L'ARCHIBUGIO
DEL
CAPPELLANO
I.R.
INTRODUZIONE
Questi profili di sacerdoti non vogliono minimamente costituire un libro di storia o di storie del clero della nostra diocesi. Per far
questo occorrono gli specialisti. E il sottoscritto, che ha avuto sempre come hobby il giornalismo, imbattutosi più volte in preti complici o vittime dei casi più strani della vita, ha ritenuto suo dovere
farne conoscere almeno qualcuno.
Purtroppo nell'anonimato dei secoli sono scomparse figure
sacerdotali che avrebbero meritato di essere messe in adeguato
rilievo. Per dirci, che santi e peccatori, intelligenti e originali, seri
e umoristi non sono mai mancati nelle file del nostro clero. Quelli
che qui segnalo sono stati in gran parte ripescati dagli archivi o
suggeritici dall' inesauribile tesoro delle tradizioni orali delle
nostre comunità parrocchiali.
Onestà vuole anche che io confessi che alcuni di questi racconti già hanno trovato spazio in pubblicazioni più o meno note: il
settimanale della diocesi di Padova "La Difesa del Popolo", la rivista "Familiari del Clero", i libri dell' editrice Venilia.
Il titolo di questo volume è preso proprio dal primo dei racconti
che negli anni '80 ottenne il primo premio di narrativa Arquà
Petrarca.
Qualcuna delle storie che sono qui raccontate ha avuto bisogno
dell'aiuto di un pizzico di fantasia letteraria. Bisogna pur dare una
mano a coloro che per pudore o per pigrizia non avrebbero mai
scritto certe loro simpatiche o drammatiche vicende personali.
L'Autore
STORIE CURIOSE DI PRETI
1
L'archibugio del cappellano
2
La lampada del S.S. mo non resta accesa:
"Colpa della finestra, signor Abate"
3
Il berretto cardinalizio per un giorno
4
Un prete povero ma creduto ricco
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Non sopportava la Repubblica di S. Marco
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Marito e moglie a sorpresa
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Padovano uno dei cappellani di Garibaldi
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Tra parroco e cappellano ... basta un pianoforte
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Il vecchio cappellano diventato papa
non dimentica il dialetto veneto
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Chi ha rubato l'uva del papa?
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Si possono staccare i hattagli
anche per una damigiana di vino
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Tra l'olio dei fascisti e l'amicizia con Nuvolari
13
La campanella interrompe una predica noiosa
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Vengo a Roma se mi nomina capo delle sacre cantine
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Quando sul far dell'alba
l'arciprete andò a prelevare le campane
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Al cappellano infreddolito tante scuse e un mantello
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Quel venerdì santo il crocifisso non si mosse
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Sottoscrisse con il sangue la sua promessa di fedeltà
19
La guerra, un salame e la testata di un giornale
20
Quando il parroco si fa assolvere dal cappellano
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E l' insegnante mangiava la pastasciutta. sulla cattedra
L'ARCHIBUGIO DEL CAPPELLANO
Quando arrivò in paese, tutti sapevano che don Giovanni
Domanighetti portava con se l'archibugio che gli aveva regalato
suo padre. Ma cosa cifaceva un giovane cappellano, chiamato per
dare una mano al parroco don Tommasini con quell'arma?
Era arrivato a Carrara San Giorgio quasi alla chetichella. La
domenica precedente, il parroco don Pietro Tommasini aveva raccomandato: "Vogliategli bene, è giovane e anche bravo a suonare
l'organo". Ma ad accogliere il giovane cappellano non c'era nessuno, perché in quei giorni del luglio 1659 la gente era impegnata
nella mietitura.
Il grano era maturato tardi. C'era stato un maggio piovoso e un
giugno bizzarro, tanto che le donne erano andate in pellegrinaggio
al Santo a Padova a chiedere il bel tempo. I cauli erano cresciuti
piccoli sui solchi, ma le spighe erano finalmente riuscite a inturgidire: "Avremo pane anche quest'anno" commentavano alla sera i
vecchi sulle aie, mentre saliva dai prati odorosi di fieno il canto dei
grilli.
Don Giovanni non se n'ebbe a male, anche se in cuor suo
avrebbe desiderato, com'era costume nella Bassa padovana, che
Toni il sagrestano suonasse, per il suo arrivo, la campana grande.
Scese dal biroccio davanti alla canonica, prese le sue masserizie e,
accortosi che nella grande piazza deserta c'era un ragazzino, lo
chiamò: "Mi dai una mano?". Gigi aveva dieci anni, ma ne dimostrava almeno tre di più. Corse verso il nuovo arrivato: "Sei tu - gli
disse - il cappellano? Mio papà Santino Pisarello è bravo come te
a sparare con l'archibugio". Don Giovanni restò un attimo sorpreso: "Chi ti ha detto che io ho l'archibugio?". Gigi si fece avanti.
"Qui in paese lo sanno tutti. Mia sorella ieri ha raccontato che le
ragazze del paese hanno saputo che a Ospedaletto ti chiamavano
don Archi". Il ragazzino aveva la lingua sciolta e le cose che snoc-
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ciolò misero il buon umore al cappellano.
Lo scarico della roba fu fatto in fretta, grazie anche all'aiuto
del parroco che, sentito lo zoccolare del cavallo, s'era affacciato
alla porta.
"Buon giorno, arciprete" gli disse don Giovanni, subito incuriosito dagli strani occhi cisposi del curato sui quali incombevano
due sopraccigli nerissimi e lunghi.
Don Pietro lo prese sottobraccio bisbigliandogli tra il serio e il
faceto: "Sono contento che il vescovo abbia mandato te. Gira, da
queste parti, brutta gente, specialmente alla notte. Sono già venuti
a far visita alla canonica. Hanno rovesciato tutto, volevano i soldi.
A Battaglia hanno bastonato il parroco, a Sant'Elena hanno messo
una corda al collo della perpetua. Viviamo con la paura addosso.
Ma adesso ci sei anche tu che sai maneggiare l'archibugio".
Il cappellano avrebbe voluto replicare e chiedergli, tra 1'altro,
da chi aveva saputo che lui era un archibugiere. La cosa non gli
dispiaceva, ma lo disturbava di essere lui prete già etichettato con
un titolo che si poteva prestare a tanti equivoci. L'archibugio glielo aveva regalato dieci anni prima suo padre, che era stato tiratore
scelto della Serenissima tra gli Schiavoni della Dalmazia. Era
un'arma da fuoco bellissima con una canna molto lunga, cesellata
con teste di turco e racemi d'ulivo. Portava incisa la data del 1640
ed era uscito da un'armeria di Desenzano dove, si raccontava allora, il proprietario aveva venduto l'anima al diavolo perché gli insegnasse il mestiere dell' armaiolo.
Un archibugio di tutto rispetto costava tantissimo; il mercato
delle armi a percussione era libero, ma il Consiglio dei Dieci, dopo
il ripetersi di efferati delitti nelle campagne della Marca Trevigiana
e della Saccisica, aveva istituito un registro per i detentori di qualsiasi tipo d'arma.
Anche quella di Domanighetti era stata catalogata e il vecchio
funzionario di Padova, addetto a tale compito, aveva scritto in margine alla denuncia del prezioso archibugio: il possessore è un prete
forestiero. Don Giovanni infatti era entrato a far parte del clero
padovano soltanto dopo la consacrazione sacerdotale ricevuta a
Mantova. Ma, era lui stesso ad ammetterlo, non aveva trovato alcuna difficoltà a legare con i preti della nuova diocesi.
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Dopodomani, seconda domenica di luglio e festa della
Madonna del Carmine - gli disse l'arciprete durante la cena - tu
predicherai alla messa ultima. CosÌ avrai modo di presentarti ufficialmente alla parrocchia.
Alle 11 c'era la messa 'grande' con organo, cantori e addobbi
sulle pareti. Il nuovo cappellano si avviò all'altare con passo deciso. Gli occhi dei fedeli si puntarono su di lui: "È bello - dissero le
donne dei primi banchi, - guarda che occhi, somiglia a Lanzi (il
giovane del paese che aveva preso parte alle guerre di Francia e
non aveva paura di nessuno)". I vecchi notarono che era troppo
giovane e commentarono sottovoce: "Si farà, se avrà pazienza".
Al vangelo, don Giovanni salì sul pulpito e con tono di voce
robusto e gradevole parlò della Madonna. Gli scappò a un certo
punto una frase che i presenti commentarono con un sorriso di
malizia: "La Madre di Dio non ha bisogno di archibugi per difenderci dal demonio". Più tardi sul sagrato i commenti si sprecarono:
"La Madonna non ha bisogno di armi, ma se gliene occorressero,
c'è don Giovanni pronto a darle una mano".
Passata la festa, nessuno tornò più sull'argomento e il nuovo
cappellano in breve tempo poté prendere contatto con tutte le famiglie e raccogliere problemi e simpatie. Il parroco, un carattere mite
e senza invidia, godeva della stima che il giovane collaboratore si
andava guadagnando tra i fedeli. Lo metteva però in guardia da
certi tipi che sapevano fare la doppia faccia e i cui nomi saltavano
fuori sempre quando accadeva nella zona qualche furto o delitto.
"Non ti fidare, don Giovanni. È gente che non ha né arte, né parte,
e si serve dell'amicizia del prete per i propri interessi". Peccato che
si trattasse proprio dei migliori tiratori del paese: Nando Voltan,
Silvestro Borgesse, Nicolò Barbiero, Samuele Fortin. Uscivano
insieme e si fermavano all'osteria di Ponte manco a mangiare
fagiano arrosto e a discorrere soprattutto di armi.
Il più esperto di tutti era naturalmente il cappellano che alla
scuola del padre s'era fatto una cultura sugli archibugi. Nessuno
come lui sapeva che le prime canne con l'uncino (da qui il nome
haak-bus) erano state prodotte nel paese dei mulini e dei tulipani.
Poi, passate in Francia, avevano preso il nome di harquebusches,
cambiato subito dai soldati di ventura dei conti di Savoia in archibugio. Ce n'era di tutti i tipi: a miccia, a forcella, ad acciarino per
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pietra focaia, e poi quelli a ruota, a percussione e altri da muro, da
campo e da posta.
Gli avventori della bettola restavano a bocca aperta ad ascoltare i discorsi di don Giovanni che sapeva condire le descrizioni
delle armi con i racconti di battaglie e di uomini passati alla storia
per la loro mira infallibile. Avevano ragione le ragazze ad insistere nel chiamarlo don Archi, tanto più che lui si faceva vedere spesso con quello che lui chiamava il suo "diletto", cioè l'amico archibugio.
Nei pomeriggi ancora assolati del settembre, vestito con un
sanrocchino marrone e un cappello dalla larga tesa, percorreva i
capezzali dei campi folti d'erba verde, a far la posta alle quaglie,
alle cince e alle lepri. Non ne sbagliava una.
Tra le barzellette che circolavano in paese c'era quella degli
uccelli che, appena lo scorgevano da lontano, si passavano la parola: "Arriva Domani": abbreviazione del cognome dell'esperto cacciatore. Ma fu proprio l'archibugio a tradirlo.
Nel1660 la Pasqua s'era preannunciata "bassa" e la Quaresima
capitò quasi all'improvviso con giorni ventosi e rive piene di primule. Santino Pisarello, presidente della confraternita della
Madonna del Carmine, l'ultimo lunedì di febbraio andò in canonica per scambiare con il parroco un parere sulla situazione contabile del gruppo.
Don Pietro lo accolse con grande cordialità, lo fece accomodare in ufficio sulla vecchia poltrona, vicino all' armadio dei registri
parrocchiali. Tra un discorso e l'altro: "Perché non vieni una sera
a cena con i tuoi? Mangiamo qui un boccone - gli disse - in compagnia di don Giovanni. Non dirmi di no. Ti sono debitore di tanti
servizi: mi aiuti nel brolo, vieni alle questue per il paese, tieni
l'amministrazione della parrocchia, vai a Padova ogni mese a comperare tutto ciò che occorre a questa benedetta chiesa, fai da padrino per i figli di nessuno e poi, lascia che mi confessi, sei l'unico
che ha il coraggio di dirmi quello che si pensa, in paese, nei miei
confronti" .
Santino diventò rosso: "Lei, signor parroco, è troppo buono
con me" rispose con tono che voleva dire: "Grazie dei complimenti, ci sto all'invito". S'accordarono per la sera del 5 marzo, un
giovedì in cui sarebbe stato presente anche padre Bonifacio, il
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francescano che teneva tre volte la settimana la predica del quaresimale.
La famiglia del Pisarello era composta dai sei figlioli, oltre
ovviamente la moglie e un'anziana zia che nonostante i suoi ottantatré anni, era vispa come una ragazzina in boccio. Una pattuglia
consistente, che avrebbe certamente fatto onore alla mensa del parroco.
La sera fissata, la canonica era tutta in fermento. Lina, la perpetua, aveva tirato fuori la tovaglia delle grandi occasioni e la
posateria d'argento che aveva ereditato dal padre, che a sua volta
l'aveva ricevuta in dono dal vecchio conte Mescalchin di Porta
Pontecorvo di cui era stato maggiordomo. Dalla cucina usciva un
buon odore di tacchino arrosto e di vaniglia e un brontolio di
pignatte con l'acqua calda pronta per la pastasciutta.
S'era fatto buio pesto. Uno spicchio di luna stava sorgendo
oltre le magnolie del sagrato, addormentate tra un andirivieni di
piccoli banchi sfilacciati di nebbia.
Il parroco commentava con padre Bonifacio le notizie del giorno: "Ho sentito padre, ieri a Padova, che si parla del Barbarigo
come nostro nuovo vescovo. Dovrebbe addirittura esserne imminente la nomina". Il cappuccino si fece un attimo pensoso, poi
sbottò: "Arriva il castigamatti. Quello, non scherza. Ho saputo che
a Bergamo, proprio l'altro mese, ha voluto esaminare personalmente i preti che concorrevano per le parrocchie rimaste vacanti.
Su cento, ne ha ammessi appena quattro, e tutti gli altri li ha mandati a studiare".
Il cappellano ascoltava in silenzio ma a un certo punto volle
dire la sua: "Speriamo che non sia come tanti altri vescovi veneziani, che amano prima la repubblica, poi la chiesa. Mi ha detto il
cappellano dei marchesi Papafava, don Giobatta Boscain, che a
Bergamo il vescovo Barbarigo mantiene continui rapporti epistolari con il senato veneto. E poi, che è un uomo di grande mortificazione. A proposito di digiuni e astinenze, io ho fame. Non si cena
stasera ?" .
Erano passate da un pezzo le otto, e il parroco Tommasini era
diventato un po' nervoso anche lui nell'attesa: "Va' loro incontrogli disse -. Attento a non perderti e soprattutto, occhi aperti". Era
l'epoca e la stagione dei ladri. Non c'era notte che qualche pollaio
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o stalla non subisse la loro visita. A Monselice, qualche settimana
prima, due abitazioni erano state messe a soqquadro e i proprietari bastonati a sangue. Un ragazzino che aveva riconosciuto i banditi era stato rapito e abbandonato più tardi in mezzo ai campi con
la faccia gonfia di botte.
Domanighetti per precauzione prese l'archibugio, ne lisciò la
canna e ridendo disse al parroco: "Il primo che mi capita a tiro lo
faccio fuori". Quello lo rimbeccò con allegria: "Toccherà poi a me
cavarti dai guai".
Il cappellano uscì. Appena sull'uscio sentì il bisogno di tirarsi
su il bavero della casacca. C'era una brezzolina tagliente che pare-va spuntare dall'abside della chiesa. Infilò la carrareccia che portava verso lo stradone, di qui, svoltando a sinistra, si avviò verso la
casa del Pisarello. Arrivato sull'aia diede un fischio: "Siete pronti?
O vi devo portare la cena a domicilio?". Don Giovanni aveva una
voce potente, ma ci volle del tempo, perché la pattuglia si mettesse in movimento. C'erano tutti, anche la zia, anche la piccola
Nicolosa di sette anni, felice di uscire per la prima volta di notte.
"Don Archi - disse affettuosamente Santi no, il capofamiglia - sei
venuto a prenderci con l'arma come fossimo dei banditi".
Camminavano sul tratturo pieno d'erba, tra un filare di viti ancora
spoglie e una riva di pioppi altissimi. "Facciamo presto - raccomandò il cappellano - perché altrimenti dovremo sorbirci la predica di padre Bonifacio. E poi, non vorrei facessimo qualche brutto
incontro". Non aveva ancora terminata la frase che senti qualcosa
muoversi a distanza.
Da giorni in zona circolavano facce poco simpatiche. Erano i
"bravi", gente spiantata che viveva arraffando. Portavano la fromboliera piena e lo schioppo carico. Avevano fatto amicizia proprio
con la squadra di Voltan, Borgesse, Barbiero e Fortin e s'erano
divisi i compiti in modo da tenere in scacco la gendarmeria in tutto
il circondario.
