Periodico
di Altre Narratività
numero zero
a cura di Flanerí
Redazione:
Dario De Cristofaro
Luigi Ippoliti
Francesco Vannutelli
Giulia Zavagna
Progetto grafico:
Bianca Dall’Olio
Illustrazioni:
Alessandra De Cristofaro
Hanno scritto su questo numero:
E. Casseri, M.R. Di Bari,
R.B. Fälscher, E. Macioci,
F. Miliucci, F. Nicosia, G. Sauro
contatti
[email protected]
seguici su
www.flaneri.com
Facebook: Flanerí
Twitter: @rivista_flaneri
Le opere contenute in questo volume
sono proprietà dei rispettivi autori.
Tutti i diritti sono riservati.
© 2013 F

Sommario
Letture speculari e riflessi incondizionati
di R. B. Fälscher
5
Cortina
di Enrico Macioci
9
Il posto
di Filippo Nicosia
23
La geometria della notte
di Elisa Casseri
31
La fuga di Polonio
di Maria Rita Di Bari
39
L’orrore, l’orrore!
di Giacomo Sauro
49
Pizzaconnection
di Fabrizio Miliucci
57

Letture speculari
e riflessi incondizionati
di Roberto Bioy Fälscher
Q
uante volte vi sarà successo, anche se non siete lettori onnivori, di riconoscere tra le pagine di un libro dei rimandi ad
altri libri e storie, magari insospettabili, tanto che vorreste
chiamare l’autore al telefono per averne immediato riscontro? Quasi
foste impegnati a giocare a Memory con lui, o meglio ancora, come
se prendeste parte a un quiz televisivo, per il quale sono indispensabili memoria e capacità di associazione. E che soddisfazione poi
quando, proseguendo nella lettura, trovate conferma a tutti i vostri
ragionamenti, sentendovi un po’ filologi e un po’ detective?
A tal proposito mi è capitato, poco tempo fa, di scovare un libretto,
per la precisione un pamphlet sulla lettura, di un giovane scrittore
cimbro, americano d’adozione, tal Leachim Nobach, che parlava appunto del piacere di scoprire modelli e riferimenti precisi all’interno
di alcune opere di narratori contemporanei. Una vera e propria cartografia archeologica della narrativa, insomma. Ora, questo volumetto,
intitolato How to Walk Along the Borderlands, purtroppo in Italia non
è ancora stato pubblicato ed è pressoché introvabile anche in Ameri5

ca, quindi dovrete fidarvi di un mio rapido resoconto. Insomma, per
farla breve, l’autore individua una lista di romanzi al cui interno è
riuscito a isolare, con occhio attento e scaltro, tutta una serie di nessi
e rimandi ad altrettanti scrittori del passato. Nobach, che nonostante
la giovane età può vantare una discreta conoscenza letteraria, spazia
dalla narrativa statunitense contemporanea ai giovani autori latinoamericani, non disdegnando di affacciarsi anche in Europa – Italia,
Andorra e Lussemburgo escluse. Scopriamo così, per esempio, che
Corpi inumani (Hobo edizioni, 2006) del soprendente romanziere
peruviano Jorge Mario Matalobos presenta numerosi rimandi a Juan
Carlos Onetti e al suo Raccattacadaveri (Feltrinelli, 1969); che Le
formiche (Quoz, 2009) del giovane e promettente Aron Hector Schmitz si ispira, in più parti, a L’insostenibile leggerezza dell’essere (Adelphi, 1985) di Milan Kundera; o ancora che Quattro dita di una mano
(Alt, 2001) romanzo incompiuto del croato Milo Spitzer, morto suicida nel dicembre del 1991, nasce dalla lettura di El viaje, romanzo
del grande messicano Sergio Pitol ancora inedito in Italia.
Così, quando ho ricevuto dagli amici di Flanerí i sei racconti che
compongono questo nuovo e rinnovato periodico – da Flanerí Mag a
F, è bello osservare come il mondo, ruotando, continui a evolversi –,
mi sono divertito, leggendoli, a trovare di volta in volta echi e riferimenti sulla scia del libretto di Nobach.
E allora come non notare le somiglianze tra il protagonista di «Cortina» di Enrico Macioci e l’Arturo Bandini di Chiedi alla polvere? E
l’atmosfera che si respira nel racconto di Filippo Nicosia, «Il posto»,
non ricorda forse quella di «Un posto pulito, illuminato bene», di
Ernest Hemingway? Che dire poi dell’individuo paranoide del racconto «L’orrore, l’orrore!», di Giacomo Sauro, e della sua affinità con
Johnny Wieder, personaggio attorno a cui ruota la storia raccontata
6

da Horacio Ocampo in Fuliggine, pietra miliare della narrativa distopica latinoamericana?
Ma questo gioco di specchi, di strade che si intersecano e si biforcano per poi allontanarsi lungo i sentieri impervi della montagna
incantata è un diletto solitario che non può essere imbrigliato in
una cultura enciclopedica ma che necessita dell’individualità di ogni
singolo lettore, ed è per questo che lascio dunque a voi il piacere di
scovare richiami e analogie in «La geometria della notte» di Elisa
Casseri, «Pizzaconnection» di Fabrizio Miliucci e «La fuga di Polonio» di Maria Rita Di Bari. Buona lettura dunque, e buon diletto.
7
Cortina
di Enrico Macioci
Enrico Macioci
nel
Nato a L’Aquila
to
1975. Ha pubblica
ti
on
cc
ra
il volume di
di
Terremoto (Terre
e il
Mezzo) nel 2010,
ione
uz
ol
ss
romanzo La di
nel
)
na
familiare (India
oi
su
e e
2012. Sue lirich
citi
racconti sono us
acee
rt
ca
presso riviste
ticoli
e online. Suoi ar
Nazione
sono apparsi su
, Il
Indiana, Vibrisse
ivio
primo amore, Arch
Bolaño, Atelier.
Cortina
L’
estate che andai a Cortina ero già uno scrittore, anche se
lo sapevo solo io. L’estate che andai a Cortina non sapevo
molto altro, forse per questo ci andai. L’estate che andai a
Cortina avevo ventisette anni e nessuno tranne i familiari e gli amici
conosceva il mio nome e cognome.
Lavorai presso l’Hotel Europa pur non vantando alcuna esperienza
in ambito alberghiero. Non ricordo per quale motivo l’ingegner Codazzi, il padrone dell’hotel, mi assunse. Fu una specie di miracolo. O
forse fu il destino. O la sorte. Forse la sorte non è che un miracolo del
destino, o viceversa. L’Hotel Europa era uno degli alberghi più belli
e prestigiosi di Cortina, e penso lo sia tuttora. È tantissimo tempo
che non vado più a Cortina, temo che andarci mi farebbe male. Temo
che andarci mi spaccherebbe il cuore in due, e poi dal cuore spaccato
verrebbero fuori i ricordi e mi ucciderebbero.
Lavoravo alla reception, spedivo e ritiravo la posta, rispondevo al telefono, fissavo le prenotazioni, accompagnavo i clienti a visitare le
stanze, ritiravo i giornali e li portavo nelle camere, coordinavo il ristorante e le cucine, stampavo i menù. Pranzavo alle undici e mezza
del mattino e cenavo alle sei e mezza del pomeriggio. Il mio incarico
durò due mesi, luglio e agosto, e andò sempre meglio giorno dopo
giorno. Il primo settembre ripartii, anche se l’ingegner Codazzi mi
aveva proposto di rimanere e anche se sarei voluto restare. Ma non
potevo restare. Quando ci si tuffa in un’avventura, l’avventura non
può prolungarsi troppo e men che meno tramutarsi in quotidianità.
Se accade c’è il rischio che l’avventura muoia, e allora perché mai uno
se la sarebbe sobbarcata?
Al tempo di Cortina avevo ripreso a scrivere da pochi mesi, forse cinque o sei, dopo una pausa d’oltre un decennio che interruppe
un’infanzia letterariamente prodigiosa. Si poteva pensare a me come
11
Enrico Macioci
a un piccolo Mozart della scrittura, oppure si poteva pensare a me
come a un piccolo Raffaello della scrittura, oppure si poteva pensare
a me come a un piccolo Gauss della scrittura, ma io pensavo a me
stesso come a un grosso, grossissimo problema. Non capii perché
fosse toccato a me (miracolo, destino, sorte), ma capii di dovermi
fermare se non volevo precipitare in qualche luogo profondo e irto di
spine. Quando decisi di riprendere a scrivere, Cortina chiamò. Ignoro perché fu proprio Cortina e non qualunque altro posto a chiamare, né persi un briciolo delle mie forze a domandarmelo, cosa che non
farò nemmeno adesso.
In quei due mesi conobbi molti ragazzi simpatici e qualche ragazza
carina. La più carina si chiamava Marisa e la incontrai il secondo
giorno che ero là. Mi piacque subito e io le piacqui subito. Lei era
fidanzata e io no, ragion per cui ci baciammo soltanto la sera precedente alla mia partenza. Nel mezzo io scrissi il mio primo romanzo.
Il romanzo s’intitolava L’alba ed ebbe un insperato successo di critica
e pubblico. Non che venga considerato il novello Guerra e pace, né ha
venduto milioni di copie, ma riuscì a farmi diventare agli occhi degli
altri lo scrittore che ai miei occhi ero già, rendendo insopportabilmente popolari il mio nome e il mio cognome.
Il romanzo narrava (ne parlo al passato perché non lo rileggo da decenni) la storia d’un giovane scrittore errabondo che durante un’esperienza lavorativa sulle Dolomiti s’innamorava, ricambiato, d’una cameriera
di piano. Il sentimento fra i due era però ostacolato dal ragazzo di lei,
un tipo violento che scoperta la tresca picchiava lo scrittore di santa
ragione sin quasi a ucciderlo, ragion per cui l’amore fra lo scrittore e la
cameriera naufragava in un malinconico concerto di sangue, lacrime
e addii. Si trattava in fin dei conti di un’ opera ingenua ma gradevole,
la cui efficacia risiedeva nello smaccato autobiografismo (in realtà il
12
Cortina
fidanzato di Marisa non mi picchiò mai e io non ebbi mai la ventura
d’incontrarlo, ma ne sentii parlare spesso come d’un individuo forzuto
e geloso), che scrissi furiosamente a penna nella pausa pranzo su un
quaderno a quadretti, chino sul tavolo del minuscolo appartamento
dove alloggiavo.
Terminai il romanzo tre giorni prima della scadenza del mio incarico
presso l’Hotel Europa. Tutti sapevano che stavo scrivendo una storia
su Marisa e su di me, Marisa inclusa, ma lei non volle né accettare il
quaderno a quadretti (feci delle fotocopie, le avrei regalato l’originale
vergato di mio pugno) né ascoltare qualche passo. Provai a convincerla in ogni maniera. Sedevamo nella mia auto sul retro dell’Hotel,
all’ombra fitta di certi pini alti e odorosi che sembravano toccare la
roccia delle Tofane, e io insistevo. Marisa non accettò. Fu dolcemente
irremovibile. In compenso la sera dopo, sempre nella mia auto e sempre sotto i pini alti e odorosi, ci baciammo a lungo. Non ci fu altro fra
noi. Lei non si tolse nemmeno la divisa da cameriera e mi permise a
malapena d’infilarle una mano nella camicetta. Ricordo che quando
scese dalla macchina un ricciolo le era sfuggito dalla cuffia, e che
stava cominciando a piovere da un cielo nuvolo e grigio, mentre un
freddo prematuro, invernale, scendeva dai canaloni e dalle abetaie.
L’alba fu pubblicato da Einaudi Stile Libero un anno e mezzo dopo.
