferita.»
Emilio le diede un bacio sulla
guancia e tornò in cucina.
«Lo adoro» disse Min.
«Ho notato» rispose lui. «Vi siete visti
di nascosto, vero?»
«Sì» disse Min. «Abbiamo parlato di
torte.»
«Accidenti» disse Cal. «Per i tuoi
standard, è un argomento
davvero scabroso.»
«Spiritoso.» Min infilzò la forchetta
nell’insalata, mangiando un
boccone di verdura fresca. Il
condimento di Emilio aveva un gusto
spiccato ma leggero, un piccolo
miracolo culinario. «Dio, quanto amo
Emilio. Quest’insalata è favolosa. E non
è una parola che userei
normalmente per descrivere
un’insalata.»
«Dimmi di questa torta» riprese Cal.
«Mia sorella Diana si sposa fra tre
settimane» disse Min, felice di poter
trattare un argomento innocuo. «Il suo
fidanzato sosteneva di conoscere
un’ottima pasticceria, e aveva promesso
di occuparsi della torta.
Doveva essere una sorpresa. L’unica
sorpresa è stata scoprire che non
aveva ordinato nulla.»
«E il matrimonio non è stato annullato?»
disse Cal.
«No. Mia sorella dice che la colpa è
sua, per non averglielo ricordato.»
«Tua sorella non sembra somigliarti
granché» disse Cal.
«Mia sorella è l’esatto opposto di me»
disse Min. «Un vero tesoro.»
Cal era perplesso. «Quindi tu cosa
saresti?»
«Io?» Min smise di mangiare, sorpresa.
«Sono normale.»
Cal scosse la testa, mentre Emilio si
avvicinava con un piatto
fumante di pollo al Marsala. Dopo un
siparietto con Min, in cui
rinnovarono reciproca devozione eterna,
si allontanò. Cal le servì una
porzione di pollo e funghi. «Cosa
c’entrano Mesta e Bieca con questa
storia della torta?»
«Non c’entrano» disse Min. «Però
saranno le damigelle d’onore. Non
dire a nessuno che le chiamo in quel
modo.» Portò alla bocca il primo
boccone di pollo, gustandone il sapore.
Poi recuperò una goccia di salsa
rimasta sul labbro. «Credi che...»
«Non farlo più» disse Cal, con voce
piatta.
«Cosa?» Min non capiva. «Fare
domande?»
«Passarti la lingua sul labbro. Stavi
dicendo?»
«Perché? è disdicevole?» disse Min,
pericolosamente.
«No» disse Cal. «Mi distrae. Hai una
bocca stupenda. Lo so
bene, l’ho provata. Stavi dicendo?»
Min lo fissò, e lui ricambiò lo sguardo,
immobile. Oh, pensò. Le
tornò in mente l’argomento della
conversazione, ma non riusciva a
concentrarsi. Nei suoi pensieri c’era
solo il ricordo di quando l’aveva
provata, e di quanto era stato bello. E
ora il suo sguardo era così
eccitante, e lei...
«Tutto a posto?» disse Brian.
«Come?» disse Cal, alzando la testa di
scatto.
«Qualcosa non va con il pollo?» Brian li
osservava, perplesso.
«Avete un’aria strana.»
«No» disse Min, prendendo in mano la
forchetta. «Il pollo è
buonissimo.»
«Okay» disse Brian. «Serve altro?»
«Un cameriere di classe» disse Cal.
«Con te la classe è sprecata» disse
Brian, voltandogli le spalle. «E
così...» disse Min, alla disperata ricerca
di un argomento
meno insidioso. «Quando Diana mi ha
raccontato della torta mi sono
rivolta a Emilio, la mia ultima speranza,
e lui ha chiamato sua nonna. è
il mio eroe.»
«Aspetta di assaggiare la torta» disse
Cal. «è specializzata in
matrimoni. Non c’è niente di simile al
mondo.»
«A quale matrimonio hai avuto
occasione di assaggiare le sue torte?»
disse Min.
«A quello di Emilio» disse Cal. «A
quello di mio fratello. A quello di
qualunque altra persona sposata che
conosco. Tony, Roger e io siamo
gli ultimi rimasti. Ci sono stati parecchi
matrimoni. E Roger sarà il
prossimo a cadere.»
«Rimarrete tu e Tony a prendervi cura
l’uno dell’altro» disse Min,
gioiosamente. «E così hai un fratello.
Più grande o più piccolo?»
«Più grande. Reynolds.»
Min smise di mangiare. «Reynolds?
Reynolds Morrisey?»
«Sì» disse Cal. «Il marito di Bink, il
padre di Harry.»
«Non c’è un grosso studio legale con
quel nome?»
«Sì» disse Cal. «Mio padre, il suo socio
John Reynolds e mio
fratello.» Non sembrava entusiasta di
nessuno dei tre.
«Invitante» disse Min. «E Harry come
sta?»
«Sarà segnato per sempre da ciò che ha
visto su quel tavolo da
picnic.»
Min fece una smorfia. «Sul serio?»
«Difficile dirlo. Non l’ho più visto.
Bink l’avrà già portato da uno
psicologo. Cosa ne pensi di Bonnie e
Roger?»
«Saranno ufficialmente fidanzati entro
l’autunno» disse Min.
Discussero di Bonnie e Roger e di altri
argomenti innocui fino alla fine
del pasto. Una volta che Cal ebbe
firmato la ricevuta, disse: «E così un
pranzo in mia compagnia sarebbe un
rischio. Ti devo delle scuse per il
nostro ultimo incontro?»
«No» Min sorrise, con aria indifferente.
«La mia nuova teoria prevede
che, se non ne parliamo, non è mai
accaduto. Anche se ormai pare che
lo sappiano tutti. Greg, per esempio. Ha
fatto la spia, e ora mia madre
vuole invitarti a cena.» Cal lasciò
trasparire un breve attimo di sorpresa.
Min aggiunse: «Le ho detto che non ci
vediamo più, quindi non ci sarà
nessuna cena.» Poi all’improvviso si
lasciò scappare: «Cosa ne pensi di
ciò che è successo sabato?»
«Be’...» Cal fece un lungo respiro. «C’è
sicuramente un’intesa. Ed è
stato fenomenale. Sarei molto
interessato a ripetere l’esperienza,
magari
nudi e in orizzontale, ma...»
Min sentì i battiti accelerare di colpo,
ma si diede uno schiaffo sulla
fronte per prevenire qualunque scherzo
da parte sua e della sua stessa
infida immaginazione.
«Che c’è?» le disse lui.
«Mi sono ricordata perché non si deve
mai chiedere a un uomo di dire
la verità» rispose lei. «Non si fanno
problemi a dirtela.»
«Quello che sto cercando di dire»
riprese Cal «è che Liza aveva
ragione; non avrei dovuto baciarti in
quel modo, perché non sono alla
ricerca di qualcosa di serio. Sono
appena uscito da una storia che si è
rivelata molto più intensa di quanto
credessi e...»
Min aggrottò le sopracciglia. «Come
poteva essere più intensa
di quanto credevi?»
«Mi sembrava che ci stessimo solo
divertendo» disse Cal. «Lei
credeva che ci saremmo sposati. è finita
serenamente, senza rancore...»
Min lo guardò allibita. «Lei voleva
sposarsi, tu non volevi, eppure è
finita senza rancore?»
«Mi ha detto che se non ero pronto per
quel tipo di impegno, lei
avrebbe dovuto guardare avanti» disse
Cal. «Molto chiaro e preciso.»
«E tu saresti il mago che capisce le
donne? Non era affatto chiaro e
preciso. Ci sono due possibilità: ti odia,
oppure si aspetta che torni da
lei.»
Cal scosse la testa. «Cynthie è una
donna pragmatica. Sa bene che è
finita. Ed è finita anche tra me e te, visto
che nessuno dei due ha
interesse a far proseguire la cosa.»
«Certo» disse Min, del tutto d’accordo
ma non per questo felice.
«Sarebbe stato diverso se fossimo stati
compatibili. Non ho niente in
contrario agli impegni a lungo termine,
specialmente quando sono così
divertenti, ma l’ultima cosa di cui ho
bisogno è innamorarmi di un
uomo che so già essere quello sbagliato,
nonostante baci come un dio.
E poi ho deciso di aspettare la
reincarnazione di Elvis. E non credo che
tu lo sia. Però...»
Si bloccò quando vide una strana
espressione sul suo volto. «Che c’è?»
disse. «Scherzavo riguardo a Elvis.»
«Sono quello sbagliato,» disse «però
bacio come un dio?»
Min ci rifletté. «Direi di sì. Perché? Tu
la vedi diversamente?» Cal aprì
la bocca per dire qualcosa, ma si fermò
subito e scrollò
le spalle. «No, forse no. Ma non credo
che tu saresti sbagliata per me.
Sarebbe solo troppo stressante. Non sei
una donna tranquilla.»
«Questo è vero» disse Min. «Ma tu te le
cerchi. Sei un mostro.»
«No, ci rinuncio» disse Cal. «D’ora in
poi voglio solo starmene in pace
e tranquillo. Mi serve una pausa.»
«Quello è il mio piano» disse Min.
«Basta uomini; mi prendo una
pausa.»
«Finché Elvis non busserà alla tua
porta» disse Cal. «Esatto. Non vedo
punti deboli nella mia strategia.»
«Niente sesso» disse Cal.
«Posso sopportarlo» disse Min.
«Già, sei brava a negarti le cose.»
«Ehi» disse Min, sentendosi insultata.
«Andavamo così d’accordo.
Perché questo colpo basso?»
«Scusa» disse Cal.
Si alzarono dal tavolo. Min salutò
Emilio con un bacio, poi uscirono.
«Okay, siamo in pieno giorno e il mio
ufficio dista pochi isolati» disse
Min. «Non serve che mi accompagni.»
«Va bene.» Cal le porse la mano. «Direi
che ci vedremo al matrimonio
di Bonnie e Roger. In caso contrario,
buona fortuna per tutto.»
Min gli strinse la mano, poi la lasciò.
«Altrettanto. Ti auguro il meglio
per il futuro.»
Fece per andarsene, ma Cal la richiamò.
«Aspetta.» Il suo cuore ebbe
un sussulto, ma quando si voltò vide Cal
tenere in mano la sua scarpa. I
nastri rossi si agitavano nel vento
leggero.
«Giusto» disse lei, riprendendola.
«Grazie mille.»
Cal la trattenne per un attimo,
guardandola negli occhi. Poi scosse la
testa. «Prego.» Lasciò andare la scarpa,
e Min si allontanò senza
guardarsi indietro, sazia di ottimo cibo
ma molto
meno felice di quanto avrebbe dovuto
essere.
Casanova, pensò, togliendoselo dalla
testa.
Martedì all’ora di pranzo, Min fissava
sconsolata l’insalata sulla
scrivania. Dev’esserci di meglio nella
vita, pensò. Era colpa di Cal; le
aveva fatto mangiare del cibo vero nel
mezzo della giornata, e da allora
era stata contagiata. Prima di incontrare
Cal, non aveva mai pensato al
cibo se non come qualcosa che non
poteva avere. Anche prima della
dieta per il vestito da damigella, il burro
non aveva mai avuto un posto
nella sua vita. Dovrebbe esserci posto
per il burro, pensò, consapevole
della sua follia.
Però poteva esserci del pollo al
Marsala.
Min spinse via l’insalata, si lanciò su
internet e fece una ricerca per
‘pollo al Marsala’. D’altra parte,
cercare ‘Cal Morrisey’ non sarebbe
stato d’aiuto al suo piano.
«Un piatto molto famoso» disse di fronte
ai 48.300 risultati ottenuti.
Anche scremando le bizzarre
combinazioni a cui circa 48.000 di loro
l’avrebbero portata, rimanevano
comunque un sacco di ricette. Ce n’era
una con i carciofi, improponibile. Una
prevedeva il succo di limone,
quindi non era attendibile. Un’altra i
peperoni, un’altra ancora le
cipolle. Trovò incredibile in quanti
modi la gente potesse rovinare una
ricetta così semplice. Ne stampò due che
le sembravano accettabili e
fece per chiudere la finestra
dell’applicazione, ma un impulso
improvviso le fece digitare su Google la
parola ‘dislessia’. Un’ora
dopo, Min chiuse il programma con una
rinnovata stima per i risultati
ottenuti da Calvin Morrisey.
Dopo il lavoro si fermò in un negozio di
alimentari. Avere un progetto
per la sua cena e un foglio con una
ricetta in mano la faceva sentire
meno ostile nei confronti del cibo.
Naturalmente avrebbe dovuto
apportare qualche modifica alla ricetta.
Il pollo
richiedeva di essere infarinato, ma
questo avrebbe voluto dire altre
calorie. Carboidrati, per giunta. Niente
farina. Sale e pepe li aveva già,
e il prezzemolo non conteneva calorie,
quindi ne comprò un barattolo.
Le fettine di pollo già preparate le
conosceva bene: nessun problema.
Burro e olio d’oliva? «è uno scherzo» si
disse, prendendo una lattina di
olio d’oliva spray. I funghi contenevano
praticamente solo acqua,
quindi erano concessi. Rimaneva il
Marsala, che trovò nello scaffale dei
vini da cucina. Si fece coraggio e passò
davanti al banco del pane senza
fermarsi. Pagò e si avviò verso casa,
trionfante. Si cambiò e indossò la
tuta, azionò il lettore cd e cantò a
squarciagola l’album Elvis 30 mentre
cucinava.
Un’ora più tardi, Elvis stava
ricominciando a cantare dall’inizio, e
Min
osservava lo scempio avvenuto nella sua
unica padella cercando di
capire cos’era andato storto. Aveva
cotto il pollo sulla superficie
antiaderente, aveva seguito tutte le
direttive, eppure l’aspetto era strano
e il sapore terribile. Battendo
ritmicamente il mestolo contro il bordo
del fornello pensò: Okay, non sono
granché come cuoca. Ma mi merito
comunque del buon cibo. Mollò il
mestolo e prese in mano il telefono.
«Emilio?» disse appena sentì la sua
voce familiare. «Per caso fai anche
consegne a domicilio?»
Il corso Parker si stava trasformando
nella peggior catastrofe che la
società Morrisey, Packard, Capa avesse
mai dovuto affrontare.
La colpa era di quell’idiota di addetta
che continuava ad aggiungere
materiali per il corso. «Vi sto mandando
delle altre informazioni via
fax» diceva al telefono. «Inseritele da
qualche parte.»
«Quella stronza deve morire» disse
Tony, dopo una telefonata
ricevuta alle cinque meno dieci di
martedì. «Stasera ho un
appuntamento con Liza.»
«Rimango io ad aspettare il fax» disse
Roger. «Bonnie capirà.»
«Voi andate, rimango io» disse Cal.
«Non ho appuntamenti e sono
troppo stanco per muovermi.»
Tony e Roger lo lasciarono solo, attratti
dal calore della compagnia
femminile che li attendeva. Cal lesse il
fax e modificò i materiali del
corso per l’ennesima volta, cercando di
sentirsi sollevato per l’assenza
di impegni della sua serata. Non c’erano
donne a cui dedicare il suo
tempo e la sua attenzione. Alle sette,
spense il computer e si accorse di
avere fame.
Emilio sembrava un’ottima idea.
«Fammi indovinare» disse Emilio
quando lo vide entrare dalle porte a
spinta della cucina. «Pollo al Marsala.»
«Ho mangiato abbastanza pollo al
Marsala, ultimamente» disse Cal,
mentre il telefono squillava. Emilio si
voltò per rispondere, e Cal
aggiunse: «Qualcosa di semplice.
Spaghetti pomodoro e basilico...» No.
Il quaranta percento di tutta la pasta
venduta era composto da spaghetti.
Un po’ di immaginazione. «Anzi, delle
fettuccine.»
Smise di parlare quando Emilio gli
gesticolò di fare silenzio. «Emilio»
disse al telefono. Rimase in silenzio per
un attimo, poi lanciò
un’occhiata verso Cal e disse: «Non
abitualmente, ma per una cliente
così speciale faremo un’eccezione.
Pollo al Marsala, giusto? No, nessun
problema. Puoi dare una bella mancia al
ragazzo delle consegne.»
Attaccò e guardò Cal sorridendo. «Era
Min. Vuole del pollo al Marsala.
Puoi consegnarglielo tu.»
«Cosa?» disse Cal, sbalordito.
«Sai già dove abita. Probabilmente è
sulla strada per casa tua.»
«Non è affatto sulla strada di casa mia;
non è sulla strada di nessuno,
eccetto forse quella di Dio. Quel posto è
tutto in verticale. Come hai
potuto pensare che accettassi?»
Emilio scrollò le spalle. «Non so. Ha
chiamato, tu eri già qui; insieme
siete perfetti. Mi sembrava una buona
idea. Avete litigato?»
«No, non abbiamo litigato» disse Cal.
«Abbiamo deciso di non vederci
più, non sono l’uomo giusto per lei.
Vuole conservarsi per Elvis.
Richiamala e dille che il ragazzo delle
consegne è morto.»
«Così non avrà nulla per cena» disse
Emilio. «E tu sai com’è fatta Min.
è una donna a cui piace mangiare.»
Cal ripensò all’espressione di Min alle
prese con il pollo al Marsala.
Era simile a quella che aveva quando
mangiava ciambelle. Nessuna
delle due era paragonabile a quella che
aveva mentre la baciava, certo.
Era...
Emilio si arrese. «Non fa niente. Vorrà
dire che manderò Brian.»
«No» disse Cal. «Ci penso io. Sbrigati,
però. Ho fame.»
6
Quarantacinque minuti più tardi, Cal
stava salendo i gradini
verso casa di Min quando qualcosa di
piccolo e arancione lo sfiorò
correndo, rischiando di farlo ruzzolare.
Proseguì la salita con cautela, e
una volta raggiunta la cima si guardò
intorno, senza vedere nessuno.
Suonò il campanello, e Bonnie venne ad
aprire.
«Ciao» disse lui. «Ho una consegna per
Min.» Le mostrò il sacchetto, e
si sentì molto stupido. Odiava sentirsi
stupido più di ogni altra cosa al
mondo.
«Ti sei messo a fare le consegne?» disse
Bonnie, facendo un passo
indietro.
«Un po’ di soldi in più fanno sempre
comodo» disse Cal avviandosi
verso le scale, consapevole di essere
osservato. Arrivato sul
pianerottolo, sentì Elvis Presley cantare
Heartbreak Hotel e sospirò.
Quando Min aprì la porta sembrò
sorpresa, ma lo stesso poteva dirsi di
lui: indossava soltanto una felpa blu,
molto lunga e molto vecchia,
sopra a dei calzini di spugna bitorzoluti.
Portava i capelli sciolti in
lunghe ciocche di riccioli crespi, e
l’assenza di trucco metteva in risalto
il colore giallognolo del livido che le
aveva procurato.
«Ma che diavolo...» disse. «Chi ti ha
aperto la porta all’ingresso?»
«è così che accogli i ragazzi delle
consegne?» disse Cal, fissando quelle
belle gambe robuste che l’avevano
colpito quel venerdì sera al locale.
«No, questo è il modo in cui accolgo
Bonnie» disse Min. «Piantala di
sbirciare. Ci sono dei pantaloncini, sotto
la felpa.»
Sollevò la maglia, mostrando degli ampi
boxer in tinta scozzese,
leggermente meno brutti della felpa e dei
calzini. «Ma che ci fai qui?»
In quel momento, qualcosa di arancione
passò correndo tra le gambe di
entrambi e si intrufolò
nell’appartamento.
«Equello cos’è?» disse Min. Cal entrò,
lasciando la porta d’ingresso
aperta.
«Non lo so.» Appoggiò il sacchetto con
il cibo su una vecchia macchina
per cucire a pedale in ferro battuto. Era
di fianco a un divano che
sembrava una zucca rigonfia invasa
dalle tarme. «Mi è passato di fianco
sulla scalinata...»
«Oh, Signore» disse Min. Cal si voltò
per vedere cosa stesse fissando.
L’animale più rognoso che avesse mai
visto li stava fissando,
appollaiato all’estremità del divano.
L’occhio sinistro era chiuso e
minaccioso; il pelo era un misto tra
marrone e arancione. Perlomeno era
in tinta con il divano.
«Cos’è?» disse Min.
«Credo sia un gatto» rispose Cal.
«Che tipo di gatto?» disse Min, con
voce terribilmente
affascinata.
«Il tipo sbagliato» disse Cal. «Anche se
hai detto di volerne
uno.»
«Non è vero» disse Min.
«Quando ti ho accompagnato a casa, la
scorsa settimana» disse
Cal. «Sostenevi di volere un gatto.»
«Era una battuta» disse Min, tenendo
d’occhio l’animale. «è
quello che dicono tutte le donne sopra i
trent’anni che hanno sofferto
per colpa di un uomo. ‘Ho chiuso con
quei bastardi, mi
prenderò un gatto.’ è un cliché.»
«Sai,» disse Cal, anche lui con gli occhi
fissi sul gatto, «se vuoi
parlare in codice, dovresti prima
avvertirmi.»
Il gatto non sembrava intenzionato a
muoversi, così Cal osservò
il resto dell’appartamento.
L’appartamento occupava l’intero attico,
pieno di assurdi angoli accentuati dai
lucernari. L’arredamento era
antico, ma non d’antiquariato. Cal
aggrottò le sopracciglia e pensò:
Questo posto non ha nulla di Min.
Min indicò il gatto con un movimento
della testa. «Perché ha un occhio
chiuso?»
«Credo che l’abbia perso» disse Cal.
«Dura la vita, eh, gatto?» sospirò Min.
«Ho degli avanzi di pollo. Ho
provato a cucinarlo con il Marsala ma
ho fatto un disastro. Magari il
gatto è abbastanza disperato da
provarlo.»
«Se gli dai da mangiare, non se ne andrà
più» disse Cal. «Ehi, gatto. La
porta è aperta. Vattene.»
Il gatto si raggomitolò sulla spalliera del
divano e lo fissò altezzoso.
«Sembra il gatto diAlice nel paese delle
meraviglie» disse Min.
«Potrebbe scomparire da un momento
all’altro.»
«Ha già cominciato. Dall’occhio» disse
Cal. «Min, ci sono buone
possibilità che questo gatto sia portatore
di tutte le malattie contenute
nel Libro della Morte in edizione
felina.»
«Almeno potrei dargli da mangiare»
disse Min, prendendo il pollo.
«Sta bene con il tuo divano.» Cal chiuse
la porta e spostò il sacchetto di
Emilio dal ripiano della macchina per
cucire al tavolino di noce
rotondo, vecchio e traballante. Il gatto
sorvegliava ogni sua mossa con
subdola noncuranza.
Min tornò con delle fette di pollo su un
tovagliolo di carta. Le poggiò
sotto il naso del gatto e fece un passo
indietro. L’animale ne valutò
l’odore e poi la guardò. «Lo so» disse
Min, con voce sconsolata. «è
terribile. Non devi mangiarlo per forza.»
Il gatto alzò il naso e cominciò a
mordicchiare la fetta più vicina.
«è un gatto molto coraggioso» disse
Min, rivolta a Cal. Poi raggiunse la
mensola per prendere la borsetta. «Ecco
i soldi per te, o per Emilio, o
chi altri.»
«No» disse Cal, continuando a guardarsi
intorno. L’arredamento era
accogliente, ma non aveva elementi
interessanti o intriganti; non
somigliava a Min. Era come se
appartenesse a qualcun altro. «Sei in
subaffitto?»
«No» disse Min, rovistando nella
borsetta. «Quanto ti devo?»
«Niente.» C’erano palle di vetro con la
neve sul ripiano del caminetto,
disposte su due file intorno a un vecchio
orologio un po’ kitsch ricavato
da libri finti. Cal si avvicinò per
guardare meglio. «Non hai scelto tu
l’arredamento.»
«Era di mia nonna» disse Min. «Non ho
intenzione di lasciarti pagare
per la mia cena. Mi hai già fatto un
favore portandola fin qui, e...»
«Di queste fai la collezione?» disse Cal,
prendendo in mano la palla di
vetro con Rocky e Bullwinkle.
«Cal» disse Min.
«C’è cibo a sufficienza per un esercito,
lì dentro» disse lui. «Se vuoi
che ti faccia compagnia, ne mangerò
metà. Se non vuoi, mi porterò via
la mia metà, anche se non sono sicuro di
volerti lasciare da sola con
quell’animale.» Cal rimise Rocky al suo
posto e passò alla successiva.
Cip e Ciop. «Ma dove le hai trovate?»
«Amici» disse Min. «Parenti. Mercatini
delle pulci.» Fece una
pausa. «Va bene, puoi restare.» Si voltò
verso il gatto, che dopo aver
divorato il pollo stava ponderando
l’ipotesi di un sonnellino. «Non
posso dire lo stesso di lui» gli disse.
L’animale la fissava con sguardo
solenne, l’occhio destro chiuso. «Ha
cambiato occhio?» disse Min.
«Non era il sinistro a essere chiuso?»
«Non ricordo» disse Cal. «Ma non mi
sorprenderebbe. è un gatto molto
subdolo. Comunque l’arredamento non ti
si addice, l’orologio non ti si
addice, e non sembri neanche il tipo da
palle di vetro con la neve.»
«Lo so» disse Min, voltandosi a
contemplare l’appartamento. «Ma sono
dei buoni mobili, non avrebbe senso
comprarne di nuovi. E poi mi
ricordano mia nonna. La faccenda delle
palle di vetro invece è nata per
caso.» Si voltò verso di lui. «Almeno
lasciami pagare metà della cena.»
«No.» Cal ne prese in mano una enorme,
con Lilli e il vagabondo seduti
in cima a un ristorante italiano curato nei
minimi dettagli. «In che senso
è nata per caso?»
«Mia nonna Min ne aveva una di
Topolino e Minnie. Minnie aveva un
lungo vestito rosa, e Topolino la teneva
in braccio.» La voce di Min si
ammorbidì. «Mio nonno gliela regalò
per un anniversario di
matrimonio, ma a me piaceva così tanto
che la nonna la diede a me
quando avevo dodici anni.»
Cal passò in rassegna il ripiano. Cristina
e il fantasma dell’opera,
Jessica e Roger Rabbit, Blondie e
Dagoberto, la Bella Addormentata e
il principe, Cenerentola e il principe di
fronte a un castello sorvolato da
colombe bianche. C’erano perfino
Paperino e Paperina, ma nessuna
traccia di Topolino e Minnie. «Dov’è?»
«L’ho persa» disse Min. «In uno dei
traslochi durante l’università. Sai
com’è, si cambia casa ogni anno e le
cose si
perdono. Ci rimasi così male che le
persone cominciarono a
regalarmene altre, per Natale e per il
compleanno. Ho provato a far
capire loro che non le volevo... ‘grazie
mille, è deliziosa, ma non
dovevi’, cose così. Ormai però la cosa
mi era sfuggita di mano.»
Guardò la mensola sospirando. «Ne ho
scatole intere in cantina. Queste
sono soltanto le mie preferite. Non
collezionare mai nulla. La gente non
ti farebbe mai smettere.»
Cal riprese a osservare quel curioso
assortimento. Ce n’era una enorme
e scura, sul bordo della mensola.
Sembrava contenere dei mostri.
«Questa cos’è?» disse Cal,
soppesandola.
«I cattivi della Disney» disse Min. «Liza
e Bonnie me ne hanno
regalate un paio per Natale, due anni
fa.»
«Questa è di Liza» disse Cal,
riponendola sulla mensola. «Come fai a
sapere che non è di Bonnie?» disse Min.
«Perché non ha nulla di Bonnie.» Indicò
la palla di vetro con
Cenerentola e le colombe. «Quella è di
Bonnie.»
«Sì» disse Min. «Ma non capisco
come...»
«Bonnie insegue una favola» disse Cal.
«Liza è più realista. Non
perde mai di vista i cattivi. E poi a
Bonnie non sarebbe mai sfuggito
l’elemento decisivo. Ti ha preso una
coppia.»
«Una coppia di cosa?» disse Min.
«Una coppia» ripeté Cal. «Due persone.
Sono tutte coppie. Guarda.
Lilli e il vagabondo, Christine e il
fantasma dell’opera, Jessica e Roger
Rabbit... con l’eccezione di quella di
Liza, sono tutte coppie.»
«Rocky e Bullwinkle non mi sembrano
esattamente una coppia» disse
Min, guardandoli perplessa. «E Cip e
Ciop... voglio dire, giravano delle
voci, ma...»
«Andiamo, Minnie» disse Cal. «Hai
cominciato con una
coppia.»
«Non chiamarmi Minnie» disse Min, con
un intenso sguardo
censorio.
«Tu puoi chiamarmi Topolino» disse
Cal, sorridendole. Voleva
di nuovo quello sguardo.
«Ti chiamerò un taxi se non la smetti di
importunarmi» disse
Min. «Ora possiamo mangiare?»
Cal rinunciò e raggiunse il tavolo per
estrarre il cibo di Emilio
dal sacchetto. Si tenne a distanza dal
gatto, in caso decidesse di
impazzire partendo da lui. «Quel tipo te
l’ha davvero combinata
grossa.»
«Quale tipo?»
«Quello che ti ha mollato la sera in cui
sono venuto a parlarti. Dovevi
esserne proprio innamorata.»
«Oh.» Min era stupita. «Quello? No,
assolutamente.»
Bene, pensò Cal, anche se non faceva
nessuna differenza. «Hai dei
piatti?»
Min fece il giro attorno al tavolo e
scomparve in una nicchia che
chiunque avrebbe considerato un
ripostiglio, ma che il suo padrone di
casa riteneva essere una cucina.
«Prendi anche dei bicchieri per il vino»
disse Cal, aprendo il
contenitore del pane.
«Cosa?» disse Min, sporgendosi dalla
nicchia.
«Bicchieri» disse Cal. «Per il vino.»
Min riemerse dalla nicchia con due
bicchieri, e preparò la tavola
mentre Cal stappava la bottiglia di vino
e lo versava nei bicchieri,
cercando di non guardare
l’abbigliamento di Min.
Era stato carino da parte sua vestirsi
così male. Se l’avesse accolto di
nuovo con quella maglia rossa, sarebbe
stato un
problema. Min aprì il contenitore
dell’insalata, cercando di trasferirla
nel piatto usando un cucchiaio.
«Cavolo» disse quando il condimento
macchiò la tovaglia.
«Tu non cucini, vero Minerva?» disse
Cal.
«Perché, tu sì?» rispose Min.
«Certo.» Le tolse il cucchiaio di mano.
«Quando ero
all’università, lavoravo in un ristorante.
Serve un cucchiaio più grande,
Min. Questo va bene per mangiare.»
«O per colpire te» disse Min.
Cal scosse la testa e si recò in cucina
alla ricerca di un cucchiaio più
grande. Trovò invece una padella
contenente qualcosa di orribile.
«Cos’è questo?» disse quando lei lo
raggiunse, cercando una salvietta.
«Non sono affari tuoi» disse Min. Cal
alzò le sopracciglia. Min si
giustificò: «Credevo di farcela da sola.
Ho seguito la ricetta. Ma non...»
Cal finalmente capì. «Questa roba
sarebbe del pollo al Marsala?»
«No» disse Min. «è un disastro, ed è il
motivo per cui ho chiamato
Emilio.»
«Cos’hai combinato?» disse Cal.
«Perché vuoi saperlo?» disse Min. «Per
fare uno dei tuoi commenti
sarcastici?»
«Vuoi imparare a cucinare il pollo al
Marsala, oppure no?» disse Cal,
esasperato. Era insopportabile.
Lo guardò imbronciata. «Sì.»
«Qual è stata la prima cosa che hai
fatto?» disse Cal. «Ho spruzzato
dell’olio sulla padella» disse Min.
«Spruzzato? Errore. Lo devi versare. Un
paio di cucchiai.» «Troppi
grassi» disse Min.
«Sono grassi salutari» disse Cal. «L’olio
d’oliva fa bene.» «Non al mio
girovita» disse Min.
«L’olio va versato, Minnie» disse Cal.
«è fondamentale per dare il
sapore.»
«Okay» disse Min, lo sguardo ancora
ribelle. «A quel punto ho cotto il
pollo.»
«Troppa fretta» disse Cal. «Prima devi
sbatterlo. Se non hai un
batticarne, usa un barattolo. Mettilo in
una busta di plastica, e sbattilo
finché non diventa sottile. Poi
cospargilo di farina, aggiungendo pepe
nero macinato e sale kosher.»
«Scherzi?» disse Min. «La farina
contiene troppe calorie.»
«Ma crea una patina sul pollo» disse
Cal. «Per non farlo diventare...»
Prese una forchetta, e la conficcò in una
delle fettine pietrificate nella
padella. Gliela mostrò. «...Troppo
secco. Cos’hai fatto dopo?»
Min incrociò le braccia. «Una volta
cotto, ho aggiunto i funghi e il
vino.»
«Niente burro?»
«Certo, niente burro» disse Min. «Sei
forse pazzo?»
«Io no» disse Cal, riponendo il pollo
nella padella. «Ma
chiunque cucini il pollo al Marsala
senza olio, burro e farina
probabilmente lo è. Se volevi del pollo
arrosto, dovevi cucinare pollo
arrosto.» Immerse un dito nella salsa e
la assaggiò. Aveva un sapore
così orrendo che gli mancò il respiro.
Min corse a prendergli un
bicchier d’acqua.
«Non so cosa sia andato storto con la
salsa» disse.
«Che tipo di Marsala hai usato?» disse
Cal, appena riuscì a
togliersi quel saporaccio dalla bocca.
Min gli porse la bottiglia di vino
da cucina. «No, no, no» disse lui,
ammorbidendosi di fronte alla sua
smorfia. «Stammi a sentire, tesoro.
Quando prepari una salsa con il
vino, lo riduci e lo rendi concentrato.
Dev’essere un buon vino,
altrimenti avrà il sapore di...» Guardò la
padella. «Questo. è un
miracolo che il gatto sia ancora vivo.»
«Accidenti» disse Min. «Potresti
scrivermi la ricetta?»
«No» disse Cal. In quel momento
sentirono un rumore provenire
dall’altra stanza. Si guardarono in giro.
«Il tuo gatto se n’è andato,
Minnie. Hai lasciato qualche finestra
aperta?»
«Ho una finestra scorrevole piuttosto
scadente in camera da letto» disse
Min, entrando in una stanza di fianco al
caminetto. «Fantastico» disse
una volta all’interno. Cal la raggiunse.
La finestra scorrevole era scomparsa, e
il lucernario era aperto al vento
notturno. Cal si avvicinò e guardò in
basso. Il pannello era scivolato
lungo il tetto, e il gatto sedeva sul ramo
dell’albero che lambiva le
tegole. Era intento a pulirsi le zampe,
con l’occhio sinistro chiuso.
«è vero, l’occhio è sempre diverso»
disse Cal, ritirando la testa
all’interno. «Forse lo fa per risparmiare
energie...» La sua voce si
affievolì osservando la stanza da letto di
Min con maggiore attenzione.
L’ambiente era occupato per larga parte
dal letto in ottone più elaborato
che avesse mai visto; una struttura
enorme ricoperta da una trapunta di
raso dai pallidi toni blu e lavanda, con
cuscini di raso color lavanda
appoggiati contro una testata piena di
curve e intrecci. Il tutto
culminava in un’eruzione di rosette e
puntali che gli facevano girare la
testa solo a guardarli. «Come fai a non
cadere dal letto?»
«Mi reggo forte, cercando di non
guardare la testata» disse
Min. «Lo adoro. L’ho comprato il mese
scorso, nonostante non fosse
per nulla pratico da...»
Min continuava a parlare, ma Cal aveva
smesso di ascoltare al ‘mi
reggo forte’. La immaginò distesa sulla
morbida trapunta blu di raso,
con i morbidi boccoli dalle punte dorate
che si allargavano sul cuscino.
Le labbra morbide aperte in un sorriso,
le morbide mani aggrappate alla
testata, il corpo morbido...
«Cal?» disse Min.
«C’è un buon odore, qui» disse Cal,
cercando di formulare un pensiero
che non contenesse qualcosa di
‘morbido’. E neanche di duro.
«Cuscini alla lavanda» disse Min. «Mia
nonna metteva sempre della
lavanda dentro i cuscini. Ci sono anche
le candele alla cannella.»
Cal si schiarì la voce. «è molto... bello.
è la prima parte della casa ad
avere qualcosa di te.» L’idea di
spingerla su quella trapunta blu si
faceva sempre più pressante. «Meglio
andare a cena. Ora.»
«Okay» disse Min, dirigendosi verso la
sala.
«Vuoi che chiuda la finestra?» disse Cal.
«Ma così il gatto non potrebbe
rientrare» disse Min.
«Giusto» disse Cal, pensando: Cristo,
per colpa mia si terrà un
gatto randagio. La raggiunse.
Mentre mangiavano l’insalata di Emilio,
Min disse: «E così il
pollo al Marsala non va bene per la
linea e non è amico del cuore.»
«Amico del cuore?» disse Cal,
prendendo un bicchiere di vino. «Intendi
che ha effetti nocivi? Ti sbagli. Te l’ho
detto, l’olio d’oliva non fa male.
E un po’ di burro e farina e non ha mai
ucciso
nessuno.»
«Dillo a mia madre.» Min assaggiò di
nuovo l’insalata. «è
fantastica. La morale della favola è che
non dovrei più cucinare.»
«Perché?» disse Cal. «Era la tua prima
volta. Tutti facciamo qualche
sbaglio.» Prese la vaschetta del pollo e
ne distribuì il
contenuto sui due piatti, senza versarne
una goccia.
«Non tu» disse Min, osservandolo. «A te
riesce sempre tutto.» «Okay»
disse Cal, poggiando il contenitore. «Sei
stata mollata,
lo capisco. Ma quel tizio non significava
nulla per te, quindi perché sei
così arrabbiata? E perché ti sfoghi su di
me?»
Min tagliò il pollo. «è stato l’ultima
goccia.» Assaggiò il pollo con
l’espressione di piacere che aveva ogni
volta che mangiava qualcosa di
buono.
«Non metterti mai a dieta.» Cal prese la
forchetta e cominciò a
mangiare. «Allora, cosa ti ha fatto?
Cos’è che ancora ti tormenta?»
«Be’» disse Min, piantando la forchetta
in un fungo con più cattiveria
del necessario. «Il problema era il mio
peso.»
«Ti ha criticato per quanto pesi?» Cal
scosse la testa. «Questo tizio
deve avere un mattone in testa.»
«Non mi ha criticato apertamente» disse
Min. «Mi ha suggerito di
mettermi a dieta. Poi mi ha lasciato
perché non sono andata a letto con
lui.»
«Ti ha detto di metterti a dieta e poi ha
provato a portarti a letto?» disse
Cal. «Ritiro tutto. Un mattone è molto
più furbo di questo imbecille.»
«Però ha ragione» disse Min. «Riguardo
ai chili di troppo.» Lo guardò
negli occhi, con atteggiamento di sfida.
«Non è vero?»
«Non esiste una risposta a questa
domanda che non scateni la tua furia»
disse Cal. «Concentrala su quel
poveraccio che ti ha mollato. Io sto
dalla tua parte.»
Min infilzò un altro fungo, ma poi si
fermò. «Okay, ti do carta
bianca. Puoi dire qualunque cosa, non
mi arrabbierò.»
Cal guardò la sua faccia scura e scoppiò
a ridere. «E come
pensi di riuscirci?»
Min annuì. «Okay, mi arrabbierò, ma
cercherò di essere
obiettiva. Il fatto è che tu sei l’unico
uomo di cui mi fido abbastanza per
farmi dire la verità.»
«Ti fidi di me?» disse Cal, sorpreso e
lusingato. «Credevo di essere una
bestia.»
«Lo sei» disse Min. «Ma di solito mi
dici la verità. La maggior parte
delle volte.»
Cal smise di mangiare. «Tutte le volte.
Non ti ho mai mentito.»
«Già» disse Min, tagliando corto.
«Allora, cosa dovrei fare riguardo ai
chili di troppo?»
Cal poggiò la forchetta. «Okay, ecco la
verità. Non sarai mai magra. Sei
una donna formosa. Hai dei fianchi
larghi, un corpo pieno e il seno
abbondante. Sei...»
«In carne» disse Min, con amarezza.
«Prosperosa» disse Cal, osservando il
movimento gentile del suo seno
sotto la felpa.
«Abbondante» ringhiò Min.
«Opulenta» disse Cal, ricordando la sua
mano su quelle curve morbide.
«Paffuta» disse Min.
«Morbida, formosa e invitante. Ti
avverto che mi sto eccitando» disse
Cal, accusando un leggero giramento di
testa. «Indossi altro sotto quella
felpa?»
«Certo» disse Min, sorpresa.
«Ah» disse Cal, rinunciando a quella
fantasia. «Bene. Dovremmo finire
la cena. Stavi dicendo?»
«I miei chili di troppo?» disse Min.
«Giusto» disse Cal, riprendendo in
mano la forchetta. «Il motivo per cui
non riesci a dimagrire è che non sei fatta
per essere più magra; non ne
hai la struttura. Anche se riuscissi a
perdere peso tramite una stupida
dieta, saresti come quel pollo disgustoso
che hai cucinato. Certe cose
possono essere fatte solo con il burro. E
lo stesso vale per te.»
«Quindi sono spacciata» disse Min.
«Il tuo problema è che non ascolti. Se
vuoi essere sexy, sii sexy. Hai
delle risorse che le donne più magre
possono solo sognare; dovresti
sfruttarle, e scegliere i vestiti giusti per
godertele. O quantomeno,
perché se le godano gli altri. Il vestito
che portavi quella sera nel locale
ti faceva sembrare il direttore di un
carcere.» Gli tornò alla mente la
visione della sua scollatura sulla maglia
rossa, e aggiunse: «La
biancheria intima è ottima, invece.»
«Non esistono vestiti adatti a me» disse
Min.
«Certo che esistono» disse Cal, in
arretrato sulla cena. «Nonostante tu
sia il tipo di donna che sta meglio nuda
che vestita.» Il pensiero cercò di
insinuarsi nella sua mente, ma riuscì a
bloccarlo. «Almeno credo.
Mangia, per favore. La fame ti rende
nervosa.»
«Sto meglio nuda che vestita?» disse
Min, riprendendo la forchetta.
«No. Ascolta...»
«Mi hai fatto una domanda, e io ti ho
risposto» disse Cal. «Ma tu non
vuoi starmi a sentire. La verità è che la
maggior parte degli uomini
preferirebbe venire a letto con te
piuttosto che con un attaccapanni
qualsiasi. C’è molto più gusto, ci sono
più cose da toccare; eppure le
donne non riescono a crederci. Quando
cercate di dimagrire, lo fate per
le altre donne, non per gli uomini.»
Min alzò gli occhi al cielo. «In tutti
questi anni sarei stata sexy
senza saperlo? Perché nessuno mi ha
detto nulla?»
«Perché ti vesti come una persona che
odia il suo corpo» disse
Cal. «Essere sexy è una questione
mentale; tu non ti senti sexy, quindi
non lo sei.»
«E tu come fai a sapere che lo sono,
invece?» disse Min, esasperata.
«Ho guardato sotto la tua maglietta»
disse Cal, tornando a
quell’immagine. «E ti ho baciato. Devo
proprio dirtelo, la tua bocca è
un autentico miracolo. Ti prego, mangia
qualcosa.»
Min fissò il piatto per qualche istante,
poi iniziò a mangiare. «Dio, che
buono» disse dopo qualche minuto.
«Niente di meglio del buon cibo» disse
Cal. «Eccetto per...»
«Dev’esserci un modo per cucinarlo
senza che faccia male al cuore»
disse Min.
Cal scosse la testa. «Mi fa piacere
notare che ho parlato da solo tutto
questo tempo. Hai ascoltato una sola
parola di ciò che ho detto?»
«Sì» disse Min. «Quando mi hai
rimorchiato sembravo il direttore di
una prigione, no?»
«No» disse Cal. «Avevi delle belle
scarpe. Sulle scarpe ti lasci andare.»
E hai dei piedi meravigliosi.
«Hai attraversato l’intero locale per
rimorchiare un direttore carcerario
solo perché aveva delle belle scarpe?»
La domanda sembrava sensata; Cal
cercò di ricordare il motivo che
l’aveva spinto a parlarle. La scommessa
della cena. Fece una smorfia.
La stupida scommessa con David. «Al
diavolo.»
«Avevi fatto una scommessa, vero?»
disse Min, in tono disgustato.
Cal aprì il portafoglio e mise dieci
dollari sul tavolo. «Ecco,
tieni. Posso finire la cena, prima di
essere buttato fuori?»
«Certo» disse Min. «Non mi sembri
troppo dispiaciuto per aver
perso la scommessa.»
«Non ho perso» disse Cal, infilzando un
fungo. «Non perdo
mai.»
«Hai incassato i soldi?» disse Min,
indignata.
Cal la guardava interdetto. «Siamo usciti
insieme dal locale. Ho
vinto.»
«Basta questo perché tutti diano per
scontato...»
«Dare per scontato?» disse Cal,
esasperato. «Qualcuno ha
scommesso dieci dollari che saresti
uscita dal locale con me. è andata
come previsto. Io ho preso i dieci
dollari, e ora li ho dati a te. Passiamo
oltre?»
«Quindi la scommessa è conclusa.» Lo
scetticismo era palpabile nella
voce di Min.
«Sì» disse Cal, ormai fuori di sé. «Non
è stato certo il modo migliore di
avviare una relazione, ma tu e io non
abbiamo una relazione. Tu stai
aspettando Elvis, ed entrambi vogliamo
dare un taglio alle
frequentazioni del sesso opposto. In più,
ti ho portato del cibo. Di
nuovo. Perché ce l’hai con me?»
«Nessun motivo in particolare» disse
Min con voce neutra, tornando a
concentrarsi sul pollo.
«C’è qualcosa di grosso di cui non sono
a conoscenza, vero?» disse
Cal.
«Sì» disse Min. «Finisci la cena.»
Cal si offrì di darle una mano a lavare i
piatti, ma Min lo mise alla
porta; ce l’aveva con lui per via della
scommessa, e con sè stessa per
come era rimasta invischiata in tutta
quella storia. Sistemò gli avanzi
della cena nel frigorifero, poi si liberò
del suo insuccesso
culinario gettandolo nella spazzatura.
Poi entrò in camera da letto e si
rifugiò sotto la trapunta di raso.
Secondo Cal, quel letto era l’unica parte
della casa a somigliarle. In un
appartamento pieno di vecchi mobili
insignificanti, aveva scelto l’unica
cosa bella, complessa e sexy, dicendo
‘questa sei tu’. Che bastardo.
Il gatto balzò sul letto e si avvicinò a lei.
«Ciao» gli disse mentre si
accoccolava al suo fianco. Lo
accarezzò, sentendo il suo piccolo
corpicino muoversi sotto il pelo, e
l’animale aprì entrambi gli occhi.
Erano di colori diversi, e su uno di essi
c’era una macchia simile a
quella che aveva sul pelo. «Un mosaico
di gatto» disse. Le si rannicchiò
vicino, e Min trovò quella sensazione
molto confortante. Accese lo
stereo sul comodino e ascoltò Elvis
cantare di quanto faceva schifo la
sua vita da quando la sua bella se n’era
andata. Il gatto drizzò le
orecchie per la durata di un verso, poi
tornò a rilassarsi sulla trapunta.
«Benvenuto nell’hotel dei cuori
spezzati» gli disse Min, grattandogli la
testa dietro le orecchie. L’animale
premette la testa contro le sue dita;
guardando il suo buffo volto minuto, con
entrambi gli occhi chiusi in
un’espressione di piacere, Min non poté
fare a meno di provare un moto
d’affetto. Le fece le fusa con un suono
più piacevole di quanto Min
avrebbe creduto. «Non sarebbe saggio
tenerti qui con me» gli disse. Il
gatto aprì gli occhi lentamente, poi li
chiuse di nuovo. Continuò ad
accarezzarlo mentre si raggomitolava di
fianco a lei, con il suo calore
quieto e confortevole. Non c’era da
stupirsi che così tante donne
avessero dei gatti. Erano di sicuro
meglio di certi bugiardi adulatori
malati di gioco d’azzardo, che
baciavano da Dio e avevano mani che...
Oh, I’m so lonely, baby, cantò Elvis
dallo stereo; Min allungò un
braccio e premette il tasto per cambiare
canzone. Il gatto alzò la
testa, ma gradì molto Don’t be cruel e
Heartbreak Hotel, quindi si
accoccolò di nuovo, riscaldandole la
pancia. «Okay, puoi rimanere» gli
disse alla fine. Rimasero sdraiati l’uno
di fianco all’altra in un silenzio
complice, cullati dalle note di Elvis,
finché non si addormentarono.
«C’è una sventola pazzesca che ti
aspetta nel tuo ufficio» disse
l’assistente di David quando lo vide
arrivare al lavoro quel mercoledì
mattina. «Complimenti.»
Min, pensò David; ma realizzò con
disappunto che non era possibile.
Nessuno avrebbe descritto Min come
una sventola.
Quando aprì la porta, vide Cynthie
seduta di fronte alla sua scrivania,
uno spettacolo nel suo vestito rosso.
«Eccoti» disse alzandosi in piedi.
«Bel vestito» disse lui, chiudendo la
porta. Le passò di fianco,
apprezzando il modo in cui la gonna
raccoglieva in una curva il suo
fondoschiena senza comprimerlo.
«David» disse Cynthie. «Lascia perdere
il vestito. Perché Cal continua
a uscire con la donna che ami?»
«Uscire?» David perse interesse per il
vestito di Cynthie e si sedette
alla scrivania.
«L’ha portata fuori a pranzo lunedì,
invece di vedere me. Ieri sera le ha
portato la cena a casa.» Cynthie si piegò
in avanti, rivelando la tensione
su quel faccino così adorabile.
«Credevo che avresti chiamato Greg.
Perché quei due sono ancora insieme?»
«Ho chiamato Greg.» David spostò dei
documenti, cercando di pensare
velocemente. «Non so perché non abbia
funzionato. Forse Cal si è
trovato molto bene con lei.»Forse vuole
incassare diecimila dollari.
«Niente sesso, però» disse Cynthie.
«No» disse David, pregando che Min
fosse ancora frigida. «Non
faranno sesso.»
«Credo anch’io.» Cynthie si calmò.
«Non mi sembra il tipo di donna
che accetterebbe di farlo così in fretta, e
lui non le metterebbe mai
pressione. è molto sensibile e
perspicace.»
«Urrà per Cal Morrisey» disse David.
«Posso fare qualcos’altro per
te?»
Cynthie si chinò sulla scrivania.
«Potresti chiamare Min. Invitala a
pranzo, oppure a cena, paga il conto e
riprenditela.»
David seguì con lo sguardo la sua ampia
scollatura, rinfrescando un
piacevole ricordo. «Lo fai apposta,
vero?»
Cynthie fece un respiro profondo,
serrando la mascella. «David, sono
un’esperta di relazioni che sta perdendo
l’uomo che ama. Non c’è in
ballo soltanto la mia vita privata, ma
anche la mia vita pubblica. La mia
vita intera. Il mio libro è un potenziale
bestseller, l’editore vuole
mettere la foto del matrimonio in quarta
di copertina. è il momento
cruciale. Non voglio buttare nel cesso la
mia vita perché tu sei troppo
codardo per riprenderti la tua ragazza.»
Si fece ancora più vicina. «Me
ne andrò solo quando avrai promesso di
chiamarla per invitarla a
pranzo, e quando mi avrai detto i nomi
delle sue amiche. Ce n’erano
due, nel locale. Una biondina e una
rossa alta. Sono molto amiche?»
David distingueva il suo profumo, una
traccia lievissima che riusciva
ugualmente a dargli alla testa. «Che tipo
di profumo usi?» disse,
sforzandosi di ignorare la questione del
codardo.
«è una miscela speciale, realizzata
appositamente per me» disse
Cynthie, a voce più bassa. «è composta
dalle fragranze che più
stimolano la libido maschile. L’ho
messo solo per te, David. Come si
chiama la sua migliore amica?»
David scosse la testa, tentando di
riprendere il controllo. Spinse indietro
la sedia, lontano da lei. «Cosa c’è
dentro?»
«Lavanda e torta di zucca.» Cynthie si
alzò. «Mi serve la sua migliore
amica. Lo faccio per te, David. Vuoi
riavere l’attuaria, no?»
Con quel corpo agile e flessuoso davanti
agli occhi, avvolto in un
vestito rosso e profumato di lavanda e
cannella, David impiegò qualche
istante a ricordarsi chi fosse l’attuaria.
«Tu neanche mi piaci» le disse. «Perché
sono così eccitato?»
Cynthie alzò gli occhi al cielo. «Perché
sei un maschio. Come si chiama
l’amica?»
«Perché lo vuoi sapere?»
Cynthie espirò a denti stretti. «Te l’ho
già detto. L’attrazione. Se riesco
a far sapere alla sua amica come Cal
tratta le donne, le darò motivo di
preoccuparsi. E lei esprimerà a Min la
sua disapprovazione. Questo
impedirà loro di raggiungere la fase di
infatuazione. è soltanto scienza,
David. Nessuno verrà aggredito in un
vicolo.»
«Okay» disse David, con gli occhi fissi
sul suo seno. «Hai altri
indumenti sotto la giacca?»
«Se ti lascio dare un’occhiata, mi darai
quel nome?» disse Cynthie.
«Sì» disse David, consapevole di essere
una persona debole e ignobile.
Non gli importava.
Cynthie slacciò i bottoni della giacca. Il
reggiseno rosso di seta era in
tinta con il rivestimento interno, e
fasciava una seconda perfetta. Seni
alti e sodi, all’apparenza del tutto
naturali.
«Oh, dio» disse David, paralizzato sulla
sedia.
«Ci puoi scommettere» disse Cynthie,
riallacciando la giacca.
«Ora fuori il nome.»
«La rossa» disse David. «Liza Tyler. è
già convinta che gli
uomini siano tutti dei bastardi.»
«Ha ragione» disse Cynthie. «Ricordati
di chiamare Min per
quel pranzo.»
Uscì dall’ufficio mentre David la
fissava. La traccia visiva
lasciata da quel seno perfetto era ancora
ben impressa sulla sua retina.
Provò a raccontare a sé stesso che aveva
fatto la cosa giusta, che
qualcuno doveva pur fermare Cal
Morrisey. E salvare Min. Anche
quello era importante.
«Che donna» disse il suo assistente dal
corridoio. Annusò l’aria. «Wow.
è il suo profumo?»
«Sì» disse David, prendendo il telefono.
«Profumo di zolfo. Non farla
entrare mai più.»
La sera stessa, alle otto, Liza era seduta
a un tavolo dell’Azzardo
insieme a Tony e Roger, in attesa che
Bonnie e Min tornassero dal
bagno. «Oh oh» disse Tony, guardando il
bancone del bar.
«Che c’è?» Roger seguì la traiettoria del
suo sguardo. «Ah.» Scrollò le
spalle. «è lontana.»
«Chi?» Liza cercò di mettere a fuoco
nella luce fioca. Una brunetta
ciondolava vicino al bancone; magra,
aria raffinata e annoiata. Un tizio
di fianco a lei ci stava provando. «Una
ex?»
«No» disse Tony, mentre Bonnie tornava
dal bagno. «Non esco con
gente malata di mente. O almeno non lo
facevo prima di incontrare te.»
«Tu esci con gente malata di mente?»
chiese Bonnie a Roger, molto
interessata.
«No, no. Si tratta di Cal» disse Roger,
che per poco non
cadeva dalla sedia. «Io non esco
praticamente con nessuno.» «Non è un
problema, tesoro» Bonnie gli accarezzò
il ginocchio.
«Ti è concesso di frequentare altre
persone.»
«Non voglio frequentare altre persone»
disse Roger, facendo
alzare a Tony gli occhi al cielo.
«E così quella sarebbe l’ex ragazza di
Cal?» disse Liza. «Torno
subito.»
«Aspetta un attimo» disse Tony,
afferrandola per un braccio.
«Che ti importa della vita sentimentale
di Cal?»
«Sta uscendo con la mia migliore
amica» disse Liza, con aria
innocente. «Sono curiosa.»
«Ciò che intendevo riguardo a non voler
frequentare altre
persone,» disse Roger a Bonnie «è che
tu sei l’unica che mi interessa.»
«Non pretendo la monogamia al terzo
appuntamento» disse Bonnie.
«Okay» disse Roger. «Ma voglio
offrirtela ugualmente.»
«Devo legarti al bancone con una
catena?» disse Tony a Liza. Fece una
pausa per ragionare sulla questione, poi
scosse la testa. «Niente catene.
Ma stai alla larga da Cynthie. è fissata
con la psicologia. Forse perché
fa la psicologa. A ogni modo, dice un
sacco di cose strane.»
«Ti ha analizzato, eh?» disse Liza,
lanciando un’occhiata verso il
bancone.
«L’idea di non frequentare altre persone
vale solo per me,
naturalmente» disse Roger a Bonnie.
«Tu non sei costretta a vedere
soltanto me. A meno che non sia ciò che
vuoi.»
Tony scosse la testa. «Ha questa teoria
strampalata sulle quattro fasi
dell’amore. Crede che serva a spiegare
ogni tipo di
storia.»
«Ah» disse Liza, sorpresa.
«è una stupidaggine; è la teoria del caos
a spiegare ogni storia
d’amore» disse Tony, aggrappandosi al
suo braccio per trattenerla sulla
sedia.
«Come?» disse Liza, cercando di
liberare il braccio.
«Sulle relazioni umane, come sul tempo,
non si possono fare
previsioni» disse Tony, mantenendo
salda la presa. Liza dovette sedersi
per alleviare la pressione sul braccio.
«Prendi Min e Cal, per esempio.
Cal è un sistema dinamico complesso
che cerca di mantenersi stabile
evitando di conoscere nuove persone.»
«Ha smesso di frequentare altre donne?»
disse Liza.
«Esatto» disse Tony. «Incredibile, no?
Ecco la causa della sua
instabilità. Quell’uomo non è fatto per
stare da solo. L’incontro con
Min ha creato una turbolenza nella sua
sfera di esistenza. La turbolenza
lo spinge a un movimento casuale in
cerca di stabilità, ma è
intrappolato nel campo d’attrazione di
Min. Quindi rimbalza di qua e di
là ai confini di quel campo, senza un
modello prestabilito, pur
rimanendo intrappolato in quell’area.
Min è l’attrattore strano.»
«Capisco» disse Liza. «E questo a cosa
mi serve?»
Tony si fece più vicino. «Cynthie crede
che le relazioni seguano un
modello predeterminato, e che possano
essere predette. Ma non è così.
Le persone sono complesse, le
turbolenze nelle loro vite sono
complesse, e gli attrattori nelle loro vite
sono complessi. Le persone
innamorate rispondono solo alla teoria
del caos.»
«Okay» disse Liz, ancora confusa.
«Ecco perché Cynthie è fuori di testa»
disse Tony, mollando finalmente
la presa. «Crede che l’amore possa
essere spiegato e analizzato. Si
sbaglia.»
Liza rimase immobile sulla sedia,
osservando Tony in una luce nuova.
All’improvviso non le sembrava più
così stupido, e non era certo per
via di quella roba del caos. Era perché
gli interessava l’argomento di
cui stava parlando. Quando era
coinvolto, sapeva essere intelligente.
«Che c’è?» disse Tony.
«Sei mai stato innamorato?» disse Liza.
«No» disse Tony. «E non credo
succederà mai.» Le sorrise.
«Sarebbe una turbolenza eccessiva per
la mia sfera di esistenza.» Liza
corrugò le sopracciglia. «E allora
perché non ti piace
Cynthie?»
«Voleva inquadrare Cal. Lo ha
analizzato fino a convincersi di
conoscerlo. Lui si merita di meglio.
Dovrebbe trovare qualcuno
disposto ad affrontare il caos; niente
regole, niente condizioni, niente
teorie, niente garanzie. Più o meno come
fa Bonnie con Roger.»
Liza si voltò verso Bonnie, che rideva in
compagnia di Roger. «Hai
ragione. Tutti ci meritiamo qualcosa del
genere.»
«Bene» disse Tony. «Quindi non hai
bisogno di parlare con Cynthie.»
Roger disse qualcosa, e quando Tony si
voltò per rispondergli Liza si
alzò e si diresse verso Cynthie.
Prese una sedia e si sedette al suo
fianco, esordendo con: «Ciao, io sono
Liza.» Cynthie alzò lo sguardo verso di
lei, impiegando qualche
secondo a reagire.
«Ciao» rispose in tono sorpreso, come
se l’avesse riconosciuta. «Io
sono Cynthie. Ci conosciamo?»
«No» disse Liza. «Ma il tuo ex sta
frequentando una mia amica. Dimmi
tutto ciò che sai di Calvin Morrisey.»
Quindici minuti più tardi, Liza si
abbandonò sullo schienale
pensando: Altro che teoria del caos.
Calvin Morrisey ha un modello
comportamentale ben preciso. «Lo
sapevo» disse a Cynthie. «Lo
sapevo che stava per spezzarle il cuore.
Quante volte si è comportato
così in passato?»
Cynthie scrollò le spalle. «Tempo fa
sono stata a una festa. Ci eravamo
già lasciati. Ho parlato con un’altra
donna che aveva avuto una storia
con lui. Poi si è aggiunto qualcun altro.
Alla fine della serata, eravamo
in quattro. Tutte la stessa storia. Un paio
di mesi, la relazione va a
gonfie vele, cominci a pensare ‘è quello
giusto’. Poi un giorno ti dà un
bacio sulla guancia, ti dice ‘buona
fortuna per tutto’ e sparisce.»
«Mi prendi in giro?» disse Liza. «E
nessuna è mai tornata a cercarlo
con una chiave inglese?»
«Impossibile» disse Cynthie. «Cosa
potresti dirgli? ‘Siamo usciti
insieme per due mesi, come osi
lasciarmi?’ Sembreresti una
psicopatica.» Sorseggiò il suo drink.
«Non lo fa di proposito» aggiunse,
per la milionesima volta.
«Non mi interessa» disse Liza. «Non
voglio che faccia soffrire Min.»
«Magari tra loro non è una cosa seria»
disse Cynthie. «Hanno qualcosa
in comune?»
«Non mi sembra» disse Liza.
«Quando sono insieme ti sembrano a
loro agio?»
«No» disse Liza. «Litigano spesso.»
«Hanno dei piccoli segreti?
Condividono battute?»
Liza scosse la testa. «Non si conoscono
così bene.»
Cynthie passò un dito sul bordo del
bicchiere. «A te piace? Hai
per caso detto a Min che non ti
convince?»
«Certo che sì» disse Liza. «Bonnie e io
l’abbiamo avvertita più
volte.»
Cynthie le sorrise. «Le ha già trovato un
soprannome?»
«Un soprannome?» Liza si sforzò di
ricordare. «A volte la
chiama per cognome. Ma niente cose del
tipo ‘amorino’ o
‘bambolina’.»
«E lei?» disse Cynthie. «Usa dei
soprannomi per lui?»
«La bestia» disse Liza. «Non credo sia
detto con affetto.» Cynthie rise.
«Allora perché sta con lui?»
«Non sono sicura che stia con lui» disse
Liza. «Ma credo sia
inevitabile. Si sta innamorando di lui
contro la sua volontà.»
Cynthie smise di ridere.
«E questo mi preoccupa» disse Liza. «è
una persona fantastica,
non si merita di essere presa in giro
così. Puoi darmi delle indicazioni
riguardo al suo modo di procedere?»
Cynthie annuì. «Certo. Le ha già regalato
qualcosa?»
«Si conoscono soltanto da una
settimana» disse Liza. «Non credo
che...»
Si bloccò quando vide Cynthie scuotere
la testa.
«Se fa sul serio con lei, le regalerà
presto qualcosa. Scoprirà cosa
desidera maggiormente, e farà di tutto
per farglielo avere. Non ha
scelta, è il modello che gli è stato
inculcato dalla madre.»
«Dalla madre?» disse Liza.
«è una persona molto chiusa» disse
Cynthie. «Cal ha avuto soltanto
affetto condizionato. Si comporta allo
stesso modo con ogni donna che
incontra, cercando di conquistarsi il suo
amore. Quando lo ottiene, il
meccanismo si interrompe; se una donna
lo ama, non può più essere un
surrogato della madre. Quindi Cal se ne
va, alla ricerca di un altro
amore da conquistare.»
«Ha un complesso di Edipo?» disse
Liza, allibita.
«No» disse Cynthie. «La madre è solo la
causa del suo comportamento.
Non ne è innamorato.»
«Ciò vuol dire che più Min lo
respinge...» disse Liza.
«Più lui le correrà dietro» disse
Cynthie. L’ultima traccia di allegria era
scomparsa dal suo volto. «Non può fare
altrimenti. Neanche si rende
conto di questo meccanismo. Lei fa
collezione di qualcosa?»
«Palle di vetro con la neve» disse Liza.
Cynthie cercò di mascherare il
disappunto, ma Liza aggiunse: «Non è
colpa sua. è una vecchia storia di
famiglia che le è sfuggita di mano.»
