LO SPETTACOLO STAGIONE 2015 2016 PEPERONI DIFFICILI di Rosario Lisma Libretto di sala a cura di Claudia Braida Giovedì 7 gennaio 2016 Ore 21.00 Analisi di Carlo Tomeo, 29 luglio 2015 I peperoni difficili del titolo sono un piatto africano, il momonguaieghé, la cui ricetta viene importata in Italia da Maria, uno dei quattro personaggi della commedia. La ragazza era missionaria in Africa ed è scappata dal luogo dove lavorava per aiutare i bisognosi, a seguito dello scoppio di una rivolta locale che mette in pericolo la vita degli europei che erano andati lì ad aiutare il popolo indigente. Maria si rifugia nella parrocchia di Giovanni, il fratello prete, che vive una vita tormentata da due amici, fratelli fra di loro, e dal senso di inferiorità che ha sempre provato nei confronti della sorella missionaria, ritenuta dai genitori e da tutto il parentado come più capace di lui in tutte le cose e ogni giorno rimane frustrato dalla richiesta di una estrema unzione che una vecchina, abitante nei quartiere e che si sente in fin di vita, gli manda a chiedere senza mai compiersi perché la donna rimane ancora in vita. Dei due fratelli, che giornalmente frequentano la parrocchia di Giovanni, Pietro è spastico, e lavora come economista, e discute in continuazione con Giovanni di temi religiosi. L’altro, Filippo, si è separato dalla moglie ed è andato a vivere a casa del fratello. È continuamente tormentato perché la moglie lo ha lasciato e perché il fratello malato, a causa della sua condizione di spastico, commette una serie di piccoli disastri in casa e non vuole ammettere il fatto che sia malato. In più è ossessionato da sensi di colpa ingiustificati, per cui pretende di essere confessato tutti i giorni. Il clou della commedia, dopo i dialoghi che si svolgono tra i vari personaggi è costituito da una cena in cui Maria prepara la ricetta dei peperoni difficili. La buona riuscita di questa ricetta in Africa conferisce alla donna che l’ha preparata una gran fama e le dà un’autorevolezza nel villaggio a cui tutti sottostanno: in pratica chi riesce a cucinare perfettamente i peperoni difficili vuol dire che ha raggiunto la perfezione. La sera della cena, tra una chiacchierata e l’altra, e che vede per protagonisti principali Giovanni e Pietro che discutono sui soliti temi religiosi, Maria prepara i peperoni difficili che, appena pronti, hanno l’aria di essere ottimi. Pietro vuole prendere lui la teglia che li contengono e gli altri tre, sapendolo maldestro, temono quest’azione ma gliela lasciano compiere per non fargli pesare la sua malformazione fisica. Apparentemente Pietro riesce ma, alla fine, rovescia tutto il vassoio per terra e i peperoni sono tutti rovinati. Segue cena alternativa di recupero e le solite discussioni su temi religiosi. Quando si arriverà a parlare della verità ci sarà la contrapposizione di due scuole di pensiero: se la verità, anche spiacevole, debba essere sempre detta, oppure possa essere giustificata una bugia detta a fin di bene. Per Maria la verità ve sempre detta ed è un chiaro riferimento alla malattia di Pietro che nega di esserne affetto. A un certo punto la conversazione avviene solo tra Maria e Pietro e questi si accorge che è sempre più conquistato dalla ragazza e anche lei mostra interesse per il carattere dolce e concreto di Pietro. Si lasciano promettendo di vedersi fuori la sera dopo. Ma la sera dopo le cose non vanno come ciascuno di loro pensava: Giovanni non riesce a dare l’estrema unzione alla vecchina, Filippo ha capito che ormai sua moglie ha un altro e un ritorno da parte della donna è impossibile, Maria e Pietro sono usciti ma la donna gli ha dovuto confessare che ai suoi occhi lui, pur essendo una mente eccezionale a pur avendo un carattere dolce, non riesce ad attrarla a causa del suo spasticità. (La verità, anche se brutale, va sempre detta). La commedia si conclude con frasi consolatorie per tutti: bisogna imparare a vivere con quello che