Improvvisamente si udì un richiamo. Pareva il verso del cuculo, ripetuto e prolungato. Poi una voce stridula che sembrava venisse dalla strada: "Alto là, chi va là". Era il parroco don Tommasini
che, preoccupato del ritardo, veniva incontro agli ospiti. Ripeté,
sempre con voce irriconoscibile: "Alto là, chi va là". Voleva dare,
in questo strano modo, il benvenuto agli amici. Disgraziatamente
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non s'era ricordato che proprio il mese prima, il procuratore della
giustizia di Venezia aveva proibito a tutti i cittadini del LombardoVeneto di usare quella formula intimidatoria "imperocché - era
scritto nel bando - viene usata da li cosiddetti bravi, gente sciagurata". Il cappellano sentì rimescolarsi il sangue. Qualcuno dentro
l'anima gH comandò: "Figlio del vecchio tiratore scelto, fatti
onore". Non ci pensò un minuto. Non ebbe un dubbio. Quelli erano
i "bravi". Bisognava dare loro una lezione. Chissà quanti in paese
lo avrebbero ringraziato.
Dietro di lui la piccola ciurma tratteneva il respiro. Innestò la
canna, prese la mira verso un'ombra che si andava sempre più
avvicinando in silenzio e sparò. Riecheggiò un colpo secco nell'aria notturna e poi un grido. Don Domanighetti restò fermo qualche
attimo, poi, sentendo che dal fondo della strada veniva un lagno,
corse, sempre con l'archibugio in mano, verso la pozza detta delle
"pecore". Sul bordo, avvolto nel mantello, il parroco, colpito in
fronte, mormorava alcune parole incomprensibili. Il cappellano
alzò il piccolo fanale che teneva in mano e vide che il sangue usciva a fiotti, trasformando il volto di don Pietro in una maschera spaventosa. La vittima aveva gli occhi spalancati quasi per dire: "Don
Archi, che cosa hai fatto?", poi si girò sul fianco, e rimase immobile.
I Pisarello corsero in paese urlando: "È morto il parroco! È
morto il parroco!". Qualcuno andò al campanile e suonò la campana mezzanella, quella del transito e dei temporali. Fu un accorrere
da tutte le case. I più svelti furono quelli della Boschetta che erano
nelle stalle a vegliare le vacche malate, poi arrivarono i Bertani che
stavano festeggiando Tita Spigarolo che compiva ottant' anni.
Don Giovanni si vide perduto. S'era mai sentita al mondo la
storia di un cappellano che uccide il parroco? Non l'aveva fatto
apposta, ma adesso chi avrebbe spiegato alla gente com'erano
andate le cose? Fece un salto al di là della pozza e infilò lo stradone che portava a Padova. Tenendosi lungo il canale, arrivato al
ponte della Cagna, lo varcò e si disperse nella campagna di Abano.
Laggiù si vedeva qualche lumino occhieggiare sui colli
Euganei. Più in alto le finestrelle delle casette dei monaci del Rua
quasi improvvisamente s'accesero. Era l'ora del mattutino. Don
Archi si disse: "Vado da loro" e corse, come un disperato. Giunse
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all'eremo che era quasi l'alba, suonò all'uscio e qualcuno aprì.
Il giorno seguente arrivò a Carrara il capitano del popolo con
una pattuglia di gendarmi. Dov'è il cappellano?". Nessuno ne
sapeva niente e i Pisarello, che l'avevano visto fuggire verso la
strada principale, si limitarono a rispondere: "Era buio, signor
capitano, e poi, avevamo altro da pensare in quel momento".
Don Domanighetti, otto giorni dopo, fu processato in contumacia. E la sentenza fu dura. Se l'avessero beccato entro il territorio della Serenissima, sarebbe finito su una delle galere in rotta
verso Levante a remare per cinque anni.
Lasciò qualche giorno dopo anche il rifugio segreto del Rua e
scomparve per sempre. Una traccia del suo ritorno in paese la
trovò, qualche mese dopo, il custode del cimitero. Era giugno. Le
tombe ricoperte di grosse margherite e papaveri parevano vestite a
festa dopo una primavera stentata e piovosa. Quella del parroco
don Tommasini biancheggiava di gigli. Sulla lastra campeggiavano queste parole: "Tragico errore lo tolse alla vita, agli affetti, alla
sua gente. Pace a lui e all'involontario assassino".
Il custode stava scavando la buca per Gino delle Nogare, un
poveretto morto di stenti due giorni prima nella sua casupola e che
aveva sempre rifiutato il ricovero all'ospizio di Porta Saracinesca.
Butta l'occhio sulla tomba del parroco es' accorge di qualcosa che
stranamente luccica. Vasi d'ottone, catenelle della recinzione, borchie della lastra? S'accosta e vede appoggiato sullistello del basamento un archibugio. La canna è spezzata e sul fondo, tra le testine di turco e i racemi d'ulivo c'è scritto in rosso: "frater perfuga",
il fratello fuggiasco.
Don Archi era passato qualche notte prima e inginocchiato
sulla tomba, aveva chiesto perdono al povero don Pietro. Adesso
erano in pace tutti e due.
(Racconto storico
l° Premio Assoluto
Arquà Petrarca 1989)
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LA LAMPADA DEL S.S.MO
NON RESTA ACCESA:
"COLPA DELLA FINESTRA, SIGNOR ABATE"
Un curioso interrogatorio nel corso di una visita pastorale
svoltasi il 27 giugno 1599 a Civè, una piccola parrocchia che
sorge sul terreno riscattato dalla laboriosità dei monaci benedettini ai margini della laguna di Chioggia.
Nulla da dire sulla sua condotta morale e pastorale, ma ...
Nel 1599 era parroco di Civè (un paesino verso Chioggia, le
cui terre erano state riscattate al mare qualche secolo prima dai
monaci benedettini dell' Abbazia di S. Giustina in Padova) don
Giovanni Piacentini da Crema. Un prete come gli altri della zona,
destinati a condividere una vita di sacrifici coi loro fedeli. Il lavoro dei campi che d'estate durava anche diciotto ore, teneva impegnate le famiglie intere. Fatta salva la domenica, c'era poco tempo
da dedicare alle attività formative. Quasi tutti i parroci nelle visite
pastorali, si lamentano che i genitori non mandano i figli a dottrina. Gli Abati visitatori molto comprensivi si limitano ad esigere
che i fidanzati per sposarsi sappiano almeno il Padre Nostro, l'Ave
Maria, il Credo e i dieci Comandamenti.
Abbiamo detto Abati visitatori, perché i titolari della comunità
monastica della gloriosa Abbazia (S. Giustina) avevano acquisito
dalla Santa Sede una serie di privilegi, fra i quali quello delle visite pastorali a poco più di una dozzina di parrocchie della diocesi di
Padova. La cosa evidentemente non è mai garbata ai vescovi locali che ne hanno fatto in passato un pretesto di innumerevoli polemiche nelle quali fu coinvolto lo stesso S. Gregorio Barbarigo.
Il 27 giugno del 1599 si presentò di mattino presto per la visita alla comunità di Civè don Giovanni Evangelista, Abate di S.
Giustina. Aveva con sé altri due monaci, più il notaio, colui cioè
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che era incaricato di redigere il verbale della visita. Salutato il
Piacentini, l'Abate visita il tabernacolo, la chiesa, i luoghi adiacenti, le suppellettili. Tutto è in ordine. AI popolo che lo attende in
chiesa raccomanda la vita cristiana e l'educazione dei figli, in particolare, l'accordo in famiglia.
È poi il momento dei "massari": sono quattro. Tocca loro dare
un giudizio complessivo "sulla vita e costumi" del parroco. Dalle
risposte fornite singolarmente all' Abate appare chiaro che la pattuglia si è già messa d'accordo sulle cose da tacere e da dire.
"Il parroco fa bene l'officio e debito suo et l'ho per homo da
bene": nulla da eccepire quindi sulla sua condotta, ma!
'
Il primo a sbottonarsi è Luigi ScarabeIlo: "Il parroco è un brav'uomo; chiamato però una volta al capezzale di un moribondo,
ritardò di molto l'arrivo, così che l'altro se ne andò senza sacramenti".
Il secondo è Lorenzo Biasio, che, premesso un giudizio positivo sul parroco, ha pure lui un "ma" da far presente. Don Piacentini
è troppo assente dalla parrocchia, specialmente quando va a
Chioggia o a Venezia, e poi non accende mai la lampada del
Santissimo.
Questa storia della lampada spenta viene ripresa dal terzo e dal
quarto massaro: "È vero, sento dire che non accende mai la lampada". E aggiunge: "Con tutto quello che paghiamo noi della parrocchia".
Bravo sì, il Piacentini, ma con alcune pecche pastorali. Frutto,
queste, di pigrizia o di temperamento?
Dopo i massari, ha luogo l'interrogatorio del parroco. Don
Piacentini ha pronta la sua difesa: il moribondo non assistito? Ma
si trattava di un fedele di un'altra parrocchia, comunque di una
zona che sarebbe bene definire una volta per sempre a quale comunità appartiene. Nota bene: il problema è tuttora aperto!
I viaggi nelle città vicine? "Ma - dice il parroco - quando prevedo che non potrò tornare puntualmente incarico un altro sacerdote". Non spiega però perché sta via settimane intere senza avvertire i parrocchiani di sua fiducia.
La cosa però che disturbò di più l'Abate fu la faccenda della
lampada. Lo sorprendeva l'insistenza della lamentela. I fedeli si
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lagnavano sì, perché in fondo erano loro a pagare l'olio, ma tra le
parole c'era un sincero rimpianto perché l'Eucaristia rimaneva
sola. Il sapere che la fiammella vicino al tabernacolo ardeva giorno e notte avrebbe dato loro conforto. L'Abate ne chiese conto al
Piacentini e questi o facesse il furbo, o volesse inventare pretesti,
sbottò in questa battuta: "Ma come? La lampada è quasi sempre
spenta? Quei signori che sono venuti a lagnarsene sanno bene che
la colpa non è mia". La ragione è un'altra. In presbiterio c'è una
finestra rotta e di là entrano il vento, gli spifferi, le "baveselle", per
cui bisognerebbe esser pronti ad ogni istante a riaccendere la fiamma.
La scusa era banale, ma non maldestra. Toccava all' Abate
infatti, far sistemare la finestra, essendo la chiesa proprietà del
monastero di S. Giustina di Padova.
L'interessato capì la cosa al volo e il giorno dopo, la lampada
ardeva tranquilla a fianco del tabernacolo.
La finestra nuova campeggiava sulla parete e il parroco godeva della piccola vittoria riportata sui "massari" che a lui erano sembrati pettegoli, ma che in realtà, a loro modo, avevano manifestata
la loro fede nell 'Eucaristia.
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IL BERRETTO
CARDINALIZIO PER UN GIORNO
In un paese della vallata del Brenta, quasi cinque secoli fa, un
vecchio curato ebbe il coraggio di dire no per ripicca al Vescovoprincipe di Trento.
Primolano è una delle più piccole parrocchie della Diocesi di
Padova, in provincia di Vicenza: 270 abitanti, con le case disseminate all'incrocio della Valbrenta con la Valsugana.
In passato aveva anche una funzione strategica: qui confinava
1'impero austriaco, di qui partivano le famose "scale", cioè le svolte strette e ripide della strada, che portavano da una parte a
Fonzaso e dall' altra a Feltre.
Luogo di passaggio quindi e di traffico.
Nella chiesa c'è una lapide che ricorda che "Questo edificio è stato
costruito con le offerte dei fedeli e transeuntium, cioè dei passeggeri".
Il Parroco che la ideò e la portò a termine mendicò l'elemosina dei carrettieri e dei carrozzieri, per anni, senza badare alle offese più o meno velate che gli venivano rivolte.
Adesso vi è Parroco il giovane sacerdote Don Roberto
Calderaro che regge contemporaneamente anche la comunità di
Fosse di Enego (336 abitanti), situata sulla strada nord-est
dell' Altopiano di Asiago.
Anche lui, nel giorno dell'ingresso ha fatto la singolare esperienza dell' "imbarettamento cardinalizio".
I parrocchiani, concluso il rito canonico-liturgico della presa di
possesso della comunità, tra evviva e stappi di bottiglie, gli hanno
messo in testa un berretto color rosso-porpora, quale solo i cardinali possono usare.
La storia risale addirittura al 1492 ed è riassunta approssimativamente in una pergamena custodita in canonica.
In quell'anno (il mese e il giorno non sono indicati), il Parroco
di Primolano, allora in territorio trentino, si recò a Trento per sbri-
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gare alcune pratiche in Curia. Fatto il viaggio a piedi, alla sera arrivò stanco e andò subito a dormire presso amici. Il mattino seguente, prima di risolvere le faccende per cui era venuto, va nella
Chiesa - Cattedrale dove chiede di poter celebrare messa. Prima il
sacrestano, poi l'arciprete, poi i canonici gli dicono di no: "Qui
celebra solo il Vescovo e ... noi". Il povero parroco insiste: "Vengo
da lontano, ho le ore contate, non voglio essere privato della
messa, proprio qui in Cattedrale ... chissà che cosa diranno i miei
fedeli!". Niente da fare.
Esce, va in Curia, poi in alcuni negozi per acquisti e verso le
prime ore del pomeriggio riprende la strada di casa. È tranquillo,
ma ripete più volte in cuor suo: "Me la pagheranno!".
E l'occasione della simpatica vendetta si presentò presto. Un
giorno, tra le tante persone che di buon mattino arrivavano dalla
Valsugana con meta Bassano - Padova - Venezia, c'era anche il
Vescovo di Trento. Il Presule, per antica tradizione si fregiava del
titolo di Arcivescovo - Principe e addirittura re di un piccolo paese.
Lo accompagnava un codazzo di laici e preti, tutti intenti a custodire i cavalli.
Scende dalla carrozza e va in canonica, e con un tono amabile,
ma anche autoritario, dice al parroco: "Sono di passaggio, e poiché
più tardi non mi sarà possibile, vorrei celebrare messa qui, nella
sua chiesa".
Il parroco lo guarda diritto negli occhi e, quasi gridando perché
lo sentano anche quelli di fuori: "No - gli dice - a Primolano Lei
non celebra".
L'Arcivescovo, non abituato a simili affronti tanto più pesanti
quanto provenienti da un Sacerdote, s'irrigidisce e alzando la
destra in segno di reazione e di minaccia ripete per tre volte la
domanda: "Non sa che io sono il Vescovo-Principe di Trento?".
Era proprio quello che il parroco si aspettava. Che importano a un
povero parroco di vallata i titoli e le insegne di chi esercita con
supponenza l'autorità? Gli vengono in mente i sorrisi di rifiuto
ricevuti nella Cattedrale di Trento e risponde baldanzoso e sicuro:
"Non sa che io sono il cardinale di Primolano?" Anche lui ripete
per tre volte la domanda. Evidentemente non c'entrava, tanto più
che il poveruomo era allora semplice curato. Ma quel suo rifarsi
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alla dignità della porpora deve aver suggerito al Vescovo-Principe
di non insistere.
Nella famosa pergamena che racconta questa vicenda non sono
segnalati i nomi dei protagonisti. Poco importa. Da quel momento
i fedeli di Primolano sono stati sempre convinti che il loro pastore
è cardinale, almeno nel giorno in cui prende possesso della parrocchia.
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UN PRETE POVERO MA CREDUTO RICCO
Nella bassa padovana dei primi dell'Ottocento, un parroco
condivide la grama esistenza della sua gente.
Chissà come, chissà perché, si diffonde la voce che in canonica nasconda soldi e parecchi. Non era vero ma per quella diceria
don Titta Vicini fu torturato e ucciso.
Era scontroso, ma non cattivo. Del resto neppure un santo si
sarebbe salvato dalla tentazione sempre ricorrente, laggiù, di inselvatichire.
Ai primi dell' 800 Calcinara era una frazione di Codevigo e fare
il parroco in un paese del genere, oltre a tanta fede, occorreva una
salute d'acciaio.
Quando il vescovo chiese se accettava di andare laggiù tra le
barene don Giobatta Vicini: "Mi lasci pensare qualche giorno,
Eccellenza - disse - poi le darò la risposta. S'informò da don
Domenico Guadagnino di Arzergrande e da don Domenico
Pastorello di Codevigo come stessero le cose a Calcinara. Gli dissero che il paese contava poco più di 300 persone: "Buone persone, un po' chiuse e con tanta ... fame".
La chiesa era in buone condizioni; più difficile abitare in canonica, una vecchia catapecchia dove d'inverno il vento della laguna
fischiava con la voce che pareva quella dei morti. In parrocchia si
arrivava con il calesse, ma a percorrerla tutta non bastava una giornata. Parte del paese era di pertinenza del comune di Codevigo,
parte di Correzzola e parte di Chioggia. Quest'ultima andava, tra
un dedalo di canali, a smarginare verso Ca' Bianca e Brondolo.
Per un parroco c'era poco da illudersi; poteva contare solo
sulla generosità dei fedeli e sulla propria iniziativa.
