15 maggio
Anno B
PADRE NOSTRO
ORAZIONE CONCLUSIVA
Preghiamo
Guarda, o Padre, al tuo popolo,
che professa la sua fede in Gesù Cristo,
nato da Maria Vergine,
crocifisso e risorto,
presente in questo santo sacramento
e fa' che attinga da questa sorgente di ogni grazia
frutti di salvezza eterna.
Per Cristo nostro Signore. R. Amen.
R. Amen.
BENEDIZIONE EUCARISTICA
ACCLAMAZIONE: RIT.: O Surrexit Christus, alleluia! Cantate Domino, alleluia!
Ti aspettiamo
per i prossimi
appuntamenti!!!
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E SE LA FEDE AVESSE RAGIONE?
15 Maggio 2014
Materiali per la preghiera e
la catechesi
15 maggio
ACCOGLIENZA
Monizione:
Rifletteremo questa sera sul grande dono della salvezza donataci dal mistero
pasquale di Cristo Gesù. Questo dono continua a raggiungerci attraverso la
grazia dei sacramenti, particolarmente attraverso il gesto sacramentale del
remissione e del perdono dei peccati.
La misericordia di Dio è luce che squarcia le tenebre del nostro peccato,
è luce che illumina la nostra profondità ridonando bellezza e forza,
è luce che avvolge di pace la nostra vita.
(Alcune lampade a forma di croce illuminano il presbiterio, l’assemblea si
prepara all’ascolto della catechesi con il canto)
Rit. Questa notte non è più notte davanti a te
il buio come la luce risplende
- Dio onnipotente e misericordioso che ci hai riuniti nel nome de tuo
Figlio, per darci grazia e misericordia nel momento opportuno, apri i
nostri occhi perché vediamo il male commesso e tocca il nostro cuore
perché ci convertiamo a Te. Rit.
- Il tuo amore componga nell’unità ciò che la colpa ha disgregato; la tua
potenza guarisca le ferite e sostenga la nostra debolezza; il tuo Spirito
rinnovi tutta la nostra vita e ci ridoni la forza della tua carità perché risplenda in noi l’immagine del tuo Figlio e tutti gli uomini riconoscano
nel volto della Chiesa la gloria di colui che tu hai mandato, Gesù Cristo il
Crocifisso glorioso. Rit.
- Dio Padre di misericordia che ha riconciliato a sé il mondo nella morte
e resurrezione del suo Figlio, e ha effuso lo Spirito Santo per la remissione dei peccati ci conceda mediante il ministero della Chiesa il perdono e
la pace. Rit.
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E SE LA FEDE AVESSE RAGIONE?
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ADORAZIONE CONCLUSIVA
- CANTO
Prima del tempo
prima ancora che la terra
cominciasse a vivere
il Verbo era presso Dio.
Venne nel mondo
e per non abbandonarci
in questo viaggio ci lasciò
tutto se stesso come pane.
Verbum caro factum est
Verbum panis factum est.
Prima del tempo
quando l'universo fu creato
dall'oscurità
il Verbo era presso Dio.
Venne nel mondo
nella sua misericordia
Dio ha mandato il Figlio suo
tutto se stesso come pane.
Verbum caro factum est
Verbum panis factum est.
Qui spezzi ancora il pane in mezzo a noi
e chiunque mangerà non avrà più fame.
Qui vive la tua chiesa intorno a te
dove ognuno troverà la sua vera casa.
Verbum caro factum est...
- MONIZIONE DEL MINISTRO
- VANGELO
Lettura dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 20,19-23)
La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte
del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù,
stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e
il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo:
«Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto
questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui
perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non
saranno perdonati».
INTERCESSIONI E RITORNELLO CANTATO
RIT.: O Surrexit Christus, alleluia! Cantate Domino, alleluia!
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Beati i puri di cuore. (Mt 5,8)
· Credo che, con la grazia di Dio, posso vivere puro e casto?
· Sono puro di cuore e negli affetti?
· Ho coltivato pensieri o desideri non buoni? Ho fatto discorsi cattivi?
· Ho commesso atti impuri da solo, con altri? Ho letto o guardato riviste pornografiche? Come uso la televisione, internet, ecc.
· Su tutto questo mi confesso con sincerità o non ho mai detto nulla?
Chi odia il proprio fratello è omicida (1 Gv 3,15)
· Ho sentimenti di odio, rancore, gelosia?
· Sono mite o violento, autoritario, prepotente?
· Ho sempre perdonato?
Non mentitevi gli uni gli altri. (Col 3,9)
· Ho giurato il falso? Ho detto bugie?
· Ho mormorato, calunniato, detto male degli altri?
· Ho giudicato, criticato, condannato?
· Voglio avere sempre ragione? Sono testardo?
I TUOI RAPPORTI CON LE COSE
“Dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore”. (Lc 12,34)
· Sono troppo attaccato alle cose, ai soldi, ai vestiti, alle comodità?
· Ho sprecato denaro in lusso esagerato e inutile?
