COMUNITA’ PASTORALE PARROCCHIE DI ALBIATE E CARATE BRIANZA (SAN GIOVANNI EVANGELISTA - Albiate, SAN MARTINO – Costa Lambro, SANTI PIETRO E PAOLO Agliate, SANTI AMBROGIO E SIMPLICIANO – Carate Brianza) Prima parte 6.6.2010 Perché la Comunità Pastorale? C’è una sfida che la Chiesa Ambrosiana deve affrontare in questo nostro tempo. E’ quella di sempre: annunciare e testimoniare il Vangelo agli uomini e alle donne che vivono in queste terre di Lombardia.La pastorale diocesana sta da tempo cercando forme nuove dell’annuncio del Vangelo, della celebrazione liturgica, della testimonianza della carità. E sta ripensando come “abitare il territorio”, cioè la vita quotidiana delle persone, in modo adeguato all’oggi e al prossimo futuro, senza perdere nulla del passato. Tutto questo richiede un di più di audacia e gesti creativi: ecco il perché delle Comunità Pastorali. Che cos’è la Comunità Pastorale? La Comunità Pastorale è forma di “unità pastorale” tra più parrocchie affidate a una cura pastorale unitaria e chiamate a vivere un cammino condiviso e coordinato di autentica comunione, attraverso la realizzazione di un concreto, preciso e forte progetto pastorale missionario. Da noi, nello specifico… Il percorso che poterà tra breve alla costituzione della Comunità pastorale è iniziato e volge al suo compimento. Siamo ora in un tempo utile a comprendere a farci coinvolgere personalmente. C’è una parola che può aiutare a vivere questo momento : comunione. E’ un aspetto fondamentale che qualifica la Chiesa, che non ci è estraneo in altri ambienti: la famiglia, i luoghi di lavoro, i gruppi ma che nella Chiesa è la modalità di rapporto prevalente e diffusa. Essere in comunione significa che nella Chiesa del Signore Gesù si ha fiducia gli uni negli altri, non ci sono nemici e concorrenti, che si è aperti alla solidarietà, che c’è un posto per tutti. La riorganizzazione che ad un certo momento comincerà a farsi sentire, sarà diversa se sarà espressione di una Chiesa rinnovata nata da quattro parrocchie che si rimettono in gioco insieme per vivere la realtà di comunione dove ogni battezzato è corresponsabile. Per tutti c’è posto, ognuno parte dalla sua posizione, c’è il prete che oggi ce la deve mettere tutta per collaborare il più possibile, c’è il catechista, chi dedica tempo alla chiesa, chi prega, è c’è tutto il “popolo di Dio”. L’importante è poter riconoscere che c’è e ci sarà sempre uno spazio per crescere nella comunione, assicurando collaborazione e valorizzando la corresponsabilità. Non è un discorso per pochi, ma per tanti. Lo scorso mese di maggio abbiamo festeggiato la prima comunione le cresime, ogni mese ci sono nuovi battezzati, ci sarà una prima messa (SS. Ambrogio e Simpliciano – don Marco Usuelli), abbiamo visto centinaia di ragazzi e di famiglie esserci, fare la parte di battezzati come don Marco Usuelli.Partiamo da qui, e insieme rigeneriamo questo desiderio anche da giovani, adulti, genitori, anziani. Crediamo fortemente di poterci sentire nella chiesa a casa nostra, una casa speciale dove si vive nutriti dall’Eucaristia, illuminati dalla Parola del Signore, dove si ha voglia di vivere in comunione con l’energia del fuoco d’amore e del vento creativo dello Spirito Santo. Seconda parte 13.6.2010 Diminuiscono o preti: è per questo che è stata inventata la Comunità Pastorale? I preti sono una presenza determinante per le comunità cristiane. La comunità cristiana, però, non si riduce ai preti e le difficoltà della comunità cristiana non si riconducono solo alla presenza o all’assenza del prete. La Comunità Pastorale è stata “inventata” per far fronte al presente e preparare il futuro della Chiesa: tutti hanno il loro contributo da dare in pensieri, preghiera, disponibilità di tempo e di risorse; tutti: preti, consacrati, consacrate, laici, di ogni età e condizione. Occorre però onestamente riconoscere che la carenza di sacerdoti, attuale e, purtroppo, per quanto è dato prevedere, anche futura, con il progressivo innalzamento dell’età del clero, è il motivo che ha evidenziato l’insostenibilità del sistema finora seguito, centrato sulle parrocchie autonome, ognuna con il proprio parroco e, possibilmente, con almeno un vicario parrocchiale. Di fatto il calo dei sacerdoti e l’innalzamento della loro età media ha portato, in molte zona della diocesi, a partire dagli anni ’90, prima a lasciare un solo