PARROCCHIA MADONNA DELLA SPERANZA
CAMPO-SCUOLA 2009
FERRÀ 27 LUGLIO – 2 AGOSTO
“CONFIDA NEL SIGNORE E FA’ IL BENE,
ABITA LA TERRA E VIVI CON FEDE.
CERCA LA GIOIA NEL SIGNORE,
ESAUDIRÀ I DESIDERI DEL TUO CUORE”
(SALMO 36)
OSCAR E LA DAMA IN ROSA
PRESENTAZIONE
Caro Dio, mi chiamo Oscar, ho dieci anni, ho appiccato il
fuoco al gatto, al cane, alla casa (credo persino di aver
arrostito i pesci rossi) ed è la prima lettera che ti mando
perché finora, a causa dei miei studi, non ho avuto tempo.
Ti avverto subito: detesto scrivere. Bisogna davvero che
ci sia obbligato. Perché scrivere è soltanto una bugia che
abbellisce la realtà. Una cosa da adulti. La prova? Per
esempio, prendi l’inizio della mia lettera: «Mi chiamo
Oscar, ho dieci anni, ho appiccato il fuoco al gatto, al
cane, alla casa (credo persino di aver arrostito i pesci
rossi) ed è la prima lettera che ti mando perché finora, a
causa dei miei studi, non ho avuto tempo». Avrei potuto
esordire dicendo: «Mi chiamano Testa d’uovo, dimostro
sette anni, vivo all’ospedale a causa del cancro e non ti ho
mai rivolto la parola perché non credo nemmeno che tu
esista». Ma se ti scrivo una roba del genere, fa un brutto
effetto e ti interesseresti meno a me. E io ho bisogno
che ti interessi. Inoltre mi farebbe comodo che tu avessi
il tempo di farmi due o tre piaceri…
Solo Nonna Rosa non è cambiata. Secondo me, è
comunque troppo vecchia per cambiare. E poi è anche
troppo Nonna Rosa. Nonna Rosa non te la presento, Dio, è
una tua buona amica, visto che è stata lei a dirmi di
scriverti. Il problema è che sono l’unico a chiamarla
Nonna Rosa. Dunque, devi fare uno sforzo per capire di
chi parlo: fra le signore in camice rosa che vengono da
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fuori a passare del tempo con i bambini malati, è la più
vecchia di tutte. […]
Nonna Rosa (NR): «… Se andassimo a trovare Dio?»
Oscar (OS): «Ah, ecco, ha il suo indirizzo?»
NR: «Penso che sia nella cappella».
Nonna Rosa mi ha vestito come se si partisse per il Polo
Nord, mi ha preso fra le sue braccia e mi ha
accompagnato alla cappella che si trova in fondo al parco
dell’ospedale, oltre i prati gelati. Insomma non sto a
spiegarti dov’è, visto che è casa tua.
È stato un colpo quando ho visto la tua statua, insomma,
quando ho visto in che stato eri, quasi nudo, magro magro
sulla tua croce, con delle ferite dappertutto, il cranio
sanguinante sotto le spine e la testa che non stava
nemmeno più sul collo. Mi ha dato da pensare. Mi sono
sentito rivoltare. Se fossi Dio, io, come te, non mi sarei
lasciato ridurre in quel modo.
OS: «Nonna Rosa, sia seria: lei che era lottatrice di
catch, lei che è stata una grande campionessa, non si
fiderà di quell’essere!»
NR: «Perché, Oscar? Daresti più credito a Dio se
vedessi un culturista con i muscoli gonfi, la pelle
unta d’olio, i capelli corti e il minislip che ne fa
risaltare la virilità?»
OS: «Beh…»
NR: «Rifletti, Oscar. A chi ti senti più vicino? A
un Dio che non prova niente o a un Dio che
soffre?»
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OS: «A quello che soffre, ovviamente. Ma se fossi lui, se
fossi Dio, se, come lui, avessi i mezzi, avrei evitato di
soffrire».
NR: «Nessuno può evitare di soffrire. Né Dio né
tu. Né i tuoi genitori né io».
OS: «Bene. D’accordo. Ma perché soffrire?»
NR: «Per l’appunto. C’è sofferenza e sofferenza.
Guarda meglio il suo viso. Osserva. Sembra che
soffra?»
OS: «No. È curioso. Non sembra che abbia male».
NR: «Ecco. Bisogna distinguere due pene, Oscar,
la sofferenza fisica e la sofferenza morale. La
sofferenza fisica la si subisce. La sofferenza
morale la si sceglie».
OS: «Non capisco».
NR: «Se ti piantano dei chiodi nei polsi o nei piedi,
non puoi far altro che avere male. Subisci. Invece,
all’idea di morire, non sei obbligato ad avere male.
Non sai che cos’è. Dipende dunque da te».
OS: «Ne conosce, lei, di persone che si rallegrano all’idea
di morire?»
NR: «Sì, ne conosco. Mia madre era così. Sul suo
letto di morte, sorrideva di avidità, era
impaziente, aveva fretta di scoprire che cosa
sarebbe successo».
Non potevo più discutere. Dato che mi interessava
conoscere il seguito, ho lasciato passare un po’ di tempo
riflettendo su quanto mi diceva. […]
NR: «Le persone temono di morire perché hanno
paura dell’ignoto. Ma per l’appunto, che cos’è
l’ignoto? Ti propongo, Oscar, di non aver paura ma
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fiducia. Guarda il viso di Dio sulla croce: subisce il
dolore fisico, ma non prova dolore morale perché
ha fiducia. Perciò i chiodi lo fanno soffrire meno.
Si ripete: mi fa male ma non può essere un male.
Ecco! È questo il beneficio della fede. Volevo
mostrartelo».
OS: «O. K., Nonna Rosa, quando avrò fifa, mi sforzerò di
aver fiducia».
Mi ha baciato. In fondo si stava bene in quella chiesa
deserta con te, Dio, che avevi un’aria così tranquilla.
