www.timeoutintensiva.it, N° 19, Racconti a Margine, Dicembre 2011
“Cesare Mongolo”
racconto di S. Vasta
« Quando ero piccolo, potevo avere 7
o 8 anni, vivevo in un condominio con
un grande atrio interno, sul quale si
affacciavano quasi tutte le finestre
delle cucine di ogni casa. Veniva usato
dalle famiglie come un posto sicuro
dove tenere a giocare i figli, specie i
più piccoli, dato che l’unico accesso
all’atrio era permesso da una grande
cancellata che veniva chiusa alle
nostre spalle dal portiere, un cerbero
che ci controllava come un secondino.
Invece di tenerci in casa, i nostri
genitori avevano la fortuna d’avere
uno grandissimo box interno al
palazzo. Un grande box di cemento, diverso dai box in legno per bambini da tenere
a casa, ma con funzioni simili, cioè metterci in uno scatolo da cui era impossibile
scappare. Così venivamo controllati sia dalle madri che ogni tanto si affacciavano a
guardarci sia dal signor Nicola, il cerbero. Quell’atrio era per me una cosa viva; vi si
svolgeva gran parte della mia vita lì dentro. Gli amici, i primi giochi, le prime botte, i
primi calci al pallone. La signora del quarto piano che cantava in continuazione arie
d’opera steccando tutte le note più alte, mia madre che si scambiava vivande dalla
finestra tramite un sistema ingegnoso di saliscendi con la sorella che abitava 2 piani
sotto; le sorelle Marchese, che urlavano in continuazione contro i mariti, rintanati
da Ambra “la rossa”, una che faceva la vita. A volte il condominio le si rivoltava
contro per il discreto quanto “amorale” via vai notturno. Ma Ambra prestava anche
soldi, e cacciarla sarebbe equivalso per i condomini stessi a pagarle tutte le
cambiali sull’unghia. Avanzava soldi da tutto il palazzo, e non li dava ad usura.
Tranne un piccolo interesse non ci guadagnava altro. Era anche il monte di pietà
del quartiere. L’altro motivo per cui Ambra era tollerata, era il suo essere per gli
uomini del vicinato, un motivo di svago dato che per “simpatia condominiale” ai
vicini forniva prestazioni rare ma gratuite. “Omaggi segreti” li chiamava. Ed in
questo era riservatissima. Omaggi fatti perché fossero gentili col suo Cesare, il figlio
mongolo. Sì, Cesare era un ragazzo mongoloide grande e grosso, con gravi
difficoltà della parola tanto che molti stati d’animo, la gioia o la rabbia, li esprimeva
1 con suoni gutturali che spesso spaventavano i bambini ed i ragazzi che giocavano.
Sapeva essere molto dolce e gentile, ma d’improvviso per un nonnulla diveniva
irascibile e violento. Era gli estremi del carattere espressi senza mediazioni,
impulsivamente. Quella montagna dai pantaloni corti, vicino la quale si era sempre
in ombra, le volte che scendeva nella “gabbia dei leoni” come veniva chiamato
l’atrio, stava a girare lungo i muri, sempre attaccato alla cornetta di un telefono
tutto rotto che aveva trovato chissà dove. In quella cornetta pezzi pezzi faceva
lunghissime discussioni per ore percorrendo e ripercorrendo il perimetro dell’atrio,
e tutto filava liscio. Poi, come sempre, qualcuno lo insultava, o lui per curiosità
strappava di mano ai ragazzi qualcosa che l’aveva colpito, figurine, soldatini di
piombo, catenine, giornaletti. Ed iniziavano le botte. Ma lui ne dava raramente. Non
prendeva mai nulla per rubarlo, ma solo per curiosità, tanto che stava lì fermo a
rigirare l’oggetto conquistato tra le mani a chiedersi che fosse, mentre il legittimo
proprietario tentava di farsi valere con calci urla e pugni a quella massa informe
dagli occhi piccolissimi. Lui non ci faceva caso, li lasciava sfogare sul suo corpo, e
poi glielo riconsegnava o se lo metteva in tasca e non c’era verso di farglielo ridare.
