COMUNE DI
MARTELLAGO
PROVINCIA DI VENEZIA
ASSESSORATO ALLA CULTURA
25 APRILE 1945 - 25 APRILE 2005
60° ANNIVERSARIO
DELLA LIBERAZIONE
Testimonianze orali
di guerra, di lotta partigiana,
di prigionia nei campi di concentramento,
di persone nate o residenti a
Olmo Maerne Martellago
a cura di Cosimo Moretti
Questa pubblicazione è stata resa possibile
grazie al contributo e alla sensibilità di
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COOPERATIV
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di Campagnaro Mario & C.
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30030 Martellago
Logo della fondazione del Corpo Volontari della Libertà
(ricorrenza XX della Resistenza). Per gentile concessione
del Circolo Filatelico Numismatico di Martellago
INDICE
Prefazione
Ringraziamenti
Dedica
Presentazione
pag. 7
pag. 9
pag. 11
pag. 15
TESTIMONIANZE
Cognome
Nome
luogo di nascita residenza
pag
ANTONELLO
BARBIERO
BELLAN
BERTOLDO
BOZZOLAN
BUSATO
CARRARO
CENTENARO
DAMIANI
DE BENETTI
DE BENETTI
DE ROSSI
FAVARON
FUSARO
MAGNANINI
MELLINATO
MICHIELETTO
PAVANELLO
RAVELLI
SABBADIN
SALVALAIO
SALVIATO
SCARPA
SOCAL
TASSO
TESSARO
TESSAROTTO
TONETTO
TREVISAN
TURATO
VECCHIATO
Guerrino
Silla
Federico
Maria
Angelo
Mario
Attilio
Alfeo
Giovanni
Guido
Ivone
Bruno
Augusto
Cesare
Giannetto
Enrico
Silvio
Aldo
Renato
Nereo
Arnaldo
Antonio
Giovanni
Marcello
Fioravante
Bruno
L. Enrichetta
Narciso
Antonio
Angelo
Gino
Martellago
Martellago
Martellago
Martellago
Dolo
Olmo
Martellago
S.M. di Sala
Martellago
Piombino Dese
Piombino Dese
Martellago
Martellago
Martellago
Reggio Emilia
Martellago
Maerne
Maerne
Cavarzere
Martellago
Salzano
Venezia
Lido di Venezia
Venezia
Martellago
Chirignago
Martellago
Scorzé
Noale
Maerne
Martellago
19
23
27
29
33
37
41
45
47
51
57
67
71
79
81
87
89
91
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103
107
111
115
121
125
131
133
137
141
143
145
Martellago
Olmo
Martellago
Martellago
Maerne
Olmo
Martellago
Olmo
Martellago
Maerne
Martellago
Maerne
Martellago
Peseggia
Martellago
Martellago
Maerne
Maerne
Olmo
Olmo
Olmo
Martellago
Maerne
Maerne
Olmo
Maerne
Martellago
Martellago
Maerne
Maerne
Martellago
Monsignor BARBIERO: Cronistoria della Liberazione di Martellago
147
PREFAZIONE
In tempi di amnesie e sempre più frequenti silenzi, studi, ricerche e iniziative
che aiutino a non far dimenticare il nostro recente passato sono quanto mai
apprezzabili. Ancor di più se a promuoverle sono dei soggetti istituzionali, come
un’amministrazione comunale, che tra i compiti principali, oltre ad erogare servizi e garantire prestazioni, hanno quello di mantenere vivo e attuale il ricordo
e la storia del territorio e delle persone che in quei luoghi, in tempi più o meno
lontani, ci hanno vissuto. Merito quindi del Comune di Martellago e del suo
Assessore alla Cultura Cosimo Moretti l’aver sostenuto e realizzato questa bella
pubblicazione che non solo rappresenta un inedito contributo sulla vita politica
e sociale di Martellago nel corso del Novecento, ma si propone di essere un prezioso strumento di trasmissione a quelle generazioni che, delle vicende narrate
dalle testimonianze raccolte nel volume, poco o niente, conoscono.
Trentadue voci raccontano con semplicità e senza nessuna forzatura retorica le
loro diverse esperienze, lontane nel tempo ma saldamente impresse nel patrimonio, intimo e irrinunciabile, dei ricordi personali; storie “ordinarie” di giovani
normali che hanno avuto la sorte di attraversare, conoscere e subire un periodo
difficile segnato dalla tragica avventura di una guerra rovinosa e distruttiva fortemente condivisa da un regime, quello fascista, che della forza e della violenza
aveva fatto il suo essere costitutivo.
Come giustamente sottolinea il curatore nella presentazione, queste testimonianze non possono, e non vogliono, essere la “storia”: la memoria per sua natura è
destinata a selezionare e rielaborare il proprio vissuto, ma grazie a questi racconti, spesso dolorosi, lo svolgersi degli eventi storici, fissati in distaccate pagine di
manuali e libri di testo, ci apparirà più accessibile e meno lontano.
Infine c’è un ultimo importante motivo che rende lodevole questo lavoro: le
vicende di quegli anni, dall’antifascismo alla lotta di liberazione, sono ormai
quotidianamente sottoposte a strumentali revisioni e preoccupanti manipolazioni, queste pagine restituiscono frammenti autentici e incancellabili che hanno
contribuito a riempire di contenuti sessant’anni di vita democratica del nostro
Paese.
Marco Borghi
Direttore dell’Istituto veneziano per la storia
della Resistenza e della società contemporanea
7
RINGRAZIAMENTI
Per l’aiuto ricevuto desidero ringraziare:
Il Circolo Filatelico Numismatico di Martellago.
Il Cavalier Antonello Guerrino, detto Formigheta, per avermi procurato il testo
di Monsignor Barbiero sulla giornata di Liberazione di Martellago e per avermi
accompagnato in alcune interviste.
Il signor Genesio Miotello, segretario dell’Associazione Nazionale Combattenti
e Reduci di Olmo e Maerne.
Il personale della Biblioteca e della Pubblica Istruzione del Comune di
Martellago
Inoltre, hanno collaborato:
Minello Ulisse, Bulegato Sergio, Claudio Biancon.
9
DEDICA
QUESTO LIBRO E’ DEDICATO
A TUTTE LE RAGAZZE E A TUTTI I RAGAZZI,
AFFINCHE’ DALLA LETTURA DELLE STORIE RACCONTATE
TRAGGANO MOTIVI DI RIFLESSIONE E DI INSEGNAMENTO.
11
Care ragazze, cari ragazzi,
le persone che in questo libro raccontano le loro storie di sofferenze,
di prigionia, di guerra, di lotta partigiana, di persecuzioni subite, sono persone
che hanno superato oggi gli ottant’anni e potrebbero essere i vostri nonni se non
i vostri bisnonni. Esse sono sopravvissute a una terribile esperienza che le ha
private della loro giovinezza, dei loro affetti più cari, della loro stessa dignità
umana. Hanno provato la paura di essere uccisi, hanno sofferto la fame, il freddo, la fatica, condizioni di vita che le hanno rese simili alle bestie. Queste donne
e questi uomini non sono degli eroi come spesso vengono descritti sulle lapidi
e sui libri di storia. Almeno non per loro scelta. Sono persone semplici che si
sono trovate coinvolte in un conflitto mondiale la cui origine scaturisce in buona
sostanza, come spesso accade, dalla sete di dominio e in condizioni di scarsa
consapevolezza democratica delle scelte che vengono compiute.
E’ stata una guerra terribile che ha causato milioni di morti in Europa. Ma è
stato l’ultimo conflitto, nella sua storia millenaria, scoppiato in Europa. Sono
sessant’anni che l’Europa vive in pace e, in questi sessant’anni, i paesi europei,
grazie alla lungimiranza di alcuni suoi capi di Stato e di Governo che si sono
succeduti dalla fine del conflitto in poi, hanno imparato a costruire un futuro
comune fondato sulla cooperazione interna e internazionale, sulla pace, sulla
democrazia, sull’uguaglianza, sulla solidarietà, sui diritti civili. Questi valori
sono stati fatti propri da tutti i 25 paesi che attualmente costituiscono l’Unione
Europea e rappresentano una condizione affinché altri paesi ne possano far parte.
Questi valori sono il frutto di un processo di crescita culturale che si cerca di
tramandare a voi e di perpetuarli nelle coscienze delle future generazioni. Questi
valori non vivono per inerzia. La consapevolezza della loro importanza, la loro
difesa e il loro sviluppo nella società in cui viviamo e nel mondo, sono delle condizioni perché vivano e assicurino la pace e il rispetto reciproco delle diversità
etniche, linguistiche, religiose.
Qual è dunque il vostro compito? Innanzitutto, vogliamo che giochiate tra di voi,
per divertirvi, per conoscervi e per rispettarvi. Poi, sappiate che i vostri genitori
hanno molta fiducia in voi, confidano che studiate e che diventiate delle persone
preparate e rispettose. Voi oggi non ve ne accorgete, ma sono loro i vostri veri
eroi, i vostri modelli di vita. Quando vi accompagnano a scuola, quando vi portano in gita, quando tornano a casa stanchi del lavoro, quando con voi festeggiano
in famiglia un avvenimento, quando soffrono per i momenti di incomprensione
e per le avversità della vita, dimostrano di essere delle persone semplici e fragili,
che però, quotidianamente, umilmente, perseguono il fine di farvi crescere bene
in un mondo migliore. Toccherà a voi continuare la loro nobile opera. Vi invito,
infine, a leggere le storie raccontate in questo libro. Esse vi faranno sicuramente
riflettere sull’importanza delle cose semplici ma preziose quali il cibo, l’acqua,
l’igiene, un letto caldo, l’affetto, l’amicizia.
13
Ai vostri insegnanti rivolgo l’augurio di un buon lavoro nella loro preziosa opera
di formazione, soprattutto in un momento in cui l’insegnamento della storia
assume un’importanza cruciale.
l’assessore alla Cultura e alla Pubblica Istruzione
COSIMO MORETTI
14
PRESENTAZIONE
Il dizionario Oli-Devoto dà la seguente definizione del termine barbarie: “condizione di vita caratterizzata da un grado infimo di civiltà e cultura e dal prevalere
della forza sulla ragione, e quindi estranea o contraria al nostro modo di concepire e organizzare l’esistenza. Azione efferata, disumana”.
Le guerre e le dittature sono sempre state connotate, nella storia recente e passata, dal prevalere della forza sulla ragione. E le motivazioni apparenti o ufficiali
hanno sempre mascherato interessi e ambizioni di chi la guerra la innesca. Oggi
non è più concepibile che si continui a ingannare sé stessi, a illudersi o a illudere
che la guerra sia lo strumento per risolvere i conflitti.
La celebrazione del 60° anniversario della Liberazione dal nazifascismo non è
soltanto un’occasione per ricordare, ma soprattutto un motivo per tramandare e
perpetuare nella coscienza dei giovani, dei cittadini e dei popoli, i valori della
pace e della democrazia, per la cui rinascita milioni di persone hanno sacrificato
la vita o la propria giovinezza. Con questo spirito e per questa ragione questo
libro è stato scritto.
Tante di quelle persone sopravvissute ai campi di concentramento, alla guerra,
alle persecuzioni, ci hanno purtroppo lasciati. Abbiamo sentito l’esigenza, e il
dovere, di raccogliere le testimonianze orali di coloro che, nati o residenti a Olmo,
Maerne e Martellago, hanno avuto esperienze di guerra, di campi di prigionia,
di lotta partigiana, di persecuzioni. Queste persone, che oggi hanno superato gli
ottant’anni, sono nostri concittadini, a cui auguriamo serenità e benessere.
Desideriamo precisare che la raccolta delle loro memorie non si prefigge una
fedele ricostruzione storica degli eventi o degli avvenimenti che vengono evocati. Tanto più che a ottant’anni la memoria non è più così lucida. Certo, là dove
è stato possibile, soprattutto per quanto attiene alla cronologia dei fatti storici, è
stata fatta una verifica. Ma lo scopo di questa raccolta, lo abbiamo già detto, è
un altro. E’ un gesto di gratitudine verso queste persone, è un tentativo di salvare
e tramandare esperienze di vita che potranno essere lette soprattutto nelle scuole
per trarne spunti di riflessione.
***
Nel 1936 il Comune di Martellago contava 6425 abitanti, mentre nel 1944 ne
censiva 7842. L’aumento della popolazione è dovuto probabilmente anche al
gran numero di sfollati che, soprattutto tra il ’43 e il ’45, dalle città cercavano
rifugio nei paesi periferici.
Nel palazzo ex Leonardi c’era la stazione radio dei tedeschi, nella Villa Ca’ della
Nave c’era un battaglione tedesco, nella Villa Combi c’era il Comando della
Guardia Nazionale della Repubblica di Salò. La Trattoria Novecento, all’ingres-
15
so del paese, era la sede del Dopolavoro Fascista, luogo di incontro soprattutto
al sabato. Il Municipio, retto per tutto il periodo fascista dal podestà Aurelio
Cavalieri, ospitava anche la scuola elementare. Tra le figure importanti di quel
periodo, oltre al podestà, vi erano Monsignor Barbiero e il dottor Meneghelli,
uno dei pochi, assieme alla levatrice, ad avere il permesso di circolare la sera
durante il coprifuoco che vigeva, in terraferma, dalle 22 alle 5.
Le condizioni di vita della gente di Maerne e Martellago erano naturalmente
misere, meno degli altri, però, soffrivano gli stenti della fame e del freddo coloro che vivevano in campagna. La tessera annonaria ovviamente non bastava a
soddisfare le esigenze alimentari della gente. Va segnalato, a questo proposito, l’ordine del Commissario Prefettizio dell’11 gennaio 1945 di trasformare
la trattoria del signor Trevisanato Giovanni in mensa collettiva di guerra. In
questa disposizione il gestore doveva rispondere del suo operato alla Sezione
Provinciale dell’Alimentazione e attenersi alle norme seguenti: somministrare al
consumatore una razione costituita da minestra, pane, secondo piatto al prezzo
di £ 20, comprensivo anche del servizio, escluso il vino e la frutta, previo ritiro
dei prescritti tagliandi e contro buoni delle carte annonarie. Il sabato si invogliava i giovani a frequentare i corsi di istruzione preliminare, in cambio di alcuni
vantaggi quali:
• beneficio della ferma di soli sei mesi per i figli unici
• riduzione od abbreviazione di ferma”.
FOTO DI GRUPPO DI GIOVANI MARTELLACENSI
AL CORSO PREMILITARE
16
Casi di disobbedienza civile
A Martellago non vi era un clima di resistenza vera e propria, la vita civile
gravitava fondamentalmente intorno alla parrocchia, alla figura di Monsignor
Barbiero. La gente tendeva a vivere e a sbarcare il lunario come meglio poteva, né si immaginava, se non molto vagamente, cosa e come potesse essere la
democrazia. La gente provava, tuttavia, una sensazione di costrizione, avvertiva
una certa insofferenza verso obblighi e comportamenti che urtavano contro il
desiderio di libertà che è innato nella natura umana.
Nell’Archivio Comunale di Martellago, che è stato egregiamente strutturato dal
signor Minto Luciano e che occorre valorizzare per le ricerche che permette
di fare sulla storia di Martellago, abbiamo rinvenuto dei casi di disobbedienza
civile, con i quali, simpaticamente, vogliano chiudere questa introduzione, augurandovi buona lettura.
***
Lettera del 26.1.1933 del direttore didattico di Mirano al presidente del Comitato
Opera Nazionale Balilla e per conoscenza al podestà:
Scrive il direttore: “Busatto Andrea di Maerne ha quattro figli ed è in ottime
condizioni finanziarie; nessuno dei quattro figli è iscritto all’O.N.B. e il padre
ha risposto al biglietto della maestra dichiarando senz’altro che non vuole assolutamente che i propri figli siano balilla o P.I. I figli del Busatto frequentano:
Clotilde la prima femminile di Maerne, Antonio la 3° mista; Cesare la 2° mista
e Italia la 4° mista.
Siccome ho motivo di ritenere che a Maerne vi sia persona o persone che propagano idee contrarie allo sviluppo dell’O.N.B, la prego di indagare e di intervenire molto energicamente. Credo che qualche lezioncina in proposito sarebbe
molto efficace e servirebbe d’esempio”.
***
Con lettera protocollata in Municipio il 20 ottobre 1937 Anno XV, le zelanti
maestre di Canove segnalano al podestà un fatto increscioso e chiedono che
siano presi provvedimenti. Così scrivono: “Luise Bruno di Giuseppe di anni 12 e
Concolato Maurizio di Eugenio al grido “A noi” dei fanciulli della scuola urlarono dalla strada “polenta e fasioi. Poco riguardoso per il Regime, poco esemplare per gli alunni, rilevano le maestre. Prontamente il podestà scrive all’on.
Comando Carabinieri Reali di Scorzé e il Maresciallo Capo della Stazione dei
Carabinieri annota sulla lettera: “Sono stati severamente diffidati con minaccia
di denuncia i responsabili e i rispettivi genitori, i quali tutti hanno ottenuto il
perdono verbale dalle insegnanti, a cui lo hanno chiesto assai timorosi”.
17
Nella lettera datata 16.11.1939 Anno XVIII, la maestra Da Re scrive al podestà
segnalando che la moglie di Chin Cirillo “dichiarò di mandare i figli a scuola, ma di non pagare assolutamente un soldo per la tessera G.I.L. La maestra
assicura di trovarsi “dinanzi ad un caso unico di mentalità arretrata che bisogna correggere e vincere assolutamente”. “I Chin – prosegue la maestra – si
comportano in una sistematica diserzione dal più elementare e preciso dovere.
Aggiungete il pessimo esempio che dànno agli altri. So che posseggono galline,
colombi e conigli in discreto numero e che non sono poveri come vogliono far
credere. Vi prego ancora una volta d’intervenire e se credete opportuno farne
cenno al Segretario politico. O vince la scuola o vincono i Chin”, conclude la
maestra con saluti fascisti.
***
La Regia Prefettura della Provincia di Venezia, in data 28 novembre 1931 Anno
X, scrive al podestà di Martellago chiedendo di essere informato se “i parroci
di codesto comune e frazioni limitrofe hanno fatto suonare le campane delle
rispettive Chiese nella ricorrenza del 28 ottobre u.s. della Fondazione dei Fasci
di Combattimento”. Il podestà di Martellago scrive “che il 28 ottobre furono
suonate le campane nella Chiesa del Capoluogo; non quelle della Chiesa della
frazione di Maerne, il cui Parroco mi diede precedentemente avviso che la
Curia arcivescovile di Treviso gli aveva dato disposizioni in contrario. Con
ossequio”.
18
intervista a:
Cognome:
Nome:
Luogo di nascita
Data di nascita
Residente
GUERRINO
Antonello, detto Formigheta
Martellago
17.8.1919
Martellago
Antonello GUERRINO, detto Formigheta
Testimonianza raccolta sabato 16 ottobre 2004
Nel 1942 passai la visita di leva a Mestre, ma, per ragioni fisiche, mi rinviarono
a un’altra visita, poi a una terza, finché mi dichiararono abile e mi destinarono
alla Caserma Regina Coeli a Mestre (lungo Viale Garibaldi). Qui il capitano
della guarnigione mi dichiarò riformato. Nel 1943 (anno della costituzione
della Repubblica di Salò), il capitano fu
trasferito sul fronte russo e le pratiche
che documentavano il fatto che io ero
stato riformato erano irreperibili. Fui
dichiarato disertore. Ad avvertirmi che
mi cercavano fu lo zio Giovanni, che
all’epoca era “cursore” del Comune
di Martellago: si occupava di tutto: di
documenti di identità, di pratiche amministrative, di tasse anche sugli animali
(per questo non gli mancava mai da
mangiare).
Allora conoscevo i padri dell’Istituto
Cavanis di Venezia, che mi mandarono al Collegio di Possagno, provincia
di Treviso). E qui fui ospitato fino al
dicembre del ’44.
Mi rendevo utile aiutando i ragazzi a
studiare, facendo un po’ di lavoretti,
19
sistemando i libri in biblioteca.
Che Collegio era?
Era il Collegio Canova diretto dai padri Cavanis. Era un Ginnasio Liceo e io
aiutavo dei ragazzi di seconda ginnasio.
All’epoca la scuola prevedeva cinque anni di elementari, cinque di ginnasio e
tre di liceo.
Hai qualche ricordo particolare del periodo in cui sei rimasto nascosto in questo Collegio?
Ricordo il famoso rastrellamento del Grappa del settembre del ’44. Vidi una casa
fatta bruciare dai tedeschi per rappresaglia a Possagno. Mi raccontarono dell’impiccagione di un giovane di 20 anni, figliolo del gestore della linea di autobus
Possagno-Castelfranco. Impiccato perché accusato di essere un partigiano.
Ci fu un rastrellamento anche nell’Istituto Cavanis. Ricordo che il padre superiore Piasentini di Venezia, durante la perquisizione delle varie stanze dell’Istituto
da parte dei tedeschi, riuscì a non aprire la stanza dove io ero nascosto assieme
a un maestro elementare, di cui adesso mi sfugge il nome, e all’architetto Lino
Pietro Bottacin, che oggi vive a Mestre.
Ma perché ci fu un rastrellamento?
Gli americani lanciavano dagli aerei nella zona del Grappa viveri e armi ai partigiani. I tedeschi cercavano le postazioni partigiane. Ricordo che il giorno dopo
l’inizio del rastrellamento hanno beccato sul Grappa una trentina di partigiani,
che poi sono stati impiccati a Bassano: i loro nomi ancora oggi figurano sui fusti
degli alberi di Viale dei Martiri.
Per quanto tempo i tedeschi sono rimasti nell’Istituto Cavanis?
Penso fino alla disfatta. Per cinque giorni, tutti i padri dell’Istituto, che erano
tutti insegnanti, sono stati trasferiti alla scuola elementare di Possagno per essere
interrogati. Durante il giorno era consentito loro, scortati da un fascista diciottenne, di recarsi al Tempio Canova di Possagno per celebrarvi la messa.
A noi, che eravamo rimasti, ci portava da mangiare la madre superiora che
percorreva mille metri a piedi dalla casa alpina (un luogo di ritiro spirituale).
Naturalmente, aveva un permesso di attraversamento rilasciato dai tedeschi.
Guerrino, quando sei tornato a Martellago?
Credo nel novembre-dicembre del ’44. Don Giovanni Cardin cooperatore pensò
di far nascere un gruppo di partigiani cristiani senza dare un nome e senza specifiche mansioni, tutto questo in segreto assoluto (fu deciso in Casa Cappellani).
I soldati repubblichini avevano preso possesso della sede della latteria per stabilirvi la loro sede. Ma non c’è mai stato nessun fatto militare.
Una famiglia romana venne ad abitare qui a Martellago, un bravo figliolo che
lavorava a Cinecittà e un profugo Luciano Cacace presentò un lavoro teatrale a
Don Giovanni, che lo lesse e vide la possibilità di metterlo in scena. E così, con
alcuni filodrammatici anziani si formò la Compagnia. E, in breve tempo debuttarono: Guido Leopardi, Danesin Carlo, i fratelli Narciso e Arturo Codato (detto
20
Pantea), il regista ragionier Bruno Marton, profugo da Treviso. Così si formò
la Compagnia con il nome “Improvvisata”. Si dedicò l’opera alle “Pie Forze
Armate”. Così tutto filò liscio.
Si recitò il giorno di San
Giuseppe, il 19 marzo
1945, anche per onorare
l’onomastico di Monsignor
Giuseppe Barbiero.
Ricordo che, mentre si
recitava, alle ore 16.00, un
aereo venne in perlustrazione e mitragliò la strada e
il Municipio. Fortuna volle
che non ci fosse nessuno
in strada. Passata la paura,
si ricominciò a recitare. Il
titolo dell’opera era “Il piccolo parigino”. Regista Bruno Marton, suggeritore
Giovanni Zampieri, il maestro Guido Leopardi. C’era anche Carlo Danesin e
Mario Zampieri che si occupava del trucco. Io facevo lo scenografo.
Senti, Guerrino, ma perché ti hanno soprannominato “Formigheta”?
A scuola elementare ero piccolo, magro e rossiccio. All’epoca si usava tanto
appiccicare i soprannomi alle persone. Non so perché, ma il soprannome me
l’ha appioppato Monsignor Barbiero. A 18 anni avevo la passione di raccogliere
insetti, di costruire oggetti di creta, di imbalsamare uccelli, di conservare vipere
sotto alcool. Non so se vi è un nesso. Certo da allora “tutti lo dovete chiamare
solo Formigheta”, insisteva monsignor Barbiero. Così è stato.
E la compagnia teatrale che ha preso il nome di Formigheta come nacque?
Nel 1952, io e alcuni amici creammo un gruppo teatrale chiamato “Compagnia
Lux” più per divertirsi che per divertire. Poi nel 1980 la Compagnia si rinnovò,
costituita da 18 giovani. Uno di questi disse: ”Ma non la chiameremo ancora
Lux, spero”. Uno di loro disse: “Il nome più bello è Formigheta”.
Bene, ancora oggi la Compagnia Teatrale “Formigheta” continua promuovere
delle rappresentazioni teatrali. Vedo che la tua casa è piena di ricordi e di documenti di ogni genere. E’ un patrimonio molto ricco che si presta a delle ricerche
sulla storia e sul costume di Martellago.
Certo, tanti mi chiedono per delle ricerche, ma penso che un giorno occorrerà
fare un po’ d’ordine, proprio per consentire degli studi e contribuire a conservare
la memoria di un paese che cresce. Ma prima di salutarci, vorrei dirti, a proposito del 60° Anniversario della Liberazione per il quale scrivi questo libro di
testimonianze, che Monsignor Barbiero aveva fatto un voto solenne al Signore
all’indomani dell’8 Settembre del 1943.
In cosa consisteva?
21
Da quella data in poi i tedeschi si sono impossessati dell’Alta Italia. Se
Martellago si fosse salvata dai bombardamenti e dalle deportazioni, ogni anno,
nell’ultima domenica di ottobre, avrebbe promosso una Festa Pubblica e avrebbe
celebrato una solenne Messa in onore di Cristo Re.
E così è stato?
Così è stato. Eppoi, di Monsignor Barbiero conservo un documento dattiloscritto e corretto a mano di suo pugno che è la cronistoria della Liberazione di
Martellago.
Grazie, lo metterò a conclusione di questo libro.
________________________
Foto 1: Guerrino con il bambino Simone che ha tenuto a battesimo.
Foto 2: Sede del Municipio di Martellago costruito agli inizi del ‘900.
22
intervista a:
Cognome:
Nome:
Luogo di nascita
Data di nascita
Residente
BARBIERO
Silla
Martellago
25.11.1922
Olmo
23
BARBIERO Silla
Testimonianza raccolta il 28.11.2004
Caro Silla, ti faccio gli auguri per il tuo 82° compleanno.
Grazie.
Raccontami come hai vissuto gli anni della seconda guerra mondiale.
Sono stato in Marina tre anni. Avevo 20 anni quando sono partito. Nell’agosto
del ’42 sono stato un mese nel grande Deposito dell’Arsenale a Venezia, poi un
altro mese in un distaccamento, sempre della Marina, a San Pietro in Volta. Nel
settembre/ottobre di quell’anno sono stato trasferito a Trapani.
Come ci sei andato?
In treno. Eravamo in una ventina, in una tradotta, un treno merci. Viaggiavamo
in un vagone, sdraiati per terra, dormivamo sulla paglia. Abbiamo viaggiato per
24
tre giorni e due notti prima di arrivare. Lungo il tragitto, facevamo delle soste
su dei binari morti in prossimità di stazioni ferroviarie. Lì ne approfittavamo per
lavarci, per fare i nostri bisogni. Arrivati a Trapani abbiamo atteso sette mesi
prima che ci imbarcassero su un cacciatorpediniere mitragliere. Siamo stati trasferiti al porto di La Spezia.
Poi cos’è successo?
E’ arrivato l’8 settembre del ’43, i tedeschi sono diventati i nostri nemici. Vicino
al porto di La Spezia c’erano quattro navi da guerra, che sono state attaccate dai
tedeschi. Due di queste sono state affondate, la corazzata “Roma” (1) e la corazzata “Ascari”. Le altre due navi si sono salvate assieme a un piccolo incrociatore
chiamato “Attilio Regolo”.
Dove vi siete diretti?
Siamo andati a finire nelle isole Baleari, in Spagna, nella baia dell’isola di
Minorca. Là siamo rimasti praticamente fino alla fine della guerra per circa 16
mesi.
Per mangiare come facevate?
Il Governo franchista ci passava i viveri, forse per riconoscenza per l’aiuto che
Franco aveva ricevuto dal governo di Mussolini durante la guerra civile spagnola.
Come li avete trascorsi questi sedici mesi?
Eravamo sempre a bordo, o meglio, ogni quattro/cinque giorni avevamo la
franchigia di scendere a terra. Ma non facevamo granché. Non conoscevamo la
lingua, non avevamo un soldo. Passavamo queste poche ore lungo la spiaggia,
facevamo il bagno, poi ritornavamo.
Finita la guerra, come sei tornato?
Nel ’45 ci siamo diretti verso il porto di Taranto. Là abbiamo fatto la manutenzione della nave. Poi siamo andati ad Ancona. Ad Ancona ho chiesto e ottenuto
una licenza di tre mesi. Ma alla fine dei tre mesi, sono stato congedato.
Ti ricordi come sei stato accolto, quando sei tornato?
Arrivato alla stazione ferroviaria di Mestre, mi sono lavato, sistemato un po’.
Poi, ho approfittato di un carrettiere che andava verso la Fornace di Martellago.
Ma quando siamo arrivati verso Zelarino, ho incontrato un cugino, che aveva
un mulino a Marocco. Ha subito dato la notizia, poco prima che io arrivassi a
casa.
Ricordo che mi è venuta incontro una squadraccia di ragazzini urlanti: “Silla è
tornato, Silla è tornato”. I miei genitori hanno pianto per la gioia. Ho rivisto i
miei fratelli, io ero il più vecchio di loro, eravamo in nove. La mia casa era in
una laterale di Via Frassinelli, dov’era una trattoria, che aveva il monopolio della
vendita del vino. Ora al suo posto è stato costruito un bell’edificio.
Silla, mi pare che durante la guerra non hai sofferto la fame.
No, la fame no. In Marina non mancava il cibo, mangiavamo pasta asciutta, riso,
verdure, qualche volta anche carne.
25
Ma, sulla nave, quando eravate all’isola di Minorca non vi arrivavano notizie
sull’andamento della guerra?