Il rapporto dei giovani con Dio
Le preghiere di Oscar
Primo momento
[introduzione comune e riflessione personale]
Caro Dio,
mi farebbe comodo che tu avessi il tempo di farmi due o
tre piaceri. Ti spiego. L’ospedale è un posto
strasimpatico, con un sacco di adulti di buon umore che
parlano forte, con un mucchio di giocattoli e di signore in
rosa che vogliono divertirsi con i bambini, con amichetti
sempre disponibili come Bacon, Einstein o Pop Corn,
insomma. L’ospedale è molto gradevole se sei un malato
gradito. Io non faccio più piacere. Da quando sono stato
sottoposto al trapianto di midollo osseo, sento proprio
che non faccio più piacere. Quando il dottor Düsseldorf
mi visita, la mattina, lo fa di malavoglia, lo deludo. Mi
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guarda senza dire nulla, come se avessi commesso un
errore. Eppure ho affrontato con impegno l’operazione;
sono stato bravo, mi sono lasciato addormentare, ho
avuto male senza gridare, ho preso tutte le medicine.
Certi giorni ho voglia di insultarlo, di dirgli che è stato
forse lui, il dottor Düsseldorf con le sue sopracciglia
nere, a sbagliarla, l’operazione. Ma ha un’aria talmente
infelice che gli insulti mi restano in gola. Più il dottor
Düsseldorf tace con il suo sguardo sconsolato, più mi
sento colpevole. Ho capito che sono diventato un cattivo
malato che impedisce di credere che la medicina sia
straordinaria. […]
Solo Nonna Rosa non è cambiata. Secondo me, è
comunque troppo vecchia per cambiare. E poi è anche
troppo Nonna Rosa. Nonna Rosa non te la presento, Dio, è
una tua buona amica, visto che è stata lei a dirmi di
scriverti. Il problema è che sono l’unico a chiamarla
Nonna Rosa. Dunque, devi fare uno sforzo per capire di
chi parlo: fra le signore in camice rosa che vengono da
fuori a passare del tempo con i bambini malati, è la più
vecchia di tutte. […]
Nonna Rosa [NR]: E se scrivessi a Dio, Oscar?
Oscar [OS]: Ah no, non le, Nonna Rosa!
NR: Cosa, non io?
OS: Non lei! Credevo che non fosse bugiarda.
NR: Ma non ti dico bugie…
OS: Allora perché mi parla di Dio? Mi hanno già
raccontato la frottola di Babbo Natale. Una volta
basta!
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NR: Oscar, non c’è alcun rapporto fra Dio e Babbo
Natale.
OS: Sì. È la stessa cosa. Ti riempiono la testa di
tutt’e due!
NR: Immagini che io, una ex lottatrice di catch con
centosessanta tornei vinti su centosessantacinque, di cui
cinquantatre per K.O. , la Strangolatrice del Languedoc,
possa credere per un attimo a Babbo Natale?
OS: No.
NR: Beh, io non credo a Babbo Natale ma credo in Dio.
Ecco.
Ovviamente, detto così, cambiava tutto.
OS: E perché dovrei scrivere a Dio?
NR: Ti sentiresti meno solo.
OS: Meno solo con qualcuno che non esiste?
NR: Fallo esistere.
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Si è chinata verso di me.
NR: Ogni volta che crederai in lui, esisterà un po’ di più.
Se persisti, esisterà completamente. Allora ti farà del
bene.
OS: Che cosa posso scrivergli?
NR: Confidagli i tuoi pensieri. I pensieri che non dici sono
pensieri che pesano, che si incrostano, che ti opprimono,
che ti immobilizzano, che prendono il posto delle idee
nuove e che ti infettano. Diventerai una discarica di
vecchi pensieri che puzzano, se non parli.
OS: O.K.
NR: E poi a Dio puoi domandare una cosa al giorno.
Attenzione! Una sola.
OS: È una nullità, il suo Dio, Nonna Rosa. Aladino
aveva diritto a tre desideri con il genio della
lampada.
NR: Un desiderio al giorno è meglio di tre in una vita, no?
OS: O.K. Allora posso ordinargli tutto? Giocattoli,
caramelle, un auto…
NR: No, Oscar. Dio non è Babbo Natale. Puoi chiedere
solo cose dello spirito.
OS: Esempio?
NR: Esempio: del coraggio, della pazienza, dei
chiarimenti.
OS: O.K. Capisco.
NR: E puoi anche, Oscar, suggerirgli dei favori per gli
altri.
OS: Non esageriamo, Nonna Rosa, un desiderio al
giorno me lo tengo per me!
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Ecco. Allora Dio, in occasione di questa prima lettera, ti
ho mostrato un po’ il genere di vita che conduco qui,
all’ospedale, dove adesso mi considerano come un
ostacolo alla medicina, e mi piacerebbe chiederti un
chiarimento: guarirò? Rispondi di sì o di no. Non è molto
complicato. Sì o no. Ti basta cancellare la menzione
inutile.
A domani, baci,
Oscar.
P. S. Non ho il tuo indirizzo: come faccio?
Domande per la riflessione personale:
-
-
-
In cosa consiste la mia preghiera? Quando prego mi
metto di fronte a Qualcuno con tutto me stesso o
ripeto delle formule imparate a memoria?
Chi mi ha parlato per la prima volta di Dio? Perché
Oscar crede a quello che gli dice Nonna Rosa? Chi
sono i testimoni che mi parlano di Dio? Ho un santo
come amico?
Chi mi ha insegnato a pregare?
Per chi prega Oscar? Per chi prego io?
Secondo momento
[introduzione comune e lavoro di gruppo]
Per la riflessione…
Dal libro del profeta Geremia (Ger 1 8, 1 - 4)
Questa parola fu rivolta a Geremia da parte del Signore:
«Prendi e scendi nella bottega del vasaio; là ti farò udire
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la mia parola». Io sono sceso nella bottega del vasaio ed
ecco, egli stava lavorando al tornio. Ora, se si guastava il
vaso che stava modellando, come capita con la creta in
mano al vasaio, egli rifaceva con esso un altro vaso, come
ai suoi occhi pareva giusto.
C’è un invito: «Prendi e scendi nella bottega del
vasaio» 1
La bottega del vasaio è il laboratorio di Dio. Là dove Dio
sta lavorando, tu puoi entrare. Dio ti invita ad entrare.
Che cosa incredibile: Dio apre il suo laboratorio e ti
invita a scendere giù. Il laboratorio di Dio è il suo mondo,
la sua casa. Pregare è proprio scendere in questa
bottega. Dio ti invita, ti dice: «Su, deciditi, scendi!».
C’è una promessa: «Là io ti farò udire la mia
parola!»
Il Signore ti invita a scendere nella Sua bottega perché
ha innanzitutto qualcosa da dirti; poi ha qualcosa da farti
vedere e ha qualcosa da fare a te. Nella preghiera è il
Signore il protagonista.
