Domenica l’attualità Il popolo del testamento biologico La DOMENICA 8 GIUGNO 2008 di JENNER MELETTI e UMBERTO VERONESI i luoghi Repubblica Rimini, i cent’anni del Grand Hotel MICHELE SMARGIASSI Una mostra a Genova ci fa rivivere un passato di miseria e mortificazione molto simile al presente degli altri FOTO COURTESY OF STATUE OF LITBERTY / ELLIS ISLAND NATIONAL MONUMENT Mio nonno emigrante ADRIANO SOFRI el montaggio di certe cartoline la statua della Libertà incombe sulle famiglie di immigrati, mucchi di stracci, come un idolo assirobabilonese. Il fotografo del Molo di Genova, o quello di Little Italy, doveva certo dire alle donne italiane con in braccio l’ultimo nato: «Sorridi!», ma non sorridevano. Lo stampato bilingue di Ellis Island per provare che il nuovo arrivato sa leggere riporta un minaccioso brano del Levitico. La mostra sull’emigrazione italiana tra Genova ed Ellis Island sollecita tre grossi problemi. Il primo: come si torni sul luogo di una tragedia quando la tragedia sia ormai consegnata alla memoria. Il secondo: se il ricordo di ciò che abbiamo sofferto in passato modelli il nostro atteggiamento verso chi sperimenta oggi la stessa sofferenza. Il terzo: che cosa sia diventata la xenofobia. Cominciamo da qui, e proviamo a dire così: xenofilia è l’amore per i ricchi, specialmente quando siano stranieri; xenofobia è l’odio per i poveri, specialmente quando siano stranieri. Essere, o sembrare stranieri — spesso è la stessa cosa, pen- N sate ai cittadini veneziani cui un’occupazione di suolo privato vuole negare un tetto — è un abbellimento della ricchezza, oppure un’aggravante del disprezzo per la povertà. Esiste una xenofobia che è il risvolto di un fanatismo nazionalista, come nel fascismo, ed esiste un razzismo invidioso come quello antisemita, che è al tempo stesso un modello e un’eccezione agli altri razzismi: ma quella del nostro mondo privilegiato, invecchiato e persuaso d’esser democratico, è la paura e la rabbia per una povertà giovane e selvaggia. Esattamente quella che gli italiani migranti, “oliva”, incarnavano agli occhi degli americani “bianchi”. E siamo così al secondo punto. Si insiste sulla rimozione del nostro passato di emigranti, che ci fa scandalizzare degli immigrati in casa nostra. E si moltiplicano i benemeriti sforzi per restaurare la memoria di una vicenda che ha segnato più di ogni altra la storia italiana: quasi ventisette milioni di emigrati nell’arco di centotrent’anni, quasi altrettanti discendenti di italiani nel mondo quanti i residenti nella madrepatria! cultura L’Italia del neo-neorealismo NATALIA ASPESI e GIANCARLO DE CATALDO la lettura Lo zen e l’arte di tornare bambini ROSSANA CAMPO l’incontro Claudio Abbado, leggero come Mozart LEONETTA BENTIVOGLIO (segue nelle pagine successive) Repubblica Nazionale 30 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 8 GIUGNO 2008 la copertina Storia capovolta Apre a Genova, al Galata Museo del Mare, una bella mostra sugli emigranti italiani in America: non solo foto e lettere, ma un percorso che fa rivivere al visitatore le umiliazioni e i rischi di allora. Nella certezza che la visione dell’inferno appena traversato induca compassione per chi in quell’inferno è di turno adesso. Ma è davvero così? Sì, gli zingari eravamo noi (segue dalla copertina) ibri, film, diari, lettere, registrazioni di racconti, musei — uno per tutti: quello lucchese della Fondazione Cresci, sorto dal ricchissimo archivio di Paolo Cresci, fiorentino di Scandicci, fotografo e gran persona, morto prematuramente nel 1997 (Il museo lucchese ha dato un importante contributo alla mostra genovese). E tuttavia la domanda sul ruolo del ricordo ha cambiato sostanza, ed è diventata molto più amara. La domanda ora è: davvero la conoscenza e il ricordo sono una salvaguardia, un modo per sventare la replica dell’infamia, o bisognerà ammettere che nemmeno conoscenza e ricordo — e commemorazione, e monumenti — mettono al riparo dall’indifferenza o addirittura dalla ripetizione del male, a parti scambiate? Abbiamo dovuto correggerla tante volte, la domanda, come quando si è consumata alle nostre porte, a Sa- L rajevo e a Srebrenica, un’infamia per la quale non potevamo invocare, come per Auschwitz (e già allora mentendo largamente) di non aver visto, di non aver saputo. La mostra genovese invita il visitatore a mettersi nei panni dei migranti che si imbarcavano alla volta dell’altro mondo. E tuttavia, di fronte allo stato attuale degli animi del nostro paese — l’Italia della brava gente, e dei milioni di migranti — si è costretti a dubitare che l’inferno appena attraversato induca a una speciale comprensione e compassione per chi adesso è di turno in quell’inferno. E anzi, a chiedersi se, usciti fuori dal pelago alla riva, non si sia indotti a guardare con un particolare risentimento a quelli che ci stanno affogando (non è una citazione poetica, è la cronaca di venerdì scorso, quando una gabbia da tonni ha tirato su nel canale di Sicilia vivi, tramortiti e morti, compresi gli annegati di chissà quale naufragio precedente, così pescoso è oggi quel mare). Zingari e rumeni e musulmani possono infastidirci perché ci siamo dimenticati dei nostri padri, e abbiamo avuto cura di non farlo sapere ai nostri figli, che siamo stati fino a ieri zingari e albanesi e bastardi; ma possono esasperarci anche proprio perché ci ricordiamo benissimo di esserlo stati, perché guardare loro è come guardarci nello specchio di ieri o dell’altroieri, perché la loro puzza è di quelle che non si vogliono più sentire, una volta che ce la siamo tolta di dosso a furia di strigliate. Ed eccoci al terzo punto. Come si torna sui luoghi del dolore. La mostra genovese ricostruisce la scena dell’imbarco, la stazione marittima, il molo, la fiancata del piroscafo Taormina. Il visitatore salirà a bordo, si cercherà la cuccia nel dormitorio, i bagni il refettorio e la cella per i riottosi, vedrà attraverso l’oblò passargli davanti il mare di tutte le ore del giorno e della notte, sbarcherà a Ellis Island, e rifarà la via crucis di controlli medici e interrogatori. Potrà rispondere al questionario (Come ti chiami? Sei mai stato ricoverato per infermità mentali? Sei mai stato in galera? Sei un anarchico? Possiedi almeno cinquanta dollari? Hai un lavoro che ti aspetta?) e ai ventinove test, e il cielo lo scampi da un fallimento, che lo rimanderebbe a casa mortificato. Si procurerà un nome scorso, uno fra i milioni di italiani che passarono di lì, e proverà speranza e disperazione di quel suo antenato. E tuttavia la simulazione più accurata non potrà restituirgli LE IMMAGINI Queste pagine sono illustrate con foto, lettere e documenti della mostra Da Genova a Ellis Island In copertina, una famiglia di emigranti italiani guarda da Ellis Island la Statua della Libertà Le immagini sono pubblicate per gentile concessione dello Statue of Liberty / Ellis Island National Monument FOTO COURTESY OF STATUE OF LITBERTY / ELLIS ISLAND NATIONAL MONUMENT ADRIANO SOFRI Repubblica Nazionale DOMENICA 8 GIUGNO 2008 un millesimo di quell’angoscia, e non solo perché le cuccette della mostra non saranno luride di vomito e feci e pidocchi: per quanto si immagini il pianto, l’amaro non arriverà a serrargli la gola. Siano benvenuti i luoghi della sofferenza umana trasformati in sacrari e in monumenti. Ma correranno sempre il rischio di anestetizzare il proprio passato, di diventare il paio d’ore di un’agenda che prevede le sue tappe tutto compreso. Non ho mai visto Ellis Island, fotografie e film me ne hanno fatto tremare, come il Nuovomondo di Crialese, bello e senza demagogia. Non ho visto l’isola di Gorée, di fronte a Dakar, trecento metri per neanche un chilometro, dove tanti milioni di schiavi neri vennero ammucchiati per tre secoli alla volta del Nuovo mondo: fino al 1848. Oggi è patrimonio dell’Unesco, vengono i grandi della Terra, papi e presidenti, e giurano che mai più, e vengono torme di turisti guidati: «Colazione e partenza per l’isola di Gorée. Visita. Rientro. Ultime ore dedicate allo shopping per il centro e trasferimento in aeroporto. Partenza per l’Italia». Anche LA DOMENICA DI REPUBBLICA 31 ad Auschwitz si va così, e del resto dei polacchi di spirito ci avevano aperto una discoteca, a ridosso del campo. La prima volta che andai a Ushuaia, fin del mundo, nel più famigerato penitenziario della Terra, ci camminai dentro sentendo ancora l’odore dei muri e lo stridore dei ferri: poi lo ridipinsero, e il treno a scartamento ridotto che portava nel gelo gli ergastolani a tagliare le foreste è diventato un trenino disneyano sul quale si accomodano chiassosamente i turisti. La mostra di Genova servirà ai suoi visitatori, tanto meglio se saranno ragazze e ragazzi, e sapranno fermarsi a pensare — benché sia difficile quando si va in gruppo: in questi luoghi bisogna andare soli, se si può. Fra le cose cui pensare c’è la difficoltà di immaginare il presente come se fosse già passato, di vedere dentro le baracche alla periferia di Milano o lungo l’Aniene appena evacuate dai vigili e frugate oscenamente dalle telecamere — una caffettiera, un quaderno a righe, una bambola — il contenuto di un’esposizione che, di qui a cinquant’anni, richiamerà il pub- blico, vantando la cura con cui è stato recuperato l’arredo di una baracca, caffettiera e quaderno e poster di una Ferrari, e una didascalia che commenti il tutto chiedendosi: com’è stato possibile, appena mezzo secolo fa, ancora nel 2008...? L’isola di Gorée chiuse la Maison des Esclaves nel 1848. Ellis Island chiuse nel 1954. Lampedusa è aperta: ma è già ora di pensare al museo che ci fiorirà (Di fatto già il prossimo 28 giugno si inaugura un monumento al migrante dell’artista Mimmo Palladino). «Quando gli albanesi eravamo noi», è il sottotitolo del libro di Gian Antonio Stella, L’orda, che più ha contribuito a divulgare la storia dell’emigrazione italiana, e ad additarne l’analogia, con un semplice scarto di tempo, con l’immigrazione altrui in Italia. Eravamo noi, gli specialisti della clandestinità. Già, ma «noi» chi? Perché quelli di «noi» che nel 1890 o nel 1925 o ancora nel 1950 avevano vita facile, e magari se la facilitavano speculando sull’emigrazione, non hanno ricordi che addolciscano il malanimo verso gli immigrati di oggi. E gli altri, i veneti e i friulani che andavano a procurarsi il pane dalle sette croste e la silicosi e a crepare nelle miniere del Limburgo, i piemontesi, le suore di Santa Maria Ausiliatrice e i contadini che avevano la faccia un po’ così perché non avevano mai visto Genova, se non per imbarcarsi nella terza classe, non è detto che questi di «noi» abbiano voglia di riconoscersi nei siciliani e nei napoletani (tanos, si chiamano per abbreviazione gli italiani d’Argentina) che salpavano da Palermo o da Napoli, e figuriamoci nei marocchini o negli albanesi o nei romeni che arrivano a Ragusa o a Brindisi o a Gorizia. Pensate a com’è recente l’ultima enorme ondata di emigrazione nostra, dal sud al nord, o verso l’Europa del nord. L’ultima struggente canzone del repertorio migrante — «Non piangere oi bella, se devo partire... Partono gli emigranti, partono per l’Europa, guardati a vista dalla polizia... i deportati dalla borghesia» — di Alfredo Bandelli, è del 1974! Pensate com’è stato impercettibile il trapasso geografico del disprezzo «padano» dall’Italia meridionale all’Africa propriamente detta: nelle elezioni appena consumate, un leghista che urlasse «Forza Etna!» avrebbe potuto essere preso sul serio, a incitare il suo alleato catanese. “Vu’ cumprà” non si dice già più: alla fine, suonava troppo affettuoso... Gli stereotipi sono demenziali, ma questo non li rende meno duri a morire. I marocchini stupratori, per esempio: avete letto l’altro giorno «Italiano stupra bambina marocchina...» e vi sarete stropicciati gli occhi, come davanti a un errore di stampa. È dell’autunno scorso la sentenza del giudice di Hannover che ha concesso al condannato per stupro le «attenuanti etniche e culturali», in quanto sardo. Che siano numerosi, i visitatori della mostra genovese. I nostri immigrati, che scoprano da dove veniamo, e abbiano un po’ più di indulgenza per noi. E noi, i «nativi», che rileggiamo le statistiche americane sulla nostra quota criminale, e rivediamo i titoli dei giornali di tutto il mondo: «Gli zingari d’Italia»; «Sono peggiori degli zingari». Gli zingari, infatti, siamo noi. E adesso avanti con le bottiglie molotov. “Com’è fredda la ‘Merica” RAFFAELE NIRI E GENOVA ssere Euticchio Tabacchi, per esempio. Ventiquattro anni, originario della Valtellina, (quasi) alfabeta. È il 25 marzo 1912: «Carissimo padrino, qui a New yorc questo gennaio a fatto un freddo terribile, che sembrava fosse la fine del mondo, era molto difficile potersi scaldare, in specie la notte. Io e la cugina Maria, in origine a questo freddo, abbiam pensato di passare al Matrimonio, che così esendo in due nel letto si potrà riscaldarci più bene». Oppure essere Carlo Fagetti, ventitré anni, che il 25 maggio del 1907 scrive: «Cara mia mamma, ho fatto un magro viaggio, mi anno tratenuto 27 giorni di mare, sempre patire la fame, quando siamo disbarcati dopo tre giorni di ferovia siamo rivati in losan gelo». Oppure essere Desolina Manciocchi. O Giacomo Andreis o Pasquale D’Angelo o Nicola Emilio Parravicino. Si dice: mettersi nei panni di un emigrato. Non per finta: essere per un giorno Euticchio Tabacchi, come conferma il vostro passaporto (Regno d’Italia, Passaporto per l’estero, con tanto di «Avvertenze agli emigranti» stampate sul retro), come certifica il vostro biglietto di viaggio (terza classe, rilasciato dalla Navigazione generale italiana al «passeggiere numero 052675»). Tra il 1892 e il 1956 tre milioni di italiani — quasi tutti partiti da Genova — sbarcarono a due miglia da New York: il 20 giugno al Galata Museo del Mare si inaugura Da Genova a Ellis Island. Il viaggio per mare negli anni dell’emigrazione italiana, gigantesco allestimento che racconta — in milleduecento metri quadri — le condizioni di viaggio dei nostri emigranti, il loro arrivo, le loro speranze, spesso deluse. Rispetto alle mostre tradizionali (per lo più fotografiche e documentarie) o ai film (come il recentissimo Nuovomondo di Emanuele Crialese), quella in allestimento a Genova, nata in coproduzione con l’Ellis Island Immigration Museum di New York, permette una identificazione reale: ad ogni visitatore viene assegnata (a seconda dell’età, del sesso, della provenienza) una diversa storia. Diventerete così Euticchio o Desolina, Giacomo o Pasquale e aspetterete all’addiaccio il vostro battello al Ponte Federico Guglielmo (interamente ricostruito), poi salirete sul piroscafo Taormina, dove cercherete la vostra cuccetta nei cameroni comuni (divisi in uomini e donne), potrete esplorare i bagni, il refettorio, la sala medica, l’ufficio del commissario di bordo, la prigione dove finivano violenti e clandestini. E dopo il viaggio, la ‘Merica: lo sbarco a Ellis Island e l’avvio alla Inspection line, percorso fatto di visite mediche, interrogatori, test. Tra tutte le malattie che gli italiani portavano insieme ai loro quattro stracci, gli americani erano terrorizzati dal tracoma, l’infezione agli occhi che degenerava in cecità: così gli emigranti prima venivano sottoposti alla prova della scala (chi indugiava a salire era già sospetto) poi, grazie a speciali ganci che sollevavano le palpebre, iniziava la visita oculistica. Se gli ispettori non erano del tutto convinti, bastava una x sul braccio per passare alla visita psicoattitudinale: poteva durare tre ore o tre giorni (in cella). Il visitatore — stessa atmosfera, ma un filo d’angoscia in meno — dalla