ISBN: 978-88-6508-114-3 Edizione ebook: agosto 2011 Titolo originale: Bet me © 2004 by Jennifer Crusie Smith © 2011 by Sergio Fanucci Communications S.r.l. Il marchio Leggereditore è di proprietà della Sergio Fanucci Communications S.r.l. via delle Fornaci, 66 – 00165 Roma tel. 06.39366384 – email: [email protected] Indirizzo internet: www.fanucci.it Tutti i diritti riservati Published in agreement with St. Martin’s Press, NewYork, USA Progetto grafico: Grafica Effe 1 C’era una volta, pensò Minerva Dobbs mentre si trovava in piedi al centro di un chiassoso locale yuppie, un mondo pieno di uomini interessanti. Poi guardò il volto attraente dell’uomo che aveva scelto come accompagnatore per il matrimonio di sua sorella e pensò: Bei tempi andati. «Questa relazione non funziona» disse David. Potrei piantargli questo stuzzicadenti da cocktail nel cuore, pensò Min. Non l’avrebbe fatto, naturalmente. Lo stuzzicadenti era di plastica, e non abbastanza appuntito. Inoltre non è così che si comporta la brava gente nel sud dell’Ohio. Un fucile a canne mozze sarebbe stato più appropriato. «Il motivo lo conosciamo entrambi» proseguì David. Probabilmente non conosceva neanche i motivi della sua arrabbiatura. Magari credeva di comportarsi in modo pacato e maturo. Almeno io so di essere furiosa, pensò Min. Lasciò che la rabbia la pervadesse e le scaldasse il corpo, che era più di quanto David avesse mai ottenuto. Un suono squillante provenne dall’ampio bancone a forma di roulette, situato all’estremità opposta del locale. Un altro punto a sfavore di David: la stava scaricando in un locale a tema. L’Azzardo. Avrebbe dovuto intuirlo dal nome. «Mi dispiace, Min» disse David. Non era vero. Min incrociò le braccia sulla giacca a scacchi grigia, per impedirsi di dargli uno schiaffo. «Tutto questo solo perché ho deciso di non venire a casa tua stasera? è mercoledì. Domani devo lavorare. E anche tu. Il cocktail l’ho pagato io.» «Non si tratta di questo» rispose un offeso David, mostrando la nobile superiorità del bel tenebroso. «Non fai alcuno sforzo per far funzionare le cose, il che vuol dire...» Il che vuol dire che usciamo da due mesi e non sono ancora venuta a letto con te. Min smise di ascoltarlo e si guardò intorno, passando in rassegna la rumorosa clientela. Se avessi un veleno irrintracciabile, potrei versarglielo nel bicchiere e nessuno se ne accorgerebbe. «Ritengo che, se vogliamo dare un futuro a questa storia, anche tu dovresti fare la tua parte» disse David. Non ne ho la minima intenzione, pensò Min, confermando che David aveva ragione. Ad ogni modo, la mancanza di sesso non era un motivo sufficiente per mollarla tre settimane prima del giorno in cui avrebbe dovuto indossare un vestito da damigella d’onore che la faceva sembrare una pastorella grassa e demente. «Certo che abbiamo un futuro, David» disse cercando di nascondere la rabbia. «Abbiamo dei progetti. Diana si sposa fra tre settimane. Tu sei invitato al matrimonio. Alle prove. All’addio al celibato. Ti perderai la spogliarellista, David.» «è questo che pensi di me?» David alzò la voce. «Sono soltanto uno da portare al matrimonio di tua sorella?» «Certo che no» disse Min. «Come io sono sicura di non essere soltanto una da portarti a letto.» David aprì la bocca, poi la chiuse rapidamente. «Non lo sei, è ovvio. Ma non voglio che tu pensi sia colpa tua. Tu sei una donna intelligente, di successo, matura...» Min attese, ben consapevole che non avrebbe sentito: sei bellissima, sei magra. Non poteva venirgli un attacco di cuore? Solo il quattro percento degli attacchi di cuore maschili si verificava prima dei quarant’anni, ma era comunque possibile. E se fosse morto, neanche sua madre avrebbe preteso di vederlo al matrimonio. «E sarai una madre stupenda» concluse David. «Grazie» disse Min. «è così poco romantico.» «Credevo che avremmo fatto strada, Min» disse David. «Già» rispose Min dando un’occhiata a quel locale così pacchiano. «E invece guarda dove siamo finiti.» David sospirò e le prese la mano. «Ti auguro solo il meglio, Min. Non perdiamoci di vista.» Min ritirò la mano. «Non senti proprio nessun dolore al braccio sinistro, vero?» «No» disse David guardandola infastidito. «Peccato» disse Min prima di tornare dalle sue amiche, le quali osservavano la scena a debita distanza. «Sembrava più ingessato del solito» disse Liza, alta e bella come non mai, appoggiata al juke-box con i capelli che risplendevano sotto i faretti. David non avrebbe mai trattato Liza in quel modo. Ne avrebbe avuto paura, perché lei poteva farlo a pezzi. Devo diventare come Liza, pensò Min sfogliando la lista delle canzoni nel juke-box. «Sei arrabbiata con lui?» le chiese Bonnie dall’altro lato, sollevando preoccupata la testolina bionda. David non avrebbe osato piantare nemmeno Bonnie. Nessuno era capace di trattare male la piccola, cara Bonnie. «Sì, mi ha mollato.» Min smise di sfogliare. Meraviglia delle meraviglie, aveva trovato Elvis. D’un tratto il locale sembrava un posto migliore. Inserì le monetine e premette il pulsante corrispondente a Hound dog. Peccato che Elvis non avesse mai inciso un pezzo intitolato Testa di cazzo. «Lo sapevo, non mi è mai piaciuto» disse Bonnie. Min si avvicinò al bancone a forma di roulette e sorrise nervosamente a una barista slanciata in divisa da croupier. Aveva dei lunghi capelli neri, sexy, morbidi e bellissimi. Min pensò: Ecco un’altra ragione per cui non sarei potuta andare a letto con David. I suoi capelli si arricciavano sempre quando li portava slegati, e lui era il tipo di uomo che lo avrebbe fatto notare. «Rum e coca, per favore» disse alla barista. Magari era quello il motivo per cui Liza e Bonnie non avevano problemi con gli uomini: dei capelli spettacolari. Guardò Liza, magra, guizzante e vestita di pelle con zip viola. Scuoteva la testa in direzione di David con malcelato disprezzo. Okay, il problema non erano i capelli. Anche se fosse riuscita a infilarsi nel vestito di Liza, l’effetto sarebbe stato quello della cugina sgualdrina di Barney. «Coca-Cola Light» disse alla barista. «Non era quello giusto» disse Bonnie alle spalle di Min, con le mani sui fianchi sottili. «Fammi light anche il rum» disse Min alla barista, che le sorrise mentre le preparava da bere. Liza la guardò di traverso. «Ma perché hai deciso di uscire con lui?» «Perché credevo fosse quello giusto» disse Min, esasperata. «Era intelligente, di successo, e all’inizio andava tutto bene. Sembrava la scelta migliore. Poi all’improvviso è diventato arrogante.» Bonnie le poggiò una mano sul braccio. «è meglio così, vedrai. Ora che sei libera, l’uomo giusto si farà avanti. Il tuo principe è dietro l’angolo.» «Come no» disse Min. «Anche se fosse dietro l’angolo, verrà sicuramente investito da un tir.» «Non è così che funziona.» Bonnie si allungò sul bancone; aveva l’aspetto di una fatina a luci rosse. «Se è destino, lui ti troverà. Nonostante tutti gli ostacoli, arriverà a te e starete insieme per sempre.» «Ma cos’è questa storia?» disse Liza con sguardo incredulo. «La Casa dei Sogni di Barbie?» «Sei molto dolce, Bonnie» disse Min. «Ma per quanto mi riguarda, l’ultimo vero uomo sulla Terra è morto con Elvis.» «Forse dovremmo riconsiderare l’idea di assumere Bonnie come nostro agente» disse Liza rivolta a Min. «A quest’ora potevamo essere azioniste di maggioranza del Mondo Incantato.» Min picchiettava le dita sul bancone, cercando di allentare la tensione. «Avrei dovuto capire che con David non andava quando non sono riuscita a decidere di andarci a letto. Era il nostro terzo appuntamento, il cameriere ci ha portato il menu dei dolci e David ha detto: No grazie, siamo a dieta. Naturalmente non era vero, visto che non ha un grammo di grasso addosso; in quel momento ho pensato: Non mi spoglierò mai di fronte a te, ho pagato la mia metà del conto e sono andata a casa. Dopo quel giorno, ogni volta che ci ha provato, ripensavo a quel cameriere e accavallavo le gambe.» «Non era quello giusto» ripeté Bonnie con decisione. «Tucredi?» disse Min, accorgendosi di averla ferita. Min chiuse gli occhi. «Scusa. Scusami, davvero. In questo momento non ce la faccio a sentire queste cose, Bonnie. Sono nervosa, voglio sbranare qualcuno; non voglio starmene impalata ad aspettare il prossimo stronzo.» «Certo» disse Bonnie. «Lo capisco.» Liza scosse la testa. «Ascolta, di David non ti è mai fregato granché. Quindi non ci hai perso nulla, eccetto un accompagnatore per il matrimonio di Diana. E io dico che al matrimonio possiamo anche non andarci. Sappiamo che potrà solo finire male, e sarebbe così perfino se non stesse sposando il ragazzo della sua migliore amica.» «L’ex ragazzo della sua migliore amica. E io devo andarci. Sono la damigella d’onore.» Min serrò i denti. «Sarà una tortura. Non solo non ho un accompagnatore, come mia madre ha sempre pronosticato, ma ciò che è peggio è che lei adorava David.» «Lo sappiamo» disse Bonnie. «Ne parlava sempre a tutti» disse Min pensando al piccolo volto avido di sua madre. «Uscire con David è stata l’unica cosa buona che ho fatto da quando un’influenza nel primo anno di scuola mi fece perdere cinque chili. E ora ho perso anche David.» Prese il suo drink dietetico dalla barista, la ringraziò e le lasciò una mancia abbondante. In momenti come quelli, la gratitudine per chi continua a servirti da bere non è mai abbastanza. «Di solito non mi importa di ciò che pensa mia madre, perché posso starle lontana. Ma con il matrimonio? Non posso.» «Troverai qualcun altro» disse Bonnie. «No che non lo troverà» aggiunse Liza. «Ah, grazie» disse Min voltando le spalle a quel bancone troppo vistoso. La decorazione a forma di roulette le faceva girare la testa. O forse era la rabbia. «Be’, è solo colpa tua» disse Liza. «Se la piantassi di assegnare percentuali di probabilità a ogni tuo appuntamento con un uomo, e se ti limitassi a uscire con persone che ti ispirano, qualche volta potresti perfino divertirti.» «Farebbe a pezzi la mia autostima» disse Min. «Non c’è niente di male a scegliere in modo ragionato. è così che ho trovato David.» Realizzò troppo tardi che quell’argomentazione non giocava a suo favore, e buttò giù un lungo sorso per scoraggiare qualunque commento. Liza non le badava. «Dobbiamo trovare qualcuno per te.» Passò in rassegna il locale; ne aveva diritto, considerando che la maggior parte degli avventori stava passando in rassegna lei. «Lui no. Quello neppure. Neanche quell’altro. No. No... No. Questi tizi proverebbero soltanto di farle stipulare un piano d’investimento.» Poi si fermò. «Ottimo. Abbiamo un vincitore.» Bonnie seguì il suo sguardo. «Chi? Dove?» «Il tizio moro con il vestito blu. Al centro del piano vicino alla porta.» «Al centro?» Min cercò di mettere a fuoco la pedana vicina all’entrata. Era abbastanza ampia da ospitare una fila di finti tavoli da poker, vicino ai quali c’erano quattro uomini che parlavano a una brunetta vestita di rosso. Uno dei quattro era David, intento a sorvegliare il suo campo visivo appoggiato alla balaustra con dadi di metallo incastonati. La superficie era rialzata di circa un metro e mezzo dal resto del locale, ma David riusciva a farla sembrare una balconata. Non doveva essere facile per lui trattenersi dal salutare la folla come la regina Elisabetta. «Quello è David» disse Min distogliendo lo sguardo. «è con una tizia mora. Dio santo, ha già trovato un’altra. Scappa immediatamente, disse con il pensiero alla brunetta. «Lascia perdere la brunetta» disse Liza. «Guarda il tipo al centro. Aspetta, sta per voltarsi da questa parte. Non sembra trovare David particolarmente interessante.» Min tornò a concentrarsi sull’ingresso. Il tipo in abito blu era più alto di David, e aveva capelli più scuri e più folti, ma per il resto era decisamente uguale a David. «Questo film l’ho già visto» concluse Min. Poi l’uomo si voltò. Occhi scuri, zigomi pronunciati, mento proporzionato, spalle larghe, tutto scolpito, aria rilassata mentre guardava verso il bancone ignorando David, il quale all’improvviso sembrava un cavernicolo. Min trattenne il respiro mentre ogni cellula del suo corpo si svegliò per sussurrarle: è lui. Poi si voltò prima che qualcuno si accorgesse della sua espressione di ammirazione. Non era affatto lui; era stato il suo DNA a parlare, sempre alla ricerca di un donatore di sperma d’alta classe. Ogni donna con delle ovaie funzionanti in quel locale stava probabilmente pensando: è lui. Ma la biologia non ha nulla a che fare con il destino. Il grado di dolore che una persona di tale bellezza poteva provocare a una donna come lei era incalcolabile. Decise di bere ancora per attutire il pensiero, poi disse: «è carino.» «No» rispose Liza. «è proprio questo il punto. Non è carino. David è carino. Quel tipo ha l’aspetto di un adulto.» «Okay, è pieno di testosterone» disse Min. «No, quello è il tipo alla sua destra» continuò Liza. «Quello con la testa che sembra una pallottola. Scommetto che parla solo di sport e dà delle grosse pacche sulle spalle a tutti. Il tipo in abito blu invece sembra civile, ma con carattere. Diglielo anche tu, Bonnie.» «Non credo proprio» disse Bonnie, lasciando che il suo volto da fatina si oscurasse. «Lo conosco.» «In senso biblico?» chiese Liza. «No. Usciva con mia cugina Wendy. Però...» «Allora è perfettamente lecito» disse Liza. «...è uno da toccata e fuga» concluse Bonnie. «Stando a quanto dice Wendy, è una meraviglia per un paio di mesi, poi ti molla e si trova qualcun’altra. Senza nessun preavviso.» «Una vera bestia» disse Liza, senza ardore. «Sai, agli uomini è concesso lasciare una donna con cui escono.» «Ma lui le fa innamorare e poi le pianta» disse Bonnie. «E questo è davvero bestiale.» «Come David» disse Min trovando conferma del suo disprezzo istintivo per il tipo in abito blu. Liza sbuffò. «Come se tu fossi mai stata innamorata di David.» «Ci stavo provando» sbottò Min. Liza scosse la testa. «Okay, comunque non importa. Tutto ciò che ti serve è un accompagnatore per il matrimonio. Anche se la bestia ti molla dopo un paio di mesi, sei a posto. Quindi vai da lui e...» «No.» Min voltò le spalle alle amiche per concentrarsi sui poster in bianco e nero sopra il bancone: Paul Newman che gioca a biliardo nello Spaccone, Marlon Brando che gioca a dadi in Bulli e pupe, lo sguardo severo sulle carte di W.C. Fields in My Little Chickadee. Non c’erano donne tra i giocatori d’azzardo. Invece essere donna è un azzardo enorme. Il ventotto percento delle donne vittime di omicidio vengono uccise dai mariti o dagli amanti. A pensarci bene, forse è questo il motivo per cui non ci sono molte giocatrici d’azzardo donne. Vivere con gli uomini è già un azzardo abbastanza grande. Cercò di combattere l’impulso di voltarsi e guardare di nuovo la bestia sulla pedana. Sarebbe stato molto meglio smettere di inseguire gli uomini e prendersi un gatto. «Sai bene che non andrà mai a parlarci» stava dicendo Bonnie a Liza. «In termini statistici, il risultato più probabile non è favorevole.» «Chi se ne frega.» Liza diede una spintarella a Min, facendo oscillare la Coca-Cola nel suo bicchiere. «Immagina cosa dirà tua madre se ti presenti con lui al matrimonio. Potrebbe perfino farti mangiare dei carboidrati.» Poi guardò Bonnie. «Come si chiama?» «Calvin Morrisey» rispose Bonnie. «Wendy stava comprando riviste da sposa quando l’ha lasciata. Aveva iniziato a scrivere ‘Wendy Sue Morrisey’ sui pezzetti di carta.» Liza sembrava infastidita. «Forse è per questo che se l’è svignata.» «Calvin Morrisey.» Contraddicendo tutto quello che le passava per la testa, Min si voltò a guardarlo nuovamente. «Vai,» disse Liza, punzecchiandola con le sue unghie lunghe «e di’ a David che speri che la sua dermatite passi presto. Poi presentati alla bestia, sorridi e non parlare di statistica.» «Basta con questi giochetti» disse Min. «Ho trentatré anni, sono una persona matura. Non mi importa di avere un accompagnatore per il matrimonio di mia sorella. Sono superiore a queste cose.» Pensò alla faccia di sua madre quando le avrebbe detto che con David era finita. No, non lo sono. «No, non lo sei» disse Liza. «Hai solo troppa paura di attraversare il locale.» «Potrebbe funzionare.» Bonnie lanciò un’occhiata indagatrice verso la pedana. «Puoi sempre mollarlo dopo il matrimonio per ripagarlo con la sua stessa moneta.» «Esattamente.» Liza alzò gli occhi al cielo. «Fallo per Wendy e per tutte le altre ragazze.» Ora si era voltato di profilo, e stava parlando con David. Quest’uomo dovrebbe stare sulle monete, pensò Min. Di certo un uomo così bello non era mai stato con una cicciottella terminale. Non senza prenderla in giro. E lei era stata già presa in giro abbastanza, per quella sera. «No» disse Min, voltandosi verso il bancone. Il gatto era l’idea migliore, senza dubbio. «Stammi a sentire, Stats» disse Liza esasperata. «So che ci vai sempre cauta, ma ultimamente sei andata vicina a solidificarti. Uscire con David dev’essere stato come uscire con il cemento. E poi casa tua... Perfino il tuo arredamento è immobile.» «L’arredamento è quello di mia nonna» disse Min in tono rigido. «Appunto. è da quando sei nata che ci sei seduta sopra. Ti serve un cambiamento. E se da sola non ce la fai, vorrà dire che dovrò aiutarti io.» Il sangue si gelò nelle vene di Min. «No.» «Non minacciarla» disse Bonnie rivolta a Liza. «Cambierà, crescerà. Non è vero, Min?» Min tornò a guardare verso il centro del locale, e all’improvviso pensò che andare a parlargli non era poi una cattiva idea. Poteva stare per un po’ sotto a quell’orribile ringhiera metallica e origliare; se Calvin Morrisey le fosse sembrato anche lontanamente gradevole – ma che possibilità c’erano? – sarebbe potuta salire a parlare con David e farselo presentare, così magari Liza non avrebbe portato una ditta di trasporti a casa sua mentre lei era al lavoro per buttarle via mobili. «Non costringermi a farlo al posto tuo» disse Liza. Restarsene seduta a un bancone a forma di roulette a deprimersi non era la soluzione. E con tutte le informazioni di cui era già in possesso, le eventualità che lui potesse causarle danni irreparabili non erano molto alte. Min raddrizzò le spalle e fece un respiro profondo. «Vado, capo.» «Non pronunciare la parola percento per nessun motivo» disse Liza. Min si aggiustò la giacca a scacchi grigia e pregò affinché le venisse in mente una battuta d’esordio adeguata prima di raggiungere la pedana e di rendersi ridicola. Nel qual caso, avrebbe sputato sulla bestia, spinto David oltre la ringhiera e sarebbe andata a prendersi un gatto. «è importante avere un piano» disse tra sé e sé. Poi si avviò. Sulla pedana, Cal Morrisey stava seriamente considerando l’ipotesi di spingere David Fisk oltre la ringhiera. Dovevo filarmela appena li ho visti, pensò. La colpa era di Tony. «Quella rossa ha proprio delle belle gambe» gli aveva detto. «La vedi? Al bancone, vestita di pelle viola. Dici che le piacciono i giocatori di football?» «Sono quindici anni che non giochi a football.» Cal aveva sorseggiato il suo drink, e si trovava ora avvolto dal senso di pace indotto dall’alcol, solo leggermente disturbato dagli scarsi gusti musicali di chi aveva messo su Hound Dog. Gli unici lati negativi di quel posto gli sembravano quello stupido arredamento e le canzoni di Elvis Presley dal juke-box. «E va bene, è passato un po’ di tempo, ma lei non lo sa.» Tony tornò a guardare la rossa. «Scommetto dieci dollari che viene via con me. Userò la mia battuta sulla teoria del caos.» «Niente scommesse» disse Cal. «Certo, quella è una battuta terribile, quindi le probabilità sarebbero in mio favore.» Lanciò un’occhiata al bancone a forma di roulette. La rossa era appariscente. Proprio il tipo che piaceva a Tony. C’era anche una biondina dall’aspetto vivace che sarebbe stata perfetta per il loro amico Roger. Dietro il bancone del bar, Shanna lo notò e fece un gesto verso di lui, senza sorridere; annuendo in segno di risposta, Cal si chiese cosa potesse essere accaduto. Tony mise il braccio sulle spalle di Cal. «Mi serve aiuto, è in compagnia. Potresti andare a rimorchiarti l’amica cicciottella con il vestito a scacchi grigio, e Roger può provarci con la biondina. Ti avrei ceduto la biondina, ma lo sai com’è Roger con le nanette...» Roger scattò sull’attenti di fianco a Cal. «Come? Quale biondina?» Scrutò l’angolo opposto del locale, verso il bancone. «Ah. Lei.» «A quale vestito a scacchi ti riferisci?» Anche Cal stava guardando il bancone. «Quella in grigio.» Tony fece un cenno verso il bancone. «Tra la rossa e la bionda in miniatura. Non si nota perché la rossa ti distrae. Scommetto che...» «Ah.» Cal si sforzò di mettere a fuoco la donna di altezza media tra la rossa e la bionda. Indossava un abito insignificante e un po’ squadrato, a scacchi grigi. Sul volto rotondo e corrucciato portava capelli marroni raccolti sulla testa. «Niente da fare» disse bevendo un altro sorso. Tony lo colpì sulla schiena facendolo quasi strozzare. «E dài, devi spassartela un po’. Non dirmi che sei ancora fissato con Cynthie.» «Non sono mai stato fissato con Cynthie.» Cal si guardò intorno, circospetto. «Tienila d’occhio, per favore. Indossa il vestito rosso di quando è in cerca.» «Ce l’ho io quello che cerca» disse Tony. «Ottimo.» La voce di Cal si accese. «Se prometti di sposare Cyn, andrò perfino a rimorchiare la tipa col vestito.» Tony sentì il suo drink andargli di traverso. «Sposarla?» «Sì» disse Cal. «è ciò che vuole. Mi ha lasciato di stucco.» Pensò per un attimo a Cynthie. Un vero tesoro, ma con una fibra d’acciaio. «Non so cosa le abbia fatto pensare che fosse una possibilità concreta.» «Eccola.» Roger guardò oltre le spalle di Cal. «Sta salendo le scale proprio ora.» Cal si alzò e provò a oltrepassare Tony in un tentativo di fuga. «Fammi passare.» Tony rimase fermo sulla sedia. «Non puoi andartene, voglio la rossa.» «Vattela a prendere, allora» disse Cal cercando di aggirarlo. «Cynthie è in compagnia di David» disse Roger, con una nota di compassione. «Cal!» La voce di David risuonò stridente alle loro spalle. «Cercavamo proprio te.» Dalla voce sembrava arrabbiato, ma quando Cal si voltò David stava sorridendo. Aria di guai, pensò Cal ricambiando il sorriso con pari falsità. «David, Cynthie. Che bello vedervi.» «Ciao, Cal.» Cynthie gli sorrise con quella faccia a forma di cuore, adorabile e letale. «Come te la passi?» «Alla grande. Non potrebbe andare meglio. Anche tu hai un aspetto fantastico.» Cal virò lo sguardo su David e pensò: Portala via, ti prego. «Sei un uomo fortunato, David.» «Ah, sì?» «State uscendo insieme, no?» disse Cal, cercando di metterci tutto l’incoraggiamento possibile. Cynthie prese David sottobraccio. «Ci siamo appena incrociati.» Voltò le spalle a Cal e rivolse uno sguardo appassionato a David. «E la cosa mi fa molto piacere.» Quando i suoi occhi tornarono a posarsi su di lui, Cal sfoggiò un altro sorriso, sforzandosi di non lasciar trasparire alcuna gelosia. David era rapito dal volto stupendo di Cynthie. Cal non poté fare a meno di provare compassione per lui. Cynthie era incantevole da vicino. E da molto lontano. Lo era da qualunque punto, in realtà; per questo era difficile dirle di no. Osservò le forme impeccabili del suo corpo nelle forme impeccabili del suo vestitino rosso, e poi fece un passo indietro, cercando di distogliere lo sguardo e di ricordarsi quanto stava bene senza di lei. Distanza. Sarebbe stata la sua arma segreta. Magari insieme a una croce e a un po’ di aglio. «Ma certo» stava dicendo David. «Magari dopo potremmo andare a cena.» Lanciò un’occhiata trionfante a Cal. «Be’, non vogliamo trattenervi.» Cal fece un altro passo indietro, urtando la ringhiera. Cynthie lasciò andare il braccio di David, visibilmente contrariata. «Vado a rinfrescarmi un po’.» Tony e David rimasero a guardare mentre quel perfetto fondoschiena si allontanava da loro. Roger la ignorò, concentrato com’era sulla fatina bionda in fondo al locale, e Cal mandò giù un altro sorso, desiderando di essere altrove. Dovunque. A cena, per esempio. Magari poteva rifugiarsi a mangiare nel retro del ristorante di Emilio. Non erano ammesse donne nella cucina di Emilio. «Allora, David» esordì Tony. «Che te ne è parso del nostro corso?» «Fenomenale» rispose David. «Non credevo fosse possibile insegnare a quegli idioti come usare il nuovo programma, eppure ora tutti nello studio hanno imparato. Abbiamo perfino...» Mentre David continuava a parlare, Cal annuì pensando che una delle ragioni per cui lo detestava era la brutta abitudine di dare degli idioti ai suoi dipendenti. Ciononostante, David pagava per tempo e sapeva riconoscere i meriti altrui; c’erano clienti molto peggiori. E se si fosse fatto carico di Cynthie, Cal era perfino disposto a provare dell’affetto per lui. David lasciò morire l’argomento di cui stava parlando e guardò verso le scale. «Riguardo a Cynthie... Credevo che tu e lei...» «No.» Cal scosse la testa con entusiasmo. «Mi ha lasciato un paio di mesi fa.» «Di solito non succede il contrario?» David sollevò un sopracciglio; aveva un aspetto ridicolo. Eppure c’erano donne disposte a uscire con lui. La vita è un mistero. Così come le donne. «Ma tu non eri quello infallibile?» disse David. «No» rispose Cal. «Non è più quello di un tempo» intervenne Tony. «Gli ho trovato un aggancio facile, ma non ne vuole sapere.» «Chi?» chiese David. «Abito a scacchi grigio, al bar.» Tony indicò con il bicchiere, David guardò in direzione del bancone e poi si rivolse a Cal con fare disinvolto. «Forse è vero che non sei più quello di un tempo.» David sorrideva. «Non dovrebbe essere difficile portarsela a casa. Non è esattamente al livello di Cynthie.» «Non è male» disse Cal prudentemente. David si fece più vicino. «In fondo a te non dicono mai di no, giusto?» «Come?» disse Cal. «Sono pronto a scommettere che non riuscirai ad averla» disse David. «Cento dollari che non te la rimorchi.» Cal si tirò indietro. «Cosa?» David scoppiò a ridere, ma c’era della tensione nella sua voce. «è solo una scommessa, Cal. So che a voi piace il rischio, vi ho visto scommettere su qualunque cosa. E in questo caso la posta è davvero bassa. Dovremmo alzarla a duecento dollari.» Fu in quel momento che Cal contemplò la possibilità di dare una spintarella a David. Tony si voltò per dare le spalle a David e mimò con la bocca la parola ‘assecondalo’. Cal sospirò, infastidito. Doveva pur esserci qualcosa da chiedere in cambio per cui David avrebbe fatto marcia indietro. «La palla da baseball nel tuo ufficio» disse. «Quella in vetrina.» «La palla di Pete Rose?» La voce di David si alzò di un’ottava. «Sì, quella. è il mio prezzo.» Cal mandò giù quanto restava del suo scotch e cercò una cameriera. David scosse la testa. «Neanche per idea. Mio padre l’ha portata a casa dagli spalti nel ’75, per me. Ma lo spirito è quello giusto, mi piaci quando alzi la posta.» Poi si fece più vicino. «Senti la mia proposta. L’ultimo corso di aggiornamento che hai fatto per noi mi è costato diecimila dollari. Scommetto altri diecimila in contanti. E se vinco mi fai un corso gratis...» Cal finse un sorriso. «David, stavo scherzando...» «Ma per dieci testoni, devi portartela a letto. Sarò equo: hai un mese di tempo per sfilarle quel vestito a scacchi grigio.» «Un gioco da ragazzi» disse Tony. Cal fulminò Tony con lo sguardo. «David, non scommetto su queste cose.» «Ma io sì» rispose David aggrottando le sopracciglia. Cal pensò: Maledizione, vuole andare fino in fondo. E noi abbiamo bisogno del suo contratto. Era chiaro che l’alcol gli aveva dato alla testa. Una volta tornata in funzione, David avrebbe fatto marcia indietro sui diecimila, perché erano una follia e David non faceva mai follie quando c’erano di mezzo i soldi. Non doveva far altro che tergiversare finché David non avesse smaltito la sbornia, e poi far finta che nulla fosse successo. Lanciò un’occhiata furtiva verso il bancone e si rallegrò di scoprire che la tipa in abito grigio era scomparsa durante la loro ultima conversazione. Cal si voltò verso David e disse: «Io ci starei, David, ma se n’è andata.» E che Dio ti benedica, abito grigio, per averci lasciato, pensò mentre prendeva un altro drink. Finalmente le cose si mettevano bene, per lui. Min aveva attraversato il locale, senza aver ancora deciso se fosse peggio approcciare quel tizio o presentarsi al matrimonio di Diana senza accompagnatore. Quando arrivò vicino alla pedana si intrufolò sotto la balaustra, ascoltando pezzi di conversazione lungo il tragitto; si fermò soltanto dopo aver sentito la voce di David sopra di lei dire: Ma per dieci testoni, devi portartela a letto. Cosa?, pensò Min. Con il rumore che proveniva dalla porta, forse aveva capito male... «Sarò equo» continuò David. «Hai un mese di tempo per sfilarle quel vestito a scacchi grigio.» Min abbassò gli occhi sul suo vestito a scacchi grigio. «Un gioco da ragazzi» fu la risposta di una voce indefinita. Figlio di puttana. Il mondo è pieno di bastardi ossessionati dal sesso. Costrinse il suo corpo a fare marcia indietro prima che decidesse di arrampicarsi sulla ringhiera e di ucciderli entrambi. Tornò da Liza e Bonnie, su tutte le furie. Sapeva benissimo cosa aveva in mente David. Credeva che lei non sarebbe andata a letto con nessun altro perché aveva rifiutato lui. Eppure l’aveva avvertito. Lui e i suoi stupidi preconcetti. Invece di arrendersi, aveva continuato a chiamarla. Perché credeva di andare sul sicuro, realizzò Min. Perché l’aveva guardata e aveva pensato: Ecco una donna sveglia e un po’ sovrappeso che non mi tradirà mai e mi sarà riconoscente perché me la sono portata a letto. «Che bastardo» disse ad alta voce. Avrebbe dovuto andare a letto con Calvin Morrisey solo per farla pagare a David. Ma poi non avrebbe avuto modo di pareggiare i conti con Calvin Morrisey. Dio, che stupida che era. Grassa e stupida, una bella combinazione vincente. «Che succede?» chiese Liza, quando la vide tornare al bancone. «Ci hai parlato?» «No. Quando avete finito di bere, io sono pronta per andarmene.» Min si voltò verso la pedana e li osservò, mentre loro osservavano lei. L’espressione di David era boriosa, ma Calvin Morrisey teneva stretto il suo drink e aveva l’aria di uno che aveva appena visto la morte in faccia. «Eccola lì» esultò David. «Te l’ho detto che sarebbe tornata. è tutta tua, bello.» «Ehm, David...» esordì Cal, condannando mentalmente la tipa in abito grigio ai gironi infernali più profondi. «Una scommessa è una scommessa.» Cal appoggiò il bicchiere vuoto sulla balaustra e cercò di pensare in fretta. La tipa non sembrava divertirsi, quindi c’erano buone probabilità che avrebbe accettato un invito a lasciare quel posto, magari per andare a cena. «Ascolta, David... il sesso è fuori discussione. Non sono uno che si fa scrupoli, ma non sono neanche così viscido. Se vuoi scommettere dieci dollari su un aggancio, ci sto; ma niente di più. Niente che vada oltre questa serata.» David scosse la testa. «No, no. Scommetto anche sul rimorchio, dieci dollari se te ne vai con lei. Ma i diecimila sono ancora in ballo. E se perdi...» Sogghignò, accentuando l’ultima parola. «Terrai un corso gratis per me.» «David, non posso scommettere su queste cose» disse Cal, cambiando strategia. «Ho due soci che...» «Per me va bene» disse Tony. «Cal non sbaglia mai.» Cal gli rivolse uno sguardo glaciale. «Be’, a Roger non starà bene.» «Ehi Roger, tu ci staresti?» chiese Tony, e Roger rispose ‘certo’ senza smettere di guardare la biondina al bancone. «Roger!» esclamò Cal. «Non ho mai visto nulla di tanto piccolo e tanto bello» continuò Roger. «Roger, hai appena scommesso che mi porterò a letto una donna» disse Cal con enorme pazienza. «Ora, di’ a David che non vuoi giocarti un corso del valore di diecimila dollari per il sesso.» «Come dici?» chiese Roger, staccando finalmente gli occhi dalla bionda. «Ho detto...» cominciò Cal. «Perché volete scommettere su una cosa del genere?» chiese Roger. «Non è quello il punto» disse Tony. «Il punto è: ce la può fare?» «Certo» disse Roger. «Ma...» «Allora è deciso» disse David. «No che non è deciso» ripeté Cal. «Hai paura di non farcela» disse David. «Stai perdendo colpi.» «Non stavamo parlando di me» disse Cal, un attimo prima che Cynthie si intrufolasse nuovamente nel gruppetto e gli poggiasse una mano sul braccio. Il contatto con quel corpo gli fece ribollire il sangue nelle vene. «Coraggio, lei ti sta aspettando» disse David con una nota di tensione nella voce. «Lei?» Il volto di Cynthie si scurì all’improvviso. «Ti vedi con qualcuna?» Maledizione, pensò Cal. «Cal?» disse David. «Cal» disse Cynthie. «Fantastico» disse Tony. «Ma cosa?» disse Roger. Cal sbuffò. Doveva scegliere: la tipa col vestito a scacchi oppure Cynthie. Dalla padella alla brace del matrimonio. Sottrasse la mano dal contatto con Cynthie. «Sì, sto uscendo con una persona. Scusami.» Si fece largo tra Cynthie e David e si diresse verso il bancone, augurando a entrambi tutto il male possibile, ovvero di finire insieme. Min osservò Calvin Morrisey avvicinarsi alle scale. La bestia. Pensava di poterla avere in un mese, la riteneva così patetica che... All’improvviso il suo cervello riuscì a mettere ordine tra i pensieri, e Min si tirò su. «Vuoi dirci cosa c’è che non va?» chiese Liza. «Un mese» disse Min. Quell’uomo era già ai piedi della scala, tra la folla, circondato dagli sguardi allusivi delle donne che lo osservavano passare. Stava venendo a rimorchiarla. E se gliel’avesse lasciato fare? E se per le prossime tre settimane gliel’avesse fatta pagare tenendolo al guinzaglio e portandolo al matrimonio di Diana? Lui non poteva mollarla; aveva bisogno di un mese per la sua dannata scommessa. Min non doveva far altro che rifiutargli il sesso per tre settimane, trascinarlo al matrimonio della sorella e poi mollarlo di punto in bianco. Si appoggiò al bancone, per esaminare l’idea in ogni sua sfaccettatura. Di certo si meritava di essere torturato per tre settimane. E in quelle tre settimane lei avrebbe potuto trovare un modo di farla pagare anche a David. Sua madre avrebbe avuto un uomo stupendo da usare come trofeo per gli invitati al matrimonio. Aveva tutta l’aria di essere un piano, e a quanto le sembrava non era niente male. La barista tornò da lei. «Rum e Coca Light, per favore. Doppio» disse Min. «è il terzo» disse Liza. «Anzi, il quarto. Con tutto quell’aspartame, andrai fuori di testa. Cos’hai in mente?» «Ti ha trattato male?» chiese Bonnie. «Cos’è successo?» «Non ci ho parlato.» Min fece loro cenno di allontanarsi. «Allargatevi un po’, per favore. Fra poco proveranno a rimorchiarmi e voi mi state disturbando.» «Ci dev’essere sfuggito qualcosa» disse Liza a Bonnie. «Spostati» disse Bonnie, spingendo Liza lungo il bancone. Proprio in quel momento Min si lasciò distrarre dalla barista che le stava servendo da bere. La voce della Bestia la colse quindi del tutto impreparata a un tale spettacolo: occhi neri penetranti, zigomi perfetti e una bocca per cui qualsiasi donna avrebbe gettato alle ortiche la propria dignità. Il cuore le saltò in gola, e dovette deglutire con decisione per rimetterlo al suo posto. «Ho un problema» disse lui con una voce bassa e vellutata, abbastanza calda da essere affascinante, abbastanza piena da ostruire le arterie. Cioccolato fondente, pensò Min rivolgendogli uno sguardo neutro e cercando di respirare lentamente. «Un problema?» «Di solito la mia frase d’esordio è: Posso offrirti da bere?, ma tu hai già da bere.» Le sorrise, irradiando testosterone attraverso il tessuto del suo abito firmato. «In effetti è un bel problema» disse lei, cercando di guardare altrove. «Quindi ho pensato,» continuò lui in un tono di voce ancora più basso, tanto vicino da mandarle il cuore in subbuglio «che potremmo andare da qualche altra parte. Potrei invitarti a cena.» Più le si avvicinava, più bello le appariva. Era il venditore di auto usate della categoria dei seduttori, decise Min cercando di ristabilire le distanze. Non si fanno mai affari con un venditore di auto usate; loro le vendono tutti i giorni, tu ne compri un paio in tutta la tua vita: vincono sempre loro. In termini statistici, sei fregata prima ancora di mettere piede nel negozio. Riusciva appena a immaginare quante donne potesse aver distrutto nella sua vita. Il solo pensiero la faceva inorridire. Nell’attesa di una sua risposta, il sorriso di Calvin si era attenuato. Riusciva quasi ad apparire vulnerabile mentre le chiedeva di uscire con lui. Evidentemente era bravo a fingersi vulnerabile. Ricordati, pensò, che questo figlio di puttana lo sta facendo per dieci dollari. Anzi, stava cercando di farsi lei per dieci dollari. Spilorcio. Tutto d’un tratto, respirare normalmente non le era più così difficile. «A cena?» disse lei. «Sì.» Si avvicinò ancora di più. «Un posto tranquillo, dove poter chiacchierare in pace. Sembri una persona che ha parecchie cose interessanti da dire. E io sono uno a cui piacerebbe ascoltarle.» Min gli sorrise. «Questa era terribile. Di solito funziona?» Per un attimo rimase immobile, poi cambiò nuovamente, da sincero a infantile. «Finora ha funzionato, sì.» «Forse è per la tua voce» disse Min. «La resa è perfetta.» «Grazie.» Si tirò un po’ su. «Ricominciamo da capo.» Le porse la mano. «Mi chiamo Calvin Morrisey. Gli amici mi chiamano Cal.» «Min Dobbs.» Gli strinse la mano, lasciandola prima di poterne sentire il calore. «E le mie amiche mi giudicherebbero avventata se lasciassi il locale in compagnia di uno sconosciuto.» «Aspetta.» Tirò fuori il portafoglio e ne estrasse una banconota da venti. «Questi sono per il taxi. Se oltrepasso il limite, prendi un taxi e te ne vai.» Liza avrebbe preso i venti dollari e poi l’avrebbe mollato. Non era una brutta idea, ma Liza non aveva bisogno di qualcuno da portare al matrimonio. Cos’altro avrebbe fatto Liza? Min gli sfilò la banconota dalle dita. «Se passi il limite, ti rompo il naso.» Piegò i venti dollari, si slacciò i primi due bottoni della camicetta e inserì i soldi nella coppa del comodo reggiseno di cotone, in modo che solo una puntina verde rimanesse visibile. Se c’era un aspetto positivo in quei chili di troppo, era il décolleté generoso. Rialzò la testa e notò che il suo sguardo era caduto in basso. Aspettò un suo commento, ma lui si limitò a sorridere. «E va bene,» disse «andiamo a mangiare.» Min cercò di ignorare quella bellissima bocca, visto che conteneva una lingua biforcuta. «Come prima cosa, prometti di farla finita con le frasi a effetto» disse, guardando la sua mascella serrarsi. «Tutto ciò che desideri» rispose lui. Min scosse la testa. «Altra frase a effetto. Non ce la fai proprio. Ma al cibo gratis non si dice mai di no.» Raccolse la borsetta dal bancone. «Andiamo.» Si mosse prima che Cal potesse aggiungere altro. La seguì, e insieme si lasciarono alle spalle un’incredula Liza e un’estasiata Bonnie. Attraversato tutto il locale e raggiunto l’ingresso oltre la pedana, l’ultima cosa che Min vide prima di uscire fu l’espressione infuriata di David. La serata si stava mettendo molto meglio del previsto. 2 Liza fissò l’ingresso con aria severa. C’era qualcosa che non andava. Quando Calvin Morrisey rientrò nel locale e si mise a parlottare brevemente con David, la situazione le sembrò addirittura peggiorare. «Credi che abbia bevuto troppo?» chiese Bonnie. I pensieri di Liza correvano veloci. «Non lo so, ma non mi piace questa storia. Perché ci ha provato con lei?» Bonnie la guardò male. «Non è da te essere gelosa.» «Non sono gelosa.» Liza rivolse a Bonnie uno sguardo severo. «Pensaci. Min non è una che lancia segnali. Lui non l’ha mai vista prima, quindi non può sapere che persona meravigliosa sia. Lei è vestita come una suora che ha frequentato troppo l’università, ma lui attraversa il locale affollato per provare a rimorchiarla...» «Può succedere.» «Un attimo dopo aver parlato con David» concluse Liza facendo un cenno verso la pedana su cui David, con il volto paonazzo, stava cercando di lavorarsi la brunetta. «Ah.» Bonnie sembrava folgorata. «Oh, no...» «C’è una sola cosa che possiamo fare.» Liza raddrizzò le spalle. «Dobbiamo scoprire cos’ha in mente Calvin la Bestia.» «E come...» Liza indicò il piano rialzato. «Era in compagnia di quei due tizi. Quale preferisci, il biondo grosso e stupido o quello con la testa a pallottola?» Bonnie seguì il suo sguardo e si lasciò andare a un sospiro. «Il biondo. Ha un aspetto innocuo. La testa a pallottola sembra troppo vivace, e stasera non ce la faccio.» «Io sì.» Liza poggiò il suo drink e si appoggiò con le spalle al bancone. La testa a pallottola la fissava intensamente. «L’ultima volta che ho visto delle sopracciglia così basse era durante una lezione di antropologia.» Catturò il suo sguardo e lo fissò per cinque interi secondi. Poi si voltò di nuovo verso il bancone. «Due minuti.» «Il locale è affollato, Liza» disse Bonnie. «Dagliene almeno tre.» David sentì un impeto di gelosia rabbiosa vedendo Cal aprire la porta d’ingresso per Min. Non è che all’improvviso volesse prenderlo a calci. Aveva sempre voluto prenderlo a calci. A quel tipo veniva sempre tutto facile; mai una decisione d’affari sbagliata, mai una scommessa persa, mai una donna che lo rifiutasse. Lo psicanalista ti ha messo in guardia su questo, si disse. Ma stavolta non era soltanto il suo bisogno di essere il primo in tutto. Stavolta c’era un ingrediente in più nella sua gelosia. Stavolta Cal gli aveva portato via Min. Min, che sarebbe stata un’ottima moglie, eccetto per quella resistenza, che però lui sarebbe riuscito ad abbattere, col tempo. Prima o poi sarebbe tornata da lui. Ora, invece... Quando Cal rientrò nel locale, gesticolando verso di lui, David si irrigidì. «Stiamo andando a cena» disse Cal, con la mano tesa davanti a lui. «Dieci dollari.» Aveva l’aria arrabbiata, cosa che fu di sollievo a David mentre tirava fuori il portafoglio e gli consegnava la banconota. «Bella furbata quella di non avvertirmi che odia gli uomini» disse Cal. Poi se ne andò. David tornò verso la balaustra e disse: «Credo di aver commesso uno sbaglio.» «Anche tu?» disse Cynthie con voce triste, chinata sul suo Martini. David guardò l’ingresso di sfuggita. «Non sei stata tu a mollare Cal?» «No.» Cynthie stava fissando intensamente la porta chiusa. «Ho pensato fosse ora di sposarmi, quindi gli ho detto ‘adesso o mai più’.» Rivolse a David un sorriso nervoso. «Lui mi ha detto ‘mi spiace’.» Fece un respiro profondo, e David cercò di non farsi distrarre dal fatto che non si vedesse l’ombra di un reggiseno sotto quel vestito rosso. «Che porcheria.» David si appoggiò alla balaustra per impedirsi di sbirciare all’interno del suo vestito. Sarebbe stato inelegante. In stile Cal Morrisey. «Cal dev’essere un vero imbecille.» «Grazie.» Cynthie tornò a guardare verso il bar, mentre Tony si alzava dal tavolo e scendeva le scale, con Roger al seguito. I suoi capelli si muovevano come quelli delle pubblicità in televisione, una cascata di seta scura che le sfiorava le spalle. «Vorrei proprio sapere come Cal ha conosciuto quella donna. Avrei giurato che non stesse uscendo con nessuno.» David valutò l’ipotesi di confessarle che Cal si era rimorchiato Min per via della loro scommessa, ma poi pensò: No. Quella scommessa non era certo stato il suo momento di gloria. Anzi, a dirla tutta non aveva idea del perché avesse insistito tanto; era come se una vocina malvagia gliel’avesse suggerito. No, la colpa era di Cal. Ecco la verità; ed era un vero disastro, perché se Min avesse scoperto del suo coinvolgimento nella scommessa... «Tu la conosci?» chiese Cynthie. «è la mia ex ragazza.» «Ah.» Cynthie posò il bicchiere. «Be’, spero che Cal si penta di averla rimorchiata. Spero che dopo essersela portata a casa capisca finalmente cosa si sta perdendo.» «Non andranno a casa sua» disse David. «Lei rifiuterà.» Cynthie rimase in attesa, e dopo qualche secondo David proseguì. «Non le piace molto il sesso.» Cynthie sorrise. David scrollò le spalle. «O perlomeno non ha mai voluto farlo nei due mesi in cui era con me. Per cui l’ho fatta finita.» Cynthie scosse la testa, senza smettere di sorridere. «Non hai dato abbastanza tempo alla vostra storia. Cosa fa lei nella vita?» David si irrigidì per la critica. «Fa l’attuaria. E trovo inconcepibile che per due mesi...» «David,» lo interruppe Cynthie «se ti aspettavi del sesso dopo cinque minuti dovevi metterti con una spogliarellista. Se fa l’attuaria, vuol dire che è una persona prudente; minimizzare il rischio è il suo mestiere, e nel tuo caso ha avuto ragione.» David cominciava a detestare Cynthie. «Come può avere ragione?» «L’hai lasciata per via del sesso.» Cynthie si chinò in avanti, e David fece finta di non guardarle il seno sotto la maglietta. «David, questo è il mio mestiere. Se ne fossi stato innamorato, non le avresti mai dato un ultimatum per il sesso.» «E quale sarebbe il tuo mestiere?» chiese David freddamente. «Faccio la psicologa.» Cynthie prese in mano il bicchiere, e a David tornarono in mente le voci che giravano su di lei. «Tu sei quell’esperta di relazioni» disse ritrovando l’entusiasmo. Si poteva dire che fosse una persona famosa. «Quella che va in tv.» «Qualche ospitata ogni tanto» disse Cynthie. «Le ricerche che ho fatto sulle relazioni hanno avuto successo. E tutti i miei studi indicano con certezza che non si dà mai un ultimatum per il sesso.» «Tu l’hai dato a Cal, però.» «Non per il sesso» precisò Cynthie. «Non gli ho mai negato il sesso. E non era un ultimatum, era una strategia. Eravamo insieme da nove mesi, avevamo superato l’infatuazione ed eravamo arrivati all’affetto; sapevo che aveva solo bisogno di un indizio fisiologico per trovare la consapevolezza dei suoi reali sentimenti.» «Ciò che dici non ha alcun senso» disse David. Il sorriso di Cynthie era privo di calore. «I miei studi dimostrano che un processo maturo di innamoramento prevede quattro fasi.» Sollevò un dito. «Quando conosci una donna, cerchi inconsciamente delle conferme del fatto che lei sia la persona adatta a te. Fase di supposizione.» Sollevò un secondo dito. «Se lei supera la prova della supposizione, la conosci meglio per scoprire se va bene per te. Nel caso sia così, scatta l’attrazione.» Alzò il terzo dito. «Se, durante la conoscenza approfondita, l’attrazione è corroborata da gioie e dolori, sperimenti l’infatuazione. E...» Sollevò il quarto dito. «Se si stabilisce un legame solido durante l’infatuazione, svilupperai un amore maturo e incondizionato.» «Sembra tutto un po’ freddo» disse David, fingendo interesse. Dopotutto stava parlando con una semivip. «Ciò non vuol dire che sia sbagliato» disse Cynthie. «Prendi la supposizione, per esempio. La tua mente subcosciente passa in rassegna diverse donne e sceglie quelle che si conformano alle tue supposizioni su quale tipo di donna sia attraente.» «Mi piace pensare di essere una persona aperta mentalmente» disse David. «Proprio per questo mi stupisce che Cal abbia scelto la tua Min.» Cynthie mandò giù un sorso del suo drink. «Una delle sue supposizioni è che le sue donne siano bellissime.» «Ho sempre pensato che Cal fosse un superficiale» disse David, per poi pensare: L’ha scelta per la scommessa, quel bastardo. «Non è affatto superficiale» disse Cynthie. «Se hanno superato la supposizione, ora staranno valutando l’attrazione. Per esempio, se camminavano allo stesso passo quando sono usciti, potrebbe essere un forte segnale psicologico della loro compatibilità.» Sembrava indispettita. «Vorrei poterli osservare durante la cena.» «Per scoprire cosa?» chiese David, prendendo in mano il suo drink. «Che mangiano in sincrono?» «No» rispose Cynthie. «Se uno rispecchia le azioni dell’altra, per esempio accavallando le gambe nello stesso modo. Se lei accetta con piacere il contatto fisico. Se si scambiano uno sguardo con valenza sessuale.» David sentì il drink andargli di traverso. «Uno sguardo sostenuto per qualche secondo in più» aggiunse Cynthie. «è un chiaro segnale sessuale. Tipico di ogni specie.» David annuì, ripromettendosi che non avrebbe più fissato nessuno. «Se la conversazione mantiene un certo ritmo, senza lunghi silenzi, vuol dire che c’è attrazione. Se la relazione è abbastanza avanzata da consentire l’uso di soprannomi.» «Min odia i soprannomi» disse David ricordando il disastroso episodio del ‘tesorino’. «Avere gli stessi gusti in fatto di musica, o di cinema. La condivisione di un segreto, o di situazioni umoristiche. Una vicinanza di valori. Min lavora in proprio?» «No» rispose David. «Lavora per Alliance Insurance. Suo padre è il vicepresidente.» Un sorriso si fece largo sul bel volto di Cynthie. «Ottimo. A Cal piace l’azzardo, quindi apprezza le persone che sanno correre dei rischi. Ecco perché ha rifiutato di mettersi in affari col padre e ha deciso di fondare una sua società. Non rimarrà colpito da una persona ancora attaccata alla giacca del padre. La riterrà piuttosto scialba.» «Bene» disse David. Quel bastardo superficiale. Cynthie annuì, la bocca a stretto contatto con il bicchiere. «Anche il suo atteggiamento sarà decisivo. Una persona a cui piaci, e a cui piace stare con te, verrà percepita come attraente.» Per un attimo sembrò scoraggiarsi. «Ovviamente la tua Min sarà estasiata della sua compagnia.» «No, non credo» ribatté David, ringalluzzito. «Ce l’ha a morte con tutto il genere maschile, ora che ho rotto con lei. Ed è un bel caratterino.» Cynthie se ne rallegrò. «Quindi lui assocerà il suo carattere irascibile alla percezione di un’ eccessiva cautela. Promette molto bene, David. Si farà offrire la cena?» David scosse la testa. «Min insiste sempre per fare a metà. Ha uno spiccato senso dell’uguaglianza.» «Ogni specie ha l’equivalente di un invito a cena tra i suoi rituali di coppia» disse Cynthie. «Una donna che non si fa offrire la cena sta rifiutando il corteggiamento. Magari pensa di comportarsi nel modo giusto, oppure crede di essere una femminista, ma nel profondo è ben consapevole del fatto che ti sta eliminando dalla lista dei pretendenti.» «Non gli permetterà mai di pagare» disse David, rivedendo le sue posizioni in materia. Quando Min sarebbe tornata, avrebbe sempre pagato lui la cena. «Quindi litigheranno per il conto. Fantastico.» Si adagiò sulla sedia, nel suo volto una rilassatezza nuova. «In base a ciò che mi hai raccontato di lei, Cal starà già rimpiangendo di averla invitata a cena.» «Bene» disse David, rallegrandosi al pensiero. Il sorriso di Cynthie ebbe un’esitazione. «Dicevi sul serio quando mi hai invitato a cena, oppure l’hai fatto soltanto per far arrabbiare Cal?» La cena. Se fosse andato a cena con Cynthie, Tony e Roger l’avrebbero riferito a Cal. Proprio ciò che si meritava. E lui si sarebbe goduto un’uscita trionfale con la brunetta sexy che aveva mollato il leggendario Calvin Morrisey. Una bella vittoria. Poggiò il bicchiere. «Te l’ho chiesto perché volevo andare a cena con te.» Cynthie sorrise, e lui ne fu accecato. Cal era stato un idiota a farsi scappare quella donna. «Così potrai raccontarmi tutto di Min» disse Cynthie. «Certo» rispose David. Tutto di Min. Nulla della scommessa. Min stava aspettando fuori dal locale, mentre la bestia rientrava a prendere qualcosa che aveva dimenticato; il senso della decenza, magari. L’aria fresca di una sera di giugno le schiarì i pensieri e le calmò la rabbia. Il locale si trovava su una delle sue strade preferite, piena di negozietti carini e di ristoranti, con uno splendido teatro d’essai. Una brezza gentile soffiava tra gli alberi sottili, che faticavano a crescere nelle gabbie di ferro sul ciglio della strada. Per un attimo, Min li guardò pensando: Mi sento proprio come voi. Tranne per la sottigliezza, certo. Ma la gabbia? Assolutamente. Non c’erano dubbi, era in trappola. Senza accompagnatore, con uno stupido vestito da damigella da indossare mentre sua sorella sposava uno sfigato, con sua madre che la guardava preoccupata. Perché la verità era che non sarebbe riuscita a tenere sotto scacco uno come Calvin Morrisey per tre settimane. Era stata un’idea stupida, nata dalla rabbia e dal rum. Per un attimo, desiderò soltanto di essere nel suo attico, raggomitolata sul vecchio divano color zucca di sua nonna, ascoltando l’album Moody Blue di Elvis. Forse il gioco degli appuntamenti non era per lei; forse doveva arrendersi ai suoi geni sovrappeso e rassegnarsi a diventare una tenera zia nubile per l’inevitabile prole di Diana. Del resto non moriva dalla voglia di avere figli; e in fondo, a cos’altro servivano gli uomini? Okay, c’era il sesso, ma era esattamente ciò che li spingeva a comportarsi in quel modo orribile. Francamente... Lo squillo di un telefono alle sue spalle la fece sobbalzare. Si voltò, trovando Calvin Morrisey ad attenderla. Mise una mano dentro la giacca per estrarne il telefono, di un modello troppo elaborato per qualsiasi reale bisogno umano. Era la conferma della sua decisione: per nessun motivo al mondo avrebbe trascorso tre settimane con uno yuppie senz’anima con l’unico scopo di non presenziare al matrimonio in solitudine. Avrebbe pagato la sua metà della cena e poi gli avrebbe detto addio per sempre. Ecco qual era il piano. Si mise a braccia conserte nell’attesa di farsi stupire con una mirabolante telefonata di lavoro, ma lui spense il telefono. Min lo guardò alzando le sopracciglia. «E se fosse importante?» «L’unica persona con cui voglio parlare è qui di fronte a me» disse, sfoderando un sorriso da GQ. «Ma per favore» disse Min. «Puoi spegnere anche quello?» «Prego?» disse lui, incrinando il sorriso. «Il generatore di frasi a effetto.» Min riprese a camminare. «Ho già accettato di uscire con te. Ora puoi rilassarti.» «Io sono sempre rilassato.» La raggiunse con una sola falcata. «Dove andiamo?» Min si fermò, e lui fece un altro passo prima di imitarla. «Il nuovo ristorante di cui tutti parlano è da questa parte. Serafino’s. Qualcuno che conosco sostiene che lo chef stia annunciando una rivoluzione attraverso la sua cucina.» Min pensò a David e osservò Cal. Identici. «Mi sembra in linea col tuo stile. Altre proposte?» «Sì.» Le poggiò un dito sulla spalla, cercando di farla voltare con una leggera spinta; Min se lo scrollò di dosso velocemente. «Il mio ristorante è di là» disse. «Mai frequentare posti in cui lo chef parla con il cibo. A meno che tu non...» «No.» Min si voltò e riprese a camminare. «Voglio vedere quali gusti hai in fatto di ristoranti. Presumo siano simili a quelli in fatto di cellulari: di tendenza.» «Mi piacciono gli aggeggi elettronici» disse lui raggiungendola. «Non credo che questo dica tutto di me.» «Ho sempre desiderato fare uno studio sui telefoni cellulari in rapporto alla personalità» mentì Min, passando di fronte al cinema Gryphon. «Con tutti quei modelli lussuosi, le scocche diverse. Altre persone invece si rifiutano di averne uno. Si direbbe che...» «Tu ne hai uno nero» disse lui. «Molto pratico. Attenta ai vetri.» Cercò di afferrarle il braccio per allontanarla da una bottiglia di birra in frantumi, ma lei la evitò da sola, tenendosi ben alla larga da lui. Cal si fermò a guardarle i piedi, probabilmente fingendo preoccupazione. Si fermò anche lei. «Cosa c’è?» «Belle scarpe» disse, osservando i suoi sandali aperti con tacco, in plastica madreperlata e fiocchetti neri. «Grazie» rispose lei sorpresa che le avesse notate. «Prego.» Mise le mani in tasca e riprese a camminare, allungando la falcata. «Comunque ti sbagli.» Min affrettò il passo per stargli dietro. «Il mio cellulare non è nero. è verde. Ci sono delle margherite disegnate sopra.» «No, non è vero.» Stava camminando davanti a lei, senza neanche far finta di tenere il suo ritmo. Min dovette trotterellare per raggiungerlo. «è nero, oppure in scocca metallica. Ha soltanto le funzioni di base, il che è un peccato; a volte capita di ritrovarsi bloccati da qualche parte e di aver bisogno di un bel gioco di poker.» Quando i suoi occhi si posarono su di lui, lo trovò così bello che dovette fermarsi per lasciare che si allontanasse di nuovo. La chiave era prenderlo sempre in contropiede e non guardarlo in faccia ammirata, in particolare quando aveva fastidiosamente ragione, come nel caso del suo cellulare nero. «Scusa se mi permetto» replicò in tono rigido, con le braccia incrociate sul petto. «Credo di sapere com’è fatto il mio cellulare. Ci sono le margherite. E il fatto che io indossi un tailleur non vuol dire che sia monotona. Indosso anche biancheria intima rossa.» «Falso anche questo.» Aveva ancora le mani in tasca, e appariva enorme, massiccio e arrogante. «Se insisti con questo atteggiamento, di certo non lo scoprirai» disse Min riprendendo a camminare, senza accorgersi che lui non la stava seguendo. Quando si voltò, notò che Cal la fissava. «Be’, e la cena?» Camminò verso di lei lentamente, e quando la raggiunse si avvicinò e le disse: «Scommetto dieci dollari che non ci sono margherite sul tuo cellulare.» «Io non scommetto» disse Min cercando di non indietreggiare. «Raddoppio la posta su un semplice reggiseno bianco.» «Se pensi che sia così noiosa, che ci fai con me?» «Ho visto il reggiseno quando ci hai infilato i venti dollari. Hai gusti molto sobri, quindi è escluso che ci siano margherite sul tuo cellulare. L’unico elemento ardito che ti concedi sono le scarpe.» Ahi. Min si accigliò. «Ehi...» «E riguardo a cosa ci faccio con te,» proseguì lui, visibilmente a corto di pazienza «sto provando a portarti in un ristorante fantastico, a pochi passi da qui. Non potremmo stabilire una tregua fino a...» Min riprese a camminare. «Allora, non vuoi scommettere?» disse lui alle sue spalle. «No.» Min camminò più veloce, ma lui la raggiunse ugualmente, senza alcuno sforzo. Gambe lunghe, pensò, prima di rimproverarsi mentalmente per aver pensato a una qualunque parte del suo corpo. O per aver pensato al fatto che avesse notato le sue scarpe. Una mossa tipica di quelli come lui. Ricordati la scommessa, si disse. è una bestia e un giocatore d’azzardo. La bestia che giocava d’azzardo si fermò di fronte a una vetrina male illuminata e coperta da tendaggi rossi. Era sormontata dalla scritta EMILIO’S in caratteri dorati. «Questo sarebbe il ristorante?» disse Min, sorpresa da una scelta così poco appariscente. «Già.» Si avvicinò alla porta. «Aspetta.» Min si fermò di fronte al cartello sull’ingresso. «Chiude alle dieci in settimana. Dovrebbe essere più o meno a quest’ora. Forse non...» «Sono il cliente preferito di Emilio» disse lui tenendo aperta la porta. «Almeno finché non conoscerà te.» «Frase a effetto?» chiese Min esasperata. «No» rispose lui, pazientemente. «Ma continua pure a tormentarmi per tutta la cena; Emilio ti offrirà il dolce.» «Pensavo fossi il suo cliente preferito» disse Min. «Infatti» disse lui. «Ma adora vedermi sulla graticola. Allora, vieni?» «Sì» disse Min, passandogli davanti. Era passato un minuto e mezzo sull’orologio di Liza quando l’uomo dalla testa a pallottola le toccò la spalla per farla voltare. «Chiedo scusa,» disse «ma mi è sembrato che mi stessi fissando.» Liza lo guardò con aria di sufficienza. «Era uno sguardo di stupore. Non riuscivo a credere che fossi così lento.» «Lento?» Aveva l’espressione di chi era stato insultato. «Era impossibile arrivare fin qui in minor tempo. Non avevo neanche le protezioni.» Lisa scosse la testa. «Mi hai notato più di un’ora fa. Avevi bisogno di tempo per rifletterci?» Alzò gli occhi al cielo. «A quanto ne so, le rosse sono pericolose.» Si appoggiò al bancone. «Mi chiamo Tony. E tu sei in debito con me.» Ecco che arriva, pensò Liza. Si chinò sul bancone, imitandolo. «In debito?» «Sì.» Sorrise. «Per via della teoria del caos.» Liza scosse la testa. «La teoria del caos.» Le si avvicinò. «La teoria del caos dice che i sistemi dinamici complessi diventano instabili a causa di turbolenze ambientali, a seguito delle quali un attrattore strano determina la traiettoria dello stato.» Liza lo guardò allibita. «Questa sarebbe la tua tattica?» «Sono un sistema dinamico complesso» disse Tony. «Non molto complesso» rispose Liza. «Ero stabile finché tu non hai causato una turbolenza nel mio ambiente.» «Non molto stabile» disse Liza. Tony sorrise. «Considerato che tu sei l’attrattore più strano in tutto il locale, ho seguito la mia traiettoria fino a te.» «Non è la traiettoria che hai seguito fino a me.» Liza cambiò posizione in modo da dare le spalle al bancone, frapponendo la spalla tra loro. «Inventati qualcosa di meglio, altrimenti cercherò qualcun altro per divertirmi.» Con la coda dell’occhio vide il secondo tizio, il biondo dall’aria assente, piegarsi verso Bonnie. «Fa sempre così?» le chiese. Liza si girò per prendergli le misure. Grande, grosso, insignificante. «Be’, non che il tuo amico sia esattamente il Principe Azzurro» rispose Bonnie con un ampio sorriso. Lui la incalzò dall’alto. «Nemmeno io lo sono. Per te va bene?» Ma per favore, pensò Liza, incrociando lo sguardo di Tony la pallottola. «è sincero» disse Tony. «Roger non usa tattiche.» «Visti i tuoi risultati con quella déba?cle della teoria del caos, mi sembra un punto a favore» disse Liza. «Povero caro» stava dicendo Bonnie mentre poggiava la mano sul braccio di Roger. «Certo che mi va bene. Mi chiamo Bonnie.» Roger la guardò in totale adorazione. «Io sono Roger, e tu sei la donna più bella che io abbia mai visto.» Il sorriso sul volto di Bonnie si allargò mentre si stringeva a lui. «Il che non vuol dire che non sappia farci con le donne» aggiunse Tony, interdetto. «Comincio a intravedere il suo fascino.» Liza riportò lo sguardo su Tony. «Il tuo qual è?» «Sono fantastico a letto» rispose Tony. «Capisco» disse Liza. «Sei senza speranza, ma ti concedo di offrirmi da bere e raccontarmi di te. E dei tuoi amici.» «Tutto quello che vuoi» disse Tony, gesticolando in direzione della barista con i ricci. Quando si avvicinò al suo lato del bancone, Tony disse: «Shanna, non ti sei ancora decisa a saltare la barricata?» La barista scosse la testa. «No, e anche se fosse saresti l’ultimo a saperlo.» «Mi basta essere nella lista» rispose Tony. «Shanna, ti presento Liza. E ti avverto che ci servono rifornimenti.» «Lo conosci?» chiese Liza rivolta a Shanna. «è un amico del mio vicino di casa. Devo sopportarlo per via di Cal.» «Cal?» disse Liza, pensando: Dannazione, avrei potuto sapere tutto di lui dalla barista senza dovermi sorbire questo bifolco. Be’, a lei penserò più avanti. «Meglio che tu non sappia nulla di Cal» intervenne Tony. «è pericoloso. Le donne dovrebbero stargli alla larga.» Shanna alzò lo sguardo al cielo e si allontanò. «Molto interessante» disse Liza con un sorriso. «Raccontami di Cal e di quanto è pericoloso.» «Non dicevo sul serio. è un grande» disse Tony. «Ci siamo conosciuti a scuola...» «Eravate insieme al liceo?» chiese Liza, colta di sorpresa. «Eravamo insieme alle elementari. Ma non vedo cosa ci sia di interessante...» «Voglio sapere tutto di te, tesoro» disse Liza. «Mi incuriosisci.» Tony annuì, prendendola sul serio. «Sono nato...» «Di te e dei tuoi amici» precisò Liza. «Tu, Roger e Cal...» Mentre Tony iniziava a parlare, Liza sentì Bonnie alle sue spalle dire: «Sai che a mia madre piaceresti molto?» e Roger rispondere: «Sarei felice di conoscere tua madre.» Liza si voltò per osservare. «Fa sempre così con le donne?» «Come?» chiese Tony, strappato al racconto dei suoi brillanti trascorsi come giocatore di football in terza elementare. «Non importa» disse Liza. «Saltiamo direttamente alla pubertà. Tu, Roger e Cal...» Cal rimase a osservare lo sgomento sul volto di Min in seguito all’impatto iniziale con Emilio. La vista del suo ristorante preferito, così bizzarro, con i lampadari di ferro battuto e le lampadine ambrate, le vecchie foto in bianco e nero sulle pareti, le tovaglie a scacchi bianchi e rossi, le candele nelle vecchie bottiglie di Chianti, i menu scritti a mano e le posate spaiate. Si aspettava di vedere le sue labbra contorcersi, poi capì che non era possibile, visto che era rimasta a bocca aperta. D’altra parte era una giusta punizione. Dopo essere stata una tale rottura di... «è favoloso» disse Min, scoppiando a ridere. «Mio dio, come ha fatto uno come te a scoprire questo posto?» «In che senso, uno come me?» chiese Cal. Min si diresse verso la parete per osservare le fotografie di ottant’anni di storia familiare di Emilio. «E queste da dove vengono?» Sorrise, le sue labbra morbide si schiusero e i suoi occhi si accesero. In quel momento, Emilio apparve alle loro spalle. «Signor Morrisey» disse Emilio facendo voltare il suo vecchio compagno di stanza. «Che piacere rivederla.» «Emilio,» disse Cal «ti presento Min Dobbs.» Si voltò verso Min. «Emilio fa il pane migliore della città.» «Sono certa che ogni cosa che fai è la migliore, Emilio» disse Min porgendogli la mano. Lo guardò dal basso sotto le ciglia, inserendo una nota di malizia nell’ampio sorriso. Emilio sembrò lusingato. Cal pensò: Con me non ha fatto così. Emilio le strinse la mano calorosamente. «Il mio pane sarà una poesia per te, un dono in onore della tua bellezza, dei versi in celebrazione del tuo sorriso.» Le baciò il dorso della mano, e Min sorrise radiosamente senza ritrarla. «Emilio, sono io ad avere un appuntamento con Min» intervenne Cal. «Basta con i baci.» Min scosse la testa, senza alcunché di radioso. «Non è un appuntamento. Non ci troviamo neanche simpatici.» Tornò a guardare Emilio, riprendendo a sorridere. «Conti separati, Emilio. Per favore.» «Niente conti separati, Emilio» disse Cal, esasperato oltre i confini della gentilezza. «Ma un tavolo sarebbe molto gradito.» «Per te, qualunque cosa» disse Emilio baciando di nuovo la mano di Min. Incredibile, pensò Cal, rifilando un calcio sullo stinco di Emilio mentre Min era distratta dal locale. Un uomo sposato, santo dio. «Prego, da questa parte» disse Emilio, sussultando. Li condusse al tavolo migliore, di fronte alla finestra. Fece accomodare Min sulla sedia in legno curvato, poi indugiò nei pressi di Cal abbastanza a lungo da sussurrargli: «Ho mandato a casa i camerieri mezz’ora fa, razza di bastardo.» «Non c’è di che» disse Cal a voce alta, con un ampio cenno del capo. Emilio rinunciò e si ritirò in cucina, lasciando Cal a osservare Min, la quale a sua volta osservava ogni angolo del locale. «Sembra uno di quei ristoranti italiani che si vedono nei film» disse. «Solo che non lo è. Lo adoro. Adoro anche Emilio.» «Ho notato» rispose Cal. «Nessuna delle donne che ho portato qui ha mai iniziato a scambiare baci con lui prima ancora di essere seduta.» «Be’, è la persona che si occuperà di nutrirmi.» Prese in mano il tovagliolo. «è sempre un ottimo segno, in un uomo.» Si dispose il tovagliolo in grembo, poi all’improvviso smorzò il sorriso in un’espressione tesa. «Però...» Cal si preparò alla bordata successiva. Si chinò in avanti. «Non posso mangiare pane o pasta, ma non vorrei ferirlo. Potresti ordinare qualcos’altro?» «Certo» disse Cal, sorpreso. «Un’insalata. O del pollo al Marsala. Lo servono senza pasta.» «Grazie.» Min gli sorrise. «Non vorrei rovinargli la serata.» «Credo tu l’abbia già resa speciale» rispose Cal. Min aveva delle labbra piene e morbide, e quando gli sorrise con gratitudine il suo volto si trasformò per un attimo da quello di una severa guardia carceraria in quello di una dolce bambolina. La scintilla maliziosa che aveva lasciato trasparire mentre flirtava con Emilio, però, era scomparsa. Un gran peccato. Emilio portò il pane, e Min si sporse in avanti incuriosita. «Ha un odore delizioso. Per fortuna che ho saltato il pranzo.» «è buonissimo» disse Cal. «Emilio, gradiremmo dell’insalata della casa, e il pollo al Marsala a seguire.» «Ottima scelta, signor Morrisey» rispose Emilio; erano piatti semplici da preparare, e Cal lo sapeva bene. «E un buon vino rosso come accompagnamento?» «Perfetto» disse Cal, sapendo anche che gli sarebbe toccato qualche fondo di bottiglia rimasto aperto in cucina. «Per me dell’acqua con ghiaccio» disse Min con un sospiro, ancora concentrata sul pane. Quando Emilio si congedò, Cal disse: «Il pane è ottimo. Fatto in casa.» «Carboidrati» replicò Min, il volto di nuovo contrariato. Cal aveva discusso abbastanza di carboidrati nei suoi nove mesi con Cynthie, quindi lasciò cadere il discorso. «Allora» disse, scegliendo uno dei pezzi più piccoli di focaccia. «Che lavoro fai?» Quando spezzò il pane, il calore del lievito si sprigionò riempiendo i suoi sensi. «Faccio l’attuaria» rispose Min con voce tesa. Un’attuaria. Era uscito a cena con una statistica petulante e avversa al rischio, che per di più si negava il cibo. Anche per i suoi standard accomodanti, era un nuovo punto basso. «è molto... interessante» disse. Min era ancora concentrata sul pane e non ci fece caso. Cal le mise metà focaccia sotto il naso e le intimò: «Mangia.» «Non posso!» disse lei. «C’è un vestito in cui dovrò entrare a tutti i costi, fra tre settimane.» «Un pezzo di pane non farà alcuna differenza.» Lo agitò sotto il suo naso, sapendo che il profumo del pane di Emilio aveva fatto vacillare perfino i più devoti fedeli della dieta Atkins. «No.» Serrò gli occhi e la bocca. Strategia fallimentare. Non sarebbe stata la vista del pane a farla capitolare, ma il suo profumo. «Potrebbe essere la tua unica possibilità di assaggiare il pane di Emilio» disse lui, ottenendo un respiro profondo per tutta risposta. «Al diavolo.» Aprì gli occhi e prese il pane dalle sue mani. «Sei davvero una bestia.» «Io?» disse Cal, guardandola mentre strappava un pezzo di pane e lo azzannava con occhi famelici. «Oh...» sospirò, masticando a occhi chiusi ma con il piacere ben visibile. Guarda anche me così, pensò lui. Un colpetto sulla spalla richiamò la sua attenzione. Emilio era in piedi alle sue spalle con in mano una mezza bottiglia di vino, rapito dalla vista di Min. Rivolse a Cal un cenno di intesa e gli sussurrò: «Da sposare.» Min aprì gli occhi e disse: «Emilio, sei un genio.» «Il piacere è tutto mio» rispose Emilio. Cal gli strappò il vino dalle mani. «Grazie, Emilio» disse in tono fermo. Emilio scosse la testa e tornò in cucina a preparare le insalate. Dopo averle servite, si allontanò di nuovo e Cal riprese il discorso. «E così sei un’attuaria.» Min lo guardò ancora con disprezzo. «Sii sincero, non ti importa nulla di ciò che faccio. Rinuncia al tuo ruolo per una serata, Casanova.» «Ehi!» Prese dell’altro pane. «Non passo mica le mie serate così. è da parecchio che non mi faccio avanti con qualcuno.» Min guardò l’orologio senza smettere di masticare. Deglutì, poi disse: «Circa ventotto minuti.» «Oltre a te, intendo. Ho chiuso una storia un paio di mesi fa, e nel frattempo mi sono goduto un po’ di pace.» Di fronte al disappunto di Min, aggiunse: «E naturalmente, quando decido di ricominciare a uscire con qualcuno, trovo una donna che mi odia. Da dove viene tanto astio?» «Astio? Quale astio?» Min infilzò la forchetta nell’insalata e ne prese un boccone. «Dio, che buona.» Guardandola masticare con gioia, Cal si chiese dove stesse sbagliando. Avrebbe dovuto piacerle. Si stava comportando in modo galante, dannazione. «Dimmi, che interessi hai oltre alle belle scarpe?» «Su, per favore» disse Min una volta finito di deglutire. «Sta a te parlare. Io so perché ti ho scelto; dimmi perché tu hai scelto me.» Si fermò con il bicchiere vicino alla bocca. «Tu mi avresti scelto?» Min scosse la testa. «Non ti ho rimorchiato, ma ti ho scelto. Ti ho visto sulla pedana. Per la verità, la mia amica Liza ti ha visto per primo, ma ti ha ceduto a me.» «Carino, da parte sua» disse Cal. «Perciò quando sono venuto da te mi stavi aspettando?» «Più o meno.» Min spinse il pane verso di lui. «Tieni questo cestino lontano da me. Mi sto rendendo ridicola.» Avvicinò il cestino al suo piatto. «E allora perché hai reso le cose tanto difficili?» Min si lasciò andare a uno sbuffo. «Credi che sia stato difficile? Evidentemente non ti sono mai capitate donne che fanno davvero le difficili.» «Non nei primi cinque minuti» disse Cal. «Di solito lo tengono in serbo per il futuro.» «Ma noi non abbiamo un futuro» disse lei, recriminando per la vista del pane lontano. «Quindi ho dovuto anticipare la difficoltà.» Cal spinse il cestino verso di lei. «E perché non avremmo un futuro?» chiese, nonostante fosse la medesima conclusione a cui era giunto dopo trenta secondi dal suo approccio nel locale. «Perché il sesso non mi interessa.» Min strappò un pezzetto di focaccia e vi affondò i denti. Cal la osservò mentre il piacere le invadeva il volto. Menti, pensò. «E di conseguenza tu non hai interesse in me» disse Min, una volta mandato giù il boccone. «Ehi» rispose lui piccato. «Cosa ti fa pensare che io sia interessato solo al sesso?» «Il fatto che sei un uomo.» Prese un altro pezzo di pane. «Le statistiche dicono che gli uomini sono interessati solo a tre cose: la carriera, lo sport e il sesso. Ecco perché vanno pazzi per le cheerleader.» Cal poggiò la forchetta. «Un po’ sessista, non trovi?» La sua irritazione svanì guardando Min che con la lingua afferrava una briciola rimasta sulle labbra. Era bello guardarla quando non era arrabbiata: pelle liscia come latte, grandi occhi scuri, un naso morbido. E quella bocca, carnosa e invitante... «Sì» rispose lei. «Ma è vero.» «Scusa, dicevi?» Cal cercò di recuperare il filo del discorso. «La questione dello sport e del sesso? Non credo proprio. Siamo nel XXI secolo, abbiamo imparato a essere sensibili.» «Ah, sì?» «Certo» disse Cal. «Altrimenti saremmo condannati all’astinenza.» Min alzò gli occhi al cielo. Cal prese la bottiglia per riempirle il bicchiere. «Meglio di no» disse lei. «Ho già bevuto troppo nel locale.» Cal le prese il bicchiere. «Ci penso io a farti arrivare a casa sana e salva.» «E chi penserà a mettermi in salvo da te?» rispose lei. Cal poggiò la bottiglia sul tavolo. «Questo era davvero un colpo basso» rispose, con più veemenza del previsto. Min incrociò il suo sguardo e pensò: Accidenti, ci risiamo. Annuì e disse: «Hai ragione. Non te lo meriti. Ti chiedo scusa.» Aggrottò la fronte, come per riflettere. «Ti chiedo scusa per l’intera serata. Il mio ragazzo mi ha mollato mezz’ora prima che venissi a parlarmi...» «Ah, ecco» disse Cal. «Mi ha mandato su tutte le furie. Poi ho capito che forse neanche mi piaceva, e che in realtà ce l’ho con me stessa per essere stata così stupida.» «Non sei stata stupida» disse Cal. «Gli sbagli non sono stupidi, sono un modo per imparare.» Gli lanciò un’occhiata confusa. «Grazie. In ogni caso, non hai colpe in questa serata. Cioè, hai i tuoi difetti, ma non dovresti pagare anche per i suoi. Scusami.» «Nessun problema» disse, anche lui confuso. Quali difetti? «Ora bevi un po’ di vino. è buono.» Prese in mano il bicchiere e bevve un sorso. «Hai ragione, è ottimo.» «Bene, vorrà dire che torneremo qui spesso» disse lui, pentendosene subito dopo; non si sarebbero mai più rivisti. «Altra frase a effetto» disse Min, senza veleno. «Non ci vedremo mai più, e tu lo sai. Qual è il tuo problema? Entri in modalità predatore appena vedi una donna?» Cal si rilassò sulla sedia. «Anche questa gentilezza la devo al tuo ex ragazzo? Di solito non sono paranoico, ma direi proprio che ce l’hai con me.» «Non fare la vittima» disse Min spezzando dell’altro pane. «Hai una faccia meravigliosa, e un corpo che farebbe tremare le gambe a qualunque donna. Come puoi pensare di lamentarti?» Cal sorrise. «Faccio tremare anche le tue, di gambe?» Min staccò un bel morso dalla focaccia. «Prima che cominciassi a lamentarti, forse» disse una volta finito il boccone. «Ma ora l’incantesimo si è spezzato.» Cal la guardò leccarsi il labbro inferiore, e due mesi di solitudine più l’istinto di una vita intera fecero il resto. «Dammi una possibilità» disse. «Scommetto che posso rimettere l’incantesimo al suo posto.» Min rimase immobile con la punta della lingua poggiata sul labbro; i loro occhi rimasero in contatto per un lungo, sensuale momento. Stavolta la luce nei suoi occhi c’era tutta, e ogni rumore intorno a loro si spense. I tessuti nervosi del suo corpo si risvegliarono e gli dissero: è lei. Poi la sua lingua si ritrasse, e Cal scosse la testa per schiarirsi le idee, pensando: Ma neanche per idea. «Io non scommetto mai» disse Min. «Da un punto di vista statistico, il gioco d’azzardo è una fonte di guadagno poco efficace.» «Non è una fonte di guadagno» disse Cal. «è uno stile di vita.» «Dubito che potremmo essere più incompatibili di così» disse Min. «Concordo» rispose Cal, ma poi notò il suo sguardo sollevarsi oltre le sue spalle, e il suo respiro ebbe un’esitazione. Quando si voltò, Cal vide Emilio arrivare con un profumato vassoio di pollo al Marsala; filetti dorati ed enormi funghi brasati che galleggiavano in una splendida salsa di vino. «Oh, mio dio» disse Min. Emilio la guardò raggiante. «è un piacere servire chi apprezza il buon cibo. Assaggia.» Min tagliò il pollo e ne mise in bocca una forchettata. Dapprima sembrò sorpresa, poi chiuse gli occhi e iniziò a masticare, con il volto irradiato di piacere. Dopo aver deglutito, guardò Emilio con occhi illuminati. «è incredibile» disse, mentre Cal pensava: Perché non guardi così anche me? «Prova i funghi» disse Emilio, felice come un’italianissima Pasqua. «Vattene» gli intimò Cal, ma Emilio rimase finché Min non assaggiò uno di quei funghi enormi, per poi definirlo un genio con devozione totale. «Quando verranno riconosciuti i miei meriti per averti portato qui?» chiese Cal, una volta che Emilio si fu allontanato. «Giusto» disse Min. «Sei un genio nella scelta dei ristoranti. Ora fai silenzio, devo concentrarmi.» Cal sospirò, rinunciando a fare conversazione per il resto della cena. Alla fine ci fu una diatriba perché Min insisteva per avere conti separati, ma Cal sentenziò: «Ti ho invitato io e pago io. Stai alla larga, donna.» Per un attimo Min sembrò voler replicare, ma si limitò ad annuire. «Grazie mille» gli disse. «Per l’ottima cena e per avermi fatto scoprire il mio nuovo ristorante preferito.» Cal si sentì apprezzato per la prima volta in tutta la serata. Quando uscirono, Min stampò un bacio sulla guancia di Emilio. «Il tuo pane è ottimo, Emilio, ma il pollo era un’opera d’arte.» Poi aggiunse un bacio sull’altra guancia. «Ehi» disse Cal. «Ci sono anch’io. Quel pollo l’ho pagato io.» «Niente suppliche» disse Min uscendo dalla porta. «Morrisey, finalmente hai trovato qualcuno che ti tiene testa» lo avvertì Emilio. «Tutt’altro» disse Cal, grato che gli fosse concesso un minuto senza di lei. «Questo è stato il nostro primo, ultimo e unico appuntamento.» «Non credo proprio» disse Emilio. «Ho visto come vi guardavate.» «Ci guardavamo con paura e odio» disse Cal, aprendo la porta. «Dio, sei senza speranza» concluse Emilio. Cal lo ignorò e si inoltrò nel buio della notte per raggiungere Min. 3 «L’infatuazione è la parte più divertente dell’innamoramento» disse Cynthie a David quando si furono accomodati da Serafino’s. Il cameriere si dileguò subito dopo aver servito loro dei costosissimi filetti. David rispose con un sorriso e pensò: Scommetto che Min non sta parlando di psicologia con Cal. Chissà cos’era che stava facendo, poi. Qualunque cosa fosse, doveva trovare un modo per fermarla. «L’infatuazione rilascia una sostanza chimica di nome PEA nel cervello» proseguì Cynthie. «Il cuore comincia a battere, ti manca il respiro e ti gira la testa, tremi, non riesci a pensare. è l’idea che tutti hanno quando pensano all’amore, ed è ciò che tutti provano.» Sorrise con espressione sognante. «La nostra infatuazione è stata fantastica. Non riuscivamo a resisterci.» «Mmm.» David prese in mano il bicchiere di Margarita in vetro blu smerigliato. «Dimmi di nuovo perché tra loro non sta funzionando.» «Be’,» disse Cynthie «a quest’ora lui dovrebbe aver capito che è tempo di chiudere. La accompagnerà alla sua auto per assicurarsi che sia al sicuro, poi le stringerà la mano e le dirà ‘buona fortuna per tutto’, e la cosa finirà lì.» «E se fosse attratto da lei?» «Ti ho già spiegato che non lo è» disse Cynthie, ma il sorriso le si incrinò. «Anche se lo fosse, e non lo è, le chiederebbe un altro appuntamento per cercare ulteriori indizi, delle prove che lei sia degna del suo amore. Per esempio, l’apprezzamento di amici e parenti. Ma lei non è il tipo di Roger, a cui piacciono solo le bionde tutte risatine, e dubito che Tony l’abbia anche solo notata, visto che è un tipo seno-gambe-fondoschiena; non sono stati i suoi amici a spingerlo verso di lei.» «Difficile capire perché l’abbia fatto» disse David con aria innocente. «Non credo che le farà mai conoscere la sua famiglia. Ma la madre la odierebbe. Non le sta mai bene nulla, quindi non potrebbe funzionare. Cal ha bisogno dell’approvazione della sua famiglia.» «Stai dicendo che basterebbe questo a non far proseguire la relazione?» chiese David. «Il parere contrario di amici e parenti?» «A meno che lei non sia in conflitto con la sua famiglia, o senta il bisogno di ribellarsi. In quel caso, il loro parere contrario la spingerebbe tra le sue braccia; però non mi sembra che le cose stiano così.» «No» disse David, ripensando a quelle due cene in due mesi con i genitori di Min. «Sono molto legati.» «Se è così, amici e parenti giocano un ruolo fondamentale» proseguì Cynthie. «è il motivo per cui ho coltivato il rapporto con Tony per nove mesi. David, non succederà nulla. Cal è nella fase di amore maturo e attaccamento a me, quindi non proverà attrazione per Min.» «Amore maturo. Sarebbe la... ehm... quarta fase» disse David, mostrando di essere stato attento. «Esatto» rispose Cynthie. «L’infatuazione dura poco perché soggetta a condizioni, e le condizioni variano. Ma se è