Per entrare nella bottega del vasaio occorre
prendere e scendere
Non entri nella bottega del vasaio se non prendi e scendi.
Occorre decidersi e scendere. Così è per pregare; ci
sono degli atti preparatori, ci sono delle azioni
necessarie per entrare nel mondo di Dio. Non puoi
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Testi tratti da GIMMI RIZZI, 6 gradini per pregare, ELLEDICI, Torino
2006, 12-16.
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pensare subito di metterti a pregare. Bisogna decidersi e
bisogna prendere tutto se stessi…
Che cosa fai nella bottega del vasaio?
Nella bottega del vasaio ASCOLTI e VEDI!
Geremia scende nella bottega del Signore e là fa due
cose: ascolta e vede. Non stupirti! Quando preghi fai
sostanzialmente queste due cose: ascolti ciò che il
Signore ti dice e vedi quel meraviglioso artista lavorare.
Ti chiederai quale è il lavoro del Signore. Uno solo: volere
bene, amare. Quando preghi contempli quanto il Signore
ci voglia bene!
Allora che cosa avviene nella bottega del
vasaio?
AVVIENE L’INCONTRO CON DIO.
È il faccia a faccia; il cuore a cuore. Quello che tanto
desiderò Mosè e a lui non venne concesso (vide Dio solo
di spalle) a te viene concesso. È qualcosa di eccezionale.
Dio toglie il velo dal Suo volto, si scopre la faccia e ti
incontra…
Anzi, in questo incontro Dio è al lavoro e tu ti metti sotto
il Suo tornio, ti metti nelle Sue mani. Nella preghiera Dio
ti modella, ti dà forma, ti plasma. Ti fa sempre più simile
a Lui. Ti dà la Sua mentalità, il Suo modo di pensare e di
vedere il mondo. Tu devi lasciarti dare forma da Lui.
Condivisione nei gruppi del lavoro personale svolto
la mattina [momento di esposizione personale],
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ripresa di alcune domande ed elaborazione di una
breve relazione comune.
Terzo momento [ripresa comune del lavoro di
gruppo nella preghiera serale]
Salmo 16 (15) [Traduzione poetica di p. David
Maria Turoldo]
Fa’ che il tuo cuore sia la mia custodia,
ove riponga tranquillo la fiducia, Signore.
Ho detto a Dio: Signore,
tu sei il mio unico bene.
Non più simulacri di santi,
potenze profane adorate sulla terra:
sequela di idolo, di un dio straniero,
molta pena con sé comporta.
Non più verserò le lor libagioni di sangue,
né il loro nome infetti più la mia bocca.
È lui, il Signore, la mia porzione,
mio calice, mio destino.
Delizioso è quanto mi hai dato in sorte,
veramente splendida è la mia eredità.
Benedico il Signore che la mente m’ispira
e i reni miei illumina pure la notte.
Sono fissi al Signore gli occhi miei per sempre,
con lui a fianco, incertezza non scuote.
Gioiscono cuore e sensi per questo e tripudiano:
tutto il mio essere riposa sicuro.
Non è da te abbandonare una vita agli Inferi,
lasciare che la fossa inghiotta un fedele.
Tu la via alla vita mi insegnerai:
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oh, la gioia a vedere il tuo volto,
solo gioia lo starti vicino.
Gloria.
Preghiamo insieme:
Dio, fonte di ogni intelligenza
E luce che illumini i cuori,
se tu ci accompagni nel nostro cammino
a nessuna incertezza soccomberemo:
e quando saremo al termine del lungo viaggio,
riposeremo senza fine in te
che sei la sola ragione della nostra gioia.
Amen.
Padre nostro.
L’affettività
Amare ed essere amati
Primo momento
[introduzione comune e riflessione personale]
Caro Dio,
oggi ho vissuto la mia adolescenza e non è andato tutto
liscio. Che roba! Ho avuto un sacco di noie con i miei
amici, con i miei genitori e tutto a causa delle ragazze.
Stasera non sono scontento di avere vent’anni perché mi
dico che, uffa, il peggio è alle spalle. La pubertà, grazie
tante! Una volta sola può bastare!
Al risveglio Nonna Rosa c’era già.
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Nonna Rosa [NR]: Chi ti piace di più, Oscar?
Oscar [OS]: Qui? All’ospedale?
NR: Sì.
OS: I miei amici Bacon, Einstein e Pop Corn.
NR: E fra le ragazze?
La domanda mi ha bloccato. Non avevo voglia di
rispondere. Ma Nonna Rosa aspettava e, davanti a una
lottatrice a livello internazionale, non si può tergiversare
più di tanto.
OS: Peggy Blue.
Peggy Blue è la bambina blu. Sta nella penultima stanza in
fondo al corridoio. Sorride gentilmente ma non parla
quasi mai. Si direbbe una fata che si riposi un po’
all’ospedale. Ha una malattia complicata, la sindrome del
bambino blu, un problema di sangue che dovrebbe andare
ai polmoni e che non ci va, rendendo tutta la pelle
azzurrognola. È in attesa di un’operazione che la renderà
rosa. Io trovo che sia un peccato. La trovo bellissima in
blu, Peggy Blue. C’è un sacco di luce e di silenzio attorno a
lei, si ha l’impressione di entrare in una cappella quando ci
si avvicina.
NR: Glielo hai detto?
OS: Non mi pianterò davanti a lei per dirle “Peggy
Blue, mi piaci tanto”.
NR: Sì. Perché non lo fai?
OS: Non so nemmeno se sa che esisto.
NR: Ragione di più.
OS: Ha visto la testa che ho? Dovrebbe apprezzare gli
extraterrestri, e di questo non sono sicuro.
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NR: Io ti trovo molto bello, Oscar.
Allora Nonna Rosa ha frenato un po’ la conversazione. È
piacevole sentire questo genere di cose, fa drizzare i
peli, ma non si sa più cosa rispondere esattamente.
OS: Non voglio sedurre solo con il mio corpo, Nonna Rosa.
NR: Che cosa provi per lei?
OS: Ho voglia di proteggerla dai fantasmi.
NR: Cosa? Ci sono dei fantasmi, qui?
OS: Sì. Tutte le notti. Ci svegliano e non si sa perché. Si
ha male perché pizzicano. Si ha paura perché non si
vedono. Si fa fatica a riaddormentarsi.
