Domenica
l’attualità
Il popolo del testamento biologico
La
DOMENICA 8 GIUGNO 2008
di
JENNER MELETTI e UMBERTO VERONESI
i luoghi
Repubblica
Rimini, i cent’anni del Grand Hotel
MICHELE SMARGIASSI
Una mostra
a Genova ci fa rivivere
un passato di miseria
e mortificazione
molto simile
al presente degli altri
FOTO COURTESY OF STATUE OF LITBERTY / ELLIS ISLAND NATIONAL MONUMENT
Mio nonno
emigrante
ADRIANO SOFRI
el montaggio di certe cartoline la statua della Libertà incombe sulle famiglie di immigrati, mucchi di stracci, come un idolo assirobabilonese. Il
fotografo del Molo di Genova, o quello di Little
Italy, doveva certo dire alle donne italiane con in
braccio l’ultimo nato: «Sorridi!», ma non sorridevano. Lo stampato bilingue di Ellis Island per provare che il nuovo arrivato sa leggere riporta un minaccioso brano del Levitico.
La mostra sull’emigrazione italiana tra Genova ed Ellis Island
sollecita tre grossi problemi. Il primo: come si torni sul luogo di
una tragedia quando la tragedia sia ormai consegnata alla memoria. Il secondo: se il ricordo di ciò che abbiamo sofferto in
passato modelli il nostro atteggiamento verso chi sperimenta
oggi la stessa sofferenza. Il terzo: che cosa sia diventata la xenofobia. Cominciamo da qui, e proviamo a dire così: xenofilia è
l’amore per i ricchi, specialmente quando siano stranieri; xenofobia è l’odio per i poveri, specialmente quando siano stranieri. Essere, o sembrare stranieri — spesso è la stessa cosa, pen-
N
sate ai cittadini veneziani cui un’occupazione di suolo privato
vuole negare un tetto — è un abbellimento della ricchezza, oppure un’aggravante del disprezzo per la povertà. Esiste una xenofobia che è il risvolto di un fanatismo nazionalista, come nel
fascismo, ed esiste un razzismo invidioso come quello antisemita, che è al tempo stesso un modello e un’eccezione agli altri
razzismi: ma quella del nostro mondo privilegiato, invecchiato
e persuaso d’esser democratico, è la paura e la rabbia per una
povertà giovane e selvaggia. Esattamente quella che gli italiani
migranti, “oliva”, incarnavano agli occhi degli americani “bianchi”.
E siamo così al secondo punto. Si insiste sulla rimozione del
nostro passato di emigranti, che ci fa scandalizzare degli immigrati in casa nostra. E si moltiplicano i benemeriti sforzi per restaurare la memoria di una vicenda che ha segnato più di ogni
altra la storia italiana: quasi ventisette milioni di emigrati nell’arco di centotrent’anni, quasi altrettanti discendenti di italiani nel mondo quanti i residenti nella madrepatria!
cultura
L’Italia del neo-neorealismo
NATALIA ASPESI e GIANCARLO DE CATALDO
la lettura
Lo zen e l’arte di tornare bambini
ROSSANA CAMPO
l’incontro
Claudio Abbado, leggero come Mozart
LEONETTA BENTIVOGLIO
(segue nelle pagine successive)
Repubblica Nazionale
30 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 8 GIUGNO 2008
la copertina
Storia capovolta
Apre a Genova, al Galata Museo del Mare, una bella mostra
sugli emigranti italiani in America: non solo foto e lettere,
ma un percorso che fa rivivere al visitatore le umiliazioni
e i rischi di allora. Nella certezza che la visione dell’inferno
appena traversato induca compassione per chi
in quell’inferno è di turno adesso. Ma è davvero così?
Sì, gli zingari eravamo noi
(segue dalla copertina)
ibri, film, diari, lettere, registrazioni di racconti, musei
— uno per tutti: quello lucchese della Fondazione
Cresci, sorto dal ricchissimo archivio di Paolo Cresci, fiorentino di Scandicci, fotografo e
gran persona, morto prematuramente
nel 1997 (Il museo lucchese ha dato un
importante contributo alla mostra genovese). E tuttavia la domanda sul ruolo del ricordo ha cambiato sostanza, ed
è diventata molto più amara. La domanda ora è: davvero la conoscenza e il
ricordo sono una salvaguardia, un modo per sventare la replica dell’infamia,
o bisognerà ammettere che nemmeno
conoscenza e ricordo — e commemorazione, e monumenti — mettono al riparo dall’indifferenza o addirittura
dalla ripetizione del male, a parti scambiate? Abbiamo dovuto correggerla
tante volte, la domanda, come quando
si è consumata alle nostre porte, a Sa-
L
rajevo e a Srebrenica, un’infamia per la
quale non potevamo invocare, come
per Auschwitz (e già allora mentendo
largamente) di non aver visto, di non
aver saputo.
La mostra genovese invita il visitatore a mettersi nei panni dei migranti che
si imbarcavano alla volta dell’altro
mondo. E tuttavia, di fronte allo stato
attuale degli animi del nostro paese —
l’Italia della brava gente, e dei milioni di
migranti — si è costretti a dubitare che
l’inferno appena attraversato induca a
una speciale comprensione e compassione per chi adesso è di turno in quell’inferno. E anzi, a chiedersi se, usciti
fuori dal pelago alla riva, non si sia indotti a guardare con un particolare risentimento a quelli che ci stanno affogando (non è una citazione poetica, è la
cronaca di venerdì scorso, quando una
gabbia da tonni ha tirato su nel canale di
Sicilia vivi, tramortiti e morti, compresi
gli annegati di chissà quale naufragio
precedente, così pescoso è oggi quel
mare). Zingari e rumeni e musulmani
possono infastidirci perché ci siamo dimenticati dei nostri padri, e abbiamo
avuto cura di non farlo sapere ai nostri
figli, che siamo stati fino a ieri zingari e
albanesi e bastardi; ma possono esasperarci anche proprio perché ci ricordiamo benissimo di esserlo stati, perché guardare loro è come guardarci nello specchio di ieri o dell’altroieri, perché la loro puzza è di quelle che non si
vogliono più sentire, una volta che ce la
siamo tolta di dosso a furia di strigliate.
Ed eccoci al terzo punto.
Come si torna sui
luoghi del
dolore. La mostra genovese ricostruisce la scena dell’imbarco, la stazione
marittima, il molo, la fiancata del piroscafo Taormina. Il visitatore salirà a
bordo, si cercherà la cuccia nel dormitorio, i bagni il refettorio e la cella per i
riottosi, vedrà attraverso l’oblò passargli davanti il mare di tutte le ore del giorno e della notte, sbarcherà a Ellis
Island, e rifarà la via crucis di controlli
medici e interrogatori. Potrà rispondere al questionario (Come ti chiami? Sei
mai stato ricoverato per infermità
mentali? Sei mai stato in galera? Sei un
anarchico? Possiedi almeno cinquanta
dollari? Hai un lavoro che ti aspetta?) e
ai ventinove test, e il cielo lo scampi da
un fallimento, che lo rimanderebbe a
casa mortificato. Si procurerà un nome scorso,
uno fra i milioni di italiani che passarono di lì, e
proverà speranza e disperazione di quel suo
antenato.
E tuttavia la simulazione più accurata
non potrà restituirgli
LE IMMAGINI
Queste pagine
sono illustrate con foto,
lettere e documenti
della mostra
Da Genova a Ellis Island
In copertina,
una famiglia
di emigranti italiani
guarda da Ellis Island
la Statua della Libertà
Le immagini
sono pubblicate
per gentile concessione
dello Statue of Liberty /
Ellis Island National
Monument
FOTO COURTESY OF STATUE OF LITBERTY / ELLIS ISLAND NATIONAL MONUMENT
ADRIANO SOFRI
Repubblica Nazionale
DOMENICA 8 GIUGNO 2008
un millesimo di quell’angoscia, e non
solo perché le cuccette della mostra
non saranno luride di vomito e feci e pidocchi: per quanto si immagini il pianto, l’amaro non arriverà a serrargli la
gola. Siano benvenuti i luoghi della sofferenza umana trasformati in sacrari e
in monumenti. Ma correranno sempre
il rischio di anestetizzare il proprio passato, di diventare il paio d’ore di un’agenda che prevede le sue tappe tutto
compreso. Non ho mai visto Ellis
Island, fotografie e film me ne hanno
fatto tremare, come il Nuovomondo di
Crialese, bello e senza demagogia. Non
ho visto l’isola di Gorée, di fronte a
Dakar, trecento metri per neanche un
chilometro, dove tanti milioni di schiavi neri vennero ammucchiati per tre secoli alla volta del Nuovo mondo: fino al
1848. Oggi è patrimonio dell’Unesco,
vengono i grandi della Terra, papi e presidenti, e giurano che mai più, e vengono torme di turisti guidati: «Colazione e
partenza per l’isola di Gorée. Visita.
Rientro. Ultime ore dedicate allo shopping per il centro e trasferimento in aeroporto. Partenza per l’Italia». Anche
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 31
ad Auschwitz si va così, e del resto dei
polacchi di spirito ci avevano aperto
una discoteca, a ridosso del campo. La
prima volta che andai a Ushuaia, fin del
mundo, nel più famigerato penitenziario della Terra, ci camminai dentro sentendo ancora l’odore dei muri e lo stridore dei ferri: poi lo ridipinsero, e il treno a scartamento ridotto che portava
nel gelo gli ergastolani a tagliare le foreste è diventato un trenino disneyano
sul quale si accomodano chiassosamente i turisti.
La mostra di Genova servirà ai suoi
visitatori, tanto meglio se saranno ragazze e ragazzi, e sapranno fermarsi a
pensare — benché sia difficile quando
si va in gruppo: in questi luoghi bisogna
andare soli, se si può. Fra le cose cui
pensare c’è la difficoltà di immaginare
il presente come se fosse già passato, di
vedere dentro le baracche alla periferia
di Milano o lungo l’Aniene appena evacuate dai vigili e frugate oscenamente
dalle telecamere — una caffettiera, un
quaderno a righe, una bambola — il
contenuto di un’esposizione che, di
qui a cinquant’anni, richiamerà il pub-
blico, vantando la cura con cui è stato
recuperato l’arredo di una baracca,
caffettiera e quaderno e poster di una
Ferrari, e una didascalia che commenti il tutto chiedendosi: com’è stato possibile, appena mezzo secolo fa, ancora
nel 2008...? L’isola di Gorée chiuse la
Maison des Esclaves nel 1848. Ellis
Island chiuse nel 1954. Lampedusa è
aperta: ma è già ora di pensare al museo
che ci fiorirà (Di fatto già il prossimo 28
giugno si inaugura un monumento al
migrante dell’artista Mimmo Palladino).
«Quando gli albanesi eravamo noi», è
il sottotitolo del libro di Gian Antonio
Stella, L’orda, che più ha contribuito a
divulgare la storia dell’emigrazione italiana, e ad additarne l’analogia, con un
semplice scarto di tempo, con l’immigrazione altrui in Italia. Eravamo noi,
gli specialisti della clandestinità. Già,
ma «noi» chi? Perché quelli di «noi» che
nel 1890 o nel 1925 o ancora nel 1950
avevano vita facile, e magari se la facilitavano speculando sull’emigrazione,
non hanno ricordi che addolciscano il
malanimo verso gli immigrati di oggi. E
gli altri, i veneti e i friulani che andavano a procurarsi il pane dalle sette croste
e la silicosi e a crepare nelle miniere del
Limburgo, i piemontesi, le suore di
Santa Maria Ausiliatrice e i contadini
che avevano la faccia un po’ così perché
non avevano mai visto Genova, se non
per imbarcarsi nella terza classe, non è
detto che questi di «noi» abbiano voglia
di riconoscersi nei siciliani e nei napoletani (tanos, si chiamano per abbreviazione gli italiani d’Argentina) che
salpavano da Palermo o da Napoli, e figuriamoci nei marocchini o negli albanesi o nei romeni che arrivano a Ragusa o a Brindisi o a Gorizia. Pensate a
com’è recente l’ultima enorme ondata
di emigrazione nostra, dal sud al nord,
o verso l’Europa del nord. L’ultima
struggente canzone del repertorio migrante — «Non piangere oi bella, se devo partire... Partono gli emigranti, partono per l’Europa, guardati a vista dalla polizia... i deportati dalla borghesia»
— di Alfredo Bandelli, è del 1974! Pensate com’è stato impercettibile il trapasso geografico del disprezzo «padano» dall’Italia meridionale all’Africa
propriamente detta: nelle elezioni appena consumate, un leghista che urlasse «Forza Etna!» avrebbe potuto essere
preso sul serio, a incitare il suo alleato
catanese. “Vu’ cumprà” non si dice già
più: alla fine, suonava troppo affettuoso... Gli stereotipi sono demenziali, ma
questo non li rende meno duri a morire. I marocchini stupratori, per esempio: avete letto l’altro giorno «Italiano
stupra bambina marocchina...» e vi sarete stropicciati gli occhi, come davanti a un errore di stampa.
È dell’autunno scorso la sentenza del
giudice di Hannover che ha concesso al
condannato per stupro le «attenuanti
etniche e culturali», in quanto sardo.
Che siano numerosi, i visitatori della
mostra genovese. I nostri immigrati,
che scoprano da dove veniamo, e abbiano un po’ più di indulgenza per noi.
E noi, i «nativi», che rileggiamo le statistiche americane sulla nostra quota
criminale, e rivediamo i titoli dei giornali di tutto il mondo: «Gli zingari d’Italia»; «Sono peggiori degli zingari». Gli
zingari, infatti, siamo noi. E adesso
avanti con le bottiglie molotov.
“Com’è fredda
la ‘Merica”
RAFFAELE NIRI
E
GENOVA
ssere Euticchio Tabacchi, per esempio. Ventiquattro anni, originario della Valtellina, (quasi) alfabeta. È il 25 marzo
1912: «Carissimo padrino, qui a New yorc questo gennaio a fatto un freddo terribile, che sembrava fosse la fine del mondo, era
molto difficile potersi scaldare, in specie la notte. Io e la cugina
Maria, in origine a questo freddo, abbiam pensato di passare al
Matrimonio, che così esendo in due nel letto si potrà riscaldarci più bene».
Oppure essere Carlo Fagetti, ventitré anni, che il 25 maggio
del 1907 scrive: «Cara mia mamma, ho fatto un magro viaggio,
mi anno tratenuto 27 giorni di mare, sempre patire la fame,
quando siamo disbarcati dopo tre giorni di ferovia siamo rivati
in losan gelo». Oppure essere Desolina Manciocchi. O Giacomo
Andreis o Pasquale D’Angelo o Nicola Emilio Parravicino.
Si dice: mettersi nei panni di un emigrato. Non per finta: essere per un giorno Euticchio Tabacchi, come conferma il vostro passaporto (Regno d’Italia, Passaporto per l’estero, con
tanto di «Avvertenze agli emigranti» stampate sul retro), come
certifica il vostro biglietto di viaggio (terza classe, rilasciato dalla Navigazione generale italiana al «passeggiere numero
052675»). Tra il 1892 e il 1956 tre milioni di italiani — quasi tutti partiti da Genova — sbarcarono a due miglia da New York: il
20 giugno al Galata Museo del Mare si inaugura Da Genova a
Ellis Island. Il viaggio per mare negli anni dell’emigrazione italiana, gigantesco allestimento che racconta — in milleduecento metri quadri — le condizioni di viaggio dei nostri emigranti, il loro arrivo, le loro speranze, spesso deluse.
Rispetto alle mostre tradizionali (per lo più fotografiche e documentarie) o ai film (come il recentissimo Nuovomondo di
Emanuele Crialese), quella in allestimento a Genova, nata in
coproduzione con l’Ellis Island Immigration Museum di New
York, permette una identificazione reale: ad ogni visitatore viene assegnata (a seconda dell’età, del sesso, della provenienza)
una diversa storia. Diventerete così Euticchio o Desolina, Giacomo o Pasquale e aspetterete all’addiaccio il vostro battello al
Ponte Federico Guglielmo (interamente ricostruito), poi salirete sul piroscafo Taormina, dove cercherete la vostra cuccetta nei cameroni comuni (divisi in uomini e donne), potrete
esplorare i bagni, il refettorio, la sala medica, l’ufficio del commissario di bordo, la prigione dove finivano violenti e clandestini. E dopo il viaggio, la ‘Merica: lo sbarco a Ellis Island e l’avvio alla Inspection line, percorso fatto di visite mediche, interrogatori, test.
