la Biblioteca di via Senato mensile, anno vii Milano n. 4 – aprile 2015 SPECIALE DE SADE Il marchese de Sade: storia e letteratura di giuseppe scaraffia Il marchese de Sade: il censurato “da liberare” di vitaldo conte Il “divin marchese” de Sade a processo di antonio castronuovo Bibliofilia sadica: i volumi proibiti di massimo gatta Seduttori libertini, seduttori romantici di piero meldini Un enfer per pochi, anzi per uno solo di massimo gatta SPECIALE MARCHESE DE SADE la Biblioteca di via Senato – Milano MENSILE DI BIBLIOFILIA – ANNO VII – N.4/61 – MILANO, APRILE 2015 Sommario 4 BVS: SPECIALE DE SADE IL MARCHESE DE SADE: STORIA E LETTERATURA di Giuseppe Scaraffia 12 BVS: SPECIALE DE SADE IL MARCHESE DE SADE: IL CENSURATO “DA LIBERARE” di Vitaldo Conte 18 BVS: SPECIALE DE SADE IL “DIVIN MARCHESE” DE SADE A PROCESSO di Antonio Castronuovo 25 BVS: SPECIALE DE SADE BIBLIOFILIA SADICA: I VOLUMI PROIBITI di Massimo Gatta 32 BVS: SPECIALE DE SADE – LETTERATURA EROTICA SEDUTTORI LIBERTINI, SEDUTTORI ROMANTICI di Piero Meldini 36 BVS: SPECIALE DE SADE – LETTERATURA EROTICA UN ENFER PER POCHI, ANZI PER UNO SOLO di Massimo Gatta 41 IN SEDICESIMO – Le rubriche LE MOSTRE, L’INTERVISTA DEL MESE, LO SCAFFALE a cura di Luca Pietro Nicoletti e Luigi Sgroi 58 Bibliofilia CRONACA DI UN SUCCESSO EDITORIALE ANNUNCIATO di Giancarlo Petrella 70 BvS: il ristoro del buon lettore UNA STÜA... DI FORZA MAGGIORE di Gianluca Montinaro 72 HANNO COLLABORATO A QUESTO NUMERO Si ringraziano le Aziende che sostengono questa Rivista con la loro comunicazione Biblioteca di via Senato Via Senato 14 - 20122 Milano Tel. 02 76215318 - Fax 02 798567 [email protected] [email protected] www.bibliotecadiviasenato.it Presidente Marcello Dell’Utri Direttore responsabile Gianluca Montinaro Servizi Generali Gaudio Saracino Coordinamento pubblicità Ines Lattuada Margherita Savarese Progetto grafico Elena Buffa Fotolito e stampa Galli Thierry, Milano Immagine di copertina Elaborazione fotografica del Ritratto immaginario del marchese de Sade (1938) di Man Ray (1890-1976) Stampato in Italia © 2015 – Biblioteca di via Senato Edizioni – Tutti i diritti riservati Reg. Trib. di Milano n. 104 del 11/03/2009 Per ricevere a domicilio (con il solo rimborso delle spese di spedizione, pari a 27 euro) gli undici numeri annuali della rivista «la Biblioteca di via Senato» scrivere a: [email protected] L’Editore si dichiara disponibile a regolare eventuali diritti per immagini o testi di cui non sia stato possibile reperire la fonte Editoriale L’ appena trascorso centenario della morte. Ecco l’occasione, per «la Biblioteca di via Senato», di indagare la figura chiaroscurale di un “maledetto” della letteratura, uno scrittore tanto citato (spesso a sproposito) quanto poco conosciuto e ancor meno letto. Il nome di Donatien-Alphonse-François de Sade (1740-1814) suscita timore, vittima com’è delle sue stesse opere. Ancor oggi, nella sovrapposizione fra letteratura e vita, il “divin marchese” appare, nell’immaginario collettivo, il protagonista reale, “l’eroe” delle sue stesse pagine. Ma, al di là delle storture sedimentate e inverate dal tempo, tanti sono gli accadimenti che lo riguardano degni di esser raccontati. La sua avventurosa e triste esistenza; i suoi discussi libri; le complesse e affascinanti vicende editoriali che lo hanno visto coinvolto attraverso i secoli (persistendo ancora oggi). Questo semimonografico non intende poi essere solo il frutto dell’occasione della ricorrenza. Ambisce anche a essere punto di partenza per una riflessione più generale sulla ricezione dell’opera letteraria; sulla critica (che, inevitabilmente, muta col trascorrere del tempo); e soprattutto sul giudizio. Che a volte, nella sua parzialità, perdura nel tempo, marchiando indelebilmente. Gianluca Montinaro 4 la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2015 aprile 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano 5 BVS: SPECIALE DE SADE IL MARCHESE DE SADE: STORIA E LETTERATURA Una vita fra scrittura e detenzione GIUSEPPE SCARAFFIA V erso mezzogiorno del 2 luglio 1789 la gente che si trovava vicino alla Bastiglia udì delle grida provenienti dall’alto. Qualcuno urlava che i secondini stavano sgozzando i prigionieri e invocava l’aiuto del popolo. Chi avesse alzato gli occhi alla ricerca del furibondo oratore avrebbe visto solo un tubo sporgente dall’inferriata del secondo piano di una delle torri. Quel congegno, terminante in un imbuto e destinato allo scarico dei rifiuti nelle acque del fossato del forte, veniva usato come un megafono da un uomo di media statura, piuttosto grasso per la mancanza d’esercizio. Il grigio si stava insinuando tra i capelli biondi del marchese Donatien Alphonse Francois de Sade. Il viso ovale era dominato dall’ampiezza della fronte, su cui si stagliava, vivissimo, il celeste chiaro degli occhi. Sopra: copertina della nota edizione inglese Penguin (collana Classics, qui nella versione Deluxe Edition) de La filosofia nel boudoir (Londra, 2007, a cura di Francine du Plessix-Gray). Nella pagina accanto: Man Ray (1890-1976), Ritratto immaginario del marchese de Sade (1938), collezione privata Furibondo, il governatore del carcere, de Launay, scrisse al ministro chiedendogli di trasferire urgentemente quel detenuto pericoloso, su cui nessun graduato riusciva a imporsi. Nella notte del 3 luglio il marchese venne strappato dal letto da sei uomini armati, che lo chiusero in una carrozza, senza neanche concedergli il tempo di vestirsi. Lasciava dietro di sé, nella cella sigillata, una biblioteca di seicento volumi, una preziosa tappezzeria, un letto da campo, dei mobili e alcuni ritratti. Madame de Sade, incaricata di raccogliere gli averi del marito, se ne ricordò solo il 14 luglio, quando la folla attaccò la Bastiglia e irruppe sul parquet d’abete preteso dal marchese, per rubare o distruggere ogni cosa. La vittima della devastazione rimpianse soprattutto la perdita di una massa di manoscritti, tanti, sosteneva, da poter generare almeno quindici volumi. Tra essi era andato smarrito anche lo sterminato serpente di carta delle 120 giornate di Sodoma, su cui aveva lavorato nell’autunno del 1785. Nel timore d’una perquisizione, lo scrittore aveva coperto con dei caratteri minuscoli entrambi i lati di foglietti larghi dodici centimetri, che, incollati tra loro, avevano raggiunto una lun- 6 la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2015 Sopra: due illustrazioni tratte dalla celeberrima edizione ‘olandese’ de La nouvelle Justine (pubblicata, unitamente alla continuazione Juliette, fra il 1797 e il 1801. In realtà la stampa avvenne a Parigi, fra il 1799 e il 1801). A destra: il manoscritto de Le 120 giornate di Sodoma (Parigi, Biblioteca Nazionale di Francia) ghezza di dodici metri. Tanti anni prima un servo gli aveva detto, contemplando stupito l’abbondanza della sua produzione: «Sembra che sulle vostre carte sia andato errando uno sciame d’api». La prigionia di Sade era iniziata nel 1778, nel castello di Vincennes, dove era entrato con un bagaglio molto ridotto: una redingote verde, una giacca bianca, dei pantaloni di panno, delle calze nere, due cuffie da notte, due fazzoletti, due asciugamani e due camicie. Già prima però l’aristocratico aveva conosciuto i rigori del regime carcerario, da cui era anche riuscito a evadere per un breve lasso di tempo. Come gli autori d’esotiche vicende sono spesso modesti viaggiatori, così le colpe del marchese, rimaste sempre avvolte da un velo di reticente imprecisione, appaiono molto inferiori alla ferocia voluttuosa dei suoi sogni letterari. Giunto al manicomio di Charenton con un ordine di carcerazione di «durata illimitata», per i reati di sodomia, avvelenamento e libertinaggio, al fine di preservare dallo scandalo il buon nome della famiglia, Sade vi sarebbe rimasto fino al 2 aprile dell’anno seguente, quando, in seguito al decreto dell’Assemblea costituente sulla soppressione delle lettres de cachet, uscì dall’ospizio con una giacca di rattina nera, ma privo di calzoni. aprile 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano In una lettera al suo amministratore, il marchese si lamentava di essere diventato tanto corpulento da non riuscire a muoversi. La sua sensibilità sembrava irrimediabilmente spenta, il mondo esterno, tanto agognato, lo riempiva di noia. Un solo sentimento pareva animarlo, la collera contro la trascuratezza della moglie, cui imputava la perdita dei preziosi manoscritti: «I letti, le tavole, i canterani si ritrovano, ma le idee no!». La marchesa, su istigazione, secondo lo scrittore, del suo confessore, si era ritirata in convento e aveva deciso di separarsi dall’adorato, tremendo consorte. Usciva così dalla scena del melodramma sadiano uno dei personaggi principali, la buona, indulgente e bruttina Renée-Pélagie de Montreuil. Proveniva da una famiglia di magistrati di recentissima nobiltà, lieta d’unire il proprio nome a quello ben più antico dei Sade, discendenti dalla celebre Laura amata dal Petrarca. Il marchese sentiva un certo rammarico per il declino dell’Ancien Régime, però gli sembrava di averne troppo sofferto per rimpiangerlo vera- 7 mente. Deplorava energicamente gli atti di violenza perpetrati da «certi cannibali», in cui vedeva riaffiorare le inclinazioni segrete di una nazione sempre pronta ad abbandonarsi alla crudeltà ed al fanatismo. Intanto l’urgenza di denaro, che avrebbe tormentato tutta la sua esistenza, si faceva più pressante, accentuata dalle richieste della consorte, ormai decisa a separarsi definitivamente da lui. La figlia gli sembrava irreparabilmente sgraziata, «una buona, grossa massaia, fatta e finita». Aveva però conosciuto una giovane attrice, MarieConstance Quesnet, detta, per il suo carattere, «la sensibile», cui sarebbe rimasto legato fino alla fine, aiutandola a mantenere il figlio, Balthazar, nato da un matrimonio fallito. «Basta con i piaceri impuri!», proclamava fiducioso, aggiungendo che l’esiguità delle forze fisiche gli era appena sufficiente per tollerare i malanni. Intanto scriveva assiduamente opere teatrali, il più delle volte sfortunate. Abbandonate le ultime esitazioni, l’ex-marchese era entrato nella sezione delle Picche di place 8 la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2015 aprile 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano 9 Nella pagina accanto: Sade in carcere, illustrazione del XIX secolo. Sopra da sinistra: il castello di Vincennes, alla periferia di Parigi. Qui il marchese de Sade passò una parte del suo periodo di detenzione, dal 1777 al 1784 (stampa francese della seconda metà del Settecento); la prigione della Bastiglia, in una stampa francese (d'autore ignoto) dei primi dell'Ottocento Vendome, dove si era fatto stimare per le sue qualità oratorie e letterarie. Aveva composto un violento richiamo al re sorpreso nella sua fuga a Varennes: «Vi sentivate infelice in una condizione che avrebbe reso felice chiunque altro...». In una lettera al fedele amministratore rivelava apertamente le contraddizioni del suo pensiero. «Sono contro i giacobini per cui ho un odio mortale. Adoro il re, ma detesto i suoi antichi abusi. Sono per un’infinità d’articoli della Costituzione, ma altri mi ripugnano... Cosa sono? Un aristocratico o un repubblicano? Me lo direte voi, per favore, perché da parte mia non ne so nulla». Aveva affittato una casa piccola, ma deliziosa, godeva d’una certa reputazione e apprezzava gli spettacoli quanto la compagnia di alcune famiglie aristocratiche. Con una cantina piena di buoni vini, otto paia d’abiti e dell’ottima biancheria sarebbe stato felice se non fosse stato infastidito dall’eterno problema del denaro, che tentava vanamente di sanare con delle eredità che gli sfuggivano regolarmente, per la sua losca fama in famiglia. Per migliorare la nuova abitazione chiedeva all’intendente di mandargli alcuni mobili, dei medaglioni con le effigi degli imperatori romani, dei pezzi del gabi- netto di storia naturale e «il superbo Priapo dell’anello», nel timore d’una razzia giacobina. Per salvare i merli del castello di La Coste, minacciati dall’ira dei rivoluzionari aveva indirizzato, nel 1792, una sapiente lettera risonante di sentimenti patriottici al municipio del paese, suscitando l’entusiasmo dei destinatari. E, per non incorrre nelle sanzioni ricadenti sui parenti degli emigrati, aveva pubblicamente condannato la partenza dei due figli, minacciando di maledirli nel caso non fossero prontamente tornati. L’autore di tante atrocità letterarie fremette davanti al sanguinario spettacolo dei massacri di settembre. «Nulla eguaglia l’orrore dei massacri commessi, ma erano giusti» aggiunse, per non compromettersi, evocando la decapitazione dell’ex principessa de Lamballe e «le peggiori infamie della più feroce libidine» commesse sul suo cadavere. Pochi giorni dopo, con grande disperazione del marchese, gli abitanti di La Coste invasero il castello, saccheggiandolo e devastandolo. Ubriacatisi col vino delle cantine, dopo avere divelto le imposte e le porte, gettarono dalle finestre i mobili che non si potevano trasportare. In quello stesso anno scrisse il più acuto intervento politico, L’idea sulla modalità di sanzione delle 10 leggi, letto con grande successo alla sezione delle Picche e stampato per suo espresso volere. In quelle pagine ammoniva i cittadini sul rischio inerente alla nuova autorità: «Se vi lasciate sfuggire il potere conquistato, quante difficoltà per riafferrarlo». Intanto ignoti nemici l’avevano fatto includere nella lista dei nobili emigrati. Nel dicembre 1793, pochi mesi dopo un commovente discorso funebre in onore di Marat, Sade fu arrestato come sospetto. Detenuto in un primo momento, tra ogni comodità, nell’ex covento delle Madelonnettes, lo scrittore fu in seguito trasferito alla Maison des Carmes e di lì al carcere di Saint-Lazare. I patrioti della sua sezione avevano intanto provveduto a formulare un rapporto negativo nei confronti dell’antico compagno. Ma l’imputato, nel frattempo, era riuscito a farsi trasferire, per un’imprecisata malattia, nella costosissima, ma più sicura casa di salute di Picpus, dove gli oppositori più ricchi sfuggivano ai processi e alle condanne. «Era un paradiso terrestre: bella casa,bel giardino, società scelta,donne deliziose». Salvatosi per un caso fortunato, venne liberato dalla caduta di Robespierre, con la pronta approvazione della sezione delle Picche, sensibile allo spirito termidoriano. Indebitato, sporadicamente rifornito delle sue rendite, ormai dissestate predicava audacemente, in un capitolo della Filosofia nel boudoir, intitolato «Francesi, ancora uno sforzo se volete essere repubblicani», l’incesto, quale mezzo per accrescere l’unione tra i cittadini. Il terribile inverno del ‘95 lo sorprese sprovvisto di tutto. L’inchiostro si gelava nel ca- la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2015 lamaio e Sade, per poter continuare a scrivere, era costretto a tenerlo a bagnomaria. Nel ‘97 furono pubblicate la Nuova Justine e Juliette, in cui risuona l’eco della ferocia politica di quei giorni, ma l’assurda qualifica d’emigrato continuava a pesare sulla sua situazione economica, costringendolo alla vita più misera. Nel 1801, forse su denuncia del suo editore, il marchese venne arrestato, malgrado disconoscesse la paternità di Juliette, e condotto alla prigione di Sainte-Pélagie. Era ormai un obeso, ricorda Nodier, e solo a tratti l’antica eleganza trapelava dai lenti e maldestri movimenti. Soltanto gli occhi conservavano una luce fine e strana, «come una brace morente tra i carboni spenti». Nel 1803, su istanza della famiglia, desiderosa di sottragli gli ultimi averi, Sade, sempre assistito dalla fedele Quesnet, venne trasferito a Charenton. Lì, sotto la protezione del direttore, visse altri undici anni in una precaria tranquillità, dirigendo per breve tempo le rappresentazioni del teatro degli alienati e godendo dei favori della giovanissima figlia di una inserviente. Viveva in una stanza al secondo piano, tra mobili mal ridotti, una bergère di velluto giallo e un letto a baldacchino, da cui scendevano vecchie tende a righe bianche e rosse. Lavorava a uno scrittoio annerito, seduto su delle sedie scure di fattura grossolana, sotto le miniature del nonno, della madre, dei figli e della cognata con cui era fuggito tanti anni prima. Su uno aprile 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano 11 Charles-André van Loo (1705-1765), Presunto ritratto del giovane de Sade (1760 ca.), collezione privata. Sopra: Frontespizio della prima edizione della seconda versione di Justine ou les malheurs de la vertu, En Hollande, chez les Libraires associés (in realtà Parigi, Girouard), 1791: la vignetta, opera di Philippe Chery, rappresenta la Virtù fra la Lussuria e l’Irreligione scaffale di legno bianco erano allineati duecentocinquanta volumi, da Tacito a Madame de Stael. Morì nel 1814, forse di una malattia polmonare. Nel testamento del 1806 aveva espresso la volontà di venire sepolto in un suo bosco. «Una volta ricoperta la fossa, vi saranno seminate delle ghiande, così che in seguito, quando il terreno non sarà più brullo e il bosco sarà tornato folto come prima, le tracce della mia tomba scompaiano dalla faccia della terra...». Dietro gli innumerevoli anni di detenzione del marchese, cui deve il suo nome il sadismo, c’era indubbiamente qualche orgia eccessiva e l’imbarazzante vizio di scrivere i suoi crudeli sogni erotici, ma non avrebbe patito tanto se non avesse provocato la suocera. La dama, che nei primi tempi lo aveva prediletto, era diventata la sua più feroce nemica quando de Sade era fuggito in Italia con la giovane cognata. Nel manicomio dove sarebbe morto, il marchese teneva ancora, tra le miniature di famiglia, quella della cognata con cui tanti anni prima aveva tentato per l’ultima volta la via dell’amore. 