RICERCHE
STORICHE
Rivista quadrimestrale
dell'Istituto
per la storia della Resistenza
e della guerra di Liberazione
in provincia di Reggio Emilia
ANNO l-N. 2 - AGOSTO 1967
SOMMARIO
Direttore
Vittorio Pellizzl
Comitato di Direzione
Cesare Camploli, Viterbo Cocconcelli,
Antonio Grandi, Glsmondo Veroni.
Condirettore Responsabile
Gino Prandi
Comitato di Redazione
Giannino Degani, Giorgio Cagnolatl,
Carlo Galeotti, Umberto Gandini,
Arrigo Negri,
D. Prospero SI monelli
Segretario
Guerrino Franzinl
DIREZIONE, REDAZIONE,
AMMINISTRAZIONE
Piazza S. Giovanni, 4
Telefono 37.327
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C,lchés
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Editore proprietario
Istituto per la Storia della ResilStenza
,e della guerra di Liberazione
in provincia di Reggio Emilia
Registrazione presso il Tribunale di
Reggio E, n. 220 in data 18 marzo 1967
Il C.L.N. - 2° Convegno:
La costituzione ael C.L.N,
pago
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CONTRABBANDO
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105
RECENSIONI
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107
ATTI E ATTMTA' DELL'ISTITUTO.
"
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GIUSEPPE GIABOU:
Una testimonianza sui primordi del
fascismo reggiano .
ANNA MARIA PARMEGGIANI:
'La Gioventù SociaHsta nel primo
dopoguerra.
GIANNINO DEGANI:
Il movimento operaio e çontadino
nena Resistenza - (II)
DOCUMENTI E TESTIMONIANZE
La situazione delle formazioni partigiane della mOI1Jagna nel settemb're-ottobre 1944
(con note di G. Franzini) .
TECNOSTAMPA • Via Bodoni, 4 • R. E.• Te!. 43~363
ORIGINE, COSTITUZIONE, ATTIVITA' E VICENDE
DEL C.L.N. CLANDESTINO DELLA PROVINCIA DI REGGIO
2° Convegno: La costituzione del C. L. N.
Partecipanti:
Cesare Campioli, Pasquale Marconi, Vittorio Pellizzi, Gino Prandi, Prospero
Si!TIonelli, Gismondo Veroni.
Coordinatore: Giorgio Lusenti.
LUSENTI
Ringrazio vivamente di essere stato invitato a coordinare questo Convegno;
e ringrazio non per ragioni di cortesia formale ma perché sono profondamente
convinto dell'utilità, anzi della necessità del lavoro che l'Istituto per la Storia della
Resistenza va svolgendo.
Questa mia convinzione trae origine da specifiche constatazioni. Per un insieme di fattori, che si potrebbero analizzare in altra sede o in un'altra occasione,
una frase fatta, che poteva sembrare una banalità, rischia di diventare un'amara
verità.
Quando noi septiamo dire, o noi stessi diciamo, che certi avvenimenti del
passato vanno ricostruiti in sede storica « affinché gli adulti ricordino ed i giovani
apprendano », abbiamo il sospetto di usare una banale frase fatta. Ma purtroppo
non lo è. Molti, in effetti, sono coloro che hanno bisogno di ricordare; e moltissimi
sono i giovani ai quali certe cose vanno insegnate.
Un esempio? Ecco. Proprio a me è capitato, un anno fa, a Parma, in una
commissione per l'esame di Stato, toccar con mano una certa situazione, che non
può rallegrarci.
. L'episodio è questo: viene interrogata una candidata, non delle peggiori. In
storia, alla domanda: «Che cosa è avvenuto nel 1870 », la candidata tranquillamente risponde: « La marcia su Roma ».
Il lapsus storico non avrebbe potuto essere più allarmante. Ho inoltre potuto constatare che a certe domande (sul fascismo, ad esempio, nella sua genesi e
nella sua essenza) seguivano « mezze risposte », di tipo oltremodo generico, dovute
nello stesso tempo a mancanza di informazione e ad equivoco.
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Tutto questo fa riflettere.
Ma direi che la stretta necessità del lavoro che questo Istituto va svolgendo
può essere particolarmente avvertita da chi, come me, appartiene alla generazione
di coloro che negli anni dal '43 al '45 si avviavano ai diciott'anni e frequentavano
le scuole pubbliche. A questo proposito la presenza, questa sera tra noi, di Mons.
Simonelli (che fu mio insegnante a Liceo appunto in quegli anni) mi offre l'occasione di aprire una parentesi tutt'altro che esornativa.
Sento cioè il dovere di dire che la Scuola di quegli anni tremendi non fu nè
pavida nè conformista. E' questa un'obiettiva testimonianza che sento il dovere di
rendere al qui presente Mons. Simonelli e che vorrei estendere ad un altro mio
ins,egnante di quegli anni, il prof. Ermanno Dossetti. lo sono sempre stato un
mediocre latinista, ma del prof. Dossetti ricordo una lenzione incentrata su una
frase di uno storico, non so se Tito Livio o Tacito (ecco il latinista distratto ... ).
La frase era: « Malo periculosam libertatem ». La libertà è sempre da preferirsi, nonostante i suoi pericoli. Quello fu il tema di una lezione, che ancora ricordo.
Chi è stato giovane in quegli anni, anche perché aiutato da certi insegnanti,
cominciava a sentire l'esigenza - etica ancor prima e più che politica - che le
cose cambiassero. Per noi giovani di allora, furono anni di tensione morale e proprio
in quegli anni cominciarono a precisarsi il nostro senso di responsabilità e di impegno nella vita pubblica.
Vorrei aggiungere che apprezzo grandemente il lavoro impostato da questo
Istituto anche per ragioni di carattere emotivo ed affettivo: se ripenso a me stesso
sui banchi del Ginnasio e del Liceo, la prima immagine che mi assale è quella di un
fraterno amico, che per un certo periodo di tempo fu anch~ mio compagno di banco:
l'allegro, generoso, buono Luciano Fornaciari, che dovevà poi essere trucidato dai
tedeschi.
Pur non avendo nessuna competenza particolare, nessuna qualifica professionale in materia, sento di poter apprezzare nel suo giusto ed essenziale valore _il
lavoro che l'Istituto per la Storia della Resistenza ha cominciato a fare. E' auspicabile che questo lavoro si estenda e si approfondisca, che i risultati v'engano diffusi.
Sappiamo tutti che la storiografica concernente fatti ed uomini della nostra Reggio
è tutt'altro che abbondante. Sarebbe dunque una grave iattura se anche gli anni
della Resistenza dovessero apparire un giorno agli occhi del ricercatore come privi
di registrazione storica.
Ecco la grande funzione dell'Istituto. Si tratta di documentare, obiettiva"
mente e serenamente, un grande periodo della nostra storia; si tratta di fissare per
sempre vicende dalle quali, oltre tutto, scaturisce una grande lezione morale. Questa è non solo la lezione di onestà, coraggio e personale disinteresse fornita da
coloro che hanno partecipato alla Resistenza, ma è anche la lezione morale che scaturisce spontaneamente dai' fatti, quando questi dimostrano che uomini di idee anche profondamente diverse seppero, nel momento grave e decisivo per la Patria
comune, trovare una base di collaborazione e di intesa.
In questa direttiva l'opera che ,l'Istituto per la Storia della Resistenza svolge
è preziosa, insostituibile.
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PRANDI
Come ebbe a testimoniare Prandi Giacomo Nino nel precedente Convegno, è nel 1942, con Alberto Simonini, Giacomo Lari ed altri che già appartenevano al disciolto P.S.l. e che frequentavano il negozio di Giacomo Lari in via
Farini e la Libreria Prandi (già altre volte citata come luogo di incontro fra
socialisti ed altri antifascisti) che si pose la necessità di costruire le basi di una
organizzazione clandestina dei socialisti nella nostra provincia.
Ma è solo nella prima decade di luglio 1943 che, in una trattoria a Barco
di Bibbiano, aveva luogo un incontro di socialisti al quale parteciparono, oltre
al sottoscritto, Angelo Mazzini, Prandi Giacomo Nino, Prandi Oddino, Rinaldi
Giovanni, Arturo )3ellelli, Nebbiante ·e lemmi di Bibbiano, Bruno Banfi, Bertani
Risveglio, Lari Giacomo, Mazzali Guido ed altri dei quali mi sfuggono i nomi.
Il Prandi Oddino - allora ancora residente a Milano profugo anch'egli e per~
seguitato dal fascismo - era stato incaricato da un gruppo di compagni milanesi
(che sotto la direzione di Lodovico d'Aragona, il vecchio segretario della c.G .1.1.,
si stava organizzando per ricostituire il P .S.l.) di mantenere i contatti con i compagni di Reggio. Una seconda riunione, sempre in quella località e con i presenti
alla precedente, a cui si aggiunse Alberto Simonini, ebbe luogo nella seconda decade di agosto. In questa, esaminando la situazione che si prospettava, fu deciso
di prendere contatto con le altre forze antifasciste ed in particolare con i comunisti.
E' evidente che il breve tempo che aveva separato il 1942 dal luglio 1943
e le difficoltà in cui erano costretti ad operare uomini che tutti erano più o meno
segnalati come antifascisti, non permise di avere alcuna organizzazione efficiente; tuttavia il « 25 luglio» trovò i socialisti pronti a collaborare con le altre
forze democratiche.
Nei contatti avuti con i compagni durante i «quarantacinque giorni»
potei constatare come fosse diffusa l'opinione, nei nostri ambienti, così come in
altri, che la caduta del fascismo significava la fine della guerra e che gli Alleati
avrebbero percorso rapidamente tutta la penisola liberando il Paese dalle poche
forze tedesche presenti in Italia. Si parlava di sbarchi imminenti lungo la costa,
di lancio di forze paracadutiste e, pertanto, un clima di ·euforia si manifestava
ovunque. Un gruppo di compagni, ricordo fra questi, oltre a chi vi parla, Oddino
Prandi, Risveglio Bertanied alcuni altri, espressero le loro perplessità a. questo
proposito. Pertanto si rendeva necessario, almeno per la parte più giovane, considerare quanto fosse opportuno non esporsi in quelle giornate di libertà relativa
per prepararsi ad una lotta più dura.)l compito non era dei più facili perché da
parte degli elementi più anziani si era ben lontano dal pensare alla necessità di
prepararsi ad una lotta armata. La preparazione politica in essi radicata fin dalla
prima giovinezza, quando aderirono agli ideali socialisti, si manifestava ora nella
più totale ripulsa di ogni forma di battaglia politica basata sulla forza; non avvertivano la necessità di rispondere alla violenza avversaria con la violenza; tanto
meno pensavano che ad una organizzazione armata si dovesse rispondere con gli
stessi mezzi. Tutto ciò non ·era nella loro mentalità, nonostante l'amara esperienza del passato e il ventennio di dittatura fascista.
Intanto, con i primi di agosto, calavano dal Brennero numerose forze
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tedesche, le quali non proseguivano per il Meridione allo scopo di.· fermare
l'avanzata alleata, ma si attestavano alle periferie delle nostre città. Questo fatto,
unitamente all'episodio luttuoso delle «Reggiane» verificatosi qualche giorno
prima, rafforzarono in molti socialisti la convinzione che solo una organizzazione
clandestina che assumesse su di sé la direzione politica e militare della lotta volta
alla liberazione del Paese da fascisti e tedeschi in appoggio alle forze alleate occidentali - direzione che raggruppasse tutte le forze politiche antifasciste - aveva la possibilità di esercitare il peso del proprio contributo dato, a guerra finita.
D'altra parte, nei contatti che con Oddino Prandi avevamo con i comunisti potevamo constatare che anche presso di loro si faceva strada questa convinzione. Conoscevamo, seppure non nei particolari, l'organizzazione comunista e
s'apevamo come questa, dallo scioglimento dei partiti nel 1926, non avesse mai
cessato di esistere pur pagando duramente. Ogni qualvolta io e Oddino Prandi
avevamo contatti con loro, in particolare con Sante Vincenzi e Paolo Davoli, essi
ci spronavano affinché anche i socialisti si dessero una loro organizzazione e si
preparassero a portare il loro contributo alle prossime prevedibili lotte. Il mio
primo incontro con Campi oli lo ebbi il 7 settembre e fu casuale.
Era davanti alla Libreria Prandi; mi disse poi che fingeva di interessarsi
ai libri esposti in vetrina in attesa che uscissero i clienti dal negozio per incontr,are Giacomo Nino Prandi col quale già in precedenza aveva avuto colloqui.. Nonostante i parecchi anni trascorsi (non ci vedevamo dal 1924) ci riconoscemmo subiro. Avevamo militato ,assieme nella gioventù socialista e non fu difficile comprenderci. Parlammo della situazione esistente e della necessità di avere continui rapporti.
Dopo 1'8 settembre, ed anche in seguito, primo compito della nostra
ancora embrionale organizzazione fu quello di portare aiuto agli sbandati dell'esercito e di raccogliere armi. Rivoltelle e mitra furono portati in montagna da Bruno
Fontanesi, che perderà poi la vita nell'eccidio della Bettola, e una mitragliatrice
prese la via della canonica di Poiano.
VERONI
Descrivere la situazione dei comunisd reggiani alla data dell'armistizio
dell'8 settembre 1943, non è impresa facile ..
Sarebbe possibile farlo con un saggio e non con una semplice testimonianza.
Puressendo a Reggio in quei giorni, non potevo avere conoscenza diretta di tutto il movimento comunista in provincia. Posso dire qualche cosa del
clima che vi trovai, dei contatti avuti con vari dirigenti politici comunisti, dei progetti che andavano maturando, dell'orientamento, ma solo, ovviamente, per
quanto risulta a me ed ad alcuni altr,i compagni coi quali mi sono incontrato in
questi giorni proprio allo scopo di rievocare quei momenti.
Nei "primi di settembre venni in licenza dal fronte dei Balcani ove mi
trovano s,in dal 1941 con 1e truppe di occupa~ione.
La situazione generale era complessa. C'erano ancora, molto vive, le tracce dell'esaltazione per la caduta del fascismo, ma anche dell'amarez~a provocata
dall'eccidio delle «Reggiane» e dalla decisione governativa di continuare la
guerra. La stampa parlava, finalmente, delle malefatte del regime. (<< Il Solco
Fascista », quotidiano locale, era stato sostituito da « Il Tricolore») ma non vi era
la libertà di organizzazione dei partiti.
I lavoratori ed i giovani in particolare premevano per entrare nel partito
comunista, che tuttavia si muoveva ancora con una certa prudenza nel lavoro di
reclutamento. V'era nell'aria l'attesa di un avvenimento che chiarisse la situazione italiana. Intanto le divisioni germaniche erano calate numerose in Italia e
già la propaganda comunista, 'attraverso la semiclandesvina «Unità» e la rete·
della sua organizzazione parlava di lotta contro i tedeschi. Si comprendeva che
a breve scadenza si sarebbe giunti ad un armistizio perché, data la disastrosa situazione militare e la caduta di Mussolini, non v'erano più le condizioni per continuare una guerra a fianco dei tedeschi. .
I miei primi contatti li ebbi con Scanio Fontanesi, Avvenire P.aterlini,
Armando Attolini e Becchi Orfeo, che erano stati messi in libertà il 25 luglio.
lo militavo nel P.c.I. dal 1931, ma in conseguenza del lungo servizio militare
avevo bisogno di aggiornarmi e sapere da essi molte cose. Il P,C.I. aveva sempre
continuato la sua lotta contro il fascismo; centinaia di militanti arrestati erano'
stati sostituiti con altri più giovani sicché la rete del partito (come ha riferito
Magnani la volta scorsa) non venne mai a mancare.
In quei giorni di settembre, la situazione organizzativa era abbastanza buona. In alcuni centri il partito era molto attivo come a Cavazzoli alle «Reggiane »
a Rivalta, Massenzatico, Puianello, Correggio, Cavriago, ecc.
In altri, gruppi ristretti di compagni lo mantenevano in vita. Comunque
in tutti i comuni e fra#oni principali vi erano le cellule.
Con il soppraggiungere dei quadri provenienti dal carcere,dal confino e
dalla emigrazione il pa~tito, in tutte le loca1ità, aveva preso una consistenza organizzativa notevole. Anche la preparazione ideologica era migliorata per l'apporto
che vi davano i compagni che, in carcere, avevano potuto arricchire il loro bagaglio di conoscenze e frequentare una specie di scuola rivoluzionaria. Egualmente
preparati erano gli ex garibaldini di Spagna.
Seppi che sin dalla fine di agosto correva voce, nell'ambito del partito,
che erano in corso trattative per l'armistizio. La prospettiva non era molto incoraggiante. Si profilava una occupazione tedesca e, di conseguenza, si profilava
anche la lotta armata popolare, come avveniva in tutti i paesi occupati dalle
truppe germaniche. Ormai, se non nella popolazione, nella base degli iscritti al
partito comunista vi era questa convinzione.
Seguivamo la situazione internazionale, particolarmente con le trasm.issioni,
delle radio straniere; in tal modo si sapeva cosa stava avvenendo in Francia, in:
Grecia, in Albania, in Jugoslavia e sui vari fronti di guerra.
La sera dell'8 settembre stavo cenando in famiglia quando lo speacher
della radio comunicò l'avvenuto armistizio. Ci guardammo in faccia, noi fratelli e
mio padre, non stupiti, ma preoccupati. E io dissi che ora eravamo costretti a
fare la guerra di liberazione. Prima di me, lo constatai poco dopo, questo proble-.
ma se lo erano posto i quadri dirigenti del partito sin dal 3 settembre; a Roma,
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essi avevano saputo. che l'armistizio era stato firmato. La notizia era giunta a
Reggio poco dopo.
I comunisti, in quei momenti, sentivano il bisogno di incontrarsi, di riunirsi per scambiarsi le impressioni, per avere notizie e direttive, perché sentivano tutto il peso che incombeva su di loro. lo stesso mi misi in cerca di Scanio
Fontanesi. Nell'ampio cortile della m1a abitazione ed anche nel centro di Villa
Rivalta, l'agitazione e l'attesa erano i sentimenti dominanti. La gente, in genere,
sperava che l'armistizio significasse la pace, però sul volto di molti dei più anziani si not'ava una espressione quasi di angoscia.
Pure Scanio, non era entusiasta. Disse, appena mi vide: «Le cose si fanno più difficili,. ora i tedeschi sono più numerosi di prima del 25 luglio ». Tuttavia fu d'accordo con me quando gli dissi che dovevamo fare i partigiani, proprio come si stava facendo in Jugoslavia.
Ci rivedemmo il mattino del 9. Egli andò ad un incontro con Vincenzi e
Gombiaed io mi fermai con Attolini Armando. Questi mi chiamò per cognome ed io gli prop osi di chiamarmi « Tito» da quel momento. Sorrise annuendo e
mi disse che bisogt1.ava impegnarci subito per far uscire dalle caserme il maggior
numero possibile di soldati. Mi disse ancora che in quei primi momenti di incertezza e confusione, i tedeschi entro le caserme erano pochi e che era possibile
aiutare i soldati a iiberarsi. Eravamo nel centro della città. Sapevo che Armando
era uno dei massimi dirigenti del Partito, un uomo serio e corraggioso. Pertanto
considerai le sue parole come un ordine (seppi poi che non si trattava. dell'unico
fatto del genere) e mi diedi subito da fare.
Mi incamminai tra la folla. Alcune camionette tedesche giunsero in piazza Cavour: d. soldati scesero con le armi alla mano ed ,entrarono nella sede della
Banca d'Italia. Intanto trovai Bruno Ferrari di Rivalta e MenozziFernando di
Puianello miei vecchi compagni. Assieme a loro mi incamminai verso il Distretto ove, si diceva, venivano trasferiti a centinaia i soldati catturati alla stazione
ferroviaria. Altri due giovani, nostri ,conoscenti, si unirono a noi.
Davanti al Distretto vigilavano due soldati delle SS 'armati di mitra e di
fronte al portone stazionava una autoblindo con le mitragliere puntate verso la·
folla che si accalcava nelle vicinanze, invadendo anche la sede stradale. Alcune
donne piangevano, altre imprecavano perché i loro congiunti erano in mano
ai tedeschi.
Su indicazione di alcune persone ci portammo verso la parte posteriore
della caserma e, attraversando campi coltivati ad orto, raggiungemmo un . angolo
del fàbbricato. Badando a non destare sospetti, perché anche nel cortile i tedeschi facevano buona guardia, scoperchiammo il testo di un basso magazzeno, ci
calammo all'interno e ·facemmo una gradinata con alcune casse. Chiamammo poi
i soldati più vicini. Alcuni vennero, altri si allontanarono perché avevano paura.
In breve, circa un centinaio di quei giov,ani, sfruttando quel passaggio, si
sottrassero alla prigionia. Intanto anche per altre vie la fuga dei più coraggiosi
avveniva in continuazione.
,Partimmo di là verso le 13. Nella circonv'allazione vi era un via vai di
truppe tedesche mentre scarsa era la circolazione dei civili.
Seppi da Giglio Terenziani, di Rivalta, proveniente da Correggio, che colà
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vi era parecchia agitazione, che antifascisti ·arringavano la folla (uno di essi era
Aldo Magnani) ma che i carabinieri imbarazzati, lasciati senza direttive, non
volendo essere sgraditi ai nuovi occupanti, cercavano di impedire le dimostrazioni.
Si seppe, poco dopo, che tutti i centri della provincia erano stati occupati
dai tedeschi.
A casa trovai Scanio Fontanesi che mi diede appuntamento per le 14,30. Si
doveva partecipare ad una «importante riunione ».
Ineffetti,all'ora stabilita, mi avviai con lui lungo la strada che dalla provinciale per Montecavolo pqrta al Rubbianino. Inoltratici in un boschetto di acacie,
incontrammo, riuniti ·e seduti a semicerchio, una quindicina di compagni che in
parte conoscevo ed in parte no.
Ricordo, fra i presenti, Spero Ghidoni, Scanio Fontanesi, Attilio Gambia, Sante Vincenzi, Angelo Zanti, Aristide Papazzi, Osvaldo Poppi, Orfeo
Becchi, Ferdinando Ferrari, Armando Attolini, Alcide Leonardi, Avvenire Paterlini. Di altri non ricordo i nomi.
Introdusse Gambia press'a poco in questi termini: «Sono appena giunto
da Roma ave ho avuto incontri con i compagni della direzione del Partito. I tedeschi stanno occupando il paese e certamente troveranno nei fascisti dei collaboratori. Questi si organizzeranno e riprenderanno a terrorizzare la popolazione.
Perciò per rendere un giusto servizio 'al paese ,ed anche seguire le indicazioni del
trattato di armistizio, noi dobbiamo iniziare la lotta ,armata contro i nazisti ed
anche contro i fascisti che si ponessero al loro servizio ». Naturalmente ricordo
pochissimo ciò che dissero i vari compagni che presero la parola. Posso riferire
solo qualche frammento.
Leonardi, già combattente di Spagna riferì come in linea di massima
ci si doveva preparare e ripetè lo slogan dei. combattenti antifranchisti «Oggi
in Spagna, domani in Italia »; e aggiunse che il domani ,era arrivato. Altri, come
Vincenzi, rilevarono la necessità di condurre la lotta assieme alle forze che formavano il Fronte Patriottico e di cercare contatti con altri partiti.
Ciò che ricordo meglio, anche se non parola per parola, fu la conclusione di Gombia che così si 'espresse all'incirca: «Da questo momento noi iniziamo la organizzazione dei gruppi armati e diamo vita ad un nostro apparato
militare, ad un nostro esercito di patrioti.
Cammin facendo vedremo quali saranno i rapporti con gli altri. Si vedrà
in particolare come e quando si costituirà il C.L.N. Ora, però, bisogna cominciàre subito. Col tempo si migliorerà l'organizzazione ma ora è necessario partire.
A dirigere il Comitato militare propongo siano designati Leonardi Alcide
(d'Alberto), Poppi Osvaldo (Davide) e Veroni Gismondo (Tito). Il partito
dovrà sviluppare ,in tutta la sua organizzazione una campagna intensa ed energica
col seguente ob1ettivo: portare tutto il partito e tutte le forze rivoluzionarie e
antifasciste a combattere la guerra di liberazione nazionale ».
Sin qui Gambia.
Benché fossimo tutti convinti che la lotta armata era giusta ed inevitabile,
eravamo non poco preoccupati delle sue conseguenze, che costituivano una grave
incognita per tutti.
lO
lo, da un lato, mi sentivo quasi lusingato per la nomina, dall'altro al quan~
to turbato per la grande responsabilità che andavo assumendo.
Altre riunioni ebbero luogo 1'8 settembre e nei giorni seguenti a Cavriago,
a Fabbrico e nella zona di Correggio.
E a questo punto chiudo.
So che la mia testimonianza è lacunosa, naturalmente, e che è in buona
parte autobiografica, ma credo che da essa risulti chiaro almeno l'essenziale, e
cioé che i comunisti si muovevano rapidamente e che lo stesso partito, nei giorni
dell'armistizio, aveva già un suo preciso orientamento.
MARCONI
Il mio sentimento è piuttosto contrario alle celebrazioni e, in particolare,
a quelle della Resistenza.
Forse l'origine di questa mia avversione è dovuta all'abuso che di celebrazioni fece il fascismo: si diceva infatti che in quel tempo il popolo italiano
era «condannato all'entusiasmo »; forse c'è la persuasione o l'impressione che
ci sia molta retorica e poca oggettività; forse c'è anche un briciolo di pudore:
il timore cioé che in questa esaltazione della Resistenza altri possa vedere una
sorta di autoincensamento. Naturalmente sarei felicissimo che fosse riconosciuta
la parte, sia pure modesta, che noi abbiamo avuto nella storia della Liberazione:
ma che questa storia ce la dobbiamo scrivere e firmare ed esaltare noi, mi
rende perplesso. Così sono molto restio a partecipare a queste manifestazioni e
infatti mi avete visto poche volte ai vostri raduni (parola del ventennio, e non
è la sola cosa che abbiamo ereditato).
Invece questa volta sono qua.
La colpa (o il merito) è di Fossa, alias Vittorio Pellizzi, amico di sempre,
che mi ha fatto pressioni più che discrete, approfittando perfino di una sua malattia e insinuandomi il duqbio che un rifiuto potesse essere interpretato come
mancanza di riguardo verso le persone con cui ci trovammo un certo giorno, per
organizzare una cospirazione che sotto l'aspetto della ,esperienza non era il nostro
forte anche se venti anni di oppressione politica ci avevano allenato al complotto
che, almeno per· me, fino ad allora era stato soltanto verbale.
Ora che ci sono, ringrazio l'avv. Pellizzi.
Mi piace il clima, l'atmosfera confidenziale, amichevole, senza toghe e
cipigli; a questa atmosfera intendo attenermi, senza cioé pretendere di apportare
contributi poderosi o sensazionali.
Saluto con sentimento veramente affettuoso tutti i presenti, specialmente
quelli con, i quali mi trovai quel 28 settembre.
Mancano alcuni che ci dovrebbero essere, come Simonini e Lari: ricordo
cogli stessi sentimenti la loro memoria.
Il luogo era la sagrestia di S. Francesco, ambiente familiare per me, un po'
meno per i miei compagni di congiura; sussurrai al povero Lari, col quale avevo
avuto violenti scontri nei comizi del '19-20: «Chi l'avrebbe detto che dopo 20
anni ci saremmo trovati insieme a cospirare in una sagrestia? »
H
Il fatto che uomini di così diversa estrazione si trovassero insieme in quel
luogo strano ma ospitale, significava che ragioni di grave momento facevano
superare prevenzioni e antipatie.
A quale titolo partecipavo io a quellà riunione che segnò la costituzione'
del C.L.N. nella nostra provincia?
Ufficialmente non rappresentavo nessuna organizzazione, ma di fatto ritenevo di rappresentare a buon diritto il pensiero dei cattolici che giudicavano negativamente il fascismo e intendevano partecipate a un impegno politico.
Già da circa due anni, approfittando della relativa libertà di movimento
che mi veniva dalla attività di Azione Cattolica, avevo avuto una serie di con·
tatti in città e provincia.
In città avevamo tenuto qualche riunione clandestina in casa dell'ing. Alberto Toniolo, coll'incoraggiamento del vescovo mons. Brettoni che ci aveva dato
come prezioso consigliere quella bellissima figura che fu mons. Tondelli; numerose riunioni avevo fatto nei principali centri dove mi recavo per discorsi di
carattere religioso; dopo, nelle canoniche, colla scusa plausibile di un caffè e di
un bicchiere di vino, i parroci mi facevano trovare gli esponenti locali, in genere
professionisti, coi quali si discuteva dell'attività in un futuro libero che si
sperava prossimo.
A Guastalla fu il Vescovo a indicarmi persone idonee e fidate: ricordo fra
gli altri il prof. Antenore Benatti.
In genere le cose andarono lisce: solo a Scandiano ci fu una spiata abbastanza precisa; la questura e la Milizia mi perquisirono due volte lo studio, mi conte-,
starono affermazioni purtroppo vere che cercai di dissipare e tutto si risolse,
col sequestro di un volume di Gonella che commentava i discorsi di Pio XII
sui presupposti di un nuovo ordinamento sociale.
A Reggio mi incontrai anche coll'avv. Degani che mi era stato indicato
come esponente del PCI.
Mi trovai a Milano con Dossetti e Fanfani. I due parlamentari del PPI Manenti e Farioli che, insieme coll'ono Micheli, avevano tenuto accesa la fiamma
dell'antifascismo, erano completamente solidali con noi, ma non potevano esporsi,
sia perché troppo sorvegliati, sia per l'età e le cattive condizioni di salute.
Il card. Mercati mi presentò, con un biglietto che è fra le poche cose che
conservo gelosamente, a De Gasperi che lavorava in un ufficio poco discosto,
nella Biblioteca Vaticana. De Gasperi mi portò a una riunione in casa di Spataro
nella quale erano presenti, insieme a pochi altri, Gonellae Campilli.
Mentre eravamo riuniti, Spataro ricevette al telefono la notizia del suicidio di Hitler. La città fu subito in subbuglio: i più allegri erano i soldati tedeschi.
Ma la notizia non fu confermata.
Da Roma ritornai con una specie di investitura.
Ci furono due riunioni palesi ma guardinghe in casa di Alberto Codazzi
coi fratelli Dossetti, Don Simonelli, Alberto lemmi ed altri, per dar vita alla D.C.
L'avv. Pellizzi e padre Placido vennero a Castelnovo per farmi accettare il,
commissariato del Comune: poi la cappa di piombo dell'otto sèttembre.
12:
VERONI
Mi pare naturale, dopo avere precisato quali erano le intenzioni, spendere
qualche parola sui fatti, e precisamente sui primi passi dell'organizzazione armata.
Nel tardo pomeriggio del lO settembre, io, d'Alberto e Davide ci incontrammo per tracciare un primo piano di lavoro. Le idee non erano molte, ma ci
aiutarono la pratica appresa in Spagna da d'Alberto, le capacità di ex ufficiale
e di ex detenuto politico di Davide e la mia modesta esperienza in fatto di.guerriglia, appresa osservando il comportamento dei partigiani jugoslavi, che io avevo
conosciuto.
Decidemmo di suddividere la provincia in tre ampie zone, ad ognuna delle quali
saremmo stati posti a capo. Così d'Alberto, che era il responsabile del Comitato,
ebbe da curare la città di Reggio, Davide la zona che va dalla via Emilia sino
alla montagna ed io quella compresa tra la via Emilia e il Po. Decidemmo inoltre di formare gruppi di tre uomini e di collegarli tra di loro con un uomo solo
dei vari gruppi, in modo che la maggior parte dei combattenti non si conoscessero di persona. La cospirazione veniva 'ad essere in tal modo più ermetica e, in
caso di arresti, avremmo avuto la caduta di qualche compagno ma non della intera organizzazione.
Tramite il partito ci mettemmo rapidamente in contatto coi compagni
responsabili politici di settore e di zona. Trovammo, qua e là, qualche ostacolo.
Non tutti erano psicologicamente preparati al nuovo compito. Costituire quelli
che venivano denominati «Gruppi Sportivi» fra giovani antifascisti, fu abbastanza semplice, ma indurre questi uomini ad usare le armi fu una impresa che,
in quella prima fase, parve quasi impossibile.
I compagni del lavoro politico sceglievano tra gli aderenti il responsabile
del lavoro militare, che veniva posto alla guida del movimento nel settore; da
quel momento noi avevamo contatto solo con lui e cessava ogni rapporto col
partito in quella zona. Questi giovani, in genere, partivano con entusiasmo. Direi
che in essi vi era la volontà di fare presto, di fare numero. Non consideravano
che, invece, ciò che contava veramente era la qualità di questi aspiranti
combattenti.
Per noi i problemi urgenti erano parecchi, giacché occorreva far camminare la organizzazione nelle diverse direzioni. Uno degli obiettivi di maggiore
attualità era la ricerca delle « case di latitanza» nelle quali collocare i nostri com
pagni ricercati, i soldati stranieri ,e quelli italiani sbandati. Fu un compito complesso quello di portare nelle case dei nostri contadini, uomini politici che avevano una loro formazione particolare e soldati delle più varie nazionalità. A parte la diversità della lingua e dei costumi e la naturale diffidenza che gran patte
di questi ex prigionieri nutriva per noi, la difficoltà maggiore era costituita dalla
mancanza di disciplina e dalla incapacità di adattamento alle norme cospirative.
Le «case di latitanza» svolsero un ruolo indispensabile. Esse erano nei
primi mesi il nascondiglio, l'appoggio, la base, la sede di ogni attività dei partigiani e; nella nostra provincia, saranno poi la forza effettiva delle future Squadre d'Azione Patriottica. Queste case erano centinaia, sparse un po' ovunque,
nelle campagne ed anche in città.
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Anche l'impegno verso i nostri soldati venne posto come uno dei compiti più importanti dei «Gruppi Sportivi ». In tutta la provincia centinaia di donne e uomini, anche al di fuori dei gruppi, si adoperavano per porre in atto la direttiva del P.c.I.: «Salvare tutti i soldati, tutti i giovani, tutti gli ex prigionieri ». Questa attività organizzata si aggiungeva a quella, sorta spontaneamente,
della popolazione della città e delle campagne, volta ad assistere i soldati sbandati, nutrirli, vestirli, metterli in grado di riprendere il cammino verso le loro
case senza essere facilmente individuabili.
Fortunatamente il partito comunista. era una forza politica che sapeva
quel che si doveva fare in quel momento e godeva di molto credito tra le masse
popolari, in virtù della sua ventennale lotta al fascismo. Le parole d'ordine che
esso lanciava, venivano accolte favor-evolmente e messe in pratica da molti
contadini, operaie da una parte dello stesso ceto medio della campagna e
della città.
Altro grosso compito dei Gruppi era quello del reperimento delle armi.
Come ho già detto, da tempo il P.c.I. era preparato alla eventualità del ricorso
alle armi; per questo vari compagni erano in possesso di pistola. Va notato che
non pochi di essi, nel «ventennio », circolavano armati nell'esplicare missioni
partic01armente delicate (trasporto e diffusione di materiale,' scritte propagandistiche, scorta a dirigenti nazionali ecc.).
Bisognava, ora, trovare armi da guerra, e molte; e bisognava addestrare gli
uomini ad usarle, pur dovendo operare con la massima segretezza.
Già la sera del 9 settembre, alcuni compagni di Sesso trasportarono delle
mitragliatrici dal campo di aviazione di Reggio alle case dei Manfredi e dei Davoli,
residenti nella Villa, ed armi automatiche con muni?ioni vennero trasferite da
Reggio a Rivalta. Pochi giorni dopo un. carico di armi (decine di moschetti ed
una dozzina di casse di munizioni) provenienti dal Distretto militare, vennero
portate da Gavasseto a Casalgrande -ed a Castellarano, da un benemerito carrettiere di nome Zambelli. Ma la raccolta e lo smistamento delle armi venne presto
ad assumere tale importanza che nel nostro Comitato militare un nuovo componente, Ferdinando Ferrari (Marte), fu incaricato di occuparsene in modo specifico. Il recupero venne effettuato con intensità maggiore o minore, un poco
ovunque, particolarmente in pianura. Personalmente ricevetti dall'avv. Pellizzi, in
uno degli incontri avuti con lui in quei giorni, alcune preziose pistole e un certo
quantitativo di munizioni.
I «Gruppi sportivi» vennero costituiti in tempo relativamente breve in
molti comuni giacché ci impegnammo a fondo. Ricordo di aver percorso, in
quelle settimane, centinaia e centinaia di chilometri in bicicletta per riunire i
responsabili militari delle diverse località. Nella zona da me controllata, gruppi
furono costituiti a Sesso, S. Croce, Pratofontana, Gavassa, Massenzatico, Villa
Cella, Cavazzoli, S. Maurizio e nei Comuni di Correggio, S. Martino in Rio, Rubiera, Campegine, Novellara, Bagnolo, Guastalla, S. Ilario e Poviglio. Anche nelle
altre due zone il lavoro di organizzazione venne svolto con alacrità.
Chiarire le modalità delle azioni da compiersi, studiare l'attività dei neofascisti (che già si andavano riorganizzando), predisporre gli attacchi contro di
loro e contro i tedeschi, erano le conclusioni di tutte le nostre argomentazioni
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politiche. Si doveva giungere necessariamente presto alla persuasione completa
degli uomini.
Purtroppo debbo riconoscere che quando si trattava di passare dalle parole. ai fatti, sorgevano le complicazioni più impensate. Ogni pretesto era buono
pur di evitare l'azione armata. La verità è che anche tra i compagni migliori e
politicamente più preparati si manifestava quello che più tardi fu bollato come
« opportunismo ». Non si incoraggiavano le azioni armate per il timore delle
rappresaglie.
In molti casi gli uomini erano stati scelti senza una giusta valutazione e
ci si trovava spesso di fronte a persone che, quando apprendevano i loro veri
compiti, cadevano dalle nuvole e rifiutavano gli impegni. In altri casi ascolta~
vano i nostri rapporti dettagliati, le disposizioni per una certa azione ed ,approvavano; poi passavano i giorni e l'azione non veniva compiuta. Talora si perdevano
i contatti perché il compagno designato si eclissava.
Va detto, ad onor del vero, che portare un giovane a sparare su determinate
persone, anche se si trattava di compiere azioni di giustizia verso esseri che tradivano il loro popolo e si ponevano al servizio dell'invasore, era una impresa
difficilissima .. Occorrevano una preparazione particolare, delle doti eccezionali ed
una sicurezza che deriva naturalmente dalla coscienza che ciò che si compie è
giusto, ma che si poteva acquisire soltanto col tempo.
Proprio in quei giorni lo si vide in pratica. Tre compagni scelti, che poi
diverranno dei dirigenti partigiani di primo piano, in quei giorni, avendone la
possibilità, non ebbero l'animo di giustiziare un gerarca colpevole di azioni criminose. La grande maggioranza dei «Gruppi Sportivi », per un motivo o per
l'altro, non attuarono che in minima parte il programma predisposto per il mese
di settembre.
Vi furono però asportazioni di materiale da magazzini militari, disarmi
individuali, interruzioni delle linee telefoniche tedesche ed altri atti di sabotaggio. Di
questi fatti parlano in termini intimidatori i primi bandi dei nemici.
A questo punto si rese necessaria una severa selezione degli uomini. Dovevano essere utilizzati per le azioni armate solo quelli che dimostravano attitudini particolari.
Alla fine di settembre gli organizzati nei Gruppi sportivi (che ora si cominciava a chiamare con la sigla G.P.A.) erano dai 300 ai 400. Bisognava scegliere, uomo per uomo, e portare all'azione gappista solo coloro che davano
affidamento. Alla fine, i designati saranno non più di 25-30. Ma saranno gappisti autentici.
I rimanenti uomini passeranno al «paramilitare », altra denominazione
di quei tempi conferita dal P.C.I.ad una organizzazione destinata al sabotaggio,
all'assistenza, al recuperodi armi e mezzi per la lotta partigiana.
Il «Paramilitare », che in seguito si trasformerà in S.A.P. (Squadre d'Azione Patriottica) si estenderà in tutta la provincia e sarà una organizzazione
unitaria.
Mi preme sottolineare che le primissime azioni militari furono importantissime perché mostravano la via da seguire ed erano un incentivo per coloro
che si accingevano a diventare partigiani. Così dicasi dei primi colpi dei gappisti,
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che verranno attuati dall'ottobre in poi; essi avranno una risOnanza notevolis~i~
ma in quanto dimostr<;:ranno la vulnerabilità anche degli «invincibili» tedeschi,
oltre che dei loro servi fascisti, ed apriranno perciò la strada alla nascita di formazioni partigiane in pianura e in montagna.
Le azioni che si intraprenderanno, saranno. tutte studiate e programmate
dai Comandi. Non vi saranno azioni compiute per iniziativa personale a scopo
di vendetta, come qualcuno nel campo della Resistenza poteva aver temuto.
Gli obiettivi erano scelti con logica, obiettività e sicurezza, per ottenere
determinati risultati.
Per tornare a quei giorni di fine settembre, mentre si stava mettendo a
punto la macchina militaré!, tra incertezze, errori ed anche qualche successo,
venne costituito il G.L.N. provinciale. Ma mancava ancora un organismomilitare del C.L.N. stesso m~ntre l'organizzazione doveva proseguire, rafforzarsi
operare. Perciò il Comitato militare del P.G.I. non abbandonò il proprio lavoro.
Anche quando vi sarà il Comando Piazza, il Comitato Militare del P.C.I. svolgerà una insostituibile funzione di incitamento e di guida tra i comunisti. Non
verrà mai a mancare inoltre, da parte delP.G.I., l'opera di conquista all'azione
armata come mezzo anche per conseEuire,a liberazione avvenuta, un nuovo
assetto sociale. E ciò, se mi è consentito dirlo,. avrà impol1tanza determinante
per il movimento di Liberazione nel suo insieme.
PELLIZZI
Alle 19,45 di mercoledì 8 settembre 1943 gran parte degli italiani ascoltarono alla radio la voce di Badoglio che leggeva l'ormai storico comunicato ane
nunciante l'avvenuta conclusione dell'armistizio con gli Anglo-americani. Anch'io
udii, nella casa di campagna ove ero sfollato, quelle gravi parole. Più che alle
immense disgrazie che ci avevano portato la dittatura fascista e quella guerra infame e senza speranza voluta da un. uomo, più che alle sofferenze che avevano
condotto alla dolorosa conclusione, il mio pensiero corse all'incerto domani, alla
nuova vita che ci avrebbe atteso, ·alle nuove lotte di cui stavo per assumere la
responsabilità, assieme a pochi altri uomini, deciso a sostenerle fino alla fine.
Poche ore dopo, il fragore di cariaggiautotrainati che percorrevano la
via Emilia e che giungeva distintamente nel silenzio della sera fin sui primi declivi
dei colli e poi - nella notte - il sinistro crepitio delle mitragliatrici mi confero
marono che l'ora era scoccata e che ormai bisognava gettarsi senza più esitazione
nella battaglia per la libertà. Per le ore 9,30dell'indotnani,giòvedì, avevo un
appuntamento con Cesare Campioli. Era più che mai necessario ch'io non vi mancassi. Partii al mattino presto; ma, giunto a San Pellegrino, fui fermato da una
pattuglia tedesca che mi impedì di proseguire. Conobbi in quell'occasione don
Angelo Cocconcelli che, all'ingresso del cortile della parrocchia, mi fece un cene
no. Compresi subito che quel sacerdote sarebbe stato dei nostri. Mi offerse di
ospitare la mia auto nel suo garage; ed infatti, col consenso della pattuglia tedesca, entrai nel cortile e sistemai la macchina. Non prevedevo in quel momento
che quella Chiesa, quella Canonica, quel garage, sarebbero. diventati uno dei
luoghi di ritrovo clandestino, un deposito nascosto di armi, di munizioni e perfino
di apparecchi radiotrasmittenti, casa ove la famiglia del parroco ci avrebbe coraggiosamente ospitato e confortato.
, Proseguii a piedi verso la città. Era ancora presto. Per le vie ancora semideserte, poche persone visibilmente preoccupate siaHrettavano con ,involti e valige
verso la periferia. A casa mia presi una bicicletta. Da un soldato, che era stato
mio attendente durante il mio richiamo alle armi e che era riuscito a sfuggire all'alba alla cattura tedesca, ebbi notizia della valorosa se pur sfortunata difesa opposta nella notte agli invasori. Mi recai subito davanti alla, caserma ai Giardini
per avere notizie dei miei vecchi compagni di reggimento e soprattutto di un
mio congiunto al quale ero legato da grande 'aHetto. Avrei voluto p'restare loro
assistenza. Ma trovai innanzi all'ingresso una sentinella tedesca, per vero per nulla minacciosa. Potei così vedere qualcuno e suggerire il modo come sottrarsi all'inevitabile internamento. Ma non riuscii che parzialmente nell'intento. Allora andai
al luogo dell'appuntamento. Mi avviai per la via Emilia, sempre quasi deserta, e
giunsi al ristorante «da Ermete », situato vicino al Tribunale. Trovai Campioli
nel cortile, che mi attendeva. Fu un incontro in cui entrambi non sapemmo contenere la nostra preoccupazione, ma durante il quale confermammo la precedente
decisione di costituire al più presto il «Comitato di Liberazione nazionale» attuando la più ·larga partecipazione possibile delle correnti politiche, a somiglianza
cioé del Comitato centrale delle Forze antifasciste che si era costituito in Roma
durante i 45 giorni e che sapevamo si sarebbe trasformato in C.L.N. centrale.
Intanto ci parve che uno dei provvedimenti più urgenti da adottare, proprio di competenza del C.L.N. (se pure non ancora formalmente costituito) fosse
quello di promuovere l'assistenza, nei modi e nei limiti che la situazione consentiva, dei militari catturti, di cui ormai si prevedeva l'internamento in Germania.