Tra tutte le malattie che gli italiani portavano insieme ai loro
quattro stracci, gli americani erano terrorizzati dal tracoma,
l’infezione agli occhi che degenerava in cecità: così gli emigranti prima venivano sottoposti alla prova della scala (chi indugiava a salire era già sospetto) poi, grazie a speciali ganci che
sollevavano le palpebre, iniziava la visita oculistica. Se gli ispettori non erano del tutto convinti, bastava una x sul braccio per
passare alla visita psicoattitudinale: poteva durare tre ore o tre
giorni (in cella). Il visitatore — stessa atmosfera, ma un filo
d’angoscia in meno — dalla cella temporanea potrà rispondere (con un programma multimediale) alle ventinove domande
con cui si saggiava se un emigrante avrebbe potuto essere accolto negli Usa: Ellis Island è il collo di bottiglia dell’emigrazione italiana, da lì si parte per tutte le destinazioni, di lì inizia la
fortuna o la disgrazia. Euticchio Tabacci ce la fa, Nicola Emilio
Parravicino diventa banchiere milionario (sulla pelle dei suoi
connazionali), Isidoro Tagliavacche invece verrà rispedito indietro, vestito nuovo e un mucchio di banconote fruscianti nelle tasche, a girare per cascinali della Liguria e del Basso Piemonte per raccontare «quanto è facile far fortuna nella ‘Merica». Non è vero, ma diventa il piazzista ideale per gli “scafisti”
di fine Ottocento. Come in un’infinita catena di Sant’Antonio,
l’importante è che qualcuno ci creda.
Repubblica Nazionale
32 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
l’attualità
Bioetica
DOMENICA 8 GIUGNO 2008
Nel nostro Paese esiste da tempo, migliaia di persone
hanno firmato il proprio, ma senza una legge il documento
non ha valore legale. È l’equivalente dell’americano “Living
will”: “Lì te lo chiedono appena entri in ospedale”, dice
Mario Riccio, il medico che ha assistito Piergiorgio Welby
“È il paziente a stabilire quali interventi accetta e quali rifiuta”
Testamento di vita
per scegliere come dire addio
U
MILANO
n bel vestito verde, il colore della speranza. «A me
piace davvero stare al
mondo. Ho un cancro al
seno ma spero di sconfiggerlo. Purtroppo so che a volte vince lui, inutile illudersi di essere immortali. Io sono una
donna che nella vita ha accettato poche
volte, e malvolentieri, le decisioni prese
dagli altri: e allora voglio decidere anche
come morire». Giuliana Michelini, sessant’anni compiuti a gennaio, nella borsona da milanese impegnata in mille cose ha anche la «Biocard, carta di autodeterminazione». Sorride e spiega. «Insomma, è il testamento biologico o testamento di vita. Io personalmente preferisco chiamarle “direttive anticipate”.
Ho scritto tutto quello che voglio sia fatto sul mio corpo quando — spero il più
tardi possibile — non sarò più in grado
di fare intendere le mie ragioni. Vede,
per noi italiani è difficile parlare di certe
cose. Siamo scaramantici. Ma io cerco di
ragionare: a una certa età, e anche senza
essere malata, capisci che la morte fa
parte della vita. La morte, non la fine, l’esodo, l’atto finale… La morte deve essere chiamata con il suo nome. E bisogna
prendere le misure giuste perché questa
morte non sia preceduta da un’agonia
infinita, straziante e inutile. I medici
debbono fare di tutto per salvarmi la vita vera ma non possono decidere di tenermi comunque attaccata a una vita
che non ha più nessun senso».
Il primo incontro con la proposta di testamento biologico in un convegno di
due anni fa, organizzato dalla Consulta
di bioetica, fondata a Milano nel 1989,
«per lo studio dei difficili problemi che si
pongono nella medicina di oggi in particolare nelle situazioni di nascita e di
morte». A colpire Giuliana Michelini è
La prima parte
riguarda le terapie
La seconda nomina
Sorride, la signora Giuliana. L’appuntamento è in un bar di San Babila, dopo
una riunione della Lega italiana nuove
famiglie (lei è la coordinatrice) e prima
di una riunione della Consulta di bioetica. «Dopo quella firma mi sono sentita
meglio. Vede, io non ho parenti stretti e
sentivo dentro una certa paura. Nel momento in cui non sarò in grado di parlare o di capire — pensavo — sarò del tutto sola. Mio padre se n’è andato a novantacinque anni ma almeno aveva me
vicino. Io spero sempre che la morte arrivi tardi e con un colpo secco, ma adesso so che se non va così avrò al mio fianco il “rappresentante” che farà di tutto
per evitarmi le sofferenze che non sono
necessarie. Ci ho pensato bene, prima di
firmare le diverse clausole del testamento. Ho detto sì, ad esempio, alla rianimazione in caso di arresto cardiaco.
Ho detto no a quei “provvedimenti di
sostegno vitale” come l’alimentazione
artificiale e altri interventi che abbiano
soltanto l’obiettivo di “prolungare il mio
morire”, “mantenermi in uno stato di
incoscienza permanente o in uno stato
di demenza avanzata non suscettibili di
recupero”. In ospedale ci sarà comunque il mio rappresentante. Lui mi conosce bene, saprà decidere al posto mio. È
per questo che, appena messa quella firma, ho sentito dentro un senso di pace».
Sono ormai migliaia le persone che
hanno firmato il testamento biologico
che però, in assenza della legge, non ha
ancora valore legale. «In Italia», dice Mario Riccio, il medico anestesista rianimatore che ha seguito Piergiorgio
Welby, «tanti si dichiarano contrari a
questo “testamento” precisando però
di essere anche contro l’accanimento
terapeutico. A me viene in mente la favola di Bertoldo, che accetta la pena di
morte ma chiede di poter scegliere dove
essere impiccato e non trova mai la
pianta giusta. Insomma, si parla tanto di
“accanimento terapeutico” — solo in
L’ILLUSTRAZIONE
Questa pagina
è illustrata
con un disegno
di Gustav Klimt
Intitolato Sangue
di pesce, venne
pubblicato
sulla rivista
Ver Sacrum
nel 1898
Italia, perché nel linguaggio medico internazionale si parla di interventi utili o
inutili — per non discutere il tema vero,
quello dell’autodeterminazione. Accanimento è termine del tutto soggettivo.
C’è chi non vuole l’alimentazione forzata e chi invece l’accetta. Welby ha voluto essere staccato dal respiratore artificiale e altri hanno deciso di restare attaccati alle macchine. La signora che ha
rifiutato di farsi amputare una gamba ha
rifiutato un intervento salvavita o un accanimento terapeutico? Così si continua a discutere per anni e non si arriva a
trovare la soluzione più semplice: ogni
persona ha il diritto di scegliere se, come
e fino a quando essere curata».
Anche il dottor Riccio è nella Consulta di bioetica fondata da Renato Boeri e
oggi guidata da Maurizio Mori. «Ci sono
medici, giuristi, filosofi e anche persone
come Beppino Englaro, il padre di Eluana, la ragazza in stato vegetativo. Il suo
caso è stato discusso nei tribunali e anche in Cassazione. Una prima sentenza
disse che l’alimentazione forzata “non è
terapia ma cura della persona” e come
tale non può essere sospesa. La Cassazione, nell’ottobre scorso, ha invece
preso atto che la ragazza in due occasioni aveva espresso la volontà di non essere mantenuta in uno stato vegetativo:
un suo amico e il suo mito di ragazza
sciatrice, Leonardo David, erano finiti in
coma a causa di incidenti e lei aveva detto che, se fosse successo a lei, non avrebbe mai voluto essere tenuta in vita con le
macchine. Ora si dovrà rifare il processo
e non sarà una discussione facile. La
Cassazione ha infatti stabilito che l’alimentazione artificiale potrà essere sospesa solo se si avrà “la ragionevole certezza che non ci sia un ritorno di coscienza”».
Il documento da firmare presso la
Consulta di bioetica si chiama «testamento di vita». «È una traduzione approssimativa», dice Mario Riccio, «dal-
l’inglese Living will, la volontà del vivente. Negli ospedali americani, quando entri anche per un’otite o un menisco, ti chiedono il Living will. È scritto in
due parti. Nella prima il paziente decide
quali interventi accettare e quali rifiutare. Alimentazione forzata sì o no, ventilazione artificiale sì o no, rianimazione
cardiaca… Tutto scritto, punto per punto. Nella seconda parte c’è invece una
delega: si sceglie una persona che possa
decidere al posto del malato se questi
non sarà in grado di decidere da solo.
Abbiamo studiato bene quel documento e la nostra Biocard, carta di autodeterminazione, ne ricalca i punti essenziali».
Difficile comprendere l’opposizione
a una proposta come questa. «Certo, come è difficile capire perché la schiavitù
sia stata abolita solo nel Diciannovesimo secolo, perché le donne in Italia votino solo da sessant’anni, perché le stesse donne fino al 1961 non potessero fare
i magistrati… Il cammino dell’autodeterminazione è lungo e difficile. Quando poi questo concetto entra in un ospedale, si scontra con il paternalismo del
medico, nuovo pater familias che “per il
tuo bene” decide tutto ciò che riguarda
la tua salute, senza chiedere consenso e
a volte senza informare. In fin dei conti
il nostro è l’unico Paese dove alle ultime
elezioni è stata presentata una “lista etica” a sostegno della nascita e soprattutto della “morte naturale”. Ecco un altro
concetto che blocca la discussione sui
temi etici. Cos’è oggi la morte naturale?
Soprattutto, esiste ancora? Oggi salvo
casi rarissimi si muore tutti dopo una
diagnosi, una prognosi, una terapia. La
morte di Giovanni Paolo II è stata giudicata “naturale” perché il Papa ha rifiutato di essere attaccato alle macchine. Per
Piergiorgio Welby la morte naturale sarebbe arrivata dieci anni prima, quando
fu colpito da crisi respiratoria. Lui ha vissuto altri dieci anni attaccato al respira-
“Spero che almeno
i sanitari l’accettino
un “rappresentante”
del malato
Non potranno dire
di non conoscere
le mie volontà”
stata la storia di Eluana Englaro, una ragazza di Lecco in «coma vegetativo permanente» da sedici anni. «C’era suo padre, al convegno, e spiegava che anche
senza nessuna speranza la ragazza viene
alimentata artificialmente in un’agonia
senza senso. Io allora non avevo il cancro
al seno ma, come sempre nella mia vita,
mi ero organizzata perché la morte non
mi trovasse impreparata. Avevo già deciso di donare gli organi e di fare consegnare poi il mio corpo alla scienza, con la
speranza che fosse utile per qualche ricerca. Avevo pensato anche al testamento biologico ma non avevo deciso.
Poi, al supermercato, mi è successo un
fatto piccolo ma importante».
Il carrello della spesa, una macchia
d’acqua sul pavimento. «Insomma, sono scivolata all’indietro, stavo per battere la nuca. Potrà sembrare strano ma in
quel nanosecondo ho fatto in tempo a
pensare: adesso sbatto la testa contro le
bottiglie del vino a vado in coma. Oddio,
non ho firmato il testamento. Finirò come la povera Eluana. All’ultimo istante
ho messo il braccio indietro, me lo sono
rovinato ma ho salvato la testa. Dopo
pochi giorni sono andata a firmare le
mie “direttive anticipate”. Come “rappresentante fiduciario”, vale a dire la
persona che dovrà garantire che siano
rispettate le mie volontà, ho nominato
un amico, che fra l’altro è un bravo medico».
tore poi ha detto basta. Eppure per tanti
lui avrebbe dovuto aspettare un’altra
“morte naturale”. E io, che ho risposto
alla sua richiesta di aiuto, per Rosy Bindi avrei commesso “un omicidio di consenziente che nessun tribunale di Dio o
degli uomini potrà assolvere”. Ma almeno dal tribunale degli uomini sono stato
assolto».
La Biocard, per la signora Giuliana
Michelini, è una specie di carta di credito. «Anche se ancora non c’è la legge,
spero che sia accettata dai medici. Di
fronte alle mie “direttive anticipate” almeno non potranno dire di non conoscere le mie volontà. Certo, per i medici
è sempre difficile accettare che qualcuno possa decidere della propria vita. Io
non voglio nulla di speciale. È da una vita che mi interesso di diritti e di libertà.
Mi sono battuta per i consultori delle
donne, ho fatto la volontaria per i detenuti di San Vittore. Adesso voglio difendere il mio ultimo diritto: non voglio soffrire inutilmente. Non voglio prolungare la vita, se questa non esiste più. Altre
persone possono fare altre scelte. C’è
chi crede che la sofferenza purifichi dal
peccato ma non è il mio caso. L’ostacolo più grosso è fare i conti con la propria
morte. Ecco, credo di avere superato
questo ostacolo. Io non chiedo — è scritto nel documento — l’eutanasia. Chiedo solo che sia rispettato il mio diritto alla dignità».
FOTO CORBIS
JENNER MELETTI
Repubblica Nazionale
DOMENICA 8 GIUGNO 2008
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 33
Anche in Italia
sta cadendo il tabù
UMBERTO VERONESI
l caso di Modena e soprattutto i tanti altri casi che
non salgono alla ribalta della cronaca, dimostrano che se il Parlamento non perverrà, neppure
con questa maggioranza, a una legge sul testamento biologico, gli italiani tralasceranno la formalizzazione giuridica e utilizzeranno comunque questo
strumento di espressione di volontà e autonomia
del malato. Succede, del resto, non solo in Italia che
se la politica non ascolta i bisogni reali della popolazione, allora la popolazione fa a meno della politica.
Questo è vero almeno per le questioni che toccano da vicino la nostra vita e la sua qualità. Il grande
movimento popolare olandese che ha condotto alla legislazione più avanzata in Europa sulle decisioni di fine vita è nato, ormai vent’anni fa, quando la
popolazione ha potuto constatare che la medicina
oggi è in grado di prolungare artificialmente la vita
biologica, opponendosi a una fine naturale per
giorni, per mesi o per anni. In Germania, pur in assenza di una legge, a seguito dell’iniziativa popolare, in due anni sono stati depositati sette milioni di
testamenti biologici.
In Italia il testamento biologico era tabù e la sua
definizione pressoché sconosciuta fino al marzo di
due anni fa, quando la Fondazione che porta il mio
nome pubblicò il primo opuscolo divulgativo e organizzò la prima presentazione a Roma, alla Cassa
Forense. Il motivo: una incomprensibile resistenza
ideologica, molto preoccupante per la libertà di
ognuno di noi, da parte di molti opinionisti che vedono nel testamento biologico un’anticamera dell’eutanasia — mentre così non è, anzi concettualmente è l’opposto — e anche di molti medici che rivendicano il loro potere di decidere, oppure, al contrario, hanno paura di decidere e preferiscono affidarsi alle potenzialità di una medicina tecnologica.
Dal 2006 sono molte migliaia le persone che si sono
rivolte a noi, e continuano a farlo, per avere informazioni e sapere che fare.
Innanzitutto va ripetuto che il testamento biologico (che, ricordiamolo, è un’espressione scritta di
volontà individuale revocabile e modificabile, circa
le cure che si vogliono o non si vogliono ricevere, da
utilizzare nel caso in cui non ci si potesse esprimere
di persona) può già essere ritenuto valido nel nostro
ordinamento perché è un’estensione del consenso
informato alle cure, che è non solo legittimo ma obbligatorio nel nostro Paese. Inoltre l’Italia ha siglato
la Convenzione di Oviedo sui «diritti umani e la biomedicina» che afferma che «il medico, anche tenendo conto della volontà del paziente laddove espressa, deve astenersi dall’ostinazione in trattamenti
diagnostici e terapeutici da cui non si possa fondatamente attendere un beneficio per la salute del malato e/o un miglioramento per la qualità di vita».
Anche il mondo cattolico non si è mai opposto al
testamento biologico. In Spagna, dove il Testamento Vidal è appena diventato legge, il modulo del testamento si trova sul sito web della Conferenza episcopale spagnola. È indirizzato: «Alla mia famiglia,
al mio medico, al mio sacerdote, al mio notaio» e si
basa sul principio che «la vita è un dono e una benedizione di Dio, ma non è il valore supremo assoluto». Il giorno dell’approvazione della legge spagnola mi ha colpito il commento di Marcelo Palacios,
consigliere del governo Zapatero e presidente della
Società internazionale di bioetica: «Un malato terminale non muore perché si sospendono le cure,
muore perché era terminale. Dobbiamo concentrarci piuttosto sulla sua dignità di persona». In Italia pare che la politica non la pensi così.
I
Repubblica Nazionale
34 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
i luoghi
Villeggiature
DOMENICA 8 GIUGNO 2008
Ai primi di luglio Rimini festeggerà il suo albergo più celebre,
un gioiello liberty nato quando la città romagnola si definiva
l’“Ostenda d’Italia”, abitato dal fantasma gentile di Federico
Fellini, frequentato dai ricchi e famosi di tutto il mondo
e da poco nelle mani di un altro personaggio da leggenda:
il cameriere che per amore ha comprato la reggia incantata
Cento anni da Grand Hotel
MICHELE SMARGIASSI
N
RIMINI
on c’è: il pianoforte bianco
non c’è. Non ci starebbe
neppure: dalla porta al minuscolo balconcino saranno cinque o sei passi. L’immensa stanza del sultano con tutto il suo harem allora dove sarà? Qui c’è solo, incorniciato, un
piccolo arazzo con danze di bajadera.
