L’Islanda negli equilibri strategici della regione del Nord Atlantico
Politica estera islandese in materia di difesa dalla Seconda Guerra Mondiale ai nuovi
scenari internazionali del mondo post guerra fredda
Di Edoardo Cicchinelli
SOMMARIO
Parte I
Note introduttive
L’islanda “paese a parte”
Il panorama storico
Pag. 5
Capitolo I
Pag. 17
Alla vigilia del conflitto. Islanda 1933-40
Allegato A - Risultati delle elezioni generali islandesi 1934 – 1942
Capitolo II
10 maggio 1940, una strana invasione
Pag. 31
Capitolo III
Pag. 40
La Seconda Guerra Mondiale in Islanda
I primi mesi dell’esercito inglese
Marina ed Aviazione britannica
Le relazioni anglo-islandesei: Reykjavik e Londra amici per forza
Gli stati uniti mandano i primi Marines
L’avvicendamento delle truppe
Le perdite militari sul suolo islandese
La seconda parte del conflitto
I convogli artici
La partenza delle truppe di sua maestà britannica
Allegato B-1: Il Contributo Islandese durante la guerra
Allegato B-2: Lista delle perdite di navi mercantili alleate del 1942
Capitolo IV
Nasce la Repubblica d’Islanda
La fine della guerra ed il primo governo OlafurTthors
Il Keflavik Agreement ed il secondo mandato Thors (1946-47)
Allegato C: Keflavik Agreement
Pag. 77
Capitolo V
Pag. 93
Il Governo Stefànsson (1947-49): fine della neutralità e adesione alla Nato
Icelandic Defence Force, il Governo Steinthorsson (1950-53)
Allegato D: Risultato delle elezioni 1946 e 1949
Allegato E: Defense Agreement
Capitolo VI
Un precario equilibrio
La prima “Cod War” contro L’Inghilterra
La grande avanzata della sinistra parlamentare
Thors il veterano al suo quarto Governo
Si prepara la spallata all’ordine costituito
Marzo 1956: tutto sembra pronto per cambiare
2
Pag. 117
Il responso delle urne
Il Governo Radicale di Hermann Jònasson
Allegato F – Elezioni generali islandesi 1953 e 1956
Capitolo VII
Carri Armati in Ungheria scuotono l’Artico
Il secchio bucato
Pag. 148
Capitolo VIII
“Governo Radicale”, le Cod Wars diventano un affare serio
Finanziamenti Sovietici all’estrema sinistra islandese
Allegato G: Statistiche Economiche
Pag. 155
Capitolo IX
La politica islandese intraprende un nuovo corso (1959-1971)
Pag. 163
Capitolo X
Il Governo “Radicale” ci riprova (1971-1974)
Pag. 174
Capitolo XI
I conservatori tornano a governare (1974-78)
Pag. 179
Capitolo XII
Pag. 183
Gli anni ’80, stabilità e benessere
Allegato H – Opinione Pubblica Islandese, Sondaggi e Studi Scientifici
Allegato I – Distribuzione seggi parlamentari 1959-1991
Capitolo XIII
Pag. 193
L’Islanda a cavallo del nuovo millennio
L’Islanda e la Nato. Il punto di vista dei militari
L’Islanda e L’Unione Europea
L’Islanda nell’ONU e in altre istituzioni internazionali
Allegato L: The Security and Defence of Iceland at the Turn of the Century
Parte II – Analisi storico strategica
Il ruolo militare della Base Aerea di Keflavik durante la guerra fredda Pag. 219
Organizzazione delle forze statunitensi in Islanda
Pag. 221
Attività in tempo di pace
Pag. 224
3
I piani di rinforzo rapido in caso di crisi
Pag. 226
L’Islanda vista dal Cremlino
Pag. 228
Lo spiegamento sovietico nell’Oceano Artico
Pag. 229
Esercitazioni e prove di guerra
Pag. 232
Possibili scenari
Pag. 234
Parte III: Il quadro istituzionale ed il sistema dei partiti in Islanda
Il sistema politico della Repubblica d’Islanda
Pag. 240
Partito Indipendente
Pag. 241
Partito Progressista
Pag. 242
Partito Socialdemocratico
Pag. 243
Estrema sinistra
Pag. 244
Il panorama parlamentare si complica dopo le elezioni del 1999
Pag. 245
Bibliografia
Pag. 246
4
L’Islanda “paese a parte” – Note Introduttive
Assai di rado giungono dalle nostre parti notizie che riguardano l’Islanda. Salvo per
le industrie farmaceutiche che operano nel campo della genetica, e per frange di
ambientalisti irritati dalla riapertura alla caccia alle balene, per tanti altri l’Islanda è terra
incognita. In una posizione così defilata che spesso le definizioni di Europa dimenticano
di includere1, è sempre rimasta ai margini dell’integrazione europea e non è stata in
grado di sviluppare una industria turistica che le permettesse di farsi conoscere.
Da un punto di vista socio culturale gli islandesi, più che europei, si considerano
scandinavi in senso stretto: infatti mantengono fortissimi legami con la comunità degli
altri stati nordici (con i quali condividono le radici della propria etnia, l’origine della
lingua, le tradizioni e praticamente tutta la loro storia) e con questi paesi hanno avviato
da tempo progetti politici importanti come il “Nordic Council” o l’unione passaportuale;
con il resto dell’Europa invece non hanno mai avuto rapporti di grande rilevanza,
eccezion fatta per l’Inghilterra.
L’Islanda è un paese assolutamente unico in Europa per molti motivi: è un paese
piuttosto esteso (circa 100.000 kmq), ma abitato da appena 275.000 persone, con una
densità che non ha simili nel resto del continente; circa la metà della popolazione vive
nella zona della capitale, quindi il resto dell’isola è quasi disabitato2. A causa del loro
numero ridottissimo, spesso le statistiche perdono di valore3 ed è difficile scegliere dei
dati oggettivi per tracciare un quadro esaustivo della società; comunque si può
affermare con certezza che si tratta di un paese ad altissima scolarizzazione, standards di
1
In effetti l’Islanda si trova proprio a cavallo della dorsale atlantica (come testimoniato dall’intensa
attività geotermica), quindi almeno tecnicamente tutta la parte occidentale del paese insiste sul continente
americano.
2
Fonte per le statistiche, Iceland in Figures, 2000, Ministero affari e commercio estero.
5
vita elevati, ma dotatosi solo nel dopoguerra di una economia solida e prospera;
potremmo dire che, come l’Italia seppure in tutt’altro contesto e condizioni, anche
l’Islanda è stato uno dei miracoli della guerra fredda.
Paesaggisticamente è una terra selvaggia e bizzarra, una enorme distesa di lava
coperta di muschi e licheni, ghiacciai, torrenti in enorme quantità e sorgenti di acqua
calda quasi ovunque; la Corrente del Golfo riesce a mitigare il clima, tanto che,
statistiche alla mano, l’inverno di Zurigo o New York risulta ben più rigido4. L’Islanda,
spazzata dai venti, è priva di alberi ed oltre la metà del territorio è definito “wasteland”;
le condizioni minime per l’esercizio dell’agricoltura sono però oggi assicurate da
modernissime serre, riscaldate dall’energia geotermica ed idroelettrica.
Ciò che rende unica in Europa la storia dell’Islanda è però la mancanza assoluta di
qualunque tradizione militare: gli islandesi non hanno mai partecipato attivamente ad
alcuna guerra e sono privi di esercito.
Tutte queste caratteristiche culturali e politiche ovviamente hanno le loro ragioni
storiche e non sarà inutile, per rendere più preciso il quadro, tracciare un breve riassunto
dei passaggi fondamentali della storia islandese.
Il panorama storico
L’Islanda è uno dei pochi paesi di cui si può narrare le vicende “dall’inizio”, essendo
la colonizzazione evento assai recente nella storia. Il vichingo norvegese Ingolfur
Arnason, tradizionalmente considerato il primo abitante dell’isola, vi si stabilì nell’874,
3
Ad esempio sono il paese con il più alto numero di premi Nobel rispetto alla popolazione, anche
avendone vinto solo uno per la letteratura con Halldor Laxnes (1955), oppure il paese in cui si leggono
più giornali anche se solo una testata raggiunge le 25.000 copie vendute.
4
Le medie invernali per Reykjavik si aggirano intorno agli zero gradi. Fonte: Iceland in figure. cit.
6
con la sua famiglia ed il seguito di schiavi irlandesi, nella zona che chiamò Reykjavik5.
Prima di Ingolfur l’Islanda era disabitata da uomini e animali, solo alcuni uccelli marini
componevano la fauna dell’isola.
L’instaurazione delle prime fattorie ebbe successo, e dal 930 l’Islanda si considera
stabilmente colonizzata; poche migliaia di persone, che vivevano soprattutto di
allevamento e di pesca, in prossimità di sorgenti di acqua potabile e di acqua calda per
le proprie attività. I capi e gli esponenti della nobiltà si radunavano periodicamente nella
piana di Þingvellir, 40 km a Ovest di Reykjavik; da questi incontri, successivamente
istituzionalizzati, ebbe vita l’Alþing, una sorta di parlamento, che fungeva anche da
tribunale supremo e luogo di incontro di tutta la popolazione ad ogni estate. Ancor oggi
il parlamento islandese si considera erede dell’Alþing, di cui ha mantenuto il nome, e
viene fieramente considerato dagli islandesi il più antico parlamento in attività del
mondo.
Questo rudimentale assetto istituzionale fu la struttura portante dello stato islandese
durante i tre secoli a seguire: è il periodo d’oro della libertà e della letteratura, in cui
vennero redatte le saghe per cui il paese è tuttora noto. Questi scritti, con la loro storia,
le loro leggende, tradizioni ed eroi, nonché l’idioma quasi immutato, rappresentano
l’essenza dell’identità nazionale e del patrimonio culturale di una nazione.
A partire dal XIII secolo la situazione va complicandosi: la popolazione, sempre più
dedita alle attività stanziali, vede declinare il proprio naviglio, con conseguente
difficoltà di mantenere i contatti con le terre scandinave, e la dipendenza, per i trasporti
e le rotte commerciali, da soggetti esterni. L’Alþing poi non riusciva a far fronte alle
esigenze di una società più complessa in quanto, raccogliendo le funzioni legislative e
giudiziarie, lasciava l’esecutivo ai singoli capi clan, che non organizzati in un sistema
5
Il nome significa letteralmente “baia del fumo”, per i vapori che le sorgenti d’acqua calda sprigionavano
7
centralizzato, agivano perseguendo interessi particolari. Questi furono i motivi che
portarono alla perdita dell’indipendenza ad opera della corona norvegese; nel “Patto di
Fedeltà” del 1262, il re Haakon IV Haakonson (1204-1263), oltre ad imporre la propria
autorità sull’isola, molto significativamente dava garanzia che almeno sei navi
sarebbero salpate dalla Norvegia per l’Islanda ogni anno. Da questo momento le sorti
degli islandesi saranno quindi sempre legate a chi esercita il predominio sui mari del
Nord Atlantico.
Nel 1380, quando Norvegia e Danimarca saranno riunite sotto la corona danese,
anche l’Islanda passò a quest’ultima.
Durante il XIV-XV secolo navi della lega hanseatica e inglesi cominciarono a
frequentare le pescosissime acque del Nord Atlantico; lo sfruttamento del mare diviene,
e rimarrà sempre, la prima fonte di approvvigionamento, anche se gli stranieri si
mostreranno dediti tanto al semplice commercio come alla pirateria.
Tra il XV ed il XVI secolo i pirati che giungevano in Islanda non trovavano
resistenza in mare, mentre sulla terraferma gli islandesi si dimostrarono i validi eredi
delle tradizioni vichinghe. Le cronache del 1431 riportano la notizia di una sanguinosa
battaglia fra privati inglesi e islandesi a Skagafjordur, dove 80 pirati vennero uccisi6.
Non sembrano certo cifre paragonabili agli scontri degli eserciti europei sul continente,
ma questo episodio diviene significativo alla luce di quanto diremo tra breve.
Curiosamente, una delle prime mappe geografiche del paese che si conoscono risulta
ad opera del cartografo veneziano Benedetto Bordone: una piccola mappa di 7,4 per
14,6 cm raccolta ne l’Isolario, trattato geografico del 1547. E’ un disegno molto
nella zona.
Böðvar Guðmudsson, A history of iceland and icelanders from the very beginnings to the present day,
Reykjavik 1995, p. 128.
6
8
semplice, con l’effigie di piccole torri in luogo delle città senza nome, recante la scritta
“Islanda”.
Durante il XVI secolo gli islandesi subirono una pesante umiliazione che modificò
radicalmente la società per tutta la storia successiva: vennero disarmati e persero la loro
forza militare. A grandi linee gli eventi si svolsero in questi termini: i danesi
cominciarono a sottoporre i commerci dei locali con britannici e tedeschi ad un rigido
monopolio, attraverso il quale conseguire il massimo profitto; gli islandesi si
mostrarono assai reticenti nell’eseguire questo tipo di ordini e la corona agì d’astuzia:
anziché mandare un forte contingente militare per sedare le rivolte ed imporre il proprio
volere con la forza, optò per la confisca di tutte le armi. Nessun islandese poteva
possederne e a partire dal 1570 essi vennero materialmente disarmati, nonostante gli
appelli contro le imprevedibili conseguenze di questa politica che si alzavano da più
parti.
Pochi episodi ci fanno capire come nel giro di qualche anno questa decisione andava
lasciando segni indelebili. Stando ad alcune cronache del 15787, al largo delle coste
occidentali apparve una nave pirata con una settantina di uomini a bordo. Furono in
grado di attaccare e di terrorizzare larga parte della popolazione senza incontrare alcuna
resistenza per settimane. Nel 1627 due imbarcazioni provenienti dal Nord Africa
saccheggiarono diversi villaggi, specie nelle isole Vestmann, al largo della costa
meridionale; anche stavolta i locali non poterono esercitare che una minima resistenza; i
razziatori agirono indisturbati, rapinando ed uccidendo circa 400 persone8.
Con l’ascesa della potenza inglese vi fu una maggiore stabilità nel Nord Atlantico, e
l’Islanda non fu più vittima della pirateria. I danesi comunque protrassero a lungo la
politica monopolistica, aggravando le condizioni di vita della popolazione, già messe a
7
Boðvar Guðmundsson, A Short History, cit., p. 168.
9
dura prova dal clima e dall’isolamento; si stima che durante il diciottesimo secolo la
popolazione fosse ridotta ad appena 35.000 – 50.000 abitanti, e si toccò probabilmente
il punto più basso degli standard di vita del paese. Nel 1800 il re danese Cristiano VII
(1766-1808) giunse a togliere qualunque autorità all’Alþing, ormai l’unico simbolo
della tradizione.
Pochi anni dopo la situazione si aggravò ulteriormente. Nel 1807 gli inglesi, temendo
un appoggio della marina danese all’esercito di Napoleone, attaccarono Copenaghen e
sedici battelli diretti in Islanda vennero requisiti e portati in Inghilterra. Ciò che
sembrava un piccolo episodio di guerra rischiava di essere la pietra tombale di un intero
popolo; gli islandesi sarebbero presto stati isolati e vittime di una brutale carestia se non
avessero goduto dell’appoggio di un influente inglese, Sir Joseph Banks9, presidente
della Royal Society; costui, insieme a Magnus Stephensen, a capo del Landsyfirretur (la
Corte di giustizia che aveva sostituito l’Althing dopo lo scioglimento del 1800) persuase
il governo a rilasciare i battelli diretti in Islanda e a concedere a questa, sebbene parte
della corona danese, lo status di neutralità.
Durante l’estate del 1809 navi da guerra inglesi giunsero in Islanda. Il paese era
totalmente sguarnito, e la Royal Navy avrebbe potuto facilmente incorporarlo
all’impero britannico. Nel rapporto del Capitano Francis Knott dell’ HMS Rover egli
avanzava seri dubbi sull’opportunità di questa azione: le condizioni di vita e le difficoltà
cui la popolazione era soggetta faceva temere che inglobare questi territori avrebbe
portato alla corona più spese che profitti10; comunque, concludeva sicuro, anche la più
piccola nave inglese lo avrebbe potuto fare in qualsiasi momento.
8
Boðvar Guðmundsson, A Short History, cit., p. 169.
B. Groendal, Iceland, from Neutrality to Nato membership, Oslo 1971.
10
Alan Boucher, An Icelandic Revolution, in Atlantica and Icelandic Review, num. 3, 1968, Reykjavik.
9
10
In questo scenario visse l’avventuriero e faccendiere di origini danesi Jørgen
Jørgensen11 (1780-1841); imbarcato su un mercantile del londinese Samuel Phelps,
arrivo’ a Reykjavik il 21 giugno 1809. Al rifiuto delle autorità danesi di concedere
l’autorizzazione a commerciare con la popolazione, i suoi uomini arrestarono gli
ufficiali danesi ed occuparono la capitale, mentre
Jørgensen si proclamava “lord
protettore della nazione”. Dando l’impressione di agire sotto l’egida inglese, il novello
Cromwell dichiarò l’Islanda indipendente e neutrale, comportandosi come se ne fosse
divenuto il re. Il mese successivo il capitano Alexander Jones della HMS Talbot
attracco’ al porto di Reykjavik e rimosse quest’impostore12. Questi fu arrestato come
prigioniero di guerra danese e morì in Australia nel 1844. Il suo regno durato solo poche
settimane viene ricordato come “hundadagakonungr” (regno dei giorni del cane, le
settimane più calde dell’anno)13.
L’episodio di Jørgensen, ai limite del grottesco, comunque ripropone la difficile
situazione dell’isola, completamente disarmata e in una posizione assai precaria per la
propria sicurezza; nel Febbraio del 1810 l’Islanda ottenne anche dalla Danimarca lo
status di territorio neutrale14.
Il diciannovesimo secolo fu il periodo del nazionalismo, quando comincio’ la lotta
non violenta per l’indipendenza vera e propria; inizialmente le posizioni espresse dalla
borghesia più ricca erano moderate, mirando non tanto ad una separazione netta dalla
corona, quanto piuttosto alla libertà di commercio e al controllo sugli affari locali. Non
mancavano illustri esponenti che si sarebbero battuti per una completa indipendenza, ma
11
Cfr. anche Guðmundur Halfdarnarson, Historical dictionary of Iceland, Londra, 1997.
Alan Boucher, An Icelandic Revolution, cit.
13
Cfr. Iceland, Admiralty for Official Use Only, 1942.
14
Ciò non aveva alcuna implicazione di indipendenza, ma si riconosceva semplicemente che l’Islanda
non voleva, ne avrebbe potuto avere, un ruolo attivo in nessun conflitto.
12
11
a lasciare perplessi i più era proprio la debolezza militare dell'isola, che senza la
protezione di una grande potenza sarebbe stata in balia degli eventi15 .
Già a partire dal 1843, con decreto del re Cristiano VIII (1839-1848), l’Alþing era
tornato ad esercitare le proprie funzioni, seppure come organo consultivo. Si aprì quindi
una stagione di riforme in cui la Danimarca si impegnava a passare progressivamente
nelle mani islandesi la maggior parte delle funzioni istituzionali e politiche via via che
questi si dotavano delle strutture necessarie ad esercitarle. Nel 1903 le funzioni del
governatore danese vennero assunte dal primo ministro islandese, e, nello stesso ambito
venne inoltre stabilito che la corte suprema danese avrebbe continuato nel suo ruolo di
ultimo grado di giudizio solo fintanto che gli islandesi non si fossero dotati di un
organismo autonomo (cosa che avvenne nel 1920). La Danimarca si impegnava a
garantire la salvaguardia delle acque territoriali finché non fosse stata varata una guardia
costiera nazionale. Gli affari internazionali dell’Islanda invece continuarono ad essere
gestiti da Copenaghen, con la partecipazione di delegati.
Allo scoppio della prima guerra mondiale gli islandesi godevano ancora dello status
di neutralità acquisito un secolo prima, ma un prestigioso esponente dell’Alþingh,
Guðmundur Björnson, sollevò con forza il problema dell’efficacia di questa condizione:
«Crediamo davvero che l’assenza di difesa sia la miglior difesa? L’unica protezione del
Lussemburgo fu l’assenza di difesa. La Germania e le altre potenze garantirono la sua sicurezza
e il rispetto della sua neutralità, ma ora i dispacci ci dicono che la Germania ha incorporato il
Lussemburgo nel Reich come stato indipendente. (…). Chi garantisce per l’Islanda?
16
Nessuno» .
15
Voce interessante fu quella del periodico Fjolnir, fondato nel 1835 da un gruppo di giovani intellettuali
che facevano leva sullo spirito nazionalistico per un rinnovamento della letteratura e per la purificazione
della lingua islandese dalle contaminazioni estere. Ancora oggi una apposita commissione linguistica ha il
compito di trovare termini islandesi per parole nuove come computer, internet etc.
12
I timori di Guðmundur erano senza dubbio giustificati, eppure non solo l’Islanda
rimase fuori dal conflitto, ma ne ebbe un vantaggio indiretto: nel Maggio 1918, il primo
ministro danese annunciò l’istituzione di una commissione che avrebbe negoziato il
futuro dell’isola, e che porterà allo storico “Atto d’Unione”.
La grande guerra fu l’elemento che accelerò un processo di indipendenza già avviato
da tempo, ed i Danesi, scossi dalle sorti dei propri compatrioti nello Schleswig-Holstein
tedesco, non potevano rimanere insensibili alla causa della libertà nazionale.
I negoziati si aprirono in luglio e dopo poche settimane l’accordo era pronto,
approvato dall’Alþing per 37 voti favorevoli e 2 contrari e ratificato da un plebiscito
popolare.
La solerzia con cui i lavori vennero conclusi non deve però ingannarci sulla difficoltà
del negoziato17; la delegazione danese propose una federazione fra i due stati,
mantenendo quindi la gestione comune di alcuni campi. Gli islandesi invece erano fermi
sulla netta separazione. L’articolo 19 dell’Atto d’Unione alla fine stabilì che la
Danimarca riconosceva l’Islanda come stato sovrano, e questa si impegnava a garantire
neutralità perpetua e a non istituire alcun vessillo di guerra.
I due parlamentari che votarono contro la ratifica furono l’editore Benedikt
Sveinsson ed il giudice Magnus Þòrfason. Attraverso le trascrizioni delle sedute
parlamentari (Alþingìstiðindi) dell’epoca si capisce come la loro dissidenza non fu
basata sulla questione dell’indipendenza di per se stessa, ma su una neutralità che
poteva facilmente tramutarsi in lettera morta:
16
Alþingìstiðindi (verbali del parlamento), anno 1914, sez. B bis, 551.
La fretta degli islandesi nel chiudere il negoziato poteva ben spiegarsi con il timore che, a guerra ancora
in corso, la questione dell’indipendenza potesse finire sul tavolo delle trattative fra le grandi potenze.
17
13
“Questo atto non ci difende, se una nazione belligerante ha intenzione di occupare il nostro
18
territorio, lo farà senza alcuna considerazione di un accordo fra noi e i danesi” .
Il dibattito fu vivace anche in sede extraparlamentare. Il giurista Magnus
Arnbjarnarson, prendendo spunto da alcuni commenti dell’allora primo ministro
Sigurður Eggerz (che pure aveva votato favorevolmente), pubblicò un pamphlet in cui
polemicamente ricordava le sorti del Belgio e della Grecia, la cui neutralità era stata
tenuta in nessun conto.
Il giornale Njördur, pubblicato regolarmente ad Isafjordur (fiordi nord occidentali),
nell’editoriale del 18 ottobre 1918 scrive:
«Non c’è motivo di credere che gli inglesi vogliano invadere l’Islanda, ma se lo volessero
l’Atto d’unione non può certo prevenirlo».
Alla fine, il primo dicembre del 1918, lo stesso Eggerz poté annunciare alla folla il
regio decreto che istituiva la bandiera nazionale islandese, e la firma dell’Atto d’Unione
tra la Danimarca e l’Islanda; quest’ultima, seppure rimanendo formalmente associata
alla corona danese, guadagnava lo status di nazione indipendente, sovrana ed
eternamente neutrale. Dopo un periodo di 25 anni entrambe le parti avrebbero potuto
chiedere unilateralmente lo scioglimento dell’unione.
A questo punto il processo d’indipendenza poteva dirsi concluso perché nessuno
dubitava che allo scadere dei 25 anni i due paesi si sarebbero definitivamente divisi. Le
relazioni con i danesi rimasero buone ed amichevoli, mentre durante tutti gli anni venti
gli islandesi si affacciarono molto raramente al contesto internazionale. Raggiunto
18
Magnus Þorfason, Alþingìstiðindi, verbali anno 1918, sezione B 166. Da notare come anche interventi
di parlamentari che votarono a favore dell’Atto sollevarono perplessità e dubbi sulla clausola di neutralità.
Cfr: Einar Arnarson, ibidem, 1918 sez. B 61.
14
l’obbiettivo dell’indipendenza i partiti si volsero ai problemi di interni, per rinsaldare
una economia debole e creare quelle infrastrutture di cui il paese era pressoché privo.
In questi anni venne anche sollevata la questione di una partecipazione alla Società
delle Nazioni. Ovviamente un passo del genere sarebbe stato prematuro, anche perché
l’Islanda non aveva un esercito, ne aveva intenzione di istituirlo (come fece, ad
esempio, il Lussemburgo), quindi il tutto si risolse con un nulla di fatto19.
Si potrebbe dire che il coinvolgimento dell’Islanda nelle relazioni internazionali e
nella storia del mondo occidentale comincia solo quando decade la condizione di
periferia che da sempre aveva segnato l’isolamento del popolo islandese.
Ad operare questo cambiamento furono due ordini di motivi, l’uno politico, l’altro
tecnologico. Il primo si espresse nella crescente interazione fra Europa e Stati Uniti
d’America, che rese le rotte atlantiche delle vie di comunicazione importantissime (che
come è noto diventeranno, da un punto di vista militare, addirittura irrinunciabili).
L’Islanda si trova a fiancheggiare fisicamente questi canali, e quindi il fattore
geografico, che prima aveva relegato il paese ai margini della storia, ne faceva un punto
di importanza strategica. Da quella posizione l’isola inoltre poteva rappresentare una
sorta di cancello al Nord Atlantico per il traffico in circolazione fra Oceano Artico,
Mare di Barents e Mare del Nord.
A rendere davvero incisivi questi cambiamenti di natura geopolitica vanno segnalati i
progressi tecnologici: mezzi di trasporto sempre più efficienti ed affidabili e,
soprattutto, l’aviazione andavano riducendo le distanza fra i continenti.
19
Solo nei primi anni trenta la questione venne riaperta da personalità di spicco, come il ministro di
giustizia di allora, Jònas Jònsson (1885-1968), ma questo nuovo impulso internazionalista non andò oltre
trattati e accordi stretti con gli altri stati scandinavi
15
In questo nuovo contesto tutto sarebbe mutato, e la neutralità che gli islandesi
avrebbero voluto “perpetua”, durò appena 22 anni:
«Chiunque abbia l’Islanda, tiene una pistola puntata su Inghilterra, America e Canada»20.
Ben si esprime in questa frase, quanto stava accadendo: in tempo di guerra non solo
vi fu l’occupazione dell’Islanda durante la II guerra mondiale da parte di truppe alleate,
ma vi fu un suo inserimento nel sistema difensivo del Nord Atlantico per tutto il periodo
della guerra fredda fino ai giorni nostri.
16
Capitolo I
Alla vigilia del conflitto: Islanda 1933-1940.
Per comprendere meglio quale fu il ruolo dell’Islanda durante la Seconda Guerra
Mondiale sarà opportuno cominciare a considerare gli eventi dal decennio precedente lo
scoppio del conflitto. Come abbiamo visto, raggiunto un compromesso soddisfacente
per quanto riguardava la questione dell’indipendenza, gli islandesi si volsero alle loro
questioni interne; ma a questo punto furono le grandi potenze europee a bussare alla
porta del piccolo paese subartico.
A partire dal 1933 i tedeschi aumentavano le loro attenzioni verso Islanda, mentre gli
inglesi sembravano non dar peso a questa attività e continuarono i loro rapporti politici
all’insegna della normalità. La vocazione puramente continentale della Germania ed i
rapporti di lunga data fra Islanda ed Inghilterra sembravano dare a quest’ultima la
convinzione che i tedeschi non avrebbero mai potuto intervenire sugli equilibri della
regione: solo nel Novembre 1933 vi è il primo rapporto di un qualche interesse del
console inglese a Copenaghen21: sir Hugh Gurney notava che la situazione dell’isola
andava complicandosi per via di un fastidioso sviluppo del nazismo fra i giovani della
capitale. Apparso in forme organizzate all’inizio dell’anno, il neonato Partito
Nazionalsocialista Islandese di Gisli Sigurbjorson tentava di ottenere rispettabilità
politica legando il suo credo ad un programma nazionalista ed indipendentista.
Fu il maresciallo Italo Balbo che diede la prima prova di come il valore della regione
stesse cambiando. Già nel 1931 il comandante italiano aveva concluso una traversata
20
Questa frase viene spesso erroneamente attribuita a Winston Churchill, il quale in realtà riprese quanto
detto dall’analista politico nazista, Karl Hausofer, amico personale di Rudolf Hess.
21
Essendo ancora una colonia, a Reykjavik vi era solo un distaccamento dell’ambasciata britannica
presso la Danimarca. I dispacci ed i rapporti dei diplomatici britannici sono stati molto dettagliatamente
esaminati da Bittner, The Lion and the White Falcon, Londra 1983.
17
storica, da Orbetello a Rio de Janeiro in 7 tappe. Nel 1933 si pensa ad una impresa
spettacolare: la “Grande Crociera del Decennale dell’Era Fascista”, un raid aereo
dall’Italia a Chicago e New York e ritorno. La mattina del 30 giugno del 1933 Balbo,
alla guida degli “Atlantici” (così vennero ribattezzati dal regime i componenti della
spedizione) comanda il decollo di 24 idrovolanti modello Siai Marchetti S55 – X,
appositamente modificati; fecero scalo a Reykjavik il 5 luglio successivo; gli islandesi
si resero finalmente conto, forse con un po’ di inquietudine, di come i nuovi mezzi
tecnologici potessero rivoluzionare la loro esistenza22.
Alle elezioni del 1934 il Partito Nazista Islandese raccolse pochi voti e non ottenne
rappresentanza parlamentare, eppure divenne oggetto di più seria osservazione. Prima
di inoltrare il resoconto annuale per quell’anno, sir Gurney chiese alla delegazione di
Reykjavik un dossier sul partito. L’ufficio redasse un documento tranquillizzante: si
ribadiva che il partito non si presentava come asservito alla Germania, delineandosi
piuttosto come spiccatamente antidanese ed indipendentista. Comunque gli iscritti,
anche se supportati dalla colonia tedesca, erano troppo pochi per esercitare una qualche
influenza significativa.
Di tutt’altro avviso era invece Howard Little, lettore di Inglese presso l’università di
Reykjavik, nonché giornalista del Manchester Guardian. Dalle pagine del suo giornale,
egli ribadiva come l’assenza di qualunque difesa sull’isola la poneva a rischio
insurrezione. A suo dire in Islanda abitavano non meno di 500 tedeschi, quasi tutti
giovani uomini, perfettamente in grado di sgombrare il campo in attesa dell’arrivo di un
contingente armato vero e proprio. Il “Northern Department” degli affari esteri di
Londra (Foreign Office) , dopo le necessarie verifiche, riscontrò l’infondatezza di
22
La traversata fu spezzata in diverse tappe: Balbo decise di optare per la rotta polare nel viaggio di
andata e per un ritorno via Azzorre e Portogallo. Il 15 luglio circa 1.500.000 di persone a Chicago
18
queste asserzioni, evidentemente esagerate, e non tardò ad etichettare Little come un
allarmista.23
Anche se non si rivelo’ una buona fonte di informazioni, questo zelante professore
ebbe il merito di attirare le attenzioni dell’intelligence inglese sull’isola e, nell’Ottobre
1936, il ministero degli esteri assegnò all’Islanda una sede diplomatica autonoma;
venne nominato console John Bowering e Londra, oltre a compire un gesto ben gradito
dai locali, dava prova di un nuovo e più attento interesse.
Dall’aprile del 1937 Bowering fu in grado di presentare i primi dossier approfonditi.
La sua attività fu rivolta soprattutto a tenere d’occhio i tedeschi; Bowering sembrava
piuttosto scettico riguardo la presenza di agenti tedeschi nel paese, anche perché vi era
ben poco su cui esercitare le tradizionali attività di servizi segreti.
Il partito nazista o, più in generale, attività germanofile, erano invece temi più
interessanti: il partito rimaneva senza dubbio piccolo, ristretto a parte della gioventù
borghese della capitale e praticamente inesistente nel resto dell’isola, eppure come già
Little aveva fatto notare, un paese privo di qualunque protezione era una facile preda.
Un mese più tardi il “Foreign Office” intercettò un piano tedesco per la penetrazione
nelle isole Faroer24; il rapporto dei servizi segreti militari venne girato al console, che
ricevette ordine tassativo di sorvegliare qualunque attività potesse essere messa in
relazione con tale manovra.
In generale però Bowering non sembrava particolarmente allarmato, e le elezioni del
Giugno 1938 sembravano dargli ragione: i partiti di sinistra riportarono una vittoria
netta, il partito conservatore, l’unico che poteva essere soggetto a qualche convergenza
salutarono gli aviatori italiani. Il volo si concluse il 25 Luglio al lido di Ostia, dove una folla festante
attendeva il ritorno degli “atlantici”.
23
Foreign Office, documento in archivio num. 371/20315, in data 14 Luglio 1936; riportato da Bittner,
The Lion, cit. p. 17.
24
Bittner, The Lion, cit. pag 18.
19
con i nazisti, perse 3 seggi, mentre i nazionalsocialisti riportavano un pessimo risultato
rispetto alle elezioni del 1934, e rimasero non rappresentato in parlamento25.
Il biennio ‘38-’39 vide un incremento di iniziative tedesche, sia pubbliche che
private, per tentare di rafforzare i legami fra i due paesi.
Nella primavera del 1938, un gruppo di piloti tedeschi giunse sull’isola per
propagandare lo sviluppo dell’aviazione sportiva. L’ambasciatore Bowering non mancò
di notare nel rapporto datato 15 luglio 1938 come l’iniziativa tedesca potesse benissimo
celare una attività di ricognizione del suolo islandese, per individuare quali potessero
essere le zone migliori per manovre di atterraggio e decollo26. Il caso del suicidio di uno
dei tedeschi suscitò poi molta inquietudine, poiché dalle indagini emerse l’appartenenza
del pilota al corpo delle SS.
Nel 1939 il presidente dell’associazione islandese di volo e deltaplano ricevette la
visita di un funzionario degli esteri britannico. Berlino si era mostrata oltremodo
generosa, offrendo personale per lezioni di volo gratuite, e Londra si era giustamente
insospettita. Sebbene i vertici dell’aeroclub negavano qualunque implicazione politica
nelle loro attività, era chiaro che i tedeschi avevano instaurato un rapporto di amicizia e
collaborazione (tra l’altro il club riceveva regolarmente le riviste tedesche “Luftwelt” e
“Luftreise”).
Lo sport fu un altro campo in cui i tedeschi portarono avanti quest’opera di amicizia
interessata. Il 20 Ottobre 1938 il quotidiano Morgunblaðid (il principale giornale, filoconservatore) riportò un’intervista a Gisli Sigurbiornson, leader del partito nazista
islandese ed intermediario fra l’associazione sportiva giovanile islandese e l’omologa
tedesca. Gisli annunciò con soddisfazione che l’unione dei clubs di calcio tedeschi
25
Per i risultati elettorali vedasi quadro delle elezioni in allegato.
Rapporto archiviato al num. 371/22264, German interest in icelandic flight conditions. Riportato da
Bittner, The Lion, cit. p. 19.
26
20
aveva invitato due squadre islandesi ad una tournée in Germania e suggeriva di ripetere
l’esperienza l’anno successivo a ruoli invertiti. Un allenatore tedesco ed il suo staff
tecnico veniva quindi mandato in Islanda per l’estate successiva a mettere a
disposizione delle squadre locali competenza e prestigio.
Le visite fra i due paesi vennero poi facilitate e reclamizzate. Nel 1936 almeno 200
islandesi visitarono la Germania per le olimpiadi, mentre nel 1938 il console tedesco in
Danimarca, Herr Cecil von Renter-Fink venne in visita ufficiale, non solo nella capitale,
unico centro politico ed economico dell’isola, ma anche in altre zone periferiche
pressoché prive di importanza.
Il rapporto di fine anno del 1938 del consolato britannico è però ancora fermo su
posizioni rilassate. Bowering sosteneva che tutti i tentativi tedeschi di simpatizzare con
l’opinione pubblica islandese erano sostanzialmente falliti: troppo chiaro infatti
sembrava essere il doppio fine, e questo alimentava insormontabili sospetti.
Quando a partire dal marzo 1939 si sparsero le voci di un interesse tedesco per
avviare un negoziato concernente diritti di transito aereo della Lufthansa, i comunisti
islandesi iniziarono dalle pagine del loro giornale Þjòðviljinn una massiccia campagna
antitedesca. Per l’estate era anche prevista la visita nella capitale dell’incrociatore
Emden e la concomitanza degli eventi sembrava voluta.
La risposta del mondo politico fu però ferma e niente affatto intimorita. In quel
periodo il parlamento era riuscito a formare un governo ad amplissima maggioranza
composto da Partito Popolare, che deteneva la leadership, Conservatori e
Socialdemocratici, per un totale di 44 seggi, mentre all’opposizione solo tre deputati
comunisti e 2 del “partito degli allevatori”27. Nel discorso all’Alþing del 17 Marzo
1939, il primo ministro Hermann Jònasson confermò la visita della delegazione tedesca,
21
ma considerò tutta la questione con toni pacati. La Germania era una nazione amica, e
quindi non doveva suscitare alcun timore che un incrociatore scortasse i loro
pescherecci; il governo però considerava inopportuno concedere diritti aerei alla
Lufthansa28. In quella sede Jònasson si disse deciso anche a porre sotto controllo statale
le spedizioni scientifiche che andavano susseguendosi con sempre maggior frequenza.
La proposta Lufthansa venne quindi rifiutata ufficialmente sulla base di semplici
argomentazioni: vista la situazione internazionale il governo non aveva intenzione di
concedere alcun diritto aereo a compagnie straniere, dal momento che, tra l’altro, era in
programma il varo di una compagnia di bandiera nel giro di pochi anni.
La stampa filo-governativa appoggiò le mosse del parlamento, ed anche la visita
dell’incrociatore Emden non ebbe alcun effetto sui rapporti fra i due paesi; i comunisti,
che avevano portato avanti una campagna denigratoria nei confronti dei tedeschi
attraverso le pagine del loro giornale Þjòðviljinn, vennero accusati di aver sollevato
inutili allarmismi.
E’ indubbio però che il paese andò scivolando verso un clima di attesa: in Europa la
situazione era precaria ma gli elementi governativi sapevano che l’Inghilterra (che
aveva esercitato qualche pressione già durante l’affare Lufthansa) si sarebbe opposta ad
una ingerenza tedesca nell’isola. Eppure gli islandesi non volevano inimicarsi una
grande nazione europea sulla base di campagne giornalistiche. I comunisti d’altro canto
si ritagliarono il ruolo di “cani da guardia” in difesa degli interessi nazionali contro gli
stranieri (ruolo questo che avrebbero mantenuto a lungo anche dopo la guerra), il che gli
valse anche molte simpatie di non comunisti
27
Non sono rari nella storia politica islandese partiti che, più che condizionati da ideologie politiche, sono
espressioni di interessi economico sociali particolari.
28
Nei primi anni trenta vi erano stati contatti fra gli islandesi, la compagnia tedesca, la Transamerican
Airlines ed una compagnia britannica; solo quest’ultima aveva ottenuto una licenza per un servizio di
idrovolanti di base ad Hafnafjordur (40 km a SO di Reykjavik), interrotto dopo poco tempo.
22
La Germania sembrava comportarsi in modo sempre più spregiudicato (i marinai
dell’Emden marciarono braccio a braccio con simpatizzanti islandesi per le vie della
città, cantando marce naziste), mentre Londra osservava ancora senza intervenire. La
posizione del console Bowering era chiara: i tedeschi non facevano proseliti in Islanda,
e da Reykjavik la prospettiva di un coinvolgimento in una guerra europea appariva
come sempre remota. Ciò che rendeva però delicata la questione era l’assenza di
qualunque difesa dell’isola: un gruppo sovversivo organizzato in poche mosse avrebbe
potuto rovesciare il governo, quindi il problema non si risolveva vigilando sul Partito
Nazista Islandese.
Abbiamo accennato che nell’ultimo anno di pace le attività tedesche assunsero forma
di spedizioni scientifiche. L’incremento vertiginoso e sospetto di queste ricerche, ora
meteorologiche, geologiche o anche antropologiche, spinse il governo islandese a varare
la già citata legge secondo cui ogni attività scientifica doveva ottenere una approvazione
statale, nonché la supervisione di un apposito organo scientifico islandese. Oltre al
desiderio di mantenere un certo controllo su queste ricerche, a spingere il governo su
posizioni più guardinghe erano stati diversi segnali inquietanti: il quotidiano danese
“Politiken” ad esempio nel febbraio 1939, riportava un articolo secondo cui Himmler,
leader storico delle SS, aveva incaricato una équipe di antropologi di investigare i
legami fra i popoli vichinghi e germanici; si apprese con lo stesso scetticismo che
nell’esposizione culturale di Libniz dell’ottobre del 1939, organizzata dalla “Deusche
Kulturpolitische Gesellschaft und Insitut fur Auslandkunde” era stato allestito un
padiglione sulla vita e cultura islandese, e sulle relazioni fra Germania ed Islanda; una
23
credenza pseudoscientifica infatti mirava a dimostrare la presunta purezza del popolo
islandese, e ciò riscuoteva un certo interesse in ambienti nazisti29.
Nel marzo del 1939 l’Ammiragliato Britannico ricevette un dossier del professor
William Tennant del “Queen’s College” di Cambridge; di ritorno dall’Islanda si disse
molto disorientato da quanto aveva visto della spedizione voluta da Himmler.
Innanzitutto il capo ricerca e la sua équipe sembravano scarsamente qualificati per il
progetto assegnatogli. In secondo luogo, la spedizione si era diretta nelle regioni nord
occidentali, ricca di profondissimi fiordi e porti naturali, quando era noto a tutti che il
centro delle attività storiche e culturali del popolo islandese era sempre stata nel sud e
nel sud ovest. Riporto’ inoltre alcune esperienze personali: mentre viaggiava nel nord e
nell’est del paese spesso la popolazione locale gli chiedeva se fosse un cartografo
tedesco30.
Il consolato germanico era ovviamente un osservato speciale. Il collega di Bowering
al tempo del suo insediamento era il professor Timmerman; dottore in ornitologia, si era
pienamente inserito nel tranquillo ambiente di Reykjavik e non era mai sembrata
persona particolarmente pericolosa. Nel Maggio del 1939 venne però sostituito da una
figura ben più incisiva ed intraprendente, Werner Gerlach, arrivato con il prestigioso
titolo di console generale. L’intelligence militare e l’ambasciata inglese a Berlino
redassero presto le loro schede: Gerlach aveva insegnato patologia all’università di
Basilea fino a che il governo del cantone svizzero non lo aveva rimosso dal proprio
ruolo per le sue attività sovversive di stampo nazista. Il processo si chiuse però con
l’assoluzione, ed egli partì per Berlino. Londra era certa che Gerlach fosse stato già in
29
In realtà l’islandese “ariano” apparteneva solo alla letteratura ed alle leggende, in quanto discende sì dai
progenitori norvegesi, ma che giunsero dopo aver toccato nel loro viaggio la Scozia e l’Irlanda, con al
seguito quindi un gran numero di mogli e schiavi celtici e irlandesi, nei secoli mescolatisi in un’unica
popolazione.
30
Bittner, The Lion, cit., p. 25.
24
Svizzera un agente del consolato tedesco a Zurigo, anche per le informazioni fornite da
colleghi inglesi che avevano lavorato presso le medesime università.
Bowering aveva un ambizioso e zelante collega nella solitamente placida e calma
vita diplomatica di Reykjavik. Nel 1939, un funzionario del “Northern Department”, F.
Gage, ufficialmente in vacanza sull’isola, ebbe un giro d’incontri con personalità
islandesi; ministri e docenti universitari parlavano di Gerlach come di una persona
piacevole e particolarmente attiva nel suo lavoro, che si intratteneva spesso con
l’ambiente accademico, che era riuscito a unificare la comunità tedesca presso il
consolato e che aveva a lungo viaggiato nel paese31.
Durante il periodo pre-bellico anche leve commerciali vennero abilmente mosse da
Berlino. Gli inglesi sembravano non poter fronte alla crescente dipendenza delle merci
islandesi dai mercati tedeschi per una condizione oggettiva: le esportazioni islandesi,
pesca ed ovini, erano spesso in competizione con i prodotti inglesi, e quindi l’Inghilterra
non poteva assorbire oltre una certa soglia. La cronica debolezza del commercio
islandese venne ulteriormente inasprita dalla guerra civile spagnola, sottraendo un altro
mercato importante; la Germania era quindi nella condizione di sfruttare al meglio la
situazione. Il commercio dell’Islanda e della Danimarca con la Germania era ormai una
crescente necessità, e tra il 1935 ed il 1938 la spesa tedesca in merci islandesi era quasi
raddoppiata.
Anche se l’Inghilterra rimase per tutti gli anni trenta il primo partner economico, il
commercio con la Germania era meglio diversificato e si orientava su beni d’uso
comune: mentre i prodotti inglesi erano principalmente attrezzature navali, la Germania
forniva materiale da costruzione, medicinali e attrezzature elettriche.
31
T. Whitehead, The Ally who came in from the cold, Reykjavik 1998, p. 11.
25
Con estrema accortezza Berlino riuscì a chiudere una serie di tre accordi, nel 1937,
’38 e ’39, per l’acquisto di pesce islandese. Il primo accordo era piuttosto favorevole,
proponendo dei prezzi di acquisto generosi e con lo scopo di far nascere un legame.
L’anno successivo le quote di commercio vennero ritoccate al ribasso, ed infine nel
1939 non solo vennero sollevate le limitazioni del ’38, ma entrarono a far parte degli
scambi anche quei prodotti che prima ne erano rimasti fuori (pesce surgelato ed il pesce
in scatola). Questa sorta di elastico commerciale venne posto in essere proprio quando
l’Inghilterra non aveva la possibilità di incrementare le sue importazioni.
Ogni islandese di buon senso capiva che dietro la “generosità” tedesca si
nascondevano malcelati interessi, e il primo ministro Hermann Jònasson, nelle
conversazioni con il già citato Gage, considerava offensiva la spregiudicatezza tedesca;
eppure cominciava a prendere consistenza il timore che l’Inghilterra in realtà non era
più in grado di contrapporsi efficacemente ai tedeschi.
Londra adottava una rigorosa politica liberista, ed era poco incline a concedere agli
islandesi un trattamento privilegiato, tuttavia seguire l’esempio tedesco avrebbe forse
portato qualche vantaggio. Ad una prima analisi poteva sembrare necessario un console
generale attivo ed energico, nonché stretti legami con l’università, per dare modo ai
servizi di piazzare un loro uomo come lettore d’inglese. Attività dispendiose, come
l’istituzione di un servizio aereo fra le due nazioni, o un programma di realizzazione di
infrastrutture della capitale, sarebbero state certamente utili.
L’Inghilterra tuttavia, con la freddezza che spesso la contraddistinse, scelse un’altra
strada. La Germania poteva anche aumentare la propria influenza economica in Islanda,
ma per capitalizzare militarmente i propri investimenti, i tedeschi avrebbero dovuto
passare sopra la Royal Navy, che sembrava ancora la migliore flotta in Europa.
26
Tra lo scoppio della guerra nel settembre del 1939 e l’arrivo delle prime truppe
inglesi nel maggio del 1940, la situazione resto’ quasi immutata. Gerlack non si mosse
da Reykjavik, mentre le visite militari cessarono in virtù della neutralità islandese.
Quando la situazione in Europa venne modificata dalle vittorie tedesche,
l’Ammiragliato britannico si mosse verso posizioni molto più allarmate. L’ago degli
equilibri europei cominciava a pendere pericolosamente verso Hitler, ed a questo punto
Londra era decisa a imporre a Reykjavik una collaborazione forzata con alcuni punti
assolutamente intrattabili: gli inglesi avrebbero negato alla Germania qualunque accesso
all’isola; anche le missioni scientifiche vennero interrotte, ed il blocco navale imposto
dalla Royal Navy chiuse il commercio. Reykjavik, consapevole della gravità della
situazione, poneva solo due condizioni: che il nuovo assetto non fosse lesivo dei propri
interessi commerciali, e che ogni accordo fra le parti fosse “unofficial”, per non
coinvolgere il governo direttamente. Ciò che gli inglesi non riuscirono ad ottenere (se
non con la successiva occupazione), fu la rottura diplomatica e l’espulsione di tutti i
tedeschi dall’isola. Reykjavik infatti riteneva questo passo in netto contrasto con la
politica di neutralità.
Nel giugno del 1939 la questione islandese venne discussa dal Comitato di Difesa
Imperiale inglese; il tentativo di penetrazione in Islanda da parte dei tedeschi era un
serio pericolo, in quanto poteva creare l’accerchiamento delle isole britanniche ed
eludere il blocco navale.
Era ovvio però che bisognava ripensare completamente il rapporto fra Inghilterra ed
Islanda: se quest’ultima avesse interrotto i rapporti commerciali con la Germania, la sua
già debole economia ne sarebbe stata seriamente danneggiata. Tra l’Ottobre ed il
Dicembre del 1939 si aprirono quindi una serie di incontri “informali” tra le delegazioni
dei due paesi. Gli islandesi avrebbero voluto mantenere il commercio con la Germania
27
ad indici fissi, ed incrementare quello con gli stati scandinavi. I britannici furono fermi e
decisi nel rifiutare il primo punto, accettarono il secondo e concessero anche il
commercio (di beni non strategici) con Belgio, Olanda, Svizzera ed Italia, nonché la
possibilità di avviare accordi commerciali con USA, repubbliche centro e sud
americane, Spagna, Portogallo ed altre nazioni, da determinare in seno ad una
commissione congiunta (29 Dicembre 1939).
La Gran Bretagna accettò inoltre di aprire i propri mercati alle importazioni di carne
e pesce, fornì quei beni precedentemente importati dalla Germania (il 46% di ferro ed
acciaio, carta ed affini, 52% delle importazioni di materiale chimico) e dovette assorbire
le esportazioni.
Questi accordi vennero negoziati mentre l’Inghilterra poneva in essere un
tradizionale blocco navale ai danni della Germania.
Nonostante i termini degli accordi appena pattuiti, il 6 Gennaio 1940 l’Islanda
protestò ufficialmente; il motivo di irritazione stava nel fatto che la natura “unofficial”
degli accordi non metteva al sicuro il paese, ormai un potenziale oggetto di rappresaglia.
Gli Inglesi si aspettavano questa reazione, ed appena tre giorni prima, la questione era
stata anticipata dal “War Cabinet”. Lord Halifax, da politico sottile e accorto, sostenne
la necessità di presentare al governo islandese una nota confidenziale in cui Sua Maestà
dava tutte le garanzie per la protezione delle navi islandesi e un intervento forte e diretto
in caso di invasione tedesca. Tale nota, consegnata il 17 Gennaio, lasciò spiazzati gli
islandesi che non avevano mai richiesto ne sottinteso un intervento militare sul
territorio.
28
Dai primi giorni di Gennaio fino al Maggio, data dell’effettiva occupazione, tutte le
branche dei servizi segreti esprimono pareri concordi32: l’Islanda e le Faroer si trovano
in una posizione strategica che non può cadere in mano nemica, ma soprattutto, in caso
di attacco tedesco alla Scandinavia, stabilire delle basi in Islanda diventava necessario.
E’ noto che un simile evento non tardò a verificarsi, e durante l’Aprile 1940 truppe
tedesche entrarono in Danimarca e Norvegia. Con la Germania vittoriosa in Nord
Europa, si imponeva lo slittamento della linea del blocco navale più a nord-ovest.
Quando Hitler ordinò l’invasione di Norvegia e Danimarca, il trauma fu notevole;
l’Islanda era ancora formalmente una colonia e la possibilità di soffrire la stessa sorte
dei fratelli scandinavi non era più solo teoria. In un editoriale dell’edizione speciale
proprio del 10 Aprile, “l’ora fatale”, il giornale conservatore Morgunblaðid consta con
delusione che la politica di neutralità era fallimentare in quanto non rendeva alcuna
protezione di fronte alle grandi potenze. Il Þjòðviljinn, comunista, denunciò invece
l’ingresso dei britannici alle Faroer; in un’ottica ai limiti della xenofobia, questi ultimi,
più che i tedeschi, erano i veri nemici, e polemicamente si interrogava su quanto sarebbe
passato prima di scorgere navi britanniche all’orizzonte.
32
Cfr “Admiralty – Plans Division” num. 1/10739, 5 gen 1940, German invasion of Denmark and
possible seizure of bases in Faroes islands and Iceland. Oppure il memoriale del Capitano Daniel,
director of plans del Department of Naval Intelligence Iceland, 26 Marzo 1940. Entrambi i documenti
sono riportati da Bittner, The Lion, cit. in nota (num. 45 p. 107).
29
Allegato A - Risultati delle elezioni generali islandesi 1934 – 1942:
Fonte: Alþingiskosningar (Statistiche Ufficiali)
Seggi Parlamentari
Partito
1934
1937
1942a
1942b
Primo Ministro:
Indipendente
20
17
17
20
- 1934-38
Hermann Jonasson (PP)
Progressista
15
19
20
15
- 1938-39
Hermann Jonasson (PP)
SocialDemoc.
10
8
6
7
- 1939-42
Hermann Jonasson (PP)
Comunista
0
3
6
10
- 1942
Olafur Thors (PI)
Altri
4
2
==
==
Num. Seggi
49
49
49
52
Partito:
1934
1937
1942a
1942b
Indipendente
42.3%
41.3%
39.5%
38.5%
Percentuali di voto
Governo:
1934-38: PP, PSD
1938-39: PP (min.)*
Progressista
21.9%
24.9%
27.6%
26.6%
Socialdemoc.
21.7%
19.0%
15.4%
14.2%
1942: PI (min.)*
Comunisti
6.0%
8.5%
16.2%
18.5%
* = Governo di
minoranza
Altri
8.1%
6.3%
==
==
1939-42: PP, PI, PSD
Partito Indipendente
==>
Sjàlfstaedisflokkur (conservatori, liberali)
Partito Progressista
==>
Framsoknarflokkur (agrario, centro-sinistra)
Partito Socialdemocratico
==>
Alþyduflokkur (centro-sinistra)
Partito Comunista
==>
Unità Socialista (dal ’56 Alleanza popolare)
30
Capitolo II
10 Maggio 1940, una strana invasione
Alle prime ore dell’alba navi da trasporto truppe entrarono nel porto di Reykjavik;
sebbene una decisione di questo tipo era prevedibile, la popolazione locale per ore non
seppe con chiarezza se si trattasse di soldati britannici o tedeschi.
Comandante delle operazioni venne nominato il colonnello Sturges, alla guida di un
contingente di 40 ufficiali e 775 uomini di truppa distaccati dalla Royal Navy “brigata
101” con artiglieria di supporto, oltre un gruppo dei servizi segreti. Sturges aveva
ricevuto l’ordine di occupare e difendere la capitale e l’insenatura naturale di
Hvalfjordur (poco a nord di Reykjavik e considerata fruibile come base navale), oltre
che di prendere possesso dei campi aerei dell’isola.
La decisione di dar vita a quella che fu, a tutti gli effetti, una occupazione aveva
chiare implicazioni strategiche. Le isole Faroer non potevano assicurare, stando alle
considerazioni del Segretario dell’Ammiragliato Britannico Mr. Phillips, una sufficiente
base logistica per mancanza di condizioni ambientali favorevoli. Inoltre, qualora
l’Islanda fosse stata invasa da truppe tedesche, i britannici avrebbero necessariamente
dovuto contrattaccare, trasformando l’isola in un nuovo campo di battaglia33.
Acquisita la consapevolezza della necessità di installare in Islanda infrastrutture
militari e di entrare in possesso di un nodo vitale per l’intera regione, i vertici britannici
erano di fronte ad un bivio; avrebbero potuto negoziare una alleanza con gli islandesi,
procedendo quindi secondo i canali politici e diplomatici, come già era stato fatto per
esautorare l’influenza economica tedesca nell’isola; oppure avrebbero potuto procedere
33
L’ammiragliato considerava indispensabile una base aerea e di rifornimento navale nella regione; le
isole Faroer seppure anch’esse di una certa importanza, a causa delle ridottissime risorse, non avrebbero
potuto far fronte alle esigenze di un contingente militare che poteva assumere dimensioni notevoli.
31
militarmente e senza preavviso. Entrambe le posizioni avevano dei pro e dei contro: il
negoziato rischiava di allungare i tempi, visto che gli islandesi erano fermi su posizioni
di una neutralità quasi esasperata. Una invasione invece avrebbe fatto perdere prestigio
agli inglesi, che rischiavano di essere accusati di aver agito esattamente come le truppe
di Hitler in Danimarca e Norvegia. La decisione venne presa ai primi di Maggio quando
Winston Churchill informò il “Gabinetto di Guerra” che l’invasione era la strada da
preferire; il governo islandese non avrebbe volontariamente permesso alcun
dispiegamento di truppe e, qualora gli inglesi si fossero attardati in discussioni di questo
tipo, rischiavano di essere disturbati o addirittura anticipati dai tedeschi. In questi primi
mesi di guerra, visti gli spettacolari successi, l’apparato militare germanico sembrava
davvero in grado di portare a termine con successo qualunque iniziativa; questo
“atteggiamento psicologico” degli inglesi fece pendere la decisione per una invasione.
