Registrazione al Tribunale di Velletri n. 9/2004 del 23.04.2004 - Redazione: C.so della Repubblica 343 - 00049 VELLETRI RM - 06.9630051 - fax 0696100596 - [email protected] Mensile a carattere divulgativo e ufficiale per gli atti della Curia e pastorale per la vita della Diocesi di Velletri -Segni Anno 7 - numero 2 (61) - Febbraio 2010
In questo numero:
Grandi temi
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Caritas in Veritate 6
Lo sviluppo dei popoli e la tecnica
Le strane cose che accadono
nel paese delle meraviglie
Papa Giovanni Paolo II amico e santo
Immigrazione e integrazione,
accoglienza e legalità
Ma non tutti sono uguali
Trasparenza: una legge sull’etica
dei comportamenti economici
Vocazioni
Concilio Vaticano II
$ Un popolo di santi
2009-2010
Anno Sacerdotale
$ Articoli di A.Galati, Mons.
Educare oggi
$ La nuova università
$ Haiku: istantanee dell’anima
Speciale Quaresima
$ Interventi di Mons.L.Vari,
don D.Valenzi, P.Tomasi
F.Risi, F. Cipollini
$ Dal convegno nazionale
vocazionale
$ Aggiornamento del presbiterio
diocesano
$ Ricorrenze:
Velletri 6 febbraio, S. Geraldo
21 febbraio, S. Piero Damiani
7 febbraio, giornata della vita,
11 febbraio, giornata del malato
Caritas
$ Famiglie in salita
$ Haiti: un’enorme catastrofe
Febbraio
2010
2
La festa dell’ Incontro
Ecclesia in cammino
Bollettino Ufficiale per gli atti di Curia
Mensile a carattere divulgativo e ufficiale per gli atti
della Curia e pastorale per la vita della
Diocesi di Velletri-Segni
? Vincenzo Apicella, vescovo
Il mese di febbraio si apre con la grande festa
della Presentazione al Tempio di Gesù, riconosciuto dal giusto Simeone come Luce per
illuminare tutte le genti e Gloria del suo popolo Israele. In oriente questa viene chiamata
“la festa dell’ Incontro”: il Bambino, nato dal
grembo verginale di Maria, viene offerto al
Padre, poiché “il Signore disse a Mosè: consacrami ogni primogenito, il primo parto di
ogni madre tra gli Israeliti – di uomini o di
animali - : esso appartiene a me”(Es.13,12). Ma questo bambino è, contemporaneamente, il Figlio eterno a cui il Padre , che ha
la Vita in se stesso, ha concesso di avere
la Vita in se stesso (Gv.5,26), nel medesimo Spirito, e che rimane costantemente rivolto verso il seno del Padre (Gv.1,18).
L’Incontro si configura, così, come il dono totale, reciproco, irrevocabile, eterno della Vita
tra Padre e Figlio, che si compirà pienamente
nella storia allorché, sulla croce, il Figlio consegnerà nelle mani del Padre il suo Spirito
(Lc.23,46), per poterlo ricevere il terzo giorno nella sua Umanità, trasfigurata anch’ essa
per sempre in “spirito, datore di vita”
(1Cor.15,45). Ma l’Incontro si compie ora anche
con il Popolo, che attende l’adempimento della promessa e che sta sotto l’azione del medesimo Spirito: a Gerusalemme è rappresentato da Simeone, “il docile all’ascolto”, e Anna,
“il Signore fece grazia”, oggi siamo noi, che
andiamo incontro al Signore con le lampade accese, donateci al momento del nostro
Battesimo, nella processione, che indica il
cammino del nostro esodo verso la Patria.
Il Dio invisibile e irraggiungibile ci viene incontro in questo Bambino concreto e povero, Egli
è il Volto visibile del Padre, viene per donare anche a noi la sua Vita, è il Buon Pastore
“venuto perché abbiano la vita e l’abbiano
in abbondanza…che offre la vita per le pecore” (Gv.10,10-11). Simeone già intravede, insieme alla luce e alla gloria, la spada e la contraddizione: la spada della Parola di Dio, che
trafiggerà l’animo di Maria, quando sarà chiamata non soltanto ad accettare il dolore e
l’ignominia della Croce, ma soprattutto ad offrire al Padre di Misericordia, come e più di Abramo,
l’unico Bene che ella mai possieda, il Figlio
unico. E la medesima spada della divina Parola
traverserà poi il cuore di tutti i fedeli, quando dal Battesimo saremo chiamati ad una esistenza sacrificale davanti al Signore e
nell’Eucarestia chiederemo che lo Spirito “faccia di noi un sacrificio perenne a Te gradito, per ottenere il Regno promesso”
(Pregh.Euc.III). E’ una spada affilata e spietata, ma benefica e guaritrice, che divide i
pensieri più reconditi del cuore, e che rive-
la ogni più segreta realtà, e a cui si deve rendere conto (Eb.4,12-13). Il Segno di contraddizione è ormai posto, affinché si rivelino i pensieri, positivi e negativi, di tutti i cuori e la scelta davanti a Dio e al suo Disegno
di salvezza per noi è ormai inevitabile e senza alternative: il Giudizio ultimo della Croce
con la venuta del Bambino ed il suo Incontro
sta ormai in atto, in attesa dell’adempimento finale. Occorre ormai decidere se accettare la Vita dello Spirito Santo, che il
Bambino ci dona, alla condizione che, in virtù dello stesso Spirito, consentiamo anche
noi a donarla, a nostra volta, al Padre e ai
fratelli. Il Bambino ci rivela così lo statuto segreto in base al quale si regola l’esistenza di ogni
uomo e di ognuno di noi: “La vita che Dio
offre all’uomo è un dono con cui Dio partecipa qualcosa di Sé alla sua creatura…La
vita che Dio dona all’uomo è ben più di un
esistere nel tempo. E’ tensione verso una pienezza di vita; è germe di una esistenza che
va oltre i limiti stessi del tempo: “Sì, Dio ha
creato l’uomo per l’incorruttibilità; lo fece a
immagine della propria natura”(Sap.2,34)”
(Evangelium Vitae, 34). Sono parole di Giovanni
Paolo II, nella lettera enciclica sul significato della vita e sul suo valore inviata ormai
15 anni fa, a cui non possiamo non fare riferimento nella celebrazione della Giornata per
la Vita, che celebreremo anche quest’anno
nella prima domenica di febbraio, cinque giorni dopo la festa della Presentazione al Tempio.
“E’ un tema oggi di bruciante attualità, quando sembra prevalere la “civiltà della morte”,
che si impone come cultura. E così, per tale
ideologia, biologi e simili trafficano in laboratorio le loro alchimie per “migliorare la qualità della vita”, promuovendo immani guadagni
delle sempre laide industrie chimiche e farmaceutiche; e alcuni di loro, con “l’ingegneria
genetica”, pilotata al crimine, creano l’umanità dei nuovi mostri, con la clonazione e simili; altri estraggono e brevettano prodotti che
spengono il germe nel seno della madre; altri
praticano, secondo la legge “civile”, la
macelleria dell’aborto e dell’eutanasia; altri
cercano di modificare la creatura, producendo
nuovi altri mostri, gli animali e i vegetali da
largo mercato.
L’ebraismo e il cristianesimo, obbedendo al
Signore della Vita che si è rivelato, annunciano e vivono “la cultura dell’amore e della vita”…Questa Vita infinita ed eterna viene dal Padre ed è donata propriamente dal
Figlio Monogenito, il Verbo sussistente, la Parola
tutta pronunciata dal Padre, a cominciare dalle sue “Parole che sono Spirito e sono Vita”
(Gv.6,63).” (Tommaso Federici).
Direttore Responsabile
Don Angelo Mancini
Collaboratori
Stanislao Fioramonti
Tonino Parmeggiani
Gaetano Campanile
Roberta Ottaviani
Mihaela Lupu
Proprietà
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23.04.2004
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Redazione
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A questo numero hanno collaborato
inoltre: S.E. mons. Vincenzo Apicella, mons. Luigi Vari,
Costantino Coros, don Dario Vitali, mons. Franco Risi,
mons. Franco Fagiolo, don Cesare Chialastri, don
Claudio Sammartino, don Marco Nemesi, don Daniele
Valenzi,don Fabrizio Marchetti,mons. Giovanni Ghibaudo,
don Giovanni Magnante, Luigina Ruffolo, N. e D.
Tartaglione, Antonio Galati, Fabricio Cellucci, Mara
Della Vecchia, Pier Giorgio Liverani, Antonio Venditti,, Marcello
Schiavetta, Sara Gilotta, Sara Calì, Emanuela Ciarla, Valentina
Fioramonti,Sara Bruno, Paolo Tomasi, Angelo Bottaro,Simona
Zani, Francesco Cipollini, Enrico Mattoccia.
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Febbraio
2010
Stanislao Fioramonti
3
Il messaggio Urbi et Orbi
di papa Benedetto XVI
nel Natale 2009
Gli auguri di Natale del
papa presentano anche
quest’anno passaggi da
sottolineare e meditare.
Prendendo spunto dall’antifona d’ingresso della Messa natalizia
dell’Aurora (la seconda delle tre che tradizionalmente
si celebrano in questa grande solennità) “Oggi su di noi splenderà la luce, Perché è nato
per noi il Signore” - papa Ratzinger ha universalizzato quel “noi” e lo ha contestualizzato alle
aree più “calde” del nostro mondo, dove la Chiesa
nonostante tutto rimane a predicare il messaggio di pace e di giustizia del Bambino di Betlemme.
Perché il senso vero del Natale interessa tutti,
soprattutto coloro che soffrono.
Ecco le parole del papa: “Dovunque c’è un “noi”
che accoglie l’amore di Dio, là risplende la luce
di Cristo, anche nelle situazioni più difficili.
La Chiesa, come la Vergine Maria, offre
al mondo Gesù, il Figlio, che Lei
stessa ha ricevuto in dono, e
che è venuto a liberare l’uomo dalla schiavitù del peccato. Come Maria, la
Chiesa non ha paura, perché quel
Bambino è la
sua forza. Ma lei
non lo tiene
per sé: lo offre
a quanti lo cercano con cuore sincero, agli
umili della terra e agli afflitti, alle vittime della violenza, a quanti
bramano il bene
della pace.
Anche oggi, per la famiglia umana profondamente segnata da una grave crisi economica, ma prima ancora morale, e dalle dolorose ferite di
guerre e conflitti, con lo stile della condivisione e della fedeltà all’uomo, la
Chiesa ripete con i pastori: “Andiamo fino
a Betlemme” (Lc 2,15), lì troveremo la nostra
speranza.
Il “noi” della Chiesa vive là dove Gesù è nato,
in Terra Santa, per invitare i suoi abitanti ad
abbandonare ogni logica di violenza e di vendetta e ad impegnarsi con rinnovato vigore e
generosità nel cammino verso una convivenza pacifica. Il “noi” della Chiesa è presente negli
altri Paesi del Medio Oriente. Come non pen-
sare alla tribolata situazione in Iraq e a quel
piccolo gregge di cristiani che vive nella Regione?
Esso talvolta soffre violenze e ingiustizie ma
è sempre proteso a dare il proprio contributo
all’edificazione della convivenza civile contraria
alla logica dello scontro e del rifiuto del vicino.
Il “noi” della Chiesa opera in Sri Lanka, nella
Penisola coreana e nelle Filippine, come pure
in altre terre asiatiche, quale lievito di riconciliazione e di pace.
Nel Continente africano non cessa di alzare
la voce verso Dio per implorare la fine di ogni
sopruso nella Repubblica Democratica del Congo;
invita i cittadini della Guinea e del Niger al rispetto dei diritti di ogni persona ed al dialogo; a
quelli del Madagascar chiede di super a r e le
divisioni interne e di accogliersi reciprocamente;
a tutti ricorda che sono chiamati alla speranza, nonostante i drammi, le prove e le difficoltà
che continuano ad affliggerli.
In Europa e in America settentrionale, il “noi”
dell a C h i e s a
sprona a super a r e l a mentalità
egoista e tecnicista,
a promuovere il bene
comune ed a rispettare le persone più deboli,
a cominciare da quelle non ancora nate.
In Honduras aiuta a riprendere il cammino istituzionale; in tutta l’America Latina il “noi” della Chiesa è fattore identitario, pienezza di verità e di carità che nessuna ideologia può sostituire, appello al rispetto dei diritti inalienabili
di ogni persona ed al suo sviluppo integrale,
annuncio di giustizia e di fraternità, fonte di unità.
Fedele al mandato del suo Fondatore, la Chiesa
è solidale con coloro che sono colpiti dalle calamità naturali e dalla povertà, anche nelle società opulente.
Davanti all’esodo di quanti migrano dalla loro terra e sono spinti lontano dalla fame, dall’intolleranza o dal
degrado ambientale, la Chiesa
è una presenza che
chiama
all’accoglienza.
In una
parola, la
Chiesa
annunc i a
ovunque l
Vangelo
di Cristo
nonostante le
persecuzioni,
le discriminazioni,
gli attacchi e l’indifferenza, talvolta ostile,
che – anzi – le consentono
di condividere la sorte del suo
Maestro e Signore”. Alla fine del messaggio, rivolgendo gli auguri in 65 lingue a tutto il mondo, il papa ha voluto rivolgere un Buon
Natale speciale “agli abitanti di Roma e dell’intera Italia”, dedicando loro un invito specifico:
“La nascita di Cristo rechi in ciascuno nuova speranza e susciti generoso impegno per la costruzione di una società più giusta e solidale.
Contemplando la povera e umile grotta di
Betlemme le famiglie e le comunità imparino
uno stile di vita semplice, trasparente e accogliente, ricco di gesti di amore e di perdono”.
4
Febbraio
2010
la libertà assoluta: tutto si stabilirebbe
in base al pensiero tecnocratico, e ciò
negherebbe lo sviluppo. Ma la libertà
umana è tale solo quando risponde al
fascino della tecnica con decisioni che
siano frutto di responsabilità morale.
Ne è un esempio la tecnicizzazione dello sviluppo e della pace; ma lo sviluppo
è impossibile senza uomini retti, senza economisti e politici che vivano fortemente nelle loro coscienze l’appello del bene comune. Occorrono sia la
preparazione professionale che la
coerenza morale. Che la pace non sia
da considerarsi un prodotto tecnico lo
dimostra la continua tessitura di contatti diplomatici per la sua costruzione, scambi e accordi di ogni tipo basati però sempre sull’attenzione ai valovita.Il peso sempre maggiore
L’ultima enciclica di Benedetto XVI rideidella
mezzi di comunicazione sociale sulspiegata in ogni sua parte.
lo sviluppo tecnologico obbliga a riflettere sulla loro influenza, specie riguarCap. VI:
do alla dimensione etico-culturale della globalizzazione e dello sviluppo solidale. Il senso e il fine dei media vanStanislao Fioramonti no però ricercati nel fondamento antropologico; essi possono diventare occasione
Lo sviluppo dei popoli è intimamente lega- di umanizzazione quando orientati al bene
to allo sviluppo della persona; come que- comune. Il loro potere di moltiplicare le possta si degrada quando pretende di essere sibilità di interconnessione e di circolaziol’unica produttrice di sé stessa, così quel- ne delle idee è tale se posto al servizio dello degenera se si fonda solo sui “prodigi” la verità e della fraternità. Nella bioetica si
della tecnologia o della finanza ( per soste- gioca la possibilità stessa di uno sviluppo
nere crescite innaturali e consumistiche). umano integrale; si sceglie tra due razioL’uomo dovrà invece riconoscere la legge nalità: quella aperta alla trascendenza
morale naturale scritta da Dio nel suo cuo- (l’uomo dipende da Dio?) o quella chiusa
re. Lo sviluppo è strettamente legato al pro- nell’immanenza (l’uomo è prodotto da sé stesgresso tecnologico e bio-tecnologico. Ma so?). La ragione senza la fede è destinala tecnica è sempre espressione dell’uomo ta a perdersi nell’illusione della propria onnie delle sue aspirazioni allo sviluppo (v. Genesi potenza; la fede senza la ragione rischia l’e2,5). Se l’uomo pensa solo al come e non straniamento dalla vita concreta delle perai perché della tecnologia, questa diventa sone. La questione sociale è diventata radiambigua, dà l’idea della autosufficienza, del- calmente questione antropologica. La
CARITAS IN VERITATE
Lo sviluppo dei
popoli e la tecnica
2.Lavoro e Dottrina sociale della
Chiesa. Il lavoro alla luce della
Dottrina Sociale della Chiesa. Come i
media affrontano il tema del lavoro.
Mercoledì, 10 febbraio, ore 18.30-20.00.
3.Lavoro e mass-media. Le parole del
lavoro. Di cosa preferiscono parlare i
media? Morti sul lavoro, politiche del
lavoro, informazione di servizio sulle
opportunità d’impiego. Presentazione
dei media che parlano di lavoro.
Mercoledì 17 febbraio, ore 18.3020.00.
“I mass media tendono a farci sentire sempre “spettatori” […]. Invece siamo tutti “attori” e, nel male come nel
bene,il nostro comportamento ha un influsso sugli altri
[…]». discorso del Santo Padre Benedetto XVI
Programma degli incontri
1.Il viaggio nel lavoro. Introduzione al Laboratorio.
Breve rassegna delle iniziative editoriali dedicate
al mondo del lavoro dal 1996/1997 ad oggi.
Mercoledì 3 febbraio, ore 18.30-20.00.
4.Educazione al lavoro. Analisi ragionata per
orientarsi al lavoro attraverso la lettura e l’interpretazione delle notizie riportate dai media, ovvero
utilizzo attivo dei mezzi di comunicazione.
Mercoledì 24 febbraio, ore 18.30-20.00.
Sono stati invitati a partecipare come relatori al
Laboratorio:
-Dott. Giuseppe Sangiorgi. giornalista parlamentare. E’ stato Presidente dell’Istituto Luce e
vigente cultura del disincanto totale non pesa
la coscienza; fecondazione in vitro, ricerca embrionale, clonazione e ibridazione umana sono la sua conseguenza; “cultura della morte” che apre inquietanti prospettive
per l’uomo. Aborto, pianificazione eugenetica delle nascite, mentalità eutanasia
sono indice di cultura che nega la dignità
umana. Ci si scandalizza per fatti marginali
e si tollerano ingiustizie inaudite, per una
coscienza ormai incapace di riconoscere l’umano. Un aspetto del tecnicismo è considerare la vita interiore solo dal punto di vista
psicologico (riduzionismo neurologico). Ma
il problema dello sviluppo è collegato
anche alla nostra concezione dell’anima umana; esso dipende anche dalla soluzione di
problemi spirituali. Se l’uomo è unità di anima e corpo, lo sviluppo deve comprendere una crescita spirituale oltre che materiale.
Le nevrosi delle società opulente hanno cause spirituali, come pure le droghe e la disperazione. Non c’è sviluppo globale e bene
comune universale senza il bene spirituale e morale delle persone. Conoscere non
è un atto solo materiale; la dimensione spirituale dell’uomo può essere colta superando
la visione materialistica degli avvenimenti
umani, vedendo nello sviluppo un “oltre” che
la tecnica non può dare. La maggiore forza a servizio dello sviluppo è l’umanesimo
cristiano fondato sulla carità e guidato dalla verità; uno dei maggiori ostacoli, al contrario, ne è l’ateismo dell’indifferenza.
L’umanesimo che esclude Dio è un umanesimo disumano. L’amore di Dio ci chiama ad uscire da ciò che è limitato e non definitivo, ci dà il coraggio di operare e di proseguire nella ricerca del bene di tutti. Dio
è la nostra speranza più grande. Lo sviluppo
ha bisogno di cristiani con le braccia alzate verso Dio caritas in veritate, da cui procede l’autentico sviluppo, che non proviene da noi ma ci viene donato.
Commissario dell’Autorità per le garanzie nelle
comunicazioni.
-Prof. Romeo Ciminello, docente incaricato di
Scienze Sociali presso la Pontificia Università
Gregoriana di Roma, presidente del Comitato di
Promozione Etica onlus.
-Ing. Cristiano Nervegna, segretario nazionale
Movimento Lavoratori Azione Cattolica.
-Dott. Claudio Gessi, dirigente sindacale Cisl ed
incaricato regionale Pastorale sociale e del lavoro.
• Il Laboratorio sarà supportato dalla proiezione di
video tratti dal volume “Comunicazione e
Missione” della CEI e da materiale didattico e
informativo.
• Il Laboratorio è realizzato con la gentile adesione: A.C. Diocesi Velletri-Segni, Ufficio Pastorale
Sociale e del Lavoro Diocesi Velletri-Segni,
Movimento Lavoratori Azione Cattolica, Copercom
(Coordinamento delle Associazioni per la
Comunicazione).
Per informazioni e iscrizioni: segreteria scuola
C.D.F.P., Chiesa del Crocefisso, Viale Salvo
D’Acquisto n.51.
Febbraio
2010
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Pier Giorgio Liverani
Quante cose strane accadono nel Paese delle
Meraviglie. Vale la pena
di osservarle un po’.
Per esempio, un anno fa,
il 9 febbraio «il cadavere della signorina Eluana Englaro veniva
trasferito all’obitorio della ‘Quiete’ su barella in
acciaio. Trattasi di cadavere femminile, della
lunghezza di circa 171 centimetri, del peso di 53.5
chili, cute liscia ed elastica,
capelli neri... Entrambi i
lobi presentano un foro
per orecchini. Indossa una
camicia da notte in cotone rosa». Dice così la
“Relazione di consulenza tecnica medico-legale” (133 pagine), presentata
in quegli stessi giorni al
Tribunale di Udine. Molti
mesi prima un altro tribunale, non si è capito su
quali basi di legge, aveva autorizzato i genitori di Eluana a far morire
la giovane figlia togliendole l’acqua e il cibo. Così
Eluana è morta, ma guai a dire che è stata uccisa: dev’essere morta così, di noia. Il tribunale
di Udine, al quale era stata presentata una denuncia per omicidio, ha letto la relazione di cui sopra
e ha deciso che non c’era nessun reato, perché risultata chiaro che era stato rispettato di
“protocollo” predisposto per farla morire. Tutti innocenti, anzi, benemeriti: il papà e i tredici esecutori. Nutrire e dissetare quella povera giovane sarebbe stato illegittimo. La morte come un
dovere. È come se nel Texas qualcuno denunciasse per omicidio il boia che esegue una sentenza capitale: esaminate le carte,quel tribunale
risponderebbe: nessun omicidio, protocollo
rispettato. Esempio numero due: c’è una legge
(la n. 40 del 2004) che vieta esplicitamente di
produrre artificialmente più di tre embrioni e obbliga di inserirli tutti nel grembo della aspirante madre.
Nient’affatto: il giudice non applica la legge, la
interpreta e un altro tribunale stabilisce che no,
se ne fanno tre, ma se ne impianta uno solo,
perché tre sono troppi. E gli altri due? In frigorifero, tanto sotto idrogeno liquido ci vanno loro,
non i medici né i giudici né i futuri genitori. Nessuno
si domanda anche quei surgelati sono figli, se
li vuoi buttare, non sarebbe meglio adottare un
orfano già confezionato? Magari di Haiti.
Numero tre: la medesima legge vieta alle coppie fertili l’accesso alla procreazione assistita e
le analisi cruente pre-impianto per la scelta del
figlio di qualità. Si accede alla fecondazione artificiale per avere un figlio, non per sceglierlo, su
un piano di parità con le coppie fertili, che non
scelgono il figlio. Invece una coppia fertile, portatrice di una grave malattia ereditaria e già provata dalla morte di un figlio e da tre aborti, vuole un bambino sano.
Ed ecco che un altro tribunale, a Salerno, dice:
la legge la correggo io e vi autorizzo a fare ciò
che essa proibisce. Prima il prelievo dei gameti, poi la fecondazione in provetta, infine l’embrione buono in grembo, quelli di scarto nel lavandino o in frigo. Un caso di eugenismo legalizzato. Quello che praticavano i nazisti. Si può notare che avere un figlio non è un obbligo né un
diritto e, visto che si ragiona in questi termini,
di figli di buona qualità ce ne sono tanti disponibili, magari di Haiti. E poi la Legge 40, confermata da un referendum popolare, afferma fin
dal suo primo articolo che anche il figlio concepito
è soggetto titolare di diritti, quindi è un essere
umano, una persona. Si può surgelare una persona? Si può tagliarla a pezzettini per vedere
se è sana e buttarla via se malata? Si possono avere diritti su una persona? Tanto da ucciderla? Quarto esempio. La pillola RU 486 ormai
legalizzata. In molti osservano: così si farà l’aborto a domicilio. Replica: no, perché è obbligatorio l’ospedale. Ma nessun può obbligare una
donna a restare in ospedale se non vuole: fir
ma e se ne torna a casa. Tornerà a cose fatte,
da sola, per vedere se tutto è andato “bene”.
Ma quella sciagurata legge 194 non affermava
che l’aborto, per vincerlo, va socializzato? Sì,
ma che c’entra? Come l’utero, l’aborto è mio
e lo gestisco io. Mica si può privatizzare solo l’acqua…
Caso numero cinque. Per sposarsi, anche in Comune,
si scelgono modalità solenni: sindaco, fascia tricolore, sala tra le più belle del municipio, abito
scuro per lui, bianco per lei (non importa se non
sarà la “prima volta”, magari il bambino regge
lo strascico. Per divorziare, prima ci voleva una
separazione di cinque anni, ora di tre. Invece
adesso tre proposte di legge bipartisan (maggioranza e opposizione) presentate alla Camera
propongono il “divorzio breve”: un anno, anzi sei
mesi, neanche il tempus lugendi (tempo del pianto) necessario per evitare la commixtio sanguinis (il dubbio sull’eventuale paternità di un nascituro, come prescriveva già il diritto romano). A
Firenze è già successo.
C’è sempre un tribunale che rifà le leggi a modo
suo: in questo caso a una coppia sposatasi da
poco più di un anno e proveniente dalla
Spagna ha applicato la legge spagnola di Zapatero
sul divorzio breve. Avremo il divorzio cash and
carry, paga e porta via? È questa, nel Paese
delle Meraviglie, la politica per la famiglia: facilitarne lo sfascio? Privatizzare anche le relazioni
familiari?
Febbraio
2010
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Sara Gilotta
A metà di gennaio verrà pubblicato l’epistolario
che raccoglie cinquant’ anni di una storia di eccezionale amicizia, quella tra una donna Wanda
Poltawska, e Don Karol Wojtila, divenuto nel
1987 Papa Giovanni Paolo II, il pontefice amato da tutti, il pastore capace di aprire i cuori con
la sua fede, ma, prima ancora, con la sua umanità profonda, che riusciva ad attirare tutti a sé,
per condurli per mano verso Gesù. Ho avuto la
possibilità di leggere alcune di quelle lettere che
i due connazionali si sono scambiati per un ì lungo ordine d’ anni e mi sono commossa, provando
la medesima emozione, che provavo quando Lo
sentivo parlare con la sua inconfondibile voce,
ma soprattutto con quelle parole che entravano nel cuore, perché nate dall’amore. Parole che
avvertivo, come fraterne ed affettuose, oltre che
ricche di insegnamenti indimenticabili che mi hanno permesso, non solo di rafforzare la mia fede,
ma di guardare ad essa con spirito nuovo, nella convinzione che la fede è cammino ininterrotto, ricerca diuturna, ma anche luogo per antonomasia, in cui coltivare l’amore per l’altro, per
riconoscervi l’orma divina. Don Karol dall’inizio
e fino alla fine firmava le sue lettere con una semplice sigla “FR”, che altro non è se non l’abbreviazione
di fratello, perché tra i due si era instaurato un
affetto davvero fraterno, una confidenza fatta di
sincerità e di fiducia reciproca, oltre che di grande affetto, che è tipica solo dei fratelli.
Di lei Don Karol, come dice nella lettera scritta
subito dopo la elezione al soglio di Pietro, non
aveva mai dimenticato la deportazione a
Ravensbruck (e chi ha visitato quel campo di
concentramento può seppur molto da lontano
comprendere che cosa ciò abbia potuto significare) rivelatagli dal marito e le sofferenze che
lei aveva affrontato, arrivando a scrivere : “ è
nata nella mia consapevolezza la convinzione
che Dio mi dava e mi assegnava a te, affinché
in un certo senso io “compensassi quello che avevi sofferto lì. E ho pensato: “ lei ha sofferto al
posto mio”. Parole
straordinarie nella loro
semplicità, che toccano
il cuore, ma senza dubbio sono la testimonianza
di una realtà che si tende a dimenticare con facilità e cioè quella per cui
la sofferenza di ognuno fa ricadere i suoi effetti benefici su tutti coloro che la “notte”sono
riusciti a viverla per
consolidare la fede e la
fiducia in Dio. E poi la
lettera scritta in occasione
del primo Natale da
Papa, in cui, a ribadire
la sua amicizia e il suo
affetto dice: “ Oggi è la
vigilia di Natale: Insieme ci siederemo a tavola, insieme canteremo i canti natalizi, ci divideremo l’oplatek e ci faremo gli auguri……ma tu
è un bene che continui a scrivere tutto, perché
so che solo al fratello puoi dire tutto. Leggendo
ciò che scrivi, in qualche modo sono con te. In
seguito rifletto su quello e prego sul canovaccio di quello che ho letto…questo era il mio metodo per essere fratello.Ed anche ora faccio lo stesso. “ Un fratello, dunque, che sapeva ascoltare, che meditava sulle parole scrittegli, per pregare su quanto letto, ma anche per continuare
nella preghiera il colloquio con colei che affidava
la sua anima e la sua storia di vita all’amico che
la comprendeva e la sosteneva Un affetto quello tra queste due creature, mai interrotto, tanto che è stata Dusia (è il diminutivo di Wanda)
come dice lei stessa, a rimanere accanto al capezzale del Papa morente a leggere le pagine di
un libro intitolato “La città libera”. Non conosco
questo libro, ma mi piace pensare che la città
libera possa essere il luogo per antonomasia della perfetta libertà e del perfetto amore, quel Paradiso
verso il quale il grande animo del Papa stava
avvicinandosi e dove avrebbe trovato il giusto
premio delle sue virtù. Le virtù di un Santo, non
solo perché ha compiuto quel miracolo di cui la
Chiesa ha bisogno per la canonizzazione, ma
perché ha rappresentato e continua a rappresentare anche per chi non ha avuto la fortuna
di godere della sua fraterna amicizia, un altissimo esempio di carità, quella carità che è il fulcro dell’insegnamento dei Vangeli, la cui voce
Egli ha ripetuto forte e chiara in tutte le parti del
mondo, per farsi ascoltare da tutti e soprattutto farsi comprendere da tutti , con un unico fine,
quello di rinnovare e rinsaldare la fede e quello, forse ancor prima, di ricordare a tutti che “aprire le porte a Cristo “ può essere molto più facile e molto più bello di quanto il mondo con le
sue contraddizioni e i suoi limiti, e purtroppo i
suoi mali, permetta troppo spesso di comprendere.