parroco per parrocchia, incaricando un giovane prete di seguire più oratori e poi ad affidare più parrocchie ad un solo parroco. Sono state così attuate molte Unità di Pastorale Giovanile e anche un certo numero di Unità Pastorali. Come valutare l’esperienza delle Unità Pastorali? Le Unità Pastorali sono state lo strumento con cui, a partire dal Sinodo Diocesano 47° (1995), si è tentato di pensare un rapporto più articolato con il territorio, superando l’autosufficienza della parrocchia con una chiesa, un campanile ed un sacerdote. Era diventata chiara la coscienza che le parrocchie non potevano e non dovevano fare tutto alla stessa maniera. Si è puntato con grande insistenza sulla Pastorale d’insieme, prima cercando di introdurre lo stile di lavoro comune. Poi si è tentato di tradurlo in due scelte precise. La prima si è mossa nella linea di armonizzare le iniziative di annuncio e i percorsi sacramentali, con una vigorosa opera di coordinazione e razionalizzazione del lavoro pastorale. La seconda ha chiesto una forte convergenza degli interventi pastorali che rispondevano ai bisogni della gente non solo per risparmiare energie ma per aprire nuovi spazi di presenza laicale. Accanto a questi aspetti molto positivi, sono stati però presenti tre fattori di debolezza: - l’imprecisione delle forme, che ha talvolta creato una confusione di proposte pastorali; - l’assenza in molti casi di un progetto complessivo condiviso; - la mancanza di una conduzione unitaria riducendo spesso la pastorale unitaria solo ad alcune esperienze condivise, mentre la pastorale parrocchiale ha continuato a procedere in forme autonome, se non di estraneità. La Comunità Pastorale, con le sue caratteristiche, vuole superare questi limiti, senza disperdere le acquisizioni nate dall’esperienza delle Unità Pastorali e in continuità con gli obiettivi che esse si prefiggevano, immaginando una forma più articolata di presenza della Chiesa sul territorio. In che modo la Comunità Pastorale consente di ovviare alle difficoltà emerse dall’esperienza delle Unità Pastorali? La Comunità Pastorale si propone di mettere a frutto il cammino di questi anni delle Unità Pastorali alle quali molti hanno dedicato intelligenza, passione pastorale, sacrifici. Per superare i punti deboli sopra indicati, la Comunità Pastorale deve essere costituita a partire dalla realtà delle Parrocchie e del loro contesto ecclesiale e sociale, deve essere determinata da un progetto a lungo termine elaborato con il contributo degli organismi di corresponsabilità delle parrocchie coinvolte, e, pur venendo di norma affidate pastoralmente a un gruppo di persone (il “Direttivo”), deve trovare il suo principio di unità nella responsabilità ultima di un solo presbitero, giuridicamente parroco e legale rappresentante di tutte le parrocchie. Terza parte 20.6.2010 In concreto come è strutturata una Comunità Pastorale? La Comunità Pastorale si caratterizza: - per una pastorale unitaria di più parrocchie; - per l’affidamento unitario della cura pastorale a un gruppo (il Direttivo) che può essere composto da presbiteri, diaconi, consacrati e/o laici e che trova nel Responsabile il suo centro di unità; - per la configurazione di un progetto pastorale condiviso, elaborato ad opera del Consiglio Pastorale della Comunità. La corresponsabilità La novità è la corresponsabilità. Sempre ci sono stati molti collaboratori: nessuna parrocchia, nessun oratorio, nessuna iniziativa di catechesi, di carità, di missione, di cultura è nata, è fiorita, è durata senza la collaborazione di tanti. La Comunità Pastorale è l’invito a un salto di qualità: costituire una comunione corresponsabile per la missione, essere un cuore solo e un’anima sola, per pensare insieme, definire un progetto pastorale unitario, essere insieme testimoni della speranza fondata nel Signore Gesù Risorto. In questa comunione alcuni sono poi chiamati ad assumere, secondo le loro doti e condizioni, specifici compiti pastorali fino all’inserimento nel Direttivo della Comunità Pastorale. Per quali aspetti si caratterizza la missionari età della Comunità Pastorale? La Chiesa esiste per la missione e ogni sua espressione, anche la singola parrocchia, non può non essere missionaria. La Comunità Pastorale ha una specifica caratteristica missionaria: - perché la sua novità è lo stimolo a prendere coscienza del mandato per cui è