LICEO STATALE “GIUSEPPE PEANO”
TORTONA
VOCI
PER LA POESIA
LITOCOOP SRL – TORTONA (AL)
2011
150 Anni dell’Unità d’ Italia
Il mio pensiero ritorna alla mia infanzia 1950 più meno, quando tutti parlavano il piemontese e
parlavano d'Italia raccontando storie quasi sempre tristi, di dolore, fame, soffrimento, si parlava di
Turin, Cune, Lissandria,ec
In quel tempo Italia era già unita, era anche unita nel 1870,1900,.....anni che sono venuti i nostri
antenati. Italia si recuperava, si sviluppava ma loro con tanti figli non potevano aspettare, il sogno
di lavoro e benessere li portò al nostro paese, Argentina, che molto le ha dato, però molto di più ha
ricevuto da loro: il lavoro, la fede, il valore, la volontà e quanti paesi sono stati fondati da loro! Se
guardate le guide telefoniche vedrete tanti cognomi italiani, anche nelle strade, nei negozi, sempre
con orgoglio.
Lo brutto è passato, arrivarono tempi migliori per voi e noi, la comunicazione, il video, l'aereo, i
gemellaggi che sono come l'Unità d'Italia, perché hanno unito tante famiglie che da anni non si
vedevano, la conoscenza tra parenti, amici.
Tutto portò al grande desiderio di conoscere quella terra, e camminare dove loro hanno
camminato, terra che mai hanno dimenticato e che l'hanno fatto sentire come nostra.
Oggi in poche ore possiamo essere là, tutto ha avuto suo tempo, suo luogo e siamo questa
generazione a scoprire e godere le bellezze d'Italia, la famiglia, gli amici.
Siamo arrivati ai 150 anni dell'Unità d'Italia, per alcune famiglie sono passati più di 130 anni di
essere in Argentina. L’Italia deve sapere che noi l'amiamo e continuano con le abitudini, nel
mangiare, nella fede, il nostro pensiero sempre vola attraversando il mare, il nostro cuore è diviso
in due, ITALIA E ARGENTINA, e sempre quando si parla d'Italia, c'è una lacrima
Quest'anno da dove siamo, città, paese, campagna, dove siamo dobbiamo gridare
VIVA ITALIA UNITA PER SEMPRE
Mi restò un pensiero che ho letto di Giuseppe Garibaldi: “…Vi mando la mia zappa, essa vi
ricorderà sempre un mio pensiero, gli uomini dovrebbero usare quel prezioso metallo che è il ferro,
non per uccidersi scambievolmente, ma per procurarsi col lavoro una maggiore prosperità”
Ede Olivetta
UNA “PROF” DA NON DIMENTICARE
E’ recentemente scomparsa la prof.ssa Luisa Tortonesi, a
lungo docente di Lettere al Liceo Scientifico “G.Peano”.
Insegnante molto preparata e scrupolosa, attenta ed entusiasta, aveva un intuito straordinario
nell’individuare quelle strategie didattiche che permettessero ad ogni alunno di esprimere al meglio
le sue potenzialità e di dare forma alla sua creatività.
Non solo incitava i suoi ragazzi a leggere liberamente la poesia, ma li incoraggiava anche a
scriverla, in quanto privilegiato mezzo espressivo.
Così, nei primi anni ’90, aveva ideato il Concorso letterario “Voci per la poesia” per dare
l’opportunità, ai giovani studenti come agli adulti, di comunicare in versi, in italiano o in dialetto, le
loro esperienze e i loro sentimenti.
Il Concorso, aperto ai Piemontesi, in breve si è ampliato con sezioni dedicate alla lettura critica, ai
copioni teatrali, al racconto breve, alla pagina di diario, alla danza, ai cortometraggi, alla pittura,
alla musica, alla fotografia, a cui si è aggiunta, grazie alla Regione Piemonte, una sezione dedicata
agli Emigrati Piemontesi nel mondo e ai loro discendenti.
Dall’a.s. 1995/96, per un decennio, ho collaborato come coordinatrice alla realizzazione del
Concorso con quell’entusiasmo e quella passione che la prof. Tortonesi sapeva trasmettere; oggi
altri giovani colleghi continuano a lavorare con la stessa dedizione e “Voci per la Poesia”, nella
veste attuale, raccoglie ininterrotti consensi.
Dalla premiazione della prima edizione nell’allora piccola Sala di Via Puricelli sono trascorsi quasi
vent’anni, ma è senza tempo l’invito della prof.ssa Luisa Tortonesi ad amare la vita che è essa
stessa poesia, con i suoi dolori, i suoi sogni, le sue gioie, il suo desiderio di infinito…
Per me Luisa è stata soprattutto un’amica, con cui ho condiviso interessi culturali e momenti di
quotidianità, anche nella malattia: ancora l’estate scorsa, nel verde del suo tanto amato prato di
Sant’Orso, a Cogne, abbiamo trascorso pomeriggi di conversazioni serene e di spontanee risate, che
conservo negli occhi e nel cuore.
Graziella Canegallo
La pubblicazione è stata realizzata
grazie al contributo della
YÉÇwté|ÉÇx Vtáát w| e|áÑtÜÅ|É w| gÉÜàÉÇt
LICEO STATALE “GIUSEPPE PEANO”
TORTONA
VOCI
PER LA POESIA
LITOCOOP SRL – TORTONA (AL)
2011
La Fondazione Cassa di Risparmio di Tortona, nell’anno del 150° anniversario
dell’Unità d’Italia, aderisce alla diciassettesima edizione del concorso “Voci per la
poesia” condividendo in questa occasione il desiderio di ricordare anche fatti ed
episodi del nostro Risorgimento.
La nostra speranza è che i giovani portino sempre nel cuore i grandi ideali del
passato promuovendoli attraverso l’impegno culturale e l’espressione della propria
creatività tramite la poesia, la prosa, l’arte e il canto, perché siano sempre vivi e saldi
nella società di oggi e di domani.
Il nostro ringraziamento agli organizzatori dell’iniziativa ricordando con
gratitudine ed affetto la cara professoressa Luisa Tortonesi che, quale ideatrice di
questo progetto educativo, si è sempre ampiamente prodigata per la sua realizzazione
e diffusione tra i giovani.
Carlo Boggio Sola
Presidente della
Fondazione Cassa di Risparmio di Tortona
COMMISSIONI GIUDICATRICI
Poesia
Racconto breve
Voci per il canto
Artistica
Don Luigi Quaglini
Maurizio Cabella
Mario Giachero
Pietro Porta
Giacomo Maria Prati
Michela Battistotti
Lorenzo Bianchi
Marco Gilardone
Egidio Perduca
Marina Buratti
Caterina Tovagliari
COMITATO DI REDAZIONE
Carlo Buscaglia
Giacomo Pernigotti
Rita Chiappella
Poesie
Sezione A
CHI SONO IO?
Io sono nulla e mistero,
seme e frutto del vero.
In me luce velata nasconde
risposte di vita celate e profonde.
Riccardo Allegrone
"AL FIGLIO"
Guardami.
(Riesci a vedermi?)
Sento
il respiro del tuo cuore
palpitante
con dolorosa immensa
gioia.
Se avessi occhi
attenderei
in eterno
un solo tuo sorriso
ma cosa sono io
se non un fresco
soffio
fra i tuoi capelli?
Inspira.
(Riesci a sentire
il profumo
del mio amore?)
Letizia Rivera
A BOUDELAIRE
Dinanzi all’eroe decadente
Nulla appar la mia vita
Nel suo scorrere sterile, inaridita
Ogni passione vista dall’impotente
Nel gioire. Come l’artista maledetto
Vagheggio nell’oblio infinito
Di chi ogni sentimento ha smarrito.
Si è concesso senza freni, l’inetto.
Condotta sregolata
Costrinse entrambi a vivere un niente.
Condanna sciagurata
Impone a lui di essere per sempre.
Adriano Gatti
FORZA DEL PIANTO
Andromaca cosparge di lacrime le vesti,
Ettore sfugge nella battaglia impetuosa.
Splendore d'elmi vuoti,
ai morti non è dato soffrire.
Riccardo De Rosa
“ORGOGLIO”
grido
ostinato
di occhi
ciechi al perdono
Letizia Rivera
Poesie
Sezione B
NORD AFRICA
Asserragliati nelle nostre cucine
a difendere ancestrali diritti:
sullo schermo si affollano immagini
di giovani in lotta per vivere.
Alcuni hanno la V nelle mani,
i più, lo sguardo abbassato;
un vecchio piange e si dispera:
non può tornare alla sua capanna.
Sulla strada bruciata dai carri
corpi inerti con le mani legate;
in una stanza sacchi neri racchiudono
la spazzatura che ieri era un uomo.
E noi, sgomenti dietro il piatto fumante,
sentiamo che la nostra esistenza
è troppo spesso la negazione di altri.
Maria Teresa Arbasino
PIEDMONT
Alla finestra sorge una valle,
alla altezza degli occhi,
un parapendio sfoglia il cielo
scegliendo tra i pini e il fiume
che l'attendono in basso.
Per le stradine ghiaiate
che salgono e perdono traccia
vanno le moto di cross,
i cui motori si confondono
con le motoseghe dei boscaioli.
Dalle colline tutt'un verde
lampeggia una lucina a specchio,
e non è un faro, ne un segnale,
è una macchina argento di alcun passante
forse fermatesi a fotografare.
E anch'io, tra le bestie,
le mie oche, cani e capra,
il mangime, la paglia, i tronchi,
mi siedo in mezzo a loro, la roggia sottofondo,
e accendo il mio computer per scrivere.
Norma Noemi Pino
MISTERO DELLA VITA
Nella magica notte dei tuoi diciott'anni,
l'insonne Morte rapace,
appostata
sulla strada al tuo trepido nido,
ha ghermito
la tua fragile ala, troncando il primo
volo della fresca giovinezza.
Agli amici col suo nero manto
avviluppato ha l'anima; l'astro diurno
schiara il viso, non accende il sorriso.
Nel sacro tempio, il supplice mormorio
sale spaurito all'uomo-Dio della croce;
intorno aleggia
l'ineluttabile mistero della vita.
Nel tempio laico, sulla collina,
risuona in un funereo silenzio
la voce pacata
degli artigiani del pensar libero;
in aula ancora di te raggia
l'irrefrenabile vivacità.
Sergio Loi
ORIZZONTI DI SOGNI
La foto a ricordo
ha la data di un secolo fa:
il cappello, il vestito più bello
e il sorriso d'occasione
regalato ad un lampo di magnesio.
Un sorriso che occhi più sinceri
non sanno assecondare,
perché inseguono incertezze
di un' America da scoprire,
di notti di inchiostro
in un angolo giro di mare,
alle spalle la linea di fumo
a macchiare l'azzurro
uguale dei giorni,
colorata di una vita di miseria.
La curva dei sogni all'orizzonte.
Ricerco somiglianze
di lontane parentele
che gli anni faticano a restituirmi.
Ritrovo gli sguardi
nell'ultimo telegiornale:
paura, lo stesso sgomento,
e timidi lampi di luce,
come gocce di sole
a danzare su increspature di mare,
rincorrono uguali orizzonti di sogni.
Fotocopie di cent'anni fa
ammassate su ruggine di barche
inseguono il loro angolo
di america bonsai.
Ennio di Biase
Poesie in dialetto
AR PUGNATEN DRA MNESTRA
kuänd, a meşdì, gniva a ca da scöra,
nona Ninen a ma spitava föra
dra porta, in man ar pugnaten
cu drenta ar ministron per nonu Pen
cl’ava andac a ra vigna a lavurà.
Ra stra l’er longa, tüta sas ad gera,
per rivà a ra costa dra Piasera.
Me nonu u g’ava semper un scartusen
Ch’u tirava fö da ra so galinera.
Drenta: du tuun sut’öri o ‘n salamen.
Du fët ad salam, o ‘n para ‘d furmagen.
E anche, semper, qualche caramela…
Cendivma, cur pugaj, toc ad ramon
E favma gni ra brasa int’un tulon
Cme gria, dadsura un toc ad raminà.
Insema ar salamen, favma scdà
Ar ministron gnü freg’ long ra strà.
E, arenta, mangiavma tüt cuntent
Sità sü dui bic’ sec d’erbaren,
c’a drubavma a ra vigna cme scagnen.
Finì ‘d mangià u cendiva ra so pupa,
e caresasadma i cavì cun i so magnon
(che tenerësa da cuëla man csì sgrosa!)
U-m cuntava tüta r stori ad Napulion,
sra stra di sfroş, Maino dra Spinëta,
ad Garibaldi, di marchees e coont
chi avan fac’ ra storia dra Vilëta.
U so cuntà un po u m’incantava,
sen acorşum che u temp pasava.
Ma smiava un paradiş, no ‘r purgatori
Dar vita ad tüti i dì, ra vita grama
Quëla d’un fiulen c’u g’ava pü so mama.
E anche pö perché l’era cosa rera
Che a ca a füs cuntent cme a ra Piaşera.
Ma pö u sunava l’urlog’ der Muntà
E nonu dsiva: “l’è ora ‘d turnà a ca”.
Quänd a turnava indrè rivanda ad cursa,
südà cur fiaton gros per rivà ‘n temp,
me nona ‘ntl’üs ad ca ‘m dava ra bursa
cun i quadèren, i liber e un scartocen
ch’u ar mustc öc’ dameş a un curgnulen
‘d pan un po’ poos, cl’era ra pitänsa,
dsindum sensa cares, cun po’ ‘d rugänsa:
“adelante, bimblanon, ad cursa a scöra,
svelter, che s’a-t ritard i-t seran föra.”
E mi, turnända a scöra, cl’era avsen,
a sugnava ra Piaşera e nonu Pen.