Insieme al contingente militare però sarebbe partito anche un nuovo staff diplomatico,
presieduto dal nuovo console Smith, con il delicato compito di evitare la spaccatura con
il governo islandese e far capire che l’intervento britannico, lungi dall’essere un atto di
guerra contro una nazione indipendente, mirava alla salvaguardia della libertà
dell’Islanda contro una Germania il cui arrivo sembrava imminente.
La mattina del 10 Maggio truppe e civili vissero una situazione paradossale. Quasi
nessuno fra i soldati aveva visitato l’isola in precedenza, e pochi comunque ne avevano
una idea chiara; i locali invece non sapevano chi fossero i nuovi venuti34. Pochi giorni
prima, il tenente Douglas Haig Thomas aveva preparato una scheda informativa sul
paese: un deserto di lava coperto di muschi e licheni la cui popolazione, al contrario
delle credenze abituali, non era costituita da eschimesi ma era di chiara origine europea.
In allegato alla scheda solo due mappe piuttosto approssimative, una dell’isola tutta e
34
D. Neuchterlein, Iceland Reluctant Ally, Connecticut 1960, p. 23.
32
l’altra della città. Reykjavik al tempo era la cupa capitale di uno stato povero, fatta di
tante casette singole rivestite di bandoni di metallo ondulato; non vi era nulla di
architettonicamente interessante se non la nuova università. La natura intorno alla
capitale era sterile, priva di alberi, un paesaggio spesso definito “lunare”.
Molti di coloro che servirono in Islanda ci hanno lasciato traccia delle loro prime
impressioni nei diari di guerra. Il Colonnello Wilson, nel giorno dello sbarco, scrisse:
«…Il tempo passava e alle 4:00 del mattino ci dirigemmo verso la baia di Reykjavik. Il paese
sembrava collinoso e selvaggio, in lontananza solo montagne coperte di neve (…). L’aria era
35
fredda e chiara, e si poteva vedere ad una grande distanza» .
Un ufficiale della RAF invece descrisse le prime impressioni in questi termini:
«Ci fermammo sulla banchina per studiare la parte di Reykjavik che si vedeva, e la
trovammo brutta, sassosa, spoglia, inospitale. Polvere di lava ovunque… si prega per un po’ di
36
pioggia e la polvere diventa fango» .
Col tempo i diari dei soldati riportano impressioni più clementi: nonostante tutti i
limiti che la città potesse avere, nonostante tutti i disagi che l’estrema instabilità del
clima potesse causare, mentre Londra e le altre città europee vivevano tempi drammatici
scanditi dalle sirene dei bombardamenti, black-out e razionamenti alimentari, Reykjavik
rappresentava per i propri ospiti una condizione ben più agevole dei loro commilitoni
nel resto d’Europa.
I soldati distribuirono subito alla popolazione dei volantini per dirimere qualunque
dubbio; le truppe di sua maestà si dicevano rammaricate di dover causare disturbo alla
35
36
Diario di guerra riportato da Bittner, The Lion, cit., nel prologo.
Articolo non firmato, Off duty in Iceland, in Blackwood’s Magazine (periodico), Londra gennaio 1945.
33
popolazione civile e si sarebbero comportati all’insegna del massimo rispetto, col solo
intento di difendere e proteggere gli islandesi contro la Germania.
Uomini del console Bowering ricevettero le truppe e le guidarono subito per la città.
Non vi furono incidenti. Gli inglesi requisirono alcuni autobus e battelli, dietro
promessa di compensazione (garantita da un deposito di 2.000 sterline presso la Banca
Nazionale Islandese), e si diressero verso il consolato tedesco. Trovarono Gerlach
intento a distruggere documenti. Nonostante le proteste per la violazione
dell’ambasciata, Gerlach ed i suoi uomini vennero presi in custodia. Anche altri edifici
importanti della capitale vennero occupati, ad esclusione del parlamento.
Nel corso della giornata, seguendo i piani riceviti, il colonnello Sturges piazzò una
compagnia a Reykjavik, un altro distaccamento partì per Hvalfjordur, prendendo
posizione sui due lati dell’entrata dell’insenatura; altri distaccamenti vennero mandati a
prendere possesso del campo aereo di Kaldadharnes (70 Km a Est di Reykjavik),
Sandseikhjd e Katnagharda (sudovest). Altri uomini rimasero per servizi ausiliari. Le
forze di cui Sturges disponeva erano in realtà troppo ridotte per assicurare una presenza
forte nell’isola, ed erano per lo più una testa di ponte in attesa di rinforzi. L’artiglieria
era ridotta e con poche munizioni, mentre solo un vecchio idrovolante Supermarine
Walrus costituiva la copertura aerea. Quando le navi trasporto completarono lo sbarco e
lasciarono l’isola, il senso di isolamento doveva essere pesante per i soldati rimasti.
La sera stessa Sturges venne ricevuto dal governo islandese. Il primo ministro
Hermann Jònasson avanzò delle proteste formali ai vertici diplomatici e militari,
accusando la chiara infrazione della neutralità islandese; eppure, secondo larga parte
della storiografia islandese, ci fu un vero senso di “liberazione” tutti si resero conto che
34
non si trattava dei nazisti37. Nel discorso alla nazione, radiodiffuso nel tardo
pomeriggio, il primo ministro invitò la popolazione a collaborare con gli “ospiti”, che
avevano dato solenne garanzia di limitare al massimo il disturbo e che ogni danno
sarebbe stato ampiamente rimborsato38.
Il 14 maggio la “Forza Sturges” completò il dispiegamento dell’artiglieria, ed un
altro piccolo distaccamento venne inviato ad Akureyri, la seconda città islandese circa
250 Km a Nord Est; pochi uomini che certo non avrebbero potuto rispondere ad una
invasione tedesca, ma almeno avrebbero potuto avvertire la capitale. Il pericolo era che
in questa primissima fase, dato che solo una parte dell’isola era sotto controllo, i
tedeschi avrebbero potuto sbarcare indisturbati ed inosservati lungo tutta la costa
orientale; ma il colonnello Sturges non disponeva di abbastanza uomini per spingersi
oltre.
L’indomani dello sbarco i giornali del paese trassero le loro analisi ed i loro spunti di
riflessione.
I commenti del Timinn, quotidiano del partito progressista (che liderava il
parlamento) erano sostanzialmente in linea con il primo ministro; la politica della
neutralità non sembrava più percorribile visti gli esempi danesi e norvegesi, e si doveva
riconoscere che la Gran Bretagna doveva prevenire un ulteriore rafforzamento della
Germania.
Il quotidiano Morgunblaðid, non appartenente ad alcun partito ma storicamente filo
conservatore, ammetteva che sebbene gli islandesi avrebbero voluto vivere in pace con
37
Queste considerazioni mi furono espresse dai professori Valur Ingimundarson e Þor Whitehead nel
corso di alcune interviste; entrambi si dissero convinti che la pacifica mentalità islandese dell’epoca era
molto più incline, se costretta, ad accettare gli inglesi piuttosto che i bellicosi germanici.
38
Le trascrizioni integrali del discorso vennero pubblicate pressocchè da tutti i giornali l’indomani
mattina.
35
tutti, ciò non sembrava più possibile, e non ci si poteva lamentare dell’arrivo degli
inglesi, da sempre amici, rispetto a quanto stava accadendo nel resto della Scandinavia.
Analogamente, l’Alþidublaðid, quotidiano legato ai socialdemocratici anch’essi al
governo, parlò di “male necessario”, ed invitò la popolazione alla pazienza.
Di tutt’altro avviso i comunisti: il Þjòðviljinn, in un editoriale intitolato “Noi tutti
protestiamo” attacca violentemente gli inglesi, il cui arrivo non sollecitato ne gradito
offendeva la nazione. Chiunque appoggiava l’invasione o avrebbe lavorato per gli
inglesi doveva essere considerato un traditore della patria.
In generale la popolazione fu accogliente e benevola verso gli inglesi che, va
riconosciuto, ebbero l’accortezza di rispettare alcuni simboli quali i palazzi
parlamentari. Non si registrarono incidenti che andarono oltre le provocazioni verbali
dei giovani della capitale che simpatizzavano per i tedeschi. Anche il governo si
comportò pragmaticamente, cercando il dialogo e la cooperazione senza arroccarsi sullo
sdegno e l’offesa. Nell’incontro col delegato britannico, in cui il governo presentò le sue
proteste formali, si passò subito ad analizzare la situazione. Smith assicurava che
l’intervento inglese era di natura difensiva, e promise che la permanenza si sarebbe
protratta solo per il periodo di guerra; il nuovo console aveva avuto piena autorità a
negoziare con gli islandesi accordi di natura economica, e dava piena assicurazione che
ogni danno sarebbe stato risarcito e che non ci sarebbe stata alcuna interferenza nella
politica islandese.
Dall’altro lato dell’oceano intanto, l’ambasciatore inglese Lord Lothian informò il
governo degli Stati Uniti su quanto stava accadendo39. Gli americani erano ancora
chiusi su posizioni isolazionistiche, eppure è lecito pensare che se le forze tedesche si
fossero avvicinate troppo (in Groenlandia, nelle colonie olandesi e probabilmente anche
36
in Islanda), ci sarebbe stata una reazione. In questo clima gli americani accettarono di
buon grado l’intervento inglese, che doveva mettere al sicuro l’isola da una invasione
tedesca; il Segretario di Stato Cordell Hull in sostanza accettava le giustificazioni
britanniche.
Un problema che ha interessato da vicino la storiografia islandese ed anche
britannica è quello della effettiva concretezza di un piano di invasione germanico. Gli
inglesi ritenevano di aver preceduto una iniziativa tedesca, e alcuni indizi sembrano
sostenere questa tesi.
Abbiamo già visto che nel periodo prebellico alcune attività tedesche venivano
sospettosamente seguite dai servizi come “operazioni preliminari”, ed era ben chiaro ad
entrambe le parte che la posizione strategica dell’Islanda sarebbe stata oltremodo utile a
tutti, ma non risultano prove di piani in fase operativa prima del 10 maggio 1940.
Circa trenta anni dopo gli eventi, il già citato Donald Bittner ebbe modo di
intervistare il generale Arthur Williams. Egli rivelò che lo spionaggio aveva avvertito
della possibilità di un lancio di paracadutisti in Islanda, cui sarebbe seguito un forte
contingente di 50.000 uomini già in preallarme sull’Elba. L’invasione britannica doveva
necessariamente prevenire questa eventualità40. Anche alcune pubblicazioni dell’US
Marine Corp, che è possibile consultare presso l’archivio della base aerea di Keflavik,
riportano aneddoti di questo tipo: un impiegato islandese del consolato tedesco, quando
riportò a Gerlach la notizia dello sbarco inglese, il console rispose che doveva essersi
sbagliato, che erano truppe tedesche anche se in anticipo di 10 giorni41.
39
Lord Lothian venne ricevuto dal governo USA il 10 Maggio, quindi in realtà ne Reykjavik ne
Washington ebbero comunicazioni preventive.
40
Bittner, The Lion, cit. p. 15.
41
The United States Marines in Iceland, 1941-1942, ed. US Marine Corp., 1960; aneddoto riportato in
una intervista al generale H.R. Paige.
37
Dopo l’invasione inglese, l’Ober Kommando der Wehrmacht lavorò ad un piano di
contrattacco, denominato “Ikarus”. Hitler avrebbe voluto la conquista dell’Islanda per
accerchiare l’Inghilterra ma gli analisti militari diedero parere fortemente negativo. Non
era il contingente inglese in loco a preoccupare, quanto piuttosto gli squilibri della
regione: gli inglesi avevano basi importanti alle isole Orcadi e nelle Shetland, e si erano
assicurati il controllo delle Faroer. La reazione americana era ancora imprevedibile.
L’Islanda sarebbe stata una sorta di enclave tedesca troppo lontana: poteva essere
conquistata con un blitz improvviso, ma non poteva essere mantenuta. Il Grand
Ammiraglio Eirich Raeder, dopo un incontro con il Führer nel Giugno 1940 trasse le
sue conclusioni: per attuare il piano sarebbe stato necessario trasferire una grande
quantità di uomini e mezzi, forzando il blocco navale inglese, e instaurarsi in un’area
controllata dal nemico. Come rivelarono molti ufficiali tedeschi dopo la guerra, l’idea
che i vertici militari si erano fatta era che l’Islanda poteva anche essere conquistata con
un blitz, ma la linea di approvvigionamento passava attraverso il blocco navale inglese,
quindi senza il controllo di un canale sicuro le perdite rischiavano di essere eccessive, e
le postazioni così conquistate, sottoposte ad un assedio continuo, sarebbero state troppo
fragili. Anche gli impedimenti tecnici vennero discussi, ma in generale il progetto
“Ikarus” passò in secondo piano quando due questioni molto più coinvolgenti
cominciarono ad essere analizzate: il piano “Leone Marino”, per l’invasione
dell’Inghilterra, ed il piano “Barbarossa” per un offensiva sul fronte orientale.
Intanto i marines del colonnello Sturges, dopo aver installato le batterie contraeree
nella capitale, vennero rilevati il 17 Maggio dalla 147° brigata di fanteria, dalla 49°
divisione dello Scottish Command, un contingente di 4.000 uomini, ed il generale
Lammie assunse il comando delle operazioni. Anche l’esercito, sebbene in numero
maggiore, non aveva a disposizione artiglieria pesante ne copertura aerea, e a causa
38
della penuria di alloggi nella capitale parte della truppa venne sistemata in tende
provvisorie. Effettivamente gli inglesi non fornivano una immagine rassicurante alla
popolazione che avrebbero dovuto difendere, ed anche le radiotrasmissioni della
propaganda tedesca tentavano di far salire la tensione42. Tuttavia gli inglesi godevano
del vantaggio di aver fatto la prima mossa: l’originario british defence plan considerava
altamente improbabile uno sbarco tedesco che non fosse dal sud ovest43, in quanto in
altre località i porti erano generalmente piccoli, le strade inadatte al transito pesante e
facilmente sabotabili. Avere quindi gli inglesi già posizionati sullo sbarco obbligato era
per il comando tedesco fonte di ulteriore titubanza.
L’operazione “Fork”, come venne chiamata l’occupazione, procedeva comunque con
pochi incidenti. In generale la popolazione e la polizia collaboravano con i militari, e
solo il quotidiano comunista Þjòðviljinn si mostrava insofferente allo straniero.
42
Nel rapporto all’ammiragliato britannico del Colonnello Sturges (202/50 del 27 maggio 1940) egli
ricorda come la radio tedesca aveva annunciato l’affondamento delle navi trasporto inglesi, che dovevano
riportare i suoi uomini in patria, quando queste erano ancora in porto.
39
Capitolo III
La Seconda Guerra Mondiale in Islanda
E’ possibile dividere il periodo bellico in Islanda in due parti distinte: la prima va dal
10 maggio 1940 e si conclude con l’arrivo dell’esercito degli Stati Uniti (7 luglio 1941),
che prendono progressivamente il posto dei soldati britannici; la seconda parte invece si
protrae per tutto il corso del conflitto. Chiamare la prima parte come “fase britannica” e
la seconda “fase americana” ci porterebbe però fuori strada, in quanto l’avvicendamento
dell’estate del 1941 fu un processo lungo e scaglionato, e riguardò il solo esercito. La
RAF e Royal Navy continuarono ad operare, svolgendo anzi un ruolo assai più
importante rispetto al primo anno, man mano che la minaccia diretta alla madrepatria
andava affievolendosi.
Nei due periodi l’occupazione britannica ebbe modi e obbiettivi diversi: nel primo
essi furono logistici e difensivi, principalmente affidati all’esercito che ebbe il compito
di rendere l’Islanda una postazione sicura (a prova cioè di infiltrazioni nemiche) e di
creare e gestire infrastrutture militari; l’impiego delle altre armi fu piuttosto marginale.
Nella seconda parte invece marina ed aviazione svolsero un ruolo offensivo e strategico
sempre più deciso via via che la guerra nel Nord Atlantico si inaspriva; il grosso
dell’esercito inglese venne al contrario svincolato a seguito di accordi trilaterali con
l’Islanda e gli Stati Uniti d’America che, ancor prima di entrare ufficialmente in guerra,
accettarono di sostituirsi alle truppe britanniche con un contingente che raggiunse le
44.000 unità.
43
C. Marks, Armed Guardians: the Allies in the Defence of Iceland durino the WWII, Fort Wayne, 1998.
40
The British Army – il primo anno in Islanda
Subito dopo il suo arrivo il comandante di brigata Lammie divise le sue truppe tra i
vari obbiettivi sensibili, ma la dispersione era tale che da subito si richiesero rinforzi44.
La minaccia di un possibile sbarco tedesco fu la preoccupazione principale dell’esercito,
ed il nuovo console Smith fu molto sentitamente al fianco di Lammie per avallare
queste richieste: era inaccettabile rendere l’Islanda oggetto di potenziali rappresaglie
senza fornirle adeguata protezione, tanto più che un solo raid aereo avrebbe
completamente raso al suolo Reykjavik; una simile evenienza avrebbe distrutto quel
clima di collaborazione che la diplomazia stava costruendo per il buon lavoro dei
militari.
Mentre il War Cabinet faceva sapere che al tempo non vi erano rinforzi disponibili
(addirittura si preparavano i piani di una evacuazione dell’Islanda in caso di disperata
difesa dell’Inghilterra stessa), un imbarazzante incidente minò la fiducia della
popolazione nei militari: ai primi di giugno si sparse la voce che un contingente tedesco
fosse sbarcato nella parte orientale del paese45. La notizia era ovviamente infondata, ma
scherzo, falso allarme o strategia della tensione che fosse, i britannici non furono in
grado né di smentire né di confermare la notizia per giorni; in realtà solo la zona di
Reykjavik era davvero sotto controllo.
Intanto già il 18 maggio, appena una settimana dopo lo sbarco, il governo inglese si
era rivolto al Canada per farlo partecipe dello sforzo; Il primo ministro canadese King
espresse l’intenzione presso il Cabinet War Committee del suo paese di assistere il più
possibile l’Inghilterra nel suo sforzo bellico. Eppure questa disponibilità non valse a
44
Vennero designate quattro zone principali: Reykjavik nel sud ovest, Akureyri nel nord, Seydhisfjordur
nell’est e Hunafloi nel nord ovest. Circa due terzi delle forze vennero impiegate nella capitale, Akureyri
ricevette buona parte del rimanente e le altre zone solo piccoli distaccamenti.
41
risolvere tutti i problemi. Specificatamente, il War Cabinet britannico avrebbe voluto
che i canadesi accettassero di accollarsi l’intera difesa dell’Islanda, per reimmettere la
loro 147° brigata di Lammie all’interno della 49° divisione. Ma Ottawa, che aveva già
inviato la propria seconda divisione in Gran Bretagna, rimase piuttosto delusa dalla
richiesta: il governo voleva che le proprie truppe rimanessero in patria oppure che
servissero in Inghilterra, mentre l’Islanda non faceva nemmeno parte del
Commonwelth. L’opinione pubblica canadese cominciava a preoccuparsi non solo della
propria costa orientale46, ma anche di quella orientale: il Giappone di lì a poco avrebbe
siglato il patto tripartito con la Germania e l’Italia, e la British Columbia ospitava una
forte comunità nipponica.
Alla fine il governo canadese decise di inviare il Royal Regiment of Canada
rafforzato da una brigata di fanteria. Il contingente, chiamato “Z Force”, giunse
sull’isola il 16 giugno del 1940, agli ordini del generale Lionel Page. La “Z Force” però
sarebbe stata impiegata a rinforzo, e non in sostituzione, dei soldati britannici. A questo
nucleo iniziale si aggiunsero nella prima metà di luglio Les Fusiliers Mont-Royal, The
Cameron Highlanders of Ottawa e l’Essex Scottish ma il governo canadese non era
soddisfatto di questa soluzione e fece capire fin da subito che questi dislocamenti
dovevano essere intesi come temporanei. Fu lo stesso Winston Churchill, primo
ministro e presidente del War Cabinet, ad intervenire nella questione: il 16 ottobre la
70° brigata inglese giunse in Islanda per sostituire i canadesi (a parte i Cameron
Highlanders, che vennero sostituiti nell’aprile del 1941 per motivi tecnici). La scelta di
Churchill si basava su diverse considerazioni: le truppe canadesi erano scarsamente
addestrate, e nell’economia generale di guerra il Canada forniva un contributo non
45
D. Bittner, The Lion, cit., p. 58.
42
vitale, quindi tanto valeva accettare le obbiezioni; probabilmente, dopo il “battesimo del
sangue” delle proprie truppe, i canadesi sarebbero stati più fermamente al fianco degli
inglesi. Churchill sapeva che non dal Canada sarebbe giunta la svolta del conflitto.
Comunque le continue richieste di rinforzi sortirono effetto e Londra venne incontro
ai propri ufficiali: il 27 Giugno del 1940 giunse sull’isola la 146° brigata del Generale
Harry Curtis, che assunse il comando delle operazioni; al seguito unità del genio e di
supporto.
A questo punto il presidio militare era ormai sufficiente a svolgere il compito di
“prima fase”: dall’estate del ’40 in poi non vi furono significativi cambiamenti se non,
come accennato, l’arrivo della 70° brigata, lasciando invariata la situazione47. In realtà
l’esercito non smise mai di considerare uno sbarco nemico come una minaccia reale, e
ulteriori rinforzi, quantomeno in termini di artiglieria o di coinvolgimento maggiore
della altre armi, vennero sempre avanzate. Ma il dilemma era sempre lo stesso: dare
all’Islanda significava togliere ad altri scenari, e le richieste di Curtis vennero spesso
ignorate.
L’esercito, come abbiamo accennato, ebbe anche il compito logistico di creare quasi
dal nulla tutte le infrastrutture necessarie alle manovre operative. Purtroppo l’Islanda
non disponeva della possibilità di fornire molta manodopera (circa 2.500 lavoratori, ma
discontinuamente), ed altri 250 vennero importati dalle Faroer. Londra quindi affidò
all’esercito il grosso delle operazioni nonostante che Curtis, giustamente, ritenesse che
trasformare i soldati in operai ne avrebbe minato lo spirito. Comunque non vi erano
alternative, ed i lavori si concentrarono per rendere operativi il prima possibile i campi
46
Una invasione tedesca del Canada era praticamente impossibile, e gli Usa avrebbero necessariamente
reagito, ma la straordinaria efficacia della Wermacht riuscì a infondere negli avversari quella che Donald
Bittner chiama “the Germans-can-do-anything mentality”.
47
In pratica solo nel giugno del ’41, a poche settimane dall’arrivo degli americani, il gen. Curtis ottenne
altri rinforzi per proteggere la linea Reykjavik – Akureyri.
43
aerei di Kaldadharnes (30 km a sud est della capitale) e Reykjavik; essi furono dichiarati
agibili seppure ad un profilo minimo di efficienza, rispettivamente il 31 maggio ed il 31
luglio 1940.
Royal Navy, Royal Air Force – Il primo anno in Islanda
L’ammiragliato britannico era su posizioni diverse rispetto all’esercito; la marina non
aveva intenzione di coinvolgere in Islanda molti mezzi, in quanto ne ridimensionava il
valore. La diversità di vedute risiedeva nel fatto che la marina privilegiava di gran lunga
la base di Scapa Flow (isole Orcadi) e le Shetland; sottrarre al nemico tanto l’Islanda
quanto le Faroer creava un vantaggio chiaro nella regione, garanzia di oggettiva
improbabilità di un blitz tedesco. Sicuramente raggiungere i piccoli stati “neutrali” per
le armate di Hitler sarebbe stata una mossa risolutiva, ma era certo impossibile
mantenere le postazioni così guadagnate senza prima sbarazzarsi della Royal Navy; in
pratica l’operazione “Ikarus”, che avrebbe molto agevolato l’operazione “Leone
Marino”, era quasi impossibile senza quest’ultima48.
E’ curioso osservare come esercito e marina leggessero in modo opposto anche
considerazioni minori: per Curtis l’inverno rappresentava un momento a rischio perché
il nemico poteva sfruttare la notte artica, al contrario la marina riteneva che proprio
l’instabilità del clima invernale rendeva tale scelta piuttosto remota49.
Fin da subito uno staff di ufficiali della Royal Navy accompagnò il generale
Lammie, in attesa che l’ammiraglio Scott instaurasse il suo quartier generale completo
48
La questione non era però così semplice: l’intelligence riteneva che un piano dettagliato d’invasione
dell’Islanda fosse stato redatto, nei minimi particolari, nel quartier generale prussiano di Wolfschanze;
quando le attività tedesche nelle acque islandesi raggiunsero il momento di massima intensità (prima metà
del ’41), i rapporti dello spionaggio in Norvegia furono più d’una volta allarmanti. Cfr B. Groendal, From
neutrality, cit.
44
l’l1 luglio del 1940. La prima opzione fu quella di non operare nel porto di Reykjavik,
ma si scelse Hvalfjordur, 15 miglia a nord della capitale: un fiordo profondo, poco
esposto alle correnti e ben difendibile.
In questo momento la flotta stabilmente assegnata all’Islanda era composta appena
da 14 battelli antisommergibile, sei dragamine e una dozzina di ricognitori sparsi in vari
porti, ma la battaglia dell’atlantico non era ancora entrata nel vivo e le unità impiegate
erano ancora “non combattenti”. Intanto Hvalfjordur veniva allestita: si fece largo uso
delle difese passive disponibili per l’epoca come passaggi minati, reti antisommergibili
etc, venne dotata di artiglieria costiera e destinata a ospitare un deposito munizioni,
sistemi di approvvigionamento idrico e una stazione di carburante (realizzata con i soldi
delle leggi di “affitti e prestiti” americana), oltre a varie infrastrutture di supporto.
Anche l’aviazione in questo primo periodo si trovava su posizioni simili a quelle già
espresse dalla marina. L’esercito avrebbe voluto che anche la RAF contribuisse alla
difesa dell’isola, con missioni miranti alla sorveglianza della costa ed intercettamenti
aerei ravvicinati (difesa aerea tattica); l’aviazione invece, considerando improbabili i
timori dell’esercito, era più favorevole a dedicarsi a operazioni di scorta e sorveglianza
a lungo raggio (difesa aerea strategica), nonché ad operazioni antisommergibile.
Militarmente parlando questi due ruoli sono molto diversi fra loro: innanzitutto
coinvolgono apparecchi differenti, in secondo luogo mentre la difesa tattica viene
esercitata in cooperazione con l’esercito, la difesa strategica richiedeva un comando
unificato con la marina.
L’Air Ministry risolse la questione pragmaticamente: una buona copertura della zona
avrebbe richiesto una forza aerea versatile e polivalente, ma al momento non era
possibile una diversione di mezzi, soprattutto caccia, dalla madrepatria. Non appena il
49
Bittner, The Lion, cit. p. 62.
45
campo aereo di Kaldadharnes fosse stato pronto, l’Air Ministry era disposto ad inviare il
98 RAF Squadron, 18 bombardieri leggeri “Fairey Battle”, per venire incontro alle
esigenze dell’esercito. I mezzi non erano in realtà adatti allo scopo, ma a partire dal
settembre 1940 Curtis ebbe la sua copertura aerea50.
Per quanto riguarda il centro di comando, venne deciso che l’esercito stabilisse un
quartier generale ad Àrtun (al tempo poco fuori Reykjavik, oggi è un quartiere inglobato
nella città) con rappresentanti della marina e dell’aviazione, che mantenevano i loro
centri nella capitale, ma solo in caso di attacco tedesco il comando sarebbe stato
unificato e sotto il controllo di Curtis.
Abbiamo accennato però che la politica di difesa tattica del 1940 era una situazione
temporanea e non una priorità, e l’Islanda sarebbe presto divenuta una base per
operazioni a lungo raggio. Il cambiamento dei ruoli avvenne a partire dalla prima metà
del 1941, quando cominciarono ad arrivare in Islanda nuovi mezzi destinati alla difesa
strategica. Finalmente il 19 marzo il Capitano Primrose della RAF, personalità forte e
spesso i contrasto con il generale Curtis, poteva prendere il comando di un quartier
generale distaccato ed autonomo dall’esercito, organizzando le operazioni di squadriglie
inglesi, della Royal Canadian e dell’aviazione norvegese. Il passaggio alla fase di difesa
strategica e alla fase offensiva vera e propria per la distruzione delle forze tedesche nel
nord atlantico dall’estate del 1941 era ormai in via di attuazione.
50
Tra l’aprile ed il dicembre del 1941 anche una squadriglia di 6 intercettori Hurricane servì in Islanda,
46
Le relazioni anglo-islandesi: Reykjavik e Londra amici per forza
L’aspetto diplomatico dell’occupazione inglese venne sempre gestito con la massima
attenzione: non si trattava solo di una questione di prestigio, si voleva assolutamente
evitare la rottura con i locali, la loro resistenza passiva ed i ritardi che ne potevano
scaturire.
Il generale Harry Curtis riconobbe immediatamente questo delicato equilibrio. In una
breve lettera al generale Robert Haining del 3 luglio 1940 scrisse:
«Le questioni politiche sono numerose e complicate. Il governo non vuole nessuno qui,
incluso la Danimarca. Sono decisi a non compromettere in alcun modo la loro neutralità (…) La
popolazione può essere di grande aiuto – ma se contro di noi, la situazione diverrebbe
51
intollerabile e forse pericolosa» .
Il governo islandese non aveva alcuna intenzione di rinunciare alla propria neutralità,
anche se ormai ridotta ad una questione di forma, e l’ambasciatore Smith si trovò quindi
ad essere il fulcro di una situazione difficile ma non impossibile. In generale la politica
del governo islandese mirava ad evitare la collaborazione attiva: ad esempio, gli inglesi
erano costretti a pagare i servizi telefonici con i loro distaccamenti come dei semplici
privati, oppure il governo non ostacolava ne favoriva accordi tra i soldati ed i propri
cittadini, sempre nell’ottica di non essere “ufficialmente coinvolto”.
Come già avevano fatto i suoi predecessori, Smith doveva ammettere che gli
islandesi, ostinati per natura, non capivano le ragioni profonde della guerra ed erano
ancora convinti che se non fossero sbarcati gli inglesi, con tutta probabilità sarebbero
rimasti fuori dal conflitto. L’ambasciatore inglese era però ottimista: una buona politica
sempre nell’ottica della difesa tattica.
47
commerciale poteva superare le resistenze, ed il carattere pragmatico degli islandesi non
si sarebbe fatto sfuggire alcuna occasione.
Nel 1940 il Regno Unito importò automaticamente la totale produzione di aringhe e
carne ovina dell’Islanda52, a prezzi fino a quattro volte superiori nel periodo prebellico;
accordi simili, ma a prezzi inferiori, vennero siglati anche l’anno successivo. Le
esportazioni islandesi passarono così da 2.200.000 sterline del 1938 a 7.250.000 del
1941.
In realtà questa espansione abnorme ebbe i suoi lati negativi: una forte inflazione,
eccesso di moneta, l’aumento dei salari senza disponibilità di beni sul mercato; in una
economia tanto precaria in generale gli effetti furono positivi ed il governo poteva
dichiarare la piena occupazione dei suoi cittadini.
Gli inglesi non erano ovviamente dei “benefattori disinteressati” (tra l’altro avevano
imposto la fine del commercio con altri stati europei, non permettevano la conversione
delle riserve di sterline in dollari e non erano in grado di soddisfare la richiesta di
importazioni) ma il loro intervento creò quel paradosso insperato in base al quale
l’economia di guerra, da sempre sinonimo di restrizioni e razionamenti, sarà una
componente fondamentale del successo islandese53. Le resistenze dei locali potrebbero
sembrare presuntuose o ingiustificate, ma per chi vive nei grandi stati europei, da
sempre al centro di intensi scambi a tutti i livelli e di mille rivoluzioni, è difficile calarsi
nella mentalità di un popolo così diverso. Un acuto osservatore, l’ammiraglio
Darymple-Hamilton, riassunse la situazione in un rapporto all’ammiragliato nel 1942:
51
Lettera archiviata presso il British War Office, documento num. 106/3042 e riportata da Bittner, The
Lion, nel prologo (The British view of Iceland).
52
T. Whitehead, The ally who came in from the cold, Reykjavik, 1998, p. 13.
53
Secondo W. C. Chamberlain, in Economic Development of Iceland, Columbia University Press 1947,
l’intervento inglese cadde in un momento particolarmente critico. Senza le spese sostenute dalle forze
militari, e priva di margini di miglioramento difficilmente l’Islanda avrebbe potuto sostenere il debito
estero e pagare le importazioni nel quinquenni 40-44, periodo in cui invece essa passò dalla condizione di
debitore quasi insolvente a sostanziale creditore.
48
«All’osservatore sembra che gli islandesi stiano rapidamente cadendo in confusione riguardo
una situazione che sfugge al loro controllo. Per mille anni hanno vissuto una vita dura in pieno
isolamento. I loro bisogni erano ridotti, ma occupavano tutto il loro tempo. Agricoltura e pesca
erano le loro industrie, e la loro cultura basata sulla musica e sulla pittura, insieme ad una
ammirazione particolare per la loro storia passata. Sono un popolo ostinato, dalle ferme
convinzioni, infastidite dalle interferenze altrui; sono dei veri isolani. (…) Fino alla guerra erano
un popolo semplice che viveva per conto loro. Ora tutto e’ cambiato: grazie all’occupazione,
che ha fornito un impiego a tutti ed un buon salario, e mercati ultraricettivi per i prodotti ittici
islandesi, i soldi non mancano. Ogni tipo di genere di lusso, dalle auto di prima classe ai vestiti
alla moda, prima quasi sconosciuti in Islanda, vengono oggi importati. C’è una forte migrazione
interna dalla campagna a Reykjavik, la manodopera nelle fattorie scarseggia e c’è una tendenza
54
generale ad una vita più comoda ed ad un apprezzamento dei lussi.»
Sotto la guida di Howard Smith comunque l’ambasciata inglese a Reykjavik creò da
subito un clima il più possibile di collaborazione, coinvolgendo gli islandesi stessi nella
risoluzione dei problemi: venne creata una rete di “commissioni congiunte” fra i due
paesi per evitare che spiacevoli incidenti potessero degenerare in proteste formali. Si
istituì ad esempio un comitato per la liquidazione rapida dei danni causati dalla truppa,
un comitato per gli incidenti e la manutenzione stradale55, nonché un comitato per la
demolizione e ricostruzione in altra sede delle case vicino l’aeroporto di Reykjavik.
Queste commissioni, che avevano di solito un uguale numero di rappresentanti (se non a
maggioranza islandese) ed un budget adeguato56, furono l’ulteriore prova che anziché
reagire sdegnosamente e chiudersi come feriti nell’orgoglio, gli islandesi collaborarono
con gli occupanti.
Mentre Smith tesseva la sua strategia diplomatica, anche i militari, in virtù di una
disciplina esemplare riuscirono a convivere con la popolazione. La promessa di non
54
Rapporto all’Ammiragliato britannico, documento num. 199/671, da Bittner, The Lion, cit. p. 12.
Fra tutti, questo fu probabilmente il comitato che si radunò più volte in quanto i trasporti militari misero
a dura prova le infrastrutture viarie del paese.
56
Le richieste di rimborso che superavano una certa soglia passavano ad un ufficio preposto a Londra, ma
ciò accadde raramente.
55
49
interferire sulla vita dei locali non poteva essere presa alla lettera, e la popolazione
dovette sopportare qualche inconveniente minore: le radio delle imbarcazioni vennero
sigillate57, vennero istituite aree off-limit, divieti di pesca nelle zone adiacenti attracchi
militari e poco altro.
La presenza di 28.000 soldati in un paese che all’epoca ne contava 120.000 non
poteva non causare qualche attrito, eppure di incidenti gravi quasi non se ne
registrano58. Insulti verbali o risse fra i giovani non destarono eccessive preoccupazioni:
approssimativamente all’epoca vi erano circa 30.000 ragazze, mentre con la presenza
dei soldati il numero di giovani maschi era raddoppiato; il generale Curtis prestò sempre
molta attenzione a questo aspetto, imponendo ai propri uomini un codice
comportamentale rigoroso59.
Accanto a questi episodi meno piacevoli però vi erano anche momenti di apertura ed
amicizia: il “Royal Regiment of Canada” eseguiva settimanalmente concerti radiofonici
che si concludevano tutti con l’esecuzione dell’inno nazionale islandese, oppure
vennero organizzati rinfreschi natalizi per i bimbi con tanto di Babbo Natale e regali, o
parate militari dei pittoreschi reggimenti scozzesi. La 146° brigata, di istanza ad
Akureiry, fece in dono alla locale cattedrale un prezioso candelabro in ottone, ancora
oggi orgogliosamente esposto.
Un aspetto che invece turbò gli animi fu la deportazione di alcuni islandesi in
Inghilterra perché coinvolti in “azioni sovversive”. Nel settembre del 1940 due giovani
a Reykjavik ed Akureyri vennero trovati in possesso di apparecchi radio con cui
comunicavano regolarmente con la Germania. I due giovani non contravvenivano ad
57
Se i sigilli fossero stati rotti, l’equipaggio ne avrebbe dovuto rispondere; le radio potevano essere usate
solo per questioni di emergenza o di servizio giustificato.
58
Nel rapporto annuale del 1940 Smith registra solo due casi, l’aggressione del segretario
dell’ammiraglio ad un ballo e l’arresto di un gruppo d’islandesi che rifornivano clandestinamente alcune
truppe di alcolici.
50
alcuna legge islandese e le autorità temporeggiarono; ma il rischio di una invasione
tedesca era ancora alto e Curtis non perse tempo in considerazioni giuridiche: i due
giovani vennero presi in custodia e spediti in Inghilterra.
Ovviamente sulla stampa le reazioni furono vivaci: il quotidiano conservatore
Morgunblaðid nell’editoriale del 4 Settembre 1940 scrisse: “gli inglesi hanno interferito
nella nostra vita e nelle nostre vicende in modo del tutto contrario alle assicurazioni
presentate al governo nel giorno del loro arrivo”. Anche il Timinn (il giornale dei
progressisti, al governo) all’inizio fu molto critico, ma dalle sue pagine fu lo stesso
ministro degli esteri Stefàn Stefànsson a sedare gli animi: il comportamento di quei
giovani che sognavano anche per l’Islanda la barbarie della dittatura era deplorevole e
vergognoso (6 Settembre). Il giornale socialdemocratico Alþydublaðid, nell’editoriale
del 5 settembre, fu invece molto attento a non farsi trascinare dall’indignazione.
L’analisi del giornale era semplice ma coerente: ogni atto mirante a facilitare una
invasione del paese era contrario agli interessi della nazione, di conseguenza ogni atto
contro gli inglesi era in pratica un atto contro l’Islanda stessa. Se il governo fosse
intervenuto tempestivamente, o avesse dato prova di rigidità e fermezza, non avrebbe
costretto i militari ad agire e nessun “caso diplomatico” sarebbe mai emerso.
Un discorso a parte va invece fatto per il quotidiano comunista Þjoðviljinn. A
differenza delle altre testate, fu sempre motivo di grande irritazione per gli inglesi in
quanto fermo sulle posizioni ultranazionaliste ed anticapitaliste già espresse nel periodo
prebellico. Dalle sue pagine si levavano costantemente attacchi ideologici ma anche
basse insinuazioni. Da un articolo del 17 Settembre:
«Anche se molti di loro sono persone accettabili, sappiamo bene che presso di essi vi è la
spazzatura della miserabile civiltà degli stati capitalistici, ovvero uomini che una educazione
59
Impose alla truppa di rispettare i “Dieci comandamenti del soldato in Islanda” in cui includeva, tra
l’altro, quello di trattare le donne islandesi come sorelle o come mogli.
51
perversa ed una società malata hanno reso come bestie. Questi sono gli uomini che seducono le
nostre donne, fin anche i nostri bambini, che infettano con malattie veneree».
Ma il Þjoðviljinn non si limitò solo a pubblicare articoli. In occasione di uno sciopero
di lavoratori per l’incremento dei salari distribuì volantini in cui si chiedeva ai militari
di non “rubare il lavoro ai lavoratori islandesi” (gennaio 1941). Smith, sempre
conciliante, non poteva questa volta tollerare una sorta di appello all’ammutinamento,
ed il generale Curtis era pronto ad agire; tuttavia i due decisero di mettere alla prova il
parlamento, lasciando ad esso l’iniziativa. Dal processo che seguì scaturirono delle
condanne, seppur lievi, anche per gli editori del giornale; uno dei quali però era Einar
Òlgeirson, già deputato comunista, il che complicava molto la faccenda: essendo
soggetto all’immunità per il periodo in carica, avrebbe scontato i tre mesi di custodia
solo a fine legislatura. Verrebbe da chiedersi se Smith, da astuto diplomatico, non
decise di “mettere alla prova” l’Alþing proprio perché consapevole dei problemi legali
che potevano scaturire.
Einar60, niente affatto intimorito e libero per tutta la durata della legislatura, decise di
ripetere la provocazione: il 7 aprile lanciò una campagna per uno sciopero nel cantiere
dell’aerostazione di Reykjavik, ancora una volta invitando i militari inglesi ad aderirvi.
Il generale Curtis, alle prese con le ristrettezze dei tempi, non tollerò un tale
comportamento: il 27 aprile 1941 il giornale venne chiuso e i suoi editori, tra cui anche
Einar, trasferiti in Inghilterra. Smith tentò di spiegare che quanto era stato fatto andava
incontro alle esigenze di sicurezza non solo dei britannici, ma di tutta la nazione, ma
ovviamente il caso politico era scoppiato: al di là del fatto che il Þjòðviljinn era un
60
Circa il 90% dei cognomi islandesi sono patronimici, derivando dal nome del padre (in rari casi da
quello della madre) più il suffisso –son per i maschi e –dottir per le femmine; per questo motivo gli
islandesi sono soliti usare il nome e non il cognome quale nominativo principale.
52
giornale che tirava appena 1500 copie, un membro del parlamento era stato deportato,
ed una protesta formale fu inevitabile.
Ancora una volta la stampa si divise: il giornale conservatore Morgunblaðid, che
forse mai avrebbe pensato di dover spendere un articolo in favore dei comunisti, scrisse
chiaramente che la libertà dell’Islanda non esisteva più. Anche il Visir parlava della
protesta del governo come del più serio incidente diplomatico fra i due paesi.
L’Alþydublaðid fu ancora una volta più equilibrato: se da un lato gli inglesi avevano
agito in modo odioso, dall’altro andava riconosciuta sia la responsabilità del governo,
passivo e poco attento come sempre, sia del Þjoðviljinn stesso che incitava
all’ammutinamento e interferiva su progetti militari.
Dopo circa tre mesi Einar fu lasciato libero di tornare in patria, ma il generale Curtis
non diede mai la licenza di riaprire il giornale; nel frattempo però qualcosa era
cambiato. Un nuovo quotidiano comunista era stato fondato, il Nyatt Dagblad, ma con
l’attacco nazista all’Unione Sovietica ora gli inglesi non erano più gli insopportabili
aggressori, anzi erano salutati come alleati: si biasimavano casomai per il ritardo
nell’aprire il “secondo fronte”, con buona pace degli slogan ideologi di qualche tempo
prima.
Un passo fondamentale nelle relazioni anglo-islandesi venne compiuto dallo stesso
Winston Churchill il 16 agosto 1941. Di ritorno dall’incontro con il presidente
americano Roosevelt in Canada, nel quale firmarono una dichiarazione d’intenti
ricordata come la “Carta Atlantica”, il premier inglese decise di fare tappa a Reykjavik.
Churchill venne ricevuto con tutti gli onori dalle autorità islandesi e dalla popolazione,
passò in rassegna le proprie truppe e tenne toccanti discorsi nel palazzo del parlamento
(Alþinghus). Egli ribadì la stima e la riconoscenza verso gli islandesi, rinnovò la
garanzia che i suoi soldati avrebbero causato i minori disagi possibili e, cosa più
53
importante, affermò che a guerra finita “noi e gli americani ci assicureremo che
l’Islanda riceva assoluta libertà”. Gli islandesi lessero queste parole come la promessa
che i soldati si sarebbero ritirati e che l’Inghilterra avrebbe appoggiato la dichiarazione
d’indipendenza del paese.
La visita di Churchill fu un vero successo diplomatico, una sorta di bomba spirituale:
la sua autorità ed il suo prestigio erano indiscutibili, e finalmente anche il mondo
politico si sentì “preso sul serio”, non più trattato da colonia semisconosciuta ma
interlocutore vero.
La stampa non mancò di sottolineare questo evento, con i toni accesi del più vivo
coinvolgimento. Il Timinn parlò di “un giorno memorabile per la storia d’Islanda (…), il
più influente personaggio dell’impero britannico ha ripetuto che Inghilterra e Stati
Uniti, quando la guerra sarà finalmente finita, garantiranno la piena indipendenza del
nostro paese”.
Anche il Morgunblaðid fu altrettanto entusiasta: “E’ vero che l’Islanda è un paese
occupato, ma dobbiamo ricordare il motivo dell’occupazione: la lotta per la libertà dei
piccoli stati”.
Gli Stati Uniti mandano i loro primi Marines
In Islanda gli inglesi stavano investendo uomini e mezzi in grande quantità, ma via
via che i mesi passavano l’esito del conflitto sembrava sempre più incerto; la “rotta di
Dunkerque”, la capitolazione della Francia, l’entrata in guerra dell’Italia, i successi
militari in nord Africa e nei Balcani ponevano Londra in una situazione inquietante.
Nel 1940 gli Usa erano ancora formalmente fuori dal conflitto, ma la loro politica
andava modificandosi; ancora nel biennio ’35-’37 era stato varato un “pacchetto
54
legislativo di neutralità” che proibiva d’intrattenere rapporti commerciali con qualsiasi
potenza belligerante. L’invasione della Polonia suscitò ampi dibattiti nelle aule del
parlamento e sui giornali, e lo stesso presidente Roosevelt intervenne energicamente per
l’abrogazione del “pacchetto di neutralità”, anzi giunse a strappare al congresso la
cosiddetta legge “Cash and Carry”, per mettere ampie risorse americane a disposizione
delle democrazie in guerra. Nell’estate del 1940 il popolo americano era chiamato a
eleggere un presidente che l’avrebbe guidato nei difficili anni a venire e il partito
democratico, abbandonando la tradizione contraria alla terza rielezione, confermò
Roosevelt quale proprio candidato ed ottenne la fiducia della popolazione.
Poco dopo l’occupazione tedesca della Danimarca, il presidente affermò che la
colonia groenlandese apparteneva all’emisfero occidentale e che quindi ricadeva sotto la
cosiddetta “dottrina Monroe”, in base alla quale gli Stati Uniti non avrebbero permesso
una ingerenza lesiva della propria sicurezza da parte degli europei in quella parte del
pianeta61. Nessun riferimento diretto veniva ancora fatto per quanto riguarda l’Islanda,
ma è chiaro che da un punto di vista strategico la regione andava considerata nella sua
interezza.
Il problema della partecipazione al conflitto da parte degli Stati Uniti è stato
ampiamente dibattuto, e sappiamo che da un punto di vista formale essi “entrarono in
guerra” solo a seguito dell’attacco giapponese di Pearl Harbour. Tuttavia la politica di
Roosevelt prima di quel tragico evento fu segnata da decisioni che quantomeno vanno
classificate come “antineutrali”62: la legge di “affitti e prestiti”63 diede alla Gran
Bretagna, ormai sola contro Hitler, la possibilità di ricevere rifornimenti continui;
61
Riportato da Björn Bjarnason Iceland’s Security Policy: Vulnerability and Responsability, in
Deterrence and Defense in the North, 1985.
62
Riprendo qui la definizione data da A. Nevins e H. Steele Commager in Storia degli Stati Uniti,
Einauidi, Torino 1960.
55
l’estensione di questa legge anche all’Unione Sovietica; sequestro di navi e
congelamento di fondi dell’Asse; fornitura di 50 cacciatorpediniere alla Royal Navy in
cambio dell’affitto di basi navali a Terranova e Guyana Britannica.
Anche il Nord Atlantico fu teatro di questa “antineutralità” prebellica.
Il governo inglese abbiamo visto che aveva delle difficoltà a mantenere a lungo le
sue posizioni, e l’espediente canadese si era dimostrato tutt’altro che risolutivo. Winston
Churchill avrebbe voluto coinvolgere gli americani nella difesa dell’Islanda, e la
questione sembrava di primaria importanza:
«L’unica cosa che importa è che gli americani giungano in Islanda, quanto prima ed in modo
più massiccio possibile. Se noi dobbiamo rimanere o andar via, in tutto od in parte, è una
questione secondaria; io penso comunque che sia preferibile che, per un certo tempo, entrambi
64
rimaniamo in Islanda» .
Fu lo stesso presidente americano, in una cena di lavoro il giorno 28 maggio 1941, a
comunicare a Lord Halifax, ambasciatore di sua maestà re Giorgio VI a Washington, la
possibilità di studiare un piano di intervento americano in Islanda. Gli Stati Uniti
tenevano pronta la prima brigata dei marines all’invasione delle Azzorre, qualora la
Germania avesse occupato il Portogallo. Proprio questa forza avrebbe potuto essere
reindirizzata nel giro di pochi giorni. La decisione del presidente Roosevelt maturava in
un momento opportuno: i vertici militari dei due paesi, incontratisi ad inizio anno,
avevano già tracciato le linee guida dell’operazione65; il 25 marzo Berlino aveva
dichiarato zona di guerra anche le acque islandesi nel tentativo di irrigidire il blocco
63
Questa legge stabiliva che gli USA potessero prestare o affittare qualunque materiale, militare o di altro
genere, a qualsiasi nazione la cui difesa avesse importanza vitale per il paese.
64
Nota di W. Churchill per il generale Ismay, 4 luglio 1941. Per gentile interessamento dell’Istituto
Winston Churchill, Washington (via internet, www.Winstonchurchill.org)
65
B. Groendal, cit. p. 30. In un incontro segreto tenutosi a Washington, i generali britannici ed americani
studiarono un primitivo assetto di guerra se e quando gli Usa fossero entrati nel conflitto. Tale piano di
massima, noto come ABC-1, prevedeva il passaggio dell’Islanda agli americani.
56
navale alla Gran Bretagna; l’occupazione inglese procedeva bene, senza problemi con i
locali, ed ormai le infrastrutture create potevano permettere un ingresso rapido e sicuro
nel paese; colloqui informali con la diplomazia islandese condotti nel dicembre del
1940 sembravano incoraggianti66; solo tre settimane più tardi Hitler si sarebbe rivolto ad
Est contro l’Unione Sovietica67
Nei contatti che seguirono, gli Stati Uniti fecero apertamente capire che non avevano
intenzione di “invadere”, come avevano fatto gli inglesi, ma pretendevano un invito
formale del governo islandese. Londra avrebbe voluto che Roosevelt imitasse la politica
del “prima invadiamo e poi trattiamo”, ma il presidente fu irremovibile: non vi era solo
un problema di opinione pubblica, ma anche il desiderio di non fornire all’Asse alcun
argomento per la propria propaganda.
Il 24 giugno 1941 al console Smith venne richiesto di esercitare tutta la sua abilità
diplomatica per ottenere dagli islandesi questo invito, ma la strada sembrava in salita:
paradossalmente i rapporti con i soldati britannici erano tanto buoni che l’Islanda
riteneva un rischio cambiare occupante; inoltre, dopo che gli inglesi avevano così
spesso ripetuto l’importanza strategica del paese, sembrava improbabile che se ne
andassero se l’accordo con gli Usa non si fosse concluso.
Le trattative si svolsero segretamente tra il console ed il primo ministro Jònasson ed i
suoi consiglieri; Londra considerava vitale il buon esito dell’operazione e Smith riuscì
ancora una volta a trovare il bandolo della matassa: gli islandesi redassero un memoriale
in quindici punti da far sottoscrivere agli Usa. Esso prevedeva il ritiro immediato dopo
la guerra, nessuna interferenza negli affari interni, riconoscimento della sovranità
66
D. Nuechtelein, Iceland reluctant ally, Connecticut 1960, p. 26.
Il fatto che i servizi segreti britannici sapessero dell’attacco all’Unione Sovietica è ipotesi accettata da
molti storici (Werth, Storia dell’Unione Sovietica; Gaeta Villani Petraccone, Storia Contemporanea).
Questa informazione poteva essere di ulteriore conforto al presidente americano sull’opportunità del
momento.
67
57
islandese, negoziati commerciali favorevoli ed altro ancora68. Ai britannici invece
imponevano il rinnovo degli accordi commerciali, il ritorno di tutti i deportati e, ancora
una volta, il riconoscimento della sovranità islandese.
L’esplicita disponibilità ad avallare il perfezionamento dell’indipendenza islandese
fu, come l’insistenza lascia intuire, un passaggio fondamentale: molti esponenti di
spicco del parlamento avevano investito gran parte del loro prestigio politico
nell’accelerare il dissolvimento dell’Unione69; gli inesperti parlamentari islandesi
cominciavano ad accostare alla “strategia della pagnotta” anche le arti della politica.
Per il primo luglio 1941 l’accordo era stato trovato fra i rappresentanti dei due paesi,
ma, a norma di legge, doveva necessariamente essere ratificato dal parlamento. In realtà
i primi marines sbarcarono a Reykjavik il 7 luglio, mentre l’Alþing tenne una sessione
speciale per discutere la questione solo tra il 10 e l’11 dello stesso mese.
Gisli Sveinsson, portavoce dell’ala destra dei conservatori si diceva molto scettico
dell’analisi secondo cui la situazione internazionale era tanto grave da costringere
l’Islanda a rivolgersi alle grandi potenze. Anche il progressista Palmi Hannesson aveva
molte riserve ad abbandonare la politica di neutralità. I parlamentari comunisti invece
sollevarono un altro tipo di obbiezioni: se veramente l’Islanda era così in pericolo da
dover chiedere l’aiuto internazionale, anche l’Unione Sovietica, insieme a Regno Unito
e Stati Uniti doveva far parte di questa “forza multinazionale ante litteram”.
I fautori del piano del 1 luglio basarono le loro risposte su questi argomenti: la
sicurezza del paese sarebbe stata assicurata dalla maggiore potenza navale del pianeta;
era garantito al settore commerciale ampio sviluppo; sia Usa che Inghilterra si erano
68
Per il testo completo cfr. United States foreign policy, 1931-1941, US Department of State, Washington
1943, p. 151.
69
E. Loftsson, The Disguished Threat, in Scandinavian Journal of History, Vol. 10, num. 3, 1985.
58
dette favorevoli ad appoggiare la causa dell’indipendenza nazionale; la neutralità
islandese non veniva infranta in quanto gli Usa non erano uno stato in guerra70.
Le votazioni si chiusero con 39 voti favorevoli, 6 astenuti e 3 contrari. Il voto
negativo venne espresso dai comunisti, la cui petizione per l’Urss era stata ampiamente
battuta.
La stampa accettò la linea espressa dalla maggioranza del parlamento71, concordando
sul fatto che nonostante nessuno fosse entusiasta della situazione, quantomeno i
negoziati venivano incontro alle condizioni intrattabili poste dal paese. Lo stesso
premier Jònasson, dal giornale di partito, difese strenuamente la linea di governo, che,
in ogni momento della trattativa aveva agito a protezione degli interessi nazionali.
Il governo islandese acconsentì quindi a passare agli Stati Uniti il ruolo di difensori
dell’isola, in virtù di un vero e proprio negoziato e non di un atto unilaterale.
Tecnicamente però questo accordo fu un’opera di equilibrismo politico: l’Islanda
sarebbe stata sotto occupazione di due stati, l’uno neutrale, l’altro in guerra contro un
quarto stato con cui tanto gli Usa quanto l’Islanda erano formalmente in pace.
Comunque ciò non significò l’entrata in guerra degli Usa in quanto il loro ruolo era,
seppur ambiguamente, difensivo. L’esercito degli Stati Uniti avrebbe preso possesso
delle basi, mantenendole operative, mentre la marina e l’aviazione britannica, in
collaborazione con i commilitoni statunitensi avrebbero continuato a stazionarvi per le
operazioni militari.
Le trattative fra le parti si svolsero in maniera soddisfacente per tutti: gli inglesi
erano riusciti a svincolare le loro truppe di terra senza perdere incisività nella regione
ma, cosa più importante, avevano avvicinato gli Stati Uniti ad un conflitto dal quale
70
71
Per i dibattiti parlamentari, cfr. Alþingistiðindi, 1941.
Il Þjoðviljinn era stato già chiuso.
59
erano ancora fuori. Non a caso Winston Churchill ebbe a commentare l’evento come
“…una delle cose più importanti capitate fin dallo scoppio del conflitto”72.
Gli islandesi, che non potevano opporsi alla militarizzazione dell’isola, avevano
comunque costretto gli americani ad accettare una lunga serie di condizioni, prime fra
tutte il riconoscere e garantire la loro sovranità ed a impegnarsi a spingere altri stati a
fare altrettanto73; Ancora una volta il loro carattere pragmatico gli aveva permesso di
trarre il massimo profitto dalla situazione, avendo a disposizione per le loro esportazioni
sia i mercati inglesi (sempre più stressati) sia quelli nordamericani.
Gli statunitensi dal canto loro, ben sette mesi prima dell’attacco di Pearl Harbour,
entravano in Islanda su esplicito invito del governo (evitando qualunque problema
d’immagine) e si ritagliavano una zona di sicurezza fondamentale, avendo già assunto le
difese della Groenlandia il mese precedente.
I tedeschi invece erano furiosi ma impotenti: in un telegramma al governo
giapponese, il ministro degli esteri Ribbentrop commentò l’interferenza americana in
una zona considerata teatro di operazioni militari (a causa del blocco navale
all’Inghilterra) come un atto di guerra74, ma Hitler non si spinse oltre la constatazione
dell’ennesima “provocazione americana”; Churchill non attendeva altro che qualche
incidente tra la marina americana e la flotta tedesca non agevolasse il processo di entrata
in guerra degli Usa, di cui era riuscito a chiudere un altro importante tassello.