autentica, può svilupparsi in un amore maturo e incondizionato. Nel cervello vengono rilasciate nuove sostanze chimiche, le endorfine inducono calore, tranquillità e soddisfazione ogni volta che si è in compagnia della persona amata.» Fece un respiro profondo. «E ti fanno sentire depresso quando lui non c’è, perché il cervello non produce quelle sostanze.» «Ah» disse David. Ora capiva. «Quindi sei in astinenza da endorfine?» «Per il momento» disse Cynthie, tirandosi su. «Ma tornerà da me. La mancanza di sesso è dolorosa, un segnale fisiologico che rafforzerà il suo attaccamento a me.» «Dolorosa» ripeté David. Qualunque cosa facesse soffrire Cal gli sembrava una buona idea. Cynthie annuì. «Per passare dall’infatuazione all’attaccamento, Cal dovrebbe provare gioia o dolore con Min. La gioia potrebbe trovarla in ambito comunicativo o sessuale, il dolore potrebbe essere nella gelosia, nella frustrazione o nella paura; una qualunque fonte di stress. L’elemento di dolore è alla base delle tante storie d’amore che nascono in tempo di guerra. E di quelle che nascono in ufficio.» «Immagino» commentò David, ricordando una certa stagista di qualche anno prima. «Ma non credo che andrà così, stasera. Credo che Cal non farà altro che annoiarsi. Certo, è un bel sollievo sapere che la tua Min è scialba e frigida.» «Non ho mica detto che è scialba e frigida» precisò David. «Non sarei stato con una persona scialba e frigida.» «Se è così, avresti dovuto insistere» disse Cynthie. «L’infatuazione dura dai sei mesi ai tre anni, e non c’è modo di sapere se la persona sia quella giusta finché il periodo non è concluso. Tu hai rinunciato dopo due mesi, quindi non hai potuto raggiungere l’attaccamento, e neanche lei.» Scrollò le spalle. «Grave errore.» «Da sei mesi a tre anni?» disse David. «E tu hai messo alle strette Cal dopo nove mesi?» Scrollò le spalle. «Grave errore.» Cynthie poggiò la forchetta. «Non è stato un errore. Conosco Cal, ho scritto perfino degli articoli su di lui, e sono certa che sia nella fase di attaccamento. Lo siamo entrambi.» David smise di mangiare, sconcertato. «Hai scritto articoli sul tuo compagno?» «Non ho usato il suo vero nome» disse Cynthie. «E non ho specificato che fosse il mio compagno.» «Non è contrario all’etica professionale?» «No.» Cynthie allontanò il piatto, senza aver quasi toccato il suo contenuto. «è così che l’ho conosciuto. Ne avevo sentito parlare da un paio di clienti. La sua reputazione lo precede.» «Lo so» convenne David, dedicando un pensiero velenoso a Cal Morrisey, il Dono di Dio a tutte le donne. «Reputazione assolutamente immeritata.» «Scherzi?» disse Cynthie. «Io lo stavo studiando, e lui è riuscito a farmi innamorare.» Piegò la bocca in un sorriso. «La natura gli ha dato quell’aspetto e quel fisico, e i genitori gli hanno dato affetto condizionato da bambino; è stato addestrato all’adulazione come strumento di approvazione, e le donne sono il suo bersaglio preferito, più che disponibili a farsi adulare per via del suo aspetto fisico. La bellezza gli garantisce la supposizione, il suo fascino gli assicura l’attrazione. è un brillante esempio di soluzione adattiva. I saggi che ho scritto su di lui hanno avutomolto successo.» David provò a immaginarsi Cal Morrisey da bambino, dedito all’accumulazione d’affetto. L’unica immagine che gli venne in mente era un bambino di bell’aspetto, con i capelli scuri e un abito elegante, che sorrideva alle ragazzine appoggiato a uno scivolo. «Cal sa che hai scritto articoli su di lui?» «No» disse Cynthie. «Non l’ha mai scoperto, e mai lo farà. Quelle ricerche sono concluse, non me ne occupo più. Ora sto scrivendo un libro, ho già un contratto. è quasi terminato.» Il suo sorriso soddisfatto aveva un che di felino. «Quello che sto cercando di dire è che i miei non sono i lamenti di un’isterica, in stile ‘ma io credevo mi amasse’... Ho le prove scientifiche del suo amore. Tornerà da me molto presto, sempre che la tua Min non lo distragga.» «Insomma,» disse David, facendosi più vicino «se volessimo essere sicuri che non arrivino a... com’era? L’attrazione? Cosa dovremmo fare?» Cynthie sgranò gli occhi. «Cosa dovremmo fare?» Poggiò il bicchiere di vino sul tavolo e rifletté. «Potremmo parlare con i loro amici e parenti; intorbidire le acque, per così dire. E potremmo offrire loro gioia in forme diverse per contrastare ciò che potrebbe accadere tra loro due. Ma non sarebbe... David, non c’è nulla che dobbiamo fare. Cal mi ama.» «Certo» disse David, rilassandosi sulla sedia. La famiglia, pensò. So come arrivare alla sua famiglia. Cynthie lo guardò sorridendo. «Sono stanca di parlare di loro» disse. «Tu che lavoro fai?» Era ora che si parlasse di me, pensò David. «Mi occupo di sviluppo software» proclamò, registrando l’istantanea perdita di qualunque interesse negli occhi di Cynthie. Fuori dal ristorante di Emilio, Min accolse la brezza notturna d’estate e pensò: Sono felice. Evidentemente il buon cibo era un antidoto alla rabbia e all’umiliazione. Ottima informazione per il futuro. In quel momento Cal uscì dal ristorante e disse: «Dov’è la tua macchina?» rovinandole l’atmosfera. «Niente macchina» replicò Min. «Vado a piedi.» Gli porse la mano. «Grazie per la bella serata. Più o meno. Ciao.» «No» disse Cal, ignorando la mano tesa di fronte a lui. «Da che parte per casa tua?» «Senti» disse Min, esasperata. «Posso andare a piedi...» «Da sola in città, di notte? No che non puoi. Non è ciò che mi hanno insegnato. Ti accompagno a casa, e tu non hai voce in capitolo. Allora, dove ci dirigiamo?» Min valutò l’ipotesi di un litigio, ma sarebbe stato inutile. Le era bastata una serata con Calvin Morrisey per capire che era abituato a ottenere ciò che voleva. «Va bene. Ti ringrazio. è da questa parte.» Si incamminò lungo la strada, prestando ascolto al vento tra gli alberi e ai rumori distanti della città. Di fianco a lei, Cal prese il suo stesso ritmo. Il rumore dei suoi passi accompagnava alla perfezione il suono dei suoi tacchi sull’asfalto. «E tu che lavoro fai?» gli chiese. «Ho una società che si occupa di corsi aziendali, insieme a due soci.» «Sei un insegnante?» chiese Min, stupita. «Sì» disse lui. «E così tu fai l’attuaria. Ho molta stima per la tua professione. Tu lo fai per soldi, io faccio la stessa cosa per divertimento.» «Cioè, quale?» «Decidere se vale la pena di puntare dei soldi su qualcosa.» Abbassò lo sguardo su di lei. «Sei una giocatrice d’azzardo. E lo fai con i milioni di dollari di una compagnia assicurativa. Io lo faccio con le banconote da dieci dollari.» «Sì, ma i soldi che perdo non sono miei» precisò Min. «Neanche io perdo i miei soldi» disse Cal. «Vuoi dire che vinci ogni scommessa?» chiese Min, con una voce appiattita dallo scetticismo. «Direi di sì» rispose Cal. «Sei stupefacente» disse Min. «è per questo che hai voluto metterti in proprio? Per limitare i rischi in prima persona?» «Non volevo lavorare per qualcun altro» disse Cal. «Non mi restavano molte altre possibilità.» «Giriamo qui» disse Min, rallentando prima di svoltare un angolo. «Ascolta, ora potrei...» «Cammina» tagliò corto Cal. Min obbedì. «Come si chiama la tua società?» «Morrisey, Packard, Capa.» «Packard e Capa sarebbero gli altri due tizi che erano con te nel locale» disse Min. «Il biondone e la pall... ehm, il tipo corpulento.» «Già.» Cal sorrise. «La ‘palla’?» «Secondo una delle mie amiche la sua testa assomiglia a una pallottola» disse Min con una smorfia. «Voleva essere un complimento.» «Immagino» disse Cal. «Quest’amica sarebbe la rossa, vero?» «L’hai notata» disse Min, avvertendo una fitta. «No, l’ha notata la pallottola» disse Cal. «Non dirgli nulla di questa storia» disse Min. «Non voleva offenderlo.» «Ci vuole altro per scalfire Tony» disse Cal. «Ma lo terrò per me.» «Grazie.» Allontanandosi dai luoghi del centro le strade si facevano sempre più buie, nonostante i lampioni. Min provò un certo sollievo nel sapere di non essere sola. «E dimmi, perché ti assumono per insegnare? Perché scelgono te, invece di qualcun altro?» «Stiliamo programmi su misura» disse Cal. «In ogni contesto didattico, una certa percentuale degli studenti non assimila gli insegnamenti. Noi garantiamo una comprensione totale, e non ce ne andiamo finché non l’abbiamo raggiunta.» «Parli come un depliant pubblicitario.» «è la verità.» «E come fate?» disse Min. «Con il fascino?» «Hai qualcosa contro il fascino?» disse Cal. «Raramente si accompagna all’onestà» rispose Min. Cal sospirò. «Le persone si chiudono perché hanno paura. Come prima cosa, studiamo i partecipanti per capire chi è spaventato e qual è la loro reazione. Alcuni sono bloccati, perciò li assegniamo a Roger. è molto gentile e rassicurante; riesce a mettere chiunque nelle condizioni ideali per apprendere.» «Un po’ inquietante» disse Min, cercando di immaginare Roger come uno di quei viscidi guru per la crescita personale. «Sei davvero una donna sospettosa» disse Cal. «Altre persone mascherano la paura con il sarcasmo, disturbando le lezioni. A loro pensa Tony. Scherzano e si divertono insieme finché tutti non sono più rilassati.» «E tu di chi ti occupi?» chiese Min. «Di quelli arrabbiati» disse Cal. «Quelli che odiano la loro paura.» «Il tuo fascino dissolve la loro rabbia» disse Min. «Non la metterei in questi termini, ma può essere un’interpretazione.» Quelli arrabbiati. Camminarono in silenzio per un po’, ascoltando il rumore dei loro passi sincronizzati. Min alzò gli occhi su di lui. «Ti sarai sentito nel tuo habitat naturale, stasera.» «No» disse Cal. «La tua rabbia non deriva dalla paura. Non mi sembri una donna che si lascia spaventare. Sei arrabbiata perché qualcuno ti ha trattata male. E non c’è niente che il fascino possa fare per questo, fino a che non risolvi la questione alla base.» «Ma tu ci hai provato lo stesso» disse Min. «No, non è vero» disse Cal. «Quando mi hai detto di essere stata mollata, ho lasciato cadere l’argomento.» Min ci pensò su. «Sì, forse è vero. Più o meno.» «Ti sei pentita di aver brontolato tutta la sera?» disse Cal. «No» rispose Min. «Perché mi hai bersagliato con il tuo fascino fin dall’inizio. Cercavi di ottenere qualcosa, Dio solo sa cosa.» Sesso per vincere una scommessa, bestia. «Ti sei meritato quel trattamento.» Dopo qualche passo, Cal rispose: «Mi sembra giusto.» Min sorrise di nascosto nel buio, pensando: Allora ha un briciolo di onestà. Peccato sia solo uno. Camminarono in silenzio fino alla scalinata di fronte a casa sua. «Siamo arrivati. Grazie mille...» «Dove?» disse Cal, guardandosi intorno. «Non vedo case.» «Lassù» replicò Min, indicando la salita. «In cima alle scale. Quindi direi che...» Cal scrutò la collina buia. «Cristo santo, donna. Vivi sull’Everest. Quanti scalini ci sono?» «Trentadue» disse Min. «Più altri ventisei fino al mio appartamento, nell’attico.» Tese di nuovo la mano. «Possiamo salutarci qui. Grazie per avermi accompagnato. Buona fortuna per tutto.» Cal la ignorò, continuando a guardare la collina. «Niente da fare. Non ti lascio da sola ad arrampicarti nel buio.» «Non è un problema» disse Min. «Nel settantotto percento delle aggressioni le donne sono attaccate da uomini che conoscono.» «Un’altra frecciata per me?» disse Cal. «No. Non conosco uomini disposti a scalare trentadue gradini per aggredirmi. Sono al sicuro. Puoi tornare a casa con la coscienza a posto.» «No» rispose lui, pazientemente. «Non posso. Avanti, in marcia. Ti seguo.» Ti seguo? Trentadue gradini da percorrere con quell’uomo a guardarle il sedere? «Mi spiace, no.» «Senti, è tardi, sono stanco. Non potremmo...» «Non è ancora nato l’uomo a cui concederò di seguirmi su quegli scalini. Se vuoi salire, vai tu per primo.» «Ma perché?» disse lui spaesato. «Terresti gli occhi sul mio fondoschiena per tutto il tempo.» Scosse la testa. «Sai, Dobbs, a vederti potresti anche passare per una persona sana di mente. Poi apri la bocca e...» «Sali per primo, oppure va’ a casa» disse Min. Cal sbuffò e si avviò sul primo scalino. «Aspetta un momento. Così sarai tu a guardarmi il fondoschiena per tutti e trentadue gli scalini.» «Sì, ma ci sono buone possibilità che il tuo fondoschiena sia meraviglioso» disse Min. «La situazione è completamente diversa.» «Il tuo non si vede neanche» protestò Cal. «è buio e il cappotto è troppo lungo.» «Sali o vattene» tagliò corto Min. Cal si incamminò. Arrivati in cima, Cal ebbe un attimo di esitazione. Min provò a esaminare quell’edificio di pietra e stucco del secolo scorso attraverso i suoi occhi: buio, squallido e invaso da rose rampicanti tanto vecchie da essere diventate un rivestimento di spine. «Non è un posto malvagio» azzardò, sulla difensiva. «Alla luce del sole dev’essere bellissimo» rispose lui educatamente. «Già.» Min si diresse verso gli scalini di pietra del portico. Aprì la porta. «Ecco, visto? Ora puoi andare.» «Questa non è la porta di casa tua» disse lui. «Hai detto che ci sono altri ventisei scalini.» «E va bene, arrampicati pure fino all’attico.» Lo invitò nell’ingresso a pianta quadrata dell’edificio. Con lui presente, la carta da parati blu sbiadita e gli anonimi interni in rovere le apparvero squallidi, più che accoglienti. La cosa la irritava. «Prego» disse indicando la stretta scala lungo la parete. Vicino alle sue spalle chilometriche, sembrava più stretta del solito. Lo seguì sui rimanenti due piani di scale che conducevano al suo pianerottolo. Aveva un fondoschiena strepitoso. E questo è il suo unico lato positivo, si disse Min. Cerca di non perdere la testa. Non lo rivedrai più. «Quantomeno hai la certezza che chiunque ti accompagni fin quassù per due volte di seguito ha intenzioni serie» disse lui, raggiungendo la cima. Per pronunciare quelle parole si voltò; Min, due gradini più in basso e occhi fissi sul quel fondoschiena, urtò il suo gomito con un occhio e perse l’equilibrio, rischiando di cadere. Riuscì ad aggrapparsi al corrimano e si sedette su un gradino. «Cristo» esclamò Cal. «Mi dispiace.» Si chinò su di lei, che per tutta risposta cercò di allontanarlo. «No» disse. «è colpa mia. Ero troppo vicina.» Ahi, pensò mentre si toccava con cautela il punto colpito. Ecco cosa ti meriti per esserti comportata male e aver trattato la bestia come un oggetto. «Fammi vedere» disse lui, cercando di incrociare il suo sguardo. Le poggiò dolcemente una mano sul mento per sollevarle il viso. «No.» Spinse via la sua mano, avvertendo un formicolio sotto la pelle. «Sto bene, anche se ora faccio ufficialmente parte di quel settantotto percento di donne aggredite da...» «E dài, smettila» disse lui alzandosi in piedi. «Tutto a posto?» «Sì.» Si alzò e raggiunse la soglia. «Ora puoi andare.» «Va bene.» La salutò con una breve stretta di mano. «è stato bello conoscerti, Dobbs. Mi spiace per la gomitata in testa. Buona fortuna per tutto.» «Puoi scommetterci» disse Min. «Ho deciso di farla finita con gli uomini. Mi prenderò un gatto.» Entrò in casa e gli chiuse la porta in faccia prima che potesse dire altro. Buona fortuna per tutto. Ma chi crede di prendere in giro? Accese la lampada cinese della nonna vicino alla porta, e il salotto si rivelò nella sua tipica atmosfera, non ricercata ma confortevole. Si diresse verso la spia lampeggiante della segreteria telefonica e premette il pulsante, massaggiandosi le tempie mentre ascoltava il nastro. ‘Min’ disse la voce di sua sorella. ‘Chiamo solo per ricordarti che domani abbiamo le prove degli abiti. Sarebbe bello che tu venissi.’ Diana sembrava abbattuta. Non era da lei. Min riavvolse il messaggio per ascoltarlo di nuovo. Qualcosa non andava. «Non c’è pace per le sorelle Dobbs» disse, ripensando a Calvin Morrisey. Si avvicinò alla mensola del caminetto, su cui era disposta la sua collezione di palle di vetro con la neve. Vide la sua immagine riflessa nello specchio rovinato che un tempo adornava il salone di sua nonna. Una normale faccia tonda, con dei normali occhi marroni; ecco cosa si era trovato di fronte Cal Morrisey per tutta la serata. E ora aveva un livido in più. Sospirò e prese in mano la palla di vetro che le aveva regalato Bonnie per Natale: Cenerentola e il suo principe sulle scale del loro bel castello blu, circondati da colombe in volo. In un contesto del genere, Cal Morrisey si sarebbe sentito a casa. Mentre lei sarebbe stata dirottata verso l’ingresso della servitù. «Le favole non fanno per me» si disse. Poggiò la palla di vetro al suo posto e accese lo stereo, scorrendo le tracce finché non sentì Elvis intonare The Devil in Disguise. «Perfetta per Cal Morrisey. Un diavolo sotto mentite spoglie. Non dimenticarlo mai, Dobbs» si disse. Applicò dell’arnica sul livido e decise di concedersi un bagno caldo per lavare via il ricordo di quella serata. Almeno la metà che riguardava David. La parte successiva non era completamente da buttare. Di una cosa però era certa. Non avrebbe mai più rivisto Calvin Morrisey. La mattina dopo, quando Cal arrivò in ufficio, il sole splendeva già attraverso le lunghe finestre del loft. La stanza era invasa dal profumo di caffè, Roger lo salutò dalla sua scrivania vicino alla finestra e la voce di Elvis Costello in The Angels Wanna Wear my Red Shoes lo accoglieva dallo stereo. E va bene, pensò Cal. Lasciò cadere un faldone sul vetro smerigliato della sua scrivania, si versò una tazza di caffè e afferrò la sua sedia Aeron, pronto a rendere il mondo un posto migliore per le povere persone alle prese con dei corsi aziendali. Tony piombò nella stanza e lo salutò con un’energica pacca sulle spalle. «Sei andato alla grande ieri sera. Forza, dimmi che hai vinto.» «Di che parli?» disse Cal. «La scommessa con David» disse Tony. «La tipa con il vestito a scacchi. Dimmi che hai vinto.» «Certo.» Cal si adagiò sulla sedia. «Mi hai visto anche tu, siamo usciti insieme.» «è vero, hai ragione. Non avrei dovuto dubitare. Vuoi dirlo tu a David oppure posso pensarci io?» «Dirgli cosa?» Cal accese il suo Mac e si diresse su ‘controlla posta’. «Che ti sei portato a letto quella tipa» disse Tony. «Come?» disse Cal, concentrato sullo schermo mentre la voce di Elvis faceva da controcanto alla sua mattinata. «Non me la sono portata a letto.» «Ah.» Tony annuì. «Be’, hai ancora un mese di tempo.» «Tony» disse Cal mentre la finestra si riempiva di messaggi. «Non sono certo di aver capito di cosa parli, ma sono sicuro che mi sta facendo perdere tempo.» «Hai scommesso con David che ti saresti portato a letto quella donna entro un mese» disse Tony, sforzandosi di essere paziente. «Quei soldi fanno comodo anche a me, quindi se tu...» «No» disse Cal. «Io non ho scommesso.» «David è convinto che tu abbia scommesso» disse Tony. «No, ti sbagli» disse Cal. «Ora che è sobrio, non può essere convinto di aver scommesso diecimila dollari sulle mie possibilità di andare a letto con una sconosciuta. Detto questo, potremmo metterci al lavoro? Anche qui ci sono soldi in ballo. Ci pagano, per questa roba.» Fece scivolare la cartellina sulla scrivania in direzione di Tony, che le dedicò uno sguardo pigro. «Un gioco da ragazzi» disse mentre si allontanava. «Ah, per tua informazione Cynthie è andata via con David, ieri sera.» «Buon per loro.» Cal tornò alle sue email. «Non ti dà fastidio?» disse Tony. «Perché mi perseguiti, stamattina?» disse Cal, con voce più dura. «Voglio solo assicurarmi che non torniate insieme» disse Tony. «Ne va del mio futuro.» «E perché?» disse Cal. «Tu sarai il primo a sposarti» disse Tony, sedendosi sul bordo della scrivania. «Tu sei sempre il primo in tutto. Poi sarà il turno di Roger, ed entrambi andrete a vivere in un posto tranquillo in periferia. Dal momento che Roger sposerà una donna rigida quanto lui, sarò costretto a vivere con te; e visto che a Cynthie non sono mai andato a genio, potrebbe essere dura convincerla.» «Mai quanto convincere me» disse Cal. «Giù dalla mia scrivania.» «Non vivrei con voi, almeno non nella stessa casa» disse Tony. Magari un bell’appartamento sopra il garage. Per te sarebbe una bella comodità. Potresti venire a guardare le partite e a ubriacarti senza dover guidare fino a casa. Potrei anche fare da baby-sitter per i bambini quando vorrai uscire con tua moglie.» «Primo,» disse Cal «non ho intenzione di sposarmi, quindi piantala di parlare di mogli. Secondo, se anche fossi così folle da sposarmi, non avrei mai dei figli. Terzo, se fossi così folle da sposarmi e avere figli, nevicherebbe all’inferno prima che li affidassi a te.» «Per allora saremo entrambi più maturi» disse Tony. «Neanch’io mi fiderei ad avere me stesso come babysitter, al momento.» «Sarò io a sposarmi per primo» intervenne Roger. Entrambi si voltarono verso di lui, che li accolse con un sorriso. Era grande, grosso, biondo e pacato, illuminato dai raggi di sole provenienti dalle enormi finestre del loft. «Ho intenzione di sposare Bonnie» disse Roger. Cal rimase interdetto. «Chi è Bonnie?» «La bionda in miniatura che ha conosciuto ieri sera» disse Tony, palesemente disgustato. «Il suo nome è Bonnie» precisò Roger con una voce di ghiaccio che richiamò all’ordine sia Tony che Cal. «Fa sul serio.» Cal si rivolse a Tony. «Cos’è successo?» «La rossa mi voleva» disse Tony. «Mi sono fatto avanti. Roger mi ha seguito e ha attaccato bottone con la bion... con Bonnie. A un certo punto, tra ieri sera e stamattina, deve aver perso la testa.» Si rivolse a Roger con disapprovazione. «Conosci questa donna da meno di dodici ore. Ci hai messo un anno a scegliere un divano, e hai davvero intenzione di...» «Sì» tagliò corto Roger. «è quella giusta.» «Potrebbe essere» disse Cal, pensando: è chiaro che non lo è. «A lei però non l’hai detto. Vero?» «No» disse Roger. «Ho pensato che fosse troppo presto.» «Hai ‘pensato’?» disse Tony. «Cristo.» «Sono deciso a sposarla,» disse Roger «quindi cerca di calmarti e abituati all’idea. è perfetta.» «Nessuna donna è perfetta» disse Tony. «è il motivo per cui dobbiamo continuare la ricerca. La rivedrai stasera?» «No» disse Roger. «Il giovedì, ogni due settimane, hanno un impegno fisso. Bonnie l’ha chiamata la loro ‘cena del Se’.» «Hanno?» chiese Tony. Roger annuì. «Bonnie, Liza e Min.» «Chi è Min?» chiese ancora Tony, spaesato. «Quella che non mi porterò a letto» disse Cal. Se Bonnie era in qualche modo simile a Min, Roger era in guai seri. «Ti vedrai con Bonnie venerdì?» chiese Tony a Roger, ripartendo dai fondamentali. Roger annuì. «Mi ha detto che si vedranno all’Azzardo. Di solito non lo frequentano, ma mi ha detto che ci vedremo lì. E sabato verrà alla partita. Poi forse andremo a cena.» «Verrà a vederti mentre fai l’allenatore di una partita di baseball per bambini? Dev’essere pazza di te.» «Non ancora» disse Roger. «Ma lo diventerà.» «Venerdì» ripeté Tony, ignorandoli. «è perfetto. Posso riprovarci con Liza, e Cal potrà lavorarsi la tipa dell’abito a scacchi.» «No» disse Cal. Roger lo guardò con comprensione. «Come è andata?» Cal si concentrò sul computer. «è un’attuaria diffidente che odia il gioco d’azzardo e ha passato l’intera serata a tormentarmi. L’ho accompagnata a casa, mi sono arrampicato per cinquantotto scalini fino al suo appartamento per accertarmi che fosse al sicuro e le ho dato una gomitata nell’occhio. è stato il peggior appuntamento della mia vita, e sospetto che sia entrato almeno nella classifica dei suoi peggiori cinque.» «L’hai colpita con una gomitata?» chiese Tony. «Per sbaglio» disse Cal. «Ho pensato di mandarle dei fiori per scusarmi, ma non sopporta neanche i gesti galanti. Basta così. Guardiamo avanti.» «Te la dai a gambe anche stavolta» disse Tony scuotendo il capo. Cal lo guardò infastidito. «Perché non mi racconti delle tue storie lunghe e importanti, allora?» «Quella è la mia natura» disse Tony. «Sono un superficiale.» «Bonnie vive al primo piano di quel palazzo» disse Roger, come se nessuno stesse parlando. «Ho dovuto salire solo i primi trentadue gradini. Per sdebitarsi, mi ha invitato a entrare per un caffè. Agli scalini posso abituarmi senza problemi.» «Questo vuol dire che Liza vive al secondo piano?» chiese Tony. «No, Liza vive a Pennington» disse Roger. «Cambia casa ogni anno, e cambia lavoro con la stessa frequenza. Bonnie dice che le piace cambiare.» Cal guardò Tony. «Non l’hai accompagnata a casa?» «è scappata mentre ero in bagno» disse Tony. «Vuole giocare a fare la difficile.» «Più o meno come Min» disse Cal. «Solo che lei non sta giocando.» «Bonnie e io abbiamo accompagnato Liza a casa» disse Roger. «è stato bello. Ho avuto più tempo per stare con Bonnie.» «Cristo, datti una regolata» disse Tony. «Hai davvero intenzioni serie?» chiese Cal, rivolgendosi a Roger. «Sì.» Cal vide la determinazione nei suoi occhi. «Congratulazioni» disse, ripromettendosi di indagare meglio sul conto di questa Bonnie. «Ma aspetta un mese prima di chiederle la mano. Meglio non spaventarla.» «Ho pensato la stessa cosa» disse Roger. «Siete impazziti tutti» disse Tony. «E ci ritroveremo anche senza lavoro se non ci diamo una mossa» disse Cal. «Cominciate con il corso di aggiornamento Batchelder.» «Bonnie dice che Min è fantastica» chiosò Roger. «Sembrava molto dolce.» «Min non è dolce» disse Cal. «Min ce l’ha col mondo intero e vuole sfogarsi su qualunque uomo si trovi di fronte a lei. Ora, riguardo a quel corso di aggiornamento...» «Sei sicuro che David abbia capito che non hai accettato la scommessa?» disse Tony. «Sicurissimo» disse Cal. «Non ho intenzione di rivedere quella donna. Ora, quel corso di aggiornamento...» Alle quattro e mezza del pomeriggio, Min varcò la soglia delle tende color avorio a effetto moiré del miglior negozio di abiti da sposa della città. Era in ritardo, ma non le importava. Sua madre era di certo troppo impegnata ad assillare Diana per... «Sei in ritardo» disse Nanette Dobbs. «L’appuntamento era alle quattro.» «Io ho un lavoro.» Min attraversò lo spesso tappeto dorato, ignorando il generatore di apprensione con i capelli neri che un tempo l’aveva data alla luce; lasciò cadere la giacca su una sedia dal rivestimento color avorio. «La compagnia assicurativa ha la precedenza sul mio tempo. Se vuoi che sia puntuale, fissa l’appuntamento fuori dall’orario d’ufficio.» «Stupidaggini» disse Nanette. «Il tuo abito è nel secondo camerino. La sarta è con Diana e le altre. Dammi la camicetta, so già che la lasceresti lì per terra.» La mano tesa con manicure francese non ammetteva repliche. Min sospirò e si tolse la camicetta. «Oh, Min» disse sua madre, con voce sprezzante ma priva di sorpresa. «Dove hai trovato quel reggiseno?» Min abbassò lo sguardo sulla sua biancheria intima. Cotone semplice, ma del tutto rispettabile. «Non ne ho idea. Perché?» «Il cotone bianco» disse Nanette «è un po’ come il gelato alla vaniglia.» «A me piace il gelato alla vaniglia.» «Non è per nulla eccitante.» Min socchiuse gli occhi. «Ero al lavoro. Non succede mai nulla di eccitante.» «Sto parlando di uomini» disse Nanette. «Non sei più nel fiore degli anni, ne hai già trentatré. E porti un reggiseno di cotone semplice.» «Ero al lavoro» disse Min, perdendo la pazienza. «Non importa.» Sua madre esaminò la camicetta, rallegrandosi che fosse almeno di seta. «Se indossi intimo di cotone bianco, ti sentirai addosso del cotone bianco. Di conseguenza, le tue azioni saranno da cotone bianco. E il cotone bianco non attira gli uomini, né serve a tenerseli stretti. Prova con il pizzo.» «Faresti carriera come magnaccia» disse Min, dirigendosi verso il camerino. «Minerva» disse sua madre. «Okay, scusami.» Min si voltò. «Ma se devo essere sincera, mamma, questa storia l’ho già sentita troppe volte. Non sono neanche sicura di volermi sposare, e tu hai da ridire sulla mia biancheria perché non funziona come esca. Non potresti...» Nanette spinse il mento in alto, facendo apparire i suoi lineamenti ancora più tesi. «Con questo atteggiamento finirai per perdere anche David.» Min fece un lungo respiro. «Riguardo a David...» «Cosa?» Il corpo di sua madre si irrigidì all’interno del vestito Dana Buchman taglia 42. «Cos’è successo con David?» Min provò ad alleggerire con un sorriso. «Abbiamo deciso di smettere di vederci.» «Oh, Min» si lamentò Nanette, stringendo al petto la camicetta. Era il ritratto della disperazione, su uno sfondo di costosi pezzi d’arredamento d’oro e di avorio. «Non era l’uomo giusto per me, mamma» disse Min. «Capisco» disse Nanette: «Ma non potevi resistere fino a dopo il matrimonio?» «A quanto pare, no» disse Min. «Veniamo al punto. Cosa devo fare per non sentirti pronunciare mai più il suo nome?» «Convertiti al pizzo.» «Mi lascerai in pace?» «Per un po’.» Min le sorrise e si diresse verso il camerino. «Sei davvero impossibile.» «Anche tu, tesoro» disse Nanette, esaminando la sua primogenita. «Sono molto orgogliosa di te, sai? Cos’è questa chiazza di fondotinta sull’occhio?» «Oh, per l’amor del cielo.» Min si rifugiò all’interno del camerino e chiuse la porta. Si slacciò la gonna e la lasciò scivolare sul tappeto dorato, osservando la sua figura nella cornice dorata dello specchio. «Non sei malaccio» si disse, per nulla convinta. «Devi solo trovare un uomo a cui piacciano le donne in salute.» Sganciò la lunga gonna color lavanda dalla stampella dorata e la indossò, curandosi di non strappare l’orlo di chiffon a pieghe dritte; riuscì ad allacciarla soltanto dopo considerevoli torsioni dello stomaco. Indossò quindi la camicetta di chiffon color lavanda dai bottoni minuscoli. Il modello scelto da sua madre le stava stretto sul petto, esponendo il reggiseno bianco agli angoli del corpino corto e squadrato. Ravvivò le maniche, e lo chiffon le seppellì le mani in un’ampia piegatura che avrebbe sporcato di qualunque cosa durante il ricevimento. La camicetta cadeva ampia sui fianchi grazie alle ulteriori pieghe laterali. «Perfetto» disse. «Fianchi ancora più larghi. Non è mai abbastanza.» Passò quindi al corsetto, in tessuto acquerello moiré blu e lavanda, ornato con nastrini color lavanda. Il tessuto era così bello che Min aveva commissionato alla sarta una trapunta per il letto dello stesso materiale. Ma ora, guardando quel corsetto, pensò: farei meglio a provarmi direttamente la trapunta; questo non mi entrerà mai. Fece un respiro profondo e si strinse nel corsetto. Il seno raggiunse altezze vertiginose, mentre le estremità sulla schiena non si toccavano per quasi cinque centimetri. Carboidrati. Ripensò con odio a Cal Morrisey e al pane di Emilio. Si sforzò di distribuire la carne in eccedenza e ripianare la superficie, poi uscì dal camerino per affrontare sua madre. Trovò invece Diana, in piedi sulla pedana di fronte all’enorme specchio dalla cornice dorata. Al suo fianco c’erano le due adorabili damigelle, le donne che Liza chiamava Mesta e Bieca, mentre il lettore cd portatile di Diana diffondeva le note delle Dixie Chicks. «Ready to Run» disse Min a Diana. «Non molto appropriato.» «Mmm» rispose Diana, intenta a guardarsi allo specchio. «No, è Se scappi ti sposo.» «Ah, certo» disse Min, ricordandosi che Diana aveva deciso di prendere in prestito la musica per il matrimonio dai film di Julia Roberts. Era comunque una strategia. «Adoro quel film» disse Susie. Bionda, disgustosa e tristemente strizzata nel suo corsetto verde di chiffon, era l’indubbia perdente nella lotteria degli abiti da damigella. «Io l’ho trovato ridicolo» disse Karen dai capelli scuri, nome in codice Bieca. Il corsetto di chiffon blu le dava un’aria di sofisticata superiorità. Min agitò una mano rivolta a Bieca. «Fatti in là, voglio guardare mia sorella.» Bieca si fece da parte, e Min vide per la prima volta Diana con il vestito. «Wow.» Diana sembrava uscita dal mondo delle favole nel suo abito di raso e chiffon color avorio. I capelli neri e mossi erano raccolti in un nodo disordinato ad arte, per poi scendere in ciuffi ricoperti di perle attorno al suo volto pallido e perfettamente ovale. Il collo si stagliava con grazia sulla pelle lasciata scoperta da un corpino squadrato e molto basso, identico a quello che copriva a fatica il reggiseno di Min. La scollatura del vestito aveva pieghe di chiffon e si adagiava sul corsetto d’avorio adornato di perle che le cingeva la vita sottile. Dai polsi e dal corsetto sgorgavano altre pieghettature. La gonna dritta era arricchita da altre pieghe sui lati come bisacce. Più in basso, l’orlo pieghettato toccava le punte delle scarpe aperte con fibbia in raso. Si voltò per guardarsi allo specchio e Min poté osservare il sellino di chiffon raccolto alla base della schiena, da cui sgorgavano altri veli e pieghe che conferivano all’abito una vita propria, facendolo volteggiare a ogni movimento di Diana. «Che ne pensi?» chiese Diana, senza che il volto tradisse una singola emozione. Che sembri una principessa drogata e affamata di sesso, pensò Min. Invece disse: «Sei bellissima» perché era altrettanto vero. «Sei stupenda» disse Bieca aggiustandole la gonna, che non aveva bisogno di essere aggiustata. «Ah-ah» disse Mesta. Min voleva provare compassione per lei – non doveva essere facile guardare la tua migliore amica sposare il tuo ex ragazzo, specialmente vestita in quel verde orrendo – ma Mesta era così priva di spina dorsale che era difficile commiserarla. «Se il matrimonio si svolgesse di mattina, non sarebbe appropriato» disse Diana, sfiorando il fiocco sul seno. «Non funzionerebbe neanche di sera. Ma la cerimonia sarà al tramonto. Un momento magico. E questo cambia tutto.» «Magico come il tuo aspetto» disse Min, avvertendo nella voce della sorella la stessa nota stonata del messaggio in segreteria. «Tutto bene?» Diana si voltò verso lo specchio. «Tu non lo indosseresti neanche morta, vero?» «Se avessi il tuo fisico, forse.» Bieca squadrò Min dalla testa ai piedi, notando il corsetto esplosivo e il reggiseno bianco. «Non è lo stile di Min.» «Dici?» ribatté Min. «Perché pensavo di indossare il corsetto anche in ufficio, dopo il matrimonio. Posso avere un minuto da sola con mia sorella, per favore?» Bieca la guardò alzando le sopracciglia, mentre Mesta approfittò volentieri dell’occasione per rifugiarsi nel camerino. Quando Min incrociò le braccia e cominciò a fissarla, Bieca si arrese e si ritirò. «Allora, che succede?» chiese Min a Diana, mentre le Dixie Chicks lasciavano spazio a Martina McBride con l’impareggiabile allegria di I love you. «Niente» disse Diana, continuando a guardarsi allo specchio. «C’è qualche problema con la torta, ma tutto il resto è perfetto.» «è successo qualcosa con Greg?» disse Min pensando: Io non sposerei mai un tale impiastro, non importa quanto bello o ricco sia. Se avesse deciso di sposarsi, avrebbe scelto un uomo non banale, per sempre complesso, fedele e interessante... «Greg è perfetto» disse Diana, accarezzando le pieghe che, in qualche modo, la facevano apparire ancora più magra. «Bene» disse Min. «E qual è il problema con la torta?» «La torta...» Diana si schiarì la voce. «La torta non è stata ordinata in tempo.» «Credevo che Greg conoscesse un pasticciere bravissimo» disse Min. «Infatti» disse Diana. «Ma... si è dimenticato, e ora è troppo tardi. Dovrò trovare un nuovo pasticciere.» «Chi riuscirà a preparare una torta così elaborata in tre settimane?» «Non è colpa di Greg» disse Diana. «Sai come sono gli uomini. Non si può affidare loro un incarico del genere. Ho sbagliato io a non controllare.» «Non tutti gli uomini sono inaffidabili» disse Min. «Quello che ho conosciuto ieri sera era una bestia, ma non avrebbe dimenticato la torta.» «Be’, Greg non è una bestia» disse Diana. «Preferisco un brav’uomo che si dimentica le torte piuttosto che una bestia che se le ricorda.» «Ottima osservazione» disse Min. «Mi occuperò io della torta. è il minimo che posso fare dopo tutti i disastri che ho combinato.» Diana smise di pensare alle pieghe e si voltò. «Qual è il problema? Non hai combinato nessun disastro. Che succede?» «Ho perso David, e sono troppo grassa per questo corsetto» disse Min sollevando le estremità dei lacci. «Non sei grassa» disse Diana, scendendo dalla pedana. «Forse hanno sbagliato la taglia. Fammi vedere.» Min si slacciò il corsetto e lo passò a Diana, che con mani esperte lo rovesciò per guardare l’interno. «Cos’è successo con David?» disse Diana, osservando l’etichetta con disappunto. «Mi ha mollato perché non ero ancora andata a letto con lui.» «Che idiota» disse Diana, un po’ confusa. «Eppure è una 46, dovrebbe andare.» «In quale universo?» disse Min furiosa. «Non sono mai stata una 46 in vita mia. Chi li ha ordinati?» «Io» disse Nanette alle sue spalle. «Pensavo che avresti potuto perdere qualche chilo per il matrimonio di tua sorella. Sei ancora a dieta, no?» «Sì» rispose Min, mozzando la parola mentre si girava verso la madre. «Ma dobbiamo essere realistiche. La camicetta è della mia taglia.» Guardò i bottoni che stavano per esplodere all’altezza del petto. «Più o meno. Perché non...» «Hai avuto un anno di tempo» disse la madre, afferrando una montagna di pizzo dal reparto lingerie. «Ho pensato che il corsetto potesse contenere un po’, nel caso ti mancasse un chilo o due. Ma il tempo per perdere quei chili non ti è mancato.» Min fece un respiro profondo e sganciò il bottone della gonna. «Ascolta, mamma. Non sarò mai magra. Sono norvegese. Se avessi voluto una figlia magra, non avresti dovuto sposare un uomo le cui antenate portavano le mucche in spalla dal pascolo fino a casa.» «Sei norvegese per metà» disse Nanette «e non è una giustificazione, perché ci sono molte bellezze nordiche e magre. Tu mangi soltanto per ribellarti a di me.» «Mamma, non tutto dipende da te» sbottò Min, sostenendo la gonna sui fianchi con le mani. «A volte dipende dai geni.» «Non alzare la voce, tesoro» disse sua madre, prima di tornare da Diana che teneva in mano il corsetto. «Dobbiamo solo stringerlo un po’.» «Ottima idea» disse Min. «Così quando perderò i sensi sull’altare potrai far notare a tutti quanto sono magra e nordica.» «Minerva, stiamo parlando del matrimonio di tua sorella» disse Nanette. «Direi che puoi fare qualche sacrificio.» «Non ha importanza, non litigate» disse Diana, alzando le mani. «Abbiamo tempo per trovarne uno della taglia giusta. Va tutto bene.» «Meno male.» Min salì sulla pedana per guardarsi nello specchio a tre ante. Sembrava la cameriera un po’ sciatta della locanda sul retro del castello, quella che recuperava gli abiti smessi dalla principessa nella spazzatura. «Non fa per me.» «Quel colore ti sta benissimo, Min» le sussurrò Diana, dolcemente. Min si piegò all’indietro, poggiandosi sulle sue spalle. «Sarai una sposa meravigliosa» disse alla sorella. «Agli invitati mancherà il fiato quando ti vedranno.» «Anche quando vedranno te» disse Diana, stringendo le spalle di Min. Certo, per esempio quando il corsetto esploderà e il mio seno arriverà in faccia al sacerdote. «Cosa ti è successo all’occhio?» chiese Diana all’orecchio di Min, con un tono di voce abbastanza basso da non farsi sentire da Nanette. «La bestia mi ha colpito, ieri sera» disse Min. Quando vide Diana allarmarsi, aggiunse: «Ho sbattuto contro il suo gomito. Non è stata colpa sua.» «Quel reggiseno non va bene su questo vestito» disse Nanette alle loro spalle. «Non c’è possibilità che tu sia la mia matrigna, vero?» disse Min guardando il riflesso di sua madre nello specchio. «Si spiegherebbero tante cose.» «Tieni, tesoro» disse Nanette, passandole cinque colori diversi di reggiseno in pizzo. «Vai a metterti uno di questi, e dammi quella roba di cotone. Voglio bruciarla.» «Quale roba di cotone?» chiese Diana. «La mia colpa è di indossare un semplice reggiseno bianco» disse Min scendendo dalla pedana, le mani ricolme di pizzo. Diana sgranò gli occhi, scandalizzata. «L’inferno ti attende.» «Diana» disse Nanette. «Lo so» disse Min dirigendosi verso il camerino. «è lì che si nascondono gli uomini migliori.» «Minerva» la riprese Nanette. «Dove stai andando?» «è giovedì» disse Min, senza fermarsi. «Mi vedo con Liza e Bonnie per cena, e sono stanca di parlare di biancheria.» Si fermò sull’ingresso. «Ordinate il corsetto più largo – molto più largo, mamma – e poi faremo un altro tentativo.» «Niente carboidrati» le intimò sua madre inseguendola verso il camerino. «E niente burro.» «Lo so che mi hai rapita dai miei veri genitori» le rispose Min. «Loro mi lascerebbero mangiare il burro.» Chiuse la porta prima che Nanette potesse ricordarle di evitare anche lo zucchero. 4 Tornato a casa dal lavoro, Cal accese i faretti bianchi sul soffitto, diede un calcio alle scarpe e si diresse verso la cucina bianca, dietro al ripiano bianco da colazione, per versarsi un bicchiere di whisky. Perfino mentre riempiva il bicchiere riusciva a sentire la voce di Elvis Costello intonare She attraverso i muri. «Cristo» disse Cal, avvicinandosi il bicchiere alla fronte. Un’altra storia finita male per Shanna. Buttò giù il drink e andò a bussare alla sua porta. Shanna si presentò sulla soglia con il volto rigato di lacrime sotto un groviglio di capelli ricci e morbidi. «Ciao, Cal» disse, tirando su col naso. «Vieni, accomodati.» La seguì all’interno di una versione in Technicolor del suo appartamento, soffrendo finché non la convinse ad abbassare il volume di Elvis a livelli ragionevoli. «Su, racconta.» «è stato terribile» disse lei, dirigendosi verso la libreria rosso acceso e spostando una statuetta tiki multicolore per raggiungere la bottiglia di whisky che teneva in serbo per lui. «Ne ho appena bevuto uno» la fermò. «Credevo fosse la volta buona.» Shanna rimise a posto la statuetta tiki e tornò verso l’ampio divano stravecchio, su cui aveva steso una coperta indiana di colore viola. «Credevo fosse per sempre.» «Tu pensi sempre che sia per sempre.» Cal si sedette vicino a lei e le cinse le spalle con un braccio. «Chi era stavolta? Ho perso il conto.» «Megan» disse Shanna, accigliandosi nuovamente. «Giusto.» Cal poggiò i piedi sul baule antico che Shanna usava come tavolino. «Megan la stronza. Forse dovresti puntare a del sano divertimento, quando scegli con chi uscire. Oppure prenderti una pausa, come ho...» «Megan era divertente» disse Shanna. «Megan era una rompiscatole priva di senso dell’umorismo» disse Cal. «Non riesco a capire perché ti innamori sempre di donne che ti fanno sentire in colpa. Io me la do a gambe, quando incontro gente così.» Shanna lo guardò con lieve disappunto. «Tu te la dai sempre a gambe.» «Non stiamo parlando di me» disse Cal mentre Elvis concludeva con un poderoso she!, salvo poi ricominciare dall’inizio; Shanna lo aveva messo in loop. «Devi trovarti una nuova canzone da fine storia.» «A me piace questa canzone» protestò Shanna. «Piaceva anche a me» disse Cal. «Mesi fa. Prima di sorbirmela a ogni tuo disastro amoroso. Stai rovinando Elvis Costello.» «Nessuno può rovinare Elvis. Elvis è un dio» disse Shanna. «Non era Megan quella che odiava Elvis?» disse Cal. «No, quella era Anne» rispose Shanna. «Ma anche Megan non ne andava pazza.» «Ecco la soluzione» disse Cal. «Metti su Elvis al primo appuntamento; se non le piace, puoi liberartene prima che diventi una cosa seria.» «è questo il tuo metodo?» Shanna lasciò cadere la testa sul suo braccio. «è così che attraversi incolume quel mare di donne?» «Non stiamo parlando di me» disse Cal. «Stiamo parlando di te. Smetti di uscire con gente che credi ti debba piacere, e comincia a frequentare persone che ti fanno stare bene.» «Perché, ne esistono?» chiese Shanna. «Eccome. Lo sono tutte, all’inizio» disse Cal. Poi si ricordò di Min. «Tranne la donna con cui sono andato a cena ieri. è stata una tortura fin dal primo momento.» «Mi sembrava strano che non avessi rimorchiato nessuno, ieri sera.» Shanna reclinò la testa per guardarlo negli occhi. «Potrebbero rinchiuderti in uno spogliatoio maschile e riusciresti comunque a uscirne con una donna sottobraccio. Ma come fai?» Cal le sorrise. «Ho un fascino naturale.» Pronunciando quelle parole riusciva a immaginare alla perfezione la smorfia di disappunto che gli avrebbe riservato l’attuaria. Shanna spostò la testa. «è triste, ma è proprio così. E io non ho fascino naturale.» «Sì che ce l’hai» disse Cal. «Solo che non lo usi.» Shanna lo fissò. «Ce l’ho?» «Quando non sei preoccupata dal fare colpo su qualche stupida snob, sei fantastica» disse Cal. «Sei intelligente, divertente. è un piacere stare con te.» «Dici?» «Altrimenti cosa ci farei qui?» «Lo fai solo per essere gentile.» «Non sono gentile» disse Cal. «Sono egoista fino al midollo. E visto che hai messo bene in chiaro che non verrai mai a letto con me, se continuo a frequentarti vuol dire che con te sto bene, no? Con l’eccezione di queste serate lacrimose con Elvis, ovviamente.» «Ovviamente» disse Shanna, un po’ sollevata. «Sono molto esigente in fatto di divertimenti» disse Cal. «Ciò vuol dire che sei fantastica. L’unico problema è che esci con le donne più insopportabili che abbia mai conosciuto.» «Mentre quelle con cui esci tu sono tutte deliziose.» Shanna si alzò, allontanandosi da lui. «Non stiamo parlando di me» disse Cal. «Il motivo per cui finisce sempre male è che non hai fiducia in te stessa, e scegli donne a cui piaci proprio per quel motivo.» «Lo so.» Shanna si sedette sullo sgabello rosso vicino al bancone per la colazione; poi tirò indietro la tenda gialla che aveva steso nel mezzo per raggiungere la biscottiera di Betty Boop. «Dovresti scegliere gente che ti fa sentire bene.» Shanna aprì la biscottiera e ne estrasse un biscotto. «Lo so.» «Quante volte abbiamo fatto questo discorso?» «Migliaia di volte» disse Shanna, affondando i denti nel biscotto. «E ogni volta ti metti a distruggere Elvis. Era una bella canzone, e tu l’hai uccisa. Prima o poi dovrai pagare per questo.» «Lo so» disse Shanna, ancora concentrata sul suo biscotto. «Ti serve qualcosa con più energia» disse Cal. «Ci dev’essere una canzone da fine storia incazzata.» «Mi è sempre piaciuta molto I will survive» disse Shanna con allegria. «Oh, Cristo.» Cal si alzò in piedi. Alle sue spalle, Elvis ricominciava a cantare She. «Che ne dici di dargli una tregua?» Shanna arrivò alla libreria e troncò la voce di Elvis. «Quando le conosco non hanno nulla che non va.» «Ti ricordi il tuo primo appuntamento con Megan?» disse Cal. «Quando me l’hai presentata all’ingresso?» Shanna annuì. «Si è scusata per il tuo abbigliamento. Avrei voluto darle uno schiaffo già allora, ma guardandola ho capito che avrebbe potuto farmi a pezzi.» «Aveva degli standard molto alti.» «Era una snob isterica e dispotica» disse Cal. «Dovevi tagliare i ponti dopo il primo appuntamento.» «Come hai fatto tu ieri sera?» chiese Shanna. «Esattamente» rispose Cal. «Be’, non ne sono capace» disse Shanna, tornando verso la biscottiera. «Non sono come te. Prima devo essere sicura.» Cal sospirò. «E va bene. Perché se ne è andata?» Shanna si incupì di nuovo. «Dice che sono uno zerbino.» «Di sicuro lei ti ha trattato come tale» disse Cal. Shanna scoppiò in lacrime, e Cal le si avvicinò per abbracciarla. «Arrabbiati un po’, Shan. Non era una bella persona.» «Ma io l’amavo!» Shanna nascose la testa sul suo petto, sputandogli briciole del biscotto sulla camicia. «No, non è vero» disse Cal, stringendola forte. «Volevi amarla. Non è la stessa cosa. La conoscevi solo da un paio di settimane.» «Può sempre capitare» Shanna alzò gli occhi verso di lui. «A volte lo sai e basta.» «No» disse Cal. «Non basta guardare qualcuno con un sottofondo di Elvis Costello che canta She nella tua testa per innamorarsi. Ci vuole tempo.» «Come se tu ne sapessi qualcosa.» Shanna tornò alla biscottiera. «Sei mai stato con qualcuna abbastanza a lungo da amarla?» «Ehi» disse Cal, offeso. «Non è una risposta» disse Shanna, tornando sul divano con i biscotti. «è per questo che scappi sempre? Io almeno ci provo.» «Non stiamo parlando di me» disse Cal. «Lo so, lo so» disse Shanna, estraendo un altro biscotto. «Sono un vero disastro. Vuoi un biscotto?» «No» rispose Cal. «Rimettiti in sesto e domani andrà meglio. Se passi dall’ufficio, ti invito a pranzo prima che inizi il tuo turno.» «Sarebbe bello» disse Shanna. «Sei una brava persona, Cal. A volte vorrei che fossi una donna...» «Grazie» disse Cal dubbioso. «Poi mi ricordo che hai la fobia degli impegni a lungo termine e sono contenta che tu sia un uomo. Ho già abbastanza problemi.» «Questo è vero.» Cal mise la mano sul pomello. «Ora posso andare a casa?» «Certo» disse Shanna. «Domani portami in qualche posto costoso.» «Ti porterò da Emilio» disse Cal. «A lui servono i clienti, e a te piace il suo pesto.» Mentre Cal era intento a consolare Shanna, Min fece tappa da Emilio per prendere pane e insalata. «L’incantevole Min!» la accolse quando Min andò a cercarlo in cucina. «Mio caro Emilio» disse Min. «Avrei bisogno di insalata e pane per tre, e di una torta nuziale da sballo per duecento. Fra tre settimane.» «Oh.» Emilio si appoggiò al bancone. «Mia nonna fa delle torte nuziali. Sono...» chiuse gli occhi. «...Paradisiache. Leggere come una piuma.» Riaprì gli occhi. «Ma sono fatte all’antica, senza gli uccellini di marzapane e la glassa fondente.» «Potrebbe fare la torta e decorarla con dei fiori freschi?» disse Min. «Io potrei rimediare delle perle vere. Magari con delle decorazioni autentiche al posto dello zucchero, gli invitati rimarranno colpiti.» «Non lo so» disse Emilio. «Ma ciò che importa è il sapore, e il sapore sarà...» «Emilio, apprezzo lo spirito» disse Min, immaginando la reazione di Nanette a quella frase. «Purtroppo, in questo caso, ciò che conta è l’apparenza.» «Potremmo fare così» disse Emilio. «Le chiederò se è disponibile a fare la torta. Se dovesse accettare, le dirò di usare una glassa semplice, e tu potrai decorarla con fiori e perle.» «Io?» ragionò Min, dubbiosa. «Meglio di no. Può pensarci Bonnie, ha molto gusto. Affare fatto. Chiama tua nonna.» Emilio prese in mano il telefono. «E dimmi, ci andrai con Cal a questo matrimonio?» «Non vedrò mai più Cal in vita mia» disse Min. «Dio, quanto siete stupidi» disse Emilio battendo i pulsanti sul telefono. Il volto gli si illuminò in un istante. «Nonna?» disse, cominciando a parlare in italiano. L’unica parola che Min fu in grado di distinguere era ‘Cal’; un dato preoccupante. Ma alla fine della telefonata, Emilio stava sorridendo. «è tutto a posto» disse. «Le ho detto che sei la ragazza di Cal. Lei adora Cal.» «Come tutte le donne.» Min gli diede un bacio sulla guancia. «Sei il mio eroe.» «Merito del cibo» disse lui, impacchettando pane e insalata per tre. Min si diresse quindi verso casa, salendo i trentadue gradini fino all’appartamento di Bonnie al primo piano. «Allora» disse Liza accogliendola sulla porta. «Vuoi raccontarci di ieri sera?» «Posso entrare, prima?» disse Min, eludendo Liza ed entrando nel caldo e luminoso appartamento di Bonnie. Bonnie aveva preparato la tavola con il servizio di porcellana Royal Doulton Tennyson, decorandolo con delle rose da negozio in un vaso in vetro tagliato. Min lo trovò così gradevole che pensò: Okay, il mio appartamento non sarà mai così bello, ma con il tavolo potrei fare di più. E potrei mettermi a cucinare. Potrei recuperare gli attrezzi da cucina di mia nonna dalla cantina. Sarebbe stato bello cucinare come faceva sua nonna. Cuocere dei biscotti, magari. Quei biscotti che non avrebbe potuto mangiare. Sospirando, poggiò le vaschette di polistirolo espanso sul tavolo di Bonnie. «Cos’è?» chiese Bonnie, saggiando le vaschette con un dito. «La miglior insalata della tua vita, con del pane ancora più buono» disse Min, mentre Bonnie andava a prendere dei piatti. «Pane?» chiese Liza a Min. «Ora mangi anche il pane?» «No» disse Min. «L’ho mangiato ieri sera e oggi ne ho pagato il prezzo. Il pane è per voi, me lo godrò per interposta persona.» Liza la guardò male mentre si accomodava su una delle lunghe sedie da salotto di Bonnie. «Come con i dolci. Stats, sei...» «Tu cos’hai portato?» disse Min, temendo per la risposta. «Barrette gelato al lampone» disse Liza, prendendo posto a tavola. «Dovresti marcire all’inferno» rispose Min, sedendosi. «Perché non porti mai della frutta?» «La frutta non è un dolce» disse Liza. «Ora, spiegaci perché hai lasciato il locale in compagnia di Calvin Morrisey, ieri sera.» Min spostò il contenitore del pane verso Liza. «David ha scommesso che lui non sarebbe riuscito a portarmi a letto entro un mese.» Le sue amiche la guardarono come statue di sale; Bonnie con un piatto di pollo e verdure in mano, Liza pietrificata nell’atto di spezzare il pane. « Mi prendi in giro » disse Liza, con un’espressione pericolosamente adirata. «Ho lasciato che mi rimorchiasse perché pensavo di poterne ricavare un accompagnatore per il matrimonio. Poi ho capito che non avrei sopportato tre settimane di quelle manfrine viscide, così mi sono goduta l’ottima cena e me ne sono andata.» Il volto di Bonnie si intristì. «Tesoro, è terribile.» «No» disse Min. «Dimentichiamoci di Cal Morrisey e mangiamo. Voglio parlare di Diana. Non sta bene.» «Mesta e Bieca.» Liza lanciò un’occhiata a Min facendole intendere che il discorso su Cal era solo rimandato. «Distruggerebbero il morale di chiunque.» Min chiuse gli occhi. «Non usare quei nomi. Oggi stavo per rivolgermi a Susie chiamandola Bieca, durante le prove. Sembrava costantemente sull’orlo delle lacrime.» «Be’, è comprensibile» disse Bonnie, compassionevole. Poggiò il piatto al centro della tavola e si sedette. Liza rovesciò il pane in una ciotola. «Forse Diana non avrebbe dovuto chiederle di farle da damigella. è quasi crudele.» «Sarebbe stato peggio se non gliel’avesse chiesto» disse Bonnie. «è per questo che sta così male?» «Credo sia a causa di Greg» disse Min, addentando l’insalata. «Però non vuole ammetterlo. è stato lui a dimenticare di ordinare la torta nuziale.» «Wow» disse Liza. «Ecco un uomo che sta cercando di sabotare il suo stesso matrimonio. Del resto vostra madre e Diana lo hanno praticamente costretto.» «è stato lui a chiederlo, in perfetta autonomia» disse Bonnie. «Credo che avrebbe preferito un fidanzamento più lungo» disse Min. «Però non ha protestato quando è stata decisa la data. Non è muto; avrebbe potuto dire di no.» «A Nanette e Diana?» disse Liza. «Impossibile. Inoltre ci sono più speranze che Bieca faccia una buona azione di quante ce ne sono che Greg trovi del fegato. Ora, dicci di Calvin Morrisey e di questa scommessa. Vogliamo sapere tutto.» Mezz’ora più tardi l’insalata era finita, gli avanzi di pollo erano in frigo e Bonnie stava scartando un gelato confezionato Dove mentre Min concludeva il racconto della serata. «Almeno ti ha accompagnato a casa» disse Bonnie. «è stato carino.» Non sembrava molto convinta. «Sì. Poi mi ha dato una gomitata in testa, mi ha detto: Buona fortuna per tutto e se ne è andato» disse Min. «Non piaceva a me, non piaceva a voi e io non piacevo a lui. Un bel punteggio pieno.» «Forse questa faccenda dell’addio è solo un trucco» disse Liza, dedicandosi al gelato. «Credo stia cercando di prenderti alla sprovvista. Tornerà alla carica. Se non stai attenta, ti ritroverai a letto ipnotizzata dal suo fascino e con il cuore spezzato.» Min fece una smorfia di esasperazione. «Mi credi così ingenua? Come posso dimenticare la scommessa? A ogni modo, ho messo a punto un nuovo piano.» «Ah, bene» disse Liza. «In effetti non ne avevi avuti abbastanza, finora.» Min la ignorò. «Ieri sera stavo ascoltando Love Me Tender. Ho pensato che se Elvis si fosse reincarnato, ora avrebbe circa ventisette anni. A me non dispiacciono gli uomini più giovani. Da un punto di vista statistico, i matrimoni migliori sono quelli in cui la donna ha otto anni in più dell’uomo. Quindi ho deciso di aspettare che Elvis incroci il mio cammino.» «Ma tu ne avresti solo sei più di lui» disse Bonnie. «Sì, ma trattandosi di Elvis, potrei fare uno sforzo» concluse Min. «Perché proprio Elvis?» chiese Liza. «Perché quando canta dice sempre la verità. Elvis è l’unico uomo di cui so di potermi fidare.» «Fammi capire bene» disse Liza brandendo la barretta gelato consumata per metà. «Bonnie aspetta che arrivi il protagonista di una fiaba a completare la sua vita, mentre tu sei in attesa della reincarnazione di un tizio che mangiava panini alla banana fritta.» «Già» disse Min. Liza scosse la testa. «Forse il mio principe è già arrivato» disse Bonnie. «Roger mi piace.» «Roger?» chiese Min, cercando di non guardare il gelato di Liza. «Abbiamo rimorchiato gli amici della bestia, ieri sera» disse Liza. «A Bonnie è toccato quello con il pollice opponibile.» «Roger è un vero tesoro» confermò Bonnie. «Sto pensando di cancellare il mio appuntamento per sabato e uscire con lui. Aspetto di vedere come andrà venerdì sera.» «Ti ha chiesto di uscire?» disse Min, felice che la conversazione non riguardasse più Cal. «Racconta.» «Le ha chiesto di uscire ogni sera, da oggi fino al resto della sua vita» disse Liza. «è pazzo di lei.» «è una cosa carina.» Min raccolse un’ultima foglia di insalata dal piatto per rimediare all’astinenza da zucchero. «Ha del potenziale, Bon?» «Forse.» Fu l’unico attimo in cui Bonnie mutò in un’espressione quasi preoccupata. «Se dovessimo vederci per un altro paio di settimane, e se non ci fossero intoppi, lo inviterò a casa di mia madre per farglielo studiare.» Min alzò le sopracciglia. «Pensi che attraverserà tre stati per conoscere tua madre dopo due settimane?» «Attraverserebbe le Ande per prenderle uno stuzzicadenti» disse Liza. «è una cosa imbarazzante.» «No, non è vero» disse Bonnie, con aria contrariata. «è molto dolce. E poi dice che Cal è fantastico, il che mi confonde.» «E così a Bonnie è andata bene» disse Min rivolta a Liza, ignorando il riferimento a Cal. «E a te?» «Lo scemo del villaggio» disse Liza. «Anche lui sostiene che Cal sia il migliore. Sono come i tre Marmittoni. Solo che non fanno ridere.» «Neanche i tre Marmittoni facevano ridere» disse Bonnie. «Vero» disse Min. «E pensi di rivedere questo idiota?» «Sì.» Liza leccò gli ultimi resti di gelato sullo stecchino. «La tua bestia tornerà alla carica, e il mio idiota non si fa pregare quando gli faccio delle domande. C’è anche una barista, vicina di casa della bestia, con cui devo legare.» «Non indagare per conto mio» disse Min. «Non c’è posto per Calvin Morrisey nel mio futuro.» «Dovrà esserci un posto per lui domani sera, però» disse Bonnie. «Sarà all’Azzardo con Roger e Tony.» Min scosse la testa. «Vuol dire che rimarrò a casa.» «No» disse Bonnie, colpita. «Non siamo obbligate a frequentare quel posto. Andremo da un’altra parte, così potrai venire anche tu.» «E rovinare il tuo incontro con Roger?» riflettè Min. «No. Neanch’io sono così egoista da intralciare il corso del Vero Amore. Ci sarò. E poi voglio vedere da vicino questo Roger.» «Sei sicura che Cal abbia accettato la scommessa?» chiese Bonnie. «Ero proprio lì sotto» disse Min. «Li ho sentiti con le mie orecchie. Ha detto: Un gioco da ragazzi.» Il solo pensiero le faceva ancora male. «Però Roger lo adora» disse Bonnie. «Mi ha raccontato tutto di lui, di loro tre. è una storia triste. Si sono conosciuti alla scuola di recupero in terza elementare. Roger dice che lui era molto riflessivo, mentre a Tony non importava nulla della scuola e Cal era dislessico; tutti credevano che fossero stupidi.» «Cal è dislessico?» disse Min, sorpresa. «Tony è stupido» disse Liza nello stesso istante. «No» disse Bonnie, con quel tono paziente e un po’ marcato che voleva dire ‘piantala’. «Tony non è stupido. Quando ci tiene, è molto sveglio. Nemmeno Roger è stupido; è solo molto metodico. Non lo si può forzare. Come mio zio Julian.» «Mio dio» esclamò Liza rivolta al soffitto. «Ormai è di famiglia. Scommetto che sarà il suo Se di questa settimana.» «Io non scommetto» disse Min. «Bonnie, qual è il tuo Se?» Bonnie azzardò: «Se Roger si rivela così dolce come penso che sia, me lo sposo.» «Santo cielo» disse Liza. «Lasciala in pace» ribatté Min. «Ha diritto a qualunque Se desideri. Qual è il tuo?» Liza si ricompose. «Se il mio lavoro non migliora, fra una settimana mi licenzio.» «Prendi il calendario» disse Min a Bonnie. «Non serve» disse Bonnie. «L’ultima volta che si è licenziata era agosto; sosteneva che nessuno avrebbe dovuto lavorare con quel caldo.» «Dieci mesi» disse Min. «Non va bene. La sua tolleranza sta diminuendo.» «è un Se» protestò Liza. «Voglio tenermi aperte diverse strade. Magari torno a fare la cameriera, se trovo un posto abbastanza divertente. Qual è il tuo Se?» Min pensò a Cal Morrisey, e le sembrò che la testa le esplodesse. «Se dovesse presentarsi la reincarnazione di Elvis, uscirò di nuovo per un appuntamento. Fino ad allora, sospendo qualunque forma di socializzazione con l’altro sesso. è troppo doloroso.» «Sono l’unica donna sana di mente in questa stanza» disse Liza. «La sanità mentale è sopravvalutata» disse Min, prima di salire nel suo appartamento per prendere un’aspirina. La sera seguente Cal tornò all’Azzardo, tenendosi il più lontano possibile dalla pedana per garantirsi molteplici vie di fuga. Roger era a tre metri da lui, intento a fissare Bonnie come fosse il centro dell’universo. Bonnie guardava Roger come fosse un uomo interessante che ancora non conosceva bene. Cal scosse la testa. Osservare Roger alle prese con una donna era come guardare un neonato che gattonava in mezzo al traffico. Tony si sedette di fianco a Cal, allungandogli uno scotch. «Secondo me dovresti farti avanti» disse indicando il bar. «Cosa?» Cal guardò oltre Bonnie, notando una rossa alta e slanciata. Quella Liza di cui parlava Tony. Quando si spostò, dietro di lei apparve anche Min, coperta da una felpa rossa e larga. Sul retro aveva una specie di cappuccio, a cui Roger si aggrappò dicendo qualcosa che la fece ridere. «Perfetto.» Avrebbe dovuto sorbirsi un’altra serata di abusi verbali da parte sua. «Non è da te stare a guardare senza fare nulla» gli disse Tony. «Stai perdendo colpi.» «Stavo guardando Roger e Bonnie» disse Cal. «Ah.» Tony guardò Roger e scrollò le spalle. «Ormai è andato. Tutti dobbiamo morire, prima o poi.» «Meno male che tu sei il mio angelo custode» disse Cal. «Allora, cos’hai intenzione di fare?» Tony guardò alle sue spalle e si destò all’improvviso. «Ma che diavolo... Dove credono di andare?» Cal si girò e vide i quattro prendere possesso di uno dei tavoli da poker all’altro capo del bancone. «Lontano da qui» disse, rallegrandosi. Voleva dire che la serata di Min era stata orribile quanto la sua. Del resto poteva incolpare soltanto sé stessa; non era mai contenta. Lui aveva fatto del suo meglio. Tranne che per la contusione di fine serata. La osservò prendere posto alle spalle di Liza, allungando le gambe vestite di nero. Erano belle gambe, polpacci pieni e robusti, proprio come Min in generale. «Tempo cinque minuti e verrà qui» disse Tony. «Dieci dollari che non verrà» ribatté Cal, tornando a concentrarsi sul suo whisky. «Ci sto» disse Tony. «Quella donna mi desidera.» «Ti desidera?» disse Cal, sorpreso. «Ah, parli di Liza.» Si voltò per guardare la rossa che rideva di fianco a Min, all’apparenza inconsapevole anche solo dell’esistenza di Tony. «Non verrà nemmeno lei.» «Tu parlavi della cicciottella?» disse Tony. «Non chiamarla in quel modo» disse Cal. «Il suo nome è Min. è una brava donna, se si escludono i problemi di gestione della rabbia.» La osservò piegarsi di lato sulla sedia per dire qualcosa a Bonnie. «Non è cicciottella. Ha delle belle curve, dappertutto.» «Belle tette» disse Tony, cercando di essere obiettivo. «Insomma hai mancato il bersaglio, eh?» «No» disse Cal, voltandosi nuovamente. «L’ho invitata a cena e lei ha accettato. Poi l’ho accompagnata a casa e l’ho salutata. Non ho mancato il bersaglio.» «Finalmente una donna che non riesci ad avere» disse Tony con voce soddisfatta. «Sono un po’ depresso. è la fine di un’era...» «Non ci ho neanche provato» disse Cal. «Ma è un sollievo sapere che anche tu indossi i pantaloni una gamba alla volta, come tutti.» «è un detto che non ho mai capito» rispose Cal. «In quale altro modo potresti indossarli?» Tony si avvicinò. «Dieci dollari che non riesci a convincere Min a uscire con te domani sera.» «Non voglio uscire con lei, domani sera» disse Cal. «Portala al cinema» disse Cal. «Così non dovrete parlare.» «Tony...» «Dieci dollari, grand’uomo. Io dico che non ci riesci.» Cal guardò Min. Fatta eccezione per qualche risata, non sembrava più rilassata di mercoledì sera. In più, lo stava ignorando. Fece cenno di no. «Non accetterebbe. Niente scommessa.» «Non credo ai miei occhi» disse Tony. «Ti tiri indietro così?» «Tony, in questo momento odia l’intero genere maschile. è appena uscita da una storia.» «Be’, è perfetto. Chiodo scaccia chiodo» disse Tony. «Per te è un vantaggio. Magari riesci anche a portartela a letto.» «Non voglio portarmela a letto» disse Cal. «è probabile che il prossimo con cui andrà a letto lo sceglierà appositamente per vendicarsi di chi l’ha mollata. Fidati. Con una così, devi dormire con un occhio solo.» «Codardo» disse Tony. «Ti verrò incontro. Un pranzo. Dieci dollari che non riesci a invitarla a pranzo.» Cal guardò Min. Come poteva convincerla per un pranzo? Era seduta comodamente sulla sedia, sorridendo in direzione di Roger, come per esaminarlo. Era protettiva nei confronti della sua amica. Ma non aveva nulla da temere con Roger. Se fossero finiti insieme, Bonnie poteva dirsi una donna fortunata. Però questo Min non lo sapeva. «Allora?» disse Tony. Avrebbe potuto dirle... «è arrivata Cynthie» disse Tony. «Maledizione.» Cal si tirò su dalla sedia, ma evitò di guardare verso l’ingresso. «Non sopporta questo locale. Perché mai...» «Ti sta pedinando» disse Tony. «Evidentemente non vuole proprio rinunciare al matrimonio. Sta venendo da questa parte.» «E va bene.» Cal si alzò in piedi. «Andiamo.» «Dove?» disse Tony, ancora seduto. «Da quella parte, così potrai importunare la rossa mentre io convinco Min a venire a pranzo con me, evitando di incontrare Cynthie. Vada per la scommessa.» «Hai appena perso dieci dollari, vecchio mio» disse Tony, trattenendo a stento una risatina. «Ho notato la faccia di Min quando sei entrato. Non era contenta di vederti.» Si alzò anche lui. «Non riesco a credere che tu abbia accettato. Le hai dato una botta in testa, brutto impiastro. Perché dovrebbe uscire di nuovo con te?» «Prima i dieci dollari» disse Cal, con la mano aperta. «Prima l’appuntamento» rispose Tony. «Sempre se ci riesci.» «No, mi devi dieci dollari per la rossa che non è venuta da te entro cinque minuti» disse Cal. Sconsolato, Tony tirò fuori il portafoglio. Mentre Min era occupata a ignorare Cal e studiare Roger, Liza prese posto sulla sedia alla sua destra. «Allora» disse, passandole un Rum e Coca Light. «Ci sono novità riguardo a Diana?» «L’ho chiamata oggi» disse Min, prendendo il drink. «Le ho chiesto se fosse tutto a posto con Mesta...» Chiuse gli occhi. «Con Susie. Mi ha detto di sì, che ora sta uscendo con un uomo interessante e non ha problemi con il matrimonio. E anche Bieca... Karen ha parlato con Susie e rassicurato Diana, dicendo che per lei va tutto bene.» «Si rifiuta di guardare in faccia la realtà» disse Liza, mentre qualcuno spostava una sedia alla sinistra di Min. «Chi? Diana, Mesta o Bieca?» disse Min. «Tutte e tre» disse Liza. «Credo che Mesta stia cercando di essere forte, Bieca si sia ormai votata al bullismo e Diana faccia finta di non vedere» disse Min, girandosi per controllare chi si fosse seduto alla sua sinistra. «Oh» disse, trovandosi di fronte Cal con due bicchieri in mano. Era bello come due giorni prima, e Min sentì di nuovo ilDNA in subbuglio. «Ciao, piccola» disse alzandole il cappuccio. Liza si voltò verso Bonnie con un grugnito. «Che sorpresa» disse Min. «Credi di essere il primo a fare battute in stile Cappuccetto Rosso, stasera? Non indosserò mai più questa felpa.» «Di nuovo l’ostilità» disse Cal. «Ho come un senso di déjà- vu. Come va la testa?» «Il dolore va e viene» disse Min. «Inoltre ho cominciato a sentire delle voci.» «Ottimo. Ora hai qualcuno con cui parlare. Chi sono Diana, Mesta e Bieca? E come hanno avuto dei nomi così tremendi?» «Nessuno di interessante.» Min prese il bicchiere. «Fammi indovinare» disse Cal, con aria di sufficienza. «Rum e Coca light. La colazione dei campioni. A dieta.» «Non hai proprio impegni da qualche altra parte?» «No, cara Buffy. Il destino mi manda da te per insegnarti a bere in modo dignitoso.» Allontanò il rum e lo sostituì con uno dei suoi bicchieri. «Whisky. Bevi lentamente.» Min aggrottò le sopracciglia. «Hai sostituito il fascino con questo?» «No» disse Cal. «Il fascino è sprecato con te. Ma voglio aiutarti a diventare grande. Le vere donne non rovinano un buon drink con delle bibite dietetiche.» «Il peso dell’influenza sociale» disse Min. «Una piaga per tutta la vita.» «Provalo» disse Cal. «Soltanto un sorso. Se non ti piace, prometto che riavrai la tua brodaglia.» Min scrollò le spalle. «Okay.» Prese il bicchiere e ne mandò giù un sorso. Appena il whisky le incendiò la gola si sentì soffocare. «Ho detto lentamente, Dobbs» disse Cal, mentre Min cercava di riprendere fiato. «Devi assaporarlo, non trangugiarlo.» «Grazie» disse Min, riguadagnando l’uso della parola. «Ora puoi andare.» «No, non posso.» Si fece più vicino, e Min sentì la temperatura alzarsi all’improvviso all’interno della felpa. «Ho una proposta per te.» Min riprese in mano il whisky, bevendo a piccoli sorsi. Era buono. A piccoli sorsi. Cal si avvicinò ancora, quasi sussurrandole all’orecchio. «Voglio sapere di Bonnie.» Min sentiva il calore del suo respiro sul collo. Lo guardò interdetta. «Bonnie? Credo che Roger abbia la precedenza.» «Lo so. Ecco perché voglio sapere di lei. Roger è...» Cal guardò verso il tavolo. «Non è esattamente un esperto di donne. Voglio sapere com’è la tua amica.» «Va bene» disse Min, preparandosi a fornire un quadro impeccabile di Bonnie. «Non qui» disse Cal, ancora troppo vicino. «Se ne accorgerebbero. Vediamoci per pranzo, domani. Conosci Cherry Hill Park?» «Ne ho sentito parlare» disse Min. «Non ho il conto in banca adatto per godermi quel tipo di posti.» «C’è una zona picnic sul lato nord» disse Cal. «Ci vediamo al primo tavolo, a mezzogiorno.» «Non dovremmo stabilire anche una parola d’ordine?» rispose Min, riuscendo finalmente ad allontanarsi da lui. «Io potrei dire ‘pretenzioso’, e tu potresti rispondere ‘snob’.» «Vuoi sapere di Roger, oppure no?» disse Cal. Min guardò in direzione di Bonnie. A chi non la conoscesse, poteva apparire distaccata. Ma Min la conosceva bene. Era radiosa. «Sì.» «Bene» disse Cal. «Fammi vedere le tue scarpe.» «Cosa?» disse Min. Cal guardò sotto il tavolo. Min tirò fuori un piede, e lasciò che lui ammirasse il suo paio di mules a tacco alto aperte sul davanti, allacciate sul collo del piede con lacci neri che contrastavano con la pelle chiara e lo smalto rosso. «Liza le chiama ‘dita in schiavitù’» disse con allegria. «Ah sì?» Cal rimase immobile per un lungo momento, intento a osservare i suoi piedi. «Ora la mia serata ha finalmente trovato un senso. Ci vediamo domani a mezzogiorno.» Spinse indietro la sedia e si allontanò, portando via il whisky e il Rum e Coca light. «Okay, non ho sentito l’ultima parte» disse Liza, chinandosi verso di lei. «Cosa ti ha chiesto?» «Andremo a pranzo insieme domani» disse Min, incerta su come questo la facesse sentire. Ma se le avesse sussurrato di nuovo all’orecchio, sarebbe stata costretta a dargli uno schiaffo. Di questo era sicura. «Dove?» «Cherry Hill Park.» «Gesù» disse Liza. «Parco da softball per gente ricca e famosa. A che ora?» «Mezzogiorno.» Liza annuì. Poi esclamò a voce alta: «Tony.» Min si voltò, in tempo per assistere allo scambio di una banconota da dieci dollari tra i due amici. «Non ci posso credere» disse, irrigidendosi sdegnata. Quel figlio di puttana aveva scommesso anche sul pranzo, e lei c’era cascata. Tony alzò la testa, e Liza gli fece cenno di raggiungerla. Quando arrivò da lei, le disse: «Sai, non sono il tipo di uomo che si fa trattare così.» «Tu e io andremo a pranzo insieme, domani a mezzogiorno. Cherry Hill Park» disse Liza. «Okay» disse Tony. «Ma solo perché mi troverò comunque lì in zona. Alleno una squadra di softball che gioca da quelle parti.» «Bene» disse Liza. «Ora puoi andare.» Tony scosse la testa e si voltò per raggiungere Cal al bancone del bar. «Be’, almeno è ubbidiente» disse Min. «Ricordati che tu domani non dovrai esserlo» disse Liza. «è unpranzo» disse Min. «In pieno giorno. In un luogo pubblico.» «Avevi detto che non l’avresti più rivisto, e ti sei fatta invitare a pranzo.» «Ho i miei motivi» disse Min, lanciando un’occhiata amara verso il bar. Cal era ancora lì, ma ora a fargli compagnia c’era la mora che aveva visto anche mercoledì. Gli stava addosso, con un top blu scollato. Prevedibile. Bestia. «Tranquilla, so bene che tipo sia.» Un’altra occhiata verso il bar e Min notò Cal battere in ritirata dal top blu scollato. Giocava a fare il difficile, il maledetto. «Ci sarò anch’io, per guardarti le spalle» disse Liza. «Alla prima mossa sbagliata, Calvin si ritroverà con qualche parte del corpo mancante.» «Non lo sopporti proprio, eh?» disse Min. «Secondo me è stato lui a proporre la scommessa del pranzo a Tony» disse Liza. «Sì, credo anch’io» disse Min. «Dovresti fargli qualcosa di terribile, domani» disse Liza. «Ci sto già pensando» rispose Min. Dopo un altro sabato passato a cercare di far giocare quattordici bambini di otto anni a baseball controvoglia, Cal non era dell’umore giusto per sopportare anche Min. Prese comunque la borsa del ghiaccio dalla macchina, si fermò al chiosco di hot dog di beneficienza e si diresse verso il tavolo da picnic dove avrebbe dovuto incontrarla. Non era ancora arrivata. Coprì con una vecchia coperta l’enorme tavolo in legno – Cherry Hill non risparmiava certo sugli accessori – e vi appoggiò sopra il cestino, sedendosi poi ad aspettare. Non gli dispiaceva l’idea che Min gli avesse dato buca. Era una giornata stupenda, i begli alberi del parco facevano un’ottima ombra, i ragazzini se n’erano andati e nessuno gli rompeva le scatole. Poi Min spuntò dal sentiero di ghiaia attraverso gli alberi. Indossava di nuovo la lunga felpa rossa, stavolta sopra una camicia a scacchi rossi e neri che si agitava a ogni soffio di vento. I capelli erano ancora raccolti sulla testa, il passo era lungo e rilassato e il sole ben disposto a cogliere riflessi dorati sulla sua chioma. Si avvicinò sorridendo. Cal fu felice di vederla. Quando le porse la mano per aiutarla a sedere sul tavolo, lei esitò prima di accettare. Le sue dita erano piacevolmente e pienamente calde mentre prendeva posto al suo fianco. «Ciao» disse lei. Cal sorrise. «Ciao» rispose. «Grazie per essere venuta.» «Grazie per avermi invitato.» Min lasciò cadere la borsa sulla panchina sotto di loro. «Ora dammi dieci dollari.» Cal esitò. «Come, scusa?» Min gli sorrise, allegra come il sole. «Volevo renderti il pranzo impossibile, ma è una così bella giornata che ho deciso di godermela. E tu hai scommesso dieci dollari con Tony che mi avresti invitato a pranzo.» «Non è vero» rispose Cal. Il sorriso di Min svanì. «Tony ha scommesso con me dieci dollari che non saresti venuta a pranzo con me.» Min alzò gli occhi al cielo. «Non fa differenza. Sgancia la grana, altrimenti ti lascio qui da solo e tu dovrai ridare a Tony i suoi dieci dollari. Più altri dieci, perché hai perso.» «Credo di aver vinto quando hai detto sì» disse Cal, d’un tratto molto più interessato a Min. «Di questo dovrai convincere Tony» disse Min. «Okay» disse Cal. «Che ne dici di fare a metà?» Min tese la mano, agitando le dita. «Dieci dollari, Casanova.» Cal sospirò e tirò fuori il portafoglio, cercando di non ridere. Incassati i dieci dollari, Min prese la borsa, li infilò all’interno e poi ne tirò fuori altri venti, consegnandoli a Cal. «Questi cosa sarebbero?» disse Cal. «Sono i venti dollari per il taxi che mi hai dato mercoledì» disse Min. «Avevo dimenticato di restituirteli.» «Quindi ci ho guadagnato dieci dollari» disse Cal. «No, ora sei in pari. Erano comunque soldi tuoi. Non mi spettavano, visto che non ti sei fatto avanti.» Cal alzò lo sguardo verso il sole. «La giornata è ancora lunga.» «Non ti ci vedo a provarci su un tavolo da picnic» disse Min. «Anzi, non ti ci vedo in nessun caso. Quindi mettili via, e dimmi tutto di Roger.» «Anch’io sono contento di vederti» rispose Cal, e il sorriso di Min si allargò. «Scusa, dimenticavo che sei un patito dei convenevoli. Come sei stato nelle quattordici ore in cui non ci siamo visti, di cui otto passate a dormire?» «Molto bene. E tu?» «Splendidamente. Per quanto dovremo andare avanti prima di arrivare a Roger e Bonnie?» «Una donna dallo spiccato senso pratico» disse Cal. Min cambiò posizione, sedendosi sulle gambe e mettendo in mostra i piedi. Indossava dei ridicoli sandali tenuti insieme quasi esclusivamente da nastrini, con un unico fiore rosso sulla caviglia. «Eccetto che per le scarpe.» «Non prendere in giro le mie scarpe.» Min agitò le sue dita dei piedi dipinte di rosso sotto i fiori. «Adoro queste scarpe. Me le ha regalate Liza per Natale.» Slacciò i nastri, le tolse e le poggiò sul tavolo dietro di lei, accarezzando i fiorellini prima di girarsi verso di lui. «Credo di aver capito perché ti piacciono tanto» disse Cal, distratto dalla vista di quei piedi che Min si affrettò a nascondere sotto la gonna. «Sono in stile Elvis» aggiunse. Min sgranò gli occhi dalla sorpresa. «Tu saresti un fan di Elvis?» «è il migliore» disse Cal. «Piace anche a te?» «Assolutamente sì.» Min sembrava perplessa. Poi aggiunse: «In effetti ha senso. In fondo tu sei ‘il diavolo sotto mentite spoglie’.» «Come?» disse Cal. Poi capì. «Elvis Presley?» «Certo, Elvis Presley» disse Min. «Chi altri... oh. The Angels Want to Wear my Red Shoes. Elvis Costello.» Alzò le spalle. «Sì, anche lui è bravo.» Cal scosse la testa, incredulo. «Eh, sì. è bravo.» «Per fortuna non è un vero appuntamento» disse Min con sollievo. «Altrimenti ci sarebbe stato un lungo silenzio imbarazzante prima di recuperare da una cosa del genere.» Cal sorrise. «Ti è mai capitato di provare un silenzio imbarazzante nella tua vita, Dobbs?» «Non spesso» disse Min. «A te?» «No.» Cal poggiò il sacchetto con gli hot dog incartati sulla coperta. «Okay. Roger e Bonnie. Prendi un hot dog mentre ne parliamo.» «Un hot dog?» disse Min, con un tono simile a quello che avrebbe usato per dire: Un po’ di cocaina? «Non è un cibo molto salutare.» «Sono proteine» disse Cal, esasperato. «Puoi mangiarle. Basta togliere il pane.» «Sono grassi» disse Min. «Credevo che i grassi fossero concessi nelle diete senza carboidrati» disse Cal, ripensando alle abbuffate di gamberetti al burro che aveva visto fare a Cynthie. «è vero, ma la mia dieta è una Atkins senza grassi» disse Min. Cal la guardò scettico. «Cosa ti è concesso mangiare, esattamente?» «Non molto» disse Min, fissando gli hot dog con palese bramosia. «Sono salsicce tedesche. Bratwurst» disse Cal. «Dannazione» disse Min. «è sabato» disse Cal. «Puoi concederti uno strappo alla regola.» «Hai detto la stessa cosa mercoledì, da Emilio. Ho già commesso il mio peccato settimanale.» «Il sabato è il primo giorno di una nuova settimana. Pecca di nuovo.» Min si morse il labbro, mentre la brezza si alzava scuotendo gli alberi e sollevandole la gonna, sempre più vicino a Cal. «Ti ho portato della Coca-Cola Light per compensare» disse lui, aprendo la borsa frigo. «E comunque, questa conversazione è noiosa.» «è vero, scusa.» Prese la lattina e la aprì. «Mi dispiace, non c’è niente di così noioso come parlare di cibo.» «No» disse Cal. «Parlare di cibo è fantastico. Parlare di cose che non puoi mangiare è noioso.» Afferrò una delle confezioni di carta assorbente e glielo porse. «Mangia.» Min guardò l’hot dog, sospirò e cominciò a scartarlo. «Sei una bestia.» «Per averti dato da mangiare?» disse Cal. «Che c’è di male? Siamo americani. Gli americani mangiano. è il nostro stile di vita.» «Gli hot dog sono il nostro stile di vita?» disse Min, poi si bloccò. «In effetti è vero. Insieme al baseball e alla torta di mele.» «Il baseball te lo cedo volentieri» disse Cal, avventandosi sul suo hot dog. Min guardò la maglia della squadra di softball che aveva addosso. «Allora come spieghi la maglietta? Non è da baseball?» «Sì» disse Cal. «Per espiare i miei peccati, insegno ai bambini come correre tra le basi ogni sabato mattina. Un giorno lo farà anche tuo marito, mentre tu sarai sugli spalti a tifare per dei piccoli ometti sconosciuti. è il prezzo che si paga per la libertà.» «Io non avrò figli» disse Min, azzannando l’hot dog. «Ah, no?» disse Cal, distratto dall’espressione di piacere comparsa sul suo volto mentre masticava. I wurstel erano buoni, ma non così buoni. Mandò giù il boccone con un sospiro. «Che meraviglia. Mio padre ci portava a mangiare hot dog di nascosto ogni volta che c’era una fiera nei dintorni. Mia madre l’avrebbe ucciso, se l’avesse scoperto. Sai da quanto tempo non ne mangiavo uno? è il paradiso.» «Di sicuro ne ha l’aspetto» disse lui, guardandola mentre si chinava in avanti sull’hot dog, per far cadere il grasso sulla carta di fronte a lei. L’ampia scollatura lasciava intravedere della carne morbida e rigogliosa, stretta in un tessuto di pizzo rosso. A Tony verrebbe un infarto, pensò; ma anche a lui girava un po’ la testa. La brezza continuava a sfiorarle la gonna, lambendo la sua mano poggiata sul tavolo. Sentì un solletico lieve e soffice. «Allora» disse, spostando la mano. «Perché rifiuti lo stile di vita americano?» Masticava con gli occhi chiusi, e Cal guardò nuovamente la scollatura, in preda a pensieri impuri. Poi Min mandò giù il boccone e disse: «Devo per forza partorire per essere una buona americana? No. Ogni anno in questo Paese nascono