Psicologia
1
2011 in Sardegna
Periodico dell’Ordine degli Psicologi della Sardegna
Sommario
Editoriale.............................................................................. 2
Dalla molecola all’uomo: ponti tra psicologia.
e neuroscienze nella comprensione delle nuove patologie.
psichiche .............................................................................. 6
Commissione orientamento.
neo iscritti e nuove professioni............................................ 15
La commissione deontologia............................................... 18
Nuove e vecchie correnti sul cervello:.................................. 21
l’avvento della TMS nello studio delle.
funzioni cognitive e nel trattamento.
dei disturbi psichici............................................................. 21
Commissione tutela della professione................................. 33
Vivere con la talassemia...................................................... 35
Organigramma . ................................................................. 48
Psicologia in Sardegna
Editoriale
Care colleghe e colleghi,
a circa un anno dal precedente editoriale è tempo di stilare un bilancio: poiché abbiamo iniziato il nostro mandato utilizzando una
metafora nautica (“issiamo le vele”), oramai prossimi alla boa di
metà gara, ritengo opportuno presentare un primo consuntivo delle
attività sinora svolte. Come ricorderete l’attuale Consiglio dell’Ordine degli Psicologi della Sardegna si è insediato nel gennaio 2010,
con due novità di rilievo: l’aumentato numero di iscritti a livello
regionale ha consentito di eleggere quindici consiglieri (quattro in
più rispetto a prima) e più della metà degli eletti sono stati di nuova nomina.
Come era lecito attendersi, buona parte della navigazione iniziale
è stata impiegata per stabilire modalità e procedure condivise di
funzionamento, che potessero da una parte facilitare il compito di
affrontare le attuali sfide che un Ordine di oltre duemila iscritti
pone sia sul piano organizzativo che di rappresentanza istituzionale, dall’altra favorire lo sviluppo e il consolidamento del nuovo
gruppo consiliare.
Da tutto principio ci siamo dotati degli strumenti necessari per affrontare la navigazione: abbiamo eletto le nuove cariche, i coordinatori delle commissioni e dei gruppi di lavoro esistenti, abbiamo
successivamente apportato modifiche al regolamento di funzionamento interno del Consiglio, attraverso un allentamento dei vincoli che regolano la numerosità delle Commissioni e abbiamo costituito tre nuovi Gruppi di lavoro su: Psiconcologia, Neuropsicologia
e su Consulenze tecniche di ufficio e di parte. In tempi più recenti
abbiamo istituito una commissione Tutela, per far fronte a tutte le
segnalazioni che pervengono in merito a presunti abusi della professione o relative ad avvisi pubblici ed eventi formativi di stretta
pertinenza psicologica, indirizzati ad una pluralità di figure professionali.
Abbiamo rivisto il regolamento sui patrocini, richiesti a titolo gratuito
o oneroso e abbiamo approvato un nuovo regolamento sulla pubblicità istituzionale, essendo aumentate le richieste di diffusione tramite il
nostro sito, di eventi formativi e informativi, a pagamento e gratuiti,
Psicologia in Sardegna
rivolti ai nostri iscritti così come aperti ad altre professioni.
Notevole è stato il lavoro che l’Ordine ha svolto in questi due anni
a livello amministrativo e istituzionale, tramite la segreteria, le
commissioni e i gruppi di lavoro e nel corso delle sedute di Consiglio. Dall’inizio dell’attuale mandato sono più di cinquecento le delibere che abbiamo assunto. Abbiamo tenuto 15 sedute del Consiglio
nel 2010 e quasi il doppio nel 2011: incremento resosi necessario
per istruire diversi procedimenti disciplinari.
Nuove iniziative sono state intraprese, soprattutto per coinvolgere
i giovani neo-iscritti: abbiamo bandito tre borse di studio in memoria del collega Pietro Rutelli, una borsa lavoro in ricordo della
collega Maria Laetitia Ferraro. Abbiamo deliberato di sovvenzionare la partecipazione di due nostri iscritti al congresso EFPA di
Istanbul, che presentassero un contributo scientifico. Abbiamo attivato una convenzione con la Agenzia Regionale del lavoro per
l’attivazione di Piani di Inserimento Professionali (PIP), sia come
intermediari che in qualità di soggetti attuatori.
Abbiamo stipulato con l’Università di Cagliari la nuova convenzione per i tirocini, che regolamenta il tirocinio professionalizzante
(praticantato), dei laureati nei nuovissimi corsi di laurea triennale
e magistrale. Abbiamo recepito nuove disponibilità degli iscritti a
far parte delle commissioni per gli Esami di Stato e stiamo procedendo alla periodica revisione dell’Albo.
Abbiamo onorato la convenzione con la Guardia di Finanza, pubblicando un elenco degli aderenti in Sardegna al 2010 e abbiamo
realizzato lo scorso anno un evento informativo destinato ai militari e loro familiari: entro la fine di quest’anno ci apprestiamo a
realizzare il secondo.
In collaborazione con Form-Aupi abbiamo organizzato ad Arborea il
secondo corso base in psicologia dell’emergenza (1-2 ottobre 2010) e in
collaborazione con l’ENPAP si sono svolti in diverse città (Olbia, Sassari, Oristano e Cagliari) gli abituali incontri informativi sugli aspetti
previdenziali e fiscali della nostra professione. Abbiamo pubblicato tre
numeri del nostro Giornale e l’Albo 2010, con una grafica rinnovata e
velocizzato la consegna dei tesserini di iscrizione all’Ordine.
Oltre alle iniziative che abbiamo varato a favore dei nuovi iscritti,
di cui trovate un resoconto in questo numero, voglio qui ricordare
Psicologia in Sardegna
l’impegno profuso dal Consiglio per realizzare nell’anno corrente circa quindici incontri seminariali gratuiti, rivolti a tutti gli iscritti,
che si sono svolti presso la nostra sede e che hanno riguardato molteplici tematiche deontologiche e professionali. Altri incontri stiamo
programmando per questo scorcio di fine anno e speriamo di poter
continuare a pubblicare sul Giornale, come già troverete in questo
numero, le relazioni che sono state presentate dai nostri colleghi.
Costante è stato lo sforzo di segnalare tempestivamente sul sito la messa
a bando di concorsi (pochi) e di avvisi (molti) riguardanti la nostra
figura professionale. Il costante monitoraggio e diffusione dei bandi ci
ha consentito di rilevare talvolta delle imprecisioni nei criteri di ammissione, che sono state prontamente segnalate alle rispettive Amministrazioni. Ulteriori segnalazioni sono da noi state inoltrate alle Autorità competenti in casi di violazioni o abusi della professione.
Per quanto molteplici siano state le iniziative che abbiamo attuato, occorre sottolineare che nel panorama occupazionale odierno, che
sconta gli effetti della crisi economica mondiale, si evidenziano forti segnali di preoccupazione anche a livello regionale. Tali segnali
interessano soprattutto i giovani che stentano a trovare una collocazione nel mercato del lavoro; giovani e meno giovani, che dopo
lunghi e onerosi percorsi formativi spesso assistono inermi all’invasione di spazi ed attività professionali, ad opera di persone di varia
preparazione, che millantano competenze psicologiche, che, per pudore o per calcolo, definiscono con altri termini. È comprensibile in
questi casi lo sconforto e la rabbia di chi si sente usurpato di qualcosa
che faticosamente ha costruito con studi approfonditi e dispendiosi,
conseguendo lauree, lauree magistrali, specializzazioni e master.
Talvolta grande è la tentazione di abbandonare il gioco o ancora
peggio di passare dall’altra parte, liberandosi magicamente “di quei
vincoli e laccioli”, che non solo regolano, ma costituiscono la nostra
professione, soprattutto sul piano della deontologia e della responsabilità sociale. È bene ribadire che, oltre ad una base scientifica
comune, ciò che contraddistingue il nostro operare è l’importanza
che assumono i bisogni degli altri, fruitori delle nostre prestazioni.
Per venire incontro ai molti dubbi che emergono quotidianamente
abbiamo attivato uno sportello di orientamento professionale per i
nuovi iscritti, come riferito in questo numero e contemporaneamente
abbiamo predisposto un breve opuscolo informativo, rivolto agli enti
e istituzioni, che ci auguriamo di poter diffondere presso tutti coloro
che sono interessati a conoscere le peculiarità della nostra professione.
Per questi motivi abbiamo stabilito significative interlocuzioni
con l’Assessorato dell’Igiene e Sanità e dell’Assistenza Sociale della nostra Regione, con l’Ordine dei Medici e ci auguriamo a breve di poter consolidare importanti rapporti con altri Assessorati e
Ordini Professionali. Molteplici sono i temi di discussione su cui
confrontarsi, come, ad esempio, la sicurezza lavorativa, i disturbi
di apprendimento, le emergenze naturali e sociali, la conciliazione e la mediazione: attività che - oltre all’esigenza di un costante
confronto multidisciplinare - suggeriscono l’opportunità di chiarire
il nostro specifico apporto per il miglioramento del benessere della
popolazione sarda.
Questo numero segna il battesimo di un nuovo incarico: quello di
Coordinamento editoriale del nostro Giornale, assunto dalla Consigliera Anna Carla Tocco. A lei l’augurio di poter dare corpo ad
uno strumento periodico di informazione e aggiornamento professionale, di spessore culturale e scientifico.
Entro la fine dell’anno ci auguriamo infine di rendere fruibile a
tutti i nostri iscritti il più grande investimento che abbiamo realizzato sinora: mi riferisco al nuovo portale dell’Ordine degli Psicologi
della Sardegna. Si tratta di uno strumento di comunicazione che
vogliamo mettere a disposizione della nostra comunità professionale, per ridurre le distanze geografiche, aumentare la conoscenza delle opportunità lavorative, contribuire a diffondere le buone
pratiche, rafforzare e diffondere la nostra identità professionale,
cercando insieme di rendere piacevole la navigazione, non solo virtuale, in vista del raggiungimento di nuovi traguardi ed obiettivi,
ambiziosi ma realizzabili.