12 la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2015 aprile 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano 13 BVS: SPECIALE DE SADE IL MARCHESE DE SADE: IL CENSURATO “DA LIBERARE” Pagine estreme di erotismo, di desiderio e di libertà VITALDO CONTE «S ì, sono un libertino, lo riconosco: ho concepito tutto ciò che si può concepire in questo ambito, ma non ho certamente fatto tutto ciò che ho concepito e non lo farò certamente mai. Sono un libertino, ma non sono un criminale né un assassino». Così il marchese de Sade ‘si presenta’ in una lettera del 1791. Il libertinaggio de-scritto nei suoi libri è da considerare un corpo linguistico, che vuol fare diventare realtà il linguaggio stesso. Il reale e il letterario non devono necessariamente essere legati dall’obbligo della reciprocità. La sua lingua è da considerare scrittura del desiderio, di quello «rimosso, negato, messo a tacere dalla Legge» che «fa sentire, con Sade, la sua voce. (...) La scrittura del desiderio va oltre la trasgressione della Legge» (P. Sollers). È la metafora di un linguaggio che vuole costituire l’immaginario di una corporeità desiderante, protesa verso i limiti estremi dei confini. Sopra: Vitaldo Conte, Una rosa rossa a Sade (2015). Nella pagina accanto: manifesto della mostra Sade: attaquer le soleil che si è tenuta a Parigi, al Museo d’Orsay (14 ottobre 2014-25 gennaio 2015), in occasione della ricorrenza della morte del “divin marchese” Per i duecento anni della sua morte è stata ideata in Francia una mostra al Museo d’Orsay dal titolo Attaccare il Sole (201415), attraverso l’immaginario artistico di grandi autori. Molte delle opere esposte hanno come protagonista un’immagine femminile nei suoi aspetti più perturbanti. Sade riteneva che la donna dovesse avere la stessa autonomia dell’uomo. Da questo pensiero sono nati due romanzi, che hanno infatti due protagoniste femminili, Justine e Juliette: la prima è «la donna del passato, asservita e infelice»; la seconda, invece, «rappresenta la donna nuova che Sade intravede, creatura ancora sconosciuta, che procede dall’umanità stessa, che avrà ali e rinnoverà l’universo» (G. Apolinaire). Il rapporto fra la scrittura di Sade e l’arte risulta di reciproca influenza. Un esempio del suo coinvolgimento sinestetico è leggibile in Viaggio in Italia, quando, nel 1775, rimane profondamente colpito a Firenze dai cadaveri in cera del siciliano Zumbo, la cui poetica s’incentra sulla ‘corruzione della carne’: «L’impressione è così forte, osservando il capolavoro, che i sensi sembrano influenzarsi a vicenda: si porta, senza volerlo, la mano al naso. La mia immaginazione crudele si esaltò allo spettaco- 14 Man Ray (1890-1976), Ritratto immaginario del marchese de Sade (1936), inchiostro su carta, Chicago, The Art Institute lo. A quanti individui la mia crudeltà ha fatto provare tale orrenda corruzione!». Il suo pensiero vive oggi in diverse esperienze artistico-teatrali, insieme al Teatro della Crudeltà di Antonin Artaud, suggestionando le poetiche radicali dell’arte del corpo, di-segnato dai rituali di sangue e dalle trasgressioni: nella Extreme Body Art e BDSM Art, in cui artisti performativi agiscono sul limite del sopportabile, sottoponendosi a qualsiasi oltraggio. Roland Barthes considera Sade un modello de La scrittura come eccesso: il piacere del testo diviene un oggetto di godimento che risulta linguistico, vivendo anche attraverso i suoi viaggi. Questi sono presenti nei romanzi di Sade, come in Juliette. Il viaggio assurge a una dimensione rituale, che oltre- la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2015 passa la diversità dei costumi, in quanto ogni luogo e clima diventano “operatori” di lussuria. Il viaggio può essere molteplice, ma il luogo sadiano è unico: si viaggia per rinchiudersi. Il prototipo di questo luogo è il castello di Silling, nel cuore della Foresta Nera, in cui i quattro libertini de Le 120 giornate si rinchiudono per quattro mesi nel loro serraglio. Questo luogo è ermeticamente isolato dal mondo attraverso numerosi ostacoli. Il castello è il luogo sommo, il teatro della lussuria in cui tutti sono attori e spettatori insieme: uniti nel tutto espresso dalla scrittura. La sua grandezza non è nel celebrare il delitto, ma nel averlo usato per inventare la macchina di un discorso dilatato, fondato su ripetizioni, dettagli, invenzioni, sospensioni, erranze. Il crimine sadiano esiste solo in proporzione alla quantità di linguaggio che vi si investe: non certo perché è sognato o raccontato, ma perché solo il linguaggio lo può costruire. La sua scrittura è il suo supporto. Accade frequentemente che, alla riprovazione morale di cui Sade è soggetto, gli si attribuisca un fastidio estetico, dichiarandolo ‘monotono’. Lo è se lo guardiamo in base ai racconti dei suoi delitti e non sulle prestazioni del discorso, che è il suo universo, in quanto in ogni pagina della sua opera «ci dà prove d’irrealismo concertato: quello che accade in un romanzo di Sade è propriamente favoloso, vale a dire impossibile; o più esattamente, le impossibilità del referente sono voltate in possibilità del discorso» (R. Barthes). Egli moltiplica in una stessa scena le estasi del libertino aldilà di ogni possibilità umana. Sade risulta censurato su diversi piani: quando lo si vorrebbe rendere eunuco proibendogli di scrivere, quando si brucia la sua opera o si vietano i suoi libri, quando lo si dichiara noioso e illeggibile. La censura profonda, espressa dalla società, è quella sempre di volerlo ‘delimitare’: anche rinchiudendolo per decenni in prigioni e manicomi, giudicando la sua opera pericolosa. Sade risulta un primo sintomo filosofico e fantastico dello spirito moderno, af- aprile 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano 15 Sopra da sinistra: il “divin marchese” in un ritratto allegorico di H. Biberstein (tratto da L’oeuvre du marquis de Sade, a cura di Guillaume Apollinaire, Parigi, Bibliothèque des Curieux, 1912). Illustrazione tratta da Justine ou les malheurs de la vertu (1791) fermando, nel discorso, il ‘diritto al godimento’ (massima sadiana): «proprio il godimento che viene respinto dalla società e pudicamente (nevroticamente) rimosso (...) per cui esso precipita nell’inconscio come significante rimosso» (J. Lacan). Fu un ribelle e un rivoluzionario, più nella teoria che nella pratica, più negli scritti che nelle azioni. La sua leggenda di «demente, erotomane, squartatore di donne vive» (G. Lely) condizionò per molto tempo il giudizio su di lui. Grazie alla rilettura e analisi dei surrealisti, di Klossowsky, Blanchot, Bataille e altri, Sade ottiene una profonda revisione del suo lavoro, acquistando uno spessore prima di allora sconosciuto. Questo contribuì a de- signarlo come un nemico dichiarato di ogni oppressione e dei valori tradizionali: «Sade amava la libertà più di ogni altra cosa. Tutto in lui, le sue azioni, il suo sistema filosofico testimoniano di un amore appassionato per la libertà» (G. Apollinaire). Il Sade che viene esaltato è il murato di trent’anni, «il prigioniero di Stato, schiavo del dispotismo / sotto tre regimi che gli rubano la libertà. / È il rivoluzionario / che per primo grida al popolo di prendere la Bastiglia; / (...) in lui amiamo ed ammiriamo / il domatore della natura, / l’aggressore degli dei, / il dispregiatore delle leggi, / il liberatore del sesso, / il ribelle, / Sade» (M. Heine). Georges Bataille sostiene che l’esaltazione surrealista di Sade, in particolare bretoniana, è una accettazione apparente di lui e del suo lavoro, la cui 16 la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2015 Sopra: Gaetano Giulio Zumbo (1656-1701), Il Trionfo del Tempo (part.), Museo Nazionale della Specola, Firenze. A destra dall’alto: Blasone della famiglia de Sade, con l’aquila imperiale a due teste, ottenuto da Elzéar de Sade su concessione dell’imperatore Sigismondo nel 1416; Napoleone Bonaparte rappresentato in una incisione mentre getta una copia di Justine nel fuoco (opera attribuita a Paul Cousturier, XIX secolo) idealizzazione lo evira. Senza le prolusioni di sangue, le catastrofi con le terribili grida di dolore, le rotte terrificanti, l’abbassamento fino alla putritudine di ciò che era elevato, senza cioè la comprensione sadica di questa natura non possono esserci rivoluzioni e rivoluzionari, «ma solo sterili rivolte di borghesi ribelli». Il linguaggio di Sade è infatti «quello della vittima: egli l’inventò alla Bastiglia, scrivendo Le 120 giornate. (...) Il marchese de Sade, ribelle in carcere, dovette lasciar parlare in lui la voce della ribellione». L’età classica, per Michel Foucault, ha ridotto al silenzio la follia, anche col Grande Internamento, che inizia in Francia nel 1657, quando viene creato l’Hopital général di Parigi. Nel mondo stesso della Sragione, di cui la follia rappresenta solo una parte, il Classicismo include anche i deviati sessuali, gli in- terdetti religiosi e gli eccessi del pensiero. Tra la fine del ‘700 e gli inizi dell’800 nasce la psichiatria, che delimita la follia nella malattia mentale, riducendola a oggetto del sapere, facendo credere all’uomo moderno di averla espulsa finalmente dal mondo. Proprio in questo momento Sade restituisce all’uomo occidentale la possibilità di ritrovare, intendere e vivere la propria storia come tragico movimento, inglobante l’altra faccia della ragione. L’antinomia fra ragione e follia è funzionale, per cui questa può essere occultata ma non soppressa. Il Classicismo «non aveva rinchiuso soltanto una sragione astratta, in cui si confondevano folli e libertini, malati e criminali, ma anche una prodigiosa riserva di fantastico, un mondo addormentato di mostri inghiottiti nella notte di Bosch, che un giorno li aveva proferiti. (...) E non è un caso che il sadismo, come fenomeno aprile 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano individuale che reca il nome di un uomo, è nato dall’internamento e nell’internamento, se tutta l’opera di Sade è ispirata dalle immagini della Fortezza, della Cella, del Sotterraneo, del Convento, dell’Isola inaccessibile, che formano così come il luogo naturale della sragione» (M. Foucault). Il rigore, l’analiticità che Sade ha usato nel descrivere le più complesse perversioni della pulsione sessuale lo distaccano dalla molteplicità dei sadici per farlo assurgere a filosofo, sessuologo, pensatore: «il suo sistema di vita è suo malgrado rivoluzionario: di quella imponente costruzione di vizi eretta con tanta fatica in anni e anni di lavoro, di quello sfarzoso castello degli orrori, egli tiene per sé solo una modesta celletta» (G. P. Brega). Sade detesta gli esangui carnefici che sublimano ideologicamente il loro desiderio di torturare e uccidere: per lui «il male è sempre contro l’ordine, è sempre eversivo, indomabile, libero (...). Il male è suprema libertà. (...) La sessualità repressa viene convogliata verso altri obiettivi, spesso si muta in uno strumento micidiale al servizio degli ideali astratti della collettività» (G. Celli). «Oh! che azione voluttuosa è quella della distruzione. - dichiara Sade Non vi è estasi simile a quella che si assapora dandosi a questa divina infamia!». Questo piacere per un’azione distruttiva, nota Julius Evola, che vorrebbe infrangere le leggi della natura cosmica, si associa a una specie di teoria del superuomo, che porta all’apice inesorabilmente ciò che è violenza e distruzione: «Noi siamo degli dei!», esclama un suo personaggio. Il suo sadismo si restringe ai 17 racconti delle sue opere, nella vita di solitudine passata in prigione e nella casa di salute, benché sano di mente. Negli ultimi anni dell’esistenza, si dedicò alla stesura dei suoi romanzi: «Chiuso in carcere per trent’anni, morì in un manicomio, più lucido e più puro di qualsiasi altro uomo del suo tempo» (P. Eluard). Il dottor Ramon rievocherà, dopo oltre mezzo secolo, il momento in cui, studente in medicina appena nominato assistente all’Ospizio reale, lo incrociò mentre passeggiava da solo, con passo trascinato e pesante, senza mai coglierlo in conversazione con qualcuno: «Passandogli accanto lo salutavo, e lui rispondeva al mio saluto con quella cortesia fredda che esclude ogni possibilità di colloquio (...). Nulla in lui poteva farmi supporre l’autore di Justine e di Juliette: a me faceva solo l’impressione di un vecchio gentiluomo altero e triste». Dopo la sua morte il figlio Donatien-Claude-Armand chiese alla polizia di distruggere il prezioso manoscritto delle Journaées de Florbelle, assistendo a tale operazione. Contrariamente alle sue disposizioni testamentarie fu seppellito con funerale religioso nel cimitero della casa di Charenton: sulla sua tomba non venne posto il nome, ma solo una croce di pietra. «Non sappiamo quando avvenne la cerimonia e chi abbia accompagnato de Sade al suo ultimo carcere - scrive Gilbert Lely al termine della sua biografia su Sade, profeta dell’erotismo - Così scomparve nella cieca notte l’uomo che restò, coi suoi ventott’anni di prigione (...). La sua azione sovvertitrice non si fiaccherà mai». Questa oggi risulta liberata da alcune delle sue censure, divenendo una fucina d’immaginario creativo. 18 la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2015 BVS: SPECIALE DE SADE IL “DIVIN MARCHESE” DE SADE A PROCESSO Breve storia delle gloriose edizioni Pauvert ANTONIO CASTRONUOVO S e il marchese de Sade scomparve nel 1814, le sue opere - traversate da una crudezza il cui scandalo non è tanto l’oscenità quanto il distacco intellettuale con cui essa viene osservata - restarono nell’ombra, colpite da interdetto e vilipese, ancora per un secolo e mezzo. La condanna comminata dall’Ottocento all’opera di Sade fu la clandestinità; solo a partire dagli anni di Napoleone III (1850-1870) cominciarono a circolare in Francia alcune edizioni sadiane, ma tutte coperte sous le manteau, clandestine, destinate a un pubblico elitario e smaliziato. Nella seconda edizione del Dictionnaire de la conversation et de la lecture (apparso da Firmin-Didot nel 1853-1858) il lemma dedicato a Sade è una condanna senza appello: «Ecco un nome che tutti conoscono e che nessuno pronuncia; nello scriverlo, la mano trema, e quando lo si pronuncia nelle orecchie tintinna un suono lugubre. Non solo quest’uomo esorta l’orgia, anche il furto, il parricidio, il sacrilegio, la profanazione delle tombe, Due foto di Jean-Jacques Pauvert: la prima a 19 anni, la seconda in età avanzata l’infanticidio e tutti gli orrori. Ha preannunciato e inventato crimini che il codice penale non ha nemmeno intuito, ha immaginato torture che l’inquisizione non ha nemmeno previsto». Non meraviglia che i primi a interessarsi a Sade fossero medici e sessuologi. Lo psichiatra tedesco Krafft-Ebing utilizzò ampiamente l’opera di Sade come materiale per la propria Psychopathia sexsualis, e siamo nel 1886. Fu tramite quest’opera che Freud conobbe Sade. Il primo cenno di riabilitazione provenne dal giudizio di Apollinaire, che scandì: «Sade, lo spirito più libero che sia mai esistito». Ragion per cui fu lui a curare nel 1909, nella collana Bibliothèque des Curieux, un’ancor prudente raccolta di testi sadiani: L’Œuvre du Marquis de Sade: une anthologie. Non solo: fu questo il grimaldello che fece uscire il marchese dalla dannazione e gli valse un posto al sole nel pantheon libertario dei surrealisti, dopo che André Breton aveva decretato che «Sade è surrealista nel suo sadismo». Siamo a inizio Novecento, e Sade diventa pian piano nutrimento per le nuove generazioni di scrittori. Paul Robert, il grande lessicografo che ha lasciato il proprio nome ai dizionari che tutti i aprile 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano 19 Da sinistra: L’edizione Scorpion del 1946, prima edizione non clandestina di Sade in Francia; La prima opera di Sade pubblicata da Pauvert, con etichetta Palimugre, nel 1947; L’affaire Sade, 1957 francesi e francesisti utilizzano (Le Grand Robert, Le Petit Robert...), avviò la propria avventura nei primi anni Cinquanta col Dictionnaire analogique de la langue française nel quale, a sorpresa, introdusse parecchie citazioni di Sade, trattandolo già come un classico da cui si possono trarre esempi. Similmente, uscivano antologie o saggi con citazioni da un’opera - quella di Sade - che giaceva però introvabile. L’anatema censorio verso il marchese era insomma ancora in buona salute, come dimostra la vicenda del primo editore che in Francia volle “metterci la faccia”, trovandosi trascinato a processo negli stessi anni in cui Sade cominciava a entrare nei dizionari. Sade in garage Nel 1946 Jean d’Halluin aveva fondato le Éditions du Scorpion e subito pubblicato, nella collana “Cruauté”, Miss Henriette Stralson ou les effets du désespoir. Era stato questo il primo titolo del marchese de Sade ad aver “forato” in Francia il sipario della censura, ma l’episodio passò abbastanza inosservato, trattandosi di novella che - per quanto parlasse di amore nella forma dei crimini commessi in suo nome - determinava in quel sipario solo un forellino. In ogni caso, l’edizione precedette quel che sarebbe accaduto l’anno seguente, qualcosa che avrebbe prodotto una lacerazione della censura ben più grave, riuscendo infine a farla arretrare. Era l’inizio del 1947 quando Jean-Jacques Pauvert, ventunenne di inclinazioni assai libere che aveva deciso di fare l’editore nel garage di casa propria a Sceaux, banlieu meridionale di Parigi, volle rompere il tabù: pubblicare l’intera opera del marchese de Sade facendola uscire dall’inferno in cui si trovava, e quando dico inferno non intendo solo quello morale, anche il famoso Enfer della Biblioteca Nazionale di Parigi, i segreti locali in cui erano stati accumulati i libri di consultazione vietata, e tra questi anche le opere di Sade. L’idea di fondo, come poi ebbe a dichiarare Pauvert, era che «Sade occupa un posto enorme, unico nella letteratura non solo francese, ma universale». E come prima iniziativa pubblicò Idée sur les romans, il breve saggio che Sade aveva collocato a premessa della serie di racconti Les Crimes de l’amour del 1800. Per quanto giovane, Pauvert ave- 20 la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2015 Da sinistra: L’Histoire de Juliette nell’edizione Pauvert del 1954, in sei volumi; La nouvelle Justine del 1953. va già buona esperienza: aveva infatti iniziato a diciott’anni, nel 1945, fondando le Éditions Palimugre e pubblicando l’esigua plaquette Explication de L’Étranger in cui Sartre analizzava il famoso romanzo di Camus, seguita nel 1946 dalla collezione di saggi di Henri de Montherlant Sur le femmes. E ora, forse in vista del clamoroso programma che da tempo Pauvert andava meditando, l’etichetta editoriale transitò da Éditions Palimugre a Éditions Pauvert (il nome vagamente “rabelaisiano” di Palimugre, che non significava nulla, restò alla libreria che Pauvert aprì a Parigi, in rue Vaugirard, nel 1949). Apparve cioè il nome dell’editore, e apparve proprio come elemento di responsabilità nel momento di mettere in pratica l’idea azzardata cui egli aveva pensato: pubblicare l’opera integrale di Sade. Senza tanti preamboli fece subito stampare non un racconto, ma uno dei romanzi principali di Sade, risalente alla maturità della sua stagione creativa: Histoire de Jiuliette, e lo fece senza timore di annunciare in frontespizio di essere proprio lui l’editore, non altri. Non solo, c’era anche l’indirizzo: «Sceaux, chez Jean-Jacques Pauvert, 39 rue des Coudrais, 1947». Mancava però quello della tipografia che aveva fisicamente stampato i volumi: Pauvert fu in ciò molto accorto: volle rischiare lui, e non far rischiare altri. Nell’edizione, inoltre, non era presente alcuna prefazione: nessuno dei viventi gli era sembrato sensibile quanto Apollinaire quarant’anni prima. L’edizione di Jiuliette apparve su carta ordinaria, copertina bianca molto sobria, prezzo accessibile. Il romanzo è la sintesi più esplicita della dottrina di Sade: snocciola scene di estremo sadomasochismo e, come non bastasse, mette in forse l’esistenza di un qualunque Dio, calpestando la morale, il senso di rimorso, la purezza dell’amore: il solo scopo che vale perseguire nella vita è il perenne godimento. Lo scandalo fu inevitabile, e la causa dello scandalo, oltre al defunto autore di quelle pagine, era l’editore che aveva osato superare i limiti della decenza. Essendo il suo nome in bella vista, gli amici sentirono odor di bruciato, i critici ammutolirono, le librerie non accolsero il giovane che portava loro qualche copia da collocare in vetrina. José Corti, il famoso libraio di rue de Médicis, gli rispose chiaro 22 Maurice Garçon, l’avvocato difensore di Pauvert durante il celebre processo e tondo: «Questa letteratura da me non entra». La polemica verso Pauvert gradualmente si gonfiò, e fu bi-partisan: a destra fu accusato di aggredire la morale pubblica, a sinistra di contaminare il candore del popolo con i vizi della borghesia. Inevitabile che iniziassero le perquisizioni della polizia. Gli agenti, andando a cercare i locali della casa editrice, e trovandosi al cospetto di un’autorimessa, restavano colpiti: «Nessuno ci credeva, la polizia pensava fosse uno scherzo ma dovettero infine arrendersi all’evidenza quando i librai, interrogati sull’identità di quell’editore diedero la prova della mia esistenza, dato che mi avevano incontrato!». Iniziarono anche le convocazioni alla Buoncostume, che si protrassero per anni, con frequenza irregolare ma persistente. E infine ecco la querela ministeriale, che diede il via ad anni di persecuzione giudiziaria. Anche perché Pauvert, già sotto processo, continuò ad aggravare la propria posizione perseverando a pubblicare Sade, volume dopo volume. Come non bastasse, gli editori di nicchia, che avevano cominciato a stampare Sade in volumi illustrati, lussuosi ma strettamente clandestini, se la prendevano con lui perché «gli rubava il mestiere». la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2015 Processo a Jiuliette e a Justine Perché la pubblicazione di Sade fosse iniziata proprio da Jiuliette è Pauvert medesimo a narrarlo, quando svela anche un particolare che desta l’interesse dei bibliofili: «Perché era un libro raro e io me n’ero procurato una copia con grande dispendio. Bisogna dire che nel XIX secolo le librerie avevano ampiamente ristampato Sade avendo cura di datare le copie con l’anno 1797, come se si trattasse di una edizione originale, al fine di evitare persecuzioni». Ora, quel che uscì nel 1947 erano due volumi del romanzo, sulle cui pagine era annunciato che l’opera integrale sarebbe stata formata da cinque volumi. La questione è complessa: l’opera di Sade è composta dai quattro volumi della Nouvelle Justine, di cui l’Histoire de Juliette è un po’ quel che si dice il “sequel”. Tuttavia i quattro volumi della Nouvelle Justine uscirono da Pauvert nel 1953. Egli insomma pubblicò prima