Poesia per il Santo Padre
Giovanni Paolo II
16 Ottobre 1978, 16 Ottobre 2003,
Santo Padre,oggi festeggi 25 anni di
Pontificato,
sei Pastore della Chiesa, Dio Ti ha
dato un grande lavoro da portare
avanti.
La Tua vita è un calvario, la volontà
di lavorare Ti fa dimenticare
le Tue sofferenze, vorrei essere
la terra dove posi i Tuoi piedi e sentire la Tua presenza.
Quanta bontà c’è in Te, quanto amore
sai dare alla gente che soffre,
sei un raggio di sole nella tempesta.
Sei amato e rispettato da tutto
il mondo,
quando stai male implori Maria
Madre di Dio che Ti aiuti,
non Ti arrendi mai.
Parli al mondo come nessuno sa parlare, fai sentire il Tuo grido contro la
guerra,
vuoi stare vicino alla gente;
che emozione vedere la Tua mano
bianca che stringe la mano
di un bambino di colore,
i Tuoi capelli si sono sbiancati,
la Tua mamma Ti ha lasciato in tenera età anche stando in mezzo alla
gente
Ti puoi sentire solo,
che Dio Ti faccia realizzare i Tuoi
sogni.
Sei amico della gioventù
che è il futuro del mondo,
chiedi libertà e rispetto per i deboli
preghi Dio che Ti aiuti a superare le
difficoltà,
parlando di Dio sappiamo che esiste.
Vai negli ospedali a trovare
gli ammalati per dare conforto a chi
soffre.
Sei andato nelle carceri dove ci sono
i prigionieri che soffrono di non
poter uscire,
di non poter cogliere un fiore, toccare un albero sentire il vento che li
accarezza, e ascoltare
il canto degli uccelli,
che Dio abbia misericordia anche
di chi non lo merita.
Velletri 16 Ottobre 2003
Febbraio
2010
7
Paolo Tomasi
Cosa significhi immigrazione è
ben noto; più difficile spiegare
cosa sia l’integrazione: non la
somma di culture e tradizioni diverse, quanto piuttosto la loro sommatoria nella “qualità delle differenti specificità”, ma ci torneremo
nel seguito.
Più volte su questa rivista
abbiamo avuto modo di leggere
articoli titolati “Ritorno alla
Storia Sommersa: ….” e ci piacerebbe, senza presunzione,
aggiungervi piccoli paragrafi, ad
esempio: “Volevamo braccia, sono
arrivati uomini” sosteneva
decenni or sono lo svizzero Max
Frisc, rammentando l’ostilità dei
propri connazionali verso gli immigrati italiani, nei cui confronti furono indetti ben 3 referendum; anche
allora gli emigrati italiani furono portati in salvo con dei treni speciali nel 1986, per sottrarli
alla furia di “bravi cittadini zurighesi”. Idem, ad Aigues Mortes,
in Francia, solo tre anni prima,
quando gli immigrati soprattutto
“padani” furono sottratti all’ira
di chi li accusava di sottrargli lavori che, magari, gli stessi francesi già preferivano non esercitare, perché troppo rischiosi e mal remunerati! Ancora, il Ministero del Lavoro francese nel
1948 dichiarava che dei 15.000 immigrati italiani,
ben il 95% risultasse clandestino; la stessa storia si ripeteva in Canada, riprendendo un brano di Eugenio Balzan sul Corriere della Sera nel
1901 dove si leggeva che “si aggiravano in pieno inverno per Montréal migliaia di (nostri) immigrati stendendo le mani ai passanti”. Dunque,
tutto dimenticato, tutto rimosso? Qualcuno
potrebbe dire, al fine di giustificare le reazioni
contro gli immigrati, che nei numeri odierni al
Sud si celerebbero tanti spacciatori al soldo di
qualcuno (cosche? questo ed altro lasciamolo
alla Magistratura!): ci piacerebbe, quindi, se qualcuno volesse alzare la mano per confermare di
conoscere almeno uno spacciatore disposto a
lavorare ben oltre la durata della luce del sole
… solo per un paio di decine di Euro, per poi
rifugiarsi trai cartoni, contendendo avanzi e scarti a topi e gatti!
Ci vorrebbe, dunque più misura, nel misurare
le parole di fronte a questo inquietante argomento,
di complessa descrizione, ancor di più complessa
soluzione, tant’è che lo stesso Pio XII, negli anni
cinquanta (già allora?), parlando del fenomeno
migratorio mondiale, rammentò la fuga della sacra
famiglia in Egitto. Già, bisognerebbe essere solo
farisei per non comprendere il significato profondo di queste parole, che magari leggiamo spesso nel Vangelo; ma nessuno caccia alcuno dalle nostre chiese! La Chiesa non fa mai politica,
non è suo compito dare soluzioni politiche, ma
ciò non significa che non le importi nulla di que-
sti problemi. Anzi indica, tra l’altro, le responsabilità della Politica (quindi non dei partiti), chiamata ad esercitare le medesime responsabilità. Benedetto XVI di recente ha asserito che “bisogna ripartire dal significato della persona”, rammentando che “un immigrato è un essere umano, differente per provenienza, cultura e tradizioni, ma è una persona da rispettare e con diritti e doveri … nell’ambito del lavoro, dove più facile è la tentazione dello sfruttamento, ma anche
nell’ambito delle condizioni concrete di vita”.
Già, diritti e doveri, riallacciandoci a chi esige,
giustamente, dagli immigrati che rispettino le nostre
leggi e la nostra cultura. Ma, se non vogliamo
più parlare di “storia sommersa”, bensì di “attualità sommersa”, alzi di nuovo la mano chi non
dico lo abbia già fatto, ma almeno chi abbia avuta la tentazione di adottare, per così dire, “alcune scorciatoie” con la scusa “tanto chi me lo fa
fare? Ed allora perché pretendere da altri ciò che
non si pretende da noi?
Ma dove è finito l’evangelico comandamento nuovo “ama il prossimo tuo, come te stesso”, dove
amare significa anche rispettare l’integrità
nostra e l’altrui, dentro una società che chiama
indistintamente tutti alle medesime regole e diritti? “Accoglienza e legalità” sono due parole che
il Cardinale Bagnasco, presidente della CEI, ha
ripetuto innumerevoli volte da diversi mesi, parole che si coniugano, con diverse sfumature, alle
considerazioni del vescovo di Mazara del Vallo,
Domenico Mogavero, quando asserisce che “…
la legalità aiuta la convivenza. Però non si va
da nessuna parte esasperando il tema dell’immigrazione come un problema di ordine pubblico.
Dobbiamo trovare un equilibrio: ma fare sinte-
si non sarà facile”. Né
saremmo noi in grado
di tirar fuori il coniglio dal
cappello: serve una
sintesi promossa da
attenta riflessione e,
soprattutto, dalla volontà di trovare una soluzione perché, come
scrive sul Corsera Angelo
Panebianco “Sappiamo
da tempo che l’immigrazione è il fenomeno
che forse più inciderà sul
futuro dell’Europa.
Conteranno sia la quantità dei flussi migratori
che la qualità delle
risposte europee. In
Italia sembriamo tuttora impreparati ad affrontare in modo razionale
e convergente un fenomeno con il quale conviviamo ormai da anni”.
Eppure è ben noto
quanto sia grande l’impegno del volontariato,
in primo luogo la Charitas
ma anche altre associazioni di ispirazione cattolica, e non solo, sulle quali sarebbe solo colpevole addossare la responsabilità della questione dell’accoglienza.
Paghiamo, in sostanza, l’assurda negligenza di
una concreta programmazione mirata all’accoglienza, che non potrà più ignorare la necessità di “creare le condizioni per fare dei migranti
nuovi cittadini”.
Accoglienza, si badi bene, che, per tutto quanto detto, non rimarrebbe più ristretta al nostro
territorio (tutelato, ben si guardi, dalla nostra
Costituzione), bensì si allargherebbe anche ai
paesi di origine dei migranti, se è vero che, come
detto, il futuro non potrà ignorare questo fenomeno che sarà un futuro di sempre più stretto
interscambio in un mondo globalizzato.
Ma se di globalizzazione si tratta, allora (solo
sorvolando considerata la sede nella quale stiamo scrivendo) l’argomento diverrebbe di responsabilità più ampia, forse Comunitaria e non dei
soli paesi mediterranei.
Concludendo, sembra sussistere una certa assonanza tra le parole del Papa ad inizio 2010 e
quelle sue più recenti sul fenomeno migratorio.
Tra le prime parole ricordiamo che “i cattolici devono confidare nel Dio che in Cristo ha rivelato in
modo compiuto e definitivo la sua volontà di stare con l’uomo, di condividere la sua storia, …
il disegno divino non si compie automaticamente,
perché è un progetto d’amore e l’amore genera libertà e chiede libertà”; più di recente, riguardo agli immigrati, mentre condannava la violenza,
aggiungeva che ”Il problema è soprattutto umano! Invito a guardare il volto dell’altro ed a scoprire che egli ha un’anima, una storia e una vita
… Dio lo ama, come ama me”.
Febbraio
2010
8
1° gennaio 2010: 43^ Giornata mondiale della Pace.
“Se vuoi coltivare la pace, custodisci il creato”
è il messaggio di Benedetto XVI
Stanislao Fioramonti
Il documento, scritto l’8 dicembre 2009 e reso
noto il 15, affronta il tema della minaccia ecologica incombente e della responsabilità verso i poveri di oggi e gli uomini delle generazioni future.
Le parole del papa si rifanno a due testi che
già hanno discusso il tema, uno di Giovanni
Paolo II per la Giornata della Pace del 1990,
un altro dello stesso Ratzinger molto più recente, e cioè l’enciclica “Caritas in Veritate” (nn.
48-50).
Sono parole – ha affermato presentandole il
card. Renato R. Martino, Presidente uscente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace – che rigettano i due estremi dell’egocentrismo, che consentirebbe all’uomo di
tiranneggiare il creato, e dell’ecocentrismo, che
priverebbe l’uomo della sua superiore dignità. Sono parole che invece invitano a una
“revisione profonda e
lungimirante del modello di sviluppo”, a
cambiare stili di vita
e a combattere sprechi e opulenze, con
un percorso che deve
essere di profondo
equilibrio tra Dio, l’umanità e il creato.
E’ un messaggio lungo (14 paragrafi),
del quale evidenzieremo brevemente i
punti “critici”, ricordando
come premessa certi dati sugli sprechi alimentari forniti dallo
stesso card. Martino,
e cioè che nei Paesi
ricchi viene sprecato il 30% degli alimenti,
il 40% negli USA, il
40% a Natale in tutti i Paesi sviluppati.
Solo in Italia ogni anno
restano invendute e
inutilizzate 240.000 tonnellate di alimenti, pari
a oltre 1 milione di
euro.
La somma darebbe tre
pasti al giorno a
600.000 persone! Sono dati che indicano, tra
l’altro, l’importanza dell’educazione, a partire dalle famiglie.
Proprio perché la crisi ecologica (cambiamenti
climatici, desertificazione, inquinamento delle acque ecc.) è fortemente connessa al concetto di sviluppo e al rapporto dell’uomo con
i suoi simili e con il creato, dice il papa, è saggia una revisione profonda e lungimirante del
modello di sviluppo.
“L’umanità ha bisogno di un profondo rinnovamento culturale”, di riscoprire i valori fondamentali, di un modo di vivere improntato alla
sobrietà e alla solidarietà.
Le comunità internazionali e i governi nazionali devono contrastare i sistemi dannosi di
utilizzo dell’ambiente, tenendo presenti sempre la solidarietà verso le regioni più povere
e l’attenzione verso le future generazioni.
La solidarietà universale e inter-generazionale
sono infatti un dovere. Le società tecnologi-
camente avanzate, prosegue Benedetto XVI,
devono favorire comportamenti di sobrietà, riducendo il proprio fabbisogno energetico e migliorandone l’utilizzo, e devono poi favorire la ridistribuzione planetaria delle risorse energetiche. Lo sviluppo integrale dell’uomo infatti non
può aver luogo senza lo sviluppo solidale dell’umanità.
Ma se da un lato occorre sviluppare forme di
energia pulita ed efficace, dall’altro “è necessario uscire dalla logica del mero consumo per
promuovere forme di produzione agricola e industriale rispettose del creato e soddisfacenti per
tutti”.
Il tema del degrado ambientale chiama in causa i nostri comportamenti e induce a scegliere
nuovi stili di vita, meno dannosi di quelli attualmente dominanti, e più attenti all’impiego del
principio della sussidiarietà.
Anche la Chiesa ha una responsabilità per il
creato, legata al suo compito di difendere e
proteggere l’uomo;
quando in una società è rispettata l’ecologia umana, ne trae
beneficio anche l’ecologia ambientale.
Ma se la natura bella e armoniosa produce benessere fisico e psichico all’uomo, non si deve
però assolutizzarla
(ecocentrismo), perché la persona resta
comunque più importante; è giusta invece una posizione di
equilibrio, con l’uomo che deve custodire la natura senza
abusarne.
In conclusione il
messaggio papale
afferma che “se vuoi
coltivare la pace,
custodisci il creato”; ribadisce cioè il
rapporto inscindibile
tra Dio, uomo e creato, e riafferma che proteggere l’ambiente
naturale per costruire un mondo di pace
è dovere di ogni
persona.
Febbraio
2010
Don Giovanni Can. Magnante
Non è la prima volta che, consultando i preziosi volumi della Biblioteca Giovardiana, mi
capita di trovare del materiale relativo alla
Chiesa di Velletri. È cosa comune tra i ricercatori imbattersi in materiali di tutt’altro genere quando si sta effettuando una ricerca particolare. È quello che mi è capitato l’altro giorno
nella nota biblioteca storica di Veroli e pensan-
do di far cosa gradita all’amico monsignor Angelo
Mancini, direttore di questo meraviglioso mensile, gli ho inviato la notizia, certo che, comunque, l’edizione a stampa fosse conosciuta e conservata in Velletri. A
quanto pare, invece, la mia segnalazione è stata ben gradita perché
in diocesi l’edizione non è stata conservata. Ma di cosa si tratta? È un
opera di mons. Alessandro Borgia
del 1698 sulla vita di san Geraldo
vescovo (Vita di San Geraldo Vescovo
e protettore dell’inclita città di
Velletri, Velletri MDCXCVIII per Onofrio
Piccini). In più, sempre nella stessa raccolta miscellanea, un altro
libricino interessante per la storia
locale veliterna. L’autore questa volta è Fabrizio Borgia e il titolo:
“Relazione di quanto si fece nell’inclita città di Velletri in occasio-
Velletri 6 febbraio 2010
Festa di S.Geraldo
compatrono della città
9
In Veroli due rare edizioni
su S. Geraldo
ne della traslazione del sagro corpo di S. Geraldo
vescovo e confessore”. L’edizione venne stampata in Velletri nel 1714 “nella stamperia di Francesco
Gasconi”. Legata alle due
opere è una incisione del
santo vescovo, rivestito di abiti pontificali: con
la mano sinistra sorregge
sia il pastorale che un
libro, mentre con la
destra il crocifisso che
contempla con lo sguardo. Interessante per la
devozione è la scritta che
reca in basso: “S.
Geraldo Vescovo e
Protettore di Velletri,
morto l’anno 600 e trasferito l’anno 1698 nel
Domo (sic.) di Velletri”.
Le due opere con l’incisione, dietro richiesta
dello stesso mons.
Mancini, verranno presto fotografate e donate alla diocesi di Velletri
perché possano essere di nuovo conosciute
ed apprezzate sia dagli
storici, per le preziose
informazioni, che dai fedeli stessi. Ma, si chiederà qualcuno, come mai
queste stampe veliterne sono conservate gelosamente in Veroli? Non è facile rispondere alla
domanda, non essendo io un profondo conoscitore
della storia interna della Biblioteca Giovardiana,
ma con molta superficialità posso attestare che
la Giovardiana conserva molte opere relative alla
vita delle diocesi del Lazio, relative soprattutto
al Sei-Settecento, per via della passione del suo
fondatore per la storia patria. È anche vero, poi,
che molte opere devozionali relative ai santi della Chiesa Verolana, ma anche la stessa edizione
seicentesca degli Statuti comunali di Veroli, vennero stampate proprio in Velletri. Inoltre non sono
affatto sconosciuti i vincoli di amicizia che legavano mons. Vittorio Giovardi (fondatore, Veroli
1699 - Roma 1786) ai prelati veliterni di casa
Borgia. Nella quadreria privata del Giovardi, ed
oggi in Biblioteca, vi era un ritratto, di ottimo gusto
settecentesco, del vescovo Alessandro Borgia
(morto nel 1763 a 81 anni e quindi quasi suo
coetaneo). Nel catalogo, poi, si notano diverse
opere dei Borgia: tra queste vale la pena ricordare almeno la “Istoria della
Chiesa e Città di Velletri” del
1723, di Alessandro Borgia, e
il “De cruce vaticana” del
1779 di Stefano Borgia, con tanto di annotazione scritta al
Giovardi: “ex dono authoris, 1779”.
Tra l’altro l’amicizia tra le due
cittadine è rafforzata anche dalla pubblicazione, all’interno di
quest’ultimo testo, di una rara
incisione dell’Encolpio bronzeo
(sec. XI) della Collegiata di
Sant’Erasmo in Veroli, rinvenuto dall’abate di questa chiesa, Luca Pellegrini, proprio in
quegli anni e fatto conoscere
al Borgia.
Febbraio
2010
10
Angelo Bottaro
Un avvocato difensore cinico e spregiudicato,
la disponibilità di molto danaro, influenze che contano possono far pendere il piatto della bilancia della dea bendata dalla parte sbagliata.
“E’ una compito terribile dovere giudicare!
Troppe cose comporta. Io so che voi state pensando come essere giusti, come essere trasparenti,
come essere imparziali, come essere indulgenti,
umani, ma allo stesso tempo giusti”.Sono le parole testuali con le quali l’avvocato Frank Galvin
si rivolge ai dodici giurati che devono pronunciarsi in una causa intentata contro un medico
e un anestesista dell’Ospedale Santa Caterina
di Boston accusati di una negligenza molto grave, che ha portato alla morte il nascituro e allo
stato vegetativo la partoriente.
L’avvocato Frank Galvin deve vedersela con Ed
Concannon , il miglior avvocato sulla piazza, forte di importanti conoscenze, con una condizionante influenza sul giudice e per giunta supportato
da uno stuolo di legali e da mezzi illimitati.In una
società assai simile alla nostra, che vive tra paure e ipocrisie, dove la verità fatica sempre a venire a galla, dove le ingiustizie e le prepotenze
dei ricchi e dei potenti sembrano inevitabili, l’esito della causa appare scontato : tutto congiura
contro Frank Galvin e la parte lesa, che fino all’ultimo sembrano fatalmente destinati a soccombere.
Ma questa volta non si tratta della realtà, ma della vicenda appassionante del film di Sidney Lumet
“Il verdetto”. Questa volta la giuria sopperisce
ai colpi bassi , agli imbrogli, alle menzogne, ai
mezzi illeciti, alla professionalità distorta , al cini
smo, ai cavilli legali e ai formalismi, alla poten-
za del denaro : i giurati inopinatamente pronunciano
alla unanimità un verdetto che vede la giustizia trionfare.Il cinema e la fiction televisiva ci
hanno abituato a clamorosi colpi di scena e quando tutto sembra irrimediabilmente perduto ecco
che la verità trionfa, rendendo giustizia al debole, all’indifeso, al perseguitato.
La realtà ovviamente è diversa : basta rimanere entro i confini del nostro Paese per scorrere
un elenco di ingiustizie e di sentenze dubbie,
discutibili, da mettere i brividi e da scoraggiare
chiunque.“L’assoluzione scandalosa di ladri di
milioni ha arrecato purtroppo una triste reputazione al nostro Paese e ha dimostrato alle classi povere che le leggi penali non raggiungono
in Italia i grossi delinquenti.
Ora si aggiungerà la prova che i grossi delinquenti, oltre ad essere assolti, possono con i milioni rubati far processare coloro che li avevano
denunciati e messi in carcere”. Sono le parole
testuali che Giovanni Giolitti, in veste di capo
del Governo, scrisse al re Umberto I a seguito
della assoluzione di tutti i responsabili dello storico crack finanziario della Banca Romana.
Dopo queste indignate e tremendamente attuali considerazioni lo stesso Giovanni Giolitti fu coinvolto nello scandalo e grazie al fatto che era un
importante uomo politico non fu perseguito e
restò a sua volta impunito.
Se volgiamo lo sguardo a quel che accade davvero nelle aule dei tribunali, a chi vive nel mondo reale e chiede giustizia ancora oggi ci imbattiamo in una serie intollerabile di ingiustizie : nulla di nuovo sotto il sole. Problema terribile quello della ingiustizia, che legislatori, politici, magistrati, giuristi e filosofi nel concreto tendono ad
evitare parlando d’altro: di garantismo, di prin-
cipi e di dogmi, di diritti sacri ed inviolabili, di
riforme e così via. Che fare?
Le possibili risposte sono fallaci: quella dell’occhio
per occhio dente per dente , che reagendo al
male con il male non fa che aumentare il male
complessivo; quella della pena, che punisce, ma
non rieduca e non ripara; quella del risarcimento
che non riporta in vita una persona cara o non
rimargina una ferita profonda.
Sono fallaci, in realtà, tutte le risposte, per il solo
fatto che sono risposte e , quindi , arrivano sempre dopo, quando ormai è troppo tardi.
“Nella vita per lo più ci sentiamo smarriti : ti prego Dio dimmi che cosa è giusto, dimmi che cosa
è vero! Ma non c’è giustizia sulla terra : il ricco
vince, il povero è impotente.
Siamo stanchi di sentire menzogne e con il tempo incominciamo a morire dentro. Morti sì, considerando noi stessi un po’ come le vittime, identificandoci e confondendoci con esse.
Diventiamo deboli, rassegnati, sconfitti e finiamo col dubitare di ogni principio e di ogni certezza. Dubitiamo delle nostre istituzioni e dubitiamo della legge.
Perché la giustizia non può essere un codice,
non può essere un giudice, non un avvocato,
non una statua di marmo con una spada ed una
bilancia : questi sono solo simboli del nostro desiderio di giustizia, perchè la giustizia è ben altra
cosa”.
Con queste parole si conclude l’arringa finale
dell’avvocato Frank Galvin, in tutta evidenza deluso e rassegnato ad un esito sfavorevole. Ma i
giurati non pronunciano un verdetto di condanna
perché non si lasciano trarre in inganno da artifici e da manipolazioni della legge formalmente corrette, ma tengono conto esclusivamente
della loro coscienza e del loro intimo desiderio
di giustizia e di verità.
Se perciò , malgrado tutto e nonostante tutto,
anche noi vogliamo continuare ad aver fede nella giustizia dobbiamo e possiamo sempre agire secondo il nostro cuore, secondo la nostra
coscienza, secondo la nostra capacità di amare, uniche risorse che ci restano per ridurre e
annullare l’infinito egoismo che separa gli
uomini, la uguaglianza dalla ineguaglianza, la
giustizia dalla ingiustizia, l’interesse personale
e la menzogna dalla verità : la verità è dentro
di noi e , se lo vogliamo, non può essere vinta da nessuno e in nessun modo.
Senza la capacità di amare, cioè senza la capacità di uscire da noi stessi e andare incontro all’altro, al più debole, all’emarginato, alla vittima di
un sopruso o di un reato restano poche speranze
perché la legge sia davvero eguale per tutti : per
quanto difficile nessuno di noi dovrebbe esimersi
dal compiere il passo dell’amare, per una società più umana e più giusta.
Febbraio
2010
11 febbraio 2010
11
Mons. Giovanni Ghibaudo*
Nella circostanza della celebrazione della
18° Giornata mondiale del Malato
Si ricorda l’importanza che la Chiesa deve avere verso il sofferente, e che non si deve limitarsi a questa ricorrenza ma, si fa obbligo e dovere di tutta la comunità a partecipare ed
essere vicina a quelli che soffrono nel corpo, ad immagine di Cristo il quale, “passò
beneficando e sanando tutti coloro che erano nel dolore fisico e morale”. Per questa ricorrenza anche il Santo Padre Benedetto XVI, sempre sensibile al problema
della sofferenza, ne da un grande esempio in tutte le circostanze, come nelle udienze del mercoledi, avvicinandosi e benedicendo e confortando i sofferenti, ed
incoraggiando coloro che prestano il loro sostegno. Il messaggio
annuale che il Santo Padre ha rivolto a tutta la Comunità cristiana e, soprattutto, agli operatori pastorali, alle
parrocchie, alle comunità religiose che spesso, presi dai loro servizi, si dimenticano di visitare i malati della parrocchia e non. Il Santo Padre
per questa giornata si rifà al Concilio Ecumenico
Vaticano II che afferma ”Voi tutti che sentite
più gravemente il peso della Croce, essi dissero… Voi che piangete… Voi sconosciuti del
dolore riprendete coraggio: voi siete i preferti
del Regno di Dio, il Regno della speranza della felicità e della vita; siete i fratelli del Cristo sofferente; e con lui, se lo volete, voi salverete il mondo (Ench. Vat., I n. 523) Mi è caro ricordare figure
di sacerdoti i quali, pur con tante occupazioni della parrocchia, non si sono mai dimenticate quotidianamente a dare e portare conforto ai malati, ad
esempio Padre Italo Laracca, di cui nei mesi scorsi questa rivista ne ha portato in risalto la figura, che ogni giorno nel pomeriggio si recava presso i
malati dell’Ospedale a dare loro una parola di conforto e di sollievo, e così pure altri sacerdoti. Vorrei anche ricordare la grande figura del compianto
Vescovo Martino Gomiero, il quale tutti i mesi mi chiamava e si faceva accompagnare a visitare e dire una parola di conforto e di saluto ai malati della Clinica. Vorrei sottoporre alla vostra attenzione una poesia che una ammalata dell’Hospice San Raffaele ha scritto in occasione del 25° anno di
Pontificato di S.S. Giovanni Paolo II, mettendo in risalto la sofferenza di cui Egli, con la sua persona, visitando portava. Si auspica che le parrocchie,
in questa circostanza, impartiscano a chi lo desidera, malati e non, il Sacramento dell’Unzione dei Malati. Nel ringraziare la sensibilità di coloro che si
*Delegato della Pastorale Sanitaria
sentono vicino ai sofferenti, auguro ogni bene.
La tenda di Dio in
mezzo a noi!
Don Corrado Fanfoni
Tra le più grandi consolazioni di noi cristiani c’è
la certezza che «Il Verbo si è fatto carne ed ha
posto la sua dimora in mezzo a noi» (cfr Gv 1,
14) e questo appare più vero in un momento difficile come quello che stiamo vivendo, immersi in
un clima di preoccupazione e sofferenza per la
Chiesa sparsa sulla terra: mi riferisco al dramma
del terremoto ad Haiti e ai vari cristiani perseguitati
e uccisi a causa della fede nel mondo. Vedere questi nostri fratelli non perdere la fiducia in Dio e continuare a cercarlo (senza chiese dove poter pregare, a volte senza famiglia e senza la possibilità di poter esprimere pubblicamente la propria fede)
ci spinge a fare la nostra parte per trovare anche
noi il tempo, il luogo e soprattutto la voglia di incon-
trare il Maestro che è sempre pronto a vivere in
mezzo a noi. Dopo l’esperimento/esperienza dell’anno scorso il Servizio Diocesano di Pastorale
Giovanile ripropone l’esperienza della Tenda Eucaristica
dandole una “veste” nuova. Con l’equipe abbiamo deciso di allargare in modo ufficiale a tutti l’esperienza dell’Adorazione Eucaristica in un tendone dove si alterneranno membri della nostra chiesa diocesana. In modo particolare abbiamo deciso di coprire le ore di preghiera (circa 3 per ogni
pomeriggio) da diverse fasce d’età per ciascun giorno: bambini, adulti, giovani. Come equipe collaboreremo con gli uffici e equipes diocesane competenti: equipe ACR e Uff. Catechistico, Uff. per
la Pastorale Familiare e Centro Diocesano
Vocazioni, equipe ACG e varie realtà giovanili presenti nelle parrocchie. Il nostro desiderio è quello di poter vivere nella prima parte della Quaresima
un tempo di preghiera e riflessione dal sapore fortemente ecclesiale per riportare nelle nostre singole realtà la forza di chi si è ritrovato con fratelli (anche non conosciuti personalmente) per
incontrare l’Unico Signore che ci porta ancora la
salvezza. Durante i tre pomeriggi saranno a disposizione dei sacerdoti per vivere il Sacramento
della Riconciliazione.
Certo della partecipazione e dell’impegno di tutti e di ciascuno vi presento il programma dell’iniziativa:
Tenda Eucaristica Diocesana
Tensostruttura, Valmontone
(via dell'Outlet, dopo il 118)
mercoledì 3 marzo dalle ore 15.00-19.00:
preghiera dei bambini
giovedì 4 marzo dalle ore 15.00-19.00:
preghiera per gli adulti
venerdì 5 marzo dalle ore 15.00-19.00:
preghiera per i giovani. Solo
questo incontro si concluderà con la Via Crucis
per le vie della città e i partecipanti sono invitati a vivere l'esperienza del digiuno.