si ha e non pretendere quello che non si può avere: così quando Pietro chiede in ultimo di sapere se si vede che lui è malato, Giovanni, osservando il pensiero di Maria che bisogna dire sempre la verità, ammette che si, si vede. Il piatto dei peperoni difficili è una metafora delle persone che, per un motivo o per un altro, non riescono a raggiungere quella perfezione cui vorrebbero arrivare. I peperoni già cotti e che sembravano avere un ottimo aspetto, e quindi erano perfetti, a causa di Pietro maldestro, finiscono distrutti, malgrado la difficoltà nella difficile preparazione fosse stata superata, sono i quattro personaggi della commedia che credono di essere a un passo dalla perfezione, ma non la riescono a raggiungere. Produzione Fondato nel 1972 e diretto da Andrée Ruth Shammah, il Teatro Franco Parenti è uno dei riferimenti culturali più solidi e innovativi in Italia, vivo, aperto, in costante evoluzione fra tradizione, ricerca e innovazione. E’ un laboratorio creativo di produzione con maestri, talenti, progetti internazionali che mescola culture e linguaggi, dalla parola al corpo, all’immagine, alla musica, agli incontri e dibattiti, coinvolgendo oltre centomila persone all’anno, con tre appuntamenti in contemporanea al giorno, per undici mesi di programmazione Interpreti Rosario Lisma: autore, attore e regista siciliano, è socio e animatore della compagnia Ensemble Ludus in Fabula, con la quale, insieme da A. Nicolini, ha portato in scena vari fortunati spettacoli come “Don Chisciotte” (2001), e “Les Diablogues” di R. Dubillard (2008). E' autore e unico interprete di “Che gusti ci sono”, spettacolo semifinalista al Premio Scenario 2007. E' stato diretto tra gli altri da N. Garella, T. Conte, G. Lavia, A. Calenda, M. Castri (per cui ha interpretato il Sig. Ponza nel “Così è (se vi pare)” di Pirandello, 2007) e Peter Stein (“I Demoni” di Dostoevskji nel ruolo di Satov - Teatro Stabile Torino, 2009). Nel '99 ha vinto il Premio Hystrio alla Vocazione. Per il grande schermo invece ha interpretato il ruolo di Achille nel film di Peter Marcias Un attimo sospesi (2007) e quello di Lorenzo in “La mafia uccide solo d’estate” di PifDin (2013). Anna Della Rosa: Formatasi presso La Scuola Europea per L’Arte dell’Attore, dove ha studiato con Nikolaj Karpov, si è diplomata nel 2002 all’Accademia D’Arte Drammatica Paolo Grassi. Vanta numerose e prestigiose esperienze tra cui, in teatro, dal 2007 al 2010 la “Trilogia della villeggiatura” di Goldoni, regia di T. Servillo, nel 2011-2012 “Blackbird”, di D. Harrover, regia di l. Pasqual e nel 2015, “Il malato immaginario” di Goldoni, regia di A. Shammah. Nel cinema, tra gli altri, ha lavorato nel 2012 ne “La grande bellezza” di P. Sorrentino e, nel 2014, in “La guerra”, di D. Sibaldi. E’ vincitrice di numerosi premi, tra cui, nel 2008, l’Oscar Olimpico come miglior attrice emergente e, nel 2011, il Premio Duse Menzione d’onore. Ugo Giacomazzi: diplomato al Piccolo Teatro di Milani, ha vinto il premio Hystrio 2003 e ha lavorato in teatro con G. Lavia e S.Sinigaglia tra gli altri. Ha preso parte a diverse serie tv tra cui “La squadra”, di RAI 3 e “Le stagioni del cuore” di Canale 5. Al cinema, nel 2007 ha lavorato in “Gli arcangeli”, di s. Scafidi. Andrea Narsi: allievo dell’attore e regista Franco Branciaroli, con il quale porta in scena numerosi spettacoli (“Edipo e la Sfinge”, H. von Hofmannsthal; “Gli angeli dello sterminio”, G. Testori). Lavora come attore con Tonino Conte del Teatro della Tosse di Genova (“Gerusalemme Liberata”, T. Tasso), Tim Stark del National Theatre London (“Giulio Cesare”, W. Shakespeare) e Claudio Longhi del Piccolo Teatro di Milano (“La peste”, A. Camus). Ha scritto e diretto numerosi spettacoli, fra cui “Il giorno di Evelina”, rappresentato al Teatro Nacional de La Habana (Cuba), e il musical “Kashmir”, tratto da “Molto Rumore per Nulla” di W. Shakespeare. PER APPROFONDIRE SU… …CONOSCERE LA VERITÀ (LA