Psicologia 1 2011 in Sardegna Periodico dell’Ordine degli Psicologi della Sardegna Sommario Editoriale.............................................................................. 2 Dalla molecola all’uomo: ponti tra psicologia. e neuroscienze nella comprensione delle nuove patologie. psichiche .............................................................................. 6 Commissione orientamento. neo iscritti e nuove professioni............................................ 15 La commissione deontologia............................................... 18 Nuove e vecchie correnti sul cervello:.................................. 21 l’avvento della TMS nello studio delle. funzioni cognitive e nel trattamento. dei disturbi psichici............................................................. 21 Commissione tutela della professione................................. 33 Vivere con la talassemia...................................................... 35 Organigramma . ................................................................. 48 Psicologia in Sardegna Editoriale Care colleghe e colleghi, a circa un anno dal precedente editoriale è tempo di stilare un bilancio: poiché abbiamo iniziato il nostro mandato utilizzando una metafora nautica (“issiamo le vele”), oramai prossimi alla boa di metà gara, ritengo opportuno presentare un primo consuntivo delle attività sinora svolte. Come ricorderete l’attuale Consiglio dell’Ordine degli Psicologi della Sardegna si è insediato nel gennaio 2010, con due novità di rilievo: l’aumentato numero di iscritti a livello regionale ha consentito di eleggere quindici consiglieri (quattro in più rispetto a prima) e più della metà degli eletti sono stati di nuova nomina. Come era lecito attendersi, buona parte della navigazione iniziale è stata impiegata per stabilire modalità e procedure condivise di funzionamento, che potessero da una parte facilitare il compito di affrontare le attuali sfide che un Ordine di oltre duemila iscritti pone sia sul piano organizzativo che di rappresentanza istituzionale, dall’altra favorire lo sviluppo e il consolidamento del nuovo gruppo consiliare. Da tutto principio ci siamo dotati degli strumenti necessari per affrontare la navigazione: abbiamo eletto le nuove cariche, i coordinatori delle commissioni e dei gruppi di lavoro esistenti, abbiamo successivamente apportato modifiche al regolamento di funzionamento interno del Consiglio, attraverso un allentamento dei vincoli che regolano la numerosità delle Commissioni e abbiamo costituito tre nuovi Gruppi di lavoro su: Psiconcologia, Neuropsicologia e su Consulenze tecniche di ufficio e di parte. In tempi più recenti abbiamo istituito una commissione Tutela, per far fronte a tutte le segnalazioni che pervengono in merito a presunti abusi della professione o relative ad avvisi pubblici ed eventi formativi di stretta pertinenza psicologica, indirizzati ad una pluralità di figure professionali. Abbiamo rivisto il regolamento sui patrocini, richiesti a titolo gratuito o oneroso e abbiamo approvato un nuovo regolamento sulla pubblicità istituzionale, essendo aumentate le richieste di diffusione tramite il nostro sito, di eventi formativi e informativi, a pagamento e gratuiti, Psicologia in Sardegna rivolti ai nostri iscritti così come aperti ad altre professioni. Notevole è stato il lavoro che l’Ordine ha svolto in questi due anni a livello amministrativo e istituzionale, tramite la segreteria, le commissioni e i gruppi di lavoro e nel corso delle sedute di Consiglio. Dall’inizio dell’attuale mandato sono più di cinquecento le delibere che abbiamo assunto. Abbiamo tenuto 15 sedute del Consiglio nel 2010 e quasi il doppio nel 2011: incremento resosi necessario per istruire diversi procedimenti disciplinari. Nuove iniziative sono state intraprese, soprattutto per coinvolgere i giovani neo-iscritti: abbiamo bandito tre borse di studio in memoria del collega Pietro Rutelli, una borsa lavoro in ricordo della collega Maria Laetitia Ferraro. Abbiamo deliberato di sovvenzionare la partecipazione di due nostri iscritti al congresso EFPA di Istanbul, che presentassero un contributo scientifico. Abbiamo attivato una convenzione con la Agenzia Regionale del lavoro per l’attivazione di Piani di Inserimento Professionali (PIP), sia come intermediari che in qualità di soggetti attuatori. Abbiamo stipulato con l’Università di Cagliari la nuova convenzione per i tirocini, che regolamenta il tirocinio professionalizzante (praticantato), dei laureati nei nuovissimi corsi di laurea triennale e magistrale. Abbiamo recepito nuove disponibilità degli iscritti a far parte delle commissioni per gli Esami di Stato e stiamo procedendo alla periodica revisione dell’Albo. Abbiamo onorato la convenzione con la Guardia di Finanza, pubblicando un elenco degli aderenti in Sardegna al 2010 e abbiamo realizzato lo scorso anno un evento informativo destinato ai militari e loro familiari: entro la fine di quest’anno ci apprestiamo a realizzare il secondo. In collaborazione con Form-Aupi abbiamo organizzato ad Arborea il secondo corso base in psicologia dell’emergenza (1-2 ottobre 2010) e in collaborazione con l’ENPAP si sono svolti in diverse città (Olbia, Sassari, Oristano e Cagliari) gli abituali incontri informativi sugli aspetti previdenziali e fiscali della nostra professione. Abbiamo pubblicato tre numeri del nostro Giornale e l’Albo 2010, con una grafica rinnovata e velocizzato la consegna dei tesserini di iscrizione all’Ordine. Oltre alle iniziative che abbiamo varato a favore dei nuovi iscritti, di cui trovate un resoconto in questo numero, voglio qui ricordare Psicologia in Sardegna l’impegno profuso dal Consiglio per realizzare nell’anno corrente circa quindici incontri seminariali gratuiti, rivolti a tutti gli iscritti, che si sono svolti presso la nostra sede e che hanno riguardato molteplici tematiche deontologiche e professionali. Altri incontri stiamo programmando per questo scorcio di fine anno e speriamo di poter continuare a pubblicare sul Giornale, come già troverete in questo numero, le relazioni che sono state presentate dai nostri colleghi. Costante è stato lo sforzo di segnalare tempestivamente sul sito la messa a bando di concorsi (pochi) e di avvisi (molti) riguardanti la nostra figura professionale. Il costante monitoraggio e diffusione dei bandi ci ha consentito di rilevare talvolta delle imprecisioni nei criteri di ammissione, che sono state prontamente segnalate alle rispettive Amministrazioni. Ulteriori segnalazioni sono da noi state inoltrate alle Autorità competenti in casi di violazioni o abusi della professione. Per quanto molteplici siano state le iniziative che abbiamo attuato, occorre sottolineare che nel panorama occupazionale odierno, che sconta gli effetti della crisi economica mondiale, si evidenziano forti segnali di preoccupazione anche a livello regionale. Tali segnali interessano soprattutto i giovani che stentano a trovare una collocazione nel mercato del lavoro; giovani e meno giovani, che dopo lunghi e onerosi percorsi formativi spesso assistono inermi all’invasione di spazi ed attività professionali, ad opera di persone di varia preparazione, che millantano competenze psicologiche, che, per pudore o per calcolo, definiscono con altri termini. È comprensibile in questi casi lo sconforto e la rabbia di chi si sente usurpato di qualcosa che faticosamente ha costruito con studi approfonditi e dispendiosi, conseguendo lauree, lauree magistrali, specializzazioni e master. Talvolta grande è la tentazione di abbandonare il gioco o ancora peggio di passare dall’altra parte, liberandosi magicamente “di quei vincoli e laccioli”, che non solo regolano, ma costituiscono la nostra professione, soprattutto sul piano della deontologia e della responsabilità sociale. È bene ribadire che, oltre ad una base scientifica comune, ciò che contraddistingue il nostro operare è l’importanza che assumono i bisogni degli altri, fruitori delle nostre prestazioni. Per venire incontro ai molti dubbi che emergono quotidianamente abbiamo attivato uno sportello di orientamento professionale per i nuovi iscritti, come riferito in questo numero e contemporaneamente abbiamo predisposto un breve opuscolo informativo, rivolto agli enti e istituzioni, che ci auguriamo di poter diffondere presso tutti coloro che sono interessati a conoscere le peculiarità della nostra professione. Per questi motivi abbiamo stabilito significative interlocuzioni con l’Assessorato dell’Igiene e Sanità e dell’Assistenza Sociale della nostra Regione, con l’Ordine dei Medici e ci auguriamo a breve di poter consolidare importanti rapporti con altri Assessorati e Ordini Professionali. Molteplici sono i temi di discussione su cui confrontarsi, come, ad esempio, la sicurezza lavorativa, i disturbi di apprendimento, le emergenze naturali e sociali, la conciliazione e la mediazione: attività che - oltre all’esigenza di un costante confronto multidisciplinare - suggeriscono l’opportunità di chiarire il nostro specifico apporto per il miglioramento del benessere della popolazione sarda. Questo numero segna il battesimo di un nuovo incarico: quello di Coordinamento editoriale del nostro Giornale, assunto dalla Consigliera Anna Carla Tocco. A lei l’augurio di poter dare corpo ad uno strumento periodico di informazione e aggiornamento professionale, di spessore culturale e scientifico. Entro la fine dell’anno ci auguriamo infine di rendere fruibile a tutti i nostri iscritti il più grande investimento che abbiamo realizzato sinora: mi riferisco al nuovo portale dell’Ordine degli Psicologi della Sardegna. Si tratta di uno strumento di comunicazione che vogliamo mettere a disposizione della nostra comunità professionale, per ridurre le distanze geografiche, aumentare la conoscenza delle opportunità lavorative, contribuire a diffondere le buone pratiche, rafforzare e diffondere la nostra identità professionale, cercando insieme di rendere piacevole la navigazione, non solo virtuale, in vista del raggiungimento di nuovi traguardi ed obiettivi, ambiziosi ma realizzabili. Per questo colgo l’occasione per formulare a tutti voi, anche a nome di tutto il Consiglio e dell’Ordine che presiedo, un augurio di un sereno Natale e di un produttivo Anno Nuovo. Psicologia in Sardegna Il crescere della domanda di prestazioni psicologiche, anche se non sempre esplicite e mirate, reclama una maggiore visibilità e presenza dell’Ordine, sia a livello istituzionale che nei rapporti con le altre professioni. Dalla molecola all ’uomo: ponti tra psicologia e neuroscienze nella comprensione delle nuove patologie psichiche Psicologia in Sardegna Antonio Luchicchi, Ph.D.