Julie Anne Peters
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Luna
In memoria di Fred C. Martinez Jr.
(Beyoncé)
1985 – 2001
Titolo originale:
Luna
Copyright © 2004 by Julie Anne Peters
Published by arrangement with Little, Brown and Company, New York,
New York, USA. All rights reserved.
© 2010 Giunti Editore S.p.A.
Via Bolognese, 165 - 50139 Firenze - Italia
Via Dante, 4 - 20121 Milano - Italia
Prima edizione: aprile 2010
Traduzione: Sara Reggiani
Progetto grafico di copertina: Adria Villa
http://y.giunti.it
Ristampa
6543210
Anno
2014 2013 2012 2011 2010
Stampato presso Giunti Industrie Grafiche S.p.A.
Stabilimento di Prato, azienda certificata FSC
Per avermi aperto il loro cuore e permesso di entrare nelle loro vite, la mia più profonda riconoscenza va a Jamie Lynn Wakefield, Spring Marie
Walkinshaw, Robynne Pennington, Kari Edwards,
Jessica Raven e Bobbie: siete la bellezza e la forza
in persona. Per aver accolto questo progetto con
sconfinato entusiasmo, un sincero ringraziamento al Gender Identity Center di Denver, un
rifugio sicuro per chiunque cerchi una famiglia,
una comunità, una casa.
Capitolo 1
Fu la sensazione che lei fosse nella mia stanza a svegliarmi – di nuovo. Mi girai e sbirciai l’orologio sul comodino. «Che ore sono?» biascicai, mentre mettevo a
fuoco. Le due e trentatré. «Le due e trentatré? Ma tu non
dormi mai?».
Lei non rispose.
Sistemai il cuscino contro la testiera del letto per mettermi seduta e capire cosa stesse facendo. «E quello cos’è?»
domandai.
«Ti piace?» disse scuotendo le spalle davanti allo specchio. Le frange del suo vestito ondeggiarono lievemente.
«È un vestito degli anni Venti. L’ho trovato da Goodwill»
disse muovendo qualche passo di charleston. «È vintage.
Molto retrò, non credi? Voglio indossare questa bellezza
al ballo».
A mala pena trattenni una risata. Bastò incrociare il
suo sguardo riflesso nello specchio, per farmi desistere.
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Non poteva dire sul serio.
Studiandosi attentamente da capo a piedi, si mise i
lunghi capelli dietro le orecchie e fece oscillare i fianchi
ancora una volta. Quella notte aveva scelto la parrucca
bionda. Non era la sua preferita perché diceva che le dava
un’aria dozzinale. Da ragazza facile. Si abbinava bene però
con il vestito rosso che indossava. Si accorse che la guardavo e sorrise. «Voglio persino partecipare al concorso di
Reginetta del Ballo».
Stavolta esplosi in una risata fragorosa, ma mi portai
subito la mano alla bocca per non fare troppo rumore.
Non volevo che le unità parentali al piano di sopra si svegliassero.
Lei però non rideva.
Stava scherzando. Oppure no? «Lia…»
«Luna» mi corresse. «Ho deciso che mi chiamerò
Luna». I suoi occhi erano piantati nei miei. Per vedere la
mia reazione, immagino. O alla ricerca della mia approvazione. Ma che importanza aveva la mia opinione?
«Perché vuoi cambiarlo?» le chiesi sbadigliando. «Sei
sempre stata…»
«Lia è troppo simile. Lia Marie. È troppo simile, tutto
qui…»
Attraversò la stanza, facendosi largo fra la montagna di
vestiti e altre cianfrusaglie che ricoprivano il pavimento.
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Si fermò davanti alla finestra e fece una giravolta. La luna
che si affacciava alla mia finestra proiettava una luce sinistra sul seminterrato. Come un riflettore. Un fascio di
luce brillante.
«Luna» ripeté delicatamente, come se parlasse con se
stessa, non con me. «È perfetto, no? Una ragazza che appare solo di notte».
All’improvviso cedetti alla stanchezza. O forse non ne
potevo più di tutto questo. «Vai a letto, Luna». Tornai a
rannicchiarmi, dopo aver sistemato il cuscino, per scivolare di nuovo nel sonno. Ci avrei messo ore a riaddormentarmi, soprattutto se fosse rimasta lì a truccarsi. E sapevo che l’avrebbe fatto.
La osservavo con gli occhi socchiusi. Era diversa. In lei
qualcosa era cambiato. Non fisicamente. Era avvenuto
una specie di slittamento nel suo mondo – o meglio, una
rottura.
«Ti si vedono le spalline del reggiseno» le dissi. «Devi
comprartene uno senza».
«Dici?» girò la testa spiandomi da sopra la spalla. «Ne
hai uno?»
«Ma smettila. Anche se ne avessi uno, non te lo farei
mai mettere».
«Non sarebbe della mia misura in ogni caso. Come minimo avrò una coppa C».
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«Sì, ti piacerebbe» dissi sbuffando. Mentre mi giravo
dall’altra parte, borbottai: «Certo che sei strana».
I suoi capelli sparsi sul mio cuscino mi solleticavano il
viso. «Lo so» mi sussurrò all’orecchio. «Ma tu mi vuoi
bene, non è così?». Le sue labbra mi sfioravano l’orecchio.
L’allontanai.
Mentre la sentivo raggiungere a fatica la mia scrivania
– dove giaceva aperta, in tutta la sua gloria, la borsetta dei
trucchi – mi lasciai scappare un lamento di rassegnazione.
Eh sì, le volevo bene. Non poteva che essere così.
Lei era mio fratello.
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Capitolo 2
«Non ditelo alla mamma quando torna a casa. Voglio farle una sorpresa» dice papà a me e Liam.
Liam ha sei anni, io quattro e siamo seduti sul divano. Guardiamo papà che taglia il cartone in cui è imballata la nuova lavasciuga della mamma. Si ferma un
attimo per allentarsi la cravatta e tirarsi su le maniche.
«Ve l’ho già detto, ragazzi, che ho avuto una promozione? Avete davanti il nuovo direttore commerciale di
Sears. Prossima fermata, Re del Mondo» esclama e mi fa
l’occhiolino.
«Evviva, papà!» esclamo io battendo le mani.
Papà si volta verso Liam e lo guarda preoccupato.
Liam ha trovato il libretto delle istruzioni della lavasciuga ed è tutto preso. Lo sta leggendo da cima a fondo.
Prova anche a insegnarmi ma è troppo noioso per me.
Io voglio solo guardare la Tv.
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«Liam!»
Lui solleva la testa di scatto.
«Tieni, porta fuori queste scatole» dice papà mentre
intaglia una porticina in uno di esse. «Tu e Regan potreste giocare al fortino qui dentro».
Liam scivola giù dal divano e insieme trasciniamo
fuori le scatole di cartone attraversando la porta a vetri
scorrevole che dà sul cortile. Le posiamo accanto alla piscinetta ribaltata. Io ci entro nelle scatole ma Liam comincia ad essere troppo alto.
«Vai a prendere la bambola» mi ordina. «Prendi
anche tutti i suoi vestiti. E il lettino, i biberon e i pannolini. Prendi tutto».
«Mi aiuti?»
«No» risponde mentre con lo sguardo studia l’interno
della scatola. «Io devo preparare».
Quando ritorno, Liam ha messo le scatole una accanto all’altra e ci ha sistemato dentro il mio tavolino
delle bambole. In un angolo ha posizionato la cucinetta
e sta iniziando ad apparecchiare la tavola.
«Il lettino mettilo lì» mi dice indicando l’angolo opposto.
Mentre passo, mi strappa la bambola dalle mani e
inizia a cullarla fra le braccia. La guarda e le sorride.
«Io faccio la mamma» mi informa.
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«No» piagnucolo. «Stavolta voglio fare io la mamma».
«La prossima volta la fai tu».
«Dici sempre così». Scaravento tutti i vestiti per terra
ed esco dalla porticina.
«Aspetta, Re’» Liam mi insegue. «Tu fai il papà. I
papà sono forti. Potresti arrivare a casa con una sorpresa per la mamma dicendomi, tipo, che hai vinto un
milione di dollari e che mi hai comprato una casa
nuova, e anche una macchina. Anzi, ancora meglio, puoi
far finta che il mio triciclo sia una Harley. Bruum,
bruum» mi dice fingendo di ruotare le maniglie del manubrio per dare gas.
Incrocio le braccia, riflettendo su questa possibilità.
«Ti prego, Regan. Solo per questa volta» mi supplica
mentre raccoglie il vestitino rosa da terra. «Per favore».
La sua voce è un sussuro.
Lascio cadere le braccia. «Ok».
Liam torna dentro la casetta. So già cosa sta per fare:
le cambierà il vestito. Quando è la mamma fa sempre
così, veste e sveste la bambola…
Suona la sveglia. Mi metto seduta di scatto sul letto.
Cerco con le mani la sveglia sul comodino per porre
fine a quel rumore insopportabile. Cos’è stato, un
sogno o un ricordo? Era troppo nitido per averlo solo
immaginato. Troppo reale.
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Fu forse quello il primo indizio che Liam era diverso? La sua ossessione col giocare alla famiglia felice? Forse già allora Liam sentiva nella mente e nel
cuore di essere una ragazza? Di essere un transgender?
No, non fu allora. Ci fu un altro episodio che risaliva a quando eravamo ancora più piccoli. Ma ero
troppo intorpidita dal sonno per evocarne il ricordo. O
semplicemente non volevo ricordare. Erano tante le
cose che non volevo ricordare.
Mi trascinai in doccia in stato comatoso. Il bagno
era ancora avvolto nel vapore e ciò poteva voler dire
solo una cosa, che Liam era già in piedi, lavato e vestito. Lasciai che il calore penetrasse nel mio corpo
mentre mi svestivo. Aprii l’acqua fredda e mi diressi il
getto dritto in faccia, irrigidendomi per lo shock.
Papà si stava ammazzando dal ridere con i suoi fumetti, quando salii le scale del seminterrato per andare in cucina. A tavola, seduto accanto a lui, Liam
portava alla bocca con aria assente cucchiaiate di latte
e fiocchi d’avena, mentre il suo megacervello assorbiva
informazioni da un libro di testo. Fisica, notai non
senza una punta di risentimento. Non avrebbe potuto
condividere un po’ del suo QI con la sua unica sorella?
No, vero?
Liam indossava i vestiti “di scena”, come diceva lui.
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Stava recitando il ruolo del ragazzo. Portava una camicia a maniche lunghe chiusa fin sotto il mento e i
suoi Dockers color kaki, stirati con precisione militare.
Io non sapevo nemmeno come si scrivesse “stirare”. Il
mio abbigliamento consisteva di un paio di pantaloni
sbiaditi stile falegname e di una maglietta qualsiasi pescata dal mucchio che si trovava sul pavimento. La più
vicina alla porta.
«Buongiorno» disse mamma allontanando con
gesto meccanico la confezione del succo d’arancia
dalla mia bocca. «Sembri uno zombie» mi disse riponendo il succo sul ripiano della cucina. «Ti senti
bene?»
«Sì sì, sono solo stanca. Non dormo molto». Lo dissi
lanciando un’occhiata a Liam, mentre scivolavo sulla
sedia, di fronte a lui. Liam si limitò a girare pagina, assimilando fisica quantica alla velocità della luce.
«Perché non riesci a dormire?» chiese allora papà,
sollevando lo sguardo dal giornale.
«Nessun motivo in particolare» borbottai.
La mamma si sedette all’altro capo della tavola, digitò un numero al cellulare e se lo portò all’orecchio,
mentre papà mi stava dicendo: «Devi dormire. La bellezza ha bisogno di riposo, non è così per voi ragazze?».
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Lo sguardo di Liam incrociò il mio. Mi aspettavo
che ridesse sotto i baffi e invece lo stava incenerendo
con lo sguardo. Ma che aveva? Papà stava solo scherzando. Che cavolo! Liam era così permaloso a volte.
«Sì Andy, ciao» stava dicendo mia madre al cellulare. «Sono io. C’è mai arrivata conferma delle prenotazioni all’Hartford per il matrimonio dei Sorensons?
Non riesco più a trovare il loro fascicolo» disse girando il caffè.
Papà alzò gli occhi al soffitto, esasperato. Non andava pazzo per il lavoro di mamma. In particolare non
gli andava a genio la sua promozione da moglie e
madre a qualsiasi altro ruolo più importante. Non che
fosse un maschilista, era solo noioso, ordinario.
Chissà poi perché gli dava tanto fastidio che
mamma lavorasse. Da quando era stato buttato fuori
da Sears e aveva dovuto accettare un lavoro da schiavi
alla Home Depot, qualcuno doveva pur portare lo stipendio a casa.
La mamma sorseggiava il suo caffè. «Mmm. Magari
li richiamo giusto per sicurezza. Hai sentito di quella
ragazza? Ha ordinato una torta ricoperta di glassa
nera. Nera! Per un matrimonio». Ascoltò per un attimo, poi scoppiò a ridere. «Oh Andy» sospirò «cosa
farei senza di te?».
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Lanciai uno sguardo a papà che fremeva di rabbia.
Nel tentativo di allentare la tensione che si respirava in cucina, tirai fuori dallo zaino il libro di Chimica e lo posai sul tavolo.
Ma il pensiero di cosa mi aspettava quel giorno a
lezione, mi fece venire la nausea, così lo rimisi a posto.
Lontano dagli occhi, lontano dal cuore. Ecco la mia filosofia in provetta.
Afferrai una ciambella e ci spalmai un bel po’ di
mousse alla fragola sopra.
«Un tizio va dal dottore per un check-up e il dottore
gli fa “Ho una notizia cattiva e una terribile.”» iniziò a
dire papà.
Liam e io protestammo all’unisono ma papà stava
già ripiegando il giornale per metterlo via.
Mamma continuava a parlare al telefono. «Ho già
preso l’ordine per la torta, ma pensavo di parlare con
sua madre, prima di inviarlo. Sarà mortificata, povera.
Non vedo l’ora di vedere il vestito da sposa. Che cosa?»
ascoltò e poi rise di nuovo. Niente poteva essere così
divertente a quest’ora del mattino.
Figuriamoci papà.
«“Qual è quella cattiva?” fa il tizio».
«“Quella cattiva è che lei ha il cancro”».
«“Oddio”» recitò papà portandosi una mano al
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cuore e ansimando per rendere l’idea. «Allora il tipo gli
fa “E quella terribile?”»
«E il dottore:“Quella terribile è che ha l’Alzheimer”».
«Allora il tizio tira un sospirone di sollievo e dice
“Oh grazie al cielo, non ho il cancro”».
Liam ridacchiò. Io ci misi un po’ a capirla e poi
scoppiai a ridere ma cercai di trattenermi per non incoraggiare papà.
Lui s’illuminò. «Buona questa, eh?»
«Andy, prima che me ne dimentichi, devo ritirare
una ricetta dal medico prima di venire lì, quindi forse
farò un po’ tardi».
Non so perché ma questo sembrò risvegliare interesse in Liam. Mamma terminò la conversazione e si
alzò da tavola. Tutta indaffarata andò nell’altra stanza,
lasciando il cellulare e l’agenda sul tavolo. Per ingoiare
qualche altro antidepressivo, sicuro.
«Ho parlato con il coach Hewitt ieri» disse papà.
Mi si rizzarono i peli sulle braccia. L’avrebbero fatto
anche quelli di Liam, se solo ne avesse avuti.
«Mi ha chiesto di vederci questa settimana per parlare della squadra» continuò. «Dato che i Diaz sono tornati in Messico, sono rimasti alcuni ruoli scoperti. Dice
che non può assicurarti un posto in squadra, ma come
riserva sì. Gli allenamenti saranno mercoledì. Skip mi
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ha chiesto in che ruolo giochi e io gli ho detto prima
base. A meno che tu non voglia lanciare» disse papà,
dandogli una pacca d’incoragiamento sul braccio.
Liam mi sembrò così fragile in quel momento. Temevo che andasse in mille pezzi.
Lui ricominciò a mangiare i suoi Chex come se in
bocca avesse sabbia.
Papà aggiunse: «Oggi, dopo la scuola, presentati nel
suo ufficio».
Liam deglutì. Senza tradire emozioni disse «Non
voglio giocare a baseball, papà».
Trattenni il respiro e guardai papà. Liam non
l’aveva mai detto così forte e chiaro. Mai.
L’espressione sul volto di papà non cambiò. Cambiò il suo tono di voce però. «Skip mi sta facendo un
favore personale, per far sì che tu possa praticare sport
anche all’ultimo anno. Farà una buona impressione sul
tuo curriculum scolastico, questo lo sai».
Sbuffai. Papà mi fulminò con lo sguardo e io abbandonai immediatamente l’idea di aggiungere qualsiasi altra simpatica considerazione.
«Non fai che startene rintanato di sotto a trastullarti con quei giochi da computer per dementi. Non
c’è da meravigliarsi se sei così pallido. Tutti e due».
Cercai di inviare un messaggio a Liam tramite tele-
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patia. Una cosa del tipo “piantala!”. Ma lui si chiuse in
se stesso lasciando tutto il resto fuori, come faceva
sempre. Fissava la sua tazza di cereali. E vi annegava.
Papà chiuse il giornale e iniziò a piegarlo in due,
poi in quattro. Lentamente. «Fallo per me» disse a
Liam.
Non era giusto. Anzi, era terribilmente ingiusto.
Vidi il pomo di Adamo di Liam salire, poi scendere. Se
papà l’avesse fatto piangere…
«Non so giocare a baseball» disse invece tranquillamente. «E tu lo sai. Non sono fatto per lo sport,
punto».
«Dacci un taglio. Non sei poi così male» disse papà
dandogli un altro colpetto sul braccio. Liam incassò il
colpo come un sacco da box.
«Non t’impegni, tutto qui» disse papà. «Non hai pazienza. Tu hai la costituzione giusta e sei veloce. Potresti metter su un po’ di muscoli, aumentare la tua
forza. Potremmo andare in palestra insieme a esercitarci con gli attrezzi. Skip dice che potremmo farci
usare le reti di protezione dopo gli allenamenti. Dice
che ti sta facendo la corte dal primo anno, da quando
ti ha visto giocare a calcio».
Liam sollevò lo sguardo e fissò papà dritto negli
occhi. «Anche quello l’ho fatto per te».
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Allora papà si alzò da tavola e iniziò a raccogliere
piatti e posate, facendo rumore di proposito.
Liam e io ci guardammo.
Prima che potessi dire qualcosa, la mamma rientrò
di corsa in cucina, afferrò il cellulare e lo infilò in
borsa, poi aprì l’agenda.
«Forse farò tardi anche stasera» disse voltando una
pagina. «Ho appuntamento dal parrucchiere alle quattro. Regan, ti va di preparare della pasta al tonno per
cena. Conosci gli ingredienti».
Oh certo. Occhio di tritone. Lingua di serpente.
E aggiunse «Dato che vai a lezione di Economia
Domestica, ti farebbe bene fare un po’ di pratica».
Pratica per cosa? Avvelenare la mia famiglia?
«Devo lavorare» dissi con un po’ troppo entusiasmo.
La mamma stava per ricominciare con la solita
solfa… devi aiutare di più, devi essere più obbediente,
smettila di farmi sentire in colpa… ma Liam esordì
con: «Lo faccio io».
«No che non lo farai. Non è compito tuo» abbaiò
papà a braccia conserte sulla soglia tra cucina e salotto.
«Perché dev’essere compito mio?» saltai su. Cancello quello che ho detto: mio padre è un maschilista.
«Io detesto cucinare. Se Liam vuole farlo, lasciaglielo
fare. È più bravo…»
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«Regan» disse papà sollevando una mano per zittirmi. «Tua madre l’ha chiesto a te. Non vi ucciderà essere un po’ più d’aiuto. A nessuno dei due».
«Forse sì» mi affannai a dire. «Potremmo soffocare
in mezzo a tutta questa polvere».
Mia madre mi trafisse con lo uno sguardo.
«Io lo faccio volentieri» disse Liam in mio soccorso.
«Ditemi solo cosa devo fare» e poi rivolto a mamma
«Cosa posso fare?».
Mamma non ne poteva già più. «Non voglio che litighiate. Rivedrò i miei programmi».
«E chi litiga?» chiesi. «Se Liam vuole…»
«No» le ordinò papà, ignorandomi completamente.
«Regan sarà più che felice di aiutare».
«Papà, te l’ho detto, devo lavorare. Che vuoi che faccia? Vuoi che lasci il lavoro così posso rimanere a casa
a cucinarti la cena? Pulire casa? Lavarti i vestiti…»
Mi fermai di colpo. Perché tutto questo aveva un
suono così familiare? Mamma e papà mi guardarono
con risentimento, evitando ovviamente di incrociare
l’uno lo sguardo dell’altro.
Mamma scaraventò l’agenda nella borsa. «Non
devo per forza andarci oggi dal parrucchiere. Ci penso
io».
Papà mi guardò furioso. Il suo sguardo per poco
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non mi bruciò il viso. Perché? Avrebbe dovuto essere
felice. Dopotutto qualcuno gli avrebbe cucinato la sua
dannata pasta al tonno.
Passandomi accanto per recuperare il suo portfolio
sul piano della cucina, mamma mi posò una mano
sulla spalla. Mi scostai un po’ troppo bruscamente perché mi disse: «Oddio, Regan. Che ti succede? Sei così
tesa, dormi poco. Vuoi che ti dia qualcosa che ti aiuti
a dormire?».
«No» le risposi allontanandomi. «Sto bene».
Era lei la drogata, non io. Il suo armadietto del
bagno scoppiava di stimolanti, antidepressivi e stabilizzatori dell’umore. Credo che fosse in fase di cambiamento, destinazione menopausa. Avrei tanto voluto
che chiudesse l’armadietto a chiave.
Mamma non voleva darsi per vinta. Continuò a
ronzarmi alle spalle, finché il suo sguardo non incontrò il mio riflesso nella porta a vetri dell’ingresso.
Aveva l’aria davvero preoccupata.
«Sto bene» le ripetei guardandola. «È solo che ho
due verifiche questa settimana». Che era vero, anche
se non me la facevo così tanto sotto. Non quanto me la
facessi sotto per Chimica quel giorno.
Sembrò convincersi, perché afferrò il portfolio e si
precipitò verso la porta accompagnata dal tintinnio
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delle sue chiavi. «Buona giornata» disse e le parole rimasero sospese nel vuoto, come se quest’ultimo ne
fosse il destinatario.
Liam le corse dietro. «Anche a te, mamma».
Papà si alzò per andare al bagno l’ultima volta
prima di incamminarsi verso Home Depot, dove lo attendevano le enormi gioie della sigillatura.
«Mi dai un passaggio?» chiesi a Liam.
Non rispose. Chi tace acconsente.
Ingurgitammo il resto della colazione in silenzio.
Il rumore dello sciacquone annunciò l’imminente
ritorno di papà, così io e Liam ci affrettammo a raccogliere le ultime cose. Mentre tirava su la cerniera
della giacca, papà si fermò un attimo sull’ingresso.
«Non prendere pillole, tesoro» mi disse. «Basta solo che
tu vada a letto prima». Poi col dito puntato verso Liam:
«E tu passa da Skip dopo la scuola. Fallo e basta».
«Sissignore» rispose Liam.
La porta si spalancò e si richiuse.
Guardai Liam con gli occhi storti ma non mi vide
perché si stava già dirigendo verso l’uscita.
Agguantai lo zaino e il parka, cercando di stargli dietro, ma non feci in tempo a chiudere a chiave la porta di
casa che lui stava già facendo retromarcia nel vialetto.
«Liam, aspetta!» gridai correndogli dietro.
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Con un rombo di motore, si mise in carreggiata.
Io cercai di afferrare la maniglia della portiera.
Liam, lentamente, si voltò verso di me.
Quello sguardo – la sua incredibile forza – mi fece
desistere. Lasciai andare la maniglia e indietreggiai.
Siamo in fondo alla via, nel giardino dei Walsh, per
il nostro barbecue settimanale.
No, era una qualche occasione particolare. Lasciai
che i ricordi mi scorressero davanti.
Un compleanno. Era la festa per il nono compleanno di Liam.
Faceva caldo e la festa era all’aperto.
Festeggiamo i compleanni di Liam e Alyson. Alyson
è l’amichetta del cuore di Liam – sin dai tempi dell’asilo.
I nostri genitori si conoscono da anni. Facciamo un
sacco di cose insieme, per esempio festeggiare i compleanni.
Ma quello fu l’ultimo anno che festeggiammo insieme. Perché?
Liam e Alyson saltellano in preda all’eccitazione. Non
vedono l’ora di scartare i loro regali. Ci sono anche alcuni compagni di scuola. Tutte femmine, aveva fatto notare papà. L’avevo sentito parlare con la mamma nella
cucina dei Walsh. «Ma come mai non ci sono maschi
alla festa? Liam non ha amichetti?»
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Io mi arrampico sullo sgabello per le colazioni e ci
giro sopra, facendo finta di non ascoltare.
«Sì che ce li ha» sta dicendo la mamma, mentre sistema le candeline sulla torta. «Solo che sono tutte bambine. E allora? Che male c’è?»
Papà prende un fiammifero e inizia ad accendere le
candeline. Le conto in silenzio. Uno, due, tre…
«Alla sua età…» dice papà scuotendo la testa, ma
non finisce la frase. «Ho trovato la lista dei regali che
desidera sul mobile della camera da letto».
Mamma infila all’improvviso la mano nella tasca del
suo grembiule, come se avesse perso qualcosa.
«Barbie Regina del Ballo? Un reggiseno?» dice papà
inarcando un sopraciglio.
«Stava solo scherzando, Jack. Non diceva sul serio»
rispose mamma.
«Uno scherzo, eh? Perché a me non l’ha mostrata? Gli
avrei fatto una bella risata in faccia».
Mamma non risponde.
Papà fa un sospirone. «Io non lo capisco quel ragazzino. Davvero, no lo capisco».
… sette, otto e ancora una.
Papà continua. «A volte penso che io e lui non ci
prendiamo come padre e figlio. Forse sto sbagliando
qualcosa…»
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«Papà, posso spegnerlo io?»
Papà si volta di scatto, come se non si fosse accorto
che ero lì. «Ehi, piccola Ray Gun. Vieni qui e annientalo» mi dice sorridendo, mentre mi porge il fiammifero
acceso.
Io salto giù dallo sgabello e corro verso di lui mi
bagno le dita con la saliva, come mi ha insegnato lui, e
lo spengo. «Ai» faccio mentre la fiamma sfrigola, anche
se non mi sono fatta male per davvero.
Papà si avvicina e mi dà un bacino sul dito. Poi mi
afferra ai fianchi con le sue manone e mi issa sulle
spalle. Mi tiene in equilibrio con la testa appoggiata al
mio stomaco e inizia a farmi girare in tondo. Io faccio
dei gridolini. Povero papà, gli gira la testa. «Lo so, sono
troppo vecchio ma mi diverto ancora a giocare alla girandola con la mia bambina».
Scorgo Liam sulla porta. Ci sta osservando, mi
guarda mentre papà mi fa girare. Alla fine papà si decide a mettermi giù. Tutti e due ridiamo e inciampiamo.
Liam mi fissa. Quello sguardo…
Era carico di odio.
Ecco cosa esprimevano quegli occhi. Lui mi odiava.
Perché? Per come papà mi trattava e mi tratta ancora,
in maniera così diversa da come tratta lui? Papà non
aveva mai fatto differenze fra di noi, se è quello che
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credeva Liam. A dirla tutta, dato che il suo compleanno era in Marzo e il mio una settimana dopo Natale, lui si beccava sempre più regali di me.
Cosa voleva Liam esattamente? Giocare alla giarandola con papà?
Il pensiero mi colpì come una bastonata. Che stupida, Regan. Lui voleva proprio questo. Era ciò che
aveva sempre voluto.
Se Liam avesse potuto esprimere un solo desiderio,
la cosa che avrebbe voluto di più al mondo, avrebbe
chiesto di rinascere. Questa volta nel corpo giusto, in
quello di una femmina.
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Capitolo 3
Mi sentivo come se mi avessero abbandonato in Siberia, senza la slitta. Saranno stati cento gradi sottozero e la scuola era distante quasi tre chilometri da
casa nostra. Avevo camminato neanche mezzo isolato
e i miei piedi erano già due ghiaccioli.
«Al diavolo, Liam» dissi a denti stretti. «Ti odio».
No, non era vero. E nemmeno lui mi odiava.
Ce l’aveva con la vita, con la sua vita. E io questo
potevo capirlo.
Doveva essere una sensazione orribile, essere costretto a vivere nel corpo sbagliato, avere questa specie
di doppia identità. Sapevo quanto ne soffrisse. Desideravo solo che non se la rifacesse su di me. Non era
colpa mia se io avevo il corpo che avrebbe voluto lui.
Io volevo avere il corpo di Britney Spears. Me l’avevano dato? No.
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Ok, d’accordo, stavo sminuendo la tragedia di Liam.
Ma che cavolo. Che freddo faceva…
Mentre i miei piedi ad ogni passo minacciavano di
rompersi in mille pezzi dentro le Nike, un solo pensiero si aggirava nella mia mente: perché quello fu l’ultimo anno che festeggiammo il compleanno di Liam e
Alyson tutti insieme? Doveva essere accaduto qualcos’altro. Ma cosa?
«Ecco qua» dice la mamma girando su se stessa e tenendo in equilibrio la torta con gli avambracci. È decorata in due modi diversi. Una metà raffigura un campo
da calcio con sopra dei giocatori in miniatura e l’altra
una ballerina tutta in rosa che volteggia su un lago.
Gli occhi di Liam si illuminano ed esclama: «Bello!
Posso averla?».
Vedo papà guardare la mamma. Lei evita lo sguardo.
«Raduna tutti».
«Hei Aly» grida Liam sugli scalini della veranda col
viso rivolto verso l’interno della casa. «Corri a vedere la
torta».
Cantiamo tutti insieme e mangiamo la torta. Sento
Liam supplicare Alyson di fargli tenere la ballerina. A
lei non importa granché, ora le piacciono gli unicorni.
Gliel’avrebbe data comunque, lui è il suo miglior amico.
Però le piaceva sentirlo supplicare. Proprio come a me.
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Li sento contare “Uno, due, tre, via!” e li vedo gettarsi
sui regali.
Mi siedo accanto ad Alyson che mi passa tutto ciò
che riceve. Gioielli, vestiti, mollettine per i capelli. Liam
osserva tutto attentamente e si lascia continuamente
scappare esclamazioni, mentre tocca e prende fra le
mani i regali di Alyson. Non vuole staccarsene e sento
mamma che dice un paio di volte: «Ora passalo, Liam,
così possono vederlo anche gli altri».
La pila di regali inizia a diminuire finché finalmente
non rimane più nemmeno un regalo da scartare. Ma
Liam sta ancora cercando qualcosa fra le carte dei regali. Affannosamente.
«Sono finiti, Liam» dice Alyson.
«No, non è vero».
«Te lo dico io, sono finiti».
Liam cerca sotto il tavolo, dietro la sedia, poi si gira
verso la mamma.
«Dove sono?»
«Che cosa?» gli chiede mamma.
Liam inclina il capo verso di lei. «Dai, mamma, i tuoi
regali per me».
«Ti abbiamo regalato il canestro da basket e la moto»
gli dice papà. «Non ti basta?»
«No, perché è un bastardo viziato» sputa Alyson.
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«Aly, basta!» la sgrida sua madre. La signora Walsh
arrossisce dalla vergogna e si porta una mano al viso.
Papà e il signor Walsh ululano divertiti.
Liam si alza di scatto, mani sui fianchi e dice: «Allora? Dove sono?».
Papà si sporge in avanti e afferra il pallone da basket. «Forza, andiamo a fissare il canestro così ti mostro
un bel lancio alla O’Neill» gli dice e gli tira la palla.
Liam l’afferra e la scaraventa a terra. «Io non avevo
chiesto questa. Dov’è il mio reggiseno?»
Un paio di bambine alle mie spalle ridacchiano.
Anche Alyson, ma si copre la bocca con una mano. E
anche la signora Walsh. Io no, non rido. Vedo Liam diventare paonazzo. Papà s’irrigidisce.
Liam indietreggia e io faccio lo stesso. Quell’espressione sul volto di papà…
Liam allora si volta verso la mamma. «Sei tu che mi
hai chiesto cosa volevo e io te l’ho detto».
Poi accade tutto così velocemente. Papà afferra la
mano di Liam e lo strattona così forte che per un attimo
temo quasi gli abbia staccato il braccio. Lo trascino verso
casa. Il suo respiro affannoso mentre dice: «Io e te dobbiamo fare due chiacchiere, ragazzino».
Liam piagnucola: «No, papà».
Papà lo scorta fin sulle scale e dentro casa.
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La mamma e la signora Walsh iniziano a pulire il
tavolo mentre le bambine si radunano tutte intorno ai
regali di Alyson. Aly mi prende da parte e mi sussurra
all’orecchio: «Liam mi fa tanto ridere, a te no?».
Io annuisco. Mi sforzo di sorridere.
Lei si morde un labbro pensierosa con lo sguardo rivolto all’entrata della casa. «Io lo sposerò un giorno, sai?
Così io e te saremo sorelle» dice stringendomi la mano.
Ricambio la stretta.
Io ce l’ho già una sorella, penso.
Lo pensai davvero? Se io riuscivo a vedere la ragazza che Liam aveva dentro, perché papà e mamma
non ci riuscivano? Perché nessun’altro ci riusciva?
Qualsiasi cosa papà gli avesse mai detto, da quel
giorno nell’universo di Liam si aprì uno squarcio. Un
buco nero si spalancò sotto di lui e lo inghiottì. E inghiottì anche lei, Lia Marie – quello era il nome che
aveva scelto. Lei iniziò a ritirarsi, ad accartocciarsi, a
chiudersi in se stessa.
Sarebbe stato per sempre? No, non avrebbe resistito
a lungo. Era assurdo. Aveva solo nove anni e chiese un
reggiseno. Io aspettai di averne undici per trovare il
coraggio di chiederne uno a mamma.
Sentii un rumore di ruote stridere accanto a me e
per riflesso saltai un cumulo di neve a lato della strada.
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I miei occhi incrociarono quelli di Liam che mi
guardava dal finestrino della sua macchina. Mi fece
cenno con il mento di salire.
L’idea di farlo supplicare mi tentava. Oh, al diavolo.
Avevo già perso tre dita del piede nella morsa del
ghiaccio.
Montai sulla Spider. Almeno aveva la cappotta
chiusa oggi. A volte la lasciava giù, anche d’inverno.
Era come se non sentisse il freddo, come se il suo
corpo non fosse collegato al cervello.
Restammo in silenzio, io tutta intenta a riattivare la
circolazione nelle dita, Liam con lo sguardo fisso davanti a sé, uno sguardo vuoto.
Mentre salivamo su Heart Attack Hill, la Horizon
High emerse dall’orizzonte come Atlantide, la città perduta, per poi riaffondare nel mare non appena la superammo.
«Liam, fammi scendere» gli dissi e il panico s’impossessò di me. «Devo andare a scuola oggi. Ho una
verifica e una relazione di Storia da consegnare».
Per non parlare poi di Chimica, e così non lo feci.
«Liam!»
«Non posso farlo» mormorò ignorando uno Stop.
«Voglio ucciderlo».
«Chi? Papà? Ti do una mano io. Ma non oggi, ok?»
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Liam cambiò corsia e imboccò la rampa dell’autostrada. Perfetto. Ci risiamo. Lui potrebbe fare forca un
giorno sì e uno no ed avere lo stesso tutte A. Con il
curriculum che si ritrova, sono i college a fargli la corte
per averlo. Se io salto un giorno, mi bocciano. L’unico
college a cui potrei essere ammessa è l’F.U.
«Liam…»
«Non si tratta di papà» disse immergendosi nel
traffico. «Si tratta di me. Voglio uccidere me».
Sospirò, stanco.
Odiavo quei momenti, quando entrava in fase depressiva, da suicidio. La sua sofferenza era così tangibile da farmi stare male.
Rannicchiata nel mio parka, che nulla poteva contro il freddo, mi rassegnai all’idea di ripetere il secondo
anno. E allora? Cosa vuoi che me ne importasse della
scuola? Dovevo salvare mio fratello da se stesso. Liam
uscì all’altezza della Broadway e si fiondò verso uno
Starbucks. Restammo seduti in macchina, nessuno dei
due dava cenno di voler scendere.
«Cosa ci facciamo qui?» chiesi alla fine.
Liam non rispose. Gli indicai un cartello affisso alla
porta. «“Cercasi aiutante”. Che sia un invito? Dici che
dovrei fare la barista? Probabilmente sarà l’unico lavoro che potrò fare, se mi bocciano».
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Non sembrava interessato. Tolse le chiavi dall’interruttore d’accensione e uscì dall’auto sulle sue lunghissime gambe. Lo seguii, come se fossi il suo cane.
Liam ordinò un Latte e io un Mocha. Ma poi, dato che
pagava lui, tornai indietro per prendere una focaccina
ai mirtilli. Ci sedemmo davanti alla finestra, sorseggiando dalle nostre tazze e osservando il mondo che
passava.
Il mondo reale contro l’universo parallelo che Liam
si era creato. Non riuscivo a smettere di pensare che
avrei dovuto essere a scuola in quel momento. Dovevo
andare a Chimica. Una donna stava attraversando il
parcheggio, trascinando una federa stracolma, diretta
a una lavanderia self service. In quel momento un
grassone uscì di lì, tirandosi dietro un bambino che
stava dando in escandescenza. Scalciava e piangeva
come un ossesso. Non riuscivamo a sentire cosa il
padre – o chiunque fosse – gli stesse urlando, ma c’era
da immaginarselo.
Liam disse: «Vedi? Quel bambino crescerà con l’ossessione di rendere orgoglioso di sé il padre».
Io sbuffai. «Liam…»
Come una nave che affonda, Liam iniziò a inclinarsi
finché la sua testa non si posò sulla mia spalla. «Cosa ne
sarà di me, Re’?» disse. «Io sto morendo dentro».
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Oddio, no. Basta. Feci scivolare un braccio intorno
alle sue spalle ossute e lo strinsi a me, tenendogli la
mano sulla testa. «Andrà tutto bene».
«No, non è vero. Niente andrà mai bene».
«Lia Marie…»
«Luna».
«Eh?»
«Mi chiamo Luna»
«Ah, ok. Luna». Mi ci sarebbe voluto un po’ per abituarmi al suo nuovo nome.
All’altro capo del tavolo, un tipo trasandato che
aveva scritto al computer tutto il tempo, alzò lo
sguardò e ci fissò. Io lo guardai e spalancai gli occhi
come a dire: “Problemi?”.
Lui distolse lo sguardo e riprese a scrivere.
Liam sollevò la testa e si raddrizzò sulla sedia.
«Ogni giorno è sempre la stessa storia. Devo nasconderla, seppellirla, trattenerla dentro di me. È davvero
troppo. Non ce la faccio».
Non metterti a piangere, pensai. Ti prego, non farlo.
«Quando le persone mi guardano, non vedono ciò
che sono realmente. Non possono, perché il mio
aspetto è quello che è» disse passandosi una mano sul
petto.
Cosa avrei dovuto dirgli? Quante volte avevo sen-
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tito queste parole? «Bella quella maglietta» dissi, cercando di sollevargli l’umore. «È nuova?»
Ma lui mi guardò con occhi di ghiaccio.
«Scusa».
«Nessuno saprà mai chi sono dentro. Chi sono davvero. La ragazza, la donna che vive in me. Tutto ciò che
vedono è questo… questa nullità».
«Tu non sei una nullità» saltai su io. «Tu sei una
persona. Tu sei Liam».
«Liam» ripeté con un risolino. «E che cos’è? Una caricatura di me stesso. Un burattino, un pupazzo, un
cartone animato. Sono il figlio in versione macho che
papà ha sempre voluto».
«Smettila di pensare a papà» gli dissi. «A lui che importa? Non devi giocare a baseball se non vuoi, capito?»
Liam abbassò lo sguardo e il suo mento toccò lo
sterno. «Ho bisogno di farla uscire, Re’».
«Cosa intendi dire? Come?»
«La sto soffocando. Non è lei la parte di me che voglio eliminare. Tutto questo affanno per sopprimerla,
tenerla nascosta, imprigionata. Tutto questo mentire,
fingere. Non ce la faccio più». Scosse la testa. «Non ce
la faccio». Poi sollevò lo sguardo e disse «Non passerà
mai. Non importa quanto io ci speri o preghi perché
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succeda. Lei sarà sempre con me. Lei è me. Io sono lei.
Io voglio essere lei. Io voglio essere Luna».
«Ma lo sei» dissi. «Puoi esserlo».
«No. Intendo dire sempre. Io voglio essere libera.
Voglio affrontare la transizione».
Transizione? Non aveva mai usato quella parola
prima d’ora. Transizione significava cambiamento.
Come dire, spostarsi da un luogo a un altro. Ma come?
Dove?
Studiava il mio viso, cercava i miei occhi. «Tu mi
capisci, vero Regan?» mi chiese.
«Mmm, sì» mentii. Ne aveva parlato altre volte,
aveva parlato di questo suo desiderio di liberarsi. Un
sacco di volte. Ma si era sempre limitato a parlarne e
basta.
Mi stava ancora guardando. Mi fissava. Mi faceva
sempre sentire a disagio quando faceva così. Presi un
pezzo di focaccina e iniziai a mangiucchiarlo. Sapeva
di vecchio. «È questo che vuoi?» dissi passandoglielo.
«Aveva ragione mamma. Sembri davvero uno zombie. Un po’ di Preparazione H farebbe sparire quelle
borse».
«Dacci un taglio» sbottai. «Ce l’ho per colpa tua».
«Ehi, ti piaceva la parrucca bionda che mi sono
messa stamattina?» disse illuminandosi per un istante.
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«Secondo me sta bene col rosso, anche se è un colore un po’ troppo vistoso. Troppo platino. E decisamente eccessivo per un look casual. Meglio quella
castana coi ricci. Non credi?»
Se iniziava a parlare di capelli e vestiti, non ce ne
saremmo mai andati di lì. «Devo tornare a scuola, Lia»
dissi dando un’occhiata all’orologio. Le nove e quarantacinque.
Se correvamo come pazzi, forse ce l’avrei fatta ad
arrivare in tempo per la lezione di Storia. E poi avrei
solamente dovuto ripetere metà anno.
Sospirò. «Luna. Sei così egoista ed esigente».
«Ah, io? E tu no?» Cosa c’era di egoista nella mia
richiesta poi?
«Chi, io?» disse sbattendo le ciglia e sfiorandosi il
petto con la mano.
Quant’era strana.
«Ma tu non hai lezione?» le chiesi mentre avvolgevo la focaccina in un fazzolettino per gettarla via.
«Un seminario» rispose. «La frequenza non è obbligatoria».
Trangugiando ciò che restava del suo Latte, scivolò
giù dallo sgabello e aggiunse: «Ti andrebbe di passare
prima da Wall-Mart così mi compri della biancheria
intima? La mia si sta ingrigendo».
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La spinsi verso l’uscita. «Devi usare la candeggina
per lavare i bianchi».
«Così mi è stato detto» disse voltandosi indietro.
«Sono solo una ragazza, non una regina della casa
come te».
Le piantai una nocca sulla spalla. Di questo passo
non saremmo arrivati a scuola prima di mezzogiorno.
E vabbè. Già non era il massimo per lei portare la sua
biancheria femminile alla lavanderia self service. Io
non gliela lavavo sicuro. Non mi dava fastidio comprarle mutandine e reggiseno, ma lavarglieli… bleah.
Salimmo sulla Spider. Liam tirò fuori il portafoglio
dalla tasca e mi allungò un ventino. «Prendimi delle
mutande a vita alta beige, se le hanno. Altrimenti bianche. Taglia 40».
«Taglia 40» ripetei facendole il verso.
Sorrise, mentre sfilavo la banconota dalle sue due
dita. Mi dava terribilmente noia che portasse un taglia
più piccola della mia – e lo sapeva.
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Capitolo 4
Arrivammo a scuola verso l’ora di pranzo. Quella di
Liam, perché la mia era già terminata. Mi lasciò per andare a cercare Alyson alla caffetteria mentre io mi trascinai su per le scale, verso l’aula di Scienze. Più mi avvicinavo, più mi veniva da vomitare.
Odiavo il liceo. E lui odiava me. Tutto quel continuo
radunarsi, fare sport, tutto quel fermento che c’era nell’aria, al quale io non partecipavo mai. Tutti quegli amici
che ridevano e scherzavano nei corridoi. Il liceo prendeva
quel divertimento che non mi apparteneva e me lo sbatteva in faccia. Solo perché… No. Non era vero. Non era
colpa di Liam. Era una mia scelta, il mio stile di vita.
La quinta ora era già cominciata, perciò strisciai
dentro a testa bassa, sperando che il signor Bruchac continuasse a blaterare senza far troppo caso a me.
Lezione.
Vittime della noia i corpi cadevano come mosche.
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Non fui così fortunata. Bruchac era seduto alla cattedra e dovetti passargli davanti. Mi spiò da sopra gli occhialini, assicurandosi di incrociare il mio sguardo, poi
spuntò il mio nome nella sua lista delle presenze.
Bastardo.
Se c’era una lezione che avrei voluto saltare era quella,
ma non potevo, non quel giorno almeno. Oggi iniziavano
i laboratori. Bruchac ce lo diceva da un mese, dall’inizio
del semestre, che dovevamo scegliere con cura il nostro
compagno di esperimenti. Per tutto il resto del semestre
avremmo vissuto e respirato Chimica con quella persona,
ci disse, ecco perché dovevamo scegliere bene.Avremmo
lavorato a stretto contatto.
A stretto contatto. Contatto. Quella parola faceva
sempre partire una sirena d’allarme nella mia testa. Il nostro voto finale dipendeva da come avremmo lavorato insieme, dal contributo totale. Non era questa la parte che
mi spaventava, perchè io avrei contribuito al cento per
cento. Ogni giorno ripetevo mentalmente il calcolo. Eravamo ventitré. Diviso due. Uno sarebbe rimasto fuori.
Cioè io. Mi sarei offerta volontaria per lavorare da sola.
Nessun problema. La mia vita sarebbe stata molto più
semplice.
In cima alla classe, Bruchac stava ripetendo per l’ennesima volta che i compiti di laboratorio dovevano essere
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firmati da entrambi i compagni, che ognuno doveva portarsi il proprio materiale per scrivere e che chi fosse sorpreso a barare avrebbe ricevuto automaticamente uno
zero.
«Un uovo d’oca» si alzò e andò a disegnarlo alla lavagna. «E questo, signori, non è il simbolo dell’Ossigeno».
Che cretino. Indossava giacca e cravatta tutti i giorni e
non ci sarebbe stato niente di male, se solo c’entrassero
qualcosa l’uno con l’altra. Metteva giacche a scacchi con
camicie a righe, come se avesse formato il suo guardaroba
con i saldi di Barnum & Bailey. Non che io fossi la ragazza
più alla moda dell’anno ma lui proprio non aveva un’idea.
La maggior parte degli altri insegnanti portava i jeans.
«I test possono essere ripetuti una volta sola» disse
Bruchac. «Ma se non vi presentate a uno di essi, dovrete
fare ben altro che implorarmi per farvelo rifare».
Oh ah ah. Stavo incidendo il simbolo dell’infinito nella
copertina del mio blocco per gli appunti, quando arrivò il
momento che temevo tanto. Bruchac annunciò: «Senza
fare troppa confusione, sceglietevi un compagno e individuate la vostra postazione».
Avevo lo stomaco sottosopra. Diedi un’occhiata furtiva intorno a me. Conoscevo molte delle persone presenti. Non bene, naturalmente, ma ero cresciuta in quel
quartiere. I miei unici veri amici erano Alyson e Liam e mi
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bastava. Davvero. Non avevo bisogno di centinaia di
amici. A volte avevo persino la sensazione che io e mio
fratello condividessimo un’unica vita. La sua. Eravamo
due cavità estranee al loro corpo.
I miei occhi si soffermarono su un tizio solitario che
avanzava verso di me aprendosi un varco fra gli altri. Mi
girai di scatto. Oh no, signore, per favore no. Pregai che il
mio scudo dell’invisibilità mi avvolgesse. Non Hoyt
Doucet. Lui sì che era malvagio. L’incarnazione di Satana.
Lo detestavo così tanto. Era l’incubo di Liam da quando i
Doucet erano venuti a stare in fondo alla strada qualche
anno prima. Erano andati a vivere nella vecchia casa di
Alyson, quando i Walsh avevano fatto i soldi e si erano
trasferiti. Per tutta la terza media Liam era dovuto uscire
da scuola mezz’ora prima per evitare le angherie di Hoyt
Doucet.
Se mi avesse chiesto di essere la sua compagna di laboratorio, ero certa che gli avrei vomitato addosso tutta la
focaccina. Il che sarebbe stato un piacere.
Sentì un colpetto sulla spalla. «Vuoi lavorare insieme
a me?»
Mi voltai, pronta a espellere la mia colazione. Ma Hoyt
mi passò davanti e proseguì, lasciando dietro di sé una
scia di puzza di fogna. Guardai con più attenzione.
Quelle parole erano uscite da delle labbra, che mi sta-
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vano sorridendo, e da una testa inclinata che poggiava su
un collo che a sua volta continuava in un corpo. Nulla di
strano. Un corpo solido come la roccia, da capo a piedi.
«Che ne pensi? Saremo il duo dinamico. O meglio, dinamitardo. Facciamo esplodere il laboratorio. Boom!»
disse ridendosela.
Stavo sognando. E questo chi era? E soprattutto, come
aveva fatto a penetrare il mio scudo dell’invisibilità?
«Dici a… me?» gracchiai, portandomi una mano al
petto.
Bruchac ruggì: «Possiamo farcela in giornata, gente?
Avete trenta secondi per trovare il vostro topo da laboratorio e una postazione».
Scostai lo sgabello e rimasi in piedi. Sconvolta. Il ragazzo, cioè un ragazzo in carne ed ossa, mi fece cenno di
seguirlo. Penso che l’avrei seguito anche attraverso una
nube tossica di monossido di carbonio.
Era semplicemente, troppo bello.
«Va bene qui?» mi chiese, indicando una postazione
libera vicino alla tavola periodica.
Ero paralizzata. Riuscii solo a fare sì con la testa.
«Io sono Chris» disse.
«Eh… Regan» la mia voce aveva un suono esile, debole, proprio come mi sentivo io in quel momento.
«Sono nuovo qui» disse appoggiando una gamba sullo
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sgabello. «Anche tu? Avevi la mia stessa espressione,
quando Bruchac ha detto che dovevamo trovarci un compagno».
«No, sono solo una sfigata senza speranza».
«Sì, come no» disse con faccia sospetta. Il suo sguardo
scavava in profondità, causando un istantaneo innalzamento della mia temperatura corporea. Mi stava forse studiando?
Oddio. E se lo stesse facendo davvero? Avevo la maglietta macchiata di caffè.
La paura mi si conficcò nella spina dorsale come un
pungiglione. Inaspettatamente, le mie corde vocali decisero di funzionare. «Hai ancora dodici secondi» dissi
dando un’occhiata all’orologio «per cambiare idea. Scegli
qualcun altro, se hai a cuore la tua reputazione».
«Io ho scelto te. Sono pronto a pagarne le conseguenze» disse col labbro leggermente sollevato da un lato.
Mi sciolsi. Una gigantesca fusione nucleare. Avevo
mentalmente ripetuto la scena così tante volte – io che mi
nascondevo finché tutti non avessero scelto il loro compagno e poi assicuravo a Bruchac che non avevo nulla in
contrario a lavorare da sola, facendolo sembrare assolutamente vero – che ora stentavo a credere che le cose stessero andando diversamente.
Forse avei dovuto darmi un pizzicotto? O darlo a lui?
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Il silenzio fra noi crebbe come se nessuno dei due sapesse cosa dire o fare. Il timore che fossimo due specie incompatibili mi attraversò la mente. Lo eravamo. Lui era
umano. Chris? Si chiamava così? Stava aprendo e chiudendo il rubinetto. Giocava con l’acqua. Mi schizzava, poi
rideva. Mi punzecchiava.
Forse potevo farcela, cioè, non è che stessimo uscendo
insieme o roba simile. Dovevo fare la simpatica e schizzarlo a mia volta? Non avevo la minima idea di come ci si
comportasse con un ragazzo. Cosa si diceva in queste situazioni? Era sbagliato uscirsene con una cosa del tipo “i
tuoi capelli sono bellissimi”? Perché lo erano davvero, neri
come l’inchiostro e lisci come seta. Un ciuffo gli ricadeva
sull’occhio destro. L’altro brillava, luccicava, ammiccava.
Dacci un taglio, Regan. Mi allontanai da lui e aprì il
mio quaderno.Avrei dovuto fare commenti sul suo abbigliamento? Mi piaceva, cioè. Poteva aversene a male, però,
avrebbe potuto pensare che lo stessi prendendo in giro. I
suoi vestiti non erano particolarmente belli o nuovi. I
jeans erano rotti sotto la tasca davanti e la camicia a maniche lunghe aveva i polsini consumati. Aveva mani
enormi, notai. E del grasso di motore sotto le unghie.
Grasso vero.
Mi venne in mente quella volta che Liam era in seconda superiore e aveva trovato lavoro da Jiffy Lube. Non
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durò a lungo.Aveva accettato solo per compiacere papà e
la sua idea di vero uomo.
Almeno se papà gli avesse chiesto cos’era quello sporco
sulle pellicine delle unghie, avrebbe sempre potuto rispondere che era grasso di motore.
Sì, come no, Liam. Grasso rosa.
Per fortuna papà non glielo chiese mai.
Mentre Bruchac ci spiegava il nostro primo compito,
scarabocchiando equazioni alla lavagna che avrebbero
benissimo potuto essere appunti in Swahili, Chris si era
incantato a guardare l’effetto dell’acqua che scendeva sul
suo pugno semiaperto.
Avrebbe ipnotizzato anche me per tutto il giorno se
non fosse stato per la voce di Bruchac che ruppe l’incantesimo.
«Prima di iniziare» disse «nel primo cassetto troverete
un fascicolo con su scritto “Misure di sicurezza per il laboratorio”. Prendetelo e leggiamo insieme».
Afferrai la maniglia del cassetto e tirai, ma era bloccato. Gli detti uno strattone ma niente. Chris provò a forzarlo. Niente da fare. Si chinò per dare un’occhiata sotto,
mentre io facevo leva sulla gamba della cassettiera e tiravo la maniglia. Il cassetto si aprì di scatto, colpendo la
fronte di Chris che grugnì e si tirò indietro, perdendo
l’equilibrio e atterrando sul sedere.
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Lo sgabello ondeggiò e gli cadde addosso.
Tutti scoppiarono a ridere.
Io mi sentii morire.
Mentre scendevo dallo sgabello per aiutarlo, lui riuscì
a rimettersi in piedi. «Stai bene?» chiesi.
«Sì, tutto ok» rispose Chris.
Allungai una mano per togliergli via un po’ di polvere
di dosso. Dio mio, lo sfiorai quasi.
«Scusa» bofonchiai mentre lui si rimetteva seduto
sullo sgabello. «Mi dispiace. Ti sei fatto male?»
«Sto bene» disse richiudendo il cassetto con violenza.
Sembrava su tutte le furie.
«Mi dispiace».
Si riassestò sul suo sgabello.
«No, davvero, mi dispiace. Stai bene? Cioè, voglio dire,
scusa. Non credevo che…»
«Regan, sto bene» disse gelandomi con lo sguardo.
«Regan…» disse di nuovo con un sorriso. «Mi piace il tuo
nome».
Il mio nome. Pronunciato dalle sue labbra aveva un
suono strano. Sembrava quasi… carino.A me non era mai
piaciuto. Sembrava un cognome, di sicuro non un nome
da ragazza. No, non era arrabbiato. Bene.
Bruchac ci stava osservando da sopra gli occhialetti.
Lui sì, che era arrabbiato. Oops. Senza perderci d’oc-
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chio un secondo, Bruchac continuò la sua filippica. Stava
enunciando il consiglio di sicurezza numero 4, quando il
mio cervello si rimise a funzionare. «”Segnalare tutti gli
incidenti. Nessuno di essi, per quanto piccolo, va trascurato. Cinque. Individuare le uscite di sicurezza”. Signor…»
disse Bruchac scannerizzando il registro «Garazzo. Potrebbe indicarci le uscite di sicurezza?».
Chris sussultò accanto a me e indicò le due porte con
le sue lunghissime braccia. «Anteriore. Posteriore» poi incrociò le braccia e continuò «e laterali. Le uscite d’emergenza devono essere sempre lasciate libere».
Soffocai una risata. Bruchac sospirò rassegnato. «“Bisogna indossare gli occhiali di sicurezza» disse ancora
«come quelli antischizzo, quando si maneggia qualsiasi
tipo di sostanza chimica che possa recare danno agli
occhi”». Bruchac si fermò e alzò lo sguardo dal foglio.
«Ciò significa sempre. Mi dispiace, ragazze. Questa è la
legge. La chimica non è un concorso di bellezza».
Oddio, pensai. A proposito di maschilisti.
Chris sussurrò: «Porco».
Iniziava proprio a piacermi. Lui, non Bruchac.
«“Inoltre, in laboratorio è obbligatorio legarsi i capelli
per proteggerli dal fuoco o dai macchinari”.Avete capito»
disse spalancando gli occhi verso di noi «ragazze?».
Ma dai. Anche i ragazzi avevano i capelli lunghi.
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Improvvisamente avvertì un formicolio alla testa.
Chris stava facendo dondolare una ciocca dei miei capelli
sul Becco di Bunsen. «Psss» fece. e io risi forte. Troppo
forte.
Bruchac ci inchiodò con uno sguardo letale. Chris e io
ci facemmo piccoli nelle spalle, ma non riuscimmo a
smettere di ridacchiare.
Mentre Bruchac si aggirava per la stanza, prendendo
nota delle coppie che si erano formate e consegnando il
primo compito di laboratorio, Chris iniziò a studiare il
contenuto dei nostri cassetti. Quando trovò gli occhialini,
me li porse. «Devono essere indossati sempre» fece il
verso a Bruchac. «Questa è la legge, ragazze. La chimica
non è un concorso di bellezza». Poi se li mise, aggiustandosi la fascia elastica in testa e io feci lo stesso.
Ci guardammo attraverso la plastica trasparente e
scoppiammo di nuovo a ridere. Io perché non capivo più
nulla. Lui perché sembravo una secchiona.
Bruchac si fermò davanti alla nostra postazione, ci
fissò e spuntò i nostri nomi sulla lista.A giudicare da una
prima impressione, il divertimento non era contemplato
dalla tavola periodica. Ci allungò il compito e passò oltre.
Chris si appiccicò il foglio agli occhialini dicendo: «Da
dove dobbiamo cominciare? Qui non si legge niente».
Era una fotocopia terribile, come se Bruchac non fosse
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riuscito a cambiare il toner della stampante. Gli diedi
un’occhiata e lessi a voce alta «“Inventario del materiale.
Familiarizzate col materiale da laboratorio. Contate i tubi
e le pipette…”»
«Ah… le Pipettes?» disse Chris guardandosi intorno.
«Sono qui?»
Stavo per dargli uno schiaffetto ma mi fermai in
tempo.
«È una buona scuola questa?» chiese poi, improvvisamente serio. «Cioè, mi sono trasferito qui per giocare a
football perché la Horizon si è distinta lo scorso anno. Hewitt è una specie di leggenda. Ucciderei per giocare per
lui. Com’è la gente qui? Ho sentito dire che ci sono sempre
un sacco di feste».