PROPRIA, DELLE COSE, DEGLI ALTRI), DIRE LA VERITÀ, FARE LA VERITÀ… “Le variazioni e le contraddizioni presenti in noi hanno fatto sì che alcuni pensino perfino che abbiamo due anime, due potenze che ci accompagnano e ci agitano, ciascuno a modo suo, verso il bene l’una, l’altra verso il male. Tutti i contrari si trovano in me secondo qualche verso e per qualche occasione. Timido, insolente; casto, lussurioso; chiacchierone, taciturno; laborioso, indolente; ingegnoso, stupido, triste. […] Chiunque si analizzi molto attentamente trova in sé, e perfino nel suo stesso giudizio, questa volubilità e questa discordanza. Io non posso dire niente di me, integralmente, semplicemente e solidamente, senza restrizione e senza mescolanza, né in una parola. Si trova altrettanta differenza in noi stessi quanta fra noi e gli altri”. M. de Montaigne, Saggi “Si direbbe che il quadro dei miei giorni, come le regioni di montagna, si componga di materiali diversi agglomerati alla rinfusa. Vi ravviso la mia natura, già di per se stessa composita, formata in parti eguali di cultura e di istinto. […] In questa difformità, in questo disordine, percepisco la presenza di un individuo, ma si direbbe sia stata la forza delle circostanze a tracciarne il profilo; e le sue fattezze si confondono come quelle di un’immagine che si riflette nell’acqua”. M. Yourcenar, Memorie di Adriano “Che cos’è dunque la verità? Un mobile esercito di metafore, metonimie, antropomorfismi, in breve una somma di relazioni umane che sono state potenziate poeticamente e retoricamente, che sono state trasferite e abbellite e che dopo un lungo uso sembrano agli uomini solide, canoniche e vincolanti: le verità sono illusioni di cui si è dimenticata la natura illusoria, sono metafore che si sono logorate e hanno perduto ogni forza sensibile. […] Senza dubbio l’uomo dimentica che le cose stanno in questo modo; egli mente, dunque, incoscientemente e per un’abitudine secolare, giungendo al sentimento della verità proprio attraverso questa incoscienza, proprio attraverso questo oblio.[…] Con il sentimento morale di essere obbligati a designare una cosa come rossa, un’altra come fredda, una terza come muta, si risveglia un sentimento morale riferentesi alla verità, dal quale l’uomo trae la conclusione che la verità è degna di rispetto e fiducia, e altresì utile. […] In tal modo egli pone il suo agire sotto il dominio di astrazioni; non ammette di essere trascinato da passioni istantanee e da intuizioni, traendone concetti scoloriti e tiepidi, per aggiogare a essi il carro della sua vita e della sua azione. […] Come genio costruttivo l’uomo si innalza in questo modo al di sopra delle api: queste costruiscono con la cera che raccolgono ricavandola dalla natura, mentre l’uomo costruisce con la materia assai più tenue dei concetti che egli deve fabbricarsi da sé. In ciò egli è degno di grande ammirazione, non già tuttavia a causa del suo impulso verso la verità e la conoscenza pura delle cose. Se qualcuno nasconde qualcosa dietro un cespuglio, se lo ricerca nuovamente là e ve lo ritrova, in questa ricerca e in questa scoperta non vi è molto da lodare: eppure le cose stanno a questo modo riguardo alla ricerca e alla scoperta della ‘verità’ entro il territorio della ragione. Se io formulo la definizione di mammifero e, in seguito, vedendo un cammello, dichiaro: ‘ecco un mammifero’, in tal caso viene portata alla luce senza dubbio una verità, ma quest’ultima è completamente antropomorfica e non contiene neppure un solo elemento che sia ‘vero in sé’, reale e universalmente valido, a prescindere dall’uomo”. F. Nietzsche, Su verità e menzogna in senso extramorale meglio. Nella ‘Parresia’ il parlante fa uso della sua libertà, e sceglie il parlar franco invece della persuasione, la verità invece della falsità o del silenzio, il rischio di morire invece della vita e della sicurezza, la critica invece dell’adulazione, e il dovere morale invece del proprio