Campioli poi mi diede alcuni suggerimenti organizzativi ispirandosi all'esperienza
da lui fatta in Francia dopo l'invasione. Mi consigliò prudenza e cautela in quei
primissimi giorni per regolarci poi a seconda del modo come si sarebbero svolti
gli avvenimenti e dell'atteggiamento dei tedeschi nei confronti dell'antifascismo.
Combinammo inoltre che avrei intanto iniziato la preparazione di una bozza del
programma di azione del costituendo C.L.N. e ci demmo il nostro rispettivo recapito clandestino indicando come avremme potuto rintracciarci direttamente o
a mezzo di staHette fidate.
Corsi a casa. Feci chiamare Piero Aguzzi e lo pregai di organizzare d'urgenza una rapida raccolta di indumenti e di viveri che diede buoni risultati, considerata la fretta e i tempi diHicili. Alcune giovani donne furono mobilitate dal
dinamico Aguzzi (uno dei primi aderenti al P.d'A.) e coraggiosamente riuscirono
ad avvicinare i militari ormai prigionieri nella caserma Cialdini, rifornendoli con
quanto era stato raccolto; qualcuna, usando mezzi di fortuna, ebbe il coraggio di
avventurarsi fino a Mantova nei giorni seguenti recando pacchi di oggetti, di
viveri e di indumenti che si rivelarono preziosi per quegli sfortunati. Altrettanto
fu fatto, spontaneamente, anche da cittadini di ogni ceto e senza qualificazione
politica, solo animati da spirito di solidarietà umana.
Telefonai al rag. Boccardi, già capo di gabinetto del prefetto Vittadini,
per avere notizie (poche ore dopo, i telefoni furono bloccati dai tedeschi e non
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ìunzionarono più per alcuni giorni). Poco dopo ci vedemmo. Era turbatissimo.
Mi raccontò sommariamente quanto accaduto la sera prima e cioé la riunione che
aveva avuto luogo in Prefettura fra le autorità per fronteggiare la situazione; riunione il cui svolgimento è notissimo, onde non è il caso di riparlarne qui. Mi disse
come avrei potuto comunicare con lui segretamente. Raccolsi qualche indumento
in una valigetta, mandai il mio fido ad avvertire mia moglie e, con la bicicletta,
raggiunsi a Fosdondo la casa colonica di Giorgio Bondavalli.
Da quel momento una parola nuova, Resistenza, che già era accesa nella
mia coscienza, si diffondeva nella coscienza di tutto un popolo.
L'impegno che avevo assunto con Campioli - di elaborare un programma periI costituendo C.L.N. - mi apparve subito molto arduo. Mi sembrava
un'impresa superiore alle mie forze ed anche difficilmente attuabile in relaziorie
'llla situazione. Si trattava infatti di ridurre schematicamente ad unità i propositi
.li uomini che professavano differenti e spesso contrastanti ideologie politiche e
:he per di più immaginavo avrebbero avuto tutti una diversa estrazione sociale,
una diversa cultura e una diversa idea del modo come impostare i metodi della
lotta: speravo infatti che del C.L.N. avrebbero fatto parte, come a Roma nel
Comitato centrale delle forze antifasciste, sei tendenze: la liberale; la demolaburista, la cattolica, l'azionista, la socialista e la comunista. In comune fra queste
c'era soltanto la volontà di cacciare i tedeschi. Ed ,allora cominciarono dentro di
me i primi preoccupanti interrogativi, ai quali avrei dovuto dare una risposta
per poter assolvere il compito che mi era stato affidato.
Sarebbe dunque stata la nostra soltanto una guerra popolare per la liberazione dell'Italia dall'invasore tedesco, simile quindi a quelle che già combattevano i popoli di Francia, del ,Belgio, della Polonia o di Olanda: cioé una guerra
contro lo straniero? O invece, crollato nella vergogna ,e nel ridicolo il regime fascista, si doveva fin da ora pensare anche al dopo, cioé a quella che avrebbe dovuto essere la nuova organizzazione politica, sociale e anche istituzionale d'Italia,
quando questa fosse stata liberata dai tedeschi?
Come sarebbe stato possibile, fra l'altro, conciliare la f,edeltà di alcune
correnti politiche all'istituto monarchico con la decisa volontà repubblicana di
altre e col programma comunista che, a quanto sapevo, era di instaurare la dittatura
del proletariato? E se il fascismo, dissolto miseramente il 25 luglio, fosse riapparso con la protezione dei tedeschi, come ci ,si sarebbe dovuti comportare nella
inevitabile lotta su due fronti?
Questi ed altri problemi e preoccupazioni mi tennero sveglio quasi tutta
la notte.
'Mi alzai prestissimo e mi misi ad un tavolo per fissare alcune idee sulla
carta. Ma mi tormentavano iI desiderio e la necessità di avere notizie. Infatti in
quella zona non c'era ,ancora la corrente elettrica 'e pertanto non potevamo ascoltare la radio. Intanto il mio ospite, che si recava a Reggio per il mercato (era
il lO, venerdì), venne da me incaricato di assumere informazioni presso l'ing. Domenico Pellizzi, che non sapevo se fosse ancora al suo posto ,di Commissario prefettizio al comune di Reggio, e presso il Boccardi.
L'attesa per iI ritorno del Bondavalli mi parve lunghissima. Solo verso
le 16 lo vidi apparire sulla strada ne! suo calessino. Mi diede informazioni pre-
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ziose. Anzitutto nella sua casa di Reggio aveva lui stesso ascoltato la radio Londra,
che av,eva annunciato come imminenti altri «sbarchi alleati », oltre a quello di
Salerno, in località dell'Italia centrale. Poi, passando alla situazione reggiana, mi
disse che all'infuori dei manifesti del vice-prefetto Guerriero (già notissimi e di
cui' quindi ometto il testo, in cui si comminava la pena di morte « ai sabotatori»
dell'invasore) non c'era nulla di nuovo: la città era ancora come tramortita sotto
la mazzata della notte sul 9; i militari dei varii presidi erano stati trasferiti quel
mattino sotto scorta tedesca alla caserma Cialdini per essere poi avviati, si diceva,
a Mantova; l'ing. Pellizzi, col quale il mio informatore aveva parlato, era ancora
al suo posto, sebbene già dimissionario, soprattutto per poter favorire i militari
scampati alla cattura fornendoli di documenti di identità falsi rilasciati dall'ufficio
di stato civile (opera sconosciuta e provvidenziale che egli poté svolgere con la
collaborazione del vice-commissario Armando Pinotti e del capodivisione Berto- lini); in prefettura regnava il caos, ma il Guerriero, sempre più prono all'inva~
sore e assunta la reggenza della prefettura,aveva convocato i più elevati funzionari della questura e gli ufficiali dei Cc. esigendo che essi offrissero la più
ampia collaborazione ai tedeschi e minacciando arresti e fucilazioni a chi avesse
trasgredito; il magg. Foti dei Cc. era passato al servizio dei tedeschi (queste due
ultime informazioni erano state date dal Boccardi); nessuna traccia dei fascisti;
solo un tale Renato Spallanzani, che Bondavalli ben conosceva, era apparso per
le vie vestito in divisa di "SS" tedesca e con aria tracotante; pattuglie tedesche
armatissime percorrevano le vie principali; gli edifici pubblici erano presidiati.
Mi disse infine che riteneva che avrei potuto rientrare a Reggio perché i fascisti
non c'erano e i tedeschi sembrava che non si preoccupassero, almeno in quei
giorni, degli uomini dell'antifascismo.
Alla sera del lO, accompagnato dal mio fido, tornai a Reggio e andai a
Coviolo, ospite dell'amico generale medico Vito Serio, nella villa che dIvenne poi
luogo di numerosi incontri e di convegni clandestini.
Il mattino dell'l1, sabato, mi recai verso le 9 nella chiesa di S. Giovannino dove don Prospero Simonelli era solito celebrare la Messa. Infatti lo trovai
ed avemmo la possibilità, prima e dopo il rito, di parlare a lungo. Gli comunicai
la decisione che Campioli ed io avevamo preso di costituire subito il C.L.N. accennandogli anche che stavo predisponendo un programma; lo trovai pienamente
consenziente e disposto a parteciparvi;aggiunse che però avrebbe voluto informare Marconi e propose la canonica di S. Pellegrino come luogo pereHettuare
la riunione costituiva. Ci comunicammo i rispettivi recapiti.
A casa mia, verso le 11, avvertito da una mia staffetta, giunse Campioli,
raggiunto poco dopo da Sante Vincenzi. Di questo incontro potrà riferire Campioli.
CAMPIOLI
Il mattino del 9 settembre ebbi un colloquio con l'avv. Pellizzi che, come
è stato detto, si svolse nel cortile del ristorante «Ermete ».
Il Pellizzi mi ragguagliò sugli avvenimenti che si erano svolti la sera del1'8 e nella notte sul 9 in seguito al proclama del maresciallo Badoglio, su ciò
che era accaduto nelle caserme, sulla prima valorosa resistenza dei militari poscia
sopraffatti dalle forze tedesche, e sulla cattura di tutti quelli che non erano riusciti ad evadere con l'aiuto della popolazione civile. La situazione evidentemente
andava precipitando e quindi era urgente agire. Si parlò quindi delle funzioni e
dei compiti che ci attendevano. Il Pellizzi, che proveniva da un ambiente tutt'altro che comunista e che probabilmente per la prima volta intratteneva rapporti
con uomini del mio partito, manifestò subito la sua aspirazione a creare un largo
schieramento antifascista per dare all'azione un carattere nazionale e non di partito.
Senza entrare nel merito, parlai con lui della necessità di abbozzare un
programma e lo pregai di formularne uno schema: esso ci avrebbe servito - dissi
- anche per avvicinare le altre forze e per spiegare ad esse i nostri propositi in
modo di assicurarci la loro partecipazione e collaborazione. Gli diedi alcuni suggerimenti organizzativi 'e gli feci presente che egli avrebbe dovuto usare una
certa cautela giacché era molto conosciuto in città e avrebbe potuto quindi essere
facilmente indicato alla polizia tedesca. E ci lasciammo.
Dopo questo incontro, che fu fondamentale per la costituzione del C.L.N.,
- fummo coqsapevoli che soprattutto noi due (io per il partito comunista e lui
per le correnti della sinistra borghese) avremmo dovuto lavorare per portare
avanti :il problema della costituzione dell'organismo unitario che avrebbe dovuto
guidare la lotta - ne seguì un altro nell'abitazione dell'avv. Pellizzi: a una parte
di questo partecipò anche il compagno Sante Vincenzi. Senonché, a breve distanza dal suo inizio, vi fu un allarme aereo 'e di conseguenza si dovette sfollare. Si
stabiliì di ritrovarci davanti alla Chiesa di S. Pellegrino; quindi, ognuno per proprio conto, inforcammo le biciclette per raggiungere separatamente il luogo
convenuto.
Nella circostanza conobbi don Angelo Cocconcelli, che ci ospitò nel suo
studio. L'avv. Pellizzi ci espose le sue idee circa lo schieramento ,antifascista da
far partecipare nel C.L.N.e ci comunicò anche certe sue preoccupazioni: bisognava stabilire, secondo lui, quali avrebbero dovuto essere le limitazioni politiche che i varii partiti avrebbero dovuto imporsi per poter convivere nell'ambito dell'organismo che intendevamo costituire.
Sulla necessità di crear,e un largo schieramento antifascista ioe Vincenzi ci
dichiarammo perfettamente d'accordo, purché fossero adottate tutte le misure
di cautela, anche nei confronti dei partecipanti (che noi generalmente non conoscevamo), come la situazione esigeva in quel momento; invece, per quanto si tiferiva ài 1lostri futuri compiti, cioé a quelli dei diversi partiti a guerra conclusa,
dicemmo che vi sarebbe stato tutto il tempo necessario per pensarci e che il problema non ci sembrava attuale. lo in particolare feci presente al Pellizzi che, data
la situazione, vi 'era un solo compito davanti a noi che si presentava impellente:
raggruppare tutte le forze disposte a battersi contro il fascismo e i tedeschi inva~
sori e passare al più presto all'azione armata. Dopo brevi chiarimenti dall'una e
dall'altra parte, il Pellizzi si dichiarò d'accordo su questo problema.
Occorre rilevare a questo punto che la lotta armata, come si farà notare
più avanti, presentava notevoli difficoltà nella sua concreta esecuzione, soprattut·
to per due motivi:
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1. - perché mancavano elementi addestrati ( soltanto il partito comunista
disponeva di un certo numero di quadri, quali i reduci dalla guerra di Spagna e
dalla Francia; nonché di molti compagni che durante la lotta clandestina nella
Resistenza al fascismo avevano acquisito una certa preparazione);
2. - perché non era cosa facile indurre persone, lontanissime per loro con~
cezioni individuali da ogni idea di violenza, a compiere azioni armate che potevanadar luogo, se se ne fosse presentata la necessità, alla uccisione di altre persone.
Espresse queste franche opinioni decidemmo di convoèare, alla distanza
di qualche giorno, una seconda riunione presso la Canonica di S. Pellegrino,
messa gentilmente a nostra disposizione dal parroco don Cocconcelli, sempre
allo scopo di preparare nel modo migliore la riunione definitiva dalla quale avrebbe dovuto sorgere il CL.N. Provinciale.'
Tale riunione si svolse infatti il 15 o 16 di settembre con la partecipazione di Cesare Campioli, dell'avv. Pellizzi, di Alberto Simonini, di Giacomo
Lari e di don Simonelli. Presenziò, a titolo personale, anche don Cocccincelli.
In questo incontro si esaminò brevemente la situazione generale politicà
e nazionale locale, allo scopo di adottare poi a. ragion veduta determinati provvedimenti. Si trattava cioé, in rapporto a tale situazione, di fissare gli impegni concreti che ognuno doveva assumere, per l'azione, nel proprio settore e di delineare
l'indirizzo che ciascuno di noi avrebbe dovuto contribuire a dare aICL.N. Restavano inoltre da affrontare i problemi delle armi, e dei mezzi finanziari per assicurarela funzionalità del nostro movimento. lo accennai alla disponibilità che
avevo di 190.000 franchi che mi erano stati versati dagli' antifascisti di Parigi,
denaro che avrebbe potuto servire per i primi passi dell'organismo che si voleva
creare.
Simonini ,e Lari, vecchi amici con i quali avevo militato in gioventù nel
partito socialista, si dichiararono rappresentanti di tale partito, pur affermando
che questo non aveva una organizzazione 'efficiente; l'avv. Pellizzi confermò di
rappresentare il partito d'Azione, che si era appena costituito a Reggio e che
quindi non aveva ancora nessuna struttura; don Simonelli, se pure a titolo
personale, disse che si sentiva di rappresentare una corrente cattolica di grande
prestigio se pure ancora modesta come numero. lo, che ero stato delegato (come
dirò) a rappresentare il partito comunista, mi ritenevo in quel momento il più
fortunato fra questo gruppo di cospiratori, perché -essendo ritornato dopo
circa venti anni nella mia città - non conoscevo quasi nessuno e non ero conosciuto. Avrei quindi potuto muovermi, almeno inizialmente, con una certa libertà.
Il mandato di rappresentare il P.CI. nel Comitato di intesa patriottica,
come detto nel precedente Convegno, mi era stato affidato a mezzo di Vincenzi.
Analogo incarico mi venne confermato presso il costituendo CL.N., credo anche
per ragioni di opportunità cospirativa in quanto ero da considerare quasi come
un forestiero. Anche nell'ambito del mio partito i miei rapporti erano strettamente limitati, almeno in quel primo periodo, ai compagni della Segreteria del
partito, di cui facevo parte.
In questo incontro non si ebbe la sensazione che Simonini dissentisse dalla impostazione che di massima si intendeva di dare alla lotta. Tuttavia la conversazione non poté concludersi perché v·enne annunciato che una pattuglia te·
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desca si stava aggirando nei pressi della Chiesa. Fu ritenuto opportuno perciò sospendere discorso e riunione ed allontanarci per diverse vie che don CocconcelIi ci indicò.
PELLIZZI
Giunse finalmente il gran giorno. La mattina di martedì 28 settembre
verso le 9,30 (si era scelto un giorno di mercato perché il maggior traffico pensavamo avrebbe fatto notare meno i nostri movimenti) ci recammo alla spiCciolata alla canonica di S. Francesco. Secondo gli accordi, il portone era stato lasciato socchiuso per facilitare l'ingresso. Don Lorenzo Spadoni ci introdusse nella
sua stanza da pranzo e poi subito si ritrasse. Ci trovammo seduti ,attorno alla tavola Cesare Campioli per i comunisti, don Prospero ISimonelli e Pasquale Marconi
per la corrente cattolica, Giacomo Lari e Alberto Simonini per i socialisti ed io per
il partito d'·azione. I presenti mi pregarono di assumere la presidenza ed io feci
una relazione sulla situazione con le notizie che mi avevano dato Campioli e don
Simonelli e con quelle che io st:esso avevo raccolto da varie fonti.
Rif.eriiche i tedeschi si erano ormai impadroniti di tutti gli organismi vitali (economici, amministrativi ·e militari) della provincia. Gran parte dei militari, che avev,ano dif.eso le caserme e che non erano riusciti a sottrarsi alla
cattura, erano stati avviati in Germania. Di essi non si avevano notizie. Tutte le
amministrazioni dalle quali i fascisti erano stati eliminati, sostituiti da commissarii prefettizii nominati dal Vittadini, erano ormai rette nuovamente da uomìni
designati dai tedeschi e dai superstiti o nuovi fascisti. La notizia della «liberazione» di Mussolini « tenuto prigioniero da una cricca di mascalzoni» (come testualmente aveva annunciato l'Agenzia Stefani) si era diffusa nel pomeriggio del
12, ma era stata èomurucata uffioialmente il 13. Essa aveva avuto l'effetto di una
mazzata sul morale delIa cittadinanza, che riteneva che il fascismo fosse definitivamente scomparso; e soprattutto diffuse un certo scetticismo nei èonfronti della
capacità politica del gruppo badogliano che non aveva neppure saputo tener
prigioniero quel prezioso ostaggio. Moltissimi temevano che il fascismo, galvanizzato dalla riapparizione di Mussolini, risorgesse: il che rendeva i già prudenti
ad osservare una ancor maggiore cautela, prima di impegnarsi. Di qui !',insorgere
del fenomeno dell'attendismo, che riduceva sempre di più, specialmente in certi
ceti sociali, la disponibilità di uomini pronti ad affrontare subito e con .decisione i
rischi della lotta. Infatti il fascismo ~ per vero, ·a mio avviso, una sottospecie di
fascismo - aveva ripreso subito a rialzare la testa, naturalmente con la protezione degli occupanti. Ma si trattava dI rivivescenza - .almeno inizialmente -'-piuttosto squallida: lè adesioni, infatti, risultavano poche e scarse tanto nella
quantità, quanto nella qualità. I gerarchi del precedente fascismo erano scomparsi o, almeno per ora, nella maggior parte non davano segni di vita. Soltanto
la feccia del peggiore squadrismo aveva ripreso a circolare. Ma i nuovi capi (un
tal Torelli Dante, un avv. Giuseppe Scolari, un Armando Wender, un seniore
Silvio Margini, che aveva assunto il comando della 79" Legione della milizia al
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posto del seniore Giovanni Fagiani, un geom. Celio Rabotti, che aveva riavuto il
suo incarico in Comune e pochi altri ) sembravano, almeno fino a quel giorno, animati da propositi di vendetta più verso i loro «camerati» fascisti che avevano
tradito il 25 luglio e avevano voltato gabbana repentinamente nei 45 giorni, che
non contro gli 'esponenti dell'antifascismo i quali pur si erano in buona parte
rivelati col partecipare al Comitato di intesa patriottica, e che invece apparivano,
almeno per il momento, totalmente ignorati. Espressi l'opinione che ciò era davuto, sia alle notizie che giungevanQ da radio Londra di imminenti sbarchi nella
vicina riviera romagnola e in Versilia, i quali lasciavano prevedere un prossimo
crollo della resistenza militare nazista in Italia e quindi non davano ai «benpensanti fascisti» troppa tranquillità sulla consistenza del nuovo fascismo, sia e soprattutto alle direttive emanate dai tedeschi i quali si preoccupavano, su ogni
altro problema, della sicurezza dei loro reparti e dei loro militari, cosicché ordinavano alle cosiddette autorità italiane di occuparsi esclusivamente di ciò che ad
essi interessava: ordine pubblico, accaparramento e raccolta di viveri e di materiale, riattivazione delle officine in -cui si lavorava per la produzione bellica. Ne
erano prova - sempre secondo l'opinione che esprimevo a titolo personale --'- i
proclarrii dello stesso comando militare tedesco e gli ukase del nominato Ugo
Guerriero che dalla prefettura minacciavano fucilazioni e cattura di ostaggi non
per i politici dell'antifascismo, bensl nei confronti dei «sabotatori» delle forze
armatè tedesche (il 15 erano stati, fra l'altro, asportati da « ignoti» 3000 fusti
di benzina da un deposito in Villa Gavasseto). Del resto, aggiunsi, appena qualche giorno prima della riunione che stavo presiedendo, la federazione fascista
repubblicana aveva lanciato un «appello» invitando tutti (dico tutti, sottolineò
poi pochi giorni dopo il geom. Rabotti in un manifesto) alla collaborazione, con
ciò riecheggiando i temi esposti dal Mussolini nel discorso radiotrasmesso da
Monaco il 19, col quale il duce si era scagliato con la poca forza che ancora gli rimaneva contro la monarchia e contro i traditori fascisti che lo avevano «servito
fino alle 21,30 del 25 luglio per poi immediatamente rivoltarsi contro di lui »;
ma nel quale gli antifascisti non erano neppur nominati.
Tuttavia, secondo il mio parere, non c'era troppo da fidarsi. Se l'occupazione tedesca, invece di durare poche settimane come lasciavano supporre le trasmissioni delle radio Alleate, si fosse protratta a lungo, era certo che i fascisti
si sarebbero riorganizzati ed avrebbero ripreso il loro antico' costume di violenza
e di sopraffazione. Secondo me, quindi, si sarebbe dovuto immediatamente affrontare la lotta qrmata manu su due fronti, quello tedesco' e quello fascista. Di quI
la necessità di prepararsi subito a tale lotta, anzitutto evitando che il fascismo
raccògliesse adesioni fra la popolazione disorientata e intimidita, in secondo luògo armandosi ed organizzandosi per sostenere la battaglia che si sarebbe dovuta
combattere.
Esposi quindi succintamente che, nonostante i nostri propositi di far partecipareal costituendo C.L.N. tutte le correnti politiche che già facevano parte
del Fronte antifascista centrale trasformatosi ~n C.L.N.,. come avevamo appreso
dalla radio Londra, era stato impossibile reperire a Reggio rappresentantideì
liberali e dei demolaburisti. Varie pèrsone di quelle due correnti erano statè interpellate, ma esse avevano rifiutato o per dissenso politico di fondo, o per di-
versa impostazione che esse volevano dare alla lotta, o per altre ragioni. Era
stato quindi necessario limitare la riunione ai rappresentanti di 4 partiti o correnti, rinunciando almeno per il momento alla collaborazione liberale e demolaburista. A questa punta e di frante alle prospettive che aveva espasto, dissi che
bisagnava che il C.L.N. si facesse una specie di pragramma minima di aziane. Ed
aggiunsi che ne avevo discussa can Campiali e che, mentre in un prima mO'mento mi pareva che si davesse schematizzare unitariamente un programma politica, .dapa le giuste asservazioni che mi aveva fatta Campiali mi era canvinta
che invece bisagnava limitarsi a dire quale avrebbe dovuto 'essere la nostra finalità immediata, quali i mezzi per raggiungerla, quali i metadi di latta, e quali
impegni persanali avremmo davuta assumere.
Era da premettere,. a mia avvisa, che sarebbe stata necessaria una rigarasa
unità arganizzativa, direttiva e di condatta della lotta, un'assaluta dediziane al
serviziO' dell'Idea camune e l'obbedienza disciplinata, degli aderenti alle correnti
palitiche rappresentate nell'arganO' costituenda, alle decisiani che esso avrebbe
adattata a maggiaranza di vati dati da ciascun componente del C.L.N. senza
tener canto delle farze che egli pateva rappresentare. Era l'unica demacrazia
passibile in quel mO'menta e ad essa bisagnava adattarsi.
Occorreva quindi, a mia giudiziO' e interpretandO' anche l'apiniane espressami da Campiali, che abbandanassima temparaneamente le finalità palitiche
particalari che ciascuna carrente aveva nel prapria pragramma di partita in mO'da
che la latta si svalgesse, intantO', col generica denominatare comune di una battaglia per la libertà dall'invasore tedesca e dal fascismo -e per canseguire un assetto basato sulla giustizia sociale e sulle libertà civili e politiche che il fascismo
aveva distrutto. Salamente dapo aver canseguito queste finalità primarie e per
casi dire pregiudiziali" i singoli partiti avrebberO' pO'i deciso democraticamente
l'assetta da dare al Paese.
Ciò premessa, sintetizzai in quattro punti quali avrebbero davuto essere,
secanda me e almenO" inizialmente, i prapasiti, gli scapi ed i compiti del ca~
stituendo C.L.N.:
1. - Accantonare pravvisoriamente le ideolagie dei singoli partiti per coordinar-e, animare e dirigere unitariament'e le aziani di tutti coloro che intendevano
affrire le Iara energie per la riconquista dell'indipendenza dalla straniero e delle
libertà perdute cal fascismO';
2. - Lottare uniti fina alla fine, anche a rischia della vita, cal propasita
di instaurare un ardinamenta demacratico basato su una più alta giustizia saciale e sulla libertà;
3. - Agire col salenne vincola del segreta e con tutti i mezzi per raggiungere le finalità suddette;
4. - Prendere cantatta can gli analaghi organi che si castituissera a già
fassero castituiti nelle province vicine e cal C.L.N. che la radia aveva annunciata
essersi' costìtuita in Roma.
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CAMPIOLi
Come ha riferito Pellizzi, il mattino del 28 settembre si arrivò alla storica
riunione di S. Francesco. Dico storica, perché 'effettivamente in quella riunione
si giunse alla costituzione definitiva del C.L.N. Come del resto' era stato previsto, le diverse opinioni ivi rappr,esentate fecero sl che l'adunanza non mancò
di essere alquanto animata.
Si fa presto, oggi, a parlare di quegli avvenimenti; ma, allora, ogni piccola cosa sollevava preoccupazioni ed enormi responsabilità. Dai nostri atteggiamenti poteva dipendere la riuscita o meno dell'azione unitaria che volevamo
svolgere. Sarebbe bastato un nonnulla a far scoppiare dissensi e contrasti. Fu quindi necessario usare molta prudenza, far tacere spesso interessi di parte, e considerare ogni cosa con grande 'equilibrio, e con grande comprensione delle opinioni degli altri.
Don Lorenzo Spadoni, dopo aver fatto gli onori di casa, si era assunto il
compito di sorvegliare la Canonica. Confesso che se io mi trovavo abbastanza benè in quel luogo, la stessa cosa non si poteva dire per donSpadoni; non tanto
per il pericolo che correva in quel momento, ma per il fatto di dover ospitare
qualche comunista nella sua abitazione di parroco è, in genere, degli uomini con
facce non troppo rassicuranti .
.Il Pellizzi dunque sì ,intrattenne piuttosto diffusamente sulla situazione,
nonché sul compito e le funzioni del costituendo C.L.N., soprattutto soffermandosi sul problema dell'organizzazione, su quello della esigenza di dover Superare
ogni concetto particolaristico di Partito e di raggiungere una stabile unità di azione, come la situazione esigeva in quel momento; infine sulla necessità di creare quadri ,e formazioni adeguate per passare senza esitazione alcuna ad una azione
armata contro i tedeschi e contro i loro alleati fascisti. Riassunse poi in alcune
proposizioni, che erano state concordate di massima con me, il programma immediato da svolgere.
Subito dopo di lui presi la parola per dichiararmi perfettamente d'accordo
con i concetti esposti dal rdatore, aggiungendo alcune precisazionie suggerimenti
in ordine alla, organizzazione ed al metodo di lotta cospirativi. Anzitutto rilevai
la necessità di agire per cellule di tre persone in modo che solo queste tre si
conoscessero fra di loro, mentre ciascuna delle tre avrebbe dovuto formare una
altra cellula con altre due persone, e così via. In tal modo si sarebbe diminuito
notevolmente il rischio della scoperta di tutta l'organizzazione. In secondo luogo
sugger1i la opportunità di creare delle basi clandestine in cui ritrovarci, e di fare
le comunicazioni fra noi sempre verbalmente, direttamente o a mezzo di staffette
fidate. In terzo luogo espressi l'opinione che era necessario che il C.L.N .. provinciale si mettesse subito al lavoro per la creazione di C.L.N. locali, alle propr,ie
dipendenze, ed anche di un. Comitato militare che avrebbe dovuto avere la responsabilità delle azioni di guerra e della raccolta delle armi, sempre su .direttiva
de1c'L.N. provinciale. Quanto alla formazione di reparti armati, dissi che il mio
partito aveva già in corso una organizzazione che si sarebbe messa a disposizione del C.L.N. Raccomandai infine di curare il settore «stampa e propagan-
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da »affidando ad uno di noi la responsabilità di esso (a conclusione della riunione venni incaricato di interessarmi di questo particolare settore di lavoro);
doveva poi essere particolarmente curato da tutti, ciascuno nell'ambito della
cerchia delle proprie rela2lioni, il reperimehto di ingenti fondi per finanziare
la guerra.
A proposito della organizzazione del partito comunista, precisai chequesto stava trasformando i Gruppi sportivi in G.A.P., i quali erano già abbastanza
addestrati per compiere quelle azioni che si fossero ritenute opportune ed avrebbero potuto costituire la struttura iniziale per una più vasta e articolata organizzazione. Aggiunsi che già Pellizzi era a contatto col comando di queste formazioni, cioé con D'Alberto (nome· di battaglia del compagno Alcide Leonardi),
con Tito (Gismondo Veroni) e con T ancredi (Vivaldo Salsi).
A questo punto l'avv. Pellizzi ritenne opportuno che ci assegnassimo i
nomi di battaglia. Così Pellizzi assunse il nome di Fossa, Simonini quello di Rossi
Lari quello di Ariosto, dòn Simonelli quello di Reggianie Marconi quello di
Franceschini. Fu poi deciso che a don Cocconcelli, nome di battaglia Cassiani,
sarebbe stata affidata la cassa del C.L.N. A me fu assegnato il nome di battaglia Marzi.
Ogni decisione sulla nomina dei componenti del C.L.N. cittadino e del
Comitato militare venne rinviata, perché ciascuno potesse consultare il. proprio
partito o movimento.
MARCONI
Coll'8 settembre fui assorbito da una svariata attività, dettata dalle condizioni del momento: assistenza ai militari alleati fuggiti dai campi di prigionia
in Ospedale o in case private, il più spesso in canoniche; rifqrnimento di carte
d'identità false, coll'aiuto prezioso del cav. Galli, per mezzo dell'attrezzatura fornitami dal tipografo Giuseppe Casoli, intestata al Comune di Fosdinovo; propaganda presso i giovani perché non ubbidissero ai bandi di leva, presso impiegati· e
carabinieri perché· non aderissero alla Repubblica, inoltro presso canoniche di
alta montagna dei primi « ribelli» (ricordo i fratelli Magawly) che erano accom.;
pagnati .a destinazione dal mio infermiere Saccani Walter, che fu poi partigiano
con me fino alla Liberazione.
Per quelli che nascondevo in ospedale avevo la piena complicità del tenente dei carabinieri locali: ricordo il gen.· Mazzucco, La Quercia, Papazzi ed exprigionieri russi, slavi, francesi, inglesi.
Le mie possibilità di movimento erano facilitate dal fatto che avevo
un'autolettiga colla quale potevo viaggiare con relativa tranquillità.
Così trasportai da Reggio militari stranieri che mi preparava don Cocconcelli a S. Pellegrino, esplosivi per far saltare ponti (ricordo quelli di Gatta e
Cinquecerri) e una radio ricevente-trasmittente allestita dall'infaticabile Corradini
Armando che per due volte in bicicletta fece il viaggio Reggio-Ancona: prima
per studiare l'itinerario, poi per accompagnare ire ufficiali inglesi che una notte
trasportai dalla canonica di Pieve S. Vincenzo a quella di Fogliano. La radio fu
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sistemata nei solai dell'ospedale, dove eta stato nascosto Davide (Osvaldo Poppi)
all~epoca della .suaevasione da Torino.
.. .
Non posso tacere la curiosità del fatto che un giorno, mentre salivo da
Reggio . con un evaso di lingua francese, a Casina fui fermato dal maresciallo
dei carabinieri che mi invitò ad andare con lui a Paullo dove era avvenuto un
delitto: così arrivai a Castelnovo con un ferito grave, il prigioniero e il maresciallo: e tutto andò liscio.
Un giorno inviai un disertore tedesco a Don Casotti a Febbio: un gruppo
di ribelli sistemati nella canonica di Tapignola lo ritennero una spia e decisero
senz'altro di fucilarlo; don Pasquino mi mandò un messaggio urgente per mezzo
di Casimiro Magawly perché mi recassi sul posto.
Così trovai altra aria per il tedesco che infatti risultò non essere una spia.
Il P.c.I. che era organizzato in pianura, non aveva in montagna nessuna
consistenza, anzi si può affermare che non esisteva; gli antifascisti attivi facevano
capo a me: tanto è vero che i comunisti che il C.L.N. inviava in montagna per
missioni, facevano recapito all'Ospedale per avere indicazione, nei vari paesi, di
persone fidate che erano in prima fila: i parroci e poi cattolici e vecchi socialisti..
Contemporaneamente ebbero luogo i contatti clandestini che ci portarono
alla famosa sagrestia.
'. . .
Fossa espose un programma per la organizzazione di forze partigiane (la
parola «resistenza» - mi sembra - è molto posteriore, importata dalla Francia), e per il funzionamento del C.L.N.
Fra i particolari che ricordo è l'accenno di Pellizzi di ricorrere « a qualunque mezzo per raggiungere i nostri scopi»: al che io obbiettai la mia avversione ad attentati personali; lo riferisco perché questo tasto doveva tornare
di· attualità qualChe mese dopo a proposito dell'azione di Gap che agivano d'iniziativa, fuori delle direttive e quindi della responsabilità del C.L.N.
Partecipai ad altre riunioni nella Canonica di S. Pellegrino; poi, e per la
distanza e per il fatto che nell'aprile fui arrestato, la mia parte fu rappresentata
nelle riunioni del C.L.N. da don Simonelli, dall'ing. Piani e da don Cocconcelli,
fino al trasferimento del C.L.N. in montagna quando vi entrò Giuseppe Dossetti.
I 'nostri contatti, nel frattempo, erano mantenuti con incontri personali e per
mezzo delle. staffette; frale quali ricordo in particolare la Agata Pall~i.
In contatto ero pure con Don Domenico Orlandini Carlo e con Don Pasquino Borghi i quali svolsero un'azione audace e coraggiosa di carattere partigiano più che politico.
Ad eccezione dei comunisti, noi come cospiratori si era dei novellini.
Mi auguro vivamente che non venga mai l'occasione di mettere a profitto
l',esperienza che abbiamo fatta. La mancanza di tale esperienza a noi è costata
poco; ma a qualcuno dei nostri è costata dolori e sangue.
SIMONELLI
L'armistizio dell'8 settembre non costituì per chi seguiva la vicenda politica una novità. inattesa, perché era evidente che la liquidazione di Mussolini
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significava anche la urgenza di una reVlSlone totale della politica,· e ClOe delle
alleanze. ,I generali però normalmente non sono dei «buoni» politici, ed erario
quindi legittimi i dubbi che si nutrivano sulle capacità di Badoglio e dei collabo~
ratori a trovare la via di uscita. l Comitati di intesa formatisi dopo il 25 fuglio,
che forse su un piano strettamente legale potevano considerarsi fuori, delle norme
eccezionali messe in vigore dal governo Badoglio, volevano esSere anche un tichiamo al governo a tenere presente la vasta convergenza di forze politiche ostili
alla continuazione della guerra, e pronte ad offrire il loro sostegno a iniziative
per un nuovo corso della politica.
Non sorpresa dunque l'armistizio in sè, ma il modo balordo col quale fu
realizzato, e che scatenava la rabbia tedesca,. mentre i nostri reparti dovevano
rimettersi a iniziative slegate e perciò destinate al pieno insuccesso. Ne avemmo
una chiara dimostrazione anche a Reggio, dove diversi comandi restarono al loro
posto, nonostante ripetute sollecitazioni, e finirono poi troppo facilmente preda:
dei tedeschi, con destinazione Germania. Ebbe invece qualche successo l'iniziativa
di offrire una via di uscita ai militari, come riferisce Veroni nel suo intervento.
Il Comitato di intesa patriottica formatosi dopo il 25 luglio si trovò
quasi di colpo nella urgente necessità di rivedere il piano di azione adeguandolo
alle :nuove circostanze; è confortante a: questo proposto la constatazione che
nessuno dei membri del Comitato d'intesa ebbe un momento di esitazione, e già
il 9-10 settembre si ebbero incontri per lo . scambio di reciproche informazioni;
qualche pusillanime invece (estraneo al gruppo, pur conoscendone la esistenza)
suggerì, quando sotto la .protezione fascista si organizzarono i primi . gruppi repubblicani, di venire con questi a un «modus vivendi» che i giornali dicevano
si fosse avuto a Venezia. La proposta, fattami personalmente, fu nettamertte rihutata, nella certezza di interpretare anche i sentimenti degli amici; in primo
luogo si riteneva che il fascismo, caduto Mussolini il 25 luglio, non avesse alcun
titolo per partecipare alla vita politica, anche a prescindere dal metodo antidemocratico che gli era connaturale; in secondo luogo i veri padroni erano i «nazisti» ora non più «alleati» ma «occupanti illegalmente il paese»' nel loro
esclusivo interesse. Il potere dunque ritornava « al popolo », e a chi ne assumeva
la guida. Su questia:rgomenti e con queste premesse si ottenne la adesione
anche delle forze cattoliche che alcuni, temendo il ·rischio della « confessionalità »,
volevano lasciare libere di operare nei diversi movimenti, altri invece volevano
organizzare in vero partito, per portare una voce più sicura e più rilevante nella
molteplicità delle forze politiche, ormai apertamente dichiarate.
Questi contatti occuparono i primi giorni dopo 1'8 settembre mentre la
popolazione si prodigava in ogni modo per aiutare soldati e prigionieri alleati in
cerca di un asilo, di un abito e di un pezzo di pane. Poi per concretizzare qualche
cosa si tenne una riunione riella canonica di S. Pellegrino, che sembrava sicura
per la posizione periferica, e per i sentimeriti antifascisti di D. Cocconcelli.La
riunione però costitutiva del Comitato di Liberazione doveva tenersi nella canonica di S. Francesco, dove D. Simonelli era ospite del parroco. Bisognava già
guardarsi da qualche spia perché i fascisti, .irritati dalla fredd€Zza con cui era
visto il loro ritorno sulla scena, moltiplicavano i bandi intimidatori, ben lieti di
poter offrire' questa triste collaborazione ai nazisti.
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La relazione di fondo venne tenuta dall'avv. Pellizzi, per fissare le linee
di azione comune evitando possibilmente quanto poteva costituire motivo di inevitabile dissenso; informò anche i presenti del rifiuto di altre forze politiche a partecipare a questa comune lotta contro il risorgente fascismo e il tedesco fattosi «oppressore ». Campioli, che aveva maggiore esperienza sui metodi
di lotta clandestina, mise in rilievo i caratteri che doveva assumere, e che già
alcune formazioni comuniste avevano posto in atto. Clandestinità e tempestività
della azione sembravano esigere, a suo giudizio, molta libertà di azione per i
gruppi di attivisti che agivano nei territori più controllati dall'avversario, ma si
convenne infine che essi dovessero operare su direttive del Comitato, ad evitare
atti inconsulti che potevano danneggiare il movimento nel suo complesso.
Il dissenso più profondo si ebbe con Simonini, rappresentante dei socialisti,
perché riallacciandosial legalitarismo prampoliniano rifiutava la lotta armata; gli
fu dato atto della nobiltà delle sue aspirazioni, ma gli si fece anche notare che
la situazione non poteva essere affrontata con uno spirito di tal genere, e perciò
un simile atteggiamento rendeva superflua la presenza, essendo inutili gli aspiranti romantici alla libertà.
Poi spiegai i motivi che giustificavano sul piano morale la presenza dei
cattolici, compresi i sacerdoti, che dovevano superare particolari difficoltà e ob·
biezioni perché il movimento che si stava fondando non rifiutava la lotta armata,
in condizioni particolarmente difficili.
Su questo tema, e per precisare sia la sua personale posizione che quella
degli amici da lui rappresentata parlò il prof. Marconi, e le sue tesi ebbero il
leale consenso degli amici.
Il Comitato era ormai ,costituito: Pellizzi, Campioli, Marconi, D. Simonelli
ne erano i responsabili; e, 'datala difficoltà del prof. Marconi ad essere facilmente raggIungibile, la rappresentanza effettiva restò a n. Simonelli.
Rimaneva da chiarire la posizione dei socialisti, dato l'atteggiament()
assunto dai suoi rappresentapti, che sarebbe stata ripresa in esame in un tempo"
successivo.
;
Intanto, dopo vive ciliscussioni, si presero ulcune urgenti e impegnative
decisioni,e ci si lasciò, utilizzando le diverse uscite della chiesa e della canol1ica, nella. certezza di aver poste le basi di un lavoro indifferibile per n bene
della nazione, e certamente destinato a incontrare il favore della popolazione
ancora disorientata per la successione degHeventi.
PELLIZZI
Effettivamente, come ha obiettivamente riferito mons. Simonelli, nel
corso' della discussione che seguì alla mia relazione ed alle 4 proposizioni con le
quali avevo concluso la mia esposizione riassumendo il programma di azione che
il C.L.N. avrebbe dovuto adottare, Alberto Simoniniassunse un atteggiamento
che, quando lo conobbi bene (cioé dopo la Liberazione, perché durante il periodo
della lotta lo incontrai ancora una sola volta, occasionalmente e fugacemente, per
la strada), avrei giudicato beffardo. Era comunque un modo di interpretare la
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dottrina socialista prampoliniana che, avversa alla violenza, aveva insegnato che
ogni conquista si doveva conseguire solo seguendo il metodo democratico, cioé
senza rotture rivoltose, nell'ambito dell'espressione più alta della democrazia: il
Parlamento. Egli infatti preliminarmente - con quel tono sornione e quegli
occhietti un po' socchiusi che sembravano insonnoliti -ed erano invece furbi,
pronunciare giudizii scanzonati o commenti pesanti quando si accingeva
chiese se, per caso, io rappresentassi ... il partito comunista o il partito d'azione,
tanto energica - a suo dire - era stata la esposizione del metodo di lotta che
proponevo per il C.L.N.
Risposi subito che nçm ero affatto comunista, ma che nella lotta che stava per iniziare mi sembra~a evidente che il metodo democratico non era da
prendere in considerazione, dato che i nostri avversari erano gli armatissimi tedeschi e - ormai lo si constatava dopo la « resurrezione» di Mussolini - i fascisti. Bisognava cioé - e ripetevo ciò che era stato detto riservatamente ad alcuni
di noi nella semiclandestina riunione del P. d'A. a Firenze il 5 settembre e della
quale ho parlato nel precedente Convegno - che la lotta armata «doveva por«si due problemi eminenti: non già di guadagnare alla propria iniziativa o ri«durre sotto il proprio controllo altre forze, ma di assicurare la· coesistenza di
« tutte le formazioni armate nel C.L.N., intese come esercitd nazionale volonta« rio per la liberazione del Paese dal nazismo e dal fascismo; e quello che in tale
«lotta si sarebbe dovuto rispondere alla violenza con la violenza, alle armi con
«le armi, alla dittatura con ogni mezzo: sabotaggio, attentati, guerra ».
Replicò Simonini che questo non era il metodo che Prampolini aveva insegnato e che egli, pur rimanendo fermo nel dovere di ognuno di opporsi al fascismo risuscitato ed ai tedeschi invasori, giudicava che bisognasse impostare la
lotta senza usare i mezzi che gli avversari avrebbero posto in essere: cioé con
la resistenza passiva, con la disobbedienza, con gli scioperi, con la diserzione,
ecc.; ma non con le armi.
Queste dichiarazioni, per vero, non ci fecero grande impressione perché
ci rendemmo conto che Simonini non aveva apprezzato, come l'evidenza dei fatti
peraltro proponeva perentoriamente, la situazione generale che si era determinata e che si prevedeva si sarebbe anzi aggravata col decorrere del tempo. Se Simonini avesse ricordato, allora, la lettera che Camillo Prampolini gli aveva
scritto fin dal 24 maggio 1925 (che poi egli stesso pubblicò nel primo numero
della rinata Giustizia, uscito dopo la Liberazione il 13 maggio 1945), lettera di
grande valore storico - secondo me - e non solo politico, il cui contenuto noi
non conoscevamo al momento in cui Simonini assunse quell'atteggiamento perché
altrimenti glielo avremmo ricordato, egli si sarebbe subito persuaso dell'errore di
valutazione in cui era caduto in quella circostanza, certamente in perfetta buona
fede.· E ne va dato atto in questa sede alla sua memoria.
Stadi fatto che, dopo la sua presa di posizione, egli aggiunse che il suo
.
partito avrebbe aderito alla lotta di Liberazione, ma han comè io l'avevoproposta e come gli altri avevano approvato. Accettò tuttavia il nome di battaglia Rossi;
come Lari - che non interloquì - assunse quello di Ariosto. Ma non fece più
parte del C.L.N., come neppure Lari partecipò piùal1e nostre riunioni.
Il partito socialista (P.S.I.U.P., come allora si chiamava) tuttavia non
a
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tenn 7 conto delle dichiarazioni fatte da Simonini, che non interpretavano il Suo
atteggiamento. Gino Prandi, se crede, potrà rendere su questo punto una importante testimonianza.