istituita; - perché l’estensione sovra parrocchiale impegna a confrontarsi con la cura pastorale di ambiti che la singola parrocchia può ritenere esterni alla sua azione pastorale (es. la pastorale scolastica, le iniziative di carità, ecc) Quali consigli dare ad una Comunità Pastorale che si sta avviando? Decisiva è la disponibilità a vivere un’esperienza spirituale: non si tratta solo di riorganizzare il territorio o di “spremere” il più possibile le risorse disponibili. Esperienza spirituale significa docilità allo Spirito santo. Che cosa fa lo Spirito Santo? Anzitutto ci persuade a “tenere fisso lo sguardo su Gesù” (Ebrei 12,2), quindi a obbedire alla sua parola, perciò ad essere missionari. La fede nel Signore unisce più di quanto dividano l’attaccamento sbagliato al proprio campanile o il ricordo di rivalità o antipatie croniche Quarta parte 27.06.2010 Quali sono i primi passi da compiere per la costituzione della Comunità Pastorale? L’avvio della Comunità Pastorale comprende i seguenti passaggi, alcune dei quali sono stati già affrontati dalle nostre parrocchie: - La comunicazione della prospettiva ai Consigli Pastorali delle parrocchie coinvolte; - Una fase di transizione per predisporre la nomina del Direttivo e l’elaborazione del progetto pastorale della Comunità Pastorale. In questa fase può essere utile la costituzione di una commissione per avviare la conoscenza reciproca delle parrocchie coinvolte; - La fase di transizione riguarderà anche i sacerdoti: per esempio la programmazione del trasferimento di alcuni; l’incarico ad un sacerdote di lavorare specificatamente per preparare la Comunità Pastorale, la nomina provvisoria di alcuni sacerdoti come amministratori parrocchiali, ecc. Analogamente si dovrà procedere per gli altri membri del Direttivo previsti: diaconi, consacrati/e, laici; - La costituzione della Comunità Pastorale con la definizione del titolo e delle responsabilità dei membri del Direttivo. Come si elabora il progetto pastorale della Comunità Pastorale? Quale uso si deve raccomandare? Il progetto pastorale della Comunità è il documento che definisce il quadro istituzionale della Comunità Pastorale: - ne esplicita le finalità, descrivendo coma la finalità generale della Chiesa (una comunione corresponsabile per la missione) si attui nel territorio definito dalla Comunità Pastorale; - determina i ruoli delle persone che compongono il Direttivo; - stabilisce la destinazione delle risorse. Il progetto pastorale è una specie di carta costituzionale e “fondativa” della Comunità Pastorale: è opportuno che sia redatto con una certa completezza e precisione, ma che non si faccia attendere troppo, tanto più che è sempre possibile, anzi auspicabile, un suo aggiornamento e completamento nel tempo. Il progetto pastorale della comunità Pastorale è inutile se è solo un opuscolo da mettere in archivio, è utile se nutre la spiritualità della gente e ispira le scelte del Consiglio Pastorale e del Direttivo. E’ perciò saggio e fecondo di bene che gli operatori pastorali si confrontino costantemente sul progetto sia per ricordare i principi ispiratori, sia per verificarne l’attuazione, sia per i necessari aggiornamenti. GLI ORGANISMI DELLA COMUNITA’ PASTORALE Quale è il ruolo del Consiglio Pastorale Unitario? Il Consiglio Pastorale della Comunità Pastorale è costituito in modo da essere adeguatamente rappresentativo delle parrocchie unite nella Comunità Pastorale. E’ presieduto dal sacerdote responsabile. Ha il compito di elaborare il progetto pastorale della Comunità Pastorale, di compiere le scelte che qualificano la vita della Comunità Pastorale, di definire il calendario annuale della vita pastorale, di compiere le opportune verifiche. Quinta parte 03.07.2010 Che cosa è il Direttivo? Come è composto? Come lavora? Il Direttivo è costituito per nomina arcivescovile, è presieduto dal sacerdote responsabile della Comunità Pastorale, è composto da persone nominate dall’Arcivescovo (per esempio altri sacerdoti vicari della Comunità Pastorale, altri operatori pastorali: diaconi permanenti, consacrati/e, laici, tendenzialmente “a tempo pieno”). E’ quindi il gruppo di operatori pastorali che conduce la vita ordinaria della Comunità Pastorale. Il modo di lavorare è diverso da un consiglio di amministrazione di una qualsiasi società, perché i membri del direttivo sono discepoli del Signore che hanno la