LO SPETTACOLO
STAGIONE 2015 2016
PEPERONI DIFFICILI
di Rosario Lisma
Libretto di sala a cura di Claudia Braida
Giovedì 7 gennaio 2016
Ore 21.00
Analisi di Carlo Tomeo, 29 luglio 2015
I peperoni difficili del titolo sono un piatto africano, il momonguaieghé,
la cui ricetta viene importata in Italia da Maria, uno dei quattro
personaggi della commedia. La ragazza era missionaria in Africa ed è
scappata dal luogo dove lavorava per aiutare i bisognosi, a seguito dello
scoppio di una rivolta locale che mette in pericolo la vita degli europei
che erano andati lì ad aiutare il popolo indigente. Maria si rifugia nella
parrocchia di Giovanni, il fratello prete, che vive una vita tormentata da
due amici, fratelli fra di loro, e dal senso di inferiorità che ha sempre
provato nei confronti della sorella missionaria, ritenuta dai genitori e da
tutto il parentado come più capace di lui in tutte le cose e ogni giorno
rimane frustrato dalla richiesta di una estrema unzione che una
vecchina, abitante nei quartiere e che si sente in fin di vita, gli manda a
chiedere senza mai compiersi perché la donna rimane ancora in vita.
Dei due fratelli, che giornalmente frequentano la parrocchia di Giovanni,
Pietro è spastico, e lavora come economista, e discute in continuazione
con Giovanni di temi
religiosi. L’altro, Filippo,
si è separato dalla
moglie ed è andato a
vivere a casa del fratello.
È
continuamente
tormentato perché la
moglie lo ha lasciato e
perché il fratello malato, a causa della sua condizione di spastico,
commette una serie di piccoli disastri in casa e non vuole ammettere il
fatto che sia malato. In più è ossessionato da sensi di colpa ingiustificati,
per cui pretende di essere confessato tutti i giorni.
Il clou della commedia, dopo i dialoghi che si svolgono tra i vari
personaggi è costituito da una cena in cui Maria prepara la ricetta dei
peperoni difficili. La buona riuscita di questa ricetta in Africa conferisce
alla donna che l’ha preparata una gran fama e le dà un’autorevolezza
nel villaggio a cui tutti sottostanno: in pratica chi riesce a cucinare
perfettamente i peperoni difficili vuol dire che ha raggiunto la
perfezione.
La sera della cena, tra una
chiacchierata e l’altra, e che vede
per
protagonisti
principali
Giovanni e Pietro che discutono
sui soliti temi religiosi, Maria
prepara i peperoni difficili che,
appena pronti, hanno l’aria di
essere ottimi.
Pietro vuole prendere lui la teglia
che li contengono e gli altri tre, sapendolo maldestro, temono
quest’azione ma gliela lasciano compiere per non fargli pesare la sua
malformazione fisica. Apparentemente Pietro riesce ma, alla fine,
rovescia tutto il vassoio per terra e i peperoni sono tutti rovinati. Segue
cena alternativa di recupero e le solite discussioni su temi religiosi.
Quando si arriverà a parlare della verità ci sarà la contrapposizione di
due scuole di pensiero: se la verità, anche spiacevole, debba essere
sempre detta, oppure possa essere giustificata una bugia detta a fin di
bene. Per Maria la verità ve sempre detta ed è un chiaro riferimento alla
malattia di Pietro che nega di esserne affetto.
A un certo punto la conversazione avviene solo tra Maria e Pietro e
questi si accorge che è sempre più conquistato dalla ragazza e anche lei
mostra interesse per il carattere dolce e concreto di Pietro. Si lasciano
promettendo di vedersi fuori la sera dopo.
Ma la sera dopo le cose non vanno come ciascuno di loro pensava:
Giovanni non riesce a dare l’estrema unzione alla vecchina, Filippo ha
capito che ormai sua moglie ha un altro e un ritorno da parte della
donna è impossibile, Maria e Pietro sono usciti ma la donna gli ha
dovuto confessare che ai suoi occhi lui, pur essendo una mente
eccezionale a pur avendo un carattere dolce, non riesce ad attrarla a
causa del suo spasticità. (La verità, anche se brutale, va sempre detta).
La commedia si conclude con frasi consolatorie per tutti: bisogna
imparare a vivere con quello che si ha e non pretendere quello che non
si può avere: così quando Pietro chiede in ultimo di sapere se si vede
che lui è malato, Giovanni, osservando il pensiero di Maria che bisogna
dire sempre la verità,
ammette che si, si
vede.