E lo chiedeva a me? La mia vita sociale si poteva riassumere in una parola: vuoto assoluto.Vabbè, sono due parole, ma ho reso l’idea. «Sì, è un casino» dissi. Questo era
almeno ciò che avevo sentito dire da Liam e Aly che alle
feste venivano invitati.Aly riceveva più inviti di Liam e lo
trascinava con sé quando lui ne aveva voglia.Anche Liam
aveva un sacco di amici, comunque.Amiche più che altro.
Sentii lo sguardo di Chris su di me. Che voleva? Mi fissava e basta, i suoi occhi neri scavavano buchi su un lato
del mio viso.
Distolse lo sguardo.
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Era arrossito? Credevo che solo le ragazze arrossissero.
Liam arrossiva, ma lui era una ragazza.
«Scusa. È solo che sei così…» balbettò Chris.
Imbarazzata? Fuori di testa?
«State organizzando il vostro matrimonio o cosa?» la
voce di Bruchac fu come un’esplosione alle nostre spalle.
Sussultammo entrambi.
«Immagino che vogliate finire il compito prima della
fine della luna di miele».
Mi voltai. La cravatta di Bruchac, che mi dondolava
davanti alla faccia, catturò tutta la mia attenzione. Era ricoperta, per tutta la lunghezza, di centinaia di piccole Titti
ricamate in colori sgargianti. Ma per favore. Perché non
dichiarare direttamente di essere uno dei Looney Tunes?
«Tu sei la sorella di Liam O’Neill, vero?» disse Bruchac.
Mi rigirai dall’altra parte.
«Ho collegato solo ora!» aggiunse.
Finiscila, pensai. Ogni semestre evitavo accuratamente
di frequentare lezioni tenute da ex professori di Liam,
dato che lui era una specie di bambino prodigio. Gli scienziati avrebbero dovuto pubblicare la prova definitiva che
essere geniali non è una caratteristica geneticamente trasmissibile. Sin dal primo giorno di scuola, ho sempre avvertito il peso di dover essere all’altezza di una sorella
maggiore. Lei era più intelligente, carina, gentile – o lo sa-
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rebbe stato se solo avesse potuto rivestire il ruolo che voleva. Le orme di Liam erano decisamente troppo avanti
perché io potessi seguirle. E poi continuavo a inciampare
nelle sue scarpe col tacco.
Bruchac fece il giro della nostra postazione, puntando
un dito dritto verso di me; a dire il vero, me lo agitava davanti alla faccia, come a dire “Ora so chi sei, ragazzina”.
Merda. Ma perché doveva essere l’unico insegnante di
Chimica I?
Bruchac si rivolse alla classe: «Mi aspetto molto da ciascuno di voi». E a voce un po’ più bassa, aggiunse «Soprattutto da te, signorina O’Neill, ora che so». Poi rotolò
verso la cattedra.
Chris mi guardava con un sopracciglio sollevato.
«Non fare domande».
Sottovoce allora mi disse: «Nella C.C.P, metto Bruchac
al primo posto».
Sbuffai. «La C.C. cosa?»
«Classifica Cazzoni Patentati».
Mi misi a ridere. Aveva proprio ragione.
Ci mettemmo al lavoro. Eravamo tutti intenti a contare tubicini e pipette, quando Chris allungò una mano
per prendere il foglio dell’inventario e scrisse in fondo:
Zia
Marica
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Lo guardai senza capire. «Eh?»
«Dillo» mi suggerì. «Ripeti le parole ad alta voce.
Quando ci arrivi, fammelo sapere». Poi attaccò due pipette su entrambi i lati di un becco.
Lo lessi ad alta voce: «Zia Marica». E di nuovo. «Zia
Marica…»
Ecco, ci ero arrivata. Scoppiai a ridere. Non riuscivo
più a smettere. Piangevo dal ridere. Me la ridevo tanto che
contagiai anche Chris e fummo costretti ad abbassarci per
sparire dalla visuale di Bruchac.
La campanella ci salvò. «Restituitemi il vostro inventario e per oggi è tutto» disse Bruchac alzando il tono di
voce mentre suonava la campanella.
Chris si alzò e tentò di cancellare il suo “Zia Marica”
dal foglio dell’inventario. Allora glielo strappai di mano,
corsi alla cattedra e lo sbattei in cima alla pila dei compiti
di Bruchac, sfoderando un sorriso esagerato. Bruchac restituì il sorriso, un po’ incerto.
Perfetto.
Sulla soglia mi voltai e mi esibii in un vero sorriso che,
attraversando in volo la classe, raggiunse Chris. Aveva
l’aria un po’ spaventata, ma ero sicura che non ci fosse
nulla di cui preoccuparsi. Bruchac non ci sarebbe mai arrivato. E anche se l’avesse fatto, avrebbe sicuramente capito tutt’altro… io non ero Liam.
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Capitolo 5
Mi sentivo ancora come se avessi la testa dentro a un
palloncino, avvolta nell’elio, quando attraversai fluttuando
la soglia di casa di ritorno da scuola.Wow, avevo un compagno di laboratorio. Spalancai la porta del seminterrato
e le luci tremolarono. Da in cima alle scale chiamai: «Ehi».
Liam aveva escogitato un sistema d’allarme – una misura di sicurezza contro le intrusioni, in caso qualcuno si
fosse avventurato di sotto mentre lui si vestiva da Lia
Marie. Chiedo scusa, Luna. Era congegnato in modo tale
che le luci andassero e venissero ogni volta che qualcuno
entrava. Era una cosa che faceva impazzire papà. Per mesi
aveva controllato l’impianto elettrico per scoprire se si
trattasse di cortocircuito, ma non era mai riuscito a venirne a capo. In caso le luci fossero state spente, Liam
aveva pensato a un effetto sonoro che imitasse il suono di
passi giù per le scale. Cric, cric, cric.
Sembrava di essere in Transilvania.
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Liam era attento. Paranoico, più che altro. Non era mai
stato beccato. Non da mamma o papà, almeno.
Mi sembrava un disturbo eccessivo. Le unità parentali
identificavano il seminterrato per lo più come area privata di noi ragazzi. Qui sotto c’erano le nostre camere, il
nostro bagno più una stanza grande che usavamo come
salotto per svagarci o guardare la tv. Mamma e papà raramente si avventuravano di sotto, e quando lo facevano
si annunciavano sempre prima. Lo facevo anch’io automaticamente. Comportamento che, a pensarci bene, era
un po’ insolito da parte di genitori. Non dovrebbero andarsene in giro, ficcando il naso dappertutto, invadendo
i tuoi spazi? I genitori di Aly lo facevano, motivo per cui
lei era sempre da noi.
Come sempre,Alyson era nel seminterrato a giocare ai
videogame con Liam. Uno dei suoi tanti lavori era quello
di testare videogame. La compagnia, Games People Play o
come diavolo si chiamava, scaricava versioni beta di tutti
i nuovi giochi che concepivano le menti cibernetiche dei
suoi dipendenti e poi li passava a Liam. Il suo compito era
quello di superare tutti i livelli, valutarli, dare un voto sul
grado d’intrattenimento, sulla grafica, sulla facilità o difficoltà di interazione per l’utente. In realtà lui si concentrava soprattutto sul tentativo di mandare in crash il sistema. E normalmente ci riusciva. Lui era quello a cui si
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rivolgevano i cervelloni per craccare un codice o distruggere un bug. La compagnia lo pagava fior fior di quattrini
per questo. Il loro piccolo mago, ecco come lo chiamavano.
Dalle casse montate in alto, provenne un urlo che
squarciò il silenzio: Aaah!
Era la voce di Alyson. Feci di corsa gli ultimi scalini.
«Tutto ok?» gridai mollando lo zaino ai suoi piedi. «Che
succede?»
Lei si girò per un secondo e disse: «Mi ha vaporizzato».
Poi tornò a fissare il monitor, smanettando col joystick.
«Al diavolo, Liam. Com’hai fatto a trovarmi?» disse
Alyson.
Questa volta fu la voce di Liam a provenire dalle casse:
«Ha. Ha. Ha». Una risata sinistra. Da far venire i brividi.
Liam spinse una serie di bottoni sul joystick e io mi
accovacciai accanto a Aly per studiare il monitor. I personaggi in gioco erano cloni di Alyson e Liam, identici
perfino nell’abbigliamento. «Come si fa?»
Nessuna risposta. Una palla di fuoco fuoriuscì da un
bazooka che Liam aveva caricato.
Alyson stava correndo giù per una stradina ma la palla
fiammante la colpì in pieno alla schiena.
Il suo urlo mi perforò i timpani. Il sangue sporcò lo
schermo, scivolando giù lentamente.
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Il clone di Aly si dissolse mutando in un’informe
massa verde. «Ma che cavolo, Liam» protestò Aly, quella
vera. «Dammi tregua, almeno».
La risata di lui riecheggiò di nuovo: «Ha. Ha. Ha».
Liam le rivolse un sorriso furbetto. «Sei fritta, piccola».
«Che gioco è?» chiesi ancora una volta.
Alyson scaraventò il suo joystick a terra e rispose.
«Una cosa che Liam sta progettando. L’ha concepito in
maniera tale da poter essere lui l’unico vincitore» disse
Alyson alzandosi.
«Non è vero» disse Liam, inserendo il suo punteggio e
quello di Alyson. «I personaggi hanno la possibilità di imparare dai propri errori. Sfortunatamente, tu fai sempre
lo stesso. Te l’ho detto, Aly, stai alla larga dalle stradine
buie».
Lei gli diede uno scapaccione. «Uccidilo per me,
Regan, vuoi?» disse vagando per la stanza.
Mi chinai per raccogliere lo zaino. «Dovrai farlo senza
il mio aiuto».
Liam sollevò lo sguardo di scatto e mi fissò.
«Volevo dire…» balbettai. Stupida. Stupida, stupida,
stupida, stupida.
Liam tornò a concentrarsi sulla classifica.
«Avete deciso?» disse Alyson a qualcuno alle mie
spalle.
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Mi voltai e vidi che non eravamo soli nel seminterrato.
C’erano altre due ragazze che non avevo notato, quando
ero accorsa per salvare Aly. Erano accovacciate sul tavolino che fungeva anche da uffico di Liam.
L’altro suo lavoro era costruire PC per la gente. Prendeva ordini e assemblava l’hardware nel seminterrato.
Come dicevo, era un cervellone.
Grandioso. Dei clienti. Io volevo chiudermi in camera
e mettere su il mio CD della Carmen, spararlo a tutto volume e perdermi fra le sue note: L’amour est un oiseau rebelle. L’amore è un uccello ribelle. Potevo anche scordarmelo adesso. Alyson non aveva nulla da ridire sulla mia
ossessione con l’opera – sebbene la chiamasse “un’inclinazione innaturale”, un’espressione che aveva ovviamente
preso in prestito da Liam. Non volevo che girasse troppo.
Come se a qualcuno importasse qualcosa delle mie
passioni.
«Quanto mi faresti per uno scanner?» disse una delle
ragazze avvolgendoSI una ciocca di capelli intorno all’ indice. Non aveva un viso familiare. Sembrava straniera. Tedesca? Russa? Liam aveva deciso di allargare i confini
adesso?
«Quale vuoi?» chiese Aly. «Per lo stesso prezzo puoi
portartene via uno con fotocopiatrice e fax inclusi. Vero,
Liam?»
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Lui mugolò. Lo osservai reinserire la stringa di un codice nel suo gioco.
Mi venne da chiedermi ancora una volta se Liam pagasse Aly per essere la sua partner in affari. Probabilmente
no. Era così poco attaccato ai soldi.
A lei non importava. Avrebbe fatto qualsiasi cosa le
avesse chiesto.
«Dai un’occhiata a tutto ciò che ti pare» disse Alyson
alla ragazza. «Ti faremo un buon prezzo». Recuperò la sua
Diet Coke da sopra la Tv e tornò da Liam. Sedendosi a
peso morto accanto a lui disse «Ancora una». Gli passò
la lattina e prese in mano il joystick. «Ricominciamo dal
primo anno, con me e te bambini. Però stavolta mettimi
il pannolino rosa. E voglio registrare io il mio vagito.
Prima sembravo un Rugrats».
La luce andò via per un attimo e Liam si voltò automaticamente, con lo sguardo fisso sulle scale. Si udì una
voce da in cima alle scale «FBI. Siete in trappola». Papà.
Liam si rilassò e riprese a caricare la partita, mentre io
mi dirigevo stile ape verso la mia camera. «Regan, ha chiamato Elise per chiedere se stasera puoi presentarti un’ora
prima» gridò papà. «Lei e David vogliono andare a cena
fuori con degli amici. Le ho detto di contarci».
Sbuffai indispettita.
«Regan?»
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«Ho sentito». Non c’era nessun problema ma non mi
andava che papà prendesse decisioni al mio posto.
Papà esitò un po’, aspettando chissà cosa. Non c’era
nulla da aggiungere, no? La porta del seminterrato si richiuse.
Alyson tirò un pugno al joystick, esasperata, poi strillò
«Ma Liam!».
Il suo vagito risuonò dagli speaker: «Uaaaa!».
Poi la risata di Liam: «Ha. Ha. Ha».
Chiusi la porta lasciandomi Pianeta Nerd alle spalle.
B
Mi rimaneva un’ora prima di andare a fare la babysitter. Avrei potuto fare i compiti. Oppure no. Misi su la
Carmen e mandai avanti il CD fino alla traccia di oiseau
rebelle, poi mi lasciai scivolare sul pavimento appoggiando la testa contro il materasso.
Carmen. Carmen, la mia migliore amica.
«A che ora arrivano?» chiede Carmen, buttando a terra
il suo sacco a pelo e sedendocisi accanto.
«Gli ho detto alle 7».
Lei mi sorride. «Bene. Abbiamo tempo per ascoltare
quasi tutto Tristano e Isotta». Tira fuori il CD dalla sua
borsa, me lo passa e io lo metto su.
Carmen è la mia migliore amica da quasi un anno, dal-
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l’inizio della prima media. Quando si trasferì qui, tutti pensavano che fosse uscita dalla macchina del tempo. Lei indossa lunghe gonne a fiori e magliette psichedeliche, uscite
dritte dagli anni Sessanta, e adora i gioielli che pendono.
La madre di Carmen è un contralto e canta l’opera in una
compagnia di professionisti. L’ha chiamata Carmen come
tributo alla zingara dell’opera omonima. Carmen è nata
circondata dalla musica e va a teatro fin da quando era piccola; la musica e il teatro fanno parte di lei. Sa tutto sull’opera e mi insegna. È riuscita a trasmettermi davvero la
sua passione. È stata amicizia a prima vista per me e
Carmen. Non so dire perché. Non ho idea di cosa abbia
visto in una persona noiosa come me. Lei è esotica, interessante, diversa dalle altre ragazze del vicinato con cui sono
cresciuta. Ciò che più mi piace di lei è che non le importa
cosa pensa la gente. È onesta con se stessa.
Carmen alza il volume e ci sediamo sul pavimento con
la schiena appoggiata al letto, lasciando entrare in noi il
Preludio Atto I. Glorioso. Questa è un’opera tragica, come
Romeo e Giulietta, in cui i due innamorati vengono traditi e muoiono l’uno fra le braccia dell’altro. Io e Carmen
quasi perdiamo i sensi insieme a Isotta.
Le invitate al pigiama party decidono di arrivare nel
momento peggiore… quello della tragica morte di Isotta.
Mentre Isotta si abbandona morente sul corpo già esanime
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di Tristano, Carmen afferra la scatola dei Kleenex e me la
passa. Ci asciughiamo gli occhi in fretta.
Perché mai avevo indetto un pigiama party? Non era
il mio compleanno. Non potevano essere le vacanze di
Natale perché ricordo che tutte le ragazze indossavano i
pantaloncini corti. Forse si festeggiava la fine della prima
media, un momento di passaggio. Sì, doveva essere così.
Shannon Eiber studia un po’ il seminterrato e indica a
ciascuna ragazza dove posizionare il proprio sacco a pelo.
Carmen mi sussurra all’orecchio: «Smania di potere?».
Davvero, penso io. Ma sono quasi sollevata che Shannon
pensi a tutto. Non ho mai dato un pigiama party a casa
mia. Mai avuto nemmeno tanto a che fare con Shannon
Eiber.
Allora perché l’avevo invitata alla festa?
Non l’avevo invitata io infatti. Si era autoinvitata. Andava dietro a Liam in quel periodo. Come tutte del resto.
Se solo avessero saputo…
Naturalmente Shannon non andava da nessuna parte
senza le sue seguaci. Non è una cosa di cui vado orgogliosa,
ma vorrei anch’io far parte del gruppo delle Poche Elette di
Shannon. Per sapere che effetto fa conoscere così tanta
gente. Solo per un giorno.
«Ciao, Re’» mi fa Shannon, stendendo il suo sacco a pelo
accanto al mio. «Hai proprio una bella casa».
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«Grazie» le rispondo. A confronto con la sua, casa mia
era una discarica.
Poi mi chiede «Dov’è Liam?».
Il mio sguardo corre alla porta della stanza di Liam, ovviamente chiusa a chiave. Tiro un sospiro di sollievo, sperando che, vista l’occasione, sia stato confinato di sopra,
nella stanza degli ospiti.
Non faccio in tempo a rispondere che la luce del seminterrato va e viene per un attimo. Rumore di passi che scendono le scale, e si sente Alyson dire «C’è ancora un posto?».
«Certo» rispondo, felice di sentire la sua voce. Sposto un
po’ il mio sacco a pelo così che possa sistemarsi fra me e
Shannon. Quando Alyson ha sentito che davo un pigiama
party, ha chiesto se poteva venire. Mi ha sorpreso. Aly ha
due anni più di noi; ai suoi occhi siamo sicuramente delle
poppanti. Ma non ce l’avrebbe mai detto. Aly è una vera
amica.
«Dov’è Liam?» chiede prendendo posto. Si scioglie la
coda e scuote i capelli.
«Non l’hai visto di sopra?» ribatto. Di nuovo la luce va
e viene e si sente la voce di papà che dice: «Uomo a bordo.
Tutti sotto coperta».
Un paio di ragazze strillano e si nascondono nei sacchi
a pelo. Oh, per favore. Non abbiamo nemmeno addosso il
pigiama ancora. Papà avanza con fare teatrale, coprendosi
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gli occhi e fingendo di essere imbarazzato. È in pantaloncini
e gli si vedono le gambe bianche e pelose. Sono mortificata.
Vuoi andartene?
«Chi vuole una pizza?» chiede.
Molte tirano su la mano. Papà prende l’ordine e scompare. Grazie a dio. Sono stata a due pigiama party da
Carmen ma non sono ancora sicura di cosa bisogna fare
adesso. Se fossimo solo noi due, ascolteremmo l’opera.
Ma non c’è motivo di preoccuparsi: Shannon è una professionista. «Giochiamo a “Sì, No, Forse”» salta su. «Mettetevi tutte in cerchio».
Carmen mi guarda disperata. Non ci posso credere. Io
odio i giochi da festa. Avrei dovuto preparare qualcos’altro
da fare.
Gli occhi di Shannon vagano per la stanza e scelgono
una vittima – me.
«Regan» dice puntando un dito minaccioso verso di me.
«Tocca a te».
«Mmm, ok. Com’è che si gioca?» chiesi.
Mi indica di accomodarmi al centro del cerchio e spiega
«Qualsiasi sia la domanda che ti facciamo, dovrai rispondere sì, no o forse».
Carmen sbuffa e interviene: «Non si gioca così. Sì, no e
forse sono le uniche risposte che non puoi dare». Incenerisce Shannon con lo sguardo.
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«Ah sì?» ringhia Shannon. «Capito, Regan?» mi chiede,
sbattendo le ciglia con aria innocente.
«Sì» rispondo. Che stronzata.
«Eliminata!» grida Shannon.
«Ma non è giusto» salta su Carmen. «Non abbiamo
nemmeno cominciato».
«Dai, scherzavo. Cielo, Carmen, datti una calmata».
Shannon e Carmen non sono elementi compatibili. Olio
e aceto, direbbe la mamma. Non si mescolano. «Inizio io»
Alyson si offre volontaria. Seduta a gambe incrociate sul
suo sacco a pelo, mi chiede: «Il nome di tuo fratello è Liam?»
Mi viene quasi da rispondere no, è Lia Marie, ma mi
trattengo. «Sì».
«Eliminata» dice Shannon con un sorriso.
«Cosa?»
«Hai detto sì».
Guardo Aly. Lei solleva le spalle con occhi dispiaciuti.
Shannon aggiunge: «Eppure non mi sembrava una domanda difficile». Tutte scoppiano a ridere.
Merda. Io odio i giochi da festa. Mentre striscio dentro
il mio sacco a pelo, Aly mi informa: «Tocca a te scegliere la
prossima vittima, Re’».
«Ok, scelgo te» le dico. Sono sicura che lei non mi metterà in imbarazzo.
Si morde il labbro ma si dirige verso il centro.
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«Sei tu che devi fare la prima domanda» mi dice
Carmen.
Ci penso. Ma non troppo a lungo.
«Alyson è il tuo vero nome?»
«Originale» sussurra Shannon alla sua migliore amica
della settimana, Kylie, coprendosi la bocca con la mano.
«Mmm mmm» fa Aly.
Shannon le chiede: «Sei innamorata?».
Aly le rivolge uno sguardo cupo. «Può darsi. Perché, tu?»
Shannon arrossisce. «Non puoi rispondere a una domanda con una domanda. Ma dato che ormai l’hai fatta,
no. E tu?»
«Non sono affari tuoi» dice Alyson sollevando i capelli
e lasciandoli ricadere.
«Non è giusto» piagnucola Shannon. «Devi rispondere.
Regan, falle rispettare le regole».
Si vede che Shannon non conosce Alyson. Non puoi far
fare niente a Alyson Walsh contro la sua volontà.
«È tutto così infantile» dice Carmen, schioccando la
lingua. Si alza in piedi e aggiunge: «Pensavo che fosse una
festa per ragazze, non per bambine dell’asilo. E se guardassimo un film o roba del genere, Regan?» dice toccandomi
una spalla.
«Sì» rispondo, sollevata. «Era quello che avevo in
mente».
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Il cerchio si scioglie e accendo la Tv. Mentre Shannon e
Kylie passano in rassegna le mie cassette e i miei DVD –
quasi tutti classici che Liam registra a notte fonda – Alyson
si dirige verso le scale.
«Vado a sentire delle pizze» dice da dietro la spalla.
Improvvisamente capisco perché è venuta. Per difendere
il suo territorio. Le assi scricchiolano sotto i suoi piedi e la
luce trema.
A Shannon non va bene neanche un film. Che novità.
Sono tentata di dirle che questi sono tutti i film preferiti di
Liam, ma qualcosa mi ferma. Questo è il mondo di Liam.
Sono l’unica a sapere cosa succede realmente qui sotto.
Facciamo zapping finché non troviamo una replica di
Angel. Pochi minuti e arriva la pizza. Papà porta giù i cartoni a braccia tese, con fare cerimonioso. Dietro di lui, Liam
e Aly portano piatti, tovaglioli e bibite. Posano tutto sul tavolino da caffè.
«Ciao, Liam» dice quella gatta morta di Shannon. Lo
salutano anche tutte le altre.
«Ciao» risponde lui con un sorriso per ciascuna.
Alyson percepisce il cambio di umore generale e socchiude le palpebre. Sale in punta di piedi e sussurra qualcosa all’orecchio di Liam. Lui non reagisce.
Oh sì, invece sì. Si abbassa e apre il primo cartone di
pizza.
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«Andiamo, Liam» dice papà invitandolo a salire le scale.
«Questa è una festa per ragazze».
«Devo assaggiarle io prima» risponde. «È una questione
di sicurezza».
I risolini riempiono la stanza.
Non faceva ridere così tanto.
Papà gli fa cenno col braccio. «Andiamo».
Liam guarda prima Aly, poi me. I suoi occhi aspettano.
Supplicano quasi.
«Non c’è problema, signor O’Neill» dice Aly. «Può mangiare con noi. Giusto, Re’?»
Non voglio che resti. Non so perché.
«Non penso proprio» replica papà. «Mai sentito parlare
di esplosione di ormoni?»
Voglio morire. E Liam con me. Cerco di comunicare con
lui col pensiero: “uccidiamo papà nel sonno”.
«Liam!» abbaia papà.
Liam sospira e si alza. Si trascina su per le scale dietro
papà. Noi divoriamo la pizza, poi Shannon recupera il suo
zaino e ne rovescia il contenuto sul pavimento. Barattoli,
contenitori e tubetti di cosmetici rotolano fuori e vengono
impilati. Una collezione che fa a gara con quella di Lia
Marie.
«Ragazze, avete mai visto lo smalto che brilla al buio?»
dice Shannon scavando nello zaino. «Mia cugina me l’ha
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riportato da Londra di ritorno dalle vacanze primaverili»
Ecco, ha trovato ciò che cercava – tre smalti: rosa, verde
e giallo. Ce li passa.
Ci togliamo i sandali e iniziamo a dipingerci le unghie.
Di nuovo la luce va e viene. Dall’ombra emerge Liam. «Scusate» dice. «Devo prendere un libro».
Tutte seguono i suoi movimenti con lo sguardo.
Lui si ferma davanti alla porta della sua stanza e si
volta. Sono l’unica che respira. È alle mie spalle ma so che
sta per invadere la scena. Aly sposta il peso sul sedere e alza
un piede per mostrargli le sue unghie colorate.
«Forte» fa lui con un filo di voce.
«Vieni qui» lo chiama a sé con l’indice. «Togliti le
scarpe».
Io mi giro solo allora. Liam mi fissa.
So quanto vorrebbe farlo.
Che male c’è? Dieci minuti. Annuisco, rassegnata.
Liam si abbassa per slacciarsi le scarpe e le calcia via.
S’inginocchia fra me e Aly. «Mettiti davanti a me» dice Aly.
Lui obbedisce, allora lei gli afferra il piede e se lo posa in
grembo, poi inizia a dipingerli le unghie del piede destro.
«Oddio, che solletico» ridacchia Liam. Proprio come
una ragazza. Anche Aly ride.
Shannon solleva un attimo lo sguardo dal piede di Kylie.
«Vuoi metterti lo smalto alle mani anche tu, Liam?»
74
«Sicuro» risponde lui. Scherza, penso. Shannon solleva
un sopraciglio come per dire “sta scherzando?”. Scherzo o
no, ora lei glielo deve mettere.
Alyson non sembra troppo entusiasta che Shannon gli si
avvicini e gli tenga la mano. Lui gliela porge, tenendo le dita
ben separate. Sono perfettamente curate, non come le mie
che sono tutte dentellate a furia di mangiarle.
Sulle pellicine delle sue unghie c’è traccia di smalto vecchio. Ti prego, fa che Shannon non se ne accorga.
Seduta accanto a me, Carmen osserva Liam, con una
strana espressione dipinta sul viso.
Voglio che se ne vada. Ora. Vattene, Liam.
Shannon termina la sua mano destra. Lui soffia sulle
unghie, come fanno le ragazze. Come se l’avesse fatto milioni di volte. Oddio.
«Ok, spegnete le luci» dice Kylie «e vediamo se brilla».
Io mi alzo alla svelta e le spengo. Le nostre unghie si illuminano. In equilibrio sul sedere, solleviamo tutte i piedi
e le mani in aria; le agitiamo e la stanza si riempie di lucciole fosforescenti. «Bello» sussurra Liam. Le sue unghie
sono le più grandi e luminose.
Poi fa «Sapete che vi dico? Dovrei avere dei trasferelli
che starebbero una favola su questo smalto. Solo un secondo». Osserviamo la sua ombra sollevarsi e sparire dietro
la porta della stanza.
75
«Una favola?» ripete Shannon. «Quant’è gay».
«Chiudi la bocca» sentenzia Aly «odio quell’espressione».
«Anch’io» dice Carmen.
Kylie rompe la tensione. «Certo che tuo fratello è proprio strano. Se provassi a mettere lo smalto al mio, sarebbe
tutto un “bleah, bleah, tieni lontana quella roba da me”».
«Anche il mio» dice qualcuno alle nostre spalle.
La mia faccia va a fuoco. Per fortuna è buio e non possono vedermi.
Aly fa schioccare la lingua. «Non è strano. Sarà lì dentro
che se lo leva».
Si accendono le luci e vedo Aly che si allontana dall’interruttore. Rimette il tappo allo smalto e inizia a raccogliere
le sue cose. Mentre le restituisce a Shannon, dice «Mettiamo
un po’ di musica e smaltiamo la pizza».
Nessuno ha nulla da ridire. Siamo tutte a dieta.
Quando Liam riemerge dalla sua stanza, noi abbiamo
già spostato il tavolino e tolto ogni cosa dal pavimento.
Ormai nessuno pensa più allo smalto, spero. Alyson ronza
intorno a Liam e gli prende dalle mani il foglio con i trasferelli. Riesco a scorgere farfalline, stelle e cuori su di esso.
«Carini, Liam» dice Alyson con un po’ d’affanno nella voce,
dangli una piccola gomitata. «Cos’altro nascondi in quella
camera dei segreti? Colori e perline per decorare i vestiti?»
76
«Be’, a dire la verità…» inizia Liam con un sorriso che
gli percorre il viso da parte a parte.
Lei gli sorride e si appoggia un po’ a lui che a sua volta
barcolla, ma mantiene l’equilibrio aggrappandosi al braccio
di Alyson. Lei si illumina tutta e fa scivolare un braccio intorno alla vita di Liam.
Carmen mette su un vecchio CD di Madonna e la musica invade la stanza. “Perché papà non è ancora sceso per
trascinare via esplosione di ormoni?” penso io.
Kylie e Shannon iniziano a danzare, un po’ incerte, rivolgendo di tanto in tanto uno sguardo a Liam. Carmen
afferra la mia mano e mi trascina al centro della stanza.
Non so ballare bene. Sono troppo rigida, troppo impedita.
Liam no. È lì che si agita tutto con Aly. Wow, è davvero
bravo. Fa le stesse mosse di Aly, come se le avessero già provate. Come se lui le avesse provate.
E poi accade. Lei emerge. Lia Marie.
Il cambiamento è visibile, tangibile, almeno per me.
Solleva le braccia in aria e fa girare il bacino a uno, due,
tre tempi, a ritmo di musica. Impazzita, fuori controllo,
come se si fosse trattenuta per troppo tempo. Cosa che, me
ne rendo conto ora, ha fatto davvero. Forse non si rende
nemmeno conto di essere uscita allo scoperto.
Canta anche, in falsetto, per imitare Madonna. Balla a
occhi chiusi, come se fosse in un altro mondo. Il suo mondo.
77
Tutte smettono di ballare. Persino Aly. Facciamo un
passo indietro per lasciare spazio a Lia Marie. I suoi gomiti
sono armi letali.
Oddio. Oddio. Che devo fare?
Carmen mi si avvicina e mi sussurra all’orecchio «S’è
preso un trip o cosa?».
Shannon sghignazza alle mie spalle.
Mi dirigo verso il lettore CD e lo spengo. Lia Marie ci
mette un po’ ad accorgersi che non c’è più musica. Forza,
reagisci. Poi Lia abbassa le braccia e si ritira, riprendendo
le sembianze di Liam.
La luce va e viene. «Liam, sei là sotto?» lo chiama papà.
«Vieni su e lascia in pace quelle ragazze».
Liam mi guarda negli occhi. Occhi inferociti. «S-scusate»
balbetta. «Scusa, Re’». Inciampa mentre si dirige verso le
scale.
«Liam, non devi andartene se non vuoi» le dice Shannon.
«Pensavamo di truccarti dopo» dice e si mette a ridere. Una
risata malefica.
Io non rido. E nemmeno Carmen e Aly.
Più tardi, mentre tutti dormono, sento nel buio: «Re’?».
Io sto fissando il soffitto ma la mia mente è altrove, fuori,
nella notte. «Sì?»
«Cos’ha tuo fratello?» chiede Carmen delicatamente.
«Cosa vuoi dire?»
78
I suoi occhi mi trapassano. «Non so. Prende droghe?»
«No!» grido quasi. Abbasso la voce. «Certo che no. Detesta le droghe. È l’anti-droga in persona».
«È diverso, però, non ti sembra?»
Sì, penso, ma non lo dico. Lei è diversa. Non riesco a sostenere lo sguardo penetrante di Carmen e abbasso gli occhi.
«Coraggio, Regan. A me puoi dirlo» sento che allunga
una mano e mi afferra un braccio. Lo stringe. «Sono la tua
migliore amica». Chiudo gli occhi. «Io non ho segreti per
te» aggiunge.
Libero il braccio dalla sua presa e mi giro dall’altra parte.
Non posso dirtelo! Urlo dentro. Non potrò mai dirtelo.
Al mattino – o meglio, pomeriggio – tutte si preparano
per andarsene. Dicono che si sono divertite ma ciò che è accaduto davanti ai nostri occhi la notte prima aleggia nella
stanza come una nube tossica. Non credo che abbiano compreso cosa è successo realmente… Lia Marie è uscita fuori.
Penso che Carmen sospetti qualcosa ma non so esattamente cosa. Forse che Liam è gay. Non è gay.
Se lo fosse, lo direi a Carmen anche se ho giurato di non
parlarne.
Non oso dirle la verità.
Quella fu la prima, e ultima, volta che Liam perse il
controllo. Perché proprio allora? Perché proprio alla mia
festa, davanti alle mie amiche? La settimana seguente
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Carmen diventò fredda con me. Non la biasimavo; tutt’ora non la biasimo. Che razza di migliore amica ero?
Il mio CD della Carmen saltò una strofa, così mi tirai
su per mettere in pausa e toglierlo dal lettore. Cercai di
pulirlo con l’angolo del lenzuolo ma ormai iniziava a perdere colpi, l’avevo ascoltato troppo.
Quello fu il mio ultimo pigiama party, sia come ospite
che come invitata. Insieme a Carmen, tutte lentamente
presero le distanze da me. Si allontanarono. Mi giunse notizia che la mamma di Carmen era stata invitata a partecipare a un tour europeo in estate e che Carmen sarebbe
andata con lei. Non mi salutò nemmeno. Se ne andò e non
tornò più.
Non che non avessi mai avuto amiche prima di
Carmen. Ne avevo un sacco quando ero piccola, all’asilo.
In prima elementare. In seconda.
Poi l’amicizia aveva iniziato a farsi complicata.
Aveva iniziato a pretendere.
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Capitolo 6
Elise e David Matera erano i genitori che avrei sempre
voluto. Facevo la babysitter per loro da quando avevo dodici anni, sperando ogni giorno che mi adottassero. La
loro era una famiglia normale. Amavano i loro figli. Per
davvero. Erano sempre lì ad abbracciarli, baciarli e a giocare insieme a loro. Cody stava attraversando la fase del
“perché?”. Doveva aver già chiesto a David un centinaio di
volte “perché il cielo è blu?” e ogni volta David gli rispiegava, paziente: «Perché ogni colore dell’arcobaleno possiede una lunghezza d’onda. Come questa» diceva tracciandola sul foglio da disegno di Cody. «Quando la luce
attraversa l’atmosfera, l’onda si disperde. Si sparge» diceva, tracciando delle linee confuse. «Il blu che vediamo
è fatto in realtà di milioni e milioni di lucine blu sparse
qua e là. Puntini di luce che raggiungono il nostro occhio
nello stesso momento».
«Wow» esclamava Cody, pieno di stupore.
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L’avrei detto anch’io. Nel senso che non lo sapevo. E
nemmeno mio padre, ci avrei scommesso. Ne ero certa
perché quando gli feci la stessa domanda mi rispose:
«perché Dio è maschio». Se Dio fosse femmina, il cielo
sarebbe rosa.
«Allora, che mi dici dell’alba e del tramonto?» gli avevo
chiesto. E papà con l’aria persa aveva risposto: «Voi bambini pensate troppo».
Mi spaventò la pochezza del bacino genetico in cui io
e Liam sguazzavamo.
I Matera rappresentavano la mia sola fonte di guadagno. Un guadagno che era diventato costante nell’ultimo periodo. Questa era un’altra loro caratteristica: facevano un sacco di cose insieme. Uscivano insieme, per
esempio, come in un vero appuntamento. L’ultima volta
che mamma e papà erano usciti insieme… non riuscivo
nemmeno a immaginarmi la scena. Mamma e papà?
«Ti ho lasciato il numero dell’Istituto d’Arte e del ristorante accanto al telefono» mi disse Elise, infilando il
cappotto che David le reggeva aperto. «Grazie, tesoro» gli
disse rivolgendogli un sorriso amoroso. I miei non si
scambiavano uno sguardo così complice da… mai.
«A Tyler cola un po’ il naso ma non preoccuparti,
Regan». Elise tirò fuori un fazzoletto dalla borsetta, si
chinò per pulire il naso di Tyler e aggiunse: «Ha appena
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avuto il raffreddore. L’ha preso alla materna» disse lanciando uno sguardo di rimprovero a David.
«Lo so, lo so» si scusò lui alzando le mani. «Non
avremmo mai dovuto lasciarlo lì, nemmeno al mattino.
Posti come quello pullulano di batteri. Ecco perché siamo
grati a Buddha per averci dato Regan».
Lo erano davvero? Wow.
«Vegan, vieni a guavdavmi mentve disegno un T-Vex»
disse Cody aggrappandosi alla mia mano.
Mirelle saltò in piedi. «Regan giocherà a Barbie con
me.Vero?» disse, piantandomisi davanti con i boccoli che
le saltavano in testa come molle.
«Avevi promesso».
«Infatti» le dissi raddrizzandole la mollettina. «Non
vedo l’ora. Ci ho pensato tutto il giorno. Perché intanto
non prepari le Barbie, mentre io do un’occhiata al T-Rex.
Solo un secondo» dissi facendole l’occhiolino.
«Grazie, Regan» disse Elise stringendomi affettuosamente il braccio. «Sei così buona con loro».
David aprì la porta d’ingresso. «Saremo a casa alle
dieci e mezzo, al più tardi. Se succede qualcosa, i numeri
di telefono sono sulla bacheca accanto al telefono».
«Gliel’ho già detto» disse Elise, dandogli uno schiaffetto sulla schiena. «Stai invecchiando» disse, poi si rivolse
a me, facendo roteare gli occhi. «I bambini hanno già
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mangiato, ma ho lasciato una porzione di lasagne nel
forno, nel caso tu non l’avessi ancora fatto.Apprezzo davvero tanto che tu sia venuta prima. In più» disse abbassando la voce per non farsi sentire dai bimbi «ho fatto dei
biscotti per te e li ho nascosti nella credenza. Una merendina per la pausa studio».
Avevo ragione o no? Erano i genitori perfetti.
Appena uscirono, il piccolo fece la cacca nel pannolino. Mirelle e Cody si tapparono il naso e si fiondarono
ai lati opposti della stanza. Mentre cambiavo il pannolino
a Tyler sul tappeto della sala da pranzo, Cody, seduto al tavolo, si mise a disegnare il suo dinosauro col pennarello
verde.
«Vuoi essere Barbie Sposa o Barbie Donna in Carriera?» urlò Mirelle dal salotto.
Che scelta difficile. «Sposa» risposi.
Cody disse: «Io ho un G.I. Joe nuovo. Vuoi vederlo?».
«Puoi scommetterci» esclamai.
Abbandonò all’istante il pennarello e corse in stanza.
Mentre chiudevo i bottoncini del body di Tyler, mi venne
improvvisamente da pensare a quanto questi bambini
fossero normali. “Soddisfano pienamente i requisiti del
loro sesso”avrebbe detto Liam. Cosa significava poi… Sapevo solo che era impossibile scambiare Mirelle per un
bambino o Cody per una bambina. Tyler era ancora
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troppo piccolo, perciò non contava. Se avessero messo a
Ty dei vestitini fru fru, probabilmente la gente si sarebbe
chinata su di lui dicendo “che bella signorina”.
Signorina. Una parola solo femminile. L’equivalente di
“ometto” per i maschi.
Liam aveva ragione; la gente usava parole diverse per
definire maschi e femmine. Da loro si aspettava comportamenti diversi. Quando una femmina o un maschio avevano atteggiamenti“fuori dai canoni”, come diceva Liam,
venivano etichettati come maschiacci o femminucce.
Esistevano linee da non oltrepassare, nell’abbigliamento, nel comportamento, nel modo di fare. Per
esempio, se io mi fossi messa pizzi e rossetto a scuola, probabilmente nessuno se ne sarebbe accorto. Vabbè, forse
sì, dato che non mi mettevo mai né l’uno né gli altri. Non
ero molto femminile. La gente accettava solo che ci si
muovesse all’interno della sfera di caratteristiche del proprio sesso – un giorno sei una principessa, il giorno dopo
potresti essere un cesso. Stessa cosa per i ragazzi.
Fino a un certo punto, però.
Gli standard di genere, maschile e femminile, non si
estendono in maniera equidistante in entrambe le direzioni. Per esempio, una ragazza potrebbe non essere
troppo femminile secondo gli standard e non ci sarebbe
niente di male.
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Ma se si comportasse, più o meno apertamente, in maniera un po’ troppo mascolina, allora sarebbe etichettata
come lesbica. Stessa cosa per i ragazzi. Supermacho, ok.
Gentile e delicato, finocchio.
E se ti capitasse di essere fuori da entrambe le sfere o
in un punto imprecisato fra di esse, come è capitato a
Liam? Allora saresti solo un tipo strano.
So che è così che Liam si sente. Una volta mi disse che
non c’era posto per lui nel mondo, che non si sentiva a suo
agio da nessuna parte. Lui era davvero fuori dai canoni.
Maschio di giorno, femmina di notte. Ma dentro, lui era
femmina sempre. Era un meccanismo del suo cervello,
disse, proprio come l’intelligenza o la memoria. Il suo
corpo non rifletteva l’immagine che aveva dentro di sé.
Lo tradiva. Il fatto che tutti vedessero in Liam un ragazzo,
implicava che lui dovesse soddisfare le loro aspettative.
Recitare un parte. Rivestire un ruolo. Liam era bravo in
questo, era esperto. Aveva fatto pratica per anni.
Doveva essere terribile, però, vedere, giorno dopo
giorno, intorno a sé, ciò che avrebbe sempre voluto essere
e che mai sarebbe stato.
«Vegan! Guavdami!»
Tornai in me.
Cody riemerse dalla sua stanza stringendo in mano il
suo G.I.Joe, in equilibrio su un vecchio paio di scarpe coi
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tacchi di Elise. Mi fece ridere. Tanto per rimanere in tema
di ruoli.
David e Elise non forzavano mai Cody e Mirelle a giocare solo con giochi da maschio o da femmina. O a rivestire un ruolo. David aveva persino comprato a Cody una
bambola la scorsa estate perché lui l’aveva supplicato. L’entusiasmo di Cody era durato più o meno due minuti, poi
era tornato a tirare zolle di terra al cane del vicino.
Tutta questa storia dei ruoli e dei canoni da rispettare
era troppo per me. Perché le persone non potevano semplicemente essere accettate per ciò che erano?
Portai Tyler in salotto e lo misi sul suo seggiolino.
«Fammi un po’ vedere la tua bambola» dissi a Cody allungando una mano.
«Non è una bambola» sbuffò. «E un personaggio».
«Ah, ok. Scusa» dissi sistemando delicatamente la
giacca militare del G.I.Joe che si era sollevata lasciando
scoperte le sue protuberanze intime. «Dove sono le sue
mutande?»
Cody ridacchiò sotto i baffi.
«Le ha buttate nel water» m’informò Mirelle.
«Davvero l’hai fatto?»
Cody rise compiaciuto.
«Ok, Regan. Barbie è pronta per il matrimonio» si affrettò a dirmi Mirelle, ficcandomi la Barbie in mano.
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«Voglio giocave anch’io» piagnucolò Cody.
«No» sbottò Mirelle. «Mi rovini le bambole».
«No, non è vevo».
«Sì, invece. Gli mastichi i piedi» disse Mirelle guardandomi. «Lo fa davvero. La mia Barbie Malibu è zoppa
ormai. Non sta più in piedi».
«È sempre stata un po’ instabile» dissi.
«Eh?» fece Mirelle, sbattendo le ciglia.
«Nulla. Cody, puoi partecipare se prometti di non giocare a Barbie Cannibale». Lui mi guardò, confuso. Mirelle
fece lo stesso. E io che pensavo che facesse ridere…
«Non voglio che giochi» disse Mirelle, mettendo su il
broncio.
«Si metterà a piangere se non lo facciamo giocare» le
dissi.
Lei fece schioccare la lingua e con un piccolo sospiro
disse «Ok». Cody calciò via le scarpe e fece per avvicinarsi
al villaggio di Barbie.
Io lo seguii. «E questo chi è?» dissi tirando fuori un
personaggio dal sedile davanti della macchina sportiva di
Barbie.
«Hulk» dissero Mirelle e Cody all’unisono.
Ah, Hulk. Giusto.
«Ok, allora, Barbie sposerà G.I.Joe» disse Mirelle. «E
Hulk sarà il loro bambino».
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Barbie, G.I.Joe e Hulk.Wow, pensai, questo cambia un
po’ la questione sui canoni da rispettare.
B
«Regan. Re’».
La mia coscienza risalì verso la superficie e il mio
sogno si dissolse. Era un bel sogno. Stupendo, a dire la verità. Ero sul palco del Metropolitan e cantavo La Traviata
di Verdi.
«Re’!»
Con un balzo mi sollevai sul letto, portandomi le mani
al petto. «Oddio, Liam. Non farlo mai più».
«Luna» disse.
Borbottai una parolaccia. Lasciandomi ricadere sul
cuscino e tirando su la coperta fino al mento, ringhiai:
«Ma perché devi sempre svegliarmi? Non mi dà fastidio
se usi il mio specchio…».
«Che ne pensi?» disse piazzandosi sotto un raggio di
luna, con le braccia appena sollevate, con le palme delle
mani in su.
Sospirai, esasperata. «Per quale occasione?»
«Per tutti i giorni». La studiai da cima a fondo.
Indossava dei jeans stretti e un top rosso fatto a mano.
Il top era a maniche corte, lo notai subito perché Liam
portava sempre maniche lunghe, anche in estate.
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Si depilava braccia, gambe… tutto. Odiava i peli.
«Stai bene» dissi. «Forse è un po’ troppo stretto qui»
dissi agitandomi un dito sul davanti. «Non hai un reggiseno più piccolo?»
«Sì» disse Luna voltandosi per studiarsi allo specchio.
«Ma a me piace questo». Si mise in posa di profilo, raddrizzando bene la schiena per sembrare più alta. Poi fece
mezzo giro per ispezionare l’altro lato.
Ore.Avrebbe potuto stare lì per ore… a posare, ancora
e ancora. Perché non metteva lo specchio nella sala
grande fra le nostre due stanze?
Conoscevo la risposta: per lo stesso motivo per cui
aveva ridotto in mille pezzi quello nel suo armadio.
Che era lo stesso per cui evitava anche tutti gli specchi
della casa. Per paura di intravedere se stesso riflesso.
Nella stessa misura in cui Liam odiava il suo aspetto,
Luna sembrava non riuscire a staccarsi gli occhi di
dosso… da quell’immagine di sé che curava con tanta
passione.
«E le scarpe?» chiese Luna. «Mocassini neri o stivaletti?»
«Vada per gli stivaletti. I mocassini sono più da ragazzo».
«Oh, cielo. Hai proprio ragione. Come vorrei che i miei
piedi non fossero così enormi» disse sollevandone uno
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dietro di sé per vederlo riflesso nello specchio. «Sono un
pugno in un occhio».
Sbadigliai. «Fasciali, come le geishe giapponesi. E vai a
dormire».
Scacciò il mio ultimo suggerimento come una mosca
fastidiosa. «Questa parrucca ti sembra vera?»
«Sembri una cavolo di modella. Posso tornare a dormire adesso?»
«Re’?»
Emisi un lungo sospiro. «Luna, se qualcuno ti vedesse
passeggiare vestita così, non se ne accorgerebbe mai.
Sembri davvero una ragazza».
Il suo sorriso invase la stanza con un’ondata di calore.
Amava sentirselo dire. Sentirsi dire che nessuno se ne sarebbe accorto.
La maggior parte delle ragazze passava ore a prepararsi per avere un look che catturasse l’attenzione, che
provocasse desiderio.
Liam avrebbe dato qualsiasi cosa per essere, anche solo
per un giorno, una ragazza qualsiasi.
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Capitolo 7
Ero ansiosa di arrivare a scuola. E questo era già un
brutto segno. Mi spazzolai persino i capelli e indossai una
maglietta pulita.
A colazione, mamma blaterava senza sosta di un affare che sperava andasse in porto. Si trattava di una grossa
società che forniva carrozze con cavalli e limousine. «Sarà
la fortuna o la disgrazia di Patrice Matrimoni» disse, scansando nel piatto una mezza fetta di toast indurito.
Liam e io continuammo a fare i compiti sul tavolo.
Mamma sospirò rumorosamente. Con la coda dell’occhio, la vidi guardare fuori dalla finestra, verso il patio avvolto nel grigiore del mattino, e poi passarsi una mano
dietro il collo. La sua mano indugiò lì e lei inclinò la testa
prima da una parte poi dall’altra, lasciando infine il
braccio riposare sul seno. Con aria assente, aggiunse:
«Questa potrebbe essere l’occasione che aspettavo. Non
che a nessuno di voi importi qualcosa».
Papà sollevò lo sguardo dal giornale. «Certo che ci im-
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porta» esclamò schiarendosi la voce impastata del mattino. «Dico sul serio, Pat. Vero, ragazzi?»
Non riuscii nemmeno a fingere entusiasmo. Liam invece sembrava interessato. Non alla carriera di mamma,
nello specifico. In generale lui la osservava bene. Era un
fanatico delle donne, come lo chiamavo io. Si incantava a
studiare il loro modo di parlare, di gesticolare, di muoversi. Assorbiva, memorizzava, imitava. Sapeva fare Aly
benissimo. Il modo in cui buttava indietro la testa quando
rideva. O si mordeva il labbro inferiore quando era preoccupata, o sovrapensiero. Il suo modo di incrociare le
gambe sotto di sé. Avrebbe potuto stare delle ore seduta
davanti lo specchio a imitarla.
Sapeva fare anche mamma. Come in trance, sollevò un
braccio e si posò la mano sulla nuca.
Mamma lo guardò perplessa, poi tornò in sé. Si alzò
velocemente. Mentre si dirigeva in cucina per versarsi
altro caffè, Liam disse rivolto a lei: «Sono emozionantissimo per te, mamma. Spero che tu ce la faccia. È nuovo
quel vestito? Ti sta d’incanto».
Stavo per strozzarmi col succo d’arancia. Il mio
sguardo rimbalzava tra mamma e papà per vedere la reazione di entrambi. Mamma non arrossì, contro ogni previsione, come se il complimento provenisse da papà. O
da Andy. O da chiunque altro.
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«Grazie. Ce l’ho da un po’. È solo che non ho mai avuto
l’occasione giusta per indossarlo» tagliò corto.
Papà rialzò gli occhi dal giornale, sentendosi quasi obbligato ad aggiungere: «È vero, ti sta bene. Dove stai andando?».
«Dobbiamo incontrare i Rosenberg per pranzo al
Marriott».
«Chi sono?» chiese papà.
Mamma si fermò bruscamente sulla soglia. «Non hai
ascoltato una parola di ciò che ho detto stamattina, vero?»
Persino io avrei saputo rispondere.
«Il matrimonio dei Rosenberg» disse mamma riempiendosi di nuovo la tazza di caffè. «Ne sentirai parlare
molto. E Regan» disse aprendo una confezione di zucchero « ci saranno giorni in cui dovrò incontrare la sposa
e sua madre la sera, perché lavorano entrambe. Mi aspetto
che tu faccia le mie veci qui».
Liam aprì la bocca per offrirsi volontario nei lavori di
casa ma riuscì solo a dire «Io…» prima di soccombere
sotto lo sguardo di papà. Se solo avessimo potuto scambiarci di sesso in quel momento… poi dal nulla Liam
disse: «Ti sei tagliato i capelli, papà? Ti stanno bene».
Papà arrossì. Papà? «No. Ma dovrei farlo» disse grattandosi la nuca. «E anche tu».
Liam non andò in mille pezzi, come succedeva ogni
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volta che papà gli diceva di tagliarsi i capelli. Desiderava
così tanto averli lunghi. Fece solo sì con la testa. «Lo so. Ci
andrò questo fine settimana. Ho già preso appuntamento».
Davvero? Che cosa gli prendeva? Nell’arco di cinque
minuti, Liam aveva fatto più conversazione che negli ultimi anni. Di qualsiasi cosa si trattasse, mi metteva estremamente a disagio. Troppo Luna.
«Io vado» dissi spingendo indietro la sedia. «Liam,
vieni?»
I suoi occhi incrociarono i miei. «Anche tu sei carina
oggi» disse. «Cos’hai fatto? Hai assunto uno stylist?»
Sorrise con un’espressione che diceva“no davvero, stai
bene così”. Decisamente troppo Luna. Lo guardai spalancando gli occhi. Stai zitto. Andiamo.
Lui si pulì le labbra con un tovagliolino e si alzò.
Mentre usciva, intercettò mamma che ritornava dalla
macchinetta del caffé e le diede un bacio sulla guancia.
Lei si tirò indietro come se le avesse fatto male.
«Buona fortuna con i Rosenberg» le disse Liam. «Sono
sicuro che gli organizzerai un matrimonio favoloso. Mi
piacerebbe esserci».
«Non sei invitato» ribattè subito mamma.
La spina dorsale di Liam s’irrigidì. «Lo so. Facevo per
dire».
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Lei posò la tazza sul tavolo, le tremavano le mani. Prese
la sua agenda e la aprì in una pagina a caso. «Volevo solo
dire che…»
Ma che le prendeva? Che gli prendeva? Che avevano
tutti. Sembravano pazzi. Fuori di testa.
«Ah, papà» disse Liam sull’ingresso. Si stava infilando
il giacchetto della scuola, quello che detestava e solo raramente indossava. «Ho parlato con Hewitt ieri, come mi
avevi chiesto. La prossima settimana inizierò con lui un
programma d’allenamento per l’aumento di massa».
A papà uscirono gli occhi dalla testa. E anche a me. Sul
suo volto apparve un sorriso da orecchio a orecchio.
«Bene!» esultò, colpendo immaginariamente l’aria con un
pugno. «Dacci sotto, figliolo».
Liam mi trascinò fuori sotto il portico. «Non dire
niente» mormorò. «Viene da vomitare anche a me».
«Cos’hai in mente?» chiesi. «Ti comporti in modo
strano». Poi, all’improvviso, come se m’avessero colpito
in testa con un tacco, ebbi l’illuminazione. Era questa la
transizione?
«Non farlo, Liam» gli dissi. « Non ancora». Non farlo
mai, pensai.
Liam mi guardò. «Recitare. È tutto ciò che faccio. Lo
faccio da così tanto tempo, è l’unica cosa che posso fare».
Inaspettatamente i suoi occhi si riempirono di lacrime.
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«Liam… Luna…»
«Lo so» disse facendosi piccolo nel giacchetto e stringendosi la punta del naso con le dita. «Lo so».
Esitammo sulle scale per un momento. I nostri respiri
formavano piccole nuvole di vapore nell’aria del mattino.
«Sto solo sondando il terreno» disse. «È poco sicuro».
«Poco sicuro? È scivoloso. Si sprofonda. Sono fottute
sabbie mobili». Perché? Mi chiesi. Perché sondare il terreno? Rischiava solo di esserne inghiottito.
Un movimento alle mie spalle attirò la mia attenzione
e mi voltai. Papà aveva scostato la tenda e ci spiava dalla
finestra – come facevano le ragazze, secondo lui. Mi facevano venire i brividi. Sia lui che Liam.
Diedi un colpetto sul braccio a Liam e dissi: «Andiamocene di qui».
Ci affrettammo verso il vialetto e montammo sulla
Spider. In fondo all’isolato, quando Liam sterzò nella direzione opposta alla scuola, allungai un braccio e afferrai
il volante con una mano. «Devo proprio andare a scuola
oggi, Liam. Mi dispiace ma non posso essere la tua strizzacervelli 24 ore su 24».
M’incenerì con lo sguardo. Io sbiancai e feci ricadere
il braccio. «Non volevo dire questo. Scherzavo» Volevo
dire… cosa? La vita fa schifo, specialmente la tua? Questo
lo sapeva già.
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Meglio cambiare argomento. «Ma che ha mamma ultimamente?» dissi scrutando lo specchietto retrovisore.
«In che senso?» rispose Liam facendo un’inversione a
U per dirigersi verso l’Horizon.
«È tutta frenetica, per me riprende le pillole. È ossessionata dal lavoro. Patrice Matrimoni» dissi facendole il
verso. «Ma fammi il piacere».
Liam mi guardò sbattendo le palpebre. «Perché? Che
c’è di male?»
Io lo guardai esterrefatta. «Organizzatrice di matrimoni. Nostra madre è un’organizzatrice di matrimoni».
«E?» rispose. «Fa felici le persone».
«Altre persone» mi limitai a dire, evitando di aggiungere: quando mai si deciderà a fare felici noi?
Rallentando mentre il semaforo diventava arancione,
aggiunse «Lei vuole solo sentirsi bene con se stessa. In
senso completo. Vuole che la sua vita valga qualcosa».
«Te l’ha detto lei».
Fece spallucce. «Non ha usato queste parole ma bisogna saper leggere fra le righe».
Io riuscivo a mala pena a leggerle quelle righe così com’erano. Erano righe confuse, anche prima che iniziasse
a prendere le medicine. Certo che Liam sapeva cosa significasse voler stare bene con se stessi in tutti i sensi, ma
cosa vedeva lui in mamma che io non riuscivo a vedere?
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«Essere nostra madre non conta nulla per lei?» chiesi.
Liam si girò e mi gelò con lo sguardo.
«Cosa? Che ho detto?»
«La mamma è intelligente, nel caso tu non l’avessi notato. Ha cervello.Avrebbe potuto raggiungere degli obiettivi se avesse finito il college, avrebbe potuto diventare
una donna in carriera invece di fare la mamma a tempo
pieno. Credo che senta di non aver sfruttato le sue potenzialità, arrendendosi all’arte della casalinga perfetta».
«Che c’è di male nel fare la casalinga» dissi. «È un lavoro tosto. Il più tosto del mondo quando ci sono di
mezzo dei figli».
Liam accellerò non appena apparve il verde, frenando
a due centimetri da un autobus, poi disse: «Non sei un
membro del partito femminista, vero? Se fosse per te, tutte
le conquiste che le donne hanno ottenuto negli anni andrebbero dritto nella spazzatura».
Feci schioccare la lingua. «Ma di che parli? Lei è una
buona madre. O almeno lo è stata. Prima di riempirci la
testa di Patrice Matrimoni».
Liam scosse la testa.
Perché? Avevo ragione e lo sapeva.
«Non è semplice per lei. Nostra madre è sensibile, delicata. Un po’ troppo nervosa, forse».
«Un po’ fusa, vorrai dire».
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Liam sospirò, esasperato.
Entrammo nel parcheggio della scuola ma Liam si
fermò in fondo. Ciò significava che non aveva intenzione
di venire a lezione.