più di quattro milioni di bambini. Lo stile di vita americano è al sicuro. Se la cosa ti preoccupa, puoi fare qualche figlio in più per coprire la mia quota.» «Io?» Cal si tirò indietro, al sicuro dalle distrazioni. «Io non voglio figli. Ma sono sorpreso che tu dica lo stesso. Saresti un’ottima mamma.» «Perché?» Min rimase immobile, con il panino vicino alla bocca. Perché aveva quella morbidezza. Perché gli anni l’avrebbero trasformata nel tipo di madre per cui lui avrebbe ucciso. «Perché sembri a tuo agio.» «Oh, dio. Sì» disse Min, fissandolo. «è proprio il complimento che farebbe felice ogni donna.» Si chinò in avanti mordendo il panino, e Cal tornò a fissare il suo seno premere contro il tessuto di pizzo. «Il tuo sentirti a tuo agio è molto sexy, se questo può farti star meglio» disse Cal. «Un po’ meglio» disse lei, notando dove cadeva il suo sguardo. «Mi stai guardando la scollatura.» «Tu ti stai chinando in avanti. è pieno di pizzo rosso, là dentro.» «E il pizzo è bello, vero?» disse Min. «Oh, certo.» «Un altro punto per mia madre» disse Min, prendendo un altro morso. Cal tornò al suo hot dog. «Cosa c’entra tua madre?» «è invadente.» Min mandò giù il boccone con una smorfia. «Se non ti piacciono i bambini, come sei finito ad allenarli?» «Non ho detto che non mi piacciono i bambini» disse Cal, cercando di pensare a qualcosa che non fosse un reggiseno di pizzo rosso. «Ho detto che non voglio averne. Non è la stessa cosa.» «Giusto. Ma continuo a chiedermi perché li alleni.» «Sono stato costretto» disse Cal. «Siamo stati costretti entrambi. Harry odia il baseball quanto io odio fare l’allenatore.» «Chi è Harry?» «Mio nipote.» «Perché non disertate?» «Ho scoperto che la squadra è piena di altri bambini, oltre a Harry» disse Cal. «Chi l’avrebbe mai detto?» «Spiritoso. Quindi sei qui tutti i sabati mattina?» Min scosse la testa. «Chiunque sia stato a costringerti, è un genio.» «Senza pari.» Raccolse un sottaceto e se lo mise in bocca. «Non è così terribile, comunque. Roger e Tony fanno il grosso del lavoro. A loro piace.» «Roger» disse Min. «Già, Roger. Ho delle domande da farti, su di lui.» «E non su Tony?» «Tony sta uscendo con Liza» disse Min. «Se si rivela un verme, Liza lo sterminerà senza pietà.» «Tony ha la pelle dura» disse Cal. «Ma capisco cosa intendi. Bonnie è diversa?» «Bonnie sa come difendersi» disse Min. «è intelligente e tosta, ma ha un punto debole. Crede nelle favole, crede che l’uomo del suo destino sia da qualche parte ad aspettarla. E crede che il tuo amico Roger sia il suo principe, sulla base di prove inconsistenti. Quindi, dimmi di Roger.» «Roger è la persona migliore che conosco» disse Cal. «Ed è pazzo di Bonnie. Starà malissimo se la dovesse perdere. Perciò dimmi di Bonnie.» Min cambiò posizione sulla coperta, allungandosi per prendere la lattina di Coca-Cola. Cal la guardava muoversi con piena consapevolezza di sé, della dolce curvatura del collo quando la felpa scendeva verso la spalla, della disinvoltura nel corpo sinuoso mentre si appoggiava sul tavolo sorridendogli, del profilo della gamba sotto la camicia a scacchi che continuava a sollevarsi verso di lui. «Bonnie» disse Min, riportando la sua attenzione all’argomento della discussione «ha passato un anno e mezzo a cercare il divano giusto. Il divano è importante; insieme al letto è il pezzo d’arredamento fondamentale, ma perfino io ritengo che un anno e mezzo sia un periodo troppo lungo per cercare un divano.» «Sì» disse Cal, cercando di pensare a Roger invece che alle sue curve. «Però...» «Una sera stavamo andando al cinema, e lei si è fermata davanti a un negozio di mobili. Ha detto: Aspettate un attimo, è entrata e ha comprato un divano costosissimo in cinque minuti.» Min si piegò in avanti di nuovo, e di nuovo Cal le guardò la scollatura, pensando: Non farlo, l’afflusso di sangue mi farà scoppiare la testa. «Ha dovuto usare due diverse carte di credito,» proseguì Min «e ci ha messo due anni per finire di pagarlo, ma è un bel divano e non se ne è mai pentita. Quando lo ha portato a far rivestire, le hanno detto che sarebbe durato per sempre.» «Ottimo» disse Cal, ancora concentrato sulla scollatura. Respirava piano, quel tanto che bastava per far alzare e abbassare... «Ehi» disse lei, facendogli alzare la testa di scatto. «Non che non sia lusingata, ma sto cercando di finire un discorso. Roger è il nuovo divano di Bonnie. Ha sempre avuto la convinzione che il suo principe prima o poi sarebbe arrivato, l’ha cercato in lungo e in largo e ora ha trovato Roger. Ha deciso che sarà lui. Lo comprerà nell’arco di pochi minuti. Se non è l’uomo che lei crede, voglio saperlo. Devo metterla in guardia. Dimmi che non è un verme.» «Anche Roger ci ha messo un anno per comprare un divano» disse Cal, riordinando le idee. «Che tipo di divano?» disse Min. «In stile La-Z-Boy, con manie di grandezza» disse Cal. «Credo l’abbia scelto marrone.» Min annuì. «Quello di Bonnie è in legno, stile coloniale, con cuscini rivestiti in motivi William Morris di celadon.» «Forse so cosa vuol dire stile coloniale. Il resto è arabo.» «Il divano di Roger non ha speranze» disse Min. «Sarà un problema?» «Potrà farlo a pezzi davanti ai suoi occhi e Roger non batterà ciglio» disse Cal. «Sarà in grado di prendersi cura di lei?» disse Min. «Probabilmente non ne avrà bisogno, ma in tempo di crisi...» «La proteggerebbe con il suo stesso corpo, se necessario. Non devi preoccuparti di Roger. è il migliore. Se avessi una sorella, gliela farei sposare. è Bonnie che mi spaventa. Ha quello sguardo iperefficiente tipico delle persone abituate a comandare a bacchetta. E poi è così piccola, probabile che abbia anche un complesso di Napoleone...» «No» disse Min. «Niente del genere. Roger è un uomo fortunato.» Finì l’ultimo boccone di hot dog e leccò un grumo di ketchup dal suo pollice. Cal perse il filo del ragionamento. «Insomma, è tutto a posto e non dovremmo preoccuparci per loro» disse lei dopo essersi pulita le mani con un fazzoletto. «Sì» disse Cal. «Pronta per il dessert?» «Non mangio mai dessert» disse Min. «Davvero?» rispose Cal. «Non l’avrei mai detto.» «Smettila» lo rimproverò Min. «Te l’ho detto, l’abito da damigella...» Cal estrasse un altro sacchetto dalla borsa frigo. «Ciambelle» disse. Prima che potesse continuare, una voce acuta e fin troppo familiare si fece largo alle sue spalle. «Posso averne una?» Sospirando, si voltò; all’altro lato del tavolo c’era suo nipote, magrolino, lercio e con i capelli nerissimi. «A quest’ora non dovresti essere a casa?» «Si sono dimenticati di nuovo» disse Harry, sforzandosi di suscitare commiserazione. Era aiutato dagli occhiali e dalla corporatura eccessivamente minuta per la sua età. Si avvicinò a Cal. «Ciao» disse cautamente a Min. «Min» disse Cal, continuando a fissare Harry. «Ti presento mio nipote, Harry Morrisey. è qui solo di passaggio. Harry, lei è Min Dobbs.» «Ciao, Harry» lo salutò Min, gioiosamente. «Puoi avere tutte le ciambelle.» Il volto di Harry si illuminò. «No, non puoi.» Cal estrasse il cellulare. «Vomiteresti di nuovo tutto.» «Magari no.» Harry avanzò verso la busta di ciambelle. «Ricordi cos’è successo con i muffin, vero?» disse Cal mentre componeva il numero di sua cognata. «Non può mangiarne neanche una?» Min sorrise mentre Harry si avvicinava. Il suo volto era tenero e accogliente. Sia Cal che Harry indugiarono per un attimo; era così bella. Mentre Cal attendeva una risposta, Harry guardò la gonna di Min e la toccò con un dito. «Harry» disse Cal. Min recuperò uno dei suoi sandali. «Tieni» disse a Harry, facendogli toccare il fiore. «Sono scarpe» disse Harry come se si trovasse di fronte a un’anomalia. «Sì» rispose Min, guardandolo con il viso inclinato. Harry toccò ancora il fiore. «Non è un fiore vero.» «No» disse Min. «è per bellezza.» Harry annuì come se il concetto gli giungesse nuovo, e Cal pensò che probabilmente era proprio così. L’universo di Harry non prevedeva molti fiori di bellezza su unghie rosse. Min allungò una mano nella busta e gli porse una ciambella. «Grazie, Min» disse Harry, tornando a fingersi un orfano maltrattato. «Non cadere nei suoi tranelli» disse Cal a Min. «Certo che no.» Min sorrise a Harry. «Non si direbbe che te la passi male, piccolo.» «Ho dovuto giocare a baseball» disse Harry con amarezza. «Quelli sono hot dog?» «No» disse Cal. «Lo sai che non puoi mangiare carne processata. Va’ a sederti sulla panchina e mangia la tua ciambella.» «Può mangiarla anche qui» disse Min, cingendogli le spalle con un braccio, protettiva. Harry colse al volo l’occasione e si strinse al fianco di Min. Scommetto che è bello morbido, pensò Cal. Poi si accorse di provare quasi gelosia nei confronti di suo nipote di otto anni. «Harry...» fece per ammonirlo. Poi sua cognata rispose al telefono. «Bink? Hai dimenticato di venire a prendere tuo figlio.» «Reynolds» disse Bink, in tono perfettamente modulato. «Era il suo turno.» «Non è qui» disse Cal. Bink fece un sospiro. «Povero Harry. Arrivo subito. Grazie, Cal.» «Quando vuoi, tesoro.» Cal chiuse il telefono e guardò Harry. «Tua madre sta arrivando. Guarda il lato positivo. Invece di tuo padre, ti becchi tua madre più una ciambella.» «Due ciambelle» disse Harry. «Harry, hai lo stomaco delicato» disse Cal. «Non puoi mangiare due ciambelle. Ora vattene. Questo è un appuntamento. Fra sette anni capirai cosa vuol dire.» «Non è un appuntamento» disse Min. «Può restare.» Harry fece un cenno di assenso con aria triste. «Non fa niente.» «Ma piantala, Harrison» disse Cal, ben sapendo che Harry stava sfruttando la situazione. «Hai avuto la tua ciambella. Va’ su quella panchina e mangiala.» «Va bene.» Harry si trascinò sul prato verso una panchina Lutyens, la ciambella ancora ben salda nella manina sporca. «Che carino» disse Min, ridacchiando sommessamente. «Chi è Bink?» «Mia cognata» disse Cal con gli occhi su Harry, il quale continuava ad apparirgli lercio, magrolino e offeso. «Non vedo cosa ci sia di carino. Ma non è un bambino cattivo.» «Bink» disse Min, cercando di comprendere la natura di quel nome. «è il diminutivo di Elizabeth» disse Cal. «Elizabeth Margaret Remington-Pastor Morrisey.» «Bink» disse Min. «Okay.» Cal prese una ciambella. «Ora tocca a te, Dobbs.» Min si tirò indietro. «Oh, no. No, no, no.» Si avvicinò per agitarla sotto il suo naso. «Avanti, un peccatuccio.» «Ti odio» disse lei, fissando la ciambella. «Sei una bestia e un vile seduttore.» Cal alzò un sopracciglio. «Per una ciambella? Avanti. Che male può farti?» «Non mangerò nessuna ciambella» disse Min, strappandole gli occhi di dosso. «Sei impazzito? Ci sono almeno dodici grammi di grasso, lì dentro. Ho tre settimane di tempo per perdere dieci chili. Stammi lontano.» «Questa non è una ciambella qualsiasi» disse Cal, aprendola in due sotto gli occhi di Min. La glassa di cioccolato si spezzò come ghiaccio, la pasta tenera si separò a brandelli. «Questa è una Krispy Kreme ricoperta di glassa al cioccolato. è il caviale, il Dom Perignon, la Mercedes-Benz delle ciambelle.» Min si leccò le labbra. «Non avrei mai detto che fossi un patito di dolci» disse, cercando di tenersi a debita distanza; il vento mosse di nuovo la gonna in direzione di Cal, il quale stavolta la bloccò con il ginocchio. Staccò un pezzetto da una delle due metà della ciambella. «Assaggia» disse, avvicinandosi ancora di più alla sua bocca. «Coraggio.» «No.» Min serrò le labbra, e poi anche gli occhi, distorcendo il volto in una smorfia. «Ti comporti da vera adulta, eh?» Si avvicinò e le tappò il naso. Quando aprì la bocca per protestare, Cal le mise in bocca la ciambella. «Oh, mio dio» disse, rilassando l’espressione del volto. Mentre la pasta le si scioglieva in bocca, un sorriso le solcò il viso. Anche Cal si sentì rilassato. Dar da mangiare a questa donna è come farla ubriacare, pensò. Min aprì gli occhi dopo aver finito il boccone, e Cal gliene offrì un secondo per poter rivedere quell’espressione. «Vieni qui, Dobbs.» «No» disse Min, ritirandosi. «No, no, no.» «Dici molti no» la incalzò Cal. «Ma i tuoi occhi dicono sì.» «Ciò che voglio e ciò che posso avere sono due cose molto diverse.» Min arretrò ancora, tirando la gonna. I suoi occhi erano fissi sulla ciambella. «Stammi lontano con quella roba.» «Okay.» Cal tornò al suo posto e cominciò a mangiare sotto i suoi occhi. L’afflusso di zucchero lo distrasse per un attimo, finché Min si morse il labbro; i denti bianchi e saldi premevano sulla superficie morbida. Quando lo guardò scuotendo il capo, Cal sentì la frequenza cardiaca aumentare notevolmente. «Che bastardo» disse. Staccò un altro morso. Min sbottò: «Ne ho abbastanza, me ne vado.» Si chinò per liberare la gonna dal suo ginocchio. «Ti dispiace togliere...» cominciò, ma Cal le mise in bocca un altro pezzo di ciambella, guardando le sue labbra circondare tanta dolcezza. Il suo volto era il ritratto del piacere, la sua bocca tenera e imbronciata, il labbro inferiore costellato di glassa. Mentre Min leccava le ultime tracce di zucchero dalle labbra, Cal sentì un impulso nelle orecchie, che presto si tramutò in sussurro – LEI – e gli rese il respiro più profondo. Prima che Min potesse aprire gli occhi, si avvicinò e la baciò, avvertendo il gusto del cioccolato e il calore della sua bocca. Min rimase immobile per un attimo, poi si abbandonò a quel bacio dolce e insistente, che cancellò dalla sua mente ogni traccia di pensiero razionale. Cal lasciò che il gusto e il profumo e il calore di lei lo travolgessero. Si abbandonò al punto che, quando Min finalmente si ritrasse, quasi le cadde in grembo. Seduta di fronte a lui, la felpa rossa si alzava e si abbassava in respiri veloci, i suoi occhi neri brillavano vispi, e le sue labbra rigogliose erano aperte per lui. Poi parlò. «Ancora» disse con un respiro. Lui la guardò negli occhi e si fece avanti. 5 Gli occhi di Cal erano neri come cioccolato, e Min si agitò quando lo vide avvicinarsi ancora. Gli mise una mano sul petto e disse: «No, aspetta.» Lui abbassò la testa e disse: «Okay.» Poi prese un altro pezzo di ciambella. Min aprì la bocca per dirgli di no ma lui lo fece scivolare tra le sue labbra. Il calore della bocca dissolse la glassa mentre Min chiudeva gli occhi e lasciava che il gusto si facesse strada nel suo corpo, trasformandosi in piacere. Quando riaprì gli occhi, lui era lì. Sì chinò verso di lei e la baciò dolcemente, in un incastro di labbra così perfetto che la fece tremare. Sentì il suo calore e leccò tracce di cioccolato dalla sua bocca, percepì la lingua contro la sua, bollente e sconvolgente. Quando smise di baciarla, vide che le mancava il respiro, e la testa le girava. Non le bastava. Gli occhi di quell’uomo la fissavano, frastornati come i suoi. Non si sentiva ingannata, sapeva che tipo di persona aveva davanti. Ma non le importava. «Ancora» disse. Cal fece per prendere la ciambella, ma lei lo fermò: «No, te» tirandolo a sé per la maglia. La baciò con forza, premendole una mano sui capelli. Min perse ogni controllo, mentre dei luccichii comparivano nel buio dei suoi occhi chiusi. Sentì una mano sul fianco farsi strada sotto la felpa, il sangue correre ovunque e un impulso nel cervello dirle: ‘lui’. All’improvviso la testa di Cal fece un movimento innaturale in avanti, urtandola. «Ahi» esclamò Min, mentre Cal si guardava alle spalle, con le mani ancora su di lei. «Ma che diavolo...» disse Cal. «Ho detto,» disse Liza brandendo la borsetta di pelle «che state facendo?» «Cosa ti sembra che stia facendo?» «Ho un taglio in bocca» disse Min, tastandosi il labbro con un dito. Cal si voltò verso di lei e le tolse il dito dalla bocca. Sul suo volto c’erano imbarazzo e preoccupazione. Era così vicino che Min si piegò verso di lui con il cuore in fiamme, e Cal fece lo stesso, chiudendo di nuovo gli occhi. Min pensò: Mio dio, sì. Poi Liza la tirò per un braccio fino a farla quasi cadere dal tavolo. «Vieni via di lì, Stats» disse Liza, mentre la testa di Min vacillava. «Tony» disse Cal a denti stretti. «Scusa, bello» rispose Tony. «è fuori controllo.» «Stavamo solo mangiando il dessert.» Per quanto poteva, Min cercò di mettersi al riparo; Cal era ancora seduto sulla sua gonna. Lo so che è stata una stupidaggine, pensò, sforzandosi di non guardarlo; ma ne voglio ancora. «Dessert?» Liza guardò il tavolo. «Stavi mangiando ciambelle?» «Oh...» disse Min. Il senso di colpa si faceva strada nello stordimento. «Ma cosa sei?» Cal gelò Liza con lo sguardo. «Lo sceriffo delle calorie? Lasciaci in pace.» «No» disse Liza. «Può mangiare tutte le ciambelle che desidera. Ma non voglio che sia tu a dargliele.» «Perché?» disse Cal ferocemente. «Perché tu sei Mordi e Fuggi Morrisey, e lei è la mia migliore amica.» Liza strattonò nuovamente il braccio di Min. «Forza, andiamo. Bonnie ci sta aspettando.» «Io sono cosa?» Min provò a divincolarsi, ma Cal era ancora seduto sulla sua gonna. Non mi dispiace affatto. «Bonnie è seduta su una panchina a parlare con Roger» disse Tony. «Sembra che non le importa granché.» «Sembra che non le importi» disse Liza. «E comunque le importa eccome.» Guardò Min fissa negli occhi. «Ne abbiamo già parlato. Giù da questo tavolo.» Va bene, pensò Min. No, non voglio. Di fronte a lei, Cal era più bello che mai, furioso sotto quel sole. Non appena le idee si schiarirono nella sua testa, Min si ricordò del motivo per cui non poteva restare. «Potrei riavere la mia gonna, per favore?» disse flebilmente. Cal si spostò quel tanto che bastava per liberare il pezzo di tessuto. «Grazie. Per il pranzo. Sono stata molto bene.» «Rimani» disse lui, e lei lo guardò pensando: Oh, sì. «No» disse Liza, costringendo Min a scendere dal tavolo e ad atterrare sull’erba. «è in grado di decidere da sola» disse Cal. «Ah, sì?» Liza fece un passo verso di lui. «Dimmi quanto la conosci. Dimmi quanto le vuoi bene. Dimmi che l’amerai fino alla fine dei tuoi giorni.» «Liza» disse Min, aggrappandosi al suo braccio. «La conosco solo da tre giorni» disse Cal. «E allora come ti viene in mente di baciarla in quel modo?» Liza gli voltò le spalle. «Vieni Min, andiamo.» «Grazie per il pranzo» disse Min, mentre Liza serrava la presa. Fece in tempo ad allungare una mano verso i sandali e afferrare uno dei nastri prima che Liza la trascinasse via attraverso gli alberi. Quando rimasero soli, Cal si voltò verso Tony e gli disse: «Non so se pagare qualcuno per farti ammazzare o sbrigarmela da solo.» «Prenditela con Liza, non con me» disse Tony. «Ad ogni modo, ha chiamato Min per nome e provato a farti girare un paio di volte, prima di colpirti in testa con la borsetta.» Lo sguardo gli cadde sul sacchetto aperto. «Hot dog?» Si sistemò sul tavolo, afferrando un panino. «Quella donna è pazza» disse Cal, massaggiandosi la nuca. Ora che Min non c’era più, quella sensazione di calore si stava affievolendo; ma la cosa non lo rendeva felice. «è stata un’aggressione.» «Lei sarebbe pazza?» disse Tony, liberando la salsiccia dalla carta. «E tu?» «Non mi sembra una cosa così grave.» Altri dieci minuti e ci avrebbero trovati nudi. Quello sì che sarebbe stato grave. «Raccontalo a Harry» disse Tony. «In pochi minuti, ha imparato anche troppo sulle abitudini di zio Cal nel tempo libero.» «Harry?» disse Cal, osservando il punto in cui lo aveva visto l’ultima volta. Era ancora lì, ma accanto a lui c’era una donna bionda e magra. Bink. Cal chiuse gli occhi, e il ricordo del calore di Min svanì. «Dimmi almeno che Bink non ha visto tutto.» «Non lo so. Quando siamo arrivati non c’era; forse ha visto soltanto il gran finale. Cosa c’è qui sotto?» Tirò fuori una scarpa con un fiore rosso da sotto la coperta. «è di Min» disse Cal, felice di poter pensare di nuovo ai suoi piedi. «Dallo a Liza, quando ti capita. Sui denti, se possibile.» «Non me ne ricorderò mai» disse Tony, lanciandolo nella borsa frigo. Cal lo recuperò prima che il ghiaccio potesse bagnare il fiore, tentando di scacciare Min dalla sua mente. «Bonnie è una tipa a posto. Roger non ha niente da temere.» Soppesò il sandalo di Min tra le mani. Era un oggetto ridicolo, con quel tacco minuscolo che probabilmente affondava nel terreno quando camminava sull’erba, e quello stupido fiore che si sarebbe rovinato al primo accenno di pioggia. E anche questo era eccitante. «Roger ha parecchio da temere, invece» disse Tony, concentrato sul wurstel. «Il matrimonio lo aspetta.» «Non è la fine del mondo» disse Cal, provando a immaginare il motivo per cui una donna pragmatica come Min avesse scelto una scarpa del genere. Doveva avere anche un lato molto poco pragmatico, altrimenti non l’avrebbe baciato in quel modo su un tavolo da picnic. Ripensare a quel momento gli procurò una scarica emotiva che cancellò ogni rumore esterno per un attimo. «Come dici?» chiese a Tony. «Ho detto: Certo, ecco perché te la stai dando a gambe da Cynthie» ribadì Tony. «Il matrimonio non fa per me. Roger è diverso» disse Cal, appoggiando la scarpa sul tavolo. «Non è mai stato un tipo da adrenalina a tutti i costi.» «Giusto» disse Tony. «E se Bonnie non è poi così male, magari potrò vivere sopra il loro garage.» «Tanto meglio per me» disse Cal, pensando a Min e alla sensazione di quel corpo caldo e pieno sotto la sua mano... No. Non aveva certo bisogno di ulteriore ostilità nella sua vita. Se voleva del sesso spettacolare, poteva sempre tornare da Cynthie, che perlomeno non lo trattava male. Cercò di richiamare alla mente il ricordo di Cynthie per sostituire quello di Min, ma gli appariva in un misero bianco e nero rispetto al Technicolor rigoglioso, esasperante, bollente e a piedi scoperti di Min. «Cosa?» disse Tony. «Sono avanzati degli hot dog?» disse Cal. «O ti ci sei seduto sopra?» Tony ne trovò uno tra le pieghe della coperta e glielo consegnò. Cal lo scartò e cominciò a mangiare, deciso a concentrarsi su un’area sensoriale che non gli fosse stata usurpata da Min. Poi si ricordò della sua espressione mentre assaggiava il panino, e la associò all’immagine del suo corpo che si muoveva sotto di lui, torrido e rigoglioso, le labbra bagnate... Al diavolo, pensò. «Allora, cosa dirai a Harry?» disse Tony. «Riguardo a cosa?» «Riguardo al fatto che stavi per fare sesso con Min su un tavolo da picnic» disse Tony. «Era una bella scenetta.» «Gli dirò di ripassare quando sarà diventato grande» disse Cal, pensando: Bella scenetta. E ora è finita. «Parecchio più grande» disse, cercando una birra nella borsa frigo. «Okay, mi spiegate perché siamo dovute andar via?» protestò Bonnie una volta entrate nella cabriolet di Liza. Min sedeva in punizione sul sedile posteriore. «Perché Min si è data allo scambio di lingue con uno spacciatore di ciambelle.» Liza si voltò verso Min la Peccatrice scuotendo la testa. Bonnie la imitò. «Hai mangiato ciambelle?» «Sì» disse Min, ancora stordita. «Che importa?» Bonnie annuì, mentre Liza metteva in moto. «Baciava bene?» «Sì» disse Min. «Abbastanza bene. Molto bene. Magnificamente. Fenomenale. Mi ha risvegliato completamente. E poi quelle ciambelle. Strepitose.» Stava pensando di nuovo a Cal, a quel calore, quell’urgenza. Mentre Liza piegava tra le curve della strada, Min si sdraiò sul sedile posteriore prima di svenire per quel senso di vertigini. Stendersi le faceva bene. Peccato che fosse da sola. «Hai perso la testa completamente?» disse Liza dal sedile anteriore. «Solo per un paio di minuti» disse Min, guardando le fronde degli alberi muoversi lassù. «E mi è piaciuto.» Un sacco. «Forse,» azzardò Bonnie «non stava fingendo. Sembrava davvero felice con lei. L’ha detto anche Roger.» «Ah, certo. Se lo dice Roger» commentò Liza. «Non prendere in giro Roger» disse Bonnie, minacciosa. «Okay» disse Min, riguadagnando la posizione eretta e sentendo il suo mondo riallinearsi. «Tutto a posto. Ho ripreso il controllo.» Procedette a indossare la scarpa. «Com’è andata con Tony?» «Discretamente divertente» disse Liza. «Ma non cambiare argomento. Cosa hai intenzione di fare con Cal?» «Non vederlo mai più» disse Min, cercando l’altro sandalo. «Santo cielo. Ho dimenticato una scarpa. Dobbiamo tornare indietro.» «No» disse Liza, imperturbabile al volante. «Sono le mie scarpe preferite» disse Min, cercando di suonare sincera. «Ogni tuo paio di scarpe è il tuo preferito» disse Liza. «Non torneremo indietro.» «Stai bene, tesoro?» le chiese Bonnie. «Benissimo» rispose Min, annuendo come una pazza. «Cal mi ha detto tutto di Roger. Hai la mia benedizione.» «Perché ora ci fidiamo di Calvin la Bestia» disse Liza. «So distinguere i momenti di sincerità» disse Min. «E so come gestirlo.» «Sì, ti ho visto mentre lo gestivi» disse Liza. «Sei debole.» «Ma per favore» disse Min, esasperata dal senso di colpa. «So della scommessa. Ho ben presente la situazione. Non lo rivedrò più. Anche perché gli hai urlato contro ogni tipo di insulto.» Ripensò a Cal mentre si chinava su di lei, a quel petto di marmo sotto la sua mano, a quella bocca ardente sulla sua, al piacere di quella mano sul seno. «Ho capito qual è il suo segreto con le donne» disse in tono vivace. «Non è solo una questione di fascino.» «Forse dovreste rivedervi» disse Bonnie, premurosa. «Credo che a volte sia importante avere fede.» Questa è una buona idea, pensò Min. «Bonnie» disse Liza. «Vuoi forse che venga distrutta dallo stesso uomo che ha spezzato il cuore a tua cugina e scommesso con David?» Questa è una cattiva idea, pensò Min. «No» disse Bonnie, la voce segnata dal dubbio. «Allora smetti di incitarla ad avere fede nei rospi» disse Liza. «Ma i rospi non si trasformano in principi quando li baci?» chiese Bonnie. «No, quelle erano rane» disse Liza. «Specie completamente diverse.» «Va bene» disse Min, cercando di eliminare Cal dalla sua mente. «Rospo, non rana. Bestia. Assolutamente.» Poi sospirò. «Però le ciambelle erano ottime.» Si distese di nuovo sul sedile per recuperare il buonsenso perduto. David era seduto di fronte alla tv in una tranquilla domenica pomeriggio, quando il telefono squillò. La voce di Cynthie lo accolse dall’altra parte della cornetta. «Cal e Min sono stati insieme al parco, oggi» disse. «L’ha baciata. Siamo alla gioia, è un indizio fisiologico che potrebbe condurli a...» «Aspetta» disse David, facendo un respiro profondo. Era per quella dannata scommessa. Cal avrebbe fatto di tutto per vincerla. «L’ha convinta a mangiare ciambelle» disse Cynthie. «L’ha invitata a un picnic e...» «Min ha mangiato ciambelle?» David raggelò al pensiero. «Min non mangia ciambelle. Min non mangia carboidrati. Non ha mai mangiato carboidrati quando era con me.» «E per ogni pezzo di ciambella, le dava un bacio.» «Figlio di puttana» disse David, con odio. «Che si fa?» «Dobbiamo lavorare sui loro interruttori attrattivi, creare gioia, ricordare loro perché volevano noi» disse Cynthie. «Invitala a pranzo domani. Dovrà essere perfetto. Falla sentire speciale, amata. Dalle gioia e riprenditela.» «Non so» disse David, ripensando all’espressione sul volto di Min quando l’aveva mollata. Voleva che tornasse in ginocchio da lui, non andarle dietro. «Mi vedrò con Cal per pranzo» disse Cynthie, senza dargli ascolto. «Ho tenuto un profilo basso nella speranza che si decidesse a tornare, ma non c’è più tempo. Saremo a letto prima del dolce, e questo dovrebbe chiudere il discorso.» «Min ce l’ha con me» disse David. «Credo sia presto per un pranzo.» «Bell’atteggiamento deciso.» Ci fu un lungo silenzio, poi Cynthie disse: «La sua famiglia. Mi dicevi che ha bisogno della loro approvazione per gli uomini?» «Sì» disse David. «Sua madre era pazza di me.» «Perfetto» disse Cynthie. «Chiama sua madre e dille la verità su Cal e sul suo modo di trattare le donne.» «No» disse David, ricordando la scarsa attenzione di Nanette per qualunque cosa non riguardasse calorie o moda. «Il fidanzato della sorella, Greg. Lo chiamerò stasera.» «A che scopo?» «Lo dirà subito a Diana» disse David. «Si vedono ogni sera. E lei vive con i genitori, quindi ne parlerà con loro. Il padre è molto protettivo.» «Bene» disse Cynthie. «Sei sicura che le abbia fatto mangiare delle ciambelle?» disse David, sconvolto all’idea. «Un pezzetto alla volta» disse Cynthie. Bastardo. Lo faceva per la scommessa. Diceva di non essere così viscido. E invece avrebbe sedotto Min con le ciambelle, e poi sarebbe venuto a riscuotere i suoi diecimila dollari. Un’altra vittoria per il grande Calvin Morrisey. Dovrà passare sul mio cadavere. «David?» disse Cynthie. «Fidati di me» rispose David, minaccioso. «Oggi Min ha mangiato la sua ultima ciambella.» Lunedì mattina, Roger si presentò in ufficio in ritardo. Bonnie, pensò Cal. Ma Bonnie lo portò a pensare a Min. Che cosa ridicola. «Cos’è questa storia?» disse Tony. «Devo essere io l’ultimo ad arrivare in ufficio. è tradizione.» «Bonnie.» Roger sbadigliò mentre si sedeva alla scrivania. «Siamo rimasti in piedi fino a tardi a parlare.» «A parlare» disse Tony, seduto sul bordo del tavolo da lavoro. «Il minimo che potessi fare era portartela a letto.» Roger lo fissò, gli occhi a fessura. «Bene, ora che ci siamo tutti...» disse Cal. «Bonnie è la donna che ho deciso di sposare» disse Roger, rivolto a Tony. «Non si parla in quel modo della tua futura moglie.» «Mi spiace» disse Tony. «Io non mi sposerò mai, quindi non posso saperlo.» «Dobbiamo delineare la scaletta del corso Winston...» «Lo saprai quando incontrerai la donna giusta» disse Roger. «Non è ancora nata» rispose Tony. «E preparare i materiali» disse Cal, alzando la voce. «Bacia divinamente» disse Roger, guardando fuori dalla finestra. Probabilmente fissava il punto sull’orizzonte in cui riteneva si trovasse Bonnie. «Vi è mai capitato un bacio del genere? In cui tutto è perfetto, e ti fa andare fuori di testa?» «No» disse Tony, con espressione disgustata. «Sì» disse Cal, assalito dal ricordo morbido ed eccitante di Min. Si voltarono entrambi verso di lui. Cal disse: «Possiamo iniziare a lavorare? Siamo a un passo dal discutere dei nostri sentimenti mangiando gelato. è il punto di non ritorno.» «Io mi occupo delle ricevute» disse Roger, tornando verso la sua scrivania. Cal si accomodò sulla sedia, aprì un file sul computer e pensò a Min. Non aveva intenzione di baciarla, ma aveva finito per saltarle addosso; un impulso irrazionale l’aveva spinto tra le sue braccia. Di certo lei non l’aveva aiutato. Avrebbe dovuto dargli uno schiaffo, invece se ne stava lì a chiedere ‘ancora’, a incoraggiarlo... Tony rispose al telefono. «Morrisey, Packard, Capa» disse, prima di guardare Cal e alzare gli occhi al cielo. «Ciao, Cynthie.» Cal scosse la testa. «Non c’è» disse Tony. «Credo starà via tutta la mattina.» Lanciò un’occhiataccia a Cal, che sospirava nella sedia con gli occhi al soffitto. «A pranzo?» disse Tony. «Mi spiace, ha un appuntamento. Da Emilio. Con la sua nuova ragazza.» Cal scattò in avanti, sbattendo i piedi sul pavimento. No, cercò di dire mimando una gola tagliata. «Non devi preoccuparti, non è depresso» disse Tony. «è rientrato subito in gioco.» Cal si alzò in piedi, furioso. Tony disse: «Be’, devo andare.» E attaccò. «Sei pazzo?» disse Cal. «Ehi, l’ho liquidata, no?» disse Tony. «Ti ho fatto un favore.» Aggrottò le sopracciglia. «Almeno credo. è stata un’ispirazione improvvisa.» Guardò Roger. «Secondo te ho sbagliato?» «Non lo so» disse Roger. «Ma non dare retta a ispirazioni del genere, in futuro.» «Non voglio più vedere Min» disse Cal, desiderando rivedere Min. «E allora? Cynthie questo non lo sa» disse Tony. «Dovrò portare Min da Emilio, perché Cynthie controllerà di sicuro» disse Cal. «Non ne vedo il motivo» disse Roger. «Se Cynthie te lo chiede, puoi dirle di essere andato in un altro posto.» «Mi piacerebbe smetterla con le bugie, per quanto possibile.» Cal si sedette di nuovo, provando a sentirsi esasperato per tutta la vicenda. Prese il telefono e compose il numero della società di Min, arrivando fino a lei attraverso il centralino. Il suo numero risultò però occupato, e lasciare un messaggio era fuori discussione. Non si otteneva un appuntamento a pranzo con un messaggio in segreteria. Mise giù il telefono e notò che Tony e Roger lo fissavano. «Che c’è?» «Niente» disse Roger. «Niente» disse Tony. «Bene» disse Cal. Fece finta di nulla e tornò a guardare lo schermo del computer. Quando il telefono nel suo ufficio squillò, Min pensò: Cal. Poi si pentì. La bestia doveva avere il potere di offuscare la mente delle donne, se aveva pensato a lui alle nove di un lunedì mattina, nel mezzo della stesura di una relazione preliminare. «Minerva Dobbs» disse alzando la cornetta, mentre picchiettava nervosamente la punta della penna rossa sul ripiano della scrivania in vetro smerigliato. «Raccontami di quest’uomo con cui stai uscendo» disse sua madre. «Oh, santo cielo.» Min si abbandonò sulla sua sedia Aeron, esasperata. «Secondo Greg, ha una pessima fama con le donne» disse Nanette. «Greg dice che le usa e poi sparisce. Greg dice...» «Mamma, non mi interessa cosa dice Greg» la interruppe Min, cercando di tenere il panico della madre entro i livelli di guardia. «E non stiamo uscendo. Siamo andati a cena e abbiamo fatto un picnic nel parco. Nient’altro.» Scrisse il nome di Cal in lettere maiuscole sul retro della sua relazione preliminare, e poi lo solcò con una profonda riga rossa. Via, via, via. «Greg dice...» «Mamma.» «Ti spezzerà il cuore. è preoccupato per te.» Min aprì la bocca per dire ‘per favore’, poi si fermò. Era verosimile che Greg fosse preoccupato per lei. Greg si preoccupava per tutto. Ma perché Greg era preoccupato per lei? «Come fa Greg a sapere di quest’uomo?» disse Min scrivendo il nome di Greg in lettere maiuscole e cancellandolo con due righe profonde. Poi scrisse ‘sfigato’, e di seguito ‘spia’. «Io sono preoccupata per te» stava dicendo la madre. «So che vuoi essere forte dopo aver perso David, ma io non ce la faccio. Non sopporto di sapere che stai male.» Min sentì la gola chiudersi. «Chi sei e dove hai nascosto mia madre?» «Non voglio vederti soffrire» disse Nanette. A Min sembrò di avvertire un tremolio nella sua voce. «Voglio vederti sposata con un brav’uomo che sappia apprezzarti per come sei, e che non ti lasci perché sei in sovrappeso.» Min scosse la testa. «Andava bene fino all’ultima frase.» Scrisse ‘mamma’ in lettere maiuscole, gli disegnò un cuore a fianco e poi, mentre Nanette continuava a parlare, tracciò quattro linee profonde sopra entrambi. «Il matrimonio è difficile, Min» stava dicendo Nanette. «Loro hanno milioni di occasioni per tradirti e lasciarti, quindi non si può mai abbassare la guardia. Occorre essere sempre perfette. Per gli uomini l’apparenza è fondamentale. Se vedono qualcosa di meglio...» «Mamma?» disse Min. «Non credo che...» «Non importa quanto impegno ci metti, c’è sempre qualcuna più giovane, più bella» disse Nanette, con la voce rotta. «Vale anche per Diana. Vale per tutte noi. Non si essere in svantaggio già alla partenza, non si può...» «è successo qualcosa?» disse Min. «Greg ha tradito Diana?» «No» disse sua madre, spiazzata. «Certo che no.» Min provò a immaginare un tradimento da parte di Greg, ma non aveva senso. Greg non aveva il fegato per tradire. In più, amava Diana. «Come ti viene in mente?» proseguì sua madre. «è terribile.» «Sei stata tu a parlare di tradimenti» disse Min. Se non Greg, chi altri? Papà? Min respinse anche quel pensiero. Suo padre aveva soltanto tre interessi: assicurazioni, statistiche e il golf. «L’unica cosa per cui papà ti lascerebbe è il ferro quattro. Il problema non può essere lui. Di che si tratta?» «Voglio che tu sia sposata e felice, e questo Cabot non è...» «Calvin» disse Min. «Portalo a cena qui da noi sabato» disse Nanette. «E vestiti di nero, sembrerai più magra.» «Abbiamo smesso di vederci, mamma» disse Min. «Quindi non credo che abbia interesse a conoscere i miei genitori.» «Stai attenta» disse sua madre. «Non so come fai a trovarli, uomini del genere.» «Ha guardato la mia scollatura e notato quel reggiseno di pizzo rosso» disse Min. «è tutta colpa tua.» Dedicò qualche altro minuto a rassicurare Nanette, poi tornò al suo lavoro per cinque minuti prima che il telefono squillasse ancora. «Fantastico» disse, alzando la cornetta e preparandosi a un altro round con sua madre. «Minerva Dobbs.» «Min, sono Diana» disse sua sorella. «Ciao, tesoro» disse Min. «Se vuoi dirmi che Greg ha fatto la spia riguardo al picnic, non fa nulla. è finita, non ci vedremo più.» Tracciò un’altra linea sul nome di Greg. Per quanto la riguardava, le linee sul nome di Greg non erano mai abbastanza. «Greg mi ha riferito che David gli ha detto che Calvin è una persona orribile» replicò Diana. Min si raddrizzò sulla sedia. «Ah, gliel’ha detto David?» Quel verme giocava sporco anche sulle sue scommesse. Scrisse ‘David’ in lettere maiuscole e poi lo perforò con la penna. «Ha consigliato a Greg di non dirmi che gliel’aveva detto lui» spiegò Diana. «Capisco» disse Min, senza alcun interesse a ricostruire quella frase. «Non mi sembra la persona giusta per il tuo piano» disse Diana. Min smise di pugnalare il foglio. «Piano? Quale piano?» «Tu hai sempre un piano» disse Diana. «Come me. Ho pianificato la cerimonia come il matrimonio, con molta attenzione. Greg è perfetto per il mio piano ed è perfetto per me. La nostra vita sarà perfetta.» «Già» commentò Min, tirando un’altra linea sul nome di Greg. «Tu avrai sicuramente un piano, e questo mostro...» «Bestia» disse Min. «...Rospo, o quello che è, non è adatto.» «Non è un rospo» disse Min. «L’ho baciato e non si è trasformato in un principe.» Si è trasformato in un dio. No, non è vero. «Te l’ho detto, non ci vedremo più. Possiamo stare tutti tranquilli.» «Bene» disse Diana. «Dirò alla mamma che sei saggia come sempre. Smetterà di preoccuparsi.» «Benissimo» disse Min. «Saggia come sempre. Nessuno ne ha parlato a papà, vero?» «Forse la mamma» disse Diana. «Maledizione. Diana, perché non gliel’hai impedito?» L’immagine del padre iperprotettivo le si stagliò di fronte come un gigantesco orso biondo. «Lo sai com’è fatto.» «Lo so» disse Diana. «Non sono neanche sicura che gli piaccia Greg.» Almeno sei sicura che piaccia a te? Min lo pensò, ma non aveva senso dirlo. Diana avrebbe sostenuto fino alla morte che Greg fosse il suo vero amore. «Veniamo alle buone notizie: ti ho trovato una torta...» «Davvero?» La voce di Diana si alzò di qualche ottava. «Oh, Min. Grazie...» «...Ma non sarà decorata, quindi ci penseremo Bonnie e io usando le perle della mamma e un sacco di fiori freschi.» Min iniziò a disegnare una torta nuziale. «Tu decorerai la mia torta?» disse Diana, con voce piatta. «Gli invitati non vedranno l’ora di assaggiarla» disse Min, aggiungendo delle colombe sulla cima. «Assaggiarla?» disse Diana. «E quando la guarderanno?» «Scherzi? Fiori freschi e perle autentiche? Sarà sensazionale.» Min disegnò delle perle. Erano più facili rispetto alle colombe, e la mattinata era già stata abbastanza difficile. «Mamma cosa ne dice?» «Perché non glielo chiediamo al matrimonio?» disse Min, cercando di conservare una parvenza di allegria nella voce. «Okay» disse Diana, facendo un lungo respiro. «Te ne sono grata, davvero. E sono contenta che la torta sarà buona. Per le confezioni ricordo e tutto il resto.» «Le confezioni ricordo?» disse Min. «Le scatoline di torta che gli ospiti portano a casa per ricordo» disse Diana. «Per continuare a sognare.» «Confezioni ricordo» disse Min, iniziando a disegnare dei quadratini. «Duecento. Contaci.» «Non hai ordinato le confezioni ricordo?» «Certo» disse Min, disegnando scatoline più in fretta. «Le confezioni ricordo non sono un problema. Vuoi calmarti? Sei tesa come una corda di violino. Come vanno le cose?» «Sto bene» disse Diana, con enfasi sospetta. «Nessun problema con Mesta e Bieca?» disse Min, con tardivo disappunto. «Intendevo Susie e Karen.» Diana scoppiò a ridere. «Non riesco a credere che tu le abbia davvero chiamate così.» «Mi dispiace» disse Min. «è...» «Min, lo sappiamo. Karen lo sentì dire da Liza quando eravamo al liceo. Da allora si riferisce a Bonnie e Liza come Dolce e Acida.» Min non poté fare a meno di ridere. «Acqua in bocca, però» disse Diana. «Io continuerò a far finta che tu non chiami le mie amiche Mesta e Bieca, a patto che tu faccia finta di non sapere che noi chiamiamo le tue Dolce e Acida.» «Affare fatto» disse Min. «Dio, siamo delle persone orribili.» «Non noi» disse Diana allegramente. «Sono le nostre amiche che si inventano queste cose. Noi siamo le dolci sorelle Dobbs.» «Credo che quello dipenda dalla persona a cui lo chiedi» disse Min, pensando a Cal. Doveva ricordarsi di trattarlo meglio. Ma tanto non l’avrebbe più rivisto, quindi non importava. E poi, quando l’aveva trattato bene, al parco, era finita molto male. «Sono stata davvero una lagna, ultimamente...» La voce si spense quando vide comparire la sagoma del padre sulla soglia. Sembrava un vichingo ansioso. «Ciao, papà.» «Oh, no» disse Diana. «Ci sentiamo più tardi» disse Min, e Diana chiuse la conversazione. «Allora, come mai da queste parti?» chiese a suo padre. «Ti manca l’aria, lassù al quarantesimo piano?» «Riguardo a quest’uomo che frequenti» disse George Dobbs, entrando nell’ufficio della figlia con aria grave. «Non provarci neanche» lo fermò Min. «So che sei abituato a mangiarti giovani manager per colazione, ma con me non funziona. Cal e io non ci vedremo più, ma anche se continuassi a vederlo sarebbe una mia scelta. Lo sai, papà.» Gli sorrise, notando che la preoccupazione sul suo volto non era svanita. «Due milioni e mezzo di persone si sposano ogni anno in questo Paese. Perché non io?» «Il matrimonio non è per tutti, Min» disse lui. «Papà...» disse Min, colpita. «Quest’uomo non è un brav’uomo» disse George. «Aspetta un momento» disse Min. «Neanche lo conosci. Si è comportato da perfetto gentiluomo entrambe le volte in cui siamo usciti...»Certo quelle mani, al parco... «E dal momento che abbiamo deciso di non continuare a vederci, non mi sembra un grosso problema.» «Bene.» Il viso di suo padre si schiarì. «Sono contento per te. Molto saggio. Perché rischiare con un uomo che non vale la candela?» «Non devo vendergli una polizza» disse Min. «Lo so, Min» disse lui. «Ma il principio è lo stesso. Non sei tipa da azzardi. Sei troppo assennata.» Le sorrise, le accarezzò la mano e se ne andò. Seduta alla sua scrivania, Min si sentì anonima, banale e noiosa. Niente azzardi. Saggia come sempre. Si abbandonò al pensiero di un bacio di Cal nel parco, alla passione della sua bocca, al tocco fermo della sua mano su di lei, e tornò a sentirsi divampare. Non era stata una mossa saggia, non seguiva nessun piano. E ora non l’avrebbe mai più rivisto. Guardò la relazione sulla scrivania e si accorse di averla ridotta in brandelli. Doveva averla pugnalata ripetutamente. La Norman Bates dell’analisi statistica. «Ottimo» pensò, cercando di separare le pagine. La copertina si strappò proprio nell’istante in cui squillò ancora il telefono. Alzò la cornetta ringhiando. «Minerva Dobbs.» Era pronta a perforare anche il suo interlocutore. «Buongiorno, Minerva» disse Cal. L’aria svanì dai polmoni di Min senza lasciare traccia. «Cosa hai fatto per meritare un nome così tremendo?» Respira. Lunghi respiri. Molto lunghi. «Ah» disse. «Perfetto. Anche un tizio che si chiama Calvin ha da ridire sul mio nome.» Non mi importa che mi abbia chiamato. La cosa non mi tocca minimamente. Il cuore le batteva così forte da domandarsi se Cal potesse sentirlo attraverso la cornetta. «Mi hanno dato lo stesso nome del mio ricchissimo zio Robert,» disse Cal «ma fu del tutto inutile, perché lasciò i suoi averi alle balene. E tu che scusa hai?» «Mia madre voleva una dea» disse Min, timidamente. «Be’, l’ha avuta» disse Cal. «Ritiro tutto, è il nome perfetto per te.» «E la madre di mio padre si chiamava Minnie» disse Min, cercando di recuperare un tono sciolto e spontaneo. «è stato un compromesso. Il tuo nome però non è Robert.» «Ho ereditato il suo cognome» disse Cal. «Mi è andata bene. Non mi ci vedo come un Bob.» «Bob Morrisey.» Min si rilassò sulla sedia, fingendo di darsi un tono. «Il tipo un po’ strano del reparto spedizioni.» «L’assicuratore che ispira fiducia» disse Cal. «Il venditore di auto usate che impone sfiducia» disse Min. «Calvin Morrisey può essere soltanto il vecchio trombone che ha fondato la società nel 1864» disse Cal. «Oppure, nel nostro caso, il custode della tua scarpa.» «Scarpa?» «Nastri rossi, tacchi buffi, un grosso fiore un po’ sciocco.» «La mia scarpa.» Min balzò in piedi, estasiata. «Non avrei mai pensato di rivederla.» «E non la vedrai, a meno di accettare un invito a pranzo» disse Cal. «è un sequestro in piena regola. Esigo un riscatto. Uno dei miei uomini ha una pistola puntata sul tacco.» «Di solito pranzo in ufficio» esordì Min, pensando subito: Santo cielo, non potrei essere più patetica. «Emilio sta sperimentando nuove soluzioni per il pranzo. Ha bisogno di te. E anch’io.» «Non posso» disse Min, mentre ogni fibra del suo essere urlava: Sì, sì, qualunque cosa. Grazie a dio la fibra non poteva parlare. «Non puoi dare questa delusione a Emilio» proseguì Cal. «Ti adora. Mangeremo il pollo al Marsala. E dài, fai uno strappo. Un piccolo strappo.» Un piccolo strappo. Perfino Cal sapeva che razza di sfigata fosse. Assennata, contraria a qualunque azzardo e schiacciata dal peso dei suoi piani. «D’accordo» disse Min, mentre il suo cuore tornava a farsi sentire. «Ho una gran voglia di riavere la mia scarpa e di pranzare con del pollo al Marsala.» «Ricorda, dovrai mangiarlo con me» disse Cal. «Non vedrai la scarpa prima di aver mangiato.» «Ci sto» disse Min, sentendosi già più leggera. Poi lo salutò e tornò alla sua relazione. Ci aveva disegnato sopra dei piccoli cuori, a dozzine. «Oh, mio dio» disse, poggiando la testa sulla scrivania. Quando Min giunse al ristorante di Emilio, un adolescente dai capelli neri la accolse alla porta. «Cerchi Cal?» Min annuì. «Ti aspetta al tuo tavolo» disse il ragazzo, indicandoglielo con un cenno del capo. «Il mio tavolo?» disse Min, subito prima di notare Cal seduto vicino alla finestra, allo stesso tavolo a cui avevano cenato mercoledì. Per un secondo le mancò il respiro. Continuo a dimenticare quanto sia bello, pensò. Rimase a osservarlo, così rilassato su quella sedia, gli occhi neri fissi sulla strada, il profilo così perfetto. Tamburellava le dita sul tavolo, e le sue mani sembravano così forti. Min si ricordò di quanto le piacesse sentirle sul proprio corpo, e pensò: Vattene di qui. In quel momento Cal la vide, raddrizzò la postura e sorrise. Gli occhi gli brillavano, come se gli facesse davvero piacere vederla. Min rispose al sorriso. Casanova, pensò, rallentando il passo. Ma lui le stava già spostando la sedia per farla accomodare. «Grazie per essere venuta» le disse. Mentre si accomodava sulla sedia, Min pensò: C’è sotto qualcosa; stai attenta. Notò Cal fissare il pavimento. «Che c’è?» disse, con voce improvvisamente nervosa. «Le scarpe» disse lui. «Cosa indossi quest’oggi?» «Parli come una linea erotica» disse Min, cercando di mantenere salda la sua voce infida. Tirò fuori un piede per mostrargli i sandali bassi in pelle maculata blu, abbinati a uno smalto dello stesso colore. Cal scosse la testa. «Puoi fare di meglio. Ma lo smalto mi piace.» «Sono scarpe che indosso al lavoro» disse lei, calmando i nervi con del sano fastidio. «E poi tu hai la mia scarpa rossa, quindi avevo una scelta limitata. Potresti restituirmela?» «Dopo pranzo» rispose, seduto di fronte a lei. «è la mia merce di scambio.» «è da molto che sei un feticista dei piedi?» gli chiese mentre le passava il pane. «No, solo da quando ti ho conosciuto» rispose. «All’improvviso, mi si è aperto un mondo nuovo.» «Sono felice di averti donato nuove prospettive» disse lei, sconcertata nell’accorgersi che le facesse veramente piacere. Bastò questo a farla tornare nervosa. Lui non significa nulla. Spinse lontano il cestino del pane, decisa a essere irreprensibile nelle azioni, se non nel pensiero. «Chi è quel gentiluomo sulla porta? Devi dargli qualche lezione privata.» «Il nipote di Emilio.» Cal prese una fetta di pane e la spezzò. «Deve ancora migliorare nei rapporti con il cliente.» «Non c’è nessun altro da mettere all’entrata?» Min decise di tenere le mani occupate con il tovagliolo. «Non mi sembra la scelta migliore.» «Brian è il più socievole della famiglia» disse Cal. «I suoi fratelli sono in cucina, dove non possono fare danni. Per fortuna sono degli ottimi cuochi. Ho già ordinato: insalata, pollo al Marsala, niente pasta.» «Oh, bene» disse Min. «Muoio di fame. Sapevi che il quaranta percento di tutta la pasta venduta è composto da spaghetti?» Sfigata, pensò. Fece di tutto per sopprimere i suoi istinti statistici in un sorriso. «Denota una certa mancanza di...» Brian le schiaffò davanti un piatto di insalata, prima di fare lo stesso con Cal. «Altri quindici minuti per il pollo» disse. «Volete del vino?» «Sì, grazie» rispose Cal. «Credevo stessi lavorando sulle tue maniere.» «Non con te» disse Brian. «So che è pollo, ma... vuoi del vino rosso, vero?» «Esatto» disse Cal. «Ora chiedimi che tipo di rosso.» «Qualunque cosa Emilio versi nel bicchiere» disse Brian prima di allontanarsi. «Un vero raggio di sole» disse Min. «Ma non parliamo di lui. Dammi dieci dollari.» «Dieci dollari?» Cal rimase adorabilmente esterrefatto, poi scosse la testa. «Non c’erano scommesse in ballo. Smettila di chiedermi soldi.» «Mi hai invitato a pranzo senza scommesse?» disse Min. «Assolutamente nessuno scambio di denaro» disse Cal. «Con l’eccezione di quando pagherò il conto.» «Possiamo fare a metà» suggerì Min. «No.» «Perché no? Posso permettermelo. Non è un appuntamento. Perché...» «Ti ho invitato io, pago io» disse Cal, adottando quell’espressione testarda che la faceva tanto arrabbiare. «Se fossi io a invitare te, potrei pagare?» disse Min. «No, pagherei io anche in quel caso» disse Cal. «Allora, dimmi chi sono Diana, Mesta e Bieca.» «è per questo che mi hai invitato a pranzo?» disse Min, sforzandosi di infondere scetticismo nella sua voce. «No.» Cal poggiò la testa tra le mani. «Non potremmo comportarci come persone normali, per una volta? Sorridere, fare conversazione, fingere che non mi odi?» «Io non ti odio» disse Min, sconvolta. «Anzi, mi piaci. Voglio dire, hai i tuoi difetti...» «Quali difetti?» disse Cal. «Certo che ne ho, ma mi sono comportato al meglio delle mie possibilità con te. Escludendo l’episodio della gomitata nell’occhio, e l’aggressione sul tavolo da picnic. Come stai?» «Sto bene» disse Min, con studiata positività. «Ho deciso di voltare pagina. Voglio correre più rischi. Per esempio andando a pranzo con un mostro.» «Io sarei un mostro?» disse Cal. «Su, avanti» disse Min. «Venerdì hai esordito con: Ciao, piccola. Chi cercavi di imitare, il principe?» Emilio comparve con il vino prima che Cal potesse ribattere. Min lo accolse raggiante, felice per essere stata salvata. «Emilio, mio caro. Ho dimenticato di chiederti delle confezioni ricordo per la torta. Devo riempirne duecento.» «Sono già in preparazione. La nonna sapeva che ti sarebbero servite. Ha detto di portarle delle confezioni quadrate da dieci centimetri, per delle torte da sette centimetri.» «Alle confezioni ci penso io» annuì Min. «Assolutamente. Bene. Perfetto. Tua nonna è un vero angelo e tu sei il mio eroe. Oltre naturalmente a essere un genio della cucina.» «E tu sei la mia cliente preferita.» Emilio le diede un bacio sulla guancia e tornò in cucina. «Lo adoro» disse Min. «Ho notato» rispose lui. «Vi siete visti di nascosto, vero?» «Sì» disse Min. «Abbiamo parlato di torte.» «Accidenti» disse Cal. «Per i tuoi standard, è un argomento davvero scabroso.» «Spiritoso.» Min infilzò la forchetta nell’insalata, mangiando un boccone di verdura fresca. Il condimento di Emilio aveva un gusto spiccato ma leggero, un piccolo miracolo culinario. «Dio, quanto amo Emilio. Quest’insalata è favolosa. E non è una parola che userei normalmente per descrivere un’insalata.» «Dimmi di questa torta» riprese Cal. «Mia sorella Diana si sposa fra tre settimane» disse Min, felice di poter trattare un argomento innocuo. «Il suo fidanzato sosteneva di conoscere un’ottima pasticceria, e aveva promesso di occuparsi della torta. Doveva essere una sorpresa. L’unica sorpresa è stata scoprire che non aveva ordinato nulla.» «E il matrimonio non è stato annullato?» disse Cal. «No. Mia sorella dice che la colpa è sua, per non averglielo ricordato.» «Tua sorella non sembra somigliarti granché» disse Cal. «Mia sorella è l’esatto opposto di me» disse Min. «Un vero tesoro.» Cal era perplesso. «Quindi tu cosa saresti?» «Io?» Min smise di mangiare, sorpresa. «Sono normale.» Cal scosse la testa, mentre Emilio si avvicinava con un piatto fumante di pollo al Marsala. Dopo un siparietto con Min, in cui rinnovarono reciproca devozione eterna, si allontanò. Cal le servì una porzione di pollo e funghi. «Cosa c’entrano Mesta e Bieca con questa storia della torta?» «Non c’entrano» disse Min. «Però saranno le damigelle d’onore. Non dire a nessuno che le chiamo in quel modo.» Portò alla bocca il primo boccone di pollo, gustandone il sapore. Poi recuperò una goccia di salsa rimasta sul labbro. «Credi che...» «Non farlo più» disse Cal, con voce piatta. «Cosa?» Min non capiva. «Fare domande?» «Passarti la lingua sul labbro. Stavi dicendo?» «Perché? è disdicevole?» disse Min, pericolosamente. «No» disse Cal. «Mi distrae. Hai una bocca stupenda. Lo so bene, l’ho provata. Stavi dicendo?» Min lo fissò, e lui ricambiò lo sguardo, immobile. Oh, pensò. Le tornò in mente l’argomento della conversazione, ma non riusciva a concentrarsi. Nei suoi pensieri c’era solo il ricordo di quando l’aveva provata, e di quanto era stato bello. E ora il suo sguardo era così eccitante, e lei... «Tutto a posto?» disse Brian. «Come?» disse Cal, alzando la testa di scatto. «Qualcosa non va con il pollo?» Brian li osservava, perplesso. «Avete un’aria strana.» «No» disse Min, prendendo in mano la forchetta. «Il pollo è buonissimo.» «Okay» disse Brian. «Serve altro?» «Un cameriere di classe» disse Cal. «Con te la classe è sprecata» disse Brian, voltandogli le spalle. «E così...» disse Min, alla disperata ricerca di un argomento meno insidioso. «Quando Diana mi ha raccontato della torta mi sono rivolta a Emilio, la mia ultima speranza, e lui ha chiamato sua nonna. è il mio eroe.» «Aspetta di assaggiare la torta» disse Cal. «è specializzata in matrimoni. Non c’è niente di simile al mondo.» «A quale matrimonio hai avuto occasione di assaggiare le sue torte?» disse Min. «A quello di Emilio» disse Cal. «A quello di mio fratello. A quello di qualunque altra persona sposata che conosco. Tony, Roger e io siamo gli ultimi rimasti. Ci sono stati parecchi matrimoni. E Roger sarà il prossimo a cadere.» «Rimarrete tu e Tony a prendervi cura l’uno dell’altro» disse Min, gioiosamente. «E così hai un fratello. Più grande o più piccolo?» «Più grande. Reynolds.» Min smise di mangiare. «Reynolds? Reynolds Morrisey?» «Sì» disse Cal. «Il marito di Bink, il padre di Harry.» «Non c’è un grosso studio legale con quel nome?» «Sì» disse Cal. «Mio padre, il suo socio John Reynolds e mio fratello.» Non sembrava entusiasta di nessuno dei tre. «Invitante» disse Min. «E Harry come sta?» «Sarà segnato per sempre da ciò che ha visto su quel tavolo da picnic.» Min fece una smorfia. «Sul serio?» «Difficile dirlo. Non l’ho più visto. Bink l’avrà già portato da uno psicologo. Cosa ne pensi di Bonnie e Roger?» «Saranno ufficialmente fidanzati entro l’autunno» disse Min. Discussero di Bonnie e Roger e di altri argomenti innocui fino alla fine del pasto. Una volta che Cal ebbe firmato la ricevuta, disse: «E così un pranzo in mia compagnia sarebbe un rischio. Ti devo delle scuse per il nostro ultimo incontro?» «No» Min sorrise, con aria indifferente. «La mia nuova teoria prevede che, se non ne parliamo, non è mai accaduto. Anche se ormai pare che lo sappiano tutti. Greg, per esempio. Ha fatto la spia, e ora mia madre vuole invitarti a cena.» Cal lasciò trasparire un breve attimo di sorpresa. Min aggiunse: «Le ho detto che non ci vediamo più, quindi non ci sarà nessuna cena.» Poi all’improvviso si lasciò scappare: «Cosa ne pensi di ciò che è successo sabato?» «Be’...» Cal fece un lungo respiro. «C’è sicuramente un’intesa. Ed è stato fenomenale. Sarei molto interessato a ripetere l’esperienza, magari nudi e in orizzontale, ma...» Min sentì i battiti accelerare di colpo, ma si diede uno schiaffo sulla fronte per prevenire qualunque scherzo da parte sua e della sua stessa infida immaginazione. «Che c’è?» le disse lui. «Mi sono ricordata perché non si deve mai chiedere a un uomo di dire la verità» rispose lei. «Non si fanno problemi a dirtela.» «Quello che sto cercando di dire» riprese Cal «è che Liza aveva ragione; non avrei dovuto baciarti in quel modo, perché non sono alla ricerca di qualcosa di serio. Sono appena uscito da una storia che si è rivelata molto più intensa di quanto credessi e...» Min aggrottò le sopracciglia. «Come poteva essere più intensa di quanto credevi?» «Mi sembrava che ci stessimo solo divertendo» disse Cal. «Lei credeva che ci saremmo sposati. è finita serenamente, senza rancore...» Min lo guardò allibita. «Lei voleva sposarsi, tu non volevi, eppure è finita senza rancore?» «Mi ha detto che se non ero pronto per quel tipo di impegno, lei avrebbe dovuto guardare avanti» disse Cal. «Molto chiaro e preciso.» «E tu saresti il mago che capisce le donne? Non era affatto chiaro e preciso. Ci sono due possibilità: ti odia, oppure si aspetta che torni da lei.» Cal scosse la testa. «Cynthie è una donna pragmatica. Sa bene che è finita. Ed è finita anche tra me e te, visto che nessuno dei due ha interesse a far proseguire la cosa.» «Certo» disse Min, del tutto d’accordo ma non per questo felice. «Sarebbe stato diverso se fossimo stati compatibili. Non ho niente in contrario agli impegni a lungo termine, specialmente quando sono così divertenti, ma l’ultima cosa di cui ho bisogno è innamorarmi di un uomo che so già essere quello sbagliato, nonostante baci come un dio. E poi ho deciso di aspettare la reincarnazione di Elvis. E non credo che tu lo sia. Però...» Si bloccò quando vide una strana espressione sul suo volto. «Che c’è?» disse. «Scherzavo riguardo a Elvis.» «Sono quello sbagliato,» disse «però bacio come un dio?» Min ci rifletté. «Direi di sì. Perché? Tu la vedi diversamente?» Cal aprì la bocca per dire qualcosa, ma si fermò subito e scrollò le spalle. «No, forse no. Ma non credo che tu saresti sbagliata per me. Sarebbe solo troppo stressante. Non sei una donna tranquilla.» «Questo è vero» disse Min. «Ma tu te le cerchi. Sei un mostro.» «No, ci rinuncio» disse Cal. «D’ora in poi voglio solo starmene in pace e tranquillo. Mi serve una pausa.» «Quello è il mio piano» disse Min. «Basta uomini; mi prendo una pausa.» «Finché Elvis non busserà alla tua porta» disse Cal. «Esatto. Non vedo punti deboli nella mia strategia.» «Niente sesso» disse Cal. «Posso sopportarlo» disse Min. «Già, sei brava a negarti le cose.» «Ehi» disse Min, sentendosi insultata. «Andavamo così d’accordo. Perché questo colpo basso?» «Scusa» disse Cal. Si alzarono dal tavolo. Min salutò Emilio con un bacio, poi uscirono. «Okay, siamo in pieno giorno e il mio ufficio dista pochi isolati» disse Min. «Non serve che mi accompagni.» «Va bene.» Cal le porse la mano. «Direi che ci vedremo al matrimonio di Bonnie e Roger. In caso contrario, buona fortuna per tutto.» Min gli strinse la mano, poi la lasciò. «Altrettanto. Ti auguro il meglio per il futuro.» Fece per andarsene, ma Cal la richiamò. «Aspetta.» Il suo cuore ebbe un sussulto, ma quando si voltò vide Cal tenere in mano la sua scarpa. I nastri rossi si agitavano nel vento leggero. «Giusto» disse lei, riprendendola. «Grazie mille.» Cal la trattenne per un attimo, guardandola negli occhi. Poi scosse la testa. «Prego.» Lasciò andare la scarpa, e Min si allontanò senza guardarsi indietro, sazia di ottimo cibo ma molto meno felice di quanto avrebbe dovuto essere. Casanova, pensò, togliendoselo dalla testa. Martedì all’ora di pranzo, Min fissava sconsolata l’insalata sulla scrivania. Dev’esserci di meglio nella vita, pensò. Era colpa di Cal; le aveva fatto mangiare del cibo vero nel mezzo della giornata, e da allora era stata contagiata. Prima di incontrare Cal, non aveva mai pensato al cibo se non come qualcosa che non poteva avere. Anche prima della dieta per il vestito da damigella, il burro non aveva mai avuto un posto nella sua vita. Dovrebbe esserci posto per il burro, pensò, consapevole della sua follia. Però poteva esserci del pollo al Marsala. Min spinse via l’insalata, si lanciò su internet e fece una ricerca per ‘pollo al Marsala’. D’altra parte, cercare ‘Cal Morrisey’ non sarebbe stato d’aiuto al suo piano. «Un piatto molto famoso» disse di fronte ai 48.300 risultati ottenuti. Anche scremando le bizzarre combinazioni a cui circa 48.000 di loro l’avrebbero portata, rimanevano comunque un sacco di ricette. Ce n’era una con i carciofi, improponibile. Una prevedeva il succo di limone, quindi non era attendibile. Un’altra i peperoni, un’altra ancora le cipolle. Trovò incredibile in quanti modi la gente potesse rovinare una ricetta così semplice. Ne stampò due che le sembravano accettabili e fece per chiudere la finestra dell’applicazione, ma un impulso improvviso le fece digitare su Google la parola ‘dislessia’. Un’ora dopo, Min chiuse il programma con una rinnovata stima per i risultati ottenuti da Calvin Morrisey. Dopo il lavoro si fermò in un negozio di alimentari. Avere un progetto per la sua cena e un foglio con una ricetta in mano la faceva sentire meno ostile nei confronti del cibo. Naturalmente avrebbe dovuto apportare qualche modifica alla ricetta. Il pollo richiedeva di essere infarinato, ma questo avrebbe voluto dire altre calorie. Carboidrati, per giunta. Niente farina. Sale e pepe li aveva già, e il prezzemolo non conteneva calorie, quindi ne comprò un barattolo. Le fettine di pollo già preparate le conosceva bene: nessun problema. Burro e olio d’oliva? «è uno scherzo» si disse, prendendo una lattina di olio d’oliva spray. I funghi contenevano praticamente solo acqua, quindi erano concessi. Rimaneva il Marsala, che trovò nello scaffale dei vini da cucina. Si fece coraggio e passò davanti al banco del pane senza fermarsi. Pagò e si avviò verso casa, trionfante. Si cambiò e indossò la tuta, azionò il lettore cd e cantò a squarciagola l’album Elvis 30 mentre cucinava. Un’ora più tardi, Elvis stava ricominciando a cantare dall’inizio, e Min osservava lo scempio avvenuto nella sua unica padella cercando di capire cos’era andato storto. Aveva cotto il pollo sulla superficie antiaderente, aveva seguito tutte le direttive, eppure l’aspetto era strano e il sapore terribile. Battendo ritmicamente il mestolo contro il bordo del fornello pensò: Okay, non sono granché come cuoca. Ma mi merito comunque del buon cibo. Mollò il mestolo e prese in mano il telefono. «Emilio?» disse appena sentì la sua voce familiare. «Per caso fai anche consegne a domicilio?» Il corso Parker si stava trasformando nella peggior catastrofe che la società Morrisey, Packard, Capa avesse mai dovuto affrontare. La colpa era di quell’idiota di addetta che continuava ad aggiungere materiali per il corso. «Vi sto mandando delle altre informazioni via fax» diceva al telefono. «Inseritele da qualche parte.» «Quella stronza deve morire» disse Tony, dopo una telefonata ricevuta alle cinque meno dieci di martedì. «Stasera ho un appuntamento con Liza.» «Rimango io ad aspettare il fax» disse Roger. «Bonnie capirà.» «Voi andate, rimango io» disse Cal. «Non ho appuntamenti e sono troppo stanco per muovermi.» Tony e Roger lo lasciarono solo, attratti dal calore della compagnia femminile che li attendeva. Cal lesse il fax e modificò i materiali del corso per l’ennesima volta, cercando di sentirsi sollevato per l’assenza di impegni della sua serata. Non c’erano donne a cui dedicare il suo tempo e la sua attenzione. Alle sette, spense il computer e si accorse di avere fame. Emilio sembrava un’ottima idea. «Fammi indovinare» disse Emilio quando lo vide entrare dalle porte a spinta della cucina. «Pollo al Marsala.» «Ho mangiato abbastanza pollo al Marsala, ultimamente» disse Cal, mentre il telefono squillava. Emilio si voltò per rispondere, e Cal aggiunse: «Qualcosa di semplice. Spaghetti pomodoro e basilico...» No. Il quaranta percento di tutta la pasta venduta era composto da spaghetti. Un po’ di immaginazione. «Anzi, delle fettuccine.» Smise di parlare quando Emilio gli gesticolò di fare silenzio. «Emilio» disse al telefono. Rimase in silenzio per un attimo, poi lanciò un’occhiata verso Cal e disse: «Non abitualmente, ma per una cliente così speciale faremo un’eccezione. Pollo al Marsala, giusto? No, nessun problema. Puoi dare una bella mancia al ragazzo delle consegne.» Attaccò e guardò Cal sorridendo. «Era Min. Vuole del pollo al Marsala. Puoi consegnarglielo tu.» «Cosa?» disse Cal, sbalordito. «Sai già dove abita. Probabilmente è sulla strada per casa tua.» «Non è affatto sulla strada di casa mia; non è sulla strada di nessuno, eccetto forse quella di Dio. Quel posto è tutto in verticale. Come hai potuto pensare che accettassi?» Emilio scrollò le spalle. «Non so. Ha chiamato, tu eri già qui; insieme siete perfetti. Mi sembrava una buona idea. Avete litigato?» «No, non abbiamo litigato» disse Cal. «Abbiamo deciso di non vederci più, non sono l’uomo giusto per lei. Vuole conservarsi per Elvis. Richiamala e dille che il ragazzo delle consegne è morto.» «Così non avrà nulla per cena» disse Emilio. «E tu sai com’è fatta Min. è una donna a cui piace mangiare.» Cal ripensò all’espressione di Min alle prese con il pollo al Marsala. Era simile a quella che aveva quando mangiava ciambelle. Nessuna delle due era paragonabile a quella che aveva mentre la baciava, certo. Era... Emilio si arrese. «Non fa niente. Vorrà dire che manderò Brian.» «No» disse Cal. «Ci penso io. Sbrigati, però. Ho fame.» 6 Quarantacinque minuti più tardi, Cal stava salendo i gradini verso casa di Min quando qualcosa di piccolo e arancione lo sfiorò correndo, rischiando di farlo ruzzolare. Proseguì la salita con cautela, e una volta raggiunta la cima si guardò intorno, senza vedere nessuno. Suonò il campanello, e Bonnie venne ad aprire. «Ciao» disse lui. «Ho una consegna per Min.» Le mostrò il sacchetto, e si sentì molto stupido. Odiava sentirsi stupido più di ogni altra cosa al mondo. «Ti sei messo a fare le consegne?» disse Bonnie, facendo un passo indietro. «Un po’ di soldi in più fanno sempre comodo» disse Cal avviandosi verso le scale, consapevole di essere osservato. Arrivato sul pianerottolo, sentì Elvis Presley cantare Heartbreak Hotel e sospirò. Quando Min aprì la porta sembrò sorpresa, ma lo stesso poteva dirsi di lui: indossava soltanto una felpa blu, molto lunga e molto vecchia, sopra a dei calzini di spugna bitorzoluti. Portava i capelli sciolti in lunghe ciocche di riccioli crespi, e l’assenza di trucco metteva in risalto il colore giallognolo del livido che le aveva procurato. «Ma che diavolo...» disse. «Chi ti ha aperto la porta all’ingresso?» «è così che accogli i ragazzi delle consegne?» disse Cal, fissando quelle belle gambe robuste che l’avevano colpito quel venerdì sera al locale. «No, questo è il modo in cui accolgo Bonnie» disse Min. «Piantala di sbirciare. Ci sono dei pantaloncini, sotto la felpa.» Sollevò la maglia, mostrando degli ampi boxer in tinta scozzese, leggermente meno brutti della felpa e dei calzini. «Ma che ci fai qui?» In quel momento, qualcosa di arancione passò correndo tra le gambe di entrambi e si intrufolò nell’appartamento. «Equello cos’è?» disse Min. Cal entrò, lasciando la porta d’ingresso aperta. «Non lo so.» Appoggiò il sacchetto con il cibo su una vecchia macchina per cucire a pedale in ferro battuto. Era di fianco a un divano che sembrava una zucca rigonfia invasa dalle tarme. «Mi è passato di fianco sulla scalinata...» «Oh, Signore» disse Min. Cal si voltò per vedere cosa stesse fissando. L’animale più rognoso che avesse mai visto li stava fissando, appollaiato all’estremità del divano. L’occhio sinistro era chiuso e minaccioso; il pelo era un misto tra marrone e arancione. Perlomeno era in tinta con il divano. «Cos’è?» disse Min. «Credo sia un gatto» rispose Cal. «Che tipo di gatto?» disse Min, con voce terribilmente affascinata. «Il tipo sbagliato» disse Cal. «Anche se hai detto di volerne uno.» «Non è vero» disse Min. «Quando ti ho accompagnato a casa, la scorsa settimana» disse Cal. «Sostenevi di volere un gatto.» «Era una battuta» disse Min, tenendo d’occhio l’animale. «è quello che dicono tutte le donne sopra i trent’anni che hanno sofferto per colpa di un uomo. ‘Ho chiuso con quei bastardi, mi prenderò un gatto.’ è un cliché.» «Sai,» disse Cal, anche lui con gli occhi fissi sul gatto, «se vuoi parlare in codice, dovresti prima avvertirmi.» Il gatto non sembrava intenzionato a muoversi, così Cal osservò il resto dell’appartamento. L’appartamento occupava l’intero attico, pieno di assurdi angoli accentuati dai lucernari. L’arredamento era antico, ma non d’antiquariato. Cal aggrottò le sopracciglia e pensò: Questo posto non ha nulla di Min. Min indicò il gatto con un movimento della testa. «Perché ha un occhio chiuso?» «Credo che l’abbia perso» disse Cal. «Dura la vita, eh, gatto?» sospirò Min. «Ho degli avanzi di pollo. Ho provato a cucinarlo con il Marsala ma ho fatto un disastro. Magari il gatto è abbastanza disperato da provarlo.» «Se gli dai da mangiare, non se ne andrà più» disse Cal. «Ehi, gatto. La porta è aperta. Vattene.» Il gatto si raggomitolò sulla spalliera del divano e lo fissò altezzoso. «Sembra il gatto diAlice nel paese delle meraviglie» disse Min. «Potrebbe scomparire da un momento all’altro.» «Ha già cominciato. Dall’occhio» disse Cal. «Min, ci sono buone possibilità che questo gatto sia portatore di tutte le malattie contenute nel Libro della Morte in edizione felina.» «Almeno potrei dargli da mangiare» disse Min, prendendo il pollo. «Sta bene con il tuo divano.» Cal chiuse la porta e spostò il sacchetto di Emilio dal ripiano della macchina per cucire al tavolino di noce rotondo, vecchio e traballante. Il gatto sorvegliava ogni sua mossa con subdola noncuranza. Min tornò con delle fette di pollo su un tovagliolo di carta. Le poggiò sotto il naso del gatto e fece un passo indietro. L’animale ne valutò l’odore e poi la guardò. «Lo so» disse Min, con voce sconsolata. «è terribile. Non devi mangiarlo per forza.» Il gatto alzò il naso e cominciò a mordicchiare la fetta più vicina. «è un gatto molto coraggioso» disse Min, rivolta a Cal. Poi raggiunse la mensola per prendere la borsetta. «Ecco i soldi per te, o per Emilio, o chi altri.» «No» disse Cal, continuando a guardarsi intorno. L’arredamento era accogliente, ma non aveva elementi interessanti o intriganti; non somigliava a Min. Era come se appartenesse a qualcun altro. «Sei in subaffitto?» «No» disse Min, rovistando nella borsetta. «Quanto ti devo?» «Niente.» C’erano palle di vetro con la neve sul ripiano del caminetto, disposte su due file intorno a un vecchio orologio un po’ kitsch ricavato da libri finti. Cal si avvicinò per guardare meglio. «Non hai scelto tu l’arredamento.» «Era di mia nonna» disse Min. «Non ho intenzione di lasciarti pagare per la mia cena. Mi hai già fatto un favore portandola fin qui, e...» «Di queste fai la collezione?» disse Cal, prendendo in mano la palla di vetro con Rocky e Bullwinkle. «Cal» disse Min. «C’è cibo a sufficienza per un esercito, lì dentro» disse lui. «Se vuoi che ti faccia compagnia, ne mangerò metà. Se non vuoi, mi porterò via la mia metà, anche se non sono sicuro di volerti lasciare da sola con quell’animale.» Cal rimise Rocky al suo posto e passò alla successiva. Cip e Ciop. «Ma dove le hai trovate?» «Amici» disse Min. «Parenti. Mercatini delle pulci.» Fece una pausa. «Va bene, puoi restare.» Si voltò verso il gatto, che dopo aver divorato il pollo stava ponderando l’ipotesi di un sonnellino. «Non posso dire lo stesso di lui» gli disse. L’animale la fissava con sguardo solenne, l’occhio destro chiuso. «Ha cambiato occhio?» disse Min. «Non era il sinistro a essere chiuso?» «Non ricordo» disse Cal. «Ma non mi sorprenderebbe. è un gatto molto subdolo. Comunque l’arredamento non ti si addice, l’orologio non ti si addice, e non sembri neanche il tipo da palle di vetro con la neve.» «Lo so» disse Min, voltandosi a contemplare l’appartamento. «Ma sono dei buoni mobili, non avrebbe senso comprarne di nuovi. E poi mi ricordano mia nonna. La faccenda delle palle di vetro invece è nata per caso.» Si voltò verso di lui. «Almeno lasciami pagare metà della cena.» «No.» Cal ne prese in mano una enorme, con Lilli e il vagabondo seduti in cima a un ristorante italiano curato nei minimi dettagli. «In che senso è nata per caso?» «Mia nonna Min ne aveva una di Topolino e Minnie. Minnie aveva un lungo vestito rosa, e Topolino la teneva in braccio.» La voce di Min si ammorbidì. «Mio nonno gliela regalò per un anniversario di matrimonio, ma a me piaceva così tanto che la nonna la diede a me quando avevo dodici anni.» Cal passò in rassegna il ripiano. Cristina e il fantasma dell’opera, Jessica e Roger Rabbit, Blondie e Dagoberto, la Bella Addormentata e il principe, Cenerentola e il principe di fronte a un castello sorvolato da colombe bianche. C’erano perfino Paperino e Paperina, ma nessuna traccia di Topolino e Minnie. «Dov’è?» «L’ho persa» disse Min. «In uno dei traslochi durante l’università. Sai com’è, si cambia casa ogni anno e le cose si perdono. Ci rimasi così male che le persone cominciarono a regalarmene altre, per Natale e per il compleanno. Ho provato a far capire loro che non le volevo... ‘grazie mille, è deliziosa, ma non dovevi’, cose così. Ormai però la cosa mi era sfuggita di mano.» Guardò la mensola sospirando. «Ne ho scatole intere in cantina. Queste sono soltanto le mie preferite. Non collezionare mai nulla. La gente non ti farebbe mai smettere.» Cal riprese a osservare quel curioso assortimento. Ce n’era una enorme e scura, sul bordo della mensola. Sembrava contenere dei mostri. «Questa cos’è?» disse Cal, soppesandola. «I cattivi della Disney» disse Min. «Liza e Bonnie me ne hanno regalate un paio per Natale, due anni fa.» «Questa è di Liza» disse Cal, riponendola sulla mensola. «Come fai a sapere che non è di Bonnie?» disse Min. «Perché non ha nulla di Bonnie.» Indicò la palla di vetro con Cenerentola e le colombe. «Quella è di Bonnie.» «Sì» disse Min. «Ma non capisco come...» «Bonnie insegue una favola» disse Cal. «Liza è più realista. Non perde mai di vista i cattivi. E poi a Bonnie non sarebbe mai sfuggito l’elemento decisivo. Ti ha preso una coppia.» «Una coppia di cosa?» disse Min. «Una coppia» ripeté Cal. «Due persone. Sono tutte coppie. Guarda. Lilli e il vagabondo, Christine e il fantasma dell’opera, Jessica e Roger Rabbit... con l’eccezione di quella di Liza, sono tutte coppie.» «Rocky e Bullwinkle non mi sembrano esattamente una coppia» disse Min, guardandoli perplessa. «E Cip e Ciop... voglio dire, giravano delle voci, ma...» «Andiamo, Minnie» disse Cal. «Hai cominciato con una coppia.» «Non chiamarmi Minnie» disse Min, con un intenso sguardo censorio. «Tu puoi chiamarmi Topolino» disse Cal, sorridendole. Voleva di nuovo quello sguardo. «Ti chiamerò un taxi se non la smetti di importunarmi» disse Min. «Ora possiamo mangiare?» Cal rinunciò e raggiunse il tavolo per estrarre il cibo di Emilio dal sacchetto. Si tenne a distanza dal gatto, in caso decidesse di impazzire partendo da lui. «Quel tipo te l’ha davvero combinata grossa.» «Quale tipo?» «Quello che ti ha mollato la sera in cui sono venuto a parlarti. Dovevi esserne proprio innamorata.» «Oh.» Min era stupita. «Quello? No, assolutamente.» Bene, pensò Cal, anche se non faceva nessuna differenza. «Hai dei piatti?» Min fece il giro attorno al tavolo e scomparve in una nicchia che chiunque avrebbe considerato un ripostiglio, ma che il suo padrone di casa riteneva essere una cucina. «Prendi anche dei bicchieri per il vino» disse Cal, aprendo il contenitore del pane. «Cosa?» disse Min, sporgendosi dalla nicchia. «Bicchieri» disse Cal. «Per il vino.» Min riemerse dalla nicchia con due bicchieri, e preparò la tavola mentre Cal stappava la bottiglia di vino e lo versava nei bicchieri, cercando di non guardare l’abbigliamento di Min. Era stato carino da parte sua vestirsi così male. Se l’avesse accolto di nuovo con quella maglia rossa, sarebbe stato un problema. Min aprì il contenitore dell’insalata, cercando di trasferirla nel piatto usando un cucchiaio. «Cavolo» disse quando il condimento macchiò la tovaglia. «Tu non cucini, vero Minerva?» disse Cal. «Perché, tu sì?» rispose Min. «Certo.» Le tolse il cucchiaio di mano. «Quando ero all’università, lavoravo in un ristorante. Serve un cucchiaio più grande, Min. Questo va bene per mangiare.» «O per colpire te» disse Min. Cal scosse la testa e si recò in cucina alla ricerca di un cucchiaio più grande. Trovò invece una padella contenente qualcosa di orribile. «Cos’è questo?» disse quando lei lo raggiunse, cercando una salvietta. «Non sono affari tuoi» disse Min. Cal alzò le sopracciglia. Min si giustificò: «Credevo di farcela da sola. Ho seguito la ricetta. Ma non...» Cal finalmente capì. «Questa roba sarebbe del pollo al Marsala?» «No» disse Min. «è un disastro, ed è il motivo per cui ho chiamato Emilio.» «Cos’hai combinato?» disse Cal. «Perché vuoi saperlo?» disse Min. «Per fare uno dei tuoi commenti sarcastici?» «Vuoi imparare a cucinare il pollo al Marsala, oppure no?» disse Cal, esasperato. Era insopportabile. Lo guardò imbronciata. «Sì.» «Qual è stata la prima cosa che hai fatto?» disse Cal. «Ho spruzzato dell’olio sulla padella» disse Min. «Spruzzato? Errore. Lo devi versare. Un paio di cucchiai.» «Troppi grassi» disse Min. «Sono grassi salutari» disse Cal. «L’olio d’oliva fa bene.» «Non al mio girovita» disse Min. «L’olio va versato, Minnie» disse Cal. «è fondamentale per dare il sapore.» «Okay» disse Min, lo sguardo ancora ribelle. «A quel punto ho cotto il pollo.» «Troppa fretta» disse Cal. «Prima devi sbatterlo. Se non hai un batticarne, usa un barattolo. Mettilo in una busta di plastica, e sbattilo finché non diventa sottile. Poi cospargilo di farina, aggiungendo pepe nero macinato e sale kosher.» «Scherzi?» disse Min. «La farina contiene troppe calorie.» «Ma crea una patina sul pollo» disse Cal. «Per non farlo diventare...» Prese una forchetta, e la conficcò in una delle fettine pietrificate nella padella. Gliela mostrò. «...Troppo secco. Cos’hai fatto dopo?» Min incrociò le braccia. «Una volta cotto, ho aggiunto i funghi e il vino.» «Niente burro?» «Certo, niente burro» disse Min. «Sei forse pazzo?» «Io no» disse Cal, riponendo il pollo nella padella. «Ma chiunque cucini il pollo al Marsala senza olio, burro e farina probabilmente lo è. Se volevi del pollo arrosto, dovevi cucinare pollo arrosto.» Immerse un dito nella salsa e la assaggiò. Aveva un sapore così orrendo che gli mancò il respiro. Min corse a prendergli un bicchier d’acqua. «Non so cosa sia andato storto con la salsa» disse. «Che tipo di Marsala hai usato?» disse Cal, appena riuscì a togliersi quel saporaccio dalla bocca. Min gli porse la bottiglia di vino da cucina. «No, no, no» disse lui, ammorbidendosi di fronte alla sua smorfia. «Stammi a sentire, tesoro. Quando prepari una salsa con il vino, lo riduci e lo rendi concentrato. Dev’essere un buon vino, altrimenti avrà il sapore di...» Guardò la padella. «Questo. è un miracolo che il gatto sia ancora vivo.» «Accidenti» disse Min. «Potresti scrivermi la ricetta?» «No» disse Cal. In quel momento sentirono un rumore provenire dall’altra stanza. Si guardarono in giro. «Il tuo gatto se n’è andato, Minnie. Hai lasciato qualche finestra aperta?» «Ho una finestra scorrevole piuttosto scadente in camera da letto» disse Min, entrando in una stanza di fianco al caminetto. «Fantastico» disse una volta all’interno. Cal la raggiunse. La finestra scorrevole era scomparsa, e il lucernario era aperto al vento notturno. Cal si avvicinò e guardò in basso. Il pannello era scivolato lungo il tetto, e il gatto sedeva sul ramo dell’albero che lambiva le tegole. Era intento a pulirsi le zampe, con l’occhio sinistro chiuso. «è vero, l’occhio è sempre diverso» disse Cal, ritirando la testa all’interno. «Forse lo fa per risparmiare energie...» La sua voce si affievolì osservando la stanza da letto di Min con maggiore attenzione. L’ambiente era occupato per larga parte dal letto in ottone più elaborato che avesse mai visto; una struttura enorme ricoperta da una trapunta di raso dai pallidi toni blu e lavanda, con cuscini di raso color lavanda appoggiati contro una testata piena di curve e intrecci. Il tutto culminava in un’eruzione di rosette e puntali che gli facevano girare la testa solo a guardarli. «Come fai a non cadere dal letto?» «Mi reggo forte, cercando di non guardare la testata» disse Min. «Lo adoro. L’ho comprato il mese scorso, nonostante non fosse per nulla pratico da...» Min continuava a parlare, ma Cal aveva smesso di ascoltare al ‘mi reggo forte’. La immaginò distesa sulla morbida trapunta blu di raso, con i morbidi boccoli dalle punte dorate che si allargavano sul cuscino. Le labbra morbide aperte in un sorriso, le morbide mani aggrappate alla testata, il corpo morbido... «Cal?» disse Min. «C’è un buon odore, qui» disse Cal, cercando di formulare un pensiero che non contenesse qualcosa di ‘morbido’. E neanche