Non c’è neppure il letto rosso a baldacchino dal quale la Gradisca invitò timidamente il Principe: «Maestà, gradisca...»;
ma un sobrio due-piazze con testiera in
paglia di Vienna. Nel salottino attiguo, divanetto e seggiole con seduta di velluto, e
clamorosamente incongrua una poltrona di pelle verde. Se ha un fascino, la suite
315 del Grand Hotel di Rimini, la preferita
di Federico Fellini, è la sua atmosfera borghesemente dimessa e demodé. Contraddetta da due giganteschi monitor al plasma: «I clienti li chiedono...», si scusa Cristina Bernagozzi, la giovane vice-direttrice. Una notte per dormire dove Fellini ha
sognato costa 960 euro, ma c’è la lista d’attesa. Tra tutte le 117 camere dell’edificio
principale, una diversa dall’altra, gli americani chiedono solo quella, la 315. Con la
stessa cifra potrebbero pagarsi lussi maggiori, ma nessun altro nel prezzo include
il mito. Specchiarsi in questa specchiera
liberty a petalo d’orchidea, dove il Maestro si guardava in faccia ogni mattina
(l’ultimo a riuscirci, perché il fondo d’argento è ormai corroso da macchioline).
Bagnarsi nella stretta vasca tra i marmi
neri venati del bagno. L’intonaco un po’ si
solleva, ma i clienti, soprattutto gli inglesi, vanno in visibilio per «i segni del tempo», adorano gli infissi che non chiudono
e pagano il conto felici.
Cent’anni sono tanti anche per l’albergo più famoso del mondo. Ma il Grand
Hotel, nonostante il suo aspetto pannoso
da gran torta saint-honoré, ha la scorza
dura. Non molla, la vecchia signora. Ha
resistito a mille ingiurie, guerre, incendi,
all’infedeltà dei suoi molti pigmalioni.
Negli ultimi cinque anni ha cambiato
quattro volte proprietario, ogni volta rischiando grosso, venduta e svenduta, gestita da amministratori giudiziari, oggetto di Opa amichevoli e ostili, ridotta a garanzia per titoli atipici; ha avuto duemila
padroni in un colpo solo (gli azionisticreditori lasciati in un mare di guai dal
cracdello speculatore Cultrera), è stata in
braccio all’ultimo dei “furbetti del quartierino”, l’immobiliarista Coppola; eppure, come la Teresa Batista di Amado, è
rimasta sempre miracolosamente vergine, pronta a darsi con tutto il cuore al
nuovo principe azzurro. Che è sceso appena in tempo da cavallo per baciarla, lo
scorso dicembre, alla vigilia del compleanno a due zeri che rischiava di festeggiare davanti a qualche ufficiale giudiziario, e invece si celebrerà la sera del 3
luglio con quattrocento invitati, quartetti d’archi, champagne e l’intera facciata
trasformata in un grande schermo su cui
scorreranno sequenze dei film, indovinate di chi? È arrivato appena in tempo
questo principe azzurro basso di statura,
settantadue primavere sulle spalle, ma lo
sguardo del romagnolo deciso, da Passator Cortese. Si chiama Antonio Batani: è
il cameriere che s’è comprato il Grand
Hotel. Eccolo, minuscolo tra le grandi colonne della hall, mano tesa e bel sorriso
soddisfatto: «Sono cinquant’anni che
faccio la corte a questa signora». Ora gli ha
detto sì. «Non se ne pentirà. Non ho comprato il Grand Hotel per rivenderlo, o per
tenerlo come un titolo di Borsa. L’ho
comprato perché è il Grand Hotel».
Cosa fosse il Grand Hotel negli anni
Cinquanta per un ragazzetto figlio di
contadini sceso da Bagno di Romagna a
cercare fortuna nella capitale delle vacanze, è facile immaginarlo. Tonino ci
passava e ripassava davanti in bicicletta e
brontolava: «Òs-cia s’lé bèl, chissà quanto costa». Ora lo sa: dicono 65 milioni. È
una sfida: «Adesso deve tornare a rendere, non è possibile che un albergo così fosse in perdita». A Rimini sono contenti che
la vecchia signora abbia trovato finalmente un buon partito, e soprattutto che
Il nuovo proprietario
Antonio Batani
dice che i clienti
vanno trattati
come dei sultani
“Rimini ha cominciato
ad avere problemi
quando i padroni
degli alberghi sono
diventati più ricchi
dei loro ospiti”
sia tornata a casa, in sposa a «uno di noi»,
un romagnolo come si deve, con la biografia giusta. Batani non è solo un imprenditore del turismo: è il condensato,
la metafora della storia del turismo in Riviera. A ventidue anni in Svizzera, studente di scuola alberghiera di giorno, cameriere di sera per mantenersi. Al ritorno, coi magri risparmi di papà Sante, affitta a Cervia una pensione dal nome che
è un distillato di pensionità: “Delia”, sedici camere e quattro bagni. Poi, anno dopo anno, la scalata alle stelle. Il primo alberghino in proprietà, l’Hotel Batani:
«Errore, gli alberghi non devono avere
nomi da uomini, ma di donne, o di sogni».
Da due stelle a tre, a quattro. Oggi Antonio Batani è proprietario di una catena di
dieci alberghi, la “Select Hotels”, due dei
quali a cinque stelle. Ma continua a firmarsi “famiglia Batani” come fosse ancora il gestore della pensione Delia, al cui
bureau incontrò Luciana, sua moglie,
che gli ha dato due figli che lavorano con
loro. Continua a fare il giro, tutte le sere,
CARTOLINE E PUBBLICITÀ
Nelle immagini grandi, il Grand Hotel di Rimini nel 1930 e un manifesto pubblicitario
balneare disegnato dal grande illustratore Marcello Dudovich. Nelle immagini
piccole qui sopra e a destra, una serie di cartoline d’epoca dedicate al Grand Hotel,
alla sua spiaggia e alle attrattive garantite alla sua clientela
dei suoi hotel, entrando dalla porta sul retro, cogliendo di sorpresa il maître, controllando la pulizia in cucina. Farà così
anche qui? «Soggezione non ne ho. Paura, un po’. Questo non è un albergo come
gli altri».
Certo che no. È un monumento nazionale, vincolato dalle Belle Arti nel 1994.
Difficile metterci mano. L’ascensore, ad
esempio, ha una porta di appena sessanta centimetri: ma i muri non si possono
toccare. Un affezionato cliente disabile
s’è fatto fabbricare una carrozzina su misura per poterci entrare. Scordarsi le scenografie di Amarcord: quel Grand Hotel
fiabesco era quasi interamente ricostruito a Cinecittà. Quello reale, ad esempio,
non ha il sontuoso scalone di marmo a
forma di arpa, ma una scala quadrata, con
un’elegante ringhiera liberty, ma non più
larga di quelle di un normale condominio. Ma è il Grand Hotel, non un albergone da parvenu di Las Vegas. Il suo fascino
sta nei dettagli, non nella metratura. Nei
mori settecenteschi di legno scrostato
che reggono le lampade, nei comò francesi delle tre suite regali, nei pavimenti di
veneziana sui toni del rosa, nelle cabine
telefoniche che sembrano bianchi confessionali art déco. Nella scelta un po’
snob di girare al mare il fianco sinistro, la
facciata che sbircia solo di sbieco la costa
e cerca invece all’orizzonte la rocca di
Gradara, quella di Paolo e Francesca.
Né i danni della guerra, né i delitti architettonici perfino peggiori di molti suoi
ex padroni l’hanno sfigurato irreparabilmente. Biacche marroncine sulle pareti
della sala delle quattro colonne, sul civettuolo “marmorino” dei corridoi e perfino
sulle colonne monolitiche della hall. Orripilante alluminio anodizzato nella veranda ristorante. Batani ha già cominciato a togliere intrusioni e ripristinare i rivestimenti e i colori originali (avorio, bianco e oro). Sul muro del corridoio che porta alla Sala Verde c’è una macchia nerofumo: diamo una pitturatina? «Per
carità», insorge Cristina, «questo è un reperto storico, è l’ultima traccia dell’in-
Repubblica Nazionale
DOMENICA 8 GIUGNO 2008
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 35
GUGLIELMO
MARCONI
BENITO
MUSSOLINI
RE FAROUK
D’EGITTO
CHRISTIAN
BARNARD
MICHAIL
GORBACIOV
Il vero creatore
del mito
del Grand Hotel,
che compare
in tre suoi film
(ma in Amarcord
è ricostruito
a Cinecittà)
Negli anni Trenta
un passaggio
a Rimini
era un segno
di distinzione
per le celebrità
come l’inventore
della radio
Per la moglie
Rachele aveva
comprato casa
a Riccione,
ma qui veniva
in segreto
per incontrarsi
con Claretta
Fuggito dall’Egitto
nel ’52 con bauli
di gioielli,
nell’esilio italiano
pendolava
tra Capri e Rimini:
sue le mance
più favolose
Il chirurgo
sudafricano padre
del trapianto
cardiaco
era anche un gran
viveur, pane
per i rotocalchi
anni Settanta
Come molti
potenti in carica
o in pensione
(George Bush,
lady Diana
Spencer, Hirohito)
ha soggiornato
al Grand Hotel
FOTO ALINARI
FEDERICO
FELLINI
cendio del 17 luglio 1920, forse la metteremo sottovetro».
Misterioso incendio. Nel 1915 a Rimini
era bruciato l’Hungaria, l’hotel dell’aristocrazia asburgica, qualcuno sospettò
un gesto irredentista. Anche il Grand Hotel aveva una clientela altolocata e mitteleuropea, ed era da poco finita la Grande
guerra. Mah. I romagnoli son garibaldini.
Fattostà che andarono in fumo le due cupole di legno catramato (Batani vuole ricostruire anche quelle) che davano al palazzo quel certo stile baltico. Cent’anni fa,
oggi suona strano, i modelli dell’eccellenza balneare venivano dai gelidi mari
del Nord. Per cercare il suo posto al sole
nella nascente industria delle villeggiature, Rimini dovette spacciarsi per anni come «l’Ostenda d’Italia». La cineteca comunale conserva ancora un cortometraggio d’epoca, forse di Luca Comerio,
cineasta pioniere, che porta quel titolo ed
è forse il primo film pubblicitario balneare del mondo.
Fu la lungimiranza e forse la testardag-
gine del sindaco Camillo Dupré a far iniziare la favola, quando nel 1906, dopo
aver costruito a spese pubbliche il primo
stabilimento balneare, il Kursaal, offrì
terreni a poco prezzo a chi volesse costruire un grande albergo internazionale.
Ma il mare, per i riminesi, era ancora solo
una vasca piena di pesci. Si presentò
un’impresa di fuori, la Società milanese
alberghi ristoranti e affini, quella del Biffi; il progetto lo firmò un architetto metà
ticinese metà sudamericano, Paolito Somazzi; e i primi abitatori, all’inaugurazione del primo luglio 1908, furono pressoché tutti illustri forestieri, duchi principi
e ministri e perfino un’ex regina, quella di
Sassonia. Lingue ufficiali francese e inglese: al Grand Hotel ricco di ogni comfort
si pranzava a uno dei cinque restaurant, e
dopo qualche ora ai bains si sorbiva un
apéritif al club des étrangers con un servizio di premièr ordre. A colorare in qualche
modo il luogo di tinte italiche e un po’ machiste furono le imprese adulterine di
Mussolini, che lasciata la povera Rachele
nella modesta villa familiare di Riccione
correva qui a incontrare Claretta in gran
segreto, si fa per dire: motoscafi e uniformi, saluti romani e baciamani.
La soglia della vetrata che porta dal bar
alla piscina (la prima di tutta la Riviera)
mostra le venature del legno, consumata
da decenni di scarpine di lusso. «Non voglio cambiare nulla, sarebbe un suicidio,
voglio solo ritrovare l’originale», medita
Batani. «È più di un albergo, è lo scenario
di una città». Di un paese intero, forse. Del
suo immaginario. Senza la fantasia, il
Grand Hotel sarebbe un relitto di veliero
arenato. Una metratura edilizia ad alta
rendita pronta alla conversione in residence. Hotel più lussuosi, ce n’è ormai a
bizzeffe. Ma c’è di mezzo il Maestro. Bisognerebbe passare sul suo cadavere. Fellini ha trasferito di peso questi quattro piani di un liberty ordinario nelle regioni della fantasia, unico e irripetibile scenario di
lussurie, malizie e narrazioni fiabesche.
Scrisse: «Le sere d’estate il Grand Hotel diventava Istanbul, Bagdad, Hollywood».
Chi lo frequenta non lo vede
com’è, ma come lo immaginò lui. Non furono certo il suo moderato charme né le
sue comodità un po’ invecchiate a portare qui l’imperatore Hirohito o lady Diana
o il chirurgo gran viveur Christian Barnard, o Kissinger, Gorbaciov, Bush senior,
il Dalai Lama. Nella lunga stagione, trentacinque anni, dell’amico patron Arpesella, forse l’unico proprietario che abbia
rispettato lo spirito del luogo, Fellini era di
casa tra questi marmi. Letteralmente: lo
abitava tutto quanto, lo riempiva. Adagiato sui sofà del salone, col taccuino di
schizzi in mano. Irrequieto in cucina, dove convinceva i cuochi a fargli spentolare
un brodetto. E perfino nel bureau, seduto
di fianco ai centralinisti, deliziandosi a ficcanasare tra gli affari sentimentali dei
clienti, «Ah sì? Lui ha detto proprio così? E
la moglie?». È un albergo abitato da un
fantasma gentile, guai a chi lo volesse cacciare: crollerebbe, come la casa Usher.
Batani, Fellini non l’ha mai conosciuto. Ma è come se fosse nato in un suo film.
«I clienti», dice, «vanno trattati come dei
signori, come dei sultani. Alla pensione
Delia come al Grand Hotel. Rimini ha cominciato ad avere problemi quando i
proprietari degli alberghi sono diventati
più ricchi dei loro ospiti». Il Grand Hotel,
negli ultimi anni, s’è riempito di russi arricchiti, un po’ cafoni, mance esagerate
come la loro sicumera, Batani quasi cacciò via uno che fumava al ristorante maltrattando il cameriere che garbatamente
gli ricordava il divieto. «Vorrei recuperare una clientela di classe». Vuole i sgnùr. Il
suo slogan: Grand Hotel per grandi famiglie. Vuole i grandi imprenditori, i mana-
ger
indaffarati che cercano un riposo di prestigio senza allontanarsi troppo dal consiglio d’amministrazione.
Vuole «i tedeschi, i miei cari tedeschi, i
clienti ideali, mai una lamentela, grandi
abbracci». Vuole il ritorno degli anni d’oro della Riviera. La parola d’ordine della
Rimini del nuovo millennio, “de-stagionalizzare”, ossia riempire gli alberghi anche d’inverno, con le fiere, i convegni, i
congressi, Batani la capisce ma non la gradisce poi tanto. «La vera “stagione” è sempre stata una sola, l’estate, la stagione dei
bagni. Se non curi l’estate, non avrai l’inverno», dice come la formica della favola,
«e il Grand Hotel da un secolo è il più grande simbolo dell’estate che sia mai esistito». Fino al 1968 apriva solo novanta giorni l’anno, da giugno a settembre. Dopo, è
caduto in tentazione. Quel “centro congressi” costruito nel ‘92 mutilando il parco. Quel night club nei seminterrati, Lady
Godiva, che del mare si fa un baffo, potrebbe stare anche a Courmayeur. Ma
l’immagine del Grand Hotel erano i tendoni a strisce sulla spiaggia, gli abiti di lino
bianco, le sedie di vimini sulla grande terrazza, i cappelli di paglia e le cannucce da
passeggio. Ha vissuto cento estati e non
ha ancora conosciuto il suo autunno.
Fu sicuramente per non disturbare “la
stagione” che il Maestro, a cui il Grand
piaceva anche d’inverno, chiuso e immerso in una bambagia di nebbia, lasciò
questo mondo nel mese piovoso, un 31
ottobre. Le tende di tulle della suite 135,
quel giorno, furono viste agitarsi fuori
dalle finestre aperte, come in un saluto.
Repubblica Nazionale
36 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 8 GIUGNO 2008
CULTURA*
“Gomorra” e “Il Divo” che trionfano a Cannes
sono solo la punta dell’iceberg. In profondità si muovono
scrittori, registi e uomini di teatro che raccontano
un Paese che muta tra precariato, storia criminale e passato mai risolto,
ma anche un Paese immobile e reazionario. Qualcuno la chiama
“new italian epic”, qualcuno semplicemente impegno civile
Per qualcun altro sono tornate le lucciole di Pasolini
Raccontare l’Italia
senza avere paura
di sporcarsi le mani
GIANCARLO DE CATALDO
altra sera, in campagna, era
pieno di lucciole. Sono tornate, allora? Il famoso articolo di Pasolini sulla scomparsa dell’amabile insetto
che nella stagione degli
amori mette su famiglia lampeggiando per
boschi e forre è dunque obsoleto? Dicono i naturalisti che sì, grazie a quel poco di sensibilità
ambientalista maturata negli ultimi anni, alla
riduzione dell’inquinamento luminoso e all’introduzione delle colture biologiche, un
certo ripopolamento è stato osservato. Chissà
che ne penserebbe Pasolini. Chissà se rintraccerebbe un legame fra il ritorno delle lucciole
e un fenomeno del quale si parla molto in questi giorni, e che viene definito, di volta in volta,
rinascita, ritorno all’impegno civile, esplosione del neo-neorealismo italiano, e via dicendo.
