la Biblioteca di via Senato
mensile, anno vii
Milano
n. 4 – aprile 2015
SPECIALE
DE SADE
Il marchese
de Sade: storia
e letteratura
di giuseppe scaraffia
Il marchese
de Sade:
il censurato
“da liberare”
di vitaldo conte
Il “divin marchese”
de Sade a processo
di antonio castronuovo
Bibliofilia sadica:
i volumi proibiti
di massimo gatta
Seduttori libertini,
seduttori romantici
di piero meldini
Un enfer per pochi,
anzi per uno solo
di massimo gatta
SPECIALE MARCHESE DE SADE
la Biblioteca di via Senato – Milano
MENSILE DI BIBLIOFILIA – ANNO VII – N.4/61 – MILANO, APRILE 2015
Sommario
4 BVS: SPECIALE DE SADE
IL MARCHESE DE SADE:
STORIA E LETTERATURA
di Giuseppe Scaraffia
12 BVS: SPECIALE DE SADE
IL MARCHESE DE SADE:
IL CENSURATO
“DA LIBERARE”
di Vitaldo Conte
18 BVS: SPECIALE DE SADE
IL “DIVIN MARCHESE”
DE SADE A PROCESSO
di Antonio Castronuovo
25 BVS: SPECIALE DE SADE
BIBLIOFILIA SADICA:
I VOLUMI PROIBITI
di Massimo Gatta
32 BVS: SPECIALE DE SADE –
LETTERATURA EROTICA
SEDUTTORI LIBERTINI,
SEDUTTORI ROMANTICI
di Piero Meldini
36 BVS: SPECIALE DE SADE –
LETTERATURA EROTICA
UN ENFER PER POCHI,
ANZI PER UNO SOLO
di Massimo Gatta
41 IN SEDICESIMO – Le rubriche
LE MOSTRE,
L’INTERVISTA DEL MESE,
LO SCAFFALE
a cura di Luca Pietro Nicoletti
e Luigi Sgroi
58 Bibliofilia
CRONACA DI UN SUCCESSO
EDITORIALE ANNUNCIATO
di Giancarlo Petrella
70 BvS: il ristoro del buon lettore
UNA STÜA...
DI FORZA MAGGIORE
di Gianluca Montinaro
72 HANNO COLLABORATO
A QUESTO NUMERO
Si ringraziano le Aziende che sostengono
questa Rivista con la loro comunicazione
Biblioteca di via Senato
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Direttore responsabile
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Fotolito e stampa
Galli Thierry, Milano
Immagine di copertina
Elaborazione fotografica del Ritratto
immaginario del marchese de Sade
(1938) di Man Ray (1890-1976)
Stampato in Italia
© 2015 – Biblioteca di via Senato
Edizioni – Tutti i diritti riservati
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11/03/2009
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eventuali diritti per immagini o testi di cui
non sia stato possibile reperire la fonte
Editoriale
L’
appena trascorso centenario della
morte. Ecco l’occasione, per
«la Biblioteca di via Senato»,
di indagare la figura chiaroscurale di un
“maledetto” della letteratura, uno scrittore
tanto citato (spesso a sproposito) quanto poco
conosciuto e ancor meno letto.
Il nome di Donatien-Alphonse-François
de Sade (1740-1814) suscita timore, vittima
com’è delle sue stesse opere. Ancor oggi, nella
sovrapposizione fra letteratura e vita, il “divin
marchese” appare, nell’immaginario collettivo,
il protagonista reale, “l’eroe” delle sue stesse
pagine. Ma, al di là delle storture sedimentate
e inverate dal tempo, tanti sono gli accadimenti
che lo riguardano degni di esser raccontati.
La sua avventurosa e triste esistenza; i suoi
discussi libri; le complesse e affascinanti vicende
editoriali che lo hanno visto coinvolto
attraverso i secoli (persistendo ancora oggi).
Questo semimonografico non intende
poi essere solo il frutto dell’occasione della
ricorrenza. Ambisce anche a essere punto di
partenza per una riflessione più generale sulla
ricezione dell’opera letteraria; sulla critica
(che, inevitabilmente, muta col trascorrere
del tempo); e soprattutto sul giudizio. Che
a volte, nella sua parzialità, perdura
nel tempo, marchiando indelebilmente.
Gianluca Montinaro
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aprile 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano
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BVS: SPECIALE DE SADE
IL MARCHESE DE SADE:
STORIA E LETTERATURA
Una vita fra scrittura e detenzione
GIUSEPPE SCARAFFIA
V
erso mezzogiorno del 2
luglio 1789 la gente che
si trovava vicino alla
Bastiglia udì delle grida provenienti dall’alto. Qualcuno urlava
che i secondini stavano sgozzando i prigionieri e invocava
l’aiuto del popolo. Chi avesse alzato gli occhi alla ricerca del furibondo oratore avrebbe visto
solo un tubo sporgente dall’inferriata del secondo piano di una
delle torri. Quel congegno, terminante in un imbuto e destinato allo scarico dei rifiuti nelle
acque del fossato del forte, veniva usato come un megafono da un uomo di media statura, piuttosto grasso per la mancanza
d’esercizio. Il grigio si stava insinuando tra i capelli
biondi del marchese Donatien Alphonse Francois
de Sade. Il viso ovale era dominato dall’ampiezza
della fronte, su cui si stagliava, vivissimo, il celeste
chiaro degli occhi.
Sopra: copertina della nota edizione inglese Penguin
(collana Classics, qui nella versione Deluxe Edition)
de La filosofia nel boudoir (Londra, 2007, a cura di
Francine du Plessix-Gray).
Nella pagina accanto: Man Ray (1890-1976), Ritratto
immaginario del marchese de Sade (1938), collezione privata
Furibondo, il governatore
del carcere, de Launay, scrisse al
ministro chiedendogli di trasferire urgentemente quel detenuto pericoloso, su cui nessun
graduato riusciva a imporsi.
Nella notte del 3 luglio il marchese venne strappato dal letto
da sei uomini armati, che lo chiusero in una carrozza, senza
neanche concedergli il tempo di
vestirsi. Lasciava dietro di sé,
nella cella sigillata, una biblioteca di seicento volumi, una preziosa tappezzeria, un letto da
campo, dei mobili e alcuni ritratti. Madame de Sade, incaricata di raccogliere
gli averi del marito, se ne ricordò solo il 14 luglio,
quando la folla attaccò la Bastiglia e irruppe sul
parquet d’abete preteso dal marchese, per rubare o
distruggere ogni cosa. La vittima della devastazione rimpianse soprattutto la perdita di una massa
di manoscritti, tanti, sosteneva, da poter generare
almeno quindici volumi. Tra essi era andato smarrito anche lo sterminato serpente di carta delle 120
giornate di Sodoma, su cui aveva lavorato nell’autunno del 1785. Nel timore d’una perquisizione, lo
scrittore aveva coperto con dei caratteri minuscoli
entrambi i lati di foglietti larghi dodici centimetri,
che, incollati tra loro, avevano raggiunto una lun-
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Sopra: due illustrazioni tratte dalla celeberrima edizione ‘olandese’ de La nouvelle Justine (pubblicata, unitamente alla
continuazione Juliette, fra il 1797 e il 1801. In realtà la stampa avvenne a Parigi, fra il 1799 e il 1801). A destra: il manoscritto
de Le 120 giornate di Sodoma (Parigi, Biblioteca Nazionale di Francia)
ghezza di dodici metri. Tanti anni prima un servo
gli aveva detto, contemplando stupito l’abbondanza della sua produzione: «Sembra che sulle vostre carte sia andato errando uno sciame d’api».
La prigionia di Sade era iniziata nel 1778, nel
castello di Vincennes, dove era entrato con un bagaglio molto ridotto: una redingote verde, una
giacca bianca, dei pantaloni di panno, delle calze
nere, due cuffie da notte, due fazzoletti, due asciugamani e due camicie. Già prima però l’aristocratico aveva conosciuto i rigori del regime carcerario,
da cui era anche riuscito a evadere per un breve
lasso di tempo. Come gli autori d’esotiche vicende
sono spesso modesti viaggiatori, così le colpe del
marchese, rimaste sempre avvolte da un velo di reticente imprecisione, appaiono molto inferiori alla
ferocia voluttuosa dei suoi sogni letterari.
Giunto al manicomio di Charenton con un ordine di carcerazione di «durata illimitata», per i
reati di sodomia, avvelenamento e libertinaggio, al
fine di preservare dallo scandalo il buon nome della
famiglia, Sade vi sarebbe rimasto fino al 2 aprile
dell’anno seguente, quando, in seguito al decreto
dell’Assemblea costituente sulla soppressione delle
lettres de cachet, uscì dall’ospizio con una giacca di
rattina nera, ma privo di calzoni.
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In una lettera al suo amministratore, il marchese si lamentava di essere diventato tanto corpulento da non riuscire a muoversi. La sua sensibilità
sembrava irrimediabilmente spenta, il mondo esterno, tanto agognato, lo riempiva di noia. Un solo
sentimento pareva animarlo, la collera contro la
trascuratezza della moglie, cui imputava la perdita
dei preziosi manoscritti: «I letti, le tavole, i canterani si ritrovano, ma le idee no!». La marchesa, su
istigazione, secondo lo scrittore, del suo confessore, si era ritirata in convento e aveva deciso di separarsi dall’adorato, tremendo consorte. Usciva
così dalla scena del melodramma sadiano uno dei
personaggi principali, la buona, indulgente e bruttina Renée-Pélagie de Montreuil. Proveniva da una
famiglia di magistrati di recentissima nobiltà, lieta
d’unire il proprio nome a quello ben più antico dei
Sade, discendenti dalla celebre Laura amata dal Petrarca.
Il marchese sentiva un certo rammarico per il
declino dell’Ancien Régime, però gli sembrava di
averne troppo sofferto per rimpiangerlo vera-
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mente. Deplorava energicamente gli atti di violenza perpetrati da «certi cannibali», in cui vedeva
riaffiorare le inclinazioni segrete di una nazione
sempre pronta ad abbandonarsi alla crudeltà ed al
fanatismo. Intanto l’urgenza di denaro, che
avrebbe tormentato tutta la sua esistenza, si faceva
più pressante, accentuata dalle richieste della
consorte, ormai decisa a separarsi definitivamente
da lui. La figlia gli sembrava irreparabilmente sgraziata, «una buona, grossa massaia, fatta e finita».
Aveva però conosciuto una giovane attrice, MarieConstance Quesnet, detta, per il suo carattere, «la
sensibile», cui sarebbe rimasto legato fino alla fine,
aiutandola a mantenere il figlio, Balthazar, nato da
un matrimonio fallito. «Basta con i piaceri impuri!», proclamava fiducioso, aggiungendo che
l’esiguità delle forze fisiche gli era appena sufficiente per tollerare i malanni. Intanto scriveva assiduamente opere teatrali, il più delle volte sfortunate.
Abbandonate le ultime esitazioni, l’ex-marchese era entrato nella sezione delle Picche di place
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Nella pagina accanto: Sade in carcere, illustrazione del XIX secolo. Sopra da sinistra: il castello di Vincennes, alla periferia di
Parigi. Qui il marchese de Sade passò una parte del suo periodo di detenzione, dal 1777 al 1784 (stampa francese della seconda
metà del Settecento); la prigione della Bastiglia, in una stampa francese (d'autore ignoto) dei primi dell'Ottocento
Vendome, dove si era fatto stimare per le sue qualità
oratorie e letterarie. Aveva composto un violento
richiamo al re sorpreso nella sua fuga a Varennes:
«Vi sentivate infelice in una condizione che
avrebbe reso felice chiunque altro...». In una lettera al fedele amministratore rivelava apertamente
le contraddizioni del suo pensiero. «Sono contro i
giacobini per cui ho un odio mortale. Adoro il re,
ma detesto i suoi antichi abusi. Sono per un’infinità
d’articoli della Costituzione, ma altri mi ripugnano... Cosa sono? Un aristocratico o un repubblicano? Me lo direte voi, per favore, perché da
parte mia non ne so nulla».
Aveva affittato una casa piccola, ma deliziosa,
godeva d’una certa reputazione e apprezzava gli
spettacoli quanto la compagnia di alcune famiglie
aristocratiche. Con una cantina piena di buoni vini,
otto paia d’abiti e dell’ottima biancheria sarebbe
stato felice se non fosse stato infastidito dall’eterno
problema del denaro, che tentava vanamente di sanare con delle eredità che gli sfuggivano regolarmente, per la sua losca fama in famiglia. Per migliorare la nuova abitazione chiedeva all’intendente di
mandargli alcuni mobili, dei medaglioni con le effigi degli imperatori romani, dei pezzi del gabi-
netto di storia naturale e «il superbo Priapo
dell’anello», nel timore d’una razzia giacobina.
Per salvare i merli del castello di La Coste, minacciati dall’ira dei rivoluzionari aveva indirizzato,
nel 1792, una sapiente lettera risonante di sentimenti patriottici al municipio del paese, suscitando
l’entusiasmo dei destinatari. E, per non incorrre
nelle sanzioni ricadenti sui parenti degli emigrati,
aveva pubblicamente condannato la partenza dei
due figli, minacciando di maledirli nel caso non fossero prontamente tornati. L’autore di tante atrocità
letterarie fremette davanti al sanguinario spettacolo dei massacri di settembre. «Nulla eguaglia
l’orrore dei massacri commessi, ma erano giusti»
aggiunse, per non compromettersi, evocando la
decapitazione dell’ex principessa de Lamballe e «le
peggiori infamie della più feroce libidine» commesse sul suo cadavere. Pochi giorni dopo, con
grande disperazione del marchese, gli abitanti di La
Coste invasero il castello, saccheggiandolo e devastandolo. Ubriacatisi col vino delle cantine, dopo
avere divelto le imposte e le porte, gettarono dalle
finestre i mobili che non si potevano trasportare.
In quello stesso anno scrisse il più acuto intervento politico, L’idea sulla modalità di sanzione delle
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leggi, letto con grande successo alla sezione delle
Picche e stampato per suo espresso volere. In quelle
pagine ammoniva i cittadini sul rischio inerente alla
nuova autorità: «Se vi lasciate sfuggire il potere
conquistato, quante difficoltà per riafferrarlo». Intanto ignoti nemici l’avevano fatto includere nella
lista dei nobili emigrati. Nel dicembre 1793, pochi
mesi dopo un commovente discorso funebre in
onore di Marat, Sade fu arrestato come sospetto.
Detenuto in un primo momento, tra ogni comodità, nell’ex covento delle Madelonnettes, lo scrittore fu in seguito trasferito alla Maison des Carmes
e di lì al carcere di Saint-Lazare. I patrioti della sua
sezione avevano intanto provveduto a formulare un
rapporto negativo nei confronti dell’antico compagno. Ma l’imputato, nel frattempo, era riuscito a
farsi trasferire, per un’imprecisata malattia, nella
costosissima, ma più sicura casa di salute di Picpus,
dove gli oppositori più ricchi sfuggivano ai processi
e alle condanne. «Era un paradiso terrestre: bella
casa,bel giardino, società scelta,donne deliziose».
Salvatosi per un caso fortunato, venne liberato
dalla caduta di Robespierre, con la
pronta approvazione della sezione
delle Picche, sensibile allo spirito termidoriano.
Indebitato, sporadicamente rifornito delle
sue rendite, ormai dissestate predicava audacemente, in un capitolo della Filosofia
nel boudoir, intitolato «Francesi, ancora uno sforzo se
volete essere repubblicani»,
l’incesto,
quale mezzo per accrescere l’unione tra i cittadini. Il terribile inverno del
‘95 lo sorprese sprovvisto di
tutto. L’inchiostro si gelava nel ca-
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lamaio e Sade, per poter continuare a scrivere, era
costretto a tenerlo a bagnomaria. Nel ‘97 furono
pubblicate la Nuova Justine e Juliette, in cui risuona
l’eco della ferocia politica di quei giorni, ma l’assurda qualifica d’emigrato continuava a pesare sulla
sua situazione economica, costringendolo alla vita
più misera.
Nel 1801, forse su denuncia del suo editore, il
marchese venne arrestato, malgrado disconoscesse
la paternità di Juliette, e condotto alla prigione di
Sainte-Pélagie. Era ormai un obeso, ricorda Nodier, e solo a tratti l’antica eleganza trapelava dai
lenti e maldestri movimenti. Soltanto gli occhi
conservavano una luce fine e strana, «come una
brace morente tra i carboni spenti». Nel 1803, su
istanza della famiglia, desiderosa di sottragli gli ultimi averi, Sade, sempre assistito dalla fedele Quesnet, venne trasferito a Charenton. Lì, sotto la protezione del direttore, visse altri undici anni in una
precaria tranquillità, dirigendo per breve tempo le
rappresentazioni del teatro degli alienati e godendo dei favori della
giovanissima figlia di una inserviente. Viveva in una
stanza al secondo piano,
tra mobili mal ridotti,
una bergère di velluto
giallo e un letto a baldacchino, da cui
scendevano vecchie
tende
a
righe
bianche e rosse. Lavorava a uno scrittoio annerito, seduto
su delle sedie scure di
fattura
grossolana,
sotto le miniature del
nonno, della madre, dei figli e della cognata con cui era
fuggito tanti anni prima. Su uno
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Charles-André van Loo (1705-1765), Presunto ritratto del giovane de Sade (1760 ca.), collezione privata. Sopra: Frontespizio
della prima edizione della seconda versione di Justine ou les malheurs de la vertu, En Hollande, chez les Libraires associés
(in realtà Parigi, Girouard), 1791: la vignetta, opera di Philippe Chery, rappresenta la Virtù fra la Lussuria e l’Irreligione
scaffale di legno bianco erano allineati duecentocinquanta volumi, da Tacito a Madame de Stael.
Morì nel 1814, forse di una malattia polmonare.
Nel testamento del 1806 aveva espresso la volontà
di venire sepolto in un suo bosco. «Una volta ricoperta la fossa, vi saranno seminate delle ghiande,
così che in seguito, quando il terreno non sarà più
brullo e il bosco sarà tornato folto come prima, le
tracce della mia tomba scompaiano dalla faccia
della terra...».
Dietro gli innumerevoli anni di detenzione
del marchese, cui deve il suo nome il sadismo, c’era
indubbiamente qualche orgia eccessiva e l’imbarazzante vizio di scrivere i suoi crudeli sogni erotici,
ma non avrebbe patito tanto se non avesse provocato la suocera. La dama, che nei primi tempi lo
aveva prediletto, era diventata la sua più feroce nemica quando de Sade era fuggito in Italia con la giovane cognata. Nel manicomio dove sarebbe morto,
il marchese teneva ancora, tra le miniature di famiglia, quella della cognata con cui tanti anni prima
aveva tentato per l’ultima volta la via dell’amore.
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BVS: SPECIALE DE SADE
IL MARCHESE DE SADE: IL
CENSURATO “DA LIBERARE”
Pagine estreme di erotismo, di desiderio e di libertà
VITALDO CONTE
«S
ì, sono un libertino,
lo riconosco: ho
concepito tutto ciò
che si può concepire in questo
ambito, ma non ho certamente
fatto tutto ciò che ho concepito e
non lo farò certamente mai. Sono un libertino, ma non sono un
criminale né un assassino». Così
il marchese de Sade ‘si presenta’
in una lettera del 1791. Il libertinaggio de-scritto nei suoi libri è da
considerare un corpo linguistico,
che vuol fare diventare realtà il
linguaggio stesso. Il reale e il letterario non devono necessariamente essere legati
dall’obbligo della reciprocità. La sua lingua è da
considerare scrittura del desiderio, di quello «rimosso, negato, messo a tacere dalla Legge» che «fa
sentire, con Sade, la sua voce. (...) La scrittura del
desiderio va oltre la trasgressione della Legge» (P.
Sollers). È la metafora di un linguaggio che vuole
costituire l’immaginario di una corporeità desiderante, protesa verso i limiti estremi dei confini.
Sopra: Vitaldo Conte, Una rosa rossa a Sade (2015).
Nella pagina accanto: manifesto della mostra Sade: attaquer le
soleil che si è tenuta a Parigi, al Museo d’Orsay
(14 ottobre 2014-25 gennaio 2015), in occasione della
ricorrenza della morte del “divin marchese”
Per i duecento anni della
sua morte è stata ideata in Francia una mostra al Museo d’Orsay
dal titolo Attaccare il Sole (201415), attraverso l’immaginario artistico di grandi autori. Molte
delle opere esposte hanno come
protagonista un’immagine femminile nei suoi aspetti più perturbanti. Sade riteneva che la donna
dovesse avere la stessa autonomia
dell’uomo. Da questo pensiero
sono nati due romanzi, che hanno infatti due protagoniste femminili, Justine e Juliette: la prima
è «la donna del passato, asservita e infelice»; la seconda, invece, «rappresenta la donna nuova che Sade intravede, creatura ancora sconosciuta, che procede dall’umanità stessa, che avrà ali e rinnoverà
l’universo» (G. Apolinaire).
Il rapporto fra la scrittura di Sade e l’arte risulta di reciproca influenza. Un esempio del suo coinvolgimento sinestetico è leggibile in Viaggio in Italia, quando, nel 1775, rimane profondamente colpito a Firenze dai cadaveri in cera del siciliano
Zumbo, la cui poetica s’incentra sulla ‘corruzione
della carne’: «L’impressione è così forte, osservando il capolavoro, che i sensi sembrano influenzarsi a
vicenda: si porta, senza volerlo, la mano al naso. La
mia immaginazione crudele si esaltò allo spettaco-
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Man Ray (1890-1976), Ritratto immaginario del marchese de
Sade (1936), inchiostro su carta, Chicago, The Art Institute
lo. A quanti individui la mia crudeltà ha fatto provare tale orrenda corruzione!».
Il suo pensiero vive oggi in diverse esperienze
artistico-teatrali, insieme al Teatro della Crudeltà di
Antonin Artaud, suggestionando le poetiche radicali dell’arte del corpo, di-segnato dai rituali di sangue e dalle trasgressioni: nella Extreme Body Art e
BDSM Art, in cui artisti performativi agiscono sul
limite del sopportabile, sottoponendosi a qualsiasi
oltraggio.
