IL SIGNIFICATO INTERNAZIONALE
DELLA GUERRA CONTRO LA POLONIA
di Vladimir Il’ič Lenin
(Due discorsi del 22 settembre 1920)
PREFAZIONE
In Stato e rivoluzione, Lenin indica con lucidità uno dei più insidiosi trattamenti che le
classi dominanti possono riservare alle figure dei grandi rivoluzionari: la riduzione a icona
inoffensiva. Purtroppo lo stesso Lenin fu al centro di un tale processo di mistificazione su
scala gigantesca, che ancora oggi ha i suoi effetti. Ma la statura politica e il grande significato
storico dell’esperienza di Lenin non potevano che alimentare la necessità della società
borghese di sfornare anche altre forme di mistificazione. Una di queste ha goduto, e per certi
versi ancora gode, di una vasta fortuna. È quella consistente nel tributare a Marx (in queste
operazioni Engels in genere scompare) riconoscimenti e onori quale grande e imprescindibile
pensatore (tanto meglio se in questa qualifica si sostanzia la rimozione dell’essenza
rivoluzionaria del suo pensiero) e nel liquidare con sufficienza Lenin, dipingendolo come un
suo grezzo discepolo, troppo compromesso con il fare politico, se non addirittura come il
responsabile di una manipolazione del marxismo condotta proprio in nome delle esigenze di
un’attività politica magari non priva di risultati, ma in fin dei conti da confinare in una
specificità russa o tra i limitati e fuorvianti successi di un volontarismo nei fatti estraneo alla
lezione del maestro.
Paradossalmente questa opera di mistificazione ha fatto leva su un aspetto
dell’elaborazione e del lascito teorico di Lenin che è invece testimonianza di un contenuto
reale di segno diametralmente opposto rispetto alle raffigurazioni mistificatorie: la semplicità.
La prosa leniniana è semplice, nitida, non perché sia “bassa” rispetto alle altezze del “vero”
marxismo. Questa semplicità è l’espressione, ad un altissimo livello, dell’assimilazione del
marxismo e ‒ passaggio intrinseco al processo stesso di assimilazione ‒ di una piena, salda e
coerente manifestazione della sua natura di metodo di comprensione della realtà storica per
poter agire in essa.
«La nostra dottrina non è un dogma, ma una guida per l’azione», Lenin ha
significativamente ripreso questa frase di Engels. Una frase, anche questa, semplice, non per
carenza di profondità, ma al contrario in ragione della sua profondità. Tuttavia la semplicità
può essere sottoposta ad una specifica forma di deformazione: l’accettazione disinvolta,
apparentemente addirittura scontata di un concetto che si vorrebbe ovvio o quasi, ma in realtà
non compreso o distorto (il passo ulteriore può essere quello della presunta liquidazione, della
presunta smentita di questo stesso concetto, quando invece la smentita riguarda la caricatura
del concetto stesso). Quanti sedicenti marxisti hanno potuto dirsi d’accordo con
l’affermazione engelsiana e poi, proprio rivendicando il “loro” marxismo (i più buffi
addirittura il “loro” monopolio del marxismo), si sono chiusi in una dimensione dogmatica
due volte assurda. Un metodo che è guida per l’azione deve fondarsi sì su elementi basilari
verificati ‒ e il marxismo può fondarsi, prima dottrina nella storia del pensiero politico, su tali
elementi giunti alla dimensione scientifica ‒, ma non può diventare una summa di precetti, di
formule, un breviario di massime da mandare a memoria in modo da avere la garanzia di non
sbagliare mai nell’azione. Il breviario non è il metodo cristallizzato, per garantirne una
“corretta” assimilazione e un “corretto” impiego, ma è la negazione del metodo. Con esso si
nega la natura stessa del concetto scientifico di metodo. La si nega perché ‒ e questa è la
seconda ragione dell’assurdità di tale lettura del marxismo, ragione che a ben vedere è però
tutt’uno con la prima ‒ il metodo è tale nel confronto con una realtà dinamica, anch’essa viva.
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La vita del metodo (che non è eclettismo, pena l’indietreggiamento dalla soglia del marxismo)
è in connessione intima con la vita della dinamica storica. In Lenin, coerente e profondo
interprete del metodo marxista, il capitalismo ‒ effettivamente riconosciuto e conosciuto,
nelle sue dinamiche e nei suoi sviluppi, solo nell’azione politica guidata dalla teoria ‒ non
diventa una formula economica, un’astrazione metafisica che nega la complessità, le
specificità, la sua stessa frammentazione in quanto realtà storica. Diventa invece,
coerentemente, un’astrazione scientifica, dialettica, che si pone proficuamente in rapporto con
la concretezza storica, ricavandone stimoli e materiali e volgendosi ad essa con la capacità di
coglierne i nessi effettivi e determinanti.
Il Lenin che, nei due interventi qui tradotti per la prima volta in italiano da Paolo Casciola1,
affronta il tema della guerra rivoluzionaria contro la Polonia mostrandoci uno splendido
esempio di lettura rivoluzionaria della situazione internazionale, dei suoi spazi, delle sue
possibili evoluzioni, non è confinabile nella dimensione del tattico separata da quella del
teorico. Il Lenin che coglie le divisioni, le contraddizioni e gli antagonismi del fronte
borghese e imperialistico, e che si proietta a sfruttarli nella strategia rivoluzionaria, è
espressione coerente, inscindibile del teorico marxista che ha assimilato la realtà storica del
capitalismo come organismo sociale, nella coesistenza dell’unità del modo di produzione, del
suo interesse generale, e insieme della specificità, del pluralismo delle borghesie, dei loro
interessi e dei loro Stati in cui questo sistema storicamente si esprime. In questa concezione,
così radicata nella dialettica marxista, la strategia rivoluzionaria trova spazio, trae la propria
necessità e legittimità. Svaniscono tutte le varianti della “teoria del crollo” che postulano, per
i rivoluzionari, il comodo compito di compiere l’ultimo giro di valzer, cadenzato senza tema
di errori dalla lettura dei sacri versetti, sul cadavere di un capitalismo già morto per fatti suoi
o fatalmente destinato ad essere seppellito da forze sociali illuminate dalla riscoperta, non si
sa come o perché, degli autoproclamati depositari della verità marxista, fino a quel momento
rimasti politicamente in letargo.
Le forze sprigionate dall’organismo sociale capitalistico vanno comprese, nel loro
articolarsi e nel loro differente esprimersi, così come vanno comprese le condizioni della lotta
di classe, i suoi sviluppi in atto e potenziali. L’indispensabile arsenale di strumenti teorici
costituito dal marxismo va impiegato sul corpo vivo del sistema che si vuole abbattere.
Questo utilizzo, con i suoi successi e i suoi errori, rientra nel processo rivoluzionario e nella
definizione dei suoi esiti. Emerge chiaramente, nella loro comune e imprescindibile necessità,
la profonda connessione tra i concetti di strategia e di partito. Ma l’esperienza del capo
rivoluzionario alle prese con la sfida della campagna polacca nella strategia rivoluzionaria
mondiale è preziosa anche perché ci mostra, e ai livelli finora purtroppo mai più eguagliati
della guida di un potere politico proletario teso ad esportare la rivoluzione, quanto questo
confronto tra il marxismo e la dinamica storica della lotta di classe sia privo di garanzie di
infallibilità.
Il fatto stesso che il marxismo non possa avere altra forma reale di esistenza se non
attraverso l’assimilazione, l’applicazione da parte dei marxisti ‒ esistenze storiche concrete,
immerse in un’epoca e da essa in una certa misura condizionate ‒, indica quanto il momento
dell’errore sia inevitabile. Questa constatazione, lungi dall’essere un richiamo autoassolutorio
alla leggerezza, rappresenta un prezioso elemento di coscienza nell’impegno per far sì che tali
errori siano i meno possibili e il meno gravi possibile. Nella differenza di gravità dell’errore,
in determinati momenti, si gioca tutta una svolta della lotta di classe. Ma la consapevolezza
della possibilità e persino dell’inevitabilità dell’errore ‒ e a maggior ragione quando i compiti
della formulazione strategica impegnano ad alti e complessi livelli lo sforzo di applicazione
del marxismo ‒ implica un’altra fondamentale conseguenza che non può essere mai trascurata
1
Le pagine che seguono sono originariamente apparse sul sito dell’Associazione Pietro Tresso www.aptresso.org
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nell’azione rivoluzionaria: la necessità di riconoscere questi errori, di studiarli e di imparare
da essi.
Ecco quindi che, anche e forse soprattutto da questo angolo visuale, gli interventi di Lenin
sulla guerra del 1920 contro la Polonia assumono un notevole significato. Considerati a
posteriori, sulla base della decisiva sconfitta subita dall’Armata Rossa alle porte di Varsavia,
questi interventi rischiano di essere svalutati come semplice testimonianza di un progetto
destinato, appunto, alla sconfitta, di una velleità non giustificata dalle reali condizioni
storiche. Il capo rivoluzionario che si misura con l’orizzonte di una strategia internazionale, di
cui la campagna polacca è parte integrante, ci lascia invece una lezione e una testimonianza di
grande valore. Il capitalismo, le potenze imperialistiche con cui dovette misurarsi la giovane
repubblica sovietica non erano un blocco omogeneo, un fronte compatto in ragione della
propria comune matrice sociale. Questo enorme fronte nemico ‒ ecco la profonda
assimilazione marxista in opera nella strategia rivoluzionaria ‒ era formato da forze borghesi
che, proprio per la loro natura sociale, non potevano che presentare divisioni, non potevano
che incontrare gravi difficoltà a rapportarsi simultaneamente e con un medesimo approccio
nei confronti della pur condivisa minaccia bolscevica.
L’imperialismo è reale, legittima e necessaria astrazione scientifica di un processo storico,
ma questo processo storico vive attraverso l’esistenza di differenti imperialismi. L’interesse
generale del capitale mondiale non nega l’esistenza storica di interessi diversi e conflittuali
dei vari capitalismi. Questa è la condizione di base che rende possibile il perseguimento di
una strategia rivoluzionaria da parte dello Stato della dittatura del proletariato. Possiamo
dunque seguire il ragionamento di Lenin, che abbraccia il contraddittorio divenire dell’assetto
scaturito dalla Prima guerra mondiale, cogliere le sue indicazioni in relazione alle principali
crepe e agli spazi che questo assetto offre all’azione rivoluzionaria su scala internazionale.
Possiamo cogliere il rimando all’esperienza della Guerra Civile come verifica dell’incapacità
delle forze reazionarie di trovare una stabile unità che superi le differenze connaturate alla
loro essenza di classe. Persino le stime e le valutazioni che si sono rivelate scorrette possono
diventare materiale di profonda riflessione e di prezioso insegnamento. Lenin non nega gli
errori commessi ‒ e non potevano non esserci errori nella prima esperienza di dittatura
proletaria ‒, non nasconde lo sporco sotto il tappeto come hanno fatto, fanno e faranno i vari
regimi borghesi (in questa pratica si è particolarmente distinto lo stalinismo), ma chiama
l’errore con il suo nome.
Persino, e anzi bisognerebbe dire proprio, nel fuoco della più viva lotta politica,
l’impostazione del marxismo si conferma come un’impostazione scientifica. La strategia non
deriva dall’applicazione schematica di un prontuario, ma è lo sforzo di applicazione di un
metodo alla realtà sociale in divenire per poter guidare, in questa realtà, l’azione cosciente
trasformatrice. Negare o ignorare l’errore significherebbe privarsi dell’unico procedimento di
correzione dell’elaborazione in corso. Significherebbe, inoltre, rifiutarsi di fornire un
contributo importante al processo di trasmissione storica del metodo ad altre leve
rivoluzionarie, che dall’errore, dalle ragioni dell’errore, esposte e indagate dalla leva
precedente, possono trarre alimento per un’ulteriore crescita politica, per una superiore
maturità marxista.
Articolando la propria analisi della situazione internazionale nella prospettiva
rivoluzionaria, Lenin, anche in questi due interventi, offre un esempio di quell’«inimitabile
realismo politico» ammirato dal Commissario del popolo agli Affari esteri Čičerin 2, quel
realismo politico rivoluzionario che Trotsky mette in rilievo nella sua ricostruzione della
storia della rivoluzione russa. Nel giudizio di Trotsky, basato su una magistrale impostazione
dialettica, viene colta la coesistenza di aspetti che, nella metafisica dell’ideologia dominante,
Citato da Giuseppe Boffa, Storia dell’Unione Sovietica. 1 ‒ Dalla rivoluzione alla seconda guerra mondiale.
Lenin e Stalin 1917-1941, Mondadori, Milano 1976, p. 133.
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tendono costantemente ad essere presentati come antitetici e inconciliabili. In un’effettiva
strategia rivoluzionaria, rileva il grande organizzatore dell’Armata Rossa, il realismo può
avere spazio proprio perché è compreso in un’impostazione politica la cui audace
lungimiranza può essere scambiata per cedimento alla fantasia. Una scrupolosa prudenza
nell’esame dei rapporti di forza legittima e rende possibile l’audacia di uno slancio
rivoluzionario che non è mai abbandono del realismo politico. La flessibilità di cui Lenin sa
dare prova può risultare un elemento dell’azione rivoluzionaria proprio perché si accompagna,
è intimamente connessa, alla massima, lucida, intransigenza sui principi. La flessibilità tattica
diventa l’unico modo di seguire veramente il tracciato strategico, ma solo perché è sempre
compresa in questo tracciato.
Possiamo così seguire la ricognizione leniniana spingersi anche su crinali politici rischiosi,
lungo le linee di faglia classiste di dinamiche in divenire, dove l’errore è ancor più possibile
ma non viene meno l’inquadramento di questi fenomeni in una formulazione strategica in cui
l’interesse storico della classe rivoluzionaria rimane il perno fondamentale di ogni ipotesi ed
elaborazione, dove l’analisi della situazione in sviluppo parte sempre dal rigoroso esame dei
rapporti di classe e della loro specifica condizione. Ecco, quindi, il capo bolscevico misurarsi
con fenomeni di mobilitazione e crescita politica delle masse tedesche, ancora lontane,
necessariamente lontane, da forme evolute di coscienza di classe, ancora imbrigliate in
formule ideologiche confuse e reazionarie. La necessità di affrontare questo importante
processo storico, la necessità di cogliere ciò che in esso risulta di notevole importanza per gli
sviluppi della lotta di classe internazionale, non diventa mai sudditanza allo spontaneismo,
tatticismo con cui illudersi di poter manovrare forze reazionarie in senso rivoluzionario,
aggirando il momento della crescita politica, della maturazione di superiori stadi di coscienza
politica e la questione delle condizioni e della lotta per giungere a questa maturazione.
Lenin individua il punto di partenza che nelle fasi iniziali di un processo rivoluzionario le
masse esprimono, il suo evolvere, le caratteristiche contraddittorie di questo stadio. Ne mette
in risalto le potenzialità, il grande significato storico che contiene, pur nel segno ancora di una
subordinazione politica che si manifesta nell’incoerenza di parole d’ordine e adesioni ad
organizzazioni non rivoluzionarie. Il punto è come fare in modo che l’azione rivoluzionaria
contribuisca ad un superamento di queste incoerenze, come guidare fuori dalle secche e dalle
manipolazioni delle risposte politiche non reazionarie una tendenza espressa dalle classi
subalterne a mettere in discussione l’assetto sociale vigente. In Lenin la necessità di
relazionarsi con una dinamica di classe politicamente spuria, dalle mille contaminazioni
ideologiche, non diventa la nefasta scorciatoia con cui pensare di supplire nella prospettiva
strategica, con forze altrui, alla propria debolezza. In Lenin la sfida di questa relazione non
viene posta nemmeno in astratto, come ricetta buona in ogni fase dei rapporti di forza tra
classi. Il problema di come relazionarsi a queste dinamiche va affrontato partendo da una
precisa condizione internazionale, dal rilevamento di una tendenza che opera a favore
dell’azione rivoluzionaria, di un rapporto di forze che consente ai soggetti rivoluzionari di
agganciarsi a crescenti fattori oggettivi attraverso i quali superare incoerenze e influenze
ideologiche avverse. La spinta in avanti, la sperimentazione più audace nell’articolazione di
un’azione politica con cui rapportarsi all’emergere di fermenti sociali dalle forme politiche
più ibride, in un dato momento, in un dato rapporto di forze, possono essere addirittura
necessarie e doverose, per quanto sempre a rischio di essere mal formulate; in altri casi,
significano subordinazione, abbandono del solco rivoluzionario.
E qui, ancora una volta, il problema va ricondotto ad una determinata, concreta analisi dei
principali fattori di un momento storico: un’analisi funzionale all’elaborazione strategica. Da
ciò deriva la possibilità di mettere a fuoco le priorità, le possibilità e le modalità con cui
intervenire in una data situazione. Intercettare l’insofferenza, il contraddittorio manifestarsi di
una crescita politica nelle classi subalterne tedesche, diventa un compito all’interno del
quadro strategico internazionale che si basa sulla possibilità di partire dall’unico baluardo
russo del potere proletario per un’offensiva che unisca questa punta avanzata ad altre realtà,
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capitalisticamente più sviluppate. In questa ottica, e soltanto in essa, diventa comprensibile
nella sua essenza strategica, al di là di una lettura ispirata al mero tatticismo, l’esigenza di
differenziare l’atteggiamento immediato nei confronti delle varie entità statuali con cui si
rapportava la Russia sovietica. Le indicazioni di Lenin a questo proposito diventano davvero
politicamente intelligibili se si considera il duplice versante della questione della funzione
strategica del potere sovietico: resistere per poter esistere come elemento propulsore
dell’offensiva rivoluzionaria. Diventa comprensibile il criterio discriminante che fa
concludere a Lenin che con un determinato Stato si deve mantenere una situazione di non
belligeranza, mentre con un altro è necessario procedere con l’offensiva, pur trattandosi in
tutti i casi di Stati borghesi.
