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TOP NEWS_______
FOCUS
NATO TV
COSTRUIRE LA PACE
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AGENDA
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In accordo tra Presidenza del Consiglio dei Ministri, Rai e NATO, Rai World fornisce sostegno all’informazione sulle operazioni di
peacekeeping in Afghanistan e con la presenza di un riferimento al HQ NATO di Bruxelles mette a disposizione delle testate Rai
servizi ed immagini dall’ Afghanistan e una raccolta di notizie stampa. Per contatti :
[email protected]
№ 96
23 NOVEMBRE 2011
________________
TOP NEWS____________
Periodo dal 18 NOVEMBRE
Aggiornato al 23 NOVEMBRE
______
FOCUS LOYA GIRGA_______
23 NOVEMBRE - AFGHANISTAN: VIOLENZA SU 22
NOVEMBRE
-AFGHANISTAN:
LOYA
DONNE; PILLAY, MOLTA STRADA DA FARE (di JIRGA,COMANDANTE ISAF ELOGIA FORZE
più)
AFGHANE (di più)
“C'è ancora molta strada da fare prima che le donne Il comandante in capo di Isaf generale John Allen, ha
afghane siano pienamente protette dalla violenza inviato un messaggio di elogio ''ai coraggiosi uomini
contro di loro''. Lo ha dichiarato oggi a Kabul l'Alto e donne delle Forze di sicurezza nazionali afghane''
Commissario per i Diritti Umani, Navi Pillay. Nel corso per il comportamento avuto in occasione della Loya
della presentazione da parte della Missione dell'Onu Jirga della scorsa settimana. (ANSA)
di assistenza all'Afghanistan (Unama) di un Rapporto
sulla violenza contro le donne afghane. (ANSA)
20 NOVEMBRE - AFGHANISTAN/ TALEBANI
23 NOVEMBRE - TERRORISMO: NEL MIRINO
USA RIMANGONO SOLO DUE BERSAGLI DI
'ALTO LIVELLO' DI AL QAEDA (di più)
Sono solamente due gli esponenti di spicco di Al
Qaeda rimasti nella lista degli obiettivi di "alto valore"
della campagna condotta dalla Cia in Pakistan. Si
tratta di Ayman al-Zawahiri, il leader designato dopo
l'uccisione di Osama Bin Laden, e del suo braccio
destro, Abu Yahya al-Libi. Lo rivelano al Washington
Post
alcuni
funzionari
dell'intelligence
Usa.
RESPINGONO CONCLUSIONI LOYA JIRGA SU
USA (di più)
I talebani hanno respinto le conclusioni della Loya
Jirga che si è detta favorevole a una partnership
strategica 'condizionata' tra Kabul e Washington.
(TMNEWS)
19 NOVEMBRE - AFGHANISTAN:SI' A BASI USA
FINO 2024 E DIALOGO TALEBANI (di più)
Quando nel 2014 sarà completato il ritiro delle
truppe straniere dall'Afghanistan potrà entrare in
(ADNKRONOS)
vigore un Accordo di cooperazione strategica con gli
Stati Uniti che, per i dieci anni successivi e a certe
23 NOVEMBRE - USA 2012/ ROMNEY:
condizioni, gestiranno basi di sostegno alle forze di
MANTENERE
PRESENZA
MILITARE
IN
sicurezza afghane. E' questo il risultato più
AFGHANISTAN (di più)
importante della tradizionale Loya Jirga. (ANSA).
Il repubblicano Mitt Romney, che ambisce al ruolo di
candidato alle prossime presidenziali Usa, ha detto
ieri che gli Stati Uniti devono mantenere una 18 NOVEMBRE AFGHANISTAN: LOYA JIRGA,
presenza in Afghanistan e "non possono girare le ATTRITI SU PACE CON TALEBANI (di più)
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spalle a questa regione". (TMNEWS)
23
NOVEMBRE
ESERCITO:
BRIGATA
GARIBALDI SI ADDESTRA IN SARDEGNA PER
LA MISSIONE ISAF (di più)
Sono terminate le attività addestrative previste per
l'approntamento della ''Task Force Center'' su base
82° reggimento fanteria ''Torino'' presso il poligono
di Capo Teulada (Cagliari), dove è in corso di
svolgimento il campo d'arma della Brigata bersaglieri
''Garibaldi'' che tra marzo e settembre del prossimo
anno costituirà, in Afghanistan, l'ossatura del
Comando Regionale Ovest (Regional Command
West)
nell'operazione
Isaf
in
Afghanistan.
(ADNKRONOS)
Se il progetto di Accordo di cooperazione strategica
con gli Usa aveva suscitato forti discussioni fra i
delegati della Loya Jirga la questione su come
trattare con l'opposizione armata, e soprattutto con i
talebani, ha acceso ancora di più gli animi e le
tensioni, al punto che si sta pensando di prorogare di
almeno un giorno i lavori. (ANSA).
18 NOVEMBRE - AFGHANISTAN: LOYA JIRGA,
APERTO DIBATTITO SU DIALOGO DI PACE (di
più)
Gli oltre 2.000 delegati della Loya Jirga, hanno
cominciato a dibattere la questione di un possibile
dialogo con l'opposizione armata, e soprattutto con i
talebani. (ANSA).
23 NOVEMBRE - AFGHANISTAN: ISAF, PRESO 17 NOVEMBRE - AFGHANISTAN: LOYA JIRGA,
CAPO TALEBANI TORNATO DA PAKISTAN (di SEGRETO USA SU ACCORDO STRATEGICO (di
più)
Un comandante talebano tornato dopo anni dal suo
rifugio in Pakistan è stato catturato oggi insieme a
quattro suoi uomini nella provincia meridionale
afghana di Helmand. (ANSA)
SINTESI DEL RAPPORTO: "UNA PACE GIUSTA?
LE DONNE E L'EREDITÀ DELLA GUERRA IN
AFGHANISTAN" DI ACTIONAID PRESENTATO
IL 22 NOVEMBRE 2011 A ROMA (di più)
Una recente indagine condotta da ActionAid rivela
una generale preoccupazione da parte delle donne
afghane che i loro diritti possano essere considerati
merce negoziabile degli accordi di pace. ActionAid
ritiene che la consultazione e partecipazione delle
donne siano il migliore strumento per tutelare i diritti
e libertà fondamentali delle donne, imprescindibili
per la costruzione della democrazia. (DAL SITO DI
più)
Gli Usa non vogliono che le condizioni da loro poste
per la firma di un Accordo strategico con
l'Afghanistan siano rese di pubblico dominio. Lo ha
rivelato a Kabul la portavoce della Loya Jirga (Grande
Assemblea), Safia Siddiqui. (ANSA).
17 NOVEMBRE - AFGHANISTAN: DUE RAZZI
SCUOTONO LA LOYA JIRGA (di più)
Piovono razzi sulla Loya Jirga e piovono anche le
critiche di analisti e diversi settori politici per la scelta
del Capo dello Stato di affidare un esame di una
questione così delicata ad una eterogenea assemblea
di 2.000 delegati, per lo più anziani tribali. (ANSA).
17 NOVEMBRE - AFGHANISTAN: LOYA JIRGA,
PATTO COOPERAZIONE STRATEGICA CON USA
FINO AL 2024 (di più)
ACTIONAID
22
NOVEMBRE
–
RAPPORTO
Il cosiddetto ''patto di cooperazione strategica'' tra
CONSULTABILE SU http://www.actionaid.it)
Afghanistan e Stati Uniti, all'esame della Loya Jirga a
Kabul, riguarda i dieci anni successivi al 2014, ovvero
22 NOVEMBRE -AFGHANISTAN: AUTO SALTA
dall'anno di conclusione del processo di transizione.
SU MINA, QUATTRO CIVILI MORTI AD EST (di
Lo ha confermato Safia Siddiqi, portavoce della Loya
più)
Jirga. (ADNKRONOS)
Quattro civili sono morti nella provincia orientale
afghana di Laghman quando il veicolo su cui
viaggiavano è saltato su un rudimentale ordigno 17 NOVEMBRE - AFGHANISTAN: LOYA JIRGA,
N.39 'MALEDETTO' SCONVOLGE I LAVORI (di
esplosivo (ied). (ANSA)
più)
Gli organizzatori della Loya Jirga convocata
22 NOVEMBRE - AFGHANISTAN: ATTACCO PRT
per discutere un Accordo strategico con gli
ITALIA A HERAT, 3 CONDANNE A MORTE (di
Usa, hanno dovuto risolvere un momento di
più)
Un tribunale afghano di primo grado di Herat City ha tensione generato dai membri di una
condannato a morte tre imputati riconosciuti Commissione a cui era stato assegnato il n.39,
colpevoli di avere attaccato il 30 maggio il Gruppo di che in Afghanistan è considerato ''maledetto''.
ricostruzione provinciale (Prt) gestito dal contingente
militare italiano. (ANSA)
(ANSA)
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22 NOVEMBRE -AFGHANISTAN: ONU; FINE MANDATO DE MISTURA, BAN CHIAMA KARZAI (di
più)
Il segretario generale dell'Onu, Ban Ki-moon, ha telefonato al presidente Karzai per consultarlo sulla
imminente designazione del nuovo rappresentante speciale del Palazzo di Vetro in Afghanistan, dato che
l'attuale, Staffan de Mistura, si accinge a lasciare Kabul per fine incarico. (ANSA)
21 NOVEMBRE - TERRORISMO:USA; FERMATO A NY, PREPARAVA BOMBE FAI DA TE (di più)
Torna L'incubo terrorismo a New York. La Polizia ha arrestato Jose' Pimentel, di origine dominicana ma
convertito all'Islam, con l'accusa di complotto terrorista e detenzione di esplosivi. E' un ammiratore di Al
Qaida, ma senza alcun legame con la rete terrorista di Osama Bin laden. (ANSA).
21 NOVEMBRE - AFGHANISTAN: MOTO-BOMBA AD OVEST; 3 FERITI, ANCHE UN BAMBINO (di
più)
Una motocicletta-bomba è saltata in aria a Farah City, capoluogo della omonima provincia occidentale
afghana, causando tre feriti, fra cui un bambino. (ANSA).
21 NOVEMBRE - AFGHANISTAN: MOSCA, LA POLITICA AMERICANA E' CONTRADDITTORIA (di
più)
Il Cremlino giudica "contraddittoria" la politica americana in Afghanistan, dove gli Stati Uniti hanno
annunciato il ritiro delle proprie truppe entro il 2014 e allo stesso tempo costruiscono basi militari permanenti
nel Paese. (ADNKRONOS)
21 NOVEMBRE - HERAT IL COMANDANTE IN CAPO DELLA SQUADRA NAVALE IN VISITA AL
CONTINGENTE ITALIANO (di più)
Si è conclusa la visita al contingente italiano in Afghanistan del Comandante in Capo della Squadra Navale:
Ammiraglio di Squadra Luigi Binelli Mantelli, ricevuto presso Camp ‘’Arena’’ ad Herat dal Comandante del
Regional Command West (RC-West), Generale di Brigata Luciano Portolano. (ITALFOR KABUL E RC-W)
21 NOVEMBRE - AFGHANISTAN: ITALIA CONFERMA APPOGGIO A MISSIONE ONU (di più)
L'Italia conferma il suo apprezzamento per l'impegno a lungo termine delle Nazioni Unite a lavorare con il
governo e il popolo afghano e ribadisce il pieno sostegno per l'opera della Missione Onu in Afghanistan
(Unama). Lo ha detto il rappresentante permanente dell'Italia al Palazzo di Vetro Cesare Maria Ragaglini,
intervenendo durante una riunione dell'Assemblea Generale. (ANSA).
20 NOVEMBRE - MOTOLESE, IL GUERRIERO BUONO (di più)
E' stato dovunque ci fosse una crisi internazionale. Il colonnello Emilio Motolose, di Conversano, alle spalle
una vasta esperienza di missioni all'estero, ha raggiunto Herat, con l'incarico di vicecomandante del Regional
command west. Qui è schierata la Brigata Sassari, all'interno del dispositivo Nato. (LA GAZZETTA DEL
MEZZOGIORNO BLOG “BUONGIORNO AFGHANISTAN” A CURA DELLE BRIGATA SASSARI)
20 NOVEMBRE - AFGHANISTAN: ITALIA E GERMANIA, SERVE RICONCILIAZIONE NAZIONALE (di
più)
Italia e Germania, entrambe protagoniste in Afghanistan, considerano indispensabile "la riconciliazione
nazionale e il dialogo regionale per gettare le basi di una stabilità sostenibile". Questa la posizione espressa
dai rispettivi ministri degli Esteri in vista della Conferenza di Bonn del 5 dicembre. (AGI)
19 NOVEMBRE - CISTERNA RENDE OMAGGIO AI SUOI “SERVITORI DELLA PACE” REDUCI
DALL’AFGHANISTAN (di più)
Con una semplice ma partecipata cerimonia il comune di Cisterna ha reso omaggio ad alcuni militari che
hanno espletato la loro missione di pace nel difficile e pericoloso scenario mondiale dell’Afghanistan.
(H24.COM 19 NOVEMBRE)
19 NOVEMBRE - CUTULI: CATANIA LE INTITOLA SLARGO IN CENTRO CITTA' (di più)
Da questa mattina lo slargo all'incrocio tra via Asiago e via Messina a Catania si chiama Largo Maria Grazia
Cutuli. (ANSA).
19 NOVEMBRE - AFGHANISTAN: 2 POLIZIOTTI UCCISI IN SCONTRO TRUPPE STRANIERE (di più)
Due poliziotti afghani sono rimasti uccisi in uno scontro armato con truppe della coalizione internazionale nei
pressi della città afghana di Ghazni, a sud-est di Kabul. (ANSA).
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18 NOVEMBRE - AFGHANISTAN: CAPO PENTAGONO, TROPPO PRESTO PER INDICARE DATA
RITIRO (di più)
Il capo del Pentagono, Leon Panetta, ha giudicato prematuro indicare la data in cui le truppe americane
cesseranno di combattere in Afghanistan. (ASCA)
18 NOVEMBRE - AFGHANISTAN: EX MINISTRO, RISCHIO GUERRA CIVILE DOPO 2014 (di più)
Un completo delle forze Isaf, alla fine del 2014 comporta il rischio di una guerra civile in Afghanistan. Lo ha
detto l'ex ministro dell'Interno afghano, Hanif Atmar. (ANSA).
18 NOVEMBRE - AFGHANISTAN: APPELLO ONG, ALLARME RISCHIO CARESTIA INVERNALE (di
più)
Con l'avvicinarsi dell'inverno, decine di migliaia di famiglie afghane rischiano di avere gravissimi problemi di
alimentazione, come conseguenza anche di una dura siccità che ha messo a rischio due milioni di persone in
14 province nel nord del paese. (ANSA).
17 NOVEMBRE - CUTULI: 10 ANNI MORTE, SPIRITO VIVE IN SCUOLA AFGHANA (di più)
Una scuola color blu cobalto nel villaggio afghano di Kush Rod, ad un'ora di macchina da Herat City,
interpreta a dieci anni dalla sua morte, lo spirito vivo di Maria Grazia Cutuli,. La scuola vive la sua
quotidianità dove bambini e bambine studiano ogni giorno. (ANSA).
17 NOVEMBRE - AFGHANISTAN: LAVROV, PREOCCUPATI DA PIANO USA PER NUOVE BASI
MOSCA (di più)
Mosca è preoccupata dai piani Usa di allargare la sua presenza militare nell'Asia centrale e aprire importanti
basi militari in Afghanistan. (ANSA)
NATO TV_________________________________________________________________________________
Sono disponibili su richiesta delle redazioni Rai le immagini (e/o i servizi) della struttura TV
organizzata dalla Nato in Afghanistan realizzate da reporter professionisti embedded presso il
contingente ISAF.
Tutte le immagini sono libere da diritti d' autore e in quality broadcast.
Per ricevere le immagini e per informazioni contattare al HQ NATO di Bruxelles:
Luca Fazzuoli. Inviato permanente di Rai World e Media Relation Officer
[email protected] (+32 475 470127)
Tutte le immagini girate in Afghanistan sono disponibili:
- grezze, in versione internazionale, senza alcun montaggio, logo o sottotitoli
oppure:
- montate in un reportage di circa 2 - 3 minuti, con sottotitoli in inglese per le interviste in farsi o pashtu. Il
suono delle interviste è inglese, farsi o pashtu.
Tutte le immagini sono correlate dalla seguente documentazione: lista delle immagini con il timecode,
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inglese, informazioni relative al contenuto delle immagini.
La distribuzione delle immagini e della documentazione avviene in modo rapido attraverso una semplice email che viene inviata direttamente al vostro indirizzo elettronico.
Le immagini montate in un piccolo reportage possono essere visionate anche sul sito web:
www.natochannel.tv
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QUESTA SETTIMANA VI SEGNALIAMO
1. Loya Jirga
I leader, i diplomatici ed i funzionari afghani si sono incontrati per discutere le future relazioni tra la
comunità internazionale e l'Afghanistan e quello che sarà il futuro dopo che le forze ISAF si faranno da parte
per lasciare agli afghani, il totale controllo della sicurezza, dopo il 2014.
http://www.italiafghanistan.rai.it/Video.aspx?IDVideo=1500
2. Mazar dopo la transizione
NATO TV ha visitato Mazar-e-Sharif, la capitale della provincia settentrionale di Balkh, sette mesi dopo l’inizio
della transizione. Da luglio, le forze afghane sono state pienamente responsabile della sicurezza di Mazar,
con le forze Isaf che operano con il solo ruolo di supporto.
http://www.italiafghanistan.rai.it/Video.aspx?IDVideo=1498
3. Simorgh Film Company in Herat
In un paese che è stato per 30 anni in guerra, gli sceneggiatori, i registi e a gli attori afghani hanno molte
cose da dire. Le giovani donne stanno oggi seguendo un corso cinematografico presso la società Simorgh,
per raccontare le sfide passate e quelle future.
http://www.italiafghanistan.rai.it/Video.aspx?IDVideo=1499
COSTRUIRE LA PACE______________________________________________________________
ITALIA-AFGHANISTAN: COOPERAZIONE, MASTER PLAN PER 2 OSPEDALI (di più)
Grazie alla collaborazione fra il ministero della Sanità afghano e la Cooperazione italiana due grandi ospedali
(l'Esteqlal di Kabul e il Pediatrico di Herat) hanno ora un master plan, la documentazione che definisce i
lavori architettonici e strutturali necessari per la loro riqualificazione. (ANSA 22 NOVEMBRE).
ITALIA-AFGHANISTAN: DONATO MAGAZZINO PROTEZIONE CIVILE HERAT (di più)
Grazie al programma emergenza della Cooperazione Italiana, l'Authority nazionale afghana per la gestione
dei disastri (Andma), in sostanza la Protezione civile locale, avrà un nuovo magazzino di stoccaggio. Lo ha
reso noto a Kabul la Cooperazione italiana. (ANSA 21 NOVEMBRE).
AFGHANISTAN: DOPO CONFERENZA BONN ACCORDO STRATEGICO CON GB SU
ADDESTRAMENTO (di più)
Afghanistan e Gran Bretagna firmeranno un accordo di cooperazione strategica dopo lo svolgimento il 5
dicembre della 2/a Conferenza internazionale di Bonn. Lo ha reso noto a Kabul il portavoce presidenziale.
(ANSA 21 NOVEMBRE)
«LA NOSTRA RIVOLUZIONE DI CARTA IN AFGHANISTAN (di più)
In visita a Milano i tre reporter che frequentano a Herat i corsi di giornalismo organizzati dalla Cattolica e
dalla Fondazione Fondiaria Sai. Eppure anche a Milano, per andare a prendere un caffè con il compagno
Sakhi, Nasima si copre il capo con un foulard: “Non vorrei che al ritorno a Herat andasse in giro a dire che
sono una poco di buono”. Di Alessandra Muglia. (CORRIERE DELLA SERA 19 NOVEMBRE)
AFGHANISTAN: “FESTA DEI BAMBINI” (di più)
E’ stato un giorno di festa per circa 30 bambini afghani invitati dal Contingente italiano a trascorrere qualche
ora insieme nella base di Camp “Arena”, sede del Comando Regionale Ovest, su base Brigata “Sassari”.
(ITALFOR KABUL E RC-W 17 NOVEMBRE)
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AFGHANISTAN: COLPO ALLA DISUGUAGLIANZA DI GENERE, BOOM DI DONNE PUGILI (di più)
Suona come un colpo alla disuguaglianza di genere quello che hanno deciso di sferrare metaforicamente le
donne che, oggi in Afghanistan, stanno registrando una crescente passione nei confronti del pugilato. Uno
sport, come tanti altri, vietato alle donne nell'epoca dei Talebani. (ADNKRONOS 17 NOVEMBRE)
COMMENTI_________________________________________________________________________________________
L'ONU A LEZIONE DAI CARABINIERI - MISSIONI DI PACE, L'ONU A SCUOLA DAI CARABINIERI
(di più)
Missioni di pace, l'Onu a scuola dai carabinieri. L'Arma addestrerà i contingenti stranieri. Anche gli Usa
interessati. Il fiore all'occhiello è il centro a Vicenza dove ci sono i corsi per le reclute. (LA STAMPA 22
NOVEMBRE DI PAOLO MASTROLILLI)
KABUL DI FRONTE ALLO SPARTIACQUE TALEBANO (di più)
Il copione si ripete. Da un lato la diplomazia afghana che punta a far sedere i talebani al tavolo del
negoziato; dall'altro, i miliziani che continuano a rifiutare ogni forma di dialogo. Al termine della Loya Jirga è
stato ribadita l'intenzione di tessere di nuovo le fila del negoziato con i talebani.. (OSSERVATORE ROMANO
22 NOVEMBRE DI GABRIELE NICOLO’)
KABUL, COME È CAMBIATA LA VITA DELLE DONNE - LE ROSE DI KABUL - AFGHANISTAN LE
DONNE DIECI ANNI DOPO (di più)
Dieci anni dopo vanno a scuola, siedono in Parlamento, guidano i taxi. Così sono cambiate le donne dalla
caduta dei Taliban. Ma è una libertà a rischio. Un rapporto dell'Onu avverte: serve una sorveglianza continua.
(LA REPUBBLICA 22 NOVEMBRE DI CADALANU GIAMPAOLO)
IL RUOLO DEL NUOVO MINISTRO PER LA COOPERAZIONE (di più)
All’interno del neonato governo Monti compare, per la prima volta il ministro senza portafogli per la
cooperazione internazionale e l’integrazione. Non sarebbe impensabile vedere il neo ministro degli esteri e
quello della cooperazione italiani che siedono entrambi alla Farnesina, con un bilancio moderatamente
incrementato. (AFFARI INTERNAZIONALI 21 NOVMEBRE DI IACOPO VICIANI)
21 NOVEMBRE - MELECA, CRONACHE DALL'AFGHANISTAN «UNA DIFFICILE FASE DI
TRANSIZIONE CHE COMINCIÀ GIÀ A DARE I SUOI RISULTATI» (di più)
Le impressioni di Vincenzo Meleca, un sidernese in Afghanistan. Pur vivendo in Lombardia, Meleca è tornato
in questi giorni nella sua terra. E ha raccontato il suo Afghanistan. (GAZZETTA DEL SUD 21 NOVEMBRE DI
ARISTIDE BAVA)
USA IN AFGHANISTAN FINO AL 2024 (di più)
La Loya Jirga conclusasi domenica a Kabul auspica la permanenza delle truppe Usa nel Paese oltre il 2014,
per almeno altri dieci anni. (PEACEREPORTER 21 NOVEMBRE DI ENRICO PIOVESANA)
UNA LOYA JIRGA SU MISURA PER KARZAI (di più)
Conclusa la quattro giorni voluta dal presidente. Che si assicura il consenso dei notabili. (LETTERA 22 21
NOVEMBRE DI GIULIANO BATTISTON)
QUI BASE AFGHANISTAN (di più)
La grande assemblea tribale convocata dal presidente Karzai si è conclusa dopo tre giorni di lavori, dei quali
gli osservatori occidentali hanno capito molto poco. I meccanismi del potere che si irradiano nella società
afghana sono troppo complicati per i non afghani e presuppongono una conoscenza di quel contesto che
nessuno (in quest’altra parte del globo) sembra possedere. (TG3 BLOG “TASHAKOR” 20 NOVEMBRE DI
NICO PIRO)
IL TRAFFICO DI LEGNAME E I TALEBANI (di più)
L’S2 è l’ufficiale dell’intelligence militare che raccoglie e analizza le informazioni per il battaglione. Mi ha
spiegato perché i talebani considerano la valle del Pech così importante. Prima di tutto il mullah Abdulrahim,
governatore ombra per la provincia di Kunar, vive da queste parti. La valle è anche la base per i traffici
clandestini che permettono di sovvenzionare la guerriglia: legname, gemme e un po’ di oppio. (CORRIERE.IT
BLOG – AFGHANISTAN IN PRIMA LINEA 20 NOVEMBRE DI DAVIDE FRATTINI)
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RICCARDI, LA SFIDA DELLA COOPERAZIONE (di più)
Il difficile compito del neoministro senza portafoglio Riccardi: rilanciare una “parte rilevante della politica
estera”, ossia l'impegno di Ong e associazioni nel mondo. (UNITA’ 19 NOVEMBRE DI UMBERTO DE
GIOVANNANGELI)
GLI AMERICANI E LE PROVE DI RITIRO (FALLITE) (di più)
Il colonnello Rahmdel mi riceve circondato dai fiori finti. Rahmdel deve dimostrare che gli afghani possono
farcela da soli, missione che comunque toccherà loro dal 2014, quando le forze della coalizione
internazionale si ritireranno. (CORRIERE.IT BLOG – AFGHANISTAN IN PRIMA LINEA 19 NOVEMBRE DI
DAVIDE FRATTINI)
I TALEBANI UCCIDONO I BAMBINI. GLI ITALIANI LI CURANO (di più)
Afghanistan: strage in un campo giochi. Visite mediche a Herat. Festa nella base di Herat per i figli dei
lavoratori afghani. (IL TEMPO 19 NOVEMBRE DI MAURIZIO PICCIRILLI)
18 NOVEMBRE - AFGHANISTAN, ANNUNCIO-CHOC: GLI AMERICANI RESTERANNO FINO AL
2024 (di più)
Il 2014 resta la data ultima per il ritiro delle truppe internazionali che presidiano l’Afghanistan ma
Washington sta trattando con Kabul la permanenza di forze militari fino al 2024. L. (PANORAMA BLOG 18
NOVEMBRE DI GIANADREA GAIANI)
DORMI CHE TI PASSA (PRIMA) (di più)
Arrivato a Campo Fenty, mi hanno assegnato una branda alla baracca 2058. Alle 5 cinque del mattino,
abbiamo dovuto accendere le luci principali, ma nessuno si è svegliato. Il racconto di Davide Frattini per due
settimane “embedded” in Afghanistan. (CORRIERE.IT BLOG – AFGHANISTAN IN PRIMA LINEA 18
NOVEMBRE DI DAVIDE FRATTINI)
BLOG SU CORRIERE.IT DAL FRONTE AFGHANO (di più)
“Tra le montagne al confine con il Pakistan, dove le truppe americane combattono la guerra più dura”, scrive
Davide Frattini, inviato del Corriere della Sera in Afghanistan nel suo blog “Prima linea”. “Per due settimane
sono embedded con i soldati della Task Force Bronco, vuol dire che per quindici giorni vivo con loro”.