· Penso anche agli altri? Cosa faccio per i poveri?
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CANTO allo Spirito Santo
VIENI SANTO SPIRITO DI DIO,
COME VENTO SOFFIA SULLA CHIESA!
VIENI COME FUOCO, ARDI IN NOI
E CON TE SAREMO VERI TESTIMONI DI GESÙ.
Sei vento: spazza il cielo
dalle nubi del timore;
sei fuoco: sciogli il gelo
e accendi in nostro ardore.
Spirito creatore
scendi su di noi! Rit.
Tu bruci tutti i semi
di morte e di peccato;
tu scuoti le certezze
che ingannano la vita.
Fonte di sapienza,
scendi su di noi! Rit.
Non abbiamo portato nulla in questo mondo
e non potremo portar via nulla. (1 Tim 6,7-8)
· Mi accontento di ciò che ho o sono avido e invidioso di chi sta meglio?
· Ho rubato?
· Ho pagato i servizi pubblici (tram, treno)?
La fine di tutte le cose è vicina.
Siate dunque moderati e sobri per dedicarvi alla preghiera. (1 Pt 4,7)
· Spreco il tempo e le cose? Rispetto la natura?
· Mi controllo nel cibo, negli alcolici, nel fumo?
· Faccio uso di droghe di qualsiasi tipo?
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Un aiuto per La tua confessione
SIMBOLO DEGLI APOSTOLI
Io credo in Dio, Padre onnipotente,
Creatore del cielo e della terra.
E in Gesù Cristo, suo unico Figlio,
nostro Signore,
il quale fu concepito di Spirito Santo,
nacque da Maria Vergine,
patì sotto Ponzio Pilato,
fu crocifisso, morì e fu sepolto;
discese agli inferi;
il terzo giorno risuscitò da morte;
salì al cielo,
siede alla destra di Dio Padre onnipotente:
di là verrà a giudicare i vivi e i morti.
Credo nello Spirito Santo,
la santa Chiesa cattolica,
la comunione dei santi,
la remissione dei peccati,
la risurrezione della carne,
la vita eterna.
Amen.
I TUOI RAPPORTI CON DIO
Senza la fede è impossibile essere grati a Dio. (Eb 11,6)
· Ho fame di santità nella mia vita?
· Sono rassegnato ad essere mediocre, tiepido?
· Leggo la Parola di Dio contenuta nella Bibbia?
Pregate incessantemente. (Ef 6,18)
· Penso a quello che dico? Prego con attenzione?
· Dedico ogni giorno un po’ di tempo (10-15 minuti) a Dio, oppure me la sbrigo in
fretta magari quando sono già a letto?
· Prego solo quando ne ho bisogno o so pregare anche quando non ci provo alcun gusto e non ne sento la necessità?
Non pronunciate invano il nome del Signore. (Es 20,7)
· Ho detto bestemmie?
· Ho nominato invano il nome di Dio, della Madonna o dei Santi?
I primi cristiani erano assidui nell’ascoltare gli insegnamenti degli Apostoli, nella
frazione del pane e nelle preghiere. (At 2,42)
· Vado a Messa la domenica? Vi partecipo con attenzione? Ricevo la Santa Comunione in grazia di Dio? Mi confesso con regolarità?
Chi si vergognerà di me, io mi vergognerò di lui. (Lc 9,26)
· Professo con coraggio e dovunque la mia fede cristiana?
I TUOI RAPPORTI CON IL PROSSIMO
Amatevi come io vi ho amati.(Gv 13,34)
· Sono capace di affetto, di fiducia, di amicizia, di gentilezza, di comprensione, di
fedeltà? (e fedeltà è dedicare la propria vita, è il dono di sé!)
· In famiglia so accettare, ascoltare, rispettare e amare gli anziani? Aiuto i malati,
i deboli?
Chi non vuole lavorare neppure mangi. (2 Ts 3,10)
· Sul lavoro o nello studio sono stato pigro?
· Ho perso tempo? Sono sleale e arrivista?
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LA PENITENZA
Spazio per appunti...
Il perdono pasquale
Vogliamo meditare questa sera sul sacramento della Riconciliazione.
Per lo più siamo abituati a collegare questo sacramento con il tempo quaresimale, sottolineando giustamente l’aspetto del pentimento per i nostri
peccati di fronte alla contemplazione di Cristo crocifisso. Spesso però non
cogliamo a sufficienza la dimensione pasquale che caratterizza la celebrazione del sacramento della Penitenza. Il perdono dei peccato, infatti, è il
grande dono che il Risorto fa al popolo di Dio: un dono che ci raggiunge
anzitutto nel Battesimo e poi accompagna tutta la nostra vita cristiana.
