Registrazione al Tribunale di Velletri n. 9/2004 del 23.04.2004 - Redazione: C.so della Repubblica 343 - 00049 VELLETRI RM - 06.9630051 - fax 0696100596 - [email protected] Mensile a carattere divulgativo e ufficiale per gli atti della Curia e pastorale per la vita della Diocesi di Velletri -Segni Anno 7 - numero 2 (61) - Febbraio 2010 In questo numero: Grandi temi $ $ $ $ $ $ $ Caritas in Veritate 6 Lo sviluppo dei popoli e la tecnica Le strane cose che accadono nel paese delle meraviglie Papa Giovanni Paolo II amico e santo Immigrazione e integrazione, accoglienza e legalità Ma non tutti sono uguali Trasparenza: una legge sull’etica dei comportamenti economici Vocazioni Concilio Vaticano II $ Un popolo di santi 2009-2010 Anno Sacerdotale $ Articoli di A.Galati, Mons. Educare oggi $ La nuova università $ Haiku: istantanee dell’anima Speciale Quaresima $ Interventi di Mons.L.Vari, don D.Valenzi, P.Tomasi F.Risi, F. Cipollini $ Dal convegno nazionale vocazionale $ Aggiornamento del presbiterio diocesano $ Ricorrenze: Velletri 6 febbraio, S. Geraldo 21 febbraio, S. Piero Damiani 7 febbraio, giornata della vita, 11 febbraio, giornata del malato Caritas $ Famiglie in salita $ Haiti: un’enorme catastrofe Febbraio 2010 2 La festa dell’ Incontro Ecclesia in cammino Bollettino Ufficiale per gli atti di Curia Mensile a carattere divulgativo e ufficiale per gli atti della Curia e pastorale per la vita della Diocesi di Velletri-Segni ? Vincenzo Apicella, vescovo Il mese di febbraio si apre con la grande festa della Presentazione al Tempio di Gesù, riconosciuto dal giusto Simeone come Luce per illuminare tutte le genti e Gloria del suo popolo Israele. In oriente questa viene chiamata “la festa dell’ Incontro”: il Bambino, nato dal grembo verginale di Maria, viene offerto al Padre, poiché “il Signore disse a Mosè: consacrami ogni primogenito, il primo parto di ogni madre tra gli Israeliti – di uomini o di animali - : esso appartiene a me”(Es.13,12). Ma questo bambino è, contemporaneamente, il Figlio eterno a cui il Padre , che ha la Vita in se stesso, ha concesso di avere la Vita in se stesso (Gv.5,26), nel medesimo Spirito, e che rimane costantemente rivolto verso il seno del Padre (Gv.1,18). L’Incontro si configura, così, come il dono totale, reciproco, irrevocabile, eterno della Vita tra Padre e Figlio, che si compirà pienamente nella storia allorché, sulla croce, il Figlio consegnerà nelle mani del Padre il suo Spirito (Lc.23,46), per poterlo ricevere il terzo giorno nella sua Umanità, trasfigurata anch’ essa per sempre in “spirito, datore di vita” (1Cor.15,45). Ma l’Incontro si compie ora anche con il Popolo, che attende l’adempimento della promessa e che sta sotto l’azione del medesimo Spirito: a Gerusalemme è rappresentato da Simeone, “il docile all’ascolto”, e Anna, “il Signore fece grazia”, oggi siamo noi, che andiamo incontro al Signore con le lampade accese, donateci al momento del nostro Battesimo, nella processione, che indica il cammino del nostro esodo verso la Patria. Il Dio invisibile e irraggiungibile ci viene incontro in questo Bambino concreto e povero, Egli è il Volto visibile del Padre, viene per donare anche a noi la sua Vita, è il Buon Pastore “venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza…che offre la vita per le pecore” (Gv.10,10-11). Simeone già intravede, insieme alla luce e alla gloria, la spada e la contraddizione: la spada della Parola di Dio, che trafiggerà l’animo di Maria, quando sarà chiamata non soltanto ad accettare il dolore e l’ignominia della Croce, ma soprattutto ad offrire al Padre di Misericordia, come e più di Abramo, l’unico Bene che ella mai possieda, il Figlio unico. E la medesima spada della divina Parola traverserà poi il cuore di tutti i fedeli, quando dal Battesimo saremo chiamati ad una esistenza sacrificale davanti al Signore e nell’Eucarestia chiederemo che lo Spirito “faccia di noi un sacrificio perenne a Te gradito, per ottenere il Regno promesso” (Pregh.Euc.III). E’ una spada affilata e spietata, ma benefica e guaritrice, che divide i pensieri più reconditi del cuore, e che rive- la ogni più segreta realtà, e a cui si deve rendere conto (Eb.4,12-13). Il Segno di contraddizione è ormai posto, affinché si rivelino i pensieri, positivi e negativi, di tutti i cuori e la scelta davanti a Dio e al suo Disegno di salvezza per noi è ormai inevitabile e senza alternative: il Giudizio ultimo della Croce con la venuta del Bambino ed il suo Incontro sta ormai in atto, in attesa dell’adempimento finale. Occorre ormai decidere se accettare la Vita dello Spirito Santo, che il Bambino ci dona, alla condizione che, in virtù dello stesso Spirito, consentiamo anche noi a donarla, a nostra volta, al Padre e ai fratelli. Il Bambino ci rivela così lo statuto segreto in base al quale si regola l’esistenza di ogni uomo e di ognuno di noi: “La vita che Dio offre all’uomo è un dono con cui Dio partecipa qualcosa di Sé alla sua creatura…La vita che Dio dona all’uomo è ben più di un esistere nel tempo. E’ tensione verso una pienezza di vita; è germe di una esistenza che va oltre i limiti stessi del tempo: “Sì, Dio ha creato l’uomo per l’incorruttibilità; lo fece a immagine della propria natura”(Sap.2,34)” (Evangelium Vitae, 34). Sono parole di Giovanni Paolo II, nella lettera enciclica sul significato della vita e sul suo valore inviata ormai 15 anni fa, a cui non possiamo non fare riferimento nella celebrazione della Giornata per la Vita, che celebreremo anche quest’anno nella prima domenica di febbraio, cinque giorni dopo la festa della Presentazione al Tempio. “E’ un tema oggi di bruciante attualità, quando sembra prevalere la “civiltà della morte”, che si impone come cultura. E così, per tale ideologia, biologi e simili trafficano in laboratorio le loro alchimie per “migliorare la qualità della vita”, promuovendo immani guadagni delle sempre laide industrie chimiche e farmaceutiche; e alcuni di loro, con “l’ingegneria genetica”, pilotata al crimine, creano l’umanità dei nuovi mostri, con la clonazione e simili; altri estraggono e brevettano prodotti che spengono il germe nel seno della madre; altri praticano, secondo la legge “civile”, la macelleria dell’aborto e dell’eutanasia; altri cercano di modificare la creatura, producendo nuovi altri mostri, gli animali e i vegetali da largo mercato. L’ebraismo e il cristianesimo, obbedendo al Signore della Vita che si è rivelato, annunciano e vivono “la cultura dell’amore e della vita”…Questa Vita infinita ed eterna viene dal Padre ed è donata propriamente dal Figlio Monogenito, il Verbo sussistente, la Parola tutta pronunciata dal Padre, a cominciare dalle sue “Parole che sono Spirito e sono Vita” (Gv.6,63).” (Tommaso Federici). Direttore Responsabile Don Angelo Mancini Collaboratori Stanislao Fioramonti Tonino Parmeggiani Gaetano Campanile Roberta Ottaviani Mihaela Lupu Proprietà Diocesi di Velletri-Segni Registrazione del Tribunale di Velletri n. 9/2004 del 23.04.2004 Stampa: Tipolitografia Graphicplate Sr.l. Redazione C.so della Repubblica 343 00049 VELLETRI RM 06.9630051 fax 96100596 [email protected] A questo numero hanno collaborato inoltre: S.E. mons. Vincenzo Apicella, mons. Luigi Vari, Costantino Coros, don Dario Vitali, mons. Franco Risi, mons. Franco Fagiolo, don Cesare Chialastri, don Claudio Sammartino, don Marco Nemesi, don Daniele Valenzi,don Fabrizio Marchetti,mons. Giovanni Ghibaudo, don Giovanni Magnante, Luigina Ruffolo, N. e D. Tartaglione, Antonio Galati, Fabricio Cellucci, Mara Della Vecchia, Pier Giorgio Liverani, Antonio Venditti,, Marcello Schiavetta, Sara Gilotta, Sara Calì, Emanuela Ciarla, Valentina Fioramonti,Sara Bruno, Paolo Tomasi, Angelo Bottaro,Simona Zani, Francesco Cipollini, Enrico Mattoccia. Consultabile online in formato pdf sul sito: www.diocesi.velletri-segni.it DISTRIBUZIONE GRATUITA In copertina: Foto/Famiglia GL. F. Il contenuto di articoli, servizi foto e loghi nonché quello voluto da chi vi compare rispecchia esclusivamente il pensiero degli artefici e non vincola mai in nessun modo Ecclesìa in Cammino, la direzione e la redazione Queste, insieme alla proprietà, si riservano inoltre il pieno ed esclusivo diritto di pubblicazione, modifica e stampa a propria insindacabile discrezione senza alcun preavviso o autorizzazioni. Articoli, fotografie ed altro materiale, anche se non pubblicati, non si restituiscono. E’ vietata ogni tipo di riproduzione di testi, fotografie, disegni, marchi, ecc. senza esplicita autorizzazione del direttore. Febbraio 2010 Stanislao Fioramonti 3 Il messaggio Urbi et Orbi di papa Benedetto XVI nel Natale 2009 Gli auguri di Natale del papa presentano anche quest’anno passaggi da sottolineare e meditare. Prendendo spunto dall’antifona d’ingresso della Messa natalizia dell’Aurora (la seconda delle tre che tradizionalmente si celebrano in questa grande solennità) “Oggi su di noi splenderà la luce, Perché è nato per noi il Signore” - papa Ratzinger ha universalizzato quel “noi” e lo ha contestualizzato alle aree più “calde” del nostro mondo, dove la Chiesa nonostante tutto rimane a predicare il messaggio di pace e di giustizia del Bambino di Betlemme. Perché il senso vero del Natale interessa tutti, soprattutto coloro che soffrono. Ecco le parole del papa: “Dovunque c’è un “noi” che accoglie l’amore di Dio, là risplende la luce di Cristo, anche nelle situazioni più difficili. La Chiesa, come la Vergine Maria, offre al mondo Gesù, il Figlio, che Lei stessa ha ricevuto in dono, e che è venuto a liberare l’uomo dalla schiavitù del peccato. Come Maria, la Chiesa non ha paura, perché quel Bambino è la sua forza. Ma lei non lo tiene per sé: lo offre a quanti lo cercano con cuore sincero, agli umili della terra e agli afflitti, alle vittime della violenza, a quanti bramano il bene della pace. Anche oggi, per la famiglia umana profondamente segnata da una grave crisi economica, ma prima ancora morale, e dalle dolorose ferite di guerre e conflitti, con lo stile della condivisione e della fedeltà all’uomo, la Chiesa ripete con i pastori: “Andiamo fino a Betlemme” (Lc 2,15), lì troveremo la nostra speranza. Il “noi” della Chiesa vive là dove Gesù è nato, in Terra Santa, per invitare i suoi abitanti ad abbandonare ogni logica di violenza e di vendetta e ad impegnarsi con rinnovato vigore e generosità nel cammino verso una convivenza pacifica. Il “noi” della Chiesa è presente negli altri Paesi del Medio Oriente. Come non pen- sare alla tribolata situazione in Iraq e a quel piccolo gregge di cristiani che vive nella Regione? Esso talvolta soffre violenze e ingiustizie ma è sempre proteso a dare il proprio contributo all’edificazione della convivenza civile contraria alla logica dello scontro e del rifiuto del vicino. Il “noi” della Chiesa opera in Sri Lanka, nella Penisola coreana e nelle Filippine, come pure in altre terre asiatiche, quale lievito di riconciliazione e di pace. Nel Continente africano non cessa di alzare la voce verso Dio per implorare la fine di ogni sopruso nella Repubblica Democratica del Congo; invita i cittadini della Guinea e del Niger al rispetto dei diritti di ogni persona ed al dialogo; a quelli del Madagascar chiede di super a r e le divisioni interne e di accogliersi reciprocamente; a tutti ricorda che sono chiamati alla speranza, nonostante i drammi, le prove e le difficoltà che continuano ad affliggerli. In Europa e in America settentrionale, il “noi” dell a C h i e s a sprona a super a r e l a mentalità egoista e tecnicista, a promuovere il bene comune ed a rispettare le persone più deboli, a cominciare da quelle non ancora nate. In Honduras aiuta a riprendere il cammino istituzionale; in tutta l’America Latina il “noi” della Chiesa è fattore identitario, pienezza di verità e di carità che nessuna ideologia può sostituire, appello al rispetto dei diritti inalienabili di ogni persona ed al suo sviluppo integrale, annuncio di giustizia e di fraternità, fonte di unità. Fedele al mandato del suo Fondatore, la Chiesa è solidale con coloro che sono colpiti dalle calamità naturali e dalla povertà, anche nelle società opulente. Davanti all’esodo di quanti migrano dalla loro terra e sono spinti lontano dalla fame, dall’intolleranza o dal degrado ambientale, la Chiesa è una presenza che chiama all’accoglienza. In una parola, la Chiesa annunc i a ovunque l Vangelo di Cristo nonostante le persecuzioni, le discriminazioni, gli attacchi e l’indifferenza, talvolta ostile, che – anzi – le consentono di condividere la sorte del suo Maestro e Signore”. Alla fine del messaggio, rivolgendo gli auguri in 65 lingue a tutto il mondo, il papa ha voluto rivolgere un Buon Natale speciale “agli abitanti di Roma e dell’intera Italia”, dedicando loro un invito specifico: “La nascita di Cristo rechi in ciascuno nuova speranza e susciti generoso impegno per la costruzione di una società più giusta e solidale. Contemplando la povera e umile grotta di Betlemme le famiglie e le comunità imparino uno stile di vita semplice, trasparente e accogliente, ricco di gesti di amore e di perdono”. 4 Febbraio 2010 la libertà assoluta: tutto si stabilirebbe in base al pensiero tecnocratico, e ciò negherebbe lo sviluppo. Ma la libertà umana è tale solo quando risponde al fascino della tecnica con decisioni che siano frutto di responsabilità morale. Ne è un esempio la tecnicizzazione dello sviluppo e della pace; ma lo sviluppo è impossibile senza uomini retti, senza economisti e politici che vivano fortemente nelle loro coscienze l’appello del bene comune. Occorrono sia la preparazione professionale che la coerenza morale. Che la pace non sia da considerarsi un prodotto tecnico lo dimostra la continua tessitura di contatti diplomatici per la sua costruzione, scambi e accordi di ogni tipo basati però sempre sull’attenzione ai valovita.Il peso sempre maggiore L’ultima enciclica di Benedetto XVI rideidella mezzi di comunicazione sociale sulspiegata in ogni sua parte. lo sviluppo tecnologico obbliga a riflettere sulla loro influenza, specie riguarCap. VI: do alla dimensione etico-culturale della globalizzazione e dello sviluppo solidale. Il senso e il fine dei media vanStanislao Fioramonti no però ricercati nel fondamento antropologico; essi possono diventare occasione Lo sviluppo dei popoli è intimamente lega- di umanizzazione quando orientati al bene to allo sviluppo della persona; come que- comune. Il loro potere di moltiplicare le possta si degrada quando pretende di essere sibilità di interconnessione e di circolaziol’unica produttrice di sé stessa, così quel- ne delle idee è tale se posto al servizio dello degenera se si fonda solo sui “prodigi” la verità e della fraternità. Nella bioetica si della tecnologia o della finanza ( per soste- gioca la possibilità stessa di uno sviluppo nere crescite innaturali e consumistiche). umano integrale; si sceglie tra due razioL’uomo dovrà invece riconoscere la legge nalità: quella aperta alla trascendenza morale naturale scritta da Dio nel suo cuo- (l’uomo dipende da Dio?) o quella chiusa re. Lo sviluppo è strettamente legato al pro- nell’immanenza (l’uomo è prodotto da sé stesgresso tecnologico e bio-tecnologico. Ma so?). La ragione senza la fede è destinala tecnica è sempre espressione dell’uomo ta a perdersi nell’illusione della propria onnie delle sue aspirazioni allo sviluppo (v. Genesi potenza; la fede senza la ragione rischia l’e2,5). Se l’uomo pensa solo al come e non straniamento dalla vita concreta delle perai perché della tecnologia, questa diventa sone. La questione sociale è diventata radiambigua, dà l’idea della autosufficienza, del- calmente questione antropologica. La CARITAS IN VERITATE Lo sviluppo dei popoli e la tecnica 2.Lavoro e Dottrina sociale della Chiesa. Il lavoro alla luce della Dottrina Sociale della Chiesa. Come i media affrontano il tema del lavoro. Mercoledì, 10 febbraio, ore 18.30-20.00. 3.Lavoro e mass-media. Le parole del lavoro. Di cosa preferiscono parlare i media? Morti sul lavoro, politiche del lavoro, informazione di servizio sulle opportunità d’impiego. Presentazione dei media che parlano di lavoro. Mercoledì 17 febbraio, ore 18.3020.00. “I mass media tendono a farci sentire sempre “spettatori” […]. Invece siamo tutti “attori” e, nel male come nel bene,il nostro comportamento ha un influsso sugli altri […]». discorso del Santo Padre Benedetto XVI Programma degli incontri 1.Il viaggio nel lavoro. Introduzione al Laboratorio. Breve rassegna delle iniziative editoriali dedicate al mondo del lavoro dal 1996/1997 ad oggi. Mercoledì 3 febbraio, ore 18.30-20.00. 4.Educazione al lavoro. Analisi ragionata per orientarsi al lavoro attraverso la lettura e l’interpretazione delle notizie riportate dai media, ovvero utilizzo attivo dei mezzi di comunicazione. Mercoledì 24 febbraio, ore 18.30-20.00. Sono stati invitati a partecipare come relatori al Laboratorio: -Dott. Giuseppe Sangiorgi. giornalista parlamentare. E’ stato Presidente dell’Istituto Luce e vigente cultura del disincanto totale non pesa la coscienza; fecondazione in vitro, ricerca embrionale, clonazione e ibridazione umana sono la sua conseguenza; “cultura della morte” che apre inquietanti prospettive per l’uomo. Aborto, pianificazione eugenetica delle nascite, mentalità eutanasia sono indice di cultura che nega la dignità umana. Ci si scandalizza per fatti marginali e si tollerano ingiustizie inaudite, per una coscienza ormai incapace di riconoscere l’umano. Un aspetto del tecnicismo è considerare la vita interiore solo dal punto di vista psicologico (riduzionismo neurologico). Ma il problema dello sviluppo è collegato anche alla nostra concezione dell’anima umana; esso dipende anche dalla soluzione di problemi spirituali. Se l’uomo è unità di anima e corpo, lo sviluppo deve comprendere una crescita spirituale oltre che materiale. Le nevrosi delle società opulente hanno cause spirituali, come pure le droghe e la disperazione. Non c’è sviluppo globale e bene comune universale senza il bene spirituale e morale delle persone. Conoscere non è un atto solo materiale; la dimensione spirituale dell’uomo può essere colta superando la visione materialistica degli avvenimenti umani, vedendo nello sviluppo un “oltre” che la tecnica non può dare. La maggiore forza a servizio dello sviluppo è l’umanesimo cristiano fondato sulla carità e guidato dalla verità; uno dei maggiori ostacoli, al contrario, ne è l’ateismo dell’indifferenza. L’umanesimo che esclude Dio è un umanesimo disumano. L’amore di Dio ci chiama ad uscire da ciò che è limitato e non definitivo, ci dà il coraggio di operare e di proseguire nella ricerca del bene di tutti. Dio è la nostra speranza più grande. Lo sviluppo ha bisogno di cristiani con le braccia alzate verso Dio caritas in veritate, da cui procede l’autentico sviluppo, che non proviene da noi ma ci viene donato. Commissario dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni. -Prof. Romeo Ciminello, docente incaricato di Scienze Sociali presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma, presidente del Comitato di Promozione Etica onlus. -Ing. Cristiano Nervegna, segretario nazionale Movimento Lavoratori Azione Cattolica. -Dott. Claudio Gessi, dirigente sindacale Cisl ed incaricato regionale Pastorale sociale e del lavoro. • Il Laboratorio sarà supportato dalla proiezione di video tratti dal volume “Comunicazione e Missione” della CEI e da materiale didattico e informativo. • Il Laboratorio è realizzato con la gentile adesione: A.C. Diocesi Velletri-Segni, Ufficio Pastorale Sociale e del Lavoro Diocesi Velletri-Segni, Movimento Lavoratori Azione Cattolica, Copercom (Coordinamento delle Associazioni per la Comunicazione). Per informazioni e iscrizioni: segreteria scuola C.D.F.P., Chiesa del Crocefisso, Viale Salvo D’Acquisto n.51. Febbraio 2010 5 Pier Giorgio Liverani Quante cose strane accadono nel Paese delle Meraviglie. Vale la pena di osservarle un po’. Per esempio, un anno fa, il 9 febbraio «il cadavere della signorina Eluana Englaro veniva trasferito all’obitorio della ‘Quiete’ su barella in acciaio. Trattasi di cadavere femminile, della lunghezza di circa 171 centimetri, del peso di 53.5 chili, cute liscia ed elastica, capelli neri... Entrambi i lobi presentano un foro per orecchini. Indossa una camicia da notte in cotone rosa». Dice così la “Relazione di consulenza tecnica medico-legale” (133 pagine), presentata in quegli stessi giorni al Tribunale di Udine. Molti mesi prima un altro tribunale, non si è capito su quali basi di legge, aveva autorizzato i genitori di Eluana a far morire la giovane figlia togliendole l’acqua e il cibo. Così Eluana è morta, ma guai a dire che è stata uccisa: dev’essere morta così, di noia. Il tribunale di Udine, al quale era stata presentata una denuncia per omicidio, ha letto la relazione di cui sopra e ha deciso che non c’era nessun reato, perché risultata chiaro che era stato rispettato di “protocollo” predisposto per farla morire. Tutti innocenti, anzi, benemeriti: il papà e i tredici esecutori. Nutrire e dissetare quella povera giovane sarebbe stato illegittimo. La morte come un dovere. È come se nel Texas qualcuno denunciasse per omicidio il boia che esegue una sentenza capitale: esaminate le carte,quel tribunale risponderebbe: nessun omicidio, protocollo rispettato. Esempio numero due: c’è una legge (la n. 40 del 2004) che vieta esplicitamente di produrre artificialmente più di tre embrioni e obbliga di inserirli tutti nel grembo della aspirante madre. Nient’affatto: il giudice non applica la legge, la interpreta e un altro tribunale stabilisce che no, se ne fanno tre, ma se ne impianta uno solo, perché tre sono troppi. E gli altri due? In frigorifero, tanto sotto idrogeno liquido ci vanno loro, non i medici né i giudici né i futuri genitori. Nessuno si domanda anche quei surgelati sono figli, se li vuoi buttare, non sarebbe meglio adottare un orfano già confezionato? Magari di Haiti. Numero tre: la medesima legge vieta alle coppie fertili l’accesso alla procreazione assistita e le analisi cruente pre-impianto per la scelta del figlio di qualità. Si accede alla fecondazione artificiale per avere un figlio, non per sceglierlo, su un piano di parità con le coppie fertili, che non scelgono il figlio. Invece una coppia fertile, portatrice di una grave malattia ereditaria e già provata dalla morte di un figlio e da tre aborti, vuole un bambino sano. Ed ecco che un altro tribunale, a Salerno, dice: la legge la correggo io e vi autorizzo a fare ciò che essa proibisce. Prima il prelievo dei gameti, poi la fecondazione in provetta, infine l’embrione buono in grembo, quelli di scarto nel lavandino o in frigo. Un caso di eugenismo legalizzato. Quello che praticavano i nazisti. Si può notare che avere un figlio non è un obbligo né un diritto e, visto che si ragiona in questi termini, di figli di buona qualità ce ne sono tanti disponibili, magari di Haiti. E poi la Legge 40, confermata da un referendum popolare, afferma fin dal suo primo articolo che anche il figlio concepito è soggetto titolare di diritti, quindi è un essere umano, una persona. Si può surgelare una persona? Si può tagliarla a pezzettini per vedere se è sana e buttarla via se malata? Si possono avere diritti su una persona? Tanto da ucciderla? Quarto esempio. La pillola RU 486 ormai legalizzata. In molti osservano: così si farà l’aborto a domicilio. Replica: no, perché è obbligatorio l’ospedale. Ma nessun può obbligare una donna a restare in ospedale se non vuole: fir ma e se ne torna a casa. Tornerà a cose fatte, da sola, per vedere se tutto è andato “bene”. Ma quella sciagurata legge 194 non affermava che l’aborto, per vincerlo, va socializzato? Sì, ma che c’entra? Come l’utero, l’aborto è mio e lo gestisco io. Mica si può privatizzare solo l’acqua… Caso numero cinque. Per sposarsi, anche in Comune, si scelgono modalità solenni: sindaco, fascia tricolore, sala tra le più belle del municipio, abito scuro per lui, bianco per lei (non importa se non sarà la “prima volta”, magari il bambino regge lo strascico. Per divorziare, prima ci voleva una separazione di cinque anni, ora di tre. Invece adesso tre proposte di legge bipartisan (maggioranza e opposizione) presentate alla Camera propongono il “divorzio breve”: un anno, anzi sei mesi, neanche il tempus lugendi (tempo del pianto) necessario per evitare la commixtio sanguinis (il dubbio sull’eventuale paternità di un nascituro, come prescriveva già il diritto romano). A Firenze è già successo. C’è sempre un tribunale che rifà le leggi a modo suo: in questo caso a una coppia sposatasi da poco più di un anno e proveniente dalla Spagna ha applicato la legge spagnola di Zapatero sul divorzio breve. Avremo il divorzio cash and carry, paga e porta via? È questa, nel Paese delle Meraviglie, la politica per la famiglia: facilitarne lo sfascio? Privatizzare anche le relazioni familiari? Febbraio 2010 6 Sara Gilotta A metà di gennaio verrà pubblicato l’epistolario che raccoglie cinquant’ anni di una storia di eccezionale amicizia, quella tra una donna Wanda Poltawska, e Don Karol Wojtila, divenuto nel 1987 Papa Giovanni Paolo II, il pontefice amato da tutti, il pastore capace di aprire i cuori con la sua fede, ma, prima ancora, con la sua umanità profonda, che riusciva ad attirare tutti a sé, per condurli per mano verso Gesù. Ho avuto la possibilità di leggere alcune di quelle lettere che i due connazionali si sono scambiati per un ì lungo ordine d’ anni e mi sono commossa, provando la medesima emozione, che provavo quando Lo sentivo parlare con la sua inconfondibile voce, ma soprattutto con quelle parole che entravano nel cuore, perché nate dall’amore. Parole che avvertivo, come fraterne ed affettuose, oltre che ricche di insegnamenti indimenticabili che mi hanno permesso, non solo di rafforzare la mia fede, ma di guardare ad essa con spirito nuovo, nella convinzione che la fede è cammino ininterrotto, ricerca diuturna, ma anche luogo per antonomasia, in cui coltivare l’amore per l’altro, per riconoscervi l’orma divina. Don Karol dall’inizio e fino alla fine firmava le sue lettere con una semplice sigla “FR”, che altro non è se non l’abbreviazione di fratello, perché tra i due si era instaurato un affetto davvero fraterno, una confidenza fatta di sincerità e di fiducia reciproca, oltre che di grande affetto, che è tipica solo dei fratelli. Di lei Don Karol, come dice nella lettera scritta subito dopo la elezione al soglio di Pietro, non aveva mai dimenticato la deportazione a Ravensbruck (e chi ha visitato quel campo di concentramento può seppur molto da lontano comprendere che cosa ciò abbia potuto significare) rivelatagli dal marito e le sofferenze che lei aveva affrontato, arrivando a scrivere : “ è nata nella mia consapevolezza la convinzione che Dio mi dava e mi assegnava a te, affinché in un certo senso io “compensassi quello che avevi sofferto lì. E ho pensato: “ lei ha sofferto al posto mio”. Parole straordinarie nella loro semplicità, che toccano il cuore, ma senza dubbio sono la testimonianza di una realtà che si tende a dimenticare con facilità e cioè quella per cui la sofferenza di ognuno fa ricadere i suoi effetti benefici su tutti coloro che la “notte”sono riusciti a viverla per consolidare la fede e la fiducia in Dio. E poi la lettera scritta in occasione del primo Natale da Papa, in cui, a ribadire la sua amicizia e il suo affetto dice: “ Oggi è la vigilia di Natale: Insieme ci siederemo a tavola, insieme canteremo i canti natalizi, ci divideremo l’oplatek e ci faremo gli auguri……ma tu è un bene che continui a scrivere tutto, perché so che solo al fratello puoi dire tutto. Leggendo ciò che scrivi, in qualche modo sono con te. In seguito rifletto su quello e prego sul canovaccio di quello che ho letto…questo era il mio metodo per essere fratello.Ed anche ora faccio lo stesso. “ Un fratello, dunque, che sapeva ascoltare, che meditava sulle parole scrittegli, per pregare su quanto letto, ma anche per continuare nella preghiera il colloquio con colei che affidava la sua anima e la sua storia di vita all’amico che la comprendeva e la sosteneva Un affetto quello tra queste due creature, mai interrotto, tanto che è stata Dusia (è il diminutivo di Wanda) come dice lei stessa, a rimanere accanto al capezzale del Papa morente a leggere le pagine di un libro intitolato “La città libera”. Non conosco questo libro, ma mi piace pensare che la città libera possa essere il luogo per antonomasia della perfetta libertà e del perfetto amore, quel Paradiso verso il quale il grande animo del Papa stava avvicinandosi e dove avrebbe trovato il giusto premio delle sue virtù. Le virtù di un Santo, non solo perché ha compiuto quel miracolo di cui la Chiesa ha bisogno per la canonizzazione, ma perché ha rappresentato e continua a rappresentare anche per chi non ha avuto la fortuna di godere della sua fraterna amicizia, un altissimo esempio di carità, quella carità che è il fulcro dell’insegnamento dei Vangeli, la cui voce Egli ha ripetuto forte e chiara in tutte le