Mentre le potenze alleate incassavano questo successo, anche sul fronte interno ci fu
un cambiamento costituzionale che poteva in qualche modo facilitare il dialogo. Il
72
Björn Bjarnason, Iceland’s Security Policy: Vulnerability and Responsability, in Deterrence and
Defense in the North, Norwegian University Press, Oslo 1985, p.134.
73
Cfr. E. Lofsson, The Disguished Threat, cit.. A seguito dell’occupazione danese del ’40 l’Alþing varò
una dichiarazione in cui affermava che il monarca danese non era nelle condizioni oggettive di esercitare
le funzioni stabilite dall’Atto d’Unione, e che quindi queste venivano assunte da un reggente eletto dal
parlamento. Per questo incarico venne eletto Sveinn Bjornrsson, già ambasciatore a Copenaghen, che
diverrà il primo presidente della repubblica islandese.
74
W. Shirer, The rise and fall of the Third Reich, Londra 1960, p. 881.
60
leader progressista Hermann Jònasson stava coprendo la carica di primo ministro già dal
1934, ma i suoi tradizionali oppositori, i conservatori del “Partito dell’Indipendenza”
decisero di tentare una manovra politica insieme ai socialdemocratici (già al governo
con i progressisti) per aumentare il numero di seggi in parlamento e modificare i collegi
elettorali, incrementando il peso relativo delle città. Il partito progressista aveva infatti
la sua base elettorale nelle campagne, che in virtù di un complicato computo, erano
rappresentate in modo più che tradizionale nell’Alþing75. Seguirono due tornate
elettorali76 ed alla fine i conservatori riuscirono ad ottenere la leadership politica
scalzando i progressisti che divennero il secondo partito (con una perdita di seggi del
25% dal luglio all’ottobre del ’42, quando le nuove leggi elettorali entrarono in vigore).
Anche il Partito di Unità Socialista (SUP77 – comunisti) però giovò grandemente della
manovra passando dai 3 seggi del ‘37, ai 6 del luglio ’42, ad un sorprendente risultato
nell’ottobre: 10 seggi e 18.5% dei voti. Anche se la base elettorale del SUP era
costituita da socialisti e sindacalisti, i vecchi vertici del partito erano di fede
schiettamente comunista78, e ciò contribuì a rendere il dibattito politico più acceso che
nel resto della Scandinavia, dove invece erano più forti i socialdemocratici. I comunisti
furono anche abili a sfruttare una insanabile divergenza fra i leaders degli altri partiti:
Òlafur Thors, leader carismatico del partito conservatore, non fu in grado di trovare
accordi con Hermann Jònsson, leader del PP. I due partiti, detenendo rispettivamente il
38% ed il 27% delle preferenze, dal 1942 non furono in grado di formare coalizioni di
governo, e il SUP si trovò spesso a giocare il ruolo di ago della bilancia79.
75
Per uno studio del sistema politico islandese cfr. anche D. Nuechterlein, Iceland Reluctant Ally, cit.
La legge islandese prevede che modifiche alla costituzione passino al vaglio di una prima votazione, il
parlamento viene sciolto e la modifica deve passare anche di fronte al nuovo parlamento; in caso di parere
positivo si passa ad una nuova tornata elettorale a regole modificate.
77
Mi si consenta di usare la sigla inglese (SUP, da Socialist Unity Party) in luogo di quella, cacofonica,
italiana.
78
T. Whitehead, The Ally, cit. p.15
79
Per il quadro delle elezioni vedi Allegato A (risultati elettorali ’34 -’42).
76
61
Al di la delle divergenze comunque, la politica dei concitati anni di guerra per gli
islandesi non rappresentò una grande difficoltà rispetto a quanto ebbe a seguire;
innanzitutto perché l’unione sovietica era alleata di inglesi ed americani, e questo non
imponeva “barriere ideologiche” insormontabili e disinnescava la polemica con il SUP,
ormai il terza forza politica del paese; inoltre essendo la presenza militare straniera
indiscutibile almeno per tutta la durata del conflitto, la politica islandese si limitava a
massimizzare i benefici economici della situazione.
L’avvicendamento delle truppe
Tra l’esercito degli Stati Uniti e gli inglesi vi furono diverse incomprensioni su come
portare avanti l’avvicendamento delle truppe (i cosiddetti piani “Indigo”80 prima ed
“Operation Galloper” poi), ed il processo fu graduale. I primi Marines americani
sbarcarono a Reykjavik il 7 luglio del 1941; il giorno seguente il generale Curtis
pronunciò un solenne discorso di benvenuto:
«For strategic reasons England wishes to concentrate her forces. Iceland is therefore inviting
the USA to protect the island during the war (…) Today we are deeply honoured by the arrival
of a token reinforcement of the famous US marines to cooperate mutually with us in
safeguarding Icelandic democracy (…) This is a historic moment on the road to victory in the
antinazi campaign when once again the troops of the United States of America and Britain stand
shoulder to shoulder in common cause»81.
80
Il piano “Indigo” originario prevedeva l’arrivo in Islanda di 28.000 uomini in breve termine, ma venne
presto scartato. Seguì il piano “Indigo – 1” che fornì uno squadrone di P-40 per il controllo aereo e truppe
di supporto. Il piano “Indigo – 2”, proposto per l’autunno coinvolgeva 10.000 uomini, ma anch’esso fu
scartato per il piano “Indigo – 3”, da attuarsi a Settembre, che dimezzava le truppe ivi destinate.
81
Discorso trascritto dai registri conservati presso l’Imperial War Museum, Londra.
62
Essi vennero prima rilevati da truppe dell’esercito americano al comando del
generale Bonesteel e poi cominciò l’avvicendamento vero e proprio; per i due anni
successivi man mano che nuove truppe americane arrivavano, soldati britannici
partivano e solo nell’estate del 1943 l’ultimo personale inglese sull’isola venne
rimpatriato.
Sul campo invece, la cooperazione fra Curtis e Bonesteel fu eccellente: gli americani
non erano tecnicamente sotto comando inglese, ma tutte le operazioni vennero svolte in
pieno accordo.
Il 22 aprile del 1942 il generale Curtis, prima di partire anch’egli, affidò il comando
delle proprie truppe rimanenti a Bonesteel che, per ordine del presidente Roosevelt,
insignì il generale inglese della “Distinguished Service Medal” per meriti eccezionali
resi al governo degli Stati Uniti.
La perdite militari sul suolo islandese
Nonostante i profondi dibattiti strategici che impegnavano i quartier generali dei
belligeranti, “Iceland was perhaps one of the safest countries in the world during the
WWII82”, il che indubbiamente favorì il clima di generale collaborazione cui si faceva
ora riferimento. Tra il 1940 ed il 1946 l’esercito inglese conta solo una perdita dovuta
ad un singolo raid di un aereo tedesco in ricognizione nel febbraio del 1941. Non per
questo la vita doveva essere piacevole per la truppa, anche perché le interazioni fra
militari e civili dovevano essere tenute al minimo per non turbare gli islandesi. Problemi
seri si ebbero a causa della difficoltà di adattamento alle condizioni ambientali83: tre
82
Magg. Harpur, Jacobson, Cannon, Wood, Evans, Princes Louise’s Kensington Regiment, Viney Ltd,
1951.
83
Bitter, The British Occupation of Iceland 1940-47, 1974.
63
soldati si uccisero tra il 1940 ed il 42, ed altrettanti vennero rimandati a casa in precario
stato mentale. Addirittura un Cameron Highlander, durante una crisi di nervi, tentò di
nuotare fino a casa (ripescato dai commilitoni, si salvò). Decine di morti furono poi
causate dall’alcool, da incidenti stradali e da condizioni atmosferiche. Anche incidenti
da arma da fuoco per imperizia danneggiarono il contingente. Il 29 giugno del 1940 due
soldati del Royal Regiment rimasero feriti mentre pulivano il loro fucile. Ciò causò un
commento seccato del Generale di Brigata Page:
«Due uomini, uno della compagnia A ed uno della compagnia C sono in ospedale per ferita
d’arma da fuoco, subita mentre pulivano il loro fucile. In entrambi i casi si tratta di reclute che
in condizioni normali non avrebbero avuto munizioni. Questo è il risultato di una condizione
84
anomala, come da ordini superiori, che prevede la distribuzione di munizioni a tutta la truppa»
La seconda parte del conflitto
L’intervento americano diede la possibilità di spiegare tutto il potenziale strategico
dell’Islanda nella battaglia del Nord Atlantico. Anche se in un primo momento gli Usa
erano formalmente neutrali, gli incidenti fra marina statunitense e tedesca si
intensificarono a tal punto di poter parlare di “guerra non dichiarata”: il 21 maggio 1941
la nave americana Robin Moore venne affondata da un sottomarino tedesco. Il 4
settembre 1941 un U-Boot attaccò due cacciatorpediniere americane al largo
dell’Islanda, prima di essere individuato e contrattaccato dalla USS Greer. Ancora il 17
ed il 31 ottobre i tedeschi affondarono la USS Kearney e la USS Reuben James. A
seguito di questi incidenti, il presidente Roosevelt diede l’ordine di sparare a vista sui
sottomarini tedeschi. Tutto come Churchill aveva previsto.
84
Canada, War Diaries, HD, Z Force, vol 1, 29 giugno 1941.
64
L’Atlantico settentrionale divenne uno dei teatri maggiormente importanti a partire
dal 22 giugno 1941, giorno in cui scattò l’Operazione Barbarossa con le quali le truppe
di Hitler rompevano l’accordo Molotov-Ribbentropp ed attaccavano l’Unione Sovietica.
La Germania questa volta non fu in grado di ripetere i fulminei successi già ottenuti in
Europa, e cominciò una guerra di logoramento. L’Inghilterra non era più sola a
combattere contro Hitler, ed un avvicinamento tra Stalin e Churchill fu più che
naturale85. Sebbene il dittatore sovietico chiese con insistenza più e più volte ai neo
alleati angloamericani di aprire un fronte in Europa Occidentale per alleggerire la
pressione tedesca lungo i propri territori, per molto tempo questi non poterono fare altro
che assistere in rifornimenti l’Unione Sovietica.
Avendo l’Islanda come centro di raccolta, gli alleati operarono secondo il sistema dei
convogli protetti, coinvolgendo cioè le risorse aeree e navali in grande quantità; in
questo modo riuscirono a mantenere aperto il flusso di rinforzi tra gli Usa e la Gran
Bretagna, e tra questi e l’alleata URSS. I convogli vennero identificati dalla sigla PQ
più un numero progressivo nel tragitto tra Islanda ed il porto sovietico di Archangel
(penisola di Kola), e QP nel tragitto di ritorno. Le 17 navi dei primi due convogli,
denominati “Dervish” e PQ1 salparono da Hvalfjordur il 21 agosto e 29 settembre 1941,
ed arrivarono nel porto di Archangel senza incidenti il 31 agosto e 11 ottobre seguenti86.
I convogli artici
Nonostante questo primo successo le rotte atlantiche erano tutt’altro che sicure: nel
periodo 1941-42 i sottomarini tedeschi affondavano nell’Atlantico più navi di quante gli
85
86
Il Soviet British Mutual Assistance Pact venne siglato già il 12 luglio 1941.
Llewelyn Evans, Great WWII battles in the Artic, Greenwood Press, Londra, 1999, p.52.
65
inglesi erano in grado di costruire87. Gli U-Boot tedeschi sembravano essere dei branchi
di lupi a caccia di facili prede, e dalle loro basi in Norvegia potevano agire con relativa
semplicità.
Gli U-Boot non erano comunque l’unica forza navale su cui i tedeschi potevano
contare: agli inizi del 1942, per massimizzare i benefici delle postazioni ottenute, i
tedeschi cominciarono ad allestire una importante flotta per i porti norvegesi.
Particolarmente temute dall’Ammiragliato Britannico erano una mezza dozzina di unità
pesanti fra cui la “corazzata tascabile” Lutzow, la formidabile Scharnhorst che montava
cannoni da 11,1” e circa 2.000 uomini di equipaggio, e la nave gemella della Birmark,
ovvero la Tirpiz, una fortezza da 35.000 tonnellate armata con cannoni da 16”.
Il 1942 fu decisamente l’anno peggiore per gli alleati88: in quell’anno vennero
affondati gli incrociatori Edinburgh e Trinidad, più cinque cacciatorpediniere, quattro
dragamine, un sottomarino ed un vascello armato. Anche le perdite mercantili furono
ingentissime, con circa ottanta battelli affondati appartenenti ad una dozzina di convogli
diversi. Particolarmente tragico fu l’episodio del PQ 17. Salpato da Reykjavik il 27
giugno del 1942, il convoglio venne ben presto avvistato dagli U-boot tedeschi che
cominciarono un micidiale attacco. Nella speranza di limitare le perdite l’Ammiragliato
britannico diede ordine di disperdere il convoglio, e si consumò un massacro. Ben 22
navi alleate, su un totale di 35, tra il 5 ed il 10 luglio vennero affondate. Questa fu
indubbiamente la più grande vittoria riportata dalla Germania, che costò agli alleati 430
carri armati, 210 aerei, 3.350 fra jeeps ed altri mezzi ed altre 100.000 tonnellate in
materiali di vario genere.
87
Cfr. Maldwyn Jones, Storia degli Stati Uniti, Bompiani, Milano 1999, p.462.
Per uno studio completo sulle perdite da entrambe le parti vedi anche Ruegg – Hague, Convoy to
Russia 1941-45, World Ship Society, UK, 1992.
88
66
Anche gli islandesi vennero loro malgrado coinvolti dalla precarietà delle acque che
abitualmente solcavano: negli anni di guerra 32 pescherecci vennero attaccati, di cui 18
affondati, e 138 marinai uccisi. I battelli islandesi inoltre trassero in salvo 1.655
naufraghi di diverse nazionalità89.
Gli alleati cercarono di costringere sempre più la marina tedesca ad operare nelle
acque costiere di Francia, Norvegia e Germania stessa, mentre la RAF bombardava
sempre più massicciamente le basi navali si Saint-Nazaire, Brest, Brema ed altri porti.
Il convoglio PQ17 avvistato dalla Luftwaffe il primo luglio 1947
I tedeschi nel Nord Atlantico mancavano di postazioni sicure lungo tutto l’arco che
va dal continente americano fino alla Gran Bretagna, quindi non potevano avvalersi
della forza aerea per le operazioni di pattugliamento. La strategia di blocco navale aveva
dato i suoi frutti tentando di spezzare le linee di passaggio degli alleati, ma potendosi
affidare solo sui loro U-Boot i tedeschi erano in una posizione che alla lunga mostrò i
suoi limiti: i loro nemici potevano infatti avvalersi di un sistema integrato (aviazione,
89
Cfr in allegato B il “tributo di sangue” islandese.
67
marina, sorveglianza radar e sorveglianza sonar90, nonché difesa di queste postazioni
grazie alle truppe di terra) all’interno di una fitta rete di basi in tutta la regione.
A poco a poco gli alleati riuscirono ad avere il sopravvento in questa disperata lotta
tra navi di superficie e navi sottomarine: il successo del 1942 non venne ripetuto ed anzi
cominciò una inesorabile inversione di tendenza, non solo in questo ma anche in altri
scenari, che avrebbe aperto la strada ad una massiccia offensiva sul continente europeo.
U-Boot affondati nel Nord Atlantico da attacchi aerei, 1939-1945
D. Brown, C. Shores, K. Macksey, The history of the air warfare, Inghilterra, 1976
90
La tecnologia sonar venne impiegata anche per i cosiddetti sistemi SOSUS, ovvero lunghi cavi
68
La partenza delle truppe di Sua Maestà Britannica
Come abbiamo visto, se l’esercito inglese si ritirò ufficialmente durante l’aprile del
’42, Royal Navy e Royal Air Force continuarono ad operare per tutto il corso del
conflitto. Anche se gli islandesi preferirono non intervenire direttamente nei piani di
guerra fra inglesi ed americani, la questione del ritiro a fine conflitto fu sempre la loro
grande preoccupazione: in più d’una occasione il governo islandese chiese
chiarificazioni alle due potenze sulla situazione delle forze armate e Londra fu sempre
disposta a rinnovare le promesse date al suo arrivo.
Il governo inglese non aveva intenzione di incorporare l’Islanda nell’impero
britannico, ed i piani per mantenere postazioni permanenti nel paese vennero discussi
ma subito scartati.
I piani per il ritiro della marina e dell’aviazione furono piuttosto complessi. Il campo
aereo di Reykjavik, principale, ed i secondari a Kaldadharnes, Sandgerdi, Melgerdi,
Oddi e Hofn, e la base navale di Hvalfjordur avevano accumulato un gran numero di
materiali e mezzi di tutti i generi, che andavano in qualche modo smaltiti.
Il console Smith frattanto era prematuramente scomparso91 (24 luglio del 1942), ma
ancora una volta l’ambasciata britannica, guidata ora da Edward Shepherd, lavorò in
sintonia con gli islandesi: parte del materiale mobile venne riportato in patria, altro
venne venduto a prezzi forfettari o regalato ai locali ed altro ancora venne distrutto o
gettato in mare; tra il 1944 ed il 1945 la marina chiuse tutti suoi centri di osservazione e
le postazioni radar. Il 6 Agosto 1945 il vessillo di guerra della Royal Navy venne
sottomarini dotati di idrofoni in collegamento con stazioni di intercettazione.
Il console perse la vita durante una battuta di pesca; una delle figure cruciali del periodo di guerra
veniva meno, ed anche gli islandesi vollero tributargli la loro stima: “Mister Smith ha sempre mostrato
nei confronti dell’Islanda la più profonda amicizia. Era persona stimata da tutti coloro che lo
conoscevano, e la sua morte sarà da tutti compianta”. Morgunbladið (quotidiano), 24 luglio 1942.
91
69
ammainato, e l’ammiraglio in capo Watson fece ritorno in patria. Gli ultimi marinai
salparono il mese successivo.
Anche per l’aviazione il discorso fu simile, ma il personale ultimo venne rimpatriato
solo nel marzo del 1947. In virtù di accordi con il governo infatti, gli inglesi si
impegnarono ad addestrare personale islandese per impiegare tutte quelle strutture
inesistenti prima della guerra.
Cerimonie ufficiali celebrarono il passaggio dell’aeroporto di Reykjavik il 20 luglio
del 1946, ed in un solenne discorso alla nazione il primo ministro Òlafur Thors ricordò
l’onorevole comportamento della Gran Bretagna che:
«…Ha mantenuto le promesse date ad una piccola nazione nel momento in cui le
fondamenta della terra erano scosse e il destino della civiltà si dibatteva nell’incertezza. La
promessa del governo britannico è stata mantenuta non appena le circostanze lo hanno permesso
(…) Il console Sir Edward Shepherd voglia ricevere il ringraziamento del popolo islandese per
la condotta dei britannici nei confronti della nostra nazione, dall’inizio del conflitto fino a
92
questo stesso giorno» .
92
Morgunbladið, 21 luglio 1941.
70
Allegato B-1: Il Contributo Islandese durante la guerra
Anno 1940
- 10 Gennaio: Il peschereccio Hafstein salva 62 uomini del battello tedesco “Bahia Blanca”, seriamente
danneggiato dai ghiacci fra la Groenlandia e l’Islanda durante la rotta Brasile Germania. Vennero tratti a
Reykjavik; la maggior parte di essi si trovava ancora in Islanda quando il 10 Maggio sbarcarono i soldati
britannici, che li arrestarono.
- 2 Marzo: Il peschereccio Skutull è attaccato da un aereo tedesco. Nessuna vittima, ma fu il primo contatto della
seconda guerra mondiale coinvolgente gli islandesi.
- 16 Giugno: Il peschereccio Skallagrimur salva 353 uomini d’equipaggio del mercantile armato britannico Andia,
affondato 85 miglia a largo della costa orientale.
- 12 Luglio: Il battello inglese Volanta viene affondato da un aereo tedesco. Colpito da due bombe, affonda
rapidamente, ma una piccola imbarcazione islandese riesce a recuperare i naufraghi, tranne il capitano.
- 3 Agosto: Lo Skutull riesce a recuperare 27 naufraghi della fregata svedese Atos, affondata da un U-Boot a largo
della Scozia
- 14 Agosto: Il peschereccio Helgafell recupera 8 marinai della nave svedese Nils Gorton, affondata da un U-Boot
tedesco al largo dell’Irlanda. Entra nel porto di Reykjavik 5 giorni dopo.
- 1 Settembre: Il peschereccio Egill Skallagrimsson e l’Hilmir salva 40 naufraghi del Ville de Hasselt, battente
bandiera belga. I due pescherecci continuano il tragitto verso Fleetwood, dove sbarcano i naufraghi.
- 15 Settembre: Il battello norvegese Hird viene seriamente danneggiato 180 miglia a largo della Scozia. Il
Thorolful, islandese, riesce a trarre in salvo i marinai prima che la nave affondi. Lo stesso giorno, ore 01:30 am,
nel mare d’Irlanda i battelli Arjnbior Hensir e Snorri Godi salvano circa 500 uomini della nave trasposti Arca,
bombardata da un aereo tedesco. Sul posto giunge un incrociatore inglese che ultima le fasi di recupero e riporta in
patria i propri uomini.
- 20 Settembre: Il Belgaum salva 44 marinai della baleniera New Sevilla; altri 200 marinai vengono salvati da altre
imbarcazioni. La baleniera era stata attaccata da un U-Boot al largo della costa nord-occidentale d’Irlanda.
- 21 Ottobre: il Thormodur salva 13 inglesi della fregata Pacific Ranger, affondata da un sottomarino tedesco 170
miglia ad ovest dell’Irlanda
- 30 ottobre: Il peschereccio Bragi viene inavvertitamente speronato dalla nave inglese “Duke of York” al largo
delle coste inglesi. 10 dei 13 componenti d’equipaggio perdono la vita.
- 10 Dicembre: Due battelli britannici vengono distrutti da mine al largo della costa orientale d’Islanda. I 30
uomini d’equipaggio vengono tutti tratti in salvo.
- 12 Dicembre: La nave islandese Sulan salva 37 marinai della nave belga Macdonnerie, colpiti da un siluro al
largo delle isole Ebridi.
- 14 Dicembre: Il battello Erna recupera 3 dei 20 uomini d’equipaggio della nave svedese Veronika, affondata da
un aereo.
71
- 22 Dicembre: L’Arjnbior Hersir è attaccato da un aereo tedesco. Il capitano da ordine di abbandonare la nave,
che viene presto affondata. L’equipaggio, trattosi in salvo con le scialuppe di salvataggio e senza aver subito
vittime, viene recuperato da una nave inglese e portato in Irlanda.
Anno 1941:
- 5 Marzo: Lo stesso giorno il peschereccio Baldur recupera la scialuppa di salvataggio della nave olandese
Simaloer e della nave inglese Homelea a nord della Scozia.
- 10 Marzo: Il peschereccio Reykjaborg affondato da un U-Boot tedesco.
- 11 Marzo: Il Frodhi è anch’esso attaccato da un sottomarino.
- 12 Marzo: Il Petursey affonda, colpito da siluri di U-Boot.
- 1 Aprile: L’Himlir salva 10 marinai della nave cisterna norvegese Betuin, affondata da un sottomarino tedesco al
largo delle coste inglesi.
- 3 Aprile: Un U-Boot tedesco affonda la fregata inglese Beaverdale, 300 miglia sud dell’Islanda. Il Gulltoppur
individua una delle scialuppe di salvataggio, con 39 dei 75 membri d’equipaggio, 4 giorni più tardi.
- 8 Aprile: Diverse imbarcazioni del porto di Hellissandur partecipano al recupero di 16 marinai norvegesi, la cui
nave, il Lincon Elswarth, era stata affondata 150 miglia ad ovest dell’Islanda.
- 5 Maggio: Il Sigurfari salva 17 uomini della Norvegese Paranger, colpiti ed affondati da un sottomarino tedesco
tre giorni prima. Solo il capitano muore nello scontro.
- 22 Maggio: Il peschereccio Bruarfoss salva 34 naufraghi inglesi, la cui nave era stata attaccata da un U-Boot
circa 600 miglia ad ovest dell’Islanda (nei pressi delle coste groenlandesi).
- 30 Maggio: L’Holmesteinn viene colpito ed affondato, i 4 uomini d’equipaggio dispersi. Fra i relitti vengono
recuperati reperti militari: presumibilmente la piccola imbarcazione si è trovata in mezzo al fuoco incrociato di
navi da guerra.
- 29 Giugno: Il battello islandese Hekla, durante la traversata verso Halifax (Canada), viene silurato. Solo 7 dei 21
marinai d’equipaggio vengono salvati dalla nave scorta inglese Candytuft, dopo dieci giorni d’attesa sulle
scialuppe. Uno dei superstiti morirà subito dopo.
- 17 Agosto: La nave danese Sessa viene attaccata da un sottomarino tedesco ed affondata. Solo 3 marinai, dei 27
presenti, scampano all’affondamento, ma dopo 19 giorni naufragio solo uno viene trovato vivo.
- 18 Agosto: Il peschereccio Faroese Solaris urta una mina ad ovest dell’Islanda. La nave affonda, cinque uomini
d’equipaggio muoiono, mentre 3 tratti in salvo dall’Hogfrungur dopo tre giorni, in cui si erano alimentati solo di
una piccola foca.
- 12 Settembre: Una motonave islandese recupera al largo delle isole Vestamann (Islanda meridionale), le
scialuppe della nave norvegese Einvik, affondata 8 giorni prima 450 miglia a sud ovest della costa. Un’altra
scialuppa approda sull’isola. Complessivamente i 23 marinai vengono tutti salvati.
- 16 Ottobre: Il battello Surprise viene guidato da un aereo inglese al recupero di 29 naufraghi. Dopo essere stati
alla deriva per due settimane, dei 30 iniziali solo 1 marinaio era morto.
- 2 Dicembre: Il peschereccio Svidi viene affondato da un attacco tedesco. Nessuna vittima.
72
Anno 1942:
- 13 Febbraio: la piccola imbarcazione Graedi viene inavvertitamente speronata da un incrociatore americano
vicino Reykjavik. Un marinaio morirà nell’incidente.
- 26 aprile: Il Surprise viene individuato da un aereo tedesco 160 miglia a largo delle isole Vestmann. Riesce a
tornare in porto con danni minori e senza vittime.
- 19 Agosto: La Skaftfellingur, in rotta verso l’Inghilterra con 7 uomini d’equipaggio, recupera 52 marinai di un
U-Boot affondato da un aereo tedesco. Poco dopo due incrociatori inglesi raggiungono la Skaftfellingur e
prendono i tedeschi.
- 24 Agosto: Un aereo tedesco modello Wulf FW 200 attacca il battello Vordur appena 20 miglia la largo della
costa meridionale. Un uomo d’equipaggio viene raggiunto ed ucciso dai colpi di mitragliatrice.
- 10 Settembre: Cinque piccole imbarcazioni vengono attaccate da un bombardiere tedesco appena qualche miglio
al largo della costa orientale. Nessun marinaio perde la vita.
- 29 Settembre: Un bombardiere tedesco attacca l’imbarcazione Egill al largo della costa orientale. L’equipaggio,
dotato dalle forze inglesi di un mitragliatore, risponde al fuoco; l’aereo rinuncia all’attacco.
- 8 Ottobre: ancora verso la costa orientale, due motonavi islandesi sono attaccate da aerei tedeschi, che mancano
il bersaglio e se ne vanno senza causare danni.
- 18 Ottobre: La nave Elgborg è attaccata al largo della costa nordorientale da un FW 200 tedesco. La nave riesce a
scampare all’attacco riportando solo danni minori.
- 23 Ottobre: Due giorni dopo aver lasciato l’Inghilterra, il battello Jon Olafur scompare per ragioni mai chiarite,
tutti i 13 uomini dispersi.
- 31 Ottobre: Il peschereccio Vigli affonda con i tre uomini d’equipaggio. Si ritiene per aver urtato una mina.
- 4 Novembre: Il peschereccio Vordur recupera 4 aviatori inglesi che avevano tentato un ammaraggio al largo
dell’isola di Mann.
- 5 Novembre: Il Bruarfoss salva 44 naufraghi della nave inglese Dhaley, affondata da un U-Boot.
Anno 1943:
- 17 Maggio: Il peschereccio Gardar viene speronato dalla fregata inglese Miguel de Larrigana, al largo della
scozia. Nell’incidente 3 marinai dei 13 d’equipaggio perdono la vita.
- 16 Giugno: Il battello Sudin viene attaccato da un FW 200 a nord dell’Islanda. Due marinai vengono uccisi e tre
feriti, ma la nave, seriamente danneggiata, riesce a tornare in porto.
- 26 Novembre: La nave Himlir affonda con tutti gli 11 membri dell’equipaggio a Faxafloi (costa ovest). Essendo
le condizioni atmosferiche buone, si ritiene che sia stato per cause militari.
Anno 1944
- 10 Gennaio: Il peschereccio islandese Max Pemperton sparisce con tutto il suo equipaggio (29 uomini); l’impatto
con una mina è la ragione più probabile.
73
- 10 Febbraio: La nave cisterna inglese El Grillo è attaccata da tre bombardieri tedeschi, a Seydisfjordur (Islanda
Orientale). Irrimediabilmente danneggiata, la nave viene distrutta dagli inglesi stessi. Il relitto è ancora nella baia
del paese.
- 14 Marzo: Il peschereccio Sindri recupera 4 aviatori americani ammarati per problemi tecnici.
- 6 Aprile: Otto aviatori americani, ammarati sotto costa occidentale, sono tratti in salvo da piccoli battelli
islandesi.
- 24 Ottobre: L’incrociatore canadese Skeena si infrange sugli scogli a Videi (l’isola antistante Reykjavik) a notte
fonda. A causa di un ordine sbagliato, alcuni marinai abbandonarono la nave: 15 di essi moriranno in mare. I
restanti 198 uomini invece verranno tratti in salvo solo alle 7:00 del mattino. Il Capitano Einar Sigurdsson, di un
team di soccorso, verrà poi insignito del titolo di “Member of the British Empire” per il valore dimostrato.
- 9 Novembre: La nave Godafoss viene affondata dall’U-300 tedesco. La godafoss poco prima aveva recuperato i
naufraghi di una nave cisterna inglese al largo della penisola di Reykjavik, per essere poi attaccata dal sottomarino
tedesco; 24 persone persero la vita.
Anno 1945:
- 21 Febbraio: La nave Dettifoss, parte di un piccolo convoglio diretto in Islanda, viene affondata alle 08:30 del
mattino al largo di Belfast. Quindici persone persero la vita.
Tabella Riassuntiva:
Navi Attaccate di cui Affondate Naufraghi Recuperati
Vittime Islandesi
Operazioni:
Anno 1940:
5
4
1.124
10
15
Anno 1941:
7
6
202
48
16
Anno 1942:
14
3
100
24
12
Anno 1943:
3
2
==
16
3
Anno 1944:
2
2
229
38
6
Anno 1945:
1
1
==
15
1
Totale:
32
18
1.655
138
53
74
Allegato B-2: Lista delle perdite di navi mercantili alleate del 1942
Data
Nave
bandiera
causa
convoglio
02/01
07/03
28/03
28/03
29/03
30/03
30/03
03/04
03/04
11/04
13/04
13/04
13/04
14/04
16/04
01/05
02/05
02/05
03/05
26/05
27/05
27/05
27/05
27/05
27/05
27/05
03/06
21/06
04/07
04/07
04/07
05/07
05/07
05/07
05/07
05/07
05/07
05/07
05/07
05/07
05/07
05/07
05/07
05/07
05/07
05/07
05/07
05/07
05/07
06/07
06/07
07/07
07/07
Wazirista
Ijora
Empire Ranger
Raceland
Bateau
Effingham
Induna
Empire Starlight
New Westminster
Empire Cowper
El Occidente
Harpalion
Kiev
Lancaster Castle
Empire Howard
Tsiolkovsky
Capecorso
Jutland
Botavon
Syros
Alamar
City of Joliet
Empire Lawrence
Empire Purcle
Lowther Castle
Mormaksul
Steel Worker
Alcoa Cadet
Christopher Newport
Navarino
William Hooper
Bolton Castle
Carlton
Daniel Morgan
Earlson
Empire Byron
Fairfield City
Honomu
Paulus Potter
Pat Kraft
Peter Kerr
River Afton
Washington
Zaafaran
Rodina
Exterminator
Massmar
Heffron
Hybert
Pan Atlantic
John Witherspoon
Hartlebury
Aldersdale
UK
URSS
UK
Panama
Panama
USA
UK
UK
UK
UK
Panama
UK
URSS
UK
UK
URSS
UK
UK
UK
USA
USA
USA
UK
UK
UK
USA
USA
USA
USA
UK
USA
UK
USA
USA
UK
UK
USA
USA
Olanda
USA
USA
UK
USA
UK
URSS
Panama
USA
USA
USA
USA
USA
UK
UK
U-134
Nave
Aereo
Aereo
Nave
U- 435
U- 376
Aereo
Aereo
Aereo
U- 435
Aereo
U- 435
Aereo
U- 403
Nave
Aereo
Aereo
Aereo
U- 703
Aereo
Aereo
Aereo
Aereo
Aereo
Aereo
Mina
Aereo
Aereo
Aereo
Aereo
Aereo
U- 88
U- 88
U- 334
U- 703
Aereo
U- 456
Aereo
Aereo
Aereo
U- 703
Aereo
Aereo
Mina
Mina
Mina
Mina
Mina
Aereo
U- 255
U- 355
U- 457
PQ 7A
P8
PQ 13
PQ 13
PQ 13
PQ 13
PQ 13
75
QP 10
QP 10
QP 10
QP 10
PQ 14
QP 11
PQ 15
PQ 15
PQ 15
PQ 16
PQ 16
PQ 16
PQ 16
PQ 16
PQ 16
PQ 16
PQ 17
PQ 17
PQ 17
PQ 17
PQ 17
PQ 17
PQ 17
PQ 17
PQ 17
PQ 17
PQ 17
PQ 17
PQ 17
PQ 17
PQ 17
PQ 17
QP 13
QP 13
QP 13
QP 13
QP 13
PQ 17
PQ 17
PQ 17
PQ 17
07/07
08/07
10/07
10/07
13/09
13/09
13/09
13/09
13/09
13/09
13/09
13/09
13/09
13/09
14/09
14/09
18/09
20/09
22/09
22/09
22/09
02/11
04/11
04/11
06/11
07/11
16/11
23/11
23/11
Alcoa Ranger
Olopaca
El Capitan
Hoosier
Empire beaumont
John Penn
Sukhona
Africander
Machbet
Empire Stevenson
Oregonian
Wacosta
Stalingrad
Oliver Ellsworth
Atheltemplar
Mary Luckenbach
Kentucky
Silver Sword
Bellingham
Ocean Voice
Gray Ranger
Empire Gilbert
Willim Clarke
Dekabrist
Empire Sky
Donbass
Chulmleigh
Goolistan
Kuznetz Lesov
USA
USA
Panama
USA
Uk
USA
URSS
Panama
Panama
UK
USA
USA
URSS
USA
UK
USA
USA
USA
USA
UK
UK
UK
USA
URSS
UK
URSS
UK
UK
URSS
76
U- 255
U- 255
U- 251
U- 376
Aereo
Aereo
Aereo
Aereo
Aereo
Aereo
Aereo
Aereo
U- 589
U- 405
U- 457
Aereo
Aereo
U- 255
U- 435
U- 435
U- 435
U- 586
U- 354
Aereo
U- 625
Nave
U- 625
U- 625
U- 601
PQ 17
PQ 17
PQ 17
PQ 17
PQ 18
PQ 18
PQ 18
PQ 18
PQ 18
PQ 18
PQ 18
PQ 18
PQ 18
PQ 18
PQ 18
PQ 18
PQ 18
QP 14
QP 14
QP 14
QP 14
QP 15
QP 15
Capitolo IV
Nasce la Repubblica d’Islanda
Secondo l’Atto d’Unione, firmato nel 1918, dopo un periodo di 25 anni sia la
Danimarca che l’Islanda avrebbero potuto chiederne l’abrogazione e la definitiva
separazione fra i due stati. A seguito dell’invasione tedesca della Danimarca, il
parlamento islandese aveva già risposto con la sospensione del trattato, in quanto il re
Cristiano X non era nelle possibilità di esercitare le funzioni stabilite; al suo posto
venne scelto un “reggente”, nella persona di Sveinn Bjornson. Il 17 maggio del 1941
l’Alþing aveva già stabilito che non avrebbe rinnovato il trattato in scadenza; tuttavia
affermare che l’Islanda approfittò di una condizione di debolezza della Danimarca per
una sorta di stoccata a tradimento è una tesi giustamente respinta dalla storiografia
islandese; il processo d’indipendenza, che non fu frutto di un incidente violento ma di
un lento percorso politico, era giunto a maturazione: già l’Atto d’Unione poneva
l’Islanda in una situazione di piena autonomia e nessuno dubitava che al suo scadere i
due stati si sarebbero separati; il termine di revisione dell’Atto cadeva proprio nell’anno
1944 ed era prevista dalle clausole la rescissione unilaterale; inoltre gli islandesi
avevano avuto l’accortezza di ottenere il nullaosta dagli alleati, richiesto sempre con
insistenza.
La Repubblica d’Islanda (Lýðveldið Ìsland) venne solennemente proclamata nella
mattina del 17 giugno 1944, nella piana di Thingvellir, il tradizionale ritrovo dei clan
islandesi nel periodo vichingo; a traghettare il paese verso questo fondamentale giro di
boa era stato il governo di Björn Thordarson, a capo di un gabinetto “nonpartisan” (un
cosiddetto “governo tecnico”), alla guida del paese tra 1942 ed il 1944. Il reggente
77
Björnson (1944-1952) ne divenne il primo presidente93. L’ambasciatore inglese ed
americano erano entrambi presenti alla cerimonia, ed anche il re Cristiano X volle
inviare un telegramma di auguri al nuovo stato94.
La prima apparizione internazionale del nuovo presidente avvenne il 26 agosto del
1944, quando Björnson venne ricevuto dal presidente Roosevelt. La questione della
presenza degli americani in Islanda era un punto ancora da chiarire e, durante una
conferenza stampa, il presidente islandese disse piuttosto schiettamente:
«Siamo una nazione di persone individualiste, e non abbiamo stabilito una repubblica per
essere meno indipendenti (…). Noi abbiamo intenzione di tenerci il nostro stato, tutto il nostro
95
stato, senza alcuna interferenza da parte degli stati esteri» .
Meno di un anno più tardi la giovane repubblica si confrontò con il primo impegno
importante. Durante la famosa Conferenza di Yalta (febbraio 1945) i leaders delle
potenze alleate discussero alcuni assetti di massima dell’immediato futuro. Un
passaggio fondamentale riguardava la costituzione dell’Organizzazione delle Nazioni
Unite: Stalin riteneva che solo gli stati in guerra contro l’Asse avessero maturato il
diritto di divenire membri fondatori dell’ONU, mentre gli anglo-americani erano
favorevoli a riconoscere il contributo indiretto di molti stati che non avevano dichiarato
formalmente guerra, e di concedere loro quantomeno lo status di “nazione associata”.
Alla fine Churchill, Roosevelt e Stalin trovarono l’accordo: tutti gli stati che avessero
93
Il 17 giugno, anniversario della nascita dell’eroe nazionale Jòn Sigurdsson, fu la data di entrata in
vigore della costituzione. Il parlamento aveva già stabilito la separazione dalla Danimarca in due
votazioni (febbraio e marzo ’44), ed in maggio si indisse il referendum popolare: il 95% degli islandesi si
pronunciarono a favore dell’indipendenza. Cfr. J.R. Hjàlmarsson, A short history of Iceland, Reykjavik
1989.
94
B. Grondal, Iceland from neutrality…, cit. p. 35
95
New York Times, 25 agosto 1944.
78
dichiarato guerra alla Germania (praticamente già sconfitta) entro il primo di marzo
sarebbero stati invitati all’assemblea costituente dell’ONU96.
La giovane repubblica islandese venne quindi esortata a prendere una decisione ed il
parlamento si chiuse in una sessione speciale: anche se era ovvio che la dichiarazione di
guerra sarebbe stato un atto puramente formale che non avrebbe modificato in alcun
modo la situazione, i tre partiti democratici decisero di rifiutare la proposta. L’Islanda
era un paese disarmato da sempre, e l’assenza di qualunque forma di violenza, sia
pubblica che privata, era una delle caratteristiche più tradizionali del paese. L'Islanda
aveva aiutato indiscutibilmente cooperato con gli alleati fino a porre in discussione una
neutralità sancita per legge, ma il passo che si richiedeva andava al di là dell’accettabile.
Solo i deputati comunisti votarono a favore della richiesta di Yalta, e la proposta fu
bocciata: l’Islanda non sarebbe divenuta uno dei membri fondatori dell’ONU.
La fine della guerra ed il primo governo Òlafur Thors (1944-46)97
Quando la Seconda Guerra Mondiale giunse finalmente al termine, molti islandesi
speravano che il paese potesse tornare alla situazione preesistente, e che gli stranieri
onorassero le loro promesse di lasciare il paese. La politica di stretta neutralità, che
durante la guerra era stata disattesa, a detta di molti sarebbe stata finalmente ristabilita e
tutti i segnali secondo cui le potenze vincitrici si sarebbero impegnate a creare un nuovo
ordine mondiale erano seguiti con acceso interesse.
Dopo l’esperienza del governo nonpartisan, in carica fino all’autunno del 1944, il
leader dei conservatori Òlafur Thors riuscì a costituire un nuovo gabinetto includendo i
96
M. Jones, Storia degli Stati Uniti, cit. p. 467.
In realtà Òlafur aveva già guidato un governo nel ’42; durato solo due mesi, e per di più di minoranza,
non fu una esperienza politica particolarmente rilevante.
97
79
socialdemocratici ed i comunisti; i soli progressisti, nemici di sempre, all’opposizione.
Òlafur, oltre che la carica di premier, assunse il ruolo di ministro degli esteri, mentre ai
comunisti assegnò il dicastero della pubblica istruzione e del lavoro; in questo modo il
“governo di innovazione” aveva a disposizione 37 seggi su 52.
Il partito comunista islandese diveniva una forza di governo vera e propria, in più
alleata con un partito che viene usualmente definito di centro-destra; questa bizzarra
coalizione trovava la sua ragion d’essere nel fatto che il Partito Indipendente non attuò
una politica liberale e di mercato in senso stretto, ma preferì orientarsi su una campagna
di investimenti pubblici finanziata dalle grandi ricchezze accumulate durante la guerra,
e per un forte intervento dello stato in economia; definita dagli economisti “one sided”
per il profondo squilibrio esistente fra il settore ittico e gli altri settori, venne sottoposta
a meccanismi di controllo ed una accentuata centralizzazione anche per limitare il
processo inflattivo causato dall’eccesso di moneta. il Partito Indipendente,
promuovendo una politica di destra sociale attuò una politica di “destra sociale” più che
di “destra liberale”, riuscì a trovare quell’intesa con i comunisti che in seguito non si
sarebbe più rinnovata.
Questo governo avrebbe dovuto affrontare la questione del rapporto con le forze
americane, ma il quadro non era così semplice come il neopresidente Bjornson aveva
presentato.
Nel 1944 il Joint Chiefs of Staff degli Stati Uniti riteneva altamente auspicabile il
mantenimento di almeno tre postazioni militari in Islanda: l’aeroporto di Keflavik
(costruito proprio dagli americani durante la guerra), una installazione per idrovolanti
nei pressi dell’aeroporto di Reykjavik e la base navale di Hvalfjordur98. Inoltre, con la
spartizione della Germania, gli Stati Uniti avevano nel territorio tedesco le cosiddette
98
T. Whitehead, the Ally, cit. p. 18.
80
“Control Agencies” per gestire l’occupazione e seguire il nuovo assetto del paese; la
possibilità di effettuare scali in Islanda era quindi una necessità non solo militare.
Il primo ottobre del 1945 gli americani ruppero gli indugi e inviarono al primo
ministro una nota confidenziale in cui chiedevano se l’Islanda fosse disposta a negoziare
l’affitto di installazioni militari, eventualmente da sottoporre alla giurisdizione delle
Nazioni Unite, se e quando l’Islanda avesse optato per parteciparvi. Alcuni “contatti
informali” tra Òlafur e l’ambasciata britannica spinsero il premier a verificare la
possibilità di una piattaforma di negoziato riguardante il breve periodo99, ma la richiesta
americana prevedeva una locazione di lungo termine (99 anni).
Nonostante la segretezza del contatto, dopo pochi giorni cominciarono a circolare
voci insistenti sulla stampa.
I giornali vicini ai partiti democratici di governo, il Morgunblaðid per i conservatori
e l’Alþydublaðid per i socialdemocratici, in un primo tempo tentarono di assecondare la
linea di riservatezza, mentre il Þjòðviljinn (quotidiano comunista) si buttò a capofitto
nella questione. In un articolo del 10 ottobre riportò delle “voci” secondo cui il governo
degli Stati Uniti aveva offerto una enorme somma di denaro per prendere in affitto le
basi già impiegate durante la guerra; anche se non vi era alcuna prova della fondatezza
di queste voci, l’Islanda, a detta del quotidiano, correva il pericolo di cadere vittima di
quegli “ignobili islandesi” che, accecati dalla sete di denaro, erano disposti a svendere il
loro stesso paese.
Anche il Timinn, dei progressisti all’opposizione fu molto duro con il governo: il loro
premier Hermann Jònasson aveva trattato in passato anche le questioni delicate alla luce
del sole, Òlafur invece rifiutava di esprimersi con chiarezza di fronte alla nazione.
99
T. Whitehead, The Ally, cit. p. 21.
81
Il dibattito era ormai innescato ed anche esponenti importanti dei conservatori
cominciarono a chiedere che il governo non facesse marcia indietro sulla questione del
ritiro. Il ministro delle finanze Gunnar Þorodsen, in una intervista al Morgunblaðid del
2 dicembre, affermava che la presenza di basi militari americane in Islanda in tempo di
pace avrebbe sicuramente compromesso l’indipendenza del paese.
Nel discorso di fine anno, il leader socialdemocratico Stefànsson invece sembrava
essere più conciliante: in linea con una spiccata vocazione internazionalista del suo
partito, affermava che la posizione geografica dell’Islanda non era più garanzia di
difesa, che l’importanza strategica del paese era sempre alta e che la comunità
internazionale richiedeva all’Islanda di far fronte al problema della propria sicurezza
come contributo alla pace mondiale100.
Alla luce di questa sorta di “giro d’opinioni” piuttosto informale ma significativo, il
primo ministro Òlafur Thors richiese agli Stati Uniti di attendere qualche tempo: la
questione era resa ancor più spinosa dall’approssimarsi delle elezioni politiche,
programmate per l’estate del 1946. Fornire ai comunisti o all’opposizione la possibilità
di presentarsi in campagna elettorale come i “campioni dell’indipendenza” poteva
essere un errore politico. Nel frattempo l’esercito degli Stati Uniti avrebbe continuato a
ritirare le truppe in eccesso101, per definire la questione in un secondo momento.
Con la dichiarazione d’indipendenza vi era effettivamente stata una ventata di
nazionalismo nel paese, ma ovviamente non tutti si limitavano a considerare la
posizione degli Usa come “abusiva”.
100
D. Nuecheterlein, Iceland Reluctant Ally, cit., p. 43.
Il contingente americano aveva raggiunto il picco massimo di 44.000 unità durante la guerra, mentre
nel 1946 rimanevano circa un migliaio di soldati. I tempi tecnici dell’evacuazione dovevano comunque
essere considerati visto che gli inglesi, che non tentarono di ottenere diritti permanenti, completarono il
ritiro nel marzo ’47.
101
82
Una delle voci più autorevoli che si mossero a favore di un accordo esplicito con gli
americani fu il parlamentare Jònas Jònsson (in passato membro dei progressisti, ora
indipendente). In un opuscolo del 1946, “Island og Borgundarholmur” (L’Islanda e
l’isola di Bormhöl), egli affermò che l’Islanda non poteva vivere in pace e tranquillità
senza la piena collaborazione con le potenze anglosassoni. Propose quindi un accordo
della durata di 25 anni: agli Usa sarebbero stati concessi diritti militari sull’aeroporto di
Keflavik, mentre l’Islanda avrebbe esportato i propri prodotti compensando a somma
zero i dazi doganali con l’affitto delle basi. Per preservare la cultura e la società
islandese poi, la base sarebbe stata isolata in modo da limitare al minimo i contatti fra
civili e militari.
Con l’approssimarsi delle elezioni la pressione dei partiti e dell’opinione pubblica
sulla questione andò aumentando e il tentativo di rimandare un dibattito vero fallì;
soprattutto i progressisti vedevano nell’incertezza del governo la possibilità di tornare a
guidare una coalizione. Molti eventi poi riproponevano il tema con insistenza: gli
inglesi aumentavano indirettamente le pressioni sugli americani con il ritiro delle loro
truppe (1945-47); i sovietici invece si stavano ritirando da Bornhölm, piccola isola nel
Mar Baltico appartenente alla Danimarca.
Nei dibattiti parlamentari di aprile il leader dell’opposizione richiese ufficialmente
che Òlafur Thors spiegasse come si erano svolti gli eventi di ottobre. Il primo ministro
rese quindi noto che dopo la richiesta statunitense, egli aveva comunicato a Washington
che l’Islanda era pronta a negoziare l’ingresso nell’ONU, ma che non intendeva
affrontare il problema delle basi militari sul proprio territorio102. Per quanto riguardava
le ultime truppe in Islanda, ormai solo un migliaio di uomini, la linea del premier era
chiara: i soldati americani rimasti erano necessari per gestire gli impianti radar e
102
Alþyngistiðindi, 26 aprile 1946.
83
l’aeroporto di Keflavik; il semplice smantellamento dell’aerostazione non era pensabile,
dal momento che si auspicava la sua riconversione all’aviazione civile, ma l’Islanda non
aveva a disposizione personale tecnico specializzato. Quindi la linea attendista aveva
una sua logica.
Grazie a questa abile difesa Òlafur era riuscito a togliere la questione della base
come uno dei maggiori scontri della campagna elettorale; la richiesta degli Usa era stata
di fatto bocciata, senza però prendere provvedimenti definitivi (alcuni ministri
comunisti ad esempio avrebbero voluto una dichiarazione netta di richiesta di ritiro
degli americani).
Il Keflavik Agreement ed il secondo mandato Thors (1946-47).
Le elezioni generali del 30 giugno 1946 vennero combattute soprattutto sui problemi
di politica interna, e non portarono grandi cambiamenti: i conservatori mantenevano i
20 seggi già conquistati alle elezioni precedenti, i comunisti erano fermi a 10 seggi
mentre i socialdemocratici guadagnavano due rappresentanti (da 7 a 9), tolti ai
progressisti che scendevano a 13 parlamentari. Òlafur era riuscito a passare indenne il
momento critico della richiesta americana senza atti irreparabili, aveva respinto gli
attacchi dell’opposizione e tolto ai comunisti la possibilità di far leva sui facili
nazionalismi.
L’esito elettorale mantenne il gabinetto di governo intatto senza rimpasti di rilievo, e
la prima prova parlamentare di importanza rilevante venne discussa la stessa estate,
ovvero l’adesione dell’Islanda alle Nazioni Unite. La questione era spinosa perché se da
un lato l’ONU poteva fornire garanzia di sicurezza accordata a tutti i membri, dall’altro
gli americani stessi, nella richiesta di ottobre, avevano avanzato l’ipotesi che Keflavik
84
fosse sottoposta alla giurisdizione delle Nazioni Unite: l’Islanda, in qualità di stato
membro, poteva essere invitata ad ospitare truppe straniere per mantenere la sicurezza
collettiva. L’opposizione chiese che la richiesta di partecipazione del paese fosse
accompagnata da una nota ufficiale che sancisse dichiaratamente che l’Islanda non
avrebbe ospitato truppe militari sul proprio territorio, ma questa strada sembrava poco
praticabile; il governo quindi riferì in parlamento che una nota diplomatica venne
spedita alle ambasciate di Reykjavik degli Stati Uniti, Gran Bretagna, Unione Sovietica,
Francia e stati scandinavi:
«L’Islanda è pronta ad assumere tutte le obbligazioni che la carta costitutiva impone ai
membri. Una delle clausole più importanti concernenti le responsabilità dei membri è contenuta
nell’articolo 43. Questo articolo riserva allo stato membro il diritto di negoziare con il consiglio
di sicurezza tali responsabilità, ed il Comitato di Affari Esteri interpreta questa clausola nel
senso che nessuna obbligazione può essere imposta alla repubblica islandese senza la sua
approvazione. Il popolo islandese è fermamente contrario alla presenza di basi militari nel
proprio paese e si opporrà a concedere simili diritti»
103
.
Questa formula venne ritenuta accettabile da gran parte dell’arco costituzionale, e la
richiesta di adesione all’ONU passò con ampio margine104.
La seconda questione importante, dibattuta anch’essa all’indomani delle elezioni, fu
poi la residua presenza di soldati americani a Keflavik. Il socialdemocratico Hannibal
Valdimarsson propose una chiara mozione in cui si chiedeva il ritiro immediato di tutte
le truppe; i compagni di partito non seguirono Hannibal, ma comunisti e progressisti si
dicevano favorevoli. La proposta venne bocciata per soli 26 voti contro 22, ma il
segnale politico era chiaro: i progressisti, memori delle sconfitte elettorali, erano tornati
su posizioni isolazioniste e nazionaliste; i comunisti avevano sempre cercato di
103
Alþingistiðindi, 1946, Sez. A, Allegato A-II
85
svincolare la nazione dall’abbraccio straniero; i socialdemocratici più di sinistra erano
fortemente attratti dalle posizioni espresse da questi due partiti.
Nell’agosto del 1946 una rappresentanza del Dipartimento di Stato americano venne
a Reykjavik nel massimo segreto per trattare la situazione con Òlafur, che manteneva la
doppia carica di premier e ministro degli esteri. Il ritiro delle truppe sembrava essere
inevitabile e l’accordo prese la forma di uno scambio di note ufficiali fra governo ed
ambasciata americana concernente l’abrogazione del trattato di difesa risalente all’estate
del 1941.
Il protocollo d’intesa, che viene ricordato come Accordo di Keflavik, sanciva il ritiro
di tutti i militari dall’isola entro sei mesi ed il passaggio delle strutture alla giurisdizione
islandese; agli americani però veniva concesso di sostituire i militari con personale
civile, avente il doppio compito di mantenere in attività lo scalo (per permettere agli
Usa di operare le loro “control agencies” in Europa) e cominciare la preparazione e
formazione di personale specializzato islandese. L’accordo sarebbe stato in vigore per
almeno cinque anni, allo scadere dei quali entrambi i contraenti avrebbero potuto
chiederne lo scioglimento.105
La bozza di trattato venne reso pubblico alla fine di settembre, e il passaggio
parlamentare fu calendarizzato per il 5 ottobre. Si aprì un dibattito molto acceso perché
se i conservatori appoggiavano il loro leaders, i comunisti erano fortemente contrari e
minacciavano di abbandonare il governo; invece socialdemocratici e progressisti erano
divisi.
Il primo ministro Òlafur anche in questa occasione fece pesare tutta la sua abilità
politica per serrare le fila del partito; nel discorso al parlamento spiegò la sua posizione
in questi termini:
104
I risultati della votazione videro 41 voti favorevoli, 6 contrari e 5 astenuti.
86
«…Gli Stati Uniti, per un breve periodo di tempo, avranno la disponibilità dell’aeroporto di
Keflavik, che è loro necessario per il mantenimento delle Agenzie in Germania. (…) I cittadini
americani, ovviamente, dovranno ottenere visti e permessi di lavoro dal governo islandese, e
saranno sottoposti alle leggi ed alla giurisdizione islandese per tutto il tempo del loro
106
soggiorno»
.
I socialdemocratici, come accennato, non trovarono la stessa unità dei colleghi di
governo. Il segretario Stefàn Stefànsson era favorevole al trattato, mentre alcuni
autorevoli membri, tra cui il già citato Valdimarsson, continuavano a denunciare la
lesione della sovranità nazionale.
Il partito comunista fu ovviamente il più tenace nell’osteggiare la ratifica del trattato.
Innanzitutto si accusava il premier di aver agito all’insegna della solita spregiudicatezza
e senza considerare il parlamento, in secondo luogo si respingeva l’idea che l’accordo
fosse il miglior assetto possibile per l’Islanda visto che era vantaggioso solo per gli Usa.
Senza mezzi termini, gli organi dirigenti del SUP si dissero pronti ad abbandonare il
governo se fosse passata la ratifica del trattato. Il giornale di partito si lanciò in una
campagna martellante, ed il 22 settembre si tenne una manifestazione imponente che
vide l’appoggio di noti intellettuali come il futuro premio nobel Halldor Laxnes.
Il dibattito era acceso anche in seno ai progressisti dove non vi erano opposizioni
ideologiche ma forti considerazioni politiche: al di là del fatto che, come accennato, la
linea del partito si era mossa su posizioni più oltranziste, la possibilità di una crisi di
governo poteva rappresentare una rivincita allettante. Hermann Jònasson, segretario del
partito, riteneva che la bozza elaborata da Thors era troppo generosa: non c’era bisogno
105
106
L’accordo completo è contentuto nell’Allegato C a fine capitolo.
Alþingistiðindi, 1946, Sez. B, seduta speciale.
87
di un altro trattato per il ritiro degli americani, già esplicitamente pattuito nel ’41, e il
periodo di cinque anni107 doveva essere portato ad appena un anno.
Mentre il dibattito nell’Alþing si infuocava, anche in sede extraparlamentare la
questione era seguita nel più vivo interesse. Pochi giorni prima del voto definitivo si era
formata la “Associazione di Difesa Nazionale” (Þjoðvarnarfelag), una organizzazione
politicamente trasversale non comunista, che stampava la rivista Þjoðvörn (Difesa
Nazionale): l’unico intento dell’organizzazione era il ritorno all’isolazionismo. Quindi
ferma condanna dell’Accordo di Keflavik e, qualora fosse passato, lavorare per la sua
abrogazione senza ritardi. Il gruppo dirigente era composto da diversi intellettuali, e fra
i redattori e collaboratori della rivista vi erano simpatizzanti di tutti i partiti.