Non ricordo se avevamo una radio, comunque a noi soldati non raccontavano
mai niente.
Quando sei arrivato a casa, hai trovato lavoro?
Quasi subito. Sono andato a lavorare a Marghera, alla SIO, Società Industria
dell’Ossigeno. Mi occupavo della manutenzione di cannelli per tagliare e saldare
pannelli.
Ti sei occupato di politica?
Sì, a 28 anni mi sono iscritto al Partito Comunista, nel 1950. Ho conosciuto
Miele Armando, Gino Vecchiato e altri. Una volta è venuto a trovarmi, dopo
trent’anni, un vecchio amico che è stato con me in Marina. Si chiamava Michele
Giosa, era dalle parti di Taranto d’origine. Era venuto su a trovare a Padova sua
figlia che si era sposata con un veneziano, un certo Molina. E’ venuto a casa
mia, ci siamo salutati, abbracciati, abbiamo ricordato il nostro passato. Poi, dopo
un’oretta, gli ho detto che dovevo andare, gli ho spiegato che dovevo partecipare
a un Consiglio Comunale, che ero del partito comunista. Quando gli ho detto
questo, ha avuto una strana reazione. E’ quasi scappato via, come se ad avere un
impegno fosse stato lui e non io.
__________________________
(1) Il 9 settembre 1943, giorno successivo alla proclamazione dell’armistizio, la Corazzata
“Roma”, al comando dell’Amm. Carlo Bergamini, veniva attaccata da formazioni di bombardieri
tedeschi nelle acque del Golfo dell’Asinara. Alle 15.45 la ROMA viene colpita sul lato destro. La
bomba scoppia in mare dopo aver attraversato tutto lo scafo e la velocità si riduce a 10 nodi. Alle
15.50 la ROMA viene nuovamente colpita da una seconda bomba. Esplode nei depositi prodieri dei
complessi di grosso calibro. La Nave Ammiraglia è ferita a morte. Alle 16.12 la ROMA si capovolge. Si spezza in due tronconi e affonda. Si trascina per sempre in fondo al mare due Ammiragli,
86 Ufficiali e 1264 uomini di equipaggio.
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intervista a:
Cognome:
Nome:
Luogo di nascita
Data di nascita
Residente
BELLAN
Federico
Martellago
23.04.1921
Martellago
Federico BELLAN
Testimonianza raccolta il 27.11.2004
Ero il più giovane di sei fratelli e avevo una sorella. La mia famiglia possedeva un
campo di terra sempre in via dei Ronconi a Martellago. Ho frequentato le prime
tre classi delle elementari, poi ho smesso per ragioni economiche: il libro di letture
costava 11 lire; e sono andato a lavorare come garzone da un meccanico.
Federico, quando sei partito militare?
Era il 7 gennaio 1941, avevo 19 anni e mezzo. M’hanno mandato a Trieste, poi,
da lì, a giugno in Iugoslavia.
In che compagnia eri?
81° Compagnia Mortai, guidavo autocarrette per trasporto carburanti.
Cosa mangiavate?
Patate, patate, patate, con verze; a volte c’era anche un po’ di pasta. Per accendere il fuoco per scaldarci e per cucinare segavamo le traversine di legno di una
stazione ferroviaria.
Come vi lavavate?
L’acqua era ghiacciata. Ci strofinavamo il viso con la neve.
A Pasqua del ’43, sono tornato a casa in licenza. A Mestre c’era il Comando
Tappa che poi mi ha spedito a Trieste e da Trieste sono andato a finire a Roma
Cesano.
Fino a quando sei rimasto a Cesano?
Fino all’8 settembre. Quel giorno siamo scappati in cinque con un camion pieno
di carburante. Quando siamo arrivati vicino al Po, abbiamo visto i tedeschi.
Abbiamo abbandonato il camion e abbiamo preso di nascosto un treno merci alla
stazione di Ferrara (ricordo che c’era una confusione da matti).
Sono arrivato a casa il 14 settembre: c’erano i miei genitori, mio cognato, un
fratello.
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intervista a:
Cognome:
Nome:
Luogo di nascita
Data di nascita
Residente
BERTOLDO
Maria
Martellago
16.05.1905
Martellago
BERTOLDO Maria
Testimonianza raccolta giovedì 4 novembre 2004,
con il contributo del genero Tullio Franzoi.
Maria, l’anno prossimo festeggerai 100 anni e li festeggerai assieme al 60°
della Liberazione.
Allora, cosa mi racconti? Sotto il fascismo eri già adulta.
Avevo sette figli, 4 maschi e 3 femmine. Ricordo quando li vestivo e li accompagnavo a scuola, in municipio.
I maschietti avevano un berretto col fiocchetto, braghe verdi, calzoni verdi e
camicia nera; le femmine indossavano una blusa bianca, sotto portavano una
sottana nera, calzini bianchi e un foulard celeste. La povertà di allora ci faceva
preoccupare per il futuro dei nostri figli.
Tuo marito lavorava?
Sì, durante il fascismo e durante la guerra lavorava ai forni, alla Sava a Marghera.
In paese faceva parte di una banda musicale, suonava la tromba e faceva un po’
di teatro assieme a Guerrino, detto “Formigheta”. Questo non era molto gradito
ai fascisti. Dopo la guerra lavorava a Mestre come netturbino.
Cosa vi davano quando andavi a prendere gli alimenti con la tessera annonaria?
Ci davano una dose di pane, un po’ di pasta, un po’ di latte, anche un po’ di
sale. Ma non bastava. Ricordo che, quando nella latteria facevano il formaggio,
andavo a prendere il liquido che colava durante la preparazione. A casa lo facevo
bollire e diventava una specie di ricotta che mischiavo col pane e ci mettevo un
po’ di zucchero. Altre volte facevo bollire dell’acqua e dentro ci mettevo dell’olio e del pane secco.
29
A volte mio marito partiva la mattina, per tornare la sera, in bicicletta, per andare
a trovare suo fratello Carlo che era sacerdote e che abitava a Ponte della Priula.
Così si procurava un po’ di farina, di granturco per la polenta. Aveva altri parenti
dalle parti di Motta di Livenza. Anche lì riusciva a procurarsi delle uova, del
salame, del granturco.
Maria, hai mai sentito dire che la gente mangiasse i gatti?
Io non ne ho mai mangiati, però tanta gente diceva che li ammazzavano e li
mangiavano e dicevano “ke bon ke ghe ze”. (1)
Nei negozi di alimentari chiedevate che vi facessero credito?
Durante la guerra c’era la tessera annonaria. Dopo, sì. Avevamo un libretto dove
segnavamo gli acquisti di generi alimentari e carne, un libretto per il pane e
la farina, un libretto per il latte che andavamo a prendere dai contadini. A fine
mese, pagavamo quasi tutto con lo stipendio che entrava.
Perché quasi tutto?
Non sempre riuscivamo a pagare tutti gli alimenti. Comunque noi eravamo fortunati. Tanta gente non riusciva a pagare i debiti. Allora, se il debito era grosso,
o non si faceva più credito o si firmavano delle cambiali.
Per procurarvi gli indumenti durante la guerra, come facevate?
Mia sorella Rita era sarta e lei a volte utilizzava vestiti usati, che le passava una
cognata che viveva a Venezia, per vestire i nostri figli.
E quando avevate freddo, come facevate per riscaldarvi?
Avevamo sempre freddo. Legna non ce n’era. Ci procuravamo della segatura, la
infilavamo nella stufa e al centro ci mettevamo una bottiglia per creare un vuoto.
La quantità di segatura era alta quasi quanto la bottiglia. Aggiungevamo qualche
legnetto e davamo fuoco.
Come si passava il sabato fascista a Martellago?
Si faceva festa, non si lavorava. Ci si trovava al Bar “Novecento”, al Dopolavoro
fascista. Là si giocava a bocce, a carte, si mangiava la trippa, si beveva qualche
ombra, si mangiavano i bagigi, si ascoltavano alla radio i discorsi del duce.
Hai mai sentito suonare la sirena?
Quante volte! Appena suonava, scappavamo tutti nei campi.
Ti ricordi qualche episodio violento?
Mi ricordo che, per sbaglio, Danesin Silvestro è stato ammazzato con una
schioppettata.
Tullio: potevo avere sui 5 anni, nel 1944 o l’inizio del ’45 mi trovavo nella scuola materna, vicino la chiesa. E’ successo che due partigiani si erano appostati,
uno sul campanile della chiesa e uno sotto. E aspettavano un tedesco che arrivava da Via Roma a bordo di una motocicletta a tre ruote. A un certo punto abbiamo sentito sparare e le suore ci hanno fatti stendere a terra. Sentivano gridare:
“arrenditi, arrenditi”. Il soldato tedesco, che aveva appena 16 anni, ha tentato di
fuggire, ma all’altezza del cimitero è stato colpito a morte. Il mezzadro Tondato
lo ha messo in una carretta, l’ha portato dal dr. Meneghelli che ha constatato la
30
sua morte. Si commentava con dispiacere la morte di quel ragazzo.
Ci sono state delle incursioni aeree?
Dove c’era la latteria(2), dove adesso
c’è la pasticceria Carretta, c’era un
portico. Da lì uscì un camion pieno
di tedeschi (siamo nella primavera
del ’44) ed era diretto verso Mestre.
Improvvisamente un aereo alleato
l’ha mitragliato all’altezza del municipio. Il municipio era pieno di sfollati, gente che veniva dalla città, perché credeva che in campagna si era più sicuri. Noi ragazzi eravamo in strada, ci hanno
chiamati, ci hanno fatti entrare in municipio e ci hanno nascosti sotto i letti.
Ricordo che davanti al municipio c’era una donna soprannominata “la parigina”
che vendeva pescetti di liquirizia e “bussoai” (biscotti col buco). Che spavento
ha preso quella donna.
Si usava tanto mangiare liquirizia?
Prendevamo un limone, lo aprivamo di sopra e “tocciavimo” dentro un bastoncino di liquirizia. Era il nostro gelato.
Ve lo ricordate il XXV Aprile del ’45?
Tullio: Da noi si è festeggiato qualche giorno dopo. Abitavamo in Via Calandrine,
prima eravamo in Piazza Bertati. Avevo 6 anni. Nel paese si sente gridare “E’
finita la guerra! E’ finita la guerra. Stanno arrivando i partigiani”. Alcuni giorni dopo sono arrivati i partigiani da Mestre su dei camion che a mano a mano
si riempivano di gente, tutti accorrevamo sulla strada. Gente a piedi, gente sui
camion, gente che suonava i piatti per far musica.
Maria, ma tu, quel giorno, quel XXV Aprile, perché eri contenta?
Perché ze finia la guerra. Pensavamo sempre ai fioi.
____________________
(1) Il 2 marzo del 1943 Il Prefetto della Provincia di Venezia emana un decreto in cui vieta, “in
tutto il territorio della provincia di Venezia, l’abbattimento dei gatti per l’utilizzazione delle pelli,
dei grassi e delle carni”. Il provvedimento fu preso in considerazione del fatto che “la rarefazione
dei gatti determina l’aumento del numero dei topi, i quali, oltre ad essere apportatori di gravi
malattie, recano gravi danni alle derrate alimentari, specie a quelle lasciate in deposito negli
ammassi”. Archivio Comune di Martellago, 254, VI.
(2) Foto: Casa Leonardi.
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intervista a:
Cognome:
Nome:
Luogo di nascita
Data di nascita
Residente
BOZZOLAN
Angelo
Dolo (VE)
17.09.1917
Maerne
BOZZOLAN Angelo
Testimonianza raccolta giovedì 9 dicembre 2004
Angelo, so che attualmente sei presidente dell’Associazione Combattenti e
Reduci di Olmo e Maerne. Mi hai detto, quando ci siamo incontrati, che hai
fatto la guerra. Quando sei partito?
Sono partito il 28 maggio 1938 destinazione Riva del Garda V Artiglieria d’Armata, Caserma “Giovanni Livella”. Dopo pochi mesi sono stato promosso caporale ed ero responsabile del Magazzino merci: viveri e vestiario. Il mio superiore
era il tenente Calligaris.
Ricordi qualche episodio in particolare?
Una volta siamo andati a fare un campo d’esercitazione dalle parti di Folgaria. Io
ero puntatore di cannone. Quel giorno però non sono partito con gli altri a fare
esercitazione, sono rimasto al campo nel deposito magazzino. E lì mi è successo
un incidente. Avevo in mano un moschetto carico e, involontariamente, mi è
partito un colpo. Il colpo ha ferito alla schiena l’attendente del capitano. Mi sono
beccato dieci giorni di rigore e venti di cella semplice. Poi, mi è venuto a trovare
il mio superiore Calligaris e mi ha detto che mi levavano i gradi di caporale e
“per ordine dell’Imperatore” sono stato trasferito a Peschiera al Deposito di
Artiglieria.
Poteva andarti peggio.
Infatti, ho evitato di andare a finire al carcere di Gaeta.
A Peschiera, il colonnello, dopo avermi messo alla prova (dovevo consegnare
una busta sigillata al generale del Comando Militare di Rivoli Torinese), mi
manda a lavorare in cucina.
Fino a quando sei rimasto a Peschiera?
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Fino al ’41. Poi sono stato trasferito in Piemonte, a Cuneo, presso la Batteria
contraerea. Dopo qualche tempo, sono stato mandato a Sant’Agata sui due Golfi
per un corso di goniometro e di telegoniometro. Alloggiavamo in un convento di
frati. Poi, sono stato a Anzio alcuni mesi, alla scuola di Mitragliera da 20 pollici
e cannoni da 88 pollici con gittata fino a 12 km.
L’8 settembre mi trovavo a Anzio. In mezzo a tutta quella confusione che c’era,
sono riuscito a prendere il treno e ad arrivare a Peschiera. Da Peschiera sono
ritornato a Torino. Lungo il tragitto, ci fermano i tedeschi, che ci portano in
caserma. Là ci hanno chiesto di scegliere: o combattere con loro o andare nei
campi di lavoro in Germania. Io e altri quattro compagni abbiamo raccontato
la balla che dovevamo andare a prendere le nostre cose personali che avevamo
lasciato in una casa di campagna. Ci hanno creduto. In realtà, siamo poi scappati.
Delle famiglie ci hanno aiutato, ci hanno dato degli indumenti.
E poi dove siete andati?
Una donna, che era una staffetta che passava informazioni, ci aveva detto che
partiva un treno da Porta Nuova alle 5 del pomeriggio per Venezia. Ma, arrivati
alla stazione, la zona brulicava di soldati SS. Prima che saliamo sul treno, una
tosa mi afferra per un braccio e mi dice: “State attenti, ci sono le SS che fanno
prigionieri tutti quelli che riescono a prendere e li caricano su quel treno”. Non
sapevo cosa fare. Stare nascosto, significava perdere il treno. Prendere il treno
poteva farmi scoprire. Avevo 26 anni. Ho deciso d’istinto: ho fatto una corsa,
in mezzo alla folla, sgomitando come un pazzo, finché sono salito e il treno è
partito per Venezia. A Vercelli, il treno si ferma per una manovra di scambio di
rotaie. In quel mentre, accanto al nostro, ho visto su un treno merci tutti i miei
amici che avevo a Torino. Forse erano prigionieri dei tedeschi, forse erano diretti
in Germania.
Finalmente sono arrivato col treno a Barbarigo, vicino Dolo. Ho proseguito a
piedi fino a Fiesso d’Artico, a casa mia. Ma, in quei giorni, mi tenevo nascosto,
mentre osservavo i tedeschi che si dirigevano verso Trieste.
Angelo, hai avuto delle esperienze un po’ rocambolesche, ma, tutto sommato, ti
è andata bene.
Sì, sono stato fortunato. Però ho perso un fratello in guerra. Si chiamava
Antonio. Era della classe del 1914. Alto, robusto, buono come il pane. Si è
disperso durante la ritirata di Russia del ’43. Di 120.000 soldati partiti, ne sono
ritornati 20.000.
Angelo, volevo chiederti del Monumento alla Pace di Maerne-Olmo che è stato
inaugurato pochi anni fa.
Penso che Giovanni Buosi, che è stato presidente della nostra Associazione per
tanti anni e che tanto ha fatto per noi, meriti una citazione a parte.
Sarà fatto.
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Monumento alla Pace di Maerne-Olmo
Il Monumento alla Pace di Maerne-Olmo, opera del
Maestro Baschierato, fu fortemente voluto dall’Associazione
Nazionale Combattenti e Reduci di Maerne-Olmo. L’opera
fu portata a compimento grazie alla tenacia e al sacrificio
personale dell’allora presidente Giovanni Buosi, insignito
dell’onorificenza di Cavaliere della Repubblica, a cui va
ascritto il merito di aver dato all’Associazione una sede.
Anche Giovanni Buosi, nato a Cimadolmo (Tv) nel 1922,
Foto di Giovanni Buosi
visse, nella sua giovinezza, esperienze di guerra in Croazia.
Nel 1943 fu fatto prigioniero a Mestre dai tedeschi e fu
inviato nei campi di lavoro in Germania, dove rimase due
anni. Lo ricordiamo e lo ringraziamo per tutto quello che
ha fatto per noi.
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intervista a:
Cognome:
Nome:
Luogo di nascita
Data di nascita
Residente
BUSATO
Mario
Olmo
26.01.1920
Olmo
BUSATO Mario
Testimonianza raccolta il 5 gennaio 2005
Sono partito il 15 febbraio del 1940 per le isole Egee, destinazione Rodi. Ho
lavorato nel Deposito della Marina che aveva come sede un grande castello.
Dopo quindi giorni sono stato trasferito nell’Isola di Lero, facente sempre parte
del Dodecanneso, dove vi era un cantiere navale, in cui ci occupavamo di riparazione e manutenzione di navi. In seguito, e in modo definitivo, sono stato
distaccato nell’isola di Stampalia a disposizione della Marina. Svolgevo funzioni
di cannoniere pm (puntatore/mitragliere).
Che funzione strategica aveva l’isola di Stampalia?
Rappresentava un presidio militare da cui si proteggevano le
navi che sostavano nel porto,
era un posto di osservazione, di
difesa. Io avevo la mia zona da
cui svolgevo funzioni di controllo in qualità di sergente e
con ai miei ordini sei soldati.
L’isola, ricca di ulivi, aveva due
porti, uno militare e uno civile;
inoltre, c’era una chiesa ortodossa che è stata distrutta nel corso di un intenso bombardamento da parte di tre
incrociatori inglesi. Ogni incrociatore era dotato di sei o sette cannoni. Una vera
gragnuola di proiettili si è abbattuta sull’isola. Eravamo intorno alla metà del
’42. Il prete ortodosso di quella chiesa era molto addolorato e io e altri cinque
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soldati gli abbiamo proposto di ricostruirgliela pietra su pietra (le pietre erano
di tufo), se la chiesa l’avesse dedicata alla Madonna. Il prete ne ha parlato con
il vescovo, che ha dato l’autorizzazione per la ricostruzione e noi, che eravamo
un po’ tutti muratori da civili, siamo riusciti nell’impresa (1). Chissà se quella
chiesa c’è ancora oggi.
Fino a quando sei rimasto nell’isola Stampalia?
Fino all’agosto del ’43. Ma prima, poteva essere luglio del ‘40, ricordo che c’è
stata una grande mobilitazione di tutte le forze navali italiane del Mediterraneo
Orientale contro le forze navali della Royal Navy. Fu una grande vittoria della
flotta italiana. Era la famosa Battaglia di Punta Stilo.(2) Abbiamo abbattuto tre
piroscafi nemici e fatto centinaia di prigionieri che sono stati radunati tutti in un
serraglio. E abbiamo conquistato l’isola di Creta.
Ricordi degli episodi un po’ particolari durante questo periodo passato a
Stampalia?
Me ne vengono in mente due. Il Governatore dell’Egeo aveva impartito l’ordine
di affrontare gli inglesi in mare aperto con tre Mas. L’impresa era suicida. Il
mare era molto mosso e affrontare la tecnologia inglese non era per niente facile. Difatti, è finita male. Uno dei tre Mas è stato letteralmente risucchiato da un
vuoto creato da bombardamenti. Sono morti tutti e quattordici i marinai, gli altri
due Mas, dove c’ero anch’io
per fortuna, sono riusciti a tornare indietro, grazie anche al
fatto che i Mas, oltre che essere
dotati di un motore ausiliario
silenzioso, erano anche dotati di
un motore a scoppio che veniva
azionato in caso di fuga o di
necessità di acquistare velocità.
L’altro episodio è legato ad
un’operazione che si effettuava
ogni quindici giorni. In qualità di sergente, dovevo recarmi con un rimorchiatore nell’isola di San Torino, vicino all’isola di Stampalia, per rifornimento di
frutta. Ma prima che partissi sono stato sostituito, perché sono stato convocato
dal comandante dell’isola per comunicazioni. Ebbene, quella notte quel rimorchiatore è stato attaccato e affondato da un sommergibile inglese. Tutti morti.
Ho pianto l’intero giorno.(3)
Mario, non vi davano mai licenze per tornare a casa per brevi periodi?
Dopo tre anni di servizio, davano un mese di licenza e, tornati dalla licenza, si
rimaneva sempre nello stesso posto fino alla fine della leva. Ma io diffidavo dal
partire in licenza, sebbene si trattasse di andare a ritrovare i propri cari. Il viaggio
non era sicuro, i mari erano infestati di forze nemiche. Ritenevo fossero scarse
le possibilità di ritorno. I miei amici credevano che non ci tenessi a rivedere i
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miei. Ma non era così. Ricordo che due miei amici di Maerne, Turcato Bruno
e Vivian Bruno, sono andati in licenza premio, ma uno è morto nel viaggio di
andata, l’altro nel viaggio di ritorno.
Mario, siamo ormai vicini all’8 settembre. Cominciavate ad avvertire che qualcosa stava cambiando?
Si respirava nell’aria, notavamo che il Governatore dell’Egeo si defilava sempre
più, l’isola di Creta è stata da noi abbandonata ed è stata subito occupata dai
tedeschi. L’ammiraglio acquisiva sempre più forza nelle decisioni da prendere.
In quel periodo, c’è stato un gigantesco raduno nell’isola di Rodi, di forze navali, di ufficiali con familiari, di impresari, allo scopo di fare ritorno in Italia. Ci
siamo recati nel Porto del Pireo, dove siamo rimasti fermi per una quindicina di
giorni. Alloggiavamo come meglio si poteva, in case o in edifici abbandonati.
Eravamo migliaia. Per il ritorno sono stati organizzati dei treni. Ma, nel tracciare un percorso di ritorno, bisognava evitare delle zone dove erano presenti
delle malattie infettive. Abbiamo fatto un lungo giro passando per la Bulgaria,
l’Ungheria. E’ stato un viaggio di ritorno allucinante, disastroso, durato ventotto
giorni. Vagoni scassati, senza acqua. Eravamo sporchi, denutriti, sempre con la
paura delle malattie infettive. Io ho seguito il consiglio che mia madre usava
dare spesso ai suoi parenti: mangiare aglio e cipolla per combattere le malattie
infettive. Così ho fatto. Siamo arrivati a Postumia dove esisteva un centro di
raccolta e di controllo sulle condizioni sanitarie delle persone che transitavano.
Ricordo di aver lasciato il treno, di aver camminato, o meglio vagabondato,
per un bel pezzo, finché ho incontrato un vecchietto. E’ stato lui a dirmi che mi
trovavo a Postumia. Gli ho chiesto se c’era un modo per andare a Venezia. Mi
ha detto che a più di un’ora di strada a piedi, andando sempre dritto, c’era una
stazioncina ferroviaria per cui passava un treno per Venezia.
Sono riuscito a raggiungere quella piccola stazione. Sono salito sul treno. Il
bigliettaio mi fa: “non si può salire, questo è un treno di prima classe”. “Ti
mangio vivo” gli ho detto “se non mi fai partire”. La conversazione si è subito
chiusa. Sono partito e sono arrivato finalmente a Mestre.
Finalmente a casa. Ti ricordi il periodo?
Finalmente a casa, poteva essere poco prima dell’8 settembre, ma ero completamente irriconoscibile. Sporco, mal nutrito, nero in viso per la sporcizia e per il
fumo. Alla stazione, prima di incamminarmi per casa, mi sono tagliato la barba
con una lametta. Poi mi sono diretto per la Gazzera. Sentivo i rintocchi dell’Ave
Maria provenire dal Campanile della Chiesa. Ho trascorso qualche breve periodo di riposo a casa, ma qualche giorno prima dell’8 settembre sono stato convocato a Venezia, alla Caserma Sanguinetti, per un nuovo imbarco. Io e tanti altri
ci siamo rifiutati. Al Comando hanno creato tre liste di partenza per sorteggio.
La prima partiva per la Sardegna, la seconda partiva per il Friuli, la terza sarebbe
rimasta a disposizione. Io ero nella terza.
Dov’eri e cosa facevi il giorno dell’8 settembre?
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Mi trovavo a Trebaseleghe per la Festa dei Mussi. Verso il tramonto, vedo tanta
gente correre di qua e di là, e non capivo il motivo. Mi sono messo a correre anch’io meccanicamente. Poi ho visto che correvano tutti in chiesa. Si era
sparsa la notizia dell’Armistizio e tutti erano andati a pregare per questo. Ma
naturalmente, il peggio doveva venire, la guerra cominciava ora, quella più
brutta. Cominciavano i posti di blocco, i rastrellamenti, la gente aveva paura
di finire in Germania nei campi di concentramento. Io dovevo recuperare uno
zaino che avevo lasciato a Venezia da una vecchietta che vendeva tabacchi vicino alla Caserma Sanguinetti. Ma era un rischio attraversare Mestre, andare fino
a Venezia e ritornare senza incappare in qualche rastrellamento. Ci tenevo allo
zaino. C’erano i miei indumenti e tutti i miei effetti personali e qualche ricordo.
Ho avuto il coraggio di fare questo viaggio, un po’ a piedi, un po’ in autobus, di
sera, passando per la Gazzera e per Marghera. E’ andata bene.
E fino al ’45 come te la sei cavata?
Sempre nascosto, continuando ad evitare rastrellamenti. Vivevo vicino casa, frequentavo casa nei momenti tranquilli. C’era una vedetta che ci avvisava quando
arrivavano i tedeschi o i fascisti. Ci rifugiavamo in una botte collocata sotto terra
e nascosta da delle siepi.
Mario, sei molto conosciuto a Maerne, so che hai fatto molto per la gente. Di
cosa ti occupi ora?
Faccio sempre il 1° tenore nella Corale di Maerne e ne sono il tesoriere dal
1931.
____________________
(1) Nella foto: Anno 1942: Busato Mario con i suoi amici nell’isola di Stampalia davanti alla chiesetta restaurata, che era la prima di una serie di chiesette che costituivano la Via Crucis.
(2) La Battaglia di Punta Stilo, avvenuta il 9 luglio del 1940, vide la più grande concentrazione
d’armamenti navali durante tutto il conflitto nel Mediterraneo. La battaglia fu il risultato di due
operazioni di scorta convogli. La Royal Navy si stava preparando per la difesa di due convogli,
uno da e uno per Malta. La Regia Marina era in mare per dare la scorta ad un convoglio diretto
a Bengasi, in Libia. Il convoglio italiano includeva i piroscafi Esperia, Calitea, Pisani, Foscarini
e Barbaro con un totale di 2.190 uomini, 232 autoveicoli e carri armati, 10.445 tonnellate di
approvvigionamenti e 5.720 tonnellate di carburanti e lubrificanti. Questo era il primo convoglio
mercantile italiano diretto in Libia dall’inizio delle ostilità. L’improvvisa dichiarazione di guerra
aveva lasciato le forze armate in Africa Settentrionale completamente impreparate. Il convoglio
avrebbe dovuto trasportare personale, materiale e armamento urgentemente richiesto dal Raz Italo
Balbo. La flotta britannica si proponeva lo scopo di completare il duplice passaggio di due convogli. Il primo includeva tre piroscafi ad una velocità di 13 nodi, mentre il secondo avrebbe incluso
quattro piroscafi alla velocità di soli 9 nodi. Nel piano era incluso l’eventuale scontro con la Regia
Marina. Le due flotte navali in campo, “consensualmente”, permisero che i convogli arrivassero
a destinazione, sia pur in tempi diversi, per poi misurarsi militarmente nelle acque dello Jonio.
Pare che lo scontro fu pari, anche se gli italiani ebbero motivo di vantare una vittoria morale sulla
strategia britannica.
(3) Nella foto: Partenza dal porto maltesano con le salme dei caduti durante l’operazione contro
gli inglesi.
40
intervista a:
Cognome:
Nome:
Luogo di nascita
Data di nascita
Residente
CARRARO
Attilio
Martellago
9.8.1913
Martellago
Prigioniero di guerra n. 4651
41
CARRARO Attilio
Testimonianza orale raccolta il 29 ottobre 2004
Attilio dove hai fatto il servizio militare?
A Fiume, 18 mesi.
E del fascismo, cosa ricordi in particolare?
Non abbiamo avuto molti problemi, avevamo la nostra terra da coltivare, non
avevamo problemi per mangiare. La sera bisognava essere tutti a casa per il
coprifuoco. Solo la levatrice e il medico condotto avevano il permesso di circolare.
Attilio, vedo che alla parete hai dei quadri: uno si riferisce a quando eri prigioniero di guerra, uno ti è stato rilasciato dal Ministero della Difesa in occasione del XXX anniversario del 25 Aprile. C’è la firma del Presidente Sandro
Pertini.
Durante la guerra sono stato destinato ad Atene. E là il mio plotone (la mia
guarnigione) aveva il compito di impedire scontri tra i contrabbandieri di armi e
i trafficanti di droga. I contrabbandieri di armi ci promettevano che ci avrebbero
portati a Roma, se avessimo loro consegnato delle armi.
Fino a quando sei rimasto ad Atene?
Con l’armistizio del ’43, sono stato fatto prigioniero e trasferito in Germania, ma
non ricordo il campo di concentramento. In questo campo ci facevano lavorare
per fabbricare pezzi che servivano a costruire carri armati.
Cosa vi davano da mangiare?
Due etti di pane, margarina, té di bietola. Molti sono morti di fame. Ero magro.
Il direttore del mio reparto era impressionato per la mia magrezza. Mi guardava
e si metteva le mani nei capelli.
E’ mai venuto in mente a qualcuno di togliersi la vita?
No, mai. Si moriva di fame, ma non di disperazione.
Ma tu cosa pensavi?
Padre Eterno, fammi morire che sono stufo di questa vita.