* È curioso pensare che le neuroscienze moderne e contemporanee siano nate da una diatriba, quella tra un Italiano Camillo Golgi e uno spagnolo Santiago Ramòn Y Cajal. Ancor più bizzarro è pensare che gli stessi si divisero nel 1906, il premio Nobel per la Medicina e la Fisiologia. In linea di principio la Scienza è così, si ipotizza qualcosa e la si dimostra senza la pretesa che la propria tesi sia inconfutabile. La Scienza non è dogma e per essere tale incarna quel principio di falsificabilità che rese famoso il filosofo della Scienza Karl Popper. Sebbene teoreticamente opposti nel loro modo di interpretare i propri studi Golgi e Cajal contribuirono attivamente alla nascita delle neuroscienze tracciando l’architettura di base dell’unità che compone il sistema nervoso: il neurone. Quella cellula particolare, dalla forma insolita che lavora senza stanchezza per garantire all’uomo di vivere, pensare, provare emozioni, fuggire dai pericoli, amare, odiare, soffrire e gioire. Quella cellula che comunica con i suoi simili mediante l’utilizzo di messaggeri chimici, i neurotrasmettitori, e che se non fosse stata scoperta le nostre attuali conoscenze sulla fisiologia e sulla patologia del sistema nervoso sarebbero limitate alle concezioni di cervello che si avevano nell’ottocento. Ciò che, invece, abbiamo in mano oggi è qualcosa di estremamente affascinante e complicato, di perfetto e allo stesso tempo fraglie e delicato. Oggi sappiamo che il cervello è una macchina complessa che lavora sfruttando strumenti che conosciamo solo in parte e che ci spingono a voler indagare sempre più a fondo la propria biochimica, fisiologia e meccanica. Grazie alla scoperta del neurone e grazie al progresso della tecnologia oggi sappiamo qualcosa che poco più di cento anni fa sarebbe stato impensabile. Sappiamo che esistono come una sorta di apologia delle neuroscienze. Dove sono andati a finire l’integrazione, l’unità, il principio di totalità, la psiche? Siamo forse tornati al tempo di Cartesio dove mente e corpo erano entità separate? Può una cellula spiegare l’intera complessa esistenza umana, le visioni del mondo, i rapporti tra uomo e ambiente, l’equilibrio cognitivo-emotivo che ci fa innamorare, dipingere, suonare e piangere? Ovviamente la psiche umana è qualcosa di assai più complesso di un semplice potenziale d’azione, di un semplice neurone connesso ad altri neuroni così da formare sistemi complessi. Ciò che, tuttavia, è importante in questo contesto è sottolineare quanto il progresso neuroscientifico abbia costruito le basi per meglio comprendere come funzioni la psiche umana sottolineandone i propri punti di forza e le proprie assurde debolezze, contribuendo a rafforzare l’operato psicologico e psicoterapeutico, di quella scienze, che rappresentate socialmente, nella forma più “moscoviciana” del termine, perdono fin troppo spesso il proprio connotato di Scienza idiografica per sfociare, abbastanza spesso, nella più assurda scissione tra “chi ci Psicologia in Sardegna i neurotrasmettitori, e che alcuni di loro, come la dopamina (Montagu, 1957; Carlsson et al., 1958) svolgono un ruolo chiave nella modulazione di processi fisiologici necessari per la vita e nella fisiopatologia di patologie psichiatriche che, come la schizofrenia, nel XVII secolo venivano “trattate” con l’incatenamento negli scantinati sotterranei delle abbazie. Oggi sappiamo che ci sono assemblaggi di proteine che fanno da tramite per garantire l’azione dei neurotrasmettitori (recettori) e che l’azione su di essi di determinate molecole (psicofarmaci) può, davvero, cambiare le sorti di pazienti che per generazioni sono stati scambiati per “posseduti dal Demonio”. Oggi, ancora, sappiamo, che il cervello ospita sistemi complessi e perfetti che proteggono l’uomo e modulano la fisiologia del sistema nervoso come quello degli endocannabinoidi (Kano et al., 2009) o degli oppioidi endogeni (Pert and Snyder, 1973) oppure che ne favoriscono l’arricchimento sinaptico e la crescita come i fattori di crescita neuronale, per la cui scoperta Rita Levi Montalcini guadagnò il Nobel nel 1980 (Cohen et al., 1954). Chi scrive si rende conto che quanto detto possa apparire Psicologia in Sardegna crede” e “chi no”. Neuroscienze e patologie psichiche moderne. Uno degli apporti più robusti delle neuroscienze alla psicologia e alla psicoterapia si ritrova nel rinnovato concetto di patologia psichica, un’entità per molti vaga, che genera separatismi nell’opinione pubblica, la quale a più riprese si è riservata il diritto di criticare la “malattia mentale” improduttivamente. Le neuroscienze sono venute in auto della psicologia e della psicoterapia tracciando quegli aspetti fisiopatologici necessari a considerare le stesse patologie come malattie. Molti colleghi ben sanno quanto il mutamento d’opinione verso alcuni disturbi osservato negli ultimi decenni sia stato fruttifero per rinnovare una consapevolezza del disagio psichico come un qualcosa di cui non aver paura. Se non vi fossero state le neuroscienze (quelle cliniche e precliniche), se esse non avessero indentificato il correlato neurobiologico malfunzionante di alcune condizioni dell’umana natura, forse, oggi la comunità scientifica cercherebbe il significato di stati quali le dipendenze da sostanze o da alcool nella debolezza morale e non vedrebbe in essi un significato patologi- co necessitante di cura e non di giudizio. Allo stesso tempo la comunità culturale occidentale continuerebbe a interpretare l’anoressia nervosa o il binge eating come manifestazioni di vizi umani mossi dall’adeguamento a meri canoni dettati dalla moda. Il risultato sarebbe deleterio e devastante. Molti colleghi, purtroppo, ignorano il grande contributo che le neuroscienze hanno offerto allo psicologo del XXI secolo e sebbene gli stessi colleghi siano brillanti diagnosti e terapeuti in campi di studio portati alla consapevolezza psicologica dalle Scienze del cervello spesso e volentieri non riconoscono il dovuto merito allo scienziato che spende la sua vita e il suo tempo tra le quattro mura asettiche di un laboratorio per rendere più semplice e più proficuo l’operato clinico. Un esempio di cervello che va in tilt: dalle dipendenze come debolezza a quelle come patologia. Il superamento del modello morale, promosso in primo luogo dal progresso scientifico, della dipendenza ha permesso la messa a punto di nuove strategie per aiutare i pazienti che soffrono di alcuni dei disturbi più subdoli e invalidanti attua- in altre forme di vita animale. Il circuito suddetto, in condizioni fisiologiche media la risposta, codifica e immagazzinamento delle gratificazioni e delle avversioni che provengono da stimoli naturali come il cibo e il sesso e garantisce nell’uomo e nell’animale un’attiva ricerca di stimoli piacevoli e un “evitamento” di quelli spiacevoli al fine di sopravvivere e procreare (Fibiger et al., 1992; Kelley, 2004). Una delle aree cerebrali che fa parte di questo circuito, la cui complessità lascia poco spazio ad una trattazione adeguata in questo contesto, è l’area ventrale del tegmento (VTA), ricca di neuroni dopaminergici che proiettano a loro volta ad aree proencefaliche come il nucleus accumbens, componente centrale dello striato ventrale (Wise and Bozarth, 1987; Koob and Bloom, 1988) e la corteccia prefrontale. Tuttavia, ulteriori porzioni di tessuto cerebrale, tra cui il pallido ventrale, l’abenula laterale, l’ippocampo e l’amigdala, gestiscono il corretto funzionamento del circuito della gratificazione indicando all’individuo cosa sia piacevole e cosa no, modificando le proprie caratteristiche elettriche e biochimiche, permettendo che lo stimolo gratificante sia Psicologia in Sardegna li. Ciò è stato possibile grazie al grande apporto della neuroscienza contemporanea che ha accolto la richiesta d’aiuto lanciata dalla psicologia. Il tema delle dipendenze è, infatti, sempre stato un cavallo di battaglia della psicologia e della psicoterapia targata XIX secolo. Da Freud a Bowlby, dalla “terapia della gestalt” a quella “cognitivo-comportamentale” il lavoro con il paziente dipendente è sempre stato visto come un grande classico dell’operato clinico dei colleghi. Il progresso delle neuroscienze ci ha spiegato perché l’essere umano, qualche volta, diventa dipendente da qualcosa o qualcuno, perché ci sia questo deprezzamento tanto marcato della dignità umana tale da ridurla alla pedissequa rincorsa di un contatto falso con un artefatto attraverso cui vedere il mondo. Alla base di tale squilibrio dell’intera personalità del dipendente, infatti, vi sono altrettanti massicci e complessi disequilibri a carico di un circuito cerebrale che, in condizioni, normali dovrebbe funzionare per garantire la sopravvivenza della specie. Il nome dato a questo circuito è paradigmatico: circuito cerebrale della gratificazione, presente tanto nell’uomo quanto Psicologia in Sardegna 10 rinforzato, favorendo un comportamento di ricerca della gratificazione, predisponendo i comportamenti motori atti al raggiungimento della gratificazione e favorendo l’associazione mnemnonica tra stimolo piacevole e gratificazione successiva (si veda Goto and Grace, 2008 per una review sul ruolo del nucleus accumbens). In poche parole, le modificazioni che il circuito in questione mette in atto al fine di favorire l’elaborazione della gratificazione si traducono in un rafforzamento sinaptico basato sull’esperienza al fine di garantire la ricerca di stimoli vitali (cibo e sesso) attraverso la motivazione al provare piacere e il rinforzo. È stato ad esempio dimostrato che lesioni del nucleus accumbens negli animali favoriscano una riduzione / perdita dell’apprendimento operante e emozionale, del comportamento motivato e della flessibilità comportamentale (Reading and Dunnett, 1991; Cardinal et al., 2001; Cassaday et al., 2005; Goto and Grace, 2008) e che la somministrazione di stimoli naturali favorisca il rilascio iniziale di dopamina dalla VTA al nucleus accumbens per rinforzare la risposta gratificante e promuovere un comportamento successivo di ricerca dello stimolo piacevole (Fibiger et al., 1992; Kelley, 2004). È stato, inoltre riportato, al contrario, che il blocco dei recettori per la dopamina o la deplezione degli stessi (andando ad intaccare la trasmissione dopaminergica nel circuito della gratificazione) causi negli animali un calo dell’apprendimento appetitivo e deficit in altri comportamenti altamente adattivi per la sopravvivenza (Parkinson et al., 2002; Faure et al., 2005). La neurobiologia dell’addiction (termine inglese che ben rappresenta la dipendenza accostandola al termine latino addictus, schiavo) si basa su questo entusiasmante comportamento cerebrale per studiare l’effetto che sostanze, dette d’abuso, e stimoli naturali e non-naturali di natura differente rispetto alle “droghe” producano nel cervello al fine di indurre l’individuo alla loro consumazione e ricerca. Ricerca che talvolta si rende spasmodica e conduce a una perdita di controllo e a un perpetuarsi della stessa nonostante gli effetti collaterali (APA, 2000) rappresentando la dipendenza propriamente detta. In breve, i meccanismi di base che favoriscono la gratificazio- in tilt il cervello e spostando l’analisi dei bisogni individuali da sano a patologico, da vitale a superfluo. Questo fenomeno è tanto valido per l’uomo quanto per l’animale e le neuroscienze preclinche per lungo tempo si sono concentrati sullo studio nei modelli animali di dipendenza al fine di individuare i circuiti sopramenzionati e sperimentare terapie farmacologiche per combattere l’addiction (si veda il metadone, il buproprione, il disulfiram etc…). Senza entrare nel merito delle dipendenze da cibo, sesso e affettive (peraltro ampiamente studiate anch’esse sui modelli animali) una mole impressionante di lavori ci dice infatti che, tutte le sostanze d’abuso che piacciono all’uomo piacciono anche all’animale che è disposto a lavorare, apprendere e svolgere compiti, spesso anche complicati, per ottenere la sostanza desiderata (Koob and Volkow, 2010) e che le stesse sostanze favoriscano un massiccio rilascio iniziale di dopamina al nucleus accumbens (Di Chiara and Imperato, 1988). Alcuni modelli come l’autosomministrazione (Olds and Milner, 1954), dove l’animale (perlopiù ratto e topo) deve rispondere ad uno Psicologia in Sardegna ne (specialmente quella acuta) in seguito all’assunzione di sostanze d’abuso e il loro successivo uso non differiscono per nulla da quelli citati poche righe sopra per gli stimoli naturali, inducendo un forte rafforzamento sinaptico che conduce il soggetto alla ricerca futura di sostanze farmacologicamente attive che, per caratteristiche farmacodinamiche e cinetiche, inducono con il tempo (diversamente dagli stimoli naturali o, quantomeno, in forma più marcata) tolleranza, sintomi d’astinenza e dipendenza (APA, 2000). Le modificazioni neurobiologiche a lungo termine che ne conseguono (e.g. plasticità sinaptica) tuttavia, costringono il sistema nervoso ad un adattamento forzato a stimoli non naturali e non vitali. Questi adattamenti, che chiamano in causa l’attivazione di circuiti deputati all’analisi e alle reazioni fisiologiche allo stress (amigdala etc.)