Parcheggiò e spense il motore. Poi si voltò verso di me
e disse: «La mamma sta rimodellando il suo destino. O
almeno ci prova. Tutti dovrebbero avere l’opportunità di
farlo». Il suo sguardo si spostò altrove e aggiunse assorto:
«Chissà quale sarà il mio».
«Nessuno lo sa» gli dissi. «Non è una cosa che puoi
cambiare comunque».
Liam aggrottò le sopracciglia. «Tu non credi che
ognuno di noi possa cambiare il proprio destino?»
«Certo che no. Il destino è destino». Il mio era già
scritto. Avrei preso la maturità a 35 anni, con un pizzico
di fortuna. Regina della casa – no, grazie.
«Se così fosse, Re’» disse allora Liam «allora io non
potrò mai essere felice».
Oddio. Eccoci di nuovo. «Non dire così».
Liam guardò fuori, verso il campo da football vuoto.
«Non potrò mai seguire il mio cuore».
«Sai una cosa? Tu pensi troppo».
Problemi di testa, problemi di cuore, dolore senza speranza, né soluzione. Tutto questo fece calare un’ombra
sulla mia giornata.
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«Forse potresti lavorare con mamma alla Patrice Matrimoni» suggerii. «Potresti fare la damigella».
Queste ultime parole fecero apparire un sorriso sul suo
volto. Ma non potè comunque trattenersi dal dire: «La damigella, non la sposa».
Capitolo 8
Chris era già seduto alla nostra postazione quando entrai nell’aula di Chimica. I nostri sguardi si incontrarono
in mezzo alla folla, come nei film, ma non ci scambiammo
un sorrisino complice per poi correre l’uno nelle braccia
dell’altro.Al contrario, io pensai bene di cadere nel cestino
della spazzatura.Be’, più o meno.Ci inciampai con lo stivale
e lo rovesciai. La cosa produsse un frastuono tale che tutti
si voltarono e si misero a ridere.
Bene. E lo Scudo dell’Invisibilità andava a farsi friggere.
«Bell’entrata» disse Chris, raddrizzandomi lo sgabello.
Volevo tirargli una sberla ma avevo paura che fosse un
gesto troppo confidenziale.
Lui mi passò gli occhialetti e scherzò: «Bisogna indossarli sempre. Questo non è un concorso di bellezza, rrrragazze». Poi si mise i suoi e si arruffò i capelli.
Mi fece ridere. Era carino. Di più. Era bellissimo.
Una volta, quando ero piccola, mamma andò a prendere papà da Sears dopo il lavoro e mi portò con sé.
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Papà stava vendendo un congelatore a un cliente, così
lo aspettammo alla scrivania. Mentre lo guardavamo, la
mamma mi diede un colpetto col gomito e disse: «Guarda
tuo padre. Non è l’uomo più bello che tu abbia mai visto?».
Ricordo di aver pensato: “Ma è papà! Che cavolo”.
Lo disse veramente? Forse all’epoca ancora uscivano
da soli.
Oggettivamente, papà era meglio della maggior parte
dei tipi della sua età.
Bruchac attaccò: «Mi guardo intorno e vedo che solo
alcuni di voi hanno una durata di memoria superiore a
quella di una serie televisiva. Capisco che ieri per voi è
tanto, tanto tempo fa, ma con un po’ di sforzo dovreste ricordarvi che d’ora in poi quando entrate in classe, la prima
cosa da fare è ritirare il compito nel raccoglitore sulla cattedra. Sul raccoglitore c’è scritto Chimica I, compito di laboratorio. Non vi ricorda nulla?».
Io mi voltai per vedere dov’era il raccoglitore e Chris
mi disse all’orecchio: «Bruchac farebbe meglio a stare attento oggi. Il mio L.T.C. è un po’ scarico».
Dovevo avere l’aria un po’ confusa, come al solito,
perciò chiarì il concetto: «Livello di Tolleranza Cazzoni».
Poi scivolò giù dallo sgabello e si diresse con gli altri in
fondo alla classe. Giusto. Sollevai lo sguardo e vidi che
Bruchac mi stava fissando.
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Che avevo fatto?
Oddio. Zia Marica. Seppellii il viso fra le mani.
Chris tornò e schiacciò il foglio sul banco.
«Mi faresti il favore di leggermelo? Ho dimenticato i
miei occhiali 3D». La fotocopia era più leggibile di ieri,
ma giusto un po’.
Era un esperimento da dementi. Riscaldare un cubetto
di ghiaccio fino a raggiungere il grado d’ebollizione e poi
appuntarsi la temperatura in Fahrenheit e gradi centigradi durante i vari stadi di scioglimento. Poi c’era un altro
esercizio in cui bisognava convertire i Celsius in Fahrenheit e calcolare lo zero assoluto. Questa roba l’avevo fatta
in quarta elementare.
Era difficile concentrarsi con Chris seduto così vicino,
con le spalle che sfioravano le mie di tanto in tanto. Notai
come teneva la matita spuntata tra pollice e indice. La precisione con cui annotava le misure tracciando numeri
perfetti. Notai che le sue unghie erano rovinate, come le
mie, se le smangiucchiava, come me. A questo punto
avremmo anche potuto confrontare il nostro gruppo sanguigno.
«Che c’è?» fece Chris.
Tornai in me e dissi: «Eh?».
«Stai sorridendo. Ho fatto qualcosa di sbagliato?» mi
disse con aria abbattuta. «Ridi di me?»
105
«Ma no. Certo che no».
«Sei sicura?» chiese preoccupato.
«Stai facendo bene. È solo che…» dissi alzando le
spalle. «È un esperimento da idioti».
Buttò indietro la testa, ridendo. «Ti sembra che sapere
con che velocità si scioglie un cubetto di ghiaccio non sia
importante? Ma, cara, questo è un concetto fondamentale. E se ti chiedessi di portarmi una birra ghiacciata insieme a un piatto di nachos bollenti? Quanto tempo
avresti per portarmeli prima che la birra diventi calda?»
Gli sferrai un pugno al petto. «Porco».
Grugnì come se lo fosse davvero.
«Ehi, Chris».
Entrambi sobbalzammo. Il termometro mi scivolò
dalle dita e cadde sul banco. Chris riuscì ad afferrarlo con
le mani giunte prima che rovinasse a terra e il mercurio ci
avvelenasse tutti.
La persona alle nostre spalle si scusò: «Mi dispiace».
Era Shannon Eiber. Non mi ero nemmeno accorta che
fosse in questa classe.
Era cambiata un sacco dalla prima media. Se non altro
fisicamente. E chi non lo era? Io. Io, per esempio, vivevo in
una condizione di stasi eterna.
«Non avete ancora fatto, ragazzi?» chiese Shannon.
«Noi ci abbiamo messo più o meno tre minuti a finirlo».
106
Le feci una smorfia che non vide perché aveva gli occhi
erano incollati su Chris.
«C’è un rave sabato sera a Genesee» disse infilandosi
fra noi e rivolgendosi solo ed esclusivamente a lui. «Vieni?
Potremmo andare in macchina insieme – tu, io, Morgan
e Tay» chiese indicando il suo gruppo, gli Eletti, seduti
ciascuno alla propria postazione. Come minimo li aveva
scelti un anno fa.
Chris le sorrise. «Forse» rispose. «Posso fartelo sapere?»
Emanava calore. O forse ero io?
«Certo» disse Shannon. «Chiamami» e così dicendo
gli afferrò la mano e gli scrisse il suo numero sulla mano.
Con l’inchiostro rosso. «A più tardi» sussurrò e si dissolse.
Il palloncino, quello che conteneva la mia testa inebriandomi di elio, esplose.
«Pensavo fossi nuovo» dissi, prendendo in mano il termometro e riposizionandolo sul becco dell’acqua bollente. «Pensavo che non conoscessi nessuno».
«Sì…» arricciò il labbro «ma questo un mese fa».
Le tenebre calarono su di me. Perché non ci avevo pensato prima? Perché non avevo capito che lui fosse diverso
da me? Uno come lui. Gli bastava attraversare l’Horizon
per essere istantaneamente inglobato dagli Eletti. Da
quelli in vista, alla moda. Da Quelli Che Contano.
107
Terra chiama Regan. Come hai potuto anche solo pensare per un istante che fosse tuo?
Shannon lo salutò con il mignolo mentre tornava a sedersi sul suo sgabello. Il suo compagno di banco era Hoyt
Doucet. Non potevo biasimarla se stava tentando di rubare il mio.
Da quando in qua Hoyt faceva parte di Quelli Che
Contano? Che caduta di stile da parte di Shannon.
La campanella suonò riportandomi alla realtà. «Ci
siamo?» chiese Chris.
«Fatto» dissi finendo di scrivere la soluzione dell’equazione sullo zero assoluto e passandogli il foglio.
«Devi solo firmarlo». Scarabocchiò il suo nome accanto
al mio. Regan O’Neill. Chris Garazzo. Fra i due nomi apparve un più nella mia testa. Ero decisamente delirante.
Mentre Chris puliva velocemente la nostra postazione, io
andai a consegnare il compito.
Uscendo dalla classe mi tolsi dalla testa tutti i pensieri
azzardati che avevo fatto. Mi sbarazzai di ogni possibile
illusione che noi due potessimo finire insieme.
Quando arrivai a casa, la porta della stanza di Liam era
chiusa. Mi chiesi come avesse trascorso la giornata e se
avesse messo piede a scuola. Visto com’era andata la mia
di giornata, forse avrei fatto meglio a lasciar stare anch’io.
108
Sentii della musica provenire da sotto la sua porta. E
qualcuno che cantava. Mi si fermò il cuore. Dana International. Oh no.
Busso alla porta. «Liam».
Non può sentirmi perché il volume della musica spacca
i timpani. Dana International, una cantante israeliana che
non sopporto. È l’idolo di Liam.
Busso di nuovo. «Liam!»
Non ricevo risposta e allora oso fare qualcosa di inconcepibile. Entro. La prima cosa che vedo sono le bottigliette
di pillole vuote. Tutte perfettamente allineate sulla sua
mensola. Sono di mamma, ne sono sicura. Ho tredicianni
e mia madre è una drogata.
Ma non è questo che mi sconvolge. Le bottigliette sono
tutte vuote.
«Liam?» dico spegnendo la musica. «Liam!»
«Che c’è?»
Parla piano, ma almeno parla. Corro verso quella voce,
verso l’armadio. Lui è rannicchiato lì in un angolo con addosso l’uniforme della squadra di football. Mi getto su di lui
e lo afferro per un braccio cercando di farlo alzare in piedi.
Lui fa resistenza. Seppellisce la testa fra le ginocchia e
mormora: «Lasciami in pace».
«No».
«Va via».
109
«Forza». Il panico m’invade e trapela dalla mia voce.
«Devi vomitare». Ma lui se ne sta lì, immobile. La mia
prima reazione è la voglia di tirargli un calcio e così faccio.
«Ai!» piagnucola sprofondando ancora di più nell’armadio. «Perché l’hai fatto?»
Mi lascio cadere sulle ginocchia, lo afferro per le spalle
e lo scuoto.
«Devi vomitare, Liam. Non ti permetterò di morire!»
Le mie parole hanno un suono così stridulo che lui alza
la testa e mi guarda. I suoi occhi sono già morti.
«Liam. Lia Marie. Ti prego». Gli occhi mi si riempiono
di lacrime. «Ti prego».
Lui allunga una mano e afferra il casco da football che
ha accanto. Lo tiene in alto, davanti ai miei occhi, capovolto. È pieno di pillole. Blu, viola, arancione, bianco.
«Non posso farlo» dice Liam. «Non riesco a fare nemmeno questo. Non so fare nulla. Sono sbagliato. Sono tutto
sbagliato».
«Non è vero, non lo sei»
Sono così sollevata che gli butto le braccia al collo.
«Ti prego, Re’» mi afferra per i polsi e mi allontana. «Io
non dovevo nascere». Poi mi mette il casco nella mano destra. «Aiutami a morire. Ficcamele in gola, ok?» mi supplica affannato. «Ok?»
Le mie dita afferrano il casco. Mi alzo in piedi e mi di-
110
rigo a passo sicuro verso il bagno. Getto tutte le pillole nel
gabinetto e tiro giù l’acqua. La tiro giù una, due, tre, finché
anche l’ultima pillola non è sparita. Poi mi accartoccio sul
pavimento, appoggio la testa alla tazza del gabinetto. E
piango. Piango. Per mio fratello. Liam. Dio mio, Liam.
Dopo qualche minuto, torno da lui, lasciando il casco in
bagno. È lì appollaiato su un lato del materasso senza lenzuola, le spalline da football sul pavimento ai suoi piedi. Le
scarpe le ha già calciate via.
«Non devi giocare a football per forza» gli dico. «Non
devi farlo solo perché te lo dice papà. Perché gli hai detto
che lo volevi fare? Tu odi il football».
Lo sguardo di Liam scava buchi nella parete.
«Liam…»
«Non capiresti». Le sue ciglia luccicano. Sbatte le palpebre e una lacrima rompe gli argini. Allungo una mano
per asciugargliela, per asciugare tutte le sue lacrime. Ma lui
mi batte sul tempo e l’asciuga col dorso della mano. Poi tira
su col naso e singhiozza.
Raccolgo la maglia, le spalline e le scarpe dal pavimento.
«Ci penso io» gli dico. «NON devi farlo, se non vuoi».
Sono furiosa, tremo dalla rabbia. In cima alle scale mi
fermo. Butto tutto a terra.
Ho qualcos’altro da dirle.
«Lia Marie?» dico sulla soglia. «Ti puoi mettere la mia
111
camicia da notte per andare a letto. Te la regalo. E d’ora in
poi puoi venire a vestirti in camera mia quando vuoi».
Liam si volta e i suoi occhi incontrano i miei. Lentamente, il colore torna sul suo viso. La vita fa capolino. Lo osservo richiamare a sé Lia Marie. «Ok» risponde lei con un
sorriso. «Grazie, Re’».
Adesso posso respirare.
La porta di Liam si spalancò davanti a me e Dana International mi assalì. «Ehi, Re’. Vieni qui, dà un’occhiata»
disse facendomi cenno d’entrare.
Tirai un sospiro di sollievo – lo stesso che ho tirato
ogni giorno che Liam è stato troppo codardo per andare
fino in fondo. Se aveva ripensato al suicidio, non me
l’aveva mai detto. Non che mi aspettassi di sapere il giorno
e l’ora. Ma lo tenevo d’occhio comunque. Aveva trovato
un nuovo rifugio, uno migliore. Dargli il permesso di vestirsi in camera mia l’aveva curato – o almeno questo era
ciò che credevo.
La sua stanza mi faceva venire i brividi ogni volta che
ci entravo. Era austera. Fredda. Abbandonata. Non usava
mai le lenzuola e nemmeno la coperta. Solo un ruvido copriletto bianco che aveva comprato in un negozio militare o roba simile.
Durante il giorno lo arrotolava in cima al letto dove le
persone normali tenevano i cuscini.Anche le pareti erano
112
spoglie, a eccezione di pile di libri, riviste, blocchi per gli
appunti e manuali da computer che si arrampicavano fino
al soffitto. Mi aveva sempre dato la sensazione che non
fosse la stanza di nessuno.
Liam stava ancora parlando, ma lo sentivo a malapena.
Abbassai il volume di Dana.
«… e ho trovato un sacco di storie sui TG. Per esempio,
sapevi che nell’antichità in Grecia e a Roma, Filone scriveva di uomini che si trasformavano in donne?»
TG uguale Transgender. «Be’, sì. Tutti hanno letto Filone almeno una volta».
Ignorò il mio sarcasmo. Era seduto sul pavimento, circondato da mucchi di fotocopie. «E re Enrico III di
Francia si faceva chiamare sa majesté. Sua maestà, al femminile. L’abate di Choisy nel XVII secolo scrisse“credo di
essere veramente, sinceramente una donna”. Poi c’è Giovanna d’Arco».
«Giovanna d’Arco era un uomo?» strabuzzai gli occhi.
Liam inclinò la testa e disse «Nella sua testa. Ci sono
prove sufficienti per affermarlo».
Wow. Non avevo mai pensato che le ragazze potessero
essere transgender.
Lasciai cadere lo zaino sul suo letto e scivolai a sedere
accanto a lui. Mi chiedevo inoltre da dove venisse questo
improvviso interesse per la Storia.
113
«Perché fai ricerche sui TG?» chiesi. «Voglio dire…
perché ora?»
«Perché no? Un giorno farò anch’io parte della Storia».
Mi uscì il cuore dal petto. Intendeva dire che sarebbe
diventato Storia?
«Esistono un sacco di racconti che i nativi americani
si tramandavano sui trans» continuò lui «i Mohave, i Navaho, i Pueblo. Loro li accettavano, li accoglievano a
braccia aperte, intendo dire donne che erano uomini e viceversa. Le chiamavano persone dai “due spiriti”. Sapevi
che fra gli indiani Yuman, esistevano gruppi di persone,
chiamate Elxa, che avevano sperimentato un vero “cambiamento di spirito”? Forte, no?».
Mi girava la testa. Gettai un’occhiata sulla pagina da
cui Liam aveva tratto queste informazioni.Aveva evidenziato dei passaggi, facendo piccoli asterischi vicino ai
nomi di persone famose. Dana International. Ah. Lei era
un trans allora. Non ero mai riuscita a capire perché gli
piacesse tanto.
«Mick Jagger racconta che a casa si traveste».
Sbuffai. «E questo fa di lui un trans?»
Liam rispose facendo spallucce «Non si sa mai. Non è
tutto bianco o nero. Ci sono zone grigie quando si parla
d’identità di genere delle persone».
«Questo lo so».
114
«Ru Paul» disse.
«Ru Paul? Pensavo fosse una drag queen».
«Forse. È probabile. Comunque è bellissima».
«È questo che vorresti essere? Una drag queen?»
Oddio, Luna sarebbe salita su un palco? Si sarebbe esibita?
Liam rispose: «Non siamo tutti così dotati. Io voglio
solo confondermi fra la folla e osservare». Era tutto emozionato. «Ho conosciuto dei transgender che stanno vivendo il momento della transizione. Quello che stanno
passando è esattamente ciò che vivo io, uguale identico»
disse e afferrò un altro plico di fotocopie che aveva lasciato da parte nel suo scrigno delle meraviglie. Lo chiamava così – il baule chiuso a chiave che conteneva la sua
vita. La vita come desiderava che fosse. I vestiti da ragazza.
I trucchi. Lo aveva addirittura fornito di sistema d’allarme.
«C’è questa ragazza transgender, Teri Lynn, che ha
compiuto la transizione due anni fa. Lei lo chiama“rimodellamento di sé”. Sta seguendo gli standard di Harry Benjamin alla lettera per poter avere la sua RS l’anno prossimo».
«La sua cosa? Aspetta. Chi è Harry Benjamin?» mi
parlava di queste cose come se fossi al suo stesso livello,
come se fossimo sulla stessa barca.
115
«Harry Benjamin» ripeté Liam. «Gli standard Benjamin sono le fasi che bisogna attraversare prima di subire
una RS».
«Rallenta, Liam. Mi sono persa. Cos’è una RS?» presi in
mano una pagina tratta da internet e la scorsi velocemente. In alto si leggeva “Benvenuti al Centro Identità di
Genere”.
Liam mi posò una mano sulla spalla. «Scusa. Prima
dovresti imparare la terminologia. RS: Riattribuzione del
Sesso».
Mi cadde il foglio di mano. Mi s’inceppò il cervello.
«Vuoi dire un’operazione per cambiare sesso?»
Un enorme sorriso gli illuminò il volto. Le illuminò il
volto. Lo sguardo di Luna si fece sognante. «Oh, Re’. È ciò
che ho sempre desiderato e tu lo sai».
No, non lo sapevo. Come facevo a saperlo? Abbassai
lo sguardo e fissai il pavimento, senza vederlo. Non riuscivo a guardarla. Perché tutto questo mi scioccava?
Perché non avevo mai permesso alla mia mente di spingersi così oltre. Transizione. Questo era il suo significato
allora? Una transizione concreta, fisica? Un’operazione
per cambiare sesso?
Liam radunò i fogli, poi premette una serie di lettere e
numeri sul dispositivo che aveva piazzato sul suo scrigno.
La serratura scattò e lui sollevò il coperchio. Vi adagiò i
116
fogli e vi estrasse un portafoglio di pelle e una borsetta di
tessuto. Quella borsetta aveva un’aria familiare. Ma non
era di mamma?
Liam disse: «Quale di queste due ha un aspetto più ordinario».
Un’ondata di nausea ebbe il sopravvento su di me. Mi
alzai in piedi.
«Re’?»
«Nessuna delle due. Tutte e due. Vanno bene tutte e
due» borbottai, andando spedita verso la porta.
«Cosa c’è?» la sentì chiedere alle mie spalle.
«Niente». Non abbandonarlo, un urlo nella mia mente.
Non farlo. Non deluderlo. Non deve saperlo.
«Tu mi capisci, vero?» chiese con tono più dolce.
Mi fermai sulla soglia con gli occhi chiusi. Feci un respiro profondo ed espirai lentamente. Con una mano
sullo stomaco, aprii gli occhi e mi voltai con un sorriso
sforzato sulle labbra.
«Be’, sì» mentii. «Certo».
117
Capitolo 9
«Questo esperimento coinvolge due elementi chimici
potenzialmente pericolosi. Il primo è il permanganato di
potassio, un forte agente ossidante che reagisce immediatamente a contatto con pelle e vestiti. Il secondo è
l’acido solforico, caustico e corrosivo. Qualsiasi schizzo
di entrambe le soluzioni va rimosso con abbondanti
quantità d’acqua. Gli occhialini vanno indossati in qualsiasi momento. Domande?» chiese Bruchac pulendosi gli
occhiali da nerd con la Titti-cravatta.
Chris mi passò i miei occhialini. «Dovresti lasciare che
sia io a maneggiare tutte le sostanze pericolose» disse con
voce profonda. «Sono io l’uomo».
Il giorno prima si sarebbe meritato uno schiaffetto.
Avrei riso. Ma adesso? Cos’era cambiato? Il mondo sembrava tutto al contrario, fuori fase, come se deviasse dal
suo corso naturale. Non avremmo mai potuto riavvicinarci. Non che lo fossimo mai stati, vicini, intendo.
“Riempite una pipetta di Beral con perossido d’idro-
119
geno e mettetele un’etichetta” leggo sul foglio delle istruzioni di laboratorio.
«Ehi, Garazzo.Vieni agli allenamenti dopo la scuola?»
chiese una voce alle nostre spalle. Un ragazzo più grande
si era fermato alla nostra postazione prima di andarsi a
sedere. In ritardo di dieci minuti. Bruchac gli stava incenerendo il retro delle giacca con lo sguardo.
Chris rispose: «Ovvio, amico. Pensi che Hewitt si deciderà a farmi giocare o scalderò la panchina per tutto
l’anno?».
«Signor Atchinson, è in ritardo» dichiarò Bruchac al
mondo. «Questa è la seconda volta. Ancora una e può
anche risparmiarsi il disturbo di tornare».
Gli occhi di Atchinson trafissero come pugnali il petto
dell’uccellino Brucach.
«Signor Atchinson…»
«Ricevuto, capo» rispose lui coi pollici alzati e si diresse alla sua postazione.
Tornai al foglio delle istruzioni.
«Ma questa non è quella roba che si usa per decolorare i capelli?» disse Chris, svitando il coperchio della bottiglia di perossido di idrogeno e annusandone un po’. «Potrei farti le méche» disse facendo atterrare la sua manona
sulla mia testa, stile elmetto. «Una bella striscia lunga, fino
in fondo. Da punk».
120
Mi ritrassi bruscamente.
Quella reazione sembrò ferirlo. «Scherzavo, Regan».
Il mio nome, fra le sue labbra. Il cuore mi balzò in
petto. «Lo so, scusa» dissi sorridendo. Mi rilassai un poco,
abbassando lo Scudo dell’Invisibilità. Forse era meglio se
non finivamo insieme. Così non l’avrebbe mai saputo.
Mentre ci preparavamo a confermare o smentire la
percentuale di perossido di idrogeno dichiarata dal fornitore sull’etichetta della confezione, Chris contava ad alta
voce le gocce che versava nel becco. «Quattordici, quindici… allora, ci vuoi andare?»
Aprii il coperchio dell’acido solforico. «Dove?» chiesi
tenendo in mano la bottiglia.
«Al rave».
Mi venne un attacco epilettico. Lo spasmo muscolare
che mi sconvolse produsse uno scossone alla mano che
teneva la bottiglia di acido solforico. Me lo versai su tutto
il braccio.
Come in un film muto, sul volto di Chris si dipinse
un’espressione di terrore. Io aprii la bocca per emettere un
grido. Non sentii male, all’inizio. Poi il dolore crebbe d’intensità e il braccio iniziò a bruciare. Mi sentivo scivolare
in uno stato catatonico – ero in stato di shock.
Guardavo la mia pelle a bocca aperta, mentre scoloriva, diventava bianchiccia e ribolliva. Urlai?
121
«Signor Bruchac!» gridò Chris. «Venga qui, presto».
Poi afferrò il mio braccio e aprì il rubinetto per mettermi
la mano sotto il getto d’acqua fredda.
Bruchac arrivò giusto in tempo per assistere al mio ritorno dal mondo dei morti. L’urlo questa volta fu reale.
Da far esplodere i timpani. Un mare di lacrime fuoriuscì
dai miei occhi mentre mi lamentavo e singhiozzavo.
«Calmati. Sopravviverai» disse Bruchac ma dovette alzare il tono della voce per prevalere sui miei strilli. Chris
mi teneva il braccio sotto l’acqua. «Per l’amor del cielo,
calmati» disse Bruchac stringendomi l’avambraccio col
suo artiglio.
Dopo poco, persi sensibilità alla mano. Il pianto si arrestò e riuscii a ricompormi. Più o meno. Bruchac mi esaminò il polso, la parte più danneggiata. «Ho una crema
antibiotica nell’armadietto. Aspetta un secondo». La sua
voce sembrava provenire da lontano, da uno di quei
becchi. Stavo per svenire?
«Regan, stai bene?»
Sbattei le palpebre in direzione di quella voce. Chris
mi sorreggeva la mano con presa ferma e aveva la faccia
verde come la mia.
Feci cenno di sì.Allentò la presa e mosse le dita. Io feci
lo stesso, nel tentativo di riattivare la circolazione del mio
arto.
122
Tenendomi la mano nella sua, mi esaminò il braccio. Il
polso. Poi fece una cosa strana. Si portò la mia mano alle
labbra e la baciò.
Mi sentii morire. Non avrebbe potuto fare una cosa
più dolce.
Il danno erano minimo. Non sarebbero stati necessari
innesti di pelle o bende. Per tutto il resto del giorno però
tenni la mano stretta al cuore, come a volerla proteggere.
Non perché mi facesse male, ma solo per sentire ancora il
tocco delle labbra morbide di Chris sulla mia pelle.
B
Quella notte lo sognai. Scivolavamo sulle acque di un
fiume, a bordo di una canoa. Soffiava una brezza tiepida,
delicata ed eravamo entrambi vestiti di bianco. Chris indossava una camicia bianca, pantaloni bianchi e scarpe
bianche. Io invece un abito color alabastro. La luna scintillava sulle increspature dell’acqua, riflettendo i nostri
vestiti, i nostri visi, e proiettando su di noi un’aura luminosa. Chris teneva un remo, io l’altro e remavamo in perfetta armonia. Dal bosco che si affacciava sul fiume provenivano le note de La Bohème. Noi cantavamo e remavamo, cantavamo e remavamo…
Poi la musica s’arrestò di colpo. «Re’, aiutami».
Spalancai gli occhi di colpo.
123
Accanto al mio letto c’era Luna, in lacrime.
Mi ci volle un po’ per 1) svegliarmi del tutto perché
non volevo che il mio sogno svanisse e 2) calmare Luna.
Piangeva così forte che stava quasi per andare in iperventilazione.
«Cos’è successo?» Mi sembrava stesse bene prima.
Liam era quello di sempre a colazione – calato nel suo
ruolo di ragazzo – anche se, cosa strana, quella mattina
era andato a scuola. L’avevo visto entrare nell’aula multimediale mentre andavo a Storia.
«Luna?»
Lei tirò su col naso, poi si gettò sul mio letto e singhiozzando disse: «È lui che me l’ha fatto fare. Io-io non
volevo, ma lui mi ha costretta». Il suo petto era scosso da
terribili spasmi e si teneva la testa fra le mani.
«Chi?» dissi lottando per liberarmi dalle lenzuola e sedermi accanto a lei. «Chi è stato?»
Le spalle di Luna sussultarono ancora e piagnucolando
disse «Papà». Papà. Le misi un braccio sulla spalla.
«Cosa ha fatto questa volta?» chiesi.
«Mi-mi ha fatto andare agli allenamenti» disse facendo un respirone e raddrizzando la schiena. «È proprio
venuto a prendermi a scuola. Pensavo che nemmeno sapesse i miei orari» disse asciugandosi il naso. «Glieli
avranno detti in portineria».
124
Ma di cosa stava parlando? «Allenamenti di cosa?»
«Baseball» disse sbattendo le ciglia cariche di lacrime.
Oddio.
«Mi ha costretto a entrare in campo e mi ha fatto lanciare» disse assente. «E lui è rimasto a guardarmi sulle
gradinate per tutto il tempo, per controllare che non me
ne andassi».
Maledissi piano mio padre. Non così piano in realtà.
«Oh, Re’» sospirò rumorosamente, i suoi occhi nei
miei. «Devo affrontare la transizione.Ad ogni costo. Devo
farlo ora».
Lasciai cadere il braccio. «Quanto costa?»
Lei scosse la testa. «Non si tratta di soldi».
E di cos’altro allora?
«Tu devi aiutarmi» mi disse, anzi mi supplicò.
«Aiutarti? Come?»
Voleva che la operassi io? Eh sì, come no.
«Inizierò piano piano, presentandomi. Indossando
abiti da ragazza in pubblico. Come posso fare secondo
te?»
«Perché lo chiedi a me?» Avevo un peso sul petto. Io
non ne sapevo nulla. Non farlo, supplicai in silenzio.
Luna si aggiustò meglio sul letto, più lucida ora, con
un ginocchio piegato sotto di sé. «Perché io mi fido di te,
Re’. Mi fido ciecamente».
125
“Non farlo!” urlavo dentro di me. Per tutti quegli anni
ero stata la sua confidente, avevo custodito il suo segreto.
Ma non aveva motivo di fidarsi di me così completamente.
Mi fissava con insistenza e io non riuscivo a guardarla.
«Tutto ciò che vuoi è vestirti da donna in pubblico?»
chiesi, cercando di sembrare disinvolta, ma allontanandomi impercettibilmente da lei.
«Sì. Voglio essere me stessa».
Tutto qui? Abbandonai le sue mani e mi alzai in piedi.
Facendomi largo tra la roba sparsa sul pavimento, raggiunsi la mia scrivania che era diventata ormai il piccolo
angolo di paradiso di Luna, e presi un lucidalabbra.
«Be’, credo che sarebbe più facile fra estranei» dissi e
tolsi il tappo. Marrone. Decisamente non il mio colore.
Ma qual era il mio colore? «Voglio dire, rischi meno. Se a
loro non dovesse andar giù il fatto che sei trans, chi se ne
frega. Non dovrai affrontarli cosciente di ciò che sei – eri.
Prima. Cioè, Liam, no?»
«L’attore» disse lei. «L’ologramma».
«Qualunque cosa sia. Loro non ne saprebbero nulla».
«Potrebbe essere anche l’occasione per sentirmi a mio
agio in pubblico. Alla luce del sole».
Alla luce del sole? Iniziò a girarmi la testa. Chissà se
percepiva il mio panico. Mi sembrò quasi che brillasse
quando sorrise e disse: «Sei un genio, Re’. Sei. Un. Genio».
126
«Sì, ok» mi voltai. A confronto con Liam ero una cellula staminale.
«Dove andiamo?» chiese Luna. «Quando?»
«Non lo so». Posai il lucidalabbra. Aveva proprio bisogno di tutti quei colori? «Magari al centro commerciale.
Non il nostro» aggiunsi di corsa. «Un altro, uno mooolto
lontano, dall’altra parte della città» dissi accompagnando
le parole con un ampio gesto della mano per simulare la
distanza. Un sacco di distanza. «Andiamo a far shopping».
«Shopping» ripeté Luna. «Ma tu lo sai da quant’è che
sogno di andare a fare shopping con te?»
Davvero? Non lo sapevo. Non che ci andassi spesso.
Solo quando Aly aveva bisogno di qualcosa e nessuna
delle sue amiche poteva accompagnarla. Aly aveva altre
amiche oltre me. Più grandi, ovviamente. Ragazze della
sua età. Fare shopping… che sogno modesto.
«Quando?» chiese Luna.
«Eh?» iniziavo a perdere concentrazione. Ero così
stanca e rivolevo il mio sogno, quello con Chris e la canoa.
«Domani» saltò su Luna.
«No, ho scuola. Ne avrai sentito parlare. La gente ci va
per imparare, per costruirsi un futuro… ti dice niente?»
Lei non sorrise. «Dopo scuola?»
Che giorno è domani? – pensai – Giovedì? Ma è già
domani? «Devo lavorare» le dissi.
127
David e Elise avevano iniziato un corso di yoga, grazie
a Buddha. E avevano bisogno di me.
«Quando, Re’? Quando possiamo andare?»
L’ansia che colsi nel tono della sua voce mi spezzò il
cuore.
«Sabato» risposi. «No, aspetta, devo lavorare anche sabato».
La vidi riflessa allo specchio. Totalmente disperata, devastata. Ma non potevo farci niente. David e Elise mi avevano chiesto di tenere i bambini perché volevano andare
a sciare. Sarebbero stati via tutto il giorno. Non è che
avessi proprio bisogno di quei soldi… ma volevo andarci.
Avevo bisogno di una dose di famiglia “normale”.
«E sabato sera?» chiese allora Luna. «Fino a che ora
tengono aperto i centri commerciali?»
Attese la mia risposta. Come se io lo sapessi. «Le 9, almeno».
Sabato sera poteva andare per me.Avrei avuto un paio
di giorni per prepararmi. Per cosa, non lo sapevo ancora.
«Non tornerò prima delle sei, dipende da dove David e
Elise decidono di andare a sciare».
Luna saltò in piedi attraversando in volo la stanza. Mi
sollevò letteralmente dalla sedia e mi abbracciò.
Mi strinse così forte che tutta quella gioia mi penetrò
nelle ossa.
128
Ok, non sarebbe stato così male. Un mucchio di sconosciuti. Sabato sera. Chi andava al centro commerciale
sabato sera? A parte tutte le ragazze del mondo in cerca di
ragazzi, per come la vedeva Aly.
Soffocai il terrore. Saremmo state semplicemente due
ragazze che facevano shopping. Chi l’avrebbe notato? A
chi sarebbe importato in ogni caso? Chi si sarebbe preso
la briga di guardarci due volte?
B
«Signorina O’Neill sarebbe così gentile da venire qui,
di fronte alla classe?» chiese Bruchac chiamandomi a sé
col dito indice. Chris era appena arrivato di corsa e si stava
accomodando sullo sgabello, in ritardo secondo il buon
esempio di Atchinson. Non feci nemmeno in tempo a
dirgli: “Ciao. Sai dove si affittano le canoe?”.
«Signorina O’Neill?»
Cosa voleva Bruchac? Voleva davvero che andassi su o
cosa?
«Entro la giornata non sarebbe male» disse lui dando
colpetti sull’orologio.
Spinsi indietro lo sgabello, quasi rovesciandolo, ma
Chris lo raddrizzò. Aveva un’espressione in faccia, tipo
“ma che succede?”.
Magari l’avessi saputo.
129
Tutti smisero di fare quello che stavano facendo per
godersi lo spettacolo. I loro occhi erano su di me. Seguivano ogni mio movimento.
Mi sentii nuda mentre attraversavo la stanza, fra le postazioni. Il mio cuore batteva all’impazzata. Cosa aveva
in mente Bruchac?
Mi fece cenno di raggiungerlo. «Può mostrare alla
classe il suo braccio, signorina O’Neill? Vedete quali sono
le conseguenze di incidenti causati dal contatto dell’acido
solforico con la pelle?»
Incidenti? Io stavo prendendo seriamente in considerazione di far un bel bagnetto d’acido anche all’altro
braccio oggi. Il polso era ancora rosso, la pelle ricoperta a
tratti di macchie bianche e di bolle, ma non faceva poi
così male.
«Signorina O’Neill, se non le dispiace. Il suo pubblico
attende» insistette Bruchac sollevando un braccio al suo
fianco come un attore di teatro.
Cretino. Beccati un bel primo posto nella C.C.P.
Fanculo. Ecco cosa pensai. Poi incrociai le braccia sul
petto. Capito l’antifona?
«Sono stato io a far cadere l’acido per sbaglio».
La voce di Chris proveniva da in fondo alla classe.
«Non è vero» dissi io.
«E invece sì».
130
«No».
«Continuerete questo bisticcio amoroso fuori di qui»
tagliò corto Bruchac. «Questo è uno degli incidenti di cui
vi parlavo. Ecco cosa accade se non fate attenzione. Queste
sono sostanze tossiche, ragazze. Chi gioca col fuoco, rischia di bruciarsi».
Per poco non proposi alla classe di bruciare lui per discriminazione sessuale. E avrei aggiunto una condanna
alla reclusione per aver violato il mio diritto di soffrire in
silenzio. Ma parlare non avrebbe fatto altro che prolungare la mia agonia lassù. Quindi tornai al mio posto.
Bruchac mi seguì e si fermò davanti a me. «Mostri a
tutti cosa può succedere se l’acido entra in contatto con la
pelle, signorina O’Neill».
Ero stizzita. Ma faceva sul serio?
Sembrava proprio di sì. Non voleva farmela passare liscia.
Rilassai le braccia, poi sollevai il polso sinistro. Quelli
seduti in cima si sporsero in avanti dalle loro postazioni
per vedere meglio, quelli in fondo allungarono il collo più
che potevano. Avrei voluto dirgli che non c’era nulla da
vedere, a parte me che incenerivo.
«Ci dica come si sente» disse Bruchac.
«Abbastanza bene» dissi secca. «Anzi benissimo, se
solo fossi una fanatica dell’autolesionismo».
131
Risata generale. Stava accadendo davvero?
Bruchac ringhiò: «Non mi stancherò mai di dirvi che
la sicurezza è la nostra priorità. Siate cauti. Siate attenti.
Siate prudenti».
«Siate tutto ciò che volete» aggiunsi io.
Coro di risate. Riuscivo a sentire Bruchac che friggeva
di rabbia accanto a me.Avrebbe ucciso qualcuno se avesse
potuto. Mi precipitai al mio posto, come un coniglio spaventato. Mentre passavo, gli altri mi sorrisero. Non per
prendermi in giro come al solito.Al contrario… erano divertiti.
Bruchac disse: «Prendete tutti un foglio bianco, vi siete
appena meritati un test».
Lamento generale.
Mentre mi sedevo, Chris mormorò «Inclassificabile,
anche nella C.C.P.».
Davvero. Per fortuna il test non era difficile altrimenti
per tutti sarei stata io quella inclassificabile. C’erano due
domande sul punto di ebollizione e di congelamento per
ripassare la lezione precedente.
Poi la formula dell’acido solforico, H2SO4. Ma quella
era già scolpita nella mia mente. Quando finii, diedi un’occhiata al foglio di Chris. Era quasi tutto bianco. Aveva risposto alla prima domanda, poi si era mentalmente assentato.
132
«Ehi, Regan» mi chiamò nel corridoio dopo la lezione.
«Allora per sabato sera?»
Mi pietrificai sul posto. Sabato sera? Come faceva a sapere di sabato sera?
Chris interpretò dalla mia bocca aperta che forse non
avevo idea di cosa stesse parlando. Ed era vero.
«Il rave» disse.
Oddio. Il rave.Allora non me l’ero sognato. Me l’aveva
chiesto davvero prima che mi sparassi l’acido.
Un gruppo ci sbattè contro e Chris mi trascinò da una
parte. Si passò una mano fra i capelli e mi fissò dritto negli
occhi.
«Allora?»
«Allora…» dissi leccandomi le labbra. Aprii la bocca.
La richiusi. Sabato sera. Perché doveva essere proprio sabato sera? Luna desiderava così tanto andare a fare shopping. Era rimasta nella mia camera fino all’alba per provarsi i vestiti che avrebbe indossato per il nostro giro al
centro commerciale. Non riusciva a smettere di parlarne.
Se questo non bastava a dimostrare che era una ragazza,
quali altre prove occorrevano?
No, era troppo importante per Luna. Per Liam. Desiderava fare shopping con me da una vita.
«Sabato sera non posso…» dissi a Chris. «Vado a fare
shopping con… eh… mia sorella».
133
Cambiò espressione. Era triste? «Ok» disse con lo
sguardo che scivolava altrove. Era deluso? Arrabbiato?
«Be’, allora ci si vede in giro» disse in tono freddo.
Che significava? Ci saremmo visti il giorno dopo.
Iniziò ad allontanarsi e svanì tra la folla.
«Al diavolo, Liam» mi voltai e tirai un calcio al muro.
Poi imprecai perché forse mi ero rotta un’unghia del
piede.
134
Capitolo 10
Il giorno dopo Chris non si presentò a Chimica.
Bruchac disse che aveva corretto i test e che ce li
avrebbe riconsegnati durante la lezione. «Sono al di sopra
di ogni mia aspettativa».
Aspettativa. Perché non si parlava d’altro che di aspettative?
«Come va il braccio?» chiese Bruchac fermandosi davanti alla mia postazione.
«Sopravviverà» borbottai. «Cioè, io sopravviverò».
«Bene» disse e con un sorriso posò il mio test sul
banco. «L’esperienza è la lezione migliore. Peccato che alcune lezioni facciano un po’ male».
Diedi un’occhiata al foglio. Cento per cento.
«Vedo che il tuo complice oggi non è presente» disse
Bruchac. «Potrebbe dirgli di venire da me dopo la
scuola?» disse e rimise il compito di Chris in cima alla
pila, non prima che riuscissi a scorgere il suo voto, però.
Zero. Zero per cento.
135
Non avevo mai preso uno zero in tutta la mia vita.
Chissà come ci si sentiva.
Mentre Bruchac si allontanava lentamente, ero combattuta se comunicare a Chris la notizia. Decisi per il no.
Oggi era venerdì. Lunedì sarebbe stata ormai acqua passata.
Per qualche ragione mi sentivo responsabile per il
brutto voto di Chris. Ero responsabile. Non sarebbe stato
costretto a fare il test, se io non mi fossi tirata addosso dell’acido. E a giudicare dal clamore che i voti stavano causando in classe, mi resi conto che la stessa cosa valeva
anche per gli altri. Avevo decisamente bisogno di nuove
batterie per il mio Scudo dell’Invisibilità.
B
Sabato mattina, mentre uscivo per andare dai Matera,
Alyson scese le scale del seminterrato.
«Nevica. È bellissimo là fuori» disse a Liam che era
chino su una stampata, tutto intento a decifrare un codice. «Prendiamo la macchina e andiamo in montagna»
disse, poi buttò i cappelli in avanti e a testa in giù guardò
Liam negli occhi. «Ti prego. Non andiamo mai da nessuna parte».
«Non posso» le disse con voce strozzata. «Devo finire
questo e poi devo assemblare due sistemi entro oggi».
136
Sì, come no. L’unica cosa che doveva assemblare era il
look da sfoggiare quella sera.
«Ci vieni tu, Regan?» mi chiese Alyson.
«Devo lavorare».
«Merda» disse Aly buttandosi a peso morto sul divano.
«Un altro noiosissimo sabato a Nerdland. La mia vita fa
schifo».
Trovati un lavoro, pensai. Va a fare shopping. Porta
Liam a farsi una messa in piega. Che battuta. Avrei tanto
voluto dirla a voce alta. E invece mormorai «Mi dispiace».
La mia giornata dai Matera fu tutt’altro che noiosa.
Giocai coi bambini, guardammo un film mentre distraevo Tyler, poi preparai il pranzo e infine lasciai che
Mirelle mi facesse un’acconciatura piena di mollettine ed
elastici. Prima ancora che avessi il tempo di guardare
l’orologio, erano già le sei.
Ed erano le sette quando arrivai a casa.
Liam mi tese un’imboscata alla porta. «Sei in ritardo»
disse. «Dovevi essere qui per le sei».
«Oh, ma fammi il piacere» gli dissi allentando la presa
dei suoi artigli sul mio braccio. «Ho detto che forse sarei
arrivata alle sei. David e Elise sono rimasti bloccati a causa
di un camion slittato in mezzo alla strada mentre tornavano a casa. Fuori è in corso una bufera, in caso non te ne
fossi accorto».
137
Liam sollevò il suo montgomery dal pavimento dell’atrio e mi sventolò le chiavi davanti alla faccia.
«Posso andare al bagno prima?» chiesi e, sgusciandogli
davanti, mi affrettai giù per il corridoio. La porta del
bagno era chiusa, era occupato. Mentre facevo retromarcia per andare di sotto, udii lo sciacquone e dopo
poco apparve papà.
Guardò prima me poi Liam che era davanti alla porta di
casa con la mano sulla maniglia. «Non starete pensando di
uscire con questo tempo, vero?» disse papà.
«Non è poi così male» risposi scivolandogli accanto e
chiudendo la porta del bagno dietro di me. Tirai giù la tavoletta del gabinetto schifata. Queste erano le cose che mi
facevano apprezzare l’educazione di Liam quanto a igiene.
Non che conoscessi le sue abitudini in pubblico o in privato e nemmeno ci tenevo a conoscerle.
Quando uscii dal bagno, papà stava riagganciando il
telefono in cucina. Liam mi lanciò uno sguardo tagliente
e con la bocca articolò un “andiamo”.
«Vostra madre farà di nuovo tardi a lavoro con AndyTu-Sì-Che-Mi-Comprendi» brontolò papà. Andy-Tu-SìChe-Mi-Comprendi. Buona questa, papà. Se solo fosse
stata una battuta, dato che la sua faccia diceva tutto il contrario. Papà se la rifece su di noi.
«Voi due restate a casa».
138
«Ma papà…» protestammo io e Liam in coro. Liam mi
guardò, voleva che fossi io a finire la frase.
«Andiamo solo al campo» mentii. «Sarà meno affollato stasera».
Lui aggrottò le sopracciglia e disse: «Ah sì? Vengo anch’io». Merda. Non era la risposta che volevo.
Liam saltò su: «Papà, è una cosa che voglio fare da solo.
Mi capisci, vero?».
Papà aprì la bocca, poi la richiuse. Mi capisci? Liam
non aveva mai detto quelle due parole a papà prima di allora. «Va bene» rispose papà scioccato. «Ma state attenti
là fuori».
«Lo faremo» disse Liam facendomi cenno col mento
di uscire e, prima che papà si rendesse conto di cosa c’era
da capire – d’altro canto nemmeno io non ne avevo la più
pallida idea – ce la filammo.
B
Liam scelse il centro commerciale di West Meadows, a
solo mezz’ora da casa nostra – se il tempo fosse stato più
clemente. Con le strade ricoperte da una lastra di ghiaccio
nero e un vento forza quattro che rendeva impossibile
percorrere anche solo un centimetro alla volta, ci impiegammo un’ora per arrivare là. Eravamo fortunati a essere
ancora vivi.
139
«Non c’è tanta gente in giro stasera» notò Liam mentre
si apriva un varco nella neve vicino all’entrata per parcheggiare.
«Be’, i matti li rinchiudono la notte» borbottai. Il parcheggio era praticamente vuoto. Aprii lo sportello e mi
arrivò in faccia una sferzata di nevischio. Mentre tentavo
di alzarmi e girarmi per chiudere lo sportello, notai che
Liam non si era mosso. Se ne stava lì seduto e fissava il
parabrezza congelato.
Ricacciai dentro la testa e dissi: «Che c’è?».
«Non ci riesco».
«Liam».
Scuoteva la testa in modo meccanico. «Non ce la
faccio».
Merda! Sbattei il palmo sul cruscotto. Ahi. All’unghia
e all’ustione si aggiungeva un polso rotto. Che diavolo ci
facevo in mezzo a una tormenta il sabato sera, quando
avrei dovuto essere con Chris a remare lungo il fiume dell’amore?
«Dai, Liam. Non sarà poi così terribile».
Si limitò a guardarmi.
Ok, non potevo saperlo.
Un timido sorriso gli increspò le labbra. «A Teri Lynn
piace il nome che ho scelto – Luna. Secondo lei ha un
suono mistico, misterioso».
140
«E Teri Lynn sarebbe…?»
«La T che ho conosciuto online».
T di trans. Giusto.
«È carina» disse poi. «Mi ha raccontato tutto della
prima volta che si è mostrata in pubblico, quando ha iniziato la transizione. Aveva diciassette anni anche lei, ma
non aveva la macchina perciò dovette prendere l’autobus.
Prende e va in biblioteca perché sa che lì c’è un bagno
unisex dove può cambiarsi. Lei vive a Seattle». Fece e una
pausa e mi guardò. «Washington».
«Sì, ne ho sentito parlare. È tutto molto affascinante»
dissi sbadigliando. «Ma che c’entra con…»
«Decide di indossare un vestitino estivo, un giacchetto» continuò Liam «e sandali aperti davanti. Tutto ciò
che possedeva all’epoca era un’orribile parrucca di Halloween, stile Elvira, la Signora delle Tenebre».
«Oh mio dio» rabbrividii. «Stai scherzando?»
Liam soffocò una risatina. «Allora attraversa il parco
ed entra in un supermercato e le prime persone che incontra sono una mamma e due bambini. Teri Lynn sa che
la stanno osservando. La fissano. Per poco non se la squaglia. E invece continua a camminare a testa alta. È convinta di avercela quasi fatta, di averli superati, quando uno
dei due bambini fa“Mamma perché quel signore è vestito
da donna?”».
141
Non riesco a trattenermi dal chiudere gli occhi.
«Lo so» disse Liam. «A Teri Lynn venne quasi un infarto. Prima di sottoporsi all’elettrolisi, aveva una barba
molto scura. Tutto il fondotinta del mondo non sarebbe
bastato a nasconderla».
Liam sorrise fra sé e abbassò la testa.
Lasciai andare un lungo sospiro. «E poi cos’è successo?»
Liam seguì con l’indice la curva del volante poi disse:
«La mamma capì. Fu gentile. Si scusò con Teri Lynn e rimproverò suo figlio. Teri Lynn ne uscì traumatizzata, mi
disse, ma le era costato troppo arrivare a quel punto e trovare la forza di indossare ciò che desiderava, perciò non
aveva intenzione di tornare sui suoi passi. Dice che si farebbe ammazzare piuttosto che tornare indietro».
Il petto di Liam si sollevò, poi si riabbassò.
«Perciò…» inclinai la testa verso di lui «immagino sia
sopravvissuta».
I suoi occhi incontrarono i miei.
«Puoi farcela» gli dissi. «Tu puoi farcela».
Seguì un silenzio interminabile. Poi un’espressione che
mai avevo visto prima affiorò sul volto di Liam. Cos’era?
Determinazione? Consapevolezza?
La sua mandibola si serrò.
Annuì una sola volta e aprì lo sportello.
142
Capitolo 11
Ero in piedi di guardia davanti al bagno delle donne al
secondo piano di Sears. Sears. Ma perché proprio Sears?
Non mi aspettavo di imbattermi in nessuno dei vecchi
colleghi di papà, perché questo negozio era nuovo, ma era
comunque territorio di papà. Non aveva lavorato granché
nei punti vendita ai piani dopo che la società l’aveva trasferito all’ufficio risorse umane, da dove poi era stato licenziato.
Stare qui mi faceva accapponare la pelle. Rabbrividii
nel mio parka. La porta si socchiuse e apparve una mano
di Luna che mi faceva segno di entrare.
«Ok, come sto?» chiese, mettendosi in posa per me.
Tremava.
«Niente male».
Andò in mille pezzi.
«Cioè no, volevo dire che stai bene. Molto bene». Sorprendentemente bene.Aveva scelto un paio di Levis a vita
bassa, un po’ troppo stretti per i miei gusti, e una maglia
143
blu fiordaliso con sotto una camicetta giallo chiaro. Stivaletti neri. Che stile. «Sembri una ragazza… qualsiasi».
S’illuminò. Doveva aver girato tutti i negozi della città
per trovare roba così bella. Sarei dovuta andare con lei. «E
la tua parrucca non ha decisamente un’aria da Signora
delle Tenebre».
Luna sorrise, sistemandosi la frangetta allo specchio.
Quel colore produceva un effetto bellissimo accostato al
pallore della sua pelle. Ma che stavo dicendo? Non era
mica una modella di Cosmopolitan.
«Dici che se ne accorgeranno?» mi chiese quando i nostri sguardi si incrociarono nello specchio. «La verità».
La verità era che non potevi non notarla. E non perché
si vedesse che era un ragazzo. Era alta e molto più bella di
tutte le RG della nostra età. RG uguale Ragazze Genetiche.
Liam ci chiamava così, in contrapposizione alle RT o Ragazze Trans.
«Sei bellissima, Luna» le dissi, sistemandole il colletto
della camicia in maniera tale da nascondere un pochino
il pomo d’Adamo.
«Teri Lynn se l’è fatto limare» disse Luna allungando il
collo e studiandosi allo specchio. «Dice che ora si vede a
malapena».
«Possiamo andare ora?» l’idea di una lama vicino al
suo collo mi faceva venire la nausea. Per non parlare del
144
fatto che se iniziava a guardarsi allo specchio, non ci saremmo mosse per giorni.
Respirò a fatica. Si mise la borsetta a tracolla, poi recuperò il montgomery da un ripiano e disse: «Ci sono
degli armadietti in fondo al corridoio, posso metterci la
mia roba». Come faceva a saperlo? Era già venuta a studiare il territorio? Forse sì. Sarebbe stato proprio da Liam.
Paranoico, perfezionista.
Ci fu un ultimo istante carico di tensione. Posai le mie
dita intorno alla maniglia e Liam le afferrò richiudendo la
porta con violenza.
Ora se la fa sotto, pensai. Non ce la fa.
Poi abbandonò la presa, fece ricadere il braccio al suo
fianco e leccandosi le labbra dichiarò: «Sono pronta».
B
La prima persona che incontrammo fu un commesso.
Ci passò accanto come se perseguisse una missione omicida. La mano di Luna mi strinse il braccio come un laccio
emostatico ed mise un piccolo gemito.
«Continua a camminare» le dissi.
Qualche passo più in là il commesso si girò e gridò:
«Ehi, Ralph. Hai avuto il mio resoconto delle ore di gennaio?». Ci ripassò davanti come se fossimo degli espositori da negozio.
145
Luna si appoggiò a un congelatore e si premette una
mano sul petto, respirando affannosamente. «Oh cielo.
Sto per avere un infarto».
«No che non l’avrai». Stava per venire a me però. Il mio
cuore premeva contro la cassa toracica. «Non ci ha nemmeno viste» dissi. «Luna. Ce l’hai fatta».
Mi guardò sbattendo le palpebre. Poi un sorriso lentamente apparve sul suo viso. «Ce l’ho fatta, vero?» Le si illuminarono gli occhi. «Ce l’ho fatta».
Il centro commerciale era territorio di umanoidi
quella sera. Grazie alla dea della meteorologia. Un cassiere ci osservava con sospetto, ma solo perché vedeva in
noi due ladruncole pronte a rubargli della merce da sotto
il naso, pensai. Mi sorpresi a guardare con la coda dell’occhio la reazione della gente che ci passava accanto. Solo
una persona ci squadrò. Un commesso che si annoiava
dietro la cassa.
«Non se ne sta accorgendo nessuno» disse lei mentre
uscivamo da Sears e entravamo nella corridoio principale
del centro commerciale. «Che emozione incredibile».
Eh sì, non stavo nella pelle dall’emozione.
Dai, Regan, smettila, mi rimproverai. Non doveva essere una passeggiata nemmeno per lei.
Passammo disinvolte davanti a Hallmark e Williams
Sonora. Luna teneva la borsetta così premuta contro il
146
fianco che credevo le sarebbe esplosa la milza da un momento all’altro. «Non fare così». Le allentai la presa.
«Sembri una terrorista».
«Giusto. Grazie» mi disse con un sorriso nervoso.
Era rigida,tesa,impacciata.Iniziò ad accelerare il passo.
«Rallenta» le dissi quando riuscii a raggiungerla all’altezza
di Gap. «Senti, siamo solo due sorelle che scorazzano in
un centro commerciale il sabato sera. Due dementi» aggiunsi «altrimenti perché mai saremmo qui?».
«Parla per te» rispose Luna. «Siamo qui per accalappiare un ragazzo».
Mi scappò da ridere. Sì, sì, come no. «Starai scherzando!»
Stava scherzando. Eh no, non stava scherzando!
«Rilassati» disse dandomi un colpetto sulla spalla. «Mi
sembra un po’ presto per mettere fuori tutta questa roba
primaverile. No? Che te ne pare di quella maglietta a collo
alto?» Col dito mi sfiorò il naso mentre lo sollevava per
indicarmi l’entrata di Gap.
«Non saprei. Andiamo a dare un’occhiata».
Mi trattenne per il braccio. «Intendi dire, dentro?»
«No, qui nel corridoio. Hai portato il binocolo, vero?»
Non rispose.
Allora aggiunsi: «A meno che tu non voglia tornare in
Agosto quando le magliette saranno in saldo».
147
Deglutì a fatica, con gli occhi fissi dentro il negozio. La
pancia del mostro.
Forse era ancora troppo presto. «Non dobbiamo…»
«No» tagliò corto, facendo ricadere la mano. «Dobbiamo. Dobbiamo eccome». Mosse il primo passo ma ero
ancora io a sostenerla sulla soglia. La commessa stava servendo l’unica altra disgraziata che si era avventurata fuori
in una serata come quella, così ci lasciò libere di dare
un’occhiata. Sentii Luna rilassarsi un po’.
«Mi sta bene?» chiese spiegando una maglietta rosa e
tenendola sollevata davanti a sé.
«Sicuro» dissi.
«Ciao».
Sussultammo entrambe. Oh, grandioso. Un’altra commessa era rimasta in agguato. «Posso aiutarvi?»
Luna guardò me, poi lei. «Ce l’avete anche in verde
acqua?» chiese.
Mi sentii morire.
La commessa rispose «No, tutto ciò che abbiamo è
qui».
«Cavolo».
La commessa sollevò le spalle con aria dispiaciuta.
Poi accadde. Spalancò gli occhi e inghiottì Luna. Fece
un passo indietro, iniziò ad allontanarsi, sbattendo le palpebre velocissimamente.
148
Sentii Luna sprofondare sul posto, appassire. Le presi
la mano. Era fredda e tremava.
«Non ce l’hanno il colore che vuoi.Andiamo» dissi trascinandola fuori dal negozio.
Sfrecciai fuori da Gap col cuore in gola e gracchiai:
«Ne hai abbastanza ora? Torniamo a casa?».
Nessuna risposta. Mi voltai verso di lei.
«Non ancora» disse. «Siamo appena arrivate».
Sì, un anno fa. Io ne avevo avuto abbastanza. La reazione di quella commessa m’aveva spedita strisciante
dentro un buco. «Papà ci ucciderà. O ci chiuderà in casa
a vita. Come minimo chiamerà il campo per scoprire se
gli hai detto una stronzata. Dovremmo andarcene. Hai
per caso visto un telefono? Dovrei chiamarlo. Respirami
pesantemente accanto così penserà che stai faticando di
brutto».