Roland Barthes considera Sade un modello de
La scrittura come eccesso: il piacere del testo diviene
un oggetto di godimento che risulta linguistico, vivendo anche attraverso i suoi viaggi. Questi sono
presenti nei romanzi di Sade, come in Juliette. Il
viaggio assurge a una dimensione rituale, che oltre-
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passa la diversità dei costumi, in quanto ogni luogo e
clima diventano “operatori” di lussuria. Il viaggio
può essere molteplice, ma il luogo sadiano è unico:
si viaggia per rinchiudersi. Il prototipo di questo luogo è il castello di Silling, nel cuore della Foresta Nera, in cui i quattro libertini de Le 120 giornate si rinchiudono per quattro mesi nel loro serraglio. Questo luogo è ermeticamente isolato dal mondo attraverso numerosi ostacoli. Il castello è il luogo sommo, il teatro della lussuria in cui tutti sono attori e
spettatori insieme: uniti nel tutto espresso dalla
scrittura.
La sua grandezza non è nel celebrare il delitto,
ma nel averlo usato per inventare la macchina di un
discorso dilatato, fondato su ripetizioni, dettagli,
invenzioni, sospensioni, erranze. Il crimine sadiano
esiste solo in proporzione alla quantità di linguaggio che vi si investe: non certo perché è sognato o
raccontato, ma perché solo il linguaggio lo può costruire. La sua scrittura è il suo supporto.
Accade frequentemente che, alla riprovazione
morale di cui Sade è soggetto, gli si attribuisca un fastidio estetico, dichiarandolo ‘monotono’. Lo è se
lo guardiamo in base ai racconti dei suoi delitti e
non sulle prestazioni del discorso, che è il suo universo, in quanto in ogni pagina della sua opera «ci
dà prove d’irrealismo concertato: quello che accade
in un romanzo di Sade è propriamente favoloso, vale a dire impossibile; o più esattamente, le impossibilità del referente sono voltate in possibilità del discorso» (R. Barthes). Egli moltiplica in una stessa
scena le estasi del libertino aldilà di ogni possibilità
umana.
Sade risulta censurato su diversi piani: quando
lo si vorrebbe rendere eunuco proibendogli di scrivere, quando si brucia la sua opera o si vietano i suoi
libri, quando lo si dichiara noioso e illeggibile. La
censura profonda, espressa dalla società, è quella
sempre di volerlo ‘delimitare’: anche rinchiudendolo per decenni in prigioni e manicomi, giudicando
la sua opera pericolosa. Sade risulta un primo sintomo filosofico e fantastico dello spirito moderno, af-
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Sopra da sinistra: il “divin marchese” in un ritratto allegorico di H. Biberstein (tratto da L’oeuvre du marquis de Sade, a cura di
Guillaume Apollinaire, Parigi, Bibliothèque des Curieux, 1912). Illustrazione tratta da Justine ou les malheurs de la vertu (1791)
fermando, nel discorso, il ‘diritto al godimento’
(massima sadiana): «proprio il godimento che viene
respinto dalla società e pudicamente (nevroticamente) rimosso (...) per cui esso precipita nell’inconscio come significante rimosso» (J. Lacan). Fu
un ribelle e un rivoluzionario, più nella teoria che
nella pratica, più negli scritti che nelle azioni.
La sua leggenda di «demente, erotomane,
squartatore di donne vive» (G. Lely) condizionò
per molto tempo il giudizio su di lui. Grazie alla rilettura e analisi dei surrealisti, di Klossowsky, Blanchot, Bataille e altri, Sade ottiene una profonda revisione del suo lavoro, acquistando uno spessore
prima di allora sconosciuto. Questo contribuì a de-
signarlo come un nemico dichiarato di ogni oppressione e dei valori tradizionali: «Sade amava la libertà più di ogni altra cosa. Tutto in lui, le sue azioni, il
suo sistema filosofico testimoniano di un amore appassionato per la libertà» (G. Apollinaire). Il Sade
che viene esaltato è il murato di trent’anni, «il prigioniero di Stato, schiavo del dispotismo / sotto tre
regimi che gli rubano la libertà. / È il rivoluzionario
/ che per primo grida al popolo di prendere la Bastiglia; / (...) in lui amiamo ed ammiriamo / il domatore della natura, / l’aggressore degli dei, / il dispregiatore delle leggi, / il liberatore del sesso, / il ribelle, / Sade» (M. Heine).
Georges Bataille sostiene che l’esaltazione
surrealista di Sade, in particolare bretoniana, è una
accettazione apparente di lui e del suo lavoro, la cui
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Sopra: Gaetano Giulio Zumbo (1656-1701), Il Trionfo del Tempo (part.), Museo Nazionale della Specola, Firenze.
A destra dall’alto: Blasone della famiglia de Sade, con l’aquila imperiale a due teste, ottenuto da Elzéar de Sade su
concessione dell’imperatore Sigismondo nel 1416; Napoleone Bonaparte rappresentato in una incisione mentre getta una
copia di Justine nel fuoco (opera attribuita a Paul Cousturier, XIX secolo)
idealizzazione lo evira. Senza le prolusioni di sangue, le catastrofi con le terribili grida di dolore, le
rotte terrificanti, l’abbassamento fino alla putritudine di ciò che era elevato, senza cioè la comprensione sadica di questa natura non possono esserci rivoluzioni e rivoluzionari, «ma solo sterili rivolte di
borghesi ribelli». Il linguaggio di Sade è infatti
«quello della vittima: egli l’inventò alla Bastiglia,
scrivendo Le 120 giornate. (...) Il marchese de Sade,
ribelle in carcere, dovette lasciar parlare in lui la voce della ribellione».
L’età classica, per Michel Foucault, ha ridotto
al silenzio la follia, anche col Grande Internamento,
che inizia in Francia nel 1657, quando viene creato
l’Hopital général di Parigi. Nel mondo stesso della
Sragione, di cui la follia rappresenta solo una parte,
il Classicismo include anche i deviati sessuali, gli in-
terdetti religiosi e gli eccessi del pensiero. Tra la fine
del ‘700 e gli inizi dell’800 nasce la psichiatria, che
delimita la follia nella malattia mentale, riducendola a oggetto del sapere, facendo credere all’uomo
moderno di averla espulsa finalmente dal mondo.
Proprio in questo momento Sade restituisce all’uomo occidentale la possibilità di ritrovare, intendere
e vivere la propria storia come tragico movimento,
inglobante l’altra faccia della ragione. L’antinomia
fra ragione e follia è funzionale, per cui questa può
essere occultata ma non soppressa. Il Classicismo
«non aveva rinchiuso soltanto una sragione astratta,
in cui si confondevano folli e libertini, malati e criminali, ma anche una prodigiosa riserva di fantastico, un mondo addormentato di mostri inghiottiti
nella notte di Bosch, che un giorno li aveva proferiti.
(...) E non è un caso che il sadismo, come fenomeno
aprile 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano
individuale che reca il nome di un uomo, è nato
dall’internamento e nell’internamento, se tutta
l’opera di Sade è ispirata dalle immagini della Fortezza, della Cella, del Sotterraneo, del Convento,
dell’Isola inaccessibile, che formano così come il
luogo naturale della sragione» (M. Foucault). Il rigore, l’analiticità che Sade ha usato nel descrivere le
più complesse perversioni della pulsione sessuale lo
distaccano dalla molteplicità dei sadici per farlo assurgere a filosofo, sessuologo, pensatore: «il suo sistema di vita è suo malgrado rivoluzionario: di quella imponente costruzione di vizi eretta con tanta fatica in anni e anni di lavoro, di quello sfarzoso castello degli orrori, egli tiene per sé solo una modesta
celletta» (G. P. Brega).
Sade detesta gli esangui carnefici che sublimano ideologicamente il loro desiderio di torturare e uccidere: per
lui «il male è sempre contro l’ordine, è sempre eversivo, indomabile, libero (...). Il male è suprema libertà. (...) La sessualità repressa viene convogliata verso
altri obiettivi, spesso si muta in
uno strumento micidiale al servizio degli ideali astratti della collettività» (G. Celli). «Oh! che
azione voluttuosa è quella della
distruzione. - dichiara Sade Non vi è estasi simile a quella che
si assapora dandosi a questa divina infamia!». Questo piacere per
un’azione distruttiva, nota Julius
Evola, che vorrebbe infrangere
le leggi della natura cosmica, si
associa a una specie di teoria del
superuomo, che porta all’apice
inesorabilmente ciò che è violenza e distruzione: «Noi siamo degli dei!», esclama un suo personaggio.
Il suo sadismo si restringe ai
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racconti delle sue opere, nella vita di solitudine passata in prigione e nella casa di salute, benché sano di
mente. Negli ultimi anni dell’esistenza, si dedicò alla stesura dei suoi romanzi: «Chiuso in carcere per
trent’anni, morì in un manicomio, più lucido e più
puro di qualsiasi altro uomo del suo tempo» (P.
Eluard). Il dottor Ramon rievocherà, dopo oltre
mezzo secolo, il momento in cui, studente in medicina appena nominato assistente all’Ospizio reale,
lo incrociò mentre passeggiava da solo, con passo
trascinato e pesante, senza mai coglierlo in conversazione con qualcuno: «Passandogli accanto lo salutavo, e lui rispondeva al mio saluto con quella cortesia fredda che esclude ogni possibilità di colloquio
(...). Nulla in lui poteva farmi supporre l’autore di
Justine e di Juliette: a me faceva solo l’impressione di
un vecchio gentiluomo altero e
triste». Dopo la sua morte il figlio Donatien-Claude-Armand
chiese alla polizia di distruggere
il prezioso manoscritto delle
Journaées de Florbelle, assistendo a
tale operazione. Contrariamente
alle sue disposizioni testamentarie fu seppellito con funerale religioso nel cimitero della casa di
Charenton: sulla sua tomba non
venne posto il nome, ma solo una
croce di pietra. «Non sappiamo
quando avvenne la cerimonia e
chi abbia accompagnato de Sade
al suo ultimo carcere - scrive Gilbert Lely al termine della sua biografia su Sade, profeta dell’erotismo
- Così scomparve nella cieca notte l’uomo che restò, coi suoi ventott’anni di prigione (...). La sua
azione sovvertitrice non si fiaccherà mai». Questa oggi risulta
liberata da alcune delle sue censure, divenendo una fucina d’immaginario creativo.
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la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2015
BVS: SPECIALE DE SADE
IL “DIVIN MARCHESE”
DE SADE A PROCESSO
Breve storia delle gloriose edizioni Pauvert
ANTONIO CASTRONUOVO
S
e il marchese de Sade
scomparve nel 1814, le sue
opere - traversate da una
crudezza il cui scandalo non è
tanto l’oscenità quanto il distacco intellettuale con cui essa viene osservata - restarono nell’ombra, colpite da interdetto e
vilipese, ancora per un secolo e
mezzo. La condanna comminata dall’Ottocento all’opera di
Sade fu la clandestinità; solo a
partire dagli anni di Napoleone
III (1850-1870) cominciarono a
circolare in Francia alcune edizioni sadiane, ma tutte coperte
sous le manteau, clandestine, destinate a un pubblico elitario e smaliziato.
Nella seconda edizione del Dictionnaire de la
conversation et de la lecture (apparso da Firmin-Didot nel 1853-1858) il lemma dedicato a Sade è una
condanna senza appello: «Ecco un nome che tutti
conoscono e che nessuno pronuncia; nello scriverlo, la mano trema, e quando lo si pronuncia nelle
orecchie tintinna un suono lugubre. Non solo
quest’uomo esorta l’orgia, anche il furto, il parricidio, il sacrilegio, la profanazione delle tombe,
Due foto di Jean-Jacques Pauvert: la prima a 19 anni,
la seconda in età avanzata
l’infanticidio e tutti gli orrori.
Ha preannunciato e inventato
crimini che il codice penale non
ha nemmeno intuito, ha immaginato torture che l’inquisizione
non ha nemmeno previsto».
Non meraviglia che i primi a interessarsi a Sade fossero medici
e sessuologi. Lo psichiatra tedesco Krafft-Ebing utilizzò ampiamente l’opera di Sade come
materiale per la propria Psychopathia sexsualis, e siamo nel 1886.
Fu tramite quest’opera che
Freud conobbe Sade.
Il primo cenno di riabilitazione provenne dal giudizio di Apollinaire, che
scandì: «Sade, lo spirito più libero che sia mai esistito». Ragion per cui fu lui a curare nel 1909, nella
collana Bibliothèque des Curieux, un’ancor prudente raccolta di testi sadiani: L’Œuvre du Marquis de
Sade: une anthologie. Non solo: fu questo il grimaldello che fece uscire il marchese dalla dannazione
e gli valse un posto al sole nel pantheon libertario
dei surrealisti, dopo che André Breton aveva decretato che «Sade è surrealista nel suo sadismo».
Siamo a inizio Novecento, e Sade diventa
pian piano nutrimento per le nuove generazioni di
scrittori. Paul Robert, il grande lessicografo che
ha lasciato il proprio nome ai dizionari che tutti i
aprile 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano
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Da sinistra: L’edizione Scorpion del 1946, prima edizione non clandestina di Sade in Francia; La prima opera di Sade
pubblicata da Pauvert, con etichetta Palimugre, nel 1947; L’affaire Sade, 1957
francesi e francesisti utilizzano (Le Grand Robert,
Le Petit Robert...), avviò la propria avventura nei
primi anni Cinquanta col Dictionnaire analogique de
la langue française nel quale, a sorpresa, introdusse
parecchie citazioni di Sade, trattandolo già come
un classico da cui si possono trarre esempi. Similmente, uscivano antologie o saggi con citazioni da
un’opera - quella di Sade - che giaceva però introvabile. L’anatema censorio verso il marchese era
insomma ancora in buona salute, come dimostra la
vicenda del primo editore che in Francia volle
“metterci la faccia”, trovandosi trascinato a processo negli stessi anni in cui Sade cominciava a entrare nei dizionari.
Sade in garage
Nel 1946 Jean d’Halluin aveva fondato le
Éditions du Scorpion e subito pubblicato, nella
collana “Cruauté”, Miss Henriette Stralson ou les effets du désespoir. Era stato questo il primo titolo del
marchese de Sade ad aver “forato” in Francia il sipario della censura, ma l’episodio passò abbastanza inosservato, trattandosi di novella che - per
quanto parlasse di amore nella forma dei crimini
commessi in suo nome - determinava in quel sipario solo un forellino. In ogni caso, l’edizione precedette quel che sarebbe accaduto l’anno seguente, qualcosa che avrebbe prodotto una lacerazione
della censura ben più grave, riuscendo infine a farla
arretrare.
Era l’inizio del 1947 quando Jean-Jacques
Pauvert, ventunenne di inclinazioni assai libere
che aveva deciso di fare l’editore nel garage di casa
propria a Sceaux, banlieu meridionale di Parigi,
volle rompere il tabù: pubblicare l’intera opera del
marchese de Sade facendola uscire dall’inferno in
cui si trovava, e quando dico inferno non intendo
solo quello morale, anche il famoso Enfer della Biblioteca Nazionale di Parigi, i segreti locali in cui
erano stati accumulati i libri di consultazione vietata, e tra questi anche le opere di Sade.
L’idea di fondo, come poi ebbe a dichiarare
Pauvert, era che «Sade occupa un posto enorme,
unico nella letteratura non solo francese, ma universale». E come prima iniziativa pubblicò Idée sur
les romans, il breve saggio che Sade aveva collocato
a premessa della serie di racconti Les Crimes de
l’amour del 1800. Per quanto giovane, Pauvert ave-
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la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2015
Da sinistra: L’Histoire de Juliette nell’edizione Pauvert del 1954, in sei volumi; La nouvelle Justine del 1953.
va già buona esperienza: aveva infatti iniziato a diciott’anni, nel 1945, fondando le Éditions Palimugre e pubblicando l’esigua plaquette Explication de
L’Étranger in cui Sartre analizzava il famoso romanzo di Camus, seguita nel 1946 dalla collezione
di saggi di Henri de Montherlant Sur le femmes.
E ora, forse in vista del clamoroso programma che da tempo Pauvert andava meditando, l’etichetta editoriale transitò da Éditions Palimugre a
Éditions Pauvert (il nome vagamente “rabelaisiano” di Palimugre, che non significava nulla, restò
alla libreria che Pauvert aprì a Parigi, in rue Vaugirard, nel 1949). Apparve cioè il nome dell’editore,
e apparve proprio come elemento di responsabilità
nel momento di mettere in pratica l’idea azzardata
cui egli aveva pensato: pubblicare l’opera integrale
di Sade.
Senza tanti preamboli fece subito stampare
non un racconto, ma uno dei romanzi principali di
Sade, risalente alla maturità della sua stagione
creativa: Histoire de Jiuliette, e lo fece senza timore
di annunciare in frontespizio di essere proprio lui
l’editore, non altri. Non solo, c’era anche l’indirizzo: «Sceaux, chez Jean-Jacques Pauvert, 39 rue
des Coudrais, 1947». Mancava però quello della tipografia che aveva fisicamente stampato i volumi:
Pauvert fu in ciò molto accorto: volle rischiare lui,
e non far rischiare altri. Nell’edizione, inoltre, non
era presente alcuna prefazione: nessuno dei viventi
gli era sembrato sensibile quanto Apollinaire quarant’anni prima. L’edizione di Jiuliette apparve su
carta ordinaria, copertina bianca molto sobria,
prezzo accessibile.
Il romanzo è la sintesi più esplicita della dottrina di Sade: snocciola scene di estremo sadomasochismo e, come non bastasse, mette in forse l’esistenza di un qualunque Dio, calpestando la morale, il senso di rimorso, la purezza dell’amore: il solo
scopo che vale perseguire nella vita è il perenne godimento. Lo scandalo fu inevitabile, e la causa dello scandalo, oltre al defunto autore di quelle pagine, era l’editore che aveva osato superare i limiti
della decenza.
Essendo il suo nome in bella vista, gli amici
sentirono odor di bruciato, i critici ammutolirono,
le librerie non accolsero il giovane che portava loro
qualche copia da collocare in vetrina. José Corti, il
famoso libraio di rue de Médicis, gli rispose chiaro
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Maurice Garçon, l’avvocato difensore di Pauvert durante
il celebre processo
e tondo: «Questa letteratura da me non entra». La
polemica verso Pauvert gradualmente si gonfiò, e
fu bi-partisan: a destra fu accusato di aggredire la
morale pubblica, a sinistra di contaminare il candore del popolo con i vizi della borghesia.
Inevitabile che iniziassero le perquisizioni
della polizia. Gli agenti, andando a cercare i locali
della casa editrice, e trovandosi al cospetto di
un’autorimessa, restavano colpiti: «Nessuno ci
credeva, la polizia pensava fosse uno scherzo ma
dovettero infine arrendersi all’evidenza quando i
librai, interrogati sull’identità di quell’editore diedero la prova della mia esistenza, dato che mi avevano incontrato!». Iniziarono anche le convocazioni alla Buoncostume, che si protrassero per anni, con frequenza irregolare ma persistente. E infine ecco la querela ministeriale, che diede il via ad
anni di persecuzione giudiziaria. Anche perché
Pauvert, già sotto processo, continuò ad aggravare
la propria posizione perseverando a pubblicare Sade, volume dopo volume. Come non bastasse, gli
editori di nicchia, che avevano cominciato a stampare Sade in volumi illustrati, lussuosi ma strettamente clandestini, se la prendevano con lui perché
«gli rubava il mestiere».
la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2015
Processo a Jiuliette e a Justine
Perché la pubblicazione di Sade fosse iniziata
proprio da Jiuliette è Pauvert medesimo a narrarlo,
quando svela anche un particolare che desta l’interesse dei bibliofili: «Perché era un libro raro e io
me n’ero procurato una copia con grande dispendio. Bisogna dire che nel XIX secolo le librerie avevano ampiamente ristampato Sade avendo cura di
datare le copie con l’anno 1797, come se si trattasse
di una edizione originale, al fine di evitare persecuzioni».
Ora, quel che uscì nel 1947 erano due volumi
del romanzo, sulle cui pagine era annunciato che
l’opera integrale sarebbe stata formata da cinque
volumi. La questione è complessa: l’opera di Sade
è composta dai quattro volumi della Nouvelle Justine, di cui l’Histoire de Juliette è un po’ quel che si dice il “sequel”. Tuttavia i quattro volumi della Nouvelle Justine uscirono da Pauvert nel 1953. Egli insomma pubblicò prima il seguito e poi il romanzo
madre. I cinque volumi di Juliette videro la luce in
progressione: il primo nel novembre 1948, il secondo a gennaio 1949, cui seguirono rapidamente
gli ultimi tre in aprile, maggio e luglio 1949, lo
stesso mese in cui, in Francia, veniva promulgata la
“Legge sulle pubblicazioni destinate alla gioventù” che avrebbe esercitato i suoi effetti anche nel
processo al nostro editore.
Il progetto di pubblicare tutte le opere di Sade
proseguì fino ai primi anni Settanta. A parte
un’edizione clandestina delle 120 journées de Sodome stampata a Bruxelles, tutte le restanti edizioni
di Pauvert furono “alla luce del sole” (conclusa Jiuliette fecero seguito, nei primi anni Cinquanta, La
philosophie dans le boudoir, La nouvelle Justine e Les
120 journées de Sodome in edizioni non clandestine,
con copertine in severo cartoncino Ingres nero,
«come se avessero dovuto prendere posto in una
biblioteca giansenista», disse l’editore).
Non basta: Pauvert portò avanti la propria battaglia contro la censura senza mai recedere. Non solo pubblicava Sade, fu anche l’editore della famosa
aprile 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano
Histoire d’O che, rifiutata da Gallimard, giunse nelle
sue mani nel 1954 e uscì con una raffinata prefazione di Jean Pauhlan (l’opera non fu un dono del cielo,
come alcuni hanno affermato: Pauvert impiegò
vent’anni a smaltire la tiratura). E fu editore dell’audace Dictionnaire de sexologie uscito in due volumi nel
1962 e 1965, stupenda opera che sembra scientifica
ed è invece di acuta seduzione letteraria (tradotta in
Italia da Longanesi nel 1969-1970).