Non ho poi difficoltà a dare atto all'amico Marconi che egli - che nella
riun~one costitutiva pur si era mostrato decisissimo alla lotta armata avanzò
in quella sede qualche riserva sulla frase da me detta nella 3" proposizione programmatica, cioé «agire con tutti i mezzi »; il che, a suo parere, avrebbe autorizzato anche attentati a singole persone. Ciò, secondo Marconi, avrebbe potuto
portare ad iniziative personali o di gruppi armati che sarebbero probabilmente
sfuggite al controllo del C.L.N. e che, fra l'altro, potevano essere controproducenti per le inevitabili rappresaglie. lo compresi tutto il dramma umano e cristiano di Marconi. Lo compresi e lo condividevo. Dovetti quindi fare un grande
sforzo su me stesso per vincere ciò che il sentimento dettava. D'altra parte, tutti
avevamo fiducia che vi sarebbe stata una certa disciplina da parte dei gruppi armati che avrebbero fatto capo a noi ed eravamo convinti, giudicando la situazione
con la freddezza che deve avere chi abbia la responsabilità della condotta di una
vera e propria guerra quale sarebbe stata quella che avremmo iniziato, che il terrore che si sarebbe diffuso - come poi si diffuse - nel campo nemico in pre~
senza di simili attentati avrebbe determinato - come determinò - sbandamenti
e paure che avrebbero probabilmente accelerato la conclusione della lotta e, in definitiva, diminuito il numero complessivo delle vittime dell'una e dell'altra parte.
Perciò, sia pure a malincuore, rimasi fermo su quel punto, aggiungendo tuttavia
che il C.L.N. avrebbe dovuto controllare con ogni mezzo possibile che le azioni
individuali fossero limitate, eccezionali e comunque rivolte ad obiettivi la cui
scelta avrebbe dovuto esser fatta da organi speciali che si sarebbero al più presto
nominati ad laterem di ciascun comando militare, togliendo così ai singoli ogni
facoltà di iniziativa, di discriminazione 'e di decisione.
Queste precisazioni furono discusse con molto senso di responsabilità e poi
approvate da tutti i presenti. Simonini, coerente alle sue precedenti dichiarazioni,
si astenne. Anche Marconi convenne sui termini programmatici esposti, .pur
raccomandando insistentemente che si facesse ogni sforzo per controllare le azioni
nel modo proposto.
PRANDI
In riferimento alla testimonianza di Mons. Simonelli, debbo precisare che
tìell'ottobre partecipai ad una prima riunione di socialisti emiliani assieme ad
Oddino Prandi, Risveglio Bertani, l'ing. Camillo Ferrari e Alberto Simonini. Ebbe
luogo a Bologna in via dei Poeti, presso la sede di una piccola. industria di de;
tersivi il cui proprietario era Paolo Fabbri, che più tardi scomparve, sembra, nelle
montagne bolognesi, mentre si apprestava a raggiungere Roma per mettersi in
contatto con la Direzione del Partito. A quella riunione, oltre ai già citati, parteciparono: Bentivoglio, che alla vigilia della liberazione verrà fucilato con Sante
Vincenzi (da alcuni mesi a Bologna per incarico del suo partito) dalle Brigate
nere, l'ing.Gian Guido Borghese, che poi rappresenterà i socialisti nel C.U.M.E.R.,
31
Grazia Verenine, l'avv. Arnaldo Vighi, Baroncini, che poi comanderà una Brigata
Matteotti nel Bolognese, Bertani di Modena e rappresentanti di Parma, Ravenna
e Forlì dei quali non ricordo i nomi. In quella riunione si gettarono le basi per
l'organizzazione socialista in campo regionale e si decise di prendere contatti con
gli altri partiti antifascisti in sede provinciale per coordinare l'azione contro
fascisti e tedeschi.
Noi reggiani sapevamo della posizione presa da Simonini nella riunione costitutiva del C.L.N. a Reggio e, dato che da parte nostra questa posizione non
era condivisa, ponemmo il problema nei suoi termini reali, precisando che se
volevamo contribuire alla lotta così come essa si prospettava, dovevamo. accettarne le conseguenze. Se invece si voleva continuare a rimanere dei «socialisti
legalitari»e tale fosse l'indirizzo del Partito, era indispensabile dirlo subito, cos1
che ognuno si assumesse le sue responsabilità.
Era questa una questione della massima importanza, in quanto l'episodio
di Reggio Emilia e l'affermazione di Simonini ci aveva messo, noi socialisti favorevoli alla lotta, in posizione molto difficile. Se avesse prevalso infatti l'orientamento legalitarista si doveva praticamente rinunciare alla lotta e conseguentemente ci si doveva rassegnare ad una condotta che avrebbe posto il Partito sOcialista, a Liberazione avvenuta, in condizioni di grave inferiorità rispettò alle
altre forze politiche che partecipavano alla lotta armata.
Paolo Fabbri, che in quel periodo rappresentava la Direzione del Partito, ebbe a dichiarare, esplicitamente e con forza, che l'indirizzo del Partito stesso era
di partecipare direttamente e con tutte le energie migliori alla lotta, con qualsiasi
mezzo e con la massima decisione. Questa posizione fu condivisa dai presenti e
sarà infatti sostenuta più tardi in tuttd le occasioni. Quindi i titubanti, da quel
momento, sapevano quale fosse il pensiero del Partito e dovevano comportarsi
di conseguenza, pena uno sterile isolamento.
Del resto Alberto Simonini, che già da allora abitava a Bologna, farà parte
del Comitato Regionale del P.S.l.
PELLIZZI
A conclusione di questi miei interventi - la cui ampiezza è dovuta al do"
vere che ho di rendere piena testimonianza degli avvenimenti nei quali, assieme
a Campioli e a don Simonelli, ebbi una pàrte importante per la costituzione e per
il primo avvio dell'attività del C.L.N. - debbo dire che, alle decisioni preliminari ed organizzative che sono state ricordate, se ne aggiunsero tre di molta importanza che furono adottate in quella prima riunione: la prima di carattere politico e le altre due che costituirono in sostanza la prima direttiva data dall'Organo unitario sulla condotta della resistenza armata.
In quella riunione infatti, oltre alle opinioni espresse non sempre in modo concorde dai presenti sulla portata politica della «resurrezione »in atto del
partito fascista camuffato nella sua nuova veste repubblicana ·esulle chiare
avances che venivano fatte da quella parte per un aggancio a posizioni e ad uomini della sinistra, come ha accennato don Simonelli, si passò ad esaminare le
3.2
possibilità e le prospettive immediate dell'azione armata. Si prese atto anzitutto
che le forze dell"esercito regio, localmente organizza te,erano state sopràffatte con
le armi dai tedeschi e che, mentre molti militari isolatamente erano riusciti a
sfuggire alla cattura, nessun reparto organico si 'era potuto sganciare per passare
« armi e bagagli» dalla nostra parte; che gran parte dei magazzeni militari, con
le sçarsearmi, munizioni ed equipaggiamenti che avevano in dotazione, erano
stati' distrutti o saccheggiati dai tedeschi; che quindi si prospettavano ben poche
possibilità di mettere assieme un armamento moderno ed efficiente se non ricorrendo a colpi di mano o a rastrellamenti di quanto era scomparso tempestivamente dalle caserme; che comunque, non essendovi in loco reparti mobilitati dell'esercito, anche le risorse originarie sarebbero state di modesta portata. Ciò è
stato anche confermato da Veroni nel suo secondo intervento.
Su questi argomenti seguì una discussione in cui si rivelarono i primi vivaci contrasti di opinione e le prime difficoltà di convivenza che poi avremmo
dovuto superare per mantenere l'unità dell'Organo che av,evamo appena costituito; contrasti e difficoltà dovuti, non solo alle differenti ideologie che ciascuno
di noi professava, ma anche alla diversa mentalità e al diverso carattere dei
componenti del C.L.N. Sulla questione del formarsi dei G.A.P., ad es'empio, vi
furono discussioni che rasentarono di provocare la rottura e che furorio superate dall'equilibrio e dalla calma di alcuni.
Alla fine il C.L.N., con l'astensione dei socialisti sul secondo e sul terzo
punto, decise quanto segue:
.
1. - di svolgere un'intensa azione per evitare che fossero date o carpite
adesioni al nuovo partito fascista, cercando di agire soprattutto sugli elementi più
in ,vista della cittadinanza che, con la loro eventuale partecipazione ad 'esso; avrebbero avallato presso l'opinione pubblica un certo credito al movimento fascista, che invece si presentava del tutto sprovvisto di titoli che potessero qualificarlo favorevolmente;
2. - di intensificare, dove e come possibile, il reperimento di armi 'e muninizioni, di mezzi finanziarii, di generi alimentarie di indumenti per creare le prime scorte idonee ad armare, a vettovagliare e ad equipaggiare i reparti organizzati che si volevano creare in montagna;
3. - di svolgere (con le dovute cautele, onde non scoraggiare i primi aderenti al movimento) una idonea propaganda perché coloro, che intendevano arruòlarsi nelle formazioni militari di montagna che si sarebbero costituite, attendessero disposizioni dal C.LN. o dai partiti ad esso aderenti, sia sulla data di partenza, sia sull'itinerario da seguire e sui punti di appoggio che avrebbero avuto,
tenendosi intanto nascosti in luoghi sicuri (case coloniche nei dintorni di Reggio,
che il partito comunista stava predisponendo, canoniche situate lungo la direttrice Reggio-Appennino, che vennero indicate da Marconi e da don Simonelli, ed
anche in case private non sospette in città), e ciò in attesa che fossero gettate
le basi organizzative di tale complessa operazione; chiarendo che la disposizione
era data anche per evitare che molti giovani, del tutto inesperti di lotta dandestinae set;lza l'appoggio di una organizzazione efficiente, potessero diventare facile preda delle operazioni di polizia che i tedeschi avevano cominciato ad annunciare (e che poche settimane dopo attuarono) contro i militari « sbandati» renitenti alle perentorie chiamate di presentazione o, per la disperazione di sentirsi
33
poco o nulla sorretti, si dessero al banditismo nel significato deteriore della
accezione.
Ogni membro del C.L.N. - anche i socialisti - si assunse di far circolare, ciascuno nel proprio ambiente, le disposizioni adottate per il conseguimento
degli scopi in esse precisati.
Il C.L.N. era dunque un fatto compiuto. Da questo momento esso avrebbe
assunto il grave impegno unitario della condotta e della responsabilità della lotta.
LUSENTI
Senza la pretesa di formulare un bilancio delle moltissime ed interessanti
cose che sono state dette questa sera, mi sembra di poter dire che questa tornata di
lavori è stata particolarmente proficua.
In primo luogo, la discussione ha portato ad una importante precisazione
del metodo da seguire: si tratta, nella ricostruzione dei fatti, di seguire un filone
fondamentale; intorno a questo, ovviamente, si organizza poi quella varietà e pluralità di fatti che, anche se di contorno, servono però a dare quella certa prospettiva
che meglio rende il clima ed il senso di una verità storica.
La discussione di questa sera è stata di notevole importanza anche perché
ha fatto affiorare la problematica che alimentava gli sforzi di quei giorni. Non si
trattava, come è risultato evidente, di una problematica puramente politica, ma
altresì morale. Gli eventi che premevano e che reclamavano decisioni spesso gravissime ponevano gli uomini del Comitato di Liberazione di fronte alla necessità
di scelte non solo di carattere politico, ma anche, di carattere morale. Tutto questo
costituisce, a mio avviso, il filo conduttore che lega i fatti di cui abbiamo parlato
questa sera 'e vale a collocarli nella luce e nel posto che meritano.
-
Lettera di un antifascista
UNA TESTIMONIANZA SUI PRIMORDI
DEL FASCISMO REGGIANO
Giuseppe Giaroli, al quale inviammo in omaggio il primo fascicolo
della Rivista, al nostro direttore - che gli aveva chiesto una sua collaborazione - ha scritto una lettera il cui contenuto è tale da indurci, col suo
consenso, a pubblicarla, come facciamo qui di seguito. L'amico Giaroli è
noto a tutti i reggiani. Tuttavia, solo per coloro che per ragioni di età non
ebbero occasione di conoscerlo personalmente, riteniamo utile dire che egli,
negli anni venti, fu uno dei giovani più brillanti per ingegno, per dirittura
morale, per cultura e per impegno civico e professionale nella nostra e sua
Reggio. Coerente e fermissimo antifascista, perseguito prima dalle squadracce e poi dalla polizia, fu costretto a lasciare la nostra città ed a trasferirsi in volontario esilio. E Milano - dove già erano rifugiati o dove lo seguirono tanti altri reggiani perseguitati dal fascismo, appartenenti al ceto
operaio ed a quello intellettuale - lo accolse fraternamente apprezzandone
le alte doti: ed ivi si affermò avvocato di chiara fama. Oggi, e da alcuni
anni, è anche presidente del Monte dei Pegni di Milano, uno degli Istituti
di credito a carattere pubblico che hanno maggior rilievo nella grande metropoli lombarda. Sua moglie, Maria Paglia, nipote di Camillo Prampolini, si
distinse in opere di solidarietà sociale e per questo le fu conferito dal Comune di Milano un premio ambitissimo.
Ecco la lettera di Giuseppe Giaroli:
Caro Pellizzi,
ricevo il primo numero di «Ricerche Storiche» che mi hai gentilmente
inviato, e, con esso, la tua affettuosa lettera del lO corrente. Di tutto ti ringrazio.
Provvedo ad inviare all'amministrazione della rivista il mio abbonamento
annuale, sostenitore, ma esito a prometterti la collaborazione che mi chiedi.
Prendo atto che la rivista da te diretta si propone di raccogliere e studiare l'origine e lo svolgimento della resistenza in provincia di Reggio «dagli
inizi del fascismo alla Liberazione ».
Allontanatomi stabilmente da Reggio nell'ottobre 1926, potrei rendere
testimonianza soltanto per il periodo precedente tale data.
Devo dirti, però, che la mia rievocazione non potrebbe essere che sconfortante, troppo tenui ed isolati essendo stati i segni di reazione morale ed i
prodromi di germinazione di un coerente programma di azione, nel progressivo
36
disfacimento degli spiriti e delle volontà ben presto. risoltosi in una squallida
palude di viltà.
Da un ruggente libello fascista del 1921-22, del quale non ricordo il nome,
può trarsi notizia che le logge massoniche Giosuè Carducci - Prospero Pirondi, legate all'obbedienza di DOlllizio Torrigianie di Giuseppe Leti morti in esilio, costituirono un primo argine al generale disorientamento. Ma le logge ebbero dapprima i consueti delatori, e di poi, con' lavandalica distruzione della sede, la defezione o l'intiepidimento della maggior parte degli affili~iti. La denunca del libello fascista costò al valorosissimo medico e scienziato prof. dotto Alberto Furno
dapprima la mancata conferma nell'incarico di primario dell'Ospedale dianzi
conferitogli per regolare e severo concorso, e di poi, con la minaccia delle armi,
il bando dalla città.
Una luce, in tanta miseria morale, può vedersi nella sottoscrizione dello
storico ·manifesto lanciato addì 8 novembre 1924 da Giovanni Amendola agli
italiani, da parte di tre reggiani: Meuccio Ruini, Dante Dal1arae Giuseppe Giaroli.
.
Dell'Unione Nazionale, annunciata dal Manifesto; iofuLa Reggio il fondatore e il Presidente, con la collaborazione coraggiosa e talvolta eroica di Giovanni Lusetti, il quale percorse più volte l'intera provincia per distribuire e diffondere, oltre al giornale « Il Mondo» e a varie pubblicaziorii di propaganda, il
foglio clandestino «Il Risorgimento ». Quest'ultimo veniva redatto con la pre·
valente collaborazione di Pietro Montasini e del, Maestro Naziareno Errani, in
locali disparati fra i quali più spesso in quelli della Direzione delle Ferrovie Reggio Emilia (presso le quali· era impiegato un ardente. repubblicano di cui mi
spiace di non ricordare il nome) e nel mio Studio Profe,ssicinale: Venivano anche
distribuite le cartelle di un« Prestito» di ispirazione llla?ziniana. Le perquisizioni
domièiliari della polizia (rimaste peraltro sempre in.fruttuose, 'anche se minuziosissime avendo io occultata la documentazione segreta in un non sospettabile
doppio soffitto) venivano effettuate contemporaneamente pressò di me e presso
il fidatissimo Lusetti. Quest'ultimo potè .sottrarsi alla persecuzione fascista riuscendo a farsi ammettere (quale fratello di un caduto in guerra e figlio di un
ufficiale pensionato) nell' Areonautica Militare ove si coperse di gloria, meritandosi varie decorazioni che, dopo la di Lui morte, io conservo fra i miei ricordi
niù cari.
~
L'Unione Nazionale ottenne, in un primo tempo, l'adesione di un discreto
numero di associati: socialisti riformisti, repubblicani indipendenti, . deinocratici,
in genere. Accresciutisi, tuttavia, i pericoli, gli iscritti andarono sempré più' riducendosi. Ti prego di dispensarmi dal menzionare il nome dei molti fuggia.schi, alcuni dei quali di poi pasciutisi nel conformismo, mentre desiderorlCordare fra' i
fedeli, i defunti Gino Montessori, Carlo Acquaticci, Renato Marmiroli, Pietro
Pagani, Luigi Camparini, Alfredo Ruscelloni e i viventi Eriberto Morsiahi, Renzo
Cigarinie Vittorio Z u l i a n i . .
. '.
In rappresentanza della « Unione Nazionale» feci parte, nel periodo aventiniano, del Comitato Provinciale Clandestino delle Opposiziorii. Camillo Prarnpolini, che ne faceva parte per il Partito Socialista Unitario, ne' asSunse la presidenza, mentr,e io accettai di esserne oltre che il Segretario il delegato in varie riu- '
nioni clandestinamente tenutesi a Milano ed a Roina. Del Comitato Provinciàle,
37
io sono l'unico superstite, essendo deceduti Taddeo Taddei e Filippo Manini rappresentanti il P.S.I., Claudio Pazzie Ciro Tedeschi rappresentanti il Partito
Popolare.
Mi chiedi di scrivere sull'esilio in patria di Camillo Prampolini, trasferito si
a Milano sei mesi prima di me, e cioé nell'aprile 1926. Ne feci cenno, a suo tempo,
sul «Corriere della Sera» e su «La Giustizia ». Non escludo di dirne più completamente in una prossima commemorazione, che farò, del Maestro. Se dovessi
scrivere per la tua rivista di questo mio padre spirituale che fu testimone alle mie
nozze, e che assistei fino all'ultimo suo respiro, preferirei soffermarmi sulla dolorosissima tragedia degli ultimi anni da lui vissuti nella città nativa. Ricorderei
le parole da Lui rivolte con commossa fermezza ai distruttori delle macchine da
stampa de «La Giustizia» «... Prendetevi la mia vita, ma rispettate questo
giornale; che è di tutta la classe lavoratrice! »: ma, ancor più, mi soffermerei nel
far rivivere ai miei concittadini la vergogna dell'isolamento al quale 'essi Lo condannarono, talché Egli, che nessuno avrebbe avuto la sfrontatezza di colpire anche
solo con ingiurie mentre compiva le sue lunghe passeggiate nei viali della circonvallazione, fu assai più indotto all'abbandono della tanto amata Sua Reggio dal
silenzio dei compagni che dalle minacce degli energumeni fascisti.
Ma perché, caro Pellizzi, io dovrei abbandonare la deliberata oscurità
che ho voluto riserbare al mio passato, e ostentare, giunto a tarda età, una esibizione radicalmente e costituzionalmente contraria al mio carattere? Concedimi
almeno di pensarci su.
Ancora ti ringrazio e ti saluto in cordialità
Milano, 17 aprile, 1967
Tuo
GIUSEPPE GIAROLI
-
I movimenti politici reggiani nel primo dopoguerra
Riteniamo che sia molto importante conoscere quali furono l'atteggiamento e l'azione della gioventù reggiana nel primo dopoguerra che preluse
l'avvento del fascismo, cioé l'inizio della Resistenza. Su questo tema di grande interesse storico tre giovani studiosi - Aurora Cattabiani, Vittorio Cenini
e Anna Maria Parmeggiani - si sono cimentati con 3 distinti Saggi: uno
sulla gioventù fascista, uno su quella cattolica e uno su quella socialista.
Cominciamo col pubblicare quest'ultimo, quello cioé sulla gioventù
socialista. Gli altri due seguiranno nei prossimi fascicoli.
LA GIOVENTU' SOCIALISTA
Nel quadro della Storia generale del socialismo} le vicende del Movimento
Giovanile Socialista co~tituiscono una pagina di storia minore} priva} in realtà} di
una propria interna atltonomia. Per questo furono quasi del tutto trascurate dagli storici del Socialismo Italiano: eppure sarebbe di grande interesse} proprio
ai fini di una migliore conoscenza della più grande Storia del Partito Socialista}
seguire nei suoi sviluppi gli atteggiamenti che di fronte ad esso assumevano le
giovani generazioni} clJ,e via via sentivano il richiamo del nuovo ideale} e} di ri;
scontro} la risposta det Partito a tali atteggiamenti.
E} ciò che tenterò di determinare per quanto riguarda Reggio Emilia:
cioé la composizione sociale} la struttura organizzativa} il programma} le iniziative
della Federazione Giovanile Socialista Reggiana} nell'ambito di quel socialismo
« riformista» che} tra la fine del diciannovesimo secolo e la prima guerra mondiale} ebbe qui la sua culla ed il suo massimo sviluppo economico e politico.
Si vedrà allora che le vicende del Movimento Giovanile ripetono sì} in piccolo} non senza talvolta qualche punta di originalità} quelle del Partito}. ma} nonostante il pesante paternalismo di questo} con una costante «accentuazione a
sinistra »} che a Reggio sarà sotterranea} ma non meno importante.
E ciò trarrà origine da una sempre presente polemica dei giovani nei confronti dei pur venerati «anziani »} che non sanno porsi in grado di soddisfare
le nuove esigenze di carattere politico} culturale} ideale} che i Giovani esprimono
anche se in forme confuse e inconsapevoli} esigenze} in sostanza} di rinnovamento
continuo delle forze e delle capacità del Partito.
Questo fenomeno} non solo a Reggio} ma in tutta Italia} contribuirà ad
40
accentuare l'incapacità del quadro dirigente socialista a rinnovarsz zn maniera naturale e costante, ad innestare forze giovani nel vecchio e vitale tronco della
propria tradizione. Oggetto particolare del nostro studio è il triennio 1919-1922,
il periodo di maggior fulgore del Movimento Giovanile Socialista, in cui l'ansia
post-bellica di rinnovamento sociale, concretizzata dalla rivoluzione russa in ardore rivoluzionario, alimentava nei giovani speranze, entusiasmi ed . idee, nella
grande illusione di essere pionieri di un nuovo mondo che essi ritenevano a
portata di mano .
. 'Puronoannidi appassionati ideali e di altrettanto appassionate discus"itatii sul mezzi per reali,zzarli, in cui si misero in luce forze notevoli di autonomia
·e di iniziativ4::)inché,prima le soisSioni, che culminarono nd 1921, poi il fascismo, limit(ilrono 'e.d annientarono progressivamente la stessa loro. forza di opposizione.
Per questo la nostra indagine termina con l'esaurirsi delle forze vitali
del movimento organizzpto. . '.. . ' .. ' . . . .
.
Le fonti a cui abbiamo attinto, sono nella quasi totalità socialiste e locali:
ci è stato infatti impossibile consultare il giornale «L'Avanguardia », organo
del Movimento Nazionale Giovanile, e «Gioventù Socialista », che ne prese il
posto dopo la scissione di Firenze.
Tutte le citazioni ad essi riferite, sono state pertanto desunte dai giornali locali. Tale lacuna, ai fini del nostro studio, non riveste un'eccessiva importanza, in quanto oggetto della nostra ricerca è esclusivamente la storia della Federazione Giovanile Socialista Reggiana.
Ci sono state di grande aiuto anche testimonianze dirette: teniamo perciò
dringraziare .'i Sigg. Renato 'Anceschi,· Riccardo Rinaldi, Nino Prandi e,' in parti'colare, Giannino Degani per la lòro, preziosa e spontanèa collaborazione.
.,•..
J'
,L - Cenno sul Partito Socialista Reggiano
Il·. Partito socialista reggiano fu dic~ntenut~ riformist~, cioé gradualista .
.Davanti .all~· formule «evoluzi.one o rivoluzione». scelse' la prima e ben a
ragione Reggio Emilia fu .qualificat~ come .la'« culla. del riformlsmo >~.•
" ...... La mqnchette de La Gtustizia,otganode1p~rtito. a Reggio, rias.sumeva
la do;trinadel Prampolini:
'
'.
.
.f;a rrliseria';'nasce non dalla rri~ivagitàdeicii;pita1isti, ma dalla cattiva organizzazione
ddlasocieta,dlìl1a« proprietà privata »;perdò'noi predichiamo non l'odio alle persone,' Iiè
alla' classe dei .ticchi, ma' l'iJì:getite.necessitàdl una iMorma sociale .che a base dell'umano consorzio ponga la prqprietà collettiv·a. .
'
. Dà' questa visione ideaH.stic~del1\L~artità:e,'del pr;gresso, l?rampolinj derivavail fondamen:tomoraIedel1~sua çonceziàne poÌitica, basato Sq di una laleizzazione dei principiL cristiiml, ~otÙlltti :alla, tè6Iog~a, àl cÌogmae rid.otti il dimensioni puramente umàne, da esplic~rs.i in senso soèiak Nèlla predica di'. Natale
il Pr.atn1?oHni affermò. questo conèetto:
41
Amar!.: la giustIzIa sopra ogni cosa... Questo intendeva Gesù quando predicava
l'amore di Dio, perché Dio era per Lui la bontà, la giustizia, l'ideale a cui tutti gli uomini
debbono ispirare le loro opere... (1)
I termini di apostolato e predicazione sono infatti quelli che più di frequente ricorrono per indicare l'attività propagandistica del Prampolini. Si voleva
in tal modo interpretare i bisogni religiosi delle folle, ed al tempo stesso sottrarle all'ascendente della Chiesa cattolica.
Si trattava, in fondo, di un evangelismo che presupponeva una concezione
immanentistica della vita, e del quale si poteva giustamente dire che «i Socialisti
accompagnano volentieri il popolo ai piedi di Gesù uomo, ma si rifiutano di adorarlo come Dio ».
Sebbene si occupasse di qualche problema nazionale, Prampolini, soprattutto, si volse a risolvere i problemi economici, sociali e politici della sua provincia,
dando attraverso una democratica pratica di amministrazione pubblica, una coscienza politica alle plebi contadine e agli operai.
Il «metodo reggiano» si .esplicò pertanto in un'onesta tecnica ammInIstrativa dal 1908 al 1920, periodo in cui l'amministrazione comunale fu in
mano al Partito Socialista. Sorsero leghe per la difesa economica dei lavoratori,
'cooperative; servizi municipalizzati per sottrarre alla speculazione privata servizi
di pubblico interesse. Furono fondate biblioteche, università popolari, ·ed opere assistenziali per i fanciulli.
L'economia e le istituzioni del socialismo riformista andarono gradualmente favorendo il passaggio dei mezzi di produzione dalla proprietà privata
alla collettività, mediante la cooperazione.
Il limite del socialismo prampoliniano fu, però, di essere rimasto estraneo al rapporto tra il proletariato industriale del Nord con le zone contadine del
Sud, svolgendo la sua opera in un ambito strettamente provinciale, creando, per
tal modo, un'isola entro un'economia nazionale capitalistica, per cui dovrà, ne·
cessariamente, soccombere.
o
2. - Il movimento giovanile reggiano dalle origini al 1918.
Le prime organizzazioni giovanili proletarie si vennero unificando, agli
albori del novecento, in una «Unione Generale della Gioventù », che tenne il
suo primo congresso il lO agosto 1902 a Firenze, mentre il Congresso costitutivo
della «Organizzazione Nazionale dei Giovani Socialisti» ebbe luogo, pure a
Firenze, il 6-7 settembre 1903. (2)
In questo Congresso si decise la pubblicazione del giornale « La Gioventù
Socialista» che fosse la voce ufficiale della nuova organizzazione, alla quale si
dette il nome di Federazione Nazionale Giovanile Socialista.
Il primo n.umero usd a Milano il l° maggiQ 1904, con la direzione di Tommaso Monicel1i( 3); il giornale venne trasportato nel 1905 a Roma,' dove, appunto, nel 1905, si tenne il secondo Congresso Nazionale. (4)
(1) La Giustizia, 24·25 dicembre 1897.
(2) Mondo Operaio n. 4, 1957 - pago 34-178; 35·179.
(3) Mondo Operaio n. 4, 1957 - pago 35-179.
(4) Piccola Enciclopedia del Socialismo e del Comunismo, vedi alla voce: Federazione Giovanile Socialista.
42
In precedenza, i giovani venivano accolti nelle sezioni del Partito, e ad
essi si faceva anche ricorso in certe fasi della lotta politica per minuti lavori organizzativi e propagandistici, ma era ad essi rigorosamente preclusa ogni partecipazione attiva alla vita della Sezione.
Questi primi tentativi di organizzazione autonoma da parte dei giovani
vennero perciò generalmente accolti dal gruppo dirigente riformista come elemento di turbamento nella vita interna del Partito, mentre la corrente rivoluzionaria, vedendo in essa un vivaio di futuri proseliti, l'appoggiò incondizionatamente, cercando di caratterizzarla come una frazione dell'ala rivoluzionaria.
Da questo momento in poi, il Movimento Giovanile sarà costantemente
avversato dall'ala destra del Partito Socialista Italiano e favorito dalla sinistra.
Un sintomo delle preoccupazioni suscitate nei riformisti dal Movimento
Giovanile, si ritrova in un commento di Giovanni Zibordi (5), allora dkettore
de « La nuova terra di Mantova» che, salutando la nascita di un circolo giovanile
mantovano, propone, a scanso di equivoci, che esso venga indicato come « Sezione
Giovanile del Circolo Socialista» in modo che sia affermato il principio che i circ~ligiovanili non godono di vita autonoma, ma sono, invece, parte integrante dei
circoli di Partito.
Questo sarà il fermo atteggiamento del Partito Socialista reggiano nei
confronti del Movimento Giovanile, mentre altri esponenti riformisti ( 6 ) lo
consideravano «cosa artificiale e ridicola» (7) la cui unica funzione utile poteva
semmai essere esplicata in campo sindacale.
Infatti, sino alla scissione del 1907, come vedremo, la direzione de «La
Gioventù Socialista» rimase monopolio dei giovani sindacalisti, di cui era tipico
rappresentante il direttore, Paolo Orano (8).
La Federazione Giovanile si ridusse ad un organo di violenta agitazione
antimilitaristica e di propaganda di un sindacalismo anarcoide, sullo stampo del
Sorel, dell'Hervé (9).
Non condividendo questo indirizzo, la Federazione di Reggio, nel. Congresso Provinciale del 1906 (lO), decise di staccarsi dalla Federazione Nazionale
e di pubblicare un proprio giornale, «Le Giovani Guardie ».
Nel primo numero, del 23 dicembre 1906, il direttore Giotto Bonini precisava il programma dei secessionisti reggiani:
Lo scopo che si prefigge la Federazione Giovanile Socialista Reggiana è quello di
istruire ed èducare, specialmente i giovani, secondo le dottrine socialiste, onde, adulti, essi
possano trovare nelle cognizioni acquisite nell'esperienza e nell'esempio, valido aiuto per la
conquista dei diritti loro e dell'umanità.
Questo sarà il programma della Federazione Giovanile Reggiana fino al
suo scioglimento.
Nel Congresso Nazionale Giovanile tenuto a Bologna il 25 marzo 1907
( Il ), i giovani socialisti reggiani parteciparono con la speranza di riuscire ad
(5)
(6)
(7)
(8)
(9)
Renato Marmiroli, op. cito
Mondo Operaio n. 4, 1957 - pago 34-195l.
Mondo Operaio n. 4, 1957 - pago 34-1951.
Mondo Operaio n. 6, 1957 - pago 30.
Piccola Enciclopedia ... , vedi alla voce «Sore! ed Hervé ».
(lO), Mondo Operaio n. 6, 1957 - pago 30.
(11) Le Giovani Guardie, 25-26 marzo 1907.
43
avere la maggioranza dei giovani ed imprimere un nuovo indirizzo a carattere essenzialmente educativo a tutto il movimento giovanile.
Dopo due giorni di animatissime discussioni, visto che non si approdava
ad alcunché di positivo, le due correnti che si scontravano decisero di comune accordo di costituire due distinti organismi; uno ad indirizzo prettamente sindaca.
lista, staccato da ogni movimento politico, con sede a Parma; l'altro aderente
totalmente alle idee 'ed ai principi del Partito Socialista Italiano, con sede a Roma.
I lavori del Congresso continuarono, coi soli aderenti al Partito Socialista,
nella sede della Società Operaia in via CavalIera a Bologna.
Saluti calorosi portarono ai giovani l'ono Genunzio Bentini, l'ono Giacomo Ferri e Argentina Altobelli (12), segretaria della Federazione Nazionale
Contadini, in rappresentanza della Camera del Lavoto di Bologna.
Benché nei giovani socialisti vi fossero coloro che si definivano unitari,
ed altri integralisti, si era tutti d'accordo nello stabilire che l'azione giovanile doveva svolgersi «col Partito e pel Partito» e, inoltre, «non autonomia, ma comune accordo fra giovani e adulti »; cosa che, come vedremo, non si riuscirà
sempre ad attuare.
Nella discussione riguardante l'antimilitarismo e l'anticlericalismo, i due
scopi principali dei socialisti, prevalsero misura e moderazione, anzi, si affermò:
Non dobbiamo lasciarci trascinare a imprese inconsulte, pericolose, dannose, non
dobbiamo trascendere ad 'aberrazioni, ma dobbiamo restare alla vita pratica, e colpire il
nemico nei punti vulnerabili che ci presenta.
Arturo Bella, Edmondo Mozzaraed altri, definitisi integralisti, precisarono
la posizione dei giovani verso il Partito in questi termini:
Autonomia di uomini, di metodi, di organizzazione, sì; divisione di dottrine, no.,
Dopo la nomina dei dirigenti nazionali, il Congresso riconobbe e approvò
come organo nazionale della Federazione Italiana Giovanile Socialista il settimanale reggiano« Le giovani guardie ».
Al Congresso nazionale risultarono presenti settantatrè circoli giovanili.
I giovani socialisti reggi ani si distinsero l'anno dopo, cioé nel 1908, inviando a
Imola, in occasione del Congresso, un forte stuolo di «ciclisti rossi» (appena
costituiti in Emilia), con alla testa la «fanfara rossa» che suscitò molto entusiasmo. In questo stesso anno venne decisa la pubblicazione in Roma di un periodico che fosse l'organo della Federazione, in sostituzione di «Le Giovani Guardie », che aveva cessato la pubblicazione, e fu creata « L'Avanguardia », che ebbe
come primo direttore Arturo VelIa, poi Amedeo Catanesi, Lido Cargani, Luigi
Polano, Nicola CiUa ed altri.
Il movimento Giovanile reggiano, un po' per la soppressione del giornale
locale, e molto per insorte questioni personali, decadde e si disorganizzò, e ci
'volle tutto l'entusiasmo dei pochi dirigenti rimasti per riorganizzare, in seguito,
i! movimento in provincia.
(12) Piccola Enciclopedia ... , vedi
alla voce «Altobelli ».
44
Fra questi ricordiamo Giovanni Rinaldi, Bartolo Bottazzi, Primo Taddei,
Bruno Fortichiari e Bruno Terrachini.
In città si ricostruì il Circolo Giovanile con aUa testa il rag. Enzo Carboni, il rag. Roberto Notari e Renato Marmiroli, incaricato della stampa. Lasciata la Camera del lavoro, dove, da sempre, aveva avuto la sua sede, il Circolo
Giovanile si trasferì per qualche tempo in una bottega in Piazza Andrea Costa
(Casa Baffino), poi stabilmente in via Don Andreoli (allora via del Seminario)
in casa De' Medici, dove attualmente si trova la Tavernetta.
Fu in questa sede che nel 1910 fece domanda di iscrizione al Circolo
Camillo Berneri« l'unico studente militante nella città socialistissima» ( 13 )
che, da prima, fu personalità di grande rilievo intellettuale fra i giovani socialisti
reggiani, poi passò in seguito all'anarchismo, diventando uno dei capi di quel
movimento. Dal 1911 al 1914 l'organizzazione si consolidò e prosperò; tuttavia,
già dal settembre 1912 (in cui si tenne il 40 Congresso della F.G.S. a Bologna)
ferveva nella F.G.S. reggiana la polemica fra «culturisti» e rivoluzionari. I primi, con esponente Angelo Tasca, confidavano nella elevazione culturale delle
masse, senza tuttavia escludere gli impegni della lotta politica. I secondi puntavano invece sui rapporti di forze esistenti fra le classi," e sulla lotta di classe come
elemento risolutivo per l'avvento di una società socialista.
Il loro teorico era Amedeo Bordiga. Entrambi avrebbero avuto gran
parte nella fondazione del partito comunista, e, espulsi entrambi, nella dissidenza
colllutUsta. Tuttavia la F.G.S. reggiana nel 1913 era di gran lunga la più forte
d'Italia per numero di sezioni e di aderenti: 35 sezioni, e 701 aderenti su un totale nazionale di 283 sezioni e di 6145 aderenti (14); riuscitissimi furono i COllgressi provinciali di Cavriago, Montecchio e Correggio.
Si avvicinava intanto la la guerra mondiale; otto giorni prima dell'entrata
in guerra dell'Italia, la direzione del Partito Socialista convocò a Bologna il Gruppo Parlamentare Nazionale Socialista. I fiduciari di ogni regione convennero all'unanimità meno uno (Prampolini e Zibordi approvarono) che l'atteggiamento
del Partito Socialista sarebbe stata «non aderire e non sabotare ». A detta di
Ernesta Battisti (15)
L'opposizione neutralista di Reggio appare fra quelle manifestatesi nelle" altre città
italiane la più nettamente e schiettamente operaia, socialista, idealista, ispirata ai principi
dell'internazionale e della pace.
In sede nazionale «L'Avanguardia» aveva continuato ad ospitare equamente .articoli interventisti firmati da Mussolini e dal segretario della F.G.S.Lido
Cajani. Ma il 25 ottobre 1915 si riunisce a Bologna il Comitato nazionale della
F,G.S.che approva un" o.d.g. proposto dal reggiano Bordiga, decisamente interna·
zionalista, e di critica alla linea seguita da « L'Avanguardia ». Lido Cajani, espulso dalla 'sua sezione, si dimette alla fine di dicembre dall'incarico di segretario.
La posizione dei giovani soàllisti reggiani è" f,ermamente internazionalista, con
umi puntl). di acuta intransigenza sui mezzi per impedire l'intervento; posizione
(13) Camillo Berneri Pensieri e battaglie pago 33.
(14) L'avanguardia, 28 dicembre 1913.
(15) Ernesta Battisti Con Cesare Battisti attravel'so l'Italia, Milano, Treves, 1938
-."....-.
45
che, come accadrà nel dopoguerra, non collimava con quella ufficiale degli adulti,
soprattutto di Zibordi e Prampolini, contrari all'intervento, ma anche ad ogni mi·
sura extra·legale per impedirlo.
Atteggiamento che Berneri (16) riassume in questa formula: «Contro la
guerra, contro la reazione, ma nervi a posto, calma, piuttosto vittime che peccare
di violenza ». Simoninl, segretario della Federazione reggiana, che si sarebbe
messo ancor più in luce nel dopoguerra, sostenne a una riunione del Comitato,
il 7 maggio 1915 (17) lo sciopero insurrezionale generale contro la guerra, ma
venne messo in minoranza dà 4 voti e si dimise. Subito dopo quella riunione, nei
giorni 9, lO, 11 maggio si svolse a Reggio il 5° Congresso Nazionale della gioventù socialista (convocato per il 21-22-23 settembre 1914 (18) ma rinviato per
lo scoppio della guerra) in cui si discusse delle misure da adottare per garantire
l'efficienza dell'organizzazione anche in tempo di guerra, e per affermare l'Internazionale Socialista contro le deviazioni belliciste. Segretario della F.G.S. è con·
fermato Amedeo Catanesi, che morirà poche settimane dopo al fronte. Infatti
nella grande maggioranza partirono per il fronte anche i giovani socialisti, e di
conseguenza la Federazione ridusse di molto la sua attività. Nel 1915 fu fondata
a Reggio, unica in Italia, la «Cooperativa per la diffusione della stampa socialista» in via Farini, nei locali dell'attuale cartoleria Carretti, amministrata e finanziata da adulti, specie da A. Pagani, però fatta funzionare da giovani (Nino Pràndi nel 1915); distribuiva «l'Avanti! » e «La Giustizia », i libri di propaganda
oltre alla normale merce in vendita. Un gruppo di volonterosi, inoltre, costituì il
circolo educativo« Edmondo De Amicis », che aveva lo scopo di raccoglier,e i
figli dei richiamati. Il Circolo si adunava alla domenica, non svolgeva attività politica ma solo educativa: letture, ginnastica, recitazione, gite di istruzione. Questa
'
iniziativa lasciò di sè un ottimo ricordo.
Si intensificò l'opera della «cassa del soldo al soldato »: ogni socio della
F.G.S. si impegnava a versare 5 centesimi al mese; il ricavato serviva per inviare,
più o meno clandestinamente, giornali, opuscoli, corrispondenza, ecc. (19) Questa iniziativa, volta ad assistere moralmente e materialmente i compagni in divisa
militare ottenne un notevole successo, e fu continuata, come vedremo, anche nel
1919, nei riguardi dei giovani socialisti chiamati a prestare servizio di leva.
3. - Profilo della Federazione giovanile socialista di Reggio E. dal 1918 al 1920.
Al termine della guerra, con il ritorno degli iscritti, la Federazione Giovanile Socialista Reggiana (F.G.S.R.) riprese in pieno la sua attività, che ragc
giunse, proprio in questi anni, il suo massimo sviluppo.
A questo punto sarà opportuno tracciare un rapido schema della sua
struttura organizzativa, con particolari rif.erimenti al biennio in esame.
La F.G.S.R. era, almeno nominalmente, del tutto autonoma dal Partito.
Tuttavia, la sua sede in città si trovava in via Gazzata n. 3, nel palazzo che ospi.
(16) Camillo Berneri, cifro Pensieri e battaglie.
(17) L'Avanguardia, 23 maggio 1915 . 1 agosto 1915.
(18) L'Avanguardia, 21 giugno 1914.
(9) Sull'argomento scrisse un opuscolo Amedeo Bordiga «Il soldo al soldato» edito a cura della F. I .•
Roma, società tipografica, 1913.
46
tava la Direzione del Partito Socialista Reggiano e la redazione de «La Giustizia », sia settimanale che quotidiana.
Questo solo basta a dimostrare quanto stretti fossero
legami che univano i giovani socialisti agli adulti.
Se la sede cittadina era la più grande, per il numero degli iSCtlttl, non
era però l'unica, in quanto tutte le Ville del comune di Reggio, 'e quasi tutti gli
altri comuni della provincia ad amministrazione socialista (38 su 45 eccettuati
quelli della montagna ancora inaccessibili alla propaganda socialista) avevano il
loro «Circolo Giovanile »; né poteva dirsi politicamente la più importante perché tutte le sezioni godevano di un'assoluta parità di diritti.
'Infatti, le direttive politiche venivano stabilite nei Congressi Provinciali,
tenuti una volta all'anno in data e località da stabilirsi: tutte le sezioni erano
obbligate a inviare un rappresentante ogni 20 o 30 iscritti e mediante democratiche votazioni, effettuate col sistema proporzionale, veniva eletto il comitato
direttivo (Comitato Centrale) della Federazione Provinciale.
A sua volta, il Comitato eleggeva il segretario politico, che rappresentava la Federazione ai Congressi nazionali, e inoltre assegnava le altre cariche
(segretario amministrativo, cassiere, addetto alla stampa, alla propaganda anticlericale o antimilitarista) il cui numero, come vedremo, poteva variare a seconda
dello sviluppo del movimento.
Venivano inoltre eletti i Consiglieri provinciali, che effettuavano visite
di controllo alle singole sezioni, riferendone al c.c. Un controllo sull'attività
della Federazione Provinciale, era effettuato, ma del tutto nominalmente, dalla
Federazione Regionale Giovanile, che aveva sede a Bologna e che avrebbe dovuto fungere da tramite tra la Federazione Provinciale e la Federazione Nazionale; ma si trattava di una inutile sovrastruttura, e perciò ne venne insistentemente chiesto e ottenuto lo scioglimento. (20) Venivano quindi discusse le più
importanti questioni politiche; alla chiusura del Congresso, veniva steso un Ordine del Giorno in cui venivano chiaramente definite le conclusioni a cui la maggioranza era pervenuta.
Ogni sezione era strutturata in maniera analoga: all'inizio di ogni anno
gli iscritti eleggevano i membri del Comitato Direttivo del circolo, il quale, a
sua volta, eleggeva un segretario politico ed un segretario amministrativo.
In qualche raro caso le due cariche erano congiunte nella stessa persona,
ma, normalmente, mentre il primo coordinava l'azione in campo politico e morale
l'altro si occupava della cassa,di cui era responsabile.
Infatti, allo scadere del loro mandato annuo, entrambi dovevano presentare e fare approvare ai soci una relazione sul loro operato. Circa due o tre volte
all'anno, quando lo si riteneva opportuno, si teneva un « convegno dei segretari»
di tutte le sezioni, che si radunavano o alla sede cittadina della gioventù giovanile,
o alla Camera del Lavoro: il convegno consisteva in uno scambio di vedute a
carattere esclusivamente amministrativo, perché ogni autorità deliberativa era
riservata al comitato direttivo della Federazione Provinciale, eletto, come abbiamo visto, dal Congresso Provinciale. I Segretari avevano il compito di stabilire
le date delle riunioni (che variavano da sezione a sezione) e di redigerne i ver, (20) La Giustizia, settimanale - l maggio 1920.