Sergio Piccinini
IL PENTOLINO DELLA MINESTRA
Quando, a mezzogiorno, tornavo da scuola
La nonna Nina mi aspettava fuori
Dall’uscio, in mano il pentolino,
col minestrone per il nonno Pino
Che era andato al lavoro nella vigna.
la strada era lunga, tutta sassi e ghiaia
per arrivare sulla costa della Piasera1 .
Il nonno portava sempre con sé un piccolo cartoccio
Tirato fuori dalla tasca interna della giacca:
dentro c’erano tonno sott’olio oppure due fette di salamino,
due fette di salame e un po’ di formaggino
e c’era sempre qualche caramella…
Accendevamo il fuoco con i rami potati della vite, un ramo più robusto,
E preparavamo la brace in una grossa latta,
Usando per griglia un pezzo di rete metallica.
Insieme ai salamini, facevamo scaldare
il minestrone raffreddatosi durante il cammino
e lì vicino si mangiava tutti contenti.
Seduti su due tronchi secchi di pioppo,
Adoperati nella vigna come sgabello,
[il nonno], dopo aver mangiato, accendeva la sua pipa
E, accarezzandomi i capelli con le sue manone,
(che tenerezza quella mano così grossa)
Mi raccontava le storie di Napoleone,
della strada dei contrabbandieri,
di Garibaldi, di marchesi e di conti
che avevano fatto la storia di Villaromagnano.
Il suo narrare un po’ mi incantava
Senza accorgermi che il tempo passava.
Mi sembrava un paradiso, non il purgatorio
Della vita di tutti i giorni, la vita grama
di un bambino senza la mamma.
Anche perché di rado capitava che a casa
Fossimo contenti come alla Piasera.
Ma poi suonava l’orologio di Montale Celli
E il nonno diceva: “è l’ora di ritornare a casa”.
Quando tornavo, arrivando di corsa,
sudato, col fiato grosso per fare in tempo,
mia nonna sull’uscio di casa mi dava la cartella
con i quaderni, i libri e un piccolo cartoccio
pieno di mosto cotto tra due cornetti
di pane di pasta dura, un po’ raffermo, che serviva da pietanza,
dicendomi senza cerimonie e in modo un po’ autoritario:
“adelante, perditempo, di corsa a scuola,
svelto; se ritardi, [chiudono il portone] e non puoi più entrare”.
Io tornando alla scuola, lì vicino,
sognavo la Piasera e mio nonno Pino.
1
Regione catastale
CIUC CME 'N RAT
Am arcord c'aio vultà
anciampà ant 'na raminà,
oh me pover strambalon
cun el simmie ant'el teston
turna 'ndrè an s'el marciapè
e cata sü el to capè
j'amis el can i son perdü
anch'el gat a s'è scundü
al sava d'esi ün lucardon
ma svigemi an s'el muron
cun la bava ad la limasa
c'la sghiava long la fasa
m'a purtà a preghé Maria
per salvé l'anima mia.
Maria Fossa
UBRIACO PERSO
Mi ricordo che ho svoltato
sono inciampato in una rete,
povero me che non sto neppure in piedi
con la confusione in testa.
Torna indietro sul marciapiede
e prendi su il tuo cappello
gli amici e il cane se ne sono andati
anche il gatto si è nascosto
lo sapevo di essere un po’ matto
ma svegliarmi sul gelso
con la bava della lumaca
che scivolava lungo la faccia
mi ha portato a pregare Maria
per salvare l'anima mia.
Maria Fossa
VIVA R'GUGNÈN!
Int'ar Mandrogn al cimn'ar ghèn
a Turèn l'è 'r crèn;
nuater, chi a Vicsôe, al ciamon ar gugnèn.
Cme ch'u capita però a tâenti
ch'a lavuren, ch'a rispeten
e ch'an fan meia i preputent,
anche a sta povra bestia chi
a gh trôven tôeti a dì.
S'u gh è jun ch'un s'lava no,
l'è spurch 'me un gugnèn;
s'u gh è un ater ch'u parla mà
o ch'u mâengia trop,
pü che un gugnèn un n'è no:
e pinsala, gram bistiòn,
che quâend ch'al masen,
dar musèn fen ai pitèn al tenen bòn.
L'è tôet una specialità:
salam côet e crugh, copa,
lard e pansêuta, giambòn e sampòn,
custeèn, sangu e grisèn:
u piaş a tôeti, dai vâeg ai fiulèn.
Ricurdomes pôe,
che in ceşa a Sant'Antoni, chi a Vicsôe,
è a ra statua du Sâent,
prutetur der besti e dar paiş,
e ai pe' u gh ha propri 'r gugninèn
ch'u gh va 'drera pasi 'me un bişèn.
E alura finomla na bona vota
ad tratal mà,
e dsinda finalment a ra vrità,
cm'è pan ar pan e ven ar ven,
u var ch'a bràgiom tôeti fort:
“Viva 'r gugnèn!”.
Mario Marini
VIVA IL MAIALE!
A Mandrogne lo chiamano “ghèn”,
a Torino “crèn”;
noi a Viguzzolo lo chiamiamo “gugnèn”.
Come capita però a tanta gente
che lavora, che rispetta, senza essere prepotente,
anche a questa povera bestia
tutti danno addosso.
Uno che non si lava
è sporco come un maiale;
un altro dal linguaggio scurrile
od insaziabile a tavola,
deve essere per forza un maiale:
e pensare che, povero bestione,
quando lo macellano,
dal muso agli zampini è da mangiare.
E' tutta una specialità:
salame cotto e crudo, coppa,
lardo e pancetta, prosciutto e zampone,
costine, sangue e ciccioli:
piace a tutti, dai vecchi ai bambini.
Ricordiamoci poi che in Chiesa
a Sant'Antonio, qui a Viguzzolo,
c'è la statua del Santo,
protettore degli animali e del paese
e, ai piedi, ha proprio il maialino
che lo segue, docile come un agnellino.
E allora finiamola, una buona volta,
di trattarlo male,
e diciamo finalmente la verità,
come pane al pane e vino al vino,
dobbiamo gridare tutti forte
a viva voce, come cantare:
“Viva il maiale!”
Mario Marini
Poesie
Sezione emigrati piemontesi
MOMENTO FAMILIAR
Un jardin, dos almas
y un solo corazón.
Tomados de la mano
Entre flores, bajo el sol.
Son sus pasos vacilantes,
son sus palabras amor,
son sus gorjeos ternura,
a los dos los cuida Dios.
Entre rosas y jazmines
uno cuenta que vivió
Cosas bellas en su quinta
con los seres que él amó.
El otro... el otro escucha extasiado,
él no tiene que contar.
Él ha vivido poquito
tiene mucho que aprender.
Un banco fue el descanso
que ambos fueron a buscar
pues uno tiene ochenta años,
el otro cuatro nada más.
Uno tiene opaca la mirada
gastada de tanto mirar,
el otro la tiene tan límpida
Como el más fino cristal.
Rosas, jazmines, pájaros
el canto del ruiseñor,
dos almas, dos corazones
Y el lenguaje del amor.
Maria Emilia Moreno
MOMENTO FAMILIARE
Nel giardino, due anime
e un solo cuore.
Mano nella mano
tra I fiori, sotto il sole.
I loro passi sono vacillanti,
Sono amore le loro parole,
i loro gorgheggi sono tenerezza,
li assiste entrambi Iddio.
Tra le rose e i gelsomini
uno racconta che visse
cose belle nella sua villa
con i suoi cari che amò.
L’altro... l’altro ascolta estasiato,
non ha nulla da narrare:
ha vissuto ancora poco
e ha molto da apprendere.
Una panca per riposare
entrambi andarono a cercare,
perché uno ha ottant’anni,
l’altro solamente quattro.
Uno ha lo sguardo opaco
consumato dal tanto guardare,
l’altro l’ha limpido come il più fine cristallo.
Rose, gelsomini, uccelli,
il canto dell’usignolo,
due anime, due cuori
e il linguaggio dell’amore.
Maria Emilia Moreno
Traduzione Don Luigi Quaglini
HE VISTO UNA GOLONDRINA
Vi la imagen borrosa de una golondrina
mi imaginación voló con ella
cola de tijera, timón de todos
los vientos.
Agraciada y ágil ¿Por qué solitaria?
¿qué piensa tu cabeza tan perfecta?
recuerdas cielos y mares lejanos
navegas los aires de todos los continentes
le pides a todas las brújulas que te orienten
y a tu pareja que no abandone el vuelo.
Porque las aventuras son cada día más desafiantes,
porque un invierno te despide
y un verano te recibe.
Porque las distancias no te amilanan
porque tu instinto te guía,
solo te detuviste para descansar y tomar fuerzas.
Dejaste hijos para que te reemplacen
nido vacío para que engalane el paisaje.
Tus alas livianas se sacuden,
toman impulso, planean, te elevas desafiante
imponente, decidida, no titubeas,
las nubes se asombran, el sol te saluda, la luna
desde su escondrijo mira tu vuelo.
Los ángeles forman una ronda inocente
y pura para augurarte buen viaje,
viajera incansable.
Celia Sofía Salzmann Fessia
HO VEDUTO UNA RONDINE
Vidi la figura evanescente di una rondine
la mia fantasia volò con lei
coda a forbice, timone per tutti
i venti.
Leggiadra e agile. Perchè solitaria?
che pensa la tua testa così perfetta?
Ricordi cieli e mari lontani,
navighi le arie di tutti i continenti
chiedi a tutti le bussole che ti orientino
e alla tua coppia di non abbandonare il volo.
Perché le avventure sono ogni giorno più rischiose,
ti lascia un inverno
e una primavera ti accoglie.
Le distanze non ti scoraggiano
perché il tuo istinto ti guida,
sostasti solo per riposare e riprendere forza.
Lasciasti i figli a rimpiazzarti,
il nido vuoto ad adornare il paesaggio.
Le tue ali leggere sbattono,
prendono impulso, planano, ti innalzi sfidante
maestosa, decisa, senza esitazione,
le nubi stupiscono, il sole ti saluta, la luna
dal suo nascondiglio ammira il tuo volo.
Gli angeli formano una ronda innocente
e pura augurandoti buon viaggio,
o viaggiatrice instancabile.
Celia Sofía Salzmann Fessia
Traduzione Don Luigi Quaglini
LA VIDA COLOR DE ROSA.
(Settembre 2010)
Se alinean impasibles como
invencibles soldados los lapachos.
Sin proponérselo,
embellecen la avenida
y nos brindan, generosos,
una ración de alegria.
Por un instante la vida, la vida color de rosa. (ESTRIBILLO: Fragmento de canción cubana)
Entro las flores, intima
comunión de vida.
Un pequeno colibrí
liba el néctar tan preciado
en tanto bate sus alas
entre las prietas ramas.
¡ Sin siquiera rozarlas...!
Despliega el danzarín aéreo,
su destreza volandera.
Se pierde, una vez y otra vez,
entre la efímera fronda.
Con el correr de los días,
como lágrimas rosadas
o cándida lluvia rosa
yacerán las flores en el suelo,
tejiendo una urdimbre rosa.
Por un instante la vida, la vida color de rosa.
Después ella irá tomando
otros colores y matices.
Pero el rosa del lapacho
y también del duraznero,
perdurará en la retina
para disfrute del alma.
Margarita Marta Yacamo
LA VITA COLOR ROSA.
(Settembre 2010)
Sono allineati, impassibili come
soldati invincibili, i lapaci. (1)
Senza esibirsi,
abbelliscono il viale
e ci offrono,
una razione di allegria.
Per un istante la vita, la vita è di color rosa. (2)
Tra i fiori, intima
è la comunione di vita.
Un piccolo colibrí
liba il nettare così prezioso
mentre batte le sue ali
tra i folti rami.
senza neppure sfiorarli...!
Mostra il ballerino aereo,
la sua abilità volante.
Una volta o l’altra si perde,
tra le fronde sfuggevoli.
Con lo scorrere dei giorni,
come rosee lacrime
o candida pioggia rosa
giaceranno a terra i fiori,
tessendo un ordito rosa.
Per un instante la vita, la vita è di color rosa.
Essa poi prenderà
altri colori e sfumature.
Ma la rosa del lapacio
è anche quella del pesco
rimarrà sulla retina
per il godimento dell’anima.
Margarita Marta Yacamo
Traduzione Don Luigi Quaglini
(1) nota: lapachos, albero della zona sudamericana, dai fiori rosa
(2) nota: ritornello di una canzone cubana
RESPUESTAS CRUELES
Le pregunté al sol
¿ por que todo termina ?
........ no me contestό.
Pero sí, la noche con su manto
de oscuridad.
Le pregunté a una rosa
¿ por que todo acaba ?
........ no me contestό.
Pero sí, un fuerte viento, que
Destrozό sus petalos.
Le pregunté a un pajaro
¿ por que todo es dolor ?
......... no me contestό.
Pero sí, un piedrazo cruel, que
sus agiles alas quebrό.
Le pregunté a él
¿ por que se fué ?
......... no me contestό.
Pero sí, el silencio. Me dijo que así
estaba escrito en el destino
de las cosas y de la vida.
Estela Maris Genta
RISPOSTE CRUDELI
Domandai al sole:
perché tutto finisce?
........ non mi rispose.
Ma la notte sì con il suo manto
di oscurità.
Domandai a una rosa:
perché tutto si distrugge?
........ non mi rispose.
Ma si, un forte vento, che
distrusse i suoi petali.
Chiesi ad un uccello:
perché tutto è dolore?
........ non mi rispose.
Si, invece, una pietraccia crudele, che
le sue agili ali spezzò.
Le domandai
perché avvenne?
........ non mi rispose.
Invece sì, il silenzio. Mi disse che cosi
era scritto nel destino
delle cose e della vita.