(CORRIERE.IT 18 NOVEMBRE)
ECCO COME È UN CAMPO D’ADDESTRAMENTO TALEBANO (di più)
Sul confine tra Afghanistan e Pakistan c’è un campo in cui i miliziani della Rete Haqqani si preparano a
combattere gli americani. (GIORNALETTISMO.COM 18 NOVEMBRE DI MAGHDI ABO ABIA)
AIUTI ALLO SVILUPPO, FINALMENTE IL MINISTERO (di più)
La decisione di istituire un ministero per la cooperazione internazionale e l'integrazione rappresenta, di per
sé, una novità di straordinaria importanza. Il nostro paese è ormai all'indice sulla scena internazionale a
causa del clamoroso declino registratosi in questi ultimi anni proprio in materia di cooperazione allo sviluppo.
(EUROPA 18 NOVEMBRE DI RAFFAELLI MARIO).
"NEL MARE CI SONO I COCCODRILLI", LA STORIA DI ENAIATOLLAH AKBARI (di più)
"Nel mare ci sono i coccodrilli" è il titolo del libro di Fabio Geda che racconta la storia di Enaiatollah Akbari e
del suo drammatico ed avventuroso viaggio cha lo ha portato da Nava in Afghanistan, a Kandahar, poi a
Quetta in Pakistan, quindi in Iran, a Istanbul e in Italia. (LECCOPROVINCIA.IT 17 NOVEMBRE DI GIUSEPPE
MAZZOLENI)
TERZO SETTORE, SETTE REGOLE D'ORO PER L'EMERGENZA (di più)
“Il mondo politico italiano non ha mai considerato” il terzo settore “capace di fare quel balzo in avanti” che
trasformerebbe la “ruota di scorta di un convoglio” in una “risorsa” per il Paese. A dirlo è il professor Stefano
Zamagni, presidente dell'Agenzia del Terzo Settore. (AVVENIRE 17 NOVEMBRE DI EMILIA GRIDA’ CUCCO)
L’AFGHANISTAN E L`IPOCRISIA OCCIDENTALE (di più)
L’Unione europea aveva commissionato un documentario sulla terribile situazione delle donne nelle carceri
dell’Afghanistan, ma ha deciso di non diffonderlo per evitare attriti con il governo di Kabul. Il momento è
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particolarmente delicato per i rapporti tra le nazioni occidentali presenti in Afghanistan e il governo di Kabul.
(RINASCITA 17 NOVEMBRE DI FERDINANDO CALDA)
LA MIA PREGHIERA DI PACE (di più)
Il maggiore Tito Sechi della compagnia Genio, scrive alla moglie Rossana per raccontarle della forza
dell’amicizia e della solidarietà con i commilitoni. E le confida di aver recitato una preghiera speciale.
(PANORAMA RUBRICA INDISCRETO – LETTERE DAL FRONTE 17 NOVEMBRE A CURA DI FABRIZIO
PALADINI)
AGENDA_________________________________________________________________________________
28 NOVEMBRE – 8 DICEMBRE: A SANREMO SCUOLA DI DIRITTO UMANITARIO E DIRITTI
UMANI IN ITALIA (di più)
5 DICEMBRE - CONFERENZA INTERNAZIONALE SULL’AFGHANISTAN A PETERSBERG IN
GERMANIA (di più)
23 MARZO 2012 – SCADE LA MISSIONE DI ASSISTENZA CIVILE DELL'ONU IN AFGHANISTAN
(UNAMA) PROROGATA DI UN ANNO IL 22 MARZO 2011.
MAGGIO 2012 – SUMMIT NATO DEDICATO ALL’AFGHANISTAN A CHICAGO (di più)
20-21 MAGGIO 2012 – SUMMIT NATO A CHICAGO. TRA I PUNTI CENTRALI LA TRANSIZIONE IN
AFGHANISTAN (di più)
GIUGNO 2012 – MINISTERIALE A KABUL SUI RISULTATI DEL “PROCESSO DI ISTANBUL” (di più)
13 OTTOBRE 2012 – SCADE LA RISOLUZIONE ONU RIGUARDANTE IL MANDATO DELL’ISAF IN
AFGHANISTAN
ISSUES___________________________________________________________________________________
BILANCIO VITTIME MILITARI DALL’INIZIO DEL CONFLITTO AL 23 NOVEMBRE
(dal sito icasualties.org)
Australia
Belgium
Canada
Czech
Denmark
Estonia
Finland
France
32
1
158
5
42
9
2
76
Georgia
Germany
Hungary
Italy
Jordan
Latvia
Lithuania
Netherlands
10
53
7
42*
2
3
1
25
New Zeland
Norway
Poland
Portugal
Romania
South Korea
Spain
Sweden
4
10
30
2
19
1
34
5
Turkey
UK
US
Nato
Not yet Reported
2
389
1843
8
0
TOTALE
2815
* Le vittime italiane in realtà sono 45. Ma icasualties.org non menziona tra i decessi quello dell’agente dell’Aise Pietro Antonio Colazzo, del Tenente colonnello dei carabinieri Cristiano
Congiu e del Maggiore dei carabinieri Matteo De Marco.
VARIAZIONE VITTIME PER PAESE NEL PERIODO
16 NOVEMBRE - 23 NOVEMBRE
GB
3
NATO
2
USA
2
VITTIME TOTALI (VARIAZIONE DEL PERIODO SOPRAINDICATO)
VITTIME TOTALI 2011
7
534
9 / 39
(Non si segnalano variazioni nei contingenti militari rispetto alla scorsa settimana)
http://www.italiafghanistan.rai.it/Dati.aspx
AFGHANISTAN: SUPERATO LIVELLO DI 26 MILIONI DI ABITANTI
La popolazione dell'Afghanistan è passata dai 24,5 milioni di persone del 2009 ad oltre 26 milioni nel 2010.
Lo ha reso noto a Kabul l'Organizzazione centrale di statistica afghana (Cso). In una conferenza stampa,
scrive oggi l'agenzia Pajhwok, il responsabile dell'organismo, Abdul Rahman Ghafoori ha precisato che circa
5,7 milioni di persone vivono in centri urbani, mentre il resto abita in zona rurale e di montagna. Il tasso
attuale di crescita della popolazione, ha infine detto Ghafoori, e del 2,03%. (ANSA 21 NOVEMBRE).
AFGHANISTAN/ GIUNTO A KABUL IL MINISTRO DEGLI ESTERI TEDESCO
Il ministro degli Esteri tedesco, Guido Westerwelle, è giunto oggi a Kabul per discutere con le autorità afgane
della prossima conferenza internazionale sull'Afghanistan in programma a Bonn il 5 dicembre. Stando a
quanto annunciato da un portavoce del ministero degli Esteri afgano, Westerwelle incontrerà il Presidente
afgano Hamid Karzai e il capo della diplomazia Zalmai Rassoul al Palazzo presidenziale. "L'impegno del
governo afgano e della comunità internazionale è molto chiaro: noi non dimentichiamo l'Afghanistan e la sua
regione", ha detto ieri Westerwelle dal vicino Pakistan. Con 5.350 soldati dispiegati in Afghanistan, la
Germania è il terzo Paese per numero di truppe in forza Nato, dopo Stati Uniti e Regno unito. Berlino intende
ridurre il suo contingente a 4.900 uomini a partire da febbraio 2012. (TMNEWS 19 NOVEMBRE)
GAS/ENTRO L'ANNO PROGETTO GASDOTTO TURKMENISTAN-AFGHANISTAN-INDIA
Il progetto per la costruzione di un gasdotto Turkmenistan-Afghanistan-Pakistan-India (Tapi) sarà pronto
entro la fine dell'anno. L'ha comunicato il ministro del gas e del petrolio turkmeno, Bairamgeldy Nedirov, al
suo omologo russo Yury Sentyurin, secondo quanto riferisce oggi l'agenzia di stampa Interfax. "I principali
dettagli saranno pronti entro la fine dell'anno, dopo di che il progetto sarà pronto per la realizzazione da
parte di un consorzio di compagnie interessate", ha spiegato Nedirov, precisando che Ashgabat sarà ben
felice se compagnie russe si faranno avanti. Il gasdotto Tapi dovrebbe essere lungo oltre 1.700 km e
attraversare alcune delle zone più instabili al mondo - la cosiddetta regione Af-Pak - per portare all'India circa
30 miliardi di metri cubi di gas all'anno. (TMNEWS 17 NOVEMBRE)
DOCUMENTI_______________________________________________________________________________________
TRANSCRIPT OF THE SPEECH DELIVERED BY PRESIDENT HAMID KARZAI IN THE TRADITIONAL LOYA JIRGA
Distinguished members of the traditional Loya Jirga! Assalum o Alaikum wa Rahmatullah wa Barakatu! You are most welcome!
It is such an honor and great pleasure to be with our elders, clerics, dignitaries, brothers and sisters and with our distinguished
members of the parliament. At the outset, let me thank our highly respected leader of Jihad, Hazrat Sahib (Professor Mujadeddi) and
Jirga commission members for doing a great job of organizing the Jirga at such a short notice. I also thank Mr. Mudabir, the head of the
Office of Administrative Affairs and his colleagues for their hard work in building this beautiful hall in less than eight months and at less
cost. We are pleased to have the capacity today to do things ourselves.
Distinguished and honorable representatives of people!
We have gathered here at a time when some of our respected elders, clerics, sons, sisters and mothers are not among us. It is time
again to remember our martyrs in particular the late Jihad Leader, the former president and chief of our peace efforts, Professor
Rabbani, who devoted his life to peace, and who I saw did everything humanly possible for peace, to the extent that he lost his life for
this cause.
He is not among us today, his place remains empty. But we are happy though to have his son with us, Mr. Salahuddin Rabbani, a
talented, capable and educated young man that we hope would follow his father’s footsteps and fill the void with our help.
I pray to Allah, the Almighty to bless this soil with stability, peace and prosperity.
Distinguished elders, members of the Jirga! as you are all aware, Jirgas represent the historic and desirable traditions of Afghanistan,
inherited from and passed through generations. It is also worth noting that many books have been written on the Jirgas. The one that I
read in my youth and found interesting is a book by Mohammad Alam Khan Faizad, who represented Takhar province in the Lower
House of Parliament during King Zahir Shah’s reign. The book’s title is National Jirgas of Afghanistan. Those interested can read the
book. I read it and I would like you to read it too.
Today’s Jirga, today’s assembly of people, today’s gathering of elders, of our sisters and brothers has two main purposes, both of which
are vital and critical matters of national interest that can change our destiny: one is Afghanistan’s way forward to 2014, when
Afghanistan will have retaken complete responsibility for its security and protection of its people and country, and when the duty to
provide security would be carried out by its own youth and government institutions.
The work began seven months ago in a few provinces where responsibility for security was handed over to the government with its
second phase to soon begin in the next coming days in a number of provinces, districts, and areas. This all means that in three years,
Afghanistan will have to determine its own way and its own approach to ensure security, stability, peace and prosperity. We are
currently in talks with different countries. . With the US as one of the biggest countries, we are in talks on a strategic partnership
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agreement where we have our demands and America has its own. We are having similar discussions with UK and France, EU and
Australia. Fortunately, the proposal for such agreements was first made by them. As you may recall during my recent visit to India, a
month or two ago, we signed a strategic cooperation agreement.
The second matter of national interest, ladies and gentlemen, is the peace process specially after the martyrdom of the honorable
Professor (Rabbani) and the public disillusionment that followed his assassination and our need for peace, a national need and necessity
of peace and a brotherly life in our country. We have things here to talk about.
In both the national and international media and press there have been various speculations as to the objectives for calling this jirga.
These are all erroneous speculations. . This is jirga of the people of Afghanistan is solely to consult on issues related to the future of
our relations with major countries, our strategic relations with these countries especially the US and on the peace process. There is no
other issue for this jirga. I hope no other matters are raised here as these two only constitute the agenda for this jirga. We have
gathered here to make an assessment and evaluate where we began, where we are and where we are heading. ! And on how we got
here and what we passed through and where is our destination. We will make an assessment of our past ten years, look to our future,
consult and decide. .
Your Excellency Professor Mujadeddi, Jihadi leaders, distinguished elders of the Jirga, Ladies and gentlemen!
Our journey of the past ten years was one full of gains. Afghanistan was a country that started from scratch, from isolation, miseries
and desperation to be a country today where millions of children going to school; thousands are going to universities, thousand of
others are studying abroad. Our public health, hospitals, clinics are hundred times better today; our wealth has increased, there is more
money today. On my short helicopter ride from my office, I saw some of the city of Kabul from the air. It has improved tremendously.
Its face has changed, and so have many other towns and cities in the country. The same improvement applies to roads, water, and
electricity. Our foreign reserve has jumped from a scant of about $ 180 million in 2002 to almost six billion today in gold and cash mostly Dollars and Euros. Afghanistan’s relations with countries have been restored, a country with no foreign embassy, only three
during the Taliban, to a country today with diplomatic representations from more than sixty countries. Afghanistan has more resources
today. Afghanistan’s flag is flying all over the world. Countries are everyday approaching us for diplomatic relations.. There is no
conference, no event, and no discussion where Afghanistan is not represented or is present at its own capacity. Whether it is in the
heart of the Indian Ocean, in Africa, US or Europe or Asia, Afghanistan is represented.
Loya Jerga
More importantly, for us Afghans, Afghanistan is the home of all Afghans again. Each and every afghan with any ideology and inclination
has a place in their country. Our parliament best symbolizes this. Mujahids sit next to our sisters and brothers from Khalq and Parcham.
They are sitting next to our jihadi leaders, clerics and religious figures and next to technocrats with suits and ties. Our sisters are sitting
by their brothers. There is no one to deny the other the right to live here.
Individualism and self-preferences are over now. We are all one and we all own this land. This is our biggest achievement. I was
criticized for calling Taliban “brothers” and for inviting them back home. There are those who have returned and live in Kabul, Mazar,
Kandahar and enjoy the protection of the government.
They appear on TV talk shows and condemn us, claiming freedom of expression. You might have heard of Mullah Zayeef Akhund, who
renounces us on TVs. He sits calmly in Kabul, travels abroad and meets whoever foreigner he wishes. We tell him, “see! You are free,
and we have the strength and attraction.
Those of our political opposition to our Government are welcome. They enjoy every freedom, which is good and in our interest.
It was just to name a few of our many achievements. However, ladies and gentlemen, we have immense challenges and problems. We
are still not out of the darkness, not yet safe against threats, not yet on a paved and concrete path, but on a course full of rocks and
hurdles. We have yet not achieved our best desire which is security. We have achieved stability though. We have yet not achieved our
desire of full security and individual safety for our citizens. The war on terror has not been won as per the desire of the people. The
international community could not deliver on the purpose it came to take Afghanistan to its destination. In some areas its succeed and
in some areas it did not. However, in our successes, they are part of it, for which we thank them. We thank everyone, from US to
Europe to Japan to Asia to our neighbors and the Islamic World and to our brotherly and friendly Arab world for every penny and billions
of dollars they have given us in aid.
Every one of them has assisted us in their capacity and has been crucial in these achievements. However, the desirable security that our
people in their homes and our children on the streets would want is not yet achieved. The war on terrorism has not succeeded as it was
supposed to.
Afghanistanhas paid a high price and will continue to do so. Afghanistan believes that this war on terror can not be pursued in the
homes and villages of Afghanistan, but rather in its sanctuaries and safe havens.
Corruption is widespread. Public harassment by the government still exists. People’s suffering and fear that their doors would be
knocked at nights and that they would be intimidated and harassed, their property seized and their sons kidnapped is generally gone,
but the people still do not feel safe.
Today, the Afghan State institutions and foreigners can still knock at people’s doors and have their children harassed and annoyed.
These are our problems.
Now the question is how, in view of these problems and achievements, can we determine our future ourselves? What measures and
steps can take Afghanistan to its destination?
There are two critical elements: internal or national and the external or foreign.
In regards to the external element, Afghanistan, ladies and gentlemen, has never been this clear and transparent in its contacts and
relations with its friends in the region, its neighbors, and others
Iranand America are unfortunately opposed to each other. However, Afghanistan has maintained its relations with the US, which has a
military presence. We have been very clear with America that Iran is our brother with whom we share the same religion and language.
It is our neighbor. We will continue to maintain an independent relation with Iran in the interest of Afghanistan and of our sisters and
brothers in Iran and we have and will maintain that at all costs. Both countries have been reasonable , and Iran has been more
understanding of our needs. With Pakistan, we have the best of relations and maintained it independently. We have done our utmost to
improve the relations so that any strains and misunderstandings between us can be addressed for the sake of peace, which is the only
way forward for all of us. We built relations with China and Russia, and keep the best of relations with India. We strengthened relations
with our brotherly neighbors Tajikistan, Uzbekistan and Turkmenistan.
These were the measures that Afghanistan took . We established the best relationship with Turkey, the dearest old friend of
Afghanistan; ensured the best relationship with His Majesty King Abdullah, the custodian of the two holy mosques, who is a friend of
Afghanistan and provides our people with his fatherly and conciliatory advices, for which we are deeply grateful. Similarly, we built
relations with the Islamic World including the Arab countries. In this regard, Afghanistan has acted independently. Likewise, we
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established ties with the West and those countries that are affiliated with the West, who came to Afghanistan with the help of the U.S.
and the western world. .
Internally, the national unity of Afghanistan is one of the most important elements of stability and for achievement of our goals.
However, for an instant, t we have to look back to see why we were ruined and destroyed?, why our people fled from their land?, why
security did not return?, why tranquility was not restored?, why our country was trampled down by any outsider who wished to do so?
The Jihad of the Afghan nation, the Jihad of our people was righteous. The United States, the Muslim World, the West and our
neighbors all came to help Mujahedeen. Iran and Pakistan in particular gave us refuge, sharing their food and water with us, which we
will never forget. We appreciate and are grateful for their goodness. We never forget someone with whom we have broken bread. Our
history is testimony to the fact that we are a proud nation and we will stand by those who have stood with us.. The Jehad of
Afghanistan and its achievements benefited the entire world, but not the Afghan people, on the contrary, became poor and desperate.
The former Soviet Union was defeated in its rivalry with the United States of America, and left. Making the United States the only
superpower in the world, riding its horse unhindered and unstopped. Our neighbors and our Muslim brothers in the Central Asia were
liberated; the people of Germany, close friends of Afghanistan, were fortunately united and once again became unified as one nation.. It
was all due to the Afghan Jehad that Pakistan became a nuclear power and progressed, the United States and its Intelligence Agency
came in and armed Pakistan with weapons, supplied Pakistan with all facilities and equipments, providing this country with power,
industries and capacity.
Everywhere was built whilst Afghanistan was stepped upon. The day that we entered Kabul as Mujahedeen, the United States, the West
and other countries closed down their embassies and left, since their interests were no longer served. However, those, who had
interests, negative interest remained and destroyed us. Similarly, we ourselves not farsighted; our homeland was devastated, our
people were martyred, we became homeless and miserable. This all worsened by the arrival of the Taliban, our isolation deepened, our
educational institutions were closed, and our history came under attack..
Loya Jerga
After 9/11 -2001, the West returned to Afghanistan since their interest was threatened. This time they admit to having made a mistake
in abandoning Afghanistan, and won’t repeat it. We will see whether they will repeat it or not. United States of America says that it
once made a mistake, but won’t repeat it, and says we are here to help you. They have indeed helped us, for which we thank them.
The U.S. also says that it will not leave us again as this would be catastrophic again.
Well, if we are convinced that they won’t abandon us again, then what will be the arrangement between them and us, this is the major
point:
Will the arrangement between you and us, namely between the West and Afghanistan, the US and Afghanistan and its allies, guide
Afghanistan towards more stability, more reconstruction, prosperity and full national sovereignty or to a life of survival? We are not
content with a life of survival. As other nations of the world, we too have the right to live in honor, dignity, prosperity with sovereignty.
This was a brief description of reasons for our destruction.
Now, I come to what lies ahead of us. I talked about our successes and achievements and the challenges that remain. By the end of
2014, the transition of security responsibilities to Afghan forces will have been completed, and the foreign troops will be leaving, which
is good and in the interest of Afghanistan. They will be leaving. The US, Germany, UK, France and the UAE will be leaving this country,
48 or 45 countries present today, will all be leaving Afghanistan. In three years time, it will be us and our land. This is the destiny we
face. The question is, once they have left , will Afghanistan have the stability, and the assistance it needs or will their departure mean
forgetting us again, leaving us at the mercy of a new form of interferences and to be trampled again. This is very important point for
us to think on what we will do after 2014. Can we, ourselves, protect this land? We certainly can. Can we, ourselves defend this
country? Undoubtedly we can! How can we do this? It is only through national unity. It is our duty to provide for a better life and
security for future generations, and the question is with what means can we achieve this? With our own means? Surely, with our own
means. Will we need more assistance? Absolutely! The question is under what conditions?
While we remain grateful to our neighbors, we should also note that it was their negative interferences that caused them and us
devastation..
So what should we do to stop these interferences and get back on our feet and build things ourselves? In my view, the national
interests, future stability and prosperity for our children and security for this land all lies in just what I have outlined for you, in order
that we can have a safe post-2014 future.
Afghanistanmust do everything possible to build its own capacity. We must educate thousands of youth, which we have already begun.
We must educate our own engineers, doctors, teachers, diplomats, soldiers, police, nurses, computer operators, gardeners and in any
other field that human capacity is required. Higher education remains a key need.
A strong foundation can be laid in Afghanistan only when we have the capacity to educate and train our manpower in own country, in a
way that guarantees a safer future.
Furthermore, our relations with the world need to be harnessed in away that guarantee an overall stability, not an individual or internal
one, but rather stability for the wider region and the world. We, therefore, bearing this need in mind, are pleased to enter into strategic
pacts with the UK, France, EU and the NATO.
However, our arrangement with America is different. It is a bit more powerful than others. The difference is that the US will remain and
will enter into a strategic arrangement. In this arrangement, Afghanistan would benefit hugely. Though they are powerful, we will try
to strike a balance. They will remain here with strength, which we should fully understand. They will use our military installations.
Ladies and Gentlemen,
They (United States) won’t remain without reason. They too have their interests, and nobody will stay here for our sake alone. Now that
they are seeking to maintain relations with us, it is not for our sake. They have their own interests, which is reasonable. Every single
human being and every society seeks its own interests. They have their own interests and we have ours. We are trying to look for our
own interests in their interests. Wherever our interests do not meet theirs, we stop and tell them “it is enough; there are limits we
cannot pass.”
The Americans wants from us military facilities to stay in. It is a highly important issue. It has impact on us and on the region. However,
we can utilize these facilities used by the United States to the best interests of Afghanistan. Afghanistan’s interests are important, and I
will come to this point on what we should do..
We consider these facilities in the interest of Afghanistan. But we have our conditions. Our conditions are that the US and NATO should
stop searching Afghan homes. We cannot accept this. We can not tolerate night raids of our homes, definitely not; and we do not want
foreign parallel structures to run alongside the Afghan government institutions. Afghanistan knows how to handle its own governance
and affairs.
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We do not want any activity that has created parallel structures to the Afghan government. We want our national sovereignty
recognized by all means and from today! I repeat, we want our national sovereignty recognized by all mean and from today.
Our relationship with the United States should be the relationship between two sovereign states, definitely as two independent and
sovereign countries.
Well, the United States is richer, more powerful, more populated than we are, it is larger than our country, but we are lions!
Even if old, sick and feeble, a lion is still a lion! Other animals in the jungle are afraid of even a sick lion and stay away from him. We
are lions, the United States should treat us as lions, and we want nothing less than that. We therefore are prepared to enter into a
strategic agreement between a lion and America.
A lion hates a stranger entering his home; a lion dislikes a stranger trespassing its space, a lion does not want his off-springs taken
away at night. The lion (Afghanistan) does not allow parallel structures to operate, the lion is the king of his territory and he governs his
own territory, The lion has nothing to do with others in the jungle.
On our territory, Afghanistan’s status as lion should be recognized. Only then we are prepared to sign the strategic agreement with
America. We will provide them military installation. However, Afghanistan’s vision and interests have to be clearly recognized. What are
they?
I explained the internal concerns: non-interference in our home and internal affairs; our traditions, religion, customs, marriages, joys
and sorrows and the like are our own affairs, and it does not concern them. They may take care of their own affairs wherever they are.
Similarly, Afghanistan will pursue it national interests. The other important concern is our external relations. Afghanistan understands
that it needs to have good relations with its neighbors. As we sign agreements with the US and the West and befriend them, we will
also maintain a friendship with China, Russia, Iran and Pakistan, our two neighbors , close and hearted friends, with whom we will
maintain friendship at any costs. We reassure them that we will not allow anyone to use Afghan soil against them or anybody else.
These are the conditions of Afghanistan. Afghanistan is ready to sign strategic agreement with the United States, which is to our
benefit. They bring us money; train our soldiers and police, and provide security for the home of the lion. The lion does not have
leisure time to do all these things. They should protect his surroundings but should not touch the lion’s home. They should protect the
four boundaries of the jungle. They should train our police, America’s assistances will be beneficial to Afghanistan, as will be of the
West and other countries.
Dear brothers and sisters!
Today, with clear mind and with clear demands in the national interests of Afghanistan which I briefly described, we are ready to enter
into strategic arrangement with the United States, and with other countries and consider these to the benefit of Afghanistan.
With all displeasures that we carry in our hearts today, we should not allow them to jeopardize our future interests. Our children of
today should have better lives than ours, our lives were miserable, weren’t they? Our children should live better. They should have a
more comfortable life. Our children through their education and their own hands should serve their homeland in their own environment,
homes, and schools. For the future that we envisage, we need to have relations with the world, and this relationship is our right. .