responsabilità di una missione: perciò accolgono una regola di vita che favorisca la comunione tra loro nella condivisione della preghiera, delle decisioni, della vita fraterna. Capita ai membri del Direttivo di dover fare molte riunioni, ma devono essere esperti dell’arte di trasformare le riunioni in incontri tra persone, in momenti di edificazione vicendevole, nell’esercizio del “portare i pesi gli uni degli altri” (Gal 6,2). I componenti del Direttivo hanno incarichi specifici, ma tutti hanno un’unica missione; possono vivere ciascuno a casa sua o in una condizione di vita comune, ma tutti devono dedicarsi all’edificazione della comunione; hanno responsabilità diverse, ma si sentono corresponsabili dell’intera Comunità Pastorale. Il Direttivo deve comprendere i rappresentanti delle parrocchie e degli ambiti pastorali? Il Direttivo è nominato dall’Arcivescovo e non è, per sé, espressione della comunità. L’organismo in cui devono essere rappresentate le diverse componenti, territoriali e di settore, è il Consiglio Pastorale della Comunità Pastorale, luogo principale in cui deve realizzarsi la comunione corresponsabile. Ciò non toglie che a un membro del Direttivo venga affidato il compito di essere il responsabile per un certo ambito pastorale (giovanile, familiare, sociale, ecc.), o di essere il punto di riferimento di una parrocchia o di una più piccola comunità ecclesiale, o di svolgere un compito specifico (es. direttore di un oratorio, direttore del consultorio familiare) all’interno della Comunità Pastorale. In che rapporto sta il Direttivo con il Consiglio Pastorale della Comunità Pastorale? Il Consiglio Pastorale della Comunità Pastorale ha il compito di elaborare il progetto pastorale della Comunità Pastorale, di seguirne e verificarne l’attuazione in riferimento alle scelte qualificanti. Il Direttivo opera all’interno delle linee elaborate e decise da parte del Consiglio Pastorale e assicura la conduzione pastorale “quotidiana” e continuativa della Comunità Pastorale, sempre con la responsabilità ultima del sacerdote responsabile. Il Direttivo è parte del Consiglio Pastorale: tra i due organismi non c’è concorrenza né sovrapposizione di compiti. Sesta parte 11.07.2010 Quali sono le forme che può assumere la direzione pastorale della Comunità Pastorale? La Comunità Pastorale non è una formula magica che risolve tutti i problemi e che viene applicata come uno schema rigido a tutte le situazioni pastorali. La responsabilità unificata di un Direttivo presieduto dal Responsabile è una forma pensata per favorire l’esercizio di una vera “comunione-collaborazione-corresponsabilità”, che valorizzi le diverse ministerialità nel rispetto dei compiti e delle responsabilità propri di ciascuno e permetta la convergenza delle iniziative e la tempestività delle decisioni per la vita ordinaria della Comunità Pastorale. Si tratta, quindi, della forma da privilegiare. Come avviene la conduzione degli aspetti amministrativi della Comunità Pastorale? Nella Comunità Pastorale l’amministrazione è affidata al Responsabile e al Consiglio per gli Affari Economici della Comunità Pastorale, formato da almeno tre rappresentanti per parrocchia. La Comunità Pastorale, però, non sostituisce le parrocchie: perciò ogni parrocchia mantiene la sua soggettività giuridica e amministra i suoi beni, in un contesto però di pastorale di insieme e quindi in modo coordinato con le altre parrocchie e con le linee decise a livello di Comunità Pastorale. Il Responsabile, parroco e legale rappresentante di ciascuna parrocchia, si fa carico dell’amministrazione dei beni non solo della Comunità Pastorale, con l’aiuto del Consiglio per gli Affari Economici della Comunità Pastorale, ma anche di quelli delle singole parrocchie con l’aiuto dei membri appartenenti alla singola parrocchia (e costituenti il suo Consiglio per gli Affari Economici Parrocchiale). Tutti condividono la responsabilità di amministrare i beni delle parrocchie e di amministrarli nella logica cristiana: le risorse economiche devono servire al bene spirituale delle parrocchie e della Comunità Pastorale, devono servire – secondo la classica tripartizione delle finalità dei beni ecclesiali – per il culto, l’apostolato e la carità, e il sostentamento del clero e degli altri ministri che servono la Chiesa. Tutti guardano come a un modello alla primitiva comunità cristiana, di