tornaconto o dell’apatia morale.” M. Foucault, Discorso e verità “Ormai non saprò più Cosa di me pensasse A. Se B. fino all’ultimo non mi abbia perdonato. Perché C. fingesse che fosse tutto a posto. Che parte avesse D. nel silenzio di E. Cosa si aspettasse F., sempre che si aspettasse qualcosa. Perché G. facesse finta, benché sapesse bene. Cosa avesse da nascondere H. Cosa volesse aggiungere I. Se il fatto che io ero lì accanto Avesse un qualunque significato Per J. Per K. E il restante alfabeto.” W. Szymborska, ABC, in: Due punti “Cosa è questa comunicazione, questa parola-marmellata, questa parola-valigia, così la definirebbero i linguisti, che entra in gioco in ogni forma di discorso e in ogni forma di vita, e come tematizzarla nei suoi aspetti essenziali e nelle sue diverse articolazioni semantiche? Come entriamo in comunicazione, come entriamo in relazione, con noi stessi e con gli altri, con la nostra interiorità e con quella degli altri? Le relazioni umane sono faticose talora, e talora dolorose. Come dice Rainer Maria Rilke: ‘Non si deve solo alla pigrizia se le relazioni umane si ripetono così indicibilmente monotone e senza novità da caso a caso, ma alla paura di un’esperienza nuova, imprevedibile, per cui non ci si crede maturi. Ma solo chi è disposto a tutto, chi non esclude nulla, neanche la cosa più enigmatica, vivrà la relazione con un altro come qualcosa di vivente e attingerà sino in fondo alla sua propria esistenza’. […] Comunicare è allora entrare in relazione con se stessi e con gli altri; comunicare è trasmettere esperienze e conoscenze personali; comunicare è uscire da se stessi e immedesimarsi nella vita interiore di un altro da noi: nei suoi pensieri e nelle sue emozioni. In ogni forma di comunicazione, e soprattutto in quella terapeutica, l’io si confronta con un tu nell’orizzonte di un noi che fonde, e trascende, l’io e il tu in una nuova dimensione dalla quale si esce cambiati, e non si è più quelli di prima. […] “La ‘Parresia’, cioè il ‘dir franco’, è un’attività verbale in cui il parlante ha uno specifico rapporto con la verità attraverso la franchezza, una certa relazione con la propria vita attraverso il pericolo, un certo tipo di relazione con se stesso e con gli altri attraverso la critica (autocritica o critica di altre persone), uno specifico rapporto con la legge morale attraverso la libertà e il dovere. Più precisamente, la ‘Parresia’ è un’attività verbale in cui un parlante esprime la propria relazione personale con la verità, e rischia la propria vita perché riconosce che dire la verità è un dovere per aiutare altre persone (o se stesso) a vivere Si comunica con il linguaggio delle parole, con quello del silenzio e con quello del corpo vivente. Le parole sono portatrici di comunicazione e di cura solo quando sono parole leggere e profonde, interiorizzate e calde di emozione, sincere e pulsanti di vita. […] Le parole sono impegnative per chi le dice e per chi le ascolta, cambiano di significato nella misura in cui cambiano i nostri stati d’animo, e non è facile coglierne fino in fondo le risonanze. Le parole, una volta dette, non ci appartengono più, e sono determinanti nell’aprire i cuori alla speranza o nel condurli alla disperazioni. Le parole cambiano il loro significato nella misura in cui si accompagnano al linguaggio del corpo vivente, del sorriso e delle lacrime, degli sguardi e dei gesti, e anche al linguaggio del silenzio: sì, anche il silenzio parla, bisogna saperlo ascoltare.” E. Borgna, Parlarsi DALLA RASSEGNA STAMPA La verità è un peperone Di Maria Grazia Gregori, da: Del Teatro.it, 11.03.2014 C’è qualcosa di nuovo, anzi di antico, sul palcoscenico della sala piccola, piena come un uovo, del Salone Franco Parenti dove si rappresenta Peperoni difficili, nuovo testo di Rosario Lisma qui anche attore e regista, il cui titolo nasce da una complicata ricetta africana per preparare dei peperoni ripieni. In scena, a diretto contatto