47
bali: questi, debitamente firmati dal segretario politico, rimanevano in sede; i
più importanti venivano riassunti dal segretario stesso e inviati alla redazione de
« La Giustizia» settimanale, che di volta in volta li pubblicava in un apposito
trafiletto.
Se il segretario era analfabeta si ricorreva alla nomina di un addetto stampa,
Tutti i soci dovevano intervenire alle riunioni, che venivano fissate a intervalli non regolari (esse si rarefacevano al massimo durante l'estate)" e dov,evano versare ogni mese una quota, proporzionata alle loro modeste condizioni
economiche, da cui la Cassa del circolo ritraeva il suo principale introito.
A quietanza del pagamento, il segretario amministrativo apponeva una
firma o un timbro sulla teSsera. Le tessere venivano direttamente da Roma, e
sovente in sensibile ritardo, ~ tanto da causare frequenti lamentele. (21)
Oggetto pure di aspré discussioni era il limite di età dei soci: si era ammessi a quindici anni e si usciva a ventuno, dopo avere fatto il servizio militare.
Si avanzarono, però, proposte (22) di anticipare o posticipare tale limite; questa polemica era meno futile di quanto sembrasse, e aveva le sue origini
nel modo stesso di concepire il Movimento Giovanile: coloro che, seguendo
l'opinione degli" adulti, consideravano il Movimento come,« l'anticamera del
Partito» a cui era negata qualsiasi azione politica indipendente, tendevano ad
abbassare il limite a vent'anni, sostenendo che i giovani di questa età manifestavano tendenze e iniziative proprie degli adulti. Coloro, invece, che intendevano dare al Movimento Giovanile una forza propria, e caratterizzarlo in maniera autonoma, ribattevano che togliere i ventenni dalla Federazione equivaleva
privarla della sua maggior forza. Questi ultimi prevalsero, tanto che nel gennaio
del 1920 il limite di età venne fissato ~ 25 anni. Non si giunse però mai ad una
conclusione definitiva, ma ad un curiosb compromesso: dopo il servizio militare,
i giovani potevano iscriversi alla Federazione Adulta pur rimanendo anche nella
Federazione Giovanile: erano tenuti a pagare una sola quota, la più alta, che generalmente era quella del Partito; essa veniva divisa in parti uguali fra le due
sezioni, che sostenevano in complesso la differenza che ne derivava in confronto
agli altri iscritti. (23).
Come si può immaginare, la grande maggioranza degli iscritti (circa il
98%) apparteneva al ceto dei lavoratori: nelle campagne contadini e braccianti,
in città commessi, operai e artigiani. Gli operai costituivano il grosso 'Sia del
Partito Socialista che della Federazione Giovanile: infatti, il proletariato reggiano, che agli inizi del secolo era esclusivamente agricolo, dal 1903 in poi si
era progressivamente sempre più industrializzato, in seguito alla fondazione ed
allo sviluppo, che aveva raggiunto il massimo durante la guerra, delle « Officine
Meccaniche Italiane» (O.M.I.) più tardi dette «Reggiane ».
La percentuale degli intellettuali (studenti, diplomati) era minima. A
questo proposito ricordiamo una frase di una lettera inviata da Camillo Prampolini li: G. Ferrari che egli definiva «uno dei pochi giovani borghesi che sia
sinceramente socialista ». Questa minoranza era tuttavia fortemente caratterizzata da tendenze di sinistra.
(21) La Giustizia, settimanale . 22 febbraio 1920.
(22) La Giustizia, settimanale
28-29 giugno 1919.
(23) La Giustizia, settimanale - 25 aprile 1920.
48
Si trattava per lo più di teO!1Cl: esempio tipico Camillo Berneri, che,
come abbiamo già detto, passò addirittura all'anarchismo.
La massa dei giovani, e perciò la maggioranza, era però a tendenza rifor~.
mista, corrente che fino al 1919 fu sempre predominante. Naturalmente, il livello
culturale della Federazione Giovanile era assai basso: di ciò erano consci non
solo' i giovani, ma anche i capi del Socialismo reggiano, Prampolini e Zibordi
(24), che, ritenendo unico compito della Federazione l'elevazione intellettuale
e la preparazione dottrinaria degli iscritti, li esortarono sempre caldamente in
questo senso, prodigandosi anche di persona.
Si venne così formando un folto gruppo di autodidatti; inoltre, dato
che il grado di istruzione della maggioranza ben di rado superava le elementari
(IV o VI), molti frequentavano una scuola serale, situata sotto i portici di
San Rocco.
Questa comprendeva tre corsi annui, in cui, ogni sera, si impartivano
lezioni di italiano, storia, geografia, matematica, fisica e disegno da professori
non stipendiati dal Comune, ma da un lascito di un benemerito cittadino, An·
tonio Ferrari Bonini.
Al termine del triennio, veniva rilasciato un diploma, che non costltUlva
un titolo di studio legalmente riconosciuto, ma dava la preferenza nelle assunc
zioni alle «Reggiane ».
Esisteva anche, e veniva frequentata soprattutto da giovani commessi,
la scuola serale di commercio, anch'essa triennale. A spese del Comune era stata
fondata una «Università popolare» in via S. Pietro Martire, diretta da Don
Levoni e Don Magnani, due sacerdoti ridotti allo stato Iaicale per l'influsso
delle teorie prampoliniane; ogni settimana, appositamente per i giovani, vi si
teneva una conferenza a carattere culturale (Es.: «La pittura a Reggio durante
la Rinascenza») di storia e geografia con proiezioni di diapositive, o di' carattere pratico, come i corsi di igiene (Es.: «La difesa della Società dalle malattie
trasmissibili » ). Nel generale, euforico attivismo del dopoguerra, si intr~prese
una massiccia azione di propaganda, affinché in tutte le Federazioni Giovanili
fosse istituita una biblioteca a disposizione dei soci, secondo il principio che:
. .. si deve insegnare ai giovani il modo e il tempo di leggere qualche libro, di arricchire la propria mente con quella cultura che è indispensabile per fare del giovanè un
uomo cosciente dei propri diritti e dei propri doveri. (25)
Conferenze di natura più strettamente politica e relazioni di carattere economico (Es.: sul valore dell'azione sindacale e sulla struttura delle cooperative)
venivano tenute neHe sedi dei Circoli, da qualche adulto qualificato in materia,
spesso dagli stessi Prampolini e Zibordi.
Essi, allo scopo di stimolare i giovani alla spontanea applicazione allo
studio dei principali socialisti, edi aumentarne al tempo stesso la forza propagandistica, bandivano sovente, su «La Giustizia» settimanale, appositi concorsi.
(ad es. pubblicando « quesiti mensili» sul tipo «Perché ti sei iscritto. al Circolo
Giovanile Socialista?») ai quali i giovani dovevano rispondere per iscritto; la
(24) G. Marmiroli, op. cito
(25) La Giustizia, settimanale - 4 aprile 1919.
49
miglior risposta veniva premiata con un volume e pubblicata su «La Giustizia»
con relativo commento. (26)
Nei giorni festivi venivano organizzate VIsIte collettive agli stabilimenti
industriali ed alle altre istituzioni cittadine, come l'Ospedale il Museo ed il
Manicomio, nonché gite ai castelli dell'Appennino. Tuttavia, non venivano trascurati i divertimenti. In città la principale attrattiva per i giovani era il «Club
Socalista », situato sotto i portici di San Rocco. Questo era in comune con gli
adulti; era fornito di una bibliotec.a con una sala di lettura, e tutte le sere vi si
poteva giocare al bigliardo e a carte. Assai spesso, in un ampio salone, vi si svolgevano concerti, rinfreschi e balli.
Nelle Ville, accanto alla sezione maschile, vi era la sezione femminile, che
si reggeva separatamente, con strutture analoghe; i giovani e le giovani socialiste avevano fondato una «società di divertimento» per la quale versavano
una quota supplementare, allo scopo di organizzare feste, gite e divertimenti.
In occasione delle grandi festività e della Fiera del paese, si faceva il
cosiddetto «Veglione rosso» a cui il pubblico poteva partecipare, pagando però
il biglietto d'ingresso.
Il ricavato veniva equamente distribuito fra i soci. Questa iniziativa
aveva un grande successo anche presso giovani non socialisti, provocando le ire
dei benpensanti e del parroco, che, nonostante le veementi invettive contro il
ballo, che trovavano riscontro nella stampa . cattolica di allora, si trovava spesso
costretto ad organizzare «veglioni bianchi».
Nel generoso impulso per l'educazione del proletariato, si lanciò la proposta che le « Società di divertimento» divenissero azioniste delle Società «Teac
tro del Popolo» (le quali erano costituite dalla Lega dei Comuni Socialisti, dalla
Confederazione Generale del Lavoro e dalla ·Lega Nazionale delle Cooperative)
per promuovere spettacoli drammatici, lirici, musicali e cinematografici. (27)
Il tempo e l'entusiasmo dedicato allo sport da parte dei giovani socialisti erano
invece piuttosto scarsi, sebbene si andasse rapidamente diffondendo il football; in ciò influiva l'atteggiamento deglì adulti, che, con mentalità tIpIcamente
ottocentesca, sostenevano che gli sports sviluppavano i muscoli a detrimento
delle facoltà cerebrali, e pertanto erano da ritenersi dannosi.
L'unica attività sportiva da essi largamente incoraggiata, per ovvi motivi
propagandistici, era cp1ella dei «Ciclisti rossi ». La domenica, tempo permettendo, folte schiere di giovani, muniti di un bracciale rosso e di una bandierina pure
rossa (il tricolore era considerato simbolo nazionalista) percorrevano baldanzosamente !'intera provincia in bicicletta, in uno stato d'animo in cui il piacere
della gita si fondeva con la consapevolezza di essere portatori del nuovo verbo.
A questa iniziativa, che risaliva molto addietro nel tempo, si aggiunse
proprio in questo periodo la cosiddetta «fanfara rossa» banda musicale che
precedeva, suonando gli inni socialisti, i ciclisti rossi e gli oratori del soda"
lismo domenicale. Si può facilmente immaginare con quale entusiasmo i giovani
l'avessero creata e organizzata, sia scegliendo fra loro gli elementi musical(26) La Giustizia, settimanale - 15 dicembre 1921.
(27) La Giustizia, settimanale - 4 al'rile 1919.
50
mente più dotati per comporla, sia tassandosi per comprare gli strumenti. (28)
II
1. - Contenuto politico della Federazione Giovanile Socialista reggiana nel gennaio 1919 - 1920.
Abbiamo già detto nei capitoli precedenti come il partito riformista, di
cui era anima il Prampolini, facesse di tutto per svuotare la Federazione Giovanile di un 'contenuto politico autonomo e ridurla a un puro e semplice corso
propedeutico in vista dell'ammissione al Partito.
Zibordi, verbalmente più drastico del suo maestro, si esprimeva in termini ancora più duri:
I cosiddetti Circoli Giovanili o sono un duplicato inutile e ingombrante dei Circoli
Socialisti, o danno luogo ad un pernicoso dualismo
e inoltre:
L'unione di giovani in associazioni autonome non può non essere fomite di puerili
ambizioni e di gare deplorevoli; a rendere, infine, assolutamente dannoso il Movimento
Giovanile c'è il fatto che esso tende a indirizzare la propria attività in due direzioni particolarmente delicate e difficili, quali l'antimilitarismo e l'anticlericalismo, la cui pratica, posta come
attività principale a giovani ancora inesperti, distorce profondamente il processo di formazione di una chiara coscienza socialista. (29).
.
Tuttavia, nonostante il negativo apprezzamento di Zibordi, (che si manterrà sempre diffidente verso i giovani e la loro autonomia politica) queste istanze erano così profondamente sentite dài giovani, che nel Comitato Direttivo della F.G.S.R. venivano eletti apposta due incaricati per la propaganda antimilitaristica e anticlericale. Questo si spiega molto facilmente osservando che i giovani erano soggetti agli obblighi militari, ed era quindi diretto compito della
Gioventù Socialista prodigarsi perché essi potessero giungere al servizio militare
già politicamente preparati, e non ritornassero o prematuramente corrotti dal
militarismo o intrisi di un generico ribellismo che li avrebbe resi inadeguati alla
lotta socialista.
A questo scopo l'iniziativa, che abbiamo già menzionato, de «La cassa
del soldo al soldato» sorta prima e durante la guerra, rimase d'attualità anche
nel primo dopoguerra, perché l'opera di formazione socialista non venisse interrotta completamente dai due anni di servizio militare, e i giovani socialisti
potessero rimanere in stretta corrispondenza con i compagni.
A questi ultimi, infatti, era affidato il delicato e assai rischioso compito
di svolgere una propaganda capillare all'interno dell'esercito contro l'impiego
della truppa durante gli scioperi, oltre che come strumento di repressione, in
sostituzione dei lavoratori scioperanti: i giovani coscritti socialisti dovevano
(28) La «Fanfara rossa» assume il nome di «Banda internazionale» il 21 marzo 1920 e sarà poi immediatamente soppressa con l'avvento del fascis,!!o.
(29) Mondo Operaio, n. 4, aprile 1957.
51
convincere i commilitoni a sparare in aria, se costretti a far fuoco, e a sabotare
il lavoro se impiegati come crumiri.
Quanto all'anticlericalismo, era fra i giovani che si verificava la più alta
percentuale di matrimoni, ed essi dovevano fare in tale occasione, pubblica professione della loro fede, rifiutando il matrimonio religioso.
In caso contrario venivano ,espulsi dalla Federazione Giovanile, e cosi
avveniva nel caso di battesimo dei figli.
Occorre però specificare che a Reggio la propaganda era effettuata non
tanto contro la religione cristiana in se stessa (come abbiamo visto, il socialismo
prampaliniano si autodefiniva «evangelico») quanto contro il clero, che, svisando l'essenza del cristianesimo, si era trasformato, a loro dire, nel principale
puntello dell'ordine capitalistico. (30)
I giovani, con l'intemperanza propria della loro età, non badavano alle
sottili distinzioni del Maestro, ma conducevano la lotta anticlericale con una
violenza che spesso rasentava la brutalità, non solo contro i sacerdoti, ma soprattutto contro le associazioni giovanili cattoliche che risorgevano fiorenti in
questo primo dopoguerra.
In ciò i giovani erano, almeno ufficialmente, frenati dagli adulti (che,
tuttavia, si servivano di loro come truppa d'assalto) riconoscendone e sfruttandone l'indubbia utilità in campo propagandistico.
L'attività dei giovani, però, in campo politico, non si esplicava soltanto,
come appare nella cronaca spicciola di tutti i giorni, nel tracciare scritte «sovversive » sui muri o nel fischiare la « Marcia reale» o cantando gl'inni socialisti durante le processioni religiose (assai spesso, nei verbali delle sedute dei circoli
giovanili, risuonavano mozioni di plauso per i compagni in carcere, perché colti
in flagrante) o genericamente facendo i galoppini, a piedi o in bicicletta, ,più
o meno pavesati di rosso; almeno in parte si interessavano ai problemi del Partito, assai più di quanto il Partito stesso desiderasse.
Ma è solo nel dopoguerra che questa partecipazione si fa tanto intensa
e appassionata da porre in discussione e in fine trascendere principi riformisti finora sacrosanti.
Meglio di ogni generica enunClaZlOne, a questo punto varrà riportare integralmente il resoconto del XIH Congresso della Gioventù Socialista Reggiana,
tenuto in Reggio Emilia il 7 settembre 1919, pubblicato da «La Giustizia» settimanale il 14 dello stesso mese.
2. - Il Congresso provinciale della gioventù socialista reggiana del 1919.
Il Congresso era stato preparato accuratamente sia sul piano organizzativo che su quello ideologico.
La data e il luogo erano stati fissati dal convegno dei segretari che si
era tenuto in Reggio 1'8 giugno 1919. Era stato stabilito il seguente ordine
del giorno:
(30) Di questo avviso furono alcuni sacerdoti che fondarono un giornale, «La Plebe ») cercando di conci..
lial'e le teorie della Chiesa e di Prampolini. Naturalmente l'esperimento fam e alcuni sacerdoti abbandonarono
p abito talare, come abbiamo già accennato.
52
1 )Nomina della presidenza e verifica dei poteri.
Relazione morale (relatore Bellentani).
Relazione finanziaria.
Relazione della Federazione (relatore Prandi).
Relazione Cassa Soldo al Soldato (Relatore Scalabrini).
Relazione Fanfara Rossa (Relatore Anceschi).
Modifiche Statutarie (Relatore Anceschi).
Nomina del nuovo Comitato federale.
Varie.
Era fatto obbligo a tutte le sezioni della Provincia di intervenire con un
rappresentante ogni venti iscritti.
Nei mesi precedenti il Congresso, apparirono di frequente su «La Giustizia» trafil<!tti firmati o da giovani o da anziani, che richiamavano i futuri
congressisti alla moderazione e al rispetto della linea tradizionale finora seguita.
Particolarmente significativo al riguardo è un articolo di Eraldo Giovanardi, uscito appunto in data 7 settembre 1919, da cui riportiamo alcune frasi:
2)
3)
4)
5)
6)
7)
8)
9)
. .. se il Partito debba votare o no, debba essere riformista o intransigente... allorché una simile discussione viene portata in seno ad una assemblea di giovani, dei quali
tre quarti non sono competenti a discutere, come si può dire si rappresenti il pensiero di
tutti i giovani? Questo si è verificato in molte sezioni di certe parti d'Italia (in Puglia, ad
esempio) e qualche sezione della nostra provincia sembra che si sia avviata verso questa
strada. .. il Comitato Centrale di Reggio 'Si tiene fedele al programma fondamentale della
F.G.S.I.: «Scuola di preparazione al Socialismo. Vi si entra per istudiare, per discutere, per
formarsi una coscienza, per affratellarsi, non per trinciar sentenze che non possono maturare
fra noi» (citazione di Andrea Costa, scritta per il lo maggio 1903).
Coloro che sono in grado di discutere, non portino quçste discussioni in seno agli
incompetenti: rechino il loro pensiero in seno agli adulti... e i si limitino, nelle assemblee
~vani1i, a fare un tenace e paziente lavoro di propaganda.
Come si vede, in queste parole scritte da un membro del Comitato
Centrale Giovanile ossequiente alla linea tradizionale, vi è la esplicita ammissione che alcuni giovani non si accontentavano di un così saggio e tradizionale
programma.
Il nuovo fermento, che come vedremo meglio in seguito, agitava le
masse reggiane dopo la rivoluzione di Russia, si rifletteva naturalmente anche
fra i giovani, nonostante l'intransigenza riformista che permaneva al vertice sia
del Partito che della Federazione Giovanile.
Come abbiamo visto, il tono degli articoli de «La Giustizia» è strettamente e, direi quasi, austeramente prampoliniano (il chè si spiega pensando
che Prampolini dirigeva personalmente la pubblicazione settimanale) e quindi
da essi si può ricavare solo in modo indiretto l'eco delle agitazioni della base,
come, ad esempio, in questo brano, anch'esso in preparazione al Congresso Giovanile (31):
Una Jeggenda che fece capolino anche al Congresso Nazionale di Montecchio, e che
forse trova qualche credito presso la direzione del Partito, dice che qui il proletario e il
Partito abbiano sempre avuto tendenza ad andare a sinistra, ma ne 'siano stati impediti, se
(31) La Giustizia, settimanale . 22 giugno 1919.
:;p .....
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non proprio dalla tirannide dei capi, dalla riverenza e dall'ascendente che ispira Prampolini
o qualche altro dei «pastori» del gregge reggiano. Per il prossimo congresso giovanile, si
invoca quindi una COSClente l1bertà di voto.
La «cosciente libertà di voto» effettivamente esplicata nel Congresso,
dimostrò invece, come ora vedremo, che la leggenda aveva un certo fondamento.
Ecco il testo finale approvato, riportato da «La Giustizia» il 14 set·
tembre 1919:
Domenica, alla Sala Verdi, ebbe luogo l'annuale Congresso, che riuscì magnificamente. Erano rappresentati ben 61 circoli con 2248 tesserati; vengono approvati all'unanimità
a presidenti: Simonini, Piccinini, Riccò; segretari: Panciroli e Ferri.
Sono presenti, per la Federazione Regionale Giovanile di Bologna: Betti; per la
Federazione Provinciale Socialista: Piccinini; per l'Unione Comunale: Torelli; per la Federazione Piemontese, Lombarda, Marchigiana, Umbra e delle Venezia Giulia; quelle provinciali di: Parma, Milano, Alessandria, nonché del compagno R. Rinaldi dell'« Avanti! ».
Per l'Internazionale Giovanile: Simonini assume la presidenza, ricorda brevemente
la giornata dell'Internazionale Giovani; raccomanda· ai rappresentanti la massima serenità
nelle discussioni e invia un saluto agli scioperanti metallurgici. Viene approvato un o.d.g.
di augurio alla loro vittoria.
Relazione morale del c.c.:
Bellentani ('segretario politico uscente) fa un'ampia, dettagliata espOS1Zlone in ordine
cronologico dell' operato del c.c., in base alla relazione scritta già inviata alle sezioni. Egli
dimostra il grande sviluppo del Movimento Giovanile in provincia che dall'anno scorso ha
quintuplicato le proprie forze, portando le sezioni da 24 a 74, e Te tessere da 500 a 2.500 circa.
Illustra fazione varia del c.c. e conclude citandone le direttive politiche e inneggiando alla continuazione dell'opera iniziata. Un clamoroso applauso.
Aperta la discussione, parlano Violi, Danti e Salvarani, proponendo l'approvazione con
plauso del C.C.; indi Ficçarelli 'parla della necessità che, pur approvando l'opera già svolta,
si dia un nuovo orientamento politico al Movimento Giovanile ed alla Federazione Provinciale, presentando in tal lIenso un o.d.g.
Il Presidente propone il rinvio al pomeriggio della discussione sull'indirizzo politico e
mette ai voti un o.d.g. di approvazione con plauso che 'Viene accettato all'unanimità.
Relazione finanziaria:
Prandi espone ed illustra i conti della Federazione. Scalabrini comunica la situazione della «Cassa del soldo al 'soldato» e quindi Anceschi fa una relazione morale e finanziaria sull' andamento della «Fanfara rossa» dimostrando l'utilità di questa istituzione.
Viene poi nominata una commissione per la verifica dei conti, composta da Santi, Salvarani
e Barabino.
Sulla relazione finanziaria parlano Gombia, Prandi, Barabino, chiedendo schiarimenti gli
uni e gli altri dando spiegazioni. ,Indi Anceschi, per il C.c., propone, spiegandone le ragioni,
la soppressione della «Cassa del soldo al soldato» l'elevamento delle quote federali annue
a L. 2 per ogni socio.
Sulle proposte parlano Mescoli, Bellentani, Ficarelli, Anceschi, Bussetti, Davoli,
Carlboni e Silvi; a conclusione viene poi votato il seguente o.d.g.: «Il Congresso, udita la
proposta, del C.C. per l'abolizione della «Cassa del soldo al soldato» e per l'aumento del'la quota federale, incitando però il nuovo C.C. ad aumentare ed estendere la propaganda antimilitarista nelle caserme e nel paese ».
Approvata l'inversione dell'ordine del giorno si passa alle:
Modifiche statutarie, su cui riferisce Anceschi, il quale legge i vari articoli sottoponendoli alla discussione. Bertani propone che il componenti del nuovo C.c. siano 15 anziché
13. Poi lo statuto viene approvato cosi come fu proposto dal c.c.
Seduta pomeridiana.
Si riprende alle 15, sotto la presidenza di Piccinini, il quale porge il saluto della
Federazione Provinciale Socialista.
54
Congresso Nazionale e indirizzo politico del Movimento Giovanile. Simonini parla
dell'indirizzo politico che egli crede necessario e spiega lungamente il programma massimalista, sul quale vorrebbe che anche i giovani si pronunciassero; e presenta infine il seguente
o.d.g., controfirmato anche da Zaccarelli:
«Il Congresso, considerato che al Movimento Giovanile Socialista, avanguardia del
Partito in questo periodo storicamente rivoluzionario, debba essere dato un indirizzo inteso
alla preparazione degli animi e delle coscienze alle eventualità dei futuri fatti rivoluzionari,
che soli daranno il benessere e la pace nel mondo, ritiene, per i .fatti 'su esposti, essere assolutamente utile e necessario uniforme la nostra opera a quei principi massimalisti che,
mantenendo intatta la nostra compagine, diano al Movimento quell'impulso e quel carattere
che sono indispensabili all'accelerarsi della marcia ascensionale del proletariato, fa voti perché il nuovo C.c., trovandosi all'altezza del compito affidatogli, senza perniciose esasperazioni,
ma con opera pratica, assidua ed energica, sappia infondere a tutti quella volontà tenace e
quella fede inestinguibile che sono elementi principali per il trionfo dell'Inrernazionale e
la vittoria del Socialismo».
Parlano in sostegno Piccinini, Silvi, Baccini e Pini, Zaccarelli, indi Bellentani, che
esprime il suo concetto sulla funzione del Movimento Giovanile, dimostrando come il carattere mantenuto negli ultimi Congressi sia corrispondente al programma fondamentale
della Ferl. Prov., come pure alla situazione pratica nella quale la maggioranza dei giovani
non discute sulle questioni politiche che riguardano il Partito. Conclude presentando un o.d.g.
Rinaldi G. fa un v1brato discorso in appoggio della tesi Bellentani, chiedendo ai
compagni che si professano massimalisti, per quale motivo il Movimento Giovanile sia stactato dal Partito, quando gli si voglia dare il carattere politico del Partito stesso.
E' vivamente applaudito.
Replicano Simonini e Zaccarelli ribadendo i loro concetti, ai quali rispondono Rinaldi
R. Mettarelli e Anceschi.
Il presidente riassume la discussione affermando che troppa differenza di mentalità
vi è fra una parte e l'altra del Movimento Giovanile e sui rapporti sul Partito. Si rileggono i
due ordini ,del giorno Zaccarelli e Bellentani cosÌ concepito:
«Il Congresso, discutendo sulle funzioni del Movimento Giovanile e sui rapporti
col Partito; richiamandosi al programma fondamentale con cui sorse la F.N.G.S. in cui i
giovani socialisti riaffermano la Iloro autonomia interna, che non significa in alcun
modo divisione di dottrina col Partito, ma che ha il solo scopo di una divisione razionale del
lavoro fra i due organismi, uno essenzialmente politico e l'altro essenzialmente di propaganda» (inciso dell'o.d.g. VelIa, l° Congresso Mov. Giov. Bologna) delibera di mantenere la F.P.
e il Mov. Giov. del reggiano sulla linea tracciata dai suoi ultimi congressi provinciali, nel
concetto di astensione da particolari indirizzi politici e di tendenza, i quali presuppongono
una coscienza socialista che la maggioranza dei giovani non ha, ma che tende a crearsela attraverso il nostro movimento, invita gli anziani del nostro movimento stesso, che seguono e
prendono parte alle discussioni politiche del Partito, di farlo all'infuori della organizzazione
giovanile, e si propone di sostenere i su esposti concetti al Congresso Nazionale ». Questo
o.d.g. è sottoscritto anche dai compagni Denti, Giovanardi, Prandi, Anceschi ed altri. Si
procede però alla votazione, che da ,le seguenti risultanze:
Ordine del giorno Bellentani: Arceto 21; Argine 30; Cà de' Caroli lO; Cadè-Gaida
21; Campagnola 32; Campegine 70; Cavazzoli 34; Castelnuovo Sotto 37; Chiozza 15 Gavassa 39; Gualtieri 44; Mancasale 6 (minoranza); Massenzatico 36; Masone 40; Meletole
20; Montecchio 28; Ospizio 54; Pieve Modolena 28 (maggioranza); Reggio città 44 (maggioranza); Rivalta 56; Roncocesi 20; Sant'Ilario 27; S. Martino in Rio 30; S. Maurizio
43; S. Prospero Strinati 56 (maggioranza); S. Ruffino 18; S. Vittoria 52; Scandiano 20;
Sesso 27 .• Totale 1058.
Ordine del giorno Zaccarelli: Bagno 22; Bagnolo 33; Barco 13; Bibbiano 34; Budrio 38; Canali 22; Cazzolo 34; Coviolo 30; Cavazzoli 48; Cavriago 60; Cella 50; Correggio
40; Cogruzzo 17; Fazzano 15; Fosdondo~Mancasale 44 (maggioranza); Marmirolo 15; Novellara 27; Pieve Modolena 16 (minoranza); Rubiera 49; S. Ilario 27; Prato 23; Poviglio
100; Reggio città 1 (minoranza); S. Pellegrino 66; S. Prospero di Correggio 22; S. Prospero Strinati, 18 (minoranza). Totale: 909.
[i, .
55
Circoli presenti al Congresso e non alla votazione:
Baccanello di Guastalla 10 - Codisotto 16 - Fabbrico 41 - Pieve Rossa 27 - Reggiolo 30 - S. Bartolomeo 17 - S. Girolamo 33 - S. Tommaso 29 - S. Rocco 50 - Seta 22 Villarotta 15.
Totale: 281.
Circoli assenti dal Congresso:
Boretto 20 - Brugneto 20 - Cadelbosco Sopra 58 - Cadelbosco Sotto 20 - Codemondo lO - Praticello 26 - Pratofontana lO - Rio Saliceto 47 - S. Biagio 20 - S. Bernardino
22 - S. Giovanni 20 - S. Maria 20 - Seminara (?).
Totale: 202.
Seguono la relazione della commissione dei revisori, che dichiarano di aver trovato
tutto in piena regola; dopodiché le relazioni finanziarie vengono approvate all'unanimità e
con plauso degli amministratori.
Per «L'Avanguardia »:
Simonini, iniziando la discussione su «L'Avanguardia », dice il suo parere sui
rimedi alle deficienze, specialmente amministrative; crede inutile il trasporto in altre città,
se non si hanno sufficienti assicurazioni di miglioramento, assicurazioni che, sinora, tanto i
compagni torinesi, che quelli milanesi e bolognesi non hanno potuto dare. Presenta il
seguente ordine del giorno:
«Il Congresso, discutendo de «L'Arvanguardia », dà madato ai rappresentanti la
Federazione che nel Congresso di Roma sostengano 1'attuazione di una radicale riforma amministrativa, che, assicurando al giornale migliore e più sicura vita, renda impossibile in
avvenire i frequenti disguidi che ora si verificano e che si risolvono in una dannosa dispersione di energie finanziarie e morali; rconosciuta, inoltre, l'impossibilità di migliorare tecnicamente «L'Avanguardia» permanendo le attuali condizioni redazionali; afferma l'urgente
necessità della nomina di un direttore stipendiato e responsabile, coadiuvato da un comitato
redazionale, che dovrà essere composto da giovani di ogni plaga, e dai compagni delle singole località designato e tenuto responsabile moralmente del proprio operato; si augura che
con simili nuove condizioni di 'Vita, «L'Avanguardia» divenga finalmente il buon organo
di battaglia e di propagand* della gioventù socialista, di cui deve essere l'anima e la bandiera ».
Betti comunica le' deliberazioni in merito della Unione Giovanile Bolognese, analoga
alla proposta Simonini. Farlano in proposito Simonini, Ficarelli, Piccinini e Bellentani, il
quale propone la seguente aggiunta:
« ... lascia ai rappresentanti al Congresso Nazionale il mandato di votare anche per
il trasporto da Roma de "L'avanguardia" e del c.c., purché, altrove si abbiano i dovuti
a:lifidamenti e le sicure garanzie ».
Indi, messo ai voti, l'o.d.g. con l'aggiunta, viene approvato. Nomina della nuova
commissione direttiva.
Vengono presentate due liste, delle quali viene accettata la seguente. Nel Comitato i'
Centrale: R. Anceschi, F. Bellentani, G. Giovanardi, O. ,Salvarani e Violi; nel Consiglio Pro- i,
vinciale: Baschieri di Cà de' Caroli, Bertani di Cavriago, Santi di Campegine, Ferri di Cor- '
reggio, Gombia di Guastalla, Olivi di Bagnolo, Silvi di Montecchio, Spaggiari di CadeI. Sopra.
Varie.
Betti invita le Sezi9ni a far pervenire alla Federazione Regionale gli elenchi dei rispettlvl soci e Fanticini fa un vibrato appello all'opera di propaganda e di organizzazione
fra le donne. Il Presidente Piccinini, con brevi e ispirate parole, chiude quindi il riuscitissimo
Congresso (ore 19) fra il più vivo entusiasmo dei presenti che intonano inni socialisti.
Da questo documento, certamente assai interessante, ed illuminante, per
la situazione del Movimento Giovanile in quel particolarissimo momento storico, anche se in qualche punto (difetto comune ai verbali riportati su «La
Giustizia») succinto fino a diventare lacunoso, emerge una prima considerazione: lo straordinario sviluppo del Movimento, che, appunto in questi mesi, assume le caratteristiche del «boom »; e un'altra: che questo imponente schiera-
_.
56
mento di forze era minato alla base da una profonda ·incrinatura. Se,' infatti, i
Circoli da 24 sono passati a 74 (77 nel novembre dello stesso anno) e gli iscritti
si erano quintuplicati, superando la cifra di 2500 e giungendo a 3000 alla fine
dell'anno, per la prima volta nella storia dei Congressi giovanili reggiani l'opposizione, guidata da capi autorevoli e decisi, aveva un proprio programma e
una consistenza numerica tale da mettere in crisi non solo il predominio modera·
to (uscito vincitore con uno scarto di 149 voti su circa 2000 votanti), ma la
concezione stessa tradizionale delle funzioni del movimento Giovanile. Tutto
dò si inquadra perfettamente nella situazione del Partito Socialista, non solo a
Reggio ma in tutta Italia.
La rivoluzione russa, infatti, aveva suscitato fermenti rivoluzionari fra
le masse, e li radicalizzò, come del resto accadde ai capi che avevano accettato
la teoria marxista rivoluzionaria, (Gramsci ·e il gruppo dell'« Ordine Nuovo»),
mentre rese perplessi od ostili coloro che avevano predicato la socializzaziorie
gradualistica, di cui maestro riconosciuto era il Prampolini.
Lo Zibordi (32) darà più tardi una interpretazione più ponùerata:
Sull'importanza storica e sociale della rivoluzione russa nessuno era, né poteva
essere, dissenziente: il dissidio nasceva sull'apprezzamento delle possibilità di applicaZione
di quel metodo in Italia, nonché sulla reale natura socialista di quell'esperimento. I socialisti
gradualisti negavano la possibilità di prodigi immediati, là dove mancano le condizioni di
ambiente economico.
Tutta la lotta di metodo e di tendenza si imperniò da allora e fino alla
scissione, sulla disputa riguardo alla Russia; è di quel tempo (Còngresso di Bologna 1919) la nascita della parola «massimalismo », per indicare.1a pronta e
totale realizzazione del programma massimo del socialismo, mentre gli altri
vengono chiamati con una certa ironia «minimalisti ».
Il massimalismo fu caratterizzato da un estremismo puramente verbale,
cercò di conciliare, in pratica, la corrente riformista con la corrente rivoluzionaria dei sindacalisti, esaurendosi in una retorica inconcludente, per cui fu avversato anche dal nascente Partito Comunista.
' .
Dovremo sempre tener presente la distinzione fra i massimalisti e i comunisti anche per quanto riguarda il Movimento Giovanile: se, infatti, l'anelito
dei giovani socialisti reggiani, entusiasmati dalla rivoluzione di ottobre, tendeva a
una partecipazione politica effettiva che si risolvesse in una decisa azione rivoluzionaria, ancora però indeterminata e confusa nei mezzi, se non nei fini, coincideva èon l'acceso e generico ribeHismo dei massimalisti, non dobbiamo assolutarriente aspettarci che tutti i firmatari dell'o.d.g. Simonini siano comunisti in
1?otenza, come vedremo in seguito. Tuttavia, sebbene di stretta misura, la corrente riformista prevale anche nell'anno 1920, e il c.c. risulta composto da
membri tutti strettamente prampoliniani.
Quanto alle questioni secondarie affrontate dal Congresso, l'abolizione
della «Cassa del soldo al soldato» e le modifiche statutarie, basterà accennare
che le cause della soppressione della prima vanno ricercate nei gravi rischi causati .ai coscritti dall'invio di denaro e corrispondenza socialista, nonché in uno
(32) Zibordi G. «Storia del Partito Socialista attraverso i suoi Congressi» vedi bibliografia.
57
scandalo di recente scoppiato (motivi sentimentali avevano indotto il cassiere a
fuggire col contenuto della cassa), mentre si sentiva la necessità delle seconde,
dato 10 straord,n\\rio sviluppo del Movimento.
Interess~nte è invece l'augurio di vittoria, con cui si apre il Congresso,
agli scioperanti metallurgici.
Infatti, d,al lO settembre, era stato proclamato lo sciopero dei metallurgici per ottenere le otto ore lavorative e dei minimi di salario, e a Reggio circa
2.000 operai,' tutti dell'O.M.1. (Reggiane) erano scesi compattamente in sciopero. Alla dura lotta (lo sciopero si concluse con la vittoria degli operai, ma
solamente il 19 di settembre) partecipavano anche molti giovani socialisti che
lavoravano alle «Reggiane »; naturalmente essi erano, fra gli iscritti alla Federazione Giovanile, quelli che· avevano le idee più avanzate: Agostino Zaccarelli,
il firmatario dell'o.d.g. massimalista, si era formato in quell'ambiente, insieme
alla maggioranza di coloro che confluiranno poi nella Federazione Giovanile Comunista, come vedremo in seguito.
Rimane ora da trattare l'ultima questione importante del Congresso, lo
o.d.g. riguardante «L'Avanguardia », che puntua:lizzava una situazione già da
tempo tesa, su cui daremo alcuni cenni.
Il contrasto di fondo verteva sul carattere accesamente massimalista di
questo giornale, che non si peritava di definire i giovani reggi ani «i conigli di
Prampolini », data la maggioranza riformista, ed affermava che «Prampolini e
Zibordi sono due curati di campagna, bisogna espellerli dal Partito» (33). I
reggi ani ribattevano vantando la loro perfetta organizzazione ed i cospicui risultati raggiunti (<< A Reggio non c'è che da conquistare la prefettura... »)
contro la disorganizzazione ed il verbalismo vacuo delle sezioni meridionali, di
scarsissima consistenza numerica, composte quasi esclusivamente da intellettuali
teorici od estremisti, l'opinione dei quali, a loro parere, prevaleva ne «L'Avanguardia ». Tutto ciò si risolveva in un boicottaggio, da parte de «L'Avanguardia », della corrispondenza e degli articoli inviati dai reggi ani, i quali protestavano altamente, giungendo a proporre, come vediamo nell'aggiunta proposta da
Bellentani, capo dei riformisti, all'o.d.g. Simonini, il trasporto da Roma de
« L'Avanguardia» a una città dell'Italia settentrionale (Torino, Milano o Bologna), per sottrarIa ai nefasti influssi meridionali e darle una maggior base
operaia. Notiamo, di sfuggita, come si riflettesse nei giovani riformisti l'incomprensione prampoliniana per i problemi del sud.
.
Riformisti e massimalisti, inoltre, si trovavano d'accordo, come dimostra
l'indiscussa approvazione all'o.d.g. Simonini, nel lamentare l'estrema disorganizzazione tecnica e amministrativa de «L'Avanguardia» causata essenzialmente dall'importo delle tessere annuali.
.
Al Congresso Nazionale, tenutosi a Roma il 26-27-28 ottobre, la delegazione reggiana, formata da Burani, lotti, Prandi, Simonini, Zaccarelli, proprio
sul trasporto del giornale al nord si divise in due tronconi: infatti Fo.d;g. Terracini, favorevole al trasporto a Torino, ebbe 3'931 voti, di cui 1395 reggiani,
(33) La Giustizia, settimanale - 21 novembre 1919.
58
mentre l'o.d.g. Simonini, propugnante la rimanenza del giornale a Roma, raggiunse 17.190 voti (1039 reggiani). (34)
Nel convegno dei segretari, tenutosi a Reggio il 9 novembre, sotto la
presidenza di Zaccarelli, questi, a nome anche di Simonini, spiegò e giustificò
il proprio operato al Congresso, contrastante con la linea stabilita dal segretario
politico Bellentani (35).
Disgraziatamente il verbale non aggiunge altro: possiamo soltanto supporre che la sostanziale identità di contenuto ideale li avesse spinti a ciò; quanto alle proposte tecniche ed amministrative, anche queste da essi sostenute, non
furono attuate per mancanza di fondi. L'indirizzo politico del giornale non
mutò, ma accentuò la sua intransigenza rivoluzionaria, la sua ostilità per i riformisti, con la nomina a direttore, in sostituzione del Polano, di Secondino
Tranquilli (nome di battaglia Ignazio Silone).
3. - Dal Congresso del 1919 al Congresso del 1920.
Per il resto del 1919 e per gran parte del 1920, fino al XIV Congresso
tenutosi il 26-27 giugno, non si nota, negli schematici verbali pubblicati da «La
Giustizia» settimanale, alcunché di rilevante: ci si occupa di ordinaria amministrazionee delle concrete iniziative cittadine, a sfondo culturale e propagandistico. Il c.c. riformista si impegna a fondo per catechizzare socialisticamente i
tremila iscritti, secondo il principio che: «create le forze, sviluppiamo le coscienze, rafforzati i muscoli sviluppiamo il cervello ».
Di ciò che praticamente si fece abbiamo accennato nel precedente capitolo. Per le elezioni amministrative, tenutesi a Reggio Emilia nel novembre del
1919, e concluse con la vittoria socialista, ,( 11 seggi al P.S.I. - 4 al Partito Popolare - 3 al Partito Liberal~ - 1 ai radico-sindacalisti) la Federazione Giovanile
condusse una accanita lotta elettorale, come risulta da questo piccolo «vademecum» inviato a tutte le sezioni:
Le sezioni giovanili in tutta la provmCla hanno il dovere di costitUIre squadre
di vigilanza e di informazione, diffondere giornali e opuscoli di propaganda socialista, raccogliere fondi per la battaglia, mobilitare i dclisti rossi e partecipare in massa ai comizi. (36)
L'indirizzo politico non muta con le dimissioni del segretario politico
Bellentani, che, passato per ragioni di età al Partito Socialista adulto, viene eletto assistente del Segretario della Federazione Provinciale Socialista, mentre
vengono nuovamente distribuite le cariche della Federazione Giovanile, in que- I
sto modo: R. Anceschi, segretario politico - O. Salvarani, vice segretario - R. Ri- I
naldi, segretario amministrativo - A. Bonora, cassiere - incaricato della «Fan- \
fara Rossa» F. Miari.
In seguito Bellentani si dimette anche dalle cariche di consigliere nazionale e consigliere regionale, e, in entrambe, lo sostituisce Anceschi, che potremmo definire il suo «delfino».
'
(34) La Giustizia, settimanale - 16 novembre 1919.
(35) La Giustizia, settimanale - 11 gennaio 1906.
(36) La Giustizia, settimanale - 12 ottobre 1919.
... 59
Infatti, nella prima riunione dopo la nomina (37), in cui venne, fra
l'altro, postulato lo scioglimento della Federazione regionale, ritenuta inefficiente ed inutile, il C.c. invita i giovani socialisti a dare tutta la loro attività
per la divulgazione dei nostri principi, al di sopra delle particolari questioni di tendenza, che devono essere discusse in seno al Partito Socialista.
Ma, nonostante questi ripetuti ammonimenti, la base non stava tranquilla; lo prova chiaramente la lettera aperta di un giovane massimalista, Adelmo
Pini, pubblicata su «La Giustizia» (e commentata da Camillo Prampolini in
persona). (38)
ci sono compagni di destra che lavorano, tanti dei quali vecchi ed avrebbero
diritto al riposo e alla pensione; da questi io non posso pretendere niente, perché tutto quello
che potevano l'hanno già dato. Ma, riconosciuto che il capitalismo avanza sempre più, e che
dovrà questa forza essere abbattuta dalla forza dei lavoratori, cosa debbo pensare di quei
compagni che non si preparano neppure a difendersi materialmente, pur prevedendo che, in
qualche occasione, saranno aggrediti?... Le masse, armate solo di retorica insurrezionistica,
non potrebbero vincere; bisogna che fossero armate sul serio. Ma i destri che non volessero
armarsi, né fare nessun sacrifizio per armare gli altri, non si potrebbero chiamare schiavi
che mai si ribellarono?.. Sì, si persuadano i compagni tutti, specialmente i giovani, che
dovremo fare forse immensi sacrifici per raggiungere la meta! Che, se per disgrazia i popoli
restano ancora in balia dei capitalisti, dovranno passare attraverso nuovi disastri che fatalmente le borghesie vanno preparando.
Riportiamo qualche brano della finissima risposta del Prampolini, tendente, naturalmente, a spegnere gli ardenti bollori giovanili, perché in essi sono
enunciate le teorie fondamentali del pensiero prampoliniano, che preparano e
spiegano l'atteggiamento del Partito Socialista Reggiano di fronte al fascismo:
la legge della maggioranza e della non violenza.
.
Dopo aver ribattuto, con garbata ironia, alle allusioni ai vecchi di destra
da pensionare, cosÌ risponde all'ardore rivoluzionario del giovane:
lo non riconosco a nessun uomo, a nessuno gruppo o società di uomini, il diritto
di uccidere un altro uomo... Se vogliamo essere migliori dei nostri avi, ed elevarci davvero
verso una società e una civiltà superio1;e, noi socialisti dobbiamo tendere con tutte le nostre
forze a far sì che gli uomini risolvano le loro questioni non più con le armi fratricide, ma per
le vie della ragione, cioé sottoponendole al giudizio delle loro assemblee e impegnandosi a
rispettare in ogni caso le decisioni della maggioranza. .. Supponiamo ad esempio che la nostra
provincia fosse un minuscolo staterello... come potrebbero i padroni e i preti impedire al
Partito Socialista di stabilire il regime comunista... volenti o nolenti essi dovrebbero cedere.