«Le comprerà una palla di vetro» disse
Cynthie. «E sarà quella
definitiva, l’unica che le mancava,
quella che ha sempre voluto, oppure
quella che neanche sapeva di volere
prima di riceverla da lui. A quel
punto dovrai intervenire, altrimenti
rimarranno soltanto le lacrime.»
«Una palla di vetro con la neve...» disse
Liza, notando che Cal si era
unito al gruppo dopo essere rimasto fino
a tardi in ufficio.
«Non è cattivo» disse Cynthie. «Non
farebbe mai del male a nessuno di
proposito. Però ha questa...»
«Patologia che lo spinge a ferire le
donne per colpa della madre» disse
Liza. «Anche per Norman Bates era
così.»
«Non le farebbe mai del male
fisicamente» disse Cynthie, sbigottita.
«Be’, mi assicurerò che non gli faccia
del male neanche emotivamente»
disse Liza. «Grazie mille per il tuo
aiuto.»
«è un piacere» disse Cynthie. Liza
pensò: Un piacere? Il suo sguardo
doveva averla tradita, perché Cynthie
aggiunse: «Dare una mano. Alla
tua amica.» Abbassò lo sguardo sul
bicchiere. «Mi dispiacerebbe
vederla soffrire.»
«Anche a me» disse Liza, per poi
tornare verso il suo tavolo.
Quando lo raggiunse, Tony stava
dicendo a Min: «Non ci credo.»
«Sarà meglio che ci credi, invece» disse
Min. «Ci sono modi per
capirlo.»
«Capire cosa?» disse Liza, sedendosi
accanto a Tony ma tenendo
d’occhio Cal.
«Capire in anticipo se vale la pena
frequentare un uomo» disse Min.
«Parlavamo dei vecchi test che usavamo
al college.»
«Test» disse Cal, rovesciando il capo e
chiudendo gli occhi. «Io odio i
test.»
«Quali sarebbero questi test?» Tony
chiese a Liza.
Liza scrollò le spalle. «Per esempio
invitarlo a guardare un film.» «Be’,
ottimo» disse Tony. «Un film va sempre
bene.»
«La scelta deve cadere su Non per
soldi... ma per amore»
disse Bonnie.
«Filmetto da donne» disse Tony.
«Hai già perso prima di cominciare»
disse Liza.
Bonnie proseguì. «Occorre aspettare la
scena in cui John
Cusack spazza via i vetri rotti dal
percorso di Ione Skye.»
Liza guardò Cal sorridere a Min, e Min
scuotere la testa in
risposta. Segreti, pensò. Si fece avanti
sulla sedia.
«E poi?» chiese Tony.
«Se l’uomo dice...» Bonnie impostò una
voce profonda. «‘Ma
che diavolo... Tanto ha le scarpe, no?’ va
mollato subito.»
«Be’, è vero. Indossava le scarpe» disse
Tony.
«Ma erano aperte sul davanti» disse
Roger.
«Punti extra per aver notato le scarpe»
disse Bonnie. «Fantastico»
protestò Tony. «Il feticista dei piedi si
prende i
punti extra.»
«Okay, Minnie» disse Cal a Min. «Se un
uomo pronunciasse
quella frase, tu cosa faresti?»
Minnie? Liza aspettò che Min lo facesse
a pezzi. «All’improvviso avrei
una brutta malattia contagiosa» disse
Min,
sforzandosi di non ridere.
«Quanto brutta?» disse Cal, sorridendo.
Maledizione, pensò Liza.
«Includerebbe sicuramente degli orribili
conati di vomito» disse
Min, rispondendo al sorriso.
«Nel tuo caso, ti vomiterei sulle scarpe»
disse Liza a Tony,
sentendo il bisogno di sfogarsi con
qualcuno.
«E io?» Roger chiese a Bonnie.
«Solo cose belle» disse lei,
prendendolo sottobraccio.
«Ti odio» disse Tony a Roger. «Metti in
cattiva luce il resto
della classe.»
Min rise sotto gli occhi di Cal. Oh, no,
pensò Liza. Di fronte a
lei sedeva un uomo con un obiettivo
preciso, e non c’erano dubbi su
quale fosse. Se ti becco con una palla di
vetro, ti ritroverai cadavere.
Cal incrociò il suo sguardo e rimase
pietrificato. «Che c’è?» le disse.
«Nulla» rispose Liza con un sorriso
convinto. «Assolutamente nulla.»
«Chi è la fortunata, stasera?» disse
Shanna quando vide Cal avvicinarsi
al bancone per un altro giro di drink.
«Nessuna» disse Cal. «Sono a riposo.
Come sta Elvis? Ancora
impegnato a cantare She senza sosta?»
«Non prendertela con Elvis. Se fosse
una donna, lo sposerei.»
Si guardò in giro. «Vedo i due compari e
due donne. Fammi indovinare.
La stangona rossa è tua.»
«No» disse Cal. «Un altro giro per loro,
del whisky per me.»
Shanna guardò nuovamente alle sue
spalle. «Sei con la biondina vestita
di blu? Ha l’aria un po’ vacua.»
«L’apparenza inganna» disse Cal.
«Comunque no, neanche lei. Sta con
Roger.»
«Allora dove...» disse Shanna.
«Ciao» disse Min sopraggiungendo alle
spalle di Cal, che si voltò
sorridendo. «Capisco assolutamente che
tu abbia bisogno di flirtare con
la barista, ma Tony mi ha chiesto di dirti
di fare in fretta.»
Shanna si appoggiò sul bancone e le tese
la mano. «Ciao, io sono
Shanna. La vicina di casa di Cal.»
Min sembrò sorpresa, ma le strinse la
mano. «Io sono Min.» Esitò per
un attimo, poi si sporse sul bancone
avvicinandosi a lei. «Posso farti
una domanda personale?»
«Certo che sì» disse Shanna,
guardandola negli occhi con uno sguardo
profondo.
«Cosa?» disse Cal. Non sapeva se
essere infastidito o eccitato dal fatto
che Shanna ci stesse provando con Min
davanti a lui.
«Hai dei capelli bellissimi» disse Min,
ignorandolo. «Che metodo usi
per non farli increspare?»
«Non li lavo» disse Shanna. «Solo
risciacqui e balsamo. Addio capelli
crespi.»
«Scherzi?» disse Min. «Ci proverò di
sicuro. Sono stanca di portarli
legati. Sono disposta a provare
qualunque rimedio.»
«Torna da queste parti, quando avrai i
capelli sciolti» disse Shanna.
«Vorrei proprio vederli.»
Anche io, pensò Cal.
«Contaci» disse Min. «Grazie.» Si voltò
verso Cal. «Ti serve una mano
con i drink?»
«Sì» disse Cal, prima che Shanna
potesse dire ‘no’ e passargli un
vassoio.
«Torno subito, allora» disse Min,
avviandosi verso il juke-box.
Cal si avvicinò al bancone senza
perdere di vista Min che attraversava
la sala. «Dammi da bere, bella.»
«Dimmi che è bisessuale» lo implorò
Shanna, anche lei con gli occhi
fissi su Min. «Le cose che potrebbe fare
con quella bocca...» «Le cose
che io potrei fare con quella bocca»
disse Cal. Le cose che ho fatto con
quella bocca. Gli girava di nuovo la
testa.
Di sicuro era dovuto alla temperatura
nel locale.
«I drink saranno pronti fra un attimo»
disse Shanna, mentre Cal
osservava Min armeggiare con i dischi
al juke-box. Si concentrò sulla
stupenda curvatura del suo collo,
piegato per leggere i titoli delle
canzoni. Aveva un aspetto succulento, e
invogliava a morderlo. L’idea
gli scatenò tutt’altra serie di pensieri,
ma Cal decise che non sarebbe
stato un problema se non avesse
concretamente fatto nulla.
Shanna tornò con i sei bicchieri disposti
su un vassoio. «Da quanto
tempo uscite insieme?» disse.
«L’ho conosciuta una settimana fa, ma
non stiamo...»
«è ancora presto.» Shanna annuì. «Le
resta un altro mese, forse due,
prima che tu sparisca. Mettici una buona
parola per conto mio, così mi
preparo il terreno.»
«Per cosa?» disse Cal.
«Avrà bisogno di qualcuno che la
consoli quando le augurerai buona
fortuna per tutto. Quel qualcuno sarò io.
Ci sei già andato a
letto?»
«Non stiamo neanche uscendo insieme»
disse Cal. Min inseriva
monete nel juke-box e premeva dei tasti.
«Dammi il whisky. Credo che
ci aspetti Elvis Presley. Ne avrò
bisogno.»
«Non uscite insieme, eh? Buon per me.»
Shanna fece scivolare il
bicchiere verso di lui.
Cal scosse la testa.
«No. Non gioca nella tua squadra. E poi
tu sei ancora in lutto, ricordi?»
«Mi sento molto meglio, ora» disse
Shanna. The Devil in Disguise
esplose dagli altoparlanti del locale.
«Come fai a sapere che non gioca
nella mia squadra?»
«L’ho baciata. Gioca nella mia. Ma non
con me.»
«Non gioca con te, eh?» Shanna estrasse
dalla tasca due banconote da
cinque dollari e le allungò sul bancone.
«Dieci dollari che non riesci a
baciarla, qui e ora.»
«Tu dici?» Cal rise al pensiero di ciò
che gli avrebbe fatto Min se ci
avesse provato. «Niente scommessa.»
Shanna reclinò il capo. «Okay, allora
scommetto dieci dollari che riesci
a baciarla, qui e ora.»
«Te l’ho già spiegato» disse Cal. «Devi
valutare le possibilità e
scegliere quella più probabile. Non puoi
fare testa o croce.»
Shanna batté il dito sulle due banconote.
«Dieci dollari che ci riesci.»
«Ma che ti prende?» disse Cal. «Da
quando ti sei trasformata in una
voyeur?»
«Sono solo...» provò a dire Shanna.
«Ehi» la interruppe Min, facendo
trasalire entrambi. «Credevo avessi
smesso con le scommesse su di me.»
Cal la guardò, esasperato. Il labbro
carnoso sporgeva un po’, non tanto
da formare un broncio, ma abbastanza da
ricordargli perché aveva
deciso di starle lontano. «Non ho mai
detto nulla del genere. E
comunque, cosa ti fa pensare che...»
«Entrambi mi stavate fissando, e ci sono
dei soldi sul bancone» disse
Min. «è una scena che ho già visto.» I
suoi occhi scuri diventavano
sempre più intensi nell’arrabbiatura; il
respiro di Cal si fece più veloce,
alimentato dal ricordo.
«Non è stato lui a scommettere» disse
Shanna. «Sono stata io. Lui
non...»
Cal estrasse dieci dollari dalla tasca e li
schiaffò sopra le due banconote
da cinque. «Ci sto» disse, piegandosi
verso Min.
7
«Certo, lui non ha colpe» stava dicendo
Min. Si fermò quando
vide Cal piegarsi verso di lei. Era
ancora in tempo per allontanarsi.
Sgranò gli occhi e schiuse le labbra,
dicendo: «Oh.» Poi arrivò un bacio
delicato. Cal era deciso a imprimersi
ogni secondo nella memoria, a
ricordare quelle sensazioni e quel
contatto, morbido e dolce. Avvertì
l’attimo in cui Min rimase senza fiato, e
quello in cui rispose al suo
bacio, offrendosi completamente a lui.
La voce nella testa di Cal
urlava:Lei, e tutti i suoi buoni propositi
svanirono
cullando quel volto tra le mani,
perdendosi in lei.
Quando riemerse dal bacio, Min aveva
gli occhi mezzi chiusi e
le gote arrossate. «Hai vinto?» gli
chiese, ancora senza fiato. «Sì»
rispose Cal baciandola di nuovo,
stavolta con più passione, e sentendo
la sua mano aggrapparsi alla camicia. In
quel momento, qualcosa lo
colpì alla testa e lo spinse contro Min,
che rimbalzò all’indietro. «Ahi.»
«Maledizione» disse Cal, voltandosi per
affrontare Liza. «Vuoi
piantarla?»
«La pianterò quando tu farai lo stesso»
disse lei.
«Non preoccuparti» disse Min, un po’
stordita. «è tutto a posto. Era
solo un’altra scommessa.»
«Schifoso» disse Liza.
«Stammi a sentire» disse Cal, cercando
di riprendere fiato. «Min sa
cavarsela benissimo da sola.»
Liza si avvicinò. «Certo. Dimmi quanto
la conosci. Dimmi che le vuoi
bene. Dimmi che l’amerai fino alla fine
dei tuoi giorni.»
«Ma qual è il tuo problema?» disse Cal.
«L’ho baciata. Succede.»
Shanna raccolse i venti dollari dal
bancone. «E io ne sono molto
contenta. Grazie mille.»
«Credevo avessi vinto» disse Min.
Aveva il fuoco negli occhi e il fiato
corto.
«Infatti» disse Cal, stringendosi a lei.
«L’unica cosa che ho perso è la
scommessa.»
«Andiamo, Stats» disse Liza, tirandola
per un braccio.
«Va bene» disse Min, scuotendo la testa
per schiarirsi le idee. «Ci ha
visto qualcuno?»
«L’intero locale ha alzato cartelli con i
punteggi» disse Liza.
«Sembrava di stare alle Olimpiadi.»
«Come siamo andati?» disse Cal in tono
polemico, cercando di
calmarsi.
«Il giudice russo dice che c’è ancora
qualcosa da migliorare» disse
Liza. «Ho sentito dei fischi.»
«Con i russi è sempre dura» disse Cal.
«Potresti lasciarla, per favore?»
«Non credo proprio» disse Liza, dando
un altro strattone al braccio di
Min.
«Meglio che vada con lei» disse Min.
«Sai, per via del piano.» «Quale
piano?» disse Cal.
«Niente più appuntamenti. Prendersi una
pausa. Ricordi?
Eravamo d’accordo.»
«Già» disse Cal, pensando: Perché mi
era sembrata una buona
idea? «Il piano. Aspettare Elvis. Certo.»
Recuperò il suo scotch.
«Brindiamo al piano.»
«Già, be’... buona fortuna per tutto.»
Min afferrò il vassoio con i
bicchieri e seguì Liza verso il tavolo.
«La rossa ti odia, eh?» disse Shanna.
«Liza» disse Cal. «Non le ho fatto
assolutamente nulla.»
«Credo dipenda da ciò che vuoi fare
alla sua amica» disse Shanna. «Mi
sembra comunque una reazione
esagerata. C’è qualcosa che non mi hai
detto?»
«Tipo cosa?» disse Cal. «Sono del tutto
innocente.» No che non lo
sono.
«No che non lo sei» disse Shanna. «Ho
visto come l’hai baciata. Però
hai ragione. Gioca nella tua squadra.»
«Non più» disse Cal, massaggiandosi la
nuca. «Abbiamo un piano
comune. Diamo un taglio agli
appuntamenti galanti.» Alzò il bicchiere.
«Finisco questo e vado a casa a
prendermi un’aspirina.»
«Non risolverà le cose» disse Shanna.
«Prova con una doccia fredda.»
«Mi fa piacere vedere che sei di nuovo
in vena di battute» disse Cal. Si
diresse verso casa, in cerca di pace e
antidolorifici.
Durante quella settimana, Min iniziò a
filtrare le telefonate per evitare
di parlare con David, il quale sembrava
aver sviluppato un’impellente
necessità di mettersi in contatto con lei.
Non dovette invece filtrare
nulla per quanto riguardava Cal, che
manteneva un fastidioso silenzio
radio. Era frustrante voler evitare le
telefonate di qualcuno che non
aveva neanche la decenza di alzare il
telefono. Perfino la cena del Se
finì per infastidirla quando Liza iniziò a
parlare del suo incontro con la
ex di Cal.
«Secondo Cynthie, Cal è una persona
fantastica» disse Liza. «è soltanto
vittima di un meccanismo psicologico
che lo costringe a farsi amare
dalle donne per poi lasciarle. Insegue
disperatamente lo stesso affetto
condizionato che ha ricevuto da
bambino.»
Min era perplessa. «Non mi sembra che
abbia nulla di disperato.»
Bonnie scosse la testa. «Neanche a me.
Credo che questa ex stia
esagerando.»
«Fa la psicologa» disse Liza. «Lo sai
come sono fatti gli psicologi. E
poi questo spiegherebbe come fa a
lasciarsi dietro una scia di cuori
infranti pur essendo la persona che
abbiamo imparato a conoscere.
Rimango sospettosa, ma non credo sia
crudele. E non credo che si
diverta a mollare le persone.» Guardò
Min. «Cynthie ha detto che la sua
prossima mossa sarà scoprire di cosa
hai bisogno e regalartelo. Le ho
raccontato delle palle di vetro con la
neve. Dovresti prepararti a
riceverne una.»
«Per ora ho avuto un gatto» disse Min.
Liza poggiò la forchetta.
«Un gatto?» disse. «Sta perdendo colpi.
Doveva essere una palla di
vetro. Dov’è questo gatto?»
«Nella stanza da letto» disse Min. Liza
si alzò e andò a controllare.
Tornata in salotto, disse: «Sembra un
gatto demoniaco. Come gli è
venuto in mente?»
Min scrollò le spalle, decisa a non
discuterne. «Lo ha seguito quando
mi ha portato a casa la cena di Emilio.
Prima che notasse le palle di
vetro.»
«E poi?»
«Mi ha detto che colleziono coppie»
disse Min. «Non ci avevo mai
fatto caso, ma è vero.»
Liza aprì la bocca per obiettare
qualcosa, ma poi guardò meglio la
collezione. «Accidenti» disse, dopo un
attimo di contemplazione.
«Sono tutte coppie, tranne la mia.
Sempre che Capitan Uncino non
abbia una storia segreta con Malefica.
Come ho fatto a non
accorgermene?»
«Come ha fatto ad accorgersene lui,
piuttosto» disse Bonnie. Min
scosse la testa. «è solo molto, molto
bravo con le
persone. è empatico.» Esitò per un
attimo, poi si rivolse a Bonnie:
«Quando mi hai detto della dislessia, ho
fatto delle ricerche online. Gli
ostacoli sono enormi per...»
«Non rammaricarti per lui» disse Liza.
«Certo che no» disse Min. «Scherzi?
Guardalo, non gli manca nulla.
Però ha dovuto guadagnarsi tutto. Come
dicevo, spesso chi è affetto da
dislessia è molto empatico. Come Cal:
si concentra solo sull’esterno,
per capire gli altri. Non credo sia molto
consapevole di sé, ma non gli
sfugge nulla di chi lo circonda. Di sicuro
conosce me.»
Liza poggiò i cattivi innevati sulla
mensola, producendo un tonfo sordo.
Poi tornò a sedersi. «Non è vero. Sta
solo provando...»
«No» disse Min, spazientita. «Abbiamo
parlato del mio peso. Dice che
mi vesto come se odiassi il mio corpo.»
«Buon per lui» disse Liza. «Okay, è una
bestia, ma su questo ha
ragione. Cos’ha detto esattamente?»
Min spinse via il piatto. «Diverse cose,
ma il succo era che il mio corpo
è sexy, e che dovrei sfoggiarlo
orgogliosamente.»
«A quel punto ha provato a portarti a
letto?» disse Liza.
«No, ha detto che dovevamo mangiare»
disse Min. «Mi ha anche
spiegato dove sbagliavo con il pollo al
Marsala. Ci riproverò.»
«Ti ha portato del cibo, ha capito tutto
delle tue palle di vetro con la
neve, ti ha insegnato a cucinare, ha detto
che hai un corpo sexy e se n’è
andato senza provarci» disse Bonnie.
Min annuì.
Bonnie guardò Liza. «è proprio una
bestia.»
«è esattamente ciò di cui parlava
Cynthie» disse Liza.
«Soddisferà ogni suo desiderio fino a
farla innamorare, e a quel
punto se ne andrà.»
Min si morse il labbro. «Non mi sto
innamorando di lui,
nonostante senta delle voci e veda le
stelle ogni volta che mi bacia. La
scommessa me lo impedisce. Ho
provato a parlargliene e lui ha mentito.
Quindi è finita. Sul serio.»
«Certo» disse Liza, palesemente
scettica.
Min non era di certo più convinta.
Venerdì pomeriggio, mentre era al
lavoro, decise saggiamente di non
trascorrere la serata all’Azzardo.
Chiamò invece sua sorella. «Ho voglia
di fare shopping.»
«Shopping?» rispose Diana.
«Una persona mi ha detto che mi vesto
come se odiassi il mio corpo.»
«è vero» disse Diana. «Vuoi cambiare?
Sul serio?»
«Solo un po’» disse Min,
precipitosamente. «Non...»
«So già dove andare» disse Diana.
«Sarà una trasformazione
completa!»
«No» disse Min. «Ammorbidirmi un
po’, magari. Ma non...» «Sarò
davanti all’ufficio alle cinque» disse
Diana. «Sarà
divertentissimo.»
«Be’» disse Min, ma Diana aveva già
attaccato. «Oh. Okay.
Bene.»
Mise giù il telefono e decise di non
pensare alla trasformazione
fino al suo appuntamento con Diana. Si
concentrò sulla conclusione
della sua settimana lavorativa. Quando
stava per mettersi la giacca e
raggiungere Diana, squillò il telefono.
All’altro capo della cornetta la
accolse una voce femminile: «Mi
chiamo Elizabeth Morrisey, vorrei
parlare con la Min Dobbs che ha
conosciuto mio figlio Harrison a
Cherry Hill Park, la settimana scorsa.»
«Bink?» disse Min, esterrefatta.
«Sì» disse la donna. «Mi spiace
disturbarti al lavoro, ma non ho trovato
un indirizzo di casa. Solo un attimo.»
Min sentì vari rumori provenire
dal telefono, poi Harry prese la cornetta.
«Min?» disse il bambino, la
linea disturbata dal suo respiro pesante.
«Sì» disse lei, sorridendo. «Come stai,
Harry?»
«Bene. Vieni al parco, domani?»
«Be’, non...»
«Potresti venire alla partita» disse
Harry, dimostrando una
capacità di concentrazione simile a
quella dello zio. «Alle dieci. Di
mattina. Potremmo mangiare ciambelle.»
«Be’» disse Min, sorpresa.
Harry respirò di nuovo nella cornetta.
Sembrava un Dart Fener in
miniatura.
«Certo» disse alla fine. «Perché no?
Porterò le ciambelle...»
«Ci pensa mia madre» disse Harry. «Le
ho già detto come le voglio.»
«Ah, bene» disse Min, riprendendo il
controllo. «Grazie per...»
Harry si allontanò dal telefono, e Min
sentì Bink dire: «Saluta
educatamente, Harry.» Il bambino
afferrò la cornetta e disse: «Ciao.»
Poi abbandonò di nuovo la
conversazione.
«Pronto?» disse Bink, prendendo
possesso del telefono.
«Sono qui» disse Min, cercando di non
ridere.
«Stiamo ancora imparando come si
parla al telefono» disse
Bink.
«è stato bravo» disse Min. «Tranne
magari per quel respiro.» «Grazie
per aver accettato» disse Bink. «Harry
ha parlato molto
di te, questa settimana.» «Davvero?»
disse Min, sorpresa.
«E delle tue scarpe» disse Bink.
«Somiglia molto allo zio» disse Min.
«Lo speriamo tutti» disse Bink. «Allora,
ci vediamo domani alle
dieci?»
«Domani alle dieci» disse Min,
tornando a sedersi per un attimo
dopo aver chiuso la conversazione.
Non poteva essere un’idea di Cal. Se
l’avesse voluta alla
partita, l’avrebbe chiamata di persona.
Probabilmente era all’oscuro di
tutto. Si mise la giacca e pensò che per
lui sarebbe stata una sorpresa.
Non le dispiaceva l’idea che fosse lui a
trovarsi impreparato, per una
volta. Che fosse lui a dover reagire alla
situazione.
Prese la borsa e raggiunse Diana. D’un
tratto era molto più interessata a
quella trasformazione.
La mattina seguente, Cal stava
osservando i tentativi di lancio di un
esterno senza speranze di nome Bentley
quando sentì il tocco fresco di
due mani coprirgli gli occhi. Il profumo
di lavanda e cannella gli
procurò una fitta di piacere così intensa
che quasi sospirò. «Non è da te,
Minnie» disse. La vista di Cynthie fu
come una doccia fredda. «Cyn?»
«Ciao» disse Cynthie.
«Scusami» disse Cal, facendo un passo
indietro. «Porti lo stesso
profumo di una mia amica. Anche se lei
non usa profumi, a dire la
verità.» E neanche viene a queste
maledette partite, pensò, arrabbiato
con sé stesso per aver commesso uno
stupido errore.
«Profumo» ripeté Cynthie, pietrificata.
«Allora» disse Cal, facendo un altro
passo indietro. «Come te la passi?»
Una palla gli rotolò accanto ai piedi, e
lui si chinò per raccoglierla.
«Meglio che rimani dietro la recinzione.
Questi
ragazzini sono imprevedibili.»
«Certo» disse Cynthie, deglutendo.
«Volevo solo farti un
saluto.»
«Be’, ciao» disse Cal. Notò qualcosa
sugli spalti e distolse gli
occhi da Cynthie per seguire Harry
mentre saliva fino in cima. «Dove
diavolo sta...» cominciò Cal, prima di
individuare Min, seduta
sull’ultima fila di gradini. Un nuovo
taglio corto lasciava i capelli ricci
liberi di risplendere al sole. Indossava
una camicetta bianca ampia e
leggera, e accolse Harry con
un’espressione angelica. A Cal mancò il
respiro per un attimo. «Si è tagliata i
capelli» disse a voce alta.
«Come?» rispose Cynthie. Poi seguì la
direzione dei suoi occhi.
Cal indicò gli spalti con un cenno del
capo e cercò di recuperare.
«Potresti riportare Harry da queste
parti? Deve giocare a baseball, non
flirtare con donne più grandi.»
«Va bene» disse Cynthie, con quel tono
freddo che per Cal aveva un
significato ben preciso: Ce l’ho con te,
ma voglio comportarmi da
adulta.
«Tutto bene?» le chiese.
«Sì, certo» disse lei, in tono ancora più
gelido. Uscì dalla recinzione e
si arrampicò sulla gradinata.
Chissà che le è preso, pensò Cal. Dopo
qualche istante, però, l’aveva
già dimenticata ed era tornato a guardare
Min, incantevole sotto la luce
del sole. Harry la fissava con
espressione adorante, pulendosi il naso
con il braccio. Non provo alcun
interesse per Minerva Dobbs, disse tra
sé e sé. è troppo impegnativa. Non è mai
tranquilla. Senza contare che
mi odia. La vide sorridere a Harry e
pensò: Dannazione, quanto è bella.
Continuò a fissarla.
Quando Min arrivò al parco, i ragazzi si
stavano scaldando.
Vide Harry sul campo da gioco, più
piccolo dei suoi coetanei e
sporchissimo come al solito, e provò un
moto di compassione per lui.
Non appena Harry la notò, le rivolse il
sorriso tipico dei Morrisey. Se la
caverà senza problemi, pensò Min
ricambiando il sorriso. Si arrampicò
fino all’ultima fila della gradinata,
sentendo il vento scompigliarle i
capelli tagliati da poco e agitare le
maniche della sua camicetta di
organdi. Provò a concentrarsi su Harry,
ma non ebbe successo perché
c’era anche Cal, e i suoi occhi
continuavano a deviare verso di lui. è
solo attrazione fisica, si disse. Ma non
era vero. Le piaceva il modo in
cui si comportava con i ragazzi; odiava
allenare, ma lo faceva nel modo
giusto. Questo era Cal.
Piantala, pensò. Neanche lo conosci.
Una donna bruna e slanciata si avvicinò
a Cal coprendogli gli occhi con
le mani. Ti pareva, pensò Min. Tutta la
sua ridicola gioia svanì in
quell’istante. Non importava che fosse
bravo con i bambini, visto che
non voleva averne. Aveva molta
importanza il fatto che fosse una bestia
con le donne, invece. Quindi...
«Ciao» disse qualcuno, sedendosi al suo
fianco. Era una voce
perfettamente modulata. Min si voltò e si
trovò davanti una donna
magrissima e dai capelli chiari, che
sorrideva timidamente. Il volto
aveva la forma di un cuore, e gli occhi
erano grigi ed enormi; i capelli
color platino ritagliavano in modo netto
l’ossatura perfetta del cranio.
Non poteva pesare più di quaranta chili.
«Io sono Bink» disse.
«Ma certo» rispose Min. «Io sono Min.»
«è gentile da parte tua venire fin qui per
Harry» disse Bink. «Te ne
sono grata.»
«Harry è un bambino molto dolce» disse
Min, cercando di
individuarlo. Si accorse subito che era
scappato dal campo e stava
salendo la gradinata, verso di loro. Il
livello di sporcizia che lo
circondava sembrava aumentare a ogni
suo passo.
«Non sono in molti a rendersene conto»
disse Bink, guardandolo con
amore.
«Ciao, Min» disse Harry, a un gradino
di distanza. La fissava con
espressione radiosa, e Min rispose con
un sorriso, perché non era
possibile fare altrimenti.
«Ehi, Harry» disse. «Come va?»
«Devo giocare a baseball» disse lui. «A
parte questo, tutto bene.»
«Sopporta questa tortura e ti prometto
che festeggeremo con una
ciambella» disse Min.
«Evviva» disse Harry, agitando la testa.
«Stai facendo un figurone, laggiù» mentì
Min.
«Grazie» disse Harry, continuando ad
agitare la testa.
«Sei bravissimo a lanciare» disse Min,
con un tentativo alla
cieca.
«Non direi proprio» rispose Harry,
senza lasciarsi scoraggiare. Tirò su
con il naso e continuò ad annuire. Bink
gli disse: «Credo
che zio Cal ti stia cercando, Harry.» Lui
si voltò, notando Cal e la bruna
che lo osservavano.
«Già» disse sospirando.
«Concentrati solo sulla ciambella» disse
Min.
«Evviva» ripeté Harry, sorridendole
convinto.
Min ricambiò il sorriso.
«Devo andare» disse Harry, rimanendo
immobile.
«In bocca al lupo» disse Min.
«Crepi» disse Harry, annuendo per circa
un altro minuto, finché
il sorriso non si spense. Scese la
gradinata, evitando di incrociare lo
sguardo dello zio.
«Sei stata molto carina a dirgli quelle
cose» azzardò Bink. Min la
guardò stupita.
«Non mi sono inventata nulla» rispose
Min. «Harry mi piace molto.»
Prima che Bink potesse rispondere, si
alzò una folata di vento che fece
temere a Min di veder volare via la sua
interlocutrice. Che gioia averla
qui al mio fianco, pensò Min con
amarezza. Perché da sola non
sembravo abbastanza grossa. Se ne pentì
immediatamente. Bink aveva
tutta l’aria di essere simpatica, e di
certo era molto gentile. Inoltre Cal
l’aveva avvertita riguardo all’odio per
il suo corpo. Okay, pensò. Sono
uno di quegli inviti di matrimonio color
crema e molto elaborati, del
tipo che non puoi fare a meno di toccare
perché è troppo invitante. Lei è
la pregiata carta velina dentro cui sono
incartata.
«Tutto bene?» chiese Bink.
«Sì» disse Min. «Perché?»
«Avevi un’espressione corrucciata»
disse Bink.
«Devo migliorare il livello delle mie
metafore» disse Min. «E
così Harry gioca a baseball.»
«Sfortunatamente sì» disse Bink. Non è
lei che ha incastrato Cal
e Harry, pensò Min. Mi chiedo chi...
«Ciao!» disse qualcuno in tono
amichevole alle spalle di Min.
Quando si voltò, di fronte a lei c’era la
brunetta che stava flirtando con
Cal. Aveva il volto a forma di cuore e
dei grandi occhi grigi. I capelli
neri erano forti e vellutati.
Voglio morire, pensò Min mentre quel
modello di perfezione le si
sedeva a fianco. Sono circondata da
belle e magre.
«Come va, Bink?» disse la donna. Bink
le sorrise timidamente –
probabile che facesse qualunque cosa
timidamente – e disse: «Ciao,
Cynthie.»
Cynthie. Min osservò la brunetta con
rinnovato terrore. La ex di Cal.
Per giunta indossava un top nero
scollato, niente affatto appropriato a
una partita di baseball per bambini.
Eppure Cynthie non sembrava
farsene un problema, forse per via di
quel seno perfetto e sbarazzino
che di certo faceva impazzire gli uomini.
Al diavolo, pensò Min. Si
concentrò sul campo, e su Cal, che
guardava nella loro direzione con
un’espressione strana sul volto. Magari
aveva finalmente capito che la
donna che aveva baciato non sarebbe
mai stata una taglia 42. Quel
pensiero le fece più male di quanto
avrebbe dovuto.
«Ecco Cal» disse Bink.
«Cosa lo turba?» disse Min. «A parte il
fatto che odia fare l’allenatore.»
«Non è vero che lo odia» disse Cynthie.
«Era anche lui del parere che
Harry ne avrebbe giovato.»
«Ah» disse Min. «Quindi è stata una tua
idea?»
«Sì» disse Cynthie, sorridendo.
Min si voltò verso Bink. «è stata Cynthie
a coinvolgere Harry
nel baseball.»
«Sì» disse Bink. «Cynthie ne ha parlato
con la nonna di Harry,
ed entrambe erano dell’idea che gli
avrebbe fatto bene. La nonna di
Harry sa essere molto decisa.»
«Oh» disse Min, mentre sul campo un
battitore spediva una palla
incerta verso il fuoricampo sinistro. Un
compagno di squadra di Harry
provvide a fallire miseramente la presa.
Cal non si accorse di nulla, gli
occhi ancora fissi sulle gradinate.
Proprio mentre Cal iniziava a voltarsi,
l’esterno sinistro raccolse la
palla e la lanciò con un gesto disperato
di inusitata potenza per un
bambino di otto anni. Colpì in pieno la
nuca di Cal, facendolo vacillare
e poi accasciare in ginocchio, e da lì
stramazzare a terra.
«No» esclamò Min, precipitandosi giù
per le gradinate e oltrepassando
la rete di protezione. «Cal?» gli disse,
inginocchiandosi al suo fianco
mentre provava a rialzarsi. «Cal?»
Preoccupata dal suo sguardo stordito,
Min lo esaminò, cercando di
capire se le pupille fossero di diverse
dimensioni. Non lo erano. In
compenso i suoi occhi mantenevano la
consueta carica di profonda
passione, e Min si perse di nuovo in
quello sguardo.
Il respiro le venne meno, e dietro di lei
sentì crescere una musica. Elvis
Costello si sgolava cantando She, e la
voce nella sua testa le urlava:
Lui.
In quel momento sentì Tony urlare:
«Spegnete quell’affare.» Si voltò e
riuscì a intravedere due ragazze con una
radio vicino alla recinzione,
mentre Cynthie la raggiungeva al fianco
di Cal.
«Scusate» disse una delle ragazze.
«è morto?» chiese l’altra.
«Andatevene» disse Min, e quelle
ubbidirono, portandosi via la
musica.
«Cal, stai bene?» disse Cynthie. Min si
accorse che la stava
ancora guardando.
«Cal?» gli disse.
Il killer del fuoricampo li raggiunse di
corsa. «Ha visto, signor
Capa? Che bomba.»
«Certo, ben fatto Bentley» gli disse
Tony, tenendo gli occhi su
Cal. «Tutto a posto, bello?»
«Sapevo di potercela fare» disse
Bentley. «Ho visto Wyman
correre verso la terza base, e qualcosa
mi ha detto che ce l’avrei fatta.
Cavolo, che bomba che ho tirato.»
«Cal, di’ qualcosa» lo implorò Cynthie,
la voce rotta dal panico.
«Che bomba che ho tirato, cavolo» disse
Bentley.
«Già» disse Tony. «Peccato che hai
mancato la terza base di un
chilometro, e hai steso il signor
Morrisey.» Si chinò di fianco a Cal.
«Di’ qualcosa ora, oppure ti faccio
portare al pronto soccorso da Min.»
«Hai sentito anche tu la musica?» chiese
Cal, continuando a fissare
Min.
«Che bomba che ho tirato» disse
Bentley.
Tony consegnò a Min le chiavi della
macchina. «Vai. Il pronto soccorso
di Cherry Hill dista un chilometro su
questa strada.»
«So io dov’è» disse Cynthie, in piedi.
«Ho la mia auto.» Min aiutò Cal
ad alzarsi e si sforzò di farlo rimanere
dritto, mentre Tony lo sosteneva
dall’altro lato.
«Lo porto io» disse Cynthie. «La mia
auto è proprio...»
«No» disse Cal, tirandosi su. «Se devo
vomitare, meglio farlo nel
vecchio rottame di Tony.»
«Vai a tavoletta» si raccomandò Tony,
aiutandoli a entrare nell’auto.
Cal era sdraiato sul lettino del pronto
soccorso, cercando di ricordare
quanto accaduto. Stava guardando Min,
la camicetta e i capelli
scompigliati dal vento, e stava dicendo a
sé stesso che era una
rompiscatole e non voleva avere nulla a
che fare con lei, quando la
palla l’aveva colpito all’improvviso e...
«Cal?» disse Min, chinandosi su di lui.
La luce al neon alle sue spalle
esaltava il profilo dei capelli e la faceva
sembrare un angelo.
«Ciao» sussurrò Cal.
«Il dottore dice che ti rimetterai presto»
lo rassicurò lei, con aria
allegra. «Ti ho preso le medicine.» Gli
mostrò un contenitore di plastica
ambrata. «Per il dolore. In caso tu abbia
mal di testa. Hai mal di testa?»
Gli sembrava di avere la testa stretta in
una morsa. «Sì.»
Aprì il contenitore e gli fece cadere due
pasticche sul palmo. «Tieni»
gli disse. «Ti prendo dell’acqua.»
Cal valutò l’ipotesi di confessare che ne
aveva già presa una; dal
momento che non aveva sortito alcun
effetto, pensò che altre due
pasticche fossero una buona idea.
«Mi hai fatto spaventare» gli disse Min,
porgendogli un bicchier
d’acqua. «Hai preso una botta in testa.
Si può morire. Non so quanti
casi di morti simili si verifichino ogni
anno. Non ho avuto il tempo di
controllare.»
Cal raddrizzò la testa per inghiottire le
pasticche. «Bentley» disse con
risentimento.
«Credo sia molto dispiaciuto» disse
Min. «O almeno lo sarà quando
smetterà di pensare al lancio che ha
fatto.»
«Piccolo bastardo» disse Cal, senza
astio. «C’era della musica? Potrei
giurare di aver sentito...»
«She di Elvis Costello.» Min annuì.
«Ricordi bene. Due ragazze con la
radio. è strano, non credevo che la
trasmettessero ancora. Mia sorella la
userà al suo matrimonio.» Cal ebbe
l’impressione che Min stesse
balbettando confusamente, ma non era da
lei. Decise che la colpa era
della sua testa malandata. «Ho
telefonato a Bink, le ho detto che stai
bene e che ti porterò a casa.»
«A tua sorella piace Elvis Costello?»
disse Cal.
«No» disse Min. «A mia sorella
piacciono le colonne sonore dei
film di Julia Roberts.»
«Ah» disse Cal, concentrandosi su di
lei. «Ti sei tagliata i
capelli.»
«Diana mi ha portato dal suo
parrucchiere» disse Min. «Nuova
acconciatura per nuovi vestiti. Ho fatto
come mi hai detto.»
«Non ti ho detto di tagliarti i capelli.» I
suoi occhi caddero sul tessuto
semitrasparente della camicetta, e
sull’altrettanto sottile
canottiera al suo interno. Per poco Cal
non cadde dal lettino. «Piano»
disse Min, tentando faticosamente di
sostenere il suo peso. Cal guardò
la scollatura della camicetta e notò del
pizzo rosa
sotto la canottiera. «Rosa» disse.
«Ottimo, vedo che ti senti meglio» disse
Min, sollevata. «Forza, vieni.
Ti porto a casa.»
«Okay» disse Cal. «I capelli ti stanno
molto bene.»
Mezz’ora più tardi, Min parcheggiò nei
pressi dell’appartamento di Cal,
dopo averne seguito le indicazioni
sempre più confusionarie.
«Andiamo» gli disse, aprendogli la
portiera.
«Ce la faccio» disse Cal, barcollando un
po’. «Tu riporta l’auto...»
«Non ti faccio salire da solo.» Min gli
prese il braccio e se lo passò
intorno a una spalla. Era una bella
sensazione, nonostante il peso. «Mia
madre mi ha educato per bene.»
«Almeno vai avanti tu, così non potrai
guardarmi il fondoschiena.»
«C’è un ascensore, Casanova» disse
Min, chiudendo la porta d’ingresso
con un calcio. «Forza.»
«Aspetta un attimo» disse lui. Min si
fermò per permettergli di
trovare l’equilibrio, ma Cal gli poggiò
di nuovo una mano sui capelli,
tastandone le ciocche. «Morbidi.»
«Già» disse Min, scortandolo in un
appartamento bianco e un po’
dimesso, il tipo di luogo adatto a uno
studente universitario.
Passarono attraverso un salotto
dall’arredamento moderno in stile
danese, che probabilmente avrebbe fatto
inorridire tutta la Danimarca.
Arrivarono poi nella camera da letto,
ancora più cupa e desolante.
«Come ti senti?» gli disse,
accompagnandolo verso un letto privo di
testata.
«Meglio» rispose lui, vacillando. «Gli
antidolorifici hanno fatto effetto
e non sono su un campo da baseball a
fare l’allenatore.»
«Così mi piaci» disse lei. «Trovi
sempre il lato positivo.» Lo fece
appoggiare sul letto, e lui rimbalzò sul
materasso.
«Sei molto più aggressiva di quanto
credessi.» Stramazzò sul cuscino,
ma i piedi erano ancora fuori dal letto.
«E tu sei molto più pesante di quanto
credessi» disse Min. Da sveglio, i
suoi movimenti avevano una certa
grazia. In quello stato semicosciente,
somigliava a una lastra di ghiaccio alla
deriva. Gli tolse un paio di Nike
dai piedi, poi ebbe un sussulto. «Porti il
45.»
«Sì» disse Cal, con aria assonnata.
«Questo fa di me una bestia? Dimmi
di sì. Oggi non mi hai ancora offeso.»
«Elvis portava il 45» disse Min. Cal
bofonchiò: «Buon per lui.»
Gli sollevò i piedi e li spostò sul letto.
Poi si accorse che era troppo
vicino al bordo del letto; se si fosse
girato nel sonno, avrebbe sbattuto
la testa su quel comodino malmesso.
Provò a spingerlo verso il centro
del letto.
«Che fai?» disse lui, mezzo
addormentato.
«Cerco di metterti al sicuro» disse Min,
stringendo i denti. Fece leva
con il ginocchio contro il letto e riprovò.
«Potresti girarti, per
favore?»
Cal ruotò su sé stesso proprio mentre
Min tentava di spingerlo
nuovamente. Entrambi persero
l’equilibrio. Min si aggrappò a lui per
salvarsi, e Cal la trascinò giù.
«Fra circa otto ore sarò sveglio»
bofonchiò, circondato dai suoi capelli.
«Rimani nei dintorni.»
«Come preferisci» disse lei, schiacciata
sul suo torace. «Cadi pure giù
dal letto. Fatti venire una commozione
cerebrale, non mi importa.» Cal
non rispose, così Min gli diede un’altra
spinta. Era come spingere un
muro. Si fermò per riflettere. Il modo in
cui era rimasto aggrappato al
suo braccio era molto protettivo.
Premuroso.
Cominciò a russare.
Istintivo.
«Okay» disse, contorcendosi finché non
riuscì a poggiare un
piede sul pavimento e ad alzarsi. Lo
collocò supino al centro del letto, e
lui smise di russare. Rimase a guardarlo,
spalmato su un misero
copriletto, in una stanza poco curata e
malamente illuminata. Sembrava
un dio.
«Non è giusto» gli disse. «Non potresti
almeno sbavare un po’?»
Ricominciò a russare.
«Grazie.» Aprì l’anta del guardaroba e
trovò una coperta ripiegata sulla
mensola in alto, proprio sopra a una
collezione di vestiti raffinati. «Che
tipo strano che sei» gli disse, stendendo
la coperta su di lui. «Questo
posto non ha proprio nulla di te.»
Il suo respiro si era fatto più profondo, e
Min rimase a osservare la
perfezione dell’ossatura del suo volto,
le ciglia nere che gli
adombravano le guance nel sonno, e
pensò: Potrei innamorarmi di te.
Poi si destò, tornando alla realtà.
Qualunque donna in città avrebbe
pensato le stesse cose, non era mica...
Al diavolo, pensò. Tolse di
mezzo le scarpe per non farlo
inciampare, gli mise un bicchiere
d’acqua
sul comodino, gli lasciò i medicinali in
bella vista e gli rimboccò la
coperta per non fargli prendere freddo.
Poi, non sapendo cos’altro fare,
gli diede una leggera pacca sulla spalla
e se ne andò.
Lunedì, David rispose al telefono e fu
accolto dalla voce di Cynthie:
«Ho parlato con Cal. Crede che quella
donna profumi di lavanda. Ha
notato il suo nuovo taglio di capelli. Suo
nipote la adora. Si sono
scambiati uno sguardo di passione al
parco.»
«E non li hanno ancora sbattuti in
galera?»
«Non scherzare, David. Non è
divertente. Rischiamo di perderli.»
Percepì il suo respiro profondo
dall’altro lato della cornetta. «La cosa
migliore che puoi fare è invitarla a
pranzo. Invoca gioia. L’hai
chiamata?»
«Sta evitando le mie telefonate» disse
David, cercando di mascherare il
fastidio.
«E questo come ti fa sentire?» disse
Cynthie. «Un po’ arrabbiato?»
«Un po’» disse David. «Ma...»
«Sei arrabbiato perché lei non ti
lasciava mai pagare una cena. Stava
rifiutando i tuoi approcci sessuali, come
ora sta rifiutando le tue
telefonate. Quindi...»
«Tutto ciò è ridicolo» disse David,
rendendo evidente il fastidio.
«Il problema è che lei percepisce la tua
rabbia. Dovrai fartela passare.
Adesso.»
«Non sono arrabbiato, dannazione.»
David si lasciò andare a uno scatto
d’ira.
«Invitala a pranzo e insisti per pagare.
Ti sentirai molto meglio, la
rabbia svanirà, lei tornerà a vederti
come un potenziale partner e tu
potrai finalmente farti avanti.»
«Che idiozie» disse David.
«Non mi interessa» disse Cynthie.
«Fallo. Altrimenti finirà con Cal.»
Cal. Cal avrebbe vinto quella dannata
scommessa. Del resto, lui
vinceva sempre. Quel bastardo. «La
chiamerò» disse David. «La
inviterò a pranzo. Mi inventerò
qualcosa.»
«Non rovinare tutto, David» disse
Cynthie. «Ne va della mia vita. E
della mia carriera. Mi serve quella foto
del matrimonio in copertina.»
«Sai che...» cominciò a dire David, ma
Cynthie aveva già chiuso la
conversazione. «Fantastico» disse lui.
Poi compose il numero di Min.
Min era seduta alla sua scrivania,
impegnata a comportarsi in modo
sensato. Squillò il telefono. Cal, pensò.
Se ne pentì immediatamente.
Avevano un piano molto ragionevole per
non farsi del male a vicenda;
erano persone logiche e razionali, quindi
non poteva essere di certo lui
a chiamarla. Il telefono squillò ancora.
Alzò la cornetta. «Minerva
Dobbs.» Attese di sentire la voce di Cal
che le diceva: Ciao, Minnie.
Come sta il gatto?
«Min» disse David. «Vediamoci per
pranzo. Dobbiamo parlare.»
«No che non dobbiamo» disse Min,
cercando di non far trasparire il suo
disappunto. «Ma dovrò comunque
mangiare. Divideremo il conto.»
«No, pago io» sbottò David. «Volevo
dire, mi piacerebbe offrirti il
pranzo.»
«Va bene, come vuoi» disse Min,
confusa.
«Ci vediamo da Serafino’s a
mezzogiorno?» disse David.
«è il posto il cui chef annuncia la
rivoluzione attraverso la sua
cucina?»
«è il più famoso della città» disse
David.
«Perfetto, allora» disse Min. Mise giù il
telefono, attribuendo il
tutto alla stranezza generale che si era
impossessata della sua vita negli
ultimi tempi.
Quando arrivò al ristorante, David la
stava già aspettando. Si alzò in
piedi sorridendo per accoglierla, poi
cominciò a fissarla.
Min abbassò lo sguardo e si accorse che
a catturare la sua attenzione era
stato il top blu leggero sotto la giacca a
scacchi grigia.
«Sei strepitosa» le disse.
«Mi sto evolvendo» rispose Min,
sedendosi al tavolo intarsiato. «E sto
anche morendo di fame. Cosa c’è di
buono?» Si guardò intorno, in un
tripudio di blu e argento. «A parte la
decorazione d’interni.»
«Ho già ordinato» disse David. «Non
volevo farti aspettare.»
«Sei stato molto gentile.» Min richiamò
il cameriere e cambiò
l’ordinazione. Insalata e pollo al
Marsala. Almeno avrebbe colto
l’occasione per valutare i concorrenti di
Emilio.
«Credo di aver commesso un errore»
disse David quando il cameriere
gli servì la zuppa fredda di castagne e
crescione d’acqua. «Credo
anch’io» disse Min, guardando quel
piatto di brodaglia
guarnita alla perfezione. «Quella zuppa
non ti piacerà. C’è un chiosco
di hot dog, qui fuori. Perché non...»
«Non parlo dell’ordinazione.» David
fece un respiro profondo e sorrise.
«Min, voglio che torni con me.»
Min interruppe la sua opera di
estrazione delle decorazioni vegetali
troppo artistiche presenti nella sua
insalata. «Come, scusa?» «Sono
stato avventato» disse David,
continuando a parlare mentre Min
pensava: La scommessa. Quella stupida
scommessa.
Hai paura di perdere la scommessa.
Si abbandonò sullo schienale e
considerò la situazione, mentre
David non accennava a concludere. In
qualche modo, David si era fatto
l’idea che lei sarebbe andata a letto con
Cal. Chi poteva averglielo
detto? Il pensiero che Cal si fosse
vantato con lui le attraversò la mente,
disgustandola. Poi il buonsenso prese il
sopravvento. Cal non era tipo
da vantarsi. E non era neanche stupido.
Solo una persona molto stupida
avvertirebbe il suo avversario
dell’imminente sconfitta. Ma soprattutto,
Cal non si sarebbe comportato in quel
modo.
«Mi stai ascoltando?» disse David.
«No» disse Min. «Quale sarebbe il
motivo?»
«Ti stavo appunto spiegando...»
«No» disse Min. «Stavi parlando di te.
Sei stato avventato,
insensibile, stupido...»
«Non ho detto di essere stato stupido»
precisò David, piccato. «E io
dove sono, in tutto questo?» disse Min.
«Nella mia vita, spero» disse David. Il
suo tono era talmente
sincero che Min ne fu scossa. «Quando
ti ho chiesto di uscire con me la
prima volta, l’ho fatto perché pensavo
che saresti potuta essere una
buona moglie, e lo penso ancora. Quello
che non sapevo è...» Fece una
pausa e le prese la mano. Min lo lasciò
fare, curiosa di sentire cosa
sarebbe venuto dopo. «...Quanto sei
dolce.»
«Non lo sono» disse Min, cercando di
riprendersi la mano.
«E quanto tu sia...» Guardò la sua
maglia. «Sexy. Sei
cambiata.»
Min tirò via la mano. «David, questo è il
rimorso del
compratore. Anzi, il suo opposto. Se
tornassi con te, mi molleresti di
nuovo. Dovresti metterti con una di
quelle donne scheletriche che ti
piacciono tanto.»
David provò a ribattere, ma il cameriere
lo interruppe, servendo il suo
vitello-qualcosa e il pollo al Marsala.
Min tagliò la carne e la assaggiò.
«Bacon. E pomodoro. Quale idiota
metterebbe bacon e pomodoro nel
pollo al Marsala?»
«Min...»
«Si vedono persino i pezzetti di bacon
nella salsa. Emilio ci sputerebbe
sopra.»
«Non mi prendi sul serio» disse David.
«Lo so» disse Min, poggiando la
forchetta. «Ma santo cielo, come gli è
venuto in mente?»
«Ciò che sto cercando di dirti,» continuò
David «è che dovremmo fare
un altro tentativo.»
«No, non è questo che stai cercando di
dirmi» rispose Min. «In realtà
sei in preda al panico perché sto
uscendo con qualcun altro. Assaggia la
zuppa.»
«Non...»
«La zuppa» disse Min.
David assaggiò la zuppa e fece una
smorfia. «Ma che
diavolo...»
«Te l’avevo detto.» Min spinse via il
piatto. «Mai frequentare
posti in cui lo chef parla con il cibo. Si
finisce col pagare per il suo ego.
Un po’ come in certi appuntamenti.»
Prese la borsetta. «Mi spiace,
David, ma non c’è futuro per noi. Non
porteremo a termine neanche
questo pranzo, ma apprezzo il fatto che
tu me l’abbia
offerto. Grazie.»
«Dove vai?» disse David offeso, mentre
Min si alzava.
«A prendere un hot dog» disse Min.
«Credo che il chiosco qui
davanti abbia i wu?rstel tedeschi.»
Emilio chiamò Cal alle sei di martedì
pomeriggio. «Min ha
ordinato una consegna» disse. «Gliela
porti tu?»
«Sì» disse Cal senza pensarci. Poi si
ricordò che non dovevano
più vedersi. «No.» Questo non gli
impediva però di essere amici. «Sì.»
Conclusione troppo razionale. «No.»
«Capisco» disse Emilio. «Quindi è un
no?»
D’altra parte, doveva pur mangiare. E
doveva ringraziarla per essersi
presa cura di lui il sabato precedente. In
più, aveva voglia di vederla.
«No» disse. «Anzi, sì. Gliela porto io.»
8
Ancora una volta, Min aprì la porta
indossando quella tuta
orribile, senza trucco e con i capelli
sparati in ogni possibile direzione.
Era bellissima. «Ciao» disse con aria
sorpresa. Poi sorrise. «Emilio ti ha
incastrato, eh?»
«Ha detto che stavi morendo di fame»
esordì Cal, senza riuscire a
smettere di sorridere. «Mi hai portato al
pronto soccorso. Mi hai
lasciato un bicchiere d’acqua sul
comodino. Sono in debito.»
«Scusa pietosa» disse Min, facendo un
passo indietro per lasciarlo
entrare. Cal notò con piacere che quel
bruttissimo gatto era ancora lì,
appollaiato sul divano a fissarlo con un
occhio solo.
«è incredibile che il gatto sia ancora
qui» disse Cal, scartando il
pacchetto sul tavolo. «Hai già scelto un
nome?»
«L’unica cosa incredibile è che me
l’abbia portato tu» disse Min,
scomparendo nella nicchia-cucina.
«Niente nome. Dobbiamo ancora
capire se vogliamo una storia seria.
Però torna a casa ogni sera, e dorme
con me.»
«Furbacchione d’un gatto» disse Cal.
«Stavo pensando di tenerlo sempre
dentro casa. I gatti vivono più a
lungo se rimangono all’interno. Però è
un maschio, quindi non credo
che sarebbe contento di sentirsi legato.»
«Dipende a cosa lo leghi» disse Cal, e il
pensiero volò a quel letto di
ottone.
Min portò i piatti in tavola. «Sai, se mi
avessi regalato una palla di
vetro con la neve l’avrei capito, ma un
gatto?»
«Hai detto che non volevi una palla con
la neve.»
«è vero» disse Min. «Vorrei solo riavere
quella di mia nonna con
Minnie e Topolino. Portami la palla con
la neve di mia nonna e
ti amerò in eterno. Se invece mi porti un
altro gatto, sarò costretta a
porre fine a questi nostri appuntamenti
per il pollo al Marsala.»
«A proposito,» disse Cal «cos’è
successo stavolta?»
Min si recò in cucina lamentandosi, e
Cal la seguì. Si sentiva già a casa.
«Non ha un brutto aspetto» disse di
fronte alla sua ultima creazione.
«Ma non è l’aspetto che dovrebbe avere
il pollo al Marsala.»
«Ho provato a evitare l’olio e il burro»
disse Min, anticipando le
proteste di Cal con un gesto delle mani.
«Lo so, lo so, ho imparato la
lezione. Ho usato del brodo di carne al
loro posto. Ha un buon odore,
ma l’aspetto non va bene.»
«Forse perché l’olio d’oliva e il brodo
di carne non sono la stessa cosa»
disse Cal. «Niente paura. Ti basterà fare
un roux per addensare il brodo,
e potrai usarlo come condimento per le
fettuccine.»
«Un roux» ripeté Min.
«Burro fuso e farina» disse Cal. «Ma
non credo proprio che tu abbia del
burro.»
«Bonnie potrebbe averlo» disse Min.
«Non ho neanche le fettuccine e
la farina, se è per questo. Chiederò a
lei.»
«Hai almeno una pentola più grande e
uno scolapasta?» disse Cal,
ispezionando quel luogo angusto. Deve
trovarsi un’altra casa.
«In cantina» disse Min.
«Ah, comodo. Il coperchio dov’è?»
«Coperchio?» disse Min.
«Qualcosa che impedisca al gatto di
banchettare nella padella
mentre scendiamo in cantina.» «Stiamo
scendendo in cantina?»
«Vuoi imparare a cucinare oppure no,
Minnie?» disse Cal, con un tono
più affettuoso di quanto volesse lasciar
intendere.
Min socchiuse gli occhi. «Sì. Sì, certo.»
«Allora ti servono gli strumenti adatti»
disse Cal.
Una volta in cantina, Cal scelse
casualmente una delle numerose
scatole a disposizione, rigorosamente
prive di scritte, e l’aprì con un
coltellino tascabile. Min scartò il primo
pacchetto all’interno della
scatola e trovò lo scolapasta verde di
sua nonna. «è la scatola giusta»
disse, rimettendo a posto lo scolapasta.
«Al primo colpo. Sei davvero
bravo.»
«Avevi dubbi?» Cal sorrise e sollevò la
scatola. «Coraggio, Minnie.
Andiamo. E non dimenticarti di chiedere
a Bonnie burro, farina e
pasta.»
Il compito di insegnare a Min come fare
un roux non presentava serie
difficoltà. Ma la cucina era stretta, e
loro erano molto vicini.
I suoi capelli sapevano di lavanda, e non
c’era un solo punto del suo
corpo che non fosse pieno di curve. In
più, quel letto di ottone era a una
sola camera di distanza. Dopo averle
illustrato i rudimenti del roux, Cal
decise di tornare in salotto per dedicarsi
allo scatolone.
Con sua sorpresa, scoprì che il gatto ci
si era intrufolato dentro. «Fuori»
gli disse. Per tutta risposta, l’animale
chiuse un occhio e aprì l’altro,
rimanendo impassibile al suo posto tra
gli oggetti impacchettati. Cal lo
sollevò e lo depositò sul pavimento, ma
questi cominciò a fargli le fusa
strusciandosi sulla sua gamba. «è un
gatto molto affettuoso» disse a
Min.
«Lo so, lo adoro» disse Min. «Viene ad
accucciarsi vicino a me tutte le
sere, e miagola quando sente Elvis.
Inoltre è molto intelligente. Ha
trovato il modo di azionare lo stereo da
solo, per
ascoltare Elvis quando non ci sono.»
Cal prese il primo pacchetto, lo scartò e
ne estrasse una terrina
quadrata di vetro molto spesso, che
sembrava avere una funzione ben
precisa. «Questo cos’è?»
Min si voltò per guardarlo. «Serve per
sbattere le uova. Dovrebbe
esserci un coperchio in metallo con
delle fruste.»
Cal rovistò nella scatola finché non lo
trovò. Il coperchio aderiva al
contenitore e includeva un’apertura per
le fruste. «Ingegnoso» disse,
passando all’imballaggio successivo:
una pesantissima pila di scodelle
di una spessa ceramica bianca con una
striscia blu.
«Accidenti,» disse Min «me le ricordo.
Mia nonna le usava per fare i
biscotti. All’epoca mangiavo ancora i
biscotti.»
«I bei vecchi tempi.» Cal prese un altro
imballaggio. Era tondo e
massiccio. Iniziò a farsi un’idea di cosa
fosse mentre lo scartava. La
rimozione dell’ultimo strato di carta
portò alla luce una palla di vetro
con la neve. Minnie, nel suo vestito
rosa, distesa tra le braccia di
Topolino. Cal non ne fu sorpreso, ma ne
fu certamente turbato.
«Per quanto devo farlo cuocere?» disse
Min. «Quanto ci vuole prima
che la farina si amalgami? Cal?» Si girò
a guardarlo. «Che succede?»
Le mostrò la palla di vetro con la neve,
e Min rimase immobile davanti
al suo pollo.
L’oggetto era molto pesante, più di
quanto Cal si aspettasse. Lo ruotò
per esaminare la base, notando la chiave
che sporgeva. «Carillon?»
chiese a Min, che rispose annuendo.
«Cosa suona?»
«It had to be you» rispose lei,
flebilmente.
«Certo.» Cal scrutò Minnie e Topolino,
intrappolati per sempre nella
sfera di vetro. Portami la palla con la
neve di mia nonna e ti
amerò in eterno.
«Sono quindici anni che la cerco» disse
Min, con voce atona.
«Tu l’hai trovata al primo colpo. Ma
come fai?»
«Non ho fatto nulla.» Cal la poggiò sul
bancone.
«Non avrai mica fatto un patto col
diavolo?» disse Min,
fissandola. «Come?»
«Un accordo che ti consente di fare
sempre tutto in modo perfetto, in
modo che nessuna donna sappia
resisterti. Però hai dimenticato di
specificare che dovrebbe valere solo
per le donne che vuoi tu, e ora
siamo bloccati in questo circolo
vizioso.»
Cal fece un respiro profondo. «Anche
tralasciando il fatto che tu credi
che il diavolo esista e sia in grado di
fare patti con chicchessia, mi
offende che tu mi creda il tipo da
frequentarlo.»
«Maledizione, Cal. Siete praticamente
parenti stretti» disse Min. «Sei
alto, moro, bello, affascinante, porti
vestiti eleganti, sei sempre a tuo
agio, ti presenti alla porta con la
risposta a ogni mio bisogno. Ho perso
quella palla con la neve quindici anni fa.
Ho la sensazione che se
continuo a dirti di sì, finirò all’inferno.»
Cal annuì. Ma perché sono venuto?
«Okay. Mi è passato l’appetito.
Meglio che vada.»
«Sì, forse è meglio» disse Min, fissando
la palla di vetro.
Cal prese la giacca e aprì la porta. Poi
esitò. «Buona...» cominciò a dire,
ma si interruppe.
«Fortuna per tutto?» disse Min,
continuando a fissare la palla.
Cal scosse la testa. «Non suona
altrettanto bene» disse, e se ne andò
scendendo le scale.
Rimasta sola, Min strinse a sé la palla di
vetro e caricò il carillon, che
timidamente produsse le prime note diIt
had to be
you. La guardò intensamente, cercando
di riprendere fiato. Il vetro era
pesante e perfetto, alloggiato su una base
nera Art Déco. All’interno, un
turbinio di lustrini e stelle argentate
faceva da sfondo all’espressione
radiosa di Minnie, felice di essere tra le
braccia di Topolino.
Forse per questo mi piaceva tanto, pensò
Min. Perché lei è felice e lui
pensa che lei sia bellissima. E poi c’era
quel vestito rosa svolazzante,
con scarpe abbinate. Okay, le scarpe non
erano granché. Agitò la sfera.
I lustrini e le stelle si alzarono in volo,
mentre la canzone terminava.
Non ho fatto nulla, aveva detto. Invece
aveva fatto molto. Fino a quel
momento Min aveva vissuto la sua vita
senza problemi, e poi un giorno
lui era comparso in quel locale e aveva
messo tutto sottosopra.
All’improvviso c’erano stelle e lustrini
dappertutto. E ogni volta che le
cose si calmavano, tornando alla
normalità, lui si faceva vivo e agitava
di nuovo il suo mondo...
Sentì qualcosa di peloso sfiorarle la
gamba, ed ebbe un sussulto. Il gatto
miagolò e Min lo prese in braccio,
analizzando la situazione con spirito
critico. Certo, la responsabilità non era
unicamente di Cal. La vita è
sempre piena di coincidenze. Bastava
non andare oltre...
«Terremo le distanze» disse al gatto.
«Non andremo più all’Azzardo, a
meno di non essere sicuri che lui non ci
sia. Passerà tutto, la vita tornerà
alla normalità. Niente più lustrini.»
Il gatto cambiò occhio. Min realizzò che
parlare a un animale usando il
‘noi’ non aveva nulla di normale.
«Pollo?» gli chiese, mettendo da parte
lo spirito critico e decidendo di cenare.
Quel mercoledì sera, Liza era al
bancone, indaffarata a richiamare
l’attenzione di Shanna. Cynthie si sedette
accanto a lei e
gli sorrise. «Ciao. Dov’è la tua amica?»
«è rimasta a casa in compagnia del suo
gatto» disse Liza.
«Credo che voglia evitare Cal.»
«Ottima idea» disse Cynthie. «Il modo
migliore per resistergli è
stargli lontano.» Si guardò intorno. «è
qui in giro?»