Don Giobatta Vicini, sciolse la riserva, dopo essersi detto che
più in là di Calcinara il vescovo non lo avrebbe potuto mandare. Si
consolò pensando che era lui il titolare della parrocchia e che al
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piccolo villaggio di Conche c'era già un curato, don Francesco
Cottoli. In passato anche l'antica Fogolana apparteneva alla chiesa
matrice di Calcinara, ma da quando Venezia aveva voluto il taglio
del Novissimo, quella zona, già infestata di zanzare e di malaria,
era diventata troppo lontana.
La povera gente gli fece un dignitoso ingresso, le due campane suonarono a festa a lungo, e appena sentito il discorso del nuovo
parroco, i fedeli conclusero che don Titta (lo chiamarono subito
così) aveva si una voce un po' legnosa, ma non doveva essere tanto
severo. Ci vollero dei mesi prima che si capissero.
Le case erano in gran parte di paglia. D'inverno, dopo il tramonto, nessuno usciva di casa perché ogni strada finiva in un groviglio di canali.
Don Vicini raccomandava la pulizia e puntuale ad ogni questua, condivideva con i poveri il poco che riusciva a raccogliere.
Mangiavano miglio e fagioli. I più industriosi andavano nelle campagne della Sista alla stagione del fieno. Una ventina di famiglie
viveva di pesca. Partivano che era ancor notte e andavano verso la
laguna. Bragozzi e burchi si intuivano al chiaro della luna con i
grandi tramagli stesi a pelo d'acqua e le lampàne accese nelle piccole stive. Le barche più lunghe si inoltravano attraverso i canali in
direzione dei lumini smorti dei balconi delle case di Cavarzere.
Vita dura per tutti. I vecchi avevano facce gialle e rugose indurite
dal salso del mare, i più giovani bestemmiavano dentro l'unica bettola vicino alla chiesa. Le donne avevano anch'esse un cipiglio
quasi irritante così che don Vicini si trovò via via sempre più imbarazzato a dialogare con la sua gente. Il medico di Correzzola dott.
Giobatta Federigo insisteva nel dirgli: "Li prenda come sono, non
s'arrabbi quando predica, è gente che vive patendo". Don Titta
scambiava qualche idea anche con il medico di Codevigo, il dott.
Giacomo Franchini il quale per salvarsi dalla solitudine aveva
piantato casa a Piove ma era puntualissimo ad accorrere al capezzale dei suoi pazienti: "Don Titta - gli diceva - li conosco meglio
di lei: sono castigati da Dio e abbandonati da tutti. Non li irriti".
Probabilmente don Vicini si era stancato presto della parrocchia che gli era stata affidata. Nella curia di Padova c'è la relazione della visita pastorale fatta laggiù dal vescovo Modesto Farina.
Una nota dell'amanuense dice: "Manca la relazione del parroco
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perché retrocessa onde la riformasse". Eravamo nell'aprile del
1822 e il vescovo dovette accorgersi che qualcosa non funzionava.
Respinse la relazione scritta che don Titta gli aveva fatta della
sua Calcinara invitandolo a rifarla. Mancavano i nomi dei fabbricieri, le cifre dello stato patrimoniale, la relazione sull'andamento
della dottrina cristiana.
Qualcuno però del paese doveva aver detto qualcosa al presule, tanto che don Vicini dopo la visita pastorale andò incupendo a
vista d'occhio. Lui stesso s'era lagnato con il vescovo perché era
stato oggetto di un ignobile tentativo di furto. Al presule che lo
incoraggiava, egli quasi presago che il peggio avesse ancora da
venire, disse fuori dei denti: "Qui c'è solo da rimetterci la vita".
Nessuno aveva saputo indicare, nemmeno per sospetti, chi fossero stati i banditi che nel febbraio del 1821 erano penetrati nella
canonica, durante una notte di nebbia, lo avevano caricato di botte
e urlato più volte: "Fuori i soldi". Lo avevano lasciato mezzo sanguinante sul pavimento di terra della canonica.
Vennero il commissario da Piove e l'altro da Chioggia, interrogarono anche Nani del Granchio e Fornaio detto Moscheta, i due
disperati che avevano passato la loro vita rubacchiando e terrorizzando le persone sole. Ma non erano riusciti a ottenere nemmeno
un indizio. Probabilmente c'era molta omertà. Il paese era piccolo,
tutti si conoscevano, chi avesse parlato sarebbe certamente finito in
uno dei tanti canali, senza possibilità di risalita.
Chissà come, chissà perché, si diffuse la voce che don Titta
nascondeva soldi e parecchi. Quando li avesse fatti, nessuno era in
grado di dirlo, ma il pettegolezzo prese una tale consistenza che
dire prete di Calcinara e dire prete danaroso era la stessa cosa.
I ladri si rifecero vi vi e fu dopo la visita pastorale. Era da poco
tempo passata la festa dell' Assunta e l'acqua verdastra delle barene era immobile sotto un sole cocente. Aie deserte, strade bianche
di polvere e lungo frinire di cicale.
Don Vicini s'era appisolato sotto il piccolo pergolato di uva
che si andava annerendo tra i grandi pampini giallastri. Da un ciuffo di canne palustri spuntarono improvvisamente due figuri, uno
alto e tarchiato, l'altro più mingherlino. Il primo che teneva una
borsa s'accostò di soppiatto al parroco e gli legò le braccia con una
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lunga cordicella e gridò: "Fuori i soldi". Don Titta si svegliò di
soprassalto, e non fece nemmeno in tempo di rendersi conto di
quanto stava succedendo, che l'altro figuro gli sferrò un pugno in
faccia. Qualcuno doveva aver visto la scena; la stessa sera infatti
tutti in paese sapevano fino nei dettagli quanto era accaduto. Ma
nessuno scucì una parola, neppure quando alcuni gendarmi austriaci, venuti appositamente da Padova, promisero a chi fornisse qualche indicazione una lauta mancia.
Il gesto lasciò il segno. Da una parte il povero parroco fu preso
da un continuo tremito e da una profonda depressione, e dall'altra
la gente si confermò nella convinzione che, se i ladri erano tornati
per la seconda volta, il "morto", cioè il grumolo di denaro, doveva
esserci. Invece non c'era perché don Titta non andava, come gli altri
suoi colleghi preti della zona, al mercato di Piove e, pur essendo
nato a Padova, non s'era mai interessato di affari. Ma doveva esserci una cattiva stella nella sua vita se, anche nei paesi disseminati tra
le barene, s'era diffusa la chiacchiera che lui fosse un avaro e che,
alla sera, contasse le zvanziche austriache al lume della candela.
Aveva 54 anni, ma era come portasse i secoli sulle spalle, tanto
pareva invecchiato.
L'estate del 1824 passò in fretta, tra temporali e gruppi di contadini che andavano verso Monsole e Cavarzere per i raccolti. La
gente cantava, ma si sentiva che era di malavoglia, anche perché i
grossi terrieri pagavano poco e controllavano perfino i respiri.
Arrivò il novembre. Quell'anno la nebbia scese presto e fitta.
Durava giorni e sembrava impigliarsi tra i ligustri dei fossi creando atmosfere irreali, rotte di quando in quando dal rauco gracchiare dei gabbiani nascosti a gruppi tra il musco degli isolotti emergenti dalla laguna.
Erano le settimane in cui nelle case i contadini uccidevano il
maiale. I salami venivano messi ad asciugare in cucina e sulle
padelle continuavano a friggere i pezzi di salsiccia appena insaccata.
Anche nella canonica ci fu un discreto trafficare. Don Vicini
non se ne intendeva molto di queste cose, ma appena arrivato in
parrocchia, aveva capito che una famiglia non vive se alla stagione giusta non uccide il maiale e non si prepara una riserva di carne
per tutto l'inverno.
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Venne il norcino di Ca' Bianca con altri due garzoni e gli fece
il servizio completo. Il maiale di don Titta era discretamente grasso e ne ricavò parecchia roba, tanto che la domenica successiva
finita la messa il parroco chiamò in disparte due povere donne e
disse loro che aveva messo via qualcosa anche per le loro famiglie.
La notte tra il 29 e il 30 novembre don Titta era appena andato
a letto quando sentì dei rumori provenienti dal cortile. Stette in
ascolto ed ebbe subito la sensazione che si trattasse dei ladri. Fu
questione di attimi, non fece nemmeno in tempo ad alzarsi che se
li trovò addosso come furie. Questa volta erano più di tre: "Fuori i
soldi, dov'è l'oro?" gli gridarono e lo buttarono giù dal letto. Uno
dei malviventi teneva in mano un fanalino che gettava piccoli
sprazzi di luce sul groviglio di braccia. Lo sfortunato sacerdote
continuava a ripetere che era povero in canna, che i soldi non gli
importavano niente. Lo spogliarono stretto per le braccia e le
gambe, gli versarono addosso olio bollente. "Di', dove nascondi i
soldi?" insistevano gli aguzzini. Don Titta preso dal terrore non sillabò più una parola; la faccia spellata dal liquido infernale era in
carne viva. Continuarono a buttargli sul corpo il lardo fuso bollente mentre qualcuno di loro frugava nella cassapanca dei paramenti
della chiesa. Don Titta si raccomandò l'anima, mugolò qualcosa
che nessuno capì, ebbe un forte sussulto in tutto il corpo e spirò.
Gli assassini lasciarono immediatamente la preda e, sicuri che
nessuno li aveva visti, scesero in fretta le scale e si dileguarono
nella nebbia.
Il corpo straziato e irrigidito del Vicini fu trovato alla mattina
dal lattivendolo che vista la porta della canonica aperta salì, insospettito da uno strano odore, fino alla stanza del parroco. Diede
l'allarme, ma ormai era troppo tardi.
Funerali, rimpianto, esecrazione. Ma ancora una volta, bocche
cucite. Non si seppero mai i nomi degli autori del misfatto.
Sulla tomba del povero parroco per un po' di tempo una mano
anonima portò fiori di campo. Poi il silenzio. Trent' anni più tardi
lo storico Andrea Gloria, che era in grado di sapere com'erano
andate le cose, non esitò a scrivere che "il buon prete era morto,
soprastato dallo spavento e da quel martirio".
L
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NON SOPPORTAVA
LA REPUBBLICA DI
S.
MARCO
Non faceva nulla per farsi ben volere, anzi estroso com'era,
finì con il trovarsi contro tutta la parrocchia. La sua storia merita
di essere raccontata, anche perché a distanza di secoli abbiamo
scoperto una cosa interessante.
Nel 1630 era cappellano a Saonara (un paese della provincia di
Padova, oggi noto nel mondo per l'esportazione di piante da giardi no) un certo don Domenico Filippini. A volte umanissimo, a
volte intrattabile, fu preso di mira da un gruppo di donne del paese,
le quali accatastarono un cumulo tale di accuse nei suoi confronti
che il vescovo sentì il dovere di richiamarlo più volte.
Filippini era come uno zolfanello e invece di chiarire e di correggersi s'incattivì. Al disprezzo per le malelingue, aggiunse un
comportamento nelle celebrazioni liturgiche, spesso discutibile.
Era convinto che la ragione fosse tutta dalla sua parte.
Ma un giorno gli arriva una lettera dal tribunale ecclesiastico
che lo informa che il vescovo gli ha comminato la "sospensione a
divinis" con la conseguente proibizione di amministrare i sacramenti. Il Filippini ha un soprassalto di rabbia e vorrebbe stracciare
il documento, ma s'accorge che nel retro c'è scritto qualcos'altro.
"Ella è comandata di comparire davanti a questo stesso tribunale
per il 17 maggio prossimo". La cosa lo impensierì, non al punto
però da suggerirgli di preparare una sua difesa. Disse tra sé:
"Sentiremo cosa vogliono, tanto in Curia mi conoscono bene".
Invece lo conoscevano male. Se ne accorse quando, introdotto nell'aula del processo, il presidente del tribunale ecclesiastico lesse i
capi d'imputazione: l) Reca ogni giorno il Santissimo sotto il mantello ai malati con iscandalo degli abitanti; 2) Spesso all' altare celebrando il sacrificio sgrida e strapazza la gente; 3) Si appropria delle
elemosine della chiesa; 4) Maltratta e percuote perfino sua madre.
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Aperto il dibattito, il Filippini spiegò che le accuse erano frutto d'una congiura paesana: c'era stata si qualche cattiveria da parte
sua e forse anche qualche atteggiamento disdicevole, ma non nelle
proporzioni delineate nel testo accusatorio.
Il tribunale si limitò a fargli qualche domanda soprattutto sul
terzo capo d'accusa: il furto del denaro in chiesa. L'imputato ricordava bene che scherzando con un amico aveva detto: "Ai laici è
permesso rubare fino a lO soldi al giorno, ai preti fino a 20", ma si
trattava di una battuta allegra, addirittura paradossale, da non prendersi quindi sul serio.
Il tribunale, alla fine, non gli credette e lo condannò ad alcuni
mesi di detenzione da scontarsi nel carcere vescovile di Padova.
Il Filippini, proclamatosi di nuovo innocente, si alzò di scatto
e, vista la porta aperta della sala, scappò attraverso il corridoio che
immetteva sullo scalone di uscita. Non si seppe più nulla di lui fattosi come si suoi dire, uccel di bosco.
Se non che, alcuni mesi dopo, entra in scena la magistratura
civile veneziana. Viene aperto contro di lui un processo in foro
civile, nel quale sono riprese le quattro imputazioni del tribunale
ecclesiastico, con un'aggiunta: quella che ci spiega finalmente il
perché dell'accanimento, sia ecclesiastico che civile, nei suoi confronti: "Sparla - dice il testo - della Repubblica di S. Marco".
I padovani non hanno mai digerito il governo della Dominante,
che nel 1408 con un ignobile tranello aveva fatto catturare e poi
assassinare gli ultimi discendenti dei principi di Carrara. Il
Filippini non faceva mistero della sua insofferenza politica verso
quelli che definiva gli "occupanti": "Sono ladri - diceva anche
nelle prediche - sono sleali, sono insaziabili". Non gli andava giù
l'ambiguità nei rapporti di Venezia con i turchi, lo spionaggio, le
denuncie anonime, le usurpazioni terriere. Il Filippini non si presentò al processo, sicuro com'era che lo avrebbero condannato.
"Citato in giudizio - è scritto nelle carte dell' archivio civile
delle sentenze criminali - non comparve". Per cui fu bandito in
perpetuo "con minaccia, se varcasse il confine, della galera per 12
anni e, se inabile a questa, al taglio della testa".
Fuggi Oltrepò, dove sotto altro nome, esercitò il ministero
pastorale per lungo tempo.
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MARITO E MOGLIE A SORPRESA
Quasi un precedente dei "Promessi sposi" nella cronistoria
parrocchiale di Maserà. Durante una messa due fidanzati si uniscono improvvisamente in matrimonio contro il volere del parroco.
Francesco e Giustina, due nomi come tanti altri che non dico-'
no un gran che nella storia secolare di un paese, ma possono diventare importanti se chi li porta diventa protagonista almeno di una
cronaca cunosa.
Questa storia l' abbiamo pescata nell' archivio parrocchiale di
Maserà di Padova tra le pagine di un vecchio registro di matrimoni. Si sa che in volumi del genere difficilmente trovano spazio narrazioni di fatti e tanto meno, trattandosi di atti pubblici, considerazioni o commenti. Il registro di cui stiamo parlando, fa invece una
preziosa eccezione e dobbiamo essere grati al parroco di quel
tempo (siamo nel '700) che ha avuto l'accortezza di confidare alle
"carte" un episodio che documenta una delle tante difficoltà che
potevano sorgere allora in occasione di matrimoni.
Ricordate i "Promessi Sposi" del Manzoni? Renzo e Lucia,
visto che don Abbondio, spaventato dai "bravi" di don Rodrigo,
non li vuole sposare, decidono di capitargli in casa improvvisamente e dichiararsi marito e moglie, con la presenza di due testimoni pagati Tonio e Gervaso. Purtroppo il tentativo va in fumo per
la pronta e rabbiosa reazione di don Abbondio che era pavido ma
anche scaltro.
L'iniziativa di sorprendere il parroco e costringerlo a "presenziare" ad un matrimonio non fu una bella trovata del Manzoni, ma
una prassi che si ripeteva qua e là in Italia e spiegabile con la situazione economica o psicologica dei contraenti.
Il Concilio di Trento aveva messo un po' d'ordine in materia di
matrimonio precisando tra l'altro le condizioni perché questo fosse
lecito e valido. Dopo secoli e secoli di abusi il sacramento del
matrimonio rientrava così in un alveo di serietà e i sacerdoti erano
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tenuti gravemente a rispettare le norme fissate dal sacro consesso.
Ma alla buona volontà dei legislatori non corrispondeva sempre
quella dei nubendi o meglio, le cose non andavano sempre lisce.
Ed ecco il caso di Maserà.
Nel 1736 era parroco e vicario foraneo del paese don Ignazio
Suarez, un sacerdote della cui diligenza fanno fede anche i registri
dei morti, dei battesimi e dei matrimoni da lui puntualmente compilati.