Due anni dopo ne trassero un film che s’avvalse di attori piuttosto
famosi, e al botteghino andò forte. Ciò mi rese indipendente economicamente e appetibile sessualmente. I miei amici di Cortina lessero
il libro che spedii loro in regalo, una copia ciascuno. Lo lessero tutti
e tutti me ne diedero un riscontro tranne Marisa. Io ne dedussi che
il suo fidanzato fosse furibondo oppure che lei preferisse glissare, e
gli altri non m’informarono al riguardo. L’argomento fu ammantato
da un silenzio di pietra. Una sera verso le undici squillò il telefono
13
Enrico Macioci
di casa. Era fine giugno o forse luglio, e me ne stavo in compagnia
d’una granita alla menta a riflettere sul senso della vita oppure sulla
maniera più semplice per rimorchiare la compagna (poco attraente
ma invero affascinante) d’un famoso poeta, conosciuta a una cena
culturale. Risposi al telefono ma dall’altra parte dell’apparecchio non
parlò nessuno. Dissi: «Pronto!», più forte ma non parlò nessuno, e
qualcuno sospirò. Dissi: «Pronto!», una terza volta e riattaccarono.
Non so perché, ma pensai si trattasse di Marisa.
Il secondo romanzo che pubblicai, intitolato La pianura fantasma,
fu assai più lungo e impegnativo de L’alba (trattava d’un mondo
post-apocalittico alla stregua dei libri di Cormac McCarthy o di
Stephen King), mi richiese quattro anni di fatica improba e nevrotici tormenti, ma vendette poco e non fu accolto con favore dalla
critica. Io ne rimasi assai deluso e per tutta risposta odiai L’alba
con sincero ardore. Durante il mio giro di presentazioni de La
pianura fantasma spesso i critici e i lettori ponevano domande su
L’alba, e la faccenda mi mandava in bestia; un paio di volte risposi
male. Durante una di tali presentazioni, nel corso del festival letterario di Pordenone, notai una ragazza bionda, alta, carina, con un
vestito blu e stivali rossi, ritta in fondo alla sala, che mi guardava
attenta. Al termine della presentazione la ragazza s’avvicinò per
chiedermi una copia autografata del libro, e poi mi domandò a
bassa voce se quella sera m’andasse d’uscire con lei. Risposi di sì a
voce altrettanto bassa. Ridacchiammo entrambi e io mi sentii un
idiota. La ragazza si chiamava Dora. Veniva giù una pioggia fitta
e dolce, una sinfonia d’aghi argentati. Cenammo in un ristorante
romantico al centro di Pordenone e poi lei venne a dormire nella
mia stanza d’albergo, senza neppure tergiversare un po’. La pioggia sul tetto batteva piano ma costante. Facemmo l’amore quattro
14
Cortina
volte e ci addormentammo abbracciati. Quando ci svegliammo
Dora sembrava più fredda e distaccata della sera prima, la versione
adulta della bionda ninfa notturna. Si alzò e s’avvolse attorno al
corpo un asciugamano bianco provocandomi una fitta di desiderio,
si fece la doccia e tornò da me in una nube di vapore. S’accoccolò
al mio fianco e carezzandomi la nuca mi disse di dover scappare
al lavoro. Io le chiesi che lavoro faceva e lei mi disse che lavorava
in banca, era cassiera e s’annoiava a morte, e per non morire aveva
deciso di sedurre e scoparsi uno scrittore famoso. Io replicai di
non essere famoso, e lei rise e disse che non ero nemmeno uno
sconosciuto come lei e come il novantanove per cento delle persone, scrittori oppure no. Io le dissi che diventare famosi non era
solo bello ma aveva i suoi lati negativi e lei m’interruppe posandomi l’indice sulle labbra e pregandomi di non ripeterle la solita
stronzata di quant’è dura la vita del vip. Io le dissi di non essere un
vip e lei mi disse che La pianura fantasma non le era piaciuto per
nulla ed era venuta a letto con me esclusivamente per via de L’alba.
«L’alba sì è una bella storia», disse Dora annuendo convinta dentro
l’asciugamano e smuovendo i capelli umidi e fragranti di shampoo.
«L’alba è la storia che mi sarebbe piaciuto vivere e che non vivrò
mai. L’alba è la storia che a ogni donna piacerebbe vivere, e beata
la tua camerierina seppure esiste, e se esiste non lo voglio punto
sapere». Dora disse così e poi, quasi offesa, lasciò cadere sulla moquette l’asciugamano, si rivestì in fretta e se ne andò. Quel giorno
e i giorni successivi ripensai spesso a Marisa e mi domandai dove
stava, come se la cavava, se era sposata col fidanzato geloso oppure
se si fossero lasciati, magari a causa del mio libro. Fui tentato di
contattare qualcuno degli amici di Cortina per ottenere informazioni al riguardo, ma alla fine rinunciai.
15
Enrico Macioci
Il mio terzo libro fu una massiccia raccolta di racconti intitolata Stelle in fuga. Mi costò tre anni di massacrante applicazione. L’accoglienza da parte della critica fu tiepida e da parte del pubblico pessima.
Dov’è finito, si domandò un critico insigne sulle pagine culturali d’un
noto quotidiano, il narratore squisito, accattivante e semplicemente
ma splendidamente lirico de L’alba? Forse rischiamo d’averlo perso
per sempre. Forse L’alba è stato uno di quei rari esordi che sono già
un canto del cigno. Io afferrai il giornale e lo strappai in mille pezzi,
guadagnandomi lo sguardo di rimprovero d’una vecchietta che sedeva sulla panca accanto alla mia gettando ai piccioni enormi pezzi
di mollica. La sera stessa mi sbronzai. Il giorno successivo andai a
Roma per presentare Stelle in fuga nell’ambito d’un festival letterario.
Alloggiai presso l’Hotel Europa. L’omonimia con l’albergo di Cortina non mancò d’inquietarmi. La presentazione durò dalle sei alle
otto del pomeriggio. Alle dieci, dopo un cocktail noiosissimo, ero
esanime sul letto. Alle dieci e dieci il telefono squillò, ridestandomi
da un torpore denso come un fondo di bottiglia. Risposi e il tizio
della reception disse che mi passava una signora. Io snebbiai subito,
strinsi più forte la cornetta e chiesi chi fosse, e lui mi disse trattarsi
d’una certa Laura. Non collegai il nome ad alcun volto ma ordinai
comunque di passarmela. Il tizio mi passò la chiamata ma dall’altra
parte nessuno parlava. Dissi: «Pronto, chi è?», ma nessuno rispose
e qualcuno sospirò. Dissi ancora: «Pronto, chi è?», e riattaccarono.
Steso sul letto mi misi a pensare, con le mani incrociate dietro la testa e lo sguardo fisso al lampadario. L’unica Laura che mi sovveniva
era una delle cameriere di piano con cui feci amicizia a Cortina, una
donna bruna e simpatica originaria della provincia di Bari, ma quale
motivo poteva spingerla dopo tanto tempo a chiamarmi? E come
aveva fatto a rintracciarmi fino a Roma? Poi d’un tratto fui certo che
16
Cortina
dietro il nome di Laura si nascondesse Marisa, che Marisa avesse voluto lanciarmi un messaggio cifrato. Ma perché? E qual era il senso
del messaggio?
M’addormentai in preda a questa convinzione bizzarra e carezzevole, una specie d’amaro conforto non sapevo in chi, in cosa. Quando
l’indomani mi svegliai non la pensavo più così, anzi mi sembrava
assurdo aver potuto concepire simili idee e addirittura dubitai che la
telefonata si fosse mai verificata – al cocktail subito dopo la presentazione di Stelle in fuga avevo bevuto parecchio. Composi il numero
della reception e domandai al tizio se rammentasse la telefonata che
la sera prima lui stesso m’aveva passato verso le dieci. «Una certa
Laura», dissi. «Ricorda?» Ma il tizio era un altro tizio che faceva il
turno giornaliero e non ne sapeva un tubo della telefonata. Mi disse
che se lo desideravo poteva informarsi presso il collega del turno di
notte e poi farmi sapere, ma replicai in malo modo di lasciar perdere
e riagganciai.
Il mio quarto e ultimo libro s’intitolò Cannoni in festa, un romanzo
storico di ottocento pagine in cui si svolge pure una vicenda amorosa.
Per scriverlo impiegai sette anni abbondanti, e persi parecchi capelli
e svariate compagne che non ressero la mia dedizione totale all’opera.
La vicenda amorosa si dipana sullo sfondo della guerra del Golfo, fra
un americano e una palestinese. Alla fine lui muore falciato da una
scarica di mitragliatrice e lei finisce in un bordello, dove s’ammala
d’epatite e diventa un mostro di bruttezza. Il romanzo fu un flop totale che sancì il mio definitivo tramonto come romanziere (e debbo
confessare che è stato giusto così). Fu stroncato dalla critica e ignorato dai lettori, per i quali io continuavo a essere pur sempre il brillante giovanotto che li aveva fatti sognare tanto tempo prima grazie
a L’alba. L’insuccesso mi precipitò in condizioni economiche difficili.
17
Enrico Macioci
Per la prima volta dall’uscita de L’alba ripresi a lavorare. M’impiegai
presso una casa editrice come correttore di bozze, poi cominciai a
tenere corsi di scrittura creativa in giro per l’Italia. Uno dei corsi lo
tenni a Firenze, presso un vetusto circolo ricreativo. Fra gli altri partecipò una giovane piuttosto avvenente. Il corso durò quattro lezioni
suddivise in due fine settimana. Al termine del secondo fine settimana la ragazza m’invitò a prendere un aperitivo. Accettai. Dopo
l’aperitivo fui io a invitarla a cena. Accettò. Mi piaceva. Il suo talento
letterario era penoso. Dopo cena camminammo un po’ per il centro.
Era una sera autunnale morbida e piena di cantucci e quasi senza
accorgercene ci prendemmo per mano, proprio sotto il Palazzo della
Signoria screziato da piccoli fari arancio. Lei indossava un soprabito
color pastello e guanti blu. Lasciai la sua mano e le cinsi la vita col
braccio. La sua vita si rivelò confortevole. Camminando e parlando
di poeti e scrittori arrivammo fino a Ponte Vecchio. L’Arno era uno
sciacquio di tenebra entro cui galleggiavano i lampioni e qualche
straccio lunare. Andammo nella mia camera d’albergo e facemmo
sesso per tre ore di fila. Mentre la ragazza mi schiacciava il volto fra
i seni domandò se fosse una brava scrittrice, e io risposi leccandole
i capezzoli che era una scrittrice fantastica. Lei disse che io avevo
scritto solamente un buon romanzo e cioè L’alba, e il resto della mia
produzione faceva schifo, era spazzatura. Disse che ero una merda.
Lo disse felice. Sul momento la cosa mi eccitò e leccai le sue gambe
giù giù fino ai polpacci. Lei si rizzò sul letto, sollevò il piede destro
e me lo piantò in faccia, e io leccai e sentii sapore di pelle e sudore e
cuoio mentre lei continuava a ripetermi dall’alto che ero un romanziere di second’ordine, anzi d’infimo ordine, che avevo avuto fortuna
all’esordio e poi m’ero perso come un miserabile da quattro soldi.
Mentre diceva così mi ficcava il piede in bocca e godeva, e anch’io
18
Cortina
godevo, e mentre godevo pensavo che durante il corso la ragazza s’era
comportata nei miei confronti con estrema educazione e impeccabile
rispetto. Poi venni.
Il giorno dopo era lunedì e la ragazza, che si chiamava Gloria, aveva
lezione all’università. Io decisi di prolungare il mio soggiorno a Firenze per trascorrere un’altra notte con lei. Ogni tanto mi rigiravo la
lingua fra i denti, e mi pareva di sentire sapore di pelle sudata e cuoio.