E non avrebbero assolutamente ragione di protestare di essere vittime di una violenza. No.
Essi subirebbero allora la «legge della maggioranza », come ora la subiamo noi e come è indispensabile che sia subita e rispettata sempre, poiché nessuna società civile potrà mai esistere
al di fuori di questa legge, che è imposta dalla necessità delle cose ...
Questi pensieri entrarono, per cosÌ dire, nel sangue dei socialisti reggiani,
tanto che, come vedremo in seguito, ciò provocò l'accusa di passività di fronte
alle violenze fasciste.
Gli unici a dissentire pubblicamente, pur con tutto il dovuto rispetto,
(37) La Giustizia, settimanale - 7 dicembre 1920.
(38) La Giustizia settimanale - l maggio 1920.
.60
erano i giovani, fra cui la tendenza massimalista stava ormai prendendo il sopravvento:e su di essi continuavano a fioccare le ammonizioni, fra il bonario e
l'ironico, degli adulti, che, evidentemente, non pensavano valesse la pena di irritarsi per simili «ragazzate »; dicevano, ad esempio, che
Già, oggi, per la gioventù socialista, nessuno è abbastanza rivoluzionario, abbastanza massimalista, abbastanza astensionista; il monopolio della sincerità, della fede, del
còraggio, della retta visuale l'hanno i giovani. E lo pensano seriamente ... Vogliono' realizzare il loro sogno: Presto. Questa rivoluzione s'ha da fare senza perder tempo, poiché essi la
desiderano ... Voi siete la pattuglia che sospinge e vuoI per sè l'onore del primo posto nella
lotta. Ma voi non la dirigete, la lotta; non avete la responsabilità del suo esito! Chi ha più
esperienza, chi sente maggiori responsabilità, ha anche il dovere di non cedere ai vostri impulsi, di non sciupare la vostra profferta generosa.
Nel maggio del 1920 usciva un opuscolo dal sintomatico titolo: «Gioventù ribelle », contenente articoli di propaganda, caricature di Prampolini e
Zibordi, relazioni in preparazione al prossimo Congresso Provinciale e scritti
dei giovani più in vista: disgraziatamente oggi è irreperibile. Frattanto il C.c.
strettamente riformista era andato incontro a difficoltà sempre maggiori ed
alla continua, sistematica OppOSIZ10ne di molte sezioni, fino ad essere costretto a
rassegnare le dimissioni, che furono discusse in un convegno dei segretari, tenutosi il 23 maggio.
Dei due ordini del giorno, uno, che approvava l'operato del c.c. e ne
respingeva le dimissioni, fu battuto per 6 voti contro 87; nel secondo, ispirato
da Bonilauri, veniva detto, fra l'altro:
«I segretari, riconosciuta la impellente necessità di un C.C. che sia alla portata
dei tempi che attraversiamo... e ritenendo che solo un nuovo c.c. eletto dal Congresso Provinciale può assumersi integralmente il lavoro che non fu possibile al presente c.c. delibera
di indire il prossimo congresso provinciale per i giorni 26-27 giugno a Reggio Emilia ».
Il Congresso si tenne effettivamente in quella data, e fu di importanza
fondamentale per il Movimento, in quanto sanzionò, anche in percentuale, la
perdita del potere da parte dei riformisti.
4. - Il Congresso del 1920.
Per brevità, riporteremo ora lo schematico resoconto del Congresso apparso su «La Giustizia» settimanale (39), riservandoci di delucidarne i punti
più interessanti con estratti della più ampia relazione apparsa su «La Giustizia»
quotidiana (40) con circa 20 giorni di ritardo.
XIV Congresso della Gioventù reggiana. I lavori del congresso nella sala Verdi
gentilmente concessa. La presidenza fu tenuta dai compagni Barchi di Reggio e Zaccarelli di
Cotreggio, la .segreteria da lotti Settimio e Arnaldo Ferrari. Salvo qualche piccolo incidente, si
svolsero in perfetta concordia, sempre alimentati da uno schietto entusiasmo. Così nella
giornata di sabato, invertendo l'ordine del giorno, si anticipò la discussione su un nuovo
(39) La Giustizia, settimanale - 4 luglio 1920.
(40) La Giustizia, quotidiano - 20 luglio 1920.
u
...
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programma di lavoro circa il proselitismo da farsi fra le donne e la propaganda antimilitaristica nelle caserme.
Di particolare menzione le proposte e i concetti esposti dalla compagna Fantini e
dai compagni Rinaldi, Barchi, Ferri e Piccinini sul Movimento Femminile, mentre moltissimi
parteciparono nel dibattito per dare un mandato impegnativo al futuro C.C. per svolgere una
sempre più attiva opera antimilitarista. Al termine il compagno Prampolini viene invitato ripetutamente a parlare.
Domenica mattina si iniziò la discussione sull'indirizzo politico. Anceschi, segretario
dimissionario, portò a conoscenza dei congressisti le intenzioni che furono del vecchio comitato, e che sono dette nell'o.d.g. presentato.
Zaccarelli spiegò un programma massimo di propaganda fra i giovani onde. preparare la cosci!,!nza e le menti alla gestione della futura società socialistica; tutto riassunto
nel suo ordine del giorno da eseguirsi nei limiti poss1bili. Bonilauri di Cavriago . ne presentò uno in cui dichiarava la {necessità della rivoluzione per la quale si sarebbero dovuti
richiamare gli Enti nostri per propagandarla. Miari, Rinaldi e Bonora parlano come Anceschi
a sostegno del programma di Bologna del 1907. Negri, Ferri e Bertani, dichiararonsi favorevoli alla tesi Zaccarelli e volgarizzarono l'ordine Terracini approvato a Roma al Congresso
Nazionale del 1919. Il compagno Bonilauri ritirò il suo ordine del giorno, appoggiando quello
di Zaccarelli. Messi in votazione si ebbero 2160 l'ordine del giorno di Zaccarelli, 1298 quello
di Anceschi.
Riguardo al Movimento Nazionale e Internazionale, il Congresso, udita la relazione
scritta da Polano, ne appro<vò l'opera in via di massima, facendo voti di poterla discutere
ad un prossimo congresso. Il Congresso diede mandato al C.C. di sottoscrivere al prestito
Comunista un dato numero di azioni, e furono prese altre deliberazioni di poca importanza.
Venne quindi nominato il comitato, composto di 15 compagni, riservandosi la spartizione
delle funzioni sociali. La minoranza non volle partecipare alle cariche.
Richiesto da un interminabile applauso, parlò nuovamente l'apostolo della pace
Camillo Prampolini, che spronò i giovani .al lavoro fattivo e reale senza etichette, ma pel
solo benessere collettivo. Altrettanto .fu deciso per il giornale "L'Avanguardia" ».
Approfittiamo dell'accenno alla propaganda fra le donne, per rilevare come, nonostante gli sforzi in tal senso, il Movimento Femminile. fosse, sia per i1.~
numero delle sedi (22 compresa quella di Reggio) sia per la consistenza nume- .
rica (es.: la sede di Reggio aveva 20 aderenti) di gran lunga minore al Movi.
mento Maschile.
.
Riconoscendo questo stato di cose, il Congresso, nell'ordine del giorno
relativo:
Riconosciuta la poca propaganda impartita per l'elevamento morale e politico della
donna da parte della Federazione Giovanile, invita il nuovo c.c., colla:borando con gli adulti,
ad intensificare la propaganda alle donne, affinché queste possano trovarsi aLl'altezza di
combattere le lotte per l'emancipazione deI proletariato al fianco dell'uomo.
Dall'ordine del giorno Zaccarelli, approvato a larga maggioranza, citiamo.
ora gli obiettivi che il c.c. di quell'anno si era proposto di attuare:
a) dia loro (ai giovani) una concezione chiara ed esatta della situazione nazionale ed
internazionale creatasi con la guerra in rapporto alla dottrina marxista.
b) specifichi i rapporti che legano questa alla rivoluzione.
c) prospettare le enormi difficoltà tecniche e morali della rivoluzione, difficoltà che
saranno superate quando il proletariato, spogliatosi della mentalità che ancora gli è
l
.
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propria, avrà una concezione giusta ed esatta della struttura che reggerà la nl.lova
socieà, con conseguente studio teorico (qualora sia possibile, pratico: Soviets, consigli operai, cittadini, soldati in contrapposto agli organi borghesi regoleranno il
funzionamento della futura società comunista);
d) accentui e intensifichi costantemente la propaganda antimilitarista;
e) inquadri le forze vive giovanili mediante la costituzione di guardie e ciclisti rossi ».
Questa esposlzlOne cosi chiara e coerente, non intaccò il paternalismo
degli adulti, il cui commento al Congresso, dovuto alla penna dell'« osservatore»
M. Saccani, è un'ulteriore prova di quella incomprensione, che veniva scavando
un solco fra il Partito e i Giovani.
Ne stralciamo alcune frasi:
E' perfettamente logico e naturale che i giovani dehbano essere estremisti. A vent'anni si è sempre rivoluzionari. Il bisogno di moto, di chiasso, di azione violenta è perfettamente
fisiologico, perché risponde all'esuberanza della giovinezza... Troviamo alquanto audace
questo chiacchierare di massimalismo e di minimalismo, di rivoluzione e di evoluzione, ecc.
quando non si ha ancora ben chiara l'idea deL.. socialismo ...
Avete accennato ai consigli di fabbrica, ai consigli operai, commissioni interne, soviets,
ecc. aggiungendo che bisogna propagandare l'idea di tali istituti che... non è conosciuta nella
sua realtà e nella sua portata, neanche da coloro che la dovrebbero propagandare. Quali consigli? Quali Soviets? Quello di Gennari o quello di Bombacci o quello de «L'Ordine
nuovo »? Quali le diverse funzioni del Soviet, del consiglio di fababrica o del Comitato?
Lo sapete chiaramente? Quindi non basta il sentimento, occorre la «preparazione », ed è appunto per questo che l'organizzazione giovanile non deve essere un partito contro il Partito,
ma «scuola» che prepara forti coscienze e valide forze socialiste ».
A questa paternale Zaccarelli rispose in termini precisi e piuttosto secchi:
Non trovo esatte le ragioni che C. Saccani ha addotto per giustificare il prevalere
della corrente rivoluzionaria, poiché, se le cause fisiologiche da lui accennate hanno contribuito a rendere in certi momenti vivace e accalorata la discussione, esse erano estranee alle
deliberazioni prese, le quali, (mi ddlgo della ristrettezza del resoconto) hanno dimostrato esservi nei giovani socialisti reggiani non il desiderio delle violenze, ma la ferma volontà di
crearsi con uno studio serio ed efficace una mentalità e una coscienza conforme al periodo
che attraversiamo. Nessuno di noi ha mai negato la funzione principale del Movimento Giovanile, la preparazione, ma quale preparazione è necessario chiarire, perché è appunto qui che
si gioca sull'equivoco. Parlando nel nostro Congresso di rivoluzione, (il che pare abbia
dispiaciuto a molti) ci preoccupammo di chiarire iI grande significato di questa parola, da
molti male interpretata, e il nostro stesso ordine del giorno accenna a quelle difficoltà che
iI compagno Saccani prospetta nel suo commento, con una serie di domande alle quali i giovani
hanno risposto riconoscendo la necessità di uno speciale studio che, dando loro una concezione giusta della -rivoluzione nel suo vero significato, li preservi domani dalle disillusioni, e
trovi in loro stessi e nel proletariato non dei nemici, come iI Saccani suppone, ma dei forti,
pronti a difendere la loro causa col lavoro e con la forza ... Ed io non vedo il caso di parlare
di impulsività, di critica, di tendenza, ma vi trovo invece un serio proposito che onora
altamente la gioventù socialista reggiana, quello di creare dei socialisti coscienti, rivoluzionari
non solo per entusiasmo o sentimentalità, ma per fede e convinzione.
I compagni adulti, non siano solo i critici più o meno spassionati di questi giovani,
pieni di volontà, di fede e di entusiasmo, ma uniscano, al posto della critica, la loro esperienza a queste fresche energie, che, coordinate e disciplinate, saranno domani baluardo insormontabile della futura società comunista.
Compagni adulti, siate meno vecchi! Giovani socialisti, a voi! ».
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Non dobbiamo quindi stupirci se, data la riluttanza del Partito Socialista a
comprendere ed a canalizzare l'ansia pragmatistica dei giovani, tanto successo incontra la propaganda comunista de «l'Ordine nuovo» di Gramsci, a cui appartiene l'asserzione che «il rinnovamento del Partito sarà in gran parte opera dei
giovani ». E' di questo periodo, mentre 1'« Avanguardia» proponeva l'espulsione dal partito dei centristi, il manifesto della gioventù socialista italiana, da parte
della Federazione Giovanile comunista Astensionista, pubblicato a Napoli sulla
pubblicazione « Soviet » in cui si invita a farla finita addirittura coi massimalisti:
Oggi l'ex massimalismo non ha quasi più caratteri per distinguersi, toltogli il rivoluzionarismo demagogico verbale, dal riformismo di Turati e Treves. Oggi gli ex massimalisti della direzione del nostro Partito sono contro l'espulsione dei socialdemocratici, inneggiano sull'« Avanti» alla vittoria elettorale degli indipendenti tedeschi, da Lenin bollati con
l'epiteto «socialrinnegati », sono fuori dalle direttive della III Internazionale di Mosca. La
gioventù comunista vorrà ancora prestar mano all'equivoco? E' stato eletto per referendum
un Congresso Nazionale dei giovani. Da esso occorre uscire con un preciso programma, che
non ammetta cavillo alcuno e tergiversazione. I giovani comunisti oggi sono chiamati a
compiere l'opera più grandiosa che compier si possa, quella di trasformare il vecchio Partito Socialista di Turati e di Treves in un giovane, compatto, vigoroso partito, comunista
di fatto e di nome, che si incammina decisamente sulla via della rivoluzione. (41)
Anche a Reggio si risentono gli ·effetti di questa nuova atmosfera. Il c.c.
eletto, formato da: Ferri E. segretario politico (il leader della sinistra, Zaccarelli,
non potrà essere eletto perché di leva) Montanari C. vice segretario - Belloni A. segretario amministrativo - Paglia M. cassiere - Barabino, incaricato biblioteche - Petit
Bon, incaricato Movimento Femminile - lotti L. incar~cato Fanfare - proclamava:
Avanti, dunque, compagni, diamo le nostre giovani forze all'ideale comunista ...
aggiungendo però:
E il Partito Socialista, che nella nostra Provincia, per opera tenace di uomini che noi
sempre dobbiamo ricordare ha dato esempio di tanta maturità e tanta coscienza-abbia in noi
un elemento necessario di giovani~e entusiasmo. (42)
Generale è in questo periodo la tendenza a sostituire quanto più è possibile, al termine « socialista» il termine «comunista ». Ci si propone di fondare
circoli giovanili in montagna, sino ad allora rimasta indifferente: si istituisce una
sezione a Cavola. L'opera di propaganda si fonda, significativamente, sulla divulgazione dei principi marxisti, e specialmente del «Manifesto dei comunisti ».
Si è invertita la situazione del 1919, ora è la maggioranza massimalista
(continueranno, però, ad usare questo nome anche se data la rapida evoluzione
ideologica esso non corrisponde più esattamente alla realtà) che deve fare i conti
con una ancor forte opposizione riformista.
(41) La Giustizia, settimanale - l agosto 1920.
(42) La Giustizia, settimanale - 25 luglio 1920.
b .....
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Ciò si vide chiaramente nel convegno dei segretari, tenutosi il 15 agosto,
in preparazione al congresso straordinario nazionale, che sarebbe stato preceduto
dal convegno delle Federazioni in alta Italia, per cui la sede Reggio fu proposta e
accettata.
i
In questa occasione, il riformista Miari riuscì a fare approvare all'unanimità
il suò ordine del giorno stigmatizzante le direttive del c.c. e de « L'Avanguardia »,
ormai portavoce soltanto dei più accesi comunisti; inoltre si riaffaccia la tesi della
funzione esclusivamente culturale del Movimento Giovanile, al fine della «futura
gestione della società comunista ». Quest'ultimo aggettivo, ci sembra, è una concessione ai tempi.
Il 7 settembre, nel salone della Cooperativa di Consumo di S. Prospero,
si radunarono i rappresentanti delle Federazioni Giovanili d'Italia settentrionale.
Si discusse in merito alla linea di condotta del giornale federale e sulla
mozione Terracini (43) per i consigli di fabbrica. 'Si deliberò di troncare ogni discussione sulla mozione Terracini (sebbene fosse una questione di scottante attualità) ritenendo che si trattasse di una questione unilaterale ai fini dell'azione
comunista; si decise di dare incarico ai compagni del c.c. di preparare per la discussione al Congresso Nazionale un nuovo programma da darsi alla Federazione
Giovanile, in quanto si ritenne definitivamente sorpassato il programma di Bologna
del 1907. Questa deliberazione segnò una svolta, anche formale, nella storia de]
Movimento.
«u inoltre ripetutamente avanzata dai compagni di Torino la proposta di
trasportare la sede del nuovo comitato centrale del giornale a Torino. Veniva rimproverato al giornale
«di trascurare la propaganda dei mezzi di attuazione e difesa della società comunista,
dando alla battaglia un carattere secessionista ».
Data !'impossibilità di consultare «L'avanguardia », non possiamo precisare con chiarezza la sua posizione, a noi nota solo attraverso gli accenni, sempre
ostili o sarcastici, che ne fa « La Giustizia»; questo è forse il più chiaro e completo (44):
Primi saggi di dittatura nel campo dei giovani socialisti... Il Segretario PoIana, narra il compagno Masotti - , il quale, da un anno a questa parte ha intrapreso la professione di commesso viaggiatore in comunismo internazionale e non ci dice nulla... Abbiamo
visto non senza sbalordimento come il compagno PoIana, senza chiedere il parere, non dico
dei singoli iscritti (troppa grazia in epoca di dittatura!) ma nemmeno del Consiglio Nazionale, dichiarasse che la Gioventù Socialista Italiana era "compatta" per la esclusione dal
Partito di larghe correnti del pensiero e di azioni socialiste, e perfino dei comunisti unitari
ed aderire ai comunisti puri di Imola ...
A Imola si era costituita una frazione di comunisti più di destra, fondata
da Graziadeie da Anselmo Marabini. I « puri» erano gli ortodossi. Questo veniva
(43) Compito della gioventù socialista italiana era farsi iniziatrice della costituzione dei «Consigli di
fabbrica », perchè i lavoratori potessero delimitare la propria zona di azione, il proprio lavoro, e intensificare
i vecchi e nuovi organismi proletari per avviarli al sistema dei «Soviets}).
(44) La Giustizia, settimanale - 12 dicembre 1920.
•••
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riassunto dalla frase di Secondino Tranquilli (Ignazio Silone): «Anche senza il
Partito, anche contro il Partito! ».
Riportiamo, a chiarimento definitivo dell'atteggiamento politico del « gruppo» dell'Avanguardia, questo interessante commento dello stesso Silone, circa quarant'anni dopo:
Non è facile però descrivere che cosa fosse allora la coscienza politica della maggioranza di noi; lo stesso termine di «coscienza politica» è eccessivo, per la prevalenza di elementi psicologici primitivi. Eravamo semplicemente in rivolta contro tutto e tutti. Ciò che
sublimava le tendenze infantili e nevrotiche della nostra ribellione era l'immensa speranza
accesa dalla rivoluzione russa. (45)
III
1. - Dal settembre al gennaio del 1920. L'occupazione delle fabbriche. Il sorgere
del fascismo.
La situazione in Italia nel settembre del 1920 cosi veniva definita da Lenin
nelle « Lettere agli operai tedeschi e francesi »:
Era caratterizzata da una vera e propria rivoluzione, mentre
italiano la ostacolavano.
capi del riformismo
Tale definizione si attaglia perfettamente alla situazione che venne determinandosi a Reggio con l'occupazione, da parte degli operai, delle O.M.I., Officine
Reggiane, avvenuta il 4 settembre 1920. Come abbiamo già accennato, gli operai
delle « Reggiane» (circa 2000 a Reggio e 500 a Modena) costituivano, nella patria
del riformismo, l'unico nucleo rivoluzionario: non era una opposizione organica.
con capi ben definiti che li guidassero, ma si trattava, piuttosto, di « spirito di fronda », insofferenza ai dettami della Camera del Lavoro riformista, che risalivano assai addietro nel tempo, sino quasi alla fondazione delle Reggiane, ed a cui si era
di recente aggiunto un diffuso stato d'animo desideroso di cose nuove.
I più entusiasti fra di essi -erano, naturalmente, i giovani operai, che costituiranno il nucleo fondamentale della gioventù socialista; e, coerentemente alla
mozione terraciniana, si tentò di costituire, dopo l'astensione degli ingegneri dal
lavoro, una specie di « Consiglio di Fabbrica », ovvero un collegio direttoriale, formato da sei membri scelti fra capi tecnici e impiegati, a cui rimase affidata la direzione tecnica dello stabilimento e degli uffici sino al 17 settembre.
Ma i capi del socialismo reggiano avevano già proclamato il loro dissenso
dalla convinzione di Gramsci e dell'« Ordine nuovo », che nel consiglio di fabbrica « si realizzano embrionalmente tutti i principi economici e politici che informeranno la costituzione dello stato dei consigli. In essa si realizzerà la democrazia
operaia ».
Al chè «La Giustizia» aveva ribattuto, riflettendo fedelmente la tesi ri( 45) «Silane - Usci la di sicurezza».
..
66
formista: «Esistono già organismi del tipo socialista (cooperative ecc.) e quindi
non è opportuno crearne dei nuovi, come i consigli di fabbrica ».
Coerentemente, l'ono Bellelli della Camera del Lavoro reggiana propose la
trasformazione delle O.M.I. in Cooperativa, ma le maestranze metallurgiche diedero voto contrario. L'interpretazione socialista fu che la votazione contraria fu
data per ragioni di opportunità economica (le «Reggiane» si erano trovate ad
affrontare il periodo del dopoguerra con un complesso industriale ampliato, ma
solamente adeguato alla produzione bellica, quindi con scarse prospettive per l'avvenire) mentre da parte dell'« Ordine Nuovo », in una corrispondenza di Terra·
cini, datata del 13 febbraio 1921, ne veniva data una interpretazione politica:
In una prima votazione in seno al Consiglio Generale della Sezione Metallurgici,
si ebbero 10 voti favorevoli e 50 contrari; nelle riunioni di tutta la massa, convocata per
referendum, si ebbero 200 voti di maggioranza contrari al progetto.
Nella corrispondenza il merito è attribuito ai comunisti (questo termine va
già inteso ufficialmente, essendo già avvenuta la scissione) per la propaganda svolta
tra gli operai che « la trasformazione dell'azienda in Cooperativa non avrebbe risolto la crisi dell'industria, ma sarebbe servita soltanto al carro dello stato borghese, cui si sarebbero continuamente dovuti rivolgere per poter vivere, diventando cos1 una minoranza di falsi privilegiati, una piccola, spuria aristocrazia operaia, vivente alle spalle della grande maggioranza dei lvoratori e degli sfruttati
d'Italia ». Riprova significativa della riluttanza dei dirigenti reggiani ad assecondare lo slancio rivoluzionario delle masse operaie, un discorso di Zibordi, tenuto
per l'appunto il 14 settembre, durante una manifestazione pro-Russia:
. .. La rivoluzione russa dobbiamo intenderla in tutti i suoi aspetti. Essa significa
per molti lavoratori, specialmente per i giovani, il socialismo attuato rapidamente. Lenin è per
essi il simbolo di una azione audace e vittoriosa: il demolitore assoluto e feroce del capitalismo. Ricordate, però, che egli è anche il riordinatore, fermo e severo, della società nuova
ed io auguro - e l'augurio qui a Reggio è superfluo - che non dobbiate aver bisogno mai
di provare i decreti e le sanzioni con cui egli regge l'ordine comunista, e colpisce l'ozio,
l'individualismo, con la tendenza a far lavorare gli altri per noi. .. (applausi) ... Questo è l'applauso per me più gradito. lEsso significa che voi vi sentite pronti e maturi ad assumere
dal socialismo tutti i santi diritti, tutti gli ardui doveri. (Applausi e grida: «Viva Lenin»).
Al chè Zibordi rispose: «Badate che con questo titolo voi firmate una cambiale in bianco! » e
dalla folla, di rimando: «Meglio quella cambiale che la vostra!. (46)
Quindi, mentre si va sempre più approfondendo, nel reggiano, la SClSSlOne
fra i capi riformisti e le masse operaie, il Partito Socialista era dilaniato dalle
frazioni (sulla fine del 1920 ce ne erano quattro: una di concentrazione (detta anche riformista) , una massimalista, una comunista unitaria e una comunista
secessionista) .
Sorgeva una nuova forza, il fascismo, appoggiato dalla borghesia che, dopo
l'occupazione delle fabbriche, viveva nel clima che Gramsci efficacemente chiamò:
« La grande paura ».
(46) Quest'ultimo episodio non fu riportato da La Giustizia, bensÌ nella corrispondenza già citata del
Terracini.
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Ha preso coscienza delle proprie forze e le ha contate e numerate, ha visto con
chiarezza l'obiettivo da combattere e con quali armi. Lo strumento che userà e di cui si
servirà sarà il fascismo.
I socialisti reggiani, invece, non compresero, inizialmente, la natura del fascismo, come strumento dell'esasperazione cruenta della lotta di classe, e lo considerarono fenomeno transitorio, come appare da un articolo dello Zibordi sulle
violenze fasciste, intitolato: «Aspettando che passi ... ». (47)
Il 2 ottobre del 1920, in un articolo pubblicato sul « Giornale di Reggio », i
fascisti concludono: «La salute è in noi ».
L'11 novembre viene fondato ufficialmente il fascio reggiano. I fascisti comparvero pubblicamente per la prima volta a Reggio il 28 novembre, essendo stata
rimandata a quella data la celebrazione della vittoria, presente Delcroix, oratore
per la cerimonia. In quella occasione venne lanciato alla cittadinanza un manifesto
che comparve solo sul «Giornale di Reggio », avendone la questura vietata la
affissione.
I capi socialisti non si resero conto della minaccia che si stava concretizzando su di loro, assorti come erano nelle loro lotte intestine.
Prampolini e Zibordi, per evitare la scissione nel Partito, indissero a Reggio, il l° ottobre, un convegno detto di «concentrazione» di tutte le forze
riformiste.
Se ne interessò lo stesso Lenin, accusando i riformisti di gonfiare l'importanza del convegno « a cui avevano partecipato soltanto 200 sezioni del Partito, fra
le migliaia ». (48)
Frattanto fra i giovani le cose precipitavano. Il 5 novembre un gruppo di
dissidenti di destra (Siccardi Rolando, Salvarani Orlando, Barchi Luigi, Prandi
Jaurés, Anceschi Renato, Bertani Ernesto, Tamagnini Rainero) si costituivano in
comitato provinciale straordinario in preparazione al Congresso Provinciale per
salvaguardare l'unità, proposta che era già stata avanzata in un convegno dei segretarie respinta a grandissima maggioranza. (49)
In una circolare inviata alle sezioni per giustificare la propria illegale iniziativa, il comitato dichiarava che
la gioventù socialista si è messa fuori dalla sua strada, e segue le correnti cosiddette
comuniste che si sono create in seno al Partito... constatando che non è più possibile continuare le serene competizioni al di sopra delle tendenze. Gli ultimi avvenimenti parlano
chiaro, e forse si andrà verso il distacco della F.G.S.I. dal P.S.I., quindi è bene che i giovani
di tutta la provincia dicano chiaramente il proprio pensiero. (50)
In un'altra crcolare, datata 21 novembre 1920, il comitato ribelle precisava
ulteriormente le proprie ragioni:
Siamo preparati e strenui difensori della Federaazione Giovanile, perciò ci opporremo con -tutte le forze alla eventuale costituzione di una Federazione Nazionale Giovanile
Comunista, in contrapposto alla Federazione Nazionale Giovanile Socialista. Di conseguenza
è chiaro il nostro dissenso dal metodo fin qui perseguito dalla Federazione Nazionale, che
(47)
(48)
(49)
(50)
La Giustizia, settimanale - 12 ottobre 1920.
Movimento Operaio Italiano, Ed. Rinascita - Roma.
La Giustizia, settimanale - 5 novembre 1920.
La Giustizia, settimanale - 7 novembre 1920.
68
non esita ad affermare che il compito principale dei socialisti è quello di creare la SCIssIone
più netta e profonda fra gli elementi comunisti e centristi attualmente militanti nel P.S.I.; dalla
Federazione Provinciale, la quale insiste nel voler porre le questioni al di sopra delle tendenze . .. quando tutte le sezioni sanno che la Federazione Provinciale lascia trapelare la evidente
partigianeria per gli elementi rivoluzionari e comunisti, che dir si voglia.
11 C.c. ribatte l'accusa di essere formato da «impostori verbalisti imbevuti di retorica» e da « settari », pieni di partigianeria tendenziosa, e osserva che
« si cerca di svalutare l'ordine del giorno Zaccarelli votato nell'ultimo Congresso »;
e respinge la circolare perché il programma dei dissidenti poggia ancora su quello
Vella, sancito a Bologna nel 1907, dichiarato sorpassato appunto nell'ultimo Congresso. Tuttavia indice un Congresso Straordinario Provinciale, che sarà convocato
«dopo il Congresso Nazionale adulti, se l'esito ne determina la conseguente
necessità ». (51)
Come si è visto, l'azione del c.c. in questi così tempestosi frangenti, in cui
la grande maggioranza massimalista oscilla fra le vecchie tradizioni e nuovi miti, è
confusa e contradditoria: ad esempio, con una dichiarazione alquanto ambigua, il
c.c., il 28 novembre, rassegna le proprie dimissioni; ma, evidentemente, si ritiene sempre in carica, se:
discutendo sull'avvenuta costituzione di una frazione giovanile comunista provinciale,
venne approvato il seguente ordine del giorno da tutti i presenti: (lotti, Belloni, Montanari, Pisi, Paglia, Petit Bon): «Il c.c. riunito la sera del 7 dicembre 1920, discutendo
ampiamente sull'attuale momento politico, delibera di aderire alla suindicata frazione giovanile comunista, rispecchiando essa il suo pensiero, e dichiara sin d'ora di sostenerne il
programma al prossimo Congresso Provinciale che si terrà nei giorni 8-9 gennaio.
Infatti, il 21 novembre, la frazione secessionista: comunista adulta, terminando un convegno in preparazione al Congresso di Livorno, dichiarava costituita
la «frazione comunista reggiana », che accettava integralmente i 21 punti della
III Internazionale.
Si giunse così al 19 dicembre, in cui veniva indetto dai giovani comunisti
un congresso provinciale, nel corso del quale venne comunicato che la frazione comunista reggiana era stata riconosciuta dalla III Internazionale; al termine veniva
approvato il seguente ordine del giorno:
. .. Ritenendo che il Movimento non possa essere ancora un semplice e solo movimento culturale, quando deve e dovrà affermarsi nel campo rivoluzionario come movimento d'azione
e di avanguatdia, delibera di aderire incondizionatamente a quel partito che verrà riconosciuto dalla Hl Internazionale, pur tenendo presente che compito principale della F.G.C.r.
dovrà essere la divulgazione dei principi che informano il programma della Internazionale
Comunista, la preparazione del giovane a quell'azione demolitrice e ricostruttiva che è base
fondamentale del programma comunista. (52)
Stando così le cose; in una adunanza del 22 dicembre (53) i giovani riformIstI, che ora si autodefiniscono unitari, abbandonano in massa l'assemblea per
protesta all'attuale indirizzo politico del c.c. dimissionario in carica (!!).
(51) La Giustizia, settimanale - 8 novembre 1920.
(52) La Giustizia, settimanale - 20 dicembre 1920.
(53) La Giustizia, settimanale· 22 dicembre 1920.
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I rimasti ne trassero pretesto per proclamare, in un violento ordine del
giorno di biasimo, che i veri « secessionisti » erano gli « unitari », che non davano
alcun aiuto morale e materiale.
L'anno finiva fra queste convulse polemiche, preludio di una inevitabile
scissione. In un solo momento esse tacquero, e fu per esprimere concorde e profondo dolore per l'omicidio di Zaccarelli, che di recente era rientrato dal servizio
di leva, ucciso a colpi di pistola la notte di S. Silvestro, nella natia Correggio, in
una rissa provocata da un gruppo di fascisti. Con lui cadde il compagno Mario
Gasparini.
A proposito di Zaccarelli, ci piace ricordare la frase con cui La Giustizia
chiuse la commemorazione:
Era esuberante e fiero nella sua fede; ne è morto, come un soldato nel campo. (54)
2. - La Federazione giovanile socialista reggiana dalla scissione al dissolvimento.
Il Congresso Provinciale, che si doveva tenere 1'8-9 gennaio 1921, si tenne
invece il 23 gennaio.
Non si conoscono i motivi di questo ritardo, ma si pensa che fosse dettato
dalle necessità, da parte degli esponenti delle due opposte fazioni, di far propaganda in un elettorato in gran parte confuso e oscillante fra le due opposte tendenze.
Comunque, il Congresso rappresentò un vero e proprio colpo di scena: la mozione degli unitari risultò vincente per 2129 voti contro 1602 attribuiti alla mozione
comunista, con uno scarto di 527 voti. (55)
La mozione vihcente affermava la «propria incondizionata adesione al
Partito Socialista Italiano e, di conseguenza, a quella Federazione Nazionale che
sarà aderente al Partito stesso ».
A questo risultato contribuì non poco l'estremismo degli avversari: il
grido de «L'Avanguardia »: «Anche senza il Partito, anche contro il Partito! »
e la proposta dei corlmnisti reggiani di aderire senza riserve alla Federazione
Nazionale Italiana Gioventù Comunista, sezione riconosciuta dalla Internazionale
Giovanile Comunista, non potevano non urtare il sentimento «tradizionalista»
della maggioranza dei giovani reggiani, in cui forte e radicato era l'attaccamento
al partito, impersonato da uomini che da oltre trent'anni esercitavano un ascendente indiscusso e rappresentavano quindi una solida garanzia contro le avventure
di ogni genere. Quanto questo sentimento fosse forte, lo si vide al Congresso di
Firenze, del 30 gennaio, in cui i giovani reggi ani furono, praticamente, i soli ad
opporsi, dopo che il Congresso ufficialmente aveva deliberato non solo l'adesione
all'Internazionale Giovanile Comunista, ma il definitivo distacco dal P.S.I., per
aderire al Partito Comunista Italiano, sorto ufficialmente il 21 gennaio 1921 a
Livorno; di conseguenza, veniva mutato il nome in quello di «Federazione Giovanile Comunista Italiana ».
Risultato della protesta reggiana, poiché nessun membro del C.C. rappresentava la loro tendenza, fu l'espulsione violenta, e non solo verbale, dal Congresso.
(54) La Giustizia, settimanale - 2 gennaio 1921
(55) La Giustizia, settimanale - 23 gennaio 1921.
70
(Quando Barchi, capa della delegazione reggiana, tentò' di apparsi, dicenda: «Questa non è un moda di agire socialista! » la massa dei congressisti
gridò: «E' un modo di agire comunista! » e li sbatterana fuari). (56)
Ad essi, dunque, non rimase che ritirarsi, con gli unitari superstiti a Fiesole, dichiaranda che la Federaziane Giavanile Sacialista non si sarebbe scialta, e
sanziananda definitivamente la scissiane. Data la stragrande maggiaranza dei giovani camunisti sul piana nazianale, «L'Avanguardia» divenne l'organa ufficiale
dèlla gioventù camunista.
La Federaziane Giovanile Socialista fece allora uscire un prapria giarnale, che fu intitolato «Giaventù Sacialista », ed iniziò le pubblicazioni il 19 febbraia a Bologna, sede del Camitato Centrale della Federaziane Giavanile Sacialista, mentre quella della Federazione Giovanile Comunista rimaneva a Roma.
Questa fu il vero giarnale dei giovani, che espongona abiettivamente le
varie opinioni, a sala scopo di studio, e senza apprezzamenti e votaziani di sarta;
mentre le calanne sana dedicate alle rubriche «per gli umili» a «Case semplici », « Valgarizzaziani, cioé alla propaganda elementare dei principi sacialisti» (57)
A Reggia piacque moltissima e ne venivana prelevate malte copie. Reggio,
infatti, fu una delle pachissime città in cui i sacialisti mantennera la maggiaranza.
Can buona approsimazione, infatti, si può affermare che nan più di due quinti
degli iscritti alla Federaziane Giavanile Socialista confluirona alla Federaziane
Comunista. D'ara in poi, dunque, parlerema di due distinte FederazianiGiavanili.
Quella camunista ebbe la sua prima sede pravvisaria, in camunè can gli
adulti, in via Caggiati n. 20, presso Ulisse Piccinini, e il suo c.c., in cui traviac
ma vecchie conascenze, era così camposto: Vicesegretaria politica: Ludavica Peti t
Ban - segretario amministrativa: Artura Bellani - cassiere: Settimio latti - incaricata alla prapaganda: Bruno Rondini.
Intanta la Federazione Giavanile Socialista stava cercanda faticasamente
dì ricostituire i suoi ranghi; impresa evidentemente malta difficile, se ancara ai
primi di giugno (58) si invitavana i giovani a coaperare al fianco degli 'adulti per
il ritarno al lavaro normale, pravvedenda a riprendere regolarmente le riunioni
dei soci e a curare la distribuzione dei giornali sacialistie la prapaganda, in controffensiva a quella, assai efficace, svalta dai camunisti.
Questi avevana pubblicata, il 33 febbraia, un numera di saggia intitalato
«Il Lavaratare comunista» (59), in cui si affermava, in un articala «Appena
nati », firmato dal vicesegretario Petit Ban, che ilP.S.I.
. ;. non corrisponde più ai sentimenti e all'animo del proletariato ... Noi siamo sicuri che, passato quel primo momento di incertezza e diffidenza che le masse hanno per naturale istinto verso di noi, esse si orienteranno verso il solo e unico Partito che è rimasto
fedele all'Internazionale di Mosca.
Altrettanta chiarezza e fermezza di tono ha un altra articolo dello stessa
giarnale, diretta contra i fascisti, le cui violenze si facevana già apertamente
sentire:
(56)
(57)
(58)
(59)
La Giustizia,
La Giustizia,
La Giustizia,
Biblioteca di
settimanale - 2 febbraio
settimanale - 2 febbraio
settimanale - 5 giugno
Stato - Reggio Emilia -
1921
1921.
1921.
Numero unico.
71
Buongiorno, signori fascisti, che passeggiate per le vie di Reggio con un nodoso
bastone in mano! E, come avete visto, voi, venuti da Bologna, da Modena e da Carpi, Reggio
è una città tranquilla, e i vostri amici locali hanno bisogno della vostra presenza per poter
fare un po' i prepotenti! La massa è composta e civile nelle sue manifestazioni più di voialtri!
Piacciavi però considerare che se la nostra gente è quieta, non è vile, e non sopporta provocazioni alcune. E i comunisti (pochini ma fieri) tengono a dichiarare, per vostra regola, che
essi sapranno rintuzzare ogni vostra bravata.
Questo stralcio ci illustra abbastanza efficacemente la situazione a Reggio
in quel periodo.
Infatti i fascisti, provenienti in gran parte dalle provincie limitrofe, dopo
essersi «fatta la mano» in campagna, dove era più facile colpire (si distruggevano le sedi delle Cooperative, fino a chè liquidazioni forzose avrebbero permesso ai fascisti di impossessarsene anche amministrativamente, e si cercava di
eliminare i capi delle leghe e gli operai che resistevano) passavano in città, mirando ad impossessarsi dell'apparato amministrativo comunale e provinciale.
Logicamente si cominciò col prendere di mira i capi del Socialismo reggiano. La sera del 14 marzo, in seguito ad un discorso di Zibordi alla Camera,
denunciante le violenze fasciste in città (60), mentre egli usciva con Prampolini
dalla sede de «La Giustizia », venne fatto segno di due colpi di rivoltella, e
dovette rifugiarsi a Milano; più tardi i fascisti dichiararono: «Tutti torneranno,
fuor che lui! » (61). Infatti, non potè mai più ritornare.
Ma il peggio doveva ancora venire: traendo pretesto dal ferimento di un
fascista da parte di un socialista, avvenuto in una stazioncina della Reggio-Ciano,
il pomeriggio dell'8 aprile i fascisti incendiarono il giornale e la tipografia de
«La Giustizia », la sede della Camera del Lavoro, la libreria socialista, il club
socialista, con consueto seguito di violenze. (62)
Come protesta al « terrore fascista» tollerato, se non aiutato, dalle autorità di polizia, i socialisti reggiani proclamarono l'astensione delle elezioni politiche che si dovevano tenere il 15 maggio.
Al che la direzione del P.S.I. a Roma rispose dichiarando lo scioglimento
della Federazione Socialista Reggiana.
Allora, la Federazione Giovanile Socialista emanò un ordine del giorno in
cui si rileva
che anche il Movimento Giovanile subirà del provvedimento preso verso gli adulti,
in quanto esso ha vita .fattiva se sorretto dalle sezioni socialiste (ed esprime agli adulti stima
e fiducia) sebbene la reazione ancora infurii nella nostra provincia, colpendo compagni e
circoli interi, tanto che quasi totalmente le sezioni giovanili non funzionano più regolarmente, malgrado l'opera assidua e costante di sacrificio dei compagni tutti... (63)
Insomma, in pochi mesi, la grande e complessa organizzazione del P.S.I.
reggiano, motivo di giustificato orgoglio per chi l'aveva costruita in più di un
trentennio, crollò come un castello di carte.
Anche il consiglio comunale si dimise, forzatamente insieme al consiglio
(60)
-(61)
(62)
gioia! ».
(63)
La Giustizia, settimanale - 22 febbraio 1921
La Giustizia, settimanale - 4 novembre 1921 - Marmiroli, op. cito
Significativamente, il titolo di testa del Giornale di Reggio (giornale liberale) portava: «Fuochi di
La Giustizia, settimanale - 12 aprile 1921.
72
della provincia, dando via libera ai fascisti che, nelle elezioni, mancando la
concorrenza socialista, conquistarono la maggioranza. Assai faticosamente il
Partito Socialista reggianocercò di riconquistare le posizioni perdute, ma la ricostruzione fu « assai difficoltosa, anche per la freddezza, per non dire l'ostilità,
con la quale la Direzione tratta i socialisti reggiani» (64).
Si tentò anche di concludere una tregua fra i socialisti ed i fascisti, in
data 3 agosto, una illusione che durò solo pochi giorni, ma che pure servi a ridare
forza ai socialisti smarriti e dispersi.
Infatti la Federazione Giovanile, sotto il segretario Salvarani, cercava di
serrare i ranghi e riconfermava l'adesione alla Internazionale giovanile, «malgrado questa ci chiuda la porta in faccia, come fa anche l'Internazionale degli
adulti ». (65)
In seguito si discusse anche sulla possibilità di ricostruire la «Cassa del
soldo al soldato »,e si avanzò addirittura una proposta di pubblicare una rivista
intitolata «Quaderno del giovane socialista ». Il convegno dei segretari, dopo
aver nominato il comitato redazionale, decise di pubblicare un numero di saggio,
per sondare l'aaccoglienza del pubblico. Non se ne hanno altre notizie, quindi,
dati i tempi, si può facilmente comprendere come l'iniziativa non ebbe un seguito.
In questo periodo fu anche inviata ai circoli una richiesta d'offerta proRussia, in favore dei contadini russi colpiti dalla carestia; nonostante fosse una
iniziativa comunista, essi risposero con generosità.
A proposito dei giovani comunisti, causa l'ovvio silenzio de« La Giustizia », non abbiamo notizie dirette: però possiamo supporre che essi condividessero in pieno la sorte della Federazione Comunista, anch'essa duramente provata
dalle violenze fasciste del periodo delle elezioni; infatti, il 29 maggio, tutti i fiduciari della provincia furono convocati nella sede della cooperativa di Villa Cavazzoli, «allo scopo di rinsaldare la nostra organizzazione scossa dalla reazione
tuttora imperversante ». (66)
Tuttavia a Reggio, come in altre città italiane, e specialmente a Parma, ci
fu anche un tentativo di reazione al fascismo con le sue stesse armi; infatti, è del
luglio la costituzione di un corpo di « arditi del popolo », formato da comunisti,
socialisti, repubblicani e anarchici, suddiviso in centurie e squadre analoghe a
quelle fasciste, e decise ad usare gli stessi metodi.
Si dice che solo in città fossero 500, ma non è possibile saperne di più
in quanto furono avversati e guardati con sospetto dagli stessi socialisti ufficiali,
più che mai fedeli al metodo della «non violenza». (67)
Di qui nacque la tesi della passività prampoliniana, e della non sufficiente
resistenza al fascismo. In realtà essa non fu che una eroica coerenza ai propri
principi.
Egli non fu «vittima piuttosto che pe:ccare di violenza »: preferi essere
«vittima piuttosto che carnefice », che è bene un'altra cosa: alla violenza egli
contrapponeva violenza, e la giustificava, ma non se ne rendeva promotore; fu
(64) La Giustizia, settimanale - 15 luglio 1921.
(65) La Giustizia, settimanale - 7 agosto 1921.
(66) Degani, Il Partito Comunista. Saggi dall'Unità del luglio 1958 - Numero di saggio a cura della
Sezione Provinciale Federazione Comunista, 13 novembre 1921.
(67) La Giustizia, settimanale - 21 agosto 1921.
73
immune dalla tremenda responsabilità di &pingere la folla in piazza a farsi
massacrare.