«No» rispose Liza. «Tony mi ha detto
che è rimasto in ufficio.
Perché?»
«In assenza di lei, Cal si dedicherà a
te.»
«A me?» disse Liza, inorridita. «Min si
prende una serata di
riposo e lui dovrebbe provarci con
me?»
«No» disse Cynthie. «Ma
l’approvazione di parenti e amici è
importante per la relazione. Mi stupisce
che ancora non abbia cercato di
conquistarti.»
«Non è stupido» disse Liza. «E di certo
non siamo amici.»
«Ad ogni modo, la tua amica sta facendo
la cosa giusta, evitandolo»
disse Cynthie. «Forse riuscirà a non
farsi stregare.»
«Ha stregato te, però» disse Liza.
Cynthie alzò la testa. «Be’...»
Liza rimase in attesa.
«Sì» disse Cynthie. «Mi ha stregato.»
«Che bastardo» disse Liza.
«No» disse Cynthie. «è solo che...»
«Cerca l’approvazione delle donne per
colpa della cara mammina»
disse Liza. «Lo conosci così bene che
potresti scrivere un libro su di
lui.»
Cynthie sorseggiò il suo drink in
silenzio.
«Ah» disse Liza. «Lo stai scrivendo sul
serio.»
«Sì» disse Cynthie. «Ma non su...
Insomma, non
completamente su...»
«Accidenti» disse Liza. «Quando ti ha
lasciato hai perso un uomo e un
soggetto di ricerca nello stesso istante.
Non riesco a capire. Sei
un’esperta di relazioni e ti sei lasciata
fregare così?»
Cynthie si morse il labbro. «Il pensiero
razionale non aiuta quando c’è
un coinvolgimento emotivo.»
La sofferenza sul suo volto era senza
dubbio autentica. Liza le poggiò
una mano sul braccio. «Mi spiace.»
«In fondo,» disse Cynthie a testa alta
«non è grave. C’è gente che sta
molto peggio di me.»
«Non è una gran consolazione» disse
Liza.
«No» disse Cynthie. «Ma è utile per
l’autocommiserazione.» Spinse via
il bicchiere. «Se ti ho fatto un quadro
troppo negativo di Cal...»
«No, tranquilla» disse Liza. «Anzi, direi
che tutto sommato ne hai una
visione positiva.»
«No» disse Cynthie. «è un buon...»
«Non mi interessa. Voglio solo che stia
lontano da Min.» «Anche io»
disse Cynthie.
Finì il suo drink e se ne andò. Shanna si
avvicinò al bancone e
chiese a Liza: «Un altro?»
Liza sorrise. «Parlami di Cal Morrisey.»
«Perché?» chiese Shanna, sospettosa.
«Perché ha baciato la mia migliore
amica, e ho sentito dire in
giro che ha un problema con gli impegni
a lungo termine.»
Shanna scrollò le spalle. «Ce l’ha lui
come ce l’ha metà della
popolazione maschile.»
«Metà della popolazione maschile non
sta baciando Min, però»
disse Liza. «Non ha intenzioni serie,
vero?»
Shanna si morse il labbro. «è la persona
migliore che conosco.
Se mi trovassi nei guai, è lui che
chiamerei. E lui accorrerebbe subito,
ne sono certa.»
«Non hai risposto alla mia domanda»
disse Liza.
Shanna rimase in silenzio per un attimo,
poi disse: «Di’ alla tua amica
di non farci l’abitudine. Non è una
presenza fissa.»
«Grazie» disse Liza.
«Ma è una persona d’oro» aggiunse
Shanna.
«Così mi dicono tutti» ribatté Liza,
alzandosi. «Solo che faccio
fatica a crederci.»
Alle sette, Cal decise che un solo altro
minuto speso su quei
materiali per il corso lo avrebbe
costretto a sbattere la testa sulla
scrivania, e aveva già avuto abbastanza
traumi cranici in quel mese.
D’altra parte, ritrovarsi all’Azzardo di
fronte a Min voleva dire essere
associato al diavolo. Oppure, se fosse
stata di buonumore, sentirsi dare
della bestia. Si alzò, si stiracchiò e si
diresse verso casa. All’altezza del
cinema Gryphon rallentò. Era l’ultima
settimana di una retrospettiva su
John Carpenter, e c’era una breve fila in
attesa della proiezione di
Grosso guaio a Chinatown.
Kurt Russell che prende a pugni i cattivi,
pensò. Non lo vedo da quando
ero bambino. Quando la cassa si liberò,
si avvicinò e comprò un
biglietto. Sempre meglio che passare la
serata in solitudine, cercando di
non pensare a... nessuno.
All’entrata in sala fu accolto dalla
pubblicità per una rassegna su Elvis
Presley, e il pensiero corse a Min.
Levatela dalla testa, si disse. Si cercò
un posto isolato tra le prime file.
Appena il film iniziò, con Kurt Russell
che farneticava sul camion, una famiglia
di cinque persone gli chiese di
spostarsi di qualche poltrona. Il suo
nuovo vicino di posto sembrava
tranquillo, e Cal sprofondò sulla
poltrona perdendosi nel film. Per la
prima volta dalla conclusione
della serata precedente, era sereno.
Quando si accesero le luci, Cal e la sua
vicina si alzarono nello
stesso istante. Altezza media, capelli
ricci corti con colpi di sole, voltata
a raccogliere una giacca a scacchi
grigia...
Si guardarono per un lungo, assurdo
momento, poi la donna uscì. Cal le
andò dietro. Fuori dal cinema, si voltò a
guardarlo.
«Che coincidenza, eh?» disse Cal.
«Una probabilità incalcolabile» disse
Min, cominciando a camminare.
Cal la seguì, assumendo lo stesso ritmo.
Una donna non dovrebbe
passeggiare da sola in città a quell’ora.
Una coincidenza, si disse Cal. Capita
spesso. Non ha importanza. Non
vuol dire nulla.
Arrivati al suo appartamento, Min si
diresse verso le scale senza
discussioni su chi dovesse salire per
primo, e Cal era troppo sconvolto
per pensare al suo fondoschiena.
Quando furono davanti alla porta, Min
si voltò. «Grazie per avermi
accompagnato.»
«Prego» rispose Cal. Si guardarono
negli occhi per un lungo momento,
e Cal rimase senza fiato, perdendosi nei
suoi occhi. No, Cristo, pensò.
Non tu. Min scosse la testa, entrò in casa
e chiuse la porta. Cal percorse
i cinquantotto scalini e uscì in strada.
Non era sicuro di provare
sollievo.
Si fermò a osservare il lucernario che
dava sulla sua stanza da letto.
Il gatto era lì seduto, incorniciato dalla
luce che proveniva dalla
lampada. Lo fissava, probabilmente con
un occhio chiuso nell’oscurità.
Cal immaginò Min seduta sulla trapunta
di raso, distesa sui cuscini
ricamati al profumo di lavanda, i suoi
riccioli dalle punte dorate sparsi
sul raso blu. Inserì sé stesso in
quell’immagine, lì al suo fianco,
stringendola a sé. Pensò alle sue braccia
che lo
cingevano, al calore delle sue curve,
tenere e accoglienti. Sentì il
contatto con quella bocca sensuale, il
volume del seno nelle mani, il
movimento dei fianchi.
Sognò di immergersi in quella
morbidezza, di tremare di liquida
passione, di ascoltare i suoi gemiti e i
suoi sospiri a ogni movimento.
Capì che la desiderava più di quanto
avesse mai immaginato di
desiderare qualcuno.
La luce nella stanza da letto si spense,
rompendo l’incantesimo. Cal
chiuse gli occhi di fronte al buio
improvviso e al gelido impatto della
realtà. Si voltò verso la strada
principale, verso le luci e i rumori;
verso
la salvezza.
Quel giovedì, quando Liza suonò alla
porta di Min per la cena del Se,
Bonnie le aprì con distinta cautela. Liza
alzò le sopracciglia per
chiedere: Che c’è?, ma Bonnie rispose
scuotendo la testa e facendosi da
parte per lasciarla entrare.
«Ciao» disse Min, a voce troppo bassa.
Liza pensò: Quel bastardo di
Cal.
«Cos’ha fatto?»
«Niente» disse Min. «Siediti. Ho
preparato una maxi insalata Cobb e
muoio di fame. Mangiamo.»
Liza gettò un’occhiata verso il divano e
si trovò di fronte un gatto che
la fissava con un occhio solo. «Hai
tenuto il gatto.»
«Lo adoro» disse Min. «Mi fa sempre
compagnia, mi accarezza con la
zampa quando sono depressa, mi tiene
caldo la notte e ha una voce
stupenda. Ho deciso che è la
reincarnazione di Elvis.»
«La lunga attesa è finita» disse Liza. Le
ha regalato qualcosa che non
sapeva nemmeno di volere. Che
bastardo.
Dopo dieci minuti di pane, insalata e
conversazione forzata riguardo al
gatto, Liza decise che ne aveva
abbastanza. «Ho parlato
con Cynthie, ieri sera. Secondo lei, Cal
avrebbe...» «A me piace» disse
Bonnie.
Liza si appoggiò allo schienale.
«Come?»
«A me piace» disse Bonnie.
«Non per questo dovresti
incoraggiare...»
«Non importa» disse Min, richiamando
l’attenzione delle sue amiche.
«Ho cercato di stargli alla larga, ma non
ha funzionato. Ricordate la
palla con la neve che avevo perso? Lui
l’ha ritrovata. Martedì è venuto
qui, è andato dritto in cantina, ha
guardato gli scatoloni e ha scelto
quello che conteneva la palla con la
neve.»
«Fortuna sfacciata» disse Liza.
«Ieri sera sono andata al cinema» disse
Min. «Quando si sono riaccese
le luci, indovinate chi ho trovato al mio
fianco?»
«Ecco, questo è inquietante» disse Liza,
rabbrividendo. «Ti sta
seguendo di nascosto.»
«No» disse Min. «Stavo leggendo il
giornale, e mi è caduta la pagina
degli spettacoli. Ho visto che davano
Grosso guaio a Chinatown al
cinema d’essai e ho pensato: Ottimo,
Kurt Russell che prende a pugni i
cattivi. Ho deciso d’impulso, senza dirlo
a nessuno. Neanche al gatto.
Eppure Cal era lì. Sembra che abbia dei
poteri magici.»
«Sembra il diavolo» disse Liza.
«Sembra il principe azzurro» disse
Bonnie.
Liza e Min la fissarono.
«Come nelle fiabe» disse Bonnie. «Ci
sono delle prove che
deve superare per te. La palla con la
neve era una di queste.» «Bonnie,
tesoro» disse Min, risvegliata dal suo
torpore. «Pensiamo ai Se,
piuttosto. Se fossi una persona normale,
non sarei così spaventata da
questa storia. Quindi mi comporterò da
persona
normale e non mi farò spaventare. Liza?
Qual è il tuo Se?»
«Se scopro che Cal Morrisey ti pedina,
lo faccio a pezzi» disse
Liza. «Bonnie?»
«Se voi due continuate così, dovrò
trovarmi delle altre amiche»
sentenziò Bonnie con un’occhiataccia.
«Cal deve conquistarti. Come
nelle fiabe. L’hai detto tu stessa che il
suo bacio ti ha svegliato.»
«Ho detto che il suo bacio mi ha
eccitato» precisò Min. «Non è la stessa
cosa.» Si avvicinò all’amica. «Anche a
me piace usare le fiabe come
una metafora, Bonnie. Questa però è la
vita vera. Niente principi, niente
matrigne cattive, niente mele
avvelenate.»
«E niente lieto fine, se la metti così»
disse Bonnie. «Il vero amore sta
facendo di tutto per richiamare la tua
attenzione, e tu fai finta di nulla
perché ti rifiuti di avere fede. Hai la
fiaba davanti agli occhi e...»
«Calma, ora» disse Liza cercando di
evitare il peggio.
«E tu sei anche peggio» disse Bonnie,
voltandosi verso Liza. «Min non
crede che l’amore possa esistere per lei,
ma tu credi che non esista per
nessuno. Sei una nichilista dell’amore.»
«Nichilista dell’amore.» Liza valutò
bene la formula. «Devo dire che
mi piace.»
«A me no» disse Min. «Io credo
nell’amore. Forse. Però non credo
nelle fiabe.»
«Io ho sempre saputo che il mio principe
sarebbe arrivato, prima o poi»
disse Bonnie. «Quante volte mi hai detto
che il mondo del lavoro è
pieno di occasioni, ma non tutti sono
pronti a sfruttarle? Be’, lo stesso
vale per l’amore. Ho passato tutta la vita
a progettare il mio
matrimonio, perché sono abbastanza
intelligente da capire che è la
decisione più importante che mi capiterà
di prendere. Ora ho
incontrato Roger, e sono pronta. Voi due
invece non sarete pronte per la
vostra occasione, quando vi capiterà.
Non volete crederci perché, se
non dovesse essere vero, rimarreste
deluse.»
Liza alzò gli occhi al cielo. «Su, per
favore...»
«Tuvuoi rimanere delusa. Saresti delusa
di non rimanere delusa. La tua
intera visione del mondo si basa sul
rimanere delusa dagli uomini.»
Bonnie brandì il piatto. «è un
atteggiamento vigliacco. Specialmente il
tuo» disse rivolta a Min. «Cal è lì che ti
aspetta, talmente innamorato da
essere andato in confusione; il destino ti
sta mandando segnali così
evidenti che riesco a vederli perfino io.
Invece ti nascondi, usando
quella scommessa come uno scudo. Non
gli hai neanche chiesto
spiegazioni, vero?»
«E cosa potrebbe dire?» si giustificò
Min. «Sì, ho scommesso, ma sono
anche il tuo principe azzurro e ti amo
alla follia, vieni a letto?»
«Di solito non sei così ottusa,» disse
Bonnie «quindi devi essere
spaventata a morte. E se fosse tutto
vero? Se questo fosse il tuo vissero
sempre felici e contenti? Se davvero ti
amasse e fosse per sempre? Cosa
faresti?» Scosse la testa. «Non lo sai.
Non eri preparata. Hai
programmato ogni attimo della tua vita,
ma non sei preparata per
questo. Sei senza speranza.» Portò il
piatto in cucina e sistemò la sedia
sotto il tavolo. «Ci vediamo domani
all’Azzardo. Voglio vedere Roger
e ricordare a me stessa perché continuo
ad avere fede.»
«Bonnie, aspetta» disse Min, alzandosi.
Ma Bonnie era già all’ingresso.
Quando se ne andò sbattendo la porta,
Min tornò a sedersi di fronte a
Liza.
«Be’, almeno noi siamo normali» disse
Min.
«Già» disse Liza. «La cosa ti ha portato
dei vantaggi?»
«Non direi» disse Min. «Abbiamo
qualcosa di dolce?» «Barrette
gelato» disse Liza.
«Dammene una» disse Min. «Ci sarà
tempo domani per
comportarsi bene.»
Venerdì sera, Cal era determinato a non
uscire di casa. La sua
teoria prevedeva che barricandosi
dentro l’appartamento non si sarebbe
trovato ad affrontare situazioni strane. In
quel momento, le note di She
esplosero dalla porta accanto.
«Santo cielo» si lamentò, rendendosi
conto che era ciò che diceva
sempre Min. «No» si rimproverò. Uscì
dalla porta per distrarsi con
Shanna. «Ti hanno scaricato di nuovo?»
disse quando la porta si aprì.
«No» disse lei, seria ma senza lacrime
sulle guance. «Sto cercando di
progettare la mia vita. Entra.»
«Progettare la tua vita?» disse Cal,
seguendola nell’appartamento.
«Sto cercando degli indizi nella
canzone» disse Shanna, prendendo la
bottiglia di whisky.
«Se ti affidi a una canzone per
progettare la tua vita, hai bisogno di uno
scotch anche più di me» disse Cal.
«Non è quello.» Shanna si versò un
drink. «Ho sempre creduto alla
teoria che un giorno mi sarei trovata
davanti la donna giusta e l’avrei
riconosciuta.»
«Una teoria che hai ampiamente
screditato» disse Cal, accettando il
bicchiere che gli veniva offerto.
«Elvis Costello ha già fatto una lista di
tutto ciò che la donna perfetta
dovrebbe avere, quindi ho pensato di
cominciare da lì. Per capire con
quale tipo di persona voglio passare il
resto della mia
vita. Così, se incontrassi qualcuna che
non risponde ai criteri...» «Mi
sembra un metodo molto rigoroso.» Cal
si sedette sul
divano pensando: Il metodo che
userebbe Min.
«Però,» proseguì Shanna «Elvis non sta
dicendo che la sua
donna è perfetta. Forse servono solo
poche caratteristiche, ben mirate.
Per esempio, dovrebbe essere tenera.»
«Giusto» disse Cal, ricordando Min con
Harry.
«E intelligente» disse Shanna.
«Qualcuno a cui non dover spiegare le
cose.»
«Forse» disse Cal, pensando a quando
aveva spiegato a Min come
cucinare il pollo al Marsala. «Non è un
delitto non sapere tutto. Parlerei
piuttosto di una persona aperta a nuove
idee, disposta a imparare. E
disposta a insegnare.»
«Vedi? è molto utile» disse Shanna,
sedendosi sul baule che usava
come tavolino. «Anche il senso
dell’umorismo è importante.»
«Certo» disse Cal. «Se non si sa ridere
di ciò che va storto, che senso ha
la vita?» Pensò a Min che diceva: Meno
male che non è un vero
appuntamento, dopo aver confuso i due
Elvis, e...
«E visto che sono superficiale, ci
aggiungo fisicamente attraente» disse
Shanna.
«Anche io» disse Cal, cercando di non
pensare a Min in tutta la sua
sensualità. «E con delle belle scarpe.»
«Come?» disse Shanna.
«Niente. Continua.»
«Ho finito» disse Shanna. «Non vorrei
fare una lista troppo
lunga. Tenera, intelligente, spiritosa,
attraente. Che te ne pare?»
«Fantastica, se riesci a trovarla» disse
Cal.
«Tu non l’hai trovata?» disse Shanna.
«Min? Sembrava...» «Non stiamo
uscendo insieme» disse Cal. «La
conosco a
malapena.»
«Ah» disse Shanna. «E quale sarebbe il
motivo? è carina,
tenera, intelligente, ti fa sorridere, e
quando la baci non capisci più
nulla. Cosa le manca?»
«Be’...» Cal si interruppe subito. «Mi
tratta sempre male.»
«Coniglio» lo apostrofò Shanna. «Hai
sempre mollato le tue donne
perché non andavano bene. Lei è
perfetta, perciò stai scappando.»
«Detto da qualcuno che ha appena
compilato una lista della spesa per
l’amore...» Cal si alzò in piedi e le
restituì il bicchiere. «Vado. In bocca
al lupo con la lista.»
Shanna lo accompagnò alla porta
facendo il verso della gallina, e Cal si
rifugiò nel suo appartamento cercando di
ignorarla. Al sicuro delle
mura domestiche, si rese conto di non
aver cenato, e di non volere
uscire per non dover incontrare Min.
«Nessun problema» disse, dirigendosi
sicuro in cucina. Aveva pane,
burro d’arachidi e poco altro. Inserì la
spina d’alimentazione del
tostapane e vi mise due fette dal
sacchetto. Poi si appoggiò contro il
frigorifero, in attesa.
Quella cucina non gli piaceva, pensò
mentre si guardava intorno. E la
parte del salotto che era visibile
attraverso l’arcata non era di certo
migliore. Forse, se avesse dato una
sistemata, avrebbe passato più
tempo a casa. Del resto era troppo
vecchio per andare in giro per locali,
ormai. Sentì squillare il telefono; fu
felice della distrazione.
«Calvin?» disse sua madre. Ma era
comunque meglio del silenzio.
«Mamma» disse. «Come stai?» Il pane
saltò fuori, e Cal incastrò il
telefono fra collo e spalla per aprire il
vasetto di burro di
arachidi.
«Ti chiamo a proposito della cena di
domenica» disse la madre. «Ci
sarò, mamma» disse Cal, pensando: Ci
sono ogni terza
domenica del mese, mamma. La routine
lo stava uccidendo. «Vorrei
che passassi a prendere la nostra
ospite.»
«Ospite?» disse Cal, impugnando un
coltello per spalmare il
burro di arachidi.
«Minerva Dobbs» disse la madre.
«Cosa?» disse Cal, lasciando cadere il
coltello.
«L’ho chiamata perché Harrison parla
spesso di lei. Ho pensato
che sarebbe stato carino invitarla.»
Cal sospirò. «Cosa ti ha detto quando
l’hai chiamata?» «Sembrava
sorpresa» disse sua madre. «Ma poi le
ho detto che
a Harrison avrebbe fatto molto piacere
vederla e...»
«E ha detto di sì» concluse Cal,
estraendo il pane tostato. «Non posso
andare a prenderla, abbiamo deciso di
non...» Le sue dita toccarono la
parete interna del tostapane,
ustionandosi. Lasciò
cadere il telefono.
«Dannazione» disse, mettendosi le dita
in bocca.
«Calvin?» lo chiamò sua madre dal
telefono.
Cal raccolse il ricevitore. «Mi sono
ustionato con il tostapane.
Scusa.» Mise le dita sotto un getto
d’acqua fredda. «Come dicevo, non
ho intenzione di rivedere Minerva
Dobbs.» Fece un passo indietro dal
lavandino, scivolando su un oggetto duro
e sbattendo il piede contro il
mobile. «Ahi.»
«Calvin?»
«Sono scivolato su un coltello.» Si
chinò per raccoglierlo, sbattendo la
testa contro il bancone mentre si
rialzava. «Al diavolo.»
«Ti sei tagliato?»
«No. Ti...» Lasciò cadere il coltello nel
lavandino. «Ti chiamo domani,
mamma.»
«Calvin?» disse sua madre, ma Cal
chiuse la conversazione e si fermò a
ragionare.
Si stava autosabotando, non c’era altra
spiegazione. Era distratto,
stanco, affamato, maldestro. Riprese il
telefono e compose il numero
del cellulare di Tony.
«Pronto?» urlò Tony, nel fragore del
locale.
«Min è lì con te?» disse Cal.
«Aspetta un attimo» disse Tony,
riprendendo a parlare un
minuto più tardi, senza rumore di
sottofondo. «Scusa. Dicevi?» «Min è
con te? Voglio assicurarmi che non sia lì
ad aspettarmi
ovunque vado.» Fece una smorfia. «Mi
sta portando alla follia.» «Ti
segue?» disse Tony, in tono scettico.
«No, anche lei sta cercando di evitarmi»
disse Cal. «è come se
fossimo intrappolati in una gabbia.
Proviamo a stare lontani l’uno
dall’altra, ma ci ritroviamo sempre a
contatto. Non andrai da Emilio
stasera, vero?»
«Teoria del caos» disse Tony. «Min è un
attrattore strano.»
«Questo è vero» disse Cal. «Andrai da
Emilio stasera, oppure posso
rifugiarmi nella sua cucina?»
«Vai tranquillo» garantì Tony. «Guarda
che dico sul serio. La gabbia di
cui parli è il tuo campo di attrazione. Tu
e Min cercate di allontanarvi,
ma tu finisci contro le pareti della
gabbia in modo casuale perché sei
instabile. Non ripeti mai gli stessi
movimenti, ma segui ugualmente un
modello.»
«Buon per noi» disse Cal. «Tieni Min
lontana da Emilio, per favore.
Sto morendo di fame.»
«Credo che stia andando da qualche
parte con Liza» disse
Tony. «Hanno parlato tutta la sera di un
possibile lavoro per Liza, e
credo che Min voglia portarla lì. A
meno che Emilio non abbia messo
in giro annunci di lavoro, non saranno
lì.»
«Niente annunci» disse Cal. «Ha fin
troppi nipoti. Grazie, Tony. Ci
vediamo domani.»
Mollò il telefono, si cambiò e si diresse
verso il ristorante di Emilio,
cercando di non pensare a Min.
Ovviamente non ci riuscì, quindi si
sforzò di concentrarsi su altri argomenti
e pensò alla teoria del caos, di
cui aveva solo vaghi ricordi
universitari. L’effetto farfalla, quello se
lo
ricordava. Una farfalla che sbatte le ali
a Hong Kong provoca un
uragano in Florida dieci anni dopo.
Oppure ne scongiura uno in Texas.
La scelta era libera, perché gli eventi
erano imprevedibili. Proprio come
Min. La prima sera sembrava innocua.
Poi, due settimane prima, aveva
sbattuto le ali e tutto era diventato
confuso. Min era una farfalla con
tecnologia stealth, maledizione.
Osservò da lontano l’ingresso del
cinema Gryphon, con un mezzo
presentimento di trovarci Min.
Dopotutto era la serata inaugurale della
retrospettiva su Elvis. Non c’era. Era
prevedibile, visto che gli eventi
non si ripetono mai nella teoria del caos.
L’idea che dipendesse tutto
dalla scienza rendeva la vicenda molto
meno preoccupante. Non era
pazzo; il destino non lo stava
tormentando; si trovava soltanto
sull’orlo
del caos. Era una prospettiva molto più
appetibile.
Girò a destra in fondo alla strada per
arrivare al ristorante, cercando di
ricordare cosa volesse dire
l’espressione orlo del caos. Ricordava
vagamente il lancio di una moneta.
L’orlo del caos era forse il momento
in cui la moneta si trova in aria. Il punto
di massima espressione
potenziale del sistema, prima di
indirizzarsi verso una delle possibilità.
Oppure una pila di sabbia a cui veniva
aggiunto un granello alla volta. L’orlo
del caos era il momento in cui il
granello decisivo modificava la pila, o
la tramutava in valanga...
Cal rallentò il passo. Gli tornò alla
mente un dottorando con una felpa
blu molto larga, completamente perso
nell’argomento. Diceva che
l’orlo del caos era un momento di
turbolenza, di confusione mentale nel
caso in cui il sistema fosse un essere
umano. Al tempo stesso, era anche
il momento di maggior potenziale,
addirittura la scintilla della vita. «Il
punto,» aveva detto il dottorando «in cui
il sistema muta verso un
nuovo ordine, passando dall’essere al
divenire.»
Cal lo scacciò dai suoi pensieri e aprì la
porta del ristorante di Emilio.
Varcata la soglia, sentì Roger esclamare:
«Cal!» Si fermò
immediatamente, ben consapevole prima
ancora di girarsi che avrebbe
trovato anche Min; l’attrattore strano, la
farfalla, il luogo del destino. Si
voltò e la vide, seduta al tavolo insieme
a tutti gli altri. Aveva l’aspetto
di un angelo spaventato, le stupende
labbra aperte per la sorpresa, gli
occhi neri spalancati. Ancora una volta,
Cal sentì il respiro
abbandonarlo, e il sangue ribollire.
L’intero corpo era in subbuglio,
premeva contro la pelle. Il suo futuro
non era più prevedibile, tutto
dipendeva dal suo prossimo passo verso
il caos.
Min si morse il labbro e gli sorrise
mestamente. Senza ulteriore
esitazione, Cal attraversò il locale e la
raggiunse. Era quasi sollevato di
sapere che la valanga era in arrivo.
9
Cal prese una sedia da un tavolo vicino,
e Min si spostò per
fargli spazio.
Indossava un’altra maglia di tessuto
morbido, con inserti
colorati semitrasparenti. Dal vivo era
ancora più bella ed eccitante di
quanto avesse immaginato.
Accanto a lei, Tony scrollava le spalle
con aria colpevole.
«Tony ci ha detto che saresti rimasto in
ufficio a lavorare, stasera»
esordì Min, accogliendolo al suo fianco.
«Ho mentito.»
Min si spostò per fargli spazio. Cal sentì
la delicata fragranza di
lavanda dargli alla testa. «Be’, almeno
sei onesto riguardo alla tua
disonestà.»
«Mi hanno insegnato a adulare, non a
dire la verità» si giustificò Cal,
rilassandosi di fronte al sorriso di Min.
«Conosci Into the woods?» disse Min.
«è il mio preferito tra i musical
di Sondheim.»
«Anche il mio» disse Cal, osservando il
suo volto. «A Tony piace
Sweeney Todd, mentre Roger preferisce
Sunday in the park with
George, ma...»
«Mi prendi in giro?» disse Min,
spalancando gli occhioni scuri.
«Vorresti dire che siete tutti appassionati
di Sondheim?»
«All’università avevamo uno studente di
teatro come coinquilino.» Dio,
quanto sei bella.
«C’era un quarto membro del gruppo?»
disse Min. Poi chiuse gli occhi.
«Certo. Emilio. è nel suo ristorante che
hai lavorato durante
l’università.»
«No» disse Cal. «Era di suo nonno. Si è
messo in proprio due
anni fa.»
«E non sta facendo certo affari d’oro.»
Min annuì. «Per questo
ho portato Liza. Ci ho messo tutta la sera
a convincerla, ma credo che il
posto le piaccia.»
«Bene» disse Cal. Non aveva seguito il
discorso, e non gli importava.
Essere seduto al suo fianco era una
sensazione troppo piacevole per
disturbarla con la conversazione.
«Liza è brava a risolvere problemi»
disse Min. «è sempre alla ricerca di
imprese che hanno bisogno di aiuto, e...
le aiuta.»
«Cosa fa, mette degli annunci?» disse
Cal, senza particolare interesse.
«No» disse Min. «Fa una cernita. Molti
posti hanno bisogno di una
spinta. Lei è perfetta per fornire questa
spinta. Non è un impegno a
lungo termine; quando le cose si
sistemano, lei sparisce. Ma nell’anno
in cui resta, succedono cose magiche.»
Gli sorrise. «Un po’ come fai tu
con le donne.»
«Ehi» disse Cal, ma si interruppe
quando vide Emilio gesticolare dalla
porta della cucina. «Torno subito.»
Emilio lo trascinò di peso in cucina.
«C’è una donna, là fuori» disse.
«La rossa insieme a Tony. Mi ha detto
che vorrebbe lavorare qui. è
fuori di testa, forse?»
«Decisamente no» disse Cal. «Tony la
conosce meglio di me. Ma se
vuoi il mio parere, assumila. Male non
può fare. In più, Min sostiene
che sia geniale nel suo lavoro.»
«E qual è il suo lavoro?» disse Emilio.
«Non ne sono sicuro» disse Cal,
osservando Min attraverso gli oblò
sulla porta della cucina. «Ripeto
soltanto ciò che ha detto Min.»
«Min.» Emilio annuì. «Di Min mi fido.»
«Anche io» disse Cal seguendo Emilio
fino al tavolo, in tempo per
sentire Min proclamare: «Ho appena
scoperto che l’intero gruppo va
pazzo per Sondheim.»
«Cosa?» disse Liza, voltandosi stupita
verso Tony.
«Che c’è?» rispose Tony. «Credevi che
non nascondessi dei lati
sorprendenti?»
«Tutto merito di Emilio» disse Min. «A
proposito, voglio sentire la tua
voce.»
«Ehm» disse Emilio.
«Rassegnati» disse Cal, riprendendo il
suo posto di fianco a Min.
«Ottiene sempre ciò che vuole.»
«Mi piace molto la canzone Moments»
disse Min, sorridendo. «Oppure
Into the woods. Molto vivace.»
«Nah» disse Tony. «Sweeney Todd.»
Cantò il primo verso della
canzone, sfoggiando una sorprendente
voce di basso. Roger si unì al
verso successivo, e i due non mollarono
finché Emilio non si arrese,
unendosi a loro per il verso ‘il
diabolico barbiere di Fleet... Street’.
Intanto, Cal guardava Min pensando:
Baciami.
«Non esattamente la canzone adatta in un
ristorante» disse Cal, quando
Min finì di applaudire ed Emilio diede
segni di disapprovazione.
«Tu non canti?» chiese Min a Cal.
«Soltanto sotto la doccia» disse Cal,
immaginando Min sotto la doccia.
«Smidollato» disse Tony, rovinando
quel momento. «Sa cantare, ma è
un codardo.»
«Non come te» disse Liza, voltandosi
verso Tony. «Sei pieno di talenti.
Chi l’avrebbe mai detto?»
«Cos’altro sa fare?» disse Bonnie,
istigando un sorrisetto da
parte di Tony.
«Delle sue abilità parleremo dopo»
disse Liza. «Questa pasta è
ottima, Emilio. Il ristorante dovrebbe
fare il pienone tutte le sere.»
«Questo sarebbe compito tuo» disse
Min. «Salva Emilio. Io lo
adoro.»
«Mi hai quasi convinto» disse Liza.
«Fammi controllare la
cucina.»
Si alzò e passò davanti a Emilio,
dirigendosi poi verso la cucina. «Ma
cosa...» disse Emilio, rivolto a Min.
«è la migliore cameriera che potrai mai
avere» disse Min.
«Attirerà sciami di clienti. Vuole solo
controllare la cucina; se superi il
test, sarà tua.»
Emilio corse a proteggere la sua cucina
da Liza, mentre Cal versò
dell’altro vino nel bicchiere di Min.
«Bevi. C’è una cosa di cui voglio
parlarti, e devo preparare il terreno.»
«Ho nostalgia di quando eri più galante»
disse Min, prendendo il
bicchiere. «Ho ripensato alla palla con
la neve, al cinema e a tutto il
resto; ti chiedo scusa per averti
associato al diavolo. Erano tutte
coincidenze.»
«Già» disse Cal. «Tony sostiene che sia
la teoria del caos.»
«Bonnie sostiene che sia una fiaba»
disse Min, sorseggiando del vino.
«Una fiaba?» disse Cal, di nuovo
confuso.
«Sai com’è, tu sei il principe azzurro, è
scritto nel destino, vivremo
felici e contenti. Non è grave; per tutto il
resto è una persona normale.»
Min gli sorrise. «Tutto andrà per il
meglio se ci atteniamo al nostro
piano.»
«Certo» disse Cal. «Il piano.» Le sue
labbra erano morbide e piene,
curvate in quel sorriso così confortante.
La testa gli girava
ancora. Baciami. «Credo che dovremmo
uscire insieme. Ti va di andare
al cinema?»
Min lo guardò perplessa e poggiò il
bicchiere. «Hai sentito ciò che ho
appena detto?»
«Sono tutte coincidenze, dobbiamo
attenerci al piano» disse Cal. «Mi
spiace, ma non sono d’accordo.»
Min incrociò le braccia. «Perché no?»
«Perché se non usciamo insieme,
l’universo finirà per punirmi.»
«Cosa?»
«L’universo, il destino, la teoria del
caos, le fiabe, lo spirito di
Elvis... Non so cosa sia, ma non voglio
più oppormi.» Cal si avvicinò a
lei e fu investito di nuovo dal profumo
di lavanda. Min lo guardava
come se fosse pazzo. «Non mi sopporti,
sei troppo complicata, sei piena
di turbe sul cibo, la tua migliore amica
prima o poi mi ucciderà, ma non
importa. Voglio provarci lo stesso. Tua
madre è ancora disposta a
invitarmi a cena? Sono pronto.»
«Per quale motivo, se sono così
terribile?» disse Min, infastidita.
Cal sorrise di fronte a quel volto
meraviglioso. «Perché sei intelligente,
dolce e simpatica. Perché mio nipote ti
adora, perché hai delle scarpe
bellissime e sembri un angioletto
vizioso.» Perché tra poco impazzirò
se non ti tocco.
«Ah» disse Min, annuendo. «E per
questi motivi accetteresti di andare a
cena dai miei genitori domani sera,
dimostrando a mia madre di essere
innocuo?»
«Domani?» Cal nascose il disappunto
dietro un cenno di assenso.
«Perfetto. Via il dente, via il dolore. è
deciso, domani. Riguardo a
stasera, invece...»
«Un appuntamento? No. E non sei
costretto a venire a cena dai miei.
Però, se ti va un’uscita tra amici,
potremmo andare al cinema.
Danno Blue Hawaii alle dieci.»
«Blue Hawaii» disse Cal. «Non è un
porno, vero?»
«Fa parte della retrospettiva su Elvis»
disse Min. «Ma non devi
venire per forza.»
Cal sospirò. «Invece sì. E verrò anche
dai tuoi, domani.»
«Non ti capisco proprio» disse Min. Cal
le prese la mano, felice
di sentire di nuovo quel contatto. «Vieni
con me, Minnie. Ti spiegherò
tutto» le disse.
La convinse ad alzarsi dal tavolo e a
seguirlo fuori dal ristorante.
Quando furono all’aperto, sulla strada
buia, Cal si chinò verso di lei con
il cuore in gola e la baciò senza
esitazioni. La scarica emotiva arrivò
puntuale, rapida ed eccitante come
sempre. Anzi di più, visto che Cal
aveva deciso di non opporre resistenza.
Si sentiva al sicuro, a contatto
con lei. Quando Min gli passò le braccia
intorno al collo la baciò con
maggior intensità, tuffandosi in lei
completamente. Non gli interessava
più cercare una via di scampo. Sentì il
suo abbraccio stringersi, le sue
labbra perfette schiudersi, il suo corpo
sensuale farsi più vicino. Sentì
gli anni passare, vide il paradiso, la
voce dentro di lui gli sussurrò: è lei,
imbecille. Poi qualcosa lo colpì sul
braccio, strappandoli entrambi a
quell’incantesimo.
«Ma che...» iniziò a dire Cal, ancora
stretto a lei. Vide Liza in piedi sul
marciapiede, armata di borsetta. «Se
fosse davvero come dice Bonnie,
sarebbe già arrivato un folletto a
gambizzarti.»
«Liza» disse Min, staccandosi da lui.
Cal avvertì una sensazione di
freddo nella zona del corpo che era a
contatto con lei. Cercò di
trattenerla.
«Non l’ho colpito in testa» disse Liza.
Cal guardò Min. «Lasciala perdere. Sai
perché? Eccolo, il perché. è
vero, questa cosa è più grande di noi, e
io non voglio più
combatterla.» Min aprì la bocca per dire
qualcosa, ma Cal la anticipò.
«E neanche tu.»
Liza lo guardò infuriata. «Dimmi che la
conosci. Dimmi che...»
«Sì, la conosco. E ho intenzione di
conoscerla ancora meglio» disse
Cal, affrontandola e costringendola ad
abbassare lo sguardo. «Sì, ci
tengo a lei. Ci tengo molto. Per il resto
non so, ma ho intenzione di
scoprirlo. Hai qualcosa in contrario?»
Liza lo guardò per un attimo. «No. Ma ti
tengo d’occhio.»
«Benissimo» disse Cal, sentendo
affiorare una generale sensazione di
sollievo. La trovata dell’uscita tra amici
non gli piaceva, ma non era un
problema. Sapeva come corteggiare una
donna. Si gioca secondo le mie
regole, ora. Rivolse a Min un’occhiata
affettuosa.
«Non guardarmi così» disse Min,
voltandosi verso Liza. «Stiamo
andando al cinema allo spettacolo delle
dieci, come amici. Vuoi
venire?»
«Certo. Tony?» disse Liza, proprio
mentre Tony emergeva dalla porta
del locale per cercarla. «Andiamo al
cinema alle dieci.»
«Blue Hawaii» disse Cal.
«Non è un porno, vero?» disse Tony.
«è un film di Elvis» disse Cal.
«E perché dovremmo vederlo?» disse
Tony.
«Perché è giunto il momento di fare la
mia mossa» disse Cal,
guardando Min.
«Ehi» disse Min.
«Oh, be’, se le cose stanno così...» disse
Tony. «Andiamo.» Min
inaugurò il suo sabato chiamando la
madre per dirle che
Cal sarebbe stato presente alla cena di
quella sera.
«Vedremo di che pasta è fatto» disse
Nanette, con un tono che
non prometteva nulla di buono per Cal.
«Ti piacerà» disse Min. «è bellissimo
ed è un uomo di
successo.»
Nanette non era affatto convinta. «Il tipo
di uomo che pensa di
essere da otto e crede che tu sia da
quattro. Gli uomini sono infidi e
superficiali. Mettiti qualcosa che ti
faccia sembrare più magra.»
«Lui è da dieci, mamma» disse Min. «E
io non sono magra.»
Dopo un inizio del genere, il baseball
poteva essere soltanto un passo in
avanti. Almeno finché non arrivò al
parco.
«Stammi vicina» disse a Liza. «Bonnie
si allontana sempre con Roger,
ma tu devi rimanere al mio fianco per
picchiarmi quando farò qualcosa
di stupido in compagnia di Cal.»
«Servirebbe un pugile professionista,
per un compito del genere» disse
Liza, rassegnandosi a seguire Min sugli
spalti.
«Min» le urlò Harry quando la vide. Si
fermò e gli sorrise mentre il
ragazzino saliva di corsa gli scalini.
«Ehilà» gli disse quando piombò
impetuosamente al suo cospetto.
«Come vanno le cose?»
«Bene» disse lui, annuendo. «Grazie per
essere venuta.» Poi guardò in
basso. «Wow. Belle scarpe.»
«Grazie» rispose Min, mentre Harry si
chinava per apprezzare meglio i
pesciolini blu di plastica che si
intrecciavano sulla punta dei suoi
sandali. «Somigli proprio a tuo zio.»
«Harrison, lo spirito è quello giusto»
disse Cal alle loro spalle, facendo
trasalire Min. «Le donne sono più
importanti del baseball. Ma vedi di
tornare subito in campo.» Min si voltò a
guardarlo e Cal le sorrise,
rilassando il volto. Min sentì il cuore
accelerare. «Minnie, ti stanno
venendo le lentiggini sul naso.»
«Lo so.» Min si passò la mano sul naso,
cercando di non far
caso alla sua voce affettuosa. «Succede
da quando vengo qui il sabato
mattina. Non sono abituata a stare al
sole, e continuo a dimenticarmi di
usare la crema protettiva.»
«A me piacciono» disse Cal. Il cuore di
Min sussultò.
«Anche a me» disse Harry, in fondo alla
gradinata.
«A me no» disse Min, cercando di
mantenere il controllo. «Ma
dovrò abituarmici se non mi deciderò a
usare...»
Cal si tolse il cappellino e glielo poggiò
sulla testa. «Problema
risolto.» Sorrise. «Molto carina. Se
vuoi, ti garantisco un posto in
squadra.»
«Smettila» disse Min, sistemando il
cappello in modo che non le
schiacciasse i capelli. Aveva il suo
calore addosso, e Min lo tenne in
mano più a lungo del dovuto solo per
gustare quella sensazione. Sei
patetica, pensò.
«Harry!» urlò qualcuno, e Min si voltò
notando Cynthie che
camminava verso di loro con un vestito
rosa svolazzante, riservando a
Harry un sorriso meraviglioso. «Come
stai, piccolo?»
Harry fece una smorfia. «Ciao.»
«Ciao, Cynthie» disse Min, sforzandosi
di non odiarla. Si voltò verso
Harry. «Andiamo a scegliere dei buoni
posti. Falli neri, piccolo.»
Guardò Cal, evitando il contatto diretto
con i suoi occhi. «Grazie per il
cappello. Sono certa che mi faccia
sembrare ridicola.»
«Ma no.» Cal lo sfiorò sulla visiera. «Ti
fa sembrare un angioletto un
po’ maschiaccio. Se solo ci fosse
Shanna...»
Min non riuscì a non sorridere. Sentì una
sensazione di calore
pervaderla. In quel momento, Tony urlò:
«Ehi, ci sarebbe una partita di
baseball da giocare, quaggiù.» Cal
afferrò Harry e lo trascinò sul
campo.
«Come me la cavo?» chiese Min a Liza.
«Meglio che puoi, considerando le
circostanze» disse Liza. «Come te la
cavi a fare cosa?» disse Cynthie.
«A mantenere un atteggiamento
dignitoso» disse Min.
«Oh» disse Cynthie. «Stai facendo un
ottimo lavoro.»
Min, Liza e Cynthie raggiunsero Bonnie
sugli spalti e
osservarono la squadra di Harry venire
fatta a pezzi nei primi tre inning.
Min si sforzava di non guardare Cal, ma
riuscì a farsi cogliere in
flagrante ugualmente. Cal le sorrise, e
Min pensò: Santo cielo, Minerva.
Si voltò verso Liza per distrarsi. «Tony
sarà furibondo» le disse.
«No» disse Liza. «Gli interessa solo che
si divertano. Li rimprovera per
farli migliorare, ma non gli importa di
vincere. Dice che queste partite
sono un allenamento per il futuro.»
«Sul serio?» disse Min. «è proprio vero
che ha dei lati nascosti.»
«Tre, più o meno» disse Liza. «Però
sbagliavo a considerarlo uno
stupido. è molto sveglio, ed è bravo.»
«Tutto qui?» disse Min.
«Sì» disse Liza. «Tutto qui. Non è
l’uomo della mia vita. A proposito:
bel cappellino, Stats.» Accarezzò la
visiera. «Magari se fai la brava ti
comprerà una bibita, dopo la partita.»
Min scosse la testa. «Siamo solo...»
«è come nelle fiabe» disse Bonnie. «Ti
sta conquistando.» «Cosa?»
disse Cynthie. «Fiabe?»
«Sì» disse Bonnie. «Min e Cal stanno
vivendo una fiaba. Lei è
la ragazza che non ha la vita che merita,
così la fatina buona manda un
principe a salvarla.»
«Fatina buona?» disse Min.
«Liza» disse Bonnie. «è stata lei a
scegliere Cal per te.»
«Aspetta un momento» disse Liza.
«Declino ogni responsabilità per
Calvin Morrisey.»
Min scoppiò a ridere. «è vero, l’hai
scelto tu. Mi hai costretto ad andare
a parlargli. Questo sì che è divertente.»
«Una fiaba» disse Cynthie. Non era
sicura che fossero serie.
Bonnie annuì. «Cal le ha dato il
cappello da baseball come parte della
sua missione.»
«No, le ha dato il cappello perché la sta
corteggiando» disse Cynthie, in
tono netto. «è una componente della fase
di attrazione.»
«Fase di attrazione» ripeté Liza.
«Non è attratto...» cominciò a dire Min.
«In un processo di innamoramento
maturo ci sono quattro fasi»
disse Cynthie. «Supposizione,
attrazione, infatuazione e attaccamento.»
«Mi sembra che il modo in cui la guarda
denoti infatuazione» disse
Liza.
«Come, scusa?» disse Min, fissando
quella traditrice della sua migliore
amica.
«è una fiaba» disse Bonnie.
«è attrazione» disse Cynthie, in tono
assertivo.
«è amore, una reazione incontrollata»
disse Liza. «Teoria del
caos.»
«Ehi» disse Min. Tutte la guardarono. «è
solo il gesto
premuroso di un amico che sa che non
mi piacciono le lentiggini. Non
tutto deve essere frutto di una teoria.»
«La fiaba non è una teoria» disse
Bonnie. «Anche se ti rifiuti di credere
che stia capitando a te, sappi che sta
capitando a me.» Il suo sorriso
lasciava trapelare una gioia troppo
grande perché fosse
considerata vanagloria.
«Come va con Roger?» disse Min, più
che disposta a cedere le
luci della ribalta a qualcun altro.
«è l’uomo della mia vita» disse Bonnie.
«In un paio di settimane
mi chiederà di sposarlo, e io risponderò
di sì. Ho detto a mia madre di
cominciare i preparativi del matrimonio
per agosto.»
«Ti ha confessato che chiederà di
sposarti?» disse Cynthie. Bonnie la
guardò con aria sorpresa, e Cynthie si
giustificò: «Sto scrivendo un
libro sull’argomento. Non sono affari
miei, ma sono molto interessata.»
«Oh» rispose Bonnie. «No, non me l’ha
detto. Lo so e basta.»
Min cercò di comunicarle il suo
sostegno con lo sguardo, ma il silenzio
che calò sulla gradinata doveva
trasmettere scetticismo, perché Bonnie
fece cenno a Roger di raggiungerle.
Quando arrivò trotterellando,
Bonnie gli chiese: «Tesoro, hai
intenzione di chiedermi di sposarti?»
«Sì» disse lui. «Non volevo metterti
fretta, quindi ho pensato di
aspettare fino a quando festeggeremo il
nostro primo mese insieme.
Mancano solo undici giorni.»
«Molto saggio» disse Bonnie. «Voglio
che tu sappia che la mia risposta
sarà sì.»
Roger sospirò. «Questo mi rende molto
più tranquillo.» Si chinò verso
di lei, le diede un bacio e tornò sul
campo.
«Non riesco a capire se ciò che ho
appena visto sia stato più tenero o
più fastidioso» disse Liza.
«Tenero» disse Min, cercando di
immaginare Cal nella stessa
situazione. Smettila di pensare a lui. «E
fastidioso.»
«Ve l’avevo detto» disse Bonnie. «è una
fiaba. Bisogna avere fede.»
«Pensiero positivo» disse Cynthie,
annuendo. «Mi sembra ben
giustificato. Ti andrebbe di fare
un’intervista? Per il mio libro. è una
storia molto interessante. Sei passata
alla fase dell’infatuazione molto
velocemente.»
«Va bene» disse Bonnie. «Ma non è
infatuazione. è vero amore. Come
per Cal e Min.»
«Vuoi smetterla?» disse Min.
«Certo» disse Cynthie, senza
convinzione. Iniziarono a parlare. Min
fece un lungo respiro e si concentrò su
Liza. «Cynthie non
sembra male» disse a voce bassa,
sperando in una conversazione che
non riguardasse Cal.
«è vero» disse Liza. «Ma credo che
voglia riprendersi Cal.»
Min rinunciò e passò a guardare il
campo. Cal stava parlando con
qualcuno in terza base. Aveva
un’espressione molto seria, e il bambino
annuiva pendendo dalle sue labbra. è un
vero tesoro, pensò. Poi ritrattò.
No, bestia. Ormai non funzionava più.
Non aveva mai funzionato.
«Vi vedrete anche stasera?» chiese Liza.
«Sì, come amici» disse Min. «Mi farà un
favore. Andremo a cena da
mia madre, così potrà tranquillizzarsi e
non pensare che Cal sia un vile
seduttore.»
Liza scosse la testa, con aria dubbiosa.
«Non credo che conoscere Cal
possa rassicurare tua madre.»
«Perché no? A Elvis piace. E l’istinto di
Elvis è molto buono.»
«Elvis?» disse Liza, allarmata.
«Il gatto. L’ho chiamato Elvis» disse
Min.
Liza sospirò. «Meno male. Credevo
fossi impazzita
completamente.»
«Ehi, non sono io quella che crede nelle
fiabe» disse Min. «O
nella teoria del caos, per quel che vale.»
«O nel comodo programma in quattro
fasi per conquistare
l’amore» disse Liza voltandosi verso
Cynthie, concentrata sulla
spiegazione completa della teoria delle
fiabe da parte di Bonnie.
«Già» disse Min. «Sono tutte
stupidaggini. Non servono le teorie,
bisogna essere pratici, capire cosa si
cerca in un uomo e trovarne uno
che risponde ai requisiti. Occorre
impostare un piano e portarlo avanti.»
Il suo sguardo naufragò verso Cal. «E
non farsi mai distrarre.»
Liza alzò gli occhi al cielo. «Oppure
potresti innamorarti e basta,
cazzo.»
«Ah, certo» disse Min, distogliendo lo
sguardo da Cal. «Come dire che
potresti tranquillamente saltare giù da un
tetto. Non farà male, fino
all’atterraggio.»
Liza si tirò indietro. «Volevo solo dire
che...»
«No» disse Min, attirando l’attenzione
di diversi spettatori. «Bisogna
tenere la testa sulle spalle. Non sono
tutte canzoncine romantiche e baci
sdolcinati. L’amore è una cosa
pericolosa. La gente può morire in nome
dell’amore. Può morirea causa
dell’amore. Per l’amore si combattono
delle guerre. Si rovesciano degli
imperi.»
«Min...»
«L’amore può rovinarti la vita» disse
Min, chiudendo gli occhi per non
guardare Cal. «Per questo motivo, Cal e
io rimarremo buoni amici.
Niente di più. Sarei pazza a credere in
qualcosa di permanente. Sarei
masochista. Sarei un’illusa. Vorrebbe
dire avere tendenze suicide.»
«Ehm...» disse Liza.
«Questo è il mio piano» disse Min. «E
ho intenzione di
seguirlo.»
«Certo» disse Liza.
Quando la partita giunse al termine,
Harry la raggiunse. «Zio
Cal ha detto che se vieni anche tu
possiamo andare a pranzo.» Min
rispose: «Be’...»
Calvin, bastardo sfruttatore di nipoti,
pensò. Che male poteva fare un
pranzo, dopotutto? Con gli amici si
poteva andare a pranzo. E con i loro
nipoti. Come accompagnatore.
Liza annuì, senza che Min avesse
parlato.
Convinse Cal a portarli in un diner in
stile retrò, dove lei e Harry
passarono il pranzo a cantare le canzoni
di Elvis. Una nuova esperienza
per Harry, cresciuto con la musica di
Chopin. Cal non sembrava troppo
infastidito. Quando la accompagnarono a
casa, Harry disse: «Ci
vediamo domani, Min.»
«Certo. Cena dalla nonnina» fu la
risposta di Min. Harry ne fu piuttosto
confuso, e Cal disse: «Harrison, ti do
cinquanta dollari se domani
chiami tua nonna in quel modo.»
«Non ci penso neanche» disse Harry.
Min uscì dall’auto con il sentore
che la cena del giorno successivo
avrebbe spiegato molte cose riguardo
a Calvin Morrisey. Ma prima avrebbe
dovuto sopravvivere alla cena dai
suoi genitori, quella sera.
«Tieni pure il cappello» disse Cal,
quando Min provò a restituirglielo
attraverso il finestrino. «Ti dona.
Passerò a prenderti alle otto.»
Se ne andò lasciando Min in compagnia
di una sensazione di esagerata
felicità, che non prometteva nulla di
buono.
«Sei un disastro» si disse. Poi andò a
prepararsi per la cena a casa di
sua madre.
Quella sera, Cal passò a prendere Min
nella sua vecchia
Mercedes. Min lo aspettava seduta sulla
scalinata, indossando un
semplice vestito nero tirato sopra le
ginocchia: sembrava una suora
impazzita.
«Che ci fai quaggiù?» le disse, uscendo
dall’auto.
«Ti aspetta il supplizio dei miei
genitori» disse Min, alzandosi in piedi.
«Non mi sembrava giusto costringerti a
salire anche gli scalini.»
«Non mi dispiace fare delle scale,
quando in cima ci sei tu.» Cal le
guardò i piedi. Scarpe basse, nere e
semplici. Non mostravano nulla del
piede. «Come mai porti queste scarpe
orribili?»
«Non sono orribili» disse Min. «Sono
classiche; come la tua auto.
Molto bella, anche se ti avrei
immaginato alla guida di qualcosa di
diverso.»
«Un regalo di diploma.» Cal le aprì la
portiera. «A macchina donata
non si guarda in bocca. Salta su, Minnie.
Meglio non fare tardi.»
Quando Cal si sistemò sul sedile del
guidatore, Min gli chiese:
«Intendevi il Master?»
«Cosa?» disse Cal, avviando il motore.
«L’auto. Un regalo per il Master? Io ho
ricevuto una valigetta. Solo per
fare un confronto.»
«Liceo» disse Cal, imboccando la strada
principale.
«Liceo» ripeté Min, annuendo. «Per il
Master ti hanno regalato uno
yacht?»
«Un posto nello studio di mio padre.»
«Ma...»
«Ho rifiutato» disse Cal. «Come sta
Elvis?»
«Molto bene» disse Min, un po’ confusa.
«L’ho portato dal
veterinario. Ha detto che è in ottime
condizioni. Strano.»
«Negli ultimi tempi tutta la mia vita è
diventata strana» disse Cal. «A
proposito, c’è qualcosa che dovrei
sapere sulla tua famiglia, prima di
conoscerli?»
«Non sei obbligato a conoscerli» disse
Min.
«Minerva, non ricominciamo. Ora
preparami per l’incontro con i tuoi
genitori, per favore.»
«Non c’è molto da sapere» disse Min.
«Mia madre è sempre cordiale, e
mio padre non è un tipo loquace, a meno
che non si senta punto sul
vivo. Non pungerlo sul vivo.»
«Capisco» disse Cal. «Descrivimi
questo ‘vivo’.»
«Truffe assicurative, colleghi più
giovani che cercano di rubargli il
lavoro, la musica successiva al 1970,
sesso con le sue figlie.»
«Sesso con le sue figlie» disse Cal.
Min annuì. «Mio padre darà per scontato
che tu stia cercando di
traviarmi.»
«Tuo padre è un attento osservatore»
disse Cal. «Di tua madre cosa mi
dici?»
«In situazioni normali, cercherebbe di
valutare il tuo potenziale come
genero. Probabilmente sottoponendoti a
un test al momento del
dessert.»
«Scritto oppure orale?»
«Orale.»
«Bene. Nell’orale sono bravo.» Ci fu un
lungo silenzio. «Non
intendevo in quel senso.»
Min tenne lo sguardo fisso davanti a sé.
«Nessun problema.
Non ci sarà nessun test. Mia madre ha
altro a cui pensare, in questo
periodo.»
«C’è qualcos’altro che le sta a cuore di
cui dovrei essere a
conoscenza?»
«Sì, ma riguarda me.»
Cal scosse la testa. «Non importa.
Fammi la lista.»
«Consumo di carboidrati, biancheria
intima di cotone bianco,
incapacità di dimagrire e di tenermi
stretto un ex ragazzo che lei
adorava» disse Min. «Non credo che
siano argomenti di cui ti troverai a
parlare con lei.»
«Anche a mia madre piaceva molto la
mia ex» disse Cal. «Credo sia
solo pigrizia. Non vuole imparare nomi
nuovi. Chi altro sarà presente
alla cena?»
«Mia sorella Diana. Con lei sarai al
sicuro. è fuori di testa perché si
sposa tra una settimana, ma è fantastica.
Se le cose si mettono male,
puoi sempre stare zitto e guardare lei. è
bellissima.»
«Buono a sapersi» disse Cal. «Mamma,
papà, Diana, tu e io. Una bella
cenetta intima.»
«E Greg» disse Min, cercando di
dissimulare il distacco nella sua voce.
«Il fidanzato di mia sorella.»
«Giusto. Greg lo smemorato. Come
vanno le cose?»
«Non benissimo» disse Min. «Non so
bene perché, ma non sta facendo
la sua parte. Eppure non è cattivo; certo,
ha mollato Mesta. Però ne
aveva tutto il diritto. E poi adora Diana,
quindi non capisco.» Guardò
Cal. «Poi mi dirai cosa ne pensi tu.»
«Io?» disse Cal, sorpreso.
«Sei bravo a capire le persone» disse
Min. «Sei intuitivo. Intuisci Greg
anche per me.»
«Le probabilità che io capisca quale sia
il problema con una cena non
sono molto alte» disse Cal, mentre il
cellulare di Min iniziava a
squillare.
Lo estrasse dalla borsetta, tra le risate
divertite di Cal. «Un semplice
telefono nero. Mi hai mentito la prima
sera, Minnie.»
«Lo sapevi benissimo» disse Min,
premendo il tasto verde.
«Pronto? Cosa?» Rimase in silenzio per
un minuto, poi disse: «Oh,
santo cielo.» Ascoltò ancora, poi disse:
«Diana, è sabato sera. Non
saprei dove... Aspetta un attimo.» Si
voltò verso Cal. «Greg aveva
promesso di portare il vino per la cena.»
«Fammi indovinare» disse Cal.
«Non avresti un paio di bottiglie a casa
tua, vero?» disse Min. «Emilio»
disse Cal, facendo una rapida
inversione.
Min riprese il telefono. «Se ne occupa
Cal.»
C’era una nota di orgoglio nella sua
voce. Cal sorrise. Min
chiuse la conversazione e gli disse: «Sei
un vero principe.»
«Grazie» disse Cal. «Ora insultami,
però. Altrimenti rischio di
confondermi.»
Quando rientrò nell’auto, dopo aver
saccheggiato la cantina di
Emilio, Min diede un’occhiata alle
etichette sulle bottiglie. «Roba
costosa, eh?»
«Non direi» disse Cal. «Una quarantina
di dollari l’una.»
Min scoppiò a ridere. «Ben gli sta a
quel cretino di Greg.» Dieci minuti
più tardi, seguendo le indicazioni di
Min, Cal stava
parcheggiando di fronte a una casa molto
grande e molto nuova. Min
disse: «Lo sai che puoi ancora tirarti
indietro, vero? Lasciami qui, dirò
loro che...»
«No» disse Cal, aprendo la portiera.
«Non muoverti.» «Perché?» disse
Min, afferrando la maniglia.
Cal fece il giro attorno all’auto e le aprì
la portiera. «Non puoi
uscire dall’auto senza assistenza.» Le
prese la mano e la aiutò ad
alzarsi.
Min finì per trovarsi più vicina a lui di
quanto avesse preventivato. Non
che a Cal dispiacesse. «Se esci
dall’auto senza di
me, mi fai sentire debole e impotente»
disse, mentre il vento le
scompigliava i capelli.
«Certo, debole e impotente» disse Min.
«Te lo dicono spesso,
immagino.» Gli passò di fianco mentre
Cal chiudeva la portiera, e notò
qualcosa muoversi dietro una delle
finestre. «La buona notizia è che hai
appena guadagnato punti con mia madre.
Ci stava spiando dalla
finestra.»
«Ottimo» disse Cal, porgendole il
gomito. «Ora dobbiamo solo arrivare
vivi alla fine della cena.»
All’ingresso furono accolti dal padre di
Min, un uomo imponente
quanto la sua zazzera bionda; aveva
delle folte sopracciglia bianche che
avrebbero dovuto essere cordiali e
accoglienti e invece gli davano
un’aria vagamente paranoica, come
quella di un cane pastore che
sospetta un complotto tra le sue pecore.
«Papà, ti presento Calvin Morrisey»
disse Min. «Cal, lui è mio padre.
George Dobbs.»
«Lieto di conoscerti, Calvin.» La voce
roca di George aveva un tono
stentoreo che non lasciava trapelare
alcuna ostilità. I suoi occhi, però,
parlavano chiaro. Che intenzioni hai?
«Il piacere è mio, signor Dobbs» mentì
Cal. La pacca sulla spalla che
ricevette da Min gli fu di una
consolazione che non avrebbe
immaginato.
«Sei in ritardo» disse George a Min.
«Abbiamo già preso l’aperitivo.»
«La prego di scusarmi, signor Dobbs»
disse Cal. Min intervenne
immediatamente: «Ma neanche per
sogno. è stata colpa mia, papà.
Siamo dovuti tornare indietro per
prendere una cosa.»
«Be’, accomodatevi» disse George. Min
sospirò e si avviò
verso il salotto. Cal la seguì, pronto a
incontrare quel cerbero di sua
madre.
L’interno dell’abitazione era molto
vistoso, chiaramente opera di un
arredatore.
La madre di Min, che li attendeva in
piedi nel suo impeccabile salotto,
ne era il complemento ideale. Entrambe
creazioni di design, prive di
ogni calore.
Se non altro, la casa era almeno
colorata; la madre di Min era invece
bassa e minuta, con capelli e vestito
entrambi neri, perfettamente curata
da capo a piedi. L’esatto contrario di
Min. «Ti presento mia madre,
Nanette» disse Min, quasi cinguettando.
«Mamma, lui è Calvin
Morrisey.» Nanette Dobbs rispose:
«Benvenuto, Calvin.» Il tono era
glaciale.
«Ho fatto qualcosa di sbagliato?»
sussurrò Cal approfittando del fatto
che Nanette fosse stata distratta da
George.
«Mi hai infilato la lingua in bocca su un
tavolo da picnic nel parco»
rispose Min.
«E loro come fanno a saperlo?» disse
Cal.
«Greg ha fatto la spia» disse Min. «Non
ha tralasciato neanche le tue
abitudini da mordi-e-fuggi.»
«E pensare che gli ho anche procurato il
vino» disse Cal.
«Eccolo» disse Min. Tornò a un tono di
voce normale e disse: «Greg!
Ti presento Cal Morrisey.»
Greg aveva un aspetto giovanile e molto
sciolto, levigato e lucidato fino
a brillare da palestre e scuole private.
Accolse Cal con un sorriso, poi si
rese conto di chi aveva davanti e
aggiunse: «Oh.»
Cal attese il seguito di quella reazione,
che non arrivò. «Già» disse
avvicinandosi a lui. «Il vino è sul sedile
anteriore della mia auto.»
Greg tirò un sospiro di sollievo.
«Grazie» disse, stringendo
energicamente il braccio di Cal. «Torno
subito» disse, con un tono di
voce troppo alto. «Ho lasciato il vino
nell’auto.»
«Lei è mia sorella, Diana» disse Min,
con voce molto più morbida.
Cal si trovò di fronte una versione più
giovane e più dolce del cerbero.
Diana era mora, slanciata e adorabile;
senza dubbio la principessa della
famiglia. Accolse Min con un sorriso
radioso, e diede il benvenuto a
Cal con più calore di tutto il resto della
famiglia messo assieme,
chiedendogli anche notizie della sua
squadra di baseball.
«Ragazza dolcissima» disse Cal a Min
non appena Diana si allontanò
per cercare l’amnesico che stava per
sposare.
«Ragazza?» disse Min.
«Molto carina» disse Cal. «Ma non è
te.»