«Guarda, Blockbuster» disse Luna indicando. «Voglio
comprarmi la colonna sonora di Hedwig, la diva con qualcosa in più». Si affrettò verso l’entrata.
Senza la mia protezione.
Le corsi dietro.
Una volta entrata, Luna andò dritto verso il reparto
Colonne Sonore in fondo al negozio mentre io la seguivo
come un’ombra, imprecando a corto di fiato. Volevo solo
andarmene di lì.Appena oltrepassò il reparto Pop e Rock,
149
il trio di ragazzi apparve dal nulla. Uno di loro diede di
gomito a quello alla sua sinistra e gli disse qualcosa all’orecchio coprendosi la bocca con la mano.
Ridacchiarono.
Tredicenni, pensai, che stavano per andare in prima
media. Giacca con la toppa e pantaloni larghi. Oddio. Si
erano messi a seguire Luna.
Accelerai e mi infilai fra loro e lei. La afferrai da dietro
e la scortai verso l’uscita girando intorno all’espositore dei
CD.
«Che stai facendo?» disse infastidita.
«Ti salvo».
E fu in quel momento che anche lei li vide, oltre l’espositore che ci divideva.
«Finocchio».
Mi bruciavano le orecchie. Luna esplose.
«Ehi, finocchio».
Una ragazza che leggeva il retro di un CD alla sezione
Rock sollevò lo sguardo.
«Ehi, tu, finocchio».
Fuori di qui.
Le luci del seminterrato tremano e si sente sbattere la
porta. Liam arriva giù come un razzo. Tira lo zaino sul divano, dove io sto facendo i compiti. Lo zaino atterra sul tavolino e butta giù la mia tazza di zuppa.
150
«Liam! Bravo, grazie!» Recupero da terra la tazza ma il
suo contenuto si è già trasferito tutto sulla cartina su cui
facevo i compiti. «Guarda cos’hai fatto!»
Lui si getta sulla sedia strapiena di cose proprio davanti
a me e si rannicchia abbracciandosi le ginocchia. Non capisco cosa sta borbottando perché sono troppo impegnata a
salvare i miei compiti, scrollando via pezzi di pollo e noodle
e asciugando il brodo con la maglietta. Tutto il pennarello
che ho usato finora sulla cartina per tracciare il contorno
degli Stati africani si sta sciogliendo. «Testa di cazzo!»
«Non lo sono» risponde Liam col fiatone. «Non chiamarmi così, stronzo d’uno zotico».
Sta di nuovo parlando con se stesso, con un interlocutore invisibile – di certo non con me. È davvero un caso disperato. Non ricordo bene quand’è che ha iniziato a parlare
da solo, ma mi sembra in terza media. L’ultimo anno. Ogni
anno che passava sembrava ritirarsi sempre più in se stesso.
Papà se ne era accorto. Era venuto da me per sapere che
gli stesse succedendo. Gli avevo risposto che Liam era così
ma lui non lo capiva. A dirla tutta, non l’aveva mai capito.
Poi se ne accorse Aly. Lei gli parlava, oppure facevano i
compiti insieme e lui, a un tratto, scompariva. Mentalmente. Fisicamente. Svaniva.
«Non è colpa tua» avevo detto a Aly. Aveva l’aria così
preoccupata. «Lo fa con tutti».
151
«Ma dove va, Re’?» aveva chiesto. «So che va da qualche
parte. Nella sua testa. Non so. È come se… si perdesse».
Come avrei voluto dirglielo. Voglio dirglielo.
«Io non ci sto. No. Io non sono un finocchio».
«Di cosa stai parlando? Chi è il finocchio?»
Torna in sé, come se fosse appena atterrato sul pianeta
Terra. Mi mette lentamente a fuoco e dice: «Io non sono un
finocchio. Non sono gay. Diglielo».
«A chi?»
Liam mi guarda dritto negli occhi scuotendo la testa
«Non sono gay. Sono trans».
«Lo so. Chi dice che sei gay?»
Un’ombra cala sul suo sguardo. Non c’è nemmeno bisogno che me lo dica. Hoyt Doucet. Era tornato alla carica
con Liam?
«Hoyt è una pustola purulenta» ricordo a Liam.
Lui salta in piedi e come un turbine si dirige verso la sua
stanza. La cosa buffa è che se c’è un gay quello è proprio
Hoyt Doucet. Ma non lo vuole ammettere. Esce anche con
le ragazze. A me non importa se lui mente a se stesso, se si
detesta per il fatto d’essere gay. Non ha il diritto di rendere
la vita di Liam un inferno. Liam non gli ha mai fatto niente.
Di sicuro non gli interessa, se questo è ciò che teme, o desidera, Hoyt. Non è il suo tipo. Non appartengono nemmeno
alla stessa specie.
152
Liam torna un minuto dopo e sbatte una cartina sul tavolo. «Abbiamo fatto lo stesso compito per il corso di
Trumbo».
È una cartina identica alla mia. I paesi sono splendidamente colorati con i pastelli e i loro contorni ripassati con
la penna nera. In cima al foglio torreggia una A+ cerchiata.
«Non sono gay» dice e se ne va. «Non è la stessa cosa. Io
sono una ragazza».
«Uuu uuu. Frocetto».
Ci inseguivano.
Luna, correndo davanti a me, per poco non buttò a
terra il gorilla alla porta che indossava un vestito blu. Un
vestito blu?
«Ehi». Girai su me stessa e gli tirai un lembo della
giacca. «Quei ragazzi laggiù non ci lasciano in pace» gli
dissi indicandoli. «Credo che ci stiano inseguendo. Luna!»
le gridai perché mi aspettasse.
Bastò un sguardo minaccioso della guardia e i rifiuti
umani si dileguarono. Stronzi.
«Grazie» balbettai alla guardia prima di rincorrere
Luna. Si era rintanata tra un chiosco di sigari e un negozio
di cornici. Stava giù rannicchiata, respirando affannosamente.
«Va tutto bene. Se ne sono andati» le dissi accarezzandole la schiena per farla calmare. Per calmarmi.
153
Mi guardai intorno per andare a recuperare le nostre
cose. «C’è un bagno delle donne là in fondo, accanto al
negozio di scarpe» dissi indicandoglielo. «Aspettami qui.
Vado a prendere la tua roba così ti cambi e ce ne andiamo.
Dammi la chiave dell’armadietto».
Aprì la borsetta con le mani che tremavano e posò la
chiave sulla palma della mia mano. Si sarebbe disintegrata, distrutta, smembrata da un momento all’altro.
«Oddio. Luna» dissi stringendole la mano. «Mi dispiace».
Che altro avrei potuto dire? Che altro c’era da dire?
154
Capitolo 12
Papà ci mise in punizione a vita. Fino a quando non ci
saremmo riguadagnati la sua fiducia, disse, e poteva volerci anche una vita. Era rimasto alzato ad aspettarci. Probabilmente aveva chiamato il campo. Oltre alla condanna
alla reclusione, sequestrò la macchina di Liam – si prese
le chiavi e non disse per quanto tempo. Come se servisse
a qualcosa. Liam aveva inserito nella macchina un dispositivo con telecomando digitale che avrebbe dato una
scossa terribile a chiunque avesse tentato di rubarla. O almeno questo era ciò che mi aveva detto lui. Per anni, a dir
la verità, papà aveva cercato una scusa qualsiasi per dividere Liam dalla sua amata macchina.
Per il sedicesimo compleanno di Liam, papà portò a
casa un’orribile VW che cadeva a pezzi e disse: «Ehi, figliolo. Rimetteremo in piedi questa bellezza. Non è divertente? So che non ha un bell’aspetto ora, ma aspetta e
vedrai quando la ripareremo e andrà di nuovo…».
Liam pensò di fargli capire quanto fosse entusiasta di
155
questo nuovo rapporto padre-figlio andandosi a comprare una Spider Mitsubishi Eclipse. Nuova di zecca.
Grigio metallizzato. Decappottabile.
Doveva aver messo i soldi da parte per anni per permettersi quella macchina. L’avevo fatto anch’io ma con
l’ammontare dei soldi sul mio libretto dei risparmi mi
sarei appena potuta permettere… mmm… due gomme?
Papà non aveva mai perdonato Liam.
Non te la prendere, pensai. Chi mai vorrebbe andare in
giro con un catorcio del genere? Liam lasciò che papà gli
prendesse le chiavi, senza nemmeno discutere. Per lo stato
in cui era, probabilmente avrebbe rinunciato anche a tutta
la sua raccolta di Dana International.
Non saremmo dovuti andare al centro commerciale.
Era stata un’idea stupida. Pericolosa. Liam doveva averlo
capito. Ero sicura che rimpiangesse di averlo fatto.
Per tutto il resto del weekend, si aggirò nel seminterrato, muto. Non sapevo cosa fare per lui.
Riprendere servizio come vedetta anti-suicidio? Lo
feci, a dir la verità. Ripulii la stanza di tutti gli oggetti appuntiti, una cosa totalmente demente da fare. Se Liam si
fosse deciso a farlo, avrebbe trovato un modo.
Ma non senza di me.
Mai senza di me.
B
156
Lunedì mattina Liam era tornato a essere se stesso – il
ragazzo vuoto.
Quella era una situazione che sapevo come affrontare.
E anche lui. Grazie a dio, questa storia della transizione
era finita.
Chris non si presentò a Chimica ancora una volta, cosa
che avrebbe dovuto darmi un po’ di sollievo. Ero così attratta da lui che ogni volta dovevo fare appello a tutte le
mie energie per mantenere le distanze. L’unica bella notizia in una giornata altrimenti inutile, fu che Bruchac era
a un corso d’aggiornamento, così ci affidarono a un supplente. Che è come dire che ognuno fece quel cavolo che
gli pareva. Che è come dire che io mi sedetti in un angolo
per conto mio, fingendo di amare la mia solitudine.
Dopo scuola trovai Aly giù nel seminterrato, rannicchiata in un angolo de divano a guardare Judge Judy. Mi
fece cenno di avvicinarmi e io mi sedetti accanto a lei.
«Cos’ha Liam?» mi chiese.
Dov’era? Non l’avevo ancora visto. La porta della sua
stanza era chiusa.
«So che è lì dentro» disse Aly. «Sento dei rumori».
«Hai provato a bussare?» le chiesi.
«Sì. Due volte. Non risponde. Ormai è passato un po’di
tempo».
In quel momento la porta si spalancò e lui apparve.
157
Senza dire una parola, andò a recuperare il suo palmare da sopra il televisore e tornò a rifugiarsi nella sua
cripta.
«Ci-aaaaaaaa-o» cantilenò Aly, seguendo ogni suo
movimento con gli occhi sbarrati. «Oddio, non era così
strano da tanto tempo. Che gli è capitato?»
Gli è capitato di nascere, pensai. «Non ne ho idea»
mentii.
«I ragazzi…» disse scuotendo la testa. «Sono così lunatici». Ah sì? Non lo sapevo.
Aly finse un rinnovato interesse in Judge Judy e tornò
a concentrarsi più sul programma che su di me. A un
tratto lo schermo del televisore si trasformò in uno specchio. Immaginai di vedere noi tre riflessi – i nostri occhi,
spalancati, che fissavano il vuoto. Occhi che cercavano,
scrutavano, desideravano. Che cos’era che ognuno di noi
desiderava?
Liam, naturalmente, desiderava la libertà. Desiderava
essere Luna ed essere amato e accettato per la persona che
realmente era, dentro di sé. Be’, buona fortuna.
Aly? Desiderava stare insieme a Liam. Desiderava una
cosa che non avrebbe mai avuto. Un ragazzo. L’uomo dei
suoi sogni. Buona fortuna anche a lei.
Io? Io non avevo sogni. Né desideri.
I sogni portano con sé delusioni. Per non parlare del
158
fatto che dovevi avercela, una vita, per sognarne una migliore. Vidi me stessa, Liam e Aly scrutare intensamente il
nostro futuro. Un terribile presentimento s’insinuò sotto
la mia pelle. Uno di noi, oppure ognuno di noi, era destinato a farsi male.
B
Mirelle e Cody mi accolsero sulla porta, gettandomi
le braccia al collo e gridando in preda all’entusiasmo
«Regan, Regan». Fui investita da un’ondata d’amore. Il mio
corpo prese forma. Una vita che si materializzava davanti
a me – la mia. A volte mi sentivo in colpa per il fatto che
i Matera mi pagassero. Loro erano la mia linfa vitale,
l’unico legame col mondo esterno che non fosse mio fratello. Un mondo che potevo solo immaginare.
Grazie a dio, papà non mi aveva proibito di lavorare.
Mirelle intrecciò le sue dita con le mie e mi disse
«Vieni a vedere il mio murale, Regan».
«Pvima vieni a vedeve il mio» protestò Cody aggrappandosi all’altra mia mano. Iniziarono a tirarmi uno da
una parte e uno dall’altra.
Scoppiai a ridere e con me anche David e Elise.
«Ok, ok. Fatemi andare a prendere Ty prima.Va bene?»
chiesi rivolta a Elise, indicando Tyler che dondolava nella
sua culla.
159
«Ma certo» disse lei, continuando a spalmarsi la crema
per le mani.
Aveva un buon odore. Un odore dolce. Come lei.
Presi il piccolo e condussi gli altri due nella loro stanza.
Nel tempo libero – quando non era impegnata nell’importante ruolo di madre – Elise era una grafica freelance. Era davvero brava. Lavorava da mesi a dei murali
per la camera da letto dei bimbi. Quello di Cody raffigurava un giocatore di baseball pronto al lancio. Sulla sua
divisa il numero quattro. Non avevo idea se fosse uno famoso. Liam avrebbe odiato quella parete.
Quello di Mirelle, invece, aveva sullo sfondo un castello incantato e, in primo piano, un cavaliere in sella al
fedele destriero che s’inchinava alla sua principessa fatata.
Il vestito della principessa assomigliava a uno che avevo
indossato un anno per Halloween. O si trattava di Liam?
Era più nel suo stile che nel mio. Ricordo che se lo provò
quando tornammo dal giro delle case. Ovviamente dopo
che papà e mamma erano andati a letto. Non ho mai più
rivisto quel costume. Forse era sepolto in fondo al suo
scrigno delle meraviglie.
David e Elise uscirono a cena – ne parlavano come se
fosse un vero e proprio appuntamento – e noi quattro
guardammo l’ultima mezz’ora di Spy Kids II in onda su
Nick at Nite. Poi misi a letto Tyler. Mirelle e Cody mi in-
160
castrarono con una partita a Chutes and Ladders. Non che
ci volesse tanto a convincermi. Ma più o meno la quinta
volta che precipitavo giù da uno scivolo, la mia mente
prese a vagare. Non riuscivo a smettere di pensare a Liam
e a ciò che era accaduto sabato sera.
Lui non aveva più detto una parla a riguardo. Come se
non fosse mai accaduto. Non c’erano dubbi, aveva subito
un trauma e stava cercando di rimuoverlo. Riprese a vestirsi da Luna in camera mia. Lì si sentiva al sicuro.
Anch’io avrei voluto dimenticare. Quegli stronzi. La
commessa. La reazione di quei bambocci poteva anche
essere prevedibile. Ma quella della commessa, continuava
a tornarmi in mente: il momento esatto in cui capì cos’era
Luna, e prese fisicamente le distanze da lei. Quell’istante
mi aveva scavato una ferita nell’anima. Le aveva fatto ribrezzo, non c’era altro modo di definire quella reazione.
Luna se ne era accorto. L’aveva percepito.
Non potevo sopportare che mio fratello fosse visto
come un mostro. Questo lo feriva e io lo sapevo. Non se lo
meritava. Nessuno merita di provare un dolore simile.
Decisi che, se avesse deciso di vivere il resto della sua
vita come la ragazza della Luna, avrebbe potuto su di me.
Avrei protetto il suo segreto.
E avrei protetto lui.
B
161
«A quanto pare il suo compagno ha abbandonato la
nave» mi informò Bruchac il giorno dopo, mentre riconsegnava i compiti della scorsa settimana.
Alzai lo sguardo. «Che?»
«Si è cancellato dal corso».
Il mio cuore scivolò giù nel buco del lavandino.
«E dato che la compagna di Doucet ritiene di non aver
bisogno di essere presente tutti i giorni, perché non si
unisce a lei?»
Gettai un’occhiata verso Hoyt, gli uscivano fiamme dal
naso. Nemmeno per sogno. Mai. Dov’era finita la 23esima
persona? Tutti avevano un compagno. Qualcun’altro doveva essersi cancellato… Atchinson, dov’era?
«Lavorerò da sola» dissi a Bruchac.
«Potrebbe» disse «ma, seriamente, le consiglio di condividere un po’ della sua materia grigia con gli altri».
Se solo avesse saputo che era pochissima. Guardai
Hoyt di nuovo e rabbrividii. «Lavoro da sola».
«Va bene, ma non avrà a disposizione tempo in più per
finire il compito di laboratorio. Nessun trattamento speciale. Nessun favoritismo».
Te l’ho chiesto forse? Ti ho chiesto un trattamento speciale? «Posso farcela» dissi, tagliente.
«Lo so» rispose Bruchac. «Non sono preoccupato per
lei». Poi con tono complice aggiunse: «Mi preoccupo per
162
questi altri». Avvampai. Non poteva averlo detto veramente. Mentre Bruchac tornava alla cattedra, diedi un’occhiata al compito del giorno.
Neutralizzazione, normalità, titolazione.
Potevo davvero farcela? Tracciai una X sul secondo
nome che appariva sul foglio.
B
«Oggi ho incontrato Skip in palestra» disse papà mercoledì a colazione.
Sollevai lentamente lo sguardo dal foglio dei compiti
che stavo facendo. Non riuscivo a estrarre l’equazione,
non ne capivo la logica. La fiducia di Bruchac mi aveva
messo l’ansia. Lo preferivo di gran lunga quando era un
porco maschilista.
Liam sembrava far finta di non aver sentito.
«Gli ho chiesto informazioni sul tuo programma d’allenamento, per capire come potevo aiutarti» disse ancora
papà, ripiegando il giornale. «Mi ha detto che non ti sei
fatto mai vedere agli allenamenti».
Fissai Liam. Era totalmente concentrato sui suoi
fiocchi d’avena. All’altro capo del tavolo, mamma scribacchiava appunti sulla sua agenda. Poi le squillò il cellulare, rompendo la tensione. O accentuandola. Papà s’irrigidì tutto, spostando l’attenzione su di lei.
163
«Oh, Andy, ciao. Cosa? Cosa!» il tono crescente della
sua voce mi solleticò le orecchie. «È nostro?» esplose. «È
nostro!»
Coprendo con una mano il ricevitore, ci disse: «Abbiamo ottenuto l’organizzazione del matrimonio dei Sorensen!».
Liam alzò la testa. «Congratulazioni» disse sorridendo
a mamma. Poi si voltò verso papà e gli disse: «Ti ho mentito».
La mamma si alzò e se ne andò in salotto, chiacchierando senza posa con Andy. Papà guardò Liam, incredulo.
«Questo lo avevo capito. Ma vorrei sapere perché».
Liam scosse la testa guardando il pavimento, poi emise
un lungo sospiro e rispose: «No, papà. Fidati. Tu non vuoi
saperlo». Spinse indietro la sedia e fece per alzarsi.
Quando i suoi occhi incontrarono i miei dall’altra parte
del tavolo, tutto ciò che vidi fu terrore.
«Mi dai un passaggio?» chiesi saltando in piedi.
Papà allora abbaiò «Seduti. Regan. Tutti e due. Mettetevi seduti!» Ricaddi sulla sedia. Liam no. «Liam torna
qui. Non ho finito con te».
«Invece sì» disse in affanno. Questa risposta colse di
sorpresa anche papà ma prima che potesse reagire, la
mamma esplose in una risata isterica. «Starà scherzando.
Dar da mangiare a cinquecento persone con duemila dol-
164
lari? Cos’è impazzita? Guarda, i ricchi sanno essere così
dozzinali».
La porta d’ingresso si aprì e si richiuse dietro Liam.
«Devo proprio andare, papà» dissi. A inseguire Liam,
sì, ma quello non era l’unico motivo per cui volevo squagliarmela oggi.A scuola c’era un’assemblea che attendevo
con ansia da mesi. Mettevano in scena l’opera. Nell’ultima
pagina dell’Horizon High Notes, prima delle vacanze di
Natale, era apparso un articolo che parlava di un tour
della Santa Fe Opera per promuovere questa forma d’arte
nelle scuole. Con me non avevano bisogno di promuovere proprio niente.
Incasinata com’ero in quest’ultimo periodo, però, me
ne ero scordata. La sera precedente, mentre Aly faceva
zapping, avevo intravisto un fotogramma di Maria Callas
che cantava Madama Butterfly sulla PBS e mi era tornato
in mente.Avevo bisogno di un po’ di opera. Specialmente
quella mattina. La musica mi avrebbe aiutato a rilassarmi
e a risolvere questi compiti del cavolo.
«Hai idea di che cosa stesse parlando?» chiese papà
perforandomi con lo sguardo.
«Chi?»
Papà indicò la porta col mento.
Ah, lui. Aprii la bocca, ma la richiusi.
«Se sai qualcosa, dimmelo, perché lui non lo farà. Non
165
so più cosa gli stia succedendo. Non mi dice mai niente.
Prima parlavamo. Sapevamo comunicare. Non è così?»
Papà, fai pena. Non hai idea di cosa tu stia dicendo.
La sua attenzione si spostò in direzione del salotto,
dove mamma ancora rideva al telefono e scarabocchiava
sull’agenda.
«Non mi aveva mai mentito prima d’ora».
Mi si scardinò la mandibola. Tutta la sua vita è un
bugia, papà, avrei voluto dirgli. Svegliati.
Poi papà disse: «Cos’ho fatto? Cos’ho fatto per metterlo contro di me».
«Non è contro di te. È solo che…» non sapevo come
continuare. Sospirai. «Tu pretendi troppo».
«Troppo?» sbottò papà. «Ciò che ho sempre voluto è
che fosse come tutti gli altri ragazzi. Che fosse come me.
Io ero come gli altri alla sua età, ero felice. Nemmeno mio
padre era perfetto, tutt’altro, ma era il mio idolo». Fece
una pausa e si girò per guardare fuori, verso il patio. «Ok,
forse è chiedere troppo. Quel ragazzino è un genio, lo so.
Non vorrei mai che si abbassasse al mio livello o che credesse per un secondo che il suo vecchio abbia ancora una
o due perle di saggezza da tramandargli. Penso solo che
un po’d’attività fisica potrebbe fargli bene. Lo sport forma
il carattere, insegna lo spirito di squadra. Ne avrà bisogno
nella vita».
166
«Jack…» mamma apparve improvvisamente sulla soglia, con la cornetta che le pendeva da un braccio, sospirando esasperata. «Perché non ci rinunci?»
Sì sì, ero d’accordo. Grazie, mamma, per una volta.
«Che c’è?» chiese papà. «Chiedo forse troppo? Dimmelo» e i suoi occhi incontrarono i miei. I miei!
Ma perché lo chiedi a me? Avevo voglio di urlare.
«Pretendo troppo anche da te?» mi chiese e attese una
risposta.
«No, papà» risposi onestamente. Era il resto del
mondo a pretendere troppo da me.
B
Arrivai tardi a scuola, anche se papà mi accompagnò
prima di andare da Home Depot. L’assemblea era già cominciata. Mi si fermò il respiro: facevano La Traviata.
Colsi un passo di Violetta che cantava Sempre Libera. Le
parole echeggiavano nel corridoio. «Il mio cuore sempre
libero sarà» sussurrai. Era la mia aria preferita. Avrei potuto cantarla nel sonno, e lo facevo, quando ancora potevo dormire tutta la notte.
Le doppie porte più vicine a me erano chiuse ma altre,
al lato opposto, erano tenute aperte con un fermaporta.
Entrai in punta di piedi e cercando di abituare la vista all’oscurità, presi posto nell’ultima fila. Mi rannicchiai sul
167
sedile, abbracciandomi le ginocchia e chiusi gli occhi automaticamente per fare entrare dentro di me tutta la
gloria di quella musica.
La voce del soprano mi fece correre un brivido giù per
la schiena. Era così limpida e aveva un’estensione incredibile. Aprii gli occhi e li strizzai per riuscire a vedere la
cantante. Wow. Era giovane. Più giovane di quanto pensassi. Non avevo mai visto un’opera dal vivo. Chissà
quando aveva cominciato a cantare… sicuramente
c’erano voluti anni di lezioni per raggiungere quel livello
e non solo, corsi di recitazione e di dizione.
L’unico corso di lingua a cui avevo mai partecipato era
Spagnolo, in terza media. Non ci sono tante opere spagnole. Mi dicevo sempre che avrei fatto le audizioni per
entrare nel coro, ma non lo facevo mai. Non trovavo il coraggio. La mia voce non era poi così male. Per lo meno
sotto la doccia.
L’aria fu interrotta bruscamente. Spettacolo finito. Di
già? Guardai l’orologio. Sarei potuta rimanere lì ad ascoltare per anni, per una vita intera. Mentre il palco veniva
sgombrato e le poche persone che erano venute ad assistere uscivano, io rimasi lì nell’auditorium, assaporando
ogni istante. Quell’atmosfera… era come fluttuare, essere
trasportati in un altro mondo, in un altro tempo.
La campanella suonò, richiamandomi alla realtà. Ri-
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luttante, mi alzai. Mentre percorrevo il corridoio verso il
mio armadietto, mormorando ancora Sempre libera, un
oggetto appuntito mi premette sulla schiena.
«Continua a camminare».
Ogni muscolo del mio corpo s’irrigidì.
C’erano i metal detector alle porte della scuola. Come
aveva fatto un coltello a passare?
«I soldi del pranzo o la vita».
«Liam!» dissi voltandomi. «Dio mio». Il cuore ricominciò a battere.
Lui richiuse la penna con un click e ghignò.
«Non farlo mai più. Mi fai venire l’ansia».
«Oh cielo» disse inclinando la testa. «Chissà che sensazione dev’essere».
Ridacchiai. Lui era lì che mi fissava, penetrandomi nell’anima. Mi faceva paura quando mi guardava così. Mi accompagnò all’armadietto e lungo la strada cinque o sei
ragazze lo salutarono. Clienti soddisfatte o spasimanti.
Mentre inserivo la combinazione per aprire l’armadietto, Liam disse: «Ci torniamo sabato?».
«Cosa?» Per poco non caddi all’indietro. «Lo vuoi davvero?»
«Non è questione di volere, Re’. Devi lavorare? Speravo
che potessimo andarci un po’ prima. Magari verso mezzogiorno».
169
Incredula, aprii l’armadietto e presi il libro d’Inglese.
«Vuoi che Luna si mostri alla luce del sole?»
«Dovrà farlo, prima o poi».
Perché? Mi chiesi. Perché non ci rinunci e basta?
Perché non lasci le cose così come sono, come sono
sempre state. Mi voltai per dirlo ma Liam emanava vibrazioni così forti che fui costretta a ringoiarmi le parole.
Il suo bisogno, il suo desiderio era concreto, fisico e me lo
stava comunicando, come se condividessimo lo stesso sistema vascolare. Lo stesso cuore.
«Mi offri il pranzo?» gli chiesi invece. «Un pranzo in
un bel ristorante, ecco il prezzo per ciò che mi stai chiedendo di fare».
Liam si limitò a guardarmi.
Che avevo detto di strano?
«Oh, ok» sbuffò come se gli costasse sacrificio.
«Bene. Perché se i Matera mi chiedono di andare da
loro e io non posso a causa tua, perderò circa trenta dollari».
Liam sospirò. «Ti ripagherò». Aveva l’aria triste. Mi
fece sentire in colpa per aver dato così tanta importanza
ai soldi. Ma io scherzavo. Più o meno.
Suonò l’ultima campanella e Liam disse «Meglio che
vada». Ma non se ne andò. Rimase lì bloccandomi il passaggio.
170
«Papà ha detto qualcosa quando sono uscito?» chiese.
Inghiottii un limone. «Non proprio».
Poi aggiunse, scrutando il corridoio vuoto alle mie
spalle: «Ha detto che l’ho deluso?».
«No».
Liam m’inchiodò con lo sguardo.
«Giuro» mentii. «Ha detto – senti questa – che è preoccupato perché non lo veneri» e soffocai una risatina.
Il viso di Liam si spense. Abbassò la testa ed emise un
rantolo. Non si mosse per un po’. Poi risollevò lo sguardo
e disse una cosa stranissima: «Papà è il mio eroe. Non se
ne accorge? È da una vita che cerco di farglielo capire».
171
Capitolo 13
Arriviamo qualche minuto prima che il funerale inizi.
La nonna è lì ad accogliere tutti, a farsi consolare. Appena
ci vede si fa largo tra la folla e corre da noi.
«Pat» dice alla mamma e l’abbraccia.
«Mi dispiace, Virginia» risponde lei.
Poi la nonna abbassa lo sguardo e mi sorride. «Ciao,
Regan».
Io scoppio in lacrime. Le trattenevo da troppo.
«Oh, tesoro» dice la nonna abbracciandomi forte. Lei
non piange, se lo facesse noi saremmo tutti lì, pronti a raccogliere le sue di lacrime.
«Liam, come sei bello» gli dice cingendolo alla vita.
Liam a malapena si muove. Indossa il nuovo vestito
nero che ha comprato ieri con papà. Il vestito è rigido e
anche Liam. Sembra un manichino. Scommetto che se gli
tiro un calcio esplode in mille pezzi.
Un becchino in vestito scuro si avvicina alla nonna e le
dice dolcemente: «Siamo pronti per iniziare, signora O’Neill».
173
La nonna annuisce e la scortiamo dentro alla cappella.
C’è una panca riservata alla famiglia. La mamma s’infila
per prima, poi io, nonna, Liam. Da dietro mi arriva una
zaffata di profumo da anziana e starnutisco. Puzza di alghe
marce. Mi chiudo il naso con le dita e mamma mi passa un
fazzoletto.
La funzione di nonno O’Neill si apre con una canzone.
“Dio accanto a te”. È bella e io chiudo gli occhi per apprezzarla meglio. Un prete ci guida alla preghiera e cita un passo
della Bibbia. Poi si gira e si siede.
Lo zio Phil si alza da una panca lì di fianco e va al leggio.
Papà e zio Joel rimangono seduti, a capo chino. Zio Phil si
schiarisce la voce e inizia: «Lasciate che vi parli di mio
padre».
Vedo papà che inizia a sussultare sommessamente. Lo
zio Joel gli mette un braccio sulle spalle, mentre lo zio Phil
si lancia nel racconto di quando il nonno li aveva portati
tutti a caccia di alci, come ogni autunno.
La nonna mormora qualcosa.
«Cosa?» le chiede mamma, sporgendosi su di me.
La nonna si gira verso di lei. «Phillip detestava andare
a caccia. Ogni volta che ritornavano con una vittima, si
chiudeva nella sua stanza e piangeva fino a rimanere senza
lacrime. Immagino se lo sia dimenticato ormai».
Io guardo su, verso zio Phil che sta blaterando di quando
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il nonno era stato inseguito da una puzzola e aveva creduto
che si trattasse di un orso.
«Nemmeno a Jack piaceva» continua nonna, stizzita.
«E guardali lì, tutti e tre, mi fanno venire il voltastomaco».
Spalanco gli occhi. Non ho mai sentito la nonna parlare
in quel modo. Era sempre così dolce e gentile. Riservata,
proprio come Liam.
Zio Phil termina il suo discorso e torna a sedersi. Lui,
papà e zio Joel si soffiano il naso. Le lacrime rigano il viso
di papà. È il suo turno di parlare, ma fa cenno a zio Joel di
andare prima lui.
Nonna si sporge di nuovo su di me e dice a mamma: «Li
picchiava, sai? Li trascinava nel seminterrato e li prendeva
a cinghiate fino a farli sanguinare. Era uno stronzo figlio
di puttana» poi si raddrizza e aggiunge «ma loro lo adoravano». La mamma si sistema sul posto, a disagio. Non
riesco a capire se è scioccata quanto me, perché non lo fa
vedere. Il nonno era stato sempre carino con noi. Con me,
almeno. Prendeva in giro Liam dicendogli che era una femminuccia. Gli dava delle sberle, lo colpiva nello stomaco.
Una volta avevano litigato. Forte. Nonno aveva colpito
Liam così violentemente da farlo cadere e papà gli si era
scagliato contro da in fondo alla stanza, afferrandolo e minacciandolo col pugno. «Giù le mani da lui» aveva detto.
«Non toccare mai più mio figlio».
175
Io avevo cercato lo sguardo di Liam, ma lui aveva una
strana espressione dipinta sul volto. Era lì che fissava papà
dal basso, in totale adorazione.
La mamma deve sentirsi in dovere di giustificare papà
perché la vedo inclinarsi verso nonna e la sento dire: «Jack
diceva che se lo meritavano. Che erano dei ragazzini un po’
troppo vivaci».
«Meritarselo?» dice la nonna alzando il tono della voce.
Molte teste in sala si sollevano, gli occhi fissi su di noi. La
nonna abbassa il mento, mi prende la mano e sussurra:
«Quale bambino al mondo merita di essere picchiato? Me
lo dici? Quale bambino?».
La mamma non risponde. O almeno non subito. E io
penso, grazie a dio papà non ci ha mai picchiati. Non ci ha
nemmeno mai dato una sculacciata.
Una lacrima attraversa la guancia di nonna e lei si
mette a frugare nella borsetta in cerca di un fazzoletto.
Dopo essersi soffiata il naso, aggiunge fra sé: «Erano bambini, Pat. Erano solo bambini».
Era questo che faceva di papà un eroe agli occhi di
Liam?
Ci fu anche un altro episodio. Con Hoyt.
Non so come fece papà a scoprire che Hoyt dava il tormento a Liam, ma partì alla carica verso la casa dei
Doucet. Dopo pochi minuti fece ritorno imprecando, con
176
la faccia tutta rossa. Credo che fosse stato sul punto di darsele col signor Doucet.
Hoyt non cambiò atteggiamento; continuò ad aspettare Liam in agguato. Ciò che cambiò invece fu tutto il
resto dell’anno, la terza media di Liam, con papà che lo
accompagnava a scuola e poi andava a riprenderlo.
Liam ce la metteva davvero tutta per compiacerlo, per
guadagnarsi il suo rispetto. Ma aveva ragione, non era mai
abbastanza. La cosa buffa era che Liam non tentava di
emularlo. Non voleva essere come lui. Liam voleva essere
la mamma. Ma se papà era il suo eroe, perché allora lo temeva così tanto?
B
«Dove andiamo per pranzo?» dissi guardando verso
Liam che s’immetteva nel traffico.
«Taco Bell» rispose e sbandò di colpo per evitare un
blocco di ghiaccio che si era staccato dal retro del camion
davanti a noi.
«Taco Bell? Mi sono messa tutta in tiro e tu mi porti da
Taco Bell?»
Liam mi diede un’occhiata veloce. «E questo lo chiami
essere in tiro? Sei fortunata che voglia ancora farmi vedere in pubblico con te».
Mi allungai per tirargli una sberla.
177
Eravamo tutti orgogliosi di essere riusciti a svignarcela sotto il naso di papà. Lui era in stato comatoso sul divano, davanti a una partita di hockey, cullato dal pensiero
che io e Liam fossimo, senza ombra di dubbio, al sicuro,
chiusi a chiave nelle nostre celle. Sveglia, papà!
Non mi sorprese affatto che Liam avesse una copia
delle chiavi della Spider. Ciò che mi sconvolse fu la sfrontatezza con cui fregò papà, prendendosi la macchina
quando lui gliel’aveva severamente proibito.
«Ho portato la maglia fucsia e i jeans neri» disse Liam.
«Come dici che mi staranno?»
«Non metterei il fucsia neanche morta. Ma io sono io».
«Non ti farebbe male aggiungere un po’di colore al tuo
guardaroba, sai? I tuoi vestiti hanno colori così cupi» rispose Liam.
«Quelli sono i miei colori» lo informai. «I colori cupi
s’intonano con la mia personalità. Il grigio poi… uuu… è
troppo me». Lui scosse la testa.
Che cosa avevo detto? Era vero.
Proseguimmo per un miglio in silenzio, poi l’umore
all’interno dell’abitacolo cambiò. I muscoli del suo viso si
contrassero e iniziò a stringere il volante così forte che le
nocche gli diventarono bianche.
«Quale parrucca ti metterai?» chiesi nel tentativo di
distrarre lui e di attrarre l’attenzione di Luna.
178
«Il caschetto nero» rispose in maniera automatica.
«Buona scelta» dissi, anche se con quella parrucca da
paggetto sembrava uscita dritta dritta dagli anni Venti.
Forse era proprio quello il look che voleva. Ricordo che
una notte, trascinandomi verso il bagno, lo sorpresi con
gli occhi incollati alla Tv che guardava un film muto:
Diary of a Lost Girl. L’aveva già visto centinaia di volte ma
ogni volta che lo vedeva aveva negli occhi la stessa espressione sognante, quasi d’ammirazione. Non so perché adorasse così tanto i film vecchi. Comunque non dispiacevano neanche a me.
Uscimmo all’altezza di Washington Street per dirigerci
in centro. In centro? Per poco non dissi a voce alta ciò a
cui stavo pensando: perchè proprio un posto così affollato? Saremmo potuti andare al Taco Bell di un centro
commerciale di periferia. Ridurre i rischi; mangiare in
macchina magari. Ma sembrava che sapesse ciò che stava
facendo. Tipico – non lasciava mai niente al caso.
Ci fermammo davanti a un Taco Bell di lusso, accanto
a un megastore Virgin. Era pieno di gente che andava e
veniva. Liam spense il motore e s’immobilizzò, stringendo
il volante in una morsa di ghiaccio. Se pensava che anche
questa volta sarei stata io a convincerlo, si sbagliava di
grosso.
«Ok» disse. «Questo è il piano».
179
Quel tono di voce quasi mi spaventò.
Si allungò verso il sedile posteriore e recuperò un cartello giallo con attaccata una catenella. «Tu entri e vai a
controllare il bagno delle donne. Quando sei sicura che
sia vuoto, mi fai un cenno e una volta che sono dentro,
appendi questo alla porta».
Era uno di quei segnali che usava il personale: Fuori
Servizio.
«Dove l’hai preso?»
Mi rivolse un sorrisino furbesco.
Afferrai il segnale e aprii lo sportello. Liam prese il
montgomery e mi seguì fino all’ingresso. «Rimani nell’atrio e tieni d’occhio il bagno finché non ho finito» disse.
«Ma che cavolo» esclamai io spalancando gli occhi.
«Vuoi anche che me lo metta al collo?»
Ridacchiò. Aveva un’espressione risoluta. «Grazie, Re’.
Ti devo molto. Ti devo così tanto che non so se riuscirò
mai a ripagarti del tutto».
Abbassai lo sguardo. «Sbrigati» gli dissi. «Sto morendo
di fame».
Solo sei o sette tavoli erano liberi. C’era un gran casino.
La gente era troppo impegnata a mangiare per accorgersi
che un ragazzo si stava infilando nel bagno delle donne,
o almeno era ciò che speravo. E non si accorse nemmeno
che la Regina del Grigio si aggirava davanti ai bagni da
180
circa un giorno e mezzo. L’odore speziato degli hamburger
mi faceva brontolare lo stomaco. Adoravo Taco Bell. E
Liam questo lo sapeva.
Diedi un’occhiata all’orologio. Perché ci stava mettendo tanto? Se era lì che si metteva in posa davanti allo
specchio, non so cosa avrei…
«Re’. Ciao. Che ci fai qui?»
Feci un salto fino al soffitto.
Chris era lì che mi sorrideva. Chris? Mi si disintegrarono le ossa. «Mmm, bene» dissi.
Lui mi guardò strano.
«Aspetta. Qual era la domanda?»
Scoppiò a ridere. «Non mi aspettavo di vederti qui»
disse buttando via la spazzatura e posando il vassoio sul
ripiano.
«Be’, eccomi qui». Mi tremava la voce. E anche le ginocchia. «Allora, come stai, traditore?»
Accennò una smorfia dicendo: «In effetti te ne volevo
parlare».
Gli rivolsi un’occhiataccia ma il tentativo fallì, perché
ero troppo felice di vederlo. Lo sarei stata se non fosse…
Mi girai di scatto verso la porta del bagno. Niente.
Volevo che Chris se ne andasse. No anzi, che restasse.
No, vattene, Chris.
Lui invece si appoggiò alla parete davanti a me e infilò
181
le mani nelle tasche davanti. «Non volevo metterti nei casini. Ma… mmm…»sembrava in certo, come se stesse per
scoppiare.
«È tutto ok» mi affrettai a dire. Non andartene.
«No, non lo è» disse guardandomi negli occhi. «Dopo
quel test, sapevo di aver toppato, dovevo andarmene. Ho
scelto Chimica solo perché avevo bisogno di un credito in
Scienze e ho pensato“Ehi, quanto sarà mai difficile questa
Chimica? Un pizzico di A e un po’ di B, ed eccomi servita
una bella C calda calda”».
Mi venne da ridere.
Chris sollevò un labbro e disse: «Nessuno m’aveva
detto che bisognava essere un genio in matematica» e mi
fece gli occhi storti.
Risi ancora. Ci sapeva fare. Era carino.
«Faccio schifo in matematica. E non potevo permettermi di sbagliare. Devo mantenere una media della C per
poter giocare. Lo sapevi questo?»
Annuii, fingendo di saperlo.
Po qualcuno aprì la porta d’ingresso e apparve una
testa «Che stai facendo? Noi siamo pronti».
«Arrivo. Non rompere».
Il ragazzo rivolse un’occhiata a me, poi a lui, roteò gli
occhi e disse: «Un minuto».
La porta si richiuse pesantemente dietro di lui.
182
«Ti avrei aiutato in matematica» gli dissi. «Non dovevi
cancellarti».
«Sì, hai ragione, Regan».
Ancora il mio nome. Mi faceva stringere lo stomaco.
«Sapevo che l’unico modo di uscire vivo da quel corso
era usare te e… ok» disse infilando un piede in una scatolina di Taco Bell caduta sul pavimento. «Confesso che
questo era il mio piano.All’inizio». Poi sollevò lo sguardo
per incontrare il mio. «Avevo notato che avevi preso A nei
test delle prime due settimane di corso, quando memorizzavamo gli elementi. Ma non ci riuscivo. Tu eri troppo
forte. Mi piacevi».
Il cuore mi batteva all’impazzata. Che significava? Gli
piacevo?
«Oh, merda» sentii dire a una donna con un bambino.
Fece dietro front lamentandosi che il bagno era fuori servizio.
Giusto. Guardai l’orologio.
Che stava facendo Luna lì dentro? Erano passati quaranta minuti. Ma la domanda vera era: e se avesse deciso
di fare la sua entrata trionfale proprio in questo istante?
Un clacson richiamò l’attenzione di Chris. «Meglio che
tu vada» gli dissi. Volevo che andasse. Il più lontano possibile.
«Possono aspettare» disse passandosi le dita fra i ca-
183
pelli. Delle belle dita, non come quelle di Liam sottili e
ben curate. Dita da ragazzo.
«Ancora non mi hai detto cosa ci fai qui. Vieni spesso
giù in città? Sai, mia sorella ha un appartamento proprio
qui all’angolo» fece cenno alle sue spalle. «Ci potremmo
incontrare lì. Posso rimanere nei paraggi oggi se…»
«No!» la mia voce echeggiò per tutto il corridoio.
«Cioè, in realtà io non vengo mai qui. Sto solo aspettando
una persona».
Lui seguì il mio sguardo più in là nel corridoio. Percepii il suo umore cambiare, sconvolgersi. Com’era già
successo prima d’ora. Il clacson suonò di nuovo e dal finestrino laterale apparve il dito medio del suo amico.
«Ora faresti meglio ad andare» dissi.
Chris si staccò dalla parete. «Immagino di sì».
Nel suo tono di voce c’era…
La porta si richiuse dietro di lui. Il bagno delle donne
era fuori servizio, eppure io me ne stavo lì ad aspettare
qualcuno. Qualcuno che era nel bagno degli uomini? Fu
questo ciò che pensò?
»No, Chris. Aspetta!»
Avevo appena fatto un passo verso la porta, quando
udii un’auto partire sgommando. In quell’istante Luna riemerse dal bagno.
B
184
«Che emozione. Che emozione incredibile» continuava a ripetere mentre tornavamo a casa. «Che emozione. Un’emozione assurda». Sembrava mamma al telefono con Andy Tu-Sì-Che-Mi-Comprendi – parlando a
raffica, senza dare il tempo a nessuno né di ascoltare né di
rispondere. «Nessuno se n’è accorto. Non lo sapevano.
Non hanno nemmeno fatto una faccia strana».
Luna si sbagliava. Diverse persone la fecero eccome.
Dopo aver ordinato a Taco Bell, il cassiere agguantò uno
dei suoi simili e gli sussurrò qualcosa, indicando Luna. Si
misero a ridacchiare e a dirlo anche agli altri. Mi si rizzò
ogni singolo pelo sul braccio, temendo che uno o più di
loro venissero al nostro tavolo a farci una piazzata. Un
tizio in tuta dall’altra parte della stanza notò Luna e iniziò
a fissarla. Lo fece per tutto il tempo che restammo lì.
Quando finì di mangiare, fece un gran giro tra i tavoli,
prendendola larga solo per passare vicino a noi. Rallentò
un attimo e si fermò, fissandola ancora. L’espressione sul
suo viso – dio mio. Era disgusto, ribrezzo, non sapevo definirla, ma mi fece rimpicciolire di paura.
Pregai che se ne andasse e finalmente lo fece.
Grazie a dio Luna non notò nulla di tutto ciò. Continuò semplicemente a mangiare la sua tostada, bevendo
ogni tanto un sorso dalla cannuccia. Come poteva non
aver notato nulla? Non era cieca.
185
Dopo pranzo facemmo un giro nella zona ristrutturata della città. Questa volta Luna fu più coraggiosa all’aperto. Mi trascinò da Banana Republic, Sharper Image
e in un negozio di roba di pelle per dare un’occhiata alle
borse. Ne comprò una in saldo per 58 dollari. L’ultima
borsa che mi ero comprata io proveniva da Wal-mart: 4.76
dollari, prezzo speciale, altrimenti sarebbe costata 5.53
dollari. Tutto il tempo avevo la sensazione che avessimo
addosso gli occhi di tutti. Ci spogliavano con lo sguardo.
Lasciando completamente esposte sia lei, che me. Come
poteva non percepire quegli sguardi? Come faceva a non
accorgersene?
Era assurdo. Irreale. Come se lei fosse perfettamente
cosciente di cosa stava accadendo e non le importasse affatto.
Liam aveva trascorso tutta la vita a chiedersi cosa vedesse la gente quando lo guardava. E se, dopo tutto ciò
che aveva fatto per portare alla luce Luna – per essere lei,
la ragazza che viveva dentro di lui – la gente non avesse
visto altro che un ragazzo vestito da donna?
Quando Liam parlava di affrontare la transizione a
ogni costo, era questo il costo cui si riferiva?
Perché se era così, andava ben oltre ciò che io stessa
avrei potuto sopportare.
Tutto ciò gli stava costando la sua dignità.
186
Capitolo 14
Luna non mi svegliò alle due di notte. Ero già sveglia.
Non riuscivo a dormire. La scena con Chris in quel corridoio continuava a passarmi davanti agli occhi come
un’opera tragica. Il soprano e il baritono. Lei lo conquista.
Poi lo perde. Lo desidera. Alla fine si riuniscono, poi lei
muore fra le sue braccia. Nella mia opera, però, io non
morivo fra le sue braccia. Rimanevo sola, un cigno in
punto di morte.
Dovevo aver avuto l’impressione che lo stavo scaricando. Come la volta prima, quando mi aveva chiesto di
andare al rave. Devo fare shopping con mia sorella – sì,
come no. Si sarà sentito sminuito, rifiutato, non voluto.
Non potevo sopportarlo. Dovevo parlargli, prima possibile. Lunedì. L’avrei trovato e gli avrei spiegato che stavo
aspettando mio fratello a Taco Bell. E la volta prima, stessa
cosa. Sempre mio fratello.
Si trattava sempre di mio fratello.
Lui era il buco nero del mio universo.
187
Mi stava succhiando via la vita. Era come se una forza
mi spingesse verso di lui e io non potessi farci niente.
Liam era già laggiù, in fondo al buco. Eravamo insieme là
in fondo. Il buio era completo, il cratere senza fondo e
sembrava chiudersi su di noi. Non potevamo muoverci,
non potevamo alzarci, non vedevamo via d’uscita.
Chris doveva sapere che non era colpa sua. Che si trattava di me e del mio senso del dovere nei confronti di
Liam. Non c’era bisogno che sapesse tutto di lui.
Io c’ero ed ero interessata, disponibile. Ecco tutto ciò
che doveva sapere.
Terza ora, quella di studio: mi misi di guardia fuori
dalla palestra, immaginando che prima o poi Chris sarebbe passato di lì.
Bingo. Subito dopo pranzo, passò di corsa davanti al
mio avamposto, dietro la porta aperta della palestra. Attraverso la finestra di sicurezza vidi che posava lo zaino
sul pavimento e raggiungeva un paio di ragazzi per fare
due tiri a pallacanestro. Chiese se poteva unirsi a loro.
Merda. Sprofondai di nuovo. Non potevo fare irruzione come una maniaca disperata che lo inseguiva da
giorni. Cosa che, per altro, ero.
Mi maledissi per non aver provato il secondo atto della
mia opera tragica, quello in cui la diabolica eroina tesseva
la ragnatela in cui far cadere l’ignaro baritono.
188
Il cielo, come diceva Liam, mi assistette, per una volta.
La campanella che dava inizio alla quinta ora suonò e gli
altri due ragazzi si affrettarono verso l’uscita, lasciando
Chris ad avanzare da solo verso il canestro. Tiro. Canestro.
Un canestro bellissimo, come lui, che non era bello
tipo attore. Non era superbrillante e nemmeno moro, alto,
sexy come un modello. Non era alto quanto Liam, né perfettamente proporzionato. Tutto era al suo posto però,
questo è certo. Ma doveva radersi. Aveva il naso un po’
storto, come se in passato se lo fosse rotto. Indossava jeans
sbiaditi e un maglione a girocollo a cui aveva tagliato le
maniche sopra i gomiti. Trasandato, sciatto quasi. Ma figo.
Non so che cosa avesse che mi piaceva tanto. Era un ragazzo nella norma. Carino. Ordinario. Forse era proprio
questo che mi piaceva di lui.
“Fallo” disse una voce dentro di me.
Ma i miei piedi non volevano obbedire.
“Ora!”
“Ok, se smetti di rompere”. Chi era? Stavo parlando fra
me? No, non c’era nessuna me. Io non avevo nessuna importanza, non avevo forma. Mi alzai, aggirai la porta
aperta e misi un piede dentro la palestra. Poi feci un giro
su me stessa e mi precipitai fuori di nuovo, più lontano
possibile da lì, cacasotto che non sono altro e che sempre
189
sarò, sono una vigliacca e mi faccio schifo per aver sempre
così tanta paura di tutto e tutti, che se continuo così non
avrò mai una vita mia, normale o stramba che sia.
La Volks Wagen arrugginita – quella che papà aveva
riparato da solo – era parcheggiata nel vialetto di casa.
È tornato prima, pensai. O gli avevano cambiato di
nuovo orario alla Home Depot? Il suo capo, che aveva
circa diciottanni, glielo faceva sempre, e lo costringeva a
lavorare in orari assurdi così che lui potesse fare l’inventario dei chiodi e delle viti da legno in pace. Oppure lo
trasferiva al reparto Design per Interni o Tappezzeria da
Finestre, che mio padre detestava. Diceva che ogni volta
che arrivava un cliente a chiedergli come fare a misurare
le veneziane, usciva dal retro con la faccia da imbecille.
Per tipo un anno dopo che l’avevano licenziato da Sears,
era andato avanti a blaterare sul fatto che nessuno fosse
indispensabile e che la lealtà ormai non avesse più alcun
valore. Quella doveva essere una delle sue perle di saggezza. Era patetico, davvero, vederlo ridotto così. Avevo
sempre pensato che fosse il Re del Mondo, il Signore degli
Anelli. E immagino anche Liam.
Papà non era incollato al televisore come mi aspettavo,
anche se, sul tavolino, c’era una bottiglia di birra a metà.
Probabilmente era al cesso. Mi fermai al frigo per prendere una Coca prima di dirigermi nel seminterrato.
190
Mi si fermò il respiro.
La porta del seminterrato era aperta.
Non lasciavamo mai quella porta aperta.
Non poteva esser stato Liam. La Spider non c’era. Non
era mamma. Stamattina aveva detto che avrebbe lavorato
fino a tardi. Poteva solo essere…
«Papà?» chiamai da in cima alle scale.
Nessuna risposta.
Scesi le scale con passo pesante, per far rumore: lo
scricchiolio dei gradini rimbombava nella stanza. Una fila
di PC giaceva sulla postazione di lavoro di Liam; gli screensaver davano vita a grattacieli che si innalzavano silenziosi, all’unisono. Tutto regolare. Aveva l’abitudine di lasciarli sempre accesi. Non lasciava mai la porta aperta
quando usciva, però. Mai.
Forse era davvero in casa. «Liam?» chiamai.
«Regan, sei tu?». Papà.
Mi aprii un varco fra i pezzi di computer sparsi sul pavimento. «Che stai facendo?» dissi dirigendomi verso la
camera di Liam e spiando al suo interno. Sembrava tutto
al proprio posto. Liam era troppo cauto per lasciare in
giro prove.
Ma questa volta, l’aveva fatto. C’era una borsetta sul
suo scrigno delle meraviglie, quella in tessuto.
«Com’hai fatto a entrare?» chiesi.
191
«La porta non era chiusa a chiave» rispose papà.
Bugiardo.
«Come mai oggi sei tornata prima da scuola?»
Mi salirono le fiamme al viso. «Io, mmm… non ci sono
andata». In effetti ero proprio scappata dalla palestra e
avevo continuato a correre senza fermarmi.
«Sono di nuovo in punizione? O sto ancora scontando
quella vecchia?»
Papà mi fissava. «Oh, basta così» disse facendo un
gesto della mano, come a voler scacciare una mosca. «La
tua punizione è finita.Anche la sua. Non voglio che stiate
chiusi in casa perché vi obbligo io. Vorrei che steste qui
perché il vostro vecchio è un gioiellino tale che non vedete
l’ora di mostrarlo ai vostri amici».
Ridacchiai. Sì sì, papà. Ma piantala.
Improvvisamente il peso dello zaino sulle mie spalle
divenne insopportabile. Avvertii l’assurda necessità di
correre ad abbracciarlo, come facevo da piccola, di aggrapparmi a lui che mi sollevava in aria e mi faceva girare
e girare ancora finché a entrambi non girava la testa e dovevamo fermarci. La girandola di papà.
E invece, bevvi un sorso di Coca.
«Posso farti una domanda, Re’? Vieni qui» mi disse
papà facendomi cenno di entrare nella stanza.
Non mi piaceva la piega che stava prendendo la cosa.
192
«Liam non vuole nessuno nella sua stanza, papà. Sopratutto me». E te men che meno.
«Perché? Cosa c’è qui dentro? Non c’è nulla da rubare.
Non sono nemmeno riuscito a trovare i soldi per la
droga».
«Papà!»
«Sto scherzando – spero. Non volevo rubare niente.
Volevo solo…» fece una pausa. «Cosa c’è in quella scatola?» disse indicando lo scrigno delle meraviglie di Liam.
Mi si gelò il sangue nelle vene.
«E perché lo chiedi a me?»
Papà mi guardava, mi trapassava con lo sguardo.
«Perché a te le cose le dice. Ti parla. Che è più di quanto
faccia sia con me che con tua madre» disse avviandosi di
fretta fuori dalla stanza. Dovetti spostarmi per non essere
travolta. «Cos’è tutto questo schifo?» disse indicando i
pezzi di computer allineati contro la parete, alcuni ancora
impacchettati. «La ruba? La vende?».
«No» dissi infastidita. «Costruisce PC. Questo lo sai».
Ma cosa pensava di Liam? Che fosse un fattone? Un traffichino? Liam era davvero tutto il contrario dell’immagine che di lui aveva papà.
Papà grugnì passando meticolosamente in rassegna le
parti di computer ordinatamente conservate e classificate.
Poi disse: «Be’, almeno non mi ha mentito su questo».
193
Poi mentre mi allungavo per chiudere la porta di Liam,
papà mi scioccò chiedendomi: «Allora dimmi questo, Re’.
È gay?»
La mia mano si sciolse sulla maniglia.
«Ho bisogno di saperlo. Lo è?»
Mi voltai lentamente. «No».
Gli occhi di papà si chiusero a fessura. «Tu menti»
disse poi si abbandonò sul divano e si prese la testa fra le
mani. «Non sono stupido. L’ho capito, sai?» disse, con la
voce ovattata.
«Papà, non sto mentendo». Mi colse un’improvvisa
ondata di compassione per mio padre. Forse era comprensione. Andai a sedermi accanto a lui, posando la mia
Coca sul tavolo. «Credimi, papà. Non è gay».
Papà sollevò la testa e si girò a guardarmi. Scosse via
un brivido, come si fa dopo aver preso un bello spavento.
«Non so cosa pensare. Passa tutto quel tempo con Aly ed
è sempre qui circondato da ragazze, così pensavo che
fosse a posto. Ma ultimamente…»
«È a posto» saltai su. Ma papà continuava a fissarmi.
«Ha la ragazza? La porta fuori? A cena o al drive-in?»
«I drive-in non esistono più. Abbiamo i multisala
adesso».
Papà spalancò gli occhi e disse: «Non fare la saputella
con me. Rispondi alla mia domanda».
194
Mi alzai, attraversai la stanza e accesi la Tv.
«Non è che mi dice tutto». Cosa per altro vera, almeno.
«Forse non porta a casa le ragazze perché ha un papà che
è un gioiellino e non vuole avere rivali» dissi sarcastico.
Papà fece scivolare un braccio sullo schienale del divano. «Le ragazze gli piacciono, però».
Ma basta, papà, pensai. Afferrando il telecomando da
sopra il televisore, feci un giro di canali, sperando che capisse l’antifona.
«Regan?»
Avrei voluto urlargli in faccia, No! Non gli piacciono,
ok? Gli piacciono i ragazzi. Come a me. Ma ciò non significa che sia gay.Anzi è etero quanto me, perché dentro
lui è una ragazza, papà. Proprio come me. Hai due figlie,
va bene?
Mi soffermai su Scooby Doo. Il telecomando ciondolava al mio fianco.
«Bene» fece papà rimettendosi in piedi. «Posso ritenermi soddisfatto».
Come Liam, anche papà vedeva solo ciò che voleva vedere, sentiva ciò che voleva sentire. Un difetto di famiglia,
suppongo.
Papà mi arrivò da dietro e mi cinse le spalle con le
braccia. «Digli che prometto di comportarmi bene. Digli
che se porta una ragazza a casa e ce la presenta, gli presto
195
la VW» disse stringendo per un breve istante il mio corpo
ormai esangue.
Mi sforzai di sorridere, ma dentro stavo morendo.
Liam non avrebbe mai potuto dirglielo. Mai.
In cima alle scale, papà aggiunse: «Di’ a tuo fratello di
darci un taglio col profumo, ok? Quella stanza sembra un
bordello».
B
Liam rientrò intorno alle dieci e mezza quella sera. Io
ero seduta sul letto che facevo i compiti e lo sentì sedersi
alla scrivania e iniziare a battere sulla tastiera.