Gomorrae Il Divoincassano un grande successo a Cannes. Deve esserne felice chiunque
ami il cinema. E tutti quelli che non si sono mai
rassegnati a considerare l’arte — in senso latissimo — una mera branca dello show business, un affare di guitti all’esclusivo servizio
dell’intrattenimento. Garrone e Sorrentino
affrontano temi forti, e con un linguaggio che,
da un lato, innova, dall’altro si ricollega a una
tradizione robustissima, attingendo con
grande maestria e spudorata freschezza alla
lezione dei Visconti, dei Fellini, dei Buñuel, di
Lars von Trier e di Tarantino. Gomorra si ispira al best seller di Roberto Saviano, a sua volta
elemento di devastante innovazione nel panorama letterario, ma ne prende presto le distanze, dimostrando, una volta di più, che cinema e scrittura possono produrre effetti pirotecnici quando corrono il consapevole rischio del tradimento. Sorrentino osa mettere
in scena quel “processo” metaforico a Giulio
Andreotti e alla “sua” Dc che il Poeta aveva
evocato nei tumultuosi mesi che precedettero il suo assassinio. Se, poi, le sale sono piene,
il gaudio è massimo, e ce n’è quanto basta per
gridare al miracolo. E domandarsi se, un giorno, non saremo capaci di realizzare una grande epopea sul capitalismo di casa nostra, una
biografia di Gianni Agnelli, o addirittura (ma
forse questo è chiedere troppo) un film sul Vaticano. Come in qualunque altro Paese civile.
Come in America, dove già dall’indomani delle Twin Towers si scrivono e si filmano cose
tremende sul Presidente Bush e i suoi collaboratori, dove la morte di JFK ha creato una mitologia, dove opera gente del calibro di Ellroy,
Roth e DeLillo.
Ma da dove nasce il successo di due opere
così ardite come Gomorra e Il Divo? Si tratta
solo di un caso, o davvero sta succedendo
qualcosa, in Italia, e allora non di caso dobbia-
L’
mo parlare, ma di necessità? E soprattutto: che
Italia è questa che raccontano Garrone e Sorrentino (e non solo loro), che italiani ne emergono? Qui la sensazione è di una profonda,
acuta frattura fra gli artisti (ho pudore a usare
una parola come “intellettuali”, tenuto conto
dell’elevato numero di Bouvard&Pécuchet
che frequentano le case della gente per bene)
e il resto del mondo. O, meglio, fra gli artisti e
quella parte di pubblico che, oltre a seguirli, ne
condivide le linee di fondo e il resto degli italiani. Non si tratta di vedere due realtà diverse
e antitetiche: l’Italia è sotto gli occhi di tutti, e
tutti assistiamo, quotidianamente, allo stesso
spettacolo. Molti, poi, nell’uno e nell’altro
campo, condividono lo stesso giudizio critico
sul “malpaese”. Ma La Casta e i “vaffa” grilliani, ad esempio, non hanno niente in comune
con Gomorra(libro&film), I fantasmi di Portopalo di Bellu, la saga di Montalbano e quella
dell’Alligatore di Carlotto, Come Dio comanda
di Ammaniti.
Il fatto è che una propaganda martellante si
sforza di convincerci, giorno dopo giorno, che
viviamo in un Paese assolutamente lineare,
privo di zone d’ombra, nettamente suddiviso
fra villani e giusti (rectius: giustizieri). I ragazzi, i nostri ragazzi: o bamboccioni o bulli, senza via di mezzo. Le strade: ostaggio di zingari
rapitori di bambini e orde di romeni assassini.
Accattoni, tagger e lavavetri, poveri e miseri
come le nuove “classi pericolose” del dopo 11
settembre. I carcerati? In vacanza in alberghi
a cinque stelle. I Cpt? Una dolorosa necessità.
E mentre ci balocchiamo con citazioni sulla
“paura liquida”, i network criminali accumulano “liquidi”. E giù con livore, leggi speciali, filo spinato.
Ecco. La peculiarità di Garrone e Sorrentino, ma anche di tanti altri registi, scrittori, uomini di teatro, è, in questa fase, un’altra. Le loro non sono scritture né di critica né di denuncia. L’ambizione è diversa. Intanto, definire
una complessità oltre la superficie dei luoghi
comuni. Poi, individuare, di questa complessità, gli snodi essenziali. E, infine, svelare quei
meccanismi che ci fanno apparire semplice
ciò che tale non è. In una parola, stiamo parlando di scritture della complessità. Scritture
che non hanno timore di interrogarsi sulle
cause, “malvezzo” che la propaganda liquida
come sociologismo d’accatto. Scritture che,
per usare un’espressione di Carlo Lucarelli, si
fanno le domande cattive che gli altri tacciono. Dobbiamo prenderne atto (con una certa
soddisfazione): queste domande, oggi, se le
pongono in molti. E non solo fra chi fa cultura,
ma anche fra chi ne fruisce.
L’entusiasmo, in certi campi, è sempre un
azzardo. Altre volte, in anni recenti, ci siamo
convinti che le cose stessero cambiando. Ma
poi, passata una breve stagione, tutto è sembrato spegnersi. Abbiamo visto nascere e rapidamente tramontare, nel cinema, astri luminosi. E, alla fine, ha ripreso a circolare fra gli
addetti ai lavori la diceria che certi temi, da noi,
è meglio non affrontarli. Tenersi alla larga da
immigrazione, precariato, bande giovanili e
criminalità organizzata, malefatte politiche,
aborto, omosessualità e dalla storia patria non
solo allunga la vita, ma ti mette al riparo dal sito in assoluto più temuto e aborrito: la nicchia.
Ma un cauto ottimismo si giustifica se non
ci limitiamo al cinema, se allarghiamo l’orizzonte. Allora sì che Garrone e Sorrentino ci
possono apparire non fenomeni episodici,
ma punte di un iceberg che si è venuto costruendo negli anni e che ora sembra incontrare una definitiva consacrazione. In letteratura si parla da anni del “noir italiano”: definizione quanto mai approssimativa che è però
servita a connotare, e poi a imporre, una scrittura autonoma e originale. I vari Camilleri,
Ammaniti, Lucarelli, Carlotto, Wu Ming (per
limitarsi solo a qualche nome eccellente),
hanno, in realtà, poco a che spartire con il noir
(genere morto e sepolto da quasi cinquant’anni) e men che meno con il giallo tradizionale. E sono, fra loro, diversissimi, per
lingua e struttura. Tuttavia, alcuni elementi
comuni sono evidenti. La ricerca di un codice
di comunicazione con un numero sempre
crescente di lettori. La preferenza per storie di
ampio respiro, con correlata insofferenza per
l’angusto recinto dell’introspezione e del solipsismo. La repulsione verso il gaio gioco letterario di impronta postmoderna che ogni contraddizione scioglie in un’ironia leggiadra e
leggera, sorta di monito al lettore perché diffidi dell’autore, come di se stesso, in quanto, in
definitiva, tutto al mondo è burla e nulla merita d’essere preso sul serio.
Infine, il fuoco costantemente puntato sull’Italia. L’Italia del mutamento, quella che è
sotto gli occhi di tutti, e l’Italia immutabile che
si è costruita, attraverso i secoli, grazie alle innumerevoli stratificazioni che si sono sedimentate dentro il carattere nazionale. Da qui
romanzi sull’oggi e romanzi storici, racconti
sulle periferie e sulle campagne ma anche
grandi epopee sulla guerra, sui momenti di
snodo della vita nazionale, rievocazioni del
Fascismo e della Resistenza, della campagna
d’Africa e via dicendo.
E, come Sorrentino e Garrone, anche questi
scrittori non nascono dal nulla. E conservano
nel bagaglio della tradizione Moravia, il Pirandello de I vecchi e i giovani, il grande romanzo
ottocentesco, e, naturalmente, Sciascia, Gadda e Pasolini. Proprio perché il “genere”, per
questi autori, non s’è mai esaurito in se stesso,
ne è derivata una proficua disseminazione. Ci
sono altri autori che mi sfiderebbero a duello
I FOTOGRAMMI
Nella foto grande (e qui sotto),
Anna Magnani in Roma città aperta
di Roberto Rossellini (1945)
Nelle altre foto, dall’alto in basso
e da sinistra a destra: L’ora di punta
di Vincenzo Marra; Gomorra
di Matteo Garrone; Tutta la vita
davanti di Paolo Virzì; Nuovomondo
di Emanuele Crialese; Mio fratello
è figlio unico di Daniele Luchetti;
ancora Gomorra; Il Divo di Paolo
Sorrentino; altri fotogrammi
di Tutta la vita davanti; Mio fratello
è figlio unico e Il Divo
Repubblica Nazionale
DOMENICA 8 GIUGNO 2008
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 37
LETTERATURA
TEATRO
CINEMA
ROBERTO SAVIANO
CARLO LUCARELLI
WU MING
AA.VV.
MARCO PAOLINI
MATTEO GARRONE
Gomorra,
Mondadori, 2006
L’ottava vibrazione,
Einaudi, 2008
54,
Einaudi, 2002
La storia siamo noi
Neri Pozza, 2008
Il sergente, 2004
Gomorra, 2008
MARCO TULLIO
GIORDANA
ASCANIO CELESTINI,
PAOLO SORRENTINO
GIANCARLO
DE CATALDO
GIUSEPPE GENNA
VALERIO
EVANGELISTI
DANIELE SCAGLIONE
Parole sante, 2007
Il Divo, 2008
Quando sei nato
non puoi più
nasconderti, 2005
Centro di Permanenza
Temporanea
con vista stadio
e/o, 2008
RENATO SARTI
E BEBO STORTI
PAOLO VIRZÌ
DANIELE LUCHETTI
Mai morti, 2002
Tutta la vita
davanti, 2008
Mio fratello
è figlio unico, 2007
PAOLA CORTELLESI
MIMMO CALOPRESTI
VINCENZO MARRA
Gli ultimi
saranno ultimi, 2005
Preferisco il rumore
del mare, 2000
L’ora
di punta, 2007
GIUSEPPE TORNATORE
CARMINE AMOROSO
La sconosciuta, 2006
Cover Boy, 2007
Romanzo criminale,
Einaudi, 2002
Dies Irae,
Rizzoli, 2006
Metallo urlante,
Einaudi, 1998
MASSIMO CARLOTTO,
ANDREA CAMILLERI
LETIZIA MURATORI
L’Alligatore,
e/o, 2007
La pazienza del ragno,
Sellerio, 2004
La vita in comune
Einaudi, 2007
NICCOLÒ AMMANITI,
ANTONIO SCURATI
Come Dio comanda,
Mondadori, 2006
Il sopravvissuto
Bompiani, 2006
Quel bianco e nero populista e un po’ melò
non è mai stato la voce del dissenso
NATALIA ASPESI
ue bei film italiani sono premiati al Festival
di Cannes e fanno accorrere i nostri assopiti
spettatori, ed è tale la sorpresa, tale l’orgoglio di bandiera, che subito gli si trova una etichetta comune sommaria e sbrigativa: trattasi di neoneorealismo, un ritorno ai temi forti, alla realtà e all’impegno, alla denuncia politica e sociale, che riporteranno tutto il cinema italiano ai trionfi internazionali del passato più che remoto, quello del
neorealismo. Il quale, già ai suoi tempi, non era
quello che allora si credeva e che ora si accatasta in
un’unica immagine smemorata.
I neorealismi infatti erano parecchi. C’era quello del populista Giuseppe De Santis che non aveva
pace tra gli ulivi dove la bellissima Lucia Bosè vagava in veste di contadinella tra campi ciociari e
greggi rubate, ed era il 1950; due anni prima lo stesso regista, in quel momento portato al neorealismo
fotoromanzato, aveva turbato il casto cinema semisovietico del dopoguerra italiano con l’amara risaia da cui emergevano le cosce oniriche di un’altra bellissima come non se ne vedono più, Silvana
Mangano. Primo fra tutti nel 1943, ancora in tempo di guerra, era stato l’aristocratico comunista Luchino Visconti a usare una crudele e lattea seduttrice, Clara Calamai, divoratrice di vagabondi, per
filmare una storia americana di ossessione sessuale che trasformava con una estetica verista francese il decadentismo in neorealismo.
Nel suo momento di fulgore quel cinema di massima povertà e urgenza e talento, raccontò l’Italia
uscita dalla guerra perduta e dall’epopea della Resistenza, per poi languire con i trionfi democristiani e la campagna intimidatoria contro i famosi panni sporchi, esaltata dall’allora sottosegretario allo
spettacolo Andreotti. I grandi di quel periodo conquistarono il mondo: Ladri di biciclette di De Sica
nel ‘48 vinse due Oscar, su Roma città aperta e Paisà di Rossellini si formarono generazioni di registi
americani di talento. Il neorealismo non era marxista (tranne forse La terra trema di Visconti e Il sole
sorge ancora di Vergano) ma populista e moralista,
il bianco e nero lo esaltava, alternava divi a gente
presa dalla strada, le sue storie ricercavano la lacrima travalicando talvolta il melò, raccontando di
miseria proletaria e contadina, preferendo il dialetto e il folklore popolare, occupandosi di vittime
(disoccupati, pensionati al minimo, cameriere e,
massime regine dello schermo, le prostitute buone
D
destinate alla morte) mai collegando però sfruttamento e disperazioni ai veri centri di potere.
«Il neorealismo non fu mai, e non poteva esserlo», ha scritto anni fa Morando Morandini, «la voce
del dissenso». E adesso il neo-neorealismo fa lo
stesso: o al massimo dissente nella forma, non nel
contenuto. Se per esempio Il Divo di Paolo Sorrentino, per raccontare i tragici anni andreottiani fosse stato (neo-neo) realista come Martelli e Cirino
Pomicino nell’Annozero dedicato al film, chi mai
l’avrebbe premiato, ma anche solo invitato, a Cannes? È stato il talento surreale, immaginifico, crudele, sarcastico, astratto dell’autore a trasformare
eventi irrisolti eppure obsoleti, con personaggi ormai fuori gioco, in un grande film. Neppure Gomorra di Matteo Garrone si può definire neorealista, con uno o due “neo”: quasi quotidianamente i
telegiornali ci ammorbano con storie quotidiane di
camorra che inducono allo sbadiglio in quanto la
ripetitività delle immagini e degli eventi ci assicurano che se perdiamo una puntata ricupereremo la
prossima. Mentre il libro di Roberto Saviano e il
film di Garrone sprofondano nelle nostre emozioni non per ragioni di realismo, perché tutto ormai
sappiamo, ma proprio al contrario, perché scrittura e cinema stravolgono la realtà spaccandoci il
cuore.
Si sa che il film italiano più sconosciuto e famoso
è quel Il vento fa il suo giro di un regista da me mai
sentito nominare, Giorgio Diritti, che da un anno
continua a riempire un cinema milanese, il Mexico,
col passaparola. Si potrebbe pensare che da anni
non si vedeva un film così (neo) neorealista: girato
nelle meraviglie intoccate della val Maira, tra le povere case di pietra dei villaggi attorno a Dronero,
parlato in occitano (con sottotitoli in italiano), storia di un pastore che viene dalla Francia con moglie
e figli e le sue capre da formaggio; accolto prima dai
pochi residenti con diffidente simpatia, poi a poco
a poco messo al bando, rifiutato, umiliato, costretto ad andarsene. Pare una parabola che si serve della realtà, come tanti dei bei film europei visti a Cannes, per metterci davanti alle nostre colpe attuali: il
rifiuto di chi non è come noi, che viene da altrove, il
forestiero, lo straniero che porta il disordine delle
sue abitudini e dei suoi pensieri diversi, che lavora
e si ingegna oltre l’inerzia degli altri, i padroni del
territorio, di un territorio abbandonato e inutile ma
di loro proprietà e quindi inviolabile.
AGOSTINO FERRENTE
L’orchestra
di Piazza Vittorio, 2006
se si ritrovassero inseriti in un sia pur sommario elenco, ma nella cui scrittura si sono insinuate contaminazioni che innegabilmente
derivano dal “noir” italiano. Ciò è accaduto di
là dalle loro intenzioni, forse contro le loro intenzioni, ma è accaduto: difficile non cogliere
elementi di analogia, ad esempio, in quell’impressionante impasto di cronaca, metafora,
erotismo e alienazione borgatara che è Il contagio di Walter Siti.
Da anni, poi, il teatro è luogo d’elezione di
avanzatissimi fermenti. Davvero l’elenco sarebbe lunghissimo. Il Teatro di guerra di Martone. L’oratoria civile di Marco Paolini, da
Vajont a I-TIGI e Il Sergente, memorabili
esempi di felice connubio fra un signore del
palcoscenico e scrittori come Mario Rigoni
Stern e Daniele Del Giudice. E ancora, la dolente e tenera controstoria d’Italia del cantastorie Ascanio Celestini. I Mai mortidi Renato
Sarti&Bebo Storti, acre rievocazione della X
Mas, per non dire dei Paravidino, Koreja, Cortellesi, Scena Verticale, Emma Dante. Esperienze certo diverse fra loro, ma tutte legate da
una non comune forza espressiva e dalla tenace volontà di “sporcarsi le mani”.