La ricostituzione ufficiale del Partito Socialista reggiano ,avviene il 4 settembre; i reggiani parteciperanno al Congresso Nazionale del Partito, a Roma,
1'1-2 ottobre, dove, avvenuta la scissione fra riformisti e massimalisti, «La Giustizia» quotidiana fu assunta come organo del nuovo Partito Socialista Unitario,
avente a capo Giacomo Matteotti, e venne trasferita a Milano; mentre a Reggio
continuò ad uscire «La Giustizia» settimanale, sotto la direzione di Prampolini, fino al 5 dicembre 1925 (68).
Frattanto i giovani si avviavano al loro ultimo Congresso Provinciale:
nessuna novità nel suo contenuto ideologico, come appare da questo breve stralcio
che riportiamo:
Dopo la loro forzata separazione dai giovani comunisti, si sono realizzate le aspirazioni
ripetutamente espresse dalla gioventù socialista del reggiano, la quale, da sola e talvolta fra
gli scherni e gli insuccessi, sostenne sempre con fierezza e con tenacia la necessità che 1'organizzazione giovanile fosse non il contraltare, ma un'anticamera del Partito Socialista...
Il nuovo e ultimo c.c. venne cosl formato: Raineri Mario, segretario politico - Prandi Jaures, vicesegretario - Chiesi Michele, segretario amministrativo Giovanardi Eraldo, cassiere - Ferrari Angelo, incaricato « Cassa soldo al soldato»
e «Fanfara rossa» - Magnani per la propaganda anticlericale - Giovanardi era",
incaricato per la propaganda antimilitaristica e la Ballabeni per il movimento fem-;/'
minile. Nel finale era invocata l'assistenza da parte degli adulti « affinché la Fede-'':
razione Giovanile non sia più un Partito nel Partito» (69) richiesta che in questi anni si farà sempre più frequente. (69)
Malinconica rinuncia, sull'altare della sopravvivenza, ad un contenuto innovatore proprio; estremo arroccamento difensivo su posizioni rigidamente tradizionaliste, nobili sl, ma sterili, inadeguate ai tempi, che li condannava fatalmente all'immobilismo ed alla morte per lenta erosione.
Questa emorragia andava naturalmente a favore della gioventù comunista,
dotata di un programma chiarissimo e coerente.
Non è quindi più di alcun interesse riportare le loro dichiarazioni programmatiche, in quanto non vi può essere alcuna novità sostanziale; dobbiamo
tuttavia ammirare la tenacia con cui essi lottano per resistere alla quotidiana, violenta pressione fascista.
Appena agli inizi del 1922, in un convegno dei segretari, appariva che
il fascismo, nelle nostre campagne, ha paralizzato temporaneamente la nostra attività, ma non stroncata. Tutti i compagni sono rimasti fedeli al loro partito, e se non possono
riunirsi e dare segni di attività, è solo perché la reazione l'impedisce tuttora.
Infatti, ancora agli inizi del 1922, la nostra provincia era quella che aveva
prelevato il maggior numero di tessere, in totale 8125, distribuite in 135 sezioni,
superando Novara e Milano. Ben presto si dovette giungere all'espediente di indicare le tessere solo con un numero, per evitare riconoscimenti, ed anche in
città si fu costretti a sospendere le riunioni serali, per evitare agguati o rappresaglie.
(68) Marmiroli, op. cito
(69) La Giustizia, settimanale· 4 settembre 1921.
74
Il 1° maggio del '22 si celebrò per l'ultima volta, in un pubblico comizio,
la giornata dei lavoratori, e i giovani comunisti esposero la bandiera rossa nel
teatro. Poi la situazione precipitò definitivamente.
***
L'ultimo Comitato Direttivo della Federazione Giovanile Socialista Reggiana eletto democraticamente da un regolare Congresso Provinciale a seguito
dell'incalzare della reazione, sostanzialmente cessava la propria attività ufficiale
dopo alcuni mesi.
Se ne costituì un altro nella località Cavazzoli nella primavera del 1922
in forma clandestina di cui facevano parte:
Chiessi Bruno - Magnani Lodovico - Campioli Cesare - Sicardi Roberto T orelli Giuseppe - Cavazzoli di Rivalta - Martinelli di Bagnolo - Codeluppi di
Masone· e la Signorina Ballabeni di Pieve.
Ma anche questo Comitato di fronte alle crescenti difficoltà che si presentavano ebbe una breve durata, poiché fra l'altro si erano sviluppate profonde
divergenze in merito all'indirizzo del Partito ed all'azione da svolgere.
La corrente di sinistra capeggiata da Campioli e Torelli aveva conquistato
la maggioranza. Il numero degli iscritti, non facile da controllare in quel periodo,
non raggiungeva il migliaio.
Nel novembre dello stesso anno, i giovani socialisti, a cui era ormai impossibile potersi riunire in pace, diedero vita a una sezione della U.O.E.I. (Unione Operaia Escursionisti Italiani) con sede a Milano, fondata dall'Ing. Reina ed
era completamente apolitica; mentre a Reggio (sede via Mazzini) l'associazione
sportiva aveva uno scopo almeno politico quanto turistico. Venne poi, come
covo di antifascisti, abolita nel 1932. (70)
Nei primi giorni del febbraio del 1923 si effettuarono numerosi (71) arresti, e il prefetto ordinava la chiusura del club socialista.
Nel 1923 in giugno si riunirono a convegno a Ciano d'Enza i rappresentanti· di maggioranza di sinistra che costituirono la Federazione Giovanile Socialista Terza Internazionalista che si era schierata a fianco dei Comunisti.
Erano presenti: Giuseppe Torelli - Cesare Campioli - Ivano Curti - Ferrari
Aderito - Fantini c Tadini Mario ed altri. Vincenzi Sante presente rappresentava
la Gioventù Comunista.
Nella riunione veniva nominato un nuovo Comitato Provinciale di cui
facevano parte Torelli Giuseppe, Cesare Campioli, Ivano Curti, Fantini, Ferrari
Aderito e il compagno Tadini Mario. Segretario della Federazione: Cesare
Campioli.
Il Comitato Centrale di questo nuovo organismo giovanile era composto}
da Renato Carli Ballola - Pier Luigi Ingrassia - Boni Carlo - Ilio Bosi - Agostino .
Novella " Cesare Campiolied· una compagna.
.
Il . giornale «La Scintilla» era l'organo nazionale della Gioventù Socialista Terzina.
In quello stesso anno, mentre i giovani comunisti diffondevano alle ope(70) Anceschi R., Dieci anni di escursionismo: per il monte contro l'alcool, Reggio Emilia . Anonima
Poligrafica Emiliana, 1932.
(71) Degani, op. cito
75
raie del calzificio, davanti all'ingresso della fahbrica, il giornale « La compagna »,
interv'enivano con violenza i fascisti, mentre in aiuto dei giovani comunisti intervenivano le operaie. Frattanto si preparava la fusione della gioventù socialista con
quella comunista, che fu poi decisa in un convegno svolto si a San Ruffino nel
giugno del 1924.
La fusione ufficiale avvenne a Roma nell'ottobre del 1924.
Vennero delegati al Congresso Giuseppe Torelli e Cesare Campioli. Il Campioli fu Segretario della nuova Federazione Giovanile Comunista sino al giugno
1926. ConIa fllsione naturalmente cessava sostanzialmente ogni attività organizzativa della Gioventù Socialista aderente al Partito Comunista.
Di fatto anche l'attività della Federazione Giovanileçomunista in qu(;!l
periodo era stata quasi inesistente poiché i migliori esponenti avevano dovuto
lasciare la provincia in seguito a persecuzioni fasciste: fra questi Camillo Montanari - Petit Bon - Bonora - Magnani Aldo - lotti Settimio " Cant'arelli Renato. (72)
La pianta del socialismo investita dalla bufera della Sovversione fascista
non aveva retto, ma i semi caduti da quella pianta su di un terreno fecohdo;avrebbero dato i loro frutti con la vittoria della democrazia sul fascismo ..
BIBLIOGRAFIA
FONTI:
1) La Giustizia domenicale, con sottotitolo: «Edizione per il contado» fondata da G. Prampolini nel 1886 e da lui diretta personalmente fino al 5 dicembre 1925.
Numeri consultati: dal l° gennaio 1919 al 30 dicembre 1922.
2) La Giustizia, quotidiano con sottotitolo: «La difesa degli sfruttati» diretta da G. Zibordi fino al luglio 1922, quando il giornale divenne organo del Partito Socialista Unitario, di cui era segretario G. Matteotti, con sede a Milano.
Numeri consultati: dal l° gennaio 1919 al giugno 1922.
3) L'Avanguardia, periodico settimanale di Reggio Emilia dal 2 giugno 1904 al 24 giugno 1904.
Interamente consultato.
4) Le Giovani Guardie, organo settimanale della Federazione Giovanile Socialista di Reggio
Emilia dal 23 dicembre 1906 al 21 luglio 1907.
Interamente consultato.
5) Mondo operaio, rassegna mensile di politica, economia, cultura, direttore Pietro Nenni.
Numeri consultati: n. 4 aprile 1957 - n. 6 giugno 1957.
6) L'Unità quotidiano del Partito Comunista Italiano.
Numeri consultati: luglio-agosto 1958.
Saltuariamente sono pure stati consultati:
7) L'Era Nuova, periodico domenicale dell'Azione Cattolica Reggiana, sorto il 23-11-1919
e cessato il 2 agosto 1929.
8) Il Giornale di Reggio, quotidiano liberale sorto il 1914.
(72) Le notizie relative alla Federazione Giovanile Socialista dal 1922 al 1926, risultano da una testimo·
nianza diretta di Cesare Campioli.
76
LETTERATURA
l) GAETANO ARFE' - Storia del Socialismo Italiano - Torino - Einaudi, 1965.
2 ) GIOVANNI ZIBORDI - Storia del Partito Socialista Italiano attraverso i suoi Congressi - Reggio Emilia - Editrice «La Giustizia» S.A.
3) RENATO MARMIROLI - Camillo Prampolini - Firenze - Barbera, 1948.
4) PAOLO COLLIVA - Camillo Prampolini e i lavoratori reggiani - Roma - Opere Nuove '59.
5) RENATO MARMIROLI - G. Zibordi - Roma - Opere Nuove - 1959.
6) GIOVANNI ZIBORDI - Saggio sulla storia del Movimento operaio in Italia - Camillo
Prampolini e i lavoratori reggiani - Bari - Laterza, 1930.
7) GIOVANNI ZIBORDI - Il fascismo visto da repubblicani e socialisti - Reggio Emilia «La Giustizia» - 1922.
8) GIULIO TREVISANI - Piccola Enciclopedia del Socialismo e del comunismo. - Milano
Edizioni «Calendario del Popolo» - 1965.
9' FEDERICO CHABOD - Italia Contemporanea - Torino - Einaudi - 1961.
10) CAMILLO BERNERI - Mussolini: psicologia di un dittatore, a cura di Pier Carlo Ma·
sini - Milano - Edizioni Azione Comune.
Le premesse storiche della lotta di Liberazione
IL MOVIMENTO OPERAIO E CONTADINO NEL REGGIANO
(Continuazione)
Le ragioni soggettive che indussero i Principi alle riforme furono le seguenti. In tutta la penisola penetrarono nell'epoca dell'« Illuminismo» le idee
francesi ed inglesi. Le colsero la borghesia colta, i cadetti di una ,aristocrazia reazionaria, divenuti rivoluzionari da salotto perché nulla avevano da perdere e tutto
da guadagnare, i governi, nonostante fossero conservatori, per volgere a loro
profitto ciò che rifiutando li avrebbero distrutti.
Le « riforme» furono, infatti applicate dai Principi contro la nobiltà ed il
clero per espropriarli, «riforme» decise con decreti dall'alto di chi governava
e quindi condizionate dall'interesse Personale e soggette 'all'arbitrio e non su
istanza popolare.
"
4. - Il periodo napoleonico (1796-1814).
La borghesia reggiana accolse favorevolmente, come quella di tutte le
altre province occupate dai Francesi in Italia, Napoleone Bonaparte.
Nella conquista napoleonica trovava gli strumenti per abbattere più energicamente con il sostegno delle leggi e l'aiuto dell'autorità politica, la nobiltà e gli
istituti feudali, l'economia signorile, e, nello stesso tempo vedeva la possibilità e
le condizioni per consolidarsi come classe.
Le teorie liberistiche dei fisiocratici trovavano la loro applicazione.
L'affermazione marxiana che «il sistema fisiocratico è la prima concezione sistematica della produzione capitalistica» trovano la conferma nel fatto
che in questo periodo l'agricoltura viene esercitata capitalisticamente, cioé come
grande impresa del fittavolo capitalista; il coltivatore diretto del suolo è un operaio
salariato. Non avendo fatto una propria rivoluzione la borghesia italiana deve
accettare ciò che della Rivoluzione francese portano le baionette dell'esercito
di Napoleone.
Il Direttorio aveva i suoi piani ed un governo ben definito della Lombardia avrebbe ostacolato, a guerra finita, l'eventuale baratto della Lombardia
78
con i paesi Bassi austriaci, oppure l'annessione del Piemonte pagata con l'abbandono del milanese al l'e di Sardegna.
Le istruzioni che Napoleone riceveva dal Direttorio erano «mettre des
limites à l'enthousiasme des Lombards » e « de ne pas tropencourager leur désir
d'indépendàfice», mantenendoli «dans cles dispositions favorables» ..
Napoleone abbozza un governo èon una amministrazione centrale che aveva il compito ogni mese, di pagare una somma destinata all'armata francese.
Fu aperto inoltre un ufficio di reclutamento per la formazione di una Legione Lombarda che il 9 novembre ricevette una bandiera di tre colori. come
segno di repubblicanesimo nella quale il verde, considerato colore per eccellenza
italiana, sostituiva il bleu francese.
Nei confronti di una Repubblica Lombarda che esisteva più di nome
che di fatto l'Emilia, dotata di spirito politico più vivo, compì maggiori
progressi.
Reggio, sospinto anche da una tenace, antica animosità nei confronti
della capitale del ducato, la quale ultima, soltanto, avrebbe avuto qualcosa da
perdere ad essere « liberata », prese l'iniziativa la notte del 25 al 46 agosto, di
espellere con le armi la guarnigione modenese, piantare un. albero della libertà e
proclamare la sua indipendenza. Era il primo tentativo degli Italiani di liberarsi cç)n le loro proprie forze e senza aiuto esterno; cosicché Reggio ebbe gli
elogi di Bonapàrte e di tutti i repubblicani della· penisola ....
Bonaparte, tuttavia, lasciò le quattro piccole repubbliche sussistessero separate, per il momento, ma insistendo perché formassero una lega militare· per
la difesa comune. A questo scopo il 16 ottobre, ogni piccolo Stato inviò a Modena una delegazione di notabili e i congressisti, trasportati dall'entusiasmo,
votarono la formazione immediata di un'armata federale denominata Legine federale italiana di duemilacinquecento uomini, così come aveva indubbiamente
preveduto Napoleone.
La borghesia italiana sperava di poter ottenere i risultati della Rivoluzione francese, ma senza rivolgimenti interni.
Quest'ultimo cosa coincideva conciò che, soprattutto, voleva Napoleone
dagli Italiani.
.
E cominciò il gioco del pm dupe.
Il saluto che Napoleone rivolgeva e paur cause da Milano con la lettera
del· primo gennaio 1797 indirizzata al presidente del congresso Cispadano che si
teneva in Reggio, così era espresso:
Voi siete in una situazione più felice del popolo Francese: voi potete. arrivare alla
libertà senza la rivoluzione e i suoi delitti. Le calamità, che hanno desolata la Franda, prima
dello· stabilimento della sua Costituzione, .non si vedranno giammai in mezzo di voi. L'unità, che lega le diverse parti della Repubblica Cispadana, sarà il costante modello dell'unione, che· regnerà fra tutti i Cittadini, e il frutto dell'armonia de' vostri principi, e de'
vostri sentimenti, sostenuta dal coraggio, sarà la Libertà, la Prosperità.
Era ciò che voleva sentirsi dire la borghesia italiana. Quel concetto viene
riconfermato nell'atto di proclamazione della costituzione della Repùbblica CisaIpina dell'anno V della Repubblica Francese Cl 797).
Copia di promemoria di riventdi·cazioni popolari al'I'inizio .de'II'oocupazione
napooleonioa.
~tJP-
80
Il Direttorio Esecutivo della Repubblica Francese, non pago d'aver impiegata la
sua ipfluenza, e le vittorie delle Armate Repubblicane per assicurare l'esistenza politica della
Repubblica Cisalpina, spinge più lungi le sue sollecitudini, ed essendo convinto, che se la
libertà è il primo dei beni, una rivoluzione si trascina dietro il più terribile di tutti flagelli
dà al Popolo Cisalpino la propra Costituzione il risultato delle cognizioni della nazione più
illuminata.
Il fondamento sul quale si basa l'ordine borghese viene esplecitamente
assicurato nella «Dichiarazione de' diritti e de' doveri dell'Uomo e del Cittadina» premessa alla Costituzione.
Il numero VIII dei «Doveri », così si esprime:
Sul mantenimento delle proprietà riposa l'ordine sociale. Da esso viene assicurata
la coltura delle terre, ogni produzione, ogni mezzo di lavoro.
Il congresso apertosi in Reggio e che doveva continuare e perfezionare il
proficuo lavoro di Milano, con una sorprendente rapidità decise la fusione dei
quattro piccoli Stati in una repubblica Cispadana ed adotta la bandiera rosso,
bianco, e verde.
Ma proclamata la costitu2'lione il 27 marzo, non potrà essere applicata
perché lo Stato che dov'eva reggere, fu soppresso il. 6 aprile (1797).
La repubblica Cispadana aveva già raggiunto lo scopo che Napoleone si
era prefisso.
In un pamphlet antirepubblicano, il sarcastico referto di morte del Repubblica Cisalpina, era preceduto da questi versi:
Epitafio della Repubblica Cisalpina
Qui giace una Repubblica
Già detta Cisalpina
Di cui non fu la simile
Dal Messico alla Ghina.
I ladri la fondarono
I pazzi l'esa~tarono
I saggi l'esecrarono
I forti l'ammazzarono.
Di questo sol mirabile
Carogna non più udita
Che non puzzò cadavere
ed appestava in vita.
Molti anni dopo così Napoleone giudicherà
loro politica:
liberali moderati e la
Les libéreaux modérés, aussi bien bourgeois ·qu' .aristocrates, qui étatien en faveur des
réformes prechées par le philosophes du XVIII· siècle, acceptaient la révolution comme le seuI
moyen d'en finir avec d'anti:ques n'bus, mais à condition de la diriger, de l'adapter aux moeurs
du pays et de ne pas laisser dégénérer en un soulèvement soda!'
Finalement, les nobles et le pretres, tout-puissant sur le masses, furent de plus en
plus hostiles au nouveau régime, en raison des principes politiques et religieux sur lesque1s il
était basé et pardessus tout parce que, de leurs anciens privilèges, il ne leur laissait que celui
de supporter le fardeau principal des dépenses publiques.
81
La borghesia reggiana si consolidò come classe. Il carattere dominante
dell'economia agraria nel Reggiano durante il periodo napoleonico, è dato dal rapido. accentuarsi ed estendersi dell'« imborghesimento» della proprietà terriera,
nobiliare ed ecclesiastica, già iniziatosi nel periodo delle riforme. Si accentua, cioé,
il trapasso della proprietà terriera dai ceti tradizonal alla borghesia che si consolida sempre più come classe.
Agostino Frappani - l'agronomo bolognese nel suo Elogio del conte Filippo Re, rileva questi mutamenti di proprietari.
Il mutato ordine delle successioni e gli aboliti fidecommessi, la vendita de' beni nazionali e delle cosiddette mani morte, il rallentato corso della mercatura, l'emigrazione e tant'altre
consimili cause avevano fatto cangiar faccia a' rustici possedimenti; e mentre i più sbilanciati
proprietari mal reggendo al peso dell'esorbitanti gravese, ed al flagello delle nemiche concussioni,
vevan veduti i loro nomi cancellati daNe tavole censuarie, altri nuovi acquisitori erano subentrati in luogo di quelli.
L'estensione della superficie dei fondi rustici, non è cioé, mutata, come
osserva Renato Zangheri nel suo studio sulla distribuzione della proprietà fondiaria nella pianura bolognese, nel periodo 1739-1832, ma è la stessa azienda
signorile, che muta proprietario, ancora divisa nei poderi corrispondenti agli antichi mansi dell'età carolingia che costituiscono altrettante unità poderali determinate dalla capacità lavorativa di una famiglia e che risalgono all'assegnazione
di terre ai legionari romani che le conquistarono. La loro forma delimitata dalle
strade, conserva ancora quella del reticolo romano.
Il Sereni, confermando ciò che ha detto lo Zangheri relativamente alle
classi di ampiezza dei fondi rustici, rileva che, pertanto, è un mutamento di regime, un diverso modo di accesso ,ed un diverso scopo che viene perseguito nell'acquistare le terre liberate da privilegi feudali.
Il regime, il modo d'acquisto, lo scopo economico concorrono alla crescente subordinazione della proprietà terriera al capitale per cui la rendita divenga
profitto.
L'agronomo reggiano Filippo Re fu un esponente dell'ideologia delle classi
dominanti, al loro decadere. V'era però in lui un senso positivamente storicistico
poiché tendeva a risolvere concretamente, contro le astrazioni teoriche di origine illuministiche, i problemi del suo tempo, ma ciò entro una concezione negativamente conservatrice della vita economica e sociale.
.'
Rilevò i mutamenti che comportava il passaggio di proprietà dai nobili ed
ecclesiastici alla borghesia di recente formazione, ma questo riconoscimento non
comportò la sua partecipazione attiva ad una soluzione socialmente progressista
dei problemi che la mutata situazione storica poneva, chiuso com'era nell'ambito
della sua concezione economica signorile.
E per questo fu diffidente, restio o contrario anche nei confronti di quelle tecniche che avrebbero comportato un mutamento dei rapporti di produzione
tradizionale, guidato da un sicuro istinto di classe che gli faceva vedere nel salariato un pericolo contro la stabilità delle classi possidenti.
Dopo di avere approvato in una prima edizione dei suoi Elementi il sala-
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riato nella conduzione delle grandi aziende, nell'edizione successiva modificava
questa sua preferenza riprendendo una tesi già avanzata nel periodo delle «riforme» e scriveva:
«Nella precedente edizione de' miei Elementi diedi la preferenza all'opera dei giornalieri. Ne', qualora io consideri la cosa isolatamnte, avuto riguardo al mero vantaggio di
quei padroni, che come il Fellenberg, il Thaer e non pochi dei nostri fittaiuoli vivono alla
campagna e dirigono personalmente ogni menoma faccenda, sono punto per disdirmi. Ma osservando le cose in grande, e sotto tutti i punti di vista, confesso di non essere persuaso che il
lavorare le campagne col mezzo di giornalieri, sia per tornare a vantaggio dell' agricoltura insieme e della nazione. Infatti i giornalieri indifferenti a cambiar padroni da mane a sera,
non avendo ve+un affetto particolare a que' campi, del frutto di cui sanno di non dover
godere, lavorano molto meno di chi sa che in proporzione che più travaglia, più raccoglierà.
Contenti di ricavare la mercede pattuita, non si curano per nulla di acquistare cognizioni
per accrescere i prodotti. I giornalieri rimangono più poveri e perciò minori sono i matrimoni
a danno della popolazione. Che se si ammogliano formano altrettante famiglie di miserabili,
che sono a carico dello Stato, ovvero sacrificando ad un'illecita Venere popolano le campagne di infelici, che spesse volte sono dalla miseria ridotti al patibolo. Al contrario succede
al mezzaiuolo ».
Il progresso economico e politico successivo, dimostrò effettivamente che
egli aveva ragione dal suo punto di vista di difensore della conservazione del previlegio sociale. Il pericolo cresceva, veramente, dal formarsi di un ceto estraneo
e svincolato dagl'interessi dell'azienda agricola, quello del salariato, il nuovo personaggio che nasceva alla storia.
La borghesia reggiana, vivace ed intraprendente urterà, essa pure, contro
gli interessi della borghesia francese della quale era rappresentante ,e nello stesso
tempo strumento Napoleone, ma le sueremore maggiori derivavano indubbiamente dalla resistenza a voler risolvere alla radice quei problemi sociali che il
nuovo rapporto capitalistico tra città e campagna fra borghesia e proletariato
nascente avevano generato.
Il nuovo indirizzo economico richiedeva nuove tecniche di sfruttamento
agricolo che sostituissero o attenuassero, almeno, i metodi di spogliazione e di
rapina degli anni precedenti.
Durante la costituzione del Regno Italico l'agricoltura come scienza, viene proclamata «primo fondamento della ricchezza dello Stato ».
Scienziati ed accademici studiano nuovi metodi di coltivazione e viene istituita una società d'Agricoltura.
Il Frappani nel citato Elogio caratterizzava la situazione della scienza
dell'agricoltura nei tempi in cui il Re pubblicava le sue opere, cosi scrivendo:
«V'erano due classi di coltivatori di fondi rustici, che abbisognavano di ammaestramento: da una parte i possessori originali di antica data, i quali sconfitti nell'economia pei
recenti disastri avevan d'uopo di consiglio e di direzione per attendere più di proposito alla
cultura degli aviti poderi, a fine di ristorarsi delle sofferte iatture: dall'altra i comprator
novelli venuti per lo maggior numero dall'inferior curia, dall'armi, da' banchi e sino dalle
officine dell'arti, erano affatto digiuni d'agrarie cognizioni ».
Le riforme economiche, i nuovi istituti giuridici, il riassetto politico e sociale operarono in favore della borghesia escludendo le classi sutbalterne.
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Frontespizio de,gli atti del Congresso Idi Re9gio Emi,lia ne~1 1797.
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84
La rivoluzione reggiana del 26 agosto 1796 consolida, come classe, quella
borghesia che nel precedente periodo era sorta con la trasformazione capitalistica
dell'economia signorile, ormai libera, anche delle remare che i governi assolutistici
per la loro conservazione, frapponevano alla energica spregiudicatezza dei neocapitalisti che acuivano, per tal modo, i risentimenti sociali del ceto contadino.
Le affittanze, i livelli che costituivano gli strumenti di questa economia
di rapina rimangono intatti. Come si è visto, il losco affare delle Opere Pie si
protrae per 122 anni, attraverso il mutarsi di situazioni politiche. Il capitale ha
le sue leggi ,economiche.
I nuovi ricchi rappresentano la corrente moderata la quale difende interessi personali, che assieme ad uomini sinceramente liberali, i giacobini, prendono il potere politico. Ma la miseria delle plebi contadine non muta se non in
peggio perché si aggiungono i danni di un esercito invasore che saccheggia e rapina.
La liberalizzazione dei commerci instaurata dai Francesi in un tempo
in cui le requisizioni forzate ed i cattivi raccolt avevano già fatto aumentare il
costo della vita, producono un nuovo rincaro del costo dei viveri. Quanto alla
libertà di pensiero, di parola, di associazione, più formali che reali, non toccarono
alle plebi, cosi come esse non beneficiarono del diritto di voto, perché le votazioni venivano fatte su basi censuarie che escludevano i nullatenenti.
La plebe reggiana (così come quelle delle altre province occupate da Na·
poleone) fece un'accoglienza ben diversa, dalla borghesia cioé ostile, all'invasione
degli eserciti francesi, e nello stesso tempo posizione contro la borghesia.
Per plebe deve intendersi la plebe contadina, poiché le poche industrie,
ancora dipendenti dall'agricoltura di cui lavorano i prodotti, erano appena uscite
dalla fase artigianale, e la plebe cittadina era ancora lontana dal suo inserimento
nella classe proletaria.
L'ostilità delle plebi si manifestò con ribellioni non solo contro le truppe
francesi occupanti, ma anche contro gli uomini di governo che rappresentavano
la borghesia italiana e che dall'occupazione avevano tratti i vantaggi.
Sono moti che avevano le loro premesse nella situazione economica del
tempo e nascevano dalla necessità di soddisfare i più elementari bisogni della vita,
ma per la loro immaturità politica, queste plebi in tumulto, divenivano spesso facile strumento di elementi retrivi e reazionari della nobiltà e del clero contro i
nuovi governanti ed uomini politici.
Una prima protesta contro i livelli era già scoppiata contemporaneamente
a disordini avvenuti in città nell'aprile-giugno 1792. I mezzadri delle ville Cella,
S. Bartolomeo, Marmirolo, S. Prospero avevano fatto presente al Duca di Modena
di essere stati escomiati e non era stato loro possibile trovare altre collocazioni.
A Villa Cella fin dal tempo della indizione dei comizi per l'approvazione
della costituzione repubblicana, si cominciò a parlare dell'aholizione dei livelli e
degli affitti e pertanto fu respinta la proposta della costituzione perché la sua accettazione veniva condizionata alla abolizione dei livelli e dei fitti. L'agitazione
contro i livellari culminò il 31 maggio 1796 quando nel teatro di Reggio si gridò:
«A morte i tiranni ».
L'arresto del colpevole fece sollevare oltre 300 persone che ne chiesero la
liberazione. Un certo Vincenzo Carpi, mugnaio benestante, dettò una lettera al-
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l'oste, Gavarini, nella quale i contadini di Cavriago ringraziavano i cittadini di
Reggio per avere in quella stessa mattina discusso dei livelli e degli affitti e li
invitavano« a dar mano per distruggere i livelli medesimi e gli affitti ».
Ma la situazione generale era divenuta ormai esplosiva. Il 17 giugno scOPO,
pia un altro tumulto che il clero tenta inutilmente di moderare, poiché un mezzadro del Vescovo aveva interloquito in chiesa contro il parroco che invitava
alla calma e alla moderazione, dicendo che «quando non aveva altro da contare,
poteva tacere e disse questo perché non erano discorsi da chiesta ed andò via ».
Il 29 giugno 1797 la Municipalità a cui era noto lo stato delle cose, rivolse un appello ai popoli delle città e delle campagne, ma passò la suppliche
ricevute alla polizia. Il 30 giugno scoppiò il moto.
La Municipalità chiese aiuto di soldati al generale D'Allemagna, perché
i soldati polacchi giunti nella mattinata, sarebbero ripartiti ed al loro comandante era stata data l'assicurazione che un corriere sarebbe stato spedito a Napoleone
per riferire sui fatti.
Il capitano Antonio Besenzi riceve l'ordine di riunire la propria compagnia,
ma pochissimi sono i militi che si presentano. La ragione la diranno negli interrogatòri successivi durante l'istruttoria del processo «intentato per il moto », le
guardie civiche che confesseranno che avrebbero fatto causa comune con i contadini se si fossero presentati armati alle porte della città in vista di essere sicuri
perché due terzi almeno della popolazione era del partito dei rustici. Correva pure la voce che 1.600 razioni di pane fossero già state preparate in città per coloro
che dovevano insorgere.
Il Comitato provvisorio di Modena-Reggio pubblica un proclama il 12
settembre 1795 ai popoli della campagna di Reggio in cui vengono ricordate le
benemerenze del goverpo verso gli agricoltori come l'abolizione del boccatico del
sale e la diminuzione del dazio sul macinato con il decreto del 13 Annebbiatore
del 5° anno della repubblica, ma nel contempo minaccia di ricorrere alla forza qualora i contadini insistano nell'idea di «un falso bene ».
Frattanto dalla città si manda il cittadino Alessandro Lanzi assieme ad
alcuni francesi della guardia del Tournon e fra essi il Faure ad esplorare i luoghi
della sommessa.
A villa Cella si incontravano con undici usseri francesi i quali tornavano
dall'aver scortato un treno a Milano.
In quel luogo circa centoquaranta contadini con un tamburo raccoglievano gente alle case. Le forze militari le disperdono, ma i capi rimangono sul posto.
Interrogati sul perché dell'assembramento, rispondono che non volevano
più affittuari né livellari. Alla domanda chi fossero i capi, risposero: « Siamo noi ».
Sette vengono arrestati.- Il capo effettivo, il Ferraroni, viene legato. Gliarrestati posti in mezzo alla cavalleria, sono condotti a Reggio. Nel pomeriggio la
guardia civica ne preleva quattro a Coviolo ed alle sette di sera vengono rinforzate le guardie alle porte della città e quelle di piazza con polacchi.
Il giorno stesso del moto l'autorità del governo richiedeva alla polizia di
procedere ad arresti e che gli arrestati fossero deferiti all'autorità giudiziaria per
l'immediata instaurazione e celebrazione del processo.
Diamo i nomi dei primi sette arrestati, perché siano ricordati nella storia
..
LOS
8-6
delle lotte che il proletariato ha combattuto per la propria emancipazione: Antonio
Pattacini, Pietro Ferrari, Giuseppe Battista Tarasconi, Antonio Morelli, tutti di
Cavriago, Prospero Ghedini, Prospero Marchi della Cella.
A questi arresti altri ne seguirono.
Dopo un processo dal quale non risultò un'esatta valutazione dei fatti, il
ministro della Giustizia della repubblica Cisalpina, Lusi, con molta prudenza,
concedeva la libertà agli arrestati.
Filippo Re in una sua lettera inviata a Caterina Busetti - Re affermava
di essere rattristato dal tumulto ~~ che gli aristocratici hanno eccitato a mezzo dei
villani ».
Il cronista Luigi Viani, dopo avere numerato le ragioni che secondo lui
determinarono i vari ceti e strati sociali a mutare l'ordine politico, riferendosi
alla plebe così conclude:
«Le plebi ed i villici ignari dei principii repubblicani e stando ai vocaboli libertà
uguaglianza, credevano che tutto fosse permesso e che rinnovare si dovesse la legge agraria ».
Il Bassi nella sua opera citata, definì quel moto «comunista e reazionario» e concludeva:
«Così ebbe fine in un sol giorno quel gran fatto, risoltosi, come altra volta, in una
solenne paura. Ma il mov,imento fu caratteristico perché fu un abortito tentativo communista
e reazionario lnSleme tanto che vi si trovò immischiato qualche sacerdote, e, iniziato il processo (che, al solito, andò in lungo moltissimo) ,i giudici stessi parlavano di rustici controrivoluzionari ».
Ancora una volta è ]ACQUES BONHONME dal ventre vuoto che insorge contro il ventre pieno nella continua lotta del povero contro il ricco. Se i moti
plebei di questo. tempo non approdarono praticamente a nulla, furono però i
precorrimenti delle future lotte di classe tra borghesia e proletariato.
La mancata partecipazione delle forze popolari escluse dal nuovo assetto
economico, rivelò come fossero utopistiche le idee della borghesia che si fondava
come classe sul solo potere politico concesso da Napoleone.
5. - Sviluppo dell'economia borghese nel Reggiano (1815-1859).
La fine dell'occupazione napoleonica, non arrestò il processo di «imborghesimento » della proprietà terriera ma proseguì nel periodo della Restaurazione.
L'atteggiamento degli Italiani nei confronti della politica ed il loro modo
di concepire la vita, rimasero immutati, anche dopo la restaurazione degli antichi governi.
Lo scrive Stendhal in una lettera del 1825 inviata da Napoli al signor
Strich a Londra, ave per spiegare l'esclusivo interesse degli Italiani per la musica. la pittura, l'architettura. scrive. fra l'altro:
... les peuples d'Italie, si différents de caractère et qui ne sont liés entre eux que
par la malheureuse circostance d'etre opprimés par la meme absurde tyrannie. Cette tyrannie
est peu sanguinaire, mais est extremement minutieuse... Ainsi, par une circonstance originale
et particuHère à la malheureuse Italie, il est dangereux de mal parler meme du gouvernement
qui est le plus grand ennemi de celui qui, maintenant, parait le mieuxetabli... Depuis que
la tyrannie à l'imitation de Philippe II, a fait irruption en Italie, cest·à-dire depuis la premièr6
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PRESSO LA STAMPERIA KUBIU E COMP~
Frontespizio de,Ila Costituzione della Repubbnca Cisalpina (Desenzano s.d.).
F
88
moitié du XVI siècle, ce qu'il y a de plus dangereux pour un Italien, c'est de parler. Voilà
le grand trait moral de ce peuple. Voici un de leurs proverbes les plus familieres: Un bel tacer
non fu mai scritto, ajoutez: par un espion.
Les Italiens ont compris, dès l'année 1550, ce que !'immortel La Fontaine eut la
hardiesse d'imprimer sous le règne de Louis XIV ... «Notre ennemi, c'est notre maitre.» Il y
a deux cent cinquante ans que l'etre le plus profondément hai à Turin, a Bologne à Modène, à
Florence, c'est le souverain.
Anche dopo la Restaurazione dell'antico governo estense le forze economiche ,nella misura in cui si svincolavano dagli impacci feudali, continuavano a
svilupparsi, nel Reggiano, in un ambiente naturalmente favorevole per la singolare fecondità della terra.
La borghesia non solo continuò a consolidarsi come classe, ma si avviava
a diventare la classe dominante.
Una soluzione ancor più orientata verso forme capitalistiche, veniva suggerita dal consultore Carlo Roncaglia nella sua Statistica generale degli Stati
Estensi, pubblicata negli anni 1849-1850 il Roncaglia, infatti, si dichiarava contrario allo spezzettamento dei grandi possedimenti in piccoli poderi perché richiedono troppi estesi mezzi da parte del proprietario, mentr,e «i proletari che vi si
introdussero come mezzadri, mancherebbero indispensabilmente dei convenienti
capitali, che assai graverebbero al possidente il somministrarli ». Era favorevole,
pertanto, ,al sistema della coltivazione in grande basato sull'« associazione delle
forze e nella diminuzione delle spese vive così come viene praticato nelle
manifatture ».
Che cosa intendeva dire il Roncalli con le parole « associazione delle forze »? L'associazione delle « forze derivanti dalla libertà del commercio che riempie
di denaro il paese, origine della prosperità, sempre, ed indispensabilmente legata
con quella dell'agricoltura, perché la sorte di tutti gli ordini della società è legata a quella dei proprietari dei terreni ».
Anche quei nobili che hanno seguito il processo storico nel suo evolversi
e che durante il periodo delle «riforme» furono la parte «illuminata », sentendo avvicinarsi il momento decisivo del processo del dissolvimento della classe
dominante - può dirsi anticipando e parafrasando una nota tesi - passarono alh
classe che allora aveva nelle mani l'avvenire: la borghesia.
A Reggio è da un nobile che nel 1858 viene la condanna della nobiltà, il
conte Sormano Moretti, mentre indica la via che avrebbe percorso la borghesia
agraria capitalistica del Reggiano.
In uno opuscolo sull'industria agricola manufatturiera e commerciale del
ducato di Modena, dopo di aver ricordato che gli avi modenesi e reggiani avevano
visto fiorire i loro territori con lo splendore delle altre città e repubbliche italiane,
così scrive:
«Ma allora concorrevano prima i nobili con le loro ricchezze, e non ancora era venuta loro di Spagna e di Francia la tema di avvilirsi esercitando la mercatura, e l'aura corrompitrice di corte non li aveva ancora resi inetti, né ridotta aa loro vita e i loro pensieri
alla futile e vile ambizione d'essere il favorito fra i servi e i cortigiani, là dove erano tutti
insieme i primi fra gli uguali ».
-
'"'
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Dopo di aver inalzato un inno al commercio, lamentando lo stato didecadenza economica e industriale in cui era caduto tutto lo Stato Estense nonostante
le sue possibilità, cos1 il Sormani si esprimeva:
«Il terreno feracissimo, ricco in molti punti di mmiere combustibili e di preziosissimi minerali e cave di marmi, non coltivato né usufruito a dovere, abbisogna ave d'industria,
di solerzia, di studio, ave di capitali. Le materie prime lasciate esportare senza tentare di tramutarle in opifici manifatturieri, i quali, e per il poco costo dell'area dei fabbricati, e per
l'opportunità dei siti forniti di forze d'acqua e motrici, e di combustibili e per la tenue mercede degli operai, non dovrebbero essere troppo dispendiosi, fanno segno di nessuna industria nei terrieri, d'ignoranza, d'infingardagine, nonché di deficienza dei capitali. Trascurato
il sistema stradale, non meno di quello per la distribuzione delle acque: abbandonato il commercio nelle mani di israeliti o di estranei avventurieri e spregiato come un vile mestiere, è da
molti di costoro per natural forza delle cose, diretto in concambio a dissanguar con le usure
chi gli restituisca disprezzi ed insulti. E così che da qualche anno migliorò d'assai lo stato
nostro economico. L'essersi fatte più vive e frequenti relazioni coi vicini, l'aver riformato,
resa più uniforme e meno disadatta ai tempi la legislazione, ed un più esteso sistema di relazioni doganali, mossero alcuni dei possidenti a lnigliorare le terre, li animarono ad aumentare la produzione di generi ricercati all'estero, i quali portando adesso un aumento di rendita, sempre più li incoraggiscono e rendono loro possibili ulteriori agricole migliorie. Le manifatture e il commercio un po' meglio apprezzati, accennano a non restar più attribuzioni
di caste, ma aprirsi alla concorrenza di tutti; a quella concorrenza che è la causa precipua del
loro crescere e fiorire.' Tutto ciò non è però che un primo impulso ».
Il Sormani Moretti dall'analisi della condizione economica dello Stato
Estense, giungeva alla conclusione della necessità di fondare una. banca.
L'usura largamente diffusa, denunciava ancora uno stadio del capitale precedente il modo di produzione capitalistico. L'usura rovinava sia il ricco proprietario terriero che i piccoli produttori, favorendo il formarsi e concretarsi di forti
capitali monetari nelle mani di pochi.
La banca avrebbe subordinato il capitale produttivo di interesse'" al çapitale commerciale e industriale, sottraendo ai possessori monopolistici il capitale
monetario e l'avrebbe gettato sul mercato in favore di più larghi strati della' bor~
ghesia capitalistica, terriera, commerciale e industriale.
Dopo l'annessione definitiva di Reggio al regno di Sardegna, poi regno
d'Italia, (14 giugno 1859) la borghesia si trova nella condizione di diventare
classe dominante.
La statistica generale della provincia di Reggio, viene pubblicata nel 1780
dal prefetto Giacinto Scelsi.
La popolazione della provincia di Reggio risultava secondo questa statistica di 230.054 abitanti dei quali 83.669, cioé più di un terzo, dediti alla agricoltura (35,90/0); 27.901 dediti all'industria (11,9 per cento); i commercianti
6.151 (2,7%). La categoria dei possidenti ne comprende 5;048 con una media di 2,2 per cento.
Questa cifra indicherebbe una forte concentrazione di capitali agricoli, ma
tale risulta dal metodo di ritevazione, poiché i proprietari appartenenti ad altre
categorie sono censiti sotto queste, perciò la proprietà fondiaria in base alle Ditte
censuarie ,ed ai contribuenti appare, secondo lo Scelsi «piuttosto" frazionata» ma
non soverchiamente se non nella parte montuosa.
Per la rendita fondiaria nei suoi rapporti con l'estensione territoriale.
90
Reggio occupa il primo posto; seguono a molta distanza: Modena, Forli, Bologna,
Piacenza, Firenze e alla Capitanata.
Le industrie manifatturiere sono invece poco sviluppate. Il numero dei
principali opifici è di 621 ai quali lavorano 3.047 operai.
A. Balletti e G. Gatti nella loro monografia sulle condizioni dell'economia
agraria della provincia di Reggio, pubblicata nel 1888 in occasione dell'inchiesta
agraria Jacini, affermavano ancora che l'agricoltura è la fonte prima del benessere
della provincia di Reggio.
La popolazione addetta all'agricoltura viene indicata in via presuntiva
composta dai 110.000 ai 120.000 abitanti su una popolazione residente formata,
cioé, dai presenti con dimora abituale ed assenti di 253.486 abitanti.
Il contratto predominante è la mezzadria che pertanto rappresenta il ca.
rattere della cultura agraria reggiana.
L'affittanza è fatta in due modi: o locazione del fondo del colono che lo
coltiva, oppure a terzi che a loro volta lo danno a mezzadria o a boaria cioé lo
coltivano in . economia per conto e spese dell'affittuario o del proprietario. Questa forma di patto è in numero minimo.
La terzeria è la forma meno frequente. L'ultima forma di contratto agricolo è il salariato che comprende il servo di campagna o servitore ed il bracciante (opera).
Secondo il censimento del 1871 i servi di campagna erano nell'intera provincia 1.393; i braccianti (opere) 17.128 nel reggiano, cioé più di un quarto della
popolazione agricola e nel guastallese 7.839. Secondo la statistica del 1.881 sarebbero nel reggiano 12.218 e 9.628 nel guastallese.
La loro· distribuzione risulta pertanto poco numerosa nel monte e in progressione crescente dalla pianura al Po.
n numero dei braccianti è eccedente per una provincia nella quale la mezzadria provvede a tutto il lavoro accorrente, onde l'emigrazione dalla montagna,
nell'inverno, verso le Maremme e la Sardegna e nella primavera verso la Lombardia; dalla pianura verso le province lombarde.
La tendenza della popolazione bracciantile è quella dell'accrescimento numerico. Cosl Balletti e Gatti attribuiscono il fatto alle condizioni dell'agricoltura
poco propizia in quegli anni, per cui si verificava una forte tendenza a trasformare in affitto la mezzadria «per non andare incontro al pericolo di rimanere
in credito verso i mezzadri senza avere modo di rifazione ».
Il rapporto del contadino con l'industria si esaurisce con il lavoro di uno
o più membri della famiglia con le fabbriche di spazzole di erica (bozzimarole),
di mattonelle, fornaci per laterizi, ma il numero di questi contadini è minimo e
pertanto non incide che minimamente sulle condizioni economiche del ceto
contadino.
Lo stato sanitario generale veniva dichiarato soddisfacente, ma la mortalità dei bambini era grande; predominavano fra i contadini le malattie acute e
non ignota è la pellagra perché nel quinquennio 1.875-79 vengono riscontrati
3.167 pellagrosi.