Il piatto dei peperoni
difficili è una metafora
delle persone che, per
un motivo o per un
altro, non riescono a
raggiungere
quella
perfezione
cui
vorrebbero arrivare. I
peperoni già cotti e che sembravano avere un ottimo aspetto, e quindi
erano perfetti, a causa di Pietro maldestro, finiscono distrutti, malgrado
la difficoltà nella difficile preparazione fosse stata superata, sono i
quattro personaggi della commedia che credono di essere a un passo
dalla perfezione, ma non la riescono a raggiungere.
Produzione
Fondato nel 1972 e diretto da Andrée Ruth Shammah, il Teatro Franco
Parenti è uno dei riferimenti culturali più solidi e innovativi in Italia, vivo,
aperto, in costante evoluzione fra
tradizione, ricerca e innovazione. E’ un
laboratorio creativo di produzione con
maestri, talenti, progetti internazionali
che mescola culture e linguaggi, dalla
parola al corpo, all’immagine, alla
musica, agli incontri e dibattiti, coinvolgendo oltre centomila persone
all’anno, con tre appuntamenti in contemporanea al giorno, per undici
mesi di programmazione
Interpreti
Rosario Lisma: autore, attore e regista siciliano, è socio e animatore
della compagnia Ensemble Ludus in Fabula, con la quale, insieme da A.
Nicolini, ha portato in scena vari fortunati spettacoli come “Don
Chisciotte” (2001), e “Les Diablogues” di R. Dubillard (2008).
E' autore e unico interprete di “Che gusti ci sono”, spettacolo
semifinalista al Premio Scenario 2007. E' stato diretto tra gli altri da N.
Garella, T. Conte, G. Lavia, A. Calenda, M. Castri (per cui ha interpretato
il Sig. Ponza nel “Così è (se vi pare)” di Pirandello, 2007) e Peter Stein (“I
Demoni” di Dostoevskji nel ruolo di Satov - Teatro Stabile Torino, 2009).
Nel '99 ha vinto il Premio Hystrio alla Vocazione. Per il grande schermo
invece ha interpretato il ruolo di Achille nel film di Peter Marcias Un
attimo sospesi (2007) e quello di Lorenzo in “La mafia uccide solo
d’estate” di PifDin (2013).
Anna Della Rosa: Formatasi presso La Scuola Europea per L’Arte
dell’Attore, dove ha studiato con Nikolaj Karpov, si è diplomata nel 2002
all’Accademia D’Arte Drammatica Paolo Grassi. Vanta numerose e
prestigiose esperienze tra cui, in teatro, dal 2007 al 2010 la “Trilogia
della villeggiatura” di Goldoni, regia di T. Servillo, nel 2011-2012
“Blackbird”, di D. Harrover, regia di l. Pasqual e nel 2015, “Il malato
immaginario” di Goldoni, regia di A. Shammah. Nel cinema, tra gli altri,
ha lavorato nel 2012 ne “La grande bellezza” di P. Sorrentino e, nel
2014, in “La guerra”, di D. Sibaldi. E’ vincitrice di numerosi premi, tra cui,
nel 2008, l’Oscar Olimpico come miglior attrice emergente e, nel 2011, il
Premio Duse Menzione d’onore.
Ugo Giacomazzi: diplomato al Piccolo Teatro di Milani, ha vinto il
premio Hystrio 2003 e ha lavorato in teatro con G. Lavia e S.Sinigaglia
tra gli altri. Ha preso parte a diverse serie tv tra cui “La squadra”, di RAI
3 e “Le stagioni del cuore” di Canale 5. Al cinema, nel 2007 ha lavorato
in “Gli arcangeli”, di s. Scafidi.
Andrea Narsi: allievo dell’attore e regista Franco Branciaroli, con il quale
porta in scena numerosi spettacoli (“Edipo e la Sfinge”, H. von
Hofmannsthal; “Gli angeli dello sterminio”, G. Testori). Lavora come
attore con Tonino Conte del Teatro della Tosse di Genova
(“Gerusalemme Liberata”, T. Tasso), Tim Stark del National Theatre
London (“Giulio Cesare”, W. Shakespeare) e Claudio Longhi del Piccolo
Teatro di Milano (“La peste”, A. Camus). Ha scritto e diretto numerosi
spettacoli, fra cui “Il giorno di Evelina”, rappresentato al Teatro Nacional
de La Habana (Cuba), e il musical “Kashmir”, tratto da “Molto Rumore
per Nulla” di W. Shakespeare.
