I.O.
di Martina Gris
Ho un’omonima.
Il fatto di per sé non ha nulla di eccezionale.
Vive a una decina di chilometri da casa mia, e a parte gli onnipresenti
Mario Rossi, nemmeno questo è eccezionale.
La mia omonima ha la mia stessa età, anche. Lei fa il lavoro che io per
anni ho creduto di voler fare, e all’epoca andavo pericolosamente a
declamarlo in giro. Fa la giornalista, o forse sarebbe meglio dire che
scrive sul quotidiano locale.
Informa che “resteranno inalterati i fondi destinati ai lavoratori
svantaggiati” il che mi pare notevole, soprattutto se l’articolo dovesse
essere scelto come esercizio di memoria per una quarta elementare.
L’ho, se così si può dire, conosciuta in un umido giorno d’estate. Mi è
arrivato un messaggio sul telefonino, da un’amica che sento raramente:
“Ila… che schifooo!”. Ho fatto fatica a capacitarmi di cotanta schifezza
tutta insieme ma non ci badato e non ho risposto. Solo che un’oretta
dopo, mentre ero seduta al bar con un caffè e il giornale davanti ho
pensato anch’io: “Che schifooo!”.
“RECORD DI LUMACHE IN FACCIA”: articolo in prima pagina con tanto
di foto di simpatici gasteropodi assemblati a ricordare, e soprattutto
ricoprire, un ovale dal quale sbucava una punta di naso e più in basso il
colletto di una Lacoste: quel tocco francese che non stona mai.
Occhiello: “Impresa da guinness con 41 animali in viso”. E sotto “di
Ilaria Ottaviani”. Di chi? Di “il mio nome”? Il mio nome tra lumache e visi
strisciati di bava di lumaca? O magari il mio nome scritto con la bava di
lumaca, come i nomi degli amanti sulla sabbia! A quel punto mi si è
chiarito il senso dell’sms arrivatomi, e mi sono stupita che ne fosse
arrivato solo uno.
È cominciata così la mia sfavillante, squattrinata e inconsapevole
carriera di giornalista. Una specie di sogno di bambina che diventava
realtà. E senza muovere un dito. Nel corso del tempo mi sono state
attribuite crociate contro un caso di presunta malasanità nel reparto di
neurologia (“Lo mettono via quello della Neuro?” la domanda più
gettonata), trafiletti celebrativi sulla Sagra della Zucca che va a caccia
dell’IGP e recensioni di dischi di nuovi cantautori che finalmente hanno
il coraggio di cantare la realtà quotidiana “ricordi quanto è stata
bella/quella sera in camporella”.
I riconoscimenti nei miei confronti si sprecano e le anziane amiche della
nonna sono quelle che credono di più che il mio contributo possa essere
essenziale per il buon nome della testata. Dall’alto della loro esperienza
di vita si sbilanciano con continue e gentili richieste, tra le quali una, che
da casuale e infida, strisciando, si insinua di continuo nei loro discorsi,
finché la posso prevedere negli occhietti eccitati da pre-adolescenti:
“Ma perché non intervisti Nicola Terentino?” (Ferrara, 1981. Frontman
del complesso – in tutti i sensi – Nicola Terentino Òrchestra, con
l’accento sulla prima sillaba. Un manzo ingellato con un acuto che, sul
ritornello della mazurka, non si dimentica. Star indiscussa di Canale
Italia, il canale più memorizzato sul tasto sette in paese, e leader nella
diffusione del liscio nel nord-est). È anche un bel tosàt, mi ripetono in
coro due settantottenni.
Se in una di queste innumerevoli occasioni ho tentato di dire che quella
che scrive quegli articoli non sono io? No. Neanche per sogno. Sono tutti
così felici per me! Il nostro paesino di 300 anime ha finalmente trovato
la propria voce! Una penna a sua completa disposizione: e se poi non
risponde mai alle richieste e manco si presta a un trafiletto celebrativo
per i 50 anni di matrimonio dell’ex sindaco, questo non è che un segno
di quanto seria e impegnata (io) sia. Praticamente incorruttibile. Una
che fa bene il suo mestiere, e dio solo sa se ce n’è bisogno.
Ma che faccia ha questa tizia che si porta appresso le 15 lettere del mio
nome nella mia stessa combinazione?
Chi è costei? Io non sono su Facebook per poter indagare, se questa è
l’obiezione elementarissima che mi muovete. Speravo che questo
sarebbe bastato a proteggermi da certi intoppi, ma mi sbagliavo.
Sbagliando si impara. E si resta bocciati, come diceva il mio prof del
liceo.
Ma un giorno che ero a letto con l’influenza, e lei fuori a firmare chissà
cosa col mio nome, mentre me ne stavo sotto le coperte munita della
rassegna stampa completa di gossip (Chi, Oggi, Di Più Tv) e un’unica
concessione alla cronaca locale lei ha raggiunto e superato il limite,
doppiato la mia pazienza, superato a destra la safety car. È stato un
attimo. Taglio basso ma rigorosamente in prima pagina. Ho letto le
prime righe: “La passione per il liscio trasuda dai suoi profondi occhi
neri. Nicola Terentino ha 30 anni e un’eleganza che riempie la stanza e
chi scrive deve confessare di aver fatto fatica a completare l’intervista
senza distrarsi troppo…”
Non mi interessava più che faccia avesse l’omonima. Doveva solo
smetterla! Aveva rovinato la mia credibilità con le amiche della nonna,
che ora mi avrebbero riempito di regali e di “te l’avevo detto che l’era
un bel tosàt”. Mi aveva rovinato piazza, reputazione e possibilità di
uscire con molti uomini alfabetizzati che, ahimè, leggono il giornale.
