LICEO STATALE “GIUSEPPE PEANO” TORTONA VOCI PER LA POESIA LITOCOOP SRL – TORTONA (AL) 2011 150 Anni dell’Unità d’ Italia Il mio pensiero ritorna alla mia infanzia 1950 più meno, quando tutti parlavano il piemontese e parlavano d'Italia raccontando storie quasi sempre tristi, di dolore, fame, soffrimento, si parlava di Turin, Cune, Lissandria,ec In quel tempo Italia era già unita, era anche unita nel 1870,1900,.....anni che sono venuti i nostri antenati. Italia si recuperava, si sviluppava ma loro con tanti figli non potevano aspettare, il sogno di lavoro e benessere li portò al nostro paese, Argentina, che molto le ha dato, però molto di più ha ricevuto da loro: il lavoro, la fede, il valore, la volontà e quanti paesi sono stati fondati da loro! Se guardate le guide telefoniche vedrete tanti cognomi italiani, anche nelle strade, nei negozi, sempre con orgoglio. Lo brutto è passato, arrivarono tempi migliori per voi e noi, la comunicazione, il video, l'aereo, i gemellaggi che sono come l'Unità d'Italia, perché hanno unito tante famiglie che da anni non si vedevano, la conoscenza tra parenti, amici. Tutto portò al grande desiderio di conoscere quella terra, e camminare dove loro hanno camminato, terra che mai hanno dimenticato e che l'hanno fatto sentire come nostra. Oggi in poche ore possiamo essere là, tutto ha avuto suo tempo, suo luogo e siamo questa generazione a scoprire e godere le bellezze d'Italia, la famiglia, gli amici. Siamo arrivati ai 150 anni dell'Unità d'Italia, per alcune famiglie sono passati più di 130 anni di essere in Argentina. L’Italia deve sapere che noi l'amiamo e continuano con le abitudini, nel mangiare, nella fede, il nostro pensiero sempre vola attraversando il mare, il nostro cuore è diviso in due, ITALIA E ARGENTINA, e sempre quando si parla d'Italia, c'è una lacrima Quest'anno da dove siamo, città, paese, campagna, dove siamo dobbiamo gridare VIVA ITALIA UNITA PER SEMPRE Mi restò un pensiero che ho letto di Giuseppe Garibaldi: “…Vi mando la mia zappa, essa vi ricorderà sempre un mio pensiero, gli uomini dovrebbero usare quel prezioso metallo che è il ferro, non per uccidersi scambievolmente, ma per procurarsi col lavoro una maggiore prosperità” Ede Olivetta UNA “PROF” DA NON DIMENTICARE E’ recentemente scomparsa la prof.ssa Luisa Tortonesi, a lungo docente di Lettere al Liceo Scientifico “G.Peano”. Insegnante molto preparata e scrupolosa, attenta ed entusiasta, aveva un intuito straordinario nell’individuare quelle strategie didattiche che permettessero ad ogni alunno di esprimere al meglio le sue potenzialità e di dare forma alla sua creatività. Non solo incitava i suoi ragazzi a leggere liberamente la poesia, ma li incoraggiava anche a scriverla, in quanto privilegiato mezzo espressivo. Così, nei primi anni ’90, aveva ideato il Concorso letterario “Voci per la poesia” per dare l’opportunità, ai giovani studenti come agli adulti, di comunicare in versi, in italiano o in dialetto, le loro esperienze e i loro sentimenti. Il Concorso, aperto ai Piemontesi, in breve si è ampliato con sezioni dedicate alla lettura critica, ai copioni teatrali, al racconto breve, alla pagina di diario, alla danza, ai cortometraggi, alla pittura, alla musica, alla fotografia, a cui si è aggiunta, grazie alla Regione Piemonte, una sezione dedicata agli Emigrati Piemontesi nel mondo e ai loro discendenti. Dall’a.s. 1995/96, per un decennio, ho collaborato come coordinatrice alla realizzazione del Concorso con quell’entusiasmo e quella passione che la prof. Tortonesi sapeva trasmettere; oggi altri giovani colleghi continuano a lavorare con la stessa dedizione e “Voci per la Poesia”, nella veste attuale, raccoglie ininterrotti consensi. Dalla premiazione della prima edizione nell’allora piccola Sala di Via Puricelli sono trascorsi quasi vent’anni, ma è senza tempo l’invito della prof.ssa Luisa Tortonesi ad amare la vita che è essa stessa poesia, con i suoi dolori, i suoi sogni, le sue gioie, il suo desiderio di infinito… Per me Luisa è stata soprattutto un’amica, con cui ho condiviso interessi culturali e momenti di quotidianità, anche nella malattia: ancora l’estate scorsa, nel verde del suo tanto amato prato di Sant’Orso, a Cogne, abbiamo trascorso pomeriggi di conversazioni serene e di spontanee risate, che conservo negli occhi e nel cuore. Graziella Canegallo La pubblicazione è stata realizzata grazie al contributo della YÉÇwté|ÉÇx Vtáát w| e|áÑtÜÅ|É w| gÉÜàÉÇt LICEO STATALE “GIUSEPPE PEANO” TORTONA VOCI PER LA POESIA LITOCOOP SRL – TORTONA (AL) 2011 La Fondazione Cassa di Risparmio di Tortona, nell’anno del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, aderisce alla diciassettesima edizione del concorso “Voci per la poesia” condividendo in questa occasione il desiderio di ricordare anche fatti ed episodi del nostro Risorgimento. La nostra speranza è che i giovani portino sempre nel cuore i grandi ideali del passato promuovendoli attraverso l’impegno culturale e l’espressione della propria creatività tramite la poesia, la prosa, l’arte e il canto, perché siano sempre vivi e saldi nella società di oggi e di domani. Il nostro ringraziamento agli organizzatori dell’iniziativa ricordando con gratitudine ed affetto la cara professoressa Luisa Tortonesi che, quale ideatrice di questo progetto educativo, si è sempre ampiamente prodigata per la sua realizzazione e diffusione tra i giovani. Carlo Boggio Sola Presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Tortona COMMISSIONI GIUDICATRICI Poesia Racconto breve Voci per il canto Artistica Don Luigi Quaglini Maurizio Cabella Mario Giachero Pietro Porta Giacomo Maria Prati Michela Battistotti Lorenzo Bianchi Marco Gilardone Egidio Perduca Marina Buratti Caterina Tovagliari COMITATO DI REDAZIONE Carlo Buscaglia Giacomo Pernigotti Rita Chiappella Poesie Sezione A CHI SONO IO? Io sono nulla e mistero, seme e frutto del vero. In me luce velata nasconde risposte di vita celate e profonde. Riccardo Allegrone "AL FIGLIO" Guardami. (Riesci a vedermi?) Sento il respiro del tuo cuore palpitante con dolorosa immensa gioia. Se avessi occhi attenderei in eterno un solo tuo sorriso ma cosa sono io se non un fresco soffio fra i tuoi capelli? Inspira. (Riesci a sentire il profumo del mio amore?) Letizia Rivera A BOUDELAIRE Dinanzi all’eroe decadente Nulla appar la mia vita Nel suo scorrere sterile, inaridita Ogni passione vista dall’impotente Nel gioire. Come l’artista maledetto Vagheggio nell’oblio infinito Di chi ogni sentimento ha smarrito. Si è concesso senza freni, l’inetto. Condotta sregolata Costrinse entrambi a vivere un niente. Condanna sciagurata Impone a lui di essere per sempre. Adriano Gatti FORZA DEL PIANTO Andromaca cosparge di lacrime le vesti, Ettore sfugge nella battaglia impetuosa. Splendore d'elmi vuoti, ai morti non è dato soffrire. Riccardo De Rosa “ORGOGLIO” grido ostinato di occhi ciechi al perdono Letizia Rivera Poesie Sezione B NORD AFRICA Asserragliati nelle nostre cucine a difendere ancestrali diritti: sullo schermo si affollano immagini di giovani in lotta per vivere. Alcuni hanno la V nelle mani, i più, lo sguardo abbassato; un vecchio piange e si dispera: non può tornare alla sua capanna. Sulla strada bruciata dai carri corpi inerti con le mani legate; in una stanza sacchi neri racchiudono la spazzatura che ieri era un uomo. E noi, sgomenti dietro il piatto fumante, sentiamo che la nostra esistenza è troppo spesso la negazione di altri. Maria Teresa Arbasino PIEDMONT Alla finestra sorge una valle, alla altezza degli occhi, un parapendio sfoglia il cielo scegliendo tra i pini e il fiume che l'attendono in basso. Per le stradine ghiaiate che salgono e perdono traccia vanno le moto di cross, i cui motori si confondono con le motoseghe dei boscaioli. Dalle colline tutt'un verde lampeggia una lucina a specchio, e non è un faro, ne un segnale, è una macchina argento di alcun passante forse fermatesi a fotografare. E anch'io, tra le bestie, le mie oche, cani e capra, il mangime, la paglia, i tronchi, mi siedo in mezzo a loro, la roggia sottofondo, e accendo il mio computer per scrivere. Norma Noemi Pino MISTERO DELLA VITA Nella magica notte dei tuoi diciott'anni, l'insonne Morte rapace, appostata sulla strada al tuo trepido nido, ha ghermito la tua fragile ala, troncando il primo volo della fresca giovinezza. Agli amici col suo nero manto avviluppato ha l'anima; l'astro diurno schiara il viso, non accende il sorriso. Nel sacro tempio, il supplice mormorio sale spaurito all'uomo-Dio della croce; intorno aleggia l'ineluttabile mistero della vita. Nel tempio laico, sulla collina, risuona in un funereo silenzio la voce pacata degli artigiani del pensar libero; in aula ancora di te raggia l'irrefrenabile vivacità. Sergio Loi ORIZZONTI DI SOGNI La foto a ricordo ha la data di un secolo fa: il cappello, il vestito più bello e il sorriso d'occasione regalato ad un lampo di magnesio. Un sorriso che occhi più sinceri non sanno assecondare, perché inseguono incertezze di un' America da scoprire, di notti di inchiostro in un angolo giro di mare, alle spalle la linea di fumo a macchiare l'azzurro uguale dei giorni, colorata di una vita di miseria. La curva dei sogni all'orizzonte. Ricerco somiglianze di lontane parentele che gli anni faticano a restituirmi. Ritrovo gli sguardi nell'ultimo telegiornale: paura, lo stesso sgomento, e timidi lampi di luce, come gocce di sole a danzare su increspature di mare, rincorrono uguali orizzonti di sogni. Fotocopie di cent'anni fa ammassate su ruggine di barche inseguono il loro angolo di america bonsai. Ennio di Biase Poesie in dialetto AR PUGNATEN DRA MNESTRA kuänd, a meşdì, gniva a ca da scöra, nona Ninen a ma spitava föra dra porta, in man ar pugnaten cu drenta ar ministron per nonu Pen cl’ava andac a ra vigna a lavurà. Ra stra l’er longa, tüta sas ad gera, per rivà a ra costa dra Piasera. Me nonu u g’ava semper un scartusen Ch’u tirava fö da ra so galinera. Drenta: du tuun sut’öri o ‘n salamen. Du fët ad salam, o ‘n para ‘d furmagen. E anche, semper, qualche caramela… Cendivma, cur pugaj, toc ad ramon E favma gni ra brasa int’un tulon Cme gria, dadsura un toc ad raminà. Insema ar salamen, favma scdà Ar ministron gnü freg’ long ra strà. E, arenta, mangiavma tüt cuntent Sità sü dui bic’ sec d’erbaren, c’a drubavma a ra vigna cme scagnen. Finì ‘d mangià u cendiva ra so pupa, e caresasadma i cavì cun i so magnon (che tenerësa da cuëla man csì sgrosa!) U-m cuntava tüta r stori ad Napulion, sra stra di sfroş, Maino dra Spinëta, ad Garibaldi, di marchees e coont chi avan fac’ ra storia dra Vilëta. U so cuntà un po u m’incantava, sen acorşum che u temp pasava. Ma smiava un paradiş, no ‘r purgatori Dar vita ad tüti i dì, ra vita grama Quëla d’un fiulen c’u g’ava pü so mama. E anche pö perché l’era cosa rera Che a ca a füs cuntent cme a ra Piaşera. Ma pö u sunava l’urlog’ der Muntà E nonu dsiva: “l’è ora ‘d turnà a ca”. Quänd a turnava indrè rivanda ad cursa, südà cur fiaton gros per rivà ‘n temp, me nona ‘ntl’üs ad ca ‘m dava ra bursa cun i quadèren, i liber e un scartocen ch’u ar mustc öc’ dameş a un curgnulen ‘d pan un po’ poos, cl’era ra pitänsa, dsindum sensa cares, cun po’ ‘d rugänsa: “adelante, bimblanon, ad cursa a scöra, svelter, che s’a-t ritard i-t seran föra.” E mi, turnända a scöra, cl’era avsen, a sugnava ra Piaşera e nonu Pen. Sergio Piccinini IL PENTOLINO DELLA MINESTRA Quando, a mezzogiorno, tornavo da scuola La nonna Nina mi aspettava fuori Dall’uscio, in mano il pentolino, col minestrone per il nonno Pino Che era andato al lavoro nella vigna. la strada era lunga, tutta sassi e ghiaia per arrivare sulla costa della Piasera1 . Il nonno portava sempre con sé un piccolo cartoccio Tirato fuori dalla tasca interna della giacca: dentro c’erano tonno sott’olio oppure due fette di salamino, due fette di salame e un po’ di formaggino e c’era sempre qualche caramella… Accendevamo il fuoco con i rami potati della vite, un ramo più robusto, E preparavamo la brace in una grossa latta, Usando per griglia un pezzo di rete metallica. Insieme ai salamini, facevamo scaldare il minestrone raffreddatosi durante il cammino e lì vicino si mangiava tutti contenti. Seduti su due tronchi secchi di pioppo, Adoperati