Dove dormivate?
Su dei letti a castello fatti di legno con dei materassi di paglia. Ci davano una
coperta corta che a malapena ci copriva le spalle.
Come eravate vestiti?
Avevamo una specie di divisa con su scritto, alle spalle “prigioniero di guerra”.
Io ero prigioniero di guerra n. 4651.
Ricevevi notizie dai tuoi familiari?
Sì, conservo ancora alcune lettere che mia moglie mi spediva. Una volta al mese
potevo ricevere da casa un pacco di 5 chili (pacco compreso che era fatto di
legno). Mia moglie mi spediva panbiscotto e sigarette “Roma”. Il pacco, prima
di essermi consegnato, era esaminato da tre soldati tedeschi.
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Attilio, ha mai tentato di fuggire?
Una volta, assieme a un certo Toselli. Vicino all’uscita del campo c’era una
donna che segnalava qualche fuga in questo modo: c’era una corda intorno a una
carrucola. Alle due estremità c’erano una gallina bianca e una gallina nera, tutt’e
due appese per le zampe. La gallina bianca significava che tutto era in ordine, la
gallina nera significava che qualcuno stava tentando la fuga. Ci hanno scagliato
addosso i cani, ci hanno presi subito e ci hanno riportato nella baracca.(1)
Attilio, ti ricordi di qualche bombardamento aereo?
I primi di maggio del ’45. Gli americani hanno bombardato e raso al suolo l’intero
campo. Noi prigionieri siamo riusciti a raggiungere i rifugi sotterranei. Quando
siamo usciti tutto era distrutto e il campo era pieno di centinaia di cadaveri.
Quando sei tornato a casa?
Finita la guerra, gli Americani mi hanno accompagnato in camion fino a Brescia,
poi ho proseguito sempre in camion fino a Treviso, poi sono arrivato a Martellago.
Subito hanno saputo del mio ritorno. Davanti a casa mia sono arrivate un sacco
di persone per farmi festa e il campanaro ha suonato le campane.
(1) La descrizione, che appare un po’ singolare. è stata riportata fedelmente così come mi è stata
raccontata.
Riproduciamo una cartolina (fronte/retro) che Monsignor Barbiero scrisse a Carraro
Attilio durante la sua prigionia.
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44
intervista a:
Cognome:
Nome:
Luogo di nascita
Data di nascita
Residente
CENTENARO
Alfeo
Santa Maria di Sala (VE)
3.10.1923
Olmo
CENTENARO Alfeo
Testimonianza raccolta il 31 dicembre 2004
Sono stato richiamato nel gennaio del ’43 nel Distretto di Venezia. Poi sono
partito per Brindisi. In un’isoletta poco distante ho seguito un corso di can.arm
(cannonieri-armaroli). Ho frequentato per tre mesi una scuola dove insegnavano
a maneggiare cannoni. Ho lavorato sulla Corazzata Duilio.(1)
In seguito sono stato distaccato a Livorno, all’Accademia Servizi, in attesa di
imbarco. I primi di settembre del ’43 ricevo il foglio di via per La Spezia, ma l’8
settembre abbiamo assistito a un vero e proprio rompete le righe: tutti scappavano e sono scappato anch’io. E per due anni ho condotto una vita da sbandato.
In che senso?
Sono tornato dalle mie parti, a Caltana, ma stavo bene attento a non farmi acciuffare dai fascisti o dai tedeschi. Vagavo in continuazione da un fienile all’altro,
da una cascina all’altra. Cambiavo sempre posto. A volte mi fermavo a casa di
contadini che mi offrivano da mangiare e riparo per qualche tempo. A volte, mi
portavano qualcosa anche mio fratello e mia sorella.
Dopo la Liberazione sono tornato alla Corazzata Duilio in attesa del congedo
definitivo.
______________
(1) La Corazzata Duilio costituiva una classe di 2 unità assieme alla gemella Andrea Doria.
Costruita su progetto elaborato dal Generale Valsecchi è derivata dalla classe Conte di Cavour. Nel
1937 fu avviata ai lavori di ricostruzione nei cantieri di Genova. Fu ricostruita e varata nel 1940.
Dimensioni: lunghezza 186,9 m, larghezza 28 m, immersione 10,4 m. Velocità 27 nodi, apparato
motore: 8 caldaie, 2 turbine, 2 eliche,potenza 85.000 HP
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intervista a:
Cognome:
Nome:
Luogo di nascita
Data di nascita
Residente
DAMIANI
Giovanni
Martellago
9.2.1917
Martellago
DAMIANI Giovanni
Testimonianza raccolta il 30 dicembre 2004
Il soldato di leva l’ho fatto nel Distretto di Venezia e sono stato congedato il 23
giugno 1937.
Il 26 maggio del ’38 sono stato richiamato alle armi e sono andato a prestare
servizio militare presso il XX Reggimento Artiglieria a Padova. Ci sono stato
poco tempo. Andavamo a fare il campo dalle parti di Belluno. Un giorno un
sottotenente mi fa: “Giovanni, preparati subito che devi partire per Roma”.
Non mi hanno neanche lasciato il tempo di salutare la famiglia. Dovevo dare il
cambio a qualcuno.
A Roma dove ti hanno mandato?
Dovevo essere al servizio del Colonnello De Martis, il quale era inquadrato
nel Ministero della Guerra. E dovevo occuparmi della Scuderia dei cavalli, che
erano una ventina a disposizione di altrettanti ufficiali. Ma in particolare mi
occupavo personalmente del cavallo del colonnello.
E’ successo che il colonnello è dovuto partire per l’Albania. Dopo qualche tempo,
sono dovuto partire anch’io per raggiungerlo e avevo l’ordine di portargli il suo
cavallo di nome Mareb. Mi sono imbarcato a Bari il 16 ottobre del 1939. Il giorno
dopo sono sbarcato a Durazzo. Quindi sono stato aggregato al Comando Superiore
Truppe di Albania a Tirana, XVII Battaglione Motomitragliatrici mobilitato.
Come te la passavi a Tirana?
Bene, non ho mai avuto problemi, si stava abbastanza tranquilli. E così è stato
fino all’8 settembre. Praticamente il giorno dopo a me e a un’altra ventina di
persone hanno chiesto se volevamo aderire alla Repubblica di Salò.
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Abbiamo risposto di no e, di conseguenza, ci hanno caricato su un treno per la
Germania.
Dal tuo foglio matricolare risulta che l’8 settembre ti trovavi in Grecia e che sei
stato catturato dalle truppe tedesche il 13 di quel mese. Giovanni, cosa ti ricordi
del campo di concentramento, dove si trovava?
Purtroppo, ricordo poco, dopo tanto tempo. Ricordo che tagliavo i capelli ai
prigionieri e che ci ho passato sette o otto mesi.
Sempre nel foglio matricolare si dice che sei stato liberato dalle truppe alleate
il 15 gennaio del 1944. Ti ricordi come hai fatto per rimpatriare?
Ricordo che un tenente cappellano che ho conosciuto al campo mi aveva indicato un treno che trasportava ammalati (forse per eliminarli). Andava verso l’Italia.
Non ricordo il periodo. Ci sono salito sopra di nascosto e, quando siamo arrivati
alla volta del Brennero, mi sono buttato giù. Sulle montagne mi hanno aiutato i
partigiani. Verso la fine del ’44 mi sono diretto verso casa.
Quando sei arrivato a casa, cosa è successo?
Ero assieme a un amico. Arrivati a Padova di notte, lui mi lascia perché era arrivato, io proseguo. Arrivato verso Scorzé, incontro un viandante che mi avvisa
che più avanti ci sono i tedeschi e i repubblichini e che non lasciano passare
nessuno. Io mi avventuro lo stesso, ma una sentinella mi dà l’altolà. Io le ho
detto: “Vieni fuori se vuoi fare la sentinella”, nel frattempo sono scappato.
Erano ormai le 5 del mattino e mi trovavo vicino al capitello che sta alla destra
del cimitero. Vedevo delle donne che andavano alla prima messa. Là vicino si
affaccia una sposa, mi riconosce e chiama mio fratello che abitava nello stesso
edificio. Mio fratello mi fa: “Da dove vieni?”. “Ho appena evitato una schioppettata”, gli dico. Mi consiglia di nascondermi subito, perché ero ricercato.
Allora me ne sono andato alle Cave (Parco Laghetti), dove c’erano dei giovani
che forse si rifiutavano di fare il militare.
Dove dormivi la notte?
Mi spostavo in continuazione, una volta alle cave, un’altra in qualche cascina.
Mi cercavano. S’era sparsa la voce che “Damiani è tornato, è tornato Nane
Damiani”. Siccome non mi trovavano, i fascisti hanno portato in piazza i miei
genitori e pubblicamente gli hanno chiesto dov’ero. Naturalmente non parlavano. Il parroco ha chiesto a mio padre che mi consigliasse di costituirmi. Me l’ha
riferito una notte alle cave, ma io ho rifiutato.
Ormai siamo in aprile, Giovanni.
Sì, i tedeschi si ritiravano. Ma c’è stato un falso allarme sulla loro partenza,
suonavano le campane, ma non era ancora del tutto vero che si stavano ritirando.
Ho dovuto attendere ancora qualche ora prima di essere certo che il campo era
libero.
Volevo chiedere a tua moglie, alla signora Maria Ravaziol, se ha qualche ricordo di questa guerra.
Purtroppo, anch’io ho un brutto ricordo. Ho perso mia sorella Marianna e un
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nipotino, Franco, che non aveva neanche un anno. E’ successo la sera del 26
ottobre del ’44 località Tre Ponti di Santa Maria di Sala. C’è stata un’incursione
aerea contro un camion tedesco carico di munizioni. Il camion è saltato in aria
ed è saltato in aria anche l’edificio accanto, dove abitava mia sorella. L’avevo
appena vista poche ore prima. Ci stavamo preparando per la festa delle oche, che
ricorre i primi di novembre.
Mi dispiace, tutti avete pagato un prezzo involontario per questa guerra.
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intervista a:
Cognome:
Nome:
Luogo di nascita
Data di nascita
Residente
DE BENETTI
Guido
Piombino Dese
8.8.1923
Maerne
51
DE BENETTI Guido
Testimonianza raccolta il 27 dicembre 2004
A diciannove anni, nel settembre del ’42, ho prestato servizio militare in Fanteria
“Divisione Arezzo” a Monopoli (Bari). Una brutta esperienza: ricordo che si
faceva da mangiare in dei bidoni di petrolio tagliati a metà. La pasta si ammassava sotto ed era coperta da un liquido che capitava ai primi che facevano la
coda. Dopo due mesi, ci siamo imbarcati a Bari per l’Albania. Siamo sbarcati a
Durazzo. Ricordo che gli albanesi usavano mischiare un po’ d’acqua alla farina,
facevano con le mani una specie di impasto e mettevano subito a scaldare su una
piastra. Veniva fuori una cosa dura e schifosa.
Che compiti avevi?
A Korica io facevo parte del comando esploratori. Se i partigiani albanesi ci
attaccavano, noi indietreggiavamo lasciando la prima linea ai fucilieri che facevano fuoco.
Nel giugno del ’43 sono arrivati i tedeschi, che hanno raso al suolo ogni cosa,
hanno bruciato con il lanciafiamme donne e bambini che scappavano. Hanno
risparmiato solo due ragazze, che erano state precedentemente violentate.
Nel vostro atteggiamento è cambiato qualcosa dopo il 25 luglio?
Il 25 luglio ci arriva l’ordine di toglierci i fasci e di indossare le stellette da
militare. C’è stato per qualche tempo parecchia confusione. Non sapevamo cosa
fare. L’8 settembre apprendiamo la notizia via radio dell’armistizio. Dopo alcuni
giorni arrivano i tedeschi che ci disarmano e ci fanno prigionieri.
Dove vi hanno portati?
Da Korica, camminando per tre giorni di seguito attraverso delle mulattiere (non
c’erano altri percorsi), scortati da tedeschi che di tanto in tanto ci intimorivano
con delle scariche di mitraglia, siamo andati fino in Grecia. Dalla Grecia siamo
partiti su dei carri bestiame, 50 persone per vagone. Dormivamo distesi e di fianco per ragioni di spazio su della paglia ormai macerata. Abbiamo attraversato i
Balcani. Alle fermate, soprattutto in Serbia, vendevamo alla gente nostri indumenti per un pezzo di pane. I tedeschi non ci hanno mai dato da mangiare. Ma
alcuni di noi, prima di partire dalla caserma in Albania, avevano nascosto sotto
la propria maglia intima due gallette di pane. Io le avevo avvolte in un sacchetto
bianco. Ci fermavamo qualche volta solo per i nostri bisogni fisiologici.
Dove e quando siete arrivati in Germania?
Purtroppo non ricordo proprio, forse era verso il confine francese e comunque
dopo una decina di giorni di viaggio. Dormivamo in dei capannoni. La mattina
i tedeschi avevano l’ossessione di contarci sempre.
Un giorno ci hanno fatto fare un viaggio lungo sette o otto ore. Ci hanno portati
a Kassel, che era stata bombardata e letteralmente rasa al suolo dagli inglesi (1),
che per la prima volta hanno usato delle bombe incendiarie. Si contavano tra
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soldati e civili 6.500 cadaveri sparsi nella città, soprattutto negli scantinati. Alla
periferia della città, ci hanno fatto scavare delle fosse comuni dove buttavamo
i cadaveri ormai in stato di decomposizione. Era impossibile respirare. I soldati
tedeschi usavano guanti e maschere. Noi prigionieri lavoravamo a gruppetti e
riuscivamo a resistere 10 o 15 minuti per l’odore nauseabondo, poi saltavamo
fuori della fossa e un altro gruppo ci dava il cambio. Qualcuno non ce la faceva a
resistere e sveniva. Dormivamo in un edificio bombardato. Dall’autunno del ’43
fino a luglio del ’44 non abbiamo fatto altro che sgombrare macerie e cadaveri.
Ricordo che in quel periodo la mia condizione è cambiata. Non so in base a
quale accordo, da prigioniero sono stato considerato un internato. E’ successo
quando ci hanno portati a lavorare in un luogo distante un’ora di marcia a piedi
da Kassel. Lavoravamo duro in una fabbrica di proprietà di un certo Hans Toff,
che aveva perso un figlio nella campagna di Russia. Costruivamo delle piastre
di cemento che dovevano probabilmente servire per dei prefabbricati. Bisognava
rispettare i tempi di lavoro. Due compagni non ce l’hanno fatta, li hanno portati
via e non li abbiamo più rivisti.
Fino a quando siete rimasti lì?
Fino alla disfatta dell’esercito tedesco. Sono arrivati gli americani. C’è stata confusione. Io e due miei amici,
Pietro Piovan di Piove di
Sacco e De Vita Francesco di
Campobasso, ci siamo messi
a vagare e siamo capitati dopo
alcuni giorni di viaggio in
una fattoria. Dei contadini
tedeschi ci hanno alloggiati
per circa cinque giorni. Dopo
abbiamo avuto notizie di un
campo raduno di prigionieri liberati. Io sono andato in
cerca da solo per alcune ore. L’ho trovato finalmente. C’erano polacchi, russi,
tutte le nazionalità. Dal campo raduno sono partito verso l’Italia a bordo di un
camion.(2) Non ricordo il percorso, forse sono passato per Stoccarda. Comunque,
arrivato a una certa località, ho poi preso il treno e dopo un giorno e mezzo di
viaggio sono arrivato a Pescantina (Verona). Su un vecchio camion ho proseguito fino a Massanzago, dove avevo due fratelli. Erano le dieci di sera e hanno
suonato le campane. Ma io dovevo andare a casa a Levada di Piombino Dese.
Dei contadini gentilmente mi ci hanno accompagnato con un carrettino. Quando
sono arrivato, mi hanno detto che mia madre era morta nell’agosto del ’44, per
una peritonite, all’età di 43 anni.
Guido, ti viene ancora da pensare a questa terribile esperienza?
A volte la notte soffro ancora di incubi, di paure. Mi chiedo: “Ma come se fa,
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come se fa?” In Germania avevo dei momenti di smarrimento della mia identità.
Mi chiedevo a volte: “Chi sono? Mi concentro, sì, mio padre…mia madre…” Ho
avuto periodi di depressione, ho impiegato parecchio tempo per rimettermi, mi ha
anche aiutato il parroco, mia moglie. Ho
portato a casa questa
specie di casacca di
lana senza maniche
che ho indossato per
due anni. Conservo
ancora questi due
biglietti da 10 keichspfenning (3) che i
tedeschi pare dovessero dare agli internati come una specie
di paghetta. Prendili.
Non ho fatto domanda di pensione di guerra. Ingenuamente pensavo che, se
fossi stato dichiarato invalido, non sarei potuto emigrare all’estero per ragioni
di lavoro.
Adesso come stai?
Adesso sto bene, a parte qualche acciacco, vivo nel lusso.
Quale lusso?
Ho una casa tutta mia, riscaldata, passeggio tanto, mi appassiono ai fiori, è tutto
mio qui.
_________________________
(1) Il 22 Ottobre 1943 - KASSEL subisce un’incursione notturna di 440 bombardieri “Lancaster”
che scaricano in poco tempo, con le stesse norme d’Amburgo, 1800 ton. di bombe, prevalentemente
al fosforo, ripetendo per la seconda volta, “La tempesta di fuoco”. La città rimane distrutta per il
settanta per cento. Si lamentano 5.000 vittime e 120.000 senza tetto.
L’aereo Lancaster era un quadrimotore ad ala centrale interamente in metallo. Sicuramente il bombardiere britannico meglio riuscito tanto da essere costruito in oltre 7.000 esemplari, che furono
impiegati in oltre 150.000 missioni di guerra, dotato di impianto per l’ossigeno e di impianto di
riscaldamento per il volo ad alta quota. Era in grado di trasportare grandi carichi di bombe. Questo
aereo fu il protagonista assoluto dei bombardamenti delle città tedesche. Il prezzo pagato fu altissimo, perché oltre la metà degli aerei prodotti furono abbattuti.
(2) Il documento di identificazione che gli americani davano ai prigionieri perché potessero ritornare
a casa in sicurezza
(3)Traduzione del buono che gli internati ricevevano:
Denaro del campo dei prigionieri di guerra. Buono di 10 Pfennig (centesimi) di marco del Reich
Questo buono vale solo come pagamento per i prigionieri di guerra e può essere speso e accettato
solo all’interno del campo o, nei distaccamenti di lavoro, presso i punti vendita espressamente
indicati. La conversione di questo buono in mezzi di pagamento legali può avvenire solo presso la
cassa dell’amministrazione del campo. Eventuali trasgressioni, imitazioni e falsificazioni verranno
punite. Firmato: Il capo del comando supremo della Wehrmacht (forze armate). Per delega: segue
firma.
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intervista a:
Cognome:
Nome:
Luogo di nascita
Data di nascita
Residente
DE BENETTI
Ivone
Piombino Dese
5.11.1924
Martellago
Documento di occupazione
De Benetti Ivone nato il 5/11/1924
è in rapporto di lavoro presso la sottoscritta azienda/amministrazione/reparto.
Questo documento è valido solo se unito ad un documento di identità.
Sul retro di questo documento il datore di lavoro deve annotare
quotidianamente che il possessore ha adempiuto ai suoi doveri di lavoro.
Gotenhafen, il 18 marzo 1945. A destra c’è il timbro della ditta che non è
ben leggibile; probabilmente Hausen & van Mauten, poi c’è una parola
composta con fabrik, ma quella che la precede non è leggibile.
Sotto, tra parentesi,
Stempel u. Unterschrift, cioè; timbro e firma.
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DE BENETTI Ivone
Testimonianza orale raccolta il 24.12.2004
Ivone, quando comincia la tua storia?
Avevo 18 anni e mezzo quando il 20 agosto 1943 fui spedito a Gorizia al XXIII
Reggimento Fanteria. Comincio dall’8 settembre. Quella sera eravamo andati in
libera uscita, quando improvvisamente abbiamo sentito suonare le sirene. Siamo
subito rientrati cercando di capire cosa stava succedendo. La gente diceva che
avevamo fatto l’armistizio. Noi pensavamo che fosse finita la guerra, purtroppo
non era così. Poco dopo per le strade è cominciato un via vai di camionette,
di blindati, di altri mezzi militari e di tanti soldati tedeschi che formavano
dappertutto dei posti di blocco per controllare tutto il territorio. Per esempio,
sui ponti dell’Isonzo e di altri fiumi. Tanti soldati non sono potuti tornare a casa
soltanto perché abitavano dall’altra parte dei fiumi. Tutto questo era successo
perché con la firma dell’armistizio noi soldati italiani eravamo passati da alleati
dei tedeschi a loro nemici. Il giorno dopo anche in caserma è cominciata una
gran baraonda, perché ci siamo accorti che non c’erano più ufficiali. Noi reclute,
eravamo un centinaio, ci hanno lasciate allo sbando. In quei due giorni c’è
stata in caserma una gran confusione. Ricordo che solo un sottotenente, forse
di origine meridionale, era rimasto con noi. Nei magazzini ognuno cercava di
accaparrarsi quello che poteva: viveri, vestiario. Indossavamo due maglioni e
due paia di calzettoni pensando che sarebbero stati utili. Al pomeriggio sono
arrivati i soldati tedeschi, ci hanno disarmati e ci hanno messi in fila e condotti
in un campetto da calcio fuori Gorizia. Per tutta la notte ogni tanto sparavano
in aria per intimorirci e ci proponevano se qualcuno voleva collaborare con
loro, ma nessuno l’ha fatto. Il mattino dopo, fuori del recinto, erano venuti tanti
ragazzi e ragazze a portarci dei panini e a raccogliere i nostri indirizzi per poi
avvisare le nostre famiglie che noi eravamo prigionieri dei tedeschi.
Dopo dove vi hanno portati?
Ci hanno portati alla stazione ferroviaria, ci hanno caricati su un treno composto
da carri bestiame, 60 reclute per vagone. Avevamo solo lo spazio per sederci
sopra gli zaini. Quindi siamo partiti. Chiusi in quei vagoni come bestie, abbiamo
viaggiato per tre notti e quattro giorni. Ci hanno fatto scendere solo un paio di
volte su dei binari morti per i nostri bisogni fisiologici e per mangiare un po’ di
brodaglia calda.
Ricordi dove siete arrivati?
Non ci rendevamo conto esattamente, non ci dicevano niente. Dovevamo essere
arrivati in una zona del centro-nord della Polonia. Siamo arrivati in piena notte.
Poi dalla stazione di arrivo, avremo percorso a piedi tre o quattro chilometri.
Quella notte ci hanno sistemati in una fornace abbandonata dalle spesse mura e
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al buio. Il giorno dopo ci hanno sistemati in delle baracche. I materassi dei letti
a castello erano fatti di tela come quella dei sacchi di patate con dentro dei ricci
di paglia. Io adoperavo la giacca per cuscino e il cappotto per coperta; le coperte
ce le hanno date dopo.
Come si svolgevano le vostre giornate al campo di concentramento?
Ogni mattina ci mettevano in fila per cinque e ci contavano quattro o cinque
volte, quindi tutti in colonna, facevamo la fila, che durava anche più di due
ore, per ricevere una gavetta di brodaglia preparata in enormi pentoloni
dove ci finiva dentro di tutto. A forza di bollire, sia le verze che le patate si
scioglievano, trovavamo qualche pezzo di buccia di patata ancora sporca di
carbone. Naturalmente, le patate non erano state né sbucciate accuratamente né
pulite. Sul fondo della gavetta notavamo anche un po’ di sabbia per il forte vento
che spirava in quel posto. Di tanto in tanto c’erano delle persone in colonna
che svenivano dalla debolezza, come è toccato anche a me. Se cadevi nessuno
ci faceva caso, quando rinvenivi, ti accodavi di nuovo. C’è stato uno che non
ci vedeva più dalla fame, ha visto un carico di verze a una decina di metri di
distanza, si è staccato dalla fila per raggiungerlo, ma gli hanno sguinzagliato i
cani e gli hanno sparato alle gambe. In quel campo eravamo diverse migliaia
di prigionieri e tanti provenivano dalla Grecia e dall’Albania. Tanti, per fame e
per denutrizione, sono morti. Siamo andati avanti una quarantina di giorni, poi
ci hanno divisi in squadre, hanno fatto una visita di controllo agli zaini, non a
noi, per vedere se avevamo armi o coltelli e, finalmente, ci hanno fatto fare una
doccia calda. Quindi in treno ci hanno portati in una fattoria situata, credo, fra
Danzica e Gdynia. Siamo arrivati che era buio. Le donne della fattoria erano già
pronte con le pentole piene di zuppa calda e succulenta. Mentre facevamo la fila,
c’è stato un mio amico di Arqua Petrarca, che si chiamava Marcello, che aveva
perso la sua gavetta e, per questo, mi ha pregato di mangiare in fretta la mia
razione per poi prestargli la gavetta. Poi ci hanno portati lì vicino a dormire, in
una baracca nuova, dove per terra c’era tanta bellissima paglia ed eravamo tutti
contenti. Dalla baracca, nel silenzio della notte, si riusciva a sentire il rumore del
mare. Ma quella notte, per aver mangiato così velocemente, il mio stomaco si era
ristretto per la fame patita, e non era più abituato a ricevere cibo così in fretta; e
così, durante la notte ho avuto dolori atroci che credevo di morire, ho vomitato
più volte e questo mi ha aiutato a riaprire lo stomaco. Quindi durante il giorno
ci portavano in campagna a raccogliere patate, e così per sette o otto giorni
soltanto; peccato, perché là si stava bene. Finito questo lavoro, ci hanno portati
in un posto che doveva essere più verso la città di Gdynia in una zona paludosa,
dove c’erano delle fosse che servivano per lo scolo delle acque. Queste fosse,
però, erano piene di terra in tanti punti e il nostro compito era quello di liberarle
con vanghe, badili e tavolacci, che mettevamo di traverso. Là abbiamo sofferto
sia la fame che il freddo. Era il novembre del ’43. In quei giorni ho compiuto
19 anni e mi sono trovato una bella sorpresa: mi sono accorto di essere in
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60
compagnia di grossi pidocchi.
Una brutta compagnia.
Già. Tornato in baracca la sera, ho trovato un secchio dove ho fatto bollire
la camicia e gli indumenti intimi. La sera ci passavano una brodaglia e, per
l’indomani, due fettine di pane scuro fatto chissà con che cosa con sopra un po’
di margarina. Ma per la fame mangiavamo subito anche le fette di pane. Dopo
una settimana ci hanno trasferiti a Gdynia, dove c’era una grande segheria e una
fabbrica di casse. Alla stazione ferroviaria arrivavano enormi tronchi d’albero
che alcuni di noi con un camion andavano a prendere per portarli in fabbrica.
Dai tronchi si ricavavano delle tavole e con queste si costruivano delle casse per
tantissimi usi: armi, munizioni, maschere antigas, formaggi, pesce, eccetera. Io
riuscivo a unire e inchiodare tramite una macchina piantachiodi anche 500 casse
in otto ore. Il movimento era anche un modo per scaldarsi. Qui abbiamo lavorato
per più di un anno, patendo il freddo, la fatica e la fame. Per lo sforzo e il freddo
ho sofferto per le aderenze, perché prima di partire per il militare, nel ’42 avevo
subito un intervento chirurgico per peritonite.
Dovremmo oramai essere all’inizio del ’45. Da chi siete stati liberati?
Avevamo sentito dire che si
stavano avvicinando i russi, che ci
bombardavano, ci mitragliavano con
degli aerei da caccia e ci lanciavano dei
razzi katiuscia. I tedeschi ci avevano
fatto costruire una specie di rifugio:
avevamo scavato delle fosse lunghe,
strette e a zig zag e sopra avevamo
messo delle tavole e sopra le tavole
della terra e quindi tre strati di tronchi
d’albero. I razzi katiuscia cadevano uno poco distante dall’altro e praticavano
nel terreno delle buche poco profonde, ma producevano tante schegge e una
di queste mi ha sfiorato mentre correvo per il campo in cerca di rifugio. Negli
ultimi tempi i tedeschi ci portavano nelle campagne poco lontane a scavare delle
trincee, mentre i caccia russi ci mitragliavano con proiettili da 15 centimetri. Poi
siamo ritornati in fabbrica.
Quindi facevate avanti e indietro dalla baracca alla fabbrica e viceversa?
Sì, è così, ma negli ultimi giorni in cui la confusione era tanta e i controlli
tedeschi ridotti, i miei amici restavano in baracca, mentre io continuavo ad
andare in fabbrica. Una volta che dalla fabbrica tornavo verso la baracca
costeggiando la ferrovia, perché la strada era stata minata, ho notato un silenzio
profondo e in giro non si vedeva anima viva. All’improvviso è sbucato un caccia
russo e, prima che mi rendessi conto, hanno mitragliato lungo le rotaie. Mi sono
buttato a terra fingendomi morto e così il caccia se n’è andato. Il giorno dopo la
guardia tedesca voleva che tornassi ancora una volta in fabbrica, perché in caso
61
di incendio aiutassi il guardiano a spegnerlo; ma io mi sono rifiutato nonostante
la guardia mi minacciasse col fucile.
Ivone, quanto tempo è durato questo assedio?
Una quindicina di giorni. I tedeschi cercavano di resistere, ma poi sono stati
costretti a ritirarsi verso il mare in direzione di Stettino. Le ultime due notti le
abbiamo passate in quella specie di rifugio, che era la fabbrica. La prima di queste
due notti delle granate hanno colpito un palazzo a cento metri da noi. Alcuni di
noi hanno avuto il coraggio di uscire per andare a vedere e hanno trovato dello
zucchero e delle patate, che poi abbiamo cucinato e mangiato assieme. Mentre
i tedeschi scappavano, i russi mitragliavano dentro la fabbrica, perché c’erano
delle persone con dei cavalli e dei carri che dovevano portare via delle travi. Per
questo sono stati ammazzati dei cavalli e alcuni di noi sono riusciti a strappare
della carne dalle carcasse dei cavalli per mangiarla. La seconda notte abbiamo
notato che al posto di guardia non c’erano più tedeschi ma soldati russi. Allora
abbiamo capito che l’Armata Rossa ci aveva liberati e al mattino siamo usciti
fuori dal rifugio. Ma non era finita.
Perché?