con gli spettatori, calati nelle ombre e nelle luci della cucina dell’appartamento di un giovane prete nella canonica di una piccola città di provincia, in un continuo andare e venire, ci sono: Giovanni, prete pieno di entusiasmo anche nel sostenere gli amici e i parrocchiani; un bidello, Filippo, amico d’infanzia del parroco, abbandonato dalla moglie, allenatore di calcio dei ragazzini della parrocchia; suo fratello Paolo, bancario, intelligente e iperattivo, spastico senza apparentemente avere la coscienza di esserlo; la sorella del prete, Maria, bella ragazza, arrivata all’improvviso dalla missione in Africa dove è a lungo vissuta per starsene un po’ tranquilla a vivere quel ripensamento che sembra avere influito non solo sulla sua vita ma anche sulla sua vocazione. In questa cucina all’improvviso succede qualcosa che dà fuoco alle polveri: il ragazzo spastico si innamora della ragazza, ma ne è respinto. Tutti si confrontano, criticando gli uni il comportamento degli altri, mettendo a nudo grettezze, idiosincrasie, gelosie, difficoltà. In questa improvvisata comunità che all’inizio sembra avere i numeri giusti per dare vita a una forte condivisione degli stessi bisogni spirituali, cementati da un autentico affetto, tutto sembra andare a gambe all’aria. A fare detonare le diversità, le contrapposizioni c’è l’osservazione della ragazza che, non amando le mezze misure, convinta di non potere mai attingere alla santità, non rinuncia però a porre all’attenzione degli altri temi “pericolosi”: per esempio il chiedersi se la verità abbia un valore assoluto in sé e proprio per questo debba sempre essere detta. La verità, insomma, va cercata a qualsiasi costo perché è negativo mentire a fin di bene. Questo tema innesca una discussione a non finire a livello filosofico all’interno del gruppo basata sulle opposte riflessioni di Agostino d’Ippona e Tommaso d’Aquino in un crescendo quasi autodistruttivo. La fine della storia, ispirata a una vicenda vera, non coincide però con un modo, per così dire “rivoluzionario”, di conoscere e di comportarsi e il sottotitolo della commedia “la verità chiede di essere conosciuta” resterà del tutto disatteso perché il bancario spastico preferirà cullarsi nel fatto che di questa sua malattia non ci si accorge, il prete gli confermerà che è così, il fratello continuerà a vivere nella sua personale infelicità e, quanto alla ragazza, certamente non sarà mai santa. Nuovo e antico scrivevo all’inizio. Nuovo come il testo che Rosario Lisma, attore conosciuto sia in teatro che in cinema (è fra i protagonisti di “La mafia uccide solo d’estate” di Pif), ha scritto mescolando ironia, sorriso e un’inquieta aspettativa. Vecchio perché il modo in cui il tema è trattato nella parte centrale – quella filosofica – riporta alla memoria una certa drammaturgia d’antan e soprattutto un profluvio di parole mentre alla commedia gioverebbero dei tagli ragionati. Buona l’interpretazione degli attori fra i quali spicca la sensitiva, bravissima Anna Della Rosa, fra le protagoniste di “La grande bellezza”, che è Maria, equamente divisa fra il desiderio di assumere su di sé ogni colpa e ogni lode. Le fa da contraltare il sacerdote non esente da dubbi del bravo Rosario Lisma, affiancato dalle convincenti prove di Ugo Giacomazzi (Filippo) e di Andrea Narsi (Paolo). I peperoni difficili e l'eleganza dell'ovvietà di Rosario Lisma Di Tiziana Montrasio, da: Il Sole 24 Ore, 1.01.2015 La verità nuda e cruda è indispensabile o è lecito mediarla per rendere più accettabile l'irreparabile? E' giusto usare definizioni senza filtri o più opportuno far uso di tattiche diplomatiche per non ferire? Sul quesito l'autore-attoreregista Rosario Lisma ha costruito la pièce “Peperoni Difficili”, tornata in scena al Franco Parenti di Milano dopo il successo della scorsa primavera. Il tema non è da strizzacervelli, non c'è da aspettarsi voli pindarici o discussioni filosofiche sull'argomento. Si tratta