È bello dunque riflettere sul sacramento della Confessione nella luce
della Pasqua di Gesù, vedendo in esso un momento della sua vittoria pasquale sui due nemici che la Scrittura mostra sempre congiunti tra di loro: il
peccato e la morte. Ci aiuta anzitutto una bella affermazione di Benedetto
XVI che in una sua omelia dice: “Il sacramento della penitenza è uno dei
tesori preziosi della Chiesa, perché solo nel perdono si compie il vero rinnovamento del mondo. Nulla può migliorare nel mondo, se il male non è superato. E il male può essere superato solo con il perdono. Certamente, deve essere un perdono efficace. Ma questo perdono può darcelo solo il Signore. Un perdono che non allontana il male solo a parole, ma realmente
lo distrugge”. La risurrezione di Cristo costituisce il vero superamento del
male, la vera sconfitta del suo potere devastante, e dunque l’autentica sorgente di ogni rinnovamento del mondo, che deve sempre necessariamente
passare attraverso il rinnovamento del cuore e della coscienza di ciascuno.
Quante volte di fronte al male che vediamo nella storia, nella società e, se
siamo onesti, anzitutto in noi stessi, ci viene da lamentarci e da scoraggiarci! Quanti appelli sentiamo quotidianamente contro la corruzione, l’ingiustizia, la violenza, il degrado morale….Spesso però tutto questo si riduce ad
auspicio retorico, quando non diviene addirittura strumento demagogico e
populistico. La vittoria pasquale di Cristo, invece, costituisce la vittoria reale
sul peccato, la vittoria capace di togliere dall’uomo il cuore di pietra e donargli un cuore nuovo. Paolo ha sperimentato nella sua vita la potenza pasquale del perdono e ha scritto: “Se uno è in Cristo, è una creatura nuova;
le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove” (2Cor 5,17).
Il Vangelo di Giovanni sottolinea con molta forza questo radicamento
pasquale del perdono, quando racconta l’apparizione di Cristo Risorto agli
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Undici la sera di Pasqua. Gesù attraverso le porte chiuse entra nel luogo
dove si trovavano i discepoli e li saluta due volte dicendo: la pace sia con
voi! Al saluto di pace del Signore seguono due gesti decisivi: il Signore chiama gli apostoli a essere definitivamente e autorevolmente partecipi della
sua missione, dicendo loro: “Come il Padre ha mandato me, così io mando
voi” (Gv 20,21) e poi effonde su di loro lo Spirito, consegnando loro il potere di rimettere i peccati: “Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi” (Gv 20,23).
Si potrebbe dire che Cristo Risorto porta in sé, nella sua umanità pasquale, l’assoluzione per tutti i peccati del mondo e affida agli apostoli il
compito di amministrare il perdono, di renderlo vero ed effettivo nella vita
della Chiesa, nella storia dei credenti di ogni tempo e di ogni luogo. Ed è
significativo che tale potere viene affidato aglio Undici attraverso il dono
dello Spirito, trasmesso attraverso il gesto simbolico del soffio datore di
vita. In questo soffio del Risorto è facile riconoscere un’allusione al racconto della creazione, quando Dio “plasmò l’uomo con polvere del suolo e
soffiò nelle sue narici un alito di vita” (Gn 2,7). Ciò significa molto concretamente che lo Spirito del Risorto, lo Spirito del perdono è il principio di
una nuova creazione. Questa è una verità veramente splendida, che riempie il cuore di gioia e di speranza. Noi tutti, grazie al perdono pasquale, siamo chiamati a vivere nel soffio dello Spirito che fa nuove tutte le cose. Il
soffio dello Spirito è l’habitat della Chiesa e la sorgente di tutti i doni.
Proprio questa luce pasquale, però, permette di cogliere anche in modo più profondo la terribile drammaticità del peccato. Se il perdono è una
nuova creazione, se esso viene dalla risurrezione di Cristo, dalla sua vittoria
sulla morte, se esso sgorga dal costato del Redentore glorificato, allora
comprendiamo che il peccato è davvero una cosa seria, terribile. Esso è la
realtà più distruttiva che si possa immaginare. Esso genera terribili sofferenze per i singoli, per le comunità, per l’umanità intera. È l’anti-creazione,
la distruzione del cosmo voluto da Dio, il tentativo di stabilire la legge del
caos, del disordine, dell’insensatezza, della prepotenza, dell’assurdo.
Vorrei richiamare particolarmente una caratteristica del peccato,
sottolineata più volte dall’evangelista Giovanni, ossia il fatto che il peccato
è tenebra. Fin dal Prologo del suo Vangelo Giovanni presenta il contrasto
tra Gesù, che è la luce vera, e “le tenebre non l’hanno vinta” (1,5); più
avanti poi afferma: “Il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli
uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano
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mettiamo di essere peccatori, allora...non conosciamo il Cuore del Signore, e
non avremo mai la gioia di sentire questa Misericordia"
"Non è facile affidarsi alla Misericordia di Dio, perché quello è un abisso
incomprensibile. Eppure...dobbiamo farlo"
"«Oh, padre, se lei conoscesse la mia vita, non mi parlerebbe così!".