A metà mattina, risalendo in camera dopo una lauta colazione, scorsi
nella penombra del corridoio una cameriera che mi sembrò Marisa. La
cameriera stava sparendo dietro l’angolo dall’altra parte del corridoio
e le somigliava. Soprattutto il modo di camminare era il medesimo, e
prima di reagire ebbi tempo di rendermi conto sbigottito che l’andatura di Marisa era forse la caratteristica di lei che ricordavo meglio. Il
cuore mi balzò in gola e provai a gridare: «Un attimo! Aspetti!», ma
la voce uscì strozzata e poi era assurdo darle del lei se lei era Marisa.
Corsi verso l’angolo dietro cui la cameriera era sparita e per la prima
volta m’accorsi di quanto fosse patetico il mio stato fisico. Raggiunsi
l’angolo e svoltai, e davanti a me vidi un altro lungo corridoio, vuoto
come una spiaggia a dicembre. Pensai che la cameriera doveva essere
entrata in qualche stanza e controllai le porte una per una, ma erano
tutte chiuse. Non s’udivano rumori tranne alcuni mugugni, probabilmente gli ospiti che domandavano chi fosse a girare la maniglia della
porta. L’ascensore era fermo al terzo piano, quello subito sopra il mio.
Raggiunsi le scale e salii al terzo piano col cuore sfarfallante e l’affanno.
Vidi la porta semiaperta d’una camera e col fiato sospeso spalancai la
porta precipitandomi dentro. Una cameriera girò su sé stessa urlando
per lo spavento e lasciando cadere la scopa per terra, e io mi scusai.
Si trattava d’una signora anziana, più grassa che robusta, con crespi e
candidi capelli avvolti in una crocchia monumentale.
19
Enrico Macioci
Le spiegai d’aver sbagliato stanza e tornai giù. Trascorsi le ore successive a fissare il telefono della camera nella speranza che squillasse, ma
il telefono non squillò. Alle cinque disdissi la prenotazione per il resto
del pomeriggio e per la notte, e senza darmi pena d’avvisare Gloria me
ne andai via da Firenze.
In fondo, se davvero lo volessi, potrei rintracciare Marisa in un baleno. I nostri comuni amici di Cortina sono rimasti in contatto con lei
e sanno dov’ella viva e con chi. Ogni tanto sento ancora qualcuno di
loro (qualcun altro non lo sento più, qualcun altro è morto), ma non
ho mai chiesto una volta di Marisa e loro non ne hanno mai parlato.
Il loro mutismo mi sembra eloquente. Senz’altro Marisa non si trova
più a Cortina da gran tempo ormai. Senz’altro avrà la sua vita più
di quanto io non abbia la mia, che non c’è. Forse la cosa che più mi
piacerebbe sapere è se quel dannato libro (parlo de L’alba) Marisa
l’abbia letto oppure no, e cosa abbia pensato leggendolo. Insomma,
l’hanno letto tutti, possibile che proprio lei non l’abbia letto? Io continuo a ritenerlo un libro abbastanza scadente e sopravvalutato, una
discreta opera prima e basta; e ritengo che i libri scritti dopo siano di
gran lunga migliori (a parte forse Cannoni in festa). Ma questo è un
pensiero cui sono obbligato per non impazzire o suicidarmi, per non
ammettere cose che finirebbero con lo schiacciarmi.
Forse prima di morire tornerò a Cortina, all’Hotel Europa; potrei
persino andare a rivedere il piccolo appartamento dove scrissi L’alba,
tutti i giorni durante la pausa lavorativa, nel luglio e agosto di tanti
anni fa, correndo con la penna sui fogli del quaderno a quadretti
fino a che il polso mi doleva; forse davvero mi deciderò a chiedere
alla signora che l’affittava (se è ancora viva) di farmi entrare e allora
respirerò a fondo e chiuderò gli occhi e mi concentrerò, tentando
di catturare il passato che somiglia a tenere farfalle vorticanti; starò
20
Cortina
ritto al centro del piccolo soggiorno accucciato sotto l’onda dei boschi, e ripenserò a quando la mattina si riversavano dalla finestra lo
smeraldo dei prati e i fumi trasparenti delle malghe e la luce rarefatta
dei cedri, e poi a quando nelle prime ore del pomeriggio, con accanto
la caffettiera e la tazzina e il pacchetto di sigarette e il posacenere,
scrissi freneticamente, incoscientemente, magicamente L’alba. Non
ho mai più scritto con quella fluida felicità, con quell’innocenza fresca come pioggia d’aprile. Mai più.
21
Il posto
di Filippo Nicosia
Filippo Nicosia
Nato a Messina nel 1983,
vive a Roma dove lavora
nella piccola e media
editoria come editor e
ufficio stampa.
È ideatore e curatore di
I lettori selvaggi.
Ha pubblicato un solo
racconto e ne ha iniziati
tanti, da questo si
deduce che ha qualche
difficoltà nel finire le
cose che ha cominciato.
Il posto
I
l Calvo entrava tutte le sere alle sette e venti.
E rimaneva al bar, salvo che non crollasse sul tavolino e dovessimo di peso riaccompagnarlo a casa, fino alle undici, undici e mezza. Andava via senza salutare e spesso ti accorgevi che
non c’era perché sul tavolo rimaneva il suo bicchiere vuoto.
Era un signore corpulento, dall’incarnato scuro, su cui faceva contrasto una cisposa barba bianca. Entrava al bar con passo lento, senza bisogno di chiedere permesso: era come se
le cose o le persone si scansassero da sole al suo passaggio.
L’avevo soprannominato il Calvo, non perché non avesse capelli, che
effettivamente non aveva, ma perché beveva Calvados; era l’unico
cliente a farlo, tanto che ordinavo le bottiglie solo per lui. Reggeva che
era una bellezza: io versavo, anche se con parsimonia, per evitare che
collassasse, che si sentisse male, e gli scontavo uno o due bicchieri (due
raramente, non è facile far quadrare i conti in un bar come il mio).
Era entrato la prima volta un giorno di primavera di qualche anno
prima, e aveva ordinato il suo benedetto Calvados. Io non avevo idea
di cosa fosse il Calvados e me ne ero rimasto impalato a guardare
quell’uomo (che poi era il Calvo, anche se allora non sapevo ancora che l’avrei chiamato così) negli occhi liquidi e piccoli come due
puntini, poi mi ero voltato verso la credenza con la specchiera dove
stavano allineate le bottiglie. Avevo cercato dietro a tutti gli altri
liquori, quelli comuni, e ne avevo trovato una bottiglia nuova, ancora
sigillata: con ogni probabilità un lascito della vecchia gestione.
Da quel giorno, il Calvo non aveva disertato una sola volta e, ogni sera,
l’unica parola che pronunciava era il nome della sua bevanda, Calvados.
Avevo letto sull’etichetta che il Calvados è un liquore alla mela, lo
avevo assaggiato, così, per curiosità, ma poi avevo continuato a bere
whisky scozzese.
25
Filippo Nicosia
Ad ogni modo il Calvo era un buon cliente, forse il migliore che
mi fosse capitato da quando avevo rilevato il bar, un piccolo buco al
Pigneto, quartiere popolare nel complesso squallido, preso di mira
da attori, artisti, musicisti, e sceneggiatori; anch’io ero uno di questi.
Volevo fare il regista, ma di fondo la cosa più artistica che avevo
fatto era stata chiamare il bar “Il posto” come il film di Ermanno
Olmi, film che ho scoperto non conosce nessuno, e che chi ha visto
ha odiato profondamente. Ma poco importa. C’è da dire che Olmi
con Il posto indicava un lavoro e non un luogo fisico. Gli avevo pure
scritto, a Olmi, dell’inaugurazione, una lettera e l’avevo imbucata con
un bel francobollo. Non mi aveva risposto: è un uomo taciturno e
riflessivo che non risponde a nessuno, o almeno così mi aveva detto
un amico che ci aveva lavorato per un film. Ad ogni modo non me
l’ero presa più di tanto.
L’inaugurazione era andata bene lo stesso, la gente aveva bevuto finché
era gratis, poi aveva mestamente lasciato il bar. L’unica a rimanere era
stata una donna sulla quarantina, magra, dai capelli rossi cortissimi;
aveva ordinato un bicchiere di vino e si era messa a berlo al bancone.
Beveva lentamente e senza parlare, e mi guardava mentre rimettevo
tutto a posto per la chiusura. Aveva persino aspettato che tirassi giù
la serranda prima di andare via.
Non l’ho più vista al Pigneto, e non è più tornata al bar.
In compenso sono tornati gli altri, e altri se ne sono aggiunti: giovani barbuti o capelloni, sfaccendati, anarchici, trans, mamme, pensionati, immigrati: insomma il bar era un bar di quartiere, domestico e triste come tutti i bar di quartiere. Ci si ascoltava Radio 3, se
non c’era l’opera che tutti detestavano, o Radio Popolare, si leggeva
il Manifesto o la Repubblica (ma con scetticismo). Si poteva discutere di tutto meno che di calcio, e forse anche di quello.
26
Il posto
Il Calvo, dicevo, non faceva nessuna di queste cose, eppure era il
cliente più assiduo. Alle sette e mezza entrava, non c’erano santi.
Non ricordo bene che giorno fosse, ma era un giorno d’estate, afoso e con il bar pieno di avventori: il Calvo si era accostato al bancone con il bicchiere vuoto e mi aveva detto: «Mio figlio». Poi era rimasto a fissarmi con gli occhi tremolanti come
gelatine; la mano ferma in aria che reggeva il bicchiere vuoto.
Il bar era particolarmente affollato (probabilmente era un sabato),
io l’avevo guardato perplesso e poi gli avevo versato altro Calvados,
proprio come se avesse detto «Calvados» e non «mio figlio». Appena
il tempo di voltarmi e servire un altro cliente che il Calvo mi stava
già dando le spalle e lentamente si avviava al tavolo che per tutti (non
solo per me) era il tavolo del Calvo.
Non avevo capito bene che cosa volesse dirmi, senz’altro quel «mio
figlio» non significava nulla, quindi non ci avevo pensato su più di
tanto e mi ero rimesso dietro al bancone.
Lì per lì, non avevo dato il giusto peso alla cosa: è strano che anche se
non avevamo mai parlato di niente, del tempo o delle tasse, sembrava
che non avessimo più nulla da dirci talmente bene ci conoscevamo,
talmente lui sapeva tutto di me e io tutto di lui.
Io avevo dimenticato quelle due parole e continuato a servirgli Calvados, e il Calvo a bere. Ognuno portava avanti il mondo in questo
modo. Poi, improvvisamente, era scomparso. Né io né altri clienti del
bar eravamo andati a cercarlo, a suonare al suo indirizzo, né avevamo
guardato i necrologi; nulla di tutto questo.
La bottiglia di Calvados era finita dietro le altre sullo scaffale.
_____
27
Filippo Nicosia
Qualche tempo dopo, al bar arrivò una lettera, cosa strana perché a
parte le bollette nessuno aveva mai scritto. Sperai fosse la risposta
tardiva di Olmi che mi diceva che comunque non sarebbe venuto
all’inaugurazione. La lettera, invece, veniva da Napoli. Era scritta a
penna con grafia decisa e molto calcata su di un foglio ingiallito. Il
mittente firmava solo con le iniziali.
Sono entrato per la prima volta nel suo bar il giorno dopo che mio figlio è morto.
Dicono che si è ammazzato, ma io so che non è così.
Dicono che era coinvolto in uno scandalo di intercettazioni, ma io so che
non è vero.