«Non sei il primo a notare questo
particolare» disse Min. «Non
farti intimidire dai miei. Sono...» La sua
voce scemò nel tentativo di
trovare la parola adatta per definirli.
«Simpatici» disse Cal, prima che
Nanette rapisse Min per accogliere
Greg e il suo vino.
Al suo ritorno, dopo qualche minuto,
Min aveva i capelli legati
all’indietro con delle forcine. Si
recarono a cena.
«Cos’è successo ai capelli?» le chiese
Cal all’orecchio mentre
prendevano posto.
«I capelli slegati non mi donano. Ho la
faccia tonda» disse Min.
«Dovevo rendermene conto.»
«A me piacevano» disse Cal. «Anche a
me» rispose Min. Poi la cena
ebbe inizio.
«Che lavoro fai, Cal?» chiese George,
quando i convenevoli si
esaurirono insieme alla zuppa e prima
che venisse servita la costata di
manzo.
«Mi occupo di corsi di aggiornamento
per aziende» disse Cal, non
perdendo di vista Nanette. Aveva sentito
i suoi occhi su di sé durante
l’intera prima portata. Non era
esattamente un’espressione accigliata,
perché non c’era una singola piega sulla
sua fronte. Ma di certo non era
nulla di amichevole.
«Quindi sei un insegnante» disse
George. «La paga è buona?» «Papà»
disse Min.
«Abbastanza» disse Cal, distratto dalle
discrete carezze che
Min gli faceva sulla schiena. Era bello
sentire il suo sostegno, ma gli
procurava sensazioni troppo positive
per essere qualcosa di ammissibile
di fronte a suo padre.
«E come si chiama la società?» disse
George.
«Morrisey, Packard, Capa.» Cal sorrise
alla madre di Min. «La carne è
ottima, signora Dobbs.»
«Grazie.» Nanette Dobbs non sembrava
affatto lusingata.
«Morrisey» ripeté George. «Quindi
lavori per il tuo vecchio. Non
dev’essere stato difficile avere quel
posto, eh?»
«No» disse Cal. «Sono io il vecchio. La
società è mia.»
Min smise di accarezzare Cal e rivolse a
George uno sguardo truce.
«Mi chiedo quali siano le statistiche sul
numero di figlie che continuano
a visitare la casa dei genitori dopo che i
loro ospiti sono stati maltrattati
dal padre.»
«L’hai ereditata?» disse George.
«L’ho fondata» disse Cal.
«Presumo siano molto basse» disse Min.
«Ma è stato tuo padre a finanziarti»
disse George.
«No» disse Cal. «Lui voleva che
rimanessi nell’attività di
famiglia, quindi i capitali sono venuti
dall’esterno.»
«Santo cielo, papà. Smettila» disse Min,
ritraendo la mano dalla
schiena di Cal. «Parliamo d’altro. Mi
sono presa un gatto.» «Quindi è in
fase di start up?» disse George. «Il
trentatre
percento delle società in start up fallisce
entro i primi quattro anni.» «è
un gatto mutante» disse Min.
«Era in fase di start up dieci anni fa»
disse Cal. «Ormai è
saldamente in piedi.»
«Non piace a nessuno dei miei amici»
disse Min. «Pensavo di
chiamarlo George.»
«Minerva» disse Nanette. «Non alzare
la voce.»
«Pane?» disse Min, mettendo il cestino
sotto il naso di Cal.
«Sì, grazie.» Cal prese un pezzo di pane
e le restituì il cestino.
Ne prese un pezzo anche lei,
provocando l’inevitabile reazione della
madre.
«Min.»
«Giusto» disse Min, rimettendo il pane
al suo posto.
«Quindi hai tirato su la società da solo»
disse George, la voce
intrisa di scetticismo.
«Sì.» Cal guardò Min con aria
interrogativa. «Perché non puoi
avere del pane?»
«Te l’ho detto, devo essere in forma per
quel vestito» disse
Min. «Non fa nulla. A luglio potrò
riprendere a mangiare.»
«Min sarà la damigella d’onore di
Diana, il prossimo fine settimana»
disse Nanette. «Meglio che non diventi
troppo larga per
il vestito.»
«Sono già troppo larga per il vestito»
disse Min.
«Perché non vieni anche tu?» disse
Diana a Cal, sporgendosi sul
tavolo. Cal notò che non aveva toccato
pane, burro e neanche
carne. In compenso, si era rifatta con il
bicchiere d’acqua che le stava di
fronte. «Al matrimonio. E alle prove
della cena. Min ha bisogno di un
accompagnatore.»
Prima che Cal potesse rispondere,
George intervenne per chiedergli:
«Chi sono i tuoi clienti?» Nello stesso
istante, Nanette disse: «Da
quanto stai uscendo con Min?»
Min lo tirò per la manica. Cal si voltò a
guardarla e lei disse: «Anche tu
hai una famiglia?»
«Sì» rispose Cal, cercando di tenersi sul
vago.
«Anche loro sono così terribili?» disse
Min.
«Minerva» la ammonì Nanette.
«Be’, mi lasciano mangiare il pane»
disse Cal, tenendo gli occhi
su Nanette. «A parte questo, sì.»
«Chiedo scusa?» disse George.
«Guardi, non è un problema subire il
terzo grado riguardo al
mio lavoro» disse Cal. «Sua figlia mi ha
invitato in casa vostra, e non è
cosa da poco. E non mi dispiace che sua
moglie mi faccia lo stesso
interrogatorio riguardo alla mia vita
privata. Ma Min è una donna
eccezionale, e durante questa cena
l’avete soltanto ignorata, o
rimproverata per uno stupido vestito.
Per la cronaca, non è troppo larga
per il vestito. è il vestito a essere troppo
stretto per lei. Lei è perfetta.»
Cal imburrò una fetta di pane e gliela
passò. «Mangia.»
Min lo guardò esterrefatta e prese il
pane.
Cal tornò a guardare sua madre. «Non
sono mai stato sposato. Non
sono mai stato fidanzato. La mia ultima
relazione è finita due mesi fa.
Ho conosciuto sua figlia due settimane
fa.» Si rivolse a George. «La
mia società è in attivo da diverso tempo.
Posso darle delle referenze, se
desidera. E nel caso in cui la relazione
tra Min e il
sottoscritto dovesse diventare seria,
sarò in grado di supportarla.» «Ehi,
io sono in grado di supportarmi da sola»
disse Min, con il
pezzo di pane ancora in mano.
«Lo so» disse Cal. «Ma tuo padre vuole
sapere se lo sono io.
Mangia.» Min diede un morso al pezzo
di pane, mentre Cal passava in
rassegna gli altri commensali. «Qualcun
altro ha qualcosa da
chiedermi?»
Diana alzò la mano.
«Sì?» disse Cal.
«Sarai tu ad accompagnare Min al
matrimonio?»
Min cercò di ingoiare il boccone che
aveva appena messo in
bocca.
«Non me l’ha chiesto.» Cal abbassò lo
sguardo verso Min.
«Vuoi andare al matrimonio di tua
sorella insieme a me?»
Min fu sul punto di strozzarsi. Cal le
diede un’energica pacca
sulla schiena.
«Ma certo che vuole venirci con te»
disse Nanette, lasciandosi
andare a un sorriso per la prima volta.
«Ci farebbe molto piacere che ci
fossi. Anche alle prove della cena,
naturalmente.»
«Bene» disse Cal, contento dei
progressi fatti. Al suo fianco, Min stava
ancora boccheggiando.
«Il vino è davvero eccellente» disse
George.
«Grazie... cioè, grazie a Greg» disse
Cal. «Un vero intenditore.»
George fece un cenno di assenso e poi
guardò Greg, che gli sorrise
timidamente.
«Hai un gatto?» disse Nanette a Min. La
serata proseguì tra le prediche
di Nanette sulle malattie di gatti, le
domande di George sui corsi
aziendali, gli sguardi torvi di Greg e i
sorrisi di Diana. La testa
di Cal era in fiamme. Aveva avuto serate
peggiori, ma non molte. Min
gli sorrise. «Mi spiace.» Parlò in tono
talmente lieve che Cal quasi non
se ne accorse. «Per cosa? Mi sto
divertendo molto»
gli disse, sentendosi subito meglio.
Dopo il dessert, che solo gli uomini
riuscirono a mangiare, Min
trascinò Diana all’ingresso. «Sei
diventata pazza?» le sussurrò. «Come
ti è venuto in mente di invitare
quell’uomo al matrimonio?»
«E perché no?» disse Diana. «Ti serviva
un accompagnatore. Lui è un
tesoro. Non vedo il problema.»
«Non lo vedi perché non sai come
stanno le cose tra noi» disse Min.
«Be’, almeno ora hai qualcuno» disse
Diana. «Mi sembrava una buona
idea.»
Min la punzecchiò con il dito. «Non fare
mai più nulla del genere. Mai
più. Mai più.»
«Okay» disse Diana. «Però adesso hai
un bellissimo accompagnatore.»
Il suo bellissimo accompagnatore la
raggiunse nell’ingresso, salutò
educatamente i suoi genitori, la
accompagnò sulla scalinata, la fece
accomodare nell’auto e si mise al
volante. Poi le avvicinò una mano
alla testa togliendole le forcine dai
capelli.
«Sono orrende, Minnie» disse,
lanciandole fuori dal finestrino.
«Lo so» disse Min, rifiutando la
sensazione di essere stata salvata da
lui. «Grazie.»
Il giorno seguente, Min scelse con molta
attenzione l’abbigliamento per
la serata a casa Morrisey. Tirò di nuovo
fuori dall’armadio il suo vestito
nero, lucidò le scarpe nere, cercò di
tenere a bada i capelli. La
situazione non migliorò con la chiamata
di Nanette.
«Tesoro, il tuo Calvin è davvero un
amore» disse sua madre.
«Grazie, mamma» rispose Min, temendo
ciò che poteva aspettarla.
«Papà ha controllato la sua situazione
finanziaria; ha un capitale
consistente» disse Nanette.
«Ha controllato di sabato sera?» disse
Min. «E come?»
«Sai com’è fatto tuo padre» disse
Nanette, lasciando intendere che
preferiva non lo sapesse. «Il tuo Calvin
sembra coinvolto. La scena con
il pane imburrato è stata molto tenera.
Non lo mangerai mai più,
naturalmente. Però...»
«Avere un uomo che si preoccupa di
nutrirti è un’ottima cosa» disse
Min.
«Non rovinare tutto» disse Nanette. «Mi
è dispiaciuto molto quando ti
sei fatta scappare David, ma non ha più
importanza. L’importante è che
tu non perda anche Calvin.»
«Mamma, non voglio Calvin» mentì
Min.
«Certo che lo vuoi» disse Nanette.
«Avrete dei bambini meravigliosi.»
«Non voglio neanche i bambini» disse
Min. «Cambiamo argomento.
Stavo pensando di licenziarmi e
diventare una cuoca.»
«Non dire sciocchezze, cara» la fermò
Nanette. «Stando a contatto con
il cibo diventeresti una palla.»
«Grazie, mamma» disse Min. «Ora devo
andare.» «Andare dove?»
«A cena, a casa dei genitori di Cal.»
«Ottimo. E chi sono?»
«Jefferson e Lynne Morrisey, non so...»
«Andrai a cena con Lynne Morrisey?»
«Sì» rispose Min. «Solo perché ha dato
alla luce il mio
accompagnatore. Altrimenti non ci
andrei.»
«Min» disse sua madre, abbassando la
voce in segno di
rispetto. «Lynne Morrisey ha una
reputazione enorme nella Urban
League.»
«Mi dispiace» disse Min. Era la prima
volta che sua madre usava il
termine ‘enorme’ in un’accezione
positiva.
«Niente carboidrati, tesoro» disse
Nanette. «E quando torni, raccontami
tutto.»
«Ossignore» disse Min. Chiuse la
conversazione e tornò a concentrarsi
sulla situazione dei suoi capelli.
Quando Cal bussò alla porta, lei ed
Elvis si erano ridotti a contemplare
una fascia per capelli, senza nessun
entusiasmo.
«Che ne pensi di una fascia per
capelli?» disse a Cal, aprendo la porta.
«Cristo, no» disse lui, chinandosi per
accarezzare il gatto che era
accorso a fargli le fusa. «Ma guardati, di
nuovo vestita a lutto.»
«Non osare cercare di convincermi a
farmi cambiare vestito» disse Min.
Cal guardò in basso. «Concedimi
almeno i piedi. Che ne dici delle
scarpe con i fiocchi neri? Quelle che
portavi la prima sera?»
«Cal» disse Min.
«Non ti sto chiedendo molto» disse lui,
appoggiandosi allo stipite con
un sorriso. «Va’ a cambiarti le scarpe,
Minnie. Poi affronteremo i leoni
fianco a fianco.»
Min non riuscì a non rispondere al
sorriso. «Il tuo fascino non funziona
su di me» gli disse, andando a cambiarsi
le scarpe.
10
Durante il viaggio in auto, Min disse a
Cal: «Okay, dimmi
qualche trucchetto per affrontare i tuoi
genitori.»
«Non ce ne sono» disse Cal. «I loro
modi saranno gentili, ma
privi di calore. In quella casa non c’è
mai bisogno di tenere il vino in
fresco; l’atmosfera è sempre gelida.»
«Perfetto» disse Min. «è proprio il
momento giusto per fare battute.»
Quando arrivarono a destinazione, Min
capì che non si trattava di
battute. La casa era molto grande, una di
quelle ville rurali che a Min
erano sempre sembrate dei ranch elevati
all’ennesima potenza. La
cameriera che li accolse sulla porta
pannellata era molto educata e il
corridoio a pannelli era di grande
effetto; quando entrarono in quello
che Min dubitava venisse chiamato
salotto, i genitori di Cal mostrarono
soltanto un freddo distacco.
«Siamo molto felici di conoscerti» disse
Lynne Morrisey stringendole
la mano. Non sembrava affatto felice. Di
lei si notava soltanto la
straordinaria bellezza, lussuosa e un po’
sinistra. Lo stesso valeva per
suo marito, Jefferson, e per suo figlio,
Reynolds: l’unico uomo sulla
terra che riusciva a far sembrare Cal
insignificante.
«Min!» disse Harry alle sue spalle. Min
si voltò e lo vide mentre
trascinava di peso Bink nella stanza.
«Ehilà» gli disse, chinandosi verso di
lui. «Grazie per l’invito a cena.
Morivo di fame.»
Harry annuì, poi le si avvicinò
all’orecchio e sussurrò: «Mi piacciono
le
tue scarpe. I fiocchetti sono molto
belli.» Continuò ad annuire,
sorridendo come un pazzo.
«Grazie» gli sussurrò Min, lanciando
un’occhiata a Cal. Il suo volto era
privo di qualunque espressione, e non
aveva ancora detto una parola da
quando erano arrivati. Okay, pensò Min.
Benvenuta all’inferno.
Fece del suo meglio per destreggiarsi tra
convenevoli gelidi ma educati
finché non si misero a tavola, dove trovò
ad attenderla dei bellissimi
piatti decorati. A quel punto decise di
concentrarsi unicamente sul cibo.
«Che lavoro fai, Minerva?» le chiese
Jefferson mentre veniva servito il
filetto con purè di patate.
Min deglutì, sperando che non le fosse
rimasto nulla tra i denti. «Sono
un’attuaria.»
«Capisco» disse lui senza ammirazione,
ma senza disprezzo. «Per quale
società?»
«Alliance» disse Min, senza distrarsi
dalla carne al sangue. Il cibo era
ottimo nell’aspetto come nel sapore, di
questo doveva dare atto ai
Morrisey; ma non era al livello di quello
di Emilio. Gli mancavano le
note di colore etnico fornite dalle foto
alle pareti. Probabilmente quella
gente non avrebbe mai ammesso la
benché minima forma di
discendenza etnica. Si guardò intorno.
Le sembravano irlandesi; e non
solo per il nome. C’era sui loro volti
quella tipica bellezza tenebrosa,
austera e tragica. Lo sguardo le cadde
poi sull’opulenza del piatto che
aveva di fronte. Di sicuro la Grande
Carestia era alle spalle.
«Dobbs» disse il padre di Cal. Min si
rese conto che era rimasto in
silenzio per un bel po’. «George Dobbs
è il vicepresidente, no?»
«è mio padre» disse Min.
Jefferson Morrisey si lasciò andare a un
sorriso. «Lavori per la
società di tuo padre.»
«Be’, non è il proprietario» disse Min,
sicura che il sentiero
appena imboccato nascondesse
innumerevoli insidie. «Mi ha dato una
mano a ottenere il posto.»
«Non ti serviva una mano» disse Cal,
freddamente. «Fai l’attuaria.
Avrai avuto una quarantina di offerte.»
«Sì, parecchie» disse Min, chiedendosi
che diavolo stesse succedendo.
«Ma quelle davvero convincenti erano
poche. Mio padre mi ha
aiutato.»
«Una saggia scelta» disse Lynne
Morrisey.
Min incrociò il suo sguardo, scuro e
gelido. Non voglio la sua
approvazione, signora.
«Quella di accettare l’aiuto di tuo
padre» proseguì Lynne. «Molto
saggia.»
«Be’» disse Min, poggiando la forchetta.
«Era un aiuto incondizionato.
Non presentava svantaggi.»
All’altro capo del tavolo Reynolds
sorrise, sempre più bello. Neanche
tu mi piaci, pensò Min. Bink li
osservava immobile, paralizzata non dal
terrore ma da una forma di accortezza.
Seduto in mezzo a loro, Harry
teneva la forchetta saldamente in pugno
e arava il suo purè, tenendo
d’occhio tutti i commensali.
«E al tempo stesso presentava molti
vantaggi, scommetto» disse
Jefferson. «Di certo tuo padre ti avrà
aiutato lungo il tragitto.»
«Ha fatto tutto da sola» disse Cal,
mantenendo la freddezza nella voce.
«Nelle compagnie assicurative non c’è
spazio per i sentimenti. Min
detiene il record di promozioni
all’interno della compagnia, e nessuno
si sogna di dire che sia per merito del
padre. è intelligente, lavora sodo
ed è bravissima in quello che fa.»
Nella sua voce c’era una nota di cupa
sgradevolezza, inadatta al
tono della conversazione. Min gli
poggiò una mano sulla schiena con
discrezione. Nonostante il vestito,
riusciva a sentire i suoi muscoli,
rigidi come cemento. La tensione
aumentò per un attimo in
corrispondenza del suo tocco, poi Cal
rilassò le spalle.
«Ma certo» disse Jefferson, guardando
sua moglie con un mezzo
sorrisetto sul volto. «Riteniamo soltanto
che sia ammirevole il modo in
cui Min ha seguito le orme del padre.»
«Mio padre non è un attuario» disse
Min.
«Certo, cara» disse Lynne, con voce
leggermente alterata. «Siamo
contenti che tu abbia fatto la scelta
giusta, rimanendo nella stessa
compagnia.» Sorrise in direzione di suo
figlio. «Non trovi anche tu,
Cal?»
«Credo che Min non faccia mai scelte
sbagliate» disse Cal. «Questo
filetto è ottimo.»
«Cal non è entrato nell’attività di
famiglia» disse Reynolds, sorridendo
a Min come se fossero amici. E tu devi
essere proprio stupido per
sottolinearlo ad alta voce, pensò Min.
«E perché mai avrebbe dovuto?» sbottò
Min. Poi tolse la mano dalla
schiena di Cal. Al diavolo, tanto non li
rivedrò mai più, pensò.
«Perché avrebbe dovuto lavorare nella
società di suo padre?» le fece
eco Lynne, alzando un sopracciglio. La
cosa indispettì Min, abbastanza
sicura di non possedere quell’abilità.
«Perché è la tradizione di
famiglia, naturalmente.»
«No» disse Min. Di fronte a lei, gli
occhi di Bink si spalancarono
ancora di più. «Sarebbe stata la scelta
sbagliata. è nato per fare ciò che
sta facendo ora.» Si voltò per sorridere
a Cal, ma lo trovò con lo
sguardo fisso nel vuoto, tra Bink e
Harry. è andato, pensò. Guardò
Harry, ancora aggrappato alla sua
forchetta e intento a scrutare i volti
dei commensali. Non c’era da stupirsi
che
quel bambino vomitasse così spesso.
Jefferson si schiarì la gola. «Sarebbe
stato sbagliato entrare in
un prestigioso studio legale?
Sciocchezze. è una tradizione dei
Morrisey.»
Min lo guardò perplessa. «Lei ha seguito
le orme di suo padre? Credevo
che avesse fondato lo studio con il suo
socio.»
All’altro capo del tavolo Bink si superò,
trasformando la sua
espressione in quella di un gufo
imperturbabile.
«è vero» disse Reynolds, con voce
indignata. «Sono stati loro a dare il
via alla tradizione.»
«Non credo che due generazioni possano
essere classificate come una
tradizione» disse Min, cercando di farla
passare per una congettura,
come se stesse valutando l’idea. Poi
guardò Harry. «Tu vuoi diventare
un avvocato, Harry?»
Harry era sorpreso. «No. Voglio
diventare un ittiologo.» Min ricambiò
la sorpresa. «Ha a che fare con i pesci?»
«Sì.» Harry tirò su il mento e
sorrise orgoglioso.
«Buon per te» disse Min.
«Harrison è un bambino» disse Lynne.
«La prossima settimana vorrà
diventare un pompiere.» Sorrise a
Harry, quasi con calore.
«No. La prossima settimana vorrò
diventare un ittiologo» disse Harry,
finendo l’ultimo boccone di patate.
Ti adoro, piccolo, pensò Min.
«Harrison» gli disse Lynne. «Perché non
vai a mangiare il dessert in
cucina insieme a Sarah?»
«Okay.» Harry spinse indietro la sedia.
«Con permesso.»
«Certo, caro» disse Lynne. Min lo
guardò trotterellare verso la cucina e
pensò: Come ti invidio.
«Ora» disse Lynne, tornando a guardare
la tavolata con quel
sorriso da rettile. «Ti chiedo scusa per
l’interruzione, Minerva. Stavi
dicendo?» L’espressione sul suo volto
sembrava dire: è la tua
possibilità di ritrattare. Cerca di
coglierla al volo.
Min le sorrise. Te lo puoi scordare, cara
la mia signora. «Stavo dicendo
che una semplice analisi della situazione
basterebbe a capire perché Cal
non sarebbe mai entrato nello studio
legale di famiglia.»
Jefferson poggiò la forchetta sul piatto.
Min sollevò il calice di vino. «Per
prima cosa, è il figlio più piccolo. I
primogeniti tendono a seguire le orme
del padre e a essere più
accomodanti.» Indirizzò un sorriso a
Reynolds. «Per questo stesso
motivo, di solito hanno molto successo.»
Sorseggiò l’ottimo vino,
circondata da sguardi gelidi di varia
intensità. «Inoltre, tendono a
ricevere la maggior quantità di
attenzione e rispetto; il loro successo è
dunque una profezia che si autoavvera. I
figli più piccoli, invece,
imparano presto a dover lottare per
ottenere attenzione; perciò tendono
a infrangere le regole.»
«Presumo che la tua analisi psicologica
non abbia delle basi
professionali» disse Jefferson,
sorridendole senza partecipazione.
«No, è piuttosto evidente» disse Min.
«Ci sono molte prove empiriche.
Perfino tra i miti e le leggende. E anche
nelle fiabe: è sempre il figlio
più piccolo che parte in cerca di
fortuna.»
«Fiabe» disse Reynolds, con un ghigno
idiota; Bink, nel frattempo,
perfezionava la sua imitazione di un gufo
impagliato.
Min si rivolse a Jefferson. «Consideri
poi la personalità di Cal. I suoi
amici dicono che raramente accetta
scommesse che non può vincere.
Istintivamente verrebbe da definirlo un
giocatore d’azzardo, ma in
realtà non lo è. Se lo fosse, perderebbe
la metà delle volte. Invece lui è
abituato a calcolare le probabilità, e
accettare soltanto
quei rischi da cui sa di poter trarre un
vantaggio.» Incrociò lo sguardo
di Reynolds. «Il figlio più piccolo non
arriverebbe mai ai vertici dello
studio legale di famiglia. è uno scenario
così rischioso che dubito lo
abbia mai preso anche solo in
considerazione.»
«Sarebbe diventato socio» disse
Jefferson, abbandonando ogni
apparenza di una conversazione innocua.
«Terzo socio. Forse. Dopo essere
rimasto a lungo nella sua ombra e in
quella di Reynolds» disse Min. «Senza
contare il suo socio, con i suoi
figli, a fargli concorrenza. All’interno di
questa famiglia sarebbe
rimasto per sempre il bambino. Doveva
tagliare i ponti. E poi,
naturalmente, c’è la dislessia.»
Il silenzio che si depositò sulla tavolata
aveva dell’incredibile. Min si
aspettava di vedere della brina formarsi
su ciascuno dei commensali.
Prese forchetta e coltello e ricominciò a
tagliare il suo filetto,
rimpiangendo di non poter chiedere un
contenitore da viaggio e
andarsene a casa.
«Preferiamo non parlare dell’handicap
di Cal» disse Lynne, perentoria.
Min se la prese comoda con il filetto.
Una volta deglutito, rispose:
«Perché? è una parte di lui, ha
contribuito a farlo diventare ciò che è.
Non c’è nulla di cui vergognarsi. Più del
dieci percento della
popolazione è affetta da dislessia; è
piuttosto comune. è anche uno dei
motivi per cui ha scelto di fondare una
sua società: il novantadue
percento dei dislessici fa lo stesso.
Hanno bisogno di controllare
l’ambiente in cui lavorano, visto che i
normali luoghi di lavoro non
sono sensibili alle loro necessità. Di
solito ottengono ottimi risultati,
essendo generalmente persone capaci ed
empatiche.» Fece una pausa
per bere dell’acqua. «Vostro figlio è
intelligente, serio, di successo,
sano, affascinante, piace alle persone
ed è molto bello. Mi stupisce che non
passiate il vostro tempo
mostrando la sua foto agli amici e
decantandone le lodi.» Si voltò verso
Cal per sorridergli, notando che la
fissava con aria impietrita. «Io lo
farei se fosse mio figlio, e se avessi una
sua foto.»
«Senza dubbio siamo molto orgogliosi
di Calvin» disse Lynne, con
voce cupa.
«Oh, bene» disse Min, tornando a
concentrarsi sul suo piatto. «Ha
ragione anche sul filetto. è favoloso.»
«Grazie» disse Lynne, per poi dedicarsi
a Reynolds con delle domande
di lavoro. Quindici minuti più tardi fu
servito il dessert. Reynolds,
Lynne e Jefferson discutevano questioni
relative allo studio legale; Cal
era ancora in silenzio; Bink aveva
mangiato tre fettine di carota e
prosciugato il vino; e Min ne aveva
abbastanza.
Sistemò il tovagliolo vicino al piatto e
annunciò: «Come sapete è stato
Harry a invitarmi. Se volete scusarmi,
mi unirò a lui.» Poi si alzò e si
diresse verso il corridoio, in cerca della
cucina.
Quando la trovò, Harry stava finendo di
mangiare il suo gelato sotto lo
sguardo attento della donna che aveva
servito la cena. «Ehi, ragazzo dei
pesci» gli disse. «Ne è rimasto un po’?»
Harry indicò la donna. «Chiedi a lei.
Sarah.»
«Oh» disse Sarah, squadrando Min dalla
testa ai piedi. «Cosa gradisce
sul gelato?»
«Cioccolato» disse Min, sedendosi di
fronte a Harry. «Con il cioccolato
non si sbaglia mai.»
Harry ripulì il fondo della ciotola con il
cucchiaino, e poi rimase in
silenzio a fissare Min. Le ricordava
vagamente l’espressione da gufo
della madre. Sarah le servì una quantità
enorme di gelato.
«Grazie» disse Min, un po’ spiazzata.
«Mi chiamo Min.» Porse la mano
alla cameriera.
«Sarah» rispose la donna, stringendola.
«Mangia, prima che si sciolga.»
Min annuì e affondò il cucchiaino nel
gelato. Era paradisiaco, cremoso
e grassissimo; il cioccolato era
squisitamente leggero, con un gusto
agrodolce. Doveva proprio darne atto a
Lynne Morrisey: il cibo di
quella donna era eccellente.
Sarah appoggiò la schiena sul lavandino.
«E così hai tenuto testa alla
Regina delle nevi?»
Min valutò per un attimo la possibilità
di far finta di non capire, poi
scrollò le spalle e disse: «Non ero
d’accordo con ciò che diceva.»
Sarah annuì. «Non ti vedremo più da
queste parti.»
«Santo cielo, spero di no» disse Min.
Harry mise giù il cucchiaino, allarmato.
«Ma continuerai a venire
al parco, vero?»
«Sì» disse Min. «Anche se non sono
sicura che tuo zio Cal
voglia ancora parlarmi.»
«Non sembra male» disse Sarah. «Molto
tranquillo. Non viene
qui spesso.»
«Immagino» disse Min. In quel
momento, Cal entrò in cucina.
«Ciao» gli disse Min, dandogli il
benvenuto con un cenno del
cucchiaino.
«Ho scoperto che tua madre ha ottimi
gusti anche in fatto di gelato.» Il
che, ripensandoci, era molto
appropriato.
Cal annuì, il volto spento. «Sei pronta?»
Min guardò la ciotola piena di zuccheri
e grassi pregiati, sospirando.
«Sì» disse ubbidiente, e poggiò il
cucchiaino sul tavolo. Nei panni di
Cal, anche lei avrebbe voluto darsela a
gambe.
Cal si avviò in corridoio, mentre Harry
diceva a Min: «Posso
mangiare il tuo gelato?»
«Ti farà male?» disse Min.
Harry scosse la testa. «Non mi capita
mai con il gelato.»
Min spinse la ciotola verso di lui.
«Buon appetito, allora.» Si
alzò dalla sedia. «è stato un piacere
conoscerti, Sarah.»
«Già» disse Sarah. «In bocca al lupo.»
Raggiunse Cal in corridoio, che le aprì
la porta dell’ingresso
senza dire una parola. Erano quasi
arrivati agli scalini quando Bink
comparve sulla soglia. «Allora?» disse
a Cal.
Cal scosse il capo in segno di diniego, e
Bink rivolse un sorriso a Min.
«è stato bello rivederti» le disse con
voce sincera. Cal riprese a
camminare verso l’auto, e Bink rientrò
in casa. Min raggiunse Cal,
sicura che il litigio fosse dietro
l’angolo.
Non aveva rimpianti. Si accomodò sul
sedile del passeggero,
abbandonandosi all’abbraccio della
tappezzeria in pelle. Okay,
quell’auto le sarebbe mancata. E lo
stesso valeva per il cibo. Anche se
avrebbe potuto frequentare Emilio anche
senza di lui. E...
Cal entrò nell’auto sbattendo la portiera.
Rimase immobile sul sedile
per un attimo, e Min ne osservò il
profilo rigido. Tu. Mi mancherai tu.
«A cosa si riferiva Bink?» gli chiese,
nel tentativo di rimandare
l’inevitabile.
Cal si voltò verso di lei, talmente teso
da avere quasi la voce rotta. «Mi
dispiace tanto.»
«Cosa?» disse Min, sorpresa.
«La mia famiglia.» Chiuse gli occhi, poi
disse con cattiveria: «Di solito
si comportano così bene con gli
estranei.»
«Non sono il loro tipo, tutto qui» disse
Min, sforzandosi di mantenere
una certa leggerezza nella voce. «E poi
sono stata
scortese. Il lato positivo è che il cibo
era ottimo, e che non dovrò
vederli mai più. Hai idea di che gelato
fosse? Era fenomenale. Certo,
dubito che sia senza grassi.»
«Non ti importa?»
«Che tua madre sia una strega, che tuo
padre sia un bastardo e che tuo
fratello sia un idiota altezzoso?» disse
Min. «No. Perché dovrebbe
importarmi? Non sono la mia famiglia.
Che ora ho pesantemente
rivalutato, e per questo ti sono debitrice.
Insomma, quel gelato...»
Cal si piegò in avanti e la baciò con
decisione. Min sfiorò il suo volto
con la mano e si abbandonò a quel
bacio, mentre la solita eccitazione la
pervadeva. Era felice di toccarlo, di
sentire la sua mano tra i capelli, di
stare con lui. Quando smisero di
baciarsi, Min gli rimase vicino. Non
era ancora pronta a lasciarlo andare.
«Questo è per aver insultato tua
madre?» disse, un po’ confusa. «Perché
ho molte altre cose orribili da
dire su di lei.»
Il sorriso che ebbe come risposta fu un
vero sollievo. Era tornato il Cal
che conosceva. «Nah, mi piace baciarti,
tutto qui.»
«Bene» disse Min, tornando in sé. «Ora
basta, però. Avevamo deciso di
smetterla. Ma sono contenta, perché
credevo che non volessi più
vedermi. Di sicuro non vuole più
vedermi la tua famiglia.»
Cal avviò il motore. «Qualcuno di loro
vuole ancora vederti.»
«Harry.» Min si abbandonò sul sedile,
inseguendo un qualunque
pensiero che non comprendesse baciare
Cal. «Solo perché gli ho ceduto
il mio gelato.»
Cal rallentò. «Ha mangiato due
porzioni?»
«Sì» rispose Min. «Ha detto che il
gelato non lo fa stare male.» «Ha
mentito.» Cal fermò l’auto. «Gli succede
con qualunque
cosa contenga zucchero.»
«Dobbiamo tornare indietro?» disse
Min, allarmata.
«Cristo, no.» Cal estrasse il telefono.
Dopo aver avvertito Bink
dell’imminente crisi di vomito, mise in
moto l’auto e ripartì.
«Perfetto. Ho avvelenato suo figlio»
disse Min. «Ora mi odierà anche
lei.»
«No. Conosce Harry, e le bugie che è in
grado di raccontare per dello
zucchero. Tu gli piaci.»
«Non sembra.»
«Eppure è così» disse Cal, immettendosi
sulla strada principale. «Mi ha
offerto centomila dollari per sposarti.»
«Cosa?» Min scoppiò a ridere. «Non
credevo avesse un senso
dell’umorismo così sviluppato.»
«Ce l’ha, ma in questo caso non
scherzava. Può permetterselo.» Cal
accelerò, lasciandosi alle spalle la
strada che conduceva alla casa dei
suoi genitori. «Grazie a dio siamo fuori
di lì» sospirò.
«Aspetta un attimo» disse Min,
smettendo di ridere. «Ti ha davvero
offerto...»
«Sono dieci anni che va a cena da loro
ogni domenica» disse Cal.
«Quella di stasera è stata la prima a
piacergli. Se pensi che i miei
genitori non hanno neanche sessant’anni,
la aspettano più o meno altri
trent’anni di sofferenza. Circa seicento
cene, secondo la sua stima.
Senza contare le festività. Ogni cena le
costerebbe sessanta dollari. Un
vero affare, per quanto la riguarda.» Ci
pensò su per un attimo. «Lo
sarebbe anche per me. Ma non c’è una
sola ragione nell’universo per
cui mi siederei a quel tavolo ogni
domenica.»
«Mio dio» disse Min.
«In più, Harry non ha fatto altro che
cantare ‘Hunka hunka
burning love’ da quando è tornato dal
pranzo di ieri. Secondo Bink,
l’espressione sul volto dei miei genitori
valeva da sola i centomila
dollari.»
C’era perfino dell’allegria nella sua
voce, ora. «Davvero sconvolgente»
disse Min.
«E non è l’unica cosa sconvolgente di
questo pomeriggio.»
Proseguirono il tragitto in silenzio per
un po’, poi Cal disse: «Come
sapevi che ero dislessico?»
«Roger l’ha detto a Bonnie. Ho fatto
delle ricerche in rete. E poi ti sei
rifiutato di scrivere la ricetta del pollo
al Marsala quando te l’ho
chiesta. Di solito non dici mai di no,
quindi doveva essere qualcosa che
non potevi fare.» Min ruotò la testa sul
sedile e lo guardò. «Sei
arrabbiato?»
«No» disse Cal. «è vero che i dislessici
tendono a mettersi in proprio?»
«Sì» disse Min. «Tutto ciò che ho detto
è vero. Tu come facevi a sapere
delle mie promozioni?»
«Bonnie l’ha detto a Roger» disse Cal,
entrando in un parcheggio.
Min cercò di identificare l’insegna.
Sembrava appartenere a un posto
costoso e snob. «Torno subito» disse
Cal, entrando nel locale. Quindici
minuti più tardi ne riemerse con una
pretenziosa confezione dalle
rifiniture dorate. Gliela lanciò in grembo
rientrando nell’auto.
«Cos’è?» disse Min, afferrandola al
volo. Era pesante. Sbirciò
all’interno, dove erano sistemate delle
piccole scatole di cartone bianco
con le etichette dorate.
«è il gelato che ha servito mia madre»
disse innestando la retromarcia.
«Otto gusti. Manderò anche dei fiori, ma
questo è ciò
che ti meriti ora.»
«Oh.» Min strinse forte la confezione.
Non era arrabbiato. Il
sollievo si impadronì di lei, facendole
realizzare quanto non volesse
vederlo uscire dalla sua vita. Era una
pessima scoperta.
«Tutto bene?» disse Cal. Min rispose
con un sorriso forzato.
«Non proprio» disse, fingendo
esasperazione. «Non c’è un cucchiaio?»
Senza togliere gli occhi dalla strada, Cal
estrasse un cucchiaio di
plastica dalla tasca della giacca e glielo
consegnò.
«Sono pazza di te» disse lei, senza
pensare.
«Bene» rispose Cal. «Anche io sono
pazzo di te.»
«In modo amichevole» aggiunse Min,
precipitosamente. «Certo» disse
Cal, scuotendo la testa.
«Ci tenevo a dirlo» concluse Min,
aprendo la prima confezione
di gelato.
«La chiama Minnie» disse Cynthie,
quando David rispose al
telefono quella sera. «Le ha regalato il
suo cappello da baseball.»
«Fammi sapere se le regala anche
l’anello della laurea» disse
David. «Potrei avere almeno una
domenica di pace?»
«Non so, David» disse Cynthie, con
voce pericolosa. «Vorresti
passarne qualcuna in compagnia di Min,
in futuro?»
«Sì» disse David. «Ma il pranzo è
andato malissimo, e ora non
risponde neanche al telefono. Cal molla
sempre le sue donne dopo un
paio di mesi. Direi che la cosa migliore
è aspettare che la lasci, e poi
consolarla.»
«E non ti disturba il pensiero che lui sia
libero di scoparsela a sangue
per due mesi?» disse Cynthie.
«Ehi» David balzò dalla poltrona. «Non
è...»
«Non hai idea di cosa quell’uomo possa
fare a una donna»
disse Cynthie. «Credi davvero di
riuscire a soddisfarla una volta che
sarà andata a letto con Cal?»
«Io me la cavo benissimo a letto» disse
David, furioso.
«Cal sa fare molto più di ‘benissimo’»
disse Cynthie. «Se fossi in te,
non aspetterei che Min scoprisse
esattamente quanto di più.»
«Cynthie, sei davvero di cattivo gusto.»
«Come vuoi» disse Cynthie. «Lascia
pure che vinca lui.»
La sua voce era come un’unghia sulla
lavagna. «Non è
questione di vincere o perdere» disse
David, pensando: Quel bastardo
sta vincendo.
E lui avrebbe perso Min. Ma la
colpevole era lei. Era il tipo di donna
che faceva di tutto per non essere trattata
in modo speciale. E ora che
Cal la ricopriva di attenzioni per
vincere una scommessa, ne era
estasiata. Probabilmente, se David fosse
tornato da lei e le avesse
mostrato ogni riguardo, Min gli avrebbe
concesso tutta la sua
gratitudine. Era proprio una donna
semplice. Per questo Cal la stava
conquistando. Era suo dovere fermarlo.
E salvare Min.
«David?» disse Cynthie, incalzandolo.
«Vuoi riaverla, vero?» «Sì»
disse David.
«Allora va’ da lei e stupiscila» disse
Cynthie. «Dille quanto è
importante per te. Falle un regalo. Le
piacciono le palle di vetro con la
neve; compragliene una. Regalale un po’
di gioia, maledizione.»
«Palla di vetro» ripeté David,
ricordando di averne viste alcune sulla
mensola del caminetto di Min.
«Se dovesse fare la difficile, fai finta di
dimenticare qualcosa a casa
sua. Torna lì il giorno dopo e provaci
ancora» disse Cynthie. «Una
cravatta, per esempio.»
«Perché dovrei togliermi la cravatta?»
disse David.
Ci fu un breve silenzio, poi Cynthie
disse: «Fallo e basta, David.
Non ho tempo di darti lezioni
straordinarie di seduzione.»
«Va bene» disse David. «Passerò da lei
dopo il lavoro. La
sorprenderò. Le parlerò di matrimonio.»
«Parlare?» disse Cynthie, esasperata.
«Per una volta nella tua
vita, potresti fare qualcosa di più che
parlare?»
«Non voglio comportarmi come un
cavernicolo» disse David. «Ci hai
mai provato?» disse Cynthie.
«Certo che no.»
«E come fai a sapere che non funziona?»
«Be’...» disse David. «Al diavolo. E
sia. La bacerò. Min bacia
molto bene.»
«Buono a sapersi» disse Cynthie. «Non
rovinare tutto, David.»
«Tranquilla» disse David, ma Cynthie
aveva già riagganciato.
«Sei una vera strega» disse al telefono
muto. Poi riagganciò anche lui.
Lunedì mattina, Nanette chiamò Min per
sapere com’era andata la cena
dai Morrisey. «Raccontami tutto» le
disse.
«Mamma, sono al lavoro» disse Min.
«Tuo padre non ti licenzierà di certo»
disse Nanette. «Non oserebbe
tradire te.»
«Mamma?» disse Min.
«Com’era la casa?» disse Nanette. «Hai
fatto colpo sulla madre?»
«La casa era bellissima,» disse Min «e
sua madre mi odia.» «Min, se
dovesse diventare tua suocera...»
«Non diventerà mia suocera.»
«Avrai bisogno di lei. Nei momenti più
duri. Non che tua nonna
mi abbia mai aiutato nel...»
«Quando mai hai avuto problemi con
papà?» disse Min.
«Ora, per esempio» disse Nanette, fuori
di sé.
«Ormai è morta» disse Min. «Non può
più aiutarti. Cosa c’è che non
va?»
Ci fu un lungo silenzio, poi Nanette
disse in tono drammatico: «Ha
un’amante.»
«Non ci credo» disse Min. «Sii seria,
mamma. Dove troverebbe il
tempo? Conosci i suoi spostamenti in
ogni momento della giornata.»
«Sono quei pranzi, lo so» disse Nanette,
cupamente.
«Di solito pranza con Beverly» disse
Min. «La stessa Beverly che adora
suo marito e non vorrebbe mai lavorare
durante il pranzo. Non può
avere una storia con lei.»
«Sei così ingenua, Min» disse Nanette.
«Sei così paranoica, mamma» disse
Min. «Cosa ti fa pensare che ti
tradisca?»
«è cambiato. Non parliamo più.»
«Tu parli solo di abbigliamento, del
matrimonio e del mio peso» disse
Min. «A lui non interessa. Datti al golf.
In men che non si dica vi
troverete a fare lunghissime
conversazioni.»
«Lo sapevo che non avresti capito»
disse Nanette. «Dopotutto tu hai il
tuo Calvin.»
«Non ho nessun Calvin» disse Min,
setacciando il cassetto in cerca di
una graffetta. «Abbiamo deciso di non...
Ahi.» Ritirò la mano, trovando
uno spillo conficcato nel suo dito.
«Non hai più tempo di pensare a tua
madre» disse Nanette.
«Santo cielo» disse Min. «Torna a
preoccuparti del matrimonio e non
fare idiozie, tipo lasciare papà. Non è
successo proprio nulla. Dio mi è
testimone, quel pover’uomo è
innocente.»
«Le figlie sono sempre le ultime a
venirlo a sapere» disse
Nanette, prima di chiudere la
conversazione.
«Pazza furiosa» disse Min, riattaccando
il telefono. Cercò un
pezzo di carta per asciugare il sangue
dal dito.
Il telefono squillò di nuovo, quasi
immediatamente. Il ‘ciao’ di
Diana era avvolto in una vocina
tremante.
«Che succede?» disse Min, spargendo
sangue su varie pagine
delle sue pratiche.
«Sono solo un po’... giù» disse Diana.
«Ci vediamo?»
«Certo» disse Min. «Stasera andrebbe
bene?»
«Non posso» disse Diana. «I genitori di
Greg mi hanno invitato
a cena. Come è andata con i genitori di
Cal?»
«Malissimo» disse Min. «Domani
sera?»
«No» disse Diana. «Susie e Karen hanno
organizzato una
piccola festicciola di addio al nubilato.
Mi aspetto di trovare qualche
giocattolo sessuale.»
«Peccato non esserci» mentì Min,
cercando di non pensare a Bieca con
un vibratore in mano.
«Mercoledì andrebbe bene?» disse
Diana. «So che di solito esci con
Dolce e Acida, ma potrei unirmi a voi?»
«Sì» disse Min, cercando di non ridere.
«Specialmente se prometti di
chiamarle Dolce e Acida.»
«Liza mi ucciderebbe» disse Diana. La
voce era già più allegra.
«Passa a prendermi in ufficio» disse
Min. «Usciremo con loro, e dopo
potrai rimanere a dormire da me. Come
ai vecchi tempi. Anche se non
potremo fare altro che preparare le
confezioni di torta. Ho appena
scoperto che vanno assemblate.»
«Okay» disse Diana. «Okay. Mi sento
meglio. è solo agitazione
prematrimoniale.»
«Esatto» disse Min. «Hai parlato con
mamma, ultimamente?»
«Be’, certo» disse Diana. «Vivo con
lei.»
«No, intendevo parlare. Mi ha appena
chiamato per dirmi che papà la
tradisce.»
«Oh» disse Diana, colpita dalla notizia.
«No, non mi ha detto nulla.»
«Bene» disse Min, assicurando a sua
sorella che il padre non andava a
letto con la segretaria. «Vorrebbe dire
saltare il pranzo, Diana. Ti
sembra uno scenario plausibile?» Poi
riagganciò, rinnovando la
promessa di una bella serata per
mercoledì.
Rimase seduta a fissare il telefono,
attendendo di sentirlo squillare di
nuovo. Aveva detto a Cal di non
chiamarla, e che avrebbe voluto il
lunedì tutto per sé, ma lui non era bravo
a seguire le istruzioni. Quindi,
forse...
Alle cinque del pomeriggio fu piuttosto
chiaro che quel bastardo aveva
imparato a seguire le istruzioni anche
troppo bene. Tornando a casa,
Min riconobbe le voce di Elvis
provenire dallo stereo prima ancora di
aprire la porta. Trovò il gatto spalmato
sul divano, con le orecchie
vicino all’altoparlante. «L’hai acceso di
nuovo, eh?» gli disse,
coccolandolo per farsi perdonare la
prolungata assenza. Non che la cosa
lo disturbasse, certo.
Cucinò spaghetti per inaugurare la
piacevole serata che aveva
organizzato con il suo gatto, ma al tempo
stesso tenne le orecchie aperte
per eventuali visitatori. Non si sa mai.
Quando sentì bussare, fu
combattuta tra esasperazione e felicità.
Cal non le dava mai retta, e
questo non andava bene. Ma era contenta
che fosse venuto.
Peccato che non fosse lui. Aprendo la
porta si trovò davanti David, che
la tolse da qualsiasi imbarazzo riguardo
alla sua situazione emotiva. Le
rimaneva soltanto l’esasperazione.
«Che ci fai qui?» gli disse.
«Devo parlarti.» Entrò in casa, ma si
fermò subito. «Mio dio, e quello
cos’è?»
«Ti presento Elvis» disse Min,
chiudendo la porta. «è il mio gatto, lo
adoro. Di’ qualcosa di offensivo e con
me hai chiuso per sempre.»
David si accomodò sul divano, il più
lontano possibile da Elvis. «Ho
pensato molto a noi» disse, allentandosi
la cravatta.
«Non esiste un ‘noi’» disse Min. «Non è
mai esistito. La cosa più carina
che hai mai fatto per me è stata
mollarmi. Te ne sarei grata, se non fossi
ancora arrabbiata.»
«Lo so, lo so. Me lo merito.» David si
allentò il nodo della cravatta.
Min non ricordava di averlo mai visto
così sfatto. «è stato uno stupido
errore.» Diede dei colpetti al divano,
vicino a sé. «Vieni qui, lascia che
ti spieghi.»
Min lo raggiunse, sedendosi al suo
fianco. «Sbrigati» gli disse. «Elvis e
io abbiamo una serata importante a cui
dedicarci.» Sentendo fare il suo
nome, Elvis avanzò sul divano
rannicchiandosi a fianco di Min,
brontolando sommessamente. Min lo
accarezzò dietro le orecchie.
«Buono, tigre» gli disse. «Sta per
andarsene.»
David si avvicinò a lei, tenendo
d’occhio il gatto. «Voglio sposarti,
Min.»
Elvis tirò fuori gli artigli e li conficcò
nella manica di David.
«Al diavolo» disse David, tirandosi
indietro. «Perché fa così?» «Elvis
non vuole sentir parlare di matrimonio»
disse Min.
«Credo che Priscilla gli abbia spezzato
il cuore. L’ha sempre amata,
sai.»
«Non è divertente» disse David.
«Nessuno sta ridendo, infatti.»
«Guarda che dico sul serio.» Mise una
mano nella tasca del
cappotto e ne estrasse un pacchetto.
«Voglio dimostrartelo con questo.»
«Non sarà mica un anello, vero?» disse
Min con orrore.
«No» disse David. Min scartò la
confezione. All’interno c’era una
costosa palla di vetro da dieci
centimetri di diametro, raffigurante la
Torre Eiffel.
«La Torre Eiffel?» disse Min.
Quest’uomo non mi conosce affatto.
«Ci andremo in luna di miele» disse
David, avvicinandosi ancora. «A
Parigi. La nostra sarà una vita
bellissima, Min. E non avrei problemi a
costruire una famiglia, anche subito.
Potremmo...»
«Non voglio figli» disse Min, scrutando
all’interno del vetro. «David,
non è il mio genere di...»
«Certo che vuoi figli» disse David. «Tu
sei nata per fare la madre.»
Min poggiò la palla di vetro sul tavolino
e guardò il gatto. «Elvis,
poniamo il caso di avere di fronte due
uomini. Uno ti dà dell’angioletto
vizioso, l’altro dice che sei nata per fare
la madre. Tu quale
sceglieresti?»
«Sei molto di più, naturalmente» disse
David. «Ma...» Smise di parlare
quando il gatto balzò giù dallo schienale
e si strofinò contro di lui,
lasciandogli una scia di peli sulla
manica. «Il tuo gatto mi ha riempito
di peli.»
«Direi che siete pari» gli fece notare
Min. «Lui è pieno di fibre del tuo
costosissimo vestito.»
«Min, so che stai uscendo con Cal
Morrisey» disse David.
«Ah, sì?» disse Min. Schifoso figlio di
puttana, stai solo cercando di
vincere la scommessa. Avrebbe dovuto
andare a letto con Cal soltanto
per farla pagare a David. Un pensiero
più
eccitante del dovuto.
«Dovresti smettere di frequentare Cal»
disse David, con aria
seria. «Per sempre.»
Il gatto balzò in avanti dal tavolino e
spinse via la palla di vetro
con tale forza da farla andare in mille
pezzi sulla pietra del caminetto.
C’era acqua dappertutto.
«Elvis!» Min si alzò di scatto per
allontanarlo. «Stai lontano da lì. Ci
sono i vetri rotti.»
«L’ha fatto apposta» disse David,
sconvolto.
«Certo, David. è una congiura del gatto
contro di te.» Min recuperò la
base da quella pozzanghera di acqua e
vetri rotti, poi prese la
pattumiera e tornò a raccogliere le
schegge.
«Quel gatto...» disse David.
«Sì?» fece Min, sollevando il pezzo di
vetro più grosso. «Lasciamo
stare» disse David. «Non sai cosa ha in
mente Cal
Morrisey.»
«Certo che lo so» disse Min,
raccogliendo un altro pezzo.
«Vuole venire a letto con me.»
«è vero» disse David. «Ma c’è
dell’altro.»
«Lo so.» Min raccolse l’ultimo dei
frammenti più grandi, poi
guardò ciò che rimaneva. «Passami
quella rivista, per favore.» Prese la
rivista e ne strappò la copertina. «No,
non lo sai. è
capace di qualunque cosa» disse David.
«Ho avuto la stessa impressione.» Min
fece passare la copertina
sotto i pezzi di vetro, usando il resto
della rivista come una scopa.
Versò il tutto nella pattumiera, ma poi
notò un ultimo, lungo frammento
che era sfuggito alla sua pulizia.
«David, non devi preoccuparti per me.
Non sono innamorata di Cal...
ahi!» Ritirò la mano mentre il sangue
cominciava a sgorgare.
«Ma che diavolo...» Buttò l’ultimo
pezzo di vetro nella pattumiera, poi
andò in cucina a pulire la sua mano
insanguinata.
«Mi stai ascoltando?» disse David.
«No» disse Min, di fronte al rubinetto.
«Sono ferita. Vattene. Non
voglio sposarti.» Chiuse il rubinetto, si
fasciò il dito con della carta da
cucina e tornò in salotto per liberarsi del
suo ospite.
«Min» disse David, alzandosi in piedi.
«Non mi stai prendendo sul
serio.»
«Certo che no» disse Min, aprendo la
porta d’ingresso. «Sei un
brav’uomo, David. Cioè, non proprio.
Vai...»
«No, Min. Non me ne vado» disse con
voce seria e profonda. Poi la tirò
a sé e la baciò con forza.
11
David stringeva tra le mani la testa di
Min, che era
impossibilitata a muoversi. Sollevò una
mano per preparare uno
schiaffo, ma David si ritrasse urlando
prima che potesse colpirlo.
Elvis, ringhiando, aveva piantato gli
artigli nella caviglia di David.
Min si passò una mano sulla bocca,
mentre David cercava di liberarsi
dalla morsa di Elvis. «Seidisgustoso. Te
l’ho già detto, trovati una
donna che risponda ai tuoi requisiti di
buona compagna e sposala. Io ho
un gatto da guardia, e ultimamente sono
molto in contatto con la mia
stronza interiore. Non riusciresti a
sopravvivere.»
«Mi dispiace» disse David. «Ma ti
desidero così tanto che...»
«Già» disse Min. «Provaci di nuovo e
tiro fuori lo spray
antiaggressione. Ora vattene.»
«Promettimi che non vedrai più Cal
Morrisey» disse David. Elvis
abbassò la testa sulla spalliera del
divano e cominciò a ringhiare.
«No, David. Non ti prometto nulla.» Min
indicò la porta. «Fuori, prima
che chieda un’ordinanza restrittiva.»
«Pensaci, almeno» disse David.
«No» disse Min, spingendolo fuori dalla
porta. Dopo averlo chiuso
fuori, si voltò verso Elvis. Si era
allungato sulla spalliera del divano,
con la testa vicino a quello stereo che
gli piaceva tanto. Armeggiò con
la zampa fino ad azionare il tasto On. Le
note di Heartbreak Hotel
invasero la stanza.
«Abbassa il volume» disse Min, prima
di ricordarsi che stava parlando
con un gatto. Raggiunse lo stereo e
regolò il volume. «Che storia strana,
Elvis.»
Elvis diede dei colpetti al tasto Forward
finché non sentì Love Me
Tender.
«Poteva andarmi peggio» disse Min,
guardando il gatto disteso sul
divano. «Poteva piacerti la musica dei
film di Julia Roberts.»
Elvis cominciò a muovere la coda a
tempo di musica. Min rinunciò e
andò a cercare un cerotto.
Cal non si era fatto sentire neanche il
martedì, e Min credeva di essersi
ormai liberata di lui, non senza un certo
disappunto. In quel momento
bussarono alla porta. Mescolò un’ultima
volta il pollo al Marsala e andò
ad aprire, armata di spray
antiaggressione. Dopo quarantotto ore
senza
contatti con il mondo esterno sperò
quasi che fosse un ladro, per
scaricare un po’ di tensione. Trovò
invece Cal, appoggiato contro lo
stipite. In una mano aveva il consueto
sacchetto di Emilio; nell’altra,
una confezione più piccola. Non l’aveva
mai visto così stanco. Il
colletto della camicia era aperto, la
cravatta era allentata e le maniche
della camicia erano avvoltolate. Era
arruffato, trasandato e sexy come
non mai. Il cuore le vacillò nel petto per
quanto era contenta di vederlo.
«Ciao» disse Cal, notando lo spray. «Mi
basta un no.» Min lo fece
accomodare e lui le diede un bacio sulla
fronte. Si piegò verso di lui,
attratta da quella sensazione di solidità e
guidata dalla felicità di sentirlo
vicino. Poi si protrasse verso l’alto,
d’impulso, e lo baciò
delicatamente, un bacio tipo ciao-come-
stai, che le sembrò la cosa più
giusta da fare.
Quando si ritrasse, Cal era sbalordito.
«Che c’è?» gli disse. «Era un bacio
amichevole.»
Cal scosse la testa e chiuse la porta
dietro di sé con un
movimento della spalla. «è stato... bello.
Tieni.» Le consegnò il
sacchetto più piccolo. «Sono in fase di
corteggiamento. Quindi ti
spettano dei regali.»
Min perse un po’ d’entusiasmo. «Non
dovevo baciarti? Ho
sbagliato qualcosa?»
«No.» Le sorrise, nonostante la
stanchezza. «Non riusciresti a
sbagliare neanche se volessi.» Il sorriso
svanì. «è stata la prima volta.»
«Ma per favore» disse Min. «Sono
giorni che ci baciamo.»
«Sono giorni che io bacio te» disse Cal,
lanciando il soprabito su una
sedia e poggiando il sacchetto di Emilio
sul tavolo. «Era la prima volta
che tu baciavi me. Cos’è questo
profumo?»
«Pollo al Marsala» disse Min. «Credo
di avercela fatta. Come può
essere la prima volta? Ti ho...» La voce
si esaurì in una riflessione
impossibile. Aveva ragione. L’iniziativa
era sempre venuta da lui.
«Non ci pensare» disse Cal, dirigendosi
verso di lei. «Allora...»
Min lasciò cadere il sacchetto e si alzò
sulle punte dei piedi per
baciarlo. Stavolta ci mise tutta sé stessa.
L’emozione le fece girare la
testa, e si aggrappò alla sua camicia per
tenersi in equilibrio. Cal la
sorresse, ricambiando il suo bacio
finché Min non fu accaldata e
tremante.
«Con questo fanno due» disse Cal, senza
fiato. «Non che voglia tenere
punteggi.»
«Dovrebbero essere di più» disse Min,
cercando di riprendere un
respiro regolare. «Non succederà più in
futuro, ma non avrei dovuto
lasciare a te tutto il lavoro.»
«Non mi è dispiaciuto» disse Cal,
tirandola a sé. Min sapeva di dover
opporre resistenza, ma non ce la faceva.
Le piaceva troppo sentire il
contatto con il suo corpo. «Anche se mi
piace questa nuova dinamica.»
«Non volevo che ti facessi l’idea
sbagliata» disse Min, appoggiando la
fronte contro il suo petto.
«Quale sarebbe questa idea sbagliata?»
Cal le baciò nuovamente la testa, e Min
sorrise. «Che io... volessi di
più.»
«Giusto» disse Cal. «Solo amici.
Assolutamente. Baciami ancora.»
Min alzò la testa e lo guardò, ancora
sorridente. «Se me lo ordini tu,
non vale.»
«Vale in ogni caso» disse Cal,
baciandola. Min si abbandonò a lui
completamente, perdendo la cognizione
del tempo e di ogni altra cosa,
salvo la sensazione del corpo di Cal
attorno al suo. Cal smise di
baciarla per prendere fiato. «Ti avviso
che mi sto facendo l’idea
sbagliata.»
«No» disse Min, tirandosi indietro.
«Niente idea sbagliata. Fa’ finta che
non sia successo nulla.» Brandì il
flacone di spray antiaggressione.
«C’è lo spray a difendermi.»
«Certo» disse lui, lasciando la presa e
sprofondando sul divano. «Elvis,
vecchio mio. Come te la passi?»
Sollevò una mano per accarezzarlo
dietro le orecchie, e Min stava quasi per
dirgli di non farlo, memore di
quanto successo a David. Ma Elvis
allungò dolcemente la testa,
consentendo a Cal di avvicinarsi. Siglò
poi la sua approvazione con
delle fusa. «è proprio un gatto
fantastico.»
«Lo so.» Min cercò di rallentare il
battito del suo cuore, mentre Elvis si
raggomitolava ai piedi di Cal. «Non so
come ho fatto a vivere senza di
lui per tutto quel tempo.» Raccolse il
sacchetto che aveva lasciato
cadere e andò a sedersi sul divano
vicino a Cal. «Mi hanno avvertito»
disse, aprendo la confezione. «Mi
avresti regalato qualcosa che non
sapevo nemmeno di volere.»
«Chi ti ha avvertito?» le chiese Cal. Ma
la scatola di scarpe che si
celava nella confezione era ormai
l’unico destinatario delle attenzioni di
Min.
«I miei gusti in fatto di scarpe sono
molto particolari» disse, scuotendo
la testa. «Ci sono ampie possibilità di
andare incontro a un disastro.»
«Mi piace il rischio» disse Cal.
Min aprì la scatola. Dentro c’erano
delle scarpe aperte con il tacco alla
francese, esattamente ciò che adorava.
Ma erano coperte da pelo
bianco. «Che diavolo...» disse, tirandole
fuori. Poi notò i due conigli sul
collo del piede. «Mi hai regalato delle
pantofole con i conigli?» Le
facce buffe e tenere dei due animaletti la
guardavano dritta negli occhi.
«Pantofole aperte con i conigli? Sono
incredibili.»
«Lo so» disse Cal, accarezzando Elvis
sulla pancia. «E c’è anche della
musica.»
«Fammi indovinare» disse Min,
riprendendo il sacchetto. «Elvis
Costello.» Ne estrasse un cd e lesse il
titolo. «Elvis Presley, The 50
Greatest Love Song.» Guardò Cal. «Mi
hai regalato Elvis Presley.»
«è ciò che ti piace» disse Cal, mentre il
gatto si allontanava. «Non
potevo certo regalarti ciò che piace a
me.»
«è proprio vero che sei bravo» disse
Min, esaminando di nuovo le
pantofole. «Adoro queste scarpe.»
«Ogni donna dovrebbe avere un paio di
pantofole con i conigli» disse
Cal, esaminandone una. «Specialmente
le donne che hanno dita dei
piedi come le tue.» Si abbassò, le prese
un piede e le tolse il calzino di
spugna. Min agitò le dita del piede,
coperte da smalto rosa e
improvvisamente molto fredde. «Dita
fantastiche, Minnie»
disse, sfiorandole la pianta del piede
con il pollice.
«Solletico» disse Min, cercando di
ritrarre il piede. Cal le fece
indossare la scarpa prima che riuscisse
a divincolarsi. Min chiuse gli
occhi e sospirò avvertendo la piacevole
sensazione del pelo sul piede.
«Stupendo» disse. Poi guardò in basso e
agitò di nuovo le dita, visibili
sotto la bocca del coniglio. «Sono
perfette.»
«Lo so» disse Cal, liberandole il piede.
Min si tolse l’altro calzino e indossò la
pantofola. «Sei un vero genio.
Aspetterò che te ne vada per ascoltare il
cd, per risparmiarti la
sofferenza.»
«Mi piace Elvis» disse Cal. Nel
frattempo, il gatto era sceso lungo il
bracciolo della poltrona, riportando alla
luce qualcosa di nascosto sotto
al tavolino.
«Ehi.» Cal si piegò per raccoglierlo.
«Attento, gatto. Ti farai...»
S’interruppe, prendendo in mano
l’oggetto. «Perché hai una statua della
Torre Eiffel?»
«Ieri sera mi hanno regalato una palla di
vetro contenente la Torre
Eiffel» disse Min, gettando un’altra
occhiata alle sue dita dei piedi che
spuntavano sotto ai denti dei conigli.
«Elvis l’ha rotta.»
«Buon per Elvis.» Cal le consegnò la
torre e Min la gettò nella
spazzatura, tornando a guardare i
conigli. «Chi è stato tanto
sprovveduto da regalarti una palla di
vetro senza persone dentro?
Greg?»
«No» disse Min, addentrandosi in un
argomento spinoso con il sorriso
sulle labbra. «Sai, credo che il pollo sia
venuto molto bene.» Si alzò in
piedi. Le pantofole erano comodissime.
«Calzano alla perfezione.»
«Minerva» disse Cal. «Tu mi nascondi
qualcosa.»
«Un sacco di cose» disse Min,
camminando verso la cucina con
particolare attenzione al modo in cui le
pantofole toccavano il parquet.
«Credo che non le toglierò mai più.»
Love Me Tender partì all’improvviso in
salotto, e Cal le disse dal
divano: «Il gatto sa far funzionare lo
stereo?»
«Conosce il tasto dell’accensione»
rispose Min. «E quello del replay,
sfortunatamente. Ho ascoltato Love Me
Tender quattro volte, ieri sera.