"Perché?, cosa hai fatto?". "Oh, ne ho fatte di grosse!". "Meglio! Vai da Gesù: a
Lui piace se gli racconti queste cose!"»...Torniamo al Signore. Il Signore mai si
stanca di perdonare: mai! Siamo noi che ci stanchiamo di chiederGli perdono. E
chiediamo la grazia di non stancarci di chiedere perdono, perché Lui mai si
stanca di perdonare. Chiediamo questa grazia."
"Colpisce che da Gesù non sentiamo parole di disprezzo, non sentiamo
parole di condanna, ma soltanto parole di amore, di Misericordia...che invitano
alla conversione: «non peccare più»."
"Avete pensato voi alla pazienza di Dio, la pazienza che Lui ha con ciascuno di noi? Quella è la Sua Misericordia. Sempre ha pazienza, pazienza con noi,
ci comprende, ci attende, non si stanca di perdonarci se sappiamo tornare a Lui
con il cuore contrito. "Grande è la Misericordia del Signore", dice il Salmo."
"«Misericordia è la parola che cambia tutto. È il meglio che noi possiamo
sentire: cambia il mondo. Un po’ di misericordia rende il mondo meno freddo e
più giusto»."
"È venuta da me una donna anziana, umile, molto umile, ultraottantenne.
Io l’ho guardata e le ho detto: "Nonna – perché da noi si dice così agli anziani:
nonna – lei vuole confessarsi?". "Sì", mi ha detto. "Ma se lei non ha peccato …".
E lei mi ha detto: "Tutti abbiamo peccati …". "Ma forse il Signore non li perdona
…". "Il Signore perdona tutto", mi ha detto: sicura. "Ma come lo sa, lei, signora?". "Se il Signore non perdonasse tutto, il mondo non esisterebbe". Io ho sentito una voglia di domandarle: "Mi dica, signora, lei ha studiato alla Gregoriana?", perché quella è la sapienza che dà lo Spirito Santo: la sapienza interiore
verso la Misericordia di Dio."
"Il problema è che noi ci stanchiamo, noi non vogliamo, ci stanchiamo di
chiedere perdono. Lui mai si stanca di perdonare, ma noi, a volte, ci stanchiamo di chiedere perdono»."
"Invochiamo...la Madonna, che ha avuto tra le sue braccia la Misericordia
di Dio fatta Uomo."
"Non dimenticate questo: il Signore mai si stanca di perdonare! Siamo noi
che ci stanchiamo di chiedere il perdono.”
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ge le frontiere, conduce gli uni verso gli altri. La forza, che apre e fa superare
Babele, è la forza del perdono. Gesù può donare il perdono ed il potere di perdonare, perché egli stesso ha sofferto le conseguenze della colpa e le ha dissolte nella fiamma del suo amore. Il perdono viene dalla croce; egli trasforma il
mondo con l’amore che si dona. Il suo cuore aperto sulla croce è la porta attraverso cui entra nel mondo la grazia del perdono. E soltanto questa grazia può
trasformare il mondo ed edificare la pace. “Un Gesù che sia d'accordo con tutto
e con tutti, un Gesù senza la sua santa ira, senza la durezza della verità e del
vero amore, non è il vero Gesù come lo mostra la Scrittura, ma una sua miserabile caricatura. Una concezione del "vangelo" dove non esista più la serietà
dell'ira di Dio, non ha niente a che fare con la vangelo biblico. Un vero perdono
è qualcosa del tutto diverso da un debole "lasciar correre". Il perdono è esigente e chiede ad entrambi - a chi lo riceve ed a chi lo dona - una presa di posizione
che concerne l'intero loro essere. Un Gesù che approva tutto è un Gesù senza la
croce, perché allora non c'è bisogno del dolore della croce per guarire l'uomo. Ed effettivamente la croce viene sempre più estromessa dalla teologia e
falsamente interpretata come una brutta avventura o come un affare puramente politico. La croce come espiazione, la croce come "forma" del perdono e
della salvezza non si adatta ad un certo schema del pensiero moderno. Solo
quando si vede bene il nesso fra verità ed amore, la croce diviene comprensibile nella sua vera profondità teologica. Il perdono ha a che fare con la verità e
perciò esige la croce del Figlio ed esige la nostra conversione. Perdono è appunto restaurazione della verità, rinnovamento dell'essere e superamento della
menzogna nascosta in ogni peccato. Il peccato è sempre, per sua essenza, un
abbandono della verità del proprio essere e quindi della verità voluta dal Creatore, da Dio” (Da Joseph Ratzinger, "Guardare a Cristo", pag. 76, Jaca Book
1986)
Dall’Angelus di Papa Francesco del 17-3-2013
“Da una parte c'è...il popolo che voleva sentire le parole di
Gesù, il popolo di cuore aperto, bisognoso della Parola di
Dio...dall'altra ci sono...altri, che non sentivano niente,
non potevano sentire; e sono quelli che sono andati con
quella donna: «Senti, Maestro, questa è una tale, è una
quale… Dobbiamo fare quello che Mosè ci ha comandato di fare con queste
donne»"
"Siamo questo popolo che, da una parte vuole sentire Gesù, ma dall'altra,
a volte, ci piace bastonare gli altri, condannare gli altri...Gesù ci viene incontro
e ci perdona...quando noi riconosciamo che siamo peccatori...Ma se non am14
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malvagie. Chiunque fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le
sue opere non vengano riprovate” (3,19-20). Dopo che Giuda ha preso il
boccone del tradimento, Giovanni racconta che egli uscì dal cenacolo “ed
era notte” (13,30). In questa annotazione è realmente descritta la situazione del peccatore: chi abbandona la luce di Cristo sprofonda nella notte del
male. Anche Paolo usa spesso la metafora delle tenebre per parlare del
peccato. Egli ricorda ai primi cristiani che non sono “della notte, né delle
tenebre” (1Ts 5,5) ed esorta: “Se un tempo eravate tenebra, ora siete luce
nel Signore. Comportatevi perciò come i figli della luce” (Ef 5,8). Ciò significa che dove arriva il peccato, arriva la notte del cuore.