Ma la questione doveva toccare l’acme quando infine Pauvert fu davvero chiamato a rispondere davanti alla XVII Chambre Correctionnelle, in
quel “Processo Sade” che prese il via il 15 dicembre
1956. L’imputato scelse di farsi difendere da un noto “avvocato degli scrittori”, Maurice Garçon, che
aveva già affrontato decine di processi a difesa di libri vietati e che accettò con slancio l’incarico. Elaborò una linea difensiva basata su un semplice quesito: l’opera di Sade interessava o no al mondo intellettuale? Se la risposta processuale fosse risultata positiva, allora Pauvert poteva continuare a fare
l’editore di Sade, in maniera onesta, senza illustrazioni indecenti ma anche senza tagli di censura. Se
invece fosse emersa la linea contraria - che Sade era
scrittore immorale - allora avrebbe sterzato verso
una diversa linea difensiva: siamo in un’epoca che
ha imparato a guardare l’immoralità in faccia e non
dobbiamo attuare censure ipocrite, semmai indicare in che modo strutturare un volume per offendere il meno possibile la morale pubblica.
E poiché voleva giocarsi la difesa sul valore intellettuale di un’opera, l’asso che calò fu di convocare in processo alcuni intellettuali. Così, alla barra dei testimoni, sfilarono intellettuali di prim’ordine: Jean Paulhan (direttore della «Nouvelle Revue Française» ma anche prefatore, come abbiamo
visto, della Histoire d’O), André Breton, Georges
Bataille (noto ammiratore di Sade) e Jean Cocteau.
Fu insomma un processo che fece molto clamore e
restò celebre la risposta che Bataille diede al giudice che gli chiedeva se riteneva perniciosa la diffusione delle opere di Sade: «Penso che la maggior
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parte delle persone che hanno acquistato opere di
Sade nelle edizioni Pauvert non vi abbiano dedicato la curiosità malsana che voi lamentate, ma una
curiosità da eruditi». Veniva insomma rafforzata la
linea del difensore: che l’opera di Sade interessava
al mondo intellettuale, e come tale non poteva essere ridotta all’oblio censorio.
L’arringa finale fu brillante; Garçon sottolineò come la società si fosse evoluta e non era più
possibile vietare, checché se ne pensasse dell’opera, un autore ormai classico. Tuttavia il 10 gennaio
1957, in base alle inderogabili leggi repubblicane,
Pauvert fu condannato all’ammenda di 200.000
franchi più le spese processuali. Inoltre, il tribunale ordinò la confisca e distruzione delle opere in-
Alla Bastiglia de Sade fu recluso nei piani 2 e 6 della torre
B; qui scrisse Le 120 giornate di Sodoma
24
Vignetta in antiporta di Justine ou les malheurs de la vertu
(edizione del 1791)
criminate. L’ammenda era per l’epoca una somma
esosa, che tuttavia non gettò Pauvert nella prostrazione, anzi: un mese dopo, traendo vantaggio dalla
vicenda, pubblicò L’affaire Sade, volumetto che riproduceva le arringhe, le testimonianze e il finale
giudizio.
Inevitabile andare in appello, lo consigliò lo
stesso Garçon. E fu una vittoria mascherata. La
sentenza di revisione giunse il 12 marzo 1958; la
nuova corte riconosceva al marchese de Sade il valore che possedeva, giudicando che fosse «uno
scrittore degno di questo nome», e cadeva l’obbligo emerso in primo grado di distruggere i libri
pubblicati. Tuttavia la corte sancì che se i mezzi
la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2015
d’espressione di uno scrittore entravano in conflitto con le esigenze della moralità pubblica l’editore
aveva l’obbligo di restringerne la diffusione. Veniva fatto divieto di permettere la lettura dei volumi
di Sade sotto una certa età, un po’ come i film che
una volta erano vietati “ai minori di anni 18”. Per la
prima volta la giustizia francese delimitava l’esistenza di una letteratura per adulti, ma lasciava libero il problema pratico: l’editore poteva pubblicare e vendere; far osservare il divieto di lettura era
a carico del buon senso della società civile.
In certo modo, pur perdendo ancora la causa,
Pauvert vinceva la battaglia contro la cappa di
piombo morale - come ricordò nelle sue memorie che la IV Repubblica, con la complicità di socialisti, comunisti e destra dell’epoca, aveva fatto calare
sull’intelligenza dei francesi. Un punto di quelle
memorie è illuminante del rapporto tra morale e
politica: «I democratici cristiani della MRP [Movimento Repubblicano Popolare, partito di destra]
rivaleggiavano in demagogia con i loro complici,
non per salvare la libertà, ma per difendere i vecchi
privilegi cattolici; condividevano con i comunisti
un nauseabondo moralismo e anche, quel che era
più grave, l’esaltazione di una sorta di mediocrità
popolare» (Jean-Jacques Pauvert, La Traversée du
Livre, Paris, Viviane Hamy, 2004, p. 164). Vecchia
idea, quella di chi crede che la cultura sia popolare
solo se è “bassa”, che resta ben vegeta.
Pauvert è stato un editore che ha molto osato
e poco guadagnato. Nel 1973 cedette al marchio
Hachette la maggioranza delle quote della casa
editrice e nel 1979 si ritirò definitivamente. Nel
1999 le Éditions Pauvert sono diventate una filiale
dell’editore Fayard. Il marchese De Sade è oggi in
Francia completamente riabilitato: la sua opera
appare nella prestigiosa collana “La Pléiade” di
Gallimard e nel 2014, per il bicentenario della
morte, il Musée d’Orsay gli ha consacrato una
grande mostra. Per curioso destino, il 2014 è stato
anche l’anno in cui è scomparso Pauvert, ma di lui
la memoria si è persa.
aprile 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano
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BVS: SPECIALE DE SADE
BIBLIOFILIA SADICA:
I VOLUMI PROIBITI
Tra le prime edizioni del divin Marchese
MASSIMO GATTA
Lo spirito più libero che sia mai
esistito a tutt’oggi.
G. Apollinaire
N
ell’inquietante Ritratto immaginario di Sade
che il surrealista Man
Ray realizza nel ’36 per il volume Les Mains libres, scritto insieme al poeta Paul Éluard1, così
come nel suo bronzo del ‘71 dallo stesso titolo, a impressionare
maggiormente è il reticolo di
pietre compatte e squadrate a
formare il volto e il busto pietrificato dello scrittore.2 Quelle
stesse pietre del disegno del ’36
tornano nel secondo disegno inserito nel volume a comporre la
struttura di una Bastiglia che si
erge maestosa, cupa e inquietante alle sue spalle (ma nel secondo disegno essa
appare “[…] in fiamme e la piccola folla raggruppata sul piazzale prospiciente alza le braccia in segno di giubilo”3), e dove Donatien Alphonse
François, Marquis de Sade, il divin marchese (Parigi, 2 giugno 1740 – Charenton-Saint Maurice, 2
Il rotolo-manoscritto de Les 120 Journées de Sodome ou
l’Ecole du Libertinage (1785)
dicembre 1814) venne rinchiuso e dove scrisse la sua opera più
celebre, Les 120 Journées de Sodome ou l’Ecole du Libertinage, rimasta celeberrima come prezioso manoscritto, pubblicato solo
nel 19044 a cura di Eugène Dühren (1872-1922), pseudonimo
dello psichiatra berlinese Iwan
Bloch. Il ritratto di Sade di Man
Ray, che gli dedicò un ciclo di
due quadri, numerose opere
grafiche e appunto un busto in
bronzo, ha una didascalia evocativa: “Presque entièrement écrite en prison, l’œvre de Sade
semble à jamais honnie et interdite. Son apparition au grand
jour est au prix de la disparition
d’un monde où la bêtise et la
lâcheté entraînent toutes les
misères”.5
Non è la prima volta che Sade viene imprigionato e non sarà l’ultima. La prima volta a 23
anni, nel 1763, per “eccessi di dissolutezza”; trascorrerà in tutto 27 anni dietro le sbarre di ben
undici prigioni. Ma proprio durante la detenzione
alla Bastiglia, nel freddo parigino dell’ottobrenovembre 1785, “[…] compie il suo più vero, più
efferato e più reiterato delitto: scrivere”.6 Soffer-
26
Sopra: Man Ray, Ritratto immaginario di Sade, bronzo
(1936). Nella pagina accanto in alto: Bibliothèque érotique
Gérard Nordmann. Livres, manuscripts, dessins,
photographies du XVI au XX siècle, première partie. Jeudi
27 avril 2006, Parigi, Christie’s, 2006, copertina. In basso
da sinistra: Marchese de Sade, La Nouvelle Justine, ou Les
malheurs de la vertu; suivie de l’Histoire de Juliette, sa sœr,
Hollande, 1797 (ma Parigi, 1799 o Parigi, Barba, prima del
17 luglio 1802), in 4 volumi; Marchese de Sade, La
Philosophie dans le boudoir, ouvrage posthume de l’auteur de
Justine, À Londres (ma Parigi), Aux dépens de la
Compagnie, 1795, 2 volumi con legatura “à la cathédrale”
miamoci per un attimo su questo rotolo, di certo
tra i più preziosi e ricercati manoscritti, e anche
quello che in antiquariato ha ricevuto la più alta
quotazione: sette milioni di euro. Scritto su foglietti di sottile carta (11,2 cm di larghezza), fornitagli clandestinamente dalla moglie e da amici fedeli, poi incollati a formare un rotolo di 12,10 me-
la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2015
tri di lunghezza ricoperto da una scrittura fittissima e microscopica, venne ritrovato da Arnoux de
Saint-Maximin nella cella di detenzione del marchese il quale, trasferito dalla Bastiglia al manicomio di Charenton la notte tra il 3 e il 4 luglio
17897, fu costretto a lasciarvi carte e oggetti personali (Sade nascose il manoscritto nelle fessure delle pietre del pavimento, quelle stesse pietre che
formano il ritratto di Sade nel Man Ray sopra ricordato). A Charenton Sade ha con sé un libro, le
Mémoires pour la vie de François Pétrarque, scritto
nel 1764 dallo zio paterno, l’abate Jacques-François de Sade d’Ebreuil; pochi infatti sanno che nelle vene del divin marchese scorreva il sangue di
Laure de Noves, la giovane che Petrarca aveva intravisto la mattina del 6 aprile 1327 nella chiesa
avignonese di Santa Chiara, restandone ammaliato; la donna andrà sposa di Hugues de Sade «il
Vecchio». E su quel volume, che in fondo gli ricordava un suo antenato, Sade «[…] aveva appuntato
le sue impressioni, le estreme folgorazioni di
un’intelligenza in declino. I suoi marginalia sono
vergati con grafia frettolosa, non di rado scorretta,
spesso abbreviata, tronca e trasandata come genericamente può sembrare l’andamento di una conversazione radiofonica».8
Pochi giorni dopo il trasferimento di Sade a
Charenton i rivoluzionari incendiano e distruggono la Bastiglia ma il prezioso manoscritto sadiano
miracolosamente si salva, venduto in seguito alla
famiglia Villeneuve-Trans. Infine approda in Germania, a inizi del Novecento venduto, come detto,
a Iwan Bloch. Nel ’29 il manoscritto, che secondo
Jean Paulhan ha rappresentato un vero “Vangelo
del male”, pur contenendo, secondo Lely, «[…]
les pages les plus admirables que le marquis de Sade ait jamais écrites»9, ricompare nella nobile biblioteca di Charles de Noailles il quale, nel 1935,
ne predispone una nuova edizione. Ma l’incauto
prestito, da parte di una nipote di de Noailles, ad
aprile 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano
un editore di pochi scrupoli e molto sensibile al
valore venale del manufatto, porta nel 1982 il fragile rotolo-manoscritto sugli scaffali10 del più importante collezionista al mondo di erotica (circa
2000 volumi), l’ebreo-svizzero Gérard Nordmann (1930-1992).11 La solita battaglia legale tra
eredi, collezionisti e intermediari porterà il prezioso manufatto ‘sadico’ nella collezione di manoscritti di Gérard Lhéritier12 che lo acquista, come
visto, per sette milioni di euro. Il collezionista
francese, dopo l’unica esposizione al pubblico alla
Fondation Martin Bodmer di
Coligny,13 dovuta a Monique
Nordmann, per la prima volta lo
ha esposto in Francia14, in occasione del bicentenario della
morte di Sade, presso l’Institut
des Lettres et Manuscrits, fondato dallo stesso Lhéritier.15
Il primo libro pubblicato in
vita dal divin marchese, nel
179116 (un anno prima d’essere
messo in libertà), è Justine ou les
malheurs de la Vertu, romanzo
chiave della filosofia sadiana,
ovviamente con falso luogo di
27
stampa, Olanda per Parigi17, seconda versione
molto rimaneggiata del racconto Les Infortunes de
la Vertu, scritto nel 1787 alla Bastiglia, dove Sade
vi era stato trasferito nel 1784; se ne stampò anche
una raffinata edizione quasi cento anni dopo per
l’editore francese Isidore Liseux specializzato in
erotica e curiosa.18 Seguirà, una manciata di anni
dopo, Aline et Valcour, ou le Roman philosophique.
Ecrit à la Bastille un an avant la Révolution de
France.19 L’opera fu condannata alla distruzione il
19 maggio 1815 tanto per il suo carattere pornografico quanto per le teorie sociali contenute, e non fu ristampato che una volta nell’Ottocento.20 In seguito verrà realizzata
da Sade una nuova edizione di
Justine, ampliata e interamente
rinnovata, La Nouvelle Justine,
ou Les malheurs de la vertu; suivie
de l’Histoire de Juliette, sa sœr, in
quattro volumi, che per l’esatta
datazione ha dato da sempre filo
da torcere ai bibliografi21 e comunque considerata “de la plus
grande rareté”.22 Anche la successiva tiratura, la prima illu-
28
la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2015
A sinistra: Paul Éluard, Man Ray, Les Mains libres, Paris,
Jeanne Bucher, 1937, copertina.
Nella pagina accanto da sinistra: Marchese de Sade, La
Nouvelle Justine, ou Les malheurs de la vertu; suivie de
l’Histoire de Juliette, sa sœr, manoscritto originale in 111
fogli, 1797; Marchese de Sade, Justine, ou les malheurs de la
Vertu, Hollande, 1797 (ma Parigi o Bruxelles, 1820), con
acqueforti da disegni di Félicien Rops, inseriti in seguito
(1865), edizione non repertoriata; Marchese de Sade, Aline
et Valcour, ou le Roman philosophique. Ecrit à la Bastille un
an avant la Révolution de France, Paris, Veuve Girouard,
1795, 8 parti in 6 volumi, una delle 15 incisioni delle 16
indicate
strata da litografie attribuite ad Achille Devéria,
risulta di difficile datazione23 ma sempre di grande
rarità, così come la coeva stampata in 10 volumi24,
per molto tempo considerata come l’originale.25
Nordmann, che del divin marchese amava raccogliere anche i rari manoscritti26, vantava in colle-
NOTE
1
Paris, Jeanne Bucher, 10 novembre
1937, edizione di 675 esemplari stampati
da Henry Jourde. Su questo importante volume surrealista vedi l’interessante articolo
di Beppe Manzitti, Les mains libres di Man
Ray e Paul Éluard, «Wuz», n.3, aprile 2003,
pp. 3-7, con bibliografia finale.
2
Questo disegno era il risultato degli
studi condotti da Man Ray su antichi documenti contenenti le descrizioni fisiche
dell’amato Sade, compiuti insieme a Maurice Heine che all’epoca curava una delle prime edizioni dotte dello scrittore francese.
L’artista surrealista, nel disegno e nel bronzo successivo, esegue una sorta di monu-
zione 111 fogli di note autografe sadiane relative a
La Nouvelle Justine, tra i rarissimi manoscritti ancora in mano privata, e la quotazione era di conseguenza.27 Infine l’ultimo caposaldo di questa bibliofilia ‘sadica’ è rappresentato da La Philosophie
dans le boudoir, ouvrage posthume de l’auteur de Justi-
mento vivente costruito con le pietre tolte
alla Bastiglia; cfr. Cento libri surrealisti
1920-1940, a cura di Jean-François Rodriguez, Lucia Chimirri, Artemisia Calcagni
Abrami, Firenze, Centro Di, 1996, pp. 155156.
3
Beppe Manzitti, Les mains libres di
Man Ray e Paul Éluard, cit., p. 6.
4
Paris, Club des Bibliophiles, 1904,
stampato in 200 esemplari numerati, più 5
su Japon. Si cita dall’esemplare n. 4 su Japon appartenuto al più importante collezionista moderno di erotica, lo svizzero Gérard Nordamnn (n. 378 del catalogo Christies’s di cui alla nota 12), ma vedi soprattutto Eros invaincu. La bibliothèque Gérard
Nordmann. Florilège établi sous la direction
de Monique Nordmann, commenté par
Laurent Adert, édité par Rainer Michael
Mason, Coligny, Fondation Martin Bodmer
– Paris, Editions Cercle d’Art, 2004, p. 120,
scheda n. 47.
5
Beppe Manzitti, Les mains libres di
Man Ray e Paul Éluard, cit., p. 66.
6
Stefano Salis, Le peripezie di un rotolo,
«Domenica-Il Sole 24 Ore», n. 322, 23 novembre 2014, p. 39.
7
Con l’ordine di carcerazione di durata
illimitata a causa dei vari reati dei quali era
accusato: sodomia, avvelenamento, libertinaggio.
8
Giuseppe Marcenaro, Xavier de Sade,
aprile 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano
ne, l’opera più celebre del marchese, e da lui fatta
stampare a Parigi nel 179528 con la strana indicazione di “postuma”, e contenente la sua professione di fede nell’ateismo. Ma il ‘sadico’ marchese
non poteva non attirare l’attenzione di un artista
visionario come Salvador Dalì, al quale si deve una
«Pronto? Parla de Sade», in Id., Ammirabili &
freaks, Torino, Nino Aragno Editore, 2010, p.
43. Lo scritto di Marcenaro si riferisce ai
suoi incontri telefonici con un tardo esponente della famiglia Sade, che gli avrebbe
prestato alcuni manoscritti del celebre antenato relativi al suo viaggio-fuga in Italia,
inseguito da una denuncia della suocera de
Montreuil, manoscritti richiesti per la mostra genovese «Viaggio in Italia», curata da
Giuseppe Marcenaro e Piero Boragina.
9
Gilbert Lely, Vie du marquis de Sade,
Paris, Gallimard, 1989, p. 445.
10
Cfr. l’ottima descrizione iconografica,
e la relativa scheda del manoscritto sadiano
redatta da Jean-Jacques Pauvert in Eros in-
29
rara puntasecca, ad ornare un altrettanto raro menù, realizzato nel 1928 in occasione dei 114 anni
dalla morte di Sade; così come non poteva non
avere un riconoscimento anche dall’avanguardia
italiana, in particolare sul primo numero ciclostilato (marzo 1962) dei «Quaderni piacentini» dove
vaincu. La bibliothèque Gérard Nordmann,
cit., pp.116-120, scheda 46.
11
Per dare l’idea dell’importanza di questa collezione di erotica basta verificare,
nell’altra grande raccolta di analogo soggetto, quella di Jean-Pierre Faur ed Emmanuel Pierrat, la presenza di soli 3 volumi di
Sade, peraltro in tarde edizioni Otto-Novecentesche, cfr. Erotica. Livres et documents
des collections Jean-Pierre Faur et Emmanuel Pierrat, 7 dicembre 2007, Paris, Pierre
Bergé & associés, 2007, p. 120, nn. 257, 258,
259. Molte delle prime edizioni sadiane presenti nella collezione Nordmann provenivano da un’altra celebre collezione di erotica, quella dell’attore francese Michel Si-
mon.
12
Infatti il manoscritto non è presente
nel sontuoso catalogo della vendita all’asta
della Bibliothèque érotique Gérard Nordmann. Livres, manuscripts, dessins, photographies du XVI au XX siècle, première
partie. Jeudi 27 avril 2006, introduction de
Annie Le Brun (Une émouvante élégance
intérieure), Paris, Christie’s, 2006, che contiene un’ampia serie di rare prime edizioni e
manoscritti sadiani (nn. 365-378).
13
Svoltasi dal 27 novembre 2004 al 27
marzo 2005. Sulla Fondazione Bodmer vedi
Martin Bircher, Fondation Martin Bodmer.
Bibliothek und Museum, Coligny, Fondation
Martin Bodmer, 2003.
30
la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2015
A sinistra: Marchese de Sade, Justine, ou les malheurs de la
Vertu, En Hollande, Chez les Libraires Associés (ma Parigi,
J.V. Girouard), 1791, frontespizio. Sotto: Marchese de Sade,
La Nouvelle Justine, ou Les malheurs de la vertu; suivie de
l’Histoire de Juliette, sa sœr, Hollande, 1797 ( Parigi, verso
1835), in 10 volumi con legatura successiva (1860)
il divin marchese veniva definito “una vittima micidiale”.29 Con questo straordinario ephemera di
Dalì, ovviamente presente nella collezione Nordmann,30 si conclude il nostro breve viaggio tra le
prime edizioni del gran ‘sadico’ francese, il quale
14
Fino al 18 gennaio 2014.
Cfr. Il manoscritto sadiano che vale
sette milioni, «il Venerdì di Repubblica», 1
maggio 2014, p. 102 e Stefano Salis, Le peripezie di un rotolo, cit.
16
Ma risulta che nel 1787 veniva stampato ad Avignone, senza nome dell’editore,
La courtisane anaphrodite, ou la Pucelle libertine, un opuscolo di 40 pagine tirato in
soli 150 esemplari numerati, con antiporta
incisa, volume non presente nel catalogo
Nordmann, ma una copia alla Braidense di
Milano [collocazione: Erotica 301], cfr.
