qvisqvis amat valeat pereat qui nescit amare
bis tanto pereat qvisqvis amare vetat
Viva chi ama! e chi non lo sa fare possa morire.
Morte doppia colpisca chi proibisce l’amore.
Iscrizione su un muro di Pompei
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§ Cose che mi piacciono §
In primavera, il tramonto: posso sentire l’aria assottigliarsi mentre tutta la luce si ritira verso il mare, assorbita in un vortice arancione. Allora si infittiscono gli
stormi delle rondini, come un ultimo nugolo di frecce
che risuonano acute. In estate, mi piace fermare il venditore di ricottine fresche appena entrato dalla porta
della città, quando ha il paniere ancora pieno e ben
coperto: appoggiatolo a terra, solleva il panno e a me
arriva una folata di profumo di latte e di montagna. È
piacevole tendere la mano e sentire sul palmo la consistenza lieve della foglia di vite sulla quale si poserà
la ricottina bianca sgusciando fuori dalla sua fiscella di
vimini. In inverno, aspettando che il fuoco nel braciere prenda bene, mentre sventagli forte la carbonella e
scosti un po’ la testa per non prendere in faccia tutto il
fumo, cogliere con la coda dell’occhio un volo di scintille è piacevole. Come tutte le cose che a non pensarci sono ovvie, ma a pensarci davvero, per un attimo
terribile e incantevole, ti fanno consapevole dell’essere
qui e ora, tu, una persona viva, forse senza un domani.
Perché al domani si può sempre credere, ma nel non
crederci troppo sta la vera saggezza. Bello è anche, nel
primo pomeriggio della nuova stagione teatrale, stare
con un vestito carino in mezzo alle tue amiche nel tuo
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posto preferito e guardare giù dalla cavea verso il palcoscenico scivolando sulla distesa ondosa delle teste degli altri spettatori che continuano a alzarsi e a risedersi
nell’attesa che inizi lo spettacolo. Più gente c’è, e più
è facile che la bottega di mio padre riesca a smerciare tutta l’edizione di tavolette con il programma della
giornata, e anche qualche libretto.
Per essere onesta, i tramonti mi piace ammirarli dalla
terrazza della zia Plotilla, costruita abusivamente sulle
mura come tutte le altre case di lusso attorno. Ma quello non è mai un piacere puro, è sempre un po’ inquinato dal dovere sociale di ripetere per l’ennesima volta
alla zia che il suo affaccio a mare è il più invidiabile di
tutta Pompei e che noi parenti poveri non manchiamo
mai di invidiarglielo.
§ Cose che mi piacerebbero §
Una casa, una casa, una casa. Quella che avevo si è
disfatta come un budino di sabbia nel grande terremoto dell’anno scorso. Non che fosse un granché: una
villetta a schiera con tre piccole stanze a piano terra
e altre due al primo piano, ma aveva un balconcino e
anche un accenno di cortile, sufficiente per un’aiuola,
un albero e un paio di vasi di basilico, che purifica
l’aria e tiene lontani gli scorpioni (ma non i terremoti). In attesa di trovare i denari per rifare il tetto, le
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tubature e tutti quei tramezzi crollati, stiamo da allora a casa di mio padre. Ospitalissimo, generosissimo,
contentissimo, lui. Non gli pesa per niente avere sei
persone in più da comandare a bacchetta oltre a quelle
che tiene normalmente sottoposte tra familiari e copisti, 14, no, 13: Gennara e Corinna, con Polibio il portinaio e Venerina la nostra bambinaia fanno quattro,
poi ci sono Elio Cidino con Elia Flora e i loro figli che
stanno nell’appartamentino separato sopra il negozio
e fanno dieci, ma vanno contati anche gli altri tre copisti che non vivono in casa, i Tre Publii, perché durante il giorno ci sono sempre, e poi Nonio Lorica...
no, a parte il fatto che non si lascia comandare più di
tanto, Nonio vive nella bottega nuova alle Terme del
Foro e non va contato, quindi calcolando anche noi
papà può governare su 21 persone. E i miei cognati e
le mie due sorelle e tutti i loro figli quando vengono
in visita da Ercolano.