PER APPROFONDIRE SU…
…CONOSCERE LA VERITÀ (LA PROPRIA, DELLE COSE, DEGLI ALTRI), DIRE
LA VERITÀ, FARE LA VERITÀ…
“Le variazioni e le contraddizioni presenti in noi hanno fatto sì che alcuni
pensino perfino che abbiamo due anime, due potenze che ci
accompagnano e ci agitano, ciascuno a modo suo, verso il bene l’una,
l’altra verso il male. Tutti i contrari si trovano in me secondo qualche
verso e per qualche occasione. Timido, insolente; casto, lussurioso;
chiacchierone, taciturno; laborioso, indolente; ingegnoso, stupido,
triste. […] Chiunque si analizzi molto attentamente trova in sé, e perfino
nel suo stesso giudizio, questa volubilità e questa discordanza. Io non
posso dire niente di me, integralmente, semplicemente e solidamente,
senza restrizione e senza mescolanza, né in una parola. Si trova
altrettanta differenza in noi stessi quanta fra noi e gli altri”.
M. de Montaigne, Saggi
“Si direbbe che il quadro dei miei
giorni, come le regioni di montagna, si
componga
di
materiali
diversi
agglomerati alla rinfusa. Vi ravviso la
mia natura, già di per se stessa
composita, formata in parti eguali di
cultura e di istinto. […] In questa
difformità, in questo disordine,
percepisco la presenza di un individuo,
ma si direbbe sia stata la forza delle
circostanze a tracciarne il profilo; e le
sue fattezze si confondono come quelle di un’immagine che si riflette
nell’acqua”.
M. Yourcenar, Memorie di Adriano
“Che cos’è dunque la verità? Un mobile esercito di metafore,
metonimie, antropomorfismi, in breve una somma di relazioni umane
che sono state potenziate poeticamente e retoricamente, che sono
state trasferite e abbellite e che dopo un lungo uso sembrano agli
uomini solide, canoniche e vincolanti: le verità sono illusioni di cui si è
dimenticata la natura illusoria, sono metafore che si
sono logorate e hanno perduto ogni forza sensibile.
[…] Senza dubbio l’uomo dimentica che le cose stanno
in
questo
modo;
egli
mente,
dunque,
incoscientemente e per un’abitudine secolare,
giungendo al sentimento della verità proprio
attraverso questa incoscienza, proprio attraverso
questo oblio.[…]
Con il sentimento morale di essere obbligati a
designare una cosa come rossa, un’altra come fredda, una terza come
muta, si risveglia un sentimento morale riferentesi alla verità, dal quale
l’uomo trae la conclusione che la verità è degna di rispetto e fiducia, e
altresì utile. […] In tal modo egli pone il suo agire sotto il dominio di
astrazioni; non ammette di essere trascinato da passioni istantanee e da
intuizioni, traendone concetti scoloriti e tiepidi, per aggiogare a essi il
carro della sua vita e della sua azione. […]
Come genio costruttivo l’uomo si innalza in questo modo al di sopra
delle api: queste costruiscono con la cera che raccolgono ricavandola
dalla natura, mentre l’uomo costruisce con la materia assai più tenue
dei concetti che egli deve fabbricarsi da sé. In ciò egli è degno di grande
ammirazione, non già tuttavia a causa del suo impulso verso la verità e
la conoscenza pura delle cose. Se qualcuno nasconde qualcosa dietro un
cespuglio, se lo ricerca nuovamente là e ve lo ritrova, in questa ricerca e
in questa scoperta non vi è molto da lodare: eppure le cose stanno a
questo modo riguardo alla ricerca e alla scoperta della ‘verità’ entro il
territorio della ragione. Se io formulo la definizione di mammifero e, in
seguito, vedendo un cammello, dichiaro: ‘ecco un mammifero’, in tal
caso viene portata alla luce senza dubbio una verità, ma quest’ultima è
completamente antropomorfica e non contiene neppure un solo
elemento che sia ‘vero in sé’, reale e universalmente valido, a
prescindere dall’uomo”.