We have the best relations with Iran and our other neighbors in its way, and with the West and the US in their way. Till now, with the
grace of Almighty Allah, we have maintained these relationships as such.
Dear brothers and sisters!
My vision on the strategic agreements with the world is just what I have shared with you. Our conditions include respect of our national
sovereignty, stop searching houses, and stop detaining Afghans - in Afghanistan; they have no right to detain Afghans. Who are they to
do so?. They have no right to operate prisons. This is our land. It is up to the ministries of Justice and Interior to manage the prisons.
They want military facilities, we will give them. It is in our benefit. It brings money and service. Our soldiers are trained. So, with this
clarity we are prepared.
Now we come to the peace process. , Our honorable professor (Late President Rabbani) was martyred for peace and on the path to
peace. The person who came in the name of peace was a suicide bomber. The late Professor Rabbani met with a suicide bomber in the
hope for peace. This merciless person claiming to have come with a message of peace, met with an elderly religious scholar and a
mujahid, blew himself up, martyring the Professor. We suffered a great loss. By this act of terrorism we lost a deeply respected
personality and suffered a major blow to our trust and our quest for peace. However, our nation’s desire for peace and the need for
peace remain and are not lost. .
Afghans want peace. Undoubtedly, they want it throughout the country. The question is how to achieve this peace? In what manner
do we proceed? With whom do we make peace? Should we talk to the Taliban or to our brotherly neighbor, Pakistan or to whom? This
is the issue that you as the representatives of the Afghan people can advise on. . Indeed, it is in your authority to guide the Afghan
government and leaders on how to proceed with the peace process. We need once again to review this process and decide how to
move forward. Whatever be your advice and recommendation, we will take actions accordingly.
With God’s will, over the four or five days that you meet and consult, Afghanistan’s mission for peace and its efforts for peace will
continue. We will be in talking with our neighbors and the international community. We will continue these efforts. Turkey has helped
us a lot in this process; we have to appreciate their help. Also, His Majesty King Abdullah of Saudi Arabia, the custodian of the two holy
mosques, has helped us greatly for which we are grateful.. We will continue to need their contribution and support to the Peace
Process. Of the foreign support that we have received in this regard, the best has come through these two countries. With respect to
efforts by the U.S and others for peace to return to Afghanistan, we hope that they help us with more transparency and clarity so that
the people of Afghanistan can see what efforts these are. However, central to these efforts is our own national endeavors. Moreover,
the support and cooperation of our neighbors and friends is essential.
Distinguished elders, scholars, influential figures, youth, brothers and sisters!
I think that I have addressed the fundamental issues and those that are of our national interests. I have tried to be explicit and frank
with you. Now it falls upon you to express your views and provide advice in the light of our national interest so that, as per your
recommendations, we will take such necessary measures with the world that would yield the desired results. Hopefully, the National
Assembly will endorse this. Once passed through the legal procedures, it is, of course, the constitutional authority and the right of
National Assembly to either approve or reject. This is their duty. You and I, and the Afghan people, have gathered here just for the
purpose of consultation. We are here to obtain your advice, and in light of it to determine our strategy for our talks with the world,
consistent with our national interest.
Once again, I reaffirm, if our sovereignty and the independence of our country are recognized and respected, we are prepared to forge
strategic partnerships with the U.S and others. These are the two conditions that if met we are ready for such partnerships to the
benefit of Afghanistan future stability, well-being, and prosperity.
You are most welcome, may Almighty Allah reward you for your good intentions to gather here. If anything is left unsaid in my speech,
excuse me for that, since there are many things to say in one’s heart. Inshallah when your sessions end and we will meet again. We
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will share some other issues with you including the future status of our national army, Afghanistan’s future governance, and its status.
To have a strong national army, an army equipped with planes, an air force, these are all these issues that we are working on within the
Government. Inshallah, we will discuss and consult on these issues with you. After the completion of your sessions, we will meet again
and take your advice. You are welcome again. I wish you success.
With Allah’s grace, your consultation would be that of the Afghan nation. You can represent the people better than we can. We
welcome your recommendations on what needs to be done.
Thank you very much (PUBBLICATO SUL SITO UFFICIALE DEL GOVERNO AFGHANO 17 NOVEMBRE)
TOP NEWS (DI PIU’)______________________________________________________________
AFGHANISTAN: VIOLENZA SU DONNE; PILLAY, MOLTA STRADA DA FARE
“C'è ancora molta strada da fare prima che le donne afghane siano pienamente protette dalla violenza contro
di loro''. Lo ha dichiarato oggi a Kabul l'Alto Commissario per i Diritti Umani, Navi Pillay. Nel corso della
presentazione da parte della Missione dell'Onu di assistenza all'Afghanistan (Unama) di un Rapporto sulla
violenza contro le donne afghane, Pillay ha sottolineato che ''il governo dell'Afghanistan non è ancora riuscito
a far applicare la legge alla maggior parte dei casi di violenza contro le donne afghane'' nonostante
l'esistenza di una specifica legge approvata nel 2009. Questa legge - denominata Eliminazione della violenza
contro le donne (Evaw) ha una casistica di oltre 20 reati e punisce, fra l'altro, i matrimoni di bambine, i
matrimoni forzati, la vendita o l'acquisto di donne con obiettivo o pretesto di matrimonio, il cosiddetto 'baad'
(consegna di una donna o ragazza per risolvere una disputa), l'auto-immolazione forzata, lo stupro e le
percosse. Pillay ha quindi insistito che il governo afghano deve ''moltiplicare i suoi sforzi affinché le donne di
questo paese siano protette dalla violenza e la loro dignità, uguale a quella degli uomini, sia sostenuta in
modo appropriato da questa importante legge (Evaw)''. Un precedente Rapporto dell'Onu ha sottolineato che
circa un terzo delle donne afghane sono sottoposte a violenza fisica e psicologica, mentre il 25% è vittima di
violenze sessuali. Molti di questi casi, ha sottolineato l'Onu, non vengono neppure denunciati. Da parte sua la
Commissione indipendente afghana per i diritti umani ha registrato, fra marzo 2010 e marzo 2011, 2.299
incidenti di violenza contro le donne. Di questi, solo un quarto sono stati accolti dalla magistratura e solo nel
sette per cento dei casi vi e' stata una condanna. Inoltre, i tribunali hanno utilizzato la nuova legge solo nel
quattro per cento dei casi. Al riguardo il rappresentante speciale dell'Onu in Afghanistan, Staffan de Mistura,
ha osservato che ''i progressi sullo statuto delle donne afghane ottenuti negli ultimi dieci anni - compresi il
38% che va a scuola, le 69 parlamentari e perfino l'esistenza di alcuni piloti d'aereo di sesso femminile - sono
messi in pericolo dall'applicazione irregolare della legge''. Fonti dell'Onu nella capitale afghana hanno anche
segnalato un aumento dei casi di auto-immolazione di ragazze e donne nelle regioni meridionali e sudorientali, molti dei quali non sono state oggetto di indagine da parte della polizia. (ANSA 23 NOVEMBRE)
TERRORISMO: NEL MIRINO USA RIMANGONO SOLO DUE BERSAGLI DI 'ALTO LIVELLO' DI AL
QAEDA
Sono solamente due gli esponenti di spicco di Al Qaeda rimasti nella lista degli obiettivi di "alto valore" della
campagna condotta dalla Cia in Pakistan. Si tratta di Ayman al-Zawahiri, il leader designato dopo l'uccisione
di Osama Bin Laden, e del suo braccio destro, Abu Yahya al-Libi. Lo rivelano al Washington Post alcuni
funzionari dell'intelligence Usa. Tuttavia, sostengono i funzionari, altre figure di livello inferiore e altri gruppi
di insorti rimangono comunque al centro delle operazioni di sorveglianza e attacco condotte con i Predator,
gli aerei senza pilota, nelle aree tribali al confine tra Pakistan e Afghanistan. La contrazione di Al Qaeda
suggerisce che l'organizzazione avrebbe considerato negli ultimi anni di trasferire i propri vertici in altre aree,
ma che questa opzione sia poi stata scartata, poiché altre destinazioni si sarebbero rivelate irraggiungibili,
oppure meno sicure di quelle attuali. Alla luce delle indebolite condizioni dell'organizzazione terroristica,
all'interno della Cia si discute sulla quantità di risorse e di personale che ancora vengono destinati alla
campagna contro Al Qaeda in Pakistan. La stazione della Cia a Islamabad rimane una delle più grandi e il
grosso della flotta di droni dell'agenzia continua a pattugliare le aree tribali pakistane, sebbene i responsabili
dell'antiterrorismo Usa ritengano che ora la minaccia maggiore provenga dalla componente di Al Qaeda nello
Yemen. La Cia, spiegano i funzionari, ha finora fatto resistenze allo spostamento di agenti, droni o altre
risorse dal Pakistan, soprattutto perché il direttore, David Petraeus, e altri dirigenti dell'agenzia, memori di
come in passato Al Qaeda abbia saputo riorganizzare le proprie fila, ritengono che la priorità rimanga
l'annientamento della base della rete terroristica. "Non è questo il momento di sollevare la pressione", ha
detto al Washington Post un funzionario della Cia impegnato nelle operazioni di bombardamento condotte
con i droni, chiedendo di mantenere l'anonimato. "Abbiamo la possibilità di tenerli con le spalle al muro e
allentare la pressione potrebbe consentire loro di rigenerarsi". I funzionari dell'intelligence ritengono
comunque che l'influenza di Al Qaeda si estenda ben oltre le sue capacità operative. Questo significa che
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l'organizzazione fondata da Osama Bin Laden rimarrà in cima alla lista delle principali minacce terroristiche
ancora per molti anni. Al Qaeda nella penisola Arabica, il nome con cui e' indicato il braccio
dell'organizzazione nello Yemen, ha organizzato una serie di operazioni, compreso il fallito attentato all'aereo
di linea diretto a Detroit nel Natale di due anni fa. Inoltre, il recente arresto di un presunto simpatizzante a
New York, ha ancora una volta sottolineato la capacità dell'organizzazione di fornire ispirazione ai cosiddetti
"lupi solitari". Eppure, gli stessi funzionari dell'intelligence Usa che considerarono Al Qaeda sull'orlo della
sconfitta, dopo l'uccisione di Osama Bin Laden, si sono detti sorpresi dalla velocità e dalla portata della
"contrazione" subita dall'organizzazione terroristica nei sei mesi successivi. "Abbiamo reso inefficace dal
punto di vista operativo l'organizzazione che riuscì a colpirci l'11 settembre del 2001", afferma un dirigente
dell'antiterrorismo Usa. Cosa resta allora del gruppo di vertice di Al Qaeda, oltre a al-Zawahiri e al-Libi? "Non
molto, nessuno dei terroristi di spicco di cui un tempo disponevano". (ADNKRONOS 23 NOVEMBRE)
USA 2012/ ROMNEY: MANTENERE PRESENZA MILITARE IN AFGHANISTAN
Il repubblicano Mitt Romney, che ambisce al ruolo di candidato alle prossime presidenziali Usa, ha detto ieri
che gli Stati Uniti devono mantenere una presenza in Afghanistan e "non possono girare le spalle a questa
regione". Durante l'ennesimo dibattito pubblico con i suoi avversari, tutto incentrato sulla politica estera,
Romney ha spiegato: "Non si possono voltare le spalle a tutte le cose che accadono in questa regione".
Secondo Romney, un ritiro troppo rapido delle truppe americane "metterebbe in grave pericolo i sacrifici
straordinari fatti" fino ad oggi. "L'America non deve battere in ritirata", ha aggiunto, chiedendo il
mantenimento di una forza capace di svolgere attività di intelligence e di compiere operazioni speciali.
(TMNEWS 23 NOVEMBRE)
ESERCITO: BRIGATA GARIBALDI SI ADDESTRA IN SARDEGNA PER LA MISSIONE ISAF
Sono terminate le attività addestrative previste per l'approntamento della ''Task Force Center'' su base 82°
reggimento fanteria ''Torino'' presso il poligono di Capo Teulada (Cagliari), dove è in corso di svolgimento il
campo d'arma della Brigata bersaglieri ''Garibaldi'' che tra marzo e settembre del prossimo anno costituirà, in
Afghanistan, l'ossatura del Comando Regionale Ovest (Regional Command West) nell'operazione Isaf in
Afghanistan. L'82° reggimento ha svolto una scuola tiro con il sistema d'arma missilistico controcarri a media
gittata "Milan", lezioni di tiro diurne e notturne da bordo del veicolo blindato medio 8x8 "Freccia" del 9°
reggimento ''Bari'', addestramento scorta convogli con impiego di materiali e mezzi dell'11° reggimento
Genio. Alle esercitazioni, rileva l'Esercito sul suo sito, hanno assistito il Comandante del 2° Comando Forze di
Difesa, Generale Vincenzo Lops e il Comandante della Brigata bersaglieri ''Garibaldi'', Generale Luigi
Chiapperini. (ADNKRONOS 23 NOVEMBRE)
AFGHANISTAN: ISAF, PRESO CAPO TALEBANI TORNATO DA PAKISTAN
Un comandante talebano tornato dopo anni dal suo rifugio in Pakistan e' stato catturato oggi insieme a
quattro suoi uomini nella provincia meridionale afghana di Helmand. Lo ha reso noto a Kabul la Forza
internazionale di assistenza alla sicurezza (Isaf, sotto comando Nato). In un comunicato l'Isaf precisa che il
comandante, Wali Mohammad, è considerato ''responsabile di numerosi attacchi suicidi e della morte di un
gran numero di civili'' in attentati nel sud del paese. Il suo arresto è avvenuto durante una operazione di
sicurezza nel distretto di Nahr-e-Saraj della provincia di Helmand. Mohammad, dice infine il comunicato, era
evaso dalla prigione Sarposa di Kandahar nel 2008 e da allora si era rifugiato nel vicino Pakistan. (ANSA 23
NOVEMBRE)
SINTESI DEL RAPPORTO: "UNA PACE GIUSTA? LE DONNE E L'EREDITÀ DELLA GUERRA IN
AFGHANISTAN" DI ACTIONAID PRESENTATO IL 22 NOVEMBRE 2011 A ROMA
Il 5 dicembre 2011 la comunità internazionale si riunirà a Bonn per discutere del futuro dell’Afghanistan in
vista del ritiro delle truppe internazionali dal Paese entro il 2014-2015. L’appuntamento, organizzato sotto
l’egida del governo afghano e ospitato dal governo tedesco, cade dieci anni dopo la prima conferenza di
Bonn del 2001 - nella quale si delineò lo scenario dell’Afghanistan per gli anni successivi - e dieci anni dopo
l’inizio delle operazioni militari internazionali. Il 7 ottobre 2011 ricorreva infatti il 10° anniversario
dell’intervento militare in Afghanistan da parte di Stati Uniti e Gran Bretagna - a cui due mesi dopo è seguita
la missione delle Nazioni Unite ISAF, passata nel 2003 sotto guida della NATO. Le operazioni militari sono
state giustificate dalla volontà di garantire la sicurezza globale dopo l’attacco dell’11 settembre e ripristinare
la democrazia in Afghanistan, includendo tra gli obiettivi la difesa dei diritti delle donne afghane. Dieci anni
dopo l’avvio delle operazioni militari è iniziata la fase di transizione, che prevede il passaggio nelle mani del
governo afghano della sicurezza del Paese e che si concluderà con il ritiro definitivo delle truppe
internazionali. L’Afghanistan vive oggi un momento cruciale e le donne afghane temono1 che il passaggio di
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consegne comporti un disinvestimento da parte del loro governo e della comunità internazionale nella tutela
dei diritti delle donne. ActionAid è contraria a ogni occupazione militare che avvenga contro il volere della
popolazione di un Paese. È importante tuttavia che prima di lasciare l’Afghanistan la comunità internazionale
riconosca la sua responsabilità, dopo dieci anni di presenza, nell’assicurare che i processi politici che saranno
avviati a Bonn siano volti ad garantire la sicurezza del popolo afghano e la protezione dei diritti umani.
Nell’ultimo decennio vi sono stati indubbiamente dei progressi nella condizione delle donne afghane, che
possono oggi lavorare e studiare, partecipano alla vita politica rivestendo ruoli di ministri e parlamentari,
possono svolgere professioni di medici, insegnanti e imprenditrici. Permangono tuttavia molte criticità e a
troppe donne ancora oggi sono negati diritti. Una recente indagine condotta da ActionAid rivela una generale
preoccupazione da parte delle donne afghane, incluse le attiviste per i diritti umani e le rappresentanti
politiche, che i loro diritti possano essere considerati merce negoziabile degli accordi di pace che tracceranno
il nuovo assetto politico del Paese. La presenza della comunità internazionale in Afghanistan negli ultimi 10
anni rende tutte le parti coinvolte nelle operazioni militari, insieme al governo afghano, responsabili di
assicurare che i diritti delle donne siano considerati parte irrinunciabile delle trattative e delle decisioni che
saranno prese alla conferenza di Bonn. ActionAid ritiene che la consultazione e partecipazione delle donne
alla conferenza, oltre che in tutti i momenti decisionali relativi al processo di riconciliazione, siano il migliore
strumento per tutelare i diritti e libertà fondamentali delle donne, imprescindibili per la costruzione della
democrazia e di una pace duratura in Afghanistan. L’Italia ha partecipato attivamente alle operazioni militari
in Afghanistan e con l’adozione del Piano d’Azione Nazionale per l’attuazione della Risoluzione ONU 1325 su
“Donne, pace e sicurezza” ha assunto un ulteriore impegno per la promozione e tutela dei diritti delle donne
nelle situazioni di conflitto, anche attraverso la loro inclusione nei negoziati di pace. Questo documento
presenta un appello al nostro Paese ad avere un ruolo di leadership alla Conferenza di Bonn di dicembre per
assicurare il coinvolgimento delle donne afghane nei processi decisionali che riguardano il futuro
dell’Afghanistan e la tutela e promozione dei diritti delle donne quale componente di ogni trattativa volta alla
costruzione di una pace duratura. (DAL SITO DI ACTIONAID 22 NOVEMBRE)
AFGHANISTAN: AUTO SALTA SU MINA, QUATTRO CIVILI MORTI AD EST
Quattro civili sono morti oggi nella provincia orientale afghana di Laghman quando il veicolo su cui
viaggiavano è saltato su un rudimentale ordigno esplosivo (ied). Lo scrive l'agenzia di stampa Pajhwok.
L'auto, ha detto Sayed Sharif Pacha, capo del distretto di Alingar dove e' avvenuto l'incidente, era in viaggio
verso il capoluogo provinciale Mehtarlam, quando ha urtato la mina che, oltre alle vittime, ha causato il
ferimento di tre altre persone. Il capo della locale polizia, colonnello Adam Khan, ha accusato dell'incidente i
talebani, aggiungendo che sull'incidente è stata aperta un'inchiesta. (ANSA 22 NOVEMBRE)
AFGHANISTAN: ATTACCO PRT ITALIA A HERAT, 3 CONDANNE A MORTE
Un tribunale afghano di primo grado di Herat City ha condannato oggi a morte tre imputati riconosciuti
colpevoli di avere attaccato il 30 maggio il Gruppo di ricostruzione provinciale (Prt) gestito dal contingente
militare italiano. In quella vicenda furono uccisi sette civili ed una cinquantina di persone, fra cui una decina
di militari italiani, rimasero feriti. La sentenza e' stata confermata all'agenzia di stampa Pajhwok dal giudice di
Herat City (Afghanistan occidentale), Abdul Razaq Nijrabi. Il PRT italiano fu attaccato da un gruppo di
kamikaze che fecero esplodere un autobomba davanti all'ingresso della base, ingaggiando uno scontro a
fuoco durato sei ore. Gli imputati oggi condannati (due originari di Kandahar e uno di Herat), fra cui il capo
del commando di nome Abdullah, alias Lala, furono arrestati il 25 agosto 2011, confessando agli inquirenti di
aver organizzato l'attacco trasferendo anche un kamikaze dal Pakistan. Il giudice Nijrabi ha precisato che i
tre potranno fare ricorso alla Corte d'Appello e quindi alla Corte suprema afghane. Soddisfatto uno dei
familiari delle vittime. ''Ho perso un fratello di 20 anni - ha detto Mohammad Shafiq - che è stato ucciso in un
attacco a Cinema Chowk''. (ANSA 22 NOVEMBRE)
AFGHANISTAN: ONU; FINE MANDATO DE MISTURA, BAN CHIAMA KARZAI
Il segretario generale dell'Onu, Ban Ki-moon, ha telefonato oggi al presidente afghano Hamid Karzai per
consultarlo sulla imminente designazione del nuovo rappresentante speciale del Palazzo di Vetro in
Afghanistan, dato che l'attuale, Staffan de Mistura, si accinge a lasciare Kabul per fine incarico. Lo ha reso
noto l'ufficio stampa presidenziale a Kabul. In un comunicato si precisa che Ban si è congratulato con Karzai
per lo svolgimento della Loya Jirga (Grande Assemblea) e lo ha messo al corrente sulle sue intenzioni per il
successore di De Mistura. I due hanno convenuto di affrontare nuovamente il tema in un incontro a margine
della Conferenza internazionale di Bonn il 5 dicembre prossimo. De Mistura, che compirà in gennaio 65 anni,
e' nato a Stoccolma da madre svedese e padre italiano. Ha svolto funzioni di rappresentanza dell'Onu in
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numerosi paesi al centro di conflitti, fra cui negli ultimi anni l'Iraq e l'Afghanistan dove fu nominato nel marzo
2010. (ANSA 22 NOVEMBRE)
TERRORISMO:USA; FERMATO A NY, PREPARAVA BOMBE FAI DA TE
Torna L'incubo terrorismo a New York. La Polizia della 'Grande Mela' ha arrestato Jose' Pimentel, ventisette
anni, di origine dominicana ma convertito all'Islam, con l'accusa di complotto terrorista e detenzione di
esplosivi. E' stato capace di costruire i suoi ordigni seguendo le istruzioni pubblicate sui siti jihadisti, usando
pezzi disponibili nelle normali ferramenta. Un 'cane sciolto', un 'lone wolf' (lupo solitario) come dicono negli
States, ammiratore di Al Qaida, ma senza alcun legame con la rete terrorista di Osama Bin laden. Da tempo
gli inquirenti lo tenevano sotto controllo. Ma ieri, quando ha montato per la prima volta i componenti delle
sue bombe artigianali a forma di tubo, sono scattate le manette. Il suo arresto e' diventato subito una
breaking news sulla Cnn e sul New York Times. In serata, è stato lo stesso sindaco di New York, Micheal
Bloomberg, in un sgargiante maglione arancione, a convocare le tv per fornire maggiori dettagli
sull'operazione. E' stato lui a sottolineare che Jose', malgrado fosse un simpatizzante di Al Qaida, stava
agendo da solo. Ha imparato a come assemblare i componenti per le bombe cliccando su ''Inspire'', un noto
sito on-line considerato vicino ad Al Qaida. Quindi s'è recato a più riprese, forse per evitare sospetti, in
diversi negozi di 'Home Depot', una nota catena di ferramenta americana. Qui s'e' rifornito di tutti i pezzi che
gli sarebbero serviti per portare a buon fine il suo disegno criminale. Secondo gli inquirenti, Jose' Pimentel,
progettava di uccidere soldati americani di ritorno dall'Iraq o dall'Afghanistan, o far esplodere commissariati
di Polizia, uffici postali o altri edifici pubblici, tra New York e Washington. E' la terza volta, negli ultimi tempi,
che gli investigatori di New York sventano nuovi attacchi terroristici. Nel settembre 2009, fermarono un
cittadino residente in America, ma nato in Afghanistan, Najibullah Zazi, che stava progettando un attacco
suicida nella metro di New York. L'anno dopo, nel maggio 2010, toccò a un cittadino americano, ma nato in
Pakistan, Faisal Shahzad. Si dichiarò colpevole di aver parcheggiato il suo camioncino pieno di esplosivo
addirittura nel centro di Times Square, in un affollatissimo sabato sera. Poi, la bomba non esplose. E alcuni
passanti denunciarono alla Polizia la presenza di quel veicolo sospetto. (ANSA 21 NOVEMBRE).
AFGHANISTAN: MOTO-BOMBA AD OVEST; 3 FERITI, ANCHE UN BAMBINO
Una motocicletta-bomba è saltata oggi in aria oggi a Farah City, capoluogo della omonima provincia
occidentale afghana, causando tre feriti, fra cui un bambino. Lo riferisce l'agenzia di stampa Pajhwok. Il vicecapo della locale polizia, colonnello Mohammad Ghaus Malyar, ha indicato che l'esplosione è avvenuta
quando sulla Shaheed Chowk (Piazza dei Martiri) stava transitando un convoglio misto di esercito e polizia
afghani. Da parte sua il dottor Abdul Maanan Rashidi ha precisato che nell'ospedale civile di Farah sono stati
ricoverati tre feriti, fra cui un bambino che e' in condizioni critiche per alcune schegge finite vicino al suo
cuore. (ANSA 21 NOVEMBRE).
AFGHANISTAN: MOSCA, LA POLITICA AMERICANA E' CONTRADDITTORIA
Il Cremlino giudica "contraddittoria" la politica americana in Afghanistan, dove gli Stati Uniti hanno
annunciato il ritiro delle proprie truppe entro il 2014 e allo stesso tempo costruiscono basi militari permanenti
nel Paese. "Una cosa contraddice l'altra", ha detto il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, nel corso di
una conferenza stampa. "Stiamo cercando di capire cosa accadrà", ha aggiunto Lavrov, per il quale Mosca
"ha bisogno di capire quali compiti specifici avranno queste basi americane in Afghanistan, dopo che le
truppe avranno lasciato il Paese". (ADNKRONOS 21 NOVEMBRE)
HERAT IL COMANDANTE IN CAPO DELLA SQUADRA NAVALE IN VISITA AL CONTINGENTE
ITALIANO
Si è conclusa questa mattina la visita al contingente italiano in Afghanistan del Comandante in Capo della
Squadra Navale: Ammiraglio di Squadra Luigi Binelli Mantelli. Ricevuto presso Camp ‘’Arena’’ ad HERAT dal
Comandante del Regional Command West (RC-West), Generale di Brigata Luciano Portolano, l’Ammiraglio
Binelli Mantelli ha incontrato lo staff del comandante ed ha partecipato ad un aggiornamento informativo e
operativo sulle principali operazioni in corso e future di RC- West. La visita dell’Ammiraglio, accompagnato
dal Comandante della Forza da Sbarco della Marina Militare, Contrammiraglio Edoardo Serra, è proseguita
con il trasferimento nel settore Sud- Est, dell’area di responsabilità italiana, in cui opera il Reggimento “San
Marco”. Durante la permanenza presso la FOB (Forward Operating Base) “Lavaredo” a BAKWA e la COP
(Combat Out Post) “Ice”, nel GULLISTAN, all’Ammiraglio Binelli sono stati illustrati i compiti e i risultati
ottenuti dai marinai del “San Marco”. Infine ad HERAT, il Comandante in Capo della Squadra Navale ha
incontrato gli Equipaggi di volo dei tre elicotteri EH 101 della Marina Militare, che compongono il Task Group
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“Shark”, e il restante personale della Marina che a vario titolo opera presso il Comando di RC-West.