Poi ho tolto il cd.» Mescolò il pollo
un’ultima volta, poi lo assaggiò e
pensò: Stavolta ce l’ho fatta.
Sorrise compiaciuta, poi ne prese un
altro boccone per sicurezza prima
di chiamare Cal. «Credo che dovresti
assaggiarlo.»
«Certo» disse Cal, alle sue spalle. «Ma
prima dimmi a chi appartiene
questa.»
Quando Min si voltò, Cal aveva in mano
la cravatta di David. «Dove
l’hai trovata?» disse.
«Elvis ci stava giocando» rispose Cal.
Min gliela strappò di mano e la gettò
nella spazzatura. «Non
sono affari tuoi.»
«Lo so» disse Cal.
«E non puoi essere geloso» disse Min.
«Eppure, per quanto la cosa mi
infastidisca, lo sono» disse lui,
incrociando le braccia. «Okay, non sono
affari miei.»
«Esatto» disse Min.
«Allora, di chi è?»
Min si appoggiò ai fornelli, e capì di
essere contenta che Cal
fosse geloso. Sei un disastro, si disse.
«Minnie» disse Cal.
«Del mio ex ragazzo. è venuto a
chiedermi di sposarlo.»
«Sul serio?» La voce di Cal era
tranquilla, ma la sua mascella si
irrigidì.
«Sì, sul serio» disse Min, godendosi il
momento. «Mi ha regalato quel
fermacarte perché voleva portarmi a
Parigi in luna di miele.»
«Carino da parte sua» disse Cal,
rabbiosamente.
«Non direi.» Min tornò in posizione
eretta. «Non voglio andare in luna
di miele a Parigi.»
«Gliel’hai detto?»
«No» disse Min, esaurendo la pazienza.
«Gli ho detto che non volevo
sposarlo, poi l’ho cacciato.»
Cal annuì.
«E questo è tutto» disse Min. «è finita.»
«Non è finita» disse Cal.
«Ti assicuro che...»
«Ha lasciato qui la cravatta, Min.»
«E quindi?»
«L’ha lasciata per poter tornare a
riprenderla.»
«Ma questo è...» Min ci pensò su. «Del
tutto possibile.» «Dammi la
cravatta» disse Cal.
«Perché?» disse Min, esasperata.
«Così domani potrò spedirla a quel
figlio di puttana» disse Cal.
«Come si chiama?»
«Sei impazzito, forse?»
Cal chiuse gli occhi. «Sì.»
«Mi fa piacere» disse Min. «Il primo
passo verso la soluzione
del problema è ammettere di averne
uno.»
«Non vederlo più» disse Cal, facendola
suonare come una
richiesta più che un ordine.
«Non ne ho la minima intenzione» disse
Min. «Non mi piace
neanche.»
«Posso restituirgli la cravatta, per
favore?» disse Cal, tendendole la
mano aperta.
Min la recuperò dalla spazzatura.
«Tieni. Si chiama David Fisk. Ha
un’azienda di...» S’interruppe quando
vide l’espressione sul volto di
Cal. «Che c’è?»
«David Fisk è il tuo ex?» disse Cal. Min
si ricordò della scommessa.
«Sì» rispose. «Lo conosci?»
«Sì» disse Cal. «è un...» Fece una pausa.
Min attese. «è un cliente.»
«Oh» disse Min, pensando: La
scommessa. Non vuole dirmi della
scommessa, maledizione.
Cal appallottolò la cravatta. «Gliela
farò riavere. Com’è il pollo?»
«Ottimo, mi sembra» disse Min. Sentì la
depressione calare su di lei,
mentre Elvis cantava del vero amore.
«Ha un ottimo aspetto.» Cal prese un
cucchiaino e raccolse un po’ di
salsa. Min fremeva nell’attesa del
responso, consapevole di tenerci
troppo. «Accidenti, che buono» disse
Cal, con aria sorpresa. «Credo sia
meglio di quello di Emilio. Hai aggiunto
qualche ingrediente?»
«Sì» disse Min. «Ma è un segreto. Tu
hai i tuoi, io ho i miei.» «Io non
ho segreti» disse Cal.
«Cena» disse Min, andando a preparare
la tavola. Love Me
Tender ripartì dall’inizio.
Parlarono per la durata della cena e
mentre lavavano i piatti.
Min cercò di non farselo piacere, cercò
di pensare alla scommessa; ma
stava così bene con lui che continuava a
dimenticarla. In qualche modo
si era insinuato nella sua vita
prendendola alla sprovvista, e lei
ne era felice nonostante sapesse bene
qual era il suo piano. Mentre io
non ne ho uno, pensò. Era una bella
sensazione. Si rassegnò e gli
sorrise. Quando Cal fu sul punto di
andarsene, lo salutò con un bacio
senza farsi problemi. Ma quando lui si
appoggiò allo stipite e disse:
«Minnie, questa faccenda
dell’amicizia...» Min lo spinse via
gentilmente e chiuse la porta, riuscendo
a non dire: è un’idiozia,
smettiamola, fai l’amore con me.
Perché quella, si disse tornando da
Elvis, sarebbe stata una pessima
idea.
Alle sette di mercoledì sera, David era
in maniche di camicia, intento a
cercare di rintracciare due spedizioni
andate perdute. Nella sua mente,
però, c’era sempre Min. Come fare per
riconquistarla? E pensare che
una volta gli aveva perfino portato una
Caesar Salad in ufficio. Senza
crostini. In quel momento, Cynthie
irruppe nella stanza. Stavolta
indossava un vestito rosa.
«Oh, bene; sei tu» disse David, senza
alcuna enfasi.
«Continuano a vedersi.» Cynthie chiuse
la porta alle sue spalle.
«Eravamo d’accordo che ti saresti fatto
avanti.»
«L’ho fatto» disse David. «La risposta è
stata no. Ho lasciato lì la
cravatta, ma Cal me l’ha rispedita
indietro. Non ha funzionato. Però
Min ha detto di non volerci andare a
letto, quindi credo che aspettare
sia...»
«Aspetta di sentire questa, piuttosto.
L’ha portata a cena da sua madre.»
David balzò sulla sedia, avvertendo una
scarica gelida percorrergli la
spina dorsale. «Come?»
«L’ha portata a cena da sua madre»
ripeté Cynthie. «Mi ci sono voluti
sette mesi per convincere Cal a
invitarmi a cena dai suoi genitori. Lei ci
è riuscita in tre settimane. David, lo sto
perdendo.»
«Sua madre» ripeté David. Che
bastardo. Farebbe di tutto per vincere la
scommessa. «Cazzo.» Alzò lo sguardo,
non riuscendo a credere di
averlo detto ad alta voce. «Mi spiace.»
«No» disse Cynthie, piantandosi di
fronte a lui. «Non ti dispiace. Tu sei
arrabbiato.»
«Sì, lo sono.» David pensò a Cal
Morrisey e si arrabbiò ancora di più.
Qualcuno avrebbe dovuto fermare
gentaglia come lui. Si alzò in piedi.
«Cosa dovrei fare?»
«Lottare per lei» disse Cynthie. «è la tua
ragazza. Riprenditela.»
«Ci ho provato» disse David, perdendo
coraggio. «Ma ha occhi solo per
Cal.»
«Mai visto un imbecille tanto passivo»
disse Cynthie. «Non c’è da
stupirsi che non volesse venire a letto
con te. Magari non gliel’hai
neanche chiesto.»
«Grazie» disse David. «è bello
sentirselo dire da una persona che è
stata
mollata dopo nove mesi di gran sesso.
Non si può dire che la tua tattica
aggressiva abbia funzionato alla
perfezione. Vero, tesoro? Magari sei tu
quella che ha un problema di
temperamento.»
«Stammi a sentire» disse Cynthie. «Io ho
un corpo perfetto e sono
fantastica a letto.»
«Ho i miei dubbi» disse David, facendo
il giro attorno alla scrivania.
«Non scomodarti ad aprire di nuovo la
giacca. è una pubblicità che ho
già visto.»
Cynthie lo fissò a bocca aperta.
«Bastardo.»
«Che diavolo, Cynthie. Ma cosa ti
aspettavi? Piombi nel mio ufficio
urlando e insultandomi perché il tuo ex
ha invitato la donna che amo a
cena con i suoi genitori. Se vuoi
risolvere la situazione, fallo tornare da
te. Sbottonati la giacca davanti a lui.»
David esitò, poi chiuse gli occhi.
«Senti, sono stanco, sono triste e non
faccio
sesso da tre mesi. Riporta il tuo corpo
perfetto dal tizio con cui facevi
sesso perfetto. Io ho del lavoro da fare.»
Non sentendo arrivare alcuna risposta,
David aprì gli occhi. Cynthie lo
guardava con espressione pensierosa.
«Non hanno ancora fatto sesso» disse
Cynthie.
«Lo so» disse David. «Quindi siamo
tutti a bocca asciutta. Grandioso.
Ora puoi andartene.»
«è evidente dal modo in cui si
comportano quando sono insieme» disse
Cynthie. David si fermò ad ascoltarla.
«Sono stata all’Azzardo. C’erano
anche Min e Cal. Li ho osservati. Niente
sesso. Le persone vivono il
contatto in modo diverso, dopo aver
fatto sesso. Sono più rilassate.
Sono...» Cynthie fece un passo verso di
lui. «Non l’hanno ancora fatto.
Siamo ancora in tempo per
riprenderceli. Conosco l’afrodisiaco
perfetto.»
«Certo» disse David. «Ti sbottoni la
giacca.»
«No» disse Cynthie, vicina quasi al
punto di toccarlo. «Dolore. Se la
gioia non funziona, proveremo con il
dolore. Come la gelosia. è un
impulso fisiologico molto potente.
Stanno andando da Emilio proprio
ora, li ho sentiti mentre ne parlavano. Ci
andremo anche noi.»
David fece un passo indietro, urtando la
sua scrivania. «Cynthie, non...»
«Ma prima» disse Cynthie «faremo
sesso.»
David rimase esterrefatto.
«Sono tre mesi di astinenza anche per
me» disse Cynthie.
«Quindi faremo del sesso incredibile,
atletico, estremo; proprio qui, nel
tuo ufficio. Poi andremo a cena. E Cal se
ne accorgerà. Le persone sono
diverse dopo aver fatto sesso.»
David deglutì. «Grazie, ma credo che...»
Cynthie si sbottonò la giacca, rivelando
un reggiseno rosa brillante così
sottile da essere probabilmente illegale
in diversi Stati.
«Servirebbe soltanto a farci sentire più
stupidi...»
Lasciò cadere la giacca sul pavimento e
si slacciò la gonna. «Una volta
che il mero piacere fisico...»
La gonna scivolò sulle sue gambe
stupende, e David si trovò di
fronte il corpo di donna più perfetto che
avesse mai visto.
«Sarà svanito» concluse mestamente.
Cynthie si avvicinò. «Non oserai
rifiutare.»
«Direi di no» ammise David,
lasciandosi trascinare sul
pavimento.
Quando arrivarono all’Azzardo, Min
capì quanto le sembrava
strano avere Diana al seguito. Era uno
scontro tra mondi opposti. Diana
si guardava intorno con occhi vergini,
sorridendo estasiata a Shanna,
ridendo a ogni cosa che proveniva dalla
bocca di Tony, scrutando Cal
con approvazione e chiedendo dove
fosse Liza, come se volesse godersi
il cast al completo della vita di Min.
«Sta lavorando» disse Tony. «Ha deciso
di rivoluzionare il turno serale
come primo incarico al ristorante di
Emilio. Al pranzo si dedicherà più
avanti. Non l’ho più vista da quando ha
cominciato.»
«Dovremmo andare da Emilio» disse
Roger. «Così potresti vedere
Liza.»
«Non voglio...» provò a dire Tony, ma
Min lo bruciò sul tempo. «Non è
una cattiva idea. Io ho fame, e Diana non
ha ancora provato il
ristorante.» Il gruppo migrò attraverso i
due isolati che li separavano da
Emilio.
«Sono tutti simpaticissimi» le sussurrò
Diana. «Non credevo che il tuo
gruppo fosse così divertente.»
«Non sapevo neanche di avere un
gruppo» disse Min. Poi capì
che Diana aveva ragione; si accorse di
essere a suo agio con Tony tanto
quanto lo era con Cal, e realizzò di aver
accettato Roger come quel
cognato onorario in cui Bonnie lo
avrebbe presto tramutato.
Liza li accolse all’ingresso, in un vestito
corto e nero che sembrava
valere un milione di dollari e che
probabilmente ne era costati dieci in
un negozio di seconda mano. «Benvenuti
da Emilio» disse, facendo
l’occhiolino a Diana. «Vi aspetta una
serata fantastica.»
«Non mi convince» disse Cal sottovoce,
tra Min e Diana. «Ho sentito
dire che il personale è un po’ acido.»
Diana diede una gomitata a Min. «Avevi
promesso di non dirlo a
nessuno.» Il ghigno di Cal alle loro
spalle fece scoppiare a ridere Diana.
«Casanova» disse Min.
Mentre Liza li faceva accomodare al
tavolo vicino alla finestra,
comparve anche Brian, vestito
impeccabilmente. «Salve» disse. «Sono
Brian, il vostro cameriere.»
«Brian?» disse Cal.
«Signor Morrisey» disse Brian,
rivolgendogli uno sguardo truce. «Non
farti sottomettere dai clienti, Brian»
disse Liza,
poggiandogli una mano sul braccio.
«Ricordati, tu sei meglio di loro.»
«Sì, Liza» disse Brian, sprizzando
adorazione da tutti i pori. «Mio dio»
disse Cal.
«Hai il permesso di trattare male il
signor Morrisey» Liza
confidò a Brian.
«Bene» disse Brian, schiaffeggiando Cal
sulla nuca con il menu.
Diana continuava a ridere.
«Cos’è questo posto?» disse
guardandosi intorno.
«Casa» disse Cal. Min annuì,
osservando la sua vita attraverso gli
occhi
di Diana. Era una vita che le piaceva,
ma in qualche modo si era legata
a doppio filo a quella di Cal. Cosa farò
quando se ne andrà? Quel
pensiero la raggelò. Aveva lasciato che
la cosa andasse troppo oltre, e si
sentiva in pericolo. Trascorse quasi tutta
la cena in silenzio, ascoltando
le conversazioni di Diana con i suoi
amici, rimirando Cal che le
sorrideva, completamente a suo agio,
cravatta allentata e maniche
arrotolate. Le dava una sensazione di
solidità; non come la magrezza
modaiola di David, o come la palestrata
banalità di Greg. Ma ampio,
robusto e reale, infinitamente
desiderabile. Sarei capace di dirgli di sì
prima che mi abbandoni, pensò. Sentì il
fuoco pervaderla, e per un
breve istante si concesse una fantasia
che sapeva essere sbagliata.
Immaginò di abbandonarsi sotto il suo
peso, di sentire le sue mani
decise su tutto il corpo, di cingere quella
mole possente con le braccia.
Un momento di trasporto viscerale che
le fece chiudere gli occhi e
quasi mordere il labbro. Quando si
ridestò, vide Cal che la fissava.
Aveva smesso di ridere.
«Vieni qui e dimmi a cosa pensi,
Minerva» le disse, chinandosi verso di
lei.
«Non credo proprio, Calvin» rispose
Min, riorganizzando le difese.
«Ehi» disse Tony, richiamando
l’attenzione di tutto il tavolo.
David e Cynthie erano appena entrati,
con l’aria molto accaldata.
Mentre Brian li scortava al tavolo con il
piglio da professionista, David
poggiò una mano molto in basso sulla
schiena di Cynthie, che non ebbe
nulla da ridire.
«Basterebbe indossare una maglietta che
dice ‘L’abbiamo
appena fatto’» commentò Tony.
«Shhh» disse Cal. «Non rovinare questo
bel momento.»
Min lo guardò. «Non ti dà fastidio?»
«Perché dovrebbe?» disse Cal.
«Be’, lei è...» Min lasciò cadere nel
vuoto la frase.
«è acqua passata» disse Cal.
«Okay» disse Min, cercando di
respingere il piacere che ciò le
procurava.
«E David?» disse Cal.
«Non lo si può neanche definire acqua
passata» disse Min. «Mi
ha regalato una palla di vetro con la
Torre Eiffel, santo cielo.»
«Dovremmo mandargli una bella
bottiglia di vino» disse Cal.
«Perché?» disse Tony.
«Così potranno ubriacarsi e tornare a
letto» disse Cal. Notò
che Liza lo scrutava con sguardo
assassino. «Cos’ho fatto, ora?»
«Niente» disse Liza. «Riflettevo.»
«Rifletti su qualcun altro» disse Cal.
«Rifletti su Tony.»
«Di Tony ho capito tutto» disse Liza.
«Mentre tu rimani un
mistero.»
«Anche io sono un mistero» disse Tony,
ferito nell’orgoglio.
«Facciamo sesso, stasera?» disse Liza.
«Sì» disse Tony.
«Niente mistero» disse Liza, tornando a
guardare Cal. «Avrai
pure dei punti deboli.»
«Min» disse Cal, sorridendole.
Liza socchiuse gli occhi, disgustata.
«Sto cercando di ricordare
se ti ho mai visto colto alla sprovvista.»
«Ci sarebbe quella volta in cui Bentley
mi ha steso con una palla
da baseball» disse Cal.
«Lo so.» Liza incombeva sulla sedia di
Cal. «Il canto. Non sei timido,
ma ti rifiuti di cantare. Perché?»
«Ho una voce terribile» disse Cal.
Liza guardò Tony. «è vero?»
«No» disse Tony. «Piantala di
tormentarlo.»
«Tu preoccupati dei tuoi amici, io mi
preoccupo dei miei» disse
Liza, tornando a guardare Cal. «Allora,
perché no?»
«Panico da palcoscenico» disse Cal.
«Non riesco a esibirmi in
pubblico. Troppo imbarazzo.»
«Tu?» disse Liza. «Non l’avrei mai
detto.» Incrociò le braccia.
«Cosa ci vuole per convincerti a
cantare?»
«Una pistola puntata alla testa» disse
Cal.
«Liza» disse Min, intravedendo negli
occhi di Liza un bagliore
che non prometteva nulla di buono per
nessuno. «Perché continui a
insistere?»
«Ecco la mia proposta» disse Liza,
piegandosi sulla spalla di Cal e
avvicinando la bocca al suo orecchio.
«Tu accetti di cantare, qui e ora,
davanti a tutti...»
«No» disse Cal.
«E io non dirò né farò nulla per tenerti
lontano da Min. Mai più.»
Cal rimase immobile per un minuto, poi
si rivolse a Min. «Posso
fidarmi?»
«Certo» disse Min. «Ma ciò non vuol
dire che...»
Cal guardò Liza negli occhi. «Cosa vuoi
ascoltare?»
«Lascio a te la scelta» disse Liza,
tirandosi su. «Sarà comunque
interessante.»
«Perché fai così?» le chiese Min,
esasperata.
«Perché fin’ora è stato tutto troppo
facile, per lui» disse Liza, gli
occhi ancora fissi su Cal. «Voglio
vederlo sudare per te.»
«Non è stato proprio tutto facile» disse
Cal.
«Non devi sentirti obbligato» disse Min.
«Parlo sul serio.»
«E perché?» disse Cal. «Nel corso dei
secoli, gli uomini hanno
sempre cantato in onore delle donne. è
un po’ come regalare gioielli.»
«Comprami un bel portachiavi» disse
Min.
Cal poggiò una mano sullo schienale
della sedia di Min e si avvicinò a
lei. «Fai attenzione, Minnie. Non mi
vedrai mai più fare una cosa del
genere.»
«Cal» disse Min. Ma ormai aveva già
cominciato a cantare Love Me
Tender con enfasi eccessiva e un ghigno
sarcastico sul volto.
L’imitazione della voce profonda di
Elvis era più che passabile.
«Non Elvis, per favore» si lamentò
Tony, mentre Roger rideva di gusto
e scuoteva la testa. Min rimase senza
fiato, non solo perché aveva una
voce bellissima, ma perché dopo la
prima strofa ogni traccia di
sarcasmo era sparita dal suo volto.
Stava cantando con passione
autentica. Tutti gli altri suoni si
spensero; c’erano solo loro due. Cal la
guardava negli occhi e le chiedeva di
amarlo. La testa di Min girava
all’impazzata, perché la richiesta era
sincera; qualunque cosa stesse
accadendo intorno a loro, qualunque
cosa stesse accadendo tra loro,
questo momento era autentico. Anche se
era solo un attimo, ed era solo
un attimo, era vero, e lui l’amava. Non
aveva mai immaginato nulla di
simile. Sentì il cuore contorcersi nel
petto; lo amava così tanto da non
poterlo sopportare. Non farmi questo,
pensò sentendolo cantare. Non
spezzarmi il cuore, non me lo merito. Ti
prego, non farlo. Quando finì
la canzone con un perfetto I love you and
I always will, il silenzio
attorno a loro era
ormai assordante. Mio dio, pensò Min.
Nei suoi occhi vide la stessa
sorpresa, lo stesso rammarico, la stessa
confusione. Non era in sé, si
disse. è questa strana cosa che ci
perseguita. Lui non diceva sul serio.
«Wow» commentò Diana. «Okay, sono
molto colpita» ammise Liza.
Min prese la borsetta e uscì dal
ristorante.
12
Min lasciò che la porta del ristorante si
chiudesse con un tonfo
dietro di lei e attraversò il marciapiede,
accecata dall’impulso di
mettersi in salvo. Fece un passo verso la
strada, ma il suono di un
clacson e uno strattone la fermarono. Si
voltò, trovando Cal dietro di
lei.
«Mi dispiace» disse tenendola stretta.
«Qualunque cosa abbia...»
«Mi farai del male» disse Min, senza
fiato.
«Cosa?» disse Cal, sbalordito. «No.
Non farei mai...»
«Mi spezzerai il cuore» insisté Min,
singhiozzando. «Finirò per
amarti, e tu te ne andrai. Fai sempre
così, fai solo così. E non credo di
potercela fare a dimenticarti. Se mi
lascio andare all’amore per te, sarà
per sempre. è così profondo che fa già
male, anche per quel poco
che...»
«Min, non ti farei mai del male» disse
Cal.
«Non di proposito» disse Min. «Ma hai
tutto il diritto di lasciarmi. Non
mi hai mai promesso che sarebbe stato
per sempre. è la solita vecchia
storia. Tu sei speciale, impari a
conoscerci, e noi ci innamoriamo. Poi te
ne vai. E io non posso permettermelo.
Posso raccontarmi che David era
un idiota e non mi conosceva, ma tu mi
conosci. Conosci me.»
«Min, aspetta» disse Cal, cercando di
metterle le braccia sulle spalle.
«No» disse lei, divincolandosi.
«Nessuno nella mia vita mi conosce
come mi conosci tu. Nessuno mi ha fatto
stare bene quanto te. Sai tutto
di me. E quando mi lascerai, starai
lasciando la vera me, quella che
nessuno ha mai conosciuto. Ecco cosa
rifiuterai.»
«Come fai a essere sicura che ti
lascerò?» disse Cal, in tono
aspro.
«Perché è l’unica cosa che sai fare.
Perché è quello che fai
sempre. Puoi promettermi che starai con
me per sempre?»
«Ti conosco da tre settimane» disse Cal.
«Sarebbe un po’
impulsivo, non credi?»
«Sì» disse Min. «Allora perché il
corteggiamento in grande stile?
Perché le scarpe perfette? La canzone
perfetta? E...» Scosse la testa,
affranta. «Te l’avevo detto che
dovevamo partire dall’amicizia. Te
l’avevo detto...»
«L’amicizia non è abbastanza» disse
Cal, freddamente. «Quella è stata
la stupidaggine più grossa che tu mi
abbia mai proposto.»
«Non sono pronta per te» disse Min.
«Non sono preparata. Sono senza
difese di fronte a te. Faccio tutti questi
piani, e ne sono convinta,
davvero, poi ti bacio perché sono pazza
di te, e non sarebbe un
problema se non fossi innamorata, e
invece eccoci qui. E tu lo sai, sai
che ormai sono tua.» Smise di parlare
perché sembrava isterica.
«Va bene» disse Cal. «Magari
possiamo...»
«Devo andare a casa» disse Min.
«Va bene» ripeté Cal. «Potremmo...»
«No» disse Min. «Diana verrà a
cercarmi tra un minuto. Mi
accompagnerà lei. Ci accompagneremo
a vicenda.»
«Min» disse Cal.
«Non ero preparata a quella canzone»
disse Min. «Non al
modo in cui l’hai cantata.»
«Neanche io» disse Cal, con la faccia
scura.
«Lo so» disse Min. «Te l’ho letto negli
occhi. Non dicevi sul
serio.»
«Certo che dicevo sul serio» sbottò Cal,
mentre Diana li
raggiungeva in strada. «Ma non sapevo
quanto finché non l’ho cantato.
Fottuto Elvis e le sue canzoni d’amore.»
«è proprio quello il bello di Elvis»
disse Min, perdendo le staffe. «Si
può ridere delle banane fritte, o dei
vestiti con i lustrini, ma lui era
sempre sincero quando cantava. Ci
metteva l’anima. Non c’erano tutti
questi maledetti segreti...»
«Quali segreti?» disse Cal.
«E non diceva mai bugie. Quindi la
prossima volta che vuoi prenderti
gioco di qualcuno, non usare Elvis.»
Min gli voltò le spalle e si avviò per la
strada, circondata dal ritmo
sincopato prodotto dal rumore dei suoi
tacchi sull’asfalto.
«Volevo solo un po’ di pace e
tranquillità» le urlò Cal. «E invece no,
dovevo trovare te.»
Diana affrettò il passo, inseguendo Min.
«Perché sei arrabbiata?» le chiese
quando la raggiunse. Guardò indietro
verso Cal. «è la cosa più romantica che
abbia mai sentito.»
«Lo so» disse Min, camminando più
veloce.
«Qual è il problema?» disse Diana.
Min si fermò. «Te lo dico se tu prometti
di dirmi cosa succede
fra te e Greg.»
Diana si morse il labbro. «Prima tu.»
«Ricordi la prima sera, quando Cal mi
ha invitato a uscire?»
disse Min. Diana annuì.
«L’ha fatto perché David aveva
scommesso dieci dollari che Cal non
sarebbe riuscito a portarmi a letto entro
un mese» disse Min.
«Non ci credo» disse Diana,
irremovibile. «Non farebbe mai una
cosa
del genere.»
«L’ho sentito, Diana» disse Min. «L’ha
fatto. E so che ora le cose sono
cambiate, ma lo conosco soltanto da tre
settimane e perdo già il
controllo quando lo vedo. è un rischio
troppo grosso. Lui è... Non fa
altro che passare da una donna all’altra.
Greg aveva ragione. Non
voglio arrivare al punto in cui morirò di
dolore se mi lascia, perché è
sicuro che mi lascerà.» Sentì le lacrime
affacciarsi ai suoi occhi, ma
provò a ricacciarle indietro. «E poi quel
figlio di puttana mi canta una
canzone in quel modo, e io... è troppo...»
«Pericoloso» disse Diana. «è il motivo
per cui ho scelto Greg. Sapevo
che non sarebbe mai stato pericoloso.»
«Cos’è successo?» disse Min.
«Credo che non voglia più sposarsi»
disse Diana, e Min sentì le lacrime
anche nella sua voce. «Gliel’ho chiesto,
gli ho detto che se non era
pronto potevamo rimandare. Ma lui
continua a dire che è pronto, che è
convinto. Temo che dica così perché non
sopporta di deludere le
persone, ma è...»
«Ma che fate?» l’interruppe Tony,
emergendo dal buio e spaventandole
a morte. «Aspettate di farvi rapinare?»
«L’attesa è finita?» disse Min, cercando
di riprendere un respiro
normale.
«Mi manda Cal» disse Tony. «Non vuole
che andiate a casa a piedi da
sole. Dovrete accontentarvi del
sottoscritto.»
«Non serve» disse Min.
«Scherzi? Sono in compagnia di due
donne bellissime in una strada
buia» disse Tony. «Quando avrò finito di
raccontare questa storia nella
mia testa, sarà qualcosa di fenomenale.»
«Non dice sul serio, vero?» disse Diana.
«Ne dubito» disse Min. «Potresti
immaginarmi più leggera di dieci
chili, in questa tua fantasia?»
«No» disse Tony. «Ti immaginerò per
come sei, bellezza. Ma non dirlo
a Cal, altrimenti mi spaccherà la
faccia.»
«La tua faccia è al sicuro» disse Min,
riprendendo a camminare.
«E cosa faremmo in questa fantasia?»
chiese Diana, allineandosi al
passo di Min.
«Be’, come prima cosa leggeremmo un
bel libro. Alle donne di classe
come voi piacciono i tipi che leggono»
disse Tony.
Min lo prese sottobraccio. «Grazie per
la compagnia.»
«Qualunque cosa per te, piccola» disse
Tony, accarezzandole la mano.
Poi proseguì nella descrizione della sua
fantasia, mentre Min,
aggrappata al suo braccio, cercava di
non pensare a cosa si stava
lasciando alle spalle.
All’interno del ristorante, David dedicò
uno sguardo trionfante a
Cynthie e disse: «è merito nostro.»
«No» disse Cynthie, bianca in volto.
«Non siamo stati noi.»
«Min era gelosa» disse David, che da
settimane non si sentiva così
bene. «E Cal si è reso ridicolo con
quella stupida canzone. L’ha messa
in imbarazzo. Avevi ragione su di noi...»
Fece un gesto con la mano e
aggiunse mentalmente: E sulla migliore
scopata nella storia dell’uomo.
Sono un grande.
«Vorrei che fosse vero» disse Cynthie,
continuando a fissare la porta.
«Sono là fuori che litigano» disse
David. «Perché non sei contenta?»
«Alcuni litigi sono... un assestamento
del rapporto» disse Cynthie, con
voce spenta. «Si litiga, poi si fa pace e
si diventa più uniti. Poi si litiga
nuovamente, e si diventa ancora più
uniti. Ogni
volta si raggiunge un compromesso.
Ogni volta ci si avvicina di più
all’altra persona.»
«Litigare fa bene?» disse David. «è
assurdo.»
«Qual è il sesso più bello, David?»
disse Cynthie. «Quello
riconciliatorio. Si torna insieme, più
uniti di prima. Ma deve essere il
giusto tipo di litigio. Devi muoverti
subito, nel caso ce l’avesse davvero
con Cal.»
«La chiamerò domani» disse David.
«Ora è troppo agitata. Meglio
lasciarla calmare.»
Cynthie tornò a guardare la porta. «Va
bene. Ma fa’ attenzione.»
«Smettila» disse David, coprendole una
mano con la sua. «Abbiamo
vinto.»
Cynthie scosse la testa. «Stasera non ha
vinto nessuno.»
Quella sera, dopo che Min e Diana
ebbero finito di ripiegare duecento
confezioni per torte parlando del
matrimonio, ma non di Greg o Cal,
Diana andò a dormire. Min rimase sul
divano, con Elvis in grembo,
cercando di capire dove avesse
sbagliato.
Forse non avrebbe dovuto accettare
l’invito a quel picnic nel parco, non
avrebbe dovuto rispondere a quel bacio,
e Cal non avrebbe dovuto
baciarla. Forse non avrebbe dovuto
incontrare Harry. No, era successo
prima di conoscere Harry. Forse, fin dal
principio, non avrebbe dovuto
pensare di essere così furba da potersi
prendere gioco di David e Cal.
Non avrebbe dovuto attraversare quel
maledetto locale. Avrebbe dovuto
capire da uno sguardo che quell’uomo le
avrebbe portato solo guai.
Sarebbe stato meglio non sapere nulla di
quella maledetta scommessa.
Era difficile rintracciare il punto in cui
era passata dall’imprudenza alla
follia, eppure Min riteneva che capire
dove aveva sbagliato le avrebbe
fatto comprendere meglio quanto era
accaduto, in modo da lasciarselo
alle spalle...
Bussarono alla porta. Quando Min andò
ad aprire trovò Bonnie sul
pianerottolo, nella sua vestaglia di
ciniglia. In mano aveva una teiera.
«Ho preparato del cioccolato» disse.
Min sentì le lacrime sgorgare.
«Oh, tesoro» disse Bonnie, entrando in
casa. Mise un braccio sulle
spalle di Min, cercando di tenere in
equilibrio la teiera con l’altra mano.
«Vieni. Hai solo bisogno di sfogarti un
po’.»
«Credevo di essere così furba» disse
Min, cercando di eliminare il
tremore dalla voce. Fece un respiro
profondo. «Credevo di avere tutto
sotto controllo.»
«Mi sembra che te la sia cavata molto
bene» disse Bonnie, appoggiando
il cioccolato sul ripiano della macchina
per cucire. Estrasse una tazza
da ognuna delle due tasche, e Min rise di
gusto, tra le lacrime.
«Dov’è Roger?» disse Min. «Non...»
«è al piano di sotto. Dorme» disse
Bonnie, prendendo la teiera. «è
preoccupato per te, ma appena scocca la
mezzanotte cade in un sonno
profondo per otto ore.»
Min rise di nuovo, tirando su con il
naso. «Se avessi avuto un minimo
di sale in zucca, mi sarei buttata su
Roger, quella sera.»
«Roger ti annoierebbe a morte» disse
Bonnie, porgendole la tazza che
aveva appena riempito. «Mentre io a
quest’ora avrei già spinto Cal
sotto un treno.»
«Ah, sì?»
«Ma certo. Con quella sindrome da capo
del mondo...» disse Bonnie.
«Dev’essere un uomo molto spaventato.
Io voglio avere dei bambini,
non sposarne uno.»
«è un bravo ragazzo, Bonnie.» Min
sorseggiò il cioccolato e si
accorse di stare già meglio.
«Lo so» disse Bonnie. «E un giorno
diventerà anche un
brav’uomo. Nel frattempo però ti ha
spezzato il cuore, quindi ce l’ho
con lui.»
«Non è vero» disse Min. «Ha fatto di
tutto per starmi lontano.»
«Non è vero.» Bonnie si sedette al suo
fianco sul divano, con una tazza
fra le mani. «Ha avuto tutte le occasioni
del mondo per allontanarsi da
te. Non le ha mai colte, scegliendo di
stare con te.»
«Solo perché non riusciva a irretirmi»
disse Min. «Non era...»
«Smettila di fare la ragazzina» disse
Bonnie. Min, sorpresa, alzò la testa
di scatto, spaventando Elvis. «Ma lo
senti come parli? Stai malissimo,
ma non è colpa sua e non è colpa tua.
Be’, sono cazzate.»
«Bonnie!» disse Min, scandalizzata.
«Cos’è che vuoi, Min?» disse Bonnie.
«Se la vita fosse una fiaba, se il
lieto fine esistesse davvero, tu cosa
vorresti?»
«Vorrei Cal» disse Min,
vergognandosene. «So che è...» «Ferma»
disse
Bonnie, alzando la mano. «Perché lo
vuoi?» «Perché sono stata così
bene» disse Min, sorridendo della sua
superficialità mentre scacciava le
lacrime. «Era così divertente, Bonnie.
Mi metteva a mio agio. Non mi sentivo
mai grassa, in compagnia di
Cal.»
«Non ti senti grassa nemmeno con Liza e
me» disse Bonnie.
«Lo so» disse Min. «Era quasi come
voi, con l’eccezione che di lui non
mi potevo fidare, e che mi eccitava
molto.»
«Forse ti eccitava proprio per questo»
disse Bonnie. «Perché è qualcuno
che non sai gestire.»
«Già.» Min lasciò cadere la testa
all’indietro, sulla spalliera del divano.
«Ogni cosa era eccitante, con lui. Non
sapevo cosa
aspettarmi. E neanche lui lo sapeva. Ci
nutrivamo l’uno dell’altra. Che
scemi che siamo stati.»
«Non avere troppa fretta di usare il
passato» disse Bonnie. «Torniamo
alla fiaba. Dimmi quale sarebbe il tuo
‘vissero felici e contenti’.»
«Non ce l’ho» disse Min. «E non ce
l’avrò mai.»
«Il mio» disse Bonnie «è sposare Roger,
e avere quattro bambini.
Viviamo in una bella casa in periferia, in
un posto con delle buone
scuole ma dove la gente non si veste di
tessuto scozzese.»
«Molto ragionevole» disse Min,
bevendo un altro sorso di cioccolata.
«Io faccio la mamma a tempo pieno,»
disse Bonnie «ma ho tenuto
qualcuno dei miei clienti, i miei
preferiti. Non perdo mai d’occhio i loro
portfolio, per tenermi allenata. Poi si
sparge la voce, e con i figli già
cresciuti posso aggiungere altri clienti
perché sono richiestissima.»
«Non mi sembra una fiaba» disse Min,
poggiando la tazza di cioccolata.
«Sono tutte cose che possono accadere.»
«E la nostra casa» proseguì Bonnie,
come se non avesse sentito
«diventa un luogo di ritrovo per tutti, per
le vacanze, per i compleanni.
Sempre da noi. Organizziamo delle
grandi cene, tutti intorno al tavolo,
una grande famiglia acquisita. Tu, Liza,
Cal e Tony siete i padrini dei
nostri figli, e ogni volta che c’è un
grande impegno scolastico vi riunite
per fare il tifo per loro.»
«Io ci sarò» disse Min, cercando di non
piangere.
«Nessuno di noi sarà mai solo, ci
supporteremo a vicenda» disse
Bonnie. «Ti piaceranno le mie bimbe,
Min. Andremo insieme a
comprare loro le scarpe.»
«Oh, Bonnie» disse Min, sprofondando
la testa nel cuscino e
piangendo a dirotto. Bonnie le accarezzò
i capelli, continuando a bere
cioccolata.
Quando Min riuscì a rientrare nei limiti
di qualche singhiozzo
ansimante, Bonnie le disse: «Ora tocca a
te.»
«Non ci riesco» disse Min.
«Devi provarci lo stesso» disse Bonnie.
«Cominciamo da Cal.»
«Perché?» Min si rialzò, asciugandosi le
lacrime con il dorso
della mano. «Perché bisogna sempre
cominciare da un uomo?» «Perché
è una fiaba» disse Bonnie. «Si comincia
con il principe. O con la
principessa, nel caso di Shanna. Ma
all’inizio deve esserci qualcosa di
rischioso. Te ne stai tutta sola seduta in
poltrona, o su una sedia Aeron
nel tuo caso, quando arriva un uomo a
cavallo.
All’improvviso il tuo futuro bussa alla
porta e...»
«E se fosse quello sbagliato?» disse
Min. «Ammesso e non
concesso che tutto cominci con il
principe azzurro, come si fa a
distinguere il principe da...»
«Dalla bestia?» disse Bonnie. «Tesoro,
sono tutte bestie.» «Tranne
Roger» disse Min.
«Ma che dici?» rispose Bonnie. «è lì
sotto che russa come un
orso.» Min scoppiò a ridere, nonostante
le lacrime. «Credi davvero che
Cal sia uno sbaglio?»
Min deglutì. «Be’, razionalmente...»
«Vuoi che ti versi la cioccolata
addosso?» disse Bonnie.
«è l’unica cosa su cui posso basarmi»
disse Min. «Come faccio
a saperlo?»
«Raccontami la tua fiaba» disse Bonnie.
«Rimane fra me e te,
non lo saprà mai nessun altro. Se potessi
avere tutto ciò che vuoi, senza
spiegazioni, senza logica, soltanto...»
«Cal» disse Min. «So che è stupido...»
«Fermati» disse Bonnie. «Dio santo, non
sei capace neanche di sognare
senza fare precisazioni. Raccontami la
fiaba.»
Min sentì le lacrime sgorgare di nuovo.
Per distrarsi, prese in braccio
Elvis e iniziò ad accarezzarlo. «C’è Cal.
E mi ama. Mi ama tanto da
non saperne reggere il peso. Mi ama
come lo amo io. E...» Ricacciò
indietro le lacrime. «E troviamo una
bella casa, qui in centro. Magari su
questa strada, una villetta come quella in
cui viveva mia nonna. Mi
piacerebbe. Con un giardino, così Elvis
potrebbe cacciare qualche
animaletto. E magari un cane. Mi
piacciono i cani.»
Bonnie annuì, e Min riprese a
singhiozzare.
«Io continuo a lavorare, perché mi piace
il mio lavoro. E lo stesso fa
Cal, perché lui adora ciò che fa.»
Sospirò. «A volte mi chiama e mi dice
‘Minnie, ti stavo pensando, vediamoci a
casa tra venti minuti’, e io ci
vado e facciamo l’amore ed è
bellissimo, in mezzo alla giornata...»
Fece una pausa per tirare su col naso.
Bonnie continuava ad annuire.
«Spesso andiamo da Emilio, insieme a
tutti voi. Ci vediamo ogni
mercoledì, per farci quattro risate e
raccontarci come vanno le cose. E
quando tu e Roger avete dei figli, Emilio
aggiunge altri tavoli. C’è
anche lui, con sua moglie e i loro
bambini. Brian fa il cameriere. A
volte veniamo tutti a casa vostra...»
Bonnie sorrise e annuì.
«E gli uomini guardano la partita, tra
fischi e proteste, mentre la moglie
di Emilio, Liza, tu e io siamo in cucina a
mangiare cioccolata e a
parlare di tutto ciò che abbiamo fatto, e
ridiamo...» Min fece un respiro
profondo e si accorse che stava ancora
piangendo.
«Poi Cal e io andiamo a casa» disse,
con la voce rotta. «Siamo solo noi
due, e ridiamo ancora, ci abbracciamo,
mangiamo,
facciamo l’amore, guardiamo degli
stupidi film e... viviamo l’uno con
l’altra. Stare insieme è ciò che ci rende
felici.» Si passò la mano sugli
occhi. «Non mi serve altro. Noi due che
parliamo e cuciniamo e
ridiamo. è così semplice.»
Con il corpo che tremava, Min fece un
altro respiro e guardò Bonnie
negli occhi. «Potrei avere queste cose,
vero?»
«Sì» disse Bonnie.
«Ma soltanto se Cal si dimostrerà la
persona di cui ho bisogno» disse
Min.
Bonnie annuì.
«Deve solo dimostrarsi la persona che
io penso che sia, e non quella
che lui pensa di essere» disse Min.
«Un bel rischio» disse Bonnie.
«Ti sei mai chiesta cosa succede dopo il
‘vissero felici e contenti’?»
disse Min. «Quando finisce la cerimonia
e gli abitanti del villaggio
tornano a casa? Quando si finisce di
aprire tutti i pacchetti con
l’incisione della corona d’oro? La storia
è finita. Niente più prove da
superare, corteggiamenti, traumi. Non
rimane altro che ciondolare per il
castello, lucidando tutti i tostapane
ricevuti come regalo di nozze.»
«Credo dipenda molto dal principe»
disse Bonnie. «Immagino che
David sarebbe capace di lucidare
parecchi tostapane.»
Min non riuscì a trattenere una risata.
«Mentre Tony li collegherebbe tutti
insieme, creando una pioggia di
fette di pane a intervalli regolari» disse
Bonnie. Min rise ancora più
forte.
«Cal organizzerebbe delle scommesse»
disse Min, sorridendo e
piangendo al tempo stesso. «Ma solo
dopo aver obbligato Tony a
sparare le fette di pane un migliaio di
volte, per valutare le
probabilità.»
«Roger organizzerebbe un recinto di
paletti e nastri
d’emergenza per assicurarsi che nessuno
venga colpito dal pane
volante» disse Bonnie, con affetto.
«Liza troverebbe un modo per far
fruttare il tutto» disse Min. «Mentre
tu vorresti controllare che Tony compri
il pane all’ingrosso e investa i
profitti con giudizio.»
«E tu faresti una valutazione
complessiva dei rischi, facendo presente
cosa manca» disse Bonnie.
«Questa faccenda dei tostapane
andrebbe approfondita» disse Min.
«Tony è pazzo, ma le sue idee sono
sempre buone.»
Bonnie annuì.
Min si morse il labbro e inghiottì altre
lacrime. «Voglio la mia fiaba.»
«Okay» disse Bonnie. «Ora dobbiamo
solo capire come ottenerla.»
«Già» disse Min. «Posso farcela. Devo
solo ragionarci su.» Guardò
Bonnie. «Vuoi versarmi addosso la
cioccolata?»
«No» disse Bonnie. «L’unico scatto di
irrazionalità di cui hai bisogno è
decidere di crederci. Da lì in poi, serve
cervello.»
«Oh, bene» disse Min. «Il cervello non
mi manca. L’atto di fede ce
l’ho. Il piano... è in lavorazione.»
Bonnie annuì nuovamente. «Riuscirai a
dormire, ora?»
Min accennò a una risposta, ma poi
scoppiò in lacrime. «Perché non
riesco a smettere di piangere?»
«Quando è stata l’ultima volta che hai
pianto?» disse Bonnie. «Non me
lo ricordo» disse Min.
«Quando è stata l’ultima volta in cui sei
stata abbastanza
coinvolta da piangere?» disse Bonnie.
«Non ricordo neanche questo» disse
Min, sconvolta.
«Vedi? Hai degli arretrati» disse
Bonnie, alzandosi in piedi. «E io devo
andare a dormire con l’orso.»
Min le rivolse un sorriso annacquato.
«Non credere di poterti lamentare
di Roger.»
«Tranquilla» disse Bonnie con
leggerezza. «Non mi aspetto altro che
invidia esagerata.»
«Fai bene» disse Min, ripensando
all’uomo da cui era scappata,
lasciandolo furioso al chiaro di luna.
«Ma io voglio Cal.»
Cal non si fece sentire, ma questo per
Min non era un problema. Si
disse che l’avrebbe rivisto alle prove
della cena per il matrimonio, dal
momento che non aveva disdetto. E poi
mancavano solo quattro giorni
alla cerimonia, quindi non poteva
pensare troppo a lui. Doveva già
affrontare una dozzina di telefonate
quotidiane da parte di sua sorella,
sempre più agitata. Non aveva certo
bisogno di ulteriori distrazioni.
Le mancava molto.
Domenica, continuava a dirsi. Domenica
sarà tutto finito, Diana sarà
sposata, e io potrò dedicarmi a rimettere
in sesto la mia vita. L’unica
parte che non la convinceva appieno era
‘Diana sarà sposata’. Eppure
lei insisteva che la sua storia d’amore
fosse una fiaba, perciò Min non
poteva fare granché, eccetto tenerla per
mano, accennare mugugni di
supporto e stare ad ascoltarla.
Dopo aver offerto il dovuto sostegno a
Diana, giovedì Min si recò alla
Cena del Se, portando ciò che restava
del gelato che le aveva regalato
Cal. Disse a Liza che non doveva
scusarsi per aver costretto Cal a
cantare, e che quel litigio era
inevitabile. Poi si concentrò
sull’escogitare un modo di rimettere le
cose a posto senza doverlo
incontrare e senza doverci parlare.
Sabato mattina si rese conto di dover
presenziare alla partita di
baseball, per Harry. Indossò dei sandali
nuovi di zecca: plastica
trasparente, aperti sulle punte, tacco alla
francese e ciliegie sul dorso.
Arrivò al parco solo un paio di minuti
dopo l’inizio della partita. Trovò
un posto defilato, sperando di passare
inosservata ma di riuscire a farsi
notare ugualmente da Harry.
Il suo piano andò a rotoli quando Bink la
vide e le fece cenno di
raggiungerla. Min le sorrise,
accorgendosi subito che l’uomo seduto
di
fianco a lei non era un genitore
qualsiasi, ma Reynolds. Lo spazio dal
lato opposto era presidiato da Cynthie e
da altri genitori, quindi era
costretta a sedersi vicino a lui. Quale
peccato dovrò mai scontare?,
pensò mentre si arrampicava sui gradoni
per raggiungerli.
«Allora, come va?» gli chiese.
«Questi ragazzini non sanno giocare»
disse Reynolds, scuotendo la
testa. «Non hanno disciplina.»
«Be’, del resto hanno otto anni» disse
Min.
«La disciplina si impara da piccoli»
disse Reynolds, guardandola
infastidito. Ecco svanire ogni residua
speranza di stabilire un rapporto,
pensò Min.
Sul campo, Bentley si produsse in una
presa incerta, lasciando rotolare
la palla verso Harry, il quale la raccolse
e la lanciò
approssimativamente verso la base che
gli sembrava più adatta.
«Cristo, Harry» disse Reynolds a voce
alta.
Min guardò Cal, in piedi a bordo campo,
e sentì lo stomaco contorcersi.
Ridicola, si disse deglutendo. Cal si era
rivolto a Harry allargando le
braccia, come a dire: Cos’era? Harry
rispose scrollando le spalle e
chinandosi di nuovo. Cal scosse la testa,
ma Min capì da come teneva le
spalle che non era arrabbiato. Quando si
voltò, stava sorridendo; poi la
vide e il sorriso svanì. Min avvertì il
peso di quel rifiuto sulla bocca dello
stomaco.
Ahi, pensò, dirottando lo sguardo verso
la panchina, dove vide
Tony mangiare un hot dog e scuotere la
testa allo stesso tempo. Liza era
al suo fianco, con il volto tra le mani. Ai
piedi della gradinata, Bonnie
stava tenendo il conto di qualcosa, che
sarebbe servito più tardi a Roger
per spiegare ai ragazzi l’importanza di
qualcos’altro. Bambini fortunati,
pensò. Avrebbe voluto essere laggiù con
Bonnie e Liza. Oppure, ancora
meglio, a fare shopping da qualche
parte. Ovunque ma non lì, costretta
a osservare ciò che non poteva avere. O
ciò che non aveva il fegato per
inseguire. Non faceva differenza.
Reynolds passò il resto della partita a
esprimere il suo disappunto verso
la presunta inettitudine della squadra,
non facendosi molti amici tra i
genitori sugli spalti. Min, già piuttosto
nervosa, non desiderava altro
che picchiarlo. Bink stava replicando la
sua ormai consueta
trasformazione in gufo, e Min si chiese
per quale motivo perdesse il suo
tempo con quell’uomo. Io l’avrei
mollato da un bel pezzo.
Giunse il turno di battuta di Harry. Prima
di prendere posto guardò
verso gli spalti, e Min rispose con un
cenno della mano e un sorriso.
Colpì il terreno un paio di volte con la
mazza, poi la poggiò sulla spalla
con espressione severa. Quando partì il
lancio, lo mancò di un
chilometro.
«Forza, Harry» gridò Reynolds. «Puoi
fare molto meglio di così. Non ci
stai neanche provando.»
Sta’ zitto, Reynolds, pensò Min.
Sul campo, Harry curvò mestamente le
spalle. Sugli spalti, Bink era
sempre più immobile.
Harry mancò anche il lancio successivo.
Reynolds gli urlò:
«Concentrati, Harrison! Stai agitando la
mazza a vuoto. Rifletti!» Min
notò che Cal stava fissando suo fratello
con astio.
Meglio darci un taglio, Reynolds, pensò
Min. In quel momento, Harry
andò a vuoto su un lancio così debole
che non oltrepassò neanche la sua
base. Reynolds balzò in piedi e urlò:
«Harry, non fare lo stupido,
dannazione. Come fai a sbagliare
sempre?» Harry si bloccò
immediatamente, irrigidendo le piccole
spalle. Cal uscì dal campo e si
diresse verso suo fratello con
un’espressione omicida negli occhi.
«No, no» disse Min, entrando nel panico
quando Cal raggiunse gli
spalti. Si posizionò di fronte a Reynolds
e lo colpì forte sul braccio con
un pugno.
«Ehi!» disse Reynolds, tenendosi il
braccio.
«Ma che razza di genitore sei?» gli disse
sottovoce. «Non si umilia un
figlio così.» Poi alzò la voce e urlò:
«Harry è molto intelligente. è
sempre intelligente.» Tornando a
sussurrare, disse: «Mentre tu sei
l’idiota più grosso che abbia mai visto
in vita mia.»
«Chiedo scusa» disse Reynolds,
infuriato.
«Non devi chiedere scusa a me, patetico
imbecille» sussurrò Min,
avvicinandosi a lui. «Devi chiederla a
tuo figlio, che hai appena
umiliato davanti a tutti i suoi amici. E se
credi che sia servito a farti
bello con qualcuno, vuol dire che hai
davvero la segatura nel cervello.»
«Stai esagerando» rispose Reynolds,
guardandosi intorno sospettoso.
Gli altri genitori non avevano affatto
l’aria divertita. Scosse la testa e
provò con un tono spaccone: «Ma chi
diavolo ti credi di essere?»
«Tanto per cominciare, è la donna che ti
ha appena salvato il culo»
disse Cal, alle loro spalle. «Se non
fosse per lei, ti avrei
scaraventato giù dalla gradinata.»
«Tu?» disse Reynolds, distogliendo lo
sguardo da Min. «Ma
cosa credi di fare? Non sei neanche
capace di allenare questi
ragazzini...»
«Smettila» disse Min. «Sai benissimo di
aver fatto una cazzata. E ora
vorresti incolpare tuo fratello?»
«Ascoltami bene» disse Reynolds,
puntandole il dito contro. «Non
sei...»
«Sai, Reynolds,» disse Cal «una volta a
casa, ti renderai conto di aver
appena regalato a tuo figlio uno di quei
brutti ricordi che noi due
abbiamo dovuto sopportare per una vita
intera. Sei un idiota, è vero; ma
non sei cattivo. Quindi potrai almeno
goderti qualche incubo riflettendo
sulle tue capacità genitoriali. Nel
frattempo, la persona con cui hai
deciso di litigare è qualcuno che non fa
prigionieri. Fossi in te, mi
allontanerei in silenzio.»
«Andiamo a casa» disse Bink.
«Non vedo perché...» provò a dire
Reynolds, prima che Bink lo gelasse
con quei suoi occhi grigio acciaio.
«Tu e io» disse «andremo a casa a
parlare di questa storia. Min, ci
pensate voi a riportare Harry?»
«Sì» disse Cal alle sue spalle. Min
annuì. Ora che l’effetto
dell’adrenalina si era placato, si rese
conto che stava tremando. Si
spostò di lato e tornò a sedersi, temendo
di essere stata troppo avventata
e rude. Sotto di lei, Cal stava scendendo
i gradoni verso il campo,
seguito da Bink e Reynolds.
Harry non li stava guardando, ma era
intento a confabulare con Tony, e
Min ne fu contenta. Probabilmente Tony
gli stava dicendo che suo
padre era uno stronzo; per quanto la
riguardava, Min era contenta anche
di questo.
Osservò Cynthie, che aveva un’aria
pensierosa. «Ciao» disse Min,
facendo un respiro profondo. «Piaciuto
lo spettacolo?»
«Personalmente non l’avrei fatto,» disse
Cynthie «ma avevi ragione.
Hai più fegato di me.»
«Il fegato non c’entra» disse Min.
«Credo di aver esagerato.»
«No» disse Cynthie. «Cal ha esagerato,
ma non poteva fare altrimenti.
Reynolds stava recitando il copione di
famiglia, e questo fa impazzire
Cal. Non sopporta che gli si dia dello
stupido.»
«Gli capitava spesso, quando erano
bambini?» disse Min.
«Credo che la loro infanzia sia stata
peggiore di quanto possiamo
immaginare» disse Cynthie. «Ma questo
non ti dà il diritto di colpire
tuo fratello sotto gli occhi di tuo nipote.»
«Non credo che l’avrebbe fatto sul
serio» disse Min.
«Non lo so» disse Cynthie. «Ma ora sei
tu la cattiva, agli occhi della
famiglia. Non lui. Direi che gli hai fatto
un favore.»
«Lo sono già da un po’» disse Min. «I
suoi genitori mi odiano.»
«Odiano quasi tutti» disse Cynthie.
«Non riescono a guardare oltre sé
stessi. Più che crudeltà, è una mancanza
di attenzione.»
«E così» disse Min «tu fai la psicologa,
vero? Cosa possiamo fare per
Harry?»
«Cal sistemerà tutto» disse Cynthie
indicando la panchina dove zio e
nipote erano seduti fianco a fianco.
Guardò Min. «La tua presenza ha
aggiunto un’ulteriore dimensione al
problema. Harry ti adora, e un tale
imbarazzo di fronte a te...» Scosse la
testa, sospirando. «Hai ragione.
Reynolds è proprio un idiota.»
«Termine scientifico?» disse Min.
«Nel caso di Reynolds, sì» disse
Cynthie.
Seduto di fianco a Liza in panchina,
Tony disse: «Sono sempre
stato convinto che avrei scelto te come
compagno in una rissa. Ma
ora potresti essere stata scavalcata da
Min.»
«Non mi metterei mai contro di lei»
disse Liza. «Quell’uomo è
senza speranza.»
«Già» disse Tony, scrutando il campo.
«Ma Harry se la caverà.
Ha pur sempre Cal, Bink e Min dalla sua
parte. è una bella squadra.
Cristo, hai visto quello?» Alzò la voce.
«Ehi, Soames. Sta’ attento a
dove lanci quella palla.» Scuoteva la
testa, ma teneva gli occhi fissi su
Soames, ansioso di dargli una mano.
Tipico di Tony, pensò Liza. Si spaccia
per un burbero omaccione, ma è
sempre pronto ad aiutare chi ha bisogno.
Avrebbe sentito la sua mancanza.
«Tony» gli disse mentre era intento ad
azzannare l’hot dog. Aveva
deciso di aspettare che cominciasse a
mangiare, per rendere la notizia
meno dura. «Tra noi non può
funzionare.»
«Cosa te lo ha fatto capire?» disse Tony,
senza perdere di vista né l’hot
dog, né il campo.
Liza tirò un sospiro di sollievo. «Tu sei
davvero fantastico, ma...»
«Lo so.» Tony deglutì e strappò subito
un altro morso. Sul campo, un
bambino sbagliò la presa e lui chiuse gli
occhi. «Gesù.»
«Siamo rimasti incastrati in quella cosa
a tre» disse Liza. Tony smise di
masticare e la fissò. «Voglio dire, noi
tre, voi tre. Hai presente?»
«Giusto.» Tony riprese a masticare e a
guardare la partita.
«Bonnie e Roger» disse Liza. «è
inquietante, ma Bonnie non sbaglia
mai.»
Tony deglutì. «Neanche Roger. Andrà
tutto bene.»
Liza annuì. «Min e Cal... non so più cosa
pensare. Quantomeno non la
sta prendendo in giro, quindi ho deciso
di
tirarmene fuori.»
«Bene.» Tony diede un altro morso
all’hot dog, strizzando gli
occhi verso il campo.
«Ma tu e io siamo alla frutta» concluse
Liza.
«Già.» Tony scosse la testa. «Quel
ragazzo non sa proprio
lanciare.»
«Mi fa piacere che tu la prenda così»
disse Liza, infastidita. Tony
scrollò le spalle. «Tu mi piaci, ma hai
sempre una guerra
nuova da combattere, delle turbolenze
da creare. Io ci tengo alla mia
stabilità.»
«Teoria del caos» disse Liza.
«Esatto» disse Tony. «I sistemi soggetti
a turbolenza cambiano il loro
stato oppure si disintegrano. Noi ci
siamo disintegrati. E poi non ti
piace lo sport. Insomma, non è un
dramma. Dov’è il problema?»
«Se la pensi così, perché non mi hai
lasciato tu?» disse Liza, sempre
infastidita.
«Il sesso mi piaceva. Oh, al diavolo.»
Tony si infuriò vedendo un
malcapitato ricevitore mancare
completamente una palla . «Certi
ragazzini non dovrebbero proprio
giocare a baseball.»
«In effetti, il sesso piaceva anche a me»
disse Liza, riflettendo sulla
questione.
«Sempre a disposizione» disse Tony.
«Questo sì che è un lancio.»
Sollevò la testa e urlò: «Bravissima,
Jessica!»
Jessica rispose con un cenno del braccio
e poi tornò in posizione per il
lancio successivo, dimenticandosi di
Tony.
Jessica la sa lunga, pensò Liza. «Mi
piaci davvero» disse a Tony, che la
guardò sorridente.
«Anche tu mi piaci, bellezza» disse.
«Chiamami, se hai qualcuno
da rimettere in riga.»
«Grazie» disse Liza, colpita dall’offerta.
«E se tu avrai per le
mani una donna che si merita uno
schiaffo, saprai dove trovarmi.»
«Davvero?» Tony si ringalluzzì. «Mi
lascerai guardare?» «Questo è il
motivo per cui non faremo più sesso»
disse Liza.
«Davvero è tutto a posto?»
«Sì» disse Tony. «No, no, no» urlò verso
il campo.
Liza si alzò dalla panchina e lo baciò
sulla testa. «Comportati
bene con quei bambini» gli disse prima
di andarsene. «Una volta
cresciuti diventeranno i presidenti delle
società per cui lavorerai.»
Pochi minuti prima della fine della
partita, Min si avvicinò alla rete
oltre la quale Cal si era posizionato,
vicino alla panchina. Rimase lì per
un minuto, indecisa sul da farsi. Poi si
schiarì la gola.
«Ciò che hai detto a Reynolds è stato
bello» esordì, giocherellando
nervosamente con i buchi della rete.
«Molto bello.»
Cal continuò a guardare il campo.
Guardami, dannazione, pensò Min. Le
serviva un modo per attirare la
sua attenzione. «E... molto sexy» mentì.
«Ero davvero eccitata. Se non
ci fosse stata così tanta gente, ti sarei
saltata addosso sulla panchina.»
Cal rimase immobile. Quando si voltò a
guardarla, i suoi lineamenti
erano ancora rigidi.
Oh oh, pensò Min.
«Dammi cinque minuti» disse Cal.
«Faccio sgomberare tutti.» Min tirò
un sospiro di sollievo. «Mi hai fatto
preoccupare.» «Scusa.» Cal si
avvicinò a lei e si appoggiò alla rete.
Infilò le
dita nei buchi per toccare le sue. «Brutti
ricordi che riaffiorano.» «Tuo
padre.» Min intrecciò le sue dita con
quelle di Cal. Le sembrava che
toccarlo fosse l’unica cosa sensata
nell’universo.
«L’avevo capito. Harry sta bene?»
«No» disse Cal. «Ma sopravviverà.»
«Non posso dire lo stesso di Reynolds»
rispose Min. «Bink
sembrava l’angelo della morte.»
«Il suo destino è segnato» disse Cal.
«Purtroppo non servirà ad
aiutare Harry.»
«Perché l’ha sposato?» sbottò Min.
«Chiedo scusa, ma...» «L’ha irretita
con il suo fascino.» Cal le sorrise
tentennando. «Si
sono conosciuti al college. Quando
Reynolds ha scoperto quanti soldi
avesse Bink, l’ha tartassata senza pietà.
Non ha avuto scampo.»
Min pensò a Bink, un piccolo gufo
spaventato nel mondo universitario,
alla mercé del fascino seducente di
Reynolds. «E perché non lo lascia?»
«Perché lui la ama davvero, ora» disse
Cal. «La nascita di Harry l’ha
cambiato. Adesso è molto meglio di
come era un tempo.»
«Accidenti» disse Min. «Non oso
immaginare cosa fosse prima.»
«Un irresistibile bastardo» disse Cal,
scuro in volto mentre la fissava.
«Come tutti i Morrisey.»
«Non come te» disse Min.
«Ogni tanto sì, tesoro» disse Cal,
sconfortato. «Più di quanto pensi.»
«Non nella mia esperienza» disse Min.
«Con te non mi sono comportato da
bastardo» disse Cal. «Mi hai
convinto con le cattive, quasi subito.»
Min sogghignò. «Te la sei cercata,
Casanova.»
«Grazie per essere venuta» le disse
dolcemente. In quelmomento Tony
lo chiamò, e Cal tornò verso il centro
del campo. Min si sedette di
fianco a Bonnie. Fu solo quando l’amica
le
prese la mano che si rese conto di stare
tremando.
«Come vanno le cose?» disse Bonnie.
«Questa storia della fiaba» disse Min
«non è roba per bambini.» Alla
fine della partita, Min si recò nel
parcheggio. Trovò Harry
sul sedile posteriore dell’auto di Cal, e
Cal appoggiato alla portiera.
Aspettavano lei. Non saltargli al collo,
si disse Min. Harry se ne
accorgerebbe.
«Come va?» disse.
«Stiamo per andare a pranzo» disse Cal.
«Per colpa tua faremo una
scorpacciata di Elvis. è diventata la
musica preferita di Harry.» Le aprì
la portiera, invitandola a entrare.
«Harry ha ottimi gusti» disse Min,
sollevando orgogliosamente il
mento. Entrò in auto e disse: «Ciao,
ragazzo dei pesci. Mi dicono che
andremo a pranzo al nostro diner.
Colonna sonora fissa di Elvis.»
Harry annuì.
«Se fossi in te, ordinerei un po’ di sana
carne processata» disse Min.
«Salsicce tedesche, per esempio. Sfrutta
questo poveretto fino in
fondo.»
Harry si mostrò sorpreso, ma annuì.
«Sei pronto, Harry?» disse Cal,
voltandosi verso il sedile posteriore.
Harry annuì sobriamente. «Posso
ordinare una salsiccia tedesca?»
«Cosa?» disse Cal, guardandolo.
Harry ricambiò lo sguardo, mortificato.
«Minerva» disse Cal, fissandola dritta
negli occhi. «Stai
corrompendo mio nipote.»