il seguito e poi il romanzo madre. I cinque volumi di Juliette videro la luce in progressione: il primo nel novembre 1948, il secondo a gennaio 1949, cui seguirono rapidamente gli ultimi tre in aprile, maggio e luglio 1949, lo stesso mese in cui, in Francia, veniva promulgata la “Legge sulle pubblicazioni destinate alla gioventù” che avrebbe esercitato i suoi effetti anche nel processo al nostro editore. Il progetto di pubblicare tutte le opere di Sade proseguì fino ai primi anni Settanta. A parte un’edizione clandestina delle 120 journées de Sodome stampata a Bruxelles, tutte le restanti edizioni di Pauvert furono “alla luce del sole” (conclusa Jiuliette fecero seguito, nei primi anni Cinquanta, La philosophie dans le boudoir, La nouvelle Justine e Les 120 journées de Sodome in edizioni non clandestine, con copertine in severo cartoncino Ingres nero, «come se avessero dovuto prendere posto in una biblioteca giansenista», disse l’editore). Non basta: Pauvert portò avanti la propria battaglia contro la censura senza mai recedere. Non solo pubblicava Sade, fu anche l’editore della famosa aprile 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano Histoire d’O che, rifiutata da Gallimard, giunse nelle sue mani nel 1954 e uscì con una raffinata prefazione di Jean Pauhlan (l’opera non fu un dono del cielo, come alcuni hanno affermato: Pauvert impiegò vent’anni a smaltire la tiratura). E fu editore dell’audace Dictionnaire de sexologie uscito in due volumi nel 1962 e 1965, stupenda opera che sembra scientifica ed è invece di acuta seduzione letteraria (tradotta in Italia da Longanesi nel 1969-1970). Ma la questione doveva toccare l’acme quando infine Pauvert fu davvero chiamato a rispondere davanti alla XVII Chambre Correctionnelle, in quel “Processo Sade” che prese il via il 15 dicembre 1956. L’imputato scelse di farsi difendere da un noto “avvocato degli scrittori”, Maurice Garçon, che aveva già affrontato decine di processi a difesa di libri vietati e che accettò con slancio l’incarico. Elaborò una linea difensiva basata su un semplice quesito: l’opera di Sade interessava o no al mondo intellettuale? Se la risposta processuale fosse risultata positiva, allora Pauvert poteva continuare a fare l’editore di Sade, in maniera onesta, senza illustrazioni indecenti ma anche senza tagli di censura. Se invece fosse emersa la linea contraria - che Sade era scrittore immorale - allora avrebbe sterzato verso una diversa linea difensiva: siamo in un’epoca che ha imparato a guardare l’immoralità in faccia e non dobbiamo attuare censure ipocrite, semmai indicare in che modo strutturare un volume per offendere il meno possibile la morale pubblica. E poiché voleva giocarsi la difesa sul valore intellettuale di un’opera, l’asso che calò fu di convocare in processo alcuni intellettuali. Così, alla barra dei testimoni, sfilarono intellettuali di prim’ordine: Jean Paulhan (direttore della «Nouvelle Revue Française» ma anche prefatore, come abbiamo visto, della Histoire d’O), André Breton, Georges Bataille (noto ammiratore di Sade) e Jean Cocteau. Fu insomma un processo che fece molto clamore e restò celebre la risposta che Bataille diede al giudice che gli chiedeva se riteneva perniciosa la diffusione delle opere di Sade: «Penso che la maggior 23 parte delle persone che hanno acquistato opere di Sade nelle edizioni Pauvert non vi abbiano dedicato la curiosità malsana che voi lamentate, ma una curiosità da eruditi». Veniva insomma rafforzata la linea del difensore: che l’opera di Sade interessava al mondo intellettuale, e come tale non poteva essere ridotta all’oblio censorio. L’arringa finale fu brillante; Garçon sottolineò come la società si fosse evoluta e non era più possibile vietare, checché se ne pensasse dell’opera, un autore ormai classico. Tuttavia il 10 gennaio 1957, in base alle inderogabili leggi repubblicane, Pauvert fu condannato all’ammenda di 200.000 franchi più le spese processuali. Inoltre, il tribunale ordinò la confisca e distruzione delle opere in- Alla Bastiglia de Sade fu recluso nei piani 2 e 6 della torre B; qui scrisse Le 120 giornate di Sodoma 24 Vignetta in antiporta di Justine ou les malheurs de la vertu (edizione del 1791) criminate. L’ammenda era per l’epoca una somma esosa, che tuttavia non gettò Pauvert nella prostrazione, anzi: un mese dopo, traendo vantaggio dalla vicenda, pubblicò L’affaire Sade, volumetto che riproduceva le arringhe, le testimonianze e il finale giudizio. Inevitabile andare in appello, lo consigliò lo stesso Garçon. E fu una vittoria mascherata. La sentenza di revisione giunse il 12 marzo 1958; la nuova corte riconosceva al marchese de Sade il valore che possedeva, giudicando che fosse «uno scrittore degno di questo nome», e cadeva l’obbligo emerso in primo grado di distruggere i libri pubblicati. Tuttavia la corte sancì che se i mezzi la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2015 d’espressione di uno scrittore entravano in conflitto con le esigenze della moralità pubblica l’editore aveva l’obbligo di restringerne la diffusione. Veniva fatto divieto di permettere la lettura dei volumi di Sade sotto una certa età, un po’ come i film che una volta erano vietati “ai minori di anni 18”. Per la prima volta la giustizia francese delimitava l’esistenza di una letteratura per adulti, ma lasciava libero il problema pratico: l’editore poteva pubblicare e vendere; far osservare il divieto di lettura era a carico del buon senso della società civile. In certo modo, pur perdendo ancora la causa, Pauvert vinceva la battaglia contro la cappa di piombo morale - come ricordò nelle sue memorie che la IV Repubblica, con la complicità di socialisti, comunisti e destra dell’epoca, aveva fatto calare sull’intelligenza dei francesi. Un punto di quelle memorie è illuminante del rapporto tra morale e politica: «I democratici cristiani della MRP [Movimento Repubblicano Popolare, partito di destra] rivaleggiavano in demagogia con i loro complici, non per salvare la libertà, ma per difendere i vecchi privilegi cattolici; condividevano con i comunisti un nauseabondo moralismo e anche, quel che era più grave, l’esaltazione di una sorta di mediocrità popolare» (Jean-Jacques Pauvert, La Traversée du Livre, Paris, Viviane Hamy, 2004, p. 164). Vecchia idea, quella di chi crede che la cultura sia popolare solo se è “bassa”, che resta ben vegeta. Pauvert è stato un editore che ha molto osato e poco guadagnato. Nel 1973 cedette al marchio Hachette la maggioranza delle quote della casa editrice e nel 1979 si ritirò definitivamente. Nel 1999 le Éditions Pauvert sono diventate una filiale dell’editore Fayard. Il marchese De Sade è oggi in Francia completamente riabilitato: la sua opera appare nella prestigiosa collana “La Pléiade” di Gallimard e nel 2014, per il bicentenario della morte, il Musée d’Orsay gli ha consacrato una grande mostra. Per curioso destino, il 2014 è stato anche l’anno in cui è scomparso Pauvert, ma di lui la memoria si è persa. aprile 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano 25 BVS: SPECIALE DE SADE BIBLIOFILIA SADICA: I VOLUMI PROIBITI Tra le prime edizioni del divin Marchese MASSIMO GATTA Lo spirito più libero che sia mai esistito a tutt’oggi. G. Apollinaire N ell’inquietante Ritratto immaginario di Sade che il surrealista Man Ray realizza nel ’36 per il volume Les Mains libres, scritto insieme al poeta Paul Éluard1, così come nel suo bronzo del ‘71 dallo stesso titolo, a impressionare maggiormente è il reticolo di pietre compatte e squadrate a formare il volto e il busto pietrificato dello scrittore.2 Quelle stesse pietre del disegno del ’36 tornano nel secondo disegno inserito nel volume a comporre la struttura di una Bastiglia che si erge maestosa, cupa e inquietante alle sue spalle (ma nel secondo disegno essa appare “[…] in fiamme e la piccola folla raggruppata sul piazzale prospiciente alza le braccia in segno di giubilo”3), e dove Donatien Alphonse François, Marquis de Sade, il divin marchese (Parigi, 2 giugno 1740 – Charenton-Saint Maurice, 2 Il rotolo-manoscritto de Les 120 Journées de Sodome ou l’Ecole du Libertinage (1785) dicembre 1814) venne rinchiuso e dove scrisse la sua opera più celebre, Les 120 Journées de Sodome ou l’Ecole du Libertinage, rimasta celeberrima come prezioso manoscritto, pubblicato solo nel 19044 a cura di Eugène Dühren (1872-1922), pseudonimo dello psichiatra berlinese Iwan Bloch. Il ritratto di Sade di Man Ray, che gli dedicò un ciclo di due quadri, numerose opere grafiche e appunto un busto in bronzo, ha una didascalia evocativa: “Presque entièrement écrite en prison, l’œvre de Sade semble à jamais honnie et interdite. Son apparition au grand jour est au prix de la disparition d’un monde où la bêtise et la lâcheté entraînent toutes les misères”.5 Non è la prima volta che Sade viene imprigionato e non sarà l’ultima. La prima volta a 23 anni, nel 1763, per “eccessi di dissolutezza”; trascorrerà in tutto 27 anni dietro le sbarre di ben undici prigioni. Ma proprio durante la detenzione alla Bastiglia, nel freddo parigino dell’ottobrenovembre 1785, “[…] compie il suo più vero, più efferato e più reiterato delitto: scrivere”.6 Soffer- 26 Sopra: Man Ray, Ritratto immaginario di Sade, bronzo (1936). Nella pagina accanto in alto: Bibliothèque érotique Gérard Nordmann. Livres, manuscripts, dessins, photographies du XVI au XX siècle, première partie. Jeudi 27 avril 2006, Parigi, Christie’s, 2006, copertina. In basso da sinistra: Marchese de Sade, La Nouvelle Justine, ou Les malheurs de la vertu; suivie de l’Histoire de Juliette, sa sœr, Hollande, 1797 (ma Parigi, 1799 o Parigi, Barba, prima del 17 luglio 1802), in 4 volumi; Marchese de Sade, La Philosophie dans le boudoir, ouvrage posthume de l’auteur de Justine, À Londres (ma Parigi), Aux dépens de la Compagnie, 1795, 2 volumi con legatura “à la cathédrale” miamoci per un attimo su questo rotolo, di certo tra i più preziosi e ricercati manoscritti, e anche quello che in antiquariato ha ricevuto la più alta quotazione: sette milioni di euro. Scritto su foglietti di sottile carta (11,2 cm di larghezza), fornitagli clandestinamente dalla moglie e da amici fedeli, poi incollati a formare un rotolo di 12,10 me- la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2015 tri di lunghezza ricoperto da una scrittura fittissima e microscopica, venne ritrovato da Arnoux de Saint-Maximin nella cella di detenzione del marchese il quale, trasferito dalla Bastiglia al manicomio di Charenton la notte tra il 3 e il 4 luglio 17897, fu costretto a lasciarvi carte e oggetti personali (Sade nascose il manoscritto nelle fessure delle pietre del pavimento, quelle stesse pietre che formano il ritratto di Sade nel Man Ray sopra ricordato). A Charenton Sade ha con sé un libro, le Mémoires pour la vie de François Pétrarque, scritto nel 1764 dallo zio paterno, l’abate Jacques-François de Sade d’Ebreuil; pochi infatti sanno che nelle vene del divin marchese scorreva il sangue di Laure de Noves, la giovane che Petrarca aveva intravisto la mattina del 6 aprile 1327 nella chiesa avignonese di Santa Chiara, restandone ammaliato; la donna andrà sposa di Hugues de Sade «il Vecchio». E su quel volume, che in fondo gli ricordava un suo antenato, Sade «[…] aveva appuntato le sue impressioni, le estreme folgorazioni di un’intelligenza in declino. I suoi marginalia sono vergati con grafia frettolosa, non di rado scorretta, spesso abbreviata, tronca e trasandata come genericamente può sembrare l’andamento di una conversazione radiofonica».8 Pochi giorni dopo il trasferimento di Sade a Charenton i rivoluzionari incendiano e distruggono la Bastiglia ma il prezioso manoscritto sadiano miracolosamente si salva, venduto in seguito alla famiglia Villeneuve-Trans. Infine approda in Germania, a inizi del Novecento venduto, come detto, a Iwan Bloch. Nel ’29 il manoscritto, che secondo Jean Paulhan ha rappresentato un vero “Vangelo del male”, pur contenendo, secondo Lely, «[…] les pages les plus admirables que le marquis de Sade ait jamais écrites»9, ricompare nella nobile biblioteca di Charles de Noailles il quale, nel 1935, ne predispone una nuova edizione. Ma l’incauto prestito, da parte di una nipote di de Noailles, ad aprile 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano un editore di pochi scrupoli e molto sensibile al valore venale del manufatto, porta nel 1982 il fragile rotolo-manoscritto sugli scaffali10 del più importante collezionista al mondo di erotica (circa 2000 volumi), l’ebreo-svizzero Gérard Nordmann (1930-1992).11 La solita battaglia legale tra eredi, collezionisti e intermediari porterà il prezioso manufatto ‘sadico’ nella collezione di manoscritti di Gérard Lhéritier12 che lo acquista, come visto, per sette milioni di euro. Il collezionista francese, dopo l’unica esposizione al pubblico alla Fondation Martin Bodmer di Coligny,13 dovuta a Monique Nordmann, per la prima volta lo ha esposto in Francia14, in occasione del bicentenario della morte di Sade, presso l’Institut des Lettres et Manuscrits, fondato dallo stesso Lhéritier.15 Il primo libro pubblicato in vita dal divin marchese, nel 179116 (un anno prima d’essere messo in libertà), è Justine ou les malheurs de la Vertu, romanzo chiave della filosofia sadiana, ovviamente con falso luogo di 27 stampa, Olanda per Parigi17, seconda versione molto rimaneggiata del racconto Les Infortunes de la Vertu, scritto nel 1787 alla Bastiglia, dove Sade vi era stato trasferito nel 1784; se ne stampò anche una raffinata edizione quasi cento anni dopo per l’editore francese Isidore Liseux specializzato in erotica e curiosa.18 Seguirà, una manciata di anni dopo, Aline et Valcour, ou le Roman philosophique. Ecrit à la Bastille un an avant la Révolution de France.19 L’opera fu condannata alla distruzione il 19 maggio 1815 tanto per il suo carattere pornografico quanto per le teorie sociali contenute, e non fu ristampato che una volta nell’Ottocento.20 In seguito verrà realizzata da Sade una nuova edizione di Justine, ampliata e interamente rinnovata, La Nouvelle Justine, ou Les malheurs de la vertu; suivie de l’Histoire de Juliette, sa sœr, in quattro volumi, che per l’esatta datazione ha dato da sempre filo da torcere ai bibliografi21 e comunque considerata “de la plus grande rareté”.22 Anche la successiva tiratura, la prima illu- 28 la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2015 A sinistra: Paul Éluard, Man Ray, Les Mains libres, Paris, Jeanne Bucher, 1937, copertina. Nella pagina accanto da sinistra: Marchese de Sade, La Nouvelle Justine, ou Les malheurs de la vertu; suivie de l’Histoire de Juliette, sa sœr, manoscritto originale in 111 fogli, 1797; Marchese de Sade, Justine, ou les malheurs de la Vertu, Hollande, 1797 (ma Parigi o Bruxelles, 1820), con acqueforti da disegni di Félicien Rops, inseriti in seguito (1865), edizione non repertoriata; Marchese de Sade, Aline et Valcour, ou le Roman philosophique. Ecrit à la Bastille un an avant la Révolution de France, Paris, Veuve Girouard, 1795, 8 parti in 6 volumi, una delle 15 incisioni delle 16 indicate strata da litografie attribuite ad Achille Devéria, risulta di difficile datazione23 ma sempre di grande rarità, così come la coeva stampata in 10 volumi24, per molto tempo considerata come l’originale.25 Nordmann, che del divin marchese amava raccogliere anche i rari manoscritti26, vantava in colle- NOTE 1 Paris, Jeanne Bucher, 10 novembre 1937, edizione di 675 esemplari stampati da Henry Jourde. Su questo importante volume surrealista vedi l’interessante articolo di Beppe Manzitti, Les mains libres di Man Ray e Paul Éluard, «Wuz», n.3, aprile 2003, pp. 3-7, con bibliografia finale. 2 Questo disegno era il risultato degli studi condotti da Man Ray su antichi documenti contenenti le descrizioni fisiche dell’amato Sade, compiuti insieme a Maurice Heine che all’epoca curava una delle prime edizioni dotte dello scrittore francese. L’artista surrealista, nel disegno e nel bronzo successivo, esegue una sorta di monu- zione 111 fogli di note autografe sadiane relative a La Nouvelle Justine, tra i rarissimi manoscritti ancora in mano privata, e la quotazione era di conseguenza.27 Infine l’ultimo caposaldo di questa bibliofilia ‘sadica’ è rappresentato da La Philosophie dans le boudoir, ouvrage posthume de l’auteur de Justi- mento vivente costruito con le pietre tolte alla Bastiglia; cfr. Cento libri surrealisti 1920-1940, a cura di Jean-François Rodriguez, Lucia Chimirri, Artemisia Calcagni Abrami, Firenze, Centro Di, 1996, pp. 155156. 3 Beppe Manzitti, Les mains libres di Man Ray e Paul Éluard, cit., p. 6. 4 Paris, Club des Bibliophiles, 1904, stampato in 200 esemplari numerati, più 5 su Japon. Si cita dall’esemplare n. 4 su Japon appartenuto al più importante collezionista moderno di erotica, lo svizzero Gérard Nordamnn (n. 378 del catalogo Christies’s di cui alla nota 12), ma vedi soprattutto Eros invaincu. La bibliothèque Gérard Nordmann. Florilège établi sous la direction de Monique Nordmann, commenté par Laurent Adert, édité par Rainer Michael Mason, Coligny, Fondation Martin Bodmer – Paris, Editions Cercle d’Art, 2004, p. 120, scheda n. 47. 5 Beppe Manzitti, Les mains libres di Man Ray e Paul Éluard, cit., p. 66. 6 Stefano Salis, Le peripezie di un rotolo, «Domenica-Il Sole 24 Ore», n. 322, 23 novembre 2014, p. 39. 7 Con l’ordine di carcerazione di durata illimitata a causa dei vari reati dei quali era accusato: sodomia, avvelenamento, libertinaggio. 8 Giuseppe Marcenaro, Xavier de Sade, aprile 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano ne, l’opera più celebre del marchese, e da lui fatta stampare a Parigi nel 179528 con la strana indicazione di “postuma”, e contenente la sua professione di fede nell’ateismo. Ma il ‘sadico’ marchese non poteva non attirare l’attenzione di un artista visionario come Salvador Dalì, al quale si deve una «Pronto? Parla de Sade», in Id., Ammirabili & freaks, Torino, Nino Aragno Editore, 2010, p. 43. Lo scritto di Marcenaro si riferisce ai suoi incontri telefonici con un tardo esponente della famiglia Sade, che gli avrebbe prestato alcuni manoscritti del celebre antenato relativi al suo viaggio-fuga in Italia, inseguito da una denuncia della suocera de Montreuil, manoscritti richiesti per la mostra genovese «Viaggio in Italia», curata da Giuseppe Marcenaro e Piero Boragina. 9 Gilbert Lely, Vie du marquis de Sade, Paris, Gallimard, 1989, p. 445. 10 Cfr. l’ottima descrizione iconografica, e la relativa scheda del manoscritto sadiano redatta da Jean-Jacques Pauvert in Eros in- 29 rara puntasecca, ad ornare un altrettanto raro menù, realizzato nel 1928 in occasione dei 114 anni dalla morte di Sade; così come non poteva non avere un riconoscimento anche dall’avanguardia italiana, in particolare sul primo numero ciclostilato (marzo 1962) dei «Quaderni piacentini» dove vaincu. La bibliothèque Gérard Nordmann, cit., pp.116-120, scheda 46. 11 Per dare l’idea dell’importanza di questa collezione di erotica basta verificare, nell’altra grande raccolta di analogo soggetto, quella di Jean-Pierre Faur ed Emmanuel Pierrat, la presenza di soli 3 volumi di Sade, peraltro in tarde edizioni Otto-Novecentesche, cfr. Erotica. Livres et documents des collections Jean-Pierre Faur et Emmanuel Pierrat, 7 dicembre 2007, Paris, Pierre Bergé & associés, 2007, p. 120, nn. 257, 258, 259. Molte delle prime edizioni sadiane presenti nella collezione Nordmann provenivano da un’altra celebre collezione di erotica, quella dell’attore francese Michel Si- mon. 12 Infatti il manoscritto non è presente nel sontuoso catalogo della vendita all’asta della Bibliothèque érotique Gérard Nordmann. Livres, manuscripts, dessins, photographies du XVI au XX siècle, première partie. Jeudi 27 avril 2006, introduction de Annie Le Brun (Une émouvante élégance intérieure), Paris, Christie’s, 2006, che contiene un’ampia serie di rare prime edizioni e manoscritti sadiani (nn. 365-378). 13 Svoltasi dal 27 novembre 2004 al 27 marzo 2005. Sulla Fondazione Bodmer vedi Martin Bircher, Fondation Martin Bodmer. Bibliothek und Museum, Coligny, Fondation Martin Bodmer, 2003. 