F. Nietzsche, Su verità e menzogna in senso extramorale
meglio. Nella ‘Parresia’ il parlante fa uso della sua libertà, e sceglie il
parlar franco invece della persuasione, la verità invece della falsità o del
silenzio, il rischio di morire invece della vita e della sicurezza, la critica
invece dell’adulazione, e il dovere morale invece del proprio tornaconto
o dell’apatia morale.”
M. Foucault, Discorso e verità
“Ormai non saprò più
Cosa di me pensasse A.
Se B. fino all’ultimo non mi abbia perdonato.
Perché C. fingesse che fosse tutto a posto.
Che parte avesse D. nel silenzio di E.
Cosa si aspettasse F., sempre che si aspettasse qualcosa.
Perché G. facesse finta, benché sapesse bene.
Cosa avesse da nascondere H.
Cosa volesse aggiungere I.
Se il fatto che io ero lì accanto
Avesse un qualunque significato
Per J. Per K. E il restante alfabeto.”
W. Szymborska, ABC, in: Due punti
“Cosa è questa comunicazione,
questa parola-marmellata, questa
parola-valigia,
così
la
definirebbero i linguisti, che entra
in gioco in ogni forma di discorso
e in ogni forma di vita, e come
tematizzarla nei suoi aspetti
essenziali e nelle sue diverse articolazioni semantiche? Come entriamo
in comunicazione, come entriamo in relazione, con noi stessi e con gli
altri, con la nostra interiorità e con quella degli altri? Le relazioni umane
sono faticose talora, e talora dolorose. Come dice Rainer Maria Rilke:
‘Non si deve solo alla pigrizia se le relazioni umane si ripetono così
indicibilmente monotone e senza novità da caso a caso, ma alla paura di
un’esperienza nuova, imprevedibile, per cui non ci si crede maturi. Ma
solo chi è disposto a tutto, chi non esclude nulla, neanche la cosa più
enigmatica, vivrà la relazione con un altro come qualcosa di vivente e
attingerà sino in fondo alla sua propria esistenza’. […] Comunicare è
allora entrare in relazione con se stessi e con gli altri; comunicare è
trasmettere esperienze e conoscenze personali; comunicare è uscire da
se stessi e immedesimarsi nella vita interiore di un altro da noi: nei suoi
pensieri e nelle sue emozioni. In ogni forma di comunicazione, e
soprattutto in quella terapeutica, l’io si confronta con un tu
nell’orizzonte di un noi che fonde, e trascende, l’io e il tu in una nuova
dimensione dalla quale si esce cambiati, e non si è più quelli di prima.
[…]
“La ‘Parresia’, cioè il ‘dir franco’, è un’attività verbale in cui il parlante ha
uno specifico rapporto con la verità attraverso la franchezza, una certa
relazione con la propria vita attraverso il pericolo, un certo tipo di
relazione con se stesso e con gli altri attraverso la critica (autocritica o
critica di altre persone), uno specifico rapporto con la legge morale
attraverso la libertà e il dovere. Più precisamente, la ‘Parresia’ è
un’attività verbale in cui un parlante esprime la propria relazione
personale con la verità, e rischia la propria vita perché riconosce che
dire la verità è un dovere per aiutare altre persone (o se stesso) a vivere
Si comunica con il linguaggio delle parole, con quello del silenzio e con
quello del corpo vivente. Le parole sono portatrici di comunicazione e di
cura solo quando sono parole leggere e profonde, interiorizzate e calde
di emozione, sincere e pulsanti di vita. […] Le parole sono impegnative
per chi le dice e per chi le ascolta, cambiano di significato nella misura in
cui cambiano i nostri stati d’animo, e non è facile coglierne fino in fondo
le risonanze. Le parole, una volta dette, non ci appartengono più, e sono
determinanti nell’aprire i cuori alla speranza o nel condurli alla
disperazioni. Le parole cambiano il loro significato nella misura in cui si
accompagnano al linguaggio del corpo vivente, del sorriso e delle
lacrime, degli sguardi e dei gesti, e anche al linguaggio del silenzio: sì,
anche il silenzio parla, bisogna saperlo ascoltare.”