Benché in fuga i tedeschi continuavano a sparare con i cannoni. Fu allora che
ci siamo accorti che alcune cataste di tavole stavano bruciando e così abbiamo
deciso di cercare un varco nel recinto della fabbrica per poter scappare. Ma
appena fuori del recinto della fabbrica, ci siamo trovati davanti a una distesa di
trincee, grande come due campi da calcio. Dalle trincee i soldati russi sbucavano
a mezzo busto con le armi puntate verso di noi che luccicavano al sole. Appena
ci hanno visti sbucare hanno capito chi eravamo e ci facevano segno di correre,
di scappare. Ma proprio in direzione per dove dovevamo passare, cento o
centocinquanta metri più avanti vedevamo cadere ancora delle granate tedesche
che facevano saltare in aria dei soldati russi. Da quel momento in poi io non
ricordo più niente. Ricordo solo che mi sono messo a correre. Avremo corso
per settecento/ottocento metri, quando ci siamo resi conto che eravamo fuori
tiro. Ci siamo fermati con il fiatone e un gran batticuori e non mi rendevo
conto che stavo pregando e piangendo. Ma eravamo felici di essere ancora
vivi. Tutto intorno il terreno era disseminato di proiettili inesplosi, di bombe
a mano e di pezzi di corpi umani. Abbiamo notato un piccolo corso d’acqua,
volevamo bere e lavarci, ma qualcuno ci ha detto di non farlo perché l’acqua era
sporca di sangue umano. Eravamo tanto stanchi e ci siamo riposati un po’, poi
abbiamo girovagato. Eravamo completamente allo sbando; cercavamo un riparo
e abbiamo trovato un fienile con un po’ di paglia. E qui abbiamo trovato dei
barattoli che abbiamo usato per cucinare qualche patata che avevamo rimediato.
Ci siamo rimasti due giorni. Poi ci siamo consegnati ai russi. Ma strada facendo
abbiamo visto dei corpi umani bruciati tutti nudi e altri morti ai bordi della strada
quasi ricoperti dal fango sollevato dal passaggio dei mezzi militari. Ai bordi di
un boschetto c’erano diverse donne mezze nude che si vedeva che erano state
62
selvaggiamente stuprate e poi uccise. Cose da far vomitare.
Come vi hanno trattati i russi?
Ci hanno liberati, ma i problemi non sono finiti. La mattina dopo i russi hanno
fatto salire su un camion me e alcuni miei amici . Siamo giunti in una grande
fattoria poco lontano dove ci aspettava un contadino. In questa fattoria i tedeschi,
alcuni giorni prima che si ritirassero, avevano portato via quasi tutti i cavalli,
mentre avevano ammazzato tutti i maiali e tutte le mucche. Le carcasse erano
così gonfie che sembravano dei mostri. Abbiamo legato le carcasse con delle
corde collegate a un trattore che il contadino, tra le lacrime per i danni subiti,
guidava fino a delle fosse.
Siamo stati molto colpiti da questa fattoria che era composta da un quadrilatero
di costruzioni: da un lato il fienile e il ricovero per gli attrezzi agricoli, poi
le cantine con sopra il granaio, quindi le abitazioni, infine un locale per la
dispensa, le cucine e uno stanzone per lavorare il latte per fare formaggi. Le
stalle erano di recente costruzione, avevano anche gli abbeveratoi automatici.
Per l’epoca era una fattoria moderna e autonoma. Poco distante dalle stalle
c’era un grande traliccio di ferro alto una quindicina di metri. Sopra c’era una
grande elica di lamiera che girava con la forza del vento. Dall’elica partiva un
tubo che arrivava fino alla base collegandosi a quattro attacchi attraverso leve
e ingranaggi. Così, quando avevano bisogno di tranciare i foraggi attaccavano
una leva, ne attaccavano un’altra quando avevano bisogno di macinare, un’altra
ancora se dovevano pompare acqua. La fattoria era dotata anche di una dinamo
per produrre corrente elettrica. C’erano degli accumulatori grandi quanto le
batterie dei camion.
In seguito i russi ci hanno messi a lavorare lungo la ferrovia per aggiustare dei
binari spostando delle rotaie. I russi hanno portato via tanto bestiame e vari
oggetti che a loro facevano comodo. A noi hanno affidato il compito di pascolare
i cavalli rimasti e alle famiglie polacche il compito di darci da mangiare. A turno
passavamo la notte fuori per sorvegliare i cavalli. Ma, per il freddo, montavamo
sopra il cavallo più mansueto, ci abbracciavamo intorno al collo per stare un po’
più caldi. Ricordo che un mattino presto sono cascato dalla groppa di un cavallo
mentre dormivo. Passata una settimana, per trasportare i cavalli alla stazione
ferroviaria e caricarli su dei carri bestiame, abbiamo dovuto raccogliere da terra
dei fili telefonici disseminati per la campagna che erano serviti ai tedeschi per
comunicare. Andando verso Danzica, i russi ci portarono in un bosco grande una
ventina di chilometri quadrati, dove i tedeschi avevano costruito una fabbrica di
armi e un deposito di munizioni. C’era la strada e una linea ferroviaria nascoste
da grandi pini. Poco distante da questa fabbrica ricordo di aver visto delle fosse
comuni pieni di cadaveri. Lì abbiamo aiutato i russi a smontare i macchinari per
portarseli via. Finito questo lavoro, i russi ci hanno portati in un grande campo
di concentramento verso nord-est. Eravamo intorno al 20 aprile. Qui ci hanno
lasciato come dire in parcheggio fino al 10-12 ottobre del ’45.
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Come mai non vi hanno mandati subito a casa?
In principio non sapevamo niente, ma poi si sparse la voce che evidentemente
la sorte di noi italiani era legata a quella dei russi che si trovavano nei campi
occupati da francesi e americani. Forse dovevamo aspettare che per lo scambio
raggiungessero degli accordi.
Ma durante questo periodo, potevate muovervi?
Sì, c’era scarso controllo. Io e altri due amici, siccome poco lontano c’era la
ferrovia, ci aggrappavamo a un treno e facevamo una ventina di chilometri per
andare a raccogliere con la falciatrice e i cavalli il grano e la segala per conto
dei contadini polacchi. Così rimediavamo qualcosa da mangiare. Durante questa
lunga attesa, ho avuto un’infezione al piede che mi ha procurato febbre alta e
delirio. Sono stato assistito in quella fattoria di polacchi con acqua bollente,
sale e acqua ossigenata e non so con cos’altro. Per un paio di notti ho sognato
la mamma che era vestita di un camice bianco e che mi guardava senza parlare
stando ai piedi del letto a castello.
Una volta sono stato convocato al comando russo e mi hanno interrogato per
due ore di seguito. Mi chiedevano se ero per il governo Badoglio. Figurarsi se
io sapevo cosa succedeva in Italia. Comunque non capivo granché e me ne stavo
zitto, finché è venuta a prendermi una donna che lavorava nella fattoria.
Un altro ricordo che mi viene in mente è che uno di noi aveva trovato fra i
calcinacci una penna stilografica. L’ha portata al campo e sopra un tavolaccio ha
cominciato a smontarla. Improvvisamente gli è scoppiata sul petto. E’ svenuto
quasi subito. Io e altri due abbiamo trovato una specie di trabiccolo a due ruote,
vi abbiamo sistemato sopra una tavola e sopra la tavola vi abbiamo disteso
il ferito. Lo abbiamo portato al pronto soccorso di un paese vicino; durante il
percorso il ferito aveva convulsioni e buttava schiuma dalla bocca. Non ho più
avuto notizie di lui, spero si sia salvato.
Mentre stavamo in quel campo, a un paio di chilometri c’era un gran bosco dove
delle persone con una macchina scavavano la torba: un misto di rami e alberi
fossilizzati, che, dopo averla fatta seccare al sole, serviva come legna da ardere.
Dentro queste fosse che si creavano per via delle escavazioni si erano formate
dei laghetti pieni di anatre selvatiche coloratissime. In quel bosco c’erano dei
cinghiali, dei caprioli, delle oche e delle cicogne. C’era con noi uno del Polesine,
appassionato di caccia, che aveva messo delle trappole e una volta ha catturato
un capriolo. L’ha portato al campo, l’abbiamo scuoiato e cucinato ai ferri.
Ivone, ma alla fine, c’è stato questo scambio?
Finalmente abbiamo saputo che era arrivato l’ordine di rimpatriare. Abbiamo
preso un treno e lungo il viaggio incrociammo altri treni che andavano in
senso opposto, carichi di soldati russi che tornavano in patria mezzi ubriachi;
mostravano dai finestrini salami, vino, cioccolato e stecche di sigarette avute
dagli americani. Noi, invece, eravamo affamati e sporchi.
Come ti hanno accolto quanto sei arrivato a casa?
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Mentre tornavamo in Italia dalla Polonia il mio pensiero andava a casa mia, alla
famiglia, al fratello che anche lui come me era stato prigioniero in Germania, al
mio papà, ma il pensiero dominante era quello di riabbracciare la mamma mia
e coprirla di baci. Ma purtroppo, come se non bastasse la brutta esperienza che
avevo passato, mi hanno dovuto dire la cruda verità, e cioè che la povera mamma
non c’era più da quindici mesi. Lascio a voi immaginare il dolore grande che ho
provato misto a rabbia per il destino avverso, ho pianto tanto come un bambino.
Mi sono rinchiuso in me stesso per tanto tempo, e non uscivo di casa se non
per andare a messa la domenica. Non avevo voglia di andare da nessuna parte.
Ti ricordi quando ti ho raccontato della febbre alta per l’infezione al piede e
che la mamma mi era apparsa in sogno per due notti di seguito? Quando mi è
apparsa in sogno lei era già morta da quasi un anno. Per me questo ha assunto un
significato importante: voleva dire che nel momento del bisogno lei era venuta a
confortarmi e a vegliarmi, come per dire: “non preoccuparti, ci sono qua io”.
Quando sono tornato dalla prigionia ero parecchio malconcio. In poco tempo mi
sono piovuti addosso tanti di quei malanni che sono stato ricoverato tante volte
e in più ospedali e per lunghi periodi. Ho lottato per lunghi anni per ristabilirmi.
Col passare degli anni le cose hanno cominciato ad andare un po’ meglio. Di
mestiere facevo il conducente di taxi e servizio scuolabus. Sono andato a vivere
per conto mio e ho deciso di trovarmi una brava ragazza. Devo dire che in questo
sono stato fortunato. Ci tengo a dire che, dopo sposato, sono arrivati quattro figli
nel giro di cinque anni tutti belli tutti sani. Oggi sono tutti sposati e mi hanno
regalato cinque nipotini. Io e mia moglie siamo due nonni felici e fortunati anche
se la nostra vita è quasi finita.
(1) Foto scattata il 16.6.1944 nella fabbrica di Gotenhafen: Ivone è il primo da sinistra in basso.
La ragazza accanto (la seconda in basso da sinistra), di nome Hella, aveva il compito in fabbrica
di impilare le cassette che Ivone inchiodava. Alle loro spalle cataste di tronchi d’albero che
utilizzavano per proteggere i rifugi in trincea dai razzi katiuscia e dalle bombe.
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Queste sono alcune delle cartoline che Ivone, prigioniero n. 29578 nel campo di
concentramento di M.Stammlager XXB, inviava a suo fratello Guido (vedi testimonianza
precedente), prigioniero n. 0.6465 XII.F. I due fratelli hanno cercato di ricongiungersi
senza riuscirvi.
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intervista a:
Cognome:
Nome:
Luogo di nascita
Data di nascita
Residente
DE ROSSI
Bruno
Martellago
15.8.1922
Maerne
DE ROSSI Bruno
Testimonianza raccolta il 3 gennaio 2005
Sono partito il 22 gennaio del 1942 destinazione Pola, Caserna “Nazario
Sauro”, 74° Fanteria. Da Pola siamo stati trasferiti in un paesino vicino a Fiume.
Eravamo di supporto alla Guardia di Frontiera. Spesso venivamo attaccati dai
partigiani slavi. Da soldato semplice sono stato promosso a caporale capoposto,
vuol dire che mi occupavo, assieme ad altri capiposto, del ritiro dei viveri per
la truppa.
Una notte c’è stato un attacco da parte dei partigiani e noi dovevamo partire
per perlustrare la zona in cui si era verificato l’attacco. Eravamo nei pressi del
Montenegro. Ma quella notte, per combinazione, io non sono partito, perché ho
dovuto sostituire un altro capoposto che aveva la febbre addosso. Il reparto, che
è partito quella notte per stanare il covo dei partigiani, non ha più fatto ritorno:
tutti trucidati, tranne l’autista che è tornato al campo. Il poveretto è stato denunciato, così si sentiva dire, per abbandono dell’arma e perché era fuggito. Sono
state radunate tutte le forze, sono state formate tre colonne e ci siamo diretti
verso il punto dell’imboscata. Per comunicare tra di noi usavamo dei lanciarazzi:
verde se era tutto normale, giallo per il preavviso di allarme, rosso se trovavamo
il covo dei partigiani. Quando l’abbiamo trovato, i partigiani erano scappati tutti
ed erano rimasti donne, vecchi e bambini. Nel tornate indietro abbiamo trovato
la strada bloccata da tronchi d’albero che i partigiani avevano abbattuto con
delle seghe elettriche (questo ci ha meravigliato molto).
Quando è successo tutto questo?
Poteva essere dicembre ’42 o gennaio ’43. Eravamo a 36° sotto zero. Ed eravamo veramente malridotti: i piedi, senza calzettoni ma avvolti in delle pezze, ci
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sanguinavano, le scarpe dopo una giornata di marcia nella neve si distruggevano,
sembravano di cartone. Per rendere più efficaci le nostre missioni, chiedevamo
di creare un corpo di sciatori. E io ho seguito poi un corso per sciatori. Ma la
nostra condizione materiale non cambiava: si continuava a patire il freddo e la
fame. Ho fatto domanda di andare a far parte del Corpo degli Arditi, infine del
Corpo dei Carabinieri. La domanda è stata accettata e sono stato inviato alla
Stazione dei Carabinieri di Bolzano. Era il marzo del ’43. Dopo quarantacinque
giorni di addestramento, sono stato destinato a Bressanone.
E lì sei rimasto fino all’Armistizio?
Sì. Un paio di giorni dopo l’8 settembre, siamo stati fatti prigionieri da giovani
altoatesini. Ci hanno buttati in dei vagoni e abbiano viaggiato per tre giorni e due
notti. Sempre chiusi, mai usciti, mai mangiato o bevuto, i nostri bisogni li facevamo dentro il vagone stesso. Ci siamo fermati per qualche tempo su un binario
morto a Innsbruck. Poi abbiano proseguito fino a Norimberga. Era un campo
di concentramento enorme con zone riservate a russi, francesi, italiani, e così
via. Ci hanno rapati a zero, ci hanno fatto la doccia con acqua fredda, ci hanno
assegnato un numero di prigioniero scritto sulla schiena della giacca e sulla
mano. Ogni mattina, nel campo si trovavano dei morti che venivano buttati in
delle fosse, bagnati con della calce e coperti di terra. Durante i bombardamenti
notturni, le nostre baracche venivano illuminate, forse per segnalare la presenza
di prigionieri perché non venissero colpiti.
Ci facevano lavorare all’aperto, andavamo a raccogliere legna ed eravamo
costantemente sorvegliati da sentinelle pronte a spararci con la mitragliatrice.
Ricordo un episodio, tra i tanti che potrei raccontare. Vicino al campo di lavoro
c’era, a centocinquanta metri di distanza, una fattoria di contadini e nei pressi
c’era un albero di pere. Non ci vedevamo più dalla fame. La mia vita valeva zero
e non pensavo di tornare a casa. Un giorno, io e un certo Gottardo, di origine
friulana, approfittando dei pochi secondi in cui le sentinelle facevano il giro,
siamo corsi verso l’albero, lo abbiamo scosso per far cadere le pere. Il cane della
fattoria si mette ad abbaiare. Per fortuna, in quel momento non c’era nessuno
nella fattoria, abbiamo raccolto in tutta fretta le pere che siamo riusciti a infilare
nei vestiti e siamo tornati indietro. Per fortuna le sentinelle non si sono accorte.
Le pere le avete mangiate in baracca?
Macché, le abbiamo mangiate subito, lì stesso. La fame è fame. Cercavamo
anche di procurarci qualche patata dal deposito che si trovava sotto la nostra
baracca. Tutt’intorno alla baracca a livello di piano campagna c’erano delle feritoie in ferrofilato. Ci procuravamo un bastone, alla punta del quale fissavamo un
chiodo per infilzare una patata dal deposito. Se la patata era grossa, non passava
poi attraverso il reticolato e cascava di nuovo dentro.
Un giorno il capo baracca viene a riferirci di una proposta dei tedeschi. Ci
offrivano la possibilità di andare a lavorare in Italia nel Corpo di Polizia come
supporto ai tedeschi.
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Tu cosa hai fatto?
Io ho accettato. Perciò mi hanno mandato in un paesino vicino Stoccarda, mi
hanno fatto salire su una tradotta e sono andato a finire nella caserma di Casale
Monferrato. Lì sono rimasto due mesi, poi, per buon condotta, ho avuto un
permesso per andare a casa. Arrivato a Padova, mi sono trovato in mezzo a un
pauroso bombardamento. In quelle circostanze ho deciso di non presentarmi più
in caserma. Dopo qualche tempo, hanno cominciato a cercarmi. I fascisti sono
venuti più volte a casa mia. Una volta hanno anche arrestato mio padre per sapere dove mi nascondevo. Era la metà del ’44. Mi nascondevo a Noale da amici
o da parenti di un mio zio. Un giorno camminavo lungo la ferrovia; a un certo
punto, arrivato in Via Frassinelli, ho notato dei fascisti, mi sono rifugiato da mio
nonno che abitava là vicino. Mi ha nascosto sotto una greppia. Per fortuna che
i fascisti non hanno dato fuoco. Ma nascondermi in continuazione era diventato
sempre più difficile. Ne sono uscito per miracolo.
E come?
Il Prefetto di Venezia aveva una serva che era un’amica di famiglia. Questo
Prefetto proveniva dall’Arma dei Carabinieri. Insomma, tramite questa amica,
il Prefetto ha preparato una lettera di raccomandazione, con la quale io dovevo presentarmi presso il Comando dei Carabinieri di Mestre. Al Comando dei
Carabinieri di Mestre un capitano mi ha consegnato un’altra lettera con la quale
dovevo presentarmi dai Carabinieri di Padova. L’indomani mattina arrivo a
Padova e consegno questa lettera all’attendente del colonnello. L’attendente
mi fa: “Ragazzo mio, è un problema, che Dio te la mandi buona”. Sudavo ed
ero pallido come un cadavere. Il colonnello viene fuori dalla sua stanza sorridente e mi fa: “Ti ze nato due volte, vai a metterti in forza tra i carabinieri”.
Mi hanno mandato a Bagnoli di Sopra, nei Colli Euganei, dopo due mesi a
Gazzo Padovano. Nel frattempo gli americani avanzano e arriva il giorno della
Liberazione. Io sono tornato a casa. Dopo un po’ sono stato richiamato in servizio presso la Stazione San Marco a Venezia a San Zaccaria. Sono stato congedato a fine ’45.
Il 2 giugno del 1990 sono stato nominato Cavaliere dell’Ordine al Merito della
Repubblica Italiana.
Bruno vorrei chiederti se per te è più brutta la guerra o la prigionia.
Ne faccio dieci di guerre piuttosto che la prigionia. In guerra ti difendi, l’avversario lo vedi, il fronte è là. Ma la guerra è fatta per i poareti. Pagano sempre loro.
Mal vestiti, mal nutriti, ufficiali e sottufficiali che mangiano nelle mense e a noi
davano i resti. “Scarpa grossa paga tutto”.
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intervista a:
Cognome:
Nome:
Luogo di nascita
Data di nascita
Residente
FAVARON
Augusto
Martellago
23.06.1922
Martellago
FAVARON Augusto
Testimonianza raccolta il 22 gennaio 2005
Augusto, ti faccio gli auguri per il tuo 54° anniversario di matrimonio. Vedo che
hai una bellissima e lunghissima tavola apparecchiata.
Grazie. Aspetto i miei parenti. In occasioni come queste, abbiamo l’abitudine
di riunirci.
Da dove vuoi cominciare?
A 14 anni, a seguito di una caduta, mi sono rotto il braccio destro e, malgrado
l’intervento subìto, sono rimasto con le ossa snodate e da allora non riesco a
stendere completamente il braccio. A 17 anni ho passato la prima visita di leva,
ma mi hanno riformato per via del braccio. Sono rimasto a casa fino al 20 agosto
del ’43, anno in cui hanno cominciato a chiamare la classe del ’24. Sono stato
arruolato assieme alla classe del ’24, anche se di fatto non mi hanno fatto partire
per alcuna destinazione.
Ma l’8 settembre del ’43 dov’eri?
Sin dal giorno dopo c’era una gran confusione. C’era un via vai incredibile
di gente che passava per Martellago, soldati che provenivano da Palmanova,
da Trieste, da Udine, da Piola, da Rovigo, da Roma, e che andavano in altre
direzioni, sicuramente per raggiungere il proprio paese, la propria famiglia;
erano tanti sbandati, in fuga per sfuggire ai rastrellamenti dei tedeschi che
erano iniziati subito dopo l’annuncio dell’Armistizio. Per Martellago erano di
passaggio, si fermavano una notte presso famiglie, o nei fienili, o in qualsiasi
altro luogo di fortuna, poi proseguivano la loro strada. Un gruppo di volontari
della parrocchia, di cui facevo parte, organizzò, davanti alla scuola materna, un
pentolone di fagioli per sfamare tutti quegli sbandati.
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Quanto tempo è durata questa situazione?
Siamo andati avanti 15-20 giorni. Il pomeriggio dell’8 settembre sono andato
a Trebaseleghe, alla Fiera dei Mussi, e verso le 18 hanno suonato le campane a
martello. Tutta la gente si è riversata in chiesa per ascoltare il parroco. Ricordo
che la radio parlava del Governo Badoglio che invitava tutti a contrastare i
tedeschi. E io, il giorno dopo, ho cercato di farlo. Tornavo da San Martino di
Lupari con il mio tinaccio vuoto. Allora lavoravo per conto della ditta Tombacco
di Martellago, che produceva e vendeva vino all’ingrosso. Tra Piombino
Dese e Resana, dietro di me sopraggiungeva una camionetta carica di soldati
tedeschi. Per un centinaio di metri ho cercato di impedire che mi superassero
per rallentarli. Quando mi hanno superato, mi sono stropicciato gli occhi per far
credere che ero stato preso un po’ dalla sonnolenza. Arrivato verso Scorzé ho
notato molti soldati italiani, provenienti dalla parti di Treviso, che si davano
alla fuga per sfuggire alle rappresaglie e ai rastrellamenti dell’esercito tedesco.
Per non parlare degli aerei che mitragliavano in particolare ponti e stazioni
ferroviarie, come quella di Salzano e quella di Mogliano.
Augusto, ma tu non dovevi essere chiamato alla armi?
Sì, tanto più che la Repubblica di Salò cercava di arruolare quanti più giovani
fosse possibile.
Allora io abitavo vicino a Ca’ della Nave. La via Castellana, che allora era
molto più stretta, separava la villa da un gruppo di case, che occupavano lo
spazio che oggi occupa l’edificio dove c’è l’Arredo Bagno, per intendersi.
All’estremità di queste casette, dalla parte della chiesa, c’era un’osteria gestita
dalla famiglia Zanata, l’osteria del Moro Gatto(1). Dalla parte opposta c’era un
fosso oltre il quale abitavo io. A. A., detto T. N.(*), era un mio vicino di casa,
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fascista e ficcanaso, che si era dato il compito di segnalare ai carabinieri giovani
da arruolare. Evidentemente, ero stato segnalato anch’io. Per 8 giorni di seguito
e per ventiquattro volte sono venuti i carabinieri a casa mia a cercarmi, perché
avevo rifiutato la cartolina di precetto. Ma io non mi sono mai presentato, né
mi sono mai fatto trovare. Mi nascondevo ogni volta. Chiedevano di me alle
altre numerose famiglie che abitavano accanto, visto che mi conoscevano. Per
questo la mia latitanza non poteva durare troppo a lungo. Mi nascondevo nei
fienili, da parenti. Quando ero a casa, fuori si montava di guardia per avvertirmi
in tempo. Ma un giorno, forse era un venerdì, non ce l’aspettavamo, si presenta
un carabiniere di Scorzé, con una seconda cartolina precetto e mi invita a partire
subito. Gli faccio notare che la cartolina diceva di presentarmi l’indomani a
Mestre a Ponte della Campana, dove oggi, in via Poerio, si trova la sede delle
Paoline. Invece, il lunedì ero ancora a casa. La mattina entro in chiesa per
invocare la protezione della Madonna. Torno a casa, ma sono costretto ad uscire
dal retro, poiché, nel frattempo, era sopraggiunto a cercarmi il carabiniere che
mio fratello cercava di intrattenere.
Che periodo era?
Era il 19 gennaio del ’44. Al Distretto di Mestre, provenienti dalla provincia di
Venezia e dalla provincia di Rovigo, giungiamo in 50 giovani; il 20 gennaio,
veniamo tutti destinati a Udine al XXIII Artiglieria. Io cercavo di fare il più
possibile il lavativo dicendo che avevo male al braccio. L’8 marzo di quell’anno
il mio gruppo si è diretto a Adegliacco, a pochi chilometri da Udine. Trasportava
rifornimenti per l’esercito di Salò. A Adegliacco noi soldati alloggiavamo in una
scuola e i cavalli erano custoditi nelle stalle dei contadini.
Ma tirava una brutta aria. Notavo che i tedeschi requisivano materiale bellico e
facevano prigionieri gli stessi soldati italiani che venivano spediti in Germania.
Nella caserma di Pagnacco ci avevano chiesto di giurare fedeltà ai tedeschi.
Tutti hanno alzato la mano. Io no. Non volevo giurare né per i tedeschi che
sfruttavano i miei paesani nei campi di concentramento, né per gli Alleati che ci
bombardavano e ci facevano morire. Il maresciallo tedesco si è molto arrabbiato
con me e con la pistola mi ha dato un colpo allo stomaco. La notte, in camerata,
non ho chiuso occhio. Ero piantonato e non potevo nemmeno andare in bagno.
La mattina presto arrivano tre camion, sul primo caricano 25 soldati, sul secondo
ne caricano 24, sul terzo caricano me. Ci dirigiamo a Pagnacco per il giuramento.
Una volta arrivati, i soldati formano un quadrato, io sono davanti a loro e ai miei
fianchi avevo due soldati tedeschi. Il comandante, con l’interprete accanto, fa un
lungo discorso durato una decina di minuti. Dovevo alzare il braccio in segno
di giuramento. Ma dico che mi faceva male il braccio; il comandante mi assesta
un altro colpo allo stomaco con la pistola. Istintivamente porto la mano allo
stomaco. E’ bastato quel movimento perché il comandante tedesco dicesse che
avevo giurato.
Cominciavi a temere per la tua vita?
73
Beh, sì. Il 25 giugno dico al mio amico Meggiato di Olmo: “Mi scappo, se ti
vol venir….”. Giorni addietro avevo fatto conoscenza con dei ragazzi (e anche
con delle ragazze) che avevano una bicicletta. Ci eravamo messi d’accordo
che ci saremmo visti in un luogo e con le loro biciclette saremmo andati a
una stazioncina ferroviaria che era a 5 chilometri da Adegliacco. Mentre io
e Meggiato andavamo all’appuntamento, incontriamo una ronda di tedeschi
che ci chiedono dove andiamo. Rispondiamo che stavamo passeggiando. Ci
hanno lasciati andare; poco più avanti ci buttiamo in un campo di formenton
per cambiarci la divisa con abiti civili. Uno dei tedeschi dev’essersi accorto,
ha sparato un colpo, abbiamo raggiunto i ragazzi in bici e ci siamo messi a
correre, ma abbiamo fatto un giro largo, prima di arrivare alla stazione. Il treno
partiva alle 5 e mezzo di sera ed era pieno di soldati tedeschi. Noi saliamo
su un carro bestiame che era all’estremità del treno. In treno conosciamo due
contrabbandieri che erano diretti a Mestre all’Hotel Bologna che sta davanti
alla stazione ferroviaria. Abbiamo chiesto loro che ci proteggessero, in cambio
gli avremmo pagato la cena. Quando è arrivata la Milizia per il controllo dei
biglietti, loro in effetti ci hanno coperti. Io e Meggiato ci siamo chiusi in bagno
e uno dei contrabbandieri ha raccontato che dentro c’era sua moglie. A Mogliano
scendiamo. Per i campi arriviamo a Gardigiano. Erano le 10 di sera. Meggiato
prende la strada per Trivignano; io prendo la strada che passa per Via Canove,
tra Stradiotto e Santinon. E incontro Guido Manente che mi fa: “Attento che
c’è il coprifuoco”.
Faccio il giro del canale lungo il Dese, passo i campi da golf e arrivo a casa
verso le 11.30 di sera. Facendo tutto in silenzio, saluto i miei genitori e vado a
letto. Dormo fino alle 5 del mattino, quando mi reco nei campi per nascondermi;
ma lì, prima che arrivino i contadini, finisco di tagliare il frumento a mio padre.
Giunti nei campi due miei cugini, si meravigliano del frumento tagliato. Mi sono
presentato a loro raccomandando di tenere il segreto sulla mia presenza.
Ti sei nascosto stando sempre nei campi?
Sostanzialmente sì, dormivo sotto una pianta. Ma il giorno dopo il mio arrivo
vado a casa verso le 4 del mattino. Alle 5 stavo facendo colazione, quando,
a sorpresa, arriva T. N.. Faccio appena in tempo a correre nella stalla che era
adiacente alla casa, mi butto nella mangiatoia, mi copro di fieno mentre i buoi
continuavano a mangiare sopra di me. Per otto giorni consecutivi sono stato
nei campi. Ricordo che in quel periodo c’è stato a Mirano un rastrellamento
dei tedeschi, in cui è stato coinvolto D.(*) detto Botte. Lo portarono a Maerne
da Benozzi, che era il suo datore di lavoro. Ma lì D. riuscì a fuggire e venne a
nascondersi nei campi. La notizia della sua fuga si diffuse e, di conseguenza, i
miei genitori si allarmarono, si allarmò anche mia sorella che, involontariamente,
fece capire il motivo della sua preoccupazione. Naturalmente lo venne a sapere
anche T. N.. Allora mia sorella corse nei campi ad avvertirmi, ma mi trovò che
dormivo sotto il sole. Mi svegliò con un po’ d’acqua. Era il 6 luglio. Quel giorno
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mi nascosi in casa. Poi tornai nei campi. E praticamente ci passai l’estate. E per
non farmi notare, di notte trovavo rifugio in quei capanni fatti di canne e paglia,
che erano un ricovero per attrezzi agricoli e dove essi stessi si riposavano di
giorno senza dover tornare a casa. Di giorno mi vestivo da donna indossando una
gonna corta e un cappello con le falde larghe, tipo sombrero.