30 la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2015 A sinistra: Marchese de Sade, Justine, ou les malheurs de la Vertu, En Hollande, Chez les Libraires Associés (ma Parigi, J.V. Girouard), 1791, frontespizio. Sotto: Marchese de Sade, La Nouvelle Justine, ou Les malheurs de la vertu; suivie de l’Histoire de Juliette, sa sœr, Hollande, 1797 ( Parigi, verso 1835), in 10 volumi con legatura successiva (1860) il divin marchese veniva definito “una vittima micidiale”.29 Con questo straordinario ephemera di Dalì, ovviamente presente nella collezione Nordmann,30 si conclude il nostro breve viaggio tra le prime edizioni del gran ‘sadico’ francese, il quale 14 Fino al 18 gennaio 2014. Cfr. Il manoscritto sadiano che vale sette milioni, «il Venerdì di Repubblica», 1 maggio 2014, p. 102 e Stefano Salis, Le peripezie di un rotolo, cit. 16 Ma risulta che nel 1787 veniva stampato ad Avignone, senza nome dell’editore, La courtisane anaphrodite, ou la Pucelle libertine, un opuscolo di 40 pagine tirato in soli 150 esemplari numerati, con antiporta incisa, volume non presente nel catalogo Nordmann, ma una copia alla Braidense di Milano [collocazione: Erotica 301], cfr. L’«Enfer» della Braidense. Catalogo dei libri Fondo Riservata Erotica, a cura di Anna Rita Zanobi e Giovanna Valenti, presentazione di Daniela Gallingani, Milano, Franco Angeli, 2007, p. 175, n. 738. 17 En Hollande, Chez les Libraires Associés [ma Paris, J.V. Girouard], 1791, 2 volumi. Gérard Nordamann possedeva questa 15 però «Quando morì, il 2 dicembre 1814, lasciò il ricordo di un vecchio signore dai modi squisiti, che pronunciava le peggiori sconcezze con una voce dolcissima, mentre disegnava sulla sabbia del cortile delle figure oscene».31 rarissima edizione in una tiratura ancora più preziosa in quanto unico esemplare conosciuto con l’avviso dell’editore e l’indicazione, su un foglietto, della stampa di Chery, al frontespizio del primo volume, incisa da Carrée, cfr. Eros invaincu. La bibliothèque Gérard Nordmann, cit., pp. 124-[127], scheda n. 50. La British Library ebbe dal precedente proprietario, J.B. Rund di New York, una fotocopia di questo ephemera al fine di completare il proprio esemplare presente nel proprio enfer, cfr. Bibliothèque érotique Gérard Nordmann, cit., p. 225, n. 367 [quotazione 45.000-65.000 €], e J.-P. Kearney, The private Case, London, 1981, n. 1618-20. Il collezionista svizzero possedeva anche la rara seconda edizione, sempre del 1791 presso il medesimo editore, e la terza di Londra [ma Parigi, Cazin], 1792, cfr. Bibliothèque érotique Gérard Nordmann, cit., pp. 226-227, n. 368 [quotazione 45.000- 65.000 €], e p. 228, n. 369 [quotazione 8.000-12.000 €]. Inoltre in collezione era presente una tiratura non repertoriata con data fittizia, Hollande, 1797 [ma Parigi o Bruxelles, 1820], in 2 volumi, con acqueforti da disegni di Félicien Rops, inseriti in seguito, in quanto erano quelli per il Diable au corps di Nerciat edito nel 1865 da PouletMalassis, cfr. Bibliothèque érotique Gérard Nordmann, cit., p. 229, n. 370 [quotazione 7.000-9.000 €]; questa rara tiratura è conservata anche nella Biblioteca nazionale Braidense di Milano [collocazione: Erotica 775-776], per la quale cfr. L’«Enfer» della Braidense. Catalogo dei libri Fondo Riservata Erotica, cit., p. 175, n. 741. 18 D.A.F. marquis de Sade, Justine ou les malheurs de la Vertu. Reproduction textuelle de l’édition originale (en Hollande, 1791). Imprimé à cent cinquante exemplaires pour Isidore Liseux et ses amis, Paris, aprile 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano 31 Sopra da sinistra: catalogo mostra Fondation Martin Bodmer; Salvador Dalì, puntasecca realizzata per il Menu du Cafè Voltaire à l’occasion du cent quatorzième anniversaire de la mort du marquis de Sade, sous les auspices de la Societé du Roman Philosophique, le 2 Décembre 1928; Marchese de Sade, Les 120 Journées de Sodome ou l’Ecole du Libertinage, Parigi, Club des Bibliophiles, 1904, in 200 esemplari. Qui accanto: firma autografa di Sade Liseux, 1884. L’introduzione di Alcide Bonneau, intitolata Liber sadicus, è stata ristampata in Curiosa. Essais critiques de litterature ancienne ignorée ou mal connue, par Alcide Bonneau, Paris, Isidore Liseux, 1887, pp. 284-286, edizione stampata in 200 esemplari su papier d’Hollande. 19 Paris, Veuve Girouard, 1795. 20 Bibliothèque érotique Gérard Nordmann, cit., p. 224, n. 366 [quotazione 35.000-45.000 €]. 21 Hollande, 1797 [ma Paris, 1799 o Paris, Barba, prima del 17 luglio 1802], cfr. Bibliothèque érotique Gérard Nordmann, cit., p. 230, n. 371 [quotazione 15.000-20.000 €]. 22 Dalla scheda n. 371 di cui alla nota precedente. 23 Hollande, 1797 [ma Paris, circa 1835], cfr. Bibliothèque érotique Gérard Nordmann, cit., p. 231, n. 372 [quotazione 10.000-15.000 €]. 24 La Nouvelle Justine, ou Les malheurs de la vertu (vol. I-IV), suivie de l’Histoire de Juliette, sa sœr (vol. V-X). 25 Bibliothèque érotique Gérard Nordmann, cit., pp. 232-233, n. 373 [quotazione 50.000-70.000 €]. La Biblioteca Braidense conserva questa rara tiratura [collocazione: Erotica 782-791], ma mutila del vol. X, mentre possiede doppia copia del vol. VII, cfr. L’ «Enfer» della Braidense. Catalogo dei libri Fondo Riservata Erotica, cit., p. 175, n. 743. 26 Cfr. Giampiero Mughini, Libri da bruciare (per passione). Va all’asta in Francia la scandalosa collezione erotico-letteraria di Gérard Nordmann, «Il Foglio», sabato 29 aprile 2006, p. V. 27 Bibliothèque érotique Gérard Nordmann, cit., pp. 234-235, n. 374 [quotazione 150.000-200.000 €]; ma vedi soprattutto Eros invaincu. La bibliothèque Gérard Nordmann, cit., pp.128-[131], scheda n. 51. 28 À Londres [ma Paris], Aux dépens de la Compagnie, 1795, cfr. Bibliothèque érotique Gérard Nordmann, cit., p. 237, n. 376 [quotazione 45.000-65.000 €]. 29 Cfr. Giampiero Mughini, Entrammo nel Novecento seduti su un divano neoclassico, in Id., Addio gran secolo dei nostri vent’anni. Città, eroi e bad girls del Novecento, Milano, Bompiani, 2012, p. 15. 30 Menu du Cafè Voltaire à l’occasion du cent quatorzième anniversaire de la mort du marquis de Sade, sous les auspices de la Societé du Roman Philosophique, le 2 Décembre 1928, cfr. Bibliothèque érotique Gérard Nordmann, cit., p. 76, n. 106 [quotazione 2000-3000 €], “menu de la plus grande rareté”. 31 Giuseppe Scaraffia, Indomito e nobile, «Domenica-Il Sole 24 Ore», n. 322, 23 novembre 2014, p. 39. 32 la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2015 BVS: SPECIALE DE SADE – LETTERATURA EROTICA SEDUTTORI LIBERTINI, SEDUTTORI ROMANTICI Storia di un comportamento e di un ‘tipo’ intellettuale PIERO MELDINI P er i pensatori libertini, di cui de Sade può considerarsi un epigono, è la fondazione stessa di una morale naturale a esigere la conoscenza, scevra da pregiudizi e pie illusioni, di quella che Saint-Evremond, caposcuola del movimento, chiama «notre nature», ossia la natura umana. Le risorse della vecchia cultura aristocratica un raffinato cocktail di tecnica militare e dottrina giuridica, etichetta cortigiana e arte retorica - sono poste al servizio non più della politica, dell’amministrazione, dell’economia e della guerra, ma dell’esplorazione del cuore dell’uomo. Negli affari privati, non meno che in quelli pubblici, la conoscenza è potere. L’esercizio del potere ha per teatro la seduzione. Prendiamo quello straordinario romanzo che è Le amicizie pericolose (1782), opera di un ufficiale di artiglieria, Choderlos de Laclos (1741-1803), esperto in fortificazioni e assedi, e non sarà un caso. Il romanzo è costituito, com’è noto, dal fitto epistolario di due libertini - la marchesa di Merteuil e il suo ex amante, il visconte di Valmont - sul solo tema che occupa la loro mente e impegna il loro tempo: l’arte della seduzione. Le lettere che i due si scambiano sono un vero e proprio corso per corrispondenza di psicologia delle passioni; le loro conquiste, la verifica sperimentale delle loro teorie psicologiche. La capitolazione della vittima è prima di tutto la riprova di una superiore confidenza con gli impulsi dell’animo, e nel grido di trionfo del seduttore non risuona la risata grassa della carne soddisfatta, ma la frigida boria intellettuale del vivisettore dei sentimenti. Non c’è turbamento, trasporto, e neppure autentico desiderio, violenta spinta erotica, dietro la cerebrale, disciplinata, raggelata e raggelante partita a scacchi della seduzione. Ecco perché il tasso di erotismo delle Amicizie pericolose - dove si contano pochi più amplessi che nei Promessi sposi e dove neppure manca, alla fine, la morale edificante - è suppergiù quello dei Principia mathematica di Newton. Il ferreo controllo, la gestione scientifica (e politica) delle passioni accostano il libertino allo psicanalista. Quando il visconte di Valmont, turbato dall’«impressione forse troppo viva» che ha suscitato in lui la sventurata presidentessa di Tourvel, decide di «dividere le sue attenzioni tra due donne», ripromettendosi inoltre, «qualora non sia sufficiente dividere per due», di «aumentare il divisore», è in anticipo di un buon secolo sulla cosiddetta “metapsicologia” freudiana, cioè sullo studio dell’economia psichica, delle leggi che sovrintendono gli scambi energetici tra le pulsioni. Né Freud né altri psicanalisti - ch’io ricordi hanno mai confessato apertamente che le strategie dell’analista coincidono perfettamente con quelle del seduttore. Eppure nel saggio Osservazioni sull’amore di traslazione, del 1914, Freud è costretto ad ammettere che tra l’innamoramento da transfert aprile 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano 33 René Magritte (1898-1967), Gli amanti (1928), New York, Museo d’arte moderna (cioè del paziente per l’analista) e le altre specie d’innamoramento non corre nessuna differenza significativa: «Non abbiamo alcun diritto di negare all’innamoramento quale si produce nel trattamento analitico», egli scrive, «il carattere di un amore effettivo». Impressiona, nello scritto di Freud, la sottovalutazione dei sentimenti dell’analista; o, per dir meglio, l’altéra, inattaccabile sicurezza del proprio autocontrollo. L’affermazione che «la cura analitica» va «effettuata in stato di privazione» - di castità (traduco) e quasi di ascesi - squaderna un orgoglio professionale strettamente imparentato con l’arroganza del libertino. Cedere al paziente costituisce non solo e non tanto un’infrazione dell’etica medica, quanto piuttosto una pericolosa alterazione dei rapporti di forza. Seduttore di professione, l’analista non si concede in esclusiva e dell’amore che suscita accetta solo l’appagamento narcisistico, senza correre il rischio di un investimento emotivo che ne minerebbe il predominio. Un sottile quanto tenace filo rosso, che neppure la tempesta romantica riuscirà a strappare, lega insomma il pensiero freudiano a quello libertino. Chiudo la digressione e vengo al punto: la dialettica asimmetrica fra “amato” e “amante” (per riesumare una terminologia - e una distinzione - che risale a Platone) configura il rapporto amoroso come un puro e semplice rapporto di forza, dove ogni servo trova il suo padrone e ogni vittima il suo carnefice, e fa dell’amore la tomba della liberté, della fraternité e soprattutto dell’égalité. L’amore dell’“amato”, e 34 la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2015 Da sinistra: Minna Herzlieb, nell’unico ritratto noto (autore anonimo, inizi del XIX secolo); Frontespizio della prima edizione de Le amicizie pericolose (Amsterdam, Parigi, chez Durand neveu, 1782), romanzo epistolare di Choderlos de Laclos. Nella pagina accanto: Choderlos de Laclos, in una stampa inglese del XIX secolo cioè del seduttore - spiega Socrate nel Fedro - è quello che il lupo porta all’agnello. L’inevitabile conclusione a cui giungono i libertini è la negazione alla radice della reciprocità dell’amore. Siamo agli antipodi della teoria cortese del contraccambio, dell’«amor che a nullo amato amar perdona». Solo quando la presidentessa di Tourvel - l’agnello di Valmont - giace in fin di vita, spezzata dalla feroce litania dei «ce n’était pas ma faute» («non era colpa mia»), il lupo cambia pelle e troppo tardi, in un sussulto d’affetto postumo, pro- rompe in un «Ah, credetemi, solo l’amore può rendere felici!» che è una conversione in articulo mortis al romanticismo incombente. Di fatto, posto di fronte alla scelta «tra la galanteria e l’amore, tra il piacere e la felicità», il libertino non ha dubbi: convinto assertore dell’impossibilità dell’amore ricambiato, e dunque, in definitiva, dell’amore tout court, è certo che chiunque ama non è riamato: donde la catena infinita degli “amanti” e degli “amati” che Arthur Schnitzler, agli sgoccioli della felix Austria, chiamerà “Reigen”, “girotondo”. aprile 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano Al Settecento libertino, che nega la parità e la reciprocità in amore, succede l’Ottocento romantico, che le proclama viceversa a gola spiegata. Innamorato cotto di Minna Herzlieb, Goethe rispolvera addirittura la teoria platonica delle anime gemelle, esposta nel Convivio attraverso il mito dell’Androgino. Le goethiane Affinità elettive (1809) sarebbero infatti una sorta di forza cosmica per cui due persone «si compenetrano e si determinano reciprocamente» come gli alcali e gli acidi, e di fronte alla quale non c’è libero arbitrio, fermezza di carattere, ragionamento sensato che tenga. Che in amore la volontà e la ragione «non abbiano la minima parte» lo ripeterà anche Stendhal in quel sublime centone che è Dell’amore (1822). Qui, nel LIX capitolo, lo scrittore raffigura don Giovanni come «un vecchio libertino blasé che muore di noia»; un patetico relitto del Vecchio Regime aristocratico a cui i borghesi romantici guardano ormai con sprezzante compatimento. Stendhal cita Marco Aurelio: «Coloro che chiamiamo patrizi sono più lontani degli altri uomini dall’amore». Per i romantici, dunque, l’amore reciproco ed eterno non solo è possibile, ma pressoché inevitabile. E tuttavia mai come nella letteratura romantica l’amore subisce scacchi su scacchi, alimentando a dismisura il binomio amore-morte. Ma le sconfitte sono sempre frutto di circostanze avverse esterne alla coppia: disparità di condizione, precedenti promesse di matrimonio, opposizione paterna, beffe del destino. Significa che in età romantica il seduttore sopravvive solo come vecchio rudere? I più, all’epoca, ne erano convinti. Almeno finché Kierkegaard, col suo mefistofelico Diario del seduttore (1843), non soppianterà la razza antiquata dei libertini settecenteschi, compassati virtuosi di una seduzione more geometrico demonstrata, con quella nuova di zecca dei libertini romantici, che perseguono con lucida follia il disegno malsano di «circuire una fanciulla fino al punto da legarla a sé, senza curarsi poi di possederla in senso stretto». Di barattare il possesso ef- 35 fimero del corpo con quello perpetuo dell’anima. Il seduttore romantico non è uno stratega, ma un ipnotizzatore: «Incomparabile strumento, d’una ricchezza di toni quale nessun altro strumento ha», egli eccelle nell’arte di «saper modulare la propria voce». La sua è una seduzione in forma di concerto, di litania soporifera, di incantamento notturno, di ipnosi televisiva che, lungi dall’essere praticata a freddo, ricorre alla passione, all’exacerbatio cerebri, e se ne serve come arma d’offesa. Il confine tra l’amore e la seduzione, la verità e la menzogna, si fa incerto; ancora più incerta la loro gerarchia: «Al mondo» scrive Kierkegaard «c’è bisogno di qualcosa di più della lealtà per vivere. Questo di più io l’ho: è la falsità. Eppure io amo lealmente». 36 la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2015 BVS: SPECIALE DE SADE – LETTERATURA EROTICA UN ENFER PER POCHI, ANZI PER UNO SOLO Storia editoriale di un mitico illustrato del Settecento libertino MASSIMO GATTA N on saremo mai troppo riconoscenti ai grandi e prestigiosi bibliofili di ogni tempo per averci consentito di poter ammirare, e a volte studiare, opere che uniscono l’assoluta rarità all’alto valore artistico e letterario, testimoni di un’epoca e di un gusto. Senza la passione e l’acribia di questi personaggi, spesso bistrattati e considerati scellerati scialacquatori di ingenti patrimoni, molti volumi sarebbero seppelliti nell’oblio più profondo e di loro nulla si saprebbe. Ancor più benemeriti, però, sono quei collezionisti che in un modo o nell’altro hanno documentato le proprie raccolte bibliografiche attraverso cataloghi di mostre, di aste, volumi o articoli, merito ancora maggiore per un settore, come la bibliofilia di alto lignaggio, dove spesso la gelosia per i propri libri sconfina nella bibliomania patologica finendo, paradossalmente, nella biblioclastia, che è l’esatto opposto della bibliofilia. Umberto Eco, con ironica arguzia erudita, ne tracciò anni fa un ritratto in Riflessioni sulla bibliofilia.1 Ecco perché le grandi raccolte private, celate ad occhi estranei (e a volte anche ai propri), così come le grandi o piccole raccolte pubbliche, anch’esse, per una ragione o per l’altra, a volte inaccessibili,2 diventano esempi di una sorta di biblioclastia legalizzata. Nulla di tutto ciò ha riguardato il più importante collezionista del Novecento di erotica,3 l’industriale ebreo svizzero Gérard Nordmann (19301992), la cui biblioteca, ricca di oltre 2000 tra volumi e manoscritti, è considerata la più importante al mondo, almeno fino alla sua parziale dispersione, da Christie’s a Parigi nel 2006, suddivisa in due vendite.4 Nella sua prestigiosa raccolta erano conservati molti volumi, manoscritti, e anche disegni, di mitica rarità ma forse la perla assoluta, o meglio il “corvo bianco della bibliofilia”, come fu definito, era rappresentato dal manoscritto (a)5, insieme a una delle due sole copie (b1 e b2) fatte appositamente stampare dal collezionista al tipografo Bonnin,6 dell’anonimo Tableaux des mœurs du temps, dans les différens âges de la Vie7, opera quasi certamente dello stesso collezionista Alexandre-JeanJoseph Le Riche de la Popelinière (1692-1762), ‘fermier general’ (appaltatore) del re, protettore di Rousseau, Rameau, Marmontel ma artista lui stesso, suonatore di chitarra ed interprete di canzoni da lui stesso composte. Vediamo però più da vicino queste preziosità bibliografiche e letterarie che, da sole, farebbero la gioia di numerose e prestigiose biblioteche pubbliche. Il manoscritto8, un piccolo in-folio (32,3 x aprile 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano 37 Nella pagina accanto: A.-J.-J. Le Riche de la Popelinière, Tableaux des mœurs du temps, dans les différens âges de la Vie À Amsterdam (ma Passy, 1750), frontespizio. Sopra da sinistra: A.-J.-J. Le Riche de la Popelinière, Tableaux des mœurs du temps, dans les différens âges de la Vie, (Passy, 1750), Manoscritto. A.-J.