Sino a quando non decideva lui. Era mal visto comunque un pò da tutti, perché in
qualche occasione, specie quando gli facevano la baia gridandogli “Arancina coi
piedi”, perdeva il lume della ragione e chi gli capitava sotto lo massacrava
letteralmente di botte. Con relativa protesta di tutti i genitori. Ambra allora gli
urlava contro, scendeva a precipizio nell’atrio e lo picchiava con un cucchiaio di
legno che, su quelle carni abbondanti, le si rompeva regolarmente, e, se il
condominio cominciava a lamentarsi, ricordava ad ognuno i crediti dovuti
abbuonando qualcosa alla famiglia “colpita” dal “suo” Cesare. Poi veniva la
dolcezza, ma dopo giorni di mutismo e di lamenti, giorni in cui Cesare non
scendeva. E li vedevi madre e figlio dondolarsi nel balcone sul dondolo di legno
come due innamorati. Ma il problema presto si ripresentava, perché Cesare quando
s’infuriava non conosceva il limite della sua forza né il limite della sofferenza altrui.
Era questo il suo principale problema; nell’amore come nell’odio era estremo. Era
capace di stritolarti in un abbraccio affettuoso o di strangolarti nella colluttazione
pur senza in effetti volerti ammazzare, ma arrivava a stringerti il collo sino a farti
perdere i sensi, sino a tramortirti. Così scorrevano le giornate. L’unico con cui
Cesare andava d’accordo ero io perché diversamente da tutti, lui non mi faceva
nessuna paura. Tanto che avevamo inventato un gioco tutto nostro. A volte,
vedendomi distratto, per farmi spaventare mi si avvicinava quatto quatto da dietro
cercando in tutti i modi di non farsi vedere. Ma quasi sempre prima di lui arrivava la
sua ombra, quell’ombra che piano piano mi oscurava il cielo, e che me lo
annunciava. Così lo fregavo sempre. Quando lo sentivo arrivare di soppiatto, mi
eccitavo moltissimo e cominciavo a ridere in silenzio preparandomi a quel “BUUM”
urlato alle mie spalle, che non mi faceva spaventare più di tanto, ma che dovevo
dimostrare di temere facendo un improvviso saltello. E tutta questa euforia era
perché aspettavo il “solletico” che le sue mani dopo il finto spavento mi facevano.
Arrivavo a ridere a crepapelle sino all’apnea, al singhiozzo, alla fame d’aria. E lui,
rideva pure sino a buttarsi a terra e a fare giravolte per la contentezza. Eravamo
amici, anche se d’una amicizia senza parole. E tutto perché una volta avendogli
2 chissacchì regalato un gioco di costruzioni ad incastro avevo insieme a lui passato
tanti pomeriggi a spiegargli, lui così maldestro con quelle mani troppo grandi,
come poteva, incastrando i pezzi di legno, ottenere le figure del libretto di
istruzione. Avevo 7 anni allora, e ricordo che quel bellissimo gioco occupò i miei ed
i suoi pomeriggi per un’intera primavera. E fece di noi due amici inseparabili.
Cesare non era affatto stupido come sembrava, anche se la sua intelligenza era
come nascosta, misteriosa. Improvvisa come i suoi colpi di testa. Se ne stava a volte
ad ascoltarmi in silenzio con quel suo sguardo istupidito, onomatopea del suo
essere mongoloide, ma scoprivi che aveva afferrato tutto, anche le cose più
complesse. Poi, quell’anno, venne l’estate, il caldo era torrido e nella “fossa dei
leoni” ognuno di noi cercava quanta più ombra possibile. Ma anche così quasi non
si resisteva, i giochi di movimento erano ridotti al minimo, e passavamo le giornate
a parlare dell’ultima domenica che eravamo stati al mare, col pensiero alla
successiva quando ci saremmo tornati. Allora le vacanze erano cose per ricchi. Per
noi arrivavano ogni sette giorni. Gli altri sei erano fatti di gabbia e di caldo. Cesare
data la mole era sempre sudatissimo e smanioso. Quando Nicola il portiere si
assentava Cesare cominciava ad armeggiare col catenaccio del cancello, come se
aprirlo potesse portare una ventata di aria pura. Di uscire non m’era passato mai