Estela Maris Genta
Traduzione Don Luigi Quaglini
CONFESÉ...
Anhelo ser golondrina a pesar de mis púas.
Me gritaron loca.
Me acusaron necia.
Mi vuelo prohibieron.
Cerraron mis ventanas ocultándome el sol
y me atrapó su tierra.
Tejieron con finos filamentos
enjambres de vendas, para negarme el cielo.
Desdibujaron mi voz.
Desparramaron mi aňil entre sus grietas.
Me dije: no claudicaré...
Volaré...
Seré golondrina...
Hoy, soy golondrina.
Llevo en mi trazo una palabra.
Profunda.
Secreta.
Beatriz Teresa Bustos
CONFESSAI...
Anelo essere una rondine nonostante le mie pene.
Mi gridarono: pazza.
Mi dichiararono stupida.
Impedirono il mio volo.
Chiusero le mie finestre nascondendomi il sole
e mi catturò la loro terra.
Tessero con sottili filamenti
sciami di bende per negarmi il cielo.
Affievolirono la mia voce.
Sparsero il mio indaco tra le loro fenditure.
Mi dissi : non cederò...
Volerò...
Sarò una rondine...
Oggi, sono una rondine.
Porto nel mio progetto una parola.
Profonda.
Segreta.
Beatriz Teresa Bustos
Traduzione Don Luigi Quaglini
ABANDONADO
En el húmedo altillo
Entre trastos tirado,
como pieza de museo
yace allí abandonado.
De teclas nacaradas
Como dientes flojos,
botones endurecidos,
y fuelle sin soplido.
Testigo de noviazgos
A principios de mil novecientos,
animando bailes
en brazos de mi abuelo.
En el carro con la orquesta,
en las fiestas patronales.
Instalado en el pabellón
En las colonias, por las tardes.
Polcas, mazorcas, valses, rancheras.
Acordeón del nono bohemio,
que enamoró a mi abuela
¡quisiera tener ahora, al menos una tecla!
Idelma Magdalena Rochia
ABBANDONATO
Nell’umida soffitta
Tra masserizie ammassate,
come pezzo da museo
giace là abbandonato.
I tasti di madreperla
quasi denti cariati,
I bottoni induriti,
e il mantice senza soffio.
Testimone di fidanzamenti
all’inizio del millenovecento,
animava balli
tra le braccia di mio nonno.
Sul carro con l’orchestra,
nelle feste patronali.
installato nei tendoni
delle fattorie, verso sera.
Polche, mazurche, valzer, rancheras:(1)
fisarmonica del nonno boemo,
che innamorò la mia nonna.
Come vorrei, ora, avere almeno un tasto!
Idelma Magdalena Rochia
Traduzione Don Luigi Quaglini
(1) nota: ranchera genere musicale popolare della musica messicana e cubana
LIRIOS HUERFANOS
Rosada brisa baña
los lirios huérfanos
del cantero abandonado.
¿Será que la tierra,
guardó sus raíces
esperando la primavera?
Quizás las manos
que echaron las semillas,
hoy estén trémulas.
Mas... en ese rincón florido,
anida una esperanza de vida,
añ ejada en un puñado de lirios
matizando malezas espìnosas
que circundan la vieja capilla
dormida en el campo,
cobijando historias
tras sus altas puertas.
Rosada brisa baña
los lirios huérfanos
del cantero abandonado.
Vacheta Graciela Teresa
GIAGGIOLI ORFANI
Rosea brezza bagna
i giaggioli orfani
dell’aiola abbandonata.
La terra forse avrà
custodito le sue radici
in attesa della primavera?
Forse le mani
che gettarono i semi,
oggi saranno tremanti?
Però…in questo angolo fiorito,
s’annida una speranza di vita,
invecchiata in una manciata di giaggioli
sfumando sterpaglie spinose
che circondan la vecchia cappella
abbandonata nel campo,
e custode di memorie
dentro le sue alte porte.
Rosea brezza bagna
i giaggioli orfani
dell’aiola abbandonata.
Vacheta Graciela Teresa
Traduzione Don Luigi Quaglini
Giovanni Antonio Lamberti con i suoi figli Juan e Catalina, nati in Argentina
STORIA DEL MIO IERI
Quando io ero piccolo, mia nonna un pomeriggio piovoso, si mise a raccontarci la triste e tragica
storia dei suoi genitori e nonni quando arrivarono in America e questa è la storia raccontata da me.
Molto,tempo fa, appunto nel 1847 si presentarono davanti al prete della parrocchia della "Frazione
Maddalena di Fossano" , Pietro Lamberti e Domenica Quaglia, notificando che erano diventati
genitori di un bambino chiamato Giovanni Antonio Lamberti, nato a Fossano, provincia di Cuneo,
regione del Piemonte.
Vi trascorse l'infanzia e la giovinezza. Nell'anno 1875 Giovanni sposò Giovanna Maria
Giordanengo, una fanciulla di 18 anni oriunda da Centallo. Ebbero due figli (non c'è
documentazione sul sesso e la data di nascita). Giovanni Antonio Lamberti faceva il falegname e il
giornaliero però lo scarso guadagno non bastava per sostenere la famiglia. Erano tempi molto
difficili, e tra la gente più umile, la miseria era terribile.
La semplice alimentazione era il bisogno più incalzante e nonostante lavorare sodo, era molto
difficile soddisfare le necessità della famiglia. Fu così che Giovanni con sua moglie e figli decisero
di intraprendere la grande avventura. Riunendo le loro poche pertinenze, partirono dal porto di
Genova nell'anno 1886.
Era una delle tanti navi che portavano delle intere famiglie gemellate dalla miseria, la povertà, la
paura, motivate dalle guerre e dalla stessa speranza: raggiungere in altre terre una vita senza tante
scarsezze. Nel viaggio verso l'America i due figli di Giovanni, così come tante altre persone
dell’equipaggio, si contagiarono di una malattia chiamata Colera; dopo parecchi giorni i suoi figli
morirono; i cadaveri furono buttati nelle scure acque dell'Oceano Atlantico.
Allo sbarcare in America (Argentina), quando vanno a chiedere la documentazione, questa si era
smarrita insieme al baule contenente gli attrezzi da falegname. Così si presentava la vita che
avevano tanto sognato. Qualche giorno dopo furono portati alla zona rurale di Emilia (Pcia. di
Sta.Fé), vi facevano i manovali, lavorando dal mattino alla sera, adattandosi alle nuove abitudini e
ai duri lavori della campagna.
Avviene il 25 agosto la nascita di Caterina e con lei rinacquero le speranze della coppia. Tre anni
dopo si trasferiscono a un campo situato in colonia Videla (Pcia. Sta. Fé). E dopo altri tre anni
l'allegria famigliare fu al massimo colla nascita di un bambino, battezzato col nome di Juan.
Essendo ancora piccoli i figli, Giovanna si ammala; fu portata da suo marito fino a Rafaela e vi
resta ricoverata in un ospedale.
Qualche giorno dopo lui decise di andare a trovarla, pregando che si trovasse meglio per portarla di
ritorno a casa dove 1'aspettavano i bambini; però quando arrivò, dovette affrontare l'amara notizia
che lei era morta da parecchi giorni.
Qualche anno dopo ricevette la proposta di comprare un campo nella zona, di San Gugliermo (Pcia.
Sta. Fé), pagandolo colla riscossione della raccolta. Questa offerta stimolò Giovanni giacché
rappresentava un futuro per i suoi figli. Col loro aiuto arò e seminò la terra e quando tutto era pronto
per la raccolta, un'invasione di cavallette divorò in un istante mesi di lavoro e le illusioni che
nutrivano.
II padrone del campo non volle dargli una seconda opportunità e la famiglia dovette prendere nuove
strade. Caterina cominciò a fare la domestica in Colonia Ripamonti, Giovanni e Juan se ne
andarono in Colonia 10 de Julio (Pcia. Cba) e vi fecero dei mattoni.
Quando aveva appena 15 anni, Caterina sposò Natalio Bartolomeo Torletti, un giovane di 17 anni
che abitava a Col.10 de Julio. Ebbero 13 figli, 5 femmine e 8 maschi e vissero accompagnati dall’
amore di quella numerosa famiglia. Juan sposo Maria Bruera, ebbero 9 figli, 4 maschi e 5 femmine.
Nonno Giovanni, da lì in poi visse colla famiglia di Juan e malgrado le sofferenze sopportate nella
sua giovinezza, la sua vecchiaia trascorse affabile circondato dall'affetto di suo figlio e dei suoi
nipoti.
Aveva 93 anni quando morì il pomeriggio del 15 novembre 1940. Questa è la storia che mi raccontò
mia nonna. Questa è l’ eredita delle mie radici ed insieme ad esse, le tradizioni, i cibi, le canzoni ed
il vocabolario.
Ho la cittadinanza italiana e mi sento orgoglioso di appartenere a questa patria. Il mio sogno è
conoscere l'Italia e le colline del Piemonte colle bellezze che mi raccontò mia nonna.
Yano Neuen Centeno
A TE, MADRE ITALIA
“Felici 150 anni!”
Palpitano ancora nelle tue viscere
storie del passato:
guerre atroci, sfide,
amari esili.
Valorosi che lottarono
vincendo le avversità,
il loro frutto fu la “Unità”
che oggi alimenta il tuo sangue.
Terra Madre... Patria mia
i nostri figli ospiti!
e un drappo celeste e bianco
fiammeggia con le tue bandiere.
Argentina è con Te
celebrando la tua Epopea,
Inni di gloria ti lodano!
L’Italia è in festa!
"Venturosi 150 anni!"
Silvia Norma Lamberti
Racconto breve
o pagina di diario
Sezione A
"COSA SI FA PER UNA BICICLETTA..."
« N'asidente! An go 'd sodi per catome a bicicleta...» pensava Enzo quella mattina mentre si
recava con il suo amico Sanpè dalla guardia comunale di Rivalta Scrivia. Voleva diventare un
"bandierino" per guadagnare qualche soldo. Durante la guerra usava così, si rischiava la vita tutti i
giorni pur di portare a casa "qualcosa".... «Ci sono due turni: il primo dall'alba alla mezza, il
secondo da mezzogiorno al tramonto. Le postazioni cambieranno tutti i giorni, sono in tutto
quattro, dislocate dal rondò di Tortona al confine di Pozzolo Formigaro. Il lavoro è semplice:
avvistate gli aerei, esponete la bandierina e portate via la "pelle" se ci riuscite... dimenticavo la
paga è di centododici lire al dì». Era proprio con quel numerino sonante che la guardia comunale
aveva terminato il discorso. Centododici lire che avevano suscitato dubbi e luccichii negli occhi
dei due amici. Così Enzo e Sanpè erano stati assunti, ma destinati a postazioni differenti... il
cammino iniziato insieme ora li divideva. Di buon 'ora Enzo si alzava e si recava alla postazione
prestabilita, scrutava il cielo e teneva la bandierina di colore bianco con una 'A' nera cucita sopra
sempre stretta nel pugno... non la lasciava mai. Era una fresca mattina dell'aprile 1945, una
giornata perfetta sin dai primi raggi di sole per giocare all'aria aperta. Lui però doveva lavorare
così: ligio al dovere anche quel giorno se ne stava seduto la con il naso all'insù cercando un po' di
svago guardandosi attorno, distraendosi, di tanto in tanto fantasticando ma sempre attento a quel
cielo terso, che celava una possibile insidia. La natura sembrava tacere e anche lui taceva ... ma
rifletteva. Affioravano nella mente ricordi felici: la tavola della Domenica, le corse spensierate nei
campi... ma facevano capolino anche le immagini strazianti della guerra... non sembrava ancora
vero .. .che si fosse in guerra... Allora corrucciava la fronte, gli occhi si velavano di tristezza e
ordinava nella mente la successione di azioni che avrebbe dovuto fare se avesse avvistato uno di
quegli "apparecchi". L'aria frizzantina gli scompigliava i capelli... e siccome la mattina sembrava
eterna, guardava l'orologio che aveva al polso.. .le lancette però non segnavano più le ore, tutto
intorno sembrava essersi fermato con loro, anche lo zefìro... non spirava più.... La placida aria era
stata fesa da un ronzio sordo e continuo ... la bandiera era stata esposta al palo del telegrafo in
bella vista. Enzo, con il cuore in gola, era quasi al rifugio anti-aereo ,ma la sua attenzione era stata
carpita da un furgoncino sgangherato di colore grigiastro carico di limoni. Era stato forse un falso
allarme? Enzo aveva accennato un sorriso pensando di aver scambiato il rumore della marmitta
del furgone per il motore rombante di un "apparecchio". Mentre accennava un saluto al
conducente del furgoncino, il ronzio che lo aveva ingannato si faceva sempre più sordo ed
insistente. All'orizzonte due caccia bombardieri identici slanciati ed eleganti solcavano i cieli e
come due falchi fratelli, l'uno sorvegliava l'altro con voli circolari. Una scarica di adrenalina
attraversava le membra del ragazzo, le gambe sembravano non volersi muovere, come nei sogni. Il
rifugio era troppo lontano ,così aveva tentato di nascondersi sotto il ponticello. Si era fatto piccolo
piccolo, i bombardieri avevano già avvistato il furgone situato quasi vicino al ponte, ormai era
tardi. Il primo aereo planava verso il basso sganciando la prima sventagliata di proiettili...
sembrava che ogni colpo fosse destinato ad uccidere; la paura era tanta: il cuore palpitava, le
ginocchia tremavano e i denti battevano. Il ronzio insistente sembrava ora lontano, Enzo aveva
alzato lo sguardo e aveva visto che i due aerei erano pronti a tornare e a bombardare
ancora...Un'altra copiosa pioggia di proiettili aveva battuto il terreno e Lui era ancora rannicchiato
su se stesso. L'aereo che per primo aveva mitragliato era planato troppo in basso e aveva spezzato
un'ala contro il ponte, non riusciva più a prendere quota e ondeggiava, ondeggiava mentre il suo
fedele compagno lo seguiva dall'alto senza perderlo un istante. Non c'era più nulla da fare se non
tentare l'atterraggio nel primo campo abbastanza esteso. Il caccia era prossimo al terreno, il pilota
per ben abile che fosse non aveva notato in mezzo al campo il tronco di un gelso tagliato da poco.