-J. Le Riche de la Popelinière, Tableaux des mœurs du temps, dans les différens âges de la Vie, Parigi, Fermiers généraux (ma Bruxelles, Poulet-Malassis), 1867, il frontespizio è di Felicien Rops 21,1 cm), scritto in inchiostro nero, non autografo ma opera di due diversi copisti (suoi segretari?), con una sessantina di correzioni dell’autore, costituì la base per la stampa del relativo volume in due soli esemplari dei quali uno risulta un unicum in quanto illustrato9, che vedremo meglio in dettaglio. Il manufatto, di grande eleganza, è formato da 606 fogli, un frontespizio con il ritratto del collezionista (ma non indicato), inciso all’acquaforte da Jean-Joseph Balechou incisore del re (1716-1764), da un disegno del pastellista Louis Vigée (1727-1767). L’originale del ritratto, di cui si conservano tre prove alla Bibliothèque Nationale de France, era in origine di grande formato e riportava a sinistra l’iscrizione Viger Pinxit e a destra Balechou Sculpsit. Nel manoscritto (così come nei due esemplari fatti stampare da La Popelinière sous le manteau nel suo hôtel particulier di Passy, per suo uso e piacere personali10) venne invece inserito un esemplare rifilato dell’incisione anonima, ma identica a quella conservata alla BnF. Questo ritratto è di estrema importanza per ricondurre a La Popelinière l’anonimo manoscritto (e le due relative opere a stampa); infatti su un esemplare del suo Journal de voyage de Hollande (1731),11 con legatura in marocchino rosso alle armi La Popelinière, compare questa stessa incisione. Il manoscritto è sapientemente rilegato in vitello marmorizzato, piatti e dorso volutamente ‘muti’, senza titolo, autore, armi del possessore (per motivi di discrezione), com’era d’uso per i volumi libertini appartenenti al ricchissimo collezionista. Il titolo al frontespizio ha una particolarità, la presenza, aggiunta in seguito, di una piccolissima p posta nella parola Tems tra la m e la s, in modo da renderla correttamente come Temps, che nel volume a stampa apparirà invece corretta. Il tema è la storia, in 17 dialoghi di lunghezza variabile, della giovane Thérèse, dalla sua vita conventuale, fino al fidanzamento e al matrimonio. Dopo la morte di La Popelinière (1762) il manoscritto venne sequestrato dal suo appartamento, ed è presumibile sia poi andato alla vedova; il primo accenno ad esso ricompare molti anni dopo nel Catalogue de curiosités bibliographiques (n. 348), redatto dal libraio parigino Leblanc, relativo alla vendita all’asta del 16 marzo 1837. Solo che, misteriosamen- 38 la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2015 Sopra: due tavole non firmate (forse opera di Alexandre-Antoine Marolles, 1705-1753 ca.) dai Tableaux des moeurs du temps, dans les différens âges de la Vie te, le notizie fornite nella scheda differivano in parte da quanto effettivamente presente nel manoscritto. Il manoscritto non venne venduto in quell’asta, e il libraio lo ripropose il 7 febbraio 1840 senza peraltro inserirlo in catalogo ma fornendo l’indicazione che si trattava “de quelques ouvrage précieux qui se trouvaient en vente à sa librairie”, senza riportare alcun numero in catalogo e senza indicarne il prezzo. Forse, considerato il tema alquanto spinto, qualcuno gli aveva ordinato, fin dalla prima asta del 1837, di ritirare quell’oggetto licenzioso e di negoziarlo più discretamente. Nel 1911 esso tornerà alla luce, citato da Guillaume Apollinaire nella sua ristampa purgata dell’opera, pubblicata nella Collana “Bibliothèque des curieux”, dove affermava che il manoscritto era appartenuto allo scrittore Pierre Louÿs, altro celebre collezionista di erotica, che infatti lo aveva studiato, come appare in una lettera pubblicata da Fréderic Lachèvre nel suo saggio su Louÿs.12 Il manoscritto, dal 1986 di proprietà di Nordmann, verrà esposto nel 2004 alla ‘Fondation Martin Bodmer’ di Coligny, nella grande mostra dedicata alla sua raccolta di erotica;13 infine verrà messo all’asta nella vendita Christie’s del 200614, insieme a due altrettanto rare edizioni ottocentesche “sous le manteau”.15 La storia, invece, di uno dei due esemplari a stampa16 (b1), dal 1988 nella collezione Nordmann è, per quanto possibile, ancora più avventurosa di quella del manoscritto. Ciò che lo rende l’unico esemplare al mondo, e anche uno dei più bei volumi illustrati dell’epoca,17 è la presenza delle 18 tavole anonime fuori testo, a tutta pagina, dipinte a gouache e all’acquerello, sanguigna, grafite e pastello, attribuite ad Alexandre-Antoine Marolles, metà delle quali di carattere erotico; la rilegatura in marocchino rosso scuro ha al piatto le armi di La Popelinière (galli e stelle), con alle guardie alcune scritte manoscritte relative ai vari proprietari che l’hanno posseduto; così come la legatura del mano- aprile 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano scritto anche questa del volume a stampa non ha alcuna scritta ai piatti e al dorso che lo possano identificare. Dopo la morte di la Popelinière, avvenuta a Parigi il 5 dicembre 1762, il commissario dello Châtelet, Sirebeau, procede all’inventario dei beni del finanziere, ricevendo direttamente da Luigi XV, il 15 aprile 1763, l’ordine di “faire perquisition dans les papiers imprimés et manuscrits de la Popelinière”. La polizia era dunque alla ricerca di libri en philosophe nella biblioteca del ricco borghese; siccome le sue estreme volontà imponevano di vendere tutto, per l’ordine costituito si pose il problema di far ritirare dalla sua biblioteca quei libri che non conveniva lasciare liberamente in vendita. Cadde sotto i colpi della sentenza Le testament du curé d’Etrepigny, celebre opera materialista che la Popelinière possedeva manoscritta, proprio mentre il libraio Prault stava per pubblicare il catalogo della vendita prevista il 23 luglio 1763. Nelle memorie segrete di Bachaumont (luglio di quell’anno) si apprende che la NOTE 1 Umberto Eco, Riflessioni sulla bibliofilia, Milano, Edizioni Rovello [Officina Tipografica Olivieri], settembre 2001, stampato in 1000 esemplari. 2 Lo testimonia un interessante ed evocativo articolo di Luciano Canfora, Libri e computer in biblioteca, «L’oggetto libro 2001. Arte della stampa, mercato e collezionismo», Milano, Sylvestre Bonnard, 2001, pp. 12-17, cito dall’Estratto completo. 3 Altra importante collezione novecentesca di erotica è stata quella di Jean-Pierre Faur ed Emmanuel Pierrat di cui resta il catalogo di vendita Erotica. Bibliothèques JeanPierre Faur et Emmanuel Pierrat, vente 7 décembre 2007, Paris, Pierre Bergé et Associés, 2007. 4 Cfr. Bibliohèque érotique Gérard Nordmann. Livres, manuscripts, dessins, photographies du XVI ai XX siècle. Première partie, avec un écrit d’Annie Le Brun (Une émou- 39 signorina de Vandi, una delle eredi, di fronte al prezioso unicum dei Tableaux des mœrs abbia gettato un grido, implorando che il volume venisse gettato nel fuoco perché diabolique. Dagli Archivi nazionali di Parigi18 risulta che furono trovati tre esemplari appunto dei Tableaux, dei quali due a stampa e uno manoscritto, uno dei due a stampa illustrato da tavole a colori; furono affidati quindi al luogotenente generale della polizia di Parigi, Sartines, e inviati direttamente al re Luigi XV perché decidesse cosa farne. Il sovrano offrì l’unicum a stampa, completo delle 18 tavole, al più importante bibliofilo dell’epoca, il duca de La Vallière, ma stranamente esso non figura in nessuno dei cataloghi di vendita della sua maestosa biblioteca.19 Un grande libro viaggiatore, questo unicum, che dalla Rivoluzione francese dell’89 in poi non ha smesso di spostarsi da collezione a collezione. Intorno al 1783 viene venduto dal finanziere Pâris d’Illens alla duchessa di Châtillon, per poi riapparire in Russia nel 1816 nella celebre raccolta vante élégance intérieure), Paris, Christie’s, 27 avril 2006 (431 lotti) e Bibliohèque érotique Gérard Nordmann. Livres, manuscripts, dessins, photographies du XVI ai XX siècle. Seconde partie, Paris, Christie’s, 14-15 décembre 2006 (567 lotti). Su questa importante vendita cfr. Giampiero Mughini, Libri da bruciare (per passione). Va all’asta in Francia la scandalosa collezione erotico-letteraria di Gérard Nordmann, «Il Foglio quotidiano», a. XI, n. 101, sabato 29 aprile 2006, p. V (relativa alla sola prima parte della vendita); Id., Da Italo Svevo a Maurizio Cattelan, i 51 libri italiani più belli degli ultimi cento anni, in Id., Una casa romana racconta. Libri donne amici perduti, le tracce di una vita, Milano, Bompiani, 2013, p. 244. 5 Senza luogo, senza data [ma Passy, 1750]. 6 Bonnin li stampò clandestinamente, nello stesso 1750, nell’Hôtel di La Popelinière a Passy. 7 Tableaux des mœurs du temps, dans les différens âges de la Vie, suivi de Histoire de Zaïrette, seconde partie, Á Amsterdam [ma Passy, 1750]. 8 Cfr. Pascal Pia, Dictionnaire des oeuvres érotiques. Domaine français, Paris, Mercure de France, 1971, n. 471 e Marcel Roux, Inventarire du fonds français. Graveurs du XVIII siècle (Bibliothèque Nationale), Paris, Maurice Le Gartec, 1930, p. 421, n. 36. 9 Il secondo esemplare a stampa (b2), infatti, uscito dalla stessa tipografia del primo e ad esso identico, non è però arricchito dalle splendide miniature e incisioni di b1. Questo esemplare, privo dell’apparato iconografico, è conservato nella Bibliothèque municipale di Versailles (inv. Res. Lebaudy, 158). Ha una rilegatura in vitello marmorizzato, piatti senza le armi di La Popelinière, che invece troviamo incise al dorso (dei galli), per il resto ‘muto’. Anche nell’esemplare b2 il collezionista ha fatto rilegare a inizio volume il suo ritratto inciso da 40 la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2015 del principe Mikhaïl Petrovitch Galitzin, per finire qualche anno dopo a Parigi sugli scaffali del barone Jérôme Pichon, presidente della celebre Société des bibliophiles français. In seguito, questo ‘merlo bianco della bibliofilia infernale’ (Duprilot) resterà venticinque anni nelle mani del collezionista inglese Frederick Hankey, scomparso a Parigi l’8 giugno del 1882, e che sarà l’artefice della stampa clandestina (senza le incisioni), realizzata da Jules Gay in 150 esemplari nel 1863, appunto dall’esemplare Han- Jean-Joseph Balechou, lo stesso che orna il manoscritto, si tratta infatti della stessa stampa. 10 Scrive lo stampatore dei volumi, Bonnin, l’8 maggio 1750 a Berryer, luogotenente generale della polizia di Parigi: “M de la Popelinière fermier général me propose de faire transporter à sa maison de Passy une Presse et des caractères pour imprimer quelques ouvrages de sa composition dont il est curieux d’avoir un seul et unique exemplaire, il assure qu’ils ne contiennent rien qui puisse blesser l’Etat, ni quoi que se soit. J’attendrai les ordres de Monseigneur avant que de donner une parole positive à se sujet”. 11 Anch’esso stampato in qualche esemplare, così come un solo esemplare fece stampare delle sue Comédies, rilegato con le sue armi ma senza luogo, titolo, né data; solo Daïra venne stampato, nel 1760, in una ventina di esemplari. 12 Pierre Louÿs et l’histoire littéraire, 1928. 13 Cfr. l’ampia scheda redatta da Jacques Duprilot in Eros invaincu. La Bibliothèque Gérard Nordmann, a cura di Monique Nordmann, Coligny, Fondation Martin Bodmer – Paris, Cercle d’Art, 2004, pp. 76-78, n. 31 [catalogo della mostra, Coligny, Fondation Martin Bodmer, 27 novembre 2004-27 marzo 2005]. 14 Cfr. Bibliohèque érotique Gérard Nordmann. Première partie, cit., pp. 130-[131], n. key. Sarà grazie alla vedova Hankey se i Tableaux passeranno in seguito nelle mani di Charles Cousin, vice presidente del Grande Oriente di Francia, per poi rivenderlo precipitosamente, nell’aprile del 1891, all’Hôtel Drouot perché finanziariamente in rovina.20 E prima di approdare, nel 1988, nella magnifica collezione Gérard Nordmann,21 questo unicum è passato ancora nelle mani di Henri Bordes, Louis Deglatigny, contessa Niel (1937) e Jean Rossignol (1973).22 202 (base d’asta di €100.000-150.000), ma dal sito di Christie’s di questo lotto non viene fornita l’aggiudicazione, segno che potrebbe essere stato ritirato per mancanza di offerte. 15 Paris, Imprimerie des ci-devant Fermiers généraux [ma Bruxelles, Poulet-Malassis], 1867, due volumi, con una prefazione di Charles Monselet, illustrato tra gli altri da Felicien Rops (1833-1898); questa edizione verrà condannata il 6 maggio 1868 dal tribunale di Lille, cfr. Bibliohèque érotique Gérard Nordmann. Première partie, cit., p. 132, n. 203 (base d’asta di € 2.000-3.000, aggiudicato a € 2.040). L’altra edizione, senza data [circa 1889], Paris, Fermiers généraux [ma Amsterdam, Auguste Brancart?], con 10 incisioni attribuite a Staal, 6 acquarelli attribuiti a Paul Avril e 2 gouaches di Jules Adolphe Chauvet, cfr. Bibliohèque érotique Gérard Nordmann. Première partie, cit., p. 133, n. 204 (base d’asta di € 4.000-6.000, non aggiudicato). Il suo (supposto) editore belga Brancart, specializzato in erotica, venne condannato nel maggio del 1886 dalle Assise del Brabante, lasciando poi il Belgio per la più tollerante Olanda. 16 Cfr. J. Gay-J. Lemonnyer, Bibliographie des ouvrages relatifs à l’amour, aux femmes, au marriage et des livres facétieux, pantagruéliques, scatologiques, satyriques, Paris, Ch. Gilliet, 1894, v. III, pp. 1172-1173 e Patrick G. Kearney, The Private Case. An Annotated Bibliography of the Private Case Erotica Collection in the British Museum Library, London, Jay Landesman, 1981, p. 506. 17 Come scrive Jacques Duprilot nell’ampia e documentata scheda che correda questo capolavoro libertino: “Voici l’une des merveilles du XVIII siècle et l’un des exemplaires les plus célèbres au monde. Son caractère unique dû aux extraordinaires miniatures libertines qui l’enrichissent explique qu’il a toujour été considéré comme la perle de toute bibliothèque et recherché par tous les amateurs, qu’ils aient ou non possédé un Enfer”, in Eros invaincu. La Bibliothèque Gérard Nordmann, cit., pp. 80-87 [80], n. 32. 18 Carte Sirebeau, inv. A.N.Y. 15649, 11 luglio 1763. 19 Cfr. ad esempio il Catalogue des livres de la bibliothèque de feu M. le Duc de La Vallière, première partie, par Guillaume De Bure, tome premier, Paris, Guillaume De Bure Fils, 1783. 20 Cfr. Catalogue de livres et manuscripts, la plupart rare et précieux, provenant du grenier de Charles Cousin, Paris, Hôtel Drouot, 1891, n. 673. 21 Dove presumibilmente ancora è conservato, in quanto non risulta presente in Bibliohèque érotique Gérard Nordmann. Seconde partie (14-15 decembre 2006), cit. 22 Eros invaincu. La Bibliothèque Gérard Nordmann, cit., p. 80. aprile 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano 41 inSEDICESIMO L E M O S T R E – L’ I N T E RV I S TA D E L M E S E – L O S C A F FA L E LA MOSTRA/1 FILOLOGIA ANALITICA Un’idea di pittura a Udine a cura di luca pietro nicoletti ccade, a volte, che i migliori contributi alla comprensione dei fenomeni storici e storico-artistici provengano da zone distanti dai centri di azione in cui i fenomeni stessi si sono sviluppati. In questi casi la ricerca si avvale di uno sguardo esterno, non coinvolto nelle vicende e, allo stesso tempo, estraneo a mitologie localistiche che sovente inficiano un giudizio limpido e una fondata messa in discussione dei luoghi comuni storiografici che si A sono incrostati sulle cose. È il caso, in particolare, dei contributi di conoscenza agli sviluppi dell’arte degli anni Settanta e inizio Ottanta portati, con approccio anticanonico per rigore documentario e filologico, presso l’Università degli Studi di Udine. Vengono da qui, infatti, i curatori della mostra aperta presso il Museo d’Arte Moderna e Contemporanea di Udine a Casa Cavazzini, Fabio Belloni insieme alla conservatrice Vania Gransinigh, e gli altri autori dei saggi in catalogo (Denis Viva). Un’esposizione, questa sulla pittura analitica, che prende le mosse da episodi locali, come la mostra di pittura analitica organizzata da Gianni Contessi a Trieste nel 1972 (oggetto del saggio in catalogo della Gransinigh) o l’attività della galleria Plurima a Udine, per fare un affondo nel clima e nella tensione culturale che segna questo ritorno alla pittura, all’inizio degli anni Settanta e le sue difficoltà interpretative. Sono questi, per esempio, gli snodi che cerca di mettere in ordine il densissimo saggio in catalogo di Fabio Belloni, da anni interessato ai rapporti fra arte, critica e militanza in quel decennio, che tiene uniti il dibattito critico e le pratiche degli artisti: il “sistema dell’arte”, insomma, e le opere come oggetti, da studiare con la stessa acribia che fino a pochi decenni fa si sarebbe prestata soprattutto all’arte medievale e moderna. Si trattava soprattutto di fare chiarezza sui rapporti fra il ritorno alla pittura, e le pratiche processuali attraverso cui si è espressa, e l’eredità del decennio precedente. La pittura, infatti, non si 42 era mai estinta, nemmeno quando sembrava una pratica bandita dalle idee di avanguardia più estreme e radicali: il “ritorno alla pittura” svolto dalla compagine “analitica”, dunque, andava messo a fuoco in rapporto dialettico con le esperienze di arte concettuale degli anni Sessanta. Da questo punto, infatti, come viene ben messo in evidenza, era possibile capire la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2015 il forte portato speculativo che stava a monte di queste operazioni: tornare alla pittura come riflessione sugli strumenti stessi del linguaggio artistico e sulle sue strutture primarie di tela, telaio e stesura piatta. Ecco allora l’arrivo a larghe campiture piene e sature su telai sagomati (Aricò) o installazioni di frammenti di pittura di varia forma e dimensione (Pinelli) oppure la negazione del telaio stesso in favore della tela lasciata libera e solcata da segni regolari di natura quasi zen (Griffa), fino allo spazio “sublime e romantico” della campitura data a spruzzo (Olivieri). La pittura, anzi, sembra spostare l’attenzione verso i bordi della tela, a sottolineare la consistenza del supporto come oggetto a sé e non come semplice sostegno per un’immagine proiettata in una dimensione altra. Non mancavano, ovviamente, i padri spirituali di questa tendenza: sensato, infatti, aprire la rassegna udinese con Piero Dorazio e Mario Nigro, evocati a testimone di un’esperienza di artisti più anziani presi a riferimento dalle generazioni più giovani. Tutto questo, però, necessitava anche di un tentativo di periodizzazione storiografica, a cui aprile 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano cerca di dare un ordine il contributo di Denis Viva sulla critica di quegli anni: le posizioni della critica, infatti, sono come una cartina di tornasole del mutamento di percezione e di approccio nei confronti delle opere, fra chi deciderà di opporle un ostinato silenzio e chi, invece, tenterà di dare a questa tendenza un ordine e una direzione. Come tutte i tentativi di segnare i punti di svolta, il problema è quello di dare una data simbolica di inizio ed una, ancora più simbolica, di fine del periodo, ovvero di enucleare il momento di maggiore tensione di una temperie culturale considerando che il lavoro degli artisti proseguirà poi anche nei decenni successivi, ciascuno secondo la propria inclinazione. Porre una cesura nel continuum della storia, specie per chiudere una stagione, si rivela sempre difficoltoso: bisogna fare i conti, in questo caso, con la nascita di un’altra tendenza espressamente volta a un recupero, ma in chiave totalmente diversa, della pittura. È la Transavanguardia, infatti, a cambiare nuovamente le regole del gioco, e a confermare, una volta di più, che non è più la storia, ma l’azione della critica, a costituire la cesura e il cambio di stagione. UN’IDEA DI PITTURA. ASTRAZIONE ANALITICA IN ITALIA 1972-1976 A cura di Fabio Belloni e Vania Gransinigh UDINE, MUSEI D’ARTE MODERNA E CONTEMPORANEA CASA CAVAZZINI 1 marzo - 3 giugno 2015 43 LA MOSTRA/2 I LIBRI BELLI Aldo Manuzio a Carpi ella cappella di Palazzo dei Pio è conservato uno dei più importanti ritratti di Aldo Manuzio, mentre disserta con Alberto Pio, principe di Carpi. È dalla presenza a Carpi tra 1480 e 1489 dell’umanista ed editore, che da qui parte per Venezia a innovare la cultura e l’idea e la forma stessa del libro, che partono, nell’anniversario della morte, le iniziative carpigiane per il cinquecentenario di Aldo Manuzio, al quale partecipano, in un progetto di rete, anche la città di Bassiano (Latina), che ha dato i natali all’umanista, e diverse istituzioni di Venezia. La mostra, intitolata I libri belli,i N ripercorre la relazione tra Manuzio e Carpi e in particolare tra l’ultimo signore dei Pio e l’editore, ma con un occhio al contemporaneo come si addice a una figura rivoluzionaria per la cultura occidentale come l’inventore del libro tascabile. È a Carpi con Alberto Pio che nasce infatti l’idea di una ‘stamperia’ da cui escano libri per tutti, che poi Manuzio potrà realizzare solo a Venezia ma con il sostegno economico, una vera a propria forma di mecenatismo moderno, del principe carpigiano. È a questa parte della vita di Manuzio che è dedicata una parte 44 della mostra, mentre una seconda affronta il tema dell’illustrazione xilografica nelle aldine e della loro straordinaria contemporaneità, in un confronto-omaggio con i più importanti xilografi italiani del momento: Licata, Spacal, Veronesi, Paladino e con una sezione di opere la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2015 I LIBRI BELLI. ALDO MANUZIO, CARPI E LA XILOGRAFIA. XVII Biennale di Xilografia contemporanea CARPI, PALAZZO DEI PIO www.palazzodeipio.it 28 marzo -14 giugno 2015 originali che Emilio Isgrò dedica, con le sue Cancellature, al Polifilo, che vanno a costituire il percorso della XVII Biennale di Xilografia contemporanea, curata da Enzo Di Martino. “Carpi con questa mostra – dichiara l’assessore alla Cultura del Comune di Carpi Simone Morelli – entra nel novero delle città italiane che nel 2015 ripercorrono la strepitosa rivoluzione e la personalità di Manuzio. Una rete che mette la nostra città e i suoi Musei in un circolo virtuoso con Bassiano e con Venezia, e non in secondo piano, anzi con un carattere proprio e particolare. Questa esposizione e le attività che la accompagnano, tra Carpi, Venezia e il web, rappresentano il nuovo modo di fare cultura e arte in città, aperto alla collaborazione e a fare rete e sistema con partner pubblici e privati”. 