Nell'ultimo trentennio del secolo XIX continua nel Reggiano la diminuzione dei mezzadri,. sostituiti dalle conduzioni in economia e anche in terzeria per-
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ché lo sviluppo industriale accellera il passaggio dalla mezzadria all'affitto
capitalistico.
Dopo il 1870 la provincia reggiana assume quel carattere che in seguito
andrà sempre più sviluppando: terreno di lotta tra una borghesia agraria ed il
bracciante agricolo che costringe con le sue richieste progressive di miglioramento-economico, questa borghesia, a cercare con passo sempre più rapido e vigoroso
una via d'uscita nel processo economico oggettivo.
Fino alla prima guerra mondiale, i coloni condussero, tuttavia, una vita di
poco superiore a quella dei salariati.
.
Il legame economico che legava il ceto medio contadino al bracciante, era
la cooperazione e fu questo legame che determinò la frattura fra il ceto medio
agricolo e la classe agricola padronale che perdeva in tal modo il suo naturale
alleato.
I mezzadri, gli affittuari, i piccoli proprietari coltivatori diretti, subivano,
inoltre, in larga misura, l'influenza della pressone politica delle masse bracciantili
in movimento, Ii seguivano nelle loro lotte e li appoggiavano perché solo in tale
modo potevano salvare la loro esistenza di ceto medio.
L',economia di guerra acconsentì grossi guadagni non solo ai proprietari
rurali, ma anche ai coloni.
I coloni vogliono comprare la terra, ma i proprietari hanno poco desiderio di venderla, perché nonostante i guadagni dei coloni, ad essi rimane un
largo margine.
La une della guerra segna l'inizio delle agitazioni sociali ed economiche
del ceto medio contadino_
I proprietari rurali ora vorrebbero alienare la proprietà, ma fra i proprietari rurali disposti a vendere ed il contadino che vuole comperare, si frappone la lega.
La politica del dopoguerra della Federazione Italiana dei Lavoratori della
Terra, segue, infatti, la tattica di evitare che i coloni comperino la terra per contenere le tendenze piccoli borghesi dei coloni nel quadro del movimento proletario, mentre .dall'alto della Confederazione Generale del Lavoro nel 1921, si
promette una livellatrice «socializzazione della terra ». L'errore di queste due
tattiche dipendeva dal fatto che mancavano le condizioni obiettive per poter
essere attuate.
La prima, infatti, presuppone l'esistenza di uno Stato proletario; la seconda, avrebbe ridotto il ceto medio contadino alle condizioni di proletariato in
uno Stato di economia borghese.
Nel Reggiano la tendenza particolaristica del socialismo riformista, ammetteva la possibilità di giungere entro lo Stato borghe.se ad economia capitalistica, ad una economia socialista che escludesse la piccola proprietà privata mediante una graduale trasformazione economica basata sulla cooperazione ..
Il Reggiano fu infatti la culla del cooperativismo, ma questa proposta di
soluzione non teneva conto dell'intera classe lavoratrice ed in particolar modo
dell'azione rivoluzionaria del proletariato.
Il risultato fu, come si è detto, la frattura fra il ceto medio contadino ed
92
il bracciante socialista organizzato di tendenza collettivistica. Attraverso questa
frattura passerà il fascismo agrario che distruggerà le cooperative e disperderà
le leghe.
Gli industriali lombardi impiegheranno i loro profitti nell'acquisto di fondi rustici èhe riuniranno in grandi «tenute »; ed i capi fascisti nell'acquisto dei
terreni spenderanno il mal tolto al popolo Italiano. Il proletariato agricolo pagherà le spese, finché la politica economica del fascismo in favore degli agrari
ed una giusta politica del partito dei lavoratori non allineerà di nuovo il ceto
medio contadino al bracciante agricolo nella lotta contro la classe agraria.
ANNOTAZIONI BIBLIOGRAFICHE
1. - La caduta del fascismo determinò in Italia il passaggio dalla storiografia eticopolitica a quella economico-sociale. I risultati di questo passaggio sono analizzati da Rosario
Villari nel suo saggio Il Riformismo e l'evoluzione delle campagne italiane, pubblicato in
«Studi Storici» A. V. n. 4. Il saggio è condotto sulla nuova impostazione relativa ai «problemi dell'evoluzione capitalistica della società italiana nel Settecento e la considerazione di
questi problemi come essenziali alla conoscenza del processo di formazione dello Stato unitario ».
L'avviamento allo studio di questi problemi, osserva il Villari, fu dato da Emilio
Sereni con l'opera Il capitalismo nelle campagne, Torino. Einaudi. 1948 Chi mutò «il quadro
tradizionale di cospirazioni e manovre politiche e diplomatiche» fu Greenfield con l'opera
Economia e liberalismonel Risorgimento introdotto in Italia nel 1940 da Gino Luzzatto con
scarso successo, ma riedita da Laterza nel 1964. L'opera del Tarlé era conosciuta in Italia,
prima della caduta del fascismo, nell'unico volume uscito nel 1938 presso Corticelli Napoleone;
tradotto in Francia neL 1931, fu volto in italiano ed edito soltanto nel 1950 il volume La vita
economica dell'Italia nell'età napoleonica' pubblicato a Torino da Einaudi. Ma la storiografia
di orientamento marxista riceveva definitiva consacrazione con la pubblicazione dei quaderni
del ca~cere di Antonio Gramsci.
Per la storia generale di questo periodo Giorgio Candeloro, Storia dell'Italia moderna.
Milano. Feltrinelli. 1956. VoI. I, pago 389.
Sull'economia in generale nel periodo delle riforme e periodo napoleonico nella valle
padana: Emiliò Sereni. La questione agraria nella Rinascita Nazionale Italiana. Roma. Einaudi.
1945. Luigi Preti. Le lotte agrarie nella Valle Padana. Torino. Einaudi. 1955. Emilio Sereni
Vecchio e nZiovanelle campagne italiane. Roma Editori Riuniti. 1956. Aspetti Economici
dell'Emilia in «Pòlitica ed Economia ». Milano. Parenti. A III n. 8-9 agosto-settembre 1959.
L'analisi patte dal 1900. Emilio Sereni. Capitale monopolistico, sviluppo tecnico e differenziazione sociale nelle campagne. In «Politica ed Economia» citata, l'analisi si riferisce a questi
ultimi anni. Achille A~digò. Le trasformazioni interne nelle campagne settentrionali e l'esodo
sociale in «Aspetti e problemi sociali dello sviluppo economico in Italia ». Atti del Quarto
Congresso mondiale di sociologia .. Bari. Laterza. 1959. L'analisi è relativa all'anno della pubblicazione sullo sviluppo economico della valle padana è particolarmente del Reggiano ». Emilio Sereni. Storia del paesaggio agrario italiano. Bari. Laterza. 1961.
Per un'analisi specif.ica del:prQblema agrario sotto l'aspetto' marxista: David Mitrany.
Il marxismo ei contadini con una amplissima bibliografia sull'argomento. Firenze. La Nuova
Italia. 1954; L.I. Lyubosic. Questioni della teoria marxista-leninista delle crisi agrarie. Torino.
Einaudi. 1955. Sull'evoluzione in senso capitalistico dell'azienda signorile: Eugenij V. Taralé.
Napoleone • .Milano. Corticelli. 1938. Emilio Sereni. Il capitalismo nelle campagne. Torino. Ei·
93
naudi. 1947. Eugenij V. Tarle. La vita economica dell'Italia nell'età napoleonica. Torino. Ei·
naudi. 1950.
Angus Heriot. Les français en Italie. 1796-1799. Paris. Gallimard. 1961 con bibliografia. La lettera di Stendhal a pago 19. Sull'assolutismo illuminato: Luigi Bulferetti.L'assolutiamo illuminato in Italia (170-1789). Milano. Istituto per gli studi di politica internazio·
naIe. 1944.; G. Giarrizzo. Cultura illuministica e mondo settecentesèo, in «Itinerari ». 1956;
Mario Fubini. Illuminismo italiano e illuminismo europeo in «La Cultura illuministica in
Italia» a cura di Mario Fubin. Torino. 1957. Per il Reggiano: fondamentale lo studio di Odoardo Rombaldi. Gli Estensi al g,overno di Reggio. Dal 1523 al 1859. Reggio Em. Age, 1959.
Per il periodo delle «Riforme» nel Reggiano Odoardo Rombaldi. Contributo alla
conoscenza della Storia economic'a dei Ducati Estensi dal 1771 all'età Napoleonica pubblicato in «Atti del convegno studi ~ul Risorgimento a Reggio» 29 dicembre 1961. Parma. 1964.
Su Filippo Re, lo studio migliore è di Emilio Sereni. Pensiero agronomico ,e forze
produttive agricole in Emilia nJll'età del Risorgimento: Filippo Re in «Atti del convegno
di studi sul Risorgimento a Boldgna o nell'Emilia. Estratto dalla rivista Bollettino del museo
del Risorgimento ». Bologna anno V (1960) Parte II.
A Filippo Re è stato dedicato un convegno di studio da parte della sezione di Reggio della Deputazione di Storia Patria per le antiche province modenesi i cui atti furono
pubblicati in «Atti e memorie del convegno di studio in onore di Filippo Re» Reggio E. a
cura del Comune, della Provincia e della Società agraria di Reggio Emilia 1964. Fra gli
studi dedicati a Filippo Re è da rilevare quello di Odoardo Rombaldl Della mezzadria nel
Reggiano a proposito del saggio sopra la storia dell' agricoltura di F. Re che indaga la disciplina del patto mezzadrile risultante dagli Statuti del Comune di Reggio E. dalla prima formulazione ai successivi sviluppi ed accenna, inoltre, alle norme contenute negli Statuti di
alcune comunità del Ducato reggiano.
Romano Bonetti. Filippo Re e gli sviluppi del pensiero agronomico. «Il Risorgimel).to a Reggio E. in «Atti del Convegno. 1961 già citati con bibliografia sul Re.
Sulla tesi gramsciana della mancata rivoluzione della borghesia italiana: Antonio Gramsci. Opere Torino. Einaudi. 1947-1954 pago 2~4; Passato e presente 1951 pago 59.
Sul periodo napoleonico a Reggio la bibliografia sino ad oggi più estesa è quella di
Ugo Gualazzini, Appunti per una bibliografia sulle origini della bandiera tricolore e sulla
storia reggiana del 1796-1797 nell'opuscolo «Celebrazione del 1500 anniversario del tricolore
MDCCCXCVII - MDCCCCXLII» Reggio E. Rossi. 1947 pago 35.
Sull'illusione borghese di raggiungere gli effetti della Rivoluzione francese evitando
un rivolgimento interno: Georg Lukàcs, Thomas Mann e la tragedia dell'arte moderna. Milano.
Feltrinelli. 1956. pago 33.
La lettera di Napoleone è pubblicata negli Atti del congresso Cispadano nella città
di Reggio E. (27 dicembre 1796 - 9 gennaio 1797) a cura di Vittorio Fiorini, Milano. Albri.
ghi e Segati. 1912. Allegato n. 27. pago 122.
Sulle condizioni sociali e politiche nel reggiano durante il periodo napoleonico ed il
sorgere della borghesia come classe, oltre le opere generale citat: UgoBassi. Reggio nell'Emilia
alla fine del sec. XVIII (1796 1799) con bibliografia. Anna K. Casotti, Reggio ed il suo dipartimento sotto il primo regno Italico. 1805-1814 Reggio E. Coop. Lavoranti Tipografi. 1919.
L'ostilità delle plebi alle truppe Napoleoniche ed ai repubblicani italiani è studiata
da Giacomo Lumbroso. I moti popolari contro i francesi alla fine del Sec. XVIII (17961800). Firenze, Le Monnier. 1932. Nel Reggiano l'episodio saliente del malcontento delle
plebi contadine è il tumulto avvenuto il 30 giugno 1796. Su ciò d.r., Ugo Bassi O.C.; pago
278 e sgg. Giannino Degani. L'insurrezione dei rustici nel 1797 nel Reggiano in Celebrazione
del 1500 ecc. citato pago 19. L'episodio è ripreso ed approfondito nelle sue implicazioni storiche ed economiche da Odoardo Rombaldi. L'insurrezione dei rustici ed i Giacobini reggiani
(29-30 giugno 1797) in «Convegno di studi sul Risorgimento a Bologna e nell'Emilia (27-29
febbraio 1960) » Estratto dal bollettino del Museo del Risorgimento «Bologna. Anno V. parte
II pago 843» con bibliografia sull'argomento.
Un altro genere di opposizione, ma in seno alla borghesia stessa, fu quello degli
« Anarchistes », i giacobini che cercavano di guadagnare alla loro causa i comandanti della
94
locale Guardia Nazionale e tra questi, il segretario della Repubblica Gispadana, Giuseppe
Compagnoni.
Su questo argomento Giorgio Vaccarino, I patrioti «Anarchistes» e le idee della
unità italiana (1796-1799) Torino. Einaudi 1955 pago 67 e 95.
Filippo Re. Saggio sopra la storia di agricoltura reggiana dai primi secoli dell'era volgare sino alla fine del XV. Milano. Tip. Annuali dell'Agricoltura, 1809 e passim tutte le sue
opere. Claudio Della Fossa. Opuscoli agrari. Reggio E. 1811.
Per il periodo della Restaurazione i dati statistici sono ricavabili dall'Almanacco
della Real Corte degli Stati Estenti, Modena, Eredi Soli ani, per gli anni della loro pubblicazione e specialmente nell'anno 1857. Carlo Roncaglia, Statistica generale dagli Stati Estensi,
VoI. '10 parte storica e geografica e tipografica a tutto l'anno 1847: VoI. 2° popolazione, agricoltura prodotti e loro consumazione e commercio, Modena, Vincenzi, 1850. V. Luigi Sormani
Moretti, Dall'industria agricola manifatturiera e commerciale nel Ducato di Modena, Milano,
Guglielmini. 1858.
Uno studio su questo periodo è di Romano Benetti. L'agricoltura reggiana nel periodo
pre-unitario dalla Restaurazione alla annessione è pubblicato negli «Atti del Convegno studi
(28-29 dicembre 1961 ». Su «Il Risorgimento a Reggio ». Parma, 1964.
Per il periodo successivo all'annessione:
Giacinto Scelsi. Statistica generale della provincia di Reggio nell'Emilia, Milano, Bernardoni, 1870. Lo Scelsi con metodi statistici, ha elaborati i dati del censimento del 1861 aggiornandoli in alcune parti. Il secondo rilievo statistico elaborato fu fatto in occasione dell'inchiesta Jacini da Balletti e Gatti. I dati utilizzati nell'inchiesta non furono tutti quelli forniti
e pertanto il profilo della provincia apparve «secco, incompiuto e non sempre preciso »,
come si espressero i due studiosi i quali pertanto si indussero a pubblicare la loro opera aggiornandola sotto il titolo: A. Balletti e G. Gatti; Le condizioni dell'economia agraria nella
provincia di Reggio nell'Emilia. Reggio E., Calderini, e F. 1888 (Estratto dal Bollettino del
Consorzio Agrario di. Reggio Emilia" anno XIV, n. 1-2). Enzo Umberto Rossi, L'economia
reggiana. Reggio Emilia officine Grafiche Reggiane, 1928. Enzo Anceschi, Appunti statistici
di.economia reggiana ... ed altro, pubblicato in La Provincia di Reggio, anno l°, N.S., n. 3,
Nov.-Dicembre 1945; sono riportati alcuni dati per un eventuale studio che confronti le con·
dizioni economiche prebelliche e post-belliche della prima e seconda guerra mondiale.
Linee e Cifre, Compendio statistico 1938-1949 a cura della Camera di Commercio
Industrìa e Agricoltura, Reggio Emilia, A.G.E., (s.a. marzo 1949). Indici della ricostruzione,
a cura della Camera di Commercio Industria e Agricoltura e dell'Ufficio Provinciale Industria e Commercio, Reggio E. - Poligrafia Reggiana, (s.a.); elabora i dati del IX censimento
(4 novembre 1951). Per il rilievo di dati statistici dell'economia reggiana: Bollettino di Statistici della Camera di Commercio; Le campagne emiliane nell'epoca moderna. Saggi e testimon.ianze a cura di Renato Zangheri. Milano. Feltrinelli. Giuliano Procacci. Biografia e struttura
del movimento cc:uadino della valle padan nel suo priodo formtivo. (1901 - 1906) in
«Studi Storici ». A. V n. 1 1964 pago 41. Lo studio è rivolto, soprattutto, alle leghe contadine, con una completa ed aggiornata bibliografia anche per Reggio relativamente al suo mo·
vimento contadino nei rapporti con le cooperative ed il partito socialista prampoliniano.
GIANNINO DEGANI
(continua - v. precedente n. 1)
Documenti e testimonianze
LA SITUAZIONE DELLE FORMAZIONI PARTIGIANE
DI MONTAGNA NEL SETTEMBRE-OTTOBRE 1944
Con note di Guerrino Franzini
CORPO VOLONTARI DELLA LIBHRTA'
Aderenti al C.L.N.
COMANDO UNICO
BRIGATE GARIBALDI - FIAMME Vf:RDI - BATTAGLIONE DELLA MONTAGNA (1)
( Reggio Emilia)
Zona li 22-10-1944
Prot. n.
OGGETTO: Relazione periodica.
AL COMITATO DI L.N.
AL COMANDO PIAZZA
REGGIO EMILIA
e per conoscenza
ALLA DELEGAZIONE DEL COMANDO
MILITARE EMILIA-ROMAGNA
La presente relazione vuoI riferirsi al periodo che corre dal primo settembre al 15
ottobre corrente anno.
Trattava i vari argomenti della vita nelle nostre formazioni allo scopo di renderne
edotti Comandi e organi in indirizzo.
Attività operativa
L'attività operativa che abbraccia il periodo dal 10 settembre al 15 ottobre c.a. è stata
relazionata settimanalmente (2) in tutti i suoi particolari. Riteniamo quindi che le relazioni
inviate ai Comandi in indirizzo ci debbano dispensare dal lavoro riepilogativo, che qui riassumiamo nei seguenti dati:
(1) Il Battaglione della Montagna era costituito dai distaccamenti di Fiamme Verdi sino a quel momento
creati e da alcuni Distaccamenti di Garibaldini. Questa unità mista era comandata da don Domenico Orlandini
Carlo e presidiava la zona di Ligonchio. Il Battaglione cessò di esistere il 27 novembre 1944. In tale data i
distaccamenti di FF. VV. si trasferirono in terriiorio di Toano dando vita alla Brigata omonima. I distaccamenti garibaldini, pur restando sul posto, passarono alle dipendenze del Comando della 26.a Brigata Garibaldi.
(2) Il Comando Unico, proprio dal settembre 1944, iniziò la compilazione di un bollettino di attività operativa che veniva inviato ai Comandi dipendenti, a quelli superiori, al C.L.N., alla Missione inglese ecc. I
dati dell'attività operativa venivano forniti dai Comandi delle varie Brigate, ai quali venivano segnalati. dai
comandi inferiori di Battaglione e Distaccamento.
9U
Azioni di imboscata di squadra
Azioni di combattimento di dist.
Azioni di combattimento di Btg.
Azioni di sabotaggio n. 18
Tedeschi
Perdite nemiche
Fascisti
Perdite Partigiane
Armamento e bottino catturato
Citazioni aN'ordine del giorno
23
lO
»
5
Ponti saltati n. 19 (2 ferroviari)
Interruzioni stradali
N. 8
Macchine distrutte
» 5
Azioni contro rifornim.
» 2
63
Accertati
Presunti
Morti
Morti
Feriti
Dispersi
Prigionieri
»
N.
Feriti
Prigionieri
Disertori
n. 193
»
6
»
6
Morti
Feriti
Prigionieri
n.
9
»
»
32
180
4
n. 7
» 4
» 5
» 1
Fucili e moschetti
Pistole
Cassette di munizioni
Automobili
Cavalli
Vaccine
Vestiario e materiale vario
n.
Per azioni collettive
Per azioni individuali
n.
»
»
»
»
»
»
14
4
2
3
4
5
6
7
Nell'attività operativa delle nostre squadre e distaccamenti risulta evidente quanto siano sproporzionati i ricuperi d'armi e materiale in confronto al numero (certo e presunto)
dei morti e dei feriti. Tale rilievo che potrebbe muovere critica al modo di sfruttare o meno
iI successo dipende:
- dall'immediato affluire di rinforzi da parte nemica· in qualsiasi punto offeso, rinforzi
in uomini o intervento di fuoco a distanza e da postazioni fisse;
- dalla consegna che i nemici hanno di gettarsi a terra fingendosi colpiti per poi sparare sul nemico a bruciapelo negli attacchi.
Questo ultimo fatto accaduto ormai più volte e che purtroppo ha causato perdite, (3)
ha messo di certo negli animi una qualche incertezza e indecisione relativa all'ultimo atto
dell'imboscata e del combattimento. Ma poiché la diretta azione del Comando intesa a far
vincere questa incertezza non è poca, è da sperare che in seguito i nostri partigiani si consolidino nella decisione di gettarsi addosso al nemico dopo averlo vinto con le raffiche a
brevissima distanza, onde spogliarlo dell'armamento e dell'equipaggiamento.
Orientamento operativo per la fase attuale e futura
L'attività operativa svolta è stata man mano orientata a dare ai reparti una dislocazione tendente verso sud, l'occupazione avanzata e sfociante quasi alla pianura, onde avere
displùviale del Cerreto e i paralleli di Vetto e Castelnuovo Monti.
(3) Il caso più clamoroso fu quello di Bettola. In tale località, il 23.6.1944 venne attaccato un automezzo.
Cessata la reazione dell'equipaggio, tre partigiani che si accingevano ad impossessarsi del bottino, vennero
freddati· dalle raffiche di. un tedesco che si era nascosto sotto l'automezzo. Perirono cosi il Comandante del
Distaccamento «Celere» Enrico Cavicchioni, Lupo, Guerrino Orlandini, Drago e Pasquino Pigoni, Maestro.
97
Questo per dare maggior inquadramento tattico e miglior controllo disciplinare ai di·
staccamenti e poterli fare agire contro i presidi interni ancora occupati da militi e tedeschi.
Attualmente dato che il nemico sta scavalcando la displuviale del Cerreto, per diri·
gersi verso nord onde sfociare in pianura per sostarvi o fermarsi, nostro orientamento è
quello di:
lo Ostacolare il movimento con interruzioni stradali e brillamento di ponti.
II'' Tendere ogni sorta di imboscate.
III . (Ultima fase) Accompagnarne le retroguardie con azioni anche complesse ed
organizzate onde colpire e possibilmente impedirne e limitarne gli intenti.
Le forze dislocate di truppe tedesche sulla sinistra del Secchia e la loro continua pres·
sione contro i nostri reparti, ha portato a un condensamento dei medesimi sulla destra del
fiume (4) ed un riparo temporaneo di alcuni distaccamenti e Comandi nella zona del Par·
mense. Continuano però da tali località attivissime puntate a lungo raggio contro movimenti
di truppe nemiche sulle rotabili delle zone temporaneamente abbandonate.
Le precipitazioni atmosferiche intralciano di molto le operazioni e le condizioni di ve·
stiario, cosi pietose e preoccupanti aggravano la situazione.
Disciplina nei distaccamenti
La disciplina nelle formazioni non è certo cosa soddisfacente; né sarà breve lavoro
riportare la mas~a al senso della misura, sia nella forma che nella sostanza. In generale non
si vuole sentire che il garibaldino deve considerarsi un soldato, volontario sì, ma soldato.
Come si è tendenti a fare volentieri ciò che interessa da vicino, così si è spesso lontani dal
sentimento del dovere e dell'obbedienza.
Comando e Commissariato, pazientemente, svolgono con ogni mezzo e fanno svol·
gere azioni di persuasione, ma dobbiamo riconoscere che i risultati sono limitati e lenti.
In seno a questo Comando funziona già una Commissione disciplinare con il com·
pito di giudicare e decidere su mancanze e relative punizioni.
Sensibilità politica nei distaccamenti
L'opera assidua del Commissariato Generale tendente all'azione persuasiva, per il ri·
chiamo della massa sulla via delle direttive del Comitato di Liberazione Nazionale, è un
fatto veramente di primo piano.
Tale opera che dovrebbe offrire risultati assai più concreti, dati gli sforzi di volontà
da parte del Commissariato e la rispondenza ed unione in tale sforzo di una bella percen·
tuale dei Comandanti, Commissari ed Ispettori dipendenti, urta invece ancora e come, in
difficoltà che non saranno spazzate via se non a lungo andare. Vi è troppa immaturità po·
litica nei partigiani, v'è ancora tanta tendenza all'indipendenza, v'è molta recalcitranza ed
indisciplina.
Molto spesso si cade in errore circa la concezione politica del movimento, cui si dà
sapore di particolare corrente di partito.
Ma in ciò il Commissario esplica un lavoro intenso, tendente a correggere ed a chia·
rire onde riportare le menti ad una giusta interpretazione della questione politica e della
sua necessità.
Tutti debbono sapere che per i partigiani fare della politica vuoI dire solo preparare
fisico, volontà e spirito per l'azione, vuoI dire, e solo, cercare nel miglior modo, ed il più
rispondente, di formarsi un abito mentale atto al combattimento contro i feroci tedeschi ed i
loro tristi e spregevoli sgherri fascisti; vuoI dire sensazione di idealismo, coscienza di dovere,
fermezza di intendimenti. Il compito del Commissariato non è facile; svolgere con tutti i mezzi
opera intensa ed assidua per orientare tutti a seguire le sane direttive del C.L.N.
E le lacune dovranno sparire; e là dove si resiste perché tratti da incomprensione, deve
fermarsi l'insistenza, pazientemente e tenacemente. Dove non è ancora sufficiente esperienza
si segnerà il passo allo scopo di farla acquisire.
( 4) Leggi fiume Enza.
OP
98
Il materiale uomo è buono. Lo abbiamo constatato in questi giorni di continua pressione nemica che ha sottoposto i distaccamenti a dure azioni di fuoco, a spostamenti diurni e
notturni sotto ogni sorta di tempo, in condizioni pietose di equipaggiamento e non rare
impossibilità di vettovagliamento.
Scomparsi, l'un dopo l'altro, tutti gli emblemi di partito, chiusesi o quasi le bocche
agli inni di fazione, questa massa volontaria dovrebbe divenire ogni giorno più convinta e
quindi più disciplinata, perché solo cosi potrà veramente rispondere all'alto scopo. Ed i Commissari che non dimostreranno di essere in preciso parallelo con questi intendimenti saranno
sollevati di peso dalla loro qualifica che verrà data a sempre più scelti elementi.
Le convincenti, prove dateci da una buona percentuale di garibaldini che, specialmente in questo ultimo mese, ha mostrato di aver prettamente compreso gli scopi della
nostra lotta di liberazione, costituiscono un netto passo avanti nel sentiero, tutt'altro che
facile, su cui m!lrciamo.
Esula nella nostra mente l'idea della perfezione che si sa essere in contrasto con ogni
sorta di volontarismo e non la cercheremo mai, né ancora pretendiamo di marciare in serrata
fase di avvicinamento verso la creazione di un disciplinato organismo militare; però se -Commissari e Comandanti si vorranno studiare onde mantenersi, nei loro compiti, sulle direttive
del C.LN. non sarà proprio difficile fare dei veri passi avanti sul terreno di miglioramenti e
di vantaggi.
. . '
Atteggiamento della popolazione verso
verso la popolazione.
partigiani e dei partigiani
Lo stato d'animo della popolazione della montagna nei confronti dei partigiani è buona. Idealmente tutti vedono favorevolmente la causa partigiana, ma praticamente si manifestano anche apprensioni e preoccupazioni.
Vi danno motivo: il timore di rappresaglie, di cui hanno visto esempi feroci, per
quelli che ospitano partigiani, comandi e infermerie; le azioni del nemico in prossimità di
abitati ecc.; (a questo proposito è molto apprezzata la disposizione, qualora sia osservata di
tenere le formazioni fuori dei centri). Alle formazioni mancano spesse volte i mezzi per pagare in contanti' quanto abbisogna loro, onde la popolazione fornitrice ostenta· scontentezza
se non proprio avversione. Qualche volta il contegno dei partigiani isolati o di gruppi è stato
ed è poco rispettoso delle cose ed anche delle persone dei civili provocando una reazione che
non è mai uscita in via di fatto, ma è diffusa in mormorazioni e malcontenti.
La popolazione montanara, specialmente quella di alcune località, ha sempre aiutato
in ogni modo i partigiani anche a costo di non lievi sacrifici; ma se gli aiuti vengono richiesti
in malo modo, se le requisizioni vengono eseguite senza tenere conto dei legittimi interessi
e con prepotenza, ne risulta una latente indignazione che si risolve poi in danno del nostro
movimento.
Bisogna riconoscere che in confronto ad un passato abbastanza recente qualcosa in meglio è stato mutato con l'insistenza verso una maggiore disciplina e col richiamo di tutti ad
un maggior senso di serietà e responsabilità.
La gente montanara è in genere molto attaccata alle tradizioni, ai costumi, alla propria roba, frutto di tenace laboriosità e parsimonia.
Per questo la lotta di liberazione è sentita idealmente, perché vedono che il loro. governo di domani. eliminerà i soprusi fasci~ti;") ma .non &Ono troppo disposti a dare eccessivi aiuti
materiali in questa lotta, proprio perebé . molto attaccati alla propria roba. Si cerca di orientare i Consigli Comunali ed il Comitato della montagna perché siano più attivi al loro lavoro
di chiarificazione verso la popolazione e per invitarla a dare un appoggio maggiore alla lotta
di liberazione.
In certe zone si è proceduto ad esecuzioni sommarie che hanno avuto luogo in modo.
eccessivamente disinvolto. L'avocazione al Comando Generale della Giustizia, una volta conosciuta servirà a dare unilateralità anche in questo campo.
Qualche malumore affiora a causa di provvedimenti non uniformi e riflettenti specialmente l'approvvigionamento su cui vengono spesso ad interporsi esigenze di carattere militare in una zona anziché in un'altra, determinando spesso qua concessioni, là divieti. Fur
g,g
cercando di uniformare l'appoggio alla popolazione, resta sempre l'impossibilità e spesso l'inconvenienza di togliere iniziative ai dipendenti comandi che debbono rispettare necessità militari.
A qualche inconveniente potrà mettere riparo l'amministrazione dei Comuni, quando
potrà funzionare con qualche regolarità (per es. in merito alla distribuzione del frumento da
parte del produttore) qualche lamentela può avere origine dalla lesione di interessi particolari
e quindi è meritevole di qualche considerazione.
I Consig'li Comunali dovranno interessarsi e risolvere tali questioni.
Ma è giusto e necessario insistere perché il contegno dei partigiani verso la popolazione sia sempre improntato alla massima correttezza e benevolenza in modo da non suscitare
nessuna lamentela giustificata e in modo che a questa gente già cosÌ provata riesca sopportabile
il peso ed il pericolo che indubbiamente deve subire.
Con un migliore atteggiamento da parte dei partigiani verso la popolazione riusciremo
a stimolare la stessa verso un maggiore affiatamento.
I n t en d en z a
L'intendente Generale ha dato .in questo periodo tutta la sua opera preziosa ed
intelligente (5).
Il servizio d'Intendenza Generale cominciato da zero (non un uomo, non un quadrupede, non un Kg. di merce) ha fatto proporzionalmente alle risorse della zona, passi
giganteschi.
La [Intendenza della] 26" Bis. Brigata a nord del Secchia, retta dall'intendente Candido
( 6 ), funziona già bene.
Nel suo giro d'ispezione, l'Intendente Generale poteva subito rendersi edotto delle
esigenze dei Distaccamenti e delle possibilità di sfruttamento delle risorse delle varie zone.
Fu compreso subito che, tolto Castelnuovo Monti, tali risorse erano pressoché
esaurite.
Il Commissario Generale, (7) fin dall'inizio, ha collaborato al massimo mettendo a
contatto dell'Intendente diretti collaboratori onde cercare la più rispondimte collaborazione
da parte delle Amministrazioni Comunali.
In ordine cronologico citiamo fatti e provvedimenti più salienti.
Viene preso contatto diretto con il C.L.N. della Montagna e con varie Commissioni
economiche onde studiare e risolvere problemi riguardanti partigiani e popolazione civile.
Una prima organizzazione di trasporti permette di concentrare rifornimenti sia all'Intendenza Generale che ai Comandi di Brigata.
Particolare interessamento viene rivolto per il rifornimento dei grassi difficile sin
dall'inizio, ma lo si risolve e per un discreto periodo si va bene.
Alcune zone come Ligonchio, risultano in difetto di molte cose a cui si provvede;
Castelnuovo Monti è sempre la fonte a cui si attinge.
Viene devoluto all'Intendenza anche il 'servizio cassa. Ma la cassa è vuota o quasi e
alle richieste di danaro, subito avanzate, non si risponde in concreto.
Si danno disposizioni precise circa il rendiconto periodico amministrativo.
Escono disposizioni per limitare i prelevamenti nei Capoluoghi onde evitare lamentele da parte della popolazione e l'intendenza accentra la facoltà di tali prelevamenti, provvedendo al rifornimento delle formazioni presso i dettaglianti.
Si cerca di limitare le requisizioni cervellotiche e disordinate.
Con la Commissione economica di Castelnuovo Monti si prende accordo per la
denuncia del grano disponibile presso i produttori.
Si stabilisce, sempre col Comitato della Montagna, il prezzo del grano in L.. 260 +
100 + 100 al fine di contemperare le varie esigenze delle due categorie de'Ila popolazione,
Si cerca di attrezzare un'Infermeria con l'aiuto del C.LN. della Montagna; si riesce
ma limitatamente.
L'ispezione all'azienda agricola, già dell'ex federale Romano, e le disposizioni date,
(5) Intendente generale, in quel periodo, era il dott. Annibale Alpi, Barbanera.
(61 Avv. Casto Ferrarini.
(71 Didimo Ferrari, Eros.
100
fanno constatare la possibilità di avere grano e patate. Si cerca di vietare colà requisizioni
arbitrarie.
Viene preso contatto con la Intendenza Generale Modenese.
La forte pressione nemica costringe al decentramento dei magazzini in zone spesso
pericolose, ma è seria la difficoltà dei mezzi di trasporto.
A Castelnuovo Monti l'Intendente e la Commissione Economica di quel Comune
staQiliscono di far pressione a Reggio onde ottenere il rifornimento di ottobre prima del
blocco delle strade; di far riaprire i caseifici chiusi; controllare maggiormente quelli in
funzione; distribuire burro straordinario alla popolazione, nonché pasta e riso, formaggio e
farina. Si studiano i provvedimenti per lo sfollamento formaggi e suini, ma la rioccupazione
di Castelnuovo, da parte tedesca, impedisce di portare in zona sicura tali prodotti. Si cerca
di lavorare anche in zona occupata dal nemico e con pattuglie armate. Si riceve all'intendenza, per le successive distribuzioni ai reparti, il materiale lanciato dagli Alleati; poca cosa
in confronto alle necessità.
Continue, pressioni nemiche intralciano ovunque il lavoro e costringono a decentramenti continui e a spostare i magazzini.
La situazione denaro presso l'Intendenza è disperata. I Reparti periferici ed i Comandi non hanno un soldo.
Si sollecita, ma né si invia denaro, né si risponde.
Alla fine di settembre, la situazione dell'Intendenza è cnuca assai. Senza denari la
popolazione si rifiuta di cedere dietro buoni, i tedeschi pressano fortemente, i partigiani
soffrono il freddo e sono scalzi; lanci non se ne fanno. Si tira avanti fra schioppettate, imprecazioni e tempo avverso. Le formazioni modenesi in zona reggiana succhiano ogni ri·
sorsa. Si reclama da una parte, si promette dall'altra; ma si ottiene meno che nulla.
Con stoffe di recupero si fanno pantaloni, con qualche paracadute mutande e fodere.
Ma è un'inezia! Si chiedono e si chiedono lanci di denari, scarpe, pastrani, ma anche il Maggiore Inglese in missione, che continuamente chiede e chiede, non può niente.
Anche le munizioni scarseggiano fino a costituire per noi una seria preoccupazione.
Siamo ridotti a chiedere ai Comuni generi tesserati e qualche Comune non intende
cooperare.
CONCLUSIONE
Ogni giorno che passa la situazione si fa plU cnUca. La metà dei parugiani sono con
i piedi fuori dalle scarpe, molti non le hanno e stanno fermi. Il poco cuoio procurato risolve
in minimissima parte questo terribile problema.
Gli approvvigionamenti si fanno difficilissimi e le inizative dei Distaccamenti in
proposito si accentuano creando qua e là malumori.
I grassi, il sale, il tabacco sono scomparsi o quasi. Denari non se ne vedono. Le munizioni, data la continua pressione nemica in quasi tutta la zona, diminuiscono sempre più
ed ora costituiscono la preoccupazione maggiore. Lanci non se ne fanno ed anche il Mag·
giore Inglese dubita di essi. La stagione è infame. Ma si tira avanti con serenità e si at·
tendono miglioramenti. Il morale è ancora buono in complesso.
Servizio sanitario e veterinario
Il servizio sanitario è disimpegnato da n. 6 medici, di cui uno Direttore' Generale
dei servizi sanitari, (8) 4 direttori di infermeria, uno addetto al iStg. della Montagna; tutti
poi prestano servizio presso le formazioni e anche alla popolazione civile dove mancano i
medici condotti. Abbiamo inoltre un farmacista, 8 infermieri tra i quali molti studenti in medicina; esiste pure un Veterinario che ha, oltre alle mansioni professionaH, rapporto col
servizio sanitario in quanto, nei limiti del possibile, provvede all'ispezione delle carni macellate. I sanitari del Corpo sono poi coadiuvati da altri medici, condotti, ospedalieri e liberi
professionisti che si prestano per l'assistenza ai volontari di stanza nelle rispettive residenze.
(8) Prof. Pasquale Marconi, Franceschini.
101
Nel territorio controllato funzionano n. 4 infermerie, attrezzate un po' sommariamente
di cui una, per la maggior mole unicamente, denominata Ospedaletto con un totale attuale
di 60 ricoverati. Detta infermeria funziona in stretta cooperazione con le Formazioni Modenesi. Oltre a questi ricoverati abbiamo attualmente un .ferito curato a domicilio, uno
specifico polmonare nella zona di Castelnuovo Monti è affidato a un tisiologo per l'applicazione del pneumo-torace; due feriti nell'Ospizio di «S. Lucia» di Fontanaluccia, un tifoso
accertato assistito e isolato in una casa privata.
Le condizioni sanitarie dei volontari si prestano a qualche considerazione. Da un
punto di vista assoluto e generale si può dire che sono abbastanza buone, in quanto finora
non abbiamo malattie a carattere epidemico come si potrebbe temere in vista della situazione igienica, alimentare e atmosferica. Abbiamo numerosi casi di manifestazioni cutanee
(scabbia, pediculosi) ma non rivestono carattere di particolare gravità; piuttosto incomincia a preoccupare la frequenza delle malattie stagionali, dato !'inizio del tempo cattivo e
la considerevole deficienza di indumenti di lana, scarpe e coperte, deficienza cui sarebbe
urgente ovviare per non vedere in breve decimate le formazioni.
I Volontari che stazionano sui crinali e valichi appenninici risentono spesso, in modo
particolare, le affezioni delle vie respiratorie e gastroenteriche che ne riducono la capacità
fisica, ne deprimono il morale.
Un rilievo speciale meritano i troppi casi di ferite, anche molto gravi, accidentali,
dovute all'imprudenza nel maneggio del~e armi.
Il vitto, per quanto in generale sia sufficiente, è però molto uniforme, scarso nei grassie privo di verdure e frutta; tuttavia finora non abbiamo rilevato malattie imputabili a
tale carenza.
Un inconveniente da prendere in considerazione e possibilmente da eliminare è dato
dal fatto che i Volontari vengono arruolati senza nessuna visita medica preventiva; così abbiamo nelle nostre formazioni elementi reduci dal manicomio, dal sanatorio, dei sordomuti,
soggetti mancanti di un braccio, con una gamba di legno ecc. ecc. Se da un punto di vista
morale è bello lo slancio di tutti per la causa della liberazione, da un punto di vista milire e pratico la cosa può presentare pericoli e danni non ind1fferenti.
Non possiamo astenerci dal rilevare che le suaccennate pesanti condizioni igieniche, le
difficoltà e le incongruenze inevitabili di vestiario e calzature, l'inidoneità frequente di aJimentazione sono affrontate dai Volontari con ammirevdle spirito di sacrificio e con generosa noncuranza. Riteniamo pure indispensabile far noto a chi di ragione che per seguitare ad offrire
un minimo di assistenza ~anitaria abbiamo urgente necessità di materiale di medicazione (cotone, garza, bende, bende gessate, preparati anti-scabbiosi, strumenti vari di uso comune,
pinze, forbici, bisturi, siringhe, cerotti adesivi, sulfamidici).
Giustizia
Come è già stato reso noto il Comando Unico zona delle Formazioni ha avocato a sè le
importanti pertinenze di giustizia.
Alla sede del Comando ogni settimana si riunisce il Tribunale, la cui composizione è
stata comunicata con foglio n. 101 del 7 ottobre 1944.
In questo periodo il lavoro del Tribunale è stato limitato e nessuna sentenza grave è
stata pronunciata.
I Commissari Istruttori di Brigata hanno notificato al Comando Unico le loro istruttorie che verranno prese in esame nella prossima riunione.
Dopo quelle di Miro e di Eros, apparse sullo scorso numero di Ricerche
Storiche, questa è la prima) ampia relazione del nuovo Comando costituitosi dopo
la crisi estiva. Certamente i vari componenti del Comando stesso l'avranno letta
e ne avranno approvato di massima il contenuto, ma si direbbe che essa) pur essendo anonima (si tratta di una copia) sia stata scritta dal nuovo Comandante
generale) col. Augusto Berti Monti. L'uso di certi termini e l'esposizione di de-
102
terminati concetti ricorrentz In altri documenti che portano la sua firma, ce ne
danno la quasi assoluta certezza.
Monti era un militare di carriera; attribuendo a lui la paternità del documento, si avrebbe la spiegazione di una certa severità di giudizio sullo stato della
disciplina nelle formazioni. Secondo l'estensore, gli sforzi per migliorare la disciplina avevano dato sino a quel momento «risultati limitati e lenti ». Secondo
noi, invece, tenendo conto della situazione di luglio-agosto, dello· shock provocato
dalla rottura dell'unità organica delle formazioni e dalle polemiche che l'avevano
preceduta, si doveva essere senz'altro soddisfatti. Non era poca cosa, tra l'altro,
per reparti abituati, almeno nei primi mesi, a scegliersi direttamente i comandanti, avere accettato senza ribellioni (proteste ci furono tuttavia) il nuovo Comandante, un elemento per esse sconosciuto, che era stato imposto dal C.L.N. Se
vi era tra i combattenti la propensione a rispettare le disposizioni, anche sgradite,
degli organi dirigenti, ciò significa che vi era anche, fondamentalmente, tendenza
alla disciplina.
Così dicasi per la «sensibilità politica nei distaccamenti ». Si afferma che
l'opera di orientamento del Commissariato dovrebbe «offrire risultati assai più
concreti ». Ma poi si riconosce che «sono scomparsi gli emblemi di partito» e
che le bocche si sono «chiuse agli inni di fazione ». Se si considera che nel lugliò
i garibaldini ostentavano liberamente le camicie rosse o intonavano altrettanto liberamente le canzoni «di parte », il tempo impiegato per «soffocare» (è la parola) questa tendenza fu brevissimo e ciò costituì un merito per i Commissari e per
l'organizzazione del P.C.I. nelle formazioni. Non era facile far capire a dei «còmbattenti per la libertà» che essi dovevano cominciare, sin da allora, a limitare
l'esteriorizzazione dei loro sentimenti e delle loro convinzioni per non urtare la
sensibilità di una minoranza diversamente orientata. Ci sarebbe stata o no la
libertà nell'Italia futura, date queste premesse? L'interrogativo era giustificato
ed era imbarazzante, per i dirigenti comunisti, rispondere in modo convincente.
Ci fu, perciò, un adattamento, un modus vivendi, una compressione accettata appunto per disciplina da parte dei singoli.
Interessante, nel documento, la parte dedicata ai rapporti tra partigiani e
popolazione. Quando le prime formazioni pesavano ancora pochissimo sulla economia della montagna, i comuni sentimenti di antifascismo favorivano un pieno
accordo. Taie accordo, nel periodo che interessa, era a volte turbato dal manifestarsi di contrastanti necessità. Questo conflitto era più evidente nel· momento
in cui l'Intendenza generale era appena all'inizio del suo lavoro e ancora non
s'era profilata una soluzione soddisfacente del problema del vettovagliamento.
Tuttavia, le disposizioni sui prelevamenti di viveri da parte dei combattenti dimostrano che si intendeva regolare pacificamente,' e . dicomune accordo, le questioni che sorgevano in questo campo. Non c'è nulla, nelle disposizioni stesse, di
quelle minacce di sanzioni che le autorità fasciste profferivano ed .attuavano nei
confronti dei produttori che non rispettavano le norme sul conferimento dei
prodotti..
1013
Viene osservato, nel documento, che le fonti di alimentazione della montagna erano quasi esaurite mentre i lanci (che in quel momento delicato erano
stati sospesi) non fruttavano aiuti in viveri. Gli organismi dirigenti, militari e
politici, della pianura si resero ben conto che la situazione era disperata. Per
questo ricorsero all'aiuto popolare, lanciando la «Settimana del partigiano », che
doveva durare dall'l1 al 18 ottobre ma che, per fortuna, segnò soltanto l'inizio
di una permanente attività delle forze patriottiche della pianura a sostegno delle
formazioni della montagna.
Mentre veniva redatta la relazione, sappisti, gappisti, donne e giovani erano impegnati a fondo nella raccolta di viveri, vestiario, medicinalì e danaro.
La importantissima campagna ebbe un successo insperato e si dimostrerà veramente rìsolutiva.