NR: Ne percepisci spesso, tu, di fantasmi?
OS: No. Io ho un sonno molto profondo. Ma Peggy Blue la
sento spesso gridare la notte. Mi piacerebbe molto
proteggerla.
NR: Vaglielo a dire.
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OS: A ogni modo, non potrei farlo veramente perché, la
notte, non si ha il permesso di lasciare la propria stanza.
È il regolamento.
NR: I fantasmi conoscono il regolamento? No.
Sicuramente no. Sii furbo: se ti sentono
annunciare a Peggy Blue che monterai di guardia
per proteggerla da loro, non oseranno venire
stasera.
OS: Ma… ma…
NR: Quanti anni hai, Oscar?
OS: Non lo so. Che ore sono?
NR: Le dieci. Vai per i quindici anni. Non credi che
sia ora di avere il coraggio dei tuoi sentimenti?
Alle dieci e mezzo mi sono deciso e sono andato fino alla
porta della sua stanza, che era aperta.
OS: Ciao, Peggy, sono Oscar.
Era sdraiata sul suo letto, sembrava Biancaneve quando
aspetta il principe, quando i nani credono che sia morta,
Biancaneve come le foto di neve in cui la neve è azzurra e
non bianca. Si è girata verso di me e allora mi sono
chiesto se mi avrebbe scambiato per il principe o per uno
dei nani. Io avrei detto «nano» a causa della mia testa
d’uovo, ma lei non ha aperto bocca ed è questo il bello con
Peggy Blue, che non dice mai niente e che tutto resta
misterioso.
OS: Sono venuto ad annunciarti che stasera e
tutte le sere a venire, se vuoi, monterò di guardia
davanti alla tua stanza per proteggerti dai
fantasmi.
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Mi ha guardato, ha battuto le ciglia e ho avuto
l’impressione che il film andasse al rallentatore, che l’aria
diventasse più rarefatta, il silenzio più silenzioso, che
camminassi come nell’acqua e che tutto cambiasse
avvicinandomi al suo letto, illuminato da una luce che
scendeva da chissà dove.
Pop Corn [PC]: Ehi, vacci piano, Testa d’uovo: sarò io a
montare di guardia a Peggy!
Pop Corn stava nel vano della porta, o piuttosto riempiva
il vano della porta. Ho tremato. Certo che, se avesse
fatto lui la guardia, nessun fantasma sarebbe più riuscito
a passare. Pop Corn ha strizzato l’occhio a Peggy.
PC: Eh, Peggy? Tu e io siamo amici, no?
Peggy ha guardato il soffitto. Pop Corn ha ritenuto fosse
una conferma e mi ha trascinato fuori.
PC: Se vuoi una ragazza, prendi Sandrine. Peggy è zona
proibita.
OS: Con quale diritto?
PC: Con il diritto che ero qui prima di te. Se non sei
contento, possiamo batterci.
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OS: In realtà sono supercontento.
Domande per la riflessione personale:
-
-
-
Cosa vuol dire volere bene a una persona?
Mi è mai capitato qualcosa di simile a quello che è
accaduto a Oscar? Come mi sono comportato?
Cosa farei per il bene di un mio amico o della
persona a cui voglio bene [Oscar si impegna a
proteggere Peggy Blue dai fantasmi]?
Che valore hanno i sentimenti? Sono sincero nelle
mie amicizie?
Sono capace di essere me stesso con le persone che
vivono accanto a me? Ho paura di non essere
accettato per come sono? Quanto conta per me
l’esteriorità [Oscar: Ha visto la testa che ho?
Dovrebbe apprezzare gli extraterrestri, e di questo
non sono sicuro]?
Cosa cerco nell’altro? Un clone in tutto uguale a me
o sono capace di apprezzare la sua diversità?
Da chi prendo esempio per gestire bene le mie
amicizie e le relazioni con gli altri?
Secondo momento
[introduzione comune e lavoro di gruppo]
Per la riflessione…
Durante il suo soggiorno a Parigi, così mi fu raccontato una
volta, Rainer Maria Rilke gironzolava sempre in una piazza,
nella quale sedeva una mendicante, che non guardava
nessuno, non dava mai alcun segno e non diceva una parola.
Colei che accompagnava Rilke le dava spesso denaro, Rilke
mai.
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Alla fine l’amica gli chiese il motivo del suo comportamento.
Ed egli rispose che non era lecito regalare nulla alla sua
mano, bensì si doveva regalare qualcosa al suo cuore.
Alcuni giorni più tardi egli portò alla mendicante una rosa
bianca appena sbocciata, la depose sulla sua mano aperta e
voleva proseguire.
Allora avvenne qualcosa di commovente: la donna guardò
Rilke, si alzò faticosamente, afferrò la sua mano, la baciò e
se ne andò con la sua rosa. Per più giorni non la si vide.
Poi, di nuovo ella sedeva nella sua piazza e di nuovo non
dava alcun segno e non diceva alcuna parola. Allora, colei
che accompagnava Rilke chiese di cosa mai quindi avesse
vissuto la donna nei giorni trascorsi.
Ed egli rispose: “Della rosa”.
Condivisione nei gruppi del lavoro personale svolto
la mattina [momento di esposizione personale],
ripresa di alcune domande ed elaborazione di una
breve relazione comune.
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Terzo momento [ripresa del lavoro di gruppo nella
preghiera serale]
Salmo 133 (132) [Traduzione poetica di p. David
Maria Turoldo]
Quanto è bello e quanto soave
che i fratelli dimorino insieme:
è come olio prezioso sul capo,
sulla barba del grande Aronne.
E vi scende sul collo e le vesti!
È così la rugiada dell’Ermon
che fluisce ai monti di Sion:
là è l’eterna sua benedizione!
Il Signore ha là stabilito,
ogni bene e vita nei secoli.
Gloria.
Preghiamo insieme:
Dio, amico dei fanciulli e degli umili,
tu vuoi che ogni uomo ti sia amico!
Dio, unica fonte di comunione dei cuori,
rendici capaci di rinnovare
l’amicizia con tutte le creature,
e rinsalda la nostra fraternità
perché tutti ritrovino la gioia di vivere.
Amen.
Padre nostro.
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Il rapporto con le generazioni più grandi
Primo momento
[introduzione comune e riflessione personale]
Caro Dio,
bravo! Sei fortissimo. Addirittura prima che abbia
impostato la lettera, mi hai dato la risposta. Come fai?