Così si era schiantato al suolo e il velivolo aveva preso fuoco. Ardeva come un tizzone mentre suo
"fratello" lo vegliava. Enzo aveva sentito lo stridore della lamiera e il fragore delle fiamme,
facendosi coraggio si era alzato ed era uscito dall'improvvisato rifugio per assistere alla scena.
Così aveva fatto anche il conducente del furgoncino che, nonostante il suo mezzo fosse stato
ridotto a brandelli, era ancora vivo. Il caccia superstite volava sempre più in alto, con movimenti
sempre più
ampi. Non appena il bombardiere si era allontanato dal sito, Enzo e l'autista, suo compagno di
sventura, si erano recati vicino al velivolo. Per il pilota non c'era più nulla da fare, tutto era in
fiamme! Che impressione..., avvertire la sensazione della morte così da vicino! Tra la gente che
accorreva c'era anche Ernesto, suo padre ... col viso stralunato dallo spavento. Dopo un lungo
abbraccio silenzioso, scaldato dal rogo dell'aereo: "Non ti preoccupare ... tè la compro io la bici".
Clementina Rubini
"SOPHIE"
Nascesti una mattina di marzo, quando in giardino iniziavano a spuntare le primule. Casa nostra era
stracolma, fra la famiglia, i vicini, le donne venute ad aiutare o quelle semplicemente curiose,
mentre papa camminava su e giù per il corridoio, ansioso, impaziente. Io me ne stavo in salotto, un
po' in disparte. Avevo solo sette anni, e non ero nemmeno così spigliata da sgusciare fra tutte quelle
gonne per andare a vedere. Poi, finalmente, ti portarono da noi. Quando ti guardai la prima volta,
stentai ad accorgermene. Ti teneva in braccio una parente - non ricordo neanche il suo viso, era una
di quelli che si facevano vedere solo in una occasione o due all'anno e poi spedivano le cartoline di
auguri. Ti avevano stretto nelle fasce (ricordi? Mamma ce lo raccontava sempre, di come sembrassi
una pallottola bianca con le guanciotte cui tutti volevano fare il buffetto) ed osservavi ciascuno di
noi con aria interrogativa. Quando infine ti diedero a me, capii che in tè c'era qualcosa di diverso.
Sopra il nasino schiacciato notai che i tuoi occhi erano sottili, proprio come due mandorle, due
luminose piccole mandorle. Ti chiamarono Sophie, e non tanto per il suo significato o perché fosse
il nome di un'attrice, ma perché mamma se n'era innamorata. "Sophie.." diceva "..come un soffio
leggero". Pian piano diventavi grande, ed io assistevo ad ogni tua piccola sudata conquista, senza
sosta, di un pezzettino di quel mondo "laffuori" che conoscevi poco e che forse non avresti mai
capito fino in fondo. Dicevi "laffùori" indicando con il ditino un punto imprecisato oltre la finestra,
oltre le tendine di pizzo giallo che la nonna ti sorprendeva sempre ad attorcigliare e spiegazzare.
Riesco ancora a vederla mettersi le mani sui fianchi, con finta aria burbera, facendoti segno che no,
no, quello proprio non si doveva fare. Ed era allora che le sfoderavi il tuo sorriso da birbante, le
mostravi i tuoi dentini con fare sornione e piegavi la testa da un lato. Già sapevi bene che, come
sempre, la nonna non avrebbe fatto altro che darti un pizzicotto sul nasino e prenderti in braccio
perché, alla fine, non ti avrebbe mai sgridata. Le parlavi con la tua voce un po' impastata, mettendo
una parola zoppicante dopo l'altra, le confidavi che volevi "affolutamente" andare fuori, giocare un
po' in giardino e poi, perché no?, uscire per andare in paese, dal panettiere, dall'uomo dei fiori", da
questo e da quello, e spuntavi con le dita le idee man mano che ti venivano, con aria assorta.
Rimanevi incantata, con la bocca aperta, ogni volta che vedevi tante persone camminarti accanto.
Ne sentivi l'odore, il frusciare dei vestiti e seguivi con lo sguardo i loro volti con mille espressioni.
Ricordo che una volta ti portammo con noi ad una festicciola in campagna, un pomeriggio d'estate.
La nonna ti aveva preparato un vestitino nuovo per l'occasione, uno scamiciato rosso papavero con i
bottoncini bianchi e la gonna ampia. L'hai adorato - ne sono certa. Appena indossato, facevi piroette
per tutta la casa gonfiando il vestito, aggraziata come la ballerina del tuo carillon. Ti presi per mano
uscendo di casa e camminammo insieme. Saltellavi al mio fianco, prima su un piede, poi sull'altro e
perso il ritmo, ridevi (come ridevi!) prima di ricominciare. Quando arrivammo non ci mettesti molto
ad essere assorbita completamente da tutto quanto vedevi. Mi tenevi ancora la mano, ma sapevo che
ormai la tua mente era altrove - ora si intrufolava tra la gente, ora scrutava rapita le loro bocche
muoversi a velocità impensabile e dire parole che non riuscivi a capire. A un tratto, mi accorsi che il
tuo sguardo puntava oltre le persone, oltre i tavoli, e lo seguii. Vidi che c'era un piccolo angolo di
prato, appena poco più in là, ricoperto di margherite. Sentii la tua mano nella mia che si divincolava
istintivamente e la lasciai andare. Ti guardai correre, un po' buffa, con il passo ondeggiante di un
anatroccolo che sgambetta sui suoi piedi palmati. In men che non si dica ti tuffasti fra le margherite,
per poi metterti seduta e lasciare le mani a penzoloni navigare tra gli steli.
Ti vidi alzare la testa e cercarmi con lo sguardo mentre ridevi estasiata. Ho l'immagine di tè in un
mare di fiori tutt'ora nella mente, limpida ed indelebile. Sul tuo viso non si notavano occhi più
sottili, un naso o una bocca particolari. Guardandoti si vedeva soltanto un immenso e splendido
sorriso.
Letizia Rivera
“FIORI E MACERIE”
Lucia è a terra. E’ stanca e non riesce a rialzarsi. Lucia prega. Poi gira lentamente il capo e un
sorriso placido le compare sul volto. “E’ finita” sussurra alla sua bambola di pezza, che prima di
andare a dormire stringeva forte in grembo.
Lucia Stefanini è una bambina di otto anni, che ama tanto i fiori. Li ama così tanto che
quotidianamente, quando va nel suo bel giardino, si inginocchia sull’erba fresca di rugiada e li
guarda attentamente. Rose, primule, margherite, fiordalisi. Non capisce come tante persone bramino
dal desiderio di avere i soldi, i vestiti firmati e una televisione a 99 pollici per vedere una partita di
calcio, quando ci sono i fiori, così fragili, così colorati. Ma in fondo lei è solo una bambina e non
può ancora capire come va il mondo.
La casa di Lucia è immersa nella quiete campagnola e, ogni primavera , quando le rondini fanno
ritorno nei nostri paesi, l’abitazione offre a loro un accogliente rifugio. Un immenso salice
piangente abbraccia la parete orientale della villetta e le sue radici affondano profondamente nel
terreno, circondate da una moltitudine di trifogli. Quando la malinconia si dipinge sul volto della
bambina, ella si accovaccia sulla grigia roccia, che si trova a pochi metri dalla sua casa e volge lo
sguardo verso l’infinito, ammira le nuvole e le farfalline bianche che si rincorrono.
Così era la sua vita fino a quel fatidico giorno. Una tiepida mattina, il sole d’aprile risplendeva alto
nel cielo e la rugiada mattutina si era quasi del tutto dissolta. All’improvviso il rumore di un motore
frantumò quell’idilliaco paesaggio agreste: un uomo dal naso camuso e dalla folta capigliatura scese
dal veicolo: era il vecchio Sam, il postino. Lucia gli corse incontro radiosa, come era di suo solito
fare con chiunque le si presentasse. Il vecchio l’accolse tra le sue braccia, la sollevò da terra e la
posò sul cofano della macchina. Estrasse dalla sua borsa consumata una lettera e disse: “Questa è
per i tuoi genitori. E’ importante. Abbine cura.” Poi la baciò sulla fronte, la rimise a terra e le
scompigliò dolcemente i lunghi riccioli. Non appena vide la macchina allontanarsi all’orizzonte, si
diresse in casa. Dopo aver appoggiato la busta sul tavolo del soggiorno, prese in mano un libro “Il
piccolo principe”, il suo più caro regalo di compleanno, e iniziò a leggere, aspettando l’arrivo della
mamma.
Dopo circa due ore, percepì il rumore della chiave infilata nella toppa e la camminata leggera di sua
mamma, Carmen, che si accingeva a salire le scale. La salutò con un lieve cenno del capo e con la
mano le indicò la lettera. Appena aperta, Carmen emise un sospiro di disapprovazione; si rattristò,
si incupì e iniziò a gemere. Poi si mosse in direzione della sua camera da letto e, sbattendo la porta,
si rinchiuse dentro. Non poteva crederci, o molto più probabilmente, non voleva.
Allora in quel momento Lucia chiuse il libro e lo sistemò sullo scaffale; era infatti molto turbata.
Non le capitava spesso, in quanto era ormai abituata agli stati d’ansia nei quali si imbatteva spesso
la madre. Ma quel giorno era capitato qualcosa di diverso: Carmen non si era mai ritirata in una
stanza senza nemmeno proferire parola e soprattutto erano trascorsi anni da quando aveva provato
una crisi di tale portata. La verità era che era sempre stata una donna debole; la vita le fluiva
addosso ed era completamente incapace di coglierne al meglio ogni singolo istante. I problemi non
erano fonte di miglioramento, bensì di malessere; un malessere che cresceva e s’inaspriva col
passare degli anni.
La bambina era rimasta a fissare quella porta per minuti, forse anche per ore, fino a quando suo
padre non aveva fatto ritorno. Immediatamente Stefano percepì dallo sguardo di sua figlia un senso
di vuoto e di straniamento che non aveva mai potuto scorgere in un animo così innocente e
spensierato. La prese per mano e la accompagnò in cucina; le preparò per cena un panino e le
consigliò di andare a riposarsi appena avesse finito. Accorgendosi che il viso della bambina non
mutava quella cupa espressione, le parlò dolcemente: “Tesoro, stai tranquilla. Vedrai che tutto si
sistemerà e tutta questa faccenda sarà stata per te solamente un brutto incubo”. Così, dopo circa
mezz’ora, raggiunta la sua camera, la bimba si distese sul letto e socchiuse gli occhi. Ma quella così
aspettata quiete non poteva durare. Improvvisamente sentì le voci dei suoi genitori rincorrersi l’un
l’altra. Accostò l’orecchio alla sottile parete e iniziò a origliare. “Non possiamo andare avanti in
questo modo, cara. Lucia ne soffrirà di certo. Ho visto l’ultima bolletta. Il costo della luce è ancora
aumentato. E’ già la quinta tassa che non riusciamo a pagare”. Carmen che era stata fino a quel
momento in silenzio, alzò inaspettatamente la voce, fino a coprire del tutto quella del marito. Le sue
parole giungevano pesanti come fitte al cuore. “Io non posso più sopportare queste continue
umiliazioni. Ma lo sai come ci si sente? Additati dai vicini, dagli amici e perfino dai parenti come
quelli che non riescono mai ad arrivare a fine mese? No, io non ce la faccio più”. “Per favore ora
calmati. Vedrai che riusciremo a trovare una soluzione anche a questo. Chiederò al mio datore di
aumentare le ore lavorative e…” “No. Tu non hai capito. Noi dobbiamo andarcene da qui, da questa
casa. Ho riflettuto a lungo. Ci trasferiremo dai miei genitori giusto il tempo necessario per trovare
un qualche acquirente per questa villa”.
Lucia si distanziò dalla parete: aveva ascoltato abbastanza. Le lacrime iniziarono a sgorgare
incessantemente e a rigarle le guance. Non poteva lasciare la sua amata casa. I suoi fiori e le piante
e gli uccellini e ogni singola parte di quel meraviglioso mondo, che aveva gelosamente custodito nel
suo cuore. Tra i singhiozzi e le lacrime prese finalmente sonno e si addormentò profondamente,
sperando che al mattino seguente tutti i problemi, che ora avvolgevano la sua casa, si dissolvessero.
Ed ecco ciò che rimane della casa: solo macerie e fumo. Era stata improvvisa la fuga di gas
nell’abitazione, così come il suo successivo incendio. Lo scoppio era stato udito per tutto il paesello
e, anche se l’arrivo dei pompieri era stato repentino, nessun corpo era ora in salvo. Anche Lucia
giaceva lì, immobile, distesa, come un fiore ormai sradicato dal proprio prato. Svaniti i sogni, i
desideri, i progetti. Solo fumo e macerie.