Anche il fatto che il piano fondamentale in cui prende forma la grande lezione leniniana sia
quello della politica internazionale ha una sua fondamentale spiegazione nella capacità del
marxismo di indagare e spiegare il sistema capitalistico e le sue determinazioni. L’estensione
sempre più vasta del modo di produzione capitalistico, già all’epoca di Lenin, su una scala
tendenzialmente mondiale, è alla base della dimensione globale del confronto imperialistico e
dunque della necessaria dimensione internazionale della rivoluzione proletaria, la cui
possibilità scaturisce proprio dal precipitare delle contraddizioni capitalistiche nel conflitto
imperialistico. Se determinanti per gli sviluppi della lotta di classe, per la sfera politica, sono i
sommovimenti e le contraddizioni sistemiche del capitalismo, sempre più storicamente tali
dinamiche si dispiegano, accelerano, precipitano in crisi su una scala che è internazionale. Ciò
non annulla il particolarismo politico delle borghesie, anzi, pone sotto una maggiore tensione
la contraddizione tra modo di produzione globale, generale, comune e la concorrenza e lo
scontro tra centrali imperialistiche organizzate in forme statuali particolari.
Ancora una volta, solo partendo da questa angolazione dell’impostazione dialettica
marxista, si può comprendere la strategia di una rivoluzione proletaria che parte da una realtà
relativamente poco sviluppata dal punto di vista capitalistico e meno caratterizzata in senso
proletario di altre realtà non ancora coinvolte al medesimo grado dal processo rivoluzionario,
ma che, proprio nel suo respiro internazionale, è davvero proletaria. È una prima breccia in un
sistema che è internazionale, e soltanto in questa visione d’insieme può essere capita come
breccia e non come processo autoconclusivo; ma al contempo questa breccia è stata possibile
proprio perché il sistema internazionale ha potuto essere incrinato in una sua specifica
configurazione nazionale.
Davvero non stupisce che la tensione dell’elaborazione di Lenin tenda immancabilmente a
proiettarsi sulla scala internazionale. Così come non stupisce che il capo rivoluzionario, nella
lotta che segna la fine della sua parabola, quando individua e denuncia la persistenza di
interessi nemici e le minacce presenti nell’apparato sovietico, precisi come proprio nel
Commissariato del popolo agli Affari esteri si siano manifestati i progressi più solidi della
trasformazione rivoluzionaria, come in questa sfera dell’azione della repubblica sovietica si
siano concentrati i frutti migliori del mutamento del potere politico al servizio della strategia
rivoluzionaria. D’altra parte, è sempre sul piano della politica internazionale che emerge con
particolare chiarezza la svolta operata dalla controrivoluzione stalinista, e che le mistificazioni
volte a riunire l’esperienza rivoluzionaria bolscevica alla condotta dell’imperialismo russo
mostrano la corda con spiccata facilità. Nella strategia di Lenin la roccaforte proletaria russa è
centrale solo in quanto deve costituire il polo su cui imperniare un’offensiva che fornisca un
contributo determinante ad altri processi rivoluzionari innescatisi nel quadro internazionale.
Quanto più gli sviluppi sarebbero stati favorevoli, tanto più la realtà russa avrebbe perso la
sua centralità, sarebbe passata in seconda fila rispetto ai nuovi poteri politici proletari
insediatisi nei capitalismi più avanzati.
Si tratta di un completo rovesciamento della “normale” impostazione imperialistica, che
altrettanto “normalmente” è stata poi adottata dalla Russia stalinizzata. Basti pensare a quanto
sia falsa, a quante e profonde incongruenze nasconda, un’assimilazione della campagna
sovietica contro la Polonia nel 1920 alla successiva offensiva russa del 1939. Nel primo caso,
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oltre alle specifiche modalità di condotta (tra cui un’autentica campagna interna avviata dal
poter bolscevico in senso anti-nazionalista e contrario alla denigrazione della popolazione
polacca, impegno che non può che risultare assurdo nella normale logica dello scontro
interimperialistico), balza agli occhi l’eccezionale differenza del fine strategico delle
operazioni: nel primo caso si trattava di invadere la Polonia in sinergia con la sollevazione
delle masse proletarie polacche per sostenere un processo rivoluzionario in Germania, mentre
nel secondo si ritornava alla normalità imperialistica attraverso la spartizione della Polonia in
combutta con l’imperialismo tedesco. Ma questa specifica differenza è il riflesso di un
mutamento generale dell’impostazione.
Con la vittoria della controrivoluzione stalinista è l’interesse nazionale, imperialistico,
della Russia a tornare al centro. Si tratta però di una centralità che non è più quella,
transitoria, legata ad una specifica fase della strategia rivoluzionaria. Se prima erano
l’interesse, le condizioni e i tempi della rivoluzione internazionale a determinare l’azione
esterna della Russia sovietica, dopo sono gli interessi imperialistici, “interni”, della Russia a
determinare la sua politica estera. Da questo punto di vista diventano anche chiare le ragioni
di una lunga storia di censura e di diffidenza nei confronti di questi interventi leniniani. La
Russia che, conseguita la vittoria controrivoluzionaria nella veste ideologica del “socialismo
in un Paese solo”, modula la propria proiezione esterna e i rapporti con i partiti “fratelli” a
seconda dei compiti e delle svolte imposte dal perseguimento del proprio interesse
imperialistico, non può riconoscersi in un’impostazione dove non solo la dimensione
internazionale della rivoluzione comunista è data come acquisizione scontata per il partito, ma
ogni evoluzione e sviluppo della politica estera vengono puntualmente ricondotti agli interessi
di classe sistematicamente riconosciuti sulla base del metodo marxista.
Il Lenin che articola la politica estera sovietica in vari, specifici approcci, ma senza mai
uscire dalla demarcazione classista, senza mai sconfinare con formule dove al rigore
scientifico subentra l’ideologia a coprire la mutevole condotta al servizio dell’interesse
imperialistico, il Lenin che indica l’opportunità di soste e momentanei accordi, sempre
indicati e motivati con precisione nel quadro strategico, tutti compresi nella necessità di
condurre l’offensiva rivoluzionaria, non poteva poi risultare compatibile con la politica di
amicizia con la Germania nazista e di contrapposizione alle democrazie plutocratiche
(convergenza reale nella spartizione dell’Europa orientale), con la svolta antifascista
(culminata, con l’URSS come partner minore dell’imperialismo statunitense, nella grande
spartizione al termine del secondo conflitto mondiale), con la formula della coesistenza
pacifica nella fase di oggettiva convergenza intorno ai cardini della suddivisione delle sfere di
influenza sancita a Yalta e di marginale contrapposizione con Washington in aree di più
giovane sviluppo capitalistico. Una lezione, quella leniniana, ancor più incompatibile e
inaccettabile perché la figura di Lenin era stata trasformata in pilastro ideologico, in punto di
riferimento e in esperienza (puntualmente snaturata e privata della sua essenza rivoluzionaria)
fondante dello Stato sovietico, ormai pienamente integrato nel quadro imperialistico
mondiale. Il Lenin autentico e la sua autentica impostazione in politica estera andavano tolti
di mezzo, e così fu.
Oggi il recupero di quella lezione deve affrontare, su una scala forse storicamente inedita,
altri problemi: l’assenza di esperienze rivoluzionarie proletarie, l’influsso di una colossale
azione mistificatrice imperniata sull’associazione della prospettiva rivoluzionaria alla
parabola fallimentare dei vari capitalismi statali e il riflusso di fenomeni di lotta e di
organizzazione persino solamente tradunionistici nelle metropoli imperialistiche sono fattori
di una condizione storica che è ormai misurabile, come minimo, lungo l’arco di svariati
decenni. Questo ha comportato per le soggettività rivoluzionarie effetti pesantissimi, capaci di
sostanziare profondi fenomeni regressivi. Di tale regressione è parte l’alternarsi, come due
facce della stessa medaglia, di una tendenza alla sclerosi metafisica poggiante su un marxismo
distorto in una dogmatica fuga dalla realtà, un conciliante approdo in una dimensione
messianica che si vorrebbe fondata sulla custodia di una conoscenza scientifica del
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capitalismo e di una prassi rivoluzionaria caricaturalmente sintetizzate in una collezione di
assiomi, e di un disinvolto eclettismo, una costante disponibilità al cedimento nei confronti
della produzione ideologica della società vigente, non filtrata dall’applicazione del metodo
marxista, e votata inevitabilmente alla funzione opportunistica.
Ciò che in questa tenaglia regressiva tende per forza di cose ad essere sacrificata, ad andare
perduta, è la capacità stessa di raggiungere la consapevolezza della necessità, dell’esigenza,
dello spazio storico di una strategia rivoluzionaria. Prima ancora che un’effettiva capacità di
misurarsi con il compito di una sua elaborazione. Non deve quindi sorprendere che interventi,
contributi e testimonianze come quelli di Lenin possano essere respinti, snobbati e ritenuti
superati prima ancora di essere veramente compresi. La pretesa del superamento, in questo
caso, è la forma in cui si manifesta l’incapacità di cogliere il senso di un’esperienza politica
che scorre troppo in alto. Ma ciò non deve sconsigliare lo sforzo per rapportarsi, misurarsi,
ritornare alla lezione leniniana. Anzi, la necessità di formare quadri che possano risalire gli
abissi di un devastante processo involutivo impone con grande forza lo studio attento dei testi
che abbiamo ereditato dalla più significativa esperienza rivoluzionaria proletaria finora
prodottasi.
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Vladimir Il’ič Lenin
IL SIGNIFICATO INTERNAZIONALE
DELLA GUERRA CONTRO LA POLONIA1
(Due discorsi del 22 settembre 1920)
1
I due discorsi che seguono vennero pronunciati da Lenin il 22 settembre 1920 e sono stati gentilmente tradotti per noi [in inglese ‒ N.d.t.] da Brian Pearce, dalla sezione «L’archivio del dirigente» della rivista Istoričeskij Archiv, n. 1 (Nuova serie), 1992, pp. 12-30 [Nota di Al Richardson].
A.N. Artisov‒R.A. Usikov (a cura di), «“Ja prošu zapisyvat’ men’še: eto ne dolžno popadat’ v pečat’.”
Vystuplenija V.I. Lenina na IX konferencii RKP(b) 22 sentjabrja 1920 g.», Istoričeskij Archiv, n. 1 (Nuova serie), 1992, pp. 12-30. I due interventi di Lenin pubblicati da questa rivista provenivano dal RCChIDNI (cfr. più
avanti, nella parte conclusiva della prefazione dell’editore russo), F. 44, Op. 1, Delo 5, Listy 127-132.
Traduzione inglese: Vladimir Lenin, «The International Significance of the War with Poland», in Al Richardson
(a cura di), In Defence of the Russian Revolution. A Selection of Bolshevik Writings 1917-1923, Porcupine Press,
London 1975, pp. 134-158. La presente traduzione italiana è stata effettuata da Paolo Casciola. Oltre a cercare di
rendere il più comprensibili possibile i due testi, il traduttore italiano è occasionalmente intervenuto ‒ tra parentesi quadre e con la sigla N.d.t. ‒ per precisarne taluni passaggi [N.d.r.].
1
NOTA PRELIMINARE
del traduttore inglese
È un peccato disporre di questi importanti documenti in una forma tanto insoddisfacente,
ma la circostanza è dovuta alla loro stessa natura. In questi discorsi Lenin parlò con una tale
franchezza che essi non vennero ritenuti adatti ad essere pubblicati se non mediante parafrasi
riassuntive ed espurgate. Di conseguenza i resoconti trascritti «parola per parola», non riveduti né corretti, rimasero negli archivi chiusi fino al 1992.
Il risultato è che oggi abbiamo dei testi in cui a tutti i lapsus, alle frasi incompiute, ecc. che
possono esservi stati rispetto a quanto Lenin disse effettivamente si aggiungono tutti i fraintendimenti e le incomprensioni degli stenografi che li registrarono. Spesso i curatori russi
hanno inserito il loro equivalente del «[sic]» dopo ciò che li ha colpiti come un ovvio errore, e
talvolta suggeriscono quale avrebbe dovuto essere la parola giusta. Il traduttore inglese può
soltanto desiderare che l’avessero fatto più spesso! Io stesso ho inserito in alcuni casi il mio
«[sic ‒ BP]».
In molti casi il lettore attento sarà tuttavia in grado di fare la necessaria correzione in base
al senso del contesto. Ad esempio, in un punto in cui a Lenin viene fatto dire «non interessato» deve intendersi chiaramente l’opposto: «interessato». Nel resoconto giornalistico del suo
primo discorso l’affermazione ‒ che nel testo appare priva di senso ‒ secondo cui il Consiglio
d’azione era «diverso» (ne pochož) dal primo Comitato Esecutivo Centrale panrusso dei soviet fu debitamente corretta in «simile» (podobnoe): si veda Polnoe sobranie sočinenija, vol.
41, p. 283; traduzione inglese in Collected Works, vol. 31, p. 277 [cfr. V.I. Lenin, «Discorso
alla IX Conferenza del Partito comunista di Russia», in Id., Opere complete, vol. 31, Editori
Riuniti, Roma 1967, p. 263; si tratta del resoconto giornalistico sopra menzionato, che viene
qui riprodotto in appendice ‒ N.d.t.].
Lo sforzo di immaginazione richiesto per leggere questi testi è ricompensato dal loro contenuto in quanto fonte del pensiero di Lenin nel momento in cui i discorsi vennero pronunciati. Egli chiarisce che, per la direzione bolscevica, quella di attraversare il confine della
«Polonia etnografica» fu una difficile decisione. (Il fatto che Trotsky fosse contrario a questa
mossa e favorisse l’accettazione della «Linea Curzon» è dimostrato dalla sua lettera
all’Ufficio Politico datata 13 luglio 1920, riprodotta, da The Trotsky Papers [1917-1922, vol.
2, Mouton, The Hague-Paris 1971, pp. 228-231 ‒ N.d.t.], in Trotsky’s Writings on Britain,
vol. 1, [Leon Trotsky, Collected Writings and Speeches on Britain, vol. 1, New Park Publications, London ‒ N.d.t.] 1974, pp. 100-101.) Lenin si chiede se fosse stato più saggio non farlo
nelle circostanze date, ma non lascia dubbio alcuno sul fatto che la Russia sovietica avrebbe
fatto ricorso ancora una volta alla «guerra offensiva» se le circostanze si fossero rivelate favorevoli.
Tra i motivi addotti per il fallimento dell’invasione sovietica della Polonia nel 1920 c’è
quello secondo cui, come Hitler con la sua invasione della Russia nel 1941, i sovietici perseguirono tre scopi contemporaneamente invece di concentrare le proprie forze. L’Armata
Rossa avanzò verso Varsavia con l’obiettivo di instaurare nella capitale polacca un regime
comunista che avrebbe poi potuto pretendere di essere il governo di fatto della Polonia. Essa
si spinse anche in avanti, a nord-ovest di Varsavia, allo scopo di raggiungere la frontiera del
1914 tra l’impero tedesco e quello russo. Ed entrò nella Galizia orientale, all’estremo sud, per
aprirsi una linea di avanzamento in Ungheria.
Lenin si sofferma in modo significativo sul blocco «contro natura» oggettivamente formatosi in Germania, durante la guerra sovietico-polacca, tra comunisti e revanscisti. Sappiamo
2
da altri suoi scritti di quel periodo che egli attendeva con ansia uno scontro tra la Germania e
le potenze dell’Intesa, nel quale non avrebbe certo consigliato agli operai tedeschi di favorire
la sconfitta del proprio paese. (Ad esempio nella sua risposta a Paul Levi del 25 luglio 1920,
in cui esorta Levi a prendere in considerazione una situazione in cui la Germania entri in
guerra contro la Gran Bretagna e la Francia: «Che cosa dovrebbero fare gli operai? Boicottarla? Ciò sarebbe completamente sbagliato. Parteciparvi, ma mantenere la propria indipendenza, e utilizzare così la lotta comune in modo tale da rovesciare la borghesia» (Polnoe sobranie sočinenija, vol. 41, p. 458; la lettera non appare nell’edizione in lingua inglese delle
Opere complete [e neppure in quella italiana‒ N.d.t.]).
Durante il periodo vittorioso della campagna dell’Armata Rossa in Polonia, il 19 luglio
1920 l’emissario sovietico Kopp disse al diplomatico tedesco von Maltzan che, quando il
nuovo regime fosse stato instaurato a Varsavia, Mosca l’avrebbe esortato a cedere alla Germania il Corridoio di Danzica e l’Alta Slesia, e a permettere alla Germania e alla Russia di
avere una frontiera comune nei pressi di Białistok (Richard K. Debo, Survival and Consolidation[.The Foreign Policy of Soviet Russia 1918-1921, McGill-Queen’s University Press,
Montreal ‒ N.d.t.] 1992, p. 302, che fornisce un riferimento archivistico del Ministero degli
Esteri tedesco). Qui notiamo l’approccio preliminare che portò poi alla collaborazione militare segreta tra la Reichswehr e l’Armata Rossa, collaborazione che andò avanti dal 1921 al
1933.
Lenin consacra anche un’attenzione particolare alla questione della Galizia orientale, che i
sovietici avrebbero potuto ottenere accettando la «Linea Curzon» oppure nel caso in cui la
campagna polacca fosse loro andata meglio. Ciò che lo interessa in quella provincia è la sua
prossimità alla Rus’ (che secondo l’uso occidentale viene talvolta definita Rutenia) subcarpatica, la punta della Cecoslovacchia abitata da ucraini che toccava la Romania, separando la
Polonia dall’Ungheria. Il 23 luglio 1920 egli aveva telegrafato a Stalin: «Zinov’ev, Bucharin e
anch’io pensiamo che si dovrebbe fomentare subito la rivoluzione in Italia. Io personalmente
ritengo che a questo scopo andrebbe sovietizzata l’Ungheria…» (Richard Pipes, Russia under
the Bolshevik Regime, 1994, p. 177 [trad. it.: Il regime bolscevico. Dal Terrore rosso alla
morte di Lenin, Mondadori, Milano 1999, p. 203 ‒ N.d.t.], che fornisce un riferimento archivistico sovietico). Ciò pone forse sotto una luce differente l’insistenza di Egorov e di Stalin
nello spingersi verso L’vov invece di spostare le forze del fronte sud-occidentale verso Varsavia ‒ un atto per il quale essi vennero in seguito criticati da vari autori, alcuni dei quali non
potevano essere a conoscenza degli obiettivi di Lenin in direzione dell’Ungheria. Tra parentesi, Lenin era forse oltremodo fiducioso nello sperare che, se l’Armata Rossa avesse raggiunto il confine con l’Ungheria, sarebbe stato facile far ripartire la rivoluzione in quel paese.