Per questo colgo l’occasione per formulare a tutti voi, anche a nome
di tutto il Consiglio e dell’Ordine che presiedo, un augurio di un
sereno Natale e di un produttivo Anno Nuovo.
Psicologia in Sardegna
Il crescere della domanda di prestazioni psicologiche, anche se non
sempre esplicite e mirate, reclama una maggiore visibilità e presenza dell’Ordine, sia a livello istituzionale che nei rapporti con le
altre professioni.
Dalla molecola all ’uomo:
ponti tra psicologia e neuroscienze
nella comprensione delle nuove
patologie psichiche
Psicologia in Sardegna
Antonio Luchicchi, Ph.D.*
È curioso pensare che le neuroscienze moderne e contemporanee siano nate da una diatriba,
quella tra un Italiano Camillo
Golgi e uno spagnolo Santiago Ramòn Y Cajal. Ancor più bizzarro è
pensare che gli stessi si divisero
nel 1906, il premio Nobel per la
Medicina e la Fisiologia. In linea
di principio la Scienza è così, si
ipotizza qualcosa e la si dimostra
senza la pretesa che la propria tesi
sia inconfutabile. La Scienza non
è dogma e per essere tale incarna quel principio di falsificabilità
che rese famoso il filosofo della
Scienza Karl Popper. Sebbene
teoreticamente opposti nel loro
modo di interpretare i propri studi Golgi e Cajal contribuirono attivamente alla nascita delle neuroscienze tracciando l’architettura
di base dell’unità che compone il
sistema nervoso: il neurone. Quella cellula particolare, dalla forma
insolita che lavora senza stanchezza per garantire all’uomo di
vivere, pensare, provare emozioni,
fuggire dai pericoli, amare, odiare, soffrire e gioire. Quella cellula
che comunica con i suoi simili
mediante l’utilizzo di messaggeri chimici, i neurotrasmettitori,
e che se non fosse stata scoperta
le nostre attuali conoscenze sulla
fisiologia e sulla patologia del sistema nervoso sarebbero limitate
alle concezioni di cervello che si
avevano nell’ottocento. Ciò che,
invece, abbiamo in mano oggi è
qualcosa di estremamente affascinante e complicato, di perfetto e
allo stesso tempo fraglie e delicato. Oggi sappiamo che il cervello
è una macchina complessa che
lavora sfruttando strumenti che
conosciamo solo in parte e che ci
spingono a voler indagare sempre
più a fondo la propria biochimica,
fisiologia e meccanica.
Grazie alla scoperta del neurone e grazie al progresso della tecnologia oggi sappiamo
qualcosa che poco più di cento
anni fa sarebbe stato impensabile. Sappiamo che esistono
come una sorta di apologia
delle neuroscienze. Dove sono
andati a finire l’integrazione,
l’unità, il principio di totalità,
la psiche? Siamo forse tornati al tempo di Cartesio dove
mente e corpo erano entità separate? Può una cellula spiegare l’intera complessa esistenza
umana, le visioni del mondo, i
rapporti tra uomo e ambiente,
l’equilibrio cognitivo-emotivo
che ci fa innamorare, dipingere, suonare e piangere?
Ovviamente la psiche umana
è qualcosa di assai più complesso di un semplice potenziale d’azione, di un semplice
neurone connesso ad altri neuroni così da formare sistemi
complessi. Ciò che, tuttavia, è
importante in questo contesto
è sottolineare quanto il progresso neuroscientifico abbia
costruito le basi per meglio
comprendere come funzioni
la psiche umana sottolineandone i propri punti di forza
e le proprie assurde debolezze, contribuendo a rafforzare
l’operato psicologico e psicoterapeutico, di quella scienze,
che rappresentate socialmente,
nella forma più “moscoviciana”
del termine, perdono fin troppo spesso il proprio connotato
di Scienza idiografica per sfociare, abbastanza spesso, nella
più assurda scissione tra “chi ci
Psicologia in Sardegna
i neurotrasmettitori, e che alcuni di loro, come la dopamina
(Montagu, 1957; Carlsson et
al., 1958) svolgono un ruolo
chiave nella modulazione di
processi fisiologici necessari
per la vita e nella fisiopatologia
di patologie psichiatriche che,
come la schizofrenia, nel XVII
secolo venivano “trattate” con
l’incatenamento negli scantinati sotterranei delle abbazie. Oggi sappiamo che ci sono
assemblaggi di proteine che
fanno da tramite per garantire
l’azione dei neurotrasmettitori
(recettori) e che l’azione su di
essi di determinate molecole
(psicofarmaci) può, davvero,
cambiare le sorti di pazienti
che per generazioni sono stati
scambiati per “posseduti dal
Demonio”. Oggi, ancora, sappiamo, che il cervello ospita sistemi complessi e perfetti che
proteggono l’uomo e modulano
la fisiologia del sistema nervoso come quello degli endocannabinoidi (Kano et al., 2009)
o degli oppioidi endogeni (Pert
and Snyder, 1973) oppure che
ne favoriscono l’arricchimento
sinaptico e la crescita come i
fattori di crescita neuronale, per
la cui scoperta Rita Levi Montalcini guadagnò il Nobel nel
1980 (Cohen et al., 1954).
Chi scrive si rende conto che
quanto detto possa apparire
Psicologia in Sardegna
crede” e “chi no”.
Neuroscienze e patologie psichiche moderne.
Uno degli apporti più robusti
delle neuroscienze alla psicologia e alla psicoterapia si ritrova nel rinnovato concetto
di patologia psichica, un’entità
per molti vaga, che genera separatismi nell’opinione pubblica, la quale a più riprese si è riservata il diritto di criticare la
“malattia mentale” improduttivamente. Le neuroscienze sono
venute in auto della psicologia
e della psicoterapia tracciando quegli aspetti fisiopatologici necessari a considerare le
stesse patologie come malattie. Molti colleghi ben sanno
quanto il mutamento d’opinione verso alcuni disturbi osservato negli ultimi decenni sia
stato fruttifero per rinnovare
una consapevolezza del disagio
psichico come un qualcosa di
cui non aver paura. Se non vi
fossero state le neuroscienze
(quelle cliniche e precliniche),
se esse non avessero indentificato il correlato neurobiologico malfunzionante di alcune
condizioni dell’umana natura,
forse, oggi la comunità scientifica cercherebbe il significato
di stati quali le dipendenze da
sostanze o da alcool nella debolezza morale e non vedrebbe
in essi un significato patologi-
co necessitante di cura e non di
giudizio. Allo stesso tempo la
comunità culturale occidentale
continuerebbe a interpretare
l’anoressia nervosa o il binge
eating come manifestazioni di
vizi umani mossi dall’adeguamento a meri canoni dettati
dalla moda. Il risultato sarebbe
deleterio e devastante. Molti colleghi, purtroppo,
ignorano il grande contributo che le neuroscienze hanno
offerto allo psicologo del XXI
secolo e sebbene gli stessi colleghi siano brillanti diagnosti
e terapeuti in campi di studio
portati alla consapevolezza
psicologica dalle Scienze del
cervello spesso e volentieri non
riconoscono il dovuto merito
allo scienziato che spende la
sua vita e il suo tempo tra le
quattro mura asettiche di un
laboratorio per rendere più
semplice e più proficuo l’operato clinico.
Un esempio di cervello che va
in tilt: dalle dipendenze come
debolezza a quelle come patologia.
Il superamento del modello
morale, promosso in primo
luogo dal progresso scientifico,
della dipendenza ha permesso
la messa a punto di nuove strategie per aiutare i pazienti che
soffrono di alcuni dei disturbi
più subdoli e invalidanti attua-
in altre forme di vita animale. Il
circuito suddetto, in condizioni
fisiologiche media la risposta,
codifica e immagazzinamento delle gratificazioni e delle
avversioni che provengono da
stimoli naturali come il cibo e
il sesso e garantisce nell’uomo
e nell’animale un’attiva ricerca
di stimoli piacevoli e un “evitamento” di quelli spiacevoli al
fine di sopravvivere e procreare (Fibiger et al., 1992; Kelley,
2004). Una delle aree cerebrali
che fa parte di questo circuito, la cui complessità lascia
poco spazio ad una trattazione
adeguata in questo contesto,
è l’area ventrale del tegmento
(VTA), ricca di neuroni dopaminergici che proiettano a loro
volta ad aree proencefaliche
come il nucleus accumbens,
componente centrale dello
striato ventrale (Wise and Bozarth, 1987; Koob and Bloom,
1988) e la corteccia prefrontale. Tuttavia, ulteriori porzioni
di tessuto cerebrale, tra cui
il pallido ventrale, l’abenula
laterale, l’ippocampo e l’amigdala, gestiscono il corretto
funzionamento del circuito
della gratificazione indicando
all’individuo cosa sia piacevole
e cosa no, modificando le proprie caratteristiche elettriche
e biochimiche, permettendo
che lo stimolo gratificante sia
Psicologia in Sardegna
li. Ciò è stato possibile grazie
al grande apporto della neuroscienza contemporanea che ha
accolto la richiesta d’aiuto lanciata dalla psicologia. Il tema
delle dipendenze è, infatti,
sempre stato un cavallo di battaglia della psicologia e della
psicoterapia targata XIX secolo. Da Freud a Bowlby, dalla
“terapia della gestalt” a quella
“cognitivo-comportamentale”
il lavoro con il paziente dipendente è sempre stato visto come
un grande classico dell’operato
clinico dei colleghi.
Il progresso delle neuroscienze
ci ha spiegato perché l’essere
umano, qualche volta, diventa dipendente da qualcosa o
qualcuno, perché ci sia questo
deprezzamento tanto marcato della dignità umana tale da
ridurla alla pedissequa rincorsa di un contatto falso con un
artefatto attraverso cui vedere il mondo. Alla base di tale
squilibrio dell’intera personalità del dipendente, infatti,
vi sono altrettanti massicci e
complessi disequilibri a carico
di un circuito cerebrale che, in
condizioni, normali dovrebbe funzionare per garantire la
sopravvivenza della specie. Il
nome dato a questo circuito è
paradigmatico: circuito cerebrale della gratificazione, presente tanto nell’uomo quanto
Psicologia in Sardegna
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rinforzato, favorendo un comportamento di ricerca della
gratificazione, predisponendo
i comportamenti motori atti al
raggiungimento della gratificazione e favorendo l’associazione
mnemnonica tra stimolo piacevole e gratificazione successiva
(si veda Goto and Grace, 2008
per una review sul ruolo del
nucleus accumbens). In poche
parole, le modificazioni che il
circuito in questione mette in
atto al fine di favorire l’elaborazione della gratificazione si
traducono in un rafforzamento
sinaptico basato sull’esperienza al fine di garantire la ricerca
di stimoli vitali (cibo e sesso)
attraverso la motivazione al
provare piacere e il rinforzo.