L’«Enfer» della Braidense. Catalogo dei libri
Fondo Riservata Erotica, a cura di Anna Rita
Zanobi e Giovanna Valenti, presentazione
di Daniela Gallingani, Milano, Franco Angeli, 2007, p. 175, n. 738.
17
En Hollande, Chez les Libraires Associés [ma Paris, J.V. Girouard], 1791, 2 volumi. Gérard Nordamann possedeva questa
15
però «Quando morì, il 2 dicembre 1814, lasciò il
ricordo di un vecchio signore dai modi squisiti,
che pronunciava le peggiori sconcezze con una
voce dolcissima, mentre disegnava sulla sabbia del
cortile delle figure oscene».31
rarissima edizione in una tiratura ancora
più preziosa in quanto unico esemplare conosciuto con l’avviso dell’editore e l’indicazione, su un foglietto, della stampa di Chery,
al frontespizio del primo volume, incisa da
Carrée, cfr. Eros invaincu. La bibliothèque
Gérard Nordmann, cit., pp. 124-[127], scheda n. 50. La British Library ebbe dal precedente proprietario, J.B. Rund di New York,
una fotocopia di questo ephemera al fine di
completare il proprio esemplare presente
nel proprio enfer, cfr. Bibliothèque érotique
Gérard Nordmann, cit., p. 225, n. 367 [quotazione 45.000-65.000 €], e J.-P. Kearney,
The private Case, London, 1981, n. 1618-20.
Il collezionista svizzero possedeva anche la
rara seconda edizione, sempre del 1791
presso il medesimo editore, e la terza di
Londra [ma Parigi, Cazin], 1792, cfr. Bibliothèque érotique Gérard Nordmann, cit., pp.
226-227, n. 368 [quotazione 45.000-
65.000 €], e p. 228, n. 369 [quotazione
8.000-12.000 €]. Inoltre in collezione era
presente una tiratura non repertoriata con
data fittizia, Hollande, 1797 [ma Parigi o
Bruxelles, 1820], in 2 volumi, con acqueforti
da disegni di Félicien Rops, inseriti in seguito, in quanto erano quelli per il Diable au
corps di Nerciat edito nel 1865 da PouletMalassis, cfr. Bibliothèque érotique Gérard
Nordmann, cit., p. 229, n. 370 [quotazione
7.000-9.000 €]; questa rara tiratura è conservata anche nella Biblioteca nazionale
Braidense di Milano [collocazione: Erotica
775-776], per la quale cfr. L’«Enfer» della
Braidense. Catalogo dei libri Fondo Riservata Erotica, cit., p. 175, n. 741.
18
D.A.F. marquis de Sade, Justine ou les
malheurs de la Vertu. Reproduction
textuelle de l’édition originale (en Hollande,
1791). Imprimé à cent cinquante exemplaires pour Isidore Liseux et ses amis, Paris,
aprile 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano
31
Sopra da sinistra: catalogo mostra Fondation Martin Bodmer; Salvador Dalì,
puntasecca realizzata per il Menu du Cafè Voltaire à l’occasion du cent
quatorzième anniversaire de la mort du marquis de Sade, sous les auspices de la
Societé du Roman Philosophique, le 2 Décembre 1928; Marchese de Sade, Les 120
Journées de Sodome ou l’Ecole du Libertinage, Parigi, Club des Bibliophiles, 1904,
in 200 esemplari. Qui accanto: firma autografa di Sade
Liseux, 1884. L’introduzione di Alcide Bonneau, intitolata Liber sadicus, è stata ristampata in Curiosa. Essais critiques de litterature ancienne ignorée ou mal connue,
par Alcide Bonneau, Paris, Isidore Liseux,
1887, pp. 284-286, edizione stampata in
200 esemplari su papier d’Hollande.
19
Paris, Veuve Girouard, 1795.
20
Bibliothèque érotique Gérard Nordmann, cit., p. 224, n. 366 [quotazione
35.000-45.000 €].
21
Hollande, 1797 [ma Paris, 1799 o Paris, Barba, prima del 17 luglio 1802], cfr. Bibliothèque érotique Gérard Nordmann, cit.,
p. 230, n. 371 [quotazione 15.000-20.000
€].
22
Dalla scheda n. 371 di cui alla nota
precedente.
23
Hollande, 1797 [ma Paris, circa 1835],
cfr. Bibliothèque érotique Gérard Nordmann, cit., p. 231, n. 372 [quotazione
10.000-15.000 €].
24
La Nouvelle Justine, ou Les malheurs
de la vertu (vol. I-IV), suivie de l’Histoire de
Juliette, sa sœr (vol. V-X).
25
Bibliothèque érotique Gérard Nordmann, cit., pp. 232-233, n. 373 [quotazione 50.000-70.000 €]. La Biblioteca Braidense conserva questa rara tiratura [collocazione: Erotica 782-791], ma mutila del
vol. X, mentre possiede doppia copia del vol.
VII, cfr. L’ «Enfer» della Braidense. Catalogo
dei libri Fondo Riservata Erotica, cit., p. 175,
n. 743.
26
Cfr. Giampiero Mughini, Libri da bruciare (per passione). Va all’asta in Francia la
scandalosa collezione erotico-letteraria di
Gérard Nordmann, «Il Foglio», sabato 29
aprile 2006, p. V.
27
Bibliothèque érotique Gérard Nordmann, cit., pp. 234-235, n. 374 [quotazione 150.000-200.000 €]; ma vedi soprattutto Eros invaincu. La bibliothèque Gérard
Nordmann, cit., pp.128-[131], scheda n. 51.
28
À Londres [ma Paris], Aux dépens de la
Compagnie, 1795, cfr. Bibliothèque érotique Gérard Nordmann, cit., p. 237, n. 376
[quotazione 45.000-65.000 €].
29
Cfr. Giampiero Mughini, Entrammo
nel Novecento seduti su un divano neoclassico, in Id., Addio gran secolo dei nostri
vent’anni. Città, eroi e bad girls del Novecento, Milano, Bompiani, 2012, p. 15.
30
Menu du Cafè Voltaire à l’occasion du
cent quatorzième anniversaire de la mort
du marquis de Sade, sous les auspices de la
Societé du Roman Philosophique, le 2 Décembre 1928, cfr. Bibliothèque érotique Gérard Nordmann, cit., p. 76, n. 106 [quotazione 2000-3000 €], “menu de la plus grande
rareté”.
31
Giuseppe Scaraffia, Indomito e nobile, «Domenica-Il Sole 24 Ore», n. 322, 23 novembre 2014, p. 39.
32
la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2015
BVS: SPECIALE DE SADE – LETTERATURA EROTICA
SEDUTTORI LIBERTINI,
SEDUTTORI ROMANTICI
Storia di un comportamento e di un ‘tipo’ intellettuale
PIERO MELDINI
P
er i pensatori libertini, di cui de Sade può
considerarsi un epigono, è la fondazione
stessa di una morale naturale a esigere la conoscenza, scevra da pregiudizi e pie illusioni, di
quella che Saint-Evremond, caposcuola del movimento, chiama «notre nature», ossia la natura umana. Le risorse della vecchia cultura aristocratica un raffinato cocktail di tecnica militare e dottrina
giuridica, etichetta cortigiana e arte retorica - sono
poste al servizio non più della politica, dell’amministrazione, dell’economia e della guerra, ma dell’esplorazione del cuore dell’uomo.
Negli affari privati, non meno che in quelli
pubblici, la conoscenza è potere. L’esercizio del
potere ha per teatro la seduzione. Prendiamo quello straordinario romanzo che è Le amicizie pericolose
(1782), opera di un ufficiale di artiglieria, Choderlos de Laclos (1741-1803), esperto in fortificazioni
e assedi, e non sarà un caso. Il romanzo è costituito,
com’è noto, dal fitto epistolario di due libertini - la
marchesa di Merteuil e il suo ex amante, il visconte
di Valmont - sul solo tema che occupa la loro mente
e impegna il loro tempo: l’arte della seduzione. Le
lettere che i due si scambiano sono un vero e proprio corso per corrispondenza di psicologia delle
passioni; le loro conquiste, la verifica sperimentale
delle loro teorie psicologiche. La capitolazione
della vittima è prima di tutto la riprova di una superiore confidenza con gli impulsi dell’animo, e nel
grido di trionfo del seduttore non risuona la risata
grassa della carne soddisfatta, ma la frigida boria
intellettuale del vivisettore dei sentimenti. Non c’è
turbamento, trasporto, e neppure autentico desiderio, violenta spinta erotica, dietro la cerebrale,
disciplinata, raggelata e raggelante partita a scacchi
della seduzione. Ecco perché il tasso di erotismo
delle Amicizie pericolose - dove si contano pochi più
amplessi che nei Promessi sposi e dove neppure manca, alla fine, la morale edificante - è suppergiù quello dei Principia mathematica di Newton.
Il ferreo controllo, la gestione scientifica (e
politica) delle passioni accostano il libertino allo
psicanalista. Quando il visconte di Valmont, turbato dall’«impressione forse troppo viva» che ha suscitato in lui la sventurata presidentessa di Tourvel,
decide di «dividere le sue attenzioni tra due donne», ripromettendosi inoltre, «qualora non sia sufficiente dividere per due», di «aumentare il divisore», è in anticipo di un buon secolo sulla cosiddetta
“metapsicologia” freudiana, cioè sullo studio dell’economia psichica, delle leggi che sovrintendono
gli scambi energetici tra le pulsioni.
Né Freud né altri psicanalisti - ch’io ricordi hanno mai confessato apertamente che le strategie
dell’analista coincidono perfettamente con quelle
del seduttore. Eppure nel saggio Osservazioni sull’amore di traslazione, del 1914, Freud è costretto ad
ammettere che tra l’innamoramento da transfert
aprile 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano
33
René Magritte (1898-1967), Gli amanti (1928), New York, Museo d’arte moderna
(cioè del paziente per l’analista) e le altre specie
d’innamoramento non corre nessuna differenza significativa: «Non abbiamo alcun diritto di negare
all’innamoramento quale si produce nel trattamento analitico», egli scrive, «il carattere di un amore
effettivo».
Impressiona, nello scritto di Freud, la sottovalutazione dei sentimenti dell’analista; o, per dir meglio, l’altéra, inattaccabile sicurezza del proprio autocontrollo. L’affermazione che «la cura analitica»
va «effettuata in stato di privazione» - di castità
(traduco) e quasi di ascesi - squaderna un orgoglio
professionale strettamente imparentato con l’arroganza del libertino. Cedere al paziente costituisce
non solo e non tanto un’infrazione dell’etica medica, quanto piuttosto una pericolosa alterazione dei
rapporti di forza. Seduttore di professione, l’analista non si concede in esclusiva e dell’amore che suscita accetta solo l’appagamento narcisistico, senza
correre il rischio di un investimento emotivo che ne
minerebbe il predominio.
Un sottile quanto tenace filo rosso, che neppure la tempesta romantica riuscirà a strappare, lega insomma il pensiero freudiano a quello libertino.
Chiudo la digressione e vengo al punto: la dialettica
asimmetrica fra “amato” e “amante” (per riesumare
una terminologia - e una distinzione - che risale a
Platone) configura il rapporto amoroso come un
puro e semplice rapporto di forza, dove ogni servo
trova il suo padrone e ogni vittima il suo carnefice, e
fa dell’amore la tomba della liberté, della fraternité e
soprattutto dell’égalité. L’amore dell’“amato”, e
34
la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2015
Da sinistra: Minna Herzlieb, nell’unico ritratto noto (autore anonimo, inizi del XIX secolo); Frontespizio della prima
edizione de Le amicizie pericolose (Amsterdam, Parigi, chez Durand neveu, 1782), romanzo epistolare di Choderlos de
Laclos. Nella pagina accanto: Choderlos de Laclos, in una stampa inglese del XIX secolo
cioè del seduttore - spiega Socrate nel Fedro - è
quello che il lupo porta all’agnello.
L’inevitabile conclusione a cui giungono i libertini è la negazione alla radice della reciprocità
dell’amore. Siamo agli antipodi della teoria cortese
del contraccambio, dell’«amor che a nullo amato
amar perdona». Solo quando la presidentessa di
Tourvel - l’agnello di Valmont - giace in fin di vita,
spezzata dalla feroce litania dei «ce n’était pas ma
faute» («non era colpa mia»), il lupo cambia pelle e
troppo tardi, in un sussulto d’affetto postumo, pro-
rompe in un «Ah, credetemi, solo l’amore può rendere felici!» che è una conversione in articulo mortis
al romanticismo incombente. Di fatto, posto di
fronte alla scelta «tra la galanteria e l’amore, tra il
piacere e la felicità», il libertino non ha dubbi: convinto assertore dell’impossibilità dell’amore ricambiato, e dunque, in definitiva, dell’amore tout court,
è certo che chiunque ama non è riamato: donde la
catena infinita degli “amanti” e degli “amati” che
Arthur Schnitzler, agli sgoccioli della felix Austria,
chiamerà “Reigen”, “girotondo”.
aprile 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano
Al Settecento libertino, che nega la parità e la
reciprocità in amore, succede l’Ottocento romantico, che le proclama viceversa a gola spiegata. Innamorato cotto di Minna Herzlieb, Goethe rispolvera addirittura la teoria platonica delle anime gemelle, esposta nel Convivio attraverso il mito dell’Androgino. Le goethiane Affinità elettive (1809) sarebbero infatti una sorta di forza cosmica per cui due
persone «si compenetrano e si determinano reciprocamente» come gli alcali e gli acidi, e di fronte
alla quale non c’è libero arbitrio, fermezza di carattere, ragionamento sensato che tenga. Che in amore la volontà e la ragione «non abbiano la minima
parte» lo ripeterà anche Stendhal in quel sublime
centone che è Dell’amore (1822). Qui, nel LIX capitolo, lo scrittore raffigura don Giovanni come «un
vecchio libertino blasé che muore di noia»; un patetico relitto del Vecchio Regime aristocratico a cui i
borghesi romantici guardano ormai con sprezzante
compatimento. Stendhal cita Marco Aurelio: «Coloro che chiamiamo patrizi sono più lontani degli
altri uomini dall’amore».
Per i romantici, dunque, l’amore reciproco ed
eterno non solo è possibile, ma pressoché inevitabile. E tuttavia mai come nella letteratura romantica
l’amore subisce scacchi su scacchi, alimentando a
dismisura il binomio amore-morte. Ma le sconfitte
sono sempre frutto di circostanze avverse esterne
alla coppia: disparità di condizione, precedenti promesse di matrimonio, opposizione paterna, beffe
del destino.
Significa che in età romantica il seduttore sopravvive solo come vecchio rudere? I più, all’epoca,
ne erano convinti. Almeno finché Kierkegaard, col
suo mefistofelico Diario del seduttore (1843), non
soppianterà la razza antiquata dei libertini settecenteschi, compassati virtuosi di una seduzione more geometrico demonstrata, con quella nuova di zecca
dei libertini romantici, che perseguono con lucida
follia il disegno malsano di «circuire una fanciulla
fino al punto da legarla a sé, senza curarsi poi di possederla in senso stretto». Di barattare il possesso ef-
35
fimero del corpo con quello perpetuo dell’anima.
Il seduttore romantico non è uno stratega,
ma un ipnotizzatore: «Incomparabile strumento,
d’una ricchezza di toni quale nessun altro strumento ha», egli eccelle nell’arte di «saper modulare la propria voce». La sua è una seduzione in forma di concerto, di litania soporifera, di incantamento notturno, di ipnosi televisiva che, lungi dall’essere praticata a freddo, ricorre alla passione, all’exacerbatio cerebri, e se ne serve come arma d’offesa. Il confine tra l’amore e la seduzione, la verità e
la menzogna, si fa incerto; ancora più incerta la loro gerarchia: «Al mondo» scrive Kierkegaard «c’è
bisogno di qualcosa di più della lealtà per vivere.
Questo di più io l’ho: è la falsità. Eppure io amo
lealmente».
36
la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2015
BVS: SPECIALE DE SADE – LETTERATURA EROTICA
UN ENFER PER POCHI,
ANZI PER UNO SOLO
Storia editoriale di un mitico illustrato del Settecento libertino
MASSIMO GATTA
N
on saremo mai troppo
riconoscenti ai grandi
e prestigiosi bibliofili
di ogni tempo per averci consentito di poter ammirare, e a volte
studiare, opere che uniscono
l’assoluta rarità all’alto valore artistico e letterario, testimoni di
un’epoca e di un gusto. Senza la
passione e l’acribia di questi personaggi, spesso bistrattati e considerati scellerati scialacquatori
di ingenti patrimoni, molti volumi sarebbero seppelliti nell’oblio
più profondo e di loro nulla si saprebbe. Ancor più benemeriti, però, sono quei collezionisti che in un modo o nell’altro hanno documentato le proprie raccolte bibliografiche attraverso cataloghi di mostre, di aste, volumi o articoli,
merito ancora maggiore per un settore, come la bibliofilia di alto lignaggio, dove spesso la gelosia per
i propri libri sconfina nella bibliomania patologica
finendo, paradossalmente, nella biblioclastia, che è
l’esatto opposto della bibliofilia. Umberto Eco, con
ironica arguzia erudita, ne tracciò anni fa un ritratto in Riflessioni sulla bibliofilia.1 Ecco perché le grandi raccolte private, celate ad occhi estranei (e a volte
anche ai propri), così come le grandi o piccole raccolte pubbliche, anch’esse, per una ragione o per
l’altra, a volte inaccessibili,2 diventano esempi di
una sorta di biblioclastia legalizzata. Nulla di tutto
ciò ha riguardato il più importante collezionista del Novecento di
erotica,3 l’industriale ebreo svizzero Gérard Nordmann (19301992), la cui biblioteca, ricca di
oltre 2000 tra volumi e manoscritti, è considerata la più importante al mondo, almeno fino
alla sua parziale dispersione, da
Christie’s a Parigi nel 2006, suddivisa in due vendite.4 Nella sua
prestigiosa raccolta erano conservati molti volumi, manoscritti, e anche disegni, di mitica rarità ma forse la perla assoluta, o
meglio il “corvo bianco della bibliofilia”, come fu
definito, era rappresentato dal manoscritto (a)5, insieme a una delle due sole copie (b1 e b2) fatte appositamente stampare dal collezionista al tipografo
Bonnin,6 dell’anonimo Tableaux des mœurs du temps,
dans les différens âges de la Vie7, opera quasi certamente dello stesso collezionista Alexandre-JeanJoseph Le Riche de la Popelinière (1692-1762),
‘fermier general’ (appaltatore) del re, protettore di
Rousseau, Rameau, Marmontel ma artista lui stesso, suonatore di chitarra ed interprete di canzoni da
lui stesso composte. Vediamo però più da vicino
queste preziosità bibliografiche e letterarie che, da
sole, farebbero la gioia di numerose e prestigiose
biblioteche pubbliche.
Il manoscritto8, un piccolo in-folio (32,3 x
aprile 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano
37
Nella pagina accanto: A.-J.-J. Le Riche de la Popelinière, Tableaux des mœurs du temps, dans les différens âges de la Vie
À Amsterdam (ma Passy, 1750), frontespizio. Sopra da sinistra: A.-J.-J. Le Riche de la Popelinière, Tableaux des mœurs du temps,
dans les différens âges de la Vie, (Passy, 1750), Manoscritto. A.-J.-J. Le Riche de la Popelinière, Tableaux des mœurs du temps, dans
les différens âges de la Vie, Parigi, Fermiers généraux (ma Bruxelles, Poulet-Malassis), 1867, il frontespizio è di Felicien Rops
21,1 cm), scritto in inchiostro nero, non autografo
ma opera di due diversi copisti (suoi segretari?), con
una sessantina di correzioni dell’autore, costituì la
base per la stampa del relativo volume in due soli
esemplari dei quali uno risulta un unicum in quanto
illustrato9, che vedremo meglio in dettaglio. Il manufatto, di grande eleganza, è formato da 606 fogli,
un frontespizio con il ritratto del collezionista (ma
non indicato), inciso all’acquaforte da Jean-Joseph
Balechou incisore del re (1716-1764), da un disegno
del pastellista Louis Vigée (1727-1767). L’originale
del ritratto, di cui si conservano tre prove alla Bibliothèque Nationale de France, era in origine di
grande formato e riportava a sinistra l’iscrizione Viger Pinxit e a destra Balechou Sculpsit. Nel manoscritto (così come nei due esemplari fatti stampare da La
Popelinière sous le manteau nel suo hôtel particulier di
Passy, per suo uso e piacere personali10) venne invece inserito un esemplare rifilato dell’incisione anonima, ma identica a quella conservata alla BnF.
Questo ritratto è di estrema importanza per ricondurre a La Popelinière l’anonimo manoscritto (e le
due relative opere a stampa); infatti su un esemplare
del suo Journal de voyage de Hollande (1731),11 con legatura in marocchino rosso alle armi La Popelinière, compare questa stessa incisione.
Il manoscritto è sapientemente rilegato in vitello marmorizzato, piatti e dorso volutamente
‘muti’, senza titolo, autore, armi del possessore (per
motivi di discrezione), com’era d’uso per i volumi
libertini appartenenti al ricchissimo collezionista. Il
titolo al frontespizio ha una particolarità, la presenza, aggiunta in seguito, di una piccolissima p posta
nella parola Tems tra la m e la s, in modo da renderla
correttamente come Temps, che nel volume a stampa apparirà invece corretta. Il tema è la storia, in 17
dialoghi di lunghezza variabile, della giovane Thérèse, dalla sua vita conventuale, fino al fidanzamento e al matrimonio.
Dopo la morte di La Popelinière (1762) il manoscritto venne sequestrato dal suo appartamento,
ed è presumibile sia poi andato alla vedova; il primo
accenno ad esso ricompare molti anni dopo nel Catalogue de curiosités bibliographiques (n. 348), redatto
dal libraio parigino Leblanc, relativo alla vendita all’asta del 16 marzo 1837. Solo che, misteriosamen-
38
la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2015
Sopra: due tavole non firmate (forse opera di Alexandre-Antoine Marolles, 1705-1753 ca.) dai Tableaux des moeurs du
temps, dans les différens âges de la Vie
te, le notizie fornite nella scheda differivano in parte
da quanto effettivamente presente nel manoscritto.