Il peccato dunque non è semplicemente uno sbaglio, che può essere
riconosciuto e corretto da chi lo compie. Il peccato genera una schiavitù da
cui non si viene fuori con le proprie forze. Il peccato ottenebra la coscienza,
rende buio il cuore, debole la volontà, oscuro il giudizio. E di fatto il peccatore non si rende mai conto veramente della serietà della condizione. Se si
vuol capire che cosa è il peccato, non bisogna interrogare al peccatore, ma
il santo. I santi, che sono nella luce, vedono con chiarezza il dramma del
male e ne inorridiscono, spendendo tutta la loro vita per mettersi al servizio dei fratelli, perché si aprano alla misericordia che li può salvare. I cristiani tiepidi, invece, si considerano giusti con le loro forze, non si confrontano
con l’amore di Dio, che conoscono troppo poco, ma con gli altri uomini che
sembrano sempre peggiori di loro (cfr. la parabole del fariseo e del pubblicano); in questo modo banalizzano il peccato, non sanno mai di che cosa
veramente debbano chiedere perdono a Dio; se si confessano, lo fanno di
rado, pensando quasi di fare un piacere al Signore; prendono in considerazione certe mancanze, ma sottovalutano l’aspetto decisivo, che è la marginalità che Dio ha nella loro vita, la tiepidezza con cui rispondono all’infinita
grandezza del suo amore. Ciò mostra quanta tenebra c’è in loro, ossia c’è in
noi. Il peccatore incallito, poi, arriva a non avere più speranza, a essere talmente prigioniero delle proprie tenebre da non vedere alcuna luce, alcuna
via di uscita. Arriva ad amare il male che compie, che diventa in lui come
una seconda natura, come una seconda pelle. In lui la tenebra del male
diviene realmente tenebra di morte.
Alla luce di queste considerazioni ci dovrebbe apparire in tutta la sua
scandalosità il fatto che il male spesso si presenti bello e attraente, seducente e affascinante. Il suo fascino apparente, infatti, non è altro che una
menzogna, che ben presto si rivela deludente e amara; essa però è lo strumento con cui il male cerca di attirare l’uomo nei suoi tentacoli. Contem-
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plare la vittoria pasquale di Cristo significa invece lasciarsi attirare dalla
vera bellezza, quella che genera pace e dona il soffio dello Spirito. Solo chi
è affascinato dalla bellezza della luce pasquale, può celebrare la vittoria
sulla potenza del male. Ecco perché la domenica dopo Pasqua, quella in cui
si legge la pagina di Giovanni che abbiamo richiamato, è stata dedicata da
San Giovanni Paolo II alla Divina Misericordia. Ecco perché l’annuncio della
potenza liberante del perdono di Dio costituisce il centro dell’annuncio
della Chiesa, il centro del pontificato di Papa Francesco. Non è puramente
un messaggio “sentimentale”: è l’annuncio della forza della Pasqua di Gesù che cambia il mondo.
Così pure alla luce delle cose fin qui dette, dovrebbe apparire chiaro il
carattere di illusione pericolosa che c’è nell’idea di “confessarsi direttamente con Dio”. Non ci sembra che l’idea che “confessarsi è brutto” venga
dalla stessa sorgente che fa ritenere che “peccare è bello”? Quanto inganno c’è in questa idea! Come se fare luce sulle proprie colpe, fosse una cosa
semplice! Come se Cristo non avesse affidato agli apostoli la missione di
amministrare il suo perdono pasquale! Come se peccato e conversione
fossero puramente un fatto privato! La comunità nata dalla Pasqua è il luogo in cui fare esperienza della forza rinnovante dello Spirito, attraverso un
sincero percorso che porti a fare verità sulla propria vita. Il sacramento
della Penitenza, affidato ai ministri della Chiesa, è il punto nodale di questo
itinerario, in cui Cristo ci fa passare dalle nostre tenebre alla sua luce.