parti del mondo, per farsi ascoltare da tutti e soprattutto farsi comprendere da tutti , con un unico fine, quello di rinnovare e rinsaldare la fede e quello, forse ancor prima, di ricordare a tutti che “aprire le porte a Cristo “ può essere molto più facile e molto più bello di quanto il mondo con le sue contraddizioni e i suoi limiti, e purtroppo i suoi mali, permetta troppo spesso di comprendere. Poesia per il Santo Padre Giovanni Paolo II 16 Ottobre 1978, 16 Ottobre 2003, Santo Padre,oggi festeggi 25 anni di Pontificato, sei Pastore della Chiesa, Dio Ti ha dato un grande lavoro da portare avanti. La Tua vita è un calvario, la volontà di lavorare Ti fa dimenticare le Tue sofferenze, vorrei essere la terra dove posi i Tuoi piedi e sentire la Tua presenza. Quanta bontà c’è in Te, quanto amore sai dare alla gente che soffre, sei un raggio di sole nella tempesta. Sei amato e rispettato da tutto il mondo, quando stai male implori Maria Madre di Dio che Ti aiuti, non Ti arrendi mai. Parli al mondo come nessuno sa parlare, fai sentire il Tuo grido contro la guerra, vuoi stare vicino alla gente; che emozione vedere la Tua mano bianca che stringe la mano di un bambino di colore, i Tuoi capelli si sono sbiancati, la Tua mamma Ti ha lasciato in tenera età anche stando in mezzo alla gente Ti puoi sentire solo, che Dio Ti faccia realizzare i Tuoi sogni. Sei amico della gioventù che è il futuro del mondo, chiedi libertà e rispetto per i deboli preghi Dio che Ti aiuti a superare le difficoltà, parlando di Dio sappiamo che esiste. Vai negli ospedali a trovare gli ammalati per dare conforto a chi soffre. Sei andato nelle carceri dove ci sono i prigionieri che soffrono di non poter uscire, di non poter cogliere un fiore, toccare un albero sentire il vento che li accarezza, e ascoltare il canto degli uccelli, che Dio abbia misericordia anche di chi non lo merita. Velletri 16 Ottobre 2003 Febbraio 2010 7 Paolo Tomasi Cosa significhi immigrazione è ben noto; più difficile spiegare cosa sia l’integrazione: non la somma di culture e tradizioni diverse, quanto piuttosto la loro sommatoria nella “qualità delle differenti specificità”, ma ci torneremo nel seguito. Più volte su questa rivista abbiamo avuto modo di leggere articoli titolati “Ritorno alla Storia Sommersa: ….” e ci piacerebbe, senza presunzione, aggiungervi piccoli paragrafi, ad esempio: “Volevamo braccia, sono arrivati uomini” sosteneva decenni or sono lo svizzero Max Frisc, rammentando l’ostilità dei propri connazionali verso gli immigrati italiani, nei cui confronti furono indetti ben 3 referendum; anche allora gli emigrati italiani furono portati in salvo con dei treni speciali nel 1986, per sottrarli alla furia di “bravi cittadini zurighesi”. Idem, ad Aigues Mortes, in Francia, solo tre anni prima, quando gli immigrati soprattutto “padani” furono sottratti all’ira di chi li accusava di sottrargli lavori che, magari, gli stessi francesi già preferivano non esercitare, perché troppo rischiosi e mal remunerati! Ancora, il Ministero del Lavoro francese nel 1948 dichiarava che dei 15.000 immigrati italiani, ben il 95% risultasse clandestino; la stessa storia si ripeteva in Canada, riprendendo un brano di Eugenio Balzan sul Corriere della Sera nel 1901 dove si leggeva che “si aggiravano in pieno inverno per Montréal migliaia di (nostri) immigrati stendendo le mani ai passanti”. Dunque, tutto dimenticato, tutto rimosso? Qualcuno potrebbe dire, al fine di giustificare le reazioni contro gli immigrati, che nei numeri odierni al Sud si celerebbero tanti spacciatori al soldo di qualcuno (cosche? questo ed altro lasciamolo alla Magistratura!): ci piacerebbe, quindi, se qualcuno volesse alzare la mano per confermare di conoscere almeno uno spacciatore disposto a lavorare ben oltre la durata della luce del sole … solo per un paio di decine di Euro, per poi rifugiarsi trai cartoni, contendendo avanzi e scarti a topi e gatti! Ci vorrebbe, dunque più misura, nel misurare le parole di fronte a questo inquietante argomento, di complessa descrizione, ancor di più complessa soluzione, tant’è che lo stesso Pio XII, negli anni cinquanta (già allora?), parlando del fenomeno migratorio mondiale, rammentò la fuga della sacra famiglia in Egitto. Già, bisognerebbe essere solo farisei per non comprendere il significato profondo di queste parole, che magari leggiamo spesso nel Vangelo; ma nessuno caccia alcuno dalle nostre chiese! La Chiesa non fa mai politica, non è suo compito dare soluzioni politiche, ma ciò non significa che non le importi nulla di que- sti problemi. Anzi indica, tra l’altro, le responsabilità della Politica (quindi non dei partiti), chiamata ad esercitare le medesime responsabilità. Benedetto XVI di recente ha asserito che “bisogna ripartire dal significato della persona”, rammentando che “un immigrato è un essere umano, differente per provenienza, cultura e tradizioni, ma è una persona da rispettare e con diritti e doveri … nell’ambito del lavoro, dove più facile è la tentazione dello sfruttamento, ma anche nell’ambito delle condizioni concrete di vita”. Già, diritti e doveri, riallacciandoci a chi esige, giustamente, dagli immigrati che rispettino le nostre leggi e la nostra cultura. Ma, se non vogliamo più parlare di “storia sommersa”, bensì di “attualità sommersa”, alzi di nuovo la mano chi non dico lo abbia già fatto, ma almeno chi abbia avuta la tentazione di adottare, per così dire, “alcune scorciatoie” con la scusa “tanto chi me lo fa fare? Ed allora perché pretendere da altri ciò che non si pretende da noi? Ma dove è finito l’evangelico comandamento nuovo “ama il prossimo tuo, come te stesso”, dove amare significa anche rispettare l’integrità nostra e l’altrui, dentro una società che chiama indistintamente tutti alle medesime regole e diritti? “Accoglienza e legalità” sono due parole che il Cardinale Bagnasco, presidente della CEI, ha ripetuto innumerevoli volte da diversi mesi, parole che si coniugano, con diverse sfumature, alle considerazioni del vescovo di Mazara del Vallo, Domenico Mogavero, quando asserisce che “… la legalità aiuta la convivenza. Però non si va da nessuna parte esasperando il tema dell’immigrazione come un problema di ordine pubblico. Dobbiamo trovare un equilibrio: ma fare sinte- si non sarà facile”. Né saremmo noi in grado di tirar fuori il coniglio dal cappello: serve una sintesi promossa da attenta riflessione e, soprattutto, dalla volontà di trovare una soluzione perché, come scrive sul Corsera Angelo Panebianco “Sappiamo da tempo che l’immigrazione è il fenomeno che forse più inciderà sul futuro dell’Europa. Conteranno sia la quantità dei flussi migratori che la qualità delle risposte europee. In Italia sembriamo tuttora impreparati ad affrontare in modo razionale e convergente un fenomeno con il quale conviviamo ormai da anni”. Eppure è ben noto quanto sia grande l’impegno del volontariato, in primo luogo la Charitas ma anche altre associazioni di ispirazione cattolica, e non solo, sulle quali sarebbe solo colpevole addossare la responsabilità della questione dell’accoglienza. Paghiamo, in sostanza, l’assurda negligenza di una concreta programmazione mirata all’accoglienza, che non potrà più ignorare la necessità di “creare le condizioni per fare dei migranti nuovi cittadini”. Accoglienza, si badi bene, che, per tutto quanto detto, non rimarrebbe più ristretta al nostro territorio (tutelato, ben si guardi, dalla nostra Costituzione), bensì si allargherebbe anche ai paesi di origine dei migranti, se è vero che, come detto, il futuro non potrà ignorare questo fenomeno che sarà un futuro di sempre più stretto interscambio in un mondo globalizzato. Ma se di globalizzazione si tratta, allora (solo sorvolando considerata la sede nella quale stiamo scrivendo) l’argomento diverrebbe di responsabilità più ampia, forse Comunitaria e non dei soli paesi mediterranei. Concludendo, sembra sussistere una certa assonanza tra le parole del Papa ad inizio 2010 e quelle sue più recenti sul fenomeno migratorio. Tra le prime parole ricordiamo che “i cattolici devono confidare nel Dio che in Cristo ha rivelato in modo compiuto e definitivo la sua volontà di stare con l’uomo, di condividere la sua storia, … il disegno divino non si compie automaticamente, perché è un progetto d’amore e l’amore genera libertà e chiede libertà”; più di recente, riguardo agli immigrati, mentre condannava la violenza, aggiungeva che ”Il problema è soprattutto umano! Invito a guardare il volto dell’altro ed a scoprire che egli ha un’anima, una storia e una vita … Dio lo ama, come ama me”. Febbraio 2010 8 1° gennaio 2010: 43^ Giornata mondiale della Pace. “Se vuoi coltivare la pace, custodisci il creato” è il messaggio di Benedetto XVI Stanislao Fioramonti Il documento, scritto l’8 dicembre 2009 e reso noto il 15, affronta il tema della minaccia ecologica incombente e della responsabilità verso i poveri di oggi e gli uomini delle generazioni future. Le parole del papa si rifanno a due testi che già hanno discusso il tema, uno di Giovanni Paolo II per la Giornata della Pace del 1990, un altro dello stesso Ratzinger molto più recente, e cioè l’enciclica “Caritas in Veritate” (nn. 48-50). Sono parole – ha affermato presentandole il card. Renato R. Martino, Presidente uscente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace – che rigettano i due estremi dell’egocentrismo, che consentirebbe all’uomo di tiranneggiare il creato, e dell’ecocentrismo, che priverebbe l’uomo della sua superiore dignità. Sono parole che invece invitano a una “revisione profonda e lungimirante del modello di sviluppo”, a cambiare stili di vita e a combattere sprechi e opulenze, con un percorso che deve essere di profondo equilibrio tra Dio, l’umanità e il creato. E’ un messaggio lungo (14 paragrafi), del quale evidenzieremo brevemente i punti “critici”, ricordando come premessa certi dati sugli sprechi alimentari forniti dallo stesso card. Martino, e cioè che nei Paesi ricchi viene sprecato il 30% degli alimenti, il 40% negli USA, il 40% a Natale in tutti i Paesi sviluppati. Solo in Italia ogni anno restano invendute e inutilizzate 240.000 tonnellate di alimenti, pari a oltre 1 milione di euro. La somma darebbe tre pasti al giorno a 600.000 persone! Sono dati che indicano, tra l’altro, l’importanza dell’educazione, a partire dalle famiglie. Proprio perché la crisi ecologica (cambiamenti climatici, desertificazione, inquinamento delle acque ecc.) è fortemente connessa al concetto di sviluppo e al rapporto dell’uomo con i suoi simili e con il creato, dice il papa, è saggia una revisione profonda e lungimirante del modello di sviluppo. “L’umanità ha bisogno di un profondo rinnovamento culturale”, di riscoprire i valori fondamentali, di un modo di vivere improntato alla sobrietà e alla solidarietà. Le comunità internazionali e i governi nazionali devono contrastare i sistemi dannosi di utilizzo dell’ambiente, tenendo presenti sempre la solidarietà verso le regioni più povere e l’attenzione verso le future generazioni. La solidarietà universale e inter-generazionale sono infatti un dovere. Le società tecnologi- camente avanzate, prosegue Benedetto XVI, devono favorire comportamenti di sobrietà, riducendo il proprio fabbisogno energetico e migliorandone l’utilizzo, e devono poi favorire la ridistribuzione planetaria delle risorse energetiche. Lo sviluppo integrale dell’uomo infatti non può aver luogo senza lo sviluppo solidale dell’umanità. Ma se da un lato occorre sviluppare forme di energia pulita ed efficace, dall’altro “è necessario uscire dalla logica del mero consumo per promuovere forme di produzione agricola e industriale rispettose del creato e soddisfacenti per tutti”. Il tema del degrado ambientale chiama in causa i nostri comportamenti e induce a scegliere nuovi stili di vita, meno dannosi di quelli attualmente dominanti, e più attenti all’impiego del principio della sussidiarietà. Anche la Chiesa ha una responsabilità per il creato, legata al suo compito di difendere e proteggere l’uomo; quando in una società è rispettata l’ecologia umana, ne trae beneficio anche l’ecologia ambientale. Ma se la natura bella e armoniosa produce benessere fisico e psichico all’uomo, non si deve però assolutizzarla (ecocentrismo), perché la persona resta comunque più importante; è giusta invece una posizione di equilibrio, con l’uomo che deve custodire la natura senza abusarne. In conclusione il messaggio papale afferma che “se vuoi coltivare la pace, custodisci il creato”; ribadisce cioè il rapporto inscindibile tra Dio, uomo e creato, e riafferma che proteggere l’ambiente naturale per costruire un mondo di pace è dovere di ogni persona. Febbraio 2010 Don Giovanni Can. Magnante Non è la prima volta che, consultando i preziosi volumi della Biblioteca Giovardiana, mi capita di trovare del materiale relativo alla Chiesa di Velletri. È cosa comune tra i ricercatori imbattersi in materiali di tutt’altro genere quando si sta effettuando una ricerca particolare. È quello che mi è capitato l’altro giorno nella nota biblioteca storica di Veroli e pensan- do di far cosa gradita all’amico monsignor Angelo Mancini, direttore di questo meraviglioso mensile, gli ho inviato la notizia, certo che, comunque, l’edizione a stampa fosse conosciuta e conservata in Velletri. A quanto pare, invece, la mia segnalazione è stata ben gradita perché in diocesi l’edizione non è stata conservata. Ma di cosa si tratta? È un opera di mons. Alessandro Borgia del 1698 sulla vita di san Geraldo vescovo (Vita di San Geraldo Vescovo e protettore dell’inclita città di Velletri, Velletri MDCXCVIII per Onofrio Piccini). In più, sempre nella stessa raccolta miscellanea, un altro libricino interessante per la storia locale veliterna. L’autore questa volta è Fabrizio Borgia e il titolo: “Relazione di quanto si fece nell’inclita città di Velletri in occasio- Velletri 6 febbraio 2010 Festa di S.Geraldo compatrono della città 9 In Veroli due rare edizioni su S. Geraldo ne della traslazione del sagro corpo di S. Geraldo vescovo e confessore”. L’edizione venne stampata in Velletri nel 1714 “nella stamperia di Francesco Gasconi”. Legata alle due opere è una incisione del santo vescovo, rivestito di abiti pontificali: con la mano sinistra sorregge sia il pastorale che un libro, mentre con la destra il crocifisso che contempla con lo sguardo. Interessante per la devozione è la scritta che reca in basso: “S. Geraldo Vescovo e Protettore di Velletri, morto l’anno 600 e trasferito l’anno 1698 nel Domo (sic.) di Velletri”. Le due opere con l’incisione, dietro richiesta dello stesso mons. Mancini, verranno presto fotografate e donate alla diocesi di Velletri perché possano essere di nuovo conosciute ed apprezzate sia dagli storici, per le preziose informazioni, che dai fedeli stessi. Ma, si chiederà qualcuno, come mai queste stampe veliterne sono conservate gelosamente in Veroli? Non è facile rispondere alla domanda, non essendo io un profondo conoscitore della storia interna della Biblioteca Giovardiana, ma con molta superficialità posso attestare che la Giovardiana conserva molte opere relative alla vita delle diocesi del Lazio, relative soprattutto al Sei-Settecento, per via della passione del suo fondatore per la storia patria. È anche vero, poi, che molte opere devozionali relative ai santi della Chiesa Verolana, ma anche la stessa edizione seicentesca degli Statuti comunali di Veroli, vennero stampate proprio in Velletri. Inoltre non sono affatto sconosciuti i vincoli di amicizia che legavano mons. Vittorio Giovardi (fondatore, Veroli 1699 - Roma 1786) ai prelati veliterni di casa Borgia. Nella quadreria privata del Giovardi, ed oggi in Biblioteca, vi era un ritratto, di ottimo gusto settecentesco, del vescovo Alessandro Borgia (morto nel 1763 a 81 anni e quindi quasi suo coetaneo). Nel catalogo, poi, si notano diverse opere dei Borgia: tra queste vale la pena ricordare almeno la “Istoria della Chiesa e Città di Velletri” del 1723, di Alessandro Borgia, e il “De cruce vaticana” del 1779 di Stefano Borgia, con tanto di annotazione scritta al Giovardi: “ex dono authoris, 1779”. Tra l’altro l’amicizia tra le due cittadine è rafforzata anche dalla pubblicazione, all’interno di quest’ultimo testo, di una rara incisione dell’Encolpio bronzeo (sec. XI) della Collegiata di Sant’Erasmo in Veroli, rinvenuto dall’abate di questa chiesa, Luca Pellegrini, proprio in quegli anni e fatto conoscere al Borgia. Febbraio 2010 10 Angelo Bottaro Un avvocato difensore cinico e spregiudicato, la disponibilità di molto danaro, influenze che contano possono far pendere il piatto della bilancia della dea bendata dalla parte sbagliata. “E’ una compito terribile dovere giudicare! Troppe cose comporta. Io so che voi state pensando come essere giusti, come essere trasparenti, come essere imparziali, come essere indulgenti, umani, ma allo stesso tempo giusti”.Sono le parole testuali con le quali l’avvocato Frank Galvin si rivolge ai dodici giurati che devono pronunciarsi in una causa intentata contro un medico e un anestesista dell’Ospedale Santa Caterina di Boston accusati di una negligenza molto grave, che ha portato alla morte il nascituro e allo stato vegetativo la partoriente. L’avvocato Frank Galvin deve vedersela con Ed Concannon , il miglior avvocato sulla piazza, forte di importanti conoscenze, con una condizionante influenza sul giudice e per giunta supportato da uno stuolo di legali e da mezzi illimitati.In una società assai simile alla nostra, che vive tra paure e ipocrisie, dove la verità fatica sempre a venire a galla, dove le ingiustizie e le prepotenze dei ricchi e dei potenti sembrano inevitabili, l’esito della causa appare scontato : tutto congiura contro Frank Galvin e la parte lesa, che fino all’ultimo sembrano fatalmente destinati a soccombere. Ma questa volta non si tratta della realtà, ma della vicenda appassionante del film di Sidney Lumet “Il verdetto”. Questa volta la giuria sopperisce ai colpi bassi , agli imbrogli, alle menzogne, ai mezzi illeciti, alla professionalità distorta , al cini smo, ai cavilli legali e ai formalismi, alla poten- za del denaro : i giurati inopinatamente pronunciano alla unanimità un verdetto che vede la giustizia trionfare.Il cinema e la fiction televisiva ci hanno abituato a clamorosi colpi di scena e quando tutto sembra irrimediabilmente perduto ecco che la verità trionfa, rendendo giustizia al debole, all’indifeso, al perseguitato. La realtà ovviamente è diversa : basta rimanere entro i confini del nostro Paese per scorrere un elenco di ingiustizie e di sentenze dubbie, discutibili, da mettere i brividi e da scoraggiare chiunque.“L’assoluzione scandalosa di ladri di milioni ha arrecato purtroppo una triste reputazione al nostro Paese e ha dimostrato alle classi povere che le leggi penali non raggiungono in Italia i grossi delinquenti. Ora si aggiungerà la prova che i grossi delinquenti, oltre ad essere assolti, possono con i milioni rubati far processare coloro che li avevano denunciati e messi in carcere”. Sono le parole testuali che Giovanni Giolitti, in veste di capo del Governo, scrisse al re Umberto I a seguito della assoluzione di tutti i responsabili dello storico crack finanziario della Banca Romana. Dopo queste indignate e tremendamente attuali considerazioni lo stesso Giovanni Giolitti fu coinvolto nello scandalo e grazie al fatto che era un importante uomo politico non fu perseguito e restò a sua volta impunito. Se volgiamo lo sguardo a quel che accade davvero nelle aule dei tribunali, a chi vive nel mondo reale e chiede giustizia ancora oggi ci imbattiamo in una serie intollerabile di ingiustizie : nulla di nuovo sotto il sole. Problema terribile quello della ingiustizia, che legislatori, politici, magistrati, giuristi e filosofi nel concreto tendono ad evitare parlando d’altro: di garantismo, di prin- cipi e di dogmi, di diritti sacri ed inviolabili, di riforme e così via. Che fare? Le possibili risposte sono fallaci: quella dell’occhio per occhio dente per dente , che reagendo al male con il male non fa che aumentare il male complessivo; quella della pena, che punisce, ma non rieduca e non ripara; quella del risarcimento che non riporta in vita una persona cara o non rimargina una ferita profonda. Sono fallaci, in realtà, tutte le risposte, per il solo fatto che sono risposte e , quindi , arrivano sempre dopo, quando ormai è troppo tardi. “Nella vita per lo più ci sentiamo smarriti : ti prego Dio dimmi che cosa è giusto, dimmi che cosa è vero! Ma non c’è giustizia sulla terra : il ricco vince, il povero è impotente. Siamo stanchi di sentire menzogne e con il tempo incominciamo a morire dentro. Morti sì, considerando noi stessi un po’ come le vittime, identificandoci e confondendoci con esse. Diventiamo deboli, rassegnati, sconfitti e finiamo col dubitare di ogni principio e di ogni certezza. Dubitiamo delle nostre istituzioni e dubitiamo della legge. Perché la giustizia non può essere un codice, non può essere un giudice, non un avvocato, non una statua di marmo con una spada ed una bilancia : questi sono solo simboli del nostro desiderio di giustizia, perchè la giustizia è ben altra cosa”. Con queste parole si conclude l’arringa finale dell’avvocato Frank Galvin, in tutta evidenza deluso e rassegnato ad un esito sfavorevole. Ma i giurati non pronunciano un verdetto di condanna perché non si lasciano trarre in inganno da artifici e da manipolazioni della legge formalmente corrette, ma tengono conto esclusivamente della loro coscienza e del loro intimo desiderio di giustizia e di verità. Se perciò , malgrado tutto e nonostante tutto, anche noi vogliamo continuare ad aver fede nella giustizia dobbiamo e possiamo sempre agire secondo il nostro cuore, secondo la nostra coscienza, secondo la nostra capacità di amare, uniche risorse che ci restano per ridurre e annullare l’infinito egoismo che separa gli uomini, la uguaglianza dalla ineguaglianza, la giustizia dalla ingiustizia, l’interesse personale e la menzogna dalla verità : la verità è dentro di noi e , se lo vogliamo, non può essere vinta da nessuno e in nessun modo. Senza la capacità di amare, cioè senza la capacità di uscire da noi stessi e andare incontro all’altro, al più debole, all’emarginato, alla vittima di un sopruso o di un reato restano poche speranze perché la legge sia davvero eguale per tutti : per quanto difficile nessuno di noi dovrebbe esimersi dal compiere il passo dell’amare, per una società più umana e più giusta. Febbraio 2010 11 febbraio 2010 11 Mons. Giovanni Ghibaudo* Nella circostanza della celebrazione della 18° Giornata mondiale del Malato Si ricorda l’importanza che la Chiesa deve avere verso il sofferente, e che non si deve limitarsi a questa ricorrenza ma, si fa obbligo e dovere di tutta la comunità a partecipare ed essere vicina a quelli che soffrono nel corpo, ad immagine di Cristo il quale, “passò beneficando e sanando tutti coloro che erano nel dolore fisico e morale”. Per questa ricorrenza anche il Santo Padre Benedetto XVI, sempre sensibile al problema della sofferenza, ne da un grande esempio in tutte le circostanze, come nelle udienze del mercoledi, avvicinandosi e benedicendo e confortando i sofferenti, ed incoraggiando coloro che prestano il loro sostegno. Il messaggio annuale che il Santo Padre ha rivolto a tutta la Comunità cristiana e, soprattutto, agli operatori pastorali, alle parrocchie, alle comunità religiose che spesso, presi dai loro servizi, si dimenticano di visitare i malati della parrocchia e non. Il Santo Padre per questa giornata si rifà al Concilio Ecumenico Vaticano II che afferma ”Voi tutti che sentite più gravemente il peso della Croce, essi dissero… Voi che piangete… Voi sconosciuti del dolore riprendete coraggio: voi siete i preferti del Regno di Dio, il Regno della speranza della felicità e della vita; siete i fratelli del Cristo sofferente; e con lui, se lo volete, voi salverete il mondo (Ench. Vat., I n. 523) Mi è caro ricordare figure di sacerdoti i quali, pur con tante occupazioni della parrocchia, non si sono mai dimenticate quotidianamente a dare e portare conforto ai malati, ad esempio Padre Italo Laracca, di cui nei mesi scorsi questa rivista ne ha portato in risalto la figura, che ogni giorno nel pomeriggio si recava presso i malati dell’Ospedale a dare loro una parola di conforto e di sollievo, e così pure altri sacerdoti. Vorrei anche ricordare la grande figura del compianto Vescovo Martino Gomiero, il quale tutti i mesi mi chiamava e si faceva accompagnare a visitare e dire una parola di conforto e di saluto ai malati della Clinica. Vorrei sottoporre alla vostra attenzione una poesia che una ammalata dell’Hospice San Raffaele ha scritto in occasione del 25° anno di Pontificato di S.S. Giovanni Paolo II, mettendo in risalto la sofferenza di cui Egli, con la sua persona, visitando portava. Si auspica che le parrocchie, in questa circostanza, impartiscano a chi lo desidera, malati e non, il Sacramento dell’Unzione dei Malati. Nel ringraziare la sensibilità di coloro che si *Delegato della Pastorale Sanitaria sentono vicino ai sofferenti, auguro ogni bene. La tenda di Dio in mezzo a noi! Don Corrado Fanfoni Tra le più grandi consolazioni di noi cristiani c’è la certezza che «Il Verbo si è fatto carne ed ha posto la sua dimora in mezzo a noi» (cfr Gv 1, 14) e questo appare più vero in un momento difficile come quello che stiamo vivendo, immersi in un clima di preoccupazione e sofferenza per la Chiesa sparsa sulla terra: mi riferisco al dramma del terremoto ad Haiti e ai vari cristiani perseguitati e uccisi a causa della fede nel mondo. Vedere questi nostri fratelli non perdere la fiducia in Dio e continuare a cercarlo (senza chiese dove poter pregare, a volte senza famiglia e senza la possibilità di poter esprimere pubblicamente la propria fede) ci spinge a fare la nostra parte per trovare anche noi il tempo, il luogo e soprattutto la voglia di incon- trare il Maestro che è sempre pronto a vivere in mezzo a noi. Dopo l’esperimento/esperienza dell’anno scorso il Servizio Diocesano di Pastorale Giovanile ripropone l’esperienza della Tenda Eucaristica dandole una “veste” nuova. Con l’equipe abbiamo deciso di allargare in modo ufficiale a tutti l’esperienza dell’Adorazione Eucaristica in un tendone dove si alterneranno membri della nostra chiesa diocesana. In modo particolare abbiamo deciso di coprire le ore di preghiera (circa 3 per ogni pomeriggio) da diverse fasce d’età per ciascun giorno: bambini, adulti, giovani. Come equipe collaboreremo con gli uffici e equipes diocesane competenti: equipe ACR e Uff. Catechistico, Uff. per la Pastorale Familiare e Centro Diocesano Vocazioni, equipe ACG e varie realtà giovanili presenti nelle parrocchie. Il nostro desiderio è quello di poter vivere nella prima parte della Quaresima un tempo di preghiera e riflessione dal sapore fortemente ecclesiale per riportare nelle nostre singole realtà la forza di chi si è ritrovato con fratelli (anche non conosciuti personalmente) per incontrare l’Unico Signore che ci porta ancora la salvezza. Durante i tre pomeriggi saranno a disposizione dei sacerdoti per vivere il Sacramento della Riconciliazione. Certo della partecipazione e dell’impegno di tutti e di ciascuno vi presento il programma dell’iniziativa: Tenda Eucaristica Diocesana Tensostruttura, Valmontone (via dell'Outlet, dopo il 118) mercoledì 3 marzo dalle ore 15.00-19.00: preghiera dei bambini giovedì 4 marzo dalle ore 15.00-19.00: preghiera per gli adulti venerdì 5 marzo dalle ore 15.00-19.00: preghiera per i giovani. Solo questo incontro si concluderà con la Via Crucis per le vie della città e i partecipanti sono invitati a vivere l'esperienza del digiuno. Febbraio 2010 12 Costantino Coros E’ stata presentata lo scorso 19 gennaio a Roma nella Sala del Mappamondo della Camera dei Deputati la proposta di legge n.2933 contenente “Disposizioni per la tutela dell’etica e dei comportamenti in campo economico-finanziario attraverso la «certificazione etica»”. Si tratta di un progetto di legge d’iniziativa dell’On. Antonio Mazzocchi (Pdl), promosso dal Comitato di Promozione Etica Onlus con il sostegno della Confesercenti e che vede come firmataria del progetto l’On. Catia Polidori (Pdl). Ai primi promotori si sono aggiunti come firmatari della proposta altri 12 parlamentari sia della maggioranza che dell’opposizione. E’ ora di voltare pagina “L’iniziativa parlamentare è da ricondurre nella volontà del Movimento Cristiano Riformisti, di aderire ad un progetto di vero e autentico rinnovamento basato sui principi del Magistero sociale della Chiesa. Da notare infatti che alla base del progetto di legge c’è una riscoperta dell’importanza dei principi cristiani di riferimento quali la salvaguardia della dignità dell’uomo e la promozione del bene comune come indicati nell’ultima Enciclica Caritas in Veritate di Benedetto XVI”. Ha detto l’On. Antonio Mazzocchi nel corso della conferenza stampa di presentazione della proposta di