di duro. «Cuscini alla lavanda» disse Min. «Mia nonna metteva sempre della lavanda dentro i cuscini. Ci sono anche le candele alla cannella.» Cal si schiarì la voce. «è molto... bello. è la prima parte della casa ad avere qualcosa di te.» L’idea di spingerla su quella trapunta blu si faceva sempre più pressante. «Meglio andare a cena. Ora.» «Okay» disse Min, dirigendosi verso la sala. «Vuoi che chiuda la finestra?» disse Cal. «Ma così il gatto non potrebbe rientrare» disse Min. «Giusto» disse Cal, pensando: Cristo, per colpa mia si terrà un gatto randagio. La raggiunse. Mentre mangiavano l’insalata di Emilio, Min disse: «E così il pollo al Marsala non va bene per la linea e non è amico del cuore.» «Amico del cuore?» disse Cal, prendendo un bicchiere di vino. «Intendi che ha effetti nocivi? Ti sbagli. Te l’ho detto, l’olio d’oliva non fa male. E un po’ di burro e farina e non ha mai ucciso nessuno.» «Dillo a mia madre.» Min assaggiò di nuovo l’insalata. «è fantastica. La morale della favola è che non dovrei più cucinare.» «Perché?» disse Cal. «Era la tua prima volta. Tutti facciamo qualche sbaglio.» Prese la vaschetta del pollo e ne distribuì il contenuto sui due piatti, senza versarne una goccia. «Non tu» disse Min, osservandolo. «A te riesce sempre tutto.» «Okay» disse Cal, poggiando il contenitore. «Sei stata mollata, lo capisco. Ma quel tizio non significava nulla per te, quindi perché sei così arrabbiata? E perché ti sfoghi su di me?» Min tagliò il pollo. «è stato l’ultima goccia.» Assaggiò il pollo con l’espressione di piacere che aveva ogni volta che mangiava qualcosa di buono. «Non metterti mai a dieta.» Cal prese la forchetta e cominciò a mangiare. «Allora, cosa ti ha fatto? Cos’è che ancora ti tormenta?» «Be’» disse Min, piantando la forchetta in un fungo con più cattiveria del necessario. «Il problema era il mio peso.» «Ti ha criticato per quanto pesi?» Cal scosse la testa. «Questo tizio deve avere un mattone in testa.» «Non mi ha criticato apertamente» disse Min. «Mi ha suggerito di mettermi a dieta. Poi mi ha lasciato perché non sono andata a letto con lui.» «Ti ha detto di metterti a dieta e poi ha provato a portarti a letto?» disse Cal. «Ritiro tutto. Un mattone è molto più furbo di questo imbecille.» «Però ha ragione» disse Min. «Riguardo ai chili di troppo.» Lo guardò negli occhi, con atteggiamento di sfida. «Non è vero?» «Non esiste una risposta a questa domanda che non scateni la tua furia» disse Cal. «Concentrala su quel poveraccio che ti ha mollato. Io sto dalla tua parte.» Min infilzò un altro fungo, ma poi si fermò. «Okay, ti do carta bianca. Puoi dire qualunque cosa, non mi arrabbierò.» Cal guardò la sua faccia scura e scoppiò a ridere. «E come pensi di riuscirci?» Min annuì. «Okay, mi arrabbierò, ma cercherò di essere obiettiva. Il fatto è che tu sei l’unico uomo di cui mi fido abbastanza per farmi dire la verità.» «Ti fidi di me?» disse Cal, sorpreso e lusingato. «Credevo di essere una bestia.» «Lo sei» disse Min. «Ma di solito mi dici la verità. La maggior parte delle volte.» Cal smise di mangiare. «Tutte le volte. Non ti ho mai mentito.» «Già» disse Min, tagliando corto. «Allora, cosa dovrei fare riguardo ai chili di troppo?» Cal poggiò la forchetta. «Okay, ecco la verità. Non sarai mai magra. Sei una donna formosa. Hai dei fianchi larghi, un corpo pieno e il seno abbondante. Sei...» «In carne» disse Min, con amarezza. «Prosperosa» disse Cal, osservando il movimento gentile del suo seno sotto la felpa. «Abbondante» ringhiò Min. «Opulenta» disse Cal, ricordando la sua mano su quelle curve morbide. «Paffuta» disse Min. «Morbida, formosa e invitante. Ti avverto che mi sto eccitando» disse Cal, accusando un leggero giramento di testa. «Indossi altro sotto quella felpa?» «Certo» disse Min, sorpresa. «Ah» disse Cal, rinunciando a quella fantasia. «Bene. Dovremmo finire la cena. Stavi dicendo?» «I miei chili di troppo?» disse Min. «Giusto» disse Cal, riprendendo in mano la forchetta. «Il motivo per cui non riesci a dimagrire è che non sei fatta per essere più magra; non ne hai la struttura. Anche se riuscissi a perdere peso tramite una stupida dieta, saresti come quel pollo disgustoso che hai cucinato. Certe cose possono essere fatte solo con il burro. E lo stesso vale per te.» «Quindi sono spacciata» disse Min. «Il tuo problema è che non ascolti. Se vuoi essere sexy, sii sexy. Hai delle risorse che le donne più magre possono solo sognare; dovresti sfruttarle, e scegliere i vestiti giusti per godertele. O quantomeno, perché se le godano gli altri. Il vestito che portavi quella sera nel locale ti faceva sembrare il direttore di un carcere.» Gli tornò alla mente la visione della sua scollatura sulla maglia rossa, e aggiunse: «La biancheria intima è ottima, invece.» «Non esistono vestiti adatti a me» disse Min. «Certo che esistono» disse Cal, in arretrato sulla cena. «Nonostante tu sia il tipo di donna che sta meglio nuda che vestita.» Il pensiero cercò di insinuarsi nella sua mente, ma riuscì a bloccarlo. «Almeno credo. Mangia, per favore. La fame ti rende nervosa.» «Sto meglio nuda che vestita?» disse Min, riprendendo la forchetta. «No. Ascolta...» «Mi hai fatto una domanda, e io ti ho risposto» disse Cal. «Ma tu non vuoi starmi a sentire. La verità è che la maggior parte degli uomini preferirebbe venire a letto con te piuttosto che con un attaccapanni qualsiasi. C’è molto più gusto, ci sono più cose da toccare; eppure le donne non riescono a crederci. Quando cercate di dimagrire, lo fate per le altre donne, non per gli uomini.» Min alzò gli occhi al cielo. «In tutti questi anni sarei stata sexy senza saperlo? Perché nessuno mi ha detto nulla?» «Perché ti vesti come una persona che odia il suo corpo» disse Cal. «Essere sexy è una questione mentale; tu non ti senti sexy, quindi non lo sei.» «E tu come fai a sapere che lo sono, invece?» disse Min, esasperata. «Ho guardato sotto la tua maglietta» disse Cal, tornando a quell’immagine. «E ti ho baciato. Devo proprio dirtelo, la tua bocca è un autentico miracolo. Ti prego, mangia qualcosa.» Min fissò il piatto per qualche istante, poi iniziò a mangiare. «Dio, che buono» disse dopo qualche minuto. «Niente di meglio del buon cibo» disse Cal. «Eccetto per...» «Dev’esserci un modo per cucinarlo senza che faccia male al cuore» disse Min. Cal scosse la testa. «Mi fa piacere notare che ho parlato da solo tutto questo tempo. Hai ascoltato una sola parola di ciò che ho detto?» «Sì» disse Min. «Quando mi hai rimorchiato sembravo il direttore di una prigione, no?» «No» disse Cal. «Avevi delle belle scarpe. Sulle scarpe ti lasci andare.» E hai dei piedi meravigliosi. «Hai attraversato l’intero locale per rimorchiare un direttore carcerario solo perché aveva delle belle scarpe?» La domanda sembrava sensata; Cal cercò di ricordare il motivo che l’aveva spinto a parlarle. La scommessa della cena. Fece una smorfia. La stupida scommessa con David. «Al diavolo.» «Avevi fatto una scommessa, vero?» disse Min, in tono disgustato. Cal aprì il portafoglio e mise dieci dollari sul tavolo. «Ecco, tieni. Posso finire la cena, prima di essere buttato fuori?» «Certo» disse Min. «Non mi sembri troppo dispiaciuto per aver perso la scommessa.» «Non ho perso» disse Cal, infilzando un fungo. «Non perdo mai.» «Hai incassato i soldi?» disse Min, indignata. Cal la guardava interdetto. «Siamo usciti insieme dal locale. Ho vinto.» «Basta questo perché tutti diano per scontato...» «Dare per scontato?» disse Cal, esasperato. «Qualcuno ha scommesso dieci dollari che saresti uscita dal locale con me. è andata come previsto. Io ho preso i dieci dollari, e ora li ho dati a te. Passiamo oltre?» «Quindi la scommessa è conclusa.» Lo scetticismo era palpabile nella voce di Min. «Sì» disse Cal, ormai fuori di sé. «Non è stato certo il modo migliore di avviare una relazione, ma tu e io non abbiamo una relazione. Tu stai aspettando Elvis, ed entrambi vogliamo dare un taglio alle frequentazioni del sesso opposto. In più, ti ho portato del cibo. Di nuovo. Perché ce l’hai con me?» «Nessun motivo in particolare» disse Min con voce neutra, tornando a concentrarsi sul pollo. «C’è qualcosa di grosso di cui non sono a conoscenza, vero?» disse Cal. «Sì» disse Min. «Finisci la cena.» Cal si offrì di darle una mano a lavare i piatti, ma Min lo mise alla porta; ce l’aveva con lui per via della scommessa, e con sè stessa per come era rimasta invischiata in tutta quella storia. Sistemò gli avanzi della cena nel frigorifero, poi si liberò del suo insuccesso culinario gettandolo nella spazzatura. Poi entrò in camera da letto e si rifugiò sotto la trapunta di raso. Secondo Cal, quel letto era l’unica parte della casa a somigliarle. In un appartamento pieno di vecchi mobili insignificanti, aveva scelto l’unica cosa bella, complessa e sexy, dicendo ‘questa sei tu’. Che bastardo. Il gatto balzò sul letto e si avvicinò a lei. «Ciao» gli disse mentre si accoccolava al suo fianco. Lo accarezzò, sentendo il suo piccolo corpicino muoversi sotto il pelo, e l’animale aprì entrambi gli occhi. Erano di colori diversi, e su uno di essi c’era una macchia simile a quella che aveva sul pelo. «Un mosaico di gatto» disse. Le si rannicchiò vicino, e Min trovò quella sensazione molto confortante. Accese lo stereo sul comodino e ascoltò Elvis cantare di quanto faceva schifo la sua vita da quando la sua bella se n’era andata. Il gatto drizzò le orecchie per la durata di un verso, poi tornò a rilassarsi sulla trapunta. «Benvenuto nell’hotel dei cuori spezzati» gli disse Min, grattandogli la testa dietro le orecchie. L’animale premette la testa contro le sue dita; guardando il suo buffo volto minuto, con entrambi gli occhi chiusi in un’espressione di piacere, Min non poté fare a meno di provare un moto d’affetto. Le fece le fusa con un suono più piacevole di quanto Min avrebbe creduto. «Non sarebbe saggio tenerti qui con me» gli disse. Il gatto aprì gli occhi lentamente, poi li chiuse di nuovo. Continuò ad accarezzarlo mentre si raggomitolava di fianco a lei, con il suo calore quieto e confortevole. Non c’era da stupirsi che così tante donne avessero dei gatti. Erano di sicuro meglio di certi bugiardi adulatori malati di gioco d’azzardo, che baciavano da Dio e avevano mani che... Oh, I’m so lonely, baby, cantò Elvis dallo stereo; Min allungò un braccio e premette il tasto per cambiare canzone. Il gatto alzò la testa, ma gradì molto Don’t be cruel e Heartbreak Hotel, quindi si accoccolò di nuovo, riscaldandole la pancia. «Okay, puoi rimanere» gli disse alla fine. Rimasero sdraiati l’uno di fianco all’altra in un silenzio complice, cullati dalle note di Elvis, finché non si addormentarono. «C’è una sventola pazzesca che ti aspetta nel tuo ufficio» disse l’assistente di David quando lo vide arrivare al lavoro quel mercoledì mattina. «Complimenti.» Min, pensò David; ma realizzò con disappunto che non era possibile. Nessuno avrebbe descritto Min come una sventola. Quando aprì la porta, vide Cynthie seduta di fronte alla sua scrivania, uno spettacolo nel suo vestito rosso. «Eccoti» disse alzandosi in piedi. «Bel vestito» disse lui, chiudendo la porta. Le passò di fianco, apprezzando il modo in cui la gonna raccoglieva in una curva il suo fondoschiena senza comprimerlo. «David» disse Cynthie. «Lascia perdere il vestito. Perché Cal continua a uscire con la donna che ami?» «Uscire?» David perse interesse per il vestito di Cynthie e si sedette alla scrivania. «L’ha portata fuori a pranzo lunedì, invece di vedere me. Ieri sera le ha portato la cena a casa.» Cynthie si piegò in avanti, rivelando la tensione su quel faccino così adorabile. «Credevo che avresti chiamato Greg. Perché quei due sono ancora insieme?» «Ho chiamato Greg.» David spostò dei documenti, cercando di pensare velocemente. «Non so perché non abbia funzionato. Forse Cal si è trovato molto bene con lei.»Forse vuole incassare diecimila dollari. «Niente sesso, però» disse Cynthie. «No» disse David, pregando che Min fosse ancora frigida. «Non faranno sesso.» «Credo anch’io.» Cynthie si calmò. «Non mi sembra il tipo di donna che accetterebbe di farlo così in fretta, e lui non le metterebbe mai pressione. è molto sensibile e perspicace.» «Urrà per Cal Morrisey» disse David. «Posso fare qualcos’altro per te?» Cynthie si chinò sulla scrivania. «Potresti chiamare Min. Invitala a pranzo, oppure a cena, paga il conto e riprenditela.» David seguì con lo sguardo la sua ampia scollatura, rinfrescando un piacevole ricordo. «Lo fai apposta, vero?» Cynthie fece un respiro profondo, serrando la mascella. «David, sono un’esperta di relazioni che sta perdendo l’uomo che ama. Non c’è in ballo soltanto la mia vita privata, ma anche la mia vita pubblica. La mia vita intera. Il mio libro è un potenziale bestseller, l’editore vuole mettere la foto del matrimonio in quarta di copertina. è il momento cruciale. Non voglio buttare nel cesso la mia vita perché tu sei troppo codardo per riprenderti la tua ragazza.» Si fece ancora più vicina. «Me ne andrò solo quando avrai promesso di chiamarla per invitarla a pranzo, e quando mi avrai detto i nomi delle sue amiche. Ce n’erano due, nel locale. Una biondina e una rossa alta. Sono molto amiche?» David distingueva il suo profumo, una traccia lievissima che riusciva ugualmente a dargli alla testa. «Che tipo di profumo usi?» disse, sforzandosi di ignorare la questione del codardo. «è una miscela speciale, realizzata appositamente per me» disse Cynthie, a voce più bassa. «è composta dalle fragranze che più stimolano la libido maschile. L’ho messo solo per te, David. Come si chiama la sua migliore amica?» David scosse la testa, tentando di riprendere il controllo. Spinse indietro la sedia, lontano da lei. «Cosa c’è dentro?» «Lavanda e torta di zucca.» Cynthie si alzò. «Mi serve la sua migliore amica. Lo faccio per te, David. Vuoi riavere l’attuaria, no?» Con quel corpo agile e flessuoso davanti agli occhi, avvolto in un vestito rosso e profumato di lavanda e cannella, David impiegò qualche istante a ricordarsi chi fosse l’attuaria. «Tu neanche mi piaci» le disse. «Perché sono così eccitato?» Cynthie alzò gli occhi al cielo. «Perché sei un maschio. Come si chiama l’amica?» «Perché lo vuoi sapere?» Cynthie espirò a denti stretti. «Te l’ho già detto. L’attrazione. Se riesco a far sapere alla sua amica come Cal tratta le donne, le darò motivo di preoccuparsi. E lei esprimerà a Min la sua disapprovazione. Questo impedirà loro di raggiungere la fase di infatuazione. è soltanto scienza, David. Nessuno verrà aggredito in un vicolo.» «Okay» disse David, con gli occhi fissi sul suo seno. «Hai altri indumenti sotto la giacca?» «Se ti lascio dare un’occhiata, mi darai quel nome?» disse Cynthie. «Sì» disse David, consapevole di essere una persona debole e ignobile. Non gli importava. Cynthie slacciò i bottoni della giacca. Il reggiseno rosso di seta era in tinta con il rivestimento interno, e fasciava una seconda perfetta. Seni alti e sodi, all’apparenza del tutto naturali. «Oh, dio» disse David, paralizzato sulla sedia. «Ci puoi scommettere» disse Cynthie, riallacciando la giacca. «Ora fuori il nome.» «La rossa» disse David. «Liza Tyler. è già convinta che gli uomini siano tutti dei bastardi.» «Ha ragione» disse Cynthie. «Ricordati di chiamare Min per quel pranzo.» Uscì dall’ufficio mentre David la fissava. La traccia visiva lasciata da quel seno perfetto era ancora ben impressa sulla sua retina. Provò a raccontare a sé stesso che aveva fatto la cosa giusta, che qualcuno doveva pur fermare Cal Morrisey. E salvare Min. Anche quello era importante. «Che donna» disse il suo assistente dal corridoio. Annusò l’aria. «Wow. è il suo profumo?» «Sì» disse David, prendendo il telefono. «Profumo di zolfo. Non farla entrare mai più.» La sera stessa, alle otto, Liza era seduta a un tavolo dell’Azzardo insieme a Tony e Roger, in attesa che Bonnie e Min tornassero dal bagno. «Oh oh» disse Tony, guardando il bancone del bar. «Che c’è?» Roger seguì la traiettoria del suo sguardo. «Ah.» Scrollò le spalle. «è lontana.» «Chi?» Liza cercò di mettere a fuoco nella luce fioca. Una brunetta ciondolava vicino al bancone; magra, aria raffinata e annoiata. Un tizio di fianco a lei ci stava provando. «Una ex?» «No» disse Tony, mentre Bonnie tornava dal bagno. «Non esco con gente malata di mente. O almeno non lo facevo prima di incontrare te.» «Tu esci con gente malata di mente?» chiese Bonnie a Roger, molto interessata. «No, no. Si tratta di Cal» disse Roger, che per poco non cadeva dalla sedia. «Io non esco praticamente con nessuno.» «Non è un problema, tesoro» Bonnie gli accarezzò il ginocchio. «Ti è concesso di frequentare altre persone.» «Non voglio frequentare altre persone» disse Roger, facendo alzare a Tony gli occhi al cielo. «E così quella sarebbe l’ex ragazza di Cal?» disse Liza. «Torno subito.» «Aspetta un attimo» disse Tony, afferrandola per un braccio. «Che ti importa della vita sentimentale di Cal?» «Sta uscendo con la mia migliore amica» disse Liza, con aria innocente. «Sono curiosa.» «Ciò che intendevo riguardo a non voler frequentare altre persone,» disse Roger a Bonnie «è che tu sei l’unica che mi interessa.» «Non pretendo la monogamia al terzo appuntamento» disse Bonnie. «Okay» disse Roger. «Ma voglio offrirtela ugualmente.» «Devo legarti al bancone con una catena?» disse Tony a Liza. Fece una pausa per ragionare sulla questione, poi scosse la testa. «Niente catene. Ma stai alla larga da Cynthie. è fissata con la psicologia. Forse perché fa la psicologa. A ogni modo, dice un sacco di cose strane.» «Ti ha analizzato, eh?» disse Liza, lanciando un’occhiata verso il bancone. «L’idea di non frequentare altre persone vale solo per me, naturalmente» disse Roger a Bonnie. «Tu non sei costretta a vedere soltanto me. A meno che non sia ciò che vuoi.» Tony scosse la testa. «Ha questa teoria strampalata sulle quattro fasi dell’amore. Crede che serva a spiegare ogni tipo di storia.» «Ah» disse Liza, sorpresa. «è una stupidaggine; è la teoria del caos a spiegare ogni storia d’amore» disse Tony, aggrappandosi al suo braccio per trattenerla sulla sedia. «Come?» disse Liza, cercando di liberare il braccio. «Sulle relazioni umane, come sul tempo, non si possono fare previsioni» disse Tony, mantenendo salda la presa. Liza dovette sedersi per alleviare la pressione sul braccio. «Prendi Min e Cal, per esempio. Cal è un sistema dinamico complesso che cerca di mantenersi stabile evitando di conoscere nuove persone.» «Ha smesso di frequentare altre donne?» disse Liza. «Esatto» disse Tony. «Incredibile, no? Ecco la causa della sua instabilità. Quell’uomo non è fatto per stare da solo. L’incontro con Min ha creato una turbolenza nella sua sfera di esistenza. La turbolenza lo spinge a un movimento casuale in cerca di stabilità, ma è intrappolato nel campo d’attrazione di Min. Quindi rimbalza di qua e di là ai confini di quel campo, senza un modello prestabilito, pur rimanendo intrappolato in quell’area. Min è l’attrattore strano.» «Capisco» disse Liza. «E questo a cosa mi serve?» Tony si fece più vicino. «Cynthie crede che le relazioni seguano un modello predeterminato, e che possano essere predette. Ma non è così. Le persone sono complesse, le turbolenze nelle loro vite sono complesse, e gli attrattori nelle loro vite sono complessi. Le persone innamorate rispondono solo alla teoria del caos.» «Okay» disse Liz, ancora confusa. «Ecco perché Cynthie è fuori di testa» disse Tony, mollando finalmente la presa. «Crede che l’amore possa essere spiegato e analizzato. Si sbaglia.» Liza rimase immobile sulla sedia, osservando Tony in una luce nuova. All’improvviso non le sembrava più così stupido, e non era certo per via di quella roba del caos. Era perché gli interessava l’argomento di cui stava parlando. Quando era coinvolto, sapeva essere intelligente. «Che c’è?» disse Tony. «Sei mai stato innamorato?» disse Liza. «No» disse Tony. «E non credo succederà mai.» Le sorrise. «Sarebbe una turbolenza eccessiva per la mia sfera di esistenza.» Liza corrugò le sopracciglia. «E allora perché non ti piace Cynthie?» «Voleva inquadrare Cal. Lo ha analizzato fino a convincersi di conoscerlo. Lui si merita di meglio. Dovrebbe trovare qualcuno disposto ad affrontare il caos; niente regole, niente condizioni, niente teorie, niente garanzie. Più o meno come fa Bonnie con Roger.» Liza si voltò verso Bonnie, che rideva in compagnia di Roger. «Hai ragione. Tutti ci meritiamo qualcosa del genere.» «Bene» disse Tony. «Quindi non hai bisogno di parlare con Cynthie.» Roger disse qualcosa, e quando Tony si voltò per rispondergli Liza si alzò e si diresse verso Cynthie. Prese una sedia e si sedette al suo fianco, esordendo con: «Ciao, io sono Liza.» Cynthie alzò lo sguardo verso di lei, impiegando qualche secondo a reagire. «Ciao» rispose in tono sorpreso, come se l’avesse riconosciuta. «Io sono Cynthie. Ci conosciamo?» «No» disse Liza. «Ma il tuo ex sta frequentando una mia amica. Dimmi tutto ciò che sai di Calvin Morrisey.» Quindici minuti più tardi, Liza si abbandonò sullo schienale pensando: Altro che teoria del caos. Calvin Morrisey ha un modello comportamentale ben preciso. «Lo sapevo» disse a Cynthie. «Lo sapevo che stava per spezzarle il cuore. Quante volte si è comportato così in passato?» Cynthie scrollò le spalle. «Tempo fa sono stata a una festa. Ci eravamo già lasciati. Ho parlato con un’altra donna che aveva avuto una storia con lui. Poi si è aggiunto qualcun altro. Alla fine della serata, eravamo in quattro. Tutte la stessa storia. Un paio di mesi, la relazione va a gonfie vele, cominci a pensare ‘è quello giusto’. Poi un giorno ti dà un bacio sulla guancia, ti dice ‘buona fortuna per tutto’ e sparisce.» «Mi prendi in giro?» disse Liza. «E nessuna è mai tornata a cercarlo con una chiave inglese?» «Impossibile» disse Cynthie. «Cosa potresti dirgli? ‘Siamo usciti insieme per due mesi, come osi lasciarmi?’ Sembreresti una psicopatica.» Sorseggiò il suo drink. «Non lo fa di proposito» aggiunse, per la milionesima volta. «Non mi interessa» disse Liza. «Non voglio che faccia soffrire Min.» «Magari tra loro non è una cosa seria» disse Cynthie. «Hanno qualcosa in comune?» «Non mi sembra» disse Liza. «Quando sono insieme ti sembrano a loro agio?» «No» disse Liza. «Litigano spesso.» «Hanno dei piccoli segreti? Condividono battute?» Liza scosse la testa. «Non si conoscono così bene.» Cynthie passò un dito sul bordo del bicchiere. «A te piace? Hai per caso detto a Min che non ti convince?» «Certo che sì» disse Liza. «Bonnie e io l’abbiamo avvertita più volte.» Cynthie le sorrise. «Le ha già trovato un soprannome?» «Un soprannome?» Liza si sforzò di ricordare. «A volte la chiama per cognome. Ma niente cose del tipo ‘amorino’ o ‘bambolina’.» «E lei?» disse Cynthie. «Usa dei soprannomi per lui?» «La bestia» disse Liza. «Non credo sia detto con affetto.» Cynthie rise. «Allora perché sta con lui?» «Non sono sicura che stia con lui» disse Liza. «Ma credo sia inevitabile. Si sta innamorando di lui contro la sua volontà.» Cynthie smise di ridere. «E questo mi preoccupa» disse Liza. «è una persona fantastica, non si merita di essere presa in giro così. Puoi darmi delle indicazioni riguardo al suo modo di procedere?» Cynthie annuì. «Certo. Le ha già regalato qualcosa?» «Si conoscono soltanto da una settimana» disse Liza. «Non credo che...» Si bloccò quando vide Cynthie scuotere la testa. «Se fa sul serio con lei, le regalerà presto qualcosa. Scoprirà cosa desidera maggiormente, e farà di tutto per farglielo avere. Non ha scelta, è il modello che gli è stato inculcato dalla madre.» «Dalla madre?» disse Liza. «è una persona molto chiusa» disse Cynthie. «Cal ha avuto soltanto affetto condizionato. Si comporta allo stesso modo con ogni donna che incontra, cercando di conquistarsi il suo amore. Quando lo ottiene, il meccanismo si interrompe; se una donna lo ama, non può più essere un surrogato della madre. Quindi Cal se ne va, alla ricerca di un altro amore da conquistare.» «Ha un complesso di Edipo?» disse Liza, allibita. «No» disse Cynthie. «La madre è solo la causa del suo comportamento. Non ne è innamorato.» «Ciò vuol dire che più Min lo respinge...» disse Liza. «Più lui le correrà dietro» disse Cynthie. L’ultima traccia di allegria era scomparsa dal suo volto. «Non può fare altrimenti. Neanche si rende conto di questo meccanismo. Lei fa collezione di qualcosa?» «Palle di vetro con la neve» disse Liza. Cynthie cercò di mascherare il disappunto, ma Liza aggiunse: «Non è colpa sua. è una vecchia storia di famiglia che le è sfuggita di mano.» «Le comprerà una palla di vetro» disse Cynthie. «E sarà quella definitiva, l’unica che le mancava, quella che ha sempre voluto, oppure quella che neanche sapeva di volere prima di riceverla da lui. A quel punto dovrai intervenire, altrimenti rimarranno soltanto le lacrime.» «Una palla di vetro con la neve...» disse Liza, notando che Cal si era unito al gruppo dopo essere rimasto fino a tardi in ufficio. «Non è cattivo» disse Cynthie. «Non farebbe mai del male a nessuno di proposito. Però ha questa...» «Patologia che lo spinge a ferire le donne per colpa della madre» disse Liza. «Anche per Norman Bates era così.» «Non le farebbe mai del male fisicamente» disse Cynthie, sbigottita. «Be’, mi assicurerò che non gli faccia del male neanche emotivamente» disse Liza. «Grazie mille per il tuo aiuto.» «è un piacere» disse Cynthie. Liza pensò: Un piacere? Il suo sguardo doveva averla tradita, perché Cynthie aggiunse: «Dare una mano. Alla tua amica.» Abbassò lo sguardo sul bicchiere. «Mi dispiacerebbe vederla soffrire.» «Anche a me» disse Liza, per poi tornare verso il suo tavolo. Quando lo raggiunse, Tony stava dicendo a Min: «Non ci credo.» «Sarà meglio che ci credi, invece» disse Min. «Ci sono modi per capirlo.» «Capire cosa?» disse Liza, sedendosi accanto a Tony ma tenendo d’occhio Cal. «Capire in anticipo se vale la pena frequentare un uomo» disse Min. «Parlavamo dei vecchi test che usavamo al college.» «Test» disse Cal, rovesciando il capo e chiudendo gli occhi. «Io odio i test.» «Quali sarebbero questi test?» Tony chiese a Liza. Liza scrollò le spalle. «Per esempio invitarlo a guardare un film.» «Be’, ottimo» disse Tony. «Un film va sempre bene.» «La scelta deve cadere su Non per soldi... ma per amore» disse Bonnie. «Filmetto da donne» disse Tony. «Hai già perso prima di cominciare» disse Liza. Bonnie proseguì. «Occorre aspettare la scena in cui John Cusack spazza via i vetri rotti dal percorso di Ione Skye.» Liza guardò Cal sorridere a Min, e Min scuotere la testa in risposta. Segreti, pensò. Si fece avanti sulla sedia. «E poi?» chiese Tony. «Se l’uomo dice...» Bonnie impostò una voce profonda. «‘Ma che diavolo... Tanto ha le scarpe, no?’ va mollato subito.» «Be’, è vero. Indossava le scarpe» disse Tony. «Ma erano aperte sul davanti» disse Roger. «Punti extra per aver notato le scarpe» disse Bonnie. «Fantastico» protestò Tony. «Il feticista dei piedi si prende i punti extra.» «Okay, Minnie» disse Cal a Min. «Se un uomo pronunciasse quella frase, tu cosa faresti?» Minnie? Liza aspettò che Min lo facesse a pezzi. «All’improvviso avrei una brutta malattia contagiosa» disse Min, sforzandosi di non ridere. «Quanto brutta?» disse Cal, sorridendo. Maledizione, pensò Liza. «Includerebbe sicuramente degli orribili conati di vomito» disse Min, rispondendo al sorriso. «Nel tuo caso, ti vomiterei sulle scarpe» disse Liza a Tony, sentendo il bisogno di sfogarsi con qualcuno. «E io?» Roger chiese a Bonnie. «Solo cose belle» disse lei, prendendolo sottobraccio. «Ti odio» disse Tony a Roger. «Metti in cattiva luce il resto della classe.» Min rise sotto gli occhi di Cal. Oh, no, pensò Liza. Di fronte a lei sedeva un uomo con un obiettivo preciso, e non c’erano dubbi su quale fosse. Se ti becco con una palla di vetro, ti ritroverai cadavere. Cal incrociò il suo sguardo e rimase pietrificato. «Che c’è?» le disse. «Nulla» rispose Liza con un sorriso convinto. «Assolutamente nulla.» «Chi è la fortunata, stasera?» disse Shanna quando vide Cal avvicinarsi al bancone per un altro giro di drink. «Nessuna» disse Cal. «Sono a riposo. Come sta Elvis? Ancora impegnato a cantare She senza sosta?» «Non prendertela con Elvis. Se fosse una donna, lo sposerei.» Si guardò in giro. «Vedo i due compari e due donne. Fammi indovinare. La stangona rossa è tua.» «No» disse Cal. «Un altro giro per loro, del whisky per me.» Shanna guardò nuovamente alle sue spalle. «Sei con la biondina vestita di blu? Ha l’aria un po’ vacua.» «L’apparenza inganna» disse Cal. «Comunque no, neanche lei. Sta con Roger.» «Allora dove...» disse Shanna. «Ciao» disse Min sopraggiungendo alle spalle di Cal, che si voltò sorridendo. «Capisco assolutamente che tu abbia bisogno di flirtare con la barista, ma Tony mi ha chiesto di dirti di fare in fretta.» Shanna si appoggiò sul bancone e le tese la mano. «Ciao, io sono Shanna. La vicina di casa di Cal.» Min sembrò sorpresa, ma le strinse la mano. «Io sono Min.» Esitò per un attimo, poi si sporse sul bancone avvicinandosi a lei. «Posso farti una domanda personale?» «Certo che sì» disse Shanna, guardandola negli occhi con uno sguardo profondo. «Cosa?» disse Cal. Non sapeva se essere infastidito o eccitato dal fatto che Shanna ci stesse provando con Min davanti a lui. «Hai dei capelli bellissimi» disse Min, ignorandolo. «Che metodo usi per non farli increspare?» «Non li lavo» disse Shanna. «Solo risciacqui e balsamo. Addio capelli crespi.» «Scherzi?» disse Min. «Ci proverò di sicuro. Sono stanca di portarli legati. Sono disposta a provare qualunque rimedio.» «Torna da queste parti, quando avrai i capelli sciolti» disse Shanna. «Vorrei proprio vederli.» Anche io, pensò Cal. «Contaci» disse Min. «Grazie.» Si voltò verso Cal. «Ti serve una mano con i drink?» «Sì» disse Cal, prima che Shanna potesse dire ‘no’ e passargli un vassoio. «Torno subito, allora» disse Min, avviandosi verso il juke-box. Cal si avvicinò al bancone senza perdere di vista Min che attraversava la sala. «Dammi da bere, bella.» «Dimmi che è bisessuale» lo implorò Shanna, anche lei con gli occhi fissi su Min. «Le cose che potrebbe fare con quella bocca...» «Le cose che io potrei fare con quella bocca» disse Cal. Le cose che ho fatto con quella bocca. Gli girava di nuovo la testa. Di sicuro era dovuto alla temperatura nel locale. «I drink saranno pronti fra un attimo» disse Shanna, mentre Cal osservava Min armeggiare con i dischi al juke-box. Si concentrò sulla stupenda curvatura del suo collo, piegato per leggere i titoli delle canzoni. Aveva un aspetto succulento, e invogliava a morderlo. L’idea gli scatenò tutt’altra serie di pensieri, ma Cal decise che non sarebbe stato un problema se non avesse concretamente fatto nulla. Shanna tornò con i sei bicchieri disposti su un vassoio. «Da quanto tempo uscite insieme?» disse. «L’ho conosciuta una settimana fa, ma non stiamo...» «è ancora presto.» Shanna annuì. «Le resta un altro mese, forse due, prima che tu sparisca. Mettici una buona parola per conto mio, così mi preparo il terreno.» «Per cosa?» disse Cal. «Avrà bisogno di qualcuno che la consoli quando le augurerai buona fortuna per tutto. Quel qualcuno sarò io. Ci sei già andato a letto?» «Non stiamo neanche uscendo insieme» disse Cal. Min inseriva monete nel juke-box e premeva dei tasti. «Dammi il whisky. Credo che ci aspetti Elvis Presley. Ne avrò bisogno.» «Non uscite insieme, eh? Buon per me.» Shanna fece scivolare il bicchiere verso di lui. Cal scosse la testa. «No. Non gioca nella tua squadra. E poi tu sei ancora in lutto, ricordi?» «Mi sento molto meglio, ora» disse Shanna. The Devil in Disguise esplose dagli altoparlanti del locale. «Come fai a sapere che non gioca nella mia squadra?» «L’ho baciata. Gioca nella mia. Ma non con me.» «Non gioca con te, eh?» Shanna estrasse dalla tasca due banconote da cinque dollari e le allungò sul bancone. «Dieci dollari che non riesci a baciarla, qui e ora.» «Tu dici?» Cal rise al pensiero di ciò che gli avrebbe fatto Min se ci avesse provato. «Niente scommessa.» Shanna reclinò il capo. «Okay, allora scommetto dieci dollari che riesci a baciarla, qui e ora.» «Te l’ho già spiegato» disse Cal. «Devi valutare le possibilità e scegliere quella più probabile. Non puoi fare testa o croce.» Shanna batté il dito sulle due banconote. «Dieci dollari che ci riesci.» «Ma che ti prende?» disse Cal. «Da quando ti sei trasformata in una voyeur?» «Sono solo...» provò a dire Shanna. «Ehi» la interruppe Min, facendo trasalire entrambi. «Credevo avessi smesso con le scommesse su di me.» Cal la guardò, esasperato. Il labbro carnoso sporgeva un po’, non tanto da formare un broncio, ma abbastanza da ricordargli perché aveva deciso di starle lontano. «Non ho mai detto nulla del genere. E comunque, cosa ti fa pensare che...» «Entrambi mi stavate fissando, e ci sono dei soldi sul bancone» disse Min. «è una scena che ho già visto.» I suoi occhi scuri diventavano sempre più intensi nell’arrabbiatura; il respiro di Cal si fece più veloce, alimentato dal ricordo. «Non è stato lui a scommettere» disse Shanna. «Sono stata io. Lui non...» Cal estrasse dieci dollari dalla tasca e li schiaffò sopra le due banconote da cinque. «Ci sto» disse, piegandosi verso Min. 7 «Certo, lui non ha colpe» stava dicendo Min. Si fermò quando vide Cal piegarsi verso di lei. Era ancora in tempo per allontanarsi. Sgranò gli occhi e schiuse le labbra, dicendo: «Oh.» Poi arrivò un bacio delicato. Cal era deciso a imprimersi ogni secondo nella memoria, a ricordare quelle sensazioni e quel contatto, morbido e dolce. Avvertì l’attimo in cui Min rimase senza fiato, e quello in cui rispose al suo bacio, offrendosi completamente a lui. La voce nella testa di Cal urlava:Lei, e tutti i suoi buoni propositi svanirono cullando quel volto tra le mani, perdendosi in lei. Quando riemerse dal bacio, Min aveva gli occhi mezzi chiusi e le gote arrossate. «Hai vinto?» gli chiese, ancora senza fiato. «Sì» rispose Cal baciandola di nuovo, stavolta con più passione, e sentendo la sua mano aggrapparsi alla camicia. In quel momento, qualcosa lo colpì alla testa e lo spinse contro Min, che rimbalzò all’indietro. «Ahi.» «Maledizione» disse Cal, voltandosi per affrontare Liza. «Vuoi piantarla?» «La pianterò quando tu farai lo stesso» disse lei. «Non preoccuparti» disse Min, un po’ stordita. «è tutto a posto. Era solo un’altra scommessa.» «Schifoso» disse Liza. «Stammi a sentire» disse Cal, cercando di riprendere fiato. «Min sa cavarsela benissimo da sola.» Liza si avvicinò. «Certo. Dimmi quanto la conosci. Dimmi che le vuoi bene. Dimmi che l’amerai fino alla fine dei tuoi giorni.» «Ma qual è il tuo problema?» disse Cal. «L’ho baciata. Succede.» Shanna raccolse i venti dollari dal bancone. «E io ne sono molto contenta. Grazie mille.» «Credevo avessi vinto» disse Min. Aveva il fuoco negli occhi e il fiato corto. «Infatti» disse Cal, stringendosi a lei. «L’unica cosa che ho perso è la scommessa.» «Andiamo, Stats» disse Liza, tirandola per un braccio. «Va bene» disse Min, scuotendo la testa per schiarirsi le idee. «Ci ha visto qualcuno?» «L’intero locale ha alzato cartelli con i punteggi» disse Liza. «Sembrava di stare alle Olimpiadi.» «Come siamo andati?» disse Cal in tono polemico, cercando di calmarsi. «Il giudice russo dice che c’è ancora qualcosa da migliorare» disse Liza. «Ho sentito dei fischi.» «Con i russi è sempre dura» disse Cal. «Potresti lasciarla, per favore?» «Non credo proprio» disse Liza, dando un altro strattone al braccio di Min. «Meglio che vada con lei» disse Min. «Sai, per via del piano.» «Quale piano?» disse Cal. «Niente più appuntamenti. Prendersi una pausa. Ricordi? Eravamo d’accordo.» «Già» disse Cal, pensando: Perché mi era sembrata una buona idea? «Il piano. Aspettare Elvis. Certo.» Recuperò il suo scotch. «Brindiamo al piano.» «Già, be’... buona fortuna per tutto.» Min afferrò il vassoio con i bicchieri e seguì Liza verso il tavolo. «La rossa ti odia, eh?» disse Shanna. «Liza» disse Cal. «Non le ho fatto assolutamente nulla.» «Credo dipenda da ciò che vuoi fare alla sua amica» disse Shanna. «Mi sembra comunque una reazione esagerata. C’è qualcosa che non mi hai detto?» «Tipo cosa?» disse Cal. «Sono del tutto innocente.» No che non lo sono. «No che non lo sei» disse Shanna. «Ho visto come l’hai baciata. Però hai ragione. Gioca nella tua squadra.» «Non più» disse Cal, massaggiandosi la nuca. «Abbiamo un piano comune. Diamo un taglio agli appuntamenti galanti.» Alzò il bicchiere. «Finisco questo e vado a casa a prendermi un’aspirina.» «Non risolverà le cose» disse Shanna. «Prova con una doccia fredda.» «Mi fa piacere vedere che sei di nuovo in vena di battute» disse Cal. Si diresse verso casa, in cerca di pace e antidolorifici. Durante quella settimana, Min iniziò a filtrare le telefonate per evitare di parlare con David, il quale sembrava aver sviluppato un’impellente necessità di mettersi in contatto con lei. Non dovette invece filtrare nulla per quanto riguardava Cal, che manteneva un fastidioso silenzio radio. Era frustrante voler evitare le telefonate di qualcuno che non aveva neanche la decenza di alzare il telefono. Perfino la cena del Se finì per infastidirla quando Liza iniziò a parlare del suo incontro con la ex di Cal. «Secondo Cynthie, Cal è una persona fantastica» disse Liza. «è soltanto vittima di un meccanismo psicologico che lo costringe a farsi amare dalle donne per poi lasciarle. Insegue disperatamente lo stesso affetto condizionato che ha ricevuto da bambino.» Min era perplessa. «Non mi sembra che abbia nulla di disperato.» Bonnie scosse la testa. «Neanche a me. Credo che questa ex stia esagerando.» «Fa la psicologa» disse Liza. «Lo sai come sono fatti gli psicologi. E poi questo spiegherebbe come fa a lasciarsi dietro una scia di cuori infranti pur essendo la persona che abbiamo imparato a conoscere. Rimango sospettosa, ma non credo sia crudele. E non credo che si diverta a mollare le persone.» Guardò Min. «Cynthie ha detto che la sua prossima mossa sarà scoprire di cosa hai bisogno e regalartelo. Le ho raccontato delle palle di vetro con la neve. Dovresti prepararti a riceverne una.» «Per ora ho avuto un gatto» disse Min. Liza poggiò la forchetta. «Un gatto?» disse. «Sta perdendo colpi. Doveva essere una palla di vetro. Dov’è questo gatto?» «Nella stanza da letto» disse Min. Liza si alzò e andò a controllare. Tornata in salotto, disse: «Sembra un gatto demoniaco. Come gli è venuto in mente?» Min scrollò le spalle, decisa a non discuterne. «Lo ha seguito quando mi ha portato a casa la cena di Emilio. Prima che notasse le palle di vetro.» «E poi?» «Mi ha detto che colleziono coppie» disse Min. «Non ci avevo mai fatto caso, ma è vero.» Liza aprì la bocca per obiettare qualcosa, ma poi guardò meglio la collezione. «Accidenti» disse, dopo un attimo di contemplazione. «Sono tutte coppie, tranne la mia. Sempre che Capitan Uncino non abbia una storia segreta con Malefica. Come ho fatto a non accorgermene?» «Come ha fatto ad accorgersene lui, piuttosto» disse Bonnie. Min scosse la testa. «è solo molto, molto bravo con le persone. è empatico.» Esitò per un attimo, poi si rivolse a Bonnie: «Quando mi hai detto della dislessia, ho fatto delle ricerche online. Gli ostacoli sono enormi per...» «Non rammaricarti per lui» disse Liza. «Certo che no» disse Min. «Scherzi? Guardalo, non gli manca nulla. Però ha dovuto guadagnarsi tutto. Come dicevo, spesso chi è affetto da dislessia è molto empatico. Come Cal: si concentra solo sull’esterno, per capire gli altri. Non credo sia molto consapevole di sé, ma non gli sfugge nulla di chi lo circonda. Di sicuro conosce me.» Liza poggiò i cattivi innevati sulla mensola, producendo un tonfo sordo. Poi tornò a sedersi. «Non è vero. Sta solo provando...» «No» disse Min, spazientita. «Abbiamo parlato del mio peso. Dice che mi vesto come se odiassi il mio corpo.» «Buon per lui» disse Liza. «Okay, è una bestia, ma su questo ha ragione. Cos’ha detto esattamente?» Min spinse via il piatto. «Diverse cose, ma il succo era che il mio corpo è sexy, e che dovrei sfoggiarlo orgogliosamente.» «A quel punto ha provato a portarti a letto?» disse Liza. «No, ha detto che dovevamo mangiare» disse Min. «Mi ha anche spiegato dove sbagliavo con il pollo al Marsala. Ci riproverò.» «Ti ha portato del cibo, ha capito tutto delle tue palle di vetro con la neve, ti ha insegnato a cucinare, ha detto che hai un corpo sexy e se n’è andato senza provarci» disse Bonnie. Min annuì. Bonnie guardò Liza. «è proprio una bestia.» «è esattamente ciò di cui parlava Cynthie» disse Liza. «Soddisferà ogni suo desiderio fino a farla innamorare, e a quel punto se ne andrà.» Min si morse il labbro. «Non mi sto innamorando di lui, nonostante senta delle voci e veda le stelle ogni volta che mi bacia. La scommessa me lo impedisce. Ho provato a parlargliene e lui ha mentito. Quindi è finita. Sul serio.» «Certo» disse Liza, palesemente scettica. Min non era di certo più convinta. Venerdì pomeriggio, mentre era al lavoro, decise saggiamente di non trascorrere la serata all’Azzardo. Chiamò invece sua sorella. «Ho voglia di fare shopping.» «Shopping?» rispose Diana. «Una persona mi ha detto che mi vesto come se odiassi il mio corpo.» «è vero» disse Diana. «Vuoi cambiare? Sul serio?» «Solo un po’» disse Min, precipitosamente. «Non...» «So già dove andare» disse Diana. «Sarà una trasformazione completa!» «No» disse Min. «Ammorbidirmi un po’, magari. Ma non...» «Sarò davanti all’ufficio alle cinque» disse Diana. «Sarà divertentissimo.» «Be’» disse Min, ma Diana aveva già attaccato. «Oh. Okay. Bene.» Mise giù il telefono e decise di non pensare alla trasformazione fino al suo appuntamento con Diana. Si concentrò sulla conclusione della sua settimana lavorativa. Quando stava per mettersi la giacca e raggiungere Diana, squillò il telefono. All’altro capo della cornetta la accolse una voce femminile: «Mi chiamo Elizabeth Morrisey, vorrei parlare con la Min Dobbs che ha conosciuto mio figlio Harrison a Cherry Hill Park, la settimana scorsa.» «Bink?» disse Min, esterrefatta. «Sì» disse la donna. «Mi spiace disturbarti al lavoro, ma non ho trovato un indirizzo di casa. Solo un attimo.» Min sentì vari rumori provenire dal telefono, poi Harry prese la cornetta. «Min?» disse il bambino, la linea disturbata dal suo respiro pesante. «Sì» disse lei, sorridendo. «Come stai, Harry?» «Bene. Vieni al parco, domani?» «Be’, non...» «Potresti venire alla partita» disse Harry, dimostrando una capacità di concentrazione simile a quella dello zio. «Alle dieci. Di mattina. Potremmo mangiare ciambelle.» «Be’» disse Min, sorpresa. Harry respirò di nuovo nella cornetta. Sembrava un Dart Fener in miniatura. «Certo» disse alla fine. «Perché no? Porterò le ciambelle...» «Ci pensa mia madre» disse Harry. «Le ho già detto come le voglio.» «Ah, bene» disse Min, riprendendo il controllo. «Grazie per...» Harry si allontanò dal telefono, e Min sentì Bink dire: «Saluta educatamente, Harry.» Il bambino afferrò la cornetta e disse: «Ciao.» Poi abbandonò di nuovo la conversazione. «Pronto?» disse Bink, prendendo possesso del telefono. «Sono qui» disse Min, cercando di non ridere. «Stiamo ancora imparando come si parla al telefono» disse Bink. «è stato bravo» disse Min. «Tranne magari per quel respiro.» «Grazie per aver accettato» disse Bink. «Harry ha parlato molto di te, questa settimana.» «Davvero?» disse Min, sorpresa. «E delle tue scarpe» disse Bink. «Somiglia molto allo zio» disse Min. «Lo speriamo tutti» disse Bink. «Allora, ci vediamo domani alle dieci?» «Domani alle dieci» disse Min, tornando a sedersi per un attimo dopo aver chiuso la conversazione. Non poteva essere un’idea di Cal. Se l’avesse voluta alla partita, l’avrebbe chiamata di persona. Probabilmente era all’oscuro di tutto. Si mise la giacca e pensò che per lui sarebbe stata una sorpresa. Non le dispiaceva l’idea che fosse lui a trovarsi impreparato, per una volta. Che fosse lui a dover reagire alla situazione. Prese la borsa e raggiunse Diana. D’un tratto era molto più interessata a quella trasformazione. La mattina seguente, Cal stava osservando i tentativi di lancio di un esterno senza speranze di nome Bentley quando sentì il tocco fresco di due mani coprirgli gli occhi. Il profumo di lavanda e cannella gli procurò una fitta di piacere così intensa che quasi sospirò. «Non è da te, Minnie» disse. La vista di Cynthie fu come una doccia fredda. «Cyn?» «Ciao» disse Cynthie. «Scusami» disse Cal, facendo un passo indietro. «Porti lo stesso profumo di una mia amica. Anche se lei non usa profumi, a dire la verità.» E neanche viene a queste maledette partite, pensò, arrabbiato con sé stesso per aver commesso uno stupido errore. «Profumo» ripeté Cynthie, pietrificata. «Allora» disse Cal, facendo un altro passo indietro. «Come te la passi?» Una palla gli rotolò accanto ai piedi, e lui si chinò per raccoglierla. «Meglio che rimani dietro la recinzione. Questi ragazzini sono imprevedibili.» «Certo» disse Cynthie, deglutendo. «Volevo solo farti un saluto.» «Be’, ciao» disse Cal. Notò qualcosa sugli spalti e distolse gli occhi da Cynthie per seguire Harry mentre saliva fino in cima. «Dove diavolo sta...» cominciò Cal, prima di individuare Min, seduta sull’ultima fila di gradini. Un nuovo taglio corto lasciava i capelli ricci liberi di risplendere al sole. Indossava una camicetta bianca ampia e leggera, e accolse Harry con un’espressione angelica. A Cal mancò il respiro per un attimo. «Si è tagliata i capelli» disse a voce alta. «Come?» rispose Cynthie. Poi seguì la direzione dei suoi occhi. Cal indicò gli spalti con un cenno del capo e cercò di recuperare. «Potresti riportare Harry da queste parti? Deve giocare a baseball, non flirtare con donne più grandi.» «Va bene» disse Cynthie, con quel tono freddo che per Cal aveva un significato ben preciso: Ce l’ho con te, ma voglio comportarmi da adulta. «Tutto bene?» le chiese. «Sì, certo» disse lei, in tono ancora più gelido. Uscì dalla recinzione e si arrampicò sulla gradinata. Chissà che le è preso, pensò Cal. Dopo qualche istante, però, l’aveva già dimenticata ed era tornato a guardare Min, incantevole sotto la luce del sole. Harry la fissava con espressione adorante, pulendosi il naso con il braccio. Non provo alcun interesse per Minerva Dobbs, disse tra sé e sé. è troppo impegnativa. Non è mai tranquilla. Senza contare che mi odia. La vide sorridere a Harry e pensò: Dannazione, quanto è bella. Continuò a fissarla. Quando Min arrivò al parco, i ragazzi si stavano scaldando. Vide Harry sul campo da gioco, più piccolo dei suoi coetanei e sporchissimo come al solito, e provò un moto di compassione per lui. Non appena Harry la notò, le rivolse il sorriso tipico dei Morrisey. Se la caverà senza problemi, pensò Min ricambiando il sorriso. Si arrampicò fino all’ultima fila della gradinata, sentendo il vento scompigliarle i capelli tagliati da poco e agitare le maniche della sua camicetta di organdi. Provò a concentrarsi su Harry, ma non ebbe successo perché c’era anche Cal, e i suoi occhi continuavano a deviare verso di lui. è solo attrazione fisica, si disse. Ma non era vero. Le piaceva il modo in cui si comportava con i ragazzi; odiava allenare, ma lo faceva nel modo giusto. Questo era Cal. Piantala, pensò. Neanche lo conosci. Una donna bruna e slanciata si avvicinò a Cal coprendogli gli occhi con le mani. Ti pareva, pensò Min. Tutta la sua ridicola gioia svanì in quell’istante. Non importava che fosse bravo con i bambini, visto che non voleva averne. Aveva molta importanza il fatto che fosse una bestia con le donne, invece. Quindi... «Ciao» disse qualcuno, sedendosi al suo fianco. Era una voce perfettamente modulata. Min si voltò e si trovò davanti una donna magrissima e dai capelli chiari, che sorrideva timidamente. Il volto aveva la forma di un cuore, e gli occhi erano grigi ed enormi; i capelli color platino ritagliavano in modo netto l’ossatura perfetta del cranio. Non poteva pesare più di quaranta chili. «Io sono Bink» disse. «Ma certo» rispose Min. «Io sono Min.» «è gentile da parte tua venire fin qui per Harry» disse Bink. «Te ne sono grata.» «Harry è un bambino molto dolce» disse Min, cercando di individuarlo. Si accorse subito che era scappato dal campo e stava salendo la gradinata, verso di loro. Il livello di sporcizia che lo circondava sembrava aumentare a ogni suo passo. «Non sono in molti a rendersene conto» disse Bink, guardandolo con amore. «Ciao, Min» disse Harry, a un gradino di distanza. La fissava con espressione radiosa, e Min rispose con un sorriso, perché non era possibile fare altrimenti. «Ehi, Harry» disse. «Come va?» «Devo giocare a baseball» disse lui. «A parte questo, tutto bene.» «Sopporta questa tortura e ti prometto che festeggeremo con una ciambella» disse Min. «Evviva» disse Harry, agitando la testa. «Stai facendo un figurone, laggiù» mentì Min. «Grazie» disse Harry, continuando ad agitare la testa. «Sei bravissimo a lanciare» disse Min, con un tentativo alla cieca. «Non direi proprio» rispose Harry, senza lasciarsi scoraggiare. Tirò su con il naso e continuò ad annuire. Bink gli disse: «Credo che zio Cal ti stia cercando, Harry.» Lui si voltò, notando Cal e la bruna che lo osservavano. «Già» disse sospirando. «Concentrati solo sulla ciambella» disse Min. «Evviva» ripeté Harry, sorridendole convinto. Min ricambiò il sorriso. «Devo andare» disse Harry, rimanendo immobile. «In bocca al lupo» disse Min. «Crepi» disse Harry, annuendo per circa un altro minuto, finché il sorriso non si spense. Scese la gradinata, evitando di incrociare lo sguardo dello zio. «Sei stata molto carina a dirgli quelle cose» azzardò Bink. Min la guardò stupita. «Non mi sono inventata nulla» rispose Min. «Harry mi piace molto.» Prima che Bink potesse rispondere, si alzò una folata di vento che fece temere a Min di veder volare via la sua interlocutrice. Che gioia averla qui al mio fianco, pensò Min con amarezza. Perché da sola non sembravo abbastanza grossa. Se ne pentì immediatamente. Bink aveva tutta l’aria di essere simpatica, e di certo era molto gentile. Inoltre Cal l’aveva avvertita riguardo all’odio per il suo corpo. Okay, pensò. Sono uno di quegli inviti di matrimonio color crema e molto elaborati, del tipo che non puoi fare a meno di toccare perché è troppo invitante. Lei è la pregiata carta velina dentro cui sono incartata. «Tutto bene?» chiese Bink. «Sì» disse Min. «Perché?» «Avevi un’espressione corrucciata» disse Bink. «Devo migliorare il livello delle mie metafore» disse Min. «E così Harry gioca a baseball.» «Sfortunatamente sì» disse Bink. Non è lei che ha incastrato Cal e Harry, pensò Min. Mi chiedo chi... «Ciao!» disse qualcuno in tono amichevole alle spalle di Min. Quando si voltò, di fronte a lei c’era la brunetta che stava flirtando con Cal. Aveva il volto a forma di cuore e dei grandi occhi grigi. I capelli neri erano forti e vellutati. Voglio morire, pensò Min mentre quel modello di perfezione le si sedeva a fianco. Sono circondata da belle e magre. «Come va, Bink?» disse la donna. Bink le sorrise timidamente – probabile che facesse qualunque cosa timidamente – e disse: «Ciao, Cynthie.» Cynthie. Min osservò la brunetta con rinnovato terrore. La ex di Cal. Per giunta indossava un top nero scollato, niente affatto appropriato a una partita di baseball per bambini. Eppure Cynthie non sembrava farsene un problema, forse per via di quel seno perfetto e sbarazzino che di certo faceva impazzire gli uomini. Al diavolo, pensò Min. Si concentrò sul campo, e su Cal, che guardava nella loro direzione con un’espressione strana sul volto. Magari aveva finalmente capito che la donna che aveva baciato non sarebbe mai stata una taglia 42. Quel pensiero le fece più male di quanto avrebbe dovuto. «Ecco Cal» disse Bink. «Cosa lo turba?» disse Min. «A parte il fatto che odia fare l’allenatore.» «Non è vero che lo odia» disse Cynthie. «Era anche lui del parere che Harry ne avrebbe giovato.» «Ah» disse Min. «Quindi è stata una tua idea?» «Sì» disse Cynthie, sorridendo. Min si voltò verso Bink. «è stata Cynthie a coinvolgere Harry nel baseball.» «Sì» disse Bink. «Cynthie ne ha parlato con la nonna di Harry, ed entrambe erano dell’idea che gli avrebbe fatto bene. La nonna di Harry sa essere molto decisa.» «Oh» disse Min, mentre sul campo un battitore spediva una palla incerta verso il fuoricampo sinistro. Un compagno di squadra di Harry provvide a fallire miseramente la presa. Cal non si accorse di nulla, gli occhi ancora fissi sulle gradinate. Proprio mentre Cal iniziava a voltarsi, l’esterno sinistro raccolse la palla e la lanciò con un gesto disperato di inusitata potenza per un bambino di otto anni. Colpì in pieno la nuca di Cal, facendolo vacillare e poi accasciare in ginocchio, e da lì stramazzare a terra. «No» esclamò Min, precipitandosi giù per le gradinate e oltrepassando la rete di protezione. «Cal?» gli disse, inginocchiandosi al suo fianco mentre provava a rialzarsi. «Cal?» Preoccupata dal suo sguardo stordito, Min lo esaminò, cercando di capire se le pupille fossero di diverse dimensioni. Non lo erano. In compenso i suoi occhi mantenevano la consueta carica di profonda passione, e Min si perse di nuovo in quello sguardo. Il respiro le venne meno, e dietro di lei sentì crescere una musica. Elvis Costello si sgolava cantando She, e la voce nella sua testa le urlava: Lui. In quel momento sentì Tony urlare: «Spegnete quell’affare.» Si voltò e riuscì a intravedere due ragazze con una radio vicino alla recinzione, mentre Cynthie la raggiungeva al fianco di Cal. «Scusate» disse una delle ragazze. «è morto?» chiese l’altra. «Andatevene» disse Min, e quelle ubbidirono, portandosi via la musica. «Cal, stai bene?» disse Cynthie. Min si accorse che la stava ancora guardando. «Cal?» gli disse. Il killer del fuoricampo li raggiunse di corsa. «Ha visto, signor Capa? Che bomba.» «Certo, ben fatto Bentley» gli disse Tony, tenendo gli occhi su Cal. «Tutto a posto, bello?» «Sapevo di potercela fare» disse Bentley. «Ho visto Wyman correre verso la terza base, e qualcosa mi ha detto che ce l’avrei fatta. Cavolo, che bomba che ho tirato.» «Cal, di’ qualcosa» lo implorò Cynthie, la voce rotta dal panico. «Che bomba che ho tirato, cavolo» disse Bentley. «Già» disse Tony. «Peccato che hai mancato la terza base di un chilometro, e hai steso il signor Morrisey.» Si chinò di fianco a Cal. «Di’ qualcosa ora, oppure ti faccio portare al pronto soccorso da Min.» «Hai sentito anche tu la musica?» chiese Cal, continuando a fissare Min. «Che bomba che ho tirato» disse Bentley. Tony consegnò a Min le chiavi della macchina. «Vai. Il pronto soccorso di Cherry Hill dista un chilometro su questa strada.» «So io dov’è» disse Cynthie, in piedi. «Ho la mia auto.» Min aiutò Cal ad alzarsi e si sforzò di farlo rimanere dritto, mentre Tony lo sosteneva dall’altro lato. «Lo porto io» disse Cynthie. «La mia auto è proprio...» «No» disse Cal, tirandosi su. «Se devo vomitare, meglio farlo nel vecchio rottame di Tony.» «Vai a tavoletta» si raccomandò Tony, aiutandoli a entrare nell’auto. Cal era sdraiato sul lettino del pronto soccorso, cercando di ricordare quanto accaduto. Stava guardando Min, la camicetta e i capelli scompigliati dal vento, e stava dicendo a sé stesso che era una rompiscatole e non voleva avere nulla a che fare con lei, quando la palla l’aveva colpito all’improvviso e... «Cal?» disse Min, chinandosi su di lui. La luce al neon alle sue spalle esaltava il profilo dei capelli e la faceva sembrare un angelo. «Ciao» sussurrò Cal. «Il dottore dice che ti rimetterai presto» lo rassicurò lei, con aria allegra. «Ti ho preso le medicine.» Gli mostrò un contenitore di plastica ambrata. «Per il dolore. In caso tu abbia mal di testa. Hai mal di testa?» Gli sembrava di avere la testa stretta in una morsa. «Sì.» Aprì il contenitore e gli fece cadere due pasticche sul palmo. «Tieni» gli disse. «Ti prendo dell’acqua.» Cal valutò l’ipotesi di confessare che ne aveva già presa una; dal momento che non aveva sortito alcun effetto, pensò che altre due pasticche fossero una buona idea. «Mi hai fatto spaventare» gli disse Min, porgendogli un bicchier d’acqua. «Hai preso una botta in testa. Si può morire. Non so quanti casi di morti simili si verifichino ogni anno. Non ho avuto il tempo di controllare.» Cal raddrizzò la testa per inghiottire le pasticche. «Bentley» disse con risentimento. «Credo sia molto dispiaciuto» disse Min. «O almeno lo sarà quando smetterà di pensare al lancio che ha fatto.» «Piccolo bastardo» disse Cal, senza astio. «C’era della musica? Potrei giurare di aver sentito...» «She di Elvis Costello.» Min annuì. «Ricordi bene. Due ragazze con la radio. è strano, non credevo che la trasmettessero ancora. Mia sorella la userà al suo matrimonio.» Cal ebbe l’impressione che Min stesse balbettando confusamente, ma non era da lei. Decise che la colpa era della sua testa malandata. «Ho telefonato a Bink, le ho detto che stai bene e che ti porterò a casa.» «A tua sorella piace Elvis Costello?» disse Cal. «No» disse Min. «A mia sorella piacciono le colonne sonore dei film di Julia Roberts.» «Ah» disse Cal, concentrandosi su di lei. «Ti sei tagliata i capelli.» «Diana mi ha portato dal suo parrucchiere» disse Min. «Nuova acconciatura per nuovi vestiti. Ho fatto come mi hai detto.» «Non ti ho detto di tagliarti i capelli.» I suoi occhi caddero sul tessuto semitrasparente della camicetta, e sull’altrettanto sottile canottiera al suo interno. Per poco Cal non cadde dal lettino. «Piano» disse Min, tentando faticosamente di sostenere il suo peso. Cal guardò la scollatura della camicetta e notò del pizzo rosa sotto la canottiera. «Rosa» disse. «Ottimo, vedo che ti senti meglio» disse Min, sollevata. «Forza, vieni. Ti porto a casa.» «Okay» disse Cal. «I capelli ti stanno molto bene.» Mezz’ora più tardi, Min parcheggiò nei pressi dell’appartamento di Cal, dopo averne seguito le indicazioni sempre più confusionarie. «Andiamo» gli disse, aprendogli la portiera. «Ce la faccio» disse Cal, barcollando un po’. «Tu riporta l’auto...» «Non ti faccio salire da solo.» Min gli prese il braccio e se lo passò intorno a una spalla. Era una bella sensazione, nonostante il peso. «Mia madre mi ha educato per bene.» «Almeno vai avanti tu, così non potrai guardarmi il fondoschiena.» «C’è un ascensore, Casanova» disse Min, chiudendo la porta d’ingresso con un calcio. «Forza.» «Aspetta un attimo» disse lui. Min si fermò per permettergli di trovare l’equilibrio, ma Cal gli poggiò di nuovo una mano sui capelli, tastandone le ciocche. «Morbidi.» «Già» disse Min, scortandolo in un appartamento bianco e un po’ dimesso, il tipo di luogo adatto a uno studente universitario. Passarono attraverso un salotto dall’arredamento moderno in stile danese, che probabilmente avrebbe fatto inorridire tutta la Danimarca. Arrivarono poi nella camera da letto, ancora più cupa e desolante. «Come ti senti?» gli disse, accompagnandolo verso un letto privo di testata. «Meglio» rispose lui, vacillando. «Gli antidolorifici hanno fatto effetto e non sono su un campo da baseball a fare l’allenatore.» «Così mi piaci» disse lei. «Trovi sempre il lato positivo.» Lo fece appoggiare sul letto, e lui rimbalzò sul materasso. «Sei molto più aggressiva di quanto credessi.» Stramazzò sul cuscino, ma i piedi erano ancora fuori dal letto. «E tu sei molto più pesante di quanto credessi» disse Min. Da sveglio, i suoi movimenti avevano una certa grazia. In quello stato semicosciente, somigliava a una lastra di ghiaccio alla deriva. Gli tolse un paio di Nike dai piedi, poi ebbe un sussulto. «Porti il 45.» «Sì» disse Cal, con aria assonnata. «Questo fa di me una bestia? Dimmi di sì. Oggi non mi hai ancora offeso.» «Elvis portava il 45» disse Min. Cal bofonchiò: «Buon per lui.» Gli sollevò i piedi e li spostò sul letto. Poi si accorse che era troppo vicino al bordo del letto; se si fosse girato nel sonno, avrebbe sbattuto la testa su quel comodino malmesso. Provò a spingerlo verso il centro del letto. «Che fai?» disse lui, mezzo addormentato. «Cerco di metterti al sicuro» disse Min, stringendo i denti. Fece leva con il ginocchio contro il letto e riprovò. «Potresti girarti, per favore?» Cal ruotò su sé stesso proprio mentre Min tentava di spingerlo nuovamente. Entrambi persero l’equilibrio. Min si aggrappò a lui per salvarsi, e Cal la trascinò giù. «Fra circa otto ore sarò sveglio» bofonchiò, circondato dai suoi capelli. «Rimani nei dintorni.» «Come preferisci» disse lei, schiacciata sul suo torace. «Cadi pure giù dal letto. Fatti venire una commozione cerebrale, non mi importa.» Cal non rispose, così Min gli diede un’altra spinta. Era come spingere un muro. Si fermò per riflettere. Il modo in cui era rimasto aggrappato al suo braccio era molto protettivo. Premuroso. Cominciò a russare. Istintivo. «Okay» disse, contorcendosi finché non riuscì a poggiare un piede sul pavimento e ad alzarsi. Lo collocò supino al centro del letto, e lui smise di russare. Rimase a guardarlo, spalmato su un misero copriletto, in una stanza poco curata e malamente illuminata. Sembrava un dio. «Non è giusto» gli disse. «Non potresti almeno sbavare un po’?» Ricominciò a russare. «Grazie.» Aprì l’anta del guardaroba e trovò una coperta ripiegata sulla mensola in alto, proprio sopra a una collezione di vestiti raffinati. «Che tipo strano che sei» gli disse, stendendo la coperta su di lui. «Questo posto non ha proprio nulla di te.» Il suo respiro si era fatto più profondo, e Min rimase a osservare la perfezione dell’ossatura del suo volto, le ciglia nere che gli adombravano le guance nel sonno, e pensò: Potrei innamorarmi di te. Poi si destò, tornando alla realtà. Qualunque donna in città avrebbe pensato le stesse cose, non era mica... Al diavolo, pensò. Tolse di mezzo le scarpe per non farlo inciampare, gli mise un bicchiere d’acqua sul comodino, gli lasciò i medicinali in bella vista e gli rimboccò la coperta per non fargli prendere freddo. Poi, non sapendo cos’altro fare, gli diede una leggera pacca sulla spalla e se ne andò. Lunedì, David rispose al telefono e fu accolto dalla voce di Cynthie: «Ho parlato con Cal. Crede che quella donna profumi di lavanda. Ha notato il suo nuovo taglio di capelli. Suo nipote la adora. Si sono scambiati uno sguardo di passione al parco.» «E non li hanno ancora sbattuti in galera?» «Non scherzare, David. Non è divertente. Rischiamo di perderli.» Percepì il suo respiro profondo dall’altro lato della cornetta. «La cosa migliore che puoi fare è invitarla a pranzo. Invoca gioia. L’hai chiamata?» «Sta evitando le mie telefonate» disse David, cercando di mascherare il fastidio. «E questo come ti fa sentire?» disse Cynthie. «Un po’ arrabbiato?» «Un po’» disse David. «Ma...» «Sei arrabbiato perché lei non ti lasciava mai pagare una cena. Stava rifiutando i tuoi approcci sessuali, come ora sta rifiutando le tue telefonate. Quindi...» «Tutto ciò è ridicolo» disse David, rendendo evidente il fastidio. «Il problema è che lei percepisce la tua rabbia. Dovrai fartela passare. Adesso.» «Non sono arrabbiato, dannazione.» David si lasciò andare a uno scatto d’ira. «Invitala a pranzo e insisti per pagare. Ti sentirai molto meglio, la rabbia svanirà, lei tornerà a vederti come un potenziale partner e tu potrai finalmente farti avanti.» «Che idiozie» disse David. «Non mi interessa» disse Cynthie. «Fallo. Altrimenti finirà con Cal.» Cal. Cal avrebbe vinto quella dannata scommessa. Del resto, lui vinceva sempre. Quel bastardo. «La chiamerò» disse David. «La inviterò a pranzo. Mi inventerò qualcosa.» «Non rovinare tutto, David» disse Cynthie. «Ne va della mia vita. E della mia carriera. Mi serve quella foto del matrimonio in copertina.» «Sai che...» cominciò a dire David, ma Cynthie aveva già chiuso la conversazione. «Fantastico» disse lui. Poi compose il numero di Min. Min era seduta alla sua scrivania, impegnata a comportarsi in modo sensato. Squillò il telefono. Cal, pensò. Se ne pentì immediatamente. Avevano un piano molto ragionevole per non farsi del male a vicenda; erano persone logiche e razionali, quindi non poteva essere di certo lui a chiamarla. Il telefono squillò ancora. Alzò la cornetta. «Minerva Dobbs.» Attese di sentire la voce di Cal che le diceva: Ciao, Minnie. Come sta il gatto? «Min» disse David. «Vediamoci per pranzo. Dobbiamo parlare.» «No che non dobbiamo» disse Min, cercando di non far trasparire il suo disappunto. «Ma dovrò comunque mangiare. Divideremo il conto.» «No, pago io» sbottò David. «Volevo dire, mi piacerebbe offrirti il pranzo.» «Va bene, come vuoi» disse Min, confusa. «Ci vediamo da Serafino’s a mezzogiorno?» disse David. «è il posto il cui chef annuncia la rivoluzione attraverso la sua cucina?» «è il più famoso della città» disse David. «Perfetto, allora» disse Min. Mise giù il telefono, attribuendo il tutto alla stranezza generale che si era impossessata della sua vita negli ultimi tempi. Quando arrivò al ristorante, David la stava già aspettando. Si alzò in piedi sorridendo per accoglierla, poi cominciò a fissarla. Min abbassò lo sguardo e si accorse che a catturare la sua attenzione era stato il top blu leggero sotto la giacca a scacchi grigia. «Sei strepitosa» le disse. «Mi sto evolvendo» rispose Min, sedendosi al tavolo intarsiato. «E sto anche morendo di fame. Cosa c’è di buono?» Si guardò intorno, in un tripudio di blu e argento. «A parte la decorazione d’interni.» «Ho già ordinato» disse David. «Non volevo farti aspettare.» «Sei stato molto gentile.» Min richiamò il cameriere e cambiò l’ordinazione. Insalata e pollo al Marsala. Almeno avrebbe colto l’occasione per valutare i concorrenti di Emilio. «Credo di aver commesso un errore» disse David quando il cameriere gli servì la zuppa fredda di castagne e crescione d’acqua. «Credo anch’io» disse Min, guardando quel piatto di brodaglia guarnita alla perfezione. «Quella zuppa non ti piacerà. C’è un chiosco di hot dog, qui fuori. Perché non...» «Non parlo dell’ordinazione.» David fece un respiro profondo e sorrise. «Min, voglio che torni con me.» Min interruppe la sua opera di estrazione delle decorazioni vegetali troppo artistiche presenti nella sua insalata. «Come, scusa?» «Sono stato avventato» disse David, continuando a parlare mentre Min pensava: La scommessa. Quella stupida scommessa. Hai paura di perdere la scommessa. Si abbandonò sullo schienale e considerò la situazione, mentre David non accennava a concludere. In qualche modo, David si era fatto l’idea che lei sarebbe andata a letto con Cal. Chi poteva averglielo detto? Il pensiero che Cal si fosse vantato con lui le attraversò la mente, disgustandola. Poi il buonsenso prese il sopravvento. Cal non era tipo da vantarsi. E non era neanche stupido. Solo una persona molto stupida avvertirebbe il suo avversario dell’imminente sconfitta. Ma soprattutto, Cal non si sarebbe comportato in quel modo. «Mi stai ascoltando?» disse David. «No» disse Min. «Quale sarebbe il motivo?» «Ti stavo appunto spiegando...» «No» disse Min. «Stavi parlando di te. Sei stato avventato, insensibile, stupido...» «Non ho detto di essere stato stupido» precisò David, piccato. «E io dove sono, in tutto questo?» disse Min. «Nella mia vita, spero» disse David. Il suo tono era talmente sincero che Min ne fu scossa. «Quando ti ho chiesto di uscire con me la prima volta, l’ho fatto perché pensavo che saresti potuta essere una buona moglie, e lo penso ancora. Quello che non sapevo è...» Fece una pausa e le prese la mano. Min lo lasciò fare, curiosa di sentire cosa sarebbe venuto dopo. «...Quanto sei dolce.» «Non lo sono» disse Min, cercando di riprendersi la mano. «E quanto tu sia...» Guardò la sua maglia. «Sexy. Sei cambiata.» Min tirò via la mano. «David, questo è il rimorso del compratore. Anzi, il suo opposto. Se tornassi con te, mi molleresti di nuovo. Dovresti metterti con una di quelle donne scheletriche che ti piacciono tanto.» David provò a ribattere, ma il cameriere lo interruppe, servendo il suo vitello-qualcosa e il pollo al Marsala. Min tagliò la carne e la assaggiò. «Bacon. E pomodoro. Quale idiota metterebbe bacon e pomodoro nel pollo al Marsala?» «Min...» «Si vedono persino i pezzetti di bacon nella salsa. Emilio ci sputerebbe sopra.» «Non mi prendi sul serio» disse David. «Lo so» disse Min, poggiando la forchetta. «Ma santo cielo, come gli è venuto in mente?» «Ciò che sto cercando di dirti,» continuò David «è che dovremmo fare un altro tentativo.» «No, non è questo che stai cercando di dirmi» rispose Min. «In realtà sei in preda al panico perché sto uscendo con qualcun altro. Assaggia la zuppa.» «Non...» «La zuppa» disse Min. David assaggiò la zuppa e fece una smorfia. «Ma che diavolo...» «Te l’avevo detto.» Min spinse via il piatto. «Mai frequentare posti in cui lo chef parla con il cibo. Si finisce col pagare per il suo ego. Un po’ come in certi appuntamenti.» Prese la borsetta. «Mi spiace, David, ma non c’è futuro per noi. Non porteremo a termine neanche questo pranzo, ma apprezzo il fatto che tu me l’abbia offerto. Grazie.» «Dove vai?» disse David offeso, mentre Min si alzava. «A prendere un hot dog» disse Min. «Credo che il chiosco qui davanti abbia i wu?rstel tedeschi.» Emilio chiamò Cal alle sei di martedì pomeriggio. «Min ha ordinato una consegna» disse. «Gliela porti tu?» «Sì» disse Cal senza pensarci. Poi si ricordò che non dovevano più vedersi. «No.» Questo non gli impediva però di essere amici. «Sì.» Conclusione troppo razionale. «No.» «Capisco» disse Emilio. «Quindi è un no?» D’altra parte, doveva pur mangiare. E doveva ringraziarla per essersi presa cura di lui il sabato precedente. In più, aveva voglia di vederla. «No» disse. «Anzi, sì. Gliela porto io.» 8 Ancora una volta, Min aprì la porta indossando quella tuta orribile, senza trucco e con i capelli sparati in ogni possibile direzione. Era bellissima. «Ciao» disse con aria sorpresa. Poi sorrise. «Emilio ti ha incastrato, eh?» «Ha detto che stavi morendo di fame» esordì Cal, senza riuscire a smettere di sorridere. «Mi hai portato al pronto soccorso. Mi hai lasciato un bicchiere d’acqua sul comodino. Sono in debito.» «Scusa pietosa» disse Min, facendo un passo indietro per lasciarlo entrare. Cal notò con piacere che quel bruttissimo gatto era ancora lì, appollaiato sul divano a fissarlo con un occhio solo. «è incredibile che il gatto sia ancora qui» disse Cal, scartando il pacchetto sul tavolo. «Hai già scelto un nome?» «L’unica cosa incredibile è che me l’abbia portato tu» disse Min, scomparendo nella nicchia-cucina. «Niente nome. Dobbiamo ancora capire se vogliamo una storia seria. Però torna a casa ogni sera, e dorme con me.» «Furbacchione d’un gatto» disse Cal. «Stavo pensando di tenerlo sempre dentro casa. I gatti vivono più a lungo se rimangono all’interno. Però è un maschio, quindi non credo che sarebbe contento di sentirsi legato.» «Dipende a cosa lo leghi» disse Cal, e il pensiero volò a quel letto di ottone. Min portò i piatti in tavola. «Sai, se mi avessi regalato una palla di vetro con la neve l’avrei capito, ma un gatto?» «Hai detto che non volevi una palla con la neve.» «è vero» disse Min. «Vorrei solo riavere quella di mia nonna con Minnie e Topolino. Portami la palla con la neve di mia nonna e ti amerò in eterno. Se invece mi porti un altro gatto, sarò costretta a porre fine a questi nostri appuntamenti per il pollo al Marsala.» «A proposito,» disse Cal «cos’è successo stavolta?» Min si recò in cucina lamentandosi, e Cal la seguì. Si sentiva già a casa. «Non ha un brutto aspetto» disse di fronte alla sua ultima creazione. «Ma non è l’aspetto che dovrebbe avere il pollo al Marsala.» «Ho provato a evitare l’olio e il burro» disse Min, anticipando le proteste di Cal con un gesto delle mani. «Lo so, lo so, ho imparato la lezione. Ho usato del brodo di carne al loro posto. Ha un buon odore, ma l’aspetto non va bene.» «Forse perché l’olio d’oliva e il brodo di carne non sono la stessa cosa» disse Cal. «Niente paura. Ti basterà fare un roux per addensare il brodo, e potrai usarlo come condimento per le fettuccine.» «Un roux» ripeté Min. «Burro fuso e farina» disse Cal. «Ma non credo proprio che tu abbia del burro.» «Bonnie potrebbe averlo» disse Min. «Non ho neanche le fettuccine e la farina, se è per questo. Chiederò a lei.» «Hai almeno una pentola più grande e uno scolapasta?» disse Cal, ispezionando quel luogo angusto. Deve trovarsi un’altra casa. «In cantina» disse Min. «Ah, comodo. Il coperchio dov’è?» «Coperchio?» disse Min. «Qualcosa che impedisca al gatto di banchettare nella padella mentre scendiamo in cantina.» «Stiamo scendendo in cantina?» «Vuoi imparare a cucinare oppure no, Minnie?» disse Cal, con un tono più affettuoso di quanto volesse lasciar intendere. Min socchiuse gli occhi. «Sì. Sì, certo.» «Allora ti servono gli strumenti adatti» disse Cal. Una volta in cantina, Cal scelse casualmente una delle numerose scatole a disposizione, rigorosamente prive di scritte, e l’aprì con un coltellino tascabile. Min scartò il primo pacchetto all’interno della scatola e trovò lo scolapasta verde di sua nonna. «è la scatola giusta» disse, rimettendo a posto lo scolapasta. «Al primo colpo. Sei davvero bravo.» «Avevi dubbi?» Cal sorrise e sollevò la scatola. «Coraggio, Minnie. Andiamo. E non dimenticarti di chiedere a Bonnie burro, farina e pasta.» Il compito di insegnare a Min come fare un roux non presentava serie difficoltà. Ma la cucina era stretta, e loro erano molto vicini. I suoi capelli sapevano di lavanda, e non c’era un solo punto del suo corpo che non fosse pieno di curve. In più, quel letto di ottone era a una sola camera di distanza. Dopo averle illustrato i rudimenti del roux, Cal decise di tornare in salotto per dedicarsi allo scatolone. Con sua sorpresa, scoprì che il gatto ci si era intrufolato dentro. «Fuori» gli disse. Per tutta risposta, l’animale chiuse un occhio e aprì l’altro, rimanendo impassibile al suo posto tra gli oggetti impacchettati. Cal lo sollevò e lo depositò sul pavimento, ma questi cominciò a fargli le fusa strusciandosi sulla sua gamba. «è un gatto molto affettuoso» disse a Min. «Lo so, lo adoro» disse Min. «Viene ad accucciarsi vicino a me tutte le sere, e miagola quando sente Elvis. Inoltre è molto intelligente. Ha trovato il modo di azionare lo stereo da solo, per ascoltare Elvis quando non ci sono.» Cal prese il primo pacchetto, lo scartò e ne estrasse una terrina quadrata di vetro molto spesso, che sembrava avere una funzione ben precisa. «Questo cos’è?» Min si voltò per guardarlo. «Serve per sbattere le uova. Dovrebbe esserci un coperchio in metallo con delle fruste.» Cal rovistò nella scatola finché non lo trovò. Il coperchio aderiva al contenitore e includeva un’apertura per le fruste. «Ingegnoso» disse, passando all’imballaggio successivo: una pesantissima pila di scodelle di una spessa ceramica bianca con una striscia blu. «Accidenti,» disse Min «me le ricordo. Mia nonna le usava per fare i biscotti. All’epoca mangiavo ancora i biscotti.» «I bei vecchi tempi.» Cal prese un altro imballaggio. Era tondo e massiccio. Iniziò a farsi un’idea di cosa fosse mentre lo scartava. La rimozione dell’ultimo strato di carta portò alla luce una palla di vetro con la neve. Minnie, nel suo vestito rosa, distesa tra le braccia di Topolino. Cal non ne fu sorpreso, ma ne fu certamente turbato. «Per quanto devo farlo cuocere?» disse Min. «Quanto ci vuole prima che la farina si amalgami? Cal?» Si girò a guardarlo. «Che succede?» Le mostrò la palla di vetro con la neve, e Min rimase immobile davanti al suo pollo. L’oggetto era molto pesante, più di quanto Cal si aspettasse. Lo ruotò per esaminare la base, notando la chiave che sporgeva. «Carillon?» chiese a Min, che rispose annuendo. «Cosa suona?» «It had to be you» rispose lei, flebilmente. «Certo.» Cal scrutò Minnie e Topolino, intrappolati per sempre nella sfera di vetro. Portami la palla con la neve di mia nonna e ti amerò in eterno. «Sono quindici anni che la cerco» disse Min, con voce atona. «Tu l’hai trovata al primo colpo. Ma come fai?» «Non ho fatto nulla.» Cal la poggiò sul bancone. «Non avrai mica fatto un patto col diavolo?» disse Min, fissandola. «Come?» «Un accordo che ti consente di fare sempre tutto in modo perfetto, in modo che nessuna donna sappia resisterti. Però hai dimenticato di specificare che dovrebbe valere solo per le donne che vuoi tu, e ora siamo bloccati in questo circolo vizioso.» Cal fece un respiro profondo. «Anche tralasciando il fatto che tu credi che il diavolo esista e sia in grado di fare patti con chicchessia, mi offende che tu mi creda il tipo da frequentarlo.» «Maledizione, Cal. Siete praticamente parenti stretti» disse Min. «Sei alto, moro, bello, affascinante, porti vestiti eleganti, sei sempre a tuo agio, ti presenti alla porta con la risposta a ogni mio bisogno. Ho perso quella palla con la neve quindici anni fa. Ho la sensazione che se continuo a dirti di sì, finirò all’inferno.» Cal annuì. Ma perché sono venuto? «Okay. Mi è passato l’appetito. Meglio che vada.» «Sì, forse è meglio» disse Min, fissando la palla di vetro. Cal prese la giacca e aprì la porta. Poi esitò. «Buona...» cominciò a dire, ma si interruppe. «Fortuna per tutto?» disse Min, continuando a fissare la palla. Cal scosse la testa. «Non suona altrettanto bene» disse, e se ne andò scendendo le scale. Rimasta sola, Min strinse a sé la palla di vetro e caricò il carillon, che timidamente produsse le prime note diIt had to be you. La guardò intensamente, cercando di riprendere fiato. Il vetro era pesante e perfetto, alloggiato su una base nera Art Déco. All’interno, un turbinio di lustrini e stelle argentate faceva da sfondo all’espressione radiosa di Minnie, felice di essere tra le braccia di Topolino. Forse per questo mi piaceva tanto, pensò Min. Perché lei è felice e lui pensa che lei sia bellissima. E poi c’era quel vestito rosa svolazzante, con scarpe abbinate. Okay, le scarpe non erano granché. Agitò la sfera. I lustrini e le stelle si alzarono in volo, mentre la canzone terminava. Non ho fatto nulla, aveva detto. Invece aveva fatto molto. Fino a quel momento Min aveva vissuto la sua vita senza problemi, e poi un giorno lui era comparso in quel locale e aveva messo tutto sottosopra. All’improvviso c’erano stelle e lustrini dappertutto. E ogni volta che le cose si calmavano, tornando alla normalità, lui si faceva vivo e agitava di nuovo il suo mondo... Sentì qualcosa di peloso sfiorarle la gamba, ed ebbe un sussulto. Il gatto miagolò e Min lo prese in braccio, analizzando la situazione con spirito critico. Certo, la responsabilità non era unicamente di Cal. La vita è sempre piena di coincidenze. Bastava non andare oltre... «Terremo le distanze» disse al gatto. «Non andremo più all’Azzardo, a meno di non essere sicuri che lui non ci sia. Passerà tutto, la vita tornerà alla normalità. Niente più lustrini.» Il gatto cambiò occhio. Min realizzò che parlare a un animale usando il ‘noi’ non aveva nulla di normale. «Pollo?» gli chiese, mettendo da parte lo spirito critico e decidendo di cenare. Quel mercoledì sera, Liza era al bancone, indaffarata a richiamare l’attenzione di Shanna. Cynthie si sedette accanto a lei e gli sorrise. «Ciao. Dov’è la tua amica?» «è rimasta a casa in compagnia del suo gatto» disse Liza. «Credo che voglia evitare Cal.» «Ottima idea» disse Cynthie. «Il modo migliore per resistergli è stargli lontano.» Si guardò intorno. «è qui in giro?» «No» rispose Liza. «Tony mi ha detto che è rimasto in ufficio. Perché?» «In assenza di lei, Cal si dedicherà a te.» «A me?» disse Liza, inorridita. «Min si prende una serata di riposo e lui dovrebbe provarci con me?» «No» disse Cynthie. «Ma l’approvazione di parenti e amici è importante per la relazione. Mi stupisce che ancora non abbia cercato di conquistarti.» «Non è stupido» disse Liza. «E di certo non siamo amici.» «Ad ogni modo, la tua amica sta facendo la cosa giusta, evitandolo» disse Cynthie. «Forse riuscirà a non farsi stregare.» «Ha stregato te, però» disse Liza. Cynthie alzò la testa. «Be’...» Liza rimase in attesa. «Sì» disse Cynthie. «Mi ha stregato.» «Che bastardo» disse Liza. «No» disse Cynthie. «è solo che...» «Cerca l’approvazione delle donne per colpa della cara mammina» disse Liza. «Lo conosci così bene che potresti scrivere un libro su di lui.» Cynthie sorseggiò il suo drink in silenzio. «Ah» disse Liza. «Lo stai scrivendo sul serio.» «Sì» disse Cynthie. «Ma non su... Insomma, non completamente su...» «Accidenti» disse Liza. «Quando ti ha lasciato hai perso un uomo e un soggetto di ricerca nello stesso istante. Non riesco a capire. Sei un’esperta di relazioni e ti sei lasciata fregare così?» Cynthie si morse il labbro. «Il pensiero razionale non aiuta quando c’è un coinvolgimento emotivo.» La sofferenza sul suo volto era senza dubbio autentica. Liza le poggiò una mano sul braccio. «Mi spiace.» «In fondo,» disse Cynthie a testa alta «non è grave. C’è gente che sta molto peggio di me.» «Non è una gran consolazione» disse Liza. «No» disse Cynthie. «Ma è utile per l’autocommiserazione.» Spinse via il bicchiere. «Se ti ho fatto un quadro troppo negativo di Cal...» «No, tranquilla» disse Liza. «Anzi, direi che tutto sommato ne hai una visione positiva.» «No» disse Cynthie. «è un buon...» «Non mi interessa. Voglio solo che stia lontano da Min.» «Anche io» disse Cynthie. Finì il suo drink e se ne andò. Shanna si avvicinò al bancone e chiese a Liza: «Un altro?» Liza sorrise. «Parlami