(ITALFOR KABUL E RC-W 21 NOVEMBRE)
AFGHANISTAN: ITALIA CONFERMA APPOGGIO A MISSIONE ONU
L'Italia conferma il suo apprezzamento per l'impegno a lungo termine delle Nazioni Unite a lavorare con il
governo e il popolo afghano e ribadisce il pieno sostegno per l'opera della Missione Onu in Afghanistan
(Unama). Lo ha detto il rappresentante permanente dell'Italia al Palazzo di Vetro Cesare Maria Ragaglini,
intervenendo durante una riunione dell'Assemblea Generale. "L'Afghanistan ha visto un miglioramento dei
suoi standard in diversi campi dai diritti umani ai servizi sociali", ha affermato Ragaglini aggiungendo che la
comunità internazionale dovrà però continuare a sostenere il Paese anche dopo il 2014 per quanto riguarda
sicurezza e sviluppo. "C'e' la necessità di intensificare lo sforzo comune per la creazione di un sistema
giudiziario che sia equo, trasparente ed efficace - ha concluso poi l'ambasciatore - L'Italia è determinata a
continuare a sostenere l'Afghanistan in questo processo". (ANSA 21 NOVEMBRE).
MOTOLESE, IL GUERRIERO BUONO
E' stato dovunque ci fosse una crisi internazionale, Albania, Kosovo, Bosnia, Iraq, Libano, conquistando sul
campo la stima e il rispetto di chi ha lavorato con lui. Fisico imponente, sorriso spontaneo, al curriculum del
guerriero buono non poteva mancare l'Afghanistan. Così il colonnello Emilio Motolose, di Conversano, alle
spalle una vasta esperienza di missioni all'estero, ha raggiunto Herat, con l'incarico di vicecomandante del
Regional command west. Qui è schierata la Brigata Sassari, all'interno del dispositivo Nato.
Possiamo tracciare un primo bilancio della missione?
Fino ad ora i risultati ottenuti sono positivi, grazie allo stretto clima di cooperazione tra le istituzioni afghane
e i partners multinazionali della missione Isaf. Le nostre attivita’ giornaliere puntano a garantire alle
popolazioni locali la più ampia libertà di movimento, lo sviluppo dei servizi di base, con particolare riguardo a
scuola e sanità. Non va dimenticato il supporto alle autorità locali nel complesso e lungo processo di
transizione verso l'assunzione piena delle responsabilità politiche.
La transizione tra Isaf e le autorita’ afghane di Herat, la citta’ piu’ importante dell’area di responsabilita’
italiana, ha segnato una tappa fondamentale nel processo di stabilizzazione. Quali saranno le prossime zone
interessate? Potranno essere rispettate le scadenze o ci saranno degli slittamenti?
Nell’area di responsabilità della Regione Ovest, interessata al comando a guida italiana le tempistiche
saranno rispettate. A breve saranno resi noti, dal governo afghano, i distretti delle provincie che
costituiscono la seconda trance del processo di transizione.
Quali sono i problemi maggiori in questo momento? Cosa vi preoccupa di più sotto il profilo della sicurezza?
Le aree più sensibili rimangono quella settentrionale e quella meridionale. Si tratta delle zone più soggette a
possibili attacchi. Ma non si possono escludere azioni dei talebani anche in altri posti. Un esempio arriva da
quanto successo il 3 novembre nell compound della ditta civile che assicura parte del sostegno logistico al
contingente distante poche centinaia di metri dalla nostra base, Camp Arena, ad Herat.. Un commando
talebano è entrato in azione. I danni sono stati limitati grazie ad una azione tempestiva, decisa e risolutiva
dei nostri militari. Naturalmente le attività del contingente sono pianificate nei minimi dettagli proprio per
ridurre gli imprevisti e le possibili minacce.
Attualmente e’ in atto il programma di reintegration che prevede il reinserimento di un migliaio di ex talebani
nel tessuto sociale afghano anche tra le fila della locale polizia. Non crede potrebbe essere un’arma a doppio
taglio?
Nella regione Ovest sono stati reintegrati gia’ un migliaio di ex talebani a dimostrazione di come questo
programma stia riscuotendo notevole successo. E’ ovvio che c'è sempre qualche rischio potenziale. Lo
screening e la selezione sono effettuate a monte e riducono l'eventuale possibilità di infiltrazioni. Ricordo
anche che il numero di reintegrati arruolati nella polizia locale è minimo. Mentre la gran parte di loro
partecipa a corsi di avviamento al lavoro.
Colonnello Emilio MotoloseLa Brigata Sassari era già stata in Afghanistan due anni fa. Cosa è cambiato
rispetto ad allora?
Le condizioni di vivibilità sono migliorate e cambiano continuamente. A Herat, fino a due anni fa, non era
partito nessun programma di transizione. Oggi questo processo è avvenuto. La situazione in città al
momento è stabile e con un costante miglioramento delle condizioni socio-economiche . Sono certo che
grazie all’impegno degli italiani, degli alleati e delle forze di sicurezza afghane, si registreranno ulteriori
miglioramenti. L’Afghanistan rimane, tuttavia, un teatro difficile dove non si può escludere nulla.
Quali le principali richieste degli afghani?
Le esigenze della popolazione sono rappresentate durante frequenti incontri con le autorità locali e le shura
(assemblea degli anziani dei villaggi). Riguardano essenzialmente il benessere della popolazione. Di
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conseguenza vengono distribuiti aiuti umanitari, realizzati ambulatori, donati medicinali, costruiti pozzi,
pompe idriche, canali di irrigazione. Senza dimenticare gli impianti sportivi per i giovani, le scuole, la
ristrutturazione di edifici pubblici e il potenziamento della rete stradale. Ritengo sia particolarmente
importante, per lo sviluppo della città, la progettazione e la realizzazione del terminal civile dell'aeroporto di
Herat che contiamo a breve di inaugurare.
Lei e’ di Conversano. Come si trova un “pugliese” con i “dimonius” sardi?
Da mesi ormai sono integrato nella Brigata Sassari che guadagno’ la denominazione di “dimonius” durante la
prima guerra mondiale quando gli austriaci, terrorizzati dall’audacia e dalla determinazione dei sardi,
soprannominarono cosi’ tutti gli appartenenti alla Brigata.
Questa unità dell'Esercito, al cui comando c’e’ il generale Luciano Portolano con il quale ho condiviso varie
esperienze professionali, e’ il cuore di un settore di 160mila Kmq con 3milioni e 200mila abitanti. Su un'area
vasta come due volte la Sicilia sono schierati 4.200 italiani e 4mila stranieri in rappresentanza di 11 nazioni. I
pugliesi sono tanti. Cito, su tutti, la compagnia del 9 reggimento Bari di stanza a Trani con i blindati Fraccia e
i fanti di marina del reggimento San Marco.
Quanto è legato alla Puglia?
Sono orgoglioso delle mie origini pugliesi e sono profondamente legato alla mia terra e alla mia città (da
poco ha avuto questo riconoscimento). A Conversano ci sono la famiglia, gli affetti, gli amici più cari. Appena
posso torno qui per “staccare” la spina e per rilassarmi tra “gnumridd” riso , patate e cozze e un buon
bicchiere di “primitivo”. (LA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO BLOG “BUONGIORNO AFGHANISTA” A CURA
DELLE BRIGATA SASSARI 20 NOVEMBRE)
AFGHANISTAN: ITALIA E GERMANIA, SERVE RICONCILIAZIONE NAZIONALE
Italia e Germania, entrambe protagoniste in Afghanistan, considerano indispensabile "la riconciliazione
nazionale e il dialogo regionale per gettare le basi di una stabilità sostenibile". Questa la posizione espressa
dal ministro degli Esteri italiano, Giulio Terzi di Sant'Agata, e quello tedesco, Guido Westerwelle, ricevuto alla
Farnesina, in vista della "Conferenza di Bonn del prossimo 5 dicembre", cui "Terzi ha confermato la propria
partecipazione" "Italia e Germania sono tra i maggiori contributori di truppe in Afghanistan e sono
fermamente impegnati alla stabilizzazione nel quadro della strategia di transizione", si legge in una nota.
(AGI 20 NOVEMBRE)
CISTERNA RENDE OMAGGIO AI SUOI “SERVITORI DELLA PACE” REDUCI DALL’AFGHANISTAN
Con una semplice ma partecipata cerimonia, questa mattina Cisterna ha reso omaggio al Tenente Bersagliere
Ermanno Scaramella – Comandante della 1° compagnia dell’ 11° Reggimento Bersagliere di Pordenone, al
Caporal maggiore Daniele Rotondi – Istruttore paracadutista del Centro di Addestramento Paracadutisti della
Folgore di Pisa, al Caporal Maggiore Vito Donato Santoro della 5° compagnia del 187° Reggimento
Paracadutisti della Folgore di Livorno. Sono i militari di Cisterna i quali, alcuni anche più volte, hanno
espletato la loro missione di pace nel difficile e pericoloso scenario mondiale dell’Afghanistan. A rendergli
omaggio, stamattina in aula consiliare, una nutrita rappresentanza composta dal Sindaco Antonello Merolla,
dal fiduciario del Nucleo Paracadutisti di Cisterna di Latina, Pierluigi Ianiri, dal reduce della battaglia di El
Alamein, il 91enne paracadutista Luigi Tosti nato a Cisterna di Littoria, dal presidente provinciale della
sezione paracaduti di Latina, Ludovico Bersani, dal consigliere nazionale ANPDI comandante del 7° gruppo,
Livio Colonelli, dal maggiore Andrea Mommo comandante del reparto territoriale Carabinieri di Aprila, dal
capitano Ivano Biggiga comandante della sezione investigativa del reparto territoriale Carabinieri di Aprilia,
dal Luogotenente Giovanni Santori comandante della stazione Carabinieri di Cisterna. Erano inoltre presenti
Alessandra Ianiri, figlia del compianto Elio a cui il Nucleo Paracadutisti di Cisterna è intitolato, Don Giancarlo
Masci, parroco della Chiesa di S.Maria Assunta in Cielo, una nutrita rappresentanza dei paracadutisti, delle
associazioni combattentistiche oltre che familiari e amici dei militari di ritorno dall’Afghanistan. I militari,
intervistati da Daniele Ronci e coadiuvati da filmati ed immagini fotografiche, hanno raccontato alcune delle
esperienze vissute durante la loro missione ringraziando per gli onori a loro riservati al rientro e la famiglia
per il grande affetto che ha alleviato il peso della lontananza dalla Patria e del pericolo con cui hanno
quotidianamente convissuto. «Per alcuni militari non era la prima missione in Afganistan ed hanno ricevuto
encomi e onorificenze per il loro operato – ha detto Pierluigi Ianiri –. Dobbiamo ricordarci di coloro che con
sacrificio e a rischio della propria vita sono impegnati in missioni così rischiose non soltanto dopo che hanno
pagato il prezzo più alto, come con onore ed orgoglio ha fatto il nostro concittadino, il Sergente maggiore
Massimiliano Ramadù, ma anche quando tornano, come ci auguriamo possa avvenire sempre, sani e salvi e
far sentire loro tutto il nostro calore, affetto e riconoscimento». «Più che una cerimonia per dare il
“bentornati” – ha detto il Sindaco Merolla – oggi vuole essere un cerimonia per ringraziare i nostri militari
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impegnati nell’importante opera di sostegno ed aiuto ad un popolo in difficoltà contribuendo al prestigio della
nostra nazione e della nostra città”. (H24.COM 19 NOVEMBRE)
CUTULI: CATANIA LE INTITOLA SLARGO IN CENTRO CITTA'
Da questa mattina lo slargo all'incrocio tra via Asiago e via Messina a Catania si chiama Largo Maria Grazia
Cutuli. A scoprire la targa è stato il sindaco, Raffaele Stancanelli, nel giorno del decimo anniversario della
morte della giornalista catanese, inviata del Corriere della Sera uccisa con altri tre colleghi in un agguato in
Afghanistan, il 19 novembre del 2001. Alla cerimonia di intitolazione erano presenti anche due fratelli
dell'inviata. ''Intitolare una strada a Maria Grazia Cutuli nel decimo anniversario della sua scomparsa - ha
detto il sindaco Stancanelli - non è solo un fatto formale. Con questa cerimonia abbiamo voluto, infatti, dare
il nostro contributo per ricordare una giornalista che e' stata in trincea e che ha fatto del suo lavoro una vera
e propria missione. Ringrazio la famiglia che con la Fondazione dedicata a Maria Grazia lavora
incessantemente per mantenere vivo il suo ricordo”. Proprio quest'anno il Comune di Catania è entrato anche
a far parte della Fondazione, presieduta da Mario Cutuli, fratello di Maria Grazia. ''Ringrazio due volte il
sindaco di Catania - ha detto Mario Cutuli - per aver deciso entrare a far parte della Fondazione e per aver
intitolato una via a mia sorella. La scelta di questo luogo non è casuale: siamo a due passi dal mare, da
piazza Europa e corso Italia, luoghi che incrociano i percorsi di Maria Grazia''. (ANSA 19 NOVEMBRE).
AFGHANISTAN: 2 POLIZIOTTI UCCISI IN SCONTRO TRUPPE STRANIERE
Due poliziotti afghani sono rimasti uccisi in uno scontro armato con truppe della coalizione internazionale nei
pressi della città afghana di Ghazni, a sud-est di Kabul. Lo rivela la polizia della provincia di Ghazni. Le truppe
straniere - ha spiegato il capo provinciale di polizia, Zorawar Zahid - stavano compiendo un'operazione
notturna e, fermati dalla polizia, non hanno risposto all' ''alt'' e ne e' nato un breve conflitto a fuoco. Il capo
locale di polizia ha aggiunto che le truppe internazionali impegnate nel raid notturno contro gli insorti non si
erano coordinati con la polizia afghana. ''Le truppe straniere si stavano apprestando a condurre operazioni
notturne e una sparatoria è scoppiata quando hanno rifiutato di obbedire all'ordine della polizia di fermarsi'',
ha detto Zahid. Un portavoce dell'Isaf, la Forza internazionale di assistenza alla sicurezza a guida Nato, ha
detto che la coalizione e' a conoscenza del fatto che si e' verificato un incidente e che indagini sono in corso.
I raid notturni, che l'Isaf ritiene essere fra gli strumenti militari più efficaci per contrastare i talebani, sono
uno dei punti di attrito fra la coalizione internazionale e il presidente afghano, Hamid Karzai, che ritiene che
debbano cessare. (ANSA 19 NOVEMBRE).
AFGHANISTAN: CAPO PENTAGONO, TROPPO PRESTO PER INDICARE DATA RITIRO
Il capo del Pentagono, Leon Panetta, ha giudicato prematuro indicare la data in cui le truppe americane
cesseranno di combattere in Afghanistan. ''Ci stiamo muovendo nella giusta direzione'', ha detto ai giornalisti
nel corso di una conferenza stampa congiunta con il ministro della Difesa canadese, Peter MacKay. ''Stiamo
cercando di spingere l'esercito e la polizia afgani ad assumersi maggiori responsabilità nelle operazioni di
combattimento. Ma questo richiederà un periodo di transizione e io non indicherei una data precisa o una
scadenza per questo''. Panetta ha commentato così le dichiarazioni del comandante del corpo dei Marine, il
generale James Amos, che in un'intervista aveva ipotizzato il ritiro dei 20 mila marine dalla provincia di
Helmand nei prossimi dodici mesi. (ASCA 18 NOVEMBRE)
AFGHANISTAN: EX MINISTRO, RISCHIO GUERRA CIVILE DOPO 2014
Un completo ritiro della Forza internazionale di assistenza alla sicurezza (Isaf, sotto comando Nato) alla fine
del 2014 comporta il rischio di una guerra civile in Afghanistan. Lo ha assicurato l'ex ministro dell'Interno
afghano, Hanif Atmar. In una testimonianza presso il Centro per la sicurezza e gli studi internazionali di
Washington, scrive oggi l'agenzia di stampa afghana Pajhwok, Atmar ha sottolineato che se non vi fossero
più militari stranieri nel paese fra tre anni, lo Stato afghano si disintegrerebbe e le forze di sicurezza si
frantumerebbero in molteplici fazioni. ''Sarebbe - ha aggiunto - uno scenario perfetto per una guerra indiretta
fra le potenze regionali, comprese Pakistan ed Iran, sul territorio afghano''. L'ex ministro ha concluso
indicando che almeno 30.000 uomini dovrebbero restare in Afghanistan per eliminare un simile rischio. Da
parte sua l'ambasciatore americano a Kabul, Ryan Crocker, ha da una parte assicurato che le truppe
americane sono pronte a lasciare l'Afghanistan entro la fine del 2014 come chiesto dal presidente Barack
Obama, ma ha aggiunto che la questione resta ancora aperta, con la possibilità che un numero imprecisato
di militari americani restino sul suolo afghano dopo quella data. (ANSA 18 NOVEMBRE).
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AFGHANISTAN: APPELLO ONG, ALLARME RISCHIO CARESTIA INVERNALE
Con l'avvicinarsi dell'inverno, decine di migliaia di famiglie afghane rischiano di avere gravissimi problemi di
alimentazione, come conseguenza anche di una dura siccità che ha messo a rischio due milioni di persone in
14 province nel nord del paese. L'allarme è stato diffuso oggi a Kabul da nove ong, fra cui Actionaid, Care,
Oxfam e Save the Children, secondo cui un appello di aiuto lanciato dall'Onu ha avuto per ora solo il sette
per cento di copertura. ''Siamo già a corto di tempo'', ha assicurato Manohar Shenoy, direttore di Oxfam per
l'Afghanistan, secondo cui ''con la neve che già cade sugli altipiani, la situazione per molta gente è già
diventata critica, e presto tutto il nord del paese sarà sotto la neve''. Sullo sfondo di questa emergenza,
esiste il dato di fatto confermato dall'Onu che la siccità dei mesi scorsi ha gravemente danneggiato centinaia
di migliaia di famiglie, facendo sì che 2,86 milioni di persone necessitino di assistenza alimentare. Shenoy ha
aggiunto che queste difficoltà hanno spinto ''la gente più vulnerabile a scelte estreme: ulteriore
indebitamento, utilizzazione di bambini in tenera età per attività lavorative poco remunerate e matrimoni
dietro pagamento di bambine ed adolescenti. Questo non è solo angustiante, ma è un ribaltamento di
progressi che la società afghana ha fatto in questi anni''. L'appello delle ong si conclude con un interrogativo:
''La comunità internazionale, le autorità afghane e le organizzazioni per lo sviluppo debbono approfondire la
ragione per cui milioni di afghani restano in condizioni di vulnerabilità sul piano alimentare dopo anni di
interventi e trovare soluzioni sostenibili ed a lungo termine per risolvere questo problema''. (ANSA 18
NOVEMBRE).
CUTULI: 10 ANNI MORTE, SPIRITO VIVE IN SCUOLA AFGHANA
Una scuola color blu cobalto che fa bella mostra di sé nel villaggio afghano di Kush Rod, ad un'ora di
macchina da Herat City, interpreta a dieci anni dalla sua morte, lo spirito vivo di Maria Grazia Cutuli, l'inviata
del Corriere della Sera barbaramente uccisa il 19 novembre 2001 mentre cercava di raggiungere Kabul,
capitale dell'Afghanistan appena abbandonata sei giorni prima dai talebani. Insieme allo spagnolo Julio
Fuentes di El Mundo e all'australiano Harry Burton della Reuters (cha aveva con sé il fotografo afghano
Azizulah Haidari) aveva organizzato il viaggio da Jalalabad, sulla scia di decine e decine di inviati dei giornali
di tutto il mondo. Erano appena 140 chilometri di strada sconnessa e tortuosa, ma allo stesso tempo
affascinante e selvaggia, con scorci di una bellezza sconcertante come la gola di Tangi Gharu, accompagnata
dalla ripida discesa del fiume Kabul, dove era appostata la banda che avrebbe segnato la sua fine e quella
dei suoi compagni di viaggio. E' incredibile dirlo, ma dopo un decennio, non c'è nulla di realmente provato su
cosa successe nei concitati momenti in cui quel giorno Maria Grazia e gli altri trattarono il passaggio con
cinque o sei uomini armati. Un uomo, Reza Khan, che si è autoaccusato per poi ritrattare, è stato comunque
giustiziato nel 2007. Un altro è stato invece prosciolto. Si disse che potevano essere talebani, membri di Al
Qaida, miliziani dell'Alleanza del Nord, o delinquenti comuni. Tutto e il contrario di tutto, e questo dubbio di
fatto resiste anche al trascorrere del tempo. ''Il gruppo di Reza Khan - ha detto all'ANSA Gul Said, che negli
anni '90 lavorava al ministero della Giustizia e che ha seguito le indagini delle magistrature afghana e italiana
- non aveva connotazione ideologica. Attaccava i convogli per taglieggiare i passeggeri. Ed è provato che
anche in questo caso i suoi membri depredarono i giornalisti del denaro e si divisero un centinaio di dollari a
testa''. ''Ma qualcosa che gli interrogatori non hanno chiarito - ha aggiunto - comportò un aggravamento
della situazione e la decisione di sparare alla gamba di uno dei quattro, di usare una particolare violenza nei
confronti di Maria Grazia, e poi di uccidere tutti''. Ancora oggi il distretto di Sorabi dove si trova la gola di
Tangi Gharu è pericolosissimo e quando nel luglio scorso la responsabilità della sicurezza della provincia di
Kabul e passata dai militari stranieri ad esercito e polizia afghani, quel distretto ''maledetto'' è stato escluso
perché ancora infestato da militanti armati antigovernativi. Dopo dieci anni, a lottare perché persista la
memoria di una valorosa ed altruista giornalista in Afghanistan resta, a parte la targa collocata
nell'ambasciata d'Italia dal sindaco di Milano nel 2006, la scuola di Kush Rod, finanziata dalla Fondazione
Cutuli e realizzata con la collaborazione del contingente italiano ad Herat. Là, collocata in un paesaggio secco
e polveroso di aspra bellezza, con sullo sfondo le scure montagne dell'Hindu Kush, la 'Maria Grazia Cutuli
School' vive ormai dallo scorso aprile la sua quotidiana vita di normalità, dove bambini e bambine studiano
ogni giorno per contribuire a quell'Afghanistan di pace e giustizia che Maria Grazia sperava possibile. (ANSA
17 NOVEMBRE).
AFGHANISTAN: LAVROV, PREOCCUPATI DA PIANO USA PER NUOVE BASI MOSCA
Mosca è preoccupata dai piani Usa di allargare la sua presenza militare nell'Asia centrale e aprire importanti
basi militari in Afghanistan. ''Per ora non è chiaro come il ritiro delle truppe (dall'Afghanistan, ndr) legato al
completamento dell'operazione antiterrorismo previsto nel 2014, da un lato, e i piani di aprire grandi basi
militari Usa in Afghanistan, dall'altro, siano compatibili'', ha detto il ministro degli esteri russo Serghiei Lavrov
in una conferenza stampa a Mosca con il suo collega indiano Somanahalli Krishna. Mosca sta discutendo tali
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questioni con i suoi partner Usa e afghani ma, ha precisato, ''ci sono ancora più interrogativi che risposte''.
''Inoltre, ci arrivano regolarmente informazioni che i nostri partner americani vogliono allargare la loro
presenza militare in Asia centrale'', ha aggiunto. (ANSA 17 NOVEMBRE)
FOCUS( DI PIU’)____________________________________________________________________
AFGHANISTAN: LOYA JIRGA,COMANDANTE ISAF ELOGIA FORZE AFGHANE
Il comandante in capo della Forza internazionale di assistenza alla sicurezza (Isaf, sotto comando Nato),
generale John Allen, ha inviato oggi un messaggio di elogio ''ai coraggiosi uomini e donne delle Forze di
sicurezza nazionali afghane'' per il comportamento avuto in occasione della Loya Jirga (Grande Assemblea)
della scorsa settimana. Alla vigilia dell'appuntamento i talebani avevano minacciato attacchi ed attentati alla
sede del Politecnico universitario di Kabul e ai suoi delegati, ma alla fine l'unico incidente registrato è stato il
lancio di due razzi giovedì, caduti lontano dalla 'tenda' della Jirga. Nel suo messaggio Allen ha sostenuto
anche che ''quale comandante dell'Isaf voglio lodare il dovere e le azioni di grande professionalità delle unità
di esercito, polizia e dei servizi di intelligence che hanno reso possibile un ambiente sicuro durante la recente
Loya Jirga a Kabul''. (ANSA 22 NOVEMBRE)
AFGHANISTAN/ TALEBANI RESPINGONO CONCLUSIONI LOYA JIRGA SU USA
I talebani hanno respinto oggi le conclusioni della Loya Jirga, la grande assemblea dei notabili afgani, che ieri
si è detta favorevole a una partnership strategica 'condizionata' tra Kabul e Washington e al coinvolgimento
nel processo politico di stabilizzazione di tutti i talebani che decidano di deporre le armi. "Noi avevamo già
detto che la Jirga sarebbe stata soltanto uno show - hanno detto oggi i talebani in un comunicato - gli
argomenti discussi dall'assemblea erano quelli voluti dagli americani. Gli Stati Uniti hanno ottenuto quello che
volevano grazie alla Jirga". Kaboul e Washington sono impegnati da tempo in negoziati per definire le
modalità della presenza americana in Afghanistan una volta ritirato il grosso delle truppe della coalizione, alla
fine del 2014. Ieri, i circa 2.000 delegati provenienti da 34 province dell'Afghanistan hanno chiesto che la
partnership strategica sia valida per 10 anni e rinnovabile, che tutte e due le parti abbiano la possibilità di
revocarla, che siano rispettate la sovranità nazionale e la costituzione afgana e che gli Stati Uniti si
impegnino a non usare il territorio afgano per attaccare i loro nemici nella regione. (TMNEWS 20
NOVEMBRE)
AFGHANISTAN:SI' A BASI USA FINO 2024 E DIALOGO TALEBANI
Quando nel 2014 sarà completato il ritiro delle truppe straniere dall'Afghanistan potrà entrare in vigore un
Accordo di cooperazione strategica con gli Stati Uniti che, per i dieci anni successivi e a certe condizioni,
gestiranno basi di sostegno alle forze di sicurezza afghane. E' questo il risultato più importante della
tradizionale Loya Jirga (Grande Assemblea) che per quattro giorni ha riunito a Kabul anziani, parlamentari,
amministratori locali, ex combattenti e donne, convocati dal capo dello Stato Hamid Karzai per consigliarlo
sull'accordo da tempo in discussione con Washington ed anche sull'atteggiamento da tenere nei confronti
dell'opposizione armata. Su questo secondo aspetto, l'orientamento della Jirga è stato chiaro:
incoraggiamento al governo ad approfondire la ricerca di contatti con i talebani che accettino di deporre le
armi, ''modificando però la strategia applicata fino ad oggi'' con l'elaborazione di una nuova politica ''diretta
ad interlocutori chiaramente identificati''. Dopo aver preso conoscenza del Documento finale contenente 76
'raccomandazioni' redatte dopo il dibattito delle 40 commissioni in cui sono stati divisi i 2.000 partecipanti
provenienti da 34 province e dall'estero, Karzai non ha nascosto la sua gioia in un intervento nella 'tenda' del
Politecnico universitario a chiusura della Jirga. ''Prima di venire qui da voi - ha rivelato - mi chiedevo cosa
avrei detto nel discorso finale. Temevo che sareste stati troppo morbidi sull'accordo con gli Usa. O che
magari l'avreste respinto. Ma vedo con soddisfazione che i vostri suggerimenti sono completi ed accettabili'' e
che ''avete lavorato preoccupandovi in primo luogo dell'interesse del paese''. Adesso, ha aggiunto, ''spetta ai
ministri dell'Interno e della Difesa mettere a punto un piano che vada nel senso della costruzione di forze di
sicurezza solide e affidabili, tenuto conto che gli stranieri non le finanzieranno per sempre''. Il capo dello
Stato non ha dimenticato, vista la delicatezza del tema delle basi Usa, di inviare un messaggio rassicurante ai
paesi della regione, ribadendo che ''mai il territorio dell'Afghanistan sarà fonte di minaccia per altre nazioni''.