E non che mi interessi che lei lo sappia, so che non le interessa, come non le interessa sapere di chi sono le responsabilità, chi sono i colpevoli e le vittime. Ma
mio figlio è stato un buon poliziotto. Un onesto poliziotto. Poi ci si sono messi di
mezzo i soldi, e i servizi segreti, e le intercettazioni telefoniche.
Ad ogni modo, che mio figlio sia volato da un cavalcavia di via Cilea a
Napoli schiantandosi sulla tangenziale, dopo aver lasciato i quattro sportelli aperti e messo le quattro frecce; che mio figlio si sia lanciato per poi
schiantarsi sull’asfalto, lasciando a casa una moglie sconsolata e due bambini, questo per me è inaccettabile.
So che è stato spinto da una mano invisibile, so che un potere fortissimo economico e politico lo ha condannato. Lui non ha retto.
I tribunali non mi danno giustizia. E allora che mi resta? Devo pensare di
sbagliarmi? Devo rassegnarmi? Non le scrivo perché mi risponda, stia tranquillo. So bene che questi discorsi non la riguardano.
Forse si sta chiedendo perché allora le scrivo. È semplice. Perché lei metterà via
la lettera e farà un caffè al prossimo avventore, e poi ancora uno e poi verso sera
servirà birre e vino. Scommetto che nessuno più beve Calvados.
Lei è un buon barista, fa con zelo il suo lavoro.
28
Il posto
Le scrivo come avrei potuto scrivere a chiunque, lei non è né meglio né
peggio di chiunque.
Un cliente affezionato.
I. C.
Qualche tempo dopo, quando venni a sapere che il Calvo era morto,
che si era sparato un colpo alla testa sulla tazza del cesso, non feci
fatica a crederlo, e neppure mi stupì. La sua mano ferma, così come
reggeva il bicchiere, avrebbe potuto compiere qualsiasi gesto con solennità e senza sbavature. Nessuno più beve Calvados, aveva ragione
il Calvo nella lettera.
Ogni tanto, nelle giornate di pioggia in cui il bar è vuoto, mi vado a
sedere al suo tavolo. Provo a vedere quello che vedeva lui.
Io non vedo che il bar, “Il posto”, che ormai è diventato un’istituzione
al Pigneto.
Conservo la lettera del Calvo sotto la cassa, aspetto con fiducia quella di Olmi.
29
La geometria
della notte
di Elisa Casseri
Elisa Casseri
Nata nel 1984 a Latina,
vive a Roma, dove si è
laureata in Ingegneria
Meccanica. Il suo
racconto «La divisione
per zero è indefinita» è
stato selezionato dal
Festivaletteratura di
Mantova per Scritture
Giovani Cantiere
2012. Ha collaborato
alla scrittura
dell’autobiografia di
Paolo Belli (Aliberti
Editore, 2012).
La geometria della notte
«Fra i mostri (un tempo chiamati Titani) corre la
diceria che il mondo consumato dagli uomini sia
inabitabile per chi, come loro, da sempre conosce se
stesso e si attiene alla propria conoscenza. E che l’uomo non sia nient’altro che questo eterno disconoscersi
e procedere nel labirinto di leggi umane composto a
questo scopo».
Le specie del sonno, Ginevra Bompiani
G
uardarla dormire non lo aiutava a dormire, ma la lasciava
stare nel suo letto perché lei non aveva operato nessun tentativo di salvataggio.
Forse è lo stress. Forse bevi troppo caffè. Dovresti provare con l’agopuntura.
Non è che ti droghi? Credo che tu abbia una scarsa igiene del sonno. Se è una
cosa continua potrebbe dipendere dall’apnea. Te la faccio una camomilla?
Riaccese il computer dopo aver collegato le cuffie, in modo che il rumore d’inizio sessione non la svegliasse, e mise su un pezzo per non
sentirla dormire: i suoi respiri profondi e regolari non lo avrebbero di
certo convinto a stendersi accanto a lei.
Se durante il giorno avesse dormito, forse lavorare di notte non gli
sarebbe sembrato così eroico, ma le borse appese sotto ai suoi occhi
non riuscivano a trascinare giù le sue palpebre nemmeno alla luce del
sole, nonostante il peso di tutto quell’accumulo di stanchezza.
Aveva messo un annuncio all’università e, ritagliando tre lati ai rettangoli con il suo numero di telefono, aveva creato un pettine preciso
di possibilità che lo impegnavano anche tutta la notte con la riproduzione vettoriale di grafiche fatte a mano, grazie alle quali si sentiva
un modellatore della realtà, un creatore di spazi.
33
Elisa Casseri
«Adesso dormi. Pure Dio, dopo sei giorni si è riposato», gli aveva
detto un committente qualche ora prima, quando si era visto recapitare il lavoro concluso con una settimana d’anticipo.
«Dio è sempre stato un perdigiorno», gli aveva risposto lui.
La prima notte che lei aveva dormito a casa sua, lui l’aveva trovata
davanti all’armadio, con l’anta aperta, a frizionarsi l’occhio sinistro.
«Stavo cercando una coperta», gli aveva detto. «Avevo freddo e tu
non c’eri».
Non aveva fatto commenti sullo scheletro che aveva visto nell’armadio, così come non aveva detto niente sul fatto che lui si era alzato
dal letto per lasciarla da sola, e aveva accompagnato l’anta a chiusura
con garbo.
«In fin dei conti, quando è cronica, l’insonnia è una malattia», aveva
sibilato lui, prendendole un plaid dal cassetto.
«Ho davvero freddo», si era sentito rispondere.
Di solito, le ragazze non rimanevano per la notte: le riaccompagnava
a casa prima che potessero assestarsi sul letto e iniziare a recriminare
la sua presenza statica affianco a loro.
È un trauma residuale, vero? Hai mai provato a leggere per stancare gli
occhi? Forse passi troppo tempo davanti al computer. Magari un giorno
andrai in letargo. Hai scambiato il giorno con la notte, come i bambini.
Dovresti contare le pecore. Te lo faccio un decotto di radice di valeriana?
L’aveva trovata davanti alla sua porta, quando era tornato a casa dal
suo appuntamento con il tizio che lo credeva un dio: era seduta a
terra, aveva portato dei panini.
«A casa tua dormo così bene» gli aveva detto.
_____
34
La geometria della notte
Se avesse triangolato topograficamente la stanza, forse avrebbe potuto individuare quella buca morfinica in cui lei giaceva e l’avrebbe
potuta imitare, recitandosi simile a tutti quanti gli altri; quindi prese
a fissarle le narici dopo aver finito la sezione longitudinale di un tornio per l’esame di disegno meccanico di chissà chi.
Si tolse le cuffie e salì sulla sedia per avere la visuale giusta della
posizione in cui lei dormiva e scattò una foto del suo letto con il
telefonino, senza togliere lo stupido suono da dagherrotipo del flash.
«Non sono molto fotogenica», gli disse lei, perdendo per sempre
quelle coordinate perfette.
«Spero di non averti spaventato».
«Oh, io non mi spavento».
Rimase a guardarlo, mentre lui scendeva dalla sedia per spiegarle che
l’insonnia è un parassita della famiglia dei tenidi, un verme solitario
che si deposita dentro al corpo di una sola specie umana, nutrendosi
del buio di alcune parole confinate là dentro.
«Anche io non riesco a dormire nel mio letto. Forse dovresti andarci
tu, a casa mia».
Nel quaderno con la copertina arancione c’erano tutti i ritratti più o
meno sbagliati che le persone avevano fatto di lui durante gli anni,
del suo aspetto stanco ed emaciato, degli occhi gonfi, della sua strana
cognizione del tempo, della sua solitudine: aveva raccolto in quell’album tutti i consigli e le giustificazioni che gli erano stati dati.
E se prendessi un sonnifero? Forse è un fatto astrologico. Hai mai pensato
a un orsetto di peluche? Dovresti ubriacarti. Cambia letto, no? Ti ci vuole
l’ipnosi regressiva. Te lo preparo un infuso di passiflora?
Era sicuro che il commento di quella ragazza sarebbe andato ben
presto a intelaiarsi con gli altri: era fisiologico; quindi aprì quell’anta
35
Elisa Casseri
rialzata dell’armadio che spesso era stata motivo di fuga per le ragazze che avevano riempito il quaderno, e si mise ad aspettare.
Sei patologico, praticamente un mostro. Questa cosa non è normale. Rispondi al profilo di un serial killer. Sei un uomo inquietante. Forse non
dovremmo più sentirci. Dove sono le mie scarpe? Fatti vedere da uno bravo.
Le persone sottovalutavano l’architettura del suo castello di carte:
pensavano che quella costruzione fosse la materia delle sue anomalie,
una piramide a falde continue di sagome rettangolari che doveva per
forza nascondere qualcosa.
Ma un castello di carte chiuso dentro un armadio per lui non era una
stranezza, né una cosa fallimentare: era la geometria perfetta del suo
equilibrio, labile ma stupefacente.
Quando l’insonnia non gli dava scampo e il letto era teatro di una
danza inquieta, dava un pugno sulla parete, forte e unico a risuonare
nella notte, solo perché su quella parete c’era l’armadio e lui sapeva
che un colpo di quel tipo avrebbe di certo causato un disastro.
Sistematicamente trovava un crollo e ne gioiva. A volte era un crollo
parziale, altre volte molto grave e lui passava la notte a rimettere in
sesto i piani, a erigere nuove torri, a perfezionare i lati obliqui delle
sue convinzioni di carta.
La notte per me è un cerchio: una circonferenza di pareti invisibili che
non mi concede angoli in cui poter scappare; il buio è fitto come una rete
che mi incastra in questo poligono dai lati infiniti. Non posso dormire e
qualche volta non voglio. Mi sento diverso e in trappola, come una mosca
in un bicchiere di vetro. Ci sono parole che nessuno sa e dalle quali non si
può fuggire.
_____
36
La geometria della notte
Lei si tirò su di scatto, riemerse dritta dal suo angolo acuto per dire
qualcosa su se stessa, su di lui e sulla sezione circolare che quella
notte gli aveva disegnato intorno. Sapeva che lui la stava aspettando
sul ponte levatoio fatto con il sette di denari, con quel suo quaderno
arancione pieno di buoni motivi per non fidarsi di nessuno, quindi
prese il suo ciondolo tra le mani prima di rispondere.
Domino. Mi piace giocare a domino. È questo che faccio quando non
riesco a dormire: sistemo le tessere, una per una, poi butto giù l’ultima e
assisto al miracolo. Non ti devi giustificare con me, non mi devi spiegare
niente: noi siamo della stessa specie. Le circonferenze sono le figure più
difficili da disegnare, ma quando le tessere cadono in curva sono una
meraviglia.
Il mattino li fece sentire come davanti a uno specchio: guardarsi era
una reazione a catena per la loro specie umana, ma quella luce mostrava una sciagura più che un miracolo. Un pugno su una parete,
una spinta lieve su una tessera e niente era più importante per loro di
quello che avevano costruito.
Due doppioni di una stessa solitudine non fanno una coppia nei
giochi da tavola: l’isolamento è una deformazione perpetua.
«Io devo andare e tu sembri stanco».
«Ho sonno, in effetti».
«Non credo che tornerò».
«Va bene».
«La vuoi una gomma? Io mastico, quando non voglio dormire».
Quando lei uscì, lui chiuse nel quaderno l’ultima cosa che lei gli aveva detto e cercò di riappropriarsi dell’aria, dello spazio, del piano
37
Elisa Casseri
rigonfio del suo cuscino: fece una proiezione ortogonale della stanza,
con lei fotografata dentro, e si sentì indifeso, inadatto, fuori contesto.
L’amore è per i perdigiorno, si disse.