Elisa Torlasco
PICCOLA AMBASCERIA AEREA
Che Hammerfest non fosse una cittadina adatta a lei, Anya l'aveva capito da quando era una
ragazzina, quando già sognava di entrare nello psichedelico mondo hollywoodiano. Adesso, a
diciannove anni appena compiuti, viaggiava con una valigetta viola in mano, dove gelosamente
custodiva l'essenziale per la sua nuova vita. Aveva nastri per capelli, asciugamani, pochi vestiti, un
piccolo beauty-case ed il suo peluche di quando era bambina. Non aveva bisogno di abiti particolare
per apparire bella, si sentiva a suo agio con ciò che la natura le aveva dato, ovvero un'altezza non
indifferente, grandi occhi blu e capelli castani, lunghi fino a metà schiena, che si muovevano ad
ogni suo gesto. Quella mattina, la giornata che avrebbe cambiato la sua vita per sempre, aveva
lasciato Hammerfest per dirigersi ad Oslo e, una volta salutate le baite ed i fiordi tipici del suo
paese, viaggiò verso Roma, dove prese un nuovo treno in direziono di Los Angeles, sperando che lì
potesse intraprendere una carriera. Adesso che dal finestrino vedeva il mar Tirreno e si accorgeva
che non era il suo Oceano, arrivò il primo attacco di panico. Cosi Anya chiuse gli occhi e, serrando
la bocca, assunse involontariamente un' espressione di dolore. Al che, la tizia che le sedeva, accanto
girò la testa esclamando, in un italiano un po' bislacco:" Ehi! Ma va tutto bene?" Anya apri gli occhi
e si vide davanti un viso chiaro, con un ciuffo biondo che cadeva sull'occhio sinistro. Non aveva
minimamente capito cosa volesse la ragazza, che cambiò lingua, passando all'inglese, sempre con
un accento molto marcato. Anya rispose che stava bene e la ringraziò. La ragazza italiana rimase
tuttavia un po' delusa da quella risposta. Si aspettava di intrattenere una, seppur breve,
conversazione. Era solo mezzogiorno e stava viaggiando da ore... aveva lasciato Linosa alle spalle,
salutando per l'ultima volta la sua famiglia. Era arrivata a Catania con il traghetto e da lì era volata a
Roma, dove si era imbarcata su un altro aereo. Aveva lasciato il suo cane, la mamma, la nonna e le
due sorelle nella casetta gialla tanto caratteristica della sua isola. Aveva salutato le enormi
tartarughe marine ed ora inseguiva il sogno americano, cercando la fortuna. In realtà, la fortuna
l'aveva già fatta il suo fidanzato, perugino, Tommaso, che viveva nella città californiana da qualche
anno, poiché aveva vinto un concorso per lavorare nella celebre Silicon Valley. E lei, per amore, lo
stava seguendo. Sebbene fosse innamorata fino al midollo di Tommaso, aveva una paura bestiale.
Non si sentiva neppure italiana e presto avrebbe dovuto aggiungere alla sua cittadinanza anche
quella di un nuovo paese di cui, a parte nomi di attori famosi, non conosceva nulla. Le incutevano
timore, gli Stati Uniti d'America. Già il nome per lei, abitante di Linosa, era troppo altisonante. Le
cadde una lacrima da un occhio mentre pensava a tutto ciò. E la vicina le chiese, in un inglese
perfetto, se stesse bene. Lei rispose che stava okay, grazie. Regnò il silenzio per un'ora buona poi
per noia Anya decise di attaccare bottone. Cominciarono a parlare. Chi sei, chi non sei, da dove
vieni. Hammerfest, cittadina norvegese, Linosa, piccola isoletta pelagica. La ragazza italiana si
chiamava Concetta, era carina, anche se i lineamenti molto dolci le conferivano un'immagine da
topolina. Aveva gli occhi castani molto chiari. Complici le diverse paure, di non riuscire ad
assimilare un nuovo stato da una parte ed il fallimento dall'altra, la giovane innamorata e
l’intraprendente attrice iniziarono a parlare. Inizialmente ci fu un po' d'imbarazzo, poi conversarono
come se si conoscessero da tempo.
Con gli estranei, pensarono entrambe, era così. Fatichi ad aprirti con chi sai ti può ferire, ma loro,
sconosciute che mai più si sarebbero riviste, cosa avrebbero potuto farsi di male?
Anya raccontò di Hammerfest. Si trovava nella Norvegia settentrionale e la vista dal porto era
stupenda, sembrava che il mare e l'orizzonte non si fossero mai separati. Anya aveva una luce negli
occhi mentre lo diceva, ma poi si spense quando disse." Ma io voglio fare l'attrice. " Anya si sentiva
chiusa in una gabbia ad Hammerfest. Le pareva di essere fuori dal mondo, mentre invece voleva
esservi al centro. Amava recitare, si sentiva realizzata nell'interpretare altre donne. Suo padre era un
pescatore, sua madre possedeva un negozio di articoli per la pesca, suo fratello era un ittiologo. Lei
odiava l'odore dei pesci. Si lamentò della mentalità della cittadina, che lei giudicava chiusa, acerba,
senza vie di fuga. La scuola era sempre stata una perdita di tempo per lei, a cui piaceva solo il teatro
e non aveva saldato amicizia alcuna. Così, aveva preso coraggio ed un biglietto per Los Angeles ed
aveva abbandonato tutto. I suoi le avevano prestato dei soldi, per ingranare le marce appena
sbarcata oltreoceano, ma Anya raccontò di aver percepito che loro si
aspettavano di rivederla presto. La norvegese era norvegese, ma si sentiva americana fin dalla
nascita; aveva l'indole dell'attrice e voleva conoscere tutto e tutti, per farsi un'idea riguardo ogni
cosa. Anya, notò Concetta, aveva adesso una luce diversa, mentre raccontava tutto questo.
Sembrava che la grinta e la determinazione fossero talmente potenti da uscirle dal corpo.
Poi toccò all' isolana raccontare della sua storia. Non sapeva come iniziare; viveva con la mamma e
la nonna perché il padre era morto quando lei era piccola e anche a casa sua s'era sempre più meno
parlato di pesce. Sua mamma era una però una maestra nella scuola elementare dell'isola, la sorella
più grande era una biologa marina, la più piccola frequentava ancora il liceo. Concetta aveva
vent'anni appena compiuti ed avrebbe studiato a Los Angeles, cosi avrebbe potuto migliorare
l'inglese. Lì l'aspettava il fidanzato, con cui aveva una storia da otto mesi. Si erano conosciuti a
Taormina, quando entrambi erano in vacanza e si erano innamorati.
Concetta si soffermò a narrare la stranezza dell'amore. Lei, che era sempre stata cinica riguardo a
certe storielle, era rimasta abbagliata dal ragazzo che in spiaggia le si era piazzato davanti.
Descrisse il momento dell'innamoramento come una scarica elettrica che ti arriva al cuore, indolore,
ma che lascia una cicatrice. Così aveva capito di essersi innamorata. Quando lui era ritornato a
Magione, vicino a Perugia, dove abitava, lei aveva cercato di non essere troppo melodrammatica e
si era imposta di scordarlo. Poi però lui si era presentato sotto casa sua a cantarle una serenata... ed
insomma, come puoi rifiutare uno che ha percorso mezza Italia in un auto scassata e si è imbarcato
su un traghetto per arrivare sulla tua minuscola isoletta?.Aveva otto anni più di lei ed era laureto in
matematica. Aveva ottenuto un posto, Concetta non si ricordava il nome dell'azienda presso cui
lavorava, nella Silicon Valley, e lei lo stava raggiungendo perché erano stufa di essere separati.
L'italiana sospirò:" Però, com' è difficile. Per me, che nemmeno mi sento italiana! Pensa, io so solo
d'essere di Linosa. L'Italia l'ho sempre sentita lontana e neppure m'è mai interessato scoprirla più di
tanto, lo so di appartenere alla mia isola. Sento la sua sabbia su di me, sento i raggi sui capelli e la
brezza che mi attraversa il corpo. E adesso? Esco in un momento dalla mia piccola realtà per
scoprire una terra di cui ignoro tutto. E come farò? Tu hai una passione, un motivo che ti spinge
avanti. Ma io? E se l'amore dovesse finire perché io non sono fatta per essere americana? Tu dici di
sentirti americana. Vorrei che mi potessi insegnare a sentirmi qualcosa al di fuori di Linosa."
Anya stette zitta per un momento, poi le prese delicatamente la mano e l'appoggiò sulla sua maglia.
Ne sentì il profumo della pelle; che aveva un che di puro ed in un certo senso innocente. La guardò
negli occhi e sorrise. " lo non so come andrà a finire. Magari Hammerfest mi mancherà più di
quanto possa immaginare, magari sono io che mi convinco d'essere americana ma sono più
norvegese di quanto possa ammettere. Però so una cosa; io non posso rinunciare ai miei sogni. E se
anche finissero fra poco, perché ne arrivano altri, fa' niente! L'importante, secondo me, è viverli.
Attimo per attimo. Se anche tu innamorassi di un altro... se decidessi che il tuo sogno è tornare a
casa... vivo, qualunque cosa sia."
" E se l'America non fosse il mio sogno?"
" L'America no di certo, ma stare con il tuo ragazzo sì."
" Sì."
" E allora, stacci. Anche se devi andare in America per farlo."
Con nessuno Concetta si era mai aperta così tanto e nessuno aveva mai ascoltato Anya senza
giudicarla presuntuosa come adesso Concetta aveva fatto durante quel viaggio. L'aereo stava
atterrando. Avevano viaggiato per ore ed ore e non avevano fatto altro che parlare. Si sentivano
stanche, sudate, erano a pezzi. Entrambe, in due modi certamente diversi, avevano paura. Quando
scesero e si guardarono negli occhi prima di separarsi, capendo di aver trovato qualcuno di
veramente speciale, si rattristarono. Poi però voltarono le spalle, decise a vivere il sogno che
ciascuna di loro aveva dentro.
Martyna De Marchi
Racconto breve
o pagina di diario
Sezione B
IL DONO DI GIOSUE'
Il gattino tastava cautamente la prima neve della sua vita tentando di affondarvi anche il muso,
quando il contatto inaspettatamente gelido lo indusse a ritrarsi repentino e a scrollare nervosamente
la testa. Dal gruppo dei giovani universitari partì una pallata violenta che, colpito il micio ad un
fianco, lo costrinse a ruzzolare goffamente e, una volta rialzatesi, a rifugiarsi spaurito sotto la siepe
che perimetrava quasi per intero il piazzale dell' Ateneo bolognese. I ragazzi risero di gusto,
scambiando per goliardia il loro spirito di patata. Cupi nuvoloni incombevano e nel pomeriggio
avrebbero senza dubbio scaricato un' altra importante nevicata sui tetti e sulle strade della "Dotta".
Opprimenti erano anche i pensieri di Giovannino che in quel momento stava tagliando
diagonalmente la piazza, a pochi passi dal punto da cui era fuggito il gatto in cerca di riparo.
Assorto nei suoi pensieri non notava quanto gli accadeva intorno: le sghignazzate degli studenti che
lo stavano eleggendo a bersaglio, le bestemmie degli spalatori che alla sua sinistra aprivano un
varco verso la biblioteca, il sibilare delle palle di neve che lo avevano mancato di un soffio.