L’associazione si impegnò nella sensibilizzazione dell’opinione pubblica, raccolta di
firme contro l’accordo ed una manifestazione fuori dal parlamento nei giorni di
votazione.
Un altro elemento da considerare fu il campo economico: gli americani non
sembravano disposti a ripetere l’esperienza di legare le concessioni militari a canali
commerciali privilegiati, come sicuramente Òlafur avrebbe preferito, ma per
l’amministrazione Truman, alle prese con la “politica di contenimento” trattare con un
governo in cui figurava un partito filosovietico era motivo di irritazione; al contrario
l’Unione Sovietica evitò una massiccia crisi del settore ittico assorbendo, tra il 1946 ed
il 1947 circa il 19% delle esportazioni islandesi108. L’Unione Sovietica divenne quasi
improvvisamente il secondo partner commerciale dell’Islanda, e sembrava ripetere il
107
In realtà la durata minima sarebbe stata di sei anni e mezzo: dopo i cinque anni di durata regolare,
entrambi i membri avrebbero potuto chiedere la revisione del trattato. Se dopo sei mesi non si concludeva
un nuovo accordo, esso avrebbe cessato di valere dopo un periodo di un altro anno.
108
Prima del verificarsi della “guerra fredda” i contatti commerciali fra i due paesi erano stati nulli. Vedi
J. Guðmarsson, A Reluctant European, Oxford, 1994, p. 44.
88
tentativo di sfruttare la vulnerabilità economica del paese (già avanzato dalla Germania
negli anni ’30), o quantomeno ridurne la dipendenza islandese dai mercati occidentali.
Il 5 ottobre finalmente si passò alle votazioni: dapprima vennero discussi gli
emendamenti, ed in tre occasioni essi furono bloccati con uno scarto di soli tre voti109.
Nella votazione finale invece i progressisti si spaccarono: cinque votarono con il
governo e sette contro.
L’accordo alla fine passò per 32 voti contro 19 ed un astenuto.110
Come minacciato, i comunisti uscirono subito dal governo, ed Òlafur dovette
rassegnare le dimissioni. Il sacrificio politico del secondo gabinetto Òlafur necessita di
qualche riflessione. Paradossalmente egli accettava di lasciare la poltrona di primo
ministro per sostenere un accordo che non dava benefici a breve termine, e che anzi
avrebbe minato i rapporti economici con l’Urss. Il motivo di questo atteggiamento va
ricercato su più piani: innanzitutto l’esperienza del “governo di innovazione”, frutto
della collaborazione fra centrodestra e comunisti, era comunque esaurita. Nato a guerra
ancora in corso e sviluppatosi nei concitati anni subito successivi, sarebbe presto stato
paralizzato dalle contraddizioni interne. In secondo luogo l’interesse sovietico, agli
occhi del “west oriented” Partito Indipendente era più una minaccia che una occasione
di sviluppo. Terzo punto, se i buoni rapporti con gli Usa erano una situazione
auspicabile, i comunisti al governo ne erano un ostacolo.
Comunque, il partito nelle ultime tornate elettorali si era assestato intorno al 40%
delle preferenze e, a meno di una debacle alle urne, difficilmente sarebbe stato tagliato
fuori dai governi successivi.
109
Questi emendamenti prevedevano il referendum consultivo ed il tentativo di spostare il più possibile
nelle mani di entità islandesi il controllo della base.
110
Alþyngistiðindi, sessione plenaria 1946, sez. B.
89
Si aprì una lunga crisi di governo: i socialdemocratici rifiutavano di entrare in una
coalizione a due con i conservatori (anche se avrebbero potuto contare su 29 voti su 52),
mentre con i progressisti non arrivavano alla maggioranza dei seggi. I due partiti
maggiori invece non sembravano disposti a collaborare. Solo nel febbraio del 1947
Stefànsson, socialdemocratico, fu in grado di formare un nuovo governo a tre
escludendo i comunisti (ma escludendo anche i due leaders storici del Partito
Indipendente e del Partito Progressista, rispettivamente Òlafur ed Hermann, non in
grado di dialogare tra loro).
E’ stato fatto notare che durante tutta la vicenda la posizione dell’Unione Sovietica
fu ambigua: non avanzò alcuna protesta formale quando de facto gli Usa decisero di non
seguire l’esempio britannico, ma provò a disturbare indirettamente le trattative tra
islandesi ed americani azionando le leve economiche. Il professor Whitehead111 avanza
delle ipotesi interessanti che però, in mancanza di documenti, vanno prese con la dovuta
cautela: il Cremlino, all’inizio, considerava l’Islanda come un territorio di pertinenza
degli Stati Uniti e quindi non era disposto a confrontarsi con essi in una sorta di
“battaglia persa” in partenza. Quando però gli Usa incontrarono delle resistenze
massicce ed inaspettate da parte dei locali (ed i comunisti diventarono forza di governo),
l’interesse sovietico si fece più vivo, come testimoniano i rapporti economici. La linea
filo-occidentale però procedeva, ma i sovietici si astennero da commenti negativi o
proteste formali. Una spiegazione plausibile, Whitehead, potrebbe trovarsi nel fatto che
i russi avessero intenzione di giocare questa carta in altri momenti, come ad esempio per
controbattere un attacco diplomatico per il loro ritiro dall’Iran.
111
Docente di Storia Contemporanea all’Haskoli Island ed autore di numerose pubblicazioni.
90
Allegato C
Scambio di note per la cessazione dell’Accordo Difensivo del 1 luglio 1941 e
provvedimenti riguardo l’uso ad interim dell’aeroporto di Keflavik. Noto anche come
Keflavik Agreement.
(Fonte: Archivio ambasciata statunitense, Reykjavik)
Luis G. Dreyfuss, Jr., minister of the United States in Iceland to Olafur Thors, minister
for foreign affairs, 7 October 1946
Excellency:
I have the honor to acknowledge the receipt of Your Excellency’s note of today’s date
in the following terms:
“I have the honor to refer to Your Excellency’s note nr. 616 dated September 19, 1946,
proposing certain arrangements with regard to the termination of the defense agreement
of July 1, 1941, the withdrawal of the United states Armed Forces now in Iceland, and
the future use of the Keflavik airport.
“In accordance with further conversation that have been taken place between
representatives of the Government of Iceland and representatives of the Government of
the United States I have the honor to suggest that the proposals for an agreement
between the two Governments, set forth in Your Excellency’s note above mentioned be
amended to read as follow:
1. The Government of Iceland and the Government of the United States agree to the
abrogation of the defense agreement of July 1, 1941, which shall terminate upon the
coming into force of the present agreement.
2. The Keflavik area and the airfields, hereinafter referred to as the airport, and all
immovable installations constructed thereon by the United States will be listed in a
joint Icelandic – United States inventory to be prepared concurrently with the
transfer of the airport, will be transferred to the Government of Iceland. The airport
shall then become the undisputed property of the Icelandic State in fulfillment of the
undertakings of the government of the United States with respect thereto.
3. The Government of the United States will withdraw as promptly as possible United
States military and naval personnel now in the city of Reykjavik and during a period
of 180 days commencing upon the coming into force of the present agreement will
progressively withdraw all United States military and naval personnel now in
Iceland.
4. The Keflavik airport will continue to be available for use by aircraft operated by or
on behalf of the Government of the United States in connection with the fulfillment
of United States obligations to maintain control agencies in Germany. To this end
the Government of the United States shall have the right and may, at its expense,
maintain at the airport either directly or under its responsibility the services,
facilities and personnel necessary for such use. The special character of the aircraft
and their personnel will be respected as far as customs, immigration and other
formalities are concerned. No landing fees shall be charged such aircraft.
91
5. Neither the stipulation in the foregoing paragraph nor any other stipulations in this
agreement shall impair the sovereign rights of the ultimate authority of the Republic
of Iceland with regard to the control and operation of the airport or any construction
or activities there.
6. In connection with the operation of the airport the United States will train Icelandic
personnel in airport techniques to enable Iceland to assume progressively the
operation of the airport.
7. The Government of Iceland after having consulted the Government of the United
States will place in effect operational, safety, and similar rules to govern use of the
airport by all aircraft
8. The Government of Iceland and the Government of the United States will determine
a mutually satisfactory formula for the equitable distribution between them of the
cost of maintance and operation of the airport, provided, however, that neither
Government shall be obligated to incur any expense wit regard to the maintenance
and operation of the airport, which it does not deem necessary to meets its own
needs.
9. No duty or other taxes shall be charged on material, equipment, supplies, or goods
imported for the use of the Government of the United States, or its agents, under the
agreement or for use of personnel in Iceland by reason of employment pursuant to
the agreement. No export tax shall be charged on the removal of such articles.
10. No personnel of the United States resident in the territory of Iceland by reason of
employment pursuant to the agreement shall be liable to pay income tax on the
income derived from sources outside of Iceland.
11. Upon the termination of the present agreement the Government of the United States
shall have the right to remove from the airport all moveable installations and
equipment which have been constructed or provided by the United States or its
agents after the date of the agreement unless by agreement such installations and
equipment are bought by the Government of Iceland.
12. The agreement shall continue in effect until the obligations of the Government of
the United states to maintain control agencies in Germany shall have been fulfilled;
provided, however, that at any time after the lapse of five years from the coming
into force of the present agreement, either government may propose to review the
agreement. In such case the two Government shall consult as soon as possible. If no
agreement is reached as a result of such consultation within a period of six months
from the date of original notification, either Government may at any time thereafter
give notice in writing of intention to denounce the agreement which shall then
terminate twelve months from the date of such notice.
Should the Government of the United State accept the amended wording set forth
above, the affirmative reply of Your Excellency shall constitute, together with this note,
the agreement of the two Governments in this matter.”
I have the honor to inform Your Excellency that the Government of the United States
accepts the agreement set out in Your Excellency’s note quoted above.
Accept, excellency, the renewed assurances of my highest consideration.
92
Capitolo V
Il Governo Stefànsson (1947-49): fine della neutralità e adesione alla Nato.
Il governo liderato dai socialdemocratici non aveva intenzione di spingersi più in là
del Keflavik Agreement in materia di sicurezza, mentre argomenti di politica interna
cominciarono a farsi più pressanti: il nuovo assetto in tempo di pace dell’economia
islandese presentava problemi urgenti perché le riserve finanziarie accumulate durante
la guerra si andavano assottigliando, non si riusciva a contenere l’inflazione ed i
sindacati si battevano per un aumento dei salari. Il commercio con l’Europa da
ricostruire era difficile ed il mercato dei prodotti ittici si andava assestando; gli islandesi
per tutto il periodo bellico avevano operato in una sorta di regime protetto, ed ora la
normalizzazione dell’economia rischiava di far tornare il paese a livelli che si
consideravano superati.112
Il nuovo governo però mancava della forza di portare avanti politiche dolorose, come
la svalutazione della moneta o il taglio dei salari, e si preferì non abbandonare i
meccanismi di controllo e centralizzazione dell’economia. Questi sforzi si rivelarono
ben presto insufficienti, perché nel 1948 la decisione sovietica di cessare gli scambi
commerciali tolse un altro importante mercato. Come accennato, il Cremlino si era reso
conto che sottrarre l’Islanda dal campo occidentale era ancora un progetto irrealistico113,
e la famosa tesi “dei due campi” rendeva imbarazzante per il regime di Stalin
corteggiare un paese comunque capitalista.
112
Paradossalmente, mentre il resto d’Europa aveva vissuto la distruzione economica in tempo di guerra e
si avviava alla ricostruzione con più forza di prima, l’Islanda rischiava di vivere un processo
diametralmente opposto.
113
Nel 1949 l’Islanda indirizzava i due terzi delle sue esportazioni in Usa, Gran Bretagna e Germania
Occidentale.
93
Questo fu il panorama politico in cui si aprì la questione della partecipazione al piano
Marshall. Il pericolo di un collasso economico era una prospettiva concreta, vista
l’ipertrofia causata dalla guerra in confronto agli usuali standard economici prebellici,
ed un clima di instabilità ed irrequietezza avrebbe certo favorito gli estremismi.
L’Islanda poteva ben rientrare nella “politica di contenimento” comunista
dell’amministrazione Truman ora che Òlafur, grande architetto dell’allineamento ad
Occidente, aveva tolto ai comunisti la possibilità di governare, ed il premier Stefànsson
trovò l’appoggio di tutti i partiti democratici nella richiesta di partecipazione al Piano
Marshall. I socialisti erano invece fortemente contrari all’adesione dell’Islanda, ma non
vi erano solo motivazioni ideologiche: i nuovi accordi avrebbero mantenuto i livelli dei
consumi alti, senza portare a quelle precondizioni necessarie per sostenere
l’economia.114
Gli islandesi riuscirono a spuntare concessioni molto generose, che riguardarono
ovviamente le esportazioni di pesce (di gran lunga il fattore economico principale), ma
anche investimenti nell’industria ittica e nel settore idroelettrico.
Ciò che favoriva gli islandesi era senza dubbio il forte squilibrio tra l’esiguità della
popolazione (circa 140.000 nel 1950) e l’importanza strategica del territorio, quindi se
all’interno del Piano gli aiuti dati all’Islanda furono una percentuale minima, da un
punto di vista relativo il suo programma di assistenza economica fu sostenuto in modo
più che proporzionale. Inoltre il Trattato di Keflavik del 1946 rappresentava per gli
americani un passo indietro ma la lezione era acquisita: l’assistenza non venne vincolata
a concessioni militari per evitare un approccio “aggressivo” nei confronti degli
islandesi. Come è noto la strategia era un’altra: mantenendo un buon livello di
prosperità diminuiva il pericolo di deriva dittatoriale.
114
E. Lofsson, The Disguished Threat, cit. p. 234.
94
Per quanto riguarda la politica di sicurezza, il governo di Stefàn Stefànsson affidò il
ministero degli esteri al conservatore Bjarni Benediktsson, che suo malgrado fu
costretto ad operare in un clima internazionale problematico e deteriorato. La presa di
potere dei comunisti in Cecoslovacchia ed il blocco della città di Berlino erano segnali
inquietanti che colpirono molto i paesi nordici, e la politica stalinista di operare con
mezzi militari e fiancheggiatori comunisti locali gettava una cattiva luce sul SUP (che,
tra l’altro, aveva appoggiato entrambe le iniziative sovietiche).
La base di Keflavik registrava il passaggio di aerei non identificati sempre più
frequentemente e una spedizione scientifica cecoslovacca faceva tornare alla memoria le
spedizioni analoghe nel periodo hitleriano. I sovietici sembravano operare una
mappatura del territorio via terra, mare ed aria.
Già a partire dalla fine del 1948 cominciò a circolare l’ipotesi di una coalizione
militare occidentale, cui l’Islanda avrebbe potuto in qualche modo partecipare. L’analisi
dei vertici militari americani era chiara. Nel 1947 il US National Security Council
definisce gli interessi strategici in Islanda:
-
Una base per manovre offensive in quanto il paese si trova vicino al
cuore industriale dell’unico nemico credibile.
-
Una base da inserire nel sistema difensivo aereo, di importanza
comparabile alla Groenlandia, in quanto giace sulla più probabile rotta di un
attacco nemico.
-
Una base desiderata dal nemico. Gli Stati Uniti non avrebbero dovuto
permettere al nemico di guadagnare postazioni pericolose nella regione
-
Una base per lo stazionamento e la copertura aerea, secondaria rispetto
alle Azzorre ma importante per le comunicazioni con l’Europa.115
115
T. Whitehead, The Ally, cit., p. 19
95
E’ logico comunque credere che, in caso di scoppio di un conflitto, gli Stati Uniti
avrebbero immediatamente occupato il paese, con o senza il consenso degli islandesi,
per assicurarsi una postazione alternativa in caso di inagibilità delle basi dello Strategic
Air Command (SAC) in Gran Bretagna116. Inoltre senza uno scalo intermedio, le rotte
atlantiche avrebbero potuto essere coperte solo da aerei a quattro motori o bimotori
appositamente modificati, mentre i voli di apparecchi con un solo motore sarebbero stati
impossibili.
Vien da sé che il tema di una alleanza militare, ovvero il definitivo abbandono della
neutralità in via ufficiale, fu argomento tra i più sentitamente dibattuti. Sia
l’associazione per la difesa nazionale, sia il partito comunista lanciarono una campagna
martellante per sgomberare il campo da ogni possibile apertura e tornare una volta per
tutte alla politica di distacco dalle vicende internazionali. Questo sentimento, frutto di
nazionalismo, antimilitarismo e neutralismo, ottenne ampi consensi trasversali: sulle
stesse posizioni si espressero anche personalità religiose117, come il reverendo Sigurbjor
Einarson, associazioni studentesche e giovanili.
All’inizio del 1949 vi erano stati dei contatti preliminari fra i leaders dei paesi
scandinavi, per sondare le possibilità di una alleanza difensiva del Nord Europa, ma il
progetto naufragò quasi subito118; l’Alleanza Atlantica cominciò quindi a definirsi in
maniera più concreta, ed il dibattito permeò la nazione.
Il leader storico del Partito Indipendente, Òlafur Thors, dalle pagine del
Morgunblaðid portò avanti teorie di segno opposto rispetto ai neutralisti: una
dichiarazione unilaterale di neutralità “non vale la carta su cui è scritta” anche se
116
V. Ingimundarsson, Buttressing the West in the North, Reykjavik 1999.
La confessione di maggior seguito in Islanda è la chiesa nazionale, cristiana protestante, entità
piuttosto istituzionalizzata: si può accedere al corpo della chiesa dopo la laurea in Teologia dell’università
nazionale.
118
B. Groendal, Iceland from neutrality, cit., p. 42.
117
96
garantita verbalmente dalle grandi potenze (31 dicembre 1948). L’Islanda avrebbe
dovuto considerare l’invito delle potenze occidentali con la massima attenzione,
facendo valere le proprie obbiezioni ma con uno spirito di fondo aperto e conciliante.
Il suo arcirivale invece, il progressista Hermann Jònasson, proprio lo stesso giorno in
cui il Morgunblaðid pubblicava le tesi di Òlafur, rilasciava al giornale di partito
dichiarazioni in cui esprimeva tutto il suo dissenso riguardo una alleanza militare: gli
anglosassoni erano popolazioni amiche, ma ribaltando il punto di vista del suo
avversario, affermava che la più grave minaccia a questa amicizia erano stati proprio gli
attriti derivanti dalla presenza dei militari; la sovranità islandese aveva già sofferto
durante la guerra, e la cultura nazionale doveva essere difesa. In generale poi, riteneva
la minaccia sovietica esagerata. Anche un altro esponente importante del partito, la
parlamentare Rannveig Þorsteindottir, particolarmente in sintonia con l’associazione di
difesa nazionale, era fermamente contraria ad abbandonare la politica di neutralità.119
Il premier socialdemocratico Stefànsson tentò di rasserenare il clima politico
lavorando su di una piattaforma di discussione per cercare, da un lato, una garanzia di
sicurezza con le altre nazioni democratiche, dall’altro per assicurarsi che l’adesione al
patto atlantico non prevedesse l’accettazione di truppe straniere in tempo di pace. I tre
partiti di governo erano sostanzialmente d’accordo su questi principi, ed anche il Partito
Progressista, quello con la più battagliera ala neutralista, accettò questa linea di
principio.120
Il 12 marzo 1949 una commissione governativa partì alla volta di Washington per
indagare approfonditamente i termini dell’intesa. Tale commissione era formata da tre
membri, uno per ogni partito di governo: Bjarni Benediktson (ministro degli esteri,
119
Il 20 gennaio 1949 il Timinn (quotidiano, organo del Partito Progressista) riportò un estratto di un suo
discorso ad un meeting dell’ADN, in cui incitava la folla difendere “…la libertà e l’onore” della nazione.
97
Partito
Indipendente),
Eynsteinn
Jònsson
(Progressisti),
Emil
Jònsson
(Socialdemocratici).
I rappresentanti militari della delegazione americana convinsero gli islandesi che le
aerostazioni di Keflavik e Reykjavik erano a rischio di attacco già nelle primissime fasi
di un eventuale conflitto. Lo scenario più plausibile ricalcava i timori già espressi nel
1940, ovvero che un gruppo di fiancheggiatori, stavolta comunisti, potesse prendere
possesso delle installazioni, contemporaneamente allo sbarco di battaglioni invasori.
Ovviamente gli americani non sarebbero rimasti a guardare in uno scenario di questo
tipo, ma il paese sarebbe diventato un campo di battaglia.121
Gli islandesi erano a questo punto disposti ad accettare un nuovo piano che
permettesse di usare il campo aereo di Keflavik come una testa di ponte permanente
contro il pericolo di colpi di stato comunisti o in caso di guerra, e l’effetto deterrente del
Patto Atlantico era molto interessante.
Dopo dieci giorni di colloqui, i tre membri tornarono in patria per assicurare i proprio
connazionali che avevano ricevuto ampie garanzie in merito alla peculiarità delle
richieste islandesi. La dichiarazione finale prevedeva quattro punti fondamentali: 1) In
caso di conflitto l’Alleanza avrebbe goduto di una posizione comparabile a quella degli
alleati durante l’ultima guerra. 2) Tutti i membri della Nato riconoscevano la condizione
speciale dell’Islanda. 3) Era acquisito il fatto che l’Islanda non aveva esercito e non
aveva intenzione di istiuirlo. 4) Non sarebbe stato richiesto di ricevere truppe straniere o
concessioni militari in tempo di pace.
Il buon esito delle trattative fu possibile anche per il clima di grande collaborazione
che l’ambasciatore americano Richard Buttrick era riuscito a instaurare con i
120
Il 27 febbraio 1949 il Timinn pubblicò una risoluzione del proprio comitato direttivo rispecchiava
questi principi.
121
T. Whitehead, The Ally, cit., p. 37.
98
conservatori e soprattutto con Bjarni; i due si incontrarono spesso per discutere insieme
della politica estera islandese ed il ruolo giocato dall’ambasciata probabilmente andò al
di là dei soli oneri diplomatici: gli americani fornirono materiale propagandistico
antisovietico (specie in occasione delle elezioni del ’49), e giunsero a indicare dei
candidati affidabili e provatamente anticomunisti per gli incarichi di direttore del
servizio radiofonico ed altri compiti “sensibili”. L’ambasciata giunse a stilare un vero e
proprio archivio di sospetti comunisti da inviare al Dipartimento di Stato122.
Un altro aspetto che è stato sottolineato riguarda l’incoraggiamento indiretto sul
governo islandese esercitato dalla partecipazione al trattato dei colleghi scandinavi; sia
Danimarca che Norvegia furono tra i primi signatari, e questo rafforzava il peso della
comunità nordica nell’organizzazione.123
Il testo costitutivo del North Atlantic Treaty Organizzation venne finalmente
pubblicato e le dirigenze dei partiti di governo lo approvarono; la discussione
parlamentare cominciò il 28 marzo. In realtà non vi era dubbio che una ampia
maggioranza si era espressa a favore del trattato, ma non tutto era scontato: non si era in
grado di dire quanti fra i progressisti avrebbero accettato la linea di partito e quanto
avrebbe potuto influire la campagna dei comunisti sul voto o sull’opinione pubblica.
Preliminarmente alla discussione, i comunisti avanzarono una mozione di sfiducia
sul governo, la cui risposta fu affidata agli stessi membri della spedizione diplomatica.
Il ministro Eynsteinn Jònsson disse:
«E’ oggi palese che non ci sono possibilità che l’Islanda venga lasciata fuori dalla guerra se
un simile, infausto evento, dovesse verificarsi. A causa della posizione geografica, relazioni
culturali ed affinità di governo l’Islanda dovrebbe cooperare con le nazioni democratiche. Ci
122
E. Loftsson, Island i Nato, Göteborg, 1981 p. 88 e E. Loftsson, “The disguished Threat”, cit., p. 232.
Dello stesso autore cfr. anche articoli sul Thiodvillinn (quotidiano) in data 5 e 17 gennaio 1980.
123
B. Bjarnason, Iceland’s Security Policy, Oslo, 1977.
99
sono persone che non lo ammetteranno. Queste persone sono quelle il cui interesse è che il
124
nostro destino sia lo stesso destino dei Cechi e dei Polacchi»
.
I comunisti affidarono al loro leader, Brynjolfur Bjarnason, il compito di illustrare
tutto il loro dissenso:
«L’Unione Sovietica non ha mai richiesto alcuna base militare agli islandesi, e non ha mai
richiesto privilegi particolari, ne in ambito militare ne in ambito civile. Nessun leader sovietico
ha mai detto una parola che denunciasse aggressività nei confronti del nostro paese. I sovietici
non hanno mai mostrato altro che amicizia. Gli Stati Uniti invece ci hanno chiesto tre basi
militari per 99 anni (…) ed ora ci chiedono di usufruire del nostro territorio come una base
offensiva in una prossima guerra. (…) Se la nazione sarà privata della possibilità di esprimersi
liberamente, allora tutti voi onorevoli colleghi dovete sapere che la nazione considererà questi
125
trattati, cui voi volete aderire, come non validi, e solo voi ne avrete la responsabilità»
.
Il voto di sfiducia venne respinto ma vari parlamentari presentarono diversi
emendamenti di fronte al parlamento. I progressisti Hermann Jònsson e Skuli
Guðmundson chiesero che il trattato fosse ratificato da un referendum popolare; i
socialdemocratici Hannibal Valdimarson e Gylfi Gislason chiesero invece che una
dichiarazione specifica sull’Islanda divenisse parte integrante del trattato Nato. Anche i
comunisti presentarono un gran numero di emendamenti al limite dell’ostruzionismo.
Alla fine, nel pomeriggio del 30 Marzo si passò alla votazione.
Fuori dal parlamento si era radunata una folla consistente e, temendo qualche gesto
inconsulto, il governo aveva mobilitato le forze di polizia (120 uomini) e volontari delle
proprie associazioni giovanili; un gruppo di manifestanti, aizzati dai comunisti, diedero
vita a violenti scontri di piazza ed una fitta sassaiola distrusse le finestre del parlamento.
La votazione finale vide 37 voti favorevoli, 13 contrari e due astenuti: votarono per il sì
124
Alþingistiðindi, 1948, Sez. D.
100
i 20 parlamentari conservatori, 10 progressisti e 7 socialdemocratici; contrari 10
comunisti,
2
socialdemocratici
(Valdimarsonn
e
Gislason),
un
progressista
(Zophoniasson); gli astenuti furono Hermann Jònasson e Skuli Guðmundson
(progressisti).
Sulla stampa più che la votazione parlamentare in se, scontata dopo che le segreterie
della maggioranza si erano espresse favorevolmente, tennero banco gli scontri di piazza.
In una nazione così poco abituata alla violenza, furono un vero e proprio shock: mentre
il Þjoðviljinn parlava di genuina protesta popolare causata dal “tradimento” operato dal
parlamento, i tre giornali democratici parlavano di tattiche rivoluzionarie: “I comunisti
islandesi non rispettano la legge e l’ordine, e sono pronti ad usare la forza per i loro
obbiettivi, se falliscono con i mezzi democratici”126.
Il ministro degli esteri partì quindi per Washington, ove il 4 Aprile si sarebbe tenuta
la cerimonia ufficiale della firma del trattato. Esso non prevedeva alcun riferimento
specifico riguardo l’Islanda, ma fu lo stesso ministro a ribadire la posizione islandese
nel suo discorso:
«Le nazioni che stanno oggi unendosi in questa fratellanza sono dissimili fra loro in diversi
aspetti; alcuni di essi sono fra i più grandi e potenti, altri piccoli e deboli. Nessuno è più piccolo
e debole del mio paese, l’Islanda. Il mio popolo è disarmato, ed è sempre stato disarmato a
partire dai giorni dei nostri antenati vichinghi. Noi non abbiamo esercito, e non possiamo avere
un esercito. Il mio paese non ha mai mosso guerra contro un altro stato, e come paese disarmato
non possiamo, ne vogliamo, dichiarare guerra a nessuno, come abbiamo affermato quando
siamo entrati a far parte delle Nazioni Unite. In verità noi siamo nell’impossibilità di difenderci
contro un attacco armato. Ci sono state quindi esitazioni nei nostri pensieri, se ci fosse un posto
per noi in questo patto difensivo. Ma il nostro paese è, per certe circostanze, vitale per la
sicurezza del nord Atlantico. Durante l’ultima guerra la Gran Bretagna si fece carico della difesa
dell’Islanda, successivamente concludemmo un accordo con il governo degli Stati Uniti per la
125
126
Alþingistiðindi, 1948, Sez. D.
Timinn, 1 aprile, 1948.
101
protezione militare della nostra isola. La nostra partecipazione a questo patto dimostra che per
noi e per gli altri chiediamo simile condizione in caso di una nuova guerra, che noi tutti
speriamo e preghiamo non abbia mai a verificarsi».
Dopo la firma del patto atlantico, i comunisti continuarono a chiamare l’alleanza
atlantica un “patto di guerra”, ma le forze politiche democratiche erano soddisfatte
dell’esito della questione: la presenza di inglesi e scandinavi nel patto assicurava
all’Islanda un certo equilibrio per non dipendere troppo dagli Usa.
Anche gli americani erano piuttosto soddisfatti dal nuovo assetto, che assicurava
loro, in un modo o nell’altro, la disponibilità dell’area. I piani di guerra alleati tra il ’46
ed il ’50 prevedevano una rapida iniziativa sovietica verso ovest; in risposta, lo US
Strategic Air Command (SAC) avrebbe sferrato un attacco convenzionale ed atomico
avendo l’Inghilterra come base principale in Europa. Ma se i russi fossero stati in grado
di colpire l’Inghilterra il SAC avrebbe spostato a Keflavik il proprio centro offensivo.127
L’importanza di Keflavik, proprio in mezzo alle rotte atlantiche, è poi testimoniata
da un altro dato importante: nel periodo 1947-50 gli Usa vi spesero circa 12 milioni di
dollari.128
Poco dopo l’adesione, si assisté alla caduta del governo Stefànsson, a causa del ritiro
dei progressisti. La crisi non fu generata da nessuno scontro politico di particolare
gravità, ma su considerazioni generali. La dirigenza riteneva il partito in un buon
momento: sebbene la maggioranza si fosse schierato con il governo, la carismatica
figura di Hermann Jònsson aveva assunto un atteggiamento critico; gli scontri di piazza
avevano minato il prestigio dei comunisti, cui poteva essere conteso il gruppo dei
neutralisti non comunisti. Anche per quanto riguarda la politica interna il partito
riteneva di poter riguadagnare i consensi perduti, ed il 23 ottobre 1949 si andò alle urne.
127
A. Cave, Operation World War III, Londra 1979, p. 160.
102
L’esito delle elezioni diede ragione ai progressisti, infatti tutti gli altri partiti subirono
una battuta d’arresto: il Partito Indipendente ed il socialisti persero un seggio a testa
(ottenendo rispettivamente 19 e 9 parlamentari), ed i socialdemocratici passarono da 9 a
7; i progressisti quindi ottennero 17 seggi, rispetto ai 13 dell’ultima tornata.
Icelandic Defence Force, il Governo Steinthorsson (1950-53)
Con l’adesione dell’Islanda alla Nato ed il “Keflavik Agreement” in vigore ancora
per qualche anno, il problema della politica di difesa sembrava per un attimo
accantonato. Subito dopo le elezioni Òlafur Thors tentò di varare un nuovo governo, ma
l’esperienza fallì dopo pochi mesi129. L’empasse politica fu risolta dall’accordo fra
progressisti e conservatori, i due maggiori partiti: ai primi sarebbe spettata la poltrona di
primo ministro, i secondi invece ottenevano il ritiro della candidatura di Hermann
Jònasson (che si era espresso negativamente sul Keflavik Agreement e sulla Nato) alla
carica di premier e mantenevano il dicastero degli affari esteri, sempre nella persona di
Benediktsson. Il progressista Steingrimur Steinthorsson compose così il proprio
gabinetto, forte di 36 seggi parlamentari su 52.
Ciò che ripropose con forza il tema politico della sicurezza del paese fu un evento
internazionale: lo scoppio della guerra di Corea (giugno 1950). Questo conflitto
drammatico suscitò ampie polemiche soprattutto sulla stampa non comunista e la
prospettiva di una difesa militare del paese, che fino a pochi mesi prima sembrava un
tabù, venne riproposta con decisione.
128
T. Whitehead, The Ally, p. 44.
Non trovando la disponibilità delle altre forze politiche, Òlafur tentò la strada di un governo di
minoranza monopartito, ma l’esperienza durò pochi mesi (dicembre ’49 – febbraio ’50).
129
103
Il settimanale Landvörn, edito dal già citato Jònas Jònsson e noto parlamentare
dell’ala filo occidentale, nel numero del 14 luglio chiese che la Nato inviasse un
contingente difensivo in Islanda e che il governo, in aperta rottura con la tradizione,
istituisse una guardia nazionale. Anche il Manudagsblaðid asseriva che una forza di
difesa preventiva era auspicabile: in caso di attacco sovietico gli americani avrebbero
“controinvaso” il paese, trasformandolo suo malgrado in un campo di battaglia (24
luglio 1950).
La situazione internazionale era di difficile interpretazione e tutti gli accordi posti in
essere dall’Islanda a partire dalla fine della seconda guerra mondiale sembravano di
colpo insufficienti a garantire la sicurezza del paese. Come i vertici militari facevano
notare, senza una adeguata difesa, i campi aerei potevano essere sabotati senza
difficoltà; il governo Stefànsson aveva già tentato di istituire una forza armata
paramilitare derivata dalla polizia, ma il progetto era fallito.
Nel settembre 1950 Benediktson partecipò ad uno storico incontro al Pentagono con
lo Standing Group della Nato; dopo aver ripetuto le ben note peculiarità della posizione
islandese, per la prima volta accettò di considerare il dispiegamento di circa 1.200
uomini per la protezione delle installazioni militari. Con l’aggravarsi del conflitto
asiatico, tale numero fu portato intorno alle 3.300 unità.
Nel febbraio del 1951 si avviarono negoziati segreti tra statunitensi ed islandesi a
Reykjavik, che si conclusero quattro mesi più tardi: il 7 maggio del 1951 il governo
islandese pubblicò il testo di un accordo difensivo con gli Usa, e contemporaneamente il
primo contingente di soldati americani atterrava all’aeroporto di Keflavik. Tutto si era
svolto nella maggiore segretezza e senza una sessione speciale del parlamento, e la
dichiarazione fornita ai giornali era l’unica spiegazione ufficiale:
104
«A causa degli eventi degli ultimi mesi, l’incertezza della situazione internazionale e
l’insicurezza sono cresciuti a dismisura. Anche se sanguinose battaglie non vengono ora
combattute in questa parte del mondo, le Nazioni Unite sono state costrette a prendere le armi
altrove per contrastare un attacco non provocato. L’Islanda è membro delle Nazioni Unite, e
sebbene non possiamo supportare questa organizzazione con delle forze armate, non possiamo
non riconoscere che attualmente la logica del conflitto e del pericolo stanno prevalendo nel
130
contesto internazionale»
.
Il “Trattato Difensivo” fra Islanda e Stati Uniti prevedeva due documenti: il primo131
concerneva le questioni generali, il secondo era invece una lunga serie di regolamenti
minori riguardanti anche i minimi dettagli. Venne stabilito che gli Stati Uniti si
facevano carico della difesa dell’Islanda, la quale avrebbe messo l’esercito in
condizione di svolgere questa funzione, senza nulla a pretendere in termini di
compensazione economica. Il governo islandese sottoponeva però alla sua approvazione
il numero di soldati che sarebbero stati impiegati e riceveva il pieno controllo del
traffico civile dell’aeroporto di Keflavik. Inoltre entrambi i governi avrebbero potuto
notificare, in qualunque momento, la Consiglio della Nato l’intenzione di rivedere il
trattato132. Qualora non si fosse raggiunto un accordo entro il termine di sei mesi, dopo
un ulteriore periodo di dodici mesi entrambi i governi avrebbero potuto dichiarare
unilateralmente la fine del rapporto.
Il 7 maggio 1951 quindi il generale di brigata J. McGraw assunse il comando
dell’Iceland Defence Force, di istanza a Keflavik. Oltre che proteggere l’aeroporto e le
altre strutture dai possibili sabotaggi, i soldati avrebbero dovuto facilitare il
monitoraggio radar ed aeronavale del nord Atlantico all’interno del “Distant Early
Warning System”, per rilevare prontamente e respingere un attacco a sorpresa verso gli
130
La dichiarazione del governo venne pubblicata integralmente pressoché da tutta la stampa.
Disponibile in Allegato E.
132
Sebbene questo trattato non venne stipulato fra l’Islanda e la Nato ma fra l’Islanda e gli Stati Uniti,
essi agivano entro i termini e gli obbiettivi dell’alleanza atlantica.
131
105
Stati Uniti da parte di bombardieri sovietici. L’accordo però, almeno formalmente, non
permetteva un uso offensivo della base.133
Da un punto di vista procedurale questo trattato presenta diverse anomalie:
innanzitutto la completa segretezza in cui avvennero le trattative e la decisione da parte
del governo di non passare per il voto parlamentare134.
Questo fu possibile solo grazie al completo ed “informale” accordo fra tutte le forze
democratiche, mentre i comunisti vennero arbitrariamente esclusi: il motivo di questa
scelta non è da ricercarsi solo nel tentativo di velocizzare il processo, ma anche nel fatto
che la minaccia interna di colpo di stato comunista era probabilmente uno dei pericoli
da cui ci si voleva liberare.135
Sebbene il partito socialdemocratico era all’opposizione, in politica estera vi fu
l’unanimità d’interessi col governo, e tutti i parlamentari dei tre partiti che, a suo tempo,
si erano opposti alla Nato erano ora favorevoli a questi nuovi sviluppi. A rendere
possibile questa piena sintonia fu molto probabilmente l’estrema cura con cui il governò
si adoperò per assicurare all’Islanda il maggior controllo possibile della situazione: il
secondo documento del trattato, quello riguardante i dettagli operativi, necessitò di una
lunga trattativa di quattro mesi proprio per far sì che tutte le possibili obbiezioni fossero
contemplate136. Se gli americani erano determinati ad usare questa opportunità per
raggiungere una concessione militare di lungo termine (tentando di legare la durata
133
V. Ingimundarsson, The west in the north, cit., p. 86.
I costituzionalisti del governo affermavano che queste obbligazioni non erano frutto di un nuovo
accordo bilaterale fra Usa ed Islanda, ma rientravano in quanto già stipulato dal NAT, quindi il governo
poteva agire per decreto esecutivo temporaneo. Cfr. V. Ingimundarsson, The Role of Nato and U.S.
Military Base in icelandic Domestic Policy, 1949-1999, Reykjavik 2000, cap. primo.
135
Secondo E. Loftsson, (Disguished Threat, cit., p. 236.) la minaccia interna era più plausibile di quella
esterna, ma a mio avviso i due eventi non potevano essere separati: un colpo di stato comunista poteva
verificarsi solo come atto preliminare ad una invasione sovietica, analogamente ai timori espressi durante
la guerra per le frange filonaziste.
136
D. Neuchterlein, Iceland Reluctant Ally, cit., p. 100.
134
106
dell’accordo difensivo a quella dell’alleanza atlantica) dall’altra parte solo un profilo
minimo di cooperazione era compatibile con tutte le resistenze del mondo politico.137
Agendo in tutta segretezza e nel pieno accordo delle forze democratiche, si poté
togliere ai comunisti la possibilità del dibattito politico per animare un forum di
discussione pubblica.
L’8 maggio del 1951 gli editoriali dei quattro giornali principali sono tutti dedicati al
“Defence Agreement”. Solo il quotidiano comunista Þjoðviljinn si espresse
polemicamente contro il colpo di mano del governo, mentre gli altri giornali
rispecchiano le opinioni dei partiti di riferimento.
Dal Timinn:
“L’Islanda desidera la pace, ma allo stesso tempo sa che è necessario intraprendere azioni
concrete e che non può vivere in un mondo di sogni; il popolo deve quindi saper scegliere quali
misure prevengono la trasformazione dell’Islanda in un campo di battaglia, ed è compito del
governo evitare questo pericolo. Si ritiene probabile che le atrocità della guerra possano essere
tenute lontane avendo a disposizione una forma di difesa tangibile”.
Il Morgunblaðid appoggiò invece la decisione del governo di non chiamare una
sessione speciale del parlamento: il nuovo accordo rientrava nei termini del Trattato del
Nord Atlantico, che era già stato approvato dal parlamento.
L’Alþydublaðid dava invece una lettura dal punto di vista della scena internazionale:
“E’ chiaro che i nostri pacifici vicini, che sono impegnati nel rafforzare la propria sicurezza
per il mantenimento della pace mondiale, sono fortemente minacciati da una Islanda sguarnita”.
Al di là delle motivazioni politiche, bisogna però anche soffermarsi sulle
considerazioni militari. La Nato nasceva come organizzazione difensiva che, in caso di
137
T. Whitehead, The Ally, cit., pag 52.
107
attacco ad uno dei suoi membri, avrebbe reagito collettivamente. Eppure questo schema
era ormai obsoleto; con i progressi tecnologici e la velocità con cui gli eserciti erano in
grado di muoversi, non si poteva più attendere lo scoppio di un conflitto per organizzare
le proprie difese.138
Se i tre giornali sopra citati rispecchiavano le posizioni dei partiti democratici, il
Þjòðviljinn si accanì ferocemente contro un trattato che considerava un tradimento e
l’inizio di una nuova occupazione dell’imperialismo americano:
«Questo governo fantoccio ha abbandonato le sorti del paese in mano ad un esercito
straniero. Una nuova occupazione dell’Islanda è ora cominciata e le promesse che “nessun
contingente militare sarà ospitato in tempo di pace” sono state vergognosamente disonorate.
(…) Questo accordo non vincola legalmente ne moralmente il paese, ma è un patto privato fra i
più perversi politici della nazione ed una potenza straniera».
Formalmente il Defense Agreement venne recepito come un decreto del governo, la
cui ratifica parlamentare era un atto rinviabile ma non evitabile totalmente: in ottobre le
camere discussero la questione, introdotta dal ministro degli esteri Benediktson. Egli,
oltre alle valutazioni del governo su quanto era stato fatto, affermò che sebbene il
governo non fosse obbligato a riferire al parlamento, tutti i membri non comunisti erano
stati consultati ed avevano espresso parere positivo per iscritto139, il che equivaleva a
dire che almeno 43 parlamentari avevano approvato l’operato del governo. Un altro
intervento autorevole fu quello del socialdemocratico Stefànsson; egli molto
semplicemente affermò che, visti gli eventi internazionali, l’Islanda poteva costituire un
proprio esercito, chiedere l’assistenza della Nato oppure attendere e sperare. La seconda
opzione era sembrata di gran lunga la preferibile.140
138
B. Groendal, From neutrality, cit., p. 48.
V. Ingimundarsson, The Role of Nato, cit., capitolo primo.
140
Alþingistiðindi, 1951, sez. B.
139
108
I comunisti, per bocca del loro leader Einar Olgeirsson ribadirono tutto il loro ben
noto dissenso e denunciavano l’atto come un preliminare di guerra, ma non riuscirono a
bloccarlo. I loro fiancheggiatori non organizzarono manifestazioni e incidenti, anche
perché la popolazione islandese era stata seriamente impressionata dalla guerra di Corea
ed in linea di massima approvava la politica governativa.141
A differenza di quanto accaduto per gli altri trattati, il parlamento non si riunì in
seduta comune, ma i due rami votarono nel novembre e nel dicembre del 1951: la
“camera bassa” approvò per 23 favorevoli e 5 contrari, la “camera alta” per 12 a 3.
Tutto sommato, grazie alla decisione di ritardare la votazione, il governo era riuscito
ad abbassare i toni sottoponendo a dibattito un fatto compiuto, ed i comunisti non
furono più in grado di drammatizzare la discussione.
L’impatto economico della presenza dei soldati fu sensibile. Sebbene non era stata
stabilita alcuna compensazione per l’Islanda, i cantieri militari, l’indotto ed i pagamenti
in dollari a vario titolo furono una componente importante dell’economia islandese che,
non essendo in grado di sostenere autonomamente gli standards di vita raggiunti, era in
cronico deficit.142
Sebbene il periodo utile per le grandi costruzioni in Islanda è piuttosto breve a causa
del clima instabile, i cantieri per le infrastrutture militari fornivano circa di 3.000 posti
di lavoro e avrebbero alleviato la crisi dell’economia. Ancora più interessante è notare
come la base abbia inciso sulle entrate di capitale estero in modo netto. Se nel 1951
questa quota era di poco superiore all’1%, passò al 10,25% nel ’52 e al 19.91% nel ’53.
141
G. Goendal, From Neutrality, cit., p. 50
L’Islanda nel 1939 era il paese più povero del nord Europa, mentre nel 1945 gli standard di vita erano
paragonabili a quelli degli Stati Uniti. Cfr. Ingimundarsson, The West in the North, cit., p. 83.
142
109
Inoltre gli americani, che avevano stabilito per il 1952 la fine del Piano Marshall,
prolungarono gli aiuti per un altro anno. Tra il 1948 ed il 1953 gli islandesi ricevettero
circa 39 milioni di dollari a vario titolo (fondi incondizionati, agevolazioni, prestiti etc.).
Se il percorso politico fu privo di grossi problemi, e l’economia ricevette almeno
parziale sollievo, non è da sottovalutare il tanto temuto “impatto sociale”, che anzi nel
giro di pochi anni portò ad un cambiamento dell’opinione di molti politici.
Probabilmente quando il comando militare americano affermò, poco dopo il suo
arrivo, che americani ed islandesi avrebbero dovuto imparare a conoscersi
reciprocamente143, non sapeva che questa dichiarazione amichevole suonava agli
islandesi più come una minaccia che come una apertura.
Addirittura, per evitare complicazioni in una nota diplomatica il governo aveva
chiesto agli americani di non inviare in Islanda truppe di colore.144
I militari vennero sottoposti al coprifuoco per le 22:00 (tranne il giovedì, fino a
mezzanotte), ma evidentemente non bastò a rasserenare la popolazione di Reykjavik
(allora 55,000 abitanti), ove i militari si riversavano giornalmente vista la vicinanza
dalla base e l’assenza di altri centri ricreativi.
L’associazione dei giovani conservatori (“Vaka”) pubblicò una risoluzione in cui,
sebbene si ribadiva l’importanza del contributo delle forze armate alla causa nazionale,
si chiedeva che vi fossero i minori contatti possibili fra civili e militari; inoltre si
chiedeva ai giovani islandesi “di comportarsi in modo compatibile con l’onorabilità
propria e della nazione”145. Evidentemente, come già durante la guerra, gli islandesi
sembravano essere oltremodo gelosi delle loro donne.
143
Nuechterlein, Reluctant, cit., p. 111.
Solo a partire dagli anni ’70 queste imbarazzanti limitazioni vennero rimosse, su pressioni di circoli
afroamericani. Cfr. Whitehead, The Ally, cit., p. 62.
145
Morgunbladið, 4 luglio 1951.
144
110
Il settimanale Manudagblaðid, che pure era stato uno strenuo avallatore delle forze
armate, pubblicò una lettera in inglese per criticare la scarsa disciplina dei militari:
“Incidents and difficulties can and will always arise and cannot be helped, but
continual clashes and disorders can be prevented if the one who commands applies
necessary restriction”.146
Questi risentimenti alla lunga cominciarono ad avere un certo riscontro anche in
ambito politico, e la campagna di discredito operata dai comunisti trovava terreno fertile
per le proprie stoccate, ma progressisti e conservatori, nei due anni successivi alla firma
del trattato, non modificarono la loro politica.
Nel giro di pochi anni l’Islanda sperimentò una politica di sicurezza altalenante: la
neutralità formale (1918-maggio 1940), la “non collaborazione attiva” (occupazione
inglese), la protezione di una potenza amica (1941-46), il tentativo di inserirsi in un
sistema di una “sicurezza collettiva” (adesione all’Onu), il sistema di “difesa collettiva”
(adesione alla Nato) per poi divenire parte integrante di un network militare.
Molti fattori segnarono questo percorso: benefici economici da un lato, resistenze
culturali dall’altro, incertezza del clima internazionale sullo fondo. Fra tutte le entità
politiche forse quella che contribuì più delle altre a questa fluttuazione fu il Partito
Progressista. Analizzando la posizione dei partiti in un quadro d’insieme infatti, risulta
chiaro che sia il Partito Indipendente che il Partito di Unità Socialista, nei due opposti,
adottarono una politica precisa e ferma. Il Partito Socialdemocratico, sotto la risoluta
guida di Stefàn Stefànsson, attuò una politica di stampo internazionalista, di
collaborazione ponderata con i conservatori e chiusura con i comunisti, ma si trovò a far
fronte ad una limitata ma visibile opposizione interna a questa linea (soprattutto
146
Manudagsbladið, 23 luglio 1951.
111
Valdimarsson). I progressisti invece erano il partito più lacerato: molte organizzazioni
di base erano spiccatamente antimilitariste, ed anche la dirigenza di partito si trovò a
votare spesso non unanimemente (come Hermann Jònsson ed Eynsteinn Jònsson,
numeri uno e due della segreteria, alla votazione del ’46 per il Keflavik Agreement).
A complicare la questione vi era poi il fatto che, in virtù degli esiti elettorali ed una
debolezza intrinseca del sistema, i progressisti erano necessari alla formazione di un
governo credibile: una volta che i conservatori ruppero definitivamente con i comunisti
(1946), ed i socialdemocratici non erano disposti a collaborare né con questi ultimi né
con i conservatori in una coalizione a due, i loro voti erano indispensabili. In questa
scomoda situazione i progressisti vissero momenti sconfortanti, come il minimo storico
alle elezioni del 1946, ma forse, grazie alla loro posizione fluttuante ed essendo
comunque il secondo partito nazionale, riuscirono ad inserire un elemento di flessibilità
in un mondo politico alquanto statico. Questo permise di non irrigidire e rendere
prevedibili le reazione del parlamento, costringendo gli Stati Uniti a far buon uso delle
loro offerte di collaborazione.
112
Allegato D – Risultato delle elezioni 1946 e 1949
Fonte: Alþingiskosningar (Statistiche Ufficiali)
Elezioni del 1946
Partito
Seggi Parlamentari
% di Voto
Indipendente
20
39.4
Progressisti
13
23.1
9
17.8
10
19.5
Socialdemocratici
Comunisti
Elezioni del 1949
Partito
Seggi Parlamentari
% di Voto
Indipendente
19
39.5
Progressisti
17
24.5
Socialdemocratici
7
16.5
Comunisti
9
19.5
Governi:
Periodo
Primo Ministro
Coalizione
1942-44
Björn Thordarsson
Nonpartisan
1944-47
Ólafur Thors (PI)
PI, PSD, PC
1947-49
Stefan Stefannson (PSD)
PSD, PI, PP
1949-50
Ólafur Thors (PI) (minoranza)
PI
1950-53
Steingrimur Stheinthrsson
PP, PI
113
Allegato E
Defense Agreement Pursuant to the North Atlantic Treaty
(fonte: testo distribuito in occasione della conferenza per il 50esimo anniversario del trattato, Biblioteca
Nazionale Islandese, Maggio 2001)
Preamble
Having regard to the fact that the people of Iceland cannot themselves adequately secure
their own defenses, and whereas experience has shown that a country’s lack of defenses
greatly endangers its security and that of its peaceful neighbors, the North Atlantic
Treaty Organization has requested, because of the unsettled state of the world affairs
that the United States and Iceland in view of the collective efforts of the parties to the
North Atlantic Treaty to preserve peace and security in the North Atlantic Treaty area,
make arrangements for the use of facilities in Iceland and thus also the North Atlantic
Treaty area. In conformity with this proposal the following agreement has been entered
into.
Article I
The United States, on behalf of the North Atlantic Treaty Organization and in
accordance with its responsibilities under the North Atlantic Treaty will make
arrangements regarding the defense of Iceland subject to the condition set forth on this
Agreement. For this purpose and in view of the defense of the North Atlantic Treaty
area, Iceland will provide such facilities in Iceland as are mutually agreed to be
necessary.
Article II
Iceland will make all acquisition of land and other arrangements required to permit
entry upon and use of facilities in accordance with this Agreement, and the United
States shall not be obliged to compensate Iceland or any national of Iceland or other
person for such entry or use.
114
Article III
The national composition of forces, and the conditions under which they may enter
upon and make use of facilities in Iceland pursuant to this agreement, shall be
determined in agreement with Iceland.
Article IV
The number of personnel to be stationed in Iceland pursuant to this agreement shall be
subject to the approval of the Icelandic Government.
Article V
The United States in carrying out its responsibilities under this agreement shall do so in
a manner that contributes to the maximum safety of the Icelandic people, keeping
always in mind that Iceland has a sparse population and has been unarmed for centuries.
Nothing in this Agreement shall be so construed as to impair the ultimate autority of
Iceland with regard to the Icelandic Affairs
Article VI
The Agreement of October 7, 1946, between the United States and Iceland for the
interim Use of Keflavik Airport shall terminate upon the coming into force of this
Agreement whereupon Iceland will assume the direction and responsibility for civil
aviation operations at Keflavik Airport. The United States and Iceland will negotiate
appropriate arrangements concerning the organization of the Airport to coordinate the
operation thereof with the defense of Iceland.
Article VII
Either Government may at any time, on notification to the other government, request the
Council of the North Atlantic Treaty Organization to review the continued necessity for
the facilities and their utilization, and to make recommendations to the two
Governments concerning the continuation of this Agreement. If no understanding
between the two Governments is reached as a result of such request for review within a
period of six months from the date of the original request, either Government may at
any time thereafter give notice to give intention to terminate the Agreement, and the
Agreement shall the cease to be in force twelve months from the date of such notice.
115
Whenever the contingency provided for in Article 5 and 6 of the North Atlantic Treaty
shall occur, the facilities, which will be afforded in accordance with this Agreement
shall be available for the same use. While such facilities are not being use for military
purposes, necessary maintenance work will be performed by Iceland or Iceland will
authorize its performance by the United States.
Article VIII
After signature by the appropriate authorities of the United States and Iceland, this
Agreement, of which the English and Icelandic texts are equally authentic, shall come
into force on the date of receipt by the Government of the United States of America of a
notification from the Government of Iceland of its ratification of the Agreement.
Done at Reykjavik, the fifth of May 1951
116
Capitolo VI
Un precario equilibrio
Durante i negoziati per il Defense Agreement gli americani avevano dovuto limitarsi
ad un profilo minimo di richieste per non mettere in difficoltà i propri interlocutori,
eppure era chiaro che così facendo non veniva espresso il pieno potenziale strategico
dell’isola; dal febbraio del ’52 il Dipartimento Americano alla Difesa decise che in
Islanda vi era urgente necessità di un incremento delle strutture militari, in termini di
uomini e mezzi, per la difesa dell’Europa. Gli Usa tentarono quindi di intavolare
trattative col governo per la costruzione di una nuova base militare, “la Base X”, nella
parte sud orientale del paese, ma gli islandesi non sembravano disposti a discutere tali
progetti di ampliamento; non solo la base esistente era motivo di irritazione e problemi
politici, ma si temeva che la nuova postazione potesse divenire la piattaforma per
attacchi nucleari contro l’Unione Sovietica. Il governo giunse ad ignorare anche le
raccomandazioni del generale norvegese Øen, interpellato in qualità di esperto, sulle
effettive necessità di una seconda base.147
Come abbiamo visto il rapporto con gli americani era stato sempre inteso da parte
degli islandesi come una misura difensiva, mentre il dispiego di armi nucleari e
l’aumento delle postazioni sarebbe chiaramente rientrato in una logica offensiva148. La
Defense Forse infatti, al momento della firma del trattato del 1951 era forte di un
battaglione di fanteria (circa 3.000 uomini), squadriglie di ricognitori ed intercettori,
147
Il generale si espresse appoggiando in pieno la richiesta americana, considerando insufficiente per la
difesa del paese l’assetto raggiunto nel 1951. Cfr. V. Ingimundarsson, The west, cit., p. 86, e “T.
Whitehead, “The Ally”, cit., p. 57.
148
Stando ad alcune note diplomatiche rintracciate da T. Whitehead, The ally, cit., p. 57, piani segreti di
ampliamento delle basi riguardarono lo stazionamento di una forza di bombardamento continuo a medio
raggio, aerei cisterna e bombardieri pesanti B-36 ed RB-36.
117
nonché del personale tecnico atto ad operare le tre postazioni radar di lungo raggio
sparse sul territorio.
Il Defense Agreement però non valse a rasserenare a lungo la questione, specie nel
contesto internazionale: un altro evento, in teoria del tutto estraneo alle vicende fin qui
trattate, segnò il ritorno dell’Unione Sovietica come antagonista del “campo
occidentale”.
La prima “Cod War” contro L’Inghilterra
E’ cosa nota che l’economia islandese trae il suo maggior profitto, di gran lunga
superiore ad ogni altro commercio, dallo sfruttamento dei mari; nel 1952 gli islandesi
portarono le loro acque territoriali, ovvero lo spazio di loro esclusivo sfruttamento, da 3
a 4 miglia dato che un vecchio trattato, firmato nel 1901 con l’Inghilterra ancora dalle
autorità danesi, era giunto a scadenza149. Questo un atto “unilaterale” era stato regolato
Nota Bene:
30
A: Ingresso
dell’Islanda nel
Piano Marshall
25
20
USA
URSS
15
B: Crisi del pesce
10
5
A
0
1944
1946
1948
B
1950
1952
1954
1956
Esportazioni islandesi in Unione Sovietica ed Usa in percentuale sull’esportazione totale
149
J. Hjalmarsson, A short history, cit., p. 131.
118
su di una precedente disputa internazionale in materia di pesca, risolta in questo senso,
fra Norvegia e Gran Bretagna150, le reazioni degli inglesi furono tuttavia dure: essi
avevano interessi nella regione da lunghissimo tempo, e l’associazione dei produttori
ittici inglesi decretò un vero e proprio bando delle merci islandesi dai porti del Regno
Unito. La Gran Bretagna era un mercato importantissimo, ed il boicottaggio, proclamato
da una confederazione privata, non poteva essere risolto dal governo; questa fu la prima
delle dispute sui diritti di pesca fra le due nazioni, che vengono spesso chiamate “Cod
Wars”151 .