38
La fuga
di Polonio
di Maria Rita Di Bari
Bari
i
D
Rita
a
i
986,
Mar
el 1
n
il
Roma vinto con
a
a
e
Nata 2009 h Strad olo
0
it
l
ne
o 15 dal t crive
s
r
o
s
o
conc accont rio»; e per
a
r
l
e
n
a
un io Bi
atr autric
e
t
p
p
«Do ritica t ed è urgie
t
di c lica.i dramma Bain.
b
b
e
Le
Repu divers agnia
p
m
di
a co
dell
La fuga di Polonio
«M
emi cazzo sono al Todis l’ho perso ero venuta con
Giacomo per comprare gli elastici del costume gli ho
detto rimani qui davanti non ti muovere per carità
ho dimenticato i succhi tienimi il posto in fila torno subito nemmeno un minuto ci metto non ti muovere se la cassiera non si intoppa
coi codici a barre e fatalità toccasse a te a noi a me lascia il posto al
signore dietro oppure meglio digli mamma torna subito coi succhi
intanto passo gli elastici e il latte che mamma arriva sono tornata
dopo mezzo secondo non c’era più l’ho fatto chiamare al microfono
megafono megaltoparlante ho infilato il naso fin dentro i bagni del
personale poi fuori il piazzale dentro le auto per strada accanto agli
zingarelli Memi mi senti? Giacomo, non lo trovo l’ho perso Memi?
Pronto Memi».
«Non ti sento. Ti sento troppo, troppo forte, non gridare, non capisco
un’acca. Giacomo che? Ah, Giacomo, sì. Non ti sento, sono dentro
a un tunnel. Carla? Carla il tunnel è lungo, non ti sento, ma sì alle
cinque sarò a scuola per la recita se è questo che mi chiedi. Non ti
sento, ci vediamo alle cinque, ti richiamo quando passo il tunnel».
«Signora rimanga calma, ha chiamato sua sorella per farsi venire a
prendere?»
«Arriva adesso arriva dice che arriva ha detto che arriva subito».
«Se lo cercate voi che lo conoscete vedrà che sarà semplice, noi
non sapremmo come riconoscerlo signora, per carità, fin tanto che
arriva sua sorella continueremo a cercare, ma non ha nemmeno una
foto, dice che è biondo, ma biondo come? Biondo platino, cenere,
paglia, oppure lei è una di quelle che crede d’avere il figlio biondo
quando in realtà è nato biondarello ma poi è diventato tendente al
castano scuro?»
«Biondo c’è nato e c’è rimasto biondo».
41
Maria Rita Di Bari
«Dicevo così signora, ne vedo tante, c’è chi li massacra di impacchi
alla camomilla».
«Giacomo è biondo sto bene è biondo continuo a cercarlo».
«Non sarebbe meglio aspettare sua sorella signora?»
«Sta arrivando mia sorella sta arrivando m’ha detto mezzo secondo
e ci sono anzi se arriva le dica di chiamarmi io devo continuare a
cercare Giacomo».
«Signora come faccio a riconoscere sua sorella?»
«È bionda».
«Carla, sono in anticipo, ho trovato un posto qui davanti, tu?»
«La cassiera, l’ha trovato? L’avete trovato?»
«Sono a scuola, quale cassiera, sono qui che faccio la sauna, t’aspetto,
prendiamo un caffè?»
«Giacomo è biondo le ho detto di continuare a cercarlo te l’ho detto
te l’ho detto l’ho perso».
«Ma dove perso? Quale cassiera, dove sei Carla, sii gentile devo cambiare telefono».
«Ho perso Giacomo al Todis via delle Betulle».
«Finalmente signora, c’è la polizia, lei è bionda, dev’essere la sorella
della signora che cerca Giacomo. Caspita, siete biondi sul serio».
«L’avete trovato? Dov’è mia sorella? Come la polizia? Da quanto
tempo non si trova e perché non mi avete avvertita?! Dov’è mia sorella. No, la polizia prima di tutto. Vado. Allora, dov’è Giacomo?»
«Una foto del bambino ce l’abbiamo? Controllate a casa, magari conosce la strada ed è più calmo di tutti a quest’ora».
«No. Voglio dire certo, è un bambino calmo ma la strada non so, siamo fuori mano qui, gli piacciono gli autobus ma ancora non ha il permesso di salirci, magari è finito al capolinea del 44, dov’è mia sorella?»
«Allora questa foto? Ce l’abbiamo?»
42
La fuga di Polonio
«Il padre. Nel portafoglio ne ha tante ma non va chiamato, è in Russia per lavoro, non va avvisato per carità quello è strano per carità».
«Giacomo. Anni?»
«Otto. E mezzo. E un po’. È piccolo, via».
«Carla la cassiera m’ha prestato il suo telefono, dove sei? C’è la polizia, chiedono una foto, ce le ha Paolo in Russia, gliel’ho detto di non
chiamarlo per carità. Sto provando a casa, la strada la sa, ci vediamo
a casa che prendo la foto».
«A casa non c’è te l’avevo detto gli piacciono gli autobus sarà al capolinea del 44 li chiamo».
«Chi?»
«Quelli del capolinea».
«No. Che ore sono?»
«Le cinque».
«Andiamo a scuola, c’è la recita».
«Ecchiseneimporta della recita c’è la recita ma non c’è Giacomo che
poi a dirtela proprio tutta questa cosa di far recitare l’Amleto a un bambino di otto anni e mezzo non credo proprio sia una buona trovata».
«Hanno tutti otto anni e mezzo e Giacomo aveva scelto di fare
Polonio».
«Un vecchio che viene scambiato per un topo pensa non sarebbe
stato meglio avesse fatto l’albero o San Giuseppe oppure meglio il
pastore?»
«Andiamo a scuola, ti dico, non è per la recita che voglio andare, è per
lui, magari è andato a scuola, magari».
Giacomo sì, aveva otto anni. E mezzo. E un po’. Era piccolo, via.
Da via delle Betulle la strada di casa non la conosceva. Non si sarebbe
43
Maria Rita Di Bari
voluto perdere, non avrebbe voluto disobbedire ai moniti di sua madre
per ritrovarsi a camminare nel mezzo di un asfalto caldo come tutti gli
asfalti d’estate. Forse aveva paura, ma era troppo piccolo per sentirsi
impedito dall’affrontarla, per cui non smise di mettere un piede dietro
l’altro continuando a tagliare il vapore del catrame sotto le suole.
La bisbetica disperazione linguistica della madre, se solo Giacomo
avesse potuto udirla, gli sarebbe parsa una cantilena da ignorare continuando a battere sui talloni piatti il ritmo della punteggiatura mancante alla nevrastenia materna.
Puntava, direzionava gli occhi verso un confine che non ammetteva
quinte e tutto gli appariva come smacchiato, calvo di quella pellicola protettiva che risparmia il colpo di un maldestro atterraggio
alle cose nuove.
Senza rimpianto, l’aveva rimossa, in autonomia, credendo che a questo servissero i passi esonerati dal rituale di una mano afferrata e
dell’altra rassegnata alla presa: a pulire gli occhi e a sciacquare le
vetrine del reale.
Da una parte, la cattolica apprensione che genera mostruosità sfinteriche, paralisi del respiro cerebrale, sterilità dell’intuito; dall’altra,
Giacomo. Otto anni. E mezzo. E un po’. Piccolo, via. Giacomo tutto
un fascio di intenzioni non interrotte. Tutt’uno col tempo, che non
c’era, dal momento che nessuno gli remava contro.
«Ho sete». Fece tirando la gonna di una matrona carica di plasticose
buste celesti evidentemente rimpinzate di viveri.
«A chi lo dici. È da stamattina che mando giù a secco. Se mi aiuti con
queste, ti porto al bar e ci beviamo qualcosa con le bolle».
Il barista mostrava un colorito affine all’arredamento madido del locale, ma fece comunque perno sui gomiti spingendosi in avanti per
chiedere cosa desiderasse la strana coppia.
44
La fuga di Polonio
«Coca-cola. Due. Per me light però».
«Non mi piacciono le bolle. Ce l’avete il succo di pomodoro?»
«Ti ci metto sale e pepe o lo prendi liscio?»
Giacomo pensò di sapere che liscio suonasse meglio nella lingua
dei grandi e optò per il mancato condimento. Poi si ripulì i baffetti
alla Dalí, ringraziò il donnone, ignorò la finta educazione sull’uscio
dell’esercizio, e si rimise in marcia.
La tentazione di fungere per la prima volta da passeggero del 44 fu
enorme. Irrefrenabile.
Aveva imparato che i pulmini si aspettano di fronte ai pali gialli. E
che mentre li si invoca è necessario eseguire un rituale che implichi
il gonfiare le guance d’aria per poi sbuffarla con potente decisione, l’asciugarsi la fronte con l’interno dell’avambraccio e il portarsi
il polso vicino agli occhi per guardarlo giusto un istante e poi un
istante ancora.
Così si piantò con la schiena eretta conficcata nel rotondo palo giallo,
eseguì gli ordini dettati dall’osservazione e finalmente allo stridere dei
freni e allo sbattere delle porte automatiche, occupò con passo fiero il
primo gradino di quel mezzo a sei ruote. Ma Giacomo si stufò presto,
la corsa si interrompeva ogni cinquecento metri e del capolinea non
si sentiva neppure l’odore; era troppo piccolo, Giacomo, per lasciarsi
consumare dalla pazienza senza pigiare il bottone rosso che serve a
prenotare la propria dipartita dal viaggio. Seguì la fiumana intralciando le zampette a pelo corto di un bassotto color mogano.
Si fermò poi alle falde di una colorata edicola per domandare che ore
fossero e quando il giornalaio, piegandosi sulle ginocchia, gli sorrise
pronunciando: «Le cinque», a Giacomo sembrò di impazzire.
_____
45
Maria Rita Di Bari
«Memi ho chiesto alle maestre ai bidelli agli operatori scolastici
come si chiamano ho setacciato i bagni il teatro le botole le aule la
mensa Giacomo a quest’ora fa merenda in cortile raccoglie sempre le
lucertole mi dice ha pure preso a vivisezionarle gli stacca la coda per
vedere quanto resistono senza un pezzo non lo so questo figlio mio
come non si schifa degli esperimenti da Frankenstein non c’è non si
trova si sono pure accese le luci l’hanno sostituto senza battere ciglio
Cristo sono genitori come me voglio vedere se al posto loro sarei
riuscita a rimanere seduta sul vellutino andato delle poltrone non c’è
non conosce la strada non c’è».
«Te l’avevo detto, un buco nell’acqua, te l’avevo detto. Ma come ti
viene in mente di venire a vedere se s’è presentato alla recita, è piccolo, via. Comincia anche il buio. Non adesso, è chiaro, siamo a giugno,
ma comincerà pure a imbrunire tra un po’ voglio vedere dove andiamo, nemmeno una foto Carla».
Giacomo prese a correre, a perdifiato, ignorando la calca sui marciapiedi, i semafori arancioni, le strombazzate agli ingorghi, recuperò il
passo della sua età, quello dell’irrequietudine. Le cinque significavano la scadenza per un’esibizione in pompa magna che non si sarebbe
voluto perdere per nulla al mondo. Non conosceva, oltre al miraggio
dei super poteri cari agli eroi, alcun modo per sdoganare lo spazio e
teletrasportarsi fino al teatro della scuola, la sola bussola che fosse
in grado di interpretare rimaneva il passo, sempre più cinetico verso
una direzione diritta. Qualcuno gli domandò, con l’eco già lontana,
se avesse bisogno d’aiuto, ma gli eustachi lo ignorarono, qualchedun
altro sospettò che fosse un ladruncolo svelto in vena di svignarsela
dopo aver riempito la bisaccia, ma anche in quel caso, Giacomo si
impose di non rallentare. Piombò, dopo un pellegrinaggio affannoso,
46
La fuga di Polonio
obbligato alla resa, di fronte a un cerchio umano che non lasciava
spazio al respiro di una pulce, né possibilità di guardare quel che vi
dimorasse al centro.