46 la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2015 LA MOSTRA/3 LA LUCE NELLA MATERIA Medardo Rosso a Milano ra destinata ad un effetto dirompente, al suo affacciarsi sulla scena artistica dell’Ottocento, la proposta plastica di Medardo Rosso (1858-1928). Era ancora una scultura di affetti, la sua, o almeno una scultura che poteva prestarsi ad una espressione di situazioni di soffusa intimità domestica veicolata nella morbidezza calda e avvolgente della cera. Ma non era qui la vera novità del lavoro di Rosso: ciò che lo farà amarte alle generazioni successive, almeno concettualmente quando non filologicamente, era la sua messa in discussione degli statuti fondanti E della stessa arte della forma in tre dimensioni. La mostra aperta presso la Galleria d’Arte Moderna di Milano sta a ribadire proprio come l’opera di Rosso, autore di un numero limitato di opere più volte replicate e riproposte in materie diverse, proponga una nuova visione dell’arte MEDARDO ROSSO. LA LUCE E LA MATERIA MILANO, GALLERIA D’ARTE MODERNA 18 febbraio - 31 maggio 2015 www.mostramedardorosso.it nei suoi principi e nella interrelazione fra i linguaggi: più che verso il disegno, infatti, l’opera di Rosso punta verso la fotografia, con la quale arriverà agli esiti più estremi e radicali. In prima battuta era l’idea di statua a venire meno (seppure anche Rosso, nella sua vita, realizzerà alcuni monumenti a destinazione funeraria), come corpo articolato a cui girare attorno. Dal momento in cui la forma doveva registrare l’impressione di un’immagine rappresa nelle sue condizioni luminose, era inevitabile l’imposizione di un unico punto di vista frontale: i suoi volti, infatti, sono aprile 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano immagini che affiorano da una massa dal modellato indistinto, pronte ad essere re inghiottite dalla materia o a disfarsi al contatto con la luce. Rosso sembra voler dire che la forma in sé non esiste, ma che si palesa solo per come reagisce alla luce, o con quel minimo di dettaglio di immediata percezione ottica: si tratta di modellare solo quello che si vede, con tutti gli strati di aria e la quantità di luce che vi si posano sopra, e non ciò che si sa esistere. In un certo senso, questa dichiarata intenzione di aderenza al dato visivo era quanto di più discostava la scultura dal verismo per traghettarla in un diverso ordine di valori. Ecce puer,r o la più estrema Madame XX, sono volti pieni di luce, una luce così abbagliante da dilavarne i volumi e renderli illeggibili. Era implicito, concettualmente, un principio di cui si approprierà subito Umberto Boccioni: la scultura che rappresenta la forma nel suo disfacimento ad opera della percezione luminosa dei volumi comporta una estensione verso il mondo esterno. Se la forma non esiste in sé ma è data per come la percepiamo, è diretta conseguenza del suo “qui ed ora” che la scultura assommi gli effetti dell’ambiente circostante: il mondo entra nella figura, con una compenetrazione fra i due piani che in Boccioni diventerà, Nella pagina accanto da sinistra: Bambino malato, 1903-1904, Bronzo; Ruffiana, 1883, Bronzo. A destra: Birichino, 1895-1901, Bronzo. Per tutte le opere GAM Milano, © Saporetti Immagini d’Arte 47 48 da pittorica, letterale. Per Rosso, però, questo comportava un salto verso la fotografia, a cui ricorre con tecnica rudimentale, ma con la chiara intenzione di offrire quelle indicazioni di illuminazione e punto di vista dell’osservatore: la fotografia, anzi, accentuava quell’effetto di effusione lirica, ma al tempo stesso ribadiva la concretezza degli oggetti collocati nello studio dell’artista. Brancusi, partendo da qui, farà della fotografia lo strumento di una messa in scena della scultura nel suo atelier, quasi con un intenzionale recitativo drammaturgico. Ciò che però contava in Rosso, dando senso a tutto il resto, era una compromissione con la materia: ecco la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2015 In alto da sinistra: Grande Rieuse, 1903-1904 Cera su gesso; Ecce puer, 1906, Gesso patinato, GAM Milano, © Saporetti Immagini d’Arte. Sopra: Henri Rouart, 1890, Bronzo, WINTERTHUR Museo, © Schweizerisches Institut für Kunstwissenschaft, Zurigo/Foto: Jean-Pierre Kuhn allora lo stesso soggetto riproposto in cera, in gesso e in bronzo, mostrando la trasformazione semantica della forma a seconda della risposta chiaroscurale e della consistenza del materiale. È la cera, in particolare, con la sua calda trasparenza, la materia principe di questa ricerca, in quanto materia che filtra la luce nelle sue ombre. È il medium, poi, che più si misura con la materia informe come metafora di un divenire narrativo delle forme stesse. Per una traccia della scultura informale in Lombardia, da studiarsi prima e dopo la pionieristica mostra dello scultore curata da Luciano Caramel alla Permanente negli anni Sessanta, questo è un passaggio cruciale. 50 la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2015 L’INTERVISTA DEL MESE RIFLESSIONI DI CARLA MARIA CASANOVA SULLE “SPARIZIONI” E LE RISCOPERTE NELLA MUSICA LIRICA ITALIANA di luigi sgroi oottoressa ttoressa C Casanova, asanova, nnei ei pprecedenti recedenti nnumeri umeri della della rrivista ivista aabbiamo bbiamo aaffrontato ffrontato iill ttema ema ddei ei ggrandi randi musicisti musicisti iitaliani taliani ddimenticati. imenticati. Così C osì è aaccaduto ccaduto aanche nche pper er llee oopere: pere: aalcune lcune di di qqueste ueste ssono ono sscomparse comparse ddal al rrepertorio epertorio ddel el teatro teatro m musicale usicale e ppoi oi rriapparse iapparse improvvisamente improvvisamente rriscuotendo iscuotendo ggrande rande successo. successo. PPerché, erché, a ssuo uo parere? parere? È un fenomeno che si riproduce, a cicli, in tutto il mondo artistico. Musicisti e pittori sono coloro che ne hanno maggiormente sofferto. I motivi della scomparsa di opere liriche sono più evidenti di quelle dell’arte pittorica. Esistono in primo luogo D problemi di esecuzione: organici importanti o tessiture vocali proibitive. L’annosa vicenda dell’innalzamento del diapason ha reso alcuni ruoli inabbordabili.. In tempi passati interveniva anche la difficoltà di affrontare messe in scena particolarmente complesse, problema oggi facilmente superato: il minimalismo ha risolto. Un bel palcoscenico vuoto, un bel gioco di luci e i lussureggianti apparati barocchi non sono più necessari. In certi casi gioca anche l’estro del regista/scenografo. Ricordo sempre che il trionfo dell’Aida, pagina scenicamente inaccessibile se non si CARLA MARIA CASANOVA Nata a Monza nel 1936, ha sempre frequentato il mondo dell’opera lirica. Dopo un periodo di lavoro nella scenografia del Teatro alla Scala con Nicola Benois (stagioni 195960-61) si è dedicata esclusivamente al giornalismo. Lavora per quotidiani, settimanali, Radio e televisione. È presidente mondiale della AIJPF (Associazione Internazionale di Giornaliste Professioniste). In campo musicale ha pubblicato Renata Tebaldi, la voce d’Angelo, tra- dotta in francese, inglese e russo; Gabriella Cohen, la ballerina, il personaggio; Cesare Bardelli, il principe dei baritoni.i aveva a disposizione l’Arena di Verona o consimili spazi, il trionfo di Aida, dicevo, ha avuto la sua più grandiosa realizzazione sul palcoscenico (7 metri di apertura) del mini-teatrino di Busseto dove, nel 2001, Franco Zeffirelli risolse il trionfo con 9 comparse egizie vestite poveramente e viste di schiena. Affacciate a uno spalto, guardavano al di là, dove verosimilmente sfilava la grande parata, invisibile al pubblico in sala ma che chiunque poteva immaginare davvero splendida. Mai il suono delle trombe ne aveva annunciata una più spettacolare. Tornando alla sparizione (anche temporanea) di opere dal repertorio, a volte è causata, magari inconsciamente e certo involontariamente, dagli stessi compositori. Avviene quando a una propria opera, anche di successo, ne fanno seguire un’altra che fagocita tutte, o quasi, le precedenti. Succede anche il contrario: Mascagni con il suo primo successo (Cavalleria rusticana) chiuse per sempre ogni speranza a tutto quello che avrebbe composto poi. Come ciò che compose Ponchielli dopo Gioconda resta del tutto irrilevante, anche se il successivo Figliuol prodigo, sul piano stilistico e strumentale è il suo lavoro più meditato. Un altro capitolo, infine, aprile 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano riguarda le opere “che portano male”. La forza del destino è stata per anni afflitta da una trista nomea di malocchio (e i cantanti erano restii a prendervi parte). La famigerata La falena di Smareglia, che non si osa quasi nominare nemmeno adesso, fu affrontata con ardimento da Leyla Gencer a Trieste. Forse la direzione di Gianandrea Gavazzeni aveva per lei azzerato ogni iettatura. In verità l’esecuzione non registrò nulla di sinistro ma l’opera non venne comunque mai più ripresa. Che i titoli abbandonati tornino in auge è spesso questione di fortuna. Negli anni Cinquanta sono state determinanti le “Renaissances”. Musicologi e direttori d’orchestra si sono messi a esplorare partiture dimenticate. Bellini, e soprattutto Donizetti, i casi più noti.. Poi Riccardo Muti ha riesumato Cherubini, la scuola napoletana, Nino Rota… Innumerevoli restano ad ogni modo le “prima esecuzione in epoca moderna” o “prima esecuzione” ricomparse dopo un secolo e più di silenzio. Che ne è di Pacini e Mercadante per esempio? Quali Q uali ssono ono sstate, tate, secondo secondo llei, ei, le oopere pere ppiù iù ppenalizzate enalizzate ddaa qquesta uesta le oomissione? missione? Per citare un caso clamoroso, Anna Bolena, tenuta lontana dalle scene per quasi un secolo. L’opera venne recuperata alla Scala nel 1957, a 80 anni dall’ultima apparizione 51 (1877) sull’onda della ricerca di nuovi personaggi femminili per sfruttare gli immensi talenti della Callas. Trentunesimo (secondo altri 27°) titolo del catalogo del prolificissimo Gaetano Donizetti, Anna Bolena era stata composta in un mese nel 1830 e portata in scena da protagonisti eccelsi quali la Pasta e Rubini. Aveva ottenuto grande successo, di critica e pubblico. Segnava la fine dell’apprendistato napoletano di Donizetti e una decisiva svolta nella sua carriera tanto che il venerando maestro Mayr da allora in avanti si sarebbe rivolto al suo ex-allievo con il “lei” e chiamandolo “Maestro”. Anna Bolena perse quota a causa di Lucia di Lammermoor,r arrivata cinque anni dopo. A insidiarne il percorso, c’erano state in mezzo anche Lucrezia Borgia e Maria Stuarda. Sorte analoga toccò al Pirata di Bellini apparso alla Scala nel 1827 con accoglienze trionfali, rimasto in cartellone fino al 1840 (12 recite) e ritornatovi dopo 118 anni, nel 1958, di nuovo con la Callas. Questa 52 la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2015 Da sinistra: Adelina Patti (1843-1919) in una fotografia d’epoca; Montserrat Caballé (1933) in un costume di scena volta, qual era stata la causa della cancellazione dal repertorio? Forse in omaggio all’ultimo titolo belliniano, I Puritani (1835) anch’essi accolti con successo delirante “superiore ad ogni aspettativa”? SSee qquesta uesta ricerca ricerca h haa pprodotto rodotto rriscoperte iscoperte interessanti interessanti è aauspicabile uspicabile ccontinuare… ontinuare… iinn questo questo ssenso, enso, ppresso resso qquali uali aautori utori si si ppotrebbe otrebbe aandare ndare a iindagare? ndagare? A Rossini ha ampiamente pensato il Rossini Opera Festival. Sarebbe stato proprio un peccato privarci di un Viaggio a Reims, per esempio. Tra gli autori, ho citato prima Pacini e Mercadante. E perché non dare un’occhiata a Salieri che, oltre a L’Europa riconosciuta (che inaugurò La Scala nel 1778), a Le Danaidi (dapprima creduta di Gluck) e a Falstaff,f di opere ne scrisse una quarantina? Più vicino a noi, mi pare molto negletto il teatro musicale di Ottorino Respighi. Di lui paiono esistere solo I pini e Le fontane di Roma. E il grande Alexander Zemlinsky, dopo esser stato abbastanza vilipeso da quella strega di Alma Mahler, è colpevolmente trascurato dai posteri. H Haa pprima rima ccitato itato llaa PPasta asta e R Rubini: ubini: ppossiamo ossiamo ttentare entare uunn cconfronto onfronto con con i ggrandi randi ddei ei ttempi empi rrecenti? ecenti? C Che he sso, o, ccon on TTebaldi ebaldi e D Del el M Monaco onaco o C Callas allas e Corelli… C orelli… ccome ome ssii ccantava antava ““una una vvolta”? olta”? Come cantassero la Pasta e Rubini non so. Persino le registrazioni di Caruso, benché consentano di individuare la bellezza e la potenza del suono vocale, sono solo approssimative. Di voci femminili, pare che la più bella dell’Ottocento e di prodigiose agilità fosse quella di Adelina Patti. Ma il modo di cantare di cento e più anni fa è certo diverso da quello di oggi. Credo che la diversità stia soprattutto nel “gusto” del canto. Certi portamenti oggi non sono più accettabili. Tuttavia, ritengo che la giochipreziosi.it UN MONDO DI DIVERTIMENTO! GRUPPO GR UPPO O GIOC GIOCHI HI PREZIOSI 54 la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2015 vera grande differenza della prestazione di un cantante attuale stia nella gestualità ora richiesta. Gestualità che inevitabilmente incide sull’emissione vocale. Direi che oggi si tratta sempre più di attori che cantano mentre prima erano cantanti che si sgolavano con il piede sulla buca del suggeritore. La grande rottura è avvenuta proprio con la Callas, che ha stravolto il modo di proporre l’opera lirica. E poiché di voci belle come quelle della Tebaldi, della Caballé, della Ricciarelli non ne capitano tante, diviene auspicabile e necessaria una maggiore completezza di prestazione, vocale e scenica. Cii vvuole C uole ddire ire qualcosa qualcosa ddii ppiù iù ssuu Nino N ino R Rota, ota, la la ccui ui m musica usica ssembra embra ssfuggire fuggire alla alla critica critica ““colta” colta” ccontemporanea? ontemporanea? Nino Rota o Il cappello di paglia di Firenze. L’unico titolo rimasto in repertorio. Sembrerebbe che, al di là delle celebratissime colonne sonore da film, Rota non abbia scritto nient’altro. Invece, il Nostro, nato nel 1911 a Milano, benché tutti o quasi lo ritengano pugliese (per la sua lunga militanza come direttore al Conservatorio di Bari) e scomparso a Roma nel 1979, ha lasciato sette opere, senza contare che, a 11 anni, aveva composto l’oratorio L’infanzia di san Giovanni Battista, (regolarmente eseguito l’anno dopo). A Rota bisogna innanzi tutto togliere la “fama” di compositore di musica “leggera”. È un grande musicista eclettico, al quale la straordinaria facilità compositiva e la inesauribile sinfonie. Tutta musica che meriterebbe di essere robustamente introdotta in repertorio. A farlo, in questi anni, è stato soprattutto Riccardo Muti. Dall’alto: Nino Rota (1911-1979) durante un concerto; Antonio Salieri (1750-1825) in un dipinto di Joseph Willibrod Mähler (1778-1860) vena melodica hanno permesso di esprimersi in tutti i generi musicali. Quando anche volessimo sottovalutare la sua produzione operistica , restano le 55 composizioni da camera, le 10 vocali, le 37 per orchestra, con concerti per solista (di cui i rari abbinamenti per arpa, trombone, corno, fagotto), le quattro Considero Considero iill Viaggio Via Vi iaggio a Reims Reims uuno no ddei ei recuperi recuperi ppiù iù riusciti riusciti a vvantaggio antaggio ddel el pubblico pubblico melomane melomane e ddii R Rossini; ossini; ssuu quale quale aaltra ltra oopera pera iinvestirebbe nvestirebbe pper er rriascoltarla iascoltarla rivitalizzata rivitalizzata e ppienamente ienamente rriconosciuta iconosciuta ddaa ppubblico ubblico e ccritica? ritica? Ho un personale penchant per Antonio Salieri. Uomo coltissimo, insegnante di allievi come Beethoven, Schubert, Liszt, direttore dell’opera italiana presso la corte asburgica dal 1774 al 1792, dominò la scena musicale europea sino al fatale arrivo di Mozart, ragazzetto un po’ cretino (probabilmente Milos Forman non andò lontano così descrivendolo nel celebre Amadeus) s ma segnato dall’irreversibile divino tocco del genio. Salieri (cui non passò mai per la mente di avvelenare il giovane rivale) era ‘soltanto’ un musicista di grande caratura. Compositore e direttore d’orchestra, lasciò musica da camera, sacra e 37 opere. Alcune, come ho citato, conosciute anche oggi, altre quasi neglette: Armida, La grotta di Trofonio, Axur, re d’Ormus, Palmira, regina di Persia. Un approfondimento e un recupero duraturo di queste, insieme con altre del tutto dimenticate, potrebbero serbare sorprese e gradimenti. Una “Salieri renaissance”, per esempio. Perché no? La natìa Legnago ha fatto qualcosa ma si è fermata lì. 56 la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2015 LO SCAFFALE Pubblicazioni di pregio più o meno recenti, fra libri e tomi di piccoli e grandi editori “Giovanni Pico e la cabbala”, a c. di Fabrizio Lelli, Firenze, Olschki, 2014, pp. 292, 29 euro. L’interesse profondo di Giovanni Pico (1463-1494) per il pensiero e la mistica ebraica concorse ad esaltare la fama dell’umanista presso contemporanei e posteri e a rappresentarne la vivacità d’ingegno anche al grande pubblico. Eppure, nonostante la ricca messe di contributi sul Mirandolano prodotta dalla ricerca accademica degli ultimi due secoli, restano a tutt’oggi insolute le principali questioni relative al grado di competenza da lui raggiunto nella cabbala, all’esatta valutazione delle fonti ebraiche in suo possesso, al ruolo effettivo dei suoi collaboratori e ai travisamenti del suo pensiero dovuti alle interpretazioni degli epigoni rinascimentali e dei critici otto e novecenteschi. I contributi raccolti nel volume intendono colmare questa lacuna, proiettando gli interessi del Mirandolano sullo sfondo delle dinamiche intellettuali del suo tempo e analizzando i meccanismi della ricezione della cabbala pichiana in età moderna e contemporanea. “La palazzina di Caccia di Stupinigi”, a c. di Edith Gabrielli, Firenze, Olschki, 2014, pp. 478, 49 euro. Costruita dal 1729 su progetto di Filippo Juvarra, la Palazzina di Caccia di Stupinigi, nei pressi di Torino, da tempo inserita tra i siti UNESCO, è una delle più significative residenze del rococò europeo. Negli ultimi anni si è aperta per la Palazzina una fase di rilancio, anche in virtù di una serie di restauri del contenitore architettonico e delle decorazioni interne, che dopo l’Appartamento di Levante sta ora coinvolgendo il nucleo centrale. Partendo dai risultati emersi da questi cantieri, realizzati dalla Soprintendenza per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici del Piemonte, il volume, corredato da un ampio atlante fotografico, anche grazie al concorso di esperti di fama internazionale abbraccia l’intera dimensione storica, architettonica, artistica e museologica della Palazzina, fino alle trasformazioni recenti. Un contributo perciò ricco di nuove ipotesi, dati archivistici, soluzioni tecniche e spunti metodologici, capaci di favorire ulteriori indagini e rimettere così la Palazzina di Stupinigi al centro della scena internazionale. Specialista di pittura italiana fra il XV e il XIX secolo, Edith Gabrielli (Roma, 1970) è dal 2010 Soprintendente per i Beni Artistici, Storici ed Etnoantropologici del Piemonte. Fra le sue iniziative per la tutela del patrimonio culturale piemontese rientrano, a Torino, la mostra internazionale su Stefano Maria Legnani e la connessa riapertura degli appartamenti seicenteschi di Palazzo Carignano, nonché il progetto museologico della nuova Galleria Sabauda. “Marinetti 70. Sintesi della critica futurista”, a c. di Antonio Saccoccio e Roberto Guerra, Roma, Armando editore, 2014, pp. 128, 10 euro. In occasione dei settant’anni dalla morte di Filippo Tommaso Marinetti esce questa bella raccolta di saggi, articoli e interviste curata da Antonio Saccoccio e Roberto Guerra. Il fondatore del Futurismo continua a essere una delle figure più discusse e controverse della cultura italiana. In questa pubblicazione alcuni