Giovannino era in apprensione perché il giorno precedente gli era arrivata la comunicazione di
presentarsi la mattina dopo (quel 21 dicembre 1873) alle ore 10,20 presso lo studio del titolare della
cattedra di letteratura italiana, il temutissimo professor Giosuè. Solo in un' occasione, pochi mesi
prima, il docente ed il ragazzo avevano avuto modo di confrontarsi. Era una circostanza che
Giovannino ricordava con piacere: terminato il corso di studi presso il liceo di Rimini, aveva
constatato che 1' unica opportunità che aveva di iscriversi alla facoltà di lettere dell' Università di
Bologna era quella di aggiudicarsi una borsa di studio. Ad esanimarlo fu proprio 1' austero
professore toscano ed il ragazzo era felice di aver suscitato una buona impressione, dal momento
che pochi mesi dopo, in virtù del superamento di quella prova, si trovava a sedere sui gloriosi
banchi dell' Ateneo felsineo. Ora, salendo lo scalone che portava al primo piano, ripercorreva con la
mente i comportamenti che aveva tenuto negli ultimi mesi: se in qualche atteggiamento aveva
potuto deludere gli insegnanti, se fosse venuto meno ai propri doveri. Nel tumulto delle emozioni,
nella confusione dei pensieri non si rammentò di alcuna mancanza e giunto davanti all' ufficio del
professore bussò timidamente alla porta. Nessuna risposta. Al secondo tentativo tuonò una voce
dall' interno: "Ho detto avanti!". Partiva male, non aveva udito il pruno invito ad entrare. Incerto
aprì la porta e col basco in mano si trovò al cospetto di Giosuè. "Buongiorno, sono Giovanni...." Si
presentò con una voce stridula che non riconobbe come sua. "Entrate, accomodatevi" disse il
docente fissandolo negli occhi e lisciandosi la folta barba sale e pepe. Mentre il ragazzo, sempre più
a disagio si metteva a sedere, il professore proseguì: "Ecco, ora ricordo chi siete, gli altri insegnanti
mi parlavano sovente di voi ma io non riuscivo a focalizzare la vostra fisionomia, adesso ho capito,
siete lo studente romagnolo, quello della borsa di studio". I toni di Giosuè non favorivano I'
allentarsi della tensione di Giovannino che si scoprì a tremare mentre fissava le mani nodose e
vissute che non si sarebbero dette appartenere ad un cattedratico. Il professore fece una lunga pausa
continuando a fissare il ragazzo; aveva fama di uomo risoluto, eppure si sorprendeva in difficoltà a
comunicare col giovane. Ad un tratto si decise: "So che il vostro inserimento non è stato dei più
agevoli. Credo di essere pure a conoscenza delle ragioni del vostro tormento". Per lo studente il
peso dell' imbarazzo si stava facendo insostenibile; quasi a rendersene conto Giosuè divenne più
conciliante: "II vostro profitto non è assolutamente in discussione e tanto meno il vostro
comportamento, anzi gli insegnanti sono estremamente soddisfatti di voi". Altra pausa. "Ciò che
rincresce è vedervi così angustiato", dopo un profondo sospiro la voce del professore si fece più
greve: "Vedete, credo di essere la persona maggiormente indicata per comprendere il vostro stato d'
animo". I lineamenti del docente si irrigidirono e parve invecchiato di colpo quando proseguì: " Le
circostanze drammatiche che hanno portato alla scomparsa di vostro padre sono senza dubbio
laceranti e vi segneranno per tutta la vita. Serbate sempre il ricordo del vostro genitore ma smettete
di torturarvi e cercate di affrontare le sfide che vi lancerà il futuro, sarà il modo migliore per
onorare la memoria di chi piangete. D' altronde...." Continuò commosso, "Perdere un padre, per
quanto il fatto sia ingiusto ed intollerabile, sta purtroppo nell’ ordine delle cose. Perdere un figlio
è.... devastante. Ecco, devastante". La prima lacrima danzò a lungo sulle ciglia di Giosuè; quando si
decise a staccarsi e a cadergli sul bavero, gliene fecero seguito altre improvvise, irrefrenabili. La
ferita non si sarebbe mai rimarginata. Lo studente provò a sostenere lo sguardo del professore, non
vi riuscì, col polsino si asciugò gli occhi umidi. Dal piazzale sottostante giunsero le risa sguaiate del
gruppo di studenti. Giosuè aspettava un pretesto per sollevarsi dalla situazione di disagio che si
stava creando. Alzatesi si portò alla finestra resistendo alla tentazione di aprirla. Si limitò a guardare
sotto e a sibilare: "Teste vòte, perditempo". Anche Giovannino tentava di riprendersi dalla
commozione. Reclinando la testa lesse i titoli sui dorsi dei volumi allineati sugli scaffali dietro la
scrivania. Fece in tempo ad individuare gli indispensabili "Saul", "Le ultime lettere di Jacopo Ortis"
e, in un ripiano superiore, il "Discorso sopra la poesia" del Parini. Il professore, tornatosi a sedere,
gli disse puntandogli il dito: "Coltivate le lettere, siete dotato, non sprecate il vostro talento, so per
certo che nessuno in Facoltà possiede le vostre attitudini. Liberate la vostra mente e studiate i
classici". Il giovane, desideroso di ben figurare, fece tesoro di quanto aveva visto poco prima : “Si
certo, Foscolo, Alfìeri…”, "Esatto, esatto...." si infervorò 1' interlocutore: dalla lettura dei grandi c’è
da trarre solo benefici". Giovannino si sentì autorizzato a proseguire nell’elenco: "Leopardi,
Manzoni...". Il professore inarcò un sopracciglio, il nome dello scrittore milanese sembrava averlo
scandalizzato. Il ragazzo comprese di aver detto qualcosa che non andava ma non poteva
immaginare che Giosuè non aveva una grand' opinione dell' autore de “I promessi sposi" e che
pochi mesi addietro, parlando di lui aveva dichiarato al Circolo degli “Amici Pedanti”: “ ‘un mi
garba punto quel prete mancato e baciapile”. II docente riprese il discorso "Leopardi è inarrivabile;
leggete, studiate e non abbiate ritegno a cimentarvi nella poesia". Avvilito Giovannino desiderava
porre rimedio al passo falso appena compiuto e disse: Come vorrei possedere la capacità di tradurre
in versi i sentimenti e le emozioni...”. Giosuè abbozzò un sorriso: "Siete nel posto giusto.
Applicatevi. Noi, dal canto nostro metteremo a disposizione le nostre conoscenze. Voi impegnatevi
nello studio dei classici, della metrica, delle lingue antiche e quant' altro". Ciò detto porse la mano
allo studente lasciando intendere che l'incontro era giunto a termine il ragazzo, deferente, si alzò,
rispose al saluto e impacciato andò alla porta quando il professore lo richiamò: "Ah, un' ultima
cosa" disse. Si chinò prese un oggetto nell’ultimo cassetto della scrivania e, non visto, lo introdusse
m un sacchetto di carta. L’involucro passò nelle mani dello studente accompagnato da una
raccomandazione: "Vi consegno uno strumento magico. Contiene tutti gli elementi utili a rendere le
vostre opere immortali. Sta solo alla vostra sensibilità e alla vostra abilità scegliere i singoli
componenti e disporli nell' ordine ideale. Fatene buon uso. Buongiorno. Giovannino farfugliò un
misto di "Grazie, buon giorno e buon Natale" e si trovò nel piazzale ad aprire il sacchetto e a darsi
del "Patacca" picchiandosi il palmo sulla fronte il dono di Giosuè consisteva in un.... vocabolario! Il
giovane alzò lo sguardo verso la finestra del professore che dietro le tende sorrideva compiaciuto,
quindi agitò il braccio m un saluto goffo e fuori luogo.
Aveva ripreso a nevicare, gli universitari erano rientrati al refettorio. Il gattino riconquistato il
centro della scena seguitava a fare esperienze di vita, il giorno seguente non avrebbe più avuto
motivo di temere la neve.
Gianni Marchesotti
LA NAVE DEI VAGABONDI
Il lungo suono della sirena interruppe la paura che quel giorno, il primo dopo l’ imbarco, la fame
potesse diventare l'argomento principale delle discussioni che accompagnavano fino alla notte
l'ondeggiare della barca. Io non me ne accorsi subito, ma soltanto perché non conoscevo ancora la
cantilena di quei lamenti che percorrevano avanti e indietro la piattaforma di legno scuro
screpolata dalla nebbia e dalla salsedine.
La prima sensazione di trovarmi lontano da casa fu lo spavento che mi assalì quando mi
resi conto che dovevo spostare la mia valigia per metterla al riparo dalla furia brulicante di cento e
cento piedi che la urtavano tutt'intorno, rumorosi e frenetici a rincorrersi verso uno stamane
sottocoperta che le divinità benevole del mare avevano allestito con sei file di panche in mezzo al
vapore dei pentoloni con la zuppa di fagioli. Compresi subito che quel bagaglio conteneva le
uniche cose che mi appartenevano veramente, mentre tutto il resto faceva parte di un patrimonio
collettivo da condividere con tutti gli altri emigranti secondo una regola che assegnava a ciascuno
di noi la stessa quota di illusioni di vomito e di nostalgia.
Il risveglio mi aveva sorpreso poche ore prima con il senso di rabbia e di impotenza di chi
sa che non si può tornare indietro e con la certezza che la scia di quella nave non avrebbe smesso
di inghiottire e risputare il mare aperto e di allungare la distanza che ormai mi separava da
Virginia.
Il gusto ancora impastato dalla sbornia e il peso sullo stomaco erano gli stessi della sera prima in
osteria, quando stavo in mezzo a tutti i coscritti e ai giovanotti del paese che festeggiavano il mio
addio al celibato.
II momento più amaro fu quello in cui il primo tramonto spalancò davanti a me e a quel manipolo
di spavaldi naviganti una porzione gigantesca del creato, quando sentii rimbombare nelle tempie le
minacce dei miei fratelli che volevano impedirmi il matrimonio:
"Sei troppo giovane per sposare quella donna",
"Non ti permetteremo mai di regalare il “nome dei Caverzan a una contadina”,
"Tu devi dimenticarla. Te lo metteremo in testa a qualunque costo, anche se dovessimo costringerti
a partire per le lontane Americhe ".
In quell'istante ebbi la certezza che non avrei più rivisto la mia Virginia, e che avrei trascorso
quella sera di sabato contando le ore che mancavano all'inizio della messa e al saluto agli invitati
sul piazzale della chiesa, o vagando per la nave a cercare se restava ancora un posto dove
distendermi in compagnia delle stelle, un angolo che riuscisse a proteggere la mia anima, almeno
per una notte, dall'angoscia a cui la costringevano un’immensa solitudine, l'odore di petrolio e la
paura dell'oceano.
Rino Caverzan si rigira tra le mani il libretto con il racconto del suo viaggio intitolato "La
rotta imprevedibile ", ma non osa sfogliarlo per paura di tare una ruga o un'orecchietta su quel
cartoncino blu così pulito, o forse di scoprire qualche errore scampato allo zelo del correttore e a
ciascuna delle sue infinite riletture. L'immagine di copertina è quella della piazza di Mirano, una
copia senza cornice della cartolina in bianco e nero che negli ultimi vent'anni non si è mai mossa
dalla sua posizione un po' di sbieco esattamente al centro del davanzale sul camino in stile
barocchetto. E' già tardi e tra poco Susan lo chiamerà per la cena, ma Rino farà finta di niente
perché vuole fermarsi ancora qualche minuto nel suo posto preferito: in mezzo al cerchio dei
cipressi sulla collina che domina la schiera delle casette vittoriane. E' ancora seduto sulla panchina
che due anni fa ha battezzato il suo primo, timido tentativo di rovesciare una valanga di ricordi nella
facciata bianca sul retro di un volantino, che aveva scelto nel mucchio delle pubblicità e delle
bollette del telefono per evitare di sprecare un foglio nuovo.
Per la prima volta Rino si sente fiero della sua creatura che sa ancora di tipografia, il riassunto in
prima persona singolare dell'avventura che cinquant'anni fa consegnò un giovanotto di buona
famiglia e una valigia chiusa con lo spago alle coste della Nuova Zelanda e a un avvenire che non
era ancora incominciato. Adesso, prima di alzarsi dalla panchina, vuole rileggere almeno il
capoverso che c'è in fondo a pagina trentuno, quello che lui teneva già scritto in qualche posto
dell'inconscio fin dalla prima sera dopo Gibilterra.
Non sapevo ancora quanto sarebbe durata la traversata, perché all’ora dell'imbrunire, dopo che
tutti erano riusciti a sistemarsi la coperta in qualche cantuccio riparato dall'aria umida della notte,
nella moltitudine degli sguardi malinconici il mio era l’unico che non sì allungava oltre la prua per
misurare la distanza dall'orizzonte. Io me ne stavo sempre nello stesso posto con gli occhi incollati
alle scialuppe, mentre gli altri erano tutti appoggiati al parapetto per abituarsi a ricercare il punto
luminoso del primo faro che avrebbe segnalato l'avamposto della terra destinata ai coraggiosi e ai
vagabondi. Guardare avanti era il rito serale dei cercatori di fortuna, ed ogni volta che i naviganti
lo celebravano qualcuno di loro pensava che per salire su quella nave era valsa certamente la pena
di vendere l’onore, qualche mobile o il più prezioso dei gioielli di famiglia. E' proprio ora di
rientrare. Susan lo sta aspettando, e poi quella sera le deve domandare che cosa ha risposto il prete
della chiesa di Runanga quando lei lo ha informato che suo marito il professore, quello che discende
da una famiglia di commercianti di Venezia, ha pubblicato il romanzo dei suoi ricordi e vorrebbe
proprio leggerne qualche passo agli italiani che si ritrovano la domenica pomeriggio nella sala
parrocchiale. Quel lungo raccontare ha sciolto tutti i rimpianti che dissuadevano Rino dal ripensare
alle sue origini lontane e gli ha restituito la memoria della follia e dell'audacia di chi ha viaggiato
per trovare un'altra patria, ma solo adesso, dopo tante serate in compagnia di una penna e di un
quaderno, lui può contemplare il suo capolavoro dietro gli occhiali che nobilitano la stempiatura sul
volto pallido e affilato. Sono quasi le otto quando Rino si incammina per la discesa verso casa,
lungo il sentiero che passa tra la siepe e uno steccato di legno. Il cancelletto del suo cortile è poco
più in basso e si riesce già a intravvederlo dopo la curva. Ora tiene il libro contro la pancia, nella
posizione più favorevole per sentire il batticuore che scolpisce il ritmo dei suoi passi e per
convincersi che scrivere è l'unico rimedio di cui dispone il cuore di un oriundo quando vuole
distillare un po' di buon umore dal pensiero che ritorna ai lunghi giorni a bordo di un traghetto.
Rino ha incominciato a scrivere per capire se si poteva perdonare la cattiveria che lo
attendeva quella notte in cui bevette troppo, perché alla fine di ogni bicchiere c'era sempre qualcuno
che gliene versava ancora un po'. La sua memoria si fermava lì, alle bottiglie di grappa e di
prosecco nella taverna del paese due giorni prima delle nozze, ma una lettera di sua sorella Teresa,
qualche mese dopo l'arrivo in Oceania, riuscì a dissolvere i suoi dubbi con il racconto di una coperta
che lo avvolse immobile quando lui crollò nel sonno in mezzo agli invitati, di un viaggio silenzioso
nella notte tra le cataste di legna sul furgone, dei due fratelli che trasportarono il suo corpo inerte e
addormentato sulla scaletta del Regina Margherita fino a depositarlo sul ponte di prua, nel punto da
cui era più difficile voltarsi per rivedere il bel sorriso di Virginia e la laguna. Attraversare il mare è
la scommessa audace e selvaggia che alimenta il senso dell'ignoto nello spirito di tutti gli emigranti,
ma l'idea di salvezza che consacra il giorno dello sbarco resta sempre, anche in fondo all'universo, il
conforto più sincero per chi ha accettato senza esitare le soluzioni necessarie del destino e per chi ha
già capito che non basterà la vita intera per avere ancora voglia di tornare all'altra riva. Rino non è
mai tornato, ma prima di ogni Natale ha mandato un bigliettino a sua sorella che lo aspettava in
capo al mondo. Anche domani lui entrerà di buon mattino nel salone della posta di Runanga e
affiderà ad un pacchetto con un libro e un bigliettino il compito di percorrere al suo posto le rotte
del Pacifico per trovare qualche rimedio alla mancanza di coraggio e alla curiosità di immaginare il
volto di una figlia che ha lasciato al suo paese, in grembo ad una donna sola sul sagrato della chiesa.