Il manoscritto non venne venduto in quell’asta, e il
libraio lo ripropose il 7 febbraio 1840 senza peraltro
inserirlo in catalogo ma fornendo l’indicazione che
si trattava “de quelques ouvrage précieux qui se
trouvaient en vente à sa librairie”, senza riportare
alcun numero in catalogo e senza indicarne il prezzo. Forse, considerato il tema alquanto spinto, qualcuno gli aveva ordinato, fin dalla prima asta del
1837, di ritirare quell’oggetto licenzioso e di negoziarlo più discretamente. Nel 1911 esso tornerà alla
luce, citato da Guillaume Apollinaire nella sua ristampa purgata dell’opera, pubblicata nella Collana
“Bibliothèque des curieux”, dove affermava che il
manoscritto era appartenuto allo scrittore Pierre
Louÿs, altro celebre collezionista di erotica, che infatti lo aveva studiato, come appare in una lettera
pubblicata da Fréderic Lachèvre nel suo saggio su
Louÿs.12 Il manoscritto, dal 1986 di proprietà di
Nordmann, verrà esposto nel 2004 alla ‘Fondation
Martin Bodmer’ di Coligny, nella grande mostra
dedicata alla sua raccolta di erotica;13 infine verrà
messo all’asta nella vendita Christie’s del 200614, insieme a due altrettanto rare edizioni ottocentesche
“sous le manteau”.15
La storia, invece, di uno dei due esemplari a
stampa16 (b1), dal 1988 nella collezione Nordmann
è, per quanto possibile, ancora più avventurosa di
quella del manoscritto. Ciò che lo rende l’unico
esemplare al mondo, e anche uno dei più bei volumi
illustrati dell’epoca,17 è la presenza delle 18 tavole
anonime fuori testo, a tutta pagina, dipinte a gouache e all’acquerello, sanguigna, grafite e pastello,
attribuite ad Alexandre-Antoine Marolles, metà
delle quali di carattere erotico; la rilegatura in marocchino rosso scuro ha al piatto le armi di La Popelinière (galli e stelle), con alle guardie alcune
scritte manoscritte relative ai vari proprietari che l’hanno posseduto; così come la legatura del mano-
aprile 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano
scritto anche questa del volume a stampa non ha alcuna scritta ai piatti e al dorso che lo possano identificare. Dopo la morte di la Popelinière, avvenuta a
Parigi il 5 dicembre 1762, il commissario dello
Châtelet, Sirebeau, procede all’inventario dei beni
del finanziere, ricevendo direttamente da Luigi XV,
il 15 aprile 1763, l’ordine di “faire perquisition dans
les papiers imprimés et manuscrits de la Popelinière”. La polizia era dunque alla ricerca di libri en philosophe nella biblioteca del ricco borghese; siccome
le sue estreme volontà imponevano di vendere tutto, per l’ordine costituito si pose il problema di far
ritirare dalla sua biblioteca quei libri che non conveniva lasciare liberamente in vendita. Cadde sotto i
colpi della sentenza Le testament du curé d’Etrepigny,
celebre opera materialista che la Popelinière possedeva manoscritta, proprio mentre il libraio Prault
stava per pubblicare il catalogo della vendita prevista il 23 luglio 1763. Nelle memorie segrete di Bachaumont (luglio di quell’anno) si apprende che la
NOTE
1
Umberto Eco, Riflessioni sulla bibliofilia, Milano, Edizioni Rovello [Officina Tipografica Olivieri], settembre 2001, stampato in
1000 esemplari.
2
Lo testimonia un interessante ed evocativo articolo di Luciano Canfora, Libri e computer in biblioteca, «L’oggetto libro 2001. Arte
della stampa, mercato e collezionismo», Milano, Sylvestre Bonnard, 2001, pp. 12-17, cito
dall’Estratto completo.
3
Altra importante collezione novecentesca di erotica è stata quella di Jean-Pierre
Faur ed Emmanuel Pierrat di cui resta il catalogo di vendita Erotica. Bibliothèques JeanPierre Faur et Emmanuel Pierrat, vente 7 décembre 2007, Paris, Pierre Bergé et Associés,
2007.
4
Cfr. Bibliohèque érotique Gérard Nordmann. Livres, manuscripts, dessins, photographies du XVI ai XX siècle. Première partie,
avec un écrit d’Annie Le Brun (Une émou-
39
signorina de Vandi, una delle eredi, di fronte al prezioso unicum dei Tableaux des mœrs abbia gettato un
grido, implorando che il volume venisse gettato nel
fuoco perché diabolique. Dagli Archivi nazionali di
Parigi18 risulta che furono trovati tre esemplari appunto dei Tableaux, dei quali due a stampa e uno manoscritto, uno dei due a stampa illustrato da tavole a
colori; furono affidati quindi al luogotenente generale della polizia di Parigi, Sartines, e inviati direttamente al re Luigi XV perché decidesse cosa farne. Il
sovrano offrì l’unicum a stampa, completo delle 18
tavole, al più importante bibliofilo dell’epoca, il duca de La Vallière, ma stranamente esso non figura in
nessuno dei cataloghi di vendita della sua maestosa
biblioteca.19 Un grande libro viaggiatore, questo
unicum, che dalla Rivoluzione francese dell’89 in
poi non ha smesso di spostarsi da collezione a collezione. Intorno al 1783 viene venduto dal finanziere
Pâris d’Illens alla duchessa di Châtillon, per poi
riapparire in Russia nel 1816 nella celebre raccolta
vante élégance intérieure), Paris, Christie’s,
27 avril 2006 (431 lotti) e Bibliohèque érotique Gérard Nordmann. Livres, manuscripts,
dessins, photographies du XVI ai XX siècle. Seconde partie, Paris, Christie’s, 14-15 décembre 2006 (567 lotti). Su questa importante
vendita cfr. Giampiero Mughini, Libri da bruciare (per passione). Va all’asta in Francia la
scandalosa collezione erotico-letteraria di
Gérard Nordmann, «Il Foglio quotidiano», a.
XI, n. 101, sabato 29 aprile 2006, p. V (relativa
alla sola prima parte della vendita); Id., Da Italo Svevo a Maurizio Cattelan, i 51 libri italiani
più belli degli ultimi cento anni, in Id., Una casa romana racconta. Libri donne amici perduti, le tracce di una vita, Milano, Bompiani,
2013, p. 244.
5
Senza luogo, senza data [ma Passy,
1750].
6
Bonnin li stampò clandestinamente,
nello stesso 1750, nell’Hôtel di La Popelinière
a Passy.
7
Tableaux des mœurs du temps, dans les
différens âges de la Vie, suivi de Histoire de
Zaïrette, seconde partie, Á Amsterdam [ma
Passy, 1750].
8
Cfr. Pascal Pia, Dictionnaire des oeuvres
érotiques. Domaine français, Paris, Mercure
de France, 1971, n. 471 e Marcel Roux, Inventarire du fonds français. Graveurs du XVIII siècle (Bibliothèque Nationale), Paris, Maurice Le
Gartec, 1930, p. 421, n. 36.
9
Il secondo esemplare a stampa (b2), infatti, uscito dalla stessa tipografia del primo e
ad esso identico, non è però arricchito dalle
splendide miniature e incisioni di b1. Questo
esemplare, privo dell’apparato iconografico, è
conservato nella Bibliothèque municipale di
Versailles (inv. Res. Lebaudy, 158). Ha una rilegatura in vitello marmorizzato, piatti senza le
armi di La Popelinière, che invece troviamo incise al dorso (dei galli), per il resto ‘muto’. Anche nell’esemplare b2 il collezionista ha fatto
rilegare a inizio volume il suo ritratto inciso da
40
la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2015
del principe Mikhaïl Petrovitch Galitzin, per finire
qualche anno dopo a Parigi sugli scaffali del barone
Jérôme Pichon, presidente della celebre Société des
bibliophiles français. In seguito, questo ‘merlo bianco
della bibliofilia infernale’ (Duprilot) resterà venticinque anni nelle mani del collezionista inglese Frederick Hankey, scomparso a Parigi l’8 giugno del
1882, e che sarà l’artefice della stampa clandestina
(senza le incisioni), realizzata da Jules Gay in 150
esemplari nel 1863, appunto dall’esemplare Han-
Jean-Joseph Balechou, lo stesso che orna il
manoscritto, si tratta infatti della stessa
stampa.
10
Scrive lo stampatore dei volumi, Bonnin, l’8 maggio 1750 a Berryer, luogotenente
generale della polizia di Parigi: “M de la Popelinière fermier général me propose de faire
transporter à sa maison de Passy une Presse
et des caractères pour imprimer quelques
ouvrages de sa composition dont il est curieux d’avoir un seul et unique exemplaire, il
assure qu’ils ne contiennent rien qui puisse
blesser l’Etat, ni quoi que se soit. J’attendrai
les ordres de Monseigneur avant que de donner une parole positive à se sujet”.
11
Anch’esso stampato in qualche esemplare, così come un solo esemplare fece
stampare delle sue Comédies, rilegato con le
sue armi ma senza luogo, titolo, né data; solo
Daïra venne stampato, nel 1760, in una ventina di esemplari.
12
Pierre Louÿs et l’histoire littéraire, 1928.
13
Cfr. l’ampia scheda redatta da Jacques
Duprilot in Eros invaincu. La Bibliothèque Gérard Nordmann, a cura di Monique Nordmann, Coligny, Fondation Martin Bodmer –
Paris, Cercle d’Art, 2004, pp. 76-78, n. 31 [catalogo della mostra, Coligny, Fondation Martin Bodmer, 27 novembre 2004-27 marzo
2005].
14
Cfr. Bibliohèque érotique Gérard Nordmann. Première partie, cit., pp. 130-[131], n.
key. Sarà grazie alla vedova Hankey se i Tableaux
passeranno in seguito nelle mani di Charles Cousin,
vice presidente del Grande Oriente di Francia, per
poi rivenderlo precipitosamente, nell’aprile del
1891, all’Hôtel Drouot perché finanziariamente in
rovina.20 E prima di approdare, nel 1988, nella magnifica collezione Gérard Nordmann,21 questo unicum è passato ancora nelle mani di Henri Bordes,
Louis Deglatigny, contessa Niel (1937) e Jean Rossignol (1973).22
202 (base d’asta di €100.000-150.000), ma
dal sito di Christie’s di questo lotto non viene
fornita l’aggiudicazione, segno che potrebbe
essere stato ritirato per mancanza di offerte.
15
Paris, Imprimerie des ci-devant Fermiers généraux [ma Bruxelles, Poulet-Malassis], 1867, due volumi, con una prefazione di
Charles Monselet, illustrato tra gli altri da Felicien Rops (1833-1898); questa edizione
verrà condannata il 6 maggio 1868 dal tribunale di Lille, cfr. Bibliohèque érotique Gérard
Nordmann. Première partie, cit., p. 132, n. 203
(base d’asta di € 2.000-3.000, aggiudicato a
€ 2.040). L’altra edizione, senza data [circa
1889], Paris, Fermiers généraux [ma Amsterdam, Auguste Brancart?], con 10 incisioni attribuite a Staal, 6 acquarelli attribuiti a Paul
Avril e 2 gouaches di Jules Adolphe Chauvet,
cfr. Bibliohèque érotique Gérard Nordmann.
Première partie, cit., p. 133, n. 204 (base d’asta
di € 4.000-6.000, non aggiudicato). Il suo
(supposto) editore belga Brancart, specializzato in erotica, venne condannato nel maggio del 1886 dalle Assise del Brabante, lasciando poi il Belgio per la più tollerante
Olanda.
16
Cfr. J. Gay-J. Lemonnyer, Bibliographie
des ouvrages relatifs à l’amour, aux femmes,
au marriage et des livres facétieux, pantagruéliques, scatologiques, satyriques, Paris,
Ch. Gilliet, 1894, v. III, pp. 1172-1173 e Patrick
G. Kearney, The Private Case. An Annotated
Bibliography of the Private Case Erotica Collection in the British Museum Library, London, Jay Landesman, 1981, p. 506.
17
Come scrive Jacques Duprilot nell’ampia e documentata scheda che correda questo capolavoro libertino: “Voici l’une des merveilles du XVIII siècle et l’un des exemplaires
les plus célèbres au monde. Son caractère
unique dû aux extraordinaires miniatures libertines qui l’enrichissent explique qu’il a
toujour été considéré comme la perle de toute bibliothèque et recherché par tous les
amateurs, qu’ils aient ou non possédé un Enfer”, in Eros invaincu. La Bibliothèque Gérard
Nordmann, cit., pp. 80-87 [80], n. 32.
18
Carte Sirebeau, inv. A.N.Y. 15649, 11 luglio 1763.
19
Cfr. ad esempio il Catalogue des livres
de la bibliothèque de feu M. le Duc de La Vallière, première partie, par Guillaume De Bure, tome premier, Paris, Guillaume De Bure
Fils, 1783.
20
Cfr. Catalogue de livres et manuscripts,
la plupart rare et précieux, provenant du grenier de Charles Cousin, Paris, Hôtel Drouot,
1891, n. 673.
21
Dove presumibilmente ancora è conservato, in quanto non risulta presente in Bibliohèque érotique Gérard Nordmann. Seconde partie (14-15 decembre 2006), cit.
22
Eros invaincu. La Bibliothèque Gérard
Nordmann, cit., p. 80.
aprile 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano
41
inSEDICESIMO
L E M O S T R E – L’ I N T E RV I S TA D E L M E S E – L O S C A F FA L E
LA MOSTRA/1
FILOLOGIA ANALITICA
Un’idea di pittura a Udine
a cura di luca pietro nicoletti
ccade, a volte, che i migliori
contributi alla comprensione
dei fenomeni storici e
storico-artistici provengano da zone
distanti dai centri di azione in cui i
fenomeni stessi si sono sviluppati. In
questi casi la ricerca si avvale di uno
sguardo esterno, non coinvolto nelle
vicende e, allo stesso tempo, estraneo
a mitologie localistiche che sovente
inficiano un giudizio limpido e una
fondata messa in discussione dei
luoghi comuni storiografici che si
A
sono incrostati sulle cose. È il caso, in
particolare, dei contributi di
conoscenza agli sviluppi dell’arte degli
anni Settanta e inizio Ottanta portati,
con approccio anticanonico per rigore
documentario e filologico, presso
l’Università degli Studi di Udine.
Vengono da qui, infatti, i curatori
della mostra aperta presso il Museo
d’Arte Moderna e Contemporanea di
Udine a Casa Cavazzini, Fabio Belloni
insieme alla conservatrice Vania
Gransinigh, e gli altri autori dei saggi
in catalogo (Denis Viva).
Un’esposizione, questa sulla
pittura analitica, che prende le mosse
da episodi locali, come la mostra di
pittura analitica organizzata da Gianni
Contessi a Trieste nel 1972 (oggetto
del saggio in catalogo della
Gransinigh) o l’attività della galleria
Plurima a Udine, per fare un affondo
nel clima e nella tensione culturale
che segna questo ritorno alla pittura,
all’inizio degli anni Settanta e le sue
difficoltà interpretative.
Sono questi, per esempio, gli snodi
che cerca di mettere in ordine il
densissimo saggio in catalogo di Fabio
Belloni, da anni interessato ai rapporti
fra arte, critica e militanza in quel
decennio, che tiene uniti il dibattito
critico e le pratiche degli artisti: il
“sistema dell’arte”, insomma, e le
opere come oggetti, da studiare con
la stessa acribia che fino a pochi
decenni fa si sarebbe prestata
soprattutto all’arte medievale e
moderna. Si trattava soprattutto di
fare chiarezza sui rapporti fra il
ritorno alla pittura, e le pratiche
processuali attraverso cui si è
espressa, e l’eredità del decennio
precedente. La pittura, infatti, non si
42
era mai estinta, nemmeno quando
sembrava una pratica bandita dalle
idee di avanguardia più estreme e
radicali: il “ritorno alla pittura” svolto
dalla compagine “analitica”, dunque,
andava messo a fuoco in rapporto
dialettico con le esperienze di arte
concettuale degli anni Sessanta. Da
questo punto, infatti, come viene ben
messo in evidenza, era possibile capire
la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2015
il forte portato speculativo che stava
a monte di queste operazioni: tornare
alla pittura come riflessione sugli
strumenti stessi del linguaggio
artistico e sulle sue strutture primarie
di tela, telaio e stesura piatta. Ecco
allora l’arrivo a larghe campiture
piene e sature su telai sagomati
(Aricò) o installazioni di frammenti di
pittura di varia forma e dimensione
(Pinelli) oppure la negazione del telaio
stesso in favore della tela lasciata
libera e solcata da segni regolari di
natura quasi zen (Griffa), fino allo
spazio “sublime e romantico” della
campitura data a spruzzo (Olivieri). La
pittura, anzi, sembra spostare
l’attenzione verso i bordi della tela, a
sottolineare la consistenza del
supporto come oggetto a sé e non
come semplice sostegno per
un’immagine proiettata in una
dimensione altra.
Non mancavano, ovviamente, i
padri spirituali di questa tendenza:
sensato, infatti, aprire la rassegna
udinese con Piero Dorazio e Mario
Nigro, evocati a testimone di
un’esperienza di artisti più anziani
presi a riferimento dalle generazioni
più giovani. Tutto questo, però,
necessitava anche di un tentativo di
periodizzazione storiografica, a cui
aprile 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano
cerca di dare un ordine il contributo
di Denis Viva sulla critica di quegli
anni: le posizioni della critica, infatti,
sono come una cartina di tornasole
del mutamento di percezione e di
approccio nei confronti delle opere,
fra chi deciderà di opporle un ostinato
silenzio e chi, invece, tenterà di dare a
questa tendenza un ordine e una
direzione. Come tutte i tentativi di
segnare i punti di svolta, il problema è
quello di dare una data simbolica di
inizio ed una, ancora più simbolica, di
fine del periodo, ovvero di enucleare il
momento di maggiore tensione di una
temperie culturale considerando che il
lavoro degli artisti proseguirà poi
anche nei decenni successivi, ciascuno
secondo la propria inclinazione. Porre
una cesura nel continuum della storia,
specie per chiudere una stagione, si
rivela sempre difficoltoso: bisogna
fare i conti, in questo caso, con la
nascita di un’altra tendenza
espressamente volta a un recupero,
ma in chiave totalmente diversa, della
pittura. È la Transavanguardia, infatti,
a cambiare nuovamente le regole del
gioco, e a confermare, una volta di
più, che non è più la storia, ma
l’azione della critica, a costituire la
cesura e il cambio di stagione.
UN’IDEA DI PITTURA.
ASTRAZIONE ANALITICA
IN ITALIA 1972-1976
A cura di Fabio Belloni
e Vania Gransinigh
UDINE, MUSEI D’ARTE MODERNA
E CONTEMPORANEA
CASA CAVAZZINI
1 marzo - 3 giugno 2015
43
LA MOSTRA/2
I LIBRI BELLI
Aldo Manuzio a Carpi
ella cappella di
Palazzo dei Pio
è conservato
uno dei più importanti
ritratti di Aldo
Manuzio, mentre
disserta con Alberto Pio,
principe di Carpi. È dalla
presenza a Carpi tra 1480 e
1489 dell’umanista ed editore, che
da qui parte per Venezia a innovare la
cultura e l’idea e la forma stessa del
libro, che partono, nell’anniversario
della morte, le iniziative carpigiane
per il cinquecentenario di Aldo
Manuzio, al quale partecipano, in un
progetto di rete, anche la città di
Bassiano (Latina), che ha dato i natali
all’umanista, e diverse istituzioni di
Venezia.
La mostra, intitolata I libri belli,i
N
ripercorre la relazione tra
Manuzio e Carpi e in
particolare tra l’ultimo
signore dei Pio e
l’editore, ma con un
occhio al
contemporaneo come
si addice a una figura
rivoluzionaria per la cultura
occidentale come l’inventore del
libro tascabile.
È a Carpi con Alberto Pio che
nasce infatti l’idea di una ‘stamperia’
da cui escano libri per tutti, che poi
Manuzio potrà realizzare solo a
Venezia ma con il sostegno
economico, una vera a propria forma
di mecenatismo moderno, del principe
carpigiano.
È a questa parte della vita di
Manuzio che è dedicata una parte
44
della mostra, mentre una seconda
affronta il tema dell’illustrazione
xilografica nelle aldine e della loro
straordinaria contemporaneità, in un
confronto-omaggio con i più
importanti xilografi italiani del
momento: Licata, Spacal, Veronesi,
Paladino e con una sezione di opere
la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2015
I LIBRI BELLI.
ALDO MANUZIO, CARPI
E LA XILOGRAFIA.
XVII Biennale di Xilografia
contemporanea
CARPI, PALAZZO DEI PIO
www.palazzodeipio.it
28 marzo -14 giugno 2015
originali che Emilio Isgrò dedica, con
le sue Cancellature, al Polifilo, che
vanno a costituire il percorso della
XVII Biennale di Xilografia
contemporanea, curata da Enzo Di
Martino. “Carpi con questa mostra –
dichiara l’assessore alla Cultura del
Comune di Carpi Simone Morelli –
entra nel novero delle città italiane
che nel 2015 ripercorrono la
strepitosa rivoluzione e la personalità
di Manuzio.
Una rete che mette la nostra città
e i suoi Musei in un circolo virtuoso
con Bassiano e con Venezia, e non in
secondo piano, anzi con un carattere
proprio e particolare.
Questa esposizione e le attività
che la accompagnano, tra Carpi,
Venezia e il web, rappresentano il
nuovo modo di fare cultura e arte in
città, aperto alla collaborazione e a
fare rete e sistema con partner
pubblici e privati”.
46
la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2015
LA MOSTRA/3
LA LUCE NELLA MATERIA
Medardo Rosso a Milano
ra destinata ad un effetto
dirompente, al suo affacciarsi
sulla scena artistica
dell’Ottocento, la proposta plastica di
Medardo Rosso (1858-1928). Era
ancora una scultura di affetti, la sua,
o almeno una scultura che poteva
prestarsi ad una espressione di
situazioni di soffusa intimità
domestica veicolata nella morbidezza
calda e avvolgente della cera.