A questo proposito c’è un episodio buffo da raccontare. Il sagrestano, A. S., detto
“Sandro Campanaro” venne a casa mia per la questua, ma gli dissero di andare
a cercarmi nei campi per avere qualcosa. Ma tornò dopo un po’ dicendo “Nei
campi ghe ze una femena”.
Certe sere, verso le 10.30-11.00 andavo a casa ad ascoltare Radio Londra. Una
volta, era dopo l’8 settembre del ’43, eravamo in sette ad ascoltarla; uno di
questi era mio cugino Luciano Codato che era scappato da Montebelluna ed
era ospitato in casa mia o da parenti. Mentre ascoltavamo la radio, in silenzio e
al buio, sentiamo improvvisamente uno scoppio. Siamo scappati tutti come un
fulmine. La mattina dopo abbiamo saputo che era scoppiata la camera d’aria
della bicicletta. Devi sapere che in quel periodo, proprio perché i copertoni delle
bici erano consumati, a volte bucati, stando al sole, poteva succedere che la
camera d’aria scoppiasse. Quando qualcuno lasciava la bici esposta al sole, c’era
qualcuno che raccomandava di spostarla.
Augusto, mi sai dire se a Martellago c’era qualcuno che faceva attività
politica?
C’era, per esempio, un gruppo di resistenza. Ne facevano parte Cacace che
era di sinistra e abitava sopra quel palazzo dove ora, al piano terra, c’è il
negozio sportivo “Brema Sport”, e Bruno Marton che era un democristiano.
75
Marton veniva da Mogliano ed era ospitato dai Damiani in Via delle Motte.
Per mascherare la loro azione di partigiani, facevano teatro. Mi ricordo di uno
spettacolo che avevano organizzato il 19 marzo del ’45 in onore di monsignor
Barbiero. Ma quel giorno tre aerei provenienti da Mogliano mitragliarono una
camionetta piena di militari tedeschi che passava per il municipio di Martellago.
Noi tutti, compresa la mia morosa Elena, dalla sala teatrale scappammo
cercando riparo. Finito il mitragliamento, andai a raccogliere sette o otto bossoli
dei proiettili sparati davanti al municipio e che conservo ancora.
Ma tua moglie dove l’hai conosciuta?
L’ho conosciuta un po’ prima di questo episodio. Era il 1 gennaio del ’45.
Eravamo al teatro parrocchiale, ma per uno spettacolino che i bambini dovevano
recitare per fare gli auguri al parroco. Io ero accanto a Piero Tessarotto, mio
futuro cognato. Dopo un po’ arriva sua sorella Elena, che lui mi presenta. Dopo
lo spettacolo, l’ho accompagnata a casa. Arrivata a casa, fa a sua mamma:
“Mamma, go trova’ il moroso”.
Augusto, siamo ormai vicini alla Liberazione. Ricordi degli episodi che hanno a
che fare con la Liberazione o con i fascisti?
Di ricordi ne potrei raccontare tanti. Un episodio si è svolto al Bar Novecento,
dov’era il Dopolavoro fascista (2). Ma dobbiamo tornare indietro. Era il 25
luglio del ’43, il giorno della caduta di Mussolini. Dunque ero assieme a F.
B.(*), a S. S.(*), a P. S.(*), a G. S. (*), poi c’era F. G.(*), detto Polentina, e C.
G.(*). Mancavano 10 minuti alle 23. Entriamo nel bar. Al bancone serviva M.
F. (*), che di giorno faceva il postino. Dietro di noi entrano il segretario politico
e due autorità comunali, c’era anche R. che lavorava in latteria. M. F. si rifiuta
di darci da bere, “perché è tardi”, ci spiega, mentre, poco dopo, serve da bere
al segretario politico e agli altri. Abbiamo protestato, dicendo: “Siamo italiani
anche noi. Vogliamo bere”. “Tosati”, ci disse il barista, mentre eravamo fuori dal
bar, dove c’erano un tavolo e due panchine in marmo, “Andate via, perché sono
arrabbiati”. Ci siamo incamminati e siamo arrivati all’inizio di Via Canove,
dove ora c’è la statua della madonnina e prima c’era un palo con una lampadina
che faceva una luce fioca. Stavamo camminando, quando ci raggiungono in
bicicletta R. e il segretario politico che aveva una pistola in pugno e fa: “G.
C. n° 1, Augusto Favaron n° 2, G. S. n° 3: antifascisti!”. Noi, per fortuna, non
abbiamo reagito, siamo rimasti fermi, mentre S. S. e F. B., che erano dietro, si
sono nascosti dietro uno dei quattro platani che c’erano davanti al municipio.
Altri episodi?
Ce ne sono altri due che mi vengono in mente. Dopo il 25 Aprile, la signora
Tombacco (ti ho detto prima che lavoravo dai Tombacco che erano produttori
di vino) mi manda a San Michele del Piave per avere notizie di suo fratello
che faceva il parroco. Ricordo di esserci andato con una bicicletta tedesca che
dalla Germania aveva portato mio fratello. Sono partito la mattina presto e
sono arrivato verso le 11. Il parroco mi invita a pranzo e, prima di ripartire, mi
76
dà dei biscotti da portare ai suoi nipotini. Sulla strada del ritorno, vicino alla
circonvallazione di Treviso, mi fermano i partigiani, che mi trattengono e mi
sottopongono a un lungo interrogatorio. “Non toccate quei biscotti”, gli ho detto
molto deciso. Ho detto loro che conoscevo Bruno Marton, che era diventato
presidente provvisorio della Provincia. Mi rilasciano verso le 8 del mattino.
“Voglio vedere se ci sono tutti i biscotti”, ho detto con molta determinazione.
C’erano?
C’erano tutti. L’altro episodio riguarda T. N.. Finita la guerra, cominciava o
ricominciava la fame. Lavoro non se ne trovava facilmente. T. N. chiede e
ottiene di lavorare dai Tombacco. Un giorno, era luglio, si discuteva e si pensava
di andare a fare una gita da qualche parte. Allora, c’erano delle camionette
per spostarsi, non c’erano i pullman. Si parlava di fare un viaggio e di andare
a visitare il Garda. “Ma dov’è ‘sto Garda”, dico io. E T. N., vantandosi di
conoscere il posto (allora, quelli che giravano e conoscevano il territorio erano
i fascisti che aveva i mezzi per girare e per conoscere), mi fa: “Ma come?, Non
sai dov’è il Garda?”. Non ci ho visto più dalla rabbia, gli ho corso dietro per una
ventina di metri minacciandolo con una zappa e urlando: “Non sono mica un
fascista come te che ha girato il mondo”. Poi, però, l’ho lasciato stare.
Augusto, ti ringrazio per la chiacchierata che sta per finire. Queste storie
saranno dedicate ai ragazzi. Cosa ti senti di dire loro prima di chiudere?
Ho cercato di risolvere i problemi, le difficoltà della vita, discutendo e
dialogando in famiglia e con gli amici. Noi abbiamo appena frequentato la
scuola elementare. Pensavamo che la scuola era meglio della guerra.
(*)I nomi delle persone scritti in corsivo, per volontà del narratore, sono stati riportati solo con
le iniziali.
(1) Foto dell’Osteria il “Moro Gatto” a sinistra di Ca’ della Nave.
(2) Foto del Dopolavoro Fascista.
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intervista a:
Cognome:
Nome:
Luogo di nascita
Data di nascita
Residente
FUSARO
Cesare
Martellago
3.5.1911
Peseggia (Scorzé)
FUSARO Cesare
Testimonianza raccolta il 14 gennaio 2005
in compagnia della moglie DAMIANI Anna, nata a Martellago il 29.7.1918
Cesare, ti faccio i miei complimenti per come porti bene i tuoi anni. Ti ricordi
qualcosa del periodo in cui hai fatto la guerra?
Purtroppo, dopo tanti anni, non ricordo più niente. Ho perso la memoria di quel
periodo, in più non sento più tanto bene. Mi ricordo soltanto che sono stato sotto
le armi per dieci anni, che mi hanno sballottato di qua e di là.
Ti ricordi qualche luogo?
Mah, sono stato un po’ dappertutto, a Trieste, a Pola, in Albania, in Croazia,
in Africa a Bengasi, mi
hanno mandato in tutti
i paesi come il porcello
delle anime.
Cosa vuol dire?
Una volta il parroco dava
il suo maiale ai contadini
perché lo nutrissero e lo
ingrassassero a loro spese,
una settimana per uno,
conforme anche alle possibilità di poterlo tenere,
più o meno una settimana. Poi. Quando era pronto per essere ucciso, passava a
prenderlo.
Anna, cosa ti ricordi del periodo di guerra?
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Ti sei mai trovata sotto i bombardamenti aerei?
Capitava quando facevamo filò, improvvisamente sentivamo il rombo dell’aereo
Pippo. Allora, stoppavimo la luce, con uno straccio spegnevamo la luce del lume
che andava a petrolio in modo da non essere visti dall’aereo.
Ma quanti eravate in famiglia?
In tanti. Avevo quattro fratelli, Fortunato che aveva 8 figli, Attilio che ne aveva
7, Primo, il più giovane senza figli. Lavoravamo 24 campi, che si trovavano dietro la sede del Dopolavoro Fascista. Pagavamo l’affitto al padrone Matteazzi di
Trivignano. Eravamo una famiglia numerosa e, per dar da mangiare a tutti, non
riuscivamo a pagare l’affitto della terra che coltivavamo. Per questo motivo, ma
anche perché voleva vendere la terra, un giorno, il padrone ci ha sfrattati tutti.
E dove avete trovato casa così numerosi?
Per la verità, il padrone ci aveva dato 2.000 lire per famiglia e grazie a questo
siamo riusciti a trovare casa in affitto, tranne Fortunato che oltre agli 8 figli, nel
frattempo, gliene erano nati altri quattro. E non c’era casa che potesse ospitare
tutta la sua famiglia. Poi, per fortuna, ha trovato un barco dalle parti di Canove
vicino alla scuola elementare. E così abbiamo fatto festa.
Cesare, ti volevo chiedere, ma la terra e le bestie vi bastavano per mangiare?
Si riusciva a mangiare soprattutto latte, verdure, uova, la carne no, perché le
bestie ci servivano. E poi, oltre alla miseria, ti capitavano dei contrabbandieri,
che non erano altro che bande di disoccupati, che in gruppi numerosi si presentavano e si prendevano una bestia, che certe volte portavano in un campo aperto la
coppavano e se la mangiavano o la vendevano al mercato nero. Anche i dazieri
avevano paura di questi contrabbandieri. Bevi qualcosa? Un caffè?
No, no, grazie, è tardi.
Un biccier de vin?
Solo un goccio, grazie, se no mi dà alla testa. Bello questo boccale di vino, ma
cosa c’è scritto sopra?
“No tanto…basta pien”.
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intervista a:
Cognome:
Nome:
Luogo di nascita
Data di nascita
Residente
MAGNANINI
Giannetto
Novellara (RE)
5.10.1923
Martellago
Giannetto MAGNANINI
Testimonianza raccolta il 15.1.2005
Sono rimasto orfano del padre a 7 anni e anche della madre a 8 anni e mezzo. Ho
conseguito la V elementare e sono stato nel Collegio “Pio Artigianelli” diretto
da un ordine religioso dal 1931 al 1938. Dopo tre anni di lavoro in una bottega
artigianale, a 15 anni sono entrato nella fabbrica Lombardini. Ero operaio
tornitore. In fabbrica, nel 1941-’42, con operai anziani si discuteva di guerra,
delle condizioni degli operai e mi sono avvicinato a posizioni antifasciste. La
fabbrica era stata militarizzata. Lo Stato fascista mandava in Marina gli operai
delle fabbriche perché erano specializzati, mentre nella Fanteria arruolava gente
che proveniva dalle campagne e negli Alpini arruolava i giovani montanari.
Perciò, in quanto operai specializzati militarizzati, fummo chiamati alle armi in
ritardo. La cartolina precetto mi arrivò il giorno dopo lo sbarco degli Alleati in
Sicilia. Il mattino del 13 luglio mi presentai al MARIDEPO presso la Caserma
Sanguineti all’Arsenale di Venezia. La sera del 25 luglio del ’43 alle ore 22
apprendemmo da marinai di guardia che era caduto il governo Mussolini.
E i marinai come vennero a saperlo?
Lo venimmo a sapere da giovani e anziani civili che esultanti si recavano verso
la caserma per diffondere la notizia. Poco dopo, prima di mezzanotte, ci fecero
alzare e fui destinato con una squadra a presidiare il garage di Piazzale Roma.
Dopo alcuni giorni, nel vasto cortile della caserma, alcuni giovani marinai di
Trieste e della Venezia Giulia improvvisarono un finto “processo” a Mussolini
e al fascismo. Denunciavano il ventennio fascista, perché erano stati obbligati
a cambiare il loro nome in un nome italiano, perché era stato vietato l’uso della
loro lingua croata, perché erano state perseguitate le minoranze etniche. Questo
81
“processo” è stato per me la mia prima esperienza di una riunione pubblica.
Il 28 agosto fui trasferito da Venezia a La Spezia per partecipare a un corso di
ecogoniometrista per essere poi imbarcato in un MAS. Il corso si svolgeva a
Varignano.
Cominciavi a notare dei segni di confusione all’approssimarsi dell’8
settembre?
Alcuni giorni prima dell’8 settembre, al porto incontrai mio cugino Amos Vezzani
che era imbarcato sul cacciatorpediniere Da Noli, una nave da guerra che serviva
da copertura ai convogli per l’Africa. Ci scambiammo delle idee su quello che
stava succedendo; gli raccontai di diversi marinai del Sud che scappavano verso
casa col pretesto che tornavano per difendere la patria contro l’invasione degli
Alleati. Gli chiesi se conveniva anche a me scappare. Mi fece notare che, a
differenza dei marinai meridionali, non avrei avuto scuse da accampare. Dopo
quella breve conversazione, non ho più rivisto mio cugino, che assieme ad altre
centinaia di marinai fu dichiarato disperso. La sua flotta, dirigendosi verso sud,
fu attaccata e distrutta tra la Sardegna e la Corsica.
La sera dell’8 settembre, verso le 18.30, si diffuse la notizia dell’Armistizio.
Ricordo che ci fu la cerimonia dell’”ammaina bandiera” e il comandante, un
ufficiale di Ancona, ci diede l’annuncio dicendo che si doveva scegliere. Ci
disse che ci considerava “come suoi figli”, e ci consigliava di restare e attendere
l’arrivo dei tedeschi che, secondo lui, ci avrebbero rispettati. Quindi, invitò
quanti volevano seguirlo a schierarsi al suo fianco. Solo in otto lo seguirono,
erano quasi tutti della sua città. Restarono, ma furono fatti prigionieri dai
tedeschi e portati in Germania, come poi venimmo a sapere.
Nella notte tra l’8 e il 9 settembre, mentre ero di guardia, vidi molti marinai
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calarsi con corde e lenzuola dalle finestre e scappare. La mattina scappai anch’io
per tornare a casa. Io e altri 13 marinai prendemmo un treno merci che andava
verso Parma nella piccola stazione di “Ca’ dei Boschetti” a 5 km da La Spezia.
Il treno era carico di soldati e marinai. A Fornovo scendemmo su consiglio di
un marinaio più anziano e più esperto di noi. Ci avvisava del pericolo di essere
catturati dai tedeschi alla stazione di Parma e di essere deportati in Germania.
Così, proseguimmo a piedi attraversando in parte le colline appenniniche e a
San Polo d’Enza incrociammo un giovane con una gamba di legno. Quest’uomo
era Mario Grisendi, che ci procurò degli abiti civili e ci custodì i nostri zaini
che contenevano anche le nostre divise. Mario Grisendi, classe 1919, era un
partigiano, ma, prima di diventare partigiano, partì volontario per la Guerra
d’Africa, dove in una battaglia rimase mutilato di una gamba. Tornato in Italia,
rivide le sue idee e prese parte a ardite azioni partigiane, lo chiamavano il
partigiano “Folgore” dal nome del corpo di cui faceva parte in Africa. Grisendi
morì in combattimento e venne decorato di medaglia d’argento alla memoria.
Riprendi pure il tuo racconto.
Seguendo le rotaie della ferrovia secondaria, arrivammo a Reggio Emilia.
Sui muri della città erano affissi dei manifesti in cui i tedeschi ordinavano di
presentarsi presso il loro Comando pena la fucilazione per chi avesse trasgredito
l’ordine. Dopo qualche giorno tornai a lavorare nella fabbrica Lombardini,
che era militarizzata. E dopo alcune settimane, recuperato il mio zaino che
conteneva tutto il mio equipaggiamento della Marina, tornai in fabbrica a
lavorare vestito da marinaio. Mi chiamavano il marinaio. Ma, per alcuni anni,
quell’equipaggiamento costituì il mio solo guardaroba. Non avevo altro da
mettermi addosso.
Dopo l’8 settembre, molti credevano che la guerra stesse per finire, che la pace
stesse arrivando grazie al Governo Badoglio e allo sbarco degli Alleati in Sicilia.
Ma era un’illusione. In fabbrica il lavoro era duro, si facevano, a turni alternati,
12 ore di lavoro al giorno e 12 di notte. Fame e miseria. Tutto era razionato:
viveri, vestiti, copertoni per biciclette.
Fu in quel clima che io e alcuni ragazzi della fabbrica avevamo preso l’abitudine
di trovarci nelle latrine per scambiarci delle idee sulla guerra. E decidemmo che
bisognava prendere contatti con il Partito Comunista.
Ci furono questi contatti?
Sì, ci dissero di recarci in un posto in aperta campagna, solo dopo aver sentito
un secondo allarme di bombardamento aereo. Andammo in bici e sul posto c’era
ad aspettarci un tipo dai capelli e dai baffi neri, che ci disse: “Da oggi voi siete
iscritti al PCI, però, finita la guerra, non ci sarà il socialismo, oggi si combatte
per cacciare i fascisti e i tedeschi. Sarà lotta dura e difficile e qualcuno morrà”.
Il 30 aprile del ’44 ci convocò in Via Bengasi e ci disse di passare in casa di
Ariello Bonetti, che ci avrebbe dato dei pacchi di manifesti sul 1° Maggio. Il
giorno dopo, andando verso Novellara, a venti chilometri dalla città, incontrai
83
sotto un cavalcavia molti operai della fabbrica delle Reggiane che i tedeschi
perquisivano. Per fortuna non mi controllarono e tutto filò liscio.
Cosa si produceva nella fabbrica dove lavoravi?
Si fabbricavano aerei da guerra e altro materiale bellico. La fabbrica “Le
Reggiane” dava lavoro a oltre diecimila operai.
Il Primo Maggio organizzammo uno sciopero in fabbrica per le ore 10. Dopo tre
quarti d’ora il mio caporeparto, Ganassi, un comunista bravo, pacato, ci chiamò
e ci disse: “Stanno arrivando i fascisti”.
“Che facciamo?”, gli chiedemmo. E lui: “Badate che lo sciopero lo facciamo
perché lo sappiano”. Fu un atto di coraggio incredibile, tanto che ne fu data
notizia su Radio Londra.
Giannetto, puoi ricostruire alcuni episodi che più ti hanno segnato?
Ce ne sarebbero tanti, ma vorrei parlare di tre fatti che mi hanno particolarmente
segnato, come tu dici.
Il 25 luglio del ’44 arrivarono in fabbrica i fascisti e chiesero del caporeparto
e di Magnanini. Ma un po’ prima fummo avvertiti dal fattorino dell’azienda e
così scappammo. Io pensavo di unirmi ai partigiani in montagna. Ma mi dissero
che dovevo restare in città, dove le idee che facevamo circolare erano altrettanto
importanti quanto la lotta partigiana che si faceva in montagna.
Avevo il terrore di essere preso. Dopo quattro giorni di latitanza, mi mandò a
chiamare il padrone Lombardini dicendomi che potevo rientrare in fabbrica.
Lombardini era mio zio, ma, nonostante questo, non avevo buoni rapporti con
lui.
La sera del 20 dicembre del ’44 dovevo prendere il treno per Novellara, ma
essendomi attardato con la mia fidanzata Norma, decisi di restare a dormire
da un mio zio in periferia della città, a Villa Sesso. Quella notte c’era stata una
rappresaglia da parte dei partigiani contro spie e i fascisti organizzarono dei
posti di blocco. Il mattino presto, in bici io mi avviavo verso la fabbrica avvolto
in un tabarro che copriva la mia tuta da lavoro. Mi fermarono e mi portarono
nello stabile di una cooperativa in uno stanzone dove c’erano diversi fermati,
tra cui Gino Manfredi, con cui i fascisti ce l’avevano in particolare. Gino
Manfredi fu prelevato, portato in un’altra stanza, picchiato e torturato. Quando
lo riportarono, Manfredi era tutto sanguinante. Io e suo padre lo rincuorammo.
I fascisti tornarono e chiesero di Flavia, una giovane donna, che sputò in
faccia a un fascista nonostante due interrogatori subiti. Fummo riuniti tutti in
una stanza più grande, ci chiamarono ad uno ad uno e, dopo aver controllato i
documenti, ci divisero in due gruppi. Il primo gruppo era quello dei Manfredi
destinato a essere fucilato. Arrivato il mio turno, presentai i documenti assieme
a Davoli e a Domenico Castellani figlio del sagrestano della parrocchia di
Sesso, che però aveva smarrito i documenti saltando da un camion a seguito di
un mitragliamento. Le sue spiegazioni non valsero a niente, fu messo assieme
al gruppo dei Manfredi. Io e Davoli avevamo i documenti in ordine e fummo
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messi nell’altro gruppo. Verso le 10 sentimmo urla di donne e rabbiose raffiche
di mitra, poi silenzio. Dopo il silenzio un’altra sparatoria seguita da altre grida
di donne. Seppi che mentre i fascisti spingevano i fermati oltre il fossato, Pistelli
era fuggito a zig zag, ma fu colpito a morte. Quel giorno i tedeschi ammazzarono
13 persone più i fratelli Manfredi, cui si aggiunse, infine, il padre.
Raccontami l’ultimo episodio.
Ti racconto l’ultimo episodio. Eravamo vicini alla Liberazione. Reggio Emilia è
stata liberata il 24 aprile del ‘45,
ma in quei giorni di ritirata da
parte dei tedeschi, temevamo che
per rappresaglia i tedeschi sabotassero le nostre fabbriche che ci
davano lavoro. Decidemmo perciò di presidiare la fabbrica e il
21 aprile i partigiani mi dissero di
andare a parlare con Lombardini.
Andai da Lombardini che si trovava con alcuni tedeschi in una
stanza. Gli dissi: “Io rappresento i partigiani e sono venuto a dire che occupiamo la fabbrica per proteggerla dal pericolo di sabotaggio”. Lui mi rispose: “A
me non mi interessa niente. Io mangio lo stesso”.
Abbiamo vegliato per tre notti. L’ultima notte ci venne a trovare il custode della
fabbrica che ci portò, per decisione di Lombardini, gnocchi fritti, salame, vino,
sigarette.
Cosa è successo a Reggio Emilia il giorno della Liberazione?
Il 24 aprile ci recammo in centro, ci incontrammo con i garibaldini e i cattolici
delle fiamme verdi. Andammo ad occupare la Questura dove cominciavano ad
arrivare prigionieri fascisti e tedeschi.
Dopo una settimana dalla Liberazione, mi chiamò Ganassi, mi disse di lasciare il
fucile e di partecipare a una riunione di partito. A quella riunione disse: “Questo
qui è nel Comitato Direttivo della Sezione cittadina del PCI”. Da allora, lasciai
le armi, rientrai come operaio in fabbrica e svolsi attività politica.
Ma tu da partigiano in quale gruppo svolgevi la tua attività antifascista?
Io facevo parte dei SAP (Squadre Azione Patriottica). I SAP lavoravano di giorno, di notte svolgevano azioni partigiane. Ci distinguevano dai GAP (Gruppi
Azione Patriottica) i quali svolgevano unicamente azioni partigiane con agguati
e imboscate.
Giannetto, oggi si tende a interpretare la Storia non più cercando di ricavarne
principi, insegnamenti, valori, su cui fondare la pace e la democrazia. La
ricerca storica oggi sembra più orientata a riesumare, privilegiare fatti di
cronaca e a esporli secondo un metro di giudizio che tende a porre sullo stesso
piano vincitori e vinti.
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Non c’è dubbio che si sta tentando in questa fase storica di appannare le
responsabilità di coloro che ci portarono alla guerra, ci privarono della libertà
di parola, di stampa, di rappresentatività democratica negli enti locali e nel
Parlamento, di dipingere la Resistenza e la Lotta per la Liberazione come uno
scontro fratricida. Si può mistificare finché si vuole, ma su alcuni punti fermi
bisogna essere chiari e risoluti: i valori della libertà, della pace, della democrazia,
sono valori e diritti universali che vanno preservati, difesi e trasmessi giorno per
giorno alle future generazioni.
Foto n.1: gruppo di amici con cui Giannetto scappò dopo l’annuncio dell’Armistizio.
(Giannetto e l’ultimo in basso a destra)
Foto n.2: Libretto di lavoro di Giannetto quando lavorava alla Lombardini.
____________________
Per una maggiore documentazione su Giannetto Magnanini, leggere: Giannetto Magnanini,
Ricordi di un comunista emiliano, Teti Editore, 1979.
86
intervista a:
Cognome:
Nome:
Luogo di nascita
Data di nascita
Residente
MELLINATO
Enrico
Martellago
3.6.1914
Martellago
MELLINATO Enrico
Testimonianza raccolta venerdì 5 novembre 2004
In compagnia della moglie PAVAN Matilde, nata il 13.6.1924 a Martellago
Enrico, qual è lʼesperienza che più ha segnato la tua vita?
Ho fatto il soldato per quattro anni in Croazia, tra i boschi. Ho sempre dormito
per terra con la testa appoggiata a una pietra che mi faceva da cuscino. Non ho
mai dormito su una branda per tutti quegli anni.
Quando sei venuto via dalla Croazia?
Lʼ8 settembre del ʼ43, ci hanno mandati via tutti, dicendoci: “Arrangiatevi”.
A piedi, malvestito, ho fatto a piedi tutto il tragitto per arrivare a casa. Sono
arrivato il 14 settembre.
Quando vi siete conosciuti?
Matilde: ci siamo conosciuti pochi giorni dopo il suo rientro, il 14 settembre a
una sagra a Peseggia. Ci siamo sposati con 20.000 lire.
Enrico: purtroppo, dopo pochi giorni mi sono ricoverato per una malattia ai
polmoni. Ho trascorso 6 anni in ospedale.
Sono stato dichiarato grande invalido di guerra.
Matilde, quante sofferenze hai patito?
Da piccola vivevo in campagna con quattro fratelli e i nonni. A sei anni ho perso
la mamma, a 11 ho perso mio padre che ci ha lasciati per andare a vivere con
unʼaltra donna. Da allora mi sono dovuta occupare io della famiglia.
87
intervista a:
Cognome:
Nome:
Luogo di nascita
Data di nascita
Residente
MICHIELETTO
Silvio
Maerne
3.2.1917
Maerne
89
MICHIELETTO Silvio
Testimonianza raccolta il 28 dicembre 2004
Il 22 maggio 1938 ho cominciato a prestare servizio militare a Trieste come
Guardia di Frontiera del XXVII Settore. Pattugliavamo il confine assieme ai
carabinieri. Il 15 agosto del 1939 mi trovavo a Fiume, dove ho conosciuto la
mia futura moglie Rosa. Lʼho conosciuta in una lavanderia pubblica che era stata
requisita, lei era operaia. Ci siamo sposati il 14 dicembre del ʼ41.
Nel 1940 dovevo essere congedato, ma in caserma abbiamo letto un avviso: “La
Classe 1917 viene trattenuta alle Armi”. Il venerdì santo del 1940 siamo partiti
per la Croazia, dove sono rimasto fino allʼ8 settembre. In Croazia effettuavamo
dei rastrellamenti lungo la linea ferroviaria. Durante un rastrellamento siamo
caduti in unʼimboscata e io sono stato ferito nella zona dorsale, mentre un
mio amico ha perso un braccio. Ma in Croazia più che una guerra abbiamo
combattuto una guerriglia. Il nemico non ti affrontava in campo aperto.
Lʼ8 settembre del ʼ43 siamo passati nel campo degli Alleati. Ricordo che eravamo mal messi: senza viveri, mal vestiti. Segnalavamo la nostra presenza agli
aerei americani pitturando delle tavole e mettendole bene in vista.
Io sono scappato verso Lubiana, poi Fiume a piedi assieme ad altri tre amici.
A Fiume sono stato ospitato dai suoceri fino a dicembre del ʼ43. Poi io e mia
moglie siamo andati a abitare a Maerne. Avevamo una bambina di circa un anno.
Io mi tenevo nascosto dai fascisti e dai tedeschi, vagando per boschi e campagne. Nel ʼ44 mia moglie è stata ricoverata e sono andato a trovarla in ospedale
a Mirano. Tornando a casa, mia sorella mi viene incontro e mi dice: “Silvio,
Silvio, non venire a casa, per amor di Dio. Mi stavano cercando. Era lo stesso
giorno in cui hanno ucciso Bovo Mosé.(1)
Mi cercavano un poʼ tutti i fascisti come i partigiani, i quali si rivolgevano a mia
moglie Rosa e le dicevano: “Rosa, tira fuori la testa di tuo marito, che se non è
morto in guerra, lo copemo noialtri”.
Il 27 aprile del ʼ45, giorno di San Liberale, Maerne è stata liberata. Si tornava
alla normalità. Ho ripreso a lavorare come operaio specializzato nellʼedilizia.
(1) Bovo Mosé. Era un giovane di 22 anni che in qualche modo era legato alla Brigata Martiri di
Mirano. Il 12 o il 13 dicembre del ʼ44 fu ammazzato dalle Brigate Nere a casa sua in Via Zigaraga
davanti ai suoi genitori. Gli è stata dedicata una via a Maerne.