Il 4 gennaio dello stesso anno gli accadde questo pasticcio
pastorale-liturgico: "Francesco Barison figlio di Santo - egli scrive nel registro dei matrimoni - e Giustina Pizzeghello figlia di
Antonio: sono comparsi in chiesa in tempo che celebravo la messa
all'altare della B.Y. del Rosario". Si tratta della vecchia chiesa parrocchiale, attualmente chiusa al culto e sostituita da un edificio
moderno.
"Nel finire di questa messa s'accostarono all'altare - prosegue
il documento - supplicandomi che io avessi ad assistere al loro
matrimonio". Il documento a questo punto non spiega il perché
dell'irruzione dei due fidanzati e della comune decisione di sorprendere il parroco durante la messa. Probabilmente, qualcuno non
voleva che i due si sposassero: un don Rodrigo qualsiasi, i rispettivi genitori, l'autorità civile? O c'erano impedimenti tali che un
matrimonio regolare non poteva essere celebrato? Bisogna però
ammettere che Francesco e Giustina furono molto più furbi di
Renzo e Lucia perché, prevedendo la reazione del parroco, approfittarono di sorprenderlo durante la celebrazione della messa, in un
momento cioè in cui non poteva, come il povero don Abbondio,
buttare il "tappeto" sulla testa alla sposa e darsi alla fuga: "Restai
soprafatto - scrive don Ignazio con l'ortografia di allora - da questa improvvisa rissoluzione (sic!), e mi opposi gagliardamente
(non potendo fuggire) rinfacciandoli ch'era contro le forme prescritte dal Sacro Concilio di Trento".
Ma i due "piccioncini" avevano previsto tutto" ... ed essi ad
alta voce senza altra replica si diedero il mutuo consenso per verba
dei presenti ... ", fecero anzi qualcosa di più " ... citando - aggiunge il povero vicario - per testimoni tutti quelli che erano ad udire
la santa messa, tra questi, Domenico Mellato, Domenico Olivato,
Nadal Santi di questa pieve e don Gio.Batta Rigoni d'Asiago".
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Quest'ultimo era il cappellano e probabilmente era stato coinvolto
nella faccenda come gli altri tre, dagli sposi senza saperlo.
Il tiro era riuscito a perfezione: il mutuo consenso era stato
espresso davanti al parroco, i testimoni c'erano e in abbondanza,
attendibili. Che si voleva di più?
Il parroco, che se fosse stato colto all'improvviso in un altro
ambiente si sarebbe dato alla fuga, meditò qualche giorno sull' accaduto.
I registri non dicono se successivamente ebbe modo di incontrare i "due sposi d'assalto", ma pare di sÌ, perché il 22 dello stes- .
so mese di gennaio annota nel registro: " ... con mandato della
Curia penitenziale furono riuniti in matrimonio e si supplì alle cerimonie della benedizione: dopo che li sudetti hanno accettata la
penitenza che da pubblica è stata commutata in pecuniaria per giusti motivi e fu di Ducati da L. 6,4 (trentamila lire?)".
Oggi si direbbe che il matrimonio fu "sanato in radice" e i
"reprobi" furono condannati ad una multa. C'è però da credere che
Francesco e Giustina, ormai marito e moglie, l'abbiano pagata
volentieri.
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PADOVANO UNO DEI CAPPELLANI
DI GARIBALDI
Nato a Rocca d'Arsié don Angelo d'Arboit sentì molto presto
la passione per l'Unità d'Italia. Malato a Mantova riceve la visita
del Vescovo mons. Sarto suo compagno di seminario.
Sacerdoti e Risorgimento italiano. Il tema è tornato a galla
recentemente alla scadenza della beatificazione del papa Pio IX.
I moti rivoluzionari del 1848 soprattutto quelli che avevano
come obiettivo l'unità della nostra nazione non potevano non trovare risonanza e spesso accoglienza anche presso il clero.
Uno dei temi allora più dibattuti era il "potere temporale" dei
papi. Parecchi preti, alcuni profeticamente, altri per gusto di consorteria, pur restando fedeli alle loro scelte religiose, contestavano
l'attualità del potere temporale del papa, in particolare l'esistenza
dello Stato pontificio. Si registrarono dolorosi conflitti all'interno
dei presbiteri diocesani. Vesti alle ortiche e sospensioni a divinis si
alternavano negli anni più duri.
Il dramma toccò in modo profondo anche la diocesi di Padova.
Dell'argomento ne ha parlato diffusamente in un suo volume il
prof. Angelo Gambasin.
Segnaliamo qui una figura poco nota di sacerdote contestatore:
don Angelo Arboit. Nasce a Rocca d' Arsié (diocesi di Padova, provincia di Belluno) il 15 marzo 1826 da una modesta famiglia di
agricoltori. Grazie all'aiuto del suo parroco, dopo le elementari,
può frequentare l'intero corso ginnasiale - liceale - teologico nel
seminario di Padova. Ha come compagno di studi tra gli altri,
Giuseppe Sarto, il futuro papa Pio X. Mentre si dedica alla teologia segue con passione quanto sta avvenendo nella società. Aveva
la politica nel sangue.
Nel 1848 cioè a 22 anni lascia la talare e si arruola volontario
nei cacciatori delle Alpi. Ferito ritorna a casa e si iscri ve a Lettere
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presso l'Università di Padova; laureato rientra in seminario dove
nel 1857 è ordinato sacerdote.
Ma il desiderio di partecipare alla vita attiva per l'unità d'Italia
è così forte che lascia l'insegnamento di Modena per raggiungere
le truppe di Garibaldi raccolte a Caserta. Tempo di combattimenti
per lui, ma anche di amicizie.
Incontra molti dei Mille ai quali presta assistenza morale come
cappellano militare.
Garibaldi, che subito riconosce in lui la stoffa dell' italiano
entusiasta, gli affida particolari compiti strategici e più tardi gli _
manderà una foto con questa dedica: "Al mio fratello d'armi prof.
Angelo Arboit".
Nel 1862 riprese l'insegnamento prima a Mantova, poi a Udine
intervallando lo studio con lunghi viaggi che gli offrirono l'occasione di incontrare l'anarchico Michele Bakunin e di conoscere le
nuove correnti filosofico - politiche - religiose.
Nunustante la "sospensione a divinis" mantenne sempre una
condotta cristiana ineccepibile, quantunque i suoi detrattori non
mancassero di provocarlo alla ribellione nei confronti della Chiesa
Cattolica.
Preside del liceo classico di Mantova nel 1893 si ammala gravemente. In quegli anni era vescovo della città proprio quel mons.
Giuseppe Sarto che gli era stato affettuoso amico di seminario.
Nonostante alcune resistenze di chi assisteva l'infermo, il
presule riesce, al sopraggiungere della notte, ad entrare nella
stanza. L'Arboit si commuove e il vescovo oltre che a confortarlo gli assicura che sul suo "ribellismo" passato è già stato steso
un velo.
Che cosa si sono detti i due ex compagni di seminario? Ce lo
rivela lo stesso Sarto in una lettera molto confidenziale al suo
amato mons. Giuseppe Callegari allora vescovo di Padova:
"Eccellenza, posso assicurarvi che l'Arboit conserva ancora i
buoni principi della buona educazione ricevuta, e quel che più
conta, la fede. Aggravatissimo l'Arboit non volle prendere mai
medicine e pare che debba la sua salute a qualche bicchiere di buon
vino, che gli veniva portato da un buon amico, l'oste con il quale
se la passava tutte le sere. Oh! I farmacisti possono chiudere bot-
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tega. E i medici? Che si contentino di essere onorati propter necessitatem, ma alla larga! ".
L' Arboit però usci cosÌ fiaccato dalla malattia che chiese il collocamento a riposo e si ritirò nella pace del suo paese natio.
Muore tre anni dopo assistito dal parroco di Mellame don
Marco Ceccon e confortato dalla benedizione del vescovo
Callegari e del Sarto diventato cardinale e patriarca di Venezia.
Nella lettera scritta da Mantova a Padova, il Sarto, pare però
non abbia raccontato tutto del suo colloquio con l' Arboit.
Ma qui si intrecciano le versioni leggendarie, perché il Sarto
diventato papa avrebbe rivelato di aver messo in pace parecchi dei
suoi amici preti che non volevano saperne del potere temporale
deva Chiesa.
Quella notte a Mantova (ma ne dubitiamo) il dialogo tra i due
si sarebbe svolto in questi termini: "Dai - dice il vescovo - vediamo di combinare. Ti suggerisco io la formula di sottomissione".
"Riconosco i miei errori - interviene l'Arboit - ma è bene che sia
cessato lo stato pontificio".
Il Sarto scuote la testa: "No, no cosÌ". L'Arboit sorride e dice:
"Riconosco di aver sbagliato, ma è giusta l'unità d' Italia".
Cade un silenzio d'attesa ed è stavolta l'ammalato a prendere
l' iniziativa: "Riconosco di aver sbagliato ... e credo che Dio nella
sua infinita sapienza abbia permesso l'unità d'Italia".
Adesso i due amici sorridono e s'abbracciano.
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TRA PARROCO E CAPPELLANO ...
BASTA UN PIANOFORTE
Da direttore didattico don Antonio Mugna era diventato parroco, vicario foraneo e amministratore dei campi dei suoi fedeli.
Un carattere forte che solamente un giovane collaboratore riuscì
a domare.
Lo chiamavano il "Vicarione", non tanto per la sua mole tutt'altro che pesante, quanto per la sua sapienza e i suoi modi energici di fare.
Don Antonio Mugna era nato a Trissino (Vicenza) nel 1839.
Ordinato sacerdote a Padova nel 1862, fu dapprima insegnante
nelle scuole elementari pubbliche di cui fu anche direttore.
Successivamente, su invito del vescovo, si dedica all'attività pastorale accettando di reggere la parrocchia di Vescovana (Padova) nel
1870. I sacerdoti della zona capirono ben presto che il Mugna era
un prete eccezionale, sia per intelligenza che per santità di vita e lo
scelsero come vicario foraneo. Vivacissimo di temperamento e forbito nel parlare, non trovò agli inizi alcuna particolare difficoltà, se
non quella della sprovvedutezza della gente in gran parte povera e
analfabeta.
La famiglia dei conti Mocenigo gli affidò l'amministrazione
dell'intero territorio del paese di cui era proprietaria. Compito che
egli accettò subito e portò avanti con scrupoloso senso di giustizia.
I parrocchiani - fittavoli lo amavano proprio perché sapeva fare
l'arciprete con amore e l'amministratore con equità. I vecchi raccontavano che il Mugna quando doveva fare i conti, usava, se era
buio, la candela dei padroni; se doveva invece recitare il breviario,
accendeva la sua.
Ma con il tempo, il "vicarione", forse per una progressiva arteriosclerosi incominciò ad assumere gesti di intolleranza e ad usare
in chiesa parole pesanti. Il mormorio diventò protesta e qualcuno
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andò a lagnarsi in Curia. Il vescovo, capita l'antifona, pensò di
risolvere il problema mandando un cappellano che affiancasse il
Mugna senza timori reverenziali. Non gli fu facile trovare il soggetto adatto, perché l'interessato, venuto a conoscenza del traffico
di pettegolezzi nei suoi confronti, aveva indirizzato il seguente
telegramma a Padova: "Alla reverenda Curia. Dio castighi questa
pseudo-banca".
Il cappellano adatto saltò fuori poco dopo. Era don Antonio
Cavalli, (morto a metà degli anni '70) un prete intelligente e coraggioso, pronto ad espugnare la fortezza-Mugna. Nel luglio del 1920
si presenta alla canonica di Vescovana.
Suona il campanello e attende un po'. Nessuno si fa vivo.
Ripete l'operazione, e dal di dentro una voce gli fa eco: "Chi è?
Cosa c'è? Un po' di pazienza e arrivo subito". Era quasi mezzogiorno. Risponde il Cavalli: "Sono il nuovo cappellano. Mi manda
il vescovo, il quale la prega di accettarmi".
II "vicarione" s'infuria: "Santi del paradiso! Quante volte devo
ripetervi che non voglio cappellani. Via ... ".
Il Cavalli, per niente intimidito, si ferma sulla porta. Alle 14,
suona di nuovo il campanello. Stavolta è la sorella dell'arciprete ad
arrabbiarsi. "È inutile che insista. Torni a Padova".
Sono le 16 e il Cavalli ritenta, una, due, tre volte. Finalmente
ricompare il Mugna, il quale afferra il malcapitato per un braccio e
lo spinge verso il tinello urlando: "Ma come devo dirglielo, che
non voglio nessuno?". Si sposta e va a sedere davanti al pianoforte. Mugna è un buon intenditore di musica e toccando la tastiera
improvvisa un moti vetto con queste parole: "lo non voglio cappellani. lo non voglio cappellani". Ce n'era abbastanza, ma il Cavalli,
duro come l'acciaio, ribatte: "Signor vicario, permette?". E siccome sapeva lui pure suonare il pianoforte, siede e suona con note
allegre: "E a me non importa niente, a me non importa niente".
Il Mugna rimase di stucco e disse: "Tu sei il cappellano giusto.
Resta qui con me".
Non fu facile la convivenza, ma il cappellano resistette fino al
1925, quando il "vicarione", colpito da emiparesi si ritirò presso i
fratelli a Lonigo, dove morÌ nel 1928.
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IL VECCHIO CAPPELLANO DIVENTATO PAPA
NON DIMENTICA IL DIALETTO VENETO
Nelle cronache della parrocchia di Cittadella c'è la relazione
di una affettuosa udienza concessa a un gruppo di giovani da S.
Pio X. Per ricordo, una medaglia agli ospiti e una benemerenza
all'arciprete.
Fu uno dei pionieri, agli inizi del '900, sul piano pastorale catechistico - sociale. Mons. Emilio Basso resse la popolosa parrocchia di Cittadella (Padova) dal 1908 al 1955. Su di lui e della
sua attività si potrebbe scrivere un volume di estremo interesse,
anche dal punto di vista anedottico. Ci limitiamo ad un episodio
più che significativo.
Egli inizia il suo ministero a Cittadella nel 1908, e lo fa visitando le singole famiglie. Arriva ad una casa abitata da due vecchi
coniugi. La donna gli dice: "Arciprete, ella siede dove sedette tante
volte il Papa Pio X". Don Giuseppe Sarto, (futuro Papa dal 1903 al
1914) era stato cappellano nella parrocchia di Tombolo che confina con il territorio di Cittadella. Invitato dall'arciprete di allora di
questa comunità, predicò più volte e precisamente per la festa del
Rosario nel 1859, per 1'Avvento del 1861 e per la Quaresima nel
1865.
Mons. Basso scartabellando nell' Archivio parrocchiale trovò
parecchie ricevute firmate da don Sarto: "Ricevo fiorini tanti ...
dalla Fabbriceria di Cittadella per la predicazione". Ne mandò una
al cappellano diventato Papa e questi gli rispose inviandogli un
medaglia d'oro.
Nel 1913 il Vescovo di Padova, Mons. Luigi Pellizzo inaugura
la nuova facciata del Duomo di Cittadella e a conclusione del rito
annuncia ai fedeli che Papa Sarto aveva in quei giorni concesso a
mons. Basso e agli arcipreti suoi successori il titolo di Protonotario
Apostolico "ad instar partecipantium". Chi gli aveva ottenuto il
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titolo? Un gruppo di giovani dell' Azione Cattolica della parrocchia
qualche settimana prima era andato a Roma in pellegrinaggio.
Chiesero ed ottennero l'udienza del Papa. Il colloquio si svolse in
puro dialetto veneto: "Cosa domandeo buoni giovani?" disse il
Papa. E quelli: "Un' onorificenza per il nostro arciprete". "Molto
volentieri - rispose il Papa - A proposito, gavìo anche una lettera
del vostro Vescovo?". I giovani esibirono la lettera autografa del
loro presule.
E Pio X continuò: "Lo volìo Abate mitrato? Lo volìo
Protonotario apostolico? Ecco fioi, ... se Abate mitrato, l'arciprete
poI far pochi pontificali; se invese Protonotario apostolico, el poI
far quanti pontificali che el vole in Cittadella, fora che quelo da
morto".
I giovani sono imbarazzati nella scelta, e il Papa chiama un
addetto alla sua segreteria e gli fa scrivere un documento con il
quale conferisce a mons. Basso e ai suoi successori il titolo di
Protonotario apostolico. La pergamena porta la data del 2
dicembre 1913. I giovani felicissimi ringraziano il Papa e fanno
per andarsene: "Un momento - dice questi - gavìo soldi da
spendare?". La domanda era imbarazzante, ma la piccola pattuglia risponde all'unisono: "Santità, semo poareti!". Ed era più
che vero. Per pagarsi il treno e soggiornare a Roma avevano
messo mano a tutti i loro risparmi e nessuno aveva più un soldo
in tasca.