Raccontare l’Italia e gli italiani, al cinema, a
teatro, nei libri. Chiamiamolo neo-neorealismo. Chiamiamolo new italian epic. Le etichette lasciano il tempo che trovano. Qualcosa sta davvero accadendo, è sotto gli occhi di
tutti, prendiamone atto. Non stiamo definitivamente parlando di caso, ma di necessità. Le
lucciole sono tornate, ma sono ancora pochine. Per il momento convivono con le mille luci che ne ostacolano l’accoppiamento, cercano strategie di sopravvivenza, e intanto riprendono il proprio posto nelle notti di fine
primavera. Ci sono, e questo ci conforta. Siamo abituati a pensare che in Italia, alla fine,
tout se tiens: lucciole e inquinamento, abnegazione e opportunismo, eroismo e menefreghismo, genialità e cialtroneria. Ma prima o
poi dovremo scegliere da che parte stare.
Le grandi multisale del Nord continuano a
riempirsi di moltitudini di ragazzini attratti da
garbate commediole a base di pruriti adolescenziali e di sane famiglie avide di scollacciate pellicole vacanziere. Ma l’altro cinema si è
guadagnato il suo spazio: non più “nicchia”,
ma concorrente robusto e inquietante. Così
come negli scaffali delle librerie, fra lividi
pamphlet contro tutto e contro tutti, manualistica sulla seduzione fai-da-te, agiografie di
veline e velinari e barzellette sulla castroneria
nazionale, da anni ormai campeggia il nucleo
“hard-core” di una letteratura “non identificata” che si danna l’anima per afferrare i contorni troppo spesso indecifrabili dell’Italia, il
mutamento antropologico del suo presente e
le ossessioni del suo eterno e inattaccabile
spessore reazionario. La partita è appena cominciata. E l’esito, tutt’altro che scontato.
Repubblica Nazionale
38 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
la lettura
Filosofie di vita
DOMENICA 8 GIUGNO 2008
Sentire con la mente, volare con la mente
Percepire il miracolo “normale” dell’esistenza,
con l’innocenza meravigliata delle prime domande
Nella prefazione a un’antologia di millecinquecento
anni di poesia orientale, una scrittrice espone
la sua personale versione del “buddismo del vuoto”
Lo zen e l’arte di tornare bambini
U
ROSSANA CAMPO
navolta, diversi anni
fa, ho letto qualcosa,
parlava del come vivere e del come morire. Del come mangiare e come camminare. È qualcosa che molti conoscono, almeno le persone che hanno letto cercato trovato, che si sono
interessate al pensiero del buddismo zen. Diceva, questa frase:
Quando cammini cammina, quando mangi mangia, quando muori
muori.
Non sono certo un’esperta di
zen. Non vi aspettate lunghe e complicate riflessioni sullo zen, o sulla
poesia o sulla poesia zen. Voglio
tentare di portarvi accanto, un po’
vicino a quello che io ho percepito
come lo spirito zen. Un famoso
maestro giapponese diceva: Se sei
in riva al fiume, e se senti la bellezza
del fiume, se riesci a fare tutt’uno
col fiume, allora stai agendo intuitivamente con il tuo spirito zen, col
tuo spirito illuminato. E fare questo
non è niente di straordinario, è nella nostra natura farlo. Il fatto è che
spesso la nostra vera natura è ricoperta da idee ricevute, paure, pensieri economici, aspettative, piccoli film mentali. Dall’idea che dobbiamo essere efficaci, belli, perfetti.
Quando noi siamo staccati dalla
nostra vera natura, diceva il maestro zen, allora abbiamo paura.
Quando intuiamo che invece siamo una cosa sola col fiume, col cielo, con l’universo, lì siamo in pace.
Io ho provato un po’ di tempo anche a praticare la meditazione zen.
Ho provato diverse volte a stare seduta per qualche ora a fare zazen. Ci
ho provato, non è stato un successo. Ma non importa. Importa invece che ci ho provato. Questo importa moltissimo. Che ci sono andata,
un pomeriggio di febbraio di quasi
quindici anni fa, in un centro zen di
Parigi, la città dove vivevo. Era in rue
Keller, se mi ricordo bene, undicesimo arrondissement, quartiere
Bastille. Una zona di Parigi che bazzicavo soprattutto per i bar, per girovagare, per andare al cinema. Ma
in quel periodo avevo letto un incredibile poetico libretto di
Shunryo Suzuki, maestro giapponese della scuola Zen Soto che viveva negli Stati Uniti da molti anni. Il
libro era una raccolta-trascrizione
di suoi discorsi e si intitolava Esprit
zen, esprit neuf, (in italiano è stato
tradotto con Mente zen, mente da
principiante).
Una cosa secondo me importante è che quando diciamo mente,
parlando del buddismo e dello zen,
dobbiamo cercare di non pensare
alla mente come al nostro cervellino ragionevole, la mente che fa i calcoli, che guida l’auto o che controlla se abbiamo pagato le bollette. La
mente, per le filosofie orientali è
sempre una questione di mentecuore-vita.
È testa, sì, ma unita a intuizione
percezione emozione. Respiro,
poesia. È sentire con la mente. Volare con la mente. Vibrare con il
cuore stando radicati nella terra.
Dentro la nostra piccola vita. Con le
bollette da pagare, la spesa al supermercato, la persona di cui mi sto
innamorando. Tutto questo e allo
stesso tempo qualcosa di più vasto
di tutto questo, che comprende tutto questo, che è ed esiste forse proprio a partire da tutto questo. Percepire il miracolo normaledel vivere. La vita non intesa solo come il
mio nome e cognome. La vita proprio la vita grande che impregna
tutte le cose, la vita che sta dentro di
me, piccola donna, piccolo uomo, e
dentro il cielo, le stelle, il filo d’erba,
dentro la mucca, il mio gatto, lo scoglio, il panino, la mia vecchia vicina
di casa. Mio padre e mia madre e
Vento forte, fredda
luna. Un lungo
torrente attraverso
il cielo. Nessuna
ombra oltre
il cancello
Quattro lati,
otto direzioni
Finalmente oltre
il limite
Non più legami
né dipendenza
Com’è calmo
l’oceano,
che sovrasta
il Nulla
mio fratello. Il presidente della Repubblica. Il duomo. Rino Gaetano.
Michelangelo.
Degli insegnamenti zen la cosa
più esplosiva trovo che sia questo
fatto del richiamarsi sempre, con
costanza, allo spirito del principiante. L’innocenza delle prime
domande che facciamo da bambini. L’innocenza del cuore aperto,
della mente meravigliata. La mente l’occhio il cuore del principiante.
Questo è il punto a cui mirare. Questo è quello a cui tendono i maestri
zen (che per motivi che adesso mi
sono difficili da spiegare io sento
sempre molto vicini ai grandi pugili. Sto parlando dei grandi mitici pugili del passato).
Prendiamo per esempio la calligrafia zen. La calligrafia zen consiste nello scrivere nel modo più diretto possibile, così, giù, senza abilità, proprio come farebbe un principiante assoluto, un absolute beginner. O un bambino. O un matto.
Scrivere così, senza mirare nel modo più assoluto a dar prova di abilità, a mostrare la bellezza, la grazia,
l’accortezza del tracciato. Senza ricercare la nostra piccola gloria. Ma
semplicemente standoci dentro,
completamente dentro. Essendo
totalmente immersi nell’atto. In
quel gesto. Stando lì pieni d’attenzione, come se quella fosse la prima
volta che prendiamo in mano il
pennello (la penna) e scriviamo la
parola. La prima parola. Uva. Oca.
Se noi riusciamo a metterci in
questo stato d’animo, allora la nostra natura profonda si esprimerà
completamente in quell’atto.
Pensate alla pittura di Jean Dubuffet.
Lo scopo della pratica zen è proprio questo, mi sembra, conservare, allenare, lucidare ogni giorno il
nostro spirito da debuttante. Spirito mente e cuore del principiante.
Stare aperti, fragili, e vulnerabili.
LE IMMAGINI
Le immagini
e le scritte
che illustrano queste
pagine sono tratte
da un rotolo
di pergamena
contenente i versi
di Tawaraya Sotatsu
e Honami Koetsu
e da un volume
con le poesie
di Matsuo Bashu
IL 71° VOLUME
© 2008 Sergio Bonelli Editore
“L’ALTARE DEL SACRIFICIO”.
È IN EDICOLA IL 71° VOLUME a € 6,90 in più.
Se hai perso una delle precedenti uscite rivolgiti al tuo edicolante di fiducia o al servizio clienti 199. 744. 744 (02.60732459 per chi chiama da telefoni
pubblici o cellulari). Il costo massimo della telefonata da rete fissa è di 14,26 cent di euro al minuto + 6,19 cent di euro alla risposta, IVA inclusa.
Repubblica Nazionale
DOMENICA 8 GIUGNO 2008
Absolute beginners.
La cosa che mi tocca profondamente è questa. Che il pensare: Sono arrivato da qualche parte; o peggio: Ecco ora sono arrivato, proprio
non è interessante.
Quando non coltiviamo questa
idea dell’arrivare da qualche parte,
dell’ottenere un certo effetto, del
dimostrare qualcosa a qualcuno,
ecco allora sì che siamo dei veri
principianti. Dei grandi dilettanti
nel senso bello del termine. E quando siamo aperti e debuttanti, allora
è il momento che stiamo imparando qualcosa sul serio. Lo spirito del
debuttante è anche lo spirito pieno
di compassione e di poesia. E quando siamo nella compassione, cioè
nella poesia, lì siamo illimitati.
Il maestro Suzuki lo ripete spesso
nei suoi discorsi, tale spirito è anche
il grande segreto di tutte le arti: siate sempre dei debuttanti, siate
sempre un poeta alla sua prima
poesia. Un cantante che si tira fuori per la prima volta. Uno scrittore
senza editore, un regista senza produttore. Truffaut che consiglia a chi
vuole fare il regista e non trova soldi: scrivi un romanzo.
Torniamo all’incredibile libretto
di Suzuki, lo spiritozen, diceva, è un
modo per farvi prendere coscienza
di voi stessi, per superare le parole
(mi piaceva la parola usata nella
traduzione francese, dépasser les
mots, in quel dépasser ci vedevo
proprio il salto in alto che fa la nostra vita, la nostra mente, il nostro
cuore, non più incatenata al pensiero quotidiano, al sentire comune di tutti i giorni, all’opacità delle
percezioni che ci tiriamo dietro abitualmente). Per andare a caccia di
quella che è la nostra mente originaria. La nostra natura autentica.
Quello che gli psicanalisti junghiani mi pare chiamino il Sé profondo.
Anche se non si tratta solo di questo.
È lo scopo di tutti gli insegna-
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 39
menti zen, quello di portarci lì. A interrogarci, a provare a fare questo
salto e percepire la nostra vera natura. La natura profonda. La natura
di Budda, che tutti abbiamo, rinchiusa come un gioiello nel risvolto
dei nostri vecchi cappotti. Così dicono i Sutra. Natura che per altre
scuole buddiste si chiama Chiara
Luce (buddismo tibetano), oppure
Nam-myoho-renge-kyo (buddismo giapponese di Nichiren Daishonin). Eccetera. La natura
profonda contiene la nostra storia,
proprio la nostra piccola scalcinata
storia, figli di nostra madre e nostro
padre, fratelli e sorelle dei nostri fratelli e sorelle. Coi nostri difetti i nostri slanci i dolori, e in più qualcosa
che è di tutti. Che ci appartiene ed è
infinita. Appartiene a noi, ma non
solo a tutti noi umani, bensì a tutti
gli esseri senzienti, come si dice. La
nostra natura profonda che è anche
quella dell’universo, delle rocce,
delle onde dell’oceano, degli uccelli e dei pesci, dicono i maestri, è una
natura di luce e di compassione pura. Ma come arrivarci? Come percepirla? Qui sta il percorso, credo.
Tutta la fatica del percorso, ma anche il senso delle nostre piccole vite
che sono però immerse nella grande vita universale.
Ricordo mio delle elementari.
Sono molto, ma proprio tanto, catastroficamente uno zero in matematica. E ne soffro. In genere quelli
che dicono: alle elementari andavo
malissimo in matematica. Oppure:
avevo tutti due in matematica, poi
ridono. Io non lo dico ridendo, io
soffrivo orribilmente di non capire
nulla della matematica. Quando la
mia maestra Rosa Bozzano cercava
di spiegarmi qualcosa che aveva a
che fare coi numeri, io restavo pietrificata, le mani mi diventavano di
ghiaccio e cominciavo a sudare.
C’era questo fatto della prova del
nove. Ve lo ricordate come si faceva
Venendo,
andando,
l’uccello
acquatico
non lascia traccia,
né ha bisogno
di una guida
I pensieri sorgono
senza sosta,
breve è la durata
di ogni vita
Cento anni,
trentaseimila giorni:
la primavera
passa, la farfalla
sogna
la prova del nove? Io non la sapevo
fare allora e non la so certo adesso.
Però ricordo che c’era questa prova
del nove, questi numeri da mettere
in un certo modo per vedere se i
conti tornavano. E ricordo i miei
compagni che la facevano. Tiravano giù i loro cavolo di numeri e dopo un po’, chi prima chi dopo, uno
via l’altro esclamavano, diretti alla
classe, a se stessi, alla maestra: GIUSTO!
Io non sapevo come farla la prova del nove. Così mi ero inventata
un mio modo per farla, infilavo dei
numeri a caso, o secondo un ragionamento tutto mio e poi esclamavo
anch’io, come gli altri, tentando
con tutta me stessa di essere come
gli altri: GIUSTO!
Mi è andata bene diverse volte.
Finché una volta la maestra Rosa
Bozzano dà una controllata al mio
quaderno e poi rimane lì a fissarmi,
a guardarmi con la bocca aperta.
Credo che abbia detto anche: Ma
Rossana, ma questo, cosa significa?
Bene, per me questo spirito del
principiante, questo spirito zen
passa un po’ anche da quelle parti,
nell’accogliere la me stessa bambina che si inventava un suo modo
per fare la prova del nove. Che soffriva orribilmente nel non capire la
matematica, nel non essere lodata
dalla maestra e per tutto il resto che
succedeva allora nella mia vita. In
quella ragazzina incasinata io ho
scoperto, col tempo, che c’è la parte migliore di me. L’ho scoperto
camminando, scrivendo, dipingendo, amando, soffrendo, godendo, pensando. Questa è la parte che
non si sente arrivata, che sa di avere moltissimi limiti e che proprio a
partire da questi limiti, incapacità,
paure, invenzioni, racconti, sa di
essere viva. E anche un po’ infinita.
(© 2008 Newton Compton
Editori Srl)
FOTO CORBIS
IL LIBRO
Si intitola Poesie Zen,
a cura di Lucien
Stryke e Takaschi
Ikemoto (Newton
Compton, 8 euro)
È un’antologia
che ospita
millecinquecento
anni di poesia
dell’Estremo Oriente
figlia della tradizione
del buddismo
del vuoto cinese
e giapponese
La prefazione,
che qui anticipiamo,
è di Rossana Campo
Il volume sarà
in libreria il 12 giugno
per la nuova collana
Newton Deluxe
che comprende,
tra gli altri, anche
Il Libretto Rosso
di Mao Zedong
presentato
da Federico Rampini
e Cuore di cane
di Bulgakov
presentato
da Eraldo Affinati
Repubblica Nazionale
40 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 8 GIUGNO 2008
Prima di Internet, degli mp3 e degli iPod la rivoluzione
si chiamava semplicemente “cassette”. Si chiedevano
i vinili in prestito, si registravano le tracce preferite,
si duplicavano per gli amici, si personalizzavano le copertine
SPETTACOLI
Ora, ai tempi delle playlist, il leader dei Sonic Youth ricorda
in un libro quel pezzo di storia collettiva
Quando la musica
si scaricava su nastro
THURSTON MOORE
a prima volta che sentii parlare di un mix su cassetta fu
nel 1978. Robert Christgau, il
«decano dei critici rock»,
scrisse un pezzo su Village
Voice sul suo disco preferito
dei Clash, guarda caso una sua produzione: una cassetta con le b-side della band
non incluse negli album. I Clash scrivevano singoli fantastici, e album fantastici, e di solito inserivano i singoli nei dischi, ma non le b-side. Comunque, dal
punto di vista della mia mentalità da critico musicale, la sua era un’ottima pensata. Un aspetto in particolare mi colpì:
Christgau sosteneva che si trattasse di un
mix tape che aveva compilato per regalarlo agli amici. Si era fatto il suo album
personale dei Clash e lo dava in giro come
memento alla sua devozione per il rock’n
roll. C’era una cosa che lui possedeva e io
no: una piastra a cassette.
A quei tempi, i mangianastri erano tanto fondamentali quanto i giradischi. Ed
erano ugualmente ingombranti. Ma in
quel periodo la Sony lanciò il Walkman: un
mangiacassette portatile grande la metà
degli apparecchi standard — più o meno
come i registratori che in genere si vedevano tra le mani dei giornalisti. Questi
nuovi Walkman si portavano a tracolla,
erano l’ideale per andarsene a zonzo per la
città ascoltando musica con gli auricolari.