A questo punto di mosse l’Unione Sovietica. Il Cremlino si offrì di occupare il vuoto
lasciato dagli inglesi, importando prodotti ittici ed esportando in Islanda petrolio,
cemento ed altri materiali a prezzi favorevoli152. Dal 1955 l’Urss era ormai il secondo
partner commerciale: se nel 1951 i commerci fra i due paesi erano nulli, nel 1953 le
esportazioni islandesi in Unione Sovietica ammontavano a circa 7.3 milioni di dollari,
nel ’54 a 11.5 milioni e nel ’55 ben 14 milioni. Anche le importazioni in Islanda
crebbero notevolmente, da nulle nel ’51, a 11.9 milioni nel ’54, e 15,8 milioni nel ’55. I
commerci con gli Usa invece destavano allarme: le esportazioni islandesi decrescevano
(da 14,3 a 8,9 milioni nel periodo ‘52-’55) mentre le importazioni aumentavano (da
16,7 milioni a 25,9 nello stesso arco di tempo), con netto squilibrio della bilancia
commerciale.153
Anche se è effettivamente difficile determinare in termini precisi quanto questa
operazione incise sull’opinione pubblica islandese, era certo paradossale che coloro che
150
B. Greondal, Neutrality, cit., p. 63.
Non sempre quella del 1952 non è inserita fra le Cod War vere e proprie, cui si fa riferimento per
indicare le crisi del ’58 e degli anni ’70. A differenza di queste ultime infatti, le reazioni inglesi si
limitarono al boicottaggio commerciale, mentre nelle successive si mosse, a scopo per lo più
intimidatorio, anche la Royal Navy (da qui il termine Cod War). Vedasi anche capitolo successivo.
152
Questi accordi vengono generalmente chiamati “barter trade” in quanto il rapporto non si instaura
secondo lo scambio di merce per moneta, ma secondo merce per merce.
153
Dati convertiti in dollari al valore di allora (1 ISK = 0,09 $) da Nuechterlein, Reluctant, cit., p. 147.
151
A
119
dovevano essere gli “amici”, come l’Inghilterra, tentavano di mettere economicamente
in ginocchio l’Islanda, mentre coloro che erano additati come i “nemici”, ovvero
l'Unione Sovietica, avevano “tratto in salvo” il paese. I colleghi della Nato, e soprattutto
gli Stati Uniti, guardarono con apprensione a questi sviluppi, ma i rapporti fra Islanda e
Urss assunsero presto un peso notevole: alla metà del 1955 circa un terzo delle
esportazioni islandesi giungeva sui mercati del Patto di Varsavia.154 L’Unione Sovietica
cercava indubitabilmente di destabilizzare i rapporti tra Islanda ed altri paesi Nato, e
comunque poneva in essere, sfruttando un allentamento della maglia dei rapporti
diplomatici, una massiccia penetrazione commerciale.
La grande avanzata della sinistra parlamentare
Insieme a questa nuova iniziativa economica, l’erosione del supporto popolare alla
Defense Force, già abbastanza visibile nel 1951, cominciò presto a divenire uno dei
temi politici principali.
La politica non fu ovviamente insensibile a queste più o meno evidenti
manifestazioni d’insofferenza, e ben presto si consumarono piccole grandi rivoluzioni
che modificarono
la percezione del problema della difesa: un cambiamento di
leadership al Partito Socialdemocratico, più orientata ad un atteggiamento radicale nel
chiedere il ritiro della Defense Force; la creazione ex-novo di un partito neutralista
nazionalista; il nuovo corso dei progressisti che (a seguito di una nuova sconfitta
elettorale del ’53, di cui si dirà tra breve, per l’incapacità di trattare con le frange
antimilitariste del proprio elettorato), sperarono di arginare l’emorragia di consensi
154
Solo l’Austria e la Finlandia, fatte le debite proporzioni, avevano scambi più intensi con l’Urss, fra
tutte le nazioni occidentali. Cfr. Guðmundsson, Iceland, a Reluctant European, cit., p. 11 e 40.
120
formando un nuovo governo con i conservatori sulla base di una revisione del Defense
Agreement.
Per quanto riguarda il Partito Socialdemocratico era tempo ormai che venivano
spesso in polemica fra loro due ali della dirigenza; quella del presidente del partito,
Stefàn Stefànsson, che fino a questo momento aveva prevalso, e quella facente capo a
Hannibal Valdimarsson, generalmente considerato il campione della corrente di sinistra.
Il punto che più divideva i due era sostanzialmente il rapporto con i conservatori del
Partito Indipendente: Stefànsson aveva, nel corso della sua carriera politica, formato
diversi governi con il centrodestra (e fu anche a capo di un gabinetto tra il ’47 ed il ’49)
e aveva espresso una linea politica di apertura all’occidente e di rifiuto di collaborazione
con i comunisti. Valdimarsson riteneva al contrario che questa politica poteva essere
lesiva degli interessi a lungo termine del partito, che rischiava di perdere consensi fra le
organizzazioni dei lavoratori155; inoltre, questi si era spesso polemicamente schierato
contro la linea del presidente in materia di politica estera (ad esempio il voto sulla
Nato).
Durante il congresso del 1952, Valdimarsson riuscì a scalzare Stefànsson dalla guida
del partito ed anche ad ottenere la poltrona di direttore del giornale di partito
(Alþydublaðid). In politica estera la linea della nuova dirigenza sarebbe stata meno
accondiscendente del suo predecessore:
“La situazione internazionale può, in un prossimo futuro, modificarsi al punto che gli
islandesi possano rivedere il loro atteggiamento nei riguardi della Defense Force”156.
155
Il partito era tradizionalmente forte negli ambienti sindacali, e Valdimarsson temeva che il legarsi
assiduamente con gli ambienti borghesi capitalistici, di cui i conservatori erano i principali esponenti,
poteva essere dannoso. Per una trattazione del sistema politico e dei partiti islandesi, vedi capitolo
dedicato.
156
Alþidubladið (quotidiano, organo del Partito Socialdemocratico), 10 dicembre 1950.
121
Sebbene Valdimarsson non si era opposto al trattato del 1951, spiegò di averlo fatto
in considerazione della situazione internazionale critica, e sempre con l’idea che fosse
un assetto temporaneo; si diceva poi pienamente d’accordo con tutti coloro che
ritenevano necessario l’isolamento degli stranieri negli spazi a loro disposizione, per
ridurre al minimo i contatti con i civili.
Il secondo evento politico di questi anni fu, come accennato, la nascita del
Þjoðvarnarflokkur Íslands, Partito di Difesa Nazionale; sebbene non fosse emanazione
diretta della Lega di Difesa Nazionale (costituitasi precedentemente sulle proteste
contro il Keflavik agreement e l’adesione alla Nato), ne condivideva i principi: ritorno
alla neutralità, nessun compromesso con gli stranieri, ferma e strenua difesa dell’identità
culturale della nazione. Questo partito, a volte definito come di area di centrosinistra,
esauriva in realtà il suo scopo in un programma teso ad opporsi quantomeno alla
presenza fisica dei soldati stranieri, e tentava di appellarsi a tutti quegli elettori che o
votavano per il partito comunista esclusivamente per la loro politica di netto contrasto,
ma che non si riconoscevano nell’ideologia del partito, oppure erano scontenti della
condotta degli altri partiti di riferimento su questa materia. Il PDN, costituito in larga
parte da intellettuali di sinistra, rappresentava il ritorno del nazionalismo in forme ben
più organizzate che in passato.157 Il 6 settembre del 1952 il partito cominciò a
pubblicare il proprio organo di stampa, il settimanale “Frjàls Þjoð” (Nazione Libera)158,
come veicolo per le proprie posizioni ed anche come strumento di denuncia della
condotta dei soldati159:
157
158
V. Ingimundarsson, “The role of Nato”, cit., p. 9.
Anch’esso si ispirava al Þjodvörn, stampato qualche anno prima dalla Lega.
122
«…Dobbiamo isolare l’esercito, e dobbiamo pretendere che sia incondizionatamente
confinato all’interno delle aree messe a disposizione, non meno di quanto accade all’esercito
russo a Porkkala, Finlandia. Dovrebbe essere un punto d’onore per gli americani non perpetrare
qui una intrusione più dannosa di quella dei russi in Finlandia…».
Nell’articolo del 17 marzo 1953, due giorni dopo la fondazione ufficiale del partito,
il giornale ne pubblica il “manifesto”:
«…Una potenza straniera, che ha sempre desiderato il territorio islandese per trasformarlo in
una postazione militare per un non specificabile periodo di tempo, è riuscita a stabilire una base
e cerca costantemente di rafforzare la sua presenza nel nostro paese. (…) La nazione non deve
dimenticare il rispetto degli antenati, nel continuare la lotta per l’indipendenza e la cultura
nazionale (…). L’occupazione militare del paese in tempo di pace è pericolo e disgrazia per la
nazione».
Nella campagna elettorale che portò alle elezioni del 1953 la questione della base e
della difesa fu ovviamente solo uno dei punti dibattuti, ma la presenza stessa del PDN
imponeva agli altri partiti di prendere delle posizioni chiare.
I conservatori, attraverso le pagine del Morgunblaðid, sembravano favorire la
presenza della Defense Force in Islanda; come tutte le cose, anche gli annessi e connessi
del Defense Agreement potevano essere migliorati (specie tutti i problemi riguardanti i
rapporti di lavoro tra ditte islandesi ed americane), ma in generale il partito non
modificava le sue opinioni:
«Noi tutti sappiamo bene che fino a quando la situazione internazionale rimarrà così infelice
come è oggi, gli equivoci e le scomodità che accompagnano la presenza della Defense Force
sono inezie se comparate con il pericolo che risulterebbe dall’essere completamente
160
sguarniti».
159
Ad esempio, il 6 settembre il settimanale pubblicò un articolo in base al quale i soldati avevano
trasformato in case per appuntamento almeno 14 appartamenti di Reykjavik.
160
Intervista a Benediksson, Morgunbladið, 3 giugno 1953.
123
Anche il Partito Progressista, che ancora non sembrava cedere alle “ali neutraliste”
cui si accennava, invocò la difficoltà della situazione internazionale, definendo anzi la
presenza militare americana necessaria non solo alla sicurezza degli islandesi, ma di
tutta l’area del nord Atlantico; si riconosceva il bisogno di limare alcune imperfezioni,
come la possibilità di limitare il movimento dei soldati, ma si puntava anche il dito
contro una propaganda eccessiva ed a tratti irresponsabile di altre forze politiche.161
Le insofferenze popolari alla presunta “minaccia culturale” degli stranieri trovarono
attenti uditori invece presso i socialdemocratici162; a differenza di Stefànsson, che aveva
dato al partito una linea spiccatamente “internazionalista” o “western oriented”, il nuovo
leader Valdimarsson si sarebbe comportato coerentemente al nuovo corso che intendeva
dare al partito.
Il Partito di Unità Socialista (comunista), di cui erano già ben note le posizioni, tentò
di lanciare un progetto per un fronte unito “di tutti gli islandesi fedeli alla patria” per
cacciare i nuovi colonialisti163, ma non riuscì, in questa fase pre-elettorale, a trovare la
disponibilità seria di nessuna compagine democratica, e la proposta cadde
sostanzialmente nel vuoto.
Le nuove elezioni si tennero il 28 giugno del 1953, e la grande incognita era
ovviamente il risultato del nuovo PDN; questo nuovo partito era un movimento
d’opinione che poteva raggranellare solo qualche voto di protesta o era il frutto di una
vera e propria irritazione di una parte consistente della nazione? E quale dei vecchi
partiti avrebbe maggiormente sofferto la presenza del nuovo soggetto politico?
161
La dichiarazione d’intenti del partito è pubblicata sul Timinn in data 28 marzo 1953.
B. Groendal, From Neutrality, cit., p. 53
163
Cfr. Þjoðviljinn (quotidiano, organo del Partito di Unità Socialista), 1 aprile 1953.
162
124
Le urne sancirono un buon successo del PDN: con il 6% dei voti otteneva due seggi
in parlamento. Anche il Partito Indipendente guadagnò due seggi rispetto alle votazioni
precedenti, ottenendone 21; il partito progressista passò da 17 a 16, ed anche i comunisti
persero un seggio (7 seggi)164. Per i socialdemocratici fu una vera disfatta, non solo
perché persero due rappresentanti (6 seggi), ma anche perché lo stesso leader
Valdimarsson, promotore della “svolta a sinistra”, non riuscì a farsi eleggere nel proprio
collegio.165
Le elezioni dimostrarono sostanzialmente che i conservatori mantenevano con
fermezza il ruolo di primo partito del sistema politico islandese166; il PDN aveva
sottratto molti voti ai comunisti e soprattutto ai progressisti167, mentre per Valdimarsson
fu una umiliazione personale: avendo inglobato nel proprio programma molti punti di
quello del PDN, avrebbero dovuto essere quello che meno aveva a temere dal nuovo
partito.
La riuscita del PDN dimostrava quanto il carattere islandese di difesa dei propri
valori tradizionali non fosse affatto un po’ di colore in un sistema politico piuttosto
statico, ma era una esigenza realmente sentita dalla popolazione.
Le reazioni della stampa ovviamente rispecchiarono gli umori di vincitori e vinti. Il
Þjoðviljinn attribuiva la sconfitta alla “disunione” dei partiti antagonisti alla base
militare che non erano riusciti ad allearsi in una sorta di cartello d’intenti, come il
164
Per un quadro complessivo degli esiti elettorali, vedi appendice.
Egli venne però “ripescato” nella quota proporzionale, in quanto il sistema politico islandese prevede
la distribuzione di una quota di seggi su base proporzionale, ma solo tra i partiti che hanno ottenuto
almeno un mandato con sistema maggioritario. Per una trattazione più approfondita del sistema elettorale
rimando al capitolo dedicatovi.
166
Da notare che alle elezioni si era presentato anche il Partito Repubblicano, nato da una scissione di
minoranza dall’Indipendente, ma rimase non rappresentato in parlamento e non sembrò aver danneggiato
i conservatori in maniera rilevante.
167
In virtù del sistema maggioritario, il PDN sottraeva al PP abbastanza voti da fargli perdere collegi
soprattutto in favore dei conservatori, come accadde a Reykjavik ove i progressisti persero il loro unico
mandato proprio in questo modo.
165
125
partito aveva proposto.168 I progressisti non cercarono scuse per quella che era, a tutti gli
effetti, una sconfitta elettorale; a causa di un certo lassismo, avevano ignorato i segnali
delle loro ali neutraliste ed ora si trovavano in una posizione indebolita.169 Potrebbe non
essere inutile ricordare che i progressisti avevano la loro base elettorale soprattutto negli
ambienti cooperativi delle campagne e quindi i loro elettori se potevano sperimentare
meno direttamente “l’impatto sociale” (che però era una sorta di punto d’onore
nazionale), erano anche quelli che risentivano meno de “l’impatto economico” della
base, ovvero la cosiddetta ricaduta occupazionale.
La formazione di un nuovo governo, in virtù di questi esiti elettorali, fu difficoltosa.
Il Partito Progressista aveva grosse resistenze a collaborare con i conservatori, ma una
crisi di governo prolungata avrebbe certo portato a nuove elezioni, e con il partito in
difficoltà ciò non era auspicabile170. Anche i socialdemocratici di Valdimarsson non
modificarono, nonostante la sconfitta, la loro linea anticonservativa.
Thors il veterano al suo quarto Governo
Il 10 settembre 1953 Òlafur Thors riuscì a formare un nuovo governo con i
progressisti, a patto di alcune concessioni ai colleghi di governo: Bjarni Benediksson
avrebbe lasciato il ministero degli esteri in favore del progressista Kristinn
Guðmundsson. I progressisti puntavano ad avere un peso maggiore agli esteri per una
revisione dei trattati con gli Stati Uniti.
Il pensiero del neoministro degli esteri venne da questi esplicitato in un lungo
intervento al parlamento il 19 ottobre:
168
Þjoðviljinn, 30 giugno 1953.
Timinn, 1 luglio 1953
170
Timinn, 11 settembre 1953.
169
126
«…alcune modifiche andranno necessariamente introdotte [nel Defense Agreement] se si
vuole ottenere una condizione soddisfacente. (…) Noi tutti speriamo che la situazione
internazionale volga alla distensione e che sia abbastanza pacifica da convincerci che la
presenza di una forza di difesa non sia più necessaria».
171
Più interessante ancora per definire la nuova politica del partito, sarà però un lungo
articolo apparso sul Timinn in data 10 novembre 1953; esso riportava la risoluzione
finale dei lavori conclusi da una apposita commissione del partito sul problema della
base militare di Keflavik. La commissione, costituitasi proprio per far fronte ad una vera
e propria spina nel fianco del partito, stretto tra gli oneri di governo ed il malumore
dell’elettorato, varò una serie di raccomandazioni: 1) la creazione di una apposita
commissione governativa per trattare l’amministrazione dei problemi della difesa. 2)
una nuova organizzazione dei cantieri in modo che l’ingresso di lavoratori stranieri
fosse non necessaria. 3) il passaggio alla responsabilità del governo per i lavori di
costruzione e mantenimento della base. 4) netta separazione tra personale civile e
personale militare. 5) Nuovi regolamenti per limitare la circolazione sia dei militari, sia
del personale civile straniero, al di fuori della base. 6) uno studio per la fattibilità del
passaggio ad organismi islandesi della gestione delle nuove infrastrutture radar di
prossima realizzazione.172
Il ministro Guðmundsson avviò negoziati formali all’inizio del 1954; il
raggiungimento di un accordo sembrava essere molto difficile, visto il mandato del
ministro degli esteri: stando alla risoluzione di cui sopra, egli avrebbe dovuto
raggiungere un accordo che, de facto, avesse operato per un progressivo coinvolgimento
di entità islandesi nel mantenimento della base, fino alla sostituzione degli stranieri.
171
172
Alþyngistiðindi, 10 ottobre 1953, Sez. B.
Cfr. Timinn, 10 novembre 1953.
127
Solo il 27 maggio il ministro poté annunciare, in un discorso radiodiffuso, il
raggiungimento di un accordo.
I punti salienti dell’accordo prevedevano: 1) progetti di costruzione ed ampliamento
della base pienamente compatibili con le esigenze delle industrie islandesi. 2) che
personale islandese venisse completamente formato ed istruito per sostituire tecnici e
lavoratori americani. 3) che le ditte appaltatrici americane cessassero i loro lavori e che
tale mandato fosse concesso a ditte islandesi. 4) la possibilità per le ditte islandesi di
acquistare dagli americani tutti i macchinari per espletare le loro funzioni. 7)
la
costruzione di un recinto intorno al perimetro della base in modo da controllare al
meglio i movimenti dei soldati.173
Accanto a queste concessioni però, gli Usa strappavano un incremento dei soldati
della Defense Force (che passarono da 3.900 a 6.200)174 e la possibilità di avviare un
proprio canale televisivo la cui ricezione fosse possibile solo all’interno della base..
Ovviamente la stampa filogovernativa salutò la revisione del trattato come un
successo (anche se, è stato fatto notare, che il Morgunblaðid preferì non commentare
approfonditamente l’evento per lasciare al ministro progressista tutta la “responsabilità”
di quanto stesse accadendo175).
Il Frjals Þjoð al contrario in toni del tutto negativi: il nuovo accordo non cancellava
affatto l’onta della base, e le nuove condizioni ottenute non facevano altro che
“mercificare” la politica islandese.176
Anche l’Alþydublaðid, dei socialdemocratici, si disse favorevole alla politica adottata
dal ministro, anche se avrebbe preferito che la formazione di “tecnici” islandesi fosse
173
Il discorso completo venne pubblicato sia dal Morgunblaðid che dal Timinn il 27 maggio ’54.
V. Ingimundarsson, The West, cit., p. 88
175
Neuchterlein, “Reluctant”, cit., p. 130.
176
Frjals Þioð, 4 aprile 1954.
174
128
principalmente orientata ad assumere, il prima possibile, il controllo delle postazioni
radar, che avrebbero servito l’aviazione civile.177
Si sa che il bicchiere è sempre per qualcuno mezzo vuoto e per altri mezzo pieno, ma
al di là dei “commenti a caldo” bisogna notare che la posizione degli americani fu senza
dubbio astuta; da un lato “cedevano” su tutta la linea concedendo a ditte islandesi di
divenire prime appaltatrici, con indubbi benefici commerciali, ed accettavano una
segregazione quasi umiliante per le proprie truppe; dall’altro però inficiavano il
meccanismo che avrebbe avviato il progressivo avvicendamento di militari statunitensi
con civili islandesi ottenendo l’aumento dei soldati a loro disposizione.
Si prepara la spallata all’ordine costituito
Durante il 1955 apparve chiaro a molti che la situazione internazionale si stava
effettivamente placando; non solo la guerra di Corea si era assestata, ma la cosiddetta
“diplomazia del sorriso” di Nikita Cruscev alimentava nuove speranze; la decisione del
Cremlino di abbandonare la base navale di Porkkala, in Finlandia, poteva tra l’altro ben
prefigurare un analogo passo americano in Islanda. La revisione del trattato del 1954
valse, per quanto riguarda la politica estera, un periodo di tranquillità, ma la situazione
sarebbe presto cambiata nel 1956.
Come abbiamo accennato, la sconfitta elettorale del 1953 toccò nel vivo la leadership
di Valdimarsson, che, incalzato dai sostenitori di Stefànsson, fu costretto a cedere la
poltrona di presidente del partito. Ad assumere questo ruolo venne quindi chiamato
Haraldur Guðmundsson, vicino al vecchio leader Stefànsson. Valdimarsson, temendo di
perdere peso politico, decise una mossa a sorpresa: alle elezioni dei vertici sindacali,
177
Alþydubladið, 28 maggio 1954.
129
legandosi ai comunisti, anziché al proprio partito, riuscì a farsi eleggere presidente della
principale organizzazione dei lavoratori. Senza dubbio, in condizioni normali, tale
scarsa considerazione della “disciplina di partito” avrebbe di certo portato all’espulsione
di Valdimarsson; tuttavia i socialdemocratici decisero di non prendere alcun drastico
provvedimento, temendo gli effetti di una scissione in un momento di grande
debolezza.178
A questo punto però Valdimarsson tornava in una posizione di forza, e la linea del
partito oscillò di nuovo: a seguito del congresso di novembre 1955, Gylfi Gislason (al
fianco di Valdimarsson in numerosi “momenti critici”179), riuscì a far passare una
risoluzione in cui si auspicava la formazione di una alleanza elettorale con i progressisti
ed i nazionalisti del PDN, e, facendo riferimento alle mutate condizioni internazionali,
si tornava a chiedere una nuova revisione del “Defense Agreement” in vista di un ritiro
delle truppe. Qualora un accordo non fosse stato raggiunto, si sarebbe dovuto invocare
l’Articolo VII del trattato per la sua definitiva abrogazione.180
Quindi, anche se non si giungeva ad aprire ai comunisti, la linea politica che si
andava costruendo rappresentava una nuova “sbandata” a sinistra.
Anche in seno al Partito Progressista il nuovo clima internazionale faceva sentire i
suoi effetti; nella dichiarazione di fine anno, il leader Hermann Jònasson affermò:
«E’ importante che, dal punto di vista della nostra nazione, si tenga fede ai propositi già
espressi relativamente alla politica estera. E’ scontato che dobbiamo immediatamente ottenere il
livello di preparazione tale che ci permetta di assumere il completo controllo della base che è
stata costruita»
181
.
178
Nuechterlein, Reluctant, cit., p. 135.
Vedi le votazioni sulla Nato, precedentemente esposte.
180
Per la risoluzione, cfr. Alþydublaðid, 17 novembre 1955.
181
Timinn, 31 dicembre 1951.
179
130
Effettivamente, i progressisti avevano sempre lasciato intendere che gli accordi del
1951 fossero una situazione temporanea, e sebbene nella dichiarazione sopra citata il
partito non chiedeva un ritiro immediato delle truppe (né si dava un tempo limite),
l’enfasi data alla necessità di preparare personale islandese era sempre stata funzionale a
tale scopo.
Una svolta importante per i progressisti si ebbe durante il congresso di Marzo 1956.
Due punti segnarono il congresso, uno di politica interna, l’altro di politica estera. Sul
fronte interno si gettarono le basi per una alleanza elettorale con il partito
socialdemocratico, secondo una vera e propria spartizione dei collegi e nella speranza di
ottenere abbastanza rappresentanti per formare un governo.182 In politica estera si
espresse quanto segue:
“Non c’è oggi alcun dubbio, come sanno tutte le persone ben informate, che le condizioni
sono molto cambiate da quelle esistenti quando il Defense Agreement tra Islanda e Usa venne
firmato, nel 1951. Per questo motivo sembra appropriato cominciare immediatamente la
preparazione di una diversa organizzazione riguardo tale materia; sembra inoltre ineccepibile
che, secondo l’Articolo VII di detto accordo, si proceda al riesame della necessità di mantenere
le strutture che sono state rese disponibili agli Stati Uniti in funzione del Defense
Agreement”
183
.
L’obbiettivo del partito era quindi quello di forzare gli Stati Uniti ad accettare un
nuovo assetto, agitando lo spauracchio dello stralcio definitivo dell’accordo, che
prevedesse finalmente la sostituzione di personale militare americano con personale
civile islandese, cosa peraltro già acquisita nel corso di precedenti negoziati, ma che non
procedeva. Un’altra necessità, strettamente elettorale, era poi quella di far fuori il PDN,
182
183
Timinn, 11 marzo 1956
Ibidem.
131
che tanto aveva nuociuto in termini di consensi, assimilando il punto focale del
programma.
Nel frattempo l’attivissimo Valdimarsson, che guidava un sindacato largamente in
mano ad esponenti vicini al partito comunista, colse l’occasione di un grande sciopero
tra i lavoratori per lanciare nell’arena politica una nuova entità politica, la
Althydubandalag (Alleanza Popolare).184 Questo partito, al di là degli intenti retorici di
voler rappresentare i lavoratori, era in realtà il vecchio Partito di Unità Socialista (che vi
confluì in toto) con in più le frange minoritarie dei “socialdemocratici di sinistra” di
Valdimarsson; questi entrava nel nucleo direttivo del partito (la cui presidenza toccò al
leader storico dei comunisti, Einar Olgeirsson) e venne questa volta definitivamente
espulso dal PSD il 22 marzo185
Mentre il mondo politico si preparava a nuovi scontri, l’economia viveva l’ennesima
crisi: le fluttuazioni del mercato del pesce costituivano un fattore di intrinseca
debolezza, inoltre l’inflazione sfuggiva ad ogni controllo, tenuta alta ora dall’eccesso di
moneta, ora da un incremento dei salari (effetto dello spettacolare sciopero guidato dai
sindacati federati di Valdimarsson); i costi di produzione lievitavano, con evidente
danno alla competitività delle industrie islandesi in campo internazionale, mentre le
importazioni rimanevano alte e lo squilibrio della bilancia commerciale rischiava di
degenerare pericolosamente.
L’amministrazione Eisenhower tentò di controbilanciare la “deriva a sinistra” della
società sia con interventi propagandistici, sia per mezzo delle leve economiche. Artisti
di fama mondiale giunsero in Islanda e politici, giornalisti, intellettuali e rappresentanti
dei lavoratori vennero invitati negli Stati Uniti; nelle università e nei sindacati gruppi
184
Þjoðviljinn, 15-16 marzo 1956.
132
non comunisti vennero invitati a collaborare, ma, come i fatti dimostrarono con scarso
successo.
La crescente opposizione alla base venne chiaramente indicata da un sondaggio
segreto realizzato dall’istituto norvegese Gallup per conto del governo americano. Solo
il 28% degli intervistati si disse a favore della base, ed il 48% contrario. Invece vi era un
forte appoggio dell’alleanza atlantica, con un 44% di favorevoli ed un 22% di contrari.
La maggior parte della popolazione che si era detta contraria basava la sua opposizione
all’impatto culturale che gli stranieri potevano avere sulla società islandese, invece solo
pochi ritenevano che potevano rendere l’Islanda un bersaglio di attacchi nemici.186
Dal punto di vista economico già la base di per sé rappresentava una iniezione
notevole di capitale187, ma Eisenhower propose ai suoi consiglieri una azione
spettacolare: far acquistare agli Stati Uniti tutta la produzione ittica islandese, da donare
ai paesi del terzo mondo come gesto umanitario188. Questa operazione venne però
sostituita (temendo un flusso incontrastato di richieste da altri paesi) con il
finanziamento di un cementificio; queste proposte, certo gradite, furono però troppo
tardive per raddrizzare la deriva dell’opinione pubblica piuttosto compromessa, ed in
realtà non risolvevano il problema: l’Islanda continuava ad operare in un regime
economico artefatto, non riusciva a diversificare le sue produzioni e non poteva
contrastare l’inflazione; “gettare soldi sui problemi”, se poteva rappresentare una
soluzione di breve periodo, non risolveva l’instabilità economica della nazione.
185
Alþydublaðid, 23 marzo 1956.
V. Ingimundarsson, The Role of Nato, cit., p. 9-10.
187
La base impiegava direttamente, tra il ‘51 ed il ’55 almeno il 4% della forza lavoro della nazione. R.
Arnason, Political Parties and Defence, Kingston (Canada) 1980, p. 48.
188
V. Ingimundarsson, Buttressing the West, cit., p. 89
186
133
Marzo 1956: tutto sembra pronto per cambiare
Il 26 marzo del 1956 i progressisti sottrassero il loro appoggio al gabinetto di Òlafur
Thors, ma prima che il parlamento fosse sciolto, progressisti e socialdemocratici, già in
piena collaborazione, fecero in modo di discutere una risoluzione storica. Il 27 marzo
Hermann Jònasson e Gylfi Gislason proposero di votare una mozione il cui passaggio
fondamentale fu quanto segue:
«L’Alþing dichiara che la politica estera dell’Islanda dovrebbe essere formulata in modo da
assicurare l’indipendenza e la sicurezza del paese, che relazioni amichevoli siano intrattenute
con gli altri paesi, ed in modo che il popolo islandese possa cooperare con i propri vicini,
ovvero attraverso la cooperazione con la Nato. Alla luce di cambiamenti avvenuti dal momento
della firma del Defense Agreement, nel 1951, ed alla luce delle dichiarazioni concernenti il
rifiuto dello stazionamento di truppe militari in tempo di pace, una revisione del sistema fin qui
adottato deve immediatamente prendere avvio, in modo che gli islandesi stessi possano agire
per la cura ed il mantenimento delle installazioni difensive, oltre che obblighi militari, e che la
Defense Force possa essere ritirata. Se non si riuscisse a trovare un accordo soddisfacente per
entrambe le parti, allora il Defense Agreement decadda secondo i termini stabili dall’Articolo
VII»
189
.
Non è facile capire per quale motivo i due partiti abbiano prima cercato la crisi di
governo, probabilmente i progressisti voleva dare un segnale forte ai propri elettori di
un nuovo corso della loro politica estera.
La posizione era chiara e decisa, e ovviamente scatenò il dibattito e gli emendamenti
delle altre forze politiche.
Il Partito Indipendente propose un emendamento volto a bloccare la proposta: anche
se condivideva il fatto che un esercito straniero non dovesse stazionare nel paese per più
tempo del necessario, riteneva la dichiarazione affrettata. Prima di chiedere il ritiro delle
134
truppe una apposita commissione parlamentare, da costituirsi, avrebbe dovuto
investigare la situazione internazionale da un lato, e tutti i problemi legati alla situazione
nazionale: gli islandesi avrebbero potuto svolgere i compiti della base, senza un
esercito? Quale effetto avrebbe avuto una simile decisione sulla sicurezza globale, e
degli altri partners Nato? Chi e come avrebbe coperto i costi delle operazioni?190
Anche i comunisti, per intervento del parlamentare Finnbogi Valdimarsson,
introdussero un emendamento volto a togliere dalla dichiarazione l’allusione
all’appartenenza alla Nato, ed a indicare per il 5 maggio 1957 la data entro cui il ritiro si
sarebbe dovuto ultimare.191
Di particolare interesse fra gli interventi parlamentari, è senza dubbio quello del
ministero degli esteri; Kristinn Guðmudsson disse:
«Può anche esser vero che il pericolo di una guerra esista da qualche parte, come nel mondo
arabo; ma nessuno ritiene plausibile il pericolo di un attacco diretto, o l’inizio di una guerra
192
mondiale fra Est ed Ovest»
.
La risoluzione non avrebbe significato lo stralcio del Defense Agreement a meno che
i negoziati con gli Usa si fossero arenati; anche per quanto riguarda i costi di
mantenimento, se l’Islanda non fosse stata in grado di sostenerli da sola avrebbe
richiesto il contributo, totale o parziale, di altri soggetti (Usa? Nato?), senza per questo
dover accettare la presenza di un esercito straniero.
Il 28 marzo si passò alle votazioni.
Dapprima la risoluzione dei conservatori, che venne battuta per 31 voti contro 18;
votarono per il sì solo i rappresentanti del Partito Indipendente.
189
Alþingistiðindi, 1956, Doc. A-623
Alþingistiðindi, 1956, Doc. A-643
191
Alþingistiðindi, 1956, Sez. D. Intervento di F. Valdimarsson.
190
135
Venne poi dibattuta la risoluzione dei comunisti, per 39 a 10. Votarono a favore i 7
membri comunisti, i due parlamentari del PDN e Valdimarsson, ormai in collaborazione
costante con i comunisti.
Infine si votò la risoluzione congiunta di progressisti e socialdemocratici vera e
propria. Solo i conservatori si opposero, e la dichiarazione passò per 31 voti contro
18.193 Inutile dire che L’Unione Sovietica salutò la risoluzione come una “vittoria della
pace”.194
Sulla stampa le reazioni furono accese, e soprattutto i giornali dei due maggiori
partiti duellarono in uno scambio di accuse. Il Morgunblaðid cercava di convincere i
propri lettori che, essendo l’Islanda all’interno di una cooperazione, era moralmente
obbligata ad assumere tali drastiche conclusioni in armonia con gli altri partners
atlantici195. Il Timinn invece ribatteva che l’Islanda aveva tutto il diritto di agire in
piena autonomia ed indipendenza, senza accettare interferenze da parte di altri stati196.
Alla fine di aprile il Partito Indipendente tenne la sua convention nazionale, ed
ovviamente nella risoluzione finale la “Dichiarazione di Marzo” venne aspramente
criticata: l’atteggiamento era definito irresponsabile in quanto il ritiro delle truppe
veniva aprioristicamente richiesto senza alcuna consultazione con i colleghi della
Nato197.
Per ironia della sorte, in maggio si aprì un consiglio dei ministri degli esteri Nato a
Parigi, presieduto proprio da Guðmundsson. Egli, lungi dal sollevare la questione in
quella sede, dovette anzi assistere ad una dichiarazione dei partners in cui si chiedeva a
tutti i membri di non ridurre gli sforzi della difesa collettiva. Inutile dire che il
192
Alþingistiðindi, 1956, Sez. D. Intervento di K. Guðmundsson
I conservatori avevano in realtà a disposizione 21 seggi, ma tre parlamentari non si presentarono alle
votazioni. Gli esiti delle votazioni sono in Alþingistiðindi, 1956, sez. D.
194
T. Whitehead, The Ally, p. 69.
195
Morgunbladið, 2 aprile 1956.
193
136
Morgunblaðid denunciò la condotta del ministro, che non aveva avuto il coraggio di
parlare apertamente di quanto stava accadendo nel proprio paese.198
Un evento di grande risonanza accadde sempre nel maggio 1956. Il settimanale in
lingua inglese della base militare, “White Falcon”, pubblicò un articolo in base al quale
il dipartimento americano alla difesa aveva bloccato i lavori di costruzione fino a
quando la posizione islandese nei riguardi della Defense Force non fosse chiarita.199
La notizia ebbe l’effetto di una vera e propria bomba emozionale ed elevò il tono
della polemica dei due partiti maggiori attraverso gli organi di stampa.
In un editoriale, intitolato irriverentemente “I progressisti non si sentono bene”, il
Morgunblaðid parlava di un “infarto” dei progressisti ora che gli Stati Uniti
cominciavano a prendere sul serio la Dichiarazione di Marzo200.
Hermann Jònasson attaccò pubblicamente gli Usa per interferire nelle vicende
islandesi, ed addirittura accusò il Partito Indipendente di comportarsi come un vero e
proprio agente degli americani, nella speranza di mettere le mani su qualche grosso
appalto della base.201
In realtà queste insinuazioni, definite dai conservatori degne della più bassa
politica202, non portarono mai a chiarire una collusione diretta fra l’amministrazione
Eisenhower e il Partito Indipendente, ma il ruolo degli Usa fu comunque evidente:
dapprima cercarono di persuadere la Banca Mondiale a concedere un prestito all’Islanda
per la costruzione di una centrale idroelettrica sul fiume Sog, poi cercarono di ottenere
dagli inglesi la fine del bando proclamato nel ’52 (ma gli inglesi ignorarono tale
196
Timinn, 7 aprile 1956.
Morgunbladið, 27 aprile, 1956.
198
Morgunbladið, 10 maggio 1956.
199
White Falcon (periodico), Keflavik Base, 12 maggio 1956.
200
Morgunbladið, 25 maggio 1956.
201
Timinn, 30 maggio 1956.
202
Morgunblaðid, 1 giugno 1956.
197
137
proposta, sia perché non ricevevano nulla in cambio, sia perché non volevano interferire
con la politica interna islandese)203.
L’unico aiuto diretto fu in occasione di una visita ufficiale del cancelliere tedesco
Konrad Adenauer che, nel maggio del ’56 offrì un prestito di 20 milioni di dollari per la
realizzazione di detto impianto. Òlafur Thors rifiutò la proposta. Probabilmente temeva
che potesse effettivamente passare come un “agente”, o come troppo legato ai paesi
occidentali, oppure considerò la richiesta tardiva ed inutile a modificare il clima
generale delle elezioni. Chi scrive ritiene possibile che il premier, con una mossa
piuttosto spregiudicata, intendeva in un certo senso drammatizzare la situazione
economica per dimostrare che il buon rapporto con gli americani era insostituibile204;
solo il ricorso a nuovi aiuti da parte del blocco sovietico avrebbero potuto, in teoria, far
fronte al nuovo “buco”, ma ciò, vista la situazione ed in considerazione del fatto che
progressisti e socialdemocratici non erano comunque né filosovietici né tanto
irresponsabili da intrappolare il paese in siffatto abbraccio, diventava fantapolitica.
Il responso delle urne
Il “botta e risposta” tra i due giornali continuò per tutta la campagna elettorale, fino
alle votazioni che si tennero il 24 giugno. Anche se la politica internazionale fu solo uno
degli argomenti trattati, tutti i partiti vi diedero ampio risalto.
Come accennato, un evento da segnalare fu l’alleanza elettorale fra progressisti e
socialdemocratici (che stabilirono congiuntamente di non competere negli stessi
collegi); inoltre si presentava per la prima volta alla nazione Alleanza Popolare.
203
V. Ingimundarsson, The West, cit., p. 91.
138
Il responso delle urne fu come segue: Partito Indipendente 19 seggi (da 21 che ne
aveva), Partito Progressista 17 (da 16), Partito Socialdemocratico 8 (da 6), Alleanza
Popolare 8 (da 7 considerando i seggi del vecchio Partito di Unità Socialista)205. Il
Partito di Difesa Nazionale zero (da due seggi alle elezioni del ’53).
Alcune considerazioni sono necessarie per capire effettivamente quale fu la risposta
degli elettori: innanzitutto il PDN perse la propria rappresentanza parlamentare ed uscì
definitivamente di scena come entità politica; in secondo luogo solo il nuovo partito AP
ottenne un incremento sia in termini di voti sia in termini di seggi. I conservatori infatti
segnarono un +5,3% dei voti, ma persero due seggi. La coalizione PP+PSD invece,
sebbene ottenne congiuntamente 3 seggi in più rispetto alle precedenti elezioni, perse in
totale il 3,6% su base proporzionale. Risultato ancor più sconcertante alla luce del fatto
che mentre il PSD otteneva un lusinghiero +2,7%, i progressisti tracollarono dal 21,9%
al 15,6%, divenendo il partito più piccolo in termini di voti. Questa anomalia, che rende
l’analisi politica piuttosto complessa, fu dovuta al fatto che dividendosi anticipatamente
i seggi, i due partiti riuscirono a massimizzare le rappresentanze della quota
maggioritaria.
Il responso delle urne tolse la possibilità per la coalizione PP+PSD di porre in essere
da soli un governo stabile, e dato che ormai si era ai “ferri corti” con i conservatori,
l’unica proposta credibile fu allargare il governo ad Alleanza Popolare. Scelta non certo
agevole nel complesso, se poche settimane prima della formazione del nuovo governo la
stampa dei progressisti e dei socialdemocratici sembra impegnata a “preparare” i propri
lettori:
204
Alla fine del 1955 la situazione economica era di nuovo grave: le importazioni superavano di gran
lunga le esportazioni, i salari aumentavano, ed aumentava anche l’inflazione. Cfr. Guðmundsson,
Reluctant European, cit., p.26.
139
«C’è una differenza fondamentale tra Alleanza Popolare ed il vecchio partito di Unità
Socialista, ovvero il fatto che esso sia costituito e supportato da numerosi individui che
disapprovano il comunismo, come la presenza di leaders carismatici quali Hannibal
Valdimarsson dimostra».
206
«Alleanza Popolare ha ottenuto presso l’elettorato una posizione di forza tale che non può
essere ignorato o trascurato ora che i negoziati per la formazione di un nuovo governo di sinistra
207
sono attualmente in corso».
Finalmente un nuovo governo venne presentato in data 22 luglio. I progressisti
detenevano la carica di primo ministro nella persona di Hermann Jònasson, mentre ai
socialdemocratici spettò il ministero degli esteri, carica assunta da Guðmundur
Guðmundsson208. Anche ai comunisti spettarono due ministeri.
Il Governo Radicale209 di Hermann Jònasson
La presenza di ministri comunisti nel governo della nazione fu un momento di
grande apprensione per i partners occidentali; inutile notare come l’amministrazione
Eisenhower non poteva certo approvare il passo, ma ciò che più conta furono
ripercussioni squisitamente tecniche nel rapporto con i colleghi dell’alleanza atlantica.
La Nato bloccò la circolazione di documenti riservati in Islanda; il pericolo che tali
documenti potessero giungere a conoscenza del Cremlino attraverso i ministri di
205
Per il quadro completo, vedi allegato con i risultati elettorali.
Timinn, 8 luglio 1956
207
Alþydublaðid, 17 luglio 1956.
208
Attenzione all’omonimia con il suo predecessore Kristinn Guðmundsson (progressista).
209
Questo governo viene usualmente ricordato dalla storiografia come “governo di sinistra”, ma
preferisco questa diversa accezione in riferimento al fatto che partiti di sinistra parteciparono alla maggior
parte dei governi fin qui descritti, ed anche perché questo governo tentò di mettere in pratica una politica
“radicale” in materia di difesa.
206
140
Alleanza Popolare era un rischio che non poteva essere affrontato, anche se significava
che uno degli alleati si trovava in una condizione di discriminazione. Questo fu un
nuovo clamoroso strappo con gli altri partners. Il governo richiese formalmente che la
circolazione di documenti fosse ripristinata normalmente, in quanto i ministri comunisti
non avevano uffici riguardanti la politica estera, ma la Nato rifiutò. A questo punto il
premier islandese giunse a minacciare l’uscita della Nato “in un’ora”, e gli alleati
dovettero cedere210.
In realtà tutta la vicenda va inserita in un quadro particolare, e gli eccessi dall’una e
dall’altra parte vanno ridimensionati; a causa di un sistema di protezione inadeguato e
della mancanza di competenza islandese nelle questioni militari, gli islandesi non
ricevettero mai, ne chiesero di studiare, piani militari di importanza strategica;
probabilmente il “caso” fu solo una prova di forza che si risolse senza conseguenze.
Il nuovo governo avrebbe dovuto affrontare due emergenze: la prima era cronica
debolezza dell’economia, che passava di crisi in crisi, la seconda riguardava il problema
del rapporto con i militari.
Nonostante le dichiarazioni del governo sull’intenzione di rivedere il Defense
Agreement, bisogna però notare che la partecipazione alla Nato non veniva messa in
discussione: in una nota del 30 luglio, emessa dal ministero degli esteri, si rassicuravano
gli altri membri che le discussioni in corso riguardavano solo ed esclusivamente il
trattato del ’51, mentre l’alleanza atlantica non rientrava nell’agenda politica del
governo. Questo passaggio non è secondario poiché tutta la storiografia che è stata
possibile consultare ritiene unanimemente che la percezione islandese di appartenere al
“campo occidentale”, per affinità storica, politica e culturale, non fu mai messa in
210
V. Ingimundarsson, The West, cit., p. 92.
141
discussione, come pure, conseguentemente, l’appartenenza all’Alleanza Atlantica una
volta che l’opzione neutralista era stata definitivamente abbandonata dopo la guerra.
Il Governo di Hermann Jònasson non poteva esimersi dal far fronte a due problemi,
quello economico e quello della sicurezza. Per quanto riguarda il primo punto la strada
era in salita. Le condizioni del paese erano note: pressoché priva di materie prime
(minerali, legname, vegetazione o terreni coltivabili), aveva i suoi unici proventi nel
commercio estero di prodotti ittici, e viveva, per tutti i motivi legati al rapporto anomalo
con i propri partners commerciali, decisamente al di sopra delle proprie possibilità
intrinseche. Per tentare di modificare la situazione, sarebbero stati necessari interventi
strutturali di lungo termine, da attuarsi facendo di nuovo ricorso al credito
internazionale. Inoltre, se gli islandesi fossero riusciti a diversificare la propria
economia, sarebbero stati meno condizionati da influenze esterne, e, per esempio, il
peso relativo della base nell’economia nazionale si sarebbe ridimensionato.
Per quanto riguarda la politica di difesa invece, il nuovo gabinetto intendeva tener
fede alla Dichiarazione di Marzo, varata dagli stessi partiti che andarono a formare la
nuova coalizione.
La reazione del Morgunblaðid al varo del nuovo governo fu molto allarmata, non
tanto perché i conservatori erano andati all’opposizione (cosa mai accaduta dal
dopoguerra), ma perché i comunisti come forza di governo erano una presenza
inquietante:
«Si può davvero credere che l’Islanda sarà ritenuta degna di fiducia dopo aver posto la sua
politica di difesa nelle mani di un governo supportato dai comunisti? Certamente no. Il Partito
Progressista ed il Partito Socialdemocratico, quindi, hanno mosso un pericoloso passo nei
142
riguardi del popolo islandese, più di quanto loro ora comprendano: la sicurezza e l’indipendenza
della nazione»
211
.
La nota diplomatica del 30 luglio non valse ovviamente ad influenzare uno studio del
Consiglio Atlantico, depositato il 1 Agosto, richiesto dall’Islanda stessa nel giugno del
’56. Questo documento fu una analisi piuttosto approfondita della posizione strategica
dell’Islanda, non solo nell’ottica nazionale ma da un punto di vista globale, ed
esprimeva raccomandazioni sulla necessità di mantenere una presenza militare:
"In the view of the Council, the present international situation has not improved to such an
extent the Defense Force are no longer required in Iceland (…) It is the tangible and visible
evidence of forces and installation in being, in place and ready, which constitutes an effective
deterrent against aggression (…) The North Atlantic Council, having carefully reviewed the
political and military situation, finds a continuing need for the stationing of forces in Iceland
and for maintenance of the facilities in a state of readiness. The Council earnestly recommends
that the Defense Agreement between Iceland and the United States of America be continued in
such form and with such practical arrangements as will maintain the strength of the common
defense”
212
.
In sostanza questo documento bocciava gli argomenti di quelle forze parlamentari
che ritenevano possibile per l’Islanda il compito di prendere in consegna la base,
attraverso propri “tecnici”, mantenerla efficiente ed eventualmente riconsegnarla a
militari Nato in caso di guerra o crisi grave.
Un’altra seria incognita che gravava sulla questione era rappresentata dalla
disponibilità o meno degli americani a trattare con un governo in cui figuravano
comunisti;
211
212
un
programma
di
interventi
Morgunblaðid, 24 luglio 1956.
Come riportato da Nuechterlein, Reluctant, cit., p. 172.
143
strutturali
sull’economia
doveva
necessariamente adire al credito internazionale, inoltre, a seguito del blocco dei lavori
nella Base di Keflavik, i primi islandesi cominciarono ad essere “messi in mobilità”.
Il dipartimento di stato americano adottò una politica dura, intravedendo nella
fragilità economica islandese un mezzo da far pesare sul piatto della bilancia (come
probabilmente il rifiuto della proposta di Adenauer da parte di Thors aveva
implicitamente suggerito); gli americani chiesero segretamente agli altri alleati di non
fornire appoggio economico o morale ad un gabinetto “infestato” da comunisti.
A partire dall’agosto del 1956 il governo islandese tentò di ottenere prestiti dalla
Germania e dalla Francia, nel tentativo, tra l’altro, di uscire dalla dipendenza unilaterale
con gli Usa. Nessuno dei due paesi ora sembrava disposto a concedere credito al
Governo Radicale;
i delegati islandesi, che si sforzavano di dimostrare la loro lealtà alla Nato, trovarono
sbarrata anche la porta della Banca Internazionale. Il dipartimento di stato aveva fatto
sentire tutto il suo peso, e la banca nazionale islandese aveva difficoltà anche a trattare
con i banchieri di New York.
Il governo Usa era intenzionato a legare la ripresa economica ed i crediti alla
questione della difesa; nonostante la possibilità che l’Islanda potesse guardare ad Est per
accedere al credito, come i comunisti avrebbero desiderato, gli americani non ne erano
intimoriti213.
Il leader di Alleanza Popolare, già presidente del SUP, Einar Olgeirson, in visita a
Mosca aveva avuto assicurazioni che i russi erano intenzionati a finanziare la
costruzione di industrie idroelettriche nel paese, ma il tentativo di giocare questa carta
portò al governo poco vantaggio, ed i colleghi di governo probabilmente compresero
213
T. Whitehead, the Ally, cit., p. 61.
144
che la penetrazione sovietica dell’economia era già vicina al punto di saturazione prima
che cominciasse ad avere ripercussioni politiche troppo pesanti.
All’inizio di ottobre il governo inviò un sostituto del ministro Guðmundsson
(gravemente malato), il socialdemocratico Emil Jònsson, a Washington per cominciare a
trattare con gli americani sulla questione del ritiro delle truppe. Intanto Vilhjalmur Thor,
il direttore della Banca nazionale islandese (progressista dell’ala destra), apriva
discussioni con rappresentanti statunitensi sulla situazione economico finanziaria
dell’isola.
Durante i colloqui gli americani legarono la questione degli aiuti direttamente ad una
soddisfacente soluzione del problema della difesa; essi si dissero pronti a fornire aiuti
finanziari, per ridurre il potere attrattivo sovietico, e sul piatto della bilancia mettevano
una riduzione della Defense Force rispetto ai piani già preparati dal “Joint Chiefs of
Staff”. L’amministrazione Eisenhower era ben lieta di legare la “questione Base” alla
“Questione economica”: 5 milioni di dollari vennero offerti per la realizzazione di
impianti idroelettrici e 3 milioni di dollari come fondo di intervento speciale, vincolati
ad un soddisfacente esito delle trattative per entrambe le parti:
«At an appropriate time and in the light of the economic measures taken by Iceland to
stabilize its economy the United States would be willing to consider on their economic merits
the financing of specific projects. A further consideration that will weight heavily with the
United States Government in these subsequent discussions will be the actions which will be
have to be taken by Iceland to demonstrate its willingness to continue to contribute effectively
214
to the defense of the Free World»
.
214
Memoriale “Discussions between Hoover and [Vilhjamur] Thor”, 25 ottobre 1956, State Department
Decimal File840b.10/10-256, come riportato da V. Ingimundarsson, The West, p. 94.
145
Questi colloqui tentarono di indagare sulla possibilità di un assetto simile a quello
trovato nel ’46 con il Keflavik Agreement: allora gli americani avevano accettato di
ritirare le proprie truppe sostituendole con personale civile. Nessuna nota ufficiale
venne divulgata, ma almeno le trattative vennero riavviate su basi più propositive.
Comunque, ancora il 9 ottobre, l’ambasciata americana a Reykjavik faceva sapere che la
posizione del suo paese era ferma a quella già espressa dal Consiglio Nato l’estate
precedente215.
215
Morgunbladið, 9 ottobre 1956.
146
Allegato F – Elezioni generali islandesi 1953 e 1956
Fonte: Alþingiskosningar (Statistiche Ufficiali)
Anno 1953
Seggi
% di voto
Partito Indipendente
21
37.1
Partito Progressista
16
21.9
Partito Socialdemoc.
6
15.6
Unità Socialista
7
16.1
P. Difesa Nazionale
2
6.0
Partito Indipendente
19
42.4
Partito Progressista
17
15.6
Partito Socialdemoc.
8
18.3
Alleanza Popolare
8
19.2
P. Difesa Nazionale
0
4.5
Anno 1956
Governi:
Anni
Primo Ministro
Coalizione
1953-1956
Olafur Thors
Indipendente, Progressista
1956-1958
Hermann Jonasson
Progressista, Socialdemoc,
Alleanza Popolare
147
Capitolo VII
Carri Armati in Ungheria scuotono l’Artico
Come già in precedenza, a sbloccare la situazione fu un tragico evento di politica
internazionale: il 6 novembre 1956 truppe sovietiche entravano in Ungheria per sedare
una rivoluzione di ispirazione liberale. La brutale soppressione della rivolta ungherese
da parte delle truppe sovietiche scioccò l’opinione pubblica in modo ben maggiore di
quanto accadde con il golpe comunista del ’48 in Cecoslovacchia, e dissipò le illusioni
riguardo le intenzioni pacifiche dell’Unione Sovietica, nonché la possibilità per
l’Islanda di vivere in una sorta di isola felice al di là delle interferenze delle grandi
potenze mondiali.
In un drammatico editoriale intitolato “Momenti Critici”, il Timinn prese posizioni di
netta condanna:
«I russi si sono finalmente tolti la maschera, appaiono oggi quali essi sono: una grande
potenza armata fino ai denti, senza pietà e riguardo per la libertà ed i popoli, pronti a soffocare
nel sangue ogni tentativo di stabilire una cultura nazionale indipendente, se questo intralcia la
loro sete di dominazione».
216
La condanna dell’intervento fu unanime, ed anche il quotidiano comunista
Þjoðviljinn non fece sconti per nessuno:
«Questi sono eventi che ogni buon socialista deve considerare con la massima serietà, perché
rappresentano una grossolana violazione dei principi basilari del Socialismo riguardo i diritti
delle nazioni. La condotta dell’Unione Sovietica in Ungheria non può in nessun modo essere
giustificata».
216
Timinn, 6 novembre 1956.
148
I conservatori tentarono di cavalcare l’indignazione pubblica per presentare due
mozioni in parlamento per annullare la Dichiarazione di Marzo e far cadere il governo.
La prima mozione chiedeva che le trattative con gli americani concernenti il Defense
Agreement non mettessero in discussione le installazioni militari necessarie alla difesa
della nazione; la seconda invece chiedeva l’istituzione di una apposita commissione, per
portare avanti questi trattati, composta di 5 membri distribuiti fra i partiti in base alla
loro rappresentanza proporzionale. In questo modo essi non solo tentavano di avere
voce in capitolo su una questione di competenza del governo, ma avrebbero avuto due
posti su cinque in commissione.
Quando cominciarono le sedute parlamentari, 18 novembre, ormai il clima politico
era così mutato da rendere tali discussioni quasi inutili. Il ministro degli esteri stesso
disse: “La mia opinione è che la situazione è oggi molto più critica di quella che fu nel
1951, quando la Defense Force venne invitata, e non credo che ora sia il momento di
discuterne il ritiro”217. Anche il premier Jònasson, che pure volle negare ai conservatori
una rappresentanza nelle trattative con gli americani, in una intervista al Timinn
espresse tutti i suoi timori sulla nuova situazione:
«Il panorama politico internazionale oggi è quantomeno traballante ed incerto, e nessuno
conosce cosa può mai accadere (…). Nel 1951 considerammo corretto portare un esercito in
Islanda a causa della guerra di Corea, e consideriamo giusto aumentare le difese della patria per
mezzo di una forza militare quando vi è pericolo ed un attacco a sorpresa è possibile».
218
Anche i comunisti del Þjoðviljinn dovettero ammettere che la situazione era così
seriamente compromessa che gli altri partiti democratici non avrebbero ammesso alcuna
posizione se non quella di seguire il premier:
217
Alþingistiðindi, 18 November 1956, Sez. B, intervento di Guðmundsson.
149
«L’occupazione militare è ugualmente pericolosa in tempo di pace, in tempo di crisi ed in
tempo di guerra; ma il nodo della questione è che all’interno del presente governo coloro che
sono completamente contrari alla occupazione militare hanno deciso di collaborare con coloro
che considerano questa occupazione un rimedio estremo, e tutti loro sono sostenuti dalla
219
maggioranza della popolazione»
.
Alla fine di questi concitati momenti risultò quindi chiaro che il governo islandese
avrebbe operato secondo due direttive: la prima nel senso di non rinunciare ad una
revisione parziale del Defense Agreement, ovvero senza mettere in discussione la
continuità della presenza militare americana; la seconda che il governo non sarebbe
stato sciolto. Forse i progressisti ed i socialdemocratici avrebbero potuto liberarsi de
Alleanza Popolare per indire nuove elezioni, ma probabilmente chi ne avrebbe tratto
maggior vantaggio sarebbe stato proprio il Partito Indipendente.
Il 21 novembre si aprirono così le trattative tra Usa ed Islanda, che durarono appena
qualche giorno; nel frattempo, come gesto di augurio e distensione, l’Inghilterra
sollevava l’embargo alle merci islandesi in vigore ormai dal ’52.