neanche per l’anticamera del cervello. Era un desiderio rimosso. Accantonato come
impossibile. Ed invece era proprio questo che l’ombra mongola voleva. Una
mattina sentii i passi di Cesare arrivare da dietro mentre io per terra ero intento a
contare i doppioni delle figurine. L’ombra mi sovrastò e lui dietro. Già mi aspettavo
il solito gioco, il suo urlo, il mio finto spavento, il solletico, le mie risate, le sue
capriole. Invece quell’ombra mi prese per mano e mi trascinò letteralmente alla
cancellata. Eravamo soli, il cerbero era su che divideva la posta. “Cosimo... tu... tu
guarda”, e fatto sparire quel vecchio catenaccio nella sua manona, come d’incanto,
dopo uno strattone, si aprì. Quel gigante ottuso aveva come un mago reso in un
attimo possibile la cosa più proibita, ciò che ognuno di noi ragazzi sognava, ma che
neanche ci si diceva, date le punizioni che ne sarebbero venute. Poter uscire non
visti era eccitante e pauroso ad un tempo, era mettere il naso nell’altro mondo,
fuori dal nostro girone, e da soli; era trasgredire gli ordini impartiti avventurandosi
come i grandi nel mondo poco conosciuto del quartiere, andare in esplorazione,
curiosare. Io alla vista del catenaccio aperto mi ritrassi impaurito guardandomi
d’intorno, ma Cesare mi trascinò dall’altra parte e richiuso il catenaccio non so
come, ci ritrovammo presto a camminare per strada mano nella mano. Lui era il
capitano della spedizione e dalla risolutezza con cui procedeva sembrava sapesse
dove portarmi. Affidai la mia paura alla sua mano che teneva stretta la mia e piano
piano quel guardarmi intorno impaurito lasciò il posto all’eccitazione della fuga. Ci
mettemmo a correre urlando come forsennati, per scacciare la paura, per darci
coraggio. Fu come spalancare delle tende su quella giornata di sole e aperta la
finestra andare libero su d’un palcoscenico assolato, io che fino ad allora avevo
sbirciato il mondo nascosto dietro il sipario plissettato della gonna di mia madre.
Camminammo parecchio e rallentammo solo sul lungomare. Da quel momento
tutto ci sembrò più facile. Affondando la lingua nel gelato comprato con i soldi che
Cesare non so come aveva rimediato, ci scordammo di tutto. Quel cioccolato era
3 dolcissimo, ad ogni leccata i miei occhi si chiudevano su quel sapore come a non
farne sfuggire nemmeno un soffio; finalmente potevo godermelo a testa alta e non
tutto sbilanciato in avanti “se no ti gocciola sulla magliettina”, e finalmente anche i
miei vestiti ne assaporarono l’essenza mentre glielo sgocciolavo sopra. All’ombra di
Cesare tutto sembrava magico quel giorno, anche le persone che guardavano
quella strana accoppiata, gigante scemo più bambino, trascinarsi felice quasi
fossero i padroni del mondo. Così dopo un pò arrivammo a S. Erasmo, una chiesa
prospiciente un moletto, dove andavano molti pescatori che cercavano di stare
lontani dalla confusione, dato che erano molto pochi quelli che vi facevano il
bagno. Il sole di quella giornata era come rendesse ai miei occhi tutto più bello,
brillante. I pescatori con le loro lenze, dei ragazzi in fondo che facevano gare di
tuffi, le barche al largo, il monte, il cielo azzurro... ci sono momenti che vorresti il
tempo si fermasse, tanta é la felicità di sentirsi parte di un tutto così armonico. Poi ci
furono delle urla, i ragazzi avevano visto Cesare e gli facevano la baia tirando anche
manciate di pietrisco. Quando nella gabbia succedevano queste cose lui si
imbufaliva e caricava il gruppo con tutta la sua mole. Erano botte da orbi. Ma quella
volta con uno strattone ed un grugnito l’ombra mi trascinò lontano da loro, verso
dei grandi blocchi frangi onda, e inseguiti dalle urla, cominciammo la scalata
bruciandoci le mani sulle rocce arroventate. Cesare nei tratti peggiori mi faceva
arrampicare sulle sue spalle così da facilitare e rendere più spedito il cammino.