«Io?» Min rispose con un sorriso, senza
fiato. «No, no. Ma gli
americani consumano venti miliardi di
hot dog ogni anno, e credo che
uno di essi spetti a Harry.»
«Giusto» disse Harry dal sedile
posteriore.
«Venti miliardi» ripeté Cal, ridendo.
Min era già più rilassata. Durante
il tragitto, Min si voltò verso Harry.
«Allora, che si dice
nel mondo dei pesci?»
«Ci sono pesci sulle tue scarpe?» le
chiese Harry.
«No» disse Min. «Ho trovato un negozio
con delle scarpe in
saldo... Porto dei sandali trasparenti con
delle ciliegie sul dorso.» Cal le
guardò i piedi. «Non male» disse dopo
un po’. «Ma i
pesci sono insuperabili.» Harry annuì.
«Parlami di questa ittiologia» disse Min.
Harry obbedì, per le
successive due ore. Nonostante i
tentativi di mostrarsi interessata, Min
riusciva a pensare soltanto ai diversi
modi in cui Cal potesse toccarla.
Ovunque. Anche una carezza sulla testa
le andava bene. Per
cominciare. Alla fine del pranzo,
nonostante la distrazione di Cal, Min
sapeva più cose sui pesci di quanto
credeva fosse possibile imparare.
«Non mangerò più pesce in vita mia»
disse Cal, mentre le apriva la
portiera.
«Comprensibile. Ma se i pesci
dovessero rivelarsi un mercato
redditizio, Harry si prenderà cura di te
durante la vecchiaia» disse Min,
sforzandosi di non pensare a quanto le
fosse vicino. Entrò nell’auto.
Quando Cal si sistemò al volante, Min
disse: «Come ti senti, Harry?»
«Posso avere una ciambella?» azzardò
lui, recuperando per l’occasione
la sua espressione mortificata.
«Harrison» disse Cal. «Ora stai
esagerando.»
«Andiamo da Krispy Kreme» disse Min.
Cal alzò gli occhi al cielo,
rassegnato, e mise in moto.
Giunti a destinazione, trovarono ad
aspettarli il cartello che segnalava
ciambelle appena sfornate. Gli occhi da
gufo di Harry non lasciarono
speranza a Min. «Posso averne due?»
«Harry» disse Cal.
«Sì» disse Min. «Per oggi puoi averne
due.»
«Grave errore» disse Cal,
accompagnandoli all’interno.
Ordinarono del latte e gustarono
ciambelle ricoperte di glassa al
cioccolato, discutendo ancora di pesci.
Min ripensò al tavolo da picnic,
cercando di mantenere un livello
respiratorio regolare. Quando Harry
finì la seconda ciambella, l’espressione
mortificata era svanita del tutto.
Al momento di salire nell’auto, Cal
disse a Min: «Tu vai dietro.»
«Okay» rispose Min, accomodandosi sul
sedile posteriore. Non era
sicura del motivo di quell’esilio. Forse
Cal aveva notato l’espressione
vogliosa sul suo volto e aveva deciso di
proteggersi.
Harry trascorse i primi cinque minuti
felice come una pasqua sul sedile
del passeggero. Poi diventò verde
all’improvviso.
«Ci siamo» disse Cal, accostando.
Harry aprì la portiera e si liberò di due
ciambelle e mezzo litro di latte
sul ciglio della strada.
«Oh, tesoro» disse Min, sentendosi
tremendamente in colpa. «Mi
dispiace.»
«Ne è valsa la pena» disse Harry,
pulendosi la bocca. «Almeno mi sono
tenuto dentro l’hot dog.»
Cal gli passò una bottiglia di Evian.
«Risciacqua e sputa. Due volte.»
«E quella da dove spunta?» disse Min,
mentre Harry faceva pulizia.
«L’ho comprata quando ho pagato il
conto» disse Cal. «è un copione
già visto.»
Harry tornò al suo posto. «è un vero
schifo, qui sotto. Ci butto sopra
dell’acqua?»
«Certo» disse Cal, incrociando lo
sguardo di Min nello specchietto
retrovisore. «Noi Morrisey laviamo
sempre i tombini con l’Evian.»
«Gente di classe» disse Min.
Quando accostarono di fronte alla casa
di Harry, copia perfetta di quella
dei genitori di Cal, Harry guardò lo zio
e disse: «Grazie mille.»
«Prego, Harry» disse Cal.
Harry si intrufolò nello spazio tra i
sedili anteriori e sussurrò: «Grazie
per le ciambelle.»
«è stato un piacere» sussurrò Min in
risposta, per poi avvicinare la
bocca al suo orecchio e confidargli: «Ti
voglio bene, Harry.» Harry
sorrise a Min e indirizzò uno sguardo
tronfio allo zio.
«Harrison, se ci provi con la mia
ragazza per te saranno guai» disse Cal.
Il sorriso di Harry si allargò
ulteriormente. Uscì dall’auto e sbatté la
porta dicendo: «Ci vediamo.»
«è un po’ giovane per te, non trovi?»
disse Cal, guardandola attraverso
lo specchietto.
Min deglutì. «è pur sempre un Morrisey.
Non si può resistere al fascino
di famiglia.»
«Giusto. Era davvero irresistibile
mentre vomitava in un tombino sul
ciglio della strada» disse Cal. «Vuoi
tornare qui davanti a farmi
compagnia?»
«Mi piace stare qui» disse Min,
fingendo disinteresse. «Portami a casa,
Morrisey.»
«Vieni subito qui, Dobbs» disse Cal.
Min obbedì, ridendo.
Mentre Cal usciva dal vialetto in
retromarcia, Min disse: «Credi che
stia bene?»
«Certo» disse Cal. «Harry è abituato a
vomitare.»
«Parlavo della partita.»
«Sì» disse Cal. «è un ricordo con cui
dovrà fare i conti in
futuro, ma saprà superarlo. C’era
qualcuno a salvarlo. Ci sono persone
in grado di rassicurarlo. E Bink
sistemerà le cose a casa. Non è bello
sentirsi dare dello stupido da tuo
padre.»
«Già» disse Min, avvertendo un moto di
disprezzo per Jefferson
Morrisey. «Tu come stai?»
«Io? Nessun problema.»
«Bene» disse Min, facendo un respiro
profondo. Non era più tempo di
tergiversare. Erano da soli; le serviva un
piano. La cosa migliore
sarebbe stata parlare francamente, dirgli
che sapeva della scommessa,
discuterne come persone mature e poi
magari saltargli addosso...
«Cosa?» disse Cal, rompendo il
silenzio.
«Cosa?» disse Min, con uno scatto
dettato dal senso di colpa. «Ti sei
chiusa» disse Cal. «Avanti, parla.»
«Oh.» Forse l’approccio diretto non era
la soluzione migliore.
«Be’...» disse Min. «Pensavo che...»
«Sì?» disse Cal.
«Abbiamo delle questioni da...
risolvere. Credo. Vorrei
risolverle.»
«Bene» disse Cal. Era evidente dal suo
tono di voce che non
aveva idea di cosa stesse parlando, ma
era disposto ad assecondarla.
«Credo che... forse... potremmo...
magari... fare un altro tentativo»
disse. «Se riuscissimo a parlarne.»
Le mani di Cal si strinsero sul volante,
ma i suoi occhi rimasero fissi
sulla strada. «Va bene.»
Non mi stai aiutando, pensò Min.
«Sapevi che il settantotto percento
delle coppie ha dei segreti
inconfessati?»
«Non mi stupisce» disse Cal.
Min annuì.
«Te lo sei inventato, vero?»
«Sì» disse Min. «Ma non credo sia
lontano dalla verità. C’è
qualcosa che non mi hai detto? Qualcosa
che è successo...» Scrollò le
spalle. «Prima che mi conoscessi?»
Cal rimase in silenzio. Min notò la
classica espressione da ‘al diavolo’
sul suo volto. «Sai già tutto» disse.
«Altrimenti non me l’avresti
chiesto.»
«Be’, sì» disse Min. Ogni suo muscolo
era teso allo spasimo.
Ma non potevi stare zitta? Tutti quelli
che dicono: Parlare fa sempre
bene sono degli imbecilli.
«Min, è una storia vecchia di anni. La
mia vita era un inferno, lei era
fantastica, ma Reynolds la trattava
malissimo...»
Cosa?, pensò Min, sentendo lo stomaco
tramutarsi in piombo.
Cal scosse la testa. «è una brava
persona. Fu molto dura, per me.»
«Oh» pensò Min. La prossima volta sii
più specifica sulla confessione
che vuoi sentire, razza di cretina.
«Non è successo nulla, Min» disse Cal,
lanciandole delle rapide
occhiate mentre guidava. «Bink non è il
tipo di persona che tradisce, e
per quanto io desideri picchiare mio
fratello ogni volta che lo vedo, non
gli avrei mai fatto una cosa del genere.
Abbiamo solo parlato. Molto.»
«Ah-ah» disse Min, cercando di
mantenere un tono positivo e
incoraggiante.
«è successo anni fa» proseguì Cal. «Mi
disse che ero l’unica persona a
cui non interessavano i suoi soldi. L’hai
conosciuta, sai che è una
persona meravigliosa.»
«Ah-ah» disse Min. Penso che mi
suiciderò.
«Tutto bene?»
Min si voltò verso di lui all’improvviso
e disse: «L’amavi?»
Cal rallentò, e Min pensò: Maledizione,
quando imparerò a non
chiedere ciò che non voglio sapere?
Accostò, spense il motore e si girò a
guardarla. «Sì.»
«Oh.» Min annuì. «Okay. D’ora in poi,
quando ti chiedo
qualcosa, evita di rispondere. Okay?»
«Va bene» disse Cal.
«La ami ancora?» disse Min. «Sì» disse
Cal.
«Ma perché non mi dai retta?» disse
Min.
«Min, non è come credi. Non sono più
innamorato di lei da anni. Credo
che entrambi fossimo consapevoli
dell’incubo che sarebbe stato.
Reynolds iniziò a dedicarle maggiori
attenzioni, io sono stato con altre
donne. Col tempo è passata.»
«Non mi sembra» disse Min. «C’è
qualcosa tra voi che va oltre l’affetto
tra parenti.»
Cal annuì. «Sì, è speciale. Ma non è...
sentimentale. Non lo è
più da molto tempo. Anni e anni.»
«Ah-ah» disse Min, cercando di
riprendersi.
Cal guardò fuori dal finestrino.
«Cynthie» disse. Qualcuno mi
uccida, pensò Min. «Non se ne è mai
accorta. Fa la psicologa, siamo
stati insieme nove mesi, e non ha mai
notato nulla nel mio rapporto con
Bink. Tu come hai fatto?»
«Sono molto perspicace» mentì Min.
Cal si adagiò sul sedile, fissando
l’orizzonte attraverso il parabrezza.
Min osservò l’armonia con cui si
muoveva il suo corpo e lo desiderò
come mai prima. «Cynthie ha passato
mesi a cercare di capire perché
fossi un donnaiolo seriale.»
«Un cosa?» disse Min, cercando di
uscire da quella nebbia di dolore e
desiderio.
«Mi chiamava così. Per quella storia del
mordi e fuggi di cui parlate
sempre. Decise che dipendeva tutto da
mia madre, che inseguivo
l’amore delle donne, e quando lo
ottenevo le lasciavo per andare a
cercarlo altrove.»
«Quella Cynthie ha una teoria per ogni
cosa» disse Min, cercando un
capro espiatorio per la sua rabbia.
Cynthie era perfetta.
«Non cercavo mia madre» disse Cal.
«Cercavo Bink.» Si voltò a
guardare Min, che gli sorrise per
mascherare il fatto che stesse per
aprire la portiera e vomitare nel
tombino. «Cercavo qualcuno con cui
poter parlare, qualcuno che non dovessi
adulare e accontentare.
Qualcuno con cui stare bene.» Scosse la
testa. «L’ho capito solo ora.»
«Be’, in bocca al lupo» disse Min,
allegramente.
«Stammi a sentire, Minnie» disse Cal.
«Ero senza speranza prima che
tu venissi a sederti su quel tavolo da
picnic.»
Min si accorse che all’improvviso non
c’era più ossigeno intorno a lei.
Doveva essere quello il motivo per cui
la testa le girava così forte.
«Ci ho messo un po’ a capirlo» proseguì
Cal. «Non ero abituato a una
persona come te. Perché non c’è nessun
altro come te.»
Respira, pensò Min.
«Quando mi hai detto quelle cose,
davanti al ristorante, ho pensato: Ma
vai al diavolo. Per cinque minuti. Poi ho
capito che ti volevo ancora.
Sei l’unica donna che abbia mai voluto
ancora. è da allora che cerco di
capire come fare per riaverti.»
Min provò a far entrare dell’ossigeno
nel suo corpo prima di svenire.
«Ti amo» disse Cal. «Lo so che è folle,
ci conosciamo solo da qualche
settimana, ci serve più tempo. Lo
capisco. Ma io ti amo, e questo non
cambierà.»
Min fece un altro respiro profondo.
Senza ossigeno non si può parlare.
«In nome di dio, Min. Di’ qualcosa»
sbottò Cal.
«Ti amo» disse Min, con un filo di voce.
«Ti amo da sempre.» «Questo
mi basta» disse Cal, tirandola verso di
sé.
13
Min gli gettò le braccia al collo, così
felice di poterlo
riabbracciare da spingerlo sulla leva del
cambio nel tentativo di
stringerlo a sé.
«Ahi» disse Cal.
«Scusa» disse Min, ritraendosi.
«Nessun problema» disse Cal, tenendo
stretta la presa. «Dio,
quanto mi sei mancata.» La baciò, e Min
sentì la consueta scossa di
calore e lustrini nella testa. Stavolta era
anche più forte, perché Min
aveva deciso di non opporsi. Si
aggrappò a lui, incredula di poterlo di
nuovo baciare. Si fermarono e
ricominciarono più volte, fino a restare
senza respiro.
«Ascolta» gli disse. «Riguardo al mio
cuore. Non spezzarlo.»
«Va bene. Anche tu.» Cal la tirò a sé, e
Min fu felice di perdersi in lui,
nell’ebbrezza di sapere che poteva
averlo, che l’avrebbe avuto. Il futuro
era meraviglioso. Sentì la sua mano farsi
strada sotto la maglietta, fino
a toccarle il seno. Provò un brivido e gli
morse il labbro, mentre lui
serrava la presa. Poi il telefono squillò.
Cal si tirò indietro, respirando
affannosamente, fissandola con quegli
occhi neri. Min non lo lasciò andare.
«Non è importante» disse,
boccheggiando. «è Diana, mi chiama
dodici
volte al giorno. Vieni qui e amami.» Ma
Cal scosse la testa.
«Rispondi» le disse. «Dobbiamo
fermarci comunque. Siamo in mezzo
alla strada.»
«Non m’importa» disse Min, cercando
di afferrarlo.
Cal avviò il motore. «Casa tua o casa
mia, Minnie. Ma non in auto.»
«Quella più vicina» disse Min,
rispondendo al telefono. Cal
s’immise nel traffico.
«Min» disse Diana, con voce nervosa.
«Oh Min, siamo nei
guai.»
«Okay» disse Min, cercando di
mascherare il desiderio che la
animava. «Cosa c’è?»
«Le prove della cena» disse Diana.
«Greg doveva occuparsi del
catering, aveva trovato un’offerta...»
«Oh.» Min guardò Cal, troppo lontano.
«Greg doveva
occuparsi del catering per la cena. Che è
fra quattro ore.»
«Odio Greg» disse Cal.
Diana aveva il fiato corto, proprio come
Min. «Mamma
crocifiggerà Greg, che è già sull’orlo di
un esaurimento. Questo è il mio
matrimonio perfetto.»
«Okay» disse Min. «Fammi
pensare.»Cal, nudo, nel mio letto, dentro
di
me. No, via quel pensiero.
«Che facciamo? Non c’è speranza»
disse Diana.
«Sto pensando a una soluzione» disse
Min, incrociando lo sguardo di
Cal per un lungo momento, finché l’auto
non urtò il marciapiede e Cal
ne riprese il controllo.
«Dov’è questa cena?» disse, tenendo gli
occhi sulla strada.
«In un bed & breakfast vicino alla
chiesa» disse Min. «Sul fiume.
Perché?»
«Quante persone?» disse Cal.
«Quattordici, credo» disse Min,
riprendendo il telefono. «Cena per
quattordici, giusto?»
«Sì» disse Diana.
«Possiamo farcela» disse Cal. «Dille
che va bene.» «Possiamo?» disse
Min. «Possiamo chi?»
«Tony, Roger e io abbiamo lavorato in
un ristorante, ricordi?
Prenderemo la materia prima da Emilio,
tu cucinerai il pollo al Marsala,
e loro si occuperanno di servirlo. I tuoi
genitori non conoscono Tony e
Roger, quindi non sarà un problema farli
passare per camerieri. Può
funzionare.»
«Io cucinerò pollo al Marsala?» disse
Min. Ma sì, al diavolo, pensò.
«Okay, cucinerò pollo al Marsala.»
Tornò al telefono. «Ci pensiamo
noi. Rilassati. Il tuo compito è di
inventare una scusa per la mamma se
Cal e io facciamo tardi. E di assicurarti
che il retro della cucina sia
aperto. Noi penseremo al resto.»
«Grazie a dio» disse Diana. «Non ho
interrotto nulla, vero?»
«Sì» disse Min. «Ma non fa niente.
Abbiamo ancora un paio d’ore
prima di metterci a cucinare. In un paio
d’ore si possono...»
«No che non puoi» disse Diana. «Sei
pazza? Ci sono le prove
dell’abito. Ora. Credevamo stessi
arrivando. Siamo già qui. Aspettiamo
solo te. Non puoi mancare alle prove.
Mamma ti ucciderà. Mi servi.
Non puoi...»
«Giusto. Ora» disse Min. «Me n’ero
dimenticata.»
«Fammi indovinare» disse Cal,
rallentando.
«Prove degli abiti» disse Min. «Adesso.
Devo...»
«Nessun problema» disse Cal, facendo
un respiro profondo.
«Ti ci porto io. Poi andrò a prendere il
cibo, cucineremo, andremo a
cena e poi...»
«Devo passare la notte con mia sorella»
disse Min, chiudendo gli occhi.
«Non vorrei, ma è la notte prima del
matrimonio, ho promesso che...»
«Certo» disse Cal. «Nessun problema.»
«Non per te, forse» disse Min,
pensando: A voce alta, a voce alta. Fece
un respiro profondo. «Ti voglio ora.
Voglio...»
«Cristo» disse Cal. «Sto cercando di...»
«Min?» disse Diana dall’altro capo del
telefono.
«Sto arrivando» le disse Min, chiudendo
la conversazione. «Dove sono
le prove per l’abito?» disse Cal, con
voce
rassegnata.
«Reparto abiti da sposa di Finocharo’s»
disse Min,
amaramente. «Non poteva pensarci Greg
agli abiti?»
Cal l’accompagnò al negozio, la baciò
più volte e si diresse alla ricerca
del cibo per la cena. Quando Min si rese
conto di non aver
parlato della scommessa, Cal era già
andato via.
Non ne abbiamo avuto il tempo, pensò. è
un buon motivo. Non
gli ho dato modo di parlarne. E anche se
non fosse un buon motivo, non
m’interessa. Non voglio rovinare questo
momento.
Si preparò ad affrontare sua madre e
l’odiato corsetto.
«Sei di nuovo in ritardo» le disse sua
madre quando la vide comparire
sulla porta.
«Ciao, mamma» disse Min, pronta a
sbranarla alla prima parola
sbagliata.
«Tieni, mangia» disse Nanette,
mettendole in mano una mela.
«Perché?» disse Min.
«Dio solo sa cosa ci daranno da
mangiare quei tizi che ha
trovato Greg. è del tutto inaffidabile.
Naturalmente avrà dimenticato di
specificare di non usare il burro. Fatti
bastare la mela.»
«Farmela bastare?» Min guardò la mela,
scosse il capo e la poggiò sul
tavolo, decisa a sfidare il corsetto.
Mezz’ora più tardi, quando la sarta
lasciò il camerino, Min rimase in
compagnia della sua immagine
riflessa nello specchio, sfinita.Mi
suiciderei volentieri, ma non voglio
che questa sia l’ultima cosa che vedo.
La gonna blu era sempre la stessa, ed
era possibile allacciarla soltanto
dopo aver inspirato l’ossigeno
dell’intera stanza. La
camicetta di chiffon color lavanda le
stava ancora stretta, mentre il
nuovo corsetto blu la costrinse a
smettere di respirare, obbligando la
sarta a usare tutta la forza di cui era
capace. Se avesse provato a
sospirare, l’avrebbe schizzata fuori.
Perché Cal dovrebbe desiderare una
donna così?
Min uscì dal camerino. «Troppo stretto»
disse Nanette in un tono che
non prometteva nulla di buono per la sua
figlia grassa.
«Dio mi è testimone, ho seguito la dieta»
si giustificò Min, in preda alla
depressione. «Più o meno.»
«Hai avuto un anno di tempo» le disse
sua madre, amareggiata.
«Rovinerai la bellissima cerimonia di
tua sorella.»
«Ho un’idea.» Min diede uno strattone
verso l’alto al corsetto. «Potrei
slogarmi una caviglia e lasciare a Karen
il ruolo di damigella d’onore.
Così tutte sarebbero belle e magre, e...»
«No» disse Diana, sulla soglia. Madre e
figlia si voltarono. «Non alzare
la voce, tesoro» le disse Nanette.
Diana indicò Min. «Sei mia sorella,
sarai la mia damigella
d’onore e sarai bellissima, perché la
lavanda è proprio il tuo colore.
Sarà tutto perfetto.» Min notò nei suoi
occhi la stessa scintilla di follia
che aveva Nanette. Decise di tacere.
«Ormai non c’è nulla da fare.» Nanette
si alzò in piedi, disgustata. «Sei
arrivata in ritardo e ci restano mille
cose da fare. La cena è fra tre ore,
santo cielo. Dovrai provare il vestito
per la cena senza di noi.»
«Il vestito per la cena?» disse Min.
«Perché...?»
«Ho trovato qualcosa che ti farà
sembrare più magra.» Nanette scosse il
capo di fronte alla sua deludente
primogenita. «Assicurati che l’orlo sia
dell’altezza giusta. Con il vestito
tagliato alle ginocchia, le tue gambe
sembreranno i pali di una staccionata.»
«Grazie, mamma» disse Min,
rifiutandosi di discutere su un argomento
che non le interessava. Era troppo stanca
per farlo.
Sua madre la guardò negli occhi. «Lo so
che mi ritieni un mostro. Ma
io so come va il mondo. E il mondo non
è tenero con le persone grasse,
Min. Specialmente se sono donne.
Voglio vederti tranquilla e felice,
sposata con un brav’uomo. Non potrà
accadere se non perdi peso.»
«Non è grassa» disse Diana, alle sue
spalle. «Non è grassa.» «Non
alzare la voce» disse Nanette. Diana la
fissò con odio. «Me ne frego di
non alzare la voce. Piantala di dirle che
è
grassa.» Diana si bloccò, incredula di
ciò che aveva detto tanto quanto
lo erano Nanette e Min. Poi aggiunse,
con voce più calma: «Lasciala in
pace.»
Nanette scosse il capo e si avvicinò a
Min, prendendola per un braccio.
«Voglio solo che tu sia felice» le disse.
Poi saggiò la consistenza del
braccio. «Hai sollevato pesi come ti
avevo detto? Se le braccia non
sono toniche, quelle maniche di
chiffon...»
«Dobbiamo andare» disse Diana,
spingendo sua madre verso la porta.
«Siamo già in ritardo.» Prima di uscire
si voltò verso la sorella e le
disse: «Sei uno splendore.»
«Sì, certo» disse Min, guardandosi allo
specchio. La camicetta non era
malvagia, ma le stava malissimo sul
seno. «Ossignore» disse. Provò a
sedersi, ma la gonna era troppo stretta.
«Aspetta un momento» disse la sarta,
affrettandosi a slacciarle la gonna
prima che si strappasse.
«Che sofferenza» disse Min,
svestendosi.
«Il colore ti sta benissimo» disse la
sarta. Min si guardò allo specchio e
pensò: è vero. Diana ha un gusto
incredibile per queste cose. «Sei
fortunata che non ti sia toccato quello
verde» proseguì la
sarta, slacciandole il corsetto. Min tornò
a respirare. «In chiesa l’effetto
cromatico sarà stupendo, con il verde, il
blu e il violetto. Ma la
biondina che dovrà indossare il vestito
verde è disperata.»
Mesta, pensò Min. La giusta punizione
per essere la ex dello sposo.
«Ti porto il vestito per la cena, così
sistemiamo tutto.»
«Okay» disse Min. Si tolse la camicetta
e si osservò riflessa nello
specchio. Ampio seno, ampi fianchi,
ampie cosce... Cercò di ricordare
le parole di Cal, ma l’eco della voce di
sua madre glielo impedì.
«Ecco qui» disse la sarta. «Lo facciamo
passare sopra la testa...»
Min si guardò nello specchio mentre la
sarta chiudeva la zip sulla
schiena. Il colore scelto da sua madre
era il nero, ovviamente.
Era un vestito da cocktail, con un inserto
verticale bianco che la faceva
assomigliare vagamente a un pinguino.
Ulteriori inserti a V più in basso
avrebbero dovuto snellire il girovita, ma
la facevano sembrare un
pinguino con una cravatta a farfalla
troppo bassa.
«Ti snellisce» disse la sarta.
«Già» disse Min, raccogliendo la mela
che le aveva dato sua madre.
«Proprio snella.»
Alle sue spalle, Cal disse: «Dio, che
brutto vestito.» Min si girò di
scatto, trovandolo appoggiato alla porta
con una bottiglia di vino e due
bicchieri in mano.
Il cuore di Min fece un balzo. «Che
bello, ci sei anche tu.»
«Cosa ti dice la testa, Minnie?» disse
Cal, entrando nella stanza senza
toglierle gli occhi di dosso. «Levatelo
subito. è un insulto al tuo corpo.»
«Uno dei tanti, oggi» disse Min. «L’ha
scelto mia madre. Ha
ottimi gusti.»
«Non direi proprio.» Cal poggiò il vino
sul tavolino vicino al
divano. «Perfino io saprei scegliere un
vestito migliore.» «Accomodati»
disse Min. «Hai cinque minuti di tempo,
mentre mangio questa mela.
Poi dobbiamo occuparci dell’orlo, per
evitare che le mie gambe
somiglino ai pali di una staccionata. Hai
per caso
un cavatappi? Mi farebbe bene un
bicchiere di vino.»
Cal le tolse la mela di mano. «Mele con
il vino? Neanche per idea.»
Lanciò la mela nel piccolo cestino
dorato vicino al tavolo, poi estrasse
un cavatappi dalla tasca. «Le tue gambe
sono bellissime.
Togliti quel vestito. Deve pur essercene
uno migliore, qui in giro.» «Al
piano inferiore» disse la sarta con
enfasi. Guardava Cal
come se fosse la cosa più bella che
avesse mai visto.
Min fissò Cal, ricordandosi quanto fosse
stupendo.
«Ciao.» Cal sorrise alla sarta. «Io sono
Cal.»
«Ciao» rispose lei, con un sorriso
ancora più ampio. «Mi
chiamo Janet.»
Oh, santo cielo, pensò Min.
«Janet, hai tutta l’aria di avere un gusto
eccezionale» le disse
Cal. «Immagino che questo non l’abbia
scelto tu.»
«No, no» disse Janet, rinnegando il suo
intero bagaglio
professionale.
«Scommetto che riuscirai a trovarle il
vestito perfetto» disse Cal
guardandola dritta negli occhi, la
sincerità fatta persona. «Magari di un
bel rosso acceso.»
«Blu» disse Janet. «Il blu e il violetto le
stanno benissimo.»
«Ne sono certo. Trovale un bel vestito
blu, poi festeggeremo con un
bicchiere di vino.»
Janet esitò. «La signora Dobbs si è
raccomandata di...»
«Penserò io alla signora Dobbs» disse
Cal. «Tu concentrati sul vestito.»
Sguinzagliata Janet alla ricerca del
vestito, Cal spinse il cavatappi
dentro il sughero, estraendolo senza
fatica. Poi le servì un bicchiere:
«Tieni. Sei molto tesa.»
«Mia madre è appena andata via» disse
Min, accettando il bicchiere e
desiderando che Cal la toccasse. Se solo
non fosse stata così grassa.
«Questo spiega perché Janet abbia gli
occhi di un cervo in mezzo a una
strada trafficata.» Cal si guardò alle
spalle. «Tua madre non si vede, ed
è già un’ora che non mi baci, Minerva.
Vieni qui.»
Min scese dalla pedana e lo raggiunse,
godendosi le sue braccia che la
avvolgevano, cercando di non pensare a
quanto fosse grassa. Cal la
baciò con vigore, e Min sospirò, felice
di averlo anche senza capire
perché la volesse.
La scommessa.
No. Escluso. Non era quello il motivo.
Si fidava di lui.
«Che c’è?» disse Cal.
Min scosse la testa. «Vestito stretto.»
«Fammi indovinare» disse Cal. «Tua
madre. Ignorala. Pensa a
me.»
Min si lasciò andare a un sorriso, e Cal
la baciò di nuovo,
premendo dolcemente la bocca contro la
sua, allentando la tensione in
tutto il suo corpo.
«Brava» le disse, carezzandole la
schiena. «Ora bevi un po’ di vino. Ti
farò ubriacare per approfittare di te
sotto il tavolo, durante la cena.»
«Magari» disse Min, sorseggiando il
vino.
Mezzo bicchiere e diversi baci più tardi,
Min si sentiva già molto
meglio. Janet tornò con un intero
appendiabiti pieno di capi attillati
viola scuro.
«Mi prendi in giro» disse Min. «Il
vestito dev’essere per me, ricordi?»
«No, è per me» disse Cal, passando in
rassegna l’appendiabiti. «Sarò io
il tuo accompagnatore, e non voglio
trascorrere la serata a guardare un
vestito orribile.»
«Vattene» disse Min. «Non ho intenzione
di spogliarmi di fronte a te.»
Non ancora. Ripensò a Nanette che le
strizzava il braccio. Forse mai.
«La speranza è l’ultima a morire» disse
Cal, uscendo dal camerino con
il vino.
Quando si fu allontanato, Janet disse:
«Quello è il tuo ragazzo?» «Sì»
disse Min, sorpresa dal fatto che lo
fosse davvero.
«Mio dio, è bellissimo» disse Janet.
«è anche bravo» disse Min. «Ma questo
vestito...»
«Andrà bene» disse Janet, mostrandole
il vestito. «Al tuo ragazzo piace.
Si intende di abbigliamento femminile?»
«Credo ne abbia tolti parecchi» disse
Min, liberandosi del vestito da
pinguino.
«Di sicuro gli farei togliere il mio»
disse Janet, bloccandosi subito.
«Scusa, non volevo...»
«Nessun problema» disse Min,
restituendole il vestito da pinguino. «Ci
sono abituata. Questo come si indossa?»
«Sopra la testa» disse Janet, passandole
il vestito viola. «La parte
superiore ha la scollatura incrociata.»
«Non sono convinta» disse Min
sollevando il vestito.
«Provalo» disse Janet. «A lui piace.»
«Mi ha portato anche del vino» disse
Min. «Dov’è il bicchiere?»
Mandò giù quello che rimaneva del vino
e, con un sospiro, s’insinuò
all’interno dell’abito.
Guardandosi allo specchio, notò molti
elementi positivi. Lo scollo a
doppia banda la snelliva, e il modo in
cui si adagiava sul seno era
decisamente sexy, a meno di eventuali
capitomboli. Grazie alle linee
morbide, i fianchi avevano un aspetto
voluttuoso e non la facevano
sembrare un autobus. Però rimaneva il
tipo di vestito adatto a una
donna magra. Era...
«L’orlo con le punte è un colpo di
genio» disse Janet. «Ha ragione lui,
hai delle belle gambe. Sono... sinuose.»
«Grazie» disse Min. «Anche il resto è
sinuoso, purtroppo.»
«Sei davvero sexy con questo vestito»
disse Janet. «Vado a cercarlo,
così potrà vederti.»
«Credo che berrò dell’altro vino» disse
Min, ma la sarta era già partita
alla caccia di Cal. Min si versò un
secondo bicchiere e lo sorseggiò di
fronte allo specchio. La situazione era
molto migliorata rispetto al
vestito del pinguino. In più, sua madre si
sarebbe arrabbiata. Le stava
bene. Non avrebbe comunque potuto
protestare, perché Min le avrebbe
detto che il vestito piaceva a Cal. «Va
bene» disse Min, brindando alla
sua immagine riflessa e bevendo il resto
del bicchiere. Il calore del vino
si diffuse nel suo corpo, mescolandosi a
quello dei baci di Cal. Sospirò.
Si chinò per riempire il terzo bicchiere
di vino, quando Cal comparve
sulla porta.
«Mi dicono che sei...» disse, fermandosi
subito.
«Cosa?» disse Min, alzando lo sguardo
dalla bottiglia.
«Oh» disse Cal. Min notò i suoi occhi
correre giù fino alla
scollatura, eccessivamente in mostra.
«Ti dona» disse Cal, con una
tensione nella voce che tradiva la natura
di quell’eufemismo.
«Non è un vestito per persone grasse»
disse Min, voltandosi verso lo
specchio. «Non nasconde nulla.»
«Non abbiamo già parlato di questo
argomento?» disse Cal,
avvicinandosi alle sue spalle.
«Sì, ma ne ha parlato anche mia madre,
da allora» rispose Min. «E
questo specchio mi sta dicendo che non
ho un girovita.»
«Sì che ce l’hai.» Cal poggiò le mani sui
suoi fianchi. «Eccolo qui.»
Fece scivolare le mani all’altezza del
suo stomaco, procurandole un
brivido nell’osservare la scena riflessa
nello specchio. Le mani di Cal
sul suo corpo le donavano un’aria
diversa, migliore. Quando la tirò a sé,
Min si rilassò contro il suo torace,
appoggiandogli la testa sulla spalla.
«è un vestito molto sexy» le sussurrò
all’orecchio, prima di baciarle il
collo. «Su una donna molto sexy»
aggiunse, facendole mancare il
respiro. Fece scorrere la mano sulla sua
scollatura, sfiorando con il dito
il tessuto setoso. Min fu percorsa da un
brivido, e sentì il corpo
sciogliersi sulla fiamma del suo tocco.
«Devo smettere di bere vino in tua
compagnia» gli sussurrò Min,
guardandolo attraverso lo specchio.
«Altrimenti comincerò a credere
alle idiozie che mi racconti.»
Cal le sorrise. La sua immagine riflessa
la eccitava quanto il suo corpo
stretto a lei.
Si morse il labbro. «Che bello poter
stare insieme da soli. Ma durerà
poco, perché c’è una cena a cui
dobbiamo partecipare. Anzi, una cena
che dobbiamo cucinare. E domani dovrò
andare al matrimonio con un
vestito ridicolo; mi sento di nuovo
grassa.»
«Perché non vuoi ascoltarmi?» le disse
Cal all’orecchio. «Guardati.»
«Lo sto facendo» disse Min. «Non nel
modo in cui ti guardo io»
disse Cal. Le passò una mano sul fianco
e aggiunse con un sussurro:
«Guarda queste curve magnifiche, questa
ricchezza.» Il suono della sua
voce le faceva girare la testa. La mano
di Cal raggiunse il seno.
Si voltò verso di lui. «Ehi!» disse,
cercando di fermarlo. Cal le negò il
respiro con un bacio energico,
guidandole la mano aperta fino a farle
toccare il suo stesso seno, caldo e
voluminoso. è stupendo, pensò Min,
abbandonandosi alla passione.
«Guarda quanto sei bella» le sussurrò
Cal, intrecciando le dita con le
sue. «Qualunque uomo ti vedesse ora
non desidererebbe altro che
toccarti.» Le ruotò la mano sullo
stomaco, poi la condusse sull’altro
seno. «Sei una fantasia, Min. Sei la mia
fantasia.»
Le premette i palmi delle mani contro il
seno, facendole sentire quella
pienezza. Fu percorsa da un brivido, e si
rese conto che gli credeva. Si
voltò e lo baciò con tutta sé stessa,
premendo contro il suo corpo senza
altro pensiero che stringersi a lui.
Adorava il modo in cui il suo corpo
cedeva al contatto con quello di Cal, il
calore del suo tocco mentre la
tirava verso di lui. Inarcò i fianchi, gli
morse un labbro e gli leccò la
bocca; lo sentì fremere mentre gli
sussurrava ‘ti voglio’ e Cal
rispondeva baciandole il collo, per poi
mordere la pelle che aveva
appena baciato.
«Ops» disse Janet alle loro spalle. Min
si staccò da Cal, confusa e
affannata.
«Il vestito ci piace» disse Cal, senza
neanche guardarsi intorno. Aveva
la voce roca.
«Ma è molto pericoloso» disse Min,
cercando di riprendere fiato.
«Per quello lo prendiamo» disse Cal,
baciandola di nuovo prima di
lasciarla andare.
Giunti al bed&breakfast, entrarono dalla
porta lasciata aperta
da Diana, come promesso. «La cucina è
buona» disse Cal, dopo aver
scaricato l’auto. «Potremo lavorarci
senza problemi.»
«La cucina è grandiosa» disse Min con
invidia. Si voltò e disse: «Credo
che...» Ma Cal la interruppe con un
bacio. Min sorrise, avvicinandosi a
lui. «E questo per quale motivo?»
«Perché sì» disse Cal, tirandola a sé. Il
telefono di Min squillò, facendo
desistere Cal. «Cos’altro avrà
dimenticato Greg?»
Min premette il pulsante verde. «Ciao.»
«Dove sei? Noi siamo tutti al
bed&breakfast. La mamma si è già
lamentata del mio vestito» disse Diana,
in un sussurro frenetico. «Vuole
sapere dove sei.»
«Siamo al piano di sotto, pronti per
cucinare» disse Min, mentre Cal la
baciava sul collo. Soffocò una risatina.
«Prendi tempo.»
«Sarà molto arrabbiata con te» disse
Diana.
«Non è una novità» disse Min. «Si
sarebbe comunque arrabbiata
vedendo il mio vestito. L’ha scelto Cal.
Sembro una prostituta.» Sentì
Cal ridere tra i suoi capelli.
«Davvero?» disse Diana. «Di che
colore è?»
«Di...»
«Cercherò di temporeggiare con la
mamma» disse Diana.
«Grazie!»
«Non sembri una prostituta» disse Cal
quando Min abbassò il
telefono. «Al massimo una squillo di
lusso.» Fece scivolare una mano
sul suo fondoschiena. «E io sono pieno
di contanti.»
«Prova a pensare alla cucina come una
forma di preliminari» disse Min.
Cal sospirò e iniziò ad aprire gli
imballaggi con il cibo.
Quindici minuti più tardi, Min aveva
cosparso quattro padelle di olio
d’oliva, mentre Cal aveva schiacciato
sedici petti di pollo e poi si era
dedicato a lavare i funghi. Diana si
affacciò sulla porta. «Mi
raccomando, niente burro. Grazie,
grazie, grazie.»
«A proposito, dove siamo?» disse Min,
infarinando pezzi di
carne.
«L’auto di Cal ha avuto un guasto, siete
da qualche parte sulla
Statale 275» disse Diana.
«La mia auto non può avere avuto
guasti» disse Cal, lasciando
a metà la pulizia di un fungo. «Tratto
quell’auto con...»
«Grazie, va benissimo» disse Min,
congedando Diana. «Puoi
mettere da parte il tuo orgoglio maschile
per una sera?»
«Cosa mi dai in cambio?» disse Cal.
«Eterna gratitudine» disse Min,
piegandosi sul tavolo per dargli
un bacio. La bocca di Cal si adattava
perfettamente alla sua. «Quanta
gratitudine, esattamente?» disse Cal,
cercando di
seguirla mentre si ritraeva dal tavolo.
«Più di quanto sia possibile esprimerne
in una notte sola» disse
Min. «Affettane un po’, per favore. Ci
servono per l’insalata.» Sollevò
il primo petto di pollo sopra la padella,
ma si arrestò.
«Qualche problema?» disse Cal.
«No» disse Min, riponendo il pollo.
Rovistò in uno dei sacchetti e ne
estrasse un panetto di burro. «Sai,»
disse, aprendo la confezione «non si
può proprio cucinare senza un po’ di
burro.»
«Già» disse Cal, sorridendole.
Min ne rovesciò una corposa quantità in
ognuna della quattro padelle,
annusandone il dolce aroma. Poi ci
poggiò sopra il pollo con un sorriso.
«Non lo sapranno mai» disse Cal.
«Mia madre è capace di distinguere
l’odore del burro sul mio corpo per
i tre giorni successivi» disse Min. «Se
ne accorgerà. Ma non mi
importa. Puoi occuparti dell’insalata? Io
devo cuocere i
fagioli.»
Mezz’ora più tardi, Tony e Roger si
presentarono in cucina con
camicia bianca e cravattino nero. Bonnie
era con loro.
«Ma guarda» disse Min, cercando di non
ridere alla vista dei
cravattini.
«Ridi, ridi pure. Più avanti ti
ricrederai» disse Tony,
maneggiando i calici più velocemente di
quanto Min avesse mai visto.
Roger dispose una fila di quattordici
piatti e li guarnì con salsa di
lampone, per poi creare delle insalate
che sembravano uscite dalla
cucina del Ritz.
«Sono colpita» disse Min.
«Anche io» disse Bonnie, dal suo
sgabello in fondo al tavolo dove
tagliava fettine di scalogno. Roger le
sorrise estasiato, mentre Tony
portò i calici nella sala.
Tornò poi in cucina a fare rapporto.
«Sono tutti in salotto, immersi nei
convenevoli. Diana ha l’aria annoiata.
Perlomeno ce l’aveva finché non
mi ha visto vestito così.»
«Dev’essere un inferno» disse Min,
davanti alla padella dove
cuocevano i fagioli. «Preferisco
starmene qui con voi. D’ora in poi mi
occuperò del catering per tutte le cene di
mia madre.»
«La tua carriera finirà quando si
accorgerà del burro» disse Cal,
aiutando Tony a preparare altri
quattordici piatti per l’antipasto.
Dieci minuti più tardi, i piatti erano
pronti per accogliere il pollo, che
aveva un aspetto meraviglioso nelle
padelle con la salsa di vino. I
fagioli verdi erano stati aggiunti alle
mandorle e legati con lo scalogno.
Min ormai parlava da sola.
«Insalata: pronta» disse. «Carne, fagioli
verdi: pronti. Contorno di mais
di Emilio: pronto da servire. Il pane è
fuori dal forno e già nei cestini.
Cosa manca? Maledizione. Il dessert.»
«Penso io al dessert.» Cal prese l’ultimo
sacchetto rimasto e ne estrasse
due scatole marchiate KRISPYKREME
«Ciambelle» disse Min, sbigottita.
«C’è un piatto da portata?» disse Cal.
Bonnie rovistò tra gli scaffali e
ne trovò uno. Sotto gli occhi esterrefatti
dei suoi amici, Cal dispose in
cerchio sette ciambelle ricoperte di
glassa al cioccolato, più una nel
centro. Ne aggiunse altre cinque al
cioccolato sopra di esse, e poi uno
strato finale di tre ciambelle con glassa
alla vaniglia. In cima alla sua
creazione poggiò infine una maestosa
ciambella ripiena di crema e
ricoperta di cioccolato. Bonnie si
occupò di cementare i vari livelli con
degli strati di glassa alla vaniglia.
Min aveva l’acquolina in bocca.
«Ho letto degli articoli su questo dolce»
disse Bonnie, facendo un passo
indietro. «Sulla rivista People. è
famoso.»
Cal prese una piccola scatola che aveva
lasciato da parte, la aprì e ne
estrasse una minuscola decorazione con
le statuine degli sposi sotto un
arco di plastica. Aveva un aspetto
orribile, ma una volta incastonata
sulla ciambella più alta apparve
gradevolmente bizzarra.
«Per il mio matrimonio voglio una torta
così» disse Min. «Anche se a
mia madre verrà un infarto all’istante.»
Cal rispose con un ghigno, e Min si tolse
il grembiule ridendo. «Sei un
genio, Calvin. Datemi un minuto per
indossare il vestito, e siamo pronti
per lo spettacolo.»
Si cambiò più velocemente che poté, e
quando rientrò in cucina sentì
Tony dire a Cal: «Okay, ci pensiamo noi.
Tu vai...» Si fermò dopo
averla vista. Roger si voltò, seguì lo
sguardo di Tony e rimase a bocca
aperta, come Bonnie dietro di lui.
«Oh, Min» disse. «Sei stupenda.»
«Molto sexy» disse Tony. Per tutta
risposta, Cal lo colpì sulla nuca.
«Era così, tanto per dire» si giustificò
Tony.
Cal consegnò la torta a Roger. «Avete
tutto sotto controllo?»
«Un gioco da ragazzi» disse Tony. Min
si bloccò all’improvviso,
turbata.
«Che c’è?» chiese Tony.
«Niente.» Min scosse il capo e si guardò
allo specchio, per assicurarsi
di non avere della farina al posto del
fondotinta. Il calore della cucina le
aveva arrossato il volto e arricciato i
capelli. Era...
«Bellissima» disse Cal. Min si voltò
verso di lui, circondato da Tony e
Roger, e si rese conto che fino a un mese
prima non sapeva chi fossero
queste persone. Oggi erano al suo fianco
per aiutare lei e sua sorella nel
momento del bisogno.
«Siete stati straordinari» disse. «Avete
fatto più di quanto si possa mai
chiedere a degli amici.»
«Qualunque cosa per te, piccola» disse
Tony. Chinò il capo e le diede
un bacio sulla guancia, che la fece
arrossire. «Piantala di flirtare con
altri uomini, Minerva» disse Cal. Roger
fece appena in tempo ad
accarezzarla sulla schiena che Cal la
prese per mano e la trascinò via.
«Che persone fantastiche» gli disse
mentre si incamminavano sul
sentiero di ghiaia che conduceva
all’ingresso principale.
«Già» disse Cal. «Mentre ora dobbiamo
sorbirci una cena con la tua
famiglia.»
«Maledizione» disse Min.
Ripensando a posteriori a quella cena,
Min non riusciva a scegliere il
punto più basso della serata.
Ci fu il momento in cui Nanette li
accolse sulla porta, così sorpresa dal
vestito viola di Min da non riuscire a
concludere la
frase che iniziò con: «Sei in ritardo...»
Rimase a guardarli in silenzio,
esterrefatta, mentre Min aspettava un
affondo che non sarebbe mai
arrivato.
Subito dopo, Cal le fece coraggio con
una carezza, e il testimone di
Greg esclamò: «Wow» quando la vide,
con un ampio gesto della testa.
«Grazie» disse Min.
«Te l’avevo detto» le disse Cal
all’orecchio. «Sta’ lontana da quel
tipo.»
In alternativa, ci fu il momento in cui
Min vide Greg, il quale aveva
deciso di tagliarsi i capelli il giorno
prima del matrimonio e sembrava
più stupido del solito nel suo taglio alla
Giulio Cesare.
«Non fare mai una cosa del genere»
sussurrò Min a Cal, il quale
rispose: «Puoi stare tranquilla.»
Oppure il momento in cui Diana disse:
«Però, chebei camerieri» mentre
Roger e Tony stavano servendo
l’insalata, e per poco Roger non la
rovesciò addosso a Greg.
«Vacci piano» la ammonì Greg,
demolendo il sorriso di Diana.
«Davvero carini» disse Min, lanciando
un’occhiataccia a Greg. Un altro
momento delicato coincise con il
silenzio che seguì al
commento della madre di Greg: «Questo
pollo è delizioso. Chi è stato a
occuparsi del catering?» Gli occhi
dell’intera tavolata si posarono su
Greg, e Min decise di lasciarlo sulla
graticola per un paio di secondi
prima di intervenire: «Il ristorante è
Emilio’s, non è vero?» Greg fu così
riconoscente per quel salvataggio che
Min si sentì quasi in colpa per lui.
Subito dopo, Nanette disse: «Ma c’è del
burro.»
«Già» rispose Min, continuando a
mangiare come se niente fosse,
mentre Cal le accarezzava la schiena.
Ma il momento peggiore fu
probabilmente quando il telefono di Min
squillò, sul finire della cena. La sua
prima reazione fu di cercare con gli
occhi Diana, considerata la frequenza
delle sue chiamate. Poi Min si
ricordò del terzetto rimasto in cucina.
«Torno subito» disse,
sgattaiolando in corridoio per
rispondere. «Pronto?»
«Min» disse David. «è tutto il giorno
che provo a chiamarti.»
«Perché?» disse Min. «Anzi, non
rispondere. Non mi interessa. Sono
alle prove della cena per il matrimonio
di mia sorella, David. Lasciami
in pace.»
«Riguarda Cal» disse David, e Min si
paralizzò. «Ci tengo a te, Min. E
c’è qualcosa che devi sapere su Cal
Morrisey.»
«Ma davvero?» disse Min, con voce
distaccata.
«Quella sera, nel locale» disse David.
«è venuto da te perché aveva
scommesso che sarebbe riuscito a
portarti a letto entro un mese.»
«Ah, sì?» disse Min, pensando: Sei una
persona orribile.
«Mercoledì sarà l’ultimo giorno utile,
Min» disse David, lasciando
trasparire la sua sincerità perfino
attraverso il telefono. «Cal Morrisey
non perde mai. Farà di tutto per vincere
la scommessa. Credo sia giusto
che tu lo sappia. Non voglio vederti
soffrire.»
«Accidenti, grazie» disse Min.
«Non mi sembri arrabbiata» disse
David.
«Si sa come sono i ragazzi» disse Min.
«Credevo fossi sconvolta» disse David,
lui stesso sconvolto. «David, lo
sapevo già» disse Min. «Vi ho sentito.
So anche che
non è stato Cal a proporre la
scommessa; sei stato tu. è stata una tua
idea, il che ti rende la persona più
viscida in tutta questa storia.»
«No» si affrettò a ribattere David. «No,
ero solo arrabbiato
perché ci eravamo lasciati...»
«David, sei stato tu a mollarmi» disse
Min. «Che motivo avevi
di essere arrabbiato?»
«Mi sono pentito subito di quella
scommessa, ma Cal non ha
voluto annullarla.»
«Tu gliel’hai chiesto, vero?» disse Min,
sospettosa.
«Più e più volte» disse David.
«David?» disse Min.
«Sì?» disse David.
«Va’ all’inferno» disse Min, spegnendo
il telefono.
Rimase sul portico del bed&breakfast a
osservare il fiume che
scorreva di fronte a lei. Era molto bello.
«Maledizione» disse. Si fidava
di Cal, davvero. Ma quella scommessa...
Glielo chiederò dopo il matrimonio, si
disse. Quando sarebbe stata
libera da quell’odioso corpetto, quando
sarebbero stati soli, quando
avrebbero potuto parlarne senza che
Diana le tirasse la giacca di
continuo per chiederle aiuto. In quel
momento avrebbero chiarito tutto.
Domani sera, si disse. Poi rientrò per
godersi il punto più alto della
serata: l’espressione di Nanette di fronte
alla torta di Krispy Kreme.
«Ehi» disse David, quando Cynthie
rispose al telefono, la domenica
pomeriggio. «Non ti sei più fatta sentire.
Cosa...»
«è finita» disse Cynthie. Si capiva dalla
sua voce che aveva pianto.
«Sono all’infatuazione, ormai.
Potrebbero volerci anni per farlo
desistere. Abbiamo perso, David.»
«Non è vero» disse David. «Io non
perdo mai.»
«Cal la ama. Si comporta in modo
onesto con lei. Non c’è nulla che...»
«Non è vero» disse David, che non ne
poteva più di sentir parlare di
Cal. «La sta corteggiando soltanto per
via di quella dannata
scommessa.»
«Cosa?» disse Cynthie.
«Be’» disse David, cercando di
spiegare la faccenda in un modo che
non lo facesse apparire viscido.
«Parla» disse Cynthie, con tono
perentorio.
«Quella prima sera» disse David. «Ero
arrabbiato. Ferito. E...» «David,
non mi importa di te» disse Cynthie.
«Dimmi della
scommessa.»
«Ho scommesso che Cal non sarebbe
riuscito a portarsela a
letto entro un mese» disse David.
«Cal non accetterebbe una scommessa
simile» disse Cynthie,
con voce certa.
«E perché? Il suo animo è troppo
nobile?»
«Deve averti distratto con
qualcos’altro.»
«Ha scommesso che l’avrebbe portata
fuori a cena.»
«Sono usciti insieme perchétu avevi
scommesso?» disse
Cynthie, furiosa.
«Non è stata colpa mia» disse David.
«Non ha più importanza, ormai.» La
voce di Cynthie ripiombò
nello sconforto. «Anche se le dicessi
della scommessa, ne parlerebbe
con Cal.»
«Lo sapeva già» disse David, in preda
al rimorso. «L’ho chiamata, ieri
sera. Dice di aver ascoltato la nostra
conversazione.»
Cynthie rimase in silenzio.
«Credo sia uscita con lui per fare
arrabbiare me» disse David. «Cal
sembrava piuttosto infastidito, quindi
non deve essere stata tenera
neanche con lui.» Il silenzio proseguì,
finché David disse:
«Cynthie?»
«Lui lo sa?» disse Cynthie, con voce
tesa. «Sa che Min ha
accettato per ripicca?»
«Non credo» disse David. «Cal non mi
ha chiamato per
annullare la scommessa. E se lui sapesse
che lei sa, la scommessa
decadrebbe.»
Ancora silenzio.
«Cynthie?»
«Dov’è Cal, ora?» disse Cynthie.
«Non lo so, ma stasera sarà al
matrimonio di Diana» disse
David. «Perché vuoi...»
«Ho capito come mettere fine alla loro
storia» disse Cynthie, la
voce pesante come il piombo.
«E come?» disse David.
«Portami al matrimonio. Se Min non ha
ancora fatto sesso con
lui, Cal sarà frustrato fino al punto di
rottura. Li osserverò. Se qualcosa
lo rende nervoso, se lei continua a
rifiutarlo, se qualcosa va storto...»
Cynthie si interruppe, poi fece un
respiro profondo. «Devi dire a Cal
che Min lo ha preso in giro. Digli che
tutti pensano che sia stupido.»
«Questo basterà a separarli?» disse
David.
«Basterà a far venire gli incubi a Cal
per anni» disse Cynthie, con la
morte nel cuore. «è del tutto illogico, ma
è il suo tallone d’achille fin da
quando era bambino. Se battiamo su
quel tasto, esploderà. E se lo farà
di fronte alla famiglia e agli amici di
Min...»
«Wow» disse David, ancora una volta in
preda all’ammirazione per
Cynthie.
«A che ora è il matrimonio?» disse
Cynthie.
«Alle sette» disse David. «Diana voleva
che fosse al tramonto.
Qualche idiozia sulle fiabe.»
«Passa a prendermi alle sei» disse
Cynthie, prima di
riagganciare.
Min trascorse la notte in compagnia di
Diana, la quale era in
preda a uno stato ossessivo che la
costrinse a rimanere alzata per
aggiustare i nastrini sulle confezioni di
torta. Min scelse invece di
dormire, troppo stanca anche solo per
pensare a Cal.
La mattina seguente, però, Diana era
stranamente calma; si notava in lei
una certa tensione, ma l’energia
ossessiva era svanita.
«Non ho dormito abbastanza» disse a
Min.
Nanette, Mesta e Bieca le attendevano
nel camerino della chiesa. Min,
determinata a evitare Nanette e il suo
pettine («Min, con i capelli in
quel modo sei impresentabile»), sistemò
le confezioni di torta nella sala
del ricevimento, per poi rifugiarsi in
bagno per indossare il vestito. Non
avrebbe certo affrontato il doloroso
processo di vestizione in balia dei
commenti di Nanette e dei sorrisini di
Bieca.
Mentre tentava di allacciarsi il corsetto,
capì che qualcosa non andava.
Qualcosa di diverso da quella pazza di
sua madre, o da quella damigella
piagnucolante vestita di verde; qualcosa
che andava oltre la torta che
Bonnie stava cercando di guarnire con
perle e orchidee. Qualcosa, ne
era sicura, che riguardava lo sposo.
Devo parlare con Diana, pensò Min.
Ma cosa poteva dirle? Sei infelice e il
tuo promesso sposo è un cretino
e dovremmo prendere la torta e andare a
casa?
«Maledizione» disse, uscendo dal bagno
per cercare sua sorella.
«Sei in ritardo» le disse Bieca,
sistemandosi l’elaborato chignon.
«Non mi interessa» rispose Min,
raggiungendo Diana. «Tesoro, che
succede?»
«Niente» disse Diana. «Sono solo...
contenta di vederti.»
«Eccomi qui, in tutta la mia gloria»
disse Min, allargando le braccia per
mostrarle il corpetto debolmente
allacciato.
«Non è abbastanza stretto» disse
Nanette, costringendola a voltarsi.
«Dico sul serio, Min.» Disfece il fiocco
all’altezza della scollatura, per
poi procedere a stringere i lacci
partendo dal basso.
«Oh» riuscì a dire Min mentre sua
madre le stritolava i polmoni.
«Mamma.» Poggiò le mani sulla sedia di
Diana per tenersi in equilibrio
mentre Nanette le assestava una serie di
strattoni. «Vorrei poter...
respirare... durante... la cerimonia.»
Nanette diede un’ultima, straziante
stretta, completando l’opera con un
nodo che avrebbe fatto crepare d’invidia
il più esperto dei boy-scout.
Poi fece un passo indietro per ammirare
la sua opera.
«Be’, ho fatto del mio meglio» disse
Nanette. Parole che descrivono
alla perfezione tutto il nostro rapporto,
pensò Min. Si voltò a fatica,
tenendo una mano sul fianco. Si cimentò
nella non facile impresa di
respirare e guardare Diana allo stesso
tempo.
«Diana?» le disse. Quando la sorella
non rispose, si rassegnò a piegarsi
per guardarla in faccia; i polmoni non
avrebbero retto a lungo.
Diana fissava lo specchio con gli occhi
spalancati e il bellissimo profilo
rigido. Min si dimenticò delle difficoltà
respiratorie.
«Diana? Tutto bene?»
«Certo» disse Diana, debolmente, senza
staccare gli occhi dallo
specchio.
«Sei bellissima» disse Min. Sul corpo
di Diana, anche il corsetto
acquistava grazia. «Come un cigno»
aggiunse, sperando in un
segnale.
«è solo nervosismo da matrimonio»
disse Mesta, posizionando
la corona di edera e orchidee bianche
sui suoi biondi capelli lisci.
Sembrava distrutta.
Bieca spinse via Min. «Forza, vai a
prendere la tua corona.» La corona
di Bieca, di orchidee e fiordaliso,
sedeva in perfetto equilibrio sulla tua
testa, bilanciandone lo chignon.
«Oh, Min» disse Nanette. «La corona.»
Min recuperò la sua corona di lavanda e
orchidee, sistemandola in
modo approssimativo. Quantomeno il
profumo era buono. Usò un paio
di forcine per sostenerla, senza mai
staccare gli occhi da Diana.
Diana incrociò il suo sguardo e si
raddrizzò sulla sedia. «Fuori di qui.»
«Okay» disse Min.
«Non tu» disse Diana. «Tutti tranne te.»
«Cosa?» disse Bieca, fermandosi con le
braccia a mezz’aria,
paralizzate mentre afferravano la corona
di Diana.
«Diana» disse Nanette, sconvolta.
Min guardò preoccupata il volto gelido
di Diana. «Un consulto
fra sorelle. Vi raggiungiamo in un
minuto.»
«Ehi» disse Bieca. «Io sono la
damigella...» Poi notò il volto di
Diana e si interruppe.
«Fuori» disse Min, agitando il pollice in
direzione della porta. «Io non
me ne vado» disse Nanette. «Questo è il
matrimonio di
mia figlia.»
«Il matrimonio è di là» disse Min. «Non
dovrebbero esserci fiori
su tutte le file di posti?»
«Seriamente, Min...» disse Nanette,
fermandosi subito. «Certo
che dovrebbero esserci.»
«Meglio controllare» disse Min. Nanette
si dileguò verso il
salone.
Mesta raccolse il suo bouquet di
orchidee, si chinò e diede un
bacio sulla guancia di Diana. «Sei
stupenda» le sussurrò. «Sembri una
taglia 38!» Si assicurò che Bieca avesse
il suo bouquet e poi la trascinò
fuori dalla stanza. Bieca non sembrava
più così spavalda.
Min e Diana rimasero sole.
Min si appoggiò al bancone e cercò di
inserire le dita sotto il corsetto,
per guadagnare un decisivo millimetro
di spazio respiratorio che le
consentisse di dire ciò che era
necessario. «Okay» esordì. «Basta così.
Dimmi cosa c’è che non va, altrimenti
annullo il matrimonio.»
«Voglio una ciambella di Krispy
Kreme» disse Diana, con un tono che
minacciava pianto.
«Te ne trovo una» disse Min,
riprendendo il controllo. «Vado in
cucina
e...»
«Non posso» disse Diana. «Ogni
ciambella di Krispy Kreme contiene
dodici grammi di grassi.»
«è vero» disse Min. «Ma considerando
che è il giorno del tuo
matrimonio...»
«è tutto perfetto» disse Diana.
«Non mi sembra» disse Min.
«Ascoltami bene. Se hai cambiato idea
sul
matrimonio, posso farmi dare le chiavi
dell’auto da Cal. Tu e io ce ne
torniamo a casa a bere champagne e
mangiare un sacco di ciambelle di
Krispy Kreme.»
«Cambiare idea?» Diana si irrigidì.
«No. No.»
«Okay» disse Min. «Ma se dovessi
cambiare idea, ricordati che dicevo
sul serio riguardo alle chiavi dell’auto e
alle ciambelle.»
«Non cambierò idea» disse Diana.
«Questo è il mio matrimonio da
fiaba.»
«Bene, allora è tempo di andare» disse
Min, sperando che passare
all’azione potesse sbloccare qualcosa
nel cervello di Diana. Diana si
alzò in piedi, e Min allargò le braccia
per mostrarle
nuovamente il corsetto.
«Allora, che ne dici?»
«è stata un’idea stupida» disse Diana,
con voce tremante. «Per
quale motivo dovrei obbligarti a
indossare un corsetto?»
«Per farmi avere un girovita» disse Min.
«Ne hai già uno» disse Diana. «Non è
sottile, ma non ha nulla di
male.» Esitò per un attimo. Era bella da
togliere il fiato, e fredda come
il ghiaccio.
«Okay» disse Min, prendendole la
mano. «Devi dirmi cosa c’è che non
va.»
«Non c’è niente che non va» disse
Diana. «è tutto perfetto.»
Bieca bussò alla porta e si affacciò nella
stanza. «Sei pronta?» disse, in
un tono incerto che Min non aveva mai
sentito nella sua voce.
«Dovremmo già essere ai nostri posti.»
Diana la ignorò. Min disse: «Arriviamo
subito.»
Bieca spalancò la porta. «Sei stupenda,
Diana.»
Diana raccolse il bouquet.
«La corona» disse Min. Diana si poggiò
sul capo la corona di
rose e orchidee bianche. Il velo, lungo
fino alle mani, non era ben
allineato. «Oh. Okay. Forse posso
fissarlo...»
Ma Diana si stava già dirigendo verso la
porta.
«Ho io la soluzione» disse Bieca,
gelando Min con il suo solito sguardo
che significava: Sei impossibile.
«Credo che una soluzione non esista»
disse Min, raccogliendo il
suo bouquet e seguendo Diana fuori
dalla porta.
14
Mentre la luce del tramonto penetrava
nell’atrio, il volto di
Diana conservava il suo gelido pallore,
adombrato dalla corona e dal
velo, ora perfettamente in ordine. Al suo
fianco George, a disagio
nell’abito da cerimonia, continuava a
rivolgerle occhiate ansiose. Cercò
di segnalare la sua preoccupazione
anche a Min, che rispose con
un’alzata di spalle. Le dispiaceva per
lui, ma in quel momento le
persone da salvare erano altre.
Mesta li precedeva sotto l’arco. Alle
prime note di musica si aggiustò il
vestito, fece un sospiro, impostò un
rigido sorriso d’ordinanza, fece un
passo in avanti e si avviò verso l’altare.
Bieca avanzò al suo posto, aspettò il suo
turno, lanciò un bacio a Diana,
fece un passo avanti con un ampio
sorriso da cheerleader e si diresse
verso l’altare.
Min si voltò verso Diana. «Ricordati
che sono tua sorella, e sarò sempre
al tuo fianco. Se vuoi che ti porti via di
qui, ti porterò via.»
«Min?» le disse suo padre, allarmato.
Diana scosse la testa.
«Okay.» Min attese che la musica
raggiungesse il passo previsto, si
spalmò un sorriso di circostanza sul
volto e iniziò la marcia verso
l’altare.
All’ultimo secondo si sentì tirare per
l’abito, rimanendo bloccata a
mezz’aria.
Quando si voltò, vide Diana aggrappata
alle pieghe di chiffon color
lavanda sul suo fondoschiena.