Nel complesso i delegati hanno ratificato i suggerimenti del capo dello Stato, ribadendo che la costituzione di
basi americane sarà possibile a condizione che i militari che le abiteranno non realizzeranno più ''raid
notturni, perquisizioni domiciliari, arresti di cittadini afghani, né gestiranno loro prigioni''. Infine Karzai si è
rallegrato perché la Jirga si è svolta senza incidenti, grazie al lavoro dei servizi di intelligence e di sicurezza
che hanno saputo reprimere o prevenire i tentativi terroristici annunciati alla vigilia. L'unico incidente di
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rilievo è stato il lancio di due razzi all'inizio del secondo giorno di lavori che, cadendo a ragguardevole
distanza dalla sede dell'incontro, hanno causato un ferito. Da parte sua, in una conferenza stampa al termine
dell'Assemblea, il ministro dell'Interno Bismillah Khan Mohammadi ha indicato che non meglio precisati
''servizi segreti regionali hanno cercato di far fallire l'evento'', e che ''l'operazione è stata contrastata con
successo''. (ANSA 19 NOVEMBRE).
AFGHANISTAN: LOYA JIRGA, ATTRITI SU PACE CON TALEBANI
Se il progetto di Accordo di cooperazione strategica con gli Usa aveva suscitato forti discussioni fra i delegati
della Loya Jirga (Grande Assemblea) in corso a Kabul, la questione su come trattare con l'opposizione
armata, e soprattutto con i talebani, ha acceso ancora di più gli animi e le tensioni, al punto che si sta
pensando di prorogare di almeno un giorno i lavori per tentare di arrivare ad un compromesso. Intanto è
ancora strage di bambini: oggi sono morti in sette, in due diversi episodi. Quattro hanno perso la vita ed altri
sei sono rimasti feriti mentre giocavano con una bomba di mortaio nell'est del Paese. Oggi, nel terzo giorno
della Jirga, gli oltre 2.000 anziani, esponenti politici, religiosi e donne, hanno lavorato in 40 commissioni.
Alcune si sono concentrate sulle condizioni imprescindibili che deve contenere l'Accordo decennale che
regolerà le relazioni afghano-americane dopo il 2014. Altre invece hanno esaminato un rapporto del governo
su un anno di attività dell'Alto Consiglio per la Pace contenente i (pochi) risultati ottenuto nel processo di
pace e riconciliazione fino all'attentato che il 20 settembre è costato la vita al suo presidente, Burhanuddin
Rabbani. Conversando con l'ANSA, alcuni membri dell'Assemblea hanno confermato di non essere soddisfatti
del modo in cui il governo ha cercato di trattare con gli oppositori armati, e dei risultati finora ottenuti. ''Se le
cose continuano in questo modo - ha detto uno di essi che ha chiesto di non essere identificato - e se i
talebani non accettano di aprire un negoziato di pace e aumentano le loro azioni violente, la sicurezza nel
paese peggiorerà e l'Afghanistan dovrà far fronte a seri problemi''. Da parte sua il capo delle relazioni
internazionali dell'Alto Consiglio per la Pace, Ismail Qasimyar, ha indicato all'ANSA che ''molti dei delegati
stanno suggerendo che la comunità internazionale dovrebbe negoziare con quei paesi che appoggiano,
finanziano e armano i talebani, convincendoli a sospendere questo aiuto in modo da rendere più efficace il
processo di pace''. Intanto, la portavoce della Loya Jirga, Safia Siddiqi, ha reso noto che ''un certo numero di
membri dell'Assemblea sostengono che ''i colloqui di pace dovrebbero continuare solo con gli oppositori
armati di nazionalità afghana. Questi delegati sono convinti che bisogna discernere una volta per tutte i
talebani afghani con un progetto politico, dagli insorti professionisti e magari dai terroristi''. Insomma la
sensazione che le novità da questo appuntamento, più che sul fronte dell'accordo con gli Usa, verranno
proprio sulla delicata questione di costruire un efficace meccanismo per rompere il limbo in cui queste
trattative si trovano. Siddiqi ha ammesso che ''per questo potrebbe darsi che i lavori possano prolungarsi e
che comunque qualunque decisione sarà proposta non potrà non avere riflessi sulla struttura dell'attuale Alto
Consiglio”. Va detto che nella loro Dichiarazione alla vigilia della Jirga i talebani seguaci del Mullah Omar
hanno aperto una, certo difficile, finestra per la trattativa quando hanno chiarito che ''la sola ragione della
persistenza del conflitto in Afghanistan è la presenza degli invasori stranieri''. ''Ai connazionali, ai partiti ed
alle personalità politiche'' afghane, hanno infine detto, ''vorremmo segnalare che ''se gli invasori lasciano il
nostro paese esistono molti canali islamici e afghani che possono essere utilizzati per risolvere i nostri
problemi interni''. (ANSA 18 NOVEMBRE).
AFGHANISTAN: LOYA JIRGA, APERTO DIBATTITO SU DIALOGO DI PACE
Gli oltre 2.000 delegati della Loya Jirga, la Grande Assemblea convocata a Kabul dal presidente Hamid
Karzai, hanno cominciato oggi a dibattere la questione di un possibile dialogo con l'opposizione armata, e
soprattutto con i talebani. Nei primi due giorni l'attenzione dei presenti è stata riservata all'approfondimento
di un progetto di Accordo di cooperazione strategica fra Afghanistan e Stati Uniti, ha precisato oggi la
portavoce della Jirga Safia Siddiqi, ed ora ''gli organizzatori hanno distribuito un documento riassuntivo degli
sforzi fatti dal governo nel processo di pace e riconciliazione''. L'attentato del 20 settembre scorso in cui ha
perso la vita il presidente dell'Alto Consiglio per la Pace, Burhanuddin Rabbani, però, ha spinto il capo dello
Stato a sospendere la sua azione. Spetterà ora ai delegati, ha concluso Siddiqi, formulare suggerimenti per
un nuovo meccanismo mirante a negoziati di pace. Da parte loro i talebani hanno ribadito anche in recenti
dichiarazioni di non essere disponibili a trattative finché ci sarà una presenza militare straniera in
Afghanistan. (ANSA 18 NOVEMBRE).
AFGHANISTAN: LOYA JIRGA, SEGRETO USA SU ACCORDO STRATEGICO
Gli Stati Uniti non vogliono che le condizioni da loro poste per la firma di un Accordo strategico con
l'Afghanistan siano rese di pubblico dominio. Lo ha rivelato oggi a Kabul la portavoce della Loya Jirga
(Grande Assemblea), Safia Siddiqui. In una conferenza stampa indetta per fare il punto dei lavori
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dell'incontro che e' giunto al secondo giorno e che ha come compito principale quello di discutere le
condizioni che l'Afghanistan intende porre agli Usa per raggiungere l'intesa, Siddiqui ha p5ecisato che agli
oltre 2.000 partecipanti ''non è stata fornita alcuna informazione sulla posizione degli americani''. La
portavoce ha aggiunto che le parti intendono arrivare ad un accordo della durata di dieci anni, ossia fino al
2024, e che le osservazioni ed i rilievi formulati dai delegati della Jirga serviranno a completare un dossier
che sarà esaminato dal Parlamento che, come prescrive la Costituzione, dovrà eventualmente approvarlo.
(ANSA 17 NOVEMBRE).
AFGHANISTAN: DUE RAZZI SCUOTONO LA LOYA JIRGA
Piovono razzi sulla Loya Jirga, la Grande Assemblea che deve consigliare il presidente Hamid Karzai su un
Accordo strategico con gli Usa, e piovono anche le critiche di analisti e diversi settori politici per la scelta del
Capo dello Stato di affidare un esame di una questione così delicata ad una eterogenea assemblea di 2.000
delegati, per lo più anziani tribali. Dopo la giornata di apertura trascorsa senza attacchi da parte dei talebani,
oggi la quiete di Kabul è stata squarciata dai boati provocati da due razzi che sono esplosi a terra, ad una
distanza però ragionevole dalle tende dove si tengono i lavori della Jirga, nel Politecnico universitario.
L'attacco è stato rivendicato dal movimento Hezb-i-Islami di Gulbuddin Hekmatyar, un movimento
doppiogiochista che ha uomini nelle seconde file del governo di Karzai, ma che continua a partecipare agli
attacchi contro le forze di sicurezza afghane e la Coalizione internazionale. Il ministero dell'Interno ha
confermato che almeno una persona è rimasta ferita nell'esplosione di uno dei due razzi lanciati dall'area di
Pul-i-Gusala, mentre la polizia afghana ha reso noto che in serata è stato arrestato un presunto responsabile
dell'operazione, mentre cercava di allontanarsi dalla zona. Le condizioni poste da Karzai per arrivare ad un
accordo con Washington - fine dei raid notturni, stop alle perquisizioni domiciliari e agli arresti di afghani da
parte del personale militare americano - sembrano aver avuto una buona accoglienza da parte di parte dei
delegati della Jirga, che sollecitano il governo, nel caso di una firma, a ottenere adeguati corrispettivi
finanziari. La routine della seconda giornata di lavori è stata intanto rotta da curiose tensioni che gli
organizzatori hanno dovuto dirimere, perché nella divisione dei partecipanti in 40 commissioni, nessuno ha
voluto accettare di entrare in quella contraddistinta dal n.39, considerato 'maledetto' in Afghanistan. Dopo
una lunga trattativa si è deciso di sopprimere quel numero e di varare invece una 'commissione n.41'. Fuori
dell'Assemblea, intanto, sono molte le critiche alla strategia presidenziale riguardo all'Accordo con gli Usa. Un
gran numero di parlamentari si sono rifiutati di prendervi parte ed uno di essi, Aref Rahmani, leader della
Coalizione per la vigenza della legge, ha detto all'ANSA che ''lo svolgimento di una simile grande riunione,
comunque la si voglia chiamare, è insensata''. ''Esperti di sicurezza, politici, economisti e studiosi di varie
discipline - ha sottolineato - avrebbero dovuto essere chiamati a discutere, non gli anziani afghani. E casomai
il presidente afghano avrebbe dovuto fare riferimento ad un referendum, più che ad una jirga”. Inoltre,
quando ancora la costituzione delle basi americane, pur forse ineluttabile in futuro, non e' delineata, arrivano
gli altolà di potenze della regione. Il ministro degli Esteri russo Serghiei Lavrov ha sostenuto oggi che ''per
ora non è chiaro come il ritiro delle truppe (..) previsto nel 2014 e i piani di aprire basi militari Usa in
Afghanistan siano compatibili''. (ANSA 17 NOVEMBRE).
AFGHANISTAN: LOYA JIRGA, PATTO COOPERAZIONE STRATEGICA CON USA FINO AL 2024
Il cosiddetto ''patto di cooperazione strategica'' tra Afghanistan e Stati Uniti, all'esame della Loya Jirga a
Kabul, riguarda i dieci anni successivi al 2014, ovvero dall'anno di conclusione del processo di transizione. Lo
ha confermato Safia Siddiqi, portavoce della Loya Jirga. ''Sulla base dei documenti a disposizione, dureraà
fino al 2024'', ha detto la Siddiqi, citata dall'agenzia di stampa Dpa. L'accordo serve a disciplinare i rapporti
tra Stati Uniti e Afghanistan dopo il 2014 e di fatto la natura dell'impegno statunitense nel Paese.
(ADNKRONOS 17 NOVEMBRE)
AFGHANISTAN: LOYA JIRGA, N.39 'MALEDETTO' SCONVOLGE I LAVORI
Gli organizzatori della Loya Jirga, la Grande Assemblea convocata dal presidente Hamid Karzai per discutere
un Accordo strategico con gli Usa, hanno dovuto risolvere oggi un momento di tensione generato dai membri
di una Commissione a cui era stato assegnato il n.39, che in Afghanistan è considerato ''maledetto''. Dopo
l'intervento ieri del capo dello Stato che ha spiegato i termini in cui si pone il negoziato sull'Accordo
strategico con gli Stati Uniti, oggi gli oltre 2.000 delegati sono stati divisi in 40 commissioni per entrare nel
merito degli aspetti giuridici, politici, economici e finanziari della possibile intesa afghano-americana. Ma al
momento di assegnare ad una delle commissioni il numero 39, vi è stata una levata di scudi compatta di tutti
i suoi membri che hanno rifiutato categoricamente quel numero. Dopo una accesa discussione gli
organizzatori hanno deciso di sopprimerlo creando una commissione n.41, risolvendo così il problema. La
portavoce della Jirga, Safia Siddiqi, ha spiegato che ''da tempo il 39 e' considerato in tutto l'Afghanistan un
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numero negativo, che la gente rifiuta per partito preso, spesso non sapendo neppure perché''. Mesi fa una
delegazione di giornalisti invitata a Roma per partecipare ad una Fiera a Torino - ha ricordato Syed Anwer,
corrispondente dell'ANSA a Kabul - ebbero gesti di disappunto quando appresero che il codice telefonico
internazionale italiano era, appunto, il 39''. Peraltro l'origine della superstizione su questo numero è incerta.
Comunemente la si fa risalire ai primi due numeri della targa della lussuosa auto di uno sfruttatore della
prostituzione odiato da tutti ad Herat, nell'ovest del paese. La superstizione arriva al punto che gli
automobilisti rifiutano le targhe quando hanno un numero 39, e sono disposti anche a pagare una mazzetta
per ottenerne un'altra. Lo stesso accade per i numeri di telefono dei cellulari. (ANSA 17 NOVEMBRE)
COSTRUIRE LA PACE (DI PIU’)
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ITALIA-AFGHANISTAN: COOPERAZIONE, MASTER PLAN PER 2 OSPEDALI
Grazie alla collaborazione fra il ministero della Sanità afghano e la Cooperazione italiana due grandi ospedali
(l'Esteqlal di Kabul e il Pediatrico di Herat) hanno ora un master plan, la documentazione che definisce i
lavori architettonici e strutturali necessari per la loro riqualificazione, nonché la lista dettagliata delle
attrezzature medicali e non, con le relative specifiche per quando le due strutture saranno ultimate. In un
comunicato diffuso oggi a Kabul la Cooperazione evidenzia che si e' trattato di ''un lavoro di sei mesi di
medici, economisti, architetti, ingegneri, tecnici biomedicali afghani e italiani''. Due giorni fa la
documentazione è stata consegnata al Ministero che si avvia ora a lanciare le gare per mettere in atto la
progettazione. Si procederà per fasi e la Cooperazione italiana ha già assicurato circa 1,5 milioni euro per la
realizzazione delle prime costruzioni. Nel primo stadio gli interventi all'Esteqlal riguarderanno l'abbattimento
delle barriere architettoniche e la costruzione di una palazzina che ospiterà radiologia, laboratori generali e
uno specialistico per la diagnostica dei tumori femminili, oltre agli uffici amministrativi, a una sala conferenze
e una d'aspetto e una moschea. Al Pediatrico, invece, si procederà con il reparto di radiologia, la
ristrutturazione degli ambulatori, degli spogliatoi, nonché l'ampliamento e l'adeguamento dei servizi e degli
impianti generali e l'edificazione delle cucine, dei magazzini, degli spogliatoi e della lavanderia. L'equipe ha
lavorato per fornire un prodotto 'modello': le opere civili sono state ideate con un'ottica di sostenibilità e
riproducibilità degli interventi, attraverso tecnologie appropriate e materiali reperibili sul mercato locale.
(ANSA 22 NOVEMBRE).
ITALIA-AFGHANISTAN: DONATO MAGAZZINO PROTEZIONE CIVILE HERAT
Grazie al programma emergenza della Cooperazione Italiana, l'Authority nazionale afghana per la gestione
dei disastri (Andma), in sostanza la Protezione civile locale, avrà un nuovo magazzino di stoccaggio. Lo ha
reso noto a Kabul la Cooperazione italiana. ''Non si tratta di un edificio come tanti - si legge in un comunicato
- ma del vecchio deposito delle granaglie del Re nell'antica Cittadella di Herat'', che viene fatta risalire
addirittura ad Alessandro Magno. In passato l'Andma si serviva di uno stabile affittato nella periferia della
città, finché un Decreto presidenziale ha stabilito che tutti i magazzini di proprietà dello Stato dovessero
essere messi a disposizione dell'ente. ''La Cooperazione Italiana - si dice ancora - ha quindi cercato e
individuato questa nuova sede che ha oltre 200 anni di storia. L'edificio, costruito secondo le antiche tecniche
tradizionali afghane, presenta le caratteristiche ideali per lo stoccaggio dei materiali per il pronto intervento
e, in particolare, per gli aiuti alimentari''. La Cooperazione Italiana ha rimesso in sesto la struttura con
interventi di pulizia e riabilitazione, secondo le linee guida messe a punto dall'Agha Khan Foundation, e l'ha
dotata di un impianto di illuminazione. L'effetto di luci a cascata che ne e' risultato, si sottolinea. è suggestivo
e valorizza la struttura architettonica del magazzino con le sue grandi volte. La Cooperazione Italiana ha
inoltre fornito ad Andma tende, coperte, kit da cucina, sacchi di carbone e cucinini a carbonella tradizionali
per oltre 2.000 potenziali beneficiari, oltre a uno stock di derrate alimentari. (ANSA 21 NOVEMBRE).
AFGHANISTAN: DOPO CONFERENZA BONN ACCORDO STRATEGICO CON GB SU
ADDESTRAMENTO
Afghanistan e Gran Bretagna firmeranno un accordo di cooperazione strategica dopo lo svolgimento il 5
dicembre della 2/a Conferenza internazionale di Bonn. Lo ha reso noto oggi a Kabul il portavoce
presidenziale. In una conferenza stampa il portavoce, Aimal Faizi, ha dato conto di una riunione del consiglio
dei ministri durante cui il presidente, Hamid Karzai, ha dato disposizioni per l'organizzazione di incontri con
responsabili governativi americani per applicare le raccomandazioni emerse dalla Loya Jirga (Grande
Assemblea) conclusasi sabato sull'accorso strategico con gli Usa. Gli oltre 2.000 delegati convenuti nella
capitale afghana hanno dato il via libera alla firma di un accordo decennale, condizionandolo pero' a un
ridimensionamento del ruolo dei militari americani sul territorio dell'Afghanistan. Per quanto riguarda invece
l'intesa strategica con Londra, Faizi ha detto che essa è in discussione da sette mesi e che riguarda, fra
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l'altro, la creazione di un'Accademia militare in Afghanistan e l'addestramento delle forze di sicurezza
afghane. Simili accordi, ha concluso il portavoce, saranno firmati anche con Unione europea (Ue), Australia e
con altri Paesi. (ANSA 21 NOVEMBRE)
«LA NOSTRA RIVOLUZIONE DI CARTA IN AFGHANISTAN»
Lo schermo fisso sul messenger di Yahoo, Nasima batte veloce sulla tastiera in farsi. «Sto chattando con i
miei compagni di corso a Herat» dice. Jeans e maglietta nera con le perline, trucco leggero, questa
apprendista reporter nata a Kabul 22 anni fa racconta quasi in tempo reale ai suoi amici afghani della sua
«trasferta» milanese al Corriere . Con lei ci sono Fariha Khorsand, di un anno più grande, e Sakhi Ataye,
giornalista sportivo trentenne: sono tre dei venti studenti che hanno frequentato i workshop di giornalismo
organizzati dall' università Cattolica di Milano e dalla Fondazione Fondiaria Sai, in collaborazione con l'
ambasciata e con l' Esercito italiano. È la loro prima volta in Europa, finora erano espatriati sempre in
famiglia per andare da parenti in Iran e Pakistan. «La cosa che mi ha più colpito in Italia è vedere che in
classe i ragazzi e le ragazze siedono vicini, si parlano, studiano insieme: da noi non si può, i maschi stanno
da una parte e le femmine dall' altra» fa presente Nasima. Prima di partire aveva raccontato sul sito di news
della Ong Iwpr cosa può succedere ai «trasgressori»: una studentessa di Herat è stata picchiata e segregata
in casa dal marito perché un compagno aveva osato chiamarla per nome e informarla che un esame era
stato rinviato. Su Internet mostra un altro suo articolo sull' aumento del consumo di oppio tra le donne in
Afghanistan: iniziano costrette dai mariti, sotto le loro minacce, perché la droga le rende più docili. Impegno,
coraggio, speranze e sogni ma anche tanti timori. «Collaboro da tre anni a una radio locale - dice Fariha
sgranando i suoi vispi occhi azzurri - in programmi sulle donne, per aiutarle a diventare più consapevoli dei
loro diritti. Mi piacerebbe fare la giornalista tv ma non posso mostrare il mio volto, è troppo pericoloso, le
donne impegnate sono nel mirino dei talebani». Anche Nasima sogna di condurre programmi tv, «di politica precisa - ma alle donne non lo fanno fare». Così come non è loro permesso girare in jeans e maglietta: «A
Herat in strada portiamo l' abito lungo e il capo coperto, ma quando arriviamo in università e al lavoro
restiamo in pantaloni». Eppure anche a Milano, per andare a prendere un caffè con il compagno Sakhi,
Nasima si copre il capo con un foulard: «Non vorrei che al ritorno a Herat andasse in giro a dire che sono
una poco di buono». (CORRIERE DELLA SERA 19 NOVEMBRE DI ALESSANDRA MUGLIA)
AFGHANISTAN: “FESTA DEI BAMBINI”
E’ stato un giorno di festa per circa 30 bambini afghani invitati dal Contingente italiano a trascorrere qualche
ora insieme nella base di Camp “Arena”, sede del Comando Regionale Ovest, su base Brigata “Sassari”.
Questa volta a beneficiare del progetto sono stati i figli dei lavoratori locali (local workers) che prestano
servizio da diverso tempo nella base italiana con diverse mansioni. I bambini dai 3 ai 12 anni accompagnati
dai genitori, sono stati accolti dai soldati responsabili del funzionamento della base (Camp Site), uomini e
donne appartenenti a tutte le Forze Armate italiane, ed hanno preso parte alle numerose attività ludiche
organizzate per l’evento e ad un tipico pranzo italiano. In sintesi, è stata una vera “operazione interforze” per
una giornata di divertimenti e sorrisi. L’occasione e’ stata creata per far conoscere il luogo di lavoro dei
genitori, ma soprattutto per predisporre una visita medica della nostra organizzazione sanitaria, impegnata
giornalmente ad assistere la popolazione civile in tutte le basi del Contingente, da Nord a Sud, assicurando
distribuzione di medicinali e cure mediche. A fine giornata, numerosi sono stati i doni distribuiti, frutto di una
raccolta spontanea avvenuta durante la S. Messa di domenica scorsa. (ITALFOR KABUL E RC-W 17
NOVEMBRE)
AFGHANISTAN: COLPO ALLA DISUGUAGLIANZA DI GENERE, BOOM DI DONNE PUGILI
Suona come un colpo alla disuguaglianza di genere quello che hanno deciso di sferrare metaforicamente le
donne che, oggi in Afghanistan, stanno registrando una crescente passione nei confronti del pugilato. Uno
sport, come tanti altri, vietato alle donne nell'epoca dei Talebani. Oggi un mezzo, come altri, per conquistare
libertà e combattere le disuguaglianze, anche indossando i guantoni. Il tutto nello stadio principale di Kabul,
lo stesso luogo un tempo usato dai Talebani per fustigazioni pubbliche o per compiere condanne a morte ai
danni delle donne. Ma i Talebani sono ora lontani da questi luoghi dove una ventina di donne, con il capo
coperto dal velo e i guantoni indosso, cercano di avere la meglio sull'avversario sferrando colpi
regolamentari. ''Il primo colpo che ho ricevuto sul naso mi ha fatto sanguinare ed è stato molto doloroso - ha
raccontato Sonaya, un'adolescente dai lunghi capelli neri, alla Bbc - Ma dopo un po' il dolore se ne è andato
e ho capito che potevo imparare da quel pugno. Ed e' l'unico pugno in faccia che ho ricevuto finora qui
dentro''. Sonaya si allena seriamente e, come le altre sue compagne, sogna di qualificarsi alle prossime
Olimpiadi di Londra. ''La differenza tra la lunga guerra in Afghanistan e la boxe è che il conflitto armato sta
distruggendo le cose e rovinando la reputazione del nostro Paese - ritiene Sonaya -. Ma i combattimenti che
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noi stiamo compiendo sul ring, uno di fronte all'altra, e' uno scontro amichevole, una sorta di messaggio di
pace''. E in un Paese dove molti mariti non consentono ancora alle loro mogli di uscire di casa da sole,
Sonaya racconta che anche suo padre, all'inizio, non era affatto contento della sua scelta di dedicarsi al
pugilato e le ha chiesto più volte di smettere. Ma ora, spiega, ha accettato l'idea che questi esercizi facciano
bene alla salute. ''Mia madre mi ha incoraggiato molto - racconta la ragazza - Mi ha detto di allenarmi
parecchio, di andare avanti, di partecipare a una competizione all'estero e poi di tornare a casa come
campionessa''. L'allenatore Nasar, un uomo di mezza età, ammette che molte famiglie non sono contente del
fatto che le loro figlie indossino i guantoni. ''Abbiamo un sacco di problemi con i genitori qui in Afghanistan",
ammette. ''Non possiamo obbligarli a permettere alle loro figlie di allenarsi. Ma io penso che le famiglie che
consentono alle ragazze di esercitarsi dovrebbero anche permettere loro di scegliere in quale sport farlo,
invece di impedir loro di fare boxe''. Terin, il capo coperto da un velo multicolore e due genitori che la
sostengono nella sua scelta, spiega che ''non mi piace combattere, ma quando è necessario sono in grado di
difendere me stessa. Ci sono diverse strade dove i giovani molestano le ragazze e le donne. Pensano che le
ragazze siano deboli. Ora noi abbiamo la possibilità di dimostrare loro che si sbagliano. Posso difendermi da
sola e dare un pugno a chi mi manca di rispetto”. (ADNKRONOS 17 NOVEMBRE)
AGENDA (DI Più)___________________________________________________________________
AFGHANISTAN: IN TURCHIA CONFERENZA REGIONALE IL 2 NOVEMBRE
La Turchia ospiterà il 2 novembre 2011 ad Istanbul una Conferenza sull'Afghanistan a cui parteciperanno
tutti i paesi confinanti e vicini per accompagnare gli sforzi di pace e riconciliazione del governo afghano. Lo
riferiscono oggi i media a Kabul. La decisione di tenere la Conferenza è stata presa oggi. a margine della IV
Conferenza dell'Onu sui paesi meno sviluppati, durante una colazione di lavoro offerta dal ministro degli
Esteri turco Ahmet Davutoglu ad Ankara, ed a cui hanno partecipato i ministri dei paesi che parteciperanno
all'incontro, quali lo stesso Afghanistan e poi Pakistan, India, Iran, Turkmenistan, Tagikistan, Kirghizistan,
Arabia saudita e Emirati arabi uniti. In un comunicato stampa in cui manifestano la loro adesione
all'iniziativa, i paesi firmatari riaffermano che l'appoggio al processo di trasferimento delle responsabilità della
sicurezza all'Afghanistan entro il 2014. ''Un Afghanistan sicuro, stabile e prospero - si legge nel documento è vitale per la stabilità e la pace di tutti, ma una simile atmosfera può essere assicurata solo in un più ampio
contesto che rifletta l'amicizia e la cooperazione regionale''. (ANSA 10 MAGGIO).