tra i maggiori studiosi viventi dell’artista esplorano aspetti fondamentali della sua opera: il culto della modernità, le ricerche poetiche e parolibere, i rapporti con la politica (nazionalismo, socialismo, anarchismo, fascismo), l’influenza sulle avanguardie europee, l’attualità delle sue intuizioni nel XXI secolo. All’interno del volume contributi critici di: Gino Agnese, Giovanni Antonucci, Francesca Barbi Marinetti, Günter Berghaus, Pierfranco Bruni, Riccardo Campa, Giancarlo Carpi, Patrizio Ceccagnoli, Simona Cigliana, Vitaldo Conte, Enrico Crispolti, Giorgio Di Genova, Massimo Duranti, Roberto Guerra, Giordano Bruno Guerri, Miroslava Hajek, Massimo Prampolini, Antonio Saccoccio, Luigi Tallarico, Paolo Valesio. aprile 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano 59 Bibliofilia Cronaca di un successo editoriale annunciato La Descrittione d’Italia di Leandro Alberti GIANCARLO PETRELLA C hi quella fredda mattina d’inverno avesse osservato il volto dell’anziano fra Leandro vi avrebbe scorto una qual impazienza. Con voce sommessa recitava come d’abitudine le laudi, ma lo sguardo, quasi inavvertitamente, correva a quel gran faldone, chiuso da una modesta coperta di cartone, adagiato al suo fianco. Sul piatto anteriore alcune tracce di cera tradivano un lavoro forse notturno; al dorso un titulus vergato con cura ne rivelava infine il contenuto: Leander de Bononia ordinis Praedicatorum Descrittione di tutta Italia. La sera prima dalla tipografia era giunta la notizia a lungo attesa: da Venezia erano arrivati i caratteri richiesti. Le risme di carta erano pronte da tempo. Non mancava dunque L. Alberti, Descrittione di tutta Italia, Bologna, A. Giaccarelli, 1550, dedica del tipografo Giaccarelli a Ercole II d’Este con marca tipografica di Ercole e l’Idra più nulla. Poteva finalmente affidare il manoscritto ai compositori perché, dopo oltre dieci anni, si avviasse la stampa di quell’opera che già correva sulla bocca di tanti valenti letterati, non solo bolognesi. Prese allora il faldone cercando di proteggerlo sotto la cappa da quella pioggia insistente, si appoggiò al braccio di fra Paolo da Bergamo, l’organista,1 e attraversò la grande piazza prospiciente il convento di S. Domenico che ancora sembrava notte, tanto era scuro. E per una volta sembrò non badare ai volgari schiamazzi di quelle donne che continuavano a offendere la santità del luogo, nonostante i ripetuti appelli del priore alle autorità cittadine.2 Non che le cose andarono davvero così, il giorno in cui fra Leandro Alberti (1479 - c.1553), domenicano e inquisitore bolognese, portò il manoscritto della propria opera alla bottega di Anselmo Giaccarelli, tipografo.3 Ma piace immaginarlo, almeno a chi ha trascorso una decina d’anni in quotidiano colloquio con le sue carte e le sue opere, scorgendone persino l’elegante minuta grafia a margine di parecchi volumi che furono fra le sue mani. Tutto quanto accadde nei mesi successivi è invece comprovato da attendibili documenti, la cui veridicità non può essere minimamente messa in discussione, che consentono di seguire da vicino il lavoro della tipografia e il non facile iter che avrebbe portato, nel gennaio 1550, all’uscita sul mercato della prima edizione del più ampio e fortunato trattato geografico-erudito del Rinascimento.4 È lo stesso autore a informarci del lavoro della tipografia attraverso alcune missive indirizzate al letterato ferrarese Gaspare Sardi († 1559)5 che già aveva cercato di favorire l’Alberti nel 1545in un tentativo, poi naufragato, di far pubblicare la Descrittione a Venezia.6 L’opera, frutto di appunti raccolti in loco e voraci letture antiquarie, era in 60 cantiere da un ventennio, ma l’uscita sul mercato librario fu più volte rimandata nonostante i pressanti inviti di amici e confidenti cui l’Alberti aveva mostrato il proprio lavoro. Addirittura già nel 1536 l’umanista Giovanni Antonio Flaminio sollecitava fra Leandro a non procrastinare ulteriormente la pubblicazione: «Legi tuam, mi Leander, Italiam […] restat igitur ut tam egregium, tam preclarum opus iam publices et in manus hominum venire sinas, nec diutius efflagitantium amicorum studia et expectationem differas».7 Nello stesso anno anche Giovanni Filoteo Achillini ricevette «una parte della Italia di frate Leandro degli Alberti sagace de l’ortodossa fede inquisitore» da alcuni conoscenti, nelle cui mani era giunta «non so per qual via e modo», i quali lo pregavano affinché «una epistoletta dinanzi le pona». Alla fine, nonostante alcune remore, parendogli «usare villania nel porre nell’altrui binda la falce», «tante le preghiere e persuasioni loro», si convinse a stendere quella nuncupatoria ai Lettori che il Giaccarelli avrebbe pubblicato nelle carte preliminari dell’edizione a stampa.8 Evidentemente però fra Leandro non era ancora soddisfatto e il consiglio del Flaminio rimase inascoltato. Sarebbero trascorsi altri quattordici anni prima che il pubblico degli eruditi potesse finalmente leggere l’attesa Descrittione di tutta Italia. Al la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2015 punto che ancora nel 1542, durante un soggiorno bolognese, l’erudito veneziano Francesco Sansovino si sarebbe imbattuto in «un prete veccio il qual raguna tutte le cose dell’Italia». Quel prete veccio, ovviamente, altri non era che l’anziano fra Leander, ancora chino allo scrittoio, alle prese con le sue infinite ricerche.9 Seguiamo ora la corrispondenza e ascoltiamo la viva voce del protagonista. La prima lettera dell’Alberti al Sardi porta la data del 3 giugno 1548. Ne ricaviamo che a quell’altezza la stampa non fosse stata ancora avviata e fra Leandro attendeva con impazienza la consegna dei caratteri tipografici da Venezia: «quanto alla Italia già ho in casa da 80 risme di carta e espectamo le lettere tragetate da Vinegia, le quali avute, essendo il resto in ordine, se le darà principio». Ma ancora per tutto il 1548 probabilmente non se ne fece nulla, poiché il 6 aprile dell’anno successivo l’Alberti informava che erano stati fino a quel momento stampati 40 fogli: «quanto all’Italia insino ad ora ne sono stampati da 40 folii e si seguita». Calcolando una media di stampa anche solo di un foglio tipografico al giorno (inferiore a quella che poi sarà riportata esplicitamente dall’Alberti per i periodi di piena attività tipografica) è evidente che la stampa fu con ogni probabilità avviata solo nei primi mesi del 1549. La primavera trascorse senza intoppi. L’officina marciava a ritmo sostenuto e fra Leandro, come qualsiasi autore in sala d’attesa, poteva illudersi di stringere fra le mani il sospirato volume entro pochi mesi. Inaspettatamente però le cose si complicarono con l’arrivo dell’estate e il 7 luglio, data della lettera successiva, si era giunti a poco meno della metà dell’opera. Erano state stampate 222 carte (vale a dire 111 fogli tipografici, dal momento che si tratta di un’edizione in folio che presuppone due carte per ogni foglio di stampa), ma l’Alberti esprimeva il proprio disappunto perché il lavoro, dopo un mese di ritmo sostenuto, si era improvvisamente rallentato, causa la fuga di uno degli stampatori e la licentia chiesta dall’altro: «la nostra Italia ha caminato li giorni passati alquanto lentamente perché è fuggito aprile 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano 61 A sinistra e sopra: L. Alberti, Descrittione di tutta Italia, Venezia, L. degli Avanzi, 1568, frontespizio del volume contenente la descrizione delle Isole e tavola cartografica della Sardegna uno dei stampatori, l’altro ha chieduto licentia e così lentamente sono procedute le cose; pur alquanto sono relevate e si comincia a far forte e siamo a 222 carte». Dunque, veniamo a sapere dalla viva voce dell’autore che uno degli operai (un’anonima comparsa di quel brulicante mondo delle tipografie rinascimentali che ha però fisicamente contribuito alla realizzazione di uno dei più bei libri prodotti dalla tipografia bolognese) era scappato; l’altro aveva chiesto, e ottenuto, un periodo di ferie. Evidentemente anche l’attività della tipo- grafia Giaccarelli, secondo una consuetudine piuttosto diffusa nell’ambiente della stampa, doveva essere stata, soprattutto nell’ultimo periodo, particolarmente intensa e faticosa. L’imprevisto rallentamento avrebbe dilatato il tempo di stampa previsto dall’autore, secondo il quale, se si fosse continuato con lo stesso ritmo, la Descrittione sarebbe stata ultimata a fine luglio, mentre ora sarebbe stato già difficile terminare la stampa entro la fine del mese successivo: «se avessero seguitati li stampadori come aveano fatto per un mese, non dubito che seria stata finita per tutto questo presente mese, onde non serà poco se la forniscono per tutto il seguente». Le previsioni si rivelarono miseramente ottimistiche, come sempre, d’altronde, quando ci si affida a uno sterile ottimismo. L’assenza degli operai si prolungò infatti per tutto il mese di luglio. In data 29 luglio l’Alberti scriveva al corrispondente ferrarese lamentandosi che la stampa fosse rimasta pressoché ferma: in venti giorni erano stati stampati solo altri 9 fogli, rinviando così ulteriormente la sospirata conclusione dell’opera: «quanto al- 62 la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2015 Sopra: L. Alberti, Descrittione di tutta Italia, Venezia, L. degli Avanzi, 1568, frontespizio del volume contenente la descrizione delle Isole e tavola cartografica della Sicilia. Nella pagina a destra: L. Alberti, Descrittione di tutta Italia, Venezia, A. Salicato, 1588, c. A1r: incipit dell’opera l’Italia lentissimamente si procede per esser partiti quasi tutti i lavoranti. Io non so quando la sarà finita. Siamo ora nello Abruzzo. E ne avemo da 120 fogli». Partiti quasi tutti i lavoranti, dunque. Scappati, dimessisi, o solo ‘in ferie’? Facciamo un po’ di conti. Durante i tre mesi intercorsi fra la prima lettera del 6 aprile e quella successiva del 7 luglio furono stampati 71 fogli, passando così da 40 fogli a 111. Escludendo i giorni festivi e ipotizzando circa 25 giorni lavorativi per mese (cifra che permette quindi di tenere conto anche di eventuali ulteriori festività) si ricava una media di stampa per questi tre mesi di quasi un foglio tipografico al giorno, al ritmo di circa 2000 impressioni al giorno, se ci basiamo su una ti- ratura, usuale per un libro nel Cinquecento, di circa un migliaio di esemplari. L’ipotesi di veder ultimata la stampa dell’opera entro luglio era perciò tramontata, nonostante nella lettera del 7 luglio si possa scorgere ancora una speranza: «onde non sarà poco se la forniscano per tutto il seguente» (cioè il mese di agosto). Per stampare i rimanenti 124 fogli tipografici (il volume finale conterà 470 carte, cioè 235 fogli) entro la fine di agosto si sarebbe però dovuto procedere al ritmo addirittura di quasi due fogli e mezzo al giorno, un ritmo sicuramente insostenibile per una tipografia come quella del Giaccarelli. Invece al 29 luglio si contavano 120 fogli e al 13 settembre, il nostro riferimento cronologico successivo, non ci si era allontanati di molto. Così infatti a quella data l’Alberti scriveva: «Dite al signor Gipsio che ora è stampata la memoria di sua S. in Lugo onde siamo arrivati», alludendo alla lode del giureconsulto Lanfranco Gipsio stampata a proposito della città di Lugo di Romagna, a carta 284 della Descrittione. Dopo questa fase di estrema lentezza, coincisa, curiosamente, con l’estate del 1549 (mai sapremo cosa davvero accadde in quei mesi nella tipografia più in vista di Bologna), l’attività riprese con maggior lena e nella lettera del 20 ottobre le parole dell’Alberti trasudano nuova fiducia. Annunciava che si era giunti a circa 370 carte, tanto che si incominciava persino a intravederne la fine, ma soprattutto forniva un particolare estremamente interessante, dichiarando esplicitamente che nell’ultimo periodo si era proceduto al ritmo di un foglio e mezzo al giorno: «quanto all’Italia nostra ne avemo da circa 370 carte e siamo di là dal Po, nella Gallia Transpadana in Mantova. [...] Se lavora molto forte, con ciò sia che ne avemo al giorno un foglio e mezzo stampato». I dati confermano che effettivamente nel periodo compreso fra il 13 settembre e il 20 ottobre si procedette molto più speditamente che nel periodo precedente: furono stampati 43 fogli, cifra che, calcolando un periodo lavorativo di circa trenta giorni, conferma proprio un ritmo di stampa di circa un foglio e mezzo al gior- aprile 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano no, come affermato dall’Alberti. La lettera del 20 ottobre è però anche l’ultima nostra fonte documentaria diretta (almeno stando alle mie ricerche sull’Alberti ferme da parecchi anni). I riferimenti cronologici successivi sono tutti interni all’opera: la dedica dell’Alberti a Enrico II re di Francia, datata 19 gennaio 1550, e il colophon apposto dal Giaccarelli, nel quale si dichiara ultimata la stampa della Descrittione nel mese di gennaio del 1550. E se il colophon mentisse, per ragioni di opportunità commerciale? Mi spiego meglio. Alla luce del frenetico ritmo di stampa tenuto nell’ultimo mese ritengo probabile che la stampa si fosse conclusa entro il 1549, ma l’opera sia stata volutamente ‘tenuta nel cassetto’ per un altro mese e immessa sul mercato solo agli inizi del 1550. Il 20 ottobre si erano infatti stampati 185 dei 235 fogli totali della Descrittione: la stampa dei restanti cinquanta, sia che si fosse mantenuto il ritmo di un foglio e mezzo al giorno dell’ultimo periodo, sia che si fosse rallentato, si concluse verosimilmente nel mese di dicembre del 1549 e non nel gennaio del 1550. Il Giaccarelli doveva sapere molto bene che pubblicando proprio sul finire dell’anno un’opera con la data del 1549 correva il rischio che questa edizione apparisse sul mercato il mese successivo, cioè nel gennaio del 1550, già vecchia di un anno. È perciò probabile che, d’accordo con l’autore, nonostante la stampa si fosse conclusa già a dicembre, se non un po’ prima, si sia deciso di rinviare ulteriormente di qualche settimana l’uscita della Descrittione che la dedica e la data del colophon presentavano ai lettori come la più attesa novità editoriale del 1550. Non è inverosimile che quel ‘prete veccio il qual raguna tutte le cose dell’Italia’ si affacciasse quasi quotidianamente dalla soglia della bottega all’insegna di Ercole (tale era infatti la marca tipografica del Giaccarelli) per constatare a che punto si fosse arrivati con la stampa e sollecitare l’editore a non indugiare oltre. Che l’officina Giaccarelli sullo scorcio di quel 1549 fosse tutta presa dal volume dell’Alberti lo si intuisce anche da un altro punto di osservazione. Non è casuale che a Bologna gli amanti degli astri abbiano iniziato l’anno 1550 senza poter consultare gli attesi 63 pronostici, abitualmente stampati l’ultimo mese dell’anno precedente. L’officina Giaccarelli era stata completamente assorbita dalla stampa della Descrittione e per le consuete Efemeridi quella volta si dovette attendere gennaio (F. Rustighelli, Prognosticon, Bologna, A. Giaccarelli, gennaio 1550) o addirittura febbraio (L. Vitali, Pronosticum, Bologna, A. Giaccarelli, febbraio 1550).10 La Descrittione che si affacciava dai banchi dei librai in quei primi mesi del 1550 era destinata di lì a qualche anno a invadere il mercato librario, non solo italiano, in un diluvio di edizioni: dieci nell’arco di cinquant’anni, dalla princeps bolognese all’ultima licenziata a Venezia nel 1596. Un autentico bestseller, visto che la prima edizione andò presto esaurita, tanto che già nel 1551 a Venezia ne uscì una seconda. Se non piuttosto, in termini editoriali, un longseller, considerata la lunga durata. Torniamo per un istante ancora alla faticosa edizione Giaccarelli. All’ultimo momento fra Leandro, per non accrescere eccessivamente la già cospicua mole del volume (circa 500 carte nel formato in folio) e ritardarne così ulteriormente la pubblicazione, aveva dovuto rinunciare a far stampare la promessa Descrittione delle Isole. Di ciò faceva ammenda in un avviso ai lettori: «Nel principio di questa mia Discrittione d’Italia promessi altresì la descrittione dell’Isole attenenti ad 64 la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2015 Sopra: L. Alberti, Descrittione di tutta Italia, Venezia, A. Salicato, 1588, frontespizio. Nella pagina accanto da sinistra: L. Alberti, Descrittione di tutta Italia, Bologna, A. Giaccarelli, 1550, frontespizio; L. Alberti, Descrittione di tutta Italia, Bologna, A. Giaccarelli, 1550, c. *2r: dedica a Enrico II e Caterina de Medici in data 19 gennaio 1550 a firma Leandro Alberti essa; vero è che di mano in mano considerando tant’accrescere il volume qual se imprimeva, che cominciai a dubitare se devessi servare la promessa, o no, e così dubioso arrivai circa il fine dell’impressione e vidi esser venuto tanto grande che parea a me eccedere il comun modo dei volumi e così diliberai di concludere detto volume colla descrittione della trionfante città di Vinegia […] promettendo però di dar alla luce dette Isole con alcune curiose antichitati». La descrizione delle isole sarebbe rimasta sullo scrittoio dell’autore anche quando, l’anno successivo, si procedette a una nuova edizione dell’opera (l’ultima vivente l’Alberti), uscita dai torchi della tipografia veneziana di Pietro e Giovan Maria Nicolini da Sabbio. Rispetto all’arioso in folio del Giaccarelli (edizione strepitosa per pulizia di stampa, eleganza dei capilettera ornamentali impiegati, musicalità dei contrasti fra bianchi e neri, verticalità dello specchio di stampa), i Nicolini optarono per un più maneggevole (e risparmioso) in quarto, cui si sarebbero uniformate, da lì in avanti, tutte le successive edizioni veneziane, e per un’impaginazione più serrata, con margini ridotti e un testo assai meno interlineato. La Descrittione dovette così apparire ai lettori sotto una veste nuova, con caratteristiche tipografiche che l’avvicinavano anche a un’agile guida di viaggio, di più facile consultazione e più semplice trasporto, rispetto al trattato erudito da custodirsi in biblioteca della raffi- aprile 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano nata edizione Giaccarelli. Nel secondo Cinquecento l’editoria veneziana finì in qualche modo con l’assicurarsi il ‘monopolio’ sulla Descrittione e i tipografi trovarono nel trattato geografico del domenicano un investimento di sicuro successo, al punto che ancora nell’edizione del 1588 l’opera era definita «fruttuoso libro per il quale l’uomo senza patir disagio di viaggi o spesa alcuna può avere piena cognizione de’ siti ne’ quali si ritrovano tutte le isole, città, castelli, ville, promontori, monti, colli, piani, valli, mari, fiumi, laghi, stagni, fontane e bagni di tutta Italia. E anco una narrazione de’ costu- mi e riti di tutti i popoli e quando ebbero principio esse città e da chi furono edificate e signorie loro e anco gli uomini illustri di tutte le professioni che in esse fiorirono». Nell’arco di soli quarantasei anni, dal 1551 al 1596, si contano ben nove edizioni veneziane della Descrittione, alcune delle quali corrotte da indebite interpolazioni esterne che alterano il testo originale, cui si aggiungono due edizioni tedesche della traduzione latina approntata da Guglielmo Kiriander che rendevano così disponibile l’opera anche ai dotti di tutta Europa (Descriptio totius Italiae ex italica lingua in latinum conversa, Colonia, N. Gra- 65 phaeus, 1566; Colonia, T. Baumius, 1567). Nonostante quattro edizioni in sette anni (rispettivamente l’edizione bolognese del 1550 e le tre veneziane datate 1551, 1553, 1557) il pubblico degli eruditi dovette però attendere fino al 1561 per leggere la Descrittione nella sua interezza. Fu Ludovico degli Avanzi a estrarre l’asso, realizzando, sebbene con un’edizione ormai postuma, i desideri dell’autore. A dispetto delle ormai ripetitive edizioni impresse dai colleghi, l’Avanzi, a undici anni dalla princeps, poté infatti immettere sul mercato, per la prima volta, l’agognata Descrittione di tutta Italia aggiuntavi nuova- 66 la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2015 L. Alberti, Descrittione di tutta Italia, Bologna, A. Giaccarelli, 1550, c. A1r: incipit dell’opera mente la Descrittione di tutte l’Isole dal medesimo autore descritte. Vero artefice dell’operazione era stato fra