cella temporanea potrà rispondere (con un programma multimediale) alle ventinove domande con cui si saggiava se un emigrante avrebbe potuto essere accolto negli Usa: Ellis Island è il collo di bottiglia dell’emigrazione italiana, da lì si parte per tutte le destinazioni, di lì inizia la fortuna o la disgrazia. Euticchio Tabacci ce la fa, Nicola Emilio Parravicino diventa banchiere milionario (sulla pelle dei suoi connazionali), Isidoro Tagliavacche invece verrà rispedito indietro, vestito nuovo e un mucchio di banconote fruscianti nelle tasche, a girare per cascinali della Liguria e del Basso Piemonte per raccontare «quanto è facile far fortuna nella ‘Merica». Non è vero, ma diventa il piazzista ideale per gli “scafisti” di fine Ottocento. Come in un’infinita catena di Sant’Antonio, l’importante è che qualcuno ci creda. Repubblica Nazionale 32 LA DOMENICA DI REPUBBLICA l’attualità Bioetica DOMENICA 8 GIUGNO 2008 Nel nostro Paese esiste da tempo, migliaia di persone hanno firmato il proprio, ma senza una legge il documento non ha valore legale. È l’equivalente dell’americano “Living will”: “Lì te lo chiedono appena entri in ospedale”, dice Mario Riccio, il medico che ha assistito Piergiorgio Welby “È il paziente a stabilire quali interventi accetta e quali rifiuta” Testamento di vita per scegliere come dire addio U MILANO n bel vestito verde, il colore della speranza. «A me piace davvero stare al mondo. Ho un cancro al seno ma spero di sconfiggerlo. Purtroppo so che a volte vince lui, inutile illudersi di essere immortali. Io sono una donna che nella vita ha accettato poche volte, e malvolentieri, le decisioni prese dagli altri: e allora voglio decidere anche come morire». Giuliana Michelini, sessant’anni compiuti a gennaio, nella borsona da milanese impegnata in mille cose ha anche la «Biocard, carta di autodeterminazione». Sorride e spiega. «Insomma, è il testamento biologico o testamento di vita. Io personalmente preferisco chiamarle “direttive anticipate”. Ho scritto tutto quello che voglio sia fatto sul mio corpo quando — spero il più tardi possibile — non sarò più in grado di fare intendere le mie ragioni. Vede, per noi italiani è difficile parlare di certe cose. Siamo scaramantici. Ma io cerco di ragionare: a una certa età, e anche senza essere malata, capisci che la morte fa parte della vita. La morte, non la fine, l’esodo, l’atto finale… La morte deve essere chiamata con il suo nome. E bisogna prendere le misure giuste perché questa morte non sia preceduta da un’agonia infinita, straziante e inutile. I medici debbono fare di tutto per salvarmi la vita vera ma non possono decidere di tenermi comunque attaccata a una vita che non ha più nessun senso». Il primo incontro con la proposta di testamento biologico in un convegno di due anni fa, organizzato dalla Consulta di bioetica, fondata a Milano nel 1989, «per lo studio dei difficili problemi che si pongono nella medicina di oggi in particolare nelle situazioni di nascita e di morte». A colpire Giuliana Michelini è La prima parte riguarda le terapie La seconda nomina Sorride, la signora Giuliana. L’appuntamento è in un bar di San Babila, dopo una riunione della Lega italiana nuove famiglie (lei è la coordinatrice) e prima di una riunione della Consulta di bioetica. «Dopo quella firma mi sono sentita meglio. Vede, io non ho parenti stretti e sentivo dentro una certa paura. Nel momento in cui non sarò in grado di parlare o di capire — pensavo — sarò del tutto sola. Mio padre se n’è andato a novantacinque anni ma almeno aveva me vicino. Io spero sempre che la morte arrivi tardi e con un colpo secco, ma adesso so che se non va così avrò al mio fianco il “rappresentante” che farà di tutto per evitarmi le sofferenze che non sono necessarie. Ci ho pensato bene, prima di firmare le diverse clausole del testamento. Ho detto sì, ad esempio, alla rianimazione in caso di arresto cardiaco. Ho detto no a quei “provvedimenti di sostegno vitale” come l’alimentazione artificiale e altri interventi che abbiano soltanto l’obiettivo di “prolungare il mio morire”, “mantenermi in uno stato di incoscienza permanente o in uno stato di demenza avanzata non suscettibili di recupero”. In ospedale ci sarà comunque il mio rappresentante. Lui mi conosce bene, saprà decidere al posto mio. È per questo che, appena messa quella firma, ho sentito dentro un senso di pace». Sono ormai migliaia le persone che hanno firmato il testamento biologico che però, in assenza della legge, non ha ancora valore legale. «In Italia», dice Mario Riccio, il medico anestesista rianimatore che ha seguito Piergiorgio Welby, «tanti si dichiarano contrari a questo “testamento” precisando però di essere anche contro l’accanimento terapeutico. A me viene in mente la favola di Bertoldo, che accetta la pena di morte ma chiede di poter scegliere dove essere impiccato e non trova mai la pianta giusta. Insomma, si parla tanto di “accanimento terapeutico” — solo in L’ILLUSTRAZIONE Questa pagina è illustrata con un disegno di Gustav Klimt Intitolato Sangue di pesce, venne pubblicato sulla rivista Ver Sacrum nel 1898 Italia, perché nel linguaggio medico internazionale si parla di interventi utili o inutili — per non discutere il tema vero, quello dell’autodeterminazione. Accanimento è termine del tutto soggettivo. C’è chi non vuole l’alimentazione forzata e chi invece l’accetta. Welby ha voluto essere staccato dal respiratore artificiale e altri hanno deciso di restare attaccati alle macchine. La signora che ha rifiutato di farsi amputare una gamba ha rifiutato un intervento salvavita o un accanimento terapeutico? Così si continua a discutere per anni e non si arriva a trovare la soluzione più semplice: ogni persona ha il diritto di scegliere se, come e fino a quando essere curata». Anche il dottor Riccio è nella Consulta di bioetica fondata da Renato Boeri e oggi guidata da Maurizio Mori. «Ci sono medici, giuristi, filosofi e anche persone come Beppino Englaro, il padre di Eluana, la ragazza in stato vegetativo. Il suo caso è stato discusso nei tribunali e anche in Cassazione. Una prima sentenza disse che l’alimentazione forzata “non è terapia ma cura della persona” e come tale non può essere sospesa. La Cassazione, nell’ottobre scorso, ha invece preso atto che la ragazza in due occasioni aveva espresso la volontà di non essere mantenuta in uno stato vegetativo: un suo amico e il suo mito di ragazza sciatrice, Leonardo David, erano finiti in coma a causa di incidenti e lei aveva detto che, se fosse successo a lei, non avrebbe mai voluto essere tenuta in vita con le macchine. Ora si dovrà rifare il processo e non sarà una discussione facile. La Cassazione ha infatti stabilito che l’alimentazione artificiale potrà essere sospesa solo se si avrà “la ragionevole certezza che non ci sia un ritorno di coscienza”». Il documento da firmare presso la Consulta di bioetica si chiama «testamento di vita». «È una traduzione approssimativa», dice Mario Riccio, «dal- l’inglese Living will, la volontà del vivente. Negli ospedali americani, quando entri anche per un’otite o un menisco, ti chiedono il Living will. È scritto in due parti. Nella prima il paziente decide quali interventi accettare e quali rifiutare. Alimentazione forzata sì o no, ventilazione artificiale sì o no, rianimazione cardiaca… Tutto scritto, punto per punto. Nella seconda parte c’è invece una delega: si sceglie una persona che possa decidere al posto del malato se questi non sarà in grado di decidere da solo. Abbiamo studiato bene quel documento e la nostra Biocard, carta di autodeterminazione, ne ricalca i punti essenziali». Difficile comprendere l’opposizione a una proposta come questa. «Certo, come è difficile capire perché la schiavitù sia stata abolita solo nel Diciannovesimo secolo, perché le donne in Italia votino solo da sessant’anni, perché le stesse donne fino al 1961 non potessero fare i magistrati… Il cammino dell’autodeterminazione è lungo e difficile. Quando poi questo concetto entra in un ospedale, si scontra con il paternalismo del medico, nuovo pater familias che “per il tuo bene” decide tutto ciò che riguarda la tua salute, senza chiedere consenso e a volte senza informare. In fin dei conti il nostro è l’unico Paese dove alle ultime elezioni è stata presentata una “lista etica” a sostegno della nascita e soprattutto della “morte naturale”. Ecco un altro concetto che blocca la discussione sui temi etici. Cos’è oggi la morte naturale? Soprattutto, esiste ancora? Oggi salvo casi rarissimi si muore tutti dopo una diagnosi, una prognosi, una terapia. La morte di Giovanni Paolo II è stata giudicata “naturale” perché il Papa ha rifiutato di essere attaccato alle macchine. Per Piergiorgio Welby la morte naturale sarebbe arrivata dieci anni prima, quando fu colpito da crisi respiratoria. Lui ha vissuto altri dieci anni attaccato al respira- “Spero che almeno i sanitari l’accettino un “rappresentante” del malato Non potranno dire di non conoscere le mie volontà” stata la storia di Eluana Englaro, una ragazza di Lecco in «coma vegetativo permanente» da sedici anni. «C’era suo padre, al convegno, e spiegava che anche senza nessuna speranza la ragazza viene alimentata artificialmente in un’agonia senza senso. Io allora non avevo il cancro al seno ma, come sempre nella mia vita, mi ero organizzata perché la morte non mi trovasse impreparata. Avevo già deciso di donare gli organi e di fare consegnare poi il mio corpo alla scienza, con la speranza che fosse utile per qualche ricerca. Avevo pensato anche al testamento biologico ma non avevo deciso. Poi, al supermercato, mi è successo un fatto piccolo ma importante». Il carrello della spesa, una macchia d’acqua sul pavimento. «Insomma, sono scivolata all’indietro, stavo per battere la nuca. Potrà sembrare strano ma in quel nanosecondo ho fatto in tempo a pensare: adesso sbatto la testa contro le bottiglie del vino a vado in coma. Oddio, non ho firmato il testamento. Finirò come la povera Eluana. All’ultimo istante ho messo il braccio indietro, me lo sono rovinato ma ho salvato la testa. Dopo pochi giorni sono andata a firmare le mie “direttive anticipate”. Come “rappresentante fiduciario”, vale a dire la persona che dovrà garantire che siano rispettate le mie volontà, ho nominato un amico, che fra l’altro è un bravo medico». tore poi ha detto basta. Eppure per tanti lui avrebbe dovuto aspettare un’altra “morte naturale”. E io, che ho risposto alla sua richiesta di aiuto, per Rosy Bindi avrei commesso “un omicidio di consenziente che nessun tribunale di Dio o degli uomini potrà assolvere”. Ma almeno dal tribunale degli uomini sono stato assolto». La Biocard, per la signora Giuliana Michelini, è una specie di carta di credito. «Anche se ancora non c’è la legge, spero che sia accettata dai medici. Di fronte alle mie “direttive anticipate” almeno non potranno dire di non conoscere le mie volontà. Certo, per i medici è sempre difficile accettare che qualcuno possa decidere della propria vita. Io non voglio nulla di speciale. È da una vita che mi interesso di diritti e di libertà. Mi sono battuta per i consultori delle donne, ho fatto la volontaria per i detenuti di San Vittore. Adesso voglio difendere il mio ultimo diritto: non voglio soffrire inutilmente. Non voglio prolungare la vita, se questa non esiste più. Altre persone possono fare altre scelte. C’è chi crede che la sofferenza purifichi dal peccato ma non è il mio caso. L’ostacolo più grosso è fare i conti con la propria morte. Ecco, credo di avere superato questo ostacolo. Io non chiedo — è scritto nel documento — l’eutanasia. Chiedo solo che sia rispettato il mio diritto alla dignità». FOTO CORBIS JENNER MELETTI Repubblica Nazionale DOMENICA 8 GIUGNO 2008 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 33 Anche in Italia sta cadendo il tabù UMBERTO VERONESI l caso di Modena e soprattutto i tanti altri casi che non salgono alla ribalta della cronaca, dimostrano che se il Parlamento non perverrà, neppure con questa maggioranza, a una legge sul testamento biologico, gli italiani tralasceranno la formalizzazione giuridica e utilizzeranno comunque questo strumento di espressione di volontà e autonomia del malato. Succede, del resto, non solo in Italia che se la politica non ascolta i bisogni reali della popolazione, allora la popolazione fa a meno della politica. Questo è vero almeno per le questioni che toccano da vicino la nostra vita e la sua qualità. Il grande movimento popolare olandese che ha condotto alla legislazione più avanzata in Europa sulle decisioni di fine vita è nato, ormai vent’anni fa, quando la popolazione ha potuto constatare che la medicina oggi è in grado di prolungare artificialmente la vita biologica, opponendosi a una fine naturale per giorni, per mesi o per anni. In Germania, pur in assenza di una legge, a seguito dell’iniziativa popolare, in due anni sono stati depositati sette milioni di testamenti biologici. In Italia il testamento biologico era tabù e la sua definizione pressoché sconosciuta fino al marzo di due anni fa, quando la Fondazione che porta il mio nome pubblicò il primo opuscolo divulgativo e organizzò la prima presentazione a Roma, alla Cassa Forense. Il motivo: una incomprensibile resistenza ideologica, molto preoccupante per la libertà di ognuno di noi, da parte di molti opinionisti che vedono nel testamento biologico un’anticamera dell’eutanasia — mentre così non è, anzi concettualmente è l’opposto — e anche di molti medici che rivendicano il loro potere di decidere, oppure, al contrario, hanno paura di decidere e preferiscono affidarsi alle potenzialità di una medicina tecnologica. Dal 2006 sono molte migliaia le persone che si sono rivolte a noi, e continuano a farlo, per avere informazioni e sapere che fare. Innanzitutto va ripetuto che il testamento biologico (che, ricordiamolo, è un’espressione scritta di volontà individuale revocabile e modificabile, circa le cure che si vogliono o non si vogliono ricevere, da utilizzare nel caso in cui non ci si potesse esprimere di persona) può già essere ritenuto valido nel nostro ordinamento perché è un’estensione del consenso informato alle cure, che è non solo legittimo ma obbligatorio nel nostro Paese. Inoltre l’Italia ha siglato la Convenzione di Oviedo sui «diritti umani e la biomedicina» che afferma che «il medico, anche tenendo conto della volontà del paziente laddove espressa, deve astenersi dall’ostinazione in trattamenti diagnostici e terapeutici da cui non si possa fondatamente attendere un beneficio per la salute del malato e/o un miglioramento per la qualità di vita». Anche il mondo cattolico non si è mai opposto al testamento biologico. In Spagna, dove il Testamento Vidal è appena diventato legge, il modulo del testamento si trova sul sito web della Conferenza episcopale spagnola. È indirizzato: «Alla mia famiglia, al mio medico, al mio sacerdote, al mio notaio» e si basa sul principio che «la vita è un dono e una benedizione di Dio, ma non è il valore supremo assoluto». Il giorno dell’approvazione della legge spagnola mi ha colpito il commento di Marcelo Palacios, consigliere del governo Zapatero e presidente della Società internazionale di bioetica: «Un malato terminale non muore perché si sospendono le cure, muore perché era terminale. Dobbiamo concentrarci piuttosto sulla sua dignità di persona». In Italia pare che la politica non la pensi così. I Repubblica Nazionale 34 LA DOMENICA DI REPUBBLICA i luoghi Villeggiature DOMENICA 8 GIUGNO 2008 Ai primi di luglio Rimini festeggerà il suo albergo più celebre, un gioiello liberty nato quando la città romagnola si definiva l’“Ostenda d’Italia”, abitato