L’esperienza della conversione
Per entrare più profondamente nel tema della conversione come dono e come compito, ci lasciamo illuminare da una delle pagine più commoventi del Vangelo, quella che descrive l’incontro tra Gesù e Zaccheo (Lc
19,1-10). In questa pagina l’evangelista Luca ha racchiuso i temi principali
della sua opera, tanto che gli studiosi hanno definito questo testo “un vangelo nel Vangelo”. Non ci ripromettiamo di farne un commento dettagliato,
né una lectio, ma solo qualche sottolineatura che illumini la nostra riflessione sulla santità. Leggiamo anzitutto il testo:
Entrò nella città di Gerico e la stava attraversando, quand’ecco un uomo, di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere chi era
Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, perché era piccolo di statura. Allora corse avanti e, per riuscire a vederlo, salì su un sicomoro, perché
doveva passare di là. Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli
disse: “Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa
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figli. Mi permetto di dire anche con ansia…Sana dottrina morale e misericordia devono andare insieme.” (discorso ai parroci di Roma del 6-3-2014)
Testi per la meditazione
Da omelia di Benedetto XVI (15 maggio 2005)
“Il Signore Risorto attraverso le porte chiuse entra nel luogo
dove si trovavano i discepoli e li saluta due volte dicendo: la
pace sia con voi! Noi, continuamente, chiudiamo le nostre
porte; continuamente, vogliamo metterci al sicuro e non
essere disturbati dagli altri e da Dio. Perciò possiamo continuamente supplicare il Signore soltanto per questo, perché
egli venga a noi superando le nostre chiusure e ci porti il suo saluto. “La pace
sia con voi”: questo saluto del Signore è un ponte, che egli getta fra cielo e terra. Egli discende su questo ponte fino a noi e noi possiamo salire, su questo
ponte di pace, fino a lui. Su questo ponte, sempre insieme a Lui, anche noi dobbiamo arrivare fino al prossimo, fino a colui che ha bisogno di noi. Proprio abbassandoci insieme a Cristo, noi ci innalziamo fino a lui e fino a Dio: Dio è Amore e perciò la discesa, l’abbassamento, che l’amore ci chiede, è allo stesso tempo la vera ascesa. Proprio così, abbassandoci, noi raggiungiamo l’altezza di Gesù Cristo, la vera altezza dell’essere umano. Al saluto di pace del Signore seguono due gesti decisivi per la Pentecoste: il Signore vuole che la sua missione continui nei discepoli: “Come il Padre ha mandato me, così io mando voi” (Gv 20,
21). Dopo di che egli alita su di loro e dice: “Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non
rimessi” (Gv 20, 23). Il Signore alita sui discepoli, e così dona loro lo Spirito Santo, il suo Spirito. Il soffio di Gesù è lo Spirito Santo. Riconosciamo qui, anzitutto,
un’allusione al racconto della creazione dell’uomo nella Genesi: “Il Signore Dio
plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita” (Gn 2, 7). L’uomo è questa creatura misteriosa, che proviene tutta dalla
terra, ma in cui è stato posto il soffio di Dio. Gesù alita sugli apostoli e dona
loro in modo nuovo, più grande, il soffio di Dio. Negli uomini, pur con tutti i loro
limiti, vi è ora qualcosa di assolutamente nuovo – il soffio di Dio. La vita di Dio
abita in noi. Il soffio del suo amore, della sua verità e della sua bontà. Così possiamo vedere qui anche un’allusione al battesimo ed alla cresima – a questa
nuova appartenenza a Dio, che il Signore ci dona. Il testo del Vangelo ci invita a
questo: a vivere sempre nello spazio del soffio di Gesù Cristo, a ricevere vita da
Lui, così che egli inspiri in noi la vita autentica – la vita che nessuna morte può
più togliere. Al suo soffio, al dono dello Spirito Santo, il Signore collega il potere
di perdonare. Abbiamo udito in precedenza che lo Spirito Santo unisce, infran-
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Diventare capaci di perdono. “Il pericolo è che noi pretendiamo di essere giusti e giudichiamo gli altri e giudichiamo anche Dio, perché pensiamo
che dovrebbe castigare i peccatori, condannarli a morte, invece di perdonare. Allora sì che rischiamo di rimanere fuori dalla casa del Padre! Come quel
fratello maggiore della parabola, che invece di essere contento perché suo
fratello è tornato, si arrabbia con il Padre che lo ha accolto e fa festa. Se nel
nostro cuore non c’è la misericordia, la gioia del perdono, non siamo in comunione con Dio, anche se osserviamo tutti i precetti, perché è l’amore che
salva, non la sola pratica dei precetti. È l’amore per Dio e per il prossimo
che dà compimento a tutti i comandamenti. Questa è la Sua gioia: perdonare.”