legge. “La coscienza dei rischi indotti da ciascun partecipante alle relazioni economiche costituisce l’ago della bilancia di ogni relazione che voglia dirsi etica”. Ha aggiunto l’On. Mazzocchi. La certificazione etica vuole essere lo strumento nuovo che propone un cambiamento di rotta: dopo il fallimento dei controlli effettuati da certificatori terzi, sottoposti purtroppo a corruzione e concussione si deve puntare ad un rinnovamento dei controlli a livello interno, vale a dire di presa di coscienza di ciascun partecipante. “Come Movimento cristiano riformista non possiamo più restare insensibili e attoniti di fronte ad una realtà che distrugge l’uomo ed in cui si osannano il potere e l’avidità come elementi primari del successo. Con questa legge non crediamo certo di risolvere il conflitto esistente tra la necessità etica e la sua trasgressione, riteniamo però di dare un contributo importante alla ricostruzione del clima di fiducia fortemente indebolito dai fatti accaduti nel corso dell’anno appena concluso. Cerchiamo soprattutto di promuovere uno strumento in linea con l’edificazione di una realtà europea che non può che basarsi su un’etica vera e condivisa che guardi con fiducia al bene comune”. Ha detto in conclusione del suo intervento l’esponente della maggioranza. Un nuovo modello: quello della certificazione etica “Il modello che è stato presentato nel progetto, deve essere considerato come un autentico salto di paradigma: credere non più nella forza dei controlli, quanto più invece nella forza della coscienza” ha spiegato il Presidente del Comitato di Promozione Etica Onlus, Prof. Romeo Ciminello “non per niente il progetto verte sulla certificazione etica. Etica nel suo significato di conoscenza del bene e della possibile azione volta ad attuarlo. Etico nel suo significato di Responsabilità sociale dell’impresa che si riverbera in tutti i rapporti con i suoi interlocutori. La struttura della certificazione etica si fonda sulla formazione della coscienza alla responsabilità sociale e prevede un quadro di riferimento fondato su 4 elementi portanti: 1) La competenza professionale; 2) la conoscenza dei limiti etici della professione; 3) la trasparenza; 4) la censura sociale. “Questo nuovo modello di certificazione etica che lascia auspicare un rinnovamento nel tessuto economico della nostra società – ha detto il Prof. Ciminello - si serve anche di un indice di fiducia che sarà il nuovo indicatore a cui le nuove generazioni di imprenditori e di lavoratori, nonché di consumatori impareranno a guardare per muoversi con maggiore confidenza nell’intricata giungla delle relazioni economico-finanziarie”. Ritrovare la fiducia “Il sistema ha bisogno di ritrovare fiducia, rinnovare il tessuto delle relazioni economico-finanziarie in funzione di uno sviluppo più armonico ed affidabile, sviluppo che non significhi, come abbiamo avuto modo di constatare, approfittamento da parte di alcuni, di asimmetrie informative a discapito dei più deboli e dei meno tutelati come le piccole imprese, i dipendenti o i consumatori”. Queste sono le prime anticipazioni delle indicazioni risultanti da una ricerca effettuata dalla Confesercenti tra i suoi iscritti in base ad un questionario formulato dal Comitato di promozione etica Onlus e somministrato dalle sezioni provinciali dell’organizzazione. L’indagine completa sarà illustrata in occasione di un prossimo convegno dedicato al progetto di legge. “Non è stato facile completare la ricerca, ma dalle prime indicazioni ottenute possiamo serenamente affermare che eravamo e siamo nel giusto, quando ci facevamo promotori della necessità di un cambiamento nei rapporti economici improntato ad una maggior attenzione etica”. Ha commentato Giuseppe Fortunato della Confesercenti nazionale. La proposta di legge in sintesi Il progetto si sviluppa in 8 articoli. Nel primo articolo si evidenziano le finalità della certificazione etica, rivolta soprattutto alle imprese quotate e non quotate e a quelle del settore no-profit che raccolgono fondi direttamente o per il tramite di intermediari finanziari. Nel secondo articolo si indicano le diverse definizioni di certificazione etica, di rischio esposti, di rischio apportatori, di società di certificazione etica e dei requisiti necessari per svolgere l’attività nonché i titoli per svolgere la mansione di certificatore etico da parte del personale e la previsione di iscrizione nel registro nazionale. Nel terzo articolo si stabiliscono le regole per l’uso della denominazione “certificazione etica” e per il rilascio dell’attestato e del contrassegno di certificazione etica. Nel quarto articolo si evidenziano le regole per la corretta informazione e tutela del consumatore nonché il contributo di vigilanza dato dalle associazioni dei consumatori e dalle associazioni di categoria. Questo articolo infine stabilisce oltre alle regole di pubblicizzazione dello status di impresa certificata etica, anche le modalità e gli elementi che possono essere oggetto di pubblicità da parte di queste imprese. Tra gli elementi più importanti la novità consiste soprattutto nella possibilità di pubblicizzare la lista degli impegni presi con i rischio-esposti in termini di responsabilità e della volontà di ridurre i rischi corsi dal rischioesposto con il relativo impegno di spesa. Inoltre è possibile pubblicizzare la scelta di inserire dipendenti diversamente abili quando questi sono in proporzione superiore di un terzo al dettato della legge. Inoltre è interessante notare che nella pubblicità c’è anche la possibilità di mettere in evidenza l’assenza di pratiche finanziarie speculative volte all’accumulazione di proventi, nonché l’uso della fattura etica e l’assenza di ricorso a prestiti usurari e a legami mafiosi. Infine può essere pubblicizzato il corretto comportamento in ambito fiscale e le politiche antinquinamento adottate per la salvaguardia dell’ambiente. Nell’articolo cinque sono inserite tutte le concessioni a favore delle imprese eticamente certificate. Ottenere finanziamenti agevolati, ottenere detrazioni fiscali in relazione ai costi sostenuti per la certificazione etica, ottenere una sovvenzione statale pari al 50% della quota necessaria per la partecipazione a confidi locali a scopo antiusura. Ottenimento di spazi televisivi gratuiti per pubblicizzare la propria immagine su reti pubbliche. Ottenere un contributo statale del 30% dei costi di pubblicità sostenuti per la pubblicizzazione di prodotti recanti il contrassegno etico. Infine si prevede la possibilità di partecipare alla costituzione di una speciale banca di credito cooperativo etico. Nell’articolo sesto si enunciano le necessarie modifiche da apportare al codice civile concernenti gli art. 2409, 2412, 2449 e 2555. Nel settimo articolo sono previste le sanzioni per coloro che violano le disposizioni o che fanno uso abusivo del contrassegno o della denominazione di società di certificazione etica. Infine l’articolo ottavo raggruppa le tutele previste dallo stato e dagli enti territoriali a salvaguardia degli effetti discorsivi della concorrenza sleale. Febbraio 2010 13 Don Dario Vitali Il titolo, naturalmente, non riguarda gli italiani, che il proverbio battezzava come popolo di eroi, di navigatori, e di santi (una volta…); riguarda invece il Popolo di Dio, la totalità dei battezzati che, in forza della rigenerazione in Cristo, sono «consacrati a formare una dimora spirituale e un sacerdozio santo, per offrire, mediante tutte le opere del cristiano, spirituali sacrifici». La citazione è ripresa da LG 10, testo che affermava la pari dignità di tutti i membri del Popolo di Dio in forza del battesimo. Quel testo – a parere dei più grandi interpreti del concilio – ha costituito una vera e propria “rivoluzione copernicana” nel pensiero e nell’esperienza della Chiesa, perché ha segnato la fine (almeno teorica) del modello piramidale di Chiesa, fondato sulla distinzione tra Ecclesia docens ed Ecclesia discens: chi è posto in autorità e possiede ogni diritto, soprattutto quello di parola; chi invece è “suddito” e deve solo ubbidire ed eseguire. In forza di quel rovesciamento di ordine e di prospettiva, il primato nella Chiesa non spetta più ai ruoli, ai ministeri, agli stati di vita, ma alla vita cristiana: non esiste titolo di maggior onore che quello di “figlio di Dio”, conferito dal battesimo e non da chissà quale funzione negli organigrammi ecclesiastici. Corollario di quel principio è l’affermazione della «universale vocazione alla santità», proposto nel capitolo V della Lumen Gentium, in particolare nel numero 40, che vorrei qui commentare. Il testo scardina un altro luogo comune, sostenuto per tanti secoli nella Chiesa: che esistano, come diceva Graziano, il grande canonista che nel Medioevo riordinò le leggi ecclesiastiche, due ordini o categorie di cristiani, i chierici e i laici, gli uni chiamati alla santità, gli altri a salvarsi l’anima. Il celebre testo, che ho già richiamato altrove, suona così: «Esistono due categorie di cristiani: una è quella dei chierici, scelta per l’ufficio divino, dedita alla contemplazione e all’orazione, che giustamente si astiene da ogni strepito delle cose di questo mondo… L’altra è quella dei laici, cioè il popolo, a cui è lecito avere beni, anche se unicamente in uso, avere moglie, coltivare la terra, fare cause, risolvere contenziosi, fare offerte sull’altare, offrire le decime e così salvarsi, a condizione di fare il bene evitando i vizi». Questa mentalità è stata peraltro confermata dal calendario dei santi, che sembra fare della santità una faccenda di preti, frati e suore. Al contrario – e per molti poteva suonare al limite della provocazione – LG 40 afferma che «il Signore Gesù, maestro e modello divino di ogni perfezione, a tutti e ai singoli suoi discepoli di qual- siasi condizione ha predicato la santità di vita, di cui egli stesso è l’autore e il perfezionatore: “Siate dunque perfetti, come è perfetto il Padre vostro celeste” (Mt 5,48)». Tale chiamata alla santità, che indicherebbe una meta irraggiungibile alle sole forze umane, diventa possibile perché Cristo stesso ci dona il suo Spirito, il quale rende l’uomo capace dell’amore a Dio e ai fratelli: [il Signore Gesù] «ha effuso in tutti lo Spirito santo, perché li muovesse interiormente ad amare Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente e con tutta la forza e ad amarsi gli uni gli altri come Cristo ci ha amati». La santità è dunque un dono di Dio, non un’opera dell’uomo: la capacità dipende dallo Spirito e non dalle opere, contro ogni tentazione di fariseismo. I tanti richiami alla Sacra Scrittura non fanno altro che ribadire questa verità fondamentale, indicando come la santità altro non sia che la vita stessa dei figli di Dio: «I seguaci di Cristo, chiamati da Dio non per le loro opere, ma secondo la sua volontà e la sua grazia e giustificati nel Signore Gesù, nel battesimo della fede sono stati fatti veramente figli di Dio e compartecipi della natura divina, e perciò realmente santi». Al dono, naturalmente, corrisponde il compito, secondo la logica che all’essere consegue l’agire. S. Agostino avrebbe detto, con linguaggio ineguagliabile: «siate santi, perché siete santi»; praticate quello che avete ricevuto in dono da Dio. Il testo conciliare si muove in questa linea: «Con l’aiuto di Dio essi devono mantenere e perfezionare nella vita la santità che hanno ricevuto. Sono esortati dall’apostolo a vivere “come si addice ai santi” (Ef 5,3), a rivestirsi “come amati da Dio, santi e diletti, di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza” (Col 3,12) e a portare i frutti dello Spirito per la loro santificazione (cfr Gal 5,22; Rm 6,22). E poiché tutti quanti manchiamo in molte cose (cfr Gc 3,2), abbiamo continuamente bisogno della misericordia di Dio e dobbiamo ogni giorno pregare: “E rimetti a noi i nostri debiti” (Pt 6,12)». Il punto di arrivo di tutta l’argomentazione è il seguente: se Cristo ha predicato a tutti la santità, se a tutti ha donato il suo Spirito che ren- de capace ogni credente di vivere secondo questa chiamata, allora «è chiaro a tutti che ogni fedele di qualunque stato o grado è chiamato alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carità». Si tratta di un principio costitutivo della vita cristiana, che indica la misura dell’essere cristiani: semplicemente, essere santi. Peraltro, il testo è attento a sottrarre l’affermazione a facili spiritualismi, quasi che il perseguimento di una vita santa significasse una diminuzione dell’essere uomini e donne in questo mondo, come viene affermato da più parti; anzi, questo impegno è piuttosto la via per contribuire nel modo più alto alla promozione dell’uomo: «Da questa santità è favorito un tenore di vita più umano anche nella società terrena». A chiusa del paragrafo, viene indicata la via per realizzare un autentico cammino di santità: «Per raggiungere tale perfezione, i fedeli devono utilizzare le forze ricevute secondo la misura del dono di Cristo, affinché, seguendo i suoi esempi e divenuti conformi alla sua immagine, obbedendo in tutto alla volontà del Padre, si dedichino con tutto l’animo alla gloria di Dio e al servizio del prossimo. Così la santità del Popolo di Dio maturerà in frutti abbondanti, come è splendidamente dimostrato, nella storia della Chiesa, dalla vita di tanti santi». Sorprende un po’ il tono esortativo, rivolto ai soli fedeli. Finora il testo aveva chiarito come tutti e ciascuno – «dai vescovi fino agli ultimi fedeli laici», aveva detto LG 12, citando S. Agostino – sono chiamati alla santità. Ci si poteva attendere un’assunzione d’impegno da parte di tutta la Chiesa a incarnare la universale vocazione alla santità tutti insieme – la universitas fidelium – e ciascuno, secondo la propria condizione e il proprio stato di vita. Certo, l’invito non guasta; ma non riesce a rendere quella circolarità tra santità della Chiesa e santità dei suoi membri che sta alla base di tutto il discorso. In fondo, i santi che il documento richiama sono la più bella illustrazione di questa santità. Ma rimane la novità di un principio che costituisce sempre il fondamento di ogni riforma della Chiesa e di ogni rinnovamento della vita cristiana. Febbraio 2010 14 Chialastri don Cesare* Il titolo sintetizza bene il contributo di analisi e di dati del IX Rapporto su povertà ed esclusione sociale in Italia preparato da Caritas Italiana e Fondazione Zancan: Famiglie in salita (Il Mulino, Bologna, 2009). Il Rapporto, che viene pubblicato da qualche anno a ridosso della Giornata Mondiale di lotta alla povertà, pone l’accento sui nuovi fenomeni di difficoltà economica che coinvolgono il nostro paese, aggravati dalla crisi economico-finanziaria. Come i precedenti anche il Rapporto 2009 ha come preoccupazione principale quella di essere una voce <critico-profetica>, cioè di denunciare, senza sconti, le povertà e le criticità presenti nel nostro paese rispetto a quanto indicato nel modello solidaristico presente nella Costituzione e nello stesso tempo indicare proposte percorribili per superare le tante lacune. Nell’ultima parte vengono illustrate delle buone pratiche già presenti nei territori delle nostre Regioni e nella società. Sono sotto gli occhi di tutti i limiti ricorrenti e non ancora superati: la scarsa integrazione tra il sociale e il sanitario; le grandi differenze che esistono tra Regioni e all’interno di esse tra i cittadini, sotto il profilo economico, fiscale e della concretizzazione dei propri diritti; la debolissima ed insufficiente attenzione alla famiglia; l’assenza permanente di un Piano di lotta alla povertà e in conseguenza di ciò una fetta consistente della popolazione vive una cittadinanza incompiuta; la situazione di rischio per tante famiglie di entrare nella povertà. C’è sempre di più un evidente indebolimento della vita democratica. Vicino a questo quadro, ci sono delle <buone prassi> (questo rapporto né illustra diverse) presenti nel paese, soprattutto nella società civile, grazie alla presenza attiva della Chiesa, del volontaria- to e del terzo settore. Queste <buone prassi> non sono state in grado di risolvere le fatiche di tante povertà e le numerose esclusioni sociali che esse producono. Hanno però contribuito, almeno, a renderle meno gravose. Penso a ciò che è presente anche nel nostro territorio diocesano: i Centri di Ascolto che hanno il polso reale delle povertà, né intuiscono i mutamenti, sensibilizzano le comunità verso i nuovi bisogni e così indicano anche un metodo di lavoro per le politiche e servizi sociali; i luoghi di accoglienza e di prossimità che hanno la capacità di creare una relazione (anche faticosa) tra il volontario e la persona bisognosa di aiuto (in qualche consiglio comunale si è parlato e si programmato azioni e risposte senza minimamente conoscere di chi e di che cosa si stava parlando!!); l’avvio del microcredito diocesano, la collaborazione con il microcredito attivato dalla Regione Lazio e il prestito della Speranza della C.E.I., i tanti tentativi che si fanno per favorire il reinserimento sociale; Casa Nazareth per donne e bambini e Casa San Lorenzo per chi ex-detenuti, il lavoro educativo e di sostegno alle famiglie di tanti istituti religiosi e di cooperative, ecc. Ma le ricadute sulle scelte politiche e governative dello sforzo congiunto di Caritas Italiana e Fondazione Zancan attraverso il lavoro dei vari Rapporti elaborati in questi anni, sono giudicate deludenti, al di là dei vari governi di destra o di sinistra che si sono succeduti in questi ultimi decenni. Forse sono riusciti soltanto a tenere viva nell’opinione pubblica la situazione di povertà che permane e si sta espandendo nel nostro paese, ma sono risultati niente affatto efficaci per dare impulso politico a scelte in grado di contrastare la povertà. Qui viene fuori un interrogativo: se finora non si è fatto nulla per abbattere la povertà, è pensabile che questo venga fatto in un tempo di crisi come quello attuale? I prossimi mesi ci daranno risposte che però dovranno essere concrete rispetto ai problemi delle persone, delle famiglie e che non possono essere rinviate a un domani che non ci sarà, senza nessun impegno nell’oggi. Coloro che sono a contatto quotidiano con le situazione di difficoltà economiche di tante famiglie si rendono conto che molte persone e famiglie sono in una condizione di <apnea>. È un immagine utilizzata dal Censis per descrivere la situazione attuale della società italiana e credo che bene si possa applicare a ciò che intendo dire. Non è possibile restare troppo tempo in questa situazione (lo sanno bene quelli che praticano sport subacquei). Molti da diverso tempo si trovano in <apnea> e non sarà possibile prolungare ancora la durata. La novità di questa crisi è che essa ha colpito anche la c.d. <classe media>, tante persone in modo inaspettato si trovano ad affrontare situazione che fino a qualche anno fa per loro erano impensabili (es. non poter pagare l’affitto di casa, il mutuo, le bollette della luce, del gas, ecc). ma questa è nello stesso tempo una bella opportunità: tutti o la gran parte delle persone possono capire e affrontare il problema della povertà (es. stili di vita alternativi, più sobri), mai come oggi le risposte che vengono date ai poveri, vengono, meglio, possono essere date a tutti. Il Rapporto nella fase delle proposte si concentra innanzitutto sulle famiglie, in modo particolare su quelle in difficoltà, che camminano in salita: perché sono numerose con figli da crescere, perché fragili per motivi economici, per mancanza di lavoro e di casa, in grande affanno anche nella vita relazionale e nel compito educativo di genitori. Il problema della povertà ha tante dimensioni: economica, relazionale, sociale, culturale, ecc, e questo chiama in causa soggetti diversi che hanno responsabilità differenti: i poveri stessi, la società civile, la stato, la chiesa, il volontariato, ecc.Se ne esce tutti insieme. A ciascuno è richiesto un impegno specifico e particolare. Ai poveri, è richiesto di non adagiarsi e rassegnarsi a divenire oggetto di interventi assistenziali mettendosi in una posizione di pretesa verso quella determinata erogazione, ma anche di uscire allo scoperto, di rompere il muro della vergogna e di chiedere aiuto e sostegno, di chiedere giustizia. Dal Rapporto emergono che ci sono tante famiglie italiane che non si rivolgono ai servizi promossi dalla Caritas per <vergogna> o per <orgoglio> perché fanno fatica ad accettare la nuova situazione in cui si sono ritrovate. Allo Stato è chiesto, da diversi anni, un Piano nazionale di contrasto alla povertà. Ora ci troviamo di fronte ad un passaggio di tipo legislativo di riferimento: saranno le Regioni a dare vita ai piani di lotta alla povertà, come già accade sul piano sanitario. Un ruolo sempre più determinante avranno i Comuni, per la loro possibilità ad essere vicini ai poveri, si richiede a loro la capacità e l’intelligenza di valorizzare e di coordinare tutte le risorse presenti nel territorio. Alla società civile un cambio di mentalità: la povertà è un problema anche culturale. Spesso i poveri sono considerati un problema per la società e un fastidio (soprattutto per i ricchi). In realtà ogni persona è portatrice di valori, di capacità a prescindere dalla propria condizione economica. Ignorare ed escludere i poveri equivale a condannare la società intera ad un maggiore impoverimento, ad una maggiore insicurezza e instabilità. Alla Chiesa, e dentro di essa alle Caritas, è chiesto di promuovere scelte e stili di vita alternativi alla cultura corrente, quali: l’attenzione concreta ai poveri, l’uso gratuito del tempo e del denaro, l’accoglienza dell’altro e il rispetto della sua dignità, l’apertura delle proprie strutture, il rifiuto della litigiosità e della maldicenza, le azioni di ascolto, di accompagnamento in particolar modo con i poveri, forme diverse di condivisioni di beni. Già ci sono dei modelli e testimonianze, ma occorre lavorarci molto e non scoraggiarsi. *direttore Caritas Diocesanaù Febbraio 2010 15 t i casi di razzie e di assalti nelle zone commerciali con un forte rischio di tumulti. Caritas Haiti, non avendo avuto danni, si è potuta attivare utilizzando quanto ha già disponibile nei suoi magazzini e fornendo kit da cucina e per l’igiene, disinfettandi e materassi per più di mille famiglie. La nostra diocesi, in unione a tutte le diocesi italiane, ha indetto per domenica 24 gennaio una raccolta straordinaria in tutte le Parrocchie, Rettorie per sostenere le iniziative di solidarietà promosse da Caritas Italiana. In questa stessa domenica tutte le comunità ecclesiali sono invitate a continuare a pregare per coloro che sono stati colpiti dal terremoto. La Conferenza episcopale Italiana ha stanziato due milioni di euro per le prime emergenze e per i bisogni essenziali delle persone colpite dal terremoto. N.B. Per quanti volessero dare una mano in prima persona. Per motivi logistici e tecnici in questa prima fase Caritas Italiana non ritiene funzionale la presenza di volontari, in modo particolare per la difficoltà dovuta lla lingua locale (creolo) parlato dal più dell’80% della popolazione; nelle fasi successive verranno valutati eventuali supporti di personale competente (infermieri, medici, accompagnatori ai progetti per la ricostruzione, ecc). ** Per sostenere gli interventi si possono inviare le offerte a Caritas diocesana Velletri-Segni tramite bonifico bancario specificando nella causale : ”Emergenza terremoto Haiti” ° Banca popolare Etica, filiale di Roma, iban: IT 58 L050 1803 2000 0000 0124 209 ° Banca Popolare del Lazio, sede centrale Velletri, Iban: IT 35 T 05104 39498 CC 0080000257. la famiglia fa parte della stessa missione della Chiesa ed è chiamata a diventare ciò che essa è, ovvero immagine della Trinità, Chiesa domestica, mistero coniugale. La famiglia non è un nucleo che deve svecchiarsi, non è egoismo, non è qualcosa da formare per sentito dire. Per il cristiano è importante fare la volontà di Dio cercando di portare il creato verso Lui e non verso la deriva. Il fine ultimo per i cristiani è la vicinanza con Dio e vivere il presente non allontanandosi dalla moralità degli atti quotidiani. Se la Chiesa tacesse non sarebbe più la madre e la maestra che accompagna e insegna al cristiano a vivere secondo Dio. In questa prospettiva la legge civile dovrebbe essere strumento per aiutare il matrimonio tra l’uomo e la donna, cautelare i figli che vengono a nascere da questo tipo di unione. La famiglia infatti è una rete di mediazioni sociali, grazie alla quale si impara la differenza sessuale, la relazione tra le generazioni, tra natura e cultura, tra pubblico e privato, tra Chiesa e mondo. Se la famiglia è in difficoltà, non è il suo valore a venir meno, ma l’incapacità di viverlo. Quando la Chiesa attraverso il suo magistero cerca di illuminare la coscienza dei cattolici e dare loro degli orientamenti pratici, richiamando i principi fondamentali della loro fede non può esse accusata di integralismo (con toni aspri e talvolta con aperte minacce), salvo che si abbia timore che anche gli uomini di buona volontà ricordino i principi fondati sulla stessa natura umana. La società si scardina da tutto ciò che è religioso ritenendosi laico, ma per noi cristiani cattolici questo termine ci apre alla missione e ci impegna ad ordinare le cose temporali verso Dio. Haiti: un’enorme catastrofe Un devastante terremoto ha colpito il 12 gennaio u.s. Port au Prince, la capitale di Haiti, provocando migliaia di vittime e danni enormi.Haiti è il paese più povero dell’America Latina ed è periodicamente provato da calamità naturali e da crisi sociali. Dei circa nove milioni di abitanti -su una superficie che è poco più grande di quella della Sicilia- oltre la metà degli abitanti vive con meno di 1 dollaro al giorno.La situazione ad Haiti è davvero drammatica e non ci sono ancora dati ufficiali sul numero dei morti, né sui danni riportati. Il sisma ha colpito in modo particolare la capitale, abbattendo tra l’altro la Cattedrale nella quale è stato trovato privo di vita l’Arcivescovo. C’è un rischio elevato di malattie per le condizioni sanitarie molto difficili; tanti sono i morti e feriti abbandonati per le strade; tanti sono ancora sotto le macerie; già sono stati segnalati mol- Dorina e Nicolino Tartaglione All’inizio del nuovo decennio che ha come centro degli orientamenti pastorale il tema educativo, non è scontato avere la coscienza che l’insegnamento delle Chiesa abbia una funzione essenziale anche nell’analizzare i contributi delle scienze umane sul pianeta famiglia. Parlare di famiglia nell’attuale contesto sociale permette di guardare l’uomo nel più profondo dell’anima e trovare la sua vera dignità di figlio di Dio. La società odierna pone la libertà come valore scardinandola dalla realtà che la costituisce. Dio vuole tutti liberi, ma questo non deve portarli verso un libertinaggio, bensì ad un comportamento morale e dignitoso per la propria persona e per i propri fratelli. Anche la famiglia sta subendo gli effetti della secolarizzazione e della modernità ,perché viene vista lontano dall’orizzonte che i cristiani ricercano in ogni cosa e che è il disegno di Dio. In questo scenario, il sentimento viene distorto, esasperato dalla velocità nel viverlo, è momentaneo ed ha una impronta di puro egoismo perchè interessa il raggiungimento del proprio piacere, delle proprie aspettative perdendo di vista anche e soprattutto il vero significato di Amore che è donare se stessi e portare la felicità all’altro. L’essere cristiani vieta ogni tipo di egoismo: è questa la nuova legge, amare il prossimo come noi stessi, questo infatti è l’atteggiamento che apre alla missione di operare il bene e di far trasparire la propria appartenenza a Cristo in tutti gli ambiti della società. La missione del- Febbraio 2010 16 Paolo Tomasi Domenica 21 febbraio è la prima domenica di Quaresima 2010, periodo che inizia con il mercoledì delle ceneri e termina il giovedì santo prima della messa in coena domini, culminerà Domenica 4 aprile nella festività della Pasqua di Resurrezione. Cosa significa “Quaresima”; da dove viene annunciato questo periodo; cosa significa questa nuova attesa, dopo aver attraversato l’Avvento, altro periodo di attesa e, di nuovo, rammentando gli apostoli, timorosi dopo la morte del Cristo, senza ancora sapere di essere in attesa dello Spirito Liberatore, datore di scienza e sapienza per annunciare, loro ebrei, ad altri ebrei, anche questi in secolare attesa del Messia. Attesa, ancora … e fu Paolo, anche lui ebreo della tribù di Beniamino, a “rompere” l’attesa, prima ebrea, quindi nell’Aeropago ad Atene, in Grecia, di filosofi e di dotti, per spiegare che l’attesa era, da un lato terminata, da un’altro di nuovo iniziata, per individuare nuove speranze e nuovi obiettivi della perfezione umana … all’interno di una Creazione sempre rinnovata, quindi sempre sorprendente (sull’argomento torneremmo volentieri in un successivo articolo). Quaresima è tempo “forte” per la conversione. Tempo liturgico che richiama al senso cristiano del peccato, all’umile preghiera nella quale si invoca il perdono e si cerca la carità “operosa”, per attendere alla personale volontà di conver- sione. Dopo queste considerazioni, forse un po’ pesanti, vorrei alleggerire i toni raccontando una mia piccola esperienza. Avevo appena sei anni ed ero stato, fieramente, appena nominato chierichetto. Un pomeriggio arrivai in Parrocchia, ben prima della Messa (in realtà volevo giocare prima all’oratorio che, però era ancora chiuso), quindi, per non rimanere in strada, andai in chiesa e mi trovai, solo, con il mio vecchio parroco che stava coprendo, essendo in prossimità della quaresima di allora, le immagini sacre con panni di colore viola. Nel mio turbolento cervelletto (beh, rimane ancora un po’ turbolento, mah, così ce me l’hanno dato) ricordai alcuni discorsi di grandi (allora i piccoli sedevano silenziosi in disparte, mentre i “grandi parlavano”) e ricordai che uno di loro disse che il colore viola non era gradito agli attori, comunque a coloro che recitavano. Sempre nel mio cervelletto elaborai il concetto che, se il mio parroco aveva scelto il colore viola, allora lui non era un attore, non recitava, e che quindi la quaresima non era una recita “teatrale”, bensì qualcosa di più serio (invito chiunque ad osservare bene i piccoli: loro capiscono ben più di quello che sembrino!). Questo, quello che un bambino qualsiasi percepì della quaresima, che non sarebbe diverso da ciò che, da grandi potremmo intuire. La Fede e la riflessione teologica della Chiesa colgono nell’Incarnazione, Passione e Resurrezione del Figlio di Dio la chiave per introdurci ad interpretare correttamente la storia dell’umanità. Riflettiamo sul Cristo che, come scritto nei Vangeli, va nel deserto per meditare nel silenzio e praticare il digiuno: lì arriva il demonio tentatore, per ben tre volte, ed ogni volta vi è una risposta chiara, quella che nella “nostra quaresima”, non quella di uno qualunque, siamo dunque anche noi chiamati a rispondere: Cristo, Uomo e Dio, ha salvato il mondo portando il creato alla sua completa liberazione e l’uomo di fede può, dopo di Lui, e solo ora, guardare il “prima” di Cristo in vista di Lui (leggi primo Testamento) ed il tempo successivo (leggi secondo Testamento, le Tradizioni ed i Padri) alla Sua morte e resurrezione come lo spazio, diremmo forse anche il tempo, non finito e quello prospettico, per riflettere, tentare di comprendere, quindi approfondire la straordinaria ricchezza della Pasqua attesa, verso cui camminare, credere e sperare: una Pasqua, quindi, ancora di attesa. Già attesa, perché l’attesa e simbolo della virtù della speranza, dell’unione finale cui siamo tutti chiamati, per celebrare anche noi la nostra Pasqua di Resurrezione, nell’ultimo giorno. Scusate, dimenticavo, di menzionare Maria. Torno indietro, solo per un attimo. Maria ed Eva sono, in inizio, due donne uguali. La differenza fra di loro sta nel fatto che, di fronte alla scelta tra il bene ed il male Eva disse “no”, mentre Maria rispose “si”, ponendosi continuamente nello stato di innocenza primordiale, come descritto nella Genesi, prima del peccato originale; viceversa Eva (ed ogni uomo) dopo il primo “no” ha continuato, alternativamente, nella negazione, mentre Maria rispose “sempre si” e lo disse, anche nella sofferenza di madre sotto la croce. Maria, la donna del sì, contrapposta ad Eva, la donna del nò. E, tra quel sì e quel nò, ci siamo tutti noi, ognuno con le sue sfumature, a dare la risposta a noi propria. Per questo la “nostra” quaresima dovrebbe essere accompagnata da Maria che saprà esserci vicina, con il suo saper essere mamma, sin sotto la Croce, le nostre croci quotidiane, poi nella felicità della “nostra” Pasqua. Rammentando il binomio (che significa due nomi) sì-nò, tornando alla Quaresima, rammentiamo come questo sia il momento dell’introspezione, dell’esame di coscienza approfondito: per conoscere la nostra miseriae la misericordia di Dio; il nostro peccato e la sua grazia; la sua ricchezza e la nostra povertà; la sua forza e la nostra debolezza; la nostra tenebra e la sua luce, la nostra solitudine ed il suo … bussare alla nostra por- Febbraio 2010 Mons. Luigi Vari La liturgia del mercoledì delle ceneri crea il desiderio della conversione ed è una delle celebrazioni che non hanno bisogno di essere spiegate dal momento che a nessuno sfugge il simbolo della cenere che si sparge sulla testa. Le parole che accompagnano il gesto delle ceneri , sia quelle più austere :”ricordati che sei povere ed in polvere ritornerai”, sia quelle più orientate all’impegno del penitente per non ridurre la propria vita in cenere: “convertitevi e credete al Vangelo”, manifestano due punti di vista differenti. Nella prima formula tutto è al singolare: ricordarti che sei; mentre nella seconda tutto è al plurale; convertitevi … La seconda formula mette immediatamente in campo il pensiero che la conversione non è un affare personale, ma , come è evidente nella prima lettura tratta dal libro del profeta Gioele: nel ritorno al Signore tutti sono coinvolti, è un pellegrinaggio del cuore da cui nessuno deve estraniarsi in considerazione della mole minore o maggiore di colpe. Il profeta invita a chiamare alla penitenza persino i bambini lattanti. La scena di questa liturgia penitenziale è solenne e la descrizione è di grande effetto, si sente il suono della tromba che convoca l’assemblea e si assiste al suo radunarsi, all’affrettarsi della gente che corre al tempio senza lasciare nessuno a casa. Le mamme con i bambini in braccio e le persone anziane con la loro fatica si ammassano nel luogo della preghiera. Man mano che si ci avvicina al Santo diminuisce il rumore ed anche il numero delle persone e ci sono solo i sacerdoti che all’interno del tempio piangono e recitano le preghiere del perdono.Tutto è sospeso per rispondere all’invito delta, in attesa che siamo noi ad aprirla, nel pieno rispetto della nostra libertà, tra il bene ed il male: altro mistero che Dio ci lascia! Quaresima è quindi tempo di meditazione, di riflessione e di penitenza, frutto della nostra condizione di indigenza, ma è, di nuovo, tempo di attesa, di speranza gravida. Gravida? Sì, chi meglio di una donna, di nuovo quindi anche Maria, ma anche una donna che ci fosse vicina, potrebbe spiegare cos’è una gravidanza che significa (qui è solo un uomo poco capace che scrive) pienezza tanto fisica, quanto emotiva, di speranza … quindi, di nuovo … attesa. Ancora attesa; tornando al dunque, della Pasqua 17 la penitenza. Evidentemente è questione di vita o di morte. Una penitenza così corale suppone che l’allontanamento da Dio sia un dramma per tutto il popolo al si là delle responsabilità del singolo.Per noi che leggiamo questo brano del profeta e che abbiamo negli occhi le immagini del dramma che ha colpito Haiti il pensiero del peccato cosmico ha una sua plasticità. La tragedia del terremoto ha solo aggravato una situazione di sopravvivenza precaria, resa tale dalla follia di dittature che si sono susseguite. Tutta quella povertà, i soccorsi difficili per la mancanza anche di uno Stato con il quale parlare, tutto questo mostra il peccato come un disorientamento nel quale l’umanità si perde. Proprio per questo la penitenza è collettiva, le conseguenze del peccato non sono riservate solo a chi lo pone in essere, ma riguardano tutti ed ognuno è chiamato ad impegnarsi per diminuirne le conseguenze; anche i bambini, anche gli innocenti subiscono le ingiustizie e le sofferenze ed anche loro sono convocati alla penitenza per una solidarietà che unica può creare una via di uscita. Dove il peccato è il segno di una umanità che non ha bisogno di Dio e si racconta nelle sue attività ed imprese, la penitenza è descritta dal profeta come una interruzione di ogni attività per ricordare prima di tutto a se stessi la presenza di Dio. In questo senso mentre il peccato pone la domanda sull’esistenza di Dio, la penitenza si affida a Dio per ritrovare le sorgenti della vita. che la liturgia ci regala, ogni anno, per rammentarci che siamo stati creati per risorgere nuovamente con Cristo, pronto al perdono e vicino ad ognuno, come già fece anche con il cosiddetto “buon ladrone” vicino a Lui in Croce, per rinascere nella gioia e nella gloria. La sofferenza sembrerebbe intonare la vita dei nostri giorni, in famiglia, nel lavoro, nei rapporti interpersonali, ma esiste un altro livello di correlazione e di comprensione con l’altrui, indicatoci da Cristo e mediato da Maria, Madre dell’Uomo-Dio, da noi mai lontana e che ci salda alla promessa di un futuro che, attraverso la sofferenza che sembra turbi tante nostre giornate, sottende e non nasconde il futu- ro gioioso della ricongiunzione con il Creatore. Quaresima allora è sofferenza? Non direi, quanto consapevolezza che esiste un altro Mar Rosso da attraversare, come i nostri fratelli maggiori, gli ebrei descritti nel Primo Testamento, alla ricerca di quel Dio che non si nasconde e che rimane lì, pronto ad accoglierci, dopo averci messo in questo mondo perché dessimo a Lui gloria, ma che dovremmo scoprirla … e Lui non si nasconde. Ma noi siamo accecati da troppe cose che si sovrappongono ad una serenità naturale che non ci consente di vederlo, sentirlo … mentre lui bussa ed aspetta, silenzioso, alla nostra porta: apriamola e sarà Pasqua! Febbraio 2010 18 Don Daniele Valenzi All’inizio della Quaresima la Liturgia, per disporci a celebrare meglio la Pasqua e a fare così esperienza della potenza di Dio che “sconfigge il male, lava le colpe, restituisce l’innocenza ai peccatori, la gioia agli afflitti, dissipa l’odio, piega la durezza dei potenti, promuove la concordia e la pace” (Preconio pasquale), ci ripropone tre pratiche penitenziali molto care alla tradizione biblica e cristiana: la preghiera, l’elemosina, il digiuno. Queste manifestazioni di culto, o di carità, vanno fatte per Dio e non per avere la lode degli uomini. Vi è infatti fra Dio e il credente un rapporto intimo d’amore. Se dunque il nostro atteggiamento verso il Signore è vissuto soltanto per fare “bella figura”, si falsifica l’intenzione che deve avere il nostro agire e si rompe il rapporto col Padre. E così cercando l’ammirazione degli uomini, più che alla ricerca di Dio ci mettiamo alla ricerca di noi stessi e dei nostri interessi svuotando di ogni valore quei gesti. C’è una stanza nella nostra dimora interiore dove siamo veramente soli, dove abita il nostro io profondo. Quello che non conosce nessuno fuori di noi, Uno solo può farci compagnia laggiù, perché non viene dal di fuori: è il Signore. Egli solo penetra nell’intimo perché ha le chiavi del cuore. Quando vuoi pregare porta il tuo cuore a Dio. Quando manca il cuore, tutte le parole si svuotano. Quando vuoi pregare, non badare dunque alle parole, ma bada al tuo cuore. Questo è in sintesi l’insegnamento del santo vescovo di Segni circa il brano del vangelo di Matteo che risuona nella celebrazione del mercoledì delle ceneri. Lascio ora che siano proprio le parole di san Bruno a raccontarci la bellezza della preghiera che in questo tempo austero di quaresima si fa ancora di più sostegno della nostra vita interiore. E quando pregate non siate come gli ipocriti, che amano stare in preghiera nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze per essere visti dagli uomini: in verità vi dico hanno già ricevuto la loro ricompensa. Tu, invece, quando preghi, entra nella tua stanza e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto, e il Padre tuo, che vede nel segre to, ti ricompenserà. Non pecca chi prega perché si trova nella sinagoga, chè casa di preghiera; e non è peccato pregare in piazza. Perché dunque è proibito? Ascolta ciò che segue e comprendi: per essere visti dagli uomini. Non perde la sua ricompensa chi compie la sua giustizia davanti agli uomini perché fa ciò, ma chi fa questo per essere visto dagli uomini. Chi infatti fa questo per essere visto dagli uomini, non cerca una ricompensa di giustizia, ma la lode degli uomini e il favore e la vanagloria del popolo. Per questo non ha ricompensa presso Dio, perché ha ricevuto una vana ricompensa di lode presso gli uomini. Questa è la causa per cui la tua preghiera non è accolta perché vuoi essere visto davanti agli uomini. E, infatti, dovunque preghi, se preghi per essere visto dagli uomini, non sarà accolta la tua preghiera. Ma se vuoi pregare bene, entra nella tua stanza, entra nel cuore, questo è infatti la stanza nella quale è contenuta la preghiera: questa è la stanza in cui Dio stesso riposa. Lì dunque, prega, lì parla, dove sia ciò che dici sarà ascoltato, sia Colui al quale parli ascolterà. Chiudi la porta, infatti non è necessario il suono della bocca, non è necessario quel suono di voce per pregare. Al cuore, infatti, non serve il susseguirsi delle parole, ma la compunzione del cuore. Per questo il salmista dice: un cuore contrito e umiliato tu, o Dio non disprezzi. Febbraio 2010 la medesima direzione, invece a tutti i ministri sacri compete il servizio al Popolo di Dio. Servizio che viene poi specificato al canone successivo dove, agli originali due paragrafi di cui era costituito, se ne aggiunge un terzo che specifica che solo coloro che hanno ricevuto il sacerdozio ministeriale, cioè vescovi e presbiteri, agiscono in persona di Cristo Capo, mentre i diaAntonio Galati coni, che condividono con tutti i battezzati il sacerdozio comune, ma non ricevono dal sacramento Continuiamo il percorso all’interno di questo Anno dell’Ordine il sacerdozio ministeriale, servono il Sacerdotale facendoci ancora guidare dall’in- Popolo di Dio nella diaconia della liturgia, delsegnamento della Chiesa, anche se per questo la catechesi2 e della carità, esprimono, cioè, il intervento i suggerimenti proverranno da un atto Cristo Servo . Da quanto espresso qui sopra cirdel Magistero del papa che, a prima vista, dif- ca l’intervento del papa possiamo, allora, fare alcune brevi conficilmente permetterebbe siderazioni sul sacraalcune riflessioni cirmento dell’Ordine e ca il sacerdozio ordiIl sacerdote ordinato riceve sui vari modi in cui nato. Il documento in la missione e la facoltà di agire esso si esprime. Per questione è la Lettera nella persona di Cristo Capo prima cosa bisogna Apostolica in forma di subito notare che le motu proprio “Omnium «Quel Gesù, che “fu fatto di poco espressioni «Cristo in mentem” di inferiore agli angeli”, lo vediamo ora Capo» e «Cristo Benedetto XVI che coronato di gloria e di onore a causa Servo» non vogliomuta alcuni canoni della morte che ha sofferto» (Eb 2, 9). no assolutamente del Codice di Diritto individuare una disCanonico circa i sacrasociazione nella menti dell’Ordine e del Matrimonio. Dato il taglio dell’articolo, ci si personalità del Maestro oppure un cambiamento soffermerà solo su quelle parti del motu proprio di considerazione dei discepoli nei suoi confronti dopo la sua glorificazione, come se ora il Cristo che interessano il sacramento dell’Ordine. Nell’introduzione di questo intervento si è nota- glorificato alla destra3 del Padre, il Capo della Chiesa to che questo atto del Magistero sembra che inte- che è il suo corpo , abbia rinnegato il suo esseressi poco a un discorso sull’Anno Sacerdotale, re stato Servo su questa terra, oppure che i cridi Gesù questo perché le modifiche apportate interes- stiani credano solo nella glorificazione 4 sano principalmente la dottrina intorno al gra- e non nel suo previo abbassamento . Dire «Cristo do del diaconato, lasciando immutato tutto ciò Capo» è, quindi, come dire «Cristo Servo», perche il Codice di Diritto Canonico afferma sul sacer- ché solo uno è Cristo e entrambe le espressioni dozio ordinato. Però, le specificazioni che ven- si riferiscono sempre a Lui. gono apportate ai canoni intorno al grado del Le due specificazioni di Servo e Capo, però, restadiaconato, indirettamente, permettono anche di no funzionali perché se da una parte esprimosottolineare quelle peculiarità del sacerdozio ordi- no una distinzione che è solo di ragione nelle funzioni di Cristo preso nella sua unica personato. Prima dell’intervento di Benedetto XVI i due cano- nalità, dall’altra esprimono una distinzione che ni interessati dalla modifica, e specialmente il è ontologica sul piano umano tra i diaconi e i can. 1008, affermavano che i ministri sacri sono sacerdoti ordinati nel loro agire in persona Christi. consacrati e destinati a pascere il Popolo di Dio, Anzi, questa differenza tra ciò che compete a insegnando, santificando e governando nella per- Cristo in quanto tale e il modo in cui questo intersona di Cristo Capo, ognuno secondo1 il proprio vento del Signore si esprime nella storia dell’uomo grado (episcopale, presbiterale o diaconale) . Secondo e della Chiesa terrestre attraverso i suoi miniquesta formulazione a tutti i ministri sacri, indi- stri, ci permette di fare un’ulteriore riflessione, pendentemente dal grado dell’ordine che han- a partire dall’evento della Vita-Morte-Risurrezione no ricevuto, compete l’esercizio dell’autorità di del Maestro. Cristo Capo. Nella nuova formulazione voluta Se si guarda alla storia di Cristo narrata dai Vangeli dal papa, e che è la necessaria conseguenza e si ascolta l’insegnamento degli Apostoli negli di una modifica apportata al Catechismo della altri testi del Nuovo Testamento si può notare Chiesa Cattolica da Giovanni Paolo II che va nel che «quel Gesù, che “fu fatto di poco inferiore 19 agli angeli”, lo vediamo ora coronato di gloria e5 di onore a causa della morte che ha sofferto» . In altre parole: è il suo farsi Servo, la sua obbedienza fino alla morte in croce in favore dell’uomo6 che lo ha reso, per volontà del Padre, Signore 7 e Capo del suo corpo che è la Chiesa . Da ciò si può notare che Cristo è insieme Servo e Capo non solo perché Cristo è uno, ma anche perché non si comprenderebbe, nell’ottica del Vangelo e della volontà divina, Cristo come Capo se non lo si considera prima come Servo. Ora, applicando questo ai suoi ministri, sacerdoti e diaconi, per comprendere pienamente cosa significa che il sacerdote agisce in persona di Cristo Capo bisogna anche guardare al ministero diaconale che agisce in persona di Cristo Servo. Detto in altro modo: l’autorità di guide della Chiesa che compete, in vario modo, ai sacerdoti richiede anche una collaborazione attiva con i diaconi che sono chiamati sacramentalmente a incarnare nella storia lo stesso Cristo, facendone trasparire la sua attività di servizio all’uomo singolarmente preso e all’umanità tutta. Il sacerdote, allora, traspare non come il factotum di Dio che assomma a sé tutta l’attività sacramentale e di pastorale, ma come colui che è in grado di collaborare con chi gli è accanto e, come il capo per il corpo, riesce a tenere unita e a coordinare la vita della comunità a cui è inviato come presbitero o come vescovo. Concludendo, queste precisazioni e specificazioni fatte da Benedetto XVI all’interno della legislazione canonica ci permettono, allora, di fissare lo sguardo sul ministero sacerdotale ordinato e da questo scorgere lo stesso Cristo nella sua funzione di sostenere e guidare la Chiesa. Grande responsabilità e anche grande vocazione, allora, per i sacerdoti: essi sono chiamati, come discepoli fedeli, a conformarsi a Cristo, perché Egli parli e agisca attraverso di loro non solo in maniera straordinaria durante l’attività sacramentale, ma anche attraverso gli stessi gesti e le stesse attività quotidiane di ogni sacerdote che, nella sua vita privata come in quella pubblica, fatta di relazione con gli altri fedeli, con il presbiterio e con il Vescovo, deve fare come Cristo stesso fece, così da poter riattualizzare nell’oggi della storia le stesse azioni e le stesse parole del Maestro. 1 Cfr. Codice di Diritto Canonico, can. 1008-1009. Cfr. Lettera apostolica in forma di motu proprio “Omnium in mentem” del Sommo Pontefice Benedetto XVI con la quale vengono mutate alcune norme del codice di diritto canonico, art. 1-2. 3 Cfr. Col 1, 24. 4 Cfr. Gv 13, 1-11 e Fil 2, 7. 5 Eb 2, 9. 6 Cfr. Fil 2, 8-9. 2 7 Cfr. Col 1, 24. Febbraio 2010 20 Mons. Franco Risi L’Anno Sacerdotale (2009-2010) che il Papa Benedetto XVI ha voluto con l’intenzione “di promuovere l’impegno d’interiore rinnovamento di tutti i sacerdoti per una loro più forte e incisiva testimonianza evangelica, nel mondo di oggi” offre a tutti i credenti non solo l’opportunità di pregare per i presbiteri, perché inizino un rinnovamento interiore ma mi sembra anche l’occasione di riscoprire il “sacerdozio comune” di tutti i battezzati. Quest’ultima è una dimensione centrale della vita cristiana, che fa un po’ fatica ad entrare nella mentalità e nel vocabolario corrente del popolo di Dio. Quando infatti si sente parlare di sacerdozio, si pensa comunemente ai sacerdoti, e non si parla anche del sacerdozio comune dei fedeli ricevuto con il battesimo. Stando vicino ai giovani che si preparano al sacerdozio nel Seminario Regionale di Anagni, è nato in me il desiderio di capire più profondamente i ruoli della famiglia, della comunità parrocchiale e del Centro Diocesano Vocazioni e di tutti i credenti immersi nel tessuto dell’attuale società. È compito di tutti i fedeli laici di mettere i giovani nelle condizioni idonee per entrare in Seminario passando per l’Anno Propedeutico o nei diversi istituti religiosi per maturare la loro scelta vocazionale e portare così a compimento la propria vocazione per il bene del Regno di Dio. Riflettere insieme su queste tre realtà è molto importante ai fini di un’azione pastorale capace di creare e suscitare l’impegno per progredire e maturare tutte le vocazioni e in particolar modo la vocazione di speciale consacrazione. Mi permetto di precisare che non sono un esperto in quello che mi sono proposto di esporvi, tuttavia vi prego di accettarlo come un mio modesto contributo con l’intento di provocare l’interesse per tutte le vocazioni. In primo luogo non è esagerato affermare che l’intera esistenza del cristiano ha lo scopo di portarlo a conoscere la radicale novità che deriva dal Battesimo, sacramento della fede, perché ognuno possa vivere gli impegni secon- do la vocazione ricevuta. Infatti il Battesimo ci rigenera alla vita dei figli di Dio, ci unisce a Gesù Cristo e al Suo Corpo che è la Chiesa, ci unge nello Spirito Santo costituendoci templi spirituali, popolo santo di Dio. Il Concilio Vaticano II nella Lumen Gentium (d’ora in avanti LG) al numero 31 afferma che:”Col nome di laici si intendono qui tutti i fedeli laici ad esclusione dei membri dell’ordine sacro e dello stato religioso sancito nella Chiesa, i fedeli cioè, che, dopo essere stati incorporati a Cristo col battesimo e costituiti Popolo di Dio e, a loro modo, resi partecipi dell’ufficio sacerdotale, profetico e regale di Cristo, per la loro parte compiono, nella Chiesa e nel mondo, la missione propria di tutto il popolo cristiano”. Già Pio XII diceva:I fedeli laici, si trovano nella linea più avanzata della Chiesa; per loro la Chiesa è il principio vitale della società umana. Perciò essi, specialmente essi, debbono avere una sempre più chiara consapevolezza, non soltanto di appartenere alla Chiesa, ma di essere la Chiesa, vale a dire la comunità dei fedeli sulla terra: sotto la condotta del Capo Comune, il Papa e i Vescovi in comunione con lui. Essi sono la Chiesa (…). (Pio XII, Discorso ai Nuovi Cardinali, 20 Febbraio 1946 in AAS, 38,1946,149). Solo in questa prospettiva, mediante il Battesimo, è possibile delineare la figura dei fedeli laici. Lo ricorda San Paolo ai cristiani di Corinto:”Noi tutti siamo stati battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo” (1 Cor 12,13) e così può dire loro:”Ora voi siete Corpo di Cristo e sue membra, ciascuno per la sua parte” (1Cor 12,27). Ugualmente l’Apostolo Pietro scrive: “Stringendovi a lui, pietra viva, rigettata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a Dio, anche voi venite impegnati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale, per un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, per mezzo di Gesù Cristo (…). Voi siete la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere meravigliose di lui che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua ammirabile luce” (1Pt 2,4-5.9). Penso che alla luce di questi insegnamenti, i fedeli laici hanno come finalità il “cercare il Regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio” (LG, 31). Essi questo lo possono realizzare in quanto partecipi della triplice missione di Cristo: sacerdotale, profetica e regale. Questa triplice partecipazione dei fedeli laici all’ufficio di Cristo Sacerdote, Re e Profeta trova la sua radice prima nell’unzione crismale fatta nel giorno del nostro battesimo, il suo sviluppo nella Confermazione e il suo compimento e sostegno dinamico nell’Eucaristia. La costante e fedele recezione di questi sacramenti, aiuta i laici a comprendere che essi sono chiamati alla santità. La possono raggiungere solo se partecipano con fede alla vita della Chiesa, scelta e voluta da Cristo. I fedeli laici sono quindi invitati a rispondere alla chiamata di Cristo che ci invita ad andare a lavorare nella sua vigna. È necessario che i laici credenti, come afferma l’Es.ne ap.ca Christi fideles laici, siano in grado “di guardare in faccia questo nostro mondo, con i suoi valori e problemi, le sue inquietudini e speranze, le sue conquiste e sconfitte; in un mondo in cui le situazioni economiche, sociali, politiche e culturali presentano problemi e difficoltà più gravi rispetto a quello descritto dal Concilio nella Gaudium et spes”. È comunque questa la vigna, è questo il campo nel quale i fedeli laici sono chiamati a vivere la loro missione, dove la persona umana viene calpestata ed esaltata nella sua dignità. Per risolvere tutte le varie situazioni critiche esistenti nel nostro mondo, c’è bisogno di vocazioni alla vita familiare e consacrata perché aiutino gli uomini ad incontrare Gesù Cristo vera speranza dell’umanità. Per permettere questo incontro con Cristo vero salvatore dell’uomo e della donna, è necessario che i fedeli laici si impegnino alla formazione di solide famiglie, partecipando con perseveranza alla vita pastorale della comunità parrocchiale e collaborando con il Centro Diocesano Vocazioni per tutte le vocazioni. I fedeli laici devono essere radicati e vivificati avendo come modello la parabola giovannea della vite e i tralci. Per questo i tralci (i fedeli laici) sono chiamati a far frutto:”Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui fa molto frutto” (Gv 15,5). Questa verità di Gesù ci aiuta a comprendere che portare frutto è una esigenza essenziale sulla vita cristiana ed ecclesiale. Difatti non porta frutto chi non rimane nella comunione divina:”Ogni tralcio che in me non porta frutto, il Padre mio lo toglie” (Gv 15,2). Il fedele laico è chiamato quindi a cercare la comunione con Gesù, condizione indispensabile per educare e formare i giovani a recepire la chiamata di Dio:”Senza di me non potete far nulla” (Gv 15,5). Credo opportuno concludere questo mio modesto contributo a favore di tutte le vocazioni cercando sempre il positivo negli altri e aiutandoli, se ce ne dovesse essere bisogno, ad uscire dal male con la verità espressa dal C. V. II: “I Sacri Pastori, infatti, sanno benissimo quanto contribuiscano i laici al bene di tutta la Chiesa. Sanno di non essere stati istituiti da Cristo per assumere da soli tutta la missione della salvezza che la Chiesa ha ricevuto nei confronti del mondo, ma che il loro magnifico incarico è di pascere i fedeli e di riconoscere i loro servizi e carismi, in modo che tutti, concordemente cooperino, nella loro misura, all’opera comune” (LG, 30). Solo in questa comunione reciproca i sacerdoti e i fedeli laici, sapranno trovare con l’aiuto dello Spirito Santo, nuove strade di evangelizzazione che riportino tutti a ritrovare con fiducia la crescita di tutte le vocazioni nella vita della Chiesa, per la salvezza di tutti gli uomini. Febbraio 2010 Don V incenzo F agiolo Francesco Cipollini* I più (segnini e non...) associano a questo nome la figura alta e ieratica del cardinale segnino che così viva memoria ha lasciato di se. Ma, mettendo momentaneamente da parte i miei sentimenti di venerazione filiale nei confronti del penultimo porporato segnino (l’ultimo è stato il card. Angelo Felici deceduto nel 2007...), vorrei fermarmi con voi a “fare” memoria di un altro grande e instancabile sacerdote, don Vincenzo Fagiolo che i segnini, usi a riconoscere la gente più dal soprannome (‘nnommora in dialetto volsco!) che dal cognome, individuavano con il soprannome di “Spinaccetto”. Ho detto grande non per la sua statura (in realtà era di media altezza) ma per la sua quotidiana fedeltà al suo ministero e ho aggiunto instancabile perché nonostante le difficoltà legate all’età e alla sua salute egli portò avanti il suo impegno con il massimo zelo. L’esistenza terrena di don Fagiolo è racchiusa fra il 2 febbraio 1906 data della sua nascita e il 22 giugno 1984 data della sua morte. 