Il «Terrore bianco» dell’ammiraglio Horthy, che fece seguito al crollo del regime di Béla
Kun, aveva agito molto a fondo.
Spiegazione delle unità di misura russe utilizzate nel testo
Una versta equivale a 3500 piedi inglesi o a 1,06 chilometri, un pud equivale a 16,38 chilogrammi o a circa 36 libbre, e una desiatina equivale a 2,7 acri [o a 1,0925 ettari ‒ N.d.t.].
La parola «concessioni» viene qui utilizzata in due sensi: innanzitutto in relazione ai negoziati
diplomatici con la Polonia, per riferirsi a porzioni di territorio che la Russia sovietica poteva acconsentire a cedere alla Polonia come parte di un accordo di pace; in secondo luogo, in relazione
ai problemi economici interni della Russia sovietica, per riferirsi alle autorizzazioni accordate ai
capitalisti stranieri di sfruttare alcune delle risorse naturali della Russia.
Brian Pearce
3
PREFAZIONE
dell’editore russo
«Vi chiedo di non prendere nota di tutto,
questa valutazione non deve essere riportata sui giornali. »
Gli ultimi settant’anni non hanno visto affatto scemare l’interesse mondiale per Lenin e per
il suo lascito. Studiosi e pubblicisti hanno scritto decine di migliaia di libri e di articoli su tale
argomento. Tuttavia fino ad ora non c’è stata nessuna biografia realmente scientifica di Lenin
che descrivesse il suo pensiero politico, il modo in cui le sue idee si evolvevano, il suo laboratorio creativo.
Vi sono molte ragioni per cui le cose stanno così. Una delle più importanti è
l’incompletezza delle risorse di base disponibili al ricercatore.
Dalla metà degli anni Venti in poi la vita e l’attività di Lenin furono canonizzate allo scopo
di soddisfare il dogma ideologico e la situazione politica corrente. Tutto ciò che avesse anche
un minimo legame con lui venne soppesato e valutato, e poi adottato o respinto, al massimo
livello del partito e dello Stato. In primo luogo, i documenti relativi a Lenin furono sottoposti
ad una stretta censura.
Sono state pubblicate cinque edizioni [in lingua russa ‒ N.d.t.] delle Opere complete di Lenin, insieme a 40 numeri della Leninskij sbornik (Raccolta leninista). Tuttavia anche l’ultima
edizione in 55 volumi delle sue opere, definite «complete», non può pretendere di essere né
completa né accademicamente dignitosa. I testi di molti documenti sono stati dati alle stampe
senza che venissero osservate le norme di una pubblicazione scientifica, e frequenti sono i
casi in cui essi vennero riveduti e corretti. Un numero abbastanza considerevole di testi di Lenin non sono mai stati pubblicati.2
Tra i documenti che non erano disponibili ai ricercatori vi sono il rapporto politico di Lenin per conto del Comitato Centrale del PC(b)R e il suo discorso conclusivo nel dibattito su
tale rapporto alla IX Conferenza panrussa del PC(b)R, svoltasi a Mosca il 22-25 settembre
1920.
Abbiamo qui il caso unico di un rapporto di un fondatore e dirigente del partito comunista
al potere, presentato alla massima assise del partito, che per settant’anni è rimasto ignoto ai
suoi seguaci. Nel contempo, ciò è tipico in quanto sorprendente esempio dell’atteggiamento
protettivo rispetto alla biografia di Lenin che è prevalso per molti anni. Un discorso che non si
adattasse alla cornice strettamente definita dell’interpretazione tradizionale delle vedute e
delle idee di Lenin non aveva alcun diritto di essere pubblicato.
Il rapporto politico del Comitato Centrale del PC(b)R presentato il 22 settembre 1920 alla
sessione plenaria antimeridiana della IX Conferenza del partito è un documento che ha molti
livelli. Innanzitutto vi vengono espresse le concezioni allora sostenute dal capo del giovane
Stato sovietico riguardo al carattere della Guerra Civile, ai ritmi e alle prospettive del processo rivoluzionario mondiale e ai ruoli della Repubblica dei soviet, del proletariato e degli
altri paesi nello sviluppo di tale processo. Il documento dimostra che nel 1920 Lenin e gli altri
dirigenti del PC(b)R nutrivano ancora la speranza in una rivoluzione sociale mondiale che sa2
Delle informazioni sulla quantità e la composizione dei documenti di Lenin rimasti inediti sono contenute
nel memorandum del direttore dell’Istituto del Marxismo-Leninismo presso il Comitato Centrale del PCUS, G.L.
Smirnov, datato 14 dicembre 1990, che viene pubblicato in questo stesso numero [di Istoričeskij Archiv ‒ N.d.t.].
Cfr. il materiale «La pubblicazione sembra inopportuna» nella sezione «Miscellanea archivistica» [Nota dei curatori russi].
4
rebbe sopraggiunta rapidamente. Nel rapporto, gli avvenimenti che si svolgevano in Russia
vengono trattati come la prima fase della rivoluzione mondiale, come uno scontro tra uno dei
reparti nazionali del proletariato e la borghesia mondiale, unita nell’Intesa. È a partire da tali
premesse che viene valutato il principale argomento di discussione nella conferenza, cioè gli
esiti della campagna militare in Polonia e il loro significato internazionale. La guerra contro la
Polonia viene definita da Lenin come un punto di svolta nello scontro di classe del proletariato con le forze imperialiste, un primo e sfortunato tentativo dei comunisti russi di spingere
in avanti, con la forza delle armi, lo sviluppo del processo rivoluzionario in altri paesi.
Il contenuto del rapporto e del discorso conclusivo di Lenin determinarono il loro destino
successivo. Essendo di carattere confidenziale, a quell’epoca essi non vennero destinati alla
pubblicazione immediata. «Vi chiedo di non prendere nota di tutto, questa valutazione non
deve essere riportata sui giornali»: così Lenin ammonì i delegati alla conferenza. A giudicare
dal resoconto stenografico, egli parlò liberamente e fu estremamente franco. Non ricorse ad
espressioni diplomatiche nel descrivere la situazione internazionale del paese e nell’analizzare
l’esito della campagna polacca e la responsabilità della direzione del partito rispetto alla situazione militare.
Di conseguenza, quando una settimana dopo, il 29 settembre 1920, i giornali Pravda e
Izvestija CIK [per esteso: Izvestija Central’nogo Ispolnitel’nogo Komiteta, cioè Notizie del
Comitato Esecutivo Centrale ‒ N.d.t.] riferirono a proposito della conferenza, essi pubblicarono soltanto una versione molto succinta del discorso di Lenin. Nel volume Devjataja Konferencija RKP(b) (La IX Conferenza del PC[b]R), che venne pubblicato quell’anno a Baku
dalla casa editrice di Stato Azercentropečet, i materiali della prima e della seconda sessione
plenaria della conferenza furono completamente omessi.
Nei decenni successivi i materiali della IX Conferenza panrussa del partito rimasero praticamente inaccessibili a chiunque. Essi ricordavano troppo vividamente degli avvenimenti in
cui era stato direttamente coinvolto uno dei principali responsabili della sconfitta militare
nella guerra contro la Polonia: l’ex membro del Consiglio Militare Rivoluzionario del fronte
sud-occidentale, Stalin.3
La questione di pubblicare i documenti di Lenin si ripresentò negli anni Sessanta e nei
primi anni Settanta. Tuttavia la decisione negativa che fu allora adottata rifletteva la prassi
consolidata di occultare i difetti della vita e dell’attività di Lenin. I compilatori, i curatori e
coloro che, in definitiva, decidevano in merito alla pubblicazione erano evidentemente spaventati dalla durezza delle valutazioni di Lenin e dalla loro ovvia discrepanza con l’immagine
ufficialmente dipinta del capo.
Di conseguenza nel vol. 41 delle Polnoe sobranie sočinenija [l’edizione russa delle Opere
complete di Lenin ‒ N.d.t.], così come nel volume Devjataja Konferencija RKP(b). Protokoly
(Mosca 1972), venne soltanto inserito, senza che fosse fornita alcuna spiegazione, il medesimo resoconto giornalistico che era stato pubblicato sulla Pravda del 29 settembre 1920. Il
resoconto stenografico del discorso conclusivo di Lenin relativo al suo rapporto non fu affatto
pubblicato, come venne spiegato ai lettori, a causa della mancanza di una copia corretta del
testo, come invece ne esistevano per i discorsi degli altri delegati alla conferenza.
La registrazione stenografica del discorso con cui Lenin presentò il suo rapporto nella sessione antimeridiana e del suo discorso conclusivo nella sessione serale della conferenza, il 22
settembre 1920, fu effettuata dagli stenografi assegnati alla conferenza: la Vladimirova,
3
Fu la conquista di L’vov ad opera delle armate del fronte meridionale comandate da Egorov e da Budënnyj,
alle quali Stalin era stato assegnato in veste di commissario, ad aprire, rispetto alle armate di Tuchačevskij, il
varco a nord attraverso il quale Piłsudski riversò le proprie truppe, aggirando così il fianco di Tuchačevskij e
determinando la sconfitta russa nella battaglia della Vistola dell’agosto 1920. In generale essa era stata erroneamente attribuita in passato all’insubordinazione a Trotsky da parte di Stalin, causata dalla sua ambizione di mettersi in mostra [Nota di Al Richardson].
5
Lasman, la Roždestvenskaja e la Ostrumova. I vuoti nel testo corrispondono, di norma, al passaggio da uno stenografo all’altro. La trascrizione non corretta realizzata a partire dal resoconto stenografico dei discorsi di Lenin è reperibile insieme agli altri stenogrammi delle sessioni della conferenza, che sono conservati presso il Rossijskij Centr’ Chranenija i Izučenija
Dokumentov Novejšej Istorij (RCChIDNI) [Centro Russo per la Conservazione e lo Studio
dei Documenti della Storia Contemporanea, successivamente confluito nel Rossijskij Gosudarstvennyi Archiv Social’no-Političeskoj Istorij (RGASPI, Archivio di Stato Russo per
la Storia Sociale e Politica) ‒ N.d.t.].
Nella presente pubblicazione sono state osservate le norme ortografiche correnti. Gli interventi tra parentesi quadre sono stati inseriti a discrezione dei curatori. La pubblicazione è stata
preparata da A.N. Artizov e R.A. Usikov, dottorandi in Scienze storiche.
6
V.I. LENIN
Rapporto politico del Comitato Centrale del Partito Comunista (bolscevico) Russo
alla IX Conferenza del PC(b)R4
(22 settembre 1920)
Compagni, è naturale che in un rapporto da presentarsi nel momento attuale l’attenzione
debba essere incentrata sulla guerra contro la Polonia e su tutte le alterne fortune che abbiamo
attraversato in questo periodo. Permettetemi di iniziare [con] alcune [osservazioni] relative
all’inizio di tale periodo, quando la guerra polacca non era ancora diventata una realtà.
Voi sapete che, prima della guerra polacca, abbiamo affrontato i problemi con straordinaria
cautela e abbiamo offerto ai polacchi, alla borghesia polacca, nella forma più solenne e addirittura mediante uno speciale manifesto pubblicato a nome del Comitato Esecutivo Centrale,
la pace5 a delle condizioni che erano [s]favorevoli in massimo grado a noi, a tutta una serie di
minoranze nazionali [e agli] operai e contadini che si trovavano sotto il giogo dei latifondisti e
della borghesia polacca. Abbiamo offerto la pace sulla base della linea Piłsudski,6 ossia dei
confini entro i quali i polacchi si trovavano prima dell’inizio della loro offensiva del 26 aprile
di quest’anno, una linea, cioè, grazie alla quale avrebbero ottenuto tutta la Bielorussia e una
fetta sostanziale dell’Ucraina, perché a quell’epoca essi avevano la provincia della Volinia e
molti piccoli territori intorno a Rovno [in ucraino: Rivne ‒ N.d.t.], che adesso hanno riconquistato. Concordammo di siglare la pace su questa linea perché ritenevamo che il pacifico lavoro economico al quale avevamo convertito la vita dell’esercito e quella di decine di migliaia
di operai e di contadini fosse molto più importante della possibilità di liberare, grazie ai successi militari, la Bielorussia e una parte dell’Ucraina o Galizia orientale.
A tale riguardo, rispetto alle relazioni politiche ed economiche internazionali, è stato ripetutamente confermato, e verrà ulteriormente confermato, che la nostra nuova diplomazia, insolita e non prevista nella storia degli Stati monarchici e borghesi, non può ancora essere accettata in alcun modo negli altri paesi, e che, quando i bolscevichi avanzano delle dichiarazioni sincere, assolutamente nessuno in nessuno Stato è in grado di capire che stiamo realmente perseguendo una diplomazia basata sulle dichiarazioni pubbliche e sui metodi di un
particolare tipo di diplomazia. Se, cioè, i bolscevichi dicono: «Siamo disposti a riconoscere la
linea Piłsudski», [la borghesia internazionale ragiona così:] questo significa che i bolscevichi
sono estremamente deboli, e dunque la loro concessione è eccessivamente grande. [Con le nostre proposte] abbiamo offerto un sostegno allo sciovinismo più delirante della borghesia e dei
latifondisti polacchi, allo sciovinismo più delirante in Francia e in altri paesi imperialisti,
[perché là] tutti ritengono che, secondo la diplomazia ordinaria, cose simili non possano verificarsi: «Come può accadere qualcosa del genere? Si tratta di una debolezza.» Così l’offensiva
4
Resoconto stenografico di un discorso alla IX Conferenza del PC(b)R, del 22 settembre 1920 [Nota di Al
Richardson].
5
Riferimento all’«Appello del Comitato Esecutivo Centrale panrusso» che era stato trasmesso dalla radio il 2
febbraio 1920, nel quale venivano reiterate le proposte avanzate nella dichiarazione del Consiglio dei Commissari del Popolo della Russia sovietica, «A proposito delle basi della politica sovietica nei confronti della Polonia», del 28 gennaio 1920 (Dokumenty vnešnei politiki SSSR, vol. 2, Moskva 1958, pp. 331-333 e 355-357)
[Nota dei curatori russi].
6
Il feldmaresciallo Józef Piłsudski (1867-1935) era un importante nazionalista polacco e comandò le forze
polacche durante la guerra contro la Russia sovietica. In seguito instaurò una dittatura militare in Polonia [Nota
di Al Richardson].
7
non è stata decisa unicamente dai polacchi, ma anche dalla Francia, perché noi, in maniera assolutamente insolita, abbiamo detto con chiarezza: «Pur di evitare la guerra, siamo disposti a
ritirarci.» E nei negoziati condotti in precedenza da Marchlewski,7 che era formalmente un
rappresentante della Croce Rossa polacca [sic], in quei negoziati tale linea fu fondamentale in
quanto condizione preliminare per la pace.8 Di conseguenza, durante quei negoziati iniziali
abbiamo fatto tali enormi concessioni. Quelle concessioni furono viste come una debolezza da
parte nostra, e hanno portato alla guerra.
Ricordate l’inizio della guerra, che fu favorevole ai polacchi fino alla loro presa di Kiev [in
ucraino: Kyiv ‒ N.d.t.].9 Secondo dei calcoli provvisori, essi conquistarono un territorio con
una popolazione di quattro milioni di abitanti. Ricordate come, dopo quel successo [dei polacchi], il [rag]gruppamento delle nostre forze ci portò al successo, e le nostre forze, passando
all’offensiva, avanzarono rapidamente verso la linea principale della Polonia.
Qui inizia la svolta principale nella storia della guerra polacca, che di fatto fu una svolta
dalla pace [alla] guerra. Da questo è necessario partire per chiarire la storia successiva e per
procedere verso la questione più importante, che ora riguarda ciascun membro del partito, la
questione più attuale: la profonda, catastrofica sconfitta che abbiamo subito come frutto di
tutto lo sviluppo dell’operazione.
Il 12 luglio, allorché le nostre truppe, con un’offensiva ininterrotta che si dispiegò su
un’immensa distesa di territorio, avevano raggiunto il confine etnografico della Polonia, il
governo britannico, [nel]la persona di Curzon,10 ci indirizzò una nota11 in cui si chiedeva che
arrestassimo le nostre forze lungo una linea a 50 verste dalla frontiera etnografica della Polonia come condizione per concludere la pace su tale linea. Quella linea andava [da] Białystok a
Brest-Litovsk, e ci consegnava la Galizia orientale. Quella linea ci era dunque molto favorevole. Quella linea fu chiamata Linea Curzon.
E allora ci si presentò una questione fondamentale. Il Comitato Centrale doveva adottare
una decisione molto importante. E questa [decisione] costituisce il punto di partenza al quale,
in questo rapporto, debbo ritornare per esprimere la mia valutazione della questione più importante e fondamentale.
Eravamo di fronte alla questione: accettare quella proposta, che ci avrebbe garantito delle
frontiere favorevoli, e quindi adottare una posizione che, generalmente parlando, era puramente difensiva, oppure utilizzare quello slancio del nostro esercito e il vantaggio di cui godevamo per contribuire a sovietizzare la Polonia. A questo punto sorse la questione fondamentale della guerra difensiva e offensiva, e noi del Comitato Centrale sapevamo che si trattava di una nuova questione di principio, che ci trovavamo ad un punto di svolta di tutta la
politica del potere sovietico.
Fino ad allora, mentre combattevamo la guerra contro l’Intesa, perché sapevamo perfettamente che dietro ad ogni singola offensiva di Kolčak e di Judenič c’era l’Intesa, capivamo che
stavamo combattendo una guerra di difesa e che avremmo sconfitto l’Intesa, ma che non era7
Julian J. Marchlewski detto Karski (1866-1925) era un’importante figura del movimento rivoluzionario polacco e internazionale. Nell’ottobre-novembre 1919 aveva rappresentato la Croce Rossa russa nei suoi negoziati
con la Croce Rossa polacca. Nel 1920 era membro del Bureau Polacco del Comitato Centrale del Partito comunista russo e presidente del Comitato Rivoluzionario Provvisorio per la Polonia [Nota dei curatori russi].