dal fantasma gentile di Federico Fellini, frequentato dai ricchi e famosi di tutto il mondo e da poco nelle mani di un altro personaggio da leggenda: il cameriere che per amore ha comprato la reggia incantata Cento anni da Grand Hotel MICHELE SMARGIASSI N RIMINI on c’è: il pianoforte bianco non c’è. Non ci starebbe neppure: dalla porta al minuscolo balconcino saranno cinque o sei passi. L’immensa stanza del sultano con tutto il suo harem allora dove sarà? Qui c’è solo, incorniciato, un piccolo arazzo con danze di bajadera. Non c’è neppure il letto rosso a baldacchino dal quale la Gradisca invitò timidamente il Principe: «Maestà, gradisca...»; ma un sobrio due-piazze con testiera in paglia di Vienna. Nel salottino attiguo, divanetto e seggiole con seduta di velluto, e clamorosamente incongrua una poltrona di pelle verde. Se ha un fascino, la suite 315 del Grand Hotel di Rimini, la preferita di Federico Fellini, è la sua atmosfera borghesemente dimessa e demodé. Contraddetta da due giganteschi monitor al plasma: «I clienti li chiedono...», si scusa Cristina Bernagozzi, la giovane vice-direttrice. Una notte per dormire dove Fellini ha sognato costa 960 euro, ma c’è la lista d’attesa. Tra tutte le 117 camere dell’edificio principale, una diversa dall’altra, gli americani chiedono solo quella, la 315. Con la stessa cifra potrebbero pagarsi lussi maggiori, ma nessun altro nel prezzo include il mito. Specchiarsi in questa specchiera liberty a petalo d’orchidea, dove il Maestro si guardava in faccia ogni mattina (l’ultimo a riuscirci, perché il fondo d’argento è ormai corroso da macchioline). Bagnarsi nella stretta vasca tra i marmi neri venati del bagno. L’intonaco un po’ si solleva, ma i clienti, soprattutto gli inglesi, vanno in visibilio per «i segni del tempo», adorano gli infissi che non chiudono e pagano il conto felici. Cent’anni sono tanti anche per l’albergo più famoso del mondo. Ma il Grand Hotel, nonostante il suo aspetto pannoso da gran torta saint-honoré, ha la scorza dura. Non molla, la vecchia signora. Ha resistito a mille ingiurie, guerre, incendi, all’infedeltà dei suoi molti pigmalioni. Negli ultimi cinque anni ha cambiato quattro volte proprietario, ogni volta rischiando grosso, venduta e svenduta, gestita da amministratori giudiziari, oggetto di Opa amichevoli e ostili, ridotta a garanzia per titoli atipici; ha avuto duemila padroni in un colpo solo (gli azionisticreditori lasciati in un mare di guai dal cracdello speculatore Cultrera), è stata in braccio all’ultimo dei “furbetti del quartierino”, l’immobiliarista Coppola; eppure, come la Teresa Batista di Amado, è rimasta sempre miracolosamente vergine, pronta a darsi con tutto il cuore al nuovo principe azzurro. Che è sceso appena in tempo da cavallo per baciarla, lo scorso dicembre, alla vigilia del compleanno a due zeri che rischiava di festeggiare davanti a qualche ufficiale giudiziario, e invece si celebrerà la sera del 3 luglio con quattrocento invitati, quartetti d’archi, champagne e l’intera facciata trasformata in un grande schermo su cui scorreranno sequenze dei film, indovinate di chi? È arrivato appena in tempo questo principe azzurro basso di statura, settantadue primavere sulle spalle, ma lo sguardo del romagnolo deciso, da Passator Cortese. Si chiama Antonio Batani: è il cameriere che s’è comprato il Grand Hotel. Eccolo, minuscolo tra le grandi colonne della hall, mano tesa e bel sorriso soddisfatto: «Sono cinquant’anni che faccio la corte a questa signora». Ora gli ha detto sì. «Non se ne pentirà. Non ho comprato il Grand Hotel per rivenderlo, o per tenerlo come un titolo di Borsa. L’ho comprato perché è il Grand Hotel». Cosa fosse il Grand Hotel negli anni Cinquanta per un ragazzetto figlio di contadini sceso da Bagno di Romagna a cercare fortuna nella capitale delle vacanze, è facile immaginarlo. Tonino ci passava e ripassava davanti in bicicletta e brontolava: «Òs-cia s’lé bèl, chissà quanto costa». Ora lo sa: dicono 65 milioni. È una sfida: «Adesso deve tornare a rendere, non è possibile che un albergo così fosse in perdita». A Rimini sono contenti che la vecchia signora abbia trovato finalmente un buon partito, e soprattutto che Il nuovo proprietario Antonio Batani dice che i clienti vanno trattati come dei sultani “Rimini ha cominciato ad avere problemi quando i padroni degli alberghi sono diventati più ricchi dei loro ospiti” sia tornata a casa, in sposa a «uno di noi», un romagnolo come si deve, con la biografia giusta. Batani non è solo un imprenditore del turismo: è il condensato, la metafora della storia del turismo in Riviera. A ventidue anni in Svizzera, studente di scuola alberghiera di giorno, cameriere di sera per mantenersi. Al ritorno, coi magri risparmi di papà Sante, affitta a Cervia una pensione dal nome che è un distillato di pensionità: “Delia”, sedici camere e quattro bagni. Poi, anno dopo anno, la scalata alle stelle. Il primo alberghino in proprietà, l’Hotel Batani: «Errore, gli alberghi non devono avere nomi da uomini, ma di donne, o di sogni». Da due stelle a tre, a quattro. Oggi Antonio Batani è proprietario di una catena di dieci alberghi, la “Select Hotels”, due dei quali a cinque stelle. Ma continua a firmarsi “famiglia Batani” come fosse ancora il gestore della pensione Delia, al cui bureau incontrò Luciana, sua moglie, che gli ha dato due figli che lavorano con loro. Continua a fare il giro, tutte le sere, CARTOLINE E PUBBLICITÀ Nelle immagini grandi, il Grand Hotel di Rimini nel 1930 e un manifesto pubblicitario balneare disegnato dal grande illustratore Marcello Dudovich. Nelle immagini piccole qui sopra e a destra, una serie di cartoline d’epoca dedicate al Grand Hotel, alla sua spiaggia e alle attrattive garantite alla sua clientela dei suoi hotel, entrando dalla porta sul retro, cogliendo di sorpresa il maître, controllando la pulizia in cucina. Farà così anche qui? «Soggezione non ne ho. Paura, un po’. Questo non è un albergo come gli altri». Certo che no. È un monumento nazionale, vincolato dalle Belle Arti nel 1994. Difficile metterci mano. L’ascensore, ad esempio, ha una porta di appena sessanta centimetri: ma i muri non si possono toccare. Un affezionato cliente disabile s’è fatto fabbricare una carrozzina su misura per poterci entrare. Scordarsi le scenografie di Amarcord: quel Grand Hotel fiabesco era quasi interamente ricostruito a Cinecittà. Quello reale, ad esempio, non ha il sontuoso scalone di marmo a forma di arpa, ma una scala quadrata, con un’elegante ringhiera liberty, ma non più larga di quelle di un normale condominio. Ma è il Grand Hotel, non un albergone da parvenu di Las Vegas. Il suo fascino sta nei dettagli, non nella metratura. Nei mori settecenteschi di legno scrostato che reggono le lampade, nei comò francesi delle tre suite regali, nei pavimenti di veneziana sui toni del rosa, nelle cabine telefoniche che sembrano bianchi confessionali art déco. Nella scelta un po’ snob di girare al mare il fianco sinistro, la facciata che sbircia solo di sbieco la costa e cerca invece all’orizzonte la rocca di Gradara, quella di Paolo e Francesca. Né i danni della guerra, né i delitti architettonici perfino peggiori di molti suoi ex padroni l’hanno sfigurato irreparabilmente. Biacche marroncine sulle pareti della sala delle quattro colonne, sul civettuolo “marmorino” dei corridoi e perfino sulle colonne monolitiche della hall. Orripilante alluminio anodizzato nella veranda ristorante. Batani ha già cominciato a togliere intrusioni e ripristinare i rivestimenti e i colori originali (avorio, bianco e oro). Sul muro del corridoio che porta alla Sala Verde c’è una macchia nerofumo: diamo una pitturatina? «Per carità», insorge Cristina, «questo è un reperto storico, è l’ultima traccia dell’in- Repubblica Nazionale DOMENICA 8 GIUGNO 2008 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 35 GUGLIELMO MARCONI BENITO MUSSOLINI RE FAROUK D’EGITTO CHRISTIAN BARNARD MICHAIL GORBACIOV Il vero creatore del mito del Grand Hotel, che compare in tre suoi film (ma in Amarcord è ricostruito a Cinecittà) Negli anni Trenta un passaggio a Rimini era un segno di distinzione per le celebrità come l’inventore della radio Per la moglie Rachele aveva comprato casa a Riccione, ma qui veniva in segreto per incontrarsi con Claretta Fuggito dall’Egitto nel ’52 con bauli di gioielli, nell’esilio italiano pendolava tra Capri e Rimini: sue le mance più favolose Il chirurgo sudafricano padre del trapianto cardiaco era anche un gran viveur, pane per i rotocalchi anni Settanta Come molti potenti in carica o in pensione (George Bush, lady Diana Spencer, Hirohito) ha soggiornato al Grand Hotel FOTO ALINARI FEDERICO FELLINI cendio del 17 luglio 1920, forse la metteremo sottovetro». Misterioso incendio. Nel 1915 a Rimini era bruciato l’Hungaria, l’hotel dell’aristocrazia asburgica, qualcuno sospettò un gesto irredentista. Anche il Grand Hotel aveva una clientela altolocata e mitteleuropea, ed era da poco finita la Grande guerra. Mah. I romagnoli son garibaldini. Fattostà che andarono in fumo le due cupole di legno catramato (Batani vuole ricostruire anche quelle) che davano al palazzo quel certo stile baltico. Cent’anni fa, oggi suona strano, i modelli dell’eccellenza balneare venivano dai gelidi mari del Nord. Per cercare il suo posto al sole nella nascente industria delle villeggiature, Rimini dovette spacciarsi per anni come «l’Ostenda d’Italia». La cineteca comunale conserva ancora un cortometraggio d’epoca, forse di Luca Comerio, cineasta pioniere, che porta quel titolo ed è forse il primo film pubblicitario balneare del mondo. Fu la lungimiranza e forse la testardag- gine del sindaco Camillo Dupré a far iniziare la favola, quando nel 1906, dopo aver costruito a spese pubbliche il primo stabilimento balneare, il Kursaal, offrì terreni a poco prezzo a chi volesse costruire un grande albergo internazionale. Ma il mare, per i riminesi, era ancora solo una vasca piena di pesci. Si presentò un’impresa di fuori, la Società milanese alberghi ristoranti e affini, quella del Biffi; il progetto lo firmò un architetto metà ticinese metà sudamericano, Paolito Somazzi; e i primi abitatori, all’inaugurazione del primo luglio 1908, furono pressoché tutti illustri forestieri, duchi principi e ministri e perfino un’ex regina, quella di Sassonia. Lingue ufficiali francese e inglese: al Grand Hotel ricco di ogni comfort si pranzava a uno dei cinque restaurant, e dopo qualche ora ai bains si sorbiva un apéritif al club des étrangers con un servizio di premièr ordre. A colorare in qualche modo il luogo di tinte italiche e un po’ machiste furono le imprese adulterine di Mussolini, che lasciata la povera Rachele nella modesta villa familiare di Riccione correva qui a incontrare Claretta in gran segreto, si fa per dire: motoscafi e uniformi, saluti romani e baciamani. La soglia della vetrata che porta dal bar alla piscina (la prima di tutta la Riviera) mostra le venature del legno, consumata da decenni di scarpine di lusso. «Non voglio cambiare nulla, sarebbe un suicidio, voglio solo ritrovare l’originale», medita Batani. «È più di un albergo, è lo scenario di una città». Di un paese intero, forse. Del suo immaginario. Senza la fantasia, il Grand Hotel sarebbe un relitto di veliero arenato. Una metratura edilizia ad alta rendita pronta alla conversione in residence. Hotel più lussuosi, ce n’è ormai a bizzeffe. Ma c’è di mezzo il Maestro. Bisognerebbe passare sul suo cadavere. Fellini ha trasferito di peso questi quattro piani di un liberty ordinario nelle regioni della fantasia, unico e irripetibile scenario di lussurie, malizie e narrazioni fiabesche. Scrisse: «Le sere d’estate il Grand Hotel diventava Istanbul, Bagdad, Hollywood». Chi lo frequenta non lo vede com’è, ma come lo immaginò lui. Non furono certo il suo moderato charme né le sue comodità un po’ invecchiate a portare qui l’imperatore Hirohito o lady Diana o il chirurgo gran viveur Christian Barnard, o Kissinger, Gorbaciov, Bush senior, il Dalai Lama. Nella lunga stagione, trentacinque anni, dell’amico patron Arpesella, forse l’unico proprietario che abbia rispettato lo spirito del luogo, Fellini era di casa tra questi marmi. Letteralmente: lo abitava tutto quanto, lo riempiva. Adagiato sui sofà del salone, col taccuino di schizzi in mano. Irrequieto in cucina, dove convinceva i cuochi a fargli spentolare un brodetto. E perfino nel bureau, seduto di fianco ai centralinisti, deliziandosi a ficcanasare tra gli affari sentimentali dei clienti, «Ah sì? Lui ha detto proprio così? E la moglie?». È un albergo abitato da un fantasma gentile, guai a chi lo volesse cacciare: crollerebbe, come la casa Usher. Batani, Fellini non l’ha mai conosciuto. Ma è come se fosse nato in un suo film. «I clienti», dice, «vanno trattati come dei signori, come dei sultani. Alla pensione Delia come al Grand Hotel. Rimini ha cominciato ad avere problemi quando i proprietari degli alberghi sono diventati più ricchi dei loro ospiti». Il Grand Hotel, negli ultimi anni, s’è riempito di russi arricchiti, un po’ cafoni, mance esagerate come la loro sicumera, Batani quasi cacciò via uno che fumava al ristorante maltrattando il cameriere che garbatamente gli ricordava il divieto. «Vorrei recuperare una clientela di classe». Vuole i sgnùr. Il suo slogan: Grand Hotel per grandi famiglie. Vuole i grandi imprenditori, i mana- ger indaffarati che cercano un riposo di prestigio senza allontanarsi troppo dal consiglio d’amministrazione. Vuole «i tedeschi, i miei cari tedeschi, i clienti ideali, mai una lamentela, grandi abbracci». Vuole il ritorno degli anni d’oro della Riviera. La parola d’ordine della Rimini del nuovo millennio, “de-stagionalizzare”, ossia riempire gli alberghi anche d’inverno, con le fiere, i convegni, i congressi, Batani la capisce ma non la gradisce poi tanto. «La vera “stagione” è sempre stata una sola, l’estate, la stagione dei bagni. Se non curi l’estate, non avrai l’inverno», dice come la formica della favola, «e il Grand Hotel da un secolo è il più grande simbolo dell’estate che sia mai esistito». Fino al 1968 apriva solo novanta giorni l’anno, da giugno a settembre. Dopo, è caduto in tentazione. Quel “centro congressi” costruito nel ‘92 mutilando il parco. Quel night club nei seminterrati, Lady Godiva, che del mare si fa un baffo, potrebbe stare anche a Courmayeur. Ma l’immagine del Grand Hotel erano i tendoni a strisce sulla spiaggia, gli abiti di lino bianco, le sedie di vimini sulla grande terrazza, i cappelli di paglia e le cannucce da passeggio. Ha vissuto cento estati e non ha ancora conosciuto il suo autunno. Fu sicuramente per non disturbare “la stagione” che il Maestro, a cui il Grand piaceva anche d’inverno, chiuso e immerso in una bambagia di nebbia, lasciò questo mondo nel mese piovoso, un 31 ottobre. Le tende di tulle della suite 135, quel giorno, furono viste agitarsi fuori dalle finestre aperte, come in un saluto. Repubblica Nazionale 36 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 8 GIUGNO 2008 CULTURA* “Gomorra” e “Il Divo” che trionfano a Cannes sono solo la punta dell’iceberg. In profondità si muovono scrittori, registi e uomini di teatro che raccontano un Paese che muta tra precariato, storia criminale e passato mai risolto, ma anche un Paese immobile e reazionario. Qualcuno la chiama “new italian epic”, qualcuno semplicemente impegno civile Per qualcun altro sono tornate le lucciole di Pasolini Raccontare l’Italia senza avere paura di sporcarsi le mani GIANCARLO DE CATALDO altra sera, in campagna, era pieno di lucciole. Sono tornate, allora? Il famoso articolo di Pasolini sulla scomparsa dell’amabile