78 anni di cui 55 di sacerdozio: era stato infatti ordinato il 16 marzo 1929. Diverse le linee lungo le quali si è dipanata l’attività del suo ministero. Dapprima svolge l’incarico di professore di lettere in Seminario; e di questa sua attività restò traccia costante nella sua vita tanto che nel corso dei suoi ultimi anni pubblica sul Cuore della diocesi quattro componimenti poetici in ottimo latino corredati da opportuna e poetica traduzione: In onore di San Vitaliano, sommo pontefice e compatrono di Segni (pubblicato nel gennaio 1981) In onore di San Bruno (pubblicato nel luglio/agosto 1981) L’addolorata apre e chiude gli occhi allo scoppiare della guerra del ’15-’18 (pubblicato nel novembre 1982) Andiamo a Bethlehem (componimento che porta la data del 23 dicembre 1982 ma è pubblicato nel maggio 1983). Un bellissimo affresco in cui compaiono le devozioni più forti per gli abitanti di Segni: la Vergine Addolorata, i due compatroni san Vitaliano e san Bruno e la festa che più tocca il cuore dei credenti la nascita di Gesù nel Natale di Betlemme: sicuramente non a caso l’attenzione poetica di don Vincenzo si è rivolta verso questi quattro punti “cardinali” della pietà segnina; egli ne era interprete per aver vissuto pienamente la vita di fede della popolazione. Infatti dopo l’incarico in seminario aveva assunto il servizio di arciprete parroco della parrocchia di san Pietro, nella parte alta della città. Non era una grande parrocchia ma resta testimonianza viva del suo zelo nell’organizzare i pellegrinaggi presso il santuario della SS.ma Trinità in Vallepietra, nel curare i ritiri di perseveranza degli uomini allargati anche oltre i confini della parrocchia. Lascia la parrocchia il 13/11/1957 e diviene dapprima Beneficiato (1/2/1958) della Cattedrale e poi canonico (18/10/1960). Il tratto, a mio avviso, estremamente caratteristico della freschezza del suo sacerdozio, anche in prossimità della fine della sua esistenza terrena, era la dedizione con cui portava avanti la formazione religiosa nella locale scuola elementare. Non esisteva ancora l’Insegnamento della Religione Cattolica come lo conosciamo oggi, tale approfondimento era demandato alle insegnanti curriculari che si avvalevano della collaborazione di sacerdoti che intervenivano in classe. Don Vincenzo, anche ultrasettantacinquenne, continuò a svolgere il suo pre- 21 Sacerdoti nella diocesi zioso servizio in classe contribuendo alla formazione cristiana ed umana delle giovani generazioni. Chi lavora con i bambini sa quanto sia difficile e complessa la loro formazione religiosa. Certamente una capacità e un merito che dobbiamo riconoscere a don Vincenzo, anche perché la sua attività era svolta completamente a titolo gratuito. Un mio carissimo amico, Mario Depaolis (più noto come “Gnitta” e ormai oggi quarantaseinne) mi racconta che nei primi anni ’70 (1972/1973) egli, alunno delle scuole elementari, partecipava alle lezioni di catechismo che il nostro don Vincenzo svolgeva con l’ausilio di un piccolo proiettore che gli consentiva di mostrare delle immagine a colori sulla vita dei santi; e le sue lezioni erano così interessanti che egli, una volta, non volle assentarsi da scuola per recarsi con la madre presso il locale mercato che si teneva proprio il mercoledì giorno in cui si svolgevano gli incontri. Un intervento didattico diremmo oggi “multimediale” che dimostra quanto il nostro don Vincenzo fosse attento alle opportunità offerte dal mondo a lui contemporaneo e aperto a tutto ciò che poteva essere strumento di predicazione. La sua vita è costellata di diversi impegni rilevanti. Nel 1963 è lui a tenere il panegirico in occasione della festa di San Vitaliano. Nel 1966, con altri sacerdoti, tiene corsi di formazione sui nuovi documenti che il Concilio Ecumenico Vaticano II aveva emanati; il canonico Fagiolo si occupò della dichiarazione conciliare sulla libertà religiosa: la Dignitatis humanae. Sempre nel 1966 (il 25 novembre) i suoi confratelli lo elessero, per la durata di un biennio, come membro del primo consiglio presbiterale che l’allora vescovo diocesano, il compianto mons. Luigi Maria Carli, costituiva per la prima volta dopo le indicazioni del Concilio Ecumenico Vaticano II (Decr. Presbyterorum Ordinis, n.° 7). In riconoscimento della sua preparazione svolse l’incarico di canonico teologo della Cattedrale di Segni (dal 1° luglio 1970). Fu molto attivo anche durante il dibattito politico in occasione dell’approvazione della legge sul divorzio, diffondendo opuscoli e organizzando incontri di formazione contro il referendum. Proprio come canonico, assicurava quotidianamente la celebrazione eucaristica. Il suo impegno lo portò avanti anche quando le difficoltà alla vista lo costringevano a seguire le parti sul messale con l’ausilio di una pila elettrica per garantire una illuminazione migliore e di una forte lente di ingrandimento per riuscire a leggere. Dopo la celebrazione, specialmente nella bella stagione, si concedeva una passeggiata fino alla vicina porta saracena, la strada libera da automobili e abbastanza piana, gli consentiva di muoversi con sicurezza.Le difficoltà non gli impedirono di conservare la serenità e l’abbandono alla volontà del Padre, accettando quello che la vita gli offriva e riuscendo a scorgervi un dono del Signore. Molto vicino alla spiritualità francescana, volle essere accompagnato nel suo ultimo viaggio dal canto che i devoti rivolgono alla santissima Trinità che si venera in Vallepietra (Fr). A conferma di questa sua devozione “trinitaria” mons. Franco Fagiolo mi conferma che agli inizi degli anni Ottanta aveva espresso la volontà di pubblicare una musicassetta (all’epoca i CD non c’erano ancora...) con l’inno che viene eseguito dai devoti nel santuario. Pertanto riunì il Coro Giovanile Don Vincenzo Fagiolo di Segni, ora come allora diretto dallo stesso mons. Fagiolo, e la Banda Musicale Città di Segni, allora diretta dal maestro Eugenio Blonk Steiner, presso la chiesa di San Pietro a Segni per registrare una esecuzione dell’inno che potesse poi essere utilizzata per questo scopo. La registrazione è ancora in possesso di don Franco, il quale attesta anche che don Vincenzo era un appassionato di musica sacra polifonica, ed era solito prestargli i suoi dischi per registrarli: del resto chi non conosce anche la sua di passione musicale? Don Vincenzo ci lascia un esempio ancora vivo a distanza di 26 anni dalla sua morte, i sacerdoti in servizio a Segni (e penso anche quelli in servizio fuori sede!) ricordano la sua modestia e la sua semplicità: trattare con lui era come trattare con un fratello maggiore che, più che insegnare, intendeva il suo servizio come aiuto nel percorrere le strade della vita. Vorrei chiudere con le parole che egli ha dedicato alla Vergine Addolorata: Quae nunc beata incolis/coeli venusta limina/adhuc periclis obvios/ mater memento filios [Tu che ora abiti nelle splendide dimore del cielo, ricordati, o Madre, dei figli ancora esposti al pericolo]. Maria dal cielo, dove si trova certamente in compagnia di don Vincenzo, ci benedica e ci accompagni all’inizio di questo nuovo anno! *Docente IRC e storico della Chiesa P.S.:Chissà se don Giorgio ha avuto riscontri al suo articolo? Io non posso dire di aver ricevuto molte e-mail... Ma non mi deprimo. Lascio di nuovo il mio indirizzo chissà che qualcuno non voglia condividere con noi i suoi ricordi... Allora: [email protected], aspetto con ansia! Febbraio 2010 22 Fabricio Cellucci Il passaggio dalla paura alla gioia di amare, che ogni prete è quotidianamente chiamato a realizzare nella propria vita, è possibile ad una sola condizione: lasciarsi formare dal ministero e trovare nel ministero la via di santificazione, testimoniando quella carità pastorale che conforma il presbitero al cuore di Cristo, buon Pastore. “Così ogni gesto ministeriale, mentre conduce ad amare e a servire la Chiesa, spinge a maturare sempre più nell’amore e nel servizio a Gesù Cristo Capo, Pastore e Sposo della Chiesa, un amore che si configura sempre come risposta a quello preveniente, libero e gratuito di Dio in Cristo. A sua volta, la crescita dell’amore a Gesù Cristo determina la crescita dell’amore alla Chiesa: «Siamo vostri pastori (pascimus vobis), con voi siamo nutriti (pascimur vobiscum). Il Signore ci dia la forza di amarvi a tal punto da poter morire per voi, o di fatto o 1 col cuore (aut effectu aut affectu)» . Queste sono le parole che in un articolo esprimeva don Tonino Ladisa, rettore del seminario di Molfetta e vice-direttore del CNV, che ho scelto per introdurre questo articolo che vuole raccontarvi la bella esperienza ecclesiale del convegno nazionale vocazioni. Insieme con me c’erano anche Teodoro Beccia (seminarista della nostra diocesi nel I teologia) e altri due seminaristi nostri compagni di classe al seminario di Anagni: Dario Giustini ( diocesi di Tivoli) e Francesco Gazzelloni (diocesi di LatinaTerracina- Sezze e Priverno). In questi giorni di incontro e di riflessione Il ruolo della testimonianza è stato il soggetto delle riflessioni che ci sono state proposte ai seminaristi, rettori e direttori dei vari centri diocesani e regionali vocazioni di tutta Italia. In quelle belle giornate siamo stati guidati dal card. Bagnasco, presidente della Cei, da S. Ecc. Mons. Italo Castellani presidente della commissione per il clero e la vita consacrata, da Don Nico dal Molin direttore del Centro Nazionale Vocazioni, Padre Amedeo Cencini e Padre Ermes Ronchi che ci hanno permesso di riflettere sulle varie sfaccettature della testimonianza per la vocazione e nella vocazione personale e della ricaduta di questa sugli altri che incontriamo e con cui operiamo. Abbiamo avuto anche momenti come l’incontro di tutti i seminaristi italiani presenti per confrontarsi sull’esperienza che in seminario si vive in riferimento all’animazione vocazionale non tanto con l’interesse a quella che è verso le diocesi di riferimento ma più che altro verso quell’azione che i vari gruppi vocazionale si attuano in seminario per sensibilizzare i seminaristi sempre di più al tema della vocazioni. La prima sera è stata caratterizzata dal recital scritto e realizzato dai seminaristi del Seminario di Anagni, il Pontificio Collegio Leoniano, dal titolo LA STOLA E LA CROCE, che ha avuto come idea fondamentale quella di far conoscere la figura del santo curato d’Ars, figura di riferimento di questo anno sacerdotale ma anche per lanciare un messaggio di speranza perché, come dice il sottotitolo del recital, nell’anima unita a Dio c’è sempre primavera. Il recital è stato una sapiente sintesi di preghiera e riflessione personale, in cui si respirava che quello che veniva proposto voleva anch’esso essere manifestazione di una singolare esperienza di Chiesa che per trasmettere il suo messaggio di salvezza utilizza ogni tipologia di linguaggio perché tutto viene da Dio e ogni tipo di narrazione permette di assaporare una fragranza particolare del linguaggio di Dio che parla all’uomo come ad un amico. Molti sono stati anche i momenti di preghiera che abbiamo vissuto, primo fra tutti la celebrazione quotidiana dell’ eucaristica che è la fonte e il culmine della vita cristiana, le lodi, la meditazione guidata e la celebrazione di una veglia incentrata sulla figura di Don Pino Puglisi nel quattordicesimo anniversario della sua morte. Il cardinal Bagnasco, in un passaggio della sua relazione iniziale, ci ha detto che si propone come obiettivo obbligatorio, che i chiamati siano sempre a contatto con testimoni, lungo tutto il ciclo formativo, fino all’ordinazione sacerdotale e alla professione perpetua , e poi nella fase di periodico aggiornamento. - Ciò richiede il culto (che è studio e preghiera) della testimonianza nella vita di Gesù, di Paolo e più ampiamente nella Sacra Scrittura. Vuol dire integrare la conoscenza dottrinale di Gesù con la capacità di cogliere il suo stile verso il Padre e verso le persone, segnatamente le loro parole sulla testimonianza, mostrando l’impegno che hanno avuto di suscitare vocazioni di cristiani e di ministri. Inoltre, è necessario fare tirocinio di testimonianza nei contatti pastorali e semplicemente umani che un seminarista o un religioso viene ad avere. Ciò comporta di ritornare frequentemente alle sorgente, Cristo, e a coloro che in modo esemplare hanno incarnato la vocazione ricevuta: i profeti, Paolo e gli altri Apostoli, tante figure narrate nel libro degli Atti, l’ampia galleria di Pastori lungo la storia. Sono figure obbligate di riferimento e di incoraggiamento; di non restare prigionieri del rispetto umano, memori in ciò anche delle severe parole di Gesù per chi si vergogna di lui (cfr Mc 8,38), ed insieme imparare il saggio equilibrio che fa parlare e fa tacere evitando eccessi controproducenti, ma anche silenzi colpevoli; di sapere e voler rendere ragione della propria speranza ( cfr 1Piet 3,15) alle2 persone che ci avvicinano o cui ci avviciniamo . Vediamo come la vocazione sia un cammino di impegno progressivo che accresce la consapevolezza della risposta che si attua verso il signore che si chiama verso il sacerdozio ministeriale e alla missione che questa chiamata comporta. Il modo per scoprire la vocazione, ci ricordava padre Amedeo Cencini, avviene nel fare memoria della propria quotidianità in cui si dipana l’azione del Signore che chiama. Attraverso questo discernimento sulla propria vita si scopre quel filo rosso che collega gli avvenimenti della vita personale e a cui consegna un senso più ampio alla luce del mistero pasquale del Signore che si fa via per la vocazione. Fare memoria vuol dire integrare nel proprio cuore gli eventi della vita. La scrittura ci mostra quelle modalità che caratterizzano lo sguardo di Dio sull’uomo e per l’uomo. Quindi vivere la testimonianza vocazionale e attuare una narrazione vocazionale verso di se e verso gli altri. Questa possiede quindi una dimensione evangelizzatrice che è costruita su colui che narra e che tiene presenti gli interlocutori dl momento. La trasmissione di una bella notizia che diventa dono per gli altri. Narrazione che come evangelizzazione permette di trovare la credibilità di quello che viene narrato. Quello che sono permette di inverare quello che viene trasmesso mediante la parola che acquista una natura performatrice verso l’altro che mi sta davanti. La narrazione con dimensione evangelizzante permette anche di porre un termine comune che è quello dello sguardo della seque- Febbraio 2010 L’ITALIA È IN PREGHIERA PER LE VOCAZIONI 23 li, da Gennaio fino a Giugno, e a dedicare una intenzione di preghiera specificatamente vocazionale unita alla preghiera di Benedetto XVI per l’anno sacerdotale. Così l’anno sacerdotale indetto dal Papa può aiutare tutti i sacerdoti a diventare loro stessi i primi animatori vocazionali delle loro proprie comunità parrocchiali.Inoltre il direttore nazionale mette in evidenz ache nel passato ci si concentrava solo nella giornata mondiale di preghiera per le vocazioni a pregare, ma adesso ci si rende conto che non è più sufficiente. Il direttore del CDV, don Marco Fiore, invita i parroci della diocesi di Velletri - Segni ad aderire a questa iniziativa. Mons. Franco Risi Don Nico Dal Molin, Direttore del Centro Nazionale Vocazioni, propone in una lettera ai parroci italiani di accendere “La lampada per l’anno sacerdotale come simbolo della preghiera per domandare nuove vocazioni e sostenere chi è in cammino verso il presbiterato”. Questa iniziativa è stata approvata dall’assemblea generale dei Vescovi italiani dello scorso Novembre ad Assisi. Il direttore definisce questa iniziativa “un piccolo seme” per lanciare una grande preghiera lungo la Penisola. Egli invita i parroci ad accenderla durante la messa festiva ogni prima domenica del mese, all’inizio o al momento della preghiera dei fedeNella foto la Lampada per la preghiera per le vocazioni che qualche anno fa è stata accolta in tutte le parrochhie della Diocesi la. Questa narrazione deve quindi provocare nell’altro un attrazione se questa viene trasmessa con il linguaggio del cuore che è l’unico che permette di entrare in sintonia per poter crescere insieme nella comunione che viene dalla gioia e dalla pace che ci viene dalla sequela di cristo verso il padre per opera dello Spirito santo che scrive le pagine della Chiesa e del popolo di Dio che vive in essa con obbedienza e docibilitas. In questo narrare la storia personale, la organiz- ziamo anche intorno ad un punto focale particolare che quello del mistero della settimana santa del Signore (passione, morte e risurrezione). In essa riusciamo a trovare la pace dentro e fuori di noi perché è lui che ce la dona e noi riusciamo dietro di lui a pregustarne il sapore. In proposito Martin Buber ci diceva che cosi insegnava Rabbi Bunam: I nostri saggi dicono: ‘Cerca la pace nel tuo luogo’. Non si può cercare la pace in altro luogo che in se stessi finché qui non la si è trovata. E detto nel salmo: ‘Non c’è pace nelle mie ossa a causa del mio peccato”. Quando l’uomo ha trovato la pace in se stesso, può mettersi a cercarla nel mondo intero. Tutto questo per dire ancora una volta che il discernimento sulla propria storia personale è essenziale, perché solo un cammino di analisi interiore porta noi uomini e donne, chiamate dal Signore per una missione particolare, ad assumerci il carico della nostra storia personale, secondo una modalità precisa: FARE MEMORIA del passato e del presente, degli atteggiamenti e delle azioni che ognuno ha compiuto e che compie. Il vivere in maniera matura è possibile in riferimento alle memorie buone e meno buone vissute e coscientizzate, perché viste e lette, lungo il cammino di formazione, tutte attraverso lo sguardo di Dio. L’approfondimento interiore di Tutto il passato personale, remoto e da poco avvenuto, si trasforma in MEMORIA completa e non parziale di quello che è per me più 3 bello da ricordare. Questo deve realizzarsi perché quello che durante la vita io non ho integrato diventa automaticamente disintegrante per me e in particolare per coloro che un domani, se Dio vuole, verranno da noi futuri sacerdoti a chiedere un aiuto. Come posso aiutare a crescere se non sono cresciuto io per primo? La testimonianza su cosa si fonda? Qual è il pensiero su cui si fonda la pastorale vocazionale? La definizione e semplice ma molto profonda se guardata con senso: la vita è un bene ricevuto che tende per sua natura a diventare un bene donato.In questo senso e sotto questa luce la testimonianza produce e fa accrescere le vocazioni di qualsiasi genere, ma in particolare modo quelle di consacrazione totale per il servizio del regno come pastori e guide del popolo di Dio. Seminarista Diocesano 1 Estrapolato da un articolo di don Tonino Ladisa in cui si fa rifemento a S. AGOSTINO, Serm. De Nat. Sanct. Apost. Petri et Pauli ex Evangelio in quo ait Simon Johannis diligis me?: Bibliotheca Casinensis, in «Miscellanea Augustiniana», vol. I, a cura di G. Morin, O.S.B., Roma, Tip. Poligl. Vat., 1930, p. 404. Ma anche GIOVANNI PAOLO II, Pastores dabo vobis, 25 2 Dalla relazione del cardinale Bagnasco al convegno nazionale vocazioni 2009-2010 3 cfr. CELLUCCI, FABRICIO, Essere immersi nella verità di Cristo, in Ecclesia in cammino, giugno2009 Febbraio 2010 24 Don Dario Vitali Nei giorni 14 e 15 di gennaio, il presbiterio della diocesi si è riunito a S. Maria dell’Acero per un breve corso di aggiornamento teologico-pastorale. L’argomento messo a tema è stato quello del ministero ordinato, nel quadro delle iniziative pensate per l’anno sacerdotale. Nel gruppo di lavoro che ha organizzato il corso, coordinato dal vicario per la pastorale, mons. Luigi Vari, l’idea è stata quella di affidare al sottoscritto la relazione teologica, che focalizzasse soprattutto gli elementi di novità emersi al concilio Vaticano II e le conseguenze che ne derivavano per la vita dei preti, e di chiedere a mons. Giacomo Incitti, docente di Diritto Canonico della Pontificia Università Urbaniana, la spiegazione degli organismi di partecipazione che riguardano il presbiterio: il Consiglio Presbiterale e il Collegio dei Consultori. Il mio intervento è consistito in una rilettura dei passi conciliari che hanno determinato una modificazione della concezione precedente di ministero. Per cogliere gli elementi di novità emersi al concilio, ho evidenziato anzitutto la figura di sacerdote disegnata dal concilio di Trento, che ha segnato ininterrottamente la vita della Chiesa fino al concilio e spesso fino ai nostri giorni. Il decreto sul sacramento dell’Ordine fissava una dottrina ormai tradizionale in Occidente, legandola soprattutto alla celebrazione dell’Eucarestia. In questa prospettiva, il sacerdozio era concepito come il punto di arrivo di una scala ascendente, a cui il chierico (che tale era dopo la tonsura) arrivava passando attraverso quattro ordini minori – ostiariato, lettorato, esorcistato, accolitato – e tre ordini maggiori: suddiaconato, diaconato e, appunto, sacerdozio. Questa scala – un vero e proprio cuesus honorum – era possibile in base alla distinzione di due capacità o poteri: quello di ordine e quello di giurisdizione. Presbitero e vescovo avevano il medesimo potere ordine, perché ambedue avevano la capacità di offrire a Dio il sacrificio della Messa (quello di ordine era, in ulti- ma analisi, il potere di consacrare); differivano quanto al potere di giurisdizione, perché il vescovo esercitava il governo di una diocesi su mandato del papa. Anzi, il potere di giurisdizione stava all’origine di una vera e propria piramide gerarchica, che prevedeva una ulteriore scala ascendente, composta di vescovi, arcivescovi, metropoliti, patriarchi, al cui vertice stava il papa, il quale, secondo il Catechismo Romano, «è il padre di tutti i fedeli e di tutti i vescovi, qualunque sia la funzione e il potere di cui sono investiti; e come successore di Pietro, vicario di Gesù Cristo, presiede alla Chiesa universale». Rispetto al concilio di Trento, il concilio Vaticano II non utilizza la distinzione tra potere di ordine e potere di giurisdizione, ma parla del sacerdozio ministeriale in termini di partecipazione al sacerdozio di Cristo profeta, sacerdote e re. I tre titoli rimandano a tre funzioni – quella relativa alla Parola, quella relativa al culto, e quella relativa alla gui- da pastorale del Popolo di Dio – descritte come tria munera (dal latino munus, funzione), nei quali consiste il ministero sacerdotale. Questo primo elemento di novità si inquadra in un contesto che, a detta di molti interpreti del concilio, costituisce la “rivoluzione copernicana” del Vaticano II. La prima menzione del «sacerdozio ministeriale o gerarchico» si incontra infatti in LG 10, nel capitolo sul Popolo di Dio, in rapporto al tema del sacerdozio comune di tutti i battezzati. Quello del sacerdozio comune è uno dei grandi recuperi del concilio, dopo un silenzio di circa quattro secoli a causa della polemica con i Riformatori, i quali avevano fatto di questo elemento uno dei pilastri della loro concezione di Chiesa, che rifiutava la struttura gerarchica e la dimensione istituzionale della Chiesa. L’affermazione fondamentale di LG 10 è che «il sacerdozio comune dei fedeli e il sacerdozio ministeriale o gerarchico, quantunque differiscano per essenza e non per grado, sono tuttavia ordinati l’uno all’altro, perché l’uno e l’altro, ognuno a suo proprio modo, partecipano all’unico sacerdozio di Cristo». Si tratta di due forme essenzialmente diverse di partecipazione all’unico sacerdozio di Cristo, che, proprio perché essenzialmente diverse, sono anche complementari: il sacerdozio comune, donato nel battesimo, consiste nella capacità di offrire se stessi al Padre in unione a Cristo, che ha fatto questo una volta per tutte “sull’altare della croce”. Questa offerta non procede da un ufficio, da un ministero, ma dalla vita cristiana stessa: per il fatto di essere stato rigenerato nel battesimo, di essere “figlio nel Figlio”, il credente è posto nella capacità di «offrire se stesso come vittima vivente, santa, gradita a Dio» (cfr LG 10, che riprende Rm 12,1s).È questo propriamente il culto spirituale, che per sua natura è compiuto nell’unità del corpo mistico, cioè di Cristo-Capo e delle membra in unione con lui. Trattandosi di una condizione, non di una funzione, non si dà un “sacerdote comune” in posizione subordinata al sacerdote ministeriale, ma si dà «la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo che Dio si è acquistato» (1Pt 2,9), che offre al Padre in unione a Cristo il «culto pubblico integrale» (SC 7). Perché sia reso possibile questo atto della Chiesa, esiste il «sacerdozio ministeriale o gerarchico», che è – questo sì – una funzione, un ufficio a servizio del Popolo di Dio. Se non esistesse il Popolo di Dio che presenta a Dio la sua offerta, non esisterebbe – non avrebbe ragione di esistere – il sacerdozio ministeriale. La natura di questa partecipazione al sacerdozio di Cristo è ministeriale: si tratta di un servizio, non di un titolo di onore. O, se si vuole, di una dignità che è tale quando si esprime nel servizio.È, questa, una visione del ministero che stenta a entrare nel vissuto sia dei preti che dei laici, forse perché l’idea da troppo tempo si è radicata una mentalità che equipara i preti a una casta privilegiata. Ma per il concilio è fuori discussione il primato della vita cristiana e il conseguente ripensamento del ministero come forma radicale di servizio, pensato sull’esempio di Gesù servo. A seguire, ho spiegato gli altri elementi di novità che riguardano il ministero ordinato: l’affermazio- Febbraio 2010 ne della sacramentalità dell’episcopato (LG 21), che obbliga a ripensare la relazione tra vescovo e presbiteri, e il recupero del diaconato come «grado proprio e permanente della gerarchia» (LG 29), che riconfigura i gradi del sacramento dell’Ordine com’erano nei primi secoli della Chiesa: vescovopresbiterio-diaconi. Tutti questi elementi trovano il loro giusto posto nell’immagine di Chiesa proposta dal concilio, quando presenta il Popolo di Dio raccolto intorno al suo vescovo che celebra all’unico altare, circondato dal suo presbiterio e dai ministri (cfr SC 41). E’ il concilio ad affermare infatti che la diocesi «è una porzione del Popolo di Dio, affidata alle cure pastorali del vescovo coadiuvato dal suo presbiterio, in modo che, aderendo al suo pastore e da lui u7nita per mezzo del Vangelo e dell’Eucarestia nello Spirito santo, costituisca una Chiesa particolare, nella quale è veramente presente e agisce la Chiesa di Cristo una, santa, cattolica ed apostolica» (CD 11). Si tratta di temi che ho ripetutamente spiegato su queste pagine, commentando la Lumen Gentium. Certo, testi del genere impegnano tutti i ministri ordinati – vescovo, presbiteri, diaconi – a costruire una relazione come esprima il servizio al Popolo di Dio nella forma anzitutto della comunione. La diversità delle funzioni deve sempre esprimersi nella convergenza e nella sinergia delle vocazioni, dei doni, dei carismi, in vista dell’edificazione della Chiesa. Purtroppo, una conoscenza scarsa della dottrina determinerà una realizzazione debole non solo del modello di prete disegnato dal Vaticano II, ma di qualsiasi un modello di prete, con conseguenze che si possono facilmente immaginare e che spesso è dato purtroppo di vedere. L’intervento di mons. Incitti è stato di carattere più pratico. Il tema che ha sviluppato riguardava in fatti la comunione presbiterale e gli organismi di partecipazione nella diocesi. In apertura egli ha rammentato come nella Chiesa siano due le fonti della partecipazione: il battesimo e l’ordine – che stanno a fondamento degli organismi di partecipazione nella Chiesa: il Consiglio pastorale diocesano e il Consiglio pastorale parrocchiale da una parte; il Consiglio presbiterale e il Collegio dei Consultori dall’altro. Spiegando questi ultimi, mons. Incitti ha affermato a chiare note come la comunione presbiterale si fondi sulla partecipazione all’unico sacerdozio: dalla la partecipazione allo stesso bene – il sacerdozio – discende sia la comunione tra i membri del presbiterio che la corresponsabilità nel ministero. Naturalmente, bisogna intendersi sulla funzione di guida affidata nella Chiesa particolare al vescovo e partecipata dai presbiteri. Sarebbe infatti deviante ricalcare l’idea di gover- 25 no nella Chiesa sui modelli della società civile: ieri la monarchia, oggi la democrazia. Nella Chiesa non c’è, strettamente parlando, un governo della maggioranza, in forza del principio di rappresentanza del popolo, perché chi guida la Chiesa è lo Spirito di Dio, per cui il fine di chi governa non può che consistere nell’ascolto docile dello Spirito. Ascolto che porterà a un consenso, non dato dal conteggio di una maggioranza, ma dalla convergenza verso una unità di pareri e di intenti come espressione dell’ascolto dello Spirito, che si esprime nella ricercadell’unanimità.L’attenzione del relatore di è poi concentrata sul Consiglio presbiterale, spiegandone la natura attraverso quattro formule latine con cui il codice di diritto canonico caratterizza questo organismo: Coetus sacerdotum, Presbyterium repraesentans, Senatus episcopi, In regimine dioecesis. Si tratta di un gruppo ristretto di sacerdoti (coetus sacerdotum), indicati per almeno la metà mediante elezione da parte dei confratelli, in ragione del loro ufficio o per nomina vescovile. Su questo punto sono fioccate le domande, anche per la recente redazione dello statuto del Consiglio presbiterale. Le domande si sono concentrate soprattutto sui criteri di elezione, individuando a che titolo un presbitero abbia voce attiva e passiva: chi può essere eletto nel Consiglio? Chi ha diritto di voto? L’interesse intorno alla questione dipende dal fatto che in diocesi sono incardinati molti presbiteri che appartengono solo nominalmente al presbiterio, ma di fatto risiedono altrove e non esercitano un ministero a favore della Chiesa di VelletriSegni. Questo gruppo di sacerdoti rappresenta gli altri sacerdoti (presbyterium repraesentans). La rappresentanza non compete solo a quelli eletti, ma le, non esercita la sua funzione da solo, ma sempre con il suo presbiterio. Si tratta di una conseguenza della natura stessa del ministero ordinato: il vescovo, che ha la pienezza del sacerdozio, non è mai senza il suo presbiterio, come il presbiterio non è mai senza il vescovo. Nei documenti conciliari, questa unità del vescovo con il suo presbiterio è continuamente ribadita (cfr SC 41; LG 20. 