Febbraio
2010
12
Costantino Coros
E’ stata presentata lo scorso 19 gennaio a Roma
nella Sala del Mappamondo della Camera dei Deputati
la proposta di legge n.2933 contenente “Disposizioni
per la tutela dell’etica e dei comportamenti in campo economico-finanziario attraverso la «certificazione
etica»”. Si tratta di un progetto di legge d’iniziativa dell’On. Antonio Mazzocchi (Pdl), promosso dal Comitato di Promozione Etica Onlus con
il sostegno della Confesercenti e che vede come
firmataria del progetto l’On. Catia Polidori (Pdl).
Ai primi promotori si sono aggiunti come firmatari della proposta altri 12 parlamentari sia della maggioranza che dell’opposizione.
E’ ora di voltare pagina “L’iniziativa parlamentare è da ricondurre nella volontà del Movimento
Cristiano Riformisti, di aderire ad un progetto di
vero e autentico rinnovamento basato sui principi del Magistero sociale della Chiesa. Da notare infatti che alla base del progetto di legge c’è
una riscoperta dell’importanza dei principi cristiani
di riferimento quali la salvaguardia della dignità
dell’uomo e la promozione del bene comune come
indicati nell’ultima Enciclica Caritas in Veritate di
Benedetto XVI”. Ha detto l’On. Antonio Mazzocchi
nel corso della conferenza stampa di presentazione della proposta di legge. “La coscienza dei
rischi indotti da ciascun partecipante alle relazioni
economiche costituisce l’ago della bilancia di ogni
relazione che voglia dirsi etica”. Ha aggiunto l’On.
Mazzocchi.
La certificazione etica vuole essere lo strumento nuovo che propone un cambiamento di rotta:
dopo il fallimento dei controlli effettuati da certificatori terzi, sottoposti purtroppo a corruzione e
concussione si deve puntare ad un rinnovamento
dei controlli a livello interno, vale a dire di presa di coscienza di ciascun partecipante. “Come
Movimento cristiano riformista non possiamo più restare insensibili e attoniti di fronte ad una realtà che distrugge l’uomo ed in cui si osannano il potere e l’avidità come elementi primari del
successo.
Con questa legge non crediamo certo di risolvere il conflitto esistente tra
la necessità etica e la sua trasgressione, riteniamo però di dare un contributo importante alla ricostruzione del
clima di fiducia fortemente indebolito
dai fatti accaduti nel corso dell’anno
appena concluso. Cerchiamo soprattutto di promuovere uno strumento in
linea con l’edificazione di una realtà
europea che non può che basarsi su
un’etica vera e condivisa che guardi
con fiducia al bene comune”. Ha detto in conclusione del suo intervento l’esponente della maggioranza. Un nuovo modello: quello della certificazione etica “Il modello che è stato presentato nel progetto, deve essere considerato come un autentico salto di paradigma: credere non più nella forza dei
controlli, quanto più invece nella forza della coscienza” ha spiegato il
Presidente del Comitato di Promozione
Etica Onlus, Prof. Romeo Ciminello
“non per niente il progetto verte sulla certificazione etica.
Etica nel suo significato di conoscenza
del bene e della possibile azione volta ad attuarlo. Etico nel suo significato di
Responsabilità sociale dell’impresa che si riverbera in tutti i rapporti con i suoi interlocutori. La
struttura della certificazione etica si fonda sulla
formazione della coscienza alla responsabilità sociale e prevede un quadro di riferimento fondato su
4 elementi portanti:
1) La competenza professionale;
2) la conoscenza dei limiti etici della professione; 3) la trasparenza;
4) la censura sociale.
“Questo nuovo modello di certificazione etica che
lascia auspicare un rinnovamento nel tessuto economico della nostra società – ha detto il Prof. Ciminello
- si serve anche di un indice di fiducia che sarà
il nuovo indicatore a cui le nuove generazioni di
imprenditori e di lavoratori, nonché di consumatori
impareranno a guardare per muoversi con maggiore confidenza nell’intricata giungla delle relazioni economico-finanziarie”. Ritrovare la fiducia “Il sistema ha bisogno di ritrovare fiducia, rinnovare il tessuto delle relazioni economico-finanziarie in funzione di uno sviluppo più armonico
ed affidabile, sviluppo che non significhi, come
abbiamo avuto modo di constatare, approfittamento
da parte di alcuni, di asimmetrie informative a discapito dei più deboli e dei meno tutelati come le
piccole imprese, i dipendenti o i consumatori”.
Queste sono le prime anticipazioni delle indicazioni risultanti da una ricerca effettuata dalla
Confesercenti tra i suoi iscritti in base ad un questionario formulato dal Comitato di promozione
etica Onlus e somministrato dalle sezioni provinciali
dell’organizzazione. L’indagine completa sarà illustrata in occasione di un prossimo convegno dedicato al progetto di legge. “Non è stato facile completare la ricerca, ma dalle prime indicazioni ottenute possiamo serenamente affermare che eravamo e siamo nel giusto, quando ci facevamo
promotori della necessità di un cambiamento nei
rapporti economici improntato ad una maggior attenzione etica”. Ha commentato Giuseppe Fortunato
della Confesercenti nazionale. La proposta di
legge in sintesi Il progetto si sviluppa in 8 articoli.
Nel primo articolo si evidenziano le finalità della certificazione etica, rivolta soprattutto alle imprese quotate e non quotate e a quelle del settore
no-profit che raccolgono fondi direttamente o per
il tramite di intermediari finanziari.
Nel secondo articolo si indicano le diverse definizioni di certificazione etica, di rischio esposti,
di rischio apportatori, di società di certificazione
etica e dei requisiti necessari per svolgere l’attività nonché i titoli per svolgere la mansione di
certificatore etico da parte del personale e la previsione di iscrizione nel registro nazionale.
Nel terzo articolo si stabiliscono le regole per l’uso della denominazione “certificazione etica” e
per il rilascio dell’attestato e del contrassegno di
certificazione etica.
Nel quarto articolo si evidenziano le regole per
la corretta informazione e tutela del consumatore
nonché il contributo di vigilanza dato dalle associazioni dei consumatori e dalle associazioni di
categoria. Questo articolo infine stabilisce oltre
alle regole di pubblicizzazione dello status di impresa certificata etica, anche le modalità e gli elementi che possono essere oggetto di pubblicità
da parte di queste imprese. Tra gli elementi più
importanti la novità consiste soprattutto nella possibilità di pubblicizzare la lista degli impegni presi con i rischio-esposti in termini di responsabilità e della volontà di ridurre i rischi corsi dal rischioesposto con il relativo impegno di spesa. Inoltre
è possibile pubblicizzare la scelta di inserire dipendenti diversamente abili quando questi sono in
proporzione superiore di un terzo al dettato della legge. Inoltre è interessante notare che nella
pubblicità c’è anche la possibilità di mettere in
evidenza l’assenza di pratiche finanziarie speculative
volte all’accumulazione di proventi, nonché l’uso della fattura etica e l’assenza di ricorso a prestiti usurari e a legami mafiosi. Infine può essere pubblicizzato il corretto comportamento in ambito fiscale e le politiche antinquinamento adottate per la salvaguardia dell’ambiente.
Nell’articolo cinque sono inserite tutte le concessioni
a favore delle imprese eticamente certificate. Ottenere
finanziamenti agevolati, ottenere detrazioni fiscali in relazione ai costi sostenuti per la certificazione etica, ottenere una sovvenzione statale pari
al 50% della quota necessaria per la partecipazione a confidi locali a scopo antiusura.
Ottenimento di spazi televisivi gratuiti per pubblicizzare la propria immagine su reti pubbliche.
Ottenere un contributo statale del 30% dei costi
di pubblicità sostenuti per la pubblicizzazione di
prodotti recanti il contrassegno etico. Infine si prevede la possibilità di partecipare alla costituzione di una speciale banca di credito cooperativo
etico.
Nell’articolo sesto si enunciano le necessarie modifiche da apportare al codice civile concernenti gli
art. 2409, 2412, 2449 e 2555.
Nel settimo articolo sono previste le sanzioni per
coloro che violano le disposizioni o che fanno uso
abusivo del contrassegno o della denominazione di società di certificazione etica.
Infine l’articolo ottavo raggruppa le tutele previste dallo stato e dagli enti territoriali a salvaguardia
degli effetti discorsivi della concorrenza sleale.
Febbraio
2010
13
Don Dario Vitali
Il titolo, naturalmente, non riguarda gli italiani, che il proverbio battezzava come popolo di eroi, di
navigatori, e di santi (una volta…);
riguarda invece il Popolo di Dio,
la totalità dei battezzati che, in forza della rigenerazione in Cristo,
sono «consacrati a formare una
dimora spirituale e un sacerdozio
santo, per offrire, mediante tutte
le opere del cristiano, spirituali sacrifici». La citazione è ripresa da LG
10, testo che affermava la pari dignità di tutti i
membri del Popolo di Dio in forza del battesimo. Quel testo – a parere dei più grandi interpreti del concilio – ha costituito una vera e propria “rivoluzione copernicana” nel pensiero e nell’esperienza della Chiesa, perché ha segnato la
fine (almeno teorica) del modello piramidale di
Chiesa, fondato sulla distinzione tra Ecclesia docens
ed Ecclesia discens: chi è posto in autorità e possiede ogni diritto, soprattutto quello di parola; chi
invece è “suddito” e deve solo ubbidire ed eseguire. In forza di quel rovesciamento di ordine
e di prospettiva, il primato nella Chiesa non spetta più ai ruoli, ai ministeri, agli stati di vita, ma
alla vita cristiana: non esiste titolo di maggior
onore che quello di “figlio di Dio”, conferito dal
battesimo e non da chissà quale funzione negli
organigrammi ecclesiastici. Corollario di quel principio è l’affermazione della «universale vocazione
alla santità», proposto nel capitolo V della Lumen
Gentium, in particolare nel numero 40, che vorrei qui commentare.
Il testo scardina un altro luogo comune, sostenuto per tanti secoli nella Chiesa: che esistano, come diceva Graziano, il grande canonista
che nel Medioevo riordinò le leggi ecclesiastiche, due ordini o categorie di cristiani, i chierici e i laici, gli uni chiamati alla santità, gli altri
a salvarsi l’anima. Il celebre testo, che ho già
richiamato altrove, suona così: «Esistono due
categorie di cristiani: una è quella dei chierici,
scelta per l’ufficio divino, dedita alla contemplazione
e all’orazione, che giustamente si astiene da ogni
strepito delle cose di questo mondo… L’altra è
quella dei laici, cioè il popolo, a cui è lecito avere beni, anche se unicamente in uso, avere moglie,
coltivare la terra, fare cause, risolvere contenziosi, fare offerte sull’altare, offrire le decime e
così salvarsi, a condizione di fare il bene evitando i vizi».
Questa mentalità è stata peraltro confermata
dal calendario dei santi, che sembra fare della
santità una faccenda di preti, frati e suore. Al
contrario – e per molti poteva suonare al limite
della provocazione – LG 40 afferma che «il Signore
Gesù, maestro e modello divino di ogni perfezione, a tutti e ai singoli suoi discepoli di qual-
siasi condizione ha predicato la santità di vita,
di cui egli stesso è l’autore e il perfezionatore:
“Siate dunque perfetti, come è perfetto il Padre
vostro celeste” (Mt 5,48)». Tale chiamata alla santità, che indicherebbe una meta irraggiungibile
alle sole forze umane, diventa possibile perché
Cristo stesso ci dona il suo Spirito, il quale rende l’uomo capace dell’amore a Dio e ai fratelli:
[il Signore Gesù] «ha effuso in tutti lo Spirito santo, perché li muovesse interiormente ad amare
Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente e con tutta la forza e ad amarsi gli
uni gli altri come Cristo ci ha amati».
La santità è dunque un dono di Dio, non un’opera dell’uomo: la capacità dipende dallo
Spirito e non dalle opere, contro ogni tentazione di fariseismo. I tanti richiami alla Sacra Scrittura
non fanno altro che ribadire questa verità fondamentale, indicando come la santità altro non
sia che la vita stessa dei figli di Dio: «I seguaci di Cristo, chiamati da Dio non per le loro opere, ma secondo la sua volontà e la sua grazia
e giustificati nel Signore Gesù, nel battesimo della fede sono stati fatti veramente figli di Dio e
compartecipi della natura divina, e perciò realmente santi». Al dono, naturalmente, corrisponde
il compito, secondo la logica che all’essere consegue l’agire. S. Agostino avrebbe detto, con linguaggio ineguagliabile: «siate santi, perché siete santi»; praticate quello che avete ricevuto in
dono da Dio.
Il testo conciliare si muove in questa linea:
«Con l’aiuto di Dio essi devono mantenere e perfezionare nella vita la santità che hanno ricevuto.
Sono esortati dall’apostolo a vivere “come si addice ai santi” (Ef 5,3), a rivestirsi “come amati da
Dio, santi e diletti, di sentimenti di misericordia,
di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza” (Col 3,12) e a portare i frutti dello Spirito per
la loro santificazione (cfr Gal 5,22; Rm 6,22). E
poiché tutti quanti manchiamo in molte cose (cfr
Gc 3,2), abbiamo continuamente bisogno della misericordia di Dio e dobbiamo ogni giorno
pregare: “E rimetti a noi i nostri debiti” (Pt 6,12)».
Il punto di arrivo di tutta l’argomentazione è il
seguente: se Cristo ha predicato a tutti la santità, se a tutti ha donato il suo Spirito che ren-
de capace ogni credente di vivere secondo questa chiamata, allora «è chiaro a tutti che ogni
fedele di qualunque stato o grado è chiamato
alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione
della carità». Si tratta di un principio costitutivo
della vita cristiana, che indica la misura dell’essere
cristiani: semplicemente, essere santi.
Peraltro, il testo è attento a sottrarre l’affermazione a facili spiritualismi, quasi che il perseguimento di una vita santa significasse una
diminuzione dell’essere uomini e donne in questo mondo, come viene affermato da più parti;
anzi, questo impegno è piuttosto la via per contribuire nel modo più alto alla promozione dell’uomo: «Da questa santità è favorito un tenore di vita più umano anche nella società terrena». A chiusa del paragrafo, viene indicata la
via per realizzare un autentico cammino di santità: «Per raggiungere tale perfezione, i fedeli devono utilizzare le forze ricevute secondo la misura del dono di Cristo, affinché, seguendo i suoi
esempi e divenuti conformi alla sua immagine,
obbedendo in tutto alla volontà del Padre, si dedichino con tutto l’animo alla gloria di Dio e al servizio del prossimo. Così la santità del Popolo
di Dio maturerà in frutti abbondanti, come è splendidamente dimostrato, nella storia della Chiesa,
dalla vita di tanti santi». Sorprende un po’ il tono
esortativo, rivolto ai soli fedeli. Finora il testo aveva chiarito come tutti e ciascuno – «dai vescovi fino agli ultimi fedeli laici», aveva detto LG 12,
citando S. Agostino – sono chiamati alla santità. Ci si poteva attendere un’assunzione d’impegno da parte di tutta la Chiesa a incarnare la
universale vocazione alla santità tutti insieme –
la universitas fidelium – e ciascuno, secondo la
propria condizione e il proprio stato di vita.
Certo, l’invito non guasta; ma non riesce a
rendere quella circolarità tra santità della
Chiesa e santità dei suoi membri che sta alla
base di tutto il discorso. In fondo, i santi che il
documento richiama sono la più bella illustrazione di questa santità.
Ma rimane la novità di un principio che costituisce sempre il fondamento di ogni riforma della Chiesa e di ogni rinnovamento della vita cristiana.
Febbraio
2010
14
Chialastri don Cesare*
Il titolo sintetizza bene il contributo di analisi e di
dati del IX Rapporto su povertà ed esclusione sociale in Italia preparato da Caritas Italiana e
Fondazione Zancan: Famiglie in salita (Il Mulino,
Bologna, 2009). Il Rapporto, che viene pubblicato da qualche anno a ridosso della Giornata Mondiale
di lotta alla povertà, pone l’accento sui nuovi fenomeni di difficoltà economica che coinvolgono il nostro
paese, aggravati dalla crisi economico-finanziaria. Come i precedenti anche il Rapporto 2009 ha
come preoccupazione principale quella di essere una voce <critico-profetica>, cioè di denunciare,
senza sconti, le povertà e le criticità presenti nel
nostro paese rispetto a quanto indicato nel modello solidaristico presente nella Costituzione e nello stesso tempo indicare proposte percorribili per
superare le tante lacune. Nell’ultima parte vengono
illustrate delle buone pratiche già presenti nei territori delle nostre Regioni e nella società.
Sono sotto gli occhi di tutti i limiti ricorrenti e non
ancora superati: la scarsa integrazione tra il sociale e il sanitario; le grandi differenze che esistono
tra Regioni e all’interno di esse tra i cittadini, sotto il profilo economico, fiscale e della concretizzazione dei propri diritti; la debolissima ed insufficiente attenzione alla famiglia; l’assenza permanente
di un Piano di lotta alla povertà e in conseguenza di ciò una fetta consistente della popolazione
vive una cittadinanza incompiuta; la situazione di
rischio per tante famiglie di entrare nella povertà. C’è sempre di più un evidente indebolimento
della vita democratica.
Vicino a questo quadro, ci sono delle <buone prassi> (questo rapporto né illustra diverse) presenti
nel paese, soprattutto nella società civile, grazie
alla presenza attiva della Chiesa, del volontaria-
to e del terzo settore. Queste <buone prassi> non sono state in grado di risolvere le
fatiche di tante povertà e le numerose esclusioni sociali che esse producono.
Hanno però contribuito, almeno, a renderle meno gravose. Penso a ciò che è presente anche nel nostro territorio diocesano:
i Centri di Ascolto che hanno il polso reale
delle povertà, né intuiscono i mutamenti, sensibilizzano le comunità verso i nuovi bisogni e così indicano anche un metodo di lavoro per le politiche e servizi sociali; i luoghi
di accoglienza e di prossimità che hanno la
capacità di creare una relazione (anche faticosa) tra il volontario e la persona bisognosa
di aiuto (in qualche consiglio comunale si
è parlato e si programmato azioni e risposte senza minimamente conoscere di chi e
di che cosa si stava parlando!!); l’avvio del
microcredito diocesano, la collaborazione
con il microcredito attivato dalla Regione Lazio
e il prestito della Speranza della C.E.I., i tanti tentativi che si fanno per favorire il reinserimento sociale; Casa Nazareth per donne e bambini e Casa San Lorenzo per chi
ex-detenuti, il lavoro educativo e di sostegno alle famiglie di tanti istituti religiosi e di cooperative, ecc. Ma le ricadute sulle scelte politiche e
governative dello sforzo congiunto di Caritas Italiana
e Fondazione Zancan attraverso il lavoro dei vari
Rapporti elaborati in questi anni, sono giudicate
deludenti, al di là dei vari governi di destra o di
sinistra che si sono succeduti in questi ultimi decenni. Forse sono riusciti soltanto a tenere viva nell’opinione pubblica la situazione di povertà che permane e si sta espandendo nel nostro paese, ma
sono risultati niente affatto efficaci per dare impulso politico a scelte in grado di contrastare la povertà. Qui viene fuori un interrogativo: se finora non
si è fatto nulla per abbattere la povertà, è pensabile che questo venga fatto in un tempo di crisi come quello attuale? I prossimi mesi ci daranno risposte che però dovranno essere concrete
rispetto ai problemi delle persone, delle famiglie
e che non possono essere rinviate a un domani
che non ci sarà, senza nessun impegno nell’oggi. Coloro che sono a contatto quotidiano con le
situazione di difficoltà economiche di tante famiglie si rendono conto che molte persone e famiglie sono in una condizione di <apnea>.
È un immagine utilizzata dal Censis per descrivere la situazione attuale della società italiana e
credo che bene si possa applicare a ciò che intendo dire. Non è possibile restare troppo tempo in
questa situazione (lo sanno bene quelli che praticano sport subacquei).
Molti da diverso tempo si trovano in <apnea> e
non sarà possibile prolungare ancora la durata.
La novità di questa crisi è che essa ha colpito anche
la c.d. <classe media>, tante persone in modo inaspettato si trovano ad affrontare situazione che
fino a qualche anno fa per loro erano impensabili (es. non poter pagare l’affitto di casa, il mutuo,
le bollette della luce, del gas, ecc). ma questa è
nello stesso tempo una bella opportunità: tutti o
la gran parte delle persone possono capire e affrontare il problema della povertà (es. stili di vita alternativi, più sobri), mai come oggi le risposte che
vengono date ai poveri, vengono, meglio, possono
essere date a tutti. Il Rapporto nella fase delle proposte si concentra innanzitutto sulle famiglie, in
modo particolare su quelle in difficoltà, che camminano in salita: perché sono numerose con figli
da crescere, perché fragili per motivi economici,
per mancanza di lavoro e di casa, in grande affanno anche nella vita relazionale e nel compito educativo di genitori. Il problema della povertà ha tante dimensioni: economica, relazionale, sociale, culturale, ecc, e questo chiama in causa soggetti diversi che hanno responsabilità differenti: i poveri stessi, la società civile, la stato, la chiesa, il volontariato, ecc.Se ne esce tutti insieme. A ciascuno è
richiesto un impegno specifico e particolare.
Ai poveri, è richiesto di non adagiarsi e rassegnarsi a divenire oggetto di interventi assistenziali
mettendosi in una posizione di pretesa verso quella determinata erogazione, ma anche di uscire allo
scoperto, di rompere il muro della vergogna e di
chiedere aiuto e sostegno, di chiedere giustizia.
Dal Rapporto emergono che ci sono tante famiglie italiane che non si rivolgono ai servizi promossi
dalla Caritas per <vergogna> o per <orgoglio> perché fanno fatica ad accettare la nuova situazione in cui si sono ritrovate.
Allo Stato è chiesto, da diversi anni, un Piano nazionale di contrasto alla povertà. Ora ci troviamo di
fronte ad un passaggio di tipo legislativo di riferimento: saranno le Regioni a dare vita ai piani
di lotta alla povertà, come già accade sul piano
sanitario. Un ruolo sempre più determinante avranno i Comuni, per la loro possibilità ad essere vicini ai poveri, si richiede a loro la capacità e l’intelligenza di valorizzare e di coordinare tutte le risorse presenti nel territorio.
Alla società civile un cambio di mentalità: la povertà è un problema anche culturale. Spesso i poveri sono considerati un problema per la società e
un fastidio (soprattutto per i ricchi). In realtà ogni
persona è portatrice di valori, di capacità a prescindere dalla propria condizione economica. Ignorare
ed escludere i poveri equivale a condannare la
società intera ad un maggiore impoverimento, ad
una maggiore insicurezza e instabilità.
Alla Chiesa, e dentro di essa alle Caritas, è chiesto di promuovere scelte e stili di vita alternativi
alla cultura corrente, quali: l’attenzione concreta
ai poveri, l’uso gratuito del tempo e del denaro,
l’accoglienza dell’altro e il rispetto della sua dignità, l’apertura delle proprie strutture, il rifiuto della litigiosità e della maldicenza, le azioni di ascolto, di accompagnamento in particolar modo con
i poveri, forme diverse di condivisioni di beni. Già
ci sono dei modelli e testimonianze, ma occorre
lavorarci molto e non scoraggiarsi.
*direttore Caritas Diocesanaù
Febbraio
2010
15
t i
casi di
razzie e di
assalti nelle
zone commerciali
con un forte rischio di
tumulti. Caritas Haiti,
non avendo avuto danni, si
è potuta attivare utilizzando
quanto ha già disponibile nei suoi
magazzini e fornendo kit da cucina e
per l’igiene, disinfettandi e materassi per più
di mille famiglie. La nostra diocesi, in unione a tutte le diocesi italiane, ha indetto per
domenica 24 gennaio una raccolta straordinaria in tutte le Parrocchie, Rettorie per
sostenere le iniziative di solidarietà promosse
da Caritas Italiana. In questa stessa domenica tutte le comunità ecclesiali sono invitate a continuare a pregare per coloro che sono
stati colpiti dal terremoto.
La Conferenza episcopale Italiana ha stanziato due milioni di euro per le prime emergenze e per i bisogni essenziali delle persone colpite dal
terremoto.
N.B. Per quanti volessero dare una mano in
prima persona.
Per motivi logistici e
tecnici in questa prima
fase Caritas Italiana
non ritiene funzionale la
presenza di volontari, in modo
particolare per la difficoltà dovuta lla lingua locale (creolo) parlato dal più dell’80% della popolazione; nelle fasi successive verranno valutati eventuali supporti di personale
competente (infermieri, medici, accompagnatori
ai progetti per la ricostruzione, ecc).
** Per sostenere gli interventi si possono inviare le offerte a Caritas diocesana Velletri-Segni
tramite bonifico bancario specificando nella causale : ”Emergenza terremoto Haiti”
° Banca popolare Etica, filiale di Roma, iban:
IT 58 L050 1803 2000 0000 0124 209
° Banca Popolare del Lazio,
sede centrale Velletri, Iban:
IT 35 T 05104 39498 CC 0080000257.
la famiglia fa parte della stessa missione della Chiesa ed è chiamata a
diventare ciò che essa è, ovvero immagine della Trinità, Chiesa domestica,
mistero coniugale. La famiglia non è
un nucleo che deve svecchiarsi,
non è egoismo, non è qualcosa da
formare per sentito dire. Per il cristiano
è importante fare la volontà di Dio cercando di portare il creato verso Lui
e non verso la deriva. Il fine ultimo
per i cristiani è la vicinanza con Dio
e vivere il presente non allontanandosi dalla moralità degli atti quotidiani.
Se la Chiesa tacesse non sarebbe più
la madre e la maestra che accompagna
e insegna al cristiano a vivere secondo Dio. In questa prospettiva la legge civile dovrebbe essere strumento per aiutare il matrimonio tra l’uomo e la donna, cautelare i figli che vengono a nascere da questo tipo di unione. La famiglia infatti è una rete di mediazioni sociali, grazie alla quale si impara la differenza sessuale, la relazione tra le generazioni, tra natura e cultura, tra pubblico e privato, tra Chiesa e mondo. Se la famiglia è in difficoltà, non è il suo valore a venir meno,
ma l’incapacità di viverlo. Quando la Chiesa attraverso il suo magistero cerca di illuminare la coscienza dei cattolici e dare loro degli orientamenti pratici, richiamando i principi fondamentali della loro
fede non può esse accusata di integralismo (con
toni aspri e talvolta con aperte minacce), salvo che si abbia timore che anche gli uomini
di buona volontà ricordino i principi fondati sulla stessa natura umana. La società si scardina
da tutto ciò che è religioso ritenendosi laico, ma
per noi cristiani cattolici questo termine ci apre
alla missione e ci impegna ad ordinare le cose
temporali verso Dio.
Haiti:
un’enorme
catastrofe
Un devastante terremoto ha colpito il 12 gennaio u.s. Port au Prince, la capitale di Haiti,
provocando migliaia di vittime e danni enormi.Haiti è il paese più povero dell’America
Latina ed è periodicamente provato da calamità naturali e da crisi sociali. Dei circa nove
milioni di abitanti -su una superficie che è
poco più grande di quella della Sicilia- oltre
la metà degli abitanti vive con meno di 1 dollaro al giorno.La situazione ad Haiti è davvero drammatica e non ci sono ancora dati
ufficiali sul numero dei morti, né sui danni
riportati. Il sisma ha colpito in modo particolare la capitale, abbattendo tra l’altro la
Cattedrale nella quale è stato trovato privo
di vita l’Arcivescovo. C’è un rischio elevato di malattie per le condizioni sanitarie molto difficili; tanti sono i morti e feriti abbandonati per le strade; tanti sono ancora sotto le macerie; già sono stati segnalati mol-
Dorina e Nicolino Tartaglione
All’inizio del nuovo decennio che ha come centro degli orientamenti pastorale il tema educativo, non è scontato avere la coscienza che l’insegnamento delle Chiesa abbia una funzione
essenziale anche nell’analizzare i contributi delle scienze umane sul pianeta famiglia. Parlare
di famiglia nell’attuale contesto sociale permette di guardare l’uomo nel più profondo dell’anima e trovare la sua vera dignità di figlio di Dio.
La società odierna pone la libertà come valore
scardinandola dalla realtà che la costituisce. Dio
vuole tutti liberi, ma questo non deve portarli verso un libertinaggio, bensì ad un comportamento morale e dignitoso per la propria persona e
per i propri fratelli. Anche la famiglia sta subendo gli effetti della secolarizzazione e della modernità ,perché viene vista lontano dall’orizzonte che
i cristiani ricercano in ogni cosa e che è il disegno di Dio. In questo scenario, il sentimento viene distorto, esasperato dalla velocità nel viverlo, è momentaneo ed ha una impronta di puro
egoismo perchè interessa il raggiungimento del
proprio piacere, delle proprie aspettative perdendo
di vista anche e soprattutto il vero significato di
Amore che è donare se stessi e portare la felicità all’altro. L’essere cristiani vieta ogni tipo di
egoismo: è questa la nuova legge, amare il prossimo come noi stessi, questo infatti è l’atteggiamento
che apre alla missione di operare il bene e di
far trasparire la propria appartenenza a Cristo
in tutti gli ambiti della società. La missione del-
Febbraio
2010
16
Paolo Tomasi
Domenica 21 febbraio è la prima domenica di Quaresima
2010, periodo che inizia con il mercoledì delle ceneri e termina il giovedì santo prima della messa in
coena domini, culminerà Domenica 4 aprile nella
festività della Pasqua di Resurrezione. Cosa significa “Quaresima”; da dove viene annunciato questo periodo; cosa significa questa nuova attesa, dopo
aver attraversato l’Avvento, altro periodo di attesa
e, di nuovo, rammentando gli apostoli, timorosi dopo
la morte del Cristo, senza ancora sapere di essere in attesa dello Spirito Liberatore, datore di scienza e sapienza per annunciare, loro ebrei, ad altri
ebrei, anche questi in secolare attesa del Messia.