di uno spaccato di vita quotidiana che ha come epicentro la figura di Giovanni, giovane prete impegnato nel far girare la ruota della sua piccola comunità. Lo scambio dialettico fra i protagonisti dello spettacolo è quasi didattico, di buon livello professionale, i ruoli assegnati partono da semplici stereotipi, non vi sono colpi di scena, né un finale ad effetto e tutto si svolge nel modesto tinello di una piccola parrocchia. Si può tradurre in un elegante ‘esercizio di stile' di quattro bravi professionisti, molto affiatati, che per due ore intrattengono il pubblico seduto nella stessa stanza, senza soluzione di continuità. La trama si riassume in due parole: la quotidianità di Giovanni, interpretato da Lisma, viene sconvolta dall'arrivo improvviso della sorella (Anna Della Rosa) di ritorno da una missione in Africa - peperoni difficili è la traduzione del piatto africano ‘momonguaieghè' cucinato da Maria - che si porta appresso la sua dura esperienza, fatta di verità assolute ma anche di drammatiche testimonianze. La schiettezza e la determinazione della giovane scompaginano la routine dei tre amici, condita di commiserazione, buonismo, affetto e una buona dose di ipocrisia. Amico di Giovanni è il debole e tenero Filippo (Andrea Narsi), ottusamente innamorato della ex moglie che già si accompagna ad un altro uomo, e suo fratello Pietro affetto da ipertonia spastica, ma inconsapevole di essere diversamente abile, con buona pace degli altri due che ne condividono bonariamente la convinzione, definendolo semplicemente maldestro. La brava Anna Della Rosa (giovane attrice che ha partecipato al film La Grande Bellezza di Paolo Sorrentino) piomba come un fulmine sulle loro vite, polverizzando la leadership spirituale del fratello prete, costringendo Filippo ad affrontare la realtà di una moglie che non lo vuole più e annientando le illusioni di Paolo come davanti ad uno specchio. Nulla di che si potrebbe dire. Ma il successo dello spettacolo sembra essere proprio la sua semplicità, costruire un canovaccio con pochi elementi può diventare impresa ardua se non compensata da sapiente regia e professionalità. In realtà la messa in scena ha un meccanismo quasi perfetto - a parte forse un troppo prolungato balletto-incubo di due preti mascherati - grazie ai quattro attori che si rivelano assai convincenti. Il pubblico ha apprezzato e, nonostante si trattasse di una ripresa, sono state diverse le chiamate agli applausi alla ‘prima' milanese. Peperoni difficili al Teatro Elfo Puccini Di Laura Timpanaro, da: Saltinaria.it, 28.06.2015 Risate a crepapelle e commozione fino alle lacrime per la commedia che ha registrato il tutto esaurito per due stagioni in casa Franco Parenti. In scena insieme all'autore e regista Rosario Lisma, Ugo Giacomazzi, Andrea Narsi e la pluripremiata Anna Della Rosa. Al contrario della pietanza del titolo, “Peperoni difficili”, riproposto in occasione dell’Expo per Padiglione Teatri, è una pièce semplice e digeribilissima, che ci riporta alla vita genuina della provincia italiana, alla riscoperta di valori e relazioni che credevamo perduti, nel solco della tradizione drammaturgica di De Filippo. Siamo nell’appartamento di Giovanni, prete di paese dalla vita tranquilla, fatta di appuntamenti parrocchiali, di attività comunitarie, e scandita da due importanti amicizie: Filippo e Pietro. Il primo è un bidello, ex aspirante calciatore di serie A e allenatore della squadra della parrocchia, che soffre di una disperata solitudine per la separazione dalla moglie; Pietro è il fratello di Filippo, analista finanziario in un importante istituto bancario e animatore culturale della vita di paese, affetto da spasticità. Due personalità contrapposte: timido, riservato, votato alla sconfitta Filippo, brillante, carismatico ed intellettualmente vivace Pietro. Ognuno pensa di dover proteggere l’altro: Filippo crede di dover proteggere Pietro dalla consapevolezza della propria