(Koob and Volkow, 2010), con il tempo portano l’individuo a sperimentare una totale dipendenza e schiavitù verso la sostanza (Kasanetz et al., 2010) o verso il più generale oggetto dal quale si dipende (si può sviluppare dipendenza anche per il cibo e per il sesso), contribuendo a far andare 11 Psicologia in Sardegna 12 stimolo condizionato con un modulo motorio per ottenere la sostanza e la conditioned place preference, dove si valuta l’aspetto gratificante di sostanze associando l’assunzione ad un determinato ambiente, o, ancora, i modelli di relapse dove a seguito di un’astinenza recuperata (estinzione del comportamento di ricerca della sostanza) da una “droga”, si sottopone l’animale a stimoli di varia natura per studiare la possibile ricaduta nell’assunzione, ci dicono chiaramente che anche il ratto, il topo o la scimmia provano piacere ad assumere farmaci d’abuso naturali o sintetici e che le stesse sostanze di cui abusa l’animale hanno un potenziale d’abuso anche nell’uomo. Per concludere: applicazioni cliniche in psicoterapia Come dunque lo stato dell’arte attuale delle neuroscienze possa suggerire un ponte dialogico con la psicologia e, in particolare, con la sua branca clinica appare fin troppo evidente. Per quanto riguarda il campo delle dipendenze, tema caldo e attuale con incidenze alte nella popolazione occidentale, appare lampante quanto modificazioni patologiche di circuiti fisiologici, deputati al- l’encoding e alla ricerca di stimoli utili alla vita, influenzino il comportamento individuale che sta alla base della schiavitù da sostanze e quanto, allo stesso tempo, le modificazioni suddette siano influenzate dal comportamento personale di ricerca compulsiva, che dipendente a sua volta dal contesto sociale, ambientale e dalle esperienze pregresse. Si viene dunque a creare un circolo vizioso dove mente e cervello, anima e corpo si danneggiano a vicenda traducendo modificazioni biochimiche e comportamentali in una fenomenologia pseudo-anedonica, dove il bisogno principale è dissimile da quello dell’individuo sano che sebbene, per tendenza umana votato allo strappo alla regola e agli eccessi, appare capace di controllarsi al fine di non minare la propria salute fisica, sociale e lavorativa (APA, 2000). Tutto ciò si traduce in un significato clinico eccezionalmente peculiare e estendibile alle più svariate forme di dipendenza, che dovrebbe indurre lo psicologo clinico ad un’attenta valutazione dei bisogni e dei motivi alla base della dipendenza del paziente e alla comprensione e all’aggiustamento del deficitario decision making dello stesso. *A.L. è Psicologo, Psicoterapeuta e Dottore di Ricerca in Neuroscienze con il titolo aggiuntivo di Doctor Europaeus. Svolge la sua attività di ricerca presso il Dipartimento di Neuroscienze B.B.Brodie dell ’Università degli Studi di Cagliari. Nel 2010 ha svolto un internato presso il Laboratorio di Neurof isiologia e Comportamento dell ’Universitè Pierre et Marie Curie di Parigi. Attualmente è benef iciario di una Borsa RAS per Giovani Ricercatori ex L.7/2007. Bibliografia American Psychiatric Association (2000), DSM-IV, TR, Masson, Milano-Parigi-Barcellona Cardinal RN, Pennicott DR, Sugathapala CL, Robbins TW, Everitt BJ (2001) Impulsive choice induced in rats by lesions of the nucleus accumbens core. Science 292:2499-2501. Carlsson A, Lindqvist M, Magnusson T, Waldeck B (1958) On the presence of 3-hydroxytyramine in brain. Science 127:471. Cassaday HJ, Horsley RR, Norman C (2005) Electrolytic lesions to nucleus accumbens core and shell have dissociable effects on conditioning to discrete and contextual cues in aversive and appetitive procedures respectively. Behav Brain Res 160:222-235. 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In questi mesi la commissione orientamento neoiscritti e nuove professioni ha lavorato soprattutto al fine di rispondere alle diverse domande e/o dubbi fatte via e.mail o tramite telefono da parte dei neoiscritti. L’analisi delle domande pervenute ha permesso di evidenziare quanto le perplessità dello psicologo appena laureato riguardino non solo gli eventuali percorsi post-universitari da intraprendere ma anche la non conoscenza relativa ai compiti istituzionali dell’ordine e le funzioni e competenze dello psicologo stesso. Ma il confronto con il giovane collega evidenzia spesso anche una elevato senso di responsabilità professionale diffuso tra i neoiscritti, i quali, esplicitando le difficoltà iniziali, mettono in discussione il proprio operato per non incorrere nell’esercizio abusivo della professione. Il senso di appartenenza ad una comunità professionale appare talvolta assente determinando un senso di isolamento e disorientamento nel giovane psicologo. La confusione oggi è spesso alimentata dal proliferare di svariate figure – counsellor, mediatori, coach-life – che propongono il loro operato in contesti che dovrebbero appartenere per eccellenza all’esperto in psicologia; non stupisce allora che pervengano domande di giovani colleghi i quali chiedono se come psicologi possano esercitare l’attività di counselling, dimenticando così ciò che sancisce l’art. 1 dell’Ordinamento della nostra professione. Considerato che il sentirsi psicologo è sicuramente il risultato di un percorso individuale fatto di esperienze formative professionali; cosa fare però perché il giovane si senta appartenente ad una comunità professionale e abbia dei punti di riferimento stabili appena superato l’esame di stato che lo abilita alla professione? Riflettendo su questi aspetti e sul fatto che l’Ordine degli Psicologi dovrebbe essere il primo luogo fisico che fissa l’appartenenza ad una comunità professionale e lo spazio eletto dove trovare dei colleghi psicologi pronti a rispondere alle domande e/o dubbi dei neo-iscritti, a partire dal mese di Novembre – il terzo Venerdì di ogni mese dalle ore 14,00 alle 16,00 - sarà attivo lo Sportello di orientamento neo-iscritti Sarà dunque possibile avere un appuntamento con i consiglieri, anticipando la richiesta via e.mail o tramite telefono e concordando il giorno e l’orario di ricevimento con la Segreteria. Inoltre il Consiglio dell’Ordine degli Psicologi ha istituito, sotto pro- Psicologia in Sardegna Commissione orientamento neoiscritti e nuove professioni 15 Psicologia in Sardegna posta di questa commissione, la 16 Giornata di accoglienza neoiscritti che si svolgerà due volte l’anno presso la sede dell’Ordine. In questa occasione verrà presentato ai colleghi il funzionamento dell’Ordine e i suoi compiti e si risponderà alle domande dei partecipanti. In questo ultimo anno, al fine di valorizzare la professionalità del giovane psicologo e offrire nuove occasioni appena concluso il percorso universitario sono state finanziate una borsa lavoro e una borsa di studio a favore dei neo-iscritti. Le domande di selezione pervenute per la borsa lavoro in ricordo della D.ssa M.L. Ferraro sono state solo tre e la vincitrice della selezione è stata la d.ssa Mara Demelas, la quale dal mese di settembre contribuisce attivamente alla preparazione dei nuovi servizi – come la possibilità di accedere alle fonti per la ricerca scientifica, l’aggiornamento costante sulle normative riguardanti la professione dello psicologo – che saranno offerti agli iscritti una volta attivo il nuovo portale. La borsa di studio in ricordo del Prof. P. Rutelli è stata vinta dall’unico candidato alla selezione, il Dott. Federico Mura, il quale ha lavorato ad una interessante ricerca riguardante le competenze professionali dello psicologo in Sardegna. Il motivo che ha spinto il finanziamento di tale borsa di studio è stato quello di sensibilizzare lo studio di tematiche inerenti la deontologia e lo sviluppo professionale. È nostra intenzione continuare a sostenere il la- voro e la formazione di giovani psicologi meritevoli e motivati, augurandoci di avere una maggiore partecipazione in risposta ad iniziative di tal genere. In questi ultimi mesi, in collaborazione con la Commissione Cultura, la Commissione neo-iscritti ha dato risonanza al lavoro dei giovani colleghi. Sono diversi infatti gli psicologi che lavorano nel territorio sardo dopo aver concluso dei percorsi universitari di eccellenza, aver maturato esperienze all’estero o proponendo le loro idee ed iniziative in maniera autonoma ed indipendente. Sono stati organizzati diversi seminari riguardanti temi di grande attualità come le neuroscienze, la psicologia economica e la psicologia delle emergenze. Nonostante la risposta degli iscritti non sia stata sempre elevata, abbiamo ritenuto importantissimo aprire le porte dell’Ordine ogni settimana, promuovendo l’importanza dell’ aggiornamento professionale continuo. Questa occasione ci è gradita per invitarvi ad esprimere pareri, richieste, ed iniziative al fine di rispondere in maniera adeguata ai vostri bisogni. È attraverso l’ascolto, il dialogo, lo scambio di esperienze e la condivisione che possiamo creare una rete e trasmettere ai giovani colleghi il valore della nostra professione, contribuire allo sviluppo della identità e del sentimento di appartenenza alla comunità professionale. Irene Melis Coordinatore Commissione Orientamento Neo-iscritti e Nuove Professioni Marco Guicciardi La Commissione Deontologia è una commissione permanente istituita con deliberazione del Consiglio dell’Ordine ed opera con funzioni istruttorie e consultive all’interno del Consiglio stesso, ogni qual volta a seguito di specifiche e circostanziate segnalazione di presunte violazioni del codice deontologico, si riunisce per svolgere le indagini preliminari o su delega del Consiglio per condurre ulteriori fasi istruttorie finalizzate a perseguire la tutela dei singoli colleghi e della utenza. Rispetto alle altre Commissioni, quella deontologica presenta due particolarità: è coordinata dal Presidente dell’Ordine e tutti i consiglieri ne fanno parte. Queste due caratteristiche sottolineano il ruolo istituzionale della Commissione e la garanzia di pluralismo che devono permeare i suoi lavori. Sino alla più recente costituzione della commissione tutela, la commissione deontologia si è fatta carico anche di tutti gli aspetti relativi alla tutela della professione e della categoria, quali ad esempio le segnalazioni relative all’esercizio abusivo della professione (art. 348 del codice penale) Considerato il notevole incremento di segnalazioni pervenute negli ultimi due anni più volte si è discusso in Consiglio sull’opportunità di razionalizzare