Attesa, ancora … e fu Paolo, anche lui ebreo della tribù di Beniamino, a “rompere” l’attesa, prima ebrea,
quindi nell’Aeropago ad Atene, in Grecia, di filosofi e di dotti, per spiegare che l’attesa era, da un lato
terminata, da un’altro di nuovo iniziata, per individuare nuove speranze e nuovi obiettivi della perfezione umana … all’interno di una Creazione sempre rinnovata, quindi sempre sorprendente (sull’argomento
torneremmo volentieri in un successivo articolo). Quaresima
è tempo “forte” per la conversione. Tempo liturgico che richiama al senso cristiano del peccato, all’umile preghiera nella quale si invoca il perdono e si
cerca la carità “operosa”, per attendere alla personale
volontà di
conver-
sione. Dopo queste considerazioni, forse un po’ pesanti, vorrei alleggerire i toni raccontando una mia piccola esperienza. Avevo appena sei anni ed ero stato, fieramente, appena nominato chierichetto. Un
pomeriggio arrivai in Parrocchia, ben prima della
Messa (in realtà volevo giocare prima all’oratorio
che, però era ancora chiuso), quindi, per non rimanere in strada, andai in chiesa e mi trovai, solo, con
il mio vecchio parroco che stava coprendo, essendo in prossimità della quaresima di allora, le immagini sacre con panni di colore viola. Nel mio turbolento cervelletto (beh, rimane ancora un po’ turbolento, mah, così ce me l’hanno dato) ricordai alcuni discorsi di grandi (allora i piccoli sedevano silenziosi in disparte, mentre i “grandi parlavano”) e ricordai che uno di loro disse che il colore viola non era
gradito agli attori, comunque a coloro che recitavano. Sempre nel mio cervelletto elaborai il concetto che, se il mio parroco aveva scelto il colore
viola, allora lui non era un attore, non recitava, e
che quindi la quaresima non era una recita “teatrale”, bensì qualcosa di più serio (invito chiunque
ad osservare bene i piccoli: loro capiscono ben più
di quello che sembrino!). Questo, quello che un bambino qualsiasi percepì della quaresima, che non sarebbe diverso da ciò che, da grandi potremmo intuire. La Fede
e la
riflessione teologica della Chiesa colgono
nell’Incarnazione, Passione e Resurrezione del Figlio
di Dio la chiave per introdurci ad interpretare correttamente la storia dell’umanità. Riflettiamo sul Cristo
che, come scritto nei Vangeli, va nel deserto per
meditare nel silenzio e praticare il digiuno: lì arriva
il demonio tentatore, per ben tre volte, ed ogni volta vi è una risposta chiara, quella che nella “nostra
quaresima”, non quella di uno qualunque, siamo dunque anche noi chiamati a rispondere: Cristo, Uomo
e Dio, ha salvato il mondo portando il creato alla
sua completa liberazione e l’uomo di fede può, dopo
di Lui, e solo ora, guardare il “prima” di Cristo in vista
di Lui (leggi primo Testamento) ed il tempo successivo
(leggi secondo Testamento, le Tradizioni ed i Padri)
alla Sua morte e resurrezione come lo spazio, diremmo forse anche il tempo, non finito e quello prospettico,
per riflettere, tentare di comprendere, quindi approfondire la straordinaria ricchezza della Pasqua attesa, verso cui camminare, credere e sperare: una
Pasqua, quindi, ancora di attesa. Già attesa, perché l’attesa e simbolo della virtù della speranza, dell’unione finale cui siamo tutti chiamati, per celebrare
anche noi la nostra Pasqua di Resurrezione, nell’ultimo giorno. Scusate, dimenticavo, di menzionare
Maria. Torno indietro, solo per un attimo. Maria ed
Eva sono, in inizio, due donne uguali. La differenza fra di loro sta nel fatto che, di fronte alla
scelta tra il bene ed il male Eva disse “no”, mentre Maria rispose “si”, ponendosi continuamente
nello stato di innocenza primordiale, come
descritto nella Genesi, prima del peccato originale; viceversa Eva (ed ogni uomo) dopo
il primo “no” ha continuato, alternativamente, nella negazione, mentre Maria rispose “sempre si” e lo disse, anche nella sofferenza di
madre sotto la croce. Maria, la donna del sì,
contrapposta ad Eva, la donna del nò. E, tra
quel sì e quel nò, ci siamo tutti noi, ognuno
con le sue sfumature, a dare la risposta a
noi propria.
Per questo la “nostra” quaresima dovrebbe
essere accompagnata da Maria che saprà
esserci vicina, con il suo saper essere mamma, sin sotto la Croce, le nostre croci quotidiane, poi nella felicità della “nostra”
Pasqua. Rammentando il binomio (che
significa due nomi) sì-nò, tornando alla Quaresima,
rammentiamo come questo sia il momento
dell’introspezione, dell’esame di coscienza
approfondito: per conoscere la nostra miseriae la misericordia di Dio; il nostro peccato
e la sua grazia; la sua ricchezza e la nostra
povertà; la sua forza e la nostra debolezza;
la nostra tenebra e la sua luce, la nostra solitudine ed il suo … bussare alla nostra por-
Febbraio
2010
Mons. Luigi Vari
La liturgia del mercoledì delle ceneri crea il desiderio della conversione ed è una delle celebrazioni
che non hanno bisogno di essere spiegate dal
momento che a nessuno sfugge il simbolo della cenere che si sparge sulla testa. Le parole
che accompagnano il gesto delle ceneri , sia quelle più austere :”ricordati che sei povere ed in
polvere ritornerai”, sia quelle più orientate all’impegno del penitente per non ridurre la propria
vita in cenere: “convertitevi e credete al Vangelo”,
manifestano due punti di vista differenti.
Nella prima formula tutto è al singolare: ricordarti che sei; mentre nella seconda tutto è al
plurale; convertitevi …
La seconda formula mette immediatamente in campo il pensiero che la
conversione non è un affare personale,
ma , come è evidente nella prima lettura tratta dal libro del profeta Gioele:
nel ritorno al Signore tutti sono coinvolti, è un pellegrinaggio del cuore da
cui nessuno deve estraniarsi in considerazione della mole minore o maggiore di colpe. Il profeta invita a chiamare alla penitenza persino i bambini lattanti. La scena di questa liturgia
penitenziale è solenne e la descrizione
è di grande effetto, si sente il suono
della tromba che convoca l’assemblea
e si assiste al suo radunarsi, all’affrettarsi
della gente che corre al tempio senza lasciare nessuno a casa. Le mamme con i bambini in braccio e le persone anziane con la loro fatica si ammassano nel luogo della preghiera. Man
mano che si ci avvicina al Santo diminuisce il rumore ed anche il numero
delle persone e ci sono solo i sacerdoti che all’interno del tempio piangono
e recitano le preghiere del perdono.Tutto
è sospeso per rispondere all’invito delta, in attesa che siamo noi ad aprirla, nel pieno rispetto della nostra libertà, tra il bene ed il male: altro
mistero che Dio ci lascia!
Quaresima è quindi tempo di meditazione, di riflessione e di penitenza, frutto della nostra condizione
di indigenza, ma è, di nuovo, tempo di attesa, di
speranza gravida. Gravida? Sì, chi meglio di una
donna, di nuovo quindi anche Maria, ma anche una
donna che ci fosse vicina, potrebbe spiegare cos’è
una gravidanza che significa (qui è solo un uomo
poco capace che scrive) pienezza tanto fisica, quanto emotiva, di speranza … quindi, di nuovo … attesa.
Ancora attesa; tornando al dunque, della Pasqua
17
la penitenza. Evidentemente è questione di vita
o di morte. Una penitenza così corale suppone che l’allontanamento da Dio sia un dramma
per tutto il popolo al si là delle responsabilità
del singolo.Per noi che leggiamo questo brano
del profeta e che abbiamo negli occhi le immagini del dramma che ha colpito Haiti il pensiero del peccato cosmico ha una sua plasticità.
La tragedia del terremoto ha solo aggravato una
situazione di sopravvivenza precaria, resa tale
dalla follia di dittature che si sono susseguite.
Tutta quella povertà, i soccorsi difficili per la mancanza anche di uno Stato con il quale parlare,
tutto questo mostra il peccato come un disorientamento nel quale l’umanità si perde.
Proprio per questo la penitenza è collettiva, le
conseguenze del peccato non sono riservate solo
a chi lo pone in essere, ma riguardano tutti ed
ognuno è chiamato ad impegnarsi per diminuirne
le conseguenze; anche i bambini, anche gli innocenti subiscono le ingiustizie e le sofferenze ed
anche loro sono convocati alla penitenza per
una solidarietà che unica può creare una via di
uscita.
Dove il peccato è il segno di una umanità che
non ha bisogno di Dio e si racconta nelle sue
attività ed imprese, la penitenza è descritta dal
profeta come una interruzione di ogni attività per
ricordare prima di tutto a se stessi la presenza
di Dio. In questo senso mentre il peccato pone
la domanda sull’esistenza di Dio, la penitenza
si affida a Dio per ritrovare le sorgenti della vita.
che la liturgia ci regala, ogni anno, per rammentarci
che siamo stati creati per risorgere nuovamente con
Cristo, pronto al perdono e vicino ad ognuno, come
già fece anche con il cosiddetto “buon ladrone” vicino a Lui in Croce, per rinascere nella gioia e nella
gloria.
La sofferenza sembrerebbe intonare la vita dei nostri
giorni, in famiglia, nel lavoro, nei rapporti interpersonali, ma esiste un altro livello di correlazione e
di comprensione con l’altrui, indicatoci da Cristo e
mediato da Maria, Madre dell’Uomo-Dio, da noi mai
lontana e che ci salda alla promessa di un futuro
che, attraverso la sofferenza che sembra turbi tante nostre giornate, sottende e non nasconde il futu-
ro gioioso della ricongiunzione con il Creatore.
Quaresima allora è sofferenza? Non direi, quanto
consapevolezza che esiste un altro Mar Rosso da
attraversare, come i nostri fratelli maggiori, gli ebrei
descritti nel Primo Testamento, alla ricerca di quel
Dio che non si nasconde e che rimane lì, pronto
ad accoglierci, dopo averci messo in questo mondo perché dessimo a Lui gloria, ma che dovremmo scoprirla … e Lui non si nasconde.
Ma noi siamo accecati da troppe cose che si sovrappongono ad una serenità naturale che non ci consente di vederlo, sentirlo … mentre lui bussa ed aspetta, silenzioso, alla nostra porta: apriamola e sarà
Pasqua!
Febbraio
2010
18
Don Daniele Valenzi
All’inizio della
Quaresima la Liturgia,
per disporci a celebrare meglio la
Pasqua e a fare così esperienza della potenza
di Dio che “sconfigge il male, lava le colpe, restituisce l’innocenza ai peccatori, la gioia agli afflitti, dissipa l’odio, piega la durezza dei potenti,
promuove la concordia e la pace” (Preconio pasquale), ci ripropone tre pratiche penitenziali molto care alla tradizione biblica e cristiana: la preghiera, l’elemosina, il digiuno.
Queste manifestazioni di culto, o di carità, vanno fatte per Dio e non per avere la lode degli
uomini. Vi è infatti fra Dio e il credente un rapporto intimo d’amore.
Se dunque il nostro atteggiamento verso il Signore
è vissuto soltanto per fare “bella figura”, si falsifica l’intenzione che deve avere il nostro agire e si rompe il rapporto col Padre.
E così cercando l’ammirazione degli uomini, più
che alla ricerca di Dio ci mettiamo alla ricerca
di noi stessi e dei nostri interessi svuotando
di ogni valore quei gesti. C’è una stanza nella
nostra dimora interiore dove siamo veramente
soli, dove abita il nostro
io profondo. Quello che non conosce nessuno
fuori di noi, Uno solo può farci compagnia laggiù, perché non viene dal di fuori: è il Signore.
Egli solo penetra nell’intimo perché ha le chiavi del cuore.
Quando vuoi pregare porta il tuo cuore a Dio.
Quando manca il cuore, tutte le parole si svuotano. Quando vuoi pregare, non badare dunque alle parole, ma bada al tuo cuore.
Questo è in sintesi l’insegnamento del santo
vescovo di Segni circa il brano del vangelo di
Matteo che risuona nella celebrazione del mercoledì delle ceneri.
Lascio ora che siano proprio le parole di san Bruno
a raccontarci la bellezza della preghiera che in
questo tempo austero di quaresima si fa ancora di più sostegno della nostra vita interiore.
E quando pregate non siate come gli ipocriti, che
amano stare in preghiera nelle sinagoghe e negli
angoli delle piazze per essere visti dagli uomini: in verità vi dico hanno già ricevuto la loro ricompensa. Tu, invece, quando preghi, entra nella
tua stanza e, chiusa la porta, prega il Padre tuo
nel segreto, e il Padre tuo, che vede nel segre
to, ti ricompenserà.
Non pecca chi prega perché si trova nella sinagoga, chè casa di preghiera; e non è peccato
pregare in piazza. Perché dunque è proibito?
Ascolta ciò che segue e comprendi: per essere visti dagli uomini.
Non perde la sua ricompensa chi compie la sua
giustizia davanti agli uomini perché fa ciò, ma
chi fa questo per essere visto dagli uomini.
Chi infatti fa questo per essere visto dagli uomini, non cerca una ricompensa di giustizia, ma
la lode degli uomini e il favore e la vanagloria
del popolo.
Per questo non ha ricompensa presso Dio, perché ha ricevuto una vana ricompensa di lode
presso gli uomini.
Questa è la causa per cui la tua preghiera non
è accolta perché vuoi essere visto davanti agli
uomini. E, infatti, dovunque preghi, se preghi per
essere visto dagli uomini, non sarà accolta la
tua preghiera.
Ma se vuoi pregare bene, entra nella tua stanza, entra nel cuore, questo è infatti la stanza nella quale è contenuta la preghiera: questa è la
stanza in cui Dio stesso riposa. Lì
dunque, prega, lì parla, dove sia ciò che
dici sarà ascoltato,
sia Colui al quale parli ascolterà.
Chiudi la porta, infatti non
è necessario
il suono della bocca,
non
è
necessario
quel suono
di voce per
pregare.
Al cuore, infatti, non serve il
susseguirsi
delle parole,
ma la compunzione del
cuore.
Per questo il
salmista dice:
un cuore contrito e umiliato tu, o
Dio non disprezzi.
Febbraio
2010
la medesima direzione, invece a tutti
i ministri sacri compete il servizio al Popolo di Dio.
Servizio che viene poi specificato al canone successivo dove, agli originali due paragrafi di cui
era costituito, se ne aggiunge un terzo che specifica che solo coloro che hanno ricevuto il sacerdozio ministeriale, cioè vescovi e presbiteri, agiscono in persona di Cristo Capo, mentre i diaAntonio Galati coni, che condividono con tutti i battezzati il sacerdozio comune, ma non ricevono dal sacramento
Continuiamo il percorso all’interno di questo Anno dell’Ordine il sacerdozio ministeriale, servono il
Sacerdotale facendoci ancora guidare dall’in- Popolo di Dio nella diaconia della liturgia, delsegnamento della Chiesa, anche se per questo la catechesi2 e della carità, esprimono, cioè, il
intervento i suggerimenti proverranno da un atto Cristo Servo . Da quanto espresso qui sopra cirdel Magistero del papa che, a prima vista, dif- ca l’intervento del papa possiamo, allora, fare
alcune brevi conficilmente permetterebbe
siderazioni sul sacraalcune riflessioni cirmento dell’Ordine e
ca il sacerdozio ordiIl sacerdote ordinato riceve
sui vari modi in cui
nato. Il documento in
la missione e la facoltà di agire
esso si esprime. Per
questione è la Lettera
nella persona di Cristo Capo
prima cosa bisogna
Apostolica in forma di
subito notare che le
motu proprio “Omnium
«Quel Gesù, che “fu fatto di poco
espressioni «Cristo
in mentem” di
inferiore agli angeli”, lo vediamo ora
Capo» e «Cristo
Benedetto XVI che
coronato di gloria e di onore a causa
Servo» non vogliomuta alcuni canoni
della morte che ha sofferto» (Eb 2, 9).
no assolutamente
del Codice di Diritto
individuare una disCanonico circa i sacrasociazione nella
menti dell’Ordine e
del Matrimonio. Dato il taglio dell’articolo, ci si personalità del Maestro oppure un cambiamento
soffermerà solo su quelle parti del motu proprio di considerazione dei discepoli nei suoi confronti
dopo la sua glorificazione, come se ora il Cristo
che interessano il sacramento dell’Ordine.
Nell’introduzione di questo intervento si è nota- glorificato alla destra3 del Padre, il Capo della Chiesa
to che questo atto del Magistero sembra che inte- che è il suo corpo , abbia rinnegato il suo esseressi poco a un discorso sull’Anno Sacerdotale, re stato Servo su questa terra, oppure che i cridi Gesù
questo perché le modifiche apportate interes- stiani credano solo nella glorificazione
4
sano principalmente la dottrina intorno al gra- e non nel suo previo abbassamento . Dire «Cristo
do del diaconato, lasciando immutato tutto ciò Capo» è, quindi, come dire «Cristo Servo», perche il Codice di Diritto Canonico afferma sul sacer- ché solo uno è Cristo e entrambe le espressioni
dozio ordinato. Però, le specificazioni che ven- si riferiscono sempre a Lui.
gono apportate ai canoni intorno al grado del Le due specificazioni di Servo e Capo, però, restadiaconato, indirettamente, permettono anche di no funzionali perché se da una parte esprimosottolineare quelle peculiarità del sacerdozio ordi- no una distinzione che è solo di ragione nelle
funzioni di Cristo preso nella sua unica personato.
Prima dell’intervento di Benedetto XVI i due cano- nalità, dall’altra esprimono una distinzione che
ni interessati dalla modifica, e specialmente il è ontologica sul piano umano tra i diaconi e i
can. 1008, affermavano che i ministri sacri sono sacerdoti ordinati nel loro agire in persona Christi.
consacrati e destinati a pascere il Popolo di Dio, Anzi, questa differenza tra ciò che compete a
insegnando, santificando e governando nella per- Cristo in quanto tale e il modo in cui questo intersona di Cristo Capo, ognuno secondo1 il proprio vento del Signore si esprime nella storia dell’uomo
grado (episcopale, presbiterale o diaconale) . Secondo e della Chiesa terrestre attraverso i suoi miniquesta formulazione a tutti i ministri sacri, indi- stri, ci permette di fare un’ulteriore riflessione,
pendentemente dal grado dell’ordine che han- a partire dall’evento della Vita-Morte-Risurrezione
no ricevuto, compete l’esercizio dell’autorità di del Maestro.
Cristo Capo. Nella nuova formulazione voluta Se si guarda alla storia di Cristo narrata dai Vangeli
dal papa, e che è la necessaria conseguenza e si ascolta l’insegnamento degli Apostoli negli
di una modifica apportata al Catechismo della altri testi del Nuovo Testamento si può notare
Chiesa Cattolica da Giovanni Paolo II che va nel che «quel Gesù, che “fu fatto di poco inferiore
19
agli angeli”, lo vediamo ora coronato di gloria e5
di onore a causa della morte che ha sofferto» .
In altre parole: è il suo farsi Servo, la sua obbedienza fino alla morte in croce in favore dell’uomo6
che lo ha reso, per volontà del Padre, Signore
7
e Capo del suo corpo che è la Chiesa . Da ciò
si può notare che Cristo è insieme Servo e Capo
non solo perché Cristo è uno, ma anche perché non si comprenderebbe, nell’ottica del Vangelo
e della volontà divina, Cristo come Capo se non
lo si considera prima come Servo. Ora, applicando questo ai suoi ministri, sacerdoti e diaconi, per comprendere pienamente cosa significa che il sacerdote agisce in persona di Cristo
Capo bisogna anche guardare al ministero diaconale che agisce in persona di Cristo Servo.
Detto in altro modo: l’autorità di guide della Chiesa
che compete, in vario modo, ai sacerdoti
richiede anche una collaborazione attiva con i
diaconi che sono chiamati sacramentalmente a
incarnare nella storia lo stesso Cristo, facendone
trasparire la sua attività di servizio all’uomo singolarmente preso e all’umanità tutta. Il sacerdote, allora, traspare non come il factotum di Dio
che assomma a sé tutta l’attività sacramentale
e di pastorale, ma come colui che è in grado di
collaborare con chi gli è accanto e, come il capo
per il corpo, riesce a tenere unita e a coordinare
la vita della comunità a cui è inviato come presbitero o come vescovo.
Concludendo, queste precisazioni e specificazioni fatte da Benedetto XVI all’interno della legislazione canonica ci permettono, allora, di fissare
lo sguardo sul ministero sacerdotale ordinato e
da questo scorgere lo stesso Cristo nella sua
funzione di sostenere e guidare la Chiesa. Grande
responsabilità e anche grande vocazione, allora, per i sacerdoti: essi sono chiamati, come discepoli fedeli, a conformarsi a Cristo, perché Egli
parli e agisca attraverso di loro non solo in maniera straordinaria durante l’attività sacramentale,
ma anche attraverso gli stessi gesti e le stesse attività quotidiane di ogni sacerdote che, nella sua vita privata come in quella pubblica, fatta di relazione con gli altri fedeli, con il presbiterio e con il Vescovo, deve fare come Cristo
stesso fece, così da poter riattualizzare nell’oggi
della storia le stesse azioni e le stesse parole
del Maestro.
1
Cfr. Codice di Diritto Canonico, can. 1008-1009.
Cfr. Lettera apostolica in forma di motu proprio “Omnium in mentem”
del Sommo Pontefice Benedetto XVI con la quale vengono mutate alcune norme del codice di diritto canonico, art. 1-2.
3
Cfr. Col 1, 24.
4
Cfr. Gv 13, 1-11 e Fil 2, 7.
5
Eb 2, 9.
6
Cfr. Fil 2, 8-9.
2
7
Cfr. Col 1, 24.
Febbraio
2010
20
Mons. Franco Risi
L’Anno Sacerdotale (2009-2010) che il
Papa Benedetto XVI ha voluto con l’intenzione “di
promuovere l’impegno d’interiore rinnovamento di
tutti i sacerdoti per una loro più forte e incisiva testimonianza evangelica, nel mondo di oggi” offre a
tutti i credenti non solo l’opportunità di pregare per
i presbiteri, perché inizino un rinnovamento interiore ma mi sembra anche l’occasione di riscoprire il “sacerdozio comune” di tutti i battezzati.
Quest’ultima è una dimensione centrale della vita
cristiana, che fa un po’ fatica ad entrare nella mentalità e nel vocabolario corrente del popolo di Dio.
Quando infatti si sente parlare di sacerdozio, si
pensa comunemente ai sacerdoti, e non si parla
anche del sacerdozio comune dei fedeli ricevuto
con il battesimo. Stando vicino ai giovani che si
preparano al sacerdozio nel Seminario Regionale
di Anagni, è nato in me il desiderio di capire più
profondamente i ruoli della famiglia, della comunità parrocchiale e del Centro Diocesano Vocazioni
e di tutti i credenti immersi nel tessuto dell’attuale società.
È compito di tutti i fedeli laici di mettere i giovani nelle condizioni idonee per entrare in Seminario
passando per l’Anno Propedeutico o nei diversi
istituti religiosi per maturare la loro scelta vocazionale e portare così a compimento la propria vocazione per il bene del Regno di Dio. Riflettere insieme su queste tre realtà è molto importante ai fini
di un’azione pastorale capace di creare e suscitare l’impegno per progredire e maturare tutte le
vocazioni e in particolar modo la vocazione di speciale consacrazione.
Mi permetto di precisare che non sono un esperto in quello che mi sono proposto di esporvi, tuttavia vi prego di accettarlo come un mio modesto contributo con l’intento di provocare l’interesse
per tutte le vocazioni. In primo luogo non è esagerato affermare che l’intera esistenza del cristiano
ha lo scopo di portarlo a conoscere la radicale novità che deriva dal Battesimo, sacramento della fede,
perché ognuno possa vivere gli impegni secon-
do la vocazione ricevuta.
Infatti
il
Battesimo ci
rigenera alla
vita dei figli di
Dio, ci unisce a
Gesù Cristo e
al Suo Corpo
che è la Chiesa,
ci unge nello
Spirito Santo
costituendoci
templi spirituali, popolo santo di Dio. Il
Concilio
Vaticano II nella
Lumen
Gentium (d’ora
in avanti LG) al
numero 31 afferma che:”Col
nome di laici si
intendono qui tutti i fedeli laici ad esclusione dei
membri dell’ordine sacro e dello stato religioso sancito nella Chiesa, i fedeli cioè, che, dopo essere
stati incorporati a Cristo col battesimo e costituiti Popolo di Dio e, a loro modo, resi partecipi dell’ufficio sacerdotale, profetico e regale di Cristo,
per la loro parte compiono, nella Chiesa e nel mondo, la missione propria di tutto il popolo cristiano”. Già Pio XII diceva:I fedeli laici, si trovano nella linea più avanzata della Chiesa; per loro la Chiesa
è il principio vitale della società umana. Perciò essi,
specialmente essi, debbono avere una sempre più
chiara consapevolezza, non soltanto di appartenere alla Chiesa, ma di essere la Chiesa, vale a
dire la comunità dei fedeli sulla terra: sotto la condotta del Capo Comune, il Papa e i Vescovi in comunione con lui. Essi sono la Chiesa (…). (Pio XII,
Discorso ai Nuovi Cardinali, 20 Febbraio 1946 in
AAS, 38,1946,149). Solo in questa prospettiva, mediante il Battesimo, è possibile delineare la figura dei
fedeli laici. Lo ricorda San Paolo ai cristiani di Corinto:”Noi
tutti siamo stati battezzati in un solo Spirito per
formare un solo corpo” (1 Cor 12,13) e così può
dire loro:”Ora voi siete Corpo di Cristo e sue membra, ciascuno per la sua parte” (1Cor 12,27).
Ugualmente l’Apostolo Pietro scrive: “Stringendovi
a lui, pietra viva, rigettata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a Dio, anche voi venite impegnati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale, per un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, per mezzo di Gesù
Cristo (…). Voi siete la stirpe eletta, il sacerdozio
regale, la nazione santa, il popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere meravigliose di lui
che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua ammirabile luce” (1Pt 2,4-5.9). Penso che alla luce di
questi insegnamenti, i fedeli laici hanno come finalità il “cercare il Regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio” (LG, 31).
Essi questo lo possono realizzare in quanto partecipi della triplice missione di Cristo: sacerdotale, profetica e regale. Questa triplice partecipazione dei fedeli laici all’ufficio di Cristo Sacerdote,
Re e Profeta trova la sua radice prima nell’unzione
crismale fatta nel giorno del nostro battesimo, il
suo sviluppo nella Confermazione e il suo compimento e sostegno dinamico nell’Eucaristia.
La costante e fedele recezione di questi sacramenti, aiuta i laici a comprendere che essi sono
chiamati alla santità. La possono raggiungere solo
se partecipano con fede alla vita della Chiesa, scelta e voluta da Cristo. I fedeli laici sono quindi invitati a rispondere alla chiamata di Cristo che ci
invita ad andare a lavorare nella sua vigna. È necessario che i laici credenti, come afferma l’Es.ne ap.ca
Christi fideles laici, siano in grado “di guardare in
faccia questo nostro mondo, con i suoi valori e
problemi, le sue inquietudini e speranze, le sue
conquiste e sconfitte; in un mondo in cui le situazioni economiche, sociali, politiche e culturali presentano problemi e difficoltà più gravi rispetto a
quello descritto dal Concilio nella Gaudium et spes”.
È comunque questa la vigna, è questo il campo
nel quale i fedeli laici sono chiamati a vivere la
loro missione, dove la persona umana viene calpestata ed esaltata nella sua dignità. Per risolvere
tutte le varie situazioni critiche esistenti nel nostro
mondo, c’è bisogno di vocazioni alla vita familiare e consacrata perché aiutino gli uomini ad incontrare Gesù Cristo vera speranza dell’umanità. Per
permettere questo incontro con Cristo vero salvatore dell’uomo e della donna, è necessario che
i fedeli laici si impegnino alla formazione di solide famiglie, partecipando con perseveranza alla
vita pastorale della comunità parrocchiale e collaborando con il Centro Diocesano Vocazioni per
tutte le vocazioni. I fedeli laici devono essere radicati e vivificati avendo come modello la parabola giovannea della vite e i tralci. Per questo i tralci (i fedeli laici) sono chiamati a far frutto:”Io sono
la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui fa
molto frutto” (Gv 15,5).
Questa verità di Gesù ci aiuta a comprendere che
portare frutto è una esigenza essenziale sulla vita
cristiana ed ecclesiale. Difatti non porta frutto chi
non rimane nella comunione divina:”Ogni tralcio
che in me non porta frutto, il Padre mio lo toglie”
(Gv 15,2). Il fedele laico è chiamato quindi a cercare la comunione con Gesù, condizione indispensabile
per educare e formare i giovani a recepire la chiamata di Dio:”Senza di me non potete far nulla” (Gv
15,5). Credo opportuno concludere questo mio modesto contributo a favore di tutte le vocazioni cercando sempre il positivo negli altri e aiutandoli,
se ce ne dovesse essere bisogno, ad uscire dal
male con la verità espressa dal C. V. II: “I Sacri
Pastori, infatti, sanno benissimo quanto contribuiscano
i laici al bene di tutta la Chiesa. Sanno di non essere stati istituiti da Cristo per assumere da soli tutta la missione della salvezza che la Chiesa ha ricevuto nei confronti del mondo, ma che il loro magnifico incarico è di pascere i fedeli e di riconoscere i loro servizi e carismi, in modo che tutti, concordemente cooperino, nella loro misura, all’opera
comune” (LG, 30). Solo in questa comunione reciproca i sacerdoti e i fedeli laici, sapranno trovare con l’aiuto dello Spirito Santo, nuove strade di
evangelizzazione che riportino tutti a ritrovare con
fiducia la crescita di tutte le vocazioni nella vita
della Chiesa, per la salvezza di tutti gli uomini.
Febbraio
2010
Don V incenzo F agiolo
Francesco Cipollini*
I più (segnini e non...) associano a questo nome
la figura alta e ieratica del cardinale segnino che
così viva memoria ha lasciato di se. Ma, mettendo momentaneamente da parte i miei sentimenti
di venerazione filiale nei confronti del penultimo porporato segnino (l’ultimo è stato il card. Angelo Felici
deceduto nel 2007...), vorrei fermarmi con voi a “fare”
memoria di un altro grande e instancabile sacerdote, don Vincenzo Fagiolo che i segnini, usi a riconoscere la gente più dal soprannome (‘nnommora in dialetto volsco!) che dal cognome, individuavano con il soprannome di “Spinaccetto”. Ho detto grande non per la sua statura (in realtà era di
media altezza) ma per la sua quotidiana fedeltà al
suo ministero e ho aggiunto instancabile perché nonostante le difficoltà legate all’età e alla sua salute
egli portò avanti il suo impegno con il massimo zelo.