“A Rina,
che troverà tra queste pagine le ragioni del silenzio che è durato mezzo secolo e di un segreto da
conservare insieme al nome di suo padre al sangue e al desiderio di salire su una nave.
Runanga, New Zealand, 11 dicembre 1984”
Paolo Camera
TARTARUGHE
Le prime erano state tre piccole tartarughe di pietra,probabilmente sassi di mare. Le aveva
acquistate durante una vacanza in Sardegna.
Sdraiata al sole sulla spiaggia, non pensava a nulla, quando un ragazzo aveva incominciato ad aprire
la sua sacca e ad esporre le sue mercanzie. Le erano piaciute subito, così piccole, ma precise e ben
rifinite:deliziose! Tornata a casa, le aveva poste su un piano della libreria, in fila, la più piccola
davanti, le altre dietro.
Poi era venuta Chapita, una minuscola, piccolissima zucca scavata, dipinta di verde brillante, da
cui spuntava un capino di testuggine su un collo lungo e esile. Se lo toccavi, si muoveva e ripeteva
sempre no..no..no all’infinito, ma con garbo, con grazia. Il boliviano che gliel’aveva venduta le
aveva detto che portava fortuna, che era un amuleto nel suo paese. E Chapita andò dietro le altre,
ad allungare la fila di tartarughine.
Poi ci furono quella di giada, quella piccola di lapislazzuli e oro da appendere al collo (bellissima
sullo scollo degli abiti estivi!); quella di ceramica arancio, quella che viveva nel mare.
Gli amici, conoscendo la sua passione per quegli animaletti, gliene portavano sempre dai loro
viaggi. L’amica del cuore, ogni volta che tornava su al Nord, ne cercava qualcuna un po’
particolare. Si erano aggiunti così alla raccolta oggetti confezionati con l’ambra del Baltico. Erano
tartarughe preziose e raffinate.
Una volta le aveva anche portato una buffa famigliola di tartarughine, padre, madre e piccoli.
Fatte di conchiglie, avevano improbabili cappellini rossi di paglia; il padre teneva sul dorso l’ultimo
nato: minuscolo e vispo, guardava il mondo dall’alto, torcendo un poco il collo a cercare i fratelli.
Che tenero!
Ricordava ancora l’eccitazione e gli occhi brillanti di Andrea, quando le aveva portato la
bomboniera della sua Prima Comunione. Sciolto il nastro azzurro,nella scatola aveva trovato un
piccolo carapace, più simile a un personaggio dei fumetti che ad una tartaruga. “Sai, Anny, l’ho
scelto perché so che ti piacciono tanto le tartarughe. E questa non ce l’hai, vero? La aggiungi alla
tua collezione?” Lo aveva abbracciato forte.
Con l’ultima, poi, era stato un vero colpo di fulmine, un amore a prima vista. Di porcellana
bianca, con decori a mano in oro e verde tenue, era posata nella vetrina di un negozio del centro, un
po’ lontana dagli altri oggetti. Così isolata, spiccava in tutto il suo fascino. L’aveva guardata rapita:
sembrava che la chiamasse. La fece incartare delicatamente e tornò a casa subito, impaziente di
trovarle un luogo adatto e la sistemò sul legno scuro del trumeau nell’ingresso, bellissima,
aristocratica, unica.
Spesso si tratteneva a guardare quei piccoli oggetti, li accarezzava con gli occhi, li spolverava,
talvolta cambiava qualche posto.
Anche quella sera, seduta sul divano, alzò gli occhi dal libro e li fermò sulla fila di animaletti
colorati. Nella penombra della stanza, lo sguardo si allungò sugli ultimi …………e passò oltre: nel
buio del mattino, nell’aria di vetro, alla luce fioca dei fari delle auto, un’ombra si avvicinava, un
cappotto scuro, col bavero alzato a proteggersi dal freddo e dal mondo. “ Sembri una tartaruga! “
gli aveva detto un giorno e poi, quasi in un soffio ” La mia tartaruga!”
Maria Teresa Arbasino
IL PERFETTO ESTRANEO
"Novembre 2010
Sono passati alcuni anni da quando scrivo ormai in questa lingua.
Davanti all'evidente anniversario di un nuovo autunno, guardo il fuoco acceso e accendo la mia
memoria.
Con gli occhi socchiusi, provo a far tornare quelle immagini, a trasportarmi a quegl'istanti inediti,
quelle prime emozioni provate, quali primizie svelate da un marinaio Ventunesco, navigante
oltreoceano, alla scoperta di un futuro, di un sogno, di un nuovo mondo.
Ritrovo un vecchio quadernino e sfoglio le mie proprie annotazioni, datate un po' di anni fa:
"Elenco di alcune cose mai viste prima:
- la pieve di Volpedo, in piedi da quasi mille anni
- un albero che fiorisce in viola, quasi inchiodato, quasi crocifisso su un muro di pietra
- una piccola rondine caduta affianco la strada (e non sa riprendere da sola il volo ..)
- una biciclettina rosa attraversa la strada e fa fermare automaticamente le macchine ..
- un fioco di neve rosa, come di zucchero filato, che svanisce sottilmente ad un insistente raggio di
sole che spunta a febbraio
- foglie rosse in autunno, fiori gialli in primavera, frutti viola e blu d'estate ..
- rocce che scricchiolano sorde e gementi, al passaggio dell'acqua che li danza attorno .. (città
attraversate da fiumi..)
- cani abbaianti come lupi sotto un equinozio di primavera ..
- pietre nel muro, muri di pietra, vetrine di alto marchio sporgono da muri di pietre a vista..
- tavoli e sedie di bar piene di gente ovunque
- cupole e campanili che suonano ovunque e a ogni ora ..
- macchine, una per ciascun membro della famiglia, che girano ovunque ..
- portarsi in borsetta una bottiglia d'acqua ovunque
- uccelli canterini: pochi; bambini che giocano per strada: pochi; cani randagi: zero
- gatti abbandonati nel vicolo: alcuni..
- piante e fiori sui balconi: pochi; vestiti sui balconi: tutti (calzini e mutande pure ..)"
E la lista continua per pagine e pagine ..
"Altre note:
- primi tempi: il bar si rivela spietato, incongruente. Gli sguardi curiosi punzecchiano, le parole
quasi graffiano, gli aliti ronzano per area e fanno stordire
- dopo un po' di tempo: il bar è caldo, ha il riscaldamento accesso. Una sedia non la rifiuta nessuno.
L'indifferenza accoglie.
- Ora: il bar è casa mia, piacevole sosta. Espresso, macchiato, sorrisi, bottigliette d'acqua..
Lo stesso vale per la scuola.
Lo stesso vale anche al lavoro..
Siamo noi ad adeguarci, o è semplicemente il linguaggio del corpo che ci fa da interprete..?
………………
Oggi queste colline piemontesi mi chiamano, i pini mi cullano con il suo soffio quasi afono, il
fiume canticchia facendo tamburellare i sassi.
Tutti sanno il mio nome, tutto il bosco mi chiama ormai per nome.
Provando a dormire, chiudo i quaderni, e poggio la testa, penso alla gramigna che abbraccia e mi
copre.
Ma non mi addormento ancora, perché ripenso alla mia terra.
Quella larga strada con dei tigli, dove mia madre abita ancora.
Da dove mi risponde quando la chiamo al telefono.
Ma il suo ricordo non fa più piangere.
Anzi sento il mio cuore che batte forte, e batte con gioia.
Chiudendo gli occhi, mi affiora un sorriso.
Io, un perfetto estraneo, finalmente mi ritrovo a casa.
E sono in pace."
Norma Noemi Pino
L' IMPERMANENZA DELLE COSE
"... E non azzardiamoci a cercare una motivazione ai disegni del Cielo. E' inutile. A darci una
dimensione dell'imperscrutabilità del destino ci viene in soccorso il rituale di una religione lontana
dalla nostra, quasi a significare la vulnerabilità della condizione umana a tutte le latitudini. Ci sono
monaci tibetani che eseguono autentiche opere d'arte: i Mandala di sabbia. Utilizzando milioni di
granelli colorati rappresentano quadri simbolici molto suggestivi, i quali appena terminati saranno
esposti ai venti dell'altopiano che in un attimo ne disperderanno la sabbia che li compone. E' questa
una metafora di quella che i monaci definiscono l'impermanenza delle cose umane che, per quanto
belle e realizzate con impegno e maestria, sono destinate a dissolversi nel tempo.
Oggi è straziante stringersi attorno alla mamma e al papa di Lorenzo che.......". La situazione per
Gianfranco si stava facendo opprimente. La sommessa predica di Don Saverio gli arrivava lontana,
ovattata dal dolore intollerabile. Lo sguardo era fisso sul cuscino di rose e gigli bianchi appoggiati
alla bara dove giaceva il suo figliolo. Col gomito sfiorava il braccio della moglie; entrambi
sentivano il bisogno di quel contatto, eppure non avevano la forza di scambiarsi uno sguardo.
Struggente 1' ultimo ricordo della vitalità di Lorenzo incombeva sui suoi pensieri.
Tre giorni prima, la cena di fine campionato al "Garden", aveva consacrato il suo ragazzo miglior
playmaker della serie A2 di basket. Il presidente della squadra lo esortava ad essere orgoglioso di
quel suo figlio che solo una settimana addietro si era laureato col massimo dei voti in ingegneria
elettronica. Gianfranco, primario di chirurgia dell'ospedale cittadino, inizialmente aveva aspramente
contrastato la scelta di Lorenzo di non aver voluto seguire le orme paterne. Ora si trovava a
rispondere al dirigente della squadra: "Non sono mai stato tenero con lui, ma oggi mi sento di dire
che ne sono non orgoglioso ma..... tronfio, ecco sono tronfio di mio figlio!".
Terminata la cena, lui e la moglie si erano accomiatati dalla compagnia, lasciando la squadra ai
festeggiamenti. Uscendo aveva incrociato lo sguardo del ragazzo che roteando l'indice e
spalancando gli occhi gli dava un arrivederci.
A notte fonda, una telefonata lo aveva svegliato bruscamente.
Il maresciallo Leoni non poteva celare un profondo turbamento nel comunicargli che: "E' capitato
un... incidente... e ... insomma... e' meglio che si precipiti in ospedale". Gianfranco si rivedeva poi
in corsia con il collega Martini che piangendo lo stringeva a sé mentre gli diceva che non aveva
potuto far niente per salvare il suo Lorenzo.
Ora don Saverio benediceva la bara. Presto un corteo si sarebbe incolonnato verso il camposanto.
Nel pomeriggio il primario riceveva una chiamata dalla caserma dei carabinieri. Una voce di
circostanza gli chiedeva di presentarsi in sede appena possibile per un aggiornamento della
situazione. Non era giornata, Gianfranco non aveva la forza di recarsi da Leoni ed ancor meno
aveva la pazienza di affrontare i due giornalisti smaniosi di un'intervista al padre dell'atleta
tragicamente scomparso.
Solo verso sera si decise ad uscire di casa. Si era dimenticato della presenza dei cronisti ai quali si
erano aggiunti i colleghi di alcune emittenti televisive. Accelerando il passo, nell’ indossare il casco
non aveva risposto alle loro domande e, avviata la moto, si era diretto all'appuntamento con il
maresciallo.
Il colloquio con Leoni era durato pochi minuti, il tempo di sapere che Lorenzo era stato investito
presumibilmente da un'utilitaria, la collisone doveva essere stata particolarmente violenta ma non
fatale, anche perché gli unici danni che il ragazzo aveva riportato riguardavano con ogni probabilità
la sola frattura esposta del ginocchio sinistro. In ospedale sarebbero stati più precisi, ma la prima
ipotesi era che il decesso fosse dovuto al terribile impatto della tempia sull'asfalto. Non vi erano
testimoni, la vittima si stava recando in solitudine al vicino parcheggio, ne erano stati riscontrati
evidenti segni di frenata e i frammenti del fanale anteriore erano minimi ed irrilevanti. Le ricerche
si preannunciavano parecchio complicate.
Ed infruttuose. Sono trascorsi quindici mesi, ognuno reagisce a suo modo. Gianfranco si è dedicato
al lavoro in maniera totalizzante, quasi compulsiva. La moglie è una presenza incombente e spesso
fastidiosa. Il dialogo della coppia è ridotto all'essenziale, anche perché lei si sta annullando in un
mutismo disumano.
Le sei del mattino. Il suono del cellulare sul comodino non lo sorprende nel sonno; il chirurgo
risponde al collega. Un altro incidente automobilistico nella notte. Da oltre un anno il primario
pretende di occuparsi personalmente di tutti gli interventi urgenti. E' il suo modo di esorcizzare il
vuoto che lo opprime.
Attraversa il corridoio allacciandosi il camice. Gli fanno ala la caposala e l'anestesista che lo
informano sulla situazione che è disperata, poi si affrettano, vanno ad ultimare i preparativi in sala
operatoria, mentre a Gianfranco si fa incontro un omino in lacrime che tormenta un basco blu fra le
mani e la bocca.
Nicola Valentini, il carpentiere, affranto invoca il suo aiuto: "La salvi, dottore, la salvi. E' la mia
luce". Le vicende della vita hanno smussato il carattere del medico che ora accarezza la guancia
ruvida dell'uomo prima di andarsi a preparare per l'operazione.
La lettiga si trova nello spazio antistante la sala operatoria, il chirurgo ha il tempo e il modo di
lanciare un'occhiata alla ragazza che in un rantolo biascica frasi apparentemente sconnesse:
"Nemesi, mamma è la nemesi... Lorenzo sono stata io... mamma.... E' la nemesi". E' un attimo.