L’altra cosa che mi piacerebbe, meno urgente, è vedere un po’ il resto del mondo. Finora sono andata
soltanto fino a Napoli, e ovviamente a Ercolano e, qui
vicino, a Nocera, poi un po’ più lontano a Nola, e,
quando ero così piccola che quasi non me ne ricordo, mi hanno portata a Capua. Viaggiare certamente
presenta anche il vantaggio di toglierti dai piedi e dalla vista mariti, soci dei mariti, figli e figlie chiassosi,
padri con concubine e altri parenti assortiti e relativi
problemi e relativi soffocamenti, ma questo non significa che sognare di viaggiare e sognare di andarsene da questa casa troppo affollata o da tutte le case
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crollate o sul punto di crollare siano lo stesso identico
desiderio. Sono due desideri diversi, tutti e due assolutamente inconfessabili da parte di una signora, sia
pure emancipata e squattrinata come me. Perché voler
andare a Roma almeno una volta nella vita è normale,
incantarsi sul molo a guardare le navi fantasticando di
Iberia e di Scizia e di Ultima Thule mentre i marinai ti
guardano il sedere e fischiano, no, non sta bene.
§§§§
Diciamolo subito: ho due mariti e tre figli, nessuno
dei quali è mio. Importa a qualcuno? No. L’importante è che tutte le carte siano in regola. Qui da noi in
Campania funziona così. E in casa di Numerio Vibio
Calamo non potrebbe essere diversamente neanche volendo. Lo sanno perfino le gemelle, sette anni scarsi a
testa.
«Qual è il colmo per un libraio?» sentii che domandava Elianilla, e Gemina che le rispondeva a bruciapelo: «Non avere le carte in regola!».
Dopodiché si misero a saltare e a correre ridendo per
tutto l’atrio. Schiamazzavano apposta, con il preciso intento di far perdere il ritmo al nonno che dettava e far
sbagliare i copisti che scrivevano. Potevo anche capirle:
dopo giorni e giorni che le orecchie ti ronzano per la
declamazione ininterrotta di un trattato di agronomia,
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si diventa tutte un pochino nervose. Ma gli affari di
papà sono affari anche nostri, perciò non aspettai che si
girasse una seconda volta a darci un’occhiataccia, afferrai al volo le bambine e, tirando e spingendo, le portai
fuori dall’atrio, su per i gradini del corridoio e dietro le
colonne del porticato, fino in fondo al giardino.
«State qua, zitte e buone. Volete che ci cacciano? Volete che ce ne andiamo a dormire per la strada in mezzo
ai cani?».
Elianilla fece subito gli occhioni contriti e si ficcò un
dito in bocca. Con Gemina invece le intimidazioni non
mi riescono mai.
«Era una domanda retorica, non è vero?» contrattaccò fissandomi con un’aria sinceramente interessata.
«Se era una domanda retorica ti dobbiamo rispondere
quello che vuoi tu».
«Esatto» sospirai. «E dunque?».
«E dunque la risposta è: no, mammina, non vogliamo andare a dormire per la strada in mezzo ai cani».
«E dunque?» mi ostinai, nella speranza che, ritorcendole contro il giochetto, l’avrei costretta a dare la vera
risposta che volevo sentire: e dunque d’ora in poi faremo le brave e non ti metteremo più in imbarazzo.
Macché. La botola della cantina sotto il triclinio estivo
si sollevò e dalle scale emerse la testa di Gennara, la
concubina di papà, tutta rossa e sbuffante per la fatica.
Gemina ne approfittò per battere in ritirata, con Elianilla al seguito.
«Che fai, esci?» mi domandò affannando Gennara
mentre accorrevo per aiutarla a reggere il panciuto vaso
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