L’esistenza terrena di don Fagiolo è racchiusa fra
il 2 febbraio 1906 data della sua nascita e il 22 giugno 1984 data della sua morte. 78 anni di cui 55
di sacerdozio: era stato infatti ordinato il 16 marzo 1929. Diverse le linee lungo le quali si è dipanata l’attività del suo ministero. Dapprima svolge
l’incarico di professore di lettere in Seminario; e di
questa sua attività restò traccia costante nella sua
vita tanto che nel corso dei suoi ultimi anni pubblica sul Cuore della diocesi quattro componimenti
poetici in ottimo latino corredati da opportuna e poetica traduzione:
In onore di San Vitaliano, sommo pontefice e compatrono di Segni (pubblicato nel gennaio 1981)
In onore di San Bruno (pubblicato nel luglio/agosto 1981)
L’addolorata apre e chiude gli occhi allo scoppiare della guerra del ’15-’18 (pubblicato nel novembre 1982)
Andiamo a Bethlehem (componimento che porta
la data del 23 dicembre 1982 ma è pubblicato nel
maggio 1983).
Un bellissimo affresco in cui compaiono le devozioni più forti per gli abitanti di Segni: la Vergine Addolorata,
i due compatroni san Vitaliano e san Bruno e la festa
che più tocca il cuore dei credenti la nascita di Gesù
nel Natale di Betlemme: sicuramente non a caso
l’attenzione poetica di don Vincenzo si è rivolta verso questi quattro punti “cardinali” della pietà
segnina; egli ne era interprete per aver vissuto pienamente la vita di fede della popolazione.
Infatti dopo l’incarico in seminario aveva assunto
il servizio di arciprete parroco della parrocchia di
san Pietro, nella parte alta della città. Non era una
grande parrocchia ma resta testimonianza viva del
suo zelo nell’organizzare i pellegrinaggi presso il
santuario della SS.ma Trinità in Vallepietra, nel curare i ritiri di perseveranza degli uomini allargati anche
oltre i confini della parrocchia. Lascia la parrocchia
il 13/11/1957 e diviene dapprima Beneficiato
(1/2/1958) della Cattedrale e poi canonico
(18/10/1960). Il tratto, a mio avviso, estremamente caratteristico della freschezza del suo sacerdozio, anche in prossimità della fine della sua esistenza
terrena, era la dedizione con cui portava avanti la
formazione religiosa nella locale scuola elementare.
Non esisteva ancora l’Insegnamento della Religione
Cattolica come lo conosciamo oggi, tale approfondimento
era demandato alle insegnanti curriculari che si avvalevano della collaborazione di sacerdoti che intervenivano in classe. Don Vincenzo, anche ultrasettantacinquenne, continuò a svolgere il suo pre-
21
Sacerdoti nella diocesi
zioso servizio in classe contribuendo alla formazione cristiana ed umana delle giovani generazioni. Chi lavora con i bambini sa quanto sia difficile e complessa la loro formazione religiosa. Certamente
una capacità e un merito che dobbiamo riconoscere
a don Vincenzo, anche perché la sua attività era
svolta completamente a titolo gratuito. Un mio carissimo amico, Mario Depaolis (più noto come
“Gnitta” e ormai oggi quarantaseinne) mi racconta che nei primi anni ’70 (1972/1973) egli, alunno
delle scuole elementari, partecipava alle lezioni di
catechismo che il nostro don Vincenzo svolgeva con
l’ausilio di un piccolo proiettore che gli consentiva
di mostrare delle immagine a colori sulla vita dei
santi; e le sue lezioni erano così interessanti che
egli, una volta, non volle assentarsi da scuola per
recarsi con la madre presso il locale mercato che
si teneva proprio il mercoledì giorno in cui si svolgevano gli incontri. Un intervento didattico diremmo oggi “multimediale” che dimostra quanto il nostro
don Vincenzo fosse attento alle opportunità offerte dal mondo a lui contemporaneo e aperto a tutto ciò che poteva essere strumento di predicazione. La sua vita è costellata di diversi impegni rilevanti. Nel 1963 è lui a tenere il panegirico in occasione della festa di San Vitaliano. Nel 1966, con
altri sacerdoti, tiene corsi di formazione sui nuovi
documenti che il Concilio Ecumenico Vaticano II aveva emanati; il canonico Fagiolo si occupò della dichiarazione conciliare sulla libertà religiosa: la Dignitatis
humanae. Sempre nel 1966 (il 25 novembre) i suoi
confratelli lo elessero, per la durata di un biennio,
come membro del primo consiglio presbiterale che
l’allora vescovo diocesano, il compianto mons. Luigi
Maria Carli, costituiva per la prima volta dopo le indicazioni del Concilio Ecumenico Vaticano II (Decr.
Presbyterorum Ordinis, n.° 7). In riconoscimento
della sua preparazione svolse l’incarico di canonico teologo della Cattedrale di Segni (dal 1° luglio
1970). Fu molto attivo anche durante il dibattito politico in occasione dell’approvazione della legge sul
divorzio, diffondendo opuscoli e organizzando incontri di formazione contro il referendum. Proprio come
canonico, assicurava quotidianamente la celebrazione eucaristica. Il suo impegno lo portò avanti anche
quando le difficoltà alla vista lo costringevano a seguire le parti sul messale con l’ausilio di una pila elettrica per garantire una illuminazione migliore e di
una forte lente di ingrandimento per riuscire a leggere. Dopo la celebrazione, specialmente nella bella stagione, si concedeva una passeggiata fino alla
vicina porta saracena, la strada libera da automobili
e abbastanza piana, gli consentiva di muoversi con
sicurezza.Le difficoltà non gli impedirono di conservare
la serenità e l’abbandono alla volontà del Padre,
accettando quello che la vita gli offriva e riuscendo a scorgervi un dono del Signore. Molto vicino
alla spiritualità francescana,
volle essere accompagnato nel
suo ultimo viaggio dal canto
che i devoti rivolgono alla santissima Trinità che si venera
in Vallepietra (Fr). A conferma di questa sua devozione
“trinitaria” mons. Franco
Fagiolo mi conferma che agli
inizi degli anni Ottanta aveva espresso la volontà di pubblicare una musicassetta
(all’epoca i CD non c’erano ancora...) con l’inno che viene eseguito dai devoti nel santuario.
Pertanto riunì il Coro Giovanile
Don Vincenzo Fagiolo
di Segni, ora come allora diretto dallo stesso mons.
Fagiolo, e la Banda Musicale Città di Segni, allora diretta dal maestro Eugenio Blonk Steiner, presso la chiesa di San Pietro a Segni per registrare
una esecuzione dell’inno che potesse poi essere
utilizzata per questo scopo. La registrazione è ancora in possesso di don Franco, il quale attesta anche
che don Vincenzo era un appassionato di musica
sacra polifonica, ed era solito prestargli i suoi dischi
per registrarli: del resto chi non conosce anche la
sua di passione musicale? Don Vincenzo ci lascia
un esempio ancora vivo a distanza di 26 anni dalla sua morte, i sacerdoti in servizio a Segni (e penso anche quelli in servizio fuori sede!) ricordano la
sua modestia e la sua semplicità: trattare con lui
era come trattare con un fratello maggiore che, più
che insegnare, intendeva il suo servizio come aiuto nel percorrere le strade della vita. Vorrei chiudere con le parole che egli ha dedicato alla Vergine
Addolorata: Quae nunc beata incolis/coeli venusta
limina/adhuc periclis obvios/ mater memento filios
[Tu che ora abiti nelle splendide dimore del cielo,
ricordati, o Madre, dei figli ancora esposti al pericolo]. Maria dal cielo, dove si trova certamente in
compagnia di don Vincenzo, ci benedica e ci accompagni all’inizio di questo nuovo anno!
*Docente IRC e storico della Chiesa
P.S.:Chissà se don Giorgio ha avuto riscontri al suo articolo?
Io non posso dire di aver ricevuto molte e-mail... Ma non mi
deprimo. Lascio di nuovo il mio indirizzo chissà che qualcuno non voglia condividere con noi i suoi ricordi...
Allora: [email protected], aspetto con ansia!
Febbraio
2010
22
Fabricio Cellucci
Il passaggio dalla paura alla gioia di amare, che
ogni prete è quotidianamente chiamato a realizzare nella propria vita, è possibile ad una sola condizione: lasciarsi formare dal ministero e trovare
nel ministero la via di santificazione, testimoniando
quella carità pastorale che conforma il presbitero al cuore di Cristo, buon Pastore. “Così ogni gesto
ministeriale, mentre conduce ad amare e a servire la Chiesa, spinge a maturare sempre più nell’amore e nel servizio a Gesù Cristo Capo, Pastore
e Sposo della Chiesa, un amore che si configura sempre come risposta a quello preveniente, libero e gratuito di Dio in Cristo. A sua volta, la crescita dell’amore a Gesù Cristo determina la crescita dell’amore alla Chiesa: «Siamo vostri pastori (pascimus vobis), con voi siamo nutriti (pascimur vobiscum). Il Signore ci dia la forza di amarvi a tal punto da poter morire per voi,
o di fatto o
1
col cuore (aut effectu aut affectu)» .
Queste sono le parole che in un articolo esprimeva don Tonino Ladisa, rettore del seminario di
Molfetta e vice-direttore del CNV, che ho scelto
per introdurre questo articolo che vuole raccontarvi la bella esperienza ecclesiale del convegno
nazionale vocazioni.
Insieme con me c’erano anche Teodoro Beccia
(seminarista della nostra diocesi nel I teologia) e
altri due seminaristi nostri compagni di classe al
seminario di Anagni: Dario Giustini ( diocesi di Tivoli)
e Francesco Gazzelloni (diocesi di LatinaTerracina- Sezze e Priverno). In questi giorni di
incontro e di riflessione Il ruolo della testimonianza
è stato il soggetto delle riflessioni che ci sono state proposte ai seminaristi, rettori e direttori dei vari
centri diocesani e regionali
vocazioni di tutta Italia. In quelle belle giornate siamo stati guidati dal card. Bagnasco, presidente
della Cei, da S. Ecc. Mons. Italo
Castellani presidente della
commissione per il clero e la vita
consacrata, da Don Nico dal Molin
direttore del Centro Nazionale
Vocazioni, Padre Amedeo
Cencini e Padre Ermes Ronchi
che ci hanno permesso di
riflettere sulle varie sfaccettature della testimonianza per la
vocazione e nella vocazione personale e della ricaduta di questa sugli altri che incontriamo
e con cui operiamo.
Abbiamo avuto anche momenti come l’incontro di tutti i seminaristi italiani presenti per confrontarsi sull’esperienza che
in seminario si vive in riferimento
all’animazione vocazionale non
tanto con l’interesse a quella che
è verso le diocesi di riferimento ma più che altro verso quell’azione che i vari gruppi vocazionale si attuano in seminario
per sensibilizzare i seminaristi sempre di più al tema della vocazioni.
La prima sera è stata caratterizzata dal recital scritto e realizzato dai seminaristi del Seminario di Anagni,
il Pontificio Collegio Leoniano, dal titolo LA STOLA E LA CROCE, che ha avuto come idea fondamentale quella di far conoscere la figura del santo curato d’Ars, figura di riferimento di questo anno
sacerdotale ma anche per lanciare un messaggio di speranza perché, come dice il sottotitolo del
recital, nell’anima unita a Dio c’è sempre primavera.
Il recital è stato una sapiente sintesi di preghiera e riflessione personale, in cui si respirava che
quello che veniva proposto voleva anch’esso essere manifestazione di una singolare esperienza di
Chiesa che per trasmettere il suo messaggio di
salvezza utilizza ogni tipologia di linguaggio perché tutto viene da Dio e ogni tipo di narrazione
permette di assaporare una fragranza particolare del linguaggio di Dio che parla all’uomo come
ad un amico.
Molti sono stati anche i momenti di preghiera che
abbiamo vissuto, primo fra tutti la celebrazione quotidiana dell’ eucaristica che è la fonte e il culmine della vita cristiana, le lodi, la meditazione guidata e la celebrazione di una veglia incentrata sulla figura di Don Pino Puglisi nel quattordicesimo
anniversario della sua morte.
Il cardinal Bagnasco, in un passaggio della sua
relazione iniziale, ci ha detto che si propone come
obiettivo obbligatorio, che i chiamati siano sempre a contatto con testimoni, lungo tutto il ciclo
formativo, fino all’ordinazione sacerdotale e alla
professione perpetua , e poi nella fase di periodico aggiornamento.
- Ciò richiede il culto (che è studio e preghiera)
della testimonianza nella vita di Gesù, di Paolo e
più ampiamente nella Sacra Scrittura. Vuol dire
integrare la conoscenza dottrinale di Gesù con la
capacità di cogliere il suo stile verso il Padre e
verso le persone, segnatamente le loro parole sulla testimonianza, mostrando l’impegno che hanno avuto di suscitare vocazioni di cristiani e di ministri. Inoltre, è necessario fare tirocinio di testimonianza
nei contatti pastorali e semplicemente umani che
un seminarista o un religioso viene ad avere.
Ciò comporta di ritornare frequentemente alle sorgente, Cristo, e a coloro che in modo esemplare
hanno incarnato la vocazione ricevuta: i profeti,
Paolo e gli altri Apostoli, tante figure narrate nel
libro degli Atti, l’ampia galleria di Pastori lungo la
storia.
Sono figure obbligate di riferimento e di incoraggiamento; di non restare prigionieri del rispetto umano, memori in ciò anche delle severe parole di Gesù
per chi si vergogna di lui (cfr Mc 8,38), ed insieme imparare il saggio equilibrio che fa parlare e
fa tacere evitando eccessi controproducenti, ma
anche silenzi colpevoli; di sapere e voler rendere ragione della propria speranza ( cfr 1Piet 3,15)
alle2 persone che ci avvicinano o cui ci avviciniamo .
Vediamo come la vocazione sia un cammino di
impegno progressivo che accresce la consapevolezza della risposta che si attua verso il signore che si chiama verso il sacerdozio ministeriale
e alla missione che questa chiamata comporta.
Il modo per scoprire la vocazione, ci ricordava padre
Amedeo Cencini, avviene nel fare memoria della propria quotidianità in cui si dipana l’azione del
Signore che chiama.
Attraverso questo discernimento sulla propria vita
si scopre quel filo rosso che collega gli avvenimenti della vita personale e a cui consegna un
senso più ampio alla luce del mistero pasquale
del Signore che si fa via per la vocazione.
Fare memoria vuol dire integrare nel proprio cuore gli eventi della vita. La scrittura ci mostra quelle modalità che caratterizzano lo sguardo di Dio
sull’uomo e per l’uomo.
Quindi vivere la testimonianza vocazionale e attuare una narrazione
vocazionale verso di se e verso
gli altri.
Questa possiede quindi una
dimensione evangelizzatrice che
è costruita su colui che narra e
che tiene presenti gli interlocutori
dl momento. La trasmissione di
una bella notizia che diventa dono
per gli altri.
Narrazione che come evangelizzazione permette di trovare la
credibilità di quello che viene narrato. Quello che sono permette
di inverare quello che viene trasmesso mediante la parola che
acquista una natura performatrice verso l’altro che mi sta davanti.
La narrazione con dimensione evangelizzante permette anche di
porre un termine comune che è
quello dello sguardo della seque-
Febbraio
2010
L’ITALIA
È IN
PREGHIERA PER
LE VOCAZIONI
23
li, da Gennaio fino a Giugno, e a dedicare
una intenzione di preghiera specificatamente
vocazionale unita alla preghiera di Benedetto
XVI per l’anno sacerdotale.
Così l’anno sacerdotale indetto dal Papa può
aiutare tutti i sacerdoti a diventare loro stessi i primi animatori vocazionali delle loro proprie comunità parrocchiali.Inoltre il direttore nazionale mette in evidenz ache nel
passato ci si concentrava solo nella giornata
mondiale di preghiera per le vocazioni a pregare, ma adesso ci si rende conto che non
è più sufficiente.
Il direttore del CDV, don Marco Fiore, invita i parroci della diocesi di Velletri - Segni
ad aderire a questa iniziativa.
Mons. Franco Risi
Don Nico Dal Molin, Direttore del Centro
Nazionale Vocazioni, propone in una lettera
ai parroci italiani di accendere “La lampada per l’anno sacerdotale come simbolo della preghiera per domandare nuove vocazioni e sostenere chi è in cammino verso
il presbiterato”. Questa iniziativa è stata approvata dall’assemblea generale dei Vescovi italiani dello scorso Novembre ad Assisi.
Il direttore definisce questa iniziativa “un
piccolo seme” per lanciare una grande preghiera lungo la Penisola. Egli invita i parroci ad accenderla durante la messa
festiva ogni prima domenica del mese, all’inizio o al momento della preghiera dei fedeNella foto la Lampada per la preghiera per le vocazioni che qualche
anno fa è stata accolta in tutte le parrochhie della Diocesi
la. Questa narrazione deve quindi provocare nell’altro un attrazione se questa viene trasmessa con
il linguaggio del cuore che è l’unico che permette di entrare in sintonia per poter crescere insieme nella comunione che viene dalla gioia e dalla pace che ci viene dalla sequela di cristo verso il padre per opera dello Spirito santo che scrive le pagine della Chiesa e del popolo di Dio che
vive in essa con obbedienza e docibilitas.
In questo narrare la storia personale, la organiz-
ziamo anche intorno ad un punto focale particolare che quello del mistero della settimana santa del Signore (passione, morte e risurrezione).
In essa riusciamo a trovare la pace dentro e fuori di noi perché è lui che ce la dona e noi riusciamo dietro di lui a pregustarne il sapore. In proposito Martin Buber ci diceva che cosi insegnava Rabbi Bunam: I nostri saggi dicono: ‘Cerca la
pace nel tuo luogo’. Non si può cercare la pace
in altro luogo che in se stessi finché qui non la si
è trovata.
E detto nel salmo: ‘Non c’è pace
nelle mie ossa a causa del mio peccato”. Quando l’uomo ha trovato
la pace in se stesso, può mettersi a cercarla nel mondo intero. Tutto
questo per dire ancora una volta
che il discernimento sulla propria
storia personale è essenziale,
perché solo un cammino di analisi interiore porta noi uomini e donne, chiamate dal Signore per una
missione particolare, ad assumerci il carico della nostra storia
personale, secondo una modalità
precisa: FARE MEMORIA del
passato e del presente, degli
atteggiamenti e delle azioni che ognuno ha compiuto e che compie. Il
vivere in maniera matura è possibile in riferimento alle memorie
buone e meno buone vissute e
coscientizzate, perché viste e lette, lungo il cammino di formazione, tutte attraverso lo sguardo di
Dio.
L’approfondimento interiore di Tutto il passato personale, remoto e da
poco avvenuto, si trasforma in MEMORIA completa e non parziale
di quello che è per me più
3
bello da ricordare. Questo deve realizzarsi perché quello che durante la vita io non ho integrato diventa automaticamente disintegrante per me
e in particolare per coloro che un domani, se Dio
vuole, verranno da noi futuri sacerdoti a chiedere un aiuto.
Come posso aiutare a crescere se non sono cresciuto io per primo? La testimonianza su cosa si
fonda? Qual è il pensiero su cui si fonda la pastorale vocazionale?
La definizione e semplice ma molto profonda se
guardata con senso: la vita è un bene ricevuto che
tende per sua natura a diventare un bene donato.In questo senso e sotto questa luce la testimonianza
produce e fa accrescere le vocazioni di qualsiasi genere, ma in particolare modo quelle di consacrazione totale per il servizio del regno come
pastori e guide del popolo di Dio.
Seminarista Diocesano
1
Estrapolato da un articolo di don Tonino Ladisa in cui si fa rifemento a
S. AGOSTINO, Serm. De Nat. Sanct. Apost. Petri et Pauli ex Evangelio in
quo ait Simon Johannis diligis me?: Bibliotheca Casinensis, in «Miscellanea
Augustiniana», vol. I, a cura di G. Morin, O.S.B., Roma, Tip. Poligl. Vat.,
1930, p. 404. Ma anche GIOVANNI PAOLO II, Pastores dabo vobis, 25
2
Dalla relazione del cardinale Bagnasco al convegno nazionale vocazioni 2009-2010
3
cfr. CELLUCCI, FABRICIO, Essere immersi nella verità di Cristo, in
Ecclesia in cammino, giugno2009
Febbraio
2010
24
Don Dario Vitali
Nei giorni 14 e 15 di gennaio, il presbiterio della
diocesi si è riunito a S. Maria dell’Acero per un breve corso di aggiornamento teologico-pastorale.
L’argomento messo a tema è stato quello del ministero ordinato, nel quadro delle iniziative pensate per l’anno sacerdotale. Nel gruppo di lavoro che
ha organizzato il corso, coordinato dal vicario per
la pastorale, mons. Luigi Vari, l’idea è stata quella di affidare al sottoscritto la relazione teologica,
che focalizzasse soprattutto gli elementi di novità emersi al concilio Vaticano II e le conseguenze che ne derivavano per la vita dei preti, e di chiedere a mons. Giacomo Incitti, docente di Diritto Canonico
della Pontificia Università Urbaniana, la spiegazione
degli organismi di partecipazione che riguardano
il presbiterio: il Consiglio Presbiterale e il Collegio
dei Consultori. Il mio intervento è consistito in una
rilettura dei passi conciliari che hanno determinato
una modificazione della concezione precedente di ministero.
Per cogliere gli elementi di novità emersi al concilio, ho evidenziato
anzitutto la figura di sacerdote disegnata dal concilio di Trento,
che ha segnato ininterrottamente
la vita della Chiesa fino al concilio e spesso fino ai nostri giorni. Il decreto sul sacramento
dell’Ordine fissava una dottrina ormai tradizionale in Occidente,
legandola soprattutto alla celebrazione dell’Eucarestia. In
questa prospettiva, il sacerdozio
era concepito come il punto di
arrivo di una scala ascendente, a cui il chierico (che tale era
dopo la tonsura) arrivava passando attraverso quattro ordini minori – ostiariato, lettorato, esorcistato, accolitato – e tre ordini maggiori: suddiaconato, diaconato e, appunto, sacerdozio. Questa scala – un vero e proprio cuesus honorum – era possibile in base alla distinzione di due capacità o poteri: quello di ordine e quello di giurisdizione. Presbitero
e vescovo avevano il medesimo potere ordine, perché ambedue avevano la capacità di offrire a Dio
il sacrificio della Messa (quello di ordine era, in ulti-
ma analisi, il potere di consacrare); differivano quanto al potere di giurisdizione, perché il vescovo esercitava il governo di una diocesi su mandato del
papa. Anzi, il potere di giurisdizione stava all’origine di una vera e propria piramide gerarchica, che
prevedeva una ulteriore scala ascendente, composta di vescovi, arcivescovi, metropoliti, patriarchi, al cui vertice stava il papa, il quale, secondo
il Catechismo Romano, «è il padre di tutti i fedeli e di tutti i vescovi, qualunque sia la funzione e
il potere di cui sono investiti; e come successore
di Pietro, vicario di Gesù Cristo, presiede alla Chiesa
universale».
Rispetto al concilio di Trento, il concilio Vaticano
II non utilizza la distinzione tra potere di ordine e
potere di giurisdizione, ma parla del sacerdozio ministeriale in termini di partecipazione al sacerdozio
di Cristo profeta, sacerdote e re. I tre titoli rimandano a tre funzioni – quella relativa alla Parola,
quella relativa al culto, e quella relativa alla gui-
da pastorale del Popolo di Dio – descritte come
tria munera (dal latino munus, funzione), nei quali consiste il ministero sacerdotale. Questo primo
elemento di novità si inquadra in un contesto che,
a detta di molti interpreti del concilio, costituisce
la “rivoluzione copernicana” del Vaticano II. La prima menzione del «sacerdozio ministeriale o gerarchico» si incontra infatti in LG 10, nel capitolo sul
Popolo di Dio, in rapporto al tema del sacerdozio
comune di tutti i battezzati. Quello del sacerdozio
comune è uno dei grandi recuperi del
concilio, dopo un silenzio di circa quattro secoli a causa della polemica con i
Riformatori, i quali avevano fatto di questo elemento uno dei pilastri della loro
concezione di Chiesa, che rifiutava la
struttura gerarchica e la dimensione istituzionale della Chiesa.
L’affermazione fondamentale di LG 10
è che «il sacerdozio comune dei fedeli e il sacerdozio ministeriale o gerarchico,
quantunque differiscano per essenza e
non per grado, sono tuttavia ordinati l’uno all’altro, perché l’uno e l’altro, ognuno a suo proprio modo, partecipano all’unico sacerdozio di Cristo».
Si tratta di due forme essenzialmente
diverse di partecipazione all’unico sacerdozio di Cristo, che, proprio perché essenzialmente diverse, sono anche complementari: il
sacerdozio comune, donato nel battesimo, consiste nella capacità di offrire se stessi al Padre in
unione a Cristo, che ha fatto questo una volta per
tutte “sull’altare della croce”. Questa offerta non
procede da un ufficio, da un ministero, ma dalla
vita cristiana stessa: per il fatto di essere stato rigenerato nel battesimo, di essere “figlio nel Figlio”,
il credente è posto nella capacità di «offrire se stesso come vittima vivente, santa, gradita a Dio» (cfr
LG 10, che riprende Rm 12,1s).È questo propriamente
il culto spirituale, che per sua natura è compiuto
nell’unità del corpo mistico, cioè di Cristo-Capo e
delle membra in unione con lui.
Trattandosi di una condizione, non di una funzione, non si dà un “sacerdote comune” in posizione subordinata al sacerdote ministeriale, ma si dà
«la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione
santa, il popolo che Dio si è acquistato» (1Pt 2,9),
che offre al Padre in unione a Cristo il «culto pubblico integrale» (SC 7). Perché
sia reso possibile questo atto
della Chiesa, esiste il «sacerdozio ministeriale o gerarchico», che è – questo sì – una
funzione, un ufficio a servizio
del Popolo di Dio. Se non esistesse il Popolo di Dio che presenta a Dio la sua offerta, non
esisterebbe – non avrebbe ragione di esistere – il sacerdozio
ministeriale. La natura di questa partecipazione al sacerdozio
di Cristo è ministeriale: si tratta di un servizio, non di un titolo di onore. O, se si vuole, di
una dignità che è tale quando si esprime nel servizio.È,
questa, una visione del ministero che stenta a entrare nel vissuto sia dei preti che dei laici, forse perché l’idea da troppo tempo si è radicata una mentalità che equipara i preti a una casta privilegiata. Ma per il concilio è fuori discussione il primato della vita cristiana e il conseguente ripensamento
del ministero come forma radicale di servizio, pensato sull’esempio di Gesù servo.
A seguire, ho spiegato gli altri elementi di novità
che riguardano il ministero ordinato: l’affermazio-
Febbraio
2010
ne della sacramentalità dell’episcopato (LG 21),
che obbliga a ripensare la relazione tra vescovo
e presbiteri, e il recupero del diaconato come «grado proprio e permanente della gerarchia» (LG 29),
che riconfigura i gradi del sacramento dell’Ordine
com’erano nei primi secoli della Chiesa: vescovopresbiterio-diaconi.
Tutti questi elementi trovano il loro giusto posto
nell’immagine di Chiesa proposta dal concilio, quando presenta il Popolo di Dio raccolto intorno al suo
vescovo che celebra all’unico altare, circondato dal
suo presbiterio e dai ministri (cfr SC 41). E’ il concilio ad affermare infatti che la diocesi «è una porzione del Popolo di Dio, affidata alle cure pastorali del vescovo coadiuvato dal suo presbiterio, in
modo che, aderendo al suo pastore e da lui u7nita
per mezzo del Vangelo e dell’Eucarestia nello Spirito
santo, costituisca una Chiesa particolare, nella quale è veramente presente e agisce la Chiesa di Cristo
una, santa, cattolica ed apostolica» (CD 11). Si tratta di temi che ho ripetutamente spiegato su queste pagine, commentando la Lumen Gentium. Certo,
testi del genere impegnano tutti i ministri ordinati – vescovo, presbiteri, diaconi – a costruire una
relazione come esprima il servizio al Popolo di Dio
nella forma anzitutto della comunione.
La diversità delle funzioni deve sempre esprimersi
nella convergenza e nella sinergia delle vocazioni, dei doni, dei carismi, in vista dell’edificazione
della Chiesa. Purtroppo, una conoscenza scarsa
della dottrina determinerà una realizzazione
debole non solo del modello di prete disegnato dal
Vaticano II, ma di qualsiasi un modello di prete,
con conseguenze che si possono facilmente immaginare e che spesso è dato purtroppo di vedere.
L’intervento di mons. Incitti è stato di carattere più
pratico. Il tema che ha
sviluppato riguardava
in fatti la comunione presbiterale e gli organismi
di partecipazione nella
diocesi. In apertura egli
ha rammentato come nella Chiesa siano due le
fonti della partecipazione: il battesimo e l’ordine – che stanno a fondamento degli organismi
di partecipazione nella
Chiesa: il Consiglio
pastorale diocesano e il
Consiglio pastorale parrocchiale da una parte;
il Consiglio presbiterale e il Collegio dei
Consultori dall’altro.
Spiegando questi ultimi,
mons. Incitti ha affermato a chiare note come la
comunione presbiterale si fondi sulla partecipazione
all’unico sacerdozio: dalla la partecipazione allo
stesso bene – il sacerdozio – discende sia la comunione tra i membri del presbiterio che la corresponsabilità
nel ministero.
Naturalmente, bisogna intendersi sulla funzione di
guida affidata nella Chiesa particolare al vescovo e partecipata dai presbiteri.