28; CD 11; AG 19. PO 7). Questo aspetto risulta del tutto evidente nella terza formula: il Consiglio presbiterale è il Senatus episcopi: organismo a servizio del vescovo, non un senato della diocesi. E’ il vescovo a presiederlo, e con il consiglio affronta i problemi posti all’ordine del giorno. In quanto pastore della Chiesa che gli è affidata, egli deve sentire l’esigenza di ascoltare, prima di decidere, i suoi consiglieri. Per cui il vescovo dovrebbe convocare il Consiglio tutte le volte che sente la necessità di consigliarsi. Su che cosa il vescovo deve consigliarsi? Il Codice specifica che il Consiglio ha competenza in regimine dioecesis: condivide cioè la responsabilità di governo con il vescovo sugli affari di maggior importanza della diocesi. Le prerogative del Consiglio presbiterale sono nell’ambito del voto consultivo (can. 500), nel senso che la consultazione serve al vescovo per ricercare e discernere ciò che lo Spirito suggerisce oggi per il bene della Chiesa. Il codice precisa che vescovo ha bisogno del consenso nei casi espressamente dichiarati dal diritto; inoltre il vescovo potrebbe prevedere dei casi in cui, per una sorta di autovincolazione, prevede e richiede il consenso: per alcuni sarebbe una specie di abdicazione del governo da parte del vescovo, per altri (e il relatore propende per questa soluzione) è una modalità più piena di esercizio del governo. In conclusione mons. Incitti ha spiegato anche la natura e i, compiti del Collegio dei Consultori, anche se ha espresso il parere che si tratti di un doppione rispetto al Consiglio presbiterale. Come si vede, i temi affrontati durante il corso sono stati uno stimolo a vivere in modo più consapevole e impegnato il ministero che Dio ha affidato a noi ministri ordinati per il bene della Chiesa di Velletri-Segni. Si è trattato di una grande opportunità di aggiornamento teologico e pastorale, colta con senso di responsabilità dai sacerdoti della diocesi, vista la larga partecipazione. a tutti: a mio parere, il participio “repraesentans” non indica solo una funzione di rappresentatività dei memebtri del Consiglio, ma anche un fatto di ripresentazione, nel senso che il Consiglio espriFoto: nella pagina accanto in alto un momento dell’incontro;in me un fatto ecclesiale di basso, da sinistra, il vescovo mons. Apicella, il relatore mons. fondamentale importanGiovanni Incitti, d.D.Vitali e d.L. Vari. za: che il vescovo, il quain questa pagina un momento della messa in sufragio di S.E. le è principio e fondamento mons.Martino Gomiero già vescovo della diocesi, presieduta da mons. Apicella e concelebrata dai sacerdoti del presbiterio. di unità della Chiesa loca- Febbraio 2010 26 don Fabrizio Marchetti Nel diritto matrimoniale per vincolo si intende il legame che sorge efficacemente da un matrimonio valido, nella sua configurazione ostativa alla costituzione di un matrimonio susseguente. L’impedimento, in parola, deriva direttamente dalle proprietà essenziali dell’istituto matrimoniale ed in particolare da quella dell’unità che, mirando a proteggere l’esclusività del rapporto tra i coniugi nel «consortium totuis vitae», indica l’impossibilità di ingenerare simultaneamente più vincoli con persone diverse: si stabilisce pertanto la radicale inabilità contrattuale del soggetto in pendenza di un vincolo precedente: tali caratteristiche di perpetuità ed esclusività derivano dalla stessa manifestazione consensuale che si suppone validamente prestata (can. 1057); in questo senso, l’impedimento è di diritto naturale, cioè risulta applicabile a qualsiasi matrimonio, dato che le proprietà con le quali la fattispecie inabilitante viene a configgere risultano le stesse proprietà costitutive dello modello naturale di matrimonio, così come voluto da Dio per tutta l’umanità.Il secondo paragrafo del canone a commento, nell’impedire che si proceda alla celebrazione di un nuovo matrimonio prima che consti con certezza la nullità o lo scioglimento del vincolo precedente, applica una misura cautelativa che si intravede particolarmente idonea alla protezione del foro coscienziale dei soggetti interessati e alla salvaguardia della rilevanza pubblica dell’istituto, oggetto della loro opzione. I concetti di «nullità» o «scioglimento» si riferiscono rispettivamente ad una precedente celebrazione nulla, ossia ontologicamente incapace di costituire il «consortium» coniugale, per difetto di consenso (can. 1057); oppure ad un matrimonio valido (rato), per sé esistente e produttivo degli effetti legali previsti, in forza della prestazione di un valido consenso, ma che tuttavia è cessato per intervento della competente autorità: a motivo della sua inconsumabilità (dispensa super rato, ex can. 1141), in ragione della fede cattolica abbracciata da una delle parti non cristiane, secondo le garanzie ordinamentali stabilite (cc. 1144-1145) (privilegio paolino, ex can. 1143), per lo scioglimento del matrimonio naturale (ossia di quello contratto unicamente in foro civile, al quale si applicheranno le condizioni di licenza fissate dal can. 1071, 1, 3). I requisiti della norma inabilitante sono sostanzialmente due e producono i loro effetti indipendentemente dalla conoscenza e dal grado di certezza che sia ha riguardo all’esistenza del precedente matrimonio: Il primo matrimonio deve essere valido, consumato o meno; contrariamente non vi è impedimento. Il vincolo che rende nulla la celebrazione è quello di qualsiasi altro vincolo coniugale pre- cedente, sia esso naturale che sacramentale, e l’impedimento sorge dal momento in cui quel vincolo comincia ad esistere indipendentemente dal fatto della consumazione. Il precedente vincolo non deve essere venuto meno con la morte di uno dei due coniugi o per dispensa pontificia. L’impedimento ha carattere oggettivo e non dipende dall’opinione della realtà della validità o meno del matrimonio precedente: il dubbio, infatti, non permette la celebrazione del nuovo matrimonio, sia a motivo del favore del diritto di cui gode l’istituto coniugale, come abbiamo visto commentando il can. 1060, sia perché il dubbio sulla validità deve risolversi secondo le modalità procedimentali previste dall’ordinamento; la nullità matrimoniale deve quindi constare con certezza, senza residui dubbi positivi e probabili, e legittimamente deve cioè essere accertata tramite i mezzi legali predisposti: ordinariamente, per mezzo delle decisioni giudiziali dichiarative (cc. 1682, 1684); in altri casi, con la decisione che segue al processo documentale (cc. 1686-1688); ed in casi di persone scomparse con la dichiarazione di morte presunta a tenore del can. 1707, dichiarazione che il vescovo diocesano emetterà, in assenza di documentazione probatoria autentica, ecclesiastica o civile, solo dopo aver raggiunto la certezza morale del decesso, mediante le opportune indagini. Lo scioglimento del vincolo valido (rato), per incosumabilità, si constata invece per mezzo di legittima comunicazione della dispensa pontificia, ex can. 1706.L’oggettività dell’impedimento in questi casi manifesta la stessa efficacia: se la sentenza di nullità o la dispensa di scioglimento del matrimonio fosse stata per qualche motivo erronea o nulla, il vincolo precedente continua ad esistere e, di conseguenza, anche l’impedimento, per cui il matrimonio eventualmente contratto grazie a quella sentenza o dispensa sarebbe necessariamente invalido (non produttivo degli effetti giuridici corrispondenti): putativo (con supplenza legale di tali effetti) se le parti agirono in buona fede, attentato se ne erano a conoscenza (can. 1061). Considerata la sua origine nella proprietà dell’unità, che è di diritto naturale e positivo, l’impedimento obbliga, come già detto, tutti, anche i non battezzati, ed è indispensabile: la competente autorità non potrà intervenire alla sua rimozione ed esso urgerà fino alla cessazione del vincolo precedente: con la morte del coniuge, la dichiarazione di nullità, lo scioglimento in virtù del privilegio petrino o paolino. Relativamente al matrimonio civile di quanti sono obbligati alla forma canonica (can. 1108), se ne sottolinea l’irrilevanza sotto il profilo strettamente ecclesiastico: gli interessati sono pertanto liberi di contrarre matrimonio (canonico) anche previamente all’ottenimento del divorzio civile; attesa però la rilevanza delle obbligazioni naturali scaturenti dal precedente vincolo civile, il legislatore impone comunque all’ordinario del luogo l’obbligo di concedere la sua autorizzazione, ai fini della lecita assistenza da parte del ministro deputato. Febbraio 2010 27 Mons. Franco Fagiolo* L’argomento del giorno per gli addetti al servizio del canto per la liturgia è la pubblicazione da parte della C.E.I. del Repertorio Nazionale. Se ne parla a tutti i livelli e in ogni occasione, nelle diverse parrocchie, nelle singole diocesi, a livello nazionale. Basti pensare che negli ultimi quindici giorni, il Responsabile Nazionale della C.E.I. della Musica per la Liturgia, Mons. Antonio Parisi, è stato invitato a presentare il repertorio al Convegno Nazionale sulle Vocazioni promosso dal CNV agli inizi di quest’anno, e ne ha fatto oggetto di conversazione nella trasmissione televisiva “A sua immagine”, di Rai Uno Domenica 17 gennaio 2010. Veramente, da tanti anni, don Antonio gira in lungo e in largo tutta l’Italia per sensibilizzare le Comunità cristiane, i Cori parrocchiali, i diversi gruppi e gruppetti perché ognuno faccia un grande sforzo affinché ci sia una continua e costante azione educativa, orientata a scegliere i canti per la Liturgia non in base al gusto personale o alle mode passeggere e transitorie, ma secondo alcuni criteri oggettivamente validi. Il suo cavallo di battaglia è: porre fine alla superficialità e all’improvvisazione che regna in questo campo e promuovere una seria formazione liturgico-musicale a tutti i livelli, cominciando dai responsabili e dagli addetti al ministero del canto per la liturgia. Anche nella nostra diocesi, nel nostro piccolo, ci sforziamo di fare la nostra parte! Il repertorio della C.E.I. è stato consegnato a tutti i parroci e ai superiori degli Istituti religiosi nel ritiro del clero dello scorso mese di novembre; lo stesso è stato fatto con i responsabili dei Cori che hanno partecipato al Raduno di S. Cecilia: un bel regalo offerto a tutti dalla diocesi! Inoltre, negli incontri annuali di formazione per gli Operatori Liturgico-Musicali organizzati da questo Ufficio, iniziati a gennaio, il Repertorio Nazionale sta al centro delle attenzioni ed è sempre un punto di riferimento ben preciso. Ma come si è arrivati a questo risultato? Subito dopo la riforma del Concilio Ecumenico Vaticano II si è sentita nella Chiesa italiana l’esigenza di un repertorio di Canti da offrire alle comunità cristiane. L’editrice LDC, fin dal 1969, ha pubblicato, con continui aggiornamenti, Nella Casa del Padre, una raccolta di canti per la liturgia. Nel 1972 l’editrice Carrara in collaborazione con le Paoline, sotto il patrocinio della Associazione Italiana Santa Cecilia, hanno pubblicato “I Canti della Fede”, edizione ufficiale per le Diocesi del Lazio. Si arriva così al 1979, anno in cui la Conferenza Episcopale Italiana pubblica un elenco di canti denominato “repertorio-base a carattere nazionale”. Da qui parte l’attuale Repertorio Nazionale, riprendendo in modo efficace la prima proposta della CEI. Un lavoro lungo e faticoso, portato avanti con cura e professionalità da un apposito gruppo di lavoro incaricato dall’Ufficio Liturgico Nazionale, e che ha selezionato un primo elenco di canti (322 per la precisione!), pubblicato agli inizi del 2000, comprendente i titoli, gli autori e le case editrici di provenienza. Soltanto agli Uffici Liturgici Diocesani che ne hanno fatto richiesta sono stati inviati i testi e le musiche con l’accompagnamento dell’organo. Tale repertorio, opportunamente rivisto e integrato, è stato sottoposto all’approvazione dell’Assemblea Generale dei Vescovi italiani il 24 maggio 2007 e ha ottenuto il 20 maggio 2008 la recognitio della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti. Finalmente, nel mese di aprile 2009, ha visto la luce Il Repertorio Nazionale dei Canti per la Liturgia che tiene presenti: i canti dell’Ordinario della Messa; i canti propri del Triduo Pasquale; i canti propri delle celebrazioni eucaristiche festive di tutto l’anno liturgico (esclusi i salmi responsoriali); i canti per il culto eucaristico; i canti per le esequie. Non sono stati per ora considerati i canti per la celebrazione degli altri Sacramenti e i canti della Liturgia delle Ore. Mancano anche i canti per i pii esercizi e per la pietà popolare. I recitativi rituali, già editi nel Messale e in altri libri liturgici, pur non comparendo in questo elenco, fanno parte del “repertorio nazionale”.In tutto abbiamo 384 canti, selezionati da una raccolta iniziale di circa 20.000 (ventimila) canti! Una cernita spietata con una grossa e inesorabile scrematura. Allora, quello che abbiamo tra le mani è veramente un tesoro prezioso, da custodire gelosamente! Al prossimo numero per una seconda puntata. *Responsabile Diocesano della Musica per la Liturgia Febbraio 2010 28 RITORNO ALLA STORIA / 13 Don Claudio Sammartino Secondo uno schema mentale conformistico, si crede ancora che durante la Rivoluzione francese, gli abitanti della Vandea, regione del nord ovest della Francia, si siano ribellati al governo parigino dietro istigazione della nobiltà e del clero, ceti sociali restii ad abbandonare i loro privilegi. E’ invece assodato, grazie a numerosi ed anche recenti studi, nonché alla notevole mole di documenti da sempre esistenti, che in Vandea nel 1793 la rivolta contro il governo giacobino venne dalla base, cioè dal popolo che spesso travolse le esitazioni di aristocratici e preti ed attuò un’insurrezione in difesa soprattutto dei valori cristiani, vilipesi da una prassi rivoluzionaria sempre più ostile alla fede ed alle tradizioni. Come inequivocabilmente scrive lo storico P. Gaxotte nella sua opera: “La Rivoluzione Francese” (Mondatori 1989), la Vandea, i cui abitanti erano affezionati alla propria religione, ai propri preti ed alle proprie tradizioni, decise di ribellarsi ad un governo che, in nome di nobili ideali, disprezzava usi, costumi e modi di vita non suggeriti ed illuminati dalla sola ragione e stava imponendo una nuova cultura radicalmente avversa alla religione (cfr. “Ecclesia” – maggio ’09). In breve, a partire dall’11 marzo 1793, l’insurrezione interessò tutta la regione e vide i contadini comandati da un certo Cathelineau, i nobili guidati dal marchese di Rochejaquelin e i curati dall’abate Bertier uniti nell’intento di difendere la loro terra e la loro fede dalle prevaricazioni del potere giacobino. E pensare che in Vandea si erano nutrite grandi attese ai tempi delle convocazioni degli Stati generali, tanto che in tutta la regione c’era stato un serio impegno nella stesura dei “cahiers de doléances” (“elenco delle lamentele”) da inviare a Parigi, spesso redatti proprio dai sacerdoti locali! Ma la deriva estremista e l’aperto tentativo di cristianizzazione della Francia attuato dalla Convenzione, raffreddò gli entusiasmi dei Vandeani, sempre più critici verso quella minoranza di francesi, però con il potere in mano, che intendevano inequivocabilmente seppellire i vecchi valori e sostituire la fede cristiana con una superba affermazione della “dea ragione”. Fu così che dal marzo del ’93, rifiutando l’ordine di arruolamento obbligatorio per gli eserciti della Repubblica, l’insurrezione armata divampò in tutta la regione e vide i Vandeani, comandati spesso da capi improvvisati, avere in un primo momento ragione delle truppe governative ed assumere anche il controllo di quasi tutta la regione.Ma quando contro gli insorti “reazionari” fu inviato un forte contingente armato e comandato dal generale Westerman, le cose cambiarono al punto che nel dicembre dello stesso anno l’armata del Sacro Cuore (simbolo della Vandea) fu praticamente fatta a pezzi a Savenay, nei pressi di Le Mans. A Parigi allora, l’intera Convenzione (non soltanto l’ala estremista anticlericale) decise di attuare un vero e proprio atto di sterminio della Vandea, rea di aver ostacolato il corso della Rivoluzione e di essere rimasta fedele alla religione ed alla monarchia. Si doveva ad ogni costo impedire che l’esempio vandeano producesse altri focolai di rivolta! Lo storico J. Michelet, profondo conoscitore della Rivoluzione, scrive in proposito che: “i giacobini mostrarono, per la maggior parte, il disprezzo più atroce e credettero con una fede così accanita nella propria infallibilità che ad essa sacrificarono, senza rimorso, un mondo di uomini vivi”. Il generale Westerman, definito il “macellaio della Vandea”, all’indomani della vittoria sugli insorti scriveva a Parigi: “Facemmo un orribile carnaio, Sì, non esiste più la Vandea. Ho sterminato tutto. Non facciamo più prigionieri. La pietà non è rivoluzionaria!” Nonostante queste affermazioni, la storiografia ufficiale pensò si trattasse, per i crimini in Vandea, di eccessi dei soldati dovuti alla situazione bellica, che vide anche i ribelli agire d’impeto. Ma studiosi degni di questo titolo non possono ignorare i documenti ufficiali del governo che già il 1 agosto ’93 e successivamente il 14 ottobre dello stesso anno decretava: “Sterminare i briganti (attenti a questo appellativo!). Inviare un esercito incendiario in modo che nessun uomo, nessun animale possa sopravvivere su questo suolo della Vandea” (Decreto n° 1630 della Convenzione Nazionale). E lo stesso Robespierre dichiarava con enfasi: “Bisogna che i briganti della Vandea siano sterminati. La Vandea deve diventare un cimitero nazionale!” E questo piano di sterminio fu attuato puntualmente con l’invio nella regione del generale Turreau e delle sue “colonne infernali” che dal gennaio 1794 procedettero per oltre quattro mesi ad un’autentica e mirata “pulizia etnica” comportandosi come reparti precursori delle SS. I rapporti militari inviati alla Convenzione (e non i racconti o i ricordi dei superstiti!) riferiscono asetticamente, ma con precisione puntigliosa, di rastrellamenti, di reclusioni di massa, di stupri e di varie violenze subite da una popolazione ormai indifesa e alla mercè dei governativi. Si legge anche di cadaveri squarciati per toglierne il grasso, di bambini ammazzati senza pietà, come a Le Luc sur Boulogne, dove ne furono eliminati 110 di età inferiore ai 7 anni (28 febbraio 1794). Ma anche in altri modi si attuò lo “sterminio” dei Vandeani; si usò la ghigliottina, le esecuzioni con la sciabola, il ricorso al cannoneggiamento ed all’annegamento di gruppi di prigionieri che venivano legati insieme su zattere e fatti “affogare” nella Loira, ribattezzata dai giacobini “il gran bicchiere dei bigotti”! Che non stiamo eccedendo nel racconto lo dimostra quanto scriveva il Commissario Lequin, che assistette di persona a diversi massacri e che testualmente affermava: “Le violenze e la barbarie più spinte si riscontravano ovunque!” Da ultimo, come esempio per le altre regioni, la Vandea fu chiamata “Vengé”, cioè vendicata … dai patrioti illuminati e con licenza di “massacro”, che uccisero circa 117.000 persone (su una popolazione di 800.000 anime) e distrussero completamente oltre 10.000 abitazioni (su un totale di 60.000).Insomma, si può serenamente affermare che si era consumato il primo genocidio della storia moderna, le cui modalità di attuazione saranno spesso riproposte nella storia del ‘900. Chi poi denunciò per primo la “pulizia etnica” operata dai figli dei Lumi fu, ironia della storia Gracco Babeuf, quello della congiura degli Eguali e padre del pensiero comunista. Nell’opera intitolata “Sul sistema di spopolamento”, scritta nel 1795, egli descrisse e denunciò il “genocidio” vandeano, chiedendosi anche come ricordarlo per evitare che si ripetesse in altri tempi e luoghi. Purtroppo Babeuf fu giustiziato, come sovversivo, nel 1796 ed il suo libro di denuncia fu inabissato dagli storici filorivoluzionari.In conclusione possiamo notare che anche il Direttorio (organo del governo post Robespierre) si accorse che in Vandea si era usata una mano troppo pesante; per i crimini contro la popolazione “refrattaria” venne condannato però soltanto il Delegato della Convenzione J. Baptiste Carrier, accusato dopo un processo farsa di “eccesso di zelo” nell’applicazione delle disposizioni ricevute.Già, non è forse la Francia la patria del famoso det- Febbraio 2010 Simona Zani Nel corso di alcune ricerche da noi svolte presso l’Archivio di Stato di Parma sulle carte farnesiane tra la fitta corrispondenza intercorsa tra il Gran Cardinale Alessandro Farnese (1519-1589) nel periodo della sua reggenza della diocesi di Velletri-Ostia (dal 1580 al 1589 anno della sua morte) e la comunità di Velletri - ci si è imbattuti in due interessanti missive a lui indirizzate dall’allora Vicario della città Cefalotti, nelle quali questi invita il Cardinale a prendere in considerazione la possibilità di impiantare un collegio dei gesuiti nella cittadina laziale. Alessandro Farnese, nipote di un altro Alessando Farnese (1468-1549) anch’esso reggente della diocesi di Velletri-Ostia dal 1524 sino all’anno della sua elezione al soglio pontificio avvenuta nel 1534, è la figura predominante del panorama politico e religioso della seconda metà del XVI secolo, e la sua presa di possesso della diocesi di Velletri-Ostia segna l’inizio di un forte rinnovamento della cittadina laziale. Egli può essere infatti considerato l’artefice principale dell’attuale assetto urbano della città di Velletri; pertanto non stupisce che il Vicario ritenesse realistica la proposta fatta ad un cardinale che in pochi anni aveva iniziato una serie di importanti cantieri nella cittadina, che la stavano trasformando da borgo medievale a città rinascimentale, dimostrando la volontà e l’interesse verso questo suo ‘feudo ecclesiastico’. Si riportano qui alcuni passi tratti dalla missiva del 4 ottobre 1585: «Aspettando la comodità di trattare queste cose a bocca ma temendo che ne passi l’occasione mi son risoluto scriverle. In Grottafer.ta parlandosi de i costumi et dell’educatione di questa città disse V.S. Ill.ma che il novo rimedio sarebbe un Collegio di Gesuiti ma che trovandosi la città gravata di molto debito non v’era alcun modo di poterlo fare…ho trovato, se non m’inganno, un modo… In mezzo di questa città è la parrocchia di San Martino, è una Chiesa capaciss.a nella quale si potrebbe fondar il Collegio et vi è sito da potervi fare ogni gran fabbrica… Per dare principio a questa d.a opera saria neces.rio et anco senza di questa sarà molto utile, et a proposito per l’Avvento pross.o et per la Quaresima mandar qui due o tre di quei Preti … acciò con la parola, et con l’esempio buono cominciassero a imprimere et lasciare di se qualche desiderio in questo … et con questi fini le fo riverenza con ogni humiltà. Di Velletri, di 4 d’ottobre 1585” e pochi giorni dopo lo stesso scriveva ancora: “Avanti ch’io partissi di Roma parlai col Padre Generale dei Gesuiti se avesse voluto compiacer a V.S.Ill.ma di mandar qua un predicatore per l’advento … et sia certa come le scrissi tante settimane fa in una lunga lett.ra mia questo sarà un gran principio et fondamento di quel collegio del quale le scrissi nella detta lett.ra: et con questo fine le bacio con ogni riverenza le mani. Di Velletri a XVII di 9bre 1585». L’ordine della Compagnia del Gesù, aveva nel giro di pochi anni impiantato numerose sedi, e aveva indicato regole ben precise sulle scelte tipologiche da seguire nella realizzazione degli organismi religiosi che, nella loro concezione, erano legati indissolubilmente alla predicazione, loro fine principale. Questo determinò anche il loro potere in campo scientifico, che è saldamente legato alla incessante 29 ricerca che questi padri dedicheranno alle leggi dell’acustica, nel tentativo di ottimizzare sia le possibilità del predicatore che l’ascolto del fedele. Sarà infatti un padre gesuita tedesco trapiantato a Roma, A. Kircher, a studiare e spiegare scientificamente per la prima volta il fenomeno dell’eco. Quindi, alla fine del XVI secolo, vale a dire negli anni in cui la Compagnia del Gesù conobbe forse il suo più fiorente periodo, soprattutto grazie agli esiti della conclusione del Concilio di Trento che li pose in una posizione di supremazia non solo in campo religioso, ma anche politico e scientifico, anche a Velletri si sentiva l’esigenza di una presenza non più occasionale ma stabile di questi potenti padri indicati come la risposta “ai problemi di spirito e di costume” della comunità; il riscontro popolare delle loro predicazioni è quindi testimoniato dalle parole del Vicario e da altre missive che qui non si pubblicano, che documentano la loro partecipazione ai momenti di devozione religiosa più importanti nella città di Velletri. Non dimentichiamo inoltre di annotare il forte legame che intercorreva tra il cardinale Alessandro Farnese e l’ordine di Sant’Ignazio; il cardinale era forse il più importante ‘mecenate’ della Compagnia del Gesù. Tra tutte le sue cooperazioni con i padri gesuiti, basti ricordare che fu lui a sostenere economicamente la costruzione della chiesa del Gesù a Roma, pregevole architettura dei suoi architetti di fiducia Iacopo Barozzi da Vignola e Giacomo della Porta. Tornando al nostro argomento, non compaiono altri carteggi sull’argomento né tra le carte farnesiane conservate presso l’ASP né in altri archivi, e l’indagine su eventuali sviluppi della proposta del Vicario nel tentativo di scoprire se la vicenda avesse avuto esito positivo non hanno portato alla luce elementi che provino l’attuazione del progetto nell’immediato. Ma un approfondimento della ricerca, effettuato in più largo raggio temporale, ci ha rivelato un’interessante scoperta avvenuta consultando la documentazione conservata presso l’Archivio dei Gesuiti a Roma: la proposta cinquecentesca, in effetti, non ebbe seguito, ma i documenti provano che nella metà del XIX secolo la città di Velletri ebbe finalmente il ‘suo collegio’ dei Gesuiti. Abbiamo infatti rinvenuta non solo parte della documentazione ufficiale del Collegio e dei permessi rilasciati dalla Comunità di Velletri, ma soprattutto è venuta alla luce la relazione trascritta e stampata della cerimonia di inaugurazione del Collegio, la “Relazione dell’Apertura del Collegio della Compagnia del Gesù in Velletri, Imprimatur Velitris die 13 Novembris 1852” (ACdG, FG 1650 Velletri – busta n.261[2]). Non si riporterà per esteso il verbale della Commissione Municipale che, presieduta dal Presidente Sig. Giovanni Cavalier Graziosi, e composta dai sig.ri Filippo Corsetti, Bernardino Renzi ed il Rev.mo Sig. Canonico D. Gio. Angelo Argenti Dep.to Ecc.stico era stata riunita per deliberare sui provvedimenti da prendersi per la piena ed immediata esecuzione della risoluzione Consiliare del 21 ottobre pp.te concernente la stabile sistemazione in questa Città del Collegio dei RR. PP. Della Compagnia del Gesù, ma si ritiene importante citare alcu- ne notizie che ne scaturiscono. Il presidente inizialmente ricorda ali membri che la Delibera citata era legata al provvedimento preso all’unanimità dalla Commissione di affidare la Pubblica Istruzione ai zelantissimi RR.PP. della Compagnia del Gesù, nominando un’apposita Deputazione con l’incarico di trattarne le condizioni col Rev.mo P. Generale di Roma. Il commissario pontificio