diversità, anche perché la loro educazione non ha mai contemplato l’accettazione del problema, ma lo ha sempre nascosto (la loro madre non aveva specchi in casa e ha fatto in modo che non ce ne fossero nemmeno nella casa di Pietro); quest’ultimo pensa di dover difendere Filippo dal suo amore non corrisposto per la sua ex moglie e dalla scoperta che questa ha un nuovo compagno. Giovanni è una pallina da ping pong tra questi fratelli che fanno sorridere e persino commuovere per la loro purezza, è un punto di riferimento, amico, confessore, complice, soprattutto quando si tratta di celare verità che potrebbero risultare dolorose. Improvvisamente nella vita di Giovanni irrompe la sorella Maria, di ritorno da una missione in Africa, fervente sostenitrice dell’importanza della sincerità a tutti i costi. E in occasione della cena di benvenuto per Maria, organizzata da Giovanni, si consuma una commedia degli equivoci dal sapore dolceamaro. Si ride e si ride tanto perché la drammaturgia è un incastro di battute ben confezionate, ma quelle risate, che definire crasse sembra un’esagerazione, ci conducono pian piano allo svelamento dell’amaro da mandare giù. Maria e Pietro, dopo la cena, iniziano a frequentarsi, ed inevitabilmente si innamorano. Lei non può fare a meno di dire la verità e di rivelare all’amato la sua malattia, lui non è mai stato cosciente di come gli altri percepissero la sua diversità. In un’ultima scena che sintetizza il senso del racconto, cioè la presunta necessità della verità, il registro cambia, si toccano le corde dell’emotività e ci si commuove un po’. Ottime le interpretazioni di Rosario Lisma, di Ugo Giacomazzi nei panni di un brillante intellettuale di provincia alle prese con la propria disabilità, e di Andrea Narsi, perfettamente aderente alla disperata solitudine di un uomo abbandonato. Brava anche Anna Della Rosa, unica donna in scena in sinergia con il resto del cast. Rosario Lisma, autore, regista ed interprete di questo affresco di un piccolo mondo contemporaneo ma non troppo, mette in campo tutto l’entusiasmo e la verve necessaria per reggere ben due ore e venti minuti di commedia, tenendo ben presente la tradizione della commedia all’italiana, ma strizzando l’occhio anche ad una comicità alla Verdone. Forse un po’ azzardata l’idea di voler fare della pièce anche un terreno per affrontare dispute teologiche e temi bioetici; proprio in quei tratti, infatti, la potenza drammaturgica si allenta. Risulta piacevole invece l’incursione, seppur breve, nella dimensione onirica e lievemente grottesca del protagonista, che rivelerà il suo peccato più grande: l’invidia, salvo scoprire che “l’invidia non è più un peccato, semmai un difettuccio!”. In una commedia che sembra ormai essere diventata un piccolo cult, respiriamo odori e sapori di una volta, tanta italianità (nel senso positivo del termine), leggerezza e sincerità, ma le dispute teologiche e le incursioni nel territorio dell’etica e della bioetica sono altra pietanza e non possono essere servite come contorno! “Peperoni difficili”, verità difficili, amori difficili Di Benedetta Colasanti, da: corrierespettacolo.it, 6.07.2015 Un’altra messinscena straordinaria per Versiliana Upgrade Festival: Rosario Lisma sale sul palco del Teatro delle Scuderie Granducali di Seravezza il 2 luglio con “Peperoni difficili”. Con grande professionalità, originalità, ma soprattutto con audacia, il regista regala al pubblico una commedia all’italiana, intrisa di tematiche attualissime, rese con comicità ma profondamente toccanti. Due coppie di fratelli: un sacerdote e una giovane e bella missionaria, un bidello e allenatore della squadra dell’oratorio e un bancario erudito e spigliato, ma irrimediabilmente spastico. I quattro amici d’infanzia, tutt’ora legati, si riuniscono in occasione del ritorno della missionaria dall’Africa. Una scenografia curata e ben fatta ci accoglie in un bel soggiorno, in cui i protagonisti consumano