Stamattina giocavo a scacchi con Einstein nella sala di
ricreazione quando Pop Corn è venuto ad avvertirmi:
Pop Corn [PC]: Ci sono i tuoi genitori.
Oscar [OS]: I miei genitori? Non è possibile. Vengono
solo la domenica.
PC: Ho visto l’auto, la jeep rossa con il tettuccio
bianco.
OS: Non è possibile
Ho alzato le spalle e ho continuato a giocare con Einstein.
Ma siccome ero preoccupato, Einstein si fregava tutti i
miei pezzi e la cosa mi ha innervosito ancora di più. Se lo
chiamiamo Einstein non è perché sia più intelligente degli
altri, ma perché ha la testa molto più grossa. Sembra che
dentro ci sia dell’acqua. Peccato, se ci fosse stato del
cervello, avrebbe potuto fare grandi cose, Einstein.
Quando ho visto che stavo per perdere, ho smesso di
giocare e ho seguito Pop Corn, la cui camera dà sul
parcheggio. Aveva ragione; i miei genitori erano arrivati.
Devo dirti, Dio, che abitiamo lontano, i miei genitori ed io.
Non me ne rendevo conto quando ci abitavo, ma adesso
che non ci abito più trovo che è veramente lontano.
Perciò i miei genitori possono venirmi a trovare solo una
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volta alla settimana, la domenica, perché la domenica non
lavorano e io nemmeno. […]
Sono ritornato nella mia stanza ad aspettare i miei
genitori. All’inizio non ho visto passare i minuti perché
ero senza fiato, poi mi sono reso conto che avevano avuto
quindici volte il tempo di arrivare da me. A un tratto, ho
capito dov’erano. Mi sono infilato nel corridoio e, di
nascosto, sono sceso dalle scale; poi ho camminato nella
penombra fino allo studio del dottor Düsseldorf.
Bingo! Erano là. Le voci mi arrivavano da dietro la porta.
Siccome ero sfinito per la discesa, mi sono fermato
alcuni secondi per rimettermi il cuore a posto e allora
tutto si è guastato. Ho sentito quello che non avrei
dovuto sentire. Mia madre singhiozzava, il dottor
Düsseldorf ripeteva: «Abbiamo provato di tutto,
credetemi, le abbiamo tentate tutte» e mio padre
rispondeva con voce soffocata: «Ne sono sicuro, dottore,
ne sono sicuro». […]
Poi il dottor Düsseldorf ha detto:«Volete abbracciarlo?».
«Non ne avrò mai il coraggio» ha detto mia madre. «Non
deve vederci in questo stato» ha aggiunto mio padre. Ed
è stato allora che ho capito che i miei genitori erano due
vigliacchi. Peggio: due vigliacchi che mi prendevano per un
vigliacco! […]
Nonna Rosa [NR]: Che cosa c’è che non va?
Oscar [OS]: Il dottor Düsseldorf ha detto ai miei
genitori che sarei morto e loro sono scappati. Li
detesto. […]
Quando mi sono svegliato, ho visto che naturalmente i
miei genitori mi avevano portato dei regali. Da quando
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sono ricoverato in permanenza all’ospedale, i miei genitori
hanno qualche difficoltà con la conversazione; allora mi
portano dei regali e trascorrono dei pomeriggi schifosi a
leggere le regole del gioco e le istruzioni per l’uso. Mio
padre si accanisce nello studio dei foglietti illustrativi:
anche quando sono in turco o in giapponese, non si
scoraggia. È campione del mondo del pomeriggio
domenicale sciupato. […]
Hanno capito che dovevano andarsene. Erano a disagio in
modo evidente. Non riuscivano a decidersi. Sentivo che
volevano dirmi delle cose e che non ce la facevano… Poi
mia madre si è precipitata contro di me, mi ha stretto
molto forte, troppo forte, e ha detto con voce scossa:
«Ti voglio bene, mio piccolo Oscar, ti voglio tanto bene».
Avrei voluto resistere, ma all’ultimo momento l’ho lasciata
fare, mi ricordava il tempo passato, il tempo delle
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coccole pure e semplici, il tempo in cui non aveva un tono
angosciato per dirmi che mi voleva bene.
Dopo credo di essermi addormentato un po’.
Domande per la riflessione personale:
-
-
Cosa penso delle persone più grandi di me? Posso
parlare con loro o non mi capiscono?
La reazione di Oscar è un po’ esagerata o è
comprensibile?
Come vivo la relazione con i miei genitori? C’è
dialogo e confronto o una guerra di trincea? Cosa
posso fare per aiutarli a comprendere ciò che sto
vivendo?
La relazione con la mia famiglia può migliorare o
rimarrà sempre la stessa?
Secondo momento
[introduzione comune e lavoro di gruppo]
Per la riflessione…
[Nonna Rosa] mi ha portato nel suo salotto, dove aveva
preparato un grande albero di Natale che strizzava gli
occhi. Ero meravigliato di vedere come era bello da
Nonna Rosa. Mi ha riscaldato accanto al fuoco e abbiamo
bevuto una tazzona di cioccolata. Sospettavo che volesse
assicurarsi che stessi bene prima di sgridarmi. Io, perciò,
andavo piano a riprendermi, e del resto mi riusciva facile
poiché ero davvero sfinito.
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Nonna Rosa [NR]: Tutti ti cercano all’ospedale,
Oscar. Sono in assetto da combattimento. I tuoi
genitori sono disperati. Hanno avvertito la polizia.
Oscar [OS]: Non mi meraviglio di loro. Se sono
abbastanza stupidi da credere che li amerò quando avrò
le manette…
NR: Di che cosa li accusi?
OS: Hanno paura di me. Non osano parlarmi. E meno
osano, più ho l’impressione di essere un mostro. Perché li
terrorizzo? Sono così brutto? Puzzo? Sono diventato
idiota senza rendermene conto?
NR: Non hanno paura di te, Oscar. Hanno paura
della malattia.
OS: La mia malattia fa parte di me. Non devono
comportarsi in modo diverso perché sono malato. O
possono amare solo un Oscar in buona salute?
NR: Ti amano, Oscar. Me l’hanno detto.
OS: Parla con loro?
NR: Sì. Sono molto gelosi che ci intendiamo così
bene. No, non gelosi, tristi. Tristi di non riuscirci
anche loro.