Finalmente il 6 dicembre del 1956 l’ambasciatore americano a Reykjavik rese noto
che le modifiche stabilite venivano definitivamente accettate dal suo governo; il nuovo
protocollo d’intesa stabilì che l’Islanda congelava, a tempo indeterminato, la propria
richiesta di appellarsi all’Articolo VII del Defense Agreement, e che fosse stabilita una
nuova commissione congiunta fra islandesi ed americani. Questa sorta di gruppo di
contatto avrebbe dovuto mantenere i legami fra i due governi in materia di difesa e
fornire la massima cooperazione possibile per affrontare congiuntamente tutti i problemi
relativi al rapporto fra civili e militari.
218
219
Timinn, 18 novembre 1956.
Þjoðviljinn, 30 novembre 1956.
150
Il nuovo accordo, essendo una semplice modifica, venne ratificata senza il voto del
parlamento, e comunque l’intesa era trasversale. Poche settimane dopo l’accordo, lo
United States International Co-operation Administration concesse un prestito di 4
milioni di dollari all’Islanda. Negare che possa esserci stata una connessione fra i due
eventi è cosa difficile, come dimostrò lo stesso Morgunblaðid:
«Questo prestito è stato reso disponibile da un fondo speciale che la Presidenza degli Stati
Uniti destina ad operazioni considerate importanti alla sicurezza del paese. (…). Tale somma è
stata concessa al governo islandese come indennizzo per lo stazionamento della Defense Force
220
nel paese; lo scambio che ha avuto luogo non potrebbe essere più chiaro»
.
Il 1956 si chiuse quindi con il governo di Hermann Jònasson ancora pienamente in
carica: l’attuazione della Dichiarazione di Marzo sarebbe certo stato un passo difficile e
controverso, che gli americani non sembravano disposti ad accettare; il governo si trovò
per un momento ad un bivio pericoloso: o “perdere la faccia” cedendo agli americani e
facendo lettera morta della dichiarazione, oppure fronteggiarli apertamente. Alla fine
l’invasione sovietica in Ungheria tolse il governo da ogni impaccio, dimostrando come
la situazione non era affatto così tranquilla come la distensione fra Est ed Ovest seguita
alla morte di Stalin aveva fatto sperare.
Il secchio bucato
In questo modo si chiuse una vicenda che rappresentò, alla luce degli sviluppi
successivi, una sorta di “ultima spallata” alla presenza stabile delle forze degli Stati
220
Morgunblaðid, 30 dicembre 1956.
151
Uniti in Islanda. La storiografia, islandese e non, si è spesso interrogata sull’effettivo
senso di questo processo lungo ed articolato.
Secondo alcuni studiosi, gli americani attuarono in Islanda una sorta di
“imperialismo morbido”: data l’importanza strategica del paese non era pensabile un
allentamento effettivo dei legami con i partners alleati, né la rinuncia ad un avamposto
così importante come la base di Keflavik per il controllo di una regione vitale; tuttavia,
lungi dal comportarsi come un occupante oppressore, vennero incontro alle esigenze di
una nazione piccola ed isolata, le cui necessità economiche potevano non difficilmente
essere soddisfatte. In un certo senso le cose, secondo questa corrente, molto
difficilmente avrebbero potuto svilupparsi in modo differente da quello che si attuò.
Altri storici invece ritengono che i politici islandesi avevano in realtà uno “spazio di
manovra” sostanziale, sia perché l’uscita dalla Nato non fu nell’agenda di nessun
governo, sia perché a sbloccare le situazioni più difficili furono eventi internazionali
importanti che, almeno in teoria, avrebbero potuto non verificarsi, e senza i quali è
impossibile provare a delineare vicende storiche mai accadute.
Chi scrive, nel pieno rispetto delle vedute di massima sopra esposte, ritiene che a
segnare profondamente la storia dell’Islanda fu la peculiarità della situazione
economica. Così come improvvisamente era uscita dalla condizione di isolamento cui
per secoli era stata condannata dalla posizione geografica, altrettanto improvvisamente,
in virtù dei progressi della tecnica, si trovò al centro di interessi strategici fondamentali
e la sua economia passò, all’improvviso, dall’indigenza alla prosperità. Ma questo
passaggio non fu dovuto ad un innalzamento del potenziale economico del paese, ma da
condizioni completamente artefatte. Con le sue sole forze, l’Islanda non avrebbe potuto
mantenere i livelli di prosperità raggiunti con, e per, la guerra; l’Islanda, in sostanza,
spendeva più di quanto guadagnava.
152
Qualunque governo che avesse voluto normalizzare l’economia avrebbe dovuto
rinunciare a gran parte del benessere raggiunto, oppure far affidamento sull’assistenza
internazionale. Interventi strutturali di ampio respiro in Islanda erano, alla metà del
secolo, molto difficilmente raggiungibili: il mercato interno era ristretto a circa 150.000
abitanti; l’agricoltura era pressoché assente; risorse naturali erano inconsistenti
(vulcanica per il 97% l’Islanda è priva di minerali, foreste, vegetazione), era possibile la
produzione di un gran quantitativo di energia elettrica ma non era esportabile;
l’allevamento era una risorsa utile ma poco competitiva per i costi di produzione e
trasporto; l’unica risorsa davvero disponibile era il mercato del pesce, ma il fatto stesso
di avere una sola voce di entrata (one sided economy) era indice di fragilità nei
confronti di un mercato fluttuante.
Se è vero che lo scadimento degli standards di vita, quand’anche questo significhi il
ripristino di condizioni di “normalità”, è soluzione non auspicata da alcuna società
libera, allora la ricerca di assistenza internazionale era l’unica strada percorribile. La
condizione di partenza degli islandesi era quella di essere tradizionalmente legati ai
mercati occidentali, in più, durante la guerra, l’Islanda era stata inserita in un sistema
militare alleato. Se è vero che i rapporti con il blocco sovietico, che pure furono
importanti, vennero tenuti ad una “soglia di sicurezza” che non permise una influenza
negativa in una società genuinamente democratica, in mancanza di un terzo polo, il
mondo gravante sugli Stati Uniti d’America era l’unica opzione rimasta.
Questo non vuole affatto significare che la presenza della base di Keflavik in sé fosse
per gli islandesi una sorta di miniera d’oro irrinunciabile per l’economia. Come
giustamente nota R. Arnason: «There is no getting around the fact that defense is an
important source of income for icelanders (…) but it must be realized that if the
Keflavik base was closed down the national economy would not suffer an irreplaceable
153
loss»221, eppure gli Usa dimostrarono di poter legare indissolubilmente la questione
della base al credito internazionale facendo “terra bruciata” intorno ai tentativi islandesi
di cercare altri fondi nel 1956, mentre, al contrario, mantennero le promesse di
intervento quando la questione della presenza militare, concreta ed efficace, divenne
non più una questione del “se” ma una questione del “come”.
L’Islanda, all’osservatore, in quel momento sembrava essere un secchio bucato a
metà del livello, ma che pretendeva di essere colmo; e solo gli Usa pretendevano di
riempirlo tenendolo ben saldo per il manico.
221
R. Arnason, Polical parties and defence, cit., p. 49.
154
Capitolo VIII
“Governo Radicale”, le Cod Wars diventano un affare serio
Con lo stralcio della risoluzione parlamentare di marzo, che avrebbe dovuto segnare
il passo della politica estera del governo in carica dal ’56, ma che venne
clamorosamente abbandonata per l’intervento sovietico in Ungheria, si aprirà per
l’Islanda una lunga stagione di tranquillità della politica estera in materia di difesa,
sostanzialmente improntata al mantenimento dello status quo; nuove contese ebbero
però modo di verificarsi con altri partners occidentali.
La coalizione di governo in carica riuscì a superare il voltafaccia, passaggio
politicamente molto delicato, rimanendo unita; tuttavia se da un lato si accantonavano i
progetti di revisione dei trattatati con gli Usa, dall’altro rimaneva aperto il problema
della dipendenza dell’economia locale da forme di assistenza esterna. Nonostante la
presenza di ministri comunisti nel governo, gli islandesi furono in grado di sollevare la
questione della loro precarietà economica anche di fronte ai propri alleati della Nato,
riuscendo a servirsi dell’alleanza militare come di una piattaforma diplomatica; una
ulteriore prova che il problema difensivo e quello economico erano due facce della
stessa medaglia.
Costretti a rifiutare le ulteriori proposte di collaborazione economica con l’Urss222
(sia perché già abbondantemente sfruttate, sia perché i russi avevano dimostrato di
essere inaffidabili aprendo e chiudendo trattative repentinamente ed a seconda degli
sviluppi politici), gli islandesi trovarono l’appoggio dell’allora segretario generale della
Nato, Paul-Henri Spaak; questi sosteneva che un intervento corale e ragionato avrebbe
222
Il Cremlino aveva offerto, sempre nel ’56, un vantaggioso prestito di 25 milioni di dollari da ripagarsi
in forniture di pesce. V. Ingimundarsson, The Role of Nato and the U.S. Military Base in Icelandic
Domestic Politics, Reykjavik, 1999, p. 12.
155
evitato che i sovietici potessero sfruttare la debolezza di una economia in cui avevano
già avanzato delle iniziative importanti, quindi nel caso dell’Islanda un piano di “aiuti
atlantici” aveva un alto valore strategico. Nel dicembre 1957 l’Islanda ricevette nuovi
“prestiti politici”: cinque milioni di dollari dagli Usa, ed altri due milioni dalla
Germania Occidentale, esito di una trattativa portata avanti a partire dall’assemblea
della Nato.223
L’Islanda era ormai legata a doppio filo con gli altri partners del cosiddetto mondo
libero, ed una iniziativa del premier sovietico Nikolai Bulganin ne diede la prova.
Tra il 1957 ed il 1958 Bulganin inviò due lettere al primo ministro Hermann
Jònasson; oltre ad illustrare alcuni progetti interessanti di natura generale (rinvio di test
nucleari, creazioni di zone denuclearizzate, patti di non aggressione), fece ampi
riferimenti alla situazione islandese: Bulganin lasciò intendere che mentre l’Unione
Sovietica era ben disposta a garantire la sicurezza di una Islanda neutrale e libera, il
fatto che ospitasse truppe straniere la poneva in condizione assai più delicata: gli
americani avrebbero potuto usare l’Islanda per lo stazionamento di un arsenale atomico,
o comunque servirsene in maniera ostile.
Jònasson non si fece intimorire ed in una risposta, cordiale ma decisa, fece sapere
che la Icelandic Defense Force aveva compiti difensivi appunto, e non vi era alcun
piano per il dispiegamento di armi atomiche.224
Se il governo islandese riuscì a ignorare questa sorta di intimidazione velata che
giungeva da oriente, una disputa molto aspra e controversa sarebbe presto scoppiata con
l’Inghilterra. Era intenzione del governo espandere le acque territoriali dalle 4 miglia
223
V. Ingimundarsson, “Buttressing The West in the North”, Reykjavik, 1999, p. 97.
156
(acquisite poco tempo prima) a 12 miglia, come tentativo di avere un più ampio
controllo sull’unica risorsa del paese. Gli islandesi parteciparono ai lavori di una
conferenza internazionale, voluta dalle Nazioni Unite, che si tenne a Ginevra dal
febbraio all’aprile del ’58. La conferenza avrebbe dovuto tracciare le linee guida dei
regolamenti internazionali sul diritto marittimo, ma purtroppo si risolse in un nulla di
fatto; la proposta canadese ad esempio (3 miglia di acque territoriali ma altre 9 miglia di
acque di esclusivo sfruttamento degli stati costieri), alla quale gli islandesi guardavano
con interesse, non ottenne la maggioranza qualificata.225
Il ministro comunista Ludvik Jòsepsson (Alleanza Popolare) per le attività peschiere,
tentò di costringere gli alleati di governo a procedere senza ulteriori indugi, tuttavia il
consiglio dei ministri volle a tutti i costi cercare una preventiva approvazione almeno
degli altri membri della Nato226: purtroppo il progressista Guðmundur Guðmundsson,
che partecipò al consiglio dei ministri degli esteri dei paesi Nato (Copenaghen, 1958),
non fu in grado di ottenere dagli altri membri il pieno appoggio a questa iniziativa
islandese.
Alla fine il governo decise di agire, e varò l’estensione marittima a 12 miglia a
partire dal primo di settembre 1958.
Come annunciato, gli inglesi si rifiutarono di accettare questa imposizione
unilaterale, giungendo a scortare i propri pescherecci con navi da guerra per difenderli
dalle sei motovedette della Guardia Costiera islandese. Loro malgrado gli Stati Uniti
non potevano sottrarsi allo scomodo ruolo di mediatori, ma la situazione era
oggettivamente difficile: da un lato gli islandesi avevano arbitrariamente preso una
224
A tutt’oggi non vi sono documenti pubblici che attestano lo stazionamento di armi atomiche in Islanda,
come sottolineato in una intervista privata con il professor T. Whitehead, tuttavia rivelazioni su
dispiegamenti di missili nucleari in Groenlandia vennero rese note solo nel 1995.
225
B. Groendal, “From Neutrality to Nato membership”, Oslo, 1971, p. 62.
157
decisione senza l’avallo di alcuna istituzione internazionale, dall’altro la Gran Bretagna
si riteneva in diritto di difendere i propri interessi illegittimamente lesionati. Se
l’Inghilterra avesse usato violenza, come avrebbero dovuto reagire gli Usa, che dopo
tutto erano i garanti della sicurezza islandese?
Per fortuna il buon senso, da ambo le parti, evitò inutili spargimenti di sangue, ma la
situazione rimase incerta per tutto il 1959.
Intanto il “governo radicale” aveva avuto il tempo di cadere (dicembre 1958),
inciampando sulla politica finanziaria di cui si dirà fra breve, ma anche il nuovo
governo, liderato dai conservatori in collaborazione con il Partito Socialdemocratico,
mantenne la linea del suo predecessore.
Nel 1960 le Nazioni Unite convocarono una seconda conferenza internazionale sul
diritto marittimo e gli inglesi, come segno di distensione per il buon esito dell’assise,
decisero di interrompere la pesca entro le 12 miglia. Anche questa seconda assemblea
sostanzialmente fallì: le 12 miglia si stavano delineando come una soluzione fattibile
nei programmi di molti stati costieri, ma nessuna proposta concreta ottenne i due terzi di
voti.
Quando gli inglesi sembravano pronti a tornare alla loro “gunboat diplomacy”, il
nuovo ministro della giustizia Bjarni Benediksson (il grande architetto dell’entrata
dell’Islanda nella Nato) in una conversazione con l’ambasciatore Usa ventilò la
possibilità che questa contesa fosse lesiva della partnership islandese nell’alleanza
atlantica, poiché non faceva altro che fomentare il nazionalismo227.
Solo a questo punto la diplomazia Usa prese sul serio la questione, spingendo per la
creazione di un tavolo di trattative. Le parti finalmente si riunirono nell’estate del 1960:
226
E’ stato fatto notare che probabilmente il ministro Josepsson cercava di drammatizzare il più possibile
lo scontro con gli alleati in vista di un allentamento dei rapporti con la Alleanza Atlantica.
158
la Gran Bretagna avrebbe riconosciuto la zona delle 12 miglia, in cambio di tre anni di
licenza di pesca all’interno della zona e di una amnistia generale per tutti i vascelli che
avevano solcato “abusivamente” le acque islandesi nel periodo precedente. Una
soluzione che non poteva non considerarsi una vittoria piena per l’Islanda.
Non è dato sapere se la mossa di Benediksson fu solo un abile bluff diplomatico o se
il rischio di una “degenerazione” della contesa fosse reale. Certo è che la Nato ebbe un
ruolo nel cercare di risolvere la crisi: almeno tre membri (Canada, Norvegia e
Danimarca) si schierarono nettamente in favore degli islandesi, ed anche gli Stati Uniti
avevano un interesse diretto a che le divergenze si appianassero. Molto più
semplicemente e senza scomodare fumose vicende diplomatiche si può anche dire che la
questione doveva per forza risolversi in un modo o nell’altro, e le 12 miglia non erano
poi una pretesa talmente esagerata da giustificare l’intervento della Royal Navy, specie
in comparazione delle cod wars successive.
Come abbiamo accennato la colazione di “Governo Radicale” giunse al collasso nel
tardo 1958, non su un problema di politica estera, ma per questioni economiche; senza
entrare eccessivamente nel merito di una vicenda complessa ed intricata, possiamo dire
che sostanzialmente il governo non riusciva colmare lo squilibrio della bilancia
commerciale ed a porre un freno alla crescita dell’inflazione. Il primo ministro Hermann
Jònasson avrebbe voluto varare una sorta di “pacchetto legislativo di salvataggio” che
includeva, oltre ad una svalutazione della moneta, anche un congelamento dei salari;
Alleanza Popolare, membro della coalizione di governo, su quest'ultimo punto si oppose
fermamente e, controllando da vicino anche la federazione dei sindacati, polemizzò con
gli alleati di governo in una posizione di forza228. Nell’impossibilità di procedere su una
227
V. Ingimundarsson, “The Role of Nato and the U.S. Military Base in Icelandic Domestic Politics”,
Reykjavik, 1999, p. 12
228
J. Guðmarsson, “Iceland Reluctant European”, Oxford, 1994, p. 35.
159
questione importante come la politica finanziaria, il 4 dicembre 1958 Jònasson rimise il
suo mandato nelle mani del Presidente Asgeirsson.
Finanziamenti Sovietici all’estrema sinistra islandese
I rapporti finanziari con Mosca sono senza dubbio una questione ricca di spunti e
considerazioni. Da pochi anni abbiamo uno strumento di interpretazione in più:
l’implosione sovietica ha dato accesso a nuovi archivi prima segretati, e stando ai
documenti originali del Comitato Centrale del PCUS già studiati da Valerio Riva (Oro
da Mosca, Mondatori, 1999), si evince chiaramente che anche l’estrema sinistra
islandese poté beneficiare del cosiddetto “Fondo Sindacale Internazionale di Assistenza
alle Organizzazioni Operaie di Sinistra” messo in piedi dal Partito Comunista
dell’Unione Sovietica con il contributo degli altri PC del blocco.
Anno 1955: erogazione di 15.000 USD
Anno 1956: erogazione di 20.000 USD
Anno 1959: erogazione di 30.000 USD
Anno 1961: erogazione di 30.000 USD
Anno 1963: erogazione di 25.000 USD
Anno 1965: erogazione di 25.000 USD
Anno 1966: erogazione di 25.000 USD
Totale: 170.000 USD in undici anni
Per avere una chiara idea dell’ammontare di questi fondi bisogna scindere il discorso
in termini relativi ed assoluti. All’interno del Fondo l’Islanda è sempre nel gruppo dei
160
paesi meno finanziati. Nel 1955 ad esempio il Fondo aveva una disponibilità
complessiva di 6.424.000 USD, ben 25 organizzazioni beneficiarie e solo il Partito
Comunista del Portogallo e del Cile ottennero meno fondi degli islandesi (mentre il PC
Italiano ricevette qualcosa come 2.640.000 USD ed il PC Francece 1.200.000). Dieci
anni più tardi la situazione resta pressoché invariata: nel 1965 su un totale di quasi
16.000.000 di USD e 72 organizzazioni beneficiarie l’Islanda è al 58esimo posto, al pari
di Haiti o Panama (il PCI, al primo posto, ricevette ben 5.600.000 USD ed il PCF
2.000.000 USD).
Sebbene le percentuali sul totale ottenute dal Unità Socialista / Alleanza Popolare
siano quasi irrisorie, le somme calate nella realtà islandese dell’epoca diventano di
maggior spessore. Nel 1955 ad esempio Unità Socialista ricevette l’equivalente di
125.000 euro, mentre nel 1965 Alleanza Popolare intascò 160.000 euro, e questo per un
partito il cui giornale ufficiale raggiungeva appena 1500 abbonati doveva essere una
entrata rilevante229.
L’esperienza dei finanziamenti comunque si esaurì in breve tempo, in quanto per
altre strade sarebbe passata l’evoluzione politica islandese. A partire dal 1967 non si
hanno notizie di ulteriori elargizioni del Fondo. Se poi l’Unione Sovietica abbia
continuato ad operare per altri canali, ciò è ancora da dimostrare.
229
Il calcolo, piuttosto complesso per via di coefficienti di inflazione e deflazione altamente instabili, è
stato effettuato dalla Dott.ssa Arnheidur Anna Elisdottir della Banca Nazionale Islandese (Sedlabanki).
161
Allegato G: Statistiche Economiche
19
58
19
56
19
54
19
52
Esportazioni
verso Urss
Esportazioni
verso Est Europa
19
50
19
48
40
35
30
25
20
15
10
5
0
25
20
15
% sulle entrate nazionali
delle rendite provenineti
dalla Defence Force
10
5
0
1951 1952 1953 1954 1955 1956 1966 1976
35
30
25
% esportazione verso il
Blocco sovietico
20
15
Risultat elettorali liste
comuniste
10
5
0
1949
1951
1953
1955
1956
Fonte: Grafico 1 e 2 “Statistics of Iceland” (o per comparazione di), Ministero del Commercio Estero
Grafico 3: Islands Sedlabankinn (Banca Centrale Islandese)
162
Capitolo IX
La politica islandese intraprende un nuovo corso (1959-1971)
Il parlamento non fu in grado di esprimere una nuova maggioranza (la caduta del
governo infatti non implica lo scioglimento delle camere), ma prima di tornare alle urne
tutti i partiti, con l’esclusione del Partito Progressista, decisero di varare una riforma
costituzionale. I socialdemocratici formarono un governo (di minoranza, con l’appoggio
esterno del PI), con il solo compito di portare i posti in parlamento a 60, ridisegnando i
collegi elettorali, in modo da favorire le aree urbane a scapito delle rurali: in pratica, la
stessa manovra del ’42, con i progressisti, che avevano la loro base elettorale nelle
campagne, impossibilitati ancora una volta ad opporsi a questo passo.
Alle elezioni del nuovo parlamento a 60 posti (ottobre 1959), il Partito Indipendente
trasse un buon vantaggio, capitalizzando 24 deputati; I socialdemocratici ottennero 9
deputati; i progressisti 17 ed i comunisti 10 seggi230. Da notare che il Partito di difesa
Nazionale rimase per la terza volta consecutiva non rappresentato, e non si ripresentò
alle elezioni successive.
In virtù del buon successo elettorale, il conservatore Òlafur Thors riuscì a formare un
nuovo governo, composto da una coalizione di Partito Indipendente e Partito
Socialdemocratico; questa formazione risultò essere estremamente longeva, rimanendo
in carica per ben 12 anni (dal 1959 al 1971) e resistendo ad altre due tornate elettorali
(1963 e 1967).
230
Per un quadro completo, vedi appendice sugli esiti elettorali.
163
Durante questo arco di tempo la politica estera islandese sarà basata sia sull’adesione
alla Nato, sia sul Defense Agreement231 così com’era, segnando la fine degli
esperimenti politici.
Questa grande continuità, trattandosi di una democrazia e non di una dittatura, era
indice di una ottima stagione per l’Islanda sotto molti punti di vista, e questo risultato
diviene ancor più interessante se pensiamo che il governo precedente era caduto su
problemi di politica economica.
In questa sede non è particolarmente importante capire come si attuò questo
successo, se non nella misura in cui ciò fu favorito e influenzato dal buon rapporto con
gli Usa a tutti i livelli. Insieme al fattore economico dobbiamo inoltre annotare il
rilassamento dei rapporti diplomatici (ripristino di relazioni amichevoli con il Regno
Unito) ed un allentamento della “xenofobia” tradizionale della società islandese.
Prima di iniziare questa analisi possiamo innanzitutto segnalare che la tecnologia
contribuì a sgombrare il campo da uno dei potenziali momenti di attrito fra Islanda ed
esercito degli Stati Uniti, ovvero lo stoccaggio di armi nucleari. E’ facile intuire che se
gli americani ne avessero fatto richiesta, il governo islandese sarebbe stato
probabilmente in difficoltà, ma il problema non si pose: a cavallo degli anni ’50 e ’60 la
realizzazione di missili balistici intercontinentali, e missili “sea-lunched”, aveva ridotto
l’importanza dell’isola come centro per lo Strategic Air Command. L’Islanda non era, e
non sarebbe mai divenuta, un punto di stazionamento per bombardieri atomici, né per
postazioni missilistiche.
Per la marina invece l’importanza dell’Islanda rimaneva immutata se non
accresciuta, visto che era impossibile il monitoraggio dell’area senza le postazioni
231
Ciò non vuol dire che gli islandesi diedero “carta bianca” per qualunque attività, ma certo le contese si
riducono sia in quantità, sia in tenore. Ad esempio il governo islandese volle ridimensionare dei lavori di
164
acquisite, avamposti centrali dell’Early Warning System nella GIUK line (Groenlandia,
Islanda, Regno Unito).232
Tutto ciò si tradusse in cambiamenti delle competenze di comando: nel primo
decennio Keflavik era stata sotto l’Air Force Command. A partire dal 1 luglio del 1961
la Icelandic Defense Force sarebbe stata sotto comando della Marina, e gran parte degli
uomini dell’esercito poterono essere ritirati (il personale totale passò da circa 5.000 a
circa 3.000 effettivi).233 Anche per questo motivo negli anni ’60 quindi la base di
Keflavik perse molto del suo potenziale polemico all’interno della politica islandese.
Per quanto riguarda il risanamento economico, il “biglietto da visita” del nuovo
governo fu un piano di intervento da 30 milioni di dollari, concertato da Fondo
Monetario Internazionale e Organizzazione per la Cooperazione Economica Europea, di
cui gli Stati Uniti erano stati i veri ispiratori234; inoltre una fortunata serie di buone
annate del mercato ittico, ed una situazione congiunturale favorevole, offrì indubbi
vantaggi alla situazione generale.235
La Nato, ma principalmente gli Stati Uniti, continuarono a spendere un alto prezzo
per la disponibilità dell’area, non in termini di “affitto” della base (cosa esclusa dalle
clausole dei trattati) ma per i consumi, i cantieri di ampliamento ed ammodernamento,
etc., e l’Islanda continuò a giovarsi della ricaduta occupazionale; le entrate provenienti
dalla Defense Force negli anni sessanta persero punti percentuali nell’insieme delle
entrate dello stato, ma ciò non fu dovuto ad una riduzione delle attività militari, quanto
piuttosto per la crescita generale della nazione.
ampliamento della base navale di Hvalfjordur (1962), o, al contrario, si oppose al ritiro del 57esimo
Stormo Intercettori di Keflavik, in quanto erano segno tangibile della natura difensiva della base (1965).
232
M. Thayer “The Role of the Keflavik Base in Iceland’s Defense and Nato’s security system”, in
“Varnarstöðin ì Keflavik”, Reykjavik, 1978, p. 9 - 11.
233
Per uno studio più approfondito di competenze e ruoli della Base di Keflavik, vedi capitoli successivi.
234
V. Ingimundarsson, “Buttressing The West in the North”, op. cit. p. 100
235
Le esportazioni di prodotti ittici fornirono in tutto il periodo prebellico dal 70% al 90% delle rendite
dello stato.
165
Precedentemente abbiamo fatto notare come a momenti di crisi fra l’Islanda e
l’Occidente facevano puntualmente seguito iniziative commerciali sovietiche, che si
ritraevano quando la situazione si rappacificava. Proviamo a controllare gli indici
economici del periodo, per vedere se questa politica si ripropone.
La percentuale delle esportazioni islandesi in Urss aveva oscillato, tra il 1956 ed il
1960 (governo radicale), intorno al 20%. Anche le importazioni dall’Urss erano state
notevoli, muovendosi fra il 16 ed il 20%. A questi valori vanno aggiunti i contributi
importanti da satelliti; ad esempio la Cecoslovacchia contribuì per un 5 - 7% nello
stesso periodo.236
Con i conservatori al potere, queste percentuali scesero visibilmente: nel ’61
l’Islanda importava dall’Urss solo l’11% del totale, nel ’65 circa il 9% e nel 1971 siamo
già sotto la soglia del 7%. Per le esportazioni il discorso non cambia: nel ’61 intorno al
7%, nel ’65 appena al 5,24% e nel 1971 all’8,16%.237
Anche per quando riguarda il commercio con gli Usa vi sono delle variazioni
significative, ma non altrettanto drammatiche. Prima di dare un’occhiata al commercio
con il mondo occidentale, è opportuno fare alcune precisazioni: con il blocco sovietico
gli islandesi avevano degli accordi definititi di “barter trade”, ovvero scambi di merce
per merce; questo faceva sì che i volumi di importazioni ed esportazioni fossero più o
meno simili. Con il mondo occidentale spesso erano “merce per moneta”, quindi vista la
peculiarità della situazione islandese, era più facile che prendendo in esame un singolo
partner commerciale, esportazioni ed importazioni fossero sbilanciate.
236
Ironicamente il paese scandinavo con il più stretto legame militare ed economico con gli Usa,
l’Islanda, era anche quello in condizione di dipendenza dal commercio con il mondo sovietico maggiore
di quanto sperimentava la Finlandia, su cui il Cremlino esercitava una influenza politica notevole. Cfr: V.
Ingimundarsson, “Between Solidarity and Neutrality: The Nordic Countries and the Cold War”,
Reykjavik, 1992.
237
I dati statistici per queste analisi e per i grafici dell’andamento commerciale sono stati forniti dal
Þjòðhagsstofnun (Istituto Economico Nazionale), Reykjavik.
166
L’Islanda esportava negli Stati Uniti (tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni
’70) intorno al 25-30% del totale, anche perché i propri vicini erano produttori di merce
in competizione con quella islandese. Per quanto riguarda le importazioni invece, esse
erano più diversificate. Bisogna anche ricordare che a partire dal 1961 il commercio
islandese con il Regno Unito (decurtatosi con l’embargo posto durante la Cod War del
’58) torna a pieno regime238, quindi l’abbassamento degli indici commerciali con i
sovietici non comportò un innalzamento speculare di quelli con il Nord America poiché
i questi nuovi spazi vennero rioccupati da più soggetti: Scandinavia, Germania
Occidentale, Inghilterra, e gli stessi Usa.
Export in Europa Occidentale:
Export in Europa Orientale
1956:
49%
30%
1960
53,5%
24,3%
1966
65.9%
11,4%
1970
57.6%
10%
Andamento delle esportazioni (% sul totale) con Usa e Urss:
35
30
25
20
Urss
15
Usa
10
5
0
1956 1958
238
1960
1962 1964
1966 1968
1970
1972 1974
A seguito del boicottaggio, le esportazioni islandesi in Inghilterra si erano dimezzate.
167
Andamento delle importazioni (% sul totale) con Usa e Urss:
20
15
Urss
10
Usa
5
0
1956 1958 1960 1962 1964 1966 1968 1970 1972 1974
Verrebbe da chiedersi se l’Islanda, in questo periodo di stabilità politica ed
economica, non avesse tratto vantaggio dal cercare la partecipazione ad una delle due
grandi strutture istituzionali che si andavano realizzando in Europa, ovvero la Comunità
Economica Europea o la Zona di Libero Scambio (EFTA).239
Una maggiore integrazione avrebbe forse stabilizzato i canali di esportazione, magari
riducendo il commercio con Usa o Urss, politicamente compromettenti, oppure elevato
la caratura politica del paese; il problema però non era di facile soluzione.
Essendo la sua “one sided economy” basata quasi esclusivamente sull’attività ittica,
l’Islanda temeva che delegare questo aspetto ad un organismo sovranazionale avrebbe
significato rinunciare al controllo, imprescindibile, dell’unico fattore produttivo del
paese.
Il trattato CEE inoltre prevedeva una parte normativa già completa riguardante
l’unione doganale, premessa per l’integrazione economica, nonché il richiamo ad
armonizzazioni legislative per dar luogo a politiche comuni.240 Il libero ingresso di
prodotti agricoli avrebbe poi danneggiato la produzione locale che, viste le condizioni
239
A dire il vero l’Islanda entrò subito ed a pieno titolo a far parte del cosiddetto “Nordic Council”,
l’assemblea degli stati scandinavi, ma questa istituzione non fu mai paragonabile, per peso politico ed
interessi economici, agli altri due progetti europei, caratterizzandosi maggiormente come un forum per le
politiche sociali di integrazione culturale.
240
B. Olivi, L’Europa Difficile, Bologna, 1998, p.50.
168
climatiche, si reggeva sulla produzione in serra e sarebbe certo stata soffocata dai
prodotti europei.
L’Efta poteva rappresentare per l’Islanda un motivo di interesse maggiore, in quanto
si configurò meno politicamente della CEE; però l’Islanda si era trovata in forte
contrasto con la Gran Bretagna (il paese più importante della Zona di Libero Scambio)
per quanto riguarda le questioni di acque territoriali, e, a conti fatti, non sembrava voler
forzare i tempi. Entrò a far parte dell’EFTA solo nel 1970.
Comunque, le condizioni islandesi facevano il piccolo stato nordico un partner
difficile ed i tentativi di cercare una formula di “associazione esterna” alla CEE, tra il
’62 ed il ’63, fallirono; Francia ed Italia consideravano questa condizione come
temporanea, per permettere allo stato cui era concesso di limare gli impedimenti alla
piena partecipazione, mentre nel caso islandese sarebbe stata una parte strutturale
dell’accordo.241
Per questi motivi l’Islanda degli anni ’60 decise di rimanere fuori da tali strutture
istituzionali, ma sembra sopperire a questa mancanza utilizzando la Nato in modo del
tutto particolare,: gli islandesi, privi di qualunque competenza militare e tenuti allo
scuro dei grandi progetti strategici in assenza di un sistema di sicurezza adeguato e di un
interesse giustificato (quindi in una condizione di inferiorità242), usarono l’Alleanza
Atlantica come una piattaforma diplomatica per gestire crisi e rapporti con l’estero,
anche perché, dal punto di vista della politica internazionale, l’unico vero strumento di
pressione in mano agli islandesi era l’Articolo VII del Defense Agreement243.
241
J. Guðmarsson, A Reluctant European, op. cit., p. 92
V. Ingimundarsson, The Illogic of Passivity: The Role of Iceland in Nato and U.S. Strategic Thinking,
Reykjavik, 1998.
243
L’Articolo VII regolava le modalità per la terminazione dell’accordo. Cfr. testo del Defense
Agreement in appendice.
242
169
Un altro aspetto che contribuì a comporre questa sorta di idillio fra gli Stati Uniti e
l’Islanda fu un cambiamento della società, che cominciava ad essere meno suscettibile
alle paure di perdita di identità nazionale ad opera della presenza straniera.
Una polemica molto significativa scoppiò intorno all’Armed Force TV Service.
A seguito della revisione del Defense Agreement del ’54, i militari avevano avuto il
permesso di creare un loro servizio televisivo. In mancanza di una emittente islandese, il
canale americano entrò pian piano nelle case degli abitanti del sud ovest dell’isola244
anche perché, nonostante le assicurazioni fornite, limitare le ricezioni alla sola area della
base risultò essere molto difficile. Con una buona antenna anche a Reykjavik si
potevano vedere i programmi televisivi.
Nel giro di qualche anno la questione dell’impatto culturale si ripropose, ma è
estremamente significativo notare come ormai il clima sociale era mutato rispetto agli
anni addietro. Nel marzo del 1964 un gruppo di sessanta eminenti intellettuali firmò una
petizione, indirizzata al parlamento:
«I sottoscritti elettori credono che sia dannoso per diversi aspetti, nonché disonorevole per
gli islandesi quali esponenti di una nazione civilizzata ed indipendente, permettere ad uno stato
estero di operare una stazione televisiva, che raggiunge circa la metà della popolazione. Noi
sappiamo che creare e mantenere una televisione islandese sia un proposito costoso e difficile
per una nazione così piccola, ma è altresì necessario permetterne lo sviluppo concordemente con
i desideri e le aspettative della popolazione, senza che siano per questo forzati i tempi.
Per le ragioni sopra menzionate, i sottoscritti chiedono all’Alþing di rivedere le concessioni
per la messa in opera della stazione televisiva straniera a Keflavik, in modo che essa sia
sottoposta alla limitazione di operare solo entro, e non oltre, i confini della base militare ivi
presente.»245
244
Ricordiamo che la base militare di Keflavik si trova ad appena 40 Km a Sud Ovest della capitale, nella
penisola sud occidentale del paese.
245
Dall’Archivio Parlamentare: “Askorun til Alþingi”, 13 marzo 1964.
170
La questione era effettivamente curiosa perché l’AFTS, che nasceva per
l’intrattenimento dei soli militari americani, suo malgrado deteneva il monopolio delle
trasmissioni televisive.
Il 1964 però non era il 1944, e la linea di demarcazione fra “buono” e “cattivo” non è
più chiara come in passato. A questa petizione di sessanta intellettuali farà seguito una
contro petizione firmata da ben 14.680 persone:
«I sottoscritti elettori fanno appello al parlamento perché tutti coloro che siano in grado e
vogliano ricevere trasmissioni televisive ne abbiano facoltà, da qualunque parte le trasmissioni
provengano, in maniera completa e libera.
Noi protestiamo vivamente contro ogni limitazione in questo campo, come ad esempio per
bloccare le trasmissioni della stazione televisiva di Keflavik»246.
E’ interessante notare come questa petizione faceva appello non tanto alla AFTS in
sé, quanto piuttosto alla libertà generale di poter ricevere segnali televisivi, ma essendo
quello l’unico canale raggiungibile, ciò perdeva valore.
Comunque la questione venne disinnescata nel 1966: la radio di stato islandese
cominciò le sue trasmissioni televisive (dapprima in via sperimentale due giorni a
settimana, poi a pieno regime dal 1967). Contemporaneamente i segnali della base
vennero efficacemente schermati, e i due canali procedettero in maniera separata ed
indipendente.
Purtroppo un monitoraggio dell’opinione pubblica per gli anni ’60 può solo basarsi
su elementi indiretti in quanto non vi sono a disposizione sondaggi condotti su base
scientifica in queste materie.247 Oltre al “caso AFTS” possiamo annoverare un
sondaggio condotto dal quotidiano Visir in base al quale il 57% della popolazione si
246
Ibidem, “Askorun til Alþingi”, 4 giugno 1964
171
diceva favorevole alla presenza militare americana. Se escludiamo gli indecisi, i
rapporti diventano 64% i favorevoli e 34% i contrari248, ma bisogna tener presente che
questo sondaggio non fu condotto secondo rigorosi metodi statistici (individuando cioè
un campione significativo della popolazione).
Questa mancanza è ancor più frutto di rammarico se pensiamo che almeno due eventi
dovettero toccare nel vivo le coscienze, ovvero l’intervento americano in Vietnam ed i
furiosi bombardamenti del sud est asiatico (1966-67) da un lato, e dall’altro l’invasione
della Cecoslovacchia (Primavera di Praga, 1968) da parte dei sovietici.
Sappiamo che gli elementi che più sembravano resistere ad annoverare la base fra le
caratteristiche permanenti della politica di difesa furono le frange giovanili dei partiti.
Questi non riuscirono a riproporre il ritiro dei soldati fra le questioni politiche dibattute,
ed il governo non vacillò mai nella sua condotta atlantica.
A sgombrare il campo da eventuali dubbi fu lo stesso ministro degli esteri
socialdemocratico Emil Jònsson che, in un reportage del quotidiano conservatore
Morgunblaðid, quasi a commentare idealmente la Primavera di Praga rilasciò la
seguente dichiarazione:
«La nostra partecipazione all’Alleanza Atlantica insieme ad altri quattordici stati occidentali,
tra cui le più grandi potenze militari, ci offre la sicurezza di cui sentiamo il bisogno. Il nostro
contributo alla missione comune dei paesi della Nato è solamente quella di garantire le strutture
sufficienti al mantenimento della difesa, per noi stessi come per tutti i nostri alleati. I nostri
vicini, la Scandinavia, il Canada, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti sono membri dell’Alleanza.
Sembra loro intenzione perpetrare nella partecipazione, anche se il trattato accordi
247
Cfr. O. Hardarsson, Public Opinion and Iceland Western Integration, documento presentato alla
conferenza Nordic Countries and the Cold War, 1945-1991, 24 giugno 1998.
248
Visir, 20 settembre 1968.
172
esplicitamente facoltà di ritirarsi dall’alleanza. Queste sono le nazioni a noi più legate, e, anche
se noi siamo i più deboli, dovremmo fare causa comune con essi».249
249
Morgunblaðid, Dossier “Island og Nato” (L’Islanda e la Nato) pubblicato il 23 giugno 1968.
Dichiarazione rilasciata da Emil Jònasson
173
Capitolo X
Il Governo “Radicale” ci riprova (1971-1974)
Alle elezioni del 1971, i risultati elettorali posero fine alla coalizione di conservatori
e socialdemocratici250. Questi ultimi subirono una scissione ad opera di una frangia di
dissidenti autodefinitasi “Unione dei liberali di sinistra” (Samtöek Frjalslyndra og
Vinstrimanna), ed essi si unirono a progressisti e socialisti di AP per la formazione di
una nuova maggioranza radicalmente di sinistra.
Il nuovo governo, in carica dal 1971 al 1974, in politica estera adottò praticamente lo
stesso programma che aveva già caratterizzato il primo “governo radicale” (1956-58): la
richiesta di rinuncia al Defense Agreement e l’ampliamento delle acque territoriali.
Dodici anni di leadership di centro destra sembravano non aver potuto, o voluto,
cementificare la posizione delle forze armate americane nell’isola.
Il perché di questo nuovo cambiamento è stato generalmente indicato nella ferma
volontà di AP, che riteneva il ritiro americano una precondizione al suo inserimento nel
governo; i progressisti dal canto loro, ormai all’opposizione da dodici anni, non
trovarono difficoltà a legarsi a questo patto. Lo stesso leader del partito, Òlafur
Johannesson aveva dichiarato qualche anno prima:
«Voglio qui riaffermare che la partecipazione alla Nato e la presenza della Defense Force
sono due questioni separate che non devono essere confuse. La presenza della Defense Force
non è affatto una conseguenza inevitabile della partecipazione alla Nato. Quando l’Islanda entrò
nell’Alleanza nel ’49 si riteneva che la sicurezza del paese potesse essere assicurata senza lo
stazionamento di forze militari in tempo di pace. Confido nel fatto che ciò sia ancora possibile,
nonostante le circostanze e le nuove tecnologie. Io quindi ritengo che, entro i limiti delle
250
Per il quadro completo delle elezioni, vedi appendice.
174
obbligazioni della nazione, la Defense Force debba gradualmente ritirarsi dall’Islanda. Questa è
la politica del Partito Progressista»251
Prima di affrontare la questione Keflavik, il governo si lanciò in un’altra “Cod War”,
per portare le proprie acque territoriali da 12 a ben 50 miglia (settembre 1972).
Furono ancora una volta gli inglesi ad opporsi, scortando i propri pescherecci con
navi militari. Ma questo nuovo incidente, ormai una sorta di “opera buffa”, non si
risolse diversamente da quello del ‘58-’60. L’unica leva che gli islandesi potevano
usare era ancora una volta la base di Keflavik, e gli statunitensi temevano uno strappo
irreparabile, essendo la revisione del Defense Agreement già nell’agenda politica del
governo.
Sotto pressione americana la Gran Bretagna dovette cedere, accontentandosi di una
licenza di pesca entro la nuova zona per un periodo di tre anni.
Dopo il superamento di questa nuova crisi, si mise mano all’accordo del ’51. In una
dichiarazione programmatica il governo formulò la sua nuova politica di difesa in questi
termini:
«Il governo ritiene che sforzi debbano essere fatti per un allentamento della tensione a livello
mondiale e per il rafforzamento della pace e della riconciliazione, attraverso un più stretto
contatto fra le nazioni ed attraverso una politica generale di disarmo. Riteniamo inoltre che
pacifici rapporti fra le nazioni potranno mantenersi più facilmente senza le alleanze militari.
Non c’è pieno accordo fra le forze di governo per quanto riguarda la partecipazione dell’Islanda
all’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico. Comunque, alle presenti condizioni, l’ordine
attuale non verrà modificato, anche se il governo seguirà più assiduamente possibile gli sviluppi
di questi aspetti e rivedrà in ogni momento la posizione dell’Islanda in rapporto agli eventuali
cambiamenti. Il governo conviene sull’opportunità di una conferenza speciale sulla sicurezza
europea. Il Defense Agreement con gli Stati Uniti dovrà essere rivisto, per ottenerne la
251
Morgunblaðid, Dossier “Island og Nato”, 23 giugno 1968; dichiarazione di Òlafur Johannesson, leader
del Partito Progressista
175
terminazione in modo che la Defense Force possa gradualmente lasciare il paese. L’obbiettivo
sarà quello di vedere la partenza della Defense Force conclusa entro i termini della
legislazione»252
Il 25 giugno del 1973 il governo si appellò quindi all’articolo VII del Defense
Agreement; la procedura prevedeva una notifica, oltre che al governo degli Stati Uniti,
anche al Consiglio Atlantico, che aveva facoltà di elaborare uno proprio studio. Tale
documento venne presentato sei mesi dopo: la revisione del Defense Agreement
avrebbe dovuto mantenere in attività le infrastrutture presenti in Islanda, in modo da
perpetrare la sicurezza dell’Alleanza nel suo insieme e, specificatamente, dell’Islanda
come punto cruciale fra i due lati dell’oceano253. In pratica si auspicava vivamente che
un eventuale nuovo assetto non modificasse radicalmente la situazione, limitandosi a
cambiamenti secondari e quindi mantenendo la presenza di militari nell’isola.
Il primo ministro islandese Òlafur Joannesson (PP) era aperto al negoziato, e delle
trattative bilaterali vennero poste in essere con l'amministrazione Nixon. Il 13 marzo
1974 il ministro degli esteri islandese ricevette il mandato per le trattative, che si
sarebbero svolte a Washington (8-9 aprile); tale mandato conteneva i seguenti propositi:
a) la Defense Force sarebbe stata ritirata gradualmente, ma entro la metà del 1976; b)
aerei appartenenti alla Nato, in missione di ricognizione, avrebbero avuto diritto di
atterraggio a Keflavik, ma non vi sarebbe stato lì alcuno stazionamento permanente di
aeromobili; c) l’Islanda avrebbe fornito il personale tecnico necessario alla gestione
delle postazioni radar e per l’aeroporto. Non molto diverso da quanto già visto in altri
momenti della controversa storia della base.
Dapprima gli americani offrirono una riduzione del personale (da 3.200 a 2.200
unità), ma questa proposta venne rifiutata, in quanto non affrontava il problema
252
Riportato da B. Bjarnason, Iceland’s Security Policy, Oslo 1977, p. 112.
176
centrale. Dopo una lunga serie di contatti cominciò a delinearsi un protocollo d’intesa
basata su una nuova gestione della base di Keflavik: la Defense Force sarebbe stata
ritirata nel giro di due anni, ma al suo posto sarebbero subentrate truppe della Nato e
truppe americane secondo un complicato sistema di rotazioni.
Nonostante questi accordi di massima fossero ancora in una fase preliminare di
studio, erano avvertiti dall’amministrazione Nixon come un inaspettato passo indietro,
ma a sbloccare la situazione fu ancora una volta un intervento esterno.
Il governo norvegese si disse contrariato dalla scelta islandese di ridurre
vistosamente il loro contributo alla difesa collettiva, e chiese apertamente di non
abrogare il Defense Agreement esercitando tutta la sua influenza sui fratelli scandinavi.
La “solidarietà nordica” è uno degli aspetti socioculturali più sentiti della comunità
scandinava, ed ebbe effetti significativi. In realtà la posizione norvegese non era
improntata su consigli disinteressati, ma aveva dei risvolti concreti: essi temevano che
ad una riduzione della presenza americana in Islanda avrebbe fatto seguito l’aumento
delle pressioni sulla Norvegia, come a compensare uno squilibrio regionale254. Nel
marzo 1974, si tenne una massiccia campagna di sensibilizzazione dell’opinione
pubblica sul problema della difesa nazionale. Elementi politici, gruppi di pressione,
stampa si batterono per portare di fronte al governo una petizione popolare che chiedeva
il mantenimento del Defense Agreement: ben 55.522 islandesi la firmarono, ovvero
circa il 50% degli elettori.
Il governo non poteva ignorare una simile prova di forza e dovette fermarsi a
riflettere sul da farsi. Nel frattempo però una nuova crisi economica attanagliò la
nazione; ancora una volta la presenza dei comunisti nel governo risultò complicare
253
254
B. Bjarnason, Vulnerability and Responsability, Oslo, 1985, p. 141.
R. Tamnes, Military buildup and Nordic Stability in the 70s, Reykjavik 1998.
177
l’elaborazione di una politica finanziaria incisiva e, nella primavera del ’74, la
coalizione era ormai alla paralisi ed il “secondo governo radicale” cadde.
178
Capitolo XI
I conservatori tornano a governare (1974-78)
Nuove elezioni si tennero nell’estate del 1974, e come era prevedibile, il Partito
Indipendente riuscì a capitalizzare molti consensi; con il 42,7% dei voti e 25 seggi non
poteva essere escluso dalla coalizione che avrebbe guidato l’Islanda nella legislazione
successiva ed infatti riuscì presto a trovare un accordo con il Partito Progressista (28
agosto 1974).255 Il nuovo governo si presentava piuttosto forte, unendo i due maggiori
partiti e potendo contare su 42 seggi su 60. I conservatori accettarono di lasciare ai
progressisti il dicastero degli Esteri, ma solo dopo che l’intera coalizione aveva
accettato la seguente dichiarazione programmatica in materia di difesa:
«Per
provvedere
alla
propria
difesa,
l’Islanda
manterrà
la
sua
partecipazione
all’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico. La cooperazione speciale verrà inoltre
mantenuta con gli Stati Uniti fintanto che una base difensiva e di pattugliamento sarà presente
nel nostro paese. (…) Rientra nella politica del governo che le funzioni non militari della base
vengano assunte da personale islandese il prima possibile»256
Tuttavia questo governo trovò ugualmente il modo ed il tempo di scatenare una
profonda crisi diplomatica, affrontando il tema di una nuova estensione delle acque
territoriali: da 50 a 200 miglia.
E’ opportuno spendere qualche parola su questa nuova iniziativa per inquadrare
debitamente il problema. Portare il limite a quasi 400 km dalla linea della costa
significava delineare uno specchio d’acqua immenso257, ma questo provvedimento non
255
Per un quadro completo degli esiti elettorali, cfr. Appendice.
B. Bjarnason, Iceland’s Security Policy, op. cit., p.115.
257
Siamo intorno ai 750.000 kmq, a fronte di una estensione territoriale di 100.000 kmq.
256
179
era dettato “dall’avidità” di sfruttare quante più risorse possibili, ma al contrario dal
tentativo di difendere il mare dall’impoverimento. Nel 1975 flottiglie straniere
pescavano in quelle zone circa 100.000 tonnellate di merluzzo all’anno, e commissioni
scientifiche avevano già inoltrato allarmi sulla minaccia reale di un assottigliamento
delle riserve di pesce.258 Gli islandesi, accanto a questa estensione, frutto di calcolo
economico più che di romanticismi ambientalisti, vararono anche una serie di organismi
di autocontrollo e sistemi di quote per limitare essi stessi lo sfruttamento delle riserve.
Molti governi le cui flotte pescavano abitualmente nelle aree coperte da provvedimento
islandese protestarono con Reykjavik, che però fu abile a chiudere i contenziosi con
Germania, Belgio, Norvegia e Faroer sulla base di quote massime di pesca concesse a
quelli che, a tutti gli effetti, diventavano ospiti delle acque islandesi soggetti alla sua
giurisdizione.
L’Inghilterra, nonostante i propositi ragionevoli alla base dei provvedimenti, non
volle onorare la decisione islandese; si contestava apertamente un metodo arbitrario ed
unilaterale di gestire aree in cui l’Inghilterra stessa aveva interessi commerciali.
Nel periodo di crisi la Royal Navy assegnò ben 22 navi da guerra per la protezione di
alcune zone all’interno delle 200 miglia in cui i pescherecci inglesi potessero operare al
riparo dalla Guardia Costiera Islandese, che si prodigava nel tagliare le reti dei
pescherecci che considerava abusivi.259 Neanche la Corte Internazionale dell’Aia riuscì
a sbrogliare la matassa giuridica, e la situazione rimaneva critica.260
Questo nuovo conflitto giurisdizionale si rivelò ben più aspro dei precedenti; il 7
gennaio 1975 la fregata britannica Andromeda, con un equipaggio di 263 uomini giunse
258
P. Brown, Fightinig the cod war taught icelanders the lessono of conservation, The Guardian
(giornale), 16 agosto 2000.
259
J. Paul & M. Spirit, Britain’s small wars, Inghilterra, 2000.
260
Joy Jonh (Console Onorario Islandese per il Newfound e Labrador), The Exclusive Fishing Zone and
the Icelandic Cod Wars, Reykjavik, 1998
180
a speronare il battello della guardia costiera islandese, dieci volte più piccolo. Incidenti
di questo tipo si ripetevano ormai da settimane, ed i due stati giunsero ad interrompere i
propri rapporti diplomatici, fatto di per sé inaudito fra due paesi dell’Alleanza Atlantica.
Il ministro degli esteri Einar Agùstsson, in data 19 febbraio 1976 inviò una nota a
tredici colleghi di paesi Nato in cui spiegava:
“The Icelandic government does not consider it possible to maintain diplomatic relations
whit a country which time and again applies coercion against the people of Iceland by the use of
military forces. As a result these relations will now be severed”
Gli Stati Uniti guardavano alla vicenda con apprensione. L’Islanda non aveva altro
elemento di contrattazione che mettere in gioco la propria politica di difesa, ed agli Usa
interessava in prima persona che ciò non accadesse.261 Addirittura il segretario di stato
Henry Kissinger fu nella imbarazzante condizione di dover rifiutare una richiesta del
governo islandese, che chiedeva di affittare o comprare altri due piccoli vascelli armati,
che avrebbero potuto essere usati contro la Gran Bretagna262.
La Nato ancora una volta interferì nella vicenda nella sua “versione impropria” di
forum diplomatico e l’allora segretario generale, l’olandese Joseph Luns, riuscì a riunire
le parti in causa. Il 2 giugno 1976 entrava in vigore un accordo in base al quale la Gran
Bretagna riconosceva il limite delle 200 miglia, ma otteneva una licenza di pesca per 25
battelli della una durata di sei mesi.
Gli inglesi alla fine accettarono di fare un passo indietro, ma forse è improprio
ripensare alla vicenda come un atto di prepotenza dei piccoli e tenaci islandesi, che
riuscivano a tenere in scacco addirittura gli Usa; in fondo se per la Gran Bretagna era
una questione di occupazione regionale, per l’Islanda era una questione di
261
R. Arnason, Political Parties and Defence, Canada 1980, p.53.
181
sopravvivenza nazionale. Inoltre lo “spauracchio” di uscire dalla Nato non poteva essere
considerato una rappresaglia indiretta: Se l’Islanda non voleva avere rapporti
diplomatici con la Gran Bretagna, che anzi era vista come una minaccia, come potevano
entrambi partecipare alla stessa alleanza militare? E se gli Stati Uniti, i veri difensori
dell’isola, non intervenivano mentre l’Unione Sovietica si affrettava a riconoscere il
nuovo limite, chi sarebbe stato visto dalla popolazione come vero amico?
Il Regno Unito, bisogna ammettere, prese una saggia decisione che costò qualche
sacrificio, e fu anche costretto ad accettare una quota di pesca inferiore a quanto venne
offerto da Reykjavik prima della crisi263. Ancora il 2 ottobre 2000 l’ufficio stampa dello
Scotland Office pubblicava il seguente annuncio:
«Brian Wilson urges former “Cod War” trawlermen to apply for compensation
Individual payments of up to £20.000 era available to former distant water trawlermen who became
unemployed following the settlement of the mid-70’s “Cod War”, under a new compensation scheme
launched by the Government today.
Commenting on the new compensation scheme, Scotland Office Minister Brian Wilson said:
“Scottish former distant water trawlermen who fished icelandic waters, or their surviving dependant,
my benefit from this new scheme (…). The Government recognises that the many distant water
trawlermen who lost their jobs after the settlement of the “Cod Wars” received little or no help at the
time”…(continua)».
La vicenda si chiuse con un ultimo atto: il 10 dicembre 1976 entrò in vigore il
Fishery Limits Bill, con cui anche il Regno Unito portava a 200 miglia il limite delle
proprie acque di sfruttamento esclusivo.
262
263
H. Jònsson, Friends in Conflict, Hurst & co., Londra 1982.
La quota di pesca fu fissata portata da 50 a 65.000 tonnellate annue.
182
Capitolo XII
Gli anni ’80, stabilità e benessere
Dopo il superamento di quest’ultima Cod War la politica estera islandese ha ben
poco da dire. Per tutto il resto della guerra fredda non si segnalano altri momenti di crisi
importanti: l’Islanda non procederà ad alcuna iniziativa per innalzare il limite delle 200
miglia, non chiederà il ritiro dei soldati americani e men che mai l’uscita dalla Nato.
Le reciproche posizioni erano ormai pienamente cristallizzate, ed un esempio
importante ci è dato proprio dal partito filosovietico Alleanza Popolare. Abbiamo visto
che in passato aveva posto pregiudiziali antiamericane importanti per la sua
partecipazione a formazioni di governo, ma questo non si ripeterà. Il partito entrò in
alcune coalizioni (1978, 1981), ma senza pretendere alcuno stravolgimento della
politica di difesa, se non il veto su eventuali ampliamenti del contingente statunitense. I
conservatori del Partito Indipendente d’altro canto erano sempre stati i “migliori amici”
degli americani, e mantenendo sempre la maggioranza relativa in parlamento, fecero
sentire il loro peso politico.
Se diamo un’occhiata agli indici economici della nazione, risulta ormai chiaro che il
commercio con il blocco orientale non raggiunge più livelli di guardia. Sia le
importazioni che le esportazioni nei primi anni del decennio sembrano “reggere”
intorno al 10% (1980-83), successivamente il trend è visibilmente negativo: per le
importazioni dall’Urss si passa dal 9% (1984), al 5,7% (1986) al 4,2% (1987). Le
esportazioni in Urss vanno dal 7,8% (1984) al 4,28% (1986) al 3,64% (1987). Il
commercio con i satelliti sovietici inoltre cessa quasi del tutto.