nella vigna come sgabello, [il nonno], dopo aver mangiato, accendeva la sua pipa E, accarezzandomi i capelli con le sue manone, (che tenerezza quella mano così grossa) Mi raccontava le storie di Napoleone, della strada dei contrabbandieri, di Garibaldi, di marchesi e di conti che avevano fatto la storia di Villaromagnano. Il suo narrare un po’ mi incantava Senza accorgermi che il tempo passava. Mi sembrava un paradiso, non il purgatorio Della vita di tutti i giorni, la vita grama di un bambino senza la mamma. Anche perché di rado capitava che a casa Fossimo contenti come alla Piasera. Ma poi suonava l’orologio di Montale Celli E il nonno diceva: “è l’ora di ritornare a casa”. Quando tornavo, arrivando di corsa, sudato, col fiato grosso per fare in tempo, mia nonna sull’uscio di casa mi dava la cartella con i quaderni, i libri e un piccolo cartoccio pieno di mosto cotto tra due cornetti di pane di pasta dura, un po’ raffermo, che serviva da pietanza, dicendomi senza cerimonie e in modo un po’ autoritario: “adelante, perditempo, di corsa a scuola, svelto; se ritardi, [chiudono il portone] e non puoi più entrare”. Io tornando alla scuola, lì vicino, sognavo la Piasera e mio nonno Pino. 1 Regione catastale CIUC CME 'N RAT Am arcord c'aio vultà anciampà ant 'na raminà, oh me pover strambalon cun el simmie ant'el teston turna 'ndrè an s'el marciapè e cata sü el to capè j'amis el can i son perdü anch'el gat a s'è scundü al sava d'esi ün lucardon ma svigemi an s'el muron cun la bava ad la limasa c'la sghiava long la fasa m'a purtà a preghé Maria per salvé l'anima mia. Maria Fossa UBRIACO PERSO Mi ricordo che ho svoltato sono inciampato in una rete, povero me che non sto neppure in piedi con la confusione in testa. Torna indietro sul marciapiede e prendi su il tuo cappello gli amici e il cane se ne sono andati anche il gatto si è nascosto lo sapevo di essere un po’ matto ma svegliarmi sul gelso con la bava della lumaca che scivolava lungo la faccia mi ha portato a pregare Maria per salvare l'anima mia. Maria Fossa VIVA R'GUGNÈN! Int'ar Mandrogn al cimn'ar ghèn a Turèn l'è 'r crèn; nuater, chi a Vicsôe, al ciamon ar gugnèn. Cme ch'u capita però a tâenti ch'a lavuren, ch'a rispeten e ch'an fan meia i preputent, anche a sta povra bestia chi a gh trôven tôeti a dì. S'u gh è jun ch'un s'lava no, l'è spurch 'me un gugnèn; s'u gh è un ater ch'u parla mà o ch'u mâengia trop, pü che un gugnèn un n'è no: e pinsala, gram bistiòn, che quâend ch'al masen, dar musèn fen ai pitèn al tenen bòn. L'è tôet una specialità: salam côet e crugh, copa, lard e pansêuta, giambòn e sampòn, custeèn, sangu e grisèn: u piaş a tôeti, dai vâeg ai fiulèn. Ricurdomes pôe, che in ceşa a Sant'Antoni, chi a Vicsôe, è a ra statua du Sâent, prutetur der besti e dar paiş, e ai pe' u gh ha propri 'r gugninèn ch'u gh va 'drera pasi 'me un bişèn. E alura finomla na bona vota ad tratal mà, e dsinda finalment a ra vrità, cm'è pan ar pan e ven ar ven, u var ch'a bràgiom tôeti fort: “Viva 'r gugnèn!”. Mario Marini VIVA IL MAIALE! A Mandrogne lo chiamano “ghèn”, a Torino “crèn”; noi a Viguzzolo lo chiamiamo “gugnèn”. Come capita però a tanta gente che lavora, che rispetta, senza essere prepotente, anche a questa povera bestia tutti danno addosso. Uno che non si lava è sporco come un maiale; un altro dal linguaggio scurrile od insaziabile a tavola, deve essere per forza un maiale: e pensare che, povero bestione, quando lo macellano, dal muso agli zampini è da mangiare. E' tutta una specialità: salame cotto e crudo, coppa, lardo e pancetta, prosciutto e zampone, costine, sangue e ciccioli: piace a tutti, dai vecchi ai bambini. Ricordiamoci poi che in Chiesa a Sant'Antonio, qui a Viguzzolo, c'è la statua del Santo, protettore degli animali e del paese e, ai piedi, ha proprio il maialino che lo segue, docile come un agnellino. E allora finiamola, una buona volta, di trattarlo male, e diciamo finalmente la verità, come pane al pane e vino al vino, dobbiamo gridare tutti forte a viva voce, come cantare: “Viva il maiale!” Mario Marini Poesie Sezione emigrati piemontesi MOMENTO FAMILIAR Un jardin, dos almas y un solo corazón. Tomados de la mano Entre flores, bajo el sol. Son sus pasos vacilantes, son sus palabras amor, son sus gorjeos ternura, a los dos los cuida Dios. Entre rosas y jazmines uno cuenta que vivió Cosas bellas en su quinta con los seres que él amó. El otro... el otro escucha extasiado, él no tiene que contar. Él ha vivido poquito tiene mucho que aprender. Un banco fue el descanso que ambos fueron a buscar pues uno tiene ochenta años, el otro cuatro nada más. Uno tiene opaca la mirada gastada de tanto mirar, el otro la tiene tan límpida Como el más fino cristal. Rosas, jazmines, pájaros el canto del ruiseñor, dos almas, dos corazones Y el lenguaje del amor. Maria Emilia Moreno MOMENTO FAMILIARE Nel giardino, due anime e un solo cuore. Mano nella mano tra I fiori, sotto il sole. I loro passi sono vacillanti, Sono amore le loro parole, i loro gorgheggi sono tenerezza, li assiste entrambi Iddio. Tra le rose e i gelsomini uno racconta che visse cose belle nella sua villa con i suoi cari che amò. L’altro... l’altro ascolta estasiato, non ha nulla da narrare: ha vissuto ancora poco e ha molto da apprendere. Una panca per riposare entrambi andarono a cercare, perché uno ha ottant’anni, l’altro solamente quattro. Uno ha lo sguardo opaco consumato dal tanto guardare, l’altro l’ha limpido come il più fine cristallo. Rose, gelsomini, uccelli, il canto dell’usignolo, due anime, due cuori e il linguaggio dell’amore. Maria Emilia Moreno Traduzione Don Luigi Quaglini HE VISTO UNA GOLONDRINA Vi la imagen borrosa de una golondrina mi imaginación voló con ella cola de tijera, timón de todos los vientos. Agraciada y ágil ¿Por qué solitaria? ¿qué piensa tu cabeza tan perfecta? recuerdas cielos y mares lejanos navegas los aires de todos los continentes le pides a todas las brújulas que te orienten y a tu pareja que no abandone el vuelo. Porque las aventuras son cada día más desafiantes, porque un invierno te despide y un verano te recibe. Porque las distancias no te amilanan porque tu instinto te guía, solo te detuviste para descansar y tomar fuerzas. Dejaste hijos para que te reemplacen nido vacío para que engalane el paisaje. Tus alas livianas se sacuden, toman impulso, planean, te elevas desafiante imponente, decidida, no titubeas, las nubes se asombran, el sol te saluda, la luna desde su escondrijo mira tu vuelo. Los ángeles forman una ronda inocente y pura para augurarte buen viaje, viajera incansable. Celia Sofía Salzmann Fessia HO VEDUTO UNA RONDINE Vidi la figura evanescente di una rondine la mia fantasia volò con lei coda a forbice, timone per tutti i venti. Leggiadra e agile. Perchè solitaria? che pensa la tua testa così perfetta? Ricordi cieli e mari lontani, navighi le arie di tutti i continenti chiedi a tutti le bussole che ti orientino e alla tua coppia di non abbandonare il volo. Perché le avventure sono ogni giorno più rischiose, ti lascia un inverno e una primavera ti accoglie. Le distanze non ti scoraggiano perché il tuo istinto ti guida, sostasti solo per riposare e riprendere forza. Lasciasti i figli a rimpiazzarti, il nido vuoto ad adornare il paesaggio. Le tue ali leggere sbattono, prendono impulso, planano, ti innalzi sfidante maestosa, decisa, senza esitazione, le nubi stupiscono, il sole ti saluta, la luna dal suo nascondiglio ammira il tuo volo. Gli angeli formano una ronda innocente e pura augurandoti buon viaggio, o viaggiatrice instancabile. Celia Sofía Salzmann Fessia Traduzione Don Luigi Quaglini LA VIDA COLOR DE ROSA. (Settembre 2010) Se alinean impasibles como invencibles soldados los lapachos. Sin proponérselo, embellecen la avenida y nos brindan, generosos, una ración de alegria. Por un instante la vida, la vida color de rosa. (ESTRIBILLO: Fragmento de canción cubana) Entro las flores, intima comunión de vida. Un pequeno colibrí liba el néctar tan preciado en tanto bate sus alas entre las prietas ramas. ¡ Sin siquiera rozarlas...! Despliega el danzarín aéreo, su destreza volandera. Se pierde, una vez y otra vez, entre la efímera fronda. Con el correr de los días, como lágrimas rosadas o cándida lluvia rosa yacerán las flores en el suelo, tejiendo una urdimbre rosa. Por un instante la vida, la vida color de rosa. Después ella irá tomando otros colores y matices. Pero el rosa del lapacho y también del duraznero, perdurará en la retina para disfrute del alma. Margarita Marta Yacamo LA VITA COLOR ROSA. (Settembre 2010) Sono allineati, impassibili come soldati invincibili, i lapaci. (1) Senza esibirsi, abbelliscono il viale e ci offrono, una razione di allegria. Per un istante la vita, la vita è di color rosa. (2) Tra i fiori, intima è la comunione di vita. Un piccolo colibrí liba il nettare così prezioso mentre batte le sue ali tra i folti rami. senza neppure sfiorarli...! Mostra il ballerino aereo, la sua abilità volante. Una volta o l’altra si perde, tra le fronde sfuggevoli. Con lo scorrere dei giorni, come rosee lacrime o candida pioggia rosa giaceranno a terra i fiori, tessendo un ordito rosa. Per un instante la vita, la vita è di color rosa. Essa poi prenderà altri colori e sfumature. Ma la rosa del lapacio è anche quella del pesco rimarrà sulla retina per il godimento dell’anima. Margarita Marta Yacamo Traduzione Don Luigi Quaglini (1) nota: lapachos, albero della zona sudamericana, dai fiori rosa (2) nota: ritornello di una canzone cubana RESPUESTAS CRUELES Le pregunté al sol ¿ por que todo termina ? ........ no me contestό. Pero sí, la noche con su manto de oscuridad. Le pregunté a una rosa ¿ por que todo acaba ? ........ no me contestό. Pero sí, un fuerte viento, que Destrozό sus petalos. Le pregunté a un pajaro ¿ por que todo es dolor ? ......... no me contestό. Pero sí, un piedrazo cruel, que sus agiles alas quebrό. Le pregunté a él ¿ por que se fué ? ......... no me contestό. Pero sí, el silencio. Me dijo que así estaba escrito en el destino de las cosas y de la vida. Estela Maris Genta RISPOSTE CRUDELI Domandai al sole: perché tutto finisce? ........ non mi rispose. Ma la notte sì con il suo manto di oscurità. Domandai a una rosa: perché tutto si distrugge? ........ non mi rispose. Ma si, un forte vento, che distrusse i suoi petali. Chiesi ad un uccello: perché tutto è dolore? ........ non mi rispose. Si, invece, una pietraccia crudele, che le sue agili ali spezzò. Le domandai perché avvenne? ........ non mi rispose. Invece sì, il silenzio. Mi disse che cosi era scritto nel destino delle cose e della vita. Estela Maris Genta Traduzione Don Luigi Quaglini CONFESÉ... Anhelo ser golondrina a pesar de mis púas. Me gritaron loca. Me acusaron necia. Mi vuelo prohibieron. Cerraron mis ventanas ocultándome el sol y me atrapó su tierra. Tejieron con finos filamentos enjambres de vendas, para negarme el cielo. Desdibujaron mi voz. Desparramaron mi aňil entre sus grietas. Me dije: no claudicaré... Volaré... Seré golondrina... Hoy, soy golondrina. Llevo en mi trazo una palabra. Profunda. Secreta. Beatriz Teresa Bustos CONFESSAI... Anelo essere una rondine nonostante le mie pene. Mi gridarono: pazza. Mi dichiararono stupida. Impedirono il mio volo. Chiusero le mie finestre nascondendomi il sole e mi catturò la loro terra. Tessero con sottili filamenti sciami di bende per negarmi il cielo. Affievolirono la mia voce. Sparsero il mio indaco tra le loro fenditure. Mi dissi : non cederò... Volerò... Sarò una rondine... Oggi, sono una rondine. Porto nel mio progetto una parola. Profonda. Segreta. Beatriz Teresa Bustos Traduzione Don Luigi Quaglini ABANDONADO En el húmedo altillo Entre trastos tirado, como pieza de museo yace allí abandonado. De teclas nacaradas Como dientes flojos, botones endurecidos, y fuelle sin soplido. Testigo de noviazgos A principios de mil novecientos, animando bailes en brazos de mi abuelo. En el carro con la orquesta, en las fiestas patronales. Instalado en el pabellón En las colonias, por las tardes. Polcas, mazorcas, valses, rancheras. Acordeón del nono bohemio, que enamoró a mi abuela ¡quisiera tener ahora, al menos una tecla! Idelma Magdalena Rochia ABBANDONATO Nell’umida soffitta Tra masserizie ammassate, come pezzo da museo giace là abbandonato. I tasti di madreperla quasi denti cariati, I bottoni induriti, e il mantice senza soffio. Testimone di fidanzamenti all’inizio del millenovecento, animava balli tra le braccia di mio nonno. Sul carro con l’orchestra, nelle feste patronali. installato nei tendoni delle fattorie, verso sera. Polche, mazurche, valzer, rancheras:(1) fisarmonica del nonno boemo, che innamorò la mia nonna. Come vorrei, ora, avere almeno un tasto! Idelma Magdalena Rochia Traduzione Don Luigi Quaglini (1) nota: ranchera genere musicale popolare della musica messicana e cubana LIRIOS HUERFANOS Rosada brisa baña los lirios huérfanos del cantero abandonado. ¿Será que la tierra, guardó sus raíces esperando la primavera? Quizás las manos que echaron las semillas, hoy estén trémulas. Mas... en ese rincón florido, anida una esperanza de vida, añ ejada en un puñado de lirios matizando malezas espìnosas que circundan la vieja capilla dormida en el campo, cobijando historias tras sus altas puertas. Rosada brisa baña los lirios huérfanos del cantero abandonado. Vacheta Graciela Teresa GIAGGIOLI ORFANI Rosea brezza bagna i giaggioli orfani dell’aiola abbandonata. La terra forse avrà custodito le sue radici in attesa della primavera? Forse le mani che gettarono i semi, oggi saranno tremanti? Però…in questo angolo fiorito, s’annida una speranza di vita, invecchiata in una manciata di giaggioli sfumando sterpaglie spinose che circondan la vecchia cappella abbandonata nel campo, e custode di memorie dentro le sue alte porte. Rosea brezza bagna i giaggioli orfani dell’aiola abbandonata. Vacheta Graciela Teresa Traduzione Don Luigi Quaglini Giovanni Antonio Lamberti con i suoi figli Juan e Catalina, nati in Argentina STORIA DEL MIO IERI Quando io ero piccolo, mia nonna un pomeriggio piovoso, si mise a raccontarci la triste e tragica storia dei suoi genitori e nonni quando arrivarono in America e questa è la storia raccontata da me. Molto,tempo fa, appunto nel 1847 si presentarono davanti al prete della parrocchia della "Frazione Maddalena di Fossano" , Pietro Lamberti e Domenica Quaglia, notificando che erano diventati genitori di un bambino chiamato Giovanni Antonio Lamberti, nato a Fossano, provincia di Cuneo, regione del Piemonte. Vi trascorse l'infanzia e la giovinezza. Nell'anno 1875 Giovanni sposò Giovanna Maria Giordanengo, una fanciulla di 18 anni oriunda da Centallo. Ebbero due figli (non c'è documentazione sul sesso e la data di nascita). Giovanni Antonio Lamberti faceva il falegname e il giornaliero però lo scarso guadagno non bastava per sostenere la famiglia. Erano tempi molto difficili, e tra la gente più umile, la miseria era terribile. La semplice alimentazione era il bisogno più incalzante e nonostante lavorare sodo, era molto difficile soddisfare le necessità della famiglia. Fu così che Giovanni con sua moglie e figli decisero di intraprendere la grande avventura. Riunendo le loro poche pertinenze, partirono dal porto di Genova nell'anno 1886. Era una delle tanti navi che portavano delle intere famiglie gemellate dalla miseria, la povertà, la paura, motivate dalle guerre e dalla stessa speranza: raggiungere in altre terre una vita senza tante scarsezze. Nel viaggio verso l'America i due figli di Giovanni, così come tante altre persone dell’equipaggio, si contagiarono di una malattia chiamata Colera; dopo parecchi giorni i suoi figli morirono; i cadaveri furono buttati nelle scure acque dell'Oceano Atlantico. Allo sbarcare in America (Argentina), quando vanno a chiedere la documentazione, questa si era smarrita insieme al baule contenente gli attrezzi da falegname. Così si presentava la vita che avevano tanto sognato. Qualche giorno dopo furono portati alla zona rurale di Emilia (Pcia. di Sta.Fé), vi facevano i manovali, lavorando dal mattino alla sera, adattandosi alle nuove abitudini e ai duri lavori della campagna. Avviene il 25 agosto la nascita di Caterina e con lei rinacquero le speranze della coppia. Tre anni dopo si trasferiscono a un campo situato in colonia Videla (Pcia. Sta. Fé). E dopo altri tre anni l'allegria famigliare fu al massimo colla nascita di un bambino, battezzato col nome di Juan. Essendo ancora piccoli i figli, Giovanna si ammala; fu portata da suo marito fino a Rafaela e vi resta ricoverata in un ospedale. Qualche giorno dopo lui decise di andare a trovarla, pregando che si trovasse meglio per portarla di ritorno a casa dove 1'aspettavano i bambini; però quando arrivò, dovette affrontare l'amara notizia che lei era morta da parecchi giorni. Qualche anno dopo ricevette la proposta di comprare un campo nella zona, di San Gugliermo (Pcia. Sta. Fé), pagandolo colla riscossione della raccolta. Questa offerta stimolò Giovanni giacché rappresentava un futuro per i suoi figli. Col loro aiuto arò e seminò la terra e quando tutto era pronto per la raccolta, un'invasione di cavallette divorò in un istante mesi di lavoro e le illusioni che nutrivano. II padrone del campo non volle dargli una seconda opportunità e la famiglia dovette prendere nuove strade. Caterina cominciò a fare la domestica in Colonia Ripamonti, Giovanni e Juan se ne andarono in Colonia 10 de Julio (Pcia. Cba) e vi fecero dei mattoni. Quando aveva appena 15 anni, Caterina sposò Natalio Bartolomeo Torletti, un giovane di 17 anni che abitava a Col.10 de Julio. Ebbero 13 figli, 5 femmine e 8 maschi e vissero accompagnati dall’ amore di quella numerosa famiglia. Juan sposo Maria Bruera, ebbero 9 figli, 4 maschi e 5 femmine. Nonno Giovanni, da lì in poi visse colla famiglia di Juan e malgrado le sofferenze sopportate nella sua giovinezza, la sua vecchiaia trascorse affabile circondato dall'affetto di suo figlio e dei suoi nipoti. Aveva 93 anni quando morì il pomeriggio del 15 novembre 1940. Questa è la storia che mi raccontò mia nonna. Questa è l’ eredita delle mie radici ed insieme ad esse, le tradizioni, i cibi, le canzoni ed il vocabolario. Ho la cittadinanza italiana e mi sento orgoglioso di appartenere a questa patria. Il mio sogno è conoscere l'Italia e le colline del Piemonte colle bellezze che mi raccontò mia nonna. Yano Neuen Centeno A TE, MADRE ITALIA “Felici 150 anni!” Palpitano ancora nelle tue viscere storie del passato: guerre atroci, sfide, amari esili. Valorosi che lottarono vincendo le avversità, il loro frutto fu la “Unità” che oggi alimenta il tuo sangue. Terra Madre... Patria mia i nostri figli ospiti! e un drappo celeste e bianco fiammeggia con le tue bandiere. Argentina è con Te celebrando la tua Epopea, Inni di gloria ti lodano! L’Italia è in festa! "Venturosi 150 anni!" Silvia Norma Lamberti Racconto breve o pagina di diario Sezione A "COSA SI FA PER UNA BICICLETTA..." « N'asidente! An go 'd sodi per catome a bicicleta...» pensava Enzo quella mattina mentre si recava con il suo amico Sanpè dalla guardia comunale di Rivalta Scrivia. Voleva diventare un "bandierino" per guadagnare qualche soldo. Durante la guerra usava così, si rischiava la vita tutti i giorni pur di portare a casa "qualcosa".... «Ci sono due turni: il primo dall'alba alla mezza, il secondo da mezzogiorno al tramonto. Le postazioni cambieranno tutti i giorni, sono in tutto quattro, dislocate dal rondò di Tortona al confine di Pozzolo Formigaro. Il lavoro è semplice: avvistate gli aerei, esponete la bandierina e portate via la "pelle" se ci riuscite... dimenticavo la paga è di centododici lire al dì». Era proprio con quel numerino sonante che la guardia comunale aveva terminato il discorso. Centododici lire che avevano suscitato dubbi e luccichii negli occhi dei due amici. Così Enzo e Sanpè erano stati assunti, ma destinati a postazioni differenti... il cammino iniziato insieme ora li divideva. Di buon 'ora Enzo si alzava e si recava alla postazione prestabilita, scrutava il cielo e teneva la bandierina di colore bianco con una 'A' nera cucita sopra sempre stretta nel pugno... non la lasciava mai. Era una fresca mattina dell'aprile 1945, una giornata perfetta sin dai primi raggi di sole per giocare all'aria aperta. Lui però doveva lavorare così: ligio al dovere anche quel giorno se ne stava seduto la con il naso all'insù cercando un po' di svago guardandosi attorno, distraendosi, di tanto in tanto fantasticando ma sempre attento a quel cielo terso, che celava una possibile insidia. La natura sembrava tacere e anche lui taceva ... ma rifletteva. Affioravano nella mente ricordi felici: la tavola della Domenica, le corse spensierate nei campi... ma facevano capolino anche le immagini strazianti della guerra... non sembrava ancora vero .. .che si fosse in guerra... Allora corrucciava la fronte, gli occhi si velavano di tristezza e ordinava nella mente la successione di azioni che avrebbe dovuto fare se avesse avvistato uno di quegli "apparecchi". L'aria frizzantina gli scompigliava i capelli... e siccome la mattina sembrava eterna, guardava l'orologio che aveva al polso.. .le lancette però non segnavano più le ore, tutto intorno sembrava essersi fermato con loro, anche lo zefìro... non spirava più.... La placida aria era stata fesa da un ronzio sordo e continuo ... la bandiera era stata esposta al palo del telegrafo in bella vista. Enzo, con il cuore in gola, era quasi al rifugio anti-aereo ,ma la sua attenzione era stata carpita da un furgoncino sgangherato di colore grigiastro carico di limoni. Era stato forse un falso allarme? Enzo aveva accennato un sorriso pensando di aver scambiato il rumore della marmitta del furgone per il motore rombante di un "apparecchio". Mentre accennava un saluto al conducente del furgoncino, il ronzio che lo aveva ingannato si faceva sempre più sordo ed insistente. All'orizzonte due caccia bombardieri identici slanciati ed eleganti solcavano i cieli e come due falchi fratelli, l'uno sorvegliava l'altro con voli circolari. Una scarica di adrenalina attraversava le membra del ragazzo, le gambe sembravano non volersi muovere, come nei sogni. Il rifugio era troppo lontano ,così aveva tentato di nascondersi sotto il ponticello. Si era fatto piccolo piccolo, i bombardieri avevano già avvistato il furgone situato quasi vicino al ponte, ormai era tardi. Il primo aereo planava verso il basso sganciando la prima sventagliata di proiettili... sembrava che ogni colpo fosse destinato ad uccidere; la paura era tanta: il cuore palpitava, le ginocchia tremavano e i denti battevano. Il ronzio insistente sembrava ora lontano, Enzo aveva alzato lo sguardo e aveva visto che i due aerei erano pronti a tornare e a bombardare ancora...Un'altra copiosa pioggia di proiettili aveva battuto il terreno e Lui era ancora rannicchiato su se stesso. L'aereo che per primo aveva mitragliato era planato troppo in basso e aveva spezzato un'ala contro il ponte, non riusciva più a prendere quota e ondeggiava, ondeggiava mentre il suo fedele compagno lo seguiva dall'alto senza perderlo un istante. Non c'era più nulla da fare se non tentare l'atterraggio nel primo campo abbastanza esteso. Il caccia era prossimo al terreno, il pilota per ben abile che fosse non aveva notato in mezzo al campo il tronco di un gelso tagliato da poco. Così si era schiantato al suolo e il velivolo aveva preso fuoco. Ardeva come un tizzone mentre suo "fratello" lo vegliava. Enzo aveva sentito lo stridore della lamiera e il fragore delle fiamme, facendosi coraggio si era alzato ed era uscito dall'improvvisato rifugio per assistere alla scena. Così aveva fatto anche il conducente del furgoncino che, nonostante il suo mezzo fosse stato ridotto a brandelli, era ancora vivo. Il caccia superstite volava sempre più in alto, con movimenti sempre più ampi. Non appena il bombardiere si era allontanato dal sito, Enzo e l'autista, suo compagno di sventura, si erano recati vicino al velivolo. Per il pilota non c'era più nulla da fare, tutto era in fiamme! Che impressione..., avvertire la sensazione della morte così da vicino! Tra la gente che accorreva c'era anche Ernesto, suo padre ... col viso stralunato dallo spavento. Dopo un lungo abbraccio silenzioso, scaldato dal rogo dell'aereo: "Non ti preoccupare ... tè la compro io la bici". Clementina Rubini "SOPHIE" Nascesti una mattina di marzo, quando in giardino iniziavano a spuntare le primule. Casa nostra era stracolma, fra