Gianfranco realizza che il pirata della strada che ha sconvolto la sua vita e quella della moglie ha il
volto bellissimo e sofferente di Chiara Valentini, la figlia del carpentiere.
Suda il primario davanti al corpo inerte approntato per l'operazione. Probabilmente gli tremano le
mani. Il collega Martini gli fa notare che forse è stanco e gli ricorda che lo può sostituire
nell'effettuare l'intervento. Suda Gianfranco e intanto pensa che basterebbe una svista, un errore
millimetrico e giustizia sarebbe fatta.
Il Valentini si avvicina al chirurgo quando questi esce dallo studio: "Allora?...Allora?...". Lo incalza
implorante. Il medico tira dritto, ha bisogno di respirare l'aria di fine estate. Deve parecchie
spiegazioni alla sua sposa. Oggi si presenterà a casa con un mazzo di rose rosse e le parlerà.
Parleranno, parleranno, hanno un sacco di cose da dirsi e una vita da condividere.
Chiara se la caverà. Gianfranco le ha riacciuffato la vita per i capelli ed ora pensa ad un omino con
un basco fra le mani e alla sua gioia. Si chiede anche se il piccolo carpentiere sarà a conoscenza
dell'orribile segreto della figlia.
Domani penserà al da farsi, oggi si sente leggero. L'ombra che gli pesava sul cuore non è più odio;
non ha ancora perdonato, ma sa che un giorno porterà sul davanzale il proprio rancore,
impermanente come un Mandala di sabbia, lasciando che a disperderlo sia il vento dell'altopiano.
Gianni Marchesotti
Voci per il canto
THE BEST EVER
2012 I'm waiting for
another earthquake closer to me?
another war maybe worst than my everybody wars?
2012 I'm waiting for
do you really think that things will change
smiles are already absent here can't you see
2012 I'm waiting for your action
not for pains or other death's bites
2012 I know you're very smart
you will bring us to a better place
the safest the clearest the happiest
the place where he's smiling again
that's all we'll got
that's all we'll got
and all we'll got
and all we'll got
is there anyone who's still believing
I know we are tainted and scared
the first step comes directly from my tired feet
UN POSTO MIGLIORE
2012 ti sto aspettando
un altro terremoto più vicino a me?
un'altra guerra forse peggio di ogni mia guerra quotidiana?
pensi davver o che le cose cambieranno?
i sorrisi sono già assenti qui non vedi?
2012 sto aspettando la tua azione
non altri dolori o altri morsi della morte
2012 so che sei molto intelligente
ci porterai in un posto migliore
il più sicuro, il più pulito, il più felice
dove lui sta sorridendo di nuovo
questo è tutto ciò ke avremo
c'è qualcuno crede ancora?
so che siamo corrotti e spaventati
il primo passo arriva direttamente dai miei piedi stanchi
DRUMLESS
Chiesa Lorenzo
Mattioli Matteo
Ghiglione Piero
Bruno Eleonora
Lombardo Christian
CATENE
CHAINS
I tuoi occhi sono gonfi
Lampi rossi sul viso bianco
Scende una lacrima tagliente
La lava ti sale dentro
Your eyes are swollen
Red flashes on white face
A sharp tear is raining down
Lava is rising inside of you
I pugni sono chiusi
Stringono forte, si levano al cielo
Dov’è finito il tuo sogno
È stato sciolto dal vento
Fists are clenched (closed)
Clench strong, rise to sky
Where is your dream
It was dissolved by the wind
Afferra la mia mano
Ti porterò via lontano
Arriveremo all’orizzonte
Giocheremo la vita liberamente
Take my hand
I’ll take you away
We’ll come to the horizon
We’ll play life free
Questo mondo ti scoppia dentro
Invidia, odio, crudeltà
Strappa la sua immagine buia
Accenderai così la tua luce
This world explodes inside of you
Envy, hate, cruelty
Tear your dark image
So you’ll turn your light on
Non avere rimorsi
Rompi tutto quello che puoi
Apri la porta della prigione
Lascia volare la tua anima
Don’t have any remorse
Break everything you can
Open your prison’s door
Let your soul fly
Afferra la mia mano
Ti porterò via lontano
Arriveremo all’orizzonte
Giocheremo la vita liberamente
Take my hand
I’ll take you away
We’ll come to the horizon
We’ll play life free
Tu sei di più, tu puoi di più
Hai la forza e la volontà
Gli altri non ti possono toccare
Gli altri non ti posso spezzare
You are more, you can more
You’ve got strength and will
No one can touch you
No one can break you
Energia, forza, sicurezza
Trovi tutto in te
Ribellati alla schiavitù
Scenderai dalla croce, se lo vuoi tu
Energy, strength, safety
Find all inside of you
Revolt against the slavery
You’ll come down the cross, if you want
Afferra la mia mano
Ti porterò via lontano
Arriveremo all’orizzonte
Giocheremo la vita liberamente
Take my hand
I’ll take you away
We’ll come to the horizon
We’ll play life free
Afferra la mia mano
Ti porterò via lontano
Arriveremo all’orizzonte
Giocheremo la vita liberamente
Take my hand
I’ll take you away
We’ll come to the horizon
We’ll play life free
Spegni con la rabbia il vento
Colora di azzurro il tuo sogno
Segui la tua strada, non ti voltare
Vai avanti e non smettere mai
Extinguish wind by anger
Colour your dream blue
Follow your road, don’t turn back
Go on and never give up
Afferra la mia mano
Ti porterò via lontano
Arriveremo all’orizzonte
Giocheremo la vita liberamente
Take my hand
I’ll take you away
We’ll come to the horizon
We’ll play life free
Hai spezzato le catene
Puoi raggiungere la verità
You have broken the chains
You can reach the truth.
REPRODUCTIV
Kotlar Davide
Leddi Matteo
Raccone Matteo
Balestrero Federica
THE SAME GAME
Rise up and start to play,
‘cause you already know this game,
the game of yesterday, not easier, not longer.
It’s just the same, the same of every day
the same you’ve ever played.
And today,
Today it’s the same old story,
just The same old story.
And tomorrow will be the same
And if you wonder why
I get up every day
Your answer is still near by
Maybe the sunshine in your eyes
Or the flavour of the dreams
The wish to go away
In a place where you don’t have to hide
So here’s the wether you wanted
Or the reason to believe in
I got up today.
To see the sunshine in your eyes.
IL SOLITO GIOCO
Ribellati e comincia a giocare
Perchè già conosci questo gioco
Il gioco di ieri, non più facile, non più lungo
Ma è identico
Lo stesso di ogni giorno, lo stesso che hai sempre giocato
E oggi
Oggi è la solita vecchia storia
Solo la vecchia solita storia, e domami sarà lo stesso
E se ti chiedi perché
Mi alzo ogni giorno
La risposta è lì vicina
Forse il sole che brilla nei tuoi occhi
O il sapore dei sogni
Il desiderio di andar via
In un luogo dove non hai bisogno di nasconderti
Così ecco il tuo motivo che cercavi
La ragione a cui volevi credere
Oggi mi sono alzato
Per vedere il sole che brilla nei tuoi occhi
CROSSING OVER
Gagliardi Alberto
Veccia Filippo
Cavallotti Valentina
Pivetti Matteo
Bagnarino Marco
D’Arino Gianluca
Sezione Artistica
"SOLIDARIETA’ NEL MONDO"
L'elaborato tratta il tema della solidarietà prospettato da molteplici punti di vista: le immagini di un
uomo che fa la carità a vantaggio di una povera mendicante e quella di altri due che aiutano una
signora anziana, simboleggiano esempi più quotidiani di solidarietà in cui ciascuno di noi si può
prodigare. La parte dedicata al gruppo di persone che scavano nelle macerie dopo un terremoto e
quella raffigurante Madre Teresa di Calcutta indicano, invece, esempi caritatevoli di rinomanza che
in un certo senso sono destinati a rimanere nella storia e nella coscienza di molte persone.
MARCO FERASIN
"ALLA FINE DEL LIBRO, BLACKOUT"
L'elaborato è molto semplice, disegnato a matita, colorato con i pastelli e rifinito con penne
colorate. Il suo significato complessivo si può' identificare con il non crescere troppo in fretta
gustandosi, vivendolo appieno, ogni momento. Le matite, consumandosi, danno vita ad una
bellissima canzone, "Blackout" dei Muse che parla del non crescere in fretta perché di vita
ce né una sola, così come un uomo che vive appieno ogni giorno e si butta nella vita lascia alle sue
spalle una bella storia. Quando le matite finiscono e l'uomo muore, tutto termina in un blackout ma
rimane la canzone e la storia dell' uomo che è tanto bella quanto lui si è impegnato a renderla tale.
La mia opera quindi, è un invito a impegnarsi a rendere la propria vita degna di essere vissuta,
gustandosi appieno ogni momento... prima del blackout.
NOEMI FRULIO
"PASSATO E PRESENTE: UN UNICO FILO CONDUTTORE"
L'elaborato mostra svariate immagini che rimandano a realtà differenti, ma accomunate dal
medesimo filo conduttore: il volontariato.
Volontariato che, ad esempio, in passato aveva come protagonista Garibaldi con i suoi Mille
volontari, grazie ai quali l’Italia ora è unita. Nel disegno l’eroe dei due mondi osserva l’Italia che ha
contribuito a creare e scopre che, anche nel presente, ci sono persone e Paesi che si prodigano per
gli altri, cercando di condividere una fortuna simile alla propria, aiutando quindi a costruire ospedali
o accogliendo immigrati. Infatti nascere ricco o povero, in un paese o in un altro, è pura casualità,
ma decidere di aiutare il prossimo richiede coraggio, generosità e forza d’animo.
MARIALBA MOGNI
INDICE
INTRODUZIONI
COMMISSIONI GIUDICATRICI
PREMIATI E SEGNALATI
POESIE
SEZIONE A
RICCARDO ALLEGRONE – Tortona (AL)
Chi sono io (1° premio)
LETIZIA RIVERA – Casasco (AL)
Al figlio (2° premio ex-aequo)
ADRIANO GATTI – Tortona (AL)
A Baudelaire (2° premio ex-aequo)
SEGNALATI
RICCARDO DE ROSA – Capriata d’Orba - (AL)
La forza del pianto
LETIZIA RIVERA – Casasco (AL)
Orgoglio
SEZIONE B
MARIA TERESA ARBASINO – Tortona (AL)
Nord Africa (1° premio)
NORMA NOEMI PINO – Volpedo - (AL)
Piedmont (2° premio)
SERGIO LOI – Tortona (AL)
Mistero della vita (3° premio)
SEGNALATI
ENNIO DI BIASE – Vocemola (AL)
Orizzonti di sogni
POESIE IN DIALETTO
SERGIO GIUSEPPE PICCININI – Tortona (AL)
Ar pugnaten dra mnestra (1° premio)
MARIA FOSSA – Alessandria
Ciuc cme ‘n rat (2° premio)
MARIO MARINI – Viguzzolo (AL)
Viva r'gugnèn! ” (3° premio)
POESIE SEZIONE EMIGRATI PIEMONTESI
MARIA EMILIA MORENO – Argentina
Momento familiar (1° premio)
CELIA SOFÍA SALZMANN FESSIA – Argentina
He visto una golondrina (2° premio)
MARGHERITA MARTA YACAMO – Argentina
La vida color de rosa (3° premio)
MENZIONI ONOREVOLI
YANO NEUÉN CENTENO – Argentina
Storia del mio ieri
SILVIA NORMA LAMBERTI – Argentina
A te, madre Italia
SEGNALATI
ESTELA MARIS GENTA – Argentina
Respuestas crueles
BEATRIZ TERESA BUSTOS – Argentina
Confese'
IDELMA MAGDALENA ROCHIA – Argentina
Abandonado
VACHETA GRACIELA TERESA – Argentina
Lirios huerfanos
RACCONTO BREVE O PAGINA DI DIARIO
SEZIONE A
CLEMENTINA RUBINI – Novi Ligure (AL)
Cosa si fa per una bicicletta (1° premio)
LETIZIA RIVERA – Casasco (AL)
“SOPHIE” (2° premio)
ELISA TORLASCO – Tortona (AL)
Fiori e macerie (3° premio)
SEGNALATI
MARTYNA DE MARCHI – Castelnuovo Scrivia - (AL)
Piccola ambasceria aerea
SEZIONE B
GIANNI MARCHESOTTI – Garbagna (AL)
Il dono di Giosué (1° premio)
PAOLO CAMERA – Torino (AL)
Nave dei vagabondi (2° premio)
MARIA TERESA ARBASINO – Tortona (AL)
Tartarughe (3° premio)
SEGNALATI
NORMA NOEMI PINO – Volpedo - (AL)
Perfetto estraneo
GIANNI MARCHESOTTI – Garbagna (AL)
Impermanenza delle cose
VOCI PER IL CANTO
DRUMLESS (Lorenzo Chiesa,Matteo Mattioli,Ghiglione Piero,Bruno Eleonora,Lombardo
Christian)
The best ever
REPRODUCTIV (Kotlar Davide, Leddi Matteo,Raccone Matteo, Balestrero Federica)
Catene
CROSSING OVER (Gagliardi Alberto,Vecchia Filippo,
Cavallotti Valentina,
Pivetti Matteo, Bagnarino Marco,D’Arino Gianluca)
Crossing over
SEZIONE ARTISTICA
MARCO FERASIN – Tortona (AL)
"SOLIDARIETA’ NEL MONDO"
NOEMI FRULIO – Tortona (AL
"ALLA FINE DEL LIBRO, BLACKOUT"
MARIALBA MOGNI – Tortona (AL)
"PASSATO E PRESENTE: UN UNICO FILO
CONDUTTORE"
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