di Cal Morrisey.» «Perché?» chiese Shanna, sospettosa. «Perché ha baciato la mia migliore amica, e ho sentito dire in giro che ha un problema con gli impegni a lungo termine.» Shanna scrollò le spalle. «Ce l’ha lui come ce l’ha metà della popolazione maschile.» «Metà della popolazione maschile non sta baciando Min, però» disse Liza. «Non ha intenzioni serie, vero?» Shanna si morse il labbro. «è la persona migliore che conosco. Se mi trovassi nei guai, è lui che chiamerei. E lui accorrerebbe subito, ne sono certa.» «Non hai risposto alla mia domanda» disse Liza. Shanna rimase in silenzio per un attimo, poi disse: «Di’ alla tua amica di non farci l’abitudine. Non è una presenza fissa.» «Grazie» disse Liza. «Ma è una persona d’oro» aggiunse Shanna. «Così mi dicono tutti» ribatté Liza, alzandosi. «Solo che faccio fatica a crederci.» Alle sette, Cal decise che un solo altro minuto speso su quei materiali per il corso lo avrebbe costretto a sbattere la testa sulla scrivania, e aveva già avuto abbastanza traumi cranici in quel mese. D’altra parte, ritrovarsi all’Azzardo di fronte a Min voleva dire essere associato al diavolo. Oppure, se fosse stata di buonumore, sentirsi dare della bestia. Si alzò, si stiracchiò e si diresse verso casa. All’altezza del cinema Gryphon rallentò. Era l’ultima settimana di una retrospettiva su John Carpenter, e c’era una breve fila in attesa della proiezione di Grosso guaio a Chinatown. Kurt Russell che prende a pugni i cattivi, pensò. Non lo vedo da quando ero bambino. Quando la cassa si liberò, si avvicinò e comprò un biglietto. Sempre meglio che passare la serata in solitudine, cercando di non pensare a... nessuno. All’entrata in sala fu accolto dalla pubblicità per una rassegna su Elvis Presley, e il pensiero corse a Min. Levatela dalla testa, si disse. Si cercò un posto isolato tra le prime file. Appena il film iniziò, con Kurt Russell che farneticava sul camion, una famiglia di cinque persone gli chiese di spostarsi di qualche poltrona. Il suo nuovo vicino di posto sembrava tranquillo, e Cal sprofondò sulla poltrona perdendosi nel film. Per la prima volta dalla conclusione della serata precedente, era sereno. Quando si accesero le luci, Cal e la sua vicina si alzarono nello stesso istante. Altezza media, capelli ricci corti con colpi di sole, voltata a raccogliere una giacca a scacchi grigia... Si guardarono per un lungo, assurdo momento, poi la donna uscì. Cal le andò dietro. Fuori dal cinema, si voltò a guardarlo. «Che coincidenza, eh?» disse Cal. «Una probabilità incalcolabile» disse Min, cominciando a camminare. Cal la seguì, assumendo lo stesso ritmo. Una donna non dovrebbe passeggiare da sola in città a quell’ora. Una coincidenza, si disse Cal. Capita spesso. Non ha importanza. Non vuol dire nulla. Arrivati al suo appartamento, Min si diresse verso le scale senza discussioni su chi dovesse salire per primo, e Cal era troppo sconvolto per pensare al suo fondoschiena. Quando furono davanti alla porta, Min si voltò. «Grazie per avermi accompagnato.» «Prego» rispose Cal. Si guardarono negli occhi per un lungo momento, e Cal rimase senza fiato, perdendosi nei suoi occhi. No, Cristo, pensò. Non tu. Min scosse la testa, entrò in casa e chiuse la porta. Cal percorse i cinquantotto scalini e uscì in strada. Non era sicuro di provare sollievo. Si fermò a osservare il lucernario che dava sulla sua stanza da letto. Il gatto era lì seduto, incorniciato dalla luce che proveniva dalla lampada. Lo fissava, probabilmente con un occhio chiuso nell’oscurità. Cal immaginò Min seduta sulla trapunta di raso, distesa sui cuscini ricamati al profumo di lavanda, i suoi riccioli dalle punte dorate sparsi sul raso blu. Inserì sé stesso in quell’immagine, lì al suo fianco, stringendola a sé. Pensò alle sue braccia che lo cingevano, al calore delle sue curve, tenere e accoglienti. Sentì il contatto con quella bocca sensuale, il volume del seno nelle mani, il movimento dei fianchi. Sognò di immergersi in quella morbidezza, di tremare di liquida passione, di ascoltare i suoi gemiti e i suoi sospiri a ogni movimento. Capì che la desiderava più di quanto avesse mai immaginato di desiderare qualcuno. La luce nella stanza da letto si spense, rompendo l’incantesimo. Cal chiuse gli occhi di fronte al buio improvviso e al gelido impatto della realtà. Si voltò verso la strada principale, verso le luci e i rumori; verso la salvezza. Quel giovedì, quando Liza suonò alla porta di Min per la cena del Se, Bonnie le aprì con distinta cautela. Liza alzò le sopracciglia per chiedere: Che c’è?, ma Bonnie rispose scuotendo la testa e facendosi da parte per lasciarla entrare. «Ciao» disse Min, a voce troppo bassa. Liza pensò: Quel bastardo di Cal. «Cos’ha fatto?» «Niente» disse Min. «Siediti. Ho preparato una maxi insalata Cobb e muoio di fame. Mangiamo.» Liza gettò un’occhiata verso il divano e si trovò di fronte un gatto che la fissava con un occhio solo. «Hai tenuto il gatto.» «Lo adoro» disse Min. «Mi fa sempre compagnia, mi accarezza con la zampa quando sono depressa, mi tiene caldo la notte e ha una voce stupenda. Ho deciso che è la reincarnazione di Elvis.» «La lunga attesa è finita» disse Liza. Le ha regalato qualcosa che non sapeva nemmeno di volere. Che bastardo. Dopo dieci minuti di pane, insalata e conversazione forzata riguardo al gatto, Liza decise che ne aveva abbastanza. «Ho parlato con Cynthie, ieri sera. Secondo lei, Cal avrebbe...» «A me piace» disse Bonnie. Liza si appoggiò allo schienale. «Come?» «A me piace» disse Bonnie. «Non per questo dovresti incoraggiare...» «Non importa» disse Min, richiamando l’attenzione delle sue amiche. «Ho cercato di stargli alla larga, ma non ha funzionato. Ricordate la palla con la neve che avevo perso? Lui l’ha ritrovata. Martedì è venuto qui, è andato dritto in cantina, ha guardato gli scatoloni e ha scelto quello che conteneva la palla con la neve.» «Fortuna sfacciata» disse Liza. «Ieri sera sono andata al cinema» disse Min. «Quando si sono riaccese le luci, indovinate chi ho trovato al mio fianco?» «Ecco, questo è inquietante» disse Liza, rabbrividendo. «Ti sta seguendo di nascosto.» «No» disse Min. «Stavo leggendo il giornale, e mi è caduta la pagina degli spettacoli. Ho visto che davano Grosso guaio a Chinatown al cinema d’essai e ho pensato: Ottimo, Kurt Russell che prende a pugni i cattivi. Ho deciso d’impulso, senza dirlo a nessuno. Neanche al gatto. Eppure Cal era lì. Sembra che abbia dei poteri magici.» «Sembra il diavolo» disse Liza. «Sembra il principe azzurro» disse Bonnie. Liza e Min la fissarono. «Come nelle fiabe» disse Bonnie. «Ci sono delle prove che deve superare per te. La palla con la neve era una di queste.» «Bonnie, tesoro» disse Min, risvegliata dal suo torpore. «Pensiamo ai Se, piuttosto. Se fossi una persona normale, non sarei così spaventata da questa storia. Quindi mi comporterò da persona normale e non mi farò spaventare. Liza? Qual è il tuo Se?» «Se scopro che Cal Morrisey ti pedina, lo faccio a pezzi» disse Liza. «Bonnie?» «Se voi due continuate così, dovrò trovarmi delle altre amiche» sentenziò Bonnie con un’occhiataccia. «Cal deve conquistarti. Come nelle fiabe. L’hai detto tu stessa che il suo bacio ti ha svegliato.» «Ho detto che il suo bacio mi ha eccitato» precisò Min. «Non è la stessa cosa.» Si avvicinò all’amica. «Anche a me piace usare le fiabe come una metafora, Bonnie. Questa però è la vita vera. Niente principi, niente matrigne cattive, niente mele avvelenate.» «E niente lieto fine, se la metti così» disse Bonnie. «Il vero amore sta facendo di tutto per richiamare la tua attenzione, e tu fai finta di nulla perché ti rifiuti di avere fede. Hai la fiaba davanti agli occhi e...» «Calma, ora» disse Liza cercando di evitare il peggio. «E tu sei anche peggio» disse Bonnie, voltandosi verso Liza. «Min non crede che l’amore possa esistere per lei, ma tu credi che non esista per nessuno. Sei una nichilista dell’amore.» «Nichilista dell’amore.» Liza valutò bene la formula. «Devo dire che mi piace.» «A me no» disse Min. «Io credo nell’amore. Forse. Però non credo nelle fiabe.» «Io ho sempre saputo che il mio principe sarebbe arrivato, prima o poi» disse Bonnie. «Quante volte mi hai detto che il mondo del lavoro è pieno di occasioni, ma non tutti sono pronti a sfruttarle? Be’, lo stesso vale per l’amore. Ho passato tutta la vita a progettare il mio matrimonio, perché sono abbastanza intelligente da capire che è la decisione più importante che mi capiterà di prendere. Ora ho incontrato Roger, e sono pronta. Voi due invece non sarete pronte per la vostra occasione, quando vi capiterà. Non volete crederci perché, se non dovesse essere vero, rimarreste deluse.» Liza alzò gli occhi al cielo. «Su, per favore...» «Tuvuoi rimanere delusa. Saresti delusa di non rimanere delusa. La tua intera visione del mondo si basa sul rimanere delusa dagli uomini.» Bonnie brandì il piatto. «è un atteggiamento vigliacco. Specialmente il tuo» disse rivolta a Min. «Cal è lì che ti aspetta, talmente innamorato da essere andato in confusione; il destino ti sta mandando segnali così evidenti che riesco a vederli perfino io. Invece ti nascondi, usando quella scommessa come uno scudo. Non gli hai neanche chiesto spiegazioni, vero?» «E cosa potrebbe dire?» si giustificò Min. «Sì, ho scommesso, ma sono anche il tuo principe azzurro e ti amo alla follia, vieni a letto?» «Di solito non sei così ottusa,» disse Bonnie «quindi devi essere spaventata a morte. E se fosse tutto vero? Se questo fosse il tuo vissero sempre felici e contenti? Se davvero ti amasse e fosse per sempre? Cosa faresti?» Scosse la testa. «Non lo sai. Non eri preparata. Hai programmato ogni attimo della tua vita, ma non sei preparata per questo. Sei senza speranza.» Portò il piatto in cucina e sistemò la sedia sotto il tavolo. «Ci vediamo domani all’Azzardo. Voglio vedere Roger e ricordare a me stessa perché continuo ad avere fede.» «Bonnie, aspetta» disse Min, alzandosi. Ma Bonnie era già all’ingresso. Quando se ne andò sbattendo la porta, Min tornò a sedersi di fronte a Liza. «Be’, almeno noi siamo normali» disse Min. «Già» disse Liza. «La cosa ti ha portato dei vantaggi?» «Non direi» disse Min. «Abbiamo qualcosa di dolce?» «Barrette gelato» disse Liza. «Dammene una» disse Min. «Ci sarà tempo domani per comportarsi bene.» Venerdì sera, Cal era determinato a non uscire di casa. La sua teoria prevedeva che barricandosi dentro l’appartamento non si sarebbe trovato ad affrontare situazioni strane. In quel momento, le note di She esplosero dalla porta accanto. «Santo cielo» si lamentò, rendendosi conto che era ciò che diceva sempre Min. «No» si rimproverò. Uscì dalla porta per distrarsi con Shanna. «Ti hanno scaricato di nuovo?» disse quando la porta si aprì. «No» disse lei, seria ma senza lacrime sulle guance. «Sto cercando di progettare la mia vita. Entra.» «Progettare la tua vita?» disse Cal, seguendola nell’appartamento. «Sto cercando degli indizi nella canzone» disse Shanna, prendendo la bottiglia di whisky. «Se ti affidi a una canzone per progettare la tua vita, hai bisogno di uno scotch anche più di me» disse Cal. «Non è quello.» Shanna si versò un drink. «Ho sempre creduto alla teoria che un giorno mi sarei trovata davanti la donna giusta e l’avrei riconosciuta.» «Una teoria che hai ampiamente screditato» disse Cal, accettando il bicchiere che gli veniva offerto. «Elvis Costello ha già fatto una lista di tutto ciò che la donna perfetta dovrebbe avere, quindi ho pensato di cominciare da lì. Per capire con quale tipo di persona voglio passare il resto della mia vita. Così, se incontrassi qualcuna che non risponde ai criteri...» «Mi sembra un metodo molto rigoroso.» Cal si sedette sul divano pensando: Il metodo che userebbe Min. «Però,» proseguì Shanna «Elvis non sta dicendo che la sua donna è perfetta. Forse servono solo poche caratteristiche, ben mirate. Per esempio, dovrebbe essere tenera.» «Giusto» disse Cal, ricordando Min con Harry. «E intelligente» disse Shanna. «Qualcuno a cui non dover spiegare le cose.» «Forse» disse Cal, pensando a quando aveva spiegato a Min come cucinare il pollo al Marsala. «Non è un delitto non sapere tutto. Parlerei piuttosto di una persona aperta a nuove idee, disposta a imparare. E disposta a insegnare.» «Vedi? è molto utile» disse Shanna, sedendosi sul baule che usava come tavolino. «Anche il senso dell’umorismo è importante.» «Certo» disse Cal. «Se non si sa ridere di ciò che va storto, che senso ha la vita?» Pensò a Min che diceva: Meno male che non è un vero appuntamento, dopo aver confuso i due Elvis, e... «E visto che sono superficiale, ci aggiungo fisicamente attraente» disse Shanna. «Anche io» disse Cal, cercando di non pensare a Min in tutta la sua sensualità. «E con delle belle scarpe.» «Come?» disse Shanna. «Niente. Continua.» «Ho finito» disse Shanna. «Non vorrei fare una lista troppo lunga. Tenera, intelligente, spiritosa, attraente. Che te ne pare?» «Fantastica, se riesci a trovarla» disse Cal. «Tu non l’hai trovata?» disse Shanna. «Min? Sembrava...» «Non stiamo uscendo insieme» disse Cal. «La conosco a malapena.» «Ah» disse Shanna. «E quale sarebbe il motivo? è carina, tenera, intelligente, ti fa sorridere, e quando la baci non capisci più nulla. Cosa le manca?» «Be’...» Cal si interruppe subito. «Mi tratta sempre male.» «Coniglio» lo apostrofò Shanna. «Hai sempre mollato le tue donne perché non andavano bene. Lei è perfetta, perciò stai scappando.» «Detto da qualcuno che ha appena compilato una lista della spesa per l’amore...» Cal si alzò in piedi e le restituì il bicchiere. «Vado. In bocca al lupo con la lista.» Shanna lo accompagnò alla porta facendo il verso della gallina, e Cal si rifugiò nel suo appartamento cercando di ignorarla. Al sicuro delle mura domestiche, si rese conto di non aver cenato, e di non volere uscire per non dover incontrare Min. «Nessun problema» disse, dirigendosi sicuro in cucina. Aveva pane, burro d’arachidi e poco altro. Inserì la spina d’alimentazione del tostapane e vi mise due fette dal sacchetto. Poi si appoggiò contro il frigorifero, in attesa. Quella cucina non gli piaceva, pensò mentre si guardava intorno. E la parte del salotto che era visibile attraverso l’arcata non era di certo migliore. Forse, se avesse dato una sistemata, avrebbe passato più tempo a casa. Del resto era troppo vecchio per andare in giro per locali, ormai. Sentì squillare il telefono; fu felice della distrazione. «Calvin?» disse sua madre. Ma era comunque meglio del silenzio. «Mamma» disse. «Come stai?» Il pane saltò fuori, e Cal incastrò il telefono fra collo e spalla per aprire il vasetto di burro di arachidi. «Ti chiamo a proposito della cena di domenica» disse la madre. «Ci sarò, mamma» disse Cal, pensando: Ci sono ogni terza domenica del mese, mamma. La routine lo stava uccidendo. «Vorrei che passassi a prendere la nostra ospite.» «Ospite?» disse Cal, impugnando un coltello per spalmare il burro di arachidi. «Minerva Dobbs» disse la madre. «Cosa?» disse Cal, lasciando cadere il coltello. «L’ho chiamata perché Harrison parla spesso di lei. Ho pensato che sarebbe stato carino invitarla.» Cal sospirò. «Cosa ti ha detto quando l’hai chiamata?» «Sembrava sorpresa» disse sua madre. «Ma poi le ho detto che a Harrison avrebbe fatto molto piacere vederla e...» «E ha detto di sì» concluse Cal, estraendo il pane tostato. «Non posso andare a prenderla, abbiamo deciso di non...» Le sue dita toccarono la parete interna del tostapane, ustionandosi. Lasciò cadere il telefono. «Dannazione» disse, mettendosi le dita in bocca. «Calvin?» lo chiamò sua madre dal telefono. Cal raccolse il ricevitore. «Mi sono ustionato con il tostapane. Scusa.» Mise le dita sotto un getto d’acqua fredda. «Come dicevo, non ho intenzione di rivedere Minerva Dobbs.» Fece un passo indietro dal lavandino, scivolando su un oggetto duro e sbattendo il piede contro il mobile. «Ahi.» «Calvin?» «Sono scivolato su un coltello.» Si chinò per raccoglierlo, sbattendo la testa contro il bancone mentre si rialzava. «Al diavolo.» «Ti sei tagliato?» «No. Ti...» Lasciò cadere il coltello nel lavandino. «Ti chiamo domani, mamma.» «Calvin?» disse sua madre, ma Cal chiuse la conversazione e si fermò a ragionare. Si stava autosabotando, non c’era altra spiegazione. Era distratto, stanco, affamato, maldestro. Riprese il telefono e compose il numero del cellulare di Tony. «Pronto?» urlò Tony, nel fragore del locale. «Min è lì con te?» disse Cal. «Aspetta un attimo» disse Tony, riprendendo a parlare un minuto più tardi, senza rumore di sottofondo. «Scusa. Dicevi?» «Min è con te? Voglio assicurarmi che non sia lì ad aspettarmi ovunque vado.» Fece una smorfia. «Mi sta portando alla follia.» «Ti segue?» disse Tony, in tono scettico. «No, anche lei sta cercando di evitarmi» disse Cal. «è come se fossimo intrappolati in una gabbia. Proviamo a stare lontani l’uno dall’altra, ma ci ritroviamo sempre a contatto. Non andrai da Emilio stasera, vero?» «Teoria del caos» disse Tony. «Min è un attrattore strano.» «Questo è vero» disse Cal. «Andrai da Emilio stasera, oppure posso rifugiarmi nella sua cucina?» «Vai tranquillo» garantì Tony. «Guarda che dico sul serio. La gabbia di cui parli è il tuo campo di attrazione. Tu e Min cercate di allontanarvi, ma tu finisci contro le pareti della gabbia in modo casuale perché sei instabile. Non ripeti mai gli stessi movimenti, ma segui ugualmente un modello.» «Buon per noi» disse Cal. «Tieni Min lontana da Emilio, per favore. Sto morendo di fame.» «Credo che stia andando da qualche parte con Liza» disse Tony. «Hanno parlato tutta la sera di un possibile lavoro per Liza, e credo che Min voglia portarla lì. A meno che Emilio non abbia messo in giro annunci di lavoro, non saranno lì.» «Niente annunci» disse Cal. «Ha fin troppi nipoti. Grazie, Tony. Ci vediamo domani.» Mollò il telefono, si cambiò e si diresse verso il ristorante di Emilio, cercando di non pensare a Min. Ovviamente non ci riuscì, quindi si sforzò di concentrarsi su altri argomenti e pensò alla teoria del caos, di cui aveva solo vaghi ricordi universitari. L’effetto farfalla, quello se lo ricordava. Una farfalla che sbatte le ali a Hong Kong provoca un uragano in Florida dieci anni dopo. Oppure ne scongiura uno in Texas. La scelta era libera, perché gli eventi erano imprevedibili. Proprio come Min. La prima sera sembrava innocua. Poi, due settimane prima, aveva sbattuto le ali e tutto era diventato confuso. Min era una farfalla con tecnologia stealth, maledizione. Osservò da lontano l’ingresso del cinema Gryphon, con un mezzo presentimento di trovarci Min. Dopotutto era la serata inaugurale della retrospettiva su Elvis. Non c’era. Era prevedibile, visto che gli eventi non si ripetono mai nella teoria del caos. L’idea che dipendesse tutto dalla scienza rendeva la vicenda molto meno preoccupante. Non era pazzo; il destino non lo stava tormentando; si trovava soltanto sull’orlo del caos. Era una prospettiva molto più appetibile. Girò a destra in fondo alla strada per arrivare al ristorante, cercando di ricordare cosa volesse dire l’espressione orlo del caos. Ricordava vagamente il lancio di una moneta. L’orlo del caos era forse il momento in cui la moneta si trova in aria. Il punto di massima espressione potenziale del sistema, prima di indirizzarsi verso una delle possibilità. Oppure una pila di sabbia a cui veniva aggiunto un granello alla volta. L’orlo del caos era il momento in cui il granello decisivo modificava la pila, o la tramutava in valanga... Cal rallentò il passo. Gli tornò alla mente un dottorando con una felpa blu molto larga, completamente perso nell’argomento. Diceva che l’orlo del caos era un momento di turbolenza, di confusione mentale nel caso in cui il sistema fosse un essere umano. Al tempo stesso, era anche il momento di maggior potenziale, addirittura la scintilla della vita. «Il punto,» aveva detto il dottorando «in cui il sistema muta verso un nuovo ordine, passando dall’essere al divenire.» Cal lo scacciò dai suoi pensieri e aprì la porta del ristorante di Emilio. Varcata la soglia, sentì Roger esclamare: «Cal!» Si fermò immediatamente, ben consapevole prima ancora di girarsi che avrebbe trovato anche Min; l’attrattore strano, la farfalla, il luogo del destino. Si voltò e la vide, seduta al tavolo insieme a tutti gli altri. Aveva l’aspetto di un angelo spaventato, le stupende labbra aperte per la sorpresa, gli occhi neri spalancati. Ancora una volta, Cal sentì il respiro abbandonarlo, e il sangue ribollire. L’intero corpo era in subbuglio, premeva contro la pelle. Il suo futuro non era più prevedibile, tutto dipendeva dal suo prossimo passo verso il caos. Min si morse il labbro e gli sorrise mestamente. Senza ulteriore esitazione, Cal attraversò il locale e la raggiunse. Era quasi sollevato di sapere che la valanga era in arrivo. 9 Cal prese una sedia da un tavolo vicino, e Min si spostò per fargli spazio. Indossava un’altra maglia di tessuto morbido, con inserti colorati semitrasparenti. Dal vivo era ancora più bella ed eccitante di quanto avesse immaginato. Accanto a lei, Tony scrollava le spalle con aria colpevole. «Tony ci ha detto che saresti rimasto in ufficio a lavorare, stasera» esordì Min, accogliendolo al suo fianco. «Ho mentito.» Min si spostò per fargli spazio. Cal sentì la delicata fragranza di lavanda dargli alla testa. «Be’, almeno sei onesto riguardo alla tua disonestà.» «Mi hanno insegnato a adulare, non a dire la verità» si giustificò Cal, rilassandosi di fronte al sorriso di Min. «Conosci Into the woods?» disse Min. «è il mio preferito tra i musical di Sondheim.» «Anche il mio» disse Cal, osservando il suo volto. «A Tony piace Sweeney Todd, mentre Roger preferisce Sunday in the park with George, ma...» «Mi prendi in giro?» disse Min, spalancando gli occhioni scuri. «Vorresti dire che siete tutti appassionati di Sondheim?» «All’università avevamo uno studente di teatro come coinquilino.» Dio, quanto sei bella. «C’era un quarto membro del gruppo?» disse Min. Poi chiuse gli occhi. «Certo. Emilio. è nel suo ristorante che hai lavorato durante l’università.» «No» disse Cal. «Era di suo nonno. Si è messo in proprio due anni fa.» «E non sta facendo certo affari d’oro.» Min annuì. «Per questo ho portato Liza. Ci ho messo tutta la sera a convincerla, ma credo che il posto le piaccia.» «Bene» disse Cal. Non aveva seguito il discorso, e non gli importava. Essere seduto al suo fianco era una sensazione troppo piacevole per disturbarla con la conversazione. «Liza è brava a risolvere problemi» disse Min. «è sempre alla ricerca di imprese che hanno bisogno di aiuto, e... le aiuta.» «Cosa fa, mette degli annunci?» disse Cal, senza particolare interesse. «No» disse Min. «Fa una cernita. Molti posti hanno bisogno di una spinta. Lei è perfetta per fornire questa spinta. Non è un impegno a lungo termine; quando le cose si sistemano, lei sparisce. Ma nell’anno in cui resta, succedono cose magiche.» Gli sorrise. «Un po’ come fai tu con le donne.» «Ehi» disse Cal, ma si interruppe quando vide Emilio gesticolare dalla porta della cucina. «Torno subito.» Emilio lo trascinò di peso in cucina. «C’è una donna, là fuori» disse. «La rossa insieme a Tony. Mi ha detto che vorrebbe lavorare qui. è fuori di testa, forse?» «Decisamente no» disse Cal. «Tony la conosce meglio di me. Ma se vuoi il mio parere, assumila. Male non può fare. In più, Min sostiene che sia geniale nel suo lavoro.» «E qual è il suo lavoro?» disse Emilio. «Non ne sono sicuro» disse Cal, osservando Min attraverso gli oblò sulla porta della cucina. «Ripeto soltanto ciò che ha detto Min.» «Min.» Emilio annuì. «Di Min mi fido.» «Anche io» disse Cal seguendo Emilio fino al tavolo, in tempo per sentire Min proclamare: «Ho appena scoperto che l’intero gruppo va pazzo per Sondheim.» «Cosa?» disse Liza, voltandosi stupita verso Tony. «Che c’è?» rispose Tony. «Credevi che non nascondessi dei lati sorprendenti?» «Tutto merito di Emilio» disse Min. «A proposito, voglio sentire la tua voce.» «Ehm» disse Emilio. «Rassegnati» disse Cal, riprendendo il suo posto di fianco a Min. «Ottiene sempre ciò che vuole.» «Mi piace molto la canzone Moments» disse Min, sorridendo. «Oppure Into the woods. Molto vivace.» «Nah» disse Tony. «Sweeney Todd.» Cantò il primo verso della canzone, sfoggiando una sorprendente voce di basso. Roger si unì al verso successivo, e i due non mollarono finché Emilio non si arrese, unendosi a loro per il verso ‘il diabolico barbiere di Fleet... Street’. Intanto, Cal guardava Min pensando: Baciami. «Non esattamente la canzone adatta in un ristorante» disse Cal, quando Min finì di applaudire ed Emilio diede segni di disapprovazione. «Tu non canti?» chiese Min a Cal. «Soltanto sotto la doccia» disse Cal, immaginando Min sotto la doccia. «Smidollato» disse Tony, rovinando quel momento. «Sa cantare, ma è un codardo.» «Non come te» disse Liza, voltandosi verso Tony. «Sei pieno di talenti. Chi l’avrebbe mai detto?» «Cos’altro sa fare?» disse Bonnie, istigando un sorrisetto da parte di Tony. «Delle sue abilità parleremo dopo» disse Liza. «Questa pasta è ottima, Emilio. Il ristorante dovrebbe fare il pienone tutte le sere.» «Questo sarebbe compito tuo» disse Min. «Salva Emilio. Io lo adoro.» «Mi hai quasi convinto» disse Liza. «Fammi controllare la cucina.» Si alzò e passò davanti a Emilio, dirigendosi poi verso la cucina. «Ma cosa...» disse Emilio, rivolto a Min. «è la migliore cameriera che potrai mai avere» disse Min. «Attirerà sciami di clienti. Vuole solo controllare la cucina; se superi il test, sarà tua.» Emilio corse a proteggere la sua cucina da Liza, mentre Cal versò dell’altro vino nel bicchiere di Min. «Bevi. C’è una cosa di cui voglio parlarti, e devo preparare il terreno.» «Ho nostalgia di quando eri più galante» disse Min, prendendo il bicchiere. «Ho ripensato alla palla con la neve, al cinema e a tutto il resto; ti chiedo scusa per averti associato al diavolo. Erano tutte coincidenze.» «Già» disse Cal. «Tony sostiene che sia la teoria del caos.» «Bonnie sostiene che sia una fiaba» disse Min, sorseggiando del vino. «Una fiaba?» disse Cal, di nuovo confuso. «Sai com’è, tu sei il principe azzurro, è scritto nel destino, vivremo felici e contenti. Non è grave; per tutto il resto è una persona normale.» Min gli sorrise. «Tutto andrà per il meglio se ci atteniamo al nostro piano.» «Certo» disse Cal. «Il piano.» Le sue labbra erano morbide e piene, curvate in quel sorriso così confortante. La testa gli girava ancora. Baciami. «Credo che dovremmo uscire insieme. Ti va di andare al cinema?» Min lo guardò perplessa e poggiò il bicchiere. «Hai sentito ciò che ho appena detto?» «Sono tutte coincidenze, dobbiamo attenerci al piano» disse Cal. «Mi spiace, ma non sono d’accordo.» Min incrociò le braccia. «Perché no?» «Perché se non usciamo insieme, l’universo finirà per punirmi.» «Cosa?» «L’universo, il destino, la teoria del caos, le fiabe, lo spirito di Elvis... Non so cosa sia, ma non voglio più oppormi.» Cal si avvicinò a lei e fu investito di nuovo dal profumo di lavanda. Min lo guardava come se fosse pazzo. «Non mi sopporti, sei troppo complicata, sei piena di turbe sul cibo, la tua migliore amica prima o poi mi ucciderà, ma non importa. Voglio provarci lo stesso. Tua madre è ancora disposta a invitarmi a cena? Sono pronto.» «Per quale motivo, se sono così terribile?» disse Min, infastidita. Cal sorrise di fronte a quel volto meraviglioso. «Perché sei intelligente, dolce e simpatica. Perché mio nipote ti adora, perché hai delle scarpe bellissime e sembri un angioletto vizioso.» Perché tra poco impazzirò se non ti tocco. «Ah» disse Min, annuendo. «E per questi motivi accetteresti di andare a cena dai miei genitori domani sera, dimostrando a mia madre di essere innocuo?» «Domani?» Cal nascose il disappunto dietro un cenno di assenso. «Perfetto. Via il dente, via il dolore. è deciso, domani. Riguardo a stasera, invece...» «Un appuntamento? No. E non sei costretto a venire a cena dai miei. Però, se ti va un’uscita tra amici, potremmo andare al cinema. Danno Blue Hawaii alle dieci.» «Blue Hawaii» disse Cal. «Non è un porno, vero?» «Fa parte della retrospettiva su Elvis» disse Min. «Ma non devi venire per forza.» Cal sospirò. «Invece sì. E verrò anche dai tuoi, domani.» «Non ti capisco proprio» disse Min. Cal le prese la mano, felice di sentire di nuovo quel contatto. «Vieni con me, Minnie. Ti spiegherò tutto» le disse. La convinse ad alzarsi dal tavolo e a seguirlo fuori dal ristorante. Quando furono all’aperto, sulla strada buia, Cal si chinò verso di lei con il cuore in gola e la baciò senza esitazioni. La scarica emotiva arrivò puntuale, rapida ed eccitante come sempre. Anzi di più, visto che Cal aveva deciso di non opporre resistenza. Si sentiva al sicuro, a contatto con lei. Quando Min gli passò le braccia intorno al collo la baciò con maggior intensità, tuffandosi in lei completamente. Non gli interessava più cercare una via di scampo. Sentì il suo abbraccio stringersi, le sue labbra perfette schiudersi, il suo corpo sensuale farsi più vicino. Sentì gli anni passare, vide il paradiso, la voce dentro di lui gli sussurrò: è lei, imbecille. Poi qualcosa lo colpì sul braccio, strappandoli entrambi a quell’incantesimo. «Ma che...» iniziò a dire Cal, ancora stretto a lei. Vide Liza in piedi sul marciapiede, armata di borsetta. «Se fosse davvero come dice Bonnie, sarebbe già arrivato un folletto a gambizzarti.» «Liza» disse Min, staccandosi da lui. Cal avvertì una sensazione di freddo nella zona del corpo che era a contatto con lei. Cercò di trattenerla. «Non l’ho colpito in testa» disse Liza. Cal guardò Min. «Lasciala perdere. Sai perché? Eccolo, il perché. è vero, questa cosa è più grande di noi, e io non voglio più combatterla.» Min aprì la bocca per dire qualcosa, ma Cal la anticipò. «E neanche tu.» Liza lo guardò infuriata. «Dimmi che la conosci. Dimmi che...» «Sì, la conosco. E ho intenzione di conoscerla ancora meglio» disse Cal, affrontandola e costringendola ad abbassare lo sguardo. «Sì, ci tengo a lei. Ci tengo molto. Per il resto non so, ma ho intenzione di scoprirlo. Hai qualcosa in contrario?» Liza lo guardò per un attimo. «No. Ma ti tengo d’occhio.» «Benissimo» disse Cal, sentendo affiorare una generale sensazione di sollievo. La trovata dell’uscita tra amici non gli piaceva, ma non era un problema. Sapeva come corteggiare una donna. Si gioca secondo le mie regole, ora. Rivolse a Min un’occhiata affettuosa. «Non guardarmi così» disse Min, voltandosi verso Liza. «Stiamo andando al cinema allo spettacolo delle dieci, come amici. Vuoi venire?» «Certo. Tony?» disse Liza, proprio mentre Tony emergeva dalla porta del locale per cercarla. «Andiamo al cinema alle dieci.» «Blue Hawaii» disse Cal. «Non è un porno, vero?» disse Tony. «è un film di Elvis» disse Cal. «E perché dovremmo vederlo?» disse Tony. «Perché è giunto il momento di fare la mia mossa» disse Cal, guardando Min. «Ehi» disse Min. «Oh, be’, se le cose stanno così...» disse Tony. «Andiamo.» Min inaugurò il suo sabato chiamando la madre per dirle che Cal sarebbe stato presente alla cena di quella sera. «Vedremo di che pasta è fatto» disse Nanette, con un tono che non prometteva nulla di buono per Cal. «Ti piacerà» disse Min. «è bellissimo ed è un uomo di successo.» Nanette non era affatto convinta. «Il tipo di uomo che pensa di essere da otto e crede che tu sia da quattro. Gli uomini sono infidi e superficiali. Mettiti qualcosa che ti faccia sembrare più magra.» «Lui è da dieci, mamma» disse Min. «E io non sono magra.» Dopo un inizio del genere, il baseball poteva essere soltanto un passo in avanti. Almeno finché non arrivò al parco. «Stammi vicina» disse a Liza. «Bonnie si allontana sempre con Roger, ma tu devi rimanere al mio fianco per picchiarmi quando farò qualcosa di stupido in compagnia di Cal.» «Servirebbe un pugile professionista, per un compito del genere» disse Liza, rassegnandosi a seguire Min sugli spalti. «Min» le urlò Harry quando la vide. Si fermò e gli sorrise mentre il ragazzino saliva di corsa gli scalini. «Ehilà» gli disse quando piombò impetuosamente al suo cospetto. «Come vanno le cose?» «Bene» disse lui, annuendo. «Grazie per essere venuta.» Poi guardò in basso. «Wow. Belle scarpe.» «Grazie» rispose Min, mentre Harry si chinava per apprezzare meglio i pesciolini blu di plastica che si intrecciavano sulla punta dei suoi sandali. «Somigli proprio a tuo zio.» «Harrison, lo spirito è quello giusto» disse Cal alle loro spalle, facendo trasalire Min. «Le donne sono più importanti del baseball. Ma vedi di tornare subito in campo.» Min si voltò a guardarlo e Cal le sorrise, rilassando il volto. Min sentì il cuore accelerare. «Minnie, ti stanno venendo le lentiggini sul naso.» «Lo so.» Min si passò la mano sul naso, cercando di non far caso alla sua voce affettuosa. «Succede da quando vengo qui il sabato mattina. Non sono abituata a stare al sole, e continuo a dimenticarmi di usare la crema protettiva.» «A me piacciono» disse Cal. Il cuore di Min sussultò. «Anche a me» disse Harry, in fondo alla gradinata. «A me no» disse Min, cercando di mantenere il controllo. «Ma dovrò abituarmici se non mi deciderò a usare...» Cal si tolse il cappellino e glielo poggiò sulla testa. «Problema risolto.» Sorrise. «Molto carina. Se vuoi, ti garantisco un posto in squadra.» «Smettila» disse Min, sistemando il cappello in modo che non le schiacciasse i capelli. Aveva il suo calore addosso, e Min lo tenne in mano più a lungo del dovuto solo per gustare quella sensazione. Sei patetica, pensò. «Harry!» urlò qualcuno, e Min si voltò notando Cynthie che camminava verso di loro con un vestito rosa svolazzante, riservando a Harry un sorriso meraviglioso. «Come stai, piccolo?» Harry fece una smorfia. «Ciao.» «Ciao, Cynthie» disse Min, sforzandosi di non odiarla. Si voltò verso Harry. «Andiamo a scegliere dei buoni posti. Falli neri, piccolo.» Guardò Cal, evitando il contatto diretto con i suoi occhi. «Grazie per il cappello. Sono certa che mi faccia sembrare ridicola.» «Ma no.» Cal lo sfiorò sulla visiera. «Ti fa sembrare un angioletto un po’ maschiaccio. Se solo ci fosse Shanna...» Min non riuscì a non sorridere. Sentì una sensazione di calore pervaderla. In quel momento, Tony urlò: «Ehi, ci sarebbe una partita di baseball da giocare, quaggiù.» Cal afferrò Harry e lo trascinò sul campo. «Come me la cavo?» chiese Min a Liza. «Meglio che puoi, considerando le circostanze» disse Liza. «Come te la cavi a fare cosa?» disse Cynthie. «A mantenere un atteggiamento dignitoso» disse Min. «Oh» disse Cynthie. «Stai facendo un ottimo lavoro.» Min, Liza e Cynthie raggiunsero Bonnie sugli spalti e osservarono la squadra di Harry venire fatta a pezzi nei primi tre inning. Min si sforzava di non guardare Cal, ma riuscì a farsi cogliere in flagrante ugualmente. Cal le sorrise, e Min pensò: Santo cielo, Minerva. Si voltò verso Liza per distrarsi. «Tony sarà furibondo» le disse. «No» disse Liza. «Gli interessa solo che si divertano. Li rimprovera per farli migliorare, ma non gli importa di vincere. Dice che queste partite sono un allenamento per il futuro.» «Sul serio?» disse Min. «è proprio vero che ha dei lati nascosti.» «Tre, più o meno» disse Liza. «Però sbagliavo a considerarlo uno stupido. è molto sveglio, ed è bravo.» «Tutto qui?» disse Min. «Sì» disse Liza. «Tutto qui. Non è l’uomo della mia vita. A proposito: bel cappellino, Stats.» Accarezzò la visiera. «Magari se fai la brava ti comprerà una bibita, dopo la partita.» Min scosse la testa. «Siamo solo...» «è come nelle fiabe» disse Bonnie. «Ti sta conquistando.» «Cosa?» disse Cynthie. «Fiabe?» «Sì» disse Bonnie. «Min e Cal stanno vivendo una fiaba. Lei è la ragazza che non ha la vita che merita, così la fatina buona manda un principe a salvarla.» «Fatina buona?» disse Min. «Liza» disse Bonnie. «è stata lei a scegliere Cal per te.» «Aspetta un momento» disse Liza. «Declino ogni responsabilità per Calvin Morrisey.» Min scoppiò a ridere. «è vero, l’hai scelto tu. Mi hai costretto ad andare a parlargli. Questo sì che è divertente.» «Una fiaba» disse Cynthie. Non era sicura che fossero serie. Bonnie annuì. «Cal le ha dato il cappello da baseball come parte della sua missione.» «No, le ha dato il cappello perché la sta corteggiando» disse Cynthie, in tono netto. «è una componente della fase di attrazione.» «Fase di attrazione» ripeté Liza. «Non è attratto...» cominciò a dire Min. «In un processo di innamoramento maturo ci sono quattro fasi» disse Cynthie. «Supposizione, attrazione, infatuazione e attaccamento.» «Mi sembra che il modo in cui la guarda denoti infatuazione» disse Liza. «Come, scusa?» disse Min, fissando quella traditrice della sua migliore amica. «è una fiaba» disse Bonnie. «è attrazione» disse Cynthie, in tono assertivo. «è amore, una reazione incontrollata» disse Liza. «Teoria del caos.» «Ehi» disse Min. Tutte la guardarono. «è solo il gesto premuroso di un amico che sa che non mi piacciono le lentiggini. Non tutto deve essere frutto di una teoria.» «La fiaba non è una teoria» disse Bonnie. «Anche se ti rifiuti di credere che stia capitando a te, sappi che sta capitando a me.» Il suo sorriso lasciava trapelare una gioia troppo grande perché fosse considerata vanagloria. «Come va con Roger?» disse Min, più che disposta a cedere le luci della ribalta a qualcun altro. «è l’uomo della mia vita» disse Bonnie. «In un paio di settimane mi chiederà di sposarlo, e io risponderò di sì. Ho detto a mia madre di cominciare i preparativi del matrimonio per agosto.» «Ti ha confessato che chiederà di sposarti?» disse Cynthie. Bonnie la guardò con aria sorpresa, e Cynthie si giustificò: «Sto scrivendo un libro sull’argomento. Non sono affari miei, ma sono molto interessata.» «Oh» rispose Bonnie. «No, non me l’ha detto. Lo so e basta.» Min cercò di comunicarle il suo sostegno con lo sguardo, ma il silenzio che calò sulla gradinata doveva trasmettere scetticismo, perché Bonnie fece cenno a Roger di raggiungerle. Quando arrivò trotterellando, Bonnie gli chiese: «Tesoro, hai intenzione di chiedermi di sposarti?» «Sì» disse lui. «Non volevo metterti fretta, quindi ho pensato di aspettare fino a quando festeggeremo il nostro primo mese insieme. Mancano solo undici giorni.» «Molto saggio» disse Bonnie. «Voglio che tu sappia che la mia risposta sarà sì.» Roger sospirò. «Questo mi rende molto più tranquillo.» Si chinò verso di lei, le diede un bacio e tornò sul campo. «Non riesco a capire se ciò che ho appena visto sia stato più tenero o più fastidioso» disse Liza. «Tenero» disse Min, cercando di immaginare Cal nella stessa situazione. Smettila di pensare a lui. «E fastidioso.» «Ve l’avevo detto» disse Bonnie. «è una fiaba. Bisogna avere fede.» «Pensiero positivo» disse Cynthie, annuendo. «Mi sembra ben giustificato. Ti andrebbe di fare un’intervista? Per il mio libro. è una storia molto interessante. Sei passata alla fase dell’infatuazione molto velocemente.» «Va bene» disse Bonnie. «Ma non è infatuazione. è vero amore. Come per Cal e Min.» «Vuoi smetterla?» disse Min. «Certo» disse Cynthie, senza convinzione. Iniziarono a parlare. Min fece un lungo respiro e si concentrò su Liza. «Cynthie non sembra male» disse a voce bassa, sperando in una conversazione che non riguardasse Cal. «è vero» disse Liza. «Ma credo che voglia riprendersi Cal.» Min rinunciò e passò a guardare il campo. Cal stava parlando con qualcuno in terza base. Aveva un’espressione molto seria, e il bambino annuiva pendendo dalle sue labbra. è un vero tesoro, pensò. Poi ritrattò. No, bestia. Ormai non funzionava più. Non aveva mai funzionato. «Vi vedrete anche stasera?» chiese Liza. «Sì, come amici» disse Min. «Mi farà un favore. Andremo a cena da mia madre, così potrà tranquillizzarsi e non pensare che Cal sia un vile seduttore.» Liza scosse la testa, con aria dubbiosa. «Non credo che conoscere Cal possa rassicurare tua madre.» «Perché no? A Elvis piace. E l’istinto di Elvis è molto buono.» «Elvis?» disse Liza, allarmata. «Il gatto. L’ho chiamato Elvis» disse Min. Liza sospirò. «Meno male. Credevo fossi impazzita completamente.» «Ehi, non sono io quella che crede nelle fiabe» disse Min. «O nella teoria del caos, per quel che vale.» «O nel comodo programma in quattro fasi per conquistare l’amore» disse Liza voltandosi verso Cynthie, concentrata sulla spiegazione completa della teoria delle fiabe da parte di Bonnie. «Già» disse Min. «Sono tutte stupidaggini. Non servono le teorie, bisogna essere pratici, capire cosa si cerca in un uomo e trovarne uno che risponde ai requisiti. Occorre impostare un piano e portarlo avanti.» Il suo sguardo naufragò verso Cal. «E non farsi mai distrarre.» Liza alzò gli occhi al cielo. «Oppure potresti innamorarti e basta, cazzo.» «Ah, certo» disse Min, distogliendo lo sguardo da Cal. «Come dire che potresti tranquillamente saltare giù da un tetto. Non farà male, fino all’atterraggio.» Liza si tirò indietro. «Volevo solo dire che...» «No» disse Min, attirando l’attenzione di diversi spettatori. «Bisogna tenere la testa sulle spalle. Non sono tutte canzoncine romantiche e baci sdolcinati. L’amore è una cosa pericolosa. La gente può morire in nome dell’amore. Può morirea causa dell’amore. Per l’amore si combattono delle guerre. Si rovesciano degli imperi.» «Min...» «L’amore può rovinarti la vita» disse Min, chiudendo gli occhi per non guardare Cal. «Per questo motivo, Cal e io rimarremo buoni amici. Niente di più. Sarei pazza a credere in qualcosa di permanente. Sarei masochista. Sarei un’illusa. Vorrebbe dire avere tendenze suicide.» «Ehm...» disse Liza. «Questo è il mio piano» disse Min. «E ho intenzione di seguirlo.» «Certo» disse Liza. Quando la partita giunse al termine, Harry la raggiunse. «Zio Cal ha detto che se vieni anche tu possiamo andare a pranzo.» Min rispose: «Be’...» Calvin, bastardo sfruttatore di nipoti, pensò. Che male poteva fare un pranzo, dopotutto? Con gli amici si poteva andare a pranzo. E con i loro nipoti. Come accompagnatore. Liza annuì, senza che Min avesse parlato. Convinse Cal a portarli in un diner in stile retrò, dove lei e Harry passarono il pranzo a cantare le canzoni di Elvis. Una nuova esperienza per Harry, cresciuto con la musica di Chopin. Cal non sembrava troppo infastidito. Quando la accompagnarono a casa, Harry disse: «Ci vediamo domani, Min.» «Certo. Cena dalla nonnina» fu la risposta di Min. Harry ne fu piuttosto confuso, e Cal disse: «Harrison, ti do cinquanta dollari se domani chiami tua nonna in quel modo.» «Non ci penso neanche» disse Harry. Min uscì dall’auto con il sentore che la cena del giorno successivo avrebbe spiegato molte cose riguardo a Calvin Morrisey. Ma prima avrebbe dovuto sopravvivere alla cena dai suoi genitori, quella sera. «Tieni pure il cappello» disse Cal, quando Min provò a restituirglielo attraverso il finestrino. «Ti dona. Passerò a prenderti alle otto.» Se ne andò lasciando Min in compagnia di una sensazione di esagerata felicità, che non prometteva nulla di buono. «Sei un disastro» si disse. Poi andò a prepararsi per la cena a casa di sua madre. Quella sera, Cal passò a prendere Min nella sua vecchia Mercedes. Min lo aspettava seduta sulla scalinata, indossando un semplice vestito nero tirato sopra le ginocchia: sembrava una suora impazzita. «Che ci fai quaggiù?» le disse, uscendo dall’auto. «Ti aspetta il supplizio dei miei genitori» disse Min, alzandosi in piedi. «Non mi sembrava giusto costringerti a salire anche gli scalini.» «Non mi dispiace fare delle scale, quando in cima ci sei tu.» Cal le guardò i piedi. Scarpe basse, nere e semplici. Non mostravano nulla del piede. «Come mai porti queste scarpe orribili?» «Non sono orribili» disse Min. «Sono classiche; come la tua auto. Molto bella, anche se ti avrei immaginato alla guida di qualcosa di diverso.» «Un regalo di diploma.» Cal le aprì la portiera. «A macchina donata non si guarda in bocca. Salta su, Minnie. Meglio non fare tardi.» Quando Cal si sistemò sul sedile del guidatore, Min gli chiese: «Intendevi il Master?» «Cosa?» disse Cal, avviando il motore. «L’auto. Un regalo per il Master? Io ho ricevuto una valigetta. Solo per fare un confronto.» «Liceo» disse Cal, imboccando la strada principale. «Liceo» ripeté Min, annuendo. «Per il Master ti hanno regalato uno yacht?» «Un posto nello studio di mio padre.» «Ma...» «Ho rifiutato» disse Cal. «Come sta Elvis?» «Molto bene» disse Min, un po’ confusa. «L’ho portato dal veterinario. Ha detto che è in ottime condizioni. Strano.» «Negli ultimi tempi tutta la mia vita è diventata strana» disse Cal. «A proposito, c’è qualcosa che dovrei sapere sulla tua famiglia, prima di conoscerli?» «Non sei obbligato a conoscerli» disse Min. «Minerva, non ricominciamo. Ora preparami per l’incontro con i tuoi genitori, per favore.» «Non c’è molto da sapere» disse Min. «Mia madre è sempre cordiale, e mio padre non è un tipo loquace, a meno che non si senta punto sul vivo. Non pungerlo sul vivo.» «Capisco» disse Cal. «Descrivimi questo ‘vivo’.» «Truffe assicurative, colleghi più giovani che cercano di rubargli il lavoro, la musica successiva al 1970, sesso con le sue figlie.» «Sesso con le sue figlie» disse Cal. Min annuì. «Mio padre darà per scontato che tu stia cercando di traviarmi.» «Tuo padre è un attento osservatore» disse Cal. «Di tua madre cosa mi dici?» «In situazioni normali, cercherebbe di valutare il tuo potenziale come genero. Probabilmente sottoponendoti a un test al momento del dessert.» «Scritto oppure orale?» «Orale.» «Bene. Nell’orale sono bravo.» Ci fu un lungo silenzio. «Non intendevo in quel senso.» Min tenne lo sguardo fisso davanti a sé. «Nessun problema. Non ci sarà nessun test. Mia madre ha altro a cui pensare, in questo periodo.» «C’è qualcos’altro che le sta a cuore di cui dovrei essere a conoscenza?» «Sì, ma riguarda me.» Cal scosse la testa. «Non importa. Fammi la lista.» «Consumo di carboidrati, biancheria intima di cotone bianco, incapacità di dimagrire e di tenermi stretto un ex ragazzo che lei adorava» disse Min. «Non credo che siano argomenti di cui ti troverai a parlare con lei.» «Anche a mia madre piaceva molto la mia ex» disse Cal. «Credo sia solo pigrizia. Non vuole imparare nomi nuovi. Chi altro sarà presente alla cena?» «Mia sorella Diana. Con lei sarai al sicuro. è fuori di testa perché si sposa tra una settimana, ma è fantastica. Se le cose si mettono male, puoi sempre stare zitto e guardare lei. è bellissima.» «Buono a sapersi» disse Cal. «Mamma, papà, Diana, tu e io. Una bella cenetta intima.» «E Greg» disse Min, cercando di dissimulare il distacco nella sua voce. «Il fidanzato di mia sorella.» «Giusto. Greg lo smemorato. Come vanno le cose?» «Non benissimo» disse Min. «Non so bene perché, ma non sta facendo la sua parte. Eppure non è cattivo; certo, ha mollato Mesta. Però ne aveva tutto il diritto. E poi adora Diana, quindi non capisco.» Guardò Cal. «Poi mi dirai cosa ne pensi tu.» «Io?» disse Cal, sorpreso. «Sei bravo a capire le persone» disse Min. «Sei intuitivo. Intuisci Greg anche per me.» «Le probabilità che io capisca quale sia il problema con una cena non sono molto alte» disse Cal, mentre il cellulare di Min iniziava a squillare. Lo estrasse dalla borsetta, tra le risate divertite di Cal. «Un semplice telefono nero. Mi hai mentito la prima sera, Minnie.» «Lo sapevi benissimo» disse Min, premendo il tasto verde. «Pronto? Cosa?» Rimase in silenzio per un minuto, poi disse: «Oh, santo cielo.» Ascoltò ancora, poi disse: «Diana, è sabato sera. Non saprei dove... Aspetta un attimo.» Si voltò verso Cal. «Greg aveva promesso di portare il vino per la cena.» «Fammi indovinare» disse Cal. «Non avresti un paio di bottiglie a casa tua, vero?» disse Min. «Emilio» disse Cal, facendo una rapida inversione. Min riprese il telefono. «Se ne occupa Cal.» C’era una nota di orgoglio nella sua voce. Cal sorrise. Min chiuse la conversazione e gli disse: «Sei un vero principe.» «Grazie» disse Cal. «Ora insultami, però. Altrimenti rischio di confondermi.» Quando rientrò nell’auto, dopo aver saccheggiato la cantina di Emilio, Min diede un’occhiata alle etichette sulle bottiglie. «Roba costosa, eh?» «Non direi» disse Cal. «Una quarantina di dollari l’una.» Min scoppiò a ridere. «Ben gli sta a quel cretino di Greg.» Dieci minuti più tardi, seguendo le indicazioni di Min, Cal stava parcheggiando di fronte a una casa molto grande e molto nuova. Min disse: «Lo sai che puoi ancora tirarti indietro, vero? Lasciami qui, dirò loro che...» «No» disse Cal, aprendo la portiera. «Non muoverti.» «Perché?» disse Min, afferrando la maniglia. Cal fece il giro attorno all’auto e le aprì la portiera. «Non puoi uscire dall’auto senza assistenza.» Le prese la mano e la aiutò ad alzarsi. Min finì per trovarsi più vicina a lui di quanto avesse preventivato. Non che a Cal dispiacesse. «Se esci dall’auto senza di me, mi fai sentire debole e impotente» disse, mentre il vento le scompigliava i capelli. «Certo, debole e impotente» disse Min. «Te lo dicono spesso, immagino.» Gli passò di fianco mentre Cal chiudeva la portiera, e notò qualcosa muoversi dietro una delle finestre. «La buona notizia è che hai appena guadagnato punti con mia madre. Ci stava spiando dalla finestra.» «Ottimo» disse Cal, porgendole il gomito. «Ora dobbiamo solo arrivare vivi alla fine della cena.» All’ingresso furono accolti dal padre di Min, un uomo imponente quanto la sua zazzera bionda; aveva delle folte sopracciglia bianche che avrebbero dovuto essere cordiali e accoglienti e invece gli davano un’aria vagamente paranoica, come quella di un cane pastore che sospetta un complotto tra le sue pecore. «Papà, ti presento Calvin Morrisey» disse Min. «Cal, lui è mio padre. George Dobbs.» «Lieto di conoscerti, Calvin.» La voce roca di George aveva un tono stentoreo che non lasciava trapelare alcuna ostilità. I suoi occhi, però, parlavano chiaro. Che intenzioni hai? «Il piacere è mio, signor Dobbs» mentì Cal. La pacca sulla spalla che ricevette da Min gli fu di una consolazione che non avrebbe immaginato. «Sei in ritardo» disse George a Min. «Abbiamo già preso l’aperitivo.» «La prego di scusarmi, signor Dobbs» disse Cal. Min intervenne immediatamente: «Ma neanche per sogno. è stata colpa mia, papà. Siamo dovuti tornare indietro per prendere una cosa.» «Be’, accomodatevi» disse George. Min sospirò e si avviò verso il salotto. Cal la seguì, pronto a incontrare quel cerbero di sua madre. L’interno dell’abitazione era molto vistoso, chiaramente opera di un arredatore. La madre di Min, che li attendeva in piedi nel suo impeccabile salotto, ne era il complemento ideale. Entrambe creazioni di design, prive di ogni calore. Se non altro, la casa era almeno colorata; la madre di Min era invece bassa e minuta, con capelli e vestito entrambi neri, perfettamente curata da capo a piedi. L’esatto contrario di Min. «Ti presento mia madre, Nanette» disse Min, quasi cinguettando. «Mamma, lui è Calvin Morrisey.» Nanette Dobbs rispose: «Benvenuto, Calvin.» Il tono era glaciale. «Ho fatto qualcosa di sbagliato?» sussurrò Cal approfittando del fatto che Nanette fosse stata distratta da George. «Mi hai infilato la lingua in bocca su un tavolo da picnic nel parco» rispose Min. «E loro come fanno a saperlo?» disse Cal. «Greg ha fatto la spia» disse Min. «Non ha tralasciato neanche le tue abitudini da mordi-e-fuggi.» «E pensare che gli ho anche procurato il vino» disse Cal. «Eccolo» disse Min. Tornò a un tono di voce normale e disse: «Greg! Ti presento Cal Morrisey.» Greg aveva un aspetto giovanile e molto sciolto, levigato e lucidato fino a brillare da palestre e scuole private. Accolse Cal con un sorriso, poi si rese conto di chi aveva davanti e aggiunse: «Oh.» Cal attese il seguito di quella reazione, che non arrivò. «Già» disse avvicinandosi a lui. «Il vino è sul sedile anteriore della mia auto.» Greg tirò un sospiro di sollievo. «Grazie» disse, stringendo energicamente il braccio di Cal. «Torno subito» disse, con un tono di voce troppo alto. «Ho lasciato il vino nell’auto.» «Lei è mia sorella, Diana» disse Min, con voce molto più morbida. Cal si trovò di fronte una versione più giovane e più dolce del cerbero. Diana era mora, slanciata e adorabile; senza dubbio la principessa della famiglia. Accolse Min con un sorriso radioso, e diede il benvenuto a Cal con più calore di tutto il resto della famiglia messo assieme, chiedendogli anche notizie della sua squadra di baseball. «Ragazza dolcissima» disse Cal a Min non appena Diana si allontanò per cercare l’amnesico che stava per sposare. «Ragazza?» disse Min. «Molto carina» disse Cal. «Ma non è te.» «Non sei il primo a notare questo particolare» disse Min. «Non farti intimidire dai miei. Sono...» La sua voce scemò nel tentativo di trovare la parola adatta per definirli. «Simpatici» disse Cal, prima che Nanette rapisse Min per accogliere Greg e il suo vino. Al suo ritorno, dopo qualche minuto, Min aveva i capelli legati all’indietro con delle forcine. Si recarono a cena. «Cos’è successo ai capelli?» le chiese Cal all’orecchio mentre prendevano posto. «I capelli slegati non mi donano. Ho la faccia tonda» disse Min. «Dovevo rendermene conto.» «A me piacevano» disse Cal. «Anche a me» rispose Min. Poi la cena ebbe inizio. «Che lavoro fai, Cal?» chiese George, quando i convenevoli si esaurirono insieme alla zuppa e prima che venisse servita la costata di manzo. «Mi occupo di corsi di aggiornamento per aziende» disse Cal, non perdendo di vista Nanette. Aveva sentito i suoi occhi su di sé durante l’intera prima portata. Non era esattamente un’espressione accigliata, perché non c’era una singola piega sulla sua fronte. Ma di certo non era nulla di amichevole. «Quindi sei un insegnante» disse George. «La paga è buona?» «Papà» disse Min. «Abbastanza» disse Cal, distratto dalle discrete carezze che Min gli faceva sulla schiena. Era bello sentire il suo sostegno, ma gli procurava sensazioni troppo positive per essere qualcosa di ammissibile di fronte a suo padre. «E come si chiama la società?» disse George. «Morrisey, Packard, Capa.» Cal sorrise alla madre di Min. «La carne è ottima, signora Dobbs.» «Grazie.» Nanette Dobbs non sembrava affatto lusingata. «Morrisey» ripeté George. «Quindi lavori per il tuo vecchio. Non dev’essere stato difficile avere quel posto, eh?» «No» disse Cal. «Sono io il vecchio. La società è mia.» Min smise di accarezzare Cal e rivolse a George uno sguardo truce. «Mi chiedo quali siano le statistiche sul numero di figlie che continuano a visitare la casa dei genitori dopo che i loro ospiti sono stati maltrattati dal padre.» «L’hai ereditata?» disse George. «L’ho fondata» disse Cal. «Presumo siano molto basse» disse Min. «Ma è stato tuo padre a finanziarti» disse George. «No» disse Cal. «Lui voleva che rimanessi nell’attività di famiglia, quindi i capitali sono venuti dall’esterno.» «Santo cielo, papà. Smettila» disse Min, ritraendo la mano dalla schiena di Cal. «Parliamo d’altro. Mi sono presa un gatto.» «Quindi è in fase di start up?» disse George. «Il trentatre percento delle società in start up fallisce entro i primi quattro anni.» «è un gatto mutante» disse Min. «Era in fase di start up dieci anni fa» disse Cal. «Ormai è saldamente in piedi.» «Non piace a nessuno dei miei amici» disse Min. «Pensavo di chiamarlo George.» «Minerva» disse Nanette. «Non alzare la voce.» «Pane?» disse Min, mettendo il cestino sotto il naso di Cal. «Sì, grazie.» Cal prese un pezzo di pane e le restituì il cestino. Ne prese un pezzo anche lei, provocando l’inevitabile reazione della madre. «Min.» «Giusto» disse Min, rimettendo il pane al suo posto. «Quindi hai tirato su la società da solo» disse George, la voce intrisa di scetticismo. «Sì.» Cal guardò Min con aria interrogativa. «Perché non puoi avere del pane?» «Te l’ho detto, devo essere in forma per quel vestito» disse Min. «Non fa nulla. A luglio potrò riprendere a mangiare.» «Min sarà la damigella d’onore di Diana, il prossimo fine settimana» disse Nanette. «Meglio che non diventi troppo larga per il vestito.» «Sono già troppo larga per il vestito» disse Min. «Perché non vieni anche tu?» disse Diana a Cal, sporgendosi sul tavolo. Cal notò che non aveva toccato pane, burro e neanche carne. In compenso, si era rifatta con il bicchiere d’acqua che le stava di fronte. «Al matrimonio. E alle prove della cena. Min ha bisogno di un accompagnatore.» Prima che Cal potesse rispondere, George intervenne per chiedergli: «Chi sono i tuoi clienti?» Nello stesso istante, Nanette disse: «Da quanto stai uscendo con Min?» Min lo tirò per la manica. Cal si voltò a guardarla e lei disse: «Anche tu hai una famiglia?» «Sì» rispose Cal, cercando di tenersi sul vago. «Anche loro sono così terribili?» disse Min. «Minerva» la ammonì Nanette. «Be’, mi lasciano mangiare il pane» disse Cal, tenendo gli occhi su Nanette. «A parte questo, sì.» «Chiedo scusa?» disse George. «Guardi, non è un problema subire il terzo grado riguardo al mio lavoro» disse Cal. «Sua figlia mi ha invitato in casa vostra, e non è cosa da poco. E non mi dispiace che sua moglie mi faccia lo stesso interrogatorio riguardo alla mia vita privata. Ma Min è una donna eccezionale, e durante questa cena l’avete soltanto ignorata, o rimproverata per uno stupido vestito. Per la cronaca, non è troppo larga per il vestito. è il vestito a essere troppo stretto per lei. Lei è perfetta.» Cal imburrò una fetta di pane e gliela passò. «Mangia.» Min lo guardò esterrefatta e prese il pane. Cal tornò a guardare sua madre. «Non sono mai stato sposato. Non sono mai stato fidanzato. La mia ultima relazione è finita due mesi fa. Ho conosciuto sua figlia due settimane fa.» Si rivolse a George. «La mia società è in attivo da diverso tempo. Posso darle delle referenze, se desidera. E nel caso in cui la relazione tra Min e il sottoscritto dovesse diventare seria, sarò in grado di supportarla.» «Ehi, io sono in grado di supportarmi da sola» disse Min, con il pezzo di pane ancora in mano. «Lo so» disse Cal. «Ma tuo padre vuole sapere se lo sono io. Mangia.» Min diede un morso al pezzo di pane, mentre Cal passava in rassegna gli altri commensali. «Qualcun altro ha qualcosa da chiedermi?» Diana alzò la mano. «Sì?» disse Cal. «Sarai tu ad accompagnare Min al matrimonio?» Min cercò di ingoiare il boccone che aveva appena messo in bocca. «Non me l’ha chiesto.» Cal abbassò lo sguardo verso Min. «Vuoi andare al matrimonio di tua sorella insieme a me?» Min fu sul punto di strozzarsi. Cal le diede un’energica pacca sulla schiena. «Ma certo che vuole venirci con te» disse Nanette, lasciandosi andare a un sorriso per la prima volta. «Ci farebbe molto piacere che ci fossi. Anche alle prove della cena, naturalmente.» «Bene» disse Cal, contento dei progressi fatti. Al suo fianco, Min stava ancora boccheggiando. «Il vino è davvero eccellente» disse George. «Grazie... cioè, grazie a Greg» disse Cal. «Un vero intenditore.» George fece un cenno di assenso e poi guardò Greg, che gli sorrise timidamente. «Hai un gatto?» disse Nanette a Min. La serata proseguì tra le prediche di Nanette sulle malattie di gatti, le domande di George sui corsi aziendali, gli sguardi torvi di Greg e i sorrisi di Diana. La testa di Cal era in fiamme. Aveva avuto serate peggiori, ma non molte. Min gli sorrise. «Mi spiace.» Parlò in tono talmente lieve che Cal quasi non se ne accorse. «Per cosa? Mi sto divertendo molto» gli disse, sentendosi subito meglio. Dopo il dessert, che solo gli uomini riuscirono a mangiare, Min trascinò Diana all’ingresso. «Sei diventata pazza?» le sussurrò. «Come ti è venuto in mente di invitare quell’uomo al matrimonio?» «E perché no?» disse Diana. «Ti serviva un accompagnatore. Lui è un tesoro. Non vedo il problema.» «Non lo vedi perché non sai come stanno le cose tra noi» disse Min. «Be’, almeno ora hai qualcuno» disse Diana. «Mi sembrava una buona idea.» Min la punzecchiò con il dito. «Non fare mai più nulla del genere. Mai più. Mai più.» «Okay» disse Diana. «Però adesso hai un bellissimo accompagnatore.» Il suo bellissimo accompagnatore la raggiunse nell’ingresso, salutò educatamente i suoi genitori, la accompagnò sulla scalinata, la fece accomodare nell’auto e si mise al volante. Poi le avvicinò una mano alla testa togliendole le forcine dai capelli. «Sono orrende, Minnie» disse, lanciandole fuori dal finestrino. «Lo so» disse Min, rifiutando la sensazione di essere stata salvata da lui. «Grazie.» Il giorno seguente, Min scelse con molta attenzione l’abbigliamento per la serata a casa Morrisey. Tirò di nuovo fuori dall’armadio il suo vestito nero, lucidò le scarpe nere, cercò di tenere a bada i capelli. La situazione non migliorò con la chiamata di Nanette. «Tesoro, il tuo Calvin è davvero un amore» disse sua madre. «Grazie, mamma» rispose Min, temendo ciò che poteva aspettarla. «Papà ha controllato la sua situazione finanziaria; ha un capitale consistente» disse Nanette. «Ha controllato di sabato sera?» disse Min. «E come?» «Sai com’è fatto tuo padre» disse Nanette, lasciando intendere che preferiva non lo sapesse. «Il tuo Calvin sembra coinvolto. La scena con il pane imburrato è stata molto tenera. Non lo mangerai mai più, naturalmente. Però...» «Avere un uomo che si preoccupa di nutrirti è un’ottima cosa» disse Min. «Non rovinare tutto» disse Nanette. «Mi è dispiaciuto molto quando ti sei fatta scappare David, ma non ha più importanza. L’importante è che tu non perda anche Calvin.» «Mamma, non voglio Calvin» mentì Min. «Certo che lo vuoi» disse Nanette. «Avrete dei bambini meravigliosi.» «Non voglio neanche i bambini» disse Min. «Cambiamo argomento. Stavo pensando di licenziarmi e diventare una cuoca.» «Non dire sciocchezze, cara» la fermò Nanette. «Stando a contatto con il cibo diventeresti una palla.» «Grazie, mamma» disse Min. «Ora devo andare.» «Andare dove?» «A cena, a casa dei genitori di Cal.» «Ottimo. E chi sono?» «Jefferson e Lynne Morrisey, non so...» «Andrai a cena con Lynne Morrisey?» «Sì» rispose Min. «Solo perché ha dato alla luce il mio accompagnatore. Altrimenti non ci andrei.» «Min» disse sua madre, abbassando la voce in segno di rispetto. «Lynne Morrisey ha una reputazione enorme nella Urban League.» «Mi dispiace» disse Min. Era la prima volta che sua madre usava il termine ‘enorme’ in un’accezione positiva. «Niente carboidrati, tesoro» disse Nanette. «E quando torni, raccontami tutto.» «Ossignore» disse Min. Chiuse la conversazione e tornò a concentrarsi sulla situazione dei suoi capelli. Quando Cal bussò alla porta, lei ed Elvis si erano ridotti a contemplare una fascia per capelli, senza nessun entusiasmo. «Che ne pensi di una fascia per capelli?» disse a Cal, aprendo la porta. «Cristo, no» disse lui, chinandosi per accarezzare il gatto che era accorso a fargli le fusa. «Ma guardati, di nuovo vestita a lutto.» «Non osare cercare di convincermi a farmi cambiare vestito» disse Min. Cal guardò in basso. «Concedimi almeno i piedi. Che ne dici delle scarpe con i fiocchi neri? Quelle che portavi la prima sera?» «Cal» disse Min. «Non ti sto chiedendo molto» disse lui, appoggiandosi allo stipite con un sorriso. «Va’ a cambiarti le scarpe, Minnie. Poi affronteremo i leoni fianco a fianco.» Min non riuscì a non rispondere al sorriso. «Il tuo fascino non funziona su di me» gli disse, andando a cambiarsi le scarpe. 10 Durante il viaggio in auto, Min disse a Cal: «Okay, dimmi qualche trucchetto per affrontare i tuoi genitori.» «Non ce ne sono» disse Cal. «I loro modi saranno gentili, ma privi di calore. In quella casa non c’è mai bisogno di tenere il vino in fresco; l’atmosfera è sempre gelida.» «Perfetto» disse Min. «è proprio il momento giusto per fare battute.» Quando arrivarono a destinazione, Min capì che non si trattava di battute. La casa era molto grande, una di quelle ville rurali che a Min erano sempre sembrate dei ranch elevati all’ennesima potenza. La cameriera che li accolse sulla porta pannellata era molto educata e il corridoio a pannelli era di grande effetto; quando entrarono in quello che Min dubitava venisse chiamato salotto, i genitori di Cal mostrarono soltanto un freddo distacco. «Siamo molto felici di conoscerti» disse Lynne Morrisey stringendole la mano. Non sembrava affatto felice. Di lei si notava soltanto la straordinaria bellezza, lussuosa e un po’ sinistra. Lo stesso valeva per suo marito, Jefferson, e per suo figlio, Reynolds: l’unico uomo sulla terra che riusciva a far sembrare Cal insignificante. «Min!» disse Harry alle sue spalle. Min si voltò e lo vide mentre trascinava di peso Bink nella stanza. «Ehilà» gli disse, chinandosi verso di lui. «Grazie per l’invito a cena. Morivo di fame.» Harry annuì, poi le si avvicinò all’orecchio e sussurrò: «Mi piacciono le tue scarpe. I fiocchetti sono molto belli.» Continuò ad annuire, sorridendo come un pazzo. «Grazie» gli sussurrò Min, lanciando un’occhiata a Cal. Il suo volto era privo di qualunque espressione, e non aveva ancora detto una parola da quando erano arrivati. Okay, pensò Min. Benvenuta all’inferno. Fece del suo meglio per destreggiarsi tra convenevoli gelidi ma educati finché non si misero a tavola, dove trovò ad attenderla dei bellissimi piatti decorati. A quel punto decise di concentrarsi unicamente sul cibo. «Che lavoro fai, Minerva?» le chiese Jefferson mentre veniva servito il filetto con purè di patate. Min deglutì, sperando che non le fosse rimasto nulla tra i denti. «Sono un’attuaria.» «Capisco» disse lui senza ammirazione, ma senza disprezzo. «Per quale società?» «Alliance» disse Min, senza distrarsi dalla carne al sangue. Il cibo era ottimo nell’aspetto come nel sapore, di questo doveva dare atto ai Morrisey; ma non era al livello di quello di Emilio. Gli mancavano le note di colore etnico fornite dalle foto alle pareti. Probabilmente quella gente non avrebbe mai ammesso la benché minima forma di discendenza etnica. Si guardò intorno. Le sembravano irlandesi; e non solo per il nome. C’era sui loro volti quella tipica bellezza tenebrosa, austera e tragica. Lo sguardo le cadde poi sull’opulenza del piatto che aveva di fronte. Di sicuro la Grande Carestia era alle spalle. «Dobbs» disse il padre di Cal. Min si rese conto che era rimasto in silenzio per un bel po’. «George Dobbs è il vicepresidente, no?» «è mio padre» disse Min. Jefferson Morrisey si lasciò andare a un sorriso. «Lavori per la società di tuo padre.» «Be’, non è il proprietario» disse Min, sicura che il sentiero appena imboccato nascondesse innumerevoli insidie. «Mi ha dato una mano a ottenere il posto.» «Non ti serviva una mano» disse Cal, freddamente. «Fai l’attuaria. Avrai avuto una quarantina di offerte.» «Sì, parecchie» disse Min, chiedendosi che diavolo stesse succedendo. «Ma quelle davvero convincenti erano poche. Mio padre mi ha aiutato.» «Una saggia scelta» disse Lynne Morrisey. Min incrociò il suo sguardo, scuro e gelido. Non voglio la sua approvazione, signora. «Quella di accettare l’aiuto di tuo padre» proseguì Lynne. «Molto saggia.» «Be’» disse Min, poggiando la forchetta. «Era un aiuto incondizionato. Non presentava svantaggi.» All’altro capo del tavolo Reynolds sorrise, sempre più bello. Neanche tu mi piaci, pensò Min. Bink li osservava immobile, paralizzata non dal terrore ma da una forma di accortezza. Seduto in mezzo a loro, Harry teneva la forchetta saldamente in pugno e arava il suo purè, tenendo d’occhio tutti i commensali. «E al tempo stesso presentava molti vantaggi, scommetto» disse Jefferson. «Di certo tuo padre ti avrà aiutato lungo il tragitto.» «Ha fatto tutto da sola» disse Cal, mantenendo la freddezza nella voce. «Nelle compagnie assicurative non c’è spazio per i sentimenti. Min detiene il record di promozioni all’interno della compagnia, e nessuno si sogna di dire che sia per merito del padre. è intelligente, lavora sodo ed è bravissima in quello che fa.» Nella sua voce c’era una nota di cupa sgradevolezza, inadatta al tono della conversazione. Min gli poggiò una mano sulla schiena con discrezione. Nonostante il vestito, riusciva a sentire i suoi muscoli, rigidi come cemento. La tensione aumentò per un attimo in corrispondenza del suo tocco, poi Cal rilassò le spalle. «Ma certo» disse Jefferson, guardando sua moglie con un mezzo sorrisetto sul volto. «Riteniamo soltanto che sia ammirevole il modo in cui Min ha seguito le orme del padre.» «Mio padre non è un attuario» disse Min. «Certo, cara» disse Lynne, con voce leggermente alterata. «Siamo contenti che tu abbia fatto la scelta giusta, rimanendo nella stessa compagnia.» Sorrise in direzione di suo figlio. «Non trovi anche tu, Cal?» «Credo che Min non faccia mai scelte sbagliate» disse Cal. «Questo filetto è ottimo.» «Cal non è entrato nell’attività di famiglia» disse Reynolds, sorridendo a Min come se fossero amici. E tu devi essere proprio stupido per sottolinearlo ad alta voce, pensò Min. «E perché mai avrebbe dovuto?» sbottò Min. Poi tolse la mano dalla schiena di Cal. Al diavolo, tanto non li rivedrò mai più, pensò. «Perché avrebbe dovuto lavorare nella società di suo padre?» le fece eco Lynne, alzando un sopracciglio. La cosa indispettì Min, abbastanza sicura di non possedere quell’abilità. «Perché è la tradizione di famiglia, naturalmente.» «No» disse Min. Di fronte a lei, gli occhi di Bink si spalancarono ancora di più. «Sarebbe stata la scelta sbagliata. è nato per fare ciò che sta facendo ora.» Si voltò per sorridere a Cal, ma lo trovò con lo sguardo fisso nel vuoto, tra Bink e Harry. è andato, pensò. Guardò Harry, ancora aggrappato alla sua forchetta e intento a scrutare i volti dei commensali. Non c’era da stupirsi che quel bambino vomitasse così spesso. Jefferson si schiarì la gola. «Sarebbe stato sbagliato entrare in un prestigioso studio legale? Sciocchezze. è una tradizione dei Morrisey.» Min lo guardò perplessa. «Lei ha seguito le orme di suo padre? Credevo che avesse fondato lo studio con il suo socio.» All’altro capo del tavolo Bink si superò, trasformando la sua espressione in quella di un gufo imperturbabile. «è vero» disse Reynolds, con voce indignata. «Sono stati loro a dare il via alla tradizione.» «Non credo che due generazioni possano essere classificate come una tradizione» disse Min, cercando di farla passare per una congettura, come se stesse valutando l’idea. Poi guardò Harry. «Tu vuoi diventare un avvocato, Harry?» Harry era sorpreso. «No. Voglio diventare un ittiologo.» Min ricambiò la sorpresa. «Ha a che fare con i pesci?» «Sì.» Harry tirò su il mento e sorrise orgoglioso. «Buon per te» disse Min. «Harrison è un bambino» disse Lynne. «La prossima settimana vorrà diventare un pompiere.» Sorrise a Harry, quasi con calore. «No. La prossima settimana vorrò diventare un ittiologo» disse Harry, finendo l’ultimo boccone di patate. Ti adoro, piccolo, pensò Min. «Harrison» gli disse Lynne. «Perché non vai a mangiare il dessert in cucina insieme a Sarah?» «Okay.» Harry spinse indietro la sedia. «Con permesso.» «Certo, caro» disse Lynne. Min lo guardò trotterellare verso la cucina e pensò: Come ti invidio. «Ora» disse Lynne, tornando a guardare la tavolata con quel sorriso da rettile. «Ti chiedo scusa per l’interruzione, Minerva. Stavi dicendo?» L’espressione sul suo volto sembrava dire: è la tua possibilità di ritrattare. Cerca di coglierla al volo. Min le sorrise. Te lo puoi scordare, cara la mia signora. «Stavo dicendo che una semplice analisi della situazione basterebbe a capire perché Cal non sarebbe mai entrato nello studio legale di famiglia.» Jefferson poggiò la forchetta sul piatto. Min sollevò il calice di vino. «Per prima cosa, è il figlio più piccolo. I primogeniti tendono a seguire le orme del padre e a essere più accomodanti.» Indirizzò un sorriso a Reynolds. «Per questo stesso motivo, di solito hanno molto successo.» Sorseggiò l’ottimo vino, circondata da sguardi gelidi di varia intensità. «Inoltre, tendono a ricevere la maggior quantità di attenzione e rispetto; il loro successo è dunque una profezia che si autoavvera. I figli più piccoli, invece, imparano presto a dover lottare per ottenere attenzione; perciò tendono a infrangere le regole.» «Presumo che la tua analisi psicologica non abbia delle basi professionali» disse Jefferson, sorridendole senza partecipazione. «No, è piuttosto evidente» disse Min. «Ci sono molte prove empiriche. Perfino tra i miti e le leggende. E anche nelle fiabe: è sempre il figlio più piccolo che parte in cerca di fortuna.» «Fiabe» disse Reynolds, con un ghigno idiota; Bink, nel frattempo, perfezionava la sua imitazione di un gufo impagliato. Min si rivolse a Jefferson. «Consideri poi la personalità di Cal. I suoi amici dicono che raramente accetta scommesse che non può vincere. Istintivamente verrebbe da definirlo un giocatore d’azzardo, ma in realtà non lo è. Se lo fosse, perderebbe la metà delle volte. Invece lui è abituato a calcolare le probabilità, e accettare soltanto quei rischi da cui sa di poter trarre un vantaggio.» Incrociò lo sguardo di Reynolds. «Il figlio più piccolo non arriverebbe mai ai vertici dello studio legale di famiglia. è uno scenario così rischioso che dubito lo abbia mai preso anche solo in considerazione.» «Sarebbe diventato socio» disse Jefferson, abbandonando ogni apparenza di una conversazione innocua. «Terzo socio. Forse. Dopo essere rimasto a lungo nella sua ombra e in quella di Reynolds» disse Min. «Senza contare il suo socio, con i suoi figli, a fargli concorrenza. All’interno di questa famiglia sarebbe rimasto per sempre il bambino. Doveva tagliare i ponti. E poi, naturalmente, c’è la dislessia.» Il silenzio che si depositò sulla tavolata aveva dell’incredibile. Min si aspettava di vedere della brina formarsi su ciascuno dei commensali. Prese forchetta e coltello e ricominciò a tagliare il suo filetto, rimpiangendo di non poter chiedere un contenitore da viaggio e andarsene a casa. «Preferiamo non parlare dell’handicap di Cal» disse Lynne, perentoria. Min se la prese comoda con il filetto. Una volta deglutito, rispose: «Perché? è una parte di lui, ha contribuito a farlo diventare ciò che è. Non c’è nulla di cui vergognarsi. Più del dieci percento della popolazione è affetta da dislessia; è piuttosto comune. è anche uno dei motivi per cui ha scelto di fondare una sua società: il novantadue percento dei dislessici fa lo stesso. Hanno bisogno di controllare l’ambiente in cui lavorano, visto che i normali luoghi di lavoro non sono sensibili alle loro necessità. Di solito ottengono ottimi risultati, essendo generalmente persone capaci ed empatiche.» Fece una pausa per bere dell’acqua. «Vostro figlio è intelligente, serio, di successo, sano, affascinante, piace alle persone ed è molto bello. Mi stupisce che non passiate il vostro tempo mostrando la sua foto agli amici e decantandone le lodi.» Si voltò verso Cal per sorridergli, notando che la fissava con aria impietrita. «Io lo farei se fosse mio figlio, e se avessi una sua foto.» «Senza dubbio siamo molto orgogliosi di Calvin» disse Lynne, con voce cupa. «Oh, bene» disse Min, tornando a concentrarsi sul suo piatto. «Ha ragione anche sul filetto. è favoloso.» «Grazie» disse Lynne, per poi dedicarsi a Reynolds con delle domande di lavoro. Quindici minuti più tardi fu servito il dessert. Reynolds, Lynne e Jefferson discutevano questioni relative allo studio legale; Cal era ancora in silenzio; Bink aveva mangiato tre fettine di carota e prosciugato il vino; e Min ne aveva abbastanza. Sistemò il tovagliolo vicino al piatto e annunciò: «Come sapete è stato Harry a invitarmi. Se volete scusarmi, mi unirò a lui.» Poi si alzò e si diresse verso il corridoio, in cerca della cucina. Quando la trovò, Harry stava finendo di mangiare il suo gelato sotto lo sguardo attento della donna che aveva servito la cena. «Ehi, ragazzo dei pesci» gli disse. «Ne è rimasto un po’?» Harry indicò la donna. «Chiedi a lei. Sarah.» «Oh» disse Sarah, squadrando Min dalla testa ai piedi. «Cosa gradisce sul gelato?» «Cioccolato» disse Min, sedendosi di fronte a Harry. «Con il cioccolato non si sbaglia mai.» Harry ripulì il fondo della ciotola con il cucchiaino, e poi rimase in silenzio a fissare Min. Le ricordava vagamente l’espressione da gufo della madre. Sarah le servì una quantità enorme di gelato. «Grazie» disse Min, un po’ spiazzata. «Mi chiamo Min.» Porse la mano alla cameriera. «Sarah» rispose la donna, stringendola. «Mangia, prima che si sciolga.» Min annuì e affondò il cucchiaino nel gelato. Era paradisiaco, cremoso e grassissimo; il cioccolato era squisitamente leggero, con un gusto agrodolce. Doveva proprio darne atto a Lynne Morrisey: il cibo di quella donna era eccellente. Sarah appoggiò la schiena sul lavandino. «E così hai tenuto testa alla Regina delle nevi?» Min valutò per un attimo la possibilità di far finta di non capire, poi scrollò le spalle e disse: «Non ero d’accordo con ciò che diceva.» Sarah annuì. «Non ti vedremo più da queste parti.» «Santo cielo, spero di no» disse Min. Harry mise giù il cucchiaino, allarmato. «Ma continuerai a venire al parco, vero?» «Sì» disse Min. «Anche se non sono sicura che tuo zio Cal voglia ancora parlarmi.» «Non sembra male» disse Sarah. «Molto tranquillo. Non viene qui spesso.» «Immagino» disse Min. In quel momento, Cal entrò in cucina. «Ciao» gli disse Min, dandogli il benvenuto con un cenno del cucchiaino. «Ho scoperto che tua madre ha ottimi gusti anche in fatto di gelato.» Il che, ripensandoci, era molto appropriato. Cal annuì, il volto spento. «Sei pronta?» Min guardò la ciotola piena di zuccheri e grassi pregiati, sospirando. «Sì» disse ubbidiente, e poggiò il cucchiaino sul tavolo. Nei panni di Cal, anche lei avrebbe voluto darsela a gambe. Cal si avviò in corridoio, mentre Harry diceva a Min: «Posso mangiare il tuo gelato?» «Ti farà male?» disse Min. Harry scosse la testa. «Non mi capita mai con il gelato.» Min spinse la ciotola verso di lui. «Buon appetito, allora.» Si alzò dalla sedia. «è stato un piacere conoscerti, Sarah.» «Già» disse Sarah. «In bocca al lupo.» Raggiunse Cal in corridoio, che le aprì la porta dell’ingresso senza dire una parola. Erano quasi arrivati agli scalini quando Bink comparve sulla soglia. «Allora?» disse a Cal. Cal scosse il capo in segno di diniego, e Bink rivolse un sorriso a Min. «è stato bello rivederti» le disse con voce sincera. Cal riprese a camminare verso l’auto, e Bink rientrò in casa. Min raggiunse Cal, sicura che il litigio fosse dietro l’angolo. Non aveva rimpianti. Si accomodò sul sedile del passeggero, abbandonandosi all’abbraccio della tappezzeria in pelle. Okay, quell’auto le sarebbe mancata. E lo stesso valeva per il cibo. Anche se avrebbe potuto frequentare Emilio anche senza di lui. E... Cal entrò nell’auto sbattendo la portiera. Rimase immobile sul sedile per un attimo, e Min ne osservò il profilo rigido. Tu. Mi mancherai tu. «A cosa si riferiva Bink?» gli chiese, nel tentativo di rimandare l’inevitabile. Cal si voltò verso di lei, talmente teso da avere quasi la voce rotta. «Mi dispiace tanto.» «Cosa?» disse Min, sorpresa. «La mia famiglia.» Chiuse gli occhi, poi disse con cattiveria: «Di solito si comportano così bene con gli estranei.» «Non sono il loro tipo, tutto qui» disse Min, sforzandosi di mantenere una certa leggerezza nella voce. «E poi sono stata scortese. Il lato positivo è che il cibo era ottimo, e che non dovrò vederli mai più. Hai idea di che gelato fosse? Era fenomenale. Certo, dubito che sia senza grassi.» «Non ti importa?» «Che tua madre sia una strega, che tuo padre sia un bastardo e che tuo fratello sia un idiota altezzoso?» disse Min. «No. Perché dovrebbe importarmi? Non sono la mia famiglia. Che ora ho pesantemente rivalutato, e per questo ti sono debitrice. Insomma, quel gelato...» Cal si piegò in avanti e la baciò con decisione. Min sfiorò il suo volto con la mano e si abbandonò a quel bacio, mentre la solita eccitazione la pervadeva. Era felice di toccarlo, di sentire la sua mano tra i capelli, di stare con lui. Quando smisero di baciarsi, Min gli rimase vicino. Non era ancora pronta a lasciarlo andare. «Questo è per aver insultato tua madre?» disse, un po’ confusa. «Perché ho molte altre cose orribili da dire su di lei.» Il sorriso che ebbe come risposta fu un vero sollievo. Era tornato il Cal che conosceva. «Nah, mi piace baciarti, tutto qui.» «Bene» disse Min, tornando in sé. «Ora basta, però. Avevamo deciso di smetterla. Ma sono contenta, perché credevo che non volessi più vedermi. Di sicuro non vuole più vedermi la tua famiglia.» Cal avviò il motore. «Qualcuno di loro vuole ancora vederti.» «Harry.» Min si abbandonò sul sedile, inseguendo un qualunque pensiero che non comprendesse baciare Cal. «Solo perché gli ho ceduto il mio gelato.» Cal rallentò. «Ha mangiato due porzioni?» «Sì» rispose Min. «Ha detto che il gelato non lo fa stare male.» «Ha mentito.» Cal fermò l’auto. «Gli succede con qualunque cosa contenga zucchero.» «Dobbiamo tornare indietro?» disse Min, allarmata. «Cristo, no.» Cal estrasse il telefono. Dopo aver avvertito Bink dell’imminente crisi di vomito, mise in moto l’auto e ripartì. «Perfetto. Ho avvelenato suo figlio» disse Min. «Ora mi odierà anche lei.» «No. Conosce Harry, e le bugie che è in grado di raccontare per dello zucchero. Tu gli piaci.» «Non sembra.» «Eppure è così» disse Cal, immettendosi sulla strada principale. «Mi ha offerto centomila dollari per sposarti.» «Cosa?» Min scoppiò a ridere. «Non credevo avesse un senso dell’umorismo così sviluppato.» «Ce l’ha, ma in questo caso non scherzava. Può