Casadei Poesia e ispirazione
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Casadei Poesia e ispirazione
Alberto Casadei
La strada della poesia
Alberto Casadei
Poesia e ispirazione
pp. 90, euro 10
Sossella. 2009
di Alfio Siracusano
S
1 di 2
28-03-2009 11:22
Se è relativamente facile “gustare” la poesia – perché il bello della compiutezza di un verso o il
fascino di un monologo teatrale o l’incanto di una situazione o di un personaggio è quasi naturale
avvertirli e sentirli parte di sé – è invece estremamente difficile rispondere alla domanda di come, o
perché ciò avvenga o, che è cosa anche più difficile, di come il creatore di ciò che ci affascina sia
pervenuto all’atto creativo su cui poggia il fondamento del poièin, del fare e cioè del creare: che è
poi la poesia, e quindi il miracolo dell’epos, la parola, che evoca mondi dentro (chi li crea) e riesce
a comunicarli fuori (da lui). Cosa sia insomma l’ispirazione da cui muove il momento creativo; se
venga da fuori, dono delle “muse”, o se abbia origine endogena, e in cosa questo consista, e cosa lo
segua, l’accompagni, fino a fare di esso l’atto compiuto che in quanto tale produce la fascinazione
di cui sopra.
Alberto Casadei ha provato a rispondere a queste domande in un libretto di ardua lettura ma di assai
intrigante coinvolgimento. Non solo per il vastissimo retroterra culturale al quale attinge le ragioni
dei suoi risultati (meglio diremmo: proposte di risposta), ma anche perché, poeta anche lui oltre che
fine studioso del linguaggio, deve avere avvertito nell’oceano sterminato del fare poesia di questi
tempi, che quasi annichila ogni ragione prima di questa attività a misura che la vede quasi
esclusivamente ridotta a una sorta di autoreferenziale condiscendenza alla lirica con lo strumento
dell’autoanalisi, un bisogno quanto mai cogente di salvare, individuandole, alcune ragioni prime
che insieme de-finiscano e insieme ri-valutino il senso in sé dell’atto poetico. Cosa che lo ha portato
naturalmente a interrogarsi sui tempi remoti in cui quest’atto esplicitamente emerse alla luce
lasciando traccia di sé (nel mondo greco, in quello ebraico e non solo), per poi accompagnare il
percorso che ha via via definito, nella res extensa della cultura occidentale, il senso del poetico.
Consegnandocelo, nel tempo attuale, in tutta la sua frammentata e ambigua valenza. Con l’aggiunta,
che è poi la novità e un po’ anche la scommessa del libro, che l’indagine non si ferma alle
tecnicalità della poesia in quanto tale, e si azzarda invece (pur con ogni cautela e avvalendosi, per
fare un esempio tra i tanti, delle ricerche di studiosi come Vilayanur S. Ramachandran) dentro
percorsi neurobiologici atti ad individuare, quando e nella misura in cui sia possibile, il meccanismo
di formazione di sinapsi cerebrali che conducano, ad esempio, alla formazione della facoltà
analogica. Che vuol dire immaginare metafore. Cioè fare poesia.
Se è quasi impossibile anche riassumere il fittissimo intrico dei ragionamenti di Casadei, mi pare
utile soffermarsi su qualche momento della complessa analisi. Intanto sul fatto che nel momento del
suo inizio l’atto poetico deve essere stato legato a un elemento insieme religioso e di ritmicità
musicale, dove il musicale non poteva non discendere da un certo modo di essere della fisiologia
umana che aveva (ha) una sua ritmicità naturale (l‘espirare e l’inspirare), cui si legava altrettanto
naturalmente la gestualità anch’essa ritmata delle danze. Che è il motivo per cui in principio fu il
ritmo e Ione (molto citato da Casadei) è insieme musico (aedo) e socraticamente “maniaco”, ossia
posseduto dal dio. La parola, logos con tutte le implicanze del logos, dev’essere nata dopo in questo
processo del poiéin, e non fu certamente un caso se nella prima alba del poetico si cristallizzò
intorno a significati che legavano questo poetico a momenti di superamento della crudezza degli atti
dolorosamente consueti della vita. Casadei ricorda che il primo vagito della poesia porta il nome di
Orfeo, il cui canto placa i venti e le fiere o, per restare ad Omero sintesi ultima di un lunghissimo
processo, al poeta soldato Reso. Quasi che, a dirla con Foscolo in parafrasi rovesciata, dietro il
senso della bellezza fattasi parola “in noi serpi, ahi miseri, un natio / delirar di battaglie”. Le Muse,
invenzione di questo momento, furono la conquista del “ricordo”: che “rivela” “ri-velando” in altro
modo, libera dall’oblio, si fa dunque “a-létheia”, e assegna alla parola il compito di riportare alla
luce e quindi di “creare” “ri-creandola” la realtà. Dicendo mediante il canto del poeta quello che
poteva essere detto o anche quello che non poteva essere detto. Che fu cosa che i Greci capirono
assai bene, se è vero che con Platone circondarono il poeta del senso maniaco, con Aristotele lo
legarono alla mìmesis, collo Pseudo Longino scoprirono il concetto del sublime che trascende la
parola stessa avviandola al limite dell’ineffabile. Come sarà poi, Casadei ne fa una bellissima
analisi, in certi luoghi(del Paradiso soprattutto) di Dante, la cui “Commedia può dunque essere
considerata il culmine della giustificazione dei verba sulla base della loro ritrovata corrispondenza
con l’eterno”, di guisa che “il viaggio del pellegrino Dante …ricostituisce… una piena
corrispondenza fra la lingua umana, dopo Babele imperfetta e inesatta, e le Leggi assegnate da Dio
alla Natura, che il pensiero può intuire ma esprime poi di necessità mediante parole casuali”.