Ho alzato le spalle ma ero già un po’ meno in collera.
Nonna Rosa mi ha preparato una seconda cioccolata
calda.
NR: Sai, Oscar. Morirai un giorno. Ma anche i tuoi
genitori moriranno.
Ero stupito da ciò che mi diceva. Non ci avevo mai
pensato.
25
NR: Sì. Moriranno anche loro. Tutti soli. E con il
rimorso terribile di non essere riusciti a
riconciliarsi con il loro unico figlio, un Oscar che
adoravano.
OS: Non dica cose del genere, Nonna Rosa, mi fanno
venire il magone. […]
Ecco, Dio, il seguito in poche parole perché ho il polso
stanco. Nonna Rosa ha avvertito l’ospedale, che ha
avvertito i miei genitori, che sono venuti da Nonna Rosa
dove abbiamo festeggiato il Natale tutti insieme. Quando
i miei genitori sono arrivati, ho detto loro: «Scusatemi,
avevo dimenticato che anche voi, un giorno, morirete».
Non so che cosa abbia sbloccato in loro questa mia frase,
ma dopo li ho ritrovati come erano prima e abbiamo
passato una stupenda serata di Natale.
Al dolce, Nonna Rosa ha proposto di guardare alla
televisione la messa di mezzanotte e anche un incontro di
catch che aveva registrato. Dice che sono anni che
guarda un incontro di catch prima della messa di
mezzanotte per tirarsi su, che è una tradizione, che le fa
molto piacere. Perciò abbiamo guardato tutti un
combattimento che aveva messo da parte. Era
formidabile. Méphista contro Giovanna d’Arco! Costumi
da bagno e stivali fino a metà coscia! Che pezzi di
femmine! Come diceva papà, che era tutto rosso e
sembrava apprezzare molto il catch. Inimmaginabile il
numero di colpi che si sono date in faccia. Io sarei morto
cento volte in un combattimento simile. È una questione
di allenamento, mi ha detto Nonna Rosa, i colpi sulla
faccia, più ne prendi, più puoi prenderne. Bisogna sempre
conservare la speranza. A proposito, è stata Giovanna
26
d’Arco a vincere, mentre, a dire il vero, all’inizio non lo si
sarebbe proprio creduto: ti avrà fatto piacere.
Ah, mi stavo per scordare, buon compleanno, Dio. Nonna
Rosa mi ha suggerito che, come regalo di compleanno per
te, andava benissimo la mia riconciliazione con i miei
genitori. Io, francamente, lo trovo tirato per i capelli
come regalo. Ma se lo dice Nonna Rosa, che è una tua
vecchia amica…
A domani, baci,
Oscar.
Che ne penso… (a cura dell’equipe del campo)
La questione di Oscar è un po’ delicata perciò è
difficile dare un parere… ma un pensiero ce l’ho: credo che
sia normale avere questa reazione per un ragazzino che è
già in difficoltà e vorrebbe solo sentirsi rassicurato o
comunque vorrebbe che i suoi giorni fossero pieni di
allegria.
È altrettanto difficile però per due genitori, affrontare
una situazione così estrema. Forse quello che Oscar non
comprende è che i suoi genitori vorrebbero dargli tutto
l’amore e l’allegria possibili, ma non riescono ad essere
come vorrebbero e a trasmettere ciò che desiderano perché
si rendono conto di quanto grave sia la condizione del figlio.
Talvolta riusciamo ad apparire l’esatto contrario di ciò che
siamo. Forse Oscar dovrebbe decentrare la situazione da
se stesso e mettersi nei panni dei genitori: solo così,
allontanandoci un po’ possiamo capire. Del resto se
mettiamo un dito attaccato ai nostri occhi non lo vediamo:
riusciamo a distinguerlo solo se lo allontaniamo.
Delle persone più grandi di me penso che forse non
ricordano ciò che sono state alla mia età: anche loro hanno
avuto i loro momenti “no”, hanno sbagliato, hanno avuto i
loro problemi e se la sarebbero presa se si fossero sentiti
27
dire che erano cose da ragazzini, o avrebbero avuto da
ridire di fronte a dei divieti o a degli orari troppo rigidi. Trovo
anche però che non sia un problema di memoria, ma che
quando si passa dall’altra parte della barricata, quando si è
consapevoli di avere una vita tra le mani di cui essere
responsabile, si vorrebbe che tutto andasse bene, si
vorrebbero evitare pericoli e noie, si vorrebbe prevenire
anziché curare…Sono così i miei genitori, mi amano ma
non riesco a capirlo, perché il modo di dimostrarmelo non lo
comprendo. Perché se mi vogliono bene non mi lasciano
uscire, perché mi fanno il terzo grado? Perché la mia vita è
anche la loro e non posso tagliarli fuori.
Anziché litigare allora dovrei capire che se le
amicizie passano o mi tradiscono, i genitori non lo faranno
mai. Saranno pesanti, noiosi, ma non si prederanno mai
gioco di me e non mi giudicheranno. I loro rimproveri non
sono processi, ma scosse per farmi capire e aprire gli occhi.
Dovrei lasciare spazio al dialogo fra me e loro per capire
che fra noi non ci sono barriere e che loro riescono a
comprendermi. Anch’io però devo fare la mia parte: devo
essere più flessibile e non così scontroso, per far sentire
loro che li accetto. Anch’io devo crescere, del resto non
posso prendermela sempre con loro, la colpa non può
essere sempre dei genitori…io che cosa faccio?
Se seguirò questa strada nessuno mi assicura che
finiranno i battibecchi, ma ci sono buone probabilità che la
guerra o l’indifferenza finiscano e cominci un rapporto. Devo
essere io però il primo a lanciare segnali di pace e di
comunicazione. Devo farmi sentire, non con pretese e
proteste, ma con la tranquillità di chi si affida e non teme.
Non posso aspettarmi niente se io non faccio niente.
Condivisione nei gruppi del lavoro personale svolto
la mattina [momento di esposizione personale],
28
ripresa di alcune domande ed elaborazione di una
breve relazione comune.
Terzo momento [ripresa del lavoro di gruppo nella
preghiera serale]
Riflessione e preghiera di Madre Teresa di Calcutta
“Quello che desidero da voi è che, quando guarderemo
insieme e scopriremo i poveri nella nostra famiglia,
cominciamo col dare amore nel nostro focolare fino al
sacrificio.