È stato ad esempio dimostrato che lesioni del nucleus accumbens negli animali favoriscano una riduzione / perdita
dell’apprendimento operante e
emozionale, del comportamento motivato e della flessibilità
comportamentale
(Reading
and Dunnett, 1991; Cardinal
et al., 2001; Cassaday et al.,
2005; Goto and Grace, 2008)
e che la somministrazione di
stimoli naturali favorisca il
rilascio iniziale di dopamina
dalla VTA al nucleus accumbens per rinforzare la risposta
gratificante e promuovere un
comportamento successivo di
ricerca dello stimolo piacevole (Fibiger et al., 1992; Kelley,
2004).
È stato, inoltre riportato, al
contrario, che il blocco dei
recettori per la dopamina o la
deplezione degli stessi (andando ad intaccare la trasmissione dopaminergica nel circuito
della gratificazione) causi negli
animali un calo dell’apprendimento appetitivo e deficit in
altri comportamenti altamente
adattivi per la sopravvivenza
(Parkinson et al., 2002; Faure
et al., 2005).
La neurobiologia dell’addiction (termine inglese che ben
rappresenta la dipendenza accostandola al termine latino
addictus, schiavo) si basa su
questo entusiasmante comportamento cerebrale per studiare l’effetto che sostanze, dette
d’abuso, e stimoli naturali e
non-naturali di natura differente rispetto alle “droghe”
producano nel cervello al fine
di indurre l’individuo alla loro
consumazione e ricerca. Ricerca che talvolta si rende spasmodica e conduce a una perdita di
controllo e a un perpetuarsi
della stessa nonostante gli effetti collaterali (APA, 2000)
rappresentando la dipendenza
propriamente detta.
In breve, i meccanismi di base
che favoriscono la gratificazio-
in tilt il cervello e spostando
l’analisi dei bisogni individuali
da sano a patologico, da vitale
a superfluo.
Questo fenomeno è tanto valido per l’uomo quanto per l’animale e le neuroscienze preclinche per lungo tempo si sono
concentrati sullo studio nei
modelli animali di dipendenza
al fine di individuare i circuiti
sopramenzionati e sperimentare terapie farmacologiche per
combattere l’addiction (si veda
il metadone, il buproprione, il
disulfiram etc…).
Senza entrare nel merito delle dipendenze da cibo, sesso e
affettive (peraltro ampiamente
studiate anch’esse sui modelli
animali) una mole impressionante di lavori ci dice infatti
che, tutte le sostanze d’abuso
che piacciono all’uomo piacciono anche all’animale che è
disposto a lavorare, apprendere
e svolgere compiti, spesso anche complicati, per ottenere
la sostanza desiderata (Koob
and Volkow, 2010) e che le
stesse sostanze favoriscano un
massiccio rilascio iniziale di
dopamina al nucleus accumbens (Di Chiara and Imperato, 1988). Alcuni modelli
come l’autosomministrazione
(Olds and Milner, 1954), dove
l’animale (perlopiù ratto e
topo) deve rispondere ad uno
Psicologia in Sardegna
ne (specialmente quella acuta)
in seguito all’assunzione di sostanze d’abuso e il loro successivo uso non differiscono per
nulla da quelli citati poche righe sopra per gli stimoli naturali, inducendo un forte rafforzamento sinaptico che conduce
il soggetto alla ricerca futura di
sostanze farmacologicamente
attive che, per caratteristiche
farmacodinamiche e cinetiche,
inducono con il tempo (diversamente dagli stimoli naturali
o, quantomeno, in forma più
marcata) tolleranza, sintomi d’astinenza e dipendenza
(APA, 2000).
Le modificazioni neurobiologiche a lungo termine che ne
conseguono (e.g. plasticità sinaptica) tuttavia, costringono
il sistema nervoso ad un adattamento forzato a stimoli non
naturali e non vitali. Questi
adattamenti, che chiamano in
causa l’attivazione di circuiti
deputati all’analisi e alle reazioni fisiologiche allo stress (amigdala etc.)(Koob and Volkow,
2010), con il tempo portano
l’individuo a sperimentare una
totale dipendenza e schiavitù
verso la sostanza (Kasanetz et
al., 2010) o verso il più generale oggetto dal quale si dipende
(si può sviluppare dipendenza
anche per il cibo e per il sesso), contribuendo a far andare
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Psicologia in Sardegna
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stimolo condizionato con un
modulo motorio per ottenere
la sostanza e la conditioned
place preference, dove si valuta l’aspetto gratificante di sostanze associando l’assunzione
ad un determinato ambiente,
o, ancora, i modelli di relapse
dove a seguito di un’astinenza recuperata (estinzione del
comportamento di ricerca della sostanza) da una “droga”, si
sottopone l’animale a stimoli
di varia natura per studiare la
possibile ricaduta nell’assunzione, ci dicono chiaramente
che anche il ratto, il topo o la
scimmia provano piacere ad
assumere farmaci d’abuso naturali o sintetici e che le stesse
sostanze di cui abusa l’animale
hanno un potenziale d’abuso
anche nell’uomo.
Per concludere: applicazioni
cliniche in psicoterapia
Come dunque lo stato dell’arte
attuale delle neuroscienze possa suggerire un ponte dialogico
con la psicologia e, in particolare, con la sua branca clinica
appare fin troppo evidente.
Per quanto riguarda il campo
delle dipendenze, tema caldo
e attuale con incidenze alte
nella popolazione occidentale, appare lampante quanto
modificazioni patologiche di
circuiti fisiologici, deputati al-
l’encoding e alla ricerca di stimoli utili alla vita, influenzino
il comportamento individuale
che sta alla base della schiavitù da sostanze e quanto, allo
stesso tempo, le modificazioni
suddette siano influenzate dal
comportamento personale di
ricerca compulsiva, che dipendente a sua volta dal contesto sociale, ambientale e dalle
esperienze pregresse.
Si viene dunque a creare un
circolo vizioso dove mente e
cervello, anima e corpo si danneggiano a vicenda traducendo
modificazioni biochimiche e
comportamentali in una fenomenologia pseudo-anedonica,
dove il bisogno principale è
dissimile da quello dell’individuo sano che sebbene, per
tendenza umana votato allo
strappo alla regola e agli eccessi, appare capace di controllarsi
al fine di non minare la propria
salute fisica, sociale e lavorativa (APA, 2000). Tutto ciò si
traduce in un significato clinico eccezionalmente peculiare e
estendibile alle più svariate forme di dipendenza, che dovrebbe indurre lo psicologo clinico
ad un’attenta valutazione dei
bisogni e dei motivi alla base
della dipendenza del paziente
e alla comprensione e all’aggiustamento del deficitario decision
making dello stesso.
*A.L. è Psicologo, Psicoterapeuta
e Dottore di Ricerca in Neuroscienze con il titolo aggiuntivo
di Doctor Europaeus. Svolge la
sua attività di ricerca presso il
Dipartimento di Neuroscienze
B.B.Brodie dell ’Università degli Studi di Cagliari. Nel 2010
ha svolto un internato presso il
Laboratorio di Neurof isiologia e
Comportamento dell ’Universitè
Pierre et Marie Curie di Parigi. Attualmente è benef iciario
di una Borsa RAS per Giovani
Ricercatori ex L.7/2007.
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Psicologia in Sardegna
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deriva, laddove possibile associato a una terapia farmacologica di sostegno volta a modulare gli squilibri biochimici
indotti dalla sostanza, potrà
dunque fornire nuovi strumenti al paziente per controllare,
modulare e ristrutturare il proprio comportamento, dirigendo
allo stesso tempo modificazioni della plasticità cerebrale che
possano riportare un equilibrio
nel complesso “Tao” di interazioni mente-corpo.
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14
Wise RA, Bozarth MA (1987) A psychomotor stimulant theory of addiction. Psychol Rev 94:469-492.
In questi mesi la commissione orientamento neoiscritti e nuove professioni ha lavorato soprattutto al fine
di rispondere alle diverse domande
e/o dubbi fatte via e.mail o tramite telefono da parte dei neoiscritti.
L’analisi delle domande pervenute
ha permesso di evidenziare quanto
le perplessità dello psicologo appena laureato riguardino non solo gli
eventuali percorsi post-universitari
da intraprendere ma anche la non
conoscenza relativa ai compiti istituzionali dell’ordine e le funzioni e
competenze dello psicologo stesso.
Ma il confronto con il giovane collega evidenzia spesso anche una elevato
senso di responsabilità professionale
diffuso tra i neoiscritti, i quali, esplicitando le difficoltà iniziali, mettono
in discussione il proprio operato per
non incorrere nell’esercizio abusivo
della professione.
Il senso di appartenenza ad una comunità professionale appare talvolta
assente determinando un senso di
isolamento e disorientamento nel
giovane psicologo. La confusione
oggi è spesso alimentata dal proliferare di svariate figure – counsellor,
mediatori, coach-life – che propongono il loro operato in contesti che dovrebbero appartenere per
eccellenza all’esperto in psicologia;
non stupisce allora che pervengano
domande di giovani colleghi i quali
chiedono se come psicologi possano
esercitare l’attività di counselling,
dimenticando così ciò che sancisce
l’art. 1 dell’Ordinamento della nostra
professione. Considerato che il sentirsi psicologo è sicuramente il risultato di un percorso individuale fatto
di esperienze formative professionali; cosa fare però perché il giovane si
senta appartenente ad una comunità
professionale e abbia dei punti di
riferimento stabili appena superato l’esame di stato che lo abilita alla
professione? Riflettendo su questi
aspetti e sul fatto che l’Ordine degli
Psicologi dovrebbe essere il primo
luogo fisico che fissa l’appartenenza
ad una comunità professionale e lo
spazio eletto dove trovare dei colleghi psicologi pronti a rispondere alle
domande e/o dubbi dei neo-iscritti,
a partire dal mese di Novembre – il
terzo Venerdì di ogni mese dalle ore
14,00 alle 16,00 - sarà attivo lo
Sportello di orientamento neo-iscritti
Sarà dunque possibile avere un appuntamento con i consiglieri, anticipando la richiesta via e.mail o
tramite telefono e concordando il
giorno e l’orario di ricevimento con
la Segreteria.