la famiglia, i vicini, le donne venute ad aiutare o quelle semplicemente curiose, mentre papa camminava su e giù per il corridoio, ansioso, impaziente. Io me ne stavo in salotto, un po' in disparte. Avevo solo sette anni, e non ero nemmeno così spigliata da sgusciare fra tutte quelle gonne per andare a vedere. Poi, finalmente, ti portarono da noi. Quando ti guardai la prima volta, stentai ad accorgermene. Ti teneva in braccio una parente - non ricordo neanche il suo viso, era una di quelli che si facevano vedere solo in una occasione o due all'anno e poi spedivano le cartoline di auguri. Ti avevano stretto nelle fasce (ricordi? Mamma ce lo raccontava sempre, di come sembrassi una pallottola bianca con le guanciotte cui tutti volevano fare il buffetto) ed osservavi ciascuno di noi con aria interrogativa. Quando infine ti diedero a me, capii che in tè c'era qualcosa di diverso. Sopra il nasino schiacciato notai che i tuoi occhi erano sottili, proprio come due mandorle, due luminose piccole mandorle. Ti chiamarono Sophie, e non tanto per il suo significato o perché fosse il nome di un'attrice, ma perché mamma se n'era innamorata. "Sophie.." diceva "..come un soffio leggero". Pian piano diventavi grande, ed io assistevo ad ogni tua piccola sudata conquista, senza sosta, di un pezzettino di quel mondo "laffuori" che conoscevi poco e che forse non avresti mai capito fino in fondo. Dicevi "laffùori" indicando con il ditino un punto imprecisato oltre la finestra, oltre le tendine di pizzo giallo che la nonna ti sorprendeva sempre ad attorcigliare e spiegazzare. Riesco ancora a vederla mettersi le mani sui fianchi, con finta aria burbera, facendoti segno che no, no, quello proprio non si doveva fare. Ed era allora che le sfoderavi il tuo sorriso da birbante, le mostravi i tuoi dentini con fare sornione e piegavi la testa da un lato. Già sapevi bene che, come sempre, la nonna non avrebbe fatto altro che darti un pizzicotto sul nasino e prenderti in braccio perché, alla fine, non ti avrebbe mai sgridata. Le parlavi con la tua voce un po' impastata, mettendo una parola zoppicante dopo l'altra, le confidavi che volevi "affolutamente" andare fuori, giocare un po' in giardino e poi, perché no?, uscire per andare in paese, dal panettiere, dall'uomo dei fiori", da questo e da quello, e spuntavi con le dita le idee man mano che ti venivano, con aria assorta. Rimanevi incantata, con la bocca aperta, ogni volta che vedevi tante persone camminarti accanto. Ne sentivi l'odore, il frusciare dei vestiti e seguivi con lo sguardo i loro volti con mille espressioni. Ricordo che una volta ti portammo con noi ad una festicciola in campagna, un pomeriggio d'estate. La nonna ti aveva preparato un vestitino nuovo per l'occasione, uno scamiciato rosso papavero con i bottoncini bianchi e la gonna ampia. L'hai adorato - ne sono certa. Appena indossato, facevi piroette per tutta la casa gonfiando il vestito, aggraziata come la ballerina del tuo carillon. Ti presi per mano uscendo di casa e camminammo insieme. Saltellavi al mio fianco, prima su un piede, poi sull'altro e perso il ritmo, ridevi (come ridevi!) prima di ricominciare. Quando arrivammo non ci mettesti molto ad essere assorbita completamente da tutto quanto vedevi. Mi tenevi ancora la mano, ma sapevo che ormai la tua mente era altrove - ora si intrufolava tra la gente, ora scrutava rapita le loro bocche muoversi a velocità impensabile e dire parole che non riuscivi a capire. A un tratto, mi accorsi che il tuo sguardo puntava oltre le persone, oltre i tavoli, e lo seguii. Vidi che c'era un piccolo angolo di prato, appena poco più in là, ricoperto di margherite. Sentii la tua mano nella mia che si divincolava istintivamente e la lasciai andare. Ti guardai correre, un po' buffa, con il passo ondeggiante di un anatroccolo che sgambetta sui suoi piedi palmati. In men che non si dica ti tuffasti fra le margherite, per poi metterti seduta e lasciare le mani a penzoloni navigare tra gli steli. Ti vidi alzare la testa e cercarmi con lo sguardo mentre ridevi estasiata. Ho l'immagine di tè in un mare di fiori tutt'ora nella mente, limpida ed indelebile. Sul tuo viso non si notavano occhi più sottili, un naso o una bocca particolari. Guardandoti si vedeva soltanto un immenso e splendido sorriso. Letizia Rivera “FIORI E MACERIE” Lucia è a terra. E’ stanca e non riesce a rialzarsi. Lucia prega. Poi gira lentamente il capo e un sorriso placido le compare sul volto. “E’ finita” sussurra alla sua bambola di pezza, che prima di andare a dormire stringeva forte in grembo. Lucia Stefanini è una bambina di otto anni, che ama tanto i fiori. Li ama così tanto che quotidianamente, quando va nel suo bel giardino, si inginocchia sull’erba fresca di rugiada e li guarda attentamente. Rose, primule, margherite, fiordalisi. Non capisce come tante persone bramino dal desiderio di avere i soldi, i vestiti firmati e una televisione a 99 pollici per vedere una partita di calcio, quando ci sono i fiori, così fragili, così colorati. Ma in fondo lei è solo una bambina e non può ancora capire come va il mondo. La casa di Lucia è immersa nella quiete campagnola e, ogni primavera , quando le rondini fanno ritorno nei nostri paesi, l’abitazione offre a loro un accogliente rifugio. Un immenso salice piangente abbraccia la parete orientale della villetta e le sue radici affondano profondamente nel terreno, circondate da una moltitudine di trifogli. Quando la malinconia si dipinge sul volto della bambina, ella si accovaccia sulla grigia roccia, che si trova a pochi metri dalla sua casa e volge lo sguardo verso l’infinito, ammira le nuvole e le farfalline bianche che si rincorrono. Così era la sua vita fino a quel fatidico giorno. Una tiepida mattina, il sole d’aprile risplendeva alto nel cielo e la rugiada mattutina si era quasi del tutto dissolta. All’improvviso il rumore di un motore frantumò quell’idilliaco paesaggio agreste: un uomo dal naso camuso e dalla folta capigliatura scese dal veicolo: era il vecchio Sam, il postino. Lucia gli corse incontro radiosa, come era di suo solito fare con chiunque le si presentasse. Il vecchio l’accolse tra le sue braccia, la sollevò da terra e la posò sul cofano della macchina. Estrasse dalla sua borsa consumata una lettera e disse: “Questa è per i tuoi genitori. E’ importante. Abbine cura.” Poi la baciò sulla fronte, la rimise a terra e le scompigliò dolcemente i lunghi riccioli. Non appena vide la macchina allontanarsi all’orizzonte, si diresse in casa. Dopo aver appoggiato la busta sul tavolo del soggiorno, prese in mano un libro “Il piccolo principe”, il suo più caro regalo di compleanno, e iniziò a leggere, aspettando l’arrivo della mamma. Dopo circa due ore, percepì il rumore della chiave infilata nella toppa e la camminata leggera di sua mamma, Carmen, che si accingeva a salire le scale. La salutò con un lieve cenno del capo e con la mano le indicò la lettera. Appena aperta, Carmen emise un sospiro di disapprovazione; si rattristò, si incupì e iniziò a gemere. Poi si mosse in direzione della sua camera da letto e, sbattendo la porta, si rinchiuse dentro. Non poteva crederci, o molto più probabilmente, non voleva. Allora in quel momento Lucia chiuse il libro e lo sistemò sullo scaffale; era infatti molto turbata. Non le capitava spesso, in quanto era ormai abituata agli stati d’ansia nei quali si imbatteva spesso la madre. Ma quel giorno era capitato qualcosa di diverso: Carmen non si era mai ritirata in una stanza senza nemmeno proferire parola e soprattutto erano trascorsi anni da quando aveva provato una crisi di tale portata. La verità era che era sempre stata una donna debole; la vita le fluiva addosso ed era completamente incapace di coglierne al meglio ogni singolo istante. I problemi non erano fonte di miglioramento, bensì di malessere; un malessere che cresceva e s’inaspriva col passare degli anni. La bambina era rimasta a fissare quella porta per minuti, forse anche per ore, fino a quando suo padre non aveva fatto ritorno. Immediatamente Stefano percepì dallo sguardo di sua figlia un senso di vuoto e di straniamento che non aveva mai potuto scorgere in un animo così innocente e spensierato. La prese per mano e la accompagnò in cucina; le preparò per cena un panino e le consigliò di andare a riposarsi appena avesse finito. Accorgendosi che il viso della bambina non mutava quella cupa espressione, le parlò dolcemente: “Tesoro, stai tranquilla. Vedrai che tutto si sistemerà e tutta questa faccenda sarà stata per te solamente un brutto incubo”. Così, dopo circa mezz’ora, raggiunta la sua camera, la bimba si distese sul letto e socchiuse gli occhi. Ma quella così aspettata quiete non poteva durare. Improvvisamente sentì le voci dei suoi genitori rincorrersi l’un l’altra. Accostò l’orecchio alla sottile parete e iniziò a origliare. “Non possiamo andare avanti in questo modo, cara. Lucia ne soffrirà di certo. Ho visto l’ultima bolletta. Il costo della luce è ancora aumentato. E’ già la quinta tassa che non riusciamo a pagare”. Carmen che era stata fino a quel momento in silenzio, alzò inaspettatamente la voce, fino a coprire del tutto quella del marito. Le sue parole giungevano pesanti come fitte al cuore. “Io non posso più sopportare queste continue umiliazioni. Ma lo sai come ci si sente? Additati dai vicini, dagli amici e perfino dai parenti come quelli che non riescono mai ad arrivare a fine mese? No, io non ce la faccio più”. “Per favore ora calmati. Vedrai che riusciremo a trovare una soluzione anche a questo. Chiederò al mio datore di aumentare le ore lavorative e…” “No. Tu non hai capito. Noi dobbiamo andarcene da qui, da questa casa. Ho riflettuto a lungo. Ci trasferiremo dai miei genitori giusto il tempo necessario per trovare un qualche acquirente per questa villa”. Lucia si distanziò dalla parete: aveva ascoltato abbastanza. Le lacrime iniziarono a sgorgare incessantemente e a rigarle le guance. Non poteva lasciare la sua amata casa. I suoi fiori e le piante e gli uccellini e ogni singola parte di quel meraviglioso mondo, che aveva gelosamente custodito nel suo cuore. Tra i singhiozzi e le lacrime prese finalmente sonno e si addormentò profondamente, sperando che al mattino seguente tutti i problemi, che ora avvolgevano la sua casa, si dissolvessero. Ed ecco ciò che rimane della casa: solo macerie e fumo. Era stata improvvisa la fuga di gas nell’abitazione, così come il suo successivo incendio. Lo scoppio era stato udito per tutto il paesello e, anche se l’arrivo dei pompieri era stato repentino, nessun corpo era ora in salvo. Anche Lucia giaceva lì, immobile, distesa, come un fiore ormai sradicato dal proprio prato. Svaniti i sogni, i desideri, i progetti. Solo fumo e macerie. Elisa Torlasco PICCOLA AMBASCERIA AEREA Che Hammerfest non fosse una cittadina adatta a lei, Anya l'aveva capito da quando era una ragazzina, quando già sognava di entrare nello psichedelico mondo hollywoodiano. Adesso, a diciannove anni appena compiuti, viaggiava con una valigetta viola in mano, dove gelosamente custodiva l'essenziale per la sua nuova vita. Aveva nastri per capelli, asciugamani, pochi vestiti, un piccolo beauty-case ed il suo peluche di quando era bambina. Non aveva bisogno di abiti particolare per apparire bella, si sentiva a suo agio con ciò che la natura le aveva dato, ovvero un'altezza non indifferente, grandi occhi blu e capelli castani, lunghi fino a metà schiena, che si muovevano ad ogni suo gesto. Quella mattina, la giornata che avrebbe cambiato la sua vita per sempre, aveva lasciato Hammerfest per dirigersi ad Oslo e, una volta salutate le baite ed i fiordi tipici del suo paese, viaggiò verso Roma, dove prese un nuovo treno in direziono di Los Angeles, sperando che lì potesse intraprendere una carriera. Adesso che dal finestrino vedeva il mar Tirreno e si accorgeva che non era il suo Oceano, arrivò il primo attacco di panico. Cosi Anya chiuse gli occhi e, serrando la bocca, assunse involontariamente un' espressione di dolore. Al che, la tizia che le sedeva, accanto girò la testa esclamando, in un italiano un po' bislacco:" Ehi! Ma va tutto bene?" Anya apri gli occhi e si vide davanti un viso chiaro, con un ciuffo biondo che cadeva sull'occhio