«Diana?» disse suo padre, ormai in
preda allo sconcerto.
Min fece un passo indietro. «Papà, vai a
tranquillizzare gli invitati con
un bel sorriso.» Staccò a fatica la mano
di Diana dal suo
abito e la trascinò sulla scalinata
esterna, sotto la luce calante. «Parla.»
Il bouquet di Diana tremava nelle sue
mani. «Greg è andato a letto con
la mia damigella.»
«Susie?» disse Min, non sorpresa ma
non per questo meno sdegnata.
«Lo sapevo che...»
«Bieca» disse Diana.
«La definirei molto peggio di bie...»
disse Min, un attimo prima
dell’atroce realizzazione. «Karen?»
Diana annuì.
«Oh» disse Min, cercando di trovare le
parole giuste in un impeto di
rabbia. «Oh, tesoro.» Le mise un braccio
sulle spalle. «Ti prego, dimmi
che è successo prima che ti chiedesse di
sposarti e non...»
«Ieri sera» sussurrò Diana. Min fece un
respiro profondo, nonostante il
corsetto.
«Stronzo figlio di puttana.»
«Grazie» disse Diana, tirando su con il
naso.
«Quella troia. Giuro che le strappo ogni
singolo capello che ha
sulla testa.» Min strinse Diana più forte.
«Le inchiodo quel cazzo di
chignon alle porte della chiesa. Che
stronza ignobile. E papà farà a
pezzi Greg. Sono mesi che si trattiene.»
Diana ricacciò in gola un singhiozzo.
«Ci prenderemo cura di te» disse Min.
«Non sei sola. Liza e Bonnie...»
Si trattenne, ritenendo che celebrare le
virtù delle sue amiche non fosse
del tutto appropriato. Provò a
immaginare come si sarebbe sentita se
una di loro l’avesse pugnalata alle
spalle in quel modo, se Liza fosse
andata a letto con Cal. Era impossibile,
non sarebbe mai potuto
accadere. Loro non...
«Ieri sera ti ho osservato con Cal» disse
Diana, con gli occhi colmi di
lacrime. «Siete perfetti l’uno per l’altra,
riuscite a essere voi stessi,
ridendo e sussurrando insieme. Tu non
devi essere altro che te stessa,
senza essere magra a tutti i costi; lui ti
ama per ciò che sei. Volevo
parlarne a Greg, volevo che fosse così
tra me e lui. Quando ti sei
addormentata sono andata a casa sua e li
ho visti nella stanza da letto.»
Il suo volto era un’unica smorfia di
dolore. «Non erano neanche sul
letto.»
Min la strinse forte con entrambe le
braccia. «E pensare che oggi Karen
non fa altro che lanciarti baci. Lurida
troia.»
«Loro non sanno che io so» disse Diana,
piangendo sulla sua spalla.
«Non mi hanno visto. Me ne sono
andata.»
«Ti sei comportata in modo molto
maturo» disse Min, digrignando i
denti. «Io avrei fatto un bagno di sangue.
Okay, vado ad annullare il
matrimonio...»
«No» disse Diana, rialzandosi in un
lampo. Le perle sul corsetto si
agitavano furiosamente in
corrispondenza del suo respiro
frenetico.
«No, no. No.»
«Come?» disse Min.
«No» disse Diana. «Sono pronta.»
«Okay, ammiro molto il tuo modo di
reagire,» disse Min
fingendosi calma «ma arrivare
addirittura a sposare quel figlio di
puttana potrebbe essere un eccesso di
maturità.»
«Devo farlo» disse Diana, senza fiato.
«è tutto organizzato. Ci sono i
regali. Bonnie ha decorato la torta con le
perle.»
«Mangerò io la torta» disse Min. «E
restituirò i regali. Mi occuperò
perfino di uccidere lo sposo.»
«No» disse Diana. «Non è stato... Lui
non... è stato solo un po’ di
nervosismo prematrimonio. Metteremo a
posto ogni cosa.»
«Diana.» Min fece un respiro il più
profondo possibile, cercando di
mantenere la calma. «Nervosismo
prematrimonio vuol dire avere un
attacco di panico durante l’addio al
celibato. Non vuol dire scoparsi la
tua migliore amica.»
Diana scosse il capo. «No, no. Non tutte
possono trovare un Cal. Greg è
un brav’uomo. è stata solo una sbandata.
Voglio sposarmi.» Deglutì.
«Avevo bisogno di dirlo a qualcuno. è
un sollievo poterne parlare.»
«Oh.» Min aveva la nausea. «Okay. Ma
se cambi idea in qualunque
momento, a metà della cerimonia, a metà
della luna di miele, mentre
partorisci il tuo primo figlio, io sarò al
tuo fianco per portarti via da lui.
Di’ solo una parola e ne siamo fuori.
Non sei sola.» Provò a fare un
altro respiro profondo, ma il suo
corsetto non era d’accordo. «Ne sei
assolutamente certa? Perché io...»
Diana annuì. «Avevo soltanto bisogno di
parlarne. Sto bene.»
«Perfetto» disse Min. «Io no.» Attese un
altro secondo per darle
occasione di ripensarci, ma Diana si
diresse sicura verso l’atrio,
costringendo Min a seguirla.
Dopo aver sorriso al padre, ormai fuori
di sé, Min riprese il suo posto e
si avviò verso l’altare. Lungo il
percorso, la sua mente registrò solo
vagamente la presenza di David e
Cynthie, seduti l’uno di fianco
all’altra con aria tesa, di Bonnie e Liza
che dalla terza fila le
indirizzavano occhiate in stile: Ma che
diavolo succede?, di Cal che
dalla seconda fila fissava rapito la sua
scollatura, e di Greg il bastardo,
che aspettava all’altare infastidito.
Muori, lurido porco fedifrago. Non
soddisfatta di quella descrizione
proseguì a pensarne altre, senza
rendersi conto che l’espressione sul suo
volto aveva fatto arretrare Greg
e sgranare gli occhi di Cal.
Cercò di darsi un contegno. C’era pur
sempre il salvagente del
‘parli ora o taccia per sempre’ come via
d’uscita. Avrebbe potuto farsi
avanti in quel momento. Però avrebbe
rovinato la cerimonia, ed era
quasi sicura che Diana tenesse alla
cerimonia più che al matrimonio.
Oltretutto, era giusto che fosse sua
sorella a scegliere. Min non voleva
trasformarsi in sua madre, né tantomeno
decidere della vita di Diana al
posto suo.
Prese posto di fianco a Bieca,
respingendo la tentazione di colpirla in
faccia con il bouquet. Poteva sempre
dire di essere scivolata. Un paio di
volte.
Bieca la accolse con un sospiro, poi
scosse la testa e indicò la propria
corona di fiori.
Maledetta troia, pensò Min. Poi si
raddrizzò la corona.
Sulle prime note della marcia nuziale,
Min si voltò a osservare il
cammino di Diana verso l’altare: un
miraggio hollywoodiano
accompagnato dalla luce del tramonto.
Il suo volto tradiva però un’angoscia che
spezzò il cuore di Min.
Cal non poté non accorgersene, e Min
lesse sulle sue labbra la
domanda: Che c’è?. Scosse la testa,
quasi cedendo alle lacrime.
Neanche lui poteva fare nulla, stavolta.
Quando Diana arrivò all’altare, la
cerimonia iniziò. Dopo qualche
minuto, fu subito chiaro che tra gli
invitati serpeggiava una certa
inquietudine. Tutti sanno che qualcosa
non va, pensò Min. Non c’era
l’atmosfera di gioia tipica dei
matrimoni. Anche l’abito di Min aveva
un aspetto vagamente tragico.
Arrivarono infine le parole fatidiche del
sacerdote. «Se c’è qualcuno
che conosce un motivo valido per cui
queste persone non debbano
essere unite in matrimonio, parli ora, o
taccia per sempre.» Min si
avvicinò alla sorella.
Diana si voltò, e Min incrociò il suo
sguardo. Fallo.
Dopo un breve istante, il sacerdote fece
un cenno di assenso e proseguì
con il rituale.
Diana tese la mano e afferrò il braccio
di Min, sussurrando: «Io
voglio...» Min emise un sospiro di
sollievo.
«Non ancora, cara» le rispose il
sacerdote.
«No» disse Min. «Non ha capito.»
Guardò Diana, in segno
d’incoraggiamento. «Fallo.»
Diana deglutì. «Mi oppongo» disse in un
tono così debole che il
sacerdote si piegò verso di lei.
«Si oppone» ribadì Min in tono
perentorio.
«A cosa?» disse Greg.
«A te, bugiardo figlio di puttana» disse
Min, notando
distintamente il sussulto che scosse
l’intera prima fila. Voce alta, voce
alta, si disse. Non alzare la voce.
Un’altra occhiata a Greg, poi un
pensiero: Maledizione, sì. A voce alta.
«Mi oppongo» disse Diana, recuperando
un tono normale. Si rivolse
agli invitati. «Mi oppongo allo sposo
che ieri notte è andato a letto con
la mia damigella. Mi oppongo allo
sposo che è un...» Non resse oltre.
«Un lurido porco traditore» disse Min
alle sue spalle, a voce
indiscutibilmente alta.
«Sì» disse Diana, prima di scendere gli
scalini con il bouquet tremante
tra le mani.
«Inoltre hai dei capelli stupidissimi»
disse Min a Greg, accodandosi alla
sorella. Greg la prese per un braccio.
«Aspetta un momento...» Min
abbozzò una reazione, ma Cal si
frappose tra loro, spingendo via Greg.
Nel frattempo, alle loro spalle, Mesta
stava dicendo a Bieca: «Sei
andata a letto con Greg?» Nello stesso
istante in cui Mesta si lanciò su
Bieca, Greg sentì qualcuno toccargli
la spalla. Si voltò per rispondere e fu
travolto dal pugno di George,
mentre Mesta si aggrappava
furiosamente allo chignon di Bieca,
facendola rovinare sugli invitati in
prima fila.
Cal riuscì ad afferrare Greg un istante
prima che toccasse terra;
entrambi alzarono subito lo sguardo su
Nanette, che si avvicinava
minacciosa nel suo raffinatissimo grigio
perla.
«Sei un uomo orribile» disse, mentre gli
sferrava un calcio al costato
con le sue deliziose scarpe a punta di
Manolo Blahnik.
«Mamma» disse Min.
«Trentasette maledetti anni» urlò
Nanette, sottolineando ogni frase con
un calcio finché Min non la tirò via.
Fece qualche passo laterale, in
equilibrio precario, trovandosi di fronte
a George, che nel frattempo
cercava di dribblare Cal per colpire di
nuovo Greg. «E anche tu» disse
Nanette, colpendolo ripetutamente con la
borsetta.
George cercò di proteggersi alzando le
mani e chiedendo: «Ma io cosa
ho fatto?» Quando ne ebbe abbastanza,
Nanette andò via furibonda a
testa alta.
Alle spalle di George, Mesta si scagliò
contro Greg. «Bastardo» gli
disse picchiandolo sul volto con il
bouquet, mentre Bieca tentava di
riemergere dal fondo del banco.
«Devo raggiungere Diana» disse Min
quando trovò Cal. «Dagli qualche
altro calcio in testa, per favore.»
«Vai» disse Cal. L’ultima cosa che Min
vide allontanandosi fu Cal che
depositava Greg sul pavimento,
frapponendosi tra lui e George per
impedire che lo colpisse, mentre Mesta
lo percuoteva con le orchidee.
Quando la situazione si fu calmata, Cal
andò a cercare Min nella sala
del ricevimento, dal momento che Diana
aveva insistito
per accogliere chiunque si fosse
presentato. Erano tutti seduti nella sala
da ballo deserta. C’erano Liza, Bonnie e
una fin troppo allegra Mesta,
mentre Roger portava calici di
champagne avanti e indietro, e Nanette
consolava Diana con la notizia che tutti
gli uomini erano traditori
schifosi.
«Mamma» disse Min, prima di essere
trascinata in corridoio da Cal.
«Mia madre è pazza» gli disse Min.
«Te ne accorgi solo ora?» rispose Cal,
cercando di non farsi distrarre
dalla sua scollatura straripante. «Stai
soffrendo parecchio, vero?»
«Già» disse Min. «L’intera giornata è
stata una lunga esperienza d i
bondage.» Lanciò un’occhiata attraverso
l’arcata. «Guarda Mesta. Non
fa altro che ridacchiare. E pensare che
mi dispiaceva per quella strega.
Volevi dirmi qualcosa?»
«Sì» rispose Cal, iniziando ad accusare
dei giramenti di testa per il
movimento respiratorio del suo
décolleté. «Specialmente ora che hai
menzionato il bondage. Quando
possiamo toglierti questa roba di
dosso?»
«Anche subito, ma i nodi sono troppo
stretti.» Passò il dito sul bordo
del corsetto. Fallo fare a me, pensò Cal.
«è una tortura.»
«Aspetta» disse Cal, rovistando nelle
tasche per estrarne un coltellino
svizzero.
Lo inserì sotto ai lacci e tagliò il nodo,
permettendo a Min di fare un
respiro profondo mentre il resto del
corsetto si allentava per la
pressione del corpo. «Dio, che bella
sensazione.»
Cal rimase a osservare il movimento
ondulatorio del corsetto. «è anche
un bello spettacolo.» Non riuscendo a
trattenersi, fece scorrere il dito
sulla curva del seno, sentendo
risvegliarsi quel
desiderio che lo tormentava da
settimane. Doveva farla sua al più
presto
se non voleva perdere la testa
completamente.
«Ehi» disse Min, afferrandogli la mano.
«Non è colpa mia» disse Cal,
avvicinando le labbra alla sua bocca.
«Sei
tu che ti metti in mostra.»
Min sentì la bocca sciogliersi al contatto
con Cal, con quella familiare
sensazione di calore in tutto il corpo. Il
respiro si fece più veloce, e Cal
chiuse la mano attorno a quel seno sodo.
«Oh» disse Min, mentre Cal si
chinò a baciarla sulla morbida curva del
collo, godendo dei suoi sospiri.
«Che meraviglia. Però dovrei...»
«Lo so» disse Cal, stringendola a lui.
«Non avrei dovuto...» provò a
dire, per poi arrendersi e baciarla di
nuovo, desiderandola a tal punto da
non riuscire a lasciarla andare.
«Sì, avresti dovuto» disse Min. «Ma
Diana...»
«Giusto» disse Cal, ricordando quale
fosse la sua missione. «Ecco cosa
dovevo dirti. Greg è nel parcheggio, in
compagnia degli uscieri. Diana
vuole vederlo, prima che se ne vada?
Credo che Greg voglia scusarsi.»
«Certo che no» disse Min, tirandosi
indietro. «Cosa potrebbe mai
dirle?»
«Sono il peggior stereotipo della storia
dei matrimoni finiti male?»
disse Cal, sentendo la mancanza del suo
corpo. «Per quel che vale,
anche gli uscieri sono disgustati.»
«Lo odio» disse Min, guardando verso
la sala da ballo.
«Come sta?» disse Cal, seguendo il suo
sguardo fino alla sorella. Si
sentiva in colpa per i suoi pensieri
carnali di fronte a una situazione del
genere.
«Credo sia quasi sollevata» disse Min,
osservandola. «Non è contenta, e
dovrà versare ancora molte lacrime; ma
credo sia
consapevole di aver voluto il
matrimonio più di quanto volesse Greg.»
«Molto saggio, da parte sua» disse Cal.
«Del resto, chi mai potrebbe
volere Greg?»
Min si alzò in piedi sulle punte e gli
diede un bacio. «Stanotte devo
restare con lei.»
«Immaginavo» disse Cal, non per questo
meno dispiaciuto. La strinse
in un abbraccio. «Ti voglio, Minerva.»
«Domani sera sarò libera» disse Min,
sorridendo. «Manda via
quell’idiota e unisciti a noi per un
bicchiere di champagne.»
«Torno subito» disse Cal, dandole un
altro bacio. Era sorpreso di tanta
naturalezza, di come le cose con lei
fossero diventate così facili.
Dev’esserci un inghippo, pensò senza
smettere di sorridere. Poi andò a
dare l’ordine agli uscieri di liberarsi di
Greg.
Tornando dal parcheggio, si imbatté in
David.
«Il ricevimento è finito, David» disse
Cal sforzandosi di non prenderlo
a male parole. «Puoi andare a casa,
ora.»
«Non ancora» disse David in tono
nobile. «C’è una cosa che dovresti
sapere.»
Maledizione, pensò Cal. «Cosa?»
«La scommessa» disse David. «Avevi
un mese di tempo per portarti a
letto Min.»
«Come?» Cal lo guardò, confuso.
«Quale scommessa? Non ho mai
accettato nulla del genere. Hai fatto tutto
tu, eri ubriaco e sconsiderato.»
«Min sa tutto» disse David. Cal sentì un
brivido percorrergli la schiena.
«Stava origliando, quella sera nel
locale. Per questo è uscita con te. Per
vendicarsi di noi due, e per avere un
accompagnatore a questo disastro
di matrimonio. Lo sanno tutti;
Liza, Bonnie, sua sorella. Lo ha detto a
chiunque. Ci hanno riso dietro
fin dall’inizio.»
Il corridoio sembrò restringersi, e l’aria
scarseggiò all’improvviso.
Faceva troppo freddo per essere giugno.
«Dovevo dirtelo. Se Min sa tutto, la
scommessa non vale. Non hai mai
avuto nessuna possibilità di vincere. Si
è presa gioco di te.»
«No» disse Cal, sentendo la gola secca.
«Non lo farebbe mai.»
L’ondata di vergogna e disprezzo di sé,
fin troppo familiare, lo colpì in
pieno. Sei proprio stupido. Non poté
fare nulla, nonostante il buonsenso
gli dicesse che poteva essere solo
un’invenzione di David, che Min non
avrebbe mai...
«Guardiamo in faccia la realtà» disse
David, assestandogli una pacca
sulla spalla. «Ci ha fatto fare una figura
da idioti. Certo, a te più che a
me; non sono stato io a cercare di
portarmela a letto. Ma mi sento
ugualmente parecchio stupido.»
Cal lo guardò con odio. «Finalmente un
po’ di consapevolezza.» Lei
sapeva. Pensa che sia stupido.
«Ehi.» David alzò le mani. «Non
prendertela con me. Non sono di certo
io quello che ti ha fatto passare per
stupido nell’ultimo mese.»
Accusato il colpo, Cal si voltò e si
allontanò, tornando verso la sala
principale. Non era vero. Min non era
così. Non l’avrebbe mai fatto.
Eppure, molte cose all’apparenza
inspiegabili ora avevano senso
all’improvviso.
Percorse la sala deserta, fermandosi nel
punto in cui Min stava
provando a difendere Diana dall’impeto
di Nanette. «Posso parlarti un
secondo?» disse.
Min alzò gli occhi e disse: «Ora non è
il...»
«Adesso» disse Cal. Min sgranò gli
occhi e annuì. «Torno
subito, tesoro» disse a Diana, seguendo
Cal in corridoio. Durante il
breve tragitto continuò a rivolgere
sguardi ansiosi alla sorella.
«è successo qualcosa con Greg?» disse
Min quando ebbero raggiunto
un punto del corridoio da cui Diana era
ancora visibile. «Per caso ha...»
«Perché hai accettato il mio invito a
cena, quella sera?» disse Cal.
«Cosa?» disse Min, talmente sorpresa
da smettere di guardare Diana.
«Dimmi la verità.»
Min si irrigidì. «Ho accettato...»
Rivolse lo sguardo altrove, scuotendo
il capo. «Ho accettato perché tu avevi
scommesso con David che saresti
riuscito a venire a letto con me entro un
mese. E perché mi serviva un
accompagnatore per il matrimonio.
Quando siamo usciti ho capito che
eri un’insidia troppo grande. Non avrei
retto per tre settimane, quindi ti
ho ringraziato e sono tornata a casa. E
non riesco a capire perché
dovremmo parlarne ora.»
«Perché hai continuato a uscire con me
se mi credevi capace di una
cosa del genere?» disse Cal. Un mese di
frustrazione si stava
trasformando in una valanga di rabbia.
«Per divertirti? Ti faceva
ridere?»
«No» disse Min, palesemente infastidita.
«Proprio per questo
continuavo a rifiutarti. Non potremmo
parlarne più...»
«In altre parole,» disse Cal «mi rifiutavi
per farmi apparire un idiota,
mentre tu e Bonnie e Liza ridevate di
gusto alle mie spalle.»
«No» disse Min, esasperata.
«Credevamo che fossi un animale. Non è
stato affatto divertente.»
«Ah» disse Cal, annuendo. «Ecco
perché Liza cercava sempre di
picchiarmi.»
«Sì. Ma non mi interessa.» Sputò fuori
l’ultima parola a denti stretti.
«Non ha importanza.»
«Ti interessa eccome» disse Cal in tono
grave. «Ce l’hai a morte con
me. Per questo motivo ti sei presa gioco
di me, facendomi diventare
pazzo, facendomi passare per...»
«Ehi» disse Min, puntandogli il dito
contro. «Sono stata sempre onesta
con te.»
«Non mi hai mai chiesto della
scommessa» disse Cal.
«Invece sì» disse Min, incrociando le
braccia. «Sei stato tu a evitare di
rispondere.»
«No. Non me l’hai chiesto.» Anche Cal
incrociò le braccia. «Sai come
lo so? Perché ti avrei detto che non
avevo fatto nessuna scommessa.»
«Ero a un metro da voi» disse Min.
«Evidentemente non hai sentito bene»
disse Cal. «Gli ho risposto di
no.»
«Hai detto: un gioco da ragazzi» sbottò
Min.
«Non ho mai detto un gioco da ragazzi in
vita mia» rispose Cal. «è una
cosa stupida da dire.» Fece un respiro
profondo. Cazzo, pensò. «Mi
ritieni così stupido?» disse con
violenza. Min era paralizzata. «Mi
ritenete tutti così stupido?»
«Non ti ritengo uno stupido» rispose
Min con circospezione. «Cosa sta
succedendo?»
«Tutti pensano che io abbia accettato la
scommessa di quello schifoso
di David.» Cal scosse la testa,
riflettendo sull’entità del tradimento
subito. «E lo pensano perché gliel’hai
detto tu. Tutti si sono goduti lo
spettacolo mentre ti prendevi gioco di
me, e io ci sono cascato come
uno stupido.»
«Ma la scommessa esiste» disse Min; le
sue certezze erano
ormai traballanti. «Non ho mai creduto
che fossi uno stupido. Ti
credevo... disgustoso. Però in seguito ho
scoperto che non lo eri, e... Si
può sapere cos’è successo? Sai bene
cosa provo per te. Ti amo. La
scommessa non ha importanza...»
«Non ha importanza?» disse Cal. «Devi
essere proprio stupida.»
«Ehi» disse Min, scura in volto.
«Ascolta, capisco che tu sia sensibile a
questa tematica. Ma cerca di ragionare.
Ti amo, lo sai che ti amo.
Purtroppo non ho tempo di darti retta,
ora...»
«Darmi retta?» Cal serrò la mascella
per evitare di urlarle contro.
L’aveva tradito, eppure la desiderava
ancora, disperatamente.
Chiamatene fuori, pensò. «Be’, non
dovrai più darmi retta. Mai più»
sentenziò.
«Cosa?» disse Min, che subito dopo
annuì con una smorfia rabbiosa.
«Ah. Capisco. Ma certo. è il momento di
scappare. Che bastardo. Hai
avuto ciò che volevi, ti ho detto ‘ti amo’,
il gioco è finito, puoi togliere
il disturbo. Sapevo che sarebbe finita
così. Lo sapevo che sarebbe finita
così.»
«Non stavamo parlando di me» disse
Cal, senza guardarla negli occhi.
«Ma per favore» sbottò Min. «è proprio
di te che dobbiamo parlare. Il
cento percento delle tue storie finisce
con la fuga. Ti stai aggrappando a
qualsiasi scusa per...»
«Ehi» disse Tony, facendoli voltare
entrambi di scatto. Si stagliava
minaccioso sulla soglia, furente come
Cal non l’aveva mai visto. «Non
so di cosa cazzo stiate discutendo, ma
non può essere più importante di
ciò che sta passando quella ragazza
seduta laggiù. Avete tutta la vita per
litigare. Lei ha bisogno di voi ora.»
«Di’ a Min che non ho mai scommesso
con David che avrei
fatto sesso con lei» disse Cal.
Tony guardò Min, esasperato. «Non ha
scommesso.»
«L’ho sentito mentre accettava» rispose
Min. «David ha detto
che avrebbe dovuto portarsi a letto la
ragazza con il vestito a scacchi
entro un mese. Cal ha risposto: Un gioco
da... ragazzi.» Spostò lo
sguardo da Tony a Cal. «Oh.»
«Sono stato io a dire: Un gioco da
ragazzi» dichiarò Tony senza esitare.
«Ho sbagliato. Non mi interessa. Ne
discuterete più avanti. Ora
muovete il culo e venite ad aiutare
Diana. Vostra madre le ha portato
via lo champagne perché è troppo
calorico, e quella dannata damigella
con il vestito verde non vuole smettere
di ridere.»
«Hai ragione» disse Min,
raggiungendolo verso la porta. «Ma non
potremo discuterne più avanti, perché
Calvin ha deciso che è ora di
andare.»
«è uno scherzo, vero?» disse Tony,
guardandoli entrambi con
disprezzo. «Mai visti due ragazzini
come voi.»
«Cosa?» disse Min, fermandosi di
colpo.
«Vuoi un riassunto?» disse Tony. «Tu ti
comporti come un’isterica che
odia gli uomini, e lui è un codardo che
ha paura delle donne.» Guardò
Cal. «Vedi di farla finita, per favore.»
«Andate all’inferno tutti e due» disse
Min tornando da sua sorella,
mentre Cal se la prendeva con Tony.
«Sono tutti uguali» stava dicendo
Nanette quando Min tornò da loro,
ribollendo di rabbia. «Non bisogna mai
fidarsi.» Sottolineò il pensiero
agitando il bicchiere di champagne con
un ampio gesto. «Ti dicono che
ti amano, e poi...»
Min le strappò il bicchiere di mano.
«Tieni» disse, consegnandolo a
Diana. «Stasera ne berremo dodici
bottiglie, quindi è meglio iniziare.»
«Lo sai quante calorie...» provò a
intervenire Nanette.
«Stammi a sentire» le disse Min. «Ora
vai a casa e butti via tutte le
riviste di moda. Devi smettere, di punto
in bianco. è l’unica speranza
che hai di salvarti.»
Nanette la guardò negli occhi, a testa
alta. «Il fatto che tu non voglia
dimagrire non vuol dire che anche Diana
debba diventare grassa.»
«Non sono grassa, mamma» disse Min.
«Ma visto che siamo
sull’argomento, non mangiare per
cinquantacinque anni ti ha forse reso
più felice? Vai a casa e mangia
qualcosa, Cristo santo.» Si guardò
intorno. «Dove sono quelle maledette
confezioni?»
«Ci penso io» disse Roger, scattando
alla ricerca.
«Trovo che sia molto ragionevole» disse
Mesta, rivolgendo a Min un
sorriso esagerato.
«E tu,» le disse Min «va’ a gongolare da
qualche altra parte. Anzi, vai
da Greg. Siete fatti l’uno per l’altra. Un
bastardo egoista e una cagna
bastonata.»
«Non è giusto» rispose Mesta, tornando
al consueto piagnisteo.
«Fuori dai piedi, Mesta» disse Liza.
«Stai ridendo fin da quando hai
smesso di colpire Bieca. Se non vuoi
essere di supporto, abbi il
buongusto di toglierti dai piedi.»
«Be’, almeno non sono Acida» disse
Mesta, levando le tende. «Mi ha
dato dell’acida?» disse Liza, rivolta a
Bonnie.
Min si sedette di fianco a Diana, sulla
sedia lasciata libera da
Mesta.
«Ecco cosa faremo» disse, prendendole
la mano. «Prendiamo
le confezioni di torta, una cassa di
champagne e andiamo a casa mia.»
«Okay» disse Diana, la voce rotta dal
pianto.
«Mangeremo tutta la torta e ci
ubriacheremo» disse Min.
«Oh, Min» disse Nanette. «Ci vorranno
settimane intere per liberarti di
tutte quelle calorie.»
Min guardò sua madre negli occhi.
Diana deve sopportare questa lagna
tutti i giorni, pensò. «E poi,» aggiunse
«visto che avevi una settimana di
ferie per la luna di miele, mi prenderò
una settimana libera anche io e
andremo a vedere delle case.»
Diana smise di piangere. «Delle case?»
«Sì» disse Min. «Voglio comprare una
villetta doppia in stile Arts and
Crafts. Tu verrai a vivere con me.»
«Davvero?» disse Diana, raddrizzando
leggermente la postura.
«Sì» disse Min. «Hai vissuto in quel
penitenziario alimentare fin troppo
a lungo.»
«Che sciocchezza» disse Nanette. «Lei
non andrà da nessuna parte.»
«Però ci saranno delle regole» disse
Min. Diana deglutì e annuì
terrorizzata. «Dovremo avere sempre
una scorta di burro nel frigorifero.
Le colonne sonore dei film di Julia
Roberts sono proibite. E d’ora in
poi» disse guardando verso la porta
dove Cal e Tony stavano
discutendo «usciremo solo con uomini
brutti.»
Diana continuò ad annuire. «Prometto
che mi toglierò di torno tutti i
giovedì sera.»
«Perché?» disse Min, perplessa.
«Per la vostra cena del Se» disse Diana.
In quel momento, Min capì che
la cosa peggiore per sua sorella non era
aver perso Greg, ma aver perso
le sue migliori amiche. Provò a
immaginare come si sarebbe sentita se
Liza e Bonnie l’avessero tradita; di
fronte a uno scenario tanto orribile
le mancò il respiro.
Sarebbe stato come perdere Cal.
«Verrai anche tu» disse Bonnie,
cingendo le spalle di Diana con il
braccio.
«Certo» disse Liza, mentre Roger rientrò
alla base con un vassoio pieno
di piccole confezioni insieme alla cima
della torta nuziale. Liza strappò
lo sposo e la sposa dalla torta,
mettendoli sotto gli occhi di Diana. «Fai
attenzione, piccola Stats. è un momento
storico.» Diana alzò la testa e
vide Liza calpestare violentemente la
statuina dello sposo,
sbriciolandola in una macchia di
polvere zuccherosa. «Ora» sentenziò
«fa ufficialmente parte del passato. E se
Dio esiste, in questo momento
avrà un mal di testa atroce.»
«Direi che puoi contarci» intervenne
Roger. «Ha preso un sacco di
botte.»
«Bene» disse Liza. «Avanti, tutti a casa
di Min per la sbronza.»
Diana guardò Min tra le lacrime. «Mi
presti le pantofole con i
coniglietti?»
«Te le regalo» disse Min, pensando a
Cal in un misto di rabbia e
tristezza.
Si voltò di nuovo verso la porta e lo
vide, immobile con gli occhi fissi
su di lei. Fu solo un attimo, perché Tony
si incamminò verso di loro
ostruendole la visuale con le braccia
larghe. «Bel lavoro sulla torta,
asso. Dovevi ammazzare lo sposo, eh?»
disse a Liza.
«Prova a difenderlo e sei morto» gli
rispose lei. «No, era uno stronzo
anche prima che si tagliasse i capelli»
concluse Tony, provocando una
breve risata di Diana prima che le
lacrime tornassero a sgorgare.
Fuori dalla sala da ballo, Cal si voltò e
Min riuscì a intravedere Cynthie
dietro di lui. Dopo aver confabulato
brevemente, si
allontanarono insieme.
Ma certo. Non rimani a dare una mano
quando la cosa non ti riguarda,
eh? Min se lo tolse rapidamente dalla
testa e tornò a occuparsi di Diana.
«Io sarei un codardo?» aveva detto Cal
a Tony, appena andata via Min.
Era contento di poter finalmente litigare
con qualcuno a cui poteva dare
un pugno.
«è incredibile che tu stia provando a
scappare anche stavolta» disse
Tony. «Che diavolo, Cal. Hai
trentacinque anni, non sei stanco di
queste stronzate?»
«Anche tu hai trentacinque anni» disse
Cal con astio.
«E mai in vita mia ho guardato una
donna come tu guardi Min» rispose
Tony. «Certo, sarei incazzato, perché
quell’atteggiamento da ‘gli
uomini sono dei maiali’ è
insopportabile. Ma glielo direi, non la
pianterei in asso in quel modo. Si può
sapere che ti prende?»
«Non stavamo parlando di me» disse
Cal.
«Cristo» disse Tony, tornando verso la
sala da ballo.
«Dove vai?» disse Cal.
Tony scosse il capo. «Dove ci sono dei
problemi veri. Siamo
tutti lì. Tu invece dove vuoi essere?»
Mentre si allontanava, Cal vide Min
stringere Diana tra le
braccia, mentre Roger teneva un vassoio
di torta in una mano,
accarezzando la schiena di Diana con
l’altra. Liza stava calpestando
qualcosa. Tony si avvicinò al gruppetto
allargando le braccia in
direzione di Diana, che per tutta risposta
accennò un sorriso commosso.
Cal sapeva bene che quello era il
numero preferito di Tony; stava
facendo il clown. Cazzo, pensò. Dovrei
essere lì con loro. Min incrociò
il suo sguardo, e Cal vide
un’espressione rigida e piena di collera
che
gli procurò una fitta. Al diavolo anche
tu. Si
voltò, furioso e disperato, e si trovò di
fronte Cynthie, più adorabile che
mai.
«Stai bene?» gli disse.
«No» disse Cal.
Cynthie sorrise. «Conosco un posto
dove possiamo prenderci
un drink.»
«E quale?» disse Cal.
«Casa mia» rispose Cynthie.
«Andiamo» disse Cal, consapevole che
Min lo stesse
osservando.
Cal aveva trascorso buona parte del
lunedì a macerarsi di
rancore nei confronti di Min, e il
martedì non andò certo meglio. A
peggiorare le cose c’era il fatto che
Cynthie lo aveva chiamato due
volte in due giorni per proporgli di
nuovo quel drink che Cal aveva
rifiutato accompagnandola a casa, e che
tutti i suoi clienti sembravano
di colpo più stupidi, e che i suoi soci lo
guardavano come se avesse
l’hobby di affogare cuccioli appena nati.
Ma la cosa peggiore è che gli
mancava Min. La desiderava tanto da
stare male. La ciliegina sulla torta
di quella giornata perfetta fu una
telefonata di sua madre che gli
chiedeva se stesse di nuovo uscendo con
Cynthie.
«No» rispose Cal. «Non ci vedremo mai
più, quindi smettila di
rompermi le palle con Cynthie.»
«Calvin» disse sua madre, con un tono
che lo avrebbe messo a tacere in
qualunque altro giorno.
«Anzi, sai cosa ti dico,» la incalzò
«visto che sono una tale delusione,
non voglio più vedere neanche te.»
«Calvin?» disse sua madre, in un tono
inedito. «Lasciami in pace» disse
Cal, riagganciando.
Tony si avvicinò alla sua scrivania e
scollegò il telefono. «Questo ti
verrà restituito quando ti deciderai a
chiamarla» disse. «Fino ad allora,
meglio che non parli con nessuno.»
«Non la chiamerò mai più» disse Cal.
«Si è comportata da stronza per
tutta la mia vita. Ho chiuso con lei.»
«Non parlavo di tua madre, imbecille»
disse Tony. «Min.»
«Min si è comportata da stronza per un
mese. Ho chiuso anche con lei»
disse Cal. «Al diavolo tutte e due.»
«Molto maturo» disse Tony, ricordando
il tono di Min.
Roger scosse la testa e tornò al lavoro.
Cal decise di ignorarli entrambi
per dedicarsi alla revisione selvaggia
dei materiali per il seminario.
Tornato a casa, lanciò il soprabito sul
divano, afferrò la bottiglia di
whisky e si bloccò sentendo le note di
She provenire dall’appartamento
vicino.
«Porca puttana» disse, sbattendo il
whisky sul tavolo.
Bussò ferocemente alla porta di Shanna,
ma ad aprirgli venne una
strana donna con i capelli castani, non
molto alta. «Oh» disse.
«Credevo che.... Shanna...»
«Sì, è qui.» La donna gli sorrise in modo
dolce che gli ricordò Min.
Aveva gli stessi occhi grandi sul volto
rotondo. «Shanna?»
Cal spostò lo sguardo su Shanna, di
ritorno dalla cucina con due calici
di vetro rosso.
«Cal!» lo accolse con un sorriso. «Ti
presento Linda. Linda, lui è Cal, il
mio vicino.» Sorrise con felicità
indicando lo stereo. «Musica da primo
appuntamento.»
«Oh» disse Cal, facendo un passo
indietro. «Accidenti, mi dispiace...»
«Elvis è fantastico, non trovi?» disse
Linda.
«Già» disse Cal. «Sono contento per te,
Shan. Ci vediamo.»
«Rimani per un drink» disse Shanna,
lasciando al suo sguardo il
compito di intimargli: Fuori dai piedi.
«Non posso» disse Cal. «Devo...»
Indicò il suo appartamento con un
movimento del capo, incapace di
pensare a una qualunque occupazione
che non fosse ribollire di rabbia.
«C’è Min?» disse Shanna, appoggiando
i calici sul bancone. «Magari
più tardi potremmo...»
«No» disse Cal, sentendo riaffiorare la
rabbia. «Min non c’è.»
Shanna si bloccò, leggendo nei suoi
occhi l’intera storia. «Oh, no. Cosa
hai combinato?»
«Stranamente nulla» disse Cal. «Perché
dai per scontato che...»
«Non mi interessa» disse Shanna.
«Convincila a tornare da te.» «è
finita» disse Cal.
«Non è finita» disse Shanna. «Sarebbe
una perdita grave,
stavolta.»
«Non stavamo parlando di me» disse
Cal.
«Invece sì» disse Shanna. «Ora ne
stiamo parlando. Cosa è
successo?»
Cal scosse la testa. «No. Non è una
storia interessante.» Fece
un cenno verso Linda. «è stato un
piacere.» Si voltò per andarsene, ma
Shanna lo trattenne per la camicia e lo
trascinò con forza all’interno
dell’appartamento.
«Siediti e dimmi tutto» gli ordinò.
«Altrimenti ti seguo fin dentro casa
tua e non ti mollo finché non vuoti il
sacco.»
Quindici minuti dopo, Shanna tirò le
conclusioni. «Be’, è una gara a chi
è più stupido.»
«Ehi» disse Cal.
«Siete pazzamente innamorati l’uno
dell’altra e continuate a
traccheggiare. Hai idea di quanto sia
raro il sentimento che c’è tra voi?»
«Cristo, lo spero» disse Cal. «Non
vorrei mai che ci fosse un’epidemia
di questa assurdità.»
«Smettila» disse Shanna. «Tu vuoi
tornare con lei.»
«Perché dovrei...»
«Smettila!» disse Shanna. «Tu vuoi
tornare con lei.»
Cal rimase in silenzio sul divano. I
ricordi di Min, che per due
giorni aveva provato a cancellare, si
ripresentarono all’improvviso.
Poggiò la testa tra le mani. «Cristo,
voglio tornare con lei. Questo
dimostra che sono davvero stupido.»
«Ma santo cielo, chiamala» disse
Shanna. «Dille che ti dispiace.»
Cal alzò la testa di scatto. «Ehi, sono io
la vittima, qui.»
«Ma certo» disse Shanna. «E questa
consapevolezza ti fa stare bene,
vero? Chiamala. Dille che vuoi vederla
domani sera. Porta una buona
bottiglia di vino, dille che la ami,
risolvete questo falso problema e
vivete felici e contenti.»
«Perché domani?» disse Cal, confuso.
«Se devo chiedere scusa per
qualcosa che non ho fatto, posso anche
andare da lei ora...» «Perché
domani avrai già perso la scommessa»
disse Shanna.
«La scommessa che non ho fatto» disse
Cal.
Linda si allontanò da lui sul divano.
«Non urlare» disse Shanna. «Non ha
importanza. L’hai colpita
dove sul suo punto debole.» «Ma che...»
«Non è bellissima» lo interruppe
Shanna. «Non è magra. Sa bene che
chiunque ti veda con lei si domanderà
come ha fatto ad
averti.»
«Ma non è vero» disse Cal. «Lei è
fantastica.»
«Esatto» disse Shanna. «Noi lo
sappiamo, ma c’è tanta gente
che non lo sa. E credo che l’elenco
comprenda il suo ex ragazzo che
l’ha piantata e poi ti ha proposto la
scommessa.»
«Ahi» disse Linda.
«Poi arrivi tu, perfetto e meraviglioso, e
le fai credere che la ami...»
«La amo davvero, maledizione» disse
Cal.
«Però si scopre che hai accettato una
scommessa...»
Cal si alzò in piedi. «Non ho accettato la
scommessa...»
«Per portarla fuori a cena» proseguì
Shanna. Cal si sedette. «Così lei ha
pensato che tu stessi cercando di
portartela a letto
per vincere una scommessa. E alla fine,
quando la situazione si è fatta
complicata, invece di rimanere al suo
fianco te ne sei andato in
compagnia della tua bellissima ex
ragazza.»
«Molto male» disse Linda.
«Al diavolo.» Cal rifugiò di nuovo la
testa tra le mani. «Come ho fatto
a cascarci? Come ho potuto lasciarmi
raggirare da quello stronzo di
David Fisk? è proprio vero che sono
stupido.»
«Solo questa volta» disse Shanna. «Si
risolverà tutto. Devi solo perdere
la scommessa. Non mi sembra grave; ci
rimetterai solo un po’
d’orgoglio e dieci dollari.»
«Diecimila» disse Cal.
«Wow» disse Linda, tirandosi su.
«Meglio della tv via cavo.» «Hai
scommesso di portarti a letto Min per
diecimila dollari?»
disse Shanna, incredula.
Cal alzò gli occhi al soffitto. «Ma
perché nessuno mi ascolta?» «Non ha
accettato la scommessa» disse Linda,
rivolta a
Shanna.
«Grazie» disse Cal.
«Ormai tutti sanno della scommessa»
disse Shanna. «è valida,
almeno nella testa di parecchie persone.
E se vai a letto con lei prima...
quando scade il tempo per la
scommessa?»
«Domani sera alle nove. Nove e mezzo.
Non lo so» disse Cal,
sforzandosi di ricordare quando avesse
accettato. Quando non avesse
accettato. Cristo, ormai ne era convinto
anche lui.
«Lei vale i diecimila dollari?»
«Certo che sì» disse Cal.
«Be’, ecco la tua risposta. Chiamala e
dille che vi vedrete dopo
che tu avrai perso la scommessa.»
Shanna incrociò le braccia sul petto,
implacabile. «Sarà meglio che non mi
costringa a farlo al posto tuo.»
«Fallo» disse Linda. «è romantico in un
modo molto perverso.»
«Grazie» le disse Cal. «E con questo,
penso che andrò a casa.» Si alzò e
uscì, ignorando il grido di Shanna:
«Cal.»
Shanna si sbagliava, disse Cal tra sé e
sé, versandosi un altro Scotch.
Eppure non ne era convinto. Chiuse gli
occhi, pensando a Min e
cercando di tenere a mente che non c’era
nulla di vero. Nella testa però
risuonava quel suo ‘ti amo’, e Cal
sapeva che era la verità.
«Cazzo» esclamò sentendo suonare il
campanello. Aprì la porta con
violenza, pronto a stendere Shanna al
primo accenno di Min.
Sulla porta trovò Cynthie, sexy come
non mai nel suo top incrociato blu
e gonna corta nera. Quando lo vide, alzò
la testa di scatto agitando i
lucenti capelli neri. «So che sei
arrabbiato» disse dolcemente. «Ma non
credo che dovresti stare da solo.»
«Sto bene» rispose Cal, mentre Cynthie
faceva un passo verso
di lui.
«Non è vero» disse. «è stata una brutta
botta.» Gli mostrò una
bottiglia di whisky. «Avanti, parliamone.
Ti farà stare meglio.»
Farà tutto ciò che voglio, pensò Cal. E il
mondo è pieno di
donne come lei. A cosa mi serve Min?
Cynthie gli sorrise, adorabile,
accogliente. «Allora, posso
entrare?»
«No» rispose Cal. «Devo fare una
telefonata.»
15
Quando Cynthie gli disse: Posso
aspettare, Cal si ricordò delle
parole usate da Min: Impari a
conoscerci, e poi te ne vai. Il sorriso di
Cynthie era lì in attesa, più chiaro che
mai. Maledizione, pensò Cal.
Scosse la testa. «Mi dispiace.
Recentemente qualcuno mi ha fatto
capire
meglio il modo in cui mi sono
comportato con te. Mi dispiace. Non
volevo ferirti, non ho mai voluto ferire
nessuno. Ma al tempo stesso
non ho mai voluto sposarti.»
Cynthie fece un respiro profondo e
annuì. «Lo capisco. Posso
aspettare...»
«C’è un’altra persona» disse Cal, il più
delicatamente possibile. «Mi
spiace, ma sono innamorato di un’altra
persona.»
Cynthie trasalì. «No. Tu ami me.»
«Non ho mai detto nulla del genere. Lo
sai bene.»
«Però mi ami lo stesso.» Serrò la presa
sulla bottiglia. «Non ne
sei consapevole, ma è così. Siamo
perfetti l’uno per l’altra.»
Cal chiuse gli occhi. Non ce la faceva a
sopportare la vista di
tanta disperazione.
«è Min» disse Cynthie. «So che si tratta
di Min. Sono certa che
sia una brava donna, ma non è me.»
«Lo so» disse Cal. «è proprio questo il
punto.» Una piega di
dolore si formò sul volto di Cynthie.
«Mi spiace, Cyn.»
Le chiuse la porta in faccia,
appoggiandovi le spalle per un lungo
istante, in cui cercò di non pensare al
male che le aveva fatto.
Non riusciva a pensare a nessuno.
Nessuno tranne Min.
Trova una soluzione, si disse. Iniziò a
spremersi le meningi.
Mentre Shanna faceva la ramanzina a
Cal, Liza guardò Min e disse: «è
davvero ottimo.» Stava inforcando
l’ultimo fungo imbevuto di salsa al
Marsala, ed entrambe erano sedute al
tavolo nel salotto di Min.
«Spiegami di nuovo perché siamo qui.»
«Perché abbiamo sempre mangiato pollo
al Marsala il martedì sera»
disse Min, consumando il suo pasto
senza entusiasmo mentre Elvis le
passeggiava tra le caviglie, in fervente
attesa degli avanzi. «Sto
cercando di annebbiare
quell’associazione nel mio cervello.»
«Una soluzione molto pratica» disse
Liza. «Se non fosse che sei
disperata; mi sembra che non ci sia al
mondo abbastanza nebbia per
ottenere il tuo scopo, tesoro.»
«Posso avere il burro, per favore?»
disse Diana, affondando una mano
nel cestino del pane per estrarne un’altra
ciabatta di Emilio.
Bonnie le avvicinò il piattino del burro.
«Vi siete sentiti?» chiese a
Min.
«Certo che no» disse Min, rifugiandosi
nella sua rabbia per non pensare
alla telefonata che aspettava da due
giorni. «è arrabbiato con me.
Incredibile, no? Lui che si arrabbia con
me. Sono stata io ad accettare la
scommessa? Noooo. Eppure lui è...»
«Per favore, basta così» disse Liza.
«Sono due giorni che vomiti
rancore. Ammettilo: quell’uomo non ha
tutti i torti.»
Min poggiò la forchetta sul tavolo.
Diana smise di imburrare il pane.
«Ha assolutamente tutti i torti» sbottò
Min. «Tutto questo casino
dipende dai suoi torti. Cos’è, ora sei
dalla sua parte? Non bastava
Bonnie che cerca di convincermi di
quelle stupidaggini sulle fiabe. Ora
ti ci metti anche...»
«Non sono stupidaggini» disse Bonnie.
«Hai avuto la tua fiaba.
Hai avuto il bel principe che ti amava.
Ha funzionato.»
«Non ha funzionato affatto» disse Min,
sbattendo una mano sul tavolo.
«Ha fatto una scenata e mi ha piantato.
Con la fortuna che mi ritrovo,
naturalmente mi è capitato un principe
isterico. Anzi, non era neanche
un principe. Ecco perché non credo a
quelle
stupidaggini. Non credo nelle fiabe,
okay?»
«Non ha importanza» disse Bonnie,
imperturbabile. «è la fiaba
a credere in te.»
Min si rivolse a Liza. «Dille qualcosa.»
Liza appoggiò un gomito sul tavolo. «Ha
ragione lei.»
Min si afflosciò sulla sedia. «Oh, santo
cielo. Se non fossimo nel
mio appartamento, me ne andrei.»
«Guarda la situazione dal suo punto di
vista» disse Liza. «Ha
rifiutato la scommessa. Ha provato a non
frequentarti, ma ha dovuto
cedere perché è pazzo di te, mentre tu
continuavi a baciarlo e poi
mandarlo in bianco. è stato paziente, si è
lavorato i tuoi genitori, è stato
carino con le tue amiche, ha trovato la
palla con la neve perfetta, ti ha
insegnato a cucinare, ti ha regalato
perfino un gatto, dio santo. E poi ha
scoperto che mentre faceva tutto ciò, tu
lo stavi soltanto prendendo in
giro.»
«Non è vero» disse Min, ma la sua
rabbia era notevolmente diminuita.
«è davvero un tesoro» disse Diana,
leccandosi pezzetti di burro dalle
labbra.
«Liza ha ragione» disse Bonnie. «Sai
quanto è stato difficile il periodo
della scuola per quei tre ragazzi. Il
pensiero di essere stupidi è stato un
trauma per loro. E tu hai colpito Cal là
dove era più vulnerabile. Di
fronte ai suoi amici, di fronte a Cynthie,
di fronte a David.»
«Cavolo» disse Min, flebilmente. Tentò
di far riaffiorare la collera per
la scommessa, ma dopo due giorni di
sfogo non ne aveva proprio più.
«Lo so che l’arrabbiatura è necessaria
per superare il dolore» disse
Liza. «Per me è lo stesso. Ma se vuoi
riaverlo, devi superarla. Se non
c’è stata nessuna scommessa...»
«Non c’è stata» disse Min, affranta. «Su
questo gli credo.»
«In questo caso, lui ti ha dato tutto e tu
non gli hai dato nulla.» «Sei
troppo dura» disse Bonnie a Liza.
«Perché non gli hai chiesto della
scommessa?» disse Liza. «L’ho fatto»
rispose Min.
«Gli hai detto: Hai per caso scommesso
con David che saresti
riuscito a portarmi a letto entro un
mese?»
«No» disse Min, evitando il suo
sguardo. «Gli ho chiesto se
c’era qualcosa che mi stesse tenendo
nascosto.»
Bonnie annuì. «E lui cosa ha risposto?»
Min si abbandonò sullo schienale della
sedia. «Ha confessato
una serie di cose che non avevano nulla
a che fare con la scommessa.»
«Immagino il divertimento» disse Liza.
«Perché non gliel’hai chiesto
esplicitamente?»
Min poggiò la testa tra le mani.
«Avevo paura, va bene? La gente non fa
altro che dire ‘se avessero
parlato dei problemi, tutto si sarebbe
risolto’. Be’, scommetto che
quella stessa gente non parla mai dei
loro problemi. è facile a dirsi, ma
è un rischio enorme.» Guardò Liza negli
occhi. «Ero certa che avesse
scommesso. Ero lì mentre ne parlavano.
Ma poi...» Si interruppe per
deglutire. «Sapevo di avere soltanto un
mese, e volevo trascorrerlo con
lui.» Scosse il capo. «Non tutti
affrontano la vita lancia in resta, come
fai tu.»
«Be’, dovrebbero» disse Liza. «Hai
commesso un errore.
Quindi ora dovrai supplicare.»
«Cosa?» disse Bonnie, mentre Min
guardava Liza a bocca
aperta. Diana, in disparte, scrutava la
scena affascinata.
Liza si alzò dal tavolo, prese il telefono
di Min e glielo consegnò.
«Chiamalo. Digli che avevi torto e lui
aveva ragione, e
che farai qualunque cosa per farti
perdonare.»
Min deglutì. «Tu mi stai chiedendo di
supplicare?»
«Sì» disse Liza. «Non ti permetterò di
perderlo per colpa del
tuo stupido orgoglio. Chiamalo e offrigli
qualunque cosa, purché torni
da te.»
Min girò gli occhi verso Bonnie, che
annuì.
Fissò il display del telefono. Se avesse
chiamato Cal, almeno avrebbe
potuto sentire la sua voce. Aveva
raggiunto livelli davvero patetici.
«Patetica» ribadì ad alta voce.
«Soltanto se te lo lasci scappare» disse
Liza. «Per una volta nella vita,
fa’ qualcosa di irrazionale e spericolato.
Chiamalo.»
Min rimase immobile, paralizzata dalla
paura. Poi fece un respiro
profondo e alzò il telefono.
Cal stava perfezionando il suo discorso
dal titolo Perché non ci
vediamo per cena, domani? quando il
telefono squillò. Gli bastò sentire
il saluto esitante di Min per dimenticarsi
ogni battuta.
«Ciao» disse, piombando a peso morto
sul divano.
«Non dire nulla» esordì Min,
accumulando parole frettolosamente.
«Fammi parlare. Ho sbagliato a non dirti
che sapevo della scommessa.
Ho sbagliato a non fidarmi di te. Tutto
ciò che hai detto al matrimonio
era vero. è colpa mia. Voglio che torni
da me. Voglio che stiamo
insieme. Ti amo e ho bisogno di...»
Il cervello di Cal era annebbiato dal
sollievo.
«Voglio vederti, ora» proseguì Min.
Cristo, sì, pensò Cal prima di
realizzare il vero aspetto drammatico
della questione. «Ora?» disse,
guardando l’orologio. Ventisei ore prima
del termine della scommessa.
Dille di sì, pensò. Non le importa più
della scommessa. L’ha detto lei.
Poi si ricordò delle sue parole al
matrimonio, e del suo tono mentre le
pronunciava.
«è stato terribile dirti di no per tutto
questo tempo.» Ormai Min
farfugliava con il pilota automatico. «Se
non ti senti pronto, non è un
problema. Voglio solo vederti. Sono due
giorni che non ti vedo, mi
manchi così tanto. Posso venire a casa
tua? Solo per parlare. Oppure
per... fare altre cose. Me ne vengono in
mente parecchie. Nel caso non
volessi solo parlare. Altre cose
andrebbero bene per me. Oppure no.
Come preferisci.»
Altre cose andrebbero benissimo per
me, pensò Cal, scuotendo il capo
per schiarirsi le idee.
«Sono in ginocchio» disse Min, facendo
uno sforzo sovrumano per
ammantare la voce di positività. «E non
in senso buono. Posso passare
a trovarti?»
«No» disse Cal. «Verrò io. Più avanti.»
Deglutì. «Domani. Alle nove e
mezzo. Domani sera alle nove e mezzo.»
«Non ora?» disse Min. La voce stava
per cedere.
«No» disse Cal. «No. Nove e mezzo.
Domani. Penso io alla cena.»
«Posso cucinare anche adesso» disse
Min. «Preparo la cena. Inizio
subito.»
«Porterò io la cena. Domani» disse Cal,
pensando: Cristo, che stupido.
«Va bene, come vuoi.» Min esitò per un
attimo, poi aggiunse:
«Ma io ho fame ora.»
«Domani, nove e mezzo, casa tua» disse
Cal, serrando i denti. «Okay»
disse Min. «Vada per domani sera.»
Poco prima di
salutarlo, non riuscì a trattenersi: «Stai
vedendo Cynthie?»
«Cristo, no» disse Cal, lanciando
un’occhiata colpevole verso la
porta.
«Siete andati via insieme. E David
sostiene che siete tornati a
frequentarvi. Altrimenti non te l’avrei
chiesto. In fondo non sono affari
miei.»
«Sono affari tuoi» disse Cal. «E David è
un idiota. Devi smettere di
parlargli.»
«Ci sto provando» disse Min.
Cal sentì la tensione trasformarsi in una
più maneggevole rabbia. «Cosa
intendi con ‘ci sto provando’?»
«Continua a chiamarmi. Per qualche
motivo misterioso tutta questa
storia lo ha convinto che dovremmo
sposarci.»
«Si sbaglia» sbottò Cal.
«Lo so» disse Min, non badando più a
tenere sotto controllo la voce.
«Il tuo telefono ha l’identificazione di
chiamata. Smetti di
rispondergli.»
«Guarda che non sono del tutto stupida.»
«Non sei affatto stupida,» disse Cal
«nonostante il tuo comportamento
nell’ultimo mese.» Fece una
smorfia.Stupido. Stupido.
«Ehi, sei stato tu ad accettare la
scommessa.»
«Non ho...»
«La seconda. Quella sulla cena. Io ho
sbagliato, ma non ho
intenzione di scontarla per il resto della
mia vita. Anche tu hai le tue
colpe. Hai accettato la scommessa sulla
cena.»
Come previsto, pensò Cal. Aveva
ragione Shanna, maledizione. «Non
che io pensi che tu possa restare con me
per il resto della
mia vita» disse Min, di nuovo esitante.
«Domani sera» ripeté Cal.
Poi riagganciò, prima che uno dei due
dicesse qualcosa di
ancora più stupido. Era ragionevolmente
certo di aver fatto la cosa
giusta. Cristo, devo essere in un film di
Doris Day, pensò. Uscì per
andare a dire a Shanna che aveva
seguito il suo consiglio.
«Ti amo» disse Min sconsolata alla
cornetta vuota.
«Cosa è successo?» disse Liza. «Cosa
c’entravano Cynthie e David? Ti
avevo detto di chiedergli scusa in
ginocchio, non di litigare.»
Min lasciò il telefono e prese in braccio
Elvis per consolarsi. «Non
vuole vedermi fino a domani.»
«Strano» disse Liza. «Se offrissi del
sesso a Tony in quel modo, me lo
troverei sulla porta prima di poter
riagganciare.»
«Non gli ho offerto sesso, per la verità»
disse Min.
«Ma dài» dissero Liza e Bonnie
all’unisono. Perfino Diana annuì
dicendo: «Sì che l’hai fatto.»
«Potreste lasciarmi un briciolo di
dignità, per favore?» disse Min.
«Quel bastardo ha rifiutato perfino il
sesso.»
«Non ha rifiutato» disse Bonnie,
accarezzandole la mano. «Ha soltanto
rimandato a domani.» Aggrottò la fronte.
«Non lo capisco.»
«Raccontaci cosa ha detto» la incalzò
Liza.
«Ha detto che sarebbe venuto qui
domani alle nove e mezzo, e che
avrebbe portato la cena. Come se avessi
voglia di mangiare.» Min tirò
su col naso. «Odio questa situazione. è
stata una
sciocchezza.»
«Perché proprio le nove e mezzo di
domani sera?» disse Liza.
«Cosa succede domani? è un mercoledì
come gli altri.»
«è l’anniversario di quando Roger e io
ci siamo conosciuti» disse
Bonnie. «Ordinerà dello champagne, poi
mi abborderà al
bancone allo stesso modo di quattro
settimane fa. A quel punto mi
chiederà di sposarlo.»
«Tenero» disse Min.
«Ecco cos’è» disse Liza, folgorata.
«Domani sera saranno passate
quattro settimane dalla scommessa di
David.»
«Cal non ha accettato la scommessa»
sbottò Min. «Sono stufa di
parlarne. Non ha...»
«Ma tutti ne sono convinti» disse Liza.
«Se tu cedi prima della
scadenza, vincerà lui. E lui adora
vincere. Vince sempre. Vive per la
vittoria.»
«Non ti seguo» disse Min.
«Vuole perdere la scommessa di
proposito» disse Liza. «Perché?» Min
si alzò in piedi, mentre Elvis balzò
verso il
pavimento. «Perché, in nome del
cielo...»
«A suo modo, è un gesto galante» disse
Bonnie.
«è anche una forma di controllo» disse
Liza, con una nota di
disprezzo. «Vuole decidere lui. Cos’era
successo alle nove e mezzo?»
Min scrollò le spalle, confusa. «Siamo
arrivati al ristorante poco prima
delle dieci, quindi a quell’ora stavamo
probabilmente uscendo dal
locale.»
Liza annuì. «Vuole conservare un
margine di sicurezza.» Poi aggrottò
la fronte. «Più del necessario, però. Ha
detto che porterà la cena. Poi ci
sarà una fase di preliminari. Ci vorrà
del tempo per
portarti...»
«Per quanto mi riguarda, possiamo
anche farlo sulla soglia»
disse Min.
Diana prese un altro pezzo di pane.
«Domani sera andrò al
cinema. Ti servirà un po’ di privacy, ma
non ho intenzione di tornare a
casa mia. La mamma è ancora furiosa
perché mi sono trasferita qui. è
convinta che tu mi faccia mangiare
carboidrati.» Diede un morso alla
focaccia, e Min non riuscì a trattenere
una risata. Poi si fece seria e
valutò la situazione.
Cosa sarebbe accaduto se Cal avesse
perso la scommessa? Si trattava di
dieci dollari. Poteva permetterselo.
«No» disse. «Non voglio essere la
sua scommessa persa; non voglio che la
nostra storia inizi così. Domani
sera vincerà la sua scommessa, e sarà
molto felice di farlo.»
«Perché domani?» disse Liza.
«Perché ho bisogno di una camicia da
notte molto sexy» disse Min. «E
di un’iniezione di coraggio. E di un
piano.»
«Spiegati» disse Liza. Min si chinò
verso di lei e iniziarono a discutere.
«Che diavolo sta succedendo?» disse
David la sera seguente, dopo aver
chiamato Cynthie. «Avevi detto che quel
litigio durante il matrimonio
sarebbe stato l’ultima goccia.»
«Abbiamo perso» disse Cynthie, con
voce stanca. «La ama a tal punto
da perdonarla.»
«Ho appena parlato con Min» disse
David, rivivendo l’esperienza nella
sua mente in modo dettagliato. «Mi ha
detto che intende assicurarsi che
Cal vinca, e che dovrei preparare il
libretto degli assegni. Sembrava che
fosse arrabbiata con me.»
«David, è finita» disse Cynthie.
«Possiamo solo aspettare che
l’infatuazione si esaurisca e tornino
entrambi in sé.»
«Tra sei mesi o un anno? Non intendo
aspettare che Cal
Morrisey faccia i suoi comodi.» David
pensò a Cal con odio. Le aveva
fatto un tale lavaggio del cervello che
Min credeva davvero che Cal
avrebbe rinunciato ai soldi della
scommessa. Magari era riuscito
perfino a far sì che fosse lei a insistere
perché vincesse. Magari... David
si sedette. «Un momento. E se Min
scoprisse che Cal vuole ingannarla?
Potrebbe averla convinta a fare sesso
con lui con l’inganno, per vincere
la scommessa.»
«No» disse Cynthie, sfibrata. «è finita,
David.»
«Non è finita» disse David. «La
scommessa termina a mezzanotte.
Cosa succederebbe se i suoi parenti e i
suoi amici ne venissero
informati?»
«è finita, David» disse Cynthie.
«Io non sono finito» disse David.
«Vincerò io.»
Alle otto, Cal era pronto per partire alla
volta
dell’appartamento di Min. Aveva una
bottiglia di vino, una confezione
di ciambelle Krispy Kreme e un’ora e
mezzo di tempo da buttare. La
tensione sessuale lo stava uccidendo
quando squillò il telefono.
«Cal» disse Diana. «Devi correre subito
qui. Min è nei guai.»
«Ma che...» fece in tempo a dire Cal
prima di ritrovarsi a parlare con
una linea vuota. «Okay» si disse,
dirigendosi verso casa di Min, non
senza qualche sospetto.
Quando bussò alla porta, Diana venne
ad aprire. «Grazie a Dio sei qui»
disse, trascinandolo oltre la soglia. Poi
uscì dalla porta, sbattendola alle
sue spalle.
«Ma che succede?» Cal si voltò e vide
Min, vestita di un soprabito nero
molto corto, appoggiata alla porta.
Aveva quel
riflesso negli occhi. «Ma guarda un po’»
disse Cal, simulando
un’arrabbiatura. «Hai mai sentito la
storia dell’attuaria che gridava ‘al
lupo, al lupo’?»
«Sì» disse Min. «Il lupo l’ha mangiata.»
Gli sorrise maliziosamente,
facendogli schizzare la frequenza
cardiaca alle stelle. «Ci sono delle
novità, Casanova. Non perderai nessuna
scommessa, stasera.»
«Invece sì» disse Cal, rifugiandosi al
riparo del divano mentre Elvis
sorvegliava il tutto con aria di
disapprovazione. «Se facciamo sesso
ora,
verrà un giorno in cui staremo
discutendo della bolletta del gas, e tu
dirai: L’unico motivo per cui sei uscito
con me è stata quella
scommessa. Non voglio pagarne le
conseguenze per tutta la vita quando
mi basterà aspettare un’ora e mezzo.»
Lanciò un’occhiata all’orologio
sulla mensola del caminetto. «Ottanta
minuti.»
«Tutta la vita, eh?» disse Min.
«Sì, Minerva, tutta la vita. Pensi
davvero che avrei sopportato questo
mese d’inferno solo per il miraggio del
sesso?»