Inoltre il Consiglio dell’Ordine degli Psicologi ha istituito, sotto pro-
Psicologia in Sardegna
Commissione orientamento
neoiscritti e nuove professioni
15
Psicologia in Sardegna
posta di questa commissione, la
16
Giornata di accoglienza neoiscritti
che si svolgerà due volte l’anno presso
la sede dell’Ordine. In questa occasione
verrà presentato ai colleghi il funzionamento dell’Ordine e i suoi compiti e si
risponderà alle domande dei partecipanti. In questo ultimo anno, al fine di
valorizzare la professionalità del giovane psicologo e offrire nuove occasioni
appena concluso il percorso universitario sono state finanziate una borsa lavoro e una borsa di studio a favore dei
neo-iscritti. Le domande di selezione
pervenute per la borsa lavoro in ricordo della D.ssa M.L. Ferraro sono state
solo tre e la vincitrice della selezione è
stata la d.ssa Mara Demelas, la quale
dal mese di settembre contribuisce attivamente alla preparazione dei nuovi
servizi – come la possibilità di accedere
alle fonti per la ricerca scientifica, l’aggiornamento costante sulle normative
riguardanti la professione dello psicologo – che saranno offerti agli iscritti
una volta attivo il nuovo portale. La
borsa di studio in ricordo del Prof. P.
Rutelli è stata vinta dall’unico candidato alla selezione, il Dott. Federico
Mura, il quale ha lavorato ad una interessante ricerca riguardante le competenze professionali dello psicologo
in Sardegna. Il motivo che ha spinto il
finanziamento di tale borsa di studio è
stato quello di sensibilizzare lo studio
di tematiche inerenti la deontologia
e lo sviluppo professionale. È nostra
intenzione continuare a sostenere il la-
voro e la formazione di giovani psicologi meritevoli e motivati, augurandoci
di avere una maggiore partecipazione
in risposta ad iniziative di tal genere. In questi ultimi mesi, in collaborazione con la Commissione Cultura,
la Commissione neo-iscritti ha dato
risonanza al lavoro dei giovani colleghi. Sono diversi infatti gli psicologi
che lavorano nel territorio sardo dopo
aver concluso dei percorsi universitari
di eccellenza, aver maturato esperienze all’estero o proponendo le loro idee
ed iniziative in maniera autonoma ed
indipendente. Sono stati organizzati
diversi seminari riguardanti temi di
grande attualità come le neuroscienze,
la psicologia economica e la psicologia
delle emergenze. Nonostante la risposta degli iscritti non sia stata sempre
elevata, abbiamo ritenuto importantissimo aprire le porte dell’Ordine ogni
settimana, promuovendo l’importanza
dell’ aggiornamento professionale continuo. Questa occasione ci è gradita per
invitarvi ad esprimere pareri, richieste,
ed iniziative al fine di rispondere in
maniera adeguata ai vostri bisogni.
È attraverso l’ascolto, il dialogo, lo
scambio di esperienze e la condivisione che possiamo creare una rete e
trasmettere ai giovani colleghi il valore
della nostra professione, contribuire
allo sviluppo della identità e del sentimento di appartenenza alla comunità
professionale.
Irene Melis
Coordinatore Commissione Orientamento
Neo-iscritti e Nuove Professioni
Marco Guicciardi
La Commissione Deontologia
è una commissione permanente
istituita con deliberazione del
Consiglio dell’Ordine ed opera
con funzioni istruttorie e consultive all’interno del Consiglio
stesso, ogni qual volta a seguito di specifiche e circostanziate
segnalazione di presunte violazioni del codice deontologico, si
riunisce per svolgere le indagini
preliminari o su delega del Consiglio per condurre ulteriori fasi
istruttorie finalizzate a perseguire la tutela dei singoli colleghi e
della utenza. Rispetto alle altre
Commissioni, quella deontologica presenta due particolarità:
è coordinata dal Presidente dell’Ordine e tutti i consiglieri ne
fanno parte. Queste due caratteristiche sottolineano il ruolo
istituzionale della Commissione
e la garanzia di pluralismo che
devono permeare i suoi lavori.
Sino alla più recente costituzione della commissione tutela,
la commissione deontologia si
è fatta carico anche di tutti gli
aspetti relativi alla tutela della
professione e della categoria,
quali ad esempio le segnalazioni relative all’esercizio abusivo
della professione (art. 348 del
codice penale)
Considerato il notevole incremento di segnalazioni pervenute
negli ultimi due anni più volte
si è discusso in Consiglio sull’opportunità di razionalizzare i
lavori della Commissione, che
attualmente dispone di due soli
Consiglieri istruttori.
Così pure si è discusso in merito
ad un maggiore coinvolgimento
di esperti esterni, con competenze giuridiche. Occorre sottolineare che la Commissione
Deontologia non detiene poteri
decisionali autonomi: qualsiasi
segnalazione ad essa pervenuta
e da essa vagliata viene discussa in seno all’intero Consiglio,
il cui parere risulta definitivo e
sovrano.
La legge istitutiva della nostra
professione (L.56/89) stabilisce che è compito del Consiglio
regionale o provinciale adottare i provvedimenti disciplinari
(art.12 ), iniziare il procedimento disciplinare d'ufficio o
su istanza del procuratore della
Repubblica competente per territorio (art. 27) e infliggere all'iscritto nell'albo che si renda
colpevole di abuso o mancanza
nell'esercizio della professione
o che comunque si comporti in
modo non conforme alla dignità
o al decoro professionale, a seconda della gravità del fatto, una
Psicologia in Sardegna
La commissione
deontologia
17
Psicologia in Sardegna
18
sanzione disciplinare, che può
consistere in:
a) avvertimento; b) censura; c)
sospensione dall'esercizio professionale per un periodo non
superiore ad un anno; d) radiazione (art. 26).
Operativamente, la commissione deontologica vaglia tutte le
segnalazioni circostanziate relative a presunte scorrettezze nell’esercizio della professione che
pervengono al nostro Ordine.
In proposito molto si è discusso
in merito alla rilevanza da accordare alle segnalazioni anonime,
considerato che esse non contribuiscono ad una auspicabile
crescita della coscienza e della
cultura professionale da parte
degli iscritti né ad una concreta
difesa della immagine degli psicologi all’esterno.
A seguito della ricezione della
segnalazione, in una fase preliminare delle indagini, l’interessato, viene informato per iscritto
della segnalazione pervenuta e
dopo avergli comunicato i suoi
diritti, viene convocato presso
la nostra sede per poter essere audito dalla commissione in
merito alle presunte violazioni
del codice deontologico. A tale
audizione possono seguire ulteriori audizioni di testimoni e/o
l’acquisizione di specifici documenti.
Altrettanto si dispone audizio-
ne, per mezzo di convocazione
scritta, del segnalante. A conclusione di questa prima fase dei
lavori gli atti della commissione
sono trasmessi al Consiglio che
decide per l’archiviazione, la
sospensione o per l’apertura di
un procedimento disciplinare.
Nel caso di apertura di un procedimento la commissione può
essere delegata dal Consiglio a
svolgere ulteriori fasi istruttorie,
al fine di dare impulso al procedimento.
Dall’inizio della corrente consiliatura ad oggi sono state ricevute circa venti segnalazioni di
presunte violazioni del codice
deontologico e il Consiglio ha
incaricato la commissione e i
consiglieri istruttori di svolgere
le indagini preliminari nei due
terzi dei casi. Dei casi istruiti
la metà sinora ha comportato
l’apertura di un procedimento
disciplinare.
Le segnalazioni hanno riguardato nella maggior parte dei casi
presunte violazioni dell’art. 31,
che - come è noto - prevede che
“Le prestazioni professionali a
persone minorenni o interdette
sono, generalmente, subordinate
al consenso di chi esercita sulle
medesima la potestà genitoriale
o la tutela. Lo psicologo che,
in assenza del consenso di cui
al precedente comma, giudichi
necessario l’intervento profes-
con casi delicati in un contesto
confliggente e regolato da norme complesse, dove operano altre professionalità forti. Bisogna
possedere una forte competenza
sia di natura psicologico-clinica
che di procedure giuridiche, e
spesso la competenza non è sufficiente per affrontare gli snodi
deontologici.
Per questi motivi ci è sembrato
opportuno istituire un gruppo di
lavoro sulle competenze psicologiche in ambito di CTP e CTU
e organizzare presso la nostra
sede alcuni specifici seminari di
formazione, al fine di sviluppare
al nostro interno una maggiore
consapevolezza di questi snodi
deontologici.
In attesa che l’art. 31 possa essere modificato per rendere più
intellegibili quei passaggi che
sono allo stato attuale oggetto di
contraddittoria interpretazione,
ci auguriamo che il dibattito in
corso presso altri Ordini possa svilupparsi anche all’interno
della nostra comunità per una
crescita consapevole e deontologicamente fondata di una professione delicata quale la nostra.
Al riguardo senza la pretesa di essere
esaustivi si rinvia ai documenti elaborati dall’Ordine degli Psicologi dell’Emilia Romagna, Toscana e Veneto,
tutti reperibili in rete nei rispettivi siti
istituzionali.
Psicologia in Sardegna
sionale nonché l’assoluta riservatezza dello stesso, è tenuto
ad informare l’autorità tutoria
dell’instaurarsi della relazione
professionale.
Sono fatti salvi i casi in cui tali
prestazioni avvengano su ordine
dell’autorità legalmente competente o in strutture legislativamente preposte.