8
Riferimento ai negoziati svoltisi nell’ottobre-novembre 1919 alla stazione di Mikaszewicze, in Bielorussia,
tra i delegati delle Croci Rosse russa e polacca, al termine dei quali venne sottoscritto un «Accordo sullo scambio reciproco di prigionieri civili» [Nota dei curatori russi].
9
L’esercito polacco conquistò Kiev il 6 maggio1920 [Nota di Al Richardson].
10
Il visconte George Nathaniel Curzon (1859-1925) fu Segretario agli Esteri britannico dal 1919 al 1923
[Nota di Al Richardson].
11
Lenin fornisce qui, come data di ricezione della nota di Curzon, l’11 luglio 1920. La nota conteneva una
dichiarazione dettagliata a proposito di una linea di frontiera tra le forze sovietiche e quelle polacche (Dokumenty vnešnei politiki SSSR, vol. 3, Moskva 1959, pp. 53-55) [Nota dei curatori russi].
8
vamo in grado di riportare una vittoria definitiva sull’Intesa, la quale era molte volte più forte
di noi. E cercammo semplicemente di sfruttare il più appieno possibile le incrinature che si
aprivano tra i diversi Stati dell’Intesa, in modo tale da difenderci per tempo. Con Judenič e
Denikin, la storia ci ha mostrato qualcosa di inedito e di improbabile dal punto di vista del
calcolo delle forze. Li abbiamo sconfitti uno dopo l’altro. E i politicanti più furbi del mondo,
che erano profondamente coinvolti unicamente dal punto di vista coloniale, come la Gran
Bretagna e l’ancor più profondamente coinvolta Francia, preoccupati dei loro miliardi versati
nelle vecchie casse zariste (e tra di loro ci sono ancora degli strani tipi che sperano di riaverli
indietro), non solo quei politicanti profondamente coinvolti che sperano di sgraffignare qualcosa alla Russia, non solo quegli importanti politicanti interessati alla Russia, ma anche quelli
indirettamente interessati, tutti si rivelarono essere in uno stato di disintegrazione. Sebbene
fossero centinaia di volte più forti di noi, essi non furono in grado di rendere effettivo tale
potenziale perché erano in disaccordo tra di loro, perché non potevano compiere un solo
passo, non potevano assolvere il semplice compito di unire tre o quattro elementi, di unire e
coordinare tre o quattro forti potenze che avevano un’infinita superiorità su di noi, non soltanto per quanto riguarda le finanze, ma anche rispetto alle forze navali e così via. Noi non
avevamo nulla, ma essi non riuscivano ad unirsi tra di loro neppure dal punto di vista finanziario, e questo ci ha permesso di vincere. E ciò accadeva in un momento in cui tutta la borghesia ribolliva di rabbia e di odio contro il bolscevismo. E fu chiaro che noi eravamo più
forti di loro. Ci scagliarono contro i nostri nemici separatamente e, pur gridando che non volevano restaurare lo Zar, furono incapaci di impedire che Judenič e Denikin perseguissero una
politica puramente monarchica, alienandosi così gli elementi che avrebbero dovuto essere a
loro favorevoli: i mugichi e i kulaki.
E allora questo significava, in breve, che si era verificata una circostanza in cui crebbe in
noi la convinzione che l’offensiva militare dell’Intesa nei nostri confronti fosse terminata, che
la guerra difensiva con l’imperialismo fosse terminata, e che avevamo vinto. Il problema era
la Polonia. E la Polonia pensava, in quanto potenza con tradizioni imperialiste, di essere in
condizione di modificare il carattere della guerra. Ciò significava che la valutazione era che il
periodo di guerra difensiva fosse terminato. (Vi chiedo di non prendere nota di tutto, questa
valutazione non deve essere riportata sui giornali.) D’altro canto l’offensiva ci dimostrò che,
vista l’impotenza dell’Intesa a schiacciarci militarmente e la sua incapacità di farlo coi propri
soldati, essa poteva unicamente sobillare contro di noi dei piccoli Stati singoli, che non hanno
alcun peso in termini militari e che mantengono il sistema latifondista-borghese soltanto al
prezzo di quelle misure di coercizione e di terrore che l’Intesa permette loro di applicare. Non
può esservi alcun dubbio che il capitalismo menscevico-democratico, che ancora prevale in
tutti gli Stati confinanti con la Russia scaturiti dal vecchio Impero russo, a cominciare
dall’Estonia, dalla Georgia, ecc., si mantiene grazie alle forniture concesse dall’Intesa.
L’Intesa elargisce fucili, soldati, equipaggiamento e denaro allo scopo di mantenere sottomessi gli operai.
Ci trovavamo di fronte ad un nuovo compito. Il periodo difensivo della guerra contro
l’imperialismo mondiale era terminato, e noi potevamo e dovevamo approfittare della situazione militare per avviare una guerra offensiva. Li avevamo sconfitti quando ci avevano attaccato. Adesso avremmo cercato di attaccarli in modo tale da contribuire a sovietizzare la
Polonia. Avremmo contribuito a sovietizzare la Lituania e la Polonia, ecco quanto affermava
la nostra risoluzione.
Quando la risoluzione venne presentata al Comitato Centrale, non vi fu tra noi nessuno che
non valutasse con imbarazzo quella stessa risoluzione, nel senso che sarebbe stato impossibile
votarle contro. Come si poteva votare contro il fatto di contribuire alla sovietizzazione?
Se paragoniamo le nostre relazioni con la Polonia alle nostre relazioni con la Georgia e con
la Lettonia, la differenza appare assolutamente chiara. Noi non abbiamo adottato una risolu9
zione per contribuire, con mezzi militari, alla sovietizzazione della Georgia o dell’Estonia.
Abbiamo invece adottato una risoluzione in senso contrario: per non contribuirvi.
Su questa questione abbiamo avuto un certo numero di conflitti con i rivoluzionari e con i
comunisti di quei paesi. Essi hanno pronunciato discorsi pieni d’amarezza nei nostri confronti
affermando: «Come potete siglare la pace con i macellai Bianchi lettoni, i quali hanno impiccato e torturato i migliori compagni lettoni che avevano versato il proprio sangue per la Russia sovietica?» Abbiamo udito simili discorsi anche dai georgiani, ma non abbiamo contribuito a sovietizzare la Georgia e la Lettonia. E non possiamo farlo adesso, perché non ne
siamo all’altezza. Il compito schiacciante che ci sta di fronte è quello di salvare e consolidare
la repubblica.
Rispetto alla Polonia, però, abbiamo modificato questa politica. Abbiamo deciso di utilizzare le nostre forze armate per contribuire a sovietizzare la Polonia. Da tale decisione è scaturita la nostra politica generale successiva.
Noi non l’abbiamo formulata in una risoluzione ufficiale, che fosse registrata nei verbali
del Comitato Centrale e che avesse valore di legge per il partito fino al seguente congresso.
Ma tra di noi ci siamo detti che dovevamo sondare con le baionette per scoprire se la rivoluzione sociale del proletariato fosse matura in Polonia. E qui abbiamo posto una questione
pratica che, come si è poi rivelato, non era completamente chiara, dal punto di vista teorico, ai
migliori elementi comunisti della nostra associazione internazionale, l’Internazionale Comunista.
Quando, in luglio, a Mosca era in corso il congresso del Komintern,12 quello era il momento in cui stavamo decidendo su tale questione nel Comitato Centrale. Non potevamo sollevare
la questione al congresso del Komintern, perché quel congresso doveva svolgersi in pubblico.
In ciò sta il suo immenso significato rivoluzionario politico generale e mondiale, che si è manifestato molte altre volte dopo di allora. A quel congresso c’erano elementi legati agli Indipendenti tedeschi, i quali stanno ora perseguendo una politica estremamente abietta contro il
potere sovietico. A quel punto dovevamo sbarazzarcene. Era necessario dimostrare al partito
comunista mondiale che non volevamo lasciarli rimanere nelle nostre file. Quindi dovevamo
parlar chiaro al congresso dell’Internazionale Comunista. Di conseguenza, quella questione
non venne deliberatamente affrontata al congresso. Il fatto di passare all’offensiva contro gli
alleati dell’Intesa non poteva essere sollevato in quella sede perché essi [i delegati ‒ N.d.t.]
non avevano raggiunto lo stadio di sviluppo necessario a prendere in considerazione tale questione. Dovevamo essere pazienti [con loro].
La Rote Fahne13 e molti altri non riescono ad accettare l’idea che noi dovremmo contribuire con le nostre mani a sovietizzare la Polonia. Queste persone si considerano dei comunisti,
ma alcuni di loro sono ancora nazionalisti e pacifisti. Ovviamente quei comunisti che hanno
accumulato maggiore esperienza, [e a] questa categoria appartengono i compagni finlandesi,
non hanno conservato neppure una particella di tali pregiudizi. Io affermo che non li hanno
conservati perché sono passati attraverso un lungo periodo di guerra. Quando i delegati degli
operai britannici vennero ad incontrarmi14 e io dissi loro che ogni operaio britannico onesto
dovrebbe auspicare la sconfitta del governo britannico, essi non mi capirono affatto. Fecero
delle facce che, credo, neppure il miglior fotografo sarebbe stato in grado di immortalare. Le
loro menti erano assolutamente incapaci di adattarsi alla verità secondo cui, nell’interesse
12
Riferimento al II Congresso dell’Internazionale Comunista, che si svolse il 19 luglio a Pietrogrado e poi
dal 23 luglio al 7 agosto a Mosca [Nota dei curatori russi].
Cfr. Workers of the World and Oppressed Peoples, Unite! Proceedings and Documents of the Second Congress, 2 voll., [Pathfinder Press,] New York 1991 [Nota di Al Richardson].
13
La Rote Fahne era il principale quotidiano del Partito comunista tedesco [Nota di Al Richardson].
14
Lenin incontrò una delegazione operaia britannica il 21 maggio 1920 a Mosca (Vladimir Il’ič Lenin.
Biografičeskaja chronika, vol. 8, Moskva 1977, p. 592) [Nota dei curatori russi].
10
della rivoluzione internazionale, gli operai britannici dovrebbero auspicare la sconfitta del
proprio governo.
Il fatto è che [in] Polonia esistono una popolazione proletaria ben sviluppata e un proletariato agricolo ben istruito che ci dicono: «Dovete aiutarli a sovietizzarsi.»
E questo era il punto a cui erano giunti gli eventi, e a cui era giunto il nostro partito. Si
trattava di un importantissimo punto di svolta, non soltanto per la politica della Russia sovietica ma anche per la politica mondiale. Fino ad allora avevamo agito come forza solitaria
contro tutto il mondo, sognando soltanto di trovare delle crepe tra i nostri nemici in modo da
impedire loro di annientarci. Ma adesso dicevamo: «Ora siamo diventati molto più forti, e ad
ognuno dei vostri tentativi di offensiva risponderemo con una controffensiva, cosicché voi
possiate sapere che rischiate non soltanto di perdere alcuni milioni, come li avete persi con
Judenič, Kolčak e Denikin, ma rischiate anche che ogni vostra offensiva porti ad un allargamento del campo della repubblica sovietica.» Fino a quel momento la Russia era stata semplicemente un oggetto a proposito del quale essi riflettevano e giudicavano su come fosse meglio
dividerlo tra Judenič, Kolčak e Denikin. Ma adesso la Russia diceva: «Quando verrà la guerra,
vedremo chi è il più forte.» Ecco come si presentava ora la questione. Si trattava di un cambiamento di tutta la politica, della politica mondiale. E lo storico dovrebbe annotare che ciò ha
inaugurato un nuovo periodo.
Quali sono stati i risultati di tale politica? Il risultato principale è stato, ovviamente, che
adesso abbiamo subito un’enorme sconfitta. Per arrivare ad essa, devo descrivere ciò che l’ha
preceduta.
In che misura siamo riusciti a sondare, con le nostre baionette, la disponibilità della Polonia alla rivoluzione sociale? Dobbiamo dire che quella disponibilità era esigua. Sondare con le
baionette significava aprirsi un accesso diretto ai lavoratori agricoli polacchi e al proletariato
industriale polacco, nella misura in cui esso esisteva in Polonia. Il proletariato industriale si
trovava a Varsavia, a Łodz e nelle miniere di Dąbrowa, che erano molto distanti dalla frontiera. D’altro canto, per sondare davvero il grado di disponibilità del proletariato polacco, degli operai industriali in primo luogo e, in secondo luogo, dei lavoratori agricoli che sono preponderanti, avremmo dovuto spazzar via le truppe borghesi polacche e occupare noi stessi
non soltanto la regione di Varsavia, ma anche le altre aree in cui si trova il proletariato industriale. Ma tali aree iniziano ancor prima [sic: dal senso della frase, questo «ancor prima» è
evidentemente un «al di là»] di Varsavia, che non siamo riusciti a conquistare. Di conseguenza, abbiamo avuto un successo estremamente limitato nel sondare la disponibilità della
Polonia alla rivoluzione socialista.
Ci siamo scontrati con un grande sollevamento nazionale degli elementi piccolo-borghesi,
che erano stati presi dal timor panico per la loro esistenza nazionale man mano che noi ci avvicinavamo a Varsavia. Non siamo riusciti a sondare il vero stato d’animo delle masse proletarie e dei lavoratori agricoli, e tra le fila del proletariato industriale della Polonia.
Per converso, nella politica internazionale emerge un quadro che rappresenta qualcosa a
noi favorevole in massimo grado, e che costituiva la parte centrale di quell’avvenimento. Un
aspetto di tale quadro vi verrà esposto più esaurientemente, in tutti i dettagli, dal compagno
Kamenev, che ha osservato a Londra alcuni degli sviluppi [di tali eventi].15
15
Nel luglio 1920, all’epoca dei grandi successi dell’Armata Rossa sul fronte polacco, L.B. Kamenev giunse
a Londra per condurre dei negoziati. Il 4 agosto 1920 ebbe un incontro con il Primo Ministro britannico, David
Lloyd George, nel quale il capo del governo britannico chiese che venisse posto fine all’offensiva delle forze sovietiche. Dopo la sconfitta dell’Armata Rossa di fronte a Varsavia i negoziati furono interrotti e, il 1° settembre
1920, Kamenev venne espulso dalla Gran Bretagna. La ragione formale addotta per la sua espulsione fu che Kamenev sovvenzionava l’attività del giornale operaio Daily Herald. Il discorso di Kamenev cui si riferisce Lenin
venne pronunciato dopo il rapporto politico del Comitato Centrale del Partito Comunista (bolscevico) Russo,
11
Non siamo riusciti a sondare il livello di sviluppo e il grado di preparazione alla rivoluzione socialista del proletariato di Varsavia. La nostra avanzata ha dimostrato che la Polonia non
può batterci, ma noi siamo andati molto vicini a conquistare la Polonia.
È emerso che tutto ciò sta cambiando la politica internazionale. Nello spingerci fin nei
pressi di Varsavia ci siamo talmente avvicinati al centro della politica imperialista mondiale
da iniziare a determinarla. Ciò suona incomprensibile, ma la storia del «Consiglio d’azione»16
in Gran Bretagna ha dimostrato, con assoluta precisione, che da qualche parte vicino a Varsavia c’è non soltanto il centro del governo borghese polacco e della repubblica capitalista, ma
anche il centro di tutto l’attuale sistema dell’imperialismo internazionale, e che adesso noi
siamo in condizione, mentre incominciamo a scuotere tale sistema, di fare politica non [solo]
in Polonia, ma anche in Germania e in Gran Bretagna. Così in Germania e in Gran Bretagna
abbiamo creato un campo completamente nuovo della rivoluzione proletaria contro
l’imperialismo mondiale, perché la Polonia, in quanto cuscinetto tra la Russia e la Germania,
la Polonia come ultimo Stato, rimane completamente nelle mani dell’imperialismo internazionale contro la Russia. Essa è il fulcro di tutto il Trattato di Versailles.
Il mondo imperialista contemporaneo si basa sul Trattato di Versailles. Dopo aver sconfitto
la Germania e risolto la questione di quale dei due gruppi più potenti al mondo, quello britannico o quello tedesco, avrebbe dovuto disporre delle sorti del mondo nell’immediato futuro,
gli imperialisti terminarono [la guerra] con la pace di Versailles. Essi non hanno altro mezzo
per consolidare le relazioni mondiali, sia quelle politiche che quelle economiche, se non la
pace di Versailles. In questa pace di Versailles la Polonia rappresenta un elemento talmente
forte che, infrangendolo, faremmo a pezzi tutta la pace di Versailles. Noi ci eravamo prefissi
l’obiettivo di conquistare Varsavia. L’obiettivo è cambiato. Ed è emerso che ad essere deciso
non erano le sorti di Varsavia, bensì il destino del Trattato di Versailles. Ecco come veniva
presentata la questione su tutti i giornali borghesi centoneri tedeschi e sulla stampa francese.
Quando le nostre forze si avvicinarono alle frontiere della Prussia orientale, che è separata
[dal resto della Germania ‒ N.d.t.] da un corridoio polacco che si estende fino a Danzica, abbiamo visto tutta la Germania entrare in subbuglio. Incominciarono a giungere notizie secondo cui decine e centinaia di migliaia di comunisti tedeschi stavano attraversando le nostre
frontiere. Fummo inondati di telegrammi [a proposito della formazione] di reggimenti comunisti tedeschi. Dovemmo adottare la decisione di non pubblicare [quelle richieste] d’aiuto e
continuare a dichiarare che stavamo combattendo [contro la Polonia].
Stando ai giornali che adesso ci arrivano, che non condividono i punti di vista dei bolscevichi e che descrivono la situazione nella Prussia orientale, abbiamo un quadro estremamente
interessante che mi ricorda alcuni periodi della rivoluzione russa del 1905, quando in Germania [sic ‒ BP] apparve un tipo modello [sic ‒ BP] di rivoluzionario centonero. A quel tempo la
rivoluzione del 1905 in Russia stava muovendo i primi grandi passi per far emergere e raccogliere gli ampi e, nel contempo, estremamente arretrati elementi contadini, e in quel lavoro
fummo aiutati dagli elementi centoneri che, con la loro agitazione, cercavano di incitare i
contadini contro di noi. Quell’agitazione venne allora portata avanti dai preti e dagli ufficiali
centoneri, e accadde che quest’organizzazione politica centonera appena nata fu la prima ad
unire i contadini e a familiarizzarli con un’organizzazione. E quei contadini insorti, che porta-
nella prima sessione della conferenza, il 22 settembre 1920 (Devjataja Konferencija RKP(b). Protokoly, Moskva
1972, pp. 12-23) [Nota dei curatori russi].