Immagino che l’industria discografica si
aspettasse che gli utenti acquistassero le
cassette originali degli album, e di certo fu
così, ma ehi! perché non comprare cassette vergini e registrare singoli brani dai dischi? Ecco cosa fecero tutti quelli che si
erano muniti di Walkman. Non passò
molto che su album e cassette originali apparvero adesivi come: LE REGISTRAZIONI DOMESTICHE UCCIDONO LA MUSICA! Se non altro, anticipava l’attuale paranoia dei discografici sui cd masterizzati e
le canzoni scaricate da Internet.
Tra la fine degli anni Settanta e l’inizio
degli Ottanta non potevo permettermi un
Walkman, ma il mio vicino al piano di sopra, l’artista Dan Graham, ne aveva uno
nuovo — e tonnellate di vinili. Comprava
tutti i dischi di punk rock e new wave in circolazione, li metteva su cassetta, quindi
me li passava per ascoltarli sul mio vetusto
mangianastri. Più o meno tra il 1980-1981,
si assistette a una spontanea proliferazione di giovani band, che pubblicavano singoli hardcore-punk super veloci, la maggior parte dei quali si atteneva ai canoni
del thrash. Gruppi come Minor Threat,
Negative Approach, Necros, Battalion of
Saints, Adolescents, Sin 34, The Meatmen,
Urban Waste, Void, Crucifucks, Youth Brigade, The Mob, Gang Green ecc. Erano
grandi! Dal vivo facevano scintille e registravano album pazzeschi. Molto ruvide e
L
LE IMMAGINI
Tutte le immagini
di queste pagine
sono tratte
dal libro
Mix Tape: l’arte
della cultura
delle audiocassette
Nei concerti portavo
“Conan” sul palco,
gli microfonavo
gli altoparlanti
per giocare
dirette, le canzoni difficilmente superavano il minuto di lunghezza. Ero un fanatico,
li compravo tutti appena uscivano. Ogni
giorno pagavo pegno da Rat Cage in Avenue A per impossessarmi di tutti i sette
pollici di hardcore esposti sulla parete.
Certo, era una spesa, ma non un salasso.
Ogni singolo costava due o tre dollari. Ma
al tempo facevo ancora il lavapiatti in un
ristorante di Soho — non navigavo propriamente nell’oro — eppure dovevo assolutamente avere quei dischi!
La mia amata Kim tornava a casa dal lavoro ogni giorno, commessa da Todd’s
Copy Shop e cameriera da Elephant & Castle in Prince Street, e mi beccava ad ascoltare singoli hardcore dalla mattina alla sera. Credo che abbia scritto anche un testo
sul suo ragazzo (io) che passava così le sue
giornate. Mi sentivo un po’ in colpa, avevo
bisogno di ascoltare quei dischi con calma
e attenzione, e mi venne in mente che potevo preparare un mix con i pezzi migliori
di quegli album — e visto che erano tutti
così brevi e con la stessa potenza ed ener-
gia, la cassetta sarebbe stata un monolito
hardcore.
Avevamo libero accesso all’appartamento di Dan, così una volta ci andai e registrai il mio mix, che per me era la cassetta definitiva di hardcore mai realizzata. Su
un lato scrissi H, sull’altro C. Quella notte,
mentre eravamo a letto, dopo che Kim si
era addormentata, infilai la cassetta nel
nostro mangianastri, trascinai uno dei
piccoli altoparlanti sul letto, e ascoltai il
mix a un volume ultrabasso. Ero in uno
stato di beato mormorio. Quella musica
faceva sfrigolare ogni cellula, ogni fibra del
mio corpo. Era bello. Quell’estate, per il
mio compleanno, Kim mi regalò un Walk-
man con altoparlante incorporato. In
questo modo potevo tenere il Walkman
vicino al cuscino e suonare il mix H. C. a un
livello ancora più intimo. [...]
A metà degli anni Ottanta, prima di un
tour con i Sonic Youth, decidemmo di munire il furgone con un mangianastri. L’idea era di prendere un’autoradio fissa, ma
era una soluzione troppo dispendiosa. All’epoca a New York impazzavano per le
strade giganteschi stereo che sparavano
mix di rap da casse spropositate, i cosiddetti “ghettoblaster”. Lo stile hip-hop
“della strada” esigeva misure sproporzionate. Scarpe da basket titaniche con stringhe super ampie, occhiali grandi come
metà della faccia, catene d’oro che chiamavamo “funi” tanto erano spesse e massicce, e gli stereo portatili avevano le stesse dimensioni di un carrello del supermarket.
[...] Ai tempi Delancey Street, e la traversa Orchard Street, erano la zona del centro
dove si concentravano i negozi di abbigliamento e accessori hip-hop. [...] Le domeniche pomeriggio qui erano folli, con
gente che se ne andava in giro con i propri
stereo oversize sparando a palla Spoonie
G e DST (un grande rapper vecchia maniera, il cui nome stava per Delancey
Street). Poi c’erano i rockettari indie
punkoidi come me — affamati e spiritati,
che si nutrivano di tutto. Le cassette mix di
hip-hop, disposte per la vendita su tavoli
di cartone, cominciarono a riferirsi a un sistema di valori dettato da chi compilava la
scelta dei brani. [...] Run DMC e LL Cool J
cominciavano a spopolare, la Def Jam lanciava sul mercato un nuovo ibrido di punk
rock/hip-hop, e i dischi uscivano alla velocità della luce. Tutto questo, per segugi
della musica come me, rendeva la vita di
tutti i giorni piuttosto eccitante.
[...] Quindi entrai nel negozio in Delancey Street e, con i fondi limitati della band,
comprai il più imponente “ghettoblaster”
in esposizione. Era davvero massiccio (è
massiccio, ce l’ho ancora)[...]. Quando mi
presentai, gli altri videro il mangianastri,
Repubblica Nazionale
DOMENICA 8 GIUGNO 2008
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 41
La prima compilation
della nostra vita
ERNESTO ASSANTE
i chiamano mix tape. Si dovrebbe dire “si chiamavano”, perché oggi le compilation di brani registrati su cassetta sono state ampiamente superate dalle playlist che tutti hanno sul proprio iPod e che
si scambiano su Internet. Ma i mix tape erano qualcosa di diverso dalle playlist. Ed è di questo che parla Mix
Tape, il libro dedicato all’arte e alla cultura delle cassette scritto da Thurston Moore, musicista dei Sonic
Youth, scrittore e poeta.
Play, Fast Forward, Pause, Rewind. Se siete veri appassionati di musica sapete di cosa stiamo parlando.
No, non solo del fatto di ascoltare la musica, di amare
un disco, un brano, un gruppo, ma di far ascoltare quella musica, quei dischi, quelle canzoni, quei gruppi a
qualcun altro. O di mettere insieme la musica preferita in una sequenza in grado di commuovere, di esaltare, di far pensare, di sorprendere, di dare un senso alla
vita. Tutto questo si faceva con le cassette. Le antenate
delle playlist, quelle che oggi si realizzano con pochi
clic, un software e un pugno di file mp3, erano piccole,
portatili, maneggevoli, poco costose, ed erano il primo
strumento vero e proprio per il quale il “dominio della
copia” che dalla nascita dei dischi in poi era sempre rimasto nelle mani dei discografici, diventava “nostro”.
Ognuno poteva copiare un disco, una canzone, metterla su una cassetta e portarsela in tasca. Ognuno poteva prendere una canzone da un disco, una da un altro, metterle in fila, registrarle e alla fine avere in mano
un prodotto assolutamente originale, un mix tape, che
era qualcosa di più di una compilation, di una raccolta. Era un oggetto che racchiudeva una vita intera, un
modo di vedere il mondo, una fotografia della realtà vista da un punto di vista particolare.
Ricordate le liste di Rob, il protagonista di Alta fedeltàdi Nick Hornby? Quelle erano liste per dei perfetti mix tape, qualcosa di più di una semplice lista di canzoni. E Thurston Moore oltre che raccontare con quel
pizzico di necessaria nostalgia l’era della cassetta, del
walkman, della copia casalinga, ha voluto raccogliere
le memorie di oltre ottanta persone, artisti, musicisti,
attori, scrittori, registi, presentatori televisivi e, come
in Alta fedeltà, impiegati di negozi di dischi, chiedendo a ognuno di loro di raccontare il proprio mix tape,
quello fatto quando un amore è finito, quello con la musica più bella, o quello
per una sera d’estate. «In futuro», scrive Dean Wareham,
uno dei testimoni chiamati da
Moore, «quando i mix tape saranno oggetto di studio dei sociologi, arriveranno alla conclusione, in termini tecnici, che il
mix era una forma di “discorso” tipica della fine del Ventesimo secolo, presto sostituita dalla playlist».
Fino al 2000 il declino della cassetta era stato in qualche modo limitato dalla mancanza di alternative per la registrazione casalinga, poi
l’avvento dei registratori di cd e quello di formati digitali come l’mp3, e la
definitiva affermazione degli iPod ha
rapidamente convinto i consumatori a
mandare in pensione i vecchi nastri e ad
abbracciare, anche per le registrazioni, la
rivoluzione digitale. La cassetta aveva resistito dignitosamente all’avanzata del
compact disc che aveva travolto i vecchi dischi. Poco meno di venti anni fa il numero
delle cassette vendute superava ancora di
gran lunga quello dei cd, ma dopo il sorpasso, avvenuto nel 1992, i piccoli contenitori di
plastica avevano mantenuto delle forti quote
di mercato, nonostante i tentativi di sostituzione avvenuti con formati come il Dcc, la cassetta digitale, e il MiniDisc, piccoli portatili e registrabili, ma con qualità digitale. La registrabilità a
basso costo era la principale arma di difesa della vecchia cassetta, ma con l’avvento dei masterizzatori da
computer prima, e dei registratori di cd poi, è iniziato
l’inevitabile declino.
La cassetta, virtualmente scomparsa in Europa e in
America, è ancora, comunque, il formato dominante
in vaste aree del pianeta. In Africa copre il sessanta per
cento del mercato discografico, in Asia il cinquanta, in
America Latina il venti, e ci sono paesi in cui senza le
cassette la musica non verrebbe distribuita, come la
Turchia, l’Egitto, ma anche veri colossi come l’India, la
Russia o la Cina, dove copre tuttora la stragrande maggioranza del mercato. Il libro di Moore non prevede
che la cassetta torni tra noi, è un “dead media” e nemmeno il futurologo Bruce Sterling, che ha scritto una
pregevole introduzione, immagina un domani per i
piccoli nastri. Ma se il vinile ritorna...
S
IL LIBRO
Si intitola Mix Tape: l’arte della cultura
delle audiocassette. Sono racconti,
saggi, ricordi di artisti e musicisti raccolti
da Thurston Moore, cantante e chitarra
dei Sonic Youth. Prefazione
di Bruce Sterling. Edito da Isbn Edizioni
(100 pagine, 22 euro)
sarà in libreria l’11 giugno
stupiti che avessi buttato i soldi del gruppo per quel gigantesco obbrobrio di plastica. [...]
Mentre percorrevamo l’Holland Tunnel, distanziandoci sempre più dalla città,
pensai che fosse giunta l’ora di mettere
uno dei miei mix. Infilai la prima delle cassette di rap e lo stereo si dimostrò un grande acquisto. Economico, ma superbo. E
funky. La musica che usciva da quell’apparecchio non poteva che essere perfetta.
Nel giro di venti secondi arrivarono le prime voci di dissenso: «Puoi abbassare, per
favore?», «Hai altre cassette dietro?», «Io
ho portato Johnny Cash...». Quando arrivammo sulla West Coast, ormai eravamo
tutti
affezionati al
Conion (la marca del
mangianastri, che ribattezzammo Conan). Nei concerti lo portavamo sul palco, microfonavo gli altoparlanti per giocare con i nastri tra un pezzo e l’altro. I fan in tutta America ci lasciavano le
loro cassette — alcuni, speranzosi, i loro
demo — compresi mix che poi ascoltava-
mo.
[...] Alla fine
del tour, nel furgone
erano disseminate centinaia di
cassette, con le custodie di plastica calpestate e rotte. Anni dopo, avrei raccolto
tutti i mix in uno scatolone per darli a Kim
quando venne ricoverata in ospedale per
partorire. A volte, quando spulcio nei
meandri della nostra casa mi ci imbatto
ancora e, come in una foto, mi vengono in
mente flash di quegli anni incredibili.
REPUBBLICA.IT
Da oggi sul sito
di Repubblica.it
l'audiogalleria
di Ernesto
Assante, curata
da Chiara Ugolini,
sulle cassette
evergreen
Traduzione Massimo Gardella
(© 2008 il Saggiatore Spa Milano)
• NUCLEARE, SI RIPARTE
Nonostante l’incidente in Slovenia, Enel e governo decisi ad andare avanti. Fulvio Conti: “È nell’interesse dell'Italia”.
Le aziende si preparano alla grande sfida
• INGHILTERRA, LA CRESCITA NON C’È PIÙ
Dopo un decennio di crescita il pil rallenta, risalgono inflazione e disoccupazione: la crisi dei mutui fa riscoprire agli inglesi la paura della recessione
• DE AGOSTINI VUOL FARE UN’ALTRA ENDEMOL
In diciotto mesi il gruppo ha chiuso tre acquisizioni nel settore dei format tv e adesso vuole competere con l’inventore del Grande Fratello,
oggi controllato da Mediaset
• SE IL CNR DIVENTA IL MOTORE DELLO SVILUPPO
Il nuovo presidente punta su una ricerca che possa aiutare la crescita delle imprese: “Dobbiamo lavorare insieme”
Nel numero in edicola domani con
Repubblica Nazionale
42 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 8 GIUGNO 2008
i sapori
Glabra o vellutata, croccante o morbida, schiacciata o tondeggiante
come una mammella. La “mela persica”, il frutto più amato dagli italiani,
torna con il primo caldo in tutto il suo fulgore. Nata in Cina, dove cinquemila
anni fa si credeva crescesse sull’albero dell’immortalità, è da sempre
Morsi di stagione
protagonista dei dessert (gelati, marmellate, crostate) ma oggi
si affaccia anche come comprimaria negli antipasti di pesce o verdura
Pesche
Le tonnellate di produzione mondiale annua
Pasta bianca
Acidula e rinfrescante
ha buccia bianco-crema
con screziature rosso chiaro
e intenso. Bianca anche
la polpa, soda e profumata,
perfetta per macedonie,
gelati e bavaresi. Meglio
consumarla in tempi brevi,
perché mal si adatta
alla conservazione
Le tonnellate di produzione italiana annua
Succosa e dolcissima
con pelle da brividi
LICIA GRANELLO
«Q
il viaggio fu lungo ma vittorioso, se è vero che la Georgia è stauella che abbiamo figurata è una delle più
ta ribattezzata The Peach Stateper la sua vaste coltivazioni mopreziose che si conoscano. La sua grosnodedicate. La Cina, comunque, non ha mai perso il primato
sezza e il suo colorito la distinguono fra le
produttivo, seguita da Italia (il cinquanta per cento tra Emiliaaltre in bellezza; poche poi possono gaRomagna e Campania), Grecia, Spagna e Turchia.
reggiare con essa per la bontà. È gentile,
Facili da amare. Come gran parte della frutta estiva, sono
butirrosa, liquescente, e piena di sugo: ha
dissetanti, toniche, diuretiche, digestive, lievemente lassatiun poco di acidulo, ma se è ben matura, esso non serve che a
ve. In più, vantano un bel ventaglio vitaminico (C, A, B1, B2,
rilevarne il sapore. Il suo nocciolo è sempre rosso, e la polpa
PP) e sali minerali (potassio, ferro, calcio, fosforo) in quantità.
che lo circonda, sebbene bianca, prende presso di questo
Se la tradizione culinaria le consegna all’elenco dei dessert
un’atmosfera di rosso paonazzo da cui resta raggiata in un mo— crostate e bavaresi, marmellate e gelado grazioso. Tale è la Pesca che conosciati — la gastronomia moderna ribalta la
mo ora in Italia sotto il nome di Poppa di
sequenza dei menù, piazzando percoVenere, come esso è derivato dalla mamche e nettarine nel cuore degli antipasti,
melletta che si vede sulla cima di questa
felicemente abbinate ai delicatissimi
Pesca».