Appollaiato sulla sua schiena avevo il tempo di riposarmi e godermi il paesaggio
dall’alto del gigante. E fu dopo uno di questi tratti che mi depositò su una piccola
spianate in cemento prospiciente il mare, nascosta tra le rocce, ed abitata soltanto
da un vecchietto seduto al bordo con i piedi in acqua ed intento a pescare con una
canna lunghissima. Quando ci sentì arrivare si voltò e riparandosi gli occhi dal sole
disse Ciao Cesare, come stai? E la mamma ? Forse era troppo affaccendata per
accompagnarti? Per tutta risposta lui gli si avvicinò e vidi scomparire quell’esile
figura nell’abbraccio che Cesare gli stava dando mormorandogli all’orecchio parole
incomprensibili. Va bene Cesare, va bene... non così forte... anch’io ti voglio bene...
anch’io... ed il tuo amico non me lo presenti? mi sentii sollevare da terra e fui
depositato pochi metri più in là davanti due occhi acquosi dall’espressione molto
mite, da cui si dipartivano rughe profonde che superati i confini di quel volto
avvizzito dagli anni, si perdevano in una massa di capelli e barba bianchi. Lo ricordo
bene come fosse adesso, potevi dargli qualsiasi età oltre il centinaio. Avevo davanti
Matusalemme in carne ed ossa e non riuscivo a staccare gli occhi da quelle crepe
aride. Guardandolo pensai che avesse pianto sempre. Come se per anni le lacrime
avessero scavato quei solchi e poi fosse arrivata un’improvvisa siccità. Mi strinse la
mano come fossi grande, Io mi chiamo Lucio... - disse-, e poi dopo una pausa
riprese; “ed ho tanti anni più di te”... arrossii moltissimo del fatto che si fosse
accorto del mio stupore, come se avesse letto i miei pensieri.. “Cosimo, piacere”, la
mia voce uscì tremolante come un battito d’ali, e diedi uno strattone alla sua mano
come mi aveva insegnato mio padre... ma la mia mano restò stretta alla sua e provai
timore e rispetto per quell’uomo che mi scrutava, ed una strana sensazione di
familiarità come se l’avessi sempre conosciuto... fu un attimo perché poi sentii
afferrarmi il polso e provai dolore quando Cesare lo strattonò per sciogliere le
4 nostre mani da quell’abbraccio... ci divise... “Cesare, dai ! smetti di fare il geloso...
sedetevi qui accanto tutti e due sù... e tu chiedi scusa al tuo amico... avanti...” con
riluttanza il gigante si rimpossessò del mio polso e me lo baciò... come quando le
madri baciano la bua dei bambini: “Così ti passa”? mi chiese. Ma io continuai per un
pò a massaggiarmi il braccio, seduto di fronte al mare ma lontano da quel signore
ad una distanza che Cesare reputò rassicurante, occupandone poi gran parte
interponendosi con la sua mole tra noi.»
« Eravamo però troppo irrequieti per stare seduti con i piedi in acqua a guardare il
mare e non fare niente, per cui cominciammo a fare mulinelli, schizzi, la lotta coi
piedi ritrovandoci tutti bagnati. Lucio aveva tentato di togliere a Cesare i panni
umidi ma lui non ne aveva voluto sentire. Io ero invece rimasto in mutande. Il caldo
era torrido, Cesare sudava come una fontana e si asciugava con il davanti della
canottiera piccolissima verde militare, che indossava. Così mi alzai senza aspettarlo
e mi avventurai su degli scogli affioranti qui e là, divertendomi a saltare dall’uno
all’altro. Trovai ciò che cercavo alla fine, una piccola conca poco profonda dove
potermi fare il bagno. Non sapevo ancora nuotare. Mi ci buttai quasi fosse il mare
intero, il blu più profondo, e quando i miei piedi toccarono mi accorsi che poco di
me restava a scaldarsi al sole. Era più profonda di quello che credevo. La testa
usciva fuori a stento, ma i piedi erano ben saldi sul fondo. Stiedi lì in quell’oasi
chiusa al mare, ma piena della sua freschezza a sguazzare e guardare il cielo
dimentico di tutto, felice. Provai ad immergermi più volte, poi presi coraggio e con
il naso chiuso dalla molletta delle dita, mi immersi ad occhi chiusi, un pò più a
lungo. Quando emersi guardai il sole ma non c’era più, mi ritrovai all’ombra, al
riparo del gigante che dall’alto, messo tra me ed il sole, mi guardava sguazzare.