Vincenzo da Bologna, alias Vincenzo Spargiati († 1584), maestro degli studi e vicario dell’inquisitore di Bologna, che consegnò all’editore veneziano il manoscritto contenente l’Italia insulare rimasto, alla morte dell’Alberti, tra le sue carte nella biblioteca dei domenicani di Bologna. A fra Vincenzo toccava poi l’onore di firmare la dedicatoria al Duca di Savoia, in data 22 maggio 1561: «Non volendo mancare, illustrissimo Signore, il monastero di S. Domenico di Bologna e alla felice memoria del reverendo padre fra Leandro Alberti, pur dell’istessa città illustratore famoso d’Italia regina delle provincie, né alla larga e curiosa espettatione de’ nostri Italiani e d’altre nationi disiose di conoscere i luochi dell’Italia, ha posto in luce l’Isole di sudetta Italia, già da esso compilate». L’operazione si rivelò per l’Avanzi un ottimo investimento tanto da indurlo nel 1568 a replicare con una nuova edizione, offerta non più alla famiglia Savoia ma al marchese Alberigo Cibo Malaspina, signore di Massa e Carrara. L’Avanzi si dimostra, per la seconda volta nel breve giro di pochi anni, abilissimo imprenditore. La sua nuova edizione, rivolta al pubblico colto dei raffinati geografi da tavolino, era corredata di sette cartine topografiche delle isole e della città di Venezia, che saranno passivamente riproposte anche nelle due ultime edizioni tardocinquecentesche impresse ancora a Venezia da Alto- bello Salicato nel 1588 e da Paolo Ugolini nel 1596. Giunti a questo punto, i banchi dei librai dovevano essere invasi da un torrente indiscriminato di copie della Descrittione che correvano il rischio di giacere per anni come fondi di magazzino. Il passo da bestseller a remainder è drammaticamente breve. Gli editori, dal canto loro, dovettero pertanto ingegnarsi per far sì che l’opera, ormai datata, rimanesse ancora accattivante. Alcuni ricorsero a un accorto espediente, scegliendo di aggiornare il testo originale agli avvenimenti dell’ultimo ventennio. L’operazione fu condotta, senza troppi scrupoli filologici, nell’officina dei tipografi Giovanni Maria Leni e Giovan Battista Porta che, rispettivamente nel 1577 e nel 1581, introdussero sul mercato librario due edizioni della Descrittione ampiamente ricorrette e aggiornate, come ben pubblicizzato dagli invitanti frontespizi: «Descrittione di tutta l’Italia e Isole pertinenti ad essa di F. Leandro Alberti bolognese aggiontovi di novo, a’ suoi luochi, tutto quello ch’è successo sino l’anno 1577 e tutto ricorretto»; «Descrittione di tutta l’Italia e Isole pertinenti ad essa […] aggiontovi di nuovo, a’ suoi luochi, tutto quello ch’è successo sino l’anno 1581. E di più ripurgata da infiniti errori e accresciuta d’altre additioni in margine». Qualcuno andò persino oltre e pensò bene di approfittare di tale clamoroso aprile 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano successo per il proprio personalissimo tornaconto. Subito dopo l’uscita della Descrittione, alcune famiglie nobili, in qualche modo risentite di non essere neppure citate in un’opera che invece, fin dal frontespizio, prometteva al lettore «le signorie delle città e delle castella e più gli uomini famosi che l’hanno illustrata», intravidero nel fortunato manuale geografico dell’Alberti uno strumento adatto a rafforzare il proprio prestigio agli occhi dell’aristocrazia cittadina. A dare inizio a questa contesa fu la famiglia veronese dei Pompei, conti di Illasi, che riuscì a ritagliarsi già nell’edizione veneziana del 1551, stampata ancora vivente l’autore, un’ampia pagina celebrativa, forse tramite indebite pressioni sui tipografi Nicolini da Sabbio. Il loro esempio fece scuola e altri dopo di loro riuscirono ad assecondare le proprie aspirazioni ottenendo da letterati e tipografi compiacenti di inserire nel testo originale della Descrittione, facendoli così passare per genuini dell’Alberti, brevi lacerti elogiativi della propria casata. Nell’edizione fatta stampare da Ludovico degli Avanzi nel 1561, la prima, come si è detto, contenente anche l’attesa e inedita Descrittione delle isole, si insinuano nuove interpolazioni, rimaste per secoli clamorosamente sconosciute, che passeranno indisturbate anche nelle edizioni successive. Le ho smascherate, oramai un quindicennio fa, fra le carte relative alla descri- 67 L. Alberti, Descrittione di tutta Italia, Bologna, A. Giaccarelli, 1550, incipit della descrizione di Venezia zione di Brescia e Verona. In un secondo momento ho dovuto capirne le ragioni storiche. Si intravede un’altra curiosa e defilata vicenda del nostro pluricentrico Rinascimento. Dietro la seconda edizione Avanzi si scorge la sagoma di un influente nobiluomo con malcelate smanie storiografiche autocelebrative. Il nobiluomo risponde al nome del marchese Alberigo Cibo Malaspina, signore di Massa e Carrara, cui l’Avanzi dedicò infatti la nuova edizione del 1568 (che aveva in qualche modo contribuito a finanziare?). Preso da autentico desiderio di celebrare la propria casata, il marchese, con la complicità di letterati e poligrafi vicini all’ambiente dei tipografi veneziani, fece immettere nel testo alcune aggiunte appositamente commissionate. Come si legge nella dedica firmata Cheluzio da Colle, ‘suggerì’ di correggere e meglio illustrare alcuni luoghi, a suo dire, trascurati dall’Alberti. I passi alterati riguardano ovviamente la genealogia della casata Cibo Malaspina e i territori ad essa soggetti. Compare ad esempio, nell’aggiunta relativa alla città di Genova (c. C2v), un punto che stava particolarmente a cuore al marchese, ossia la parentela della famiglia Cibo con quella dei Tomacelli, in modo da poter vantare fra i propri avi, oltre ad Innocenzo VIII dei Cibo, anche un secondo papa, ossia Bonifacio IX dei Tomacelli. Nel passo relativo alla contrada di Aiello (c. Dd3v), nei pressi di Cosenza, il Cibo coglieva invece l’occasione per fregiarsi del recentissimo titolo di mar- 68 la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2015 L. Alberti, Descrittione di tutta Italia, Venezia, P. Ugolino, 1596, frontespizio chese di quelle terre. L’intero corpus delle interpolazioni, da quelle introdottesi nell’edizione Nicolini del 1551 sino a quelle firmate Cibo Malaspina del 1568, ormai sedimentatosi nel testo originale dell’Alberti, si riversa inalterato in tutte le edizioni posteriori della Descrittione, senza destare il benché minimo sospetto in tipografi e lettori. Anche nelle ultime due edizioni cinquecentesche, rispettivamente Altobello Salicato 1588 e Paolo Ugolini 1596, e nonostante il tentativo di rassicurare il pubblico, fin dal frontespizio, dell’avvenuto restauro filologico: «Così io ve la presento in questa mia ultima impressio- ne […] ridotta in quella istessa forma che fu composta dal suo proprio autore, quantumque per il passato sia stata dopo la sua morte in molti luoghi depravata e maltrattata, come dal suo primo originale chiaramente si può vedere». A distanza di una cinquantina d’anni dalla tormentata princeps bolognese, la Descrittione di ‘quel prete veccio’ serbava intatto il suo fascino e ancora c’era chi correva a procurarsene copia. Non stupisce pertanto di trovarla in ogni collezione che si rispetti (quindi anche su a Castel Thun),11 come raffinatissimo primo baedeker delle meraviglie d’Italia, sottobraccio anche a parecchi gentiluomini che calava- no dal Nord Europa per il Grand Tour. Anzi, non può esserci collezione di rango senza una copia della princeps bolognese, come ho perentoriamente suggerito a un caro amico bibliofilo. Al pari della prima edizione dei Promessi sposi, dei Delitti e delle pene, dell’Esprit des lois, per riprendere il filo di quelle piacevoli chiacchierate estive sul lago di Como. Tanto più che un esemplare dell’edizione Bologna 1550 in «legatura contemporanea inglese in vitello bruno, sui piatti inquadratura di fregi formati da linee a freddo e in oro racchiudenti arabeschi dorati, nel centro di ambedue i piatti una cornice ovale coll’orso che tiene un rozzo basto- aprile 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano ne accostato dalle iniziali R e D» figurava anche nella riserva personale di Robert Dudley conte di Leicester, favorito della regina Elisabetta d’Inghilterra, e fu poi venduto negli anni Trenta del secolo scorso dall’antiquario Giuseppe Martini. NOTE 1 Il personaggio è assolutamente reale. Ho incontrato frequentemente questo «frater Paulus de Bergomo horganista», che passò al convento di Bologna verosimilmente nel 1543 e vi si trattenne per circa quarant’anni, nelle carte archivistiche di S. Domenico (BOLOGNA, Archivio di S. Domenico, Liber Consilioum 1459-1648, ms. III 4000, ff. 50v, 53v, 59r, 63v; Annali del Convento di S. Domenico di Bologna, ms. III 80502g, t. II, pp. 853, 862; Cronica di Fra Ludovico da Prelormo, ms. VII 32900, p. 255). 2 Anche questo riferimento è fondato su fatti realmente accaduti. Ho trovato traccia delle lamentele dei frati domenicani per il disturbo arrecato dalla presenza di prostitute in prossimità del convento ancora nelle carte d’archivio di S. Domenico (Annali del Convento di S. Domenico di Bologna, t. II, p. 933). Nel secondo Cinquecento a Bologna furono emanati numerosi bandi che proibivano alle «meretrici roffiane» di abitare in prossimità dei monasteri (Bononia Manifesta, Catalogo dei bandi, editti, costituzioni e provvedimenti diversi, stampati nel XVI secolo per Bologna e il suo territorio, a c. di Zita Zanardi, Firenze, Olschki, 1996, nn. 345, 410, 488, 496, 529, 531). 3 P. BELLETTINI, Sugli inizi dell’attività tipografica di Anselmo Giaccarelli a Bolo- 69 Ma per sfogliarne le pagine e accostarne i contenuti il lettore dovrà pazientare sino al prossimo mese. A meno che nel frattempo non se ne procuri anch’egli una copia. (in proposito mi piace segnalare che due begli esemplari, rispettivamente della princeps con le isole Venezia 1561 e della più tarda edizione Venezia 1588, si affacciano in apertura del recentissimo ricco catalogo della Libreria Mediolanum: Catalogo 42, Arte e architettura, nn. 1-2). (la seconda parte sarà pubblicata sul numero di maggio) gna, in L. BALSAMO – L. QUAQUARELLI, Sul libro bolognese del Rinascimento, Bologna, CLUEB, 1994, pp. 155-156. 4 Sull’autore e sull’opera rimando qui soltanto al volume, ormai esaurito, G. PETRELLA, L’officina del geografo. La Descrittione di tutta Italia e gli studi geografico-antiquari tra Quattro e Cinquecento, Milano, Vita e Pensiero, 2004, con bibliografia pregressa cui ora si aggiunga almeno A. PROSPERI, Leandro Alberti inquisitore di Bologna e storico dell’Italia, in Descrittione di tutta Italia di F. Leandro Alberti Bolognese aggiuntavi la descrittione di tutte l’isole. Riproduzione anastatica dell’edizione 1568, Venezia, Lodovico degli Avanzi, Bergamo, Leading ed., 2003, pp. 7-26; L’Italia dell’Inquisitore. Storia e geografia dell’Italia del Cinquecento nella Descrittione di Leandro Alberti, a cura di Massimo Donattini, Bononia, University Press, 2007. 5 Le lettere si conservano a Modena, Biblioteca Estense, ms. ital. 833 (alfa G 1, 15). Riprendo qui, con taglio divulgativo, la delicata questione della princeps della Descrittione affrontata in G. PETRELLA, L’editio princeps della Descrittione d’Italia e la tipografia bolognese di metà Cinquecento, «L’Archiginnasio», 95-96 (1999-2000), pp. 33-66 (poi in G. PETRELLA, Uomini, torchi e libri nel Rinascimento, premessa di Luigi Balsamo, Udine, Forum, 2007, pp. 157- 187). 6 G. PETRELLA, ‘L’opera sarà molto bona e venale’. Le edizioni cinquecentesche della Descrittione d’Italia, «La Bibliofilia», 104 (2002), pp. 123-165 (poi in G. PETRELLA, Uomini, torchi e libri nel Rinascimento, pp. 189-233). 7 L. ALBERTI, Descrittione di tutta Italia, Bologna, A. Giaccarelli, 1550, c. *2v. Sul Flaminio si veda qui solo la voce a cura di V. DE MATTEIS, in Dizionario Biografico degli Italiani, Roma, Ist. dell’Enc. Italiana, 48, 1997, pp. 278-281; F. GUALDONI, Per una biografia di Gianantonio Flaminio: gli anni dell’insegnamento pubblico e della produzione poetica (1464-1517), «Italia medioevale e umanistica», 43 (2002), pp. 313-366. 8 La lettera, inedita, si conserva a Bologna, Archivio di Stato, Notarile Zanettini Pietro, filza 8. 9 E. BONORA, Ricerche su Francesco Sansovino imprenditore librario e letterato, Istituto Veneto di scienze, lettere ed arti, Venezia 1994, pp. 39-41. 10 D. PULEGA, La tipografia bolognese dei Giaccarelli, «L’Archiginnasio», 35 (1940), pp. 87-107: 95, nn. 18, 20. 11 G. PETRELLA, I libri nella torre. La biblioteca di Castel Thun, una collezione nobiliare tra XV e XX secolo (con il catalogo del fondo antico), Firenze, Olschki, 2015, p. 62. 70 la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2015 BvS: il ristoro del buon lettore Una Stüa... di forza maggiore Grande cucina e grandi vini a Corvara GIANLUCA MONTINARO «“H a molto Champagne in cantina?”. “Non se lo immagina nemmeno. Vuole vedere?”. Mi tese la mano per invitarmi a verificare l’immensità del suo stock di Champagne. Una situazione troppo bella per essere vera. Misi la mano nella sua…». Michil Costa mi portò giù. Davanti a noi, in fondo a una stretta scala a chiocciola, una pesante porta blindata. Oltre l’universo mondo del vino. Un viaggio metasensoriale, fra straordinarie e innumerevoli bottiglie. Un dono, per il fortunato ospite del ristorante Stüa de Michil, raffinata enclave dell’hotel La Perla di Corvara. Così, come Olaf, il protagonista di Causa di forza maggiore di Amélie Nothomb (romanzo che la Biblioteca di via Senato possiede nella prima edizione italiana, stampata a Roma, da Voland, nel 2008) scesi «nel seminterrato, costituito da molte stanze spaziose piene di casse dal contenuto misterioso. Vi aleggiava l’odore che amo più di tutti, composto da un misto di muffe delicate, di polvere antica, di oscurità e di segretezza: un odore di cantina. Mi veniva da piangere». Ristorante La Stüa de Michil Hotel La Perla Corvara in Badia (Bz) Tel. 0471/831000 Assieme a Michil scelsi i vini che avrebbero accompagnato la mia cena. Un Dom Pérignon “Oenotèque” del 1990 o un Blanc de Blanc Grand Cru di Jacques Selosse del 2003? Un Philipponat Clos de Goisses del 1989 o un Roederer Cristal Rosé del 2004? Ma non solo Champagne, in questo tempio assoluto del vino. Infiniti bianchi. E immensi rossi. Un Richebourg di Méo Camuzet del 1996 o un Clos de Vougeot del Domaine Jacques Prieur del 1964? Sedendomi nella calda intimità della antica stüa, gli arcaici legni e le luci nascoste mi persero in sogni e chimere. Quelle dorate bollicine, nel bicchiere molato, sulla tovaglia di Fiandra, erano «così fredde che mi sembrò di bere polvere di diamanti». Come bimbo vagai alla ricerca di un accenno di realtà. Solo chiaroscuri ai miei occhi: la certezza di essere in un non-luogo. L’argento fondeva nel cristallo, mentre il rumore soffuso di passi remoti dilatava le prospettive sensoriali. Il giovane Nicola Laera preparò le sue capesante con testina di vitello in crosta di pane e cipolla in agrodolce. Le sue linguine all’anatra con fegatini aromatizzati all’arancia e pesto di rucola. Il suo controfiletto di manzo con scampo, sedano rapa e tartufo nero. Dicotomie di cucina: dialoghi di senso profondo fra ingredienti, tutti giocati sui toni delle tendenze dolci e delle sapidità, delle grassezze e delle aromaticità. Senza asperità né di linguaggio né di percorso. In sospensione; tesi l’orecchio. Non era il soffio delle Dolomiti. Ma il vento dei cipressi di Bolgheri. Eppoi la terra rossastra e ciottolosa. Un Sassicaia del 1979: quasi una salvazione. Pace per il corpo. Redenzione per l’anima. Già, perché Michil in fondo lo sa. Sa che «i ristoratori non si chiamano così a caso: ristorano l’umanità dei condannati». 72 HANNO COLLABORATO A QUESTO NUMERO LUCA PIETRO NICOLETTI Luca Pietro Nicoletti, storico dell’arte, si interessa di arte e critica del Secondo Novecento in Italia e in Francia. Ha pubblicato: Gualtieri di San Lazzaro. Scritti e incontri di un editore italiano a Parigi (Macerata 2013). la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2015 ANTONIO CASTRONUOVO Antonio Castronuovo (1954), bibliofilo e saggista, dirige varie collane per la Editrice la Mandragora di Imola e collabora con parecchie riviste. Tra i suoi titoli Libri da ridere: la vita e i libri di Angelo Fortunato Formíggini (2005), Macchine fantastiche (2007), Ladro di biciclette: cent’anni di Alfred Jarry (2008), Alfabeto Camus (2011). Traduttore dal francese, ha da ultimo pubblicato L’incendio e altri racconti di Irène Némirovsky e Il cervello non ha pudore di Jules Renard (2013 e 2014). VITALDO CONTE Vitaldo Conte, è docente di Storia dell’Arte all’Accademia di Belle Arti di Roma. Tra i suoi libri: l’antologia Nuovi Segnali (1983), Dispersione (2000), Anomalie e Malie come Arte (2006), SottoMissione d’Amore (2007), Pulsional Gender Art (2011). Tra le mostre curate: Anteprima XIV Quadriennale, Julius Evola, Mistiche bianche, DonnaArte, Eros Parola d’Arte. È anche poeta (lineare, verbo-visuale), artista e performer con centinaia di pubblicazioni, eventi, mostre. MASSIMO GATTA Massimo Gatta (1959) ricopre l’incarico, dal 2001, di bibliotecario presso la Biblioteca d’Ateneo dell’Università degli Studi del Molise dove ha organizzato diverse mostre bibliografiche dedicate a editori, editoria aziendale e aspetti paratestuali del libro (ex libris). Collabora alla pagina domenicale de «Il Sole 24 Ore» e al periodico «Charta». È direttore editoriale della casa editrice Biblohaus di Macerata specializzata in bibliografia, bibliofilia e “libri sui libri” (books about books), e fa parte del comitato direttivo del periodico «Cantieri». Numerose sono le sue pubblicazioni e i suoi articoli. PIERO MELDINI Piero Meldini è nato e vive a Rimini. Già direttore della biblioteca riminese intitolata ad Alessandro Gambalunga e autore di numerosi saggi di storia contemporanea e storia dell’alimentazione e della cucina, ha scritto cinque romanzi, i primi tre pubblicati da Adelphi e gli altri da Mondadori: L’avvocata delle vertigini (1994), L’antidoto della malinconia (1996), Lune (1999), La falce dell’ultimo quarto (2004) e Italia. Una storia d’amore (2012). I romanzi sono stati tradotti in francese, spagnolo, tedesco, polacco, greco e turco. GIANCARLO PETRELLA Giancarlo Petrella (1974) è docente a contratto di discipline del libro presso l’Università Cattolica di Milano-Brescia. Nel 2013 ha conseguito l’abilitazione per la I fascia di insegnamento di Scienze del libro e del documento. È autore di numerose monografie fra cui: L’officina del geografo; Uomini, torchi e libri nel Rinascimento; La Pronosticatio di Johannes Lichtenberger; Gli incunaboli della biblioteca del Seminario Patriarcale di Venezia (2010); L’oro di Dongo ovvero per una storia del patrimonio librario del convento dei Frati Minori di Santa Maria del Fiume (2012). Collabora con «Il Giornale di Brescia» e la «Domenica del Sole24ore». GIUSEPPE SCARAFFIA Giuseppe Scaraffia è ordinario di Letteratura francese presso La Sapienza. Collabora al supplemento domenicale de «Il Sole 24 ore». Ha curato la pubblicazione di svariate opere di Proust, Stendhal e Maupassant. È autore di numerosi volumi, tradotti in più lingue, fra cui Dizionario del dandy (1981); La donna fatale (1987); Il mantello di Casanova (1989); Torri d’avorio (1994); Miti minori (1995); Il bel tenebroso (1999); Sorridi Gioconda! (2005); Cortigiane (2008); Femme Fatale (2009); I piaceri dei grandi (2012) e Il romanzo della Costa Azzurra (2013). LUIGI SGROI Luigi Sgroi (Milano, 1961) lavora in ambito artistico, interessandosi alle “vie del corpo”. Spazia dal teatro d’avanguardia, al mimo classico, al buddhismo zen e, dal 1990, alle varie forme dello yoga. GIANLUCA MONTINARO Gianluca Montinaro (Milano, 1979) è docente a contratto presso l’università IULM di Milano. Storico delle idee, si interessa ai rapporti fra pensiero politico e utopia legati alla nascita del mondo moderno. Collabora alle pagine culturali del quotidiano «il Giornale». Fra le sue monografie si ricordano: Lettere di Guidobaldo II della Rovere (2000); Il carteggio di Guidobaldo II della Rovere e Fabio Barignani (2006); L’epistolario di Ludovico Agostini (2006); Fra Urbino e Firenze: politica e diplomazia nel tramonto dei della Rovere (2009); Ludovico Agostini, lettere inedite (2012); Martin Lutero (2013). 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