Sarebbe infatti deviante ricalcare l’idea di gover-
25
no nella Chiesa sui modelli della società civile: ieri
la monarchia, oggi la democrazia. Nella Chiesa non
c’è, strettamente parlando, un governo della maggioranza, in forza del principio di rappresentanza
del popolo, perché chi guida la Chiesa è lo Spirito
di Dio, per cui il fine di chi governa non può che
consistere nell’ascolto docile dello Spirito.
Ascolto che porterà a un consenso, non dato dal
conteggio di una maggioranza, ma dalla convergenza verso una unità di pareri e di intenti come
espressione dell’ascolto dello Spirito, che si
esprime nella ricercadell’unanimità.L’attenzione del
relatore di è poi concentrata sul Consiglio presbiterale,
spiegandone la natura attraverso quattro formule latine con cui il codice di diritto canonico caratterizza questo organismo: Coetus sacerdotum,
Presbyterium repraesentans, Senatus episcopi, In
regimine dioecesis. Si tratta di un gruppo ristretto di sacerdoti (coetus sacerdotum), indicati per
almeno la metà mediante elezione da parte dei confratelli, in ragione del loro ufficio o per nomina vescovile. Su questo punto sono fioccate le domande,
anche per la recente redazione dello statuto del
Consiglio presbiterale.
Le domande si sono concentrate soprattutto sui
criteri di elezione, individuando a che titolo un presbitero abbia voce attiva e passiva: chi può essere eletto nel Consiglio? Chi ha diritto di voto?
L’interesse intorno alla questione dipende dal fatto che in diocesi sono incardinati molti presbiteri
che appartengono solo nominalmente al presbiterio, ma di fatto risiedono altrove e non esercitano un ministero a favore della Chiesa di VelletriSegni. Questo gruppo di sacerdoti rappresenta gli
altri sacerdoti (presbyterium repraesentans). La rappresentanza non compete solo a quelli eletti, ma
le, non esercita la sua funzione da solo, ma sempre con il suo presbiterio. Si tratta di una conseguenza della natura stessa del ministero ordinato: il vescovo, che ha la pienezza del sacerdozio,
non è mai senza il suo presbiterio, come il presbiterio non è mai senza il vescovo. Nei documenti
conciliari, questa unità del vescovo con il suo presbiterio è continuamente ribadita (cfr SC 41; LG
20. 28; CD 11; AG 19. PO 7).
Questo aspetto risulta del tutto evidente nella terza formula: il Consiglio presbiterale è il Senatus
episcopi: organismo a servizio del vescovo, non
un senato della diocesi. E’ il vescovo a presiederlo,
e con il consiglio affronta i problemi posti all’ordine del giorno. In quanto pastore della Chiesa che
gli è affidata, egli deve sentire l’esigenza di ascoltare, prima di decidere, i suoi consiglieri. Per cui
il vescovo dovrebbe convocare il Consiglio tutte
le volte che sente la necessità di consigliarsi.
Su che cosa il vescovo deve consigliarsi? Il Codice
specifica che il Consiglio ha competenza in regimine dioecesis: condivide cioè la responsabilità
di governo con il vescovo sugli affari di maggior
importanza della diocesi.
Le prerogative del Consiglio presbiterale sono nell’ambito del voto consultivo (can. 500), nel senso
che la consultazione serve al vescovo per ricercare e discernere ciò che lo Spirito suggerisce oggi
per il bene della Chiesa.
Il codice precisa che vescovo ha bisogno del consenso nei casi espressamente dichiarati dal diritto; inoltre il vescovo potrebbe prevedere dei casi
in cui, per una sorta di autovincolazione, prevede e richiede il consenso: per alcuni sarebbe una
specie di abdicazione del governo da parte del vescovo, per altri (e il relatore propende per questa soluzione) è una modalità più
piena di esercizio del governo. In conclusione mons.
Incitti ha spiegato anche
la natura e i, compiti del
Collegio dei Consultori,
anche se ha espresso il
parere che si tratti di un
doppione rispetto al
Consiglio presbiterale.
Come si vede, i temi affrontati durante il corso sono
stati uno stimolo a vivere in modo più consapevole
e impegnato il ministero
che Dio ha affidato a noi
ministri ordinati per il
bene della Chiesa di
Velletri-Segni. Si è trattato di una grande opportunità di aggiornamento
teologico e pastorale, colta con senso di responsabilità dai sacerdoti della diocesi, vista la larga
partecipazione.
a tutti: a mio parere, il participio “repraesentans”
non indica solo una funzione di rappresentatività
dei memebtri del Consiglio, ma anche un fatto di
ripresentazione, nel senso che il Consiglio espriFoto: nella pagina accanto in alto un momento dell’incontro;in
me un fatto ecclesiale di
basso, da sinistra, il vescovo mons. Apicella, il relatore mons.
fondamentale importanGiovanni Incitti, d.D.Vitali e d.L. Vari.
za: che il vescovo, il quain questa pagina un momento della messa in sufragio di S.E.
le è principio e fondamento
mons.Martino Gomiero già vescovo della diocesi, presieduta da
mons. Apicella e concelebrata dai sacerdoti del presbiterio.
di unità della Chiesa loca-
Febbraio
2010
26
don Fabrizio Marchetti
Nel diritto matrimoniale per vincolo si intende il legame che sorge efficacemente da un matrimonio valido, nella sua configurazione ostativa alla costituzione di un matrimonio susseguente.
L’impedimento, in parola, deriva direttamente dalle proprietà essenziali dell’istituto matrimoniale ed
in particolare da quella dell’unità che, mirando a
proteggere l’esclusività del rapporto tra i coniugi
nel «consortium totuis vitae», indica l’impossibilità di ingenerare simultaneamente più vincoli con
persone diverse: si stabilisce pertanto la radicale inabilità contrattuale del soggetto in pendenza
di un vincolo precedente: tali caratteristiche di perpetuità ed esclusività derivano dalla stessa manifestazione consensuale che si suppone validamente
prestata (can. 1057); in questo senso, l’impedimento
è di diritto naturale, cioè risulta applicabile a qualsiasi matrimonio, dato che le proprietà con le quali la fattispecie inabilitante viene a configgere risultano le stesse proprietà costitutive dello modello
naturale di matrimonio, così come voluto da Dio
per tutta l’umanità.Il secondo paragrafo del canone a commento, nell’impedire che si proceda alla
celebrazione di un nuovo matrimonio prima che
consti con certezza la nullità o lo scioglimento del
vincolo precedente, applica una misura cautelativa che si intravede particolarmente idonea alla
protezione del foro coscienziale dei soggetti interessati e alla salvaguardia della rilevanza pubblica dell’istituto, oggetto della loro opzione.
I concetti di «nullità» o «scioglimento» si riferiscono
rispettivamente ad una precedente celebrazione
nulla, ossia ontologicamente incapace di costituire
il «consortium» coniugale, per difetto di consenso (can. 1057); oppure ad un matrimonio valido
(rato), per sé esistente e produttivo degli effetti legali previsti, in forza della prestazione di un valido
consenso, ma che tuttavia è cessato per intervento
della competente autorità: a motivo della sua inconsumabilità (dispensa super rato, ex can. 1141), in
ragione della fede cattolica abbracciata da una delle parti non cristiane, secondo le garanzie ordinamentali stabilite (cc. 1144-1145) (privilegio
paolino, ex can. 1143), per lo scioglimento del matrimonio naturale (ossia di quello contratto unicamente in foro civile, al quale si applicheranno le condizioni di licenza fissate dal can.
1071, 1, 3).
I requisiti della norma inabilitante sono
sostanzialmente due e producono i loro
effetti indipendentemente dalla conoscenza e dal grado di certezza che sia
ha riguardo all’esistenza del precedente
matrimonio:
Il primo matrimonio deve essere valido, consumato o meno; contrariamente non vi è impedimento. Il vincolo che rende nulla la
celebrazione è quello di qualsiasi altro vincolo coniugale pre-
cedente, sia esso naturale che sacramentale, e l’impedimento sorge dal momento in cui quel vincolo comincia ad esistere indipendentemente dal fatto della consumazione.
Il precedente vincolo non deve essere venuto meno
con la morte di uno dei due coniugi o per dispensa
pontificia.
L’impedimento ha carattere oggettivo e non dipende dall’opinione della realtà della validità o meno del
matrimonio precedente: il dubbio, infatti, non permette la celebrazione del nuovo matrimonio, sia a
motivo del favore del diritto di cui gode l’istituto coniugale, come abbiamo visto commentando il can. 1060,
sia perché il dubbio sulla validità deve risolversi secondo le modalità procedimentali previste dall’ordinamento; la nullità matrimoniale deve quindi constare con certezza, senza residui dubbi positivi e probabili, e legittimamente deve cioè essere accertata tramite i mezzi legali predisposti: ordinariamente, per mezzo delle decisioni giudiziali dichiarative
(cc. 1682, 1684); in altri casi, con la decisione che
segue al processo documentale (cc. 1686-1688); ed
in casi di persone scomparse con la dichiarazione
di morte presunta a tenore del can. 1707, dichiarazione che il vescovo diocesano emetterà, in assenza di documentazione probatoria autentica, ecclesiastica o civile, solo dopo aver raggiunto la certezza
morale del decesso, mediante le opportune indagini.
Lo scioglimento del vincolo valido (rato), per incosumabilità, si constata invece per mezzo di legittima comunicazione della dispensa pontificia, ex can.
1706.L’oggettività dell’impedimento in questi casi manifesta la stessa efficacia: se la sentenza di nullità o
la dispensa di scioglimento del matrimonio fosse stata per qualche motivo erronea o nulla, il vincolo precedente continua ad esistere e, di conseguenza, anche
l’impedimento, per cui il matrimonio eventualmente contratto grazie a quella sentenza o dispensa sarebbe necessariamente invalido (non produttivo degli
effetti giuridici corrispondenti): putativo (con supplenza
legale di tali effetti) se le parti agirono in buona fede,
attentato se ne erano a conoscenza (can. 1061).
Considerata la sua origine nella proprietà dell’unità, che è di diritto naturale e positivo, l’impedimento obbliga, come già detto, tutti, anche i non battezzati,
ed è indispensabile: la competente autorità non potrà
intervenire alla sua rimozione ed esso urgerà fino
alla cessazione del vincolo precedente: con la morte del coniuge, la dichiarazione di nullità, lo scioglimento
in virtù del privilegio petrino o paolino.
Relativamente al matrimonio civile di quanti sono obbligati alla forma canonica (can. 1108), se ne sottolinea l’irrilevanza sotto il profilo strettamente ecclesiastico: gli interessati sono pertanto liberi di contrarre matrimonio (canonico) anche previamente all’ottenimento del divorzio civile; attesa però la rilevanza
delle obbligazioni naturali scaturenti dal precedente vincolo civile, il legislatore impone comunque all’ordinario del luogo l’obbligo di concedere la sua autorizzazione, ai fini della lecita assistenza da parte del
ministro deputato.
Febbraio
2010
27
Mons. Franco Fagiolo*
L’argomento del giorno per gli addetti al servizio del canto per la liturgia è la pubblicazione
da parte della C.E.I. del Repertorio Nazionale.
Se ne parla a tutti i livelli e in ogni occasione,
nelle diverse parrocchie, nelle singole diocesi,
a livello nazionale.
Basti pensare che negli ultimi quindici giorni, il
Responsabile Nazionale della C.E.I. della
Musica per la Liturgia, Mons. Antonio Parisi, è
stato invitato a presentare il repertorio al
Convegno Nazionale sulle Vocazioni promosso
dal CNV agli inizi di quest’anno, e ne ha fatto
oggetto di conversazione nella trasmissione televisiva “A sua immagine”, di Rai Uno Domenica
17 gennaio 2010.
Veramente, da tanti anni, don Antonio gira in lungo e in largo tutta l’Italia per sensibilizzare le Comunità
cristiane, i Cori parrocchiali, i diversi gruppi e
gruppetti perché ognuno faccia un grande sforzo affinché ci sia una continua e costante azione educativa, orientata a scegliere i canti per
la Liturgia non in base al gusto personale o alle
mode passeggere e transitorie, ma secondo alcuni criteri oggettivamente validi.
Il suo cavallo di battaglia è: porre fine alla superficialità e all’improvvisazione che regna in questo campo e promuovere una seria formazione liturgico-musicale a tutti i livelli, cominciando dai responsabili e dagli addetti al ministero
del canto per la liturgia.
Anche nella nostra diocesi, nel nostro piccolo,
ci sforziamo di fare la nostra parte!
Il repertorio della C.E.I. è stato consegnato a tutti i parroci e ai superiori degli Istituti religiosi nel
ritiro del clero dello scorso mese di novembre;
lo stesso è stato fatto con i responsabili dei Cori
che hanno partecipato al Raduno di S. Cecilia:
un bel regalo offerto a tutti dalla diocesi!
Inoltre, negli incontri annuali di formazione per
gli Operatori Liturgico-Musicali organizzati da questo Ufficio, iniziati a gennaio, il Repertorio Nazionale
sta al centro delle attenzioni ed è sempre un punto di riferimento ben preciso.
Ma come si è arrivati a questo risultato? Subito
dopo la riforma del Concilio Ecumenico Vaticano
II si è sentita nella Chiesa italiana l’esigenza di
un repertorio di Canti da offrire alle comunità cristiane.
L’editrice LDC, fin dal 1969, ha pubblicato, con
continui aggiornamenti, Nella Casa del Padre,
una raccolta di canti per la liturgia.
Nel 1972 l’editrice Carrara in collaborazione con
le Paoline, sotto il patrocinio della Associazione
Italiana Santa Cecilia, hanno pubblicato “I Canti
della Fede”, edizione ufficiale per le Diocesi del
Lazio. Si arriva così al 1979, anno in cui la Conferenza
Episcopale Italiana pubblica un elenco di canti denominato “repertorio-base a carattere
nazionale”. Da qui parte l’attuale Repertorio Nazionale,
riprendendo in modo efficace la prima proposta
della CEI.
Un lavoro lungo e faticoso, portato avanti con
cura e professionalità da un apposito gruppo di
lavoro incaricato dall’Ufficio Liturgico Nazionale,
e che ha selezionato un primo elenco di canti
(322 per la precisione!), pubblicato agli inizi del
2000, comprendente i titoli, gli autori e le case
editrici di provenienza.
Soltanto agli Uffici Liturgici Diocesani che ne hanno fatto richiesta sono stati inviati i testi e le musiche con l’accompagnamento dell’organo.
Tale repertorio, opportunamente rivisto
e integrato, è stato sottoposto all’approvazione dell’Assemblea Generale
dei Vescovi italiani il 24 maggio 2007
e ha ottenuto il 20 maggio 2008 la recognitio della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti.
Finalmente, nel mese di aprile 2009,
ha visto la luce Il Repertorio Nazionale
dei Canti per la Liturgia che tiene presenti: i canti dell’Ordinario della Messa;
i canti propri del Triduo Pasquale; i canti propri delle celebrazioni eucaristiche
festive di tutto l’anno liturgico (esclusi
i salmi responsoriali); i canti per il culto eucaristico; i canti per le esequie.
Non sono stati per ora considerati i canti per la celebrazione degli altri
Sacramenti e i canti della Liturgia delle Ore.
Mancano anche i canti per i pii esercizi e per la pietà popolare.
I recitativi rituali, già editi nel Messale
e in altri libri liturgici, pur non comparendo in questo elenco, fanno parte del
“repertorio nazionale”.In tutto abbiamo
384 canti, selezionati da una raccolta
iniziale di circa 20.000 (ventimila) canti!
Una cernita spietata con una grossa e inesorabile scrematura. Allora, quello che abbiamo tra
le mani è veramente un tesoro prezioso, da custodire gelosamente!
Al prossimo numero per una seconda puntata.
*Responsabile Diocesano della Musica per la
Liturgia
Febbraio
2010
28
RITORNO ALLA STORIA / 13
Don Claudio Sammartino
Secondo uno schema mentale conformistico, si
crede ancora che durante la Rivoluzione francese, gli abitanti della Vandea, regione del nord
ovest della Francia, si siano ribellati al governo parigino dietro istigazione della nobiltà e del
clero, ceti sociali restii ad abbandonare i loro privilegi. E’ invece assodato, grazie a numerosi ed
anche recenti studi, nonché alla notevole mole
di documenti da sempre esistenti, che in
Vandea nel 1793 la rivolta contro il governo giacobino venne dalla base, cioè dal popolo che
spesso travolse le esitazioni di aristocratici e preti ed attuò un’insurrezione in difesa soprattutto
dei valori cristiani, vilipesi da una prassi rivoluzionaria sempre più ostile alla fede ed alle tradizioni. Come inequivocabilmente scrive lo
storico P. Gaxotte nella sua opera: “La
Rivoluzione Francese” (Mondatori 1989), la Vandea,
i cui abitanti erano affezionati alla propria religione, ai propri preti ed alle proprie tradizioni,
decise di ribellarsi ad un governo che, in nome
di nobili ideali, disprezzava usi, costumi e modi
di vita non suggeriti ed illuminati dalla sola ragione e stava imponendo una nuova cultura radicalmente avversa alla religione (cfr. “Ecclesia”
– maggio ’09). In breve, a partire dall’11 marzo
1793, l’insurrezione interessò tutta la regione e
vide i contadini comandati da un certo
Cathelineau, i nobili guidati dal marchese di
Rochejaquelin e i curati dall’abate Bertier uniti
nell’intento di difendere la loro terra e la loro fede
dalle prevaricazioni del potere giacobino. E pensare che in Vandea si erano nutrite grandi attese ai tempi delle convocazioni degli Stati generali, tanto che in tutta la regione c’era stato un
serio impegno nella stesura dei
“cahiers de doléances” (“elenco delle lamentele”) da inviare a Parigi, spesso redatti proprio dai sacerdoti locali! Ma la deriva estremista e l’aperto tentativo di cristianizzazione della Francia attuato dalla Convenzione,
raffreddò gli entusiasmi dei Vandeani,
sempre più critici verso quella minoranza di francesi, però con il potere
in mano, che intendevano inequivocabilmente seppellire i vecchi valori e sostituire la fede cristiana con una
superba affermazione della “dea
ragione”. Fu così che dal marzo del
’93, rifiutando l’ordine di arruolamento
obbligatorio per gli eserciti della
Repubblica, l’insurrezione armata divampò in tutta la regione e vide i
Vandeani, comandati spesso da
capi improvvisati, avere in un primo
momento ragione delle truppe governative ed assumere anche il controllo
di quasi tutta la regione.Ma quando
contro gli insorti “reazionari” fu inviato un forte contingente armato e comandato dal generale Westerman, le cose cambiarono al punto che nel dicembre dello stesso anno
l’armata del Sacro Cuore (simbolo della Vandea)
fu praticamente fatta a pezzi a Savenay, nei pressi di Le Mans. A Parigi allora, l’intera Convenzione
(non soltanto l’ala estremista anticlericale)
decise di attuare un vero e proprio atto di sterminio della Vandea, rea di aver ostacolato il corso della Rivoluzione e di essere rimasta fedele alla religione ed alla monarchia. Si doveva ad
ogni costo impedire che l’esempio vandeano producesse altri focolai di rivolta!
Lo storico J. Michelet, profondo conoscitore della Rivoluzione, scrive in proposito che: “i giacobini
mostrarono, per la maggior parte, il disprezzo
più atroce e credettero con una fede così accanita nella propria infallibilità che ad essa sacrificarono, senza rimorso, un mondo di uomini
vivi”. Il generale Westerman, definito il “macellaio della Vandea”, all’indomani della vittoria sugli
insorti scriveva a Parigi:
“Facemmo un orribile carnaio, Sì, non esiste più
la Vandea. Ho sterminato tutto. Non facciamo
più prigionieri. La pietà non è rivoluzionaria!” Nonostante
queste affermazioni, la storiografia ufficiale pensò si trattasse, per i crimini in Vandea, di eccessi dei soldati dovuti alla situazione bellica, che
vide anche i ribelli agire d’impeto. Ma studiosi
degni di questo titolo non possono ignorare i documenti ufficiali del governo che già il 1 agosto ’93
e successivamente il 14 ottobre dello stesso anno
decretava: “Sterminare i briganti (attenti a questo appellativo!). Inviare un esercito incendiario in modo che nessun uomo, nessun animale possa sopravvivere su questo suolo della Vandea”
(Decreto n° 1630 della Convenzione Nazionale).
E lo stesso Robespierre dichiarava con enfasi:
“Bisogna che i briganti della Vandea siano sterminati. La Vandea deve diventare un cimitero
nazionale!” E questo piano di sterminio fu attuato puntualmente con l’invio nella regione del generale Turreau e delle sue “colonne infernali” che
dal gennaio 1794 procedettero per oltre quattro mesi ad un’autentica e mirata “pulizia etnica” comportandosi come reparti precursori delle SS. I rapporti militari inviati alla Convenzione
(e non i racconti o i ricordi dei superstiti!) riferiscono asetticamente, ma con precisione puntigliosa, di rastrellamenti, di reclusioni di massa, di stupri e di varie violenze subite da una
popolazione ormai indifesa e alla mercè dei governativi. Si legge anche di cadaveri squarciati per
toglierne il grasso, di bambini ammazzati senza pietà, come a Le Luc sur Boulogne, dove ne
furono eliminati 110 di età inferiore ai 7 anni (28
febbraio 1794). Ma anche in altri modi si attuò
lo “sterminio” dei Vandeani; si usò la ghigliottina, le esecuzioni con la sciabola, il ricorso al cannoneggiamento ed all’annegamento di gruppi di
prigionieri che venivano legati insieme su zattere e fatti “affogare” nella Loira, ribattezzata dai
giacobini “il gran bicchiere dei bigotti”!
Che non stiamo eccedendo nel racconto lo dimostra quanto scriveva il Commissario Lequin, che
assistette di persona a diversi massacri e che
testualmente affermava: “Le violenze e la barbarie più spinte si riscontravano ovunque!” Da
ultimo, come esempio per le altre regioni, la Vandea
fu chiamata “Vengé”, cioè vendicata … dai patrioti illuminati e con licenza di “massacro”, che uccisero circa 117.000 persone (su una popolazione di 800.000 anime) e distrussero completamente oltre 10.000 abitazioni (su un totale di
60.000).Insomma, si può serenamente affermare
che si era consumato il primo genocidio della
storia moderna, le cui modalità di attuazione saranno spesso riproposte nella storia del ‘900. Chi
poi denunciò per primo la “pulizia etnica” operata dai figli dei Lumi fu, ironia della storia Gracco
Babeuf, quello della congiura degli Eguali e padre
del pensiero comunista.
Nell’opera intitolata “Sul sistema di spopolamento”,
scritta nel 1795, egli descrisse e denunciò il “genocidio” vandeano, chiedendosi anche come
ricordarlo per evitare che si ripetesse in altri tempi e luoghi.
Purtroppo Babeuf fu giustiziato, come sovversivo, nel 1796 ed il suo libro di denuncia fu inabissato dagli storici filorivoluzionari.In conclusione
possiamo notare che anche il Direttorio (organo del governo post Robespierre) si accorse che
in Vandea si era usata una mano troppo pesante; per i crimini contro la popolazione “refrattaria” venne condannato però soltanto il Delegato
della Convenzione J. Baptiste Carrier, accusato dopo un processo farsa di “eccesso di zelo”
nell’applicazione delle disposizioni ricevute.Già,
non è forse la Francia la patria del famoso det-
Febbraio
2010
Simona Zani
Nel corso di alcune ricerche da noi svolte presso
l’Archivio di Stato di Parma sulle carte farnesiane tra la fitta corrispondenza intercorsa tra il Gran
Cardinale Alessandro Farnese (1519-1589) nel periodo della sua reggenza della diocesi di Velletri-Ostia
(dal 1580 al 1589 anno della sua morte) e la comunità di Velletri - ci si è imbattuti in due interessanti
missive a lui indirizzate dall’allora Vicario della città Cefalotti, nelle quali questi invita il Cardinale a
prendere in considerazione la possibilità di
impiantare un collegio dei gesuiti nella cittadina
laziale. Alessandro Farnese, nipote di un altro Alessando
Farnese (1468-1549) anch’esso reggente della diocesi di Velletri-Ostia dal 1524 sino all’anno della
sua elezione al soglio pontificio avvenuta nel 1534,
è la figura predominante del panorama politico e
religioso della seconda metà del XVI secolo, e la
sua presa di possesso della diocesi di Velletri-Ostia
segna l’inizio di un forte rinnovamento della cittadina laziale. Egli può essere infatti considerato
l’artefice principale dell’attuale assetto urbano della città di Velletri; pertanto non stupisce che il Vicario
ritenesse realistica la proposta fatta ad un cardinale che in pochi anni aveva iniziato una serie di
importanti cantieri nella cittadina, che la stavano
trasformando da borgo medievale a città rinascimentale, dimostrando la volontà e l’interesse verso questo suo ‘feudo ecclesiastico’.
Si riportano qui alcuni passi tratti dalla missiva del
4 ottobre 1585: «Aspettando la comodità di trattare queste cose a bocca ma temendo che ne passi l’occasione mi son risoluto scriverle. In
Grottafer.ta parlandosi de i costumi et dell’educatione
di questa città disse V.S. Ill.ma che il novo rimedio sarebbe un Collegio di Gesuiti ma che trovandosi
la città gravata di molto debito non v’era alcun modo
di poterlo fare…ho trovato, se non m’inganno, un
modo… In mezzo di questa città è la parrocchia
di San Martino, è una Chiesa capaciss.a nella quale si potrebbe fondar il Collegio et vi è sito da potervi fare ogni gran fabbrica… Per dare principio a
questa d.a opera saria neces.rio et anco senza
di questa sarà molto utile, et a proposito per l’Avvento
pross.o et per la Quaresima mandar qui due o tre
di quei Preti … acciò con la parola, et con l’esempio
buono cominciassero a imprimere et lasciare di
se qualche desiderio in questo … et con questi
fini le fo riverenza con ogni humiltà. Di Velletri, di
4 d’ottobre 1585” e pochi giorni dopo lo stesso scriveva ancora: “Avanti ch’io partissi di Roma parlai col Padre Generale dei Gesuiti se avesse voluto compiacer a V.S.Ill.ma di mandar qua un predicatore per l’advento … et sia certa come le scrissi tante settimane fa in una lunga lett.ra mia questo sarà un gran principio et fondamento di quel
collegio del quale le scrissi nella detta lett.ra: et
con questo fine le bacio con ogni riverenza le mani.
Di Velletri a XVII di 9bre 1585».
L’ordine della Compagnia del Gesù, aveva nel giro
di pochi anni impiantato numerose sedi, e aveva
indicato regole ben precise sulle scelte tipologiche da seguire nella realizzazione degli organismi religiosi che, nella loro concezione, erano legati indissolubilmente alla predicazione, loro fine principale.
Questo determinò anche il loro potere in campo
scientifico, che è saldamente legato alla incessante
29
ricerca che
questi
padri dedicheranno
alle leggi dell’acustica, nel tentativo di ottimizzare sia le possibilità del predicatore che l’ascolto
del fedele. Sarà infatti un padre gesuita tedesco
trapiantato a Roma, A. Kircher, a studiare e spiegare scientificamente per la prima volta il fenomeno
dell’eco.
Quindi, alla fine del XVI secolo, vale a dire negli
anni in cui la Compagnia del Gesù conobbe forse il suo più fiorente periodo, soprattutto grazie
agli esiti della conclusione del Concilio di Trento
che li pose in una posizione di supremazia non
solo in campo religioso, ma anche politico e scientifico, anche a Velletri si sentiva l’esigenza di una
presenza non più occasionale ma stabile di questi potenti padri indicati come la risposta “ai problemi di spirito e di costume” della comunità; il riscontro popolare delle loro predicazioni è quindi testimoniato dalle parole del Vicario e da altre missive che qui non si pubblicano, che documentano
la loro partecipazione ai momenti di devozione religiosa più importanti nella città di Velletri.
Non dimentichiamo inoltre di annotare il forte legame che intercorreva tra il cardinale Alessandro Farnese
e l’ordine di Sant’Ignazio; il cardinale era forse il
più importante ‘mecenate’ della Compagnia del Gesù.
Tra tutte le sue cooperazioni con i padri gesuiti,
basti ricordare che fu lui a sostenere economicamente
la costruzione della chiesa del Gesù a Roma, pregevole architettura dei suoi architetti di fiducia Iacopo
Barozzi da Vignola e Giacomo della Porta.
Tornando al nostro argomento, non compaiono altri
carteggi sull’argomento né tra le carte farnesiane conservate presso l’ASP né in altri archivi, e
l’indagine su eventuali sviluppi della proposta del
Vicario nel tentativo di scoprire se la vicenda avesse avuto esito positivo non hanno portato alla luce
elementi che provino l’attuazione del progetto nell’immediato.
Ma un approfondimento della ricerca, effettuato
in più largo raggio temporale, ci ha rivelato un’interessante scoperta avvenuta consultando la documentazione conservata presso l’Archivio dei
Gesuiti a Roma: la proposta cinquecentesca, in
effetti, non ebbe seguito, ma i documenti provano che nella metà del XIX secolo la città di Velletri
ebbe finalmente il ‘suo collegio’ dei Gesuiti.
Abbiamo infatti rinvenuta non solo parte
della documentazione ufficiale del Collegio
e dei permessi rilasciati dalla Comunità
di Velletri, ma soprattutto è venuta alla
luce la relazione trascritta e stampata della cerimonia di inaugurazione del Collegio,
la “Relazione dell’Apertura del Collegio
della Compagnia del Gesù in Velletri,
Imprimatur Velitris die 13 Novembris 1852”
(ACdG, FG 1650 Velletri – busta n.261[2]).
Non si riporterà per esteso il verbale della Commissione Municipale che, presieduta dal Presidente Sig. Giovanni Cavalier
Graziosi, e composta dai sig.ri Filippo Corsetti,
Bernardino Renzi ed il Rev.mo Sig. Canonico
D. Gio. Angelo Argenti Dep.to Ecc.stico
era stata riunita per deliberare sui provvedimenti da prendersi per la piena ed
immediata esecuzione della risoluzione
Consiliare del 21 ottobre pp.te concernente
la stabile sistemazione in questa Città del
Collegio dei RR. PP. Della Compagnia del
Gesù, ma si ritiene importante citare alcu-
ne notizie che ne scaturiscono.