Dovevo fare qualcosa. L’ideale sarebbe stato un decreto legge: io dovevo
destituirla dal firmare col mio nome! Ma sarebbe stata dura, perché
anche lei doveva esserci piuttosto affezionata. Potevo forse evitare che
lei firmasse gli articoli? Che li scrivesse pure, ma senza metterci il nome.
Oppure che li firmasse con la sua dannatissima firma reale, che almeno
non avrà, non dico la A, ma di sicuro la T uguale alla mia!
E tra i vapori della rabbia mi è apparsa una visione: Mamma Lara. Una
compagna di classe delle superiori, specializzata nel falsificare le firme
dei genitori sul libretto scolastico, che si era meritata questo nome sul
campo. Una presenza indispensabile dalle 7.40 alle 7.55 di almeno tutte
quelle mattine successive a un compito saltato o a una bigiata, e per lo
meno fino al compimento del diciottesimo anno di età. Una figura
professionale con contratto a progetto, potremmo dire. Fondamentale
fino al tal giorno e del tutto trascurabile dal giorno in cui ognuno poteva
scarabocchiare il proprio nome accanto a un’improbabile
Indisposizione. Da quando cioè si cominciava a firmare tirando via sulle
ultime lettere, cosa che rendeva palese la maturità appena raggiunta.
Il pensiero di Mamma Lara, il fatto di avere ancora in rubrica il suo
numero di telefono e di non avere ricordi riguardo a procedimenti a suo
carico o bar di spritz aperti sulle spiagge neozelandesi (come invece era
accaduto ad altri compagni di classe) sono stati tutt’uno con la messa in
opera del mio piano anti-omonima e con la sua assunzione per questo
progetto.
Mi sono messa a lavorare subito e in sei giorni la redazione del
quotidiano ha ricevuto ben 32 richieste, tra lettere ed e-mail, che
chiedevano più responsabilità ai giornalisti. Da quelle più confuse a
quelle più incazzate tutte domandavano comunque un semplice atto
simbolico: mettere la propria firma sotto a tutti gli articoli, molti dei
quali sono tendenziosi, imprecisi e giudicanti. La gente era stufa.
Dall’impiegato alla casalinga erano tutti esasperati dal dover leggere
che tutti sbagliavano, che tutti erano poco seri, senza senso della
decenza e del limite (con ovvio riferimento alle lumache). Loro, i Signori
Giornalisti, non sbagliavano mai? Erano forse infallibili? E perché
andare contro medici che facevano solo il loro mestiere? O vedere
sempre e solo il marcio di quello che avevano fatto le amministrazioni
comunali? Visto che non ci mettevano la faccia, e che facevano un lavoro
nel quale ci si nascondeva dietro un dito… che ci mettessero almeno la
firma! Sì, la firma. Quella vera, fatta a penna, quella dei documenti e
degli assegni. La richiesta era simbolica ma da qualche parte bisognava
pur cominciare! Le lettere e richieste erano tutte ovviamente anonime,
perché fino a che i Signori Giornalisti non firmano “davvero” nemmeno
noi diremo chi siamo.
È stata l’influenza più produttiva della mia vita: temevo di aver
esagerato, in preda alla febbre, ma i risultati sono stati tutti dalla mia.
Il gruppo editoriale dovrebbe ringraziarmi. Un incremento del 20 per
cento nelle vendite fin dal primo giorno delle firme vere. RaiUno che ci
fa un servizio e intervista il direttore del giornale dalla capigliatura con
la riga in mezzo (e il resto a latere). Il faccione si alterna sullo schermo a
immagini del giornale che viene sfogliato e a qualche zoom sulle firme.
Anche sulla “sua”: in quell’istante spengo il cellulare e accendo il
computer.
“Caro direttore…” e al terzo tentativo ho prodotto una lettera di
dimissioni nel perfetto stile della sua presunta autrice che parla di “una
scelta dolorosa ma doverosa che fa seguito a questa inspiegabile
abitudine di firmare i pezzi. Una scelta prima accettata per uniformarsi
alla testata ma poi meditata e disapprovata. Una decisione che non è
trattabile bensì inderogabile”.
Mamma Lara non ha perso lo smalto. La firma che deve copiare da uno
dei tanti articoli autenticati a sua disposizione è orrenda, neanche a
dirlo. Tutte le 15 lettere puntute e senza armonia. Il puntino anche sulla
prima I e un’infinità di spazio tra nome e cognome! Mamma Lara si
esercita con calma e si blocca solo un momento, quando la sfiora il
pensiero che potrebbe esistere anche una sua omonima… Ho evitato di
farle presente che lei ha il doppio cognome, sia quello della madre che
quello del padre, e risulta statisticamente più dura che si trovi nelle mie
condizioni. Ma ho apprezzato la partecipazione e soprattutto che – a
differenza di un vero falsario – l’ho comprata con un aperi-cena, come
dice lei.
Mi sono infilata i guanti di lana rossa con il logo dorato NT (regalo della
vicina di casa della nonna, comprato all’ultima serata della Nicola
Terentino Òrchestra, scelto accuratamente tra i gadget disponibili
sapendo di farmi un regalo gradito) e sono finalmente corsa a imbucare
la lettera. Ho avuto un’unica esitazione: mancava il mittente. Avrei
anche potuto scrivere il (mio) nome e sotto il (suo) indirizzo: tanto
quella vera vive altrove.
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Ho un`omonima. Il fatto di per sé non ha nulla di