insetto che nella stagione degli amori mette su famiglia lampeggiando per boschi e forre è dunque obsoleto? Dicono i naturalisti che sì, grazie a quel poco di sensibilità ambientalista maturata negli ultimi anni, alla riduzione dell’inquinamento luminoso e all’introduzione delle colture biologiche, un certo ripopolamento è stato osservato. Chissà che ne penserebbe Pasolini. Chissà se rintraccerebbe un legame fra il ritorno delle lucciole e un fenomeno del quale si parla molto in questi giorni, e che viene definito, di volta in volta, rinascita, ritorno all’impegno civile, esplosione del neo-neorealismo italiano, e via dicendo. Gomorrae Il Divoincassano un grande successo a Cannes. Deve esserne felice chiunque ami il cinema. E tutti quelli che non si sono mai rassegnati a considerare l’arte — in senso latissimo — una mera branca dello show business, un affare di guitti all’esclusivo servizio dell’intrattenimento. Garrone e Sorrentino affrontano temi forti, e con un linguaggio che, da un lato, innova, dall’altro si ricollega a una tradizione robustissima, attingendo con grande maestria e spudorata freschezza alla lezione dei Visconti, dei Fellini, dei Buñuel, di Lars von Trier e di Tarantino. Gomorra si ispira al best seller di Roberto Saviano, a sua volta elemento di devastante innovazione nel panorama letterario, ma ne prende presto le distanze, dimostrando, una volta di più, che cinema e scrittura possono produrre effetti pirotecnici quando corrono il consapevole rischio del tradimento. Sorrentino osa mettere in scena quel “processo” metaforico a Giulio Andreotti e alla “sua” Dc che il Poeta aveva evocato nei tumultuosi mesi che precedettero il suo assassinio. Se, poi, le sale sono piene, il gaudio è massimo, e ce n’è quanto basta per gridare al miracolo. E domandarsi se, un giorno, non saremo capaci di realizzare una grande epopea sul capitalismo di casa nostra, una biografia di Gianni Agnelli, o addirittura (ma forse questo è chiedere troppo) un film sul Vaticano. Come in qualunque altro Paese civile. Come in America, dove già dall’indomani delle Twin Towers si scrivono e si filmano cose tremende sul Presidente Bush e i suoi collaboratori, dove la morte di JFK ha creato una mitologia, dove opera gente del calibro di Ellroy, Roth e DeLillo. Ma da dove nasce il successo di due opere così ardite come Gomorra e Il Divo? Si tratta solo di un caso, o davvero sta succedendo qualcosa, in Italia, e allora non di caso dobbia- L’ mo parlare, ma di necessità? E soprattutto: che Italia è questa che raccontano Garrone e Sorrentino (e non solo loro), che italiani ne emergono? Qui la sensazione è di una profonda, acuta frattura fra gli artisti (ho pudore a usare una parola come “intellettuali”, tenuto conto dell’elevato numero di Bouvard&Pécuchet che frequentano le case della gente per bene) e il resto del mondo. O, meglio, fra gli artisti e quella parte di pubblico che, oltre a seguirli, ne condivide le linee di fondo e il resto degli italiani. Non si tratta di vedere due realtà diverse e antitetiche: l’Italia è sotto gli occhi di tutti, e tutti assistiamo, quotidianamente, allo stesso spettacolo. Molti, poi, nell’uno e nell’altro campo, condividono lo stesso giudizio critico sul “malpaese”. Ma La Casta e i “vaffa” grilliani, ad esempio, non hanno niente in comune con Gomorra(libro&film), I fantasmi di Portopalo di Bellu, la saga di Montalbano e quella dell’Alligatore di Carlotto, Come Dio comanda di Ammaniti. Il fatto è che una propaganda martellante si sforza di convincerci, giorno dopo giorno, che viviamo in un Paese assolutamente lineare, privo di zone d’ombra, nettamente suddiviso fra villani e giusti (rectius: giustizieri). I ragazzi, i nostri ragazzi: o bamboccioni o bulli, senza via di mezzo. Le strade: ostaggio di zingari rapitori di bambini e orde di romeni assassini. Accattoni, tagger e lavavetri, poveri e miseri come le nuove “classi pericolose” del dopo 11 settembre. I carcerati? In vacanza in alberghi a cinque stelle. I Cpt? Una dolorosa necessità. E mentre ci balocchiamo con citazioni sulla “paura liquida”, i network criminali accumulano “liquidi”. E giù con livore, leggi speciali, filo spinato. Ecco. La peculiarità di Garrone e Sorrentino, ma anche di tanti altri registi, scrittori, uomini di teatro, è, in questa fase, un’altra. Le loro non sono scritture né di critica né di denuncia. L’ambizione è diversa. Intanto, definire una complessità oltre la superficie dei luoghi comuni. Poi, individuare, di questa complessità, gli snodi essenziali. E, infine, svelare quei meccanismi che ci fanno apparire semplice ciò che tale non è. In una parola, stiamo parlando di scritture della complessità. Scritture che non hanno timore di interrogarsi sulle cause, “malvezzo” che la propaganda liquida come sociologismo d’accatto. Scritture che, per usare un’espressione di Carlo Lucarelli, si fanno le domande cattive che gli altri tacciono. Dobbiamo prenderne atto (con una certa soddisfazione): queste domande, oggi, se le pongono in molti. E non solo fra chi fa cultura, ma anche fra chi ne fruisce. L’entusiasmo, in certi campi, è sempre un azzardo. Altre volte, in anni recenti, ci siamo convinti che le cose stessero cambiando. Ma poi, passata una breve stagione, tutto è sembrato spegnersi. Abbiamo visto nascere e rapidamente tramontare, nel cinema, astri luminosi. E, alla fine, ha ripreso a circolare fra gli addetti ai lavori la diceria che certi temi, da noi, è meglio non affrontarli. Tenersi alla larga da immigrazione, precariato, bande giovanili e criminalità organizzata, malefatte politiche, aborto, omosessualità e dalla storia patria non solo allunga la vita, ma ti mette al riparo dal sito in assoluto più temuto e aborrito: la nicchia. Ma un cauto ottimismo si giustifica se non ci limitiamo al cinema, se allarghiamo l’orizzonte. Allora sì che Garrone e Sorrentino ci possono apparire non fenomeni episodici, ma punte di un iceberg che si è venuto costruendo negli anni e che ora sembra incontrare una definitiva consacrazione. In letteratura si parla da anni del “noir italiano”: definizione quanto mai approssimativa che è però servita a connotare, e poi a imporre, una scrittura autonoma e originale. I vari Camilleri, Ammaniti, Lucarelli, Carlotto, Wu Ming (per limitarsi solo a qualche nome eccellente), hanno, in realtà, poco a che spartire con il noir (genere morto e sepolto da quasi cinquant’anni) e men che meno con il giallo tradizionale. E sono, fra loro, diversissimi, per lingua e struttura. Tuttavia, alcuni elementi comuni sono evidenti. La ricerca di un codice di comunicazione con un numero sempre crescente di lettori. La preferenza per storie di ampio respiro, con correlata insofferenza per l’angusto recinto dell’introspezione e del solipsismo. La repulsione verso il gaio gioco letterario di impronta postmoderna che ogni contraddizione scioglie in un’ironia leggiadra e leggera, sorta di monito al lettore perché diffidi dell’autore, come di se stesso, in quanto, in definitiva, tutto al mondo è burla e nulla merita d’essere preso sul serio. Infine, il fuoco costantemente puntato sull’Italia. L’Italia del mutamento, quella che è sotto gli occhi di tutti, e l’Italia immutabile che si è costruita, attraverso i secoli, grazie alle innumerevoli stratificazioni che si sono sedimentate dentro il carattere nazionale. Da qui romanzi sull’oggi e romanzi storici, racconti sulle periferie e sulle campagne ma anche grandi epopee sulla guerra, sui momenti di snodo della vita nazionale, rievocazioni del Fascismo e della Resistenza, della campagna d’Africa e via dicendo. E, come Sorrentino e Garrone, anche questi scrittori non nascono dal nulla. E conservano nel bagaglio della tradizione Moravia, il Pirandello de I vecchi e i giovani, il grande romanzo ottocentesco, e, naturalmente, Sciascia, Gadda e Pasolini. Proprio perché il “genere”, per questi autori, non s’è mai esaurito in se stesso, ne è derivata una proficua disseminazione. Ci sono altri autori che mi sfiderebbero a duello I FOTOGRAMMI Nella foto grande (e qui sotto), Anna Magnani in Roma città aperta di Roberto Rossellini (1945) Nelle altre foto, dall’alto in basso e da sinistra a destra: L’ora di punta di Vincenzo Marra; Gomorra di Matteo Garrone; Tutta la vita davanti di Paolo Virzì; Nuovomondo di Emanuele Crialese; Mio fratello è figlio unico di Daniele Luchetti; ancora Gomorra; Il Divo di Paolo Sorrentino; altri fotogrammi di Tutta la vita davanti; Mio fratello è figlio unico e Il Divo Repubblica Nazionale DOMENICA 8 GIUGNO 2008 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 37 LETTERATURA TEATRO CINEMA ROBERTO SAVIANO CARLO LUCARELLI WU MING AA.VV. MARCO PAOLINI MATTEO GARRONE Gomorra, Mondadori, 2006 L’ottava vibrazione, Einaudi, 2008 54, Einaudi, 2002 La storia siamo noi Neri Pozza, 2008 Il sergente, 2004 Gomorra, 2008 MARCO TULLIO GIORDANA ASCANIO CELESTINI, PAOLO SORRENTINO GIANCARLO DE CATALDO GIUSEPPE GENNA VALERIO EVANGELISTI DANIELE SCAGLIONE Parole sante, 2007 Il Divo, 2008 Quando sei nato non puoi più nasconderti, 2005 Centro di Permanenza Temporanea con vista stadio e/o, 2008 RENATO SARTI E BEBO STORTI PAOLO VIRZÌ DANIELE LUCHETTI Mai morti, 2002 Tutta la vita davanti, 2008 Mio fratello è figlio unico, 2007 PAOLA CORTELLESI MIMMO CALOPRESTI VINCENZO MARRA Gli ultimi saranno ultimi, 2005 Preferisco il rumore del mare, 2000 L’ora di punta, 2007 GIUSEPPE TORNATORE CARMINE AMOROSO La sconosciuta, 2006 Cover Boy, 2007 Romanzo criminale, Einaudi, 2002 Dies Irae, Rizzoli, 2006 Metallo urlante, Einaudi, 1998 MASSIMO CARLOTTO, ANDREA CAMILLERI LETIZIA MURATORI L’Alligatore, e/o, 2007 La pazienza del ragno, Sellerio, 2004 La vita in comune Einaudi, 2007 NICCOLÒ AMMANITI, ANTONIO SCURATI Come Dio comanda, Mondadori, 2006 Il sopravvissuto Bompiani, 2006 Quel bianco e nero populista e un po’ melò non è mai stato la voce del dissenso NATALIA ASPESI ue bei film italiani sono premiati al Festival di Cannes e fanno accorrere i nostri assopiti spettatori, ed è tale la sorpresa, tale l’orgoglio di bandiera, che subito gli si trova una etichetta comune sommaria e sbrigativa: trattasi di neoneorealismo, un ritorno ai temi forti, alla realtà e all’impegno, alla denuncia politica e sociale, che riporteranno tutto il cinema italiano ai trionfi internazionali del passato più che remoto, quello del neorealismo. Il quale, già ai suoi tempi, non era quello che allora si credeva e che ora si accatasta in un’unica immagine smemorata. I neorealismi infatti erano parecchi. C’era quello del populista Giuseppe De Santis che non aveva pace tra gli ulivi dove la bellissima Lucia Bosè vagava in veste di contadinella tra campi ciociari e greggi rubate, ed era il 1950; due anni prima lo stesso regista, in quel momento portato al neorealismo fotoromanzato, aveva turbato il casto cinema semisovietico del dopoguerra italiano con l’amara risaia da cui emergevano le cosce oniriche di un’altra bellissima come non se ne vedono più, Silvana Mangano. Primo fra tutti nel 1943, ancora in tempo di guerra, era stato l’aristocratico comunista Luchino Visconti a usare una crudele e lattea seduttrice, Clara Calamai, divoratrice di vagabondi, per filmare una storia americana di ossessione sessuale che trasformava con una estetica verista francese il decadentismo in neorealismo. Nel suo momento di fulgore quel cinema di massima povertà e urgenza e talento, raccontò l’Italia uscita dalla guerra perduta e dall’epopea della Resistenza, per poi languire con i trionfi democristiani e la campagna intimidatoria contro i famosi panni sporchi, esaltata dall’allora sottosegretario allo spettacolo Andreotti. I grandi di quel periodo conquistarono il mondo: Ladri di biciclette di De Sica nel ‘48 vinse due Oscar, su Roma città aperta e Paisà di Rossellini si formarono generazioni di registi americani di talento. Il neorealismo non era marxista (tranne forse La terra trema di Visconti e Il sole sorge ancora di Vergano) ma populista e moralista, il bianco e nero lo esaltava, alternava divi a gente presa dalla strada, le sue storie ricercavano la lacrima travalicando talvolta il melò, raccontando di miseria proletaria e contadina, preferendo il dialetto e il folklore popolare, occupandosi di vittime (disoccupati, pensionati al minimo, cameriere e, massime regine dello schermo, le prostitute buone D destinate alla morte) mai collegando però sfruttamento e disperazioni ai veri centri di potere. «Il neorealismo non fu mai, e non poteva esserlo», ha scritto anni fa Morando Morandini, «la voce del dissenso». E adesso il neo-neorealismo fa lo stesso: o al massimo dissente nella forma, non nel contenuto. Se per esempio Il Divo di Paolo Sorrentino, per raccontare i tragici anni andreottiani fosse stato (neo-neo) realista come Martelli e Cirino Pomicino nell’Annozero dedicato al film, chi mai l’avrebbe premiato, ma anche solo invitato, a Cannes? È stato il talento surreale, immaginifico, crudele, sarcastico, astratto dell’autore a trasformare eventi irrisolti eppure obsoleti, con personaggi ormai fuori gioco, in un grande film. Neppure Gomorra di Matteo Garrone si può definire neorealista, con uno o due “neo”: quasi quotidianamente i telegiornali ci ammorbano con storie quotidiane di camorra che inducono allo sbadiglio in quanto la ripetitività delle immagini e degli eventi ci assicurano che se perdiamo una puntata ricupereremo la prossima. Mentre il libro di Roberto Saviano e il film di Garrone sprofondano nelle nostre emozioni non per ragioni di realismo, perché tutto ormai sappiamo, ma proprio al contrario, perché scrittura e cinema stravolgono la realtà spaccandoci il cuore. Si sa che il film italiano più sconosciuto e famoso è quel Il vento fa il suo giro di un regista da me mai sentito nominare, Giorgio Diritti, che da un anno continua a riempire un cinema milanese, il Mexico, col passaparola. Si potrebbe pensare che da anni non si vedeva un film così (neo) neorealista: girato nelle meraviglie intoccate della val Maira, tra le povere case di pietra dei villaggi attorno a Dronero, parlato in occitano (con sottotitoli in italiano), storia di un pastore che viene dalla Francia con moglie e figli e le sue capre da formaggio; accolto prima dai pochi residenti con diffidente simpatia, poi a poco a poco messo al bando, rifiutato, umiliato, costretto ad andarsene. Pare una parabola che si serve della realtà, come tanti dei bei film europei visti a Cannes, per metterci davanti alle nostre colpe attuali: il rifiuto di chi non è come noi, che viene da altrove, il forestiero, lo straniero che porta il disordine delle sue abitudini e dei suoi pensieri diversi, che lavora e si ingegna oltre l’inerzia degli altri, i padroni del territorio, di un territorio abbandonato e inutile ma di loro proprietà e quindi inviolabile. AGOSTINO FERRENTE L’orchestra di Piazza Vittorio, 2006 se si ritrovassero inseriti in un sia pur sommario elenco, ma nella cui scrittura si sono insinuate contaminazioni che innegabilmente derivano dal “noir” italiano. Ciò è accaduto di là dalle loro intenzioni, forse contro le loro intenzioni, ma è accaduto: difficile non cogliere elementi di analogia, ad esempio, in quell’impressionante impasto di cronaca, metafora, erotismo e alienazione borgatara che è Il contagio di Walter Siti. Da anni, poi, il teatro è luogo d’elezione di avanzatissimi fermenti. Davvero l’elenco sarebbe lunghissimo. Il Teatro di guerra di Martone. L’oratoria civile di Marco Paolini, da Vajont a I-TIGI e Il Sergente, memorabili esempi di felice connubio fra un signore del palcoscenico e scrittori come Mario Rigoni Stern e Daniele Del Giudice. E ancora, la dolente e tenera controstoria d’Italia