DIRITTI UMANI, FUNZIONARI AFGANI A SCUOLA IN ITALIA
Esperti militari e funzionari governativi afgani a scuola di diritto umanitario e diritti umani in Italia. Il gruppo
dal 28 novembre all'8 dicembre frequenterà un corso ad hoc, organizzato a Sanremo presso Villa Ormond,
sede dell'Istituto internazionale di diritto umanitario (Iihl). L'iniziativa è sostenuta dalla Nato e dalla Farnesina
e rientra nelle attività che il nostro paese ha intrapreso per la ricostruzione del paese asiatico. Nel frattempo,
un gruppo di esperti civili afgani impiegati nell'Unama (United Nations assistance mission Afghanistan) sta
partecipando in questi giorni - insieme a militari provenienti da diversi stati - a un corso su tematiche legate
all'applicazione del diritto internazionale umanitario (le lezioni sono cominciate il 7 novembre e si
concluderanno il 17 del mese). La delegazione principale, oltre a quella afgana, è quella cinese: oltre 20
ufficiali accompagnati dal colonnello Xiaodong He, da molti anni docente all'Istituto di Sanremo. Inoltre,
frequentano il corso in lingua russa un gruppo di esperti provenienti dalla Bielorussia, dalla Moldavia e dalla
Russia. (IL VELINO-PEI NEWS 15 NOVEMBRE)
AFGHANISTAN:USA,KARZAI CONVOCA 'JIRGA' SU ACCORDO STRATEGICO
Il presidente Hamid Karzai ha convocato per la metà di novembre una Loya Jirga (Gran Consiglio) che avrà il
compito di consigliare il governo sulla definizione di un accordo strategico con gli Usa e su un nuovo
meccanismo per avviare un processo di pace e riconciliazione con i talebani. Lo scrive oggi l'agenzia di
stampa afghana Pajhwok. All'evento, ha dichiarato alla Pajhwok il portavoce del ministero dell'Interno, Siddiq
Siddiqi, parteciperanno 2.000 fra responsabili governativi nazionali e provinciali, parlamentari, anziani e
rappresentanti della società civile. I lavori, si è infine appreso, cominceranno il 16 novembre e si
protrarranno per quattro giorni. Afghanistan e Usa stanno definendo da tempo un accordo strategico che
dovrebbe regolare le loro relazioni dopo la fine del ritiro delle truppe internazionali nel 2014. (ANSA 24
OTTOBRE).
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AFGHANISTAN: CONFERMATO VERTICE DI BONN IN DICEMBRE
L'inviato speciale tedesco per Pakistan ed Afghanistan, Michael Steiner, ha confermato a Kabul che la
seconda Conferenza di Bonn sull'Afghanistan si svolgerà come previsto nel dicembre prossimo. Lo riferisce
l'agenzia di stampa Pajhwok. La conferma della realizzazione dell'iniziativa è stata data dallo stesso Steiner in
un incontro ieri sera con il ministro degli Esteri afghano, Zalmai Rassoul. E se la prima Conferenza, durata
nove giorni e svoltasi nel 2001, permise la creazione di costituire una Autorità di transizione afghana, di
introdurre una Costituzione post-talebana e definire elezioni presidenziali e parlamentari, la seconda dovrà
approfondire le prospettive della transizione in corso ed il futuro dell'Afghanistan. Steiner e Rassoul hanno
anche confermato che la seconda Conferenza di Bonn sarà gestita dal governo afghano. (ANSA 3 AGOSTO).
NATO/ IL SUMMIT 2012 SARÀ A CHICAGO, CITTÀ DI OBAMA
Sarà a Chicago il summit di maggio 2012 sull'Afghanistan della Nato, insieme al vertice G8. Fonti della Casa
Bianca hanno anticipato l'annuncio che il presidente Barack Obama farà in serata, all'interno del discorso sul
ritiro delle truppe Usa in Afghanistan. Obama porta così nella sua città un altro importante appuntamento
oltre al vertice degli otto più grandi paesi industrializzati. Non è la prima volta che il presidente sceglie un
luogo a lui caro per un appuntamento importante: il summit sulla cooperazione in Asia-Pacifico si tiene
quest'anno alle Hawaii, stato dove Obama è cresciuto. L'ultima volta che gli Usa avevano ospitato il G8 era
stato a Sea Island in Georgia nel 2004. Il vertice Nato di Chicago sarà dedicato alla verifica degli obiettivi
fissati allo scorso vertice di Lisbona nel 2010, quando l'alleanza occidentale aveva deciso di fissare la data del
2014 per il passaggio della responsabilità per la sicurezza alle forze armate afgane. (TMNEWS 22 GIUGNO)
AFGHANISTAN: MINISTRI, IN GIUGNO A KABUL ALTRA MINISTERIALE
I ministri degli Esteri di Turchia e Afghanistan, Ahmet Davutoglu e Zamal Rassoul, hanno confermato che,
nella conferenza odierna svoltasi nella metropoli sul Bosforo, è stato avviato un ''processo di Istanbul'' per
l'Afghanistan i cui risultati saranno controllati in una riunione ministeriale il giugno prossimo a Kabul. (ANSA
2 NOVEMBRE).
NATO: RASMUSSEN, SUMMIT CHICAGO IL 20-21 MAGGIO 2012
Il prossimo summit della Nato si terrà a Chicago il 20 e 21 maggio del 2012. Le date sono state annunciate
dal segretario generale, Anders Fogh Rasmussen, a margine dell'Assemblea generale della Nazioni Unite
secondo quanto informa una nota dell'Alleanza Atlantica. L'agenda del vertice non e' stata ancora
completata, ma tra i punti centrali ci saranno l'Afghanistan (in cui - secondo la Nato ''la transizione sara'
completata nel 2014''), lo scudo anti-missile (con Rasmussen che si augura una ''intesa con la Russia per una
cooperazione nel sistema di difesa anti-missile'') e la cosiddetta 'smart defence'. Rasmussen ha quindi
affermato che il summit di Chicago chiarirà che ''non abbandoneremo l'Afghanistan: resteremo impegnati,
con l'obiettivo principale di addestrare e formare le forze di sicurezza afghane per continuare a migliorare le
loro capacità operative''. (ANSA 23 SETTEMBRE)
COMMENTI (DI Più)_______________________________________________________________
L'ONU A LEZIONE DAI CARABINIERI - MISSIONI DI PACE, L'ONU A SCUOLA DAI CARABINIERI
L'Onu e gli Stati Uniti vanno «a lezione» dai Carabinieri. Succede oggi al Palazzo di Vetro, presso la missione
italiana, dove gli inviati dell'Arma incontreranno alti rappresentati delle Nazioni Unite e del governo
americano, per fare il punto su una collaborazione senza precedenti. Quella che in sostanza, da un anno a
questa parte, ha portato l'Onu ad adottare la dottrina dei Carabinieri, tanto nel campo dell'addestramento,
quanto in quello della protezione dell'ordine pubblico in situazioni di crisi ed emergenza. Il 29 giugno del
2010 il generale Emilio Borghini e l'assistente segretario generale per lo Stato di diritto e le Istituzioni di
sicurezza, Dmitry Titov, avevano firmato un «Memorandum of understanding» che aveva formalizzato la
prima collaborazione di questo genere tra un corpo militare e il Palazzo di Vetro. In pratica le Nazioni Unite,
riconoscendo la particolare abilità dei Carabinieri nella gestione dell'ordine pubblico e nell'addestramento,
avevano creato un canale preferenziale di cooperazione con loro. La dottrina strategica dell'Arma, basata
sull'integrazione degli aspetti militari con quelli civili, era stata riconosciuta come un modello specificamente
adatto alle esigenze delle missioni internazionali. Quindi il Coespu, cioè il Center of Excellence for Stability
Police Uni-ts creato sei anni fa a Vicenza, si era visto assegnare un ruolo privilegiato nell'addestramen-to
delle forze di tutto il mondo destinate a lavorare sotto le bandiere dei Caschi blu. Il progetto è andato avanti,
al punto che oggi la missione italiana ospiterà un vertice per fare il punto sui risultati raggiunti, studiare le
tecniche dei Carabinieri, e valutare gli impegni futuri. Attorno al tavolo, con l'ambasciatore Ragaglini e il
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consigliere militare della missione, il generale di divisione dell'Arma Leonardo Leso, si siederanno il colonnello
Massimo Mennitti, l'assistente segretario generale Titov, la consigliera di Ban Ki-moon per le questioni di
ordine pubblico Anne Marie Orler, e il direttore del programma Global Peace Operations Initiative del Dipartimemto di Stato americano, Michael Smith. Gli Usa hanno un particolare interesse alla promozione di questa
iniziativa, perché proprio loro avevano favorito la creazione del Coespu durante il G8 di Sea Island e ne
finanziano in parte l'attività. Negli ultimi cinque anni la struttura di Vicenza ha addestrato quasi 5000 uomini
provenienti da 28 paesi diversi, e l'intenzione dell'Onu e degli Stati Uniti è potenziare ed allargare la
cooperazione. I Carabinieri hanno partecipato a missioni in tutto il mondo, soprattutto in situazioni di
emergenza tipo quella del terremoto ad Haiti, dove ci fu chiesto di schierare in breve tempo una compagnia
di 130 elementi completamente autosufficiente. Al momento però l'impegno strategicamente più rilevante è
quello fornito dai circa duecento uomini che lavorano in Afghanistan. Si occupano di ordine pubblico ma
soprattutto di addestramento, con tecniche note per puntare non solo alla stabilità immediata, ma anche alla
conquista del consenso di lungo periodo tra la popolazione. Il presidente Obama ha deciso di accelerare il
ritiro dall'Afghanistan, chiedendo al Pentagono di valutare la possibilità di anticipare all'anno prossimo alcuni
degli obiettivi previsti per il 2014. In questo quadro l'addestramento delle forze locali diventa l'elemento
essenziale per la riuscita del progetto, e il compito affidato ai Carabinieri assume un'importanza strategica
ancora più decisiva del passato. Anche così si spiega la presenza degli americani al vertice di oggi, visto che
proprio ieri Ragaglini ha promesso all'Assemblea generale che «la comunità internazionale non abbandonerà
l'Afghanistan dopo il 2014 nei campi della sicurezza e dello sviluppo», auspicando un «consolidamento dello
stato di diritto» accompagnato dallo «sviluppo della dimensione economica». Tutti obiettivi che passano
attraverso il successo della missione di stabilizzazione in corso. (LA STAMPA 22 NOVEMBRE DI PAOLO
MASTROLILLI)
KABUL DI FRONTE ALLO SPARTIACQUE TALEBANO
Il copione si ripete. Da un lato la diplomazia afghana che punta a far sedere i talebani al tavolo del
negoziato; dall'altro, i miliziani che continuano a rifiutare ogni forma di dialogo. Al termine della Loya Jirga —
l'assemblea di duemila leader tribali provenienti da tutto il Paese — è stato ribadita l'intenzione di tessere di
nuovo le fila del negoziato con i talebani. La condivisa consapevolezza è che senza il loro coinvolgimento, il
tanto sospirato processo di riconciliazione nazionale non avrebbe fiato lungo e basi solide. La Loya Jirga ha
poi proposto una conferenza internazionale per portare avanti l'ardua opera di riconciliazione, che «deve
essere guidata dagli afghani». Non si è fatta attendere la replica talebana. I miliziani hanno respinto le
conclusioni del vertice, confermando il rigetto di ogni opzione negoziale e puntando il dito contro il patto
strategico che, durante i lavori, è stato siglato con Washington. I talebani hanno affermato che il vertice di
Kabul è «servito a fare il gioco degli Stati Uniti» e, di conseguenza, la distanza tra Kabul e i miliziani rimane.
Anzi, rilevano gli analisti, il divario, dopo la Loya Jirga, sembra essersi esteso, a detrimento delle prospettive
di riconciliazione all'interno del travagliato territorio. A salutare con favore l'esito della grande assemblea è
stato il presidente Hamid Karzai, il quale ha posto l'accento sul partenariato strategico con gli Stati Uniti per il
dopo 2014, quando è prevista la conclusione del processo di transizione. Tuttavia, sottolineano gli
osservatori, finché non verrà sciolto il nodo talebano, la causa afghana difficilmente potrà conoscere uno
sbocco soddisfacente. Del resto il rifiuto dei guerriglieri a sedersi al tavolo delle trattative coincide, non a
caso, con l'intensificarsi delle violenze. Insomma l'elemento talebano si sta venendo sempre più a configurare
come uno spartiacque nel mosaico afghano. I miliziani vogliono che «le forze di occupazione» lascino
l'Afghanistan: solo allora, dicono, potrebbe essere avviata una qualche forma di negoziato. Alla luce di questa
posizione, il patto strategico con Washington, che prevederebbe, tra l'altro, l'istituzione di basi permanenti
statunitensi in territorio afghano, non aiuta certo a ravvicinare le parti. E in questo scenario si è inserita la
Russia, che ha detto di non vedere di buon occhio la presenza di tali basi. Un dato certo del contesto
afghano è rappresentato dalla sua fluidità. Ne è conferma, concordano gli analisti, la linea di Karzai riguardo
ai tale-bani: qualche settimana fa aveva detto di aver chiuso definitivamente la porta al dialogo con i
miliziani, dopo tanti infruttuosi tentativi di intesa; ora il capo dello Stato riapre la porta. Un cambiamento cui
non è estranea la posizione del segretario di Stato americano, Hillary Clinton, che proprio qualche giorno fa
ha rinnovato l'invito a non scartare del tutto, riguardo al rapporto con i talebani, la carta diplomatica.
(OSSERVATORE ROMANO 22 NOVEMBRE DI GABRIELE NICOLO’)
KABUL, COME È CAMBIATA LA VITA DELLE DONNE - LE ROSE DI KABUL - AFGHANISTAN LE
DONNE DIECI ANNI DOPO
Le rose sono un po' sfiorite, strangolate dalla polvere. Ma le ragazze di Kabul non ci fanno caso. Passeggiano
nei vialetti del Giardino di Sharara tenendosi per mano, qualcuna si lascia il fazzoletto sulle spalle, quasi a
voler approfittare del sole pallido di novembre. Un'adolescente con il chador nero si esercita ad andare in
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bicicletta fra le aiuole, le più giovani addirittura volano alte sui seggiolini dell'altalena, ridendo. Dal locale
vicino arriva l' odore penetrante dei ravioli mantu: è una delle aule dove le afgane imparano a cucinare. È il
giardino riservato alle donne.
KABUL - I dollari di Usaid sono serviti a ricostruirlo, dopo che i Taliban l'avevano trasformato in discarica. Gli
euro della Cooperazione italiana sono serviti ad alimentare sogni dell'indipendenza economica, grazie a corsi
di cucina, taglio di pietre dure, riparazioni elettroniche e persino scuola guida. E le donne tassiste devono
fare in fretta ad imparare, la società Mfi Muthaid preme perché comincino a lavorare quanto prima. Ma
attorno al giardino i muri sono alti, la sorveglianza è affidata a soldati con kalashnikov. All'ingresso tre
robuste poliziotte procedono alle perquisizioni: niente burqa qui, perché sotto si pub nascondere di tutto. La
realtà di Kabul è sempre II, tutto intorno all'isola di pace fra le aiuole. Da questa parte il ricordo di altri tempi
per le anziane e la speranza per le più giovani, dall'altra parte delle recinzioni i checkpoint, le armi, il filo
spinato, la paura. A dieci anni dall'inizio dell'intervento militare, i vertici della missione internazionale Isaf
parlano apertamente di ritiro. E le donne dell'Afghanistan devo-no fare un bilancio. Era la loro oppressione
che l'Occidente ha usato per giustificare e rendere quasi accettabili i missili e le bombe a grappolo. I burqa
come le armi di distruzione di massa nascoste da Saddam Hussein. «Le truppe internazionali vogliono
lasciare l'Afghanistan prima possibile, sono alla ricerca di una soluzione rapida: in questa situazione i diritti
umani e delle donne potrebbero essere facilmente considerati sacrificabili», dice Horia Mosadiq, di Amnesty
International. Tanto più che le trattative con i Taliban perla riconciliazione nazionale, attive o ferme che
siano, «sono gestite senza nessuna trasparenza, i gruppi femminili, gli attivisti e la società civile sono
esclusi». In parole più esplicite, nessuno sa che cosa succederà, se governo afgano e comunità
internazionale saranno costretti a scegliere fra pace e tutela delle donne. I segnali che nei giorni scorsi sono
arrivati dal compound blindatissimo utilizzato per la LoyaJirga, l'assemblea tradizionale voluta da Hamid
Karzai, non sembrano lusinghieri. Il presidente appare più preoccupato di sottolineare lo spirito nazionalista
del suo governo piuttosto che di tutelare i diritti dei cittadini. Eppure il suo ruolo sarebbe fondamentale per
distinguere con chiarezza fra cultura afgana e abusi, fra la sharia, magari intesa in senso moderato, il rigido
codice locale che gli esperti chiamano Pashtunwali e la violenza senza scusanti. Per Fawzia Koofi,
parlamentare e attivista femminile, «le nostre tradizioni islamiche non c'entrano niente con gli stupri, che
Taliban tolleravano e non punivano». Anche le Nazioni Unite sottolineano gli impegni presi dieci anni fa
dall'Occidente. Nel rapporto sulla condizione femminile—che uscirà oggi—ci sono « luci, ombre e nuvole»,
come anticipa Staffan de Mistura, rappresentante del segretario generale Onu in Afghanistan: «Le luci sono
la presenza femminile nelle scuole, in Parlamento, le leggi sulla violenza che finalmente si comincia ad
applicare. Le ombre 2011 sono soprattutto i rilasci rapidi degli uomini condannati per questi abusi. Le nuvole
sono legate al rischio che ogni accordo sia legato a «scorciatoie» nel campo dei diritti umani e delle donne.
Serve una sorveglianza continua, ma servono anche le risorse, perché non si ritorni indietro nelle conquiste
fatte». Un altro segnale inquietante era stato, nei giorni scorsi, il ritiro di un documentario voluto e finanziato
dall'Unione europea sulle donne nelle carceri. In-Justice, firmato da Clementine Malpas, non sarà distribuito
perché — dicono in tanti — potrebbe mettere a rischio i rapporti fra Ue e governo britannico. «Nel modo più
assoluto, da parte europea non c'è nessuna voglia di sacrificare i diritti delle donne per motivi diplomatici. C'è
solo un'esigenza di tutela per le detenute che hanno testimoniato, ritratte a viso scoperto nel film, con la
reale possibilità di rappresaglie», taglia corto Vygaudas Usackas, rappresentante dell'Unione a Kabul,
lasciando capire ch e chi ha commissionato il lavoro, a Bruxelles come a Kabul, sapeva già che cosa lo
attendeva. Insomma, nessuno poteva illudersi che da un documentario del genere venissero fuori
informazioni lusinghiere per la giustizia afgana. Al di là delle goffaggini e dei ripensamenti, anche un
incidente come questo contribuisce a testimoniare quanto la tutela delle donne sia un nervo scoperto,
destinato a irritarsi sempre di più man mano che il disimpegno occidentale proseguirà. «Che cosa
succederebbe se il governo di Kabul si accordasse con i Taliban per ottenere la pace a spese delle donne?
Vieterebbero di nuovo il lavoro femminile, la vita di chi si è esposta sarebbe in pericolo», dice Maria Bashir, la
procuratrice di Herat diventata «eroina» delle donne afgane per il lavoro nella squadra anti — violenza in
tutta la zona Ovest. «Quanto a me, mi ucciderebbero senz'altro». Ma non succederà. Non voglio crederci».
Un ritorno alle condizioni semi-medievali del regime Taliban appare davvero irrealistico. Con il mullah Omar
le donne non potevano lavorare, oggi in Parlamento ne siedono 69, molte elette grazie alle «quote rosa»,
qualcuna arrivata anche battendo i candidati uomini. Le bambine che si vedevano vietare dagli studenti
coranici l'accesso a scuola, oggi costituiscono il 40 per cento del corpo studentesco. E nelle città il velo
integrale lascia sempre più spazio ai jeans, il più diffuso è l’hijab che lascia il viso scoperto, senza che
nessuno usi più la frusta per punire chi si affaccia in strada in abiti «provocanti». Ma nelle campagne e nei
villaggi la situazione è diversa. Qui le donne sono ancora esseri senza diritti, spesso date in sposa a mariti
anziani ben prima di poter capire che cosa è un matrimonio, o rinchiuse in casa senza nessuna istruzione.
Aumentano persino i casi di ragazze che si rifugiano nell'oppio. Le mogli che fuggono da un marito violento
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spesso si vedono rinchiudere in carcere. E in qualche distretto le regole degli integralisti sono applicate con
mano pesante: le scuole femminili saltano in aria e la condotta «non conforme» viene considerata adulterio e
punita con la morte sotto le pietre: è successo a Ghazni meno di un mese fa a una vedova e sua figlia,
lapidate dopo che il mullah aveva criticato il loro non ben definito «comportamento immorale». Insomma,
per le donne afgane non è finita. Fawzia Koofi conta molto su una nuova legge — in via di approvazione in
Parlamento—che prevede punizioni severe anche perii matrimonio forzoso e vieta le nozze delle bambine
sotto i 16 anni: «Le afgane sono venute da tutto il Paese per manifestare, per chiedere correzioni alla legge.
Abbiamo la decisione per cambiare le cose. Ma non lasciateci sole». (LA REPUBBLICA 22 NOVEMBRE DI
CADALANU GIAMPAOLO)
IL RUOLO DEL NUOVO MINISTRO PER LA COOPERAZIONE
All’interno del neonato governo Monti compare, per la prima volta nella storia repubblicana, il ministro senza
portafogli per la cooperazione internazionale e l’integrazione. La normativa che inquadra questa politica dal
1987 definisce la cooperazione allo sviluppo come parte integrante della politica estera del paese. La
rappresentanza politica del tema è stata generalmente affidata ai sottosegretari agli affari esteri, tranne la
breve esperienza del viceministro degli esteri del secondo governo Prodi, tra 2006 e 2008. Nel governo
“Berlusconi 4”, che contava ben 26 ministri, la delega alla cooperazione allo sviluppo è stata mantenuta al
ministro per gli affari esteri, insieme a quella per l’Africa e a molte altre.
Credibilità
Con la nomina di un ministro interamente dedicato, la cooperazione internazionale assume nuova rilevanza,
soprattutto in una compagine governativa ridotta a 17 membri, acquisendo per la prima volta un seggio nel
consiglio dei ministri. Il segnale è ancora più importante dopo una fase in cui, tra il 2008 e il 2012, i fondi del
Ministero degli Esteri destinati alla cooperazione allo sviluppo sono stati ridotti dell’88%. Un segnale
importante per ridare credibilità al paese, a partire proprio dalla cooperazione internazionale. Molte
Organizzazioni non governative (Ong) hanno sottolineato in più occasioni che la credibilità internazionale
dell’Italia era stata inizialmente molto danneggiata dal mancato rispetto degli impegni di cooperazione allo
sviluppo. La scelta di avere un ministro per la cooperazione quanto è condivisa dagli altri sistemi di
cooperazione allo sviluppo dei paesi Ocse? E che impatto potrebbe avere sulla qualità e quantità dell’aiuto
italiano?