permetterselo.» Cal accelerò, lasciandosi alle spalle la strada che conduceva alla casa dei suoi genitori. «Grazie a dio siamo fuori di lì» sospirò. «Aspetta un attimo» disse Min, smettendo di ridere. «Ti ha davvero offerto...» «Sono dieci anni che va a cena da loro ogni domenica» disse Cal. «Quella di stasera è stata la prima a piacergli. Se pensi che i miei genitori non hanno neanche sessant’anni, la aspettano più o meno altri trent’anni di sofferenza. Circa seicento cene, secondo la sua stima. Senza contare le festività. Ogni cena le costerebbe sessanta dollari. Un vero affare, per quanto la riguarda.» Ci pensò su per un attimo. «Lo sarebbe anche per me. Ma non c’è una sola ragione nell’universo per cui mi siederei a quel tavolo ogni domenica.» «Mio dio» disse Min. «In più, Harry non ha fatto altro che cantare ‘Hunka hunka burning love’ da quando è tornato dal pranzo di ieri. Secondo Bink, l’espressione sul volto dei miei genitori valeva da sola i centomila dollari.» C’era perfino dell’allegria nella sua voce, ora. «Davvero sconvolgente» disse Min. «E non è l’unica cosa sconvolgente di questo pomeriggio.» Proseguirono il tragitto in silenzio per un po’, poi Cal disse: «Come sapevi che ero dislessico?» «Roger l’ha detto a Bonnie. Ho fatto delle ricerche in rete. E poi ti sei rifiutato di scrivere la ricetta del pollo al Marsala quando te l’ho chiesta. Di solito non dici mai di no, quindi doveva essere qualcosa che non potevi fare.» Min ruotò la testa sul sedile e lo guardò. «Sei arrabbiato?» «No» disse Cal. «è vero che i dislessici tendono a mettersi in proprio?» «Sì» disse Min. «Tutto ciò che ho detto è vero. Tu come facevi a sapere delle mie promozioni?» «Bonnie l’ha detto a Roger» disse Cal, entrando in un parcheggio. Min cercò di identificare l’insegna. Sembrava appartenere a un posto costoso e snob. «Torno subito» disse Cal, entrando nel locale. Quindici minuti più tardi ne riemerse con una pretenziosa confezione dalle rifiniture dorate. Gliela lanciò in grembo rientrando nell’auto. «Cos’è?» disse Min, afferrandola al volo. Era pesante. Sbirciò all’interno, dove erano sistemate delle piccole scatole di cartone bianco con le etichette dorate. «è il gelato che ha servito mia madre» disse innestando la retromarcia. «Otto gusti. Manderò anche dei fiori, ma questo è ciò che ti meriti ora.» «Oh.» Min strinse forte la confezione. Non era arrabbiato. Il sollievo si impadronì di lei, facendole realizzare quanto non volesse vederlo uscire dalla sua vita. Era una pessima scoperta. «Tutto bene?» disse Cal. Min rispose con un sorriso forzato. «Non proprio» disse, fingendo esasperazione. «Non c’è un cucchiaio?» Senza togliere gli occhi dalla strada, Cal estrasse un cucchiaio di plastica dalla tasca della giacca e glielo consegnò. «Sono pazza di te» disse lei, senza pensare. «Bene» rispose Cal. «Anche io sono pazzo di te.» «In modo amichevole» aggiunse Min, precipitosamente. «Certo» disse Cal, scuotendo la testa. «Ci tenevo a dirlo» concluse Min, aprendo la prima confezione di gelato. «La chiama Minnie» disse Cynthie, quando David rispose al telefono quella sera. «Le ha regalato il suo cappello da baseball.» «Fammi sapere se le regala anche l’anello della laurea» disse David. «Potrei avere almeno una domenica di pace?» «Non so, David» disse Cynthie, con voce pericolosa. «Vorresti passarne qualcuna in compagnia di Min, in futuro?» «Sì» disse David. «Ma il pranzo è andato malissimo, e ora non risponde neanche al telefono. Cal molla sempre le sue donne dopo un paio di mesi. Direi che la cosa migliore è aspettare che la lasci, e poi consolarla.» «E non ti disturba il pensiero che lui sia libero di scoparsela a sangue per due mesi?» disse Cynthie. «Ehi» David balzò dalla poltrona. «Non è...» «Non hai idea di cosa quell’uomo possa fare a una donna» disse Cynthie. «Credi davvero di riuscire a soddisfarla una volta che sarà andata a letto con Cal?» «Io me la cavo benissimo a letto» disse David, furioso. «Cal sa fare molto più di ‘benissimo’» disse Cynthie. «Se fossi in te, non aspetterei che Min scoprisse esattamente quanto di più.» «Cynthie, sei davvero di cattivo gusto.» «Come vuoi» disse Cynthie. «Lascia pure che vinca lui.» La sua voce era come un’unghia sulla lavagna. «Non è questione di vincere o perdere» disse David, pensando: Quel bastardo sta vincendo. E lui avrebbe perso Min. Ma la colpevole era lei. Era il tipo di donna che faceva di tutto per non essere trattata in modo speciale. E ora che Cal la ricopriva di attenzioni per vincere una scommessa, ne era estasiata. Probabilmente, se David fosse tornato da lei e le avesse mostrato ogni riguardo, Min gli avrebbe concesso tutta la sua gratitudine. Era proprio una donna semplice. Per questo Cal la stava conquistando. Era suo dovere fermarlo. E salvare Min. «David?» disse Cynthie, incalzandolo. «Vuoi riaverla, vero?» «Sì» disse David. «Allora va’ da lei e stupiscila» disse Cynthie. «Dille quanto è importante per te. Falle un regalo. Le piacciono le palle di vetro con la neve; compragliene una. Regalale un po’ di gioia, maledizione.» «Palla di vetro» ripeté David, ricordando di averne viste alcune sulla mensola del caminetto di Min. «Se dovesse fare la difficile, fai finta di dimenticare qualcosa a casa sua. Torna lì il giorno dopo e provaci ancora» disse Cynthie. «Una cravatta, per esempio.» «Perché dovrei togliermi la cravatta?» disse David. Ci fu un breve silenzio, poi Cynthie disse: «Fallo e basta, David. Non ho tempo di darti lezioni straordinarie di seduzione.» «Va bene» disse David. «Passerò da lei dopo il lavoro. La sorprenderò. Le parlerò di matrimonio.» «Parlare?» disse Cynthie, esasperata. «Per una volta nella tua vita, potresti fare qualcosa di più che parlare?» «Non voglio comportarmi come un cavernicolo» disse David. «Ci hai mai provato?» disse Cynthie. «Certo che no.» «E come fai a sapere che non funziona?» «Be’...» disse David. «Al diavolo. E sia. La bacerò. Min bacia molto bene.» «Buono a sapersi» disse Cynthie. «Non rovinare tutto, David.» «Tranquilla» disse David, ma Cynthie aveva già riagganciato. «Sei una vera strega» disse al telefono muto. Poi riagganciò anche lui. Lunedì mattina, Nanette chiamò Min per sapere com’era andata la cena dai Morrisey. «Raccontami tutto» le disse. «Mamma, sono al lavoro» disse Min. «Tuo padre non ti licenzierà di certo» disse Nanette. «Non oserebbe tradire te.» «Mamma?» disse Min. «Com’era la casa?» disse Nanette. «Hai fatto colpo sulla madre?» «La casa era bellissima,» disse Min «e sua madre mi odia.» «Min, se dovesse diventare tua suocera...» «Non diventerà mia suocera.» «Avrai bisogno di lei. Nei momenti più duri. Non che tua nonna mi abbia mai aiutato nel...» «Quando mai hai avuto problemi con papà?» disse Min. «Ora, per esempio» disse Nanette, fuori di sé. «Ormai è morta» disse Min. «Non può più aiutarti. Cosa c’è che non va?» Ci fu un lungo silenzio, poi Nanette disse in tono drammatico: «Ha un’amante.» «Non ci credo» disse Min. «Sii seria, mamma. Dove troverebbe il tempo? Conosci i suoi spostamenti in ogni momento della giornata.» «Sono quei pranzi, lo so» disse Nanette, cupamente. «Di solito pranza con Beverly» disse Min. «La stessa Beverly che adora suo marito e non vorrebbe mai lavorare durante il pranzo. Non può avere una storia con lei.» «Sei così ingenua, Min» disse Nanette. «Sei così paranoica, mamma» disse Min. «Cosa ti fa pensare che ti tradisca?» «è cambiato. Non parliamo più.» «Tu parli solo di abbigliamento, del matrimonio e del mio peso» disse Min. «A lui non interessa. Datti al golf. In men che non si dica vi troverete a fare lunghissime conversazioni.» «Lo sapevo che non avresti capito» disse Nanette. «Dopotutto tu hai il tuo Calvin.» «Non ho nessun Calvin» disse Min, setacciando il cassetto in cerca di una graffetta. «Abbiamo deciso di non... Ahi.» Ritirò la mano, trovando uno spillo conficcato nel suo dito. «Non hai più tempo di pensare a tua madre» disse Nanette. «Santo cielo» disse Min. «Torna a preoccuparti del matrimonio e non fare idiozie, tipo lasciare papà. Non è successo proprio nulla. Dio mi è testimone, quel pover’uomo è innocente.» «Le figlie sono sempre le ultime a venirlo a sapere» disse Nanette, prima di chiudere la conversazione. «Pazza furiosa» disse Min, riattaccando il telefono. Cercò un pezzo di carta per asciugare il sangue dal dito. Il telefono squillò di nuovo, quasi immediatamente. Il ‘ciao’ di Diana era avvolto in una vocina tremante. «Che succede?» disse Min, spargendo sangue su varie pagine delle sue pratiche. «Sono solo un po’... giù» disse Diana. «Ci vediamo?» «Certo» disse Min. «Stasera andrebbe bene?» «Non posso» disse Diana. «I genitori di Greg mi hanno invitato a cena. Come è andata con i genitori di Cal?» «Malissimo» disse Min. «Domani sera?» «No» disse Diana. «Susie e Karen hanno organizzato una piccola festicciola di addio al nubilato. Mi aspetto di trovare qualche giocattolo sessuale.» «Peccato non esserci» mentì Min, cercando di non pensare a Bieca con un vibratore in mano. «Mercoledì andrebbe bene?» disse Diana. «So che di solito esci con Dolce e Acida, ma potrei unirmi a voi?» «Sì» disse Min, cercando di non ridere. «Specialmente se prometti di chiamarle Dolce e Acida.» «Liza mi ucciderebbe» disse Diana. La voce era già più allegra. «Passa a prendermi in ufficio» disse Min. «Usciremo con loro, e dopo potrai rimanere a dormire da me. Come ai vecchi tempi. Anche se non potremo fare altro che preparare le confezioni di torta. Ho appena scoperto che vanno assemblate.» «Okay» disse Diana. «Okay. Mi sento meglio. è solo agitazione prematrimoniale.» «Esatto» disse Min. «Hai parlato con mamma, ultimamente?» «Be’, certo» disse Diana. «Vivo con lei.» «No, intendevo parlare. Mi ha appena chiamato per dirmi che papà la tradisce.» «Oh» disse Diana, colpita dalla notizia. «No, non mi ha detto nulla.» «Bene» disse Min, assicurando a sua sorella che il padre non andava a letto con la segretaria. «Vorrebbe dire saltare il pranzo, Diana. Ti sembra uno scenario plausibile?» Poi riagganciò, rinnovando la promessa di una bella serata per mercoledì. Rimase seduta a fissare il telefono, attendendo di sentirlo squillare di nuovo. Aveva detto a Cal di non chiamarla, e che avrebbe voluto il lunedì tutto per sé, ma lui non era bravo a seguire le istruzioni. Quindi, forse... Alle cinque del pomeriggio fu piuttosto chiaro che quel bastardo aveva imparato a seguire le istruzioni anche troppo bene. Tornando a casa, Min riconobbe le voce di Elvis provenire dallo stereo prima ancora di aprire la porta. Trovò il gatto spalmato sul divano, con le orecchie vicino all’altoparlante. «L’hai acceso di nuovo, eh?» gli disse, coccolandolo per farsi perdonare la prolungata assenza. Non che la cosa lo disturbasse, certo. Cucinò spaghetti per inaugurare la piacevole serata che aveva organizzato con il suo gatto, ma al tempo stesso tenne le orecchie aperte per eventuali visitatori. Non si sa mai. Quando sentì bussare, fu combattuta tra esasperazione e felicità. Cal non le dava mai retta, e questo non andava bene. Ma era contenta che fosse venuto. Peccato che non fosse lui. Aprendo la porta si trovò davanti David, che la tolse da qualsiasi imbarazzo riguardo alla sua situazione emotiva. Le rimaneva soltanto l’esasperazione. «Che ci fai qui?» gli disse. «Devo parlarti.» Entrò in casa, ma si fermò subito. «Mio dio, e quello cos’è?» «Ti presento Elvis» disse Min, chiudendo la porta. «è il mio gatto, lo adoro. Di’ qualcosa di offensivo e con me hai chiuso per sempre.» David si accomodò sul divano, il più lontano possibile da Elvis. «Ho pensato molto a noi» disse, allentandosi la cravatta. «Non esiste un ‘noi’» disse Min. «Non è mai esistito. La cosa più carina che hai mai fatto per me è stata mollarmi. Te ne sarei grata, se non fossi ancora arrabbiata.» «Lo so, lo so. Me lo merito.» David si allentò il nodo della cravatta. Min non ricordava di averlo mai visto così sfatto. «è stato uno stupido errore.» Diede dei colpetti al divano, vicino a sé. «Vieni qui, lascia che ti spieghi.» Min lo raggiunse, sedendosi al suo fianco. «Sbrigati» gli disse. «Elvis e io abbiamo una serata importante a cui dedicarci.» Sentendo fare il suo nome, Elvis avanzò sul divano rannicchiandosi a fianco di Min, brontolando sommessamente. Min lo accarezzò dietro le orecchie. «Buono, tigre» gli disse. «Sta per andarsene.» David si avvicinò a lei, tenendo d’occhio il gatto. «Voglio sposarti, Min.» Elvis tirò fuori gli artigli e li conficcò nella manica di David. «Al diavolo» disse David, tirandosi indietro. «Perché fa così?» «Elvis non vuole sentir parlare di matrimonio» disse Min. «Credo che Priscilla gli abbia spezzato il cuore. L’ha sempre amata, sai.» «Non è divertente» disse David. «Nessuno sta ridendo, infatti.» «Guarda che dico sul serio.» Mise una mano nella tasca del cappotto e ne estrasse un pacchetto. «Voglio dimostrartelo con questo.» «Non sarà mica un anello, vero?» disse Min con orrore. «No» disse David. Min scartò la confezione. All’interno c’era una costosa palla di vetro da dieci centimetri di diametro, raffigurante la Torre Eiffel. «La Torre Eiffel?» disse Min. Quest’uomo non mi conosce affatto. «Ci andremo in luna di miele» disse David, avvicinandosi ancora. «A Parigi. La nostra sarà una vita bellissima, Min. E non avrei problemi a costruire una famiglia, anche subito. Potremmo...» «Non voglio figli» disse Min, scrutando all’interno del vetro. «David, non è il mio genere di...» «Certo che vuoi figli» disse David. «Tu sei nata per fare la madre.» Min poggiò la palla di vetro sul tavolino e guardò il gatto. «Elvis, poniamo il caso di avere di fronte due uomini. Uno ti dà dell’angioletto vizioso, l’altro dice che sei nata per fare la madre. Tu quale sceglieresti?» «Sei molto di più, naturalmente» disse David. «Ma...» Smise di parlare quando il gatto balzò giù dallo schienale e si strofinò contro di lui, lasciandogli una scia di peli sulla manica. «Il tuo gatto mi ha riempito di peli.» «Direi che siete pari» gli fece notare Min. «Lui è pieno di fibre del tuo costosissimo vestito.» «Min, so che stai uscendo con Cal Morrisey» disse David. «Ah, sì?» disse Min. Schifoso figlio di puttana, stai solo cercando di vincere la scommessa. Avrebbe dovuto andare a letto con Cal soltanto per farla pagare a David. Un pensiero più eccitante del dovuto. «Dovresti smettere di frequentare Cal» disse David, con aria seria. «Per sempre.» Il gatto balzò in avanti dal tavolino e spinse via la palla di vetro con tale forza da farla andare in mille pezzi sulla pietra del caminetto. C’era acqua dappertutto. «Elvis!» Min si alzò di scatto per allontanarlo. «Stai lontano da lì. Ci sono i vetri rotti.» «L’ha fatto apposta» disse David, sconvolto. «Certo, David. è una congiura del gatto contro di te.» Min recuperò la base da quella pozzanghera di acqua e vetri rotti, poi prese la pattumiera e tornò a raccogliere le schegge. «Quel gatto...» disse David. «Sì?» fece Min, sollevando il pezzo di vetro più grosso. «Lasciamo stare» disse David. «Non sai cosa ha in mente Cal Morrisey.» «Certo che lo so» disse Min, raccogliendo un altro pezzo. «Vuole venire a letto con me.» «è vero» disse David. «Ma c’è dell’altro.» «Lo so.» Min raccolse l’ultimo dei frammenti più grandi, poi guardò ciò che rimaneva. «Passami quella rivista, per favore.» Prese la rivista e ne strappò la copertina. «No, non lo sai. è capace di qualunque cosa» disse David. «Ho avuto la stessa impressione.» Min fece passare la copertina sotto i pezzi di vetro, usando il resto della rivista come una scopa. Versò il tutto nella pattumiera, ma poi notò un ultimo, lungo frammento che era sfuggito alla sua pulizia. «David, non devi preoccuparti per me. Non sono innamorata di Cal... ahi!» Ritirò la mano mentre il sangue cominciava a sgorgare. «Ma che diavolo...» Buttò l’ultimo pezzo di vetro nella pattumiera, poi andò in cucina a pulire la sua mano insanguinata. «Mi stai ascoltando?» disse David. «No» disse Min, di fronte al rubinetto. «Sono ferita. Vattene. Non voglio sposarti.» Chiuse il rubinetto, si fasciò il dito con della carta da cucina e tornò in salotto per liberarsi del suo ospite. «Min» disse David, alzandosi in piedi. «Non mi stai prendendo sul serio.» «Certo che no» disse Min, aprendo la porta d’ingresso. «Sei un brav’uomo, David. Cioè, non proprio. Vai...» «No, Min. Non me ne vado» disse con voce seria e profonda. Poi la tirò a sé e la baciò con forza. 11 David stringeva tra le mani la testa di Min, che era impossibilitata a muoversi. Sollevò una mano per preparare uno schiaffo, ma David si ritrasse urlando prima che potesse colpirlo. Elvis, ringhiando, aveva piantato gli artigli nella caviglia di David. Min si passò una mano sulla bocca, mentre David cercava di liberarsi dalla morsa di Elvis. «Seidisgustoso. Te l’ho già detto, trovati una donna che risponda ai tuoi requisiti di buona compagna e sposala. Io ho un gatto da guardia, e ultimamente sono molto in contatto con la mia stronza interiore. Non riusciresti a sopravvivere.» «Mi dispiace» disse David. «Ma ti desidero così tanto che...» «Già» disse Min. «Provaci di nuovo e tiro fuori lo spray antiaggressione. Ora vattene.» «Promettimi che non vedrai più Cal Morrisey» disse David. Elvis abbassò la testa sulla spalliera del divano e cominciò a ringhiare. «No, David. Non ti prometto nulla.» Min indicò la porta. «Fuori, prima che chieda un’ordinanza restrittiva.» «Pensaci, almeno» disse David. «No» disse Min, spingendolo fuori dalla porta. Dopo averlo chiuso fuori, si voltò verso Elvis. Si era allungato sulla spalliera del divano, con la testa vicino a quello stereo che gli piaceva tanto. Armeggiò con la zampa fino ad azionare il tasto On. Le note di Heartbreak Hotel invasero la stanza. «Abbassa il volume» disse Min, prima di ricordarsi che stava parlando con un gatto. Raggiunse lo stereo e regolò il volume. «Che storia strana, Elvis.» Elvis diede dei colpetti al tasto Forward finché non sentì Love Me Tender. «Poteva andarmi peggio» disse Min, guardando il gatto disteso sul divano. «Poteva piacerti la musica dei film di Julia Roberts.» Elvis cominciò a muovere la coda a tempo di musica. Min rinunciò e andò a cercare un cerotto. Cal non si era fatto sentire neanche il martedì, e Min credeva di essersi ormai liberata di lui, non senza un certo disappunto. In quel momento bussarono alla porta. Mescolò un’ultima volta il pollo al Marsala e andò ad aprire, armata di spray antiaggressione. Dopo quarantotto ore senza contatti con il mondo esterno sperò quasi che fosse un ladro, per scaricare un po’ di tensione. Trovò invece Cal, appoggiato contro lo stipite. In una mano aveva il consueto sacchetto di Emilio; nell’altra, una confezione più piccola. Non l’aveva mai visto così stanco. Il colletto della camicia era aperto, la cravatta era allentata e le maniche della camicia erano avvoltolate. Era arruffato, trasandato e sexy come non mai. Il cuore le vacillò nel petto per quanto era contenta di vederlo. «Ciao» disse Cal, notando lo spray. «Mi basta un no.» Min lo fece accomodare e lui le diede un bacio sulla fronte. Si piegò verso di lui, attratta da quella sensazione di solidità e guidata dalla felicità di sentirlo vicino. Poi si protrasse verso l’alto, d’impulso, e lo baciò delicatamente, un bacio tipo ciao-come- stai, che le sembrò la cosa più giusta da fare. Quando si ritrasse, Cal era sbalordito. «Che c’è?» gli disse. «Era un bacio amichevole.» Cal scosse la testa e chiuse la porta dietro di sé con un movimento della spalla. «è stato... bello. Tieni.» Le consegnò il sacchetto più piccolo. «Sono in fase di corteggiamento. Quindi ti spettano dei regali.» Min perse un po’ d’entusiasmo. «Non dovevo baciarti? Ho sbagliato qualcosa?» «No.» Le sorrise, nonostante la stanchezza. «Non riusciresti a sbagliare neanche se volessi.» Il sorriso svanì. «è stata la prima volta.» «Ma per favore» disse Min. «Sono giorni che ci baciamo.» «Sono giorni che io bacio te» disse Cal, lanciando il soprabito su una sedia e poggiando il sacchetto di Emilio sul tavolo. «Era la prima volta che tu baciavi me. Cos’è questo profumo?» «Pollo al Marsala» disse Min. «Credo di avercela fatta. Come può essere la prima volta? Ti ho...» La voce si esaurì in una riflessione impossibile. Aveva ragione. L’iniziativa era sempre venuta da lui. «Non ci pensare» disse Cal, dirigendosi verso di lei. «Allora...» Min lasciò cadere il sacchetto e si alzò sulle punte dei piedi per baciarlo. Stavolta ci mise tutta sé stessa. L’emozione le fece girare la testa, e si aggrappò alla sua camicia per tenersi in equilibrio. Cal la sorresse, ricambiando il suo bacio finché Min non fu accaldata e tremante. «Con questo fanno due» disse Cal, senza fiato. «Non che voglia tenere punteggi.» «Dovrebbero essere di più» disse Min, cercando di riprendere un respiro regolare. «Non succederà più in futuro, ma non avrei dovuto lasciare a te tutto il lavoro.» «Non mi è dispiaciuto» disse Cal, tirandola a sé. Min sapeva di dover opporre resistenza, ma non ce la faceva. Le piaceva troppo sentire il contatto con il suo corpo. «Anche se mi piace questa nuova dinamica.» «Non volevo che ti facessi l’idea sbagliata» disse Min, appoggiando la fronte contro il suo petto. «Quale sarebbe questa idea sbagliata?» Cal le baciò nuovamente la testa, e Min sorrise. «Che io... volessi di più.» «Giusto» disse Cal. «Solo amici. Assolutamente. Baciami ancora.» Min alzò la testa e lo guardò, ancora sorridente. «Se me lo ordini tu, non vale.» «Vale in ogni caso» disse Cal, baciandola. Min si abbandonò a lui completamente, perdendo la cognizione del tempo e di ogni altra cosa, salvo la sensazione del corpo di Cal attorno al suo. Cal smise di baciarla per prendere fiato. «Ti avviso che mi sto facendo l’idea sbagliata.» «No» disse Min, tirandosi indietro. «Niente idea sbagliata. Fa’ finta che non sia successo nulla.» Brandì il flacone di spray antiaggressione. «C’è lo spray a difendermi.» «Certo» disse lui, lasciando la presa e sprofondando sul divano. «Elvis, vecchio mio. Come te la passi?» Sollevò una mano per accarezzarlo dietro le orecchie, e Min stava quasi per dirgli di non farlo, memore di quanto successo a David. Ma Elvis allungò dolcemente la testa, consentendo a Cal di avvicinarsi. Siglò poi la sua approvazione con delle fusa. «è proprio un gatto fantastico.» «Lo so.» Min cercò di rallentare il battito del suo cuore, mentre Elvis si raggomitolava ai piedi di Cal. «Non so come ho fatto a vivere senza di lui per tutto quel tempo.» Raccolse il sacchetto che aveva lasciato cadere e andò a sedersi sul divano vicino a Cal. «Mi hanno avvertito» disse, aprendo la confezione. «Mi avresti regalato qualcosa che non sapevo nemmeno di volere.» «Chi ti ha avvertito?» le chiese Cal. Ma la scatola di scarpe che si celava nella confezione era ormai l’unico destinatario delle attenzioni di Min. «I miei gusti in fatto di scarpe sono molto particolari» disse, scuotendo la testa. «Ci sono ampie possibilità di andare incontro a un disastro.» «Mi piace il rischio» disse Cal. Min aprì la scatola. Dentro c’erano delle scarpe aperte con il tacco alla francese, esattamente ciò che adorava. Ma erano coperte da pelo bianco. «Che diavolo...» disse, tirandole fuori. Poi notò i due conigli sul collo del piede. «Mi hai regalato delle pantofole con i conigli?» Le facce buffe e tenere dei due animaletti la guardavano dritta negli occhi. «Pantofole aperte con i conigli? Sono incredibili.» «Lo so» disse Cal, accarezzando Elvis sulla pancia. «E c’è anche della musica.» «Fammi indovinare» disse Min, riprendendo il sacchetto. «Elvis Costello.» Ne estrasse un cd e lesse il titolo. «Elvis Presley, The 50 Greatest Love Song.» Guardò Cal. «Mi hai regalato Elvis Presley.» «è ciò che ti piace» disse Cal, mentre il gatto si allontanava. «Non potevo certo regalarti ciò che piace a me.» «è proprio vero che sei bravo» disse Min, esaminando di nuovo le pantofole. «Adoro queste scarpe.» «Ogni donna dovrebbe avere un paio di pantofole con i conigli» disse Cal, esaminandone una. «Specialmente le donne che hanno dita dei piedi come le tue.» Si abbassò, le prese un piede e le tolse il calzino di spugna. Min agitò le dita del piede, coperte da smalto rosa e improvvisamente molto fredde. «Dita fantastiche, Minnie» disse, sfiorandole la pianta del piede con il pollice. «Solletico» disse Min, cercando di ritrarre il piede. Cal le fece indossare la scarpa prima che riuscisse a divincolarsi. Min chiuse gli occhi e sospirò avvertendo la piacevole sensazione del pelo sul piede. «Stupendo» disse. Poi guardò in basso e agitò di nuovo le dita, visibili sotto la bocca del coniglio. «Sono perfette.» «Lo so» disse Cal, liberandole il piede. Min si tolse l’altro calzino e indossò la pantofola. «Sei un vero genio. Aspetterò che te ne vada per ascoltare il cd, per risparmiarti la sofferenza.» «Mi piace Elvis» disse Cal. Nel frattempo, il gatto era sceso lungo il bracciolo della poltrona, riportando alla luce qualcosa di nascosto sotto al tavolino. «Ehi.» Cal si piegò per raccoglierlo. «Attento, gatto. Ti farai...» S’interruppe, prendendo in mano l’oggetto. «Perché hai una statua della Torre Eiffel?» «Ieri sera mi hanno regalato una palla di vetro contenente la Torre Eiffel» disse Min, gettando un’altra occhiata alle sue dita dei piedi che spuntavano sotto ai denti dei conigli. «Elvis l’ha rotta.» «Buon per Elvis.» Cal le consegnò la torre e Min la gettò nella spazzatura, tornando a guardare i conigli. «Chi è stato tanto sprovveduto da regalarti una palla di vetro senza persone dentro? Greg?» «No» disse Min, addentrandosi in un argomento spinoso con il sorriso sulle labbra. «Sai, credo che il pollo sia venuto molto bene.» Si alzò in piedi. Le pantofole erano comodissime. «Calzano alla perfezione.» «Minerva» disse Cal. «Tu mi nascondi qualcosa.» «Un sacco di cose» disse Min, camminando verso la cucina con particolare attenzione al modo in cui le pantofole toccavano il parquet. «Credo che non le toglierò mai più.» Love Me Tender partì all’improvviso in salotto, e Cal le disse dal divano: «Il gatto sa far funzionare lo stereo?» «Conosce il tasto dell’accensione» rispose Min. «E quello del replay, sfortunatamente. Ho ascoltato Love Me Tender quattro volte, ieri sera. Poi ho tolto il cd.» Mescolò il pollo un’ultima volta, poi lo assaggiò e pensò: Stavolta ce l’ho fatta. Sorrise compiaciuta, poi ne prese un altro boccone per sicurezza prima di chiamare Cal. «Credo che dovresti assaggiarlo.» «Certo» disse Cal, alle sue spalle. «Ma prima dimmi a chi appartiene questa.» Quando Min si voltò, Cal aveva in mano la cravatta di David. «Dove l’hai trovata?» disse. «Elvis ci stava giocando» rispose Cal. Min gliela strappò di mano e la gettò nella spazzatura. «Non sono affari tuoi.» «Lo so» disse Cal. «E non puoi essere geloso» disse Min. «Eppure, per quanto la cosa mi infastidisca, lo sono» disse lui, incrociando le braccia. «Okay, non sono affari miei.» «Esatto» disse Min. «Allora, di chi è?» Min si appoggiò ai fornelli, e capì di essere contenta che Cal fosse geloso. Sei un disastro, si disse. «Minnie» disse Cal. «Del mio ex ragazzo. è venuto a chiedermi di sposarlo.» «Sul serio?» La voce di Cal era tranquilla, ma la sua mascella si irrigidì. «Sì, sul serio» disse Min, godendosi il momento. «Mi ha regalato quel fermacarte perché voleva portarmi a Parigi in luna di miele.» «Carino da parte sua» disse Cal, rabbiosamente. «Non direi.» Min tornò in posizione eretta. «Non voglio andare in luna di miele a Parigi.» «Gliel’hai detto?» «No» disse Min, esaurendo la pazienza. «Gli ho detto che non volevo sposarlo, poi l’ho cacciato.» Cal annuì. «E questo è tutto» disse Min. «è finita.» «Non è finita» disse Cal. «Ti assicuro che...» «Ha lasciato qui la cravatta, Min.» «E quindi?» «L’ha lasciata per poter tornare a riprenderla.» «Ma questo è...» Min ci pensò su. «Del tutto possibile.» «Dammi la cravatta» disse Cal. «Perché?» disse Min, esasperata. «Così domani potrò spedirla a quel figlio di puttana» disse Cal. «Come si chiama?» «Sei impazzito, forse?» Cal chiuse gli occhi. «Sì.» «Mi fa piacere» disse Min. «Il primo passo verso la soluzione del problema è ammettere di averne uno.» «Non vederlo più» disse Cal, facendola suonare come una richiesta più che un ordine. «Non ne ho la minima intenzione» disse Min. «Non mi piace neanche.» «Posso restituirgli la cravatta, per favore?» disse Cal, tendendole la mano aperta. Min la recuperò dalla spazzatura. «Tieni. Si chiama David Fisk. Ha un’azienda di...» S’interruppe quando vide l’espressione sul volto di Cal. «Che c’è?» «David Fisk è il tuo ex?» disse Cal. Min si ricordò della scommessa. «Sì» rispose. «Lo conosci?» «Sì» disse Cal. «è un...» Fece una pausa. Min attese. «è un cliente.» «Oh» disse Min, pensando: La scommessa. Non vuole dirmi della scommessa, maledizione. Cal appallottolò la cravatta. «Gliela farò riavere. Com’è il pollo?» «Ottimo, mi sembra» disse Min. Sentì la depressione calare su di lei, mentre Elvis cantava del vero amore. «Ha un ottimo aspetto.» Cal prese un cucchiaino e raccolse un po’ di salsa. Min fremeva nell’attesa del responso, consapevole di tenerci troppo. «Accidenti, che buono» disse Cal, con aria sorpresa. «Credo sia meglio di quello di Emilio. Hai aggiunto qualche ingrediente?» «Sì» disse Min. «Ma è un segreto. Tu hai i tuoi, io ho i miei.» «Io non ho segreti» disse Cal. «Cena» disse Min, andando a preparare la tavola. Love Me Tender ripartì dall’inizio. Parlarono per la durata della cena e mentre lavavano i piatti. Min cercò di non farselo piacere, cercò di pensare alla scommessa; ma stava così bene con lui che continuava a dimenticarla. In qualche modo si era insinuato nella sua vita prendendola alla sprovvista, e lei ne era felice nonostante sapesse bene qual era il suo piano. Mentre io non ne ho uno, pensò. Era una bella sensazione. Si rassegnò e gli sorrise. Quando Cal fu sul punto di andarsene, lo salutò con un bacio senza farsi problemi. Ma quando lui si appoggiò allo stipite e disse: «Minnie, questa faccenda dell’amicizia...» Min lo spinse via gentilmente e chiuse la porta, riuscendo a non dire: è un’idiozia, smettiamola, fai l’amore con me. Perché quella, si disse tornando da Elvis, sarebbe stata una pessima idea. Alle sette di mercoledì sera, David era in maniche di camicia, intento a cercare di rintracciare due spedizioni andate perdute. Nella sua mente, però, c’era sempre Min. Come fare per riconquistarla? E pensare che una volta gli aveva perfino portato una Caesar Salad in ufficio. Senza crostini. In quel momento, Cynthie irruppe nella stanza. Stavolta indossava un vestito rosa. «Oh, bene; sei tu» disse David, senza alcuna enfasi. «Continuano a vedersi.» Cynthie chiuse la porta alle sue spalle. «Eravamo d’accordo che ti saresti fatto avanti.» «L’ho fatto» disse David. «La risposta è stata no. Ho lasciato lì la cravatta, ma Cal me l’ha rispedita indietro. Non ha funzionato. Però Min ha detto di non volerci andare a letto, quindi credo che aspettare sia...» «Aspetta di sentire questa, piuttosto. L’ha portata a cena da sua madre.» David balzò sulla sedia, avvertendo una scarica gelida percorrergli la spina dorsale. «Come?» «L’ha portata a cena da sua madre» ripeté Cynthie. «Mi ci sono voluti sette mesi per convincere Cal a invitarmi a cena dai suoi genitori. Lei ci è riuscita in tre settimane. David, lo sto perdendo.» «Sua madre» ripeté David. Che bastardo. Farebbe di tutto per vincere la scommessa. «Cazzo.» Alzò lo sguardo, non riuscendo a credere di averlo detto ad alta voce. «Mi spiace.» «No» disse Cynthie, piantandosi di fronte a lui. «Non ti dispiace. Tu sei arrabbiato.» «Sì, lo sono.» David pensò a Cal Morrisey e si arrabbiò ancora di più. Qualcuno avrebbe dovuto fermare gentaglia come lui. Si alzò in piedi. «Cosa dovrei fare?» «Lottare per lei» disse Cynthie. «è la tua ragazza. Riprenditela.» «Ci ho provato» disse David, perdendo coraggio. «Ma ha occhi solo per Cal.» «Mai visto un imbecille tanto passivo» disse Cynthie. «Non c’è da stupirsi che non volesse venire a letto con te. Magari non gliel’hai neanche chiesto.» «Grazie» disse David. «è bello sentirselo dire da una persona che è stata mollata dopo nove mesi di gran sesso. Non si può dire che la tua tattica aggressiva abbia funzionato alla perfezione. Vero, tesoro? Magari sei tu quella che ha un problema di temperamento.» «Stammi a sentire» disse Cynthie. «Io ho un corpo perfetto e sono fantastica a letto.» «Ho i miei dubbi» disse David, facendo il giro attorno alla scrivania. «Non scomodarti ad aprire di nuovo la giacca. è una pubblicità che ho già visto.» Cynthie lo fissò a bocca aperta. «Bastardo.» «Che diavolo, Cynthie. Ma cosa ti aspettavi? Piombi nel mio ufficio urlando e insultandomi perché il tuo ex ha invitato la donna che amo a cena con i suoi genitori. Se vuoi risolvere la situazione, fallo tornare da te. Sbottonati la giacca davanti a lui.» David esitò, poi chiuse gli occhi. «Senti, sono stanco, sono triste e non faccio sesso da tre mesi. Riporta il tuo corpo perfetto dal tizio con cui facevi sesso perfetto. Io ho del lavoro da fare.» Non sentendo arrivare alcuna risposta, David aprì gli occhi. Cynthie lo guardava con espressione pensierosa. «Non hanno ancora fatto sesso» disse Cynthie. «Lo so» disse David. «Quindi siamo tutti a bocca asciutta. Grandioso. Ora puoi andartene.» «è evidente dal modo in cui si comportano quando sono insieme» disse Cynthie. David si fermò ad ascoltarla. «Sono stata all’Azzardo. C’erano anche Min e Cal. Li ho osservati. Niente sesso. Le persone vivono il contatto in modo diverso, dopo aver fatto sesso. Sono più rilassate. Sono...» Cynthie fece un passo verso di lui. «Non l’hanno ancora fatto. Siamo ancora in tempo per riprenderceli. Conosco l’afrodisiaco perfetto.» «Certo» disse David. «Ti sbottoni la giacca.» «No» disse Cynthie, vicina quasi al punto di toccarlo. «Dolore. Se la gioia non funziona, proveremo con il dolore. Come la gelosia. è un impulso fisiologico molto potente. Stanno andando da Emilio proprio ora, li ho sentiti mentre ne parlavano. Ci andremo anche noi.» David fece un passo indietro, urtando la sua scrivania. «Cynthie, non...» «Ma prima» disse Cynthie «faremo sesso.» David rimase esterrefatto. «Sono tre mesi di astinenza anche per me» disse Cynthie. «Quindi faremo del sesso incredibile, atletico, estremo; proprio qui, nel tuo ufficio. Poi andremo a cena. E Cal se ne accorgerà. Le persone sono diverse dopo aver fatto sesso.» David deglutì. «Grazie, ma credo che...» Cynthie si sbottonò la giacca, rivelando un reggiseno rosa brillante così sottile da essere probabilmente illegale in diversi Stati. «Servirebbe soltanto a farci sentire più stupidi...» Lasciò cadere la giacca sul pavimento e si slacciò la gonna. «Una volta che il mero piacere fisico...» La gonna scivolò sulle sue gambe stupende, e David si trovò di fronte il corpo di donna più perfetto che avesse mai visto. «Sarà svanito» concluse mestamente. Cynthie si avvicinò. «Non oserai rifiutare.» «Direi di no» ammise David, lasciandosi trascinare sul pavimento. Quando arrivarono all’Azzardo, Min capì quanto le sembrava strano avere Diana al seguito. Era uno scontro tra mondi opposti. Diana si guardava intorno con occhi vergini, sorridendo estasiata a Shanna, ridendo a ogni cosa che proveniva dalla bocca di Tony, scrutando Cal con approvazione e chiedendo dove fosse Liza, come se volesse godersi il cast al completo della vita di Min. «Sta lavorando» disse Tony. «Ha deciso di rivoluzionare il turno serale come primo incarico al ristorante di Emilio. Al pranzo si dedicherà più avanti. Non l’ho più vista da quando ha cominciato.» «Dovremmo andare da Emilio» disse Roger. «Così potresti vedere Liza.» «Non voglio...» provò a dire Tony, ma Min lo bruciò sul tempo. «Non è una cattiva idea. Io ho fame, e Diana non ha ancora provato il ristorante.» Il gruppo migrò attraverso i due isolati che li separavano da Emilio. «Sono tutti simpaticissimi» le sussurrò Diana. «Non credevo che il tuo gruppo fosse così divertente.» «Non sapevo neanche di avere un gruppo» disse Min. Poi capì che Diana aveva ragione; si accorse di essere a suo agio con Tony tanto quanto lo era con Cal, e realizzò di aver accettato Roger come quel cognato onorario in cui Bonnie lo avrebbe presto tramutato. Liza li accolse all’ingresso, in un vestito corto e nero che sembrava valere un milione di dollari e che probabilmente ne era costati dieci in un negozio di seconda mano. «Benvenuti da Emilio» disse, facendo l’occhiolino a Diana. «Vi aspetta una serata fantastica.» «Non mi convince» disse Cal sottovoce, tra Min e Diana. «Ho sentito dire che il personale è un po’ acido.» Diana diede una gomitata a Min. «Avevi promesso di non dirlo a nessuno.» Il ghigno di Cal alle loro spalle fece scoppiare a ridere Diana. «Casanova» disse Min. Mentre Liza li faceva accomodare al tavolo vicino alla finestra, comparve anche Brian, vestito impeccabilmente. «Salve» disse. «Sono Brian, il vostro cameriere.» «Brian?» disse Cal. «Signor Morrisey» disse Brian, rivolgendogli uno sguardo truce. «Non farti sottomettere dai clienti, Brian» disse Liza, poggiandogli una mano sul braccio. «Ricordati, tu sei meglio di loro.» «Sì, Liza» disse Brian, sprizzando adorazione da tutti i pori. «Mio dio» disse Cal. «Hai il permesso di trattare male il signor Morrisey» Liza confidò a Brian. «Bene» disse Brian, schiaffeggiando Cal sulla nuca con il menu. Diana continuava a ridere. «Cos’è questo posto?» disse guardandosi intorno. «Casa» disse Cal. Min annuì, osservando la sua vita attraverso gli occhi di Diana. Era una vita che le piaceva, ma in qualche modo si era legata a doppio filo a quella di Cal. Cosa farò quando se ne andrà? Quel pensiero la raggelò. Aveva lasciato che la cosa andasse troppo oltre, e si sentiva in pericolo. Trascorse quasi tutta la cena in silenzio, ascoltando le conversazioni di Diana con i suoi amici, rimirando Cal che le sorrideva, completamente a suo agio, cravatta allentata e maniche arrotolate. Le dava una sensazione di solidità; non come la magrezza modaiola di David, o come la palestrata banalità di Greg. Ma ampio, robusto e reale, infinitamente desiderabile. Sarei capace di dirgli di sì prima che mi abbandoni, pensò. Sentì il fuoco pervaderla, e per un breve istante si concesse una fantasia che sapeva essere sbagliata. Immaginò di abbandonarsi sotto il suo peso, di sentire le sue mani decise su tutto il corpo, di cingere quella mole possente con le braccia. Un momento di trasporto viscerale che le fece chiudere gli occhi e quasi mordere il labbro. Quando si ridestò, vide Cal che la fissava. Aveva smesso di ridere. «Vieni qui e dimmi a cosa pensi, Minerva» le disse, chinandosi verso di lei. «Non credo proprio, Calvin» rispose Min, riorganizzando le difese. «Ehi» disse Tony, richiamando l’attenzione di tutto il tavolo. David e Cynthie erano appena entrati, con l’aria molto accaldata. Mentre Brian li scortava al tavolo con il piglio da professionista, David poggiò una mano molto in basso sulla schiena di Cynthie, che non ebbe nulla da ridire. «Basterebbe indossare una maglietta che dice ‘L’abbiamo appena fatto’» commentò Tony. «Shhh» disse Cal. «Non rovinare questo bel momento.» Min lo guardò. «Non ti dà fastidio?» «Perché dovrebbe?» disse Cal. «Be’, lei è...» Min lasciò cadere nel vuoto la frase. «è acqua passata» disse Cal. «Okay» disse Min, cercando di respingere il piacere che ciò le procurava. «E David?» disse Cal. «Non lo si può neanche definire acqua passata» disse Min. «Mi ha regalato una palla di vetro con la Torre Eiffel, santo cielo.» «Dovremmo mandargli una bella bottiglia di vino» disse Cal. «Perché?» disse Tony. «Così potranno ubriacarsi e tornare a letto» disse Cal. Notò che Liza lo scrutava con sguardo assassino. «Cos’ho fatto, ora?» «Niente» disse Liza. «Riflettevo.» «Rifletti su qualcun altro» disse Cal. «Rifletti su Tony.» «Di Tony ho capito tutto» disse Liza. «Mentre tu rimani un mistero.» «Anche io sono un mistero» disse Tony, ferito nell’orgoglio. «Facciamo sesso, stasera?» disse Liza. «Sì» disse Tony. «Niente mistero» disse Liza, tornando a guardare Cal. «Avrai pure dei punti deboli.» «Min» disse Cal, sorridendole. Liza socchiuse gli occhi, disgustata. «Sto cercando di ricordare se ti ho mai visto colto alla sprovvista.» «Ci sarebbe quella volta in cui Bentley mi ha steso con una palla da baseball» disse Cal. «Lo so.» Liza incombeva sulla sedia di Cal. «Il canto. Non sei timido, ma ti rifiuti di cantare. Perché?» «Ho una voce terribile» disse Cal. Liza guardò Tony. «è vero?» «No» disse Tony. «Piantala di tormentarlo.» «Tu preoccupati dei tuoi amici, io mi preoccupo dei miei» disse Liza, tornando a guardare Cal. «Allora, perché no?» «Panico da palcoscenico» disse Cal. «Non riesco a esibirmi in pubblico. Troppo imbarazzo.» «Tu?» disse Liza. «Non l’avrei mai detto.» Incrociò le braccia. «Cosa ci vuole per convincerti a cantare?» «Una pistola puntata alla testa» disse Cal. «Liza» disse Min, intravedendo negli occhi di Liza un bagliore che non prometteva nulla di buono per nessuno. «Perché continui a insistere?» «Ecco la mia proposta» disse Liza, piegandosi sulla spalla di Cal e avvicinando la bocca al suo orecchio. «Tu accetti di cantare, qui e ora, davanti a tutti...» «No» disse Cal. «E io non dirò né farò nulla per tenerti lontano da Min. Mai più.» Cal rimase immobile per un minuto, poi si rivolse a Min. «Posso fidarmi?» «Certo» disse Min. «Ma ciò non vuol dire che...» Cal guardò Liza negli occhi. «Cosa vuoi ascoltare?» «Lascio a te la scelta» disse Liza, tirandosi su. «Sarà comunque interessante.» «Perché fai così?» le chiese Min, esasperata. «Perché fin’ora è stato tutto troppo facile, per lui» disse Liza, gli occhi ancora fissi su Cal. «Voglio vederlo sudare per te.» «Non è stato proprio tutto facile» disse Cal. «Non devi sentirti obbligato» disse Min. «Parlo sul serio.» «E perché?» disse Cal. «Nel corso dei secoli, gli uomini hanno sempre cantato in onore delle donne. è un po’ come regalare gioielli.» «Comprami un bel portachiavi» disse Min. Cal poggiò una mano sullo schienale della sedia di Min e si avvicinò a lei. «Fai attenzione, Minnie. Non mi vedrai mai più fare una cosa del genere.» «Cal» disse Min. Ma ormai aveva già cominciato a cantare Love Me Tender con enfasi eccessiva e un ghigno sarcastico sul volto. L’imitazione della voce profonda di Elvis era più che passabile. «Non Elvis, per favore» si lamentò Tony, mentre Roger rideva di gusto e scuoteva la testa. Min rimase senza fiato, non solo perché aveva una voce bellissima, ma perché dopo la prima strofa ogni traccia di sarcasmo era sparita dal suo volto. Stava cantando con passione autentica. Tutti gli altri suoni si spensero; c’erano solo loro due. Cal la guardava negli occhi e le chiedeva di amarlo. La testa di Min girava all’impazzata, perché la richiesta era sincera; qualunque cosa stesse accadendo intorno a loro, qualunque cosa stesse accadendo tra loro, questo momento era autentico. Anche se era solo un attimo, ed era solo un attimo, era vero, e lui l’amava. Non aveva mai immaginato nulla di simile. Sentì il cuore contorcersi nel petto; lo amava così tanto da non poterlo sopportare. Non farmi questo, pensò sentendolo cantare. Non spezzarmi il cuore, non me lo merito. Ti prego, non farlo. Quando finì la canzone con un perfetto I love you and I always will, il silenzio attorno a loro era ormai assordante. Mio dio, pensò Min. Nei suoi occhi vide la stessa sorpresa, lo stesso rammarico, la stessa confusione. Non era in sé, si disse. è questa strana cosa che ci perseguita. Lui non diceva sul serio. «Wow» commentò Diana. «Okay, sono molto colpita» ammise Liza. Min prese la borsetta e uscì dal ristorante. 12 Min lasciò che la porta del ristorante si chiudesse con un tonfo dietro di lei e attraversò il marciapiede, accecata dall’impulso di mettersi in salvo. Fece un passo verso la strada, ma il suono di un clacson e uno strattone la fermarono. Si voltò, trovando Cal dietro di lei. «Mi dispiace» disse tenendola stretta. «Qualunque cosa abbia...» «Mi farai del male» disse Min, senza fiato. «Cosa?» disse Cal, sbalordito. «No. Non farei mai...» «Mi spezzerai il cuore» insisté Min, singhiozzando. «Finirò per amarti, e tu te ne andrai. Fai sempre così, fai solo così. E non credo di potercela fare a dimenticarti. Se mi lascio andare all’amore per te, sarà per sempre. è così profondo che fa già male, anche per quel poco che...» «Min, non ti farei mai del male» disse Cal. «Non di proposito» disse Min. «Ma hai tutto il diritto di lasciarmi. Non mi hai mai promesso che sarebbe stato per sempre. è la solita vecchia storia. Tu sei speciale, impari a conoscerci, e noi ci innamoriamo. Poi te ne vai. E io non posso permettermelo. Posso raccontarmi che David era un idiota e non mi conosceva, ma tu mi conosci. Conosci me.» «Min, aspetta» disse Cal, cercando di metterle le braccia sulle spalle. «No» disse lei, divincolandosi. «Nessuno nella mia vita mi conosce come mi conosci tu. Nessuno mi ha fatto stare bene quanto te. Sai tutto di me. E quando mi lascerai, starai lasciando la vera me, quella che nessuno ha mai conosciuto. Ecco cosa rifiuterai.» «Come fai a essere sicura che ti lascerò?» disse Cal, in tono aspro. «Perché è l’unica cosa che sai fare. Perché è quello che fai sempre. Puoi promettermi che starai con me per sempre?» «Ti conosco da tre settimane» disse Cal. «Sarebbe un po’ impulsivo, non credi?» «Sì» disse Min. «Allora perché il corteggiamento in grande stile? Perché le scarpe perfette? La canzone perfetta? E...» Scosse la testa, affranta. «Te l’avevo detto che dovevamo partire dall’amicizia. Te l’avevo detto...» «L’amicizia non è abbastanza» disse Cal, freddamente. «Quella è stata la stupidaggine più grossa che tu mi abbia mai proposto.» «Non sono pronta per te» disse Min. «Non sono preparata. Sono senza difese di fronte a te. Faccio tutti questi piani, e ne sono convinta, davvero, poi ti bacio perché sono pazza di te, e non sarebbe un problema se non fossi innamorata, e invece eccoci qui. E tu lo sai, sai che ormai sono tua.» Smise di parlare perché sembrava isterica. «Va bene» disse Cal. «Magari possiamo...» «Devo andare a casa» disse Min. «Va bene» ripeté Cal. «Potremmo...» «No» disse Min. «Diana verrà a cercarmi tra un minuto. Mi accompagnerà lei. Ci accompagneremo a vicenda.» «Min» disse Cal. «Non ero preparata a quella canzone» disse Min. «Non al modo in cui l’hai cantata.» «Neanche io» disse Cal, con la faccia scura. «Lo so» disse Min. «Te l’ho letto negli occhi. Non dicevi sul serio.» «Certo che dicevo sul serio» sbottò Cal, mentre Diana li raggiungeva in strada. «Ma non sapevo quanto finché non l’ho cantato. Fottuto Elvis e le sue canzoni d’amore.» «è proprio quello il bello di Elvis» disse Min, perdendo le staffe. «Si può ridere delle banane fritte, o dei vestiti con i lustrini, ma lui era sempre sincero quando cantava. Ci metteva l’anima. Non c’erano tutti questi maledetti segreti...» «Quali segreti?» disse Cal. «E non diceva mai bugie. Quindi la prossima volta che vuoi prenderti gioco di qualcuno, non usare Elvis.» Min gli voltò le spalle e si avviò per la strada, circondata dal ritmo sincopato prodotto dal rumore dei suoi tacchi sull’asfalto. «Volevo solo un po’ di pace e tranquillità» le urlò Cal. «E invece no, dovevo trovare te.» Diana affrettò il passo, inseguendo Min. «Perché sei arrabbiata?» le chiese quando la raggiunse. Guardò indietro verso Cal. «è la cosa più romantica che abbia mai sentito.» «Lo so» disse Min, camminando più veloce. «Qual è il problema?» disse Diana. Min si fermò. «Te lo dico se tu prometti di dirmi cosa succede fra te e Greg.» Diana si morse il labbro. «Prima tu.» «Ricordi la prima sera, quando Cal mi ha invitato a uscire?» disse Min. Diana annuì. «L’ha fatto perché David aveva scommesso dieci dollari che Cal non sarebbe riuscito a portarmi a letto entro un mese» disse Min. «Non ci credo» disse Diana, irremovibile. «Non farebbe mai una cosa del genere.» «L’ho sentito, Diana» disse Min. «L’ha fatto. E so che ora le cose sono cambiate, ma lo conosco soltanto da tre settimane e perdo già il controllo quando lo vedo. è un rischio troppo grosso. Lui è... Non fa altro che passare da una donna all’altra. Greg aveva ragione. Non voglio arrivare al punto in cui morirò di dolore se mi lascia, perché è sicuro che mi lascerà.» Sentì le lacrime affacciarsi ai suoi occhi, ma provò a ricacciarle indietro. «E poi quel figlio di puttana mi canta una canzone in quel modo, e io... è troppo...» «Pericoloso» disse Diana. «è il motivo per cui ho scelto Greg. Sapevo che non sarebbe mai stato pericoloso.» «Cos’è successo?» disse Min. «Credo che non voglia più sposarsi» disse Diana, e Min sentì le lacrime anche nella sua voce. «Gliel’ho chiesto, gli ho detto che se non era pronto potevamo rimandare. Ma lui continua a dire che è pronto, che è convinto. Temo che dica così perché non sopporta di deludere le persone, ma è...» «Ma che fate?» l’interruppe Tony, emergendo dal buio e spaventandole a morte. «Aspettate di farvi rapinare?» «L’attesa è finita?» disse Min, cercando di riprendere un respiro normale. «Mi manda Cal» disse Tony. «Non vuole che andiate a casa a piedi da sole. Dovrete accontentarvi del sottoscritto.» «Non serve» disse Min. «Scherzi? Sono in compagnia di due donne bellissime in una strada buia» disse Tony. «Quando avrò finito di raccontare questa storia nella mia testa, sarà qualcosa di fenomenale.» «Non dice sul serio, vero?» disse Diana. «Ne dubito» disse Min. «Potresti immaginarmi più leggera di dieci chili, in questa tua fantasia?» «No» disse Tony. «Ti immaginerò per come sei, bellezza. Ma non dirlo a Cal, altrimenti mi spaccherà la faccia.» «La tua faccia è al sicuro» disse Min, riprendendo a camminare. «E cosa faremmo in questa fantasia?» chiese Diana, allineandosi al passo di Min. «Be’, come prima cosa leggeremmo un bel libro. Alle donne di classe come voi piacciono i tipi che leggono» disse Tony. Min lo prese sottobraccio. «Grazie per la compagnia.» «Qualunque cosa per te, piccola» disse Tony, accarezzandole la mano. Poi proseguì nella descrizione della sua fantasia, mentre Min, aggrappata al suo braccio, cercava di non pensare a cosa si stava lasciando alle spalle. All’interno del ristorante, David dedicò uno sguardo trionfante a Cynthie e disse: «è merito nostro.» «No» disse Cynthie, bianca in volto. «Non siamo stati noi.» «Min era gelosa» disse David, che da settimane non si sentiva così bene. «E Cal si è reso ridicolo con quella stupida canzone. L’ha messa in imbarazzo. Avevi ragione su di noi...» Fece un gesto con la mano e aggiunse mentalmente: E sulla migliore scopata nella storia dell’uomo. Sono un grande. «Vorrei che fosse vero» disse Cynthie, continuando a fissare la porta. «Sono là fuori che litigano» disse David. «Perché non sei contenta?» «Alcuni litigi sono... un assestamento del rapporto» disse Cynthie, con voce spenta. «Si litiga, poi si fa pace e si diventa più uniti. Poi si litiga nuovamente, e si diventa ancora più uniti. Ogni volta si raggiunge un compromesso. Ogni volta ci si avvicina di più all’altra persona.» «Litigare fa bene?» disse David. «è assurdo.» «Qual è il sesso più bello, David?» disse Cynthie. «Quello riconciliatorio. Si torna insieme, più uniti di prima. Ma deve essere il giusto tipo di litigio. Devi muoverti subito, nel caso ce l’avesse davvero con Cal.» «La chiamerò domani» disse David. «Ora è troppo agitata. Meglio lasciarla calmare.» Cynthie tornò a guardare la porta. «Va bene. Ma fa’ attenzione.» «Smettila» disse David, coprendole una mano con la sua. «Abbiamo vinto.» Cynthie scosse la testa. «Stasera non ha vinto nessuno.» Quella sera, dopo che Min e Diana ebbero finito di ripiegare duecento confezioni per torte parlando del matrimonio, ma non di Greg o Cal, Diana andò a dormire. Min rimase sul divano, con Elvis in grembo, cercando di capire dove avesse sbagliato. Forse non avrebbe dovuto accettare l’invito a quel picnic nel parco, non avrebbe dovuto rispondere a quel bacio, e Cal non avrebbe dovuto baciarla. Forse non avrebbe dovuto incontrare Harry. No, era successo prima di conoscere Harry. Forse, fin dal principio, non avrebbe dovuto pensare di essere così furba da potersi prendere gioco di David e Cal. Non avrebbe dovuto attraversare quel maledetto locale. Avrebbe dovuto capire da uno sguardo che quell’uomo le avrebbe portato solo guai. Sarebbe stato meglio non sapere nulla di quella maledetta scommessa. Era difficile rintracciare il punto in cui era passata dall’imprudenza alla follia, eppure Min riteneva che capire dove aveva sbagliato le avrebbe fatto comprendere meglio quanto era accaduto, in modo da lasciarselo alle spalle... Bussarono alla porta. Quando Min andò ad aprire trovò Bonnie sul pianerottolo, nella sua vestaglia di ciniglia. In mano aveva una teiera. «Ho preparato del cioccolato» disse. Min sentì le lacrime sgorgare. «Oh, tesoro» disse Bonnie, entrando in casa. Mise un braccio sulle spalle di Min, cercando di tenere in equilibrio la teiera con l’altra mano. «Vieni. Hai solo bisogno di sfogarti un po’.» «Credevo di essere così furba» disse Min, cercando di eliminare il tremore dalla voce. Fece un respiro profondo. «Credevo di avere tutto sotto controllo.» «Mi sembra che te la sia cavata molto bene» disse Bonnie, appoggiando il cioccolato sul ripiano della macchina per cucire. Estrasse una tazza da ognuna delle due tasche, e Min rise di gusto, tra le lacrime. «Dov’è Roger?» disse Min. «Non...» «è al piano di sotto. Dorme» disse Bonnie, prendendo la teiera. «è preoccupato per te, ma appena scocca la mezzanotte cade in un sonno profondo per otto ore.» Min rise di nuovo, tirando su con il naso. «Se avessi avuto un minimo di sale in zucca, mi sarei buttata su Roger, quella sera.» «Roger ti annoierebbe a morte» disse Bonnie, porgendole la tazza che aveva appena riempito. «Mentre io a quest’ora avrei già spinto Cal sotto un treno.» «Ah, sì?» «Ma certo. Con quella sindrome da capo del mondo...» disse Bonnie. «Dev’essere un uomo molto spaventato. Io voglio avere dei bambini, non sposarne uno.» «è un bravo ragazzo, Bonnie.» Min sorseggiò il cioccolato e si accorse di stare già meglio. «Lo so» disse Bonnie. «E un giorno diventerà anche un brav’uomo. Nel frattempo però ti ha spezzato il cuore, quindi ce l’ho con lui.» «Non è vero» disse Min. «Ha fatto di tutto per starmi lontano.» «Non è vero.» Bonnie si sedette al suo fianco sul divano, con una tazza fra le mani. «Ha avuto tutte le occasioni del mondo per allontanarsi da te. Non le ha mai colte, scegliendo di stare con te.» «Solo perché non riusciva a irretirmi» disse Min. «Non era...» «Smettila di fare la ragazzina» disse Bonnie. Min, sorpresa, alzò la testa di scatto, spaventando Elvis. «Ma lo senti come parli? Stai malissimo, ma non è colpa sua e non è colpa tua. Be’, sono cazzate.» «Bonnie!» disse Min, scandalizzata. «Cos’è che vuoi, Min?» disse Bonnie. «Se la vita fosse una fiaba, se il lieto fine esistesse davvero, tu cosa vorresti?» «Vorrei Cal» disse Min, vergognandosene. «So che è...» «Ferma» disse Bonnie, alzando la mano. «Perché lo vuoi?» «Perché sono stata così bene» disse Min, sorridendo della sua superficialità mentre scacciava le lacrime. «Era così divertente, Bonnie. Mi metteva a mio agio. Non mi sentivo mai grassa, in compagnia di Cal.» «Non ti senti grassa nemmeno con Liza e me» disse Bonnie. «Lo so» disse Min. «Era quasi come voi, con l’eccezione che di lui non mi potevo fidare, e che mi eccitava molto.» «Forse ti eccitava proprio per questo» disse Bonnie. «Perché è qualcuno che non sai gestire.» «Già.» Min lasciò cadere la testa all’indietro, sulla spalliera del divano. «Ogni cosa era eccitante, con lui. Non sapevo cosa aspettarmi. E neanche lui lo sapeva. Ci nutrivamo l’uno dell’altra. Che scemi che siamo stati.» «Non avere troppa fretta di usare il passato» disse Bonnie. «Torniamo alla fiaba. Dimmi quale sarebbe il tuo ‘vissero felici e contenti’.» «Non ce l’ho» disse Min. «E non ce l’avrò mai.» «Il mio» disse Bonnie «è sposare Roger, e avere quattro bambini. Viviamo in una bella casa in periferia, in un posto con delle buone scuole ma dove la gente non si veste di tessuto scozzese.» «Molto ragionevole» disse Min, bevendo un altro sorso di cioccolata. «Io faccio la mamma a tempo pieno,» disse Bonnie «ma ho tenuto qualcuno dei miei clienti, i miei preferiti. Non perdo mai d’occhio i loro portfolio, per tenermi allenata. Poi si sparge la voce, e con i figli già cresciuti posso aggiungere altri clienti perché sono richiestissima.» «Non mi sembra una fiaba» disse Min, poggiando la tazza di cioccolata. «Sono tutte cose che possono accadere.» «E la nostra casa» proseguì Bonnie, come se non avesse sentito «diventa un luogo di ritrovo per tutti, per le vacanze, per i compleanni. Sempre da noi. Organizziamo delle grandi cene, tutti intorno al tavolo, una grande famiglia acquisita. Tu, Liza, Cal e Tony siete i padrini dei nostri figli, e ogni volta che c’è un grande impegno scolastico vi riunite per fare il tifo per loro.» «Io ci sarò» disse Min, cercando di non piangere. «Nessuno di noi sarà mai solo, ci supporteremo a vicenda» disse Bonnie. «Ti piaceranno le mie bimbe, Min. Andremo insieme a comprare loro le scarpe.» «Oh, Bonnie» disse Min, sprofondando la testa nel cuscino e piangendo a dirotto. Bonnie le accarezzò i capelli, continuando a bere cioccolata. Quando Min riuscì a rientrare nei limiti di qualche singhiozzo ansimante, Bonnie le disse: «Ora tocca a te.» «Non ci riesco» disse Min. «Devi provarci lo stesso» disse Bonnie. «Cominciamo da Cal.» «Perché?» Min si rialzò, asciugandosi le lacrime con il dorso della mano. «Perché bisogna sempre cominciare da un uomo?» «Perché è una fiaba» disse Bonnie. «Si comincia con il principe. O con la principessa, nel caso di Shanna. Ma all’inizio deve esserci qualcosa di rischioso. Te ne stai tutta sola seduta in poltrona, o su una sedia Aeron nel tuo caso, quando arriva un uomo a cavallo. All’improvviso il tuo futuro bussa alla porta e...» «E se fosse quello sbagliato?» disse Min. «Ammesso e non concesso che tutto cominci con il principe azzurro, come si fa a distinguere il principe da...» «Dalla bestia?» disse Bonnie. «Tesoro, sono tutte bestie.» «Tranne Roger» disse Min. «Ma che dici?» rispose Bonnie. «è lì sotto che russa come un orso.» Min scoppiò a ridere, nonostante le lacrime. «Credi davvero che Cal sia uno sbaglio?» Min deglutì. «Be’, razionalmente...» «Vuoi che ti versi la cioccolata addosso?» disse Bonnie. «è l’unica cosa su cui posso basarmi» disse Min. «Come faccio a saperlo?» «Raccontami la tua fiaba» disse Bonnie. «Rimane fra me e te, non lo saprà mai nessun altro. Se potessi avere tutto ciò che vuoi, senza spiegazioni, senza logica, soltanto...» «Cal» disse Min. «So che è stupido...» «Fermati» disse Bonnie. «Dio santo, non sei capace neanche di sognare senza fare precisazioni. Raccontami la fiaba.» Min sentì le lacrime sgorgare di nuovo. Per distrarsi, prese in braccio Elvis e iniziò ad accarezzarlo. «C’è Cal. E mi ama. Mi ama tanto da non saperne reggere il peso. Mi ama come lo amo io. E...» Ricacciò indietro le lacrime. «E troviamo una bella casa, qui in centro. Magari su questa strada, una villetta come quella in cui viveva mia nonna. Mi piacerebbe. Con un giardino, così Elvis potrebbe cacciare qualche animaletto. E magari un cane. Mi piacciono i cani.» Bonnie annuì, e Min riprese a singhiozzare. «Io continuo a lavorare, perché mi piace il mio lavoro. E lo stesso fa Cal, perché lui adora ciò che fa.» Sospirò. «A volte mi chiama e mi dice ‘Minnie, ti stavo pensando, vediamoci a casa tra venti minuti’, e io ci vado e facciamo l’amore ed è bellissimo, in mezzo alla giornata...» Fece una pausa per tirare su col naso. Bonnie continuava ad annuire. «Spesso andiamo da Emilio, insieme a tutti voi. Ci vediamo ogni mercoledì, per farci quattro risate e raccontarci come vanno le cose. E quando tu e Roger avete dei figli, Emilio aggiunge altri tavoli. C’è anche lui, con sua moglie e i loro bambini. Brian fa il cameriere. A volte veniamo tutti a casa vostra...» Bonnie sorrise e annuì. «E gli uomini guardano la partita, tra fischi e proteste, mentre la moglie di Emilio, Liza, tu e io siamo in cucina a mangiare cioccolata e a parlare di tutto ciò che abbiamo fatto, e ridiamo...» Min fece un respiro profondo e si accorse che stava ancora piangendo. «Poi Cal e io andiamo a casa» disse, con la voce rotta. «Siamo solo noi due, e ridiamo ancora, ci abbracciamo, mangiamo, facciamo l’amore, guardiamo degli stupidi film e... viviamo l’uno con l’altra. Stare insieme è ciò che ci rende felici.» Si passò la mano sugli occhi. «Non mi serve altro. Noi due che parliamo e cuciniamo e ridiamo. è così semplice.» Con il corpo che tremava, Min fece un altro respiro e guardò Bonnie negli occhi. «Potrei avere queste cose, vero?» «Sì» disse Bonnie. «Ma soltanto se Cal si dimostrerà la persona di cui ho bisogno» disse Min. Bonnie annuì. «Deve solo dimostrarsi la persona che io penso che sia, e non quella che lui pensa di essere» disse Min. «Un bel rischio» disse Bonnie. «Ti sei mai chiesta cosa succede dopo il ‘vissero felici e contenti’?» disse Min. «Quando finisce la cerimonia e gli abitanti del villaggio tornano a casa? Quando si finisce di aprire tutti i pacchetti con l’incisione della corona d’oro? La storia è finita. Niente più prove da superare, corteggiamenti, traumi. Non rimane altro che ciondolare per il castello, lucidando tutti i tostapane ricevuti come regalo di nozze.» «Credo dipenda molto dal principe» disse Bonnie. «Immagino che David sarebbe capace di lucidare parecchi tostapane.» Min non riuscì a trattenere una risata. «Mentre Tony li collegherebbe tutti insieme, creando una pioggia di fette di pane a intervalli regolari» disse Bonnie. Min rise ancora più forte. «Cal organizzerebbe delle scommesse» disse Min, sorridendo e piangendo al tempo stesso. «Ma solo dopo aver obbligato Tony a sparare le fette di pane un migliaio di volte, per valutare le probabilità.» «Roger organizzerebbe un recinto di paletti e nastri d’emergenza per assicurarsi che nessuno venga colpito dal pane volante» disse Bonnie, con affetto. «Liza troverebbe un modo per far fruttare il tutto» disse Min. «Mentre tu vorresti controllare che Tony compri il pane all’ingrosso e investa i profitti con giudizio.» «E tu faresti una valutazione complessiva dei rischi, facendo presente cosa manca» disse Bonnie. «Questa faccenda dei tostapane andrebbe approfondita» disse Min. «Tony è pazzo, ma le sue idee sono sempre buone.» Bonnie annuì. Min si morse il labbro e inghiottì altre lacrime. «Voglio la mia fiaba.» «Okay» disse Bonnie. «Ora dobbiamo solo capire come ottenerla.» «Già» disse Min. «Posso farcela. Devo solo ragionarci su.» Guardò Bonnie. «Vuoi versarmi addosso la cioccolata?» «No» disse Bonnie. «L’unico scatto di irrazionalità di cui hai bisogno è decidere di crederci. Da lì in poi, serve cervello.» «Oh, bene» disse Min. «Il cervello non mi manca. L’atto di fede ce l’ho. Il piano... è in lavorazione.» Bonnie annuì nuovamente. «Riuscirai a dormire, ora?» Min accennò a una risposta, ma poi scoppiò in lacrime. «Perché non riesco a smettere di piangere?» «Quando è stata l’ultima volta che hai pianto?» disse Bonnie. «Non me lo ricordo» disse Min. «Quando è stata l’ultima volta in cui sei stata abbastanza coinvolta da piangere?» disse Bonnie. «Non ricordo neanche questo» disse Min, sconvolta. «Vedi? Hai degli arretrati» disse Bonnie, alzandosi in piedi. «E io devo andare a dormire con l’orso.» Min le rivolse un sorriso annacquato. «Non credere di poterti lamentare di Roger.» «Tranquilla» disse Bonnie con leggerezza. «Non mi aspetto altro che invidia esagerata.» «Fai bene» disse Min, ripensando all’uomo da cui era scappata, lasciandolo furioso al chiaro di luna. «Ma io voglio Cal.» Cal non si fece sentire, ma questo per Min non era un problema. Si disse che l’avrebbe rivisto alle prove della cena per il matrimonio, dal momento che non aveva disdetto. E poi mancavano solo quattro giorni alla cerimonia, quindi non poteva pensare troppo a lui. Doveva già affrontare una dozzina di telefonate quotidiane da parte di sua sorella, sempre più agitata. Non aveva certo bisogno di ulteriori distrazioni. Le mancava molto. Domenica, continuava a dirsi. Domenica sarà tutto finito, Diana sarà sposata, e io potrò dedicarmi a rimettere in sesto la mia vita. L’unica parte che non la convinceva appieno era ‘Diana sarà sposata’. Eppure lei insisteva che la sua storia d’amore fosse una fiaba, perciò Min non poteva fare granché, eccetto tenerla per mano, accennare mugugni di supporto e stare ad ascoltarla. Dopo aver offerto il dovuto sostegno a Diana, giovedì Min si recò alla Cena del Se, portando ciò che restava del gelato che le aveva regalato Cal. Disse a Liza che non doveva scusarsi per aver costretto Cal a cantare, e che quel litigio era inevitabile. Poi si concentrò sull’escogitare un modo di rimettere le cose a posto senza doverlo incontrare e senza doverci parlare. Sabato mattina si rese conto di dover presenziare alla partita di baseball, per Harry. Indossò dei sandali nuovi di zecca: plastica trasparente, aperti sulle punte, tacco alla francese e ciliegie sul dorso. Arrivò al parco solo un paio di minuti dopo l’inizio della partita. Trovò un posto defilato, sperando di passare inosservata ma di riuscire a farsi notare ugualmente da Harry. Il suo piano andò a rotoli quando Bink la vide e le fece cenno di raggiungerla. Min le sorrise, accorgendosi subito che l’uomo seduto di fianco a lei non era un genitore qualsiasi, ma Reynolds. Lo spazio dal lato opposto era presidiato da Cynthie e da altri genitori, quindi era costretta a sedersi vicino a lui. Quale peccato dovrò mai scontare?, pensò mentre si arrampicava sui gradoni per raggiungerli. «Allora, come va?» gli chiese. «Questi ragazzini non sanno giocare» disse Reynolds, scuotendo la testa. «Non hanno disciplina.» «Be’, del resto hanno otto anni» disse Min. «La disciplina si impara da piccoli» disse Reynolds, guardandola infastidito. Ecco svanire ogni residua speranza di stabilire un rapporto, pensò Min. Sul campo, Bentley si produsse in una presa incerta, lasciando rotolare la palla verso Harry, il quale la raccolse e la lanciò approssimativamente verso la base che gli sembrava più adatta. «Cristo, Harry» disse Reynolds a voce alta. Min guardò Cal, in piedi a bordo campo, e sentì lo stomaco contorcersi. Ridicola, si disse deglutendo. Cal si era rivolto a Harry allargando le braccia, come a dire: Cos’era? Harry rispose scrollando le spalle e chinandosi di nuovo. Cal scosse la testa, ma Min capì da come teneva le spalle che non era arrabbiato. Quando si voltò, stava sorridendo; poi la vide e il sorriso svanì. Min avvertì il peso di quel rifiuto sulla bocca dello stomaco. Ahi, pensò, dirottando lo sguardo verso la panchina, dove vide Tony mangiare un hot dog e scuotere la testa allo stesso tempo. Liza era al suo fianco, con il volto tra le mani. Ai piedi della gradinata, Bonnie stava tenendo il conto di qualcosa, che sarebbe servito più tardi a Roger per spiegare ai ragazzi l’importanza di qualcos’altro. Bambini fortunati, pensò. Avrebbe voluto essere laggiù con Bonnie e Liza. Oppure, ancora meglio, a fare shopping da qualche parte. Ovunque ma non lì, costretta a osservare ciò che non poteva avere. O ciò che non aveva il fegato per inseguire. Non faceva differenza. Reynolds passò il resto della partita a esprimere il suo disappunto verso la presunta inettitudine della squadra, non facendosi molti amici tra i genitori sugli spalti. Min, già piuttosto nervosa, non desiderava altro che picchiarlo. Bink stava replicando la sua ormai consueta trasformazione in gufo, e Min si chiese per quale motivo perdesse il suo tempo con quell’uomo. Io l’avrei mollato da un bel pezzo. Giunse il turno di battuta di Harry. Prima di prendere posto guardò verso gli spalti, e Min rispose con un cenno della mano e un sorriso. Colpì il terreno un paio di volte con la mazza, poi la poggiò sulla spalla con espressione severa. Quando partì il lancio, lo mancò di un chilometro. «Forza, Harry» gridò Reynolds. «Puoi fare molto meglio di così. Non ci stai neanche provando.» Sta’ zitto, Reynolds, pensò Min. Sul campo, Harry curvò mestamente le spalle. Sugli spalti, Bink era sempre più immobile. Harry mancò anche il lancio successivo. Reynolds gli urlò: «Concentrati, Harrison! Stai agitando la mazza a vuoto. Rifletti!» Min notò che Cal stava fissando suo fratello con astio. Meglio darci un taglio, Reynolds, pensò Min. In quel momento, Harry andò a vuoto su un lancio così debole che non oltrepassò neanche la sua base. Reynolds balzò in piedi e urlò: «Harry, non fare lo stupido, dannazione. Come fai a sbagliare sempre?» Harry si bloccò immediatamente, irrigidendo le piccole spalle. Cal uscì dal campo e si diresse verso suo fratello con un’espressione omicida negli occhi. «No, no» disse Min, entrando nel panico quando Cal raggiunse gli spalti. Si posizionò di fronte a Reynolds e lo colpì forte sul braccio con un pugno. «Ehi!» disse Reynolds, tenendosi il braccio. «Ma che razza di genitore sei?» gli disse sottovoce. «Non si umilia un figlio così.» Poi alzò la voce e urlò: «Harry è molto intelligente. è sempre intelligente.» Tornando a sussurrare, disse: «Mentre tu sei l’idiota più grosso che abbia mai visto in vita mia.» «Chiedo scusa» disse Reynolds, infuriato. «Non devi chiedere scusa a me, patetico imbecille» sussurrò Min, avvicinandosi a lui. «Devi chiederla a tuo figlio, che hai appena umiliato davanti a tutti i suoi amici. E se credi che sia servito a farti bello con qualcuno, vuol dire che hai davvero la segatura nel cervello.» «Stai esagerando» rispose Reynolds, guardandosi intorno sospettoso. Gli altri genitori non avevano affatto l’aria divertita. Scosse la testa e provò con un tono spaccone: «Ma chi diavolo ti credi di essere?» «Tanto per cominciare, è la donna che ti ha appena salvato il culo» disse Cal, alle loro spalle. «Se non fosse per lei, ti avrei scaraventato giù dalla gradinata.» «Tu?» disse Reynolds, distogliendo lo sguardo da Min. «Ma cosa credi di fare? Non sei neanche capace di allenare questi ragazzini...» «Smettila» disse Min. «Sai benissimo di aver fatto una cazzata. E ora vorresti incolpare tuo fratello?» «Ascoltami bene» disse Reynolds, puntandole il dito contro. «Non sei...» «Sai, Reynolds,» disse Cal «una volta a casa, ti renderai conto di aver appena regalato a tuo figlio uno di quei brutti ricordi che noi due abbiamo dovuto sopportare per una vita intera. Sei un idiota, è vero; ma non sei cattivo. Quindi potrai almeno goderti qualche incubo riflettendo sulle tue capacità genitoriali. Nel frattempo, la persona con cui hai deciso di litigare è qualcuno che non fa prigionieri. Fossi in te, mi allontanerei in silenzio.» «Andiamo a casa» disse Bink. «Non vedo perché...» provò a dire Reynolds, prima che Bink lo gelasse con quei suoi occhi grigio acciaio. «Tu e io» disse «andremo a casa a parlare di questa storia. Min, ci pensate voi a riportare Harry?» «Sì» disse Cal alle sue spalle. Min annuì. Ora che l’effetto dell’adrenalina si era placato, si rese conto che stava tremando. Si spostò di lato e tornò a sedersi, temendo di essere stata troppo avventata e rude. Sotto di lei, Cal stava scendendo i gradoni verso il campo, seguito da Bink e Reynolds. Harry non li stava guardando, ma era intento a confabulare con Tony, e Min ne fu contenta. Probabilmente Tony gli stava dicendo che suo padre era uno stronzo; per quanto la riguardava, Min era contenta anche di questo. Osservò Cynthie, che aveva un’aria pensierosa. «Ciao» disse Min, facendo un respiro profondo. «Piaciuto lo spettacolo?» «Personalmente non l’avrei fatto,» disse Cynthie «ma avevi ragione. Hai più fegato di me.» «Il fegato non c’entra» disse Min. «Credo di aver esagerato.» «No» disse Cynthie. «Cal ha esagerato, ma non poteva fare altrimenti. Reynolds stava recitando il copione di famiglia, e questo fa impazzire Cal. Non sopporta che gli si dia dello stupido.» «Gli capitava spesso, quando erano bambini?» disse Min. «Credo che la loro infanzia sia stata peggiore di quanto possiamo immaginare» disse Cynthie. «Ma questo non ti dà il diritto di colpire tuo fratello sotto gli occhi di tuo nipote.» «Non credo che l’avrebbe fatto sul serio» disse Min. «Non lo so» disse Cynthie. «Ma ora sei tu la cattiva, agli occhi della famiglia. Non lui. Direi che gli hai fatto un favore.» «Lo sono già da un po’» disse Min. «I suoi genitori mi odiano.» «Odiano quasi tutti» disse Cynthie. «Non riescono a guardare oltre sé stessi. Più che crudeltà, è una mancanza di attenzione.» «E così» disse Min «tu fai la psicologa, vero? Cosa possiamo fare per Harry?» «Cal sistemerà tutto» disse Cynthie indicando la panchina dove zio e nipote erano seduti fianco a fianco. Guardò Min. «La tua presenza ha aggiunto un’ulteriore dimensione al problema. Harry ti adora, e un tale imbarazzo di fronte a te...» Scosse la testa, sospirando. «Hai ragione. Reynolds è proprio un idiota.» «Termine scientifico?» disse Min. «Nel caso di Reynolds, sì» disse Cynthie. Seduto di fianco a Liza in panchina, Tony disse: «Sono sempre stato convinto che avrei scelto te come compagno in una rissa. Ma ora potresti essere stata scavalcata da Min.» «Non mi metterei mai contro di lei» disse Liza. «Quell’uomo è senza speranza.» «Già» disse Tony, scrutando il campo. «Ma Harry se la caverà. Ha pur sempre Cal, Bink e Min dalla sua parte. è una bella squadra. Cristo, hai visto quello?» Alzò la voce. «Ehi, Soames. Sta’ attento a dove lanci quella palla.» Scuoteva la testa, ma teneva gli occhi fissi su Soames, ansioso di dargli una mano. Tipico di Tony, pensò Liza. Si spaccia per un burbero omaccione, ma è sempre pronto ad aiutare chi ha bisogno. Avrebbe sentito la sua mancanza. «Tony» gli disse mentre era intento ad azzannare l’hot dog. Aveva deciso di aspettare che cominciasse a mangiare, per rendere la notizia meno dura. «Tra noi non può funzionare.» «Cosa te lo ha fatto capire?» disse Tony, senza perdere di vista né l’hot dog, né il campo. Liza tirò un sospiro di sollievo. «Tu sei davvero fantastico, ma...» «Lo so.» Tony deglutì e strappò subito un altro morso. Sul campo, un bambino sbagliò la presa e lui chiuse gli occhi. «Gesù.» «Siamo rimasti incastrati in quella cosa a tre» disse Liza. Tony smise di masticare e la fissò. «Voglio dire, noi tre, voi tre. Hai presente?» «Giusto.» Tony riprese a masticare e a guardare la partita. «Bonnie e Roger» disse Liza. «è inquietante, ma Bonnie non sbaglia mai.» Tony deglutì. «Neanche Roger. Andrà tutto bene.» Liza annuì. «Min e Cal... non so più cosa pensare. Quantomeno non la sta prendendo in giro, quindi ho deciso di tirarmene fuori.» «Bene.» Tony diede un altro morso all’hot dog, strizzando gli occhi verso il campo. «Ma tu e io siamo alla frutta» concluse Liza. «Già.» Tony scosse la testa. «Quel ragazzo non sa proprio lanciare.» «Mi fa piacere che tu la prenda così» disse Liza, infastidita. Tony scrollò le spalle. «Tu mi piaci, ma hai sempre una guerra nuova da combattere, delle turbolenze da creare. Io ci tengo alla mia stabilità.» «Teoria del caos» disse Liza. «Esatto» disse Tony. «I sistemi soggetti a turbolenza cambiano il loro stato oppure si disintegrano. Noi ci siamo disintegrati. E poi non ti piace lo sport. Insomma, non è un dramma. Dov’è il problema?» «Se la pensi così, perché non mi hai lasciato tu?» disse Liza, sempre infastidita. «Il sesso mi piaceva. Oh, al diavolo.» Tony si infuriò vedendo un malcapitato ricevitore mancare completamente una palla . «Certi ragazzini non dovrebbero proprio giocare a baseball.» «In effetti, il sesso piaceva anche a me» disse Liza, riflettendo sulla questione. «Sempre a disposizione» disse Tony. «Questo sì che è un lancio.» Sollevò la testa e urlò: «Bravissima, Jessica!» Jessica rispose con un cenno del braccio e poi tornò in posizione per il lancio successivo, dimenticandosi di Tony. Jessica la sa lunga, pensò Liza. «Mi piaci davvero» disse a Tony, che la guardò sorridente. «Anche tu mi piaci, bellezza» disse. «Chiamami, se hai qualcuno da rimettere in riga.» «Grazie» disse Liza, colpita dall’offerta. «E se tu avrai per le mani una donna che si merita uno schiaffo, saprai dove trovarmi.» «Davvero?» Tony si ringalluzzì. «Mi lascerai guardare?» «Questo è il motivo per cui non faremo più sesso» disse Liza. «Davvero è tutto a posto?» «Sì» disse Tony. «No, no, no» urlò verso il campo. Liza si alzò dalla panchina e lo baciò sulla testa. «Comportati bene con quei bambini» gli disse prima di andarsene. «Una volta cresciuti diventeranno i presidenti delle società per cui lavorerai.» Pochi minuti prima della fine della partita, Min si avvicinò alla rete oltre la quale Cal si era posizionato, vicino alla panchina. Rimase lì per un minuto, indecisa sul da farsi. Poi si schiarì la gola. «Ciò che hai detto a Reynolds è stato bello» esordì, giocherellando nervosamente con i buchi della rete. «Molto bello.» Cal continuò a guardare il campo. Guardami, dannazione, pensò Min. Le serviva un modo per attirare la sua attenzione. «E... molto sexy» mentì. «Ero davvero eccitata. Se non ci fosse stata così tanta gente, ti sarei saltata addosso sulla panchina.» Cal rimase immobile. Quando si voltò a guardarla, i suoi lineamenti erano ancora rigidi. Oh oh, pensò Min. «Dammi cinque minuti» disse Cal. «Faccio sgomberare tutti.» Min tirò un sospiro di sollievo. «Mi hai fatto preoccupare.» «Scusa.» Cal si avvicinò a lei e si appoggiò alla rete. Infilò le dita nei buchi per toccare le sue. «Brutti ricordi che riaffiorano.» «Tuo padre.» Min intrecciò le sue dita con quelle di Cal. Le sembrava che toccarlo fosse l’unica cosa sensata nell’universo. «L’avevo capito. Harry sta bene?» «No» disse Cal. «Ma sopravviverà.» «Non posso dire lo stesso di Reynolds» rispose Min. «Bink sembrava l’angelo della morte.» «Il suo destino è segnato» disse Cal. «Purtroppo non servirà ad aiutare Harry.» «Perché l’ha sposato?» sbottò Min. «Chiedo scusa, ma...» «L’ha irretita con il suo fascino.» Cal le sorrise tentennando. «Si sono conosciuti al college. Quando Reynolds ha scoperto quanti soldi avesse Bink, l’ha tartassata senza pietà. Non ha avuto scampo.» Min pensò a Bink, un piccolo gufo spaventato nel mondo universitario, alla mercé del fascino seducente di Reynolds. «E perché non lo lascia?» «Perché lui la ama davvero, ora» disse Cal. «La nascita di Harry l’ha cambiato. Adesso è molto meglio di come era un tempo.» «Accidenti» disse Min. «Non oso immaginare cosa fosse prima.» «Un irresistibile bastardo» disse Cal, scuro in volto mentre la fissava. «Come tutti i Morrisey.» «Non come te» disse Min. «Ogni tanto sì, tesoro» disse Cal, sconfortato. «Più di quanto pensi.» «Non nella mia esperienza» disse Min. «Con te non mi sono comportato da bastardo» disse Cal. «Mi hai convinto con le cattive, quasi subito.» Min sogghignò. «Te la sei cercata, Casanova.» «Grazie per essere venuta» le disse dolcemente. In quelmomento Tony lo chiamò, e Cal tornò verso il centro del campo. Min si sedette di fianco a Bonnie. Fu solo quando l’amica le prese la mano che si rese conto di stare tremando. «Come vanno le cose?» disse Bonnie. «Questa storia della fiaba» disse Min «non è roba per bambini.» Alla fine della partita, Min si recò nel parcheggio. Trovò Harry sul sedile posteriore dell’auto di Cal, e Cal appoggiato alla portiera. Aspettavano lei. Non saltargli al collo, si disse Min. Harry se ne accorgerebbe. «Come va?» disse. «Stiamo per andare a pranzo» disse Cal. «Per colpa tua faremo una scorpacciata di Elvis. è diventata la musica preferita di Harry.» Le aprì la portiera, invitandola a entrare. «Harry ha ottimi gusti» disse Min, sollevando orgogliosamente il mento. Entrò in auto e disse: «Ciao, ragazzo dei pesci. Mi dicono che andremo a pranzo al nostro diner. Colonna sonora fissa di Elvis.» Harry annuì. «Se fossi in te, ordinerei un po’ di sana carne processata» disse Min. «Salsicce tedesche, per esempio. Sfrutta questo poveretto fino in fondo.» Harry si mostrò sorpreso, ma annuì. «Sei pronto, Harry?» disse Cal, voltandosi verso il sedile posteriore. Harry annuì sobriamente. «Posso ordinare una salsiccia tedesca?» «Cosa?» disse Cal, guardandolo. Harry ricambiò lo sguardo, mortificato. «Minerva» disse Cal, fissandola dritta negli occhi. «Stai corrompendo mio nipote.» «Io?» Min rispose con un sorriso, senza fiato. «No, no. Ma gli americani consumano venti miliardi di hot dog ogni anno, e credo che uno di essi spetti a Harry.» «Giusto» disse Harry dal sedile posteriore. «Venti miliardi» ripeté Cal, ridendo. Min era già più rilassata. Durante il tragitto, Min si voltò verso Harry. «Allora, che si dice nel mondo dei pesci?» «Ci sono pesci sulle tue scarpe?» le chiese Harry. «No» disse Min. «Ho trovato un negozio con delle scarpe in saldo... Porto dei sandali trasparenti con delle ciliegie sul dorso.» Cal le guardò i piedi. «Non male» disse dopo un po’. «Ma i pesci sono insuperabili.» Harry annuì. «Parlami di questa ittiologia» disse Min. Harry obbedì, per le successive due ore. Nonostante i tentativi di mostrarsi interessata, Min riusciva a pensare soltanto ai diversi modi in cui Cal potesse toccarla. Ovunque. Anche una carezza sulla testa le andava bene. Per cominciare. Alla fine del pranzo, nonostante la distrazione di Cal, Min sapeva più cose sui pesci di quanto credeva fosse possibile imparare. «Non mangerò più pesce in vita mia» disse Cal, mentre le apriva la portiera. «Comprensibile. Ma se i pesci dovessero rivelarsi un mercato redditizio, Harry