del cantastorie Ascanio Celestini. I Mai mortidi Renato Sarti&Bebo Storti, acre rievocazione della X Mas, per non dire dei Paravidino, Koreja, Cortellesi, Scena Verticale, Emma Dante. Esperienze certo diverse fra loro, ma tutte legate da una non comune forza espressiva e dalla tenace volontà di “sporcarsi le mani”. Raccontare l’Italia e gli italiani, al cinema, a teatro, nei libri. Chiamiamolo neo-neorealismo. Chiamiamolo new italian epic. Le etichette lasciano il tempo che trovano. Qualcosa sta davvero accadendo, è sotto gli occhi di tutti, prendiamone atto. Non stiamo definitivamente parlando di caso, ma di necessità. Le lucciole sono tornate, ma sono ancora pochine. Per il momento convivono con le mille luci che ne ostacolano l’accoppiamento, cercano strategie di sopravvivenza, e intanto riprendono il proprio posto nelle notti di fine primavera. Ci sono, e questo ci conforta. Siamo abituati a pensare che in Italia, alla fine, tout se tiens: lucciole e inquinamento, abnegazione e opportunismo, eroismo e menefreghismo, genialità e cialtroneria. Ma prima o poi dovremo scegliere da che parte stare. Le grandi multisale del Nord continuano a riempirsi di moltitudini di ragazzini attratti da garbate commediole a base di pruriti adolescenziali e di sane famiglie avide di scollacciate pellicole vacanziere. Ma l’altro cinema si è guadagnato il suo spazio: non più “nicchia”, ma concorrente robusto e inquietante. Così come negli scaffali delle librerie, fra lividi pamphlet contro tutto e contro tutti, manualistica sulla seduzione fai-da-te, agiografie di veline e velinari e barzellette sulla castroneria nazionale, da anni ormai campeggia il nucleo “hard-core” di una letteratura “non identificata” che si danna l’anima per afferrare i contorni troppo spesso indecifrabili dell’Italia, il mutamento antropologico del suo presente e le ossessioni del suo eterno e inattaccabile spessore reazionario. La partita è appena cominciata. E l’esito, tutt’altro che scontato. Repubblica Nazionale 38 LA DOMENICA DI REPUBBLICA la lettura Filosofie di vita DOMENICA 8 GIUGNO 2008 Sentire con la mente, volare con la mente Percepire il miracolo “normale” dell’esistenza, con l’innocenza meravigliata delle prime domande Nella prefazione a un’antologia di millecinquecento anni di poesia orientale, una scrittrice espone la sua personale versione del “buddismo del vuoto” Lo zen e l’arte di tornare bambini U ROSSANA CAMPO navolta, diversi anni fa, ho letto qualcosa, parlava del come vivere e del come morire. Del come mangiare e come camminare. È qualcosa che molti conoscono, almeno le persone che hanno letto cercato trovato, che si sono interessate al pensiero del buddismo zen. Diceva, questa frase: Quando cammini cammina, quando mangi mangia, quando muori muori. Non sono certo un’esperta di zen. Non vi aspettate lunghe e complicate riflessioni sullo zen, o sulla poesia o sulla poesia zen. Voglio tentare di portarvi accanto, un po’ vicino a quello che io ho percepito come lo spirito zen. Un famoso maestro giapponese diceva: Se sei in riva al fiume, e se senti la bellezza del fiume, se riesci a fare tutt’uno col fiume, allora stai agendo intuitivamente con il tuo spirito zen, col tuo spirito illuminato. E fare questo non è niente di straordinario, è nella nostra natura farlo. Il fatto è che spesso la nostra vera natura è ricoperta da idee ricevute, paure, pensieri economici, aspettative, piccoli film mentali. Dall’idea che dobbiamo essere efficaci, belli, perfetti. Quando noi siamo staccati dalla nostra vera natura, diceva il maestro zen, allora abbiamo paura. Quando intuiamo che invece siamo una cosa sola col fiume, col cielo, con l’universo, lì siamo in pace. Io ho provato un po’ di tempo anche a praticare la meditazione zen. Ho provato diverse volte a stare seduta per qualche ora a fare zazen. Ci ho provato, non è stato un successo. Ma non importa. Importa invece che ci ho provato. Questo importa moltissimo. Che ci sono andata, un pomeriggio di febbraio di quasi quindici anni fa, in un centro zen di Parigi, la città dove vivevo. Era in rue Keller, se mi ricordo bene, undicesimo arrondissement, quartiere Bastille. Una zona di Parigi che bazzicavo soprattutto per i bar, per girovagare, per andare al cinema. Ma in quel periodo avevo letto un incredibile poetico libretto di Shunryo Suzuki, maestro giapponese della scuola Zen Soto che viveva negli Stati Uniti da molti anni. Il libro era una raccolta-trascrizione di suoi discorsi e si intitolava Esprit zen, esprit neuf, (in italiano è stato tradotto con Mente zen, mente da principiante). Una cosa secondo me importante è che quando diciamo mente, parlando del buddismo e dello zen, dobbiamo cercare di non pensare alla mente come al nostro cervellino ragionevole, la mente che fa i calcoli, che guida l’auto o che controlla se abbiamo pagato le bollette. La mente, per le filosofie orientali è sempre una questione di mentecuore-vita. È testa, sì, ma unita a intuizione percezione emozione. Respiro, poesia. È sentire con la mente. Volare con la mente. Vibrare con il cuore stando radicati nella terra. Dentro la nostra piccola vita. Con le bollette da pagare, la spesa al supermercato, la persona di cui mi sto innamorando. Tutto questo e allo stesso tempo qualcosa di più vasto di tutto questo, che comprende tutto questo, che è ed esiste forse proprio a partire da tutto questo. Percepire il miracolo normaledel vivere. La vita non intesa solo come il mio nome e cognome. La vita proprio la vita grande che impregna tutte le cose, la vita che sta dentro di me, piccola donna, piccolo uomo, e dentro il cielo, le stelle, il filo d’erba, dentro la mucca, il mio gatto, lo scoglio, il panino, la mia vecchia vicina di casa. Mio padre e mia madre e Vento forte, fredda luna. Un lungo torrente attraverso il cielo. Nessuna ombra oltre il cancello Quattro lati, otto direzioni Finalmente oltre il limite Non più legami né dipendenza Com’è calmo l’oceano, che sovrasta il Nulla mio fratello. Il presidente della Repubblica. Il duomo. Rino Gaetano. Michelangelo. Degli insegnamenti zen la cosa più esplosiva trovo che sia questo fatto del richiamarsi sempre, con costanza, allo spirito del principiante. L’innocenza delle prime domande che facciamo da bambini. L’innocenza del cuore aperto, della mente meravigliata. La mente l’occhio il cuore del principiante. Questo è il punto a cui mirare. Questo è quello a cui tendono i maestri zen (che per motivi che adesso mi sono difficili da spiegare io sento sempre molto vicini ai grandi pugili. Sto parlando dei grandi mitici pugili del passato). Prendiamo per esempio la calligrafia zen. La calligrafia zen consiste nello scrivere nel modo più diretto possibile, così, giù, senza abilità, proprio come farebbe un principiante assoluto, un absolute beginner. O un bambino. O un matto. Scrivere così, senza mirare nel modo più assoluto a dar prova di abilità, a mostrare la bellezza, la grazia, l’accortezza del tracciato. Senza ricercare la nostra piccola gloria. Ma semplicemente standoci dentro, completamente dentro. Essendo totalmente immersi nell’atto. In quel gesto. Stando lì pieni d’attenzione, come se quella fosse la prima volta che prendiamo in mano il pennello (la penna) e scriviamo la parola. La prima parola. Uva. Oca. Se noi riusciamo a metterci in questo stato d’animo, allora la nostra natura profonda si esprimerà completamente in quell’atto. Pensate alla pittura di Jean Dubuffet. Lo scopo della pratica zen è proprio questo, mi sembra, conservare, allenare, lucidare ogni giorno il nostro spirito da debuttante. Spirito mente e cuore del principiante. Stare aperti, fragili, e vulnerabili. LE IMMAGINI Le immagini e le scritte che illustrano queste pagine sono tratte da un rotolo di pergamena contenente i versi di Tawaraya Sotatsu e Honami Koetsu e da un volume con le poesie di Matsuo Bashu IL 71° VOLUME © 2008 Sergio Bonelli Editore “L’ALTARE DEL SACRIFICIO”. È IN EDICOLA IL 71° VOLUME a € 6,90 in più. Se hai perso una delle precedenti uscite rivolgiti al tuo edicolante di fiducia o al servizio clienti 199. 744. 744 (02.60732459 per chi chiama da telefoni pubblici o cellulari). Il costo massimo della telefonata da rete fissa è di 14,26 cent di euro al minuto + 6,19 cent di euro alla risposta, IVA inclusa. Repubblica Nazionale DOMENICA 8 GIUGNO 2008 Absolute beginners. La cosa che mi tocca profondamente è questa. Che il pensare: Sono arrivato da qualche parte; o peggio: Ecco ora sono arrivato, proprio non è interessante. Quando non coltiviamo questa idea dell’arrivare da qualche parte, dell’ottenere un certo effetto, del dimostrare qualcosa a qualcuno, ecco allora sì che siamo dei veri principianti. Dei grandi dilettanti nel senso bello del termine. E quando siamo aperti e debuttanti, allora è il momento che stiamo imparando qualcosa sul serio. Lo spirito del debuttante è anche lo spirito pieno di compassione e di poesia. E quando siamo nella compassione, cioè nella poesia, lì siamo illimitati. Il maestro Suzuki lo ripete spesso nei suoi discorsi, tale spirito è anche il grande segreto di tutte le arti: siate sempre dei debuttanti, siate sempre un poeta alla sua prima poesia. Un cantante che si tira fuori per la prima volta. Uno scrittore senza editore, un regista senza produttore. Truffaut che consiglia a chi vuole fare il regista e non trova soldi: scrivi un romanzo. Torniamo all’incredibile libretto di Suzuki, lo spiritozen, diceva, è un modo per farvi prendere coscienza di voi stessi, per superare le parole (mi piaceva la parola usata nella traduzione francese, dépasser les mots, in quel dépasser ci vedevo proprio il salto in alto che fa la nostra vita, la nostra mente, il nostro cuore, non più incatenata al pensiero quotidiano, al sentire comune di tutti i giorni, all’opacità delle percezioni che ci tiriamo dietro abitualmente). Per andare a caccia di quella che è la nostra mente originaria. La nostra natura autentica. Quello che gli psicanalisti junghiani mi pare chiamino il Sé profondo. Anche se non si tratta solo di questo. È lo scopo di tutti gli insegna- LA DOMENICA DI REPUBBLICA 39 menti zen, quello di portarci lì. A interrogarci, a provare a fare questo salto e percepire la nostra vera natura. La natura profonda. La natura di Budda, che tutti abbiamo, rinchiusa come un gioiello nel risvolto dei nostri vecchi cappotti. Così dicono i Sutra. Natura che per altre scuole buddiste si chiama Chiara Luce (buddismo tibetano), oppure Nam-myoho-renge-kyo (buddismo giapponese di Nichiren Daishonin). Eccetera. La natura profonda contiene la nostra storia, proprio la nostra piccola scalcinata storia, figli di nostra madre e nostro padre, fratelli e sorelle dei nostri fratelli e sorelle. Coi nostri difetti i nostri slanci i dolori, e in più qualcosa che è di tutti. Che ci appartiene ed è infinita. Appartiene a noi, ma non solo a tutti noi umani, bensì a tutti gli esseri senzienti, come si dice. La nostra natura profonda che è anche quella dell’universo, delle rocce, delle onde dell’oceano, degli uccelli e dei pesci, dicono i maestri, è una natura di luce e di compassione pura. Ma come arrivarci? Come percepirla? Qui sta il percorso, credo. Tutta la fatica del percorso, ma anche il senso delle nostre piccole vite che sono però immerse nella grande vita universale. Ricordo mio delle elementari. Sono molto, ma proprio tanto, catastroficamente uno zero in matematica. E ne soffro. In genere quelli che dicono: alle elementari andavo malissimo in matematica. Oppure: avevo tutti due in matematica, poi ridono. Io non lo dico ridendo, io soffrivo orribilmente di non capire nulla della matematica. Quando la mia maestra Rosa Bozzano cercava di spiegarmi qualcosa che aveva a che fare coi numeri, io restavo pietrificata, le mani mi diventavano di ghiaccio e cominciavo a sudare. C’era questo fatto della prova del nove. Ve lo ricordate come si faceva Venendo, andando, l’uccello acquatico non lascia traccia, né ha bisogno di una guida I pensieri sorgono senza sosta, breve è la durata di ogni vita Cento anni, trentaseimila giorni: la primavera passa, la farfalla sogna la prova del nove? Io non la sapevo fare allora e non la so certo adesso. Però ricordo che c’era questa prova del nove, questi numeri da mettere in un certo modo per vedere se i conti tornavano. E ricordo i miei compagni che la facevano. Tiravano giù i loro cavolo di numeri e dopo un po’, chi prima chi dopo, uno via l’altro esclamavano, diretti alla classe, a se stessi, alla maestra: GIUSTO! Io non sapevo come farla la prova del nove. Così mi ero inventata un mio modo per farla, infilavo dei numeri a caso, o secondo un ragionamento tutto mio e poi esclamavo anch’io, come gli altri, tentando con tutta me stessa di essere come gli altri: GIUSTO! Mi è andata bene diverse volte. Finché una volta la maestra Rosa Bozzano dà una controllata al mio quaderno e poi rimane lì a fissarmi, a guardarmi con la bocca aperta. Credo che abbia detto anche: Ma Rossana, ma questo, cosa significa? Bene, per me questo spirito del principiante, questo spirito zen passa un po’ anche da quelle parti, nell’accogliere la me stessa bambina che si inventava un suo modo per fare la prova del nove. Che soffriva orribilmente nel non capire la matematica, nel non essere lodata dalla maestra e per tutto il resto che succedeva allora nella mia vita. In quella ragazzina incasinata io ho scoperto, col tempo, che c’è la parte migliore di me. L’ho scoperto camminando, scrivendo, dipingendo, amando, soffrendo, godendo, pensando. Questa è la parte che non si sente arrivata, che sa di avere moltissimi limiti e che proprio a partire da questi limiti, incapacità, paure, invenzioni, racconti, sa di essere viva. E anche un po’ infinita. (© 2008 Newton Compton Editori Srl) FOTO CORBIS IL LIBRO Si intitola Poesie Zen, a cura di Lucien Stryke e Takaschi Ikemoto (Newton Compton, 8 euro) È un’antologia che ospita millecinquecento anni di poesia dell’Estremo Oriente figlia della tradizione del buddismo del vuoto cinese e giapponese La prefazione, che qui anticipiamo, è di Rossana Campo Il volume sarà in libreria il 12 giugno per la nuova collana Newton Deluxe che comprende, tra gli altri, anche Il Libretto Rosso di Mao Zedong presentato da Federico Rampini e Cuore di cane di Bulgakov presentato da Eraldo Affinati Repubblica Nazionale 40 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 8 GIUGNO 2008 Prima di Internet, degli mp3 e degli iPod la rivoluzione si chiamava semplicemente “cassette”. Si chiedevano i vinili in prestito, si registravano le tracce preferite, si duplicavano per gli amici, si personalizzavano le copertine SPETTACOLI Ora, ai tempi delle playlist, il leader dei Sonic Youth ricorda in un libro quel pezzo di storia collettiva Quando la musica si scaricava su nastro THURSTON MOORE a prima volta che sentii parlare di un mix su cassetta fu nel 1978. Robert Christgau, il «decano dei critici rock», scrisse un pezzo su Village Voice sul suo disco preferito dei Clash, guarda caso una sua produzione: una cassetta con le b-side della band non incluse negli album. I Clash scrivevano singoli fantastici, e album fantastici, e di solito inserivano i singoli nei dischi, ma non le b-side. Comunque, dal punto di vista della mia mentalità da critico musicale, la sua era un’ottima pensata. Un aspetto in particolare mi colpì: Christgau sosteneva che si trattasse di un mix tape che aveva compilato per regalarlo agli amici. Si era fatto il suo album personale dei Clash e lo dava in giro come memento alla sua devozione per il rock’n roll. C’era una cosa che lui possedeva e io no: una piastra a cassette. A quei tempi, i mangianastri erano tanto