E. Borgna, Parlarsi
DALLA RASSEGNA STAMPA
La verità è un peperone
Di Maria Grazia Gregori, da: Del Teatro.it, 11.03.2014
C’è qualcosa di nuovo, anzi di antico, sul palcoscenico della sala piccola,
piena come un uovo, del Salone Franco Parenti dove si rappresenta
Peperoni difficili, nuovo testo di Rosario Lisma qui anche attore e
regista, il cui titolo nasce da una complicata ricetta africana per
preparare dei peperoni ripieni.
In scena, a diretto contatto con gli spettatori, calati nelle ombre e nelle
luci della cucina dell’appartamento di un giovane prete nella canonica di
una piccola città di provincia, in un continuo andare e venire, ci sono:
Giovanni, prete pieno di entusiasmo anche nel sostenere gli amici e i
parrocchiani; un bidello, Filippo, amico d’infanzia del parroco,
abbandonato dalla moglie, allenatore di calcio dei ragazzini della
parrocchia; suo fratello Paolo, bancario, intelligente e iperattivo,
spastico senza apparentemente avere la coscienza di esserlo; la sorella
del prete, Maria, bella ragazza, arrivata all’improvviso dalla missione in
Africa dove è a lungo vissuta per starsene un po’ tranquilla a vivere quel
ripensamento che sembra avere influito non solo sulla sua vita ma
anche sulla sua vocazione. In questa cucina all’improvviso succede
qualcosa che dà fuoco alle polveri: il ragazzo spastico si innamora della
ragazza, ma ne è respinto. Tutti si confrontano, criticando gli uni il
comportamento degli altri, mettendo a nudo grettezze, idiosincrasie,
gelosie, difficoltà. In questa improvvisata comunità che all’inizio sembra
avere i numeri giusti per dare vita a una forte condivisione degli stessi
bisogni spirituali, cementati da un autentico affetto, tutto sembra
andare a gambe all’aria.
A fare detonare le diversità, le contrapposizioni c’è l’osservazione della
ragazza che, non amando le mezze misure, convinta di non potere mai
attingere alla santità, non rinuncia però a porre all’attenzione degli altri
temi “pericolosi”: per esempio il chiedersi se la verità abbia un valore
assoluto in sé e proprio per questo debba sempre essere detta. La
verità, insomma, va cercata a qualsiasi costo perché è negativo mentire
a fin di bene. Questo tema innesca una discussione a non finire a livello
filosofico all’interno del gruppo basata sulle opposte riflessioni di
Agostino d’Ippona e Tommaso d’Aquino in un crescendo quasi
autodistruttivo.
La fine della storia, ispirata a una vicenda vera, non coincide però con un
modo, per così dire “rivoluzionario”, di conoscere e di comportarsi e il
sottotitolo della commedia “la verità chiede di essere conosciuta”
resterà del tutto disatteso perché il bancario spastico preferirà cullarsi
nel fatto che di questa sua malattia non ci si accorge, il prete gli
confermerà che è così, il fratello continuerà a vivere nella sua personale
infelicità e, quanto alla ragazza, certamente non sarà mai santa.
Nuovo e antico scrivevo all’inizio. Nuovo come il testo che Rosario
Lisma, attore conosciuto sia in teatro che in cinema (è fra i protagonisti
di “La mafia uccide solo d’estate” di Pif), ha scritto mescolando ironia,
sorriso e un’inquieta aspettativa. Vecchio perché il modo in cui il tema è
trattato nella parte centrale – quella filosofica – riporta alla memoria
una certa drammaturgia d’antan e soprattutto un profluvio di parole
mentre alla commedia gioverebbero dei tagli ragionati.
Buona l’interpretazione degli attori fra i quali spicca la sensitiva,
bravissima Anna Della Rosa, fra le protagoniste di “La grande bellezza”,
che è Maria, equamente divisa fra il desiderio di assumere su di sé ogni
colpa e ogni lode. Le fa da contraltare il sacerdote non esente da dubbi
del bravo Rosario Lisma, affiancato dalle convincenti prove di Ugo
Giacomazzi (Filippo) e di Andrea Narsi (Paolo).