Rev.do Mons.re Giuseppe Berardi aprì le trattative con il Padre generale, e condotte a buon termine, necessitavano quindi un Atto Pubblico ed Ufficiale della commissione che ne determinasse anche i parametri economici. Si fa riferimento al disagio ed agli sterili risultati ottenuti dalla popolazione per le passate gestioni della Pubblica Istruzione, e si espone la opportunità di poter impiantare per tali motivi la Compagnia del Gesù fiduciosi nelle loro capacità di poter rimediare a dette mancanze. Si ritiene invece di riportare per esteso il testo della lettera con la quale la Legazione di Velletri comunicava al Cardinal principe Vincenzo Macchi l’esito della suddetta Commissione: «Legazione di Velletri, Il Gonfaloniere di Velletri, N°1031 del Protoc.o… E.mo e Rev.mo Principe, Questa Commissione Municipale riunita in Consiglio nel giorno 1° decembre corrente destinò i fondi occorrenti all’interessantissimo stabilimento in questa città della Casa d’istruzione da affidarsi ai RR. PP. Della Compagnia del Gesù sia pel mantenimento di essi, sia per quello del locale, utensili della scuola, premi alla scolaresca, mantenimento della Chiesa e retribuzione a due sacerdoti da destinarsi alla istruzione elementare sotto la direzione dei lodati RR. Padri, e nominò una deputazione per la sollecita effettuazione del contratto, riportato appena l’Apostolico Breve. E perché l’Eminenza Vostra Roma possa conoscere le deliberazioni tutte prese sull’oggetto, qui unito le rassegno copia dell’atto Consiliare con la relativa approvazione. Nella viva fiducia che l’Eminenza Vostra R.ma sarà per accogliere con aggradimento l’atto suddetto, inchinato al bacio della sacra Porpora, con profonda venerazione ho l’onore di raffermarmi. Dell’Em.za V.ra Rev.ma, E.mo e Rev.mo Principe Sig.re Card. Vincenzo Macchi Vescovo e Legato di Velletri, Roma, Umilissimo, Devotissimo, ed Obbligatissimo Servitore, Gio: Graziosi Presidente, Velletri 19 Decembre 1850». (segue) 30 costituire l’oggetto proprio del suo interesse. Molteplici sono invece i motivi che fanno di questo libro un testo che entra a pieno titolo nella mia vita ma anche nelle mie ricerche. Nella mia vita, - perché, come prete della diocesi di Velletri-Segni, non posso presumere di capire il presente senza una conoscenza della storia del territorio e delle sue vicende; - perché, come uomo che proviene da un’altra cultura – che si è formato su graffiti della Val Camonica Una ricerca storica e archeologica – e che da molti anni si imped. Dario Vitali gna in un radicamento sempre più consapevole in queIl 19 dicembre scorso è stato presentato nella sta terra strordinaria. Nelle mie ricerche, - persala consiliare del comune di Colleferro il volu- ché dove si intersecano le vie consolari romame su Piombinara, un antico castello con annes- ne, che personaggi straordinari della storia delsa tenuta, che ricadeva nel territorio di Colleferro. la Chiesa hanno percorso – da Bruno di Segni Alla manifestazione sono intervenuti oltre al nostro a Innocenzo III a Filippo Ellis, per ricordare solo vescovo Mons. Vincenzo Apicella, l’On. Silvano alcuni di coloro che hanno fatto grandi questi Moffa, il sindaco di Colleferro Mario Cacciotti, luoghi – non può trattarsi di un capitolo minore l’Assessore alla Cultura di Colleferro Graziana della ricerca storica; - perché la vita della Chiesa Mazzoli, la Principessa Donna Gesine Doria-Pamphilj non costituisce un’eccezione rispetto alle dinaed altre autorità. miche civili, soprattutto se riferita a un periodo Comincerei con una domanda: cosa ci fa un docen- in cui il territorio della Valle del Sacco rientrate di teologia alla presentazione di un volume va prima nel patrimonio di San Pietro e poi nelsu una missione archeologica? lo Stato Pontificio. L’amicizia fa brutti scherzi: l’insistenza di Alfredo Il volume costituisce quindi un contributo straorSerangeli, direttore dell’archivio Innocenzo III di dinario alla ricostruzione di quella Storia, che divenSegni, è all’origine di questa presenza. Che, però, ta magistra vitae soprattutto quando si applica non vuole essere solo di circostanza: la lettura alla trama delle generazioni – mi trovo in quedel libro è stata per me fonte di riflessioni non sto assolutamente d’accordo con Alfredo marginali anche nel campo della disciplina che Serangeli quando dice che al centro della ricermi trovo a maneggiare. ca c’è la persona – e mostra come le nostre radiPotrebbe sembrare che un ordinario di eccle- ci affondano in un humus nutrito delle vicende siologia alla pontificia Università Gregoriana deb- dei padri, che prima di noi e forse più di noi hanba occuparsi unicamente di massimi sistemi, e no amato questa terra, i quali si sono nutriti dei che realtà “minori”, come questa, non possano raccolti resi possibili da un fiume oggi tra i più inquinati, i quali hanno difeso una terra che oggi si trova a misurarsi con le sfide di un’area metropolitana che, nel momento in cui concede alcuni vantaggi, impone anche i suoi prezzi. Grazie dunque a chi ha scavato: alcuni, materialmente, nella terra; altri, metaforicamente, negli La Principessa Donna Gesine Doria-Pamphilj durante il suo intervento archivi, per conse- Piombinara : Il castello e la tenuta Febbraio 2010 gnarci un pezzo di storia che può rendere più consapevoli le generazioni di oggi, se si riuscirà a distoglierle da una distrazione che ormai è diventata un modo di essere, un vero e proprio fenomento di costume. Peraltro, le parti che compongono il volume costituiscono tre piccoli saggi – quello di Alfredo Serangeli non è piccolo, componendosi di 77 pagine – che si muovono su registri differenti ma complementari, elevando il castello e la tenuta di Piombinara a microcosmo che ci permette di entrare in un mondo più complesso di quanto la nostra supponenza ci permetta di immaginare. Per un comprensione che chiamerei “genetica”, i tre contributi possono essere letti in ordine inverso, partendo dai riscontri sul terreno, per ricostruire il paesaggio così come appariva dalle origini al XV secolo, e finalmente vedere come gli uomini di quel tempo vivevano all’interno di questo territorio. In effetti, la parte terza, su “La nascita della missione archeologica del castello di Piombinara”, a firma di Tiziano Cinti e Mauro Lo Castro, nel momento stesso in cui illustra il metodo e gli obiettivi della campagna di scavi realizzata dalla missione archeologica, descrive anche il territorio, ormai sconvolto nel suo disegno originario da due grandi vie di comunicazione – l’Autostrada e l’Alta velocità – oltre che dagli insediamenti di una zona industriale e commerciale che tende ad occupare ogni zona agricola residua, mettendo sotto gli occhi contrasti impensabili, come una vaccheria accanto all’Outlet o al Parco giochi prossimo venturo. Il contributo di Angelo Luttazzi su “Il castello di Piombinara e il territorio dalle origini al XV secolo”, descrivendo la viabilità antica, medioevale e moderna, offrendo una mappa documentata degli insediamenti abitativi, i sistemi di avvistamento e di difesa, offre una specia di “composizione del luogo” che costituisce lo scenario su cui collocare i protagonisti della storia, quelle generazioni di uomini e donne che hanno abitato la tenuta. A chiarirci il vissuto di quelle generazioni provvede la prima parte del volume a firma di Alfredo Serangeli. Il Direttore dell’Archivio Storico “Innocenzo III” di Segni conduce da par suo uno studio documentatissimo su “Il mondo di Piombinara nel panorama dello Stato pontificio”. E’ questo il sottotitolo di un contributo di 77 pagine titolato “Una tenuta della campagna romana”. Non “La tenuta di Piombinara” , ma “Una tenuta”, eleggendo Piombinara a caso emblematico di tante tenute della campagna romana, dove le dinamiche sociali, economiche, culturali tendevano a riprodursi allo stesso modo. Di qui l’interesse dello studio, che travalica il caso singolo e costituisce la lettura documentata di un sistema sociale diffuso nello Stato pontificio e non solo, e che contribuisce a spiegare tante cose dell’ Italia centrale di oggi, con ovvi riflessi sull’Italia Febbraio 2010 31 SEGNI 10 GENNAIO 2010: IMPOSIZIONE DELL’ABITO DELLE NOVIZIE Domenica 10 gennaio 2010, alle ore 12 presso la Concattedrale di Segni, durante la S. Messa si è svolta la vestizione dell’abito di cinque Suore Novizie, appartenenti all’Istituto delle Serve del Signore e della Vergine di Matarà, che è il ramo femminile della Famiglia Religiosa del Verbo Incarnato, fondato nel 1984 in Argentina, da Padre Carlos Miguel Buela. Alla celebrazione, presieduta da S. E. Mons. Andrea Erba, Vescovo Emerito della Diocesi Velletri-Segni, hanno partecipato Padre Buela, il Parroco Mons. Franco Fagiolo e molti Sacerdoti dell’Ordine. Erano presenti, inoltre, la Madre Provinciale Corredentora e le consorelle appartenenti a varie Comunità italiane. Al Sacro Rito hanno preso parte, oltre ai parenti ed amici delle Novizie, tanti fedeli, commossi e partecipi di fronte ad un momento così suggestivo e solenne. Le giovani che hanno preso l’abito hanno raggiunto questo primo traguardo, dopo un periodo di preparazione presso il Noviziato di Madonna di Loreto di Artena. La provenienza delle giovani è internazionale: una dalla Francia, una dalla Scozia, una dalla Martinica, due italiane: una romana ed una segnina, Rita Fiore che ha preso il nome reli- gioso di Suor Maria Vergine Addolorata, in onore della Madonna tanto amata e venerata a Segni. Il Coro “Totus Tuus” del Verbo Incarnato ha guidato e animato, con canti scelti e appropriati, tutta la celebrazione . di oggi. La storia della tenuta, in effetti, risulterebbe povera se mancasse la collocazione nel contesto amministrativo ed economico del Lazio: la scelta di chiarire il regime fondiario vigente nei territori soggetti alla Santa Sede dal medioevo all’unità di’Italia permette di inquadrare il sistema sociale e di delineare con chiarezza i profili dei protagonisti di una storia “feriale” - i proprietari, i mercanti, i contadini – che ha costituito il solco per la crescita di eventi straordinari e figure significative della storia civile e religiosa d’Italia. Il contributo di Alfredo Serangeli doventa così un percorso di progressiva focalizzazione, dal sistema delle tenute agricole in genere alla tenuta di Piombinara e ai suoi trascorsi sotto le varie famiglie di possidenti che si sono succedute, fino a farci vedere il microcosmo del casale della tenuta, costruito tra il 1778 e il 1783, dove si vedono all’opera per la sterpatura, la zapponatura, la mietitura, la tritatura i monelli, ma anche i mietitori, i bifolchi e i pastori. Capire quanto percepissero di salario significa rendersi conto di quale vita, al limite della sussistenza, fossero costretti a condurre queste generazioni che ci hanno preceduto, e, nel rispetto del loro sudore, a custodire meglio il territorio che ci è stato consegnato in eredità, e che dobbiamo contribuire tutti – ciascuno per la sua responsabilità e competenza – a far progredire per una migliore qualità della vita. L’augurio, quindi, è che tutti quelli che hanno lavorato a questo volume, ma anche tutti quelli, qui presenti, che svolgono azione a favore di questo territorio mettano in sinergia i loro sforzi e le loro capacità per realizzare un mondo, un microcosmo se volete, dove il rispetto della qualità della vita e il rispetto della vita dell’uomo stiano al primo posto. Febbraio 2010 32 Francesco Cipollini* Se tornare al passato aiuta a comprendere il presente e a dare indicazioni sul futuro, non mi pare superfluo soffermarci sul rapporto che lega la diocesi di Velletri con il grande santo di Fonte Avellana: Pier Damiani. Nell’archivio1 capitolare di Velletri è presente una pergamena che ci illustra la concessione di alcuni benefici, da parte di Papa Alessandro II, su preghiera di Pier Damiani.Nella lettera, datata 11 giugno 1065, il pontefice conferisce alcuni benefici a diversi sacerdoti veliterni. Tale concessione fu caldeggiata dall’intervento di Pier Damiani, che aveva comunicato al papa la fedeltà dei servizi resi dal clero di Velletri. Non si capisce come, altrimenti, Pier Damiani avrebbe potuto conoscere i servizi del clero di Velletri, se non occupandosi della diocesi.Anche un secondo testo di Pier Damiani fa esplicito riferimento ai canonici di Velletri.Nella produzione letteraria del solitario di Fonte Avellana, accanto alle lettere, ci forniscono preziose indicazioni gli oposculi, “che poi sono delle lettere più ampie. Nell’edizione del Gaetani, riprodotta da Migne, 2 se ne enumerano 60“ . Nell’opuscolo n. 34 “Disputatio de variis apparitionibus et miraculis”, considerato autentico dalla critica, Pier Damiani cita nell’introduzione i canonici di Velletri, , dapprima descritti come incorregibili e in seguito riabilita3 ti proprio per la sua opera .Nel 1615 l’abate benedettino Costantino Caetani, nel redigere l’Opera Omnia dell’abate di fonte Avellana premise al 4 testo dell’opuscolo 34 una introduzione in cui designa il ruolo di Pier Damiani in diocesi come primo e diretto responsabile: per lui la presenza e il lavoro damianeo a Velletri sono un dato di fatto! Mi pare di poter aggiungere a quelli già indacati, un altro elemento di valutazione. Se è vero, come è vero, che Pier Damiani non si è occupato solo della diocesi di Ostia, infatti egli stesso ci dice che si è dovuto occupare di duorum episcopatuum, unius regendi, alte5 rius visitandi ; se è altrettanto6vero che si è occupato della riforma dei canonici non solo di Velletri, allora mi pare degno di rilievo il fatto che non designi gli altri canonici, dei quali si è interessato, con gli stessi appellativi con cui designa i canonici di Velletri.È il caso, ad esempio, dei canonici di Fano. Ad essi si rivolge nei cinque capitoli del suo oposcolo De communi vita canonicorum appellandoli di volta in volta ora: dilectissimi, ora charissimi. Non raggiunge certo il grado di intimità dell’espressione ai “canonicis nostris, sanctae videlicet Velitrensis Ecclesiae“ contenuta nella lettera inviata ad Alfano, arcivescovo di Salerno. Tuttavia, chi si aspettava che il Damiani avesse espresso esplicitamente il proprio impegno nella cura pastorale della Diocesi di Velletri, potrebbe essere rimasto alquanto deluso! Ciò nonostante, a me pare di poter distintamente rintracciare nelle fonti alcuni elementi che ci inducono, ragionevolmente, a concludere che Pier Damiani si sia occupato, e in modo approfondito, della diocesi veliterna.Un primo elemento di valutazione credo sia il suo fervore in quella che noi oggi definiremmo l’attività pastorale, tanto da riformare i costumi del clero in un periodo storico in cui i sacerdoti non brillavano certo per evangelicità; la storia stessa ci insegna come sia difficile e lungo il cammino (tanto da richiedere una presenza stabile!) per giungere ad una conversione che non sia solo superficiale ma che tocchi il cuore delle persone. Un altro dato è certamente rappresentato dalla convinzione, praticamente unanime, degli studiosi che hanno approfondito la problematica relativa alla presenza e all’attività del solitario di Fonte Avellana a Velletri. Non è la sede questa per un approfondimento ma, allo stato attuale delle ricerche, praticamente tutti gli storici successivi considerano accertata la presenza di Pier Damiani a Velletri. A tal proposito, la difficoltà principe è, comunque, la definizione dei limiti cronologici della presenza veliterna; non sappiamo per quanto tempo si sia protratta l’attività damianea in diocesi non potendo definire precisamente il momento dell’inizio del suo episcopato veliterno e il suo termine. Molto probabilmente l’inizio va inquadrato tra il 1061 (anno dell’elezione di Alessandro II) e il 1065 (anno in cui viene concesso il privilegio); mentre la fine di tale episcopato, probabilemente, non va collocata prima del 1069 (anno a cui va attribuito l’opuscolo 34, secon7 do il Lucchesi ).Un terzo elemento che, a mio avviso, comunque va considerato è la lettera per i benefici dei sacerdoti veliterni di cui abbiamo fatto cenno all’inizio di questo articolo. Una personalità della statura morale di Pier Damiani, che sappiamo aspirare più alla solitudine dell’eremo che agli onori della dignità episcopale, sono convinto che difficilmente avrebbe acconsentito a perorare la causa di persone che non fossero integerrimi e corretti almeno quanto lui.Doveva conoscerlo bene il clero di Velletri, tanto da invocare per loro presso il pontefice la concessione dei benefici, ma tale conoscenza è frutto, senz’altro, di frequentazione! *Docente di IRC e storico della Chiesa 1 Diversamente interpretata dagli studiosi. Per un ulteriore approfondimento rimando al testo degli atti del convegno celebrato a Velletri nel 2000, da cui ho tratto la presente riduzione F. CIPOLLINI, Pier Damiani (+ 1072). Figura, aspetti dottrinali e memoria nella diocesi di Velletri, Venafro 2003. 2 P. PALAZZINI, Pier Damiani, in Bibliotheca Sanctorum, Roma 1968, col. 562. 3 Refero tibi de canonicis nostris, sanctae videlicet Velitrensis Ecclesiae, quia qui sub multis laboribus nostris atque sudoribus incorrigibiles videbantur, jam per divinam gratiam resipiscunt, et per canonicae regulae tramitem non jam coacti, sed gaudentes incedunt. 4 Velitrensis Ecclesiae, cui ipse praeerat : queste le parole usate dal Caetani. 5 Cfr. Op 20, Apologeticum de dimissu episcopatu; PL CXLV, 443. 6 Si veda J. LECLERCQ, San Pier Damiano. Eremita e uomo di chiesa, Brescia 1972. 7 G. LUCCHESI, Per una vita di San Pier Damiani. Componenti cronologiche e topografiche, Cesena 1972, 159. Febbraio 2010 Emanuela Ciarla Le origini del giglio, fiore candido e puro secondo l’immaginario comune, sono riconducibili al territorio dei Balcani e dell’Asia Minore, ma le prime attribuzioni simboliche non sono da ricercarsi nella Bibbia, ma nelle religioni pagane precedenti a quella cristiana. Ad Elam per esempio era chiamata “Dio dei gigli” la divinità lunare, mentre a Creta sia la regina che la dea avevano uno scettro con il giglio; e così la tunica d’oro di Zeus olimpico era anch’essa ornata degli stessi fiori. Sempre in ambito greco un’antica credenza narrava che l’uomo dopo la morte poteva assumere la figura di un giglio e nella mitologia si narra anche di un’impresa del celebre Ercole che, succhiando il latte da Hera e facendone cadere alcune gocce, creò la Via Lattea, ovvero il ponte tra il palazzo di Giove e quello degli dei più potenti e nello stesso momento fece nascere il profumatissimo giglio. Nella religione degli antichi Romani era così il fiore consacrato alla dea Giunone madre di tutti gli dei e protettrice della casa. Nella Bibbia è un simbolo di elezione e se ne parla nel libro dei Salmi, dove il capocoro delle nozze del re viene accostato ai gigli, ed ancora il profeta Osea dice che il Signore è talmente vicino al suo popolo che vuole essere come la rugiada, così che “esso fiorirà come un giglio” (Os 14,6). Figurativa nel Cantico dei Cantici l’espressione dello sposo che definisce l’amata “giglio tra i cardi”(Ct 2,2), mentre lo sposo si presenta come “un narciso di Saron, un giglio delle valli”(Ct 2,1), che scende nel giardino a raccogliere i gigli, immagine ancora di purezza e bellezza. Nel libro dei Re si racconta che i capitelli delle colonne del tempio di Salomone erano a forma di giglio (1 Re 7,19-22) e della stessa foggia erano anche altri oggetti usati per il culto a dimostrazione del significato religioso che rivestiva. Nel Nuovo Testamento Gesù stesso parla dei “gigli del campo” e della loro bellezza nello splendido discorso del- 33 la montagna. Ancora oggi quando si pensa al giglio la prima immagine che appare alla nostra mente è di un fiore candido e puro, che abbaglia con la sua sfolgorante bellezza e stordisce con il suo inebriante profumo, e per questo il cristianesimo lo ha usato nell’iconografia dell’ Annunciazione, quando l’Arcangelo Gabriele offre alla Vergine questo fiore delicato che simboleggia la sua Immacolata Concezione. Lo ritroviamo nei prati celesti dei mosaici ravennati e delle basiliche romane, come simbolo di innocenza, pertanto fiorisce ai piedi di santi e vergini. Angeli ed arcangeli hanno spesso come attributo il bastone fiorito con un giglio stilizzato all’apice, che rappresenta il segno della sovranità di Dio sulla terra e sui cieli e quando esce dalla bocca di Dio stesso diviene simbolo della Grazia. In ambito storico è uno dei simboli più famosi, da Firenze alla Francia, sempre legato a nobiltà e regalità, e tra i santi che lo presentano nella loro iconografia ricordiamo S. Domenico, S. Luigi Gonzaga e S. Vincenzo Ferrer, solo per citarne alcuni. Annunciazione, part. di Adriaen von de Velde Oxford Febbraio 2010 34 Se non ci saranno ostacoli al cammino parlamentare, la Riforma dell’Università varata recentemente dal Consiglio dei Ministri dovrebbe diventare Legge nella primavera del 2010. Il Ministro del M.I.U.R ( Ministero dell’ Istruzione, Università, Ricerca scientifica) non ha dubbi ed anzi prevede tempi rapidi per i successivi decreti e regolamenti, indispensabili a rendere operativa la Riforma dell’Università fin dal successivo anno accademico e quindi ad sa del lavoro. La preparazione e la moralità della classe docente dovevano essere poste in primo piano, per evitare le scandalose situazioni più o meno appariscenti, perché spesso sistematiche. Da queste brevi considerazioni scaturisce il positivo accoglimento della Riforma dell’Università che, però, non sarà a costo zero e, quindi, c’è da sperare che il Ministro dell’Economia metta a disposizione tutti i fondi necessari, come ha annunciato, indicando genericamente la copertura finanziaria con i proventi dello “scudo fiscale”, ossia derivanti un anno di distanza dall’entrata in vigore della Scuola secondaria superiore : scelta opportuna, perché esiste una stretta connessione tra i due percorsi di studio, nel senso che l’uno è propedeutico all’altro ed entrambi possono riaprire le prospettive di un qualificato inserimento dei giovani nel mondo del lavoro. Nel 2011 andrebbe quindi completamente cancellata la Riforma Gentile del 1923 che, sopravvissuta al regime politico che l’aveva prodotta, pur con modifiche considerevoli, benché siano naufragati tutti i tentativi di riforma nel mezzo secolo dell’era repubblicana, è giunta fino ai nostri giorni dimostrando una notevole vitalità, perché l’Istruzione pubblica in Italia è sicuramente progredita, nonostante le problematicità derivanti dalle nuove esigenze e le negatività addebitabili soprattutto a modifiche contraddittorie ed a degenerazioni della società. Infatti, nel momento in cui l’Istruzione è stata aperta a tutti e giustamente, non più limitata ad una minoranza di studenti, ha raggiunto la quasi totalità della fascia di popolazione in età evolutiva, il vecchio impianto doveva essere radicalmente modificato subito, senza le inconcludenti discussioni portate avanti per decenni. Il principio democratico dell’uguaglianza ed anzi di aiuti concreti ai “capaci e meritevoli” per raggiungere i gradi più elevati dell’istruzione, doveva essere coniugato con la serietà degli studi, impedendo alla scuola di diventare un “parcheggio” dei giovani in atte- dal rientro dei capitali dall’estero. Ma poiché è risaputo che anche per altri settori e per altre esigenze si fa grande affidamento su tale “tesoretto” – tutto da verificare e non certo inesauribile – non si può credere che dalla razionalizzazione e dall’eliminazione degli spreghi si possa ricavare la maggior parte delle risorse per il potenziamento delle strutture ed il rilancio degli studi universitari. La nuova Università dovrà essere di alto profilo culturale e scientifico e – come sottolinea la Confindustria – dovrà essere “ in condizione di competere ad armi pari con i migliori Atenei del mondo”. Pertanto si parte dal superamento della situazione attuale, caratterizzata da localismi che hanno portato a moltiplicare le sedi universitarie e ad aprire continuamente succursali, smarrendo il significato stesso dell’istituzione, come centro qualificato di cultura e di ricerca scientifica; si pone necessariamente termine alle disfunzioni organizzative e didattiche, per permettere di raggiungere risultati validi agli studenti, in una cornice di impegno serio e produttivo, per evitare l’elevata dispersione ed il conseguimento del titolo in un numero di anni di molto superiore a quello stabilito. Ai giovani, però, devono essere assicurati quegli aiuti necessari per accedere agli studi universitari e per una serena e proficua frequenza. Il Ministro, a tal fine, ha affermato che il diritto allo studio dei più meritevoli sarà garantito con “borse di studio” e con “prestiti d’onore”. Antonio Venditti Il nuovo ordinamento universitario prevede significative novità. Ogni Ateneo potrà avere un massimo di 12 facoltà, con la conseguente eliminazione delle facoltà “inutili” . Le funzioni del Senato accademico saranno distinte da quelle del Consiglio di Amministrazione : l’uno, presieduto dal Rettore che potrà restare in carica per non più di otto anni, avrà la responsabilità della conduzione didattica e della ricerca scientifica; l’altro, diretto da un manager , Direttore Generale, avrà la gestione amministrativa e finanziaria, con l’obbligo di bilanci trasparenti ed oculati. La grande questione dei docenti e dei ricercatori è risolta senza equivoci, per stroncare ogni possibilità di futuri abusi. È istituita una “abilitazione nazionale” per professori associati ed ordinari. La Commissione esaminatrice sarà composta da membri autorevoli, anche stranieri. Le singole Università procederanno alle nomine , dopo aver bandito i relativi concorsi pubblici con chiare procedure. I ricercatori avranno un contratto triennale, al termine del quale, dopo la valutazione delle loro ricerche, potranno essere assunti come professori associati. Vengono istituiti “Nuclei di valutazione d’ateneo”, con una significativa presenza di membri esterni, per rendere possibile una valutazione oggettiva ed imparziale del funzionamento generale. Nel caso di valutazione negativa della gestione delle risorse, saranno ridotti i finanziamenti del Ministero. L’attività di docenza è soggetta a valutazione anche da parte degli studenti e solo i “migliori” docenti potranno ottenere scatti di stipendio. Pur sinteticamente sono state illustrate le linee fondamentali del progetto di Riforma dell’Università presentato dal Governo al Parlamento, che può apportare modifiche ma si presume che sarà approvato senza sostanziali cambiamenti. E, quindi, esistono davvero le condizioni nel prossimo futuro, per rinnovare gli Atenei italiani, sicuramente resi più validi ed efficienti anche dalla riduzione di numero, che potranno risalire nelle graduatorie mondiali , dove sono posti attualmente piuttosto in basso rispetto a quelli più prestigiosi dei paesi sviluppati. Tuttavia non sarà facile, con la trasformazione strutturale ed organizzativa, modificare le mentalità ed i comportamenti di quanti hanno avuto e seguiteranno ad avere responsabilità all’interno delle istituzioni universitarie, trasmettendo messaggi sbagliati e fuorvianti. E di questo pericolo sembrano consapevoli gli autori della Riforma, che hanno previsto l’adozione di un “codice etico” per “garantire trasparenza nelle assunzioni e nell’amministrazione” evitando “incompatibilità, conflitti di interessi legati a parentele”. Si avverte l’eco di scandalose situazioni, “giustificate” dai responsabili, con ruoli importanti all’interno delle Università, come fatti “normali” e “legittimi”. E’ la dimostrazione di quel “male” nazionale, che coinvolge certo i politici, ma non solo e comunque tutti gli ambiti della Pubblica Amministrazione, concepita non come servizio ma come potere per privilegi ed arricchimenti. Preservare l’Università da tale degenerazione sarebbe veramente un buon segnale di rinascita civile. Febbraio 2010 HAIKU: ISTANTANEE DELL’ANIMA 35 Melode, C.C.C. 525), leggo una poesia (per esempio C’era di J. Jimenez. A questo proposito, diffidate delle traduzioni su internet : componimenti della classe IV Scuola Elemetare di Artena loc. Macere Anno scolastico 2009-2010 Anche se con ritardo, offriamo alla vostra lettura gli haiku natalizi elaborati dagli alunni delle classi IV e V della scuola elementare di Macere durante il corrente anno scolastico. Da molto tempo, in qualunque ordine di scuola mi trovi ad insegnare, uso questa tecnica di scrittura per mettere gli studenti, piccoli o grandi che siano, in contatto con il “mistero” del Natale…non basta parlargliene, devono sperimentarlo. I testi prodotti, tuttavia, sono sempre stati consegnati ai rispettivi autori: non ne ho conservato mai neppure una copia. La metodologia che utilizzo consiste nel dare tre semplici input : scrivo alla lavagna uno splendido passo del Catechismo della Chiesa Cattolica (kontakion di Romano il componimenti della classe V sono davvero pessime!) e spiego con un esempio pratico, cioè facendone uno insieme a loro , come si fa a fare l’haiku. L’haiku è un tipo di componimento poetico di soli tre versi (il primo di 5 sillabe, il secondo di 7 e il terzo ancora di 5) sviluppatosi in Giappone nel XVII secolo, ma molto apprezzato ancora oggi e dovunque per la sua concisione, per la sintesi – sorprende in primis lo scrivente ! davvero potente che si riesce ad operare fra livello cognitivo ed emotivo. I bambini vivono quest’esperienza come un gioco attraverso il quale scoprono di essere capaci di mera- vigliare e meravigliarsi, riescono a contattare le loro emozioni più profonde e a comunicarle, accrescere l’autostima derivante dall’essere riusciti a fare emozionare e a lasciare increduli gli adulti. Dico anche ai miei alunni che il segreto per riuscire a scrivere un haiku è di concentrarsi su un’immagine, un ricordo, un’emozione cercando di “fotografarla” attraverso le parole…un’istantanea insomma, una polaroid (spiego cos’è, nell’Era del digitale non mi capiscono!) dell’anima. Molte colleghe hanno vissuto e condiviso il dono di poter dire “Non è possibile che abbiano scritto questo…eppure l’ho visto con i miei occhi!”