Standard europei
Regno Unito, Germania, Canada, Lussemburgo, Svezia, Danimarca, Norvegia,Belgio, Nuova Zelanda, Olanda,
Finlandia e Irlanda - ossia la metà dei paesi Ocse - hanno tutti un ministro esclusivamente dedicato alla
cooperazione allo sviluppo. La scelta del governo italiano allinea dunque la governance politica dell’aiuto alle
scelte degli altri paesi Ocse. Si tratta di paesi che nella classifiche degli aiuti internazionali figurano come
buoni donatori per quantità e qualità dei finanziamenti. L’avere un ministro per la cooperazione allo sviluppo
sembra infatti giovare agli stanziamenti di bilancio per la cooperazione: dai contributi percentualmente più
alti erogati da Lussemburgo, Svezia, Norvegia, Danimarca e Olanda ( tra l’1% e lo 0,90% del Pil), fino a
quelli minori del Canada (0,33%) o della Germania (0,38%). In tutti i casi livelli almeno doppi di quelli
dell’Italia, pari allo 0,15% del Pil. Ad eccezione della Spagna, i paesi che hanno un ministro come figura
politica di riferimento per la cooperazione allo sviluppo sono i primi donatori; mentre quelli in cui la
cooperazione è gestita da un sottosegretario hanno tutti livelli di stanziamento inferiori. Nessuno dei paesi in
cui esiste il ministro per la cooperazione ha tagliato significativamente l’aiuto nel corso dell’attuale crisi
economica, neppure l’Irlanda. Nel caso italiano, tuttavia, si tratta di un ministro senza portafogli. Per la
legislazione sulla cooperazione allo sviluppo, quest’ultimo dovrà coordinarsi strettamente con il ministro degli
esteri e appoggiarsi alla struttura del ministero. Mancano ancora i dettagli su come questa relazione verrà
gestita, ma anche a questo riguardo la lettura comparata della scelte degli altri paesi Ocse fornisce utili
spunti. Degli undici ministri della cooperazione Ocse, solo quello tedesco, britannico e canadese hanno anche
un vero e proprio ministero. In Belgio, Danimarca, Finlandia, Lussemburgo, Olanda, Norvegia, la struttura del
ministero degli affari esteri è unica, ma condivisa tra il ministro degli esteri e quello della cooperazione, che
hanno lo stesso rango. In Irlanda e in Svezia invece il ministro per la cooperazione siede sempre all’interno
del ministero degli affari esteri, ma è in realtà una figura politica minore rispetto al ministro degli esteri. Al di
là delle specificità e dei limiti degli ordinamenti, guardando all’esperienza Ocse non sarebbe impensabile
vedere il neo ministro degli esteri e quello della cooperazione italiani che siedono entrambi alla Farnesina,
con un bilancio per la cooperazione moderatamente incrementato, nonostante il periodo di austerità che
attraversa il paese. (AFFARI INTERNAZIONALI 21 NOVMEBRE DI IACOPO VICIANI)
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MELECA, CRONACHE DALL'AFGHANISTAN «UNA DIFFICILE FASE DI TRANSIZIONE CHE
COMINCIÀ GIÀ A DARE I SUOI RISULTATI»
Le impressioni di Vincenzo Meleca, un sidernese in Afghanistan. Pur vivendo in Lombardia, Meleca è rimasto
legato alla sua terra, dove è tornato in questi giorni. La prima domanda è d'obbligo.
- Per quale motivo, lei che non è un militare in servizio attivo, è andato in Afghanistan?
«Diciamo che, come ufficiale in congedo dell'Esercito mi interessava vedere come operano i nostri militari.
Essendo anche scrittore e giornalista, volevo cercare di capire anche con quale spirito vivono questa missione
all'estero. Mi è stata data questa opportunità, cosa di cui sono davvero grato allo Stato maggiore della
Difesa».
- Che impressioni ha avuto da quello che ha visto?
«Sotto il profilo organizzativo, sono stato messo in contatto con quattro delle nostre Forze Armate presenti
nella Regional Command West, l'area occidentale dell'Afghanistan posta sotto la responsabilità del
contingente italiano. La prima impressione è che Esercito, Aeronautica, Carabinieri, Guardia di Finanza e, per
quanto ho potuto capire, Marina, operino in fortissima sinergia, con un obiettivo comune a tutte le forze della
coalizione: la "transizione", cioè il progressivo passaggio di poteri politici, amministrativi, militari e di polizia
alle autorità locali. È un obiettivo davvero strategico, che richiede tempi non brevi e il superamento di
notevoli difficoltà legate alla storia e alla cultura di quel Paese. I risultati però cominciano già a vedersi, in
particolare con l'addestramento dei militari e delle forze di polizia afghani curato dal nostro personale. Va
rilevato anche lo sforzo della Guardia di Finanza di creare un sistema e una struttura di controllo doganale e
di lotta anticorruzione. Importante anche ricordare gli interventi di assistenza sanitaria alla popolazione civile:
se la fase di transizione ha via via spostato sulle strutture sanitarie ed ospedaliere afghane la gestione degli
interventi ordinari, la tormentata orografia dell'Afghanistan fa sì che sia ancora compito delle strutture
sanitarie militari intervenire in località isolate, sia per trasporti urgenti che per interventi d'emergenza».
- Compiti solo addestrativi?
«No, ovviamente la nostra presenza ha il compito di controllo del territorio, per ridurre ed annullare il
tentativo degli insorti, i "talebani", di riprendere il potere. Compito rischiosissimo, come stanno a
testimoniare i numerosi caduti della coalizione e, per quel che ci tocca più da vicino, i nostri. In questo
compito, il ruolo primario spetta all'Esercito, affiancato da reparti della Marina».
- Ha avuto modo di partecipare a qualche azione?
«Il termine azione può essere fuorviante. Più corretto parlare di attività, essenzialmente di pattugliamento,
sia diurno che notturno. E, rispondendo alla sua domanda, sì, mi è stata data anche questa opportunità».
- Lei è stato un militare, ma credo che il suo servizio attivo risalga oramai a parecchi anni addietro: che
differenze rispetto alle sue esperienze passate?
«Tante. Innanzitutto, l'estrema professionalità di coloro che ho visto all'opera: dai caporal maggiori ai
sottufficiali ed agli ufficiali si nota l'elevato grado di addestramento operativo. Poi, la serietà. Per non parlare
della motivazione: mi dà sinceramente molto fastidio leggere affermazioni di colleghi e politici che legano la
presenza dei nostri militari all'aspetto economico. Ogni volta che escono in missione, rischiano la pelle, e non
lo fanno certo per poche migliaia di euro. Un'altra differenza è la presenza di una certa quota di personale
femminile, che lavora a fianco dei colleghi con eguali professionalità».
- Da quali parti d'Italia vengono i nostri militari?
«L'Italia è ben rappresentata in ogni Regione. In questo momento, però, la presenza di tre unità dell'Esercito
è caratterizzata da una discreta rappresentanza di sardi, campani e pugliesi. Non mancano ovviamente i
calabresi. Ricordo in particolare una ragazza della provincia di Cosenza, caporal maggiore scelto, che mi ha
colpito per la estrema competenza con cui, a bordo del Lince su cui eravamo, svolgeva il suo doppio compito
di fuciliere e di addetto alle comunicazioni».
- Quali, in definitiva, le sue impressioni conclusive?
«Sotto il profilo professionale dei nostri militari, ottime. La mia sensazione è che in quel teatro operativo
l'Italia stia mostrando il suo aspetto migliore, con uomini e donne non solo ben addestrati e motivati, ma
anche dotati di quello spirito di umanità che da sempre caratterizza noi italiani». (GAZZETTA DEL SUD 21
NOVEMBRE DI ARISTIDE BAVA)
USA IN AFGHANISTAN FINO AL 2024
La Loya Jirga convocata dal presidente afgano Hamid Kazrai, e conclusasi domenica, non ha fatto altro che
ufficializzare l'accordo segreto tra Washington e Kabul per la permanenza di truppe Usa in Afghanistan fino al
2024, almeno. Il documento di chiusura del gran consiglio che ha riunito per quattro giorni a Kabul oltre
duemila dignitari filogovernativi, tra ministri, governatori, rappresentati distrettuali, capi tribù e leader
religiosi, ha auspicato il prolungamento decennale, e rinnovabile, della presenza militare americana nel Paese
oltre il 2014, data termine del ritiro del grosso delle truppe. Lo scorso agosto il consigliere per la sicurezza di
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Karzai, Rangin Dadfar Spanta, aveva anticipato alla stampa britannica i termini generali dell'accordo,
preannunciando che sarebbe stato reso pubblico entro la conferenza di Bonn sull'Afghanistan di dicembre:
basi Usa in Afghanistan fino al 2024 con truppe da combattimento, forze speciali e aviazione. Il succo è
questo, ma sulle condizioni della permanenza delle truppe Usa in Afghanistan la trattativa tra Kabul e
Washington è appena iniziata. La Loya Jirga è stata il primo atto di questa lunga partita, destinata a protrarsi
fino al 2014. E, come in ogni trattativa che si rispetti, si parte puntando in alto pur sapendo che si otterrà
molto meno. Le condizioni poste dal gran consiglio afgano per la prosecuzione della presenza militare
americana sono la fine degli raid notturni dei sodati Usa nelle abitazioni private, la cessione agli afgani di
tutte le prigioni militari Usa e la sottomissione dei soldati americani al codice penale afgano. Condizioni già
informalmente respinte dal Pentagono come "inaccettabili". Ci sarà tempo per trovare un compromesso che,
facile indovinare, farà saltare tutti i paletti messi dalla Loya Jirga. Salvo una rabbiosa protesta degli studenti
universitari di Jalalabad e lo scontato comunicato ostile dei talebani, l'opinione pubblica afgana sembra aver
accolto con indifferenza e rassegnazione l'annuncio della Loya Jirga. D'altronde tutti gli afgani sanno
benissimo che gli americani non lasceranno mai il loro Paese. (PEACEREPORTER 21 NOVEMBRE DI ENRICO
PIOVESANA)
UNA LOYA JIRGA SU MISURA PER KARZAI
Si chiude con un successo apparente di Hamid Karzai la Loya Jirga di Kabul, la grande assemblea indetta dal
presidente afghano per “discutere la ratifica di un accordo strategico con gli Stati Uniti e i prossimi passi per i
colloqui di pace”. Al termine dei quattro giorni di dibattiti e interventi, Karzai porta a casa infatti il sostegno
della maggior parte dei 2000 invitati. Che ieri hanno sottoscritto una dichiarazione che riflette le posizioni da
lui annunciate mercoledì scorso, nel discorso inaugurale: sì alla presenza delle truppe americane oltre il 2014,
per altri dieci anni; sì alla presenza di basi militari a stelle e strisce sul suolo afghano, fino al 2024; sì ai
colloqui con i Talebani. Secondo quanto riporta l’agenzia di stampa afghana Pajhwok, sono molte però le
condizioni richieste dai delegati presenti a Kabul: che dal 2014 tutte le eventuali operazioni militari siano
condotte insieme alle forze di sicurezza locali; che gli Stati Uniti si impegnino a sostenere il governo afghano
in caso di aggressione da parte di un paese terzo; che dal suolo afghano non partano attacchi contro altri
paesi (un chiaro riferimento all’operazione che a maggio scorso ha portato all’uccisione in Pakistan di Osama
bin Laden, partita proprio dall’Afghanistan); che gli Stati Uniti e l’intera comunità internazionale intensifichino
gli sforzi per la ricostruzione delle infrastrutture del paese e che garantiscano l’arrivo dei soldi promessi per lo
sviluppo (un’accusa implicita al fallimento degli sforzi fin qui compiuti); che al posto delle strutture
amministrative parallele (il riferimento è ai PRT, Provincial Reconstruction Team) vengano rafforzate le
competenze del governo locale. Quanto ai colloqui con i movimenti antigovernativi, nella dichiarazione finale
si chiede un’inchiesta rigorosa sull’uccisione di Burhanuddin Rabbani, a capo dell’Alto consiglio di pace,
diversi criteri per la composizione di questo organismo a cui spetta il dialogo con i Talebani, un invito a
percorrere tutte le vie praticabili. A condizione però che i Talebani rinunciano alle armi. E gli americani alla
segretezza dei loro colloqui. Nel chiudere la Loya Jirga, Karzai si è mostrato compiaciuto e soddisfatto,
affermando di accogliere la dichiarazione finale come una serie “di istruzioni rivolte al governo da parte della
popolazione afghana”. Ma il suo successo è solo apparente: c’è innanzitutto la scarsa rappresentatività dei
delegati della Loya Jirga – leader tribali, religiosi, donne, rifugiati, membri dei consigli provinciali,
governatori, senatori - selezionati secondo criteri poco trasparenti, convocati per adottare una risoluzione che
non ha alcun potere vincolante, come hanno denunciato diversi membri del Parlamento afghano, a cui
secondo la Costituzione spetta la ratifica finale di un accordo di partenariato con gli Stati Uniti. E che serve
piuttosto a Karzai per giocarsi meglio le sue carte al tavolo negoziale con gli americani, e con un Parlamento
che non controlla più. Il presidente dell’Afghanistan è un politico molto scaltro, ma questa volta potrebbe
aver fatto male i suoi calcoli. Come ha notato Kate Clark, analista dell’Afghanistan Analysts Network di Kabul,
Karzai pretende infatti due cose incompatibili: permettere agli Stati Uniti di avere basi militari e truppe in
Afghanistan e, allo stesso tempo, rivendicare la sovranità nazionale. Una contraddizione insanabile. Così,
nella dichiarazione finale della Loya Jirga, agli articoli 2 e 3 si chiede il rispetto della cultura, della sovranità,
dell’indipendenza e dell’autonomia del paese. Richieste sensate sulla carta. Ma destinate a restare lettera
morta, una volta tradotte in pratica: i delegati afghani chiedono infatti che le basi militari americane ricadano
sotto il controllo afghano, che eventuali crimini commessi dai soldati a stelle e strisce siano giudicati secondo
le leggi locali. E che i tanto deplorati raid notturni siano condotti solo dall’esercito nazionale. A rompere
preventivamente l’incantesimo delle dichiarazioni formali ci aveva pensato, due giorni fa, il generale
americano Curtis Scaparrotti, a capo del comando congiunto in Afghanistan: i raid notturni – aveva detto al
Wall Street Journal – rimangono uno strumento indispensabile nella nostra strategia. Con buona pace di
Karzai e dei suoi 2000 delegati. E della loro rivendicata sovranità. (LETTERA 22 21 NOVEMBRE DI GIULIANO
BATTISTON)
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QUI BASE AFGHANISTAN
La grande assemblea tribale convocata dal presidente Karzai si è conclusa dopo tre giorni di lavori, dei quali
gli osservatori occidentali hanno capito molto poco. I meccanismi del potere che si irradiano nella società
afghana sono troppo complicati per i non afghani e presuppongono una conoscenza di quel contesto che
nessuno (in quest’altra parte del globo) sembra possedere. Per esempio non abbiamo ancora capito se gli
anziani, i capi tribali, le donne, gli ex-combattenti e quant’altro chiamati sotto la grande tenda fossero
davvero uno spaccato della comunità afghana o solo amici dei Karzai a cui è stata concessa una vacanza a
Kabul. Diciamo che (per aggiungere una nota di colore) non sappiamo nemmeno da dove nasca il mito del
39, numero saltato nelle quaranta commissioni della Jirga, perchè in Afghanistan da qualche anno è
considerato il numero del “lenone”. Senza sapere se la Jirga sia stata o meno legittimata a predendere le
decisioni che ha preso, non sappiamo quanto gli atti conseguenti che prenderà Karzai saranno davvero
condivisi dal popolo afghano. Di certo Washington è stata accontentata: a condizioni da definire (alias i soldi
che la Casa Bianca verserà nelle casse afghane) gli americani potranno restare nel Paese fino al 2014,
l’Afghanistan diventerà la più importante base statunitense in questo pezzo di mondo. Posizione strategica
per colpire l’Iran, fare paura alla Cina, controllare la “bomba” pakistana. Fanno poco testo le parole di Karzai
che, in chiusura di lavori, ha detto che “mai il territorio dell’Afghanistan sarà fonte di minaccia per altre
nazioni”. Del resto Karzai sa che rischia di fare la fine di Najibullah, l’ultimo presidente filo-sovietico, capace
di resistere dopo il ritiro dell’armata rossa (l’Isaf si ritira nel 2014) solo grazie agli aiuti militari di Mosca e
solo fino a quando quegli aiuti arrivarono. Karzai senza gli Stati Uniti (soldi e potenza di fuoco) a Kabul
resterebbe per molto poco. L’assemblea ha anche “benedetto” (non ha poteri decisionali) la decisione, già
presa da anni, di trattare con i talebani. La guerriglia ha già fatto sapere che la Jirga non era altro che una
riunione di dipendenti del governo, respingendone le conclusioni. (TG3 BLOG “TASHAKOR” 20 NOVEMBRE
DI NICO PIRO)
IL TRAFFICO DI LEGNAME E I TALEBANI
L’S2 è l’ufficiale dell’intelligence militare che raccoglie e analizza le informazioni per il battaglione. Mi ha
spiegato perché i talebani considerano la valle del Pech così importante. Prima di tutto il mullah Abdulrahim,
governatore ombra per la provincia di Kunar, vive da queste parti. La valle è anche la base per i traffici
clandestini che permettono di sovvenzionare la guerriglia: legname, gemme e un po’ di oppio. Il governo
centrale di Kabul ha reso il commercio del legname (le vallate qua attorno sono coperte di boschi) illegale
per cercare di raccogliere tasse. Le foreste sono così diventate materia prima per l’industria degli insorti, che
trasportano i tronchi verso la pianura sul fiume Pech e i suoi affluenti, come il Korengal. In queste zone si
sono infiltrati anche combattenti pachistani, spinti dalla pressione delle offensive militari dall’altra parte del
confine. Nell’area di Wataphur, vette tra i 2000 e3000 metri, si troverebbero i campi d’addestramento di Al
Qaeda, da Kunar è passato anche Osama Bin Laden dopo l’inizio della guerra nel 2001. Nelle valli del
distretto di Wataphur, gli alberi sono così fitti da impedire la sorveglianza dal cielo con i droni, gli aerei
telecomandati che ritrasmettono immagini alla centrale operativa. Durante l’Operazione Hammer Down,
all’inizio di giugno, a fianco degli insorti hanno combattuto anche stranieri, arabi e ceceni. Il commento
dell’S2: Al Qaeda da qui non se n’è mai andata. (CORRIERE.IT BLOG – AFGHANISTAN IN PRIMA LINEA 20
NOVEMBRE DI DAVIDE FRATTINI)
RICCARDI, LA SFIDA DELLA COOPERAZIONE
Le aspettative sono altissime. La sfida, improba quanto affascinante. Ricostruire dalle macerie la
Cooperazione italiana, ridando slancio ad un mondo solidale che per generosità e intelligenza ha incarnato,
nelle aree più calde e sofferenti del mondo, la «diplomazia del fare». Un mondo di frontiera, che guarda con
attenzione e speranza al duplice investimento, umano e di struttura, operato dal Professore. Realizzare il
ministero della Cooperazione internazionale e dell'Integrazione, e affidarlo ad una personalità che alla
«diplomazia del fare» ha dedicato energie e passione: Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di
Sant'Egidio. Qúesto duplice Investimento rappresenta un messaggio a quella rete di associazioni, Ong,
movimenti di base, che non hanno mai accettato di vedere l'Italia del Cavaliere accumulare «maglie nere» su
ogni fronte dell'impegno internazionale. «La costituzione di un dicastero specifico per la cooperazione
internazionale - commenta il Presidente di Link2007 Arturo Alberti - rappresenta un'indubbia novità e anche
una sorpresa. È il segnale di un rinnovato interesse e un rilancio della cooperazione italiana, dopo annidi
progressivo impoverimento e di marginalità nel dibattito politico. Anche se il neo ministro dovrà tener conto
delle attuali difficoltà finanziarie, potrà delineare quel cammino nuovo di cui sentivamo il bisogno. Siamo certi
che il ministro Riccardi, anche alla luce della sua lunga esperienza e dei valori che ha sempre espresso, potrà
dare un grande contributo in merito. Le organizzazioni non governative contano nella ripresa di un dialogo
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costruttivo al fine di valorizzare al massimo il ruolo dell'Italia nella cooperazione internazionale». «Ad Andrea
Riccardi è stato richiesto di dare un contributo straordinario, come ministro per la Cooperazione
internazionale e l'integrazione. È una responsabilità in più e mi sembra un segnale molto significativo della
qualità del nuovo governo. Nuovo non solo perché appena annunciato e presto insediato, ma perché
innovativo nella struttura e nei compiti che si dà. Cooperazione internazionale e integrazione: mi sembra che
si dia centralità a qualcosa di importante e che finora è stato ritenuto accessorio, un lusso, qualcosa di non
necessario. Mi sembra un segno di speranza per tutti, nella giusta direzione», annota Mario Marazziti,
portavoce della Comunità di Sant'Egidio. Rlolleva e le sorti della Cooperazione: è l'impegno del neo ministro.
Che incontra l'immediata disponibilità del mondo della solidarietà e del volontariato. «Esprimiamo la nostra
grande soddisfazione per la nomina del professor Andrea Riccardi nella funzione di ministro perla
Cooperazione internazionale e l'integrazione - rimarca Francesco Petrelli, presidente di Oxfam Italia L'istituzione di questo ministero è un indiscutibile segnale della volontà di rilanciare la cooperazione dell'Italia
come parte rilevante della politica estera e del suo ruolo internazionale. Siamo fiduciosi - aggiunge Petrelli che si possa aprire una nuova stagione che riaffermi i valori di solidarietà e apertura al mondo e tuteli al
tempo stesso la credibilità dell'Italia. Ciò appare indispensabile dopo anni segnati da una politica costante di
dismissione della cooperazione e dal mancato rispetto degli impegni internazionali. Una politica che ha
portato l'Italia in fondo alla lista dei Paesi donatori con un taglio che ha superato il 50% negli ultimi tre
anni». «Il rilancio della credibilità del nostro Paese passa anche dal rispetto degli impegni dell'Italia nella lotta
alla povertà. Per questo consideriamo una svolta importante e positiva la creazione di un ministero dedicato
al tema della cooperazione internazionale», incalza Marco De Ponte, segretario generale di Actionaid. «Ad
Andrea Riccardi - osserva De Ponte - non mancano né esperienza né consapevolezza su quello che occorre
fare con urgenza, e confidiamo che saprà svolgere il suo ruolo al meglio, contribuendo a rilanciare il ruolo del
nostro Paese nella lotta alla povertà ponendo subito al vertice della propria agenda il rispetto degli impegni
presi dall'Italia sulla scena internazionale». (UNITA’ 19 NOVEMBRE DI UMBERTO DE GIOVANNANGELI)
GLI AMERICANI E LE PROVE DI RITIRO (FALLITE)
Il colonnello Rahmdel mi riceve circondato dai fiori finti. Un altare plastificato di gerani, margherite, rose
bianche, papaveri per quello che gli americani considerano uno degl ufficiali più importanti nella provincia di
Kunar. Perché Rahmdel deve dimostrare che gli afghani possono farcela da soli, missione che comunque
toccherà loro dal 2014, quando le forze della coalizione internazionale si ritireranno. In marzo, i soldati
americani hanno raso al suolo con i bulldozer un avamposto nella valle di Pech e lasciato la base principale
Camp Blessing – dieci chilometri dalla FOB Joyce, dove mi trovo – all’esercito afghano. Se ne sono andati:
dopo anni di combattimenti e – secondo alcune stime – almeno cento caduti. I generali non consideravano
più l’area come vitale, le truppe andavano dislocate attorno ai centri più popolati. Queste montagne al
confine con il Pakistan non rientravano nella nuova strategia e la valle di Pech diventava un’occasione per
testare le capacità delle brigate afghane. Non è andata bene. Il comandante del Kandak locale, dopo una
serie di attacchi contro la base, è fuggito e ha lasciato i suoi uomini in balìa dei talebani. Che dagli
altoparlanti delle moschee promettevano di conquistare la caserma alle porte del villaggio di Nangalam e di
farne prigionieri i militari per dimostrare la debolezza del governo centrale di Kabul. E’ così che da Jalalabad i
comandanti occidentali hanno deciso di dare il comando a Rahmdel. Promosso colonnello da ufficiale
dell’intelligence, una notte è stato trasportato in elicottero dentro la base. Non bastava. Sono tornati anche
gli americani e adesso un plotone di fanteria (2° Battaglione, 35° Reggimento) staziona a Nangalam per dare
supporto ai 520 soldati afghani. Fino al prossimo tentativo di ritiro. (CORRIERE.IT BLOG – AFGHANISTAN IN
PRIMA LINEA 19 NOVEMBRE DI DAVIDE FRATTINI)
I TALEBANI UCCIDONO I BAMBINI. GLI ITALIANI LI CURANO
La strage dei bambini non si ferma. L'Afghanistan, dilaniato da trent'anni di conflitti, continua a distruggere
le giovani generazioni. Le bombe dei talebani colpiscono le fasce deboli: donne e bambini appunto. Una
strategia ben precisa per indebolire la giovane repubblica e seminare terrore tra la popolazione. Quella stessa
popolazione che i militari italiani aiutano e sostengono. Così ieri gli ordigni seminati da anni di battaglie
hanno seminato morte in un parco giochi nell'est dell'Afghanistan, uccidendo quattro bambini di età
compresa tra i 4 e gli 11 anni e altri sei sono rimasti feriti mentre giocavano con una bomba di mortaio che è
improvvisamente scoppiata nel distretto di Behsud della provincia orientale di Nangarhar. Nella provincia
centrale di Uruzgan invece, una moto ha urtato un rudimentale ordigno esplosivo, ied, provocando nel
villaggio di Nachin la morte di tre bambini e di un anziano. Nelle stesse ore, a migliaia di chilometri, nelle
regione occidentale di Herat altri bambini ritrovavano il sorriso. Giorno di festa per circa 30 bambini afghani
invitati dal Contingente italiano in Afghanistan a trascorrere qualche ora insieme nella base di Camp Arena di
Herat, sede del Comando Regionale Ovest, su base della Brigata Sassari. A beneficiare del progetto sono
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stati i figli dei lavoratori afghani che prestano servizio nella base italiana con diverse mansioni. I bambini, dai
3 ai 12 anni, accompagnati dai genitori, sono stati accolti dai soldati responsabili del funzionamento della
base, uomini e donne appartenenti a tutte le Forze Armate italiane «ed hanno preso parte alle numerose
attività ludiche organizzate per l'evento e ad un tipico pranzo italiano. In sintesi, - spiegano al Comando
regionale ovest a guida italiana della missione Isaf- è stata una vera "operazione interforze" per una giornata
di divertimenti e sorrisi». «L'occasione è stata creata per far conoscere il luogo di lavoro dei genitori, ma
soprattutto per predisporre una visita medica della nostra organizzazione sanitaria, impegnata giornalmente
ad assistere la popolazione civile in tutte le basi del Contingente, da Nord a Sud, assicurando distribuzione di
medicinali e cure mediche. A fine giornata - ha raccontato il colonnello Vincenzo Lauro- numerosi sono stati i
doni distribuiti, frutto di una raccolta spontanea avvenuta durante la messa di domenica scorsa». Tra
meraviglia e divertimento i bambini hanno preso confidenza con gli uomini in divisa con lo scudetto tricolore.