Il presidente inizialmente ricorda ali membri che
la Delibera citata era legata al provvedimento preso all’unanimità dalla Commissione di affidare la
Pubblica Istruzione ai zelantissimi RR.PP. della
Compagnia del Gesù, nominando un’apposita
Deputazione con l’incarico di trattarne le condizioni
col Rev.mo P. Generale di Roma.
Il commissario pontificio Rev.do Mons.re Giuseppe
Berardi aprì le trattative con il Padre generale, e
condotte a buon termine, necessitavano quindi un
Atto Pubblico ed Ufficiale della commissione che
ne determinasse anche i parametri economici. Si
fa riferimento al disagio ed agli sterili risultati ottenuti dalla popolazione per le passate gestioni della Pubblica Istruzione, e si espone la opportunità di poter impiantare per tali motivi la Compagnia
del Gesù fiduciosi nelle loro capacità di poter rimediare a dette mancanze.
Si ritiene invece di riportare per esteso il testo della lettera con la quale la Legazione di Velletri comunicava al Cardinal principe Vincenzo Macchi l’esito della suddetta Commissione:
«Legazione di Velletri, Il Gonfaloniere di Velletri,
N°1031 del Protoc.o… E.mo e Rev.mo Principe,
Questa Commissione Municipale riunita in
Consiglio nel giorno 1° decembre corrente destinò i fondi occorrenti all’interessantissimo stabilimento in questa città della Casa d’istruzione da
affidarsi ai RR. PP. Della Compagnia del Gesù sia
pel mantenimento di essi, sia per quello del locale, utensili della scuola, premi alla scolaresca, mantenimento della Chiesa e retribuzione a due sacerdoti da destinarsi alla istruzione elementare sotto la direzione dei lodati RR. Padri, e nominò una
deputazione per la sollecita effettuazione del contratto, riportato appena l’Apostolico Breve. E perché l’Eminenza Vostra Roma possa conoscere le
deliberazioni tutte prese sull’oggetto, qui unito le
rassegno copia dell’atto Consiliare con la relativa approvazione. Nella viva fiducia che l’Eminenza
Vostra R.ma sarà per accogliere con aggradimento
l’atto suddetto, inchinato al bacio della sacra Porpora,
con profonda venerazione ho l’onore di raffermarmi.
Dell’Em.za V.ra Rev.ma, E.mo e Rev.mo Principe
Sig.re Card. Vincenzo Macchi Vescovo e Legato
di Velletri, Roma, Umilissimo, Devotissimo, ed
Obbligatissimo Servitore, Gio: Graziosi Presidente,
Velletri 19 Decembre 1850».
(segue)
30
costituire l’oggetto proprio
del suo interesse.
Molteplici sono invece i motivi che fanno di questo libro un
testo che entra a pieno titolo nella mia vita ma anche nelle mie ricerche.
Nella mia vita, - perché,
come prete della diocesi di
Velletri-Segni, non posso presumere di capire il presente
senza una conoscenza della storia del territorio e delle
sue vicende; - perché, come
uomo che proviene da un’altra cultura – che si è formato su graffiti della Val Camonica
Una ricerca storica e archeologica
– e che da molti anni si imped. Dario Vitali
gna in un radicamento sempre più consapevole in queIl 19 dicembre scorso è stato presentato nella sta terra strordinaria. Nelle mie ricerche, - persala consiliare del comune di Colleferro il volu- ché dove si intersecano le vie consolari romame su Piombinara, un antico castello con annes- ne, che personaggi straordinari della storia delsa tenuta, che ricadeva nel territorio di Colleferro. la Chiesa hanno percorso – da Bruno di Segni
Alla manifestazione sono intervenuti oltre al nostro a Innocenzo III a Filippo Ellis, per ricordare solo
vescovo Mons. Vincenzo Apicella, l’On. Silvano alcuni di coloro che hanno fatto grandi questi
Moffa, il sindaco di Colleferro Mario Cacciotti, luoghi – non può trattarsi di un capitolo minore
l’Assessore alla Cultura di Colleferro Graziana della ricerca storica; - perché la vita della Chiesa
Mazzoli, la Principessa Donna Gesine Doria-Pamphilj non costituisce un’eccezione rispetto alle dinaed altre autorità.
miche civili, soprattutto se riferita a un periodo
Comincerei con una domanda: cosa ci fa un docen- in cui il territorio della Valle del Sacco rientrate di teologia alla presentazione di un volume va prima nel patrimonio di San Pietro e poi nelsu una missione archeologica?
lo Stato Pontificio.
L’amicizia fa brutti scherzi: l’insistenza di Alfredo Il volume costituisce quindi un contributo straorSerangeli, direttore dell’archivio Innocenzo III di dinario alla ricostruzione di quella Storia, che divenSegni, è all’origine di questa presenza. Che, però, ta magistra vitae soprattutto quando si applica
non vuole essere solo di circostanza: la lettura alla trama delle generazioni – mi trovo in quedel libro è stata per me fonte di riflessioni non sto assolutamente d’accordo con Alfredo
marginali anche nel campo della disciplina che Serangeli quando dice che al centro della ricermi trovo a maneggiare.
ca c’è la persona – e mostra come le nostre radiPotrebbe sembrare che un ordinario di eccle- ci affondano in un humus nutrito delle vicende
siologia alla pontificia Università Gregoriana deb- dei padri, che prima di noi e forse più di noi hanba occuparsi unicamente di massimi sistemi, e no amato questa terra, i quali si sono nutriti dei
che realtà “minori”, come questa, non possano
raccolti resi possibili da un fiume oggi tra
i più inquinati, i quali hanno difeso una
terra che oggi si trova a misurarsi con le
sfide di un’area metropolitana che, nel
momento in cui concede alcuni vantaggi, impone anche i
suoi prezzi.
Grazie dunque a chi
ha scavato: alcuni,
materialmente, nella terra; altri, metaforicamente, negli
La Principessa Donna Gesine Doria-Pamphilj durante il suo intervento archivi, per conse-
Piombinara :
Il castello e la tenuta
Febbraio
2010
gnarci un pezzo di storia che può rendere più
consapevoli le generazioni di oggi, se si riuscirà a distoglierle da una distrazione che ormai è
diventata un modo di essere, un vero e proprio
fenomento di costume. Peraltro, le parti che compongono il volume costituiscono tre piccoli saggi – quello di Alfredo Serangeli non è piccolo,
componendosi di 77 pagine – che si muovono
su registri differenti ma complementari, elevando
il castello e la tenuta di Piombinara a microcosmo che ci permette di entrare in un mondo più
complesso di quanto la nostra supponenza ci
permetta di immaginare.
Per un comprensione che chiamerei “genetica”,
i tre contributi possono essere letti in ordine inverso, partendo dai riscontri sul terreno, per ricostruire il paesaggio così come appariva dalle origini al XV secolo, e finalmente vedere come
gli uomini di quel tempo vivevano all’interno di
questo territorio. In effetti, la parte terza, su “La
nascita della missione archeologica del castello di Piombinara”, a firma di Tiziano Cinti e Mauro
Lo Castro, nel momento stesso in cui illustra il
metodo e gli obiettivi della campagna di scavi
realizzata dalla missione archeologica, descrive anche il territorio, ormai sconvolto nel suo disegno originario da due grandi vie di comunicazione – l’Autostrada e l’Alta velocità – oltre che
dagli insediamenti di una zona industriale e commerciale che tende ad occupare ogni zona agricola residua, mettendo sotto gli occhi contrasti
impensabili, come una vaccheria accanto
all’Outlet o al Parco giochi prossimo venturo.
Il contributo di Angelo Luttazzi su “Il castello di
Piombinara e il territorio dalle origini al XV secolo”, descrivendo la viabilità antica, medioevale
e moderna, offrendo una mappa documentata
degli insediamenti abitativi, i sistemi di avvistamento e di difesa, offre una specia di “composizione del luogo” che costituisce lo scenario su
cui collocare i protagonisti della storia, quelle generazioni di uomini e donne che hanno abitato la
tenuta. A chiarirci il vissuto di quelle generazioni provvede la prima parte del volume a firma di Alfredo Serangeli.
Il Direttore dell’Archivio Storico “Innocenzo III”
di Segni conduce da par suo uno studio documentatissimo su “Il mondo di Piombinara nel panorama dello Stato pontificio”. E’ questo il sottotitolo di un contributo di 77 pagine titolato “Una
tenuta della campagna romana”.
Non “La tenuta di Piombinara” , ma “Una tenuta”, eleggendo Piombinara a caso emblematico di tante tenute della campagna romana, dove
le dinamiche sociali, economiche, culturali tendevano a riprodursi allo stesso modo. Di qui l’interesse dello studio, che travalica il caso singolo
e costituisce la lettura documentata di un sistema sociale diffuso nello Stato pontificio e non
solo, e che contribuisce a spiegare tante cose
dell’ Italia centrale di oggi, con ovvi riflessi sull’Italia
Febbraio
2010
31
SEGNI
10 GENNAIO 2010:
IMPOSIZIONE
DELL’ABITO
DELLE NOVIZIE
Domenica 10 gennaio 2010, alle ore 12
presso la Concattedrale di Segni, durante la
S. Messa si è svolta la vestizione dell’abito
di cinque Suore Novizie, appartenenti all’Istituto
delle Serve del Signore e della Vergine di Matarà,
che è il ramo femminile della Famiglia
Religiosa del Verbo Incarnato, fondato nel 1984
in Argentina, da Padre Carlos Miguel Buela.
Alla celebrazione, presieduta da S. E. Mons.
Andrea Erba, Vescovo Emerito della Diocesi
Velletri-Segni, hanno partecipato Padre
Buela, il Parroco Mons. Franco Fagiolo e molti Sacerdoti dell’Ordine.
Erano presenti, inoltre, la Madre Provinciale
Corredentora e le consorelle appartenenti a
varie Comunità italiane.
Al Sacro Rito hanno preso parte, oltre ai
parenti ed amici delle Novizie, tanti fedeli, commossi e partecipi di fronte ad un momento così
suggestivo e solenne.
Le giovani che hanno preso l’abito hanno
raggiunto questo primo traguardo, dopo un periodo di preparazione presso il Noviziato di
Madonna di Loreto di Artena.
La provenienza delle giovani è internazionale: una dalla Francia, una dalla Scozia, una
dalla Martinica, due italiane: una romana ed una
segnina, Rita Fiore che ha preso il nome reli-
gioso di Suor Maria Vergine Addolorata, in onore della Madonna tanto amata e venerata a Segni.
Il Coro “Totus Tuus” del Verbo Incarnato ha
guidato e animato, con canti scelti e appropriati,
tutta la celebrazione .
di oggi.
La storia della tenuta, in effetti, risulterebbe povera se mancasse la collocazione nel contesto amministrativo ed economico del Lazio: la scelta di
chiarire il regime fondiario vigente nei territori
soggetti alla Santa Sede dal medioevo all’unità di’Italia permette di inquadrare il sistema sociale e di delineare con chiarezza i profili dei protagonisti di una storia “feriale” - i proprietari, i
mercanti, i contadini – che ha costituito il solco
per la crescita di eventi straordinari e figure significative della storia civile e religiosa d’Italia.
Il contributo di Alfredo Serangeli doventa così
un percorso di progressiva focalizzazione, dal
sistema delle tenute agricole in genere alla tenuta di Piombinara e ai suoi trascorsi sotto le varie
famiglie di possidenti che si sono succedute, fino
a farci vedere il microcosmo del casale della tenuta, costruito tra il 1778 e il 1783, dove si vedono all’opera per la sterpatura, la zapponatura,
la mietitura, la tritatura i monelli, ma anche i mietitori, i bifolchi e i pastori.
Capire quanto percepissero di salario significa
rendersi conto di quale vita, al limite della sussistenza, fossero costretti a condurre queste generazioni che ci hanno preceduto, e, nel rispetto
del loro sudore, a custodire meglio il territorio
che ci è stato consegnato in eredità, e che dobbiamo contribuire tutti – ciascuno per la sua responsabilità e competenza – a far progredire per una
migliore qualità della vita.
L’augurio, quindi, è che tutti quelli che hanno lavorato a questo volume, ma anche tutti quelli, qui
presenti, che svolgono azione a favore di questo territorio mettano in sinergia i loro sforzi e
le loro capacità per realizzare un mondo, un microcosmo se volete, dove il rispetto della qualità
della vita e il rispetto della vita dell’uomo stiano al primo posto.
Febbraio
2010
32
Francesco Cipollini*
Se tornare al passato aiuta a comprendere il presente e a dare indicazioni sul futuro, non mi pare
superfluo soffermarci sul rapporto che lega la
diocesi di Velletri con il grande santo di Fonte
Avellana: Pier Damiani. Nell’archivio1 capitolare
di Velletri è presente una pergamena che ci illustra la concessione di alcuni benefici, da parte
di Papa Alessandro II, su preghiera di Pier
Damiani.Nella lettera, datata 11 giugno 1065, il
pontefice conferisce alcuni benefici a diversi sacerdoti veliterni.
Tale concessione fu caldeggiata dall’intervento
di Pier Damiani, che aveva comunicato al papa
la fedeltà dei servizi resi dal clero di Velletri. Non
si capisce come, altrimenti, Pier Damiani avrebbe potuto conoscere i servizi del clero di Velletri,
se non occupandosi della diocesi.Anche un secondo testo di Pier Damiani fa esplicito riferimento ai canonici di Velletri.Nella produzione letteraria del solitario di Fonte Avellana, accanto alle
lettere, ci forniscono preziose indicazioni gli oposculi, “che poi sono delle lettere più ampie.
Nell’edizione del Gaetani,
riprodotta da Migne,
2
se ne enumerano 60“ . Nell’opuscolo n. 34 “Disputatio
de variis apparitionibus et miraculis”, considerato autentico dalla critica, Pier Damiani cita nell’introduzione i canonici di Velletri, , dapprima
descritti come incorregibili
e in seguito riabilita3
ti proprio per la sua opera .Nel 1615 l’abate benedettino Costantino Caetani, nel redigere l’Opera
Omnia dell’abate di fonte Avellana premise
al
4
testo dell’opuscolo 34 una introduzione in cui
designa il ruolo di Pier Damiani in diocesi come
primo e diretto responsabile: per lui la presenza e il lavoro damianeo a Velletri sono un dato
di fatto! Mi pare di poter aggiungere a quelli già
indacati, un altro elemento di valutazione.
Se è vero, come è vero, che Pier Damiani non
si è occupato solo della diocesi di Ostia, infatti egli stesso ci dice che si è dovuto occupare
di duorum episcopatuum,
unius regendi, alte5
rius visitandi ; se è altrettanto6vero che si è occupato della riforma dei canonici non solo di Velletri,
allora mi pare degno di rilievo il fatto che non
designi gli altri canonici, dei quali si è interessato, con gli stessi appellativi con cui designa
i canonici di Velletri.È il caso, ad esempio, dei
canonici di Fano.
Ad essi si rivolge nei cinque capitoli del suo oposcolo De communi vita canonicorum appellandoli di volta in volta ora: dilectissimi, ora charissimi. Non raggiunge certo il grado di intimità dell’espressione ai “canonicis nostris, sanctae videlicet Velitrensis Ecclesiae“ contenuta nella lettera inviata ad Alfano, arcivescovo di Salerno.
Tuttavia, chi si aspettava che il Damiani avesse espresso esplicitamente il proprio impegno
nella cura pastorale della Diocesi di Velletri, potrebbe essere rimasto alquanto deluso! Ciò nonostante,
a me pare di poter distintamente rintracciare nelle fonti alcuni elementi che ci inducono, ragionevolmente, a concludere che Pier Damiani si
sia occupato, e in modo approfondito, della diocesi veliterna.Un primo elemento di valutazione credo sia il suo fervore in quella che noi oggi
definiremmo l’attività pastorale, tanto da riformare
i costumi del clero in un periodo storico in cui i
sacerdoti non brillavano certo per evangelicità;
la storia stessa ci insegna come sia difficile e
lungo il cammino (tanto da richiedere una presenza stabile!) per giungere ad una conversione che non sia solo superficiale ma che tocchi
il cuore delle persone. Un altro dato è certamente
rappresentato dalla convinzione, praticamente
unanime, degli studiosi che hanno approfondito la problematica relativa alla presenza
e all’attività del solitario di Fonte Avellana
a Velletri. Non è la sede questa per
un approfondimento ma, allo stato attuale delle ricerche, praticamente tutti gli
storici successivi considerano accertata la presenza di Pier Damiani a Velletri.
A tal proposito, la difficoltà principe è,
comunque, la definizione dei limiti cronologici della presenza veliterna;
non sappiamo per quanto tempo si sia
protratta l’attività damianea in diocesi non potendo definire precisamente il momento dell’inizio del suo episcopato veliterno e il suo termine. Molto
probabilmente l’inizio va inquadrato
tra il 1061 (anno dell’elezione di Alessandro
II) e il 1065 (anno in cui viene concesso il privilegio); mentre la fine di
tale episcopato, probabilemente, non
va collocata prima del 1069 (anno a
cui va attribuito
l’opuscolo 34, secon7
do il Lucchesi ).Un terzo elemento che,
a mio avviso, comunque va considerato
è la lettera per i benefici dei sacerdoti veliterni di cui abbiamo fatto cenno all’inizio di questo articolo.
Una personalità della statura morale
di Pier Damiani, che sappiamo aspirare più alla solitudine dell’eremo che
agli onori della dignità episcopale, sono convinto
che difficilmente avrebbe acconsentito a perorare la causa di persone che non fossero integerrimi e corretti almeno quanto lui.Doveva conoscerlo bene il clero di Velletri, tanto da invocare per loro presso il pontefice la concessione dei
benefici, ma tale conoscenza è frutto, senz’altro, di frequentazione!
*Docente di IRC e storico della Chiesa
1
Diversamente interpretata dagli studiosi. Per un ulteriore
approfondimento rimando al testo degli atti del convegno celebrato a Velletri nel 2000, da cui ho tratto la presente riduzione
F. CIPOLLINI, Pier Damiani (+ 1072). Figura, aspetti dottrinali e
memoria
nella diocesi di Velletri, Venafro 2003.
2
P. PALAZZINI, Pier Damiani, in Bibliotheca Sanctorum, Roma
1968, col. 562.
3
Refero tibi de canonicis nostris, sanctae videlicet Velitrensis
Ecclesiae, quia qui sub multis laboribus nostris atque sudoribus incorrigibiles videbantur, jam per divinam gratiam resipiscunt, et per canonicae regulae tramitem non jam coacti, sed
gaudentes incedunt.
4
Velitrensis Ecclesiae, cui ipse praeerat : queste le parole usate dal Caetani.
5
Cfr. Op 20, Apologeticum de dimissu episcopatu; PL CXLV, 443.
6
Si veda J. LECLERCQ, San Pier Damiano. Eremita e uomo di
chiesa, Brescia 1972.
7
G. LUCCHESI, Per una vita di San Pier Damiani. Componenti
cronologiche e topografiche, Cesena 1972, 159.
Febbraio
2010
Emanuela Ciarla
Le origini del giglio, fiore candido e puro secondo l’immaginario comune, sono riconducibili al
territorio dei Balcani e dell’Asia Minore, ma le
prime attribuzioni simboliche non sono da ricercarsi nella Bibbia, ma nelle religioni pagane precedenti a quella cristiana. Ad Elam per esempio era chiamata “Dio dei gigli” la divinità lunare, mentre a Creta sia la regina che la dea avevano uno scettro con il giglio; e così la tunica
d’oro di Zeus olimpico era anch’essa ornata degli
stessi fiori. Sempre in ambito greco un’antica
credenza narrava che l’uomo dopo la morte poteva assumere la figura di un giglio e nella mitologia si narra anche di un’impresa del celebre
Ercole che, succhiando il latte da Hera e facendone cadere alcune gocce, creò la Via Lattea,
ovvero il ponte tra il palazzo di Giove e quello
degli dei più potenti e nello stesso momento fece
nascere il profumatissimo giglio. Nella religione degli antichi Romani era così il fiore consacrato
alla dea Giunone madre di tutti gli dei e protettrice
della casa. Nella Bibbia è un simbolo di elezione e se ne parla nel libro dei Salmi, dove il
capocoro delle nozze del re viene accostato ai
gigli, ed ancora il profeta Osea dice che il Signore
è talmente vicino al suo popolo che vuole essere come la rugiada, così che “esso fiorirà come
un giglio” (Os 14,6). Figurativa nel Cantico dei
Cantici l’espressione dello sposo che definisce
l’amata “giglio tra i cardi”(Ct 2,2),
mentre lo sposo si presenta come
“un narciso di Saron, un giglio delle valli”(Ct 2,1), che scende nel giardino a raccogliere i gigli, immagine ancora di purezza e bellezza. Nel
libro dei Re si racconta che i capitelli delle colonne del tempio di
Salomone erano a forma di giglio
(1 Re 7,19-22) e della stessa foggia erano anche altri oggetti usati
per il culto a dimostrazione del significato religioso che rivestiva. Nel Nuovo
Testamento Gesù stesso parla dei
“gigli del campo” e della loro bellezza nello splendido discorso del-
33
la montagna. Ancora
oggi quando si pensa al giglio la prima immagine che
appare alla nostra
mente è di un fiore candido e
puro, che abbaglia con la sua
sfolgorante bellezza e stordisce
con il suo inebriante profumo, e per
questo il cristianesimo lo ha usato
nell’iconografia dell’ Annunciazione,
quando l’Arcangelo Gabriele offre alla Vergine
questo fiore delicato che simboleggia la sua
Immacolata Concezione. Lo ritroviamo nei prati celesti dei mosaici ravennati e delle basiliche romane, come simbolo di innocenza, pertanto fiorisce ai piedi di santi e vergini. Angeli
ed arcangeli hanno spesso come attributo il
bastone fiorito con un giglio stilizzato all’apice, che rappresenta il segno della sovranità di Dio
sulla terra e sui cieli e quando esce dalla bocca
di Dio stesso diviene simbolo della Grazia. In ambito storico è uno dei simboli più famosi, da Firenze
alla Francia, sempre legato a nobiltà e regalità,
e tra i santi che lo presentano nella loro iconografia ricordiamo S. Domenico, S. Luigi Gonzaga
e S. Vincenzo Ferrer, solo per citarne alcuni.
Annunciazione, part. di Adriaen von de Velde
Oxford
Febbraio
2010
34
Se non ci saranno ostacoli al cammino parlamentare,
la Riforma dell’Università varata recentemente dal
Consiglio dei Ministri dovrebbe diventare Legge
nella primavera del 2010. Il Ministro del M.I.U.R
( Ministero dell’ Istruzione, Università, Ricerca scientifica) non ha dubbi ed anzi prevede tempi rapidi
per i successivi decreti e regolamenti, indispensabili a rendere operativa la Riforma dell’Università
fin dal successivo anno accademico e quindi ad
sa del lavoro. La preparazione e la moralità della classe docente dovevano essere poste in primo piano, per evitare le scandalose situazioni più
o meno appariscenti, perché spesso sistematiche.
Da queste brevi considerazioni scaturisce il positivo accoglimento della Riforma dell’Università che,
però, non sarà a costo zero e, quindi, c’è da sperare che il Ministro dell’Economia metta a disposizione tutti i fondi necessari, come ha annunciato, indicando genericamente la copertura finanziaria
con i proventi dello “scudo fiscale”, ossia derivanti
un anno di distanza dall’entrata in vigore della Scuola
secondaria superiore : scelta opportuna, perché
esiste una stretta connessione tra i due percorsi
di studio, nel senso che l’uno è propedeutico all’altro ed entrambi possono riaprire le prospettive di
un qualificato inserimento dei giovani nel mondo
del lavoro. Nel 2011 andrebbe quindi completamente cancellata la Riforma Gentile del 1923 che,
sopravvissuta al regime politico che l’aveva prodotta, pur con modifiche considerevoli, benché siano naufragati tutti i tentativi di riforma nel mezzo
secolo dell’era repubblicana, è giunta fino ai nostri
giorni dimostrando una notevole vitalità, perché l’Istruzione
pubblica in Italia è sicuramente progredita, nonostante le problematicità derivanti dalle nuove esigenze e le negatività addebitabili soprattutto a modifiche contraddittorie ed a degenerazioni della società. Infatti, nel momento in cui l’Istruzione è stata
aperta a tutti e giustamente, non più limitata ad
una minoranza di studenti, ha raggiunto la quasi
totalità della fascia di popolazione in età evolutiva, il vecchio impianto doveva essere radicalmente
modificato subito, senza le inconcludenti discussioni portate avanti per decenni. Il principio
democratico dell’uguaglianza ed anzi di aiuti concreti ai “capaci e meritevoli” per raggiungere i gradi più elevati dell’istruzione, doveva essere coniugato con la serietà degli studi, impedendo alla scuola di diventare un “parcheggio” dei giovani in atte-
dal rientro dei capitali dall’estero. Ma poiché è risaputo che anche per altri settori e per altre esigenze
si fa grande affidamento su tale “tesoretto” – tutto da verificare e non certo inesauribile – non si
può credere che dalla razionalizzazione e dall’eliminazione degli spreghi si possa ricavare la maggior parte delle risorse per il potenziamento delle strutture ed il rilancio degli studi universitari.
La nuova Università dovrà essere di alto profilo
culturale e scientifico e – come sottolinea la Confindustria
– dovrà essere “ in condizione di competere ad
armi pari con i migliori Atenei del mondo”. Pertanto
si parte dal superamento della situazione attuale, caratterizzata da localismi che hanno portato
a moltiplicare le sedi universitarie e ad aprire continuamente succursali, smarrendo il significato stesso dell’istituzione, come centro qualificato di cultura e di ricerca scientifica; si pone necessariamente
termine alle disfunzioni organizzative e didattiche,
per permettere di raggiungere risultati validi agli
studenti, in una cornice di impegno serio e produttivo, per evitare l’elevata dispersione ed il conseguimento del titolo in un numero di anni di molto superiore a quello stabilito. Ai giovani, però, devono essere assicurati quegli aiuti necessari per accedere agli studi universitari e per una serena e proficua frequenza. Il Ministro, a tal fine, ha affermato
che il diritto allo studio dei più meritevoli sarà garantito con “borse di studio” e con “prestiti d’onore”.
Antonio Venditti
Il nuovo ordinamento universitario prevede significative novità. Ogni Ateneo potrà avere un massimo di 12 facoltà, con la conseguente eliminazione delle facoltà “inutili” . Le funzioni del Senato
accademico saranno distinte da quelle del
Consiglio di Amministrazione : l’uno, presieduto dal
Rettore che potrà restare in carica per non più di
otto anni, avrà la responsabilità della conduzione
didattica e della ricerca scientifica; l’altro, diretto
da un manager , Direttore Generale, avrà la gestione amministrativa e finanziaria, con l’obbligo di bilanci trasparenti ed oculati.
La grande questione dei docenti e dei ricercatori
è risolta senza equivoci, per stroncare ogni possibilità di futuri abusi. È istituita una “abilitazione
nazionale” per professori associati ed ordinari. La
Commissione esaminatrice sarà composta da membri autorevoli, anche stranieri. Le singole Università
procederanno alle nomine , dopo aver bandito i
relativi concorsi pubblici con chiare procedure. I
ricercatori avranno un contratto triennale, al termine del quale, dopo la valutazione delle loro ricerche, potranno essere assunti come professori associati. Vengono istituiti “Nuclei di valutazione d’ateneo”, con una significativa presenza di membri
esterni, per rendere possibile una valutazione oggettiva ed imparziale del funzionamento generale. Nel
caso di valutazione negativa della gestione delle risorse, saranno ridotti i finanziamenti del Ministero.
L’attività di docenza è soggetta a valutazione anche
da parte degli studenti e solo i “migliori” docenti
potranno ottenere scatti di stipendio.
Pur sinteticamente sono state illustrate le linee fondamentali del progetto di Riforma dell’Università
presentato dal Governo al Parlamento, che può
apportare modifiche ma si presume che sarà approvato senza sostanziali cambiamenti. E, quindi, esistono davvero le condizioni nel prossimo futuro,
per rinnovare gli Atenei italiani, sicuramente resi
più validi ed efficienti anche dalla riduzione di numero, che potranno risalire nelle graduatorie mondiali
, dove sono posti attualmente piuttosto in basso
rispetto a quelli più prestigiosi dei paesi sviluppati.
Tuttavia non sarà facile, con la trasformazione strutturale ed organizzativa, modificare le mentalità ed
i comportamenti di quanti hanno avuto e seguiteranno ad avere responsabilità all’interno delle istituzioni universitarie, trasmettendo messaggi sbagliati e fuorvianti.
E di questo pericolo sembrano consapevoli gli autori della Riforma, che hanno previsto l’adozione di
un “codice etico” per “garantire trasparenza nelle assunzioni e nell’amministrazione” evitando “incompatibilità, conflitti di interessi legati a parentele”.
Si avverte l’eco di scandalose situazioni, “giustificate” dai responsabili, con ruoli importanti all’interno delle Università, come fatti “normali” e “legittimi”. E’ la dimostrazione di quel “male” nazionale, che coinvolge certo i politici, ma non solo e comunque tutti gli ambiti della Pubblica Amministrazione,
concepita non come servizio ma come potere per
privilegi ed arricchimenti. Preservare l’Università
da tale degenerazione sarebbe veramente un buon
segnale di rinascita civile.
Febbraio
2010
HAIKU:
ISTANTANEE
DELL’ANIMA
35
Melode, C.C.C. 525), leggo una
poesia (per esempio C’era
di J. Jimenez. A questo
proposito, diffidate delle traduzioni su
internet :
componimenti
della classe IV
Scuola Elemetare di
Artena loc. Macere
Anno scolastico 2009-2010
Anche se con ritardo, offriamo alla vostra lettura gli haiku natalizi elaborati dagli alunni delle classi IV e V della scuola elementare di Macere
durante il corrente anno scolastico.