I peperoni difficili e l'eleganza
dell'ovvietà di Rosario Lisma
Di Tiziana Montrasio, da: Il Sole
24 Ore, 1.01.2015
La verità nuda e cruda è
indispensabile o è lecito mediarla per rendere più accettabile
l'irreparabile? E' giusto usare definizioni senza filtri o più opportuno far
uso di tattiche diplomatiche per non ferire? Sul quesito l'autore-attoreregista Rosario Lisma ha costruito la pièce “Peperoni Difficili”, tornata in
scena al Franco Parenti di Milano dopo il successo della scorsa
primavera. Il tema non è da strizzacervelli, non c'è da aspettarsi voli
pindarici o discussioni filosofiche sull'argomento. Si tratta di uno
spaccato di vita quotidiana che ha come epicentro la figura di Giovanni,
giovane prete impegnato nel far girare la ruota della sua piccola
comunità. Lo scambio dialettico fra i protagonisti dello spettacolo è
quasi didattico, di buon livello professionale, i ruoli assegnati partono da
semplici stereotipi, non vi sono colpi di scena, né un finale ad effetto e
tutto si svolge nel modesto tinello di una piccola parrocchia. Si può
tradurre in un elegante ‘esercizio di stile' di quattro bravi professionisti,
molto affiatati, che per due ore intrattengono il pubblico seduto nella
stessa stanza, senza soluzione di continuità.
La trama si riassume in due parole: la quotidianità di Giovanni,
interpretato da Lisma, viene sconvolta dall'arrivo improvviso della
sorella (Anna Della Rosa) di ritorno da una missione in Africa - peperoni
difficili è la traduzione del piatto africano ‘momonguaieghè' cucinato da
Maria - che si porta appresso la sua dura esperienza, fatta di verità
assolute ma anche di drammatiche
testimonianze. La schiettezza e la
determinazione della giovane
scompaginano la routine dei tre
amici, condita di commiserazione,
buonismo, affetto e una buona
dose di ipocrisia.
Amico di Giovanni è il debole e tenero Filippo (Andrea Narsi),
ottusamente innamorato della ex moglie che già si accompagna ad un
altro uomo, e suo fratello Pietro affetto da ipertonia spastica, ma
inconsapevole di essere diversamente abile, con buona pace degli altri
due che ne condividono bonariamente la convinzione, definendolo
semplicemente maldestro. La brava Anna Della Rosa (giovane attrice che
ha partecipato al film La Grande Bellezza di Paolo Sorrentino) piomba
come un fulmine sulle loro vite, polverizzando la leadership spirituale
del fratello prete, costringendo Filippo ad affrontare la realtà di una
moglie che non lo vuole più e annientando le illusioni di Paolo come
davanti ad uno specchio.
Nulla di che si potrebbe dire. Ma il successo dello spettacolo sembra
essere proprio la sua semplicità, costruire un canovaccio con pochi
elementi può diventare impresa ardua se non compensata da sapiente
regia e professionalità. In realtà la messa in scena ha un meccanismo
quasi perfetto - a parte forse un troppo prolungato balletto-incubo di
due preti mascherati - grazie ai quattro attori che si rivelano assai
convincenti. Il pubblico ha apprezzato e, nonostante si trattasse di una
ripresa, sono state diverse le chiamate agli applausi alla ‘prima'
milanese.
Peperoni difficili al Teatro Elfo Puccini
Di Laura Timpanaro, da: Saltinaria.it, 28.06.2015
Risate a crepapelle e commozione fino alle lacrime per la commedia che
ha registrato il tutto esaurito per due stagioni in casa Franco Parenti. In
scena insieme all'autore e regista Rosario Lisma, Ugo Giacomazzi,
Andrea Narsi e la pluripremiata Anna Della Rosa. Al contrario della
pietanza del titolo, “Peperoni difficili”, riproposto in occasione dell’Expo
per Padiglione Teatri, è una pièce semplice e digeribilissima, che ci
riporta alla vita genuina della provincia italiana, alla riscoperta di valori e
relazioni che credevamo perduti, nel solco della tradizione
drammaturgica di De Filippo. Siamo nell’appartamento di Giovanni,
prete di paese dalla vita tranquilla, fatta di appuntamenti parrocchiali, di
attività comunitarie, e scandita da due importanti amicizie: Filippo e
Pietro. Il primo è un bidello, ex aspirante calciatore di serie A e
allenatore della squadra della parrocchia, che soffre di una disperata
solitudine per la separazione dalla moglie; Pietro è il fratello di Filippo,
analista finanziario in un importante istituto bancario e animatore
culturale della vita di paese, affetto da spasticità. Due personalità
contrapposte: timido, riservato, votato alla sconfitta Filippo, brillante,
carismatico ed intellettualmente vivace Pietro. Ognuno pensa di dover
proteggere l’altro: Filippo crede di dover proteggere Pietro dalla
consapevolezza della propria diversità, anche perché la loro educazione
non ha mai contemplato l’accettazione del problema, ma lo ha sempre
nascosto (la loro madre non aveva specchi in casa e ha fatto in modo
che non ce ne fossero nemmeno nella casa di Pietro); quest’ultimo
pensa di dover difendere Filippo dal suo amore non corrisposto per la
sua ex moglie e dalla scoperta che questa ha un nuovo compagno.