. A tutte loro va il mio pensiero e il mio affetto. Ed è anche per il loro lavoro prezioso e silenzioso, nascosto nelle aule di una scuola più o meno di città, più o meno di provincia, che porgo a voi i piccoli miracoli, quotidiani e sconosciuti, di questi bambini. A febbraio, certo, perché come ha scritto Sofia Taloni di anni dieci: Il Natale è Per un giorno solo, ma In noi per sempre! … non riesco a leggerli senza sentirmi profondamente grata. Luigina Ruffolo IDR Febbraio 2010 36 “Il Divin Pittore” La Madonna col Bambino e i santi Ercolano e Costanzo del Perugino in mostra al Museo Diocesano di Velletri fino al 28 febbraio Dott.ssa Sara Bruno* Pietro di Cristoforo Vannucci, meglio conosciuto con il nome di Perugino, nacque a Castel (ora Città) della Pieve tra il 1445 ed il 1452 da una delle famiglie più importanti e ricche della città, nella quale peraltro non si conoscono produzioni giovanili dell’artista. In quegli anni la realtà artistica umbra, e quella perugina in particolare, era molto vitale ed intensa; il benessere economico incrementava la produzione di importanti opere sia pubbliche che private e la pittura era influenzata dall’opera di Pietro della Francesca, che a Perugia aveva lavorato. Le esperienze artistiche umbre del Vannucci iniziarono probabilmente nelle botteghe locali e furono caratterizzate da una pittura luminosa, scorrevole e con un grande equilibrio tra architettura e personaggi. Ma fu a Firenze che l’artista ebbe gli insegnamenti fondamentali. Secondo la testimonianza di Vasari, lavorò nella più importante e conosciuta bottega fiorentina, quella di Andrea Verrocchio, dove si insegnavano pittura, scultura e oreficeria. In quel momento la formazione artistica a Firenze, era caratterizzata dall’esercizio del disegno dal vero, fondamentale per qualsiasi pratica artistica, che Pietro Vannucci: La consegna delle chiavi 1481-1482 richied e v a anche studi anatomici, ed era molto attenta alla linea di contorno, a volte leggermente marcata, tipica della pittura dello stesso Verrocchio. Nel 1472 il Perugino è iscritto alla Compagnia di San Luca con il titolo di “dipintore” ed è quindi in grado di esercitare l’arte della pittura autonomamente. L’anno successivo ricevette la prima commissione rilevante della sua carriera artistica, che segnò una prima svolta nella sua produzione. I francescani di Perugia gli commissionarono la cosiddetta “nicchia di San Bernardino”, costituita da otto tavolette che componevano due ante. Realizzata a più mani, evidenzia l’intervento del Vannucci in due tavolette, tra cui quella con il titolo San Bernardino risana una fanciulla, conservata oggi nella Galleria Nazionale dell’Umbria Roma, Città del Vaticano, Cappella Sistina a Perugia. Raggiunta la notorietà, fu chiamato nel 1478 a Roma dove dipinse l’abside della cappella del coro nella Basilica Vaticana per papa Sisto IV, opera che in seguito fu distrutta. Nel 1481 fu richiamato dallo stesso pontefice per affrescare la finta pala d’altare su una delle pareti della Cappella Sistina, poi distrutta per far posto al Giudizio Universale di Michelangelo, così come le altre due scene che aveva realizzato con la Nascita e il Ritrovamento di Mosè e la Natività di Cristo. Da quel momento e fino al 1483 partecipò alla decorazione della Cappella con le Storie di Cristo accanto a Sandro Botticelli, Domenico Ghirlandaio, Cosimo Rosselli ed altri artisti fiorentini chiamati da Sisto IV. Realizzò la Consegna delle chiavi lasciando al Pinturicchio, suo collaboratore, la realizzazione delle scene con il Viaggio di Mosè in Egitto e il Battesimo di Cristo. Nel 1498 lavorò alla decorazione della Sala dell’Udienza nel Collegio del Cambio a Perugia, terminato nel 1500. La decorazione del Collegio del Cambio, indubbiamente un capolavoro, rivela anche la ripetizione di modelli compositivi e la difficoltà di rappresentare scene e personaggi in movimento. L’opera in mostra a Velletri, appartiene alla fase della maturità artistica del Vannucci. Realizzata intorno al 1515, nell’ultimo decennio di vita dell’artista (morto nel 1523), la Madonna col Bambino e i santi Ercolano e Costanzo è conosciuta con il nome di Madonna della cucina poiché si trovava vicina alle cucine del Palazzo dei Priori di Perugia per il quale venne commissionata. Raffigura la Vergine senza velo che tiene, con un tocco leggerissimo delle mani, il Bambino in grembo, il quale volge lo sguardo verso sinistra. Ai lati si trovano i Santi Ercolano e Costanzo, raffigurati insieme alla Madonna con il Bambino anche in un’altra opera del Perugino conservata nella sala VII dei musei vaticani insieme ad altri santi. La composizione, totalmente equilibrata per gli atteggiamenti e per le pose armoniche e placide dei personaggi, che hanno sullo sfondo un lieve accenno di quello sfumato che il Vannucci aveva appreso a contatto con Leonardo da Vinci, è permeata da quella grazia che da sempre ha reso inconfondibile l’opera del Perugino. La tavola pur ripetendo un tipico schema compositivo dell’artista, mostra le caratteristiche che tanto piacevano ai suoi contemporanei, caratteristiche che lo fecero definire il “divin pittore”. La replica frequente di soggetti e composizioni non era considerata all’epoca come una mancanza di inventiva, ma era spesso richiesta dalla committen Febbraio 2010 Pietro Vannucci: La Madonna col Bambino e i Santi Ercolano e Costanzo Madonna della Cucina, 1515 ca. Perugia, Galleria Nazionale dell’Umbria 37 za che poteva essere certa del risultato finale e fedele allo stile e alla mano dell’artista. E le sue opere erano così apprezzate che lo stesso Vasari, nelle Vite del 1568, scrisse come la sua pittura “tanto piacque al suo tempo, che vennero molti di Francia, di Spagna, d’Alemania e d’altre province per impararla”. Lo straordinario livello qualitativo della sua arte fu ben compreso, poiché alla fine del Quattrocento era considerato uno dei più grandi pittori d’Italia. Nell’arco della sua vita Perugino fu un instancabile lavoratore e un ottimo organizzatore di bottega, tanto da essere considerato da alcuni il primo artista-”imprenditore”. Fu in grado, infatti, di gestire contemporaneamente due attivissime botteghe: una a Firenze, aperta negli anni settanta del Quattrocento e nella quale si formò Raffaello, ed una a Perugia, aperta nel 1501, nella quale si formò una generazione di pittori di scuola umbra che diffusero poi il suo linguaggio artistico. Egli realizzò numerose opere per altre città d’Italia, come Lucca, Venezia, Bologna, Ferrara e Milano, e soggiornò per importanti commissioni a Roma e nelle Marche. Per soddisfare le numerose richieste che riceveva orga- nizzò le sue botteghe e i suoi assistenti in modo da portare avanti più incarichi, senza restare mai senza lavoro. Come si era soliti fare all’epoca, il maestro realizzava il disegno della composizione, creava schemi grafici e cartoni preparatori ed eseguiva le parti dell’opera con difficoltà maggiori, affidando agli assistenti le parti marginali, come sfondi e predelle. La bravura del maestro, nel coordinare un lavoro di questo tipo, si riscontra anche nel fatto che pur avendo nelle opere l’intervento di più mani la resa era orchestrata in modo da non far scadere la qualità artistica e l’unità dell’opera, di modo che potesse essere ricondotta ad un unico stile. La Madonna della cucina di Pietro Vannucci, considerato come il più grande tra i protagonisti di quel rinnovamento dell’arte italiana nel culmine del Rinascimento, tra gli ultimi decenni del XV e i primi del XVI secolo, sarà visibile nel Museo Diocesano di Velletri fino al 28 febbraio. *Conservatore del Museo Diocesano di Velletri Christus Mara Della Vecchia Christus è una delle più importanti e interessanti opere di musica religiosa di Liszt. La stesura del testo dell’oratorio ha avuto un percorso piuttosto complicato, dapprima il musicista si rivolse a letterati e poeti di diversi orientamenti spirituali e opposte posizione religiose, infine decise di comporre egli stesso il testo, selezionando brani dalla Bibbia, dai Vangeli e da inni medioevali, tutti in lingua latina. Questa tormentata preparazione dell’opera è esemplificativa della parabola ideologica-religiosa percorsa dal musicista nel corso della sua vita, il quale partendo da convinzioni riformiste e rivoluzionarie è approdato infine a un rigoroso tradizionalismo in seno alla Chiesa di Pio IX. Nel Christus Liszt sceglie le parole dell’antica tradizione nel desiderio di tornare a una religiosità primitiva, lontana dalle contaminazioni e dalle complicazione della contemporaneità, in fondo la religiosità, espressa dalla musica sacra di Liszt, è una religiosità utopica e fuori dalla realtà. L’oratorio, composto tra il 1855 e il 1867, è diviso in tre parti: Oratorium in Nativitate Domini, Post Epiphaniam, Passio et resurrectio.Per quanto riguarda lo stile musicale, Liszt lo ha legato profondamente al testo da lui stesso preparato, impiega il can-to gregoriano inteso come espressione del popolo, usa la polifonia classica e le modalità antiche, scartando decisamente il recitativo e l’aria che sono forme tipiche dell’oratorio barocco, classico e romantico, ritenute inadeguate all’espressione del sentimento sacro puro e originario in quanto, non solo perchè caratteristiche della musica contemporanea, ma anche perché evocano, fatalmente, una musica decisamente non religiosa. Tutta l’opera esprime la tensione dell’autore verso la ricerca di una spiritualità primitiva, arcaica addirittura primigenia, ma comunque risulta una composizione raffinata, originale anche nell’uso dell’orchestra, organo, coro e solisti, che vengono trattati in modo davvero poco tradizionale. Liszt assistette alla prima esecuzione della prima parte della sua opera nel 1871 a Vienna, diretta da Anton Rubinstein e con all’organo Bruckner , mentre la prima dell’opera completa fu diretta dallo stesso compositore nel 1873 a Weimer. Nonostante Liszt sia un autore popolare e le esecuzione delle sue composizioni strumentali siano frequentemente presenti nei programmi concertistici, il Christus non è un’opera molto eseguita e difficilmente si trova nei repertori dei più noti esecutori. Febbraio 2010 38 Il concetto di danno biologico Il concetto di danno ha le sue radici nella lex Aquilia (III sec. a.C.), una vera e propria legge penale che sanzionava il cosiddetto damnum iniuria datum cioè il danno causato con azione giudiziaria ingiusta e temeraria. Secondo Mortati, in questa legge il concetto di comportamento “ingiusto”, assumeva il carattere del dolo (ossia dell’intenzionalità) ovvero della colpa (ossia della negligenza). Danno deriva da demere, che significa togliere; letteralmente ha il significato di pregiudizio, discapito, menomazione, lesione, ecc (Gerin C. 1987). Possiamo considerarlo come ogni variazione pregiudizievole del modo di essere di una persona o di una cosa; come fenomeno medico esso riguarderà i beni della vita e l’integrità psico-fisica della persona. Con questa definizione , il concetto di danno riguarda il “valore uomo” in senso totale, comprenderà l’attività lavorativa (come fonte di guadagno e realizzazione personale), ma anche le attività della vita di relazione e tutte le attività che sono fondamento stesso dell’esistenza di un essere umano. Si riconosce all’uomo un valore patrimoniale (Gerin C. 1987), pertanto ogni alterazione dell’integrità dell’uomo, in senso peggiorativo, qualora sia causata da azione illecita, giustifica U n l i b ro a d i f e s a della lingua italiana E’ uscito da poco il libro “Lingua, linguaccia e…Altro”, scritto dal prof. Mario Rinaldi e stampato dall’associazione culturale “Mons. Giuseppe Centra” di Rocca Massima. Si tratta di “un aiuto per meglio esprimersi in italiano”, come recita il sottotitolo. L’autore, professore di lettere di…”lungo corso”, con pazienza certosina e costanza eccezionale, nei tanti anni di insegnamento, ha annotato gli “sfondoni” pronunciati o scritti dai suoi studenti, quelli ascoltati dalle trasmissioni televisive, letti sui giornali, pronunciati da persone importanti…perfino dai politici nelle aule del Parlamento! Ne è nata una ponderosa raccolta che, assieme alle correzioni, ai dovuti richiami grammaticali e linguistici…costituisce il contenuto del libro. Destinatari sono soprattutto gli insegnanti e gli studenti, ma anche coloro che vogliono fare un po’ d’attenzione VANTAGGI PER IL CLIENTE CHE SCEGLIE IL SERVIZIO PARTELESA un equo risarcimento al danneggiato da parte di chi ha causato il danno. Immaginiamo quanto sia difficile poter valutare attraverso parametri standard l’entità di un danno alla persona. La persona è unica ed irripetibile, così come unico ed irripetibile è il dolore, la sofferenza, la perdita e la percezione personale di questi vissuti da persona a persona. Il concetto di danno biologico vuole esprimere un danno di natura non patrimoniale in quanto danno al bene della salute, ossia di danno non liquidabile secondo canoni fissi perché difficilmente valutabili sono le lesioni alla persona come unità psico-fisica. Da questo discorso emerge chiaramente la difficoltà insita in ogni valutazione di danno alla persona. In ambito medico-legale la riflessione e lo studio in tal senso hanno visto nascere varie forme di tabellazione, allo scopo di fornire criteri orientativi, finalizzati alla valutazione del danno. La dimensione “umana” del danno non può essere trascurata poiché significherebbe negare il concetto di danno biologico, significherebbe negare la sofferenza individuale, soggettiva e quindi non sovrapponibile a quella di un altro, poiché ogni individuo, pur avendo elementi comuni ad altri individui, è identico solo a se stesso. Nessuna spesa anticipata per far valere i propri diritti Pagamento di una percentuale e degli onorari solo in caso di esito positivo della contrattazione e a seguito della liquidazione Risoluzione delle pratiche in ambito stragiudiziale (rimborsi adeguati e rapidi) Massimizzazione del risarcimento dal punto di vista dell’interesse del cliente Gestione di ogni aspetto della pratica Punti di Assistenza PARTELESA diffusi in tutto il territorio nazionale per l’assistenza legale, medico e amministrativa, che si avvalgono di un’Èquipe di Avvocati specializzati in base alla tipologia di danno e di Cliniche mediche convenzionate per perizie, visite ed esami necessari alle procedure di risarcimento. Chiunque desidera saperne di più può contattare il Punto di Assistenza PARTELESA di Velletri in Via Fontana della Rosa 29/31 ai numeri 06/96155479 o al 3289737983 chiedendo del Dott. Marcello Schiavetta per fissare un colloquio senza impegno. al modo di esprimersi in italiano in modo decoroso. Innumerevoli sono i suggerimenti per evitare sgrammaticature, neologismi incomprensibili, gallicismi, anglicismi, espressioni gergali proprie di alcune categorie di persone. Insomma nel volume si ritrova buona parte di quanto i professori d’italiano d’un tempo segnavano con la matita rossa o blu (e dovrebbero ancora farlo!) nei compiti dei loro alunni, ma con tutte le motivate correzioni del caso. Il volume non è affatto noioso né pedante, anzi risulta anche divertente, non solo per i tanti particolari esilaranti narrati dall’autore, ma anche per le vignette che lo arricchiscono e che sono opera di due artisti veliterni: il celebre Roberto Mangosi e il giovane Fabio Maggiore che dimostra fantasia estrosa e adeguata tecnica espressiva. Insomma si è riusciti ad unire l’utile e il dilettevole. Il volume è reperibile presso “Associazione Culturale Mons. G. Centra”, Piazzetta Madonnella 1 - 04010 ROCCA MASSIMA (LT) fax 06/96006887. Enrico Mattoccia Febbraio 2010 Valentina Fioramonti Il più celebre detective londinese, il padre di tutti gli investigatori privati, diventato un mito dal suo primo apparire (Uno studio in rosso, 1887), non ha mai avuto vita facile al cinema. Nonostante le prove di Arthur Wontner negli anni Trenta, di Basil Rathbone nei Quaranta e di Peter Cushing nei Sessanta (e poi negli Ottanta in tv), la logica ferrea e l’ intuito deduttivo di Sherlock Holmes non sono qualità propriamente cinematografiche. Si fa fatica a dar loro una forma che si adatti ai ritmi veloci e la logica della suspense. Così non stupisce che Guy Ritchie si sia preso ben più di una libertà, alimentando le fila degli scontenti e dei detrattori, riuscendo però a portare finalmente al cinema uno Sherlock Homes che vale la pena di vedere. Sul finire dell’Ottocento, Londra è una città affascinante e pericolosa. I cittadini più curiosi si dividono tra le novità tecnologiche e il richiamo per l’occulto e il soprannaturale. Falsa magia, complotto politico, sacrifici umani, l’eterna lotta contro il professor Moriarty sono i temi dei quattro romanzi e cinquantasei racconti di Conan Doyle dedicati a Le avventure di Sherlock Holmes. Questa storia non la si ritrova né nei quattro romanzi né nei cinquantasei racconti; gli sceneggiatori Lionel Migram e Michael Robert Johnson li hanno riecheggiati un pò tutti tornando alle origini del personaggio di Conan Doyle. Intuito e cervello, una buona dose di muscoli e, soprattutto, non lo sentirete mai dire “Elementare, Watson!”. Anche Watson non scherza, giovane e bello con il suo humor inglese. Insieme, il detective e il dottore formano una coppia strepitosa, interpretata da Robert Downey Jr. e Jude Law e diretta da Guy Ritchie (si proprio lui, l’ex marito di Madonna). Rivisitare “Le avventure di Sherlock Holmes” 108 anni dopo la pubblicazione non sarà stato facilissimo per Guy Ritchie. Il regista c’è riuscito benissimo, forte del successo dei suoi ultimi due film, RocknRolla e Snatch – lo strappo, dopo un inizio di carriera non brillantissimo (basti ricordare Swept Away – Travolti dal destino del 2002, tremendo remake di Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto del 1974 di Lina Wertmüller). Nel riprendere il personaggio creato da Sir Arthur Conan Doyle e realizzare il film Sherlock Homes, Ritchie ha dato il meglio di sè, nonostante in alcuni tratti il film sembri tutto tranne che la trasposizione cinematografica di un classico della letteratura ambientato a fine ‘800. Il film infatti si abbandona ad una lettura molto originale e accattivante del celebre detective londinese, riuscendo a fondere insieme diversi generi: il thriller con esoterismo e magia, il giallo con il filone poliziesco e la trama investigativa, l’azione e l’avventura con i combattimenti e le sparatorie, infine il dramma, con gli intrecci amorosi e la particolare storia d’amicizia. Lo stesso Sherlock Holmes di Ritchie è molto diverso dall’iconografia tradizionale del personaggio: unisce contemporaneamente l’intuito di James Bond al mistero di Dylan Dog e alla fisicità di Fight Club, gli enigmi alla Mission Impossible all’atmosfera di Jack lo Squartatore. Tutto ciò interpretato maestosamente da Robert Downey Jr. che si adatta perfettamente al ruolo, forte del carisma che si è conquistato negli anni. È lui che fa rivivere il fascino stravagante ed eccentrico del genio deduttivo concepito da Arthur Conan Doyle, quell’ investigatore capriccioso e infallibile e incredibilmente erudito di Baker Street. Il nuovo Holmes è sullo scher- 39 mo ciò che Downey Junior è nella vita: coerente e vigoroso, talento istrionico, uomo intelligente e contraddittorio, paladino ironico, non privo di fantasmi e trascorsi burrascosi. Al suo fianco, Jude Law è un dottor Watson con personalità, un passo indietro in quanto a genialità e spavalderia ma complice sincero, braccio destro fidato e intimo amico, il che val bene una scenata di gelosia e un tocco di isterismo. Da co-protagonista, Watson diventa vero e proprio deuteragonista. Non avrebbe potuto essere diversamente vista l’importanza dell’ attore chiamato a interpretarlo, quel Jude Law che ha trasformato il personaggio da testimone in strumento dell’azione, facendosi carico di quello che Holmes non riesce a fare. Infine da segnalare la ben ruscita prova di Eddie Marsan nella parte dell’ispettore Lestrade. Il tutto in una Londra che sembra uscita da una litografia dell’epoca, perfettamente ricostruita, esaltata dall’ottima fotografia, a tratti fumettosa e molto plumbea, curata dal premio Oscar Philippe Rousselot. Un mix di sudicia miseria ottocentesca e prima rivoluzione industriale; paesaggio di architetture contrastanti, macchine edili, docks, cantieri navali; ambiente pulsante di energia e di violenza con sullo sfondo i grandi nobili palazzi delle istituzioni e dei ricchi. La colonna sonora a cura di Hans Zimmer, anche lui Premio Oscar, accompagna il film senza strafare ma senza mai dare senso di vuoto. Aldilà dei personaggi (vero cardine del successo del film) e dell’ottima ricostruzione, lo stile scelto da Ritchie per la regia aggiunge moltissimo al film: velocissimo e sorprendente, tiene insieme la classica ambientazione cupa e tetra del romanzo londinese fine Ottocento con il linguaggio pubblicitario (ben conosciuto dal regista), i videogiochi e le arti marziali. Alfiere di un cinema funambolico e ipercinetico, Ritchie non concede un attimo di tregua né ai suoi personaggi né allo spettatore. Risolve con uno sdoppiamento temporale il problema di raccontare le virtù intuitive di Holmes: prima ci mostra, al rallentatore, il fluire del ragionamento sherlockiano, poi dà forma all’azione. Con i comportamenti contraddittori del suo eroe, smonta la superiorità del metodo scientifico, sottolineando con energia la contraddizione tra la cultura positivistica dei tempi (la costruzione del London Bridge, i progressi della chimica e della fisica) e l’ambiguo potere del soprannaturale. Risolve tutto con la classica spiegazione alla Holmes, dove anche l’irrazionale diventa razionale: credevate di aver visto una cosa e invece è esattamente l’opposto. Ispirato allo Sherlock Holmes riadattato da Lionel Wigram per un fumetto in stile graphic novel, il film riporta alla mente altri film importanti (From Hell – La vera storia di Jack lo squartatore, V per Vendetta), con qualche citazione a David Lynch e Billy Wilder (che già aveva ben descritto il detective londinese dandogli quell’aria da dongiovanni in La vita privata di Sherlock Holmes del 1970). Il film, pur nella sua infedeltà ma pur sempre rispettoso della personalità e dell’antica fama dei suoi protagonisti, è approvato e sostenuto dai Baker Street Irregulars, conoscitori del personaggio che ogni anno si riuniscono a New York da varie parti del mondo per scambiarsi scoperte e appunti sul loro eroe. Un motivo in più per andarlo a vedere, considerato che il finale lascia presagire un seguito altrettanto avvincente. so Giovanni Bellini, il cognato Andrea Mantegna, la sorella Nicolosia (moglie del Mantegna) e la madre Se prendiamo in esame la Presentazione di Gesù di Giovanni. al tempio di Giovanni Bellini che si trova a Venezia, Secondo un’altra ipotesi, la figura di San Giuseppe, possiamo notare come l’opera abbia un suo ananel dipinto del Mantegna, altro non sarebbe poi che logo, pressoché identico, nella Presentazione di Andrea un ritratto di Jacopo Bellini, padre di Giovanni. Ma Mantegna conservata a Berlino presso lo Staatliche c’è dell’altro. Se il secondo personaggio da destra Museen.Prima di chiederci perché Bellini abbia copianella Presentazione di Bellini, fosse invece che l’efto Mantegna, tale è almeno il parere unanime delfige del Mantegna, la raffigurazione la critica, che situa l’opera di quedel fratello Gentile Bellini – come st’ultimo prima di quella del pittoriportato da Nello Forti Grazzini re veneziano, occorre considera– ecco che avremmo la famire come il tema della Presentazione glia Bellini al gran completo, e sia tra i più rappresentati da il quadro diverrebbe una sorGiovanni Bellini e dalla sua botteta di ex-voto protettivo. ga. Sappiamo, infatti, che esistoOltre a questo gioco di rimanno almeno trenta versioni della di, esiste forse un altro motivo Presentazione visibile a Vienna nel che spinse Bellini a copiare quaKunsthistorische Museum, riprodotta si per intero la tavola del in numerose copie poiché sicuraMantegna. Questo dipinto rapmente affine al gusto della committenza presenta il primo esempio itadell’epoca.Si tratta quasi di una copia, liano di dramatic close-up (“pricon l’introduzione di qualche mo piano narrativo” o “drammatico” variante. Giovanni, infatti, ripete lo se preferite), in altre parole un sfondo nero e il gruppo di figure a motivo pittorico che voleva mezzo busto, dove un accigliato una composizione basata su di Giuseppe, in secondo piano, assiun gruppo di figure in primo piaste al passaggio di Gesù in fasce no. Queste rappresentazioni si nelle mani del sommo sacerdote sarebbero affermate nelle Simeone. Il pittore veneziano Fiandre e nell’Italia settentrioGiovanni Bellini, Presentazione di Gesù al tempio, 1469 circa, olio su tavola cm 80x105, Venezia, addolcisce i tratti di quest’ultimo, nale, durante la seconda metà Museo della Fondazione Querini Stampalia accentua con la calvizie la vecchiaia del Quattrocento. Un’innovazione di Giuseppe e semplifica gli abiti dunque, che Giovanni Bellini, della Vergine e di Simeone; trasforma stimolato dalle schermaglie figula finta cornice marmorea in uno spesrative con Mantegna, che altro so parapetto, che, come nella pienon era se non la ricerca dei tà di Brera, ha lo scopo di sepamigliori artifici pittorici per rare lo spazio reale da quello dipincompiacere la ricca committenza, to; raddoppia i personaggi di confa propria. Il successo del modeltorno facendone due coppie. Il dipinlo è dimostrato proprio da quelto alterna forme essenziali e plala trentina di varianti, ognuna sticamente tornite, a elementi per un diverso committente, che descritti con maggiore dovizia di parsi conosce della Presentazione ticolari. È il caso del ricco mantelberlinese. Si potrebbe anche lo del sacerdote, decorato con il motiaffermare che il dramatic clovo della melagrana sbalzato in rosse-up fosse un modello vicino so sul fondo oro, o dell’effetto maral sentire del Bellini, se è vero, morizzato della balaustra. Lo sfoncome afferma Ringbom, il suo do scuro favorisce la totale condebito verso le figurazioni icocentrazione sui personaggi raffigurati, niche medioevali che l’avrebsenza concedere distrazioni di bero in parte generato. Figurazioni tipo paesaggistico. Un elemento che che Bellini mostrava di ben conoconcorre a creare un ambiente triscere, dato che proprio una di Presentazione di Andrea Mantegna - Berlino, Staatliche Museen dimensionale è la balaustra che s’inqueste icone (l’Imago pietatis), clina verso lo spettatore, stabilendi derivazione bizantina, sta alla do quindi un collegamento tra lo spazio esterno del to il motivo che ha spinto Giovanni Bellini a dupli- base delle tante raffigurazione della Pietà belliniadipinto e quello dell’interno. Da notare infine la per- care quasi per intero un’opera del cognato ne. Comunque sia, lo stesso Ringbom interpretafetta simmetria con la quale sono disposti i perso- (Mantegna aveva sposato la sorella di Giovanni). va nella pittura di Bellini, come una svolta verso una naggi della scena, alla ricerca di un ideale equili- Un’ipotesi percorribile vuole che i quattro personaggi religiosità privata, in altre parole verso un modo di brio compositivo. Ma tra l’artista veneziano e il cogna- ai lati del quartetto Maria, Bambino, Giuseppe e Simeone, sentire che ben si sposa con le nuove esigenze delto ci sono delle differenze: il racconto serrato, ner- altro non siano che, da destra verso sinistra, lo stes- la committenza rinascimentale. Don Marco Nemesi voso e drammatico di Mantegna si stempera divenendo fluido e sereno. La narrazione è intrisa di una forte umanità nei gesti eloquenti e nel patetismo malinconico del contenuto, mai esasperatamente drammatico come nel Mantegna. Rispetto al maestro, il pittore veneziano ricerca un dialogo emotivo tra i personaggi e il paesaggio. Tornando alla Presentazione di Bellini, la critica si è chiesta spesso quale sia sta-