una cena a base di peperoni difficili, una ricetta africana. Caratteri diversi, debolezze, problemi, disagi, simili a quelli che ogni giorno tutti incontriamo. Separazioni, divorzi, amori perduti, famiglie distrutte e figli vittime di un meccanismo che raramente si può giustificare, complice la vita e la natura degli uomini. La stessa natura ci fa nascere diversi gli uni dagli altri, o diversamente abili, possibili bersagli di razzismo e di sofferenze. Che cosa resta davanti alla crudeltà presente nel mondo? Oltre ai peperoni difficili finiti accidentalmente sul pavimento, rimane l’altra faccia della medaglia, il bene. Il bagaglio culturale e il peso di una tradizione millenaria che ci portiamo sulle spalle conduce ognuno di noi ad identificare il bene con qualcosa di non esattamente definito, con un credo filosofico, con Dio, con la verità. Quando si è fragili e distrutti non c’è niente di più gratificante dell’avere una spalla su cui piangere. Giovanni, il sacerdote, fa questo, confessa i suoi amici, li consola, li assolve da tutti i peccati, appoggiandoli e dando loro un motivo per andare avanti. Maria, la sorella missionaria, sostiene che bisogna agire, che è facile starsene in parrocchia quando là fuori il male dilaga e rade al suolo villaggi e tribù del terzo mondo; per lei conta soltanto l’essere sinceri, il guardare in faccia la realtà, ammettere che nel mondo non esiste solo Dio che è buono, ma anche tanto male. La verità, però, porterà Filippo, il bidello, e Pietro, il bancario spastico, a capire che i loro problemi sono tangibili e irrisolvibili, quindi nella disperazione. Ma se il mondo ha due facce, come la luna, e se una delle due momentaneamente non è visibile, non vuol dire che essa non esista. Una performance coraggiosa nel portare sul palcoscenico temi delicati e complessi quali la religione e gli handicap. Davvero notevole la recitazione di Ugo Giacomazzi, ma non meno degni di lode Anna Della Rosa, Andrea Narsi e lo stesso Rosario Lisma, responsabile di una regia ben strutturata, comica ma anche struggente ed emozionante, grazie al contributo delle atmosfere rese da luci e musica. Oltre la perizia tecnica, resta impressa la morale della storia: per essere buoni amici non c’è bisogno di essere sacerdoti o di sputare in faccia una realtà che ferisce nel profondo. Basta una parola di conforto, un abbraccio, perfino un mentire a fin di bene. E PER FINIRE………… ….Peperoni ripieni Ingredienti per 2 persone: 2 peperoni 1 porro 1 zucchina 2 spicchi d’aglio 1 melanzana 1 bicchiere di Cous-cous Olio extravergine d’oliva 2 bicchieri di brodo vegetale sale pepe Come procedere: Scegliamo i peperoni di forma arrotondata, abbastanza capienti da poter contenere il ripieno e che possibilmente possano stare “in piedi” da soli. Laviamo tutta la verdura con cura utilizzando abbondante acqua corrente. Tagliamo il “coperchio” ai peperoni e puliamoli internamente da tutti i semini. Fate attenzione a non danneggiarli e a non tagliarli mentre togliete i semini. In una padella soffriggiamo la cipolla e l’aglio tagliati molto finemente. Quando risulteranno ben dorati aggreghiamo tutte le altre verdure tagliate a piccoli dadini. Una volta che le verdure risulteranno ben appassite, aggiungiamo il brodo vegetale. Spegnate il fuoco e aggregate il cous cous a pioggia rimescolando continuamente. Salate e pepate al gusto. Non preoccupatevi se il cous cous non risulterà molto compatto, il cous cous assorbe l’acqua molto lentamente e i grani si gonfino un ponchino alla volta. Lasciate raffreddare per qualche minuto e quindi con l’aiuto di un cucchiaio riempite i peperoni con il cous cous e le verdure. Disponete quindi i peperoni ripieni in una casseruola e infornate nel forno ventilato a 200°C per almeno 35 min. Ricordate di controllare la cottura prima di sfornare, perchè molto dipende dal tipo di forno e dalle dimensioni dei peperoni. Servite caldi, accompagnati da un’insalata di stagione.