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intervista a:
Cognome:
Nome:
Luogo di nascita
Data di nascita
Residente
PAVANELLO
Aldo
Maerne
1.3.1924
Maerne
Foto di Pavanello Aldo del 7 gennaio 1945 – Campo di concentramento
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PAVANELLO Aldo
Testimonianza raccolta il 22 dicembre 2004
Aldo, comincia pure a raccontare la tua storia.
Mi chiamo Pavanello Aldo, sono nato il 1 marzo 1924 a Maerne. Sono stato
chiamato a militare il 15 maggio 1943 a Bologna; ero sesto bersagliere e avevo
19 anni. Poi in 200 da Bologna ci hanno trasferiti al 7° Bersaglieri a Laives,
un paesino vicino a Bolzano 10 giorni prima dellʼ8 settembre; e proprio alla
sera dellʼ8 settembre, quando erano circa le dieci, abbiamo sentito forti rumori:
erano carri armati tedeschi. Hanno sfondato il nostro cancello e hanno disarmato
le nostre sentinelle che erano di guardia. Dopo pochi istanti sono venuti nelle
nostre camerate, togliendoci i fucili e le munizioni, poi ci hanno mandati tutti in
cortile e siamo rimasti lì per tutta la notte. Ci dicevano “State fermi che domani
andate a casa”.
Invece?
Invece, lʼindomani ci hanno incamminati per andare alla stazione di Bolzano,
là cʼera una tradotta che ci aspettava con i vagoni di bestiame riempiti con poca
paglia. Eravamo in sessanta in ogni vagone e ci abbiamo messo 4 giorni di
viaggio per arrivare a Olesten in un campo di concentramento.
Quali disagi avete sofferto durante il viaggio?
Per orinare, potevamo farlo attraverso la porta socchiusa del vagone. Ci hanno
fatto scendere una sola volta e durante tutto il viaggio ci hanno dato da mangiare
soltanto un pezzo di pane.
Racconta del campo di concentramento.
Nel campo di concentramento siamo arrivati verso sera; subito ci hanno assegnato una baracca in cui eravamo in 300; ci hanno dato un poʼ di marmellata
su un pezzo di pane e due coperte. I materassi erano vecchi della prima guerra
mondiale ed erano riempiti solo con un poʼ di paglia. Non si dormiva per niente,
perché cʼerano cimici ed eravamo impegnati ad ammazzare i pidocchi. Io sono
stato costretto a radermi i peli dappertutto per prenderli, schiacciarli e poi buttarli via.
Alle 3 del mattino, ci davano circa mezzo etto di pane con un poʼ di marmellata.
A mezzogiorno ci davano mezzo litro dʼacqua con due pezzi di carota e altrettanti di patata. Ci davano quattro pezzi verza e anche un poʼ di rapa, un poʼ dʼerba e
più di una volta mettevano anche segatura di legna nel pane. Per mangiare queste
cose dovevi restare in fila almeno unʼora; alle ore sedici ci davano un miscuglio
di acqua colorata; loro dicevano che era tè, ma lo bevevi solo perché era caldo e
ti dovevi scaldare, perché faceva molto freddo e cʼera anche la neve.
Non ti sei ammalato?
Dopo un mese che ero in campo di concentramento, mi è venuta un poʼ di febbre: era lʼitterizia, ero diventato tutto giallo sugli occhi e sulle unghie; allora mi
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hanno dato delle pastiglie. Stavo tanto male, ma dopo una ventina di giorni sono
lentamente guarito, ma mi era venuta tanta paura.
Dopo circa tre mesi che eravamo in campo di concentramento, ci hanno caricati
su un treno, eravamo circa 2000, ci avevamo detto che andavamo a lavorare e
noi speravamo in un miglioramento. Siamo arrivati a Amburgo che era ridotta
ad un mucchio di macerie e cʼerano stati tantissimi morti, perché pochi giorni
prima gli angloamericani avevano bombardato quella zona. Alla mattina un vecchio che si chiamava Jacopo ci portava a lavorare in centro. Noi dormivamo in
periferia, su dei grandi magazzini e poi alla sera ci accompagnava indietro.
Dove lavoravate?
Andavamo a lavorare in unʼimpresa edile, eravamo io e
altri quattro amici, fra cui Basso e Antonio, più lʼimpresario che ci aveva dato un panificio da sistemare perché
solo il forno era rimasto in piedi.
Lʼimpresario ci ordinava di costruire dei muri alti tre
metri più il tetto. Abbiamo lavorato più di un mese, ma la
padrona e il vecchio fornaio erano contenti di noi, perché
vedevano che facevamo un bel lavoro. La signora alle 9
di mattina ci dava un pezzo di pane a testa, a mezzogiorno un piatto di buona zuppa e alla sera un altro pezzo di
pane. Siamo stati molto bene e siamo cresciuti di peso.
Quando abbiamo terminato il panificio, la signora di
nascosto ci ha dato un poʼ di soldi. Era molto gentile con noi italiani come tutte
le donne ad Amburgo, che di nascosto ci davano quello che potevano, come pane
e soldi. Anche loro, però, tiravano la cinghia, perché era tutto razionato.
E dopo che avete finito il panificio, cosa avete fatto?
Quando abbiamo finito di lavorare lì, siamo andati a lavorare in periferia su dei
magazzini delle ferrovie; anche là dovevamo costruire dei muri, ma allʼincontrario del panificio, là non cʼera nulla da mangiare, a parte un poʼ di zuppa con
poco pane, che ci davano prima di andare a dormire.
Un giorno, a mezzogiorno, durante lʼora di riposo, noi tre amici andammo in
cerca di qualcosa da mangiare. Poco distante si trovava una casa con un giardino
sul retro e un cane che stava mangiando del pane. Il cancello era aperto e io mi
misi in testa di prenderne un pezzo; il cane, però, incominciò ad abbaiare e il
vecchio padrone mi scacciò via con brutte maniere. Io scappai di corsa e persi
uno zoccolo che avevo ai piedi. La signora è stata buona e con lo zoccolo mi ha
portato anche un pezzo di pane e tre patate già cotte. Io lʼho ringraziata moltissimo e ho spartito con gli altri due amici quello che cʼera da spartire.
Eravate molto amici.
Sì, noi tre siamo stati sempre insieme per due anni: io ero di Maerne, Sorgido
Antonio era della Sardegna, Basso Bruno veniva da Montebelluna. Ci dividevamo ogni cosa, benché ci fosse poco da dividere.
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Ad Amburgo eravamo circa duemila italiani e dopo circa quattro mesi che stavamo là, ci hanno caricati in mille su dei carri da bestiame, ci hanno portati in
unʼaltra città, a Stettino, dove lavoravamo in una grande fabbrica. Anche quella
era stata bombardata dagli angloamericani, ma i tedeschi insistevano per farla
ancora funzionare. Noi lavoravamo dieci ore al giorno e dormivamo in delle
baracche poco lontane dalla fabbrica, già vestiti e con gli zoccoli ai piedi, ben
legati con dei lacci, in modo da poter scappare subito quando sentivamo lʼallarme aereo. Quando suonava, correvamo in un rifugio, ma altrimenti, se non cʼera
posto, ci rifugiavamo in mezzo ad un bosco lì vicino.
Anche lì avete ancora patito la fame?
Anche a Stettino non avevamo niente da mangiare, anche se alla sera
mangiavamo un poʼ di minestra di zuppa, un poʼ di pane e cinque grammi di
marmellata. Invece, i tedeschi e i soldati, che accompagnavano i prigionieri
a mezzogiorno, mangiavano in una mensa e quando finivano, buttavano sulle
immondizie le bucce di patate, delle rape, delle carote, e noi, da quanta fame
avevamo, andavamo a raccoglierle e insieme a quello mangiavamo anche gli
avanzi del caffè. Per questo, da quando sono tornato a casa, non ho mai buttato
via un pezzo di pane e ancora adesso continuo a dirlo a mia moglie o a insegnarlo
ai figli e ai nipoti, perché ricordo sempre quanta fame ho patito in Germania da
prigioniero e anche quanta fame cʼè ancora oggi nel mondo.
Dalla città di Stettino ci hanno trasferiti in unʼaltra città, a Magdeburg, dove
lavoravamo in unʼaltra grande fabbrica anche quella bombardata.
Ci si avvicinava alla fine della guerra e i bombardamenti si intensificavano
sempre più.
Nellʼinverno del ʻ44/ʼ45 faceva tanto freddo e i bombardieri angloamericani, di
giorno e anche di notte, venivano a bombardare; erano sempre da qualche parte
in Germania, sulle città, come sulle fabbriche. Ci giungevano notizie dalla radio
che i tedeschi erano in ritirata su tutti i fronti ed eravamo contentissimi, perché
più presto finiva la guerra, prima si mangiava. Siccome soffrivamo soprattutto per la fame, tra di noi capitava a volte di sognare la “poenta con il tocio”,
il salame, il minestrone
di fagioli, il musetto, la
pastasciutta e il risotto con
le frattaglie.
Oggi, il cibo si spreca, si
butta, è bene che i ragazzi,
ma anche gli adulti,
capiscano, anche se per
esperienza altrui, il valore
del cibo.
(2)Mi ricordo di una mattina, alle cinque ci hanno svegliato: era il 20 febbraio del
ʼ45 e faceva un freddo da lupi, cʼera anche un poʼ di neve, la nebbia e la brina
94
coprivano gli alberi. Ci hanno fatto salire su un treno con le carrozze sfasciate,
senza finestrini, e dopo unʼora ci hanno fatto scendere su un binario morto,
immerso in un bosco. Arrivati là, dovevamo fare delle fosse anticarro, profonde
tre metri e lunghe chilometri soltanto usando delle pale. Mentre eravamo nella
fossa a scavare, mi è venuto in mente di chiedere alla sentinella che stava di
guardia quando arrivava il cappuccino e il pane con la marmellata. La sentinella ha chiesto allʼinterprete che cosa avevo detto e quando lo ha saputo, mi ha
puntato il fucile addosso, gridava molto forte, faceva la mossa di spararmi, e io
stavo tremando di paura, ormai credevo che mi sparasse, credevo che fosse finita
per me. Allora, gli ho detto molte volte scusa, per fortuna ha capito che era un
semplice scherzo e mi ha risparmiato.
Alle dieci di sera siamo tornati nelle baracche, abbiamo mangiato solo pochissima zuppa fredda e pane. Una giornata così, credetemi, non la auguro a
nessuno, nemmeno a una bestia.
Ormai siamo verso la fine della guerra.
Circa quindici giorni prima che finisse la guerra, ci hanno dato un pezzo di pane
dicendoci che doveva durare tre giorni, invece lʼabbiano finito il primo giorno
e gli altri due niente di niente. Ci hanno fatto incolonnare a piedi e in soli tre
giorni abbiamo fatto circa cento chilometri; di notte andavamo a dormire nelle
fattorie che trovavamo, in mezzo alla paglia, e per fortuna era aprile e non faceva
freddo. Di nuovo siamo saliti su un treno merci e siamo andati a Bradenburg
in unʼaltra fabbrica distrutta come le altre. Cinque giorni prima della fine della
guerra, alle nove di sera, ancora una volta ci siamo incamminati per non so dove,
ma ormai si sentivano cannonate potentissime e di notte si vedeva il fuoco del
fronte americano che avanzava. Gli americani erano a pochi chilometri e un
giorno ha cominciato a suonare lʼallarme e gli aerei cominciarono a bombardare:
era diventato un inferno.
Come te la sei cavata?
Allora noi tre amici ci siamo accordati per scappare, qualora le sentinelle tedesche si fossero allontanate. Quando questo è successo, abbiamo fatto un salto
giù dalla strada, abbiamo trovato una buca prodotta da una bomba, siamo stati lì
dentro fermi, aspettando che passasse tutta la colonna. Poco dopo siamo partiti
per andare in cerca di un alloggio, lo abbiamo trovato in mezzo a delle case
in costruzione, con delle cantine dove ci siamo sistemati con dei cartoni, della
paglia e un poʼ di carta. Dormivamo stretti uno contro lʼaltro per scaldarci. Il
cantiere era chiuso, non lavoravano, e così siamo rimasti là per tre giorni e tre
notti.
Il secondo giorno ci siamo fatti coraggio, siamo usciti per cercare qualche cosa
da mangiare. Poco lontano abbiamo trovato in un deposito della fattoria dei
vagoni fermi e anche delle donne che portavano via qualche cosa. Noi tre abbiano trovato delle scatolette di carne, delle gallette (pane duro) e altre cose. Nel
ritorno però ci hanno sorpreso due poliziotti. Ci hanno portati in una caserma,
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ci hanno tolto le cose che avevamo trovato e ci hanno rinchiusi in una stanza.
Dopo circa unʼora, un poliziotto è venuto impugnando una pistola e ci ha detto:
“perché siete andati a rubare?” e noi abbiamo spiegato che era da molto tempo
che non mettevamo niente sotto i denti. Il poliziotto però non sembrava affatto
commosso, anzi, continuava a urlare forte, minaccioso. Noi abbiamo pensato
che era la fine, ma ci siamo salvati, perché per fortuna è venuto nella stanza un
altro poliziotto che ci ha fatto rilasciare, a patto che non andassimo più a rubare. Il terzo giorno che eravamo rifugiati nello scantinato sotto terra, alle sei del
mattino, sono ripresi i bombardamenti: era il fronte americano che avanzava, le
bombe cadevano dappertutto, anche vicino a noi. Dopo circa due ore, i bombardamenti sono cessati, cʼera un silenzio di tomba e sentivamo solo carri armati e
camionette cariche di soldati.
Erano americani?
Noi con prudenza siamo usciti allo scoperto e Antonio vide che i soldati avevano la pelle scura, noi allora abbiamo capito che erano americani e tutti contenti
siamo usciti col fazzoletto in mano. Una camionetta si è avvicinata e i soldati ci
hanno chiesto chi eravamo; un soldato sapeva parlare un pochino italiano e così
noi abbiamo risposto di essere prigionieri italiani. Detto questo, ci hanno regalato del pane, del cioccolato e delle scatolette. Dopo hanno detto che se volevamo
ci portavano da mangiare, se ci radunavamo nelle baracche. Noi, però, abbiamo
visto che un poʼ più in là sorgeva una fattoria con tanti polli rinchiusi in un recinto. Allora, abbiamo visto delle donne e abbiamo chiesto se ci potevano dare tre
galline. Per nostra fortuna, hanno detto di sì e noi abbiamo trovato una grande
pentola e della legna. Abbiamo tirato il collo alle galline, le abbiamo spennate
abbiamo tolto le budella, le abbiamo lavate e messe nella pentola con lʼacqua.
Mancava il sale, ma una signora che passava, ce lo ha dato assieme a un mestolo,
tre piatti, tre forchette e tre tazze per bere il brodo. Dopo unʼoretta che le galline
bollivano, abbiamo cominciato a bere il brodo e dopo un poʼ eravamo più felici
che mai, perché erano tre giorni che non mangiavamo. Più tardi la signora, che
ci aveva dato il sale, ci ha regalato tre coperte, tre paia di pantaloni, delle mutande, dei maglioni, tre camicie e altra roba. E ci ha detto che quelle cose erano di
suo marito morto in guerra. Dopo abbiamo riscaldato lʼacqua e ci siamo lavati e
cambiati: non si vedevano più i pidocchi. Per altri due giorni abbiamo mangiato
galline e brodo e il quarto giorno abbiamo riportato il vestiario, i piatti e le posate dalla signora, lʼabbiamo ringraziata tanto ed eravamo contentissimi, perché
eravamo cresciuti di peso e ci eravamo rifocillati.
E poi dove siete andati?
Siamo andati di nuove nelle baracche dove cʼerano già molti italiani. Tutti i giorni gli americani portavano da mangiare e dopo pochi giorni che eravamo là ci
hanno riferito che era finita la guerra e tutti speravano di tornare a casa. E invece
gli americani ci hanno riportati a Magdeburg dove eravamo stati un mese prima.
Abbiamo trovato circa mille italiani, cʼerano gli inglesi che comandavano, ma si
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mangiava, eravamo liberi e non cʼera più il filo spinato.
Poco lontano si trovava una piscina, un campo sportivo, tanti giochi e anche un
lago dove dʼestate si poteva fare il bagno. In una baracca grande hanno allestito
una sala da ballo, dove, tre giorni alla settimana, danzavamo. Abbiamo trovato
strumenti musicali ed è nata unʼorchestra. I primi tempi le ballerine mancavano,
erano timorose, ma poi cʼerano molte ragazze con cui ballare alla sera. Di giorno
prendevamo il sole sul lago con gli amici che avevamo conosciuto. Siamo stati lì
cinque mesi e dopo le sofferenze arrivava finalmente il divertimento.
Ma poi sei tornato a casa finalmente?
Dopo appunto quattro mesi, di mattina, un altoparlante annunciò per tre volte:
“Preparatevi che fra due ore si parte per lʼItalia, fatevi trovare tutti in cortile”.
Eravamo fuori di noi dalla gioia, perché finalmente si tornava a casa. Quando
siamo partiti, però, non sono mancate le lacrime alle ragazze che avevamo conosciuto, certe volevano anche seguirci. Il viaggio lʼabbiamo fatto in trenta per carrozza e cʼera molta paglia. Per tre giorni abbiamo cantato la canzone: “Mamma
son tanto felice perché ritorno da te”. Quando siamo arrivati al confine, noi tre
amici ci siamo salutati, Bruno è tornato a Montebelluna, Antonio in Sardegna,
e io a Maerne. Quando sono arrivato, mia mamma, mio papà, mia sorella e gli
altri fratelli, mi hanno tutti abbracciato. Ma cʼera un altro fratello prigioniero in
Germania che è tornato dopo 15 giorni. Mia mamma adesso era contenta che
eravamo tornati e diceva sempre che adesso poteva morire tranquilla, visto che
aveva un male incurabile e non credeva di farcela. Dopo sei mesi è morta.
Questa è una storia vera che si è svolta dallʼ8 settembre 1943 al 15 settembre
1945. Siamo stati fortunati di essere tornati a casa, ma abbiamo sofferto la fame,
il freddo, le malattie e i pidocchi e lavorato sotto i bombardamenti.
(1) Pavanello Aldo in divisa da bersagliere.
(2) Buono che davano ai prigionieri, uno al mese, per l’acquisto di birra in uno spaccio, che però
non veniva praticamente usato.
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intervista a:
Cognome:
Nome:
Luogo di nascita
Data di nascita
Residente
RAVELLI
Renato
Cavarzere (VE)
9.1.1921
Olmo
99
RAVELLI Renato
Testimonianza raccolta il 7 gennaio 2005
Allora, avvocato, mi permetta di darle del tu come agli altri. Siamo più in
confidenza. Vedo che hai un documento sul tuo stato di servizio in cui sono
riportate cronologicamente tutte le principali tappe della tua esperienza
militare. Puoi cominciare da quando sei stato chiamato per la leva, mettendo in
risalto episodi e circostanze che in modo particolare ti hanno segnato.
Intanto ti faccio i migliori auguri per il tuo 84° compleanno, che ricorre tra due
giorni.
Grazie. Come soldato di leva sono stato lasciato in congedo illimitato fino alla
fine del 1940 per motivi di studio, ero iscritto all’università. Il rinvio del servizio
militare mi è stato revocato, quando sono stato chiamato alle armi il 28 marzo
1941. Sono stato assegnato al 58° Reggimento Fanteria di Padova. Dopo aver
seguito alcuni corsi di addestramento, dopo una licenza di quindici giorni per
sostenere alcuni esami universitari, in qualità di sergente sono stato trasferito in
zona di guerra in Albania, dove sono giunto l’8 agosto del ’41 associato al 71°
Reggimento Fanteria Mobilitato.
Quali compiti aveva il Reggimento di cui facevi parte?
Avevamo compiti di controllo del territorio, di ristabilimento dell’ordine. Le
nostre operazioni si svolgevano nel Kosovo, nella zona di Pec. Era una zona
in cui frequenti erano gli scontri tra partigiani, ustascia, titini (seguaci di Tito).
Nella zona montenegrina vi erano state delle sollevazioni popolari in cui erano
stati uccisi dei nostri soldati. Siamo andati sul posto per presidiarlo e ristabilire
l’ordine. A turno, la notte, ogni tre ore, giravano delle ronde costituite da un
sottufficiale e due soldati. Pernottavamo in tenda o in baracche o, in alcuni casi,
nelle abitazioni requisite ai civili. Non abbiamo patito in modo particolare la
fame e il freddo, ma, ricordo, eravamo pieni di pidocchi, a stento ci lavavamo
il viso.
Sei rimasto sempre in quella zona?
No, nel febbraio del ’42 mi sono imbarcato a Durazzo, dove io e miei vestiti
siamo stati disinfestati dai pidocchi. Sono sbarcato a Bari. Ho cominciato a
seguire dei corsi, sono stato anche a Palermo, ho avuto due licenze straordinarie
sempre per sostenere degli esami universitari. Nell’ottobre del ’42 vengo
trasferito al 102° Reggimento Fanteria di Marcia a Napoli. Nel maggio del ’43
dovevo partire per la Tunisia, ma il caso ha voluto che, mentre seguivo un corso
da motociclista, il reparto di cui avrei dovuto far parte è partito per l’Africa.
Ma l’8 settembre del ’43 dove ti trovavi?
Ero a Salerno presso il Deposito 15° Fanteria. Il Reggimento si è semplicemente
disperso. Gli stessi ufficiali ci dicevano: “Arrangiatevi”. Abbiamo vissuto un
mese di confusione, in cui i tedeschi rastrellavano e uccidevano. Qualche tempo
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prima dell’8 settembre avevo cominciato a frequentare la casa di due ragazze
sorelle. Per mia fortuna sono stato ospitato dal loro padre che era un oculista.
Così, sono sempre rimasto tappato in casa. A volte mi affacciavo dalla finestra e
notavo dei miei amici che venivano acciuffati dai tedeschi e portati via. Poi, gli
americani hanno occupato il territorio e io sono rientrato a Salerno al Deposito
15° Fanteria. Ho continuato a prestare servizio militare senza particolari
problemi fino al 16 maggio del ’45, quando sono stato congedato.
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intervista a:
Cognome:
Nome:
Luogo di nascita
Data di nascita
Residente
Prigioniero di guerra
SABBADIN
Nereo
Martellago
22.8.1924
Olmo
n. 6215
SABBADIN Nereo
Testimonianza raccolta il 30 dicembre 2004.
15 giorni prima dell’8 settembre del ’43 sono stato assegnato al VI Bersaglieri
a Bologna. Il tempo di arrivarci e 24 ore dopo sono andato al Distaccamento
Basano a 15 chilometri da Bologna per seguire un corso di addestramento.
La notte successiva all’8 settembre, verso l’una, i tedeschi buttano giù il portone
della caserma con un carro armato. Così com’eravamo nelle brande, ci fanno
alzare, ci caricano su dei camion e ci portano a 5 chilometri di distanza, in mezzo
alla campagna dove improvvisano un campo di concentramento. “Austen” (in
piedi) ci gridavano. Siamo stati nel campo fino a sera. Poi ci hanno portati alla
Caserma per Lancieri a Bologna. Eravamo 12.000 prigionieri ammassati nei
cortili, nei maneggi, negli spiazzi. Dopo tre o quattro giorni ci hanno portati
alla stazione ferroviaria di Bologna, dove ci hanno caricato su delle tradotte.
Avevamo indosso l’essenziale: pantaloni, giacca e scarpe.
Racconta del viaggio.
Eravamo in quaranta per vagone.
Altri italiani viaggiavano in 60 per vagone, voi stavate più larghi.
No, perché i nostri vagoni erano più piccoli. Ricordo che alla stazione, mentre
ero in partenza, su un pezzo di carta ho scritto: “I tedeschi i me ga ciapà e i me
porta in Germania”. Ho appallottolato il biglietto, l’ho lanciato dal finestrino e
l’ho indicato a una persona che conoscevo perché lo raccogliesse e lo recapitasse
ai miei genitori. Abbiamo viaggiato per otto giorni, e solo due volte ci siamo
fermati per mangiare due fette di pane e un po’ di minestra che trovavamo alla
stazione di fermata. Ce la facevano mettere in un barattolo che prendevamo da
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terra: c’era un mucchio enorme di barattoli che evidentemente i prigionieri in
transito usavano. Dormivamo testa contro piede e sui fianchi. Durante il viaggio diversi prigionieri sono riusciti a scappare. Sono riusciti a staccare le assi
del pavimento del vagone. Quando il treno rallentava o faceva una breve sosta,
sgusciavano fuori. Sono scappati in una trentina. Gli altri rimasti, quando siamo
arrivati in Germania, sono stati prelevati e portati via, non abbiamo saputo dove.
Era un campo di concentramento enorme, un numero sterminato di baracche,
eravamo in dodicimila, italiani, russi, francesi, polacchi.
Qual era il campo di concentramento e come vi trattavano?
Lavoravamo in uno zuccherificio, Nordesten, dalle parti di Hannover. Hanno
chiesto chi desiderava lavorare. Io ho accettato di lavorare. Pensavo che in tal
modo forse rimediavo qualcosa da mangiare. Ho trascorso quattro mesi e mezzo
in questo campo, lavoravo sedici ore al giorno. Però mangiavamo: minestrone,
pane, patate, lardo. Non dicevano niente se mangiavamo dello zucchero. Io ne
arrivavo a mangiare fino a due chili e mezzo al giorno, era zucchero al grezzo,
più buono di quello di adesso. I tedeschi portavano barbabietole e io insaccavo
lo zucchero. Non facevamo mai soste.
Dopo questo periodo, ci hanno portato in un altro stabilimento, a venti chilometri da Hannover, dove si produceva della farina di legna. Il pane che ci davano
era composto per il 30% da questa farina di legna. I tedeschi mischiavano a questa farina di legna del concime chimico, il tutto veniva fatto bollire e si ricavava
una benzina sintetica al 95%. Una volta l’ho bevuta, pensando alla grappa. Mi
sono bruciato le budella, tutto il corpo si è avvampato. Qui lavoravamo 12 ore
al giorno. C’erano sei essiccatoi e ventiquattro motori per essiccatoio, la farina
di legna che usciva finiva su dei nastri trasportatori che correvano per dei sotterranei per un chilometro. Ho seguito anche un corso di istruzione. Poi mi hanno
messo alla prova per collaudare le macchine. Sono riuscito nell’impresa: ricordo
che attraverso i rulli passava un impasto di liquido e farina di legna e ne usciva
una specie di pasta sfoglia che al tatto si sfarinava subito. Hanno visto che facevo funzionare bene le macchine e mi hanno premiato con un filone di pane da
tre chili e, in segno di fiducia, mi hanno consegnato
la chiave dell’ascensore
per andare al quinto piano
per azionare le pompe dell’acqua (facevamo a piedi
cinque piani quattro o cinque volte al giorno). Ho
suscitato un po’ l’invidia
dei miei amici, che volevano che boicottassi il lavoro.
Ma io ho diviso il pane
104
guadagnato con tutti loro e anche la chiave dell’ascensore.
Ti sei comportato molto correttamente.
Ero entrato in amicizia con il capo baracca, un tedesco che, qualche volta, mi
ha portato a casa sua a mangiare. Mi ha dato anche un foglio che si spediva ai
familiari per farsi mandare dei pacchi. Ne ho ricevuto dodici che contenevano
pane, salame, formaggio e altro. E anche quello lo dividevo con gli altri della
mia camerata: eravamo in sedici.
Siamo stati liberati il 9 aprile del ’45 dagli americani. Dopo un assedio durato
una quindicina di giorni. Durante le incursioni aeree, i tedeschi ci hanno mandati
a restringere le strade per impedire il passaggio dei carri armati americani.
Restringevamo le strade con legname e sassi. Naturalmente gli americani sono
poi passati per l’esterno dello sbarramento. C’è stata una prigioniera russa,
faceva la segretaria di un ufficiale tedesco, che ci avvisava dell’imminente
arrivo degli americani e ci diceva di raggiungere le nostre baracche. Era buio
e gli americani ci sparavano, ci scambiavano per soldati tedeschi. Lanciavano
bombe che scoppiavano in aria in tanti pezzi di ferro. Ci sono stati feriti. Ci
siamo buttati tutti a terra. Dopo gli americani ci hanno chiesto scusa.
La nostra baracca, durante i bombardamenti, è crollata per uno spostamento
d’aria. L’ultimo bombardamento a tappeto è durato sei ore continuate. Non era
rimasto in piedi un solo tetto.
Ci trovavamo sotto una ciminiera. Abbiamo udito un rumore: era un carro armato americano. Uno dei nostri amici, non si sa come, si era procurato della stoffa
di tre colori: verde bianco e rosso. Ce ne ha dati dei pezzettini a tutti e ce li siamo
appiccicati sul petto. L’americano esce dal carro armato, nota le bandierine sul
petto e dice: “Siete italiani!” Era anche lui italiano, o meglio figlio di italiani
emigrati in America. Ci chiede: “Quanti siete?” “Un centinaio”, rispondiamo.
“Non posso caricarvi tutti”, ci risponde. Sette di noi salgono sul collo del cannone, altri sui lati del carro armato, altri ancora dentro, in tutto eravamo una
ventina. Così ci siamo diretti verso il paese. L’americano che guidava il carro
armato ha diretto la bocca del cannone verso la finestra di un grande negozio di
generi alimentari: sette piani interrati e sette piani fuori terra. Ha rotto i vetri,
dopo di che ci ha detti: “Bene, ora arrangiatevi”. Siamo andati tutti a rifornirci
di viveri. Io mi sono preso, ricordo, dei fichi secchi, del formaggio, della pasta.
Siamo tornati alla ciminiera per cucinare e mangiare.
Siamo rimasti in quella zona assieme agli americani, poi sotto il controllo degli
inglesi, di gran lunga meno gentili degli americani nei confronti di noi italiani,
fino al 20 agosto. Non facevamo niente tutto il giorno. Non capivamo l’attesa. Avevamo anche pensato di metterci in viaggio su una carretta. L’indomani
abbiamo scartato l’idea.
A metà agosto ci comunicano di recarci alla stazione ferroviaria vicino ad
Hannover. Lì prendiamo il treno fino a Pescantina (Verona).
Quanto tempo avete viaggiato?
105
Un giorno, forse due. Da Pescantina abbiamo proseguito su un camion fino a
Treviso, alla caserma Matter. Siamo arrivati di sera. A quell’ora la filovia non
era più in servizio. Io e un mio amico abbiamo passato la notte a Porte Santi
Quaranta, una specie di seminario. La notte ci hanno derubato dello zaino, che
conteneva un sacco di stoffa che avevamo rubato in Germania. Ma come dice il
proverbio: “Rubare non si fa sior”.