sinistro. Non aveva minimamente capito cosa volesse la ragazza, che cambiò lingua, passando all'inglese, sempre con un accento molto marcato. Anya rispose che stava bene e la ringraziò. La ragazza italiana rimase tuttavia un po' delusa da quella risposta. Si aspettava di intrattenere una, seppur breve, conversazione. Era solo mezzogiorno e stava viaggiando da ore... aveva lasciato Linosa alle spalle, salutando per l'ultima volta la sua famiglia. Era arrivata a Catania con il traghetto e da lì era volata a Roma, dove si era imbarcata su un altro aereo. Aveva lasciato il suo cane, la mamma, la nonna e le due sorelle nella casetta gialla tanto caratteristica della sua isola. Aveva salutato le enormi tartarughe marine ed ora inseguiva il sogno americano, cercando la fortuna. In realtà, la fortuna l'aveva già fatta il suo fidanzato, perugino, Tommaso, che viveva nella città californiana da qualche anno, poiché aveva vinto un concorso per lavorare nella celebre Silicon Valley. E lei, per amore, lo stava seguendo. Sebbene fosse innamorata fino al midollo di Tommaso, aveva una paura bestiale. Non si sentiva neppure italiana e presto avrebbe dovuto aggiungere alla sua cittadinanza anche quella di un nuovo paese di cui, a parte nomi di attori famosi, non conosceva nulla. Le incutevano timore, gli Stati Uniti d'America. Già il nome per lei, abitante di Linosa, era troppo altisonante. Le cadde una lacrima da un occhio mentre pensava a tutto ciò. E la vicina le chiese, in un inglese perfetto, se stesse bene. Lei rispose che stava okay, grazie. Regnò il silenzio per un'ora buona poi per noia Anya decise di attaccare bottone. Cominciarono a parlare. Chi sei, chi non sei, da dove vieni. Hammerfest, cittadina norvegese, Linosa, piccola isoletta pelagica. La ragazza italiana si chiamava Concetta, era carina, anche se i lineamenti molto dolci le conferivano un'immagine da topolina. Aveva gli occhi castani molto chiari. Complici le diverse paure, di non riuscire ad assimilare un nuovo stato da una parte ed il fallimento dall'altra, la giovane innamorata e l’intraprendente attrice iniziarono a parlare. Inizialmente ci fu un po' d'imbarazzo, poi conversarono come se si conoscessero da tempo. Con gli estranei, pensarono entrambe, era così. Fatichi ad aprirti con chi sai ti può ferire, ma loro, sconosciute che mai più si sarebbero riviste, cosa avrebbero potuto farsi di male? Anya raccontò di Hammerfest. Si trovava nella Norvegia settentrionale e la vista dal porto era stupenda, sembrava che il mare e l'orizzonte non si fossero mai separati. Anya aveva una luce negli occhi mentre lo diceva, ma poi si spense quando disse." Ma io voglio fare l'attrice. " Anya si sentiva chiusa in una gabbia ad Hammerfest. Le pareva di essere fuori dal mondo, mentre invece voleva esservi al centro. Amava recitare, si sentiva realizzata nell'interpretare altre donne. Suo padre era un pescatore, sua madre possedeva un negozio di articoli per la pesca, suo fratello era un ittiologo. Lei odiava l'odore dei pesci. Si lamentò della mentalità della cittadina, che lei giudicava chiusa, acerba, senza vie di fuga. La scuola era sempre stata una perdita di tempo per lei, a cui piaceva solo il teatro e non aveva saldato amicizia alcuna. Così, aveva preso coraggio ed un biglietto per Los Angeles ed aveva abbandonato tutto. I suoi le avevano prestato dei soldi, per ingranare le marce appena sbarcata oltreoceano, ma Anya raccontò di aver percepito che loro si aspettavano di rivederla presto. La norvegese era norvegese, ma si sentiva americana fin dalla nascita; aveva l'indole dell'attrice e voleva conoscere tutto e tutti, per farsi un'idea riguardo ogni cosa. Anya, notò Concetta, aveva adesso una luce diversa, mentre raccontava tutto questo. Sembrava che la grinta e la determinazione fossero talmente potenti da uscirle dal corpo. Poi toccò all' isolana raccontare della sua storia. Non sapeva come iniziare; viveva con la mamma e la nonna perché il padre era morto quando lei era piccola e anche a casa sua s'era sempre più meno parlato di pesce. Sua mamma era una però una maestra nella scuola elementare dell'isola, la sorella più grande era una biologa marina, la più piccola frequentava ancora il liceo. Concetta aveva vent'anni appena compiuti ed avrebbe studiato a Los Angeles, cosi avrebbe potuto migliorare l'inglese. Lì l'aspettava il fidanzato, con cui aveva una storia da otto mesi. Si erano conosciuti a Taormina, quando entrambi erano in vacanza e si erano innamorati. Concetta si soffermò a narrare la stranezza dell'amore. Lei, che era sempre stata cinica riguardo a certe storielle, era rimasta abbagliata dal ragazzo che in spiaggia le si era piazzato davanti. Descrisse il momento dell'innamoramento come una scarica elettrica che ti arriva al cuore, indolore, ma che lascia una cicatrice. Così aveva capito di essersi innamorata. Quando lui era ritornato a Magione, vicino a Perugia, dove abitava, lei aveva cercato di non essere troppo melodrammatica e si era imposta di scordarlo. Poi però lui si era presentato sotto casa sua a cantarle una serenata... ed insomma, come puoi rifiutare uno che ha percorso mezza Italia in un auto scassata e si è imbarcato su un traghetto per arrivare sulla tua minuscola isoletta?.Aveva otto anni più di lei ed era laureto in matematica. Aveva ottenuto un posto, Concetta non si ricordava il nome dell'azienda presso cui lavorava, nella Silicon Valley, e lei lo stava raggiungendo perché erano stufa di essere separati. L'italiana sospirò:" Però, com' è difficile. Per me, che nemmeno mi sento italiana! Pensa, io so solo d'essere di Linosa. L'Italia l'ho sempre sentita lontana e neppure m'è mai interessato scoprirla più di tanto, lo so di appartenere alla mia isola. Sento la sua sabbia su di me, sento i raggi sui capelli e la brezza che mi attraversa il corpo. E adesso? Esco in un momento dalla mia piccola realtà per scoprire una terra di cui ignoro tutto. E come farò? Tu hai una passione, un motivo che ti spinge avanti. Ma io? E se l'amore dovesse finire perché io non sono fatta per essere americana? Tu dici di sentirti americana. Vorrei che mi potessi insegnare a sentirmi qualcosa al di fuori di Linosa." Anya stette zitta per un momento, poi le prese delicatamente la mano e l'appoggiò sulla sua maglia. Ne sentì il profumo della pelle; che aveva un che di puro ed in un certo senso innocente. La guardò negli occhi e sorrise. " lo non so come andrà a finire. Magari Hammerfest mi mancherà più di quanto possa immaginare, magari sono io che mi convinco d'essere americana ma sono più norvegese di quanto possa ammettere. Però so una cosa; io non posso rinunciare ai miei sogni. E se anche finissero fra poco, perché ne arrivano altri, fa' niente! L'importante, secondo me, è viverli. Attimo per attimo. Se anche tu innamorassi di un altro... se decidessi che il tuo sogno è tornare a casa... vivo, qualunque cosa sia." " E se l'America non fosse il mio sogno?" " L'America no di certo, ma stare con il tuo ragazzo sì." " Sì." " E allora, stacci. Anche se devi andare in America per farlo." Con nessuno Concetta si era mai aperta così tanto e nessuno aveva mai ascoltato Anya senza giudicarla presuntuosa come adesso Concetta aveva fatto durante quel viaggio. L'aereo stava atterrando. Avevano viaggiato per ore ed ore e non avevano fatto altro che parlare. Si sentivano stanche, sudate, erano a pezzi. Entrambe, in due modi certamente diversi, avevano paura. Quando scesero e si guardarono negli occhi prima di separarsi, capendo di aver trovato qualcuno di veramente speciale, si rattristarono. Poi però voltarono le spalle, decise a vivere il sogno che ciascuna di loro aveva dentro. Martyna De Marchi Racconto breve o pagina di diario Sezione B IL DONO DI GIOSUE' Il gattino tastava cautamente la prima neve della sua vita tentando di affondarvi anche il muso, quando il contatto inaspettatamente gelido lo indusse a ritrarsi repentino e a scrollare nervosamente la testa. Dal gruppo dei giovani universitari partì una pallata violenta che, colpito il micio ad un fianco, lo costrinse a ruzzolare goffamente e, una volta rialzatesi, a rifugiarsi spaurito sotto la siepe che perimetrava quasi per intero il piazzale dell' Ateneo bolognese. I ragazzi risero di gusto, scambiando per goliardia il loro spirito di patata. Cupi nuvoloni incombevano e nel pomeriggio avrebbero senza dubbio scaricato un' altra importante nevicata sui tetti e sulle strade della "Dotta". Opprimenti erano anche i pensieri di Giovannino che in quel momento stava tagliando diagonalmente la piazza, a pochi passi dal punto da cui era fuggito il gatto in cerca di riparo. Assorto nei suoi pensieri non notava quanto gli accadeva intorno: le sghignazzate degli studenti che lo stavano eleggendo a bersaglio, le bestemmie degli spalatori che alla sua sinistra aprivano un varco verso la biblioteca, il sibilare delle palle di neve che lo avevano mancato di un soffio. Giovannino era in apprensione perché il giorno precedente gli era arrivata la comunicazione di presentarsi la mattina dopo (quel 21 dicembre 1873) alle ore 10,20 presso lo studio del titolare della cattedra di letteratura italiana, il temutissimo professor Giosuè. Solo in un' occasione, pochi mesi prima, il docente ed il ragazzo avevano avuto modo di confrontarsi. Era una circostanza che Giovannino ricordava con piacere: terminato il corso di studi presso il liceo di Rimini, aveva constatato che 1' unica opportunità che aveva di iscriversi alla facoltà di lettere dell' Università di Bologna era quella di aggiudicarsi una borsa di studio. Ad esanimarlo fu proprio 1' austero professore toscano ed il ragazzo era felice di aver suscitato una buona impressione, dal momento che pochi mesi dopo, in virtù del superamento di quella prova, si trovava a sedere sui gloriosi banchi dell' Ateneo felsineo. Ora, salendo lo scalone che portava al primo piano, ripercorreva con la mente i comportamenti che aveva tenuto negli ultimi mesi: se in qualche atteggiamento aveva potuto deludere gli insegnanti, se fosse venuto meno ai propri doveri. Nel tumulto delle emozioni, nella confusione dei pensieri non si rammentò di alcuna mancanza e giunto davanti all' ufficio del professore bussò timidamente alla porta. Nessuna risposta. Al secondo tentativo tuonò una voce dall' interno: "Ho detto avanti!". Partiva male, non aveva udito il pruno invito ad entrare. Incerto aprì la porta e col basco in mano si trovò al cospetto di Giosuè. "Buongiorno, sono Giovanni...." Si presentò con una voce stridula che non riconobbe come sua. "Entrate, accomodatevi" disse il docente fissandolo negli occhi e lisciandosi la folta barba sale e pepe. Mentre il ragazzo, sempre più a disagio si metteva a sedere, il professore proseguì: "Ecco, ora ricordo chi siete, gli altri insegnanti mi parlavano sovente di voi ma io non riuscivo a focalizzare la vostra fisionomia, adesso ho capito, siete lo studente romagnolo, quello della borsa di studio". I toni di Giosuè non favorivano I' allentarsi della tensione di Giovannino che si scoprì a tremare mentre fissava le mani nodose e vissute che non si sarebbero dette appartenere ad un cattedratico. Il professore fece una lunga pausa continuando a fissare il ragazzo; aveva fama di uomo risoluto, eppure si sorprendeva in difficoltà a comunicare col giovane. Ad un tratto si decise: "So che il vostro inserimento non è stato dei più agevoli. Credo di essere pure a conoscenza delle ragioni del vostro tormento". Per lo studente il peso dell' imbarazzo si stava facendo insostenibile; quasi a rendersene conto Giosuè divenne più conciliante: "II vostro profitto non è assolutamente in discussione e tanto meno il vostro comportamento, anzi gli insegnanti sono estremamente soddisfatti di voi". Altra pausa. "Ciò che rincresce è vedervi così angustiato", dopo un profondo sospiro la voce del professore si fece più greve: "Vedete, credo di essere la persona maggiormente indicata per comprendere il vostro stato d' animo". I lineamenti del docente si irrigidirono e parve invecchiato di colpo quando proseguì: " Le circostanze drammatiche che hanno portato alla scomparsa di vostro padre sono senza dubbio laceranti e vi segneranno per tutta la vita. Serbate sempre il ricordo del vostro