Battendo i piedi in una marcia sul posto, lentamente, sbrogliandosi
e liberando la visuale dalle vesti più o meno ingombranti della fiumana, scoprì un angolo che gli rivelò la sagoma di un uomo riverso
al suolo.
«Papà!»
«Memi la mattina verso le cinque vado sempre a fare pipì mi sveglio
con la luce dei fotoni la serranda non l’abbasso mai tutta la luce maledetta s’incastra sotto le palpebre mi sveglia mi dice che è ora di andare al bagno sono andata al bagno poi in camera di Giacomo volevo
aprire un po’ la finestra si suda molto la notte a giugno quest’anno
l’estate è arrivata puntuale e spietata dal primo sole.
Giacomo sembra insensibile al sudore ma suda io lo vedo suda molto
non beve ho paura che si disidrati la notte lascio sempre un bicchiere
d’acqua lo ritrovo sempre pieno suda molto perde liquidi lo sento.
Comunque non è questo sono andata di là non c’era non era nel suo
letto il letto era fatto rifatto le lenzuola tirate nemmeno l’impronta
di Giacomo. Questa cosa di Alfredo d’averlo visto morto per strada
secondo me lo psicologo non sta facendo un buon lavoro lo cambio
chiamo Patrizia m’ha detto che per i problemi d’attenzione di Matteo la sua neuropsichiatra infantile è stata brava domani domani la
chiamo mi faccio lasciare il numero no direttamente l’indirizzo è
meglio ci vado prima io da sola la prima impressione è quella che
conta quella giusta lo so da sempre ancora me lo scordo ma è così è
sempre stato così Giacomo anche noi sapevamo che Alfredo stesse
in Russia la firma ti ricordi io come fosse ieri e poi proprio lui che
47
Maria Rita Di Bari
lo trova lì per strada no forse non è andata così sono confusa mi
confondo ancora ma adesso il problema è che non trovo Giacomo
sembra dissolto nell’aria nemmeno una traccia che so una pedata un
pantaloncino fuori posto una striscia di dentifricio nel lavandino un
asciugamano per terra niente Giacomo svegliarsi così sembra un incubo Giacomo dove vado a cercarlo Memi? Pronto Memi mi senti?
Memi svegliati non trovo Giacomo».
«Sì. Sì, ci sono. Sono qui. Carla, siediti, ascoltami, non sono troppo
sveglia vista l’ora ma ascoltami e siediti. Vengo alle otto. Bastano
due ore d’anticipo per i voli intercontinentali. Ti ricordi? Alle otto.
Avevo la sveglia tra un’ora. La valigia l’ho chiusa ieri sera, i gatti li sistema Silvio, ho preparato tutto, devo solo prendere la macchina per
venirti a prelevare. Te lo ricordi? Giacomo ha trentadue anni Carla,
te lo ricordi questo? Non vive a casa da quando ne ha venti. Chiama
Patrizia e chiedile un consiglio per te, è il tuo terapeuta che perde
colpi, è evidente. Giacomo non ha visto morire suo padre, Alfredo
era in Russia, è lì che è successo Carla. Adesso fatti un caffè, chiudi
la valigia, infilaci i succhi di pomodoro che piacciono a Giacomo e
fatti bella per stasera che il debutto con l’Amleto a Mosca va visto con
la pelle tirata. Giacomo sarà fiero di vederti in prima fila, a un palmo
dalla sua voce».
48
L’orrore,
l’orrore!
di Giacomo Sauro
Giacomo Sauro
Nato nel 1986 a
Roma
dove, eccetto un
a
parentesi di un
anno
a Gasteiz, ha se
mpre
vissuto, si inte
ressa
di traduzione (c
he
studia) e della
lingua in genera
le.
Dall’esperienza
all’estero e dall
a
passione per Eusk
al
Herria è nata la
serie di articoli
«Prospettiva basc
a»,
pubblicati su Fl
anerí
a partire dall’o
ttobre
del 2012.
L’orrore, l’orrore!
A
vevo sempre visto più in là degli altri. Non in senso fisico,
poiché una miopia precoce mi ha obbligato a portare gli
occhiali fin da piccolo, con il consueto corredo di battute,
scherzi e soprannomi di cui sono vittime i bambini “diversi”. Ma
rientrava tutto nei classici meccanismi da scuola elementare, non voglio certo dire che abbia avuto un’infanzia difficile.
Avevo sempre visto più in là degli altri perché ho sempre avuto più
intuito e perspicacia degli altri. Di tutto il mondo magari no, ma della maggior parte delle persone che mi è capitato di incontrare o frequentare probabilmente sì. Quando qualcuno parlando esita in cerca
di una parola che ha dimenticato, o che non aveva proprio previsto
di dire, io già so cosa verrà dopo la pausa. Mi basta captare un frammento di conversazione per capire immediatamente di cosa si sta
parlando e quali sono le posizioni dei partecipanti. Riesco a notare
in un momento quando due persone, magari a una festa, oppure allo
stadio o a un concerto, insomma in tutte quelle situazioni in cui chi
vuole comunicare qualcosa a qualcun altro con discrezione non ha
bisogno di inventarsi niente, perché la cosa più normale è non sentire o non rendersi conto di quello che dicono e fanno le persone che
non si trovano a stretto contatto, riesco a notare quando due persone, dicevo, approfittano di questi contesti per scambiarsi frasi senza
che il contenuto della comunicazione sia reso pubblico. Aggiungete
anche che sono solito trarre preziose indicazioni dall’uso dell’udito
e dell’olfatto. Non pensiate che io appoggi l’orecchio alle casseforti
aspettando il clic rivelatore della combinazione esatta o che segua
delle piste per strada come i cani, è solo che mi sono abituato a mettere in relazione alcune percezioni sensoriali con i successivi cambiamenti pratici. Detto così sembra mi stia vantando di superpoteri, ma
in realtà ho semplicemente sistematizzato il processo biologico più
51
Giacomo Sauro
elementare di tutti. In definitiva, qualcuno che ha visto molto Studio
Aperto potrebbe dire che ho il cosiddetto sesto senso. Non è capacità
di prevedere le cose, in quello sono proprio negato. Mai un pronostico azzeccato, mai una scommessa alla Snai vinta, mai un finale di
libro o di film indovinato. Giusto per capirci, io nel 2008 ero sicuro:
«Ma ti pare che uno che si chiama Obama viene eletto presidente
degli Stati Uniti?». Intuito sì, premonizioni no.
Avevo sempre visto più in là perché ho sempre pensato di aver raggiunto un’empatia accettabile con l’ambiente esterno, che ripagava la
mia non belligeranza dandomi piccoli segnali per penetrare, un poco
più degli altri, la realtà. Ma ora mentre scrivo non mi sento affatto in
pace con l’universo.
Avevo sempre visto più in là degli altri, ma da una ventina di giorni
mi sono convinto che sarebbe stato meglio vivere con il paraocchi,
per vedere solo ciò che sta davanti, e addio alle sfumature. L’episodio
della metro temo sia un punto di non ritorno.
Stavo tornando dall’ufficio quando, quattro o cinque stazioni prima
di quella di casa mia, sale sul treno un ragazzo. Avrà avuto non più
di diciannove anni ed era vestito da rapper: scarpe da skate, pantaloni larghi, felpa col cappuccio e megacuffie alle orecchie. Bene,
questo ragazzo sale sul treno e si scambia un cenno d’intesa con un
altro ragazzo, un po’ più adulto di lui, seduto accanto a me; uno con
le Clarks, la borsa a tracolla e delle cartelline sotto il braccio che
aveva tutta l’aria dell’assistente universitario. Definire il cenno impercettibile sarebbe già renderlo troppo concreto. Non so bene se si
sia trattato di uno sguardo fugace o di un lievissimo abbassamento
della testa. Nessuna parola, nessun suono accompagnarono il gesto.
Fatto sta che l’ho notato, e nel notarlo mi sono stupito io stesso della
velocità di osservazione e percezione di cui mi ero reso protagonista.
52
L’orrore, l’orrore!
La cosa assurda, se non fosse già abbastanza strana questa maniera
di riconoscersi, è che i due non si sono scambiati nemmeno una parola durante il viaggio, né si sono avvicinati l’uno all’altro. Il rapper
è sceso alla fermata prima della mia senza prodursi in nessun altro
gesto nei confronti dell’assistente. La gente intorno a me era troppo
impegnata a leggere o ad ascoltare musica per vedere questa scena,
ma io l’ho vista. Sono sceso dalla metro e sono tornato a casa gravido
di interrogativi. Chi erano quei due? Che rapporto hanno? L’assenza
di amicizia o rancore in quel comportamento mi aveva spiazzato.
Perché non avevano accennato neanche un sorriso, come si fa tra
conoscenti? E perché non si poteva avvertire nemmeno odio tra di
loro? Il loro atteggiamento mi era quasi sembrato quello di chi sa
che in qualche modo avrebbe rivisto l’altro, anche se le modalità non
riesco a figurarmele. Come, dove e perché si erano conosciuti?
Credo che lo stare sotto terra abbia conferito all’evento la cornice
giusta perché potessi avere l’epifania. Nel corso di queste tre settimane non ho potuto evitare di fare dei collegamenti che prima mi
sarebbero sembrati folli. Piccoli episodi, inizialmente solo curiosi,
ora formano un quadro chiarissimo, se così si può dire. Intendo: il
quadro non è affatto chiaro, è chiara ora la sua esistenza. In queste
tre settimane mi sono tornate alla mente quelle volte in cui ho visto
qualcuno uscire da un negozio con della roba senza che la placca antifurto facesse scattare l’allarme; qualcuno passare col rosso davanti
a una macchina della polizia senza che questa lo fermasse; qualcuno
salire sull’autobus senza che vi fosse alcuna fermata, ma perché il
conducente aveva semplicemente accostato e aveva aperto la porta
davanti per farlo salire; qualcuno osservare con meticolosa attenzione
dei graffiti indecifrabili; qualcuno entrare al cinema senza che avesse
esibito il biglietto; o ancora qualcuno accanto a me in macchina al
53
Giacomo Sauro
semaforo tirare fuori un apparecchietto grazie al quale era scattato il
verde. Non sono un paranoico, osservo bene tutto, e vi potrei giurare
che quella roba non era pagata; che la polizia aveva deliberatamente
fatto finta di niente; che quel tizio non si era sbracciato implorando
l’autobus di fermarsi; che i graffiti non erano opera di qualche writer
incapace; che quell’altro tizio non era amico del gestore del cinema;
che non si era trattato di una semplice coincidenza. Vi potrei citare
anche altri casi in cui il normale corso delle cose aveva preso una piccola deviazione a vantaggio ora di un pensionato, ora di un venditore
di rose cingalese, ora di un uomo in giacca e cravatta, ora di uno studente di liceo. Tutto silenziosamente, senza proteste, urla o frizioni,
senza che il resto del mondo avesse un motivo per volgere lo sguardo
a queste minuzie. Minuzie che adesso a me non appaiono per niente
tali. Nel quadro che mi si è formato davanti vedo l’eterogeneità delle
persone coinvolte, però non vedo neanche una donna. Sono tutti uomini e sono tutti soli, mai accompagnati da qualcuno.
In queste tre settimane ho speso più di cinquecento euro in libri
sull’esoterismo, sulle società segrete e sulle organizzazioni clandestine, e anche in altri sui poteri forti in genere.