fondamentali quanto i giradischi. Ed erano ugualmente ingombranti. Ma in quel periodo la Sony lanciò il Walkman: un mangiacassette portatile grande la metà degli apparecchi standard — più o meno come i registratori che in genere si vedevano tra le mani dei giornalisti. Questi nuovi Walkman si portavano a tracolla, erano l’ideale per andarsene a zonzo per la città ascoltando musica con gli auricolari. Immagino che l’industria discografica si aspettasse che gli utenti acquistassero le cassette originali degli album, e di certo fu così, ma ehi! perché non comprare cassette vergini e registrare singoli brani dai dischi? Ecco cosa fecero tutti quelli che si erano muniti di Walkman. Non passò molto che su album e cassette originali apparvero adesivi come: LE REGISTRAZIONI DOMESTICHE UCCIDONO LA MUSICA! Se non altro, anticipava l’attuale paranoia dei discografici sui cd masterizzati e le canzoni scaricate da Internet. Tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta non potevo permettermi un Walkman, ma il mio vicino al piano di sopra, l’artista Dan Graham, ne aveva uno nuovo — e tonnellate di vinili. Comprava tutti i dischi di punk rock e new wave in circolazione, li metteva su cassetta, quindi me li passava per ascoltarli sul mio vetusto mangianastri. Più o meno tra il 1980-1981, si assistette a una spontanea proliferazione di giovani band, che pubblicavano singoli hardcore-punk super veloci, la maggior parte dei quali si atteneva ai canoni del thrash. Gruppi come Minor Threat, Negative Approach, Necros, Battalion of Saints, Adolescents, Sin 34, The Meatmen, Urban Waste, Void, Crucifucks, Youth Brigade, The Mob, Gang Green ecc. Erano grandi! Dal vivo facevano scintille e registravano album pazzeschi. Molto ruvide e L LE IMMAGINI Tutte le immagini di queste pagine sono tratte dal libro Mix Tape: l’arte della cultura delle audiocassette Nei concerti portavo “Conan” sul palco, gli microfonavo gli altoparlanti per giocare dirette, le canzoni difficilmente superavano il minuto di lunghezza. Ero un fanatico, li compravo tutti appena uscivano. Ogni giorno pagavo pegno da Rat Cage in Avenue A per impossessarmi di tutti i sette pollici di hardcore esposti sulla parete. Certo, era una spesa, ma non un salasso. Ogni singolo costava due o tre dollari. Ma al tempo facevo ancora il lavapiatti in un ristorante di Soho — non navigavo propriamente nell’oro — eppure dovevo assolutamente avere quei dischi! La mia amata Kim tornava a casa dal lavoro ogni giorno, commessa da Todd’s Copy Shop e cameriera da Elephant & Castle in Prince Street, e mi beccava ad ascoltare singoli hardcore dalla mattina alla sera. Credo che abbia scritto anche un testo sul suo ragazzo (io) che passava così le sue giornate. Mi sentivo un po’ in colpa, avevo bisogno di ascoltare quei dischi con calma e attenzione, e mi venne in mente che potevo preparare un mix con i pezzi migliori di quegli album — e visto che erano tutti così brevi e con la stessa potenza ed ener- gia, la cassetta sarebbe stata un monolito hardcore. Avevamo libero accesso all’appartamento di Dan, così una volta ci andai e registrai il mio mix, che per me era la cassetta definitiva di hardcore mai realizzata. Su un lato scrissi H, sull’altro C. Quella notte, mentre eravamo a letto, dopo che Kim si era addormentata, infilai la cassetta nel nostro mangianastri, trascinai uno dei piccoli altoparlanti sul letto, e ascoltai il mix a un volume ultrabasso. Ero in uno stato di beato mormorio. Quella musica faceva sfrigolare ogni cellula, ogni fibra del mio corpo. Era bello. Quell’estate, per il mio compleanno, Kim mi regalò un Walk- man con altoparlante incorporato. In questo modo potevo tenere il Walkman vicino al cuscino e suonare il mix H. C. a un livello ancora più intimo. [...] A metà degli anni Ottanta, prima di un tour con i Sonic Youth, decidemmo di munire il furgone con un mangianastri. L’idea era di prendere un’autoradio fissa, ma era una soluzione troppo dispendiosa. All’epoca a New York impazzavano per le strade giganteschi stereo che sparavano mix di rap da casse spropositate, i cosiddetti “ghettoblaster”. Lo stile hip-hop “della strada” esigeva misure sproporzionate. Scarpe da basket titaniche con stringhe super ampie, occhiali grandi come metà della faccia, catene d’oro che chiamavamo “funi” tanto erano spesse e massicce, e gli stereo portatili avevano le stesse dimensioni di un carrello del supermarket. [...] Ai tempi Delancey Street, e la traversa Orchard Street, erano la zona del centro dove si concentravano i negozi di abbigliamento e accessori hip-hop. [...] Le domeniche pomeriggio qui erano folli, con gente che se ne andava in giro con i propri stereo oversize sparando a palla Spoonie G e DST (un grande rapper vecchia maniera, il cui nome stava per Delancey Street). Poi c’erano i rockettari indie punkoidi come me — affamati e spiritati, che si nutrivano di tutto. Le cassette mix di hip-hop, disposte per la vendita su tavoli di cartone, cominciarono a riferirsi a un sistema di valori dettato da chi compilava la scelta dei brani. [...] Run DMC e LL Cool J cominciavano a spopolare, la Def Jam lanciava sul mercato un nuovo ibrido di punk rock/hip-hop, e i dischi uscivano alla velocità della luce. Tutto questo, per segugi della musica come me, rendeva la vita di tutti i giorni piuttosto eccitante. [...] Quindi entrai nel negozio in Delancey Street e, con i fondi limitati della band, comprai il più imponente “ghettoblaster” in esposizione. Era davvero massiccio (è massiccio, ce l’ho ancora)[...]. Quando mi presentai, gli altri videro il mangianastri, Repubblica Nazionale DOMENICA 8 GIUGNO 2008 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 41 La prima compilation della nostra vita ERNESTO ASSANTE i chiamano mix tape. Si dovrebbe dire “si chiamavano”, perché oggi le compilation di brani registrati su cassetta sono state ampiamente superate dalle playlist che tutti hanno sul proprio iPod e che si scambiano su Internet. Ma i mix tape erano qualcosa di diverso dalle playlist. Ed è di questo che parla Mix Tape, il libro dedicato all’arte e alla cultura delle cassette scritto da Thurston Moore, musicista dei Sonic Youth, scrittore e poeta. Play, Fast Forward, Pause, Rewind. Se siete veri appassionati di musica sapete di cosa stiamo parlando. No, non solo del fatto di ascoltare la musica, di amare un disco, un brano, un gruppo, ma di far ascoltare quella musica, quei dischi, quelle canzoni, quei gruppi a qualcun altro. O di mettere insieme la musica preferita in una sequenza in grado di commuovere, di esaltare, di far pensare, di sorprendere, di dare un senso alla vita. Tutto questo si faceva con le cassette. Le antenate delle playlist, quelle che oggi si realizzano con pochi clic, un software e un pugno di file mp3, erano piccole, portatili, maneggevoli, poco costose, ed erano il primo strumento vero e proprio per il quale il “dominio della copia” che dalla nascita dei dischi in poi era sempre rimasto nelle mani dei discografici, diventava “nostro”. Ognuno poteva copiare un disco, una canzone, metterla su una cassetta e portarsela in tasca. Ognuno poteva prendere una canzone da un disco, una da un altro, metterle in fila, registrarle e alla fine avere in mano un prodotto assolutamente originale, un mix tape, che era qualcosa di più di una compilation, di una raccolta. Era un oggetto che racchiudeva una vita intera, un modo di vedere il mondo, una fotografia della realtà vista da un punto di vista particolare. Ricordate le liste di Rob, il protagonista di Alta fedeltàdi Nick Hornby? Quelle erano liste per dei perfetti mix tape, qualcosa di più di una semplice lista di canzoni. E Thurston Moore oltre che raccontare con quel pizzico di necessaria nostalgia l’era della cassetta, del walkman, della copia casalinga, ha voluto raccogliere le memorie di oltre ottanta persone, artisti, musicisti, attori, scrittori, registi, presentatori televisivi e, come in Alta fedeltà, impiegati di negozi di dischi, chiedendo a ognuno di loro di raccontare il proprio mix tape, quello fatto quando un amore è finito, quello con la musica più bella, o quello per una sera d’estate. «In futuro», scrive Dean Wareham, uno dei testimoni chiamati da Moore, «quando i mix tape saranno oggetto di studio dei sociologi, arriveranno alla conclusione, in termini tecnici, che il mix era una forma di “discorso” tipica della fine del Ventesimo secolo, presto sostituita dalla playlist». Fino al 2000 il declino della cassetta era stato in qualche modo limitato dalla mancanza di alternative per la registrazione casalinga, poi l’avvento dei registratori di cd e quello di formati digitali come l’mp3, e la definitiva affermazione degli iPod ha rapidamente convinto i consumatori a mandare in pensione i vecchi nastri e ad abbracciare, anche per le registrazioni, la rivoluzione digitale. La cassetta aveva resistito dignitosamente all’avanzata del compact disc che aveva travolto i vecchi dischi. Poco meno di venti anni fa il numero delle cassette vendute superava ancora di gran lunga quello dei cd, ma dopo il sorpasso, avvenuto nel 1992, i piccoli contenitori di plastica avevano mantenuto delle forti quote di mercato, nonostante i tentativi di sostituzione avvenuti con formati come il Dcc, la cassetta digitale, e il MiniDisc, piccoli portatili e registrabili, ma con qualità digitale. La registrabilità a basso costo era la principale arma di difesa della vecchia cassetta, ma con l’avvento dei masterizzatori da computer prima, e dei registratori di cd poi, è iniziato l’inevitabile declino. La cassetta, virtualmente scomparsa in Europa e in America, è ancora, comunque, il formato dominante in vaste aree del pianeta. In Africa copre il sessanta per cento del mercato discografico, in Asia il cinquanta, in America Latina il venti, e ci sono paesi in cui senza le cassette la musica non verrebbe distribuita, come la Turchia, l’Egitto, ma anche veri colossi come l’India, la Russia o la Cina, dove copre tuttora la stragrande maggioranza del mercato. Il libro di Moore non prevede che la cassetta torni tra noi, è un “dead media” e nemmeno il futurologo Bruce Sterling, che ha scritto una pregevole introduzione, immagina un domani per i piccoli nastri. Ma se il vinile ritorna... S IL LIBRO Si intitola Mix Tape: l’arte della cultura delle audiocassette. Sono racconti, saggi, ricordi di artisti e musicisti raccolti da Thurston Moore, cantante e chitarra dei Sonic Youth. Prefazione di Bruce Sterling. Edito da Isbn Edizioni (100 pagine, 22 euro) sarà in libreria l’11 giugno stupiti che avessi buttato i soldi del gruppo per quel gigantesco obbrobrio di plastica. [...] Mentre percorrevamo l’Holland Tunnel, distanziandoci sempre più dalla città, pensai che fosse giunta l’ora di mettere uno dei miei mix. Infilai la prima delle cassette di rap e lo stereo si dimostrò un grande acquisto. Economico, ma superbo. E funky. La musica che usciva da quell’apparecchio non poteva che essere perfetta. Nel giro di venti secondi arrivarono le prime voci di dissenso: «Puoi abbassare, per favore?», «Hai altre cassette dietro?», «Io ho portato Johnny Cash...». Quando arrivammo sulla West Coast, ormai eravamo tutti affezionati al Conion (la marca del mangianastri, che ribattezzammo Conan). Nei concerti lo portavamo sul palco, microfonavo gli altoparlanti per giocare con i nastri tra un pezzo e l’altro. I fan in tutta America ci lasciavano le loro cassette — alcuni, speranzosi, i loro demo — compresi mix che poi ascoltava- mo. [...] Alla fine del tour, nel furgone erano disseminate centinaia di cassette, con le custodie di plastica calpestate e rotte. Anni dopo, avrei raccolto tutti i mix in uno scatolone per darli a Kim quando venne ricoverata in ospedale per partorire. A volte, quando spulcio nei meandri della nostra casa mi ci imbatto ancora e, come in una foto, mi vengono in mente flash di quegli anni incredibili. REPUBBLICA.IT Da oggi sul sito di Repubblica.it l'audiogalleria di Ernesto Assante, curata da Chiara Ugolini, sulle cassette evergreen Traduzione Massimo Gardella (© 2008 il Saggiatore Spa Milano) • NUCLEARE, SI RIPARTE Nonostante l’incidente in Slovenia, Enel e governo decisi ad andare avanti. Fulvio Conti: “È nell’interesse dell'Italia”. Le aziende si preparano alla grande sfida • INGHILTERRA, LA CRESCITA NON C’È PIÙ Dopo un decennio di crescita il pil rallenta, risalgono inflazione e disoccupazione: la crisi dei mutui fa riscoprire agli inglesi la paura della recessione • DE AGOSTINI VUOL FARE UN’ALTRA ENDEMOL In diciotto mesi il gruppo ha chiuso tre acquisizioni nel settore dei format tv e adesso vuole competere con l’inventore del Grande Fratello, oggi controllato da Mediaset • SE IL CNR DIVENTA IL MOTORE DELLO SVILUPPO Il nuovo presidente punta su una ricerca che possa aiutare la crescita delle imprese: “Dobbiamo lavorare insieme” Nel numero in edicola domani con Repubblica Nazionale 42 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 8 GIUGNO 2008 i sapori Glabra o vellutata, croccante o morbida, schiacciata o tondeggiante come una mammella. La “mela persica”, il frutto più amato dagli italiani, torna con il primo caldo in tutto il suo fulgore. Nata in Cina, dove cinquemila anni fa si credeva crescesse sull’albero dell’immortalità, è da sempre Morsi di stagione protagonista dei dessert (gelati, marmellate, crostate) ma oggi si affaccia anche come comprimaria negli antipasti di pesce o verdura Pesche Le tonnellate di produzione mondiale annua Pasta bianca Acidula e rinfrescante ha buccia bianco-crema con screziature rosso chiaro e intenso. Bianca anche la polpa, soda e profumata, perfetta per macedonie, gelati e bavaresi. Meglio consumarla in tempi brevi, perché mal si adatta alla conservazione Le tonnellate di produzione italiana annua Succosa e dolcissima con pelle da brividi LICIA GRANELLO «Q il viaggio fu lungo ma vittorioso, se è vero che la Georgia è stauella che abbiamo figurata è una delle più ta ribattezzata The Peach Stateper la sua vaste coltivazioni mopreziose che si conoscano. La sua grosnodedicate. La Cina, comunque, non ha mai perso il primato sezza e il suo colorito la distinguono fra le produttivo, seguita da Italia (il cinquanta per cento tra Emiliaaltre in bellezza; poche poi possono gaRomagna e Campania), Grecia, Spagna e Turchia. reggiare con essa per la bontà. È gentile, Facili da amare. Come gran parte della frutta estiva, sono butirrosa, liquescente, e piena di sugo: ha dissetanti, toniche, diuretiche, digestive, lievemente lassatiun poco di acidulo, ma se è ben matura, esso non serve che a ve. In più, vantano un bel ventaglio vitaminico (C, A, B1, B2, rilevarne il sapore. Il suo nocciolo è sempre rosso, e la polpa PP) e sali minerali (potassio, ferro, calcio, fosforo) in quantità. che lo circonda, sebbene bianca, prende presso di questo Se la tradizione culinaria le consegna all’elenco dei dessert un’atmosfera di rosso paonazzo da cui resta raggiata in un mo— crostate e bavaresi, marmellate e gelado grazioso. Tale è la Pesca che conosciati — la gastronomia moderna ribalta la mo ora in Italia sotto il nome di Poppa di sequenza dei menù, piazzando percoVenere, come esso è derivato dalla mamche e nettarine nel cuore degli antipasti, melletta che si vede sulla cima di questa felicemente abbinate ai delicatissimi Pesca». Pesche senza pesticidi, scampi crudi o alternate a dadini di verCosì il botanico Giorgio Gallesio a inidure croccanti. zio Ottocento racconta la più bella tre le da mercoledì a domenica, Ma tra piatti virtuosamente contamipesche ne La Pomona Italiana. Difficile a “Sapor Bio” a Viareggio nati — dove le pesche si sposano con riso immaginare una