Per quanto riguarda l’opinione pubblica abbiamo finalmente un valido strumento di
analisi. Tra il maggio ed il giugno del 1983 la Commissione Islandese di Difesa ed
183
Affari Internazionali (Öryggismálanefnd) redasse uno dei più approfonditi screening sui
temi della Nato e della Base264; il lavoro, condotto secondo canoni statistici rigorosi,
dividendo cioè gli intervistati per categorie, aree politiche, etc. presenta dei risultati
importanti.
Alla domanda sulla continuazione della partecipazione islandese alla Nato, i risultati
furono come segue:
Favorevoli 53%
Contrari
13%
Indecisi
34%
Quindi, fatte le debite proporzioni, tra coloro che hanno espresso una opinione risulta
il seguente rapporto:
Favorevoli 80%
Contrari
20%
Estrapolando però le varie categorie di intervistati, è possibile fare qualche
riferimento interessante.
L’opposizione alla Nato risulta più marcata in alcune fasce di età giovanili, dai 24 ai
29 anni e dai 30 ai 39; queste persone furono quelle che videro la guerra del Vietnam
nel corso della loro vita postadolescenziale e studentesca265. Inoltre gli abitanti della
città di Reykjavik e della regione del sud est (Rejkianes), tendono ad avere una
percentuali di indecisi inferiore a quella degli abitanti degli altri distretti elettorali.
264
Redatto da Òlafur Hardarson, Icelandic Attitudes Towards Security and Foreing Affairs, 1985
Da notare che negli anni ’60 le organizzazioni giovanili dei partiti avevano sollevato forti perplessità
sulla condotta filoamericana del governo.
265
184
Per quanto riguarda invece il problema della base militare di Keflavik e la sua
effettiva necessità, gli intervistati risposero come segue:
Decisamente Favorevoli
23%
Tendenzialmente Favorevoli
31%
Indifferenti
15%
Tendenzialmente Sfavorevoli
15%
Decisamente Sfavorevoli
15%
Eliminando gli indecisi ed accorpando le risposte simili si ottiene:
Favorevoli
64%
Contrari
36%
Il lavoro della commissione risulta molto curato nello scorporare i voti secondo tutte
le categorie statistiche e politiche, tuttavia le risposte non cambiano di molto né destano
eccessive sorprese (ad esempio il 84% di coloro che votarono per il centro destra si
dissero favorevoli, mentre l’86% di coloro che votarono per i comunisti di Alleanza
Popolare si dicevano contrari).
Non deve destare sorpresa il fatto che il numero degli “indecisi” per il quesito
riguardante la Nato sia piuttosto elevato; tutto sommato, da un punto di vista operativo,
l’Islanda era stato un alleato passivo e senza un vero ruolo propositivo; invece la
questione della base era una questione concreta e, probabilmente, il coinvolgimento
apparentemente più interessato non era dettato da considerazioni di natura strategica, cui
gli islandesi prestavano poca attenzioni, ma piuttosto dalla natura reale e visibile della
base militare.
Di un certo interesse risultano altri quesiti posti; gli islandesi rispetto ai 4-6 anni
precedenti ritenevano che la minaccia di una guerra non si fosse affatto ridotta (solo il
6% delle risposte in questo senso); ben l’86% si diceva d’accordo con la creazione di
185
una area denuclearizzata per gli stati nordici, e una buona maggioranza (63%) si diceva
d’accordo con l’idea di esigere un affitto per l’area di Keflavik.
Altri sondaggi seguirono l’andamento dell’opinione pubblica islandese266, ma non si
discostarono in maniera netta da quanto emerso dal lavoro della Commissione.
E’ possibile affermare che forse il quadro si compose tanto nettamente per una più o
meno profonda “americanizzazione” della società islandese? Cosa era stato, in sostanza,
dei pericoli di minaccia all’identità culturale, come i più accesi neutralisti andavano
ammonendo negli anni ’50? Dare una risposta esaustiva a questo problema è impresa
difficile, anche perché è difficile individuare dei grandi valori di riferimento che siano
nettamente contrapposti tra la società americana e altre società europee del dopo guerra.
Gli statunitensi non erano esponenti di una società alternativa o vistosamente stridente
con quella locale, come ad esempio era accaduto alle Hawaii, ed una certa affinità di
fondo quindi deve essere considerata.
E’ chiaro che oggi, abituati come siamo a comunicazioni fulminee e frequenti
interazioni fra i popoli, una questione siffatta verrebbe affrontata con tutt’altro spirito,
ma in aggiunta alla differenze dei tempi l’Islanda pagava il dazi a secoli di isolamento,
che si tradussero in un forte ritardo nell’integrazione nella comunità internazionale.
Tutto ciò contribuì a rendere la società islandese ancor più timorosa dello straniero, più
xenofoba (senza per questo dare al termine alcun valore razzista e spregiativo).
Bisogna riconoscere che la base di Keflavik poteva effettivamente rappresentare un
elemento dirompente dal punto di vista sociale: ospitava sì che poche migliaia di
persone e relative famiglie, ma fatte le debite proporzioni, era come se a pochi
chilometri da Washington o Roma vi fosse una base straniera che ospitasse diversi
266
Cfr. O. Hardarson, Public Opinion and Iceland’s Western Integration, Reykjavik 1998. Vedi anche
altri sondaggi in Appendice.
186
milioni di soldati. Inoltre, ancora oggi, solo poche città islandesi superano i mille
abitanti e per assurdo la base militare era uno dei centri più popolosi del paese.
Per questo motivo i militari furono organizzati in modo da limitare al massimo i
contatti con i locali; all’interno della base vennero create tutte le strutture necessarie per
vivere decorosamente senza “pesare” sulla comunità islandese, come scuole, negozi,
chiese, impianti sportivi etc. Grazie a questa politica di “impatto morbido” e controllato
la società ebbe modo di adeguarsi lentamente, senza uscirne compromessa e superando
col tempo alcuni isterismi che l’avevano precedentemente caratterizzata.
E’ verissimo che lo stato islandese, ancora in formazione, aveva sancito per legge la
propria neutralità perpetua, rinnegando qualunque mentalità militarista (aliena alla storia
islandese vista l’assenza di qualunque forza armata), ma l’Islanda, nello stralciare questi
principi, non aveva meramente ceduto alle esigenze strategiche di uno stato più forte,
aveva piuttosto attualizzato le proprie posizioni; è superfluo ribadire che in tempi di
Guerra Fredda la posizione geografica dell’Islanda non le permetteva di isolarsi da ciò
che aveva intorno, ovvero il crocevia aeronavale più trafficato al mondo. I sondaggi
sopra riportati confermano che, col tempo, la società civile non aveva perso il suo
tradizionale spirito pacifico, ma si rese pienamente conto delle ragioni della politica,
delegando ad un altro stato, con cui avvertiva forti affinità, la propria difesa. Sarebbe
riduttivo quindi parlare di un allineamento coatto.
Appare chiaro che già a partire dalla fine degli anni ’70 si era aperto un periodo di
grande stabilità in materia di politica di sicurezza, che non avrebbe più vacillato.
Opinione pubblica, indici economici e
mondo politico finalmente erano concordi
nell’indicare il proprio cammino e l’Islanda si spogliò di quelle ambiguità altalenanti
che, seppure erano valse indubbi vantaggi precedentemente, erano ormai superate.
187
Allegato H – Opinione Pubblica Islandese, Sondaggi e Studi Scientifici :
Favorevoli o Contrari alla Base di Keflavik:
Anno
Fonte
Favorevoli
Contrari
1955
Istituto Gallup, Norvegia
37%
63%
1968
Giornale
64%
36%
1970
Giornale
55%
45%
1971
Giornale
67%
33%
1976
Giornale
52%
48%
1980
Giornale
64%
36%
1983
Giornale
64%
36%
1983
Commissione Governativa
64%
36%
1987
Commissione Governativa
55%
45%
NB: Dati forniti da O. Harðarson, Public Opinion and Iceland Western Integration, (Reykjavik,
1998). Le percentuali sono ridisegnate escludendo dal computo gli indecisi. Per “Giornale” si
intendono quotidiani che hanno condotti sondaggi i cui criteri scientifici non sono considerati
pienamente affidabili. Per “Commissione Governativa” si intende la Öryggismálanefnd
(Commissione per la Sicurezza e gli Affari Internazionali).
Icelandic Attitudes Towards Security and Foreign Affairs – 1983
A cura della Öryggismálanefnd (Commissione per la Sicurezza e gli Affari Internazionali)
1) Partecipazione Islandese alla Nato:
Favorevoli:
53 %
Di quanti hanno fornito una opinione
Contrari:
13%
Favorevoli:
80%
Indecisi:
34%
Contrari:
20%
188
1.1) Responsi divisi per età
20-23
24-29
30-39
40-49
50-59
60-69
70-83
Favorevoli:
40%
39%
49%
66%
64%
64%
56%
Contrari:
11%
17%
15%
13%
10%
9%
13%
Indecisi:
50%
44%
36%
22%
27%
27%
31%
1.2) Responsi divisi per titoli di titolo di studio
Istruzione Obbligatoria
Superiori (A)
Superiori (B)
Superiori (C)
Università
Favorevoli:
50%
49%
58%
54%
62%
Contrari:
8%
8%
17%
18%
28%
Indecisi:
42%
43%
26%
28%
10%
Note:
Superiori (A): Solo 1 o 2 anni di studi secondari
Superiori (B): Formazione Tecnica e Professionale
Superiori (C): Formazione Commerciale e Generica
1.3) Responsi divisi per luogo di residenza
Reykjavik
Sud-Ovest
Altri Distretti Elettorali
Favorevoli
57%
57%
47%
Contrari:
16%
13%
11%
Indecisi:
27%
30%
42%
2) Presenza dei soldati dell’esercito degli Stati Uniti in Islanda (Base di Keflavik):
Fortemente Favorevoli:
23%
Di quanti hanno fornito un’opinione
Tendenzialmente Favorevoli:
31%
Approvano:
64%
Indifferenti:
15%
Disapprovano:
36%
Tendenzialmente Contrari:
15%
Fortemente Contrari:
15%
189
2.1) Responsi divisi per età:
20-23
24-29
30-39
40-49
50-59
60-69
70-83
Favorevoli:
39%
49%
51%
62%
59%
59%
68%
Contrari:
37%
36%
30%
27%
26%
35%
24%
Indecisi:
24%
15%
19%
11%
16%
6%
9%
2.2) Responsi divisi per titolo di studio:
Istruzione Obbligatoria
Superiori (A)
Superiori (B)
Superiori (C)
Università
Favorevoli:
56%
57%
53%
50%
49%
Contrari:
26%
28%
32%
39%
41%
Indecisi:
18%
15%
15%
11%
10%
Note:
Superiori (A): Solo 1 o 2 anni di studi secondari
Superiori (B): Formazione Tecnica e Professionale
Superiori (C): Formazione Commerciale e Generica
2.3) Responsi divisi per luogo di residenza
Reykjavik
Sud-Ovest
Altri Distretti Elettorali
Favorevoli:
54%
60%
52%
Contrari:
32%
26%
32%
Indecisi:
14%
14%
17%
190
3) Comparazione responsi ai quesiti 1 e 2 comparati:
Partecipazione alla Nato→
Favorevoli
Contrari
Indecisi
Favorevoli:
76%
2%
41%
Contrari:
14%
96%
30%
Indecisi:
9%
2%
30%
Base di Keflavik↓
4) Altri Quesiti
4.1) Creazione di una bando delle armi nucleari nei paesi nordici
Favorevoli:
86%
Contrari:
8%
Indecisi:
6%
4.2) Giudizio sui movimenti pacifisti europei ed americani
Favorevole:
66%
Contrari:
16%
Indecisi:
18%
191
Allegato I – Distribuzione seggi parlamentari 1959-1991:
Anni 1959 – 1971
1959a
1959b
1963
1967
1971
Partito Indipendente
20
24
24
23
22
Partito Progressista
19
17
19
18
17
Partito Socialdemoc.
8
9
8
9
6
Alleanza Popolare
7
10
9
10
10
ULS
n.p.
n.p.
n.p.
n.p.
5
Anni 1974 – 1991
1974
1978
1979
1983
1987
1991
Partito Indipendente
25
20
21
23
18
26
Partito Progressista
17
12
17
14
13
13
Partito Socialdemoc.
5
14
10
6
10
10
Alleanza Popolare
11
14
11
10
8
9
ULS
2
0
n.p.
n.p.
n.p.
n.p
Alleanza Socialdemoc. n.p.
n.p.
n.p.
4
n.p.
n.p.
Partito Femminista
n.p.
n.p.
n.p.
3
6
5
Partito dei Cittadini
n.p.
n.p.
n.p.
n.p.
7
n.p.
Note:
n.p.: non presente
1959a & 1959b: doppio turno di elezioni necessario per la approvare la modifica costituzionale per
elevare il numero dei seggi in parlamento da 52 a 60.
ULS: Unione dei Liberali di Sinistra (Samtöek Frjalslyndra og Vinstrimanna); gruppo formatosi a
seguito di una scissione dal Partito Socialdemocratico.
Partito Femminista: Samtöek um Kvennalista.
Partito dei Cittadini: formatosi da una scissione dal Partito Indipendente.
192
Capitolo XIII
L’Islanda a cavallo del nuovo millennio
L’implosione del blocco sovietico e l’esaurimento della guerra fredda ha ovviamente
segnato la fine di un’epoca; ma se un capitolo della storia si chiudeva, inaugurando un
“nuovo corso” degli affari internazionali, i grandi cambiamenti aprivano tutta una serie
di “problemi tecnici”, di cui l’Islanda stessa fu un esempio lampante.
E’ evidente che il nuovo assetto mondiale cambiò radicalmente la natura
geostrategica dell’Islanda, in quanto il Nord Atlantico non era più il palcoscenico,
militarmente congestionato, di attriti e provocazioni fra le superpotenze.
La Nato stessa ovviamente ha mutato il perso il ruolo contrapposizione ad un
avversario che non esiste più (proprio mentre scrivo, 28 maggio 2002 si sta siglando a
Pratica di Mare il nuovo accordo tra la Russia di Putin e la Nato). Gran parte della storia
recente islandese però gravitava intorno a questo vecchio schema, e l’Islanda aveva
potuto avanzare pretese importanti proprio in virtù della sua “posizione strategica”.
Caduto questo schema la politica estera di Reykjavik ha dovuto ricostruirsi intorno a
situazioni del tutto nuove.
Per tentare di delineare un quadro quanto più esaustivo possibile risulterà forse utile
dividere la presenza internazionale dell’Islanda secondo più piani: un piano militare, per
trattare da vicino il nuovo ruolo islandese all’interno dell’Alleanza e nel rapporto
privilegiato con gli Usa; un piano economico, nelle nuove possibilità offerte dalla
globalizzazione e dal consolidamento dell’integrazione europea; un piano politico,
ovvero la presenza islandese nelle istituzioni internazionali.
193
L’Islanda e la Nato. Il punto di vista dei militari
La possibilità di una invasione di truppe convenzionali, o peggio di un attacco
nucleare dal vecchio nemico, è scenario ormai impensabile; cosa è stato allora della
base di Keflavik, pedina fondamentale per tutto il corso della guerra fredda, dell’Early
Warning System? Questo sistema, concepito per evitare la possibilità di un devastante
attacco a sorpresa, trovava in Keflavik il suo anello centrale. Era per questo mantenuto
ai massimi livelli di efficienza.
Se prestiamo attenzione a quali erano le capacità della base alla fine degli anni ’80, ci
troviamo di fronte ad un imponente spiegamento di forze. I mezzi permanentemente
disponibili per il lavoro di routine ammontavano a: 18 aerei intercettori F-15, 9 aerei per
la sorveglianza marittima P-3, 2 aerei radar E-3 (AWACS), 1 aereo cisterna KC-135,
più altri mezzi di supporto (senza peraltro contare il personale di terra, le postazioni
radar, gli scali a disposizione per la Marina)267.
La Military Air Defense Identification Zone (MADIZ, l’area all’interno della quale
ogni aereo sconosciuto viene intercettato), si estendeva per 200 miglia nautiche, ed era
la zona con il più alto numero di intercetti di aerei sovietici, quattro volte superiore a
quelli in Alaska, per esempio. Nel 1985 tali intercetti ammontarono a ben 170 nell’arco
dell’anno.
Anche senza avere una dettaglia documentazioni dei bilanci è chiaro che una tale
struttura richiedeva alti costi di mantenimento, che peraltro ricadevano in toto
sull’esercito degli Stati Uniti (solo in minima parte sulla Nato).
Il nuovo ordine mondiale ha ovviamente stravolto questa situazione; nel 1991
intercetti aerei furono appena 26 per tutto l’anno e ridotti a zero negli anni successivi;
194
l’arsenale schierato a Keflavik si rivelò non solo eccessivo ed antieconomico, ma
proprio antistorico.
Negoziati per un taglio significativo di costi alla luce delle nuove competenze furono
intavolati dai governi islandese ed americano nel 1993 e 1996; a seguito dei nuovi
accordi gran parte di uomini e mezzi vennero smobilitati, lasciando operativi a Keflavik
solo 4 intercettori in “temporary duty” ed un personale di 200 soldati. In Islanda
rimangono inoltre quattro potenti radar FPS – 117 ai quattro angoli dell’isola, nonché
cinque elicotteri HH-60 del 56th Rescue Squadron attrezzati al recupero in mare.
Da un punto di vista militare la base ha ormai un potenziale ed un ruolo ben ridotto
rispetto al passato, e il maggior servizio offerto dalle infrastrutture di origine militare è
oggi la copertura radar della regione, che peraltro è in larga parte passata ad una agenzia
islandese.
Nonostante questo cambiamento, nessuno dei governi interessati sembra intenzionato
a smantellare completamente la base di Keflavik. Come lo stesso ministro degli esteri
islandese ha affermato in occasione delle celebrazioni per il cinquantennale del Defense
Agreement:
«Credo che oggi abbiamo nel nostro paese un minimum necessario alla difesa del territorio.
Il Governo non vede alcun motivo per chiedere ulteriori cambiamenti. Riteniamo che una
capacità difensiva credibile sia necessaria, e continueremo a basare la nostra politica e la nostra
difesa su queste considerazioni»268
La posizione dell’attuale ministro degli esteri è chiara; per quanto la base di Keflavik
possa aver ridotto il suo ruolo, in mancanza di un esercito islandese è pressoché l’unica
267
Cfr: Iceland, Nato and the Keflavik Base, a cura della Commissione Islandese di Sicurezza
(Öryggismálanefnd), 1989.
195
entità militare dell’isola; nessun paese europeo ha totalmente abolito le proprie difese e,
anzi, la crisi dei Balcani ha messo in luce la necessità di una stretta collaborazione
militare anche in Europa.
Gli Stati Uniti dal canto loro non sembravano interessati ad un completo abbandono
dell’isola; tutto sommato l’assetto dato dall’amministrazione Clinton sembra essere
gradito ad entrambe le parti.
Un altro aspetto che va sottolineato sono le nuove considerazioni di natura
economica che ruotano intorno alla base. In tempi passati la Defense Force e la base di
Keflavik hanno rappresentato delle risorse finanziare irrinunciabili per lo stato
islandese, nonché una leva importante per accedere a commercio e credito estero. Oggi
bisogna segnalare che la base di Keflavik ha perso un impatto economico profondo sulla
nazione, proprio perché l’economia islandese è finalmente solida e prospera.
Cinquant’anni di guerra fredda hanno portato in Islanda un miracolo economico
paragonabile, nei suoi esiti conclusivi, a quello avvenuto in Italia nel dopoguerra e oggi
gli standards di vita sono statisticamente fra i più elevati al mondo. L’Islanda può ora
presentarsi come un partner commerciale con una dignità ed una credibilità propria, ha
raggiunto cioè un equilibrio tale da non dovere (e neanche più poter più) legare la
politica economica a quella difensiva, come ampiamente fatto in passato; in questa
nuova cornice il ridimensionamento della Defense Force ha avuto un impatto minimo
sulle casse della nazione.
Il rapporto fra islandesi ed americani per quanto riguarda la base di Keflavik non
esaurisce la politica difensiva di Reykjavik, che continua ad essere un membro della
Nato.
268
Iceland and Security in the North Atlantic, Past, Present and Future, discorso tenuto dall’attuale
ministro degli esteri e del commercio con l’estero Halldor Asgrimsson, in occasione del cinquantesimo
anniversario del Defense Agreement, giugno 2001.
196
Come l’Alleanza Atlantica si è andata modificando negli ultimi anni, allo stesso
modo l’Islanda ha sostanzialmente cambiato il suo ruolo, ritagliandosi uno spazio di
maggiore vitalità durante tutti gli anni ‘90.
Fintanto che l’attività principale della Nato era quella di contraltare del Patto di
Varsavia, il ruolo islandese era molto deficitario, una sorta di alleato “non paritario”
rispetto agli altri; non solo l’Islanda era priva di un esercito ed aveva delegato la propria
difesa agli Stati Uniti, ma, in mancanza di competenze tecniche e di sistemi di sicurezza
adeguati, era spesso tenuta all’oscuro dei grandi piani strategici.
Gli anni ’90 segnano invece una inversione di tendenza. Con la fine della guerra
fredda e l’inserimento di numerosi “ex nemici” fra le fila degli alleati, il ruolo della
Nato si dovette necessariamente ridisegnare su nuove basi, pena la sua inutilità storico
politica. Si aprì così a nuovi interventi anche al di fuori dei propri confini, improntati ad
una sorta di mantenimento dell’ordine mondiale (o almeno nelle zone dove questa
necessità sembrava più pressante), con un ruolo non più di natura strettamente
militare269.
Le cosiddette operazioni di “peace keeping”, interventi umanitari e di accoglienza di
profughi di guerra ha aperto nuove strade percorribili anche da personale civile. Per
tornare all’Islanda, nel 1997 essa ha per esempio inviato personale medico in Bosnia, al
seguito di una unità britannica della Stabilization Force (SFOR). Fu un intervento
piuttosto ridotto, coinvolgente appena 50 islandesi in tutto, ma qualche tempo dopo il
governo islandese decise anche di ospitare profughi albanesi dal Kossovo, perpetrando
una politica di coinvolgimento nei fatti internazionali.
L’Islanda degli anni ’90 visse una stagione di piena sintonia con le strategie della
Nato, avendo appoggiato spesso e volentieri i processi di “allargamento ad Est”, ed altri
197
programmi più o meno affini (come l’Euro-Atlantic Partnership Council o la
Partnership for Peace270), come momenti di stabilizzazione dei paesi coinvolti
dall’allargamento. L’Islanda si è caratterizzata per uno spirito particolarmente
interessato e volitivo. In occasione del meeting di Reykjavik dell’aprile 1997, su questi
temi la posizione del governo fu la seguente:
“Our relation with Russia are at the same time going through a rapid transformation. We
realize and recognize Russia’s difficulties in appreciating Nato’s enlargements, but frankly it is
not for Russia to decide, veto, or prevent. (…) Nato enlargement will happen not because the
Alliance wants to expand, but because the nations of Central and Eastern Europe are exercising
271
their sovereign right to choose their own security arrangements”
L’attuale ministro Asgrimsson ha inoltre iniziato pochi anni or sono un progetto
significativo, seppur ridotto in termini di uomini e competenze, ovvero una sorta di
“unità di intervento rapido”; un gruppo di circa 100 persone, per lo più medici e
personale di polizia, ha dato la sua disponibilità per interventi all’estero in condizioni
assimilabili a quelli balcanici e dietro breve preavviso. E’ chiaro che è poco più che un
piccolo gruppo di filantropi, ma conferma in un certa tendenza politica del governo.
Un contributo tecnico di qualche entità reso alla Nato fu in campo informatico:
l’Islanda, in virtù di indubbie competenze scientifiche e di “esperienza sul campo”,
fornisce abitualmente personale specializzato per la realizzazione di software per
sistemi radar.
269
E’ noto che la prima missione di Peace Keeping targata Nato risaliva al Libano del 1982; un
fallimento, carico però di insegnamenti utili per il futuro.
270
Queste due assemblee nacquero la prima nel 1991 a 46 stati, la seconda del 1994 a 26 stati; “inventate”
sostanzialmente per dialogare in forma quanto più spedita con ex-comunisti, regioni di influenza exsovietica e membri neutrali dell’UE (come Svezia, Finlandia, Austria e Irlanda), non sono generalmente
ritenute istituzioni particolarmente incisive.
271
Discorso del ministro degli esteri islandese Halldor Asgrimsson in occasione del meeting Nato,
Reykjavik, 5 aprile 1997. Fonte: Ministero degli esteri.
198
Reykjavik inoltre, nei primi anni ’90 ottenne una certa visibilità all’interno del Patto
nel tentativo di sensibilizzare gli alleati sul legame fra difesa ed ambiente; al meeting di
Londra del 1990, l’allora ministro degli esteri Hannibalsson tentò di far inserire le forze
navale nei lavori per il controllo degli armamenti, con lo scopo di ridurre la possibilità
di incidenti nucleari in mare272. Il suo sforzo fallì, per l’opposizione soprattutto di Gran
Bretagna e Stati Uniti, poi la guerra del Golfo fece cadere il discorso, ed il piccolo staff
islandese (appena 120 persone lavorano per il ministero) non fu in grado di riproporlo
vivacemente.
Con l’emergenza terrorismo però tutto torna di nuovo in discussione. La Nato ha
avuto modo di uscire da quella che alcuni consideravano una sorta di “crisi d’identità”
seguita dal crollo del vecchio nemico. Il patto atlantico nasceva come una alleanza
difensiva ben definita, ma negli ultimi anni si andava riciclando come la componente
fondamentale di “braccio armato” delle Nazioni Unite (con tutte le imperfezioni di
questa definizione). Oggi la Nato non ha più bisogno di “aspettare un’occasione” per
esprimere una propria ragion d’essere anche in aree a lei teoricamente estranee.
L’Alleanza Atlantica si è oggi focalizzata su di un nemico preciso, il terrorismo
internazionale che minaccia la sicurezza degli stati membri, dal loro interno o con
l’appoggio di stati terzi. Un siffatto nemico, sgusciante e difficile da contrastare, fa
tornare il ventaglio dei possibili interventi Nato su scelte prettamente militari: attività di
servizi segreti ai massimi livelli ed interventi armati laddove ritenuto necessario per
colpire “l’asse del male”. Inutile ricordare che con l’attacco alle Torri Gemelle è scattata
per la prima volta l’ipotesi di applicazione dell’Articolo 5 del trattato.
In questo nuovo contesto l’Islanda esce nuovamente di scena: il piccolo stato artico
non è in grado di fornire personale né per contingenti armati né per l’attività spionistica.
272
P.W. Calvert, Uncertainty and Dissent: Iceland in the Post Cold War World, Illinois, 1996, pag. 178.
199
Inoltre il centro delle attività si allontana, spostandosi presumibilmente più a Sud.
L’Islanda poi non è ritenuta un bersaglio credibile di stragi terroristiche, né tantomeno
una possibile sede di organizzazioni sovversive.
Non è facile prevedere se, nell’ottica generale di un maggior controllo degli spazi
aerei, i comandi militari della base di Keflavik riusciranno ad avere la disponibilità di
più efficaci risorse. Attualmente la situazione mi è stata illustrata da Fridþor Eydal,
Deputy Public Affairs Officer dell’Icelandic Defense Force in questi termini:
«No changes were made in the icelandic defense force or the Keflavik Naval Air Station
relating to the terrorist attacks in the U.S. on 11 Sept 2001other than the general U.S. militarywide alterations of force protection status from time to time.»273
Una ripercussione politica rilevante in questo nuovo clima è quella di sgombrare il
campo da una questione che fino a poco tempo fa serpeggiava negli ambienti islandesi:
era ipotizzabile che fossero gli americani un giorno ad appellarsi all'articolo VII del
Defense Agreement, per svincolarsi dalla difesa dell’isola? In un prossimo futuro ciò
non è ritenuto plausibile.
Ciò che si evince da questi fatti può essere riassunto in questo senso. L’attività
dell’Islanda nella Nato è inversamente proporzionale alle attività militari di questa.
Durante il post guerra fredda, la Nato stentava a trovare una identità credibile ed una
ragion d’essere convincente, dovendo abbandonare la propria natura di alleanza
difensiva contro il blocco sovietico. In questo scenario si sono aperte nuove possibilità
“civili”, e la Nato si è trasformata in una sorta di avanguardia dei processi di
integrazione in occidente dell’Europa orientale; non è un caso molti dei nuovi membri
200
della Nato sono anche i candidati all’ingresso nella UE. L’Alleanza inoltre si è espressa
in azioni umanitarie e di “peace keeping” in vari scenari, e l’Islanda ha avuto modo
quindi di accedere a queste iniziative come parte attiva, fornendo personale medico e
assistenza di vario genere.
Seppellita la guerra fredda e la “pace tiepida”, la nuova minaccia del terrorismo
internazionale ha grandemente modificato questo processo. Ora si è individuato un
nemico certo da combattere (cosa necessaria per il buon funzionamento di qualunque
apparato militare), quindi la Nato da un lato mantiene il suo avvicinamento all’Oriente,
che anzi si è accelerato, ma dall’altro plausibilmente ridurrà il suo coinvolgimento in
azioni concertate con l’Onu su teatri regionali minori, come ad esempio poteva essere
l’Africa, per dedicarsi ad un nuovo impegno contro il terrorismo; il fatto stesso che il
presidente americano Bush si sia rivolto ai partners atlantici l’indomani dell’11
settembre implica un coinvolgimento reale e concreto intorno a questo obbiettivo, cui
gli alleati dedicheranno la maggior parte dei propri sforzi.
Come l’attuale Segretario Generale della Nato ha esemplificato proprio a Reykjavik
di recente:
«Subito dopo la fine della Guerra Fredda la Nato ha dovuto trasformarsi per costruire un
nuovo modello di sicurezza per l’Europa; poi, di nuovo, per affrontare e risolvere l’instabilità
dei Balcani. Ora deve cambiare ancora per occuparsi delle minacce del nuovo secolo»274
Le iniziative del terrorismo hanno quindi “cambiato le regole”, e l’Islanda non ha i
mezzi per giocare questa nuova partita, che torna a vedere come primi attori forze
armate, servizi di intelligence e strumenti di pressione molto concreti. Non spetta a
273
Mercoledì 29 maggio 2002, risposta giunta via Internet.
Mr. Robertson, conferenza finale dell’ultimo Nato-Russia Permanent Joint Council (Reykjavik 15
maggio 2002).
274
201
questa ricerca spingersi tanto in là da prevedere se e come la Nato saprà reagire alle
fragorose spaccature che l’hanno recentissimamente segnata, comunque con tutta
probabilità Reykjavik tornerà ad essere un alleato fedele ma in una condizione ancor più
carente che in passato; l’Islanda ha perso il suo status di nazione strategicamente
importante, ma oltre a ciò neanche teoricamente potrebbe partecipare ad un “tributo di
sangue” con gli alleati, cosa che in questa nuova cornice potrebbe rendersi necessario.
Per quanto questa logica possa apparire brutale ed indegna, ciò riduce al minimo la
capacità decisionale islandese all’interno dell’Alleanza; se Reykjavik sponsorizzasse
vigorosamente una qualsivoglia campagna militare suonerebbe come un imbarazzante
“armiamoci e partite” alle orecchie degli altri partners, e più probabilmente si
limiterebbe a giudizi politici senza la presunzione di poter influenzare in qualche modo
il processo decisionale.
L’Islanda e L’Unione Europea
Per quanto riguarda il punto di vista delle politiche di integrazione europea, l’Islanda
non ha mai mostrato segni di un vero coinvolgimento, ed ha sempre limitato il suo
interesse all’aspetto economico della questione.
L’Islanda ha fatto parte fin dalla sua fondazione, alla metà degli anni ’50, del
“Nordic Council” l’assemblea che gestiva rapporti privilegiati fra i tutti i paesi
scandinavi inclusa la Finlandia, ma questa istituzione non ha mai rappresentato una
entità politica di prima rilevanza; probabilmente lo stesso inserimento della Finlandia,
troppo vincolata ad un sistema di “non provocazione” dell’Urss, non permise a questa
202
assise di confrontarsi con problemi politici veri, ed il suo profilo rimase sostanzialmente
un forum di dibattito per politiche di integrazione socioculturale fra stati affini.
Più interessante è invece il coinvolgimento islandese in un’altra istituzione europea,
ovvero la European Free Trade Association. Molti degli stati che ne fecero parte in
passato sono oggi membri dell’Unione Europea, ed attualmente l’EFTA raggruppa solo
quattro piccoli ma prosperi stati: Islanda, Norvegia, Liechtenstein, Svizzera.
Il motivo per cui l’Islanda ha preferito aderire all’EFTA, cui entrò nel 1970, è di
facile spiegazione. L’economia islandese è a senso unico, poiché le caratteristiche della
nazione, la scarsità della popolazione e delle risorse, fa sì che l’unico traino produttivo
del paese sia la pesca; per avere una idea basta soffermarsi su questi dati: tra il 1991 ed
il 1995 circa il 77% delle esportazioni è composto da prodotti ittici, e l’Islanda è tra le
prime 20 nazioni al mondo per volume di pesca; l’agricoltura è praticamente assente e
anche l’industria non riesce a soddisfare i consumi interni.
Questo a fatto si che l’Islanda procedesse con i piedi di piombo in termini di
inserimento in strutture sovranazionali, poiché senza una economia diversificata è molto
difficile abbandonare posizioni protezionistiche o di stretta vigilanza. A differenza della
CEE, l’EFTA si presentava come una istituzione senza velleità politiche ed
esclusivamente commerciale.
Questo schema ha resistito per tutti gli anni ’80, senza peraltro impedire che l’Islanda
annoverasse fra i propri principali partners commerciali paesi dell’Unione.
L’idea di una integrazione formale fra i due gruppi, cioè non sulla base di singoli
accordi bilaterali fra gli stati, risale già al 1984; in un incontro svoltosi in Lussemburgo
i ministri degli esteri di CEE e EFTA approvarono una dichiarazione per la creazione
dello spazio economico europeo, una macro area che raccogliesse gli stati delle due
203
associazioni. Successivamente quindi si cominciò a prendere in esame la rimozione
degli ostacoli al commercio fra questi paesi.
Nel 1989 finalmente il presidente della commissione Jacques Delors propose una
nuova forma di collaborazione, ovvero la cosiddetta Area Economica Europea. I
membri dell’EFTA (allora Islanda, Austria, Liechtenstein, Norvegia, Svezia, Finlandia)
reagirono positivamente. I negoziati partirono nel giugno del 1990, per arrivare alla
firma del trattato di istituzione della AEE nel 1992, nel meeting di Oporto, che entrò in
vigore il primo gennaio 1994.
Lo scopo di questo accordo è quello di unire i 15 stati dell’UE e tre stati dell’EFTA
(dei quattro stati rimanenti nell’EFTA infatti, la Svizzera ha bocciato per referendum,
nel 1992, l’adesione all’AEE) in un unico mercato, regolato dall’aquis communitaire,
ovvero quel sistema per la libera circolazione di persone, beni, capitali e servizi e
omologando le regole della competizione.
Il Trattato AEE, che consta di 129 articoli e ben 3500 “atti”, e raccoglie in un unico
mercato ben 380 milioni di persone, che hanno la facoltà di vivere, lavorare ed investire
nei 18 stati membri. Le differenze fra UE ed AEE sono diverse. Innanzitutto politiche
agricole e politiche marittime non sono coperte da quest’ultimo se non in misura ridotta;
in secondo luogo la AEE non è una unione doganale completa (non prevede una tariffa
esterna comune); in terzo luogo non prevede una omologazione delle politiche
commerciali con stati terzi.
Per quanto riguarda l’Islanda questa soluzione sembra essere ottimale:
«The EEA agreement ensures a link with those parte of european cooperation which have
succeded best. An advantage of the EEA agreement is undoubtedly that certain aspects of
204
european cooperation which are either less attractive or actually against the interest of Iceland,
remain outside the agreement»275
Dal punto di vista islandese gli aspetti più difficili da gestire sono ovviamente quelli
della common fishery policy. Abbiamo ribadito più volte l’importanza di questo settore,
e in un importante convegno economico del 1994 Örn Jònsson, allora presidente
dell’istituto islandese per le politiche marittime, si esprimeva in toni assai allarmistici:
«What is catastrophic about the situation of the North Atlantic region is the permanent over
fishing and the question mark many scientists set to the how renewable the resources really are.
In recent discussions the combined problem of over fishing and ecological changes has been put
into focus. Climate changes can possibly have a more significant affect on recruiment of such
central species as cod than we were led to believe (…). No fish, no fish products, no
affluence»276
L’Area Economica Europea ha quindi dato la possibilità all’Islanda di partecipare a
tutta una serie di istituzioni europee importanti senza compromettersi al di là delle
proprie possibilità, proprio perché le politiche marittime sono escluse dagli accordi.
L’Islanda ha aderito al Trattato di Shengen, entrerà presto a far parte del sistema di
informazioni delle polizie europee (EUROPOL), ed ha ovviamente un ruolo attivo nelle
varie sub commissione in cui si divide l’enorme lavoro dell’AEE.
Nel prossimo futuro i nuovi sviluppi cui l’Islanda dovrà far fronte sono due:
l’allargamento dell’Unione Europea e la cosiddetta Strategia di Lisbona.
Per quanto riguarda il primo punto bisogna segnalare che esso interesserà da vicino
anche Reykjavik poiché l’articolo 128 dell’AEE prevede appunto che i nuovi membri
dell’Unione entrano a far parte dell’Area. Ormai il processo di allargamento ad Est è
275
Commento dell’attuale ministro degli esteri islandese, Halldor Asgrimsson in The Place of Iceland in
European Cooperation, relazione alla 125esima sessione del parlamento (1999-2000).
205
avviato da tempo e, salvo imprevisti, un primo gruppo di candidati dovrebbe entrare dal
2003-2004; fra i primi nuovi partners dovrebbero esserci la Polonia, l’Ungheria, la
Slovenia, la repubblica Ceca, l’Estonia e Cipro, ma è possibile che qualche paese del
secondo gruppo (Slovacchia, Romania, Bulgaria, Lettonia, Lituania, Malta e Turchia)
possa accelerare i tempi.
La politica del governo islandese è comprensibile:
«Relations between Iceland and many of the applicant countries have a shorter
history then those with present EU members states, and whitin the administrations of
those countries there is less knowledge of icelandic conditions. There is, therefor, good
reason to strenghten relations with these countries, as within a few years they will have
a considerable influence on icelandic interests»277
Al momento non è facile prevedere se e come l’Islanda sarà in grado di porre in
essere incisive politiche di avvicinamento a questi stati prima di un loro ingresso
nell’AEE, ma la situazione iniziale è ben poco incoraggiante: l’Islanda limita le sue
politiche al settore economico, e negli ultimi tre anni gli indici di import – export non
toccano l’1% del totale con quasi nessuno dei paesi candidati (solo la Polonia supera di
pochissimo questa soglia).
La cosiddetta “Strategia di Lisbona” venne elaborata nel Summit UE tenutosi nella
capitale portoghese nel marzo 2000. L’obbiettivo dichiarato è quello di rendere l’Europa
il sistema economico più competitivo del mondo entro l’anno 2010, attraverso un piano
di sviluppo che periodicamente individui dei traguardi e faccia un monitoraggio dei
progressi. Sebbene questa iniziativa nasca all’interno dell’UE, non poteva non
coinvolgere da vicino anche gli stati EFTA-AEE.
276
Örn Jònsson, Geopolitics of Fish (relazione per il meeting Iceland in International Competition, 17-21
ottobre 1994).
206
La “strategia” in realtà non crea istituzioni nuove, ma avvia un sistema di contatti
serrati per indirizzare gli sforzi comunitari su problemi concreti ed, eventualmente,
superarli. Gli EFTA-AEE hanno invece istituito un vero e proprio comitato ad hoc,
proprio nell’ottica della massima cooperazione con le istituzioni europee, per seguire da
vicino i lavori dei summit; il comitato pubblica dei “commenti” a quanto avviene in
sede europea, lavorando come una sorta di osservatore. Per avere una idea di quale sia il
ruolo di questo comitato, ed il clima nel quale lavora, sarà utile dare un’occhiata a
stralci del “commento” sul Summit di Barcellona (15-16 marzo 2002):
«…The EEA EFTA States wish to emphasise their support for initiatives presented in the
Financial Services Action Plan, and in particular the revision and further harmonization of the
securities market
legislation, as suggested in the report of the Committee of Wise Men (the Lamfalussy report).
(…) The EEA EFTA States welcome the proposals for new procedural and enforcement
rules under Articles 81 and 82 of the EC Treaty.
(…) The EEA EFTA States would like to underline the importance of food safety issues
related to the functioning of the internal market. The movement of safe and wholesome food is
an essential aspect of the internal market and can contribute significantly to the health and well
being of citizens, and to their social and economic interests.»
Questo clima di piena collaborazione, comunità d’intenti e visione unitaria dei
problemi porterà ad un ingresso dell’Islanda nell’Unione? La questione non si risolve
con un sì o con un no, e nonostante l’AEE rappresenti di per se stessa una situazione
soddisfacente il dibattito è aperto e disseminato di dettagli tecnici piuttosto complessi.
Da un punto di vista politico e finanziario non vi sono impedimenti significativi; in
termini di performance economica l’Islanda è uno dei pochi paesi europei che può
277
Halldor Asgrimsson, The Place of Iceland in European Coperation. cit.
207
agevolmente rispettare i cosiddetti parametri di Maastricht per entrare nell’Unione
Europea.278
Un autorevole membro della Camera di Commercio islandese non molti anni fa (e
dopo l’entrata in vigore della AAE) si espresse in maniera generalmente positiva279. Le
perplessità della categoria riguardavano soprattutto l’impossibilità islandese a
partecipare al processo legislativo dell’Unione, che influenzava necessariamente tutta
l’Area. Inoltre c’era il timore che, rimanendo fuori dall’Unione Europea, gli investitori
avrebbero ritenuto l’Islanda un paese meno appetibile. La proposta quindi era quella di
avanzare la candidatura e lavorare sul cosiddetto “Accession Treaty”, ovvero quel
negoziato di regole particolari per far riconoscere le proprie peculiarità e trovare una via
accettabile per tutti.
Un recente studio280 del ministero degli esteri e del commercio con l’estero (le due
funzioni sono accorpate presso un unico dicastero) ha però rigettato questa ipotesi.
Secondo questo rapporto l’Islanda potrebbe effettivamente cercare di ottenere una
serie di clausole e dichiarazioni, al fine di sottoporre lo sfruttamento del mare al parere
di commissioni scientifiche islandesi ed a licenze ministeriali autonomamente gestite,
ma non potrebbe evitare investimenti stranieri in questo campo, cosa che invece l’AEE
assicura. L’Islanda non potrebbe infatti far valere l’obbiezione che la pesca è un settore
economico vitale e, come tale, debba essere protetto, poiché non è dato agli stati
membri esentare interi settori commerciali dai principi generali dell’Unione.
Anche per quanto riguarda le politiche di cooperazione in materia di sicurezza si
avanzano delle perplessità. L’Islanda considera queste politiche auspicabili fintanto che
278
J.B. Hannibalsson (ambasciatore islandese presso Usa e Canada), Iceland’s Strategic Role in North
Atlantic Security, in Icelandic Canadian (rivista), Vol. 55, num 4, anno 2000.
279
Jònas Fridhrik Jònsson, Iceland and the European Community, Reykjavik, 1994.
280
The Place of Iceland in European Cooperation, documento presentato al parlamento dal ministero
degli esteri, 1999.
208
non entrano in conflitto con le ben consolidate relazioni atlantiche. L’Islanda ha basato
la sua difesa sulla cooperazione bilaterale con gli Usa e sulla Nato. Undici dei quindici
stati dell’Unione sono anch’essi paesi Nato, ed i quattro rimanenti (Austria, Finlandia,
Irlanda e Svezia) sono comunque interlocutori a vario titolo; sebbene l’Europa ha
l’ambizione di sviluppare un proprio sistema di sicurezza autonomo, nulla per
Reykjavik potrebbe rimpiazzare il Patto Atlantico.
Attualmente non sembrano esserci motivi per affermare che in un prossimo futuro la
politica islandese possa cambiare.
L’Islanda, con una popolazione di appena 270.000 persone nella regione sub artica, è
comunque un micro stato con delle caratteristiche molto particolari; sebbene non vi
sarebbero ostacoli politici o culturali all’integrazione, il paese ha oggi un suo equilibrio
ben definito. Non è più dipendente dagli Stati Uniti per la propria sopravvivenza
economica ed intrattiene già le relazioni più amichevoli possibili con l’Unione281; come
tanti altri micro stati deve rispettare alcune proprie peculiarità, ma è riuscita a farlo
senza limitare le proprie aspettative. Quindi è facile ritenere che fintanto che questa
situazione rimarrà immutata, un ingresso islandese nell’Unione Europea non sarà
nell’agenda politica dei governi futuri.
281
Vi sono poi impedimenti tecnici all’ingresso della corona islandese nell’Euro. L’ingresso nel sistema
monetario limiterebbe le opzioni del governo in caso di fluttuazioni dell’economia, alzando ed
abbassando i tassi di cambio e di interesse; l’esperienza insegna che tali fluttuazioni in Islanda hanno
spesso avuto andamenti diversi da quelli del resto del continente, quindi abbandonare questa libertà di
manovra vorrebbe dire assumersi qualche rischio in più.
209
L’Islanda nell’ONU e in altre istituzioni internazionali
L’obbiettivo dichiarato di Reykjavik, in accordo con gli altri stati nordici, è quello di
ottenere un seggio al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, nel 2009 o 2010282.
Questa è probabilmente la sfida internazionale più difficile mai intrapresa dall’Islanda,
che richiede una significativa valorizzazione del piccolo paese artico in ambito
mondiale. Elevare la caratura politica di un paese piccolo è senza dubbio arduo, richiede
un costante lavoro di partecipazione a quante più istituzioni internazionali possibili
(anche al di fuori delle strutture ONU), ma permetterebbe all’Islanda di avere una
opportunità unica di ampliare la propria influenza in campo internazionale.
Nel suo lavoro all’interno delle Nazioni Unite l’Islanda ha focalizzato i suoi sforzi
principalmente su due problematiche: la legislazione marittima internazionale e le
violazioni dei diritti umani.
L’interesse dell’Assemblea Generale dell’Onu sulle politiche del mare negli ultimi
anni è andato crescendo, e, chiaramente, questo tocca da vicino gli interessi vitali di
Reykjavik, che mostra segni di infastidito irrigidimento:
«There have been cases of individual industrial countries whishing to discuss fisheries in the
General Assembly and to tell other countries, especially fishery countries, what to do. This is a
283
dangerous trend and one that we must monitor carefully and oppose.»
La posizione islandese prevederebbe un sistema di autocontrollo interno dei singoli
stati, per il rispetto delle vigenti normative, affiancato da uno sforzo internazionale per
abolire i sussidi statali alla pesca; tutto ciò per prevenire un impoverimento delle risorse
282
The Security and Defence of Iceland at the Turn of the Century, resoconto del working group del
ministero degli esteri, 1999.
210
marittime, esiziale a tutto il settore ma che colpirebbe in maniera più profonda gli stati
che hanno, come l’Islanda, una industria ittica fondamentale a tutto il sistema
economico.
In linea con questa strategia, l’Islanda partecipa con una delegazione permanente ai
lavori della FAO; il dipartimento della pesca della FAO il Committee on Fisheries
(COFI) sono le massime istituzioni sulle politiche marittime internazionali, all’interno
delle quali la delegazione islandese ha l’obbiettivo di promuovere una serie di forum
sull’effetto della pesca nell’ecosistema marino, e una convention sulla pesca
abusivamente condotta.
Il secondo campo in cui il governo islandese tenta di ritagliarsi una posizione in vista
è quello sulla lotta alle violazioni dei diritti umani. E’ cosa nota che in questa campo
molto è stato fatto ma ancor di più resta da fare, vista la disponibilità di molti stati ad
accettare risoluzioni generali, per poi mostrarsi riluttanti nel guardare all’interno dei
propri confini.
La popolazione islandese, che certo non ha mai sperimentato sulla propria pelle
questo tipo di problematiche, sembra essere particolarmente attenta alle iniziative
umanitarie. Reykjavik ospita un ufficio permanente di Amnesty International (che
comunque, per statuto, non può ricevere sovvenzioni governative), nonché la sezione
della Croce Rossa Internazionale che riceve le più alte sottoscrizioni al mondo per
capita. Suscita favori presso la popolazione l’attività dell’associazione Peace-2000, che
si è distinta nell’assistenza delle vittime del disastro nucleare di Chernobyl ed in
progetti sanitari in Bielorussia ed Ucraina, e che ha ricevuto diverse onorificenze dall’ex
presidentessa della repubblica Vigdis Fingbogadottir.284
283
Ministro degli esteri e commercio estero Halldor Asgrimsson, relazione al parlamento in occasione del
60esimo anniversario del dipartimento dei rapporti con l’estero, 14 novembre 2000.
284
P.W. Calvert, Uncertainty and Dissent: Iceland in the Post Cold War World, Illinois, 1996, pag. 197.
211
La disponibilità islandese a lavorare ai progetti di UNIFEM in Kossovo ha mostrato
un interesse particolare per quanto riguarda le problematiche di donne e bambini in
situazioni critiche.
Più importante ancora è l’adesione alla Corte Internazionale (nel 1998 l’Islanda è
stato il decimo membro a riconoscerla), ICC nella sigla inglese, che avrà sede a Le
Hague, Paesi Bassi. Questo organismo giuridico nasce per essere una istituzione
permanente con una giurisdizione generale, differenziandosi quindi dai tribunali
internazionali ad hoc per l’ex Yugoslavia ed il Ruanda, con lo scopo di perseguire i
crimini contro l’umanità senza limitazioni di spazio e tempo. La ICC comincerà i lavori
a pieno regime quando la “dichiarazione di Roma”, che la istituisce formalmente, sarà
ratificata da almeno 60 paesi; nel frattempo i paesi che vi hanno aderito, come l’Islanda,
possono procedere alla razionalizzazione dei propri statuti in vista di questa nuova
corte.
Il governo di Reykjavik ha inoltre recentemente collaborato con l’agenzia delle
Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi (UNRWA), per la costruzione di una scuola nei
“Territori”, ed ha istituito una propria agenzia per lo sviluppo dei paesi del terzo
mondo285 (che in un prossimo futuro dovrebbe lavorare a contatto con l’UN
Development Programme). Sebbene queste iniziative siano ancora ridotte, bisogna
riconoscere che l’Islanda sta comunque tentando di allargare i confini delle loro azioni;
fino a qualche anno fa infatti, i rapporti internazionali si esaurivano in Europa e nel
Nord America.
La lotta all’inquinamento su scala planetaria è un altro campo in cui l’Islanda non si
risparmia; anche se è uno dei pochi paesi in cui è ancora possibile criticare
285
Hanno beneficiato di aiuti islandesi, sulla base di accordi bilaterali l’Uganda, Capo Verde,
Mozambico, Malawi, Namibia e Timor Est.
212
“Greenpeace”286, i problemi dell’ambiente sono tenuti in massima considerazione. Nel
1989 l’Islanda propose all’assemblea generale delle Nazioni Unite che la International
Atomic Energy Agency (IAEA) sviluppasse un regolamento per l’utilizzo dei reattori
atomici in mare (l’ambiente marino torna spesso nei pensieri degli islandesi); all’inizio
la proposta venne respinta poiché non faceva differenza fra imbarcazioni civili e
militari, e si poté procedere solo escludendo queste ultime, e ridicolizzando così la
questione.
Sin dal 1990 Finlandia, Irlanda e Svezia hanno appoggiato le richieste islandesi di
prendere seriamente in esame i danni ambientali causati da incidenti a reattori nucleari
in mare; inoltre nel marzo 1995 Reykjavik ha ospitato una conferenza intergovernativa
dell’Onu per proteggere i mari dagli agenti inquinanti prodotti a terra.
Anche nei confronti dei grandi paesi l’Islanda si è posta polemicamente senza
remore. Un rapporto ministeriale datato aprile 1995 accusa alcuni stabilimenti inglesi
delle tracce di cesio 134 e cesio 137 trovate in campioni di acqua islandese287; il 27
agosto del 1995 i ministri per l’ambiente dei paesi nordici fecero appello alla Francia
perché bloccasse i test nucleari nel Pacifico.
Se il ruolo dell’Islanda in campo internazionale si limitasse a queste iniziative,
sebbene interessanti e nobili, ci sarebbero ben poche possibilità di raggiungere
l’obbiettivo del Consiglio di Sicurezza nei tempi previsti. Due strategie sembrano essere
oggi percorribili, non alternative fra loro. La prima è quella di un maggiore
coinvolgimento islandese in altre istituzioni, non necessariamente derivate delle Nazioni
Unite, per ottenere quella “visibilità” che oggi manca. La seconda è il “gioco di
286
Il contenzioso fra le parti comincia ad essere preoccupante. Il governo islandese sembra intenzionato a
ristabilire la caccia controllata alle balene; alcuni attivisti di Greenpeace per tutta risposta sono riusciti ad
affondare due presunte baleniere nel porto di Reykjavik, tanto che l’associazione è accusata dal governo
di usare modi propri dei gruppi terroristici.
287
P.W. Calvert, Uncertainty and Dissent: Iceland in the Post Cold War World, Illinois, 1996, pag. 207
213
squadra”, secondo le regole della diplomazia, con gli altri stati nordici. Già abbiamo
accennato come gli obbiettivi islandesi sono stati avallati dagli altri partners del Nordic
Council, ed un “blocco scandinavo” potrebbe anche trascinare altre nazioni europee.
Tuttavia è impossibile prevedere gli esiti di questo cartello con troppo anticipo: seppure
c’è un’idea di massima, in seguito le alleanze si costruiranno su progetti concreti, e non
sarebbe la prima volta se il fronte nordico si spaccasse clamorosamente.
L’Islanda dovrà quindi sforzarsi di aderire a quante più iniziative possibili; abbiamo
già visto quali solo le sue posizioni nei riguardi della Nato, della cooperazione europea
e delle Nazioni Unite. Un’altra area in cui la cooperazione comincia ad essere forte è
quella delle repubbliche baltiche, che tra l’altro furono repentinamente riconosciute da
Reykjavik. All’interno di un piano di collaborazione coinvolgente tutto il Nordic
Council, l’Islanda contribuisce considerevolmente all’organizzazione e ricostruzione dei
sistemi di controllo del traffico aereo (BALTNET), nonché al finanziamento dei centri
di studi strategici della regione (BALTDEFCOL).
L’Islanda partecipa inoltre a tutti i forum regionali dell’atlantico settentrionale,
l’Artic Council, il Baltic Council ed il Barents Council, ma queste istituzioni rimangono
istituzioni diplomatiche di basso profilo.
L’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa solo da poco ha visto
un vivo coinvolgimento islandese; l’Islanda istituì una propria delegazione permanente
a Vienna, nel 1992, presso l’allora CSCE, ma un paio d’anni dopo non rinnovò il suo
impegno. Solo nel marzo 1999 il governo ha reinsediato una propria delegazione a
Vienna, per seguire la Kossovo Verification Mission, alla quale contribuiva con
personale medico e operatori televisivi.
214
A conti fatti, la presenza islandese in campo internazionale è ancora troppo labile, e
le velleità di accedere al consiglio di sicurezza rischiano di rimanere tali. Infatti il paese
ha instaurato un regime di piena collaborazione con i vicini dell’Europa occidentale ed i
fratelli scandinavi, ma trova ancora difficoltà ad uscire da questa “nicchia”, che
esaurisce per di più la quasi totalità anche dei rapporti economici. Al di là delle
repubbliche baltiche c’è poco altro, ed anche l’impegno islandese presso le Nazioni
Unite è piuttosto circoscritto.
Con il nuovo clima politico derivante dall’emergenza del terrorismo internazionale
poi, c’è stato un radicale cambiamento delle priorità, che ha stravolto gli obbiettivi
islandesi (formulati infatti prima dell’11 settembre); gli interventi umanitari, i problemi
ambientali, le iniziative diplomatiche per il disarmo e la pacificazione di aree a rischio,
tutte situazioni in cui almeno potenzialmente Reykjavik poteva dire la sua, hanno
lasciato il campo a iniziative di tutt’altra entità. Guerra al terrorismo, un nuovo rapporto
degli Usa con la Russia ed addirittura con la Cina, il problema del dialogo fra le
religioni sono oggi i grandi temi internazionali. E su questi è ben difficile che la voce di
Reykjavik possa farsi in qualche modo sentire.
215
Allegato L
Riportiamo di seguito i suggerimenti finali dell’Öryggismalàskyrsla (gruppo di lavoro
ministeriale), presenti in un documento tipo “libro bianco” dal titolo The Security and
Defence of Iceland at the Turn of the Century. Tale documento venne presentato al
ministro Halldor Asgrimsson nel febbraio 1999.
Principal Suggestions
The principal suggestions of the Working Group on the adaptation of defence and
security arrangements are threefold:
A.
Icelandic participation in the peacekeeping work of the international community
should be made a regular feature of the work of the Icelandic Government in
security affairs. Icelandic members of peacekeeping missions should, as
applicable at any time, participate in peace and surveillance work conducted
under the auspices of the United Nations, the OSCE and NATO, in co-operation
with one or more co-operating states, including the Nordic countries.
B.
Institutional and organisational measures should be taken by the Foreign
Ministry to co-ordinate the participation of the Icelandic Government in
peacekeeping work and take charge of the search for and appointment of
appropriate employees and assume responsibility for their training and the terms
of their employment. The relevant party should consult with other government
agencies as required and participate in the preparation of the State Budget in as
regards the participation.
C.