Né lassimo né rigorismo: “Misericordia significa né manica larga né
rigidità. Ritorniamo al sacramento della Riconciliazione. Capita spesso, a noi
preti, di sentire l’esperienza dei nostri fedeli che ci raccontano di aver incontrato nella Confessione un sacerdote molto ‘stretto’, oppure molto
‘largo’, rigorista o lassista. E questo non va bene. Che tra i confessori ci siano differenze di stile è normale, ma queste differenze non possono riguardare la sostanza, cioè la sana dottrina morale e la misericordia. Né il lassista
né il rigorista rende testimonianza a Gesù Cristo, perché né l’uno né l’altro
si fa carico della persona che incontra. Il rigorista si lava le mani: infatti la
inchioda alla legge intesa in modo freddo e rigido; il lassista invece si lava le
mani: solo apparentemente è misericordioso, ma in realtà non prende sul
serio il problema di quella coscienza, minimizzando il peccato. La vera misericordia si fa carico della persona, la ascolta attentamente, si accosta con
rispetto e con verità alla sua situazione, e la accompagna nel cammino della
riconciliazione. E questo è faticoso! Sì, certamente! Il sacerdote veramente
misericordioso si comporta come il Buon Samaritano… ma perché lo fa?
Perché il suo cuore è capace di compassione, è il cuore di Cristo! Sappiamo
bene che né il lassismo né il rigorismo fanno crescere la santità. Forse alcuni rigoristi sembrano santi, santi… Ma pensate a Pelagio e poi parliamo…
Non santificano il prete, e non santificano il fedele: né il lassismo né il rigorismo! La misericordia invece accompagna il cammino della santità, la accompagna e la fa crescere… Troppo lavoro per un parroco: è vero, troppo
lavoro! E in che modo accompagna e fa crescere il cammino della santità?
Attraverso la sofferenza pastorale, che è una forma della misericordia. Che
cosa significa sofferenza pastorale? Vuol dire soffrire per e con le persone.
E questo non è facile! Soffrire come un padre e una madre soffrono per i
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tua”. Scese in fretta e lo accolse pieno di gioia. Vedendo ciò, tutti mormoravano: “È entrato in casa di un peccatore!”. Ma Zaccheo, alzatosi, disse al
Signore: “Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho
rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto”. Gesù gli rispose: “Oggi
per questa casa è venuta la salvezza, perché anch’egli è figlio di Abramo. Il
Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto”.
Situata nelle vicinanze del fiume Giordano, Gerico è una città antichissima, i cui resti più antichi sono quelli di un insediamento che data fino a
8000 anni prima di Cristo. Essa è situata a 240 metri sotto il livello del mare, nella depressione del Mar Morto. Già sul piano geografico, dunque,
essa si presenta come una città “sprofondata”, in opposizione a Gerusalemme, la città sul monte. Nell’Antico Testamento le mura della sua città,
che sembravano renderla inespugnabile, erano cadute al suono delle trombe del popolo di Israele. La potenza della fede e della preghiera di Giosuè e
del popolo aveva sconfitto la resistenza di Gerico, la conquista della città
non era stata il risultato della forza umana, ma della potenza di Dio. Questi
dati geografici e storici fanno comprendere che l’ambientazione dell’incontro con Zaccheo nella città di Gerico è indubbiamente carico di simbolismo.
La città sprofondata sotto terra è raggiunta dalla grazia. Il dono della conversione arriva a Gerico, e se arriva lì, davvero nessuno ne è escluso.
Zaccheo non era un santo, anzi era un pubblicano, che aveva frodato
nella riscossione delle tasse. La gente lo considerava un pubblico peccatore. Era però anche abitato da un desiderio di vedere Gesù: forse era solo
curiosità, ma forse era anche una segreta speranza di novità per la sua vita.
In ogni caso Zaccheo appare un misto di ricerca e di difesa. Da un lato vuole
vedere Gesù, ma dall’altro sceglie una postazione che gli permetterà di non
essere troppo coinvolto. In tutto questo c’è anche qualche cosa di un po’
grottesco. Zaccheo difatti è un uomo importante per il suo ruolo, ma è piccolo di statura; è temuto dalla folla per il suo potere, ma costretto a stare
ai margini; la ricchezza gli darebbe molti mezzi, ma per vedere Gesù deve
arrampicarsi su una pianta. Insomma in quest’uomo appollaiato su una
pianta ci sono un po’ le contraddizioni di tutti noi: attrazione per Gesù e
impaccio nel seguirlo, ricerca di Dio e prudenza troppo umana, speranza di
poter vedere e timore di essere coinvolti. E soprattutto la massima attenzione a tenere la situazione in pugno, a non perdere il controllo di quel che
avviene, a non lasciarsi coinvolgere più del previsto.
Gesù però si rivolge a Zaccheo con una mossa che lo spiazza:
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“Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua”. Il segreto
della vita non è arrampicarsi in alto: né per essere al di sopra degli altri nelle cose del mondo, né per arrivare con le proprie forze più vicino a Dio.
Arrampicarsi rende solo goffi e ridicoli. Eppure è quello che facciamo,
quando pensiamo a “sfondare” con le nostre capacità, quando vogliamo
sembrare più di quello che siamo; anche quando nella vita spirituale pensiamo che la crescita possa essere il frutto semplicemente della nostra bravura nel mettere in pratica qualche ricetta. Il segreto della vita è invece
lasciarsi guardare da Gesù, lasciare che il suo sguardo ci entri dentro, si
posi nel più profondo del nostro cuore. Gesù ci chiama per nome, bussa
alla porta della nostra dimora e ci chiede di entrare. Il segreto è dunque
accogliere, e ciò significa scendere dalle nostre false altezze, riconoscere
quello che siamo: dei “piccoli” visitati da Dio, resi grandi dalla grazia.