cui si dice che “nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano il ricavato di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli Apostoli; veniva poi distribuito a ciascuno secondo il suo bisogno” (At 4,34.35) I consiglieri di ciascuna parrocchia, che sono membri del Consiglio per gli Affari Economici unitario, si fanno carico di custodire l’equilibrio tra la Comunità Pastorale e la singola parrocchia ritrovandosi, secondo l’opportunità, con il sacerdote responsabile per affrontare le questioni economiche e di strutture. Nella gestione della Comunità Pastorale è molto opportuno, se non necessario, che il sacerdote responsabile sia assistito da un Economo. Settima parte 25.07.2010 Che cosa dovrebbe fare l’Economo della Comunità Pastorale? I preti sanno fare tante cose, ma non tutte. I preti sono diventati preti per una missione pastorale: perciò possono aiutare la comunità ad apprezzare le risorse disponibili e a ricordare i criteri per cui devono essere utilizzati i beni della Chiesa. Non è giusto, però, che siano gravati e assorbiti da eccessivi compiti amministrativi e gestionali. La figura dell’Economo si rende necessaria per sollevare il sacerdote responsabile da un cumulo di adempimenti che si moltiplicano per il fatto che è il legale rappresentante di tutte le parrocchie della Comunità Pastorale e quindi responsabile di tutte le loro strutture. L’Economo è incaricato di assistere il sacerdote responsabile della Comunità Pastorale – quasi un suo “alter ego” – per quanto riguarda la gestione delle risorse, degli adempimenti fiscali, della manutenzione ordinaria e straordinaria delle strutture. L’economo deve avere la fiducia del Responsabile e della comunità e si assume l’incarico di attuare le decisioni del Consiglio Pastorale e le indicazioni operative maturate nel Consiglio per gli Affari Economici. L’Economo non sostituisce gli eventuali responsabili di specifiche attività che fanno riferimento alla Comunità Pastorale (per es. una scuola); né fa venir meno l’apprezzato apporto in campo amministrativo di volontari e, quando occorre, di tecnici e professionisti. LE FIGURE MINISTERIALI E LA LORO PROMOZIONE NELLA COMUNITÀ PASTORALE Il rinnovamento dell’impostazione pastorale cambia in modo significativo la figura del prete. La destinazione a tempo determinato, la conduzione collegiale richiesta dall’inserimento in un Direttivo priveranno il prete di quella forma di paternità che era la caratteristica del parroco nella tradizione ambrosiana? L’identità e il ministero del prete sono sempre in evoluzione. Le esigenze imposte dalla situazione in cui la Chiesa svolge il suo ministero e dal desiderio di essere fedele alla missione a lei affidata dal Signore coinvolgono in modo molto rilevante i preti. L’identificazione tendenziale tra prete e parroco e la presenza a tempo indeterminato del prete-parroco nella parrocchia ha avuto grandi vantaggi e ha portato molto frutto in figure di preti santi e di fedeli santificati dall’accompagnamento paterno del proprio parroco. Non si può però negare che questo modello di prete ha avuto i suoi limiti: l’enfasi sulla paternità ha infatti comportato anche una “sindrome dell’orfano” ad ogni trasferimento; la destinazione a tempo indeterminato ha implicato anche il rischio di un ministero vissuto come assestamento in una sistemazione, invece che come una missione; il valore di una familiarità consolidata negli anni è stato talora compromesso dalla esclusione di molti dalla cerchia più ristretta, anch’essa consolidata negli anni. L’inserimento dei preti nella prospettiva di comunione corresponsabile per la missione, che si può concretizzare nella Comunità Pastorale, pur comportando anche dei limiti e delle rinunce, presenta aspetti promettenti anche per il ministero e la spiritualità dei preti. Tale prospettiva infatti mette in evidenza l’appartenenza al presbiterio prima che l’esercizio di un ruolo e di un potere, invita a vivere in una fraternità ministeriale piuttosto che in una solitudine, presenta la possibilità di lasciare ad altri molti aspetti amministrativi e gestionali e quindi di poter dedicare più tempo e attenzione alle persone e alle proposte pastorali e missionarie, suggerisce di vivere la paternità spirituale come la proposta del Vangelo annunciato dalla Chiesa piuttosto che come un rapporto personale di sua natura irripetibile.