i lavori della Commissione, che attualmente dispone di due soli Consiglieri istruttori. Così pure si è discusso in merito ad un maggiore coinvolgimento di esperti esterni, con competenze giuridiche. Occorre sottolineare che la Commissione Deontologia non detiene poteri decisionali autonomi: qualsiasi segnalazione ad essa pervenuta e da essa vagliata viene discussa in seno all’intero Consiglio, il cui parere risulta definitivo e sovrano. La legge istitutiva della nostra professione (L.56/89) stabilisce che è compito del Consiglio regionale o provinciale adottare i provvedimenti disciplinari (art.12 ), iniziare il procedimento disciplinare d'ufficio o su istanza del procuratore della Repubblica competente per territorio (art. 27) e infliggere all'iscritto nell'albo che si renda colpevole di abuso o mancanza nell'esercizio della professione o che comunque si comporti in modo non conforme alla dignità o al decoro professionale, a seconda della gravità del fatto, una Psicologia in Sardegna La commissione deontologia 17 Psicologia in Sardegna 18 sanzione disciplinare, che può consistere in: a) avvertimento; b) censura; c) sospensione dall'esercizio professionale per un periodo non superiore ad un anno; d) radiazione (art. 26). Operativamente, la commissione deontologica vaglia tutte le segnalazioni circostanziate relative a presunte scorrettezze nell’esercizio della professione che pervengono al nostro Ordine. In proposito molto si è discusso in merito alla rilevanza da accordare alle segnalazioni anonime, considerato che esse non contribuiscono ad una auspicabile crescita della coscienza e della cultura professionale da parte degli iscritti né ad una concreta difesa della immagine degli psicologi all’esterno. A seguito della ricezione della segnalazione, in una fase preliminare delle indagini, l’interessato, viene informato per iscritto della segnalazione pervenuta e dopo avergli comunicato i suoi diritti, viene convocato presso la nostra sede per poter essere audito dalla commissione in merito alle presunte violazioni del codice deontologico. A tale audizione possono seguire ulteriori audizioni di testimoni e/o l’acquisizione di specifici documenti. Altrettanto si dispone audizio- ne, per mezzo di convocazione scritta, del segnalante. A conclusione di questa prima fase dei lavori gli atti della commissione sono trasmessi al Consiglio che decide per l’archiviazione, la sospensione o per l’apertura di un procedimento disciplinare. Nel caso di apertura di un procedimento la commissione può essere delegata dal Consiglio a svolgere ulteriori fasi istruttorie, al fine di dare impulso al procedimento. Dall’inizio della corrente consiliatura ad oggi sono state ricevute circa venti segnalazioni di presunte violazioni del codice deontologico e il Consiglio ha incaricato la commissione e i consiglieri istruttori di svolgere le indagini preliminari nei due terzi dei casi. Dei casi istruiti la metà sinora ha comportato l’apertura di un procedimento disciplinare. Le segnalazioni hanno riguardato nella maggior parte dei casi presunte violazioni dell’art. 31, che - come è noto - prevede che “Le prestazioni professionali a persone minorenni o interdette sono, generalmente, subordinate al consenso di chi esercita sulle medesima la potestà genitoriale o la tutela. Lo psicologo che, in assenza del consenso di cui al precedente comma, giudichi necessario l’intervento profes- con casi delicati in un contesto confliggente e regolato da norme complesse, dove operano altre professionalità forti. Bisogna possedere una forte competenza sia di natura psicologico-clinica che di procedure giuridiche, e spesso la competenza non è sufficiente per affrontare gli snodi deontologici. Per questi motivi ci è sembrato opportuno istituire un gruppo di lavoro sulle competenze psicologiche in ambito di CTP e CTU e organizzare presso la nostra sede alcuni specifici seminari di formazione, al fine di sviluppare al nostro interno una maggiore consapevolezza di questi snodi deontologici. In attesa che l’art. 31 possa essere modificato per rendere più intellegibili quei passaggi che sono allo stato attuale oggetto di contraddittoria interpretazione, ci auguriamo che il dibattito in corso presso altri Ordini possa svilupparsi anche all’interno della nostra comunità per una crescita consapevole e deontologicamente fondata di una professione delicata quale la nostra. Al riguardo senza la pretesa di essere esaustivi si rinvia ai documenti elaborati dall’Ordine degli Psicologi dell’Emilia Romagna, Toscana e Veneto, tutti reperibili in rete nei rispettivi siti istituzionali. Psicologia in Sardegna sionale nonché l’assoluta riservatezza dello stesso, è tenuto ad informare l’autorità tutoria dell’instaurarsi della relazione professionale. Sono fatti salvi i casi in cui tali prestazioni avvengano su ordine dell’autorità legalmente competente o in strutture legislativamente preposte. L’ambito circoscritto ai minori entro cui tali violazioni vengono segnalate spesso richiama situazioni di separazioni e affidi, al cui interno si intersecano norme giuridiche differenti, relative ad esempio al consenso informato, al diritto familiare in base alla revisione operata dall’introduzione dell’art. 155 c.c. e alla possibilità di ricorrere all’autorità tutoria. Come ha sottolineato C.Parmentola nel suo saggio “I bambini contesi” (http://old.psicamp.it/public/opere/301.doc), a cui si rinvia per un utile approfondimento: Circa la metà delle segnalazioni e dei procedimenti disciplinari riguarda psicologi che operano in ambito giuridico. Se deontologicamente la psicologia giuridica è la zona più scivolosa della psicologia, la psicologia forense è la zona più scivolosa della psicologia giuridica, e il minore è la zona più scivolosa della psicologia forense. I colleghi si devono confrontare 19 Nuove e vecchie correnti sul cervello: l ’avvento della TMS nello studio delle funzioni cognitive e nel trattamento dei disturbi psichici Elias P. Casula – laureando in Neuropsicologia Psicologia in Sardegna TMS, ossia Stimolazione Magnetica Transcranica. 20 Dietro a questo termine che potrebbe riportare alla mente le famose scene di “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, si cela uno strumento di grande utilità nel campo dello studio delle funzioni cognitive, da sempre oggetto di interesse della Psicologia. Il paragone fra TMS ed “Elettroshock” si limita al solo fatto che entrambe le tecniche modulano l’eccitabilità della corteccia cerebrale tramite un passaggio di corrente. Eppure, questa comune caratteristica, è stata sufficiente a provocare l’annuncio di un presunto “ritorno dell’elettroshock” da parte di alcuni quotidiani, palesando la necessità di chiarire alcune distinzioni fra le vecchie e le nuove correnti (siano elettriche o di pensiero) che hanno attraversato e attraversano il cervello: tale è l’intento in cui si cimenta questo articolo. Breve excursus storico Le prime correnti (elettriche) volte a stimolare il cervello in vivo furono indotte da Fritz e Hitzig nel 1870 i quali scoprirono che un impulso elettrico in una precisa zona della corteccia motoria, provocava un altrettanto precisa risposta muscolare controlateralmente allo stimolo indotto. Da quel momento nacque una corrente (di pensiero) entro la quale si susseguirono diversi tentativi di modulazione dell’eccitabilità cerebrale tramite stimolazione elettrica. Senza dilungarci in mere e pesanti ricostruzioni storiche è bene soffermarci su almeno uno di questi importanti studi risalente agli anni 50. Nel 1950 Penfield e Rasmussen, stimolando elettricamente la corteccia cerebrale, scoprirono che le diverse parti del corpo sono rappresentate topograficamente nella cortec- fratture ossee e amnesia (per una recente revisione critica – Sackheim et al., 2007). Cos’è la TMS La TMS è una tecnica non invasiva di neuromodulazione e neurostimolazione basata su un principio di induzione elettromagnetica di un campo elettrico (meglio noto come legge di Faraday) (Rossi et al., 2009). I componenti fondamentali della TMS sono un generatore di corrente elettrica (sino a 8 kA) e una sonda mobile, chiamata Coil, che viene posta a diretto contatto con lo scalpo del soggetto. Un passaggio di corrente elettrica nel Coil genera un brevissimo campo magnetico perpendicolare alla sua superficie la cui repentina variazione nel tempo (2 T di intensità a 200 μs e durata di 1 ms) evoca, per la legge di Faraday, un flusso di elettroni che “interferisce” nella normale attività elettrica cerebrale causando una depolarizzazione della corteccia sottostante (Walsh e Cowey, 2000). L’esatto meccanismo di azione e di interazione dell’impulso TMS sull’attività cerebrale non è ancora del tutto chiaro data la sua variabilità e la sua complessità (Miniussi et Psicologia in Sardegna cia motoria primaria creando una sorta di “mappa motoria” (il celebre “homunculus motorio”). Tale affascinante scoperta permise in modo chiaro ed inequivocabile di stabilire un criterio di funzionamento della via corticospinale. Restava però un grosso problema da risolvere: tutte queste interessanti scoperte avvenivano in modo invasivo, doloroso e con elevati rischi epilettogeni per il paziente (oltre ai danni cognitivi allora ancora poco conosciuti). Vi furono diversi passi in questa direzione ma bisognerà attendere il 1985 per la messa a punto di uno stimolatore magnetico (difatti non propriamente elettrico) che non creasse alcun tipo di disagio per il soggetto: un momento storico nell’ambito della stimolazione transcranica (Barker et al., 1985). Nacque così la TMS, prima tecnica non invasiva di stimolazione cerebrale (Terao e Ugawa, 2002), in questo senso distante dalle precedenti tecniche elettroconvulsivanti che richiedevano un’anestesia generale del paziente, necessaria per via dell’induzione di violente contrazioni muscolari che potevano causare 21 Psicologia in Sardegna 22 al., 2010): l’effetto indotto di depolarizzazione neuronale può portare difatti ad attivare gruppi di neuroni sia prossimi che distanti alla zona direttamente stimolata (Walsh e Rushworth, 1998) e di carattere sia inibitorio sia eccitatorio (Ridding e Rothwell, 2007). I metodi di stimolazione TMS sono sostanzialmente due: un metodo “Single Pulse” (TMS a singolo impulso) in cui la stimolazione avviene tramite una serie di singoli impulsi, e un metodo “rTMS” (TMS ripetitiva) in cui la stimolazione consiste in un “treno di impulsi” dato in un periodo di tempo prestabilito: per convenzione si usa definire “rTMS ad alta frequenza” la stimolazione a frequenza maggiore di 1hz e “rTMS a bassa frequenza” la stimolazione a frequenza minore di 1hz (Rossi et al., 2009). Le caratteristiche del campo elettrico e gli effetti che ne scaturiscono a livello della corteccia dipendono da numerosi parametri sia interni al macchinario (intensità e frequenza degli impulsi, orientamento e forma del Coil), sia da innumerevoli fattori soggettivi che influenzano l’eccitabilità corticale, tra i quali lo stato di vigilanza del soggetto o più banalmente la forma del suo scalpo (Okamoto et al., 2004, Stokes et al., 2005). È importante sottolineare che la depolarizzazione neuronale indotta dalla TMS è transitoria e focale (anche se l’entità di questi aspetti varia a seconda del tipo di Coil utilizzato - Zimmerman e Simpson, 1996), a differenza di quella dell’Elettroshock che, essendo massiva, è causa del transitorio “appiattimento” del tracciato