16
Il Consiglio d’azione era l’organo creato dagli operai britannici allo scopo di impedire che il loro paese entrasse in guerra contro la Russia sovietica. Fu creato a Londra, in una conferenza congiunta del Comitato parlamentare delle Trades Unions e del Comitato Esecutivo e del gruppo parlamentare del Labour Party, il 9 agosto
1920. Oltre al «Consiglio d’azione centrale» vennero creati anche dei «Comitati d’azione» locali [Nota dei curatori russi].
12
vano allora avanti le rivendicazioni dei Cento Neri, il giorno seguente rivendicavano tutta la
terra dei latifondisti.
E adesso qualcosa di simile è accaduto in Germania. Non ho portato con me la corrispondenza apparsa in un certo giornale antibolscevico tedesco (che ovviamente non avrei potuto
leggervi per mancanza di tempo) in cui si dice che tutta la Germania orientale è in subbuglio e
che tutti i kappisti (cioè coloro che hanno appoggiato Kapp,17 il nostro [sic ‒ BP] Kornilov),
tutti quei kappisti sono a favore dei bolscevichi. E accade che, quando si parla con un immaturo giovanotto tedesco che non sa nulla di politica, egli esiti e dica che Guglielmo dovrebbe
ritornare sul trono perché non c’è più ordine, ma nello stesso tempo dice l’opposto, che ci si
dovrebbe schierare coi bolscevichi.
E noi vediamo che la Germania orientale è in subbuglio. Si sta formando una specie di
blocco contro natura alla testa del quale vi sono dei generali kornilovisti che, essendo uomini
di buonsenso militare la cui parola d’ordine è semplicemente: «Guerra alla Francia ad ogni
costo, non importa insieme a chi o in quali condizioni» ‒ questi ufficiali tedeschi sono uomini
politicamente analfabeti che non capiscono come la guerra porti con sé determinate conseguenze (e dove potrebbero acquisire una tale conoscenza? A questo tipo di ufficiale tedesco
sarebbero necessari dieci anni di studio delle varie rivoluzioni per imparare almeno qualcosa),
e adesso hanno l’idea di muovere guerra alla Francia ad ogni costo.
E così è accaduto che avevamo la forza, e una forza sostanziale, da contrapporre all’Intesa.
E stavolta abbiamo risposto a Curzon: «Lei fa riferimento alla Società delle Nazioni.18 Ma che
cos’è questa “Società delle Nazioni”? Non vale una cicca. Resta ancora la questione di chi deciderà il destino della Polonia. La questione non può essere risolta sulla base di quanto afferma la Società delle Nazioni, ma di ciò che dice il soldato dell’Armata Rossa.» Ecco come
abbiamo risposto a Curzon, se traducete la nostra nota in linguaggio corrente. 19 E allora in
Germania l’hanno intesa in questo modo, e così si è prodotto quel blocco contro natura che
non era unito da un patto, e che non era scritto né proclamato da nessuna parte, ma si trattava
di un blocco in cui i kappisti e i kornilovisti, tutta la massa degli elementi patriottici, stavano
coi bolscevichi.
Ecco come si presentava all’epoca il problema, e questo problema non poteva allora essere
risolto dai comunisti tedeschi ‒ non potevano risolverlo perché in quel momento si trovavano
qui, qui a Mosca, a riunirsi e a decidere sulla più elementare questione dei rapporti con gli Indipendenti di destra, i cui dirigenti erano come il nostro Martov, mentre gli operai erano favorevoli ai bolscevichi. Essi erano impegnati a decidere su questa questione mondiale, che si
presenta in tutti i paesi. E in quel momento gli avvenimenti in Germania balzarono al di là di
qualsiasi decisione su tali questioni, e prese forma un blocco tra i patrioti coerenti ed estremisti da una parte e i comunisti dall’altra, che si dichiarò consapevolmente a favore di un blocco
[con] la Russia sovietica. Con la nascita di tale un blocco, nella politica mondiale esistono
soltanto due forze: una, la Società delle Nazioni, che ha prodotto il Trattato di Versailles, e
l’altra, la repubblica sovietica, che ha stracciato il Trattato di Versailles. E il blocco contro
natura [in] Germania è stato favorevole a noi.
A questo punto si è presentato un fatto gigantesco della politica internazionale, che ho osservato più d’una volta in casi particolari e sul quale ho dovuto soffermarmi nel trarre gli in17
Nel marzo 1920 il dottor Wolfgang Kapp (1858-1922) cercò di rovesciare il governo di Weimar in Germania e di restaurare il sistema imperiale con l’aiuto di un settore dell’esercito e dei Freikorps irregolari. Venne
sconfitto da uno sciopero generale degli operai tedeschi [Nota di Al Richardson].
18
La Società delle Nazioni era un’invenzione del presidente statunitense Woodrow Wilson, e nel 1919 venne
incorporata nel Trattato di Versailles. Mirava a mantenere la pace e ad incoraggiare il disarmo. Tenne la sua assemblea inaugurale nel 1920 [Nota di Al Richardson].
19
Si tratta del testo della nota del governo della Russia sovietica al governo della Gran Bretagna, datata 17
luglio 1920 (Dokumenty vnešnei politiki SSSR, vol. 3, cit., pp. 47-53) [Nota dei curatori russi].
13
segnamenti della campagna contro Judenič, Kolčak e Denikin, e nel parlare delle condizioni
in cui abbiamo stipulato la pace con l’Estonia, la Georgia e la Lettonia. Sul piano internazionale è accaduto non solo che abbiamo sconfitto Kolčak e Denikin e conquistato il sostegno
dei contadini agiati anticomunisti russi, il che ha tra l’altro sancito la sorte di Kolčak e Denikin, ma abbiamo anche conquistato la piccola borghesia e la grande borghesia di quei piccoli
paesi che, quantunque formalmente indipendenti, erano stati schiacciati dall’Intesa. Ciò ha
determinato la conclusione della pace con l’Estonia,20 il primo paese che ha siglato la pace
con noi. È completamente borghese, è interamente nelle mani dei miliardari britannici e americani, era assolutamente contrario alla pace con noi, ma ha fatto la pace con noi ‒ tanta è la
durezza con cui l’imperialismo internazionale si presenta all’Estonia.
In Germania i comunisti si sono attenuti alle proprie parole d’ordine. Quando i Sinistri tedeschi giunsero al punto di affermare delle castronerie del tipo che non c’era bisogno di una
guerra civile ma che, al contrario, era necessario un blocco di tutta la nazione contro la Francia, questa era una stupidaggine inaudita. Porre la questione in tal modo rasentava il tradimento. Senza guerra civile non avremo un potere sovietico in Germania. Se formate un blocco
con i kornilovisti tedeschi, essi vi imbroglieranno. In Germania ci sono un partito comunista
piccolo e debole e un forte partito di seguaci di Scheidemann, di menscevichi di destra, un
immenso partito proletario capeggiato dai nostri Martov ‒ con una politica fondata
sull’indecisione.
E il primo risultato fu che tutti i piccoli Stati che si associarono a noi, nonostante il loro
odio per i bolscevichi, e di pari passo con la soppressione dei bolscevichi al loro interno, gli
estoni, i finlandesi e i lettoni, hanno dovuto stipulare la pace con noi e dichiarare che, nelle relazioni internazionali, loro, i piccoli Stati, sono più vicini alla Russia sovietica, bolscevica.
Noi abbiamo infatti dimostrato che per la Germania, dove lo stato d’animo delle masse, le più
arretrate e con una mentalità da centoneri, è tale da renderle capaci di dire: «Meglio Guglielmo di questo», che nelle relazioni internazionali per la Germania non c’è altra forza se
non la Russia sovietica.
Le aspirazioni nazionali della Germania consistono in due fattori quantitativi, tra i quali sarebbe un grande errore non operare una distinzione politica. Uno di essi è il desiderio di
scrollarsi di dosso il Trattato di Versailles, che la soffoca. D’altro canto gli imperialisti tedeschi, che si erano associati a quel desiderio, dissero: «Noi non vogliamo soltanto scrollarci di
dosso il Trattato di Versailles» ‒ e infatti volevano restaurare la Germania imperialista [sic].
Noi abbiamo sondato la situazione internazionale non soltanto nei piccoli Stati, ma anche
rispetto alla Germania.
Nel mio discorso al congresso di apertura del Komintern, che pronunciai a Pietrogrado,
parlai della situazione internazionale21 e affermai che la popolazione mondiale ammonta oggi
a tre miliardi, e tre quarti di essi, di questi tre miliardi, si trovano nelle colonie, e tre quarti di
miliardo nei paesi che sono stati sconfitti, e questo significa che il 70% si trova nelle colonie.
Dissi che, pur con questa definizione all’ingrosso, se parliamo di politica mondiale, questi
sette decimi della popolazione, data una politica corretta, appoggeranno la Russia sovietica. A
questo punto qualcuno ci potrebbe chiedere: «Ma come possono appoggiare la Russia sovietica, se non sono comunisti?» E come mai l’Estonia e la Georgia ci hanno appoggiato, sebbene stessero fucilando i comunisti? Noi abbiamo ora dimostrato che, nella nostra politica in20
Il trattato di pace tra la Russia sovietica e l’Estonia venne firmato il 2 febbraio 1920 a Tartu [Nota dei
curatori russi].
21
Lenin ha qui in mente il «Rapporto sulla situazione internazionale e sui compiti fondamentali
dell’Internazionale Comunista» da lui pronunciato all’apertura del II Congresso del Komintern, il 19 luglio 1920
(V.I. Lenin, Collected Works, vol. 31, Moscow 1966, pp. 215-234) [Nota dei curatori russi].
Traduzione italiana: V.I. Lenin, Opere complete, vol. 31, Editori Riuniti, Roma 1967, pp. 205-223 [N.d.t.].
14
ternazionale, abbiamo un’alleanza con tutti i paesi che vivono sotto il Trattato di Versailles. E
questo equivale al 70% di tutta la popolazione mondiale.
Mentre in Germania le cose rimasero allo stadio dell’entusiasmo e dell’aspettativa, in Gran
Bretagna la situazione si sviluppò in maniera differente. In Gran Bretagna Curzon ci aveva
imposto un ultimatum: «Ritiratevi o vi combatteremo.» Si erano abituati a pensare che,
avendo firmato il Trattato di Versailles, potevano disporre del mondo intero. Quando rispondemmo che noi non riconosciamo la Società delle Nazioni, i giornali francesi scrissero che si
trattava di una «risposta insolente», utilizzando un’espressione tratta dal linguaggio di un’aula
scolastica, dove l’insegnante dice ai bambini che noi [sic] siamo stati insolenti. Nella politica
mondiale, però, non si possono usare simili termini. Il fatto era che la Società delle Nazioni in
quanto tale non si era neppure manifestata.
Fu chiaro che, per entrare in guerra contro di noi, era necessario prima di tutto chiedere il
permesso all’operaio britannico. Come conseguenza della nostra dichiarazione, il proletariato
britannico assurse ad un livello rivoluzionario completamente nuovo. Trovandoci di fronte a
Varsavia, e non essendo in grado di conquistare quella città e di sondare la disponibilità
dell’operaio polacco all’azione rivoluzionaria, sondammo gli operai britannici e li elevammo
ad un nuovo livello d’azione rivoluzionaria. Quando ci venne presentato l’ultimatum, gli operai britannici, nove decimi dei quali sono menscevichi del tipo più incallito, risposero formando il «Consiglio d’azione». La stampa britannica incominciò a spaventarsi, sbraitando che
ciò equivaleva ad un dualismo di poteri. Ed era vero. Per quanto riguarda le relazioni politiche, la Gran Bretagna si trovava allora allo stadio [in] cui la Russia si era trovata dopo il febbraio 1917. A fianco del governo c’erano i soviet, che avevano una commissione di conciliazione, e, in pratica, ogni passo intrapreso dal governo veniva vagliato, e allora la borghesia
mondiale disse che le cose non potevano continuare così. E ora in Gran Bretagna è apparso un
Consiglio d’azione, e questo Consiglio d’azione ha impedito che la Gran Bretagna entrasse in
guerra contro di noi. Nessuna delle minacce che Lord Curzon ci ha lanciato si è concretizzata,
e il movimento operaio in Gran Bretagna si è elevato ad un livello incredibilmente alto.
Il Consiglio d’azione costituì un organismo delle masse lavoratrici, un centro politico che
prese posizione a fianco della borghesia, ma che non agisce in accordo con essa. Questo Consiglio d’azione è capeggiato da menscevichi e social-rivoluzionari di destra incalliti, da gente
che noi abbiamo a suo tempo soppresso.
[Per separarci dagli opportunisti] abbiamo avuto bisogno del II Congresso del Komintern a
Mosca, nel quale erano presenti i rappresentanti di tutti i paesi. Soltanto ora è stato pubblicato
il testo integrale della risoluzione con cui tale politica è stata adottata su scala internazionale.
E qual è stata la reazione? Si dice che abbiamo avanzato delle condizioni inaudite.22 Una scissione si è ora prodotta, una scissione, in ogni caso, tra bolscevichi e menscevichi in tutti i paesi senza eccezione.
In un momento in cui noi, con l’aiuto del Komintern, abbiamo realizzato ciò che non eravamo stati in grado di compiere in un decennio, e in condizioni di completa rottura con
l’imperialismo internazionale, in quel momento i menscevichi e i bolscevichi si sono uniti in
Gran Bretagna nel Consiglio d’azione. [Al congresso del Komintern] dovemmo dolorosamente portare a termine un compito di estrema difficoltà. [Ma] il progresso del movimento
operaio esige che noi rompiamo ideologicamente coi menscevichi, e che però nello [stesso]
tempo agiamo insieme a loro nel Consiglio d’azione.
22
Riferimento alle «Tesi sulle condizioni d’ammissione all’Internazionale Comunista», le famose «21 condizioni» proposte da Trotsky al II Congresso. Cfr. Theses, Resolutions and Manifestos of the First Four Congresses of the Communist International, [Ink Links,] London 1980, pp. 92-97 [Nota di Al Richardson].
Traduzione italiana: Aldo Agosti (a cura di), La Terza Internazionale. Storia documentaria, vol. 1, tomo 1,
Editori Riuniti, Roma 1974, pp. 285-291 [N.d.t.].
15
A prima vista questa sembra essere una contraddizione e un opportunismo, ma noi diciamo: «Dovete continuare ancora la Rivoluzione russa nelle sue molte sfaccettature.»
Il Consiglio d’azione in Gran Bretagna è piuttosto diverso dal [si legga invece: «simile al»
come spiegato nella nota preliminare del traduttore inglese ‒ N.d.t.] nostro Comitato Esecutivo Centrale panrusso dei giorni in cui Goc, Dan e altri la facevano da padroni. Si tratta di
un’unione di tutti i partiti operai senza eccezione ‒ menscevichi e bolscevichi ‒, un’unione
che si pone in concorrenza con il governo borghese, e nella quale i menscevichi sono costretti
a comportarsi come dei bolscevichi.
Noi comprendiamo che il ministero del 1914 [?], che i menscevichi e i social-rivoluzionari
della prima convocazione, prosciolti [sic], dissero che la guerra è imperialista, difendiamo la
minoranza. Entrarono in confusione e portarono le masse verso di noi, cosicché Plechanov
ebbe ragione. Essi dissero: «Siamo per la democrazia costituzionale, ma voi siete per una democrazia parziale.»
Il Consiglio d’azione è ancora in vita. Ma si tratta di un caso estremo. È un qualcosa che
dobbiamo leggere [sic], perché è riferito [al] paese più imperialista, [che ha] delle tradizioni
mensceviche insolitamente solide. Mentre qui da noi il menscevismo ha una storia di 15-20
anni, laggiù tutti i sindacati senza eccezione hanno un sistema democratico che è capeggiato
da menscevichi. Tutto ciò è stato mandato in rovina dai menscevichi britannici stessi, e adesso
debbono procedere verso il metodo della dittatura del proletariato [sic].
Abbiamo conseguito la possibilità di dire agli operai britannici e francesi che debbono imparare ad essere dei comunisti. Il Komintern [la Comune?] ce l’ha insegnato. La politica britannica sta incominciando ad insegnare la politica ai francesi. Insieme a questo voi dovete
imparare, sulla base delle organizzazioni di massa, a formare un blocco coi bolscevichi britannici, quando essi sono costretti ad agire costituzionalmente, cosicché le masse britanniche
possano impararlo nell’azione [sic]. [Dopo questa frase c’è un vuoto nella trascrizione.]
Noi stessi in Russia abbiamo dolorosamente sperimentato quante volte doveva accadere
che i menscevichi e i social-rivoluzionari ingannassero gli operai russi affinché questi ultimi
smettessero di credere in loro. Essi ingannarono gli operai russi prima della Rivoluzione di
febbraio, li ingannarono tra il maggio e l’offensiva di luglio, poi li ingannarono ancora, e alla
fine, in Ottobre, l’operaio russo era maturato a tal punto da non lasciarsi più imbrogliare.
Quante volte gli operai britannici dovranno essere ingannati dai menscevichi britannici non
sta scritto, e non può essere scritto, in nessun libro. La cosa resta da vedere. Ma i bolscevichi
britannici debbono saper sempre stare con le masse, illuminarle, fare opera di smascheramento, e dire loro: «Eccoli qua, che vi ingannano di nuovo, guardate come vi hanno imbrogliato ancora una volta! » E nel procedere degli attuali avvenimenti in Gran Bretagna voi vedrete, e il compagno Kamenev ci riassumerà le sue impressioni,23 che i menscevichi britannici
sentono già di essere il governo. Sanno che il governo borghese non può reggere in Gran
Bretagna, e che verrà rovesciato. Vedono dinnanzi a sé delle cariche governative. «Benvenuti
[debbono spiegare i bolscevichi britannici], ma anche voi cadrete da queste cariche governative proprio come è caduto il vostro governo borghese, e cadrete in modo tale che non ne rimarrà nulla.»