Facciamo a questo punto notare ai nostri lettori che tra quei
giovani c'era il laureando Gavino Sabadin, una figura di laico cattolico destinato a diventare successivamente un protagonista della
vita sociale e politica del mandamento di Cittadella e della provincia di Padova. Dobbiamo proprio a lui che guidava il gruppo il
ricordo dell'incontro gioioso con Pio X. Il Papa risolse così la faccenda: "Tosi, deme quel foglio". Riprese in mano il documento e
vi scrisse di suo pugno: "Gratis data". In concreto, voleva dire che
non c'era niente da sborsare. Poi, chiamati vicini a sei giovani,
bisbigliò sottovoce: "E adesso andarì a casa, ma nel partire dal
Vaticano, no ste' andare par quel corridoio là, parché ghe xe tanti
uffizi e ogni uffizio voI savere e poI domandarve soldi; andé subito xo par sta scala e tolé el treno e torné subito a Cittadella, e portè
a tutti la me benedission".
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Ci furono altre battute del Papa, ma la commozione dei componenti il gruppo era tale, che nessuno si preoccupò di memorizzarle. Naturalmente, a missione compiuta, il più felice fu mons.
Emilio Basso il quale, vestitosi con veste paonazza, fibbie d'argento sulle scarpe e anello d'oro in di to, celebrò il suo primo pontificale. Poi prese la penna e scrisse al Papa ricordandogli l'episodio della sedia e aggiungendovi ovviamente il suo grazie. "La gioia
e l'onore - scrisse tra l'altro - non sono per la mia persona, ma per
la parrocchia di Cittadella".
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CHI HA RUBATO L'UVA DEL PAPA?
La singolare figura di Mons. Angelo Candeo, prete - inventore
di macchine agricole, studioso dei problemi dei campi, insignito di
numerose onorificenze per la sua attività scientifica.
La simpatica vicenda delle viti nei giardini vaticani.
Di lui si è interessato a suo tempo anche il noto vaticanista
Silvio Negro, qualificandolo come "prete padovano ingegnoso e
curioso".
Troppo poco per don Angelo Candeo, "Sacerdote singolare scrive invece don Giuseppe Bellini, - credo non si trovi l'eguale
tra quanti in qualunque tempo educò il Seminario di Padova".
Il Candeo nasce il 30 novembre 1843 a Faedo, un paesi no
smarrito tra il verde dei Colli Euganei.
Diventato sacerdote, presta il suo ministero, prima come cappellano, poi per 53 anni parroco di Mestrino, un borgo popoloso
che sorge lungo la statale Padova - Vicenza.
Si fa amare e stimare subito per la sua attenzione ai poveri, per
la solida preparazione culturale, il carattere gioioso e l'attaccamento alla Chiesa.
Promuove la costruzione della nuova chiesa parrocchiale e del
campanile e l'avvio delle associazioni cattoliche per la catechesi e
lo sviluppo sociale.
Un giorno viene bloccato con modi gentili ma perentori da un suo
parrocchiano, fittavolo intelligente e da anni colpito dalla sfortuna.
"Senta, arciprete, Lei che ha studiato tanto e conosce le cose
meglio di noi contadini, perché non ci dà una mano? La filossera
sta distruggendo i vigneti, l'afta epizootica svuota le stalle, la terra
s'è fatta dura come il sasso. Inventi qualcosa per noi".
La supplica del pover'uomo colpisce profondamente il Candeo
il quale studia i vari problemi della campagna e ne trova delle originali soluzioni.
l
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Per primo in Italia suggerisce l'uso dei fertilizzanti e di nuovi
attrezzi per i campi, le tecniche di protezione dei bovini e della difesa dei vigneti dai parassiti, l'impiego delle macchine irroratrici.
Scrive opuscoli, tiene conferenze e presta la sua opera a favore dei contadini, in Italia e all' estero.
Cacciatore provetto, ma soltanto di fauna dannosa all'agricoltura, nel libro "Difetti e rimedi della viticoltura", rimprovera ai
nostri governanti (siamo nel marzo 1888!) di non curare una legislazione chiara sull'attività venatoria. E qui il Candeo sciorina una
conoscenza dell'avicoltura che ha dell'incredibile. Scrive: "Se ci
fossero leggi serie e migliore educazione popolare, avremmo nelle
rondini, nei rondoni, nei cuculi, nei pigliamosche, nelle sterpazzole, nel picchio, nel rosignolo, nel pettirosso, nel verdone, nel merlo,
ecc. e in tutti gli altri stormi dei gentili cantori un forte esercito di
soldati di polizia ben equipaggiati, destinati a difendere le viti, gli
orti, i giardini, i campi, i boschi, le acque da quelle immense schiere di coleotteri, che oggi, come un tempo i barbari del Settentrione,
calano ed infestano la misera Italia! Credete forse che io esageri?
Vi basti sapere che il regolo distrugge in un anno 3 milioni mezzo
dei pidocchi delle piante. La cinciallegra per sostenere i suoi 12 16 nati fino all' età adulta ha bisogno di circa 27 milioni di uova di
insetto. Il codirosso distrugge in un'ora più di 100 bruchi di sei
linee di lunghezza. Le rondini uccidono dai 18 - 20 insetti volatili
al giorno". E conclude sempre rivolto ai politici: "Togliete (con la
caccia!) questa grande famiglia di insettivori e poi mi direte se non
avevo io ragione di dire che è rotto l'equilibrio naturale, cioè la
legge di compensazione posta dalla provvidenza a bene dell'uomo".
L'Accademia dei Lincei lo nomina suo socio e numerose città
e istituzioni lo premiano con medaglie al valore scientifico.
Quando il 17 ottobre 1897 il Candeo ebbe la gioia di inaugurare la nuova chiesa parrocchiale frutto di tante fatiche ci fu chi, in
riconoscenza anche dei suoi meriti "agricoli", propose che sul pinnacolo del tempio fosse eretto un gruppo marmoreo composto di
pompe irroratrici, soffietti vagliatori, zappe viticole, solforatori e
tappi enotecnici. Ma il buon senso dell'arciprete bocciò la strana
idea e suggerì che le eventuali offerte andassero a favore della
nuova scuola materna.
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Il sogno di don Candeo però era di arrivare al Papa, convinto
che se a Roma avessero prestato attenzione alle sue invenzioni,
l'agricoltura italiana e ... vaticana ne avrebbero tratto grandi benefici.
Nel maggio del 1886 inviava al Pontefice Leone XIII un iniettore idraulico con la spiegazione di come usarlo. L'illustre destinatario s'incuriosÌ dell'aggeggio e nel ringraziare il donatore fece
capire che desiderava conoscere di persona l'inventore.
Leone XIII aveva un debole, diciamo pure una mania, per la
viticoltura tanto che appena eletto Papa fece sistemare un vigneto
nei giardini vaticani. Si trattava di tre appezzamenti di terreno sui
quali i vitigni, fatti venire appositamente dalla Borgogna, attecchirono facilmente ma non produssero mai un'uva dignitosa.
Quantunque i competenti gli facessero osservare che le viti francesi non erano adatte ai colli romani, il Papa era fortemente convinto di aver piantato un vigneto modello e (racconta un giornalista
del tempo) lo visitava ogni giorno "segnandone appositamente le
vicende stagionali, dalla potatura alla vendemmia, attento a ogni
cosa, mentre, scortato dal vignaiolo e seguito in fila indiana dagli
accompagnatori abituali, camminava sotto la pergola".
Reduce da una serie di conferenze nell' Abruzzo, nel luglio del
1889 il Candeo è ricevuto in udienza dal Papa. Parla con tale entusiasmo dei suoi interventi a favore delle viti che il Pontefice ne
rimane affascinato. Seguono altre udienze.
Leone XIII vuole che il Candeo visiti il vigneto vaticano.
L'agronomo arciprete di Mestrino esamina attentamente ogni cosa
e poi sbotta, con la sua solita franchezza: "Santità, mi spiace, ma
qui si usa un sistema di potatura del tutto sbagliato".
Il Papa capisce che l'osservazione dell' interlocutore è giusta,
prende il Candeo sottobraccio e dice. "Vi do piena libertà di entrare a qualunque ora nei miei giardini per ispezionare il llÙO vigneto
e il mio frutteto".
Il Candeo non si accontenta e chiede di poter piantare qualcuna delle sue viti venete. Leone XIII che a qualunque altro
avrebbe detto un no secco: "Pigliate subito accordi col maestro di
casa - aggiunge - scegliete un angolo dei giardini e ... fate quel
che volete".
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Il parroco torna a Mestrino, prende alcuni vitigni di "raboso" e
alla stagione giusta li trapianta in Vaticano.
Tre anni dopo, la verifica. Le viti sono cresciute e tra i pampini si intravedono i primi grappoli. Il Candeo gongola di gioia e
chiede di esser ricevuto in udienza. "Santità. C'è l'uva, venga a
vedere".
Qui il racconto dei testimoni si arricchisce di alcuni particolari fantastici. Il Papa incuriosito più dalla testardaggine del Candeo
che dall'uva primaticcia, scende nei giardini e va verso il minuscolo vigneto. Guarda, riguarda, sfoglia, risfoglia, non c'è nemmeno un ricciolo di uva.
"Glielo avevo detto, caro monsignore padovano - precisa il
Papa tra il serio e il faceto - che a Roma la sua uva non attecchisce" .
Il Candeo mortificato risponde: "Mi scusi santità, ma la prossima volta mi porterò i miei giardinieri che facciano la guardia ai
grappoli perché qui a Roma appena volti l'occhio ti mangiano
tutto". Risero di cuore tutti e due.
E il Candeo tornato a casa la domenica successiva raccontò con
dovizia di particolari l'episodio alla sua gente, concludendo che
non basta piantare viti, sia pure nell'orto del Papa, se poi non c'è
nessuno che custodisce l'uva.
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SI POSSONO STACCARE I BATTAGLI
ANCHE PER UNA DAMIGIANA DI VINO
I dispetti tra sindaco e parroco finiscono in caserma. Ma il
giorno della sagra patronale tutto si conclude con un pranzo.
La storia è tutta vera, ma non possiamo dirvi i nomi dei luoghi
e dei protagonisti, perché ci sono voluti anni prima che gli animi
dei parrocchiani s'acquietassero.
Il Paese contava allora (1919) circa duemila persone. Le case
disseminate tra il verde fitto dei campi, sembrano parlare di tranquillità e di pace. Siamo lungo la spalliera sinistra del Brenta. Da
tempo c'è una specie di tacita guerriglia tra i simpatizzanti del sindaco e quelli del parroco. Se il primo è furbo, il secondo è testardo. Le ragioni, come al solito, sono futili: il suono delle campane,
l'erba sulla piazza, le pozzanghere in cimitero ad ogni pioggia.
Tocca al comune, no, tocca alla parrocchia.
Ma il motivo del contendere è un altro: la figlia del sindaco, la
quale non fa mistero, né delle sue bellezze, né del fatto che il suo
genitore sieda sullo scranno più importante del Comune. Si dà
troppe arie. Una domenica pomeriggio essa partecipa al canto del
vespro con le amiche e coetanee. Prima della benedizione con il
Santissimo, il parroco passa tra i banchi per la solita questua. La
ragazza allunga anche lei il braccio per porre nella borsa il suo
obolo, ma improvvisamente il parroco le dà uno schiaffo sulla
mano e aggiunge: "Svergognata". La ragazza non è vestita a
modo, parecchi se ne erano già accorti, ma adesso tutti la guardano. Lei non batte ciglio: non sai se dentro covi furore o voglia di
piangere.
Il giorno dopo, il caso della sberla è sulle labbra di tutti. Ad
,arrabbiarsi per primo è il padre che si sente offeso non tanto come
genitore (dice alla moglie che la figlia si meriterebbe ben altre
sberle), ma come primo cittadino: e invece di chiedere spiegazio-
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ne al parroco come il buon senso suggerirebbe, organizza una sua
piccola ma clamorosa vendetta.
La sagra del paese cade il 25 luglio con titolare l'apostolo S.
Giacomo. È usanza alla vigilia della festa scampanare fino a sera
inoltrata. Dopo il tramonto, quando non c'è più nessuno in piazza,
il sindaco entra di soppiatto in campanile: "Ragazzi - dice ai tre
vigorosi campanari - volete darmi una mano?" e spinge avanti una
damigiana piena di vino bianco. Il patto è chiaro: "Nessuno deve
sapere niente, voi salite sulla cella campanaria e staccate i battagli
delle tre campane". II vino ad operazione compiuta sarà tutto e soltanto per loro. Lo sbullonamento delle viti richiede parecchio
tempo, ma a mezzanotte i battagli sono già a ridosso della scala.
La mattina seguente, il sacrestano, che non sa nulla della faccenda, entra in campanile e tira più volte le corde ... ma le campane non suonano. La messa è alle sette es' è già fatta su gente.
Cosa succede? Provate voi. I più mattinieri provano e riprovano, ma lassù è silenzio. Poco dopo arriva il parroco: si arrabatta
anche lui tra le corde per qualche minuto, poi gli viene un sospetto. Infila la scala e sale fino alla cella dove scopre i battagli accatastati. Adesso non ha dubbi: è una canagliata del sindaco. Dopo la
prima messa, va alla caserma dei carabinieri: "Signor maresciallo,
voglio giustizia". L'ufficiale ascolta con pazienza e si limita a dire:
"Verrò più tardi". Alla messa ultima, in prima fila c'è il sindaco
con l'intera giunta comunale. Il parroco se lo vede davanti e vorrebbe dirgli un sacco di cose, ma in fondo alla chiesa c'è il maresciallo in alta uniforme con i due attendenti. Finisce il canto del
coro, finisce la predica, finisce la messa. Il parroco, deposti i paramenti, corre sul sagrato dove lo attendono il sindaco e le forze dell'ordine. La voglia di sfogarsi è tanta. Ma il sindaco lo previene:
"Signor parroco, signor maresciallo, vi invito a pranzo a casa mia".
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TRA L'OLIO DEI FASCISTI
E L'AMICIZIA CON NUVOLARI
È tuttora vivo il ricordo di don Luigi Corradin (1881 - 1961)
parroco di Barbano (Vicenza). Molti episodi della sua vita fanno
parte delle curiose storie del suo paese.
L'imprevedibile incontro con l'asso delle Mille Miglia.
Era nato per sorridere e per far ridere. Madre natura gli aveva
regalato un' intelligenza di eccezione, aggiungendovi una buona
dose di equilibrio. A Barbano, la parrocchia che resse dal 1926 al
1961, lo ricordano tutti e le cose che di lui si raccontano sono
entrate ormai a far parte della leggenda locale.
Don Luigi Corradin nasce a Lusiana (Altopiano di Asiago) nel
1881. Suo padre era sindaco del paese, un uomo cortesissimo, e di
coscienza intemerata. Sulla fede e sull'onestà non accettava compromessI.
Luigi entra nel seminario maggiore di Padova dove dopo aver
percorso il normale iter di studi classici e teologici viene consacrato sacerdote nel 1909.
È cappellano successivamente nelle parrocchie di
Concadalbero, Agna e Stanghella. Come altri preti è richiamato al
servizio militare durante la guerra del' 15 - '18.
Rientrato in diocesi, nel 1921 gli viene amdata la curazia di Conche,
un mucchi etto di case sparse sulla gronda della laguna di Chioggia. Il
piccolo paese è frazione del comune di Codevigo, un borgo che in quegli anni metteva paura perché le autorità civili non solo erano iscritte al
partito fascista, ma usavano olio e manganello contro chi la pensava
diversamente. Oppositore esplicito era il curato don Corradin e, con lui,
i fabbricieri della comunità. Qui accadde il primo clamoroso episodio
che mise in luce il suo temperamento, allegro e forte.
Una sera un camion si ferma davanti alla porta della canonica:
quattro facce spiritate scendono e chiamano il curato. "Cosa vole-
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te?". "Salga" gli intimano gli ignobili figuri. Don Luigi s'arrampica sulla macchina e scopre che ci sono altre persone ad attenderlo.
Le conosce tutte, tra queste, il suo medico: gente del Fascio
della prima ora.
n camion percorre un lungo tratto di strada fino alla vecchia
trattoria "AI Gambero". Qui lo fanno scendere, e, spinto lo dentro
la sala illuminata da una lampada ad acetilene, lo costringono a
bere un grosso bicchiere di olio da motori. n Corradin trangugia il
tutto senza battere ciglio. Poi esce a piedi e ritorna in canonica.
Fortunatamente, lungo la strada lo stomaco si libera dall'intruglio.
Don Luigi (era lui a raccontare, in diverse edizioni la vicenda)
chiama la zia: "Venite in chiesa e accendete sei candele e poi, ripetete amen ad ogni versetto". La buona donna eseguì a puntino le
prescrizioni del nipote, il quale andò all' altare, apri il tabernacolo
e, inginocchiatosi sul primo gradino, recitò adagio il famoso salmo
108 (109).
Conseguenza o coincidenza? Nel giro di poche settimane se ne
andarono all'altro mondo i capi dell'odiosa bravata. All'infuori del
medico che il giorno dopo era andato a chiedergli scusa.