Pesche senza pesticidi,
scampi crudi o alternate a dadini di verCosì il botanico Giorgio Gallesio a inidure croccanti.
zio Ottocento racconta la più bella tre le
da mercoledì a domenica,
Ma tra piatti virtuosamente contamipesche ne La Pomona Italiana. Difficile
a
“Sapor
Bio”
a
Viareggio
nati — dove le pesche si sposano con riso
immaginare una descrizione che vada
Poi a Modena il congresso
selvaggio, quinoa, pollo — e cocktail suaoltre tanta ammiccante sensualità, per il
denti (Bellini, Sex on the beach, Caipirofrutto estivo più amato dagli italiani.
dell’Ifoam, organismo
ska), guai a dimenticare le preparazioni
Ne mangiamo più di dieci chili l’anno,
internazionale
di
agricoltura
che hanno glorificato le pesche nell’alta
senza troppo curarci delle varietà che tropasticceria. Su tutte, la Pesca Melba,
viamo in commercio: ci piacciono tutte,
biologica, affiancato
creata nel 1893 da Auguste Escoffier, ceglabre e vellutate, croccanti e sugose,
da mercato e degustazioni bio
leberrimo chef francese, allora alla guida
morbidamente acidule e spudorataE il 16 convengo
della cucina dell’hotel Savoy di Londra. A
mente dolci. Non si può immaginare un
lui, un gruppo di fan della soprano aucesto di frutta, una macedonia, un bicsulla frutta senza chimica
straliana Nelly Melba, di scena al Covent
chiere di “vino estivo” (asprigno, fragoliGarden Theatre, chiese di allestire una
no, clinto) orfani di nettarine e percoche,
cena di gala. Escoffier, ispirato dalle insatabacchiere e seni di Venere (così ancora
latiere di argento e cristallo disposte sui tavoli, le colmò a strale chiamano i francesi, che le considerano afrodisiache).
ti con gelato alla vaniglia, mezze pesche sciroppate e sorbetto
Le gustiamo da sempre, se è vero che Virgilio le colloca ben
di lampone. La cantante, estasiata da tanta bontà, fu felice di
prima di Cristo. Pur se originarie della Cina — dove già cinbattezzarle col suo nome.
quemila anni fa erano considerati frutti benedetti dell’albero
dell’immortalità — e diffuse per la prima volta in Europa dai
Tra Romagna e Marche, invece, con un impasto di uova, zucgreci, gli antichi romani le battezzarono mala persica, mele
chero, farina, burro, latte e lievito, si realizzano delle mezze finpersiane (dove erano comunque coltivate). Nel continente
te pesche, unite — dopo il passaggio in forno — da una cucamericano, invece, approdarono solo a metà Cinquecento,
chiaiata di crema pasticciera e colorate con l’alchermes. Beinsieme ai colonizzatori spagnoli. Dal Messico agli Stati Uniti,
vanda d’obbligo, per accompagnarle, un buon tè alla pesca.
Di vigna
Piccola e farinosa, è nata
nelle campagne piemontesi
come coltivazione
sostitutiva delle vigne
danneggiate dal maltempo
a inizio Novecento
Viene aperta, asciugata
in forno e farcita
con amaretti, cacao
e la sua stessa polpa
Gli appuntamenti
Pasta gialla
Dolce, succosa, rustica,
la più adatta per crostate,
marmellate e conserve
È ricchissima di carotenoidi
e flavonoidi, antiossidanti
doc e tandem benedetto
per l’abbronzatura,
ma la sua buccia
multicolore e vellutata
può risultare fastidiosa
Spaccarella
Indifferentemente bianca
o gialla, si caratterizza
per la facilità con cui
il nocciolo si separa
dalla polpa, virtù essenziale
per realizzare le ricette
ripiene. Al contrario,
esistono varietà con polpa
strettamente aderente
all’osso chiamate duracine
Repubblica Nazionale
DOMENICA 8 GIUGNO 2008
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 43
Cesenatico (Fc)
Volpedo (Al)
itinerari
Gaetano
di Costanzo
è il giovane
e bravissimo
chef del Terme
Manzi Hotel
& Spa, nel cuore di Ischia
Tra i piatti del menù
estivo, spicca la deliziosa
tartara di gambero
con riso selvaggio
profumato alla vaniglia,
pesche gialle e brunoise
di verdure crude
Leonforte (En)
Inserito nella mappa
dei borghi più belli
d’Italia, il comune
delle colline
alessandrine
che ha dato i natali
al pittore Giuseppe
Pelizza vanta
una frutticultura
di primissima qualità. Fragole e pesche
sono tra le migliori d’Italia
Via dal mare,
si apre una campagna
fertilissima,
dove trionfano
le coltivazioni di frutta
Pesche e nettarine
di Romagna, protette
dall’Igp, sono
protagoniste
di “Un mare di frutta” e di “Nettarine in festa”
nei primi due week end di luglio
Appoggiato
sulle colline di Enna,
il comune fondato
nel Seicento da Nicolò
Branciforte vanta
una campagna fertile
dove prosperano
grano, agrumi, ulivi
e le antiche pesche
impergamenate, con festa dedicata la prima
domenica di ottobre
DOVE DORMIRE
DOVE DORMIRE
DOVE DORMIRE
DIMORA LA CAPPELLETTA (con cucina)
Via della Clementina 16
Tel. 0131-80222
Camera doppia da 120 euro, colazione inclusa
MARAFFA B&B
Via Moretti 11
Tel. 338-4112215
Camera doppia da 80 euro, colazione inclusa
VILLA GUSSIO NICOLETTI (con cucina)
Contrada Rossi, S.S. 121 km. 94,750
Tel. 0935-903268
Camera doppia da 140 euro, colazione inclusa
DOVE MANGIARE
DOVE MANGIARE
DOVE MANGIARE
IL FIORILE (con camere)
Via XXV Aprile 6, frazione Castel Ratti
Tel. 0143-697303
Chiuso lunedì, menù da 30 euro
LA MAGNOLIA
Viale Trento 31
Tel. 0547-81598
Chiuso lunedì, menù da 60 euro
BAGLIO SAN PIETRO (con camere)
Contrada San Pietro, Nicosia
Tel. 0935-640529
Senza chiusura settimanale, menù da 20 euro
DOVE COMPRARE
DOVE COMPRARE
DOVE COMPRARE
CASCINA GALEAZZO
Strada Prov. Tortona-Volpedo, località Volpeglino
Tel. 0131-806257
AZIENDA BIOLOGICA LA QUERCIA
Via Stradone Sala 257
Tel. 0547-311633
AZIENDA AGRICOLA SAMPERI
S.S. 121 km 91, contrada Samperi
Tel. 338-9110383
I chilogrammi consumati pro capite
Le calorie ogni 100 grammi
Un boccone di classe
vietato ai “villani”
Schiacciata
Detta anche tabacchiera
o saturnina, è riconoscibile
per la sua forma, simile
a quella di una focaccina
Gialla o bianca, è una varietà
delicata, dalle dimensioni
ridotte, di consistenza
setosa e profumo intenso
Terra d’elezione
per gustarla: l’Etna
Tardiva
Per ripararla dai parassiti,
i contadini della zona
di Enna la “impacchettano”
con carta pergamenata
Così la maturazione arriva
in autunno regalando
frutti sani, gialli, sodi,
con un profumo particolare
che ricorda moltissimo
quello della canditura
Percoca
MASSIMO MONTANARI
Q
uando mi capita di addentare una pesca — attrattiva irresistibile, in questa stagione — non posso fare a meno di pensare a Zuco Padella. Zuco Padella chi? Il contadino di cui narra Sabadino degli Arienti, notaio e letterato bolognese, autore, nel 1495, di una raccolta di novelle dedicate al duca Ercole d’Este. Sabadino immagina, sul modello del Decamerone, che una brigata di gentiluomini e gentildonne bolognesi si trasferisca durante l’estate ai bagni della Porretta, sollazzandosi in amene attività come raccontare novelle. In queste Porretane compaiono anche personaggi umili, ma l’occhio che li guarda è sempre
quello della nobile compagnia: il loro ruolo è essere sottomessi, umiliati, sbeffeggiati. La distanza fra le classi è un postulato fondamentale nella cultura dei ceti dominanti dell’epoca, e si esprime anche nei codici di
comportamento alimentare, nel modo di pensare i cibi e la loro “appropriata” destinazione sociale.
Le pesche, come altri frutti delicati, non sono cibi da contadini. Vanno riservati alle élite. Anche se, a volte, i contadini non stanno al gioco. Sabadino ce lo spiega con un apologo che mette in scena un contadino
e un signore: Zuco Padella (appunto) e messer Lippo Ghisilieri.
Lippo aveva un giardino bellissimo, ricco di frutti «e specialmente de bellissime persiche», gelosamente protetto da siepi e fossati. Ma «quasi ogni nocte» Zuco Padella si faceva un varco nella siepe, raggiungeva i peschi e si portava via un po’ di frutti. Non era un furto occasionale, dettato dal bisogno o dalla fame,
ma una vera e propria sfida, sistematica e ripetuta, al privilegio di classe.
Messer Lippo, per smascherare l’impudente malfattore, fece conficcare nel terreno delle trappole con
dei chiodi rivolti all’insù. La notte, quando Zuco entrò nel giardino, «li venne posto il dito grosso del piede
sopra uno de questi chiodi». Pur ferito, non abbandonò il campo: la notte seguente si mise ai piedi due trampoli, rinforzati da «ferri di asino», in modo da non forarsi «e che paresse fusse uno asino che mangiasse le
persiche»: se ne fece un nuovo carico e tornò a casa incolume.
La posta si è alzata e il signore mette in atto nuove strategie di accerchiamento: fa raccogliere tutte le pesche tranne quelle di un solo albero, e sotto questo fa scavare una gran buca «a modo di lupara, dove si pigliano li lupi». Per tre notti fa personalmente la guardia e infine arriva Zuco Padella, munito dei suoi trampoli. Si dirige prontamente all’albero carico di pesche e precipita nella fossa, e «quasi non fu per romperse
el collo». Lippo ordina ai servi di prendere una caldaia d’acqua bollente e di rovesciarla dentro la buca. Il
contadino comincia a gridare: «Misericordia! Misericordia!» e viene smascherato. «Credevo di aver preso
un lupo a quattro zampe, non a due», commenta sarcastico messer Lippo, e rincara la dose: «Volendo pigliare il lupo, ho preso l’asino che mangiava le mie persiche». La lezione è accompagnata da parole di arrogante disprezzo: «Villano latrone che tu sei! Che te vegna mille cacasangui!»
La ferocia di questo combattimento — una guerra in piena regola — è pari alla durezza di un’ideologia
alimentare che pretendeva di segnalare con la diversità dei cibi le differenze fra gli uomini e il mantenimento dell’ordine sociale. «Un’altra volta», sentenzia in conclusione messer Lippo, «lascia stare le fructe
de li miei pari e mangia de le tue, che sono le rape, gli agli, porri, cipolle e le scalogne col pan di sorgo». Le
pesche sono solo per li miei pari.
Zuco Padella, che in modo ingenuo e maldestro cercò di spezzare le regole del privilegio sociale, lo penso come un eroe del progresso, a cui volgerò un grato pensiero prima di assaporare la prossima macedonia di pesche.
Gialla, grande, compatta,
è la vera protagonista
della conservazione:
sia in versione sciroppata
che per la produzione
di succhi. Le migliori sono
coltivate in area vesuviana
e in Puglia, dove vengono
consumate anche tagliate
a fettine e immerse nel vino
Nettarina
Più che per il colore
della polpa – sia bianca
che gialla – si differenzia
per la buccia, liscia, glabra,
lucida. Risultato di un ibrido
americano, la pesca noce
è ben provvista di vitamina C
e potassio (anti-crampi)
La varietà romagnola
è protetta dall’Igp
Repubblica Nazionale
44 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 8 GIUGNO 2008
le tendenze
Estate under 18
VELA
Corsi per principianti
e di perfezionamento
per ragazzi dagli 8 ai 18 anni,
dalla Sardegna al lago
di Como, dalle Eolie all’Elba,
per imparare ad andare
in barca da “lupi di mare”
SCIENZA
Per i ragazzi più impegnati
ci sono le vacanze
scientifiche e didattiche
a tema, laboratori artigianali
e attività naturalistiche
Iscrizioni ai corsi
dagli 8 ai 16 anni
EQUITAZIONE
Lezioni di maneggio e turismo
equestre, aspetti tecnici
e divertimento per ragazzi
che scelgono una vacanza
con i cavalli in Italia
e all’estero. Per bambini
dai 6 ai 18 anni
FOOD
Vacanze in fattoria
per i bambini: s’impara
a conoscere l’origine
dei prodotti alimentari
e la vita degli animali
Si può imparare a fare
il pane, si fa scuola di cucina
www.Orzaminore.it
www.Katabasis.it
www.sailcompany.it
www.Marvelia.it
www.asso.objectif-sciences.com
www.bimbibo.it
www.zainettoviaggi.it
www.vacanzequestri.com
www.terresienabambini.it
www.mulinomattie.it
www.quartospazio.com
www.fattoriedidattiche.it
www.rodariparcofantasia.it
www.aquilone.it
MARINA CAVALLIERI
SARÀ un’estate-avventura, adrenalinica e no-limits: si potrà discendere lungo
un fiume con la canoa, camminare sugli
alberi con un’imbragatura, costruire
zattere e mongolfiere, fare bird watching
e orienteering, tirare con l’arco, passeggiare su traballanti ponti tibetani o affrontare con un kajak le onde. Sarà una
vacanza didattica ma frenetica dove ragazzi dai sei ai diciassette anni potranno
diventare tanti piccoli Indiana Jones: a
contatto con la natura studieranno le fasi solari e il movimento degli aquiloni,
«Negli ultimi cinque anni il mercato è
cresciuto moltissimo, prima si faceva
più fatica a vendere questo prodotto alle
famiglie, prevaleva la mamma iperprotettiva», spiega Giovanna Mattiolo, amministratore della “Tourist trend”, tour
operator che ha partecipato all’organizzazione di Children’s tour, fiera del turismo per ragazzi che si è tenuta recentemente a Modena. Il dato di partenza è
che sono più di sei milioni i ragazzi dai sei
ai diciassette anni, oltre il sessanta per
cento ha fatto una vacanza nel 2007 e tra
questi sono sempre di più quelli che partono anche da soli.
La scuola non c’è più
comincia l’avventura
scopriranno i rifugi degli scoiattoli o della foca monaca, poi, nei momenti di relax, potranno scegliere se abbandonarsi
al ritmo di High school musicoppure fermarsi ad ascoltare il silenzio, sempre
aiutati da guide professionali ed esperti
animatori.
Nei migliaia di centri estivi sparsi per
l’Italia si preparano le vacanze under diciotto: un esercito di organizzatori, tour
operator, parrocchie, associazioni ambientaliste e sportive perfezionano i loro
depliant per offrire a bambini e adolescenti stanchi e annoiati dalla vita in
città, qualcosa di indimenticabile, se
non un’estate intera almeno una settimana da leoni. Perché, se un tempo c’erano le colonie e i soggiorni al mare, oggi
ci sono i campus a tema; se una volta c’erano le vacanze-studio, ora ci sono le settimane estreme.
«Negli ultimi anni sono cresciute molte realtà distanti dal vecchio modello
delle colonie, che erano organizzate da
enti statali e dopolavori; oggi tutto è legato all’iniziativa privata e prevale il soggiorno tematico dove il bambino sperimenta un’avventura e si cala nella parte.
Piace molto la vacanza a contatto con la
natura con situazioni che imitano le imprese del supereroe degli schermi Indiana Jones, vanno bene anche i soggiorni
centrati su uno sport, le vacanze-studio
piacciono più ai genitori e meno ai ragazzi. Poi c’è il versante delle fattorie didattiche e degli agriturismi, dove i bambini stanno a contatto con gli animali e
apprendono attività legate all’agricoltura e alla gastronomia, non è difficile vedere in questi casi bambini con il mattarello che imparano a fare il pane e la piadina. I bambini si fanno molto influen-
Piccoli
Indiana
Jones
Repubblica Nazionale
DOMENICA 8 GIUGNO 2008
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 45
Tirare con l’arco, correre lungo un ponte tibetano, discendere
le rapide in canoa: le vacanze dei ragazzi, tra stage nei boschi
e corsi “da giovani marmotte”, si trasformano quest’anno
in prove di coraggio. Ma le alternative sono tante e per tutte
le età: dal corso di vela a quello di cucina, dallo studio
ILLUSTRAZIONE DAL LIBRO VACATION LEAPFROG
delle lingue al campus di tennis. Ecco la mappa del divertimento
LINGUE
Vacanze di studio all’estero
con corsi di lingue
dall’inglese al francese,
dallo spagnolo e tedesco
al cinese, in college o magari
in famiglia. Dedicato
ai ragazzi dai 6 ai 19 anni
CALCIO
Milan, Juventus, Inter:
le società organizzano
campi vacanza per ragazzi
che amano il calcio, sotto
la guida di allenatori esperti
Anche all’estero
Dagli 8 ai 16 anni
TREKKING
Vacanze a metà tra sport
e ambientalismo
con tecniche di orientamento,
cartografia, insegnamento
della bussola ed escursioni
in montagna
in sentieri segnati
www.cts.it
www.ef-italia.it
www.englishinitaly.it
www.primaveraviaggi.it
www.juniorcamp.it
www.juventussoccerschool.com
www.intercampus.inter.it
www.lamontagna.it
www.zainettoviaggi.it
www.ermesambiente.it
www.esperienzatrentino.it
zare dai film, dopo Ratatouille, cucinare
è diventata una moda».
Nell’estate 2008, insomma, stravincono le vacanze-contrappasso: bambini
sedentari, teledipendenti, iperaccessoriati, sorvegliati ovunque, poco autonomi, vengono catapultati in esperienze a
contatto con la natura, a volte in simulazioni di avventure estreme. Perché accanto ai campus estivi creati già negli anni Settanta da Wwf e Legambiente, improntati al modello educativo ed ecologico, sono nate altre realtà dove si privilegia si il contatto con la natura ma in versione più cinematografica e surviving.