Questo è il risultato della nostra politica internazionale e del modo in cui le relazioni hanno
preso forma nell’Europa occidentale.
E adesso debbo passare alla principale e dolorosa conclusione che è oggi emersa da tale risultato. Sul fronte siamo stati respinti indietro in misura tale, e ci siamo ritirati talmente tanto,
che i combattimenti si stanno ora svolgendo nei pressi di Rovno24 e che i polacchi si stanno
avvicinando alla linea sulla quale Piłsudski si era precedentemente vantato di essere sulla via
23
24
Cfr. supra, nota 15 [Nota di Al Richardson].
Rovno venne conquistata dall’esercito polacco il 18 settembre 1920 [Nota di Al Richardson].
16
di Mosca, una chiacchiera che non andò oltre la pura e semplice millanteria. Si deve dire che,
nonostante il fatto che siamo stati respinti, le nostre truppe hanno comunque fatto meraviglie.
Il nemico le ha rigettate indietro per centinaia [di verste] verso oriente e verso occidente ma,
nel punto in cui ci eravamo precedentemente offerti di stipulare la pace con Piłsudski, esso
non è riuscito a costringerle ad indietreggiare. E adesso Piłsudski cerca la pace in condizioni
per lui peggiori, e migliori per noi, rispetto alla nostra offerta originaria. In ogni caso, però,
abbiamo subito un’enorme sconfitta [e] un’armata colossale di 100 000 uomini è stata fatta
prigioniera o si trova in Germania. In breve, [si tratta di] una sconfitta gigantesca, che non ha
precedenti.
Che cosa significa questo? Significa che, senza dubbio, è stato commesso un errore. Avevamo la vittoria nelle nostre mani e ce la siamo lasciata scappare. Ciò significa che c’è stato
un errore. Questa questione è emersa di fronte a tutti noi, e noi del Comitato Centrale abbiamo
cercato una risposta. Qual è stato l’errore? Dov’è l’errore e come lo si può individuare?
Un errore deve chiaramente esservi stato, sia in politica che nella strategia bellica. Ma voi
sapete che la strategia e la politica sono inseparabilmente legate. Durante la Guerra Civile noi
[del]l’Ufficio Politico dovemmo adottare delle decisioni su questioni puramente strategiche,
su questioni puramente strategiche tali che ci guardavamo l’un l’altro con un sorriso: come
abbiamo fatto a trasformarci in strateghi? Tra di noi c’era persino chi non aveva mai visto la
guerra, neppure da lontano. Ma ciò nonostante dovemmo interessarci alla strategia, perché la
strategia è subordinata alla politica, e le due cose sono inseparabilmente legate. Allora, proprio come al tempo delle offensive di Judenič e Denikin, dovevamo ancora una volta decidere
su questioni puramente strategiche. La cosa non ci aveva nemmeno sorpresi. Ma adesso è necessario ricordare che ogni strategia non è nient’altro che una politica.
Dove ricercare, ora, l’errore che è stato commesso? Un errore politico è possibile, e anche
un errore strategico. Non pretendo affatto di conoscere la scienza militare, e di questo mi
scuso in anticipo coi compagni che conoscono questa scienza dal punto di vista teorico e pratico. Mi accingo a indagare dal punto di vista del dove ricercare il possibile errore, sia esso
politico o strategico.
Affermo ora che il Comitato Centrale ha esaminato questa questione, e l’ha lasciata in sospeso. Noi riteniamo che per sottoporre a indagine questa questione, per adottare una decisione adeguata, dovremmo consacrare più forze a tale compito, delle forze che non abbiamo
perché il futuro ci ha completamente presi nella sua morsa. E così abbiamo deciso: lasciamo
che siano gli storici a risolvere [gli enigmi] del passato, lasciamo che sulla questione si indaghi più avanti. Ecco la conclusione a cui siamo giunti.
Un errore di politica o di strategia, oppure di tutt’e due. C’era forse un errore nel modo in
cui abbiamo risposto alla nota di Curzon del 12 luglio, quando abbiamo semplicemente detto:
«Noi sputiamo sulla Società delle Nazioni. E andiamo avanti.»
Inutile dire che abbiamo adottato una decisione sbagliata. Da dei rivoluzionari che si sono
trovati in condizioni politiche difficili e che si sono abituati a decidere le questioni in maniera
vincente, in presenza di un eroismo senza precedenti e di un’ascesa delle masse, si esige una
decisione corretta. Nel decidere su tale questione, noi abbiamo stabilito in anticipo una linea
generale offensiva. Fondamentalmente ‒ ne siamo convinti ‒ quella linea era giusta. Era fondamentalmente sana e coincideva realmente con il nuovo periodo della storia mondiale in cui
la Russia, che era stata fino ad allora oggetto di decisione su chi l’avrebbe divorata, se Judenič
o Kolčak, e con quale contorno, stava determinando la politica interna della Gran Bretagna.
E qui, forse, avremmo dovuto rispondere in maniera diversa. Noi dichiarammo che, fondamentalmente, accettavamo la proposta di Curzon, ma che avremmo mercanteggiato. E abbiamo mercanteggiato sulla base della nostra decisione finché Kamenev riuscì, in circostanze
17
impreviste, a mercanteggiare a tal punto che lo espulsero.25 Egli ricevette allora l’aiuto del
Consiglio d’azione, cosicché alla fine fu Kamenev a vincere, e non Lloyd George.
Forse avremmo dovuto rispondere in questo modo: «Siamo d’accordo con la richiesta di
fermarci ad una distanza di 50 verste, sulla frontiera da lei tracciata.» Ciò verrà determinato
dalle situazioni sui fronti di guerra. Conquistando la Galizia orientale [avremmo] acquisito
una base contro tutti gli Stati attuali. In tali condizioni saremmo arrivati ai confini della Rutenia subcarpatica, che sta ribollendo ancor più della Germania e che aveva un corridoio diretto
fino all’Ungheria, dove una piccola spinta sarebbe bastata ad accendere il fuoco della rivoluzione. A livello internazionale, [avremmo] conservato l’aureola di un paese imbattibile, e di
una grande potenza. Cioè, un’enorme reputazione.
Ma a questo punto è emersa una politica differente. Non avremmo avuto il fermento necessario. Probabilmente non avremmo avuto il Consiglio d’azione. Non avremmo ottenuto il passaggio di tutta la politica britannica, proletaria e borghese, ad un nuovo stadio. Ma [avremmo]
conquistato una base solida, stabile e tranquilla per le operazioni contro l’Europa centrale attraverso le frontiere stabilite.
Può darsi, lo ripeto, che in questo caso sia stato commesso un errore politico, del quale
tutto il Comitato Centrale risponderà, e del quale ciascuno di noi porta la responsabilità. Ecco
l’errore fondamentale ‒ la strategia è subordinata alla politica.
Un’altra spiegazione è possibile, ed è la seguente: dal momento che il Comitato Centrale
aveva fissato la linea politica, dal momento che aveva deciso la posizione che doveva essere
adottata da tutti gli organismi sovietici, dal momento che aveva definito i limiti oltre i quali il
nostro comando non poteva agire: «Avete stabilito l’obiettivo di contribuire alla sovietizzazione, di oltrepassare la frontiera etnografica e di creare una frontiera con la Germania. Dal
luogo in cui ci trovavamo, da Białystok, la strategia avrebbe potuto essere cambiata e la nostra situazione e i nostri compiti strategici modificati.» Si sarebbe potuto arguire che gli strateghi [non] avrebbero dovuto consacrarsi al conseguimento di quell’obiettivo. Ma le chiacchiere, i moventi e i sentimenti sono una cosa, e le decisioni un’altra. «Si può discutere, ma se
tu, rispettabile Commissario del Popolo, non esegui quanto è stato deciso, verrai licenziato o
spedito in prigione.» Se non fossimo stati consapevoli di questo, saremmo andati in pezzi
molto tempo fa.
Qui la strategia fornisce forse una chiave di comprensione, e cioè: «Noi non avevamo la
forza per condurre quell’offensiva, e se, dopo essere avanzati per 50 o 180 verste, e dopo esserci fermati a quel punto, ci fossimo arrestati alla Polonia etnografica, avremmo conseguito
una vittoria reale e sicura, e se ci fossimo fermati allora, adesso avremmo certamente avuto la
pace, una pace assolutamente vittoriosa, mantenendo tutta la nostra reputazione e tutta la nostra influenza nella politica internazionale.» Può darsi che sia stato commesso un errore strategico.
Questi sono i limiti fondamentali dei possibili errori, attorno ai quali, naturalmente, ruotava
il pensiero del Comitato Centrale.
Ecco perché nel Comitato Centrale è prevalsa l’opinione che, no, non creeremo una commissione per studiare le condizioni dell’offensiva e della ritirata. Ci mancano le forze per studiare questa questione. Adesso abbiamo un gran numero di altri problemi che esigono delle
soluzioni immediate. Non possiamo destinare a quel compito nessuna forza, neppure di second’ordine. E dobbiamo risolvere altri problemi, dei problemi molto complessi di politica e
di strategia, giacché ricordiamo come abbiamo battuto Denikin, come l’abbiamo respinto fino
alla regione del Donec, ma siccome non siamo stati in grado di sconfiggerlo completamente,
egli è nuovamente avanzato fino ad Orël. Guardiamo a come abbiamo sconfitto Kolčak.
25
Cfr. supra, nota 15 [Nota di Al Richardson].
18
Quando lo spingemmo fino ad Ufa, e poi quando lui ci respinse indietro fino a Samara, mentre tutta la stampa europea forniva nuove date per la caduta di Mosca e di Pietrogrado.
È interessante annotare che ieri ho visto una pubblicazione americana26 nella quale alcuni
collaboratori di una piccola casa editrice hanno messo insieme una raccolta completa di ciò
che i migliori giornali americani avevano scritto a proposito della Russia. Non si potrebbe
immaginare un’agitazione a favore dei bolscevichi migliore di questa. Vi si studia quante
volte è stata annunciata la caduta di Mosca e di Pietrogrado. Questo piccolo opuscolo è composto da ciò che i giornali americani hanno scritto dall’Ottobre 1917 fino al 1920 e, in due parole, da come sono poi andate le cose. Non c’è nulla di meglio, di più ben riuscito, di questa
breve storia di un’offensiva. Cercheremo di pubblicare [l’opuscolo] in russo.
Ricorderete come la nostra Armata Rossa, dopo 150 verste di sconfitte, batté Kolčak. Fece
l’impossibile, come mi riferì un compagno dell’Armata Rossa, prima di fermarsi a 50 verste
da Čeljabinsk, allorché divenne inutilizzabile. Il compagno Smirnov27 disse: «Guardate al soldato russo, se non fossimo avanzati, [non] avremmo mobilitato nuove forze. In una situazione
disperata e con gli stivali a pezzi, marciare era impossibile: ma gli eroi l’hanno fatto, e gli
eroi, per loro stessa natura, compiono miracoli.»
Il soldato dell’Armata Rossa incominciò a fare miracoli. Marciò per 800 verste. Che dovesse marcare per altre 100 [verste] o che dovesse fermarsi dopo 100 verste perché non doveva spingersi più avanti, questo era un problema strategico di una difficoltà senza precedenti
per la nuova strategia.
Voi sapete che siamo sopravvissuti a Kolčak. Sapete quali erano gli elementi del problema,
dai quali il Comitato Centrale trasse la sua conclusione. Il Comitato Centrale stesso era estremamente interessato al fatto che avevamo commesso un errore e subito una sconfitta: ma non
si impegnò a correggere quell’errore [e] a nominare una commissione.
Dobbiamo risolvere le questioni della politica attuale: i negoziati di Riga. 28 Ci troviamo di
fronte ad un’offensiva contro Grodno [in bielorusso: Hrodna ‒ N.d.t.], e Vrangel’ ha conquistato Aleksandrovsk [oggi Zaporož’e; in ucraino: Zaporižžja ‒ N.d.t.] e sta avanzando verso
Ekaterinoslav’[oggi Dnepropetrovsk; in ucraino: Dnipropetrovs’k ‒ N.d.t.].29 Dobbiamo tendere tutte le nostre forze per sopravvivere a questo problema. E sarebbe bene raddoppiare
tutte le nostre forze. Ci siamo consacrati a questo problema, e su di esso voglio far concentrare la vostra attenzione.
È chiaro che l’offensiva polacca e quella di Vrangel’ costituiscono un’unica offensiva
dell’Intesa. Vi sta impegnando tutto ciò di cui dispone.
Oggi è giunta una lettera di un compagno30 che lavorava in Gran Bretagna. Dice che laggiù
lo stato d’animo sta cambiando. Ieri i kornilovisti tedeschi erano a favore dei bolscevichi,
adesso sono favorevoli all’Intesa. Ma noi abbiamo assistito a dei voltafaccia ancor più grandi.
26
Lenin si riferisce evidentemente alla raccolta di documenti Russian-American Relations, March 1917March 1920. Documents and Papers, New York 1920, pubblicata per iniziativa dell’organizzazione statunitense
chiamata League of Free Nations Association [Nota dei curatori russi].
27
Ivan Nikitič Smirnov (1881-1936) era stato membro del POSDR fin dal 1899. Dall’agosto 1918 all’aprile
1919 fu membro del Consiglio di Guerra Rivoluzionario del fronte orientale, e dall’aprile 1919 al maggio 1920
del Consiglio Rivoluzionario della V Armata, le cui truppe liberarono Čeljabinsk dalle truppe di Kolčak nel luglio 1919 [Nota dei curatori russi].
I.N. Smirnov fu vittima del primo processo di Mosca [Nota di Al Richardson].
28
Riferimento alla sessione ordinaria delle delegazioni sovietica e polacca tenutasi a Riga il 21 settembre
1920 per negoziare la conclusione di un trattato di pace [Nota dei curatori russi].
Il Trattato di Riga venne infine firmato nel marzo 1921 [Nota di Al Richardson].
29
Vrangel’ aveva conquistato Aleksandrovsk il 19 settembre 1920. Il 23 settembre avrebbe preso Sinel’nikove, 30 chilometri a sud-est di Ekaterinoslav’ [Nota di Al Richardson].
30
Non è stato possibile appurare a quale lettera dalla Gran Bretagna si fa qui riferimento [Nota dei curatori
russi].
19
Dobbiamo considerare in quali condizioni ci troviamo adesso. Con tutta probabilità è stata
decisa una campagna invernale.
Tutta una serie di fattori indica su che cosa fanno affidamento la Polonia e gli imperialisti
dell’Intesa. I francesi scommettono su Vrangel’ e dicono ai polacchi: «State pur certi che, se i
bolscevichi vi lasciano una frontiera che non sia molto lontana da Varsavia, la vostra causa è
persa. Vrangel’ sta dalla nostra parte, e noi siamo i vostri unici amici.» La politica non è
troppo importante. E i francesi e i polacchi [sono tre elementi indipendenti]. Non è semplice
convincere questi tre elementi ad intraprendere un’azione congiunta. È anzi quasi impossibile
unire le forze di tre governi contro i bolscevichi.
Potrebbe sembrare che la cosa possa realizzarsi facilmente e adeguatamente, dal momento
che tutti e tre odiano i bolscevichi. Dobbiamo considerare che Piłsudski, Vrangel’ e gli imperialisti francesi sono pronti ad impegnare tutte le loro forze per annientare i bolscevichi. Tutti
e tre inveiscono contro i bolscevichi ma non possono far nulla, anche se fossero dieci volte
più furbi e agissero in maniera dieci volte più scaltra del nostro popolo sovietico. D’altronde
adesso i francesi consacrano tutti i loro sforzi a sostegno di Vrangel’, e quest’ultimo sta vincendo. Gli inviano dei rinforzi. Sull’altro versante i francesi debbono rafforzare il fronte polacco, e dicono: «Aspettate, non siglate la pace.» La piccola borghesia polacca, la Polonia piccolo-borghese, patriottica e sciovinista, i rappresentanti del PPS,31 del partito dei latifondisti,
del [partito] Ludowa32 e del partito dei contadini agiati, dei kulaki, tutti costoro dicono:
«Preferiamo la pace, perché la guerra ci porta alla rovina.»
Già prima della guerra la situazione in Polonia era di piena crisi, e i loro rappresentanti affermavano che sarebbero usciti dalla guerra in una situazione finanziaria completamente disastrata. Ed è vero, perché sanno molto bene che debbono pagare lo scotto di questa guerra, e
che la Francia riconosce «la santità della proprietà privata».
C’è inoltre la notizia che 60 navi hanno ancora una volta raggiunto la Polonia. Io non
penso che, con queste 60 navi, abbiano consolidato le loro posizioni.
Un compagno che ci ha qui presentato un rapporto33 ha affermato che la composizione sociale dell’esercito polacco è cambiata. Questa sua osservazione è passata inosservata, ma io la
cito perché qui risiede tutta l’essenza del problema. Se noi sconfiggiamo Kolčak e Denikin, li
sconfiggiamo soltanto perché la composizione sociale del loro esercito è cambiata. E attualmente Vrangel’ si sente forte soltanto perché il suo è un esercito fatto di ufficiali. Lui stesso
sa che, se incomincia a basarsi sulle masse, cadrà altrettanto rapidamente di quanto, a suo
tempo, sono caduti i Kolčak e i Denikin.
I polacchi ci hanno attaccato con un esercito che in origine era [formato] esclusivamente da
giovincelli che potevano essere completamente «indottrinati». Adesso, però, hanno chiamato
alle armi quelle classi d’età che avevano sperimentato una guerra assai più dura, adesso hanno
un esercito di adulti, un esercito fatto di uomini non più giovani, di uomini ai quali non si può
dare a bere ciò che si vuole. I polacchi hanno ora oltrepassato la linea che Kolčak e Denikin
avevano a loro volta superato, la linea in cui riportarono all’inizio la più grande vittoria e in
cui poi infliggemmo loro la più grande sconfitta. Ecco come stanno le cose oggi in Polonia.