Ma non era qui la vera novità del
lavoro di Rosso: ciò che lo farà
amarte alle generazioni successive,
almeno concettualmente quando non
filologicamente, era la sua messa in
discussione degli statuti fondanti
E
della stessa arte della forma in tre
dimensioni. La mostra aperta presso la
Galleria d’Arte Moderna di Milano sta
a ribadire proprio come l’opera di
Rosso, autore di un numero limitato
di opere più volte replicate e
riproposte in materie diverse,
proponga una nuova visione dell’arte
MEDARDO ROSSO.
LA LUCE E LA MATERIA
MILANO, GALLERIA D’ARTE
MODERNA
18 febbraio - 31 maggio 2015
www.mostramedardorosso.it
nei suoi principi e nella interrelazione
fra i linguaggi: più che verso il
disegno, infatti, l’opera di Rosso punta
verso la fotografia, con la quale
arriverà agli esiti più estremi e
radicali.
In prima battuta era l’idea di
statua a venire meno (seppure anche
Rosso, nella sua vita, realizzerà alcuni
monumenti a destinazione funeraria),
come corpo articolato a cui girare
attorno. Dal momento in cui la forma
doveva registrare l’impressione di
un’immagine rappresa nelle sue
condizioni luminose, era inevitabile
l’imposizione di un unico punto di
vista frontale: i suoi volti, infatti, sono
aprile 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano
immagini che affiorano da una massa
dal modellato indistinto, pronte ad
essere re inghiottite dalla materia o a
disfarsi al contatto con la luce. Rosso
sembra voler dire che la forma in sé
non esiste, ma che si palesa solo per
come reagisce alla luce, o con quel
minimo di dettaglio di immediata
percezione ottica: si tratta di
modellare solo quello che si vede, con
tutti gli strati di aria e la quantità di
luce che vi si posano sopra, e non ciò
che si sa esistere.
In un certo senso, questa
dichiarata intenzione di aderenza al
dato visivo era quanto di più
discostava la scultura dal verismo per
traghettarla in un diverso ordine di
valori. Ecce puer,r o la più estrema
Madame XX, sono volti pieni di luce,
una luce così abbagliante da dilavarne
i volumi e renderli illeggibili.
Era implicito, concettualmente, un
principio di cui si approprierà subito
Umberto Boccioni: la scultura che
rappresenta la forma nel suo
disfacimento ad opera della
percezione luminosa dei volumi
comporta una estensione verso il
mondo esterno. Se la forma non
esiste in sé ma è data per come la
percepiamo, è diretta conseguenza del
suo “qui ed ora” che la scultura
assommi gli effetti dell’ambiente
circostante: il mondo entra nella
figura, con una compenetrazione fra i
due piani che in Boccioni diventerà,
Nella pagina accanto da sinistra: Bambino
malato, 1903-1904, Bronzo; Ruffiana, 1883,
Bronzo. A destra: Birichino, 1895-1901,
Bronzo. Per tutte le opere GAM Milano, ©
Saporetti Immagini d’Arte
47
48
da pittorica, letterale.
Per Rosso, però, questo
comportava un salto verso la
fotografia, a cui ricorre con tecnica
rudimentale, ma con la chiara
intenzione di offrire quelle indicazioni
di illuminazione e punto di vista
dell’osservatore: la fotografia, anzi,
accentuava quell’effetto di effusione
lirica, ma al tempo stesso ribadiva la
concretezza degli oggetti collocati
nello studio dell’artista. Brancusi,
partendo da qui, farà della fotografia
lo strumento di una messa in scena
della scultura nel suo atelier, quasi
con un intenzionale recitativo
drammaturgico.
Ciò che però contava in Rosso,
dando senso a tutto il resto, era una
compromissione con la materia: ecco
la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2015
In alto da sinistra: Grande Rieuse, 1903-1904
Cera su gesso; Ecce puer, 1906, Gesso patinato,
GAM Milano, © Saporetti Immagini d’Arte.
Sopra: Henri Rouart, 1890, Bronzo,
WINTERTHUR Museo, © Schweizerisches
Institut für Kunstwissenschaft, Zurigo/Foto:
Jean-Pierre Kuhn
allora lo stesso soggetto riproposto in
cera, in gesso e in bronzo, mostrando
la trasformazione semantica della
forma a seconda della risposta
chiaroscurale e della consistenza del
materiale. È la cera, in particolare, con
la sua calda trasparenza, la materia
principe di questa ricerca, in quanto
materia che filtra la luce nelle sue
ombre.
È il medium, poi, che più si misura
con la materia informe come
metafora di un divenire narrativo
delle forme stesse. Per una traccia
della scultura informale in Lombardia,
da studiarsi prima e dopo la
pionieristica mostra dello scultore
curata da Luciano Caramel alla
Permanente negli anni Sessanta,
questo è un passaggio cruciale.
50
la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2015
L’INTERVISTA DEL MESE
RIFLESSIONI DI CARLA MARIA
CASANOVA SULLE “SPARIZIONI”
E LE RISCOPERTE NELLA MUSICA
LIRICA ITALIANA
di luigi sgroi
oottoressa
ttoressa C
Casanova,
asanova, nnei
ei
pprecedenti
recedenti nnumeri
umeri della
della rrivista
ivista
aabbiamo
bbiamo aaffrontato
ffrontato iill ttema
ema ddei
ei
ggrandi
randi musicisti
musicisti iitaliani
taliani ddimenticati.
imenticati.
Così
C
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musicale
usicale e ppoi
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iapparse improvvisamente
improvvisamente
rriscuotendo
iscuotendo ggrande
rande successo.
successo.
PPerché,
erché, a ssuo
uo parere?
parere?
È un fenomeno che si riproduce, a
cicli, in tutto il mondo artistico.
Musicisti e pittori sono coloro che ne
hanno maggiormente sofferto. I
motivi della scomparsa di opere liriche
sono più evidenti di quelle dell’arte
pittorica. Esistono in primo luogo
D
problemi di esecuzione: organici
importanti o tessiture vocali
proibitive. L’annosa vicenda
dell’innalzamento del diapason ha
reso alcuni ruoli inabbordabili.. In
tempi passati interveniva anche la
difficoltà di affrontare messe in scena
particolarmente complesse, problema
oggi facilmente superato: il
minimalismo ha risolto. Un bel
palcoscenico vuoto, un bel gioco di
luci e i lussureggianti apparati
barocchi non sono più necessari. In
certi casi gioca anche l’estro del
regista/scenografo. Ricordo sempre
che il trionfo dell’Aida, pagina
scenicamente inaccessibile se non si
CARLA MARIA CASANOVA
Nata a Monza nel 1936, ha sempre
frequentato il mondo dell’opera lirica. Dopo un periodo di lavoro nella scenografia del Teatro alla Scala
con Nicola Benois (stagioni 195960-61) si è dedicata esclusivamente al giornalismo. Lavora per quotidiani, settimanali, Radio e televisione. È presidente mondiale della
AIJPF (Associazione Internazionale
di Giornaliste Professioniste). In
campo musicale ha pubblicato Renata Tebaldi, la voce d’Angelo, tra-
dotta in francese, inglese e russo;
Gabriella Cohen, la ballerina, il personaggio; Cesare Bardelli, il principe dei baritoni.i
aveva a disposizione l’Arena di Verona
o consimili spazi, il trionfo di Aida,
dicevo, ha avuto la sua più grandiosa
realizzazione sul palcoscenico (7 metri
di apertura) del mini-teatrino di
Busseto dove, nel 2001, Franco
Zeffirelli risolse il trionfo con 9
comparse egizie vestite poveramente
e viste di schiena. Affacciate a uno
spalto, guardavano al di là, dove
verosimilmente sfilava la grande
parata, invisibile al pubblico in sala
ma che chiunque poteva immaginare
davvero splendida. Mai il suono delle
trombe ne aveva annunciata una più
spettacolare. Tornando alla sparizione
(anche temporanea) di opere dal
repertorio, a volte è causata, magari
inconsciamente e certo
involontariamente, dagli stessi
compositori. Avviene quando a una
propria opera, anche di successo, ne
fanno seguire un’altra che fagocita
tutte, o quasi, le precedenti. Succede
anche il contrario: Mascagni con il
suo primo successo (Cavalleria
rusticana) chiuse per sempre ogni
speranza a tutto quello che avrebbe
composto poi. Come ciò che compose
Ponchielli dopo Gioconda resta del
tutto irrilevante, anche se il
successivo Figliuol prodigo, sul piano
stilistico e strumentale è il suo lavoro
più meditato. Un altro capitolo, infine,
aprile 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano
riguarda le opere “che portano male”.
La forza del destino è stata per anni
afflitta da una trista nomea di
malocchio (e i cantanti erano restii a
prendervi parte). La famigerata La
falena di Smareglia, che non si osa
quasi nominare nemmeno adesso, fu
affrontata con ardimento da Leyla
Gencer a Trieste. Forse la direzione di
Gianandrea Gavazzeni aveva per lei
azzerato ogni iettatura. In verità
l’esecuzione non registrò nulla di
sinistro ma l’opera non venne
comunque mai più ripresa.
Che i titoli abbandonati tornino in
auge è spesso questione di fortuna.
Negli anni Cinquanta sono state
determinanti le “Renaissances”.
Musicologi e direttori d’orchestra si
sono messi a esplorare partiture
dimenticate. Bellini, e soprattutto
Donizetti, i casi più noti.. Poi Riccardo
Muti ha riesumato Cherubini, la
scuola napoletana, Nino Rota…
Innumerevoli restano ad ogni modo le
“prima esecuzione in epoca moderna”
o “prima esecuzione” ricomparse dopo
un secolo e più di silenzio. Che ne è di
Pacini e Mercadante per esempio?
Quali
Q
uali ssono
ono sstate,
tate, secondo
secondo llei,
ei,
le oopere
pere ppiù
iù ppenalizzate
enalizzate ddaa qquesta
uesta
le
oomissione?
missione?
Per citare un caso clamoroso,
Anna Bolena, tenuta lontana dalle
scene per quasi un secolo. L’opera
venne recuperata alla Scala nel 1957,
a 80 anni dall’ultima apparizione
51
(1877) sull’onda della ricerca di nuovi
personaggi femminili per sfruttare gli
immensi talenti della Callas.
Trentunesimo (secondo altri 27°)
titolo del catalogo del prolificissimo
Gaetano Donizetti, Anna Bolena era
stata composta in un mese nel 1830 e
portata in scena da protagonisti
eccelsi quali la Pasta e Rubini. Aveva
ottenuto grande successo, di critica e
pubblico. Segnava la fine
dell’apprendistato napoletano di
Donizetti e una decisiva svolta nella
sua carriera tanto che il venerando
maestro Mayr da allora in avanti si
sarebbe rivolto al suo ex-allievo con il
“lei” e chiamandolo “Maestro”. Anna
Bolena perse quota a causa di Lucia di
Lammermoor,r arrivata cinque anni
dopo. A insidiarne il percorso, c’erano
state in mezzo anche Lucrezia Borgia
e Maria Stuarda. Sorte analoga toccò
al Pirata di Bellini apparso alla Scala
nel 1827 con accoglienze trionfali,
rimasto in cartellone fino al 1840 (12
recite) e ritornatovi dopo 118 anni, nel
1958, di nuovo con la Callas. Questa
52
la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2015
Da sinistra: Adelina Patti (1843-1919) in una fotografia d’epoca; Montserrat Caballé (1933) in un costume di scena
volta, qual era stata la causa della
cancellazione dal repertorio? Forse in
omaggio all’ultimo titolo belliniano, I
Puritani (1835) anch’essi accolti con
successo delirante “superiore ad ogni
aspettativa”?
SSee qquesta
uesta ricerca
ricerca h
haa pprodotto
rodotto
rriscoperte
iscoperte interessanti
interessanti è aauspicabile
uspicabile
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resso
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si ppotrebbe
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ndare a
iindagare?
ndagare?
A Rossini ha ampiamente pensato il
Rossini Opera Festival. Sarebbe stato
proprio un peccato privarci di un
Viaggio a Reims, per esempio. Tra gli
autori, ho citato prima Pacini e
Mercadante. E perché non dare
un’occhiata a Salieri che, oltre a
L’Europa riconosciuta (che inaugurò La
Scala nel 1778), a Le Danaidi (dapprima
creduta di Gluck) e a Falstaff,f di opere
ne scrisse una quarantina? Più vicino a
noi, mi pare molto negletto il teatro
musicale di Ottorino Respighi. Di lui
paiono esistere solo I pini e Le fontane
di Roma. E il grande Alexander
Zemlinsky, dopo esser stato abbastanza
vilipeso da quella strega di Alma
Mahler, è colpevolmente trascurato dai
posteri.
H
Haa pprima
rima ccitato
itato llaa PPasta
asta e R
Rubini:
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Monaco
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Callas
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Corelli…
C
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ome ssii ccantava
antava ““una
una vvolta”?
olta”?
Come cantassero la Pasta e Rubini
non so. Persino le registrazioni di
Caruso, benché consentano di
individuare la bellezza e la potenza
del suono vocale, sono solo
approssimative. Di voci femminili,
pare che la più bella dell’Ottocento e
di prodigiose agilità fosse quella di
Adelina Patti. Ma il modo di cantare di
cento e più anni fa è certo diverso da
quello di oggi. Credo che la diversità
stia soprattutto nel “gusto” del canto.
Certi portamenti oggi non sono più
accettabili. Tuttavia, ritengo che la
giochipreziosi.it
UN MONDO DI
DIVERTIMENTO!
GRUPPO
GR
UPPO
O GIOC
GIOCHI
HI PREZIOSI
54
la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2015
vera grande differenza della
prestazione di un cantante attuale
stia nella gestualità ora richiesta.
Gestualità che inevitabilmente incide
sull’emissione vocale. Direi che oggi si
tratta sempre più di attori che
cantano mentre prima erano cantanti
che si sgolavano con il piede sulla
buca del suggeritore. La grande
rottura è avvenuta proprio con la
Callas, che ha stravolto il modo di
proporre l’opera lirica. E poiché di voci
belle come quelle della Tebaldi, della
Caballé, della Ricciarelli non ne
capitano tante, diviene auspicabile e
necessaria una maggiore completezza
di prestazione, vocale e scenica.
Cii vvuole
C
uole ddire
ire qualcosa
qualcosa ddii ppiù
iù ssuu
Nino
N
ino R
Rota,
ota, la
la ccui
ui m
musica
usica ssembra
embra
ssfuggire
fuggire alla
alla critica
critica ““colta”
colta”
ccontemporanea?
ontemporanea?
Nino Rota o Il cappello di paglia di
Firenze. L’unico titolo rimasto in
repertorio. Sembrerebbe che, al di là
delle celebratissime colonne sonore da
film, Rota non abbia scritto
nient’altro. Invece, il Nostro, nato nel
1911 a Milano, benché tutti o quasi lo
ritengano pugliese (per la sua lunga
militanza come direttore al
Conservatorio di Bari) e scomparso a
Roma nel 1979, ha lasciato sette
opere, senza contare che, a 11 anni,
aveva composto l’oratorio L’infanzia
di san Giovanni Battista,
(regolarmente eseguito l’anno dopo).
A Rota bisogna innanzi tutto togliere
la “fama” di compositore di musica
“leggera”. È un grande musicista
eclettico, al quale la straordinaria
facilità compositiva e la inesauribile
sinfonie. Tutta musica che
meriterebbe di essere robustamente
introdotta in repertorio. A farlo, in
questi anni, è stato soprattutto
Riccardo Muti.
Dall’alto: Nino Rota (1911-1979) durante
un concerto; Antonio Salieri (1750-1825)
in un dipinto di Joseph Willibrod Mähler
(1778-1860)
vena melodica hanno permesso di
esprimersi in tutti i generi musicali.
Quando anche volessimo
sottovalutare la sua produzione
operistica , restano le 55 composizioni
da camera, le 10 vocali, le 37 per
orchestra, con concerti per solista (di
cui i rari abbinamenti per arpa,
trombone, corno, fagotto), le quattro
Considero
Considero iill Viaggio
Via
Vi
iaggio a Reims
Reims uuno
no
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ei recuperi
recuperi ppiù
iù riusciti
riusciti a vvantaggio
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pubblico melomane
melomane e ddii R
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er
rriascoltarla
iascoltarla rivitalizzata
rivitalizzata e ppienamente
ienamente
rriconosciuta
iconosciuta ddaa ppubblico
ubblico e ccritica?
ritica?
Ho un personale penchant per
Antonio Salieri. Uomo coltissimo,
insegnante di allievi come Beethoven,
Schubert, Liszt, direttore dell’opera
italiana presso la corte asburgica dal
1774 al 1792, dominò la scena
musicale europea sino al fatale arrivo
di Mozart, ragazzetto un po’ cretino
(probabilmente Milos Forman non
andò lontano così descrivendolo nel
celebre Amadeus)
s ma segnato
dall’irreversibile divino tocco del
genio. Salieri (cui non passò mai per
la mente di avvelenare il giovane
rivale) era ‘soltanto’ un musicista di
grande caratura.
Compositore e direttore
d’orchestra, lasciò musica da camera,
sacra e 37 opere. Alcune, come ho
citato, conosciute anche oggi, altre
quasi neglette: Armida, La grotta di
Trofonio, Axur, re d’Ormus, Palmira,
regina di Persia. Un approfondimento
e un recupero duraturo di queste,
insieme con altre del tutto
dimenticate, potrebbero serbare
sorprese e gradimenti. Una “Salieri
renaissance”, per esempio. Perché no?
La natìa Legnago ha fatto qualcosa
ma si è fermata lì.
56
la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2015
LO SCAFFALE
Pubblicazioni di pregio più o meno recenti,
fra libri e tomi di piccoli e grandi editori
“Giovanni Pico e la cabbala”,
a c. di Fabrizio Lelli, Firenze,
Olschki, 2014, pp. 292, 29 euro.
L’interesse profondo di Giovanni
Pico (1463-1494) per il pensiero e la
mistica ebraica concorse ad esaltare la
fama dell’umanista presso
contemporanei e posteri e a
rappresentarne la vivacità d’ingegno
anche al grande pubblico. Eppure,
nonostante la ricca messe di contributi
sul Mirandolano prodotta dalla ricerca
accademica degli ultimi due secoli,
restano a tutt’oggi insolute le principali
questioni relative al grado di
competenza da lui raggiunto nella
cabbala, all’esatta valutazione delle
fonti ebraiche in suo possesso, al ruolo
effettivo dei suoi collaboratori e ai
travisamenti del suo pensiero dovuti
alle interpretazioni degli epigoni
rinascimentali e dei critici otto e
novecenteschi. I contributi raccolti nel
volume intendono colmare questa
lacuna, proiettando gli interessi del
Mirandolano sullo sfondo delle
dinamiche intellettuali del suo tempo e
analizzando i meccanismi della
ricezione della cabbala pichiana in età
moderna e contemporanea.
“La palazzina di Caccia di
Stupinigi”, a c. di Edith Gabrielli,
Firenze, Olschki, 2014, pp. 478,
49 euro.
Costruita dal 1729 su progetto di
Filippo Juvarra, la Palazzina di Caccia di
Stupinigi, nei pressi di Torino, da tempo
inserita tra i siti UNESCO, è una delle
più significative residenze del rococò
europeo. Negli ultimi anni si è aperta
per la Palazzina una fase di rilancio,
anche in virtù di una serie di restauri
del contenitore architettonico e delle
decorazioni interne, che dopo
l’Appartamento di Levante sta ora
coinvolgendo il nucleo centrale.
Partendo dai risultati emersi da questi
cantieri, realizzati dalla Soprintendenza
per i Beni Storici, Artistici ed
Etnoantropologici del Piemonte, il
volume, corredato da un ampio atlante
fotografico, anche grazie al concorso di
esperti di fama internazionale
abbraccia l’intera dimensione storica,
architettonica, artistica e museologica
della Palazzina, fino alle trasformazioni
recenti. Un contributo perciò ricco di
nuove ipotesi, dati archivistici, soluzioni
tecniche e spunti metodologici, capaci
di favorire ulteriori indagini e rimettere
così la Palazzina di Stupinigi al centro
della scena internazionale. Specialista
di pittura italiana fra il XV e il XIX
secolo, Edith Gabrielli (Roma, 1970) è
dal 2010 Soprintendente per i Beni
Artistici, Storici ed Etnoantropologici
del Piemonte. Fra le sue iniziative per
la tutela del patrimonio culturale
piemontese rientrano, a Torino, la
mostra internazionale su Stefano
Maria Legnani e la connessa riapertura
degli appartamenti seicenteschi di
Palazzo Carignano, nonché il progetto
museologico della nuova Galleria
Sabauda.
“Marinetti 70. Sintesi della critica
futurista”, a c. di Antonio Saccoccio
e Roberto Guerra, Roma, Armando
editore, 2014, pp. 128, 10 euro.
In occasione dei settant’anni dalla
morte di Filippo Tommaso Marinetti
esce questa bella raccolta di saggi,
articoli e interviste curata da Antonio
Saccoccio e Roberto Guerra. Il
fondatore del Futurismo continua a
essere una delle figure più discusse e
controverse della cultura italiana. In
questa pubblicazione alcuni tra i
maggiori studiosi viventi dell’artista
esplorano aspetti fondamentali della
sua opera: il culto della modernità, le
ricerche poetiche e parolibere, i
rapporti con la politica (nazionalismo,
socialismo, anarchismo, fascismo),
l’influenza sulle avanguardie europee,
l’attualità delle sue intuizioni nel XXI
secolo.