descrizione che vada Poi a Modena il congresso selvaggio, quinoa, pollo — e cocktail suaoltre tanta ammiccante sensualità, per il denti (Bellini, Sex on the beach, Caipirofrutto estivo più amato dagli italiani. dell’Ifoam, organismo ska), guai a dimenticare le preparazioni Ne mangiamo più di dieci chili l’anno, internazionale di agricoltura che hanno glorificato le pesche nell’alta senza troppo curarci delle varietà che tropasticceria. Su tutte, la Pesca Melba, viamo in commercio: ci piacciono tutte, biologica, affiancato creata nel 1893 da Auguste Escoffier, ceglabre e vellutate, croccanti e sugose, da mercato e degustazioni bio leberrimo chef francese, allora alla guida morbidamente acidule e spudorataE il 16 convengo della cucina dell’hotel Savoy di Londra. A mente dolci. Non si può immaginare un lui, un gruppo di fan della soprano aucesto di frutta, una macedonia, un bicsulla frutta senza chimica straliana Nelly Melba, di scena al Covent chiere di “vino estivo” (asprigno, fragoliGarden Theatre, chiese di allestire una no, clinto) orfani di nettarine e percoche, cena di gala. Escoffier, ispirato dalle insatabacchiere e seni di Venere (così ancora latiere di argento e cristallo disposte sui tavoli, le colmò a strale chiamano i francesi, che le considerano afrodisiache). ti con gelato alla vaniglia, mezze pesche sciroppate e sorbetto Le gustiamo da sempre, se è vero che Virgilio le colloca ben di lampone. La cantante, estasiata da tanta bontà, fu felice di prima di Cristo. Pur se originarie della Cina — dove già cinbattezzarle col suo nome. quemila anni fa erano considerati frutti benedetti dell’albero dell’immortalità — e diffuse per la prima volta in Europa dai Tra Romagna e Marche, invece, con un impasto di uova, zucgreci, gli antichi romani le battezzarono mala persica, mele chero, farina, burro, latte e lievito, si realizzano delle mezze finpersiane (dove erano comunque coltivate). Nel continente te pesche, unite — dopo il passaggio in forno — da una cucamericano, invece, approdarono solo a metà Cinquecento, chiaiata di crema pasticciera e colorate con l’alchermes. Beinsieme ai colonizzatori spagnoli. Dal Messico agli Stati Uniti, vanda d’obbligo, per accompagnarle, un buon tè alla pesca. Di vigna Piccola e farinosa, è nata nelle campagne piemontesi come coltivazione sostitutiva delle vigne danneggiate dal maltempo a inizio Novecento Viene aperta, asciugata in forno e farcita con amaretti, cacao e la sua stessa polpa Gli appuntamenti Pasta gialla Dolce, succosa, rustica, la più adatta per crostate, marmellate e conserve È ricchissima di carotenoidi e flavonoidi, antiossidanti doc e tandem benedetto per l’abbronzatura, ma la sua buccia multicolore e vellutata può risultare fastidiosa Spaccarella Indifferentemente bianca o gialla, si caratterizza per la facilità con cui il nocciolo si separa dalla polpa, virtù essenziale per realizzare le ricette ripiene. Al contrario, esistono varietà con polpa strettamente aderente all’osso chiamate duracine Repubblica Nazionale DOMENICA 8 GIUGNO 2008 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 43 Cesenatico (Fc) Volpedo (Al) itinerari Gaetano di Costanzo è il giovane e bravissimo chef del Terme Manzi Hotel & Spa, nel cuore di Ischia Tra i piatti del menù estivo, spicca la deliziosa tartara di gambero con riso selvaggio profumato alla vaniglia, pesche gialle e brunoise di verdure crude Leonforte (En) Inserito nella mappa dei borghi più belli d’Italia, il comune delle colline alessandrine che ha dato i natali al pittore Giuseppe Pelizza vanta una frutticultura di primissima qualità. Fragole e pesche sono tra le migliori d’Italia Via dal mare, si apre una campagna fertilissima, dove trionfano le coltivazioni di frutta Pesche e nettarine di Romagna, protette dall’Igp, sono protagoniste di “Un mare di frutta” e di “Nettarine in festa” nei primi due week end di luglio Appoggiato sulle colline di Enna, il comune fondato nel Seicento da Nicolò Branciforte vanta una campagna fertile dove prosperano grano, agrumi, ulivi e le antiche pesche impergamenate, con festa dedicata la prima domenica di ottobre DOVE DORMIRE DOVE DORMIRE DOVE DORMIRE DIMORA LA CAPPELLETTA (con cucina) Via della Clementina 16 Tel. 0131-80222 Camera doppia da 120 euro, colazione inclusa MARAFFA B&B Via Moretti 11 Tel. 338-4112215 Camera doppia da 80 euro, colazione inclusa VILLA GUSSIO NICOLETTI (con cucina) Contrada Rossi, S.S. 121 km. 94,750 Tel. 0935-903268 Camera doppia da 140 euro, colazione inclusa DOVE MANGIARE DOVE MANGIARE DOVE MANGIARE IL FIORILE (con camere) Via XXV Aprile 6, frazione Castel Ratti Tel. 0143-697303 Chiuso lunedì, menù da 30 euro LA MAGNOLIA Viale Trento 31 Tel. 0547-81598 Chiuso lunedì, menù da 60 euro BAGLIO SAN PIETRO (con camere) Contrada San Pietro, Nicosia Tel. 0935-640529 Senza chiusura settimanale, menù da 20 euro DOVE COMPRARE DOVE COMPRARE DOVE COMPRARE CASCINA GALEAZZO Strada Prov. Tortona-Volpedo, località Volpeglino Tel. 0131-806257 AZIENDA BIOLOGICA LA QUERCIA Via Stradone Sala 257 Tel. 0547-311633 AZIENDA AGRICOLA SAMPERI S.S. 121 km 91, contrada Samperi Tel. 338-9110383 I chilogrammi consumati pro capite Le calorie ogni 100 grammi Un boccone di classe vietato ai “villani” Schiacciata Detta anche tabacchiera o saturnina, è riconoscibile per la sua forma, simile a quella di una focaccina Gialla o bianca, è una varietà delicata, dalle dimensioni ridotte, di consistenza setosa e profumo intenso Terra d’elezione per gustarla: l’Etna Tardiva Per ripararla dai parassiti, i contadini della zona di Enna la “impacchettano” con carta pergamenata Così la maturazione arriva in autunno regalando frutti sani, gialli, sodi, con un profumo particolare che ricorda moltissimo quello della canditura Percoca MASSIMO MONTANARI Q uando mi capita di addentare una pesca — attrattiva irresistibile, in questa stagione — non posso fare a meno di pensare a Zuco Padella. Zuco Padella chi? Il contadino di cui narra Sabadino degli Arienti, notaio e letterato bolognese, autore, nel 1495, di una raccolta di novelle dedicate al duca Ercole d’Este. Sabadino immagina, sul modello del Decamerone, che una brigata di gentiluomini e gentildonne bolognesi si trasferisca durante l’estate ai bagni della Porretta, sollazzandosi in amene attività come raccontare novelle. In queste Porretane compaiono anche personaggi umili, ma l’occhio che li guarda è sempre quello della nobile compagnia: il loro ruolo è essere sottomessi, umiliati, sbeffeggiati. La distanza fra le classi è un postulato fondamentale nella cultura dei ceti dominanti dell’epoca, e si esprime anche nei codici di comportamento alimentare, nel modo di pensare i cibi e la loro “appropriata” destinazione sociale. Le pesche, come altri frutti delicati, non sono cibi da contadini. Vanno riservati alle élite. Anche se, a volte, i contadini non stanno al gioco. Sabadino ce lo spiega con un apologo che mette in scena un contadino e un signore: Zuco Padella (appunto) e messer Lippo Ghisilieri. Lippo aveva un giardino bellissimo, ricco di frutti «e specialmente de bellissime persiche», gelosamente protetto da siepi e fossati. Ma «quasi ogni nocte» Zuco Padella si faceva un varco nella siepe, raggiungeva i peschi e si portava via un po’ di frutti. Non era un furto occasionale, dettato dal bisogno o dalla fame, ma una vera e propria sfida, sistematica e ripetuta, al privilegio di classe. Messer Lippo, per smascherare l’impudente malfattore, fece conficcare nel terreno delle trappole con dei chiodi rivolti all’insù. La notte, quando Zuco entrò nel giardino, «li venne posto il dito grosso del piede sopra uno de questi chiodi». Pur ferito, non abbandonò il campo: la notte seguente si mise ai piedi due trampoli, rinforzati da «ferri di asino», in modo da non forarsi «e che paresse fusse uno asino che mangiasse le persiche»: se ne fece un nuovo carico e tornò a casa incolume. La posta si è alzata e il signore mette in atto nuove strategie di accerchiamento: fa raccogliere tutte le pesche tranne quelle di un solo albero, e sotto questo fa scavare una gran buca «a modo di lupara, dove si pigliano li lupi». Per tre notti fa personalmente la guardia e infine arriva Zuco Padella, munito dei suoi trampoli. Si dirige prontamente all’albero carico di pesche e precipita nella fossa, e «quasi non fu per romperse el collo». Lippo ordina ai servi di prendere una caldaia d’acqua bollente e di rovesciarla dentro la buca. Il contadino comincia a gridare: «Misericordia! Misericordia!» e viene smascherato. «Credevo di aver preso un lupo a quattro zampe, non a due», commenta sarcastico messer Lippo, e rincara la dose: «Volendo pigliare il lupo, ho preso l’asino che mangiava le mie persiche». La lezione è accompagnata da parole di arrogante disprezzo: «Villano latrone che tu sei! Che te vegna mille cacasangui!» La ferocia di questo combattimento — una guerra in piena regola — è pari alla durezza di un’ideologia alimentare che pretendeva di segnalare con la diversità dei cibi le differenze fra gli uomini e il mantenimento dell’ordine sociale. «Un’altra volta», sentenzia in conclusione messer Lippo, «lascia stare le fructe de li miei pari e mangia de le tue, che sono le rape, gli agli, porri, cipolle e le scalogne col pan di sorgo». Le pesche sono solo per li miei pari. Zuco Padella, che in modo ingenuo e maldestro cercò di spezzare le regole del privilegio sociale, lo penso come un eroe del progresso, a cui volgerò un grato pensiero prima di assaporare la prossima macedonia di pesche. Gialla, grande, compatta, è la vera protagonista della conservazione: sia in versione sciroppata che per la produzione di succhi. Le migliori sono coltivate in area vesuviana e in Puglia, dove vengono consumate anche tagliate a fettine e immerse nel vino Nettarina Più che per il colore della polpa – sia bianca che gialla – si differenzia per la buccia, liscia, glabra, lucida. Risultato di un ibrido americano, la pesca noce è ben provvista di vitamina C e potassio (anti-crampi) La varietà romagnola è protetta dall’Igp Repubblica Nazionale 44 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 8 GIUGNO 2008 le tendenze Estate under 18 VELA Corsi per principianti e di perfezionamento per ragazzi dagli 8 ai 18 anni, dalla Sardegna al lago di Como, dalle Eolie all’Elba, per imparare ad andare in barca da “lupi di mare” SCIENZA Per i ragazzi più impegnati ci sono le vacanze scientifiche e didattiche a tema, laboratori artigianali e attività naturalistiche Iscrizioni ai corsi dagli 8 ai 16 anni EQUITAZIONE Lezioni di maneggio e turismo equestre, aspetti tecnici e divertimento per ragazzi che scelgono una vacanza con i cavalli in Italia e all’estero. Per bambini dai 6 ai 18 anni FOOD Vacanze in fattoria per i bambini: s’impara a conoscere l’origine dei prodotti alimentari e la vita degli animali Si può imparare a fare il pane, si fa scuola di cucina www.Orzaminore.it www.Katabasis.it www.sailcompany.it www.Marvelia.it www.asso.objectif-sciences.com www.bimbibo.it www.zainettoviaggi.it www.vacanzequestri.com www.terresienabambini.it www.mulinomattie.it www.quartospazio.com www.fattoriedidattiche.it www.rodariparcofantasia.it www.aquilone.it MARINA CAVALLIERI SARÀ un’estate-avventura, adrenalinica e no-limits: si potrà discendere lungo un fiume con la canoa, camminare sugli alberi con un’imbragatura, costruire zattere e mongolfiere, fare bird watching e orienteering, tirare con l’arco, passeggiare su traballanti ponti tibetani o affrontare con un kajak le onde. Sarà una vacanza didattica ma frenetica dove ragazzi dai sei ai diciassette anni potranno diventare tanti piccoli Indiana Jones: a contatto con la natura studieranno le fasi solari e il movimento degli aquiloni, «Negli ultimi cinque anni il mercato è cresciuto moltissimo, prima si faceva più fatica a vendere questo prodotto alle famiglie, prevaleva la mamma iperprotettiva», spiega Giovanna Mattiolo, amministratore della “Tourist trend”, tour operator che ha partecipato all’organizzazione di Children’s tour, fiera del turismo per ragazzi che si è tenuta recentemente a Modena. Il dato di partenza è che sono più di sei milioni i ragazzi dai sei ai diciassette anni, oltre il sessanta per cento ha fatto una vacanza nel 2007 e tra questi sono sempre di più quelli che partono anche da soli. La scuola non c’è più comincia l’avventura scopriranno i rifugi degli scoiattoli o della foca monaca, poi, nei momenti di relax, potranno scegliere se abbandonarsi al ritmo di High school musicoppure fermarsi ad ascoltare il silenzio, sempre aiutati da guide professionali ed esperti animatori. Nei migliaia di centri estivi sparsi per l’Italia si preparano le vacanze under diciotto: un esercito di organizzatori, tour operator, parrocchie, associazioni ambientaliste e sportive perfezionano i loro depliant per offrire a bambini e adolescenti stanchi e annoiati dalla vita in città, qualcosa di indimenticabile, se non un’estate intera almeno una settimana da leoni. Perché, se un tempo c’erano le colonie e i soggiorni al mare, oggi ci sono i campus a tema; se una volta c’erano le vacanze-studio, ora ci sono le settimane estreme. «Negli ultimi anni sono cresciute molte realtà distanti dal vecchio modello delle colonie, che erano organizzate da enti statali e dopolavori; oggi tutto è legato all’iniziativa privata e prevale il soggiorno tematico dove il bambino sperimenta un’avventura e si cala nella parte. Piace molto la vacanza a contatto con la natura con situazioni che imitano le imprese del supereroe degli schermi Indiana Jones, vanno bene anche i soggiorni centrati su uno sport, le vacanze-studio piacciono più ai genitori e meno ai ragazzi. Poi c’è il versante delle fattorie didattiche e degli agriturismi, dove i bambini stanno a contatto con gli animali e apprendono attività legate all’agricoltura e alla gastronomia, non è difficile vedere in questi casi bambini con il mattarello che imparano a fare il pane e la piadina. I bambini si fanno molto influen- Piccoli Indiana Jones Repubblica Nazionale DOMENICA 8 GIUGNO 2008 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 45 Tirare con l’arco, correre lungo un ponte tibetano, discendere le rapide in canoa: le vacanze dei ragazzi, tra stage nei boschi e corsi “da giovani marmotte”, si trasformano quest’anno in prove di coraggio. Ma le alternative sono tante e per tutte le età: dal corso di vela a quello di cucina, dallo studio ILLUSTRAZIONE DAL LIBRO VACATION LEAPFROG delle lingue al campus di tennis. Ecco la mappa del divertimento LINGUE Vacanze di studio all’estero con corsi di lingue dall’inglese al francese, dallo spagnolo e tedesco al cinese, in college o magari in famiglia. Dedicato ai ragazzi dai 6 ai 19 anni CALCIO Milan, Juventus, Inter: le società organizzano campi vacanza per ragazzi che amano il calcio, sotto la guida di allenatori esperti Anche all’estero Dagli 8 ai 16 anni TREKKING Vacanze a metà tra sport e ambientalismo con tecniche di orientamento, cartografia, insegnamento della bussola ed escursioni in montagna in sentieri segnati www.cts.it www.ef-italia.it www.englishinitaly.it www.primaveraviaggi.it www.juniorcamp.it www.juventussoccerschool.com www.intercampus.inter.it www.lamontagna.it www.zainettoviaggi.it www.ermesambiente.it www.esperienzatrentino.it zare dai film, dopo Ratatouille, cucinare è diventata una moda». Nell’estate 2008, insomma, stravincono le vacanze-contrappasso: bambini sedentari, teledipendenti, iperaccessoriati, sorvegliati ovunque, poco autonomi, vengono catapultati in esperienze a contatto con la natura, a volte in simulazioni di avventure estreme. Perché accanto ai campus estivi creati già negli anni Settanta da Wwf e