genitore ma smettete di torturarvi e cercate di affrontare le sfide che vi lancerà il futuro, sarà il modo migliore per onorare la memoria di chi piangete. D' altronde...." Continuò commosso, "Perdere un padre, per quanto il fatto sia ingiusto ed intollerabile, sta purtroppo nell’ ordine delle cose. Perdere un figlio è.... devastante. Ecco, devastante". La prima lacrima danzò a lungo sulle ciglia di Giosuè; quando si decise a staccarsi e a cadergli sul bavero, gliene fecero seguito altre improvvise, irrefrenabili. La ferita non si sarebbe mai rimarginata. Lo studente provò a sostenere lo sguardo del professore, non vi riuscì, col polsino si asciugò gli occhi umidi. Dal piazzale sottostante giunsero le risa sguaiate del gruppo di studenti. Giosuè aspettava un pretesto per sollevarsi dalla situazione di disagio che si stava creando. Alzatesi si portò alla finestra resistendo alla tentazione di aprirla. Si limitò a guardare sotto e a sibilare: "Teste vòte, perditempo". Anche Giovannino tentava di riprendersi dalla commozione. Reclinando la testa lesse i titoli sui dorsi dei volumi allineati sugli scaffali dietro la scrivania. Fece in tempo ad individuare gli indispensabili "Saul", "Le ultime lettere di Jacopo Ortis" e, in un ripiano superiore, il "Discorso sopra la poesia" del Parini. Il professore, tornatosi a sedere, gli disse puntandogli il dito: "Coltivate le lettere, siete dotato, non sprecate il vostro talento, so per certo che nessuno in Facoltà possiede le vostre attitudini. Liberate la vostra mente e studiate i classici". Il giovane, desideroso di ben figurare, fece tesoro di quanto aveva visto poco prima : “Si certo, Foscolo, Alfìeri…”, "Esatto, esatto...." si infervorò 1' interlocutore: dalla lettura dei grandi c’è da trarre solo benefici". Giovannino si sentì autorizzato a proseguire nell’elenco: "Leopardi, Manzoni...". Il professore inarcò un sopracciglio, il nome dello scrittore milanese sembrava averlo scandalizzato. Il ragazzo comprese di aver detto qualcosa che non andava ma non poteva immaginare che Giosuè non aveva una grand' opinione dell' autore de “I promessi sposi" e che pochi mesi addietro, parlando di lui aveva dichiarato al Circolo degli “Amici Pedanti”: “ ‘un mi garba punto quel prete mancato e baciapile”. II docente riprese il discorso "Leopardi è inarrivabile; leggete, studiate e non abbiate ritegno a cimentarvi nella poesia". Avvilito Giovannino desiderava porre rimedio al passo falso appena compiuto e disse: Come vorrei possedere la capacità di tradurre in versi i sentimenti e le emozioni...”. Giosuè abbozzò un sorriso: "Siete nel posto giusto. Applicatevi. Noi, dal canto nostro metteremo a disposizione le nostre conoscenze. Voi impegnatevi nello studio dei classici, della metrica, delle lingue antiche e quant' altro". Ciò detto porse la mano allo studente lasciando intendere che l'incontro era giunto a termine il ragazzo, deferente, si alzò, rispose al saluto e impacciato andò alla porta quando il professore lo richiamò: "Ah, un' ultima cosa" disse. Si chinò prese un oggetto nell’ultimo cassetto della scrivania e, non visto, lo introdusse m un sacchetto di carta. L’involucro passò nelle mani dello studente accompagnato da una raccomandazione: "Vi consegno uno strumento magico. Contiene tutti gli elementi utili a rendere le vostre opere immortali. Sta solo alla vostra sensibilità e alla vostra abilità scegliere i singoli componenti e disporli nell' ordine ideale. Fatene buon uso. Buongiorno. Giovannino farfugliò un misto di "Grazie, buon giorno e buon Natale" e si trovò nel piazzale ad aprire il sacchetto e a darsi del "Patacca" picchiandosi il palmo sulla fronte il dono di Giosuè consisteva in un.... vocabolario! Il giovane alzò lo sguardo verso la finestra del professore che dietro le tende sorrideva compiaciuto, quindi agitò il braccio m un saluto goffo e fuori luogo. Aveva ripreso a nevicare, gli universitari erano rientrati al refettorio. Il gattino riconquistato il centro della scena seguitava a fare esperienze di vita, il giorno seguente non avrebbe più avuto motivo di temere la neve. Gianni Marchesotti LA NAVE DEI VAGABONDI Il lungo suono della sirena interruppe la paura che quel giorno, il primo dopo l’ imbarco, la fame potesse diventare l'argomento principale delle discussioni che accompagnavano fino alla notte l'ondeggiare della barca. Io non me ne accorsi subito, ma soltanto perché non conoscevo ancora la cantilena di quei lamenti che percorrevano avanti e indietro la piattaforma di legno scuro screpolata dalla nebbia e dalla salsedine. La prima sensazione di trovarmi lontano da casa fu lo spavento che mi assalì quando mi resi conto che dovevo spostare la mia valigia per metterla al riparo dalla furia brulicante di cento e cento piedi che la urtavano tutt'intorno, rumorosi e frenetici a rincorrersi verso uno stamane sottocoperta che le divinità benevole del mare avevano allestito con sei file di panche in mezzo al vapore dei pentoloni con la zuppa di fagioli. Compresi subito che quel bagaglio conteneva le uniche cose che mi appartenevano veramente, mentre tutto il resto faceva parte di un patrimonio collettivo da condividere con tutti gli altri emigranti secondo una regola che assegnava a ciascuno di noi la stessa quota di illusioni di vomito e di nostalgia. Il risveglio mi aveva sorpreso poche ore prima con il senso di rabbia e di impotenza di chi sa che non si può tornare indietro e con la certezza che la scia di quella nave non avrebbe smesso di inghiottire e risputare il mare aperto e di allungare la distanza che ormai mi separava da Virginia. Il gusto ancora impastato dalla sbornia e il peso sullo stomaco erano gli stessi della sera prima in osteria, quando stavo in mezzo a tutti i coscritti e ai giovanotti del paese che festeggiavano il mio addio al celibato. II momento più amaro fu quello in cui il primo tramonto spalancò davanti a me e a quel manipolo di spavaldi naviganti una porzione gigantesca del creato, quando sentii rimbombare nelle tempie le minacce dei miei fratelli che volevano impedirmi il matrimonio: "Sei troppo giovane per sposare quella donna", "Non ti permetteremo mai di regalare il “nome dei Caverzan a una contadina”, "Tu devi dimenticarla. Te lo metteremo in testa a qualunque costo, anche se dovessimo costringerti a partire per le lontane Americhe ". In quell'istante ebbi la certezza che non avrei più rivisto la mia Virginia, e che avrei trascorso quella sera di sabato contando le ore che mancavano all'inizio della messa e al saluto agli invitati sul piazzale della chiesa, o vagando per la nave a cercare se restava ancora un posto dove distendermi in compagnia delle stelle, un angolo che riuscisse a proteggere la mia anima, almeno per una notte, dall'angoscia a cui la costringevano un’immensa solitudine, l'odore di petrolio e la paura dell'oceano. Rino Caverzan si rigira tra le mani il libretto con il racconto del suo viaggio intitolato "La rotta imprevedibile ", ma non osa sfogliarlo per paura di tare una ruga o un'orecchietta su quel cartoncino blu così pulito, o forse di scoprire qualche errore scampato allo zelo del correttore e a ciascuna delle sue infinite riletture. L'immagine di copertina è quella della piazza di Mirano, una copia senza cornice della cartolina in bianco e nero che negli ultimi vent'anni non si è mai mossa dalla sua posizione un po' di sbieco esattamente al centro del davanzale sul camino in stile barocchetto. E' già tardi e tra poco Susan lo chiamerà per la cena, ma Rino farà finta di niente perché vuole fermarsi ancora qualche minuto nel suo posto preferito: in mezzo al cerchio dei cipressi sulla collina che domina la schiera delle casette vittoriane. E' ancora seduto sulla panchina che due anni fa ha battezzato il suo primo, timido tentativo di rovesciare una valanga di ricordi nella facciata bianca sul retro di un volantino, che aveva scelto nel mucchio delle pubblicità e delle bollette del telefono per evitare di sprecare un foglio nuovo. Per la prima volta Rino si sente fiero della sua creatura che sa ancora di tipografia, il riassunto in prima persona singolare dell'avventura che cinquant'anni fa consegnò un giovanotto di buona famiglia e una valigia chiusa con lo spago alle coste della Nuova Zelanda e a un avvenire che non era ancora incominciato. Adesso, prima di alzarsi dalla panchina, vuole rileggere almeno il capoverso che c'è in fondo a pagina trentuno, quello che lui teneva già scritto in qualche posto dell'inconscio fin dalla prima sera dopo Gibilterra. Non sapevo ancora quanto sarebbe durata la traversata, perché all’ora dell'imbrunire, dopo che tutti erano riusciti a sistemarsi la coperta in qualche cantuccio riparato dall'aria umida della notte, nella moltitudine degli sguardi malinconici il mio era l’unico che non sì allungava oltre la prua per misurare la distanza dall'orizzonte. Io me ne stavo sempre nello stesso posto con gli occhi incollati alle scialuppe, mentre gli altri erano tutti appoggiati al parapetto per abituarsi a ricercare il punto luminoso del primo faro che avrebbe segnalato l'avamposto della terra destinata ai coraggiosi e ai vagabondi. Guardare avanti era il rito serale dei cercatori di fortuna, ed ogni volta che i naviganti lo celebravano qualcuno di loro pensava che per salire su quella nave era valsa certamente la pena di vendere l’onore, qualche mobile o il più prezioso dei gioielli di famiglia. E' proprio ora di rientrare. Susan lo sta aspettando, e poi quella sera le deve domandare che cosa ha risposto il prete della chiesa di Runanga quando lei lo ha informato che suo marito il professore, quello che discende da una famiglia di commercianti di Venezia, ha pubblicato il romanzo dei suoi ricordi e vorrebbe proprio leggerne qualche passo agli italiani che si ritrovano la domenica pomeriggio nella sala parrocchiale. Quel lungo raccontare ha sciolto tutti i rimpianti che dissuadevano Rino dal ripensare alle sue origini lontane e gli ha restituito la memoria della follia e dell'audacia di chi ha viaggiato per trovare un'altra patria, ma solo adesso, dopo tante serate in compagnia di una penna e di un quaderno, lui può contemplare il suo capolavoro dietro gli occhiali che nobilitano la stempiatura sul volto pallido e affilato. Sono quasi le otto quando Rino si incammina per la discesa verso casa, lungo il sentiero che passa tra la siepe e uno steccato di legno. Il cancelletto del suo cortile è poco più in basso e si riesce già a intravvederlo dopo la curva. Ora tiene il libro contro la pancia, nella posizione più favorevole per sentire il batticuore che scolpisce il ritmo dei suoi passi e per convincersi che scrivere è l'unico rimedio di cui dispone il cuore di un oriundo quando vuole distillare un po' di buon umore dal pensiero che ritorna ai lunghi giorni a bordo di un traghetto. Rino ha incominciato a scrivere per capire se si poteva perdonare la cattiveria che lo attendeva quella notte in cui bevette troppo, perché alla fine di ogni bicchiere c'era sempre qualcuno che gliene versava ancora un po'. La sua memoria si fermava lì, alle bottiglie di grappa e di prosecco nella taverna del paese due giorni prima delle nozze, ma una lettera di sua sorella Teresa, qualche mese dopo l'arrivo in Oceania, riuscì a dissolvere i suoi dubbi con il racconto di una coperta che lo avvolse immobile quando lui crollò nel sonno in mezzo agli invitati, di un viaggio silenzioso nella notte tra le cataste di legna sul furgone, dei due fratelli che trasportarono il suo corpo inerte e addormentato sulla scaletta del Regina Margherita fino a depositarlo sul ponte di prua, nel punto da cui era più difficile voltarsi per rivedere il bel sorriso di Virginia e la laguna. Attraversare il mare è la scommessa audace e selvaggia che alimenta il senso dell'ignoto nello spirito di tutti gli emigranti, ma l'idea di salvezza che consacra il giorno dello sbarco resta sempre, anche in fondo all'universo, il conforto più sincero per chi ha accettato senza esitare le soluzioni necessarie del destino e per chi ha già capito che non basterà la vita intera per avere ancora voglia di tornare all'altra riva. Rino non è mai tornato, ma prima di ogni Natale ha mandato un bigliettino a sua sorella che lo aspettava in capo