elettroencefalografico successivo a una terapia elettroconvulsiva. Tale fenomeno è, per alcuni studiosi, equivalente a una sorta di “reset” della nostra attività cerebrale e rappresenta uno degli aspetti più dibattuti della terapia elettroconvulsiva, il cui effetto terapeutico venne paragonato da Franco Basaglia al “prendere a pugni un televisore per aggiustarne la frequenza”. Come agisce la TMS La capacità della TMS di indurre un’area di depolarizzazione neuronale focale (sino a circa 2 cm sotto la superfice dello scalpo) rappresenta anche un limite per gli scopi clinici e di ricerca, in quanto ne riduce gli effetti alla sola corteccia cerebrale (Roth et al., 2002; Zangen et al.,2005). di fronte al fatto che la TMS può non soltanto interferire “negativamente” in una performance, ma può anche facilitarla (Harris et al., 2008; Miniussi et al.,2010). Un’ipotesi più accreditata su come la TMS possa interferire sui processi cognitivi riguarda il rapporto fra “segnale-rumore” dell’attività neuronale. In questo senso l’effetto TMS potrebbe essere pensato come inducente “rumore” in un processo neurale (Walsh e Cowey, 2000): se ad esempio un gruppo di neuroni è impegnato in un’attività di identificazione di una forma (attività “segnale”), la TMS indurrebbe un’attivazione random che non contribuirebbe al target (l’identificazione della forma) ma porterebbe piuttosto “disordine” (attività “rumore”) (Miniussi et al., 2010). Un altro classico esempio “visibile” indotto dalla TMS è quello che si ottiene stimolando l’area di Broca, deputata alla produzione linguistica: ossia una breve interferenza della produzione del discorso (Stewart et al., 2001). Tuttavia il “rumore” indotto artificialmente dalla TMS non è da considerarsi come semplice “disturbatore” in quanto può, come già detto, causare delle facilitazioni del- Psicologia in Sardegna Contrariamente alla tecnologia del sistema TMS che è rimasta sostanzialmente invariata dal 1985, ciò che è in notevole e continua espansione sono gli ambiti di utilizzo e le applicazioni dello strumento sia dal punto di vista clinico che di ricerca. In linea generale il diverso utilizzo della Stimolazione Magnetica Transcranica è strettamente correlato alla durata dei suoi effetti. Una stimolazione SinglePulse è in grado di produrre delle risposte “istantanee” i cui effetti decadono immediatamente: questo carattere di transitorietà permette di ottenere un’alta risoluzione temporale del funzionamento dei processi cognitivi, valutando come questi cambiano (in termini di tempi di reazione e accuratezza) con l’applicazione della TMS in diversi istanti temporali (Walsh e Rushworth, 1998). Come già detto, l’esatto meccanismo per cui la stimolazione TMS dovrebbe interferire sull’elaborazione delle informazioni nella corteccia è ancora dibattuto: un tempo tali interferenze venivano definite in termini di “lesioni virtuali” (Walsh e Cowey, 1998), concezione che si è rivelata presto inadeguata 23 Psicologia in Sardegna 24 ro il vantaggio che la TMS la performance qualora l’attipresenta nello studio delle vità neurale indotta sia sincronizzata e abbia una adeguata relazioni fra aree cerebrali, intensità (Stein et al., 2005; processi cognitivi e processi Miniussi et al., 2010). comportamentali: la possibiliUna stimolazione ripetitiva tà di interferire attivamente in è invece in grado di produrre modo transitorio nell’attività degli effetti che perdurano nel cerebrale con un’adeguata pretempo, la cui durata, solitacisione spaziale e temporale. mente di 30-60 minuti sucQuesta proprietà della TMS cessivi alla stimolazione, dipermette di stabilire il mopende dal numero di impulsi mento in cui una precisa redati, dalla loro intensità e dalgione cerebrale contribuisce a un dato compito, di mappare la loro frequenza (Ridding e la connettività funzionale fra Rothwell, 2007): l’applicazione di rTMS a bassa frequenza diverse regioni cerebrali, e soha un effetto inibitorio sulprattutto, per la prima volta, l’attività cerebrale, viceversa, di stabilire delle relazioni cauun’applicazione rTMS ad alta sali fra cervello, cognizione frequenza sortisce un effetto e comportamento (Pascualfacilitatorio (Pascual-Leone et Leone et al., 2000). al., 1998; Maeda et al., 2000). La TMS nella ricerca e. Il prolungarsi degli effetti nello studio delle funzioni della rTMS consente l’utilizcognitive zo della stimolazione sia “OnCome accennato in preceline”, durante lo svolgimento denza, la possibilità offertaci del processo d’interesse (come dalla Stimolazione Magnetiaccade nella stimolazione ca Transcranica di interferire Single-Pulse), sia “Off-line” nell’attività di una data area consentendo la valutazione cerebrale in un dato comdegli effetti prima e dopo la pito e in un dato momento, stimolazione. La possibilità di ha consolidato l’importanza utilizzo dei diversi protocolli della TMS come strumento rTMS ha permesso lo studio investigativo nel campo dello di processi continui e di tratstudio delle funzioni cognitamenti terapeutici, affrontati tive (Walsh e Cowey, 2000). nel paragrafo sulle applicazioNumerose ricerche hanno già ni cliniche della TMS. sfruttato il potenziale della A questo punto emerge chia- ne immaginativa e della sua analogia con quella percettiva (Kosslyn, 1987; Cooper e Shepard, 1975) e dall’altra i “proposizionalisti”, sostenitori di una natura puramente proposizionale delle rappresentazioni mentali (Pylyshin 1973; 1981). L’applicazione della TMS sulla corteccia mediale occipitale (area 17 di Broadmann), sede della corteccia visiva primaria, ha dato definitivamente ragione ai primi. Il peggioramento della prestazione a seguito della stimolazione nell’area visiva in un compito in cui i soggetti dovevano svolgere un confronto tra due rappresentazioni mentali (Kosslyn et al., 1999) rende infatti evidente la loro natura “immaginativa”. Tale dato è stato fondamentale nell’accreditare l’ipotesi di Kosslyn per cui la natura delle rappresentazioni mentali sia effettivamente “visiva” e non “proposizionale” come sostenuto da Pylyshin. La TMS nel trattamento. dei disturbi psicologici e psichiatrici. Al consolidato utilizzo della TMS come strumento di ricerca si affianca un ancor poco diffuso utilizzo nella pratica clinica, dissuaso dalle scarse Psicologia in Sardegna TMS nello studio della percezione (Stewart et al., 1999; Masur et al., 1993), della memoria (Mull et al., 2001), dell’attenzione (Ashbridge et al., 1997), del linguaggio (Pascual-Leone et al., 1991) e della coscienza (Cowey e Walsh, 2000). Molte di queste si sono basate non solo sulla potenzialità della TMS di “interferire” causalmente sul funzionamento cognitivo, ma anche sulla facilitazione che un impulso può indurre in un’elaborazione cognitiva. Un esempio è il celebre studio di Topper et al. (1998) in cui un impulso TMS applicato all’area di Wernicke, deputata alla comprensione linguistica, aveva un effetto facilitatorio (diminuzione del tempo di reazione) in una performance di denominazione di figure (Topper et al., 1998). Fra i vari studi condotti nell’ambito della ricerca TMS vale la pena citarne uno che ha contribuito a risolvere uno dei più importanti dibattiti all’interno della Psicologia: la comprensione della natura delle rappresentazioni mentali (Legrenzi et al., 1994). La disputa, iniziata negli anni 70, vedeva da una parte gli “immaginisti”, sostenitori dell’autonomia della funzio- 25 Psicologia in Sardegna 26 conoscenze che si hanno sui suoi meccanismi neurobiologici (Komssi et al., 2006). Tuttavia, considerando i non così rari fenomeni di resistenza dei pazienti ai trattamenti psicoterapici e farmaceutici (nel caso di questi ultimi si stima che circa il 35-40% dei pazienti affetti da depressione non rispondano efficacemente al trattamento farmacologico – Miniussi, 2005), tradizionalmente si è sempre vagliata la possibilità di approcci non farmacologici. In passato l’esempio più conosciuto e più facilmente accostabile alla TMS è stato la Terapia Elettroconvulsiva. Tuttavia, come più volte ribadito in questo articolo, la distanza che separa queste due tecniche è notevole, data la forte invasività dell’Elettroshock che richiede un’anestesia generale del paziente per limitare i rischi della crisi epilettica che questa procedura necessariamente induce portando a deficit persistenti della sfera cognitiva (Feliu et al., 2008; Breggin, 2007). La Stimolazione Magnetica Transcranica non segue questa linea e altresì nasce dall’esigenza di un trattamento non invasivo del paziente che sia in grado di depolarizzare i neuroni in aree specifiche e per brevissime durate temporali (Miniussi, 2005). Lo sviluppo della tecnica di Stimolazione Magnetica Transcranica ripetitiva (rTMS) ha permesso l’utilizzo di protocolli di stimolazione i cui effetti perdurassero oltre il periodo di stimolazione e i cui cambiamenti a livello neuronale avessero un’influenza sul comportamento naturale (Ridding e Rothwell, 2007). Tali sviluppi hanno recentemente attratto l’attenzione della comunità scientifica internazionale che ha preso in considerazione la TMS come possibile supporto tecnologico in grado di sostituire definitivamente l’Elettroshock nel trattamento di svariati disturbi psichici (Miniussi, 2005). Alcuni studi preliminari eseguiti in diversi paesi dimostrerebbero che la TMS presenta un’efficacia superiore a quella della Terapia Elettroconvulsiva, in assenza però degli stessi effetti collaterali e con un’ottima tolleranza da parte del paziente (per una revisione critica, Martin et al., 2004 – Cochrane Review). Uno dei campi in cui la TMS ripetitiva ha trovato una più diffusa applicazione riguarda il trattamento della depres- Un ulteriore problema risiede nell’individuazione di parametri generali di stimolazione necessari per un buon esito terapeutico in diversi soggetti (Pascual-Leone e Wassermann, 1996): alcuni di questi beneficiano di un generale consenso (come la frequenza di stimolazione - Hoffman e Cavus, 2002), su altri non c’è ancora un accordo unanime. Pascual-Leone in un suo interessante articolo ha inoltre spiegato come gli stessi parametri di stimolazione possano avere diversi effetti a seconda del contesto di applicazione e dello status mentale del soggetto durante il trattamento (Pascual-Leone et al., 1998). Questi dati dunque, spingerebbero una riflessione su due versanti: da una parte sull’attenzione e sulla conoscenza che sicuramente meritano le nuove e affascinanti prospettive che si affacciano nell’ambito della terapia e della ricerca Neuropsicologica e Psicologica; dall’altra, sul fatto che la centralità dell’individuo nella sua integrità e nel suo benessere è imprescindibile dalla buona riuscita di un trattamento clinico, come ci dimostrano tutt’oggi gli ancora dibattuti effetti della rTMS. Psicologia in Sardegna sione maggiore farmacoresistente (George et al., 1995; Pascual-Leone et al., 1996) in cui sono applicati dei protocolli di stimolazione ripetitiva sulla corteccia dorsolaterale prefrontale, in modo da migliorare l’efficienza sinaptica di quest’area, spesso deficitaria in chi ha questo tipo di disturbo (Pascual-Leone et al., 1998). Altre applicazioni terapeutiche della modulazione di eccitabilità corticale tramite rTMS sono state vagliate nell’ambito del trattamento dei disturbi ossessivo-compulsivi attraverso una stimolazione finalizzata a regolare l’eccitabilità corticale della corteccia orbitofrontale, coinvolta in questo tipo di disturbi (Greenberg et al., 1997; 2000), e nel trattamento di pazienti schizofrenici con allucinazioni uditive (Hoffman et al., 2000). È fondamentale sottolineare che gli esatti meccanismi attraverso i quali la TMS esplica il suo potenziale terapeutico non sono ancora ben conosciuti (Miniussi et al., 2010), si ritiene però che questo si basi sull’induzione di modificazioni a lungo termine dell’eccitabilità corticale all’interno di determinate aree cerebrali (Siebner e Rothwell, 2003). 