31
Il Partito socialista polacco (PPS), del quale lo stesso Piłsudski aveva all’epoca fatto parte, era il più destroide dei due partiti socialisti prebellici in Polonia. L’organizzazione più a sinistra era il Partito socialdemocratico del regno di Polonia e Lituania (SDKPiL) di Rosa Luxemburg. In seguito il PPS si scisse, e la sua ala sinistra si fuse con il SDKPiL per formare il Partito comunista polacco. Dei membri del PPS presero spesso parte al
governo in Polonia nel 1918-19 [Nota di Al Richardson].
32
Riferimento al partito Polskie Stronnictwo Ludowe «Wyzwolenie» (Partito Popolare Polacco «Liberazione»), che rappresentava gli interessi dei contadini [Nota dei curatori russi].
33
Riferimento a W. Uljanowski (1893-1937), che rappresentò il Partito operaio comunista polacco alla IX
Conferenza panrussa del PC(b)R [Nota dei curatori russi].
20
E in queste circostanze noi diciamo ciò nondimeno che si deve evitare una campagna invernale perché, [per] noi, decine di migliaia di vite di operai e di contadini russi sono più preziose d’ogni altra cosa. Ci rendiamo perfettamente conto del fatto che adesso la posta in gioco
è molto alta, che noi siamo forti e che, avendo in mano la Galizia, dove l’ordine sovietico è
stato assicurato, avendo in mano la Galizia, che confina con la Cecoslovacchia e con
l’Ungheria, dove tutto sta ribollendo, spianiamo così una strada diretta alla rivoluzione. Varrebbe la pena di battersi per questo, si tratta di un fatto che non possiamo trascurare. Ma nello
stesso tempo sappiamo che una campagna invernale esigerebbe molte vite, e diciamo: «Dobbiamo evitare una campagna invernale.»
Le nostre possibilità di farlo non sono grandi, perché Vrangel’ e la Polonia, per quanto
possano maledirsi l’un l’altra, costituiscono un unico fronte internazionale. Ma in questo caso
stiamo procedendo orizzontalmente [sic ‒ il senso della frase richiederebbe «in senso contrario»], come abbiamo sempre fatto, ci stiamo muovendo orizzontalmente rispetto a tutte le precedenti consuetudini internazionali. Sappiamo bene che i predoni internazionali non si fidano
di noi, ma ci sono anche questo e quello che si fidano sempre di noi [sic].
E ci apprestiamo a dare un taglio netto. Noi proponiamo di dire, a nome della sessione del
Comitato Esecutivo Centrale panrusso, che non vogliamo una campagna invernale. Per favore, firmate la pace entro dieci giorni e noi rinunceremo alla Galizia e offriremo una frontiera considerevolmente più ad oriente della Linea Curzon. Perché per noi tali concessioni non
sono gravose, ma per noi è più importante evitare una campagna invernale [giacché] siamo
fermamente impegnati in un lavoro costruttivo pacifico. Ma proponiamo che ciò venga fatto
entro dieci giorni. Tuttavia diciamo che, per farlo, sarà necessario che la vostra piccola borghesia con inclinazioni patriottiche [e] i vostri operai vincano sulla vostra borghesia e sui vostri latifondisti. E ciò è difficilmente possibile poiché loro sono forti, perché i contadini sono
sempre stati dei lacchè patriottici ‒ questo è inevitabile per ragioni economiche, in virtù
dell’inevitabile proprietà privata, ed è inevitabile anche nelle relazioni politiche. Ma in ogni
caso esiste una possibilità, e in ogni caso [nelle] riunioni private di questi partiti si è già manifestata una coincidenza di opinioni con noi. I rappresentanti di questi partiti hanno detto:
«Sappiamo che Varsavia e la Polonia non sono state salvate dall’Intesa, che non era in grado
di salvarci. Siamo stati salvati dallo slancio patriottico.» E questi insegnamenti non verranno
dimenticati. Noi vogliamo utilizzare questa possibilità.
Stiamo offrendo delle concessioni immense entro un breve lasso di tempo in modo tale da
risolvere la questione di una campagna invernale. Perciò proponiamo ai polacchi di stipulare
subito la pace. Offriamo una linea ad oriente di Brest-Litovsk. Dal punto di vista militare ci
guadagniamo, assicurandoci una rapida vittoria su Vrangel’. Questo sarà per noi un guadagno
sufficiente.
In relazione alla politica europeo-occidentale, dobbiamo volgerci a considerare le conseguenze del nostro primo tentativo di politica attiva. Queste conseguenze non sono poi così terribili. Le conseguenze militari non significano conseguenze [per] l’Internazionale Comunista.
Col favore della guerra, il Komintern ha forgiato la sua arma e l’ha affilata, cosicché i signori
imperialisti non lo annienteranno. D’ora in poi tutti i partiti si svilupperanno a modo nostro,
come prescritto dal Komintern. Possiamo dire senza alcuna esagerazione che su questo tema
possiamo trovarci a nostro agio. La cosa si riduce al ritmo di sviluppo, alle condizioni dello
sviluppo. Non eravamo in una posizione tale da riportare una vittoria militare decisiva, che
avrebbe annientato la pace di Versailles. Avremmo avuto di fronte, stracciato in mille pezzi, il
Trattato di Versailles dell’imperialismo che aveva trionfato in tutto il mondo, ma non eravamo abbastanza forti da riuscirci. La nostra politica fondamentale è rimasta la stessa. Approfitteremo di ogni possibilità per passare dalla difesa all’attacco. Abbiamo già criticato aspramente il Trattato di Versailles e, alla prima opportunità, porteremo a termine il lavoro. Ma
oggi, per evitare una campagna invernale, dobbiamo fare delle concessioni.
21
In questo momento non ho sotto mano il testo della dichiarazione che verrà presentata alla
conferenza del partito, affinché venga confermata e trasmessa alla sessione [del Comitato
Esecutivo Centrale panrusso]. Ho esposto il suo contenuto politico. Al fine di evitare una
campagna invernale, stiamo offrendo ai polacchi una breve tregua di dieci giorni. Le nostre
possibilità non sono grandi, ma in entrambe le eventualità ci guadagneremo. Abbiamo dimostrato alle nostre forze di aver fatto di tutto per evitare le privazioni di una campagna invernale. Per noi la questione delle frontiere territoriali è un problema di ventesimo ordine a paragone della questione di porre fine alla guerra il più rapidamente possibile. Abbiamo offerto le
nostre condizioni e, per quanto possa essere difficile una campagna invernale, se dovessero
imporcela nonostante la nostra proposta di pace, noi la condurremo comunque fino ad un esito
vittorioso.
Sono andato oltre il tempo concessomi, e voglio ora passare brevemente alla situazione
internazionale. Noi concluderemo vittoriosamente una campagna invernale, malgrado la nostra immensa spossatezza. Abbiamo conseguito grandi successi e poggiamo su un terreno tale
che, dal punto di vista economico, è chiaro che abbiamo acquisito una base, delle fondamenta.
Se prendiamo l’esempio del grano, nel 1917-18 erano stati raccolti 30 milioni [di pud].
L’anno seguente, 110. E adesso siamo tranquilli, [perché] abbiamo più di 300 milioni di pud
di grano, forse addirittura 360. Ciò significa tra 25 e 30 milioni di pud al mese. Questi numeri
superano le magre cifre in cui ci dibattevamo negli anni della fame. Disponendo di questa
base, non guarderemo con così tanto orrore ai pezzetti di carta colorata, a quei milioni, a
quelle centinaia di milioni e a quei miliardi che debbono essere firmati ogni giorno, e che dimostrano che quella base è un balocco, che [essa] è stata infranta, che questi sono residui,
brandelli di abiti borghesi assolutamente vecchi. Ma quando 250 milioni di pud [sic] di grano
all’anno sono nelle mani dello Stato, che se ne è impadronito requisendoli ai contadini in
quanto condizione ben precisa per i bisogni dell’industria, in modo tale da avere una base su
cui costruire, allora saremo davvero liberamente all’altezza del compito di una giusta distribuzione.
La nostra situazione economica è considerevolmente migliorata. Sappiamo di avere oltre
100 milioni di pud di petrolio. Sappiamo anche di avere tra 20 e 30 milioni di pud di carbone
nel bacino del Donec. E sappiamo che la nostra posizione è migliorata rispetto al legname da
ardere, di cui avevamo dovuto occuparci lo scorso anno a causa della carenza di carbone e di
petrolio. Questo dimostra che la nostra base economica, nonostante le perdite senza precedenti che abbiamo subito, l’incredibile spossatezza, l’esaurimento nervoso e la burocratizzazione, malgrado il deterioramento di tutto l’apparato del partito, nonostante tutto ciò, malgrado le privazioni dell’incombente campagna invernale, stiamo continuando a garantire la nostra base economica fondamentale, e continueremo a garantirla. Disponiamo della forniturabase di grano per la popolazione e il grano per l’industria, cioè il carburante, è in quantità
molto maggiore dello scorso anno. Ed ecco perché, tenendo conto della difficile situazione
che abbiamo attraversato, noi diciamo che, se raccogliamo e tendiamo ancora una volta le nostre forze per una campagna invernale, la vittoria sarà nostra.
Debbo ora parlare delle concessioni. Abbiamo discusso molto a proposito delle concessioni. Abbiamo bisticciato sulla loro permissibilità dal punto di vista dei principi. Ovviamente
concederemo agli imperialisti soltanto ciò che noi non possiamo sviluppare da soli. In Gran
Bretagna i nostri compagni hanno stipulato una concessione per 10 000 desiatine di legname.
Nella parte settentrionale del distretto di Archangel’sk stiamo avviando questo lavoro da soli,
e ciò va assolutamente a nostro vantaggio. Ci è stato offerto un periodo d’ammortamento di
15 anni. Tale periodo è perfettamente accettabile. Non c’è motivo di temere le concessioni,
esse costituiscono per noi un gigantesco fattore positivo.
22
Ho letto di recente un libriccino del socialsciovinista americano Spargo,34 un vero e proprio Aleksinskij, il quale scrive che noi andremo ovviamente verso il collasso se stipuliamo
delle concessioni con la borghesia. Gli attacchi di questo genere da parte di un Aleksinskij
americano sono del tutto infondati, e noi dobbiamo affrontarli con molta calma, dal momento
che ogni operaio sensibile sa che abbiamo ragione.
Stiamo cercando di aiutare la Russia a raggiungere un ordinamento comunista, ma non
possiamo farlo con le sole forze della Russia. Diciamo che la rivoluzione può essere provocata soltanto grazie agli sforzi degli operai avanzati dei paesi avanzati. Su questo punto nessun comunista cosciente ha mai avuto un’ombra di dubbio.
Questo periodo di transizione, in cui un elemento debole tiene duro contro tutti gli altri,
sarà un periodo di relazioni complesse e confuse. Possiamo star certi che noi non ci lasceremo
confondere, anche se gli altri lo faranno, giacché abbiamo già dimostrato quale sia la nostra
politica internazionale nei confronti dei piccoli Stati. Allora esisteremo ovviamente in quanto
repubblica socialista mandata in rovina dalla guerra imperialista, ma che possiede incredibili
ricchezze che noi non saremo in grado di sfruttare prima di 10-15 anni. Attrarre il capitale
straniero per assolvere tale compito e pagarlo con le nostre ricchezze soltanto perché non possiamo eguagliarlo [con le nostre forze]: questo significa, ora, assicurarci una base alle relazioni mondiali.
La Gran Bretagna ha scacciato la nostra organizzazione sindacale, ha bisticciato con Kamenev e lo ha espulso. La cosa non è poi così terribile. I comunisti hanno imparato a non aver
paura delle azioni dimostrative. E nel contempo è stato sottoscritto un trattato in virtù del
quale essi ci hanno fornito un milione di traversine ferroviarie. «Noi non siamo in grado di
batterci contro queste condizioni. Abbiamo delle traversine che non siamo in grado di costruire da soli, abbiamo del legname che non riusciamo ad utilizzare, mentre voi potete farlo.
Prendetevi dalle nostre zone più remote il legname che non ci serve e, ottenendo da noi delle
concessioni, getterete le basi per la pace, politica ed economica. Non potete attaccarci, poiché
qualsiasi tentativo di attacco significherà un Consiglio d’azione in ogni paese. Il Komintern
ha dozzine di legami e di agenti in tutti i paesi. A Mosca giungono rappresentanti di vari paesi. Noi resisteremo, indipendentemente da tutte le altre condizioni di sviluppo…» [Dopo questa frase c’è evidentemente un vuoto nella trascrizione.]
Quest’arma è permissibile dal punto di vista dei principi, sebbene si tratti di un’arma a
doppio taglio. E per giunta, pur essendo convinti che essa sia permissibile dal punto di vista
dei principi, dobbiamo imparare a controllarla nella pratica. I politicanti americani scrivono
lunghe note nelle quali ci accusano di essere dei pessimi democratici. Un ben noto milionario
americano arriva e dice: «Facciamo un accordo…» [Dopo questa frase c’è un vuoto nella trascrizione.] Da tutto ciò trarremo sicuramente dei vantaggi.
Nell’attuale situazione internazionale dobbiamo limitarci ad una posizione difensiva nei
confronti dell’Intesa ma, nonostante il nostro totale insuccesso nella prima prova, nonostante
la nostra prima sconfitta, passeremo ripetutamente da una politica difensiva ad una politica offensiva, finché non l’avremo definitivamente annientata.
34
Si tratta di un chiaro riferimento a John Spargo (1876-1946), socialista statunitense e autore di un certo numero di lavori su temi sociali ed economici. Parlando il 21 e 26 novembre 1920 e l’11 aprile 1921, Lenin descrisse Spargo come un socialsciovinista, «qualcosa di simile ad un Aleksinskij americano» (V.I. Lenin, Polnoe
sobranie sočinenija, vol. 42, pp. 24, 43 e vol. 43, p. 189) [Nota dei curatori russi].
Cfr. V.I. Lenin, Opere complete, vol. 31, Editori Riuniti, Roma 1967, pp. 397, 413 e vol. 42, Editori Riuniti,
Roma 1968, p. 268 [N.d.t.].
23
V.I. LENIN
Discorso conclusivo del dibattito sul rapporto politico del Comitato Centrale
del Partito Comunista (bolscevico) Russo alla IX Conferenza del PC(b)R35
(22 settembre 1920)
Compagni! Non mi resta che fare alcune osservazioni. Il compagno Trotsky, nel suo discorso conclusivo, ha cercato di interpretare la sua espressione «semi-sonnambulismo» in una
forma più accettabile. Nel corso del dibattito è stato fatto notare al compagno Trotsky che, se
l’esercito era in una condizione di semi-sonnambulismo o, come egli si è espresso in seguito,
di semi-spossatezza, il comando strategico centrale non era semi-spossato, o quanto meno non
avrebbe dovuto esserlo. E l’errore indubbiamente rimane. Ho dimostrato che si tratta di un errore, com’è stato confermato da tutto il corso dello sviluppo delle nostre operazioni militari.
La conclusione da trarne è che, se dopo Denikin e Kolčak non abbiamo imparato ad elevare
[sic ‒ BP] questo muro di affaticamento interiore, se il livello del morale è per un terzo di
semi-sonnambulismo, allora dobbiamo dire ad ogni dirigente politico: siate così gentili da
confermare le nostre direttive e da cambiare [sic ‒ BP]. Non abbiamo ancora imparato a farlo,
pur avendo avuto una duplice esperienza, con Denikin e Kolčak e con la Polonia.
Per quanto riguarda il discorso di Bucharin, si deve dire che sulla seconda questione di
principio egli si è spinto troppo in là, così come ha fatto, ad esempio, il compagno Stalin.
L’Europa occidentale era in uno stato di grande sommovimento. Affermare adesso, a tale riguardo, che essi ci hanno abbandonato, esigerebbe una difesa pienamente legittima
dell’Armata Rossa. Ho iniziato il mio rapporto dicendo che era in funzione una commissione
per studiare le condizioni della ritirata ‒ il Comitato Centrale ha respinto la ritirata [sic ‒ BP].
Qui non c’è nulla che giustifichi la nomina di una commissione speciale. Non è questo che
importa, bensì l’impostazione politica generale. Noi non l’esamineremo, e ne trarremo la lezione [sic ‒ BP]. Bucharin ha detto che non si può contare sulla rivoluzione e sulla guerra allo
stesso modo. La rivoluzione si distingue per il fatto che il ritmo della lotta e il numero dei
combattenti aumentano di 10 e 100 volte, come negli scioperi della Russia del 1905. Noi continuiamo a mantenere la fiducia che meritano il fronte europeo-occidentale e il comando centrale, giacché esso ha superato la prova in tutta una serie di campagne estremamente difficili,
e questo compensa più d’ogni altra cosa tutti gli errori parziali.
Il compagno che ha detto «voi non state analizzando gli errori» si sbagliava. [Riferimento a
S.K. Minin, un membro del Consiglio Rivoluzionario della I Armata di Cavalleria.]36 Abbiamo incominciato a farlo. Su questo ho basato il mio rapporto. C’è stato un errore, indaghiamo
su di esso. Ciò significa che tutti i membri del partito ne hanno parlato, che tutte le valutazioni
sono state espresse in questa sede. Forse possiamo aver commesso un errore con Denikin, ma
non è affatto inevitabile commettere quello stesso errore per altre quattro volte.
Quando il compagno Bucharin ha parlato contro Dzeržinskij [errore di trascrizione: si trattava di Dmitrij Vasil’evič Polujan] dicendo che questi non fa altro che introdurre un nuovo
malessere, io capisco la situazione effettiva di cui ha parlato Dzeržinskij [recte: Polujan]. Ma
come si può parlare di nuovo malessere se si valutano i fatti? Dov’è, in questo caso, il nuovo
35
Discorso pronunciato alla seconda sessione della IX Conferenza del PC(b)R, il 22 settembre 1920 [Nota di
Al Richardson].
36
Nel 1920-21 S.K. Minin (1882-1962) fu membro del Comitato Militare Rivoluzionario della I Armata di
Cavalleria [Nota di Al Richardson].
24
malessere? Soltanto perché questi fatti sono molto dolorosi, perché dimostrano che il compito
era troppo arduo, è per questa ragione che Polujan viene attaccato per aver parlato di un
nuovo malessere.