L’ambito circoscritto ai minori
entro cui tali violazioni vengono
segnalate spesso richiama situazioni di separazioni e affidi, al
cui interno si intersecano norme
giuridiche differenti, relative ad
esempio al consenso informato,
al diritto familiare in base alla
revisione operata dall’introduzione dell’art. 155 c.c. e alla possibilità di ricorrere all’autorità
tutoria. Come ha sottolineato
C.Parmentola nel suo saggio “I
bambini contesi” (http://old.psicamp.it/public/opere/301.doc), a
cui si rinvia per un utile approfondimento:
Circa la metà delle segnalazioni
e dei procedimenti disciplinari
riguarda psicologi che operano
in ambito giuridico. Se deontologicamente la psicologia giuridica è la zona più scivolosa della
psicologia, la psicologia forense
è la zona più scivolosa della psicologia giuridica, e il minore è la
zona più scivolosa della psicologia forense.
I colleghi si devono confrontare
19
Nuove e vecchie correnti sul cervello:
l ’avvento della TMS nello studio
delle funzioni cognitive e nel
trattamento dei disturbi psichici
Elias P. Casula – laureando in Neuropsicologia
Psicologia in Sardegna
TMS, ossia Stimolazione Magnetica Transcranica.
20
Dietro a questo termine che
potrebbe riportare alla mente
le famose scene di “Qualcuno
volò sul nido del cuculo”, si
cela uno strumento di grande
utilità nel campo dello studio
delle funzioni cognitive, da
sempre oggetto di interesse
della Psicologia.
Il paragone fra TMS ed “Elettroshock” si limita al solo fatto che entrambe le tecniche
modulano l’eccitabilità della
corteccia cerebrale tramite un
passaggio di corrente.
Eppure, questa comune caratteristica, è stata sufficiente
a provocare l’annuncio di un
presunto “ritorno dell’elettroshock” da parte di alcuni quotidiani, palesando la necessità
di chiarire alcune distinzioni
fra le vecchie e le nuove correnti (siano elettriche o di
pensiero) che hanno attraversato e attraversano il cervello:
tale è l’intento in cui si cimenta questo articolo.
Breve excursus storico
Le prime correnti (elettriche)
volte a stimolare il cervello in
vivo furono indotte da Fritz e
Hitzig nel 1870 i quali scoprirono che un impulso elettrico in una precisa zona della
corteccia motoria, provocava
un altrettanto precisa risposta
muscolare controlateralmente
allo stimolo indotto. Da quel
momento nacque una corrente
(di pensiero) entro la quale si
susseguirono diversi tentativi
di modulazione dell’eccitabilità cerebrale tramite stimolazione elettrica.
Senza dilungarci in mere e
pesanti ricostruzioni storiche
è bene soffermarci su almeno
uno di questi importanti studi
risalente agli anni 50.
Nel 1950 Penfield e Rasmussen, stimolando elettricamente la corteccia cerebrale, scoprirono che le diverse parti del
corpo sono rappresentate topograficamente nella cortec-
fratture ossee e amnesia (per
una recente revisione critica
– Sackheim et al., 2007).
Cos’è la TMS
La TMS è una tecnica non
invasiva di neuromodulazione e neurostimolazione basata
su un principio di induzione
elettromagnetica di un campo
elettrico (meglio noto come
legge di Faraday) (Rossi et
al., 2009). I componenti fondamentali della TMS sono un
generatore di corrente elettrica (sino a 8 kA) e una sonda
mobile, chiamata Coil, che
viene posta a diretto contatto
con lo scalpo del soggetto. Un
passaggio di corrente elettrica
nel Coil genera un brevissimo
campo magnetico perpendicolare alla sua superficie la
cui repentina variazione nel
tempo (2 T di intensità a 200
μs e durata di 1 ms) evoca, per
la legge di Faraday, un flusso
di elettroni che “interferisce”
nella normale attività elettrica
cerebrale causando una depolarizzazione della corteccia
sottostante (Walsh e Cowey,
2000).
L’esatto meccanismo di azione
e di interazione dell’impulso
TMS sull’attività cerebrale
non è ancora del tutto chiaro data la sua variabilità e la
sua complessità (Miniussi et
Psicologia in Sardegna
cia motoria primaria creando
una sorta di “mappa motoria”
(il celebre “homunculus motorio”).
Tale affascinante scoperta
permise in modo chiaro ed
inequivocabile di stabilire un
criterio di funzionamento della via corticospinale.
Restava però un grosso problema da risolvere: tutte
queste interessanti scoperte
avvenivano in modo invasivo,
doloroso e con elevati rischi
epilettogeni per il paziente
(oltre ai danni cognitivi allora
ancora poco conosciuti).
Vi furono diversi passi in questa direzione ma bisognerà
attendere il 1985 per la messa a punto di uno stimolatore
magnetico (difatti non propriamente elettrico) che non
creasse alcun tipo di disagio
per il soggetto: un momento storico nell’ambito della
stimolazione
transcranica
(Barker et al., 1985).
Nacque così la TMS, prima
tecnica non invasiva di stimolazione cerebrale (Terao e
Ugawa, 2002), in questo senso distante dalle precedenti
tecniche elettroconvulsivanti
che richiedevano un’anestesia
generale del paziente, necessaria per via dell’induzione
di violente contrazioni muscolari che potevano causare
21
Psicologia in Sardegna
22
al., 2010): l’effetto indotto di
depolarizzazione neuronale
può portare difatti ad attivare
gruppi di neuroni sia prossimi
che distanti alla zona direttamente stimolata (Walsh e Rushworth, 1998) e di carattere
sia inibitorio sia eccitatorio
(Ridding e Rothwell, 2007).
I metodi di stimolazione
TMS sono sostanzialmente
due: un metodo “Single Pulse” (TMS a singolo impulso)
in cui la stimolazione avviene
tramite una serie di singoli
impulsi, e un metodo “rTMS”
(TMS ripetitiva) in cui la
stimolazione consiste in un
“treno di impulsi” dato in un
periodo di tempo prestabilito:
per convenzione si usa definire “rTMS ad alta frequenza”
la stimolazione a frequenza
maggiore di 1hz e “rTMS a
bassa frequenza” la stimolazione a frequenza minore di
1hz (Rossi et al., 2009).
Le caratteristiche del campo
elettrico e gli effetti che ne
scaturiscono a livello della
corteccia dipendono da numerosi parametri sia interni al
macchinario (intensità e frequenza degli impulsi, orientamento e forma del Coil), sia
da innumerevoli fattori soggettivi che influenzano l’eccitabilità corticale, tra i quali lo
stato di vigilanza del soggetto
o più banalmente la forma del
suo scalpo (Okamoto et al.,
2004, Stokes et al., 2005).
È importante sottolineare che
la depolarizzazione neuronale
indotta dalla TMS è transitoria e focale (anche se l’entità
di questi aspetti varia a seconda del tipo di Coil utilizzato
- Zimmerman e Simpson,
1996), a differenza di quella
dell’Elettroshock che, essendo
massiva, è causa del transitorio “appiattimento” del tracciato elettroencefalografico
successivo a una terapia elettroconvulsiva. Tale fenomeno
è, per alcuni studiosi, equivalente a una sorta di “reset”
della nostra attività cerebrale
e rappresenta uno degli aspetti più dibattuti della terapia
elettroconvulsiva, il cui effetto
terapeutico venne paragonato
da Franco Basaglia al “prendere a pugni un televisore per
aggiustarne la frequenza”.
Come agisce la TMS
La capacità della TMS di indurre un’area di depolarizzazione neuronale focale (sino
a circa 2 cm sotto la superfice dello scalpo) rappresenta
anche un limite per gli scopi
clinici e di ricerca, in quanto
ne riduce gli effetti alla sola
corteccia cerebrale (Roth et
al., 2002; Zangen et al.,2005).
di fronte al fatto che la TMS
può non soltanto interferire
“negativamente” in una performance, ma può anche facilitarla (Harris et al., 2008;
Miniussi et al.,2010). Un’ipotesi più accreditata su come
la TMS possa interferire sui
processi cognitivi riguarda il
rapporto fra “segnale-rumore” dell’attività neuronale. In
questo senso l’effetto TMS
potrebbe essere pensato come
inducente “rumore” in un processo neurale (Walsh e Cowey,
2000): se ad esempio un gruppo di neuroni è impegnato in
un’attività di identificazione di
una forma (attività “segnale”),
la TMS indurrebbe un’attivazione random che non contribuirebbe al target (l’identificazione della forma) ma
porterebbe piuttosto “disordine” (attività “rumore”) (Miniussi et al., 2010). Un altro
classico esempio “visibile” indotto dalla TMS è quello che
si ottiene stimolando l’area di
Broca, deputata alla produzione linguistica: ossia una breve
interferenza della produzione
del discorso (Stewart et al.,
2001). Tuttavia il “rumore”
indotto artificialmente dalla
TMS non è da considerarsi
come semplice “disturbatore”
in quanto può, come già detto,
causare delle facilitazioni del-
Psicologia in Sardegna
Contrariamente alla tecnologia del sistema TMS che è
rimasta sostanzialmente invariata dal 1985, ciò che è in
notevole e continua espansione sono gli ambiti di utilizzo
e le applicazioni dello strumento sia dal punto di vista
clinico che di ricerca. In linea
generale il diverso utilizzo
della Stimolazione Magnetica
Transcranica è strettamente
correlato alla durata dei suoi
effetti.