27 Bibliografia Ashbridge E., Walsh V., Cowey A., (1997). Temporal aspects of visual search studied by transcranial magnetic stimulation. Neuropsychologia, 35: 1121–1131 Barker, A. T., Jalinous, R., Freeston, I. L., (1985). Non-invasive magnetic stimulation of human motor cortex. Lancet, 1: 1106–1107 Breggin P., (2007). ECT damages the brain: disturbing news for patients and shock doctors alike. Ethical Human Psychology and Psychiatry, 9: 83–86 Psicologia in Sardegna Cooper L. A., Shepard R. N., (1975). Mental transformation in the identif ication of left and right hands. 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Tra gli errori più comuni, la mancata richiesta dell’iscrizione all’albo o la richiesta della specializzazione in psicoterapia quale requisito di accesso per incarichi riguardanti l’attività di psicologo. In tali casi la commissione ha proposto alla presidenza e al Consiglio dell’ordine di segnalare ai vari Enti, tra cui il Comune di Tortolì, la Provincia di Cagliari, le Asl di Nuoro e di Lanusei, gli errori rilevati. Nella maggior parte dei casi, la segnalazione ha determinato la modifica dei bandi. Nei casi in cui ciò non dovesse avvenire si valuterà l’opportunità d’impugnare gli stessi. • Richieste di consulenza da parte degli iscritti. La commissione ha esaminato le diverse richieste arrivate dagli iscritti in merito a quesiti inerenti l’attività professionale, con particolare riferimento alle prassi da seguire in situazioni specifiche. A tutte le richieste pervenute è stata data puntuale risposta. • Segnalazioni ai NAS. A seguito di segnalazioni pervenute all'Ordine, sono stati verificati alcuni casi di abuso della professione che sono stati puntualmente segnalati alle forze dell’ordine per gli interventi di competenza. • Corsi di formazione. Sono state esaminati i contenuti proposti all’interno di alcuni corsi di formazione gestiti da scuole di specializzazione e/o da Associazioni in cui è consentito • Documento per la promozione della figura dello psicologo.. È stato predisposto un opuscolo che a breve andrà in stampa e che sarà inviato, presumibilmente entro fine anno, a tutti gli Enti/Servizi territoriali (Regione, Provincie, Scuole, Comuni, Plus, Tribunali, etc.). Tali Enti, ricorrono, spesso, a diverse figure per lo svolgimento di svariate attività. Mediante il documento, si intende fornire uno strumento che sia di aiuto per coloro che intendono avvalersi di specifiche prestazioni e si sottolineano le peculiarità e i diversi ambiti di intervento dello psicologo. Ciò è stato fatto per evitare che lo stesso sia confuso con altre figure che, a vario titolo si propongono sul mercato del lavoro. All’interno del documento è descritto, tra l’altro, cosa fa lo psicologo e come lo si diventa, cosa è l’ordine degli psicologi e quali sono le norme a cui fa riferimento lo psicologo, nonché le indicazioni da seguire nella scelta dei professionisti. • Carta etica. Attualmente la Commissione sta riflettendo su quali modalità seguire per arginare un fenomeno ormai dilagante, quale l’organizzazione, da parte delle scuole di specializzazione, di corsi di formazione/master che, anziché essere limitati agli psicologi, nella maggior parte dei casi sono aperti ad un numero eccessivo di figure, in alcuni casi in possesso del solo diploma di scuola superiore.. A tal fine si sta lavorando alla predisposizione di una Carta Etica da proporre alla scuole di specializzazione, con l’obiettivo di stabilire con le stesse una formale modalità di collaborazione finalizzata a garantire, tra l’altro, maggiore qualità dell’offerta formativa. Si ricorda che l’indirizzo mail per eventuali comunicazioni/segnalazioni alla Commissione Tutela è: *********** Psicologia in Sardegna l’accesso, oltre che agli psicologi, anche a tante altre figure. In tali casi sono state inviate le segnalazioni affinché i nostri colleghi psicologi ricordino che, in base al nostro codice deontologico, è vietato l’insegnamento di tecniche che sono di esclusiva pertinenza dello psicologo. 33 Prima parte Vivere con la talassemia A cura della Dott.ssa Roberta Virdis Psicologa-Psicoterapeuta della Gestalt “Non moriamo perché siamo malati, ma perché viviamo”. Montaigne. Aspetti psicologici relativi alla talassemia major Psicologia in Sardegna Introduzione 34 I progressi terapeutici conseguiti negli ultimi trenta anni hanno determinato importanti miglioramenti nello stato di salute, nella durata e nella qualità di vita dei soggetti con talassemia, così che oggi tale malattia può essere considerata a “prognosi aperta” e proiettata verso la guarigione se la terapia “convenzionale” (trasfusioni periodiche di globuli rossi, terapia ferrochelante) viene effettuata in modo ottimale fin dai primi anni di vita. Tale miglioramento si potrebbe ulteriormente esplicitare anche attraverso un cambiamento del lessico per cui, ci riferiremo, a “soggetti con talassemia” e non più a “pazienti talassemici” o “talassemici”. Alla luce di queste considerazioni assume sempre maggiore importanza il concetto di “assistenza globa- le” (olistica) rivolta ai “soggetti con talassemia”. Assistenza intesa come terapia medica e intervento psicologico, sociale ed educativo, avente come obiettivo principale la migliore qualità di vita e l’inserimento nella vita sociale al più alto livello possibile. la famiglia del paziente affetto da talassemia La talassemia determina dei problemi psicologici per i genitori, per il paziente e per il resto della famiglia. I genitori devono essere sostenuti emotivamente così da poter aiutare il figlio a realizzare il suo percorso educativo e formativo in un ottica di progressiva autonomia e di possibile guarigione, evitando l’iperprotezione ed attuando un comportamento educativo analogo a quello dei fratelli e delle sorelle. I genitori devono incoraggiare l’adesione scrupolosa e conti- ha il loro figlio, quali prospettive potranno avere. In questa prima fase, i genitori che sono entrambi presenti, rivolgono continue domande a tutti coloro che sono individuati come appartenenti alla struttura. In questo momento ci può essere una fase di crisi nella coppia genitoriale, spesso il padre si può sentire isolato, avendo di solito un compito limitato rispetto a quello della madre nella gestione della malattia e “fugge” psicologicamente. Spesso tra i genitori si instaura una solidarietà molto forte, tesa solo alla cura del bambino, così che la coppia genitoriale si trasforma in una coppia di accaniti terapeuti, “congelandosi” attorno alla malattia, rompendo i rapporti sociali, chiudendosi al mondo esterno Di fronte alla diagnosi, lo stato di panico e l’angoscia di disperazione viene a trasformarsi a volte in un senso diffuso di incredulità seguito dal bisogno di altre analisi, di altri consulti. Di solito si verifica che, in seguito alla comunicazione della diagnosi, dopo una prima fase di shock, caratterizzata da incredulità per l’evento e da una sensazione di irrealtà, segue una fase di negazione. Questa fase di negazione viene Psicologia in Sardegna nua ai trattamenti, con la ferma convinzione che questi rappresentino al momento attuale il migliore approccio terapeutico possibile. È opportuno che anche i fratelli e le sorelle siano coinvolti nella partecipazione alle problematiche che la famiglia affronta nel percorso di crescita del soggetto con talassemia. A tutti i componenti della famiglia deve essere garantito un adeguato supporto psicologico e sociale. Ciascuna famiglia ha un determinato atteggiamento psicologico, ma ci sono alcuni problemi in comune che possiamo discutere. Quando ai genitori viene detto per la prima volta che il loro figlio è affetto da talassemia, sono completamente distrutti, appaiono molto preoccupati dalla gravità della malattia e dal fatto che essa dura tutta la vita. Credono di essere i responsabili poiché sono portatori di talassemia. Il loro atteggiamento iniziale è caratterizzato dal bisogno urgente di avere notizie positive e da un forte senso di smarrimento e preoccupazione. Il bisogno di competenza è in loro molto forte e nasce dal desiderio di spiegarsi l’accaduto, di sapere che tipo di malattia 35 Psicologia in Sardegna 36 a costruire una prima difesa di fronte all’angoscia scatenatasi. Inoltre questa fase è spesso caratterizzata da un’affannosa ricerca, da parte dei familiari, di terapie e strutture di supporto. C’è infatti la tendenza, da parte dei familiari, a pensare che con un medico diverso si potrebbe porre rimedio al problema del proprio congiunto. Quando questa fase è superata, segue spesso un periodo di rabbia nei familiari. Con la rabbia si accompagnano solitamente sensi di colpa e vissuti depressivi. Dopodiché ci si rivolge ancora una volta con rabbia verso un altro familiare oppure verso un altro medico, altre volte verso Dio oppure verso se stessi. L’ultima fase è quella dell’accettazione della situazione critica. Nonostante la situazione di disperazione per i risultati della diagnosi, traspare nei genitori la graduale accettazione della realtà; il dolore non è sparito, ma i familiari cominciano a prendere in mano la situazione divenendo i veri protagonisti nella gestione del problema. Può esservi una rielaborazione cognitiva del problema stesso, con il raggiungimento dell’equilibrio delle dinamiche intrafamiliari, in cui ogni membro può diventare una risorsa per l’altro. Tale accettazione della malattia spesso innesca una valorizzazione degli aspetti positivi presenti nella relazione tra il familiare e il malato stesso. E anche quando non avverrà un’accettazione completa della malattia, sarà comunque possibile fare in modo che la parte malata dell’individuo non prenda il sopravvento, ma sia integrata con i suoi aspetti più sani e con quelli più funzionali del sistema familiare. I genitori si trovano allora, in un clima di “vivere alla giornata” protratto per anni, a dover fronteggiare due ordini di problemi pressanti: • Garantire al figlio una cura intensiva e protratta nel tempo vivendo una enorme angoscia causata dalla difficoltà di reperire il sangue necessario per la terapia; • garantire al figlio un rapporto intrafamigliare ed una qualità di vita (socializzazione, scolarizzazione, ecc.), che sia il più normale possibile, fronteggiando nel contempo le proprie angosce e quelle del bambino. Quando il sistema familiare Al contrario, invece, sarebbe molto più salutare per se stessi e per gli altri premiare di tanto in tanto i propri sforzi, dando quindi importanza agli aspetti positivi di ciò che si è fatto. La malattia viene ad essere, per la famiglia, il perno portante attorno al quale organizzarsi nel disperato tentativo di difendere se stessa dagli sconvolgimenti e dalle angosce che questa produce. Molto spesso il padre, o la madre, rinuncia ad ogni attività sociale e ciò provoca nella coppia la perdita dell’identità di uomo e di donna per adattarsi alla sola condizione di genitore. In altri casi vi è, invece, un immediato bisogno di confrontoincontro che nasce dalle risorse di cui dispongono i genitori e dalla loro concreta capacità di utilizzare atteggiamenti utili alla costruzione di un sistema ben equilibrato sia nei ruoli, sia negli affetti. Ad un primo approccio sembra impossibile che la famiglia possa sopravvivere a tali sentimenti eppure spesso si ha una riorganizzazione, pur nella multiproblematicità, che produce una sorta di reattività positiva ricercando le spiegazioni possibili per liberarsi dall’angoscia di morte. Psicologia in Sardegna incontra difficoltà, è possibile intervenire con un supporto psicologico al fine di stimolare i naturali fattori di adattamento alla malattia propri del sistema familiare stesso. In proposito è emerso che le famiglie con al loro interno un membro con una patologia cronica, che presentano un alto livello di benessere, sono caratterizzate dai seguenti aspetti: forte coesione familiare, modalità comunicative aperte e congrue, tendenza ad esprimere apertamente le proprie emozioni, tendenza dei membri del sistema familiare a non focalizzarsi solo sul membro malato e a non totalizzare la sua malattia e a distrarsi quando necessario, evitando che la malattia del congiunto prenda il sopravvento su se stessi e sulla propria vita. In proposito, riguardo a questo ultimo aspetto, va notato che molti familiari, presi dall’impellenza di aiutare a stare vicino al proprio caro in difficoltà, rischiano di lasciare troppo spesso indietro i propri bisogni. Ciò può diventare un problema che conduce la persona a pensare solo a ciò che avrebbe potuto fare di meglio nella cura del proprio caro, minimizzando invece gli sforzi fatti e i risultati raggiunti. 