Giovanni è una pallina da ping pong tra questi fratelli che fanno
sorridere e persino commuovere per la loro purezza, è un punto di
riferimento, amico, confessore, complice, soprattutto quando si tratta di
celare verità che potrebbero risultare dolorose.
Improvvisamente nella vita di Giovanni irrompe la sorella Maria, di
ritorno da una missione in Africa, fervente sostenitrice dell’importanza
della sincerità a tutti i costi. E in occasione della cena di benvenuto per
Maria, organizzata da Giovanni, si consuma una commedia degli
equivoci dal sapore dolceamaro. Si ride e si ride tanto perché la
drammaturgia è un incastro di battute ben confezionate, ma quelle
risate, che definire crasse sembra
un’esagerazione, ci conducono
pian piano allo svelamento
dell’amaro da mandare giù.
Maria e Pietro, dopo la cena,
iniziano a frequentarsi, ed
inevitabilmente si innamorano. Lei
non può fare a meno di dire la
verità e di rivelare all’amato la sua
malattia, lui non è mai stato
cosciente di come gli altri
percepissero la sua diversità. In
un’ultima scena che sintetizza il senso del racconto, cioè la presunta
necessità della verità, il registro cambia, si toccano le corde
dell’emotività e ci si commuove un po’.
Ottime le interpretazioni di Rosario Lisma, di Ugo Giacomazzi nei panni
di un brillante intellettuale di provincia alle prese con la propria
disabilità, e di Andrea Narsi, perfettamente aderente alla disperata
solitudine di un uomo abbandonato. Brava anche Anna Della Rosa, unica
donna in scena in sinergia con il resto del cast. Rosario Lisma, autore,
regista ed interprete di questo affresco di un piccolo mondo
contemporaneo ma non troppo, mette in campo tutto l’entusiasmo e la
verve necessaria per reggere ben due ore e venti minuti di commedia,
tenendo ben presente la tradizione della commedia all’italiana, ma
strizzando l’occhio anche ad una comicità alla Verdone. Forse un po’
azzardata l’idea di voler fare della pièce anche un terreno per affrontare
dispute teologiche e temi bioetici; proprio in quei tratti, infatti, la
potenza drammaturgica si allenta. Risulta piacevole invece l’incursione,
seppur breve, nella dimensione onirica e lievemente grottesca del
protagonista, che rivelerà il suo peccato più grande: l’invidia, salvo
scoprire che “l’invidia non è più un peccato, semmai un difettuccio!”.
In una commedia che sembra ormai essere diventata un piccolo cult,
respiriamo odori e sapori di una volta, tanta italianità (nel senso positivo
del termine), leggerezza e sincerità, ma le dispute teologiche e le
incursioni nel territorio dell’etica e della bioetica sono altra pietanza e
non possono essere servite come contorno!
“Peperoni difficili”, verità difficili, amori difficili
Di Benedetta Colasanti, da: corrierespettacolo.it, 6.07.2015
Un’altra messinscena straordinaria per Versiliana Upgrade Festival:
Rosario Lisma sale sul palco del Teatro delle Scuderie Granducali di
Seravezza il 2 luglio con “Peperoni difficili”. Con grande professionalità,
originalità, ma soprattutto con audacia, il regista regala al pubblico una
commedia all’italiana, intrisa di tematiche attualissime, rese con
comicità ma profondamente toccanti.