Una stimolazione SinglePulse è in grado di produrre
delle risposte “istantanee” i
cui effetti decadono immediatamente: questo carattere
di transitorietà permette di
ottenere un’alta risoluzione
temporale del funzionamento
dei processi cognitivi, valutando come questi cambiano
(in termini di tempi di reazione e accuratezza) con l’applicazione della TMS in diversi
istanti temporali (Walsh e
Rushworth, 1998). Come già
detto, l’esatto meccanismo per
cui la stimolazione TMS dovrebbe interferire sull’elaborazione delle informazioni nella
corteccia è ancora dibattuto:
un tempo tali interferenze
venivano definite in termini
di “lesioni virtuali” (Walsh e
Cowey, 1998), concezione che
si è rivelata presto inadeguata
23
Psicologia in Sardegna
24
ro il vantaggio che la TMS
la performance qualora l’attipresenta nello studio delle
vità neurale indotta sia sincronizzata e abbia una adeguata
relazioni fra aree cerebrali,
intensità (Stein et al., 2005;
processi cognitivi e processi
Miniussi et al., 2010).
comportamentali: la possibiliUna stimolazione ripetitiva
tà di interferire attivamente in
è invece in grado di produrre
modo transitorio nell’attività
degli effetti che perdurano nel
cerebrale con un’adeguata pretempo, la cui durata, solitacisione spaziale e temporale.
mente di 30-60 minuti sucQuesta proprietà della TMS
cessivi alla stimolazione, dipermette di stabilire il mopende dal numero di impulsi
mento in cui una precisa redati, dalla loro intensità e dalgione cerebrale contribuisce a
un dato compito, di mappare
la loro frequenza (Ridding e
la connettività funzionale fra
Rothwell, 2007): l’applicazione di rTMS a bassa frequenza
diverse regioni cerebrali, e soha un effetto inibitorio sulprattutto, per la prima volta,
l’attività cerebrale, viceversa,
di stabilire delle relazioni cauun’applicazione rTMS ad alta
sali fra cervello, cognizione
frequenza sortisce un effetto
e comportamento (Pascualfacilitatorio (Pascual-Leone et
Leone et al., 2000).
al., 1998; Maeda et al., 2000). La TMS nella ricerca e.
Il prolungarsi degli effetti
nello studio delle funzioni
della rTMS consente l’utilizcognitive
zo della stimolazione sia “OnCome accennato in preceline”, durante lo svolgimento
denza, la possibilità offertaci
del processo d’interesse (come
dalla Stimolazione Magnetiaccade nella stimolazione
ca Transcranica di interferire
Single-Pulse), sia “Off-line”
nell’attività di una data area
consentendo la valutazione
cerebrale in un dato comdegli effetti prima e dopo la
pito e in un dato momento,
stimolazione. La possibilità di
ha consolidato l’importanza
utilizzo dei diversi protocolli
della TMS come strumento
rTMS ha permesso lo studio
investigativo nel campo dello
di processi continui e di tratstudio delle funzioni cognitamenti terapeutici, affrontati
tive (Walsh e Cowey, 2000).
nel paragrafo sulle applicazioNumerose ricerche hanno già
ni cliniche della TMS.
sfruttato il potenziale della
A questo punto emerge chia-
ne immaginativa e della sua
analogia con quella percettiva (Kosslyn, 1987; Cooper e
Shepard, 1975) e dall’altra i
“proposizionalisti”, sostenitori di una natura puramente
proposizionale delle rappresentazioni mentali (Pylyshin
1973; 1981). L’applicazione
della TMS sulla corteccia
mediale occipitale (area 17 di
Broadmann), sede della corteccia visiva primaria, ha dato
definitivamente ragione ai
primi. Il peggioramento della prestazione a seguito della
stimolazione nell’area visiva
in un compito in cui i soggetti dovevano svolgere un confronto tra due rappresentazioni mentali (Kosslyn et al.,
1999) rende infatti evidente
la loro natura “immaginativa”.
Tale dato è stato fondamentale nell’accreditare l’ipotesi di
Kosslyn per cui la natura delle
rappresentazioni mentali sia
effettivamente “visiva” e non
“proposizionale” come sostenuto da Pylyshin.
La TMS nel trattamento.
dei disturbi psicologici e
psichiatrici.
Al consolidato utilizzo della
TMS come strumento di ricerca si affianca un ancor poco
diffuso utilizzo nella pratica
clinica, dissuaso dalle scarse
Psicologia in Sardegna
TMS nello studio della percezione (Stewart et al., 1999;
Masur et al., 1993), della
memoria (Mull et al., 2001),
dell’attenzione
(Ashbridge
et al., 1997), del linguaggio
(Pascual-Leone et al., 1991)
e della coscienza (Cowey e
Walsh, 2000). Molte di queste si sono basate non solo
sulla potenzialità della TMS
di “interferire” causalmente
sul funzionamento cognitivo,
ma anche sulla facilitazione
che un impulso può indurre
in un’elaborazione cognitiva.
Un esempio è il celebre studio
di Topper et al. (1998) in cui
un impulso TMS applicato
all’area di Wernicke, deputata
alla comprensione linguistica,
aveva un effetto facilitatorio
(diminuzione del tempo di
reazione) in una performance
di denominazione di figure
(Topper et al., 1998).
Fra i vari studi condotti nell’ambito della ricerca TMS
vale la pena citarne uno che
ha contribuito a risolvere uno
dei più importanti dibattiti
all’interno della Psicologia:
la comprensione della natura
delle rappresentazioni mentali (Legrenzi et al., 1994).
La disputa, iniziata negli
anni 70, vedeva da una parte
gli “immaginisti”, sostenitori
dell’autonomia della funzio-
25
Psicologia in Sardegna
26
conoscenze che si hanno sui
suoi meccanismi neurobiologici (Komssi et al., 2006).
Tuttavia, considerando i non
così rari fenomeni di resistenza dei pazienti ai trattamenti
psicoterapici e farmaceutici
(nel caso di questi ultimi si
stima che circa il 35-40% dei
pazienti affetti da depressione
non rispondano efficacemente
al trattamento farmacologico
– Miniussi, 2005), tradizionalmente si è sempre vagliata la possibilità di approcci
non farmacologici. In passato
l’esempio più conosciuto e
più facilmente accostabile alla
TMS è stato la Terapia Elettroconvulsiva. Tuttavia, come
più volte ribadito in questo
articolo, la distanza che separa queste due tecniche è notevole, data la forte invasività
dell’Elettroshock che richiede un’anestesia generale del
paziente per limitare i rischi
della crisi epilettica che questa procedura necessariamente
induce portando a deficit persistenti della sfera cognitiva
(Feliu et al., 2008; Breggin,
2007).
La Stimolazione Magnetica
Transcranica non segue questa linea e altresì nasce dall’esigenza di un trattamento
non invasivo del paziente che
sia in grado di depolarizzare
i neuroni in aree specifiche e
per brevissime durate temporali (Miniussi, 2005).
Lo sviluppo della tecnica
di Stimolazione Magnetica Transcranica ripetitiva
(rTMS) ha permesso l’utilizzo
di protocolli di stimolazione i
cui effetti perdurassero oltre
il periodo di stimolazione e i
cui cambiamenti a livello neuronale avessero un’influenza
sul comportamento naturale
(Ridding e Rothwell, 2007).
Tali sviluppi hanno recentemente attratto l’attenzione
della comunità scientifica internazionale che ha preso in
considerazione la TMS come
possibile supporto tecnologico in grado di sostituire definitivamente l’Elettroshock nel
trattamento di svariati disturbi psichici (Miniussi, 2005).
Alcuni studi preliminari eseguiti in diversi paesi dimostrerebbero che la TMS presenta
un’efficacia superiore a quella
della Terapia Elettroconvulsiva, in assenza però degli
stessi effetti collaterali e con
un’ottima tolleranza da parte
del paziente (per una revisione critica, Martin et al., 2004
– Cochrane Review).
Uno dei campi in cui la TMS
ripetitiva ha trovato una più
diffusa applicazione riguarda
il trattamento della depres-
Un ulteriore problema risiede
nell’individuazione di parametri generali di stimolazione
necessari per un buon esito
terapeutico in diversi soggetti (Pascual-Leone e Wassermann, 1996): alcuni di questi
beneficiano di un generale
consenso (come la frequenza
di stimolazione - Hoffman e
Cavus, 2002), su altri non c’è
ancora un accordo unanime.
Pascual-Leone in un suo interessante articolo ha inoltre
spiegato come gli stessi parametri di stimolazione possano
avere diversi effetti a seconda
del contesto di applicazione e
dello status mentale del soggetto durante il trattamento
(Pascual-Leone et al., 1998).
Questi dati dunque, spingerebbero una riflessione su due
versanti: da una parte sull’attenzione e sulla conoscenza
che sicuramente meritano le
nuove e affascinanti prospettive che si affacciano nell’ambito della terapia e della ricerca
Neuropsicologica e Psicologica; dall’altra, sul fatto che la
centralità dell’individuo nella
sua integrità e nel suo benessere è imprescindibile dalla buona riuscita di un trattamento
clinico, come ci dimostrano
tutt’oggi gli ancora dibattuti
effetti della rTMS.
Psicologia in Sardegna
sione maggiore farmacoresistente (George et al., 1995;
Pascual-Leone et al., 1996) in
cui sono applicati dei protocolli di stimolazione ripetitiva
sulla corteccia dorsolaterale
prefrontale, in modo da migliorare l’efficienza sinaptica
di quest’area, spesso deficitaria in chi ha questo tipo di
disturbo (Pascual-Leone et
al., 1998).
Altre applicazioni terapeutiche
della modulazione di eccitabilità corticale tramite rTMS
sono state vagliate nell’ambito
del trattamento dei disturbi
ossessivo-compulsivi attraverso una stimolazione finalizzata a regolare l’eccitabilità
corticale della corteccia orbitofrontale, coinvolta in questo
tipo di disturbi (Greenberg et
al., 1997; 2000), e nel trattamento di pazienti schizofrenici con allucinazioni uditive
(Hoffman et al., 2000).
È fondamentale sottolineare
che gli esatti meccanismi attraverso i quali la TMS esplica
il suo potenziale terapeutico
non sono ancora ben conosciuti (Miniussi et al., 2010), si
ritiene però che questo si basi
sull’induzione di modificazioni a lungo termine dell’eccitabilità corticale all’interno
di determinate aree cerebrali
(Siebner e Rothwell, 2003).