Bucharin (dal suo posto a sedere): Io mi riferivo a Kon.37
Lenin: Sia Kon che Dzeržinskij hanno addotto dei fatti e dimostrato l’inesattezza della
valutazione tattica di Polujan38 secondo cui la situazione è complessa ed è impossibile fare il
punto della situazione in un paese in cui si deve agire con tanta durezza, dove abbiamo una
popolazione puramente proletaria [sic ‒ BP]. Tuttavia è stato dimostrato che Polujan si sbagliava. Ma dire che egli ha introdotto un nuovo malessere equivale a non dir nulla. Ci viene
data una linea definitivamente negativa, nel senso che i fatti negativi non vengono individuati,
e poi ci si viene a parlare di un nuovo malessere. No, noi, al contrario, impareremo ad individuarli.
Posso ora avanzare alcune conclusioni che coincidono con la linea della risoluzione che è
stata qui stilata. Il compagno Trotsky aveva ragione quando ha paragonato ciò che è accaduto
in Polonia alla manifestazione del luglio 1917, ma sulla bilancia del calendario rivoluzionario
internazionale. Era giusto. Noi stessi, attraverso le manifestazioni di febbraio, di marzo e di
giugno, e attraverso la manifestazione del 20 aprile, che definimmo semi-manifestazioni e
semi-insurrezioni ‒ dicemmo: «Un po’ più di una manifestazione e un po’ meno di
un’insurrezione» ‒, siamo passati attraverso queste «un po’ più di una manifestazione», attraverso delle insurrezioni vittoriose, fino al nostro obiettivo… [Dopo questa frase c’è un vuoto
nella trascrizione.]
E che passeremo davvero, su scala internazionale, dalla semi-rivoluzione, dalle sortite vincenti a quest’ultima [alla rivoluzione ‒ N.d.t.], cosicché non potrà esservi errore, e lo impareremo in una guerra offensiva.
Di questo non parleremo nella risoluzione. Proporremo quanto ci suggeriscono i comunisti
polacchi, e diremo che questa è l’unica vera decisione che si possa adottare. Procederemo attraverso una serie di passi con cui le masse proletarie oppresse si svilupperanno, permettendo
loro di crescere, di svilupparsi e di rafforzarsi, e di evitare quegli errori che inevitabilmente si
verificano strada facendo.
Questa non è affatto una conclusione tratta dai membri del Comitato Centrale, bensì una
conclusione tratta da compagni che si trovavano al fronte e che sono stati delegati, cosicché
qui non si è parlato affatto di sfiducia. Viene riconosciuta la legittimità dell’azione offensiva
dal punto di vista dei principi, nel senso delle decisioni rivoluzionarie, e sono necessarie la
chiarezza nel calcolo delle forze e l’attenzione nel valutare i fatti negativi e positivi.
Mi è stato consegnato un appunto: perché si è parlato così poco dell’Italia? Perché, a parte
i resoconti giornalistici sull’Italia, non abbiamo alcuna informazione. Forse è meglio così, dal
momento che la borghesia, se avesse vinto, avrebbe potuto proclamarlo. Ma forse è peggio. E,
in generale, si può dire che la situazione internazionale, in maniera del tutto indipendente dai
passi che noi compiamo in Polonia, sta generando una nuova rivoluzione internazionale, e che
37
Feliks J. Kon (1864-1941) fu un esponente del movimento rivoluzionario polacco e internazionale. Dal
1919 era segretario del Comitato Centrale del Partito Comunista (bolscevico) dell’Ucraina e, allo stesso tempo,
del Comitato Rivoluzionario Provvisorio per la Polonia e del Bureau polacco del Comitato Centrale del PC(b)R
[Nota dei curatori russi].
38
Dmitrij Vasil’evič Polujan (1886-1937) era presidente della Sezione cosacca del Comitato Esecutivo Centrale panrusso e membro del Presidium di quest’ultimo dal dicembre 1919; nel luglio-settembre 1920 era stato,
contemporaneamente, capo della Sezione politica e membro attivo del Consiglio di Guerra Rivoluzionario della
XV Armata [Nota dei curatori russi].
25
la rivoluzione italiana ha acquisito un nuovo slancio.39 Se ci fossero già una Polonia sovietica
o un’Ungheria sovietica sarebbe ancora meglio. Non è affatto escluso che domani potremmo
assumerci un rischio anche per l’Ungheria. Sono sicuro che la conferenza concorderà con noi
su questo punto. Ma diciamo che ci assumeremo un rischio in modo tale da ricordarci, ad ogni
due passi, dove dobbiamo arrivare. Ci assumeremo un rischio ritenendo di essere d’aiuto
all’Italia, sebbene, purtroppo, ciò sia attualmente impossibile in pratica.
Ma in definitiva è importante che adesso, a mo’ di consolazione, il compagno Trotsky abbia sottolineato che è assolutamente necessario schiacciare Vrangel’, annientarlo completamente quest’inverno, perché, sui due fronti, stiamo facendo grandi concessioni territoriali alla
Polonia ma, per converso, non verremo minacciati su quel versante dallo sviluppo di una
guerra civile che ci taglierebbe i rifornimenti di grano, petrolio, ecc. Di conseguenza Vrangel’
occupa per noi il primo posto, e le concessioni territoriali alla Polonia non sono così importanti. In questa sede non è stata sollevata alcuna obiezione rispetto alla nostra dichiarazione di
principio relativa alla Polonia, e ciò garantisce che uniremo le nostre forze.
Può darsi che terremo una riunione supplementare consacrata esclusivamente ai rifornimenti militari, cosicché i compagni possano condividere le loro impressioni, come ad esempio
il compagno di Char’kov [in ucraino: Charkiv ‒ N.d.t.],40 [che] potrebbe riferirvi quanto mi ha
detto a proposito della loro iniziativa in materia di forniture militari, di come abbiano fatto ciò
che non è stato fatto in altri luoghi, e allora tali esempi potrebbero facilmente essere trasposti
in quegli altri luoghi.
E concluderò leggendo il testo della dichiarazione che è stata ora finalmente redatta e che
viene sottoposta all’approvazione della conferenza, cosicché la frazione comunista possa presentarla alla sessione di domani del Comitato Esecutivo Centrale panrusso per essere approvata in quella sede, e cosicché domani notte tale dichiarazione possa essere nelle mani dei nostri delegati. [A questo punto Lenin legge la dichiarazione.]41
39
Gli operai metalmeccanici occuparono le fabbriche in tutta Italia dal 1° al 4 settembre 1920 [Nota di Al Richardson].
In realtà il movimento di occupazione delle fabbriche del settembre 1920, iniziato alla FIAT di Torino, si
protrasse molto più a lungo e si estese anche ad altre categorie di lavoratori, diffondendosi dal capoluogo piemontese a varie località italiane [N.d.t.].
40
La persona qui indicata è E.G. Evdokimov (1891-1941), vice capo della Sezione speciale del fronte sudoccidentale. Nel volume Devjataja Konferencija RKP(b). Protokoly, cit., pp. 62-63, 386 si afferma chiaramente
che intervenne nella seconda sessione serale [Nota dei curatori russi].
41
Si veda in proposito Devjataja Konferencija RKP(b). Protokoly, cit, pp. 79-81 [Nota dei curatori russi].
26
Appendice:
V.I. LENIN
Discorso alla IX Conferenza
del Partito comunista di Russia42
[22 settembre 1920]
La guerra con la Polonia, o, più esattamente, la campagna del luglio-agosto, ha modificato
radicalmente la situazione politica internazionale.
Un episodio, che caratterizza bene i rapporti internazionali instauratisi in quel periodo, ha
preceduto l’aggressione polacca. Quando, in gennaio, abbiamo proposto alla Polonia una
pace, oltremodo vantaggiosa per questo paese e molto svantaggiosa per noi, i diplomatici di
tutti i paesi hanno interpretato questo fatto secondo la loro mentalità: «I bolscevichi fanno
concessioni eccessive, quindi sono eccessivamente deboli.» Si è così avuta una nuova conferma del fatto che la diplomazia borghese è incapace di comprendere i metodi della nostra
nuova diplomazia, di comprendere cioè le nostre dichiarazioni aperte e sincere. Le nostre proposte hanno pertanto provocato un’esplosione di sciovinismo forsennato in Polonia, in Francia e in altri paesi e hanno spinto la Polonia ad attaccarci. La Polonia si è impadronita subito
di Kiev; ma, in seguito, passando al contrattacco, le nostre unità si sono avvicinate a Varsavia;
c’è stata poi una svolta, e noi ci siamo ritirati di oltre un centinaio di verste.
La situazione incontestabilmente difficile che si è creata in tal modo non costituisce tuttavia per noi una perdita secca. Abbiamo infatti smentito brutalmente i calcoli dei diplomatici
circa la nostra debolezza; abbiamo dimostrato che la Polonia non potrà batterci e che noi non
eravamo e non siamo lontani dal batterla. Del resto, occupiamo tuttora un centinaio di verste
del territorio conquistato. Infine, la nostra marcia su Varsavia ha prodotto un tale effetto
sull’Europa occidentale e sull’intera situazione mondiale che il rapporto tra le forze politiche
in lotta è stato profondamente modificato sia all’interno che all’estero.
L’avanzata del nostro esercito su Varsavia ha dimostrato inconfutabilmente che il centro di
tutto il sistema dell’imperialismo mondiale, poggiante sul trattato di Versailles, si trova da
qualche parte, in prossimità della capitale polacca. La Polonia, che è l’ultimo baluardo della
lotta antibolscevica ed è interamente nelle mani dell’Intesa, costituisce un fattore così importante di questo sistema che, quando l’Esercito rosso ha minacciato tale baluardo, tutto il sistema ha cominciato a vacillare. La repubblica sovietica è diventata così un fattore di primaria
importanza nella politica internazionale.
In questa nuova situazione si è anzitutto manifestato un fatto di grande importanza: la borghesia dei paesi che vivono sotto il giogo dell’Intesa, cioè il 70% di tutta l’umanità, è più favorevole a noi. Anche in precedenza i piccoli Stati, che avevano sofferto sotto la tutela
dell’Intesa (Estonia, Georgia, ecc.) e che avevano impiccato i loro bolscevichi, avevano concluso con noi la pace nonostante la volontà dell’Intesa. Ma oggi questa tendenza si manifesta
con forza particolare in tutto il mondo. Mentre le nostre unità si avvicinano a Varsavia, tutta
la Germania ha cominciato a ribollire. E si è venuto delineando un quadro simile a quello che
avevamo da noi nel 1905, quando i centoneri ridestavano e conducevano alla vita politica gli
strati più larghi e arretrati dei contadini, che il primo giorno marciavano contro i bolscevichi e
il giorno dopo rivendicavano tutta la terra dei grandi proprietari fondiari. Anche in Germania
42
V.I. Lenin, Opere complete, vol. 31, Editori Riuniti, Roma 1967, pp. 261-265 [N.d.t.].
27
si è profilato questo blocco innaturale dei centoneri e dei bolscevichi. È apparso così un tipo
bizzarro di centonero-rivoluzionario, simile a quell’immaturo ragazzo di campagna della
Prussia orientale il quale afferma ‒ l’ho letto in questi giorni in un quotidiano tedesco non
bolscevico ‒ che bisogna richiamare Guglielmo perché non c’è più ordine, ma che bisogna
marciare insieme con i bolscevichi.
La nostra presenza nei dintorni di Varsavia ha esplicato, come seconda conseguenza, un
notevole influsso sul movimento rivoluzionario d’Europa e, in particolare, d’Inghilterra. Se
non siamo riusciti a toccare il proletariato industriale in Polonia, che sta oltre la Vistola e a
Varsavia (ed è questa una delle ragioni principali della nostra sconfitta), abbiamo raggiunto
tuttavia il proletariato inglese e abbiamo portato il suo movimento a un livello che non ha precedenti, a una fase assolutamente nuova del processo rivoluzionario. Quando il governo inglese ci ha posto il suo ultimatum, è risultato che esso avrebbe dovuto consultare in precedenza gli operai inglesi. E questi operai, i cui dirigenti sono per i nove decimi dei menscevichi
matricolati, hanno risposto con la costituzione di un “comitato d’azione”.
La stampa inglese si è messa in allarme a ha preso a strepitare sul «dualismo del potere». E
non aveva torto. L’Inghilterra si è trovata infatti in quella fase dei rapporti politici nella quale
si trovava la Russia dopo il febbraio 1917, quando i soviet erano costretti a controllare ogni
atto del governo borghese. Il «comitato d’azione» riunisce tutti gli operai, senza distinzioni di
partito, come il nostro Comitato esecutivo centrale del periodo in cui vi spadroneggiavano
Gots, Dan e gli altri; si tratta di un organismo che fa la concorrenza al governo e nel quale i
menscevichi sono costretti ad agire per metà come fossero dei bolscevichi. E come i nostri
menscevichi si sono alla fine impantanati e hanno contribuito a spingere le masse verso di noi,
così i menscevichi del «comitato d’azione» sono costretti, dal corso inarrestabile degli eventi,
a spianare alle masse operaie inglesi la strada verso la rivoluzione bolscevica. I menscevichi
inglesi, secondo la testimonianza degli esperti, si considerano già una forza di governo e si
preparano a sostituire in un prossimo futuro il governo borghese. Sarà questa una nuova fase
del processo generale della rivoluzione proletaria in Inghilterra.
I profondi cambiamenti prodottisi nel movimento operaio inglese esercitano una notevole
influenza sul movimento operaio mondiale e, anzitutto, sul movimento operaio di Francia.
Sono questi i risultati della nostra ultima campagna polacca riguardo alla politica internazionale e ai rapporti che si stanno instaurando in Europa occidentale.
Attualmente si pone dinanzi a noi il problema della guerra e della pace con la Polonia. Vogliamo evitare una campagna invernale che sarà per noi dura e proponiamo di nuovo alla Polonia una pace per lei vantaggiosa e a noi sfavorevole. Ma è probabile che i diplomatici borghesi, secondo la loro vecchia abitudine, interpretino ancora la nostra franca dichiarazione
come un sintomo di debolezza. Con ogni probabilità, essi hanno già deciso di costringerci a
una campagna invernale. Ed è pertanto necessario chiarire le condizioni in cui saremo costretti a impegnarci nella nuova eventuale fase della guerra.
La nostra sconfitta ha provocato determinati cambiamenti in Europa occidentale e ha unito
contro di noi gli elementi eterogenei che ci sono ostili. Tuttavia, ci siamo già trovati più volte
in presenza di raggruppamenti e correnti ostili anche più potenti, che si sono rivelati incapaci
di risolvere il problema.
Abbiamo contro di noi il blocco costituito dalla Polonia, dalla Francia e da Wrangel. La
Francia fa assegnamento proprio su Wrangel. Ma questo blocco è affetto da un vecchio
morbo, cioè dall’incompatibilità che regna tra coloro che ne fanno parte, dalla paura che la
piccola borghesia di Polonia nutre verso la Russia dei centoneri e verso il suo rappresentante
tipico, ossia verso Wrangel. La Polonia piccolo-borghese e patriottica, il Partito socialista
polacco e quello dei contadini agiati vogliono la pace. I rappresentanti di questi partiti hanno
detto a Minsk: «Sappiamo che non è stata l’Intesa a salvare Varsavia e la Polonia, sappiamo
che l’Intesa non poteva salvarci, ci ha salvato invece lo slancio patriottico.» Queste lezioni
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non si dimenticano. I polacchi vedono con chiarezza che usciranno dalla guerra completamente rovinati sul piano finanziario. Bisogna pagare per la guerra, e la Francia dichiara che
«la proprietà privata è sacra». I rappresentanti dei partiti piccolo-borghesi sanno che, già
prima della guerra, la Polonia era alla vigilia di una crisi e che la guerra apporta nuove rovine,
e quindi preferiscono la pace. Per parte nostra, vogliamo approfittare di questa possibilità,
proponendo la pace alla Polonia.
Si è manifestato inoltre un nuovo fattore di grande importanza: alludo al mutamento della
composizione sociale dell’esercito polacco. Abbiamo sconfitto Kolciak e Denikin solo dopo
che si era prodotto un cambiamento nella composizione sociale dei loro eserciti, solo dopo
che i loro solidi quadri fondamentali sono stati sommersi dalla massa contadina mobilitata.
Un fenomeno analogo si sta determinando oggi nell’esercito polacco, poiché il governo è
stato costretto a richiamare le vecchie classi di contadini e operai, che avevano partecipato
alla ben più crudele guerra imperialistica. Quest’esercito è composto oggi non più di ragazzi,
che è facile «lavorarsi», ma di adulti, a cui non si può raccontare tutto quello che si vuole. La
Polonia ha già varcato quel confine oltre il quale le era garantita dapprima la vittoria totale e
poi la disfatta totale.
Se dovremo condurre una campagna invernale, avremo la vittoria, su questo non vi sono
dubbi, nonostante la stanchezza e l’esaurimento delle nostre forze. Ne abbiamo una garanzia
nella situazione economica, che è migliorata considerevolmente. Rispetto al passato, disponiamo oggi di una base economica solida. Se nel 1917-1918 abbiamo ammassato 30 milioni
di pud di grano, nel 1918-1919 ne abbiamo ammassati 110 milioni, nel 1919-1920 260 milioni, nel prossimo anno contiamo di ammassarne 400 milioni. Non abbiamo più a che fare con
le cifre in cui ci dibattevamo negli anni di fame. Non dobbiamo più guardare con terrore i biglietti multicolori che volteggiano a miliardi e che rivelano chiaramente di essere solo i
frammenti, gli stracci del vecchio abito borghese.
Possediamo oltre cento milioni di pud di petrolio. Il bacino del Donets ci fornisce già da 20
a 30 milioni di pud di carbone al mese. È notevolmente migliorata la situazione della legna da
ardere. L’anno scorso avevamo solo legname, niente petrolio e niente carbone.
Tutto questo ci dà il diritto di affermare che, se concentreremo e tenderemo le nostre forze,
la vittoria sarà nostra.
Resoconto pubblicato
sulla Pravda, n. 216
e sulle Izvestia, n. 216,
il 29 settembre 1920.
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IL SIGNIFICATO INTERNAZIONALE DELLA GUERRA CONTRO LA