«Parco Cerwood è un nuovo modello di
campo estivo, è stato il primo in Italia, è
nato in Emilia Romagna nel 2003, ora ce
ne sono dodici solo in questa regione e
non ce n’è uno uguale all’altro», racconta Loredana Notari. «Qui si può venire
per un solo giorno oppure per una o più
settimane, sistemandosi in alberghi o
campeggi. I ragazzi da noi praticano la
camminata tra gli alberi con una imbragatura, fanno tarzaning oppure si cimentano nell’arrampicata sportiva su
pietra di Bismantova o nel tiro con l’arco.
Abbiamo ponti oscillanti e tibetani per
giochi di equilibrio e di forza. Sono campi un po’ sul modello francese, ce ne sono molti in Corsica e in Costa Azzurra ma
da noi c’è più sorveglianza».
È più slow invece la vacanza in fattoria,
ma non per questo meno intensa. La tendenza è sempre imparare, socializzare,
fare movimento e soprattutto praticare
attività a volte persino drasticamente
vietate dai genitori durante l’anno. «Nelle fattorie didattiche si fa turismo attivo,
i nostri operatori sono agricoltori che
hanno fatto interventi formativi, corsi di
centoventi ore dove si affrontano dai
problemi della sicurezza alle dinamiche
di gruppo», spiega Marco Boschetti, direttore del Consorzio agrituristico mantovano. «Da noi vengono ragazzini dagli
undici ai sedici anni, si privilegiano le attività manuali, la raccolta della frutta ma
si impara anche a fare il pane». Dopo lo
smog dell’inverno ecco la vita in campa-
gna, finiti i pomeriggi passati con patatine e snack è il momento dell’educazione
alimentare. Un modello a cui a volte si
associa anche la pratica della lingua inglese in un crescendo ansioso e accattivante di offerte tra il ludico e il formativo.
È quello che avviene in un rustico casale
umbro, sede de “L’Aquilone”. «Siamo attivi da più di trent’anni, da noi è come se
i bambini fossero a casa dei nonni o degli zii. Facciamo molte attività tra cui teatro e archeologia, ospitiamo anche ragazzi dall’estero, figli di italiani». Soggiorni ecologici, multidisciplinari, sempre molto politicamente corretti per genitori e figli forse un po’ snob. Ma nel supermarket delle nuove vacanze ci sono
anche le attività sportive, dove è il calcio
a fare da padrone indiscusso. «Gli Inter
campus sono nati nel 1994, la nostra
scelta è di organizzarli direttamente ma
ci sono, per esempio, i campus del Milan
che sono una rete in franchising», spiega
Lillo Dragone. «Quasi tutte le società di
serie A, B, C1 e C2 organizzano campi
estivi, per le società è una forma di autofinanziamento, si può calcolare che sono circa centomila i ragazzi che passano
almeno una settimana in questo tipo di
campus. E ci sono squadre riservate anche alle ragazzine».
Non c’è che da scegliere e per chi non
può o non vuole muoversi dalla città ci
sono i city-camp, in un susseguirsi senza
tregua di impegni, sport, attività, sono le
vacanze riparatorie che colmano vuoti
familiari e stress scolastici, pomeriggi
estivi distanti anni luce da quelli cantati
da Celentano, troppo azzurri e troppo
lunghi. «Io credo che queste possibilità
che si offrono ai ragazzi possono essere
una buona opportunità per acquisire
autonomia, soprattutto perché ce ne sono poche di tali iniziative negli spazi formativi», riflette Clara Tornar, docente di
pedagogia sperimentale. «Però quest’ansia di riempire i tempi vuoti rischia
di diventare un’ulteriore occasione di
stress, se si concentra in una settimana
quello che si dovrebbe sperimentare nel
corso di un anno».
TENNIS
Si può imparare a giocare
a tennis o migliorare
il proprio stile
nei diversi centri estivi
della Federazione tennis
Iscrizioni per ragazzi
dai 6 ai 16 anni
NATURA
Educazione ambientale,
turismo responsabile,
giochi ed escursioni sono
le proposte dei campi
organizzati dalle associazioni
ambientaliste
Dai 6 ai 17 anni. In tutta Italia
CANOA
Corsi di canoa, discese
in rafting, giochi sull’acqua,
escursioni, lezioni
nei campi-vacanze
organizzati dalla Sicilia
all’Umbria al Parco
del Ticino
www.Federtennis.it
www.vacanzetennis.it
www.momentidisport.org
www.wwf.it
www.legambiente.it
www.campiavventura.it
www.aquilone.it
www.rafting-canoa.it
www.raftingcenter.it
www.atleticom.it
Repubblica Nazionale
46 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 8 GIUGNO 2008
l’incontro
Claudio Magris lo ha definito
un uomo di “leggerezza mozartiana”
E in lui c’è infatti quiete filosofica,
vocazione all’ironia, una levità
non priva di zone d’ombra
Alla vigilia
del settantacinquesimo
compleanno e di un’estate
traboccante d’impegni
il grande direttore
e creatore di orchestre
parla dei suoi progetti
e del male che ha
combattuto e vinto: “Pensavo
fosse arrivato il momento. Considero
tutto ciò che è venuto dopo un regalo”
Sul podio
Claudio Abbado
ualche anno fa Claudio Magris, a proposito dell’amico
Claudio Abbado, scrisse che
era un uomo di «leggerezza
mozartiana». In effetti Abbado appare
leggerissimo: nel fisico sottile, nella voce
discreta, nel movimento delle mani. Mani sensibili, abituate a condurre, vibrare,
disegnare il tempo, riempire di immagini la trasparenza dello spazio. Ma in questo musicista straordinario c’è dell’altro:
negli anni ha conquistato una qualità
impalpabile di leggerezza interna, fatta
di quiete filosofica, vocazione all’ironia,
rapporto distaccato e sorridente col successo. Riflessi di una levità, come s’è detto, «mozartiana». Che dunque ha zone
d’ombra, chiaroscuri. E che è volatile,
mai afferrabile del tutto.
Questo signore calmo e lieve, molto riservato, che parla poco e ascolta molto
(«è la musica che insegna ad ascoltare, se
si ascolta s’impara, e così dovrebbe essere in ogni campo: se i politici conoscessero la musica tutto funzionerebbe meglio»), non è solo un eccelso direttore
d’orchestra. È un mito musicale del nostro tempo. Però non reca segni di nevrosi da star-system. Magicamente rilassato, ha una freschezza fluida, giovanile. Eppure il 26 di questo mese compie
settantacinque anni. Dice serafico: «Le
cifre non contano, i numeri non mi hanno mai fatto impressione». E spiega che
non è prevista alcuna festa per il compleanno: niente smancerie, in puro stile
abbadiano. Quel giorno progetta di passarlo in barca, come gli piace tanto, circondato da figli e nipoti, per scivolare
con la consueta leggerezza nel vento e
sul mare della Sardegna, dove negli ultimi anni trascorre il tempo che dedica al
riposo, allo studio e alla lettura («in questo periodo sono preso dai romanzi di
Hrabal»). Vicino ad Alghero ha una casa
spartana e bellissima, isolata come la
mera, dove gli elementi si alternano in
diverse combinazioni, dal trio all’ottetto
e all’ensemble mozartiano. E questo
mese l’Orchestra Mozart compie il suo
sfolgorante debutto discografico con
due cofanetti di cd siglati Deutsche
Grammophon: il primo raccoglie cinque sinfonie mozartiane — 29, 33, 35
Haffner, 38 Praga e 41 Jupiter — registrate live in concerti a Bologna, Modena,
Ferrara e Bolzano; il secondo offre l’integrale dei Concerti per violino di Mozart
con Carmignola e la Sinfonia concertante per violino e viola K 364.
Nel frattempo Abbado qui a Bologna,
al Teatro Manzoni, dirige l’orchestra in
una serie di concerti: domani sarà sul podio di un programma tutto votato all’amatissimo Wolfgang Amadeus («non si
finisce mai di conoscerlo, è sempre attuale, infinito come Shakespeare»), e replicherà il concerto l’11 giugno a Bolzano, nell’Auditorum Haydn; e sempre a
Bologna ha appena diretto una serata sul
Settecento “sacro” di Giovanni Battista
Pergolesi, musicista al centro di un suo
progetto pluriennale (2007-2010):
«Compositore fondamentale, ha avuto
La musica insegna
ad ascoltare
Se si ascolta, s’impara
e così dovrebbe essere
in ogni campo
Se i politici
conoscessero
la musica, tutto
funzionerebbe meglio
FOTO OLYCOM
Q
BOLOGNA
chiatta di un naufrago e immersa in un
giardino rigoglioso, curato personalmente e con passione dal Maestro (ma
non chiamatelo così, non lo sopporta: da
tutti si fa chiamare semplicemente
«Claudio»). Racconta che le piante gli
fanno bene, come il mare: «Quando sono in Sardegna vivo nell’acqua e nel verde».
Ora invece siamo nel cuore di una
città, Bologna. Qui la sua casa è anch’essa leggerissima, affacciata sui tetti rossi
del centro storico, con un’altana che
svetta torreggiante e suscita vertiginose
fantasie sul volo. «Quand’ero ragazzo
sognavo spesso di volare. Voli alti, stupendi. Era il mio sogno ricorrente. L’ho
realizzato da adulto grazie alla musica.
Con i musicisti delle orchestre che dirigo
— e con molti di loro lavoro da tanti anni
— mi succede spesso di volare. Anche
per questo ho lavorato tanto di frequente con i giovani, che sanno fidarsi, lanciarsi, volare con me». Abbado è un forgiatore di orchestre, con esiti smaglianti: a fine anni Settanta fondò la European
Commmunity Youth Orchestra, a metà
anni Ottanta creò la Gustav Mahler Jugendorchester, da cui costituì la Mahler
Chamber Orchestra. Nel 2003 plasmò la
Lucerne Festival Orchestra, «che dirigo
in agosto a Lucerna e con cui in ottobre
andrò a Vienna. E sempre con l’orchestra di Lucerna l’anno venturo sarò a Pechino, dove mi ospiteranno in una casa
dentro un parco a qualche chilometro a
sud della città, con l’aria ottima, e conoscerò attori cinesi come Gong Li, la magnifica protagonista di Lanterne rosse».
Quello di Lucerna è un complesso “all
star”, con musicisti della Mahler Chamber Orchestra uniti a prime parti dei Berliner e dei Wiener Philharmoniker e ad
altri splendidi solisti. Sembra che attorno al carismatico «Claudio» si muova e si
condensi a più riprese un’unica, cangiante orchestra, fatta di prodigiosi e dotatissimi amici che gli viaggiano accanto
riplasmandosi di continuo in varie formazioni. In più il glorioso direttore ha
uno spettacolare fiuto da talent-scout. È
stato il primo, tanto per dirne una, a segnalare come futuri astri del podio,
quand’erano poco più che ragazzini,
l’inglese Daniel Harding e il venezuelano Gustavo Dudamel: «Eppure non li
avevo mai sentiti dirigere. Ho capito la
loro intelligenza parlando con loro. Ho
sentito due forti personalità, ho compreso che avevano davvero qualcosa da dire».
Nel 2004, a Bologna, è nata una sua ennesima creatura, l’Orchestra Mozart:
quarantacinque elementi, con giovani
professionisti a fianco di solisti affermati. Strumentisti di fama come Giuliano
Carmignola, Danusha Waskiewicz, Enrico Bronzi, Mario Brunello, Alessio Allegrini, Daniel Gaede, Rapahel Christ,
Guilhaume Santana, Lucas Macias Navarro, Alois Posch, Alessandro Carbonare e Lorenza Borrani, per citarne solo alcuni. Vive con loro «il piacere di suonare
insieme» nello spirito del gruppo da ca-
un forte influsso su Bach e Mozart. Morto a ventisei anni, in un quinquennio appena è riuscito a scrivere capolavori stupefacenti per preveggenza, proiettati un
secolo avanti dal punto di vista armonico e musicale. Era un geniale visionario
che colse tracce da Gesualdo da Venosa,
col quale condivide la capacità di creare
musiche eccezionalmente innovative
per modulazioni, accordi e cromatismi,
legate a testi strazianti, che parlano di
dolore, passione e morte».
Il 25 ottobre, ancora sul podio della
sua Mozart, unita alla Cherubini “prestata” da Riccardo Muti e all’Orchestra
Giovanile Italiana fondata da Piero Farulli, Abbado dirigerà un mega-concerto che farà scalpore: «Su un enorme palcoscenico allestito al PalaDozza di Bologna, per cinquemila spettatori, eseguiremo il Te Deum di Berlioz con le tre orchestre, due cori e un coro di voci bianche formato da seicento bambini. Fu
proprio Berlioz a richiedere quest’organico sterminato». In scena ci sarà pure il
suo amico Roberto Benigni, esilarante
attore per Pierino e il Lupo di Prokofiev,
presentato nella prima parte della serata: «Con lui stiamo immaginando futuri
concerti-spettacolo dedicati a Dante e
Verdi».
Abbado ha già diretto il Te Deuma fine
maggio a Berlino per ventimila spettatori, su un impressionante palcoscenico
all’aperto: «C’era anche Maurizio Pollini
per il Quarto concerto di Beethoven. In
realtà si doveva suonare alla Philharmonie, ma un incendio ha bruciato il tetto.
Abbiamo deciso di spostarci alla
Waldbühne, che ha tredicimila posti in
più della Philharmonie, e i tredicimila biglietti messi inaspettatamente in vendita sono andati esauriti in un paio di giorni. In passato avevo già diretto in quel
parco, l’atmosfera è bellissima: la gente
arriva presto, prende il sole, poi mangia,
beve e ascolta il concerto. E per me lavorare coi Berliner è come ritrovare tanti
vecchi e cari amici».
Sono stati i Berliner, probabilmente,
la sua orchestra «d’elezione». Per dodici
anni, fino al 2002, con entusiasmo ed
energia, Abbado, giunto in Germania già
carico di allori, avendo alle spalle esperienze di direttore musicale alla Scala e
alla Staatsoper di Vienna, si tuffò anima
e corpo nello spirito della cultura berlinese e nel rimodellamento della fisionomia dell’orchestra guidata a lungo da Karajan: «Berlino è una città civile, ricca di
verde e acqua: laghi, fiumi, canali. Ogni
volta che vi torno, atterrando con l’aereo, ho la sensazione di scendere in un
bosco immenso. La gente vive nel verde,
e il verde si riflette nella loro vita. Piena di
cultura e musei, è una città che conta su
un pubblico musicalmente preparato.
Vi ho potuto realizzare stagioni a tema e
programmi interdisciplinari, basati sull’intreccio tra musica, teatro, cinema,
letteratura e arti visive. E l’orchestra dei
Berliner ha ampliato il suo repertorio e si
è rinnovata, diventando una delle formazioni più giovani del mondo».
Quando, nel febbraio del ’98, Abbado
annuncia ai berlinesi di voler lasciare il
prestigioso incarico nel 2002, sembra
aver messo a fuoco una sorta di una premonizione inconscia: da lì a qualche mese scoprirà di avere un cancro allo stomaco. «Pensavo che fosse arrivato il momento. Considero tutto ciò che è venuto
dopo un regalo». Dice che è la musica ad
averlo guarito. E dopo l’operazione s’è
avventurato in questo luminoso nuovo
corso, come nel segno di una riconquistata giovinezza. È immerso nella musica e nell’ambiente con radicale amore e
convinzione. Musica e natura possono
salvare il mondo: come due facce di una
medesima bellezza. «Forse la mia storia
è cambiata anche con le piante. Nove ettari di costa, di fronte a casa mia in Sardegna, adesso sono un parco naturale. Vi
ho piantato novemila piante, che oggi
sono diventate molte, ma molte di più».
Abbado non è un pessimista. Preferisce concentrarsi sugli aspetti positivi,
sugli animi costruttivi, sulle «iniziative
esemplari di certe piccole città come
Arezzo, dove s’è cominciato a utilizzare i
sistemi energetici alternativi al petrolio,
dal solare all’idrogeno». E nell’odierno
clima italico tanto penalizzante per gli
immigrati, il cosmopolita Abbado, nato
e cresciuto a Milano e lanciatissimo nel
mondo, si definisce un immigrato anch’egli, con fierezza: «Mia madre era palermitana, mio padre era un piemontese
di origine araba. Il mio cognome proviene da Mohamed Abbad, principe di Siviglia nel 1040. Nel giardino dell’Alcazar
c’è una colonna bianca dov’è impresso il
nome. Quando ci sono andato per la prima volta mi sembrava d’esserci già stato,
riconoscevo i luoghi, mi ci ritrovavo come se ci fossi nato». Crede nell’inconoscibile? «Credo che siano tante le cose
che non si possono spiegare. Non credo
nella reincarnazione ma in questa vita,
adesso. Credo che la morte faccia parte
della vita. Le abbiamo dato quel nome:
morte, ma lei è vita, solo un aspetto della
nostra esistenza».
‘‘
LEONETTA BENTIVOGLIO
Repubblica Nazionale
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la domenica di repubblica 8 giugno 2008