Ci sono molte sofferenze oggi; ed io sento che la maggior
parte di queste sofferenze proviene dalla famiglia, perché c’è
sempre minor unione nelle famiglie, meno preghiera e meno
unità condivisa. E nasce dal fatto che si sta meno vicini gli
uni agli altri.
Che abbiamo un sorriso pronto. Che abbiamo tempo da
dedicare ai nostri cari.
Se impareremo a conoscere i nostri cari, sapremo scorgere
chi è il vicino che abita di fronte a noi. Conosciamo quelli
che ci circondano? Ci sono tanti che sono così soli!
Come potremo amare i poveri, se non cominciamo ad amare
i membri della nostra famiglia? L’amore – non mi stancherò
mai di ripeterlo – comincia dalla nostra famiglia!” 2.
Preghiamo insieme:
Mio Signore,
aiuta le coppie di sposi ad essere un solo cuore pieno
d’amore.
2
F. NEGRI e L. GUGLIELMINONI a cura di, Le piccole cose con grande
amore, Centro Eucaristico, Ponteranica (BG) 2003, 59-60.
29
Da’ loro una vita nella quale possano essere un solo cuore
nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia.
Concedi loro amore per i figli
e fa’ che la loro casa abbia sempre una porta aperta
per il povero.
Insegna loro, Signore,
a pregare insieme
così che possano restare uniti.
Amen.
Padre nostro.
Ogni giorno come se fosse la prima volta
Primo momento
[introduzione comune e riflessione personale]
Caro Dio,
oggi ho avuto da settanta a ottant’anni e ho molto
riflettuto. Ho usato il regalo natalizio di Nonna Rosa. Non
so se te ne avevo parlato. È una pianta del Sahara che
vive tutta la sua vita in un solo giorno. Non appena il seme
riceve dell’acqua germoglia, diventa stelo, mette le
foglie, fa un fiore, produce dei semi, avvizzisce, si
appiattisce e la sera è morto. È un regalo straordinario,
ti ringrazio di averlo inventato. L’abbiamo annaffiata
stamattina alle sette, Nonna Rosa, i miei genitori e io (a
proposito, non so se te l’ho detto, in questo momento
abitano da Nonna Rosa perché è meno lontano) e ho
potuto seguire tutta la sua esistenza. Ero commosso. È
piuttosto gracile e striminzita, non ha nulla di un baobab
30
ma ha fatto valorosamente tutto il suo lavoro di pianta,
come una grande, davanti a noi in una giornata, senza
fermarsi. […]
Caro Dio,
grazie di essere venuto.
Hai scelto davvero il momento giusto, perché non stavo
bene. Forse anche perché eri rimasto turbato dalla mia
lettera di ieri…
Quando mi sono svegliato, ho pensato che avevo
novant’anni e ho girato la testa verso la finestra per
guardare la neve. E allora ho indovinato che venivi. Era
mattino. Ero solo sulla terra. Era talmente presto che gli
uccelli dormivano ancora, che perfino l’infermiera di
notte, la signora Ducru, aveva dovuto schiacciare un
pisolino e tu cercavi di fabbricare l’alba. Facevi fatica,
ma insistevi. Il cielo impallidiva. Tingevi l’aria di bianco, di
grigio, di azzurro, respingevi la notte, risvegliavi il
mondo. Non ti fermavi. È stato allora che ho capito la
differenza fra te e noi: tu sei un tipo infaticabile! Uno
che non si stanca. Sempre al lavoro. Ed ecco il giorno! Ed
ecco la notte! Ed ecco la primavera! Ed ecco l’inverno! Ed
ecco Peggy Blue! Ed ecco Oscar! Ed ecco Nonna Rosa! Che
salute di ferro!
Ho capito che eri qui. Che mi rivelavi il tuo segreto: ogni
giorno guarda il mondo come se fosse la prima volta.
Allora ho seguito il tuo consiglio con impegno. La prima
volta. Contemplavo la luce, i colori, gli alberi, gli uccelli,
gli animali. Sentivo l’aria che mi passava nelle narici e mi
faceva respirare. Udivo le voci che salivano nel corridoio
come nella volta di una cattedrale. Mi trovavo vivo.
31
Fremevo di pura gioia. La felicità di esistere. Ero
incantato.
Grazie, Dio, di aver fatto questo per me. Avevo
l’impressione che mi prendessi per mano e che mi
conducessi nel cuore del mistero a contemplarlo. Grazie.
A domani, baci,
Oscar.
P. S. Il mio desiderio: puoi rifare il colpo della prima volta
ai miei genitori? Nonna Rosa credo che lo conosca già. E
poi anche a Peggy, se hai tempo…
Domande per la riflessione personale:
-
-
-
-
“…ha fatto valorosamente tutto il suo lavoro di
pianta, come una grande, davanti a noi in una
giornata, senza fermarsi”. Un’esistenza in un solo
giorno. Come vivere pienamente il tempo che ci
viene donato?
Mi fermo a guardare il creato? Che effetto mi fa la
bellezza del mondo che c’è intorno a me? Provo a
scrivere cinque cose che mi fanno stupire. Che cosa
provo di fronte a qualcosa di bello?
“Ogni giorno guarda il mondo come se fosse la
prima volta”. Possiamo anche noi prenderci questo
impegno? Il campo-scuola come un momento in cui
in modo più intenso posso apprezzare la bellezza di
tante piccole cose… Colgo questa occasione o per
me è solo una vacanza in montagna?
Racconto in 10 righe la più bella esperienza vissuta
nella mia vita.
Secondo momento
[introduzione comune e lavoro di gruppo]
32
Per la riflessione…
Caro Dio,
oggi ho cent’anni. Come Nonna Rosa. Dormo molto ma mi
sento bene. Ho cercato di spiegare ai miei genitori che la
vita è uno strano regalo. All’inizio lo si sopravvaluta,
questo regalo: si crede di aver ricevuto la vita eterna.
Dopo lo si sottovaluta, lo si trova scadente, troppo corto,
si sarebbe quasi pronti a gettarlo. Infine ci si rende
conto che non era un regalo, ma solo un prestito. Allora si
cerca di meritarlo. Io che ho cent’anni, so di che cosa
parlo. Più si invecchia, più bisogna dar prova di gusto per
apprezzare la vita. Si deve diventare raffinati, artisti.
Qualunque cretino può godere della vita a dieci o a
vent’anni, ma a cento, quando non ci si può più muovere,
bisogna avvalersi della propria intelligenza.