Il mio corpo mi supplicava di andare a letto ma prima
dovevo finire i problemi di Chimica. Ero in ritardo di due
giorni con i compiti e con il test di laboratorio. Bruchac
aveva iniziato ad abbassarci i voti di una tacca ogni volta
che arrivavamo tardi a lezione e non aveva intenzione di
dare pace a nessuno di noi. Soprattutto a me, a quanto pareva. Mi aveva avvertito agitandomi davanti una delle sue
dita grassocce oggi, mentre gli passavo accanto per uscire
dalla classe.
Stavo considerando l’ipotesi di chiedere aiuto a Liam,
ma lui aveva già abbastanza pensieri. Ora doveva anche
controllare che papà non facesse irruzione nella sua
stanza. Dovevo avvertirlo che era entrato.
196
Ma perchè Chris si era cancellato dal corso?
Avrei potuto aiutarlo. Entrambi saremmo stati bocciati in Chimica, se fosse rimasto. Il mio interesse per la lezione infatti si sarebbe aggirato intorno allo zero assoluto,
dato che avrei passato tutta l’ora a fare gli occhi dolci a
Chris. Meglio non avere distrazioni.
Non sapevo perché ma quell’improvviso bisogno di
essere all’altezza delle aspettative di Bruchac mi stava consumando. Come se quella fosse l’opportunità che aspettavo per farmi valere come sorella o qualcosa di simile. Il
mio momento di gloria.
La porta della mia stanza si spalancò. «Dai un’occhiata
qui» disse Liam entrando come una furia.
«Non si bussa prima d’entrare? C’è nessuno che rispetti
ancora la privacy altrui qui?»
Si arrestò di colpo. Con fare teatrale, in punta di piedi,
tornò lentamente indietro chiudendo la porta dietro di
sè. Poi bussò due volte. Che testa di cazzo.
«Vattene» borbottai. Bussò di nuovo.
«Liam, ho da fare».
«Voglio solo farti vedere una cosa». La porta si aprì
piano piano. «Per favore, non ci vorrà molto».
Sospirai esasperata e spensi lo stereo su cui stava girando il mio CD della Carmen. «Hai trenta secondi» lo
informai. «Ventinove».
197
Saltò sul letto e si mise a gambe incrociate davanti a
me. «Cos’è?» chiese lanciando un’occhiata veloce ai fogli
sparsi sulla coperta.
«Chimica» risposi con tono piatto.
Prese in mano il mio compito mezzo finito del giorno
prima e disse: «Hai Bruchac il Bruto?».
«Come lo sai?»
«Questo compito ha un aspetto familiare. A proposito…» disse mordendosi il labbro. Qualsiasi cosa nascondesse dietro la schiena, la tirò fuori di colpo e la sbattè
sul letto tra di noi. «Guarda qui».
Diedi un’occhiata alla stampata, poi la sollevai per avvicinarla agli occhi e la studiai velocemente. Era un foto
sfuocata di un ragazzo – un tizio foruncoloso con gli occhiali. Sembrava una foto per la patente. «E allora?» dissi
rimettendo giù il foglio.
«E adesso dai un’occhiata a quest’altra» suggerì Liam
passandomi un altro foglio con in cima un’altra foto.
Alzai un sopracciglio. «Wow. E questa chi è?» dissi con
gli occhi incollati a quell’immagine. Raffigurava una ragazza. Un ragazza bellissima con lunghi capelli neri e
occhi blu. Era in posa come una modella per un servizio
fotografico. Sollevai lo sguardo e vidi che Liam aveva un
sorrisone stampato in faccia.
«È Teri Lynn».
198
«Davvero?» dissi studiando la foto più da vicino.
«Wow».
«Tutti e due».
«Cosa? Non ci credo» dissi riprendendo in mano la
foto del nerd per studiarla meglio. Misi le due foto una
accanto all’altra. Nessuna somiglianza. «Mi prendi in
giro».
«No no» disse Liam con una risatina. «È stupenda,
vero?» esclamò con la foto della ragazza in mano. Mentre
la rimirava, il suo sguardo s’infiammò.
Un’ondata d’improvvisa stanchezza mi travolse. Sbadigliai e dissi: «Fatti dare due dritte sul trucco, ok?».
Allungai le braccia in alto per stirarmi e sentii la cartilagine scricchiolare all’altezza delle scapole. Ero tutta rigida, dolorante.
«Non è tutto trucco. Ha subito delle operazioni. Un innesto del mento e una riduzione del naso. Ma lei dice che
sono gli ormoni a fare tutta la differenza».
«Allora prendine anche tu» dissi restituendogli la foto
per potermi rimettere al lavoro.
«Lo sto facendo» disse alzandosi e lasciando lì la foto
del ragazzo. Fissava in totale ammirazione l’immagine del
nuovo volto di Teri Lynn, tenendola in mano con delicatezza, come se fosse fatta d’oro. Lasciò persino la porta
aperta dietro di sé.
199
Un campanello d’allarme risuonò nella mia testa. Liam
prende gli ormoni? Quali ormoni? Quelli sì che erano
droghe serie. Dove li prendeva? Su internet? Doveva essere illegale. Ero già arrivata a gattoni in fondo al letto, ma
mi fermai. Volevo davvero saperlo?
Sì. Ma non stasera. Era troppo tardi per intraprendere
una discussione su ormoni, operazioni chirurgiche e transizione. Avevo bisogno di concentrarmi sulla mia vita, per
una volta.
Chiusi la porta e mi rimisi a fare i compiti: dovevamo
calcolare le molecole di pioggia acida prodotte dalla conversione dei minerali di rame – mmm, che emozione. La
concentrazione mi stava abbandonando. La foto che Liam
aveva lasciato sul letto attirò di nuovo la mia attenzione.
L’altra faccia di Teri Lynn, quella falsa. Non era la differenza fra maschio e femmina che mi colpiva, quanto
piuttosto la diversità di atteggiamento, di sguardo, di portamento. Teri Lynn maschio sembrava tutta un’altra persona. Un morto vivente, come era Liam a volte. Triste,
vuoto. L’altra Teri, quella vera, era raggiante, un fiore che
sbocciava. Come Liam quando si trasformava in Luna.
Come una farfalla che emerge dalla crisalide, pensai.
Una creatura bellissima e fragile che dispiega le ali e vola
via. Ma nel caso di Liam, la farfalla era costretta a richiudere le ali e a rinfilarsi nel suo bozzolo ogni giorno.
200
Ogni singolo giorno, era costretto a diventare il guscio
di se stesso.
Le lacrime mi bruciavano gli occhi.
Non era giusto.
Perché proprio lui? Perché proprio lei? Era una così
brava persona, Luna. Liam. Il miglior fratello del mondo.
Ricordo che quando tolsi le tonsille, Liam mise su uno
spettacolo di burattini per me. Aveva costruito un palcoscenico e dei pupazzi fatti con i calzini, tutti in gonna,
chiaramente. Mi faceva malissimo la gola. A volte sento
ancora il fastidio, quando inghiotto. Tutte le sere, quando
era ora di andare a dormire mi leggeva una storia, prima
che io imparassi a leggere da sola. Provava ad insegnarmi…
Una volta, in prima elementare, c’era un bambino prepotente ai giardini che mi correva sempre dietro e mi tirava i capelli, così un giorno Liam arrivò e gli tirò un
pugno in faccia. Quella fu la prima e l’ultima volta che
colpì qualcuno.
No, non è vero.
Ci fu anche quella volta al centro commerciale con
mamma. Lei stava guardando le borse. E anche Liam.
S’infila un borsa al braccio, come fa mamma. Io mi annoio e gironzolo un po’. Alle mie spalle sento mamma che
dice: «Mettila via e vai a dare un’occhiata a tua sorella».
201
«Fammelo provare» dico a Liam e cerco di prendergli il
cappello.
«Ok, tieni, te lo metto io» dico e mi mette un cappello di
feltro, aggiustandolo affinché le piume capitino sul davanti.
Io tengo il collo rigido per paura che il cappello scivoli. È
troppo grande. Liam si prova un cappello verde con il dietro
di seta e la veletta davanti. Delicatamente la abbassa sugli
occhi.
Ci guardiamo allo specchio. Liam si mette una mano sul
fianco e inizia a camminare come una modella. Mi fa ridere
e lo imito. Quando Liam torna all’espositore per prendere
altri due cappelli, qualcosa accade.
Sono vicino alla scala mobile e un uomo mi prende per
mano. Sento Liam che chiama alle mie spalle: «Regan?».
Io mi volto e il suo sguardo incontra il mio. «Regan!»
Di colpo realizzo che io non conosco quell’uomo e mi
metto a urlare. Provo a divincolarmi ma non ci riesco. Lui
mi tiene stretta. Liam arriva di corsa, cade, si rimette in
piedi. Fa un balzo in avanti e cerca di liberarmi dalla presa
dell’uomo. «Lasciala andare! Lasciala andare!» urla colpendolo più volte. Gli tira dei pugni sul braccio, sul fianco
e allo stomaco.
Liam urla e tira calci e io cado a terra. Poi qualcuno mi
solleva e Liam mi abbraccia forte. Io piango e sento lui che
mi dice: «Va tutto bene, Re’. Ci sono io ora. Va tutto bene».
202
La mamma arriva con un balzo giù dalle scale e mi
strappa da Liam. Mi solleva e mi prende in braccio, stringendomi forte contro il petto. Urla a Liam: «Perché hai lasciato che si allontanasse? Non posso contare su di te neanche un minuto!».
Lo fa piangere.
Mamma, non fu colpa sua. È una cosa che può succedere a chiunque, anche se i genitori sono proprio lì accanto. Era successo anche a Cody ai giardini. Elise raccontò di essersi girata un secondo e un uomo era apparso
dal nulla e aveva avvicinato Cody. Se Liam non mi avesse
salvato… Se non fosse stato lì per me… Mi vengono i brividi solo a pensarci.
Liam ha così tanto bisogno di me ora, pensai, non
posso dimenticare tutte le volte che io ho avuto bisogno
di lui. Lui era sempre lì per me. Sempre.
La musica che proveniva dalla sua stanza e la sua voce
che canticchiava piano, penetrarono sotto la mia porta.
Era una melodia leggera, sinuosa, che non conoscevo.
Canticchiava solo quando era felice.
Lo sarebbe mai stato davvero?
Forse se fosse andata nel posto dov’era andata Teri
Lynn, lo sarebbe stato. Nessuno avrebbe più nemmeno
sospettato che Luna fosse un trans. Sarebbe mai riuscita
a cambiare la chimica del suo corpo, il suo aspetto este-
203
riore abbastanza da convincere il mondo che quella fosse
la persona che veramente voleva essere?
L’immagine di Chris andò lentamente ad occupare un
posto fra gli ultimi dei miei pensieri. M perché proprio
lui? Perché adesso?
La Chimica e l’attrazione. Le lacrime ruppero gli argini. Perché doveva essere sempre tutta colpa della chimica?
204
Capitolo 15
Mentre prendevo la scatola di palline al cioccolato
dalla credenza per portarlo sul tavolo della colazione, udii
mamma parlare al telefono fisso in cucina. «Potrebbe
farmi richiamare dal dottor Rosell, per favore?» stava dicendo.
«Ho bisogno di una nuova dose di estrogeni in anticipo».
Roteai gli occhi e mi versai la mia dose giornaliera di
fiocchi d’avena accanto al frigo.
«Buongiorno, tesoro» disse papà mentre mi sedevo a
peso morto.
Mugugnai a fatica un saluto. Queste nottate sveglia mi
stavano riducendo il cervello in poltiglia. Preferivo di
gran lunga guardare Luna che si metteva il mascara per
tre o quattro ore di fila, piuttosto che spremermi le meningi su chimica.
Appena la mamma riattaccò, suonò il telefono. Lei ci si
buttò sopra come se aspettasse la chiamata di qualcuno
205
che gli avrebbe detto che aveva vinto alla lotteria. «È per
te, Regan. Elise» disse in tono irritato. Alla mamma non
piaceva molto Elise. Altro motivo per cui piaceva a me.
Una volta mi disse che secondo lei Elise e David si approfittavano di me, perché mi chiamavano sempre all’ultimo minuto, aspettandosi che io accorressi mollando
tutto. Come se avessi qualcosa da mollare. «Non starci
tutto il weekend» mi disse mamma. «Ho bisogno di te
qui». Per fare tutto il lavoro al posto suo. Poi passandomi
la cornetta, chiese: «Dov’è Liam?».
«L’ho vista che andava a farsi la doccia mentre salivo».
Una scossa elettrica attraversò l’aria. Me ne accorsi
solo dopo che Elise mi ebbe sussurrato all’orecchio un
“Ciao, Regan, posso chiederti un favore?”. Cos’è che avevo
appena detto? Forse era perché Luna era rimasta a lungo
nella mia camera la notte prima, lasciando dietro di sé
una nuvola di profumo o perché i sogni che avevo fatto all’alba avevano lasciato in me una traccia troppo forte.
Liam/Luna. La linea che li separava ormai non era più
tanto netta.
«Regan?»
«Eh? Ah» dissi ritornando lucida «sì sì, certo, Elise.
Qualsiasi cosa».
«Io e David siamo finalmente riusciti ad accaparrarci
i biglietti per una commedia che vogliamo veder da
206
tempo, I Love You, You’re Perfect, Now Change. L’hai
vista?»
«No».
Ridacchiò un po’. «Be’ certo, sei troppo giovane per apprezzare un titolo così».
No, non lo ero.
«Ad ogni modo» continuò «abbiamo rimandato
troppo e questo è l’ultimo weekend che la fanno, così ci
chiedevamo se potessi tenere i bambini sabato sera…»
disse con una punta di speranza nella voce. «So che te lo
dico proprio all’ultimo… di solito evito di chiamarti per
il venerdì o il sabato sera, dato che avrai anche tu una vita
sociale piena d’impegni…»
Sì. Io e la titolazione. «Ok, nessun problema» dissi.
«Sul serio? Regan, sei un tesoro. Cosa faremmo senza
di te?»
Ma perché continuate a chiedervelo? Dissi quasi a
voce alta. Adottatemi e basta. Datemi una vita normale,
un’infanzia felice. Ops, troppo tardi.
Elise mi chiese di andare lì per le sei e mezza e ci salutammo. Quando feci ritorno in sala da pranzo, Liam si
era materializzato.
Papà abbassò il giornale e disse: «Un cieco e il suo cane
entrano al ristorante».
Liam e io iniziammo a protestare.
207
«Dopo aver ordinato e aver atteso un po’, il cieco urla
alla cameriera: “Ehi, vuoi sentire una barzelletta sulle
bionde?”».
Cercai di attirare l’attenzione di Liam per sbruffare insieme, ma lui era immerso in uno dei suoi manga, Call
me Princess. Se questo non era dichiararsi.
«Sul ristorante cala il silenzio» continuò papà. «Con
voce roca e profonda, la donna seduta accanto al cieco fa:
“Prima che la racconti, devi sapere che la cameriera è
bionda, la cuoca è bionda e io pure sono una bionda di
un metro e ottanta per novanta chili e sono cintura nera
di karate. Che altro? La donna seduta accanto a me è
bionda ed è una bodybuilder. La donna alla tua destra è
bionda ed è una wrestler. Pensaci bene, capo.Vuoi ancora
raccontarla la tua barzelletta?”».
Papà fece una pausa per creare suspence. Io mi misi in
bocca un’altra cucchiaiata di palline al cioccolato. La
mamma sollevò la tazza del caffè. Liam voltò pagina.
«Allora il cieco fa “No. Non se poi devo rispiegarla
cinque volte”».
Liam rise. Io spruzzai i cereali su tutto il tavolo. Persino mamma sorrise.
«Buona questa, eh?» disse papà facendoci l’occhiolino.
«Sì, buona davvero» disse Liam.
Poi mentre pulivo con un fazzoletto il casino che avevo
208
combinato, papà aggiunse: «Sono sceso nelle segrete ieri.
Te l’ha detto Regan?».
Oooo. Bum. Temendo la reazione di Liam, nascosi la
testa dietro la scatola dei cereali e lo spiai da lì. Liam continuò a leggere il suo fumetto, come se niente fosse. Per
fortuna che papà non aveva trovato niente. Non aveva
nemmeno notato la borsetta.
«Quel posto è una discarica» disse papà. «L’imbottitura sta uscendo dal divano e sembra che sul tappeto sia
passata una mandria di bufali. E poi puzza. Tipo di pizza
andata a male. Non ho idea di come facciate a vivere in
mezzo a quello schifo».
«Gli daremo una pulita» mormorò Liam.
«Non è ciò che intendevo. Quel posto avrebbe bisogno
di una restaurata.Andrebbe ridipinto e ritappezzato. Useremo il mio buono sconto. Possiamo procurarci delle
mensole per tutti quei pezzi di computer per sollevarli da
terra. Poi, dopo averlo rimesso a nuovo, possiamo piazzarci un bel tavolo da biliardo o creare un angolo per lo
svago. Uno spazio che noi tutti potremmo utilizzare».
Liam gli rivolse uno sguardo triste. «Va bene così. A
me piace così com’è. Piace a tutti e due, giusto, Re’?»
Papà colpì il tavolo con un pugno. «No, non va bene
per niente. Sarà un lavoro di squadra. Di tutti e tre. Si
inizia questo weekend» ordinò e si alzò per dirigersi in
209
cucina. Aprì lo sportello della lavastoviglie e ci ficcò rumorosamente la tazza del caffè.
Liam protestò: «Sabato devo finire un progetto in biblioteca e domenica ho promesso a Aly che l’avrei portata al cinema. È una specie di appuntamento».
Papà fece capolino sulla soglia, con le sopracciglia aggrottate. «Ah sì?»
Il tonfo provocato dalla mia mandibola che si abbatteva sul tavolo, per un soffio non rovinò tutta la messinscena di Liam.
Aumentai il carico dicendo: «Eh sì, e io devo lavorare
sabato sera. In più devo consegnare una relazione di Inglese lunedì e non ho nemmeno iniziato ancora». Cosa
per altro vera. Avevo lasciato indietro tutte le altre materie per concentrarmi su Chimica. «A meno che tu non
voglia che mi boccino, avevo in programma di trascorrere tutto sabato su internet per cercarmi una relazione
da copiare».
Liam ridacchiò, ma le unità parentali erano un po’
lente di comprendonio. Mamma disse: «Non abbiamo i
soldi in questo momento, Jack. Per lo meno per il tappeto
e soprattutto per il tavolo da biliardo o l’angolo di svago».
Poi continuò a lavorare sulle ricevute dei suoi clienti,
come aveva fatto per tutto il mattino.
Le suonò il cellulare.
210
Quello era il nostro momento. Io e Liam ci alzammo
per andare.
Papà si diresse di corsa in sala da pranzo. «Alto là, voi
due».
Ci fermammo immediatamente.
«Liam, le pareti della tua stanza sono un disastro. Che
cosa sono tutti quei buchi?»
I buchi. Me ne ero quasi scordata.
Ogni anno mamma comprava un set completo di fotografie di fine anno scolastico da regalare a parenti e
amici. Le faceva incorniciare e le metteva in bella mostra
sul tavolo della sala da pranzo. Alla fine della settimana,
la foto di Liam era sempre capovolta e le restanti – quelle
piccole o formato tessera – sparivano misteriosamente.
Solo che io sapevo dove finivano: nella sua stanza. Le attaccava al muro e ci giocava a freccette.
Ogni giorno la mamma raddrizzava la foto di Liam sul
tavolo, ma dopo un po’ ci rinunciò. Smise di comprarle
quando arrivammo alle medie.
«Termiti» borbottò Liam, dirigendosi verso la porta di
casa.
«E, Regan, la tua stanza è un porcile» aggiunse papà.
Era stato anche in camera mia? Come osava! Se aveva
toccato qualcosa… la mia roba era esattamente dove volevo che fosse. «Stai lontano da camera mia, papà» gli or-
211
dinai. «Stai lontano da tutte e due le nostre camere» dissi
lanciandogli proiettili dagli occhi, poi uscii dietro Liam.
Dovetti accelerare per raggiungerlo. «Non chiedermi com’ha fatto ad entrare» dissi ansimandogli dietro. «Hai bisogno d’una serratura migliore».
Non rispose. Digitò il codice segreto dell’allarme sulla
tastiera della sua auto e aprì lo sportello.
«Mi dai un passaggio?»
La chiusura di sicurezza del posto del passeggero
scattò, feci il giro ed entrai.
Accendendo il motore, Liam disse: «Non ha nemmeno
visto la borsetta? Ha aperto lo scrigno delle meraviglie?».
«No, grazie a dio. Sono arrivata in tempo» dissi allacciandomi la cintura. Liam emise un breve sospiro, come
se fosse infastidito.
«Che c’è? Volevi che gli facessi provare le tue parrucche?»
La mandibola di Liam si serrò.
Che strano. Mi stava lanciando messaggi che non riuscivo a captare. Rallentando davanti a uno Stop, spinse il
bottone per ritirare la calotta. Saranno stati, senza scherzare, cento gradi sotto zero. Mi lasciò davanti a scuola e
sgommò fuori dal parcheggio.
Afferrai il messaggio l’istante in cui entrai nell’edificio
battendo i denti.
212
Aveva lasciato la porta della stanza aperta di proposito. Voleva che papà trovasse il suo tesoro nascosto.
Era impazzito? Papà non avrebbe mai capito. Liam
stava giocando col fuoco e presto o tardi si sarebbe bruciato.
B
I soldi del mio pranzo erano rimasti sul tavolo di casa
e me ne accorsi solo a mezzogiorno, quando mi ritrovai
davanti all’armadietto a frugare nella borsa e fra le dita
non mi capitò nemmeno una banconota. Merda. Decisi
per il male minore, cioè entrare in mensa e comprare sandwich e patatine alla macchinetta così che non si capisse
che ero da sola a far la fila in mensa. Le macchinette erano
più vicine al mio tavolo – quello piccolo, nell’angolo più
nascosto della sala. Accanto a quello dei nerd. Magari
avrei potuto sedermi con Shannon Eiber e pranzare con
lei. Lei e le sue Prescelte si riunivano tutte al tavolo nell’angolo ogni giorno per raccontarsi la loro vita sessuale.
Cos’altro potevano mai dirsi che facesse tanto ridere? Ridevano come pazze per tutta la cavolo di ora.
Il malditesta m’invase i bulbi oculari e desiderai con
tutto il cuore di essere rimasta a casa. Mi piaceva di più
quando era la mamma a prepararmi il pranzo. Rotolini al
prosciutto.
213
Wow, non ci pensavo da una vita. Io odiavo i rotolini
al prosciutto, ma in quel momento avrei venduto l’anima
per averne uno. Mi rannicchiai davanti all’armadietto con
la testa fra le ginocchia. Quand’è che la mamma aveva
smesso di prepararmeli? Alle medie? Nello stesso periodo
in cui smise di comprare le foto di scuola? No, prima. Subito dopo Natale. Avevo appena compiuto dieci anni.
«Ho una riunione di lavoro con gli agenti oggi» dice
papà mentre esce dalla sala abbottonandosi le maniche
della camicia. «Non c’è bisogno che mi prepari il pranzo,
Pat».
Dalla cucina proviene un improvviso frastuono, io e
Liam facciamo un salto. Siamo nel salotto e Liam sta riparando il mio lettore CD. Papà aveva provato a riprogrammarlo la sera prima ma aveva fatto un casino.
La mamma sibila: «Perché non me l’hai detto? Lo sapevi che ero qui dentro da un’ora a preparare il vostro
pranzo. Sono qui ogni mattina a fare la stessa cosa. Faccio
solo questo. Cucino per te, pulisco per te, mi prendo cura
dei bambini…»
Papà ha l’aria smarrita. «Scusa, tesoro. Me ne sono dimenticato».
«Te ne sei dimenticato?» grida la mamma.
In momenti come questi io e Liam giocavamo alle Piccole Bambole Invisibili.
214
Papà tenta di fare dell’umorismo. «Ci vuole un’ora per
fare i rotolini al prosciutto? Cosa dovrai mai fare, sventrare
il maiale?» dice facendoci l’occhiolino.
Liam ridacchia. Si sente un altro rumore di piatti rotti in
cucina e la mamma che risponde, stizzita. «Scherza, scherza,
Jack. Non sai fare altro. È tutto uno scherzo per te».
Sento che papà sta per aprir bocca e fare un’altra battuta ma se la rimangia alla svelta.
La mamma continua. «In futuro, potresti avere la cortezza di farmi sapere quando non necessiti dei miei servizi?» dice uscendo come una furia dalla cucina con in
mano le borse termiche che contengono il mio pranzo e
quello di Liam. Praticamente ce le tira. «Preparatevi per
andare a scuola» ci ordina. «Farete tardi».
Mentre papà s’infila la giacca, con aria da cane bastonato, la mamma gli passa davanti e va a chiudersi in bagno.
Io dico, più a me che per gli altri: «Non ho scuola oggi.
L’insegnante è a un corso d’aggiornamento». Avevo dimenticato di dirlo a mamma. Avrebbe dovuto saperlo però.
Perché dovevo ricordarglielo io? Queste cose sono il suo
pane quotidiano.
La mamma fa ritorno e tira il portafoglio a papà. «Immagino che farai tardi per cena di nuovo» e prosegue dal salotto alla cucina.
Papà s’infila il portafoglio in tasca. «Probabile. Cercherò
215
di arrivare in tempo, ma il capo è in sede questa settimana
e nessuno si azzarda ad andarsene prima di lui. Sai com’è».
Sento aprire lo sportello del congelatore. Liam è l’unico
che ha il coraggio di farlo. Mi prende il pranzo dalle mani,
si alza e va lentamente in cucina.
«Re’ oggi non ha scuola, mamma» le dice con delicatezza. «Ma lo prendo io il suo pranzo e prendo anche quello
di papà. Mi viene una gran fame durante il giorno».
«Cos’è? Non ti do abbastanza da mangiare?»
Si sente un tonfo nel lavandino, come se un tacchino
congelato ci fosse appena atterrato dentro. «Non so neanche
perché mi prendo tanto disturbo» dice mamma. «Se andassi
a lavorare, non vi accorgereste nemmeno che sono uscita».
«Sai che non è vero» dice papa in tono secco. Liam torna
svelto in salotto. «Ma cos’hai ultimamente?» papà le urla
in faccia. «Ciò che facciamo non è mai abbastanza».
«Voi non fate niente!» urla la mamma. «Faccio tutto io.
Non hai nemmeno idea di cosa io faccia tutto il giorno. Non
apprezzi nemmeno la fatica che faccio a cucinare, pulire,
star dietro a te e ai bambini. È un lavoro da macchine. Ti
soffoca».
Papà le abbaia dietro: «Bene, allora scusa per il disturbo.
Parli tanto di andare a lavorare, e allora vacci» urla alzando le braccia al cielo. «Non ti obblighiamo a restare. Che
mi venga un colpo se io e i ragazzi ti tratterremo».
216
In salotto Io e Liam ci zittiamo, impauriti. Smettetela,
pensavo. Smettetela subito.
Poi papà dice: «Ti sei presa solo un Valium oggi? Perché
forse dovresti aumentare il dosaggio».
La mamma esce come un razzo dalla cucina. Adesso lo
picchia, penso, e invece si ferma di colpo e afferra la prima
cosa che vede. È la foto di scuola di Liam. La getta sul pavimento, riducendo la cornice in mille pezzi.
Papà l’afferra per un braccio. «Ora basta. Mi hai stancato» le dice con lo stesso tono che usa con noi bambini.
«No, Jack» ribatte mamma. «Sono io che sono stanca.
Sono stanca di te, dei bambini, di questa vita. Non mi basta.
Continuo a ripetertelo ma tu non ascolti. Io sto morendo
dentro. Voglio solo uscire!» Poi si libera dalla sua presa e va
a rifugiarsi in camera da letto.
Sollevai lo sguardo, quelle parole mi rimbombavano
dentro. Morire dentro. Si sentiva in trappola, proprio
come Liam. Ma all’opposto però. Lei trovava pace fuori
da sé, mentre Liam si rintanava in se stesso.
«Ciao, Re’». Qualcuno mi stava guardando dall’alto.
«Stai bene?» Mi ritirai su. Da quanto tempo Aly era lì?
«Sì… ho dimenticato i soldi del pranzo a casa».
«Te li do io» mi disse. Frugò nella sua borsa, ne estrasse
il borsellino e mi allungò una banconota da cinque.
«Grazie». Ero intontita. «Te li restituirò».
217
«Non c’è bisogno» disse rimettendo il borsellino al suo
posto, poi cambiò discorso. «Se vedi Liam, gli daresti
questo da parte mia?» chiese porgendomi un libro, un
altro romanzo illustrato di Liam. Love Hina. «Digli di non
dimenticarsi di sabato, sai, per il mio progetto d’arte, dobbiamo andare allo studio di uno scultore. Dovrebbe passare a prendermi verso l’una».
Feci cenno di sì, stampandomelo in testa.
Tutti quei promemoria mi fuoriuscivano saltellando
dal cervello.
Poi Aly si morse il labbro e aggiunse: «Liam ti ha detto
niente riguardo al ballo?».
Mi si accese una lampadina in testa. Ballo. Luna. Il vestito anni Venti.
«Perché, sai, ci vorrei tanto andare quest’anno. So cosa
pensa di queste cose, che sono smielate e false, ma è il nostro ultimo anno. Ho addirittura comprato il vestito».
Chissà se Liam ci entra, fui sul punto di dire.
Non che Liam fosse contro i balli; è solo che voleva essere lui la Reginetta.
«A me non ha detto niente» risposi.
Non sembrava convinta. Né soddisfatta.
Cambiai argomento.
«Potresti prestarmi un Tylenol?» le chiesi. Il malditesta
mi stava scavando un canyon nel cranio.
218
«Certo» disse e si rimise a scavare nella borsa. «È Exedrin, va bene lo stesso?»
Exedrin. Ecstasy. Qualsiasi cosa pur di alleviare il dolore, pur di dimenticare.
Fece cadere due pastiglie sulla palma della mia mano.
«Ti accompagno in mensa» disse Aly.
Mi fermai alla fontanella dell’acqua per ingoiare le pastiglie e Aly mi aspettò. Poi quando riprendemmo a camminare, lei tornò all’attacco dicendo: «Forse potresti dirglielo tu senza darci troppo peso. Gliela butti lì. Invii un
messaggio subliminale a quella testaccia dura che si ritrova».
«Come se fosse facile penetrarla» mormorai.
«Lo so. È dura come il legno».
All’angolo con la mensa, Aly rallentò e si fermò, esitando per un lungo istante. «Non è che vuole invitare
un’altra, vero?»
«Cosa?»
«Prontooo» fece lei, stile “Re’, sveglia!”.«Ultimamente
ha l’aria più distratta del solito. Come se stesse prendendo
le distanze da me, da tutti. Non so. L’ha già fatto, ma questa
volta è… diverso» disse con lo sguardo che vagava alle
mie spalle. «Come se pensasse a qualcun’altro».
Sì, a se stesso, avrei voluto dire ma non lo feci. «Non
ha nessun’altra».
219
Aly si rimorse il labbro.
«Te lo giuro» dissi.
«Me lo diresti, vero, Re’? Non mi nasconderesti una
casa simile. Cioè, io vorrei saperlo, a costo di starci male».
«Non ti nasconderei mai niente». La bugia trotterellò
fuori dalla mia bocca anche troppo facilmente. Non le
farei mai del male, di proposito. Perché non lo chiedeva a
Liam? Perché non ne parlava con lui? Loro erano migliori
amici.
Il suo viso sembrò rilassarsi e mi abbracciò. «Cosa farei
senza di te?» disse con un sorriso. Poi mi strinse delicatamente il braccio e svolazzò via.
Chi era stato a dirmi le stesse parole poco tempo
prima? Elise? Liam? Non ricordavo.
Chiunque sarebbe stato onorato di ricevere una
doppia dose di fiducia nello stesso giorno. E allora perché
io mi sentivo solamente usata?
220
Capitolo 16
Una voce riecheggiò nella mia mente. La voce di Chris,
che proveniva dal corpo di Chris che emanava suoni e calore accanto a me. «Ehi» disse. Le mie capacità verbali mi
abbandonarono. Fortunatamente, il libro d’Inglese scelse
proprio quel momento per cadere dal mio armadietto e
sfracellarsi a terra. Mentre mi abbassavo per raccoglierlo,
Chris fece lo stesso e le nostre teste entrarono in collisione.
«Auch!» esclamammo in coro.
«Idiota» disse Chris senza fiato.
«Lo so, scusa».
«Non tu. Io». Allungò la mano e mi toccò la fronte.
«Tutto ok?»
Io mi ritrassi. Fu solo un riflesso, ma lui cambiò espressione. Sembrava ferito. Come se non volessi che mi toccasse perché aveva l’AIDS o roba simile.
«Scusa». Ma che succedeva? Ogni volta che mi si avvicinava, io diventavo un pericolo pubblico.
221
«Ti stavo aspettando» mi disse. «Speravo ti fermassi
all’armadietto dopo la lezione di Economia Domestica.
Ho bisogno di parlarti».
Ok, questa cosa stava prendendo decisamente una
strana piega. Sembrava una scena tratta da Incredible Stories. Come faceva a sapere qual era il mio armadietto? E
come sapeva che andavo a lezione di Economia Domestica? Sapeva anche che ero ossessionata da lui tanto da
sognarlo la notte? La canoa si stava allagando ormai.
«A proposito» dissi armeggiando nel mio armadietto
in cerca di… non so… un giubbotto di salvataggio forse?
Chris si spostò sull’altro lato, quello senza il bernoccolo che mi impediva la vista. «Ho chiesto di te in giro e
pare che nessuno sappia chi sei».
Alzai le spalle. Che sorpresa.
«Eccetto Shanno Eiber».
M’irrigidii. «Che ti ha detto?»
Chris deglutì.
Socchiusi gli occhi. «Cosa?»
«Dice che un po’… te la tiri».
«Me la tiro?» la voce mi uscì un po’ troppo acuta. Era
questo che la gente pensava di me? Che me la tiravo? Che
ero una snob? Una stronza?
«A me non sembra» si affrettò a dire Chris. «Ci vuole
un po’ per conoscere una persona, no?»
222
Tutto ciò che riuscii a fare fu scuotere la testa. Avevo
voglia di piangere. Non era quello il motivo per cui non
parlavo con nessuno. Non me la tiravo.
Chris si chinò su di me e inclinando il capo mi disse
«Tu sei un mistero».
Il viso mi andò in fiamme – letteralmente, c’era puzza
di bruciato. «Eh sì, eccomi qui. Un mistero, anche per me
stessa». Oddio, che pena.
Lui sorrise. Allungò il braccio e si appoggiò all’armadietto alle mie spalle, riducendo drasticamente lo spazio
fra di noi. Era un gesto quasi intimo. Poi aggiunse: «Vorrà
dire che dovrò seguirti per avere la risposta alla mia vera
domanda».
Eh? «Che domanda?»
«Stai con qualcuno?»
Gli sarei scoppiata a ridere in faccia se non avesse
avuto un’espressione così seria. «Stai scherzando?»
«Il tizio che ti accompagna a scuola con quella macchina esagerata. Quello che ti lascia in fondo al parcheggio. È il tuo ragazzo?»
Questa volta scoppiai davvero a ridere. Risi di gusto.
Mi piegai dal ridere, come un asino con l’asma. Non riuscivo a smettere, né a riprendere fiato.
Chris aspettava tamburellando le dita sul mio armadietto.
223
«Non mi sembrava una cosa tanto divertente» disse.
«Scusa» risposi appena riuscì a prendere una boccata
d’aria, appoggiandogli una mano sul petto per riprendere
equilibrio. La tolsi subito.
«Se lo è, basta solo che lo dici e mi faccio indietro. È
solo che pensavo che forse…»
«Pensavi cosa?» chiesi in fretta.
«Pensavo che valesse la pena provare a chiederti di
uscire. Ma se stai con qualcuno, fa niente».
«Il tizio che mi accompagna a scuola è mio fratello».
Alzò le sopracciglia fino al soffitto. «Mi prendi in
giro?»
«Assolutamente no».
Ci sorridemmo, abbassando entrambi lo sguardo.
Cercai di rialzarlo verso di lui stile gattamorta, come faceva Shannon Eiber. Come avrebbe fatto. Poi senza preavviso la porta dell’armadietto decise di spalancarsi di
colpo schiacciando le dita di Chris contro il muro.
Rumore di ossa rotte e lamento di Chris. «Uoooooooo!»
«Oddio» esclamai cercando di prendergli la mano.
Lui si ritrasse cercando di agitar via il dolore, saltellando qua e là, mentre io sbattevo i pugni sulle cosce e mi
scusavo, morendo dentro. Mentre si strofinava la mano
sul petto, mi chiese: «Allora vuoi uscire con me?».
224
Incredibile. «Ma allora sei proprio masochista?» gli
chiesi. Doveva esserlo per forza. Era un pazzo. Non poteva volerlo davvero?
Combattendo l’agonia, i suoi occhi risposero alla mia
domanda. Lo voleva.
“No, ma grazie comunque. Sono troppo pericolosa.
Vietato entrare in contatto con me”, ecco cosa rispose il
mio cervello. Ma la mia bocca invece pronunciò: «Ok,
quando?».
«Mmm…» esitò. «Sabato sera?» disse agitando la
mano per l’ultima volta. «C’è una festa a Creighton. Una
specie di rave. Puoi immaginare».
«Certo» mentii. «Ah, aspetta». Mi sprofondò il cuore.
«Sabato non posso, devo badare… lavorare. Devo lavorare». La sua espressione cambiò.
No, non un’altra volta. Questa poteva essere la mia ultima occasione, la mia unica occasione. «Però potrei trovare qualcuno che mi sostituisca. Devo proprio lavorare.
Dovrei. Cioè, credo che verrò. Insomma m’inventerò
qualcosa».
«Sì?» disse e i suoi occhi s’illuminarono. «Grandioso.
Ok. Allora vengo a prenderti tipo alle… sette?»
Sei, sette. Ma perché non ora?
«Aspetta ti do il mio indirizzo» dissi cercando di pescare una penna dalla mia borsa.
225
«So dove abiti. Ti ho seguita, ricordi?» disse toccandomi il braccio con la mano sana. E se ne andò spavaldo.
Mi sbavai addosso. Dovevo essere pazza a dirgli che
sarei uscita con lui. Avevo paura. E se…
E se, cosa? Che male c’era?
Era solo un appuntamento. Quanto potevamo andarci
vicino? Solo quanto gli avrei permesso io.
Non appena misi piede in casa, chiamai Aly. «Potresti
lavorare al posto mio sabato sera? Dai Matera?»
«I Matera?» scoppiò a ridere. «Vorrai scherzare. Non ti
ricordi più cos’ho combinato l’ultima volta?»
Ah Già.Aly era la loro babysitter, finché un giorno che
si annoiava a morte decise di chiamare degli amici. David
e Elise rientrano e li beccarono a guardare la Pay Per View
nel loro maxi schermo. Non aveva mica dato una festa a
base di alcol e droga ma Aly entrò istantaneamente nella
lista nera dei Matera. Mors tua vita mea. Dopo quella sera,
io diventai la loro babysitter fissa.
Come avevo fatto a dimenticarmelo? Perché il mio
cervello dava i numeri.
«Non avrei potuto in ogni caso» disse Aly. «Ho promesso a mamma di andare con lei alla performance di
questo scultore sabato sera. Urrà».
«Conosci nessun’altro a cui potrei chiedere?» chiesi,
anzi supplicai.
226
Ci pensò su un momento. «Che te ne pare di Brit? No,
come non detto. Una sola occhiata ai suoi piercing e ai
suoi tatuaggi e Elise dà di matto. C.J.? Posso provare a
chiederglielo, ma uscirà di sicuro. Non sta nella pelle per
la festa dell’ultimo anno a Lincoln».
Aly esitò ancora. «Uffa, non mi viene in mente nessuno». Una sensazione di impotenza s’insinuò dentro di
me. Potevo dire addio al mio primo – ed ultimo – appuntamento.
Poi Aly aggiunse: «Hai ricordato a Liam di sabato?».
«No. Sono appena arrivata a casa». E qui sarei marcita
per il resto della mia vita.
B
Giovedì sera, mentre Elise e David esploravano lo yin
e lo yan al corso di yoga, io riscoprivo i piaceri del sonno.
I Materas rientrarono e mi trovarono rannicchiata in posizione fetale davanti alla Tv. David dovette darmi uno
scossone per riuscire a svegliarmi. Che vergogna… Mirelle e Cody erano ancora in piedi a guardare la Tv, senza
nemmeno addosso il pigiama. Che razza di babysitter. La
casa sarebbe potuta crollare e io avrei a malapena tossito
per colpa della polvere. Non la finivo più di scusarmi ma
Elise cercò di tranquillizzarmi dicendo che non c’era problema e che capiva. Una nota di demerito.
227
Tentai di rifiutare la paga, ma David mi costrinse ad
accettarla lo stesso. Non era esattamente quanto prendevo
di solito, ma in ogni caso, solo un dollaro in meno era più
di quanto meritassi.
Quando entrai in casa, avevo già deciso che piuttosto
che risparmiare per comprarmi un auto, avrei usato quei
soldi per comprare dei giocattoli per i bambini.Avrei pagato pegno per le mie colpe.
Poi aprii la porta della mia stanza e Liam mi si scaraventò addosso.
«Non puoi immaginare cosa sta per succedere» disse
trascinandomi a sedere sul letto.
«A quanto vedo hai fatto irruzione nella mia stanza
mentre ero via. Sei identico a papà» grugnii calciando via
le scarpe. Era ancora presto… che ci faceva in camera
mia… la luna non aveva ancora fatto il suo poetico ingresso in cielo.
«Teri Lynn verrà qui» disse, mandando indietro i capelli con un gesto della mano.
«A casa nostra?» esclamai con gli occhi fuori dalla
testa.
«No. In città» rispose e le sue labbra color corallo s’incresparono per fare largo a un ampio sorriso. «Dice che ha
una convention nel finesettimana e che lei deve fare una
presentazione lunedì, così pensava che dopo potremmo
228
vederci. Uscire a cena». Saltò giù dal letto con un balzo e
andò allo specchio.
«Quanti anni ha questa Teri Lynn? Cosa fa di preciso?
Come fai a sapere che ci si può fidare?» Sembravo mio
padre.
Luna sedette alla scrivania, davanti al mio specchio illuminato e, aprendo un tubetto di mascara, rispose: «Ha
ventisette anni. Gestisce un’agenzia di consulenza per le
autorità incaricate di far rispettare la legge, sai, per prevenire la discriminazione della diversità. Le ho parlato al telefono».
Al telefono? Mi distesi sul letto a braccia e gambe
aperte. «Wow. E com’è?»
«Normale».
«No, volevo dire, è ricca e indipendente o cosa?» risposi infastidita.
«Mmm» fece lei con aria sognante, poi aggiunse
«Devo andare a fare shopping, non ho intenzione di indossare robaccia di Goodwill al nostro primo incontro.A
che ora ci andiamo sabato?»
Sabato. Sabato sera. Rimasi a fissare il soffitto, inebetita. «Ho un appuntamento sabato sera. O almeno ce
l’avevo».
«Cosa?!» fece lei senza fiato. Corse a sedersi accanto a
me. «Con chi? Lo conosco? Raccontami tutto».
229
La gioia che finora mi ero limitata a esprimere a piccole dosi finalmente esplose in centinaia di fuochi d’artificio che oltrepassarono le nuvole. «Non lo conosci o almeno non credo. È Chris Garazzo».
«Non mi dice niente».
«È nuovo». Nuovo di zecca, pensai.
«Com’è?» chiese con gli occhi che le brillavano.
«Normale». Scoppiammo a ridere, complici. Poi assorta nei mie pensieri risposi «Un dio».
Luna si lasciò scappare uno strilletto.
«Ho un problema, però» dissi, mettendomi seduta e
abbracciandomi le ginocchia. «Un mega imprevisto. Devo
lavorare sabato sera e non trovo una persona che mi sostituisca».
«Ce l’hai davanti» esclamò Luna alzandosi in piedi.
«Sono in debito. Allora a che ora mi passa a prendere
questo Chris?» disse, poi fece una giravolta e mi sorrise
furbetta da dietro la spalla. «Dai, scherzo. A che ora devi
essere dai Matera?»
Esitai. Non so perché. Avrei chiamato Elise dicendole
che io avevo altri impegni. Quella famosa vita sociale di
cui parlava lei. Le avrei detto che avevo trovato qualcuno
che mi sostituisse.
Lei mi avrebbe chiesto chi.
Io avrei risposto mio fratello.
230
Lei avrebbe detto che andava bene.
Eh no, invece no. Elise non avrebbe mai ammesso uno
sconosciuto in casa sua. Non avrebbe mai lasciato i bambini con una persona che nemmeno conosceva, men che
meno un ragazzo.
Una luce particolare illuminava il volto di Luna. Era
fuori di sé dalla gioia, era ansiosa.
In effetti Liam era in debito con me e poi sarebbe stato
solo per una volta. Avrei potuto trovare il modo di non
farlo sapere a Elise e David. Perché no? Chiunque al mio
posto lo avrebbe fatto.
«Ok, sei assunta» dissi alla fine. Il cuore mi scoppiava
e di colpo mi salì l’agitazione. «Non voglio che arrivi lì
finché non se ne sono andati, però. Io starò via solo per un
paio d’ore e tu riuscirai ad andartene prima che Elise e
David siano rientrati. No, aspetta. Non venire finché non
avrò messo i bimbi a letto. Altrimenti loro non mi lasceranno mai andare».
«Allora abbiamo un piano» disse Luna riprendendo il
suo posto alla scrivania.
«E poi dirò a Chris di venirmi a prendere dai Matera.
Così non rischia di arrivare qui e avere un incontro del
terzo tipo con tu sai chi». Il gioiellino. «Metterò i bimbi a
letto presto e chiederò a Chris di passare a prendermi alle
otto e mezzo».
231
«Affare fatto» disse Luna tirandosi uno schiaffetto
sulle cosce e facendo ruotare la sedia della scrivania. «A
che ora andiamo a fare shopping sabato? Avrai bisogno
di vestiti nuovi anche tu».
Sabato. Pranzo. Ballo. Scultore. «Aly dice se ti ricordi di
sabato, del suo progetto allo studio. Dice che la devi andare a prendere all’una».
«Era questo sabato?» esclamò, i suoi occhi incrociarono i miei nello specchio. Il suo volto si afflosciò ed
emise un sospiro d’esasperazione. «Scusa, Re’. Che ne dici
di domenica? Potremmo andare a far shopping domenica.
A che ora aprono i negozi? Alle undici? A mezzogiorno?»
Ormai ero concentrata su Aly. «Pensi di portare Aly al
ballo quest’anno? Sai, lei vorrebbe tanto andarci. Ha già
comprato il vestito».
«Il vestito» disse Luna senza espressione. Poi accavallò
le gambe e, tenendosi stretto lo stomaco, si sporse in
avanti. «Sai cosa vorrei davvero, Re’? Vorrei poter andare
al ballo nei miei veri panni. Vestita da me. Farmi i capelli
e la manicure. Noleggiare una limousine.Andarci con un
ragazzo». Poi sollevò lo sguardo e mi chiese «Non è che
Chris ha un fratello, vero?».
Dovevo avere l’aria terrorizzata.
«Scherzavo».
Raddrizzò la schiena, afferrò la spazzola e iniziò len-
232
tamente a pettinarsi la parrucca, guardando lo specchio.
Oltre lo specchio.
Luna. Liam. Liam che va dai Matera. Mi si annodò lo
stomaco. Perché poi? Sarebbe andato tutto bene.
Decisi di sbarazzarmi dei brutti pensieri. Era la prima
volta che mi sentivo così felice, così speranzosa nei confronti della mia vita. Di me. Del mio futuro.
Cosa sarebbe mai potuto succedere? Una sera sola.
Cosa sarebbe potuto andare storto?
233
Capitolo 17
Mi presentai dai Matera con un quarto d’ora d’anticipo, come sempre. Elise mi fece entrare e studiandomi
da capo a piedi disse: «Wow. Come siamo carine stasera.
Cos’hai fatto di diverso? Cos’è? Forse i capelli».
«Sì, me li sono tagliati. Solo le punte».
«Da chi vai? Anch’io avrei bisogno di una spuntatina.
L’ultima volta che sono stata da Mane Event, mi hanno
massacrato».
«Mmm…» esitai. Cosa dovevo rispondergli? Chez
Luna? «Me li ha fatti un’amica».
«Sul serio? È brava» disse girandomi intorno in ammirazione. «Dille che se vuole ampliare la sua lista di
clienti, basta solo che me lo dica».
«Lo farò». Sì, sicuro.
Poi Elise disse «David ha preso un cercapersone, così
ho aggiunto il suo numero fra quelli memorizzati sul telefono fisso». David apparve alle sue spalle, tenendo sollevato il cappotto, e lei ci s’infilo. «Torneremo verso le un-
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dici e mezzo, al più tardi. Ti ho comprato degli stimolanti.
Sono sul frigo» disse sorridendo. «Scherzo».
Non aveva l’aria di una che scherzava però. «Giuro che
non mi addormenterò».
«Assicurati che la porta sia chiusa a chiave» disse
David. La chiudevo sempre a chiave. E lo sapevano.
Elise passò di nuovo in rassegna le raccomandazioni
per la centunesima volta: dov’erano, cosa mi aveva lasciato
da mangiare, bla bla bla. Non la finiva più. E vattene! urlai
dentro. Fuori di qui.
Finalmente, nascosta dietro le tende, vidi la Ford Explorer fare retromarcia sul vialetto. «Possiamo guavdave
Monsters & Co?» mi chiese Cody passandomi il DVD.
«Certo». Seguii Cody e Mirelle in salotto e mi sedetti
a gambe incrociate fra di loro, cosa non proprio semplice
con addosso i jeans stretti che Luna mi aveva obbligato a
indossare. Erano bianchi, l’unico capo bianco del mio
guardaroba. Perché aveva insistito così tanto che mi vestissi di bianco?
Il film sembrava interminabile. Continuavo a guardarmi il polso… una demente, considerato che avevo
scordato di mettere l’orologio. Però mi ero lavata i denti,
o almeno così pensavo. Titoli di coda, finalmente.
Mi tirai su ed esclamai: «Ok, è ora di andare a nanna».
«Di già?» protestarono i due. Poi Mirelle aggiunse:
236
«Non abbiamo nemmeno fatto lo spuntino».
«Potete farlo a letto» dissi io.
I due spalancarono gli occhi. «Evviva!» esultò Cody.
Elise mi avrebbe ucciso se avesse saputo che li avevo
fatti mangiare a letto. E vabbè. Tanto non sarei comunque
sopravvissuta a quella serata. Mirelle e Cody si fiondarono in camera.Avevo ancora il piccolo fra le braccia, che
dormiva come un ghiro. Per prima cosa lo misi giù.
Mentre ero intenta a prendere un po’di Rice Krispies dalla
scatola in cucina, suonarono alla porta.
«Merda» sibilai fra i denti. L’orologio sul forno segnava
le otto e venti. Ero in ritardo.
«Vado io» udii Cody dire alle mie spalle.
«No!» mi affrettai a dire.
Ma lui mi superò, correndo a piedini scalzi giù per il
corridoio. Lo raggiunsi che ormai aveva aperto la porta.
«Oh, ciao» lo salutò Liam. Poi sollevò lo sguardo.
«Sei in anticipo» gli dissi.
«Ah sì?» rispose lui dando un’occhiata all’orologio.
«Chi sei?» fece Cody.
E Liam rispose: «La fatina dei denti. Non dire a nessuno che mi hai visto perché ora sei l’unico a sapere come
sono fatta, e se non fili dritto a letto, non potrò mai più
tornare qui a lasciarti i soldini sotto il cuscino. Regole di
fata».
237
Cody rimase senza fiato. Sbattè le ciglia una sola volta,
poi fece dietro front e corse dritto in camera, chiudendo
rumorosamente la porta dietro di sé.
Mi scappò da ridere. «E questa quando l’hai pensata?»
«L’ho letta nel tuo Manuale delle Fate».
Gli diedi uno schiaffetto. Tornai in cucina a preparare
gli spuntini, poi li portai ai bimbi. Gli rimboccai le coperte
e gli diedi il bacio della buonanotte. Mirelle voleva che le
leggessi una storia. Le dissi che l’avrei fatto un’altra volta
e le permisi di ascoltare un po’ di musica con le cuffiette.
Anche questo andava contro le regole. Pace. Per una volta
stavo rispettando solo ed esclusivamente regole di fata.
Quando tornai in salotto, Liam stava leggendo un
libro. «Se si svegliano… che ne so… digli che sei l’Uomo
Nero» lo istruii
Liam fece una faccia stile stregone. «Li ipnotizzerò.
Cancellerò ogni loro ricordo. Non sapranno mai che sono
stato qui».
«A volte Tyler si sveglia se a caldo. Ogni tanto vagli a
dare un’occhiata, ok? I pannolini e tutta la sua roba sono
dentro il ripostiglio, nella sua camera. Se ci riesci senza
svegliarla, togli le cuffiette a Mirelle. I numeri d’emergenza sono memorizzati sul telefono, per chiamarli devi
solo…»
«Penso di saper usare un telefono» tagliò corto Liam.
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«Ho preso in prestito il cellulare di Aly per stasera, così
se succede qualcosa…»
«Non succederà niente».
Dei fari illuminarono la stanza attraverso le tende.
«Eccolo».
Liam chiuse il libro di corsa e si alzò.
«Adesso ti spio».
«No che non lo farai».
«Oh, sì».
Avevo lo stomaco sottosopra. «Non so se ci riesco. Mi
sento male. Dico sul serio».
«Calmati» disse Liam afferrandomi per le spalle.
«Andrà tutto bene». Poi si chinò su di me e mi diede un
bacio sulla guancia. «Divertiti, Re’».
Il campanello suonò e feci un salto. O almeno l’avrei
fatto se non fosse per la presa salda con cui Liam mi ancorò al pavimento di legno. Mi sostenne fino all’ingresso.
Avevo le braccia paralizzate, così dovette aiutarmi ad
aprire la porta.
«Ciao» disse Liam.
«Ehi, io ti conosco» disse Chris agitando un dito verso
di lui. «Allenamenti, vero?»
Liam s’irrigidì. Panico. Si conoscevano?
«Giusto» rispose Liam con voce profonda nascondendosi dietro di me.
239
«Ti hanno preso?» chiese Chris, allungando il collo per
parlargli, dato che io ero fra i piedi.
«No».
«Oh, mi dispiace».
Mi voltai verso di lui con sguardo interrogativo. Alzò
le spalle come per dire“Ehi, io non lo sapevo”. «Sarò di ritorno alle undici» dissi a denti stretti. «Al massimo».
Liam sorrise. «Divertitevi, ok?» Poi si sporse in avanti
perché io non sentissi e sussurrò a Chris: «Non è uno
schianto?».
«Hai incastrato tuo fratello per sostituirti? Cos’hai
fatto, l’hai corrotto?»
«Proprio così. Gli ho venduto l’anima» dissi io.
Chris fece una smorfia.
«E vabbè, ne valeva la pena». Ma perché diavolo l’ho
detto? Stavo decisamente parlando troppo.
Un sorriso apparve sul suo volto. Studiandomi un
istante sotto la luce del portico, disse: «Sei bellissima».
Il mio cervello comunicava al corpo di mantenere la
calma, ma il sistema nervoso era in preda a spasmi violentissimi.
«La festa è da qualche parte nel Montana» disse prendendomi per mano. «Faremmo meglio ad avviarci».
Feci un passo e incontrai la morte – senza scherzare.
Misi il piede su un blocco di ghiaccio e scivolai in avanti.
240
Sfortunatamente, Chris mi teneva la mano e lo trascinai
giù con me. Lui inciampò sul mio di dietro e atterrò di
faccia su un mucchio di melma accumulata sul prato,
sbattendo la testa. Si rimise in piedi, tenendosi la testa fra
le mani. Poi tentò di ripulirsi imprecando a denti stretti.
Era completamente bagnato sul davanti.
«Oddio» dissi portandomi le mani al viso. Me ne stavo
lì come un CD incantato a ripetere: «Omiodioomiodioomiodio».
Pregai perché sotto di me si spalancasse un gigantesco
lavandino e io venissi risucchiata nel buco.
«Merda» borbottò Chris cercando di mandar via lo
schifo dai suoi pantaloni.
Le dita mi diventarono tutt’uno con la faccia. «Mi dispiace» piagnucolai. «Mi dispiace tanto».
«E di cosa? Sono io lo spastico» disse studiandosi la
maglietta. «Dovrò ripassare a casa per cambiarmi. Ti dispiace?»
Ma non s’era accorto che stavo per impazzire? Lo seguii come una demente sul vialetto.
La sua macchina assomigliava di brutto alla VW che
papà aveva regalato a Liam come se fosse un pezzo da collezione. Era una catorcio riassemblato – un frullato di
portiere, paraurti e cofano – solo più grande. Stile tanica
gigante.
241
Mi venne in mente il primo giorno che Liam guidò la
sua Spider decappottabile nuova fiammante. Papà ce
l’aveva anche con me per la proprietà transitiva. Non ci
pensava nemmeno a comprarmi una macchina per i miei
sedici anni. Disse a Liam che avrei dovuto usare la sua. Sì,
come no… avevo la patente da un mese e Liam mi aveva
fatto guidare solo intorno all’isolato. Una sola volta.
Chris mi aprì la portiera, e fui travolta da una ventata
calda. Il motore girava al minimo, e il riscaldamento al
massimo. Chris prese posto e disse: «Se spengo la macchina non riesco a riaccenderla, così ricarico la batteria».
Io annuii, come se fosse la cosa più ovvia del mondo. Ero
vestita a strati, tipo sei, più che altro perché non ero riuscita a decidere cosa mettermi. Nessuna delle proposte di
Luna faceva al caso mio. Non erano in stile Regina del
Grigio. Voglio dire, che cos’è che va col bianco? Per me
bastava mettere qualsiasi cosa che non fosse macchiata,
puzzasse o avesse buchi. Una volta arrivata al rave, avrei
dato un’occhiata e mi sarei adeguata. «Però, che riscaldamento» gli dissi sul punto di soffocare.
«Sì, è più o meno l’unica cosa che funziona in questa
carcassa». Ingranò la marcia e si sporse all’indietro. «Ci
dev’essere un problema con la ventola, però» disse dando
un colpo sul cruscotto. «Dev’essersi bloccata».
Sì, bloccata su modalità uragano. Sulla mia fronte ap-
242
parvero gocce di sudore. Luna ci aveva messo un’ora per
truccarmi, e ora la mia pelle si scioglieva come cera. «Ti
dispiace se apro il finestrino?» chiesi.
Non aspettai nemmeno la risposta, afferrai la maniglia e lo aprii ma il vetro del finestrino precipitò come una
ghigliottina, sparendo all’interno della portiera.
Chris smise di armeggiare col cambio e si voltò molto
lentamente. «Wow» disse. «Non mi era mai successo
prima d’ora».
Sciogliti, ordinai al mio corpo. Sciogliti ora. Chris
spinse l’acceleratore e partì.
Mentre andavamo l’aria gelata che entrava dal finestrino mi sferzava il viso. Un lato era ghiacciato, l’altro
friggeva. Chris entrò in autostrada e, dovendo combattere con il rumore esterno, mi gridò «Che musica
ascolti?».