37 Psicologia in Sardegna 38 Il nucleo famigliare riesce a mantenere una sua integrità e a non sfasciarsi continuando a svolgere la sua duplice funzione di contenimento e di difesa. La nascita o la presenza di interessi sociali e culturali aiutano la fase di riorganizzazione proiettando la stessa patologia nella sfera più ampia del sociale e dei problemi condivisi da molti, infatti vi è una ricerca di gruppi organizzati in cui prevale il problema comune. Spesso è uno solo dei genitori ad assumersi la responsabilità di accudire il figlio considerato come più fragile mentre l’altro funge da supporto. Il rapporto con i fratelli subisce a sua volta una eccessiva richiesta di aiuto che tende a compensare gli stati di sofferenza del soggetto, malato. I fratelli sono scherniti per la loro fortuna di essere sani perciò, in modo implicito od esplicito, sono accusati di essere poco attenti o disponibili alle richieste del figlio ritenuto più debole. Questo clima di eccessiva solidarietà porta il bambino ad attuare strategie diverse e continue nel tentativo di gestire e manipolare l’ambiente nella costante convinzione di poter contare sull’alleanza dei genitori. L’iperprotezione affettiva Sicuramente non meno gravi sono le conseguenze di una eccessiva protezione affettiva da parte dei genitori nei confronti di un bambino vissuto come troppo fragile. Infatti i numerosi complessi di colpa che si accompagnano alla nascita di un bambino con la talassemia rendono le cure affettive troppo spesso eccessive. Vi è un continuo sostituirsi al figlio in ogni occasione in cui ogni cosa può apparire troppo difficile o gravosa. Se i genitori sono superprotettivi, il bambino crede di essere in costante pericolo e poiché egli non può vedere quale è il suo pericolo, diventa ansioso per ogni piccola cosa. Se i genitori sono calmi e fiduciosi allora anche il bambino diventa calmo e fiducioso, ma se essi sono preoccupati il bambino diventerà ansioso la maggior parte delle volte. L’iperprotetto non teme ciò che possono provocare le sue azioni sempre accontentato in tutto al punto da considerare la stessa malattia un “alibi funzionale” da utilizzare in ogni occasione. Questo atteggiamento lo pone nella condizione di rendersi incapace di affrontare le frustrazioni e di L’infanzia, l’adolescenza e l’età adulta nella talassemia I bambini con talassemia crescono in continuo contatto con le cure mediche. Questo confronto con le difficoltà derivate dalla patologia cronica offre loro la possibilità, se sostenuti adeguatamente dalla famiglia, dalla scuola e dall’equipe curante, di esprimere, crescendo, una spiccata voglia di vivere in modo normale ed una naturale capacità di fronteggiare la malattia, quindi di sviluppare un positivo comportamento adat- tivo. Il bambino fino ai sei/sette anni ha un comportamento del tutto particolare. Egli vede la sua malattia cronica come una colpa, le terapie come maltrattamenti e avverte come dolore tutte le tensioni, i bisogni e i disagi caratteristici della sua situazione. In questa fase della vita, il comportamento della madre è importantissimo: una madre serena, consapevole, tranquilla, avrà un bambino sereno e tranquillo; invece una madre ansiosa avrà un bambino agitato, preoccupato, spaventato. Qui il medico (ma anche il personale paramedico) gioca un ruolo importante: dovrà “parlare” molto con il bambino e con la sua mamma, spiegando bene tutto quello che sta succedendo e sostenendo al massimo la figura materna. Dopo i sette anni il bambino affronta la sua malattia con maggiore coscienza, capisce bene quello che gli viene detto, localizza i disturbi ma quando soffre fisicamente si sente ancora punito, maltrattato, perseguitato. Il supporto sociale e la famiglia devono aiutarlo a mantenere un obiettivo, a non strutturare delle interpretazioni devianti, ad avere un atteggiamento positivo nei confronti della vita Psicologia in Sardegna considerare ogni suo desiderio un diritto. L’esperienza ambientale e sociale viene ad essere contrastata dagli adulti, nel timore di un possibile incidente. Questo sentimento è accompagnato dalla convinzione che tutto ciò che il bambino fa, data la sua posizione, è inutile e pericoloso. In altre realtà familiari, le capacità espresse sono invece troppo spesso ipervalutate e di conseguenza elogiate in modo eccessivo. Ogni insuccesso è attribuito agli altri ed i genitori trovano sempre una giustificazione, non sempre appropriata, per rispondere ai quesiti di un ragazzo che è spinto a convincersi di aver subito delle ingiustizie. 39 Psicologia in Sardegna 40 in genere e della sua terapia in particolare. Si capisce bene come sia sempre di più indispensabile un colloquio chiaro, onesto, sereno, continuo da parte dell’equipe curante. Il bambino elabora, utilizzando gli schemi cognitivi che possiede, sempre nuove norme adattive di reazione psicologica nei confronti di tutte le fasi che si succedono durante il decorso della malattia: crisi familiare, accettazione e negazione, vissuti e sensi di colpa dei genitori, risoluzione favorevole/sfavorevole. Tutti questi stati sono esperiti molto intensamente dai soggetti nell’età dello sviluppo anche per l’incidenza dell’eccessiva rigidità delle regole che la terapia richiede che va ad influenzare la vita sociale e scolastica proiettandoli nel mondo dei diversi. Per questi e per tanti altri motivi i bambini con la talassemia ricorrono all’uso frequente e massivo di meccanismi di difesa quali: • opposizione: il bambino rifiuta le limitazioni e le regole imposte dalla patologia e dalle cure in cui possiamo osservare crisi, più o meno lunghe, di collera, agitazione, negazione, aggressività; • negazione:. il bambino nega la realtà della patologia; • sottomissione: può accompagnarsi ad un sentimento di perdita dell’integrità corporea, depressione, sentimenti di vergogna nei confronti del proprio corpo, sensi di colpa, accettazione passiva con conseguente inibizione intellettiva; • sublimazione e collaborazione: nasce come reazione positiva nei confronti della patologia e si esprime spesso con l’identificazione con il genitore più sofferente o reattivo; • regressione: prodotta dalla maggiore dipendenza che inibisce la ricerca di una propria autonomia; • sofferenza: connessa ai vissuti di punizione e a sentimenti di colpa, deterioramento dello schema corporeo e del sé (correlati alla gravità, cronicità e durata progettualità personale. Ma anche gestire le sue nuove pulsioni, costruire nuovi rapporti con i pari, incrementare indipendenza ed autonomia, fare scelte di valore, proiettarsi nel futuro nell’ordine del verosimile e non più del magico infantile. Eppure nella nostra epoca si registra sempre più spesso una sorta di blocco, un punto di discontinuità nella linea continua del processo: l’adolescente è cioè per lo più il giovane immaturo, incapace di scegliere, irresponsabile, violento, tendente alla rinuncia, svogliato, poco impegnato. La malattia cronica è in grado di influire in modo pervasivo sulla qualità di vita dell’adolescente interferendo con la maggior parte dei suoi compiti evolutivi: la perdita di continuità esistenziale (dovuta a frequenti controlli medici o a episodi di acutizzazione), l’isolamento o la necessità di rinunciare a molte esperienze sociali e di vita, l’immagine deturpata da difficoltà di crescita, da cicatrici o altro, sono tutti elementi che riducono la possibilità per il giovane di accettarsi nella sua fisicità nascente, di relazionarsi con gli altri per mettersi alla prova e a conoscersi, di pensarsi oltre se Psicologia in Sardegna della patologia che porta il bambino a perdere la fiducia nel proprio corpo percepito come difettoso). In tali dinamiche la funzione dello psicologo e delle figure parentali, soprattutto se il soggetto è molto piccolo, è fondamentale per aiutarlo ad elaborare processi di adattamento più funzionali e positivi nei confronti della malattia. L’integrazione del bambino a scuola costituisce un momento fondamentale per il suo sviluppo psicologico e sociale. Scopo ultimo è l’evoluzione del bambino in un adulto che partecipi a pieno titolo alla vita sociale. Nell’età adolescenziale la situazione diventa sempre più difficile. L’adolescenza rappresenta nella nostra cultura quel periodo della vita nel quale emerge nel giovane la consapevolezza e il desiderio di poter essere diverso da se stesso, di essere libero, di poter e dover crescere. Al giovane, non più bambino, non già adulto, si presentano alcuni irrinunciabili compiti evolutivi: interrogarsi sul proprio corpo in trasformazione; scoprire e gestire le nuove potenzialità del suo pensiero, nell’ipotesi che apre alla possibilità, alla 41 Psicologia in Sardegna 42 stesso in un futuro reale. Il rischio che a ciò consegue si delinea nella possibilità della rinuncia, della depressione, della passività o della dipendenza. Altre volte la rabbia, l’angoscia, l’odio possono segnare l’atteggiamento di ragazzi che si ribellano ad un destino immeritato. Il ragazzo può assumere atteggiamenti di difesa, con negazione della malattia che viene vista come una minaccia, un impedimento alla propria autonomia, un’aggressione all’immagine di sé. È vero che la negazione della malattia può rappresentare una protezione, ma l’adolescente in questo caso non accettando la propria condizione non accetta neppure le terapie propostegli. È importante, quindi, che egli prenda piena coscienza del proprio stato. In questo momento della sua vita deve avere il sostegno della famiglia, del personale medico e delle strutture, perché senza un adeguato supporto e senza risorse alternative, può regredire sino a comportamenti infantili. L’atteggiamento tenuto dagli adulti è di fondamentale importanza. Appena la malattia lo consente, deve favorire l’indipendenza, l’autosuffi- cienza, l’autogestione. Il giovane deve andare