Due coppie di fratelli: un sacerdote e una giovane e bella missionaria, un
bidello e allenatore della squadra dell’oratorio e un bancario erudito e
spigliato, ma irrimediabilmente spastico. I quattro amici d’infanzia,
tutt’ora legati, si riuniscono in occasione del ritorno della missionaria
dall’Africa. Una scenografia curata e ben fatta ci accoglie in un bel
soggiorno, in cui i protagonisti consumano una cena a base di peperoni
difficili, una ricetta africana. Caratteri diversi, debolezze, problemi,
disagi, simili a quelli che ogni giorno tutti incontriamo. Separazioni,
divorzi, amori perduti, famiglie distrutte e figli vittime di un meccanismo
che raramente si può giustificare, complice la vita e la natura degli
uomini. La stessa natura ci fa nascere diversi gli uni dagli altri, o
diversamente abili, possibili bersagli di razzismo e di sofferenze. Che
cosa resta davanti alla crudeltà presente nel mondo? Oltre ai peperoni
difficili finiti accidentalmente sul pavimento, rimane l’altra faccia della
medaglia, il bene. Il bagaglio culturale e il peso di una tradizione
millenaria che ci portiamo sulle spalle conduce ognuno di noi ad
identificare il bene con qualcosa di non esattamente definito, con un
credo filosofico, con Dio, con la verità. Quando si è fragili e distrutti non
c’è niente di più gratificante dell’avere una spalla su cui piangere.
Giovanni, il sacerdote, fa questo, confessa i suoi amici, li consola, li
assolve da tutti i peccati, appoggiandoli e dando loro un motivo per
andare avanti. Maria, la sorella missionaria, sostiene che bisogna agire,
che è facile starsene in parrocchia quando là fuori il male dilaga e rade al
suolo villaggi e tribù del terzo mondo; per lei conta soltanto l’essere
sinceri, il guardare in faccia la realtà, ammettere che nel mondo non
esiste solo Dio che è buono, ma anche tanto male. La verità, però,
porterà Filippo, il bidello, e Pietro, il bancario spastico, a capire che i loro
problemi sono tangibili e irrisolvibili, quindi nella disperazione. Ma se il
mondo ha due facce, come la luna, e se una delle due
momentaneamente non è visibile, non vuol dire che essa non esista.
Una performance coraggiosa nel portare sul palcoscenico temi delicati e
complessi quali la religione e gli handicap. Davvero notevole la
recitazione di Ugo Giacomazzi, ma non meno degni di lode Anna Della
Rosa, Andrea Narsi e lo stesso Rosario Lisma, responsabile di una regia
ben strutturata, comica ma anche struggente ed emozionante, grazie al
contributo delle atmosfere rese da luci e musica. Oltre la perizia tecnica,
resta impressa la morale della storia: per essere buoni amici non c’è
bisogno di essere sacerdoti o di sputare in faccia una realtà che ferisce
nel profondo. Basta una parola di conforto, un abbraccio, perfino un
mentire a fin di bene.
E PER FINIRE…………
….Peperoni ripieni
Ingredienti per 2 persone:
2 peperoni
1 porro
1 zucchina
2 spicchi d’aglio
1 melanzana
1 bicchiere di Cous-cous
Olio extravergine d’oliva
2 bicchieri di brodo vegetale
sale
pepe
Come procedere:
Scegliamo i peperoni di forma arrotondata, abbastanza capienti da poter
contenere il ripieno e che possibilmente possano stare “in piedi” da soli.
Laviamo tutta la verdura con cura utilizzando abbondante acqua corrente.
Tagliamo il “coperchio” ai peperoni e puliamoli internamente da tutti i semini.
Fate attenzione a non danneggiarli e a non tagliarli mentre togliete i semini.
In una padella soffriggiamo la cipolla e l’aglio tagliati molto finemente.
Quando risulteranno ben dorati aggreghiamo tutte le altre verdure tagliate a
piccoli dadini.
Una volta che le verdure risulteranno ben appassite, aggiungiamo il brodo
vegetale. Spegnate il fuoco e aggregate il cous cous a pioggia rimescolando
continuamente. Salate e pepate al gusto.
Non preoccupatevi se il cous cous non risulterà molto compatto, il cous
cous assorbe l’acqua molto lentamente e i grani si gonfino un ponchino alla
volta.
Lasciate raffreddare per qualche minuto e quindi con l’aiuto di un cucchiaio
riempite i peperoni con il cous cous e le verdure.
Disponete quindi i peperoni ripieni in una casseruola e infornate nel forno
ventilato a 200°C per almeno 35 min.
Ricordate di controllare la cottura prima di sfornare, perchè molto dipende
dal tipo di forno e dalle dimensioni dei peperoni.
Servite caldi, accompagnati da un’insalata di stagione.
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PEPERONI DIFFICILI - Teatro alle Vigne