«L’opera» ribattei urlando a mia volta.
Lui scoppiò a ridere buttando indietro la testa. «Sei
davvero uno spasso». Sorrisi debolmente.
«Tieni, metti quello che vuoi» disse, allungandosi
verso il sedile posteriore e recuperando il suo portaCD.
Più che un portaCD era una valigia. Doveva contenere
qualsiasi canzone mai registrata al mondo. Come se non
bastasse, aveva una strana chiusura, che avresti potuto allo
stesso modo premere, tirare o strappare coi denti.
243
Armeggiai per dieci minuti circa, e quando alzai lo
sguardo Chris mi stava guardando. Sghignazzava.
«Se dici anche solo una parola sul fatto che le ragazze
non vanno d’accordo con la tecnologia, io…»
Gli si illuminarono gli occhi, e disse: «Prova col bottone».
«Il bottone?»
Cavolo. Lo premetti, e si aprì di colpo. Saltarono fuori
una cosa come ottocento CD.
Avrebbe dovuto lanciare la macchina con me dentro
giù per una scarpata e lasciarmi lì, a piangermi addosso,
pensai. «Scusa» bofonchiai mentre mi abbassavo per raccogliere i CD e rimetterli nella valigetta. Stavo quasi per
ricordargli che esistevano le custodie di plastica per tenere in ordine la sua collezione, ma decisi che era un po’
troppo presto per tirar fuori il mio spirito materno.
Quando mi tirai su, il tonfo del mio cranio contro il cruscotto creò quasi una spostamento d’aria.
Chris udì il mio gemito e frenò di colpo. La macchina
slittò, facendomi sollevare di colpo e sbattere contro il
poggiatesta. Ci mancava solo il colpo di frusta.
«Stai bene?» mi chiese in affanno.
«Fin qui tutto bene, no?» dissi.
Lui non rise e nemmeno io.
Mi veniva da piangere, ma se l’avessi fatto mi si sarebbe
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sciolto il mascara e sarebbe colato tutto sui jeans bianchi.
A un certo punto, mentre mi guardavo intorno per recuperare gli ultimi CD, uscimmo dall’autostrada.
Sembrava una zona di guerra: finestre sprangate per
un’intera fila di case carbonizzate. Mi abbassai per raccogliere un paio di CD che non avevo notato prima, e che
ormai avevo distrutto sotto il piede.
«Scusa» piagnucolai verso Chris.
«Vabbè, vuol dire che canteremo» rispose.
Cos’era, uno scherzo? Stava forse ridendo? Come poteva ridere in un momento come questo? A meno che non
ridesse di me, e non ne avrebbe avuto tutti i torti. Io facevo
ridere, ero un caso umano.
«Non preoccuparti» disse Chris prendendomi i CD
dalle mani e gettandoli fuori dal finestrino. Poi mi chiuse
la mandibola con la mano. Un gesto carino, come se
avesse percepito il mio stato d’animo.
«Se mi riporti indietro ora, sei ancora in tempo per sopravvivere» gli dissi.
Lui scoppiò a ridere. Rideva a più non posso. Fece ridere anche me, e mi sentii subito meglio. Poi ripartì, superando a razzo lo spartitraffico.
Qualche minuto dopo frenò davanti a una casa a
quattro piani. Davanti a noi era parcheggiato un camion,
di quelli con diciotto rimorchi. «Merda» esclamò Chris
245
«è tornato Denny. Sarebbe dovuto tornare domani» mi
spiegò. «È il fidanzato di mia mamma. Un coglione. Pensa
che io sia di sua proprietà o roba simile». Tamburellando
sul volante disse: «Ok, senti qui. Tu mi aspetti. Io corro
dentro e afferro un paio di jeans, sperando che lui e
mamma siano troppo occupati a salutarsi senza fare caso
a me. Se senti uno sparo, chiama il 911».
Strabuzzai gli occhi. Stava scherzando, vero?
Aprì lo sportello e uscì, attraversando di corsa un vialetto, fino alla porta di servizio. C’era un silenzio di tomba,
se non fosse per un cane che abbaiava in fondo all’isolato.
Nessuno sparo.
Poi, di colpo, scoppiò l’inferno.
Chris apparve sulla porta con una specie di Hulk che
lo seguiva urlandogli dietro: «Torna dentro, imbecille. Chi
ti credi di essere? Sto parlando con te, stronzo!». Chris
aprì lo sportello avvolgendomi in una nuvola di dopobarba. Ci allontanammo dal marciapiede un istante
prima che Hulk ci raggiungesse e picchiasse un pugno sul
tettuccio, facendomi sobbalzare e urlare di paura.
«Sei morto, ragazzo» ci minacciò forte e chiaro attraverso il mio finestrino.
«Che testa di cazzo» disse Chris girando l’angolo. «Lo
odio. Si becca un dieci sulla C.C.P. Non so perché mia
madre se la faccia con quel deficiente. Si sposano fra due
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settimane. Ci credi?» mi disse sfogando la collera sull’acceleratore. Rientrammo in autostrada.
All’orizzonte apparve qualcosa di familiare. Taco Bell.
Chris imboccò l’uscita ed entrò nel parcheggio. Prese i
jeans che nemmeno mi ero accorta di avere sulle gambe,
e disse «Torno subito». Io feci cenno di sì ma la mia testa
era rimasta all’immagine di Hulk che agitava il pugno nel
mio specchietto retrovisore. «Vuoi entrare con me e
aspettare mentre mi cambio? Hai le labbra blu».
Ah sì? Perché, io avevo delle labbra? «No, no, vai pure»
mormorai. «Il blu è il mio colore preferito» che era la cosa
più idiota da dire.
Mentre Chris apriva la porta a vetri, ebbi una rivelazione. La mia vita era questo: aspettare ragazzi che si cambiavano i vestiti.
Non ci mise tanto – non l’ora e mezza che ci voleva a
Luna per la sua trasformazione. Chris uscì di corsa dalla
porta, si rimise al suo posto e ingranò la retro.
Mi rilassai un po’ pensando, ok, il peggio è passato.
Cos’altro poteva succedere. Da qui in poi sarebbe andato tutto liscio. Sì, nei miei sogni. Ma anche quelli li
avevo abbandonati tutti verso la prima media.
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Capitolo 18
Percorremmo l’autostrada fino ai confini del Nord
America. Senza scherzare. Attraversammo quartieri, vedendo laghi e paesaggi che non sapevo nemmeno esistessero. «Credo di aver saltato l’uscita» disse Chris, strizzando gli occhi per mettere a fuoco i geroglifici che aveva
annotato su un foglio rpima di partire.
Quando finalmente arrivammo al rave, la festa era in
pieno svolgimento. Passammo accanto a una serie di macchine parcheggiate per dare un’occhiata.
Un gran frastuono giunse alle mie orecchie: clacson
che suonavano, persone che urlavano, musica che usciva
dalla porta ogni volta che qualcuno la apriva. Il rave non
si svolgeva esattamente in una casa. Era più un granaio. In
aperta campagna, per non far impazzire i vicini, e di vicini
lì non ce n’erano.
Chris andò a parcheggiare a quai cinque chilometri da
lì. Mentre infilava la macchina tra un paio di SUV, vidi la
porta del granaio aprirsi. Dentro c’erano stipati centomila
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corpi che si agitavano. Mi spaventò a morte. Cos’era poi
un rave? Una specie di orgia? Ma non c’erano persone
nude, questo l’avevo visto. Nuda mi sentii io, all’improvviso, vulnerabile, piccola e spaventata. Non ero nemmeno
mai stata al ballo della scuola. Nessuno mi ci aveva mai
portato. Ormai avevo rinunciato a ballare.
Anche Chris sembrava perso, per quanto fosse strano.
Restammo seduti in macchina a guardare poi lui inspirò
profondamente e disse: «Che aspettiamo?». Io mi strinsi
nelle spalle. «Un invito?»
«Ok, andiamo» disse gettando via il foglietto che aveva
in mano.
Scese dalla macchina e venne ad aprirmi la portiera.
Poi mi prese la mano per aiutarmi a uscire. Ma non la lasciò più. Mentre camminavamo verso il granaio, intrecciò
le sue dita con le mie, come se fosse la cosa più naturale da
fare. Se avessi potuto congelare quel momento, tutto sarebbe stato perfetto. La sua mano calda mi inviava impulsi elettrici su per il braccio; la felicità di stare con qualcuno; qualcuno che mi voleva lì con sé. Voleva me – una
persona che per lui aveva valore. Sapevo che era pericoloso abbandonarsi a quella sensazione, ma per una notte
volevo godermela.
Avvicinandoci all’edificio mi resi conto che la droga
era ovunque. L’aria puzzava e non appena mettemmo un
250
piede dentro, un ragazzo cercò di vendere qualcosa a
Chris. «Grazie lo stesso» gridò Chris, per sovrastare la
musica «ma non è roba per me». Poi mi disse all’orecchio:
«Se mi beccano mi buttano fuori dalla squadra. Però se
tu vuoi qualcosa…».
Io scossi la testa. No no no. Io volevo gustarmi ogni
momento di quella serata nel pieno delle mie facoltà.
Il dj alzò il volume e i bassi per poco non mi disintegrarono le ossa. «Andiamo a vedere cos’hanno da bere»
suggerì Chris.
C’erano alcuni che ballavano, ma la maggior parte vagava fumando, bevendo e stonandosi. Raggiungemmo il
bar e Chris urlò al barista: «Cos’hai?». Una cassa era appesa proprio sopra di me, perciò non udii la risposta del
barista. Allora Chris me la ripeté all’orecchio :«Hanno
Coca e birra».
«Va bene la Coca» sperando che non fosse sgasata.
Non lo era. Chris mi passò un bicchiere di plastica
rosso.
Ci infilammo fra la folla ai lati della pista, ascoltando
il gruppo che suonava e guardando quelli che ballavano.
La musica era troppo forte per parlare. Chris bevve un
sorso della sua Coca. Io feci lo stesso. Poi si voltò verso di
me portandosi un indice all’orecchio, come per dire “assordante eh?”. Io feci sì con la testa.
251
In quell’istante emerse dalla folla una figura familiare.
Shannon Eiber. Indossava un top che stava su per miracolo. Le sue gambe erano avvolte in attillatissimi pantaloni di pelle. Sembrava avesse venticinque anni almeno.
Mi faceva sentire come se ne avessi dodici.
Vide Chris e gli fece un cenno di saluto con le dita, poi
ci raggiunse muovendosi a ritmo di musica. Gli si avvicinò
e le lessi sulle labbra un “Vuoi ballare?” mentre gli dava di
anca. Il mio Scudo dell’Invisibilità doveva essere al massimo della potenza. Chris le disse qualcosa all’orecchio, poi
fece scivolare un braccio intorno alla mia vita.
A quel punto Shannon incontrò il mio sguardo. La sua
faccia esprimeva lo shock… cos’era, incredulità? Sgomento? «Ciao, Regan» urlò.
«Ciao» risposi io.
Poi fece dietrofront e uscì di scena, ballando. La nostra scena. La mia e di Chris, che era lì in piedi, con il
braccio ancora intorno a me. Quella doveva essere la canzone più lunga della storia, e pregai che non finisse mai.
Si abbassò e mi disse all’orecchio: «Ti annoi? Vuoi ballare?».
«No» risposi «io non ballo».
Sollevato, buttò indietro la testa e guardando la pista
disse: «Grazie a dio. Grazie, grazie, grazie! Io odio ballare,
faccio schifo».
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«Anch’io». Non ci provavo da un po’, dai tempi del pigiama party.
Era un gran caldo, così finimmo le nostre bibite a
tempo record. Chris mi prese dalle mani il bicchiere
vuoto, fece scivolare sotto il suo, e posò il tutto su una
cassa attaccata alla parete, a un metro e mezzo da terra,
poi con un cenno del mento disse «Usciamo di qui».
Ci aprimmo un varco in mezzo alla bolgia in direzione
dell’uscita sul retro. Un gruppo di persone, saranno state
cinque o sei, era ammassato davanti alla porta e si scambiava bustine e soldi. Si separarono per lasciarci passare.
Dietro il granaio c’era un pascolo, con uno steccato di
legno che si estendeva per tutto il perimetro. L’ultima nevicata aveva reso il terreno molle e i nostri piedi sprofondarono. L’aria della notte era fredda. Ringraziai in silenzio
di essermi messa tutti quegli strati. Accanto a me Chris
tremava.
«Hai freddo? Vuoi una delle mie maglie?» gli chiesi.
«Certo, prendo una di quelle in fondo».
«Ma taci» dissi dandogli un colpetto e lui sorrise.
Seguimmo lo steccato fino in fondo. Chris ci salì a cavalcioni, poi si abbassò per aiutarmi a salire.
La mia borsetta pesava una tonnellata. Era una borsa
gigante di Wal-Mart, che avevo scelto accuratamente per
infilarci tutti i vestiti in più che mi ero portata dietro. Cosa
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che non successe mai. Mentre mi sistemavo sullo steccato,
la borsa che avevo a tracolla mi dava fastidio. Era come un
gonfiore allo stomaco, così la appesi al palo accanto a me.
«Mucche» disse Chris.
«Come, scusa?»
«Ci sono delle mucche laggiù» disse indicando.
Dovetti strizzare gli occhi per vedere così lontano nel
buio. «Eh sì».
«Io e mia sorella facevamo sempre un gioco» disse
Chris passandosi la mano fra i capelli «dove a turno descrivi un oggetto. Qualsiasi cosa tu dica, deve iniziare con
una delle lettere contenute nel nome dell’oggetto. Vuoi
giocare?»
Oddio, giochi da festa. «Certo».
Ci mettemmo uno di fronte all’altra. «Inizia tu».
«Qual è l’oggetto?»
«Mucche» rispose. «Devi dire una parola con la m che
abbia a che fare con le mucche».
Mucche. «Ok. Mangime».
«Eh?»
«Le mucche ruminano un sacco di mangime».
«Cosa significa ruminare?» disse.
Stava scherzando? Perché non sembrava. «Rigurgitare
e rimasticare il contenuto dello stomaco».
Chris sbuffò e increspò un labbro.
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«Te lo stai inventando».
«Assolutamente no».
«Ruminare. Mmm… me lo devo ricordare. Ok, u» ci
pensò un attimo. «Passo».
«Ma non puoi passare» protestò il mio cervello. U.
Umile? Urgente? Uccidere… eh sì, si sarebbe ucciso se
si fosse avvicinato troppo per mettermi un braccio sulle
spalle. Ma lo stava facendo. «Non mi viene in mente
niente nemmeno con la u» dissi. Non mi veniva in mente
assolutamente niente.
«È un gioco stupido» disse, tirandomi a sé.
«Ahi!»
Allentò la presa. «Cosa?». «Ho una scheggia nel sedere».
«Ah sì? Vuoi che te la tolga?»
Gli diedi una gomitata. Dopo averla tirata via, continuammo con la scena in cui lui mi teneva il braccio sulle
spalle. Persino attraverso tutti quegli strati, riuscivo a sentire il calore che emanava. Stava ancora tremando, però.
«Davvero non vuoi un mio maglione?»
«Naaa. Mi scaldi tu».
Prevedibile, pensai.
Lasciai penzolare i piedi respirando a pieni polmoni.
La mia aria, la sua. Ero a mio agio con lui, come se fosse
così che dovevano andare le cose. Era naturale.
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«Giochiamo ancora» dissi. «Scegliamo qualcosa di più
facile». Mi guardai intorno, ma era troppo buio. Il cielo.
Le stelle. Ce n’erano miliardi e si vedevano tutte bene
quella notte. Erano sempre state così luminose?
«Stelle» dissi.
«Ok, inizia tu».
«S. Le stelle sono nel cielo».
«T. Tremolanti».
«E» esitai. «Le stelle… mmm…» Cosa iniziava per e?
Energia?
«Te l’ho detto che è consentito picchiare chi ci mette
troppo?» disse dandomi uno schiaffetto sulla coscia.
«Ahi. Dovevi dirmelo prima» mi lamentai restituendoglielo. Aveva cosce dure, muscolose. «Aspetta, ne ho
una con la e. Enormi. Le stelle sono enormi».
Chris fece una faccia… «Penso proprio che dovremmo
fissare delle regole a questo punto». Poi fece cenno di consultare qualcuno alle sue spalle. «Skippy?» chiese portandosi una mano all’orecchio. «Come dici? L’accettiamo?
Peccato».
«Peccato non inizia per l» gli dissi.
«Oh cavolo».
«Vuoi che te lo ripeta?»
«Silenzio, donna. Lasciami pensare» disse mordicchiandosi le labbra. «L».
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Mi misi a canticchiare la musichina di Jeopardy e lui
minacciò di tagliarmi la gola con un gesto della mano.
Scoppiai a ridere.
«Le stelle sono luminose».
«Uuu, complimenti». L di nuovo, pensai. «L» dissi. «Le
stelle… lottano per non spegnersi».
A Chris caddero le braccia. «Perché si spengono?
Quando?»
Incontrando il suo sguardo risposi «Quando muoiono».
Lui spalancando gli occhi allora chiese «Le stelle muoiono? Non lo sapevo».
«Smettono di bruciare e lasciano al loro posto dei
buchi neri» gli spiegai. Lui sbattè le palpebre un paio di
volte.Aveva ciglia lunghissime. «E i nostri desideri? Muoiono con loro?» chiese.
Era serio? Sembrava di sì.Anzi aveva l’aria triste, come
un bambino che ha appena scoperto la verità su Babbo
Natale. «No. I desideri restano per sempre».
Tirò un sospiro di sollievo.
Non riuscivo mai a capire quando scherzava. Provai a
dargli un calcio sullo stinco ma lui mi catturò col piede la
caviglia e la avvolse con la gamba. Cosa che diede immediatamente inizio a un incontro di wrestling con tanto di
spinte e risatine. Per poco non caddi dallo steccato ma lui
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riuscì a trattenermi per un braccio. Poi disse: «Hai mai
espresso un desiderio guardando una stella, Regan?».
Di nuovo il mio nome. Mi faceva venire il formicolo
ogni volta che lo pronunciava. «Sì, penso di sì, non ricordo. Liam lo faceva. Una sera d’estate quando eravamo
piccoli, dormimmo all’aperto e provammo a contare le
stelle. Lui arrivò a mille. Io neanche sapevo contare fino a
mille. Così Liam disse “Allora, Re’ se posso esprimere un
desiderio, vorrei che Dio mi guarisse”». Mi si fermò il respiro. L’avevo detto davvero?
«Che cosa aveva?» chiese Chris.
«Niente» mormorai. «Era solo… niente». Non avevo
pensato una sola volta a Liam da quando ero uscita, e all’improvviso, eccolo lì che s’intrometteva di nuovo.
Chris mi diede un colpetto sulla spalla. «Dove sei? Non
sei più qui».
«Ma no, sono qui» gli dissi con un sorriso. «È tutto ok».
«Sì, lo è» disse guardandomi intensamente negli occhi.
I suoi occhi arrivarono in profondità. Troppo forse. Dovetti distogliere lo sguardo.
«Hai altri fratelli o sorelle?» chiese.
«No, solo lui». Era sufficiente, pensai.
Chris non disse nulla per un po’, quando mi voltai a
guardarlo, mi stava fissando.
«Che c’è?»
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«Pensavo avessi una sorella».
E lui come faceva a saperlo…? Già, quel giorno nel
corridoio gli dissi che dovevo andare a far shopping con
mia sorella. «E infatti ce l’ho» dissi in fretta. «Una mezza
sorella». Metà fratello, metà sorella. «E tu? So che hai una
sorella che vive in centro».
«Sì, lei è forte. Pam. Quando ho bisogno di staccare un
po’, vado a stare con lei. In effetti ho bisogno di staccare
spesso da Denny, quel coglione».
«Che è successo a tuo padre? I tuoi sono divorziati o
cosa?»
«No» rispose con un sospirone. «Mio padre è morto
quando avevo due anni. Non me lo ricordo. Mamma non
ha nemmeno una foto di lui. È come se non fosse mai esistito. A volte penso come sarebbero state diverse le cose,
se fossi cresciuto con un padre invece che con questi perdenti che mia madre si sceglie come fidanzati» disse scuotendo il capo, com lo sguardo rivolto a terra. «Non posso
credere che stia davvero per sposare Denny. Che cavolo,
io me ne vado. E i tuoi sono divorziati?» mi chiese.
«No, ho ancora il pacco completo».
«Beata te».
«Eh sì».
Chris colse la punta di sarcasmo con cui avevo pronunciato quelle parole e chiese: «Cosa? Sono degli idioti?».
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«No. Sì» risposi fissando qualcosa nel vuoto. «Non so.
Non sembrano troppo felici. A volte mi chiedo persino
come facciano a stare insieme e se abbiano mai pensato di
divorziare. Credo che l’avrebbero fatto se…» esitai per inghiottire un rospo.
«Se, cosa? Credi che siano rimasti insieme per voi?»
«No» dissi, cercando di concentrarmi sulle mucche, su
qualsiasi cosa di solido. «Penso che siano rimasti invischiati fra loro. E poi con noi. Hanno sprecato la loro vita,
entrambi» dissi guardandolo velocemente per poi distogliere subito lo sguardo. La maggior parte della vita di
mamma sembrava non avere valore, mentre papà stava
inesorabilmente scivolando sempre più in basso.
«Il sogno americano ha deluso le loro aspettative» disse
lui. Ancora quella parola: aspettative. «Non so» continuai.
«Sembrano… rassegnati, come se sapessero già come va a
finire, non so se mi spiego» dissi spiando la sua reazione.
«Eccome» rispose Chris. «Mia mamma voleva fare la
modella o l’attrice. E avrebbe potuto permetterselo. Non
voglio che succeda anche a me. Di guardarmi indietro fra
dieci, vent’anni e pensare “Cavolo, avrei potuto essere
qualcuno, se solo non avessi rinunciato ai miei sogni”».
«Proprio così». Stava parlando di me. Io avevo un
sogno una volta. Ma non ricordavo nemmeno più quale
fosse. «Qual è il tuo sogno?» gli chiesi.
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Esitò per un istante. «Vuoi davvero saperlo?»
«Certo. A meno che non sia una cosa privata. O personale».
«No. No, è solo che non me l’aveva mai chiesto nessuno prima d’ora.A nessuno è mai importato» disse guardandomi fisso.
Il suo sguardo era così intenso da far male.
Si mise a cavalcioni sulla staccionata, aggrappandosi
a essa con entrambe le mani.
«Ok, senti qui. Vorrei essere un presentatore sportivo.
Su una rete nazionale, non su una di quelle tristissime locali. In Tv, su un canale principale». Poi sollevò un pugno
verso la bocca come se tenesse in mano un microfono.
«Qui parla Chris Garazzo in diretta da Coors Field, dove
i Rockies hanno fatto tremare la terra vincendo i World
Series e spazzando via i Red Sox con il risultato senza precedenti di 4 a 0. Fra poco scenderemo negli spogliatoi con
Regan O’Neill. Ma prima a voi studio, Al».
Sorrisi. «Sei bravo. Dovresti andare all’università e fare
comunicazione o roba simile».
«Sì, come no» disse roteando gli occhi. «Non uscirò
vivo nemmeno dal liceo».
«Certo che ce la farai».
«No, se non passo Chimica» disse con aria abbattuta.
Poi si sporse verso di me, il suo viso sempre più vicino al
261
mio, sempre più vicino, sempre più vicino… Lui socchiuse
le labbra e il mio cuore si fermò. E ora che faccio?
Improvvisamente il suono delle sirene squarciò l’aria.
Luci rosse intermittenti illuminarono la notte mentre un
esercito di macchine della polizia circondava il granaio.
Da dov’erano uscite fuori?
«Oh merda» disse Chris saltando giù dallo steccato.
«Se mi beccano, posso scordarmi la squadra».
«Merda!» esclamai afferrandogli il polso in preda al
panico. «Guarda che ore sono». Il suo orologio segnava le
10:50. Per quando saremmo arrivati dai Matera, sarebbero state ben oltre le undici.
Lui mi prese per mano e attraversammo di corsa il
campo, verso la macchina. Scivolai sprofondando nel
fango fino alle caviglie e anche lui. Solo quando salimmo
in macchina, mi accorsi che avevo perso una scarpa.
«Dev’esserti uscita nel fango» disse Chris. «Aspetta,
torno indietro».
«Scordatelo». Due poliziotti stavano per fare irruzione
nel rave, mentre altri due preparavano un posto di blocco
in strada. «Andiamocene».
«Ne sei sicura?»
Quando i poliziotti irruppero nel granaio, si levò un
coro di urla femminili.
«Sì, andiamo».
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Il motore ruggì. L’orologio sul cruscotto segnava le
11:02. Mi venne un attacco di panico. «Più veloce» lo incitai. Più veloce della luce, fino a rompere la barriera del
suono.
Oddio, ti prego, ti prego, supplicai. Fa che non siano
già arrivati a casa.Allungai la mano verso la borsa per recuperare il cellulare e chiamare Liam…
«La mia borsa!» gridai. «L’ho lasciata sullo steccato».
Chris imprecò e disse: «Prendo la prima uscita e torno
indietro».
«No. Devo andare dai Matera. Dovevo essere lì entro le
undici».
«Oddio, perché non me l’hai detto?» disse Chris.
Non l’avevo fatto? Pensavo di sì. Prima di cadere davanti a casa. O dopo. Mentre andavamo al rave. Al rave.
Sullo steccato, quando stava quasi per baciarmi.
«Non importa, vai!»
Mise il turbo e il mondo fuori dai finestrini si mescolò.
La notte si fece confusa. Poi luci rosse apparvero sullo
specchietto retrovisore di Chris.
«Merda» esclamammo all’unisono. Chris accostò.
Il poliziotto ci mise circa venti minuti a fare una multa
a Chris. Naturalmente dovette chiedergli dove era stato, se
aveva bevuto, se avevamo preso droghe. Gli fece il test del
palloncino e poi una bella ramanzina sul fatto che andava
263
troppo veloce. Eravamo coperti di fango dalla testa ai
piedi, perciò immaginai cosa ne dedusse.
Alla fine ci lasciò andare.
Inchiodando davanti casa dei Matera, cercai di realizzare se ci eravamo divertiti o no.
«Bene, che disastro…» fece Chris, rispondendo alla
mia domanda. «Mi dispiace per la scarpa e anche per la
borsa. Mi dispiace per tutto».
Mandai giù un magone. «A me dispiace per la multa».
E per i tuoi pantaloni bagnati, per la discussione con
Denny e per tutta la dannata serata. Scusa, scusa, scusa.
C’erano tutte le luci accese in casa. Non riuscivo a vedere nel buio del garage se la Cherokee ci fosse. Fa che
non ci sia, supplicai. «Devo andare» dissi aprendo lo sportello. Chris scese subito dalla macchina.
«Devo proprio andare!» sussurrai stile Cenerentola.
«Ok» disse abbandonando ogni fantasia.
Corsi sul vialetto e quando raggiunsi la porta, mi
voltai. Chris era chino sul cofano con la testa fra le mai.
Era arrabbiato? Piangeva?
Oddio. Respinsi l’ansia crescente. La porta era socchiusa. Strano.
Forse Liam ci aveva sentiti arrivare. Forse i Matera avevano fatto tardi. Forse gli si era rotta la macchina.
Oh ti prego, ti prego, ti prego.
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Capitolo 19
La voce di Liam proveniva da in fondo al corridoio dei
Matera. «Per favore» supplicava. «Non farmi del male».
«Toglitelo». Era la voce di David.
In fondo al corridoio vidi Elise indietreggiare, uscendo
dalla camera da letto, con il viso paralizzato dalla paura.
«Per favore» udii Liam dire «stavo solo facendo lo stupido».
Il cervello mi andò in cortocircuito. Elise si voltò e mi
vide andarle incontro, ma il suo sguardo assente tornò a
ciò che stava accadendo nella stanza, in direzione della
scena che l’aveva disgustata.
Oltrepassai Elise e guardai dentro. Liam – o meglio,
Luna – era davanti allo specchio grande con indosso un
negligé bianco. I suoi occhi incontrarono i miei. Sostenne
il mio sguardo per un lungo istante, prima di girarsi di
nuovo verso David.
David, in piedi vicino al comodino, teneva sollevato
un coltello da cucina.
265
«No!» urlai correndo verso Luna, travolgendola. Lei
inciampò all’indietro. «È mio fratello. Per favore. Stava
solo facendo la stupida».
Lo sguardo di David mi pugnalò. «Tuo… fratello?»
«Ti prego» dissi di nuovo. «Non fargli del male».
«Tuo fratello?» ripeté, incredulo, David squadrandolo,
anzi squadrandola da capo a piedi. Lentamente abbassò il
braccio. Mi voltai furiosa verso Luna, riproverandola in
silenzio: “Come hai potuto?”.
Lei non reagì. Sembrava non recepire i miei messaggi
silenziosi. Forse perché stava disperatamente cercando di
sfilarsi il negligé dalla testa: si era impigliato nel reggiseno
nero di Elise. Gli diede un ultimo strattone aprendo uno
squarcio sulla parte davanti.
«Scusa» disse «te lo ripago». Poi ripiegò la camicia da
notte e la posò sul letto. Solo allora riuscì a slacciarsi il
reggiseno. Cercai di farle scudo, ma gli occhi di David mi
trapassavano, e la vedevano ugualmente. Lo vedevano. Ci
vedevano.
Liam si rimise la maglietta dalla testa e scivolò di
nuovo nei suoi jeans.
Saltellando per rimettersi le scarpe fece per uscire, o
per lo meno, tentò. David gli bloccava il passaggio.
«Gli orecchini» disse, allungando rigidamente una
mano. Liam si tolse gli orecchini di perla di Elise e con
266
mano tremante li depositò nella mano di David. Lui richiuse il pugno, crocifiggendo Liam con un’occhiata.
Mentre usciva, Elise si fece da parte con un balzo, come
se le stesse passando accanto un disgustoso ammasso sanguinolento.
«Stava solo facendo lo scemo» dissi, rimettendo il cappuccio al rossetto di Elise. «Ho avuto un’emergenza e sono
dovuta uscire per un attimo». Sembrava che questa
l’avessi provata. «Ho chiamato Liam e gli ho chiesto di
prendere il mio posto. Non sono stata via tanto».
Elise non mi rispose. David mi guardava dallo specchio. Mi spaventò il modo in cui serrava la mandibola.
«Mi d-dispiace» balbettai, allontanandomi dall’armadio, e facendo il giro del letto. Tenni gli occhi su David
retrocedendo verso la porta. «Non succederà più».
«Ci puoi scommettere» disse David. Poi posò il coltello sul comodino e tirò fuori il portafoglio. Ne estrasse
una banconota da dieci dollari e me la gettò, aggiungendo
«Non sei più la benvenuta in questa casa, Regan. E nemmeno tuo fratello… mio dio, quel ragazzo ha bisogno di
aiuto». Fu come se mi avesse rigirato il coltello nello stomaco. Se l’avesse fatto davvero, sarebbe stata la stessa cosa.
Vidi i soldi atterrare sul pavimento, poi mi voltai e iniziai
a correre.
B
267
Mentre scendevo le scale del seminterrato, la rabbia
mi travolse. La porta di Liam era chiusa, ma io la spalancai. Ascoltava ancora quel cavolo di Dana International, così corsi a spegnere lo stereo. Aprii lo sportello e
tolsi il CD, gettandolo contro il muro pieno di buchi.
«Grazie tante!» gli urlai «mi hai appena fatto perdere il
lavoro».
Rannicchiato in posizione fetale, con le mani piegate
sotto la guancia, mi guardò. Aveva ancora tracce del rossetto di Elise sulle labbra screpolate. «Pensi che chiamerà?» mi chiese Liam in tono calmo.
«E che ne so? Era quello che volevi ottenere? Sei fortunato che non abbiano chiamato la polizia e ti abbiano
fatto arrestare». O che non ti abbiano ucciso, pensai.
«David avrebbe potuto ucciderti, se avesse voluto»
esclamai uscendo come una furia dalla stanza.
«Avrebbe fatto bene» rispose Liam.
La rabbia mi fece rivoltare lo stomaco. Era proprio
senza speranza, patetico. Mi voltai e glielo sputai in faccia:
«Sei patetico. Dio mio! Ti odio».
Non feci in tempo ad arrivare alla mia stanza che Liam
mi raggiunse. Mi afferrò per la spalla e disse: «Credi davvero che chiameranno la polizia?».
«Liam!» esclamai esasperata. »Non me ne importa un
cazzo! Avevo bisogno di quel lavoro. Io adoravo i Matera,
268
erano la mia famiglia.Amavo quel lavoro. Era l’unica cosa
che fosse davvero mia». Dissi, colpendomi il petto con
una mano. «Mia». Mi si ruppe la voce». Era l’unico luogo
dove potevo nascondermi da te» mormorai in lacrime.
Lui non ci aveva nemmeno pensato. Non lo faceva mai.
Cercai di spingerlo via, ma lui mi prese per un polso.
«Sei piena di fango. E ti manca una scarpa» disse.
«Sparisci dalla mia vista!» gli ordinai, cercando di sgusciare via, furiosa. «Sparisci dalla mia vita. Ti odio! Odio
ciò che sei. Vorrei che non fossi mai nato».
Liam lasciò andare il mio braccio come se scottasse e
fece un passo indietro. Quell’espressione sul suo viso…
Gli chiusi la porta in faccia.
Lo chiusi fuori dalla mia vita.
B
Domenica mattina mi sentivo così male che non scesi
nemmeno dal letto. Rimasi lì, a fissare il vuoto, in attesa di
una chiamata.
La porta del seminterrato si sarebbe aperta, e mamma
e/o papà avrebbero messo fine a questa messa in scena.A
questo gioco. Com’era potuto succedere?
Non poteva essere vero. Sembrava uno di quegli show
televisivi stile Disaster Island. Ma qui non c’era immunità,
avevo perso tutte le sfide, avevo umiliato Chris facendolo
269
cadere sotto il portico. Avevo ridotto in mille pezzi il finestrino della sua macchina. L’avevo fatto litigare con il
futuro patrigno. Avevo fatto cadere e distrutto la sua collezione di CD. Gli avevo fatto prendere una multa.Avevo
urtato i suoi sentimenti. Ogni volta che eravamo insieme
tutto ciò che sapevo fare era ferirlo.
Oddio. Serrai gli occhi. Ero sicura che mi odiasse, così
come io odiavo mio fratello.
Lui era sempre lì che invadeva i miei spazi, interferiva,
distruggeva ogni mia possibilità di avere un’esistenza normale. Tutto ruotava intorno a lui, alle sue necessità, ai suoi
desideri. E ciò che volevo io non contava? Una famiglia
normale. Degli amici. Un’amica del cuore. Un ragazzo. Era
chiedere troppo?
Volevo un’infanzia da ricordare se non con soddisfazione… almeno con felicità. Gioia. Volevo i miei ricordi.
Tutto ciò che ricordavo di me prevedeva l’intervento di
Liam. Della sua vita, della sua lotta. Dov’erano i miei ricordi? Dov’era la mia vita? Almeno una volta avrei voluto
avere una conversazione con qualcuno senza dover fare
attenzione a ogni parola che dicevo. Senza preoccuparmi
di dire troppo, svelando così il suo segreto e dandolo in
pasto a chicchessia. Volevo liberarmi di quel segreto, di
quella bugia, di quel fratello che non era un fratello.
Non riuscivo proprio a capacitarmi che Liam mi
270
avesse fatto perdere il lavoro. Ok, forse non sarei dovuta
uscire con Chris; avrei dovuto essere più responsabile; era
tutta colpa mia…
No che non lo era! Mi rifiutai di prendermene la responsabilità. Liam era fuori controllo. Aveva preso il sopravvento, umiliandomi. Aveva messo a repentaglio la
mia vita. Per cosa, poi? Per un suo capriccio, per quel suo
stupido desiderio di vestirsi da donna.
«Non ti perdonerò mai» giurai a voce alta, sperando
che potesse sentirmi al di là del muro, nella sua stanza.
«Mai».
Sentii bussare delicatamente alla porta. «Re’?» Roteai
gli occhi. Bussò più forte. «So che sei lì dentro, esce del
fumo da sotto la porta».
Recuperai il telecomando e accesi lo stereo. La Traviata a tutto volume.
Lui capì l’antifona.
Poco più tardi le mie ciglia tremarono e mi svegliai di
colpo. Liam era su di me, che mi fissava sorridendo timidamente. «Mamma e papà mi hanno chiesto dov’eri a colazione, e gli ho detto che avevi avuto un appuntamento
galante ieri sera. Gli ho detto che sei rientrata all’alba. Dovevi vedere le loro facce» disse sedendosi sul bordo del
materasso. «Soprattutto quella di papà. Allora com’è andata?»
271
Volevo che se ne andasse. Lontano. Chissà se i Matera
avevano chiamato, e perché Liam non era ancora dietro le
sbarre o vestito di nero?
Liam disse: «Ascolta, Re’, mi dispiace». Mi mise una
mano sulla spalla e io la scacciai col gomito. «Le scuse non
bastano, Liam. Tu mi stai distruggendo la vita. Lo sai
questo? Ne hai la minima idea? Ti disconosco come fratello. O sorella, quello che è. Esci di qui».
Lui non si mosse e per tutta risposta si affrettò a dire:
«A che ora vuoi andare a fare shopping oggi?».
Oddio! Era così egoista. Tirai giù le coperte e uscii dal
letto.
«Ti prego, Re’, ho bisogno di comprarmi qualcosa da
mettere domani sera. Per incontrare Teri Lynn».
«Prendi i tuoi trucchi e tutta la tua merda e vai fuori di
qui» dissi. «Non voglio vedere nemmeno una traccia di
te quando ritorno». Recuperai la mia roba dal pavimento
e mi diressi verso il bagno.
Quando riemersi dalla doccia alcuni minuti dopo,
Liam era lì che mi aspettava alla porta.
«Che c’è?» gli urlai praticamente in faccia. Inclinò la
testa e disse «Shopping?».
«Non ci vengo a fare shopping con te». Gli parlai come
ad un bambino, dritto in faccia. «Hai capito? Hai. Capito?»
Lui deglutì rumorosamente.
272
«Allora ci vado da solo».
«Sei un genio» esclamai, spingendolo verso la parete.
B
Mi svegliai che era buio. Buio pesto. Strizzai gli occhi
per guardare l’orologio. L’una e cinquantatré. Del mattino?
Se Luna era stata in camera mia, non aveva lasciato
traccia, nemmeno una. Se non altro aveva messo a posto
le sue cose e aveva spento la luce dello specchio. Poi la
sentii. Prima piano, poi sempre più forte, sempre più chiaramente. Un suono così familiare, così frequente.
Piangeva.
Singhiozzava sussultando, con la testa sprofondata nel
cuscino. Piangeva così, tutte le notti. Se mamma e papà
l’avessero sentito, non gliel’avrebbero permesso. Una volta
avevo provato a confortarlo, un anno fa, tenendolo stretto
e accarezzandolo, ma forse in quei momenti voleva o
aveva bisogno di soffrire da solo.
Bene, allora, che lo facesse.
Ma perché piangeva adesso? Era arrabbiato con me
perchè non volevo andare a fare shopping con lui? Ma
come poteva pensare che l’avrei davvero fatto.
Forse era colpa di ciò che avevo detto prima. Cioè, la
verità. Chissà se mamma e papà gli avevano detto qualcosa sui Matera. Se David o Elise avessero chiamato, sono
273
sicura che avrebbero fatto la ramanzina anche a me. Era
sempre colpa mia.
No, non era vero. Era colpa di Liam. Tutta la sua vita
era un’unica, gigantesca colpa. Mi aveva incasinato la vita,
e non glie ne importava niente.
I suoi singhiozzi si fecero più intensi. Sentivo che le
forze mi abbandonavano, mi faceva troppo male sentirlo
piangere. Ma quelle lacrime erano eterne, non finivano
mai, e non sarebbero mai finite.
L’aveva detto lui stesso: Liam era sbagliato, non apparteneva a nessuna categoria. E non c’era niente che né io
né nessun altro potessimo fare per farlo stare meglio.
274
Capitolo 20
Lunedì mattina. Colazione. Bentornati in casa O’Neill.
La mamma chiacchierava con Andy Tu-Sì-Che-MiComprendi riguardo al super sconto che il fioraio gli
avrebbe fatto per il matrimonio dei Sorensen. Gli avrebbe
chiesto metà del suo fioraio di fiducia. Papà soffocava risolini di derisione. Io e Liam ci nascondevamo dietro uno
scudo d’indifferenza, tagliando fuori il resto del mondo e
ignorandoci l’un l’altro. Il telefono della cucina suonò e
Liam fece un salto. «Chi può essere così presto?» bofonchiò papà e spinse indietro la sedia.
Quasi ribaltai la mia per batterlo sul tempo, ma la
mamma battè entrambi, arrivando di corsa in cucina e
ponendo così fine alla sua conversazione con Andy. Sollevò la cornetta al terzo squillo.
«Pronto?». Trattenni il respiro.
«Oh, ciao, Elise» disse mamma, guardandomi. Mi fece
un cenno ma la sua mano si congelò a mezz’aria. «No, non
me l’ha detto» disse mamma.
275
Come non detto, pensai. La chiamata non avrebbe
messo fine a quell’incubo.
Era qualcosa di terribile realizzare che sarebbe tutto
finito in un bagno di sangue, nella dannazione eterna, e
che mamma e papà l’avrebbero scoperto così.
«Capisco» disse mamma con tono piatto, allontanandosi da noi.
Oddio. Avrei dovuto dirglielo. Ma da dove avrei potuto iniziare?
«Sì, grazie. No.»
Non riuscivo a guardare Liam negli occhi, ma lo sentivo tremare davanti a me.
«Be’, Elise, non penso siano affari tuoi. Se nessuno si è
fatto male…» disse mamma, fermandosi ad ascoltare
tutta rigida. Poi di colpo buttò giù il telefono.
Eccoci. Io e Liam ci preparammo all’esplosione. E invece mamma chiuse la zip della sua cartellina e rimise il
cellulare nella borsa a tracolla.
«Chi era?» chiese papà, chiudendo la sezione sportiva
del giornale. Mamma non rispose o fece finta di non sentire. Si diresse di corsa verso la porta.
Salva, pensai.
Troppo presto.
Dal salotto mamma abbaiò: «Regan!».
Mi voltai di scatto.
276
«Fai un carico di lavatrice dopo scuola» disse aprendo
la porta. «E svuota la lavastoviglie».
Tutto qui? Nessuna esplosione nucleare?
Papà mise giù il giornale. «Chi aiuta Nonna Papera a
portar fuori l’immondizia?»
Silenzio.
Allora papà ripeté: «Chi aiuta Nonna Papera…»
Io e Liam recitammo in coro: «Mastro Lindo».
Papà sbuffò. «La sapevate? Ok. Come fa un maiale
quando cade da un tetto?»
«Speck» disse Liam.
Io mi affrettai ad aggiungere: «Forse potrebbe farsi vedere da uno psicologo, invece di buttarsi».
Papà agitò un dito verso di me esclamando: «Buona
questa, Re’». Ma io non mi riferivo al maiale.
«Tua sorella ha preso il senso dell’umorismo dal suo
vecchio, eh, Liam?»
Per tutta risposta Liam sprofondò ancora di più nel
suo libro di Fisica, come se avesse colto la mia frecciatina.
Surreale. Non stava accadendo davvero.
Papà spinse indietro la sedia e si alzò. Si spostò alle
spalle di Liam e gli bloccò la testa con il braccio, strofinandogliela con la nocca. «Ehi, rilassati. Tuo padre ha sacrificato una carriera nello spettacolo per crescere la migliore famiglia d’America».
277
Liam sembrava lì lì per scoppiare in lacrime.Aveva ancora gli occhi gonfi dal pianto della scorsa notte.
Papà gli strofinò le nocche sulla testa un’ultima volta e
lo lasciò andare. Con le mani sulle spalle ossute di Liam
mi disse: «Allora dicci un po’di questo tuo appuntamento,
signorina?».
Afferrai lo zaino e feci per andarmene.
«Eddai» esclamò papà, accompagnandomi verso la
porta. «Non ho intenzione di impiccarti per essere sgattaiolata via. Però un rave… alla tua età?»
Se solo papà avesse saputo che cosa facevano le persone alla mia età. Persone normali. Persone a posto. Persone che una vita ce l’avevano. Che avevano amici con cui
uscire. Ad ogni modo ero sorpresa che la polizia non
avesse ancora chiamato. A quest’ora dovevano aver già
trovato la mia borsa, con dentro i miei soldi e la mia patente. E il cellulare di Aly.
Merda. Il cellulare di Aly. Me n’ero completamente
scordata. Si sarebbe incazzata come una belva.
«A dir la verità» disse papà tenendo chiusa la porta
con un dito per non farmi uscire «è incoraggiante vedere
un comportamento normale in uno di voi due».
Un comportamento normale?
Papà cercò il mio sguardo e disse: «Vorrei solo che tu
mi raccontassi le tue cose, tesoro. Sono il tuo vecchio, ti ri-
278
cordi? È passato un po’ di tempo, eh, girandolina di
papà?».
Mi si chiuse la gola. «Devo andare» dissi e scivolai via
da sotto il suo braccio, dirigendomi verso l’uscita. C’era la
nebbia e faceva freddo, cosa che rispecchiava esattamente
il mio stato d’animo.
A metà isolato udii una macchina rallentare accanto a
me con il finestrino abbassato.
«Giuro che non ti parlerò». Mi strinsi nel mio parka e
andai avanti.
Dopo un altro mezzo isolato, Liam si fermò ancora.
«Non ti biasimo se mi detesti».
Taci, pensai.
«Voglio solo darti un passaggio, non c’è bisogno che
parliamo».
Tirai un sospiro e considerai l’ipotesi. Dopotutto era
ancora mio fratello, lo sarebbe sempre stato, non c’era
modo di cambiare le cose. In più, faceva freddissimo e lui
era in debito con me. Oh, quanto era in debito.
Feci il giro della Spider e salii. «Spegni questa techno
di merda» gli ordinai «odio la tua musica».
Lui tolse il CD.
«Dammi le chiavi di casa, io ho perso le mie».
Con espressione confusa accostò e spense il motore.
Staccò la chiave dal portachiavi.
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«E di’ a Aly che ho perso il suo cellulare» dissi, tirandogli via le chiavi dalla mano. «Tu hai un lavoro? E tu
gliene ricompri uno».
«Ti ho perso anche la scarpa?» chiese Liam.
Mi voltai, sospirando.
«Ascolta, Re’» disse «riguardo ciò che è accaduto…»
«Te l’ho detto, non voglio parlarne». Temevo che gli
avrei detto tutto ciò che mi passava per la testa.
Liam riaccese il motore e percorremmo il resto della
strada in silenzio. La distanza fra noi sembrava crescere e,
allo stesso tempo, contrarsi. Non ero sicura quale fosse
delle due. Eravamo pianeti ai lati opposti dell’Universo,
in orbita intorno a un sole morente.
Mentre entravamo nel parcheggio, di colpo ricordai…
«Oh, no!»
«Cosa?» chiese Liam, sussultando, come se nel frattempo si fosse perso nei suoi pensieri. Nello spazio.
«Ho un compito di Chimica, oggi. Non ho nemmeno
riguardato i capitoli né le dispense» dissi, colpendomi la
fronte con la mano. «Cazzo! Se buco il compito posso
scordarmi la sufficienza in questo corso. Bruchac è un bastardo. Mi usa come esempio per la classe. Per colpa tua»
gli dissi, stizzita. «Da quando mi sono versata l’acido solforico sul braccio…»
«Che cosa?» esclamò Liam. «Quand’è successo?»
280
Una vita fa, pensai. Nell’interessante vita di qualcun
altro. «Non è stato niente di grave ma non ha fatto che
confermare la sua teoria che le ragazze sono delle imbecilli. Lo diceva anche a voi?»
«Oh, sì» disse Liam, facendo roteare gli occhi. «È un
coglione».
«Tu avrai avuto tutte A, immagino».
Non rispose. Ovvio.
«Questo è uno dei vantaggi di non essere una RG»
mormorai.
Poi Liam disse: «Mi dispiace per il tuo lavoro, Re’, è solo
che non sono riuscito a trattenermi. Non l’avevo previsto…».
«Stai zitto. Non voglio sapere. Non si tratta solo di un
lavoro». Si tratta di te, ma non lo dissi.
«Lo so» disse distogliendo lo sguardo. «Credi forse che
non lo sappia?»
Si rendeva davvero conto di quante volte mi fossi sacrificata per lui? Per quanto tempo e quanto mi fosse costato?
Una volta da piccola papà mi fece provare il suo giubbotto da caccia. Era enorme. Arrivava fino al pavimento,
e puzzava. Ma ciò che ricordo più chiaramente era il suo
peso: avevo la sensazione che quella giacca mi avrebbe
spezzato le ginocchia da un momento all’altro, trascinandomi verso il basso e intrappolandomi dentro di sé, senza
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via d’uscita. Ecco come mi sentivo, con Liam. In trappola.
Soffocata.
Era forse giusto? No. La vita non era giusta e Liam ne
era l’esempio lampante.
Una mandria di cheerleader e di ragazzi si riversarono
nel cortile, spintonandosi e scherzando fra loro sul vialetto. «Non voglio stare qui, oggi» pensai ad alta voce.
«Odio questo posto».
Allora Liam disse «Potremmo andare al centro commerciale».
Lo pugnalai con lo sguardo.
«Dai, scherzavo» disse ritirando la spalla sinistra come
se temesse che l’avrei colpito. Cosa che peraltro avrei potuto fare. «Ho seguito il tuo consiglio, ieri, e ci sono andato
da solo» aggiunse.
Fu uno shock. «Com’è andata?». Non so perché mi importasse. Lui non rispose. Anzi, sì. La sua faccia la diceva
tutta.
«Oddio, cos’è successo?».
Tirò un gran sospiro. «Fidati, tu non vuoi saperlo».
«No, infatti, non voglio». Va’ avanti, stupiscimi.
Afferrai la maniglia della portiera.
«Volevo solo provarmi un vestito» la sua voce era
piatta. «Non c’era bisogno che chiamassero la sicurezza».
Chiusi forte gli occhi.
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«Ehi» si illuminò di colpo. «Vuoi venire, stasera? A incontrare Teri Lynn, dico. Mi offre una cena alla Palmer
House». Mi voltai scuotendo la testa. «Troppo costoso».
«Sono sicura che le farà piacere se passi, o se vieni
anche tu. Puoi mangiare tutto quello che lascio io».
Gli feci una smorfia. «Sono sicura che voi due dobbiate
parlare, che ne so, della grandezza del vostro pomo
d’Adamo, o di qualsiasi cosa parlino i trans quando si incontrano». Scoppiò a ridere. Rise di gusto. E fece ridere
anche me. Meglio che farlo piangere. Forse.
B
Mentre camminavo per il corridoio, triste e depressa,
vidi Chris. Era l’ultima persona in cui mi sarei voluta imbattere oggi. Rallentai. Era appoggiato alla fila di armadietti opposta al mio, e parlava con Shannon e un altro
paio di smorfiose. Stavano ridendo per una sua battuta.
Poi Chris sollevò lo sguardo e mi vide.
Si allontanò dagli armadietti e mi venne incontro.
Panico. Non ce la potevo fare a parlargli. Sabato sera
era stato terribile, un disastro. Mi affrettai verso il corridoio opposto, più vicino possibile ai bagni delle ragazze.
«Regan!»
Cominciai a correre e riuscii a chiudermici dentro.
Attesi.Attesi finché la terra non smise di girare. Finché
283
l’urlo nella mia testa si spense. Finché non riuscii a smettere di respirare, di tremare. Finché non riuscii a smettere
di desiderarlo così tanto.
B
Fu la campanella a svegliarmi alla fine della lezione di
Economia Domestica, riportandomi alla realtà. Non riuscivo nemmeno a capacitarmi che fosse già finita. Mi ricordavo però che mi era caduta la torta.Avevo buttato nel
cestino quell’ammasso appiccicoso, poi avevo lavato il recipiente e appeso il grembiule. La signora Torres mi aveva
sorriso comprensiva mentre mi metteva un voto per la
performance. Credo che entrambe sapessimo che le mie
doti culinarie non erano eccelse.
A casa mi aspettava una sorpresa. C’era un pacchetto
sul mio letto. Era avvolto in una carta a fiori, con in cima
un fiocco rosa scintillante. La stanza odorava di rose.
Sparsi sulla scrivania c’erano correttore, mascara e rossetti.
Fanculo. Fanculo, Luna. Dicevo sul serio quando le
avevo ordinato di smetterla di usarmi.
Doveva essersi vestita in camera mia ed essere uscita
presto per la sua cena con Teri Lynn.
Sicuramente era uscita prima che papà tornasse.
Ad ogni modo, avrebbe potuto vestirsi in camera sua,
comprarsi uno specchio almeno.
284
Strappai la carta e aprii la scatola. Al suo interno c’era
una pila di fogli spillati insieme. In cima alla pila, una copertina su cui, sotto il mio nome, si leggeva in inchiostro
rosa: “Ti dice niente?”.
Diedi un’occhiata al primo foglio. Era il laboratorio
sulla temperatura. Secondo foglio. Quello sul perossido
di idrogeno. La dispensa sull’idrato. Passai in rassegna i
fogli e mi fermai sul test che avevo avuto oggi. Quello che
avevo totalmente sbagliato. Non mi ricordavo nemmeno
di essere andata alla lezione. Liam non l’aveva sbagliato e
aveva totalizzato il cento per cento. Più venticinque punti
extra per aver risposto bene alla domanda bonus.
Figuriamoci.
Mentre scorrevo le pagine, vidi che aveva tutte A e A+.
C’era un piccolo appunto in fondo alla copertina:
“Spero che questo ponga rimedio a ciò che ho fatto”. Ci
aveva disegnato accanto un cuoricino. Poi in bel corsivo,
“Ti voglio bene, Luna”. Una freccia indicava che c’era dell’altro sul retro. Girai il foglio.
“P.S. Forse valgono una piccola fortuna. Cancella il
mio nome, prima di metterlo su eBay”.
Rimasi a bocca aperta.Aveva ragione. La gente avrebbe
venduto l’anima per accaparrarsi le risposte di Chimica I.
Chris l’avrebbe fatto.
Smetti di pensare a lui. È acqua passata.
285
Comunque Bruchac era un idiota. Non si prendeva
nemmeno la briga di cambiare le domande alla fine di
ogni semestre. Cambiava solo l’ordine. Cosa pensava, che
la gente fosse scema?
Ma la domanda era: ne avrei approfittato? Avrei davvero barato?
No.
Anche se questo significasse salvarmi la media?
Sì.
B
Luna scese le scale in punta di piedi verso le undici. Io
stavo ancora cancellando il suo nome da tutti i fogli, con
in sottofondo una replica di Liar Liar, sul canale dei film.
Non si era cambiata i vestiti. Indossava una gonna di pelle
rossa, una camicia di seta e intorno al collo un foulard a
righe, chiusa sul davanti con un cameo. Un po’troppo Mrs
Doubtfire per i miei gusti. «Com’è andata?» chiesi, assente.
Si buttò sul divano accanto a me, con la testa all’indietro e gli occhi chiusi. Aveva le lacrime agli occhi.
«Male?» dissi, posando i fogli di Bruchac sul tavolo.
Sebbene fossi furiosa con lui, non ero certo immune al
suo dolore. «Cos’è successo?»
Lei tirò su col naso, aprì gli occhi e mi guardò. «È stato
incredibile, Re’» sussurrò.
286
Incredibile. Nel senso di spiacevole, orribile?
Luna sospirò rumorosamente.
«È stato…» sbatté le ciglia ancora una volta e le scese
una lacrima lungo la guancia. «Teri Lynn è l’incarnazione
dei miei sogni». Mi si spezzò il cuore. «Mi dispiace».
«No» disse afferrandomi la mano. «Volevo dire che è
fantastico. Sapere che può accadere, che è possibile, che
io sono possibile» disse facendo entrare l’aria nei polmoni,
come se assaporasse il sapore della vita per la prima volta.
Poi si alzò in piedi e mi posò un bacio sulla testa.
«Grazie, Re’» disse pensierosa, prima di fluttuare verso
la sua camera.
Grazie per cosa, mi chiesi. Per aver sperato che sparisse? «Grazie a te» le dissi dietro. «Per il regalo, dico».
In piedi sulla soglia, mi mandò un bacio.
«Ah, ha chiamato Aly prima. Dice di ricordarti della
colazione di domani. Viene a prenderti alle sette».
La porta di Luna si richiuse. Non ero sicura che mi
avesse sentito. Era così felice.
B
Liam riprese le sue sembianze il giorno dopo a colazione. Tornò a essere il ragazzo di sempre. Ma qualcosa in
lui era cambiato, come se i suoi angoli si fossero smussati.
Il suo sguardo non era più vuoto, assente. Era come se i
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suoi occhi avessero trattenuto una scintilla dalla scorsa
notte. Sembrava anche più rilassato. Quasi a suo agio nel
suo corpo.
Mi sentii sollevata, felice per lui, ma allo stesso tempo
preoccupata. Quando finalmente ero riuscita ad addormentarmi, intorno alla mezzanotte, avevo fatto un sogno.
Fu come una premonizione che Liam stesse per fare qualcosa di molto pericoloso. Di impulsivo, di fatale. Il sogno
era confuso e quando mi svegliai non riuscii a richiamarlo
alla mente in maniera chiara; non riuscivo a ricordarmi
cosa avesse fatto né dove. Mi restava solo questo terribile
presentimento.
Si udì il clacson di una macchina provenire da fuori.
«È Aly» disse Liam saltando su e bevendo tutto d’un
fiato l’ultimo sorso di latte. Passando davanti a mamma,
le mise un braccio sulle spalle e le disse: «Sei carina, oggi.
Come sempre». E le diede un bacio sulla guancia. «Buona
giornata, pa’» disse, facendo un cenno a papà.
Papà si strozzò con i Cheerios. Quando la porta d’ingresso si chiuse, papà disse a mamma: «Ma che cosa si è
preso, una delle tue pillole della felicità?».
«Cosa vorresti dire?» saltò su mamma.
Merda.
Mi diressi verso l’uscita d’emergenza.
Ma mamma lo ignorò e disse: «Il compleanno di Liam
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è la prossima domenica. Ha forse detto a qualcuno di voi
cosa vorrebbe di regalo?».
Papà sospirò. «Sì, come se lo dicesse a me».
Poi si voltarono verso di me con le sopracciglia sollevate. Per poco non gli dissi che Liam avrebbe voluto essere
una ragazza. Potreste prendergli un appuntamento alla
clinica per cambiare sesso? Magari mamma avrebbe potuto organizzargli una festa e papà ridipingere il seminterrato di rosa.
«A me non l’ha detto» borbottai.
Mamma sospirò e disse: «Immagino che dovremmo
dargli dei soldi, di nuovo. Non che ne abbia bisogno». Sollevò la tazza del caffè e aggiunse: «Dovrai scriverlo tu l’assegno, dato che attingerà dal tuo conto». Lo sguardo furioso di mamma carbonizzò la tovaglia.
«Io vado» dissi e infilai l’uscita di scurezza.
B
Liam mi intercettò mentre andavo a lezione d’Inglese.
«Vieni dritta a casa dopo scuola, oggi?» mi chiese.
«Penso di sì. A meno che non decida di fermarmi in
banca a fare un bel versamento» dissi sarcastica.
«Voglio dirlo a Aly».