Nel 1926 il vescovo Elia Dalla Costa lo nomina, prima curato
e poi parroco di Barbano, un luogo disseminato lungo la statale
Padova - Vicenza. Don Corradin eredita dal suo predecessore don
Boldi una situazione pastorale esplosiva a causa delle contrapposizioni politiche: leghe bianche, leghe rosse, fascisti, grossi terrieri.
Chiama tutti a raccolta per il completamento della chiesa, del
campanile e della canonica. n suo buon umore e l'intelligente autorevolezza riportano gli animi alla calma.
Nella nuova chiesa mancano le finestre. Perché spaventarsi?
Una domenica, prima del vangelo, sciorina una decina di nomi di
famiglie benestanti: "Le ringrazio sentitamente - dice - perché ciascuna ha offerto il corrispettivo per l'acquisto di una finestra".
Finita la messa, gli interessati si precipitano in sacrestia: "Ma
signor parroco, noi non abbiamo promesso niente". E lui: "Calma!
Se proprio insistete, io domenica prossima dirò in chiesa che voi
non intendete fare l'offerta". O prendere o lasciare. Gli offerenti ...
involontari si rassegnano e dopo qualche settimana le finestre sono
sistemate.
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Non dimenticava una questua, né tralasciava le famiglie dei
mangiapreti. Don Luigi si presenta sull'aia d'uno di costoro. Il
vecchio padrone è ricco, ma non ha mai scucito niente per la chiesa. "Reverendo, cosa desidera?". Il parroco sorride: "Niente, tanto
sei povero in canna". L'altro si infuria, va in granaio e riempie di
granoturco un sacco da quintale. "Se riesce a portarlo giù, è suo".
C'erano due rampe molto ripide da fare e don Luigi era tarchiato
sì , ma non un colosso. La scommessa però valeva la candela. Il
parroco prende il sacco per la bocca, se lo piazza sulla spalla
destra e, sicuro come un alpino tra le rocce, ridiscende i gradini.
La questua è fatta e da quel giorno l'avversario diventa suo simpatizzante.
Don Corradin era un formidabile barzellettiere. Naturalmente,
i destinatari erano i suoi confratelli sacerdoti, i quali sapevano che
era lui il protagonista di molte situazioni umoristiche. La più curiosa fu quella di Nuvolari, l'asso italiano delle mille miglia.
Don Luigi aveva la cattiva abitudine di arrivare quasi sempre
in ritardo.
Deciso un giorno di recarsi per affari a Padova, s' accorse di
essere fuori orario per prendere la corriera di linea. Si piazzò in
mezzo alla statale e chiese un passaggio alla prima macchina.
"Suonava mezzogiorno al mio paese - era solito raccontare - e
arrivai a Padova che le campane suonavano mezzogiorno. Al
volante c'era nientemeno che Nuvolari".
I due rimasero amici per tutta la vita.
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LA CAMPANELLA INTERROMPE
UNA PREDICA NOIOSA
Non è sufficiente essere bravi arcipreti. Anche l'età ha il suo
peso e allora c'è qualcuno che ce lo ricorda. Un giudizio umoristico del vescovo Elia Dalla Costa.
"Sono nato vecchio, mi toccherà morir giovane". Invece, è vissuto 89 anni, pagando però il simpatico scotto di sentirsi sempre
chiamare con il nomignolo "el vecion: il vecchione".
Mons. Antonio Rampazzo (1849-1938), ordinato sacerdote nel
1872, dopo una duplice esperienza in diocesi di cappellano, fu
assunto come segretario personale dan' allora Vescovo di Padova,
Mons. Giuseppe Callegari. La scelta non fu occasionale, perché il
Rampazzo era dottore in teologia e predicava magnificamente. Di
lui si conservano ancora nella biblioteca del Seminario il volume
delle prediche quaresimali, tenute nella Basilica di Sant' Antonio, e
quello dei panegirici recitati nelle circostanze liturgiche più varie.
Svolse così bene l'attività di segretario che un giorno il
Vescovo gli disse: "Sono vecchio e vorrei sistemarti, prima di
morire. Ti mando parroco al Carmine" (una grossa parrocchia della
città di Padova). Affare fatto. Al Carmine, il Rampazzo fu parroco
per 21 anni.
Nel 1903, il Callegari che aveva ricevuto il titolo di Cardinale
dall'amico Pio X, Papa Sarto, mandò a chiamare il Rampazzo. Era
vacante la parrocchia della Cattedrale: "Ho bisogno - gli disse - di
un Arciprete di polso, chi, secondo te, potrei scegliere?". Il
Rampazzo, senza battere ciglio, rispose: "Mandi me, tanto, li
conosco tutti i preti della Cattedrale". Il Presule sorrise: "Tu no, tu
sei ancora troppo giovane". E l'altro a ribattere: "Ma poi diventerò vecchio, Lei sa che mi chiamano il vecchione".
Aveva oltre 60 anni sulle spalle e molta esperienza pastorale.
Poteva fare anche il vescovo. Il Callegari gli affidò la nuova par-
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rocchia e cosÌ ricevette pure la nomina di Presidente del Capitolo
della Cattedrale.
Incominciava una nuova stagione sacerdotale, ma le energie
non erano più quelle. Pregava, discuteva, predicava, senza però
quel piglio che gli era stato caratteristico in passato. Anzi. Un giorno gli capita in sacrestia un suo cappellano che ha in tasca la nomina a parroco: "Arciprete - gli dice - sono venuto per salutarla e ringraziarla". Il Rampazzo lo guarda negli occhi: "Chi è lei?". L'altro
lo guarda come per dire: "Non mi conosce?". E infatti, l'Arciprete
non lo conosceva, o almeno, non lo ricordava: eppure il cappellano già da quattro anni lavorava con lui.
Uno sprizzo di fantasia lo ebbe nel gennaio del '31: per la festa
del papa era stato officiato come oratore don Giacomo Meneghello
segretario del vescovo Dalla Costa. Com'era tradizione tutti i fedeli delle parrocchie della città convennero in Cattedrale. Concluso il
canto del vespro, il Meneghello sale sul pulpito e inizia il discorso
sulle prerogative della Chiesa: una, santa, cattolica, ed apostolica.
Il Rampazzo, piviale addosso e mitria in testa, come gli altri
canonici, sonnecchia ma tiene l'occhio sull'orologio. Dopo un'ora
esatta l'oratore sta ancora dimostrando che Gesù ha istituito la
Chiesa "una". Il vecchio arciprete guarda in giro e vede facce stanche e annoiate. Si alza, va alla porta della sacrestia e suona con violenza la campanella urlando: "Basta!". "Deo gratias! - commentò
la gente - il vecchio Arciprete è tutt'altro che rimbambito".
Il Vescovo Dalla Costa che presiedeva la liturgia si alzò e andò
all'altare per la benedizione eucaristica, ma si guardò bene dal fare
commenti, tanto più che si trattava del suo fedelissimo segretario.
Sui rapporti tra il Dalla Costa e il Rampazzo circolava tra il
clero questa barzelletta. La prima volta che aveva incontrato l'anziano Arciprete, il Dalla Costa si era lasciato sfuggire sottovoce un:
"Mio Dio, quanto è vecchio". L'anno successivo, vedendoselo
nuovamente davanti, aveva detto: "Mio Dio, questi è immortale".
AI terzo incontro, esaurì ogni commento osservando: "Mio Dio, il
Rampazzo è eterno!".
Nel 1932 il Dalla Costa passa dalla sede di Padova a quella di
Firenze. Gli succede il Vescovo Carlo Agostini (1939 - 1949):
uomo intransigente con se stesso e con gli altri. I canonici, per la
circostanza del suo ingresso, decidono di andare in episcopio a
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porgergli il benvenuto. Poiché spettava al Presidente del Capitolo
assolvere il compito, il Rampazzo ottantatreenne pensò che era
meglio improvvisare. Trovatosi però davanti al Presule e ai colleghi che lo scrutavano, farfugliò una serie di incredibili papere, di
cui segnaliamo soltanto l'inizio: "Eccellenza, in questi tempi cosÌ
difficili in cui si dice: fatti in là io che ci voglio stare tu ... "
Continuò imperterrito, ma i presenti si resero conto che era diventato davvero "il vecchio ne" .
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VENGO A ROMA SE MI NOMINA CAPO
DELLE SACRE CANTINE
Farebbe un gran servizio alla diocesi e al clero chi andasse
a spulciare nei vecchi archivi alla ricerca di quelle simpatiche
figure di sacerdoti antico stampo, che avevano una carica umana
grandissima ed una riserva di umorismo da risuscitare anche ... i
morti.
Nella galleria dei preti estrosi certamente non potrebbe mancare don Giovanni Lazzarotto che fu parroco di Rivai (diocesi di
Padova) dal 24 giugno 1896 fino al 2 febbraio 1935, giorno della
sua morte.
Era nato a Valstagna nel 1871 e dopo l'ordinazione sacerdotale era rimasto cappellano in parrocchia con la mansione di curato
di Collicello.
A Rivai, sulle montagne Feltrine passò praticamente tutta la
vita segnalandosi per tante cose, non ultima, una rara competenza
in fatto di vini.
Dotato di un'intelligenza non comune, "teneva" di quelle prediche da far restare, come si suoi dire, a bocca aperta gli uditori.
Aveva in canonica come ospite, nientemeno che una nipote del
cardinale Gaetano De Laj, maestra in paese. In autunno lo zio porporato andava lassù a trovare la nipote e aveva quindi modo di parlare e di conoscere a fondo (almeno così il cardinale supponeva) il
Lazzarotto.
Una volta, di ritorno a Roma, il De Laj, che era rimasto straordinariamente impressionato del parroco di Rivai, gli scrisse un
biglietto dove diceva pressappoco cosÌ: "Visto che lei ha tante doti
ecc .... avrei pensato, se non ha niente in contrario, di chiamarla a
Roma. Se viene, le troverò un posticino ... "
Ci sarebbe stato da fare un infarto per un comune parroco di
montagna di fronte a un invito del genere. Non succede infatti tutti
•
S2
i giorni che un cardinale proponga a un parroco, senza titoli di studio e senza raccomandazioni, di entrare a far parte degli addetti ad
una delle tante Congregazioni romane!
Ma il Lazzarotto non si scompose per nulla. I sette colli di
Roma non erano per niente più affascinanti delle montagne di
Rivai, né tantomeno lo interessava il prestigio di scribacchino
monsignorile presso un dicastero dell'Urbe.
Avrebbe almeno potuto, per schermirsi dalla proposta, fare una
letterina infiocchettata di giustificazioni, magari esprimendo gioia
e commozione per il lusinghiero invito. Fece appello invece al suo
umorismo di sempre e rispose con questo brevissimo biglietto:
"Eminenza: accetto subito e volentieri la proposta, purché ella mi
metta a capo delle sacre cantine".
Ma al cardinale lo scherzo non piacque: mandò una lettera raccomandata alla nipote in cui le ingiungeva di allontanarsi subito
dalla scuola e dal paese di Rivai perché lui si era già interessato di
trovarle un altro posto.
E il Lazzarotto sorrise, beato anche per questa partenza.
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QUANDO SUL FAR DELL' ALBA
L'ARCIPRETE ANDÒ A PRELEVARE
LE CAMPANE
È accaduto sull'Altopiano di Asiago all'inizio del secolo. Una
lezione per insegnare alla gente la puntualità.
Se n'era andato in punta di piedi, la vigilia del Natale 1917.
Aveva 88 anni, ma ne dimostrava molti di meno.
Qualche giorno dopo, la stampa locale nel ricordarne la figura,
scriveva: "È scomparso il prete delle campane".
Mons. Domenico Bortoli nasce ad Asiago (Vicenza) il 16
marzo 1830. Ordinato sacerdote, lo troviamo parroco, prima a
Romano d'Ezzelino, poi ad Asiago, la piccola capitale
dell' Altopiano dei Sette Comuni, dove rimarrà come arciprete fino
al 1916, quando per l'invasione austriaca dovrà esulare con tutta la
popolazione.
Pastore di grande equilibrio, si distinse anche per la sua cultura e per le notevoli doti di oratore e scrittore.
Rimangono di lui una trentina di opere. La più importante
riguarda proprio le campane. Il 20 settembre 1880, per ricordare la
presa di Porta Pia, alcuni suoi parrocchiani facinorosi sfondarono la
porta del campanile e, nonostante le rimostranze dell' arciprete, suonarono le campane. Il parroco non si diede per vinto e dopo avere
protestato in chiesa, si rivolse alla magistratura. La causa andò per le
lunghe con appelli su appelli, fino alla Cassazione che riconobbe ai
soli parroci il diritto di regolare l'uso delle campane. Il Bortoli fece
murare all'interno della chiesa una lapide (purtroppo distrutta dalla
-guerra) su cui in latino elegantissimo raccontava la vicenda.
Ma qui lo ricordiamo per un altro motivo. Stimato per le sue
capacità pastorali era temuto per la sua puntigliosità. Gli anziani
raccontano, a questo proposito, un episodio che ha il sapore della
leggenda.
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I
l,
I
Agli inizi del '900 ci fu un inverno particolarmente lungo e
nevoso. Il comune di Asiago doveva provvedere al sostentamento
dei più bisognosi, fra i quali c'erano quasi tutte le famiglie della
piccola frazione del 'Sasso'.
I "sassesi" soliti recarsi come carbonari in Croazia o addirittura in Ungheria, dopo mesi di duro lavoro, tornavano a casa con
parecchi soldini in tasca. Quell'inverno, poiché nessuno aveva
potuto muoversi, venne a mancare il pane. Si rivolsero al sindaco
del capoluogo, che, controllate le casse del Comune, rispose desolato che non poteva far niente. "Rivolgetevi - disse - all'arciprete
Bortoli, può darsi che abbia lui una soluzione". L'arciprete si trovò
una mattina davanti alla scrivania dell' ufficio parrocchiale i rappresentanti della frazione del Sasso. "Monsignore - gli dissero abbiamo fame. Può farci un prestito? Salderemo tutto alla fine
della prossima estate". Il Bortoli che non era danaroso, ma parsimonioso, rispose di sì subito; conoscendo però la scarsa lealtà
degli astanti, precisò: "Quando me li restituite?". E quelli: "Il
primo settembre del prossimo anno". Lui insistette: "La data l'avete fissata voi, non io. Dunque, d'accordo per il primo di settembre".
Passano i mesi. I sassesi vanno a lavorare all'estero e tornano
con parecchi soldi. II primo giorno di settembre Mons. Bortoli è
puntualmente al tavolo di lavoro, aspetta i ... reduci. Ma questi non
si fanno vedere, nemmeno il giorno seguente. La mattina dopo,
l'arciprete noleggia una carretta trascinata da un paio di buoi e va
al Sasso. I due uomini che l'accompagnano collocano un'incastellatura di legno attorno al campanile; poi con complicate operazioni staccano le due campanelle e le pongono sulla carretta.
L'arciprete è seduto sull' avancarro e recita il breviario.
Concluso il lavoro (nel frattempo s'era fatta su gente), il convoglio si muove verso Asiago. I sassesi lo seguono implorando:
"Arciprete, pagheremo presto, ci lasci le campane". C'è da fare più
di qualche chilometro, ma il Bortoli non si scompone, anche se dietro al carro c'è tutto il paese che supplica. Arrivato alla canonica,
calmo e tranquillo scende e, accompagnato dai due operai, va ad
affacciarsi al poggiolo della canonica stessa. La gente del Sasso,
sorpresa dalla strana manovra, guarda verso l'alto. Il Bortoli è tutto
sOITidente, allunga la mano destra in segno di riconciliazione e
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dice: "Cari amici del Sasso. E adesso che mi sono tolta la soddisfazione di vedervi tutti qui, ripigliatevi le vostre campane. Vi condono il debito delle diecimila lire che dovevate restituirmi l' altro
ieri. Ma, prima di andare a casa, passate dalla trattoria della Nena:
bevete un buon bicchiere. Pagherò io anche quello".
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AL CAPPELLANO INFREDDOLITO
TANTE SCUSE E UN MANTELLO
L'episodio a Balduina nell 'inverno del 1925. Il giovane sacerdote era "provvisoriamente" nella piccola parrocchia da due
mesI.
Nato a Ron di Valdobbiadene (Treviso) il 9 febbraio 1900, inizia giovanissimo la strada che dovrà portarlo al ministero sacerdotale. La prima guerra mondiale lo costringe ad interrompere gli
studi e, durante l'occupazione austriaca del luogo, aiutò, anche a
rischio della sua vita, i compagni di sventura ed organizzò un servizio di informazioni per gli italiani al di là del Piave servendosi di
piccioni viaggiatori.
Conclusa la guerra e rientrato in seminario, don Luigi Dalla
Costa venne ordinato sacerdote nella basilica di S. Giustina a
Padova, per mano dell'allora vescovo mons. Elia Dalla Costa, il 19
luglio 1925.