27
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31
Psicologia in Sardegna
Commissione tutela
della professione: Attività svolta
32
La Commissione Tutela, istituita il 13 novembre 2010, è stata creata
con l’obiettivo di vigilare sugli abusi della professione e per promuovere la figura dello psicologo. A circa un anno dalla sua istituzione,
la Commissione ha lavorato soprattutto sui seguenti aspetti:
• Bandi di selezione/concorso per psicologi. Sono state esaminate
le segnalazioni ricevute in merito a bandi di selezione e
concorso riguardanti la figura dello psicologo. Le segnalazioni
pervenute sono circa una decina, inerenti bandi che, per motivi
diversi, discriminavano la figura dello psicologo o indicavano
requisiti di accesso non in linea con le normativa..
Tra gli errori più comuni, la mancata richiesta dell’iscrizione
all’albo o la richiesta della specializzazione in psicoterapia
quale requisito di accesso per incarichi riguardanti l’attività
di psicologo. In tali casi la commissione ha proposto alla
presidenza e al Consiglio dell’ordine di segnalare ai vari Enti,
tra cui il Comune di Tortolì, la Provincia di Cagliari, le Asl
di Nuoro e di Lanusei, gli errori rilevati. Nella maggior parte
dei casi, la segnalazione ha determinato la modifica dei bandi.
Nei casi in cui ciò non dovesse avvenire si valuterà l’opportunità
d’impugnare gli stessi.
• Richieste di consulenza da parte degli iscritti. La commissione
ha esaminato le diverse richieste arrivate dagli iscritti in
merito a quesiti inerenti l’attività professionale, con particolare
riferimento alle prassi da seguire in situazioni specifiche. A
tutte le richieste pervenute è stata data puntuale risposta.
• Segnalazioni ai NAS. A seguito di segnalazioni pervenute
all'Ordine, sono stati verificati alcuni casi di abuso della
professione che sono stati puntualmente segnalati alle forze
dell’ordine per gli interventi di competenza.
• Corsi di formazione. Sono state esaminati i contenuti proposti
all’interno di alcuni corsi di formazione gestiti da scuole
di specializzazione e/o da Associazioni in cui è consentito
• Documento per la promozione della figura dello psicologo..
È stato predisposto un opuscolo che a breve andrà in stampa
e che sarà inviato, presumibilmente entro fine anno, a tutti gli
Enti/Servizi territoriali (Regione, Provincie, Scuole, Comuni,
Plus, Tribunali, etc.).
Tali Enti, ricorrono, spesso, a diverse figure per lo svolgimento
di svariate attività. Mediante il documento, si intende fornire
uno strumento che sia di aiuto per coloro che intendono
avvalersi di specifiche prestazioni e si sottolineano le peculiarità
e i diversi ambiti di intervento dello psicologo. Ciò è stato
fatto per evitare che lo stesso sia confuso con altre figure che,
a vario titolo si propongono sul mercato del lavoro. All’interno
del documento è descritto, tra l’altro, cosa fa lo psicologo e
come lo si diventa, cosa è l’ordine degli psicologi e quali sono le
norme a cui fa riferimento lo psicologo, nonché le indicazioni
da seguire nella scelta dei professionisti.
• Carta etica. Attualmente la Commissione sta riflettendo
su quali modalità seguire per arginare un fenomeno ormai
dilagante, quale l’organizzazione, da parte delle scuole di
specializzazione, di corsi di formazione/master che, anziché
essere limitati agli psicologi, nella maggior parte dei casi sono aperti ad un numero eccessivo di figure, in alcuni casi in
possesso del solo diploma di scuola superiore..
A tal fine si sta lavorando alla predisposizione di una Carta
Etica da proporre alla scuole di specializzazione, con l’obiettivo
di stabilire con le stesse una formale modalità di collaborazione
finalizzata a garantire, tra l’altro, maggiore qualità dell’offerta
formativa.
Si ricorda che l’indirizzo mail per eventuali comunicazioni/segnalazioni alla Commissione Tutela è: ***********
Psicologia in Sardegna
l’accesso, oltre che agli psicologi, anche a tante altre figure.
In tali casi sono state inviate le segnalazioni affinché i nostri
colleghi psicologi ricordino che, in base al nostro codice
deontologico, è vietato l’insegnamento di tecniche che sono di
esclusiva pertinenza dello psicologo.
33
Prima parte
Vivere con la talassemia
A cura della Dott.ssa Roberta Virdis
Psicologa-Psicoterapeuta della Gestalt
“Non moriamo perché siamo malati, ma perché viviamo”.
Montaigne.
Aspetti psicologici relativi alla
talassemia major
Psicologia in Sardegna
Introduzione
34
I progressi terapeutici conseguiti negli ultimi trenta anni
hanno determinato importanti
miglioramenti nello stato di salute, nella durata e nella qualità
di vita dei soggetti con talassemia, così che oggi tale malattia
può essere considerata a “prognosi aperta” e proiettata verso
la guarigione se la terapia “convenzionale” (trasfusioni periodiche di globuli rossi, terapia
ferrochelante) viene effettuata
in modo ottimale fin dai primi
anni di vita.
Tale miglioramento si potrebbe ulteriormente esplicitare anche attraverso un cambiamento
del lessico per cui, ci riferiremo, a “soggetti con talassemia”
e non più a “pazienti talassemici” o “talassemici”. Alla luce di
queste considerazioni assume
sempre maggiore importanza il
concetto di “assistenza globa-
le” (olistica) rivolta ai “soggetti
con talassemia”.
Assistenza intesa come terapia
medica e intervento psicologico, sociale ed educativo, avente come obiettivo principale la
migliore qualità di vita e l’inserimento nella vita sociale al più
alto livello possibile.
la famiglia del paziente affetto
da talassemia
La talassemia determina dei
problemi psicologici per i genitori, per il paziente e per il
resto della famiglia.
I genitori devono essere sostenuti emotivamente così da
poter aiutare il figlio a realizzare il suo percorso educativo e formativo in un ottica di
progressiva autonomia e di
possibile guarigione, evitando
l’iperprotezione ed attuando
un comportamento educativo
analogo a quello dei fratelli e
delle sorelle.
I genitori devono incoraggiare
l’adesione scrupolosa e conti-
ha il loro figlio, quali prospettive potranno avere.
In questa prima fase, i genitori che sono entrambi presenti,
rivolgono continue domande
a tutti coloro che sono individuati come appartenenti alla
struttura.
In questo momento ci può essere una fase di crisi nella coppia genitoriale, spesso il padre
si può sentire isolato, avendo
di solito un compito limitato
rispetto a quello della madre
nella gestione della malattia e
“fugge” psicologicamente.
Spesso tra i genitori si instaura una solidarietà molto forte,
tesa solo alla cura del bambino,
così che la coppia genitoriale si
trasforma in una coppia di accaniti terapeuti, “congelandosi”
attorno alla malattia, rompendo i rapporti sociali, chiudendosi al mondo esterno
Di fronte alla diagnosi, lo stato
di panico e l’angoscia di disperazione viene a trasformarsi a
volte in un senso diffuso di incredulità seguito dal bisogno di
altre analisi, di altri consulti.
Di solito si verifica che, in seguito alla comunicazione della
diagnosi, dopo una prima fase
di shock, caratterizzata da incredulità per l’evento e da una
sensazione di irrealtà, segue
una fase di negazione.
Questa fase di negazione viene
Psicologia in Sardegna
nua ai trattamenti, con la ferma
convinzione che questi rappresentino al momento attuale il
migliore approccio terapeutico
possibile.
È opportuno che anche i fratelli
e le sorelle siano coinvolti nella
partecipazione alle problematiche che la famiglia affronta nel
percorso di crescita del soggetto con talassemia.
A tutti i componenti della famiglia deve essere garantito un
adeguato supporto psicologico
e sociale.
Ciascuna famiglia ha un determinato atteggiamento psicologico, ma ci sono alcuni problemi in comune che possiamo
discutere.
Quando ai genitori viene detto per la prima volta che il loro
figlio è affetto da talassemia,
sono completamente distrutti,
appaiono molto preoccupati
dalla gravità della malattia e dal
fatto che essa dura tutta la vita.
Credono di essere i responsabili poiché sono portatori di
talassemia.
Il loro atteggiamento iniziale è
caratterizzato dal bisogno urgente di avere notizie positive
e da un forte senso di smarrimento e preoccupazione.
Il bisogno di competenza è in
loro molto forte e nasce dal desiderio di spiegarsi l’accaduto,
di sapere che tipo di malattia
35
Psicologia in Sardegna
36
a costruire una prima difesa di
fronte all’angoscia scatenatasi.
Inoltre questa fase è spesso caratterizzata da un’affannosa ricerca, da parte dei familiari, di
terapie e strutture di supporto.
C’è infatti la tendenza, da parte
dei familiari, a pensare che con
un medico diverso si potrebbe
porre rimedio al problema del
proprio congiunto.
Quando questa fase è superata,
segue spesso un periodo di rabbia nei familiari.
Con la rabbia si accompagnano
solitamente sensi di colpa e vissuti depressivi.
Dopodiché ci si rivolge ancora
una volta con rabbia verso un
altro familiare oppure verso un
altro medico, altre volte verso
Dio oppure verso se stessi.
L’ultima fase è quella dell’accettazione della situazione critica.
Nonostante la situazione di disperazione per i risultati della
diagnosi, traspare nei genitori
la graduale accettazione della
realtà; il dolore non è sparito,
ma i familiari cominciano a
prendere in mano la situazione
divenendo i veri protagonisti
nella gestione del problema.
Può esservi una rielaborazione cognitiva del problema
stesso, con il raggiungimento dell’equilibrio delle dinamiche intrafamiliari, in cui
ogni membro può diventare
una risorsa per l’altro.
Tale accettazione della malattia spesso innesca una valorizzazione degli aspetti positivi
presenti nella relazione tra il
familiare e il malato stesso.
E anche quando non avverrà un’accettazione completa
della malattia, sarà comunque
possibile fare in modo che la
parte malata dell’individuo non
prenda il sopravvento, ma sia
integrata con i suoi aspetti più
sani e con quelli più funzionali
del sistema familiare.