Mi cadde lo zaino a terra con un tonfo. Mentre mi abbassavo per recuperarlo sbiancai.
289
«Liam, no» dissi ritirandomi su. Ma parlai a vuoto. Lui
era già a metà corridoio. Mi affrettai per raggiungerlo ma
mentre giravo l’angolo, andai a sbattere contro qualcuno.
Chris Garazzo, per la precisione.
«Regan, ehi» disse afferrandomi il braccio per sorreggermi.
Devo essermi fatta in là, perché lui lasciò subito la
presa. «Scusa. Io… vorrei parlarti» disse.
Con la coda dell’occhio vidi Liam che entrava nell’aula
audiovisivi.
«Non ora» dissi oltrepassando Chris. «Devo fare una
cosa». Più importante di te, fu sicuramente così che la interpretò lui. Corsi giù per il corridoio per salvare mio fratello da se stesso. Per l’ennesima volta.
Si stava già mettendo a sedere quando lo raggiunsi col
fiatone. «Liam, non puoi dirlo a Aly».
Lui mi guardò sorpreso. «Perché no?»
«In caso non lo sapessi…»
Lui tirò fuori il libro di Fisica e disse: «Lei già pensa
che io sono gay».
Restai a bocca aperta. «Te l’ha detto lei?»
Mi fulminò con lo sguardo. «Non è stupida, Re’».
Lei no ma tu sì, pensai.
Luna aprì un quaderno a spirale, si leccò un dito e girò
una pagina, poi scrisse il suo nome in cima e la data sotto.
290
«Non farlo, Liam». Suonò la campanella e io mi alzai.
«Non puoi fargli questo».
Posò la matita sulla pagina. «Farle cosa?» chiese, scuotendo la testa. «Non ci arrivi, vero?» disse arrabbiato.
Liam, arrabbiato? «Liam…»
Mi gelò.
Mentre mi scioglievo, lui tornò a guardare il suo libro
di Fisica e disse: «Vorrei tanto che fossi lì con me, per supporto morale, nel caso ne avessi bisogno. Ma se non vuoi,
capirò».
Sbuffai. Non è che non voglio! Volevo urlare. Ma mi
accorsi che invece era proprio ciò che volevo. Quando
avrebbe detto a Aly la verità, avrei voluto essere su qualsiasi altro pianeta, ma non lì.
291
Capitolo 21
Aly era con Liam nel seminterrato. Emetteva gridolini
e imprecava contro di lui. «Bastardo! Levamiti di dosso»
disse dandogli uno schiaffo sul braccio. Mentre scendevo
le scale vidi lui che si ritraeva e rideva maligno.
«Ho deciso che chiamerò questo gioco Aly Oh» le
disse.
E lei le tirò un pugno sul braccio. Forte però.
Oddio, fa che il suo mega cervello abbia ripreso ad andare a velocità supersonica, rientrando in modalità Ragionevolezza e Logica.
«Re’, eccoti» esclamò Liam posando il joystick e alzandosi in piedi. I miei erano inchiodati alle assi di legno.
«Ehi, Regan» fece anche Aly con un cenno della mano.
Si udii la risatina diabolica di Liam provenire dalle casse
sopra le nostre teste…. Aaah!
«Uhuu» fece Aly ridendo. «Hai le fiamme al sedere».
Poi continuò a giocare un po,’ prima di rendersi conto che
Liam invece aveva smesso.
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293
«La partita non è ancora chiusa, no?» disse guardando
in su. «Siamo solo all’ottavo livello».
Liam mi piantò gli occhi addosso. Per favore, mormorai. Non farlo.
«Aly, voglio dirti una cosa» disse sbattendo le palpebre
in sua direzione.
Mi faceva male lo stomaco così mi affrettai a raggiungere il divano per buttarmici a peso morto e rannicchiarmi per contenere la bile che tentava di uscirmi dalla
bocca.
«Ok» rispose Aly.
Posò il suo joystick e lo guardò.
I suoi occhi cercavano risposte nei miei ma tutto ciò
che io riuscivo a fare in quel momento era scavare buchi
nel tappeto con lo sguardo, trattenendo il respiro. Mi aggrappavo alla speranza che non avrebbe avuto il coraggio
di affrontare il discorso.
Liam si sporse indietro abbracciandosi le ginocchia.
«Allora?»
«Ti stanno bene i capelli così, mi sono sempre piaciuti»
disse Liam.
Aly allungò una mano per afferrarsi la coda e disse:
«Grazie, mi faccio la coda otto giorni a settimana». E fece
gli occhi storti.
«Lo so, l’adoro».
294
Allungai il collo e vidi che Liam era accanto a lei e le
toccava la testa. Ti prego, no, supplicai.
«Ciò che volevo dirti…» disse deglutendo. Poi si cinse
il petto con le braccia ed emise un lungo sospiro. «Ciò che
voglio dirti da tanto tempo è… mmm…» Gli vennero
meno le forze e mi guardò.
No. Non esiste.
«Allora, sputa il rospo» disse Aly. «Cos’è, hai un tumore
al cervello o cosa…? Oh, oddio» esclamò portandosi le
mani alla bocca. «Non avrai sul serio…» mormorò.
«Liam…»
«No» disse Liam posandole una mano sulla spalla.
«No, niente del genere. Non sono malato. Io sono… una
ragazza».
Il tempo nella stanza si fermò. Si congelò. Le pareti iniziarono a chiudersi su di noi. «Eh?» fece Aly.
«Tutto qui. Sono una ragazza» rispose Liam.
Tutto qui? Non aveva pensato a un modo migliore per
dirle la verità? Non le sarebbe bastato questo per capire,
ne ero certa.
Liam fece una risatina. Poi si sedette davanti alla Tv e
prese un sorso della sua bibita. La rimise al suo posto e
disse: «Ciò che vedi… cioè questo» disse accompagnando
le parole con un gesto della mano «non sono io. Il vero
me stesso è qui dentro».
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«Be’» fece Aly inclinando la testa «tutto ciò è molto
profondo, Liam. Vale un po’ per tutti noi, no?» disse ruotando gli occhi verso di me.
Seriamente. Non ce la poteva fare. Era un tale imbranato.
Liam mi supplicò con lo sguardo di intervenire in suo
soccorso.
No, Liam. No.
Ti prego, Re’, mi sembrava di sentirlo, aiutami.
Oddio, ma perché proprio io?
«Ciò che intende dire è che lui non è realmente un ragazzo» dissi così velocemente che le parole inciamparono
una sull’altra. «È una ragazza. È un trans. Capito?»
Aly sbuffò un pochino. «Trans che?»
Ah già, non conosceva la terminologia. «Transgender»
le dissi. «È una ragazza in un corpo da ragazzo».
L’espressione di lei non mutò, ciò che mutò fu l’altezza
del soffitto mentre le mie parole ricadevano pesanti sul
pavimento. Il cuore mi iniziò a battere forte.
«Non capisco» disse sbattendo le palpebre verso Liam.
«È uno scherzo, vero?» Poi si alzò in piedi e, mentre gli
passava davanti, gli sferrò un colpetto allo stomaco. «Voi
ragazzi» esclamò divertita e andò a recuperare la sua
Sprite dal tavolino, poi venne a sedersi accanto a me sul
divano.
296
«Non scherzo» disse Liam. «Io sono un trans. Una ragazza trans, come tu sei una RG, una ragazza genetica».
«Ragazza genetica, ragazza trans. Ma di che diavolo
parli?» disse buttando giù una sorsata di Sprite.
Liam mi fissò e poi disse: «Forse dovrei semplicemente
farle vedere».
«No…»
«Farmi vedere cosa?» tagliò corto Aly. «Le tue tette? Le
tue tette da trans?» disse ridendosela. Poi bevve un altro
sorso di Sprite, ma vidi che le tremava la mano. E anche
Liam lo notò, così andò a sedersi sul tavolino davanti a Aly
e le prese una mano fra le sue.
«Il mio nome è Luna» disse dolcemente. «Voglio che
tu mi conosca per ciò che sono davvero» disse sfiorandole
il dito indice. Poi posò la mano sul grembo, si alzò e si diresse in camera, richiudendo la porta dietro di sé.
«Che cosa vuol fare» mi chiese.
Mi morsi le labbra, supplicando con tutta me stessa di
non dover essere io a dirglielo. Pregando che tutto questo
non stesse realmente accadendo, che fosse un sogno, un
incubo e che presto mi sarei svegliata tornando alla realtà,
la mia realtà.
«Pensavo che stesse per dirmi che era gay. O che avesse
l’AIDS» disse Aly con voce instabile.
«Mio dio, Aly, no» esclamai. «Non è affatto così».
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Mi guardò, pallida. «Volevo dire che non ci sarebbe
niente di male se fosse gay.Anche i gay si sposano, no? Poi
hanno dei figli. Le cose potrebbero cambiare».
Era questa la speranza a cui si era aggrappata per tutti
questi anni? Si illudeva. Anche se fosse stato gay…
«Lui non è gay» le dissi. «È trans. Non è ciò che vedi.
Ora capirai. Sta per entrare nel suo ruolo femminile. Il
bello è che questo non è un travestimento. Questa è la sua
vera identità. Luna. Ciò che è veramente».
Aly sembrava così confusa, così fuori strada.
Non ero stato più brava di Liam a spiegarlo, così mi sedetti su una gamba e ci riprovai.
«So che non è facile da comprendere, ed è ancora più
difficile da spiegare, ma Liam si sente una ragazza. Lui è
una ragazza. Il problema è che è nata nel corpo di un ragazzo. Non so come accada o perché. Luna dice che se lo
sente dentro. Lei sa di essere una ragazza, esattamente
come me e te. È istinto. È la natura».
Aly mi guardava come se le avessi appena detto che la
sua migliore amica era morta. E penso che in un certo
senso per lei fosse proprio così. Aveva la faccia di chi si è
appena scontrato con la realtà e vuole rinnegarla. Temeva
di affrontarla.
«È una cosa orribile, perché tu vorresti tanto essere la
persona che senti di essere qui» dissi portandomi una
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mano al cuore «e qui». Mi toccai una tempia. «Ma non
puoi perché il tuo aspetto esteriore è un altro. Fuori sei un
ragazzo. E questo è ciò che la gente si aspetta che tu sia.
Tutti i giorni devi fare questa messinscena, devi recitare
un ruolo e l’unico momento in cui puoi essere te stesso è
quando sei solo, quando nessuno ti guarda e puoi abbandonarti. Nel tuo mondo, nel privato puoi decidere come
vuoi che gli altri ti vedano e ti trattino. Liam me l’ha spiegato così. Ci hai capito qualcosa?»
Aly reagì in ritardo. Sprofondò in se stessa, poi cominciò a scuotere la testa, lentamente. «Cioè mi stai dicendo che adesso lui è lì dentro» disse indicando col pollice dietro di sé e alzando il tono della voce «che si mette
vestiti da donna?»
«Qualcosa di più. Si sta trasformando. In lei. Ora vedrai».
«È un… travestito?»
«No! Mio dio, no. Non chiamarlo così» esclamai col
viso in fiamme. «Non è la stessa cosa. Liam si sta vestendo
per farti vedere chi è davvero dentro. La sua vera identità.
Lei. Luna. Esistono molti termini per indicare esattemente
tutto un numero di aspetti: disturbo dell’identità di genere, disforia, non lo so… Lei saprà spiegartelo meglio».
«Lei?» sorrise sarcastica Aly. Sollevò la lattina di Sprite,
poi la rimise giù perché era vuota.
299
«E poi ancora. Quando si veste, vuole che la chiami col
nome che ha scelto… Luna. E vuole che usi il pronome
femminile. Non sarà difficile. Lei sembrava davvero una
ragazza».
Le si congelò il sorriso sul viso.
«Non ti ricordi quando per il suo compleanno chiese
un reggiseno?»
«No» rispose Aly.
«O quella volta al mio pigiama party quando era così
contento di farsi mettere lo smalto?»
«No» disse Aly senza nemmeno farmi finire la domanda. Ma se lo ricordava. Ne ero sicura. «Aly, c’è sempre
dello smalto secco sulle pellicine delle sue dita».
Aly scuoteva la testa.
Dovevano esserci altre prove, da qualche parte. Tutto
quel tempo che passavano insieme? Luna non poteva essersi completamente nascosta da lei.
Aly si sporse in avanti e cominciò a grattare la superficie della lattina con l’unghia. «Se questo è una specie di
scherzo che avete messo su…»
«Non è uno scherzo».
Lei mi fissò, dura.
«Aly, non puoi non essertene accorta».
Iniziò a dire qualcosa, ma ormai non l’ascoltavo più,
distratta dalla vista di Luna che era appena apparsa sulla
300
soglia. Ci fece cenno di stare zitte portandosi l’indice alla
bocca e corse nella mia stanza con due paia di scarpe da
provare.
Mi voltai verso Aly e dissi: «Scusa,cosa stavi dicendo?».
«Quando l’hai saputo?» ripeté. «Da quanto tempo lo
sai? Quando te l’ha detto?»
Detto? Me l’aveva mai detto?
«Sbrigatevi, ragazzi» dice papà uscendo dal corridoio
mentre si allaccia l’orologio. Sono seduta sullo sgabello della
cucina e la mamma mi sta facendo la treccia. Liam è appoggiato al tavolo e legge un fumetto. O per lo meno finge
di farlo. Sento i suoi occhi su di me. È sempre lì che guarda,
guarda.
«Forza, Pat!»
«Ehi, un po’ di pazienza» fa mamma. «Non capisco
perché tutta questa fretta. Tanto non vinci mai niente».
«Ehi, io sono il numero uno» esclama papà portandosi
le braccia ai fianchi. Poi sorride e mi fa l’occhiolino. Lui
vince sempre, a qualsiasi cosa. E i premi li dà sempre a me.
Stiamo andando alla festa della scuola, che di solito è una
cosa divertente. Per me e papà. Liam è in prima media e
pensa che sia una cosa infantile. La mamma ci deve venire
perché tutte le mamme lo fanno. È una cosa da mamme.
Di solito papà rimane circa quattro ore al Tiro a Segno
con me, poi trascina Liam ai lanci di baseball. Lo scorso anno
301
Liam aveva buttato giù il bricco di latte al primo colpo vincendo un enorme panda di peluche, che lo supplicai in ginocchio di regalarmi. Sa essere un gran tirchio se vuole. Non
mi dà mai niente.
L’unica cosa che papà abbia mai vinto a quel gioco è
l’omaggio – una matita N.2 con su scritto Eagle Elementary. Doveva averne un cassetto pieno.
Papà guarda Liam e facendogli un cenno dice: «Quest’anno, figliolo, sarà un duello all’ultimo sangue fra gli
O’Neill. Solo uno dei due vincerà». Liam sorride con
sguardo furbesco.
«Ti faccio vedere io…» papà lo minaccia con un pugno
ma sorride. «Forza, ragazze» dice gettando poi in aria le
braccia. «Andiamoooooo».
Mamma mi sistema la treccia tirando un sospiro d’esasperazione. Liam ci accompagna all’ingresso e rimane lì con
le mani in tasca a guardarci mentre usciamo.
«Ci vediamo lì» dice. «Ho detto a Aly e Jessica che sarei
andato con loro».
«No» salta su mamma. «Tu vieni con noi. Non ti lascio
qui da solo. Andremo tutti e quattro insieme».
Quell’uscita di mamma mi lascia interdetta. Di solito è
papà quello che si lamenta del fatto che non facciamo mai
niente insieme. Del fatto che ognuno si fa gli affari propri,
concentrato solo sulla propria vita. È lui che ci tiene tanto
302
a vederci tutti intorno a un tavolo per colazione, ogni mattina. Dice che fa bene alla famiglia.
«Ma avevo promesso a Aly che sarei andato con lei»
disse Liam percorrendo il contorno di una mattonella col
piede.
«Non m’importa se hai promesso a Aly la luna…» risponde mamma.
«Pat» la interrompe papà. «Lascialo andare con la fidanzatina». Poi le mette un braccio intorno alla vita e la
spinge delicatamente verso la porta. Sulla soglia, vedo
mamma voltarsi e da sopra le spalle socchiudere gli occhi
con fare minaccioso in direzione di Liam.
Liam si allontana dalla sua vista e lo sento mormorare:
«Non è la mia fidanzata».
«Figliolo, all’una in punto. Ci vediamo ai lanci di baseball all’una. Ho già ricevuto delle scommesse su chi vincerà.
E ricorda di inchiavare la porta quando esci» gli urla papà
da fuori.
Percorriamo i dieci isolati che ci separano dalla scuola.
Ma mentre parcheggiamo, mi viene in mente una cosa.
«Mamma, abbiamo dimenticato le torte».
«Oh, cavolo. Jack…?»
«Dobbiamo proprio?» si lamenta papà.
La mamma si volta a guardarmi.
«Sei tu che ti sei offerta di prepararle» le ricordo.
303
Lei sospira. «Devo proprio tornare».
Papà brontola sottovoce, ma accende il motore e fa retromarcia. Quando arriviamo davanti al vialetto di casa,
la mamma chiede a me di andare dentro a prendere le torte
e mi allunga le chiavi.
Le due torte sono lì sul tavolo, dove le abbiamo lasciate.
Sono bellissime, anzi perfette. Ne prendo una per mano e
faccio per uscire, ma proprio quando raggiungo la porta,
un rumore che proviene dall’interno, attira la mia attenzione. C’è qualcuno.
Sento di nuovo quel rumore – qualcuno che canta. Proviene da in fondo al corridoio, dalla stanza di mamma e
papà. Poso le torte sul tavolo. E se ci fosse un ladro in casa?
Dovrei essere spaventata. Ma per qualche ragione, no ho
paura. Sono solo… curiosa.
La porta è socchiusa e io la spalanco del tutto. Il mio
sguardo si posa su una ragazza seduta nell’angolo di bellezza di mamma. Si sta mettendo il rossetto sul labbro inferiore. Ha lunghi capelli biondi e indossa una maglia
molto simile a quella di mamma, anzi è quella di mamma.
È il maglione di cashmere che le ha regalato papà la scorsa
settimana per il suo compleanno. Proviene della musica
dalla radio accesa nello studio – vecchi successi – e per un
attimo la ragazza smette di mettersi il rossetto e canticchia… “La prima volta che ho visto il tuo viso”.
304
Sono ipnotizzata. Quella ragazza, chiunque sia, è persa
nel suo mondo. Toglie il cappuccio del rossetto e si mette a
ridere, improvvisamente. Parla con lo specchio illuminato:
«Sì, lo so. Riesci a credere che lui le abbia detto così?» . Poi
fa schioccare la lingua e con un gesto della mano sposta una
ciocca di capelli dietro le spalle.
Allora io dico: «Ciao».
La ragazza sussulta e si volta.Si alza in piedi roveschiando
lo sgabellino su cui sedeva.Mi ci vuole un po’per realizzare chi
è e quando ci riesco, resto a bocca aperta.
«Regan». Il mio nome esce dalle sue labbra colorate
come un sussurro nel vento.
Mi scappa una risata ma cerco di soffocarla. Ho la sensazione che questo non sia uno scherzo. Sarà forse per
l’espressione di terrore che lei ha dipinta sul volto.
Restiamo a guardarci per un lungo istante. Nessuna di
noi due sa cosa fare. Faccio un passo indietro.
Liam si sporge in avanti. Non solo indossa il maglione di
mamma, ma anche le sue perle, le mie pantacalze nere e un
paio di sandali estivi, sempre di mamma. Non ho idea di
dove abbia preso la parrucca.
«Re’, ti prego» dice afferrandomi per il braccio mentre
sto per scappare via. «Non dire a mamma che mi hai trovato qui. E nemmeno a papà. Ti prego. Ti preeego». Mi
stringe forte. «Non dirlo a papà».
305
Mi rilasso all’istante, poi mi volto e le dico: «Non lo
farò».
Lei sorride, triste. «Non potrai mai dirlo a nessuno.
Mai».
La fisso dritta negli occhi – scavando nel profondo – poi
le chiedo: «Tu chi sei?».
Lei imitando un gesto di mamma, si passa la mano fra
i capelli e indugia all’altezza della nuca. Inclina la testa
verso sinistra, posando la guancia sul braccio e il gomito
sul seno. Sul… seno? Indossa un reggiseno.
«Sono Lia» dice abbassando lo sguardo verso il pavimento. «Lia Marie».
«Occheeei» dico io lentamente.
Poi solleva lo sguardo e aggiunge: «Sono una ragazza».
306
Capitolo 22
La porta della mia stanza si spalancò. Aly e io ci voltammo di scatto verso Luna che ne era appena uscita.
«Eccomi» disse.
Non fu un trauma per me, naturalmente. Mi girai a
guardare la reazione di Aly che la stava studiando da capo
a piedi. Che cosa vedeva in lei? Una ragazza in jeans e maglietta con le guance rosse, un po’per via del trucco, un po’
per l’imbarazzo. Ombretto azzurro. Lucidalabbra rosa
chiaro. Niente di esagerato o scioccante.Aveva raccolto la
parrucca in una coda, come Aly.
«Finiamo la partita» disse tornando al computer. Si sedette sul tappeto a gambe incrociate e aggiunse: «Mi pare
di ricordare che ti stessi facendo il mazzo. Oh sì. Mille
punti contro i tuoi dieci».
Il monitor si riaccese con un bip.
Aly si alzò e attraversò la stanza per andare lentamente
a sedersi sul pavimento. Afferò il joystick e se lo posò in
grembo.
307
«Se pensi che ti lascerò vincere solo perché sono una
ragazza, ti sbagli di grosso. Se c’è una persona che si appella all’uguaglianza fra i sessi, quella sono io» disse Luna.
«Ha, Ha» fece Aly.
Mi scoppiò il cuore dalla felicità. Lei aveva capito. Sarebbe andato tutto bene…
Poi d’un tratto Aly esclamò: «Oddio. Sai cosa? Avevo
promesso a mia madre di passare a prendere il latte di ritorno a casa. M starà aspettando». Recuperò lo zaino e la
borsa dal pavimento e si affrettò verso le scale.
Luna le gridò dietro: «Dopo mi scrivi?».
Le luci tremarono e si udì la porta sbattere.
Luna non cercò il mio sguardo. Con uno strano sorriso
sul viso, rimise i personaggi in posizione e fece fuoco col
bazooka. Il grido di Aly squarciò l’aria. Poi un altro. Un
altro. E un altro ancora.
Quando la raggiunsi di corsa sotto il portico,Aly stava
già facendo retromarcia sul vialetto. Con un gesto della
mano la supplicai di fermarsi ma i suoi occhi rimasero incollati allo specchietto retrovisore. «Aly, fermati!» la implorai, sbattendo il pugno sul parabrezza.
La sua 4Runner si arrestò di colpo. Le feci cenno di tirare giù il finestrino, che ci avrei messo solo un secondo.
«Non fargli questo, Aly. Lei ha bisogno di te».
Alyson mi penetrò con lo sguardo.
308
«Lei ha bisogno di me?»
«Senti, lo so che è strano, cioè non è che è strano, è solo
diverso. Ma ti ci abituerai».
«Perché non me l’hai detto?» Le tremava la voce dalla
rabbia. «Pensavo fossi mia amica».
«Lo sono. Aly…»
Mi spezzò la schiena con lo sguardo. Iniziai a piangere.
Aly spinse l’accelleratore e si allontanò sgommando.
Le ruote sollevarono terriccio e io rimasi lì, a mangiare la
sua polvere.
B
Il giorno dopo mentre andavo a scuola, mi stavo ancora chiedendo se avessi o meno tradito Aly.Avrei dovuto
davvero essere io a dirglielo? Avevo tradito la nostra amicizia? Era forse colpa mia se non riusciva ad accettare la
realtà? Ero stata sveglia tutta la notte a pensarci, come in
agonia. Quell’espressione sul viso di Luna quando Aly se
n’era andata…
Be’avevo avvertito Liam, no? L’avevo avvertito che Aly
l’avrebbe presa male. Non era ancora pronta e forse non
lo sarebbe mai stata.
Quando Aly se ne era andata, Liam si era chiuso in camera, a far cosa proprio non riuscivo a immaginarlo. Nei
suoi panni, mi sarei seppellita insieme allo scrigno delle
309
meraviglie e invece lui non pianse nemmeno. Non si
udiva nessun rumore provenire dalla sua stanza. Riuscii
solo a immaginarmelo disteso a pancia in su sopra quel
materasso spoglio, a fissare il soffitto, in attesa di morire.
Forse avrei potuto facilitare le cose – attutire il colpo,
preparando Aly. Avrei potuto darle degli indizi per aiutarla a digerire la notizia. Lei avrebbe potuto…
«Cosa?» dissi a voce alta. «Accettare che il ragazzo di
cui era innamorata da sempre, in realtà era una ragazza?»
Ma come si fa a farsene una ragione? Perché non l’aveva
capito da sola? Perché Liam non aveva capito che Aly vedeva in lui più di un amico o che almeno avrebbe voluto
che fosse più di questo? Forse l’aveva capito ma non aveva
saputo che farsene. Avrebbe dovuto dirglielo, tutto qui.
Non lasciare che fossi io a farlo al posto suo. Non lasciare
che fossi sempre io a fare tutto al posto suo.
B
A scuola. Di nuovo. Non riuscivo a decidere se odiassi
di più andare a scuola o stare a casa. Ora non sapevo più
dove rifugiarmi. Non avevo più un lavoro. Né amici.
Aprii l’armadietto e ne cadde qualcosa. La raccolsi. Era
una busta, indirizzata a me, della grandezza di una cartolina. Qualcuno doveva avermela infilata nell’armadietto
attraverso le fessure.
310
Aly? Mi si annodò lo stomaco. E se fosse stato un biglietto di minacce? Una volta ne aveva scritto uno a una
ragazza che l’aveva accusata di averle rubato dei soldi dal
portafoglio. Cosa che Aly non sarebbe mai stata capace di
fare. L’aveva chiamata “bugiarda patologica”.
Era questo ciò che pensava anche di me? Di Liam e di
me? Eravamo entrambi dei bugiardi ai suoi occhi?
Non potevo farcela. Non oggi. Avrei voluto solo sparire, per sempre. Facendo scivolare il biglietto in mezzo
alle pagine del libro di Chimica, raccolsi libri e quaderni
e mi avviai alla prima lezione del mattino.
B
Il primo esperimento di oggi riguardava la stechiometria. Grandioso. Non riuscivo nemmeno a dirlo. Lessi
le istruzioni: dovevamo mischiare liquidi e soldi, per determinarne la percentuale di composizione. Il test chiedeva di trovare la percentuale di tutti i componenti di un
Big Mac. Oh, mamma. Mi sarebbe sicuramente tornato
utile in futuro, quando sarei diventata una disadattata sociale al liceo.
Non riuscivo a ricavare l’equazione e la cosa mi faceva
impazzire. Bruchac creava questi problemi irrisolvibili apposta per mettermi in difficoltà. Mentre passava fra i
banchi a metterci ansia, mi guardai intorno furtiva per
311
vedere se qualcuno mi stesse guardando. Come se a qualcuno interessasse qualcosa di me. Tirai furoi il compito
di stechiometria di Liam dallo zaino e lo feci scivolare fra
le pagine del mio quaderno. Non fosse solo per il fatto che
mi stava rovinando la vita, Liam sarebbe stato il miglior
fratello del mondo. O sorella. Che dir si voglia.
Aprii il quaderno e diedi un’occhiata. Poi lo richiusi.
Non ci riuscivo, non riuscivo a barare così. Che soddisfazione c’era a prendere una A con un compito che non
avevo fatto io?
Mi feci quasi schifo da quanto ero santarellina.
Mancavano cinque minuti, quando Bruchac annunciò
«Ho corretto i vostri compiti. Se l’attesa vi sta uccidendo,
potete venire a ritirarli qui prima di uscire. Altrimenti,
guarderemo le risposte domani». Mi stava forse guardando male? Scuoteva la testa o avevo le allucinazioni?
I masochisti della classe si alzarono per andare a prenderlo, me compresa. Aspettai di essere uscita nel corridoio prima di guardare il voto.
Sul lato sinistro della pagina, fino in fondo, accanto a
ogni singolo problema, Bruchac aveva scarabocchiato in
rosso:“No. No. No”. In cima lessi: 25 punti.“Per averci provato” aveva scritto sotto e poi ancora “Perché non chiedi
a tuo fratello di aiutarti?”.
Al diavolo le mie remore da santarellina.
312
Copiare senza pietà, ecco cosa avrei fatto.
Mentre ributtavo il libro di Chimica dentro lo zaino, il
biglietto di Aly volò sul pavimento. Lo tirai su e studiai
un po’ la busta. Rilessi il mio nome su di essa: “Re Gun”.
Non me n’ero accorta la prima volta. Papà era l’unico a
chiamarmi così. Quello era il nomignolo della sua bambina. Come faceva Aly a saperlo?
Ops. Eravamo praticamente cresciute insieme. Doveva
averlo sentito un milione di volte.
Si ricordava questo, però non si ricordava del reggiseno di Liam? La capacità umana di rimuovere fatti spiacevoli non è da sottovalutare.
A dir la verità non volevo affatto sapere cosa Aly pensasse di me. Ma cos’è che pensava davvero di me, però?
Nemmeno il masochismo non è da sottovalutare.
Aprii la busta e ne estrassi il contenuto. In primo piano
sul biglietto c’era una foto della Terra vista dallo spazio.
La frase recitava: “L’amore fa girare…”. E continuava
dentro.
Aprii il biglietto. Niente. Di nuovo la Terra, ma questa
volta tutta bucata. Che cosa significava? Non era firmato.
Un attimo… sul retro c’era un lungo messaggio. “Cara
Regan” diceva.
“So che non vuoi più parlarmi e non ti biasimo per
questo. Io non ti merito…”.
313
Di chi era? Con lo sguardo scivolai in fondo alla pagina. “Chris”.
Chris? Chris non mi meritava? La scrittura era fitta,
frammentata. Lessi il resto: “Probabilmente a te non importa un bel niente, ma io ci terrei a farti le mie scuse di
persona. Ti andrebbe di incontrarmi in palestra prima
della sesta ora? Non succede nulla se salti Economia Domestica, tanto le ragazze sanno già cucinare”.
Mi venne da ridere.
“Se non verrai, lo capirò. Ti lascerò la borsa da Bruchac”.
La mia borsa! Era tornato indietro a recuperarla? Fin
laggiù? Che dolce. Che premuroso. Scusarsi… voleva scusarsi? E di cosa? Rilessi il biglietto, assorbendo ogni parola. Adoravo la sua scrittura. Aveva detto prima della
sesta ora… e la sesta ora era… adesso.
B
La palestra era divisa in due zone da una parete scorrevole. La metà in cui entrai io era a sua volta divisa in
due da una rete da pallavolo. Niente Chris. Non ero arrivata in tempo. Un’ondata di panico mi assalì. Ci aveva rinunciato. Mentre tornavo indietro per andare a dare
un’occhiata dall’altra parte, un rumore metallico, come di
qualcosa che grattava, che sbatteva, attirò la mia atten-
314
zione. Metallo contro legno. Mi voltai. Un bestia meccanica, con un’armatura completa di gambali, corazza e
casco, mi travolse.
Ecco il mio principe azzurro dall’armatura scintillante,
pensai. Che pensiero da idioti. Quell’armatura non scintillava affatto, anzi era annerita, piena di bozze, cadeva a
pezzi insomma.
La visiera si sollevò e apparvero gli occhi di Chris che
mi guardavano. «Figo, eh?» chiese.
All’improvviso capii perché indossava un’armatura –
per proteggersi da me. Faceva bene, perché ero pericolosa. «Chissà che caldo» dissi.
«Già. Se sudo ancora un po’, arrugginisco» disse levandosi il casco e passandosi una mano fra i capelli. Restammo lì impalati, in silenzio, a disagio. Poi esclamammo
all’unisono: «Mi dispiace».
Chris ridacchiò. «E di che cosa? Sono io quello che ha
rovinato tutto. Immagino ti abbiano rimproverato per essere tornata tardi e così hai deciso di non parlarmi più,
tanto per dirne una».
«Sono io che ti ho fatto prendere una bella sgridata»
dissi allora io. «Ti ho rotto il finestrino della macchina.
Ho rigato i tuoi CD e ti ho persino fatto prendere una
multa». Ti ho ferito, ma questo lo pensai solo.
«Tu non hai fatto niente, Regan. Finalmente mi trovo
315
da solo con la stupenda ragazza che cerco di portar fuori
da settimane. Lei accetta e la mia schifosissima macchina
cade in mille pezzi, poi la mia guida quasi le rompe l’osso
del collo. Ti ho fatto rischiare la vita guidando come un
pazzo. Ti ho rovinato i vestiti. Ti ho fatto beccare una sgridata. Sono un idiota. Un idiota e un incapace».
«No che non lo sei. È tutta colpa mia».
«No, non lo è».
«È anche mia».
Ci guardammo per un istante, poi scoppiamo a ridere.
Era una scena comica, un po’ patetica, ma comica. Che
bella sensazione. Ripensandoci, tutto quel disastro aveva
tanto l’aria di un banalissimo sketch comico. Stanlio e
Ollio.
Smettemmo di ridere, ma non di sorriderci. Quel sorriso mi scaldò il cuore. «Hai la mia borsa?» chiesi.
«Oh sì». Con un rumore di ferraglia fece un mezzo
giro su se stesso. «Da questa parte».
Lo seguii in fondo alla palestra. «Lo sapevi che qui ci
sono i camerini del teatro?» mi chiese da dietro a spalla.
«L’ho scoperto prima quando ti cercavo».
Mentre sollevava il casco e si abbassava per slacciarsi
i gambali, la stanza m’inghiottì. Era più grande di quanto
avessi immaginato. Non sapevo ci fossero dei camerini lì.
L’anno passato la compagnia teatrale aveva organizzato
316
un festival su Shakespeare e Liam,Aly e io avevamo comprato i biglietti per Romeo e Giulietta. Tra un atto e l’altro,
loro due erano andati a prendere qualcosa da mangiare e
io avevo seguito un paio di attori giù per il corridoio.
Erano spariti proprio in quella stanza.
I miei occhi iniziarono ad abituarsi alla luce più fioca.
C’erano costumi di scena, cappelli, parrucche e una lunghissima specchiera illuminata per il trucco. «Liam morirebbe di un colpo se vedesse questa stanza».
«Eh?» disse Chris materializzandosi al mio fianco.
Le mie guance avvamparono. «Niente». Taci, Regan.
«È bellissimo, vero?» disse afferrando un cappello a cilindro dallo scaffale e mettendoselo in testa. Poi si rimirò
nello specchio. Non ne potevo più di ragazzi e specchi.
Passai in rassegna la fila di costumi appesi, sfiorandoli
con le dita: seta, broccato, chiffon. La mia mano indugiò
su un vestito da sera.Verde smeraldo, senza spalline e col
cappuccio. Per un attimo mi immaginai con indosso quell’abito stupendo, danzare fino a mezzanotte in una sala
da ballo. No, non danzavo. Ero seduta sul trono a guardare gli altri danzare.Avrei danzato, se solo qualcuno me
l’avesse chiesto. Oppure avrei potuto trovarmi su un
palco, nei panni di Violetta, a cantare Sempre libera.
E io che credevo che fosse Luna la regina del dramma.
Un trambusto alle mie spalle mi riportò di colpo alla
317
realtà. «Non guardare» disse Chris, spiandomi da dietro
un paravento giapponese. «Oddio» disse sparendo di
nuovo. «Mi sta troppo bene».
Sorrisi avvolta dal calore di quel momento. Mi sentivo
così a mio agio con lui, così rilassata, piena di speranze
perfino. Come se finalmente quella fosse la volta buona.
In fondo alla fila di portabiti, c’era un angolo allestito con
un ombrello e accanto a esso una serie di armi: spade, fucili, lance. Tutte finte, naturalmente. Estrassi una spada
dalla guaina.Wow, com’era pesante. Non era certo fatta di
plastica. La impugnai fendetti l’aria. Suish. «In guardia»
dissi col fiatone. «Prendi questo» dissi facendola roteare
e fingendo di sferrargli un colpo. In quell’istante Chris
uscì da dietro il paravento e lo colpii alla spalla.
«O mio dio» dissi lasciando cadere la spada. «Stai
bene?» chiesi scavando fra i vestiti.
«Allontanati» mi disse. «Allontanati, per favore».
Obbedii. Inciampando all’indietro, sentii le braccia irrigidirsi sui fianchi e pensai, Regan, alla fine ci sei riuscita.
Gli hai inferto il colpo mortale.
Come se avesse vita propria, l’appendiabiti si raddrizzò
e il viso di Chris apparve fra l’abito da sera e una minigonna. «Dovremmo portare questo dramma sulle strade»
disse.
Per lo meno sorrideva.
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«Ta da!» I costumi si separarono e con un balzo apparve lui. «Che ne pensi? Mi sta bene, vero?»
Di colpo il mio cuore smise di battere.
Chris scostò dal viso una ciocca della parrucca bionda
che indossava e fece ruotare il bacino. «Perché non vieni
a trovarmi qualche volta» disse agitando i fianchi. Le
frange del suo vestitino da charleston ondeggiarono.
Mi girava la testa e avevo la nausea.
Dovevo uscire di lì.
«Regan, aspetta!» esclamò Chris alle mie spalle. «Dove
vai? Cos’ho fatto questa volta?»
Mi fermai di colpo e voltandomi lentamente. «Niente.
Non hai fatto niente. È colpa mia. Sono…» Come spiegarlo? Prigioniera di un universo parallelo? Sono stata
presa in ostaggio dalla mia stessa vita? Liam era ovunque,
ovunque mi girassi. Era il mio incubo vivente. Solo che
non c’era modo di svegliarsi.
Chris emise un lungo sospiro. «Eccoti una domanda
stupida: ma io ti piaccio almeno un po’?».
Se mi piaceva? No, non mi piaceva. Non pensavo a lui
ogni istante della mia giornata. Non avevo mai più richiamato alla mente la sensazione di quando mi aveva
preso per mano, tenendomi così stretta a sé da poter sentire il suo odore, il suo calore, da respirare la sua stessa
aria. Non mi ricordavo delle sue braccia intorno a me, né
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di quanto mi sentissi al sicuro con lui, mi sentissi speciale,
desiderata.
Il mio sguardo incontrò il suo.
Mi studiava il volto, in cerca di una risposta, ma io non
riuscivo a dirlo, non ne avevo il coraggio. «Solo una volta»
disse «vorrei che mi lasciassi entrare nella tua testa».
Risi un po’. «Fidati, tu non vuoi entrarci».
Scoppiò a ridere. E io con lui. Quella risata mi sollevò
in alto, in aria. Il sollievo, il senso di leggerezza che
provai… furono come un raggio di sole che penetrava in
una stanza rimasta al buio per troppo tempo.
Chris incrociò le braccia, poi le abbandonò di nuovo
sui fianchi, a disagio in quei panni. «Possiamo ricominciare?» chiesi. «Ricominciare tutto da zero? Fingere di incontrarci per la prima volta. I nostri sguardi che s’incrociano in in una stanza affollata…»
«In un laboratorio di Chimica» dissi io.
«Ok» disse alzando le sopracciglia.
E questa da dove mi era uscita?
«Il cuore ci batte forte» disse.
«Sentiamo l’attrazione». Ma perché non tacevo?
«Giusto» concordò. «L’attrazione. Poi io dico “ciao”».
«Quanto sei alto?» continuai io. Oddio. Si poteva essere più idioti di così? «Anzi no. Io rispondo “ciao”».
«Ti va di uscire con me? Prometto che ti porterò in un
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posto sicuro, non a uno schifo di rave. E ti riporterò a casa
in orario. Consegna a domicilio garantita». Restò in silenzio, in attesa. In attesa di cosa? Mi stava chiedendo di
uscire? Sul serio? Lo scherzo era terminato? Fra di noi
c’era senza dubbio intesa. Ne eravamo entrambi consapevoli, così come eravamo consapevoli che la cosa potesse
funzionare. Lo volevo, come non avevo mai voluto nient’altro in vita mia ma potevo farlo? Avrei dovuto?
«Io dico…“ok”». Fu come tuffarsi di testa da una scogliera in un mare senza fondo. Paura dell’ignoto, dell’inesplorato. Ero nervosa, carica d’ansia ma, più di ogni altra
cosa, temevo di rovinare tutto di nuovo.
La campanella suonò strappandoci alla nostra favola.
Dalla palestra proveniva un rumore di passi che si affrettavano verso l’uscita e Chris esclamò: «Cavolo! Devo togliermi questi vestiti di dosso». Poi si tirò via la parrucca.
«Ho gli allenamenti fra cinque minuti». Tornò a nascondersi dietro il paravento giapponese e, facendo capolino
da sopra, mi chiese: «Venerdì va bene?».
«Mmm, sì». Bene per cosa? «Venerdì è perfetto».
Sparì ancora lì dietro dicendo: «Allora ti chiamo».
Con fare disinvolto mi diressi verso la porta, poi iniziai
a correre. Morivo dalla voglia di urlare con quanta voce
avevo in corpo: “Io gli piaccio! Piaccio a Chris Garazzo”.
Mentre oltreppassavo la mensa senza che i miei piedi
321
toccassero terra, come in un sogno confuso a bordo di un
tappeto volante, scorsi due figure accanto alle scale che
davano sul lato sud dell’edificio.
Udii una voce gracchiare: «Pervertito schifoso».
Mi fermai di colpo. Conoscevo quella voce. Hoyt
Doucet.
«Schifoso frocio pervertito».
Allora mi voltai e vidi Hoyt che colpiva Luna sulla
spalla, facendola sbattere contro la ringhiera.
Luna? Che ci faceva qui?
«Pervertito di merda!» gracchiò di nuovo Hoyt a voce
così alta da attirare l’attenzione d’un paio di ragazze che
stavano scendendo le scale. Hoyt la colpì di nuovo sulla
spalla e urlò: «Sei un pervertito. L’ho sempre saputo».
«Oh, non fare così» rispose Luna in tono calmo.
«Fare cosa? Questo?» rispose l’altro, poi sollevò un
braccio e gli tirò via la parrucca, strappandogli le ciocche
rimaste impigliate nelle mollette.
Le ragazze che assistevano alla scena si guardarono e
si misero a ridacchiare, sparendo giù per le scale. La loro
risata mi rimbomba ancora nelle orecchie.
Le classi si svuotarono, mentre il corridoio si riempì
di gente che cercava di capire cosa stesse succedendo tra
Hoyt e Luna. Sopra le teste degli spettatori, gli occhi di
Luna trovarono i miei. Socchiuse la bocca per dire…
322
«Regan, ehi. Hai dimenticato la tua borsa».
Mi voltai di scatto e vidi Chris che si faceva largo per
raggiungermi. Sorrideva ma il suo sguardo scivolò in direzione della folla che si accalcava sulle scale e il sorriso
svanì.
«Grazie» dissi prendendogli la borsa da sotto il maglione, là dove l’aveva nascosta, in maniera così spontanea. Non voleva che lo vedessero in giro con una borsetta da donna. «Ho dimenticato di darti una cosa» dissi.
Lo afferrai per il braccio e lo feci girare poi studiai il corridoio e il mio sguardo si soffermò sulla parola USCITA.
«Andiamo fuori» dissi e lo tirai per il maglione fin
quasi a strapparglielo.
La porta si richiuse pesantemente dietro di noi. Mi abbandonai contro la parete per riprendere fiato e placare la
nausea che mi era arrivata ormai alla bocca dello stomaco.
Anche Cris aveva il fiatone. L’avevo fatto correre fino
in fondo al corridoio ma non era lontano abbastanza. Non
era mai abbastanza. Aprii la borsa e tirai fuori il plico di
fogli. Glielo porsi.
«Ecco, tieni. Lo puoi usare l’anno prossimo». Poi mi
scostai dal muro e feci per andarmene.
«Aspetta» mi chiamò. «Regan. Ho dimenticato di dirti
che c’è una sorpresa per te nella borsa».
Dovevo andarmene assolutamente. Dovevo mettere
323
più distanza possibile fra me e la scuola, fra me e Chris, fra
me e Luna…
Lui l’aveva vista.
«Qual è l’orario migliore per chiamarti?» la sua voce,
come un grido, mise fine al ronzio che mi tormentava le
orecchie, al boato che avevo dentro.
Mai. Non esisteva un orario migliore di un altro.
Capitolo 23
«Come hai potuto!» gridai. «Come hai potuto farmi
una cosa simile?»
Le parole rimbombarono nella stanza e dentro le mie
orecchie. Come hai potuto, Luna?
Come aveva potuto farsi vedere a scuola? La gente sapeva che eravamo fratelli. Chris lo sapeva. Da quel momento io e Liam eravamo diventati una cosa sola. Io e
Luna. Tutti avrebbero parlato di me come Regan, quella
col fratello trans. Non ci saremmo separati mai più. Non
avrei mai più avuto una vita mia.
O peggio, avrebbero pensato che ero come lui. Come
lei. Diversi. Io non volevo essere diversa. Volevo essere
come tutti gli altri.Volevo essere accettata, amata, desiderata per ciò che ero.
Ma chi ero io? Non lo sapevo nemmeno.
Conoscevo Luna meglio di quanto conoscessi me
stessa. Sapevo ciò desiderava ed erano comprensione,
amore, proprio come me.
324
325
Doveva rendersi conto, però, che le conseguenze della
sua transizione non sarebbero ricadute solo su di lei. Tutti
quelli che le ruotavano intorno ne sarebbe stati travolti.
Mi feriva vedere come la guardava la gente, indicandola,
ridendole dietro. E se avessero riso di me? O fatto battute?
Lei sarebbe diventata il loro argomento preferito. Ed io
con lei. E se Chris avesse riso di me? Se mi avesse visto
sotto una luce diversa adesso?
Non potevo sopportarlo. La natura di mio fratello
m’imbarazzava. Mi umiliava. Mi tradiva. Perché l’aveva
fatto?
Mi aveva tradito.
Udii una voce nella mia testa dire: “Sul serio? Chi ha
tradito chi?”. Taci. Che importava ormai? Era Liam quello
che pensa sempre e solo a se stesso, era Luna.
La stessa voce mi chiese: “Cosa ha a che fare la transizione di Liam con te?”.
Tutto. Mi metteva a disagio. Lui, lei mi imbarazzava.
“T’imbarazza” ribattè la voce dentro di me. “Lei è là
fuori in prima linea e sei tu quella che s’imbarazza? L’hai
abbandonata nel momento del bisogno. L’hai lasciata lì
con Hoyt”.
Rimasi per un istante in piedi davanti allo specchio.
Mi osservai da cima a fondo, osservai ciò che era fuori e
ciò che avevo dentro. Non vidi niente. Facevo pena.
326
Io, imbarazzata? Avevo lasciato Luna nelle mani sudicie di Hoyt. L’avevo lasciata nel momento del pericolo.
Come avevo potuto fare una cosa simile a mio fratello, sorella? L’avevo abbandonata nel momento in cui aveva
avuto più bisogno di me.
Un’ombra calò su di me. «Traditrice» dissi ad alta voce.
«Ipocrita». Poi mi cedettero le ginocchia e caddi a terra.
«Codarda».
Sì, ero una traditrice. E una codarda.Aveva bisogno di
me e io l’avevo lasciata lì. Lei aveva messo la sua vita fra
le mie mani.
Che genere di persona dovevo mai essere per averle
fatto una cosa simile? Lei mi adorava. Che sorella ero?
Che amica? Che genere d’essere umano? Le avevo promesso – l’avevo promesso a me stessa – che l’avrei sempre
protetta. Poi, proprio nel momento in cui era più vulnerabile, l’avevo abbandonata.
Avevo fallito.
Ero una persona meschina. Mi vergognai. Mi sentii
mancare le forze. Avevo ceduto alla paura. La mia reputazione era più importante di mio fratello. Ma quale reputazione? Io non ne avevo una.
Mi spaventava, tutta questa storia della transizione.
Ogni volta che si mostrava in pubblico, ero spaventata a
morte di cosa la gente avrebbe potuto dire o fare. Della
327
reazione di Hoyt. Di persone come lui. E se se la fossero
presa anche con me? Tutta quella ignoranza, quell’odio.
Non riuscivo ad affrontarlo. E chi poteva riuscirci? Non
possedevo la forza, il coraggio, la determinazione necessari per farlo.
“No” disse ancora quella voce.“No! La tua paura ha un
senso. Chiunque sarebbe spaventato al posto tuo. Sei una
persona. Un essere umano. Sì, hai pensato prima a te
stessa e sei scappata. Ma se fossi accorsa in suo aiuto, non
le avresti fatto del bene”.
Era vero. Nulla sarebbe cambiato, se fossi corsa ogni
volta a salvarla. Ma qualcosa doveva per forza cambiare
prima o poi. Non si poteva andare avanti così. Ci stavamo
facendo del male a vicenda.
L’ultimo sguardo di Luna si cristallizzò davanti ai miei
occhi. Aiutami, Re’, mi aveva supplicato.
No, era stata la mia risposta. Non lo farò.
E in quell’istante, mentre realizzava che non l’avrei aiutata, aveva guardato in faccia la realtà. Sua sorella era una
codarda.
Ora lo sapeva, sapeva di essere completamente sola al
mondo.
Lentamente le lacrime iniziarono a scendere fino a diventare un fiume in piena. Non si sarebbero più fermate.
Mai più.
328
Piangevo per lei.
Piangevo per me.
Piangevo per un mondo che non le avrebbe mai permesso di essere ciò che era.
B
Non ricordavo di essermi messa a letto, né di aver
chiuso gli occhi e di essermi addormentata, ma all’improvviso Luna era lì, che saltellava sul mio materasso.
Schiacciami, pensai. Seppellisci le mie misere ossa. Un
tomba senza nome, a cui nessuno avrebbe fatto visita.
I suoi capelli mi coprirono il viso. «Grazie» mi disse
all’orecchio. Così però era crudele. Soffocai un singhiozzo.
«Che c’è?» disse e mi scavalcò per scendere dal letto.
«Re’?» disse dolcemente.
«Mi dispiace». La mia voce era roca. Mi dispiace, fu
tutto ciò che riuscii a dire. Parole vuote. Mi sentivo così
confusa, non riuscivo a fare ordine fra i miei sentimenti.
Amavo mio fratello, ma odiavo la sua transizione.
«Hai fatto ciò che dovevi» disse lei.
No, non era vero. Potevo scegliere. «Non avrei mai voluto lasciarti lì con Hoyt. Non volevo».
«Lo so.Mi dispiace di averti messo in questa situazione.
Non pensavo di trovarti lì dopo scuola, non ci ho pensato.
Sono stato un egoista. Ho preteso troppo da te…»
329
«No».
«E invece sì» insistette, stringendomi il braccio. «Sì,
Re’. Io me ne sto sempre qui a piangere sulla tua spalla, a
chiederti consigli, a rubare il tuo tempo. Non è giusto. Per
tutti questi anni, non mi sono comportata bene con te»
disse accovacciandosi. «Sono stata così egocentrica, così
concentrata su me stessa da non considerare i tuoi sentimenti. Mi sono appoggiata a te completamente. Dipendevo da te».
No,volevo ribattere ancora.Volevo dirle che ero sua sorella e che poteva contare su di me. Doveva. Ma non riuscivo a trovare le parole.Non riuscivo a farle uscire.«Perché
sei venuta a scuola?» le chiesi. «Perché dovevi farlo?»
Lei abbassò lo sguardo. «L’hai appena detto: io dovevo
farlo. Dovevo mettermi alla prova per vedere se sapevo
cavarmela. Avevo bisogno di sapere che ne avrei avuto il
coraggio, che avrei potuto farlo ogni giorno».
L’avrebbe fatto ogni giorno? Non avrei mai più avuto
una vita mia. Lei non capiva, ciò che provavo non aveva
nessun valore per lei.
Luna allungò una mano e accarezzandomi, mi scostò
i capelli dal viso. Mi ritrassi. «Mi dispiace se ti ho ferito»
disse, calma «o umiliato davanti a Chris. Ho fatto solo ciò
che andava fatto. È questione di vita o di morte per me, Re’.
Se non affronto la transizione, io non voglio più vivere».
330
Sbiancai. Come poteva dire una cosa simile? Non diceva sul serio.
I nostri sguardi si incrociarono e la comprensione
iniziò a scorrere come un ruscello fra me e lei. Una comprensione totale.
Vita o morte.
Avevo capito. Finalmente avevo capito. Dovevo lasciare che cambiasse anche me. Era necessario perché riuscissi ad accettare Luna davvero, a sostenerla, a vedere in
lei una persona reale.
«Ti ha fatto male, Hoyt?» le chiesi.
Luna sbuffò irritata. «Chi, quel coglione? No, sono sopravvissuta» disse stringedomi il braccio. «È questo che
sto cercando di dirti, Re’. Sono sopravvissuta. Sono ancora
qui. Da oggi so di potercela fare. Io voglio vivere. Io posso
vivere. Sei stata tu. Sei stata tu ad aiutarmi a camminare
sui miei piedi ed è ciò che dovrò fare d’ora in poi».
Le lacrime ripresero a scorrere. Non volevo che facesse
tutto da sola. Odiavo il fatto che dovesse lottare, combattere una guerra contro se stessa, contro di me, contro il
mondo. E questo era solo l’inizio.
Luna si alzò e attraversò la mia stanza fino allo specchio. Tirandosi via la maglietta argentata che indossava,
si guardò la spalla sinistra, sotto la spallina del reggiseno.
«Mmm, carino» disse. «Mi verrà un bel livido. Credi che
331
basterà un po’ di fondotinta per coprirlo?» chiese mostrandomelo.
Era un amtoma terribile, grande quanto un pugno.
Hoyt le aveva lasciato la sua firma. Speravo fosse fiero di
sé, di aver picchiato una ragazza.
Luna stava per affrontare la transizione, pensai, ma
non era sola al mondo.
Scalciando via le coperte le dissi: «Va a prendere i
trucchi e riporta le tue cose qui. Lo nasconderemo così
bene che nessuno se ne accorgerà».
B
Lo specchio aveva una grossa crepa nel mezzo. Dovetti
abbassare la testa per guardarmi mentre mi facevo la
treccia.Avevo avuti i capelli più lunghi ma non mi facevo
la treccia da così tanti anni che mi ero scordata come si facesse…
Liam posò le mani sulle mie. «Lascia» disse.
Lo lasciai sistemare il casino che avevo combinato.
Mi sorrise nello specchio. Un lato del suo viso era più
sollevato dell’altro, come se fosse diviso a metà. Dietro di
lui, accanto alla porta, notai il suo cappotto. Un brivido di
paura mi attraversò.
Come se mi avesse letto nel pensiero, Liam disse: «Non
preoccuparti, non ho più intenzione di vestirmi da donna
332
per andare a scuola. Mi basta sapere che posso farlo. Sai,
non è che muoia dalla voglia di essere picchiato a sangue
ogni giorno. Ti accompagno se vuoi».
Una sensazione di sollievo mi invase, ma odiavo sentirmi così.Volevo che fosse se stessa e che sapesse che poteva contare su di me. Non volevo che m’importasse così
tanto di me stessa.
Liam mi mise l’elastico in fondo alla treccia e aggiunse
«Vado al centro commerciale a comprarmi un regalo di
compleanno. Ti serve niente? Ehi, hai ritrovato la tua
scarpa».
Seguii il suo sguardo e mi guardai i piedi. «Sì». Non
riuscii a nascondere un sorriso. «L’ha ritrovata Chris».
L’aveva lavata e messa in fondo alla borsa. Nella scarpa
avevo trovato un minuscolo carillon che suonava Stella,
Stellina. Ma quanto era dolce?
Liam fece su e giù con le sopraciglia. «È una marcia
nuziale quella che sentono le mie orecchie?»
«Ma smettila» esclamai spingendolo fuori dal bagno.
Chiusi la porta con un gigantesco sorriso sulle labbra.
Mentre mi dirigevo verso la mensa, Alyson mi si materializzò davanti. «Potresti dare questo a Liam?» disse,
porgendomi un regalo. «O Luna, dipende da chi ha deciso d’essere oggi».
333
Chissà se aveva saputo di ieri… Una notizia come
quella non poteva non diffondersi come un’epidemia. Mi
aspettavo che il peggio accadesse da un momento all’altro,
ma fino a quel momento nulla. Non era semplice capire se
la gente mi stesse evitando.
Il regalo era avvolto in una carta dei Rugrats. Sollevai
lo sguardo verso Aly. Non aveva un bell’aspetto.Aveva gli
occhi rossi e cerchiati di nero. «È colonia» disse con tono
piatto. «Digli che avrei comprato del profumo se l’avessi
saputo prima. Se vuole può cambiarlo» concluse sbattendoci sopra lo scontrino e se ne andò.
«Aly» esclamai correndole dietro. Lei camminava spedita e la raggiunsi solo a metà corridoio. L’afferrai per un
braccio. «Volevo dirti solo una cosa».
Lei si voltò e m’inchiodò con lo sguardo.
Una banda di ragazzi rumorosi ci passò davanti, ridendo e scherzando. Aspettammo che si allontanassero.
«Lui è sempre la persona che conosci. Solo che è più felice
come ragazza» dissi a bassa voce.
Lei fece per aprire la bocca, poi la richiuse. Scosse la
testa guardando il soffitto. «Sono io che non sono più la
stessa. E io cosa dovrei essere allora? Un lesbica? Non
penso proprio» disse e si allontanò in fretta da me.
«Se l’amassi davvero, non farebbe nessuna differenza»
le urlai dietro.
334
La vidi abbassare la testa e infilarsi nel primo bagno
che incontrava. Colpo basso, Regan, mi rimproverai.
Come ti sentiresti adesso nei suoi panni? Ero la regina del
tatto. Avrei voluto andare da lei, ma non c’era più nulla
che potessi dirle. E non potevo sopportare di vederla
piangere. Mi ricadde lo sguardo sulla scatolina che tenevo
fra le mani. O meglio, sullo scontrino. Wow. Aveva speso
sessantacinque dollari per quel regalo. Ecco un’altra cosa
che non avevo mai rivelato a Aly – tutta quella colonia,
ogni anno Liam la versava nel cesso.
Sessantacinque dollari. Sabato era il suo compleanno
e ancora non gli avevo comprato nulla.
Mmm.Avrei potuto cambiare la colonia con una confezione di Passion, pensai, il profumo preferito di Luna.
Avrei potuto dirle che era da parte di Aly, il suo modo per
dirle che stava iniziando a entrare nell’ottica.
No, scoprire che non era vero non avrebbe fatto altro
che ferirla nuovamente. Non aveva bisogno di altro dolore. Né di altre bugie. Gli avrei dato il profumo come
fosse un mio regalo, anche se Luna ne aveva già litri e litri
nel suo scrigno.
B
Quella sera Chris chiamò. Panico. Disse che mi aveva
cercato tutto il giorno, che mi aveva aspettato all’arma-
335
dietto prima e dopo la scuola ma che non ero mai apparsa.
Un brivido di eccitazione mi percorse. Mi aveva davvero
aspettata?
«Stai cercando di darmi buca… un’altra volta?» chiese.
«No, certo che no».
Era quello che stavo facendo? Forse. Be’, in effetti. Sì.
Lui avrebbe visto Luna.
Chissà quale sarebbe stata la sua reazione. Non mi
avrebbe più guardato nello stesso modo.Avrebbe pensato
che Liam fosse un tipo strano.
«Eri assente?» chiese Chris. «Non è che stai male,
vero?» La sua voce aveva un tono preoccupato. Era preoccupato per me.