Da quell' epoca, la sua vita è stata tutta un susseguirsi di peregrinazioni nei posti più sperduti della vastissima diocesi.
Cappellano a Montegalda, Schievenin, Collicello, Cismon del
Grappa, fu parroco di Rivai per 13 anni.
Muore il 5 aprile 1983 a Guia S. Stefano.
Tra i vari primati che don Luigi Dalla Costa deteneva, c'era
anche quello di cappellano per soli due mesi a Balduina, adesso un
paesino piantato lungo l'Adige, ma che allora era una grossa
comunità della diocesi di Padova.
Nella storia della parrocchia una presenza così breve potrebbe
anche non contare nulla se ad essa non fosse legato un commovente episodio che ha per protagonisti Dalla Costa e il suo omonimo vescovo di Padova.
"Di ritorno da Alano - raccontava don Luigi - trovo un biglietto del vescovo Elia Dalla Costa che mi dice che sono stato nomi-
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nato cappellano di Valdobbiadene. Mi presento all'arciprete
Bonato il quale appena mi vede: "sbagliato! - grida - sbagliato!
Non ti voglio!".
Don Dalla Costa che era un prete novello, di fronte a un rifiuto così deciso, scrive al vescovo il quale immediatamente risponde: "Venga giù subito per alcuni giorni".
Convinto che si trattasse di un incontro chiarificatore, don
Luigi andò a Padova con sotto il braccio una grossa scatola di cartone con dentro una camicia di ricambio.
"Appena entro dal vescovo - egli racconta - mi sento dire:
Se ... mi fa piacere di andare a Balduina". "Dov'è Balduina? dico io".
Il vescovo tace per un istante poi risponde: "Non lo so neanche io".
Chi sbrogliò la matassa fu mons. Pretto, allora cancelliere della
Curia, che suggerì a don Luigi di andare a dormire quella sera da
don Carlo Riva, parroco delle Grazie di Este; di lì il mattino successivo, qualcuno gli avrebbe insegnato la strada.
Infatti il mattino seguente don Luigi poté arrivare a Balduina.
Era l'inverno del 1925, un anno freddissimo, tanto che in quei
giorni anche l'Adige era a tratti gelato. Il giorno dopo Natale, il
vescovo Dalla Costa arrivò a Balduina per la visita pastorale:
tutto andò per il meglio tanto che alla sera don Luigi si fece
coraggio e salutando il presule: "Eccellenza - gli disse - Potrei
andare a casa per qualche giorno?". Il vescovo sorpreso ribatté:
"Come? Non è mica contento di stare qui ?". Il cappellano precisò: "lo non ho niente contro Balduina, anzi! Ma almeno mi sia
consentito di andare a casa a prendermi un po' di roba: sono
venuto qui senza niente perché Lei mi aveva detto che era solo
per pochi giorni".
Il vescovo Dalla Costa stette per un attimo soprappensiero poi
esclamò: "Oh si, mi ricordo che le ho detto così, mi ricordo". Poi
mettendosi le mani nei capelli, disse forte: " ... E sei vescovo! E
stai nel tuo vescovado al caldo e qui i tuoi sacerdoti a soffrire il
f re dd o ... e seI. vescovo.l" .
"Ebbi la convinzione - ricordava don Luigi - di aver sbagliato
a fare la richiesta".
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Invece, prima di partire, mons. Dalla Costa aggiunse: "Tra
qualche giorno lei riceverà un bigliettino per la nuova destinazione. Mi perdoni sa, mi perdoni sa". E scoppiò a piangere: si tolse il
mantello e lo mise sulle spalle di don Luigi il quale fece il gesto di
schernirsi: "No, no - insiste il vescovo - io sono al caldo in vescovado e lei è qui che soffre il freddo".
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QUEL VENERDÌ SANTO
IL CROCIFISSO NON SI MOSSE
Due sacerdoti simpaticissimi amici s'accordano sul rito e la
predica della Passione. Tutto era stato previsto ma all'ultimo
momento qualche cosa non funzionò.
Amici per la pelle. Lo furono per tutta la vita: li accomunava
lo zelo per le anime, l'amore al crocifisso, lo spirito di povertà e ...
l'estrosi tà.
Il primo ad andarsene fu don Felice Velluti nel 1972 a 89 anni:
chiuse gli occhi presso l'Opera della Provvidenza Sant' Antonio a
Sarmeola (Padova) dov'era noto come "il prete adoratore". Aveva
sulle spalle un percorso pastorale vario e assai lungo: sei volte cappellano (rischiò il carcere per aver difeso i diritti delle donne operaie), due volte parroco (l'ultimo fu agli Eremitani a Padova dove
ricostruì la chiesa gravemente lesionata nel 1943 durante un bombardamento) .
Non aveva mai un soldo in tasca; se arrivava un povero all'ora
di pranzo, gli dava tutto quello che la domestica aveva preparato
sulla tavola; sorprese più volte i ladruncoli a manomettere le cassette delle elemosine, ma non li denunciò mai: "Se lo fanno - era
solito dire - significa che hanno fame". Aveva un temperamento
forte per cui talvolta sbottava in rimproveri improvvisi. A farne le
spese erano i cappellani. Ma puntualmente anche dall'altare chiedeva scusa.
Quando rinunciò alla parrocchia, se ne andò con due valigie e
il breviario sottobraccio. "Chiuda la canonica a chiave" gli disse il
sacrestano. E lui di rimando: "Non c'è più niente da rubare".
Lo segui nella pace, un decennio dopo, Don Girolamo
Tessarolo. Consacrato sacerdote nel 1915, costui si distinse subito
per l'intraprendenza e la generosità. Lo chiamavano "uragano".
Nelle parrocchie dov'è passato ha lasciato un segno: istituì
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compagnie teatrali, promosse numerosi gruppi bandistici e corali,
riscrisse drammi e commedie, tenne corsi di esercizi spirituali e di
formazione sociale. Ebbe anche per alcuni anni l'incarico di assistente diocesano (Padova) della Gioventù femminile di Azione
Cattolica.
Trascorse gli ultimi anni presso la locale Casa del Clero. In
data 21 giugno 1980 scrive nel suo diario, ricordando i 65 anni di
sacerdozio: "Come si svolse il cammino della mia vita?: nec labore victum; mai piegato dalla fatica (1915 - 1943); nec morte vinciendum, coraggioso fino alla morte (dal 1943 al 1945 fu arrestato,
minacciato, sorvegliato dalla polizia fascista); nec mori timere;
senza paura della morte (dal 1945 in poi), nec vivere in cruce recusare; non rifiutò di patire sulla croce (dal 1975 fino alla morte).
Aveva le sue piccole manie. Alle 21 era già a letto, ma caricava la
suoneria della sveglia perché a mezzanotte doveva prendere le
gocce per dormire.
Dicevamo: estrosi tutti e due.
Il Velluti aveva pregato il Tessarolo di tenere nella Chiesa degli
Eremitani il discorso della Passione del venerdì santo del 1939.
L'amico gli aveva detto subito di sì, anche perché il tema gli era
più che congeniale. Il Tessarolo era facile a commuoversi, ma
riusciva spesso anche a far commuovere.
La sera del venerdì santo la chiesa è zeppa di fedeli. In sacrestia tutto è pronto: i chierichetti con i candelieri che affiancano la
croce, i confratelli del SS.mo con le torce accese, il sacrestano con
le mani vicino agli otto interruttori della luce, il Velluti accanto alla
porta che dà sulla navata.
L'accordo tra i due sacerdoti è che, non appena il Tessarolo che
sta predicando dirà: "Vieni o Croce di Cristo", il sacrestano dovrà
spegnere tutte le luci della chiesa, il Velluti spalancherà le due
porte, verranno avanti i chierichetti con la croce e i candelieri, i
confratelli andranno a inginocchiarsi davanti alla balaustra.
Ed ecco che nel silenzio del tempio si sente la voce del
Tessarolo: "Vieni o Croce di Cristo". La sacrestia si mette in movimento, ma la croce portata da un robusto chierichetto, s'incaglia
sull'arpione dell'architrave. il Velluti cerca di dare una mano al
ragazzo e intanto grida: "Avanti, fermi, spegni le luci, no, lascia
acceso, confratelli indietro!". La croce non si muove: il Tessarolo
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che non sa cosa sta succedendo in sacrestia, perde la pazienza e
urla: "Vieni o non vieni, Croce di Cristo?". Niente da fare. La porta
è spalancata e le luci rimangono accese. Il Velluti sgambetta qua e
là come un grillo, per risolvere la situazione. Ma è troppo tardi: il
pubblico ha capito e ride sonoramente.
Domani è sabato santo e l'allegrezza di quel piccolo incidente
ha già preparato tutti alla gioia della Pasqua.
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SOTTOSCRISSE CON IL SANGUE
LA SUA PROMESSA DI FEDELTÀ
Dai quattro quaderni di appunti personali emerge lo stupendo
profilo spirituale del sacerdote don Palmiro Stefani.
"Ho lavorato sodo. Ho parlato. Ho pianto per le anime". C'è in
questa frase del suo diario personale tutto il senso e lo stile del
sacerdozio di don Palmiro Stefani.
Il giorno dei suoi funerali un suo amico aveva definito don
Stefani un "prete autenticamente padovano, equilibrato e sereno".
Adesso occorre dire qualcosa, anzi molto di più. Anche noi che gli
eravamo amici non lo conoscevamo a fondo come adesso che
abbiamo avuto ]' inestimabile fortuna di leggere i volumetti dei
suoi appunti spirituali e pastorali.
"Voglio stare attento ad essere Gesù Cristo nel comportamento, nei gesti, specie nelle parole: spersonalizzarmi per sentirmi
umile, ma dignitoso, preparato solo per Te, o Signore, e in vista dei
diritti che ha il popolo di Dio".
Così si esprimeva in occasione degli esercizi spirituali nel
luglio 1968, ricordando il trentennio della sua ordinazione sacerdotale.
"Signore - egli aggiunge - perdonami se non sono stato sempre zelante, pronto, presente".
La sua prima preoccupazione era di offrire a tutti coloro che lo
avvicinavano un'immagine autentica e credibile di sacerdote: "Il
Vangelo e l'anima di ogni apostolato dello Chautard saranno i miei
amici di viaggio. Non mi avvilirò mai né farò professione di superuomo, né mi lamenterò con i laici che il lavoro è troppo; farò e
tacerò ... sempre di buon umore e di belle maniere con tutti, specie
con i poveri e con i peccatori".
I momenti forti della sua ripresa e verifica spirituale erano
costituiti dai ritiri e dagli esercizi. I quattro libretti di note perso-
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nali, i fogli sparsi con minuziosi programmi di vita e gli appunti in
margine ai libri rivelano come dagli esercizi spirituali ritraesse l'ispirazione costante a rinnovare tutta la sua vita interiore con l'insegnamento della Chiesa.
"Non amministrare alcun sacramento senza avere premesso
una preghiera. Chi non obbedisce a Dio, obbedisce a un sacco di
sciocchezze. L'amore ha le sue esigenze, e quindi non si violenta
la libertà insistendo".
Fedele agli insegnamenti ascetici ricevuti in seminario costruiva la sua pietà sacerdotale attraverso le "cose" sante che maneggiava: ritorna infatti di frequente nei suoi scritti la frase" imitamini quod tractatis".
Il sacerdozio gli dava una gioia continua, anche se sofferta e
contrassegnata dagli inevitabi I i contrattempi e dalle segrete croci
di cui era testimone solo Gesù nel tabernacolo. Nel suo programma la preghiera occupa un posto fondamentale: "Il mio orario: due
ore di preghiera al giorno ... Riposo alla sera con prima la meditazione di almeno venti minuti, in studio, e preghiera serotina".
Catechesi ammalati, bambini, visitatori, confratelli: Tutti gli
sono presenti: "Come la mamma che veglia accanto al capezzale
della sua creatura dì e notte, così io pastore devo vegliare, preoccuparmi dei miei figli. I parrocchiani non sono schiavi ma figli. La
bontà non vuoI dire rinuncia ai principi. Posso essere contro gli
errori e i disordini ma devo fare in modo che vedano che sono
costretto a malincuore a fare un rimprovero, un ammonimento. La
bontà è un tempio che poggia su quattro colonne: umiltà, preghiera, contentezza, pazienza".
Le tappe del suo ministero sono state: cappellano a Boara e a
Monselice, parroco a Prozzolo dal 1947 e a Torreglia dal 1959. Ma
dappertutto ha avuto la preoccupazione di considerarsi il primo
parrocchiano, quello a cui gli altri guardano come ad un esempio.
"In tutto osserverò il massimo ordine. Nella mia persona serietà, povertà ed eleganza, austerità. Sarò maturo nel carattere, ponderato nei giudizi, educato nei modi, paziente con i penitenti, gli
ostinati, i servienti. Compatirò sempre i giovani; pregherò, farò
pregare quando ho cose importanti da risolvere e grazie da ottenere per l'apostolato. Le mie prediche saranno ben preparate e non di
punta o di bersaglio o di sfogo. Farò capire che mi dispiace dire
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certe cose. Saprò compatire, di più, andare in cerca senza spegnere il lucignolo fumigante ... ".
Quando la morte lo colse aveva 63 anni, ma non era impreparato. Quattro anni prima, e precisamente l' 11 febbraio 1970, a
Torreglia dove era parroco, durante la messa ebbe uno sbocco di
sangue.
"Quel giorno - annota nel libri cino di commento al corso di
esercizi fatti successivamente - poteva essere il mio dies natalis.
Non ero pronto? Impreparato forse ... Comunque sono qui ancora
una volta per apprendere dalla lezione a fare di più, a fare meglio
e ringraziare: Nos qui vivimus, benedicimus Dominum, come '
disse Mosè dopo il mare Rosso. Anch'io ho attraversato il rosso del
mio sangue: poteva essere la fine. Oh, quanto è buono il Signore.
Grazie!"
Finita la guerra aveva scritto: " ... Ne inizio un'altra, quella
contro me stesso ... per vincermi e salvare l'anima mia. Sono
sacerdote del Dio Altissimo. Ogni mia giornata è un guadagno o
una inesorabile perdita. Con l'aiuto di Dio mi santificherò. Basta
che io lo voglia. Non baderò mai a che cosa dirà la gente e diranno i superiori. Baderò a che cosa scrive ogni sera Dio nel libro
della mia eternità che mi attende presto".
Gli ultimi appunti riguardano ancora un corso di esercizi spirituali. Sono frasi che rivelano la costante preoccupazione di essere
fedele allo stile di vita sacerdotale scelto nel giorno della sua ordinaZIOne.
"La povertà dov'essere sposata, non portata in piazza. Povertà
è essere servi degli uomini: dire sempre di sì".
Il motto che spiega il suo atteggiamento di serenità e di vivacità giovanile era: "Volontà di Dio, paradiso mio". E ad esso rimase tenacemente attaccato, sicuro di non tradire mai gli impegni di
santità personale che all'indomani della sua ordinazione sacerdotale aveva voluto sottoscrivere con il suo sangue. Nel suo "libricino" d'oro (quello che teneva più segreto), tra le pagine del primo
regolamento di vita sacerdotale sono vergate a sangue queste
parole: "A Maria, mamma del mio Sacerdozio la triplice purezza:
mente - cuore - corpo. Questo è scritto con il mio sangue: mai
smentire quanto di tuo sangue tingi. Tutto spargerlo o don
Palmiro! Mai cessare la lotta aspra e pur bella. Parola d'ordine:
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Fino all'ultimo respiro! Gesù, davanti - Maria a fianco - Angelo
Custode alle spalle!".
Durante l'agonia fu udito bisbigliare in latino le parole della
liturgia della messa "Per Lui, con Lui, in Lui ... ". Era la suprema
conferma di fedeltà alla parola data a Cristo il giorno della sua
ordinazione sacerdotale.
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LA GUERRA, UN SALAME
E LA TESTATA DI UN GIORNALE
Mentre i nazifascisti gli mettono a soqquadro la canonica il
parroco coraggioso si riprende i generi alimentari custoditi nel
granaio.
Di cappellani ne aveva avuti parecchi. Duravano poco, sia perché non sapevano come prenderlo, sia perché lui aveva un carattere molto forte.
L'ultimo, tuttora vivente, era riuscito ad ammansirlo, tanto che
dopo un lungo periodo di collaborazione, gli era succeduto nel
governo della parrocchia.
Don Vittore Spada nasce ad Alano di Piave nel 1888. Nel
1915 passa dal seminario alla trincea. Di ritorno, nel 1920, è ordinato sacerdote. D'indole battagliera, non gli riesce facile lavorare con altri confratelli. In dieci anni cambia, sempre con il ruolo
di cooperatore, ben sette parrocchie. Finalmente, nel '31 gli viene
affidata la comunità di Pove, un paese accoccolato ai piedi del
Grappa, nella immediata periferia di Bassano, a specchio del
fiume Brenta. Vi rimane fino al 1961, quando rinuncia alla parrocchia.
Amato e benvoluto, muore il 14 gennaio, quattro anni dopo.