Solo quando fu in volo il suo urlo mi diede l’idea di ciò che sarebbe successo. Quella
montagna di carne mi venne addosso per gioco sorridendo, inconsapevole che
persa la presa dei miei piedi, per me quella pozzanghera era l'abisso. Mi venne
addosso a gambe aperte in un tuffo, io mi infilai tra loro -non c’era modo di
sfuggirgli- e affondai col suo peso sul torace sino a distendermi sul fondo. Come
contraccolpo a quella botta sul petto, l’ossigeno sfuggì e le mie mille bolle
risalendo ci avvolsero lasciandomi senza fiato, aprii la bocca ma l’aria che cercavo
entrò liquida in gola, la sentii irritarmi e affogarmi il respiro, la voce non mi usciva,
annaspai, le mie mani morsero i suoi cuscinetti, e non so dove trovai la forza per
aggrapparmi a lui e, come fosse un ascensore, risalii con lui che riemergeva. Affiorai
tossendo in mezzo all’uragano delle onde provocate dal suo tuffo, lo abbracciai
forte al collo e quando si alzò fui trascinato in alto a tossirgli e sputargli sul petto.
Restò lì in piedi con me appeso, convinto che giocassi, ma la mia faccia paonazza
dovette dirgli cosa era realmente successo e quando svenni mi sentii afferrare dalle
sue mani prima del buio. Mi svegliai a faccia in giù disteso sul cemento dove Lucio
poco prima pescava. Proprio lui mi comprimeva le spalle ritmicamente
massaggiandomele, e sentivo l’acqua perdersi in rivoli fuori dalla mia bocca. Mi
sembrava di essere una bottiglia piena, spremuta a far uscire l’acqua. Tossivo.
Sentivo anche sempre più distintamente delle voci... era Lucio che parlava con tono
duro e preoccupato a qualcuno che pensai fossi io stesso, ma che poi capii essere
5 Cesare. Quante volte ti ho detto che devi stare più attento. Non puoi pensare solo a
giocare... sì, ho capito, l’hai fatto per giocare con lui ma quasi l’annegavi... tu non ti
rendi conto Cesare ma oggi hai fatto una cosa molto grave che poteva causare una
tragedia... il tuo amico poteva morirci... e tu? Tu invece volevi solo giocare perché
gli vuoi bene; ma l’amore può anche uccidere, se non si sa dosare. Sai se sapesse
nuotare ? Non hai pensato che col tuo peso potevi schiacciarlo al fondo?... non so
se mi capisci... forse capisci solo il cucchiaio di legno della mamma quando ti
picchia... forse parlarti é inutile; ah ecco, si sta svegliando... ora lo giriamo...”. Cesare
intanto piangeva... girava in tondo, si dava pugni in testa, si strappava i capelli. Poi
mi girarono e lui si mise lì a sgocciolare lacrimoni e a farmi ombra... io tossivo, senza
riuscire a smettere, ma dopo un pò mi sentii un pò meglio. Allora Lucio mi prese in
braccio, mi distese a ridosso delle rocce, a riparo dal sole dandomi come cuscino le
gambe di cesare che seduto lì con me, per un pezzo mi accarezzò i capelli
guardandomi ed emettendo un lamento di dolore a bocca chiusa quasi continuo
ma flebile a percepirsi, un lamento che accompagnava ogni carezza. Sentivo piano
piano ritornarmi le forze, e quelle attenzioni allontanavano dai miei pensieri i
momenti più brutti. Dopo un pò mi alzai, “Ti farebbe bene sciacquarti nell’acqua
fresca e bassa”, mi disse Lucio proteggendosi gli occhi con la mano, e con un gran
tuffo ecco Cesare con l’acqua alle ginocchia che mi invitava a raggiungerlo. “Io
aiutare” mi disse e mentre mi faceva gocciolare dalla conca della sua mano l’acqua
fredda sulla testa mi ripeté più volte “scusa Cosimo scusa ed abbassò lo sguardo
mentre lo guardavo. E presto eravamo di nuovo lì a tirarci l’acqua e ridere come
nulla fosse stato.>>
Nota dell’Autore: Questo Racconto, di pura fantasia, è dedicato a tutti i disabili, che
stanno attraversando grandi difficoltà, nel supporto alla loro disabilità, per il deficit di
assistenza pubblica, di welfare, determinato dai tagli “imposti” dalla crisi economica.
S.V.
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