Means should be sought for Iceland to take on a larger role, alone or in cooperation with other countries, in the national defence, i.a. in the area of law
enforcement, measures against acts of terrorism, civil defence, rescue work,
exercises and patrolling Icelandic waters. Steps must be taken to ensure the
possibility of utilising the experience and expertise of Icelanders who have been
involved in peacekeeping projects abroad, in the interest of national defence and
security, on their return to Iceland.
Additional Suggestions
The Working Group makes the following additional suggestions on specific aspects of
the security and defence policy:
1.
Training and Expertise
Steps should be taken to make it possible for qualified individuals in Iceland to
seek training and participate in colleges and courses on security and defence in
216
individual member states, including the Nordic countries, and in the relevant
fora of NATO. Steps should also be taken to study specifically how the Foreign
Ministry and the University of Iceland could co-operate on ensuring that there is,
at any time, available expert knowledge of matters involving security and
defence.
2.
Participation in the Work of NATO
The participation of the National Civil Defence of Iceland in the work of the
Civil Emergency Planning Committee of NATO should be substantially
strengthened, as the Committee has the important task of co-ordinating all civil
emergency affairs concerning the member states in addition to providing a link
with partnership states. This participation would make it easier for Iceland to
prepare plans on reactions to crises and promote improved interoperability
between Iceland and other countries in the conduct of exercises.
Steps must be taken to ensure continued participation by Iceland in the NATO
Military Committee; Iceland was first represented on the Committee in 1998.
The participation is useful to the Icelandic Government, i.a. in preparations for
the peacekeeping measures of the Alliance outside the common territory of the
member states, including the Balkan Peninsula, where Iceland is already a
participant.
A study should be made of whether it is in the interest of Iceland to participate in
the NATO Multinational Specialised Unit (MSU) in Bosnia and Herzegovina.
The purpose of the Corps is to react to unexpected developments which do not
require military intervention, but which are beyond the control of unarmed
police officers. Special training of police and security units in projects of this
kind could be useful to the government in preventive measures against sabotage
and terrorism.
A study should be conducted whether the time is ripe for Iceland to take a more
active part in the work of the NATO Infrastructure Fund. Appropriations for
construction projects have generally been reduced, and there are prospects of
further reductions in investments in the Defence Base when the three new
member states have joined the Alliance. The United States are now responsible
for matters relating to Iceland in the Committee, but it is conceivable that it
would serve Iceland's interests if it were represented on the Committee.
3.
European Co-operation on Security and Defence
It would be advantageous to establish a link with the European Security and
Defence Identity, whether through closer co-operation of the Western European
Union or the merger of the latter with the EU in the near future. At the same
time, Iceland's link with the foreign policy forum of the EU should be
strengthened. A good occasion will arise to take up that issue in late 1999, when
Finland takes over the Presidency of the European Union and the Amsterdam
Treaty has taken effect.
217
In order to ensure that Iceland's participation in the co-operation on police
matters and immigration control is effective on the basis of the Schengen
Agreement, this should be followed up with a co-operation agreement with
EUROPOL, which is a system of information exchange between the police
authorities in the EU member states. The EUROPOL Convention has been
ratified by all member states. A centralised communications centre on illegal
substances has already began operation.
4
Nordic Co-operation on Security and Defence
A study should be made of the possibility of effective participation by Iceland in
Nordic peacekeeping and rescue exercises with the participation of the Baltic
States. Such exercises are now conducted under the auspices of Partnership for
Peace. A special study should be made of whether it would be feasible for one or
more Icelandic Coast Guard vessels to participate regularly in such exercises.
5
Minesweeping
It is an urgent matter for the Icelandic Coast Guard to have the personnel and
equipment available to deal with minesweeping, owing to Iceland's dependency
on sea lines of communication. With the arrival of a new vessel for the Icelandic
Coast Guard, new possibilities would arise of equipping vessels and train crews
so as to render them useful in the event that mines are laid in the Icelandic
economic zone.
6
Organisation of Defence
The administrative organisation of security and defence should be thoroughly
reviewed, i.a. for the purpose of ascertaining by what means the co-operation on
security and defence, which currently fall variously under the Foreign Ministry
and the Ministry of Justice, can be made more effective. Also, the role and
composition of the Defence Committee should be reviewed with a view to
reinforcing professional discussion of Icelandic defence matters.
7
Internal Security
An assessment needs to be made of the actual risks posed to Iceland, including
the administrative system and infrastructure, by sabotage and terrorist acts,
organised crime and the proliferation of weapons of mass destruction
It is important for the Icelandic Government to possess the greatest possible
capacity of monitoring and reacting to the activities of extremist groups, in cooperation with other countries, and to continue the development of the Special
Unit of the Police. Through Iceland's increased responsibilities in the
international sphere, e.g. following the possible participation of Iceland in the
United Nations Security Council in the future, the attention of disreputable
political forces could be drawn to Iceland in a manner not familiar to Icelanders.
Special regard must be taken of the internal security of Iceland in the foreseeable
future.
218
Parte II – Analisi storico strategica
Il ruolo militare della Base Aerea di Keflavik durante la guerra fredda
La posizione geografica dell’isola islandese rappresentava di per se stessa un valore
strategico intrinseco, un “fattore operativo permanente” determinato dal fatto di giacere
fra il continente europeo e le coste nordamericane. Durante tutta la guerra fredda, la
zona del Nord Atlantico, inclusi il Mar di Norvegia, l’Oceano Artico ed il Mare di
Barents, fu uno dei teatri militari fra i più trafficati, sia per numero ed importanza di
postazioni militari, sia perché vi si affacciavano tutti i maggiori contendenti.
Sull’effettiva possibilità di una Terza Guerra Mondiale si è molto discusso, e per
fortuna, qualunque analisi almeno per il periodo in esame, rimarrà sempre e solo una
congettura. Negli anni ’80 uno schema ritenuto “plausibile” prevedeva questo tipo di
sviluppo: una occasione di conflitto sarebbe potuta scoppiare in uno scenario regionale
minore particolarmente instabile, fra tanti il medioriente ad esempio; sarebbe quindi
seguita una fase di “escalation orizzontale” (cioè su base geografica), fino
all’allargamento del conflitto all’Europa. In un primo tempo non vi sarebbe stata
“l’escalation verticale” (da armi convenzionali ad armi nucleari).
Le opinioni de commentatori e degli studiosi dell’epoca a questo punto si dividono:
secondo
alcuni
la
fase
del
conflitto
convenzionale
sarebbe
durata
fino
all’improrogabilità di trattative di pace, e nessuno dei due contendenti avrebbe cercato
in realtà l’annientamento totale dell’avversario. Altri invece sostenevano che il
“deterrente atomico” non avrebbe retto a lungo, ma le opinioni non sono convergenti:
chi riteneva l’utilizzo delle armi nucleari una sorta di catastrofica apocalisse
dell’umanità era contraddetto da quanti, al contrario, ipotizzavano un loro utilizzo
219
circoscritto a pochissimi bersagli strategici (forse solo 1-2 città di media grandezza per
parte), e che avrebbe, per assurdo, accelerano la ricerca di una soluzione pacifica.
Uno dei concetti basilari che contribuirono a mantenere un equilibrio (secondo alcuni
ben meno precario di quanto poteva apparire288), fu ovviamente quello di “deterrente”
nucleare, o più semplicemente, il concetto di reazione. Americani e Sovietici avevano
accumulato enormi arsenali, tuttavia nessun attacco sarebbe potuto essere così fulmineo
e devastante da lasciare il nemico privo dei mezzi per rispondere altrettanto
incisivamente.289
Le armi atomiche segnarono una nuova era nella storia militare, soprattutto da
quando la tecnologia aveva permesso la realizzazione di missili con gittate di migliaia di
chilometri, o che potevano essere lanciati anche da navi, aerei o sottomarini; tuttavia
queste armi non segnarono la fine della strategia militare, e seppure cambiarono degli
equilibri all’interno degli apparati, non rimpiazzarono affatto le forze convenzionali. E’
logico che la scelta dell’utilizzo di armi nucleari è politica più che militare, e se
pensiamo che a tutt’oggi le sole bombe atomiche mai esplose in teatri di guerra furono
quelle contro le città giapponesi, è facile credere che esse vennero sempre ritenute
rimedi estremi e non semplici opzioni.
In un contesto “nuclearizzato”, ma che non poteva rinunciare alle pratiche
convenzionali, le acque del Nord furono un settore cruciale: rappresentavano il fianco
nord della Nato, ma erano altresì vicine ai centri politici ed industriali dell’Unione
Sovietica. Per questi motivi la base di Keflavik divenne una postazione irrinunciabile
per gli Usa. L’intento di ambo le parti era quello di creare scenari convenzionali
288
Lo storico E. Hobsbawn parla addirittura di una “pace fredda”, ritenendo un conflitto diretto fra le
superpotenze altamente indesiderabile per entrambe le parti. Vedi Il Secolo Breve, Einaudi, 1995.
289
Fatte le necessarie distinzioni, da questo punto di vista il mondo della Guerra Fredda fu
diametralmente opposto da quello di oggi nelle strategie americane. Gli Stati Uniti tenteranno di
220
massicci secondo i concetti di “risposta flessibile”, ovvero senza limitarsi ad un bivio
composto da “peacetime” da un lato o guerra termonucleare globale dall’altro.290
Per inquadrare meglio l’aspetto esclusivamente militare della vicenda sarà opportuno
dividere il discorso secondo i punti di vista dei contendenti, secondo i compiti assegnati
alla Iceland Defense Force, nonché
la risposta sovietica nel contesto più ampio
dell’intera regione. E’ opportuno ricordare che le analisi che seguiranno si intendono
relative al periodo della Guerra Fredda, poiché attualmente, come già segnalato al
capitolo precedente, la condizione strategica della regione è radicalmente mutata.
Organizzazione delle forze statunitensi in Islanda291
L’impegno americano in Islanda aveva sostanzialmente due propositi: assicurare la
difesa dell’isola e mantenere il controllo del mare circostante.
La base di Keflavik rientra sotto le competenze dello United States Atlantic
Command, che ha il suo quartier generale a Norfolk (Virginia). La responsabilità di
questo comando si estende a tutto l’Oceano Atlantico, da polo a polo, incluso il Mare di
Barents.
La Icelandic Defense Force (IDF) è tuttora il componente più rilevante del
contingente americano sull’isola. Esso consisteva nell’Air Forces Iceland e nelle forze
di difesa terrestre. Altri elementi importanti di istanza a Keflavik erano il settore per la
operazioni antisommergibile (Anti Submarine Warfare Group) e la Fleet Air Keflavik,
per la sorveglianza marittima.
fronteggiare il nuovo nemico, ovvero il terrorismo internazionale, con la prevenzione e la politica del
“first strike”, colpire subito per stroncare. Cfr. Il Foglio, 12 giugno, 2002.
290
P. Petersen, Iceland in Soviet Military Strategy, Reykjavik 1987, p. 14.
221
La catena di comando era piuttosto complessa, poiché il comandante della base (un
alto ammiraglio) era contemporaneamente capo di tutti e tre questi settori, ma non
essendo essi fusi, a livello superiore rispondevano a comandi differenti: lo stesso
ammiraglio di Keflavik nella funzione di comandante della IDF rispondeva direttamente
al Comandante in Capo per l’Atlantico (CICLANT); nella funzione di comandante del
settore antisommergibile era sottoposto al Comandante in Capo per la Flotta Atlantica
(CICLANTFLT); nella funzione di comandante della Fleet Air Keflavik rispondeva
invece al Commander Naval Air Atlantic (COMNAVAIRLANT).
Questa catena di comando rispecchiava la situazione in condizioni normali. In caso
di crisi
Fonte: Iceland, Nato and the Keflavik Base,
p. 26.
CINCLANT: Commander in Chief Atlantic
CINCLANTFLT: Commander in Chief
Atlantic Fleet
COMNAVAIRLANT: Commander Naval
Air Atlantic
COMICEDEFOR: Commander Iceland
Defense Force
COMICEASWGRU: Commander Iceland
Anti Submarine
Warfare Group
COMFAIRKEF: Commander Fleet Air
Keflavik
291
Per quanto riguarda i dati tecnici della composizione delle forze americane, qualora non diversamente
segnalato, si fa riferimento al libro bianco Iceland, Nato and the Keflavik Base, edito dalla Commissione
Islandese di Sicurezza (Öryggismálanefnd) nel 1989.
222
profonda o guerra vera e propria, la base passava dalla gestione statunitense alla
gestione Nato292. Le unità combattenti sarebbero passate dal CINCLANT americano al
Comando Alleato per l’Atlantico (ACLANT). Non vi è però un vero passaggio delle
consegne: il CINCLANT detiene anche la posizione di Comandante Supremo Alleato
per l’Atlantico (SACLANT), quindi, la stessa struttura è americana in tempo di pace e
alleata in tempo di guerra.293
Le forze assegnate a Keflavik in tempo di pace erano considerevoli. Stando al
rapporto di pubblico dominio della Commissione Islandese di Sicurezza del 1989, esse
erano costituite da:
-
Aviazione Navale: la marina statunitense provvedeva allo stazionamento di uno
squadrone per la ricognizione marina, forte di 9 aerei P-3; un ulteriore P-3 della
marina olandese venne permanentemente stazionato a Keflavik dal 1985, sulla
base di un programma di cooperazione con la Nato..
-
Aviazione: forniva 20 caccia intercettori modello F-15 appartenenti al 57esimo
Fighter Interceptor Squadron (di cui però solo 18 a Keflavik, gli altri due a
rotazione negli Usa per la manutenzione), oltre a due Aerei Radar Airborne
Warning And Control Wing System (AWACS) modello E-3. Un aereo cisterna
KC-135 era permanentemente impiegato a Keflavik, appartenente però allo
Strategic Air Command della base di Omaha (Nebraska).
-
Un contingente di 80 marines si occupava della sicurezza della base, e
dell’addestramento del resto del personale militare disponibile per operazioni di
sicurezza interna, per un totale di circa 400 persone.
292
L’Islanda era infatti membro a pieno titolo dell’Alleanza Atlantica, ma essendo priva di esercito aveva
delegato agli Stati Uniti la difesa dell’isola, all’interno del quadro operativo della Nato.
293
In realtà questa è una semplificazione. Cambiano infatti gli organi superiori di riferimento (per il
CINCLANT sarebbe il Joint Chiefs of Staff americano, il SACLANT invece riceve ordini dal Consiglio
Atlantico), e le aree di competenza, che per il SACLANT va dal Polo Nord al Tropico del Cancro.
223
Attività in tempo di pace
I compiti principali delle forze di istanza a Keflavik erano sostanzialmente due: la
sorveglianza dei mari, sia per quanto riguarda le unità di superficie che quelle
sottomarine, e il monitoraggio dello spazio aereo
Il controllo marittimo era affidato agli aerei P-3, unità decisamente versatili in quanto
in grado di essere equipaggiati con diversi modelli di missili e siluri, nonché bombe
atomiche di profondità (B-57). A supporto degli aerei vi era poi un sistema di cavi
idrofoni (SOSUS) che partendo da postazioni sulla costa si addentravano in mare per
registrare eventuali presenze sospette.
Non tutti i mezzi sovietici individuati in mare venivano tracciati, sia per motivi
pratici di carico di lavoro, sia per evitare inutili provocazioni; solo in caso di elementi di
novità (nuovi mezzi, presenze in aree precedentemente non battute, etc.) si procedeva ad
un controllo costante. L’area di competenza dei P-3 americani era piuttosto ampia,
toccando la punta meridionale della Groenlandia ad Ovest, fino alle isole britanniche; a
nord l’estensione massima possibile arrivava, ma solo di rado, alle isole Svalbard, mai
entro il Mare di Barents: la Norvegia aveva aderito alla Nato sulla precondizione che
non vi sarebbero state attività militari oltre i 24° di longitudine Est e nella Finnmark
(contea settentrionale del paese) per non provocare i sovietici. Le operazioni di
pattugliamento a lungo raggio però erano piuttosto complesse, poiché spesso era
necessario un “rifornimento preventivo” in altre basi norvegesi: infatti se sulla via del
ritorno la base di Keflavik fosse stata inagibile per motivi legati alle condizioni
224
atmosferiche, gli aerei dovevano avere carburante sufficiente per raggiungere altri
aeroporti, poiché in Islanda non ve ne erano altri capaci di riceverli.294
Difesa Aerea
La sorveglianza dello spazio aereo era di competenza degli F-15 dell’aviazione, gli
aerei in quel momento più sofisticati per operazioni di questo tipo295. Gli aerei AWACS
e i Radar di terra coprivano una zona di circa 200 miglia nautiche intorno all’isola.
Questa era la cosiddetta Military Air Defense Identification Zone (MADIZ).
MADIZ islandese (zona scura) e portata dei Radar di terra.
Fonte: Iceland, Nato and the Keflavik Base, p. 45
294
Questo fu anche uno de motivi per cui, in più di una occasione, gli Usa tentarono di ottenere
l’autorizzazione per costruire una nuova base, all’angolo opposto di Keflavik sulla mappa islandese; ciò
avrebbe ovviato al problema dei rifornimenti.
295
Questi velivoli avevano sostituito, nel 1986, 12 F-4, aerei più vecchi e meno versatili. J. Ausland,
Nordic Security and the Great Powers, Usa 1986, p. 170.
225
Qualunque aereo non identificato che entrava nella MADIZ veniva intercettato e
scortato fuori dall’area. Nel corso degli anni ’80 questi intercetti furono circa 1.200.
Stando ai dati della IDF, la maggior parte di questi aerei erano Tupolev – 95
(quadrimotori di lungo raggio), in diverse versioni ma generalmente per la ricognizione
aerea e navale, di istanza nelle basi della penisola di Kola. Occasionalmente però
venivano intercettati anche i pericolosi Tu – 95 modello H, ovvero bombardieri
strategici pesanti, capaci di trasportare armi atomiche.296
I piani di rinforzo rapido in caso di crisi
Le forze militari americane operano secondo un sistema di allerta definito Defcon
(da Defense Readiness Condition). Vi sono 5 livelli Defcon, il quinto è il più basso,
anche se le forze strategiche nucleari non scendono mai sotto Defcon 4. A Defcon 1 le
truppe sono schierate per i combattimenti. Questo sistema permette di avere una serie di
iniziative che scattano automaticamente e con rapidità appena il Defcon cambia. I piani
dettagliati non sono disponibili, ma nel caso di Keflavik ogni livello Defcon aveva una
proprio effetto sulle operazione: dalla normale routine si poteva passare a ricognizioni
più intensive, come la traccia di tutti i sottomarini, operazioni a ciclo continuo etc.
Qualora si fosse presentata l’eventualità di una crisi seria nel teatro europeo297, si
sarebbe avviato un controllo più profondo possibile del mar di Norvegia, e la difesa
delle linee di comunicazione tra le sponde dell’Atlantico. I piani di rinforzo di Keflavik,
oltre quanto già menzionato, prevedevano:
296
Vedi ad esempio Varnarstöðinn ì Keflavìk, pubblicazione a cura dell’ufficio relazioni esterne
(Utanrikismàlanefnd) della base militare di Keflavik, 1978, p. 13.
297
Generalmente nei testi presi in esame si fa riferimento a due tipi di crisi: “inside the Area” e “out of
Area”, intendendo per Area quella del Trattato del Nord Atlantico. Questa zona andava dal Polo Nord al
Tropico del Cancro e dagli Usa alla Turchia.
226
-
Uno squadrone di P-3, composto da altri 9 aerei
-
3 AWACS E-3
-
24 F-15
-
Approssimativamente 4 aerei cisterna
-
24 F-4 Phantoms (attacchi aria-terra/mare)
-
18 F-16 (attacchi aria-terra/mare)
-
Fanteria, composta da 3.000 uomini ben equipaggiati e supportati, oltre che
riservisti a disposizione.
Nessuno di questi rinforzi fu mai effettivamente schierato, se non in occasione di
esercitazioni particolari, ma in caso di crisi vera la base di Keflavik quasi quadruplicava
la sua forza aerea, passando da 30 a 110 – 112 mezzi.
Per quanto riguarda le armi atomiche non sono disponibili piani precisi di libero
accesso. Abbiamo visto come, in tempo di pace, il mondo politico islandese si era
sempre schierato contro lo stazionamento in Islanda di questo tipo armi. In caso di
guerra però la necessità di tempi di reazione brevi non avrebbe permesso lunghe
discussioni. E’ estremamente probabile che, qualora le condizioni lo avessero richiesto,
i militari avrebbero avuto a disposizione qualsiasi tipo di arma, tantopiù che gli aerei
stanziati a Keflavik erano effettivamente in grado di trasportare ordigni nucleari. Gruppi
antimilitaristi denunciarono in almeno due occasioni (1980 e 1984) lo stoccaggio di
armi nucleari in Islanda, ma entrambe le campagne non furono in grado di produrre
prove inconfutabili298. Da un punto di vista formale, Washington avevano sempre
assicurato che non sarebbe mai stato preso un simile provvedimento senza il consenso
298
Bjorn Bjarnason, Iceland’s Security Policy: Vulnerability and Responsability, Oslo 1985, p. 143.
227
del governo islandese, tuttavia i tempi della politica sono spesso incompatibili con i
tempi della guerra.
L’Islanda vista dal Cremlino
L’esercito sovietico aveva diviso il mondo in diversi teatri di operazioni strategiche
(TMSA299 nella sigla inglese o TVD300 nella sigla russa), delle macroaree a loro volta
divise in sub settori. Ogni area rappresentava ovviamente un insieme su base fisico
geografica, nonché una certa omogeneità per condizione politica o caratteristiche
militari. Avendo come punto di riferimento la città di Mosca, l’Islanda faceva parte del
TVD Nord Occidentale, che raccoglieva anche le province russe di nordovest, le
repubbliche sovietiche baltiche, gli stati di Norvegia, Svezia, Finlandia e Danimarca,
insieme alle acque del Mar Bianco, di Barents, di Norvegia, Baltico e del Nord.301
L’area così designata si trovava al centro di una croce che aveva ai suoi punti estremi
altri teatri importanti: ad Est e ad Ovest il cuore delle due superpotenze, a Nord ed a Sud
l’Oceano Artico e l’Oceano Atlantico. Anche questi due TVD erano particolarmente
importanti: mentre l’Atlantico costituiva la linea di collegamento tra Europa e Nord
America, nell’Artico vi era il
grosso dei sottomarini sovietici in grado di lanciare missili balistici a lungo raggio
(SLBM302), che potevano colpire obbiettivi in Usa senza scendere al di sotto del Circolo
Polare Artico.
Semplificando un poco il discorso, si ritiene che durante gli anni ’50 e ’60, il Patto di
Varsavia avesse un discreto vantaggio di forze convenzionali, mentre l’Occidente aveva
299
Theater of Strategic Military Action
Teatr Voyennykh Deystviy
301
P. Petersen, Iceland in Soviet Military Strategy, Reykjavik 1987, p. 9.
300
228
un vantaggio in campo nucleare. Successivamente i sovietici erano riusciti a colmare il
divario atomico, e godevano comunque di un vantaggio considerevole nei teatri europei,
grazie al dispiegamento alla fine degli anni ’70 dei famigerati vettori SS-20 (missili
nucleari a medio raggio) e SS-25 (testate nucleari intercontinentali); tuttavia, come gli
americani, anche i russi ritenevano il ricorso all’arsenale nucleare altamente
indesiderabile.
Lo spiegamento sovietico nell’Oceano Artico
L’importanza del TVD Nordoccidentale è testimoniata dall’organizzazione della
marina russa. I Sovietici avevano quattro flotte fondamentali: la Flotta del Nord, la
Flotta del Baltico, del Mar Nero e del Pacifico. La prima, assegnata a questo TVD, era
indubbiamente la più potente e la meglio fornita.
La Flotta del Nord aveva le sue basi operative nella penisola di Kola. Risulta
interessante notare l’evoluzione di questa regione, che non fu solo militare: subito dopo
la seconda guerra mondiale, la penisola era abitata da circa 300.000 persone; con un
programma di sviluppo mirato, alla fine degli anni ’70 la popolazione aveva raggiunto
quota un milione, e la sua capitale, la città di Murmansk era raddoppiata a 300.000
abitanti. La regione venne inoltre fornita di importanti infrastrutture, come le ferrovie,
anche per supportare i cantieri navali ad uso della marina (Severomorsk).
Le unità che ruotavano intorno a questa regione, secondo un rapporto del National
Strategic Information Center americano303 erano ingentissime: circa 170 sottomarini
302
303
Submarine Lunched Ballistic Missiles
M. Leighton, The Soviet Threat to Nato Northern Flank, Usa 1979.
229
1) Strategic Rear 2) Western 3) North America 4) Far Eastern 5) Southern
6) Northwestern 7) Southwestern 8) African 9) South America 10) Australian
11) Antarctica 12) Arctic 13) Atlantic 14) Pacific 15) Indian
Teatri strategici sovietici e sub settori del teatro nordoccidentale
Fonte: P. Petersen, Iceland in Soviet Military Strategy, p. 9 e 17.
230
(tra cui il 75% dei mezzi equipaggiati con SLBM dell’intera marina)304 e 5000
imbarcazioni di vario tipo, di cui una sessantina definiti “major surface combatants”,
come la portaerei Kiev per aerei a decollo verticale. Ma la penisola ospitava anche
importantissime basi per l’aviazione, circa 40 campi aerei di varia grandezza per
velivoli di tutti i tipi, inclusi i bombardieri strategici; due divisioni motorizzate erano
poi schierate lungo il confine con la Norvegia (27.000 soldati “contro” 500 guardie di
frontiera norvegesi).
Il secondo centro regionale sovietico era costituito dalla flotta del Baltico. Forte di 30
sottomarini e 60 navi di superficie era anch’essa una unità importante, particolarmente
attrezzata per le operazioni anfibie. In realtà i compiti assegnati a questa flotta erano
principalmente locali, in quanto si desiderava avere un controllo totale del Baltico per
proteggere le coste sovietiche e le operazioni delle truppe di terra. Tuttavia bisogna
notare che, anche in caso di inserimento della marina svedese fra le forze della Nato, i
russi avevano un vantaggio spropositato. E’ questo un tipico caso di “difesa profonda”,
la tattica piuttosto ambigua secondo cui la miglior difesa non è respingere gli attacchi
del nemico, ma occuparlo per evitare che possa attaccare.
Oltre a questi imponenti sistemi navali, i sovietici avevano altri appoggi nella
regione, forse meno importanti ma che in caso di necessità si sarebbero mostrati di una
qualche utilità. Uno di questi era rappresentato dalle isole Svalbard. Questo piccolo
arcipelago era parte della Norvegia, tuttavia ospitava una comunità russa di circa 2000
persone, il doppio dei norvegesi, quasi tutti impiegati nelle miniere di carbone. L’isola
non fu mai, in tempi recenti, al centro di dispute territoriali vere e proprie (la condizione
dell’isola era stata regolata da un trattato del 1920), né tantomeno una base sovietica,
304
La politica sovietica degli armamenti era stata differente da quella adottata dagli Usa. Gli americani
ritenevano le navi portaerei le punte di diamante della loro flotta, mentre i russi avevano optato per la
231
tuttavia molti incidenti sospetti testimoniano una attività russa costante e profonda. Nel
1975 ad esempio un Tu-126 (aereo radar) precipitò nell’isola di Hopen, e quando i
norvegesi si rifiutarono di consegnare i registratori di volo, Mosca cancellò
nervosamente alcune visite diplomatiche. I russi erano poi accusati di operare,
all’interno delle loro enclave, delle postazioni radar non autorizzate. Un’altra attività
ambigua riguardava il personale sovietico del piccolo aeroporto delle Svalbard: i russi
occupavano costantemente nella struttura ben sei persone, a fronte di un solo aereo al
mese della Aeroflot.
Esercitazioni e prove di guerra
Avendo una visione comparata delle forze in campo e delle esercitazioni condotte dai
due schieramenti, è stato possibile ricostruire possibili scenari di guerra.
La Nato conduceva nella zona due tipi di operazioni: Command Post Exercises
(CPX) e le esercitazioni dal vivo. Le CPX non prevedono l’impiego di truppe ma
stressano i comandi militari, gli staff, le capacità organizzative e le comunicazioni con
gli altri comandi. Le esercitazioni dal vivo sono quelle che invece prevedono uno
spiegamento di forze sul campo simulando un attacco o una difesa in uno scenario più o
meno circoscritto.
Gli schemi con cui queste esercitazioni venivano messe in pratica erano piuttosto
regolari: ogni due anni ad esempio la Nato conduceva le esercitazioni chiamate
“Express”, in cui si simulava la difesa della penisola scandinava in uno scenario
invernale estremo. Oppure ogni quattro anni le esercitazioni “Teamwork”, in cui il
produzione su larghissima scala di sottomarini di vario tipo, rinunciando alle portaerei e rimediando, in un
secondo tempo, con navi in grado di trasportare aerei a decollo verticale (come la Kiev appunto).
232
Comando Supremo per l’Atlantico (SACLANT) coordinava le proprie manovre con il
Comando supremo per l’Europa (SACEUR)305.
Periodicamente nella base di Keflavik si svolgevano le operazioni Northern Viking;
esse erano esercitazioni miranti ad ottenere un rafforzamento rapido delle truppe di terra
nella zona, per proteggere le infrastrutture militari da infiltrazioni nemiche.306
Più interessante risultò invece l’esercitazione Ocean Safari 85307, sia perché
coinvolse direttamente le difese aeronavali dell’Islanda, sia perché venne condotta
contemporaneamente ad una vasta esercitazione sovietica, la Summerex 85.
La Ocean Safari si caratterizzò per essere stata una notevole operazione,
coinvolgendo tra l’altro ben tre unità portaerei e mezzi di scorta. L’obbiettivo principale
fu quello di testare le capacità alleate di mantenere un flusso di rifornimenti nell’ottica
di un conflitto europeo. Fondamentale quindi era testare le reali capacità di eludere il
controllo delle forze sovietiche. E’ sempre difficile affermare con certezza come
sarebbero andate le cose in una guerra reale, ma le esercitazioni fornivano sempre
elementi di studio. In una conferenza stampa che seguì le operazioni, l’ammiraglio
americano Mustin dichiarò: “If we do not control the Norwegian Sea, if we allow forces
from the Soviet Northern Fleet get into the Atlantic, we place our own reinforcement
and resupply forces in danger”.308
Le esercitazioni del Patto di Varsavia vennero sempre tenute nella massima
considerazione da parte degli analisti militari alleati, che oltre a cercare di verificare
l’efficienza sovietica, tentavano di interpretare i loro piani operativi.
305
J. Ausland, Nordic Security and the Great Powers, Usa 1986, p. 73.
Cfr. il libro bianco Iceland, Nato and the Keflavik Base, cit., p. 65.
307
Nella nomenclatura degli studi militari il numero accanto al nome dell’esercitazione ne indica l’anno
di svolgimento.
308
J. Ausland, Nordic Security, cit., p. 77.
306
233
Operazioni di portata mondiale furono la Okean 70 (1970) e la Okean 75 (1975). La
prima coinvolse qualcosa come 200 mezzi fra sommergibili e navi di superficie, la
seconda circa centotrenta; in entrambi i casi la Flotta del Nord svolgeva un ruolo
centrale. Queste furono solo due manovre particolarmente spettacolari, ma operazioni
minori erano ripetute costantemente: l’obbiettivo delle iniziative russe, al di là del tema
delle singole operazioni, era quella di innalzare i tempi di reazione della Nato. Infatti
incrementando i transiti militari si poteva indurre nell’avversario una sorta di routine
che abbassava il livello di allerta, e diventava più difficile ad esempio riconoscere una
esercitazione da un attacco isolato.
L’esercitazione sovietica Summerex 85 (1985), cui partecipò sia la Flotta del Nord
che la Flotta del Baltico, aveva il compito di simulare la difesa della penisola di Kola da
attacchi Nato. Come illustra approssimativamente la figura, i russi avrebbero usato i
loro sottomarini (soprattutto convenzionali) per creare più serie di sbarramenti in modo
da ostacolare i movimenti delle flotte alleate, mentre i gruppi navali sovietici stanziati
nel Baltico e nell’Artico avrebbero colpito i nemici imbottigliati fra le barriere da due
direzioni.
Possibili scenari
La strategia sovietica aveva un obbiettivo massimo ed uno minimo. Il primo
prevedeva il controllo completo del Mar di Norvegia (superficie, spazio aereo e
profondità marine) per portervi operare con relativa impunità; il secondo quantomeno
mirava alla negazione di una fruizione agevole della stessa area da parte della Nato309.
234
Schema della esercitazione
Sovietica Summerex 85
Fonte: J. Ausland, Nordic
Security and Great Powers
p. 70.
Le operazioni navali sovietiche nel nord atlantico avrebbero avuto probabilmente
quattro tipi di indirizzi: 1) difesa dei propri sottomarini nucleari. 2) attacchi a portaerei
nemiche. 3) attacchi a sottomarini atomici nemici. 4) operazioni “anti-SLOC”
(dall’inglese anti sea lines of communications, per la neutralizzazione delle linee di
comunicazione fra Nord America ed Europa).
Questa serie di obbiettivi avrebbe probabilmente rappresentato anche la scala delle
priorità. I sottomarini nucleari sovietici classe Delta e Typhoon (nella classificazione
309
W. Wright, Soviet Naval Operation in Oceanic Theaters of strategic military Action, Reykjavik 1997,
235
Nato) avevano la possibilità di imbarcare missili nucleari intercontinentali, quindi
rappresentavano delle unità strategiche che sarebbero state tra i primi bersagli del
nemico. La distruzione delle portaerei e sottomarini americani avrebbe evitato attacchi
nucleari dal mare contro obbiettivi russi a terra.
A differenza di quanto avvenuto durante la seconda guerra mondiale invece, le
operazioni anti-SLOC fra le sponde dell’Atlantico avevano una priorità inferiore. Tutto
sommato lo stesso effetto si sarebbe potuto ottenere con l’invasione degli stati
dell’Europa occidentale delle truppe di terra, dedicando la marina alle altre operazioni.
Se questo quadro operativo fosse stato effettivamente quello applicato dai russi in
caso di guerra, l’Islanda rappresentava una spina nel fianco. I sovietici ritenevano l’isola
una sorta di “portaerei inaffondabile”310: dalla base di Keflavik potevano partire
operazioni contro i sottomarini atomici nelle acque settentrionali. Attraverso quella
postazione la Nato poteva esercitare un controllo dello spazio aereo sulla rotta diretta fra
le due superpotenze, svolgere una difesa delle proprie portaerei e dei propri
sommergibili, e rendere difficili le operazioni anti-SLOC (vedi figura).
L’Islanda inoltre si presentava come un territorio più facilmente difendibile rispetto
al continente europeo. Mancando la continuità territoriale, i russi non avrebbero potuto
sfruttare il vantaggio numerico in una invasione “all out”; il sistema di sorveglianza
integrato, di cui Keflavik faceva parte insieme ad altre postazioni della GIUK Line (il
cosiddetto Distant Early Warning System), rendeva poi impossibile l’eventualità di un
attacco a sorpresa.
p. 61.
236
SOVIET VIEW OF ICELAND AS THREAT
TO SOVIET OPERATIONS
Legenda:
ASW: Anti Submarine
Warfare
AAR: Anti Aircraft
Warfare
ACW: Anti Carrier
Warfare
SLOC: Sea Lines of
Communication
fonte: W. Wright, Soviet Naval Operation in Oceanic Theaters of strategic military Action, p. 60
I sovietici avrebbero certo tentato di negare la fruizione dell’Islanda da parte delle
forze Nato, anche se si ritiene che una invasione anfibia di ampia portata sarebbe stata
una scelta inopportuna, a causa della congestione dell’area e delle caratteristiche
ambientali. Più probabilmente piccoli contingenti di Spetsnaz
310
P. Petersen, Iceland in Soviet Military Strategy, Reykjavik 1987, p. 7.
237
(gli “uomini rana”
sovietici) avrebbero potuto sabotare le infrastrutture: la distruzione dei depositi di
carburante e dei Radar avrebbe reso Keflavik quasi inutile.
Gli americani invece, oltre ad usare Keflavik come base aeronavale per operazioni
offensive, avrebbero tentato di chiudere le maglie della GIUK Line per tentare di
imbottigliare i sovietici al nord, impedendogli così di disperdere le loro unità anche in
altri fronti. Contrariamente a quando afferma Jonh Ausland (in Nordic Security and the
Great Powers) comunque questo obbiettivo sarebbe stato di lieve entità e difficilmente
ottenibile. Innanzitutto c’è un problema di distanze: per esercitare una sorta di blocco
navale “vecchio stile” si sarebbe dovuto ricorrere a una parte rilevante della marina
americana. Le loro navi però, viaggiando alla stessa velocità delle navi di Murmansk,
avrebbero impiegato il doppio del tempo dalla costa orientale degli Usa311. In secondo
luogo, in caso di un conflitto vis-à-vis tra Stati Uniti ed Unione Sovietica, la battaglia
fondamentale sarebbe stata quella del Nord Atlantico, il cui controllo avrebbe dato
libero accesso ai territori del nemico; altri teatri regionali non avrebbero potuto incidere
significativamente sugli esiti del conflitto, e le stesse linee di comunicazione fra le
sponde dell’Atlantico sarebbero comunque saltate con una invasione terrestre delle
truppe del Patto.
311
Una preoccupazione seria dei vertici della Nato era appunto che, essendo la coalizione di natura
difensiva, il Patto di Varsavia avrebbe sempre avuto l’iniziativa in una situazione in via di degradazione:
non avendo infatti impedimenti politici di sorta, Mosca si sarebbe potuta muovere più liberamente, visto il
controllo pressoché totale che esercitava sugli alleati. Cfr Generale Tönne Hitfeld, Iceland in Nato
Defense Policy, Reykjavik 1987, p. 72.
238
Schema di come l’esercito sovietico interpretava il sistema di difesa antisommergibile della
Nato nel Mar di Norvegia. Riportato da: Tönne Hitfeld, Iceland in Nato Defense Policy, p. 73.
239
Parte III: Il quadro istituzionale ed il sistema dei partiti in islanda
Il sistema politico della Repubblica d’Islanda
L’Islanda è una repubblica parlamentare che si vanta di avere il parlamento (Alþing)
in attività più antico del mondo. Originariamente questa assemblea riuniva i capi clan
dell’era vichinga fin dal X secolo, nella piana di Thingvellir (circa 40 km a Est di
Reykjavik); il moderno Alþing ovviamente non ha più nulla a che vedere con quella
primitiva forma assembleare, che nel corso dei secoli visse momenti di crisi profonda,
soprattutto ad opera delle dominazioni straniere: norvegesi e danesi giunsero a privarlo
dei propri poteri o a chiuderlo del tutto. Malgrado ciò gli islandesi sono un popolo
molto attaccato alle loro tradizioni, ed amano pensare che vi sia una qualche forma di
continuità con quella che fu la base della società islandese più di un millennio addietro.
Il sistema elettorale in uso fino alla metà degli anni ’80 era una complessa unione di
proporzionale e maggioritario. Si concorreva nei distretti elettorali con il sistema
maggioritario, vi era poi una quota di seggi distribuita su base proporzionale solo fra
quei partiti che erano riusciti ad eleggere almeno un candidato uninominale. Questo
diede vita a situazioni imbarazzanti, come nel 1956: il Partito Socialdemocratico vinse 1
seggio uninominale, e ne prese altri 5 dalla quota proporzionale. Qualora però avesse
fallito la conquista di quel distretto col sistema maggioritario, sarebbe rimasto non
rappresentato. Dal 1987 in Islanda vige il sistema proporzionale semplice.
Il parlamento islandese è ovviamente proporzionato alla popolazione: fino al 1942
aveva appena 49 seggi. Divennero 52, poi nel ’59 i seggi furono portati a 60, e nel 1987
essi divennero 63. Questi incrementi non furono solo degli eventi amministrativi, ma
ebbero un loro valore politico. Infatti i distretti elettorali in cui era diviso il territorio
davano alle campagne più seggi di quanto fosse la loro effettiva rappresentatività su
240
base nazionale, a tutto beneficio del Partito Progressista che era il più forte in quelle
zone e ne usciva sovrarappresentato. In occasione degli incrementi di seggi tutti gli altri
partiti si coalizzarono contro il PP per ridisegnare più equamente la rappresentatività dei
distretti312.A causa di queste manovra ad esempio i progressisti persero la maggioranza
relativa alle elezioni del ’42, che videro il sorpasso del Partito Indipendente; ancora nel
’59 con il secondo allargamento il divario fra questi due maggiori partiti passò da 1 a
ben 7 seggi; sicuramente vi furono anche motivi politici per questa debacle elettorale,
ma senza dubbio il nuovo assetto amministrativo appesantì la sconfitta.
Come è noto l’Islanda è un paese poco densamente popolato, ed il sistema dei partiti
non può essere che semplice: per la maggior parte della storia postbellica, operarono in
Islanda solo quattro partiti. Essi furono: Partito Indipendente (Sjàlfstæðisflokkurinn),
Partito
Progressista
(Framsòknarflokkurin),
Partito
socialdemocratico
(Alþyduflokkurin) e Partito Comunista / Socialista (vari nomi, vedi oltre). Altri partiti
minori furono spesso legati a tematiche particolari, come il Partito di Difesa Nazionale
(che si formò intorno alla opposizione alla base militare di Keflavik), oppure frutto di
scissioni da altri partiti ma senza una incisività concreta.
Partito Indipendente
Questa formazione viene generalmente descritta come un partito di destra moderata.
Nacque alla fine degli anni ’20 dall’unione di due altri partiti, il conservatore ed il
liberale, e rappresenta soprattutto gli interessi commerciali della borghesia delle aree
urbane. Nella storia islandese questo partito ha sempre giocato un ruolo fondamentale,
312
La Costituzione prevede che in questi casi vi sia un primo passaggio parlamentare, poi che le camere
vengano sciolte e rielette con il vecchio sistema e qualora anche il nuovo Alþing accetti la modifica, le
241
poiché ha sempre goduto di ampi favori dell’elettorato: tradizionalmente il partito si
attesta intorno al 35-40% dei voti, riuscendo a vantare una maggioranza relativa
praticamente ininterrotta in parlamento. Il PI nella sua storia è quello che si è
caratterizzato per una spiccata attitudine atlantica, cercando costantemente un buon
rapporto con gli Stati Uniti; il partito fece parte sia del governo che votò l’ingresso
islandese nella Nato, sia di quello che siglò il Defense Agreement con gli Usa.
Dal punto di vista delle politiche nazionali, il PI si è spesso differenziato dai partiti
liberali scandinavi per aver adottato politiche di welfare piuttosto importanti e per aver
avallato forme di controllo dell’economia da parte dello stato
Non ha un vero e proprio organo di stampa, tuttavia il quotidiano nazionale più
diffuso Morgunblaðid (Giornale del Mattino, attualmente 25.000 copie giornaliere) è
generalmente considerato vicino ai conservatori.
Partito Progressista
Fino a tempi recenti, questo partito è stata la seconda forza politica del paese.
Ideologicamente parlando viene descritto come un partito di centro o centrosinistra. Ha
la sua base elettorale soprattutto nei distretti rurali, e rappresenta spesso e volentieri gli
interessi delle cooperative agricole, ma anche di alcuni gruppi intellettuali e negli
ambienti scolastici. Il partito ha una storia piuttosto travagliata sia per le oscillazioni dei
propri risultati elettorali, sia perché in occasione delle riforme dei distretti elettorali cui
si accennava.
Una delle figure più carismatiche del partito fu senza dubbio Hermann Jònasson, che
ricoprì la carica di presidente per quasi un trentennio (dal periodo prebellico fino agli
camere vengono nuovamente sciolte per le elezioni a sistema modificato. Questo è il motivo per cui in
242
anni ’60); per quanto riguarda la politica estera, è stato spesso accusato di aver condotto
una linea ambigua. Quando al governo adottava una politica filoamericana (1941, per
l’entrata in Islanda delle truppe americane in sostituzione del contingente britannico;
1951, Defense Agreemet), quando all’opposizione tentava di riguadagnare consensi
irrigidendo le propri posizioni (1946, rifiuto del Keflavik Agreement per la permanenza
di personale americano a Keflavik; 1949, opposizione al Trattato Nato).
Il Partito Progressista possiede una proprio quotidiano (Timinn, Il Tempo), la cui
diffusione ha oscillato negli ultimi trent’anni fra le 10.000 e le 15.000 unità.
Partito Socialdemocratico
Questa forza politica si è differenziata molto dalle altre socialdemocrazie scandinave,
sia in termini politici che di consensi, rappresentando un partito piuttosto piccolo se
paragonato ai colleghi nordici. Fu un partito fortemente caratterizzato da leadership
personali, e non è un caso ad esempio che fra gli anni ’30 e ’50 visse ben tre scissioni,
tutte a favore dei comunisti. Il partito socialdemocratico era piuttosto forte negli
ambienti sindacali, nelle aree urbane e presso gli intellettuali.
Uno degli uomini di punta fu Stefàn Stefànsson, che negli anni ‘50-’60 diede al
partito una forte impronta anticomunista (nessuna collaborazione con l’estrema sinistra,
da qui le scissioni dei socialdemocratici di sinistra cui si accennava); egli fu inoltre
pronto più volte a collaborare in governi liderati dai conservatori, anche sulla base di
una scelta di campo schiettamente atlantica.
Il partito pubblica un giornale, l’Alþidublaðid (Giornale Sociale) che circola quasi
esclusivamente fra gli iscritti al partito.
occasione degli allargamenti in parlamento vi sono tornate elettorali straordinarie.
243
Estrema sinistra
Parlando di un partito comunista islandese, si può inciampare sui nomi. Il Partito
Comunista propriamente detto si presentò per l’ultima volta alle elezioni nel 1937.
Venne
sostituito
alle
elezioni
(Alþidusosialistaflokkurin),
per
successive
poi
dal
divenire
Partito
nel
1956
di
Unità
Socialista
Alleanza
Popolare
(Alþidubandalag). Questi cambiamenti si ebbero in occasione di vicende politiche
maggiori, come quella del 1956 in occasione dell’ingresso nel partito di
“socialdemocratici di sinistra”, ma non cambiarono mai la sostanza delle cose.
Nonostante i cambiamenti di nome c’è unanimità di vedute fra i politologi nel
considerare il partito come schiettamente filosovietico. L’apertura di recenti archivi exsovietici ha addirittura permesso di stabile con certezza l’entità dei finanziamenti
elargiti dall’Unione Sovietica. Certo ridotti e discontinui, questi pagamenti lasciano ben
pochi dubbi. Vedasi anche Capitolo VIII.
L’estrema sinistra islandese fu, in termini relativi, fra i partiti comunisti più forti
d’Europa, sfiorando in diverse occasioni il 20% dei consensi e, ancor più
sorprendentemente, diventando partito di governo nella stagione ‘71-‘74 e nel ‘78-‘79.
Questo successo fu dovuto anche alla possibilità del partito di attirare, con il proprio
antiamericanismo, larghe frange di elettorato neutralista ed antimilitarista, che pur non
riconoscendosi
nell’ideologia
comunista
era
scontento
della
condotta
di
socialdemocratici o progressisti.
Su una attività spionistica sovietica ad opera di membri di questo partito si è spesso
discusso. P. Calvert, in Iceland in the Post Cold War World, riporta notizie secondo cui
almeno tre prominenti membri del partito furono in contatto con ambienti della Stasi
(Germania Est), ed il fatto che l’ambasciata dell’Urss a Reykjavik fosse la più grande
244
destava qualche sospetto. A tutt’oggi non vi sono prove di un effettivo coinvolgimento
di islandesi in attività spionistiche, ma è vero anche che c’era ben poco da spiare: in
mancanza di un sistema di sicurezza efficace i grandi piani strategici della Nato non
circolavano in Islanda, ed una azione contro la base di Keflavik avrebbe richiesto
personale altamente specializzato non disponibile in loco.
Il panorama parlamentare dopo le elezioni del 1999
Lo schema a quattro partiti, salve rare occasioni ha accompagnato l’Islanda per gran
parte della sua storia; attualmente però si registrano elementi di novità.
Il Partito Indipendente ed il Progressista sono ancora al loro posto (alle elezioni del
1999 hanno ottenuto rispettivamente il 40% ed il 18% dei voti). Alleanza Popolare,
Socialdemocratici e Partito Femminista si sono coalizzate nella Samfykinginn
(Alleanza) che ha ottenuto un lusinghiero 26,8% dei voti. Altri partiti importanti sono il
Partito dei Verdi ambientalisti (Grænt Framboð, 9.1%) e il Partito Liberale (Fryàlsyndi
Flokkurinn, 4.2%).
Il primo ministro attuale è il conservatore Davið Oddsson, il cui mandato scadrà per
le elezioni politiche del 2003.
245
Bibliografia
Archer Clive, The Nordic Response to the Soviet Presence, in The Soviet Union and the
Northern Waters, Routledge, Londra 1988.
Arnason Robert, Attitudes to American Military Base: the Canadian Case and the
Icelandic Model, Queen’s University, Kingston (Canada) 1981.
Arnason Robert, Political Parties and Defense: The Case of Iceland 1945-1980,
Queen’s University, Kingston (Canada) 1980.
Ausland John, Nordic Security and the Great Power, Westview Press, Boulder 1986.
Bitzinger Richard, The Politics of Defense in Nato’s Northern Flank: Denmark, Norway
and Iceland, in Nordic Security at the Turn of the Twenty-First Century, Greenwood
Press, Westport 1995.
Bittner Donald, The British Occupation of Iceland 1940-47, Londra 1974.
Bittner Donald, The Lion and the White Falcon – Britain and Iceland in the World War
II Era, Archon Books, Hamden 1983.
Bjarnason Björn, Iceland’s Security Policy: Vulnerability and Responsability, in
Deterrence and Defense in the North, Norwegian University Press, Oslo 1985.
Bjarnason Björn, Iceland’s Security Policy, in New strategic Factors in the North
Atlantic, Universitetsoforlaget & Science and Technology Press, Oslo e Guildford 1977.
Calvert Philip, Uncertainty and Dissent: Iceland in the Post Cold War World, Southern
Illinois University, Carbondale (Illinois) 1996.
Chamberlain William Charles, Economic Development of Iceland throught the WWII,
Columbia University Press, New York 1947.
246
Corgan Michael, Iceland and its Alliance – Security for a Small State, Edwin Mell
Press, Galles 2003.
Gissurarson Hannes, European Integration: Another View, in Iceland in International
Competitions (Convegno di Politica Economica 17-21 Ottobre 1994), Reykjavik 1994.
Gröndal Benedikt, Iceland from Neutrality to Nato Membership, Universitetsoforlaget,
Oslo 1971.
Guðmarsson Jonmundur, A Reluctant European: Iceland, EFTA and the EEC 19561963, Univesity of Oxford, 1994.
Guðmudsson Böðvar, A history of iceland and icelanders from the very beginnings to
the present day, Almenna Bòkafelagið, Reykjavik 1995.
Harðarson Ólafur (a cura di), Icelandic Attitudes towards Security and Foreign Affairs,
edito dalla Öryggismálanefnd, Commissione Islandese per la Sicurezza, Reykjavik
1985.
Halfdarnarson Guðmundur, Historical dictionary of Iceland, Scarecrow Press, Lanham,
Md., 1997.
Hannibalson Jon Baldvin, Iceland Strategic Role in North Atlantic Security, in The
Icelandic Canadian, Vol. 55, num. 4, anno 2000.
Hjalmarsson Jon, A Short History of Iceland, Almenna Bòkafelagið, Reykjavik 1989.
Tenente Hauenstein Ralph (a cura di), The American Forces in Iceland, edito dagli
uffici delle forze armate americane (Fèlagprentsmiðjan), Reykjavik 1941.
Huitfeld Tönne, Iceland in Nato Defence Policy, in Iceland, Nato and Security in the
Norwegian Sea, The Atlantic Association of Iceland, Reykjavik 1987.
247
Ingimundarson Valur, Buttresting the West in the North, University of Iceland,
Reykjavik 1999.
Ingimundarsson Valur, The Role of Nato and U.S. Military Base in Icelandic Domestic
Policy, 1949-1999, (inedito al momento della stesura della presente tesi), Reykjavik
2001.
Jònasson Albert (a cura di), Iceland, NATO and the Keflavik Base, edito dalla
Öryggismálanefnd, Commissione Islandese per la Sicurezza, Reykjavik 1989.
Jones Maldwyn, Storia degli Stati Uniti, Bompiani, Milano 1999.
Jònsson Hannes, Friends in Conflict: the Anglo-Icelandic Cod Wars and the Law of the
Sea, Hurst & Co., Londra 1982.
Jònsson Jònas, Iceland in the European Community, in Iceland in International
Competitions (Convegno di Politica Economica 17-21 Ottobre 1994), Reykjavik 1994.
Jònsson Örn, Geopolitics of Fish, in Iceland in International Competitions (Convegno
di Politica Economica 17-21 Ottobre 1994), Reykjavik 1994.
Kennedy-Minott Rodney, The Forward Maritime Strategy and Nordic Security in
Nordic Security at the Turn of the Twenty-First Century, Greenwood Press, Westport
1995.
Leighton Marian, The Soviet Threat to the Nato Northern Flank, National Strategy
Information Center, New York 1979.
Llewelyn Evans Mark, Great WWII Battles in the Artic, Greenwood Press, Westport
Connecticut, Londra 1999.
Loftsson Elfar, The Distinguised Threat. Iceland during the Cold War, in Scandinavian
Journal of History, vol.10 num. 3, 1985.
248
Luttwak Edward, Strategia – La Logica della Guerra e della Pace, Rizzoli, Milano
2001.
Marks Charles, Armed Guardians: The Allies in the defence of Iceland durino the
WWII, Fort Wayne, 1998.
Neuchterlein Donald, Iceland Reluctant Ally, Greenwood Press, Westport 1961.
Norton Douglas, Responding to the Soviet Presence in Northern Waters: An Amercan
Naval View, in The Soviet Union and the Northern Waters, Routledge, Londra 1988.
Olivi Bino, L’Europa Difficile, Il Mulino, Bologna 1998.
Peterson Phillip, Iceland in Soviet Military Strategy, in Iceland, Nato and Security in
the Norwegian Sea, The Atlantic Association of Iceland, Reykjavik 1987.
Ruegg Bob e Hague Arnold, Convoy to Russia 1941-45, World Ship Society, UK 1992.
Shirer William, The rise and fall of the Third Reich, Simon and Schuster, New York
1960.
Maresciallo Thayer, The Role of Keflavik Base in Iceland’s Defense and Nato Security
System, past and present, in Varnarstöðin ì Keflavik, a cura dell’Ufficio Relazioni
Esterne (Utanrikismalanefnd) della Icelandic Defense Force, Reykjavik 1978.
Whitehead Þor, The Ally Who Came In From the Cold, Center for International Studies,
University of Iceland, Reykjavik 1998.
Wright Wayne, Soviet Naval Operations in Oceanic Theaters of Strategic Military
Action, in Iceland, Nato and Security in the Norwegian Sea, The Atlantic Association of
Iceland, Reykjavik 1987.
249
Documenti pubblici e altre fonti ufficiali
-
Fisheries. The collection and compilation of the fish catch and landing statistics in
member countries of the European Economic Area. European Communities, 1999,
Lussemburgo.
-
Wholesale trade in the European Economic Area. Office for Official Pubblications
of the European Communities (a cura di), 1998, Lussemburgo.
-
Freedom of Association
(Seminario organizzato dal Secretariat General of the
Council of Europe in collaborazione con il Ministero di Giustizia Islandese), 26-28
August 1993, Reykjavik
-
European Economic Area: EEA and EFTA Agreements. Edizione ridotta e
commentata a cura delle edizioni Fritzes, Stoccolma 1994.
Discorsi dell’attuale ministro degli esteri islandese Halldor Asgrimarson, forniti nelle
traduzioni inglesi dal Ministero degli Affari Esteri e del Commercio con l’Estero di
Reykjavik:
- The place of Iceland in European Cooperation” (reportage al parlamento, 2000).
- Address to the Althingi (14 nov. 2000).
- On the occasion of the 50th anniversary of the Defence Agreement between Iceland
and the Usa (Convegno, 6-9 Giugno 2001).
- Opening Remarks” alla conferenza “The Nordic Countries and the Cold War 1945-91
(24 Giugno 1998).
- At the Meeting of the Standing Committee of the North Atlantic Assembly (5 aprile
1997).
- At the meeting of Varðberg (“Associazione dei Giovani Atlantici”) and the
Association of Western Cooperation (15 maggio 1995).
250
A cura del Working Group del Ministero per gli Affari esteri e Commercio con l’Estero,
The Security and Defence of Iceland at the Turn of the Century (Libro Bianco),
Reykjavik 1999.
Alþingistiðindi, Verbali delle Assemblee Parlamentari.
Alþingiskosningar, Statistiche Elettorali a cura del Ministero degli Interni.
Iceland in figures, Statistiche Socioeconomiche a cura del Ministero degli Esteri e
Commercio estero.
Periodici:
Boucher Alan, An Icelandic Revolution, in Atlantica and Icelandic Review, num. 3,
anno 1968.
Bjarnason Björn, Iceland and Nato, in Nato Review, num. 1, febbraio 1986.
Gröndal Benedikt, Letter from Reykjavik, in Nato Letter (periodico del NATO
Information Service) vol. 10, num. 3, Marzo 1962.
Gröndal Benedikt, People and Politics on the Atlantic Barrier Islands, in Nato Review,
numero 4 anno 1981.
Kaiser Karl, The Nato Strategy Debate after Reykjavik, in Nato Review, num. 6,
dicembre 1986.
Articolo non firmato, Off duty in Iceland, in Blackwood’s Magazine, gennaio 1945,
Londra.
251
Quotidiani
Morgunbladið (Giornale del Mattino), quotidiano indipendente.
Timinn (Il Tempo), quotidiano organo del Partito Progressista.
Alþidubladið (Giornale Sociale), quotidiano organo del Partito Socialdemocratico.
Þjoðviljinn (Volontà Nazionale), quotidiano organo del Partito di Unità Socialista /
Alleanza Popolare.
Visir (“mirino”), quotidiano indipendente.
252
Scarica

L`Islanda negli equilibri strategici della regione del Nord Atlantico