Ho continuato ad andare al lavoro, ma fuori dagli orari d’ufficio non
ho fatto altro che leggere. Ho dormito e mangiato il minimo indispensabile. Niente televisione, niente amici, niente calcetto il giovedì
sera. Dovevo rimanere a casa per leggere. L’episodio della metro ha
aperto uno spiraglio su un universo talmente vasto che la sete di
esplorazione mi ha spinto a leggere con una velocità che non avrei
mai pensato di poter raggiungere senza perdere lucidità. Ho letto
principalmente i libri appena comprati, perché l’immediata ricerca
su internet aveva schiuso un flusso di spazzatura così sterminato e
disordinato che mi aveva lasciato stordito. Dovevo darmi un metodo
54
L’orrore, l’orrore!
e delle basi, e per fare ciò potevo partire solo dai libri di carta. Ho letto e ho appuntato; ho letto e sintetizzato; letto e schematizzato; letto
e collegato. Per adesso ho comprato due scatoloni grandi, di quelli da
trasloco: uno per i libri, l’altro per i taccuini che via via ho riempito,
scrupolosamente etichettati per data e argomento.
Non sono un mitomane, credetemi. Il fatto è che ora semplicemente
lo so. Tutti quegli uomini fanno parte di una schiera occulta, abilissima nell’esistere inosservata. Se non fossi profondamente ateo
penserei che solo un’intelligenza divina potrebbe essere alla base di
una struttura così perfetta. Ora, chi si celi dietro quest’organizzazione ancora non l’ho scoperto. Fino a questo momento ho escluso
oltre ogni ragionevole dubbio, nell’ordine: gli alieni, gli Illuminati, i
massoni, le Nuove Brigate Rosse, il Bohemian Club, il governo americano, la mafia, la camorra, la ’ndrangheta, la Sacra Corona Unita,
gli hacker di Anonymous, la Chiesa di Gesù Cristo dei santi degli
ultimi giorni, il Mossad, il Gruppo Bilderberg, i rettiliani, la Federazione Anarchica Informale, l’Opus Dei e la Walt Disney Company.
La ricerca però è solo all’inizio.
Non sono mai stato un malato di studio. Nessuno mi ha regalato la
laurea in Economia, però non ho mai nutrito un amore esagerato
per i manuali. I libri, allora come oggi, sono per me solo un mezzo
per raggiungere qualcosa. Se prima era la laurea, ora è la verità. Probabilmente già la prossima settimana avrò letto più libri nell’ultimo
mese di quanti ne abbia letti in tutto il resto della mia vita. Mi sono
accorto che quelli sull’occulto non sono sufficienti, bisogna allargare
il campo. Devo cercare una traccia di questa setta in tutta la storia
della letteratura mondiale. Non ho ancora pensato a come procedere,
se per nazione, per correnti o per ordine alfabetico degli autori, e so
benissimo che razza di proposito pazzesco è, ma non mi spaventa.
55
Giacomo Sauro
Non mi aspetto di trovare nomi e cognomi, ma qualcuna tra le più
grandi sensibilità di sempre deve essersi resa conto di questa sfasatura nella realtà. Qualcuno avrà notato qualcosa, avrà avvertito un
sospetto, avrà visto quello che ho visto io. E se è andata così, perché
sono sicuro che è andata così, lo avrà inserito in un poema, in un
romanzo, in un saggio, in un articolo, in un racconto, in una poesia,
in un pamphlet. Per forza. Sono convinto che da qualche parte, su
qualche pagina, racchiuso magari in poche righe, ci sia un personaggio secondario ambiguo, una stanza chiusa a chiave dalle coordinate
precise, una rapida riflessione rivelatrice. Non può non esserci. Devo
acuire quel famoso sesto senso e continuare a leggere e appuntare,
leggere e sintetizzare, schematizzare, collegare. Dovrò comprare altri
scatoloni, ma i risultati di questo sforzo saranno sui taccuini, nero su
bianco, il più chiaro possibile. Chi sta leggendo queste pagine li ha
trovati, i miei taccuini. E sa pure a cosa servono, perché ha trovato
anche quest’altro taccuino, l’unico senza etichetta.
56
Pizzaconnection
di Fabrizio Miliucci
Fabriz
io Mil
iuc
ci
Nato a
Latin
1985,
si è l a nel
in Ita
aureat
li
o
una te anistica c
on
s
I crit i dal titol
i
c
i
di sé. o
pubbli
c
Ha
a
t
o u
poetic
a inti na silloge
tolata
poesie
Nuove
(
P
e
2010).
rr
Si è o oneLab,
cc
Flaner
í dell upato per
a
di nar
rativa rubrica
«Cri
genera
tion». sis
Pizzaconnection
q
uelli come me c’hanno tutti qualcosa da nascondere, per
questo lavorano da Pizzaconnection. Una cosa che magari
nemmeno sanno bene cos’è, però la sentono eccome se
a pelle preferiscono un lavoro così, che fai quello che devi fare, ti pigli
i soldi della giornata e vai via, senza che spieghi chi sei, cacci i documenti e firmi un sacco di fogli. Io devo lavorare, ok, ma a te che te
ne frega chi sono e chi non sono? Che sei, una guardia? Questi sono
fatti miei e basta. A quelli come me chi sei è meglio se non glielo
chiedi proprio. Ecco il fatto qual è.
Io poi lo so troppo bene perché mi tocca stare nascosto, e allora da
Pizzaconnection oramai ci sto da parecchio. Ma all’inizio non volevo
abbassarmi a fare il fattorino. Portare la pizza a casa della gente mi
pareva umile. Ma poi piano piano, siccome non trovavo altro, allora
mi sono convinto. Sennò qua stavo fresco. Ma non ti credere che si
guadagna. Anzi. La paga è la cosa più brutta, quindici, venti banane.
Un po’ di benza alla macchina, al massimo le sigarette.
Che ci vuoi fare?
Certe volte però a fare questo lavoraccio ti senti uno stronzo. Quando sono tutti a casa e tu stai lì con quella cazzo di sacca in mano a
fare su e giù lungo la strada e non trovi il palazzo e non sai dove devi
citofonare e i cani ti abbaiano dietro e i ragazzini figli di troia ti pigliano pure per il culo. Certe volte uno si pente proprio di lavorare da
Pizzaconnection e dice: «Appena torno mando tutti a cagare cazzo
me ne frega a me?»
Però poi trovi il tipo e magari ti abbuschi una mancia, monti in macchina, parti e torni a mazzetta, con le ruote che fumano su ogni
rotonda e saltano sopra i dossi, capito come? E allora ti metti un po’
l’anima in pace e ti sfoghi. Ti diverti a fare qualche curva a cannone
e va sempre a finire che resti.
59
Fabrizio Miliucci
Ma i primi tempi le macchine nemmeno ci stavano, ci stavano i motorini. Vecchi scarabei tutti sfondati col bauletto attaccato dietro che
tu aprivi e infilavi i cartoni uno per uno nelle staffette d’alluminio.
E dopo partivi. Gelo, grandine, neve, diluvio universale tu dovevi
partire lo stesso.
«Si fredda la pizza», diceva il Boss, «cercate di darvi una mossa».
Allora giravi per tutta la città con le gomme lisce e i freni spanati,
ma tu che ti credi? Che davvero non s’è addobbato mai nessuno con
quei cazzo di scarabei? O che pure dopo, con le macchine, è andato
sempre tutto tranquillo? Ma beato a te. Fobia l’ha tirata piccola la
capocciata quando s’è stampato su un albero a Vialepetrarca (già era
scemo prima, figurati adesso) oppure Mirketto, o quell’altro che c’ha
rimesso una gamba e cammina ancora tutto mongoloide. A tutti c’è
capitato il botto. Prima o dopo il botto capita per forza. L’unica è
sperare di non farsi tanto male quando succede. Perché comunque
va sempre a finire in culo a te. E quando sei sceso dalla macchina incidentata e chiami in pizzeria col telefonino, loro prima di chiederti
se stai bene dicono: «Ma hai fatto la consegna? La macchina come
sta?», e poi dopo, ma solo dopo, «e tu?»
E insomma i primi tempi sempre col motorino. Col giubbottone
allacciato fino alla gola che quando tornavi sgocciavi acqua in mezzo
ai clienti che si ingozzavano e il Boss mentre impastava alzava un po’
lo sguardo e faceva lo gnorri: «Che, piove?», chiedeva.
Ma dopo che hanno preso le macchine le cose sono migliorate un
pochetto. È stato proprio quando quello là ci ha rimesso la zampetta che il Boss deve essersi detto: qua mi levano tutto, e allora ci ha
attrezzato con qualche Uno bianca, e sul tettino gli ha pure fatto
montare le insegne abusive che si illuminano e c’hanno la scritta
Pizzaconnection e il numero di telefono per fare le ordinazioni.
60
Pizzaconnection
Una vergogna che non ti dico andare in giro con quella roba accroccata sopra la macchina. E infatti a me m’era pure passata la fantasia
e stavo anche per dirglielo, alla moglie del Boss: «Io con quella roba
sulla macchina non ci vado in giro». Ma poi Skema m’ha spiegato
che basta staccare la spina appena giri l’angolo. Certo, l’insegna sta
sempre là, ma al buio mentre sfrecci lungo la strada se rimane spenta
non la nota nessuno. E comunque almeno il freddo e la pioggia erano
risolti. La sera che sul piazzale sono comparse le macchine noi fattorini, dopo anni di acqua che ti correva lungo la schiena, scatarravamo
tutti felici.
Fatto sta che anche da Pizzaconnection abbiamo iniziato a intripparci nel traffico vero. All’inizio stavamo sempre a tirare con Zecco e
Manina. Invece quando vedevamo un posto di blocco ci facevamo i
segni coi fari e col clacson. E questo ce lo aveva detto proprio il Boss
di farlo. Qua c’è l’ordine di non farsi beccare sennò sono cazzi. Per chi
lo pizzicano ma soprattutto per lui, il Boss. I finanzieri gli imboccano
in pizzeria e cominciano ad attaccare storielle finché lui non li porta
nel retrobottega. Quando poi escono, quelli c’hanno il sorrisetto e
pare che è tutto a posto, ma a quello la faccia scura gli resta un mese,
e non si può dire né a né o che scapoccia come una iena: «È colpa tua
è!», gli fa a quello che s’è fatto pigliare, «ma io non ti pago!» Poi si
sputa sui palmi delle mani e rinizia a impastare. Quindi occhi aperti
e in caso darsi, capito come?
Una sera però m’hanno beccato anche a me porco zio. Quella volta
non ci stavo a pensare e invece i balordi s’erano messi a fare le poste
davanti al Palabowling. Paletta e via. Bevuto. Non ti dico le madonne dentro la Uno. C’avevo pure un mezzo ciccotto in bocca che
per farlo sparire mi sono bruciato anche un dito e giù a ringhiare
altre madonne. Comunque paletta e via. Pronti. «Buonasera marescià
61
Fabrizio Miliucci
come andiamo?», ma intanto tra me e me facevo, se mi identificano
stavolta sono fottuto. Quello c’aveva una faccia incazzata e scartabellava coi documenti della macchina, io tossicchiavo per farmi vedere
tranquillo. Poi ho provato il tutto per tutto, prima che i documenti
me li chiedeva anche a me: «Certo che vi lasciano sotto ’sto freddo
senza manco niente da mangiare», era proprio ora di cena, alla guardia gli sono brillati gli occhi per un nanosecondo, «che la favorite una
pizzetta marescià? Lei coi colleghi suoi?»
Ora, quello poteva dirmi di no, che era in servizio, chiedermi i documenti miei, fare un controllo e portarmi dritto in centrale. Oppure poteva dire di sì e l’avevo sfangata. E invece non diceva niente.