Non so se li ho convinti del tutto.
Valli a trovare. Finisci il lavoro. Io sono un po’ stanco.
A domani, baci,
Oscar.
Che ne penso… (a cura dell’equipe del campo)
Una mattina… una pianta… ”cose normali”
pensiamo… la nostra vita… una cosa piccola, banale, “non
vale molto se non facciamo qualcosa di straordinario”,
pensiamo e passiamo tempo a immaginare l’impossibile…
sia quando siamo giovani, sia quando cresciamo e ci
guardiamo indietro con nostalgia.
I sogni sono belli, ma nulla è in nostro potere se non
il presente e questo possiamo intrecciarlo in molti modi
diversi: con stanchezza, con rabbia, con affanno, con
l’angoscia di non farcela o con umiltà, nella speranza che
33
anche quel poco che siamo, che ci sentiamo di essere, che
vediamo di essere, sia quello che ci vuole.
Vedo la nostra giornata come un puzzle a cui,
momento per momento, attacchiamo i piccoli insignificanti
tasselli: pochi quelli essenziali… ci sono puzzle fatti di
tessere molto simili tra loro, estenuanti, ma più vai avanti,
più ti accorgi che sono proprio quei tasselli,
apparentemente uguali gli uni agli altri, così monotoni, a
essere essenziali perché il puzzle riesca.
Il crescere di ogni giorno si realizza nell’impegno,
nell’oscuro impegno degli appuntamenti quotidiani (studio,
lavoro, incontri, costruzione dei rapporti umani) che a volte
appesantiscono le nostre esistenze, ma che danno colore
alla nostra vita se fatti con amore e tenacia, con la gioia
dell’essere presenti, sicuri, affidabili… La vita si costruisce
giorno per giorno nelle piccole cose con il desiderio (a volte
muto, senza voce) di far parte di un disegno più grande:
quello di Dio che ha disposto i nostri giorni.
E non importa essere grandi o famosi, basta essere
lì dove Dio ci ha messo, dove Lui sa che serviamo al suo
progetto imperscrutabile. Un giorno il puzzle sarà completo;
un giorno lo vedremo così come Egli é.
***
34
Il corri – corri della vita, il lavoro, la famiglia, i vari
impegni, possono sciupare quello che secondo me è
veramente importante: l’attenzione a ciò che ci circonda! Ci
capita di dare tutto per scontato, notiamo solo quello che ci
pesa e non siamo attenti a quante grazie abbiamo ogni
giorno.
Alcuni anni fa, per un periodo, ho fatto un lavoro che
mi portava a girare per le farmacie proprio di queste zone.
Credetemi, ho riscoperto delle sfumature di quello che mi
circondava, che quasi mai avevo avuto l’occasione di
vedere: i pescheti fioriti della Valdaso, il rosso delle foglie in
autunno, la prima neve a Montemonaco…
Per queste splendide immagini, che ho ancora
dentro di me, ogni volta ringrazio il Signore perché mi
faceva provare tanta emozione come sa fare per me una
cosa che non avevo mai visto!
Introduzione del momento di deserto con scrittura
di una “Lettera a Dio” per parlargli dei giorni
vissuti al campo.
Terzo momento
Riflessione e preghiera di Madre Teresa di Calcutta
“Una ricca famiglia, in Venezuela, mi aveva donato un
terreno perché potessi costruirvi una casa per bambini
orfani. Così, quando arrivai là, andai a ringraziare
quella famiglia. Notai che il figlio primogenito era
gravemente disabile. Chiesi alla madre: «Come si
chiama?». «Professore di Amore», mi rispose. E
aggiunse: «Perché questo bambino ci insegna
continuamente a esprimere l’amore con le nostre
35
azioni». E mentre pronunciava quelle parole, sul suo
volto c’era un bellissimo sorriso!”
“Non aspettare di finire l’università, di innamorarti, di
trovare lavoro, di sposarti, di avere figli, di vederli sistemati,
di perdere quei dieci chili, che arrivi il venerdì sera o la
domenica mattina, la primavera, l’estate, l’autunno o
l’inverno… Non c’è momento migliore di questo per essere
felice! La felicità è un percorso, non una destinazione.
Lavora come se non avessi bisogno di denaro, ama come se
non ti avessero mai ferito e balla come se non ti vedesse
nessuno. Ricordati che la pelle avvizzisce, i capelli
diventano bianchi e i giorni diventano anni… Ma
l’importante non cambia: la tua forza e la tua convinzione
non hanno età. Il tuo spirito è il piumino che tira via
qualsiasi ragnatela. Dietro ad ogni traguardo c’è una nuova
partenza. Dietro ogni risultato c’è un’altra sfida. Finché sei
vivo, sentiti vivo. Vai avanti, anche quando tutti si aspettano
che lasci perdere. Non lasciare che si arrugginisca il ferro
che c’è in te. Fai in modo che invece che compassione, ti
portino rispetto. Quando a causa degli anni non potrai
correre, cammina veloce. Quando non potrai camminare
veloce, cammina. Quando non potrai camminare, usa il
bastone. Però, non arrenderti mai!”
Preghiamo insieme:
Ti ho trovato in tanti posti, Signore.
Ho sentito il battito del tuo cuore
nella quiete perfetta dei campi,
nel tabernacolo oscuro di una cattedrale vuota,
nell’unità di cuore e di mente
di un’assemblea di persone che ti amano.
Ti ho trovato nella gioia, dove ti cerco e spesso ti trovo.
Ma sempre ti trovo nella sofferenza.
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La sofferenza è come il rintocco della campana
che chiama la sposa di Dio alla preghiera.
Signore, ti ho trovato nella terribile grandezza della
sofferenza degli altri.
Ti ho visto nella sublime accettazione
e nell’inspiegabile gioia
di coloro la cui vita è tormentata dal dolore.
Ma non sono riuscita a trovarti nei miei piccoli mali
e nei miei banali dispiaceri.
Nella mia fatica ho lasciato passare inutilmente
il dramma della tua passione redentrice,
e la vitalità gioiosa della tua Pasqua è soffocata
dal grigiore della mia autocommiserazione.
Signore, io credo. Ma tu aiuta la mia fede.
Amen.
Padre nostro.
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Appunti…
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In copertina: Oscar e «il colpo della prima volta».
Illustrazioni a cura di Manuela Mascitti e Marco Pasquali
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