al mondo. Anche domani lui entrerà di buon mattino nel salone della posta di Runanga e affiderà ad un pacchetto con un libro e un bigliettino il compito di percorrere al suo posto le rotte del Pacifico per trovare qualche rimedio alla mancanza di coraggio e alla curiosità di immaginare il volto di una figlia che ha lasciato al suo paese, in grembo ad una donna sola sul sagrato della chiesa. “A Rina, che troverà tra queste pagine le ragioni del silenzio che è durato mezzo secolo e di un segreto da conservare insieme al nome di suo padre al sangue e al desiderio di salire su una nave. Runanga, New Zealand, 11 dicembre 1984” Paolo Camera TARTARUGHE Le prime erano state tre piccole tartarughe di pietra,probabilmente sassi di mare. Le aveva acquistate durante una vacanza in Sardegna. Sdraiata al sole sulla spiaggia, non pensava a nulla, quando un ragazzo aveva incominciato ad aprire la sua sacca e ad esporre le sue mercanzie. Le erano piaciute subito, così piccole, ma precise e ben rifinite:deliziose! Tornata a casa, le aveva poste su un piano della libreria, in fila, la più piccola davanti, le altre dietro. Poi era venuta Chapita, una minuscola, piccolissima zucca scavata, dipinta di verde brillante, da cui spuntava un capino di testuggine su un collo lungo e esile. Se lo toccavi, si muoveva e ripeteva sempre no..no..no all’infinito, ma con garbo, con grazia. Il boliviano che gliel’aveva venduta le aveva detto che portava fortuna, che era un amuleto nel suo paese. E Chapita andò dietro le altre, ad allungare la fila di tartarughine. Poi ci furono quella di giada, quella piccola di lapislazzuli e oro da appendere al collo (bellissima sullo scollo degli abiti estivi!); quella di ceramica arancio, quella che viveva nel mare. Gli amici, conoscendo la sua passione per quegli animaletti, gliene portavano sempre dai loro viaggi. L’amica del cuore, ogni volta che tornava su al Nord, ne cercava qualcuna un po’ particolare. Si erano aggiunti così alla raccolta oggetti confezionati con l’ambra del Baltico. Erano tartarughe preziose e raffinate. Una volta le aveva anche portato una buffa famigliola di tartarughine, padre, madre e piccoli. Fatte di conchiglie, avevano improbabili cappellini rossi di paglia; il padre teneva sul dorso l’ultimo nato: minuscolo e vispo, guardava il mondo dall’alto, torcendo un poco il collo a cercare i fratelli. Che tenero! Ricordava ancora l’eccitazione e gli occhi brillanti di Andrea, quando le aveva portato la bomboniera della sua Prima Comunione. Sciolto il nastro azzurro,nella scatola aveva trovato un piccolo carapace, più simile a un personaggio dei fumetti che ad una tartaruga. “Sai, Anny, l’ho scelto perché so che ti piacciono tanto le tartarughe. E questa non ce l’hai, vero? La aggiungi alla tua collezione?” Lo aveva abbracciato forte. Con l’ultima, poi, era stato un vero colpo di fulmine, un amore a prima vista. Di porcellana bianca, con decori a mano in oro e verde tenue, era posata nella vetrina di un negozio del centro, un po’ lontana dagli altri oggetti. Così isolata, spiccava in tutto il suo fascino. L’aveva guardata rapita: sembrava che la chiamasse. La fece incartare delicatamente e tornò a casa subito, impaziente di trovarle un luogo adatto e la sistemò sul legno scuro del trumeau nell’ingresso, bellissima, aristocratica, unica. Spesso si tratteneva a guardare quei piccoli oggetti, li accarezzava con gli occhi, li spolverava, talvolta cambiava qualche posto. Anche quella sera, seduta sul divano, alzò gli occhi dal libro e li fermò sulla fila di animaletti colorati. Nella penombra della stanza, lo sguardo si allungò sugli ultimi …………e passò oltre: nel buio del mattino, nell’aria di vetro, alla luce fioca dei fari delle auto, un’ombra si avvicinava, un cappotto scuro, col bavero alzato a proteggersi dal freddo e dal mondo. “ Sembri una tartaruga! “ gli aveva detto un giorno e poi, quasi in un soffio ” La mia tartaruga!” Maria Teresa Arbasino IL PERFETTO ESTRANEO "Novembre 2010 Sono passati alcuni anni da quando scrivo ormai in questa lingua. Davanti all'evidente anniversario di un nuovo autunno, guardo il fuoco acceso e accendo la mia memoria. Con gli occhi socchiusi, provo a far tornare quelle immagini, a trasportarmi a quegl'istanti inediti, quelle prime emozioni provate, quali primizie svelate da un marinaio Ventunesco, navigante oltreoceano, alla scoperta di un futuro, di un sogno, di un nuovo mondo. Ritrovo un vecchio quadernino e sfoglio le mie proprie annotazioni, datate un po' di anni fa: "Elenco di alcune cose mai viste prima: - la pieve di Volpedo, in piedi da quasi mille anni - un albero che fiorisce in viola, quasi inchiodato, quasi crocifisso su un muro di pietra - una piccola rondine caduta affianco la strada (e non sa riprendere da sola il volo ..) - una biciclettina rosa attraversa la strada e fa fermare automaticamente le macchine .. - un fioco di neve rosa, come di zucchero filato, che svanisce sottilmente ad un insistente raggio di sole che spunta a febbraio - foglie rosse in autunno, fiori gialli in primavera, frutti viola e blu d'estate .. - rocce che scricchiolano sorde e gementi, al passaggio dell'acqua che li danza attorno .. (città attraversate da fiumi..) - cani abbaianti come lupi sotto un equinozio di primavera .. - pietre nel muro, muri di pietra, vetrine di alto marchio sporgono da muri di pietre a vista.. - tavoli e sedie di bar piene di gente ovunque - cupole e campanili che suonano ovunque e a ogni ora .. - macchine, una per ciascun membro della famiglia, che girano ovunque .. - portarsi in borsetta una bottiglia d'acqua ovunque - uccelli canterini: pochi; bambini che giocano per strada: pochi; cani randagi: zero - gatti abbandonati nel vicolo: alcuni.. - piante e fiori sui balconi: pochi; vestiti sui balconi: tutti (calzini e mutande pure ..)" E la lista continua per pagine e pagine .. "Altre note: - primi tempi: il bar si rivela spietato, incongruente. Gli sguardi curiosi punzecchiano, le parole quasi graffiano, gli aliti ronzano per area e fanno stordire - dopo un po' di tempo: il bar è caldo, ha il riscaldamento accesso. Una sedia non la rifiuta nessuno. L'indifferenza accoglie. - Ora: il bar è casa mia, piacevole sosta. Espresso, macchiato, sorrisi, bottigliette d'acqua.. Lo stesso vale per la scuola. Lo stesso vale anche al lavoro.. Siamo noi ad adeguarci, o è semplicemente il linguaggio del corpo che ci fa da interprete..? ……………… Oggi queste colline piemontesi mi chiamano, i pini mi cullano con il suo soffio quasi afono, il fiume canticchia facendo tamburellare i sassi. Tutti sanno il mio nome, tutto il bosco mi chiama ormai per nome. Provando a dormire, chiudo i quaderni, e poggio la testa, penso alla gramigna che abbraccia e mi copre. Ma non mi addormento ancora, perché ripenso alla mia terra. Quella larga strada con dei tigli, dove mia madre abita ancora. Da dove mi risponde quando la chiamo al telefono. Ma il suo ricordo non fa più piangere. Anzi sento il mio cuore che batte forte, e batte con gioia. Chiudendo gli occhi, mi affiora un sorriso. Io, un perfetto estraneo, finalmente mi ritrovo a casa. E sono in pace." Norma Noemi Pino L' IMPERMANENZA DELLE COSE "... E non azzardiamoci a cercare una motivazione ai disegni del Cielo. E' inutile. A darci una dimensione dell'imperscrutabilità del destino ci viene in soccorso il rituale di una religione lontana dalla nostra, quasi a significare la vulnerabilità della condizione umana a tutte le latitudini. Ci sono monaci tibetani che eseguono autentiche opere d'arte: i Mandala di sabbia. Utilizzando milioni di granelli colorati rappresentano quadri simbolici molto suggestivi, i quali appena terminati saranno esposti ai venti dell'altopiano che in un attimo ne disperderanno la sabbia che li compone. E' questa una metafora di quella che i monaci definiscono l'impermanenza delle cose umane che, per quanto belle e realizzate con impegno e maestria, sono destinate a dissolversi nel tempo. Oggi è straziante stringersi attorno alla mamma e al papa di Lorenzo che.......". La situazione per Gianfranco si stava facendo opprimente. La sommessa predica di Don Saverio gli arrivava lontana, ovattata dal dolore intollerabile. Lo sguardo era fisso sul cuscino di rose e gigli bianchi appoggiati alla bara dove giaceva il suo figliolo. Col gomito sfiorava il braccio della moglie; entrambi sentivano il bisogno di quel contatto, eppure non avevano la forza di scambiarsi uno sguardo. Struggente 1' ultimo ricordo della vitalità di Lorenzo incombeva sui suoi pensieri. Tre giorni prima, la cena di fine campionato al "Garden", aveva consacrato il suo ragazzo miglior playmaker della serie A2 di basket. Il presidente della squadra lo esortava ad essere orgoglioso di quel suo figlio che solo una settimana addietro si era laureato col massimo dei voti in ingegneria elettronica. Gianfranco, primario di chirurgia dell'ospedale cittadino, inizialmente aveva aspramente contrastato la scelta di Lorenzo di non aver voluto seguire le orme paterne. Ora si trovava a rispondere al dirigente della squadra: "Non sono mai stato tenero con lui, ma oggi mi sento di dire che ne sono non orgoglioso ma..... tronfio, ecco sono tronfio di mio figlio!". Terminata la cena, lui e la moglie si erano accomiatati dalla compagnia, lasciando la squadra ai festeggiamenti. Uscendo aveva incrociato lo sguardo del ragazzo che roteando l'indice e spalancando gli occhi gli dava un arrivederci. A notte fonda, una telefonata lo aveva svegliato bruscamente. Il maresciallo Leoni non poteva celare un profondo turbamento nel comunicargli che: "E' capitato un... incidente... e ... insomma... e' meglio che si precipiti in ospedale". Gianfranco si rivedeva poi in corsia con il collega Martini che piangendo lo stringeva a sé mentre gli diceva che non aveva potuto far niente per salvare il suo Lorenzo. Ora don Saverio benediceva la bara. Presto un corteo si sarebbe incolonnato verso il camposanto. Nel pomeriggio il primario riceveva una chiamata dalla caserma dei carabinieri. Una voce di circostanza gli chiedeva di presentarsi in sede appena possibile per un aggiornamento della situazione. Non era giornata, Gianfranco non aveva la forza di recarsi da Leoni ed ancor meno aveva la pazienza di affrontare i due giornalisti smaniosi di un'intervista al padre dell'atleta tragicamente scomparso. Solo verso sera si decise ad uscire di casa. Si era dimenticato della presenza dei cronisti ai quali si erano aggiunti i colleghi di alcune emittenti televisive. Accelerando il passo, nell’ indossare il casco non aveva risposto alle loro domande e, avviata la moto, si era diretto all'appuntamento con il maresciallo. Il colloquio con Leoni era durato pochi minuti, il tempo di sapere che Lorenzo era stato investito presumibilmente da un'utilitaria, la collisone doveva essere stata particolarmente violenta ma non fatale, anche perché gli unici danni che il ragazzo aveva riportato riguardavano con ogni probabilità la sola frattura esposta del ginocchio sinistro. In ospedale sarebbero stati più precisi, ma la prima ipotesi era che il decesso fosse dovuto al terribile impatto della tempia sull'asfalto. Non vi erano testimoni, la vittima si stava recando in solitudine al vicino parcheggio, ne erano stati riscontrati evidenti segni di frenata e i frammenti del fanale anteriore erano minimi ed irrilevanti. Le ricerche si preannunciavano parecchio complicate. Ed infruttuose. Sono trascorsi quindici mesi, ognuno reagisce a suo modo. Gianfranco si è dedicato al lavoro in maniera totalizzante, quasi compulsiva. La moglie è una presenza incombente e spesso fastidiosa. Il dialogo della coppia è ridotto all'essenziale, anche perché lei si sta annullando in un mutismo disumano. Le sei del mattino. Il suono del cellulare sul comodino non lo sorprende nel sonno; il chirurgo risponde al collega. Un altro incidente automobilistico nella notte. Da oltre un anno il primario pretende di occuparsi personalmente di tutti gli interventi urgenti. E' il suo modo di esorcizzare il vuoto che lo opprime. Attraversa il corridoio allacciandosi il camice. Gli fanno ala la caposala e l'anestesista che lo informano sulla situazione che è disperata, poi si affrettano, vanno ad ultimare i preparativi in sala