Mi guardava e basta. Fisso. «Qua dietro c’ho un sacco di roba, pure
crocchette, pure i supplì!» Ma quello niente, e allora scendi tu di tua
iniziativa, apri il cofano dietro e comincia a tirare fuori la roba con la
strizza che a ogni mossa quello diceva: «Ma che vai faciendo guagliò?
Rientra int’a machina, muòviti». E invece niente, quello non ha fatto
una piega e pareva pure scocciato. Dopo un po’ anche i colleghi suoi
m’hanno iniziato a guardare straniti ma io andavo avanti borbottando cazzate sul freddo. Gli ho apparecchiato il cofano della gazzella,
pizze peronipiccole patatefritte, e li ho messi a mangiare, un saluto educato e me ne sono venuto via senza mancia. Sono tornato in
pizzeria, ho spiegato tutto al Boss e mi sono buttato in un angolo a
sbraciarmi gli ultimi tiri della torcia mentre smaltivo, e a quelli che
arrivavano gli dicevo dove stavano i balordi e di fare il giro largo.
Quello non s’è incazzato più di tanto per le pizze perse, e anzi: «Bravo», mi ha detto, «hai fatto bene così». Ma a me me ne fregava assai
di lui e di Pizzaconnection, io c’avevo avuto paura che il mazzo me
lo facevano a me perché in giro è pieno di infami che si credono che
sono ’sta ceppa di cazzo.
62
Pizzaconnection
Comunque sia, quella volta mi sono davvero cagato in mano, te lo
giuro, volevo finirla là, vaffanculo te e le pizze a domicilio: «Io me ne
vado via, emigro proprio, non hai capito», e infatti con Jerry Lee ce lo
dicevamo sempre di andarcene in Olanda a sfondarci di bombe (perché comunque, quello che ti serve, fumo bamba maria, qua basta che
fai un fischio, capito?) e ogni sera facevamo il piano di come si poteva
fare pel viaggio, poi però lui ha trovato da fare il fruttarolo ai mercati
generali e io sono rimasto un’altra volta qua. Da Pizzaconnection.
Però la moglie del Boss dopo quella volta del Palabowling s’è inventata una cosa per stare più tranquilla. Ci dà uno scontrino fiscale a
inizio serata e quello devi cacciare fuori se i finanzieri ti danno rogne.
Sì perché mi sono scordato di dirti che il conto da Pizzaconnection
te lo fanno su un foglio normale così la cassa rimane a riposo. Quindi
uno scontrino a sera e via per la città, possibilmente evitando le guardie. Ma a dirtela tutta di questo fatto dello scontrino non è che a me
me ne era mai fregato qualcosa, e neanche ai clienti, ma lei quando
gli ho raccontato di come m’ero dovuto tirare via dalla trappola ha
pensato subito agli scontrini, perché quando qua imbocca la finanza
è sempre per quello. Se permetti però poi non glielo sono andato più
a dire che per me il problema era un altro, che c’ho da stare attento
ai fatti miei, che io dentro non ci posso tornare, sennò poi quella era
capace di attaccare a fare domande, e con me le domande le devi
accannare, non hai capito, te l’ho detto anche prima.
Però adesso che ci ripenso uno che m’ha attaccato pippe per ’sto benedetto scontrino fiscale una volta l’ho pure trovato. Era un vecchio
delle Incise, voleva a tutti i costi farsi prendere a zampate. Quella volta arrivo bello spedito, inchiodo la macchina a Piazzadante, imbocco
il portone e citofono, salgo, ricitofono e mi apre ’sta faccia da cazzo.
Quella sera ero allegro proprio, non mi ricordo nemmeno perché, ma
63
Fabrizio Miliucci
ero allegro e felice e salendo avevo fatto le scale a due a due. Insomma
quando quello mi apre io saluto per bene perché l’educazione a scuola
me l’hanno imparata anche a me e pure il rispetto dei capelli bianchi,
poi gli passo la roba: «Diciotto e cinquanta», e gli allungo il foglietto
del conto, tranquillo e contento. Quello però ha cacciato gli occhiali dal taschino della vestaglia: «Per due margherite mi sembra un po’
troppo!», ha guardato il foglietto e ha sbroccato, «E questo che cos’è?!
Questo scontrino non è valido! Lo sa che con questo ruba i soldi anche
a me?», così, dal nulla. Era impazzito. Io non gli avevo mica rubato un
cazzo a quel vecchio scemo, te lo giuro, io non me l’aspettavo proprio
e ci sono rimasto pure di merda, ma come? Io vengo tutto contento e
tu mi sbotti i peggio insulti? «Sì vabbé me li dai ’sti soldi?», gli faccio
a quel punto già un po’ incazzato, ma quello invece di capire s’è messo
a strillare più forte: «Io non le debbo dare proprio niente! Anzi adesso
chiamo la polizia e stiamo a vedere! Io vi denuncio! A lei e al suo principale!» Ed è stato lì che non c’ho visto più, quando quel deficiente ha
iniziato a dire denuncio di qua denuncio di là. Ehù! Ma io ti scasso
di botte! A chi cazzo vuoi denunciare tu? Tu ti fai i cazzi tuoi e muto
perché se mi pigliano i cinque minuti ti lego e ti do fuoco con tutta la
casa vecchio bastardo, ti faccio a pezzi e ti ficco nel bauletto della pizza,
ma ’sto coglione! E gli ho detto proprio così infatti: «A chi denunci tu?
Tu ti fai i cazzi tuoi sennò io ti spacco», e m’è partita pure una pizza,
ma nel senso della manata ’sta volta. E ’sti grandissimi cazzi dei capelli
bianchi! Potevi starti più attento alle parole che usavi! Denunci a chi?
Comunque è andata a finire che m’ha pagato e s’è rinfilato in casa con
la coda fra le gambe, il vecchio. Ma siccome a me non m’era per niente
sbollito lo scazzo, e siccome mi sentivo pure allegro e contento come
quando ero arrivato, allora mi sono tirato fuori il cazzo e gli ho pisciato
sul tappeto, sulla porta e sul campanello. E vaffanculo. Sono uscito che
64
Pizzaconnection
ridevo. Ho acceso il motore della Uno, ho mollato di colpo la frizione e
ho affondato con l’acceleratore così gli ho lasciato sotto casa metà delle
gomme, per quanto ero felice e contento. Quella volta ho sbroccato di
brutto, ma non ti credere, con i clienti capita sempre. Gliene ho fatte
poche io a quelli delle palazzine ricche di q4 e q5, ne ho fiondata poca
di posta nei bidoni della mondezza quando poco poco mi rispondevano male. Bollette, pacchi, cartoline, tutto. Tutto nell’umido.
Che fai ridi? E ridi ridi che intanto io sono sei anni che sto a Pizzaconnection. Alla fine ci sono cresciuto dentro ’sto posto. Quando
sono arrivato ero un pischello. Un botto di tempo. Una boato. Sul
motorino e sulla Uno bianca. A fare su e giù tutte le sere per Viaisonzo, Viadellerose, Viapantanodinferno, e piano piano è diventato un
impiccio che non se ne esce, mangiare merda sputare sangue. Tutto
’sto tempo seduto sulle sedie di plastica insieme con gli altri, Danilo
il Bove Pennabianca, ad aspettare la consegna, a parlare, a fumare, a
guardare il pelato di fronte che mena i figli una sera sì e l’altra pure
e noi a dirci: «Adesso andiamo lì e lo spacchiamo di botte!» Ma non
ci siamo mai andati perché pure quello è una guardia. Ci siamo pure
fatti le peggio risate però. Quelle sere che non si combina un cazzo
e quando è ora di pagare il Boss ti fa storie perché la moglie lo pressa, ma noi lo guardiamo storto e allora si sta zitto e abbozza, sennò
davvero davvero lo ammucchiamo pure a lui con tutto il bancone e la
moglie. Quelle sere lì magari ci scappa uno spino o una schicchera,
capito come? E dal frigo spariscono tipo tre quattromila peronipiccole e allora sì che ci tagliamo e quando salta fuori una consegna
litighiamo per un’ora e mezza con le pizze che rimangono a freddarsi
e la moglie del Boss che ci rompe le palle e noi giù a pigliarla pel culo.
Oppure stiamo tutti zitti a guardare fisso la finestra del pelato con
lui che si vede Paperissima Sprint, ognuno coi pensieri suoi nella
65
Fabrizio Miliucci
testa. L’unico che parlava sempre era Goffredino che era il più rompicoglioni di tutti e non sputava un secondo. Una volta era tutto il
pomeriggio che mi faceva: «Ti devo fa’ vede’ una cosa», finché a mezza serata non s’è tirato giù pantaloni e mutande, s’è coperto il cazzo
con una mano e con l’altra ha tirato fuori una palla enorme, tutta
bianca e senza un pelo. «Toccala», diceva pure quel coglione, «è molliccia». Poi tempo dopo Gianmarco era tutto strano ma io non lo
sapevo che era successo, allora l’ho salutato e lui m’è sbottato a piangere sopra una spalla, come a un fratello, e in mezzo ai singhiozzi
m’ha chiesto: «Ma come si fa a mori’ a diciott’anni?»
Quella volta là ci ha pensato Fobia a dire qualcosa perché io c’ero
rimasto troppo male, e non mi usciva più una parola e non sapevo
che fare. Allora ha attaccato lui con un lungo discorso, uno dei suoi
tutto impicciato che non si capisce niente per via della erre moscia e
degli spuntoni sul labbro. Ma quella volta, nel buio del retrobottega,
quello che diceva lo abbiamo capito tutti. Guardava per terra e ogni
tanto si accarezzava la cresta, faceva frullare il teschio del portachiavi,
si incantava un momento e poi continuava. Ascoltavamo tutti in silenzio ma appena c’è stata una consegna io mi sono alzato e mi sono
dato pure se non era il turno mio. Sono montato in macchina e ciao.
Dopo un po’ mi sentivo già meglio. Sì perché girare per la città a un
certo punto diventa un fatto automatico, le mani e i piedi ballano
intorno alle leve e allora tu non pensi più a niente, non c’è bisogno
nemmeno che la guardi, la strada, così guardi tutto il resto, i cartelloni pubblicitari coi culi delle modelle, i barboni che ficcano la testa
nei cassonetti, quelli che girano col Mercedes, le ville degli zingari
con gli Audi tt parcheggiati davanti.
Comunque sia va sempre a finire che ti perdi, fai i giri più assurdi,
ti scordi dove stai andando, te ne freghi e ti incastri sulle rotonde.
66
Pizzaconnection
Io una volta ne ho fatta una per sedici volte di fila. Alla fine mi
veniva da vomitare ma ero contento lo stesso. Per quanto la prendi
alla larga però è inutile, a un certo punto tocca che vai dal cliente.
Così quella volta che Fobia stava ancora a parlare nel retrobottega di
Pizzaconnection sono partito come una freccia, ho parcheggiato la
macchina sotto ai palazzoni della mediana, ho chiuso con la sicura
(che quelli che abitano lì stanno avvelenati peggio di noi) e mi sono
accollato le pizze. Scala h. Citofono. Portone. Al piano m’ha aperto
la porta una biondina tutta tirata, con le labbra rosse. Ho iniziato
a passarle la roba e lei mi ha fatto un sorriso. E a me è quel sorriso
che m’ha illuminato.
Poco dopo ero in ascensore. Davanti lo specchio mi sono accorto che
c’avevo un graffio lungo tutta la guancia come un filo di sangue e
anche in bocca, sopra la lingua. A vedermi così m’è venuto da ridere.
67
www.flaneri.com
Scarica

Untitled - Flanerí