Da molto tempo, in qualunque ordine di scuola mi trovi ad insegnare, uso questa tecnica di
scrittura per mettere gli studenti, piccoli o grandi che siano, in contatto con il “mistero” del
Natale…non basta parlargliene, devono sperimentarlo. I testi prodotti, tuttavia, sono sempre
stati consegnati ai rispettivi autori: non ne
ho conservato mai neppure una
copia. La metodologia
che
utilizzo
consiste
nel dare tre
semplici
input : scrivo alla
lavagna uno
splendido passo
del Catechismo della Chiesa Cattolica
(kontakion di Romano il
componimenti
della classe V
sono
davvero pessime!) e spiego
con un esempio
pratico, cioè facendone uno insieme a loro , come
si fa a fare l’haiku. L’haiku è un tipo di componimento poetico di soli tre versi (il primo
di 5 sillabe, il secondo di 7 e il terzo ancora di 5) sviluppatosi in Giappone nel
XVII secolo, ma molto apprezzato ancora oggi e dovunque per la sua concisione,
per la sintesi – sorprende in primis lo
scrivente ! davvero
potente
che si
riesce
ad operare fra livello cognitivo ed
emotivo. I bambini
vivono quest’esperienza
come un gioco attraverso il quale scoprono di essere capaci di mera-
vigliare e
meravigliarsi,
riescono a
contattare le
loro emozioni più
profonde e a comunicarle, accrescere
l’autostima derivante dall’essere riusciti a fare emozionare e a lasciare increduli gli
adulti. Dico anche ai miei alunni che il segreto
per riuscire a scrivere un haiku è di concentrarsi
su un’immagine, un ricordo, un’emozione cercando di “fotografarla” attraverso le parole…un’istantanea insomma, una polaroid (spiego
cos’è, nell’Era del digitale non mi capiscono!)
dell’anima.
Molte colleghe hanno vissuto e condiviso il dono
di poter dire “Non è possibile che abbiano scritto questo…eppure l’ho visto con i miei occhi!”.
A tutte loro va il mio pensiero e il mio affetto.
Ed è anche per il loro lavoro prezioso e silenzioso, nascosto nelle aule di una scuola più o
meno di città, più o meno di provincia, che porgo a voi i piccoli miracoli, quotidiani e sconosciuti, di questi bambini. A febbraio, certo, perché come ha scritto Sofia Taloni di anni dieci:
Il Natale è
Per un giorno solo, ma
In noi per sempre!
… non riesco a leggerli senza sentirmi profondamente grata.
Luigina Ruffolo IDR
Febbraio
2010
36
“Il Divin Pittore”
La Madonna col Bambino e i santi Ercolano e Costanzo del Perugino
in mostra al Museo Diocesano di Velletri fino al 28 febbraio
Dott.ssa Sara Bruno*
Pietro di Cristoforo Vannucci, meglio
conosciuto con il nome di Perugino, nacque a Castel (ora Città) della Pieve
tra il 1445 ed il 1452 da una delle
famiglie più importanti e ricche della città, nella quale peraltro non si
conoscono produzioni giovanili dell’artista. In quegli anni la realtà
artistica umbra, e quella perugina in particolare, era molto vitale ed intensa; il benessere economico incrementava
la produzione di importanti opere sia pubbliche che private
e la pittura era influenzata dall’opera di Pietro della
Francesca, che a Perugia aveva lavorato. Le esperienze artistiche umbre del Vannucci iniziarono probabilmente nelle botteghe locali e furono
caratterizzate da una pittura
luminosa, scorrevole e
con un grande equilibrio tra
architettura e personaggi. Ma
fu a Firenze che l’artista
ebbe gli insegnamenti fondamentali. Secondo la testimonianza di Vasari, lavorò
nella più importante e conosciuta bottega fiorentina, quella di Andrea Verrocchio, dove si insegnavano pittura, scultura e oreficeria. In quel
momento la formazione artistica a Firenze, era
caratterizzata dall’esercizio del disegno dal vero,
fondamentale per qualsiasi pratica artistica, che
Pietro Vannucci:
La consegna delle chiavi 1481-1482
richied e v a
anche
studi anatomici, ed
era molto attenta alla
linea di
contorno, a volte leggermente marcata,
tipica della pittura dello stesso Verrocchio.
Nel 1472 il Perugino
è iscritto alla
Compagnia di
San Luca con il
titolo di “dipintore” ed è quindi in
grado di esercitare l’arte della pittura autonomamente. L’anno successivo
ricevette la prima commissione rilevante della sua carriera artistica, che segnò una
prima svolta nella sua produzione. I francescani di Perugia gli commissionarono la cosiddetta “nicchia di San Bernardino”,
costituita da otto tavolette che componevano due
ante. Realizzata a più mani, evidenzia l’intervento
del Vannucci in due tavolette, tra cui quella con
il titolo San Bernardino risana una fanciulla, conservata oggi nella Galleria Nazionale dell’Umbria
Roma, Città del Vaticano, Cappella Sistina
a Perugia. Raggiunta la notorietà, fu chiamato
nel 1478 a Roma dove dipinse l’abside della cappella del coro nella Basilica Vaticana per papa
Sisto IV, opera che in seguito fu distrutta. Nel
1481 fu richiamato dallo stesso pontefice per affrescare la finta pala d’altare su una delle pareti
della Cappella Sistina, poi distrutta per far posto
al Giudizio Universale di Michelangelo, così come
le altre due scene che aveva realizzato con la
Nascita e il Ritrovamento di Mosè e la Natività
di Cristo. Da quel momento e fino al 1483 partecipò alla decorazione della Cappella con le Storie
di Cristo accanto a Sandro Botticelli, Domenico
Ghirlandaio, Cosimo Rosselli ed altri artisti fiorentini chiamati da Sisto IV. Realizzò la
Consegna delle chiavi lasciando al Pinturicchio,
suo collaboratore, la realizzazione delle scene
con il Viaggio di Mosè in Egitto e il Battesimo
di Cristo. Nel 1498 lavorò alla decorazione della Sala dell’Udienza nel Collegio del Cambio a
Perugia, terminato nel 1500. La decorazione del
Collegio del Cambio, indubbiamente un capolavoro, rivela anche la ripetizione di modelli compositivi e la difficoltà di rappresentare scene e
personaggi in movimento. L’opera in mostra a
Velletri, appartiene alla fase della maturità artistica del Vannucci. Realizzata intorno al 1515,
nell’ultimo decennio di vita dell’artista (morto nel
1523), la Madonna col Bambino e i santi Ercolano
e Costanzo è conosciuta con il nome di
Madonna della cucina poiché si trovava vicina
alle cucine del Palazzo dei Priori di Perugia per
il quale venne commissionata. Raffigura la Vergine
senza velo che tiene, con un tocco leggerissimo delle mani, il Bambino in grembo, il quale
volge lo sguardo verso sinistra. Ai lati si trovano i Santi Ercolano e Costanzo, raffigurati insieme alla Madonna con il Bambino anche in un’altra opera del Perugino conservata nella sala VII
dei musei vaticani insieme ad altri santi. La composizione, totalmente equilibrata per gli atteggiamenti e per le pose armoniche e placide dei
personaggi, che hanno sullo sfondo un lieve accenno di quello sfumato che il Vannucci aveva appreso a contatto con Leonardo da Vinci, è permeata
da quella grazia che da sempre ha reso inconfondibile l’opera del Perugino. La tavola pur ripetendo un tipico schema compositivo dell’artista,
mostra le caratteristiche che tanto piacevano ai
suoi contemporanei, caratteristiche che lo fecero definire il “divin pittore”. La replica frequente di soggetti e composizioni non era considerata all’epoca come una mancanza di inventiva, ma era spesso richiesta dalla committen
Febbraio
2010
Pietro Vannucci:
La Madonna col Bambino e i Santi Ercolano e Costanzo
Madonna della Cucina, 1515 ca.
Perugia, Galleria Nazionale dell’Umbria
37
za che poteva essere certa del risultato finale e fedele allo stile e alla mano dell’artista.
E le sue opere erano così apprezzate che lo
stesso Vasari, nelle Vite del 1568, scrisse come
la sua pittura “tanto piacque al suo tempo, che
vennero molti di Francia, di Spagna, d’Alemania
e d’altre province per impararla”.
Lo straordinario livello qualitativo della sua arte
fu ben compreso, poiché alla fine del
Quattrocento era considerato uno dei più grandi pittori d’Italia. Nell’arco della sua vita Perugino
fu un instancabile lavoratore e un ottimo organizzatore di bottega, tanto da essere considerato da alcuni il primo artista-”imprenditore”. Fu in grado, infatti, di gestire contemporaneamente due attivissime botteghe: una a
Firenze, aperta negli anni settanta del
Quattrocento e nella quale si formò Raffaello,
ed una a Perugia, aperta nel 1501, nella quale si formò una generazione di pittori di scuola umbra che diffusero poi il suo linguaggio
artistico. Egli realizzò numerose opere per altre
città d’Italia, come Lucca, Venezia, Bologna,
Ferrara e Milano, e soggiornò per importanti commissioni a Roma e nelle Marche. Per soddisfare le numerose richieste che riceveva orga-
nizzò le sue botteghe e i suoi assistenti in modo
da portare avanti più incarichi, senza restare
mai senza lavoro.
Come si era soliti fare all’epoca, il maestro realizzava il disegno della composizione, creava
schemi grafici e cartoni preparatori ed eseguiva
le parti dell’opera con difficoltà maggiori, affidando agli assistenti le parti marginali, come
sfondi e predelle.
La bravura del maestro, nel coordinare un lavoro di questo tipo, si riscontra anche nel fatto
che pur avendo nelle opere l’intervento di più
mani la resa era orchestrata in modo da non
far scadere la qualità artistica e l’unità dell’opera, di modo che potesse essere ricondotta
ad un unico stile.
La Madonna della cucina di Pietro Vannucci,
considerato come il più grande tra i protagonisti di quel rinnovamento dell’arte italiana nel
culmine del Rinascimento, tra gli ultimi decenni del XV e i primi del XVI secolo, sarà visibile nel Museo Diocesano di Velletri fino al 28
febbraio.
*Conservatore del Museo Diocesano di Velletri
Christus
Mara Della Vecchia
Christus è una delle più importanti e interessanti
opere di musica religiosa di Liszt. La stesura
del testo dell’oratorio ha avuto un percorso piuttosto complicato, dapprima il musicista si rivolse a letterati e poeti di diversi orientamenti spirituali e opposte posizione religiose, infine decise di comporre egli stesso il testo, selezionando
brani dalla Bibbia, dai Vangeli e da inni medioevali, tutti in lingua latina. Questa tormentata preparazione dell’opera è esemplificativa della parabola ideologica-religiosa percorsa dal musicista nel corso della sua vita, il quale partendo da convinzioni riformiste e rivoluzionarie è
approdato infine a un rigoroso tradizionalismo
in seno alla Chiesa di Pio IX.
Nel Christus Liszt sceglie le parole dell’antica
tradizione nel desiderio di tornare a una religiosità primitiva, lontana dalle contaminazioni e dalle complicazione della contemporaneità, in fondo la religiosità, espressa dalla musica sacra di Liszt, è una religiosità utopica e
fuori dalla realtà. L’oratorio, composto tra il 1855
e il 1867, è diviso in tre parti: Oratorium in Nativitate
Domini, Post Epiphaniam, Passio et resurrectio.Per
quanto riguarda lo stile musicale, Liszt lo ha
legato profondamente al testo da lui stesso
preparato, impiega il can-to gregoriano inteso come
espressione del popolo, usa la polifonia classica
e le modalità antiche, scartando decisamente il recitativo e l’aria che sono forme tipiche dell’oratorio
barocco, classico e romantico, ritenute inadeguate all’espressione del sentimento sacro
puro e originario in quanto, non solo perchè caratteristiche della musica contemporanea,
ma anche perché evocano, fatalmente, una
musica decisamente non religiosa.
Tutta l’opera esprime la tensione dell’autore verso la ricerca di una spiritualità primitiva, arcaica addirittura primigenia, ma comunque risulta una composizione raffinata, originale anche nell’uso dell’orchestra, organo, coro e solisti, che vengono trattati in
modo davvero poco tradizionale.
Liszt assistette alla prima esecuzione della prima parte della sua opera nel 1871 a
Vienna, diretta da Anton Rubinstein e con
all’organo Bruckner , mentre la prima dell’opera completa fu diretta dallo stesso compositore nel 1873 a Weimer.
Nonostante Liszt sia un autore popolare e
le esecuzione delle sue composizioni strumentali siano frequentemente presenti nei
programmi concertistici, il Christus non è
un’opera molto eseguita e difficilmente si
trova nei repertori dei più noti esecutori.
Febbraio
2010
38
Il concetto di danno biologico
Il concetto di danno ha le sue radici nella lex Aquilia
(III sec. a.C.), una vera e propria legge penale che
sanzionava il cosiddetto damnum iniuria datum cioè
il danno causato con azione giudiziaria ingiusta e
temeraria. Secondo Mortati, in questa legge il concetto di comportamento “ingiusto”, assumeva il carattere del dolo (ossia dell’intenzionalità) ovvero della colpa (ossia della negligenza). Danno deriva da
demere, che significa togliere; letteralmente ha il significato di pregiudizio, discapito, menomazione,
lesione, ecc (Gerin C. 1987). Possiamo considerarlo
come ogni variazione pregiudizievole del modo di
essere di una persona o di una cosa; come fenomeno medico esso riguarderà i beni della vita e l’integrità psico-fisica della persona. Con questa definizione , il concetto di danno riguarda il “valore uomo”
in senso totale, comprenderà l’attività lavorativa (come
fonte di guadagno e realizzazione personale), ma
anche le attività della vita di relazione e tutte le attività che sono fondamento stesso dell’esistenza di
un essere umano. Si riconosce all’uomo un valore
patrimoniale (Gerin C. 1987), pertanto ogni alterazione dell’integrità dell’uomo, in senso peggiorativo, qualora sia causata da azione illecita, giustifica
U n l i b ro a d i f e s a
della lingua italiana
E’ uscito da poco il libro “Lingua, linguaccia
e…Altro”, scritto dal prof. Mario Rinaldi e stampato dall’associazione culturale “Mons.
Giuseppe Centra” di Rocca Massima. Si tratta di “un aiuto per meglio esprimersi in italiano”, come recita il sottotitolo.
L’autore, professore di lettere di…”lungo corso”, con pazienza certosina e costanza eccezionale, nei tanti anni di insegnamento, ha annotato gli “sfondoni” pronunciati o scritti dai suoi
studenti, quelli ascoltati dalle trasmissioni televisive, letti sui giornali, pronunciati da persone
importanti…perfino dai politici nelle aule del
Parlamento! Ne è nata una ponderosa raccolta che, assieme alle correzioni, ai dovuti
richiami grammaticali e linguistici…costituisce
il contenuto del libro. Destinatari sono soprattutto gli insegnanti e gli studenti, ma anche
coloro che vogliono fare un po’ d’attenzione
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un equo risarcimento al danneggiato da parte di chi
ha causato il danno. Immaginiamo quanto sia difficile poter valutare attraverso parametri standard
l’entità di un danno alla persona. La persona è unica ed irripetibile, così come unico ed irripetibile è il
dolore, la sofferenza, la perdita e la percezione personale di questi vissuti da persona a persona. Il concetto di danno biologico vuole esprimere un danno
di natura non patrimoniale in quanto danno al bene
della salute, ossia di danno non liquidabile secondo canoni fissi perché difficilmente valutabili sono
le lesioni alla persona come unità psico-fisica. Da
questo discorso emerge chiaramente la difficoltà insita in ogni valutazione di danno alla persona. In ambito medico-legale la riflessione e lo studio in tal senso hanno visto nascere varie forme di tabellazione,
allo scopo di fornire criteri orientativi, finalizzati alla
valutazione del danno. La dimensione “umana” del
danno non può essere trascurata poiché significherebbe
negare il concetto di danno biologico, significherebbe
negare la sofferenza individuale, soggettiva e quindi non sovrapponibile a quella di un altro, poiché ogni
individuo, pur avendo elementi comuni ad altri individui, è identico solo a se stesso.
Nessuna spesa anticipata per far valere i propri diritti
Pagamento di una percentuale e degli onorari solo
in caso di esito positivo della contrattazione e a
seguito della liquidazione
Risoluzione delle pratiche in ambito stragiudiziale (rimborsi adeguati e rapidi)
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danno e di Cliniche mediche convenzionate per
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al modo di esprimersi in italiano in modo decoroso. Innumerevoli sono i suggerimenti per evitare sgrammaticature, neologismi incomprensibili, gallicismi, anglicismi, espressioni
gergali proprie di alcune categorie di persone. Insomma nel volume si ritrova buona parte di quanto i professori d’italiano d’un tempo segnavano con la matita rossa o blu (e dovrebbero ancora farlo!) nei compiti dei loro alunni, ma con tutte le motivate correzioni del caso.
Il volume non è affatto noioso né pedante, anzi
risulta anche divertente, non solo per i tanti
particolari esilaranti narrati dall’autore, ma anche
per le vignette che lo arricchiscono e che sono
opera di due artisti veliterni: il celebre
Roberto Mangosi e il giovane Fabio Maggiore
che dimostra fantasia estrosa e adeguata tecnica espressiva. Insomma si è riusciti ad unire l’utile e il dilettevole. Il volume è reperibile presso “Associazione Culturale Mons. G.
Centra”, Piazzetta Madonnella 1 - 04010 ROCCA MASSIMA (LT) fax 06/96006887.
Enrico Mattoccia
Febbraio
2010
Valentina Fioramonti
Il più celebre detective londinese, il padre di tutti
gli investigatori privati, diventato un mito dal suo
primo apparire (Uno studio in rosso, 1887), non ha
mai avuto vita facile al cinema. Nonostante le prove di Arthur Wontner negli anni Trenta, di Basil Rathbone
nei Quaranta e di Peter Cushing nei Sessanta (e
poi negli Ottanta in tv), la logica ferrea e l’ intuito
deduttivo di Sherlock Holmes non sono qualità propriamente cinematografiche. Si fa fatica a dar loro
una forma che si adatti ai ritmi veloci e la logica
della suspense. Così non stupisce che Guy
Ritchie si sia preso ben più di una libertà, alimentando le fila degli scontenti e dei detrattori,
riuscendo però a portare finalmente al cinema uno
Sherlock Homes che vale la pena di vedere. Sul
finire dell’Ottocento, Londra è una città affascinante
e pericolosa. I cittadini più curiosi si dividono tra le
novità tecnologiche e il richiamo per l’occulto e il
soprannaturale. Falsa magia, complotto politico, sacrifici umani, l’eterna lotta contro il professor Moriarty
sono i temi dei quattro romanzi e cinquantasei racconti di Conan Doyle dedicati a Le avventure di Sherlock
Holmes. Questa storia non la si ritrova né nei quattro romanzi né nei cinquantasei racconti; gli sceneggiatori Lionel Migram e Michael Robert Johnson
li hanno riecheggiati un pò tutti tornando alle origini del personaggio di Conan Doyle. Intuito e cervello, una buona dose di muscoli e, soprattutto, non
lo sentirete mai dire “Elementare, Watson!”. Anche
Watson non scherza, giovane e bello con il suo humor
inglese. Insieme, il detective e il dottore formano
una coppia strepitosa, interpretata da Robert
Downey Jr. e Jude Law e diretta da Guy Ritchie
(si proprio lui, l’ex marito di Madonna). Rivisitare
“Le avventure di Sherlock Holmes” 108 anni dopo
la pubblicazione non sarà stato facilissimo per Guy
Ritchie. Il regista c’è riuscito benissimo, forte del
successo dei suoi ultimi due film, RocknRolla e Snatch
– lo strappo, dopo un inizio di carriera non brillantissimo (basti ricordare Swept Away – Travolti dal
destino del 2002, tremendo remake di Travolti da
un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto del
1974 di Lina Wertmüller). Nel riprendere il personaggio creato da Sir Arthur Conan Doyle e realizzare il film Sherlock Homes, Ritchie ha dato il meglio
di sè, nonostante in alcuni tratti il film sembri tutto
tranne che la trasposizione cinematografica di un
classico della letteratura ambientato a fine ‘800. Il
film infatti si abbandona ad una lettura molto originale e accattivante del celebre detective londinese,
riuscendo a fondere insieme diversi generi: il thriller con esoterismo e magia, il giallo con il filone poliziesco e la trama investigativa, l’azione e l’avventura con i combattimenti e le sparatorie, infine il dramma, con gli intrecci amorosi e la particolare storia
d’amicizia. Lo stesso Sherlock Holmes di Ritchie
è molto diverso dall’iconografia tradizionale del personaggio: unisce contemporaneamente l’intuito di
James Bond al mistero di Dylan Dog e alla fisicità
di Fight Club, gli enigmi alla Mission Impossible all’atmosfera di Jack lo Squartatore. Tutto ciò interpretato maestosamente da Robert Downey Jr. che si
adatta perfettamente al ruolo, forte del carisma che
si è conquistato negli anni. È lui che fa rivivere il
fascino stravagante ed eccentrico del genio deduttivo concepito da Arthur Conan Doyle, quell’ investigatore capriccioso e infallibile e incredibilmente
erudito di Baker Street. Il nuovo Holmes è sullo scher-
39
mo ciò che Downey Junior è nella vita: coerente e vigoroso, talento istrionico, uomo intelligente e contraddittorio, paladino ironico, non
privo di fantasmi e trascorsi burrascosi. Al suo
fianco, Jude Law è un dottor Watson con personalità, un passo indietro in quanto a
genialità e spavalderia ma complice sincero,
braccio destro fidato e intimo amico, il che val
bene una scenata di gelosia e un tocco di isterismo. Da co-protagonista, Watson diventa vero
e proprio deuteragonista. Non avrebbe potuto essere diversamente vista l’importanza dell’
attore chiamato a interpretarlo, quel Jude Law
che ha trasformato il personaggio da testimone
in strumento dell’azione, facendosi carico di
quello che Holmes non riesce a fare. Infine
da segnalare la ben ruscita prova di Eddie Marsan
nella parte dell’ispettore Lestrade. Il tutto in
una Londra che sembra uscita da una litografia
dell’epoca, perfettamente ricostruita, esaltata dall’ottima fotografia, a tratti fumettosa e
molto plumbea, curata dal premio Oscar Philippe
Rousselot. Un mix di sudicia miseria ottocentesca
e prima rivoluzione industriale; paesaggio di
architetture contrastanti, macchine edili,
docks, cantieri navali; ambiente pulsante di
energia e di violenza con sullo sfondo i grandi nobili palazzi delle istituzioni e dei ricchi. La colonna sonora a cura di Hans Zimmer, anche lui Premio Oscar,
accompagna il film senza strafare ma senza mai
dare senso di vuoto. Aldilà dei personaggi (vero cardine del successo del film) e dell’ottima ricostruzione, lo stile scelto da Ritchie per la regia aggiunge moltissimo al film: velocissimo e sorprendente,
tiene insieme la classica ambientazione cupa e tetra
del romanzo londinese fine Ottocento con il linguaggio
pubblicitario (ben conosciuto dal regista), i videogiochi e le arti marziali. Alfiere di
un cinema funambolico e ipercinetico, Ritchie non concede un
attimo di tregua né ai suoi personaggi né allo spettatore.
Risolve con uno sdoppiamento
temporale il problema di raccontare
le virtù intuitive di Holmes: prima ci mostra, al rallentatore, il
fluire del ragionamento sherlockiano,
poi dà forma all’azione. Con i comportamenti contraddittori del suo
eroe, smonta la superiorità del
metodo scientifico, sottolineando con energia la contraddizione tra la cultura positivistica dei
tempi (la costruzione del London
Bridge, i progressi della chimica e della fisica) e l’ambiguo potere del soprannaturale. Risolve tutto con la classica spiegazione alla
Holmes, dove anche l’irrazionale
diventa razionale: credevate di
aver visto una cosa e invece è
esattamente l’opposto. Ispirato
allo Sherlock Holmes riadattato
da Lionel Wigram per un fumetto in stile graphic novel, il film riporta alla mente altri film importanti
(From Hell – La vera storia di Jack
lo squartatore, V per Vendetta),
con qualche citazione a David Lynch
e Billy Wilder (che già aveva ben
descritto il detective londinese dandogli quell’aria
da dongiovanni in La vita privata di Sherlock Holmes
del 1970). Il film, pur nella sua infedeltà ma pur
sempre rispettoso della personalità e dell’antica fama
dei suoi protagonisti, è approvato e sostenuto dai
Baker Street Irregulars, conoscitori del personaggio che ogni anno si riuniscono a New York da varie
parti del mondo per scambiarsi scoperte e appunti sul loro eroe. Un motivo in più per andarlo a vedere, considerato che il finale lascia presagire un seguito altrettanto avvincente.
so Giovanni Bellini, il cognato Andrea Mantegna,
la sorella Nicolosia (moglie del Mantegna) e la madre
Se prendiamo in esame la Presentazione di Gesù
di Giovanni.
al tempio di Giovanni Bellini che si trova a Venezia,
Secondo un’altra ipotesi, la figura di San Giuseppe,
possiamo notare come l’opera abbia un suo ananel dipinto del Mantegna, altro non sarebbe poi che
logo, pressoché identico, nella Presentazione di Andrea
un ritratto di Jacopo Bellini, padre di Giovanni. Ma
Mantegna conservata a Berlino presso lo Staatliche
c’è dell’altro. Se il secondo personaggio da destra
Museen.Prima di chiederci perché Bellini abbia copianella Presentazione di Bellini, fosse invece che l’efto Mantegna, tale è almeno il parere unanime delfige del Mantegna, la raffigurazione
la critica, che situa l’opera di quedel fratello Gentile Bellini – come
st’ultimo prima di quella del pittoriportato da Nello Forti Grazzini
re veneziano, occorre considera– ecco che avremmo la famire come il tema della Presentazione
glia Bellini al gran completo, e
sia tra i più rappresentati da
il quadro diverrebbe una sorGiovanni Bellini e dalla sua botteta di ex-voto protettivo.
ga. Sappiamo, infatti, che esistoOltre a questo gioco di rimanno almeno trenta versioni della
di, esiste forse un altro motivo
Presentazione visibile a Vienna nel
che spinse Bellini a copiare quaKunsthistorische Museum, riprodotta
si per intero la tavola del
in numerose copie poiché sicuraMantegna. Questo dipinto rapmente affine al gusto della committenza
presenta il primo esempio itadell’epoca.Si tratta quasi di una copia,
liano di dramatic close-up (“pricon l’introduzione di qualche
mo piano narrativo” o “drammatico”
variante. Giovanni, infatti, ripete lo
se preferite), in altre parole un
sfondo nero e il gruppo di figure a
motivo pittorico che voleva
mezzo busto, dove un accigliato
una composizione basata su di
Giuseppe, in secondo piano, assiun gruppo di figure in primo piaste al passaggio di Gesù in fasce
no. Queste rappresentazioni si
nelle mani del sommo sacerdote
sarebbero affermate nelle
Simeone. Il pittore veneziano
Fiandre e nell’Italia settentrioGiovanni Bellini, Presentazione di Gesù al tempio, 1469 circa, olio su tavola cm 80x105, Venezia,
addolcisce i tratti di quest’ultimo,
nale, durante la seconda metà
Museo della Fondazione Querini Stampalia
accentua con la calvizie la vecchiaia
del Quattrocento. Un’innovazione
di Giuseppe e semplifica gli abiti
dunque, che Giovanni Bellini,
della Vergine e di Simeone; trasforma
stimolato dalle schermaglie figula finta cornice marmorea in uno spesrative con Mantegna, che altro
so parapetto, che, come nella pienon era se non la ricerca dei
tà di Brera, ha lo scopo di sepamigliori artifici pittorici per
rare lo spazio reale da quello dipincompiacere la ricca committenza,
to; raddoppia i personaggi di confa propria. Il successo del modeltorno facendone due coppie. Il dipinlo è dimostrato proprio da quelto alterna forme essenziali e plala trentina di varianti, ognuna
sticamente tornite, a elementi
per un diverso committente, che
descritti con maggiore dovizia di parsi conosce della Presentazione
ticolari. È il caso del ricco mantelberlinese. Si potrebbe anche
lo del sacerdote, decorato con il motiaffermare che il dramatic clovo della melagrana sbalzato in rosse-up fosse un modello vicino
so sul fondo oro, o dell’effetto maral sentire del Bellini, se è vero,
morizzato della balaustra. Lo sfoncome afferma Ringbom, il suo
do scuro favorisce la totale condebito verso le figurazioni icocentrazione sui personaggi raffigurati,
niche medioevali che l’avrebsenza concedere distrazioni di
bero in parte generato. Figurazioni
tipo paesaggistico. Un elemento che
che Bellini mostrava di ben conoconcorre a creare un ambiente triscere, dato che proprio una di
Presentazione di Andrea Mantegna - Berlino, Staatliche Museen
dimensionale è la balaustra che s’inqueste icone (l’Imago pietatis),
clina verso lo spettatore, stabilendi derivazione bizantina, sta alla
do quindi un collegamento tra lo spazio esterno del to il motivo che ha spinto Giovanni Bellini a dupli- base delle tante raffigurazione della Pietà belliniadipinto e quello dell’interno. Da notare infine la per- care quasi per intero un’opera del cognato ne. Comunque sia, lo stesso Ringbom interpretafetta simmetria con la quale sono disposti i perso- (Mantegna aveva sposato la sorella di Giovanni). va nella pittura di Bellini, come una svolta verso una
naggi della scena, alla ricerca di un ideale equili- Un’ipotesi percorribile vuole che i quattro personaggi religiosità privata, in altre parole verso un modo di
brio compositivo. Ma tra l’artista veneziano e il cogna- ai lati del quartetto Maria, Bambino, Giuseppe e Simeone, sentire che ben si sposa con le nuove esigenze delto ci sono delle differenze: il racconto serrato, ner- altro non siano che, da destra verso sinistra, lo stes- la committenza rinascimentale.
Don Marco Nemesi
voso e drammatico di Mantegna si stempera divenendo fluido e sereno. La narrazione è intrisa di una
forte umanità nei gesti eloquenti e nel patetismo malinconico del contenuto, mai esasperatamente drammatico come nel Mantegna. Rispetto al maestro, il
pittore veneziano ricerca un dialogo emotivo tra i
personaggi e il paesaggio. Tornando alla Presentazione
di Bellini, la critica si è chiesta spesso quale sia sta-
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In questo numero: Concilio Vaticano II 2009-2010