C'è chi ha provato a suonare la tromba e chi invece ha preferito giocare a calcio con i soldati italiani. Gli «zii»
in mimetica hanno coccolato i bambini giocando con loro e soprattutto affidandoli alle cure dei medici della
base per una visita di controllo. «Sono attività che svolgiamo quotidianamente - ha spiegato il colonnello dei
bersagliere Lauro - anche nei villaggi dando supporto, qualora fosse necessario per vaccinare i bambini».
InAfghanistan malattie come il morbillo causano ogni anno vere e proprie epidemie con diverse vittime.
Proprio nei giorni scorsi è partita una campagna di vaccinazioni in tutto il Paese per la poliomielite. La
giornata di festa non ha fermato, però, l'attività di sostegno alla sicurezza. I soldati, uomini e donne della
«Sassari», ogni giorno pattugliano la Regione West e presidiano le basi avanzate per controllare il territorio.
La provincia di Herat è stata la prima dell'Afghanistan dove il governo centrale di Kabul ha assunto la
leadership della sicurezza. (IL TEMPO 19 NOVEMBRE DI MAURIZIO PICCIRILLI)
AFGHANISTAN, ANNUNCIO-CHOC: GLI AMERICANI RESTERANNO FINO AL 2024
Il 2014 resta la data ultima per il ritiro delle truppe internazionali che presidiano l’Afghanistan (al momento
140 mila militari alleati dei quali oltre 90 mila statunitensi) ma Washington sta trattando con Kabul la
permanenza di forze militari fino al 2024. Un negoziato difficile, ostacolato anche dai sempre più frequenti
atteggiamenti anti-americani del presidente afghano, Hamid Karzai, in questi giorni all’esame della Loya
Jirgha l’assemblea che raccoglie 2 mila notabili e leaders tribali. I talebani hanno già minacciato di morte chi
voterà a favore del cosiddetto Patto di cooperazione strategica tra Afghanistan e Stati Uniti, che copre i dieci
anni successivi alla conclusione del processo di transizione e al ritiro delle truppe della Nato. “Sulla base dei
documenti a disposizione, l’accordo avrà validità fino al 2024“, ha detto Safia Siddiqi, portavoce della Loya
Jirga. Il governo afghano ha infatti proposto alla Loya Jirga di estendere fino al 2024 la presenza delle truppe
Usa assegnando loro basi permanenti, probabilmente le più importanti tra quelle già oggi in uso a Bagram,
Kandahar, Khost, Jalalabad, Helmand, Shindand, Delaram e in altre aree del Paese. Nell’agosto scorso,
quando trapelarono le prime indiscrezioni circa l’accordo, emerse la volontà comune di lasciare in
Afghanistan alcune migliaia di soldati statunitensi, non solo istruttori militari per le forze armate e la polizia
afghane ma anche unità delle forze speciali, elicotteri e forze aeree per continuare la lotta ad Al Qaeda e ai
talebani. Gli Stati Uniti non vogliono però che i dettagli e le condizioni da loro poste per la firma dell’accordo
vengano resi di pubblico dominio. Una richiesta di segretezza che costituisce una prassi da parte di
Washington negli accordi militari bilaterali, applicata per esempio fin dagli anni ‘50 anche all’intesa con Roma
per l’utilizzo delle basi in Italia. Siddiqui ha precisato che agli oltre 2.000 partecipanti alla Loya Jirga “non è
stata fornita alcuna informazione sulla posizione degli americani”. La portavoce ha aggiunto che le parti
intendono arrivare a un accordo della durata di dieci anni e che le osservazioni e i rilievi formulati dai delegati
della Jirga serviranno a completare il dossier che sarà esaminato dal Parlamento che, come prescrive la
Costituzione, dovrà approvarlo o respingerlo. A consigliare le autorità afghane ad approvare l’accordo con
Washington contribuiscono anche le dichiarazioni dell’ex ministro dell’Interno afghano, Hanif Atmar secondo
il quale un completo ritiro delle truppe alleate alla fine del 2014 comporterebbe il rischio di una guerra civile.
In una conferenza al Centro per la sicurezza e gli studi internazionali di Washington, Atmar ha sottolineato
che se non vi fossero più militari stranieri nel Paese fra tre anni, lo Stato afghano si disintegrerebbe e le forze
di sicurezza si frantumerebbero in molteplici fazioni. “Sarebbe uno scenario perfetto per una guerra indiretta
fra le potenze regionali, comprese Pakistan e Iran, sul territorio afghano”‘. L’ex ministro ha indicato in
almeno 30 mila il numero di militari stranieri che dovrebbero restare in Afghanistan per eliminare un simile
rischio. (PANORAMA BLOG 18 NOVEMBRE DI GIANADREA GAIANI)
DORMI CHE TI PASSA (PRIMA)
Arrivato a Campo Fenty, mi hanno assegnato una branda alla baracca 2058. Alle 5 cinque del mattino,
abbiamo dovuto accendere le luci principali, ma nessuno si è svegliato: i soldati sono abituati a dormire in
qualunque condizione, ne ho visti addormentarsi sul C-130 che ci ha portati a Jalalabad (il rumore è
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assordante, più i vuoti d’aria, eppure riescono a sonnecchiare). Sebastian Junger racconta nel libro “War” che
i fanti degli avamposti nella provincia di Kunar provano a sommare – a fasi, tra un turno e l’altro – almeno
dodici ore di sonno al giorno. “Così è come passare in Afghanistan solo sette mesi, la metà del periodo”.
Molti di loro (se non hanno guardie ravvicinate) prendono sonniferi per addormentare – qualche ora – la
guerra. (CORRIERE.IT BLOG – AFGHANISTAN IN PRIMA LINEA 18 NOVEMBRE DI DAVIDE FRATTINI)
BLOG SU CORRIERE.IT DAL FRONTE AFGHANO
«Tra le montagne al confine con il Pakistan, dove le truppe americane combattono la guerra più dura»,
scrive Davide Frattini, inviato del Corriere della Sera in Afghanistan nel suo blog «Prima linea». «Per due
settimane sono embedded con i soldati della Task Force Bronco, vuol dire che per quindici giorni vivo con
loro, mentre ci muoviamo nella provincia di Kunar, la più pericolosa del conflitto che non finisce: tra il 2006 e
il 2010, il 65 per cento degli scontri a fuoco con i talebani è avvenuto da queste parti». Per seguire la
missione del giornalista, iniziata il 16 novembre nella base di Bagram, il blog fornisce anche una cartina della
regione dove si sta muovendo insieme alla Task Force Bronco. «È qui che i generali stanno concentrando gli
sforzi per impedire ad Al Qaeda di riorganizzarsi e agli insorti di infiltrarsi verso la capitale Kabul dalle zone
tribali del Pakistan - spiega ancora il giornalista -. Qui è stato girato il film Restrepo e in queste vallate si
sarebbe nascosto Osama Bin Laden prima di essere ucciso lo scorso maggio. Tengo un diario online (anche
video) delle mie giornate con i soldati, come avevo fatto durante un altro embed nelle campagne attorno a
Kandahar». Tra i primi post, uno riguarda i «fobbit», ovvero i militari americani che passano la ferma in
Afghanistan chiusi nelle enormi basi senza mai uscire né sparare un colpo, il cui nome è un gioco di parole
tra FOB (Forward Operating Base) e gli hobbit di Tolkien, e che i soldati di prima linea disprezzano. Un altro,
illustra lo zaino del giornalista embedded (foto) ovvero l' attrezzatura elettronica scelta per collegarsi a
Internet, girare video e ovviamente scrivere in tutte le condizioni, anche quelle più estreme. (CORRIERE.IT
18 NOVEMBRE)
ECCO COME È UN CAMPO D’ADDESTRAMENTO TALEBANO
Non sarà come vedere in azione la squadra che ha catturato e ucciso Osama ad Abbotabbad, ma è
comunque una prova molto importante per scoprire come si addestrano i miliziani talebani in Afghanistan,
appartenente alla Rete Haqqani, tra i nemici principali dell’esercito USA, sul confine tra Afghanistan e
Pakistan,
CHI SONO – La Rete Haqqani, che prende il nome dal suo fondatore Maula Jalaluddin Haqqani, è ritenuta la
più pericolosa tra le varie impegnate in battaglia contro gli americani nell’est dell’Afghanistan. Secondo
l’intelligence statunitense, si tratta di gruppi organizzati aiutati direttamente dai servizi segreti pakistani, con
il paese quindi coinvolto in una strategia doppiogiochista. Il valore di questo documento è doppio, perché è
molto raro che fuoriesca qualcosa dai loro campi di formazione.
LE TECNICHE – A prima vista si capisce che l’addestramento è basato molto sulla sostanza, rispetto alla
forma. Nel video si vedono diverse dozzine di soldati, equipaggiati con elmetto e tuta mimetica, superare
ostacoli rudimentali, si arrampicano su scale di fortuna, oltrepassano un anello di fuoco. Successivamente si
vede come saltano da una motocicletta in corsa per sparare con un AK-47, meglio noto come “Kalashnikov”.
In una sequenza, si possono apprezzare i miliziani mimetizzarsi tra gli alberi in campi polverosi, a replicare
quelle che sono le pianure afghane. Le manovre poi vengono ripassate su una lavagna, come se si trattasse
di una scena da spogliatoio, con l’allenatore che ripassa le tattiche.
COSA C’E’ DIETRO? – Questo video è la conferma che l’equipaggiamento della Rete Haqqani è estremamente
semplice e spartano. A renderli letali sono la loro grande determinazione e abilità a nascondersi tra le
popolazioni di etnia Pashtun, sopperendo così alla preparazione tecnica dei soldati americani. Grazie alle
tattiche spiegate in questo video, si capisce anche che la responsabilità per gli attentati all’Hotel
Intercontinental di Kabul dello scorso giugno sono stati studiati e preparati da questa rete. Infine resta solo
una domanda. C0m’è possibile che dei miliziani possano allenarsi in un terreno non nascosto, alla luce del
sole, sembra al confine tra Pakistan e Afghanistan, senza che l’esercito americano s’interessi della cosa, né
tantomeno la CIA coi suoi drone? Magari non sanno della sua esistenza, e questa sarebbe davvero la notizia.
(GIORNALETTISMO.COM 18 NOVEMBRE DI MAGHDI ABO ABIA)
AIUTI ALLO SVILUPPO, FINALMENTE IL MINISTERO
Aiuti allo sviluppo, finalmente il ministero La decisione di istituire un ministero per la cooperazione
internazionale e l'integrazione rappresenta, di per sé, una novità di straordinaria importanza. Non Ve dubbio,
infatti, che il nostro paese è ormai all'indice sulla scena internazionale a causa del clamoroso declino
registratosi in questi ultimi anni proprio in materia di cooperazione allo sviluppo. Ciò è avvenuto sia a
proposito delle risorse messe in bilancio (crollate al punto da renderci clamorosamente inadempienti nei
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confronti dei paesi beneficiari e degli organismi internazionali) sia per quanto concerne direttamente la
capacità di iniziativa politica. L’innalzamento del livello di autorevolezza della guida politica in questo settore
(la cui crescente importanza, nel mondo globale, dovrebbe essere evidente a tutti) può quindi costituire la
leva per affrontare e sciogliere i nodi che sono stati alla base del decadimento. Come noto, infatti, la
cooperazione internazionale non ha mai avuto in Italia, a differenza degli altri paesi europei, una leadership
con il rango di ministro. Con la scelta operata dal presidente Monti, invece, il nostro paese si porrebbe
addirittura all'avanguardia, dando per primo forma concreta alle proposte che, da qualche tempo, sono
oggetto di un importante dibattito europeo. In uno dei libri più belli scritti negli ultimi anni sulle tematiche
della povertà e dello sviluppo ("L'ultimo miliardo' - Laterza), Paul Collier sostiene infatti che la cooperazione
internazionale ha assunto oggi una importanza così rilevante da comportare, per essere efficace, una
responsabilità politica a livello di primo ministro. Anche perché, coinvolgendo di fatto la gran parte dei
dicasteri (a partire da quelli economici, in virtù dei finanziamenti agli organismi multilaterali), richiede una
coerenza delle politiche e dei comportamenti che può essere assicurata solo da un coordinamento a quel
livello. Con l'istituzione del nuovo ministero (al quale, con altra scelta innovativa, è stata attribuita anche la
competenza diretta in materia di integrazione) l'Italia potrebbe tornare ad essere protagonista di primo piano
non solo nell'Africa subshaariana ma anche nel Mediterraneo, costruendo una iniziativa politica all'altezza
delle sfide e delle opportunità che si sono aperte con i processi rivoluzionari in corso nel mondo islamico e
rafforzando, con questa iniziativa, anche il nostro ruolo in Europa. In questo quadro, un altro elemento
positivo è costituito dalla persona che è stata indicata per la guida del nuovo ministero. Andrea Riccardi (che
conosco bene, avendo operato insieme nella mediazione di pace in Mozambico, e al quale invio i migliori
auguri di buon lavoro) ha infatti sia la personalità che le caratteristiche per svolgere bene questo compito
impegnativo. Per far sì che questa straordinaria opportunità non rimanga allo stato di enunciazione dovranno
però essere assunte tempestivamente le modifiche amministrative e legislative necessarie a rendere
realmente operativo ed efficace il nuovo strumento. Solo per fare un esempio, va ricordato che la
cooperazione allo sviluppo, a legislazione invariata, è completamente incardinata nel ministero degli esteri. E
non va dimenticato che, nelle due ultime legislature, il parlamento si è dimostrato totalmente incapace anche
solo di aggiornare uno strumento ormai obsoleto quale è ormai la legge 49 del 1987. Ci sarà bisogno, quindi,
di un forte appoggio da parte di quelle componenti organizzate della società civile che sono più sensibili alle
tematiche in questione, per non mancare questa occasione irripetibile ed utilizzare l'attuale situazione di
estrema debolezza per riguadagnare, in un colpo solo, le posizioni di testa. In un certo senso, l'istituzione del
nuovo ministero per la cooperazione internazionale e per l'integrazione rappresenta emblematicamente la
sfida che sta davanti al governo Monti nel suo insieme: trasformare una grande potenzialità in realtà viva ed
operante. (EUROPA 18 NOVEMBRE DI RAFFAELLI MARIO).
"NEL MARE CI SONO I COCCODRILLI", LA STORIA DI ENAIATOLLAH AKBARI
"Nel mare ci sono i coccodrilli" è il titolo del libro di Fabio Geda che racconta la storia di Enaiatollah Akbari e
del suo drammatico ed avventuroso viaggio cha lo ha portato da Nava in Afghanistan, a Kandahar, poi a
Quetta in Pakistan, quindi a Kerman Esfahan Qom Teheran Tabriz Salmas tutti in Iran, quindi a Istanbul
Ayvalik e Mitilene in Turchia, Atene e Corinto in Grecia ed infine Venezia Roma e Torino in Italia. La serata
organizzata da Il Comitato lecchese della "Campagna L’Italia sono anch’io", con la presentazione di Davide
Ronzoni Presidente di Arci lecco e con le domande di Michela Magni, ha visto il racconto accorato di questo
ragazzo afghano che partito a soli dieci anni ha compiuto un viaggio al limite della realtà. "Il diciottesimo
giorno ho visto delle persone sedute..Erano..sedute per sempre. Erano congelate. Erano morte. Erano li da
chissà quanto tempo. Tutti gli altri sono sfilati di fianco, in silenzio. Io, a uno, ho rubato le scarpe, perche le
mie erano distrutte e le dita dei piedi erano diventate viola e non sentivi più nulla, nemmeno se le battevo
con la pietra. Gli ho tolto le scarpe e me le sono provate. Mi andavano bene. Erano molto meglio delle mie.
Ho fatto un cenno con la mano per ringraziarlo. Ogni tanto lo sogno". Questo e uno piccolo frammento del
libro e anche parte del racconto di Akbari che ha tenuto con il fiato sospeso le decine di persone, tra cui
molti giovanissimi, che sono convenute per ascoltare i sentimenti, i ricordi, le paure, le persone importanti
che ha incontrato durante il suo viaggio. Nel libro, che domani verrà presentato a due scuole lecchesi. viene
raccontata la storia del suo viaggio dall'Afghanistan all'Italia, attraverso paesi dove si parlano lingue
sconosciute, città, montagne, mari e monti. Un viaggio durato cinque anni, quando all'età di dieci anni e
partito dal suo paese ed è arrivato in Italia all'età di quindici anni. Questa è anche la storia di tanti bamvini
come lui. (LECCOPROVINCIA.IT 17 NOVEMBRE DI GIUSEPPE MAZZOLENI)
TERZO SETTORE, SETTE REGOLE D'ORO PER L'EMERGENZA
Non c'è dubbio: «Il mondo politico italiano non ha mai considerato» il terzo settore «capace di fare quel
balzo in avanti» che trasformerebbe la «ruota di scorta di un convoglio» in una «risorsa» per il Paese. A dirlo
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senza peli sulla lingua e ad auspicare che il nuovo Governo in questo ambito cambi rotta, è il pro-fessor
Stefano Zamagni, presidente dell'Agenzia del Terzo Settore, durante la presentazione de "Le linee guida per
le buone prassi e la raccolta dei fondi nei casi di emergenza umanitaria". Per chi lavora in situazioni di
emergenza umanitaria, un'emergenza infatti c'era: avere delle indicazioni precise per organizzare, gestire e
comunicare le raccolte fondi, in caso di catastrofi improvvise. È per rispondere a questa esigenza che
l'Agenzia del Terzo Settore ha redatto e pubblicato un opuscolo smilzo e dal linguaggio comprensibile a tutti
che fissa, in soli sette articoli e un allegato, gli impegni da rispettare quando s'intervieneper rispondere a
situazioni di emergenza. Insomma, non basta che le organizzazioni si mettano in marcia per aiutare chi
improvvisamente è vittima di una tragedia, occorre piuttosto farlo seguendo la strada giusta, nel rispetto dei
principi umanitan fondamentali, di chi riceverà i fondi raccolti e di chi, dall'altra parte, ha deciso di mettere
mano al portafoglio e sposare la causa. Come? Innanzitutto coinvolgendo la popolazione colpita dai disastri
nella realizzazione dei progetti e offrendosi come soggetto in grado, non soltanto di agire quando la tragedia
è compiuta, piuttosto di sapere leggere e interpretare la realtà per prevenire eventuali altre crisi. A ciò si
aggiungono gli impegni che le organizzazioni devono assumere nei confronti dei donatori: innanzitutto
evitare di fare presa su di loro utilizzando qualsiasi tipo di comunicazione che sfrutti la miseria e le disgrazie
altrui. In secondo luogo, i promotori delle raccolte dovranno garantire la massima trasparenza: chi versa un
contributo, qualunque sia l'importo donato, ha il dovere di conoscere quanti soldi sono stati raccolti e come si
è deciso di utilizzarli. Frode e beffe, dunque, non hanno più spazio: «La deregulation che ha provocato i
disastri della crisi finanziaria - sostiene il presidente Zamagni - se applicata al Terzo settore avrà effetti di
perdita di fiducia dei cittadini. Ecco perché sono importanti queste Linee guida». E visto che sull'emergenza,
spesso, si gioca la credibilità delle Ong e delle Onlus, se non si è in dado di osservare queste indicazioni,
forse meglio farsi da parte. A breve l'Agenzia istituirà, infatti, un elenco di organizzazioni che aderiranno al
documento, e il presidente Zamagni, forte dell'apprezzamento anche da parte del Ministero degli Affari
Esteri, rappresentato dal consigliere d'Ambasciata Bruno Pasquino, auspica che finalmente le vengano
riconosciuti i poteri di ispezione e sanziona-mento che garantirebbero di monitorare la corretta applicazione
delle Linee guida. (AVVENIRE 17 NOVEMBRE DI EMILIA GRIDA’ CUCCO)
L`AFGHANISTAN E L`IPOCRISIA OCCIDENTALE
L’Unione europea aveva commissionato un documentario sulla terribile situazione delle donne nelle carceri
dell’Afghanistan, ma ha deciso di non diffonderlo per evitare attriti con il governo di Kabul. Il film, dal titolo
In-Justice: The Story of Afghan Women in Jail, è stato girato alla fine del 2010 dalla regista londinese
Clementine Malpas, che ha intervistato due donne incarcerate per “delitti morali”. Una sta scontando 12 anni
per essere stata violentata ed essersi rifiutata di sposare l’aggressore, l’altra è in prigione perché è fuggita
con un ragazzo per scappare da un marito violento. L’Unione europea inizialmente aveva concesso i
finanziamenti per l’opera, ma successivamente ha fatto marcia indietro, bloccando l’uscita del film e
diffidando la regista dal farlo vedere a terze persone. Ufficialmente con l’obiettivo di proteggere le due
donne. “Le donne e le loro famiglie devono essere protetti, il che significa che le loro identità non può in
alcun caso essere rivelata”, ha spiegato martedì scorso un funzionario dell’Ue al London Evening Standard.
Tuttavia, in una lettera inviata a marzo scorso alla regista, un funzionario dell’Ue metteva in guardia sui
problemi che l’eventuale diffusione del documentario avrebbe creato nelle “relazioni con le istituzioni
giudiziarie afgane”. “La delegazione Ue deve inoltre considerare le sue relazioni con le istituzioni giudiziarie,
in riferimento all’altro lavoro che si sta facendo nel settore”, scrisse Zoe Leffler, il funzionario Ue supervisore
del progetto, in una mail ottenuta dall’Associated Press. “Non abbiamo diritto di censurare la loro voce”, ha
ribattuto la Malpas all’obiezione dell’Ue sulla sicurezza delle testimoni, sottolineando che le due donne hanno
deciso di raccontare le loro storie per libera scelta. La prima, Gulnaz, 19 anni, ha raccontato di essere stata
violentata e messa incinta da un suo cugino. Per questo è stato condannata a 12 anni di carcere con l’accusa
di aver fatto sesso al fuori dal matrimonio. Il giudice le ha dato la possibilità di evitare la prigione se avesse
accettato di sposare il suo stupratore, che era riuscito a evitare l’arresto grazie a una bustarella. Gulnaz ha
rifiutato e ha partorito in carcere, e prevede di dover crescere sua figlia dietro le sbarre. La seconda
testimonianza è di Farida, 26 anni, fuggita da un marito violento insieme a un ragazzo che dice di amare e
con cui non ha mai avuto un rapporto sessuale. Il giudice l’ha condannata a sei anni con l’accusa di aver
fatto sesso extraconiugale, perché non era vergine, ignorando il fatto che lei era già sposata. Il suo ragazzo
è rinchiuso vicino a lei, nel carcere maschile adiacente al suo. 10 anni dopo l’invasione degli Stati Uniti e la
caduta del governo talibano, l’Afghanistan rimane ancora una società profondamente patriarcale. Secondo le
stime dell’Onu, circa la metà delle 300/400 donne rinchiuse nelle carceri afgane sono accusate dei cosiddetti
“crimini morali”, come il sesso extraconiugale o la fuga dai mariti, anche se quest’ultima non è considerata
un reato per la legge afgana. Durante la sua intervista nel documentario, che l’Ap ha potuto visionare,
Gulnaz ha dichiarato: “Devo fare questo film perché quando tutti lo vedranno ne trarranno una lezione e
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queste cose non accadranno più in Afghanistan”. Tuttavia l’Ue continua a sostenere che, per proteggere le
donne e la loro identità, il film non potrà essere diffuso. Ha persino minacciato azioni legali contro la Malpas
per aver mostrato il video ad altre persone. Il momento è particolarmente delicato per i rapporti tra le
nazioni occidentali presenti in Afghanistan e il governo di Kabul, specialmente adesso che, proprio in questi
giorni, si stanno discutendo gli accordi sulla futura presenza militare statunitense nel Paese. Ad ottobre un
rapporto dell’Onu denunciò maltrattamenti e torture nelle carceri afgane. Nonostante venisse sottolineata
l’estraneità del governo in questi episodi, il documento venne accolto con profondo fastidio da Kabul, sempre
più insofferente ad ogni tipo di ingerenza straniera nei propri affari (più o meno leciti). “Gli statunitensi non
sono autorizzati ad arrestare gli afgani e a gestire le prigioni in Afghanistan”, ha ribadito ieri il presidente
afgano Hamid Karzai durante la loya jirga (grande assemblea) convocata per discutere del futuro del Paese.
(RINASCITA 17 NOVEMBRE DI FERDINANDO CALDA)
LA MIA PREGHIERA DI PACE
Il maggiore Tito Sechi della compagnia Genio, scrive alla moglie Rossana per raccontarle della forza
dell’amicizia e della solidarietà con i commilitoni. E le confida di aver recitato una preghiera speciale.
Ciao Rossana, come stai? Spero che la mia assenza non ti causi troppe difficoltà soprattutto con la nostra
Martina, che anche se è un tesoro, ogni tanto fa i capricci. Appena arrivati a Herat abbiamo salutato i nostri
colleghi della Seconda compagnia genio di Macomer. Avevano la faccia arsa dal sole e i visi tirati, ma nei loro
occhi si leggevano la forza, l’orgoglio e la contentezza di vedere dei commilitoni della loro “famiglia”.
Abbiamo visitato la loro base, caratterizzata dal fatto che quasi tutto è sotto tenda camuffato dalla polvere e
dalle reti di mascheramento. Sembra che il tutto sia nato lì e faccia parte di quel paesaggio lunare. Durante il
giro fra le varie tende, ho intravisto un tabernacolo e incuriosito mi sono avvicinato. Si trattava della
statuetta di Santa Barbara, protettrice di noi genieri, adagiata su un traballante trespolo in legno con un
mazzo di fiori artificiali coloratissimi ai suoi piedi, anch’essa impolverata. Lasciati allontanare i miei colleghi,
ho recitato una preghiera con il sottofondo di un assordante silenzio. Ho pregato per questo povero popolo,
chiedendo che trovi la strada e la forza per una rinascita, ho pregato per quei bambini afghani che vivono
giornalmente in povertà, ma ho pregato anche per quei militari che come me sono arrivati in Afghanistan per
compiere una missione di pace e purtroppo hanno perso la cosa più importante che avevano, la loro vita.
(PANORAMA RUBRICA INDISCRETO – LETTERE DAL FRONTE 17 NOVEMBRE A CURA DI FABRIZIO
PALADINI)
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