Legambiente, improntati al modello educativo ed ecologico, sono nate altre realtà dove si privilegia si il contatto con la natura ma in versione più cinematografica e surviving. «Parco Cerwood è un nuovo modello di campo estivo, è stato il primo in Italia, è nato in Emilia Romagna nel 2003, ora ce ne sono dodici solo in questa regione e non ce n’è uno uguale all’altro», racconta Loredana Notari. «Qui si può venire per un solo giorno oppure per una o più settimane, sistemandosi in alberghi o campeggi. I ragazzi da noi praticano la camminata tra gli alberi con una imbragatura, fanno tarzaning oppure si cimentano nell’arrampicata sportiva su pietra di Bismantova o nel tiro con l’arco. Abbiamo ponti oscillanti e tibetani per giochi di equilibrio e di forza. Sono campi un po’ sul modello francese, ce ne sono molti in Corsica e in Costa Azzurra ma da noi c’è più sorveglianza». È più slow invece la vacanza in fattoria, ma non per questo meno intensa. La tendenza è sempre imparare, socializzare, fare movimento e soprattutto praticare attività a volte persino drasticamente vietate dai genitori durante l’anno. «Nelle fattorie didattiche si fa turismo attivo, i nostri operatori sono agricoltori che hanno fatto interventi formativi, corsi di centoventi ore dove si affrontano dai problemi della sicurezza alle dinamiche di gruppo», spiega Marco Boschetti, direttore del Consorzio agrituristico mantovano. «Da noi vengono ragazzini dagli undici ai sedici anni, si privilegiano le attività manuali, la raccolta della frutta ma si impara anche a fare il pane». Dopo lo smog dell’inverno ecco la vita in campa- gna, finiti i pomeriggi passati con patatine e snack è il momento dell’educazione alimentare. Un modello a cui a volte si associa anche la pratica della lingua inglese in un crescendo ansioso e accattivante di offerte tra il ludico e il formativo. È quello che avviene in un rustico casale umbro, sede de “L’Aquilone”. «Siamo attivi da più di trent’anni, da noi è come se i bambini fossero a casa dei nonni o degli zii. Facciamo molte attività tra cui teatro e archeologia, ospitiamo anche ragazzi dall’estero, figli di italiani». Soggiorni ecologici, multidisciplinari, sempre molto politicamente corretti per genitori e figli forse un po’ snob. Ma nel supermarket delle nuove vacanze ci sono anche le attività sportive, dove è il calcio a fare da padrone indiscusso. «Gli Inter campus sono nati nel 1994, la nostra scelta è di organizzarli direttamente ma ci sono, per esempio, i campus del Milan che sono una rete in franchising», spiega Lillo Dragone. «Quasi tutte le società di serie A, B, C1 e C2 organizzano campi estivi, per le società è una forma di autofinanziamento, si può calcolare che sono circa centomila i ragazzi che passano almeno una settimana in questo tipo di campus. E ci sono squadre riservate anche alle ragazzine». Non c’è che da scegliere e per chi non può o non vuole muoversi dalla città ci sono i city-camp, in un susseguirsi senza tregua di impegni, sport, attività, sono le vacanze riparatorie che colmano vuoti familiari e stress scolastici, pomeriggi estivi distanti anni luce da quelli cantati da Celentano, troppo azzurri e troppo lunghi. «Io credo che queste possibilità che si offrono ai ragazzi possono essere una buona opportunità per acquisire autonomia, soprattutto perché ce ne sono poche di tali iniziative negli spazi formativi», riflette Clara Tornar, docente di pedagogia sperimentale. «Però quest’ansia di riempire i tempi vuoti rischia di diventare un’ulteriore occasione di stress, se si concentra in una settimana quello che si dovrebbe sperimentare nel corso di un anno». TENNIS Si può imparare a giocare a tennis o migliorare il proprio stile nei diversi centri estivi della Federazione tennis Iscrizioni per ragazzi dai 6 ai 16 anni NATURA Educazione ambientale, turismo responsabile, giochi ed escursioni sono le proposte dei campi organizzati dalle associazioni ambientaliste Dai 6 ai 17 anni. In tutta Italia CANOA Corsi di canoa, discese in rafting, giochi sull’acqua, escursioni, lezioni nei campi-vacanze organizzati dalla Sicilia all’Umbria al Parco del Ticino www.Federtennis.it www.vacanzetennis.it www.momentidisport.org www.wwf.it www.legambiente.it www.campiavventura.it www.aquilone.it www.rafting-canoa.it www.raftingcenter.it www.atleticom.it Repubblica Nazionale 46 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 8 GIUGNO 2008 l’incontro Claudio Magris lo ha definito un uomo di “leggerezza mozartiana” E in lui c’è infatti quiete filosofica, vocazione all’ironia, una levità non priva di zone d’ombra Alla vigilia del settantacinquesimo compleanno e di un’estate traboccante d’impegni il grande direttore e creatore di orchestre parla dei suoi progetti e del male che ha combattuto e vinto: “Pensavo fosse arrivato il momento. Considero tutto ciò che è venuto dopo un regalo” Sul podio Claudio Abbado ualche anno fa Claudio Magris, a proposito dell’amico Claudio Abbado, scrisse che era un uomo di «leggerezza mozartiana». In effetti Abbado appare leggerissimo: nel fisico sottile, nella voce discreta, nel movimento delle mani. Mani sensibili, abituate a condurre, vibrare, disegnare il tempo, riempire di immagini la trasparenza dello spazio. Ma in questo musicista straordinario c’è dell’altro: negli anni ha conquistato una qualità impalpabile di leggerezza interna, fatta di quiete filosofica, vocazione all’ironia, rapporto distaccato e sorridente col successo. Riflessi di una levità, come s’è detto, «mozartiana». Che dunque ha zone d’ombra, chiaroscuri. E che è volatile, mai afferrabile del tutto. Questo signore calmo e lieve, molto riservato, che parla poco e ascolta molto («è la musica che insegna ad ascoltare, se si ascolta s’impara, e così dovrebbe essere in ogni campo: se i politici conoscessero la musica tutto funzionerebbe meglio»), non è solo un eccelso direttore d’orchestra. È un mito musicale del nostro tempo. Però non reca segni di nevrosi da star-system. Magicamente rilassato, ha una freschezza fluida, giovanile. Eppure il 26 di questo mese compie settantacinque anni. Dice serafico: «Le cifre non contano, i numeri non mi hanno mai fatto impressione». E spiega che non è prevista alcuna festa per il compleanno: niente smancerie, in puro stile abbadiano. Quel giorno progetta di passarlo in barca, come gli piace tanto, circondato da figli e nipoti, per scivolare con la consueta leggerezza nel vento e sul mare della Sardegna, dove negli ultimi anni trascorre il tempo che dedica al riposo, allo studio e alla lettura («in questo periodo sono preso dai romanzi di Hrabal»). Vicino ad Alghero ha una casa spartana e bellissima, isolata come la mera, dove gli elementi si alternano in diverse combinazioni, dal trio all’ottetto e all’ensemble mozartiano. E questo mese l’Orchestra Mozart compie il suo sfolgorante debutto discografico con due cofanetti di cd siglati Deutsche Grammophon: il primo raccoglie cinque sinfonie mozartiane — 29, 33, 35 Haffner, 38 Praga e 41 Jupiter — registrate live in concerti a Bologna, Modena, Ferrara e Bolzano; il secondo offre l’integrale dei Concerti per violino di Mozart con Carmignola e la Sinfonia concertante per violino e viola K 364. Nel frattempo Abbado qui a Bologna, al Teatro Manzoni, dirige l’orchestra in una serie di concerti: domani sarà sul podio di un programma tutto votato all’amatissimo Wolfgang Amadeus («non si finisce mai di conoscerlo, è sempre attuale, infinito come Shakespeare»), e replicherà il concerto l’11 giugno a Bolzano, nell’Auditorum Haydn; e sempre a Bologna ha appena diretto una serata sul Settecento “sacro” di Giovanni Battista Pergolesi, musicista al centro di un suo progetto pluriennale (2007-2010): «Compositore fondamentale, ha avuto La musica insegna ad ascoltare Se si ascolta, s’impara e così dovrebbe essere in ogni campo Se i politici conoscessero la musica, tutto funzionerebbe meglio FOTO OLYCOM Q BOLOGNA chiatta di un naufrago e immersa in un giardino rigoglioso, curato personalmente e con passione dal Maestro (ma non chiamatelo così, non lo sopporta: da tutti si fa chiamare semplicemente «Claudio»). Racconta che le piante gli fanno bene, come il mare: «Quando sono in Sardegna vivo nell’acqua e nel verde». Ora invece siamo nel cuore di una città, Bologna. Qui la sua casa è anch’essa leggerissima, affacciata sui tetti rossi del centro storico, con un’altana che svetta torreggiante e suscita vertiginose fantasie sul volo. «Quand’ero ragazzo sognavo spesso di volare. Voli alti, stupendi. Era il mio sogno ricorrente. L’ho realizzato da adulto grazie alla musica. Con i musicisti delle orchestre che dirigo — e con molti di loro lavoro da tanti anni — mi succede spesso di volare. Anche per questo ho lavorato tanto di frequente con i giovani, che sanno fidarsi, lanciarsi, volare con me». Abbado è un forgiatore di orchestre, con esiti smaglianti: a fine anni Settanta fondò la European Commmunity Youth Orchestra, a metà anni Ottanta creò la Gustav Mahler Jugendorchester, da cui costituì la Mahler Chamber Orchestra. Nel 2003 plasmò la Lucerne Festival Orchestra, «che dirigo in agosto a Lucerna e con cui in ottobre andrò a Vienna. E sempre con l’orchestra di Lucerna l’anno venturo sarò a Pechino, dove mi ospiteranno in una casa dentro un parco a qualche chilometro a sud della città, con l’aria ottima, e conoscerò attori cinesi come Gong Li, la magnifica protagonista di Lanterne rosse». Quello di Lucerna è un complesso “all star”, con musicisti della Mahler Chamber Orchestra uniti a prime parti dei Berliner e dei Wiener Philharmoniker e ad altri splendidi solisti. Sembra che attorno al carismatico «Claudio» si muova e si condensi a più riprese un’unica, cangiante orchestra, fatta di prodigiosi e dotatissimi amici che gli viaggiano accanto riplasmandosi di continuo in varie formazioni. In più il glorioso direttore ha uno spettacolare fiuto da talent-scout. È stato il primo, tanto per dirne una, a segnalare come futuri astri del podio, quand’erano poco più che ragazzini, l’inglese Daniel Harding e il venezuelano Gustavo Dudamel: «Eppure non li avevo mai sentiti dirigere. Ho capito la loro intelligenza parlando con loro. Ho sentito due forti personalità, ho compreso che avevano davvero qualcosa da dire». Nel 2004, a Bologna, è nata una sua ennesima creatura, l’Orchestra Mozart: quarantacinque elementi, con giovani professionisti a fianco di solisti affermati. Strumentisti di fama come Giuliano Carmignola, Danusha Waskiewicz, Enrico Bronzi, Mario Brunello, Alessio Allegrini, Daniel Gaede, Rapahel Christ, Guilhaume Santana, Lucas Macias Navarro, Alois Posch, Alessandro Carbonare e Lorenza Borrani, per citarne solo alcuni. Vive con loro «il piacere di suonare insieme» nello spirito del gruppo da ca- un forte influsso su Bach e Mozart. Morto a ventisei anni, in un quinquennio appena è riuscito a scrivere capolavori stupefacenti per preveggenza, proiettati un secolo avanti dal punto di vista armonico e musicale. Era un geniale visionario che colse tracce da Gesualdo da Venosa, col quale condivide la capacità di creare musiche eccezionalmente innovative per modulazioni, accordi e cromatismi, legate a testi strazianti, che parlano di dolore, passione e morte». Il 25 ottobre, ancora sul podio della sua Mozart, unita alla Cherubini “prestata” da Riccardo Muti e all’Orchestra Giovanile Italiana fondata da Piero Farulli, Abbado dirigerà un mega-concerto che farà scalpore: «Su un enorme palcoscenico allestito al PalaDozza di Bologna, per cinquemila spettatori, eseguiremo il Te Deum di Berlioz con le tre orchestre, due cori e un coro di voci bianche formato da seicento bambini. Fu proprio Berlioz a richiedere quest’organico sterminato». In scena ci sarà pure il suo amico Roberto Benigni, esilarante attore per Pierino e il Lupo di Prokofiev, presentato nella prima parte della serata: «Con lui stiamo immaginando futuri concerti-spettacolo dedicati a Dante e Verdi». Abbado ha già diretto il Te Deuma fine maggio a Berlino per ventimila spettatori, su un impressionante palcoscenico all’aperto: «C’era anche Maurizio Pollini per il Quarto concerto di Beethoven. In realtà si doveva suonare alla Philharmonie, ma un incendio ha bruciato il tetto. Abbiamo deciso di spostarci alla Waldbühne, che ha tredicimila posti in più della Philharmonie, e i tredicimila biglietti messi inaspettatamente in vendita sono andati esauriti in un paio di giorni. In passato avevo già diretto in quel parco, l’atmosfera è bellissima: la gente arriva presto, prende il sole, poi mangia, beve e ascolta il concerto. E per me lavorare coi Berliner è come ritrovare tanti vecchi e cari amici». Sono stati i Berliner, probabilmente, la sua orchestra «d’elezione». Per dodici anni, fino al 2002, con entusiasmo ed energia, Abbado, giunto in Germania già carico di allori, avendo alle spalle esperienze di direttore musicale alla Scala e alla Staatsoper di Vienna, si tuffò anima e corpo nello spirito della cultura berlinese e nel rimodellamento della fisionomia dell’orchestra guidata a lungo da Karajan: «Berlino è una città civile, ricca di verde e acqua: laghi, fiumi, canali. Ogni volta che vi torno, atterrando con l’aereo, ho la sensazione di scendere in un bosco immenso. La gente vive nel verde, e il verde si riflette nella loro vita. Piena di cultura e musei, è una città che conta su un pubblico musicalmente preparato. Vi ho potuto realizzare stagioni a tema e programmi interdisciplinari, basati sull’intreccio tra musica, teatro, cinema, letteratura e arti visive. E l’orchestra dei Berliner ha ampliato il suo repertorio e si è rinnovata, diventando una delle formazioni più giovani del mondo». Quando, nel febbraio del ’98, Abbado annuncia ai berlinesi di voler lasciare il prestigioso incarico nel 2002, sembra aver messo a fuoco una sorta di una premonizione inconscia: da lì a qualche mese scoprirà di avere un cancro allo stomaco. «Pensavo che fosse arrivato il momento. Considero tutto ciò che è venuto dopo un regalo». Dice che è la musica ad averlo guarito. E dopo l’operazione s’è avventurato in questo luminoso nuovo corso, come nel segno di una riconquistata giovinezza. È immerso nella musica e nell’ambiente con radicale amore e convinzione. Musica e natura possono salvare il mondo: come due facce di una medesima bellezza. «Forse la mia storia è cambiata anche con le piante. Nove ettari di costa, di fronte a casa mia in Sardegna, adesso sono un parco naturale. Vi ho piantato novemila piante, che oggi sono diventate molte, ma molte di più». Abbado non è un pessimista. Preferisce concentrarsi sugli aspetti positivi, sugli animi costruttivi, sulle «iniziative esemplari di certe piccole città come Arezzo, dove s’è cominciato a utilizzare i sistemi energetici alternativi al petrolio, dal solare all’idrogeno». E nell’odierno clima italico tanto penalizzante per gli immigrati, il cosmopolita Abbado, nato e cresciuto a Milano e lanciatissimo nel mondo, si definisce un immigrato anch’egli, con fierezza: «Mia madre era palermitana, mio padre era un piemontese di origine araba. Il mio cognome proviene da Mohamed Abbad, principe di Siviglia nel 1040. Nel giardino dell’Alcazar c’è una colonna bianca dov’è impresso il nome. Quando ci sono andato per la prima volta mi sembrava d’esserci già stato, riconoscevo i luoghi, mi ci ritrovavo come se ci fossi nato». Crede nell’inconoscibile? «Credo che siano tante le cose che non si possono spiegare. Non credo nella reincarnazione ma in questa vita, adesso. Credo che la morte faccia parte della vita. Le abbiamo dato quel nome: morte, ma lei è vita, solo un aspetto della nostra esistenza». ‘‘ LEONETTA BENTIVOGLIO Repubblica Nazionale