All’interno del volume contributi
critici di: Gino Agnese, Giovanni
Antonucci, Francesca Barbi Marinetti,
Günter Berghaus, Pierfranco Bruni,
Riccardo Campa, Giancarlo Carpi,
Patrizio Ceccagnoli, Simona Cigliana,
Vitaldo Conte, Enrico Crispolti, Giorgio
Di Genova, Massimo Duranti, Roberto
Guerra, Giordano Bruno Guerri,
Miroslava Hajek, Massimo Prampolini,
Antonio Saccoccio, Luigi Tallarico,
Paolo Valesio.
aprile 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano
59
Bibliofilia
Cronaca di un successo
editoriale annunciato
La Descrittione d’Italia di Leandro Alberti
GIANCARLO PETRELLA
C
hi quella fredda mattina
d’inverno avesse osservato il volto dell’anziano
fra Leandro vi avrebbe scorto
una qual impazienza. Con voce
sommessa recitava come d’abitudine le laudi, ma lo sguardo, quasi inavvertitamente, correva a
quel gran faldone, chiuso da una
modesta coperta di cartone, adagiato al suo fianco. Sul piatto anteriore alcune tracce di cera tradivano un lavoro forse notturno;
al dorso un titulus vergato con
cura ne rivelava infine il contenuto: Leander de Bononia ordinis Praedicatorum Descrittione di
tutta Italia. La sera prima dalla tipografia era giunta la notizia a
lungo attesa: da Venezia erano
arrivati i caratteri richiesti. Le risme di carta erano pronte da
tempo. Non mancava dunque
L. Alberti, Descrittione di tutta Italia,
Bologna, A. Giaccarelli, 1550, dedica
del tipografo Giaccarelli a Ercole II
d’Este con marca tipografica di
Ercole e l’Idra
più nulla. Poteva finalmente affidare il manoscritto ai compositori perché, dopo oltre dieci anni, si
avviasse la stampa di quell’opera
che già correva sulla bocca di tanti valenti letterati, non solo bolognesi. Prese allora il faldone cercando di proteggerlo sotto la
cappa da quella pioggia insistente, si appoggiò al braccio di fra
Paolo da Bergamo, l’organista,1 e
attraversò la grande piazza prospiciente il convento di S. Domenico che ancora sembrava
notte, tanto era scuro. E per una
volta sembrò non badare ai volgari schiamazzi di quelle donne
che continuavano a offendere la
santità del luogo, nonostante i ripetuti appelli del priore alle autorità cittadine.2
Non che le cose andarono
davvero così, il giorno in cui fra
Leandro Alberti (1479 - c.1553),
domenicano e inquisitore bolognese, portò il manoscritto della
propria opera alla bottega di Anselmo Giaccarelli, tipografo.3
Ma piace immaginarlo, almeno a
chi ha trascorso una decina d’anni in quotidiano colloquio con le
sue carte e le sue opere, scorgendone persino l’elegante minuta
grafia a margine di parecchi volumi che furono fra le sue mani.
Tutto quanto accadde nei mesi
successivi è invece comprovato
da attendibili documenti, la cui
veridicità non può essere minimamente messa in discussione,
che consentono di seguire da vicino il lavoro della tipografia e il
non facile iter che avrebbe portato, nel gennaio 1550, all’uscita
sul mercato della prima edizione
del più ampio e fortunato trattato geografico-erudito del Rinascimento.4 È lo stesso autore a informarci del lavoro della tipografia attraverso alcune missive indirizzate al letterato ferrarese
Gaspare Sardi († 1559)5 che già
aveva cercato di favorire l’Alberti
nel 1545in un tentativo, poi naufragato, di far pubblicare la Descrittione a Venezia.6 L’opera,
frutto di appunti raccolti in loco
e voraci letture antiquarie, era in
60
cantiere da un ventennio, ma
l’uscita sul mercato librario fu più
volte rimandata nonostante i
pressanti inviti di amici e confidenti cui l’Alberti aveva mostrato
il proprio lavoro. Addirittura già
nel 1536 l’umanista Giovanni
Antonio Flaminio sollecitava fra
Leandro a non procrastinare ulteriormente la pubblicazione:
«Legi tuam, mi Leander, Italiam
[…] restat igitur ut tam egregium, tam preclarum opus iam
publices et in manus hominum
venire sinas, nec diutius efflagitantium amicorum studia et expectationem differas».7 Nello
stesso anno anche Giovanni Filoteo Achillini ricevette «una parte
della Italia di frate Leandro degli
Alberti sagace de l’ortodossa fede
inquisitore» da alcuni conoscenti, nelle cui mani era giunta «non
so per qual via e modo», i quali lo
pregavano affinché «una epistoletta dinanzi le pona». Alla fine,
nonostante alcune remore, parendogli «usare villania nel porre
nell’altrui binda la falce», «tante
le preghiere e persuasioni loro»,
si convinse a stendere quella nuncupatoria ai Lettori che il Giaccarelli avrebbe pubblicato nelle carte preliminari dell’edizione a
stampa.8 Evidentemente però fra
Leandro non era ancora soddisfatto e il consiglio del Flaminio
rimase inascoltato. Sarebbero
trascorsi altri quattordici anni
prima che il pubblico degli eruditi potesse finalmente leggere l’attesa Descrittione di tutta Italia. Al
la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2015
punto che ancora nel 1542, durante un soggiorno bolognese,
l’erudito veneziano Francesco
Sansovino si sarebbe imbattuto in
«un prete veccio il qual raguna
tutte le cose dell’Italia». Quel
prete veccio, ovviamente, altri
non era che l’anziano fra Leander, ancora chino allo scrittoio,
alle prese con le sue infinite ricerche.9
Seguiamo ora la corrispondenza e ascoltiamo la viva voce
del protagonista. La prima lettera
dell’Alberti al Sardi porta la data
del 3 giugno 1548. Ne ricaviamo
che a quell’altezza la stampa non
fosse stata ancora avviata e fra Leandro attendeva con impazienza
la consegna dei caratteri tipografici da Venezia: «quanto alla Italia
già ho in casa da 80 risme di carta
e espectamo le lettere tragetate
da Vinegia, le quali avute, essendo il resto in ordine, se le darà
principio». Ma ancora per tutto il
1548 probabilmente non se ne fece nulla, poiché il 6 aprile dell’anno successivo l’Alberti informava
che erano stati fino a quel momento stampati 40 fogli: «quanto
all’Italia insino ad ora ne sono
stampati da 40 folii e si seguita».
Calcolando una media di stampa
anche solo di un foglio tipografico al giorno (inferiore a quella
che poi sarà riportata esplicitamente dall’Alberti per i periodi di
piena attività tipografica) è evidente che la stampa fu con ogni
probabilità avviata solo nei primi
mesi del 1549. La primavera trascorse senza intoppi. L’officina
marciava a ritmo sostenuto e fra
Leandro, come qualsiasi autore
in sala d’attesa, poteva illudersi di
stringere fra le mani il sospirato
volume entro pochi mesi. Inaspettatamente però le cose si
complicarono con l’arrivo dell’estate e il 7 luglio, data della lettera successiva, si era giunti a poco meno della metà dell’opera.
Erano state stampate 222 carte
(vale a dire 111 fogli tipografici,
dal momento che si tratta di
un’edizione in folio che presuppone due carte per ogni foglio di
stampa), ma l’Alberti esprimeva il
proprio disappunto perché il lavoro, dopo un mese di ritmo sostenuto, si era improvvisamente
rallentato, causa la fuga di uno
degli stampatori e la licentia chiesta dall’altro: «la nostra Italia ha
caminato li giorni passati alquanto lentamente perché è fuggito
aprile 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano
61
A sinistra e sopra: L. Alberti, Descrittione di tutta Italia, Venezia, L. degli Avanzi, 1568, frontespizio del volume
contenente la descrizione delle Isole e tavola cartografica della Sardegna
uno dei stampatori, l’altro ha
chieduto licentia e così lentamente sono procedute le cose; pur alquanto sono relevate e si comincia a far forte e siamo a 222 carte». Dunque, veniamo a sapere
dalla viva voce dell’autore che
uno degli operai (un’anonima
comparsa di quel brulicante
mondo delle tipografie rinascimentali che ha però fisicamente
contribuito alla realizzazione di
uno dei più bei libri prodotti dalla
tipografia bolognese) era scappato; l’altro aveva chiesto, e ottenuto, un periodo di ferie. Evidentemente anche l’attività della tipo-
grafia Giaccarelli, secondo una
consuetudine piuttosto diffusa
nell’ambiente della stampa, doveva essere stata, soprattutto
nell’ultimo periodo, particolarmente intensa e faticosa. L’imprevisto rallentamento avrebbe
dilatato il tempo di stampa previsto dall’autore, secondo il quale,
se si fosse continuato con lo stesso
ritmo, la Descrittione sarebbe stata
ultimata a fine luglio, mentre ora
sarebbe stato già difficile terminare la stampa entro la fine del
mese successivo: «se avessero seguitati li stampadori come aveano
fatto per un mese, non dubito che
seria stata finita per tutto questo
presente mese, onde non serà poco se la forniscono per tutto il seguente». Le previsioni si rivelarono miseramente ottimistiche,
come sempre, d’altronde, quando ci si affida a uno sterile ottimismo. L’assenza degli operai si
prolungò infatti per tutto il mese
di luglio. In data 29 luglio l’Alberti scriveva al corrispondente ferrarese lamentandosi che la stampa fosse rimasta pressoché ferma:
in venti giorni erano stati stampati solo altri 9 fogli, rinviando così
ulteriormente la sospirata conclusione dell’opera: «quanto al-
62
la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2015
Sopra: L. Alberti, Descrittione di tutta Italia, Venezia, L. degli Avanzi, 1568,
frontespizio del volume contenente la descrizione delle Isole e tavola cartografica
della Sicilia. Nella pagina a destra: L. Alberti, Descrittione di tutta Italia, Venezia,
A. Salicato, 1588, c. A1r: incipit dell’opera
l’Italia lentissimamente si procede per esser partiti quasi tutti i lavoranti. Io non so quando la sarà
finita. Siamo ora nello Abruzzo.
E ne avemo da 120 fogli». Partiti
quasi tutti i lavoranti, dunque.
Scappati, dimessisi, o solo ‘in ferie’?
Facciamo un po’ di conti.
Durante i tre mesi intercorsi fra la
prima lettera del 6 aprile e quella
successiva del 7 luglio furono
stampati 71 fogli, passando così
da 40 fogli a 111. Escludendo i
giorni festivi e ipotizzando circa
25 giorni lavorativi per mese (cifra che permette quindi di tenere
conto anche di eventuali ulteriori
festività) si ricava una media di
stampa per questi tre mesi di quasi un foglio tipografico al giorno,
al ritmo di circa 2000 impressioni
al giorno, se ci basiamo su una ti-
ratura, usuale per un libro nel
Cinquecento, di circa un migliaio
di esemplari. L’ipotesi di veder
ultimata la stampa dell’opera entro luglio era perciò tramontata,
nonostante nella lettera del 7 luglio si possa scorgere ancora una
speranza: «onde non sarà poco se la
forniscano per tutto il seguente»
(cioè il mese di agosto). Per stampare i rimanenti 124 fogli tipografici (il volume finale conterà
470 carte, cioè 235 fogli) entro la
fine di agosto si sarebbe però dovuto procedere al ritmo addirittura di quasi due fogli e mezzo al
giorno, un ritmo sicuramente insostenibile per una tipografia come quella del Giaccarelli. Invece
al 29 luglio si contavano 120 fogli
e al 13 settembre, il nostro riferimento cronologico successivo,
non ci si era allontanati di molto.
Così infatti a quella data l’Alberti
scriveva: «Dite al signor Gipsio
che ora è stampata la memoria di
sua S. in Lugo onde siamo arrivati», alludendo alla lode del giureconsulto Lanfranco Gipsio stampata a proposito della città di Lugo di Romagna, a carta 284 della
Descrittione. Dopo questa fase di
estrema lentezza, coincisa, curiosamente, con l’estate del 1549
(mai sapremo cosa davvero accadde in quei mesi nella tipografia più in vista di Bologna), l’attività riprese con maggior lena e
nella lettera del 20 ottobre le parole dell’Alberti trasudano nuova
fiducia. Annunciava che si era
giunti a circa 370 carte, tanto che
si incominciava persino a intravederne la fine, ma soprattutto forniva un particolare estremamente interessante, dichiarando
esplicitamente che nell’ultimo
periodo si era proceduto al ritmo
di un foglio e mezzo al giorno:
«quanto all’Italia nostra ne avemo da circa 370 carte e siamo di là
dal Po, nella Gallia Transpadana
in Mantova. [...] Se lavora molto
forte, con ciò sia che ne avemo al
giorno un foglio e mezzo stampato». I dati confermano che effettivamente nel periodo compreso
fra il 13 settembre e il 20 ottobre
si procedette molto più speditamente che nel periodo precedente: furono stampati 43 fogli, cifra
che, calcolando un periodo lavorativo di circa trenta giorni, conferma proprio un ritmo di stampa
di circa un foglio e mezzo al gior-
aprile 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano
no, come affermato dall’Alberti.
La lettera del 20 ottobre è però
anche l’ultima nostra fonte documentaria diretta (almeno stando
alle mie ricerche sull’Alberti ferme da parecchi anni). I riferimenti cronologici successivi sono tutti interni all’opera: la dedica
dell’Alberti a Enrico II re di Francia, datata 19 gennaio 1550, e il
colophon apposto dal Giaccarelli,
nel quale si dichiara ultimata la
stampa della Descrittione nel mese
di gennaio del 1550. E se il colophon mentisse, per ragioni di opportunità commerciale? Mi spiego meglio. Alla luce del frenetico
ritmo di stampa tenuto nell’ultimo mese ritengo probabile che la
stampa si fosse conclusa entro il
1549, ma l’opera sia stata volutamente ‘tenuta nel cassetto’ per un
altro mese e immessa sul mercato
solo agli inizi del 1550. Il 20 ottobre si erano infatti stampati 185
dei 235 fogli totali della Descrittione: la stampa dei restanti cinquanta, sia che si fosse mantenuto
il ritmo di un foglio e mezzo al
giorno dell’ultimo periodo, sia
che si fosse rallentato, si concluse
verosimilmente nel mese di dicembre del 1549 e non nel gennaio del 1550. Il Giaccarelli doveva
sapere molto bene che pubblicando proprio sul finire dell’anno
un’opera con la data del 1549 correva il rischio che questa edizione
apparisse sul mercato il mese successivo, cioè nel gennaio del
1550, già vecchia di un anno. È
perciò probabile che, d’accordo
con l’autore, nonostante la stampa si fosse conclusa già a dicembre, se non un po’ prima, si sia deciso di rinviare ulteriormente di
qualche settimana l’uscita della
Descrittione che la dedica e la data
del colophon presentavano ai lettori come la più attesa novità editoriale del 1550. Non è inverosimile che quel ‘prete veccio il qual raguna tutte le cose dell’Italia’ si affacciasse quasi quotidianamente
dalla soglia della bottega all’insegna di Ercole (tale era infatti la
marca tipografica del Giaccarelli)
per constatare a che punto si fosse
arrivati con la stampa e sollecitare
l’editore a non indugiare oltre.
Che l’officina Giaccarelli sullo
scorcio di quel 1549 fosse tutta
presa dal volume dell’Alberti lo si
intuisce anche da un altro punto
di osservazione. Non è casuale
che a Bologna gli amanti degli
astri abbiano iniziato l’anno 1550
senza poter consultare gli attesi
63
pronostici, abitualmente stampati l’ultimo mese dell’anno precedente. L’officina Giaccarelli era
stata completamente assorbita
dalla stampa della Descrittione e
per le consuete Efemeridi quella
volta si dovette attendere gennaio
(F. Rustighelli, Prognosticon, Bologna, A. Giaccarelli, gennaio
1550) o addirittura febbraio (L.
Vitali, Pronosticum, Bologna, A.
Giaccarelli, febbraio 1550).10
La Descrittione che si affacciava dai banchi dei librai in quei
primi mesi del 1550 era destinata
di lì a qualche anno a invadere il
mercato librario, non solo italiano, in un diluvio di edizioni: dieci
nell’arco di cinquant’anni, dalla
princeps bolognese all’ultima licenziata a Venezia nel 1596. Un
autentico bestseller, visto che la
prima edizione andò presto esaurita, tanto che già nel 1551 a Venezia ne uscì una seconda. Se non
piuttosto, in termini editoriali, un
longseller, considerata la lunga durata. Torniamo per un istante ancora alla faticosa edizione Giaccarelli. All’ultimo momento fra
Leandro, per non accrescere eccessivamente la già cospicua mole
del volume (circa 500 carte nel
formato in folio) e ritardarne così
ulteriormente la pubblicazione,
aveva dovuto rinunciare a far
stampare la promessa Descrittione
delle Isole. Di ciò faceva ammenda
in un avviso ai lettori: «Nel principio di questa mia Discrittione
d’Italia promessi altresì la descrittione dell’Isole attenenti ad
64
la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2015
Sopra: L. Alberti, Descrittione di tutta Italia, Venezia, A. Salicato, 1588, frontespizio. Nella pagina accanto da sinistra:
L. Alberti, Descrittione di tutta Italia, Bologna, A. Giaccarelli, 1550, frontespizio; L. Alberti, Descrittione di tutta Italia,
Bologna, A. Giaccarelli, 1550, c. *2r: dedica a Enrico II e Caterina de Medici in data 19 gennaio 1550 a firma Leandro Alberti
essa; vero è che di mano in mano
considerando tant’accrescere il
volume qual se imprimeva, che
cominciai a dubitare se devessi
servare la promessa, o no, e così
dubioso arrivai circa il fine dell’impressione e vidi esser venuto
tanto grande che parea a me eccedere il comun modo dei volumi e
così diliberai di concludere detto
volume colla descrittione della
trionfante città di Vinegia […]
promettendo però di dar alla luce
dette Isole con alcune curiose antichitati». La descrizione delle
isole sarebbe rimasta sullo scrittoio dell’autore anche quando,
l’anno successivo, si procedette a
una nuova edizione dell’opera
(l’ultima vivente l’Alberti), uscita
dai torchi della tipografia veneziana di Pietro e Giovan Maria
Nicolini da Sabbio. Rispetto all’arioso in folio del Giaccarelli
(edizione strepitosa per pulizia di
stampa, eleganza dei capilettera
ornamentali impiegati, musicalità dei contrasti fra bianchi e neri,
verticalità dello specchio di stampa), i Nicolini optarono per un
più maneggevole (e risparmioso)
in quarto, cui si sarebbero uniformate, da lì in avanti, tutte le successive edizioni veneziane, e per
un’impaginazione più serrata,
con margini ridotti e un testo assai meno interlineato. La Descrittione dovette così apparire ai lettori sotto una veste nuova, con
caratteristiche tipografiche che
l’avvicinavano anche a un’agile
guida di viaggio, di più facile consultazione e più semplice trasporto, rispetto al trattato erudito da
custodirsi in biblioteca della raffi-
aprile 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano
nata edizione Giaccarelli.
Nel secondo Cinquecento
l’editoria veneziana finì in qualche modo con l’assicurarsi il ‘monopolio’ sulla Descrittione e i tipografi trovarono nel trattato geografico del domenicano un investimento di sicuro successo, al
punto che ancora nell’edizione
del 1588 l’opera era definita
«fruttuoso libro per il quale l’uomo senza patir disagio di viaggi o
spesa alcuna può avere piena cognizione de’ siti ne’ quali si ritrovano tutte le isole, città, castelli,
ville, promontori, monti, colli,
piani, valli, mari, fiumi, laghi, stagni, fontane e bagni di tutta Italia.
E anco una narrazione de’ costu-
mi e riti di tutti i popoli e quando
ebbero principio esse città e da
chi furono edificate e signorie loro e anco gli uomini illustri di tutte le professioni che in esse fiorirono». Nell’arco di soli quarantasei anni, dal 1551 al 1596, si contano ben nove edizioni veneziane
della Descrittione, alcune delle
quali corrotte da indebite interpolazioni esterne che alterano il
testo originale, cui si aggiungono
due edizioni tedesche della traduzione latina approntata da Guglielmo Kiriander che rendevano
così disponibile l’opera anche ai
dotti di tutta Europa (Descriptio
totius Italiae ex italica lingua in latinum conversa, Colonia, N. Gra-
65
phaeus, 1566; Colonia, T. Baumius, 1567). Nonostante quattro
edizioni in sette anni (rispettivamente l’edizione bolognese del
1550 e le tre veneziane datate
1551, 1553, 1557) il pubblico degli eruditi dovette però attendere
fino al 1561 per leggere la Descrittione nella sua interezza. Fu Ludovico degli Avanzi a estrarre
l’asso, realizzando, sebbene con
un’edizione ormai postuma, i desideri dell’autore. A dispetto delle
ormai ripetitive edizioni impresse dai colleghi, l’Avanzi, a undici
anni dalla princeps, poté infatti
immettere sul mercato, per la prima volta, l’agognata Descrittione
di tutta Italia aggiuntavi nuova-
66
la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2015
L. Alberti, Descrittione di tutta Italia, Bologna, A. Giaccarelli, 1550, c. A1r:
incipit dell’opera
mente la Descrittione di tutte l’Isole
dal medesimo autore descritte. Vero
artefice dell’operazione era stato
fra Vincenzo da Bologna, alias
Vincenzo Spargiati († 1584),
maestro degli studi e vicario dell’inquisitore di Bologna, che consegnò all’editore veneziano il manoscritto contenente l’Italia insulare rimasto, alla morte dell’Alberti, tra le sue carte nella biblioteca dei domenicani di Bologna.
A fra Vincenzo toccava poi l’onore di firmare la dedicatoria al Duca di Savoia, in data 22 maggio
1561: «Non volendo mancare, illustrissimo Signore, il monastero
di S. Domenico di Bologna e alla
felice memoria del reverendo padre fra Leandro Alberti, pur dell’istessa città illustratore famoso
d’Italia regina delle provincie, né
alla larga e curiosa espettatione
de’ nostri Italiani e d’altre nationi
disiose di conoscere i luochi dell’Italia, ha posto in luce l’Isole di
sudetta Italia, già da esso compilate». L’operazione si rivelò per
l’Avanzi un ottimo investimento
tanto da indurlo nel 1568 a replicare con una nuova edizione, offerta non più alla famiglia Savoia
ma al marchese Alberigo Cibo
Malaspina, signore di Massa e
Carrara. L’Avanzi si dimostra, per
la seconda volta nel breve giro di
pochi anni, abilissimo imprenditore. La sua nuova edizione, rivolta al pubblico colto dei raffinati geografi da tavolino, era corredata di sette cartine topografiche
delle isole e della città di Venezia,
che saranno passivamente riproposte anche nelle due ultime edizioni tardocinquecentesche impresse ancora a Venezia da Alto-
bello Salicato nel 1588 e da Paolo
Ugolini nel 1596.