Questa esperienza, da cui parte il cammino della santità, si sviluppa
nella storia di Zaccheo come una cura del suo desiderio malato. Zaccheo
aveva fatto consistere la vita nell’avere, nel procurarsi beni, cose, prestigio.
L’avidità del suo possedere era pari al vuoto interiore che cercava invano di
colmare. E il mondo ti offre continuamente cose da procurati per sembrare
ciò che in realtà non sei: grande e felice. Grazie all’incontro con Gesù, però,
Zaccheo riconosce la sua malattia. Colmato di grazia, sente un bisogno incontenibile di libertà: libertà dalle cose che lo appesantivano, libertà dai
peccati che lo avevano abbruttito. Una libertà che si realizza nell’onorare la
giustizia: non però semplicemente secondo la logica del calcolo, ma secondo la sovrabbondanza della logica del dono.
Alcuni suggerimenti
Zaccheo ci ha insegnato qualche cosa: la conversione è accogliere Gesù che passa, è lasciarsi guardare da Lui facendo verità, è accoglierlo nella
propria casa, è avviare un cammino di guarigione del desiderio entrando
nella logica del dono. In questo senso, la sfida è passare dalla pretesa di
gestire l’incontro con Dio alla disponibilità a essere raggiunti da Lui e portati da Lui più in là di quello che immaginavamo. La santità non è un ideale
per eroi, una meta per campioni, un progetto per spericolati della vita spirituale. L’abbiamo detto: la santità è per i piccoli.
Questo ci aiuta a capire che la prima e fondamentale questione rispetto alla conversione non è: “ci riesco?” , ma piuttosto “mi interessa?”. Il
cammino verso la santità non è mosso dal calcolo delle proprie forze, ma
dallo stupore per la bellezza dell’incontro con Dio, dall’affidamento reale a
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Lui, a cui nulla è impossibile. Puntare sulle proprie forze di solito conduce a
fare il minimo indispensabile per non essere “fuori”, conduce a vivacchiare,
alternando momenti di entusiasmo passeggero a periodi di scoraggiamento
e inconcludenza. Si vuole incontrare il Signore sull’albero delle nostre imprese … ma Lui passa più in basso. L’umile affidamento al Signore, invece,
conduce a ripartire ogni giorno con semplicità e pazienza, lasciandosi guidare dallo Spirito.
Chiarito questo, è però anche giusto chiedersi se c’è qualche indicazione concreta che può aiutarci nel cammino. A questo proposito, mi sembra
che possiamo raccogliere alcuni suggerimenti preziosi.
Confessarsi in modo semplice e concreto. Papa Francesco ha affermato in una sua omelia (del 25 ottobre 2013): “La Chiesa chiede a tutti noi di
confessare umilmente i nostri peccati al fratello prete. San Giacomo…
invitava i cristiani così: «Confessate tra voi i peccati». Non per fare pubblicità, ma per dare gloria a Dio, per affermare che è Lui che mi salva. Alcuni
dicono: «Ah, io mi confesso con Dio». Ma è facile, è come confessarti per email, no? Dio è là lontano, non c’è un faccia a faccia, non c’è un quattrocchi.
Paolo confessa la sua debolezza ai fratelli faccia a faccia…Altri invece…si
confessano di cose tanto eteree, tanto nell’aria, che non hanno nessuna
concretezza. E quello è lo stesso che non farlo. Ma la Riconciliazione…
confessare i peccati non è andare ad una seduta di psichiatria, neppure andare in una sala di tortura: è dire al Signore «Signore sono peccatore», ma
dirlo tramite il fratello, perché questo dire sia anche concreto: «Sono peccatore per questo, per questo e per questo». Quando un bambino viene a
confessarsi, mai dice una cosa generale: «Ma, padre ho fatto questo e ho
fatto questo a mia zia, all’altro ho detto questa parola» e dicono la parola.
Fate come i bambini...che sono concreti, hanno...la semplicità della verità.
Gli adulti sono invece più propensi a nascondere la realtà delle nostre miserie. Confessatevi con umiltà e concretezza”.
Il valore della vergogna. Continua Papa Francesco nella stessa omelia:
“Una cosa bella...Quando noi confessiamo i nostri peccati come sono alla
presenza di Dio, sempre sentiamo quella grazia della vergogna. Vergognarsi
davanti a Dio è una grazia. È una grazia: “Io mi vergogno”. Pensiamo a Pietro quando, dopo il miracolo di Gesù nel lago: “Ma, Signore, allontanati da
me, io sono peccatore”. Si vergognava del suo peccato davanti alla santità
di Gesù Cristo».”
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15 Maggio 2014