si prenderà cura di te durante la vecchiaia» disse Min, sforzandosi di non pensare a quanto le fosse vicino. Entrò nell’auto. Quando Cal si sistemò al volante, Min disse: «Come ti senti, Harry?» «Posso avere una ciambella?» azzardò lui, recuperando per l’occasione la sua espressione mortificata. «Harrison» disse Cal. «Ora stai esagerando.» «Andiamo da Krispy Kreme» disse Min. Cal alzò gli occhi al cielo, rassegnato, e mise in moto. Giunti a destinazione, trovarono ad aspettarli il cartello che segnalava ciambelle appena sfornate. Gli occhi da gufo di Harry non lasciarono speranza a Min. «Posso averne due?» «Harry» disse Cal. «Sì» disse Min. «Per oggi puoi averne due.» «Grave errore» disse Cal, accompagnandoli all’interno. Ordinarono del latte e gustarono ciambelle ricoperte di glassa al cioccolato, discutendo ancora di pesci. Min ripensò al tavolo da picnic, cercando di mantenere un livello respiratorio regolare. Quando Harry finì la seconda ciambella, l’espressione mortificata era svanita del tutto. Al momento di salire nell’auto, Cal disse a Min: «Tu vai dietro.» «Okay» rispose Min, accomodandosi sul sedile posteriore. Non era sicura del motivo di quell’esilio. Forse Cal aveva notato l’espressione vogliosa sul suo volto e aveva deciso di proteggersi. Harry trascorse i primi cinque minuti felice come una pasqua sul sedile del passeggero. Poi diventò verde all’improvviso. «Ci siamo» disse Cal, accostando. Harry aprì la portiera e si liberò di due ciambelle e mezzo litro di latte sul ciglio della strada. «Oh, tesoro» disse Min, sentendosi tremendamente in colpa. «Mi dispiace.» «Ne è valsa la pena» disse Harry, pulendosi la bocca. «Almeno mi sono tenuto dentro l’hot dog.» Cal gli passò una bottiglia di Evian. «Risciacqua e sputa. Due volte.» «E quella da dove spunta?» disse Min, mentre Harry faceva pulizia. «L’ho comprata quando ho pagato il conto» disse Cal. «è un copione già visto.» Harry tornò al suo posto. «è un vero schifo, qui sotto. Ci butto sopra dell’acqua?» «Certo» disse Cal, incrociando lo sguardo di Min nello specchietto retrovisore. «Noi Morrisey laviamo sempre i tombini con l’Evian.» «Gente di classe» disse Min. Quando accostarono di fronte alla casa di Harry, copia perfetta di quella dei genitori di Cal, Harry guardò lo zio e disse: «Grazie mille.» «Prego, Harry» disse Cal. Harry si intrufolò nello spazio tra i sedili anteriori e sussurrò: «Grazie per le ciambelle.» «è stato un piacere» sussurrò Min in risposta, per poi avvicinare la bocca al suo orecchio e confidargli: «Ti voglio bene, Harry.» Harry sorrise a Min e indirizzò uno sguardo tronfio allo zio. «Harrison, se ci provi con la mia ragazza per te saranno guai» disse Cal. Il sorriso di Harry si allargò ulteriormente. Uscì dall’auto e sbatté la porta dicendo: «Ci vediamo.» «è un po’ giovane per te, non trovi?» disse Cal, guardandola attraverso lo specchietto. Min deglutì. «è pur sempre un Morrisey. Non si può resistere al fascino di famiglia.» «Giusto. Era davvero irresistibile mentre vomitava in un tombino sul ciglio della strada» disse Cal. «Vuoi tornare qui davanti a farmi compagnia?» «Mi piace stare qui» disse Min, fingendo disinteresse. «Portami a casa, Morrisey.» «Vieni subito qui, Dobbs» disse Cal. Min obbedì, ridendo. Mentre Cal usciva dal vialetto in retromarcia, Min disse: «Credi che stia bene?» «Certo» disse Cal. «Harry è abituato a vomitare.» «Parlavo della partita.» «Sì» disse Cal. «è un ricordo con cui dovrà fare i conti in futuro, ma saprà superarlo. C’era qualcuno a salvarlo. Ci sono persone in grado di rassicurarlo. E Bink sistemerà le cose a casa. Non è bello sentirsi dare dello stupido da tuo padre.» «Già» disse Min, avvertendo un moto di disprezzo per Jefferson Morrisey. «Tu come stai?» «Io? Nessun problema.» «Bene» disse Min, facendo un respiro profondo. Non era più tempo di tergiversare. Erano da soli; le serviva un piano. La cosa migliore sarebbe stata parlare francamente, dirgli che sapeva della scommessa, discuterne come persone mature e poi magari saltargli addosso... «Cosa?» disse Cal, rompendo il silenzio. «Cosa?» disse Min, con uno scatto dettato dal senso di colpa. «Ti sei chiusa» disse Cal. «Avanti, parla.» «Oh.» Forse l’approccio diretto non era la soluzione migliore. «Be’...» disse Min. «Pensavo che...» «Sì?» disse Cal. «Abbiamo delle questioni da... risolvere. Credo. Vorrei risolverle.» «Bene» disse Cal. Era evidente dal suo tono di voce che non aveva idea di cosa stesse parlando, ma era disposto ad assecondarla. «Credo che... forse... potremmo... magari... fare un altro tentativo» disse. «Se riuscissimo a parlarne.» Le mani di Cal si strinsero sul volante, ma i suoi occhi rimasero fissi sulla strada. «Va bene.» Non mi stai aiutando, pensò Min. «Sapevi che il settantotto percento delle coppie ha dei segreti inconfessati?» «Non mi stupisce» disse Cal. Min annuì. «Te lo sei inventato, vero?» «Sì» disse Min. «Ma non credo sia lontano dalla verità. C’è qualcosa che non mi hai detto? Qualcosa che è successo...» Scrollò le spalle. «Prima che mi conoscessi?» Cal rimase in silenzio. Min notò la classica espressione da ‘al diavolo’ sul suo volto. «Sai già tutto» disse. «Altrimenti non me l’avresti chiesto.» «Be’, sì» disse Min. Ogni suo muscolo era teso allo spasimo. Ma non potevi stare zitta? Tutti quelli che dicono: Parlare fa sempre bene sono degli imbecilli. «Min, è una storia vecchia di anni. La mia vita era un inferno, lei era fantastica, ma Reynolds la trattava malissimo...» Cosa?, pensò Min, sentendo lo stomaco tramutarsi in piombo. Cal scosse la testa. «è una brava persona. Fu molto dura, per me.» «Oh» pensò Min. La prossima volta sii più specifica sulla confessione che vuoi sentire, razza di cretina. «Non è successo nulla, Min» disse Cal, lanciandole delle rapide occhiate mentre guidava. «Bink non è il tipo di persona che tradisce, e per quanto io desideri picchiare mio fratello ogni volta che lo vedo, non gli avrei mai fatto una cosa del genere. Abbiamo solo parlato. Molto.» «Ah-ah» disse Min, cercando di mantenere un tono positivo e incoraggiante. «è successo anni fa» proseguì Cal. «Mi disse che ero l’unica persona a cui non interessavano i suoi soldi. L’hai conosciuta, sai che è una persona meravigliosa.» «Ah-ah» disse Min. Penso che mi suiciderò. «Tutto bene?» Min si voltò verso di lui all’improvviso e disse: «L’amavi?» Cal rallentò, e Min pensò: Maledizione, quando imparerò a non chiedere ciò che non voglio sapere? Accostò, spense il motore e si girò a guardarla. «Sì.» «Oh.» Min annuì. «Okay. D’ora in poi, quando ti chiedo qualcosa, evita di rispondere. Okay?» «Va bene» disse Cal. «La ami ancora?» disse Min. «Sì» disse Cal. «Ma perché non mi dai retta?» disse Min. «Min, non è come credi. Non sono più innamorato di lei da anni. Credo che entrambi fossimo consapevoli dell’incubo che sarebbe stato. Reynolds iniziò a dedicarle maggiori attenzioni, io sono stato con altre donne. Col tempo è passata.» «Non mi sembra» disse Min. «C’è qualcosa tra voi che va oltre l’affetto tra parenti.» Cal annuì. «Sì, è speciale. Ma non è... sentimentale. Non lo è più da molto tempo. Anni e anni.» «Ah-ah» disse Min, cercando di riprendersi. Cal guardò fuori dal finestrino. «Cynthie» disse. Qualcuno mi uccida, pensò Min. «Non se ne è mai accorta. Fa la psicologa, siamo stati insieme nove mesi, e non ha mai notato nulla nel mio rapporto con Bink. Tu come hai fatto?» «Sono molto perspicace» mentì Min. Cal si adagiò sul sedile, fissando l’orizzonte attraverso il parabrezza. Min osservò l’armonia con cui si muoveva il suo corpo e lo desiderò come mai prima. «Cynthie ha passato mesi a cercare di capire perché fossi un donnaiolo seriale.» «Un cosa?» disse Min, cercando di uscire da quella nebbia di dolore e desiderio. «Mi chiamava così. Per quella storia del mordi e fuggi di cui parlate sempre. Decise che dipendeva tutto da mia madre, che inseguivo l’amore delle donne, e quando lo ottenevo le lasciavo per andare a cercarlo altrove.» «Quella Cynthie ha una teoria per ogni cosa» disse Min, cercando un capro espiatorio per la sua rabbia. Cynthie era perfetta. «Non cercavo mia madre» disse Cal. «Cercavo Bink.» Si voltò a guardare Min, che gli sorrise per mascherare il fatto che stesse per aprire la portiera e vomitare nel tombino. «Cercavo qualcuno con cui poter parlare, qualcuno che non dovessi adulare e accontentare. Qualcuno con cui stare bene.» Scosse la testa. «L’ho capito solo ora.» «Be’, in bocca al lupo» disse Min, allegramente. «Stammi a sentire, Minnie» disse Cal. «Ero senza speranza prima che tu venissi a sederti su quel tavolo da picnic.» Min si accorse che all’improvviso non c’era più ossigeno intorno a lei. Doveva essere quello il motivo per cui la testa le girava così forte. «Ci ho messo un po’ a capirlo» proseguì Cal. «Non ero abituato a una persona come te. Perché non c’è nessun altro come te.» Respira, pensò Min. «Quando mi hai detto quelle cose, davanti al ristorante, ho pensato: Ma vai al diavolo. Per cinque minuti. Poi ho capito che ti volevo ancora. Sei l’unica donna che abbia mai voluto ancora. è da allora che cerco di capire come fare per riaverti.» Min provò a far entrare dell’ossigeno nel suo corpo prima di svenire. «Ti amo» disse Cal. «Lo so che è folle, ci conosciamo solo da qualche settimana, ci serve più tempo. Lo capisco. Ma io ti amo, e questo non cambierà.» Min fece un altro respiro profondo. Senza ossigeno non si può parlare. «In nome di dio, Min. Di’ qualcosa» sbottò Cal. «Ti amo» disse Min, con un filo di voce. «Ti amo da sempre.» «Questo mi basta» disse Cal, tirandola verso di sé. 13 Min gli gettò le braccia al collo, così felice di poterlo riabbracciare da spingerlo sulla leva del cambio nel tentativo di stringerlo a sé. «Ahi» disse Cal. «Scusa» disse Min, ritraendosi. «Nessun problema» disse Cal, tenendo stretta la presa. «Dio, quanto mi sei mancata.» La baciò, e Min sentì la consueta scossa di calore e lustrini nella testa. Stavolta era anche più forte, perché Min aveva deciso di non opporsi. Si aggrappò a lui, incredula di poterlo di nuovo baciare. Si fermarono e ricominciarono più volte, fino a restare senza respiro. «Ascolta» gli disse. «Riguardo al mio cuore. Non spezzarlo.» «Va bene. Anche tu.» Cal la tirò a sé, e Min fu felice di perdersi in lui, nell’ebbrezza di sapere che poteva averlo, che l’avrebbe avuto. Il futuro era meraviglioso. Sentì la sua mano farsi strada sotto la maglietta, fino a toccarle il seno. Provò un brivido e gli morse il labbro, mentre lui serrava la presa. Poi il telefono squillò. Cal si tirò indietro, respirando affannosamente, fissandola con quegli occhi neri. Min non lo lasciò andare. «Non è importante» disse, boccheggiando. «è Diana, mi chiama dodici volte al giorno. Vieni qui e amami.» Ma Cal scosse la testa. «Rispondi» le disse. «Dobbiamo fermarci comunque. Siamo in mezzo alla strada.» «Non m’importa» disse Min, cercando di afferrarlo. Cal avviò il motore. «Casa tua o casa mia, Minnie. Ma non in auto.» «Quella più vicina» disse Min, rispondendo al telefono. Cal s’immise nel traffico. «Min» disse Diana, con voce nervosa. «Oh Min, siamo nei guai.» «Okay» disse Min, cercando di mascherare il desiderio che la animava. «Cosa c’è?» «Le prove della cena» disse Diana. «Greg doveva occuparsi del catering, aveva trovato un’offerta...» «Oh.» Min guardò Cal, troppo lontano. «Greg doveva occuparsi del catering per la cena. Che è fra quattro ore.» «Odio Greg» disse Cal. Diana aveva il fiato corto, proprio come Min. «Mamma crocifiggerà Greg, che è già sull’orlo di un esaurimento. Questo è il mio matrimonio perfetto.» «Okay» disse Min. «Fammi pensare.»Cal, nudo, nel mio letto, dentro di me. No, via quel pensiero. «Che facciamo? Non c’è speranza» disse Diana. «Sto pensando a una soluzione» disse Min, incrociando lo sguardo di Cal per un lungo momento, finché l’auto non urtò il marciapiede e Cal ne riprese il controllo. «Dov’è questa cena?» disse, tenendo gli occhi sulla strada. «In un bed & breakfast vicino alla chiesa» disse Min. «Sul fiume. Perché?» «Quante persone?» disse Cal. «Quattordici, credo» disse Min, riprendendo il telefono. «Cena per quattordici, giusto?» «Sì» disse Diana. «Possiamo farcela» disse Cal. «Dille che va bene.» «Possiamo?» disse Min. «Possiamo chi?» «Tony, Roger e io abbiamo lavorato in un ristorante, ricordi? Prenderemo la materia prima da Emilio, tu cucinerai il pollo al Marsala, e loro si occuperanno di servirlo. I tuoi genitori non conoscono Tony e Roger, quindi non sarà un problema farli passare per camerieri. Può funzionare.» «Io cucinerò pollo al Marsala?» disse Min. Ma sì, al diavolo, pensò. «Okay, cucinerò pollo al Marsala.» Tornò al telefono. «Ci pensiamo noi. Rilassati. Il tuo compito è di inventare una scusa per la mamma se Cal e io facciamo tardi. E di assicurarti che il retro della cucina sia aperto. Noi penseremo al resto.» «Grazie a dio» disse Diana. «Non ho interrotto nulla, vero?» «Sì» disse Min. «Ma non fa niente. Abbiamo ancora un paio d’ore prima di metterci a cucinare. In un paio d’ore si possono...» «No che non puoi» disse Diana. «Sei pazza? Ci sono le prove dell’abito. Ora. Credevamo stessi arrivando. Siamo già qui. Aspettiamo solo te. Non puoi mancare alle prove. Mamma ti ucciderà. Mi servi. Non puoi...» «Giusto. Ora» disse Min. «Me n’ero dimenticata.» «Fammi indovinare» disse Cal, rallentando. «Prove degli abiti» disse Min. «Adesso. Devo...» «Nessun problema» disse Cal, facendo un respiro profondo. «Ti ci porto io. Poi andrò a prendere il cibo, cucineremo, andremo a cena e poi...» «Devo passare la notte con mia sorella» disse Min, chiudendo gli occhi. «Non vorrei, ma è la notte prima del matrimonio, ho promesso che...» «Certo» disse Cal. «Nessun problema.» «Non per te, forse» disse Min, pensando: A voce alta, a voce alta. Fece un respiro profondo. «Ti voglio ora. Voglio...» «Cristo» disse Cal. «Sto cercando di...» «Min?» disse Diana dall’altro capo del telefono. «Sto arrivando» le disse Min, chiudendo la conversazione. «Dove sono le prove per l’abito?» disse Cal, con voce rassegnata. «Reparto abiti da sposa di Finocharo’s» disse Min, amaramente. «Non poteva pensarci Greg agli abiti?» Cal l’accompagnò al negozio, la baciò più volte e si diresse alla ricerca del cibo per la cena. Quando Min si rese conto di non aver parlato della scommessa, Cal era già andato via. Non ne abbiamo avuto il tempo, pensò. è un buon motivo. Non gli ho dato modo di parlarne. E anche se non fosse un buon motivo, non m’interessa. Non voglio rovinare questo momento. Si preparò ad affrontare sua madre e l’odiato corsetto. «Sei di nuovo in ritardo» le disse sua madre quando la vide comparire sulla porta. «Ciao, mamma» disse Min, pronta a sbranarla alla prima parola sbagliata. «Tieni, mangia» disse Nanette, mettendole in mano una mela. «Perché?» disse Min. «Dio solo sa cosa ci daranno da mangiare quei tizi che ha trovato Greg. è del tutto inaffidabile. Naturalmente avrà dimenticato di specificare di non usare il burro. Fatti bastare la mela.» «Farmela bastare?» Min guardò la mela, scosse il capo e la poggiò sul tavolo, decisa a sfidare il corsetto. Mezz’ora più tardi, quando la sarta lasciò il camerino, Min rimase in compagnia della sua immagine riflessa nello specchio, sfinita.Mi suiciderei volentieri, ma non voglio che questa sia l’ultima cosa che vedo. La gonna blu era sempre la stessa, ed era possibile allacciarla soltanto dopo aver inspirato l’ossigeno dell’intera stanza. La camicetta di chiffon color lavanda le stava ancora stretta, mentre il nuovo corsetto blu la costrinse a smettere di respirare, obbligando la sarta a usare tutta la forza di cui era capace. Se avesse provato a sospirare, l’avrebbe schizzata fuori. Perché Cal dovrebbe desiderare una donna così? Min uscì dal camerino. «Troppo stretto» disse Nanette in un tono che non prometteva nulla di buono per la sua figlia grassa. «Dio mi è testimone, ho seguito la dieta» si giustificò Min, in preda alla depressione. «Più o meno.» «Hai avuto un anno di tempo» le disse sua madre, amareggiata. «Rovinerai la bellissima cerimonia di tua sorella.» «Ho un’idea.» Min diede uno strattone verso l’alto al corsetto. «Potrei slogarmi una caviglia e lasciare a Karen il ruolo di damigella d’onore. Così tutte sarebbero belle e magre, e...» «No» disse Diana, sulla soglia. Madre e figlia si voltarono. «Non alzare la voce, tesoro» le disse Nanette. Diana indicò Min. «Sei mia sorella, sarai la mia damigella d’onore e sarai bellissima, perché la lavanda è proprio il tuo colore. Sarà tutto perfetto.» Min notò nei suoi occhi la stessa scintilla di follia che aveva Nanette. Decise di tacere. «Ormai non c’è nulla da fare.» Nanette si alzò in piedi, disgustata. «Sei arrivata in ritardo e ci restano mille cose da fare. La cena è fra tre ore, santo cielo. Dovrai provare il vestito per la cena senza di noi.» «Il vestito per la cena?» disse Min. «Perché...?» «Ho trovato qualcosa che ti farà sembrare più magra.» Nanette scosse il capo di fronte alla sua deludente primogenita. «Assicurati che l’orlo sia dell’altezza giusta. Con il vestito tagliato alle ginocchia, le tue gambe sembreranno i pali di una staccionata.» «Grazie, mamma» disse Min, rifiutandosi di discutere su un argomento che non le interessava. Era troppo stanca per farlo. Sua madre la guardò negli occhi. «Lo so che mi ritieni un mostro. Ma io so come va il mondo. E il mondo non è tenero con le persone grasse, Min. Specialmente se sono donne. Voglio vederti tranquilla e felice, sposata con un brav’uomo. Non potrà accadere se non perdi peso.» «Non è grassa» disse Diana, alle sue spalle. «Non è grassa.» «Non alzare la voce» disse Nanette. Diana la fissò con odio. «Me ne frego di non alzare la voce. Piantala di dirle che è grassa.» Diana si bloccò, incredula di ciò che aveva detto tanto quanto lo erano Nanette e Min. Poi aggiunse, con voce più calma: «Lasciala in pace.» Nanette scosse il capo e si avvicinò a Min, prendendola per un braccio. «Voglio solo che tu sia felice» le disse. Poi saggiò la consistenza del braccio. «Hai sollevato pesi come ti avevo detto? Se le braccia non sono toniche, quelle maniche di chiffon...» «Dobbiamo andare» disse Diana, spingendo sua madre verso la porta. «Siamo già in ritardo.» Prima di uscire si voltò verso la sorella e le disse: «Sei uno splendore.» «Sì, certo» disse Min, guardandosi allo specchio. La camicetta non era malvagia, ma le stava malissimo sul seno. «Ossignore» disse. Provò a sedersi, ma la gonna era troppo stretta. «Aspetta un momento» disse la sarta, affrettandosi a slacciarle la gonna prima che si strappasse. «Che sofferenza» disse Min, svestendosi. «Il colore ti sta benissimo» disse la sarta. Min si guardò allo specchio e pensò: è vero. Diana ha un gusto incredibile per queste cose. «Sei fortunata che non ti sia toccato quello verde» proseguì la sarta, slacciandole il corsetto. Min tornò a respirare. «In chiesa l’effetto cromatico sarà stupendo, con il verde, il blu e il violetto. Ma la biondina che dovrà indossare il vestito verde è disperata.» Mesta, pensò Min. La giusta punizione per essere la ex dello sposo. «Ti porto il vestito per la cena, così sistemiamo tutto.» «Okay» disse Min. Si tolse la camicetta e si osservò riflessa nello specchio. Ampio seno, ampi fianchi, ampie cosce... Cercò di ricordare le parole di Cal, ma l’eco della voce di sua madre glielo impedì. «Ecco qui» disse la sarta. «Lo facciamo passare sopra la testa...» Min si guardò nello specchio mentre la sarta chiudeva la zip sulla schiena. Il colore scelto da sua madre era il nero, ovviamente. Era un vestito da cocktail, con un inserto verticale bianco che la faceva assomigliare vagamente a un pinguino. Ulteriori inserti a V più in basso avrebbero dovuto snellire il girovita, ma la facevano sembrare un pinguino con una cravatta a farfalla troppo bassa. «Ti snellisce» disse la sarta. «Già» disse Min, raccogliendo la mela che le aveva dato sua madre. «Proprio snella.» Alle sue spalle, Cal disse: «Dio, che brutto vestito.» Min si girò di scatto, trovandolo appoggiato alla porta con una bottiglia di vino e due bicchieri in mano. Il cuore di Min fece un balzo. «Che bello, ci sei anche tu.» «Cosa ti dice la testa, Minnie?» disse Cal, entrando nella stanza senza toglierle gli occhi di dosso. «Levatelo subito. è un insulto al tuo corpo.» «Uno dei tanti, oggi» disse Min. «L’ha scelto mia madre. Ha ottimi gusti.» «Non direi proprio.» Cal poggiò il vino sul tavolino vicino al divano. «Perfino io saprei scegliere un vestito migliore.» «Accomodati» disse Min. «Hai cinque minuti di tempo, mentre mangio questa mela. Poi dobbiamo occuparci dell’orlo, per evitare che le mie gambe somiglino ai pali di una staccionata. Hai per caso un cavatappi? Mi farebbe bene un bicchiere di vino.» Cal le tolse la mela di mano. «Mele con il vino? Neanche per idea.» Lanciò la mela nel piccolo cestino dorato vicino al tavolo, poi estrasse un cavatappi dalla tasca. «Le tue gambe sono bellissime. Togliti quel vestito. Deve pur essercene uno migliore, qui in giro.» «Al piano inferiore» disse la sarta con enfasi. Guardava Cal come se fosse la cosa più bella che avesse mai visto. Min fissò Cal, ricordandosi quanto fosse stupendo. «Ciao.» Cal sorrise alla sarta. «Io sono Cal.» «Ciao» rispose lei, con un sorriso ancora più ampio. «Mi chiamo Janet.» Oh, santo cielo, pensò Min. «Janet, hai tutta l’aria di avere un gusto eccezionale» le disse Cal. «Immagino che questo non l’abbia scelto tu.» «No, no» disse Janet, rinnegando il suo intero bagaglio professionale. «Scommetto che riuscirai a trovarle il vestito perfetto» disse Cal guardandola dritta negli occhi, la sincerità fatta persona. «Magari di un bel rosso acceso.» «Blu» disse Janet. «Il blu e il violetto le stanno benissimo.» «Ne sono certo. Trovale un bel vestito blu, poi festeggeremo con un bicchiere di vino.» Janet esitò. «La signora Dobbs si è raccomandata di...» «Penserò io alla signora Dobbs» disse Cal. «Tu concentrati sul vestito.» Sguinzagliata Janet alla ricerca del vestito, Cal spinse il cavatappi dentro il sughero, estraendolo senza fatica. Poi le servì un bicchiere: «Tieni. Sei molto tesa.» «Mia madre è appena andata via» disse Min, accettando il bicchiere e desiderando che Cal la toccasse. Se solo non fosse stata così grassa. «Questo spiega perché Janet abbia gli occhi di un cervo in mezzo a una strada trafficata.» Cal si guardò alle spalle. «Tua madre non si vede, ed è già un’ora che non mi baci, Minerva. Vieni qui.» Min scese dalla pedana e lo raggiunse, godendosi le sue braccia che la avvolgevano, cercando di non pensare a quanto fosse grassa. Cal la baciò con vigore, e Min sospirò, felice di averlo anche senza capire perché la volesse. La scommessa. No. Escluso. Non era quello il motivo. Si fidava di lui. «Che c’è?» disse Cal. Min scosse la testa. «Vestito stretto.» «Fammi indovinare» disse Cal. «Tua madre. Ignorala. Pensa a me.» Min si lasciò andare a un sorriso, e Cal la baciò di nuovo, premendo dolcemente la bocca contro la sua, allentando la tensione in tutto il suo corpo. «Brava» le disse, carezzandole la schiena. «Ora bevi un po’ di vino. Ti farò ubriacare per approfittare di te sotto il tavolo, durante la cena.» «Magari» disse Min, sorseggiando il vino. Mezzo bicchiere e diversi baci più tardi, Min si sentiva già molto meglio. Janet tornò con un intero appendiabiti pieno di capi attillati viola scuro. «Mi prendi in giro» disse Min. «Il vestito dev’essere per me, ricordi?» «No, è per me» disse Cal, passando in rassegna l’appendiabiti. «Sarò io il tuo accompagnatore, e non voglio trascorrere la serata a guardare un vestito orribile.» «Vattene» disse Min. «Non ho intenzione di spogliarmi di fronte a te.» Non ancora. Ripensò a Nanette che le strizzava il braccio. Forse mai. «La speranza è l’ultima a morire» disse Cal, uscendo dal camerino con il vino. Quando si fu allontanato, Janet disse: «Quello è il tuo ragazzo?» «Sì» disse Min, sorpresa dal fatto che lo fosse davvero. «Mio dio, è bellissimo» disse Janet. «è anche bravo» disse Min. «Ma questo vestito...» «Andrà bene» disse Janet, mostrandole il vestito. «Al tuo ragazzo piace. Si intende di abbigliamento femminile?» «Credo ne abbia tolti parecchi» disse Min, liberandosi del vestito da pinguino. «Di sicuro gli farei togliere il mio» disse Janet, bloccandosi subito. «Scusa, non volevo...» «Nessun problema» disse Min, restituendole il vestito da pinguino. «Ci sono abituata. Questo come si indossa?» «Sopra la testa» disse Janet, passandole il vestito viola. «La parte superiore ha la scollatura incrociata.» «Non sono convinta» disse Min sollevando il vestito. «Provalo» disse Janet. «A lui piace.» «Mi ha portato anche del vino» disse Min. «Dov’è il bicchiere?» Mandò giù quello che rimaneva del vino e, con un sospiro, s’insinuò all’interno dell’abito. Guardandosi allo specchio, notò molti elementi positivi. Lo scollo a doppia banda la snelliva, e il modo in cui si adagiava sul seno era decisamente sexy, a meno di eventuali capitomboli. Grazie alle linee morbide, i fianchi avevano un aspetto voluttuoso e non la facevano sembrare un autobus. Però rimaneva il tipo di vestito adatto a una donna magra. Era... «L’orlo con le punte è un colpo di genio» disse Janet. «Ha ragione lui, hai delle belle gambe. Sono... sinuose.» «Grazie» disse Min. «Anche il resto è sinuoso, purtroppo.» «Sei davvero sexy con questo vestito» disse Janet. «Vado a cercarlo, così potrà vederti.» «Credo che berrò dell’altro vino» disse Min, ma la sarta era già partita alla caccia di Cal. Min si versò un secondo bicchiere e lo sorseggiò di fronte allo specchio. La situazione era molto migliorata rispetto al vestito del pinguino. In più, sua madre si sarebbe arrabbiata. Le stava bene. Non avrebbe comunque potuto protestare, perché Min le avrebbe detto che il vestito piaceva a Cal. «Va bene» disse Min, brindando alla sua immagine riflessa e bevendo il resto del bicchiere. Il calore del vino si diffuse nel suo corpo, mescolandosi a quello dei baci di Cal. Sospirò. Si chinò per riempire il terzo bicchiere di vino, quando Cal comparve sulla porta. «Mi dicono che sei...» disse, fermandosi subito. «Cosa?» disse Min, alzando lo sguardo dalla bottiglia. «Oh» disse Cal. Min notò i suoi occhi correre giù fino alla scollatura, eccessivamente in mostra. «Ti dona» disse Cal, con una tensione nella voce che tradiva la natura di quell’eufemismo. «Non è un vestito per persone grasse» disse Min, voltandosi verso lo specchio. «Non nasconde nulla.» «Non abbiamo già parlato di questo argomento?» disse Cal, avvicinandosi alle sue spalle. «Sì, ma ne ha parlato anche mia madre, da allora» rispose Min. «E questo specchio mi sta dicendo che non ho un girovita.» «Sì che ce l’hai.» Cal poggiò le mani sui suoi fianchi. «Eccolo qui.» Fece scivolare le mani all’altezza del suo stomaco, procurandole un brivido nell’osservare la scena riflessa nello specchio. Le mani di Cal sul suo corpo le donavano un’aria diversa, migliore. Quando la tirò a sé, Min si rilassò contro il suo torace, appoggiandogli la testa sulla spalla. «è un vestito molto sexy» le sussurrò all’orecchio, prima di baciarle il collo. «Su una donna molto sexy» aggiunse, facendole mancare il respiro. Fece scorrere la mano sulla sua scollatura, sfiorando con il dito il tessuto setoso. Min fu percorsa da un brivido, e sentì il corpo sciogliersi sulla fiamma del suo tocco. «Devo smettere di bere vino in tua compagnia» gli sussurrò Min, guardandolo attraverso lo specchio. «Altrimenti comincerò a credere alle idiozie che mi racconti.» Cal le sorrise. La sua immagine riflessa la eccitava quanto il suo corpo stretto a lei. Si morse il labbro. «Che bello poter stare insieme da soli. Ma durerà poco, perché c’è una cena a cui dobbiamo partecipare. Anzi, una cena che dobbiamo cucinare. E domani dovrò andare al matrimonio con un vestito ridicolo; mi sento di nuovo grassa.» «Perché non vuoi ascoltarmi?» le disse Cal all’orecchio. «Guardati.» «Lo sto facendo» disse Min. «Non nel modo in cui ti guardo io» disse Cal. Le passò una mano sul fianco e aggiunse con un sussurro: «Guarda queste curve magnifiche, questa ricchezza.» Il suono della sua voce le faceva girare la testa. La mano di Cal raggiunse il seno. Si voltò verso di lui. «Ehi!» disse, cercando di fermarlo. Cal le negò il respiro con un bacio energico, guidandole la mano aperta fino a farle toccare il suo stesso seno, caldo e voluminoso. è stupendo, pensò Min, abbandonandosi alla passione. «Guarda quanto sei bella» le sussurrò Cal, intrecciando le dita con le sue. «Qualunque uomo ti vedesse ora non desidererebbe altro che toccarti.» Le ruotò la mano sullo stomaco, poi la condusse sull’altro seno. «Sei una fantasia, Min. Sei la mia fantasia.» Le premette i palmi delle mani contro il seno, facendole sentire quella pienezza. Fu percorsa da un brivido, e si rese conto che gli credeva. Si voltò e lo baciò con tutta sé stessa, premendo contro il suo corpo senza altro pensiero che stringersi a lui. Adorava il modo in cui il suo corpo cedeva al contatto con quello di Cal, il calore del suo tocco mentre la tirava verso di lui. Inarcò i fianchi, gli morse un labbro e gli leccò la bocca; lo sentì fremere mentre gli sussurrava ‘ti voglio’ e Cal rispondeva baciandole il collo, per poi mordere la pelle che aveva appena baciato. «Ops» disse Janet alle loro spalle. Min si staccò da Cal, confusa e affannata. «Il vestito ci piace» disse Cal, senza neanche guardarsi intorno. Aveva la voce roca. «Ma è molto pericoloso» disse Min, cercando di riprendere fiato. «Per quello lo prendiamo» disse Cal, baciandola di nuovo prima di lasciarla andare. Giunti al bed&breakfast, entrarono dalla porta lasciata aperta da Diana, come promesso. «La cucina è buona» disse Cal, dopo aver scaricato l’auto. «Potremo lavorarci senza problemi.» «La cucina è grandiosa» disse Min con invidia. Si voltò e disse: «Credo che...» Ma Cal la interruppe con un bacio. Min sorrise, avvicinandosi a lui. «E questo per quale motivo?» «Perché sì» disse Cal, tirandola a sé. Il telefono di Min squillò, facendo desistere Cal. «Cos’altro avrà dimenticato Greg?» Min premette il pulsante verde. «Ciao.» «Dove sei? Noi siamo tutti al bed&breakfast. La mamma si è già lamentata del mio vestito» disse Diana, in un sussurro frenetico. «Vuole sapere dove sei.» «Siamo al piano di sotto, pronti per cucinare» disse Min, mentre Cal la baciava sul collo. Soffocò una risatina. «Prendi tempo.» «Sarà molto arrabbiata con te» disse Diana. «Non è una novità» disse Min. «Si sarebbe comunque arrabbiata vedendo il mio vestito. L’ha scelto Cal. Sembro una prostituta.» Sentì Cal ridere tra i suoi capelli. «Davvero?» disse Diana. «Di che colore è?» «Di...» «Cercherò di temporeggiare con la mamma» disse Diana. «Grazie!» «Non sembri una prostituta» disse Cal quando Min abbassò il telefono. «Al massimo una squillo di lusso.» Fece scivolare una mano sul suo fondoschiena. «E io sono pieno di contanti.» «Prova a pensare alla cucina come una forma di preliminari» disse Min. Cal sospirò e iniziò ad aprire gli imballaggi con il cibo. Quindici minuti più tardi, Min aveva cosparso quattro padelle di olio d’oliva, mentre Cal aveva schiacciato sedici petti di pollo e poi si era dedicato a lavare i funghi. Diana si affacciò sulla porta. «Mi raccomando, niente burro. Grazie, grazie, grazie.» «A proposito, dove siamo?» disse Min, infarinando pezzi di carne. «L’auto di Cal ha avuto un guasto, siete da qualche parte sulla Statale 275» disse Diana. «La mia auto non può avere avuto guasti» disse Cal, lasciando a metà la pulizia di un fungo. «Tratto quell’auto con...» «Grazie, va benissimo» disse Min, congedando Diana. «Puoi mettere da parte il tuo orgoglio maschile per una sera?» «Cosa mi dai in cambio?» disse Cal. «Eterna gratitudine» disse Min, piegandosi sul tavolo per dargli un bacio. La bocca di Cal si adattava perfettamente alla sua. «Quanta gratitudine, esattamente?» disse Cal, cercando di seguirla mentre si ritraeva dal tavolo. «Più di quanto sia possibile esprimerne in una notte sola» disse Min. «Affettane un po’, per favore. Ci servono per l’insalata.» Sollevò il primo petto di pollo sopra la padella, ma si arrestò. «Qualche problema?» disse Cal. «No» disse Min, riponendo il pollo. Rovistò in uno dei sacchetti e ne estrasse un panetto di burro. «Sai,» disse, aprendo la confezione «non si può proprio cucinare senza un po’ di burro.» «Già» disse Cal, sorridendole. Min ne rovesciò una corposa quantità in ognuna della quattro padelle, annusandone il dolce aroma. Poi ci poggiò sopra il pollo con un sorriso. «Non lo sapranno mai» disse Cal. «Mia madre è capace di distinguere l’odore del burro sul mio corpo per i tre giorni successivi» disse Min. «Se ne accorgerà. Ma non mi importa. Puoi occuparti dell’insalata? Io devo cuocere i fagioli.» Mezz’ora più tardi, Tony e Roger si presentarono in cucina con camicia bianca e cravattino nero. Bonnie era con loro. «Ma guarda» disse Min, cercando di non ridere alla vista dei cravattini. «Ridi, ridi pure. Più avanti ti ricrederai» disse Tony, maneggiando i calici più velocemente di quanto Min avesse mai visto. Roger dispose una fila di quattordici piatti e li guarnì con salsa di lampone, per poi creare delle insalate che sembravano uscite dalla cucina del Ritz. «Sono colpita» disse Min. «Anche io» disse Bonnie, dal suo sgabello in fondo al tavolo dove tagliava fettine di scalogno. Roger le sorrise estasiato, mentre Tony portò i calici nella sala. Tornò poi in cucina a fare rapporto. «Sono tutti in salotto, immersi nei convenevoli. Diana ha l’aria annoiata. Perlomeno ce l’aveva finché non mi ha visto vestito così.» «Dev’essere un inferno» disse Min, davanti alla padella dove cuocevano i fagioli. «Preferisco starmene qui con voi. D’ora in poi mi occuperò del catering per tutte le cene di mia madre.» «La tua carriera finirà quando si accorgerà del burro» disse Cal, aiutando Tony a preparare altri quattordici piatti per l’antipasto. Dieci minuti più tardi, i piatti erano pronti per accogliere il pollo, che aveva un aspetto meraviglioso nelle padelle con la salsa di vino. I fagioli verdi erano stati aggiunti alle mandorle e legati con lo scalogno. Min ormai parlava da sola. «Insalata: pronta» disse. «Carne, fagioli verdi: pronti. Contorno di mais di Emilio: pronto da servire. Il pane è fuori dal forno e già nei cestini. Cosa manca? Maledizione. Il dessert.» «Penso io al dessert.» Cal prese l’ultimo sacchetto rimasto e ne estrasse due scatole marchiate KRISPYKREME «Ciambelle» disse Min, sbigottita. «C’è un piatto da portata?» disse Cal. Bonnie rovistò tra gli scaffali e ne trovò uno. Sotto gli occhi esterrefatti dei suoi amici, Cal dispose in cerchio sette ciambelle ricoperte di glassa al cioccolato, più una nel centro. Ne aggiunse altre cinque al cioccolato sopra di esse, e poi uno strato finale di tre ciambelle con glassa alla vaniglia. In cima alla sua creazione poggiò infine una maestosa ciambella ripiena di crema e ricoperta di cioccolato. Bonnie si occupò di cementare i vari livelli con degli strati di glassa alla vaniglia. Min aveva l’acquolina in bocca. «Ho letto degli articoli su questo dolce» disse Bonnie, facendo un passo indietro. «Sulla rivista People. è famoso.» Cal prese una piccola scatola che aveva lasciato da parte, la aprì e ne estrasse una minuscola decorazione con le statuine degli sposi sotto un arco di plastica. Aveva un aspetto orribile, ma una volta incastonata sulla ciambella più alta apparve gradevolmente bizzarra. «Per il mio matrimonio voglio una torta così» disse Min. «Anche se a mia madre verrà un infarto all’istante.» Cal rispose con un ghigno, e Min si tolse il grembiule ridendo. «Sei un genio, Calvin. Datemi un minuto per indossare il vestito, e siamo pronti per lo spettacolo.» Si cambiò più velocemente che poté, e quando rientrò in cucina sentì Tony dire a Cal: «Okay, ci pensiamo noi. Tu vai...» Si fermò dopo averla vista. Roger si voltò, seguì lo sguardo di Tony e rimase a bocca aperta, come Bonnie dietro di lui. «Oh, Min» disse. «Sei stupenda.» «Molto sexy» disse Tony. Per tutta risposta, Cal lo colpì sulla nuca. «Era così, tanto per dire» si giustificò Tony. Cal consegnò la torta a Roger. «Avete tutto sotto controllo?» «Un gioco da ragazzi» disse Tony. Min si bloccò all’improvviso, turbata. «Che c’è?» chiese Tony. «Niente.» Min scosse il capo e si guardò allo specchio, per assicurarsi di non avere della farina al posto del fondotinta. Il calore della cucina le aveva arrossato il volto e arricciato i capelli. Era... «Bellissima» disse Cal. Min si voltò verso di lui, circondato da Tony e Roger, e si rese conto che fino a un mese prima non sapeva chi fossero queste persone. Oggi erano al suo fianco per aiutare lei e sua sorella nel momento del bisogno. «Siete stati straordinari» disse. «Avete fatto più di quanto si possa mai chiedere a degli amici.» «Qualunque cosa per te, piccola» disse Tony. Chinò il capo e le diede un bacio sulla guancia, che la fece arrossire. «Piantala di flirtare con altri uomini, Minerva» disse Cal. Roger fece appena in tempo ad accarezzarla sulla schiena che Cal la prese per mano e la trascinò via. «Che persone fantastiche» gli disse mentre si incamminavano sul sentiero di ghiaia che conduceva all’ingresso principale. «Già» disse Cal. «Mentre ora dobbiamo sorbirci una cena con la tua famiglia.» «Maledizione» disse Min. Ripensando a posteriori a quella cena, Min non riusciva a scegliere il punto più basso della serata. Ci fu il momento in cui Nanette li accolse sulla porta, così sorpresa dal vestito viola di Min da non riuscire a concludere la frase che iniziò con: «Sei in ritardo...» Rimase a guardarli in silenzio, esterrefatta, mentre Min aspettava un affondo che non sarebbe mai arrivato. Subito dopo, Cal le fece coraggio con una carezza, e il testimone di Greg esclamò: «Wow» quando la vide, con un ampio gesto della testa. «Grazie» disse Min. «Te l’avevo detto» le disse Cal all’orecchio. «Sta’ lontana da quel tipo.» In alternativa, ci fu il momento in cui Min vide Greg, il quale aveva deciso di tagliarsi i capelli il giorno prima del matrimonio e sembrava più stupido del solito nel suo taglio alla Giulio Cesare. «Non fare mai una cosa del genere» sussurrò Min a Cal, il quale rispose: «Puoi stare tranquilla.» Oppure il momento in cui Diana disse: «Però, chebei camerieri» mentre Roger e Tony stavano servendo l’insalata, e per poco Roger non la rovesciò addosso a Greg. «Vacci piano» la ammonì Greg, demolendo il sorriso di Diana. «Davvero carini» disse Min, lanciando un’occhiataccia a Greg. Un altro momento delicato coincise con il silenzio che seguì al commento della madre di Greg: «Questo pollo è delizioso. Chi è stato a occuparsi del catering?» Gli occhi dell’intera tavolata si posarono su Greg, e Min decise di lasciarlo sulla graticola per un paio di secondi prima di intervenire: «Il ristorante è Emilio’s, non è vero?» Greg fu così riconoscente per quel salvataggio che Min si sentì quasi in colpa per lui. Subito dopo, Nanette disse: «Ma c’è del burro.» «Già» rispose Min, continuando a mangiare come se niente fosse, mentre Cal le accarezzava la schiena. Ma il momento peggiore fu probabilmente quando il telefono di Min squillò, sul finire della cena. La sua prima reazione fu di cercare con gli occhi Diana, considerata la frequenza delle sue chiamate. Poi Min si ricordò del terzetto rimasto in cucina. «Torno subito» disse, sgattaiolando in corridoio per rispondere. «Pronto?» «Min» disse David. «è tutto il giorno che provo a chiamarti.» «Perché?» disse Min. «Anzi, non rispondere. Non mi interessa. Sono alle prove della cena per il matrimonio di mia sorella, David. Lasciami in pace.» «Riguarda Cal» disse David, e Min si paralizzò. «Ci tengo a te, Min. E c’è qualcosa che devi sapere su Cal Morrisey.» «Ma davvero?» disse Min, con voce distaccata. «Quella sera, nel locale» disse David. «è venuto da te perché aveva scommesso che sarebbe riuscito a portarti a letto entro un mese.» «Ah, sì?» disse Min, pensando: Sei una persona orribile. «Mercoledì sarà l’ultimo giorno utile, Min» disse David, lasciando trasparire la sua sincerità perfino attraverso il telefono. «Cal Morrisey non perde mai. Farà di tutto per vincere la scommessa. Credo sia giusto che tu lo sappia. Non voglio vederti soffrire.» «Accidenti, grazie» disse Min. «Non mi sembri arrabbiata» disse David. «Si sa come sono i ragazzi» disse Min. «Credevo fossi sconvolta» disse David, lui stesso sconvolto. «David, lo sapevo già» disse Min. «Vi ho sentito. So anche che non è stato Cal a proporre la scommessa; sei stato tu. è stata una tua idea, il che ti rende la persona più viscida in tutta questa storia.» «No» si affrettò a ribattere David. «No, ero solo arrabbiato perché ci eravamo lasciati...» «David, sei stato tu a mollarmi» disse Min. «Che motivo avevi di essere arrabbiato?» «Mi sono pentito subito di quella scommessa, ma Cal non ha voluto annullarla.» «Tu gliel’hai chiesto, vero?» disse Min, sospettosa. «Più e più volte» disse David. «David?» disse Min. «Sì?» disse David. «Va’ all’inferno» disse Min, spegnendo il telefono. Rimase sul portico del bed&breakfast a osservare il fiume che scorreva di fronte a lei. Era molto bello. «Maledizione» disse. Si fidava di Cal, davvero. Ma quella scommessa... Glielo chiederò dopo il matrimonio, si disse. Quando sarebbe stata libera da quell’odioso corpetto, quando sarebbero stati soli, quando avrebbero potuto parlarne senza che Diana le tirasse la giacca di continuo per chiederle aiuto. In quel momento avrebbero chiarito tutto. Domani sera, si disse. Poi rientrò per godersi il punto più alto della serata: l’espressione di Nanette di fronte alla torta di Krispy Kreme. «Ehi» disse David, quando Cynthie rispose al telefono, la domenica pomeriggio. «Non ti sei più fatta sentire. Cosa...» «è finita» disse Cynthie. Si capiva dalla sua voce che aveva pianto. «Sono all’infatuazione, ormai. Potrebbero volerci anni per farlo desistere. Abbiamo perso, David.» «Non è vero» disse David. «Io non perdo mai.» «Cal la ama. Si comporta in modo onesto con lei. Non c’è nulla che...» «Non è vero» disse David, che non ne poteva più di sentir parlare di Cal. «La sta corteggiando soltanto per via di quella dannata scommessa.» «Cosa?» disse Cynthie. «Be’» disse David, cercando di spiegare la faccenda in un modo che non lo facesse apparire viscido. «Parla» disse Cynthie, con tono perentorio. «Quella prima sera» disse David. «Ero arrabbiato. Ferito. E...» «David, non mi importa di te» disse Cynthie. «Dimmi della scommessa.» «Ho scommesso che Cal non sarebbe riuscito a portarsela a letto entro un mese» disse David. «Cal non accetterebbe una scommessa simile» disse Cynthie, con voce certa. «E perché? Il suo animo è troppo nobile?» «Deve averti distratto con qualcos’altro.» «Ha scommesso che l’avrebbe portata fuori a cena.» «Sono usciti insieme perchétu avevi scommesso?» disse Cynthie, furiosa. «Non è stata colpa mia» disse David. «Non ha più importanza, ormai.» La voce di Cynthie ripiombò nello sconforto. «Anche se le dicessi della scommessa, ne parlerebbe con Cal.» «Lo sapeva già» disse David, in preda al rimorso. «L’ho chiamata, ieri sera. Dice di aver ascoltato la nostra conversazione.» Cynthie rimase in silenzio. «Credo sia uscita con lui per fare arrabbiare me» disse David. «Cal sembrava piuttosto infastidito, quindi non deve essere stata tenera neanche con lui.» Il silenzio proseguì, finché David disse: «Cynthie?» «Lui lo sa?» disse Cynthie, con voce tesa. «Sa che Min ha accettato per ripicca?» «Non credo» disse David. «Cal non mi ha chiamato per annullare la scommessa. E se lui sapesse che lei sa, la scommessa decadrebbe.» Ancora silenzio. «Cynthie?» «Dov’è Cal, ora?» disse Cynthie. «Non lo so, ma stasera sarà al matrimonio di Diana» disse David. «Perché vuoi...» «Ho capito come mettere fine alla loro storia» disse Cynthie, la voce pesante come il piombo. «E come?» disse David. «Portami al matrimonio. Se Min non ha ancora fatto sesso con lui, Cal sarà frustrato fino al punto di rottura. Li osserverò. Se qualcosa lo rende nervoso, se lei continua a rifiutarlo, se qualcosa va storto...» Cynthie si interruppe, poi fece un respiro profondo. «Devi dire a Cal che Min lo ha preso in giro. Digli che tutti pensano che sia stupido.» «Questo basterà a separarli?» disse David. «Basterà a far venire gli incubi a Cal per anni» disse Cynthie, con la morte nel cuore. «è del tutto illogico, ma è il suo tallone d’achille fin da quando era bambino. Se battiamo su quel tasto, esploderà. E se lo farà di fronte alla famiglia e agli amici di Min...» «Wow» disse David, ancora una volta in preda all’ammirazione per Cynthie. «A che ora è il matrimonio?» disse Cynthie. «Alle sette» disse David. «Diana voleva che fosse al tramonto. Qualche idiozia sulle fiabe.» «Passa a prendermi alle sei» disse Cynthie, prima di riagganciare. Min trascorse la notte in compagnia di Diana, la quale era in preda a uno stato ossessivo che la costrinse a rimanere alzata per aggiustare i nastrini sulle confezioni di torta. Min scelse invece di dormire, troppo stanca anche solo per pensare a Cal. La mattina seguente, però, Diana era stranamente calma; si notava in lei una certa tensione, ma l’energia ossessiva era svanita. «Non ho dormito abbastanza» disse a Min. Nanette, Mesta e Bieca le attendevano nel camerino della chiesa. Min, determinata a evitare Nanette e il suo pettine («Min, con i capelli in quel modo sei impresentabile»), sistemò le confezioni di torta nella sala del ricevimento, per poi rifugiarsi in bagno per indossare il vestito. Non avrebbe certo affrontato il doloroso processo di vestizione in balia dei commenti di Nanette e dei sorrisini di Bieca. Mentre tentava di allacciarsi il corsetto, capì che qualcosa non andava. Qualcosa di diverso da quella pazza di sua madre, o da quella damigella piagnucolante vestita di verde; qualcosa che andava oltre la torta che Bonnie stava cercando di guarnire con perle e orchidee. Qualcosa, ne era sicura, che riguardava lo sposo. Devo parlare con Diana, pensò Min. Ma cosa poteva dirle? Sei infelice e il tuo promesso sposo è un cretino e dovremmo prendere la torta e andare a casa? «Maledizione» disse, uscendo dal bagno per cercare sua sorella. «Sei in ritardo» le disse Bieca, sistemandosi l’elaborato chignon. «Non mi interessa» rispose Min, raggiungendo Diana. «Tesoro, che succede?» «Niente» disse Diana. «Sono solo... contenta di vederti.» «Eccomi qui, in tutta la mia gloria» disse Min, allargando le braccia per mostrarle il corpetto debolmente allacciato. «Non è abbastanza stretto» disse Nanette, costringendola a voltarsi. «Dico sul serio, Min.» Disfece il fiocco all’altezza della scollatura, per poi procedere a stringere i lacci partendo dal basso. «Oh» riuscì a dire Min mentre sua madre le stritolava i polmoni. «Mamma.» Poggiò le mani sulla sedia di Diana per tenersi in equilibrio mentre Nanette le assestava una serie di strattoni. «Vorrei poter... respirare... durante... la cerimonia.» Nanette diede un’ultima, straziante stretta, completando l’opera con un nodo che avrebbe fatto crepare d’invidia il più esperto dei boy-scout. Poi fece un passo indietro per ammirare la sua opera. «Be’, ho fatto del mio meglio» disse Nanette. Parole che descrivono alla perfezione tutto il nostro rapporto, pensò Min. Si voltò a fatica, tenendo una mano sul fianco. Si cimentò nella non facile impresa di respirare e guardare Diana allo stesso tempo. «Diana?» le disse. Quando la sorella non rispose, si rassegnò a piegarsi per guardarla in faccia; i polmoni non avrebbero retto a lungo. Diana fissava lo specchio con gli occhi spalancati e il bellissimo profilo rigido. Min si dimenticò delle difficoltà respiratorie. «Diana? Tutto bene?» «Certo» disse Diana, debolmente, senza staccare gli occhi dallo specchio. «Sei bellissima» disse Min. Sul corpo di Diana, anche il corsetto acquistava grazia. «Come un cigno» aggiunse, sperando in un segnale. «è solo nervosismo da matrimonio» disse Mesta, posizionando la corona di edera e orchidee bianche sui suoi biondi capelli lisci. Sembrava distrutta. Bieca spinse via Min. «Forza, vai a prendere la tua corona.» La corona di Bieca, di orchidee e fiordaliso, sedeva in perfetto equilibrio sulla tua testa, bilanciandone lo chignon. «Oh, Min» disse Nanette. «La corona.» Min recuperò la sua corona di lavanda e orchidee, sistemandola in modo approssimativo. Quantomeno il profumo era buono. Usò un paio di forcine per sostenerla, senza mai staccare gli occhi da Diana. Diana incrociò il suo sguardo e si raddrizzò sulla sedia. «Fuori di qui.» «Okay» disse Min. «Non tu» disse Diana. «Tutti tranne te.» «Cosa?» disse Bieca, fermandosi con le braccia a mezz’aria, paralizzate mentre afferravano la corona di Diana. «Diana» disse Nanette, sconvolta. Min guardò preoccupata il volto gelido di Diana. «Un consulto fra sorelle. Vi raggiungiamo in un minuto.» «Ehi» disse Bieca. «Io sono la damigella...» Poi notò il volto di Diana e si interruppe. «Fuori» disse Min, agitando il pollice in direzione della porta. «Io non me ne vado» disse Nanette. «Questo è il matrimonio di mia figlia.» «Il matrimonio è di là» disse Min. «Non dovrebbero esserci fiori su tutte le file di posti?» «Seriamente, Min...» disse Nanette, fermandosi subito. «Certo che dovrebbero esserci.» «Meglio controllare» disse Min. Nanette si dileguò verso il salone. Mesta raccolse il suo bouquet di orchidee, si chinò e diede un bacio sulla guancia di Diana. «Sei stupenda» le sussurrò. «Sembri una taglia 38!» Si assicurò che Bieca avesse il suo bouquet e poi la trascinò fuori dalla stanza. Bieca non sembrava più così spavalda. Min e Diana rimasero sole. Min si appoggiò al bancone e cercò di inserire le dita sotto il corsetto, per guadagnare un decisivo millimetro di spazio respiratorio che le consentisse di dire ciò che era necessario. «Okay» esordì. «Basta così. Dimmi cosa c’è che non va, altrimenti annullo il matrimonio.» «Voglio una ciambella di Krispy Kreme» disse Diana, con un tono che minacciava pianto. «Te ne trovo una» disse Min, riprendendo il controllo. «Vado in cucina e...» «Non posso» disse Diana. «Ogni ciambella di Krispy Kreme contiene dodici grammi di grassi.» «è vero» disse Min. «Ma considerando che è il giorno del tuo matrimonio...» «è tutto perfetto» disse Diana. «Non mi sembra» disse Min. «Ascoltami bene. Se hai cambiato idea sul matrimonio, posso farmi dare le chiavi dell’auto da Cal. Tu e io ce ne torniamo a casa a bere champagne e mangiare un sacco di ciambelle di Krispy Kreme.» «Cambiare idea?» Diana si irrigidì. «No. No.» «Okay» disse Min. «Ma se dovessi cambiare idea, ricordati che dicevo sul serio riguardo alle chiavi dell’auto e alle ciambelle.» «Non cambierò idea» disse Diana. «Questo è il mio matrimonio da fiaba.» «Bene, allora è tempo di andare» disse Min, sperando che passare all’azione potesse sbloccare qualcosa nel cervello di Diana. Diana si alzò in piedi, e Min allargò le braccia per mostrarle nuovamente il corsetto. «Allora, che ne dici?» «è stata un’idea stupida» disse Diana, con voce tremante. «Per quale motivo dovrei obbligarti a indossare un corsetto?» «Per farmi avere un girovita» disse Min. «Ne hai già uno» disse Diana. «Non è sottile, ma non ha nulla di male.» Esitò per un attimo. Era bella da togliere il fiato, e fredda come il ghiaccio. «Okay» disse Min, prendendole la mano. «Devi dirmi cosa c’è che non va.» «Non c’è niente che non va» disse Diana. «è tutto perfetto.» Bieca bussò alla porta e si affacciò nella stanza. «Sei pronta?» disse, in un tono incerto che Min non aveva mai sentito nella sua voce. «Dovremmo già essere ai nostri posti.» Diana la ignorò. Min disse: «Arriviamo subito.» Bieca spalancò la porta. «Sei stupenda, Diana.» Diana raccolse il bouquet. «La corona» disse Min. Diana si poggiò sul capo la corona di rose e orchidee bianche. Il velo, lungo fino alle mani, non era ben allineato. «Oh. Okay. Forse posso fissarlo...» Ma Diana si stava già dirigendo verso la porta. «Ho io la soluzione» disse Bieca, gelando Min con il suo solito sguardo che significava: Sei impossibile. «Credo che una soluzione non esista» disse Min, raccogliendo il suo bouquet e seguendo Diana fuori dalla porta. 14 Mentre la luce del tramonto penetrava nell’atrio, il volto di Diana conservava il suo gelido pallore, adombrato dalla corona e dal velo, ora perfettamente in ordine. Al suo fianco George, a disagio nell’abito da cerimonia, continuava a rivolgerle occhiate ansiose. Cercò di segnalare la sua preoccupazione anche a Min, che rispose con un’alzata di spalle. Le dispiaceva per lui, ma in quel momento le persone da salvare erano altre. Mesta li precedeva sotto l’arco. Alle prime note di musica si aggiustò il vestito, fece un sospiro, impostò un rigido sorriso d’ordinanza, fece un passo in avanti e si avviò verso l’altare. Bieca avanzò al suo posto, aspettò il suo turno, lanciò un bacio a Diana, fece un passo avanti con un ampio sorriso da cheerleader e si diresse verso l’altare. Min si voltò verso Diana. «Ricordati che sono tua sorella, e sarò sempre al tuo fianco. Se vuoi che ti porti via di qui, ti porterò via.» «Min?» le disse suo padre, allarmato. Diana scosse la testa. «Okay.» Min attese che la musica raggiungesse il passo previsto, si spalmò un sorriso di circostanza sul volto e iniziò la marcia verso l’altare. All’ultimo secondo si sentì tirare per l’abito, rimanendo bloccata a mezz’aria. Quando si voltò, vide Diana aggrappata alle pieghe di chiffon color lavanda sul suo fondoschiena. «Diana?» disse suo padre, ormai in preda allo sconcerto. Min fece un passo indietro. «Papà, vai a tranquillizzare gli invitati con un bel sorriso.» Staccò a fatica la mano di Diana dal suo abito e la trascinò sulla scalinata esterna, sotto la luce calante. «Parla.» Il bouquet di Diana tremava nelle sue mani. «Greg è andato a letto con la mia damigella.» «Susie?» disse Min, non sorpresa ma non per questo meno sdegnata. «Lo sapevo che...» «Bieca» disse Diana. «La definirei molto peggio di bie...» disse Min, un attimo prima dell’atroce realizzazione. «Karen?» Diana annuì. «Oh» disse Min, cercando di trovare le parole giuste in un impeto di rabbia. «Oh, tesoro.» Le mise un braccio sulle spalle. «Ti prego, dimmi che è successo prima che ti chiedesse di sposarti e non...» «Ieri sera» sussurrò Diana. Min fece un respiro profondo, nonostante il corsetto. «Stronzo figlio di puttana.» «Grazie» disse Diana, tirando su con il naso. «Quella troia. Giuro che le strappo ogni singolo capello che ha sulla testa.» Min strinse Diana più forte. «Le inchiodo quel cazzo di chignon alle porte della chiesa. Che stronza ignobile. E papà farà a pezzi Greg. Sono mesi che si trattiene.» Diana ricacciò in gola un singhiozzo. «Ci prenderemo cura di te» disse Min. «Non sei sola. Liza e Bonnie...» Si trattenne, ritenendo che celebrare le virtù delle sue amiche non fosse del tutto appropriato. Provò a immaginare come si sarebbe sentita se una di loro l’avesse pugnalata alle spalle in quel modo, se Liza fosse andata a letto con Cal. Era impossibile, non sarebbe mai potuto accadere. Loro non... «Ieri sera ti ho osservato con Cal» disse Diana, con gli occhi colmi di lacrime. «Siete perfetti l’uno per l’altra, riuscite a essere voi stessi, ridendo e sussurrando insieme. Tu non devi essere altro che te stessa, senza essere magra a tutti i costi; lui ti ama per ciò che sei. Volevo parlarne a Greg, volevo che fosse così tra me e lui. Quando ti sei addormentata sono andata a casa sua e li ho visti nella stanza da letto.» Il suo volto era un’unica smorfia di dolore. «Non erano neanche sul letto.» Min la strinse forte con entrambe le braccia. «E pensare che oggi Karen non fa altro che lanciarti baci. Lurida troia.» «Loro non sanno che io so» disse Diana, piangendo sulla sua spalla. «Non mi hanno visto. Me ne sono andata.» «Ti sei comportata in modo molto maturo» disse Min, digrignando i denti. «Io avrei fatto un bagno di sangue. Okay, vado ad annullare il matrimonio...» «No» disse Diana, rialzandosi in un lampo. Le perle sul corsetto si agitavano furiosamente in corrispondenza del suo respiro frenetico. «No, no. No.» «Come?» disse Min. «No» disse Diana. «Sono pronta.» «Okay, ammiro molto il tuo modo di reagire,» disse Min fingendosi calma «ma arrivare addirittura a sposare quel figlio di puttana potrebbe essere un eccesso di maturità.» «Devo farlo» disse Diana, senza fiato. «è tutto organizzato. Ci sono i regali. Bonnie ha decorato la torta con le perle.» «Mangerò io la torta» disse Min. «E restituirò i regali. Mi occuperò perfino di uccidere lo sposo.» «No» disse Diana. «Non è stato... Lui non... è stato solo un po’ di nervosismo prematrimonio. Metteremo a posto ogni cosa.» «Diana.» Min fece un respiro il più profondo possibile, cercando di mantenere la calma. «Nervosismo prematrimonio vuol dire avere un attacco di panico durante l’addio al celibato. Non vuol dire scoparsi la tua migliore amica.» Diana scosse il capo. «No, no. Non tutte possono trovare un Cal. Greg è un brav’uomo. è stata solo una sbandata. Voglio sposarmi.» Deglutì. «Avevo bisogno di dirlo a qualcuno. è un sollievo poterne parlare.» «Oh.» Min aveva la nausea. «Okay. Ma se cambi idea in qualunque momento, a metà della cerimonia, a metà della luna di miele, mentre partorisci il tuo primo figlio, io sarò al tuo fianco per portarti via da lui. Di’ solo una parola e ne siamo fuori. Non sei sola.» Provò a fare un altro respiro profondo, ma il suo corsetto non era d’accordo. «Ne sei assolutamente certa? Perché io...» Diana annuì. «Avevo soltanto bisogno di parlarne. Sto bene.» «Perfetto» disse Min. «Io no.» Attese un altro secondo per darle occasione di ripensarci, ma Diana si diresse sicura verso l’atrio, costringendo Min a seguirla. Dopo aver sorriso al padre, ormai fuori di sé, Min riprese il suo posto e si avviò verso l’altare. Lungo il percorso, la sua mente registrò solo vagamente la presenza di David e Cynthie, seduti l’uno di fianco all’altra con aria tesa, di Bonnie e Liza che dalla terza fila le indirizzavano occhiate in stile: Ma che diavolo succede?, di Cal che dalla seconda fila fissava rapito la sua scollatura, e di Greg il bastardo, che aspettava all’altare infastidito. Muori, lurido porco fedifrago. Non soddisfatta di quella descrizione proseguì a pensarne altre, senza rendersi conto che l’espressione sul suo volto aveva fatto arretrare Greg e sgranare gli occhi di Cal. Cercò di darsi un contegno. C’era pur sempre il salvagente del ‘parli ora o taccia per sempre’ come via d’uscita. Avrebbe potuto farsi avanti in quel momento. Però avrebbe rovinato la cerimonia, ed era quasi sicura che Diana tenesse alla cerimonia più che al matrimonio. Oltretutto, era giusto che fosse sua sorella a scegliere. Min non voleva trasformarsi in sua madre, né tantomeno decidere della vita di Diana al posto suo. Prese posto di fianco a Bieca, respingendo la tentazione di colpirla in faccia con il bouquet. Poteva sempre dire di essere scivolata. Un paio di volte. Bieca la accolse con un sospiro, poi scosse la testa e indicò la propria corona di fiori. Maledetta troia, pensò Min. Poi si raddrizzò la corona. Sulle prime note della marcia nuziale, Min si voltò a osservare il cammino di Diana verso l’altare: un miraggio hollywoodiano accompagnato dalla luce del tramonto. Il suo volto tradiva però un’angoscia che spezzò il cuore di Min. Cal non poté non accorgersene, e Min lesse sulle sue labbra la domanda: Che c’è?. Scosse la testa, quasi cedendo alle lacrime. Neanche lui poteva fare nulla, stavolta. Quando Diana arrivò all’altare, la cerimonia iniziò. Dopo qualche minuto, fu subito chiaro che tra gli invitati serpeggiava una certa inquietudine. Tutti sanno che qualcosa non va, pensò Min. Non c’era l’atmosfera di gioia tipica dei matrimoni. Anche l’abito di Min aveva un aspetto vagamente tragico. Arrivarono infine le parole fatidiche del sacerdote. «Se c’è qualcuno che conosce un motivo valido per cui queste persone non debbano essere unite in matrimonio, parli ora, o taccia per sempre.» Min si avvicinò alla sorella. Diana si voltò, e Min incrociò il suo sguardo. Fallo. Dopo un breve istante, il sacerdote fece un cenno di assenso e proseguì con il rituale. Diana tese la mano e afferrò il braccio di Min, sussurrando: «Io voglio...» Min emise un sospiro di sollievo. «Non ancora, cara» le rispose il sacerdote. «No» disse Min. «Non ha capito.» Guardò Diana, in segno d’incoraggiamento. «Fallo.» Diana deglutì. «Mi oppongo» disse in un tono così debole che il sacerdote si piegò verso di lei. «Si oppone» ribadì Min in tono perentorio. «A cosa?» disse Greg. «A te, bugiardo figlio di puttana» disse Min, notando distintamente il sussulto che scosse l’intera prima fila. Voce alta, voce alta, si disse. Non alzare la voce. Un’altra occhiata a Greg, poi un pensiero: Maledizione, sì. A voce alta. «Mi oppongo» disse Diana, recuperando un tono normale. Si rivolse agli invitati. «Mi oppongo allo sposo che ieri notte è andato a letto con la mia damigella. Mi oppongo allo sposo che è un...» Non resse oltre. «Un lurido porco traditore» disse Min alle sue spalle, a voce indiscutibilmente alta. «Sì» disse Diana, prima di scendere gli scalini con il bouquet tremante tra le mani. «Inoltre hai dei capelli stupidissimi» disse Min a Greg, accodandosi alla sorella. Greg la prese per un braccio. «Aspetta un momento...» Min abbozzò una reazione, ma Cal si frappose tra loro, spingendo via Greg. Nel frattempo, alle loro spalle, Mesta stava dicendo a Bieca: «Sei andata a letto con Greg?» Nello stesso istante in cui Mesta si lanciò su Bieca, Greg sentì qualcuno toccargli la spalla. Si voltò per rispondere e fu travolto dal pugno di George, mentre Mesta si aggrappava furiosamente allo chignon di Bieca, facendola rovinare sugli invitati in prima fila. Cal riuscì ad afferrare Greg un istante prima che toccasse terra; entrambi alzarono subito lo sguardo su Nanette, che si avvicinava minacciosa nel suo raffinatissimo grigio perla. «Sei un uomo orribile» disse, mentre gli sferrava un calcio al costato con le sue deliziose scarpe a punta di Manolo Blahnik. «Mamma» disse Min. «Trentasette maledetti anni» urlò Nanette, sottolineando ogni frase con un calcio finché Min non la tirò via. Fece qualche passo laterale, in equilibrio precario, trovandosi di fronte a George, che nel frattempo cercava di dribblare Cal per colpire di nuovo Greg. «E anche tu» disse Nanette, colpendolo ripetutamente con la borsetta. George cercò di proteggersi alzando le mani e chiedendo: «Ma io cosa ho fatto?» Quando ne ebbe abbastanza, Nanette andò via furibonda a testa alta. Alle spalle di George, Mesta si scagliò contro Greg. «Bastardo» gli disse picchiandolo sul volto con il bouquet, mentre Bieca tentava di riemergere dal fondo del banco. «Devo raggiungere Diana» disse Min quando trovò Cal. «Dagli qualche altro calcio in testa, per favore.» «Vai» disse Cal. L’ultima cosa che Min vide allontanandosi fu Cal che depositava Greg sul pavimento, frapponendosi tra lui e George per impedire che lo colpisse, mentre Mesta lo percuoteva con le orchidee. Quando la situazione si fu calmata, Cal andò a cercare Min nella sala del ricevimento, dal momento che Diana aveva insistito per accogliere chiunque si fosse presentato. Erano tutti seduti nella sala da ballo deserta. C’erano Liza, Bonnie e una fin troppo allegra Mesta, mentre Roger portava calici di champagne avanti e indietro, e Nanette consolava Diana con la notizia che tutti gli uomini erano traditori schifosi. «Mamma» disse Min, prima di essere trascinata in corridoio da Cal. «Mia madre è pazza» gli disse Min. «Te ne accorgi solo ora?» rispose Cal, cercando di non farsi distrarre dalla sua scollatura straripante. «Stai soffrendo parecchio, vero?» «Già» disse Min. «L’intera giornata è stata una lunga esperienza d i bondage.» Lanciò un’occhiata attraverso l’arcata. «Guarda Mesta. Non fa altro che ridacchiare. E pensare che mi dispiaceva per quella strega. Volevi dirmi qualcosa?» «Sì» rispose Cal, iniziando ad accusare dei giramenti di testa per il movimento respiratorio del suo décolleté. «Specialmente ora che hai menzionato il bondage. Quando possiamo toglierti questa roba di dosso?» «Anche subito, ma i nodi sono troppo stretti.» Passò il dito sul bordo del corsetto. Fallo fare a me, pensò Cal. «è una tortura.» «Aspetta» disse Cal, rovistando nelle tasche per estrarne un coltellino svizzero. Lo inserì sotto ai lacci e tagliò il nodo, permettendo a Min di fare un respiro profondo mentre il resto del corsetto si allentava per la pressione del corpo. «Dio, che bella sensazione.» Cal rimase a osservare il movimento ondulatorio del corsetto. «è anche un bello spettacolo.» Non riuscendo a trattenersi, fece scorrere il dito sulla curva del seno, sentendo risvegliarsi quel desiderio che lo tormentava da settimane. Doveva farla sua al più presto se non voleva perdere la testa completamente. «Ehi» disse Min, afferrandogli la mano. «Non è colpa mia» disse Cal, avvicinando le labbra alla sua bocca. «Sei tu che ti metti in mostra.» Min sentì la bocca sciogliersi al contatto con Cal, con quella familiare sensazione di calore in tutto il corpo. Il respiro si fece più veloce, e Cal chiuse la mano attorno a quel seno sodo. «Oh» disse Min, mentre Cal si chinò a baciarla sulla morbida curva del collo, godendo dei suoi sospiri. «Che meraviglia. Però dovrei...» «Lo so» disse Cal, stringendola a lui. «Non avrei dovuto...» provò a dire, per poi arrendersi e baciarla di nuovo, desiderandola a tal punto da non riuscire a lasciarla andare. «Sì, avresti dovuto» disse Min. «Ma Diana...» «Giusto» disse Cal, ricordando quale fosse la sua missione. «Ecco cosa dovevo dirti. Greg è nel parcheggio, in compagnia degli uscieri. Diana vuole vederlo, prima che se ne vada? Credo che Greg voglia scusarsi.» «Certo che no» disse Min, tirandosi indietro. «Cosa potrebbe mai dirle?» «Sono il peggior stereotipo della storia dei matrimoni finiti male?» disse Cal, sentendo la mancanza del suo corpo. «Per quel che vale, anche gli uscieri sono disgustati.» «Lo odio» disse Min, guardando verso la sala da ballo. «Come sta?» disse Cal, seguendo il suo sguardo fino alla sorella. Si sentiva in colpa per i suoi pensieri carnali di fronte a una situazione del genere. «Credo sia quasi sollevata» disse Min, osservandola. «Non è contenta, e dovrà versare ancora molte lacrime; ma credo sia consapevole di aver voluto il matrimonio più di quanto volesse Greg.» «Molto saggio, da parte sua» disse Cal. «Del resto, chi mai potrebbe volere Greg?» Min si alzò in piedi sulle punte e gli diede un bacio. «Stanotte devo restare con lei.» «Immaginavo» disse Cal, non per questo meno dispiaciuto. La strinse in un abbraccio. «Ti voglio, Minerva.» «Domani sera sarò libera» disse Min, sorridendo. «Manda via quell’idiota e unisciti a noi per un bicchiere di champagne.» «Torno subito» disse Cal, dandole un altro bacio. Era sorpreso di tanta naturalezza, di come le cose con lei fossero diventate così facili. Dev’esserci un inghippo, pensò senza smettere di sorridere. Poi andò a dare l’ordine agli uscieri di liberarsi di Greg. Tornando dal parcheggio, si imbatté in David. «Il ricevimento è finito, David» disse Cal sforzandosi di non prenderlo a male parole. «Puoi andare a casa, ora.» «Non ancora» disse David in tono nobile. «C’è una cosa che dovresti sapere.» Maledizione, pensò Cal. «Cosa?» «La scommessa» disse David. «Avevi un mese di tempo per portarti a letto Min.» «Come?» Cal lo guardò, confuso. «Quale scommessa? Non ho mai accettato nulla del genere. Hai fatto tutto tu, eri ubriaco e sconsiderato.» «Min sa tutto» disse David. Cal sentì un brivido percorrergli la schiena. «Stava origliando, quella sera nel locale. Per questo è uscita con te. Per vendicarsi di noi due, e per avere un accompagnatore a questo disastro di matrimonio. Lo sanno tutti; Liza, Bonnie, sua sorella. Lo ha detto a chiunque. Ci hanno riso dietro fin dall’inizio.» Il corridoio sembrò restringersi, e l’aria scarseggiò all’improvviso. Faceva troppo freddo per essere giugno. «Dovevo dirtelo. Se Min sa tutto, la scommessa non vale. Non hai mai avuto nessuna possibilità di vincere. Si è presa gioco di te.» «No» disse Cal, sentendo la gola secca. «Non lo farebbe mai.» L’ondata di vergogna e disprezzo di sé, fin troppo familiare, lo colpì in pieno. Sei proprio stupido. Non poté fare nulla, nonostante il buonsenso gli dicesse che poteva essere solo un’invenzione di David, che Min non avrebbe mai... «Guardiamo in faccia la realtà» disse David, assestandogli una pacca sulla spalla. «Ci ha fatto fare una figura da idioti. Certo, a te più che a me; non sono stato io a cercare di portarmela a letto. Ma mi sento ugualmente parecchio stupido.» Cal lo guardò con odio. «Finalmente un po’ di consapevolezza.» Lei sapeva. Pensa che sia stupido. «Ehi.» David alzò le mani. «Non prendertela con me. Non sono di certo io quello che ti ha fatto passare per stupido nell’ultimo mese.» Accusato il colpo, Cal si voltò e si allontanò, tornando verso la sala principale. Non era vero. Min non era così. Non l’avrebbe mai fatto. Eppure, molte cose all’apparenza inspiegabili ora avevano senso all’improvviso. Percorse la sala deserta, fermandosi nel punto in cui Min stava provando a difendere Diana dall’impeto di Nanette. «Posso parlarti un secondo?» disse. Min alzò gli occhi e disse: «Ora non è il...» «Adesso» disse Cal. Min sgranò gli occhi e annuì. «Torno subito, tesoro» disse a Diana, seguendo Cal in corridoio. Durante il breve tragitto continuò a rivolgere sguardi ansiosi alla sorella. «è successo qualcosa con Greg?» disse Min quando ebbero raggiunto un punto del corridoio da cui Diana era ancora visibile. «Per caso ha...» «Perché hai accettato il mio invito a cena, quella sera?» disse Cal. «Cosa?» disse Min, talmente sorpresa da smettere di guardare Diana. «Dimmi la verità.» Min si irrigidì. «Ho accettato...» Rivolse lo sguardo altrove, scuotendo il capo. «Ho accettato perché tu avevi scommesso con David che saresti riuscito a venire a letto con me entro un mese. E perché mi serviva un accompagnatore per il matrimonio. Quando siamo usciti ho capito che eri un’insidia troppo grande. Non avrei retto per tre settimane, quindi ti ho ringraziato e sono tornata a casa. E non riesco a capire perché dovremmo parlarne ora.» «Perché hai continuato a uscire con me se mi credevi capace di una cosa del genere?» disse Cal. Un mese di frustrazione si stava trasformando in una valanga di rabbia. «Per divertirti? Ti faceva ridere?» «No» disse Min, palesemente infastidita. «Proprio per questo continuavo a rifiutarti. Non potremmo parlarne più...» «In altre parole,» disse Cal «mi rifiutavi per farmi apparire un idiota, mentre tu e Bonnie e Liza ridevate di gusto alle mie spalle.» «No» disse Min, esasperata. «Credevamo che fossi un animale. Non è stato affatto divertente.» «Ah» disse Cal, annuendo. «Ecco perché Liza cercava sempre di picchiarmi.» «Sì. Ma non mi interessa.» Sputò fuori l’ultima parola a denti stretti. «Non ha importanza.» «Ti interessa eccome» disse Cal in tono grave. «Ce l’hai a morte con me. Per questo motivo ti sei presa gioco di me, facendomi diventare pazzo, facendomi passare per...» «Ehi» disse Min, puntandogli il dito contro. «Sono stata sempre onesta con te.» «Non mi hai mai chiesto della scommessa» disse Cal. «Invece sì» disse Min, incrociando le braccia. «Sei stato tu a evitare di rispondere.» «No. Non me l’hai chiesto.» Anche Cal incrociò le braccia. «Sai come lo so? Perché ti avrei detto che non avevo fatto nessuna scommessa.» «Ero a un metro da voi» disse Min. «Evidentemente non hai sentito bene» disse Cal. «Gli ho risposto di no.» «Hai detto: un gioco da ragazzi» sbottò Min. «Non ho mai detto un gioco da ragazzi in vita mia» rispose Cal. «è una cosa stupida da dire.» Fece un respiro profondo. Cazzo, pensò. «Mi ritieni così stupido?» disse con violenza. Min era paralizzata. «Mi ritenete tutti così stupido?» «Non ti ritengo uno stupido» rispose Min con circospezione. «Cosa sta succedendo?» «Tutti pensano che io abbia accettato la scommessa di quello schifoso di David.» Cal scosse la testa, riflettendo sull’entità del tradimento subito. «E lo pensano perché gliel’hai detto tu. Tutti si sono goduti lo spettacolo mentre ti prendevi gioco di me, e io ci sono cascato come uno stupido.» «Ma la scommessa esiste» disse Min; le sue certezze erano ormai traballanti. «Non ho mai creduto che fossi uno stupido. Ti credevo... disgustoso. Però in seguito ho scoperto che non lo eri, e... Si può sapere cos’è successo? Sai bene cosa provo per te. Ti amo. La scommessa non ha importanza...» «Non ha importanza?» disse Cal. «Devi essere proprio stupida.» «Ehi» disse Min, scura in volto. «Ascolta, capisco che tu sia sensibile a questa tematica. Ma cerca di ragionare. Ti amo, lo sai che ti amo. Purtroppo non ho tempo di darti retta, ora...» «Darmi retta?» Cal serrò la mascella per evitare di urlarle contro. L’aveva tradito, eppure la desiderava ancora, disperatamente. Chiamatene fuori, pensò. «Be’, non dovrai più darmi retta. Mai più» sentenziò. «Cosa?» disse Min, che subito dopo annuì con una smorfia rabbiosa. «Ah. Capisco. Ma certo. è il momento di scappare. Che bastardo. Hai avuto ciò che volevi, ti ho detto ‘ti amo’, il gioco è finito, puoi togliere il disturbo. Sapevo che sarebbe finita così. Lo sapevo che sarebbe finita così.» «Non stavamo parlando di me» disse Cal, senza guardarla negli occhi. «Ma per favore» sbottò Min. «è proprio di te che dobbiamo parlare. Il cento percento delle tue storie finisce con la fuga. Ti stai aggrappando a qualsiasi scusa per...» «Ehi» disse Tony, facendoli voltare entrambi di scatto. Si stagliava minaccioso sulla soglia, furente come Cal non l’aveva mai visto. «Non so di cosa cazzo stiate discutendo, ma non può essere più importante di ciò che sta passando quella ragazza seduta laggiù. Avete tutta la vita per litigare. Lei ha bisogno di voi ora.» «Di’ a Min che non ho mai scommesso con David che avrei fatto sesso con lei» disse Cal. Tony guardò Min, esasperato. «Non ha scommesso.» «L’ho sentito mentre accettava» rispose Min. «David ha detto che avrebbe dovuto portarsi a letto la ragazza con il vestito a scacchi entro un mese. Cal ha risposto: Un gioco da... ragazzi.» Spostò lo sguardo da Tony a Cal. «Oh.» «Sono stato io a dire: Un gioco da ragazzi» dichiarò Tony senza esitare. «Ho sbagliato. Non mi interessa. Ne discuterete più avanti. Ora muovete il culo e venite ad aiutare Diana. Vostra madre le ha portato via lo champagne perché è troppo calorico, e quella dannata damigella con il vestito verde non vuole smettere di ridere.» «Hai ragione» disse Min, raggiungendolo verso la porta. «Ma non potremo discuterne più avanti, perché Calvin ha deciso che è ora di andare.» «è uno scherzo, vero?» disse Tony, guardandoli entrambi con disprezzo. «Mai visti due ragazzini come voi.» «Cosa?» disse Min, fermandosi di colpo. «Vuoi un riassunto?» disse Tony. «Tu ti comporti come un’isterica che odia gli uomini, e lui è un codardo che ha paura delle donne.» Guardò Cal. «Vedi di farla finita, per favore.» «Andate all’inferno tutti e due» disse Min tornando da sua sorella, mentre Cal se la prendeva con Tony. «Sono tutti uguali» stava dicendo Nanette quando Min tornò da loro, ribollendo di rabbia. «Non bisogna mai fidarsi.» Sottolineò il pensiero agitando il bicchiere di champagne con un ampio gesto. «Ti dicono che ti amano, e poi...» Min le strappò il bicchiere di mano. «Tieni» disse, consegnandolo a Diana. «Stasera ne berremo dodici bottiglie, quindi è meglio iniziare.» «Lo sai quante calorie...» provò a intervenire Nanette. «Stammi a sentire» le disse Min. «Ora vai a casa e butti via tutte le riviste di moda. Devi smettere, di punto in bianco. è l’unica speranza che hai di salvarti.» Nanette la guardò negli occhi, a testa alta. «Il fatto che tu non voglia dimagrire non vuol dire che anche Diana debba diventare grassa.» «Non sono grassa, mamma» disse Min. «Ma visto che siamo sull’argomento, non mangiare per cinquantacinque anni ti ha forse reso più felice? Vai a casa e mangia qualcosa, Cristo santo.» Si guardò intorno. «Dove sono quelle maledette confezioni?» «Ci penso io» disse Roger, scattando alla ricerca. «Trovo che sia molto ragionevole» disse Mesta, rivolgendo a Min un sorriso esagerato. «E tu,» le disse Min «va’ a gongolare da qualche altra parte. Anzi, vai da Greg. Siete fatti l’uno per l’altra. Un bastardo egoista e una cagna bastonata.» «Non è giusto» rispose Mesta, tornando al consueto piagnisteo. «Fuori dai piedi, Mesta» disse Liza. «Stai ridendo fin da quando hai smesso di colpire Bieca. Se non vuoi essere di supporto, abbi il buongusto di toglierti dai piedi.» «Be’, almeno non sono Acida» disse Mesta, levando le tende. «Mi ha dato dell’acida?» disse Liza, rivolta a Bonnie. Min si sedette di fianco a Diana, sulla sedia lasciata libera da Mesta. «Ecco cosa faremo» disse, prendendole la mano. «Prendiamo le confezioni di torta, una cassa di champagne e andiamo a casa mia.» «Okay» disse Diana, la voce rotta dal pianto. «Mangeremo tutta la torta e ci ubriacheremo» disse Min. «Oh, Min» disse Nanette. «Ci vorranno settimane intere per liberarti di tutte quelle calorie.» Min guardò sua madre negli occhi. Diana deve sopportare questa lagna tutti i giorni, pensò. «E poi,» aggiunse «visto che avevi una settimana di ferie per la luna di miele, mi prenderò una settimana libera anche io e andremo a vedere delle case.» Diana smise di piangere. «Delle case?» «Sì» disse Min. «Voglio comprare una villetta doppia in stile Arts and Crafts. Tu verrai a vivere con me.» «Davvero?» disse Diana, raddrizzando leggermente la postura. «Sì» disse Min. «Hai vissuto in quel penitenziario alimentare fin troppo a lungo.» «Che sciocchezza» disse Nanette. «Lei non andrà da nessuna parte.» «Però ci saranno delle regole» disse Min. Diana deglutì e annuì terrorizzata. «Dovremo avere sempre una scorta di burro nel frigorifero. Le colonne sonore dei film di Julia Roberts sono proibite. E d’ora in poi» disse guardando verso la porta dove Cal e Tony stavano discutendo «usciremo solo con uomini brutti.» Diana continuò ad annuire. «Prometto che mi toglierò di torno tutti i giovedì sera.» «Perché?» disse Min, perplessa. «Per la vostra cena del Se» disse Diana. In quel momento, Min capì che la cosa peggiore per sua sorella non era aver perso Greg, ma aver perso le sue migliori amiche. Provò a immaginare come si sarebbe sentita se Liza e Bonnie l’avessero tradita; di fronte a uno scenario tanto orribile le mancò il respiro. Sarebbe stato come perdere Cal. «Verrai anche tu» disse Bonnie, cingendo le spalle di Diana con il braccio. «Certo» disse Liza, mentre Roger rientrò alla base con un vassoio pieno di piccole confezioni insieme alla cima della torta nuziale. Liza strappò lo sposo e la sposa dalla torta, mettendoli sotto gli occhi di Diana. «Fai attenzione, piccola Stats. è un momento storico.» Diana alzò la testa e vide Liza calpestare violentemente la statuina dello sposo, sbriciolandola in una macchia di polvere zuccherosa. «Ora» sentenziò «fa ufficialmente parte del passato. E se Dio esiste, in questo momento avrà un mal di testa atroce.» «Direi che puoi contarci» intervenne Roger. «Ha preso un sacco di botte.» «Bene» disse Liza. «Avanti, tutti a casa di Min per la sbronza.» Diana guardò Min tra le lacrime. «Mi presti le pantofole con i coniglietti?» «Te le regalo» disse Min, pensando a Cal in un misto di rabbia e tristezza. Si voltò di nuovo verso la porta e lo vide, immobile con gli occhi fissi su di lei. Fu solo un attimo, perché Tony si incamminò verso di loro ostruendole la visuale con le braccia larghe. «Bel lavoro sulla torta, asso. Dovevi ammazzare lo sposo, eh?» disse a Liza. «Prova a difenderlo e sei morto» gli rispose lei. «No, era uno stronzo anche prima che si tagliasse i capelli» concluse Tony, provocando una breve risata di Diana prima che le lacrime tornassero a sgorgare. Fuori dalla sala da ballo, Cal si voltò e Min riuscì a intravedere Cynthie dietro di lui. Dopo aver confabulato brevemente, si allontanarono insieme. Ma certo. Non rimani a dare una mano quando la cosa non ti riguarda, eh? Min se lo tolse rapidamente dalla testa e tornò a occuparsi di Diana. «Io sarei un codardo?» aveva detto Cal a Tony, appena andata via Min. Era contento di poter finalmente litigare con qualcuno a cui poteva dare un pugno. «è incredibile che tu stia provando a scappare anche stavolta» disse Tony. «Che diavolo, Cal. Hai trentacinque anni, non sei stanco di queste stronzate?» «Anche tu hai trentacinque anni» disse Cal con astio. «E mai in vita mia ho guardato una donna come tu guardi Min» rispose Tony. «Certo, sarei incazzato, perché quell’atteggiamento da ‘gli uomini sono dei maiali’ è insopportabile. Ma glielo direi, non la pianterei in asso in quel modo. Si può sapere che ti prende?» «Non stavamo parlando di me» disse Cal. «Cristo» disse Tony, tornando verso la sala da ballo. «Dove vai?» disse Cal. Tony scosse il capo. «Dove ci sono dei problemi veri. Siamo tutti lì. Tu invece dove vuoi essere?» Mentre si allontanava, Cal vide Min stringere Diana tra le braccia, mentre Roger teneva un vassoio di torta in una mano, accarezzando la schiena di Diana con l’altra. Liza stava calpestando qualcosa. Tony si avvicinò al gruppetto allargando le braccia in direzione di Diana, che per tutta risposta accennò un sorriso commosso. Cal sapeva bene che quello era il numero preferito di Tony; stava facendo il clown. Cazzo, pensò. Dovrei essere lì con loro. Min incrociò il suo sguardo, e Cal vide un’espressione rigida e piena di collera che gli procurò una fitta. Al diavolo anche tu. Si voltò, furioso e disperato, e si trovò di fronte Cynthie, più adorabile che mai. «Stai bene?» gli disse. «No» disse Cal. Cynthie sorrise. «Conosco un posto dove possiamo prenderci un drink.» «E quale?» disse Cal. «Casa mia» rispose Cynthie. «Andiamo» disse Cal, consapevole che Min lo stesse osservando. Cal aveva trascorso buona parte del lunedì a macerarsi di rancore nei confronti di Min, e il martedì non andò certo meglio. A peggiorare le cose c’era il fatto che Cynthie lo aveva chiamato due volte in due giorni per proporgli di nuovo quel drink che Cal aveva rifiutato accompagnandola a casa, e che tutti i suoi clienti sembravano di colpo più stupidi, e che i suoi soci lo guardavano come se avesse l’hobby di affogare cuccioli appena nati. Ma la cosa peggiore è che gli mancava Min. La desiderava tanto da stare male. La ciliegina sulla torta di quella giornata perfetta fu una telefonata di sua madre che gli chiedeva se stesse di nuovo uscendo con Cynthie. «No» rispose Cal. «Non ci vedremo mai più, quindi smettila di rompermi le palle con Cynthie.» «Calvin» disse sua madre, con un tono che lo avrebbe messo a tacere in qualunque altro giorno. «Anzi, sai cosa ti dico,» la incalzò «visto che sono una tale delusione, non voglio più vedere neanche te.» «Calvin?» disse sua madre, in un tono inedito. «Lasciami in pace» disse Cal, riagganciando. Tony si avvicinò alla sua scrivania e scollegò il telefono. «Questo ti verrà restituito quando ti deciderai a chiamarla» disse. «Fino ad allora, meglio che non parli con nessuno.» «Non la chiamerò mai più» disse Cal. «Si è comportata da stronza per tutta la mia vita. Ho chiuso con lei.» «Non parlavo di tua madre, imbecille» disse Tony. «Min.» «Min si è comportata da stronza per un mese. Ho chiuso anche con lei» disse Cal. «Al diavolo tutte e due.» «Molto maturo» disse Tony, ricordando il tono di Min. Roger scosse la testa e tornò al lavoro. Cal decise di ignorarli entrambi per dedicarsi alla revisione selvaggia dei materiali per il seminario. Tornato a casa, lanciò il soprabito sul divano, afferrò la bottiglia di whisky e si bloccò sentendo le note di She provenire dall’appartamento vicino. «Porca puttana» disse, sbattendo il whisky sul tavolo. Bussò ferocemente alla porta di Shanna, ma ad aprirgli venne una strana donna con i capelli castani, non molto alta. «Oh» disse. «Credevo che.... Shanna...» «Sì, è qui.» La donna gli sorrise in modo dolce che gli ricordò Min. Aveva gli stessi occhi grandi sul volto rotondo. «Shanna?» Cal spostò lo sguardo su Shanna, di ritorno dalla cucina con due calici di vetro rosso. «Cal!» lo accolse con un sorriso. «Ti presento Linda. Linda, lui è Cal, il mio vicino.» Sorrise con felicità indicando lo stereo. «Musica da primo appuntamento.» «Oh» disse Cal, facendo un passo indietro. «Accidenti, mi dispiace...» «Elvis è fantastico, non trovi?» disse Linda. «Già» disse Cal. «Sono contento per te, Shan. Ci vediamo.» «Rimani per un drink» disse Shanna, lasciando al suo sguardo il compito di intimargli: Fuori dai piedi. «Non posso» disse Cal. «Devo...» Indicò il suo appartamento con un movimento del capo, incapace di pensare a una qualunque occupazione che non fosse ribollire di rabbia. «C’è Min?» disse Shanna, appoggiando i calici sul bancone. «Magari più tardi potremmo...» «No» disse Cal, sentendo riaffiorare la rabbia. «Min non c’è.» Shanna si bloccò, leggendo nei suoi occhi l’intera storia. «Oh, no. Cosa hai combinato?» «Stranamente nulla» disse Cal. «Perché dai per scontato che...» «Non mi interessa» disse Shanna. «Convincila a tornare da te.» «è finita» disse Cal. «Non è finita» disse Shanna. «Sarebbe una perdita grave, stavolta.» «Non stavamo parlando di me» disse Cal. «Invece sì» disse Shanna. «Ora ne stiamo parlando. Cosa è successo?» Cal scosse la testa. «No. Non è una storia interessante.» Fece un cenno verso Linda. «è stato un piacere.» Si voltò per andarsene, ma Shanna lo trattenne per la camicia e lo trascinò con forza all’interno dell’appartamento. «Siediti e dimmi tutto» gli ordinò. «Altrimenti ti seguo fin dentro casa tua e non ti mollo finché non vuoti il sacco.» Quindici minuti dopo, Shanna tirò le conclusioni. «Be’, è una gara a chi è più stupido.» «Ehi» disse Cal. «Siete pazzamente innamorati l’uno dell’altra e continuate a traccheggiare. Hai idea di quanto sia raro il sentimento che c’è tra voi?» «Cristo, lo spero» disse Cal. «Non vorrei mai che ci fosse un’epidemia di questa assurdità.» «Smettila» disse Shanna. «Tu vuoi tornare con lei.» «Perché dovrei...» «Smettila!» disse Shanna. «Tu vuoi tornare con lei.» Cal rimase in silenzio sul divano. I ricordi di Min, che per due giorni aveva provato a cancellare, si ripresentarono all’improvviso. Poggiò la testa tra le mani. «Cristo, voglio tornare con lei. Questo dimostra che sono davvero stupido.» «Ma santo cielo, chiamala» disse Shanna. «Dille che ti dispiace.» Cal alzò la testa di scatto. «Ehi, sono io la vittima, qui.» «Ma certo» disse Shanna. «E questa consapevolezza ti fa stare bene, vero? Chiamala. Dille che vuoi vederla domani sera. Porta una buona bottiglia di vino, dille che la ami, risolvete questo falso problema e vivete felici e contenti.» «Perché domani?» disse Cal, confuso. «Se devo chiedere scusa per qualcosa che non ho fatto, posso anche andare da lei ora...» «Perché domani avrai già perso la scommessa» disse Shanna. «La scommessa che non ho fatto» disse Cal. Linda si allontanò da lui sul divano. «Non urlare» disse Shanna. «Non ha importanza. L’hai colpita dove sul suo punto debole.» «Ma che...» «Non è bellissima» lo interruppe Shanna. «Non è magra. Sa bene che chiunque ti veda con lei si domanderà come ha fatto ad averti.» «Ma non è vero» disse Cal. «Lei è fantastica.» «Esatto» disse Shanna. «Noi lo sappiamo, ma c’è tanta gente che non lo sa. E credo che l’elenco comprenda il suo ex ragazzo che l’ha piantata e poi ti ha proposto la scommessa.» «Ahi» disse Linda. «Poi arrivi tu, perfetto e meraviglioso, e le fai credere che la ami...» «La amo davvero, maledizione» disse Cal. «Però si scopre che hai accettato una scommessa...» Cal si alzò in piedi. «Non ho accettato la scommessa...» «Per portarla fuori a cena» proseguì Shanna. Cal si sedette. «Così lei ha pensato che tu stessi cercando di portartela a letto per vincere una scommessa. E alla fine, quando la situazione si è fatta complicata, invece di rimanere al suo fianco te ne sei andato in compagnia della tua bellissima ex ragazza.» «Molto male» disse Linda. «Al diavolo.» Cal rifugiò di nuovo la testa tra le mani. «Come ho fatto a cascarci? Come ho potuto lasciarmi raggirare da quello stronzo di David Fisk? è proprio vero che sono stupido.» «Solo questa volta» disse Shanna. «Si risolverà tutto. Devi solo perdere la scommessa. Non mi sembra grave; ci rimetterai solo un po’ d’orgoglio e dieci dollari.» «Diecimila» disse Cal. «Wow» disse Linda, tirandosi su. «Meglio della tv via cavo.» «Hai scommesso di portarti a letto Min per diecimila dollari?» disse Shanna, incredula. Cal alzò gli occhi al soffitto. «Ma perché nessuno mi ascolta?» «Non ha accettato la scommessa» disse Linda, rivolta a Shanna. «Grazie» disse Cal. «Ormai tutti sanno della scommessa» disse Shanna. «è valida, almeno nella testa di parecchie persone. E se vai a letto con lei prima... quando scade il tempo per la scommessa?» «Domani sera alle nove. Nove e mezzo. Non lo so» disse Cal, sforzandosi di ricordare quando avesse accettato. Quando non avesse accettato. Cristo, ormai ne era convinto anche lui. «Lei vale i diecimila dollari?» «Certo che sì» disse Cal. «Be’, ecco la tua risposta. Chiamala e dille che vi vedrete dopo che tu avrai perso la scommessa.» Shanna incrociò le braccia sul petto, implacabile. «Sarà meglio che non mi costringa a farlo al posto tuo.» «Fallo» disse Linda. «è romantico in un modo molto perverso.» «Grazie» le disse Cal. «E con questo, penso che andrò a casa.» Si alzò e uscì, ignorando il grido di Shanna: «Cal.» Shanna si sbagliava, disse Cal tra sé e sé, versandosi un altro Scotch. Eppure non ne era convinto. Chiuse gli occhi, pensando a Min e cercando di tenere a mente che non c’era nulla di vero. Nella testa però risuonava quel suo ‘ti amo’, e Cal sapeva che era la verità. «Cazzo» esclamò sentendo suonare il campanello. Aprì la porta con violenza, pronto a stendere Shanna al primo accenno di Min. Sulla porta trovò Cynthie, sexy come non mai nel suo top incrociato blu e gonna corta nera. Quando lo vide, alzò la testa di scatto agitando i lucenti capelli neri. «So che sei arrabbiato» disse dolcemente. «Ma non credo che dovresti stare da solo.» «Sto bene» rispose Cal, mentre Cynthie faceva un passo verso di lui. «Non è vero» disse. «è stata una brutta botta.» Gli mostrò una bottiglia di whisky. «Avanti, parliamone. Ti farà stare meglio.» Farà tutto ciò che voglio, pensò Cal. E il mondo è pieno di donne come lei. A cosa mi serve Min? Cynthie gli sorrise, adorabile, accogliente. «Allora, posso entrare?» «No» rispose Cal. «Devo fare una telefonata.» 