avanti, ogni volta che sia possibile, con la sua vita sociale (scuola, sport, associazioni…). L’isolamento e l’allontanamento dalla realtà portano, nell’adolescente, all’insorgenza di sintomi nevrotici e di depressioni. La totale negazione della malattia, porta ad una “frattura” fra il paziente e la sua patologia, scissione pericolosa dal punto di vista psicologico. Inoltre l’adolescenza è l’età nella quale, di norma, avvengono profonde modificazioni anche somatiche che disturbano un ragazzo che fatica ad accettare la propria nuova immagine corporea. Modificazioni fisiche legate a questa età diventano fonte di grande ansietà per gli adolescenti con questa patologia, che devono imparare ad accettarsi e ad avere autostima per quello che sono. La malattia, che non deve mai essere tenuta nascosta al paziente e al suo contesto, deve essere ben conosciuta ed accettata per quello che è nella realtà, senza banalizzazioni o sopravvalutazione. Considerata la specificità dell’atmosfera emotiva dell’adolescente, la rete di rapporti consequenzialità astratta o arbitraria, proprio perché emergente. Solo se la sintomatologia diventa tale da invadere e pervadere la qualità di vita del ragazzo, questi può prendere consapevolezza della gravità della sua condizione. Il controllo esterno, da parte di adulti significativi, genitori o operatori sanitari, ha sempre meno efficacia, perché la svalutazione dell’adulto appare quasi un meccanismo psicologico necessario e spesso inconsapevole, utile al processo di personificazione, di ricerca di una propria identità adulta e distinta. Le norme sociali agiscono spesso come deterrente ai comportamenti di salute, proponendo al ragazzo uno stile di vita e pseudo bisogni (di consumo e di conformismo sociale) che lo avvicinano più spesso a comportamenti autolesionisti o comunque non aderenti alle prescrizioni mediche adeguate ad una patologia cronica. Il comportamento autolesionista, non aderente, appare di fatto, troppo spesso, la strada più facile, quella che permette al giovane di sentirsi meno diverso, più simile ai suoi coetanei, forse più accettabile dagli Psicologia in Sardegna sociali che si viene ad innescare, i cambiamenti, le difficoltà della crescita, i compiti evolutivi imprescindibili e le difficoltà oggettive del contesto culturale e sociale nel quale è inserito il giovane d’oggi, è possibile capire come tutti questi elementi caratterizzanti la compliance e la previsione di aderenza rischino di essere compromessi nel caso dell’adolescente, giustificando pertanto gli episodi di scarsa compliance. La crescita ponderale, di forza muscolare, la resistenza di un corpo che sempre di più assomiglia ad un corpo adulto e allontana il soggetto dall’immagine di bambino fragile e dipendente percepita fino a qualche anno prima, regalano al giovane la sensazione inebriante, entusiasmante di poter fare qualsiasi cosa. In questa atmosfera di forza e potenza, la possibilità della vulnerabilità, di poter essere colpiti, fermati e feriti da una malattia o dalle sue complicanze, sbiadisce, svanisce. La severità della patologia, il rischio che si lega alla gravità della malattia in se stessa spesso non può essere colto oggettivamente: l’obiettività mal si concilia con una capacità di pensiero alterata da una 43 Psicologia in Sardegna 44 altri. Al fine di facilitare l’integrazione nella società, tutti coloro che si occupano sul piano medico, educativo e psicologico dei soggetti adulti con talassemia devono preoccuparsi di prepararli promuovendo l’indipendenza, per l’inserimento al più alto livello possibile nel mondo del lavoro. È auspicabile che essi vengano stimolati a percorsi formativi così da promuovere la valorizzazione delle proprie capacità personali. Bisogna però tenere presente che questi soggetti, nonostante siano attualmente ben inseriti nel contesto sociale e riescano a stabilire soddisfacenti rapporti affettivi, vivono quotidianamente l’angoscia per la propria malattia e proprio questa condizione di sofferenza richiede un sostegno psicologico costante. Lo stimolo verso nuovi interessi, pur tenendo sempre presente la reale possibilità dei pazienti, fa si che la qualità della vita non sia garantita solo dal benessere fisico, ma anche dalla capacità di saper contenere ed analizzare i propri vissuti. Questi vissuti sono legati alla possibilità/impossibilità di vivere una vita “normale” in cui proprio il concetto di sof- ferenza rappresenta il perno centrale attorno a cui ruota la giostra della propria esistenza e della stessa organizzazione familiare. È verosimile che il modo in cui i pazienti percepiscono la malattia sia uno dei principali fattori che determina l’atteggiamento con cui affrontano i vari aspetti della malattia e/o l’adesione ai programmi terapeutici, in particolare alla terapia ferrochelante. La percezione della malattia può anche cambiare durante il decorso della malattia, in particolare in relazione a miglioramenti o peggioramenti dei sintomi, e ciò può influire sulla prognosi della malattia, innescando così una spirale di comportamenti positivi o negativi nelle diverse fasi della vita. L’atteggiamento positivo, quindi, è uno dei fattori determinanti il raggiungimento di una buona compliance alla terapia ferrochelante nei pazienti con talassemia. Da sottolineare, a livello psichico, è la presenza della cosiddetta sindrome della spada di Damocle, che si riferisce alla sensazione di vivere con la consapevolezza che l’arrivo di un evento non previsto potrebbe mettere a rischio un equilibrio • ansia, innanzitutto collegata all’angoscia di morte che configura la “sindrome della spada di Damocle”, con impossibilità di guardare con fiducia al presente e al futuro; • dipendenza, con necessità costante di aiuto e accompagnamento nella vita quotidiana, come accade nell’infanzia; • idealizzazione, con sopravvalutazione delle proprie capacità ed esperienze che comporta frequenti delusioni; • rivalsa, con ricerca di compensazioni rispetto alle difficoltà o alle impossibilità vissute in proprio o da parte dei compagni di malattia; • onnipotenza, con sottovalutazione dei limiti e certezza di buone soluzioni per ogni problema. Di solito un miglior adattamento è conseguibile attraverso la consapevolezza (talora anche sofferta) della propria situazione e la disponibilità a chiedere aiuto. Considerazioni sull’ intervento psicologico Il piano psicoterapico si impone perché i trattamenti biologici e farmacologici si dimostrano, nei disadattamenti prodotti dalla patologia, in sostanza inefficaci anche per quanto riguarda l’aspetto sintomatico. Questo è da ricercarsi nel fatto che questi soggetti vengano a trovarsi in una condizione di abitudine alla cura e quindi al di fuori del programma terapeutico ideale, ciò giustifica il fatto che con alcune categorie di soggetti, pur gravemente disturbati, non è prevista una prassi terapeutica precisa, ma sono considerati più livelli e tecniche di intervento. Oltre all’abitudine ai medici Psicologia in Sardegna già di per sé precario. Per alcuni giovani la malattia può comportare aspetti di difficoltà superiori rispetto ai coetanei nell’affrontare la progettualità adulta, in particolare nel rendersi indipendenti e nell’assumersi le proprie responsabilità. Dal punto di vista psicologico è molto importante considerare il rischio di strategie di adattamento inadeguate, basate sui seguenti atteggiamenti mentali: • negazione per cui non si intravedono problemi reali o emotivi (“tutto va bene”); 45 Psicologia in Sardegna 46 che porta il paziente con talassemia a collocarli tutti sullo stesso piano, la gratificazione per il curante è prevalentemente di ordine narcisistico in quanto egli sa bene come affrontare le situazioni estreme. Proprio questo disimpegno affettivo scaturito dalla convinzione di competenza del paziente rispetto alle cure di cui ha bisogno, può far naufragare l’intervento in una tale monotonia da indurre nello psicologo stesso un disimpegno più o meno cosciente. Un altro punto importante riguarda lo stile di vita dei pazienti più gravi. Essi vivono in una pseudorealtà invischiata di depersonalizzazioni e da una forma quasi allucinatoria di apprendimento. È qui utilizzato una sorta di filtro esperenziale che deve selezionare e trasformare le informazioni in arrivo per meglio soddisfare i desideri inappagati. L’analisi dei molteplici meccanismi di difesa dell’Io stimola la comparsa di vissuti diversi dai quali traspare l’intensità delle vicende correlate alle diverse ombre persecutorie della talassemia. Lo psicologo deve sempre regolare la relazione che si instaura fra le diverse competenze e i diversi pazienti for- nendo il supporto necessario. La necessità di una collaborazione interdisciplinare tra psicologi, medici e personale infermieristico appare sempre più evidente. Lo psicologo, solitamente, interviene nei casi conclamati per interagire ed esaminare un individuo che, in genere, non chiede nulla chiuso nella sua sofferenza, in modo da fare arrivare il paziente alla consapevolezza del fatto che attraverso alcune precauzioni la sua vita potrebbe notevolmente migliorare sia dal punto di vista personale che affettivo-relazionale. Obiettivo fondamentale di ogni proposta di intervento sarà allora quello di consentire che ogni individuo preservi la propria dignità di essere umano e realizzi se stesso come persona e come membro attivo della collettività. Consentire un inserimento equilibrato basato su di un appropriato adattamento cognitivo nella famiglia, nella scuola, nel lavoro e nella società, non è solo un problema professionale, ma anche morale che lo psicologo avverte in misura maggiore rispetto a quanti si interessano del problema. Ordine degli Psicologi della Sardegna CONSIGLIO PRESIDENTE: . Marco Guicciardi VICEPRESIDENTE:. Fabrizia Casula SEGRETARIO:. Maria Melinda Vargiu TESORIERE:. Antonello Soriga CONSIGLIERI: Marco D’Anna, Stefania Desotgiu, Antonio Di Berardino, Maria Mameli, Irene Melis, Giorgina Meloni, Antonella Murranca, Gianni Oggianu, Maria Rosa Rassu, Daniela Tatti, Anna Carla Tocco. COMMISSIONI Comunicazione e relazione esterne. (Coordinatore: Marco D’Anna) Deontologia. (Coordinatore: Marco Guicciardi) Formazione e cultura. (Coordinatrice: Stefania Desotgiu) Integrazione socio sanitaria. (Coordinatrice: Giorgina Meloni) Orientamento neo iscritti e nuove professione. (Coordinatrice: Irene Melis) Sanità. (Coordinatrice Maria Rosa Rassu) Tirocini, esami di stato e rapporti con l’Università. (Coordinatore: Antonio Di Berardino) Tutela della professione. (Coordinatore: Gianni Oggianu) GRUPPI DI LAVORO Consulenze Tecniche di Ufficio e di Parte. (Referente Maria Melinda Vargiu) Neuropsicologia:. (Referente Giorgina Meloni) Psico-oncologia. (Referente Marco D’Anna) Stress lavoro correlato. (Referente Antonio Di Berardino) COMITATO REDAZIONE “Psicologia in Sardegna” Psicologia in Sardegna Fabrizia Casula, Marco D’Anna, Marco Guicciardi, Antonello Soriga, Anna Carla Tocco, Maria Melinda Vargiu 48 SEGRETERIA Impiegate: Sig.ra Fois Tiziana e Sig.ra Sideri Elisabetta Ordine degli Psicologi della Sardegna Orari di apertura degli uffici al pubblico Lunedì Mercoledì Giovedì Venerdì 11.30/16.00 16.00/18.00 09.00/11.00 11.30/13.30 Via Sonnino n.° 33, piano 3° - 09125 Cagliari tel. 070.65.55.91 - fax 070. 6490892 C/C postale n.° 19043090 - C.F. 92044670922 e-mail: mailto:[email protected] [email protected] PEC: [email protected] indirizzo web: www.psicosardegna.it