Min rimase perplessa. «Be’... Sì.»
Cal ci pensò su. «Okay, forse hai
ragione.»
«Ti ho già detto che non indosso
biancheria intima?» Provò a
raggiungerlo girando intorno al divano,
ma Cal si tenne a distanza
usandolo come scudo.
«Lo fai per torturarmi, vero?» disse.
«No, lo faccio per portarti a letto» disse
Min. «La tortura è un
divertimento in più.»
«Min» disse Cal.
«No» disse Min. «Non voglio ricordarti
una scommessa persa per tutta
la vita. E poi sono stanca di sentirmi
dire che non so
correre rischi. Ecco il mio rischio. Sei
tu.» Estrasse una banconota dalla
tasca del soprabito. «Dieci dollari che
riesco ad averti nudo e dentro di
me prima delle nove e mezzo.»
La testa di Cal iniziò a girare. Quando
riuscì a riprendere il controllo,
Min aveva sbattuto i dieci dollari sul
tavolino vicino al divano.
«Che ne dici, spaccone?» lo incalzò
Min. «Stai al gioco oppure vuoi
fare la femminuccia?»
Min sorrideva, e nei suoi occhi c’erano
passione e amore. A Cal venne
da ridere. «Min, stiamo parlando di
ottanta minuti, non di un mese.
Credi davvero che non possa resistere?»
«Esatto» disse Min, con le mani sui
fianchi.
Cal estrasse una banconota dal
portafoglio, camminò solenne verso il
tavolino e la schiaffò sopra quella di
Min. «Ci sto» disse, assicurandosi
che il tavolino facesse da scudo tra loro
due. «Vediamo cosa sai fare,
Minnie.»
Min si slacciò il soprabito, lasciando
cadere la cintura sul divano. Si
svestì rivelando una camicia da notte di
pizzo nero senza spalline. Agli
occhi di Cal, non c’era nulla che la
tenesse su. «So che sarebbe stato
meglio essere nuda» disse Min,
dondolando sui tacchi e facendo
ondeggiare tutto. «Non sono ancora così
sicura di me.»
«Per la verità,» disse Cal, con sguardo
rapito «nei prossimi ottanta
minuti riuscirò a pensare soltanto a
come strappartela di dosso, quindi
potrebbe non essere stata una cattiva
idea.» Guardò il bordo superiore
della camicia da notte, dove il pizzo
aderiva alla pelle. «Non sembra
difficile da sfilare.»
Min inserì il dito sotto il bordo del
tessuto, facendolo tendere. «è
elastico. Uno strattone e...»
«Non per i prossimi ottanta minuti.»
Fissò l’orologio. «Settantasette.
Ma vorrei mettere in chiaro che, allo
scadere del tempo, sarai mia.»
«Certo» disse Min, annuendo.
«Bene, allora» disse Cal. «Hai letto
qualcosa di interessante,
ultimamente?»
«No» disse Min, riprendendo la marcia
intorno al tavolo. «Non riesco a
leggere nulla, perché penso sempre a
te.»
Cal arretrò verso il lato opposto del
divano. «Dev’essere noioso.»
«No, nei miei pensieri fai sempre
qualcosa di molto intrigante» disse
Min, senza fermarsi.
Cal fece un giro completo. «Sai, non
sono poi così bravo a letto.»
Min cambiò direzione all’improvviso,
cogliendolo di sorpresa e
afferrandolo per la camicia. «Non è un
problema. Io sono fantastica.»
Lo spinse sul divano, mettendosi a
cavalcioni sopra di lui. Cal era
bloccato dal suo peso gentile. Dovrei
fare qualcosa, pensò. Eppure non
riusciva a toglierle le mani di dosso,
sentendo il suo corpo pulsare sotto
il tessuto della camicia da notte. «Mi
hanno detto che la mia bocca fa
miracoli» sussurrò Min, chinandosi su di
lui. Cal chiuse gli occhi
quando sentì il suo seno premergli
dolcemente contro il petto.
Min lo baciò ardentemente, e Cal strinse
la presa su di lei. «Cristo,
quanto mi sei mancata» le disse.
«Anche tu mi sei mancato» rispose Min.
Non stava più giocando. «Non
voglio mai più stare senza di te.»
«Non accadrà» disse Cal. «Non ti
lascerò più sola. Mai più.»
«Grazie.» Min si risollevò e fece un
respiro profondo, mentre Cal la
osservava bramoso. «C’è una cosa che
devo dirti.»
Le mani di Cal si spostarono sul suo
fondoschiena, avvicinandola a lui.
Era proprio vero. Niente biancheria.
«Parla lentamente.» Si chinò su di
lei per baciarle il collo, decidendo
invece di morderlo dolcemente.
Min sentì un brivido percorrerla.
«Ricordi quando ti ho detto: Non
spezzarmi il cuore? Ho cambiato idea.
Puoi spezzarlo.»
«Ehi» disse Cal, stringendola più forte.
«Non ho...»
«Non importa, perché ti amerò lo
stesso» disse Min. «Ti amavo quando
pensavo che avessi accettato la
scommessa, ti amavo quando credevo ti
stessi prendendo gioco di me, ti amavo
mentre litigavamo per strada, ti
amavo perfino quando al matrimonio sei
andato via con Cynthie, brutto
bastardo...»
«L’ho soltanto accompagnata a casa»
disse Cal, allarmato. «Giuro su
dio, non...»
«Non ha importanza» disse Min. «è
quello che sto cercando di dirti.
Non importa nulla di ciò che dici o fai.
Ti amerò per l’eternità.»
Cal la guardò, sbalordito.
«Lo so» disse Min. «Non è
politicamente corretto. Ma mi sembrava
giusto farti sapere che non potrai
rovinare questa storia in alcun modo.»
«Ah, no?» disse Cal, desideroso di
crederle.
«No» disse Min. «Il che non vuol dire
che non mi sentirai gridare
quando sarò arrabbiata. Urlerò e
sbatterò qualche porta. Ma rimarrò
all’interno di qualunque porta che verrà
sbattuta. Sarò tua per sempre.»
Cal rimase senza fiato. Poggiò la fronte
sulla spalla di Min e
disse: «Dio, quanto ti amo.»
Min sospirò. «Bene, perché c’è
qualcos’altro che devo dirti.» Cal annuì,
ancora rapito.
Min deglutì. «Il fatto è che sarò larga.
Fianchi, cosce...»
«Non per un’altra settantina di...»
mormorò Cal, cercando di
non pensarci.
«...Vita» disse Min, prima di fermarsi.
«Cosa? Settantina? Non
fino ai quaranta, forse. Credo di riuscire
a resistere fino ad allora. Ma
poi...»
«Cosa?» disse Cal.
«Diventerò grassa» disse Min,
incrociando il suo sguardo perplesso.
«Okay, diventerò più grassa.» Lo guardò
male. «Di cosa pensavi stessi
parlando?»
«Una nota per il futuro» disse Cal,
iniziando a ridere. «Se sei seduta
sopra di me, mezza nuda, e mi dici di
essere larga...»
«No» disse Min, cercando di
divincolarsi ma ritrovandosi rovesciata
sul
divano, eccitata sotto di lui. «Non direi
mai una cosa del genere» si
giustificò. «Troppo volgare.»
«A me piaceva» disse Cal, baciandola.
«Ciò che sto tentando di dire» riprese
Min alla fine del bacio «è che
diventerò una di quelle vecchie signore
un po’ abbondanti. è il mio
DNA. Sono come il lievito. Mi
espanderò.»
«Proprio ciò che ci vuole per me» disse
Cal. «Perché io diventerò uno
di quei vecchi signori arrapati a cui
piace inseguire le signore
abbondanti intorno al divano.»
«Dico sul serio» si lamentò Min con un
sorriso, aprendo le labbra
morbide per lui.
«Anche io» disse Cal. «Credi che mi
importi di quanto pesi?
Maledizione, donna. Mi hai dato della
bestia, dell’animale, del
diavolo e del vile seduttore. La tua
migliore amica mi ha riempito di
botte in tre diverse occasioni...»
«Tu mi hai colpito in un occhio» disse
Min.
«E tu mi hai preso a male parole in
pubblico, eppure sono ancora qui.
Se credi che ti basterà diventare più
soffice per liberarti di me...»
«Gli uomini si eccitano con la vista»
disse Min.
«Già.» Cal infilò il dito sotto il bordo
elastico della camicia da notte.
«Ecco perché mi piace tanto questo
affare che non indossi. Ma voglio
riservarmi il diritto di strapparti di
dosso anche quella tua tuta, prima o
poi.» Smise di sorridere, cercando di
darle ciò che lei aveva dato a lui.
«Soltanto te, Minnie. è l’unica cosa che
voglio. Non desidero altro che
passare il resto della mia vita con te.»
«Oh.» Min si avvicinò a lui, ma Cal si
ricordò della scommessa e si
ritrasse con enorme dispiacere.
«Dalle nove e mezzo in poi.» Guardò
l’orologio. «Settanta minuti. Cosa
possiamo fare per settanta minuti,
Minnie? Giochiamo a Scarabeo?»
«Userei soltanto parole sconce» disse
Min.
«Certo, tipo ‘larga’» disse Cal, ridendo.
Min alzò gli occhi al soffitto. «Vedi?
Neanche questo importa.
Ti amo lo stesso.»
«La mia parte preferita» disse Cal.
«Allora, cos’altro mi
racconti?»
«Credevo che la tua parte preferita
fosse: Sì, puoi farmi tutto
ciò che vuoi.» Si alzò a sedere sul
divano e lo tirò a sé. Cal cambiò
posizione per farle spazio, sentendo
qualcosa premergli contro il fianco.
Mentre Min lo riempiva di baci sul
collo, Cal ignorò i brividi ed
estrasse dalle pieghe del divano la
cintura del soprabito di Min,
prendendola per la fibbia. «Ahi» disse
quando Min gli diede un morso e
lo fissò con aria sorniona.
«Rassegnati, campione. Vincerai la
scommessa con David e perderai
quella con me» gli disse. «Vedila così:
chiuderai in pareggio.»
Cal la guardò negli occhi.
Ha ragione, pensò. Poi guardò la cintura
che aveva in mano. «Confermi
che mi amerai comunque, qualunque
cosa faccia?»
«Sì» disse Min.
«Bene.» La spinse sul divano e le tenne
ferme le braccia sopra la testa.
«Mi piace esercitare il controllo,
Minnie.»
«Lo so.» Min gli lanciò un sorriso. «Non
credo sarà un problema.»
Cal le diede un bacio, approfittando
della sua distrazione per farle
passare la cintura intorno ai polsi.
«Ehi» protestò Min, interrompendo il
bacio. Ma Cal aveva già fissato le
estremità della cintura al bracciolo del
divano.
Quando Min riuscì ad alzare la testa per
guardare cosa era accaduto ai
suoi polsi, Cal stava già facendo il
nodo. «Un gioco un po’ perverso,
Calvin.»
«Non direi» rispose Cal, alzandosi in
piedi. «Sai, stavo per portarti una
dozzina di ciambelle, ma tu hai pensato
bene di chiamare ‘al lupo, al
lupo’, e ora ci ritroviamo senza
ciambelle. Però voglio perdonarti, in
virtù del nostro bel rapporto.» Si
diresse in cucina. «Allora, di cosa vuoi
parlare per...» Tirò fuori il collo per
guardare l’orologio. «Sessantasette
minuti?»
«Cal» disse Min.
Il sacchetto verde e bianco sul ripiano
della cucina aveva un aspetto
familiare. «Krispy Kreme» disse. «Le
grandi menti giungono
alle stesse conclusioni.» Portò il
sacchetto in salotto. «E così, Minnie,
mi hai torturato per un mese intero.
Tanto bella da farmi stare male
ogni volta che ti vedevo. Mi hai fatto
diventare pazzo di desiderio.» Si
soffermò a guardarla, legata al divano.
«Lo sono ancora, a quanto
pare.»
«Okay, ti chiedo scusa» disse Min,
cercando di divincolarsi.
«Ora è il tuo turno.» Si sedette di fronte
a lei. «Tocca a te essere
torturata.»
Min smise di divincolarsi. «Interessante.
Cosa hai intenzione di farmi?»
Cal estrasse una ciambella dal
sacchetto.
«La mangerò sotto ai tuoi occhi» disse,
affondando il primo morso.
David scese in strada per usare il
telefono a gettoni, dal momento che
ormai quasi tutti gli apparecchi avevano
l’identificazione della
chiamata. Fece il numero dei genitori di
Min. «C’è una cosa che
dovreste sapere» disse di getto dopo il
primo squillo, ma fu interrotto
dalla segreteria telefonica. Non era un
problema; rientravano sempre a
casa prima delle nove. C’era tutto il
tempo. Dopo il segnale acustico,
riprese il discorso. «C’è una cosa che
dovreste sapere. Calvin Morrisey
vuole sedurre vostra figlia per vincere
una scommessa. Si trova a casa
sua proprio in questo momento.»
Riagganciò, ripensando a ciò che
aveva appena fatto. Continuava a
sembrargli un piano perfetto.
Animato da un certo compiacimento,
afferrò l’elenco del telefono
legato all’apparecchio e cercò il numero
dei Morrisey.
Min provò a segnalare il suo disappunto
guardandolo di traverso, ma
quel bastardo le rispose con un ghigno,
desiderabile come non mai
mentre finiva di mangiare la seconda
ciambella.
Lentamente.
«Se ti stai chiedendo perché non sono
mai venuta a letto con
te,» disse Min «il motivo è che
percepivo questo tuo lato sadico.»
Cercò di assumere una posizione più
comoda, e notò la sua mascella
serrarsi. Ma guarda, pensò. Si spostò di
nuovo.
«è da un po’ che non vedo Elvis» disse
Cal, senza toglierle gli occhi di
dosso. «Dev’essere uscito dalla finestra.
Cosa dicono le statistiche sui
gatti a piede libero?»
«Sai» disse Min, provando nuove
strategie. «Comincio ad avere paura.
C’è uno sconosciuto nel mio
appartamento, e io sono legata al
divano.
Sono terrorizzata.» Provò a tingere la
propria voce di paura, ma era
imbrattata di desiderio.
«Strano. A vederti, sembri solo
incazzata.» Prese il telecomando. «Tv?»
Min strinse i denti. «La gente finisce in
galera, per cose del genere.»
«Soltanto se si fa arrestare. Di solito io
guardo la CNN, a quest’ora.»
Abbassò gli occhi su di lei. «Certo, di
solito non ho qualcosa di meglio
da guardare. Hai un corpo fantastico.»
«Oh, per favore» disse Min. «Capisco
che tu sia affamato di sesso,
ma...»
«Gli uomini comprano delle riviste, per
guardare un seno come il tuo»
disse Cal. «Io me ne ritrovo uno legato
al divano.» Lanciò il
telecomando sul tavolino. «Di colpo
laCNN ha perso ogni attrattiva.»
«Se riesco a liberarmi da qui» disse
Min a denti serrati «non lo rivedrai
mai più. Avanti, slegami.»
«Il tuo ragionamento non fila» disse Cal.
«Riprova.» «Calvin...»
«Riesci anche soltanto a immaginare»
disse Cal con nonchalance
«quanto sia difficile per me non saltarti
addosso?»
«Appunto. Slegami e andiamo» disse
Min, riacquistando un po’ di
spirito.
«Quarantacinque minuti» disse Cal. «Di
cosa vuoi parlare?»
Okay, si disse Min. Cerca di ragionare.
Sei in una posizione dominante,
nonostante tu sia legata al divano. Lui ti
vuole. E può averti. Gli serve
soltanto un piccolo incoraggiamento. «Ti
ho sempre desiderato» disse,
rilassandosi sul cuscino.
«Certo» disse Cal, scegliendo un’altra
ciambella. «Per questo
continuavi a scappare?»
«Scappavo per via della scommessa»
disse Min. «Ricordi quel picnic
nel parco? L’unica cosa che volevo era
sdraiarti sulla panchina,
strapparti la camicia e morderti
dappertutto.»
Cal si bloccò, con la ciambella sospesa
vicino alla bocca.
«Chiudevo gli occhi e ti immaginavo
nudo, su di me, mentre mi facevi
di tutto.» Cal si fece indietro sulla sedia.
Min insistette. «Specialmente
sul seno. Ho un seno molto sensibile,
sai? Potrei venire anche solo
immaginando la tua bocca su...»
«Sei scorretta» disse Cal.
«Ah, sì?» disse Min, cercando di tirarsi
su. «Sono legata al divano.
Questo non è scorretto?»
«Sì» disse Cal. «Uno dei tanti motivi
per cui mi piace.»
Cal rimase a guardarla, godendosi la sua
frustrazione. Poi si alzò in
piedi e andò a sedersi al suo fianco.
Grattò via un po’ di glassa al
cioccolato dalla ciambella. «Hai idea di
quante fantasie mi sono fatto
pensando al tuo corpo?» Percorse la
curva del suo seno con il dito,
lasciando una traccia di cioccolato sotto
il tessuto di pizzo. Min
trattenne il respiro. «Questa non era
nell’elenco» disse
Cal. «Un’imperdonabile dimenticanza.»
«Appiccicoso» disse Min,
momentaneamente incapace di
formulare frasi compiute.
«Non è un problema» disse Cal,
avvicinando la bocca al suo
corpo. «Lo togliamo subito.»
«Pervertito» disse Min, chiudendo gli
occhi mentre la sua lingua
la toccava.
«Già» disse lui, scostando la camicia da
notte. «Però ti piace.» «Oh»
disse Min.
Cal rialzò la testa per guardarla negli
occhi. «Vuoi che mi
fermi?» disse. Min sentì la sua mano che
le accarezzava il seno,
insinuandosi sulla pelle calda sotto il
tessuto.
«Voglio tutto ciò che hai» disse Min.
Guardò i suoi occhi farsi più scuri
mentre serrava la presa su di lei.
«Slegami.»
«No» disse Cal.
Min sollevò il busto, ma Cal la spinse
giù, respirando più velocemente.
Si chinò di nuovo su di lei, scoprendole
il seno. Al contatto con la sua
bocca Min si inarcò, invasa dal piacere
in ogni terminazione nervosa.
Cal alzò la testa per accompagnare il
suo movimento, e i due sguardi si
incrociarono mentre respiravano
profondamente. Min fece appena in
tempo ad accorgersi di avere il seno
scoperto quando Cal la spogliò di
ciò che rimaneva della camicia da notte,
lasciandola nuda fino alla vita.
«Ehi» disse Min, provando
istintivamente a coprirsi senza ricordare
di
essere legata.
«Dio, quanto sei bella» disse Cal, gli
occhi ancora fissi sul suo seno.
Min diede uno strattone alla cintura,
divisa tra imbarazzo e desiderio.
Quando Cal le chiuse entrambe le mani
sui seni, il desiderio vinse. Con
gli occhi chiusi si abbandonò al calore
della sua bocca su di lei, sentì il
suo corpo serrarsi e tremare, si strinse a
lui e pregò che non si fermasse.
I Morrisey non erano sull’elenco, quindi
David telefonò a Cynthie. «Mi
serve il numero dei genitori di Cal.»
«Perché?» disse Cynthie, freddamente.
«Non importa il motivo» disse David.
«Ciò che importa è che Cal
andrebbe su tutte le furie se sapesse che
mi hai spiegato come
provocarlo, domenica. Dammi quel
numero, altrimenti gli dico tutto.»
Ci fu un lungo silenzio, poi Cynthie si
allontanò dalla cornetta. Quando
tornò al telefono, gli diede ciò che
cercava.
«Grazie» disse David. Riagganciò e
compose subito il numero. Dopo
l’ultimo squillo, partì con: «C’è
qualcosa che dovreste sapere.» La
segreteria telefonica lo fermò. Tutto ciò
è ridicolo, disse tra sé e sé. Al
segnale acustico, riprese: «C’è qualcosa
che dovreste sapere. Vostro
figlio sta tentando di sedurre una donna
per vincere una scommessa. Si
chiama Min Dobbs, è una persona
polemica e vendicativa.»
Completò il messaggio lasciando loro
l’indirizzo dell’appartamento di
Min, poi riagganciò.
Niente male, si disse, sollevando di
nuovo la cornetta. Si sentiva
davvero bene. Perché avrebbe vinto lui.
Quindici minuti più tardi, Cal stava
raccogliendo quanto restava della
terza ciambella, e Min cercava di
ricordare il suo nome.
«Ma cosa stai facendo?» gli disse.
«Mi sto gestendo» disse Cal, un po’
affaticato. Diede un morso alla
ciambella. «Ho pensato» disse dopo
aver deglutito «che tenendo
occupata la bocca con questa, non potrò
usarla su di te.» Guardò
l’orologio. «Manca ancora mezz’ora.
Non hai comprato abbastanza
ciambelle.»
«Potresti almeno rivestirmi?» disse Min,
sentendo affiorare l’imbarazzo
là dove l’impeto di desiderio andava
calmandosi.
«No.» Cal finì la ciambella. «Credo che
dovresti restare in topless per
sempre.»
«Questo sì che renderebbe le cose più
vivaci al lavoro» disse Min,
ricordandosi di non essere affatto
vivace. «Intendevo...»
«Non in pubblico, scema» disse Cal.
«Soltanto a casa. Dobbiamo
includerlo nelle promesse di
matrimonio. Potresti promettere di
amarmi, rispettarmi ed essere nuda dalla
vita in su ogni sera.»
«Matrimonio?» disse Min, tentando
inutilmente di alzarsi.
«Be’, certo. Matrimonio» disse Cal,
osservandola con interesse. «Credi
che legherei qualcuno al divano se non
avessi intenzioni serie?»
«Non me l’hai chiesto» disse Min, in un
inutile duello con la cintura.
«Vuoi sposarmi?» disse Cal, con gli
occhi sul suo seno.
«No» disse Min, pervasa da sentimenti
amorosi e omicidi al tempo
stesso.
«Capisco» disse Cal. «Fra qualche
decennio, quando Harry ti chiederà
di raccontargli com’è andata, non vorrai
rispondere: Mi ha legato al
divano e mi ha strappato la camicia da
notte, poi mi ha cosparso il seno
di cioccolato e mi ha chiesto di sposarlo
dopo averlo leccato via.»
Diede un altro morso alla ciambella.
«Voglio solo fare l’amore, lasciarci alle
spalle questa stupida
scommessa e cominciare una relazione
vera. Anche se dopo stasera non
ne sono più così sicura.» Diede un altro
strattone alla cintura.
«Potremmo aver fatto qualche passo
indietro.»
«No» disse Cal, insopportabilmente
calmo. «Abbiamo deciso che
niente avrebbe potuto rovinare questa
relazione. è un po’ perverso, ma è
un tratto di noi che mi piace molto.»
«Sei tu quello perverso» disse Min. «Io
sono del tutto normale. Ora
slegami e scopami a sangue.»
Cal rimase interdetto per un attimo.
Prendimi, pensò Min. Invece diede
un altro morso alla ciambella, lasciando
Min a sbuffare per la
frustrazione.
«Forse sto sfamando la bocca sbagliata»
disse Cal, strappando un
pezzetto di ciambella. «Apri.»
«Senti, non...» disse Min, ma Cal ne
approfittò per far scivolare il
boccone tra le sue labbra. La sensazione
zuccherosa la invase. «Oh»
disse, lasciando che il cioccolato
sciogliesse i suoi sensi.
«L’obiettivo della mia vita è di metterti
quell’espressione sul volto
senza usare il cioccolato» disse Cal.
«Obiettivo già raggiunto» disse Min,
deglutendo. «Il problema è che
quando lo fai, non mi stai guardando in
faccia.»
«Ma davvero?» Cal le prese il seno tra
le mani e iniziò a toccarla con il
pollice. Min si irrigidì ma stavolta,
quando aprì gli occhi, si accorse che
Cal la stava guardando. Arrossì per
l’imbarazzo e per il desiderio.
«Accidenti, avevi ragione» disse Cal,
avvicinandosi per baciarla. Min
dimenticò l’imbarazzo e sollevò la testa
per facilitare il contatto con la
sua bocca, sospirando a ogni suo tocco.
«Slegami» sussurrò. Cal guardò oltre le
sue spalle.
«No. Ancora mezz’ora.» Fece scendere
la mano fino alla sua caviglia.
«Credo che stavolta inizierò dalle dita
dei piedi. Non ho grande
esperienza con le dita dei piedi, quindi
sarà una novità.»
«Vuoi succhiarmi le dita dei piedi per
mezz’ora?» chiese Min, scettica.
«Inizierò dai piedi» disse Cal. «E mi
farò strada verso l’alto.» «L’alto?»
disse Min.
«Fra circa quindici minuti sarai libera
da ciò che resta della
camicia da notte.»
«Con le luci accese?» disse Min,
preoccupata. Cal si piegò
verso i suoi piedi ridendo.
David compose il numero di Diana in
ossequio alla teoria
secondo cui, dopo gli avvenimenti di
domenica, quella donna avrebbe
volentieri sbranato ogni esponente del
sesso maschile, specialmente
quello che stava per far soffrire a sua
sorella. Dopo il primo squillo,
esordì con il consueto ‘C’è una cosa che
dovresti sapere’, venendo
bloccato dall’ennesima segreteria
telefonica. «Ma non c’è nessuno che
rimane a casa il mercoledì sera?»
sbottò. Fece in tempo a riprendersi
prima del segnale acustico, e disse:
«C’è una cosa che dovresti sapere.
In questo preciso istante Calvin
Morrisey sta provando a sedurre tua
sorella per vincere una scommessa.»
Riagganciò pensando all’ultima
chiamata che avrebbe dovuto fare. La
più pericolosa.
Sarà del tutto anonima, si disse. Non lo
saprà mai.
Ciononostante, decise di rientrare
nell’appartamento per un drink
preventivo.
Alle nove meno un quarto, dopo averla
toccata in ogni punto a lei
conosciuto, e in qualcuno sconosciuto,
Cal slegò Min dal
divano.
Appena si rialzò, Min lo colpì sul
braccio. «Non farlo mai più.» «Ahi»
fece in tempo a dire Cal, prima che Min
lo spingesse giù
e gli saltasse sopra, baciandolo
avidamente e stringendosi sul suo
corpo.
Quando riemerse per riprendere fiato,
gli diede un altro schiaffo sulla
spalla. «Dico sul serio, mai più» lo
ammonì prima di tuffarsi
nuovamente sulla sua bocca. Un minuto
più tardi rialzò la testa,
respirando affannosamente, e lo colpì
ancora. «Mai più nella vita.»
«Davvero?» disse Cal, anche lui senza
fiato. Min lanciò un’occhiata al
bracciolo del divano, da cui penzolava
ancora la cintura, e sentì un
brivido.
«Be’, non in salotto» rispose. «E non
così a lungo, né con tutte queste
luci...»
Cal la rovesciò sul divano, premendola
contro l’imbottitura. «Quando
lo faremo di nuovo» le disse con le mani
su di lei «sarà dove vorrò io,
quando vorrò io, e forse anche con le
luci accese.»
«Non credo proprio» disse Min, ma Cal
la baciò ancora. Tutto ciò che
vuoi, pensò rispondendo al bacio.
«Tutto ciò che voglio» le sussurrò
all’orecchio.
«Okay» rispose Min. «Ora posso
averti?»
«Quasi» disse Cal, respirandole sul
collo. «Quindici...»
«Sai qual è la mia fantasia preferita?»
gli sussurrò Min,
facendolo gemere. «Tu che entri in me.»
La mano di Cal si strinse su di
lei; Min continuò. «Adoro quella parte
del sesso, la prima parte, le
sensazioni che dà. E con te saranno le
più belle, perché tutto con te è
stato più bello, il modo in cui mi tocchi,
il modo in cui mi baci. Ecco
perché so che...»
Cal la travolse con un bacio,
spingendola contro la superficie
morbida del divano, privandola della
voce e del respiro. Quando si
fermò, le disse: «Sta’ zitta, mancano
ancora quindici minuti.» Poi si
fece strada lungo il suo corpo con la
lingua.
«Oh» mormorò Min, travolta dal
turbinio di ogni sua terminazione
nervosa. «Cosa hai intenzione di fare
per quindici minuti?» gli chiese,
un attimo prima che Cal le desse un
morso sulla coscia, allargandola
con la mano.
«Mio Dio» disse Min, mentre la sua
lingua la penetrava. «Perderò i
dieci dollari.»
Il telefono cellulare di Liza squillò nel
trambusto della cucina di
Emilio. Tony lo recuperò dalla borsa e
lo consegnò a Liza, senza mai
mollare la presa sulla forchettata di
spaghetti.
«Sicuro che non stiamo uscendo
insieme?» gli chiese Liza, prendendo il
telefono. «Ti ho sempre tra i piedi.»
«Vengo sempre qui a mangiare» disse
Tony, aggiungendo un altro giro
di spaghetti sulla forchetta. «Da prima di
te.»
«Giusto» disse Liza, rispondendo alla
chiamata. «Pronto?»
«Liza?» disse una voce maschile. «C’è
una cosa che dovresti sapere.
Cal Morrisey si sta prendendo gioco di
Min per vincere la scommessa.»
«Cosa?» disse Liza. «Ma chi parla?»
«La scommessa termina a mezzanotte»
disse la voce, con una nota di
autocompiacimento che suonava
familiare. «E ha tutte le intenzioni di
vincere.»
«David?» disse Liza.
La chiamata fu interrotta, lasciando Liza
a parlare con un segnale di
linea.
«David?» disse Tony, sollevando la
testa dai suoi spaghetti. «Emilio»
urlò Liza, per farsi sentire tra i rumori
della cucina. «Mi
prendo una pausa.»
«Oh, no» disse Tony.
«Rimani pure a mangiare la tua pasta»
disse Liza, dirigendosi
verso l’ingresso.
«Al diavolo» disse Tony, poggiando la
forchetta sul tavolo e
andandole dietro.
16
Min era sconvolta, tanto da tremare. In
quel momento, Cal le
passò le dita tra i capelli, girandole la
testa fino a farle notare l’orologio
sulla mensola del caminetto. «Sono le
21:35» disse, con la voce roca.
«Ho perso la scommessa. è andata.»
«Abbiamo sprecato cinque minuti?»
disse Min, selvaggiamente.
«Non mi sembra che ti stessi
lamentando» disse Cal, poggiando la
testa
sul suo stomaco.
«Portami a letto, oppure facciamolo qui
sul divano» disse Min,
respirando affannosamente. «Ti
desidero. Ora.»
«Ti sposo di sicuro» disse Cal,
sollevandola dal divano e trascinandola
verso la camera da letto.
Min lo seguì cercando di mantenere
l’equilibrio. Cal la riversò sulla
trapunta di raso, lasciandola in balìa del
contatto elettrico con il freddo
tessuto mentre cercava un preservativo.
Poi si distese al suo fianco,
premendo con passione contro il suo
corpo. Min chiuse gli occhi per
godersi quel momento, la sensazione
dura dei suoi muscoli e le sue ossa
contro di lei. «Sbrigati» disse, sentendo
immediatamente le sue mani
raggiungerla, scivolare su di lei,
sfiancare ogni sua terminazione
nervosa. Quando fu con le dita dentro di
lei, Min si abbandonò a un
fremito; quando sentì il suo corpo tra le
cosce, inarcò il bacino per
accoglierlo, impaziente. Lo guardò con
gli occhi pieni di passione,
pazza di lui. Cal la baciò, facendo
scivolare la lingua tra le sue labbra
ed entrando in lei, senza sforzo.
Ansimando, Min si aggrappò a lui
mentre il suo impeto la pervadeva.
Quando Cal si ritrasse, e poi rientrò più
a fondo, Min si morse le labbra
stremata dal piacere. Sentiva il calore
farsi materia dentro
di lei, iniziando a muoversi con lui,
trovando un ritmo comune. Il
pensiero della sua perfezione, della loro
perfezione, le faceva girare la
testa. Mentre si muoveva dentro di lei,
Cal le sussurrava all’orecchio
che l’amava, che era stupenda, che gli
apparteneva, ancora e ancora.
Min era sopraffatta da quelle sensazioni,
dalle sue mani, dal suo corpo,
dalla sua voce e dal suo respiro: tutto
contribuiva a ubriacarla di amore
e desiderio. La lingua di Min percorreva
le labbra di Cal, e poi gli
diceva che lo amava, sempre per
sempre, senza fine, e lo sentiva
crescere nel suo sangue, lo sentiva
dappertutto, nelle dita, all’interno
degli occhi, e nel profondo
dell’intreccio tra i loro corpi, dove la
pressione, la passione e la tensione si
legavano insieme, strette tra le
stelle e i bagliori, fondendosi in una luce
accecante come null’altro
prima. Il movimento di Cal si fece più
alto e più forte. Min gli conficcò
le unghie nella pelle, urlandone il nome
tra le spinte fino a raggiungere
il culmine, inarcando il busto sotto
quelle mani che cercavano di tenerla
ferma, dimenandosi senza tregua sotto i
suoi colpi. Poi, ancora
aggrappata a lui, ancora in preda a
quell’estasi dilaniante, anche Cal
cedette con un brivido e collassò tra le
sue braccia.
«Mio dio» disse Min, una volta
riacquistata la facoltà di parola.
«Piaciuto?» disse Cal, senza fiato. Min
annuì.
«Molto. Spettacolare. Fenomenale.»
Fece un respiro profondo,
nel tentativo di smettere di ansimare; poi
gli prese la mano e la poggiò
sul suo seno, dove doveva stare. La
coprì con la sua e fece pressione,
sospirando ancora. «Dio, quanto ti
amo.»
«Bene» disse Cal, esausto. «Anch’io ti
amo. Mi spiace non aver avuto
tempo di discutere dei tuoi desideri.»
«Desideravo questo» disse Min, tra un
respiro e l’altro.
«L’hai avuto» disse Cal, notando il suo
orologio mentre ruotava
la testa. «Cristo.»
Min alzò gli occhi verso la sua spalliera
di ottone, lasciandosi
andare a un sospiro straordinario.
«Credo che in futuro dovresti legarmi
a questa spalliera.»
«Giusto per la cronaca,» disse Cal «di
solito ho un’autonomia superiore
ai sette minuti.» Lasciò cadere la testa di
nuovo sul cuscino. «Anche se
c’è da dire che i preliminari di solito
non durano un mese.» Fece un
respiro profondo. «Avanti, dimmi quali
sono le statistiche riguardo alla
durata media dei preliminari.»
«Non durano mai abbastanza» disse
Min. «Tu sei un’eccezione.
Ripensandoci, forse legherò te alla
spalliera. E sarò io a occuparmi
della glassa di cioccolato.»
Cal chiuse gli occhi. «Grazie. Mi
piacerebbe. Prepariamo una lista.
Faremo tutto. Magari non stasera. In
futuro.»
Min si rannicchiò su di lui, mentre il
battito cardiaco cominciava a
rallentare. «Sono così felice. Sono pazza
di te, e sono felice.»
Cal ruotò su sé stesso e la baciò. Min si
adagiò su di lui, al caldo, al
sicuro, soddisfatta.
«Ti amo» disse lui, e Min non fece in
tempo a muovere la bocca per
rispondere che qualcuno bussò alla
porta.
«Cosa diavolo...» disse Cal.
«La mia porta?» disse Min.
«Diana avrà dimenticato le chiavi?» Cal
si mise a sedere. «Ahi.
Sei una donna atletica, Minerva.»
«Non direi» disse Min, interrotta dallo
squillo del telefono. «A
scuola non andavo mai oltre il sei, in
ginnastica.»
«Ti davano da fare gli esercizi
sbagliati.» Le diede una pacca sul
fianco e recuperò i pantaloni. «Tu
rispondi al telefono. Io penso alla
porta. Ci rivediamo qui. Rimani nuda.»
Cal si abbottonò frettolosamente la
camicia, cercando di tenere a mente
che maltrattare una futura cognata non
era una bella cosa. Quando aprì
la porta, fu quasi lieto di trovarsi di
fronte David. Quella testa di cazzo
poteva essere maltrattato a piacimento.
«C’è Min?» disse David, con tono di
superiorità.
«Sì. Vattene.» Cal fece per chiudere la
porta, poi si ricordò. «Hai vinto.
Domattina ti spedisco un assegno. Ora
fuori di qui.»
«Non credo proprio.» David si mise di
traverso sulla soglia. «Devo
vedere Min.»
«David?» disse Min, alle loro spalle.
Voltandosi, Cal rimase senza
fiato.
Era avvolta nella trapunta blu e viola, ed
Elvis era rintanato tra le sue
caviglie, ma le spalle erano scoperte e
aveva un aspetto stropicciato e
confuso, con i riccioli dorati in
disordine, le guance rosse come quelle
di una bambola, le labbra turgide in
fiamme. Sono stato io, pensò Cal.
Tornò a desiderarla tanto da fare un
passo verso di lei.
«Mio dio» disse David, a bocca aperta.
«è mia» disse Cal. «Vattene.»
«Hai vinto tu» disse David,
consegnandogli un assegno. «Cosa?»
Cal lo
guardò perplesso. «No.»
«La scommessa terminava a mezzanotte»
disse David, con gli
occhi ancora fissi su Min. «Ti
rimangono ancora più di due ore.»
Sorrise a Min. «Sembra proprio che
Calvin il Grande sia anche Calvin
il Veloce.»
«Santo cielo» disse Cal. Elvis soffiò in
direzione di David,
costringendolo ad arretrare.
«Terminava a mezzanotte?» La voce di
Min raggiunse toni troppo alti
mentre camminava verso di loro,
inciampando sui lembi
della trapunta.
Minerva, cos’hai in mente? Cal la scrutò
con interesse e
rinnovata lussuria.
«Certo.» David guardò Cal con un
sorriso trionfante. «Le
scommesse terminano sempre a
mezzanotte.»
Min tirò la trapunta verso l’alto,
coprendosi meglio. «Vorresti
dirmi» chiese con voce tremante «che
Calha vinto la scommessa?»
«Sì, senza dubbio» disse David,
compiaciuto.
«Oh, be’... Grazie» disse Min, tornando
alla sua voce normale e
strappandogli l’assegno dalle mani.
«Non dico di no a dieci dollari.»
«Come?» disse David, non più
compiaciuto.
Min sorrise gioiosa a Cal. «Lo so, è
stato Cal a vincerli,» disse «ma
abbiamo una regola non scritta secondo
cui mi spettano tutti i soldi che
vince su di me. Sto ammassando una
bella quantità di spiccioli,
quindi...» Quando notò la cifra riportata
sull’assegno, rischiò di lasciar
cadere la trapunta. «Oh, mio dio.»
«Non proprio dieci dollari» disse Cal,
sostenendo la trapunta prima che
crollasse.
Min lo guardò sbigottita. «Hai
scommesso diecimila dollari che saresti
riuscito a portarmi a letto?»
«No» rispose Cal. «Credo che mi farò
stampare una maglietta che dice
‘Non ho accettato quella scommessa’.»
«Diecimila dollari» ripeté Min,
controllando l’assegno. «Se me l’avessi
detto la prima sera, avremmo fatto a
metà e sarei venuta a letto con te
immediatamente.»
«Davvero?» disse Cal. «No» disse Min.
«Immaginavo.» Cal prese l’assegno e lo
restituì a David. «Puoi andare,
ora.»
«Cos’è quella?» disse David, indicando
il divano.
Cal si voltò e vide la cintura di Min
penzolare dal bracciolo. «Mi ha
legata al divano» disse Min,
gentilmente. «Poi mi ha
strappato la camicia da notte, mi ha
cosparso di cioccolato e lo ha
leccato. è stato terribile.» Si lasciò
andare a un ghigno. «Se ti decidi ad
andartene, possiamo rifarlo.» Guardò
Cal. «Non abbiamo finito le
ciambelle, vero?»
«Anche se fosse, farei una corsa a
prenderne delle altre» disse Cal.
«’Corsa’ è la parola chiave.»
David era atterrito. «Non è...»
Min aspettò.
«Non è da te» concluse.
«Non lo era» disse Min. «Ora lo è.»
«Ma...» provò a dire David, prima che
Nanette e George lo
travolgessero sulla soglia, piombando
nella stanza.
«Fantastico» disse Cal, sentendo
evaporare ogni tipo di
desiderio non appena George posò gli
occhi su di lui.
«Ero venuta per avvertirti» disse Min,
serrando la presa sulla trapunta.
«David ha chiamato Diana, e Diana ha
chiamato me per avvertirmi che
aveva probabilmente fatto lo stesso con
altre
persone.»
«Tu» disse George, avvicinandosi a Cal.
Min gli si parò davanti. «Mi
sembra una reazione esagerata» disse a
suo padre.
«Non mi è mai piaciuto il tuo
appartamento, cara» disse
Nanette, guardandosi intorno. Poi notò la
confezione verde e bianca
aperta sul tavolo. «Ciambelle?»
«Dovevi nutrirmi di cocaina» disse Min
a Cal. «A quanto
dicono, fa dimagrire.»
George non accennava a mollare la
presa. «Min. Secondo
David, quest’uomo avrebbe puntato dei
soldi sul...»
«No» disse Min. «è stato David a
proporre quella scommessa,
ma Cal ha rifiutato. Prenditela con
David.»
«E questo cos’è, allora?» George
strappò l’assegno dalle mani
di Cal. «è di...» Notò la cifra.
«Diecimila dollari.» Alzò gli occhi su
Cal. «Non sei soltanto una persona
immorale, sei anche spregiudicato
nella gestione dei soldi.»
«Non ho accettato la scommessa» disse
Cal. «Ma nessuno mi crederà
mai.»
«Io ti credo» disse Min, sorridendogli.
«Al diavolo tutti gli altri, allora» disse
Cal, stringendosi a lei. George
assunse una posa minacciosa. «Minerva,
rivestiti e vieni
immediatamente a casa.»
«Papà, ho trentatré anni» disse Min.
«No.» Riprese l’assegno
dalle sue mani. «Torna a casa. E portati
dietro anche...»
«Calvin» risuonò perentoria una voce
dal pianerottolo.
Cal oltrepassò George con lo sguardo e
trovò sua madre sulla
soglia. «Oh. Strepitoso.» Si rivolse a
Min. «è sempre stata la mia
fantasia proibita. Fare finalmente
l’amore con la donna dei miei sogni, e
trovarmi mia madre tra i piedi subito
dopo.»
«Be’» disse Min, cercando di non
perdere il controllo della trapunta.
«Non è una vera festa se qualcuno non
porta il ghiaccio.»
«Mi scusi» disse Nanette, spingendo via
George. «Lei è Lynne
Morrisey, vero?»
Lynne la guardò come se facesse parte
della servitù.
Nanette le offrì la mano. «Sono la madre
di Min, Nanette. è un vero
piacere conoscerla.»
«Salve» disse Lynne, senza stringerle la
mano. Poi si voltò verso Cal.
«Calvin.»
«Ciao, mamma» disse Cal. «Questa è la
donna con cui passerò il resto
della mia vita. Se non ti sta bene,
trascorreremo la terza domenica di
ogni mese ascoltando Elvis in qualche
diner. Decidi tu.»
Lynne lo guardò gelidamente per un
lungo istante. In quel momento
arrivò anche Cynthie, bianca come un
lenzuolo. «Cynthie?» disse Cal.
«L’ho chiamata io» disse Lynne. «Mi
sembrava che..»
«No» disse Cal, rivolto a entrambe.
«Non vorrai sostenere sul serio che...»
provò a dire Lynne. «Cerca di
non forzarlo» disse Cynthie, a bassa
voce. «Sono
venuta per avvertirti. è infatuazione. Ma
passerà. Diamogli tempo.» Cal
scosse il capo e trascinò Min verso il
divano, alla larga da
quel gruppo di svitati.
«Glielo faccio vedere io il tempo» disse
George, ancora
contrariato. «Glielo faccio vedere a quel
bastardo...»
«Ah, gli farai vedere, eh?» sbottò
Nanette. «Come se tu non
fossi peggiore di lui.»
«Cosa?» disse George.
Min si rannicchiò sul divano vicino a
Cal, intrecciando le dita
alle sue. «E così ti devo dieci dollari
per avermi fatto aspettare fino alle
21:30.»
«Già» disse Cal, stringendole la mano.
«Purtroppo li ho vinti su una
scommessa che riguardava te, quindi
finirai per rubarmi anche quelli.»
«So benissimo cosa stai facendo» disse
Nanette a George, furiosa.
«Sto... urlando contro quel bastardo che
ha sedotto mia figlia» disse
George, perdendo il filo.
«So cosa fai durante le tue pause
pranzo» puntualizzò Nanette con
occhio omicida.
«Be’, mangio» disse George, perplesso.
«Sì, ma con chi?» sbraitò Nanette. Min,
imbarazzatissima, si lasciò
andare: «Mio dio, mamma.» Lynne
osservava la scena sprezzante,
mentre Cynthie aveva già gli occhi
chiusi e David era un misto di
frustrazione, confusione e rabbia pura. In
quel momento, sulla soglia
comparvero Tony e Liza, già furiosa con
tutti i presenti.
«Cosa diavolo sta succedendo?» disse.
«Tony» esclamò Cal con voce
infastidita.
«Per la cronaca,» disse Tony «io ho
provato a fermarla.» «Perché non
hai chiuso la porta a chiave? Chi ha fatto
entrare
questa gente?» disse Liza, rivolta a Min.
«L’avevo chiusa» disse Min. «è stato
Cal ad aprire. Prenditela
con lui.»
«Colpiscimi direttamente» disse Cal.
«Così risparmiamo
tempo.»
«Si può sapere a cosa ti riferisci?» disse
George a Nanette, con
il volto paonazzo.
«I tuoi pranzi» disse Nanette, quasi
urlando. «Vai a pranzo con
la tua segretaria ogni santo giorno.»
«Stai alzando la voce» disse Min,
preoccupandosi dei vicini.
«Non alzare la voce.»
«Sono pranzi di lavoro» disse George.
«La segretaria mi serve
per lavorare.»
«Non porti mai me a pranzo» strillò
Nanette. «Tu non mangi!» urlò
George per tutta risposta.
Min allungò il collo per stabilire un
contatto visivo con Liza, alle spalle
dei litiganti. «Sai, la scommessa era per
diecimila dollari.»
«Scherzi?» Liza guardò Cal, sorpresa.
«Hai scommesso diecimila
dollari che...»
«No» disse Cal. «Dannazione, guarda
qui.» Prese l’assegno dalle mani
di Min e lo strappò in due parti. «Ecco,
visto? Niente scommessa.»
«Ci avrebbero fatto comodo» disse Min,
che però dal tono non
sembrava arrabbiata.
All’improvviso tutti cominciarono a
parlare; Cal guardò Min e pensò:
non desidero altro che passare il resto
della mia vita con lei.
«Ehi!» esclamò, catturando
immediatamente l’attenzione di tutti,
seppur tra vari gradi di disprezzo,
rabbia e disperazione. Prese in mano
una ciambella e si voltò verso Min.
«Minerva Dobbs, ti amo e ti amerò
sempre. Vuoi sposarmi?»
«Così, all’improvviso...» disse Min con
un sorriso.
«C’è gente che ci guarda, Minnie» disse
Cal. «Ci stai oppure no?»
«Ci sto» disse Min. Cal le prese la mano
sinistra, le allargò le dita e
circondò l’anulare con la ciambella,
sicuro come non lo era mai stato in
vita sua che quella fosse la cosa giusta
da fare.
«Più avanti troverò un anello migliore»
disse, fissandola in quegli occhi
neri e profondi. «Farò tutto in modo
migliore. Ora voglio soltanto che
questa gente ci lasci in pace.»
«Quando farai tutto in modo migliore, ti
risponderò di nuovo ‘sì’» disse
Min.
«Grazie» disse Cal, baciandola e
perdendosi in quella sensazione per
l’ennesima volta. «Dio, quanto ti amo»
le sussurrò. «Non riesco a
credere a quanto ti amo.»
«Okay» disse Liza. «Lo spettacolo è
finito.» Si parò di fronte a Lynne.
«Tu devi essere la madre. Non metterti
mai contro Min. Se Cal dovesse
scegliere...»
«Elvis» disse Lynne, con voce piatta. Si
voltò e uscì dall’appartamento.
«Donna adorabile» disse Liza, passando
a Nanette. «Tocca a te. Tuo
marito non ti tradisce. Conosco gli
uomini, e lui non è il tipo.» Guardò
George negli occhi. «Niente più lavoro
durante la pausa pranzo. Porta
fuori tua moglie a mangiare, piuttosto.»
Tornò da Nanette. «E tu.
Mangia.»
Il volto di Nanette si intristì di colpo,
ma George la abbracciò subito.
«Non è vero che ti tradisco» disse.
«Non ne avrei il tempo.» «Papà»
disse Min. «Davvero?» rispose Nanette,
singhiozzando.
«Non credevo di trovarti qui» disse
Liza, stavolta all’indirizzo di
Cynthie. Stranamente, non c’era severità
nella sua voce. «è per il libro,
vero?»
«No» disse Cynthie, fissando sconsolata
la ciambella che era stritolata
tra le dita di Min. «Non è per il libro.»
«Ascolta» le disse Liza. «A nessuno
interessa la storia di una donna
incredibilmente bella che conquista un
uomo incredibilmente bello.
Troppo autocompiacimento. Scrivi un
libro su come tirarsi su dopo aver
perso l’amore della propria vita. Questo
serve alla gente.»
«Io...»
«è finita, Cynthie» disse Liza. «L’hai
perso. Per sempre.»
Il volto di Cynthie collassò, e Liza si
concentrò su David.
«E tu, feccia senza vergogna» esordì.
«Comportati bene per una
volta. Accompagna Cynthie a casa.»
«Stai commettendo un grave errore»
disse David, rivolto a Min. «Sai
chi è quest’uomo?»
«Sì» disse Min, staccando un pezzo di
glassa al cioccolato dal suo
anello di fidanzamento. «Non è un
problema. Evolveremo insieme.»
«Fuori» gli ripeté Liza. Cynthie si avviò.
Liza lo fissò con odio. «Valle
dietro, cretino schifoso. Fai qualcosa di
utile per una volta, invece di
divertirti con gli scherzi telefonici.»
David raddrizzò le spalle. «Io non ho...»
provò a dire, ma Liza incrociò
le braccia; si rivolse quindi a Min. «è
una persona orribile, Min.»
«Non è vero» disse Min. «è un principe.
Mentre tu sei un rospo che fa
telefonate anonime.»
«Non hai mai voluto capirmi» disse
David, lasciando poi
l’appartamento.
«Che imbecille» disse Liza.
«Vuoi sposare quest’uomo?» disse
George a Min, in tono incredulo.
«Sì» disse Min. «Trattalo bene,
altrimenti finiremo per sostituire anche
te con Elvis.»
George rivolse a Cal uno sguardo che
diceva ‘ti tengo d’occhio,
ragazzo’. Poi girò i tacchi e se ne andò.
«Be’, avrete dei bambini bellissimi»
disse Nanette, rallegrandosi.
«Non vogliamo figli» disse Min.
Quando gli occhi di sua madre si
chiusero a fessura, aggiunse: «Sai bene
che non perderei mai più quel
peso.»
«Questo è vero» disse Nanette, un
istante prima che George tornasse
indietro e la trascinasse fuori dalla
porta.
«Molto bene» disse Liza, passando in
rassegna l’appartamento ora
vuoto. «Ho fatto la mia parte.»
«Scusa, tu chi sei?» disse Cal. «Somigli
molto a una donna che non
faceva altro che picchiarmi, eppure
sembri essere dalla mia parte. Per
caso hai una gemella malvagia?»
«Sono la fatina buona di Min,
Casanova» disse Liza, guardandolo a
muso duro. «E se non la farai vivere
felice e contenta, ti troverò e ti
riempirò di botte usando una palla con
la neve.»
«Una volta le fatine non dicevano
‘bibbidi bobbidi bu’?» chiese
CalaMin.
«Quella era la Disney, tesoro» disse
Min. «Mica un documentario.»
Liza si diresse verso la porta, dove Tony
era rimasto in attesa con le
braccia incrociate. «Avanti, andiamo.
Puoi farmi la scenata mentre
torniamo al ristorante.»
«No» disse Tony. «Hai fatto una gran
cosa.» Si avvicinò a lei. «Molto
sexy.»
«Il sesso è fuori discussione» disse
Liza, uscendo dall’appartamento.
«Valeva la pena di fare un tentativo»
disse Tony, lasciandosi alle spalle
la porta chiusa.
Sul salotto di Min calò il silenzio.
«Non scorderò mai la mia prima volta
con te» disse Min, estraendo la
ciambella dalle dita. «Mi è mancato il
terreno sotto i piedi, poi ho
sentito mia madre chiedere a mio padre
con chi se la faceva nella pausa
pranzo.»
«Abbiamo sentito delle vere perle»
disse Cal.
Min scosse il capo. «Non ci libereremo
mai di questa gente.»
«Lo so» disse Cal.
«Grazie a Dio possiamo contare l’uno
sull’altra.» Min alzò gli occhi
verso di lui. «Ti amo.»
«Grazie» disse Cal, baciandola.
«Ho deciso di comprare una casa» disse
Min, riemergendo dal bacio
per respirare. «Che ne dici di una
villetta stile Arts and Crafts come
quella in cui abitava mia nonna?»
«Ci sarai tu, all’interno?» disse Cal.
Min annuì.
«Affare fatto» disse Cal. «Ora possiamo
tornare a letto?»
«Sì» disse Min. «Prendi le ciambelle.»
Un’ora e mezzo più tardi Min era
sdraiata di fianco a Cal,
mentre Elvis dormiva ai piedi del letto.
Sembrava una chiazza di
velluto trasandato sul raso color
lavanda. Il respiro di Cal era così forte
che si poteva quasi dire che stesse
russando. Min gli accarezzò la
spalla. Un mese fa neanche lo
conoscevo, pensò. Ora è diventato il
resto della mia vita.
L’idea la colpì. Che pensiero ridicolo.
Del tutto irrazionale. Al diavolo
la razionalità. Ma il pensiero era ancora
lì. Bisognava essere pazzi per
affidare il resto della propria vita a una
persona che si conosce da un
mese. Specialmente a una persona con
un passato come quello di Cal.
Si sottrasse alla presa addormentata del
suo braccio, raccogliendo la
camicia da uomo che giaceva sul
pavimento. Provò a indossarla,
scoprendo che il bottone sul petto non si
chiudeva. Nei film funziona
sempre, pensò con disgusto. La lasciò
cadere sul pavimento e prese la
trapunta dal letto. Elvis non ne fu di
certo contento, e a Cal rimase
soltanto il lenzuolo. In fondo era giugno;
non sarebbe morto di freddo.
Andò a sedersi sul divano di sua nonna,
avvolta nella trapunta,
cercando di mettere a fuoco quanto era
accaduto. Elvis sgattaiolò fuori
dalla stanza e si sistemò sullo schienale.
Min strofinò la testa contro di
lui, che rispose facendo le fusa.
Insomma, pensò. La situazione è che ho
di fronte il donnaiolo più
accanito della città, e mi sto
convincendo che sia il vero amore di
tutta
una vita. Quante probabilità ci sono che
sia davvero così? Dall’altro
lato della stanza, le lancette
dell’orologio batterono la mezzanotte
con
un rumore secco.
«Ehi» disse Cal. Min si voltò verso di
lui. Era in piedi sulla porta,
impegnato a ricacciare indietro uno
sbadiglio. «Che stai facendo?»
«è mezzanotte» disse Min, fingendo
allegria. «Sto per trasformarmi di
nuovo in una zucca.»
«Questo spiega il divano» disse Cal,
sedendosi al suo fianco. Le mise
un braccio intorno alle spalle,
stringendola a sé e stampandole un bacio
sulla fronte. Min chiuse gli occhi e si
adagiò su di lui, così piena
d’amore da sentirsi debole. Sono nei
guai, pensò.
«Qualcosa non va?» disse Cal.
«Credevo fosse tutto perfetto da quando
i matti se ne sono andati.»
«è così» disse lei. «Sto solo pensando al
futuro.»
«Il futuro.» Cal annuì. «Okay. Vediamo.»
Sollevò la mano per coprire
uno sbadiglio. «Domani chiamerò mia
madre, per evitare che ci
maledica. Poi andremo a cena dai tuoi
genitori per assicurarci che siano
rinsaviti.»
«La speranza è l’ultima a morire» disse
Min. La trapunta si abbassò,
scoprendole la spalla, e Cal la sostituì
prontamente con la mano,
disegnando cerchietti sulla sua pelle
mentre riprendeva a parlare.
«Poi cercheremo la casa di cui parlavi,
possibilmente una che non abbia
più di sei scalini all’entrata.» Cambiò
posizione per evitare una molla
fastidiosa. «Avremo bisogno anche un
nuovo divano.»
Min sentì affiorare un sorriso, e la
felicità cominciava a trapelare in
mezzo alle paure. Cal la strinse più
forte. «E poi ci sposeremo, e
vivremo felici e contenti.»
Min raggelò mentre Cal le prendeva una
mano e la portava alla bocca,
baciandole le dita. «Già. è quello che mi
preoccupa.»
La mano di Cal strinse la presa sulla
sua. «Credi che avremo dei
problemi?»
«Non lo so» disse Min, guardandolo
negli occhi. «Credo che ci
ameremo ogni giorno della nostra vita,
ma non sono sicura che basti. La
vita non è una fiaba.»
«Okay» disse Cal. «è mezzanotte e ho
avuto una giornata impegnativa,
quindi fatico a starti dietro. Cos’è che ti
preoccupa esattamente?»
«Il vissero felici e contenti» disse Min,
consapevole di sembrare una
stupida. «So come funzionano le cose
fino a questo punto. La storia
d’amore, la favola e tutto il resto... sono
storie che ho già letto.»
«La favola e tutto il resto?»
«Non ti dicono mai cosa succede dopo
che vissero felici e contenti. E
mi sembra che l’inghippo sia proprio lì.
Il cinquanta percento dei
matrimoni si conclude con un divorzio.
Sì, lo so che la statistica è
falsata dai divorzi ripetuti...»
«è mezzanotte e devo sorbirmi anche le
statistiche» disse Cal, parlando
con il gatto.
«Sono preoccupata. Le storie non
parlano mai del ‘vissero felici
e contenti’. è sempre e solo la fine.
Eppure è la parte più difficile.»
«Capisco» disse Cal. «E quindi?»
«Quindi,» disse Min, incrociando il suo
sguardo «come
faremo?»
«Vuoi che dica qualcosa di filosofico
sul nostro futuro in questo
momento?» rispose Cal. «Non so
neanche dove siano le mie mutande.»
Min lo fissò per un attimo, innamorata di
lui nonostante avesse i capelli
arruffati dal sonno, nonostante
continuasse a fare battute inutili.
Nonostante tutto, pensò con un sorriso.
«No.» Si strinse nella trapunta.
«Non so come mi sia venuto in mente.
Torniamo a letto.»
«Affronteremo giorno per giorno» disse
Cal, stringendosi a lei.
«Neanch’io so come funzioni questa
cosa, non avevo certo fatto dei
piani. Basterà rimanere insieme.
Prenderci cura l’uno dell’altra. Farci
una carezza sulla spalla quando le cose
si metteranno male.» Di fronte
alla sua espressione ancora incerta, Cal
le sorrise con tanto amore negli
occhi da farle girare la testa. Poi le
disse: «Scommetto dieci dollari che
ce la facciamo.»
Min pensò: Che probabilità ci sono? E
all’improvviso capì, con
accecante chiarezza, che non avrebbe
mai scommesso sull’esito
opposto. Solo un perdente poteva
scommettere contro di loro. è davvero
così, pensò meravigliata. è davvero per
sempre. Io ci credo.
«Min?» le disse Cal, prima di baciarla
con tutto il cuore.
«Non accetto» disse Min, a contatto con
la sua bocca. «Le probabilità
sono dalla tua parte.»
«Le probabilità sono dalla nostra parte»
disse Cal, riportandola a letto.
17
Nel caso ve lo foste chiesti...
David dimenticò Min abbastanza in
fretta, anche se la vittoria di Cal lo
avrebbe tormentato per anni. Quattro
mesi dopo quelle vicende
conobbe una donna che era d’accordo
con ogni cosa che diceva, e che
andò a letto con lui al terzo
appuntamento. Sei mesi dopo erano già
sposati. Lei non usa mai il burro in
cucina.
Cynthie ebbe bisogno di più tempo per
superare il rifiuto di Cal, perché
ne era davvero innamorata. Si rintanò
nel suo appartamento, nutrendosi
di carote e condimenti dietetici, finché
Liza non la costrinse a uscire
alla luce del sole e a scrivere di quella
storia finita male, per poi farsi
restituire un favore da uno dei suoi tanti
ex capi che le trovò un nuovo
editore. L’editore, un tizio con gli
occhiali più basso di Cynthie e
leggermente sovrappeso, le fece
riscrivere il libro quattro volte, ma lo
pubblicò con tutto lo sforzo
promozionale di cui la sua casa editrice
era
capace. Cynthie lo sposò il giorno prima
che il libro raggiungesse la
prima posizione nella classifica dei
bestseller delNew York Times.
Oggi vivono in un attico di Manhattan e
frequentano solo i ristoranti
più esclusivi.
Emilio si affidò completamente a Liza, e
prima di anno il suo ristorante
diventò il più famoso della città. Cercò
di convincerla a restare
offrendole di diventare sua socia, ma le
cose andavano troppo bene
perché Liza non si annoiasse. Gli
presentò una sua amica con un master
in gestione d’impresa e se ne andò, in
cerca di qualcun altro da salvare.
George smise di portare fuori a pranzo
la sua segretaria, la quale fu
molto contenta perché lavorava troppo,
anche se avrebbe sentito la
mancanza di quel cibo costoso. Ora
George va a pranzo
con Nanette tre volte a settimana, e
Nanette mangia.
Reynolds ha passato molto tempo in
compagnia di Min, Cal e Bink.
Nonostante si senta ancora dire:
Reynolds, sei un’idiota, ha ormai
smesso di comportarsi come un’idiota
quando è con loro.
Nel resto del tempo è ancora un’idiota,
ma Bink lo ama lo stesso.
Shanna e Linda si lasciarono
amichevolmente dopo un anno. Poco
tempo dopo, Shanna iniziò a lavorare
per Emilio, facendo la
conoscenza della donna con il master. Si
scoprì che anche lei adorava
Elvis Costello. Quattro mesi dopo si
trasferirono insieme in un sontuoso
loft in città, e un anno dopo andarono in
Cina per adottare una bambina.
Shanna ora fa la mamma a tempo pieno,
con l’eccezione di quelle sere
in cui Emilio ha bisogno di una mano
d’emergenza. La biscottiera di
Betty Boop continua a essere piena
di Oreo.
A quattordici anni, Harry crebbe
all’improvviso, alzandosi e
allargandosi fino a diventare una copia
perfetta di suo padre e di suo
zio, con l’aggiunta degli occhiali e del
ciuffo perennemente afflosciato
sulla fronte. Diventò un ittiologo e
conobbe una ragazza dall’aspetto
giunonico mentre faceva immersioni alle
Bahamas. Si innamorarono e
si sposarono un mese più tardi. Lei ha i
capelli scuri con i colpi di sole,
una mente analitica e un debole per le
scarpe. Lui continua a non poter
mangiare più di una ciambella per volta.
Roger e Bonnie si sposarono, si
trasferirono in periferia ed ebbero
quattro figli. Durante le vacanze, la loro
casa si riempie di persone.
Diana si fidanzò altre due volte, e per
due volte ruppe il fidanzamento,
piangendo tra le braccia di Tony. Lui le
disse che aveva pessimi gusti in
fatto di uomini, e che la prossima volta
avrebbe dovuto scegliere
qualcuno di meglio. Diana gli chiese di
sposarla, e Tony rifiutò sdegnato. Sei
settimane dopo scapparono
insieme in Kentucky perché Tony aveva i
biglietti per la corsa dei
cavalli. Ora hanno tre figlie, delle
ragazze bellissime dall’ossatura
imponente. Dominano qualunque
competizione a cui prendono parte,
forse per via di tutti i carboidrati che
mangiano.
Liza continua ad avere una vita piena,
eccitante e in perenne
cambiamento. Troppo complicata per
farne una sintesi.
Cal comprò un anello di fidanzamento
con sei diamanti perfetti disposti
in cerchio. Non somigliano affatto a
delle ciambelle, ma in cuor suo
Min sa qual è la verità. Si sposarono e
comprarono una casetta Arts and
Crafts a un isolato di distanza
dall’appartamento di Min. Ci sono
trentasette scalini tra la strada e
l’ingresso. Comprarono anche un
divano in stile coloniale, come quello di
Bonnie. Di tanto in tanto,
qualcuno ci finisce legato. Ogni giovedì
visitano il ristorante di Emilio
per la cena del Se, in compagnia di
Roger, Bonnie, Tony, Diana, Liza e
di chiunque stia uscendo con Liza in
quella settimana. La madre di Cal
sopporta Min. La madre di Min adora
Cal. Non hanno figli, ma al
canile hanno trovato un cucciolo di
labrador nero che hanno chiamato
La Bestia. Elvis sta ancora cercando di
farsene una ragione.
Vissero tutti felici e contenti.
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2011Una scommessa per amore