A chi gli faceva osservare di avere poca esperienza della vita,
ricordava, tra l'altro, che aveva combattuto nella guerra di Libia
nel 1911.
La sua figura di prete ha assunto un alone di leggenda e di storia proprio negli anni più difficili della seconda guerra mondiale.
Antifascista doc, dopo lo sfacelo dell' esercito italiano (8 settembre
1943) si schiera dalla parte degli sbandati e successivamente del
movimento partigiano. Si dà da fare per nascondere i "ribelli" nel
granaio della canonica e per provvedere al sostentamento delle
famiglie povere.
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Il 21 settembre 1944 ventimila militari della Repubblica di
Salò, tedeschi e russi (prigionieri passati al III Reich), dopo aver
posto l'assedio a tutti i paesi della pedemontana, sferrano l'attacco
al massiccio del Grappa dove sono annidati numerosi gruppi di
partigiani. Il rastrellamento avviene palmo a palmo sui costoni dell'immensa montagna. Ogni paese, casa, strada, bosco, viene setacciato. Gli assassinii, i soprusi e gli arresti non si contano. Saranno
più tardi i parroci delle comunità coinvolte nella tragedia a dare un
resoconto e un giudizio su quanto accadde in quei giorni.
Preziosa, a questo proposito è la testimonianza di don Spada,
scritta nella "Cronistoria" parrocchiale. Anche la sua parrocchia fu
invasa dai nazifascisti. Lui stesso, arrestato con l'imputazione di
connivenza coi partigiani, viene processato a Bassano del Grappa,
ma se la cava brillantemente senza bisogno di difensori.
Come viene ricordato dai testi di storia della Resistenza, il
dramma del Grappa si conclude con la sconfitta dei "resistenti". I
nazifascisti ne impiccarono 171, alcuni dei quali del paese di Pove,
600 fucilati, centinaia e centinaia avviati ai campi di concentramento in Germania.
Don Spada in quei giorni era impegnato a consolare le famiglie
degli uccisi e dei deportati, a scongiurare i comandi "repubblichini" perché rispettassero la popolazione e lasciassero liberi i civili
innocenti.
Nella sua cronistoria c'è un curioso episodio che egli volutamente ha tralasciato. Il 20 settembre 1944, cioè un giorno prima
dell'inizio del rastrellamento, forti contingenti di truppe "repubblichine" occupano i paesi della Val brenta a ridosso del Grappa. Tra
questi, Pove.
Una pattuglia delle "brigate nere" trascorre la notte tra violenze e furti terrorizzando gli abitanti.
Don Spada esorta gli occupanti ad essere più corretti ma costoro fingono di non capire. Alcuni entrano in canonica con il pretesto di ricercare i partigiani nascosti. Mettono tutto a soqquadro,
dalla cucina alla soffitta.
Un brigatista si accorge di una piccola riserva di generi alimentari e, data una rapida occhiata, sceglie un salamone (in dialetto veneto "sopressa" ).
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Ai piedi delle scale c'è ad attenderlo don Spada, braccia incrociate e cipiglio severo. "Quella è roba mia - dice al ladro in divisa
- l'ho comprata io".
E l'altro: "Reverendo, lei si sbaglia, questa "sopressa" me
l' hanno data in fureria".
Ladro bugiardo ma purtroppo con il mitra in mano oltre alla
refurtiva.
Il parroco che non ha mai avuto paura di nessuno: "Giovanotto
- ripete - quella è roba mia e tu me la restituisci".
Il tono di voce non ammette replica, ma il "repubblichino"
incattivito insiste: "La smetta, questa è mia".
Don Spada gli va vicino e lo spinge sotto la luce, poi gli strappa la "sopressa" e la scartoccia. Il foglio del giornale è sporco di
grasso, ma la testata è leggibilissima: "L'Osservatore Romano".
"Questo è il giornale dei preti - osserva don Spada - non delle
brigate nere", quindi la "sopressa" non può essere tua.
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QUANDO IL PARROCO
SI FA ASSOLVERE DAL CAPPELLANO
Il vecchio arciprete era un santo ma non accettava le bugie.
Capace diforti rimproveri ma anche di grandi gesti di umiltà.
Di lui abbiamo raccontato la storia in un libriccino ormai introvabile, dal titolo "Leggenda di un Patriarca". Lo strano aggettivo
era stato volutamente scelto per indicare la sua eccezionale personalità di sacerdote e di pastore di anime.
Mons. Pio Stievano nasce a Roncaiette (Padova) nel 1866.
Consacrato prete nel 1888, è stato successivamente insegnante
di lettere e di teologia morale nel seminario maggiore di Padova.
Nel gennaio del 1908 riceve la nomina di arciprete e di abate
mitrato di Piove di Sacco (Padova), una cittadina capoluogo della
Saccisica, del territorio cioè che si estende tra il Bacchiglione e il
Brenta, dalla periferia di Padova fino alla laguna veneta.
Il suo ministero si caratterizzerà nell' attenzione ai poveri, nella
catechesi fatta in gran parte in lingua dialettale, nell' attività di consigliere spirituale familiare e sociale. Autorevole e autoritario, era
presente in ogni situazione difficile, suggerendo sempre le soluzioni adeguate. Anche i non praticanti la chiesa avevano per lui il
massimo rispetto. Uomo di preghiera, ebbe la soddisfazione di
vedere fiorire nella sua parrocchia una ventina di vocazioni sacerdotali e altrettante alla vita religiosa femminile.
Muore a Piove di Sacco il 29 agosto 1939.
Anche le generazioni che non l'hanno conosciuto continuano a
tramandarsi i tanti e simpaticissimi aneddoti della sua vita.
Particolarmente vivo è il ricordo del "patriarca" nei suoi rapporti con i cappellani. Ne ha avuti molti e quasi tutti giovanissimi.
Tra questi, segnaliamo Don Lelio Bordin (1906 - 1987), un prete
pieno di brio, fatto apposta per stare con i giovani. Dopo l'esperienza pastorale di Piove, diventerà cappellano militare (dal 1941
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al 1971) guadagnandosi la stima e l'affetto dei soldati e degli ufficiali. L'otto settembre 1943 preferì consegnarsi prigioniero ai tedeschi piuttosto che abbandonare la sua truppa.
Don Lelio portò a Piove le prime innovazioni ... clericali: la
lettura del quotidiano, i capelli a spazzola, l'uso della radio e della
motocicletta. Mons. Pio ogni tanto lo richiamava; di lui non gli piaceva quell'aria sbarazzina che faceva sospettare anche la presenza
di qualche sotterfugio. Infatti. L'arciprete aveva introdotta la "piccola adorazione" del giovedì pomeriggio. Si recitavano alcune
invocazioni eucaristiche intervallate da momenti di riflessione
comunitaria. I sacerdoti della parrocchia non dovevano mai mancare.
Un giovedì, Don Lelio prende la bicicletta e va a gironzolare
per il paese dimenticandosi del!' appuntamento eucaristico.
Arriva in duomo che è tardi. I suoi amici cappellani stanno uscendo di chiesa e uno di essi gli fa cenno che l'arciprete è nei paraggi. Meglio affrontare il p~ricolo, che scappare. Anche se lo tentasse, non servirebbe a nulla, perché l' onnipresente abate gli è già
davanti.
"Dove sei stato? La domanda è a caldo, ma precisa. Don Lelio
risponde secco secco: "All'ospedale, Monsignore". È una bugia
bella e buona, tanto più grossa, quanto più immediata. L'arciprete
continua: "Che cosa c'è di nuovo a quest'ora in ospedale?" E il
giovane cappellano risponde con sfrontata semplicità: "Sono stato
a trovare un'anziana signora che è grave". Mons. Pio intuisce tutto,
ma tace e va verso la canonica.
Neanche farlo apposta, dopo cinque minuti arriva il cappellano
dell'ospedale locale don Ettore Fabris. Battute rapide tra i due:
"Chi è la donna grave all'ospedale? "Nessuna, Monsignore".
L'abate insiste: "Ma me l'ha riferito appena adesso Don Lelio". II
Fabris assicura che di malati all'ospedale "in questo momento ve
ne sono tanti ma nessuno è grave". Il buon uomo pensava di dare
un'informazione esatta, invece offriva un prezioso elemento di
prova a ciò che Mons. Pio sospettava.
La mattina seguente, come è sua consuetudine, l'abate sta recitando il breviario in sacrestia. Entra Don Lelio, ciuffo a spazzola e
occhi pieni di sonno. "Dove sei stato ieri pomeriggio?" gli chiede
l'arciprete. E lui imperterrito risponde: "All'ospedale a trovare una
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malata grave". Apriti cielo! "Un'altra bugia - urla l'arciprete proprio qui, a me, tuo parroco, tu, cappellano giovane!" Gliene
disse tante davanti alla fila dei chierichetti, che Don Bordin scoppiò a piangere.
Improvviso cambio di scena: l'abate spinge Don Lelio verso
uno degli sgabuzzini attigui, adibiti a confessionali e gli dice porgendogli la stola: "Confessanti". Il cappellano, tutto confuso,
ascolta in silenzio l'accusa del suo parroco e gli dà l'assoluzione.
L'abate si alza dopo essersi segnato e grida: "Qui, qui sono peccatore anch'io come tutti gli altri, ma ... in sacrestia sono il tuo arciprete".
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E L'INSEGNANTE MANGIAVA
LA PASTASCIUTTA SULLA CATTEDRA
Lafigura di don Antonio Schiavo ci riporta agli anni '30 quando a far scuola nei ginnasi preseminariali parrocchiali c'erano i
cappellani.
Spero che a qualcuno venga la voglia di scrivere la storia delle
"scolette" cioè dei provvidenziali ginnasi parrocchiali che durarono fino agli inizi degli anni' 40.
La loro origine risale alla notte dei tempi quando i preti venivano "fabbricati in casa" ed ogni parroco o comunità presbiteriale aveva la preoccupazione di avviare qualche ragazzo al sacerdozio.
Più recentemente erano organizzate a livello vicariale e
rispondevano non solo ad un' esigenza di preparazione preseminariale ma anche a quella di consentire ai ragazzi più svegli la
possibilità di continuare la scuola dopo le elementari.
Ricordiamo tra le altre, le "sco lette" di Piove di Sacco, Cittadella,
Asiago, Solagna, Monselice, Montagnana, Este, Padova
(Seminario Maggiore), dove gli insegnanti erano sempre i cappellani ai quali bisognerebbe fare un monumento per la loro preparazione e capacità didattica.
Voglio qui rendere omaggio ad un mio cappellano di Piove di
Sacco (Padova), don Antonio Schiavo che negli anni '36 - '37,
facendo il paio con don Lelio Bordin, mi insegnò il rosa, rosae e
mi preparò con un'altra dozzina di ragazzi ad entrare in quella che
noi allora si chiamava la terza ginnasio a Thiene (Vicenza), nell'indimenticabile Barcon.
Don Antonio Schiavo (più tardi monsignore) era nato a
Montagnana nel 1904. Ordinato sacerdote nel '27 fu cappellano a
Montagnana, S. Giustina in Colle e Piove di Sacco. Nel '38 è parroco a Polverara e poi a Casale di Scodosia. Nel 1977 lascia l'im-
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pegno pastorale ed è insignito del titolo di Canonico residenziale
della Cattedrale di Padova.
Muore il 25 agosto 1983. Ricordava sempre con rimpianto gli
anni di ministero a Piove di Sacco dove a noi ragazzi insegnò un
sacco di cose.
Come facesse a tener testa a tutti gli impegni e contemporaneamente a mandare avanti la scuola è stato per me sempre un
mistero.
La scuola incominciava di solito alle 8.30. Diciamo "di solito"
perché quasi ogni giorno noi alunni che eravamo anche chierichetti dovevamo prendere parte ai funerali, magari portando quei
pesanti "penelli' (bandiere di lutto) che ci ammazzavano di fatica e
poi ritornare in aula.
Non c'erano sconti sull'orario. Le cinque ore erano implacabilmente cinque e quindi se ritornavamo a scuola alle 10.30
don Antonio non mancava di ricordarci che la chiusura era alle
15.30. Non c'era fame e non c'erano pianti capaci di commuoverlo.
Devo però confessare che andare a scuola da lui era una festa
perché sapeva stimolare la nostra ambizione di ragazzi variando le
materie e impegnandoci in originali ricerche di storia e di letteratura.
"Dovete essere i migliori dell' esame - era solito ripetere - e
non voglio che, una volta in seminario, i professori mi abbiano a
scrivere che qui non si fanno le cose sul serio".
L'esame di ammissione al seminario si faceva a conclusione
della seconda ginnasiale e bisognava presentare alla commissione
il programma svolto.
Nel '37 presentammo per l'italiano: 20 brani dell'antologia
del!' Angelini, in riassunto scritto e orale e le seguenti poesie:
Dante: "La bocca sollevò dal fiero pasto"; Carducci: "Quando sull'aure"; Zanella: "Odio l'allor; Pio Ciuti: "La resa dei Boeri";
Manzoni: "Soffermati sull'arida sponda"; "Ei fu; siccome immobile"; "Dagli atri muscosi dai fori cadenti"; Cervantes: "Terra di
Spagna, terra di leggende e d'incanti"; Leopardi: "O patria mia,
vedo le mura, gli archi e le colonne"; "Passero solitario"; "La donzelletta vien dalla campagna".
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A proposito di quest'ultima, mi sia consentito raccontare un
episodio che dà la misura della severità con cui don Schiavo ci
allenava al senso del dovere. Una mattina di gennaio del '37 ci
furono in parrocchia due funerali. Pace ai morti: noi scolari - chierichetti ci stropicciammo le mani in segno di esultanza. "Oggi - ci
diciamo - si torna a mezzogiorno e don Schiavo si limiterà a spiegare. Niente interrogazione quindi".
Considerammo provvidenziale la coincidenza dei due funerali
perché nessuno di noi aveva mandato a memoria "Il sabato del villaggio" come toccava quel giorno. Rientrati, ci infilammo nei vec- .
chi banconi della "scoletta" ricavata da una stanza delle millenarie
canoniche della Corte Milone.
Don Schiavo va in cattedra, apre il registro: "Balasso" dice.
Era il primo dell'alfabeto. Il ma1capitato si alza, prima farfuglia
alcune parole e poi confessa: "Professore, non ho studiato la poesia". "Zampieri, Grassetto, Burattin ... " e giù la sfilza degli altri
nomi. Nessuno, quasi per un tacito accordo, ha mandato a memoria "Il sabato del villaggio". Quando l'insegnante pronuncia l'ultimo nome scoppiamo tutti a ridere. Mal comune mezzo gaudio,
pensiamo. Ma incautamente.
Infatti lui si alza e con un tono che non ammette replica:
"Scrivete - dice - undici volte: La donzelletta vien dalla campagna
in sul calar del sole". Facemmo buon viso a cattiva sorte e ci buttammo a scrivere come forsennati. "Tanto - ci dicevamo l'un l'altro - si fa presto". Alla terza edizione avevamo i crampi alle mani;
alla quarta eravamo in tilt.
Ma il peggio non era ancora venuto. Don Antonio, come se non
gli interessassimo più si fa passare dall' Angelina, la perpetua di
canonica, attraverso la finestra della scuola che era attigua a quella della sua cucina, tovaglia, posate, bicchiere, pane, vino e ...
pastasciutta. Fa il segno della croce tutto compunto e raccolto e poi
si mette a mangiare.
E noi a scrivere: "Godi fanciullo mio, stato soave, stagion lieta è
cotesta". Avevamo le lacrime agli occhi dalla fame e dalla stanchezza,
ci dimenavamo sui banchi come topini nella tagliola. Niente da fare.
Alle cinque del pomeriggio arriva mio padre. Guarda in giro,
strizza l'occhio a don Antonio e mi viene vicino. Ero alla decima
edizione: "Sbrigati - mi dice - ne hai ancora un' altra".
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INDICE
L'archibugio del cappellano
La lampada del S.S. mo non resta accesa:
"Colpa della finestra, signor Abate"
Il berretto cardinalizio per un giorno
Un prete povero ma creduto ricco
Non sopportava la Repubblica di S. Marco
Marito e moglie a sorpresa
Padovano uno dei cappellani di Garibaldi
Tra parroco e cappellano ... basta un pianoforte
11 vecchio cappellano diventato papa
non dimentica il dialetto veneto
Chi ha rubato l'uva del papa?
Si possono staccare i battagli
anche per una damigiana di vino
Tra l'olio dei fascisti e l'amicizia con Nuvolari
La campanella interrompe una predica noiosa
Vengo a Roma se mi nomina capo delle sacre cantine
Quando sul far dell'alba
l'arciprete andò a prelevare le campane
Al cappellano infreddolito tante scuse e un mantello
Quel venerdì santo il crocifisso non si mosse
Sottoscrisse con il sangue la sua promessa di fedeltà
La guerra, un salame e la testata di un giornale
Quando il parroco si fa assolvere dal cappellano
E l'insegnante mangiava la pastasciutta
sulla cattedra
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