La mattina abbiamo preso la filovia, io sono arrivato a Mestre. Il mio amico
s’è fermato a Vigonovo. Da Mestre sono andato a casa a piedi. Ho rivisto mio
papà, mia mamma, mia sorella. Eravamo 17 parenti. La gioia era però trattenuta:
mancava lo zio che aspettavamo dalla campagna di Russia. E’ arrivato a
novembre. Allora, sì, che abbiamo fatto una grande festa. Questa volta eravamo
una cinquantina di persone a tavola. Abbiamo cantato, suonato, ballato.
Nereo, cosa pensi della guerra?
“Ke i fassa ki ghe inventa, morimo lo stesso senza andare a morte”.
106
intervista a:
Cognome:
Nome:
Luogo di nascita
Data di nascita
Residente
SALVALAIO
Arnaldo
Salzano (VE)
10.11.1916
Olmo
SALVALAIO Arnaldo
Testimonianza raccolta il 3 gennaio 2005
Da giovane facevo il barbiere. Prima di partire per la leva sono stato operato
di ernia, quindi ero in servizio sedentario. Durante la mia convalescenza, il
Battaglione di cui facevo parte è partito per l’Africa. Perciò, sono partito nel 1938
a 22 anni, in ritardo, per Trieste; facevo parte del V Battaglione 3° Reggimento
Carristi. La Leva era di diciotto mesi, ma sono stato trattenuto perché c’era la
Guerra in Africa. Dopo alcuni trasferimenti tra Trieste, Pordenone, Padova e
Cittadella, sono stato mandato in Grecia.
Raccontami del viaggio.
Ricordo che durante il viaggio tra Patrasso e Atene, siamo rimasti bloccati in una
galleria per un attentato. In senso contrario proveniva un altro treno dalla Russia.
Ho chiesto se a bordo c’era Salvalaio Giulio, mio fratello. C’era. Siamo stati a
chiacchierare una mezz’oretta. Lui lavorava sui treni e si occupava di trasporto
merci. In Grecia non ce la passavamo bene. Si mangiava poco e male. Una volta
abbiamo abbattuto un cavallo che era a pascolare: ce lo siamo spartito “un tocco
per omo”. In Grecia sono stato fino al settembre del ’43.
L’8 settembre del ’43 eravamo di guardia in mezzo alle montagne. Il nostro
colonnello è venuto a riferirci del capovolgimento di fronte deciso dal Governo
Badoglio. E ci ha prospettato due opzioni: o partire come prigionieri per la
Germania, o consegnare le armi ai partigiani greci.
Cosa avete scelto?
Dei partigiani non ci fidavamo, perché ci odiavano e più volte avevamo subito
107
attacchi da parte loro. Perciò, decidemmo di consegnarci ai tedeschi. Abbiamo
camminato per un giorno intero per raggiungere la stazione ferroviaria. Eravamo
una cinquantina e occupavamo dei compartimenti con sedili di tavole. Si
dormiva sui sedili, per terra o sul portabagagli. Siamo scesi a Belgrado, dove
siamo stati caricati su una chiatta e abbiamo risalito il Danubio attraversando
l’Ungheria fino a Vienna. Da Vienna siamo andati a Linz, infine a Wels, a poca
distanza c’era il nostro campo di concentramento. Là, dopo qualche tempo, ci
hanno divisi per gruppi di lavoro di sei o sette persone.
A te che lavoro facevano fare?
Io e il mio gruppo scavavamo dei rifugi in trincea; ma io mi sono rifiutato, perché
non era lavoro per me. La sentinella si è fatto tradurre e mi hanno mandato in
una fabbrica non tanto grande dove si costruivano pezzi per carri armati. Lì
ero al coperto. Il caporeparto, poi, mi ha preso in simpatia e, con l’aiuto di
altri prigionieri, ha fatto sì che imparassi a saldare, a usare il trapano, il tornio.
Lavoravamo dodici ore al giorno. Ci passavano appena una specie di brodaglia
con dentro semola o farina, non distinguevamo. Ci davano una tessera che ci
dava diritto a un pezzettino di carne (così sembrava) una volta alla settimana,
perché lavoravamo dodici ore al giorno. Noi eravamo fortunati, perché gli altri
lavoravano fuori a 20° sotto zero.
Dormivamo su letti a castello fatti di tavole e molto impolverati. Ho passato
un anno e mezzo in questo campo essendo sempre febbricitante. Era il mese il
febbraio del ’42 quando la febbre mi è salita a 42°. Un prigioniero mi ha dato
due pastiglie contro la malaria che mi hanno fatto calare la febbre.
Ricordo che in fabbrica c’era un tedesco che faceva il saldatore di alluminio
specializzato. Aveva una stanza tutta sua. Mi chiamava per fargli la barba. In
cambio mi offriva pastasciutta e insalata.
Nella sfortuna hai avuto un po’ di fortuna.
Per mangiare, in fabbrica, d’inverno, ci procuravamo degli elementi per
montare in baracca una specie di fornello per cuocere le patate: chi si procurava
una resistenza elettrica, chi un recipiente, chi la legna. A volte i tedeschi ci
sorprendevano e ci requisivano tutto, ma noi ricominciavamo. D’inverno, invece,
le patate venivano messe sulla stufa che avevamo in baracca e che facevamo
funzionare con della legna che ci procuravamo. Le patate le nascondevamo sotto
le tavole del pavimento della baracca.
Avete mai subìto incursioni aeree?
Nel corso della prigionia abbiamo subito circa venticinque bombardamenti, ma
il primo è stato il più pericoloso. Ricordo che è scoppiata una bomba che ha
aperto una buca larga e profonda e io mi ci sono infilato dentro pensando che
difficilmente ne sarebbe caduta un’altra nello stesso posto. Ho visto un prigioniero
dirigersi verso un gabbiotto di legno che fungeva da gabinetto: è stato colpito ed
è saltato in aria. Un altro amico, era di Genova, mentre scappava verso il treno,
è stato mitragliato alle gambe. Sono andato poi a trovarlo in infermeria.
108
Quando siete stati liberati?
Una mattina, improvvisamente, i tedeschi sono scomparsi e sono comparsi gli
americani. Tra loro c’erano anche degli italiani. Gli americani si occupavano
poco o niente di noi, non ci davano da mangiare. Abbiamo approfittato per
andare a svuotare un deposito di viveri. Ci siamo procurati zucchero, scatolame.
C’era anche un porcile là vicino. Quando ci siamo entrati abbiamo notato che
i maiali mangiavano lo stesso cibo che davano a noi. Abbiamo ammazzato un
maiale, lo abbiamo portato in baracca, lo abbiamo scuoiato, fatto a pezzi e
cucinato. Abbiamo vissuto così per alcuni mesi. Ma abbiamo notato in quali
condizioni erano gli altri prigionieri che lavoravano all’aperto: erano vestiti di
stracci, erano diventati degli scheletri umani. Noi avevamo gli zoccoli ai piedi
e possedevamo anche una tuta. Comunque, dopo la liberazione, mangiavamo e
crescevamo di peso un chilo al giorno.
Nell’agosto del ’45 ci hanno detto che c’era un treno per Bolzano. Ci siamo
fermati a dormire una notte alla stazione di Bolzano. Da lì abbiamo proseguito
su un camion, dopo aver radunato gli italiani aiutandoci con un cartello con
su scritto “Venezia”. Sul camion avevamo biscotti e un fiasco di vino. Siamo
passati per Salzano, dove alcuni sono scesi. Altri dovevano scendere a Piazzale
Roma a Venezia. Il camionista mi ha proposto di andare con lui, poi lui mi
accompagnava fino a casa. Così è stato. Arrivato a casa, abbiamo festeggiato.
Eravamo una famiglia di ventiquattro persone formata da tre colonne, una per
ognuno dei tre fratelli. Avevamo trenta campi da coltivare a Olmo.
Dopo un po’ ho trascorso una quarantina di giorni in ospedale a curarmi una
pleurite.
Cos’è questo documento?
E’ l’elenco dei prigionieri che erano con me nella baracca durante la prigionia
in Austria.
Interessante. Lo pubblichiamo alla fine del tuo racconto.
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110
intervista a:
Cognome:
Nome:
Luogo di nascita
Data di nascita
Residente
SALVIATO
Antonio
Venezia
13.06.1926
Martellago
Antonio SALVIATO
Testimonianza raccolta il 22 febbraio 2005
Antonio, da quanto tempo abiti a Martellago?
Da molto tempo. Praticamente dal 1933.
Tu non hai avuto esperienza di guerra, per fortuna. Ma la vita da civile doveva
essere comunque molto dura.
E, infatti, era proprio così. Eravamo una famiglia molto numerosa. Nel ’43 tre
dei miei fratelli sono stati chiamati alle armi e, purtroppo, li ho persi tutti e
tre: Vittorino, già in servizio presso il V Reggimento Genio Foto Elettrica in
località Bane (Trieste), fu fatto prigioniero dai tedeschi l’8 settembre del 1943 e
fu internato in Germania. Nell’aprile del ’45 fu liberato dalle truppe russe, ma,
finito, non si sa come, in un campo di smistamento a Danzica in Polonia, di lui,
da allora, si sono persi tutti i contatti e non si è saputo più nulla. Gli altri due
fratelli, Aldo e Ermans, rientrati dalla guerra in condizioni di salute pietose, si
sono spenti dopo tante sofferenze. Di Vittorino conservo questa cartolina che egli
scrisse a mio padre dal campo di concentramento di Kriegsgefangenenlager.
In suo ricordo la pubblichiamo alla fine della tua testimonianza.
In casa, in Via Morosini, eravamo in dieci: i miei genitori, altri cinque fratelli,
due sorelle ed io. Mio padre lavorava a Marghera, alle Leghe Leggere, faceva i
turni, di conseguenza, benché giovanissimo, diciassettenne, io dovevo occuparmi
della famiglia. Naturalmente quel poco che ci davano con la tessera annonaria
era del tutto insufficiente. Perciò, dovevamo ingegnarci per sopravvivere.
Come facevate per sfamare tutte quelle bocche? I contadini, tutto sommato,
riuscivano a ricavare uova, latte, verdure, nei loro campi, ma voi?
111
Per noi era dura, molto dura. Alla Darsena, a Marghera
dove lavorava mio padre, arrivavano dei vagoni pieni
di sale grezzo. Durante lo scarico del sale, un po’ se ne
perdeva per terra. Bene, mio padre, finito di lavorare,
andava a raccoglierlo e lo portava a casa. Ricordo che
facevamo bollire per ore e ore alcuni chili di sale grezzo
in dei pentoloni, l’acqua evaporava e si depositava nel
fondo il sale depurato.
Con che cosa alimentavate il fuoco per tutto quel
tempo?
Un po’ con la legna che ci procuravamo, anche tagliando
col segon i platani che c’erano lungo la Via Castellana, un po’ con carbon coke
che mio padre portava da Marghera.
E di questo sale cosa facevate?
Lo barattavamo con generi alimentari. Ricordo che andavo fino a Castelminio,
a Castello di Godego, e altri paesi, dove la gente era anche più generosa e
comunque più bisognosa di sale di chi abitava vicino al mare.
Barattavamo anche del tabacco con alimenti. Compravamo una certa quantità di
tabacco Mariland e lo mischiavamo con il tabacco mauco, tabacco senza concia,
cioè senza lavorazione. Questo tabacco mauco, ce lo procuravamo presso quei
contadini che lo coltivavano, per poi consegnarlo, a maturazione avvenuta, alla
Finanza. Naturalmente, prima della consegna, riuscivano a occultarne un po’ per
loro. Da essi noi ci procuravamo queste foglie di tabacco che sminuzzavamo e
mischiavamo, appunto, col tabacco Mariland. Quindi lo infilavamo in dei tubetti
di carta, che, ad una estremità, avevano pure il filtro. Confezionavamo delle
scatole da cento sigarette che andavamo a vendere sfuse in cambio di cibo.
A volte, mio padre ordinava mezza testa di bue, che io andavo a prendere alla
macelleria Pelosin a Robegano. La testa di bue era economica. Ma mio padre
riusciva a ricavare un po’ di carne, per esempio dalle guance, dalla testa; condiva
poi con olio, pepe, sale e cipolla. Devo dire che si riusciva a ottenere dei piatti
gustosi. Le parti più dure le mangiava lui che aveva dei denti fortissimi.
Altre volte, andavamo fino a Meolo a comprare fagioli presso un casale da
gente che si veniva a conoscere grazie al passa parola che c’era tra amici e
conoscenti.
Antonio, è proprio vero che il bisogno aguzza l’ingegno.
Ed è stato proprio così. Pensa che mi sono messo a fare il meccanico di biciclette;
avevo l’officina proprio dove ora c’è l’officina di Busato sulla Via Castellana. E
anche in questo mestiere, si escogitava di tutto pur di creare lavoro.
Spiegati meglio.
A quel tempo, esisteva la macchina Zambelli che era una macchina che serviva
per vulcanizzare le camere d’aria degli pneumatici di auto e altre vetture in
genere.
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Cosa vuol dire vulcanizzare?
Sul foro da rattoppare della camera d’aria si applicava una para che poi veniva
trattata a caldo con la macchina Zambelli. Bene, io sono riuscito ad applicare il
sistema di vulcanizzazione anche alle coperture delle bici. E così si riusciva a
tirare avanti per parecchio tempo ancora.
Ma questa macchina Zambelli dove l’hai trovata e quanto ti è costata?
L’ho comprata a Padova e mi è costata 350 lire di allora.
All’epoca quante biciclette ci avresti comprato con quella cifra?
Tre. Ma, poi, pur di avere una bici funzionante, attorno al cerchio mettevamo
della tela che ricavavamo dagli zaini dei militari o addirittura mettevamo della
gomma dura ricavata dai sioni, di un bel colore rosso, mi ricordo.
Antonio, è incredibile quanto l’uomo possa inventarsi pur di tirare a campare.
Volevo chiederti se ti sei trovato anche tu sotto i bombardamenti.
Naturalmente sì. Ricordo il primo bombardamento in assoluto avvenuto pochi
giorni dopo l’entrata in guerra dell’Italia: era il 13 giugno del ’40, compivo
quattordici anni. Era una sera di luna piena e un aereo ha bombardato e colpito
la ciminiera della Liquigas di Marghera. Allora lavoravo come garzone da
Chinellato Giovanni.
Sai una cosa, Antonio, nessuno finora ha saputo spiegarmi perché l’aereo che
effettuava delle incursioni notturne era chiamato Pippo.
Ogni tanto, con alcuni amici, andavamo da Giubilato ad ascoltare Radio Londra,
prima che cominciasse il coprifuoco. Come tu sai, Radio Londra inviava
messaggi in codice, e Pippo probabilmente era il nome in codice dell’aereo che
effettuava delle incursioni notturne sia per spaventare la gente, ma anche per
sganciare viveri o armi ai partigiani.
E’ una spiegazione molto plausibile. Penso che sia così, perché all’aereo davano
il nome Pippo in tutta l’Alta Italia.
Antonio, cosa ti ricordi del giorno della Liberazione di Martellago?
Quel giorno, o quei giorni, ci sentivamo tutti combattenti, nel senso che la
confusione era enorme, tutti scappavano, tutti si nascondevano, c’era la paura
della rappresaglia, della vendetta. Ci si armava tutti per autodifesa. Non si capiva
niente e si temeva tutto.
Antonio, cosa pensi, per finire, del fatto che tante persone, come te, come tuo
padre, hanno subìto un destino fatto di sacrifici e di stenti?
Mio padre mi diceva, quando avevo fame e di fronte alle avversità della vita,
“Magna quello ke te ghe,
Tazi quello che te se”.
Capisco, un uomo con tanti figli da sfamare non ha molte scelte.
_____________________________
Nella foto il papà di Antonio, Guido Salviato, che indossa la camicia nera con cui doveva recarsi
al lavoro a Marghera.
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intervista a:
Cognome:
Nome:
Luogo di nascita
Data di nascita
Residente
115
SCARPA
Giovanni
Lido di Venezia
20.01.1918
Maerne
SCARPA Giovanni
Testimonianza raccolta il 4 gennaio 2005
Avevo vent’anni quando sono stato chiamato alla leva il 15.02.1938. Sono
stato assegnato al sommergibile Corallo che si trovava non lontano dal porto di
Napoli. Il sommergibile faceva parte di una squadriglia che comprendeva anche
i sommergibili Diaspro, Medusa e Turchese.
Che compiti aveva il tuo sommergibile?
Era un sommergibile con compiti di scorta alle navi che trasportavano truppe,
viveri, attrezzature militari, eccetera, e faceva la spola tra Napoli e Tripoli. A
bordo svolgevo funzioni di congegnatore, in pratica mi occupavo di siluri. Il
primo viaggio che ho fatto scortavamo un piroscafo pieno di tedeschi verso
Tripoli. Per più di un anno abbiamo fatto questo lavoro di scorta tra un porto e
l’altro. Una volta(1) siamo stati costretti a restare sott’acqua a una profondità
di ottanta metri per quattro giorni e quattro notti, perché il mare era infestato di
idrosiluranti inglesi. Durante queste operazioni sono stato colpito da un’otite
e avevo bisogno di cure. Questo ha infastidito molto il capitano medico che
diceva: “Chi è quell’ignorante che ti ha fatto idoneo alla Marina?”. Io ho fatto
presente che non avevo mai avuto problemi all’udito prima di imbarcarmi. Mi
ha risposto che, finita l’emergenza, mi avrebbe dato quindici giorni di licenza e
mi avrebbe dichiarato non idoneo a bordo di sommergibili.
E dopo la convalescenza dove ti hanno mandato?
Dopo la convalescenza, eravamo verso la fine del ’39, mi presento alla Segreteria
del porto di Bari e mi dicono che dovevo imbarcarmi sul cacciatorpediniere
Confienza. Così ho fatto. Questa volta la scorta la facevamo alle navi che trasportavano truppe lungo la rotta Bari/Patrasso. E siamo andati avanti per circa
un anno, fino alla fine del ’40, credo. Finché gli idrosiluranti inglesi, di notte
e con sistemi radar, ci hanno avvistati e ci hanno colpito l’elica, affondandoci.
Eravamo al largo di Patrasso. Il nostro cacciatorpediniere ci ha messo circa otto
ore prima di inabissarsi nei fondali. Ciò ci ha permesso di essere avvistati da
un piroscafo postale italiano proveniente da Atene e che faceva quella rotta. Il
piroscafo che ci ha salvati ha captato dei segnali luminosi che emettevamo dal
nostro cacciatorpediniere.
Una volta in salvo, dove vi siete diretti?
Siamo approdati al porto di Brindisi. Ci siamo recati al Deposito per ricevere
dei vestiti. Giusto il tempo di cambiarmi che mi arriva l’ordine di recarmi a
Taranto per prendere servizio a bordo di un incrociatore ausiliario chiamato
Attilio Defenu. Arrivato a Taranto comincio a protestare. Ero stato ormai due
volte naufrago e sembrava che la guerra la facessi solo io.
Alla fine di uno dei tanti viaggi di scorta, è successo che, mentre stavamo per
entrare nel porto di Tripoli, siamo stati silurati e colati a picco. Eravamo a bordo
116
in diciotto, ci siamo buttati tutti in acqua e abbiamo raggiunto la costa. Una volta
a terra, siamo andati al Deposito per ricevere nuovi vestiti. A Tripoli abbiamo
atteso una nave della Croce Rossa che mi ha portato fino a Napoli. E da Napoli
sono ritornato a Taranto, dove sono rimasto fermo per circa sei mesi a occuparmi
di manutenzione in genere.
Giovanni, con tutti i giri che ti hanno fatto fare comincio a confondermi.
Beh, io cominciavo a protestare, perché mi chiedevo se, per mandarmi a casa
dopo tutte queste disavventure, aspettavano che morissi per forza. Comunque, a
Taranto ho conosciuto un veneziano che mi ha chiesto se volevo fare l’ordinanza
a un colonnello.
Che cos’è l’ordinanza, Giovanni?
117
Dovevo essere a disposizione di questo colonnello per ogni sua necessità, fargli
anche la spesa, se necessario. Infatti, mi dava un buono con cui mi presentavo
al Deposito Sussistenza della Marina e mi facevo consegnare i viveri che erano
scritti in una lista. Lavoravo al Deposito Arsenale di Taranto e il colonnello
era molto gentile con me. Mi chiedeva: “Scarpa, come ti trovi?” “Benone”,
rispondevo io. Ma verso la fine del ’42, il colonnello mi manda a chiamare e
mi comunica che dovevo presentarmi a Brindisi e prendere servizio a bordo di
un dragamine di nome “Baionetta”. Il primo viaggio, e l’ultimo, sul dragamine è stato Brindisi/Venezia. A Venezia smonto dal dragamine e, senza toccare
terra, salgo su un barcone che mi avrebbe ricondotto a Taranto. Il dragamine fa
appena in tempo a uscire dalle acque di Venezia che viene colpito e affondato
da un idrosilurante. Arrivato a Taranto, dall’altoparlante sento che mi chiamano:
“Marinaio congegnatore Scarpa Giovanni deve presentarsi subito all’Ufficio
Partenze”.
Giovanni , scusami ma mi fai venire in mente la trottola.
Aspetta, non è finita. Nel Mar Piccolo di Taranto c’era ormeggiato un piroscafo
e il suo comandante aveva bisogno di un congegnatore. Mi presento dal comandante, che era contento del mio arrivo. Gli faccio notare: “Come mai a bordo
non avete un trombettiere?”. Io mi sono offerto di fare il trombettiere. Prima
di partire militare suonavo la tromba nella Società Giuseppe Verdi di Venezia.
Il comandante, che aspettava che gli destinassero un trombettiere, era felice di
farlo fare a me, almeno nell’attesa. Mi ha promesso quindici giorni di licenza,
appena arrivava il trombettiere. La licenza è arrivata e sono stato quindici giorni
a Venezia. Ma quando sono tornato a Taranto, il piroscafo, nel frattempo, era
stato silurato e affondato. Mi presento alla Segreteria del Porto e mi mandano a
Bari. A Bari mi dicono che per me la guerra è finita, che potevo andarmene in
licenza.
Dici sul serio?
Sì, era vero, eravamo verso giugno del ’44. Ma non mi sono imbarcato subito,
le navi erano state tutte distrutte. Ho dovuto aspettare una nave che andava a
carbone. Con quella sono tornato a casa dopo un giorno e mezzo di lenta navigazione.
Giovanni, sembra incredibile quanti giri hai fatto.
Mi viene in mente che sono stato anche in Sicilia, che sono stato per una decina
di giorni prigioniero degli americani a Mazara del Vallo, e che per conto dei
prigionieri italiani ho fatto il cuoco (preparavo quasi sempre pasta e zucca). A
Mazara del Vallo ho conosciuto una famiglia molto ospitale e molto accogliente,
che dopo la Liberazione sono tornato a trovare con mia moglie.
Una volta in congedo, ho lavorato come autista all’ACTV, ma sono andato in
pensione con sette anni di anticipo, sulla base di una disposizione di legge a
favore di ex combattenti.
Hai portato a casa la pelle, ma sei stato sballottato in continuazione, mi dispiace
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per tutte le disavventure che ti sono capitate.
Nel 1972 mi sono trovato coinvolto nella tromba d’aria che al Lido di Venezia
ha sollevato e fatto affondare un vaporetto. Sott’acqua sono riuscito a passare
per un finestrino e sono riuscito, facendo più immersioni, a salvare sette o otto
persone e portarle a riva.
Basta così, Giovanni. Mi ha fatto molto piacere conoscerti. Ci vediamo il 25
Aprile.
(1) Era il 17 settembre del 1940. Il Corallo è in agguato a 60 miglia a sud di Creta, intercetta una
grossa formazione navale avversaria diretta ad Alessandria d’Egitto, quando si porta all’attacco.
Lancia due siluri a un distanza di 1500 m contro una portaerei e subito si disimpegna a una
profondità di 80 m, per sfuggire alla reazione avversaria.
Il sommergibile Corallo era uno dei dieci battelli della serie “Perla”. Varato il 2 agosto 1936, ha
svolto 48 missioni, stando in mare per un totale di 180 giorni e percorrendo 23.718 miglia.
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intervista a:
Cognome:
Nome:
Luogo di nascita
Data di nascita
Residente
121
SOCAL
Marcello
Venezia (Castello)
24.06.1922
Maerne
SOCAL Marcello
Testimonianza raccolta il 15 gennaio 2005
Prima di partire per la leva militare, ho lavorato alla Officina Meccanica della
Breda a Marghera, poi all’Arsenale di Venezia, sempre in qualità di tornitore.
All’Arsenale di Venezia costruivamo sommergibili. In quel periodo, l’Italia
aveva perso molti sommergibili, di conseguenza anche molti uomini che vi
lavoravano a bordo. Il mio timore era che, se mi chiamavano sotto le armi, sicuramente sarei stato destinato alla Marina, a un sommergibile, quindi con tutti i
rischi per la mia vita.
Allora cosa hai fatto per evitarlo?
Ho saputo che Mussolini cercava specialisti, in particolare autisti(1). Ho seguito
un corso da autista e, difatti, quando mi hanno chiamato, sono andato a fare
l’autista al V Autocentro di Trieste. Guidavo un camion. Mi occupavo di rifornimenti, viveri e vestiario, ai soldati in guerra sia nei Balcani che in Unione
Sovietica.
Viaggiavi con qualcun altro quando effettuavi i rifornimenti?
Viaggiavo sempre da solo. Partivo da Trieste, attraversavo la Jugoslavia,
l’Albania, la Romania, fino in Ucraina.
Non avevi paura di imboscate, di ladri, eri armato almeno?
Appesa a un bullone accanto alla guida avevo una pistola, mai usata, forse era
arrugginita. Comunque non ho mai avuto problemi. Anzi. A volte, in Ucraina, mi
fermavo a casa di contadini, che mi volevano un bene da matti, erano molto ospitali. Volevo offrire loro qualcosa, ma i pacchi che trasportavano erano sigillati.
Per quanto tempo hai svolto questo compito?
Praticamente fino all’8 settembre del ’43. Quel giorno, appena rientrato a Trieste
da uno dei miei viaggi, entro in caserma e mi trovo prigioniero dei tedeschi. Mi
buttano su un camion, proseguo il viaggio in treno fino in Germania. Lì ci rimarrò al Campo di prigionia di Mülbrer-Stammlager IVB dal 10 settembre del ’43
fino al 14 aprile del 1945. Il 17 marzo del ’45 sarò liberato dai sovietici.
Marcello, cosa ti ricordi del Campo di Prigionia?
Ho lavorato in una fabbrica enorme. In questa fabbrica si costruivano ogni
giorno circa 50 aerei da caccia muniti di mitragliera ai lati e al centro. Al campo
eravamo a migliaia, c’erano russi, polacchi, italiani, cecoslovacchi, albanesi.
Lavoravamo con una tuta e ci davano due volte al giorno alcune patate lesse
non sbucciate e una fetta di pane. In baracca, io ero alla 42° baracca, avevamo
una stufa che d’inverno facevamo funzionare a carbone. Il carbone ce lo davano
i tedeschi.
Devo riconoscere che i tedeschi avevano una organizzazione del lavoro molto
efficiente, malgrado ci dicessero spesso che noi italiani eravamo dei traditori. La
loro organizzazione era perfetta.
122
Capitavano spesso i bombardamenti aerei?
Se capitavano…Una volta i tedeschi hanno organizzato una colonna di camion
con a bordo centinaia di prigionieri. Ci hanno portato nella città di Lipsia, credo.
La città era disseminata di cadaveri e di macerie. Noi dovevamo caricare su dei
camion i corpi di soldati e civili.
Leggo che sei rientrato in Italia, al Distretto militare di Venezia il 4 agosto del
’45. Poi ti hanno mandato in licenza fino al 3 ottobre del ’45 quando ti è arrivato il congedo illimitato.
(1) Il Comando del Distretto Militare di Venezia – Ufficio Reclutamento e Mobilitazione – invia
al Municipio di Martellago, il 23 dicembre 1934, le disposizioni del Ministero delle Colonie
sull’arruolamento nei Regi Corpi Truppe Coloniali della Libia, dell’Eritrea e della Somalia, dei
seguenti specialisti: radiotelegrafisti, radiomotoristi, elettricisti, telegrafisti, eliografisti, fotoelettricisti, centralinisti. Ai giovani che si arruolavano in questi corpi si promettevano non trascurabili
vantaggi economici e la garanzia che il servizio prestato sarebbe stato considerato come servizio
di leva.
(2) Catturato dai tedeschi 8.9.1943. Campo di prigionia Mülbrer-Stammlager IVB (nel documento
il luogo di prigionia è poco comprensibile).
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intervista a:
Cognome:
Nome:
Luogo di nascita
Data di nascita
Residente
TASSO
Fioravante
Martellago
5.10.1922
Olmo
TASSO Fioravante
Testimonianza raccolta il 27 dicembre 2004
A 18 anni ho cominciato a lavorare ai Cantieri Navali della Breda a Marghera.
Ci ho lavorato per un anno e mezzo, poi, gli ultimi due mesi del ’41 ho prestato
servizio militare nella Marina a Trieste come fuochista artefice, tornitore e
geniatore. Poi mi hanno mandato a casa. Alla Capitaneria di Porto di Venezia ho
consegnato la divisa della Marina, ma mi hanno destinato a un altro Corpo: V
Artiglieria d’Armata a Peschiera (Verona). Era il 5 febbraio 1942. Dopo una decina
di giorni, mi hanno mandato al Distaccamento di Riva del Garda per istruirmi
nell’uso dei cannoni. Vi sono rimasto tre mesi. In seguito, a Merano, sono stato
selezionato tra quelli che sarebbero partiti per la Campagna di Russia, l’Armir
(Armata Italiana Russia). All’ultimo momento, invece, mi hanno destinato al IV
Reggimento Artiglieria destinazione Tunisia. Siamo andati a finire a Battipaglia
Reparto contraerea. Ma,
ancora una volta, non ho
raggiunto la destinazione
stabilita. Sono stato
richiamato per tornare
a lavorare ai Cantieri
Navali di Marghera come
tornitore e aggiustatore
meccanico. Di giorno
andavo a lavorare ai
Cantieri con la divisa
militare (I Cantieri Navali
125
Breda erano stati militarizzati), di notte andavo a dormire a casa. In fabbrica
c’erano anche circa 250 donne che fabbricavano spolette e bombe a mano. Io
mi occupavo della fabbricazione di cannoni il cui materiale proveniva dalla
fonderia di Verona. Ci ho lavorato sino alla fine del ’43. Ma dall’8 settembre del
’43, mi imponevano di andare a lavorare non più con la divisa militare, ma con
la camicia nera, i fasci al posto delle stellette, a significare che ero sotto il regime
della Repubblica di Salò. Ciò mi procurò dei problemi tra il Natale del ’43 e il
gennaio del ‘44, giacché, se non andavo a lavorare in camicia nera, avevo delle
noie con i fascisti, se ci andavo, subivo le minacce dei partigiani.