operatoria, mentre a Gianfranco si fa incontro un omino in lacrime che tormenta un basco blu fra le mani e la bocca. Nicola Valentini, il carpentiere, affranto invoca il suo aiuto: "La salvi, dottore, la salvi. E' la mia luce". Le vicende della vita hanno smussato il carattere del medico che ora accarezza la guancia ruvida dell'uomo prima di andarsi a preparare per l'operazione. La lettiga si trova nello spazio antistante la sala operatoria, il chirurgo ha il tempo e il modo di lanciare un'occhiata alla ragazza che in un rantolo biascica frasi apparentemente sconnesse: "Nemesi, mamma è la nemesi... Lorenzo sono stata io... mamma.... E' la nemesi". E' un attimo. Gianfranco realizza che il pirata della strada che ha sconvolto la sua vita e quella della moglie ha il volto bellissimo e sofferente di Chiara Valentini, la figlia del carpentiere. Suda il primario davanti al corpo inerte approntato per l'operazione. Probabilmente gli tremano le mani. Il collega Martini gli fa notare che forse è stanco e gli ricorda che lo può sostituire nell'effettuare l'intervento. Suda Gianfranco e intanto pensa che basterebbe una svista, un errore millimetrico e giustizia sarebbe fatta. Il Valentini si avvicina al chirurgo quando questi esce dallo studio: "Allora?...Allora?...". Lo incalza implorante. Il medico tira dritto, ha bisogno di respirare l'aria di fine estate. Deve parecchie spiegazioni alla sua sposa. Oggi si presenterà a casa con un mazzo di rose rosse e le parlerà. Parleranno, parleranno, hanno un sacco di cose da dirsi e una vita da condividere. Chiara se la caverà. Gianfranco le ha riacciuffato la vita per i capelli ed ora pensa ad un omino con un basco fra le mani e alla sua gioia. Si chiede anche se il piccolo carpentiere sarà a conoscenza dell'orribile segreto della figlia. Domani penserà al da farsi, oggi si sente leggero. L'ombra che gli pesava sul cuore non è più odio; non ha ancora perdonato, ma sa che un giorno porterà sul davanzale il proprio rancore, impermanente come un Mandala di sabbia, lasciando che a disperderlo sia il vento dell'altopiano. Gianni Marchesotti Voci per il canto THE BEST EVER 2012 I'm waiting for another earthquake closer to me? another war maybe worst than my everybody wars? 2012 I'm waiting for do you really think that things will change smiles are already absent here can't you see 2012 I'm waiting for your action not for pains or other death's bites 2012 I know you're very smart you will bring us to a better place the safest the clearest the happiest the place where he's smiling again that's all we'll got that's all we'll got and all we'll got and all we'll got is there anyone who's still believing I know we are tainted and scared the first step comes directly from my tired feet UN POSTO MIGLIORE 2012 ti sto aspettando un altro terremoto più vicino a me? un'altra guerra forse peggio di ogni mia guerra quotidiana? pensi davver o che le cose cambieranno? i sorrisi sono già assenti qui non vedi? 2012 sto aspettando la tua azione non altri dolori o altri morsi della morte 2012 so che sei molto intelligente ci porterai in un posto migliore il più sicuro, il più pulito, il più felice dove lui sta sorridendo di nuovo questo è tutto ciò ke avremo c'è qualcuno crede ancora? so che siamo corrotti e spaventati il primo passo arriva direttamente dai miei piedi stanchi DRUMLESS Chiesa Lorenzo Mattioli Matteo Ghiglione Piero Bruno Eleonora Lombardo Christian CATENE CHAINS I tuoi occhi sono gonfi Lampi rossi sul viso bianco Scende una lacrima tagliente La lava ti sale dentro Your eyes are swollen Red flashes on white face A sharp tear is raining down Lava is rising inside of you I pugni sono chiusi Stringono forte, si levano al cielo Dov’è finito il tuo sogno È stato sciolto dal vento Fists are clenched (closed) Clench strong, rise to sky Where is your dream It was dissolved by the wind Afferra la mia mano Ti porterò via lontano Arriveremo all’orizzonte Giocheremo la vita liberamente Take my hand I’ll take you away We’ll come to the horizon We’ll play life free Questo mondo ti scoppia dentro Invidia, odio, crudeltà Strappa la sua immagine buia Accenderai così la tua luce This world explodes inside of you Envy, hate, cruelty Tear your dark image So you’ll turn your light on Non avere rimorsi Rompi tutto quello che puoi Apri la porta della prigione Lascia volare la tua anima Don’t have any remorse Break everything you can Open your prison’s door Let your soul fly Afferra la mia mano Ti porterò via lontano Arriveremo all’orizzonte Giocheremo la vita liberamente Take my hand I’ll take you away We’ll come to the horizon We’ll play life free Tu sei di più, tu puoi di più Hai la forza e la volontà Gli altri non ti possono toccare Gli altri non ti posso spezzare You are more, you can more You’ve got strength and will No one can touch you No one can break you Energia, forza, sicurezza Trovi tutto in te Ribellati alla schiavitù Scenderai dalla croce, se lo vuoi tu Energy, strength, safety Find all inside of you Revolt against the slavery You’ll come down the cross, if you want Afferra la mia mano Ti porterò via lontano Arriveremo all’orizzonte Giocheremo la vita liberamente Take my hand I’ll take you away We’ll come to the horizon We’ll play life free Afferra la mia mano Ti porterò via lontano Arriveremo all’orizzonte Giocheremo la vita liberamente Take my hand I’ll take you away We’ll come to the horizon We’ll play life free Spegni con la rabbia il vento Colora di azzurro il tuo sogno Segui la tua strada, non ti voltare Vai avanti e non smettere mai Extinguish wind by anger Colour your dream blue Follow your road, don’t turn back Go on and never give up Afferra la mia mano Ti porterò via lontano Arriveremo all’orizzonte Giocheremo la vita liberamente Take my hand I’ll take you away We’ll come to the horizon We’ll play life free Hai spezzato le catene Puoi raggiungere la verità You have broken the chains You can reach the truth. REPRODUCTIV Kotlar Davide Leddi Matteo Raccone Matteo Balestrero Federica THE SAME GAME Rise up and start to play, ‘cause you already know this game, the game of yesterday, not easier, not longer. It’s just the same, the same of every day the same you’ve ever played. And today, Today it’s the same old story, just The same old story. And tomorrow will be the same And if you wonder why I get up every day Your answer is still near by Maybe the sunshine in your eyes Or the flavour of the dreams The wish to go away In a place where you don’t have to hide So here’s the wether you wanted Or the reason to believe in I got up today. To see the sunshine in your eyes. IL SOLITO GIOCO Ribellati e comincia a giocare Perchè già conosci questo gioco Il gioco di ieri, non più facile, non più lungo Ma è identico Lo stesso di ogni giorno, lo stesso che hai sempre giocato E oggi Oggi è la solita vecchia storia Solo la vecchia solita storia, e domami sarà lo stesso E se ti chiedi perché Mi alzo ogni giorno La risposta è lì vicina Forse il sole che brilla nei tuoi occhi O il sapore dei sogni Il desiderio di andar via In un luogo dove non hai bisogno di nasconderti Così ecco il tuo motivo che cercavi La ragione a cui volevi credere Oggi mi sono alzato Per vedere il sole che brilla nei tuoi occhi CROSSING OVER Gagliardi Alberto Veccia Filippo Cavallotti Valentina Pivetti Matteo Bagnarino Marco D’Arino Gianluca Sezione Artistica "SOLIDARIETA’ NEL MONDO" L'elaborato tratta il tema della solidarietà prospettato da molteplici punti di vista: le immagini di un uomo che fa la carità a vantaggio di una povera mendicante e quella di altri due che aiutano una signora anziana, simboleggiano esempi più quotidiani di solidarietà in cui ciascuno di noi si può prodigare. La parte dedicata al gruppo di persone che scavano nelle macerie dopo un terremoto e quella raffigurante Madre Teresa di Calcutta indicano, invece, esempi caritatevoli di rinomanza che in un certo senso sono destinati a rimanere nella storia e nella coscienza di molte persone. MARCO FERASIN "ALLA FINE DEL LIBRO, BLACKOUT" L'elaborato è molto semplice, disegnato a matita, colorato con i pastelli e rifinito con penne colorate. Il suo significato complessivo si può' identificare con il non crescere troppo in fretta gustandosi, vivendolo appieno, ogni momento. Le matite, consumandosi, danno vita ad una bellissima canzone, "Blackout" dei Muse che parla del non crescere in fretta perché di vita ce né una sola, così come un uomo che vive appieno ogni giorno e si butta nella vita lascia alle sue spalle una bella storia. Quando le matite finiscono e l'uomo muore, tutto termina in un blackout ma rimane la canzone e la storia dell' uomo che è tanto bella quanto lui si è impegnato a renderla tale. La mia opera quindi, è un invito a impegnarsi a rendere la propria vita degna di essere vissuta, gustandosi appieno ogni momento... prima del blackout. NOEMI FRULIO "PASSATO E PRESENTE: UN UNICO FILO CONDUTTORE" L'elaborato mostra svariate immagini che rimandano a realtà differenti, ma accomunate dal medesimo filo conduttore: il volontariato. Volontariato che, ad esempio, in passato aveva come protagonista Garibaldi con i suoi Mille volontari, grazie ai quali l’Italia ora è unita. Nel disegno l’eroe dei due mondi osserva l’Italia che ha contribuito a creare e scopre che, anche nel presente, ci sono persone e Paesi che si prodigano per gli altri, cercando di condividere una fortuna simile alla propria, aiutando quindi a costruire ospedali o accogliendo immigrati. Infatti nascere ricco o povero, in un paese o in un altro, è pura casualità, ma decidere di aiutare il prossimo richiede coraggio, generosità e forza d’animo. MARIALBA MOGNI INDICE INTRODUZIONI COMMISSIONI GIUDICATRICI PREMIATI E SEGNALATI POESIE SEZIONE A RICCARDO ALLEGRONE – Tortona (AL) Chi sono io (1° premio) LETIZIA RIVERA – Casasco (AL) Al figlio (2° premio ex-aequo) ADRIANO GATTI – Tortona (AL) A Baudelaire (2° premio ex-aequo) SEGNALATI RICCARDO DE ROSA – Capriata d’Orba - (AL) La forza del pianto LETIZIA RIVERA – Casasco (AL) Orgoglio SEZIONE B MARIA TERESA ARBASINO – Tortona (AL) Nord Africa (1° premio) NORMA NOEMI PINO – Volpedo - (AL) Piedmont (2° premio) SERGIO LOI – Tortona (AL) Mistero della vita (3° premio) SEGNALATI ENNIO DI BIASE – Vocemola (AL) Orizzonti di sogni POESIE IN DIALETTO SERGIO GIUSEPPE PICCININI – Tortona (AL) Ar pugnaten dra mnestra (1° premio) MARIA FOSSA – Alessandria Ciuc cme ‘n rat (2° premio) MARIO MARINI – Viguzzolo (AL) Viva r'gugnèn! ” (3° premio) POESIE SEZIONE EMIGRATI PIEMONTESI MARIA EMILIA MORENO – Argentina Momento familiar (1° premio) CELIA SOFÍA SALZMANN FESSIA – Argentina He visto una golondrina (2° premio) MARGHERITA MARTA YACAMO – Argentina La vida color de rosa (3° premio) MENZIONI ONOREVOLI YANO NEUÉN CENTENO – Argentina Storia del mio ieri SILVIA NORMA LAMBERTI – Argentina A te, madre Italia SEGNALATI ESTELA MARIS GENTA – Argentina Respuestas crueles BEATRIZ TERESA BUSTOS – Argentina Confese' IDELMA MAGDALENA ROCHIA – Argentina Abandonado VACHETA GRACIELA TERESA – Argentina Lirios huerfanos RACCONTO BREVE O PAGINA DI DIARIO SEZIONE A CLEMENTINA RUBINI – Novi Ligure (AL) Cosa si fa per una bicicletta (1° premio) LETIZIA RIVERA – Casasco (AL) “SOPHIE” (2° premio) ELISA TORLASCO – Tortona (AL) Fiori e macerie (3° premio) SEGNALATI MARTYNA DE MARCHI – Castelnuovo Scrivia - (AL) Piccola ambasceria aerea SEZIONE B GIANNI MARCHESOTTI – Garbagna (AL) Il dono di Giosué (1° premio) PAOLO CAMERA – Torino (AL) Nave dei vagabondi (2° premio) MARIA TERESA ARBASINO – Tortona (AL) Tartarughe (3° premio) SEGNALATI NORMA NOEMI PINO – Volpedo - (AL) Perfetto estraneo GIANNI MARCHESOTTI – Garbagna (AL) Impermanenza delle cose VOCI PER IL CANTO DRUMLESS (Lorenzo Chiesa,Matteo Mattioli,Ghiglione Piero,Bruno Eleonora,Lombardo Christian) The best ever REPRODUCTIV (Kotlar Davide, Leddi Matteo,Raccone Matteo, Balestrero Federica) Catene CROSSING OVER (Gagliardi Alberto,Vecchia Filippo, Cavallotti Valentina, Pivetti Matteo, Bagnarino Marco,D’Arino Gianluca) Crossing over SEZIONE ARTISTICA MARCO FERASIN – Tortona (AL) "SOLIDARIETA’ NEL MONDO" NOEMI FRULIO – Tortona (AL "ALLA FINE DEL LIBRO, BLACKOUT" MARIALBA MOGNI – Tortona (AL) "PASSATO E PRESENTE: UN UNICO FILO CONDUTTORE"