«No» risposi sorridendo fra me. «Non sono andata all’armadietto stamattina e nemmeno dopo scuola». Non
l’avevo fatto per paura di cosa avrei potuto trovarci. Messaggi. Minacce. Cloni di Hoyt. «Sono uscita subito dopo
la lezione per andare a comprare un regalo per il compleanno di mio fratello». Chris rimase in silenzio.
Ecco, stava per chiedermelo o per fare una battuta?
Non parlava. Era ancora lì? «Pronto?»
«Mmm, allora» riprese Chris schiarendosi la voce
«dove li hai presi quei fogli di Chimica?»
Buttai fuori l’aria che avevo trattenuto nei polmoni e
risposi: «Non chiedermelo».
336
«Non li vuoi più o te ne sei già fatta una copia?»
«No. Ho solo deciso che non me ne può fregare di
meno. Fanculo Bruchac. Ripeterò Chimica l’anno prossimo, tutto qui. Magari farò Genetica. Dicono che le
donne se la cavano bene quanto a riproduzione».
Chris scoppiò a ridere e rise così tanto che fece ridere
anche me, allentando la tensione. Poi disse «C’è un piccolo problema per venerdì».
Mi si fermò il cuore.
Lo sapevo. Era finita. Non poteva farcela.
«Mamma ha le prove generali della cena e vuole che
ci andiamo anche io e Pam».
Bella scusa. Chissà quanto ci aveva pensato.
«Regan?»
«Ah… sì… non c’è problema» mi affrettai a rispondere. Cataclisma. Avevo solo voglia di riattaccare e implodere.
«Che ne dici se facciamo sabato?» chiese. «Mi dispiace
dirtelo così, all’ultimo minuto… probabilmente hai già
altri programmi…»
Mi girava la testa. Programmi? Che programmi?
«Ok» dissi.
«Sì? Ok allora, grandioso» Sembrava felice, sollevato.
Ma mai quanto me.
«A che ora posso venire a prenderti?» chiese. «Pensavo
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che magari potremmo andare al cinema. E mangiare una
cosa prima».
Mangiare? Cioè maneggiare posate? «Fidati, tu non
vuoi starmi vicino mentre tengo in mano un coltello».
«Correrò il rischio» disse e sentii che stava sorridendo.
«Non ho paura di te. Ricorda, io ho l’armatura».
«Non che ti abbia protetto granché l’ultima volta. Fossi
in te, io avrei paura» carcai di avvertirlo. «Molta paura».
Lui rise di nuovo. E io con lui. Continuammo così per
tipo due ore.A dire cose stupide e a ridere. Chris non disse
nulla di Liam e io nemmeno. L’argomento non saltò mai
fuori. Non era il momento giusto… e quando lo sarebbe
stato allora?
Sapevo qual era la risposta. Avrei finto il più a lungo
possibile che non avesse la minima importanza.
338
Capitolo 24
Liam era ancora in doccia quando sabato mattina mi
affacciai dalla porta della mia stanza. Bene. Avrei potuto
sgattaiolare in camera sua e lasciargli il regalo sul letto.
Meglio di no. Avevo cambiato idea sul suo regalo. Il
nuovo pacchetto era piccolo, avrebbe potuto sedercisi
sopra senza accorgersene.
Glielo lasciai sullo scrigno delle meraviglie, insieme a
un bigliettino indirizzato a una certa“Luna-tica”. Non poteva non vederlo.
Mamma era in crisi quando salii su. Codice blu.
«Che significa che l’hanno già prenotato? Non possono farlo!» gridò al telefono, facendomi esplodere i timpani. Anche papà posò il giornale sul tavolo e la guardò
sbuffando. «Be’, chi prima arriva meglio alloggia. Cosa?»
Rimase un po’ in ascolto in affanno. «Merda, Andy! Mi
stai dicendo che dovremmo cercare un altro posto per il
ricevimento a due settimane dal matrimonio?»
Oddio, prenditi un altro Valium, pensai.
339
Una scatola di cereali giaceva aperta sul ripiano della
cucina. Mi servii. Ecco la colazione ufficiale dei compleanni da quando mamma aveva smesso di fare le torte.
«Chi è che si è preso un’intossicazione alimentare con
il nostro servizio di catering?» esclamò mamma in iperventilazione. «Oh, mio dio».
Intossicazione alimentare?
Rimisi giù la scatola di cereali. Tanto avevo già lo stomaco sottosopra. Otto ore all’appuntamento con Chris.
Che cosa mi sarei messa? Avevo già passato in rassegna
tutti i miei vestiti, per due volte, quelli nell’armadio e per
tre volte quelli sul pavimento ma non avevo trovato niente
che andasse bene per l’occasione. Avevo bisogno della
consulenza di Liam.
Mamma era ancora lì che sbraitava, mentre l’ispettore
sanitario faceva chiudere il suo catering per avvelenamento. La porta del seminterrato di colpo si aprì e apparve mio fratello. O meglio… mia sorella. «Buongiorno»
disse Luna dirigendosi in cucina. Papà era di spalle, ma
mamma la vide e tenendo gli occhi fissi su di lei esclamò:
«Andy, no, pasta e fagioli no!». Poi ruotò sulla sedia dandoci le spalle.
Luna si scelse una ciambellina al limone e venne a sedersi al tavolo. Aveva addosso vestiti nuovi – una minigonna di jeans e una maglia gialla. Aveva scelto la par-
340
rucca castana coi ricci. Si appollaiò sul suo sgabello e
iniziò a canticchiare: «Tanti auguri a me».
Era una scena surreale. Cercai di reprimere il panico
che mi stava assalendo. Ovviamente quello doveva essere
il secondo passo verso la transizione. Prima o poi
l’avrebbe fatto. Sì ma…
Incrociò il mio sguardo e mi fece l’occhiolino.
Sul suo volto si mescolavano forza, sicurezza e paura.
Anzi no, terrore.
«Buon compleanno, Luna» dissi, sollevando il bicchiere di succo d’arancio alla sua salute.
«Grazie» rispose facendo lo stesso col suo latte.
D’un tratto papà se ne rese conto, si voltò ed esclamò:
«Ma che diavolo…»
«Contatta Ellen Rosenberg e dille che abbiamo un problema. Spiegale la situazione. Anzi no, meglio, lo farò io.
Tu inizia a chiamare gli hotel, le ville e tutti quei posti che
non abbiamo mai chiamato e vedi se ce n’è uno disponibile. Poi richiamami». Mamma riattaccò, poi sospirò e
venne verso di noi. Luna attirò la sua attenzione e lei iniziò
a fissarla, ma il suo sguardo era assente, come quando fissi
un oggetto ma non lo vedi davvero, perché la tua testa è
altrove. Luna le sorrise. In maniera impercettibile, ma
mamma scosse la testa da parte a parte. Poi abbassò lo
sguardo e aprì l’agenda sul tavolo.
341
«E questo cosa sarebbe? Una specie di messinscena per
l’ultimo anno? Avete intenzione di fare uno spettacolo?»
disse papà.
Luna si leccò le labbra color lampone. Poi con le mani
sul grembo, rispose «Papà, io sono un transessuale».
Mi tolse il respiro. Non le avevo mai sentito pronunciare quella parola. Diceva sempre transgender. TG o
trans. La parola“transessuale” spostava le cose su un altro
piano. Erauna specie di dichiarazione ufficiale.
Poi aggiunse: «Vorrei cambiare il mio nome in Luna,
col tuo permesso. E anche il tuo, mamma» rivolgendosi
alla presenza dall’altra parte del tavolo. Ma che aveva
mamma? Poi di nuovo, rivolto a papà: «È il nome che rapprensenta chi sono davvero».
Per tutta risposta, mamma iniziò a parlare da sola. «Intossicazione alimentare? È forse colpa mia?»
Papà buttò indietro la testa scoppiando a ridere.
Luna mi guardò e morì dentro.
«Buona questa» esclamò papà poi si allungò e diede a
Luna una pacca sulla spalla. «Ci ero quasi cascato».
«No» disse Luna penetrandolo con lo sguardo.
«Questo è ciò che sono e sono sempre stato».
Silenzio.
L’atmosfera nella stanza mutò di colpo e il viso di papà
si fece serio, severo. Mamma voltò pagina.
342
Poi papà si girò di scatto e urlò con un dito puntato
verso di me: «Mi hai mentito! Hai detto che non era gay».
«Ma perché è sempre colpa mia?» gridai. «Prima Aly,
adesso tu…»
«Che ha detto Aly?» mi interruppe Luna con sguardo
speranzoso.
Io m’irrigidii. «Niente. Lascia stare».
Luna sbattè le palpebre due volte ed emise un sospiro.
«Lascia stare, Regan» disse a papà. «Questo non ha nulla
a che vedere con lei». Poi premendosi una mano sul petto:
«È di me che si tratta, papà. Di me».
E papà capì… cos’era quell’espressione? Rifiuto, repulsione? «Che. Cosa. Sei. Tu». Il tono della sua voce mi fece
rimpicciolire sulla sedia.
Luna deglutì a fatica. «Come ti ho già detto, sono un
transessuale. TS, se preferisci. Dovevo essere una ragazza,
e lo sono, ma sono nato nel corpo sbagliato. Una sorta di
anomalia che mi porto dietro dalla nascita».
«Una che?» gridò papà.
«Niente» mormorò Luna. Poi sollevò la ciambellina e
se la portò alla bocca. Le tremavano le mani, mentre le
dava un morso. Masticò, masticò e masticò ancora. Una
bricciola le si fermò sul labbro superiore.
Fu allora che papà si trasformò.
In cosa, non saprei dire.
343
La sua faccia, il suo corpo sembrarono espandersi,
contorcersi.
Il cellulare di mamma suonò e lei lo afferrò per rispondere. «No, Andy, non va bene. Non c’è accesso ai disabili alla Burnham-Grant». Si alzò e uscì per dirigersi in
camera da letto.
Se ne andò e basta. Ma cos’era, cieca o sorda?
«Mamma!» esclamai.
Luna si voltò e mi chiese: «Mi passi un tovagliolo per
favore?».
Sollevai il portatovaglioli e glielo passai. Lei mi sorrise
debolmente. «Grazie».
«Tu sei malato. Sei proprio malato» ringhiò papà a
denti stretti.
Luna posò la ciambellina e si pulì la punta delle dita,
poi spinse indietro lo sgabello e rispose calma «Ora esco.
Ho un appuntamento per la manicure».
«Vuoi che venga con te?» mi affrettai a dire.
Luna mi guardò. Risposta: certo che lo voglio.
Appoggiai le mani sul tavolo e feci per alzarmi, ma
papà ci gridò contro: «Dove pensate di andare? Seduti!».
Si alzò di colpo e si mise davanti a Luna che era già sulla
soglia con le chiavi della macchina appena recuperate
dalla borsetta in mano.
Papà era impalato davanti alla porta. «Non uscirai da
344
questa casa vestito così. Sembri un… pagliaccio. Va’ di
sotto e cambiati».
Luna stava per andare in mille pezzi. «No. Io sono così.
È questo che voglio essere per il resto della mia vita».
«Non in casa mia. Non se posso impedirtelo» esclamò
papà, le dita che si serravano in un pugno.
Rovesciai la sedia, mentre mi alzavo di corsa per mettermi fra di loro, e udii me stessa urlare: «No, papà! Fermati».
Papà sollevò il braccio sinistro e mi tenne lontana con
la mano. Non mi toccava neanche ma la forza di quel
gesto mi colpì il petto come un mattone e rimasi senza
fiato. «Resta dove sei, Regan. Questa è una cosa fra me e
Liam».
«Luna» lo corresse lei.
Papà serrò ancora di più i pugni. Aveva le nocche
bianche, il gomito all’indietro e gli tremava il braccio.
Non riuscivo a muovermi, né a parlare. Ero congelata.
Immaginavo il colpo che ricadeva sul viso di Luna, letale
nelle intenzioni e negli effetti. Papà era grosso, era forte. E
così arrabbiato, non l’avevo mai visto.
Luna attendeva a testa alta, come a volerlo sfidare. Passavano i secondi. Gli anni.
Poi, lentamente, papà aprì la mano e con essa si riaprirono anche i miei polmoni.
345
Luna lo superò e afferrò la maniglia della porta. «Permesso» disse.
Allora papà gli disse dritto nell’orecchio: «Se adesso
esci di qui, puoi anche non tornare».
«Papà!» gridai io con voce strozzata.
Luna rimase immobile per un lungo istante, la mano
sulla maniglia di legno. Aveva lo sguardo fisso, ma perso
nel vuoto.
Ti prego, no. Non può essere vero.
«Dico sul serio, Liam» aggiunse papà.
Luna fece ricadere il braccio al suo fianco. Fu come se
ogni osso del suo corpo si disintegrasse. Poi disse «Mi
rendo conto di essere una grande delusione per te, papà.
Scusa se non potrò essere il figlio che hai sempre voluto.
Scusa».
Con le braccia strette intorno al corpo, attraversò la
stanza e scese le scale del seminterrato. Una sconfitta che
lasciava dietro di sé una nube tossica.
«Ti odio» dissi a papà pieno di rabbia. «Io ti odio!» Poi
mi voltai e corsi in camera da letto dove mamma era al
telefono. Ancora!
«Riattacca» le ordinai.
Lei mi guardò spaesata.
«Riattacca». Il veleno che si sprigionava dalle mie parole impressionò anche me.
346
«Andy, ti devo lasciare» mormorò mamma. «Ti richiamo dopo. Prova a chiamare quella sala conferenze a
The Springs, ok?» e mise giù. «Cosa c’è?» mi chiese esasperata.
«Cosa c’è?!» ripetei. «Mamma. Sveglia. Hai idea di cosa
stia succedendo qui?»
Lei abbassò lo sguardo sul suo telefono e disse: «Non
ho tempo per questo adesso. Non oggi». E se lo riportò
all’orecchio. Mi avventai su di lei e glielo strappai dalle
mani, tirandolo contro il muro. Andò in frantumi.
«Regan!»
«Mamma!» le urlai praticamente in faccia. «Perché te
ne sei andata? Liam sta compiendo la sua transizione. Hai
idea di cosa significhi?» Figuriamoci se ce l’aveva. «Sta
cambiando sesso».
Sbattè le ciglia almeno una dozzina di volte in successione. «Ma perché deve farlo proprio adesso?» disse. «Non
riesco ad affrontare anche questo oggi. Ho un matrimonio senza sala e un catering coinvolto in un caso d’intossicazione alimentare…»
«Stai zitta».
Mamma rimase a bocca a perta. «Cos’hai detto?»
«Ho detto, stai zitta e ascolta me una buona volta. Liam
ha bisogno di te. Luna ha bisogno di te». Tutti abbiamo bisogno di te, pensai. È una vita che abbiamo bisogno di te.
347
«Luna» ripeté mamma. «Ma come gli è venuto un
nome simile?»
Poi fece qualcosa di completamente assurdo. Attraversò la stanza, raccolse il telefono e iniziò a digitare un
numero.
«Mamma, per l’amor di dio…»
«Non posso, Re’!» urlò sull’orlo di una crisi isterica.
«Oggi non ce la faccio».
«Io non ce la farei» dice mamma. «Povera Carol, io non
so cos’avrei fatto se Jack mi avesse lasciato. Avrei finito il
college ma non avrei potuto tirar su due figli da sola. E lei
ne ha quattro» mormora scuotendo la testa. «Povera
Carol».
Sta parlando con la vicina, la signora Camacho. Sono
sedute nel cortile a guardare noi bambini che giochiamo.
Io, Katie e Liam facciamo il bagno nella piscinetta.
«Guarda questo, mamma» urla Katie alla madre e poi
si arrampica sul bordo della piscina, si tiene in equilibrio
per un istante e poi giù, si butta schizzandoci tutti.
«Brava, tesoro» fa la signora Camacho. Poi riprende la
sua conversazione con mamma. «Le ha anche prosciugato
il conto in banca».
«Non dirmelo! Che bastardo» esclama mamma con gli
occhi a fessura.
Liam la chiama. «Guarda, mamma!»
348
Imita Katie, ma facendo più schizzi. Per poco non mi affoga. Ma non me ne importa niente. È divertente e ridiamo
come matti.
«Poteva almeno prendere con sé i bambini» fa mamma.
La signora Camacho si mette a ridere. Ridono entrambe.
Katie si alza e comincia a tirare l’elastico del suo costumino… di nuovo. Poi esce dalla piscinetta e attraversa il
prato correndo. «Mami, pizzica» piagnucola cercando di
allentare un po’ l’elastico intorno alle gambe.
«Oh, vieni qui. Lo sapevo che era troppo stretto sulle
gambe» dice la signora Camacho rivolta alla mamma. «Ma
ha voluto per forza il costume di Hello Kitty».
«Sai fare così?» mi chiede Liam e nuota tipo salamandra
lungo tutto il perimetro della piscinetta. Quando finiamo di
fare tutto il giro, vediamo Katie tornare.
È nuda.
Io mi alzo e chiedo: «Posso togliermelo anch’io, mami?».
Con un cenno della mano mamma mi dà il permesso.
Mi tolgo il costume mentre Katie rientra nella piscinetta.
Liam finge di affogare, ma so che è seduto in realtà. Non
sa ancora nuotare. Guarda Katie, poi me. Io faccio vedere
a Katie come si fa la salamandra e iniziamo a fare il giro.
Alzo gli occhi perché avverto un movimento sopra di me e
vedo Liam in piedi col costumino calato fino alle caviglie.
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Se lo sta togliendo. Per un istante rimane lì a guardarsi.
Katie lo indica e ridacchia. Ridaccio anch’io.
Poi Liam si afferra il pene e inizia a tirare.
«Toglimelo» dice con un filo di voce. Poi si rivolge a
Katie e ripete «Toglimelo».
«Ok» dice lei e si alza.
Sento la signora Camacho dire: «Che cosa sta facendo?».
«Liam!» grida mamma. «Esci di lì». La sua voce ci fa
tutti sobbalzare per lo spavento. La mamma attraversa il
prato di corsa, afferra la mano di Liam e lo strattona fuori
dalla piscinetta.
«Toglimelo» le chiede Liam.
«Cosa? Dov’è il tuo costume?»
«Mamma, toglimelo» dice Liam tirando di nuovo.
«Smettila» le urla mamma dandogli uno schiaffetto
sulla mano. «Non si fa». Poi va a recuperare il suo costumino sul prato e lo scuote. Liam fa un passo indietro.
«No» piagnucola. «Voglio togliermelo. Toglimelo, toglimelo, toglimelo» dice percuotendosi il pene e pestando i
piedi a terra.
Io e Katie ci rintaniamo nel lato opposto della piscina.
«Ora basta, ragazzino. Smettila subito!» gli ordina la
mamma. «No!» urla Liam. «No, io non sono un ragazzino».
Fa le bizze come un bambino e io e Katie soffochiamo una
risata dietro la mano.
350
Mamma lo afferra per il braccio e lo trascina verso la
porta a vetri. «Va’ nella tua stanza e non tornare finché non
avrai imparato come ci si comporta». Lo spinge dentro casa.
«Tutto bene bambine?» chiede la signora Camacho accovacciandosi accanto a noi. Facciamo entrambe sì con la
testa.
«Non ci si tocca laggiù» dice dolcemente. «Capito?»
Io faccio cenno di sì con convinzione.
Katie dice: «Me l’ha fatto fare lui».
«No, non è vero» ribatto io.
Mamma fa ritorno, sospira rumorosamente e dice alla
signora Camacho: «C’era da aspettarselo. È sempre stato
un bimbo così bravo, più di Regan. Jack dice sempre “Un
giorno o l’altro gli esploderanno gli ormoni”». Fa roteare gli
occhi e aggiunge. «Quel giorno è arrivato».
La signora Camacho sorride. «Ah, i ragazzi. Sono contenta di non averne».
Tornano sedute al loro posto e riprendono la conversazione che avevano interrotto.
«Giochiamo con le bambole?» dice Katie.
«No» dico nuotando via a salamandra. Ora sono arrabbiata con lei perché è una bugiarda.
Suona il telefono e mamma si alza. Sento la porta scorrevole che si apre e poi si chiude. Un attimo dopo, l’urlo di
mamma squarcia l’aria. «Cos’hai fatto? Oh mio dio. Metti
351
giù quel coltello». Appare da dietro la porta con Liam fra le
braccia. «Connie, devo portare Liam al pronto soccorso».
La signora Camacho le corre incontro. «Cos’è successo?»
«Si è ferito… la gamba. Puoi dare un’occhiata a Regan?»
«Certo. Vuoi che chiami Jack?»
«No» risponde in fretta mamma. «No, ce la faccio da
sola. Non c’è bisogno che sappia». Poi mamma dice qualcos’altro, ma il mio sguardo si fissa sul sangue che le scende
giù dalla gamba.
Lei lo sapeva. Rimasi sulla soglia a fissarla mentre
camminava avanti e indietro nella stanza col cellulare all’orecchio. Lei l’aveva sempre saputo.
Allora perché non l’aveva aiutato? Perché non l’aveva
protetto? Perché non aveva fatto nulla per sostenere la sua
diversità? Avrebbe potuto rendergli le cose molto più
semplici. Avrebbe potuto tirarlo su come una ragazza.
Perché non l’aveva fatto?
Per colpa di papà. Ovviamente.
Lui non lo sapeva. E allora avrebbe dovuto dirglelo. Per
tutti quegli anni, lui aveva torturato Liam con gli sport…
gli sport. Con tutte quelle aspettative irrealizzabili.Aveva
fatto sentire Liam un fallito, un figlio inadeguato.
L’unica persona inadeguata qui era papà, invece.
Un altro ricordo sfiorò la superficie portando con sé
una domanda.
352
Dopo quella volta che Liam aveva rubato le pillole di
mamma e io le avevo buttate nel gabinetto, perché
mamma non ci aveva mai chiesto che fine avessero fatto?
Perché lei sapeva.
Perché forse le aveva lasciate incustodite di proposito.
Aveva un obiettivo, voleva che Liam le vedesse. “Tieni,
Liam”riuscivo quasi a sentirla.“Serviti pure. Ti aiuteranno
a dormire. Ad alleviare il dolore”.
Lentamente, incredula, arretrai uscendo dalla stanza.
Mio dio. Mia madre era un mostro.
353
Capitolo 25
Non lo dissi a Luna. Non volevo parlarne. Non volevo
sapere se avevo ragione. Lei si era tolta la parrucca, ma
aveva ancora indosso gonna e maglietta. Era al computer
che batteva sulla tastiera, programmando il suo gioco o
qualsiasi altra cosa fosse. Era tornata nel suo elemento,
nel suo mondo di cartapesta. Non volevo lasciarla sola,
non oggi, non in quello stato e non l’avrei fatto.
Mi sedetti sul divano, afferrai il telecomando e accesi
la Tv. Feci zapping alla ricerca di un film per occupare la
serata. «Non avevi un appuntamento stasera?»
La sua voce mi fece sobbalzare. Pensavo fosse totalmente persa nei suoi pensieri.
«Forse faresti meglio a prepararti. Ti ci vorrà un po’
per sistemare i capelli».
Stringendomi nelle spalle le dissi. «Penso che rimarrò
a casa a gironzolarti intorno».
Luna ruotò sulla sedia della scrivania e disse: «Non
devi farmi da babysitter, Re’».
355
«Lo so» dissi mentre mi andava a fuoco il viso.
«E invece lo stai facendo. Fa ancora parte della punizione per averti fatto perdere il lavoro?»
Le tirai il telecomando e lei lo prese al volo. «Wow»
dissi. «Dovresti fare baseball».
Non sorrise. «Lo stai facendo di nuovo. Sei brava, sai?»
«A fare cosa?»
«A far sentire in colpa la gente».
Sbuffai. Senti chi parla.
«Io sto bene» disse, ritirandomi il telecomando. «Smettila di preoccuaparti per me. Non ci provare nemmeno a
cancellare il tuo appuntamento con Chris a causa mia. Mi
farebbe veramente, veramente arrabbiare» disse sporgendo il labbro.
La luce tremò. Io e Luna, sobbalzando, ci voltammo
contemporaneamente. Lo scricchiolio delle scale accompagnò l’ingresso dell’ultima persona che mi aspettavo di
vedere arrivare.
«Ehi» fece Aly in piedi su pianerottolo.Aveva un’aria…
decisa.
«Ciao» disse Luna saltando in piedi. «Ciao, Aly».
Aly la studiò da capo a fondo. «Buon compleanno»
disse e la sua voce tremante tradì il fare disinvolto.
«Ciao, Re’» disse poi sorridendomi.
«Ciao».
356
Prima che io o Luna potessimo reagire – in qualsiasi
tipo di maniera – Aly fluttuò verso i PC e prese in mano
un joystick. «Abbiamo un partita in sospeso. Devo capire
come si fa a uscire da quella dannata strada» disse sedendosi sul pavimento ai piedi di Luna.
Luna mi guardò con gli occhi spalancati. Io feci spallucce. Era speranza quella che sentivo insinuarmisi nelle
vene? Anche Luna la sentiva. Sembrò diventare più alta, la
sua pelle divenne luminosa, gli occhi più concentrati.
Aly afferrò il joystick, tenendolo con entrambe le mani
sul grembo ed emise un lungo respiro. «Non so quanto
mi ci vorrà per sentirmi a mio agio» disse al vuoto tra di
noi. «È difficile, sai?»
Luna si accovacciò accanto a lei. «Lo so» disse calma.
«Prenditi tutto il tempo che ti serve».
Aly sospirò. «Possiamo finire questa partita, per favore?» disse passandole il suo joystick e prendendone un
altro per sé. «Mi sta facendo venire gli incubi».
Luna premette Play e si sistemò sul tappeto. Si passò le
mani sulla gonna mentre incrociava le gambe. Poi Aly
disse «Partiamo da quando avevamo nove anni.Voglio rivivere quel compleanno». Si voltò verso Luna e per la
prima volta la guardò dritta negli occhi. «Non vorrai davvero vestirti così?» chiese.
Luna s’irrigidì. «Perché? Cosa c’è che non va?»
357
«Un twin set? Ma per favore» disse Aly tornando a fissare lo schermo. Premette un bottone e il grido del suo
clone ci trafisse le orecchie – Aaah! Poi aggiunse: «Voglio
sperare che la tua consulente di moda non sia Regan».
«Ehi!» protestai. Aly non se ne accorse nemmeno, ma
io la vidi sorridere. Mi scoppiò il cuore di gioia. Adoravo
Aly. Ora più che mai. L’amavo come una sorella.
B
Seduta nella sala del cinema col braccio di Chris intorno alle spalle, ripensai alla conversazione che avevo
avuto con Liam.Aly se n’era andata dopo aver finalmente
vinto una partita di Aly Oh. Credo che Luna l’avesse fatta
vincere. Era china sul pavimento intenta a riavvitare i
pezzi di un’unità centrale e le chiesi se poteva aiutarmi a
scegliere cosa mettermi.
«Non posso, Re’» rispose. «Devo finire qui. Non mi è
rimasto molto tempo». Cosa intendeva dire con “non mi
è rimasto molto tempo”? Tempo per chi? Per cosa?
«Regan?» mi chiese Chris toccandomi la spalla.
«Sì?» dissi sussultando.
«A volte te ne vai, sai?» mi sussurrò all’orecchio.
Il film era iniziato. Da quanto tempo?
«Va tutto bene?» chiese. «Non sembri avere una gran
voglia di esser qui stasera».
358
Perspicace. Tutto ciò che era successo oggi con
mamma, papà e poi Aly mi pesava enormemente. Mi
schiacciava. Non riuscivo a togliermi Luna dalla testa, mi
era penetrata sotto la pelle. Non ce l’avrei mai fatta. Non
mi era sembrata così entusiasta del fatto che Aly l’avesse
finalmente accettata. Mi aspettavo che facesse i salti di
gioia, cantando Dana International. E invece era pensierosa, distante.
«Regan?»
Oddio, che c’è?!
«Mi dispiace» gli dissi, abbassando lo sguardo. «Non
è… non è colpa tua. Certo che voglio essere qui».
La coppia alle nostre spalle ci zittì e Chris tolse il
braccio da sopra le mie spalle. Poi si alzò con il contenitore di popcorn sotto il braccio, mi prese la mano e disse:
«Andiamo».
Non feci resistenza.
Fuori, in macchina, Chris disse: «Vuoi parlarne?».
Sì, più di ogni altra cosa al mondo. Volevo dirgli che
cosa mi stava succedendo, raccontargli la verità su Liam.
Volevo che uscisse fuori, che uscisse da me per affrontarla.
Una voce nella mia testa mi suggerì “Parla” ma le mie
labbra non si mossero. Non potevo farlo. Quel segreto mi
aveva accompagnato per così tanto tempo che era come
359
se ormai fosse parte di me. Se l’avessi fatto uscire, mi sarei
esposta alla sofferenza, al giudizio, alla perdita.
«Io ho uno zio gay» disse Chris.
«E allora?» risposi stizzita. Liam non è gay! Mi veniva
da piangere.Avrei tanto voluto che lo fosse. Sarebbe stato
tutto più facile, più accettabile, più comprensibile, se non
altro.
«Volevo solo dire che non ho nessun problema se…
dai, hai capito».
Era lui che non aveva capito. E come avrebbe potuto?
Io non potevo dirglielo. Non riuscivo a mettere insieme le
parole.
Era una cosa troppo nuova per me, fidarmi di qualcuno cioè. Non ero pronta. Mi faceva paura. Se gli avessi
detto la verità, forse l’avrei perso e io l’avevo appena trovato.
Chris mi guardava, in attesa.
Mi chiedevo per quanto avrebbe potuto aspettare.
Sospirando pronunciai le uniche parole che mi riuscì
di dire. «Non… ce la faccio… ancora».
«Ok» si affrettò a rispondere. «Nessun problema. Per
me va bene».
Ed era vero. Gli andava bene. Se fossi rimasta seduta lì
ancora un minuto, però, temevo che non sarebbe più andato bene a me. «Possiamo andare?» gli chiesi.
360
«Tutto quello che vuoi, Regan» disse, poi accese il motore e mi portò a casa.
Quando ci fermammo davanti al vialetto vicino alla
Spider, Chris spense il motore e si voltò per guardarmi
negli occhi.
«Mi dispiace» dissi prima che potesse scaricarmi.
Prima che mi dicesse quanto gli dispiaceva di avermi conosciuta. Prima che capisse che non valeva la pena aspettare. «Mi dispiace». Perché mi stavo scusando? Per me,
per Luna, per tutto ciò che non andava nel mondo.
Le luci del seminterrato erano spente e la cosa mi spaventò. Liam non poteva già essere a letto. Chris mi prese
la mano. «Sono cose che succedono in famiglia» mormorò. «Non è colpa tua. Ehi» aggiunse «la famiglia ti logora a volte».
A dir poco! All’improvviso provai rabbia. Ero qui con
un ragazzo stupendo che non faceva altro che farmi sentire speciale, che mi aveva portato fuori a cena e poi al cinema e che voleva passare del tempo con me e io non riuscivo a pensare ad altro che a cosa stesse facendo mio fratello, a cosa pensasse e come si sentisse in quel momento.
A quanto non avrei mai dovuto lasciarlo solo il giorno del
suo compleanno, soprattutto considerando lo strano
modo in cui si stava comportando. “Non mi è rimasto
molto tempo” aveva detto.
361
«Sono bravo ad ascoltare» disse Chris inclinando la
testa nel tentativo di incontrare il mio sguardo. «Tu mi
racconti i tuoi casini e io ti racconto i miei. Scommetto
che ti batto, la mia famiglia è un disastro».
Soffocai una risatina. «Quanto puoi scommettere?»
Aggrottò le sopracciglia. Non mi stava facendo pressione ma io l’avvertivo lo stesso. «Devo andare». Dovevo
uscire di lì… subito. Chris si affrettò ad aprire la portiera
per raggiungermi mentre correvo verso il portico, verso
Liam. Sollevai lo sguardo al cielo in cerca della luna, delle
stelle. Ma niente, nessuna luce. Solo un’eternità di tenebra.
Chris mi toccò la mano. Se avesse provato a baciarmi,
penso che sarei scoppiata in lacrime.
Ma non lo fece. Intrecciò le sue dita con le mie e le
strinse delicatamente. «Ti chiamo domani per il finesettimana?»
Voleva ancora vedermi? È decisamente un masochista,
pensai.Annuì solo perché la testa mi pesava tanto da non
riuscire più a tenerla sollevata.
B
parivano grattacieli. Solo numeri. Colonne di numeri che
correvano giù per lo schermo. Il tavolino su cui solitamente teneva il portatile era pulito; a dire la verità tutta la
stanza sembrava reduce dall’incursione di una supermamma. La supermamma di qualcun’altro però.
Liam – Luna – doveva aver passato tutta la serata a pulire. Pulire. Nel senso di far sparire? Di cancellare?
Mi precipitai in camera sua. Era raggomitolato su un
fianco, russava. Aveva ancora addosso la minigonna e la
maglia. L’orologio digitale sul suo comodino segnava le
21:02. Chiusi delicatamente la porta, tirando un sospiro di
sollievo. Sfortunatamente la mania di pulizia di Liam
sembrava non essersi estesa a camera mia che sembrava
una discarica, come sempre.
Precipitai in un abisso. Profondo, buio, dalle pareti appuntite e taglienti. Mi sentivo come se mi avessero spinto
giù da una scarpata e precipitando avessi sbattuto contro
ogni singolo pezzo di roccia sporgente. Mi sentivo ferita
e percossa, disperatamente esausta. Mi distesi sul letto e
chiusi gli occhi.
La prima cosa che colpì il mio sguardo fu il disordine,
la diversa collocazione degli oggetti nello spazio. Tutto
aveva cambiato di posto. I PC di Liam erano accesi, tutti
e quattro, con gli screensaver attivi. Questa volta non ap-
362
363
Capitolo 26
Flash!
Spalancai gli occhi ma dovetti socchiuderli subito per
non rimanere accecata dalla luce.
«Svegliati, Re’» disse una voce e qualcuno mi toccò la
spalla. «Devi farmi un favore».
Strizzai gli occhi per mettere a fuoco la figura che era
china su di me. Luna. «Che ore sono?»
Lei guardò l’orologio e disse: «Le quattro e mezza».
«Della mattina?» farfugliai tirandomi su. L’oscurità
della notte penetrava dalla finestra della mia stanza.
Niente luna ancora. Solo il bagliore che emanava il mappamondo appeso sopra la mia testa.
«Voglio che tu venga con me» disse Luna passandomi
una pila di vestiti accuratamente piegata. I miei vestiti.
Quelli che voleva indossassi.
Si era messa tailleur e scarpe coi tacchi.
«Il centro commerciale aprirà fra un bel po’» borbottai
sbadigliando.
365
Per tutta risposta mi tirò giù la coperta e disse: «Sbrigati. Dobbiamo uscire fra dieci minuti».
Poi uscì e mi lasciò sola a vestirmi. Quando riemersi
dalla mia stanza, lei mi stava aspettando davanti alle scale.
«Dobbiamo uscire senza farci vedere. Papà è rimasto in
piedi tutta la notte a guardare la Tv».
«Lo so» dissi. C’eravamo guardati in cagnesco quando
ero rientrata in casa. Era stato l’appuntamento più breve
della storia. Io e papà non eravamo disposti a cedere. Non
è che stesse proprio guardando la Tv. Se ne stava lì, disteso
sul divano a braccia incrociate come un cadavere.
«Alla fine s’è addormentato» disse Luna. «Non voglio
che si svegli e ci becchi» disse mettendosi la borsetta a tracolla. «O ci fermi».
«Dove andiamo?» le chiesi mentre la seguivo su per le
scale in punta di piedi. Niente scricchiolii. Doveva aver
disattivato il sistema d’allarme.
Papà non si accorse di nulla. Era svenuto con una lattina di birra sul tappeto, accanto alla mano.
Luna digitò il codice di sicurezza della Spider, salì e
chiuse delicatamente la portiera. Il rombo del motore ci
fece sussultare entrambi, ma nessuna luce si accese. Nessuna porta si aprì. Luna fece retromarcia e in un istante ci
ritrovammo in strada.
Non parlai finché non arrivammo in periferia.
366
«Ovunque stiamo andando, sei destinata a essere notata vestita così. Come sei bella…»
Le s’illuminarono gli occhi. Era vero. Era uno schianto.
Indossava un vestito di sartoria, un vestito costoso, di lana
bianca, con sotto una camicia navy e decolté dello stesso
colore. Aveva stile, senza dubbio. Quello doveva essere il
regalo per il suo compleanno.
I suoi occhi riflettevano le luci dei lampioni mentre
guidava tutta concentrata sulla strada. Ma la luce sembrava provenirle da dentro. La fonte di quella luce era
un’altra.
«Ehi, ti piacciono?» le chiesi toccandomi l’orecchio. Mi
ero dimenticata del regalo che le avevo fatto.
Lei si toccò il lobo destro e disse: «Li adoro». Poi si
voltò verso di me e sorrise. «Grazie. Sono perfetti».
Avevo scelto un paio di orecchini d’oro a forma di
mezzelune. Due metà che unite formavano una luna
piena.
Fuori città accelerò. C’era poco traffico a quell’ora del
mattino. In più, era domenica. La scorsa notte sembrava
una vita fa. Avrei voluto parlare con Luna di mamma e
papà, ma non sapevo come fare a tirare fuori l’argomento.
Non sapevo nemmeno cos’altro ci fosse da dire. Erano
stati messi alla prova come genitori e avevano fallito.
S’erano beccati un bello zero.
367
Andavamo così forte che per poco non vidi nemmeno
il segnale. «Stiamo andando in aeroporto?» dissi girandomi verso di lei. L’espressione sul volto di Luna non
cambiò. Il cuore iniziò a battermi forte. Mi sarebbe uscito
dal petto da un momento all’altro.
Imboccammo la corsia delle Partenze e Luna individuò un parcheggio nell’area per le soste brevi. Aprì la
portiera, mise giù entrambe le gambe e si alzò in piedi.
«Che ci facciamo qui?» chiesi seguendola.
Lei aprì il portabagagli e ne estrasse una valigia stracolma e un bagaglio a mano e poi una borsa di pelle per
il portatile che non avevo mai visto prima. Mi passò il bagaglio a mano e il portatile.
Avevo il cuore in gola. «Vuoi spiegarmi? Che sta succedendo?»
Ma udii solo il rumore dei suoi tacchi che si dirigevano verso gli ascensori.
«Luna…»
«Oh, cavolo» si arrestò di colpo. «Ho dimenticato il
cappotto. Me lo andresti a prendere?» chiese dandomi le
chiavi. «Il codice è 6940128. Te lo ricordi?»
No, pensai. Non riesco nemmeno a pensare.
«Re’?»
«Ridimmelo».
«6940128».
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Mi ripetei mentalmente i numeri, cercando di dargli
un ritmo… 694, 0128, 694, 01, 28. Il cappotto era sul sedile
posteriore e sotto di esso c’era una busta. Sopra c’era
scritto“Mamma e Papà”, scritto con la penna rosa di Luna.
Mi si chiuse la gola.Accanto alla busta c’era una scatola di
Nordstrom con sopra il mio nome.
Chiusi la portiera sbattendola. Non poteva essere vero.
La trovai accanto alla biglietteria, un ufficiale le stava
facendo delle domande. Oddio. Lei annuiva terrorizzata.
Mentre le correvo incontro, l’ufficiale fece segno a un altro
di avvicinarsi e gli parlò per un istante. Si allontanarono
di qualche passo da Luna, ridacchiando sotto i baffi. Una
freccia mi trafisse il cuore.
Quando raggiunsi la biglietteria, uno dei due ufficiali
stava restituendo a Luna la sua patente.
«Mi dispiace. Non posso farla imbarcare» disse.
Luna recuperò portatile e valigia e venne verso di me.
«Che testa di cazzo» disse col fiatone. «Devo cambiarmi».
Studiò la sala, poi imboccò il corridoio che portava ai
bagni. Io le corsi dietro, tirandole un lembo del vestito.
«Potresti per favore dirmi che diavolo stai facendo?»
Lasciò cadere il bagaglio a mano e la borsa ai miei
piedi, poi si strinse nelle spalle e scomparve dietro la porta
del bagno portando con sé la valigia.
Decisi che l’avrei uccisa non appena fosse tornata.
369
Uno del personale si avvicinò e disse: «Uno dei bagni
si è appena allagato».
Mi rivolse uno sguardo impotente e se ne andò.
Qualche istante dopo Luna uscì con addosso un paio
di pantaloni larghi e una camicia, niente reggiseno e
niente parrucca. S’era levata il rossetto ma aveva ancora gli
occhi truccati. Mentre mi prendeva la borsa da sotto il
braccio, disse «Ho impiegato tre quarti d’ora a mettermi
l’eyeliner e non ho intenzione di togliermelo».
Poi corse alla biglietteria e fece il check-in. Questa
volta la lasciarono passare.
Accorgendosi che ancora le correvo dietro, trascinando il suo cappotto, me lo prese di mano e lo scosse un
pochino. Poi mise il biglietto nella tasca della borsa e controllò l’ora. «Manca ancora un’ora al mio volo. Prendiamo
qualcosa da mangiare? Sto morendo di fame».
«No» sibilai a denti stretti. «Voglio che tu mi dica cosa
hai intenzione di fare».
Allora passandosi una mano fra i capelli, mi disse:
«Vado a Seattle, Teri Lynn ha una stanza libera e può ospitarmi. Vuole parlare col suo terapista lunedì per convincerlo ad accettarmi subito come paziente».
«Per cosa?» chiesi con voce stridula.
Finalmente Luna mi guardò in faccia e disse: «Per valutarmi. Per dare inizio al cambiamento. Per iniziare ad ap-
370
plicare su di me gli standard di Harry Benjamin.A seconda
di quanto rigidamente ha intenzione di seguire le regole,
potrebbe anche chiedermi di vivere da donna per un anno
per completare la mia esperienza di vita. Poi avrò bisogno
di due lettere in cui lo psicologo mi consigli il cambio di
sesso, ma questo non dovrebbe essere un problema». Si
guardò intorno di nuovo. «Forza, andiamo a prenderci un
croissant». E così dicendo imboccò il corridoio.
Incespicavo per stare al suo passo, ma mi accorsi che
il mio cervello era rimasto indietro. Era ancora là che processava le parole che Luna aveva appena pronunciato.Andava a Seattle. Per cambiare sesso. Se ne andava.
Lei entrò in un bar e andò alla cassa dove si mise a studiare il menu sulla lavagna. Poi ordinò un latte e un croissant al cioccolato e si girò verso di me. Tutto ciò che io
riuscii a fare fu scuotere la testa. No, no, no.
Luna allora disse al barista: «Facciamo due croissant.
E un succo d’arancia».
Pagò e si sedette a un tavolo. Non c’erano tante persone alle cinque e mezza della domenica mattina. Solo lo
staff. Un paio di stewart.
Guardai fuori dalla vetrata: un piccolo aeroplano stava
imboccando la pista. Davanti a me Luna divorava il suo
croissant, ma io non avevo fame.A dire la verità mi faceva
male lo stomaco.
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«Voglio anch’io la mia dose di estrogeni» pensai a voce
alta.
«Cosa?» Si chiamava così l’ormone che prendeva?
Estrogeno? Luna iniziò a blaterare informazioni su antiandrogeni, rimozione laser dei peli, innesto di seno, se ce
ne fosse stato ancora bisogno.
Le guardai il petto. Si stava facendo crescere il seno?
Estrogeni. Cercai di imprimermelo nella memoria. La
mamma non li prendeva? Aveva parlato di una ricetta.
«Rubi le medicine dall’armadietto di mamma?» chiesi. O
era la mamma che stava facendo ciò che le riusciva meglio… far finta di niente, lasciandoli in vista? «Sta cercando di ucciderti di nuovo?»
«Cosa?» disse Liam accigliato. «Di che cosa stai parlando?»
Mi voltai dall’altra parte.
«La mamma non mi ha mai fatto del male. Non
l’avrebbe mai…»
«Lei sa di te» saltai su. «L’ha sempre saputo, vero?»
Luna chiuse gli occhi e lasciò cadere la testa in avanti.
Poi sospirò e disse: «Ti ho mai raccontato di quando mi ha
beccato nella sua stanza?».
«No» dissi. «Quando?»
Luna bevve un sorso del suo caffè. «Non era la prima
volta. Pensavo di esser sempre così attenta, ma mi conosci,
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mi perdo nello specchio e le ore scivolano via» disse con
un debole sorriso sulle labbra. «L’ultima volta, avevo circa
dieci o undici anni. Non mi ricordo dove foste tutti quanti,
ma mi ricordo bene cosa indossavo. Il negligè di mamma,
il suo reggiseno, le scarpe col tacco e una parrucca che
avevo comprato in saldo. Mi stavo truccando, quando la
mamma è apparsa dal nulla. Per poco non mi ficcavo il
mascara nell’occhio». Luna aveva lo sguardo lontano.
«Mi disse di smetterla. Disse “Faresti meglio a piantarla subito”». Luna la imitava alla perfezione. «Come se
fosse facile. La mamma non capiva veramente, non capiva
il bisogno che avevo di farlo.Volevo tanto dirtelo, Re’. Pensavo che fosse giusto che tu sapessi ma lei mi avvertì:“Non
dirlo a nessuno, Liam. Soprattutto a Regan. E se venisse
fuori e tuo padre ti sentisse? Hai idea di cosa ti farebbe?”».
Socchiuse le labbra ed emise un gemito.
Mio dio, mamma. Grazie per la fiducia che hai in me.
Non c’era da stupirsi se Liam aveva così tanta paura di
papà. Sì, lui sapeva cosa gli avrebbe fatto: l’avrebbe picchiato o sbattuto fuori. Proprio ciò che era accaduto.
«Quella è stata la parte più difficile» continuò. «Il segreto fra me e mamma. Sapere di non poter parlare».
Scosse la testa lentamente. «Sì, mamma l’ha sempre saputo. Ciò che non sapeva era come affrontarlo. Come affrontare me». Poi un timido sorriso le increspò le labbra.
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«Be’, almeno mi regalò la sua borsa di tessuto per il mio
quattordicesimo compleanno» disse d’un fiato.
Non mi fece ridere, non era divertente.
Le sue parole mi fluttuavano intorno alla testa, mescolandosi ai miei pensieri, ai miei ricordi. Non ero mai
stata così confusa riguardo mia madre. Cos’era? La vittima o il carnefice? O semplicemente una madre. Ero saltata alle conclusioni sbagliate su di lei? Lo speravo. Dio, se
lo speravo.
Luna iniziò a parlarmi di tutte le operazioni chirurgiche alle quali si sarebbe sottoposta – le avrebbe limato
il pomo d’Adamo e addolcito i tratti del viso.
Quando ricominciai ad ascoltarla stava dicendo: «Non
vedo l’ora di farmi crescere i capelli. Sono così stufa di indossare delle parrucche».
«E la scuola?» la interruppi. «Vuoi buttare tutto all’aria? E il college? Insomma la tua educazione?»
«Non posso occuparmene ora» rispose buttando giù
ciò che restava del suo caffè. Poi, posando la tazza sul tavolo, aggiunse: «Dovrei già avere abbastanza crediti. Altrimenti, sosterrò un esame in futuro. Ho bisogno di dedicarmi a me stessa».
«Sì, tu?» dissi acida. «Pensi sempre solo a te stessa».
I suoi occhi incontrarono i miei, ma non riuscii a sostenere il suo sguardo. Il mio campo visivo cambiava con-
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tinuamente passando dal soffitto, al pavimento, dalla casa
al menu, dai segnali ai telefoni… guardavo tutto tranne
che lei. Non ce la facevo. Non volevo.
Luna si sporse in avanti e mi prese la mano. «Dev’essere stato molto pesante per te, non è così, Re’?»
«No» dissi inghiottendo un limone.
«Lo sai vero che sto facendo tutto questo sia per te che
per me?»
«In che senso?»
«Credo che tu lo sappia».
No, non lo sapevo. Il cuore mi batteva forte, sembrava
che stesse per esplodere. «Mi rimangio tutto. Tutto. Non
volevo dirti tutte quelle cose. Puoi usare la mia stanza
quando ti pare. Puoi travestirti a scuola. Non m’importa
niente. Ma non andartene. Non voglio che tu te ne vada».
«Devo farlo» disse lei.
«No, che non devi!» urlai senza volerlo. Sentivo una
fitta al petto e mi bruciava la gola. Come poteva? Come
poteva semplicemente prendere e andarsene? Aveva una
vita qui. Aveva…
«E Aly?» chiesi.
«Aly cosa?»
«Te ne vai senza nemmeno dirglielo?»
«Le ho scritto una mail».
«Oh, le hai scritto una mail, certo» le feci il verso.
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«Questo le basterà, la farà sentire davvero importante. Lei
capirà, ha solo bisogno di tempo».
«Tempo che io non ho» disse Luna, stringendomi il
braccio. «Non posso più aspettare. Per nessuno».
No. Non poteva farlo! Senza guardarla esclamai: «Ma
come fai a partire così? Come puoi andartene?».
Luna inclinò la testa e disse dolcemente «Come posso
restare?»
Ci guardammo negli occhi per un lungo, difficilissimo
istante. Poi, facendosi piccola, Luna aggiunse: «Finiremmo per odiarci».
«Non potrei mai odiarti. Tu sei mio fratello».
«Non io e te. Papà».
Papà. Era sempre colpa sua, aveva ragione.Ad un tratto
non riuscii più a trattenermi e scoppiai a piangere.
«Oh, Re’» disse alzandosi dal suo divanetto per venire
a sedersi accanto a me.
«Ti prego» dissi fra i singhiozzi. «Non te ne andare.
Prima o poi lo accetterà».
«Forse» disse Luna calma. «Lo spero. Ma io devo farlo
ora».
Le lacrime si trasformarono in un uragano. Lei mi
mise un braccio sulle spalle e io mi seppellii in quell’abbraccio, abbandonandomi completamente. «Non è colpa
loro, ok?» disse.
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Mi aveva letto nel pensiero. Li odiavo così intensamente.
«Non è colpa di nessuno. Non voglio che tu te la
prenda con loro. Questo è ciò che il cielo ha voluto per
me. Solo che non riesco a capire perché».
Ero sicura che non sarei mai più riuscita a smettere di
piangere.
Luna si allungò e recuperò la sua borsa dall’altra parte
del tavolo. Tirò fuori un pacchetto di fazzoletti e ne
estrasse uno. Lo scosse delicatamente e me lo passò. «Non
lasciarmi qui» la supplicai. «Portami con te».
«No» disse accarezzandomi.
«Che cosa farò senza di te?» esclamai fra le lacrime.
«Vivrai» rispose. «Sarai felice».
«Non posso!» gridai e crollai di nuovo sulle sue gambe
come un ammasso informe di carne e ossa. «Non posso».
«Ti prego, Re’» sussurrò con un filo di voce. «Non fare
così. Non farmi piangere. Se inizio…»
Riuscivo a sentire il suo petto che si sollevava e si abbassava. Mi accarezzò la schiena con più vigore, sostenendomi perché potessi alzare la testa e soffiarmi il naso.
Ci fissavano tutti ma non me ne importava niente. Non
m’importava un accidente di cosa pensassero.
Dagli altoparlanti si udì un annuncio:“Il volo 337 dell’America West per Phoenix con destinazione Seattle ef-
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fettuerà l’imbarco fra pochi minuti. I passeggeri muniti
di biglietto sono pregati di procedere ai controlli”.
Luna mi allontanò da sé delicatamente e recuperò la
carta d’imbarco dalla tasca della borsa. Mi si contorse lo
stomaco. «Questo non è mio» disse cercando di farmi sorridere e rimise il biglietto nella tasca.«Parliamo di qualcosa
di più allegro. Dimmi di più sul tuo ragazzo supersexy».
Mi asciugai gli occhi col dorso della mano. «Non è il
mio ragazzo».
«Non ancora» disse facendo su e giù con le sopracciglia.
Una signora con una bombola di ossigeno ci passò accanto e sbuffò guardandoci. Le feci una smorfia.
«Dove siete stati ieri sera?» mi chiese Luna.
«Come? Ah… a cena fuori. Poi al cinema».
«Che avete visto?»
«Non ne ho idea».
«Mmm».
Le diedi di gomito. «Non è come pensi. Non siamo rimasti tanto».
«Mmm» fece di nuovo.
Si udii un altro annuncio sulle misure di sicurezza che
raccomandava di non lasciare il bagaglio incustodito.
«Ci uscirai ancora?» mi chiese Luna.
Il mio cervello si sintonizzò di nuovo. Ieri sera mi ero
concentrata così tanto durante la cena per non buttarmi
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addosso tutti gli spaghetti, che mi ero completamente dimenticata ciò che Chris mi aveva detto. Il suo invito. Il
matrimonio di sua madre. «Sì» risposi alla fine. «Sabato
prossimo. Sua madre si sposa e vuole che vada con lui al
matrimonio e poi al ricevimento».
«Wow, sembra divertente».
«Sì, da morire». Poi un pensiero s’insinuò nella mia
mente. «Non sarebbe assurdo se fosse mamma a organizzarle il matrimonio?»
Luna scoppiò a ridere. Io le feci gli occhi storti. Poi il
panico s’impadronì di me. «Cosa dovrei mettermi? Non
sono mai andata a un matrimonio. Come ci si comporta?
Che devo fare?»
«C’è una scatola per te in macchina» disse Luna.
«Aprila quando arrivi a casa. Butta via tutto ciò che hai e
ricomincia da capo. Dai un po’ di colore alla tua vita, Re’.
Quanto a ciò che devi fare, è semplice. Sii te stessa».
«Essere me stessa, sì, giusto. Ma se non so nemmeno
chi sono».
“Il volo 875 della United Airlines per Seattle ha iniziato le operazioni d’imbarco presso il Gate 4. I passeggeri che non lo avessero ancora fatto, sono pregati di procedere ai controlli…”
Luna scivolò fuori dal suo posto e si alzò. Io feci lo
stesso a fatica.
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Mi prese entrambe le mani e guardandomi negli occhi,
mi sorrise. «Io so chi sei» disse. «Tu sei la mia sorellina,
Regan. La mia bellissima sorellina. Sono sempre stata così
invidiosa di te».
«Sì, come no».
«È vero. Sei bellissima».
Soffocai una risata.
«Lo sei». Sembrava sorpresa di fronte alla mia reazione. «Ti sei mai guardata allo specchio?» poi lasciò andare le mie mani e si mise i pugni sui fianchi. «Regan
O’Neill…»
«Come se mi avessi mai lasciato lo specchio…»
«Guardami» disse sollevandomi il mento con un dito.
«Sei bellissima. Dentro e fuori. Sei una favola e sei una
persona gentile, attenta, piena d’amore. Sei la persona più
capace di dare amore che conosca. Tu mi hai salvato e so
che lo sai. Se non fosse stato per te, Re’, tutto questo
tempo…» le venne a mancare la voce. Mi si riempirono gli
occhi di lacrime e entrambe distogliemmo lo sguardo.
Poi Luna abbassò la testa e pronunciò queste parole
per me, solo per me: «Non l’hai ancora capito? Tu sei la ragazza che io avrei sempre voluto essere».
Mi morsi il labbro perché smettesse di tremare.
Poi Luna radunò le sue cose frettolosamente.
«Dobbiamo andare».
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Io raccolsi i rimasugli dal tavolo. Più che altro tentai
di raccogliere me stessa. Seguimmo le scritte fino alla barriera di controllo e ci mettemmo in fila. L’uomo e la donna
che ci stavano davanti squadrarono Luna. Lei gli sorrise e
disse: «Spero che il mio arricciaciglia non suoni al metal
detector». Loro abbassarono lo sguardo.
Io le diedi un colpetto e lei mi spostò fuori dalla fila.
«Quasi dimenticavo». Tuffando la mano nella tasca davanti dei pantaloni, prese le chiavi poi mi afferrò per il
polso e me le posò sulla mano. «È tua ora».
Rimasi a bocca aperta. «Cosa?»
«A me non serve più. Me ne comprerò una nuova. Magari un VW. Un catorcio da rimettere in sesto» disse con
un gran sorriso sulle labbra. Scherzava?
«Ti ricordi il codice?»
Me lo ricordavo, l’avevo trasformato in una canzone.
«Nel caso te lo scordassi, lo trovi sugli screensaver dei
miei PC a casa. I numeri scorrono ininterrottamente
lungo lo schermo».
Mi stava regalando la sua Spider? Non potevo crederci.
Mi chiuse le dita sulle chiavi.
«Il prossimo» disse l’agente facendoci cenno di andare
avanti. Luna mi guardò dritto negli occhi.
«Non diciamoci addio» mi ordinò con tono minaccioso. «Questo non è un addio. È un arrivederci. Mi piace
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pensare a questo come a un nuovo inizio, perché per me
è così. Una rinascita. Ricomincio da zero. La prossima
volta che ci incontriamo, non mi riconoscerai nemmeno».
«È ciò che temo» mormorai.
«Oh, Re’» sospirò esasperata, come se fossi una bambina. E in quel momento era proprio così che mi sentivo.
Piccola. Confusa. In pericolo.
Posò a terra la borsa e si tolse il bagaglio a mano dalla
spalla. Ci appoggiò sopra il cappotto e mi afferrò per le
braccia.
«Non mi perderai. Io ci sarò sempre per te. Capito?»
disse scuotendomi un poco. «Ti scriverò una e-mail al
giorno, diciamo… a mezzanotte?»
«Scordatelo. A quell’ora starò dormendo… una volta
tanto. Però ti scriverò. Promesso».
Ci guardammo negli occhi, poi spontaneamente ci abbracciammo. Restammo così, strette l’una all’altra, come
se tutta la nostra vita dipendesse da quell’abbraccio.
«Ti voglio bene» disse.
«Anch’io ti voglio bene».
Mi lasciò andare e si allontanò. Per un orribile istante,
mentre l’agente le controllava i documenti e il biglietto,
pensai che l’avrebbero scoperta. Rifiutata.
Quella paura mi avrebbe mai abbandonato? Avrebbe
mai abbandonato lei?
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L’agente la lasciò passare. Luna fece due passi e si voltò.
I nostri sguardi s’incontrarono e mi sorrise. Tutto intorno
a lei un’aura luminosa. Mentre mi mandava un bacio, era
come se sprigionasse luce.
Lo sentii atterrare sulla mia guancia, un battito d’ali di
farfalla. Fu come se mi sollevassi da terra, sempre più in
alto. Improvvisamente il peso che portavo sulle spalle si
dissolse e io iniziai a espandermi, a crescere. Ecco come
doveva sentirsi Luna in quel momento: libera. Aveva liberato entrambe. La guardai passare sotto il metal detector e dirigersi verso il gate. Camminava con sguardo
fiero, a testa alta. Ero orgogliosa di lei. D’essere sua sorella.
Sua amica. Di colpo, un dolore mi attanagliò – non avrei
mai più rivisto mio fratello. Liam. Mi si spezzò il cuore e
una crepa, profonda come un canyon, vi si aprì. «Starà
bene. Ora è felice». Lo desideravo tanto, più di ogni altra
cosa al mondo. Volevo che mio fratello fosse felice.
Una parte di lui sarebbe sempre rimasta con me. La
sua forza. Il suo coraggio. L’essenza di ciò che era.
Feci un passo indietro, poi un altro. Mi voltai e iniziai
a camminare, sempre più veloce. Corsi. Verso la porta.
Verso l’uscita. O meglio l’entrata.
«Addio Liam».
Poi pronunciai queste parole ad alta voce così che il
loro suono mi riempisse la mente: «Ciao, Regan».
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