Giunti a questo punto, i
banchi dei librai dovevano essere
invasi da un torrente indiscriminato di copie della Descrittione
che correvano il rischio di giacere
per anni come fondi di magazzino. Il passo da bestseller a remainder è drammaticamente breve.
Gli editori, dal canto loro, dovettero pertanto ingegnarsi per far sì
che l’opera, ormai datata, rimanesse ancora accattivante. Alcuni
ricorsero a un accorto espediente, scegliendo di aggiornare il testo originale agli avvenimenti
dell’ultimo ventennio. L’operazione fu condotta, senza troppi
scrupoli filologici, nell’officina
dei tipografi Giovanni Maria Leni e Giovan Battista Porta che, rispettivamente nel 1577 e nel
1581, introdussero sul mercato
librario due edizioni della Descrittione ampiamente ricorrette e
aggiornate, come ben pubblicizzato dagli invitanti frontespizi:
«Descrittione di tutta l’Italia e
Isole pertinenti ad essa di F. Leandro Alberti bolognese aggiontovi di novo, a’ suoi luochi, tutto
quello ch’è successo sino l’anno
1577 e tutto ricorretto»; «Descrittione di tutta l’Italia e Isole
pertinenti ad essa […] aggiontovi
di nuovo, a’ suoi luochi, tutto
quello ch’è successo sino l’anno
1581. E di più ripurgata da infiniti errori e accresciuta d’altre additioni in margine». Qualcuno andò persino oltre e pensò bene di
approfittare di tale clamoroso
aprile 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano
successo per il proprio personalissimo tornaconto. Subito dopo
l’uscita della Descrittione, alcune
famiglie nobili, in qualche modo
risentite di non essere neppure
citate in un’opera che invece, fin
dal frontespizio, prometteva al
lettore «le signorie delle città e
delle castella e più gli uomini famosi che l’hanno illustrata», intravidero nel fortunato manuale
geografico dell’Alberti uno strumento adatto a rafforzare il proprio prestigio agli occhi dell’aristocrazia cittadina. A dare inizio a
questa contesa fu la famiglia veronese dei Pompei, conti di Illasi,
che riuscì a ritagliarsi già nell’edizione veneziana del 1551, stampata ancora vivente l’autore,
un’ampia pagina celebrativa, forse tramite indebite pressioni sui
tipografi Nicolini da Sabbio. Il
loro esempio fece scuola e altri
dopo di loro riuscirono ad assecondare le proprie aspirazioni ottenendo da letterati e tipografi
compiacenti di inserire nel testo
originale della Descrittione, facendoli così passare per genuini
dell’Alberti, brevi lacerti elogiativi della propria casata. Nell’edizione fatta stampare da Ludovico
degli Avanzi nel 1561, la prima,
come si è detto, contenente anche
l’attesa e inedita Descrittione delle
isole, si insinuano nuove interpolazioni, rimaste per secoli clamorosamente sconosciute, che passeranno indisturbate anche nelle
edizioni successive. Le ho smascherate, oramai un quindicennio
fa, fra le carte relative alla descri-
67
L. Alberti, Descrittione di tutta Italia, Bologna, A. Giaccarelli, 1550, incipit della
descrizione di Venezia
zione di Brescia e Verona. In un
secondo momento ho dovuto capirne le ragioni storiche. Si intravede un’altra curiosa e defilata vicenda del nostro pluricentrico
Rinascimento. Dietro la seconda
edizione Avanzi si scorge la sagoma di un influente nobiluomo
con malcelate smanie storiografiche autocelebrative. Il nobiluomo risponde al nome del marchese Alberigo Cibo Malaspina, signore di Massa e Carrara, cui
l’Avanzi dedicò infatti la nuova
edizione del 1568 (che aveva in
qualche modo contribuito a finanziare?). Preso da autentico
desiderio di celebrare la propria
casata, il marchese, con la complicità di letterati e poligrafi vicini
all’ambiente dei tipografi veneziani, fece immettere nel testo alcune aggiunte appositamente
commissionate. Come si legge
nella dedica firmata Cheluzio da
Colle, ‘suggerì’ di correggere e
meglio illustrare alcuni luoghi, a
suo dire, trascurati dall’Alberti. I
passi alterati riguardano ovviamente la genealogia della casata
Cibo Malaspina e i territori ad essa soggetti. Compare ad esempio,
nell’aggiunta relativa alla città di
Genova (c. C2v), un punto che
stava particolarmente a cuore al
marchese, ossia la parentela della
famiglia Cibo con quella dei Tomacelli, in modo da poter vantare
fra i propri avi, oltre ad Innocenzo VIII dei Cibo, anche un secondo papa, ossia Bonifacio IX dei
Tomacelli. Nel passo relativo alla
contrada di Aiello (c. Dd3v), nei
pressi di Cosenza, il Cibo coglieva invece l’occasione per fregiarsi
del recentissimo titolo di mar-
68
la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2015
L. Alberti, Descrittione di tutta Italia, Venezia, P. Ugolino, 1596, frontespizio
chese di quelle terre.
L’intero corpus delle interpolazioni, da quelle introdottesi
nell’edizione Nicolini del 1551 sino a quelle firmate Cibo Malaspina del 1568, ormai sedimentatosi
nel testo originale dell’Alberti, si
riversa inalterato in tutte le edizioni posteriori della Descrittione, senza destare il benché minimo sospetto in tipografi e lettori. Anche
nelle ultime due edizioni cinquecentesche, rispettivamente Altobello Salicato 1588 e Paolo Ugolini 1596, e nonostante il tentativo
di rassicurare il pubblico, fin dal
frontespizio, dell’avvenuto restauro filologico: «Così io ve la presento in questa mia ultima impressio-
ne […] ridotta in quella istessa forma che fu composta dal suo proprio autore, quantumque per il
passato sia stata dopo la sua morte
in molti luoghi depravata e maltrattata, come dal suo primo originale chiaramente si può vedere».
A distanza di una cinquantina
d’anni dalla tormentata princeps
bolognese, la Descrittione di ‘quel
prete veccio’ serbava intatto il suo
fascino e ancora c’era chi correva a
procurarsene copia. Non stupisce
pertanto di trovarla in ogni collezione che si rispetti (quindi anche
su a Castel Thun),11 come raffinatissimo primo baedeker delle meraviglie d’Italia, sottobraccio anche a
parecchi gentiluomini che calava-
no dal Nord Europa per il Grand
Tour. Anzi, non può esserci collezione di rango senza una copia della princeps bolognese, come ho perentoriamente suggerito a un caro
amico bibliofilo. Al pari della prima edizione dei Promessi sposi, dei
Delitti e delle pene, dell’Esprit des lois,
per riprendere il filo di quelle piacevoli chiacchierate estive sul lago
di Como. Tanto più che un esemplare dell’edizione Bologna 1550
in «legatura contemporanea inglese in vitello bruno, sui piatti inquadratura di fregi formati da linee a freddo e in oro racchiudenti
arabeschi dorati, nel centro di ambedue i piatti una cornice ovale
coll’orso che tiene un rozzo basto-
aprile 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano
ne accostato dalle iniziali R e D»
figurava anche nella riserva personale di Robert Dudley conte di
Leicester, favorito della regina
Elisabetta d’Inghilterra, e fu poi
venduto negli anni Trenta del secolo scorso dall’antiquario Giuseppe Martini.
NOTE
1
Il personaggio è assolutamente reale.
Ho incontrato frequentemente questo
«frater Paulus de Bergomo horganista», che
passò al convento di Bologna verosimilmente nel 1543 e vi si trattenne per circa
quarant’anni, nelle carte archivistiche di S.
Domenico (BOLOGNA, Archivio di S. Domenico, Liber Consilioum 1459-1648, ms. III
4000, ff. 50v, 53v, 59r, 63v; Annali del Convento di S. Domenico di Bologna, ms. III
80502g, t. II, pp. 853, 862; Cronica di Fra Ludovico da Prelormo, ms. VII 32900, p. 255).
2
Anche questo riferimento è fondato
su fatti realmente accaduti. Ho trovato
traccia delle lamentele dei frati domenicani
per il disturbo arrecato dalla presenza di
prostitute in prossimità del convento ancora nelle carte d’archivio di S. Domenico
(Annali del Convento di S. Domenico di Bologna, t. II, p. 933). Nel secondo Cinquecento a Bologna furono emanati numerosi
bandi che proibivano alle «meretrici roffiane» di abitare in prossimità dei monasteri
(Bononia Manifesta, Catalogo dei bandi,
editti, costituzioni e provvedimenti diversi,
stampati nel XVI secolo per Bologna e il suo
territorio, a c. di Zita Zanardi, Firenze, Olschki, 1996, nn. 345, 410, 488, 496, 529,
531).
3
P. BELLETTINI, Sugli inizi dell’attività tipografica di Anselmo Giaccarelli a Bolo-
69
Ma per sfogliarne le pagine e
accostarne i contenuti il lettore
dovrà pazientare sino al prossimo
mese. A meno che nel frattempo
non se ne procuri anch’egli una
copia. (in proposito mi piace segnalare che due begli esemplari,
rispettivamente della princeps con
le isole Venezia 1561 e della più
tarda edizione Venezia 1588, si affacciano in apertura del recentissimo ricco catalogo della Libreria
Mediolanum: Catalogo 42, Arte e
architettura, nn. 1-2).
(la seconda parte sarà pubblicata
sul numero di maggio)
gna, in L. BALSAMO – L. QUAQUARELLI, Sul libro
bolognese del Rinascimento, Bologna,
CLUEB, 1994, pp. 155-156.
4
Sull’autore e sull’opera rimando qui
soltanto al volume, ormai esaurito, G. PETRELLA, L’officina del geografo. La Descrittione di tutta Italia e gli studi geografico-antiquari tra Quattro e Cinquecento, Milano,
Vita e Pensiero, 2004, con bibliografia pregressa cui ora si aggiunga almeno A. PROSPERI, Leandro Alberti inquisitore di Bologna
e storico dell’Italia, in Descrittione di tutta
Italia di F. Leandro Alberti Bolognese aggiuntavi la descrittione di tutte l’isole. Riproduzione anastatica dell’edizione 1568,
Venezia, Lodovico degli Avanzi, Bergamo,
Leading ed., 2003, pp. 7-26; L’Italia dell’Inquisitore. Storia e geografia dell’Italia del
Cinquecento nella Descrittione di Leandro
Alberti, a cura di Massimo Donattini, Bononia, University Press, 2007.
5
Le lettere si conservano a Modena,
Biblioteca Estense, ms. ital. 833 (alfa G 1,
15). Riprendo qui, con taglio divulgativo, la
delicata questione della princeps della Descrittione affrontata in G. PETRELLA, L’editio
princeps della Descrittione d’Italia e la tipografia bolognese di metà Cinquecento,
«L’Archiginnasio», 95-96 (1999-2000), pp.
33-66 (poi in G. PETRELLA, Uomini, torchi e
libri nel Rinascimento, premessa di Luigi
Balsamo, Udine, Forum, 2007, pp. 157-
187).
6
G. PETRELLA, ‘L’opera sarà molto bona e
venale’. Le edizioni cinquecentesche della
Descrittione d’Italia, «La Bibliofilia», 104
(2002), pp. 123-165 (poi in G. PETRELLA, Uomini, torchi e libri nel Rinascimento, pp.
189-233).
7
L. ALBERTI, Descrittione di tutta Italia,
Bologna, A. Giaccarelli, 1550, c. *2v. Sul
Flaminio si veda qui solo la voce a cura di V.
DE MATTEIS, in Dizionario Biografico degli
Italiani, Roma, Ist. dell’Enc. Italiana, 48,
1997, pp. 278-281; F. GUALDONI, Per una biografia di Gianantonio Flaminio: gli anni
dell’insegnamento pubblico e della produzione poetica (1464-1517), «Italia
medioevale e umanistica», 43 (2002), pp.
313-366.
8
La lettera, inedita, si conserva a Bologna, Archivio di Stato, Notarile Zanettini
Pietro, filza 8.
9
E. BONORA, Ricerche su Francesco
Sansovino imprenditore librario e letterato,
Istituto Veneto di scienze, lettere ed arti,
Venezia 1994, pp. 39-41.
10
D. PULEGA, La tipografia bolognese dei
Giaccarelli, «L’Archiginnasio», 35 (1940),
pp. 87-107: 95, nn. 18, 20.
11
G. PETRELLA, I libri nella torre. La biblioteca di Castel Thun, una collezione nobiliare
tra XV e XX secolo (con il catalogo del fondo
antico), Firenze, Olschki, 2015, p. 62.
70
la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2015
BvS: il ristoro del buon lettore
Una Stüa... di forza maggiore
Grande cucina e grandi vini a Corvara
GIANLUCA MONTINARO
«“H
a molto Champagne in cantina?”.
“Non se lo immagina nemmeno.
Vuole vedere?”. Mi tese la mano
per invitarmi a verificare l’immensità del suo stock di Champagne. Una situazione troppo
bella per essere vera. Misi la mano nella sua…». Michil Costa mi
portò giù. Davanti a noi, in fondo a una stretta scala a chiocciola, una pesante porta blindata.
Oltre l’universo mondo del vino.
Un viaggio metasensoriale, fra
straordinarie e innumerevoli
bottiglie. Un dono, per il fortunato ospite del ristorante Stüa de
Michil, raffinata enclave dell’hotel La Perla di Corvara. Così, come Olaf, il protagonista di Causa
di forza maggiore di Amélie Nothomb (romanzo che la Biblioteca di via Senato possiede nella
prima edizione italiana, stampata a Roma, da Voland, nel 2008)
scesi «nel seminterrato, costituito da molte stanze spaziose
piene di casse dal contenuto misterioso. Vi aleggiava l’odore
che amo più di tutti, composto
da un misto di muffe delicate, di
polvere antica, di oscurità e di
segretezza: un odore di cantina.
Mi veniva da piangere».
Ristorante
La Stüa de Michil
Hotel La Perla
Corvara in Badia (Bz)
Tel. 0471/831000
Assieme a Michil scelsi i vini
che avrebbero accompagnato la
mia cena. Un Dom Pérignon
“Oenotèque” del 1990 o un
Blanc de Blanc Grand Cru di Jacques Selosse del 2003? Un Philipponat Clos de Goisses del
1989 o un Roederer Cristal Rosé
del 2004? Ma non solo Champagne, in questo tempio assoluto
del vino. Infiniti bianchi. E immensi rossi. Un Richebourg di
Méo Camuzet del 1996 o un
Clos de Vougeot del Domaine
Jacques Prieur del 1964?
Sedendomi nella calda intimità della antica stüa, gli arcaici
legni e le luci nascoste mi persero
in sogni e chimere. Quelle dorate bollicine, nel bicchiere molato, sulla tovaglia di Fiandra, erano «così fredde che mi sembrò di
bere polvere di diamanti». Come
bimbo vagai alla ricerca di un accenno di realtà. Solo chiaroscuri
ai miei occhi: la certezza di essere
in un non-luogo. L’argento fondeva nel cristallo, mentre il rumore soffuso di passi remoti dilatava le prospettive sensoriali. Il
giovane Nicola Laera preparò le
sue capesante con testina di vitello in crosta di pane e cipolla in
agrodolce. Le sue linguine all’anatra con fegatini aromatizzati all’arancia e pesto di rucola. Il
suo controfiletto di manzo con
scampo, sedano rapa e tartufo
nero. Dicotomie di cucina: dialoghi di senso profondo fra ingredienti, tutti giocati sui toni
delle tendenze dolci e delle sapidità, delle grassezze e delle aromaticità. Senza asperità né di linguaggio né di percorso. In sospensione; tesi l’orecchio. Non
era il soffio delle Dolomiti. Ma il
vento dei cipressi di Bolgheri.
Eppoi la terra rossastra e ciottolosa. Un Sassicaia del 1979: quasi
una salvazione. Pace per il corpo.
Redenzione per l’anima. Già,
perché Michil in fondo lo sa. Sa
che «i ristoratori non si chiamano così a caso: ristorano l’umanità dei condannati».
72
HANNO
COLLABORATO
A QUESTO
NUMERO
LUCA PIETRO NICOLETTI
Luca Pietro Nicoletti,
storico dell’arte, si interessa di arte e critica del
Secondo Novecento in
Italia e in Francia.
Ha pubblicato: Gualtieri di San Lazzaro. Scritti
e incontri di un editore italiano a Parigi (Macerata
2013).
la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2015
ANTONIO
CASTRONUOVO
Antonio Castronuovo (1954), bibliofilo e
saggista, dirige varie collane per la Editrice la
Mandragora di Imola e
collabora con parecchie
riviste.
Tra i suoi titoli Libri
da ridere: la vita e i libri di
Angelo Fortunato Formíggini (2005), Macchine fantastiche (2007),
Ladro di biciclette: cent’anni di Alfred Jarry
(2008), Alfabeto Camus
(2011).
Traduttore dal francese, ha da ultimo pubblicato L’incendio e altri
racconti di Irène Némirovsky e Il cervello non ha
pudore di Jules Renard
(2013 e 2014).
VITALDO CONTE
Vitaldo Conte, è docente di Storia dell’Arte
all’Accademia di Belle Arti di Roma. Tra i suoi libri:
l’antologia Nuovi Segnali
(1983),
Dispersione
(2000), Anomalie e Malie
come Arte (2006), SottoMissione d’Amore (2007),
Pulsional Gender Art
(2011). Tra le mostre curate: Anteprima XIV Quadriennale, Julius Evola,
Mistiche bianche, DonnaArte, Eros Parola d’Arte. È anche poeta (lineare,
verbo-visuale), artista e
performer con centinaia
di pubblicazioni, eventi,
mostre.
MASSIMO GATTA
Massimo
Gatta
(1959) ricopre l’incarico,
dal 2001, di bibliotecario
presso la Biblioteca d’Ateneo dell’Università degli
Studi del Molise dove ha
organizzato diverse mostre bibliografiche dedicate a editori, editoria aziendale e aspetti paratestuali
del libro (ex libris).
Collabora alla pagina
domenicale de «Il Sole 24
Ore» e al periodico «Charta». È direttore editoriale
della casa editrice Biblohaus di Macerata specializzata in bibliografia, bibliofilia e “libri sui libri”
(books about books), e fa
parte del comitato direttivo del periodico «Cantieri».
Numerose sono le
sue pubblicazioni e i suoi
articoli.
PIERO MELDINI
Piero Meldini è nato
e vive a Rimini.
Già direttore della
biblioteca riminese intitolata ad Alessandro
Gambalunga e autore di
numerosi saggi di storia
contemporanea e storia
dell’alimentazione e della cucina, ha scritto cinque romanzi, i primi tre
pubblicati da Adelphi e
gli altri da Mondadori:
L’avvocata delle vertigini
(1994), L’antidoto della
malinconia (1996), Lune
(1999), La falce dell’ultimo quarto (2004) e Italia.
Una storia d’amore
(2012).
I romanzi sono stati
tradotti in francese, spagnolo, tedesco, polacco,
greco e turco.
GIANCARLO PETRELLA
Giancarlo
Petrella
(1974) è docente a contratto di discipline del libro
presso l’Università Cattolica di Milano-Brescia. Nel
2013 ha conseguito l’abilitazione per la I fascia di insegnamento di Scienze del
libro e del documento.
È autore di numerose
monografie fra cui: L’officina del geografo; Uomini,
torchi e libri nel Rinascimento; La Pronosticatio di
Johannes Lichtenberger;
Gli incunaboli della biblioteca del Seminario Patriarcale di Venezia (2010);
L’oro di Dongo ovvero per
una storia del patrimonio
librario del convento dei
Frati Minori di Santa Maria
del Fiume (2012). Collabora con «Il Giornale di Brescia» e la «Domenica del
Sole24ore».
GIUSEPPE SCARAFFIA
Giuseppe Scaraffia è
ordinario di Letteratura
francese presso La Sapienza. Collabora al supplemento domenicale de
«Il Sole 24 ore». Ha curato
la pubblicazione di svariate opere di Proust,
Stendhal e Maupassant.
È autore di numerosi volumi, tradotti in più lingue, fra cui Dizionario del
dandy (1981); La donna
fatale (1987); Il mantello
di Casanova (1989); Torri
d’avorio (1994); Miti minori (1995); Il bel tenebroso (1999); Sorridi Gioconda! (2005); Cortigiane (2008); Femme Fatale
(2009); I piaceri dei grandi (2012) e Il romanzo
della Costa Azzurra
(2013).
LUIGI SGROI
Luigi Sgroi (Milano,
1961) lavora in ambito
artistico, interessandosi
alle “vie del corpo”. Spazia dal teatro d’avanguardia, al mimo classico, al buddhismo zen e,
dal 1990, alle varie forme
dello yoga.
GIANLUCA
MONTINARO
Gianluca Montinaro
(Milano, 1979) è docente
a contratto presso l’università IULM di Milano.
Storico delle idee, si interessa ai rapporti fra pensiero politico e utopia legati alla nascita del mondo moderno. Collabora
alle pagine culturali del
quotidiano «il Giornale».
Fra le sue monografie
si ricordano: Lettere di
Guidobaldo II della Rovere (2000); Il carteggio di
Guidobaldo II della Rovere e Fabio Barignani
(2006); L’epistolario di
Ludovico Agostini (2006);
Fra Urbino e Firenze: politica e diplomazia nel tramonto dei della Rovere
(2009); Ludovico Agostini, lettere inedite (2012);
Martin Lutero (2013).
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