Meritano qualche cenno meno generico le operazioni militari svoltesi nel
periodo esaminato.
Dall'inizio di settembre le formazioni della montagna, benché in parte
provatissime dal rastrellamento estivo, intensificarono la loro attività in concomitanza con l'inizio delle opérazioni anglo-americane contro la «linea gotica ».
T aie ripresa si concretò m!lla distruzione di numerosi ponti, in varie interruzioni
stradali, in attacchi insistenti contro i presìdi fascisti più avanzati (Felina e Ciano) che vennero costretti a ritirarsi. Nella loro spinta a nord, varie formazioni
garibaldine si erano portate sin verso Canossa-S. Polo da un lato e GiandetoRegnano dall'altro, operando attivamente sul luogo, in attesa di calare su Reggio
qualora si fosse verificato lo sfondamento delle linee tedesche. Successivamente,
con l'allontanarsi di questa prospettiva, si manifestò, sempre più forte, la pressione nemica dal Passo del Cerreto. I tedeschi, il 27 settembre, non senza difficoltà e perdite, riuscirono, dopo circa quindici giorni di puntate e di schermaglie, ad occupare la Strada Statale n. 63 nel tratto montano per riattarla al transito. Iniziarono subito dopo azioni consistenti ai lati della strada. In particolare
furono impegnate duramente dal 6 al 12 ottobre le formazioni della Val d'Enza e
dal 12 al 14 ottobre quelle di Villa Minozzo-Toano. Contemporaneamente vennero ritirati in zona partigiana i distaccamenti lanciati al nord.
Piuttosto inspiegabile potrebbe apparire il «morale buono» di combattenti che pur erano alla fame, quasi scalzi, esposti alla inclemenza degli elementi
ed impegnati nella difficile lotta contro i nemici, che intensificavano a loro volta
le azioni militari «antiribelli» data la stati del fronte. Bisogna tener conto
che non erano definitivamente tramontate le speranze in una liberazione imminente (la relazione si ferma alla metà di ottobre); che prevaleva il naturale ottimismo dei giovani e che si confidava nelle iniziative che avrebbero preso gli
organismi dirigenti per superare eventualmente un secondo inverno di lotta.
Non sarà inopportuno, infine, soffermarsi su due fatti che riguardano
la tattica partigiana.
Quello del mancato recupero del bottino dopo gli attacchi era, secondo
104
il relatore, un problema di convinzione degli uomini e si sperava che i combattenti vincessero la loro giustificata titubanza. T aIe speranza, dobbiamo dirlo, era
mal posta. I partigiani, sempre affamati di armi, avrebbero fatto l'impossibile
per recuperarne e non avevano bisogno di essere sollecitati. Ma poiché, in sostanza, si trattava di dare vite umane in cambio di armi, anche in seguito il bottino, alla fine dei singoli attacchi al traffico militare sulle strade, verrà recuperato soltanto nei pochi casi in cui· vi sarà la certezza assoluta della incolumità
per gli uomini.
In altra parte è detto che la disposizione di tenere le formazioni fuori dai
centri era stata molto apprezzata (dalla popolazione naturalmente). Dopo le
gravissime rappresaglie effettuate nell'estate, questa misura era opportuna e doverosa. Ma in quel periodo le formazioni potevano anche vivere all'aperto. Nell'inverno, invece, i reparti, data l'altissima neve e la temperatura proibitiva, saranno
costretti a vivere nei paesi. Successivamente, in primavera, vi sosteranno per
ragioni di interesse militare (snellimento dei rifornimenti e dei collegamenti potendo sfruttare strade o impianti telefonici, relativa facilità di trovare case disponibili per alloggiarvi comandi, servizi, reparti ecc.).
I nemici, nel corso delle loro puntate in forze, non prenderanno più
pretesto dalla per1tfanenza dei partigiani nei paesi per effettuare distruzioni ed
atrocità simili a quelle di fine luglio.
.
G. F.
Contrabbando
Si parla e si scrive spesso di «valori e ideali» della Resistenza e se ne afferma la
permanente validità. Giustissimo. Quei valori e quegli ideali sono stati la ragione della Resistenza e quindi hanno svolto ottimamente la funzione di catalizzatori delle varie componenti
politiche della Lotta, realizzando fra di esse quella discorde concordia che ha consentito di
raggiungere la vittoria. Quei valori e quegli ideali sono senza dubbio tuttora validi perchè
costituiscono un qualche cosa di permanente per lo sviluppo della società moderna: libertà
e giustizia sociale sono infatti le insegne al seguito delle quali marciano i popoli civili.
Ma quei valori e quegli ideali - da soli - sono veramente ancora validi?
Questo è il vero problema. Sono essi ancora sufficienti - per sé stessi, cioé con il
significato di allora - a risolvere o ad avviare a soluzione i problemi dell'età attuale ed a
prevedere la soluzione di quelli del prossimo ventennio?
lo rispondo di no.
Sono ormai passati 45 anni dall'inizio della Resistenza ed oltre 20 anni dalla Liberazione. Il mondo, allora, anelava un po' confusamente e come le esigenze di quei tempi postulavano due beni supremi e fra loro condizionati: la libertà e la giustizia, di cui. era privo.
E fu appunto con questi concetti che vennero intessute le bandiere della Resistenza al fascismo e al nazismo.
Ma ora? Ora che nuovi problemi politici, nuovI rapporti internazionali, nuove esigenze
sociali e nuove situazioni economiche si sono affacciati; ora che certi concetti tradizionali
sono superati o hanno mutato consistenza e significato; ora che nuovi popoli si vanno faticosamente liberando; ora che, crollato il colonialismo di tipo ottocentesco, ad esso se ne è
sostituito un altro che chiamerò tipo anni sessanta; ora che le comunicazioni, le trasmigrazioni, le scoperte della scienza e della tecnica stanno mutando i connotati della terra e forse
del mondo; ora valgono dunque ancora quegli ideali e quei valori, come allora venivano
espressi, per soddisfare le nuove esigenze, le nuove istanze, le nuove necessità dei rapporti
umani?
lo ripeto di no. Lo stesso concetto di libertà - di fronte ad un mondo in rapida
continua evoluzione morale, tecnica, sociale, economica - non è più quello di allora; lo
stesso senso della giustizia sociale - con le nuove esigenze dei rapporti umani, sessuali, culturali - è diverso dal significato che aveva allora.
Perciò, a mio avviso, è giusto e bene ciò che si fa ora per storicir.zare quell'epoca, clOe
per dare ad essa, alle sue origini, al suo sviluppo, alle sue realizzazioni un collocamento storico basato sui nessi causali dei problemi che allora si affacciavano ed ai mezzi che allora fu-
106
rono posti in essere per conseguire le conquiste più ambite. Ciò, come tutta la Storia, serve
sempre per insegnamento, per controllo, per determinare una relazione: dato che la Storia
è attualità.
Ma non basta. Non basta più. Occorre ben altro - ferma la validità permanente di
quei concetti - per risolvere i problemi nuovi, per affrontare le situazioni sempre nuove e
sempre in evoluzione. Occorrono nuovi ideali, occorrono nuove chiavi per aprire le porte
dei nuovi problemi.
E' questo il compito di chi oggi si affaccia alla vita: rispettare il passato, maestro di
esperienza e rivelatore di scelte errate o felici; ma guardare all'avvenire con idee nuove, con
nuovi sistemi, con nuove aspirazioni, con nuove formule; insomma con nuovi valori.
Gli anni settanta saranno importanti, molto importanti nella vita dell'umanità.
***
Vietnam e Medioriente: ecco due problemi attuali che non si risolvono soltanto con gli
idealz e i valori della Resistenza. Sono, infatti, due problemi complessi e gravi neiqualì si inseriscono posizioni di forza e di potenza altrui, interessi estranei ai popoli che abitano quelle due
regioni e nei quali motivi nazionalistici e una penosa arretratezza economica e civile inseriscono
componenti sociali e politiche delicate che ne fanno un quadro a tinte fosche.
Nell'Asia del sud est c'é un popolo che aspira all'autodecisione e all'autonomia e ci sono
forze esterne che ne bloccano o ne vogliono condizionare i modi e le forme seminando morte,
terrore e rovine. Nel Medioriente uno smodato fermento nazionalistico degli Arabi, sorretto
dalle reèenti scoperte di immense risorse economiche che hanno scatenato appetiti neocolonialistici in più parti del mondo, si urta contro le aspirazioni di un popolo «straniero », che per
volontà dell'ONU si è insediato il1 una parte del territorio arabo ed al quale non si può negare
il' diritto alla vita, ma che per il suo dinamismo e' per la sua eccezionale spinta produttivistica
dimostra di non accontentarsi dei limiti che gli sono stati assegnati.
Libertà e giustizia, i nostri ideali e valori, avrebbero senza dubbio un gran peso per
realizzare una soluzione a quelle situazioni. Ma non bastano, da soli, anche perché ciascuno interpreta quelle accezioni in modi e con contenuti diversi.
Soprattutto non bastano' più oggi perché oggi, pregiudiziale ed estremamente più importante, c'é un altro valore, c'é un altro ideale: quello della Pace. I popoli, ormai tutti i popoli
tranne quelli traviati da sussulti di fanatismo nazionalistico o inconsapevoli strumenti di volontàaltrui di potenza, comprendono che solo dalla Pace può sorgere un mondo nuovo in cui appuntò i valori della Resistenza potranno attuarsi concretamente, diventare sostanza della vita,
creare le premesse per una migliore convivenza.
La Pace, ecco il bene supremo al quale oggi si deve tendere, il punto cardinale al quale
r"giovan( devono orientarsi e ,per il quale debbono lottare: con serietà, con coraggio, con impegno e, come fecero i vecchi della Resistenza, con qualunque mezzo.
v. p.
Recensioni
RENATO PERRONE CAPANO:
La Resistenza in Roma
2 VolI. - pagg. 1116, Gaetano Macchiaroli
Ed. Napoli.
E' 'questa un'opera' che - oltre a tanti
altri e preclari titoli - possiede quello di
rinfrescare la memoria degli italiani. I quali,
come è noto, soffrono sovente di pericolose
amnesie. Dimenticano cioé, nel corso di un
classico éspace d'un matin, fatti, avvenimenti e situazioni che essi stessi hanno pur vissuto e sofferto; e soprattutto sono facili, non
dico al perdono (chè anzi questo è sentimento cristiano e commendevole), ma al cosiddetto «superamento» di ciò che gli uomini,nei loro trascorsi di colpe e di virtù,
hanno fatto di male o di bene nella loro vita
passata.
Oltre a ciò, ci troviamo innanzi ad un
lavoro - due bellissimi volumi in veste ricca
e nitida che onorano l'editoria napoletana veramente di mole, che l'A. modestamente
classifica come opera «cronachistica », ma
che invece - a mio giudizio - è di alto
contenuto storico. Infatti, la cronaca narrata
in quel modo, cioé con una successione dei
fatti, logica oltre che temporale, che poi vengono commentati con acutezza e secondo
un ampio disegno critico, come appare dal
testo, che cosa altro è se non vera e propria
storia?
.
La severità dell'indagine compiuta, che
deve aver richiesto una eccezionale dedizione
per la ricerca e per la selezione delle inesauribili fonti citate, offre la garanzia . dell'obiettività e della serietà poste dall'A. nel
grande impegno cui si è accinto ed ill.umina
tutta la narrazione, così da poter attingere
ad essa con serena fiducia.
Mi si consenta di dire che si avverte
subito che l'A. appartenne al partito d'Azione, cioé fece parte di qqella élite di studiosi
e di politici che ancor oggi - anche se mili~
tana in altr.e formazioni politiche - si contraddistinguono per l'intransigente milizia
antifascista, per il coerente impegno politico
e per ·la incisività dei loro programmi di riforma delle strutture e, più ancora, del fondo morale della società italiana, cosicché essi
si trovano sempre - prima, durante e dopo
la Resistenza --:- in posizione critica ed anti-.
conformistica. Chi altri, se non uri éx azionista, per di più intelligente e acuto comeTA.
avrebbe potuto darci un quadro così preci:
so, così vivo, così crudo, così privo di riguardi per chicchessia (e così vero) della
Roma nazifascista?
Balzano dalla narrazione figure di uomini, carichi di responsabUità morali e penali,
i cui nomi sono ritornati hellamente alla ribalta, della scena politicai italiana, sia militando essi nel partito neo-fàscista, sia per essersi intrufolati (accolti benignamente e compiacentemente) in altri partiti: uomini che
dovrebbero essere sepolti q.ella vergogna
se non proprio in una patrià galera. Gli Amicucci, i Ferretti, i Romualdi, i Graj, gli
Spampinato, i Romersa, gli Anfuso, per parlare solo dei viventi, sono proprio viventi
per testimoniare quanto labile sia la memoria degli italiani e quanto sia provvida la
rinfrescata che ce ne fa l'A. E viene spontaneo
l'augurio che· qualche giovane studioso si
dedichi.alla ricerca del modo come visse la
nostra Reggio durante j 18 mesi dell'occupa.
zione nazista: chi furono i protagonisti del
collaborazionismo fascista in campo politi':
co, civ.ile, amministrativo' e militare, quali
furono i lòro. crimini, quali sono le loro
responsabilità, chi abbia pagato, chi sia usci-
108
to indenne dalla bufera e chi, addirittura, sia
riuscito all'ultimo momento a far valere il
proprio accorto doppiogiochismo ed camuffarsi nello schieramento antifascista e perfino
a gabellarsi per partigiano.
Ma, a parte questo lato pur estremamente
interessante" dell'opera, è da dire che essa
contiene squarci di storia che vanno meditati e diffusi: i capitoli sulla Fine del fascismo, sul Servizio del lavoro e sciope,ri, su
La Chiesa cattolica e la Resistenza di Roma,
e quello su La lotta contro gli ebrei in Roma
occupata meritano veramente una citazione,
sia per l'amplissima documentazione riportata o richiamata, sia per la comunicazione di
notizie inedite o almeno ancora imprecise
di fatti e di decisioni avvenute. E sarebbe
troppo lungo; per una breve recensione come
vuoI essere ila presente, citare gli intona tissimi commenti, gli apprezzamenti sereni ma
fermi, i nessi storici e politiCi che gli avvenimenti hanno fra loro e che, dalla narrazione, risultano in modo limpido e logico.
Ci rallegriamo quindi con l'A. e, rivolgendoci specialmente ·ai giovani, ci auguriamo
che il suo imponente lavoro sia letto e studiato profondamente: sòlo la conoscenza di
quei fatti, di quelle azioni nefande, di quelle
iniziative eroiche, di quei timori, di quelle
speranze,' solo la conoscenza di quell'immenso
e poliedrico coacervo di sentimenti e di aspirazioni che l'opera pone in così liuninoso risalt~, possono concorrere decisam,ente ad ec
sprimere un grande monito: iquellp che senza
la' libertà la vita non vale la pet);a di essere
vissuta.
V. P.
l'Istituto, che a tale pubblicazione ha dato
un carattere di grande serietà ed un impegno
che fanno onore a lui ed ai suoi collaboratori.
Ora, giunta la rivista al suo ottavo anno
di vita, la direzione ha deciso di abbandonare il tradizionale schema per assumere un carattere monografico unitario: il primo di questi fascicoli è appunto quello uscito 11 25
aprile u.s. ed è dedicato alla Stampa clandestina modenese.
L'idea è interessante e merita attenzione
e meditazione anche per chi si è accinto recentementealla grossa impresa di pubblicare
una rivista periodica quadrimestraJe; impresa
che costa molto lavoro e che, senza una vasta
collaborazione, specialmente di giovani, potrà reggersi con difficoltà.
Intanto in questo fascicolo troviamo una
impegnativa monografia sulla raccolta della
tipografia Cervi, le notizie della quale rivestono grande interesse; una Nota sulla Cronaca lasciata dal cav. Adamo Pedrazzi (tre
volUmi di 2673 pagine dattilografate), in cui
sono registrati giorno per giorno gli avvenimenti cittadini dàl 9 settembre 1943 al 25
aprile 1945; un breve saggio sul periodico
La Punta, organo del gruppo giovanile della
DC di cui fu animatore Ermanno Gorrieri;
una notizia sulla stampa clandestina di Carpi
e .infine un saggio sul Movimento giovanile
per la resistenza e la rinascita, che fu il primo foglio clandestino ciclostilato antifascista
che ebbe vita fra l'ottobre 1943 e la primavera del 1944.
Tutti gli' scritti sono molto interessanti e
bene ha fatto la dire:done della Rassegna a
dedicare alla pubblicazione di essi un intero
fascicolo, edito nella consueta veste dignitosa
e nitida ed arricchito da recensioni e da no
tizie varie.
V. P.
RASSEGNA ANNUALE:
dell'Istituto storico deLla Resistenza
in provincia di Modena
N. 8pagg, 87 c L. 800.
L'Istituto storico della Resistenza di Modena, il quale è stato il primo a costituirsi
nella nostra Regione, pubblica dal 1960
una Rassegna annuale, che vede la luce in
occasione della ricorrenza del 25 aprile e nel"
la quale. sono raccolte notizie, monografie
e saggi varii sulla partecipazione xiei modenesi
alla· lotta di Liberazione~ Ne. è direttore En"
nio Pacchioni, presidente ed animatore del,
FACOLTA' DI LETTERE E FILOSOFIA
DELL'UNIVERSITA' DI TRIESTE
Annali dell'anno accademico 1965-'66,
voI. II - pagg. 142
Ed. Moderna, Trieste.
La Facoltà di Lettere e Filosofia di Trieste ha pubblicato il secondo volume degli AnnaH, comprendente gli Atti del Congresso
sull'idea della collaborazione internazionale
della Resistenza europea ivi tenutosi nel gen-
109
naio 1966, dedicandolo a Leonardo Ferrero.
Si tratta di un volume in edizione nitida e
briNante che contiene una .Premessa di Giulio Cervani e sette Saggi, alcuni in lingua
originale, di Collotti, di Michel, di Mikuz, di
Okecki, di Shiffrer, di Steirier e di Snejdarek,
cioé di studiosi di altissio/io e riconosciuto
valore appartenenti a diverse nazionalità, sulla Resistenza italiana, francese, jugoslava, polacca, triestina (una Resistenza tutta particolare), austriaca e cecoslovacca.
Per quanto i temi trattati nei singoli
Saggi siano diversi l'uno dall'altro; si trae dalla lettura l'impressione che esist~ fra di essi
un filo conduttore comune e sOPrattutto una
diffusa, direI pregiudiziale, aspirazione alla
libertà, sempre nella prospettiva deHa creazione di una Internazionale dei popoli (intanto) europei.
E' dunque una pubblicazione di grande
interesse non solo per gli studiosi di storia
della Resistenza, ma soprattutto per gli appassionati di studii di politica, intesa questa
accezione nel suo significato più alto e più
nobile e non partitico. Essa tratta l'argomento
che è destinato ad essere i1 grande tema
delle generazioni future e che costituisce fin
da ora le basi di un edificio che la pazien-
za, la costanza e la fede di uomini illuminati
ha già gettato e sulle quali si costruirà la società futura.
Quanto tempo sembra esser trascorso dalla configurazione che, fino a pochi decenni
addietro (e, ahimè, talvolta ancor oggi), si
faceva nella Scuola del concetto di Patria e di
tutto quel complesso armamentario di simboli
tabù che lo accompagnava! E quanto tempo
sembra passato dalle lotte cospirative per
conseguire l'unità nazionale, dalle strategie
diplomatiche per raggiungerla e dalle barricate o da}le guerre cosidette nazionali, bandiere in testa, che si combatterono a quel
fine!
Eppure, gli ultimi anni - veramente decisivi per la storia dei popoli - hanno aperto
l'avvio ad una diversa interpretazione di quei
concetti, di quei fatti e di quei sentimenti.
Ciò che poteva sembrare, allora, un delitto
di ,lesa patria, è oggi invece il denominatore
comune per una più ampia visione delle prospettive di pace e d~ progresso per tutti i
popoli.
'
Contiene, dunque, questo volume, un complesso di insegnamenti e di moniti. Ne consi·
gliamo vivamente la lettura.
v.
P.
Atti e attività dell' Istituto
Il 2 aprile u.s." ha avuto luogo, alla presenza di Ferruccio Parri, delle magglOrl" auto
torità provinciali e di moltissimi soci, l'inaugurazione della sede dell'Istìtuto, concessa in
uso gratuito - come è noto - dall'Amm.ne provinciale." La cerimonia si è svolta in un
clima di semplicità e di sobrietà, senza discorsi e senza «taglio di nastri ». E' stata offerta
l'occasione per una presa di conoscenza, da parte della cittadinanza e dei suoi più qualificati rappresentanti, del lavoro compiuto per allestire una sede ben' attrezzata alla quale
potranno accedere,oltre che i soci, tutti coloro che vorranno consultare documenti, cimeli,
libri e pubblicazioni sulla Resistenza e in particolare su quella reggiana.
E' seguita nella Sala del Tricolore, ad iniziativa delle Amm.ni del Comune e della
Provincia, una manifestazione pubblica alla quale hanno partecipato numerosissimi cittadini.
Nel corso di essa, dopo un caloroso saluto porto dal sindaco avv. Bonazzi e dal" vice presi,
dente della Provincia Patacini, l'avv. Pellizzi ha presentato il primo fascicolo di Ricerche
Storiche, rivista quadrimestrale di storia deLla Resistenza reggiana.
Quindi Ferruccio Parri, col suo inirriitabile stile spoglio da qualsiasi forma retorica,
ha pronunciato un discorso.
«Manca evidentemente - egli ha esordito commosso - un ringraziamento" a quelli
che sono stati rivolti qui: un ringraziamento mio,un poco imbarazzato per certrelogi eccessivi che mi sono stati rivolti e che possono forse essere giustificati dalle buone intenzioni,
non dai meriti. Gli uomini seguono il loro fato: ognuno è figlio di un padre e di una madre
e ognuno ha un certo carattere che tu, Pellizzi, hai voluto ricordare. E' con un particolare
setitimento di affetto che io vengo a Reggio e" saluto la città, saluto voi, i rappresentanti
della cittadinanza e l'amico Pellizzi, al quale dico: tu hai parlato di noi "vecchi"; ma queSta
è una parola che non va bene per noi, caro Pellizzi. Noi siamo antichi di età, possiamo
anche essere dei vecchiacci insopportabili, non mai vecchi, non mai vecchi di spirito ».
Continuando nel suo discorso, Parri ha sottolineato le parole pronunciate dal sindaco Bonazzi: «con intelligente aderenza perlomeno a quelle" che sòno state le nostre intenzioni, a quella che è "stata la guida della nostra azione », quando ha affermato che la
Resistenza «aveva diritto di ritrovarsi nella Sala del Tricolore perché essa fu davvero un
secondo Risorgimento, non di pochi, non di avanguardia, ma di tuttò un Popolo; un pe;
riodo critico, cioé, della storia politica italiana. Perché critico? Ma perché non eravamo. sal,
dati di ventura, ma perché ci guidava una idea, degli ideali ».
Ecco perché era necessario «che della Resistenza e della lotta" di Liberazione si facesse la storia, certo in senso critico: non una raccolta di elogi, di apologie, non della sem"
plice propaganda. Occorreva cioé che noi stessi ci ripiegassimo sul nostro passato e ne difendessimo, ne intendessimo le ragioni, le origini, le partecipazioni. E tutto ciò con animo~
scevro di passione, più distaccato, più sereno, più capace di obiettività e nel" tempo stessò
aderente anche a quella che fu la ragione del successo della lotta di Liberazione, come-qui è
stato giustamente ricordato. Questa ragione è stata l'unità: opera difficile da raggiungere" e
da mantenere. Ma questa unità come è stata? di avventura? di occasione? determinata' solo
dalla presenza di un nemico che si doveva battere? No. L'unità ha avutò il" suo fiondamen-
112
to, tt1t fondamento ideologico, di mediazione - direi -, di mediazione fra le forze partecipanti, faticosa, non immediata, ma di lunga evoluzione, che poi ad un certo punto è venuta , fuori da sè; non si era legati solo dalla battaglia contro il nemico, ma si era legati
ormai da una base comune per l'Italia del domani: una base democratica. Non voglio dire
che l'Italia avesse scoperto la democrazia allora, che l'avesse scoperta attraverso la lotta;
ma in un certo senso questo è vero. Tutti i combattenti, anche i più indotti fra noi, anche i
più kiovani, sapevano che dovevamo preparare con la lotta un avvenire all'Italia, che non
fosse' evidentemente la ripresa dell'Italia precedente. Occorreva cioé che il modello della società nuova, quello al quale noi aspiravamo, fosse un modello a un livello superiore di civiltà: e questo era, vorrei dire in termini estremamente riassuntivi, la scoperta della democrazia ».
Passato poi a parlare delle ragioni per cui fu costituito l'Istituto nazionale per la storia
del movimento di Liberazione, al quale ora finalmente è stata riconosciuta personalità giuridica,
Parri ha raccomandato di inquadrare l'attività di quello della nostra provincia nell'ambito del
lavoro comune in modo da renderlo il più possibile efficace. « Una delle ragioni per le quali ha aggiunto - debbo un altro ringraziamento a Reggio è la partecipazione che essa ha dato, che
essa ha avuto nella costituzione del vostro Istituto, partecipazione che è messa in rilievo dalla
presenza qui delle Autorità e dei rappresentanti degli Enti locali. A Reggio. sono venuto in varie
occasioni, non sempre felici, anzi spesso gravi: conosco bene, quindi, il sentimento della popolazione e so che a Reggio si possono fare dei discorsi chiari senza pericolo di essere fraintesi, sia
sulla Resistenza sia, come dire?, sul suo seguito.
Noi siamo anziani e sappiamo bene i limiti nostri, i limiti della nostra generazione. Guai
se vi sono generazioni che pretendono di insegnare a quelle che vengono dopo. A parte che
nella storia del mondo i figli sono sempre contro i padri; a parte ciò, vi è una ragione storica: e
cioé che oggi i problemi si modificano, si trasformano rapidamente; ogni generazione deve fare
la sua prova e risolvere essa i suoi problemi, come essi si pongono. Certo vi è una continuità, vi
è un legame. Ed è appunto per questo che abbiamo voluto questi Istituti storici. Ma guai se
noi immaginassimo la Resistenza come un fatto che ha lasciato in eredità un certo numero di problemi, di riforme, che debbono essere attuati come se fossero un legato della Resistenza. Essi invece sono problemi nuovi, da risolvere con la visuale di oggi. Gli stessi problemi internazionali
li potevamo vedere allora come li vediamo oggi? Evidentemente no. Il problema della pace, la
guerra del Viet Nam, sono problemi diversi; non si possono considerare con gli stessi criteri di
allora. Sono problemi, certo, che non si possono risolvere con comizii, con imprecazioni e con
invocazioni; sono assai più complessi, richiedono comprensione dei problemi attuali della vita internazionale, sulla quale pesa la minaccia di una conflagrazione mondiale. Così il problema della
fame nel mondo, sollevato dall'Enciclica verso la quale io ho molto rispetto. Grandi problemi
che devono risolvere i giovani di oggi. Che contributo possiamo dare noi, che cosa può dire la
Resistenza su questi problemi? Portare su di essi lo spirito della lotta di Liberazione, cioé i
valori ideali che la guidarono. Cioé i valori di libertà e di giustizia, che sono concetti inscindibili, ai quali si deve ispirare ogni azione risolutrice dei grandi problemi di oggi e di sempre.
La libertà si attua e si conquista quando esistono le condizioni di giustizia che permettono di attuarla e viceversa.
Signori, compagni, amici! Anche la nostra società ha bisogno· di rifarsi sempre a questi
concetti ideali. Il panorama è spesso sconfortante; il malcostume affiora ogni dove; il rilassamento morale reca i suoi segni dappertutto. Non vi meravigli che inaugurando l'Istituto della
·Resistenza io vi parli di queste cose; ma sappiate e tenete sempre presente che questa è una liberazione di cui- il Paese ha bisogno e per la quale confidiamo e speriamo nei giovani, sotto la
guida di noi vecchi, sotto la guida dello spirito della Resistenza, sotto l'insegna di ciò che dicevano i nostri compagni andando a combattere: «Noi combattiamo per un'Italia pulita! ». Ecco,
questa è la sola eredità della Resistenza; ecco perché la storia che noi raccogliamo con i nostri
Istituti è una cosa viva, che proiettiamo nell'avvenire della società italiana, e vogliamo che essa
sia risolutiva di questo avvenire. Perciò ho visto con estremo interesse questo fascicolo, questa
rivista che oggi avete presentato, non solo per il verbale del Convegno che avete in essa riportato, ma perché esso è sostanzialmente un dialogo che voi iniziate con i giovani, un dialogo
vivo che deve diventare una conversazione con gli insegnanti, con la Scuola, la quale è ancora
molto lontana dalla funzione educatrice che dovrebbe avere soprattutto col richiamo della grande
lezione che ha dato la lotta di Liberazione.
113
Continuate dunque su questa via. Come i reggiani hanno dato un grande cont~ibuto alla
lotta di Liberazione, avendo in tasca solo una tessera, quella di appàrtenza ad una nuova e
moderna società democratioa italiana, così continuate a tenere in alto i grandi e vitali valori di
quella lotta per realizzare una società in cui la giustizia e la libertà siano le insegne di un regime di fratellanza e di pace ».
*
* *
Nella sua riunione del 13 maggio u.s., il Comitato Direttivo dell'Istituto, presenti: Cesare
Campioli, che presiedeva, l'avv. Renzo Bonazzi, Giuseppe Carretti, l'ono Ivano Curti, l'avv.
Antonio Grandi, Gino Prandi, mons. Prospero Simonelli, :il dotto Sergio Vecchia, Gismondo Veroni e il segretario Guerrino Franzini; assenti giustificati: il presidente Pellizzi, i membri dotto
Alpi, cav. Cocconcelli, dotto F. Ferrari, prof. Manzotti e Nino Prandi, ha preso in esame recenti
pubblicazioni apparse su un periodico locale, riferentisi all'indirizzo ed alle finalità stesse dell'Istituto.
Al riguardo, dopo esauriente discussione, il C.D. ha votato all'unanimità un o.d.g., che è
stato inserito a verbale, col quale si riafferma che - contrariamente a quanto è stato scritto
sul detto periodico - l'Istituto non ha finalità esclusivistiche e di chiusura o meramente
celebrative, ma si propone di acquisire documenti e testimonianze per diffondere la conoscenza
dei fatti, dei valori ideali e dei motivi politici della Resistenza nella loro permanente attualità,
nonché per sviluppare i collegamenti con tutti gli studiosi e particolarmente con i giovani. L'o.d.g.
conclude poi deplorando alcune frasi e il tono delle accennate pubblicazioni ed esprime al presidente la piena solidarietà del C.D. e la sua fiducia nell'opera che egli svolge a favore dell'Istituto per la realizzazione dei fini per cui esso è sorto.
.. * *
L'11 giugno U.S., in seconda convocazione, ha avuto luogo l'assemblea annuale generale
ordinaria dei soci dell'Istituto, per la trattazione del seguente ordine del giorno: 1. - Relazione del Comitato Direttivo sull'attività svolta dall'Istituto nel primo anno di attività; 2. Situazione finanziaria alla chiusura dell'anno (24 aprile 1967); 3. - Varie ed eventuali.
All'Assemblea, presieduta a sensi di statuto dal pres]dente avv. Vittorio Pellizzi, erano
presenti numerosi componenti del C.D. e soci in persona o per delega. I convenuti, all'inizio, hanno concordato di dare la precedenza alla trattazione del punto secondo. Pertanto il
vice presidente e tesoriere Gino Prandi ha letto le risultanze della situazione finanziaria relativa all'anno sociale e il dotto Giuseppe Ferrari, per il collegio dei revisori dei conti, ha presentato il rapporto dei sindaci. Dopo breve discussione, il bilancio è stato approvato.
Il presidente avv. Pellizzi ha dato quindi lettura della seguente relazione del C.D., da
questo approvata nelle sue riunioni del 6 e del 13 maggio U.S.:
«Egregi Soci,
ai sensi dell'art. 13 dello statuto, nel presentare al Vostro esame il Bilancio dello anno
di vita dell'Istituto che ci avete affidato di amministrare e dirigere per un triennio - come
Vi è noto l'anno, diciamo, sociale va dal 25 aprile al 24 aprile dell'anno successivo - desideriamo anche esporVi succintamente l'attività del nostro Comitato Direttivo ed i risultati
ottenuti.
E' da dire subito che l'attività dell'Istituto si è potuta svolgere concretamente solo negli
ultimi mesi, cioè da quando l'Amministrazione della Provincia ha consegnato i locali concessici in uso gratuito per la· nostra sede, locali che abbiamo poi dovuto arredare e rendere
funzionanti. Ma, anche prima di avere la disponibilità della sede, l'azione del C.D. è stata
viva, rivolta cioé:
a) a proporre, sollecitare e conseguire contributi in denaro o in forniture da Enti
pubblici e privati allo scopo di reperire i mezzi indispensabili per il finanziamento dell'Istituto: si sono in tal modo ottenute cessioni di mobili '(parte in proprietà e parte in uso), e si
sono realizzati alcuni contributi. Da rilevare, primo fra tutti, quello concesso per il 1966 dalla
Provincia e già riscosso, e soprattutto il fatto che tale contributo è inserito in Bilancio e
pertanto dà affidamento della sua continuatività. Da notare altresl quello stanziato dal Comune di Reggio, approvato dalla G.P.A. ma autorizzato dalla C.C.F.L. solo a condizione che
114
sia finanziato con mutuo, e quindi non ancora potuto realizzare. Ad entrambi gli Enti va
dunque rivolto il nostro e Vostro ringraziamento.
b) a predisporre il lavoro di reperimento ed acquisizione del materiale storico (documenti, cimeli e testimonianze) relativo al periodo della Resistenza. E' da osservare che tale
lavoro si è rivelato molto arduo, sia per la quasi totale assenza di documentazioni valide sulla
Resistenza del ventennio e sull'attività politica del C.L.N. durante la guerra di Liberazione,
sia per le difficoltà obiettive e soggettive che si incontrano ad acquisire i documenti che fan·
no parte di archivi o raccolte personali e private, sulle quali grava il geloso comprensibil~
riserbo di chi li ha formati o di chi M ha da questi ereditati.
Comunque è da avvertire che invece l'A.N.P.I., dimostrando larga comprensione degli
scopi e delle finalità dell'Istituto e piena fiducia in esso, si è dimostrata favorevole alla cessione all'Istituto stesso dei carteggi che possiede, relativi alla guerra di Liberazione, naturalmente con le garanzie di custodia delle carte e documenti che li costituiscono, garanzie che
sono state da!\oi offerte. L'operazione di consegna di tale Archivio storico è in corso e le
carte e i documenti di esso saranno oggetto di attento esame e, poste in relazione alle altre
che sono o saranno acquisite, saranno classificate, inventariate e catalogate con rigore scienti·
fico e in forma adatta a rendere più agevoli le consultazioni degli studiosi e specialmente dei
giovani.
c) a predisporre l'acquisizione di testimonianze, rese collegialmente dai protagonisti,
sull'attività del C.L.N. (sulla quale sussiste una assoluta carenza di documentazione), con
variazioni opportune a seconda dei periodi della sua azione e in relazione ai mutamenti che,
nel corso di essi, ebbero luogo fra le persone dei componenti quell'organo, in rapporta,
cioé alle esigenze e alle vicende della lotta. Tale acquisizione si è già svolta con esito soddisfacente con un primo Convegno che si è tenuto ai primi di marzo e che ha trattato il pe
riodo dei «45 giorni ». Questo ha avuto luogo coll'intervento di uno studioso, in forma
di dibattito il quale, raccolto da un magnetofono e poscia tradotto, è stato poi adeguata
mente coordinato. E' proposito del Vostro C.D. di continuare in questo lavoro, che è giudicato di grande importanza e tale da colmare una grave lacuna che esiste fra le fonti cl!
informazione della lotta di Liberazione. E' da osservare tuttavia che esso si rivela irto di
difficoltà, sia per la non sempre sollecita dedizione o disponibilità delle persone che sona
invitate a partecipare ai Convegni, sia per la scomparsa di alcuni dei protagonisti, sia in
fine per le comprensibili lacune mnemoniche che - a distanza di 25 anni - è naturale che
si siano manifestate. Tuttavia, possiamo consapevolmente affermare che il metodo seguito il confronto testuale, cioé, delle singole testimonianze sul medesimo fatto o avvenimento e
!'integrazione di quelle manchevoli con altre più complete e precise sullo stesso fatto - dà
luogo ad una ricostruzione cronicistica la più precisa che si possa oggi realizzare, e tale co
munque da costituire una fonte del tutto attendibile e ricca di particolari suggestivi, che po
trà essere molto utilmente consultata dagli studiosi.
Tuttavia particolare cura ha posto il Vostro C.D. per evitare che !'Istituto, col solo re
perimento e con la conseguente catalogazione di documenti e di testimonianze, possa essere Q
avviarsi a diventare una raccolta di cose inerti o addirittura morte, e pertanto distaccata dal
l'attualità.
Sembra opportuno però a questo riguardo confutare pregiudizialmente questa tesi, con
siderando come nello studio della Storia non esista mai un distacco fra eventi storici, cioé
verificatisi nel passato, e attualità storica: tutta la Storia costituisce infatti un qualche cosa cl:
unitario, per cui gli eventi del passato sono attualità del presente.
Non esiste quindi nessun pericolo che questo Istituto, raccogliendo documenti, testi
monianze e cimeli del passato, possa essere o diventare una cosa morta, una specie di cimitero
da visitare solamente per onorare ciò che in esso è raccolto, senza che le testimonianze e le
documentazioni che esso custodisce possano avere una influenza - e quale! - sull'attualità
Ciò chiarito in sede teoretica, è da rilevare che, già fin dall'inizio, si ebbe questa
preoccupazione. Infatti i promotòri dell'Istituto, nel progettarne lo statuto, vollero - all'art
2 - stabilire ben chiaramente che, oltre al compito di reperire e conservare le documenta
zioni storiche, !'Istituto avesse anche la funzione di promuovere la conoscenza e l'approfon.
dimento del movimento politico e militare della Resistenza, mediante manifestazioni, esposizioni, pubblicazioni, convegni e ogni altra iniziativa.
115
Ed è appunto in relazione a tale orientamento ed in osservanza di tale disposizione
statutaria che il Vostro C.D. è venuto intanto nella determinazione di promuovere la pubblicazione di una rivista quadrimestrale di storia della Resistenza reggiana, intitolata Ricerche
Storiche, tuttavia salvaguardandone l'autonomia economica e amministrativa nei confronti
dell'Istituto; e ciò al fine di non gravare - sia pure in via eventuale - sul Bilancio di questo, che deve invece essere tutto dedicato e proteso verso la ricerca e lo studio, sia pure col
mezzo di una dinamica gestione dell'Istituto.
Il realizzarsi di questa iniziativa, naturalmente, è stato molto laborioso, sia per la determinazione della periodicità e del carattere della Rivista, sia per il modo - in discorde concordia - col quale si è voluto indirizzarla. E, in data 2 aprile U.S. - come Vi è noto - ,
essa è venuta alla luce, col suo primo fascicolo che ha raccolto vasto numero di autorevoli
consensi, a cominciare da quello di Ferruccio Parri. Ci auguriamo che, con la vostra collaborazione e con quella di tutti gli studiosi, ai quali - e specialmente ai giovani - rivolgiamo da questa tribuna un fervidissimo invito, essa possa continuare con serietà ed impegno
a svolgere il compito che le abbiamo assegnato.
Come certamente sapete, all'Istituto Nazionale del Movimento di Liberazione in Italia, di cui siamo Membri in forza dell'art. 2 dello statuto di detto Ente, è stata riconosciuta
personalità giuridica con Legge 16 gennaio 1967, n. 3; il che comporta determinati vantaggi,
ma .anche il dovere di osservare le norme di legge che ne regolano la costituzione e il funzionamento. A tali esigenze il Vostro C.D. intende di attenersi scrupolosamente, non solo perché ciò costituisce l'adempimento di un dovere la cui inosservanza potrebbe essere causa di
interventi superiori o addirittura dell' Autorità tutoria in base al disposto della Legge 21 marzo 1958, sul controllo degli enti sovvenzionati, ma anche nel convincimento che l'Istituto
debba svolgere la sua attività unicamente secondo lo spirito e la lettera della Carta costitutiva dell'Istituto nazionale, riprodotta - con le varianti e gli adeguamenti del caso e di
legge - nelle disposizioni contenute nel nostro statuto.
Altri compiti, altre funzioni spettano alle tre grandi Associazioni partigiane, esistenti
in campo nazionale e con le quali noi intendiamo di mantenere e coltivare rapporti di fraterna amicizia. La loro presenza nella vita politica italiana infatti, appunto ed anche per il
differente indirizzo che ciascuna di esse rappresenta, rispecchiando di massima le principali
correlative componenti politico-'Sociali della lotta di Liberazione - è quanto mai utile, diremmo indispensabile per una dialettica democratica nella interpretazione del messaggio della Resistenza; ma tale presenza, come i compiti e le funzioni rispettive, non devono mai essere
confuse con quelli del nostro Istituto. Il quale tuttavia, a parere del Vostro C.D., potrà
e dovrà - quando se ne presentino le occasioni - assumere quelle iniziative che, in conformità col disposto del citato art. 2 lettera b) dello statuto, sono ad esso devolute per promuovere e favorire tutto dò che è attinente alla Storia della Resistenza e per stimolare le
Associazioni partigiane o chiunque a sviluppare i temi e i problemi della Resistenza secondo
l'interpretazione che a questi ciascuna di esse o chiunque intenda di dare in relazione all'indirizzo della propria maggioranza assoclatlva.
A questo punto, riteniamo utile riferirVi qualche dato particolare sulla organizzazione
e sull'attività dell'Istituto.
Sino a. questo momento i nostri aderenti sono 77 e, più precisamente, 66 soci ordinari e 11 sostenitori.
In questo frattempo sono deceduti ·i due soci Azzimondi Pietro e avv. Aldo Bacchi Andreoli. Esprimiamo il nostro cordoglio per la loro scomparsa.
Recentemente è stato aperto il tesser·amento per il 1967 e già vari soci hanno rinnovato la tessera. E' stato affrontato anche il problema del .funzionamento dell'Istituto, la cui
sede attualmente rimane aperta, per i soci e periI pubblico, tutti i giorni feriali dalle 17 alle 19.
Si rimane in contatto con la Deputazione regionale e con l'Istituto nazionale e si par·
tecipa alle loro riunioni. In tal modo si collabora all'attività dell'Istituto sui piani regionale e
nazionale.
Avrà inizio tra breve un lavoro molto complesso ma fondamentale. Trattasi di un
atlante storico della Resistenza italiana. Si tradurranno in carte geografiche i dati che verranno raccolti, sui vari aspetti e periodi della Resistenza. Verranno a questo scopo designati dei
ricercatori in tutte le Regioni. Il grosso problema è stato studiato a grandi linee in recenti riu·
llB
nioni tenute a Milano ed a Bologna. In tali sedi sono state affrontate anche varie questioni
bibliografiche.
E' in corso la compilazione di uno schedario generale comprendente i dati di tutte le
pubblicazioni in possesso dei vari Istituti. Da parte nostra sono già stati forniti dei dati ed
altri se ne forniranno mano a mano che la nostra biblioteca si andrà ampliando. Dal canto
suo l'Istituto nazionale, contando sul finanziamento dello Stato, si propone di dotare i vari
Istituti di un certo numero di pubblicazioni storiche di carattere generale (circa 150), affinché gli studiosi possano trovare sul posto almeno le cose essenziali sulla Resistenza. Gli studiosi nostri potranno anche avere in visione opere in possesso di altri Istituti, quando sarà
compilato lo schedario generale e sarà introdotto il metodo del prestito interno.
In sostanza, l'Istituto dovrà divenire uno strumento efficace per chiunque voglia
impadronirsi della materia.
Egregi soci,
come avete sentito da questa breve relazione, il lavoro svolto dal Vostro Comitato Direttivo, per quanto solamente in fase iniziale, non è stato poco, anche se esso è poco appariscente. Ci ripromettiamo tuttavia, se - come confidiamo - riceveremo da Voi nuove
idee, nuovi suggerimenti e nuovi incentivi, di intensificarlo e di maggiormente caratterizzarlo
nel prossimo anno, in modo da soddisfare sempre più e meglio le vostre attese ».
Sono poi intervenuti, in sede di discussione della relazione morale, vari soci, fra i
quali l'avv. Grandi il quale ha messo in luce le realizzazioni compiute rivolgendo, !anche a
nome dei presenti, il suo plauso a coloro che maggiormente si sono impegnati per la riuscita delle iniziative assunte. Campioli si è associato al plauso ed ha raccomandato che le
critiche siano sempre costruttive. Il sindaco Bonazzi, parlando a titolo personale, prendendo
lo spunto da un intervento della socia signora Valeriani, ha raccomandato che i propositi
annunciati di indire convegni culturali e di studio siano presto attuati mettendosi a disposizione per proporre all'amministrazione comunale quelle facilitazioni che possano agevolare
ogni iniziativa in tal senso.
Poste ai voti, la Relazione morale e la Situazione finanziaria sono state approvate
aU'unanimità.
ERRATA CORRIGE
relativa al n. 1 di « Ricerche Storiche»
l - Tra i nomi dei membri del Comitato di Redazione è stato omesso quello di Carlo
Galeotti.
Pago 6 - riga 1 - Tra i partecipanti allo Convegno «I quarantacinque giorni », è stato citato
Gino Prandi. Trattasi invece di Giacomo Nino Prandi.
Pago 11 - riga 1 - E' stato omesso 11 nome di Zaccarelli, ucciso dai fascisti a Correggio, il 31
dicembre 1920, assieme al nominato Gasparini.
Pago 33 - riga 4 - Leggi Armando, anziché Alfredo Pinotti.
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