A questo punto il percorso saggistico di Casadei diventa percorso storico-letterario, e non è il caso
di seguirlo partitamene. Basti solo evidenziare che egli racconta la trama del poetico seguendo un
percorso che va da Petrarca (“Non è nell’ineffabile che si trova il limite della lirica del Canzoniere,
ma nell’inudibile…) a Shakespeare (i cui “drammi… rendono eterni, plastici, visibili gli stati
d’animo”) per fermarsi a lungo sulla svolta romantica e sul suo rapporto col paesaggio e con la
natura, letti per lo più con Starobinski. In questa svolta “la spinta a trovare forze nascoste nella
Natura sorge dalla necessità di sottrarla all’incipiente fenomeno della tecnologizzazione, collegato a
quello della classificazione (con le neonate scienze naturali), e simbolicamente equiparabile alla
razionalizzazione dei miti e delle religioni, di marca illuminista”. I punti di riferimento diventano
ora Hoelderlin, Wordsworth, Shelley, Keats, naturalmente Leopardi e poi Goethe, Baudelaire
soprattutto, la cui “poesia… è come una natura morta resuscitata” dalla quale “siamo abituati da
tempo … a far nascere quasi tutte le vie principali della poesia otto-novecentesca”, e quindi
Rimbaud, Mallarmé, Rilke e dopo di lui le avanguardie, il cui “tentativo di rifondare da zero ogni
aspetto del poetico, tipico dei vari futurismi, si chiude con lo scacco simbolico e insieme
drammaticamente esistenziale della Grande guerra”. Le avanguardie avevano comunque sortito
l’effetto di imporre un nuovo inizio (“…il distruggere la tradizione poetica è un gesto equivalente
all’assassinio dei padri…”), ed era ora il tempo “di una nuova fase di ricerca circa le potenzialità
insite nel fare poetico, … ormai connesse con quella che Montale chiamerebbe l’inclusività”.
Casadei ne trova i riferimenti in Valéry (Cimetière marin), in Eliot, nel Pound dei Cantos, ma
soprattutto in Celan, in cui vede realizzarsi “un ultimo grande cambiamento riguardo alle
potenzialità della pòiesis, e cioè quello individuabile nei testi di chi ha fatto poesia ricreando
metaforicamente l’esperienza del Lager”. Perché intanto c’era stata Auschwitz e nulla poteva più
essere come prima.
A questo punto siamo già nei nostri giorni, ed è persino ovvio che Casadei debba limitarsi ad
osservare quello che avviene, o che gli sembra avvenga. E avviene che il fare poesia si attorcigli su
se stesso, e insieme si allarghi includendo, ad esempio, la produzione dei cantautori con l’irruzione
della musica e la sua capacità di veicolare (?) messaggi, e tuttavia anche si rimpicciolisca
nell’estrema riduzione del “pubblico”, per un verso nicchia autoreferenziale per l’altro smisurata
platea misurabile solo in termini quantitativi. Che fare dunque? Andare dietro l’Ereignis di
Heidegger e tornare di fatto a “risacralizzare la concezione preplatonica del fare poetico” o affidarsi
alla sirena psicoanalitica e intendere il poetico come “manifestazione linguistico-retorica del ritorno
del represso”? O accedere al verbo strutturalista secondo cui il linguaggio ha in sé una funzione
poetica che lo giustifica in quanto tale, mirando esso in primis a una comunicazione? Ma “la poesia,
obbietta lo stesso Casadei, sembrerebbe non rispondere a tale esigenza, anzi punterebbe a
un’oscurità a-comunicativa, e in ogni caso sfuggirebbe alle regole valide per i discorsi standard”. Di
fatto ciò equivale, almeno nell’hic et nunc, all’ammissione di una grande perplessità sul fenomeno
in sé del fare poesia, riguardo al quale potrebbe essere una novità il soccorso delle odierne scienze
neurologiche che probabilmente hanno qualche chance di individuare i percorsi di formazione delle
sinapsi mediante le quali, a livello cerebrale, si determinano certi processi. Ma si tratta di un
percorso arduo, non proprio convincente, tuttora misterioso o forse “misterico”. Anche per il nostro
autore, verrebbe da dire. Per il quale vale forse la conclusione più modesta con cui si chiude il libro:
“Pensare con tutte le potenzialità biologiche vuol dire spingersi a ipotesi sull’esistente. Se
l’ispirazione poetica di un tempo, come ci ha detto Rilke, era respiro che diventava ritmo, quella
attuale potrebbe essere pensiero cognitivo che si estrinseca nel ri-creare il linguaggio”.
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