15 Quando Cynthie gli disse: Posso aspettare, Cal si ricordò delle parole usate da Min: Impari a conoscerci, e poi te ne vai. Il sorriso di Cynthie era lì in attesa, più chiaro che mai. Maledizione, pensò Cal. Scosse la testa. «Mi dispiace. Recentemente qualcuno mi ha fatto capire meglio il modo in cui mi sono comportato con te. Mi dispiace. Non volevo ferirti, non ho mai voluto ferire nessuno. Ma al tempo stesso non ho mai voluto sposarti.» Cynthie fece un respiro profondo e annuì. «Lo capisco. Posso aspettare...» «C’è un’altra persona» disse Cal, il più delicatamente possibile. «Mi spiace, ma sono innamorato di un’altra persona.» Cynthie trasalì. «No. Tu ami me.» «Non ho mai detto nulla del genere. Lo sai bene.» «Però mi ami lo stesso.» Serrò la presa sulla bottiglia. «Non ne sei consapevole, ma è così. Siamo perfetti l’uno per l’altra.» Cal chiuse gli occhi. Non ce la faceva a sopportare la vista di tanta disperazione. «è Min» disse Cynthie. «So che si tratta di Min. Sono certa che sia una brava donna, ma non è me.» «Lo so» disse Cal. «è proprio questo il punto.» Una piega di dolore si formò sul volto di Cynthie. «Mi spiace, Cyn.» Le chiuse la porta in faccia, appoggiandovi le spalle per un lungo istante, in cui cercò di non pensare al male che le aveva fatto. Non riusciva a pensare a nessuno. Nessuno tranne Min. Trova una soluzione, si disse. Iniziò a spremersi le meningi. Mentre Shanna faceva la ramanzina a Cal, Liza guardò Min e disse: «è davvero ottimo.» Stava inforcando l’ultimo fungo imbevuto di salsa al Marsala, ed entrambe erano sedute al tavolo nel salotto di Min. «Spiegami di nuovo perché siamo qui.» «Perché abbiamo sempre mangiato pollo al Marsala il martedì sera» disse Min, consumando il suo pasto senza entusiasmo mentre Elvis le passeggiava tra le caviglie, in fervente attesa degli avanzi. «Sto cercando di annebbiare quell’associazione nel mio cervello.» «Una soluzione molto pratica» disse Liza. «Se non fosse che sei disperata; mi sembra che non ci sia al mondo abbastanza nebbia per ottenere il tuo scopo, tesoro.» «Posso avere il burro, per favore?» disse Diana, affondando una mano nel cestino del pane per estrarne un’altra ciabatta di Emilio. Bonnie le avvicinò il piattino del burro. «Vi siete sentiti?» chiese a Min. «Certo che no» disse Min, rifugiandosi nella sua rabbia per non pensare alla telefonata che aspettava da due giorni. «è arrabbiato con me. Incredibile, no? Lui che si arrabbia con me. Sono stata io ad accettare la scommessa? Noooo. Eppure lui è...» «Per favore, basta così» disse Liza. «Sono due giorni che vomiti rancore. Ammettilo: quell’uomo non ha tutti i torti.» Min poggiò la forchetta sul tavolo. Diana smise di imburrare il pane. «Ha assolutamente tutti i torti» sbottò Min. «Tutto questo casino dipende dai suoi torti. Cos’è, ora sei dalla sua parte? Non bastava Bonnie che cerca di convincermi di quelle stupidaggini sulle fiabe. Ora ti ci metti anche...» «Non sono stupidaggini» disse Bonnie. «Hai avuto la tua fiaba. Hai avuto il bel principe che ti amava. Ha funzionato.» «Non ha funzionato affatto» disse Min, sbattendo una mano sul tavolo. «Ha fatto una scenata e mi ha piantato. Con la fortuna che mi ritrovo, naturalmente mi è capitato un principe isterico. Anzi, non era neanche un principe. Ecco perché non credo a quelle stupidaggini. Non credo nelle fiabe, okay?» «Non ha importanza» disse Bonnie, imperturbabile. «è la fiaba a credere in te.» Min si rivolse a Liza. «Dille qualcosa.» Liza appoggiò un gomito sul tavolo. «Ha ragione lei.» Min si afflosciò sulla sedia. «Oh, santo cielo. Se non fossimo nel mio appartamento, me ne andrei.» «Guarda la situazione dal suo punto di vista» disse Liza. «Ha rifiutato la scommessa. Ha provato a non frequentarti, ma ha dovuto cedere perché è pazzo di te, mentre tu continuavi a baciarlo e poi mandarlo in bianco. è stato paziente, si è lavorato i tuoi genitori, è stato carino con le tue amiche, ha trovato la palla con la neve perfetta, ti ha insegnato a cucinare, ti ha regalato perfino un gatto, dio santo. E poi ha scoperto che mentre faceva tutto ciò, tu lo stavi soltanto prendendo in giro.» «Non è vero» disse Min, ma la sua rabbia era notevolmente diminuita. «è davvero un tesoro» disse Diana, leccandosi pezzetti di burro dalle labbra. «Liza ha ragione» disse Bonnie. «Sai quanto è stato difficile il periodo della scuola per quei tre ragazzi. Il pensiero di essere stupidi è stato un trauma per loro. E tu hai colpito Cal là dove era più vulnerabile. Di fronte ai suoi amici, di fronte a Cynthie, di fronte a David.» «Cavolo» disse Min, flebilmente. Tentò di far riaffiorare la collera per la scommessa, ma dopo due giorni di sfogo non ne aveva proprio più. «Lo so che l’arrabbiatura è necessaria per superare il dolore» disse Liza. «Per me è lo stesso. Ma se vuoi riaverlo, devi superarla. Se non c’è stata nessuna scommessa...» «Non c’è stata» disse Min, affranta. «Su questo gli credo.» «In questo caso, lui ti ha dato tutto e tu non gli hai dato nulla.» «Sei troppo dura» disse Bonnie a Liza. «Perché non gli hai chiesto della scommessa?» disse Liza. «L’ho fatto» rispose Min. «Gli hai detto: Hai per caso scommesso con David che saresti riuscito a portarmi a letto entro un mese?» «No» disse Min, evitando il suo sguardo. «Gli ho chiesto se c’era qualcosa che mi stesse tenendo nascosto.» Bonnie annuì. «E lui cosa ha risposto?» Min si abbandonò sullo schienale della sedia. «Ha confessato una serie di cose che non avevano nulla a che fare con la scommessa.» «Immagino il divertimento» disse Liza. «Perché non gliel’hai chiesto esplicitamente?» Min poggiò la testa tra le mani. «Avevo paura, va bene? La gente non fa altro che dire ‘se avessero parlato dei problemi, tutto si sarebbe risolto’. Be’, scommetto che quella stessa gente non parla mai dei loro problemi. è facile a dirsi, ma è un rischio enorme.» Guardò Liza negli occhi. «Ero certa che avesse scommesso. Ero lì mentre ne parlavano. Ma poi...» Si interruppe per deglutire. «Sapevo di avere soltanto un mese, e volevo trascorrerlo con lui.» Scosse il capo. «Non tutti affrontano la vita lancia in resta, come fai tu.» «Be’, dovrebbero» disse Liza. «Hai commesso un errore. Quindi ora dovrai supplicare.» «Cosa?» disse Bonnie, mentre Min guardava Liza a bocca aperta. Diana, in disparte, scrutava la scena affascinata. Liza si alzò dal tavolo, prese il telefono di Min e glielo consegnò. «Chiamalo. Digli che avevi torto e lui aveva ragione, e che farai qualunque cosa per farti perdonare.» Min deglutì. «Tu mi stai chiedendo di supplicare?» «Sì» disse Liza. «Non ti permetterò di perderlo per colpa del tuo stupido orgoglio. Chiamalo e offrigli qualunque cosa, purché torni da te.» Min girò gli occhi verso Bonnie, che annuì. Fissò il display del telefono. Se avesse chiamato Cal, almeno avrebbe potuto sentire la sua voce. Aveva raggiunto livelli davvero patetici. «Patetica» ribadì ad alta voce. «Soltanto se te lo lasci scappare» disse Liza. «Per una volta nella vita, fa’ qualcosa di irrazionale e spericolato. Chiamalo.» Min rimase immobile, paralizzata dalla paura. Poi fece un respiro profondo e alzò il telefono. Cal stava perfezionando il suo discorso dal titolo Perché non ci vediamo per cena, domani? quando il telefono squillò. Gli bastò sentire il saluto esitante di Min per dimenticarsi ogni battuta. «Ciao» disse, piombando a peso morto sul divano. «Non dire nulla» esordì Min, accumulando parole frettolosamente. «Fammi parlare. Ho sbagliato a non dirti che sapevo della scommessa. Ho sbagliato a non fidarmi di te. Tutto ciò che hai detto al matrimonio era vero. è colpa mia. Voglio che torni da me. Voglio che stiamo insieme. Ti amo e ho bisogno di...» Il cervello di Cal era annebbiato dal sollievo. «Voglio vederti, ora» proseguì Min. Cristo, sì, pensò Cal prima di realizzare il vero aspetto drammatico della questione. «Ora?» disse, guardando l’orologio. Ventisei ore prima del termine della scommessa. Dille di sì, pensò. Non le importa più della scommessa. L’ha detto lei. Poi si ricordò delle sue parole al matrimonio, e del suo tono mentre le pronunciava. «è stato terribile dirti di no per tutto questo tempo.» Ormai Min farfugliava con il pilota automatico. «Se non ti senti pronto, non è un problema. Voglio solo vederti. Sono due giorni che non ti vedo, mi manchi così tanto. Posso venire a casa tua? Solo per parlare. Oppure per... fare altre cose. Me ne vengono in mente parecchie. Nel caso non volessi solo parlare. Altre cose andrebbero bene per me. Oppure no. Come preferisci.» Altre cose andrebbero benissimo per me, pensò Cal, scuotendo il capo per schiarirsi le idee. «Sono in ginocchio» disse Min, facendo uno sforzo sovrumano per ammantare la voce di positività. «E non in senso buono. Posso passare a trovarti?» «No» disse Cal. «Verrò io. Più avanti.» Deglutì. «Domani. Alle nove e mezzo. Domani sera alle nove e mezzo.» «Non ora?» disse Min. La voce stava per cedere. «No» disse Cal. «No. Nove e mezzo. Domani. Penso io alla cena.» «Posso cucinare anche adesso» disse Min. «Preparo la cena. Inizio subito.» «Porterò io la cena. Domani» disse Cal, pensando: Cristo, che stupido. «Va bene, come vuoi.» Min esitò per un attimo, poi aggiunse: «Ma io ho fame ora.» «Domani, nove e mezzo, casa tua» disse Cal, serrando i denti. «Okay» disse Min. «Vada per domani sera.» Poco prima di salutarlo, non riuscì a trattenersi: «Stai vedendo Cynthie?» «Cristo, no» disse Cal, lanciando un’occhiata colpevole verso la porta. «Siete andati via insieme. E David sostiene che siete tornati a frequentarvi. Altrimenti non te l’avrei chiesto. In fondo non sono affari miei.» «Sono affari tuoi» disse Cal. «E David è un idiota. Devi smettere di parlargli.» «Ci sto provando» disse Min. Cal sentì la tensione trasformarsi in una più maneggevole rabbia. «Cosa intendi con ‘ci sto provando’?» «Continua a chiamarmi. Per qualche motivo misterioso tutta questa storia lo ha convinto che dovremmo sposarci.» «Si sbaglia» sbottò Cal. «Lo so» disse Min, non badando più a tenere sotto controllo la voce. «Il tuo telefono ha l’identificazione di chiamata. Smetti di rispondergli.» «Guarda che non sono del tutto stupida.» «Non sei affatto stupida,» disse Cal «nonostante il tuo comportamento nell’ultimo mese.» Fece una smorfia.Stupido. Stupido. «Ehi, sei stato tu ad accettare la scommessa.» «Non ho...» «La seconda. Quella sulla cena. Io ho sbagliato, ma non ho intenzione di scontarla per il resto della mia vita. Anche tu hai le tue colpe. Hai accettato la scommessa sulla cena.» Come previsto, pensò Cal. Aveva ragione Shanna, maledizione. «Non che io pensi che tu possa restare con me per il resto della mia vita» disse Min, di nuovo esitante. «Domani sera» ripeté Cal. Poi riagganciò, prima che uno dei due dicesse qualcosa di ancora più stupido. Era ragionevolmente certo di aver fatto la cosa giusta. Cristo, devo essere in un film di Doris Day, pensò. Uscì per andare a dire a Shanna che aveva seguito il suo consiglio. «Ti amo» disse Min sconsolata alla cornetta vuota. «Cosa è successo?» disse Liza. «Cosa c’entravano Cynthie e David? Ti avevo detto di chiedergli scusa in ginocchio, non di litigare.» Min lasciò il telefono e prese in braccio Elvis per consolarsi. «Non vuole vedermi fino a domani.» «Strano» disse Liza. «Se offrissi del sesso a Tony in quel modo, me lo troverei sulla porta prima di poter riagganciare.» «Non gli ho offerto sesso, per la verità» disse Min. «Ma dài» dissero Liza e Bonnie all’unisono. Perfino Diana annuì dicendo: «Sì che l’hai fatto.» «Potreste lasciarmi un briciolo di dignità, per favore?» disse Min. «Quel bastardo ha rifiutato perfino il sesso.» «Non ha rifiutato» disse Bonnie, accarezzandole la mano. «Ha soltanto rimandato a domani.» Aggrottò la fronte. «Non lo capisco.» «Raccontaci cosa ha detto» la incalzò Liza. «Ha detto che sarebbe venuto qui domani alle nove e mezzo, e che avrebbe portato la cena. Come se avessi voglia di mangiare.» Min tirò su col naso. «Odio questa situazione. è stata una sciocchezza.» «Perché proprio le nove e mezzo di domani sera?» disse Liza. «Cosa succede domani? è un mercoledì come gli altri.» «è l’anniversario di quando Roger e io ci siamo conosciuti» disse Bonnie. «Ordinerà dello champagne, poi mi abborderà al bancone allo stesso modo di quattro settimane fa. A quel punto mi chiederà di sposarlo.» «Tenero» disse Min. «Ecco cos’è» disse Liza, folgorata. «Domani sera saranno passate quattro settimane dalla scommessa di David.» «Cal non ha accettato la scommessa» sbottò Min. «Sono stufa di parlarne. Non ha...» «Ma tutti ne sono convinti» disse Liza. «Se tu cedi prima della scadenza, vincerà lui. E lui adora vincere. Vince sempre. Vive per la vittoria.» «Non ti seguo» disse Min. «Vuole perdere la scommessa di proposito» disse Liza. «Perché?» Min si alzò in piedi, mentre Elvis balzò verso il pavimento. «Perché, in nome del cielo...» «A suo modo, è un gesto galante» disse Bonnie. «è anche una forma di controllo» disse Liza, con una nota di disprezzo. «Vuole decidere lui. Cos’era successo alle nove e mezzo?» Min scrollò le spalle, confusa. «Siamo arrivati al ristorante poco prima delle dieci, quindi a quell’ora stavamo probabilmente uscendo dal locale.» Liza annuì. «Vuole conservare un margine di sicurezza.» Poi aggrottò la fronte. «Più del necessario, però. Ha detto che porterà la cena. Poi ci sarà una fase di preliminari. Ci vorrà del tempo per portarti...» «Per quanto mi riguarda, possiamo anche farlo sulla soglia» disse Min. Diana prese un altro pezzo di pane. «Domani sera andrò al cinema. Ti servirà un po’ di privacy, ma non ho intenzione di tornare a casa mia. La mamma è ancora furiosa perché mi sono trasferita qui. è convinta che tu mi faccia mangiare carboidrati.» Diede un morso alla focaccia, e Min non riuscì a trattenere una risata. Poi si fece seria e valutò la situazione. Cosa sarebbe accaduto se Cal avesse perso la scommessa? Si trattava di dieci dollari. Poteva permetterselo. «No» disse. «Non voglio essere la sua scommessa persa; non voglio che la nostra storia inizi così. Domani sera vincerà la sua scommessa, e sarà molto felice di farlo.» «Perché domani?» disse Liza. «Perché ho bisogno di una camicia da notte molto sexy» disse Min. «E di un’iniezione di coraggio. E di un piano.» «Spiegati» disse Liza. Min si chinò verso di lei e iniziarono a discutere. «Che diavolo sta succedendo?» disse David la sera seguente, dopo aver chiamato Cynthie. «Avevi detto che quel litigio durante il matrimonio sarebbe stato l’ultima goccia.» «Abbiamo perso» disse Cynthie, con voce stanca. «La ama a tal punto da perdonarla.» «Ho appena parlato con Min» disse David, rivivendo l’esperienza nella sua mente in modo dettagliato. «Mi ha detto che intende assicurarsi che Cal vinca, e che dovrei preparare il libretto degli assegni. Sembrava che fosse arrabbiata con me.» «David, è finita» disse Cynthie. «Possiamo solo aspettare che l’infatuazione si esaurisca e tornino entrambi in sé.» «Tra sei mesi o un anno? Non intendo aspettare che Cal Morrisey faccia i suoi comodi.» David pensò a Cal con odio. Le aveva fatto un tale lavaggio del cervello che Min credeva davvero che Cal avrebbe rinunciato ai soldi della scommessa. Magari era riuscito perfino a far sì che fosse lei a insistere perché vincesse. Magari... David si sedette. «Un momento. E se Min scoprisse che Cal vuole ingannarla? Potrebbe averla convinta a fare sesso con lui con l’inganno, per vincere la scommessa.» «No» disse Cynthie, sfibrata. «è finita, David.» «Non è finita» disse David. «La scommessa termina a mezzanotte. Cosa succederebbe se i suoi parenti e i suoi amici ne venissero informati?» «è finita, David» disse Cynthie. «Io non sono finito» disse David. «Vincerò io.» Alle otto, Cal era pronto per partire alla volta dell’appartamento di Min. Aveva una bottiglia di vino, una confezione di ciambelle Krispy Kreme e un’ora e mezzo di tempo da buttare. La tensione sessuale lo stava uccidendo quando squillò il telefono. «Cal» disse Diana. «Devi correre subito qui. Min è nei guai.» «Ma che...» fece in tempo a dire Cal prima di ritrovarsi a parlare con una linea vuota. «Okay» si disse, dirigendosi verso casa di Min, non senza qualche sospetto. Quando bussò alla porta, Diana venne ad aprire. «Grazie a Dio sei qui» disse, trascinandolo oltre la soglia. Poi uscì dalla porta, sbattendola alle sue spalle. «Ma che succede?» Cal si voltò e vide Min, vestita di un soprabito nero molto corto, appoggiata alla porta. Aveva quel riflesso negli occhi. «Ma guarda un po’» disse Cal, simulando un’arrabbiatura. «Hai mai sentito la storia dell’attuaria che gridava ‘al lupo, al lupo’?» «Sì» disse Min. «Il lupo l’ha mangiata.» Gli sorrise maliziosamente, facendogli schizzare la frequenza cardiaca alle stelle. «Ci sono delle novità, Casanova. Non perderai nessuna scommessa, stasera.» «Invece sì» disse Cal, rifugiandosi al riparo del divano mentre Elvis sorvegliava il tutto con aria di disapprovazione. «Se facciamo sesso ora, verrà un giorno in cui staremo discutendo della bolletta del gas, e tu dirai: L’unico motivo per cui sei uscito con me è stata quella scommessa. Non voglio pagarne le conseguenze per tutta la vita quando mi basterà aspettare un’ora e mezzo.» Lanciò un’occhiata all’orologio sulla mensola del caminetto. «Ottanta minuti.» «Tutta la vita, eh?» disse Min. «Sì, Minerva, tutta la vita. Pensi davvero che avrei sopportato questo mese d’inferno solo per il miraggio del sesso?» Min rimase perplessa. «Be’... Sì.» Cal ci pensò su. «Okay, forse hai ragione.» «Ti ho già detto che non indosso biancheria intima?» Provò a raggiungerlo girando intorno al divano, ma Cal si tenne a distanza usandolo come scudo. «Lo fai per torturarmi, vero?» disse. «No, lo faccio per portarti a letto» disse Min. «La tortura è un divertimento in più.» «Min» disse Cal. «No» disse Min. «Non voglio ricordarti una scommessa persa per tutta la vita. E poi sono stanca di sentirmi dire che non so correre rischi. Ecco il mio rischio. Sei tu.» Estrasse una banconota dalla tasca del soprabito. «Dieci dollari che riesco ad averti nudo e dentro di me prima delle nove e mezzo.» La testa di Cal iniziò a girare. Quando riuscì a riprendere il controllo, Min aveva sbattuto i dieci dollari sul tavolino vicino al divano. «Che ne dici, spaccone?» lo incalzò Min. «Stai al gioco oppure vuoi fare la femminuccia?» Min sorrideva, e nei suoi occhi c’erano passione e amore. A Cal venne da ridere. «Min, stiamo parlando di ottanta minuti, non di un mese. Credi davvero che non possa resistere?» «Esatto» disse Min, con le mani sui fianchi. Cal estrasse una banconota dal portafoglio, camminò solenne verso il tavolino e la schiaffò sopra quella di Min. «Ci sto» disse, assicurandosi che il tavolino facesse da scudo tra loro due. «Vediamo cosa sai fare, Minnie.» Min si slacciò il soprabito, lasciando cadere la cintura sul divano. Si svestì rivelando una camicia da notte di pizzo nero senza spalline. Agli occhi di Cal, non c’era nulla che la tenesse su. «So che sarebbe stato meglio essere nuda» disse Min, dondolando sui tacchi e facendo ondeggiare tutto. «Non sono ancora così sicura di me.» «Per la verità,» disse Cal, con sguardo rapito «nei prossimi ottanta minuti riuscirò a pensare soltanto a come strappartela di dosso, quindi potrebbe non essere stata una cattiva idea.» Guardò il bordo superiore della camicia da notte, dove il pizzo aderiva alla pelle. «Non sembra difficile da sfilare.» Min inserì il dito sotto il bordo del tessuto, facendolo tendere. «è elastico. Uno strattone e...» «Non per i prossimi ottanta minuti.» Fissò l’orologio. «Settantasette. Ma vorrei mettere in chiaro che, allo scadere del tempo, sarai mia.» «Certo» disse Min, annuendo. «Bene, allora» disse Cal. «Hai letto qualcosa di interessante, ultimamente?» «No» disse Min, riprendendo la marcia intorno al tavolo. «Non riesco a leggere nulla, perché penso sempre a te.» Cal arretrò verso il lato opposto del divano. «Dev’essere noioso.» «No, nei miei pensieri fai sempre qualcosa di molto intrigante» disse Min, senza fermarsi. Cal fece un giro completo. «Sai, non sono poi così bravo a letto.» Min cambiò direzione all’improvviso, cogliendolo di sorpresa e afferrandolo per la camicia. «Non è un problema. Io sono fantastica.» Lo spinse sul divano, mettendosi a cavalcioni sopra di lui. Cal era bloccato dal suo peso gentile. Dovrei fare qualcosa, pensò. Eppure non riusciva a toglierle le mani di dosso, sentendo il suo corpo pulsare sotto il tessuto della camicia da notte. «Mi hanno detto che la mia bocca fa miracoli» sussurrò Min, chinandosi su di lui. Cal chiuse gli occhi quando sentì il suo seno premergli dolcemente contro il petto. Min lo baciò ardentemente, e Cal strinse la presa su di lei. «Cristo, quanto mi sei mancata» le disse. «Anche tu mi sei mancato» rispose Min. Non stava più giocando. «Non voglio mai più stare senza di te.» «Non accadrà» disse Cal. «Non ti lascerò più sola. Mai più.» «Grazie.» Min si risollevò e fece un respiro profondo, mentre Cal la osservava bramoso. «C’è una cosa che devo dirti.» Le mani di Cal si spostarono sul suo fondoschiena, avvicinandola a lui. Era proprio vero. Niente biancheria. «Parla lentamente.» Si chinò su di lei per baciarle il collo, decidendo invece di morderlo dolcemente. Min sentì un brivido percorrerla. «Ricordi quando ti ho detto: Non spezzarmi il cuore? Ho cambiato idea. Puoi spezzarlo.» «Ehi» disse Cal, stringendola più forte. «Non ho...» «Non importa, perché ti amerò lo stesso» disse Min. «Ti amavo quando pensavo che avessi accettato la scommessa, ti amavo quando credevo ti stessi prendendo gioco di me, ti amavo mentre litigavamo per strada, ti amavo perfino quando al matrimonio sei andato via con Cynthie, brutto bastardo...» «L’ho soltanto accompagnata a casa» disse Cal, allarmato. «Giuro su dio, non...» «Non ha importanza» disse Min. «è quello che sto cercando di dirti. Non importa nulla di ciò che dici o fai. Ti amerò per l’eternità.» Cal la guardò, sbalordito. «Lo so» disse Min. «Non è politicamente corretto. Ma mi sembrava giusto farti sapere che non potrai rovinare questa storia in alcun modo.» «Ah, no?» disse Cal, desideroso di crederle. «No» disse Min. «Il che non vuol dire che non mi sentirai gridare quando sarò arrabbiata. Urlerò e sbatterò qualche porta. Ma rimarrò all’interno di qualunque porta che verrà sbattuta. Sarò tua per sempre.» Cal rimase senza fiato. Poggiò la fronte sulla spalla di Min e disse: «Dio, quanto ti amo.» Min sospirò. «Bene, perché c’è qualcos’altro che devo dirti.» Cal annuì, ancora rapito. Min deglutì. «Il fatto è che sarò larga. Fianchi, cosce...» «Non per un’altra settantina di...» mormorò Cal, cercando di non pensarci. «...Vita» disse Min, prima di fermarsi. «Cosa? Settantina? Non fino ai quaranta, forse. Credo di riuscire a resistere fino ad allora. Ma poi...» «Cosa?» disse Cal. «Diventerò grassa» disse Min, incrociando il suo sguardo perplesso. «Okay, diventerò più grassa.» Lo guardò male. «Di cosa pensavi stessi parlando?» «Una nota per il futuro» disse Cal, iniziando a ridere. «Se sei seduta sopra di me, mezza nuda, e mi dici di essere larga...» «No» disse Min, cercando di divincolarsi ma ritrovandosi rovesciata sul divano, eccitata sotto di lui. «Non direi mai una cosa del genere» si giustificò. «Troppo volgare.» «A me piaceva» disse Cal, baciandola. «Ciò che sto tentando di dire» riprese Min alla fine del bacio «è che diventerò una di quelle vecchie signore un po’ abbondanti. è il mio DNA. Sono come il lievito. Mi espanderò.» «Proprio ciò che ci vuole per me» disse Cal. «Perché io diventerò uno di quei vecchi signori arrapati a cui piace inseguire le signore abbondanti intorno al divano.» «Dico sul serio» si lamentò Min con un sorriso, aprendo le labbra morbide per lui. «Anche io» disse Cal. «Credi che mi importi di quanto pesi? Maledizione, donna. Mi hai dato della bestia, dell’animale, del diavolo e del vile seduttore. La tua migliore amica mi ha riempito di botte in tre diverse occasioni...» «Tu mi hai colpito in un occhio» disse Min. «E tu mi hai preso a male parole in pubblico, eppure sono ancora qui. Se credi che ti basterà diventare più soffice per liberarti di me...» «Gli uomini si eccitano con la vista» disse Min. «Già.» Cal infilò il dito sotto il bordo elastico della camicia da notte. «Ecco perché mi piace tanto questo affare che non indossi. Ma voglio riservarmi il diritto di strapparti di dosso anche quella tua tuta, prima o poi.» Smise di sorridere, cercando di darle ciò che lei aveva dato a lui. «Soltanto te, Minnie. è l’unica cosa che voglio. Non desidero altro che passare il resto della mia vita con te.» «Oh.» Min si avvicinò a lui, ma Cal si ricordò della scommessa e si ritrasse con enorme dispiacere. «Dalle nove e mezzo in poi.» Guardò l’orologio. «Settanta minuti. Cosa possiamo fare per settanta minuti, Minnie? Giochiamo a Scarabeo?» «Userei soltanto parole sconce» disse Min. «Certo, tipo ‘larga’» disse Cal, ridendo. Min alzò gli occhi al soffitto. «Vedi? Neanche questo importa. Ti amo lo stesso.» «La mia parte preferita» disse Cal. «Allora, cos’altro mi racconti?» «Credevo che la tua parte preferita fosse: Sì, puoi farmi tutto ciò che vuoi.» Si alzò a sedere sul divano e lo tirò a sé. Cal cambiò posizione per farle spazio, sentendo qualcosa premergli contro il fianco. Mentre Min lo riempiva di baci sul collo, Cal ignorò i brividi ed estrasse dalle pieghe del divano la cintura del soprabito di Min, prendendola per la fibbia. «Ahi» disse quando Min gli diede un morso e lo fissò con aria sorniona. «Rassegnati, campione. Vincerai la scommessa con David e perderai quella con me» gli disse. «Vedila così: chiuderai in pareggio.» Cal la guardò negli occhi. Ha ragione, pensò. Poi guardò la cintura che aveva in mano. «Confermi che mi amerai comunque, qualunque cosa faccia?» «Sì» disse Min. «Bene.» La spinse sul divano e le tenne ferme le braccia sopra la testa. «Mi piace esercitare il controllo, Minnie.» «Lo so.» Min gli lanciò un sorriso. «Non credo sarà un problema.» Cal le diede un bacio, approfittando della sua distrazione per farle passare la cintura intorno ai polsi. «Ehi» protestò Min, interrompendo il bacio. Ma Cal aveva già fissato le estremità della cintura al bracciolo del divano. Quando Min riuscì ad alzare la testa per guardare cosa era accaduto ai suoi polsi, Cal stava già facendo il nodo. «Un gioco un po’ perverso, Calvin.» «Non direi» rispose Cal, alzandosi in piedi. «Sai, stavo per portarti una dozzina di ciambelle, ma tu hai pensato bene di chiamare ‘al lupo, al lupo’, e ora ci ritroviamo senza ciambelle. Però voglio perdonarti, in virtù del nostro bel rapporto.» Si diresse in cucina. «Allora, di cosa vuoi parlare per...» Tirò fuori il collo per guardare l’orologio. «Sessantasette minuti?» «Cal» disse Min. Il sacchetto verde e bianco sul ripiano della cucina aveva un aspetto familiare. «Krispy Kreme» disse. «Le grandi menti giungono alle stesse conclusioni.» Portò il sacchetto in salotto. «E così, Minnie, mi hai torturato per un mese intero. Tanto bella da farmi stare male ogni volta che ti vedevo. Mi hai fatto diventare pazzo di desiderio.» Si soffermò a guardarla, legata al divano. «Lo sono ancora, a quanto pare.» «Okay, ti chiedo scusa» disse Min, cercando di divincolarsi. «Ora è il tuo turno.» Si sedette di fronte a lei. «Tocca a te essere torturata.» Min smise di divincolarsi. «Interessante. Cosa hai intenzione di farmi?» Cal estrasse una ciambella dal sacchetto. «La mangerò sotto ai tuoi occhi» disse, affondando il primo morso. David scese in strada per usare il telefono a gettoni, dal momento che ormai quasi tutti gli apparecchi avevano l’identificazione della chiamata. Fece il numero dei genitori di Min. «C’è una cosa che dovreste sapere» disse di getto dopo il primo squillo, ma fu interrotto dalla segreteria telefonica. Non era un problema; rientravano sempre a casa prima delle nove. C’era tutto il tempo. Dopo il segnale acustico, riprese il discorso. «C’è una cosa che dovreste sapere. Calvin Morrisey vuole sedurre vostra figlia per vincere una scommessa. Si trova a casa sua proprio in questo momento.» Riagganciò, ripensando a ciò che aveva appena fatto. Continuava a sembrargli un piano perfetto. Animato da un certo compiacimento, afferrò l’elenco del telefono legato all’apparecchio e cercò il numero dei Morrisey. Min provò a segnalare il suo disappunto guardandolo di traverso, ma quel bastardo le rispose con un ghigno, desiderabile come non mai mentre finiva di mangiare la seconda ciambella. Lentamente. «Se ti stai chiedendo perché non sono mai venuta a letto con te,» disse Min «il motivo è che percepivo questo tuo lato sadico.» Cercò di assumere una posizione più comoda, e notò la sua mascella serrarsi. Ma guarda, pensò. Si spostò di nuovo. «è da un po’ che non vedo Elvis» disse Cal, senza toglierle gli occhi di dosso. «Dev’essere uscito dalla finestra. Cosa dicono le statistiche sui gatti a piede libero?» «Sai» disse Min, provando nuove strategie. «Comincio ad avere paura. C’è uno sconosciuto nel mio appartamento, e io sono legata al divano. Sono terrorizzata.» Provò a tingere la propria voce di paura, ma era imbrattata di desiderio. «Strano. A vederti, sembri solo incazzata.» Prese il telecomando. «Tv?» Min strinse i denti. «La gente finisce in galera, per cose del genere.» «Soltanto se si fa arrestare. Di solito io guardo la CNN, a quest’ora.» Abbassò gli occhi su di lei. «Certo, di solito non ho qualcosa di meglio da guardare. Hai un corpo fantastico.» «Oh, per favore» disse Min. «Capisco che tu sia affamato di sesso, ma...» «Gli uomini comprano delle riviste, per guardare un seno come il tuo» disse Cal. «Io me ne ritrovo uno legato al divano.» Lanciò il telecomando sul tavolino. «Di colpo laCNN ha perso ogni attrattiva.» «Se riesco a liberarmi da qui» disse Min a denti serrati «non lo rivedrai mai più. Avanti, slegami.» «Il tuo ragionamento non fila» disse Cal. «Riprova.» «Calvin...» «Riesci anche soltanto a immaginare» disse Cal con nonchalance «quanto sia difficile per me non saltarti addosso?» «Appunto. Slegami e andiamo» disse Min, riacquistando un po’ di spirito. «Quarantacinque minuti» disse Cal. «Di cosa vuoi parlare?» Okay, si disse Min. Cerca di ragionare. Sei in una posizione dominante, nonostante tu sia legata al divano. Lui ti vuole. E può averti. Gli serve soltanto un piccolo incoraggiamento. «Ti ho sempre desiderato» disse, rilassandosi sul cuscino. «Certo» disse Cal, scegliendo un’altra ciambella. «Per questo continuavi a scappare?» «Scappavo per via della scommessa» disse Min. «Ricordi quel picnic nel parco? L’unica cosa che volevo era sdraiarti sulla panchina, strapparti la camicia e morderti dappertutto.» Cal si bloccò, con la ciambella sospesa vicino alla bocca. «Chiudevo gli occhi e ti immaginavo nudo, su di me, mentre mi facevi di tutto.» Cal si fece indietro sulla sedia. Min insistette. «Specialmente sul seno. Ho un seno molto sensibile, sai? Potrei venire anche solo immaginando la tua bocca su...» «Sei scorretta» disse Cal. «Ah, sì?» disse Min, cercando di tirarsi su. «Sono legata al divano. Questo non è scorretto?» «Sì» disse Cal. «Uno dei tanti motivi per cui mi piace.» Cal rimase a guardarla, godendosi la sua frustrazione. Poi si alzò in piedi e andò a sedersi al suo fianco. Grattò via un po’ di glassa al cioccolato dalla ciambella. «Hai idea di quante fantasie mi sono fatto pensando al tuo corpo?» Percorse la curva del suo seno con il dito, lasciando una traccia di cioccolato sotto il tessuto di pizzo. Min trattenne il respiro. «Questa non era nell’elenco» disse Cal. «Un’imperdonabile dimenticanza.» «Appiccicoso» disse Min, momentaneamente incapace di formulare frasi compiute. «Non è un problema» disse Cal, avvicinando la bocca al suo corpo. «Lo togliamo subito.» «Pervertito» disse Min, chiudendo gli occhi mentre la sua lingua la toccava. «Già» disse lui, scostando la camicia da notte. «Però ti piace.» «Oh» disse Min. Cal rialzò la testa per guardarla negli occhi. «Vuoi che mi fermi?» disse. Min sentì la sua mano che le accarezzava il seno, insinuandosi sulla pelle calda sotto il tessuto. «Voglio tutto ciò che hai» disse Min. Guardò i suoi occhi farsi più scuri mentre serrava la presa su di lei. «Slegami.» «No» disse Cal. Min sollevò il busto, ma Cal la spinse giù, respirando più velocemente. Si chinò di nuovo su di lei, scoprendole il seno. Al contatto con la sua bocca Min si inarcò, invasa dal piacere in ogni terminazione nervosa. Cal alzò la testa per accompagnare il suo movimento, e i due sguardi si incrociarono mentre respiravano profondamente. Min fece appena in tempo ad accorgersi di avere il seno scoperto quando Cal la spogliò di ciò che rimaneva della camicia da notte, lasciandola nuda fino alla vita. «Ehi» disse Min, provando istintivamente a coprirsi senza ricordare di essere legata. «Dio, quanto sei bella» disse Cal, gli occhi ancora fissi sul suo seno. Min diede uno strattone alla cintura, divisa tra imbarazzo e desiderio. Quando Cal le chiuse entrambe le mani sui seni, il desiderio vinse. Con gli occhi chiusi si abbandonò al calore della sua bocca su di lei, sentì il suo corpo serrarsi e tremare, si strinse a lui e pregò che non si fermasse. I Morrisey non erano sull’elenco, quindi David telefonò a Cynthie. «Mi serve il numero dei genitori di Cal.» «Perché?» disse Cynthie, freddamente. «Non importa il motivo» disse David. «Ciò che importa è che Cal andrebbe su tutte le furie se sapesse che mi hai spiegato come provocarlo, domenica. Dammi quel numero, altrimenti gli dico tutto.» Ci fu un lungo silenzio, poi Cynthie si allontanò dalla cornetta. Quando tornò al telefono, gli diede ciò che cercava. «Grazie» disse David. Riagganciò e compose subito il numero. Dopo l’ultimo squillo, partì con: «C’è qualcosa che dovreste sapere.» La segreteria telefonica lo fermò. Tutto ciò è ridicolo, disse tra sé e sé. Al segnale acustico, riprese: «C’è qualcosa che dovreste sapere. Vostro figlio sta tentando di sedurre una donna per vincere una scommessa. Si chiama Min Dobbs, è una persona polemica e vendicativa.» Completò il messaggio lasciando loro l’indirizzo dell’appartamento di Min, poi riagganciò. Niente male, si disse, sollevando di nuovo la cornetta. Si sentiva davvero bene. Perché avrebbe vinto lui. Quindici minuti più tardi, Cal stava raccogliendo quanto restava della terza ciambella, e Min cercava di ricordare il suo nome. «Ma cosa stai facendo?» gli disse. «Mi sto gestendo» disse Cal, un po’ affaticato. Diede un morso alla ciambella. «Ho pensato» disse dopo aver deglutito «che tenendo occupata la bocca con questa, non potrò usarla su di te.» Guardò l’orologio. «Manca ancora mezz’ora. Non hai comprato abbastanza ciambelle.» «Potresti almeno rivestirmi?» disse Min, sentendo affiorare l’imbarazzo là dove l’impeto di desiderio andava calmandosi. «No.» Cal finì la ciambella. «Credo che dovresti restare in topless per sempre.» «Questo sì che renderebbe le cose più vivaci al lavoro» disse Min, ricordandosi di non essere affatto vivace. «Intendevo...» «Non in pubblico, scema» disse Cal. «Soltanto a casa. Dobbiamo includerlo nelle promesse di matrimonio. Potresti promettere di amarmi, rispettarmi ed essere nuda dalla vita in su ogni sera.» «Matrimonio?» disse Min, tentando inutilmente di alzarsi. «Be’, certo. Matrimonio» disse Cal, osservandola con interesse. «Credi che legherei qualcuno al divano se non avessi intenzioni serie?» «Non me l’hai chiesto» disse Min, in un inutile duello con la cintura. «Vuoi sposarmi?» disse Cal, con gli occhi sul suo seno. «No» disse Min, pervasa da sentimenti amorosi e omicidi al tempo stesso. «Capisco» disse Cal. «Fra qualche decennio, quando Harry ti chiederà di raccontargli com’è andata, non vorrai rispondere: Mi ha legato al divano e mi ha strappato la camicia da notte, poi mi ha cosparso il seno di cioccolato e mi ha chiesto di sposarlo dopo averlo leccato via.» Diede un altro morso alla ciambella. «Voglio solo fare l’amore, lasciarci alle spalle questa stupida scommessa e cominciare una relazione vera. Anche se dopo stasera non ne sono più così sicura.» Diede un altro strattone alla cintura. «Potremmo aver fatto qualche passo indietro.» «No» disse Cal, insopportabilmente calmo. «Abbiamo deciso che niente avrebbe potuto rovinare questa relazione. è un po’ perverso, ma è un tratto di noi che mi piace molto.» «Sei tu quello perverso» disse Min. «Io sono del tutto normale. Ora slegami e scopami a sangue.» Cal rimase interdetto per un attimo. Prendimi, pensò Min. Invece diede un altro morso alla ciambella, lasciando Min a sbuffare per la frustrazione. «Forse sto sfamando la bocca sbagliata» disse Cal, strappando un pezzetto di ciambella. «Apri.» «Senti, non...» disse Min, ma Cal ne approfittò per far scivolare il boccone tra le sue labbra. La sensazione zuccherosa la invase. «Oh» disse, lasciando che il cioccolato sciogliesse i suoi sensi. «L’obiettivo della mia vita è di metterti quell’espressione sul volto senza usare il cioccolato» disse Cal. «Obiettivo già raggiunto» disse Min, deglutendo. «Il problema è che quando lo fai, non mi stai guardando in faccia.» «Ma davvero?» Cal le prese il seno tra le mani e iniziò a toccarla con il pollice. Min si irrigidì ma stavolta, quando aprì gli occhi, si accorse che Cal la stava guardando. Arrossì per l’imbarazzo e per il desiderio. «Accidenti, avevi ragione» disse Cal, avvicinandosi per baciarla. Min dimenticò l’imbarazzo e sollevò la testa per facilitare il contatto con la sua bocca, sospirando a ogni suo tocco. «Slegami» sussurrò. Cal guardò oltre le sue spalle. «No. Ancora mezz’ora.» Fece scendere la mano fino alla sua caviglia. «Credo che stavolta inizierò dalle dita dei piedi. Non ho grande esperienza con le dita dei piedi, quindi sarà una novità.» «Vuoi succhiarmi le dita dei piedi per mezz’ora?» chiese Min, scettica. «Inizierò dai piedi» disse Cal. «E mi farò strada verso l’alto.» «L’alto?» disse Min. «Fra circa quindici minuti sarai libera da ciò che resta della camicia da notte.» «Con le luci accese?» disse Min, preoccupata. Cal si piegò verso i suoi piedi ridendo. David compose il numero di Diana in ossequio alla teoria secondo cui, dopo gli avvenimenti di domenica, quella donna avrebbe volentieri sbranato ogni esponente del sesso maschile, specialmente quello che stava per far soffrire a sua sorella. Dopo il primo squillo, esordì con il consueto ‘C’è una cosa che dovresti sapere’, venendo bloccato dall’ennesima segreteria telefonica. «Ma non c’è nessuno che rimane a casa il mercoledì sera?» sbottò. Fece in tempo a riprendersi prima del segnale acustico, e disse: «C’è una cosa che dovresti sapere. In questo preciso istante Calvin Morrisey sta provando a sedurre tua sorella per vincere una scommessa.» Riagganciò pensando all’ultima chiamata che avrebbe dovuto fare. La più pericolosa. Sarà del tutto anonima, si disse. Non lo saprà mai. Ciononostante, decise di rientrare nell’appartamento per un drink preventivo. Alle nove meno un quarto, dopo averla toccata in ogni punto a lei conosciuto, e in qualcuno sconosciuto, Cal slegò Min dal divano. Appena si rialzò, Min lo colpì sul braccio. «Non farlo mai più.» «Ahi» fece in tempo a dire Cal, prima che Min lo spingesse giù e gli saltasse sopra, baciandolo avidamente e stringendosi sul suo corpo. Quando riemerse per riprendere fiato, gli diede un altro schiaffo sulla spalla. «Dico sul serio, mai più» lo ammonì prima di tuffarsi nuovamente sulla sua bocca. Un minuto più tardi rialzò la testa, respirando affannosamente, e lo colpì ancora. «Mai più nella vita.» «Davvero?» disse Cal, anche lui senza fiato. Min lanciò un’occhiata al bracciolo del divano, da cui penzolava ancora la cintura, e sentì un brivido. «Be’, non in salotto» rispose. «E non così a lungo, né con tutte queste luci...» Cal la rovesciò sul divano, premendola contro l’imbottitura. «Quando lo faremo di nuovo» le disse con le mani su di lei «sarà dove vorrò io, quando vorrò io, e forse anche con le luci accese.» «Non credo proprio» disse Min, ma Cal la baciò ancora. Tutto ciò che vuoi, pensò rispondendo al bacio. «Tutto ciò che voglio» le sussurrò all’orecchio. «Okay» rispose Min. «Ora posso averti?» «Quasi» disse Cal, respirandole sul collo. «Quindici...» «Sai qual è la mia fantasia preferita?» gli sussurrò Min, facendolo gemere. «Tu che entri in me.» La mano di Cal si strinse su di lei; Min continuò. «Adoro quella parte del sesso, la prima parte, le sensazioni che dà. E con te saranno le più belle, perché tutto con te è stato più bello, il modo in cui mi tocchi, il modo in cui mi baci. Ecco perché so che...» Cal la travolse con un bacio, spingendola contro la superficie morbida del divano, privandola della voce e del respiro. Quando si fermò, le disse: «Sta’ zitta, mancano ancora quindici minuti.» Poi si fece strada lungo il suo corpo con la lingua. «Oh» mormorò Min, travolta dal turbinio di ogni sua terminazione nervosa. «Cosa hai intenzione di fare per quindici minuti?» gli chiese, un attimo prima che Cal le desse un morso sulla coscia, allargandola con la mano. «Mio Dio» disse Min, mentre la sua lingua la penetrava. «Perderò i dieci dollari.» Il telefono cellulare di Liza squillò nel trambusto della cucina di Emilio. Tony lo recuperò dalla borsa e lo consegnò a Liza, senza mai mollare la presa sulla forchettata di spaghetti. «Sicuro che non stiamo uscendo insieme?» gli chiese Liza, prendendo il telefono. «Ti ho sempre tra i piedi.» «Vengo sempre qui a mangiare» disse Tony, aggiungendo un altro giro di spaghetti sulla forchetta. «Da prima di te.» «Giusto» disse Liza, rispondendo alla chiamata. «Pronto?» «Liza?» disse una voce maschile. «C’è una cosa che dovresti sapere. Cal Morrisey si sta prendendo gioco di Min per vincere la scommessa.» «Cosa?» disse Liza. «Ma chi parla?» «La scommessa termina a mezzanotte» disse la voce, con una nota di autocompiacimento che suonava familiare. «E ha tutte le intenzioni di vincere.» «David?» disse Liza. La chiamata fu interrotta, lasciando Liza a parlare con un segnale di linea. «David?» disse Tony, sollevando la testa dai suoi spaghetti. «Emilio» urlò Liza, per farsi sentire tra i rumori della cucina. «Mi prendo una pausa.» «Oh, no» disse Tony. «Rimani pure a mangiare la tua pasta» disse Liza, dirigendosi verso l’ingresso. «Al diavolo» disse Tony, poggiando la forchetta sul tavolo e andandole dietro. 16 Min era sconvolta, tanto da tremare. In quel momento, Cal le passò le dita tra i capelli, girandole la testa fino a farle notare l’orologio sulla mensola del caminetto. «Sono le 21:35» disse, con la voce roca. «Ho perso la scommessa. è andata.» «Abbiamo sprecato cinque minuti?» disse Min, selvaggiamente. «Non mi sembra che ti stessi lamentando» disse Cal, poggiando la testa sul suo stomaco. «Portami a letto, oppure facciamolo qui sul divano» disse Min, respirando affannosamente. «Ti desidero. Ora.» «Ti sposo di sicuro» disse Cal, sollevandola dal divano e trascinandola verso la camera da letto. Min lo seguì cercando di mantenere l’equilibrio. Cal la riversò sulla trapunta di raso, lasciandola in balìa del contatto elettrico con il freddo tessuto mentre cercava un preservativo. Poi si distese al suo fianco, premendo con passione contro il suo corpo. Min chiuse gli occhi per godersi quel momento, la sensazione dura dei suoi muscoli e le sue ossa contro di lei. «Sbrigati» disse, sentendo immediatamente le sue mani raggiungerla, scivolare su di lei, sfiancare ogni sua terminazione nervosa. Quando fu con le dita dentro di lei, Min si abbandonò a un fremito; quando sentì il suo corpo tra le cosce, inarcò il bacino per accoglierlo, impaziente. Lo guardò con gli occhi pieni di passione, pazza di lui. Cal la baciò, facendo scivolare la lingua tra le sue labbra ed entrando in lei, senza sforzo. Ansimando, Min si aggrappò a lui mentre il suo impeto la pervadeva. Quando Cal si ritrasse, e poi rientrò più a fondo, Min si morse le labbra stremata dal piacere. Sentiva il calore farsi materia dentro di lei, iniziando a muoversi con lui, trovando un ritmo comune. Il pensiero della sua perfezione, della loro perfezione, le faceva girare la testa. Mentre si muoveva dentro di lei, Cal le sussurrava all’orecchio che l’amava, che era stupenda, che gli apparteneva, ancora e ancora. Min era sopraffatta da quelle sensazioni, dalle sue mani, dal suo corpo, dalla sua voce e dal suo respiro: tutto contribuiva a ubriacarla di amore e desiderio. La lingua di Min percorreva le labbra di Cal, e poi gli diceva che lo amava, sempre per sempre, senza fine, e lo sentiva crescere nel suo sangue, lo sentiva dappertutto, nelle dita, all’interno degli occhi, e nel profondo dell’intreccio tra i loro corpi, dove la pressione, la passione e la tensione si legavano insieme, strette tra le stelle e i bagliori, fondendosi in una luce accecante come null’altro prima. Il movimento di Cal si fece più alto e più forte. Min gli conficcò le unghie nella pelle, urlandone il nome tra le spinte fino a raggiungere il culmine, inarcando il busto sotto quelle mani che cercavano di tenerla ferma, dimenandosi senza tregua sotto i suoi colpi. Poi, ancora aggrappata a lui, ancora in preda a quell’estasi dilaniante, anche Cal cedette con un brivido e collassò tra le sue braccia. «Mio dio» disse Min, una volta riacquistata la facoltà di parola. «Piaciuto?» disse Cal, senza fiato. Min annuì. «Molto. Spettacolare. Fenomenale.» Fece un respiro profondo, nel tentativo di smettere di ansimare; poi gli prese la mano e la poggiò sul suo seno, dove doveva stare. La coprì con la sua e fece pressione, sospirando ancora. «Dio, quanto ti amo.» «Bene» disse Cal, esausto. «Anch’io ti amo. Mi spiace non aver avuto tempo di discutere dei tuoi desideri.» «Desideravo questo» disse Min, tra un respiro e l’altro. «L’hai avuto» disse Cal, notando il suo orologio mentre ruotava la testa. «Cristo.» Min alzò gli occhi verso la sua spalliera di ottone, lasciandosi andare a un sospiro straordinario. «Credo che in futuro dovresti legarmi a questa spalliera.» «Giusto per la cronaca,» disse Cal «di solito ho un’autonomia superiore ai sette minuti.» Lasciò cadere la testa di nuovo sul cuscino. «Anche se c’è da dire che i preliminari di solito non durano un mese.» Fece un respiro profondo. «Avanti, dimmi quali sono le statistiche riguardo alla durata media dei preliminari.» «Non durano mai abbastanza» disse Min. «Tu sei un’eccezione. Ripensandoci, forse legherò te alla spalliera. E sarò io a occuparmi della glassa di cioccolato.» Cal chiuse gli occhi. «Grazie. Mi piacerebbe. Prepariamo una lista. Faremo tutto. Magari non stasera. In futuro.» Min si rannicchiò su di lui, mentre il battito cardiaco cominciava a rallentare. «Sono così felice. Sono pazza di te, e sono felice.» Cal ruotò su sé stesso e la baciò. Min si adagiò su di lui, al caldo, al sicuro, soddisfatta. «Ti amo» disse lui, e Min non fece in tempo a muovere la bocca per rispondere che qualcuno bussò alla porta. «Cosa diavolo...» disse Cal. «La mia porta?» disse Min. «Diana avrà dimenticato le chiavi?» Cal si mise a sedere. «Ahi. Sei una donna atletica, Minerva.» «Non direi» disse Min, interrotta dallo squillo del telefono. «A scuola non andavo mai oltre il sei, in ginnastica.» «Ti davano da fare gli esercizi sbagliati.» Le diede una pacca sul fianco e recuperò i pantaloni. «Tu rispondi al telefono. Io penso alla porta. Ci rivediamo qui. Rimani nuda.» Cal si abbottonò frettolosamente la camicia, cercando di tenere a mente che maltrattare una futura cognata non era una bella cosa. Quando aprì la porta, fu quasi lieto di trovarsi di fronte David. Quella testa di cazzo poteva essere maltrattato a piacimento. «C’è Min?» disse David, con tono di superiorità. «Sì. Vattene.» Cal fece per chiudere la porta, poi si ricordò. «Hai vinto. Domattina ti spedisco un assegno. Ora fuori di qui.» «Non credo proprio.» David si mise di traverso sulla soglia. «Devo vedere Min.» «David?» disse Min, alle loro spalle. Voltandosi, Cal rimase senza fiato. Era avvolta nella trapunta blu e viola, ed Elvis era rintanato tra le sue caviglie, ma le spalle erano scoperte e aveva un aspetto stropicciato e confuso, con i riccioli dorati in disordine, le guance rosse come quelle di una bambola, le labbra turgide in fiamme. Sono stato io, pensò Cal. Tornò a desiderarla tanto da fare un passo verso di lei. «Mio dio» disse David, a bocca aperta. «è mia» disse Cal. «Vattene.» «Hai vinto tu» disse David, consegnandogli un assegno. «Cosa?» Cal lo guardò perplesso. «No.» «La scommessa terminava a mezzanotte» disse David, con gli occhi ancora fissi su Min. «Ti rimangono ancora più di due ore.» Sorrise a Min. «Sembra proprio che Calvin il Grande sia anche Calvin il Veloce.» «Santo cielo» disse Cal. Elvis soffiò in direzione di David, costringendolo ad arretrare. «Terminava a mezzanotte?» La voce di Min raggiunse toni troppo alti mentre camminava verso di loro, inciampando sui lembi della trapunta. Minerva, cos’hai in mente? Cal la scrutò con interesse e rinnovata lussuria. «Certo.» David guardò Cal con un sorriso trionfante. «Le scommesse terminano sempre a mezzanotte.» Min tirò la trapunta verso l’alto, coprendosi meglio. «Vorresti dirmi» chiese con voce tremante «che Calha vinto la scommessa?» «Sì, senza dubbio» disse David, compiaciuto. «Oh, be’... Grazie» disse Min, tornando alla sua voce normale e strappandogli l’assegno dalle mani. «Non dico di no a dieci dollari.» «Come?» disse David, non più compiaciuto. Min sorrise gioiosa a Cal. «Lo so, è stato Cal a vincerli,» disse «ma abbiamo una regola non scritta secondo cui mi spettano tutti i soldi che vince su di me. Sto ammassando una bella quantità di spiccioli, quindi...» Quando notò la cifra riportata sull’assegno, rischiò di lasciar cadere la trapunta. «Oh, mio dio.» «Non proprio dieci dollari» disse Cal, sostenendo la trapunta prima che crollasse. Min lo guardò sbigottita. «Hai scommesso diecimila dollari che saresti riuscito a portarmi a letto?» «No» rispose Cal. «Credo che mi farò stampare una maglietta che dice ‘Non ho accettato quella scommessa’.» «Diecimila dollari» ripeté Min, controllando l’assegno. «Se me l’avessi detto la prima sera, avremmo fatto a metà e sarei venuta a letto con te immediatamente.» «Davvero?» disse Cal. «No» disse Min. «Immaginavo.» Cal prese l’assegno e lo restituì a David. «Puoi andare, ora.» «Cos’è quella?» disse David, indicando il divano. Cal si voltò e vide la cintura di Min penzolare dal bracciolo. «Mi ha legata al divano» disse Min, gentilmente. «Poi mi ha strappato la camicia da notte, mi ha cosparso di cioccolato e lo ha leccato. è stato terribile.» Si lasciò andare a un ghigno. «Se ti decidi ad andartene, possiamo rifarlo.» Guardò Cal. «Non abbiamo finito le ciambelle, vero?» «Anche se fosse, farei una corsa a prenderne delle altre» disse Cal. «’Corsa’ è la parola chiave.» David era atterrito. «Non è...» Min aspettò. «Non è da te» concluse. «Non lo era» disse Min. «Ora lo è.» «Ma...» provò a dire David, prima che Nanette e George lo travolgessero sulla soglia, piombando nella stanza. «Fantastico» disse Cal, sentendo evaporare ogni tipo di desiderio non appena George posò gli occhi su di lui. «Ero venuta per avvertirti» disse Min, serrando la presa sulla trapunta. «David ha chiamato Diana, e Diana ha chiamato me per avvertirmi che aveva probabilmente fatto lo stesso con altre persone.» «Tu» disse George, avvicinandosi a Cal. Min gli si parò davanti. «Mi sembra una reazione esagerata» disse a suo padre. «Non mi è mai piaciuto il tuo appartamento, cara» disse Nanette, guardandosi intorno. Poi notò la confezione verde e bianca aperta sul tavolo. «Ciambelle?» «Dovevi nutrirmi di cocaina» disse Min a Cal. «A quanto dicono, fa dimagrire.» George non accennava a mollare la presa. «Min. Secondo David, quest’uomo avrebbe puntato dei soldi sul...» «No» disse Min. «è stato David a proporre quella scommessa, ma Cal ha rifiutato. Prenditela con David.» «E questo cos’è, allora?» George strappò l’assegno dalle mani di Cal. «è di...» Notò la cifra. «Diecimila dollari.» Alzò gli occhi su Cal. «Non sei soltanto una persona immorale, sei anche spregiudicato nella gestione dei soldi.» «Non ho accettato la scommessa» disse Cal. «Ma nessuno mi crederà mai.» «Io ti credo» disse Min, sorridendogli. «Al diavolo tutti gli altri, allora» disse Cal, stringendosi a lei. George assunse una posa minacciosa. «Minerva, rivestiti e vieni immediatamente a casa.» «Papà, ho trentatré anni» disse Min. «No.» Riprese l’assegno dalle sue mani. «Torna a casa. E portati dietro anche...» «Calvin» risuonò perentoria una voce dal pianerottolo. Cal oltrepassò George con lo sguardo e trovò sua madre sulla soglia. «Oh. Strepitoso.» Si rivolse a Min. «è sempre stata la mia fantasia proibita. Fare finalmente l’amore con la donna dei miei sogni, e trovarmi mia madre tra i piedi subito dopo.» «Be’» disse Min, cercando di non perdere il controllo della trapunta. «Non è una vera festa se qualcuno non porta il ghiaccio.» «Mi scusi» disse Nanette, spingendo via George. «Lei è Lynne Morrisey, vero?» Lynne la guardò come se facesse parte della servitù. Nanette le offrì la mano. «Sono la madre di Min, Nanette. è un vero piacere conoscerla.» «Salve» disse Lynne, senza stringerle la mano. Poi si voltò verso Cal. «Calvin.» «Ciao, mamma» disse Cal. «Questa è la donna con cui passerò il resto della mia vita. Se non ti sta bene, trascorreremo la terza domenica di ogni mese ascoltando Elvis in qualche diner. Decidi tu.» Lynne lo guardò gelidamente per un lungo istante. In quel momento arrivò anche Cynthie, bianca come un lenzuolo. «Cynthie?» disse Cal. «L’ho chiamata io» disse Lynne. «Mi sembrava che..» «No» disse Cal, rivolto a entrambe. «Non vorrai sostenere sul serio che...» provò a dire Lynne. «Cerca di non forzarlo» disse Cynthie, a bassa voce. «Sono venuta per avvertirti. è infatuazione. Ma passerà. Diamogli tempo.» Cal scosse il capo e trascinò Min verso il divano, alla larga da quel gruppo di svitati. «Glielo faccio vedere io il tempo» disse George, ancora contrariato. «Glielo faccio vedere a quel bastardo...» «Ah, gli farai vedere, eh?» sbottò Nanette. «Come se tu non fossi peggiore di lui.» «Cosa?» disse George. Min si rannicchiò sul divano vicino a Cal, intrecciando le dita alle sue. «E così ti devo dieci dollari per avermi fatto aspettare fino alle 21:30.» «Già» disse Cal, stringendole la mano. «Purtroppo li ho vinti su una scommessa che riguardava te, quindi finirai per rubarmi anche quelli.» «So benissimo cosa stai facendo» disse Nanette a George, furiosa. «Sto... urlando contro quel bastardo che ha sedotto mia figlia» disse George, perdendo il filo. «So cosa fai durante le tue pause pranzo» puntualizzò Nanette con occhio omicida. «Be’, mangio» disse George, perplesso. «Sì, ma con chi?» sbraitò Nanette. Min, imbarazzatissima, si lasciò andare: «Mio dio, mamma.» Lynne osservava la scena sprezzante, mentre Cynthie aveva già gli occhi chiusi e David era un misto di frustrazione, confusione e rabbia pura. In quel momento, sulla soglia comparvero Tony e Liza, già furiosa con tutti i presenti. «Cosa diavolo sta succedendo?» disse. «Tony» esclamò Cal con voce infastidita. «Per la cronaca,» disse Tony «io ho provato a fermarla.» «Perché non hai chiuso la porta a chiave? Chi ha fatto entrare questa gente?» disse Liza, rivolta a Min. «L’avevo chiusa» disse Min. «è stato Cal ad aprire. Prenditela con lui.» «Colpiscimi direttamente» disse Cal. «Così risparmiamo tempo.» «Si può sapere a cosa ti riferisci?» disse George a Nanette, con il volto paonazzo. «I tuoi pranzi» disse Nanette, quasi urlando. «Vai a pranzo con la tua segretaria ogni santo giorno.» «Stai alzando la voce» disse Min, preoccupandosi dei vicini. «Non alzare la voce.» «Sono pranzi di lavoro» disse George. «La segretaria mi serve per lavorare.» «Non porti mai me a pranzo» strillò Nanette. «Tu non mangi!» urlò George per tutta risposta. Min allungò il collo per stabilire un contatto visivo con Liza, alle spalle dei litiganti. «Sai, la scommessa era per diecimila dollari.» «Scherzi?» Liza guardò Cal, sorpresa. «Hai scommesso diecimila dollari che...» «No» disse Cal. «Dannazione, guarda qui.» Prese l’assegno dalle mani di Min e lo strappò in due parti. «Ecco, visto? Niente scommessa.» «Ci avrebbero fatto comodo» disse Min, che però dal tono non sembrava arrabbiata. All’improvviso tutti cominciarono a parlare; Cal guardò Min e pensò: non desidero altro che passare il resto della mia vita con lei. «Ehi!» esclamò, catturando immediatamente l’attenzione di tutti, seppur tra vari gradi di disprezzo, rabbia e disperazione. Prese in mano una ciambella e si voltò verso Min. «Minerva Dobbs, ti amo e ti amerò sempre. Vuoi sposarmi?» «Così, all’improvviso...» disse Min con un sorriso. «C’è gente che ci guarda, Minnie» disse Cal. «Ci stai oppure no?» «Ci sto» disse Min. Cal le prese la mano sinistra, le allargò le dita e circondò l’anulare con la ciambella, sicuro come non lo era mai stato in vita sua che quella fosse la cosa giusta da fare. «Più avanti troverò un anello migliore» disse, fissandola in quegli occhi neri e profondi. «Farò tutto in modo migliore. Ora voglio soltanto che questa gente ci lasci in pace.» «Quando farai tutto in modo migliore, ti risponderò di nuovo ‘sì’» disse Min. «Grazie» disse Cal, baciandola e perdendosi in quella sensazione per l’ennesima volta. «Dio, quanto ti amo» le sussurrò. «Non riesco a credere a quanto ti amo.» «Okay» disse Liza. «Lo spettacolo è finito.» Si parò di fronte a Lynne. «Tu devi essere la madre. Non metterti mai contro Min. Se Cal dovesse scegliere...» «Elvis» disse Lynne, con voce piatta. Si voltò e uscì dall’appartamento. «Donna adorabile» disse Liza, passando a Nanette. «Tocca a te. Tuo marito non ti tradisce. Conosco gli uomini, e lui non è il tipo.» Guardò George negli occhi. «Niente più lavoro durante la pausa pranzo. Porta fuori tua moglie a mangiare, piuttosto.» Tornò da Nanette. «E tu. Mangia.» Il volto di Nanette si intristì di colpo, ma George la abbracciò subito. «Non è vero che ti tradisco» disse. «Non ne avrei il tempo.» «Papà» disse Min. «Davvero?» rispose Nanette, singhiozzando. «Non credevo di trovarti qui» disse Liza, stavolta all’indirizzo di Cynthie. Stranamente, non c’era severità nella sua voce. «è per il libro, vero?» «No» disse Cynthie, fissando sconsolata la ciambella che era stritolata tra le dita di Min. «Non è per il libro.» «Ascolta» le disse Liza. «A nessuno interessa la storia di una donna incredibilmente bella che conquista un uomo incredibilmente bello. Troppo autocompiacimento. Scrivi un libro su come tirarsi su dopo aver perso l’amore della propria vita. Questo serve alla gente.» «Io...» «è finita, Cynthie» disse Liza. «L’hai perso. Per sempre.» Il volto di Cynthie collassò, e Liza si concentrò su David. «E tu, feccia senza vergogna» esordì. «Comportati bene per una volta. Accompagna Cynthie a casa.» «Stai commettendo un grave errore» disse David, rivolto a Min. «Sai chi è quest’uomo?» «Sì» disse Min, staccando un pezzo di glassa al cioccolato dal suo anello di fidanzamento. «Non è un problema. Evolveremo insieme.» «Fuori» gli ripeté Liza. Cynthie si avviò. Liza lo fissò con odio. «Valle dietro, cretino schifoso. Fai qualcosa di utile per una volta, invece di divertirti con gli scherzi telefonici.» David raddrizzò le spalle. «Io non ho...» provò a dire, ma Liza incrociò le braccia; si rivolse quindi a Min. «è una persona orribile, Min.» «Non è vero» disse Min. «è un principe. Mentre tu sei un rospo che fa telefonate anonime.» «Non hai mai voluto capirmi» disse David, lasciando poi l’appartamento. «Che imbecille» disse Liza. «Vuoi sposare quest’uomo?» disse George a Min, in tono incredulo. «Sì» disse Min. «Trattalo bene, altrimenti finiremo per sostituire anche te con Elvis.» George rivolse a Cal uno sguardo che diceva ‘ti tengo d’occhio, ragazzo’. Poi girò i tacchi e se ne andò. «Be’, avrete dei bambini bellissimi» disse Nanette, rallegrandosi. «Non vogliamo figli» disse Min. Quando gli occhi di sua madre si chiusero a fessura, aggiunse: «Sai bene che non perderei mai più quel peso.» «Questo è vero» disse Nanette, un istante prima che George tornasse indietro e la trascinasse fuori dalla porta. «Molto bene» disse Liza, passando in rassegna l’appartamento ora vuoto. «Ho fatto la mia parte.» «Scusa, tu chi sei?» disse Cal. «Somigli molto a una donna che non faceva altro che picchiarmi, eppure sembri essere dalla mia parte. Per caso hai una gemella malvagia?» «Sono la fatina buona di Min, Casanova» disse Liza, guardandolo a muso duro. «E se non la farai vivere felice e contenta, ti troverò e ti riempirò di botte usando una palla con la neve.» «Una volta le fatine non dicevano ‘bibbidi bobbidi bu’?» chiese CalaMin. «Quella era la Disney, tesoro» disse Min. «Mica un documentario.» Liza si diresse verso la porta, dove Tony era rimasto in attesa con le braccia incrociate. «Avanti, andiamo. Puoi farmi la scenata mentre torniamo al ristorante.» «No» disse Tony. «Hai fatto una gran cosa.» Si avvicinò a lei. «Molto sexy.» «Il sesso è fuori discussione» disse Liza, uscendo dall’appartamento. «Valeva la pena di fare un tentativo» disse Tony, lasciandosi alle spalle la porta chiusa. Sul salotto di Min calò il silenzio. «Non scorderò mai la mia prima volta con te» disse Min, estraendo la ciambella dalle dita. «Mi è mancato il terreno sotto i piedi, poi ho sentito mia madre chiedere a mio padre con chi se la faceva nella pausa pranzo.» «Abbiamo sentito delle vere perle» disse Cal. Min scosse il capo. «Non ci libereremo mai di questa gente.» «Lo so» disse Cal. «Grazie a Dio possiamo contare l’uno sull’altra.» Min alzò gli occhi verso di lui. «Ti amo.» «Grazie» disse Cal, baciandola. «Ho deciso di comprare una casa» disse Min, riemergendo dal bacio per respirare. «Che ne dici di una villetta stile Arts and Crafts come quella in cui abitava mia nonna?» «Ci sarai tu, all’interno?» disse Cal. Min annuì. «Affare fatto» disse Cal. «Ora possiamo tornare a letto?» «Sì» disse Min. «Prendi le ciambelle.» Un’ora e mezzo più tardi Min era sdraiata di fianco a Cal, mentre Elvis dormiva ai piedi del letto. Sembrava una chiazza di velluto trasandato sul raso color lavanda. Il respiro di Cal era così forte che si poteva quasi dire che stesse russando. Min gli accarezzò la spalla. Un mese fa neanche lo conoscevo, pensò. Ora è diventato il resto della mia vita. L’idea la colpì. Che pensiero ridicolo. Del tutto irrazionale. Al diavolo la razionalità. Ma il pensiero era ancora lì. Bisognava essere pazzi per affidare il resto della propria vita a una persona che si conosce da un mese. Specialmente a una persona con un passato come quello di Cal. Si sottrasse alla presa addormentata del suo braccio, raccogliendo la camicia da uomo che giaceva sul pavimento. Provò a indossarla, scoprendo che il bottone sul petto non si chiudeva. Nei film funziona sempre, pensò con disgusto. La lasciò cadere sul pavimento e prese la trapunta dal letto. Elvis non ne fu di certo contento, e a Cal rimase soltanto il lenzuolo. In fondo era giugno; non sarebbe morto di freddo. Andò a sedersi sul divano di sua nonna, avvolta nella trapunta, cercando di mettere a fuoco quanto era accaduto. Elvis sgattaiolò fuori dalla stanza e si sistemò sullo schienale. Min strofinò la testa contro di lui, che rispose facendo le fusa. Insomma, pensò. La situazione è che ho di fronte il donnaiolo più accanito della città, e mi sto convincendo che sia il vero amore di tutta una vita. Quante probabilità ci sono che sia davvero così? Dall’altro lato della stanza, le lancette dell’orologio batterono la mezzanotte con un rumore secco. «Ehi» disse Cal. Min si voltò verso di lui. Era in piedi sulla porta, impegnato a ricacciare indietro uno sbadiglio. «Che stai facendo?» «è mezzanotte» disse Min, fingendo allegria. «Sto per trasformarmi di nuovo in una zucca.» «Questo spiega il divano» disse Cal, sedendosi al suo fianco. Le mise un braccio intorno alle spalle, stringendola a sé e stampandole un bacio sulla fronte. Min chiuse gli occhi e si adagiò su di lui, così piena d’amore da sentirsi debole. Sono nei guai, pensò. «Qualcosa non va?» disse Cal. «Credevo fosse tutto perfetto da quando i matti se ne sono andati.» «è così» disse lei. «Sto solo pensando al futuro.» «Il futuro.» Cal annuì. «Okay. Vediamo.» Sollevò la mano per coprire uno sbadiglio. «Domani chiamerò mia madre, per evitare che ci maledica. Poi andremo a cena dai tuoi genitori per assicurarci che siano rinsaviti.» «La speranza è l’ultima a morire» disse Min. La trapunta si abbassò, scoprendole la spalla, e Cal la sostituì prontamente con la mano, disegnando cerchietti sulla sua pelle mentre riprendeva a parlare. «Poi cercheremo la casa di cui parlavi, possibilmente una che non abbia più di sei scalini all’entrata.» Cambiò posizione per evitare una molla fastidiosa. «Avremo bisogno anche un nuovo divano.» Min sentì affiorare un sorriso, e la felicità cominciava a trapelare in mezzo alle paure. Cal la strinse più forte. «E poi ci sposeremo, e vivremo felici e contenti.» Min raggelò mentre Cal le prendeva una mano e la portava alla bocca, baciandole le dita. «Già. è quello che mi preoccupa.» La mano di Cal strinse la presa sulla sua. «Credi che avremo dei problemi?» «Non lo so» disse Min, guardandolo negli occhi. «Credo che ci ameremo ogni giorno della nostra vita, ma non sono sicura che basti. La vita non è una fiaba.» «Okay» disse Cal. «è mezzanotte e ho avuto una giornata impegnativa, quindi fatico a starti dietro. Cos’è che ti preoccupa esattamente?» «Il vissero felici e contenti» disse Min, consapevole di sembrare una stupida. «So come funzionano le cose fino a questo punto. La storia d’amore, la favola e tutto il resto... sono storie che ho già letto.» «La favola e tutto il resto?» «Non ti dicono mai cosa succede dopo che vissero felici e contenti. E mi sembra che l’inghippo sia proprio lì. Il cinquanta percento dei matrimoni si conclude con un divorzio. Sì, lo so che la statistica è falsata dai divorzi ripetuti...» «è mezzanotte e devo sorbirmi anche le statistiche» disse Cal, parlando con il gatto. «Sono preoccupata. Le storie non parlano mai del ‘vissero felici e contenti’. è sempre e solo la fine. Eppure è la parte più difficile.» «Capisco» disse Cal. «E quindi?» «Quindi,» disse Min, incrociando il suo sguardo «come faremo?» «Vuoi che dica qualcosa di filosofico sul nostro futuro in questo momento?» rispose Cal. «Non so neanche dove siano le mie mutande.» Min lo fissò per un attimo, innamorata di lui nonostante avesse i capelli arruffati dal sonno, nonostante continuasse a fare battute inutili. Nonostante tutto, pensò con un sorriso. «No.» Si strinse nella trapunta. «Non so come mi sia venuto in mente. Torniamo a letto.» «Affronteremo giorno per giorno» disse Cal, stringendosi a lei. «Neanch’io so come funzioni questa cosa, non avevo certo fatto dei piani. Basterà rimanere insieme. Prenderci cura l’uno dell’altra. Farci una carezza sulla spalla quando le cose si metteranno male.» Di fronte alla sua espressione ancora incerta, Cal le sorrise con tanto amore negli occhi da farle girare la testa. Poi le disse: «Scommetto dieci dollari che ce la facciamo.» Min pensò: Che probabilità ci sono? E all’improvviso capì, con accecante chiarezza, che non avrebbe mai scommesso sull’esito opposto. Solo un perdente poteva scommettere contro di loro. è davvero così, pensò meravigliata. è davvero per sempre. Io ci credo. «Min?» le disse Cal, prima di baciarla con tutto il cuore. «Non accetto» disse Min, a contatto con la sua bocca. «Le probabilità sono dalla tua parte.» «Le probabilità sono dalla nostra parte» disse Cal, riportandola a letto. 17 Nel caso ve lo foste chiesti... David dimenticò Min abbastanza in fretta, anche se la vittoria di Cal lo avrebbe tormentato per anni. Quattro mesi dopo quelle vicende conobbe una donna che era d’accordo con ogni cosa che diceva, e che andò a letto con lui al terzo appuntamento. Sei mesi dopo erano già sposati. Lei non usa mai il burro in cucina. Cynthie ebbe bisogno di più tempo per superare il rifiuto di Cal, perché ne era davvero innamorata. Si rintanò nel suo appartamento, nutrendosi di carote e condimenti dietetici, finché Liza non la costrinse a uscire alla luce del sole e a scrivere di quella storia finita male, per poi farsi restituire un favore da uno dei suoi tanti ex capi che le trovò un nuovo editore. L’editore, un tizio con gli occhiali più basso di Cynthie e leggermente sovrappeso, le fece riscrivere il libro quattro volte, ma lo pubblicò con tutto lo sforzo promozionale di cui la sua casa editrice era capace. Cynthie lo sposò il giorno prima che il libro raggiungesse la prima posizione nella classifica dei bestseller delNew York Times. Oggi vivono in un attico di Manhattan e frequentano solo i ristoranti più esclusivi. Emilio si affidò completamente a Liza, e prima di anno il suo ristorante diventò il più famoso della città. Cercò di convincerla a restare offrendole di diventare sua socia, ma le cose andavano troppo bene perché Liza non si annoiasse. Gli presentò una sua amica con un master in gestione d’impresa e se ne andò, in cerca di qualcun altro da salvare. George smise di portare fuori a pranzo la sua segretaria, la quale fu molto contenta perché lavorava troppo, anche se avrebbe sentito la mancanza di quel cibo costoso. Ora George va a pranzo con Nanette tre volte a settimana, e Nanette mangia. Reynolds ha passato molto tempo in compagnia di Min, Cal e Bink. Nonostante si senta ancora dire: Reynolds, sei un’idiota, ha ormai smesso di comportarsi come un’idiota quando è con loro. Nel resto del tempo è ancora un’idiota, ma Bink lo ama lo stesso. Shanna e Linda si lasciarono amichevolmente dopo un anno. Poco tempo dopo, Shanna iniziò a lavorare per Emilio, facendo la conoscenza della donna con il master. Si scoprì che anche lei adorava Elvis Costello. Quattro mesi dopo si trasferirono insieme in un sontuoso loft in città, e un anno dopo andarono in Cina per adottare una bambina. Shanna ora fa la mamma a tempo pieno, con l’eccezione di quelle sere in cui Emilio ha bisogno di una mano d’emergenza. La biscottiera di Betty Boop continua a essere piena di Oreo. A quattordici anni, Harry crebbe all’improvviso, alzandosi e allargandosi fino a diventare una copia perfetta di suo padre e di suo zio, con l’aggiunta degli occhiali e del ciuffo perennemente afflosciato sulla fronte. Diventò un ittiologo e conobbe una ragazza dall’aspetto giunonico mentre faceva immersioni alle Bahamas. Si innamorarono e si sposarono un mese più tardi. Lei ha i capelli scuri con i colpi di sole, una mente analitica e un debole per le scarpe. Lui continua a non poter mangiare più di una ciambella per volta. Roger e Bonnie si sposarono, si trasferirono in periferia ed ebbero quattro figli. Durante le vacanze, la loro casa si riempie di persone. Diana si fidanzò altre due volte, e per due volte ruppe il fidanzamento, piangendo tra le braccia di Tony. Lui le disse che aveva pessimi gusti in fatto di uomini, e che la prossima volta avrebbe dovuto scegliere qualcuno di meglio. Diana gli chiese di sposarla, e Tony rifiutò sdegnato. Sei settimane dopo scapparono insieme in Kentucky perché Tony aveva i biglietti per la corsa dei cavalli. Ora hanno tre figlie, delle ragazze bellissime dall’ossatura imponente. Dominano qualunque competizione a cui prendono parte, forse per via di tutti i carboidrati che mangiano. Liza continua ad avere una vita piena, eccitante e in perenne cambiamento. Troppo complicata per farne una sintesi. Cal comprò un anello di fidanzamento con sei diamanti perfetti disposti in cerchio. Non somigliano affatto a delle ciambelle, ma in cuor suo Min sa qual è la verità. Si sposarono e comprarono una casetta Arts and Crafts a un isolato di distanza dall’appartamento di Min. Ci sono trentasette scalini tra la strada e l’ingresso. Comprarono anche un divano in stile coloniale, come quello di Bonnie. Di tanto in tanto, qualcuno ci finisce legato. Ogni giovedì visitano il ristorante di Emilio per la cena del Se, in compagnia di Roger, Bonnie, Tony, Diana, Liza e di chiunque stia uscendo con Liza in quella settimana. La madre di Cal sopporta Min. La madre di Min adora Cal. Non hanno figli, ma al canile hanno trovato un cucciolo di labrador nero che hanno chiamato La Bestia. Elvis sta ancora cercando di farsene una ragione. Vissero tutti felici e contenti.