E allora cosa hai fatto?
Da aprile del ’44 non sono più andato a lavorare in fabbrica e mi sono nascosto,
giacché le Brigate Nere mi cercavano
Dove ti sei nascosto?
Allora la mia famiglia abitava in Via Frassinelli. Mio padre ospitava due
famiglie di sfollati di Mestre, con bambini e donne. Sono venuti due tedeschi e
due fascisti a cercarmi a casa. Naturalmente non mi sono fatto trovare. Per un
anno ho vissuto a Salzano, a casa della famiglia della donna che poi è diventata
mia moglie, Lucia Rosa Ragazzo, più precisamente frequentavo la casa per le
mie necessità. La famiglia di mia moglie ospitava un napoletano che, prigioniero
in Germania, era venuto in Italia con la promessa di collaborare con i tedeschi.
Naturalmente, una volta in Italia, ha trovato riparo presso questa famiglia.
Ma se tu non dormivi in casa della tua futura moglie, dove ti nascondevi?
Io e altri cinque ricercati avevamo ricavato dentro l’argine di un fossato una
specie di galleria, con tanto di travi per puntellare le pareti. Quello era il nostro
rifugio, soprattutto quando facevano dei rastrellamenti. Pregavamo che non fosse
invaso dalle acque. Era un fosso di campagna che andava a finire nel Roviego.
Una mia lontana parente era amante di un repubblichino e collaborava con i
fascisti. Aveva tradito anche il marito che è andato a finire in Germania. Forniva
informazioni anche al “professore di Spinea”, un fascista che era solito andare
in giro con il coltello tra i denti, freddava sul posto i partigiani o coloro che si
rifiutavano di parlare.
Questo professore(2), lo sanno tutti, è l’autore dell’uccisione a Mirano di sette
partigiani che sono stati, prima di essere uccisi, orrendamente torturati con ferro
arroventato, nella Casa del Fascio, poi esposti intorno alla Piazza di Mirano.
Che fine ha fatto questo professore?
Dopo il 25 Aprile, i partigiani gli hanno dato la caccia, lo hanno bloccato a
Salzano, lo hanno portato in giro, facendogli ripercorrere tutti quei luoghi in cui
lui aveva torturato i partigiani o ammazzato dei civili. Ho visto la foto di quando
lo hanno preso. Gli puntavano un pugnale alla gola, le mani legate dietro, gli
ordinavano di cantare “Bandiera Rossa” e “Bella Ciao”. Ma lui si rifiutava.
Davanti ai parenti di coloro che aveva fatto torturare o trucidare, gli hanno fatto
il processo, poi lo hanno impiccato o fucilato, non ricordo.
126
E della donna che ne è stato?
Quando i partigiani l’hanno presa, le hanno tolto le calze e gliele hanno messe
in tasca, l’hanno rapata a zero, le hanno cosparso il capo di catrame, l’hanno
calata viva in una fossa, lasciandola con la testa fuori. Questo è successo in Via
Zigaraga, località Galli vicino a un capitello.
In quel periodo, c’è stato un reggimento di tedeschi stanziati presso la fornace
di Spinea che, durante la ritirata verso Padova, passando per Salzano e Noale,
all’altezza di Via Frusta, sono stati attaccati a mitragliate dagli aerei americani
che hanno ammazzato tutti i cavalli. Fermatisi anche presso la casa della mia
futura moglie, hanno minacciato di uccidere donne e bambini. Pur di non lasciare
nelle mani degli americani un cannone, hanno buttato nel pozzo l’otturatore.
Dovrebbe essere ancora lì.
Bene, Fioravante, ti ringrazio della chiacchierata interessante.
Aspetta, voglio mostrarti una cosa. Queste sono delle figurine che, durante il
fascismo, negli anni della conquista dell’Africa, si trovavano nelle confezioni
di biscotti.
Sono bellissime. Non le avevo mai viste prima. Ne avrai almeno un centinaio.
Ne scegliamo alcune e le pubblichiamo, se sei d’accordo.
Volentieri.
(1) Nella foto Tasso Fioravante è il terzo contando da sinistra a destra.
(2) Nella raccolta di testimonianze curata da G. Marcato e F. Ursini “Contadini ‘so dai ponti”,
p.187, Biblioteca di Mirano, viene citato il professor Santi di Spinea: “El capo dei fassisti i éo
ga messo dentro un caro…su na gabia…de lunedì matina eostesso, e i eó ga fato girar par eà
piassa…e ghe gera uno, col calcio del fucie, che lghe tegniva su eà testa, e tutti che i ghe sputava
dosso, i ghe dava schiaffi.. i eó ga fato girar per un ora e mezza… co tuta eà gente che sigava…el
gera el professor…el professor…Santi, sì, ecco, Santi. In quei giorni eà eora i partigiani, per
vendicare quei che gera stati ucisi dae brigate nere, a sua volta i gera eori che ndava a scovare
fora e brigate nere, e i e arestava. El capo dee brigate nere gera qua de Spinea, el gera…cossa
gèreo?…el professor Santi, un nome cussì…Santi, che l gera tremendo! El aveva fato copar no
so quanti inocenti, no so quanti partigiani, qua, del nostro paese…I ’se ndai prelevarlo casa, e i
eó ga caricà in camion…e el gera in balia dea vendeta del pòpoeo…i eó ga méso copà…che i o
gàpia copà?… tute e piasse! Tuti quanti che eó bateva! ciò…tuti quei che aveva qualchedun…quee
‘se stae e prime rivendicassion dei partigiani quando che ‘se rivà i americani…eh sì, ormai ghe
gera e vendette, ciò! el professor, i eó ciamava. Santi, sì…dopo i eó ga ciapà anca iù, e i eó ga
fato girar par tuti i paesi, sora un camion…el aveva na testa sgionfa cusìì, dae pache che tuti ghe
dava!…dopo i eó ga portà in caserma Mater, a Mestre, e i eó ga fusià”.
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130
intervista a:
Cognome:
Nome:
Luogo di nascita
Data di nascita
Residente
131
TESSARO
Bruno
Venezia-Chirignago
6.5.1921
Maerne
TESSARO Bruno
Testimonianza raccolta il 28 dicembre 2004
Bruno, quando ti hanno chiamato a prestare servizio militare e dove?
Era l’Epifania del 1940 e sono partito per Pordenone assegnato al 1° Celere
Reggimento Gruppo Cavalli. Sono stato lì un anno e facevamo delle prove
di cavalleria all’assalto. Andavamo ad esercitarci dalle parti di Aviano.
Successivamente ci addestravano a usare dei cingolati. All’inizio del ’41 siamo
andati in Jugoslavia, tra Gorizia e Lubiana. Non abbiamo mai avuto particolari
problemi. Con la gente avevamo dei buoni rapporti. Non c’è mai stato nessuno
scontro. Eravamo alloggiati presso una fornace. Si partiva la mattina, anche
prima dell’alba, per andare a fare delle prove con carri d’assalto seguendo dei
percorsi di guerra attrezzati.
Non sei andato in nessun altro posto?
Sì, nel febbraio del ’42 siamo andati ad occupare Bastia, in Corsica. Neanche qui
abbiamo avuti grossi problemi. L’accoglienza non era ostile. D’estate aiutavamo
i contadini quand’era il tempo del formenton. Ma ci andavamo sempre in
gruppi di tre o quattro per prudenza. Alloggiavamo in edifici pubblici, a volte
dormivamo all’aperto.
L’8 settembre eravate dunque in Corsica?
Quando c’è stato l’armistizio, ci hanno chiesto se volevamo tornare in Italia
per combattere i tedeschi nell’Esercito Italiano per la Guerra di Liberazione.
All’inizio abbiamo firmato in pochi, poi, piano piano, si sono decisi tutti a
partire. Io sono stato pochi mesi in Toscana, poi ad Ascoli Piceno. Eravamo di
supporto all’esercito americano. I primi mesi del ’45 facevo parte del Gruppo
di Combattimento “Legnano”(1), eravamo presso l’Abbazia di Cassino vicino
Roma agli ordine del generale Clark. Il 21 aprile del ’45 facevo parte del Gruppo
di Liberazione della città di Bologna.
Dopo la Liberazione ho trascorso ancora un anno sotto l’esercito come guardia di
frontiera a Ponte di Chiasso. Tornato a casa, sono andato a lavorare a Marghera
alla Sava.
(1) Il Gruppo di Combattimento “Legnano” è il diretto continuatore del Corpo Italiano di
Liberazione e attraverso questo si riallaccia al I Raggruppamento motorizzato, prima grande unità
italiana entrata in linea accanto alle truppe alleate nella guerra contro i tedeschi.
132
intervista a:
Cognome:
Nome:
Luogo di nascita
Data di nascita
Residente
TESSAROTTO
Luigia Enrichetta
Martellago
4.12.1915
Martellago
TESSAROTTO Luigia Enrichetta
Testimonianza raccolta venerdì 29 ottobre 2004
Ai miei tempi se magnava poenta, latte appena munto e fasioi ed eravamo poareti e contenti.
Quando avevamo freddo, posavamo le mani suoi buoi per scaldarci.
Mio padre e mio zio formavano una famiglia di una ventina di persone che vivevano a mezzadria in Via Boschi, poco distanti dal cimitero di Martellago.
Allora bisognava lasciare metà del raccolto al padrone. Per dividere a metà il
raccolto dei fagioli, bisognava aspettare che si seccassero. Nel 1936 o ’37, l’allora
fattore del padrone ci ha fatto lo sfregio di calpestare tutti i fagioli che avremmo
dovuti raccogliere. Questo fattore, che si chiamava Serafin, un giorno (era di
sabato) ha chiuso a chiave tutte le nostre stanze da letto, per impedirci di prendere
le nostre cose, ha chiamato i carabinieri e ci ha cacciati tutti dalla fattoria. Allora
il fattore poteva decidere del
destino dei contadini come
e quando voleva. Ci hanno
portati davanti al municipio
(eravamo 11 figlioli).
L’allora podestà Cavalieri
ci ha fatti alloggiare in una
stalla che non era più una
stalla funzionante e che si
trovava in Via delle Motte
e che era di proprietà del
Comune. L’abbiamo dovuta
133
pulire sotto e sopra dove c’era la tesa (fienile) per poterci dormire.
L’indomani non siamo potuti andare neanche a messa, perché non avevamo con
noi più niente per vestirci.
Enrichetta, ma perché vi ha cacciati?
Eravamo venti bocche da sfamare, non producevamo abbastanza per il padrone,
così ci ha cacciati.
Ti ricordi di quando frequentavi la scuola?
Mi ricordo che ho frequentato i tre anni di scuola elementare (che si trovava nel
municipio)(1).
Il maestro ci raccontava che da Trieste portavano a Roma le salme dei caduti
per seppellirle, perché i soldati ignoti avevano perso le loro piastrine con le loro
generalità.
Il maestro ci faceva cantare questa canzone:
Fischia il sasso, il nome squilla
del ragazzo di Portoria,
e l’intrepido Balilla
sta gigante nella Storia.
Era bronzo quel mortaio
che nel fango sprofondò
ma il ragazzo fu d’acciaio
e la Madre liberò.
Fiero l’occhio, svelto il passo
chiaro il grido del valor.
Ai nemici in fronte il sasso,
agli amici tutto il cuor.
E quando vi facevano cantare queste canzoni?
Le cantavamo quand’era il momento della merendina, cioè al posto della merendina.
Te ne ricordi qualche altra?
Senti questa, scrivi!
Il Carso era una prora, prora d’Italia, vòlta all’avvenir
Immersa nell’aurora col motto in cima “Vincere o Morir”
Intorno a quella prora si moriva quando la nave arrise alla vittoria
Il nome di ogni fante che moriva passava all’albo bronzeo della storia.
Soldato ignoto sperduto tra i meandri del destino brilla il tuo bel piastrino
Fregiato dalla palma tu sei l’eroe che non morrà più.
E solo la tua salma fu chiesta inutilmente
Nessun per te poté dir: “presente”.
134
Ha mai avuto a che fare con la milizia fascista?
Mi ricordo un episodio…mamma mia, quanta paura. Era, mi pare, il 1927. Da
Maerne venivano i fascisti. Erano in bici e cantavano:
“La Chiesa Cattolica è una porcheria
L’Azione Cattolica è una massoneria”(2)
Si sono fermati davanti al monumento ai caduti. Allora si trovava in quello
spiazzo rialzato che sta sul lato della
chiesa che guarda sulla via Castellana.
Il parroco ha preso paura ed è scappato.
Il servo della canonica, invece, che si
chiamava “Marin del prete” (di cognome faceva Furlan), si è rivolto ai fascisti
dicendo: “Venite qua se avete coraggio”. Ricordo anche che il sagrestano
ha chiuso la sacrestia per impedire ai
fascisti di entrare, prendere le bandiere e
gli stendardi, che volevano distruggere.
Bene, Enrichetta, ci dobbiamo salutare.
Prima, però, vorrei complimentarmi per
la tua straordinaria memoria e per il
tuo ottimismo. Questa pagella, che tu
conservi, la pubblichiamo alla fine di
questa intervista. E’ il certificato di
studio datato 14 luglio 1925 dove si
attesta che hai completato con profitto
gli studi di grado inferiore. Però, quel
sufficiente in canto, disegno, bella
scrittura e lettura, eh, potevi fare un po’
di più…. Ti faccio i miei migliori auguri
per i tuoi prossimi novant’anni.
Foto Monumento ai Caduti dov’era una volta
(1) Foto della classe della scuola elementare che Tessarotto frequentava. Enrichetta è la terza
ragazza contando da destra a sinistra della prima fila in piedi.
(2) Il programma del movimento fascista, prima dei Patti Lateranensi del 1929, comprendeva,
oltre all’abbattimento della Monarchia da sostituire con la Repubblica, anche la confisca dei beni
della Chiesa.
135
136
intervista a:
Cognome:
Nome:
Luogo di nascita
Data di nascita
Residente
TONETTO
Narciso
Scorzè (VE)
27.11.1920
Martellago
Trascrizione della menzione illeggibile: “Durante un bombardamento aereo nemico, rimasto
incendiato un capannone nel quale si trovava la propria officina mobile pesante, con sprezzo
del pericolo, decisione e coraggio, insieme ad un altro autiere, riusciva a portare in salvo tre
autocarri carichi di attrezzi e macchinario facenti parte dell’officina stessa”.
A.S., 23 dicembre 1941
137
TONETTO Narciso
Testimonianza raccolta il 23 dicembre 2004
Narciso, quando è iniziata la tua storia da militare?
Avevo diciotto anni, come mestiere facevo il meccanico, ma il lavoro ormai
mancava e così, dovendo comunque prestare servizio militare, sono partito
volontario il 1° dicembre 1938.(1) Sono stato destinato a Torino dove ho seguito
per tre mesi un corso da motorista. Finito il corso, mi hanno mandato a Verona al
IV Autocentro; dopo otto mesi, a Bologna all’OARE (Officina Automobilistica
Regio Esercito) per altri sei mesi, per un corso di specializzazione.
Quando è scoppiata la guerra, dove ti hanno mandato?
Dopo alcuni spostamenti, fronte occidentale in Francia, poi Verona, quindi
Jugoslavia, mi hanno spedito a Napoli da dove dovevamo raggiungere
l’Africa. Facevamo parte di una flotta composta da cinque navi, di cui quattro
da trasporto italiane, una tedesca attrezzata con batteria antiaerea, e quattro
cacciatorpediniere: direzione Tripoli.
Quanto tempo ci avete messo?
Ci abbiamo messo tre giorni. Durante il tragitto, siamo stati attaccati da un
sommergibile inglese che ci ha sfiorati con un siluro. Dovevamo scansare un
mare pieno di mine vaganti, che di giorno un aereo idrovolante ci segnalava
e che facevamo poi esplodere con le mitragliatrici. Di notte, un aereo tedesco
correva a pelo d’acqua per segnalare delle mine magnetiche.
Finalmente siamo arrivati a Tripoli e da lì ci siamo diretti verso Bengasi, presso
un fortino chiamato Tocra in Cirenaica.
In Africa, praticamente effettuavamo delle operazioni di ripiegamento per
l’avanzare dell’esercito inglese. Nel ’41 abbiamo ripiegato verso Misurata, una
cittadina dove c’erano dei capannoni che sono stati bombardati. Uno di questi è
stato incendiato, c’era all’interno un’officina mobile pesante. Io e un altro autiere
siamo riusciti a portare in salvo tre autocarri carichi di attrezzi e macchinario
facente parte dell’officina stessa. Era il 23 dicembre.
Proprio come oggi.
Già. Per questo atto di coraggio sono stato decorato della Croce di Guerra al
Valor Militare.
Un secondo ripiegamento c’è stato da Bengasi verso Agelabia fino all’oasi di
Augila di Gialo. Durante la ritirata, il nostro autocarro, carico di benzina, è
rimasto insabbiato e siamo rimasti bloccati per tutta la notte. La colonna ha
proseguito la sua ritirata. Il nostro autocarro bloccato è stato avvistato da un
aereo inglese che ci ha mitragliato, ma ci ha lasciati stare: ha capito che nella
zona doveva esserci la colonna da dove ci eravamo staccati. L’ha raggiunta e l’ha
letteralmente massacrata.
138
Dopo aver liberato l’indomani mattina il nostro autocarro, mentre andavamo a
Gialo, raccoglievamo i feriti superstiti, che poi abbiamo scaricati a Agelabia.
Ricordo di un ferito a cui è stata segata a crudo una gamba ferita per evitare la
cancrena.
Fin dove è durata la vostra ritirata?
Siamo stati aggregati a un reparto d’artiglieria a El Aghela, poi a Sabrata, quindi
siamo finti in Tunisia, sempre sotto i bombardamenti. Infine siamo giunti a Sfax
e a Capo Bon, dove c’è stata la resa dell’Esercito e siamo diventati prigionieri
degli inglesi: era il 13 maggio del ’43.
Cos’è successo l’8 settembre?
Prima dell’8 settembre prigionieri italiani e prigionieri tedeschi erano assieme.
Dall’8 settembre siamo stati divisi in due campi di concentramento separati.
I tedeschi hanno avuto una brutta reazione alla notizia dell’armistizio: ci
ingiuriavano, ci lanciavano contro pietre, pomodori. A novembre del ’43 gli
inglesi ci hanno concentrati a Tunisi e ci hanno chiesto cosa sceglievamo:
continuare a fare i prigionieri o collaborare con loro. Io ho scelto di collaborare
e sono andato a lavorare in un reparto di autoambulanze. Ricordo che in quel
periodo ho svolto il compito di recuperare un ospedale da campo che era a
200 km nel deserto e l’ho trasferito alla periferia di Tunisi. Ci ho impiegato un
mese.
Quando sei venuto via dall’Africa?
Nel novembre del ’44, ci siamo imbarcati ad Algeri. Siamo passati per Malta,
siamo arrivati a Taranto. Da qui ho preso il treno per Napoli. A Napoli c’era
un’officina inglese, dove ho lavorato in una sala dove si facevano i collaudi per
carri armati.
Nel luglio del ’45 sono passato sotto l’esercito italiano e, dopo aver passato
qualche periodo a Ghedi (Brescia) a sorvegliare dei prigionieri tedeschi in un
campo di concentramento, nel mese di novembre del ’45 sono stato congedato.
(1) Il Comando del Distretto Militare di Venezia – Ufficio Reclutamento e Mobilitazione – invia
al Municipio di Martellago, il 23 dicembre 1934, le disposizioni del Ministero delle Colonie
sull’arruolamento nei Regi Corpi Truppe Coloniali della Libia, dell’Eritrea e della Somalia,
dei seguenti specialisti: radiotelegrafisti, radiomotoristi, elettricisti, telegrafisti, eliografisti,
fotoelettricisti, centralinisti. Ai giovani che si arruolavano in questi corpi si promettevano non
trascurabili vantaggi economici e la garanzia che il servizio prestato sarebbe stato considerato
come servizio di leva.
139
140
intervista a:
Cognome:
Nome:
Luogo di nascita
Data di nascita
Residente
TREVISAN
Antonio
Noale
16.3.1922
Maerne
TREVISAN Antonio
Testimonianza raccolta il 5 gennaio 2005
Il 3 febbraio del 1942 sono partito per Gradisca, assegnato al 24° Reggimento
Fanteria. Dopo un po’ sono stato aggregato all’Arma dei Carabinieri, dove sono
diventato ausiliario. Sono stato trasferito presso il Comando Base Movimento
Truppe per i Balcani fino all’8 settembre del 1943. Sono stato dichiarato
sbandato il 22 ottobre 1943 a seguito dell’Armistizio. Sono rientrato in servizio
il 30 maggio del ’45 presso la Stazione Carabinieri Marittima a San Zaccaria
a Venezia. Nel novembre del ’45 ero a Genova alla Legione Carabinieri e il 6
gennaio del ’46 sono stato congedato.
Posso dire che anch’io ho patito
la fame e che mi occupavo del
trasporto truppe e merci lungo la
linea ferroviaria che andava da
Venezia fino ad Atene. Imboscate
di partigiani ne ho vissute tante,
soprattutto di notte. Il percorso
durava un mese tra l’andata e il
ritorno. Ho fatto questo percorso
cinque volte.
Conservi qualche documento di
quando viaggiavi.
Sì, ho qui una foto con amici davanti a un vagone ferroviario. E’ stata scattata a
Salonicco il primo gennaio del 1943, come è scritto dietro. Era uno dei treni con
cui affrontavamo il viaggio lungo il tratto Venezia-Atene e ritorno.
141
intervista a:
Cognome:
Nome:
Luogo di nascita
Data di nascita
Residente
TURATO
Angelo
Maerne
6.1.1920
Maerne
TURATO ANGELO
Testimonianza raccolta il 28 dicembre 2004
Sono partito per il servizio militare il 9 marzo 1940 per Cividale del Friuli. Lì
sono stato pochissimo, giusto il tempo di indossare la divisa, dopodiché sono
stato mandato a Tolmino e a Gorizia al XXI Guardia Frontiera. Qui sono rimasto
fino al ’43 effettuando dei rastrellamenti.
L’8 settembre del ’43 cosa è successo?
Ci trovavamo tra Lubiana e Postumia. Fino a quel momento il pattugliamento
ci faceva assieme ai tedeschi: due italiani e due tedeschi. Ci hanno fatto capire
che da quel momento non eravamo più alleati. Al mattino hanno cominciato a
farci uscire dalla caserma e ci hanno radunati in un grande prato circondato da
filo spinato. In questa specie di campo di concentramento improvvisato ci hanno
tenuti per circa una settimana e ci passavano un po’ di tè e un litro di minestra
di barbabietola al giorno.
Poi?
Poi ci hanno caricati su delle tradotte militari direzione Germania. Abbiamo
viaggiato per tre giorni. Una sola volta ci hanno dato qualcosa da mangiare:
due cucchiai di miglio in una minestra che abbiamo trovato già pronta in una
stazione ferroviaria.
A Stoccarda ho lavorato in una fabbrica della Mercedes. Poi ci hanno mandati a
lavorare in un’altra fabbrica che era tra Stoccarda e Monaco. Costruivamo pezzi
per carri armati. In fabbrica arrivavano in continuazione treni di prigionieri. I
pezzi che lavoravamo pesavano circa 80 chilogrammi. Il peso più la debolezza
per la fame, insomma, una volta mi sono permesso di dire al capo reparto che non
ce la facevo più. Mi hanno risposto: “Vai a chiedere da mangiare a Badoglio”.
143
Facevamo un turno di lavoro di 12 ore al giorno. Una settimana di giorno e
una settimana di notte. Le pause corrispondevano a quelle dei tedeschi quando
andavano a mangiare. A noi davano un chilo di pane duro alla settimana, ogni
lunedì. Dormivamo su letti a castello a tre piani. Sotto c’era poca paglia,
avevamo due coperte d’inverno, una nella stagione meno fredda. I bagni erano
abbastanza puliti.
Ricordo che ho conosciuto un prigioniero che era un colonnello russo che
lavorava in infermeria. Ci faceva delle iniezioni contro le malattie e ci diceva:
“Sentirete gli effetti di queste iniezioni dopo i settant’anni”. Aveva ragione.
Sei rimasto lì fino alla liberazione?
Sì, quando c’è stata la liberazione, i tedeschi sono scappati. Sono rientrato in
Italia in treno, fino a Pescantina (Verona). In treno faceva un caldo infernale,
tanto che mi sono messo in mutande per resistere. A Pescantina abbiamo trovato
dei camion per proseguire il viaggio. Mi hanno scaricato a Mirano dalle Suore
Canossiane. Poi ho proseguito a piedi fino a casa. Ero vestito di stracci, che
ormai erano fatti più di grasso e sporco che di stoffa. A casa ho trovato mia
sorella, mio fratello, mio padre, mia madre.
Nel settembre del ’45 ho trovato lavoro alla Sirma a Marghera, grazie anche
all’aiuto del sindaco.
Angelo, puoi fare qualche considerazione su questa guerra?
Hanno fatto questa guerra per copar milioni di persone. Se avessi vent’anni e
dovessero richiamarmi per la guerra, piuttosto mi darei una schioppettata. Ma la
guerra non è niente, è una pippa di tabacco rispetto alla prigionia. Ho assistito
anche a dei casi di pazzia durante la prigionia. I tedeschi non sono tutti cattivi,
ma, non so, dovevano anche loro obbedire…
144
intervista a:
Cognome:
Nome:
Luogo di nascita
Data di nascita
Residente
VECCHIATO
Gino
Martellago
15.1.1921
Martellago
Gino VECCHIATO
Testimonianza raccolta venerdì 10 dicembre 2004
In conseguenza del 25 luglio, giorno della caduta di Mussolini e dell’8 settembre del ’43, giorno dell’Armistizio, le città non erano più tanto sicure. Si
bombardavano le raffinerie di petrolio a Marghera. Tanti erano gli sfollati che
scappavano verso i paesi vicini. Fra questi anche Martellago. Erano soprattutto
operai, alcuni erano impiegati o ex emigrati che rientravano dall’estero. Tra gli
sfollati si confondevano fascisti e antifascisti. Per questo c’era molta prudenza
a parlare, a confidarsi.
Di giorno bombardavano gli americani, di notte gli inglesi che possedevano un
sofisticato sistema di navigazione aerea. Gli inglesi bombardavano in particolare
le vie di comunicazione ferroviarie. In quel periodo, alcuni negozianti di
generi alimentari, con la
scusa dei bombardamenti,
nascondevano la merce, che
poi vendevano agli sfollati:
si vergognavano di venderla
alla gente del posto. Una
donna a Martellago ha
protestato per questo, ma
l’hanno uccisa e sotterrata.
A Martellago il punto
di riferimento per ogni
necessità era la curia di
145
Treviso e monsignor Barbiero. Nel palazzo ex Leonardi c’era la stazione radio
dei tedeschi. C’erano 4-5 tedeschi e due italiani. Nella Villa Ca’ della Nave c’era
un battaglione tedesco. Vi è rimasto fino agli inizi del ’45, poi si è trasferito in
Villa Conte Marcello, oggi Villa Salus, sede dell’ospedale. Nella villa Combi
c’era il Comando della Guardia nazionale repubblichina(1).
Noi partigiani eravamo in difficoltà. Avevamo rapporti con antifascisti di Mestre
e con quelli che rientravano dall’estero. Il nostro Comando operativo del CNL
si trovava in una casa colonica nei pressi del cimitero di Trivignano. Nostro
compito era avere contatti con Mestre e reperire armi.
Bisogna dire che l’immagine della lotta partigiana a Martellago è stata infangata
da una banda di mascalzoni, provenienti da Salzano e Robegano. Agivano di
notte, durante il coprifuoco, spacciandosi per partigiani, si facevano aprire,
entravano in casa, rubavano e violentavano le ragazze. Nel ’45 assistevamo alle
ritirate dei tedeschi che fuggivano in direzione Padova Cittadella, Castelfranco,
Bassano, oppure in direzione Mestre, Treviso, Trento, Bolzano.
Villa Salus, dov’era il Comando dei tedeschi, fu assediata dai partigiani. I
tedeschi hanno steso un lenzuolo bianco per arrendersi; nel mentre, alcuni
ragazzi hanno scavalcato il muro della villa e sono stati fucilati dai tedeschi.
Poco dopo la Liberazione, una domenica di maggio abbiamo deposto le armi di
fronte al Comando Alleato. Il 1° maggio del ’45 ho fondato il Partito Comunista
Italiano a Martellago; ho firmato una ventina di tessere. In quel periodo ho
conosciuto Umberto Forcelli, che era rientrato dalla Francia. E’ stato un
partigiano che mi dava molti suggerimenti utili.
Accanto al Palazzo Leonardi c’era una latteria.
Cos’è successo dopo la Liberazione?
Un Commissario del Governo provvisorio ha sostituito il podestà. Durante il
periodo di transizione che dura fino alle elezioni del marzo del ’46, a Martellago
fu sindaco il cavalier Mario Mazzola fino alla fine del ’45, poi, fino a marzo
Manfrin Triburzio, un vecchio socialista di Maerne degli anni ’20. Nel marzo
del ’46 fu eletto sindaco Bruno Trevisan di Olmo.
Nel periodo successivo alla Liberazione cosa facevi?
Andavo a lavorare a Marghera in fabbrica; ma gli inglesi l’hanno fatta chiudere.
Era una fabbrica che produceva per l’esercito, metà era di proprietà della
Montecatini, metà di una ditta svizzera. Per questo motivo nel ’47 sono partito e
ho trascorso una decina di mesi in Svizzera dove ho proseguito il mio lavoro.
(1) Foto: Villa Combi, sede all’epoca delle Camicie Nere
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Monsignor BARBIERO:
Cronistoria della Liberazione di Martellago
147
148
NOTE
NOTE
NOTE
Finito di stampare
nel mese di Aprile 2005
presso la Tipografia Eurooffset
Martellago (VE)
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25 Aprile 2005 - Comune di Martellago