I genitori si trovano allora, in
un clima di “vivere alla giornata” protratto per anni, a dover
fronteggiare due ordini di problemi pressanti:
• Garantire al figlio una
cura intensiva e protratta
nel tempo vivendo una
enorme angoscia causata
dalla difficoltà di reperire
il sangue necessario per la
terapia;
• garantire al figlio un
rapporto intrafamigliare
ed una qualità di
vita (socializzazione,
scolarizzazione, ecc.),
che sia il più normale
possibile, fronteggiando
nel contempo le proprie
angosce e quelle del
bambino.
Quando il sistema familiare
Al contrario, invece, sarebbe
molto più salutare per se stessi
e per gli altri premiare di tanto
in tanto i propri sforzi, dando
quindi importanza agli aspetti
positivi di ciò che si è fatto.
La malattia viene ad essere, per
la famiglia, il perno portante
attorno al quale organizzarsi
nel disperato tentativo di difendere se stessa dagli sconvolgimenti e dalle angosce che
questa produce.
Molto spesso il padre, o la
madre, rinuncia ad ogni attività sociale e ciò provoca nella
coppia la perdita dell’identità
di uomo e di donna per adattarsi alla sola condizione di
genitore.
In altri casi vi è, invece, un immediato bisogno di confrontoincontro che nasce dalle risorse
di cui dispongono i genitori e
dalla loro concreta capacità di
utilizzare atteggiamenti utili
alla costruzione di un sistema
ben equilibrato sia nei ruoli, sia
negli affetti.
Ad un primo approccio sembra impossibile che la famiglia
possa sopravvivere a tali sentimenti eppure spesso si ha una
riorganizzazione, pur nella
multiproblematicità, che produce una sorta di reattività positiva ricercando le spiegazioni
possibili per liberarsi dall’angoscia di morte.
Psicologia in Sardegna
incontra difficoltà, è possibile intervenire con un supporto
psicologico al fine di stimolare i naturali fattori di adattamento alla malattia propri del
sistema familiare stesso.
In proposito è emerso che le
famiglie con al loro interno
un membro con una patologia
cronica, che presentano un alto
livello di benessere, sono caratterizzate dai seguenti aspetti:
forte coesione familiare, modalità comunicative aperte e
congrue, tendenza ad esprimere apertamente le proprie
emozioni, tendenza dei membri del sistema familiare a non
focalizzarsi solo sul membro
malato e a non totalizzare la
sua malattia e a distrarsi quando necessario, evitando che la
malattia del congiunto prenda
il sopravvento su se stessi e sulla propria vita.
In proposito, riguardo a questo
ultimo aspetto, va notato che
molti familiari, presi dall’impellenza di aiutare a stare vicino
al proprio caro in difficoltà, rischiano di lasciare troppo spesso indietro i propri bisogni.
Ciò può diventare un problema che conduce la persona a
pensare solo a ciò che avrebbe
potuto fare di meglio nella cura
del proprio caro, minimizzando invece gli sforzi fatti e i risultati raggiunti.
37
Psicologia in Sardegna
38
Il nucleo famigliare riesce a
mantenere una sua integrità e
a non sfasciarsi continuando a
svolgere la sua duplice funzione di contenimento e di difesa.
La nascita o la presenza di interessi sociali e culturali aiutano la fase di riorganizzazione
proiettando la stessa patologia
nella sfera più ampia del sociale e dei problemi condivisi da
molti, infatti vi è una ricerca di
gruppi organizzati in cui prevale il problema comune.
Spesso è uno solo dei genitori
ad assumersi la responsabilità
di accudire il figlio considerato
come più fragile mentre l’altro
funge da supporto.
Il rapporto con i fratelli subisce
a sua volta una eccessiva richiesta di aiuto che tende a compensare gli stati di sofferenza
del soggetto, malato.
I fratelli sono scherniti per
la loro fortuna di essere sani
perciò, in modo implicito od
esplicito, sono accusati di essere poco attenti o disponibili
alle richieste del figlio ritenuto
più debole. Questo clima di eccessiva solidarietà porta il bambino ad attuare strategie diverse e continue nel tentativo di
gestire e manipolare l’ambiente
nella costante convinzione di
poter contare sull’alleanza dei
genitori.
L’iperprotezione affettiva
Sicuramente non meno gravi
sono le conseguenze di una eccessiva protezione affettiva da
parte dei genitori nei confronti
di un bambino vissuto come
troppo fragile.
Infatti i numerosi complessi di
colpa che si accompagnano alla
nascita di un bambino con la
talassemia rendono le cure affettive troppo spesso eccessive.
Vi è un continuo sostituirsi al
figlio in ogni occasione in cui
ogni cosa può apparire troppo
difficile o gravosa.
Se i genitori sono superprotettivi, il bambino crede di essere
in costante pericolo e poiché
egli non può vedere quale è il
suo pericolo, diventa ansioso
per ogni piccola cosa.
Se i genitori sono calmi e fiduciosi allora anche il bambino diventa calmo e fiducioso,
ma se essi sono preoccupati il
bambino diventerà ansioso la
maggior parte delle volte.
L’iperprotetto non teme ciò
che possono provocare le sue
azioni sempre accontentato in
tutto al punto da considerare
la stessa malattia un “alibi funzionale” da utilizzare in ogni
occasione. Questo atteggiamento lo pone nella condizione di rendersi incapace di
affrontare le frustrazioni e di
L’infanzia, l’adolescenza e l’età
adulta nella talassemia
I bambini con talassemia crescono in continuo contatto con
le cure mediche. Questo confronto con le difficoltà derivate dalla patologia cronica offre
loro la possibilità, se sostenuti
adeguatamente dalla famiglia,
dalla scuola e dall’equipe curante, di esprimere, crescendo,
una spiccata voglia di vivere in
modo normale ed una naturale
capacità di fronteggiare la malattia, quindi di sviluppare un
positivo comportamento adat-
tivo. Il bambino fino ai sei/sette
anni ha un comportamento del
tutto particolare.
Egli vede la sua malattia cronica come una colpa, le terapie
come maltrattamenti e avverte
come dolore tutte le tensioni, i
bisogni e i disagi caratteristici
della sua situazione.
In questa fase della vita, il
comportamento della madre
è importantissimo: una madre
serena, consapevole, tranquilla,
avrà un bambino sereno e tranquillo; invece una madre ansiosa avrà un bambino agitato,
preoccupato, spaventato.
Qui il medico (ma anche il personale paramedico) gioca un
ruolo importante: dovrà “parlare” molto con il bambino e con
la sua mamma, spiegando bene
tutto quello che sta succedendo
e sostenendo al massimo la figura materna.
Dopo i sette anni il bambino
affronta la sua malattia con
maggiore coscienza, capisce
bene quello che gli viene detto,
localizza i disturbi ma quando
soffre fisicamente si sente ancora punito, maltrattato, perseguitato.
Il supporto sociale e la famiglia
devono aiutarlo a mantenere
un obiettivo, a non strutturare
delle interpretazioni devianti,
ad avere un atteggiamento positivo nei confronti della vita
Psicologia in Sardegna
considerare ogni suo desiderio
un diritto.
L’esperienza ambientale e sociale viene ad essere contrastata
dagli adulti, nel timore di un
possibile incidente. Questo
sentimento è accompagnato
dalla convinzione che tutto ciò
che il bambino fa, data la sua
posizione, è inutile e pericoloso. In altre realtà familiari, le
capacità espresse sono invece
troppo spesso ipervalutate e di
conseguenza elogiate in modo
eccessivo.
Ogni insuccesso è attribuito
agli altri ed i genitori trovano
sempre una giustificazione,
non sempre appropriata, per rispondere ai quesiti di un ragazzo che è spinto a convincersi di
aver subito delle ingiustizie.
39
Psicologia in Sardegna
40
in genere e della sua terapia in
particolare.
Si capisce bene come sia sempre di più indispensabile un
colloquio chiaro, onesto, sereno, continuo da parte dell’equipe curante.
Il bambino elabora, utilizzando
gli schemi cognitivi che possiede, sempre nuove norme adattive di reazione psicologica nei
confronti di tutte le fasi che si
succedono durante il decorso
della malattia: crisi familiare,
accettazione e negazione, vissuti e sensi di colpa dei genitori, risoluzione favorevole/sfavorevole.
Tutti questi stati sono esperiti molto intensamente dai
soggetti nell’età dello sviluppo
anche per l’incidenza dell’eccessiva rigidità delle regole che
la terapia richiede che va ad
influenzare la vita sociale e scolastica proiettandoli nel mondo
dei diversi.
Per questi e per tanti altri motivi i bambini con la talassemia
ricorrono all’uso frequente e
massivo di meccanismi di difesa quali:
• opposizione:
il bambino rifiuta le
limitazioni e le regole
imposte dalla patologia e
dalle cure in cui possiamo
osservare crisi, più o
meno lunghe, di collera,
agitazione, negazione,
aggressività;
• negazione:.
il bambino nega la realtà
della patologia;
• sottomissione:
può accompagnarsi ad
un sentimento di perdita
dell’integrità corporea,
depressione, sentimenti
di vergogna nei confronti
del proprio corpo, sensi di
colpa, accettazione passiva
con conseguente inibizione
intellettiva;
• sublimazione e
collaborazione:
nasce come reazione
positiva nei confronti della
patologia e si esprime
spesso con l’identificazione
con il genitore più
sofferente o reattivo;
• regressione:
prodotta dalla maggiore
dipendenza che inibisce
la ricerca di una propria
autonomia;
• sofferenza:
connessa ai vissuti di
punizione e a sentimenti
di colpa, deterioramento
dello schema corporeo
e del sé (correlati alla
gravità, cronicità e durata
progettualità personale.
Ma anche gestire le sue nuove
pulsioni, costruire nuovi rapporti con i pari, incrementare
indipendenza ed autonomia,
fare scelte di valore, proiettarsi
nel futuro nell’ordine del verosimile e non più del magico
infantile.
Eppure nella nostra epoca si
registra sempre più spesso una
sorta di blocco, un punto di discontinuità nella linea continua
del processo: l’adolescente è
cioè per lo più il giovane immaturo, incapace di scegliere,
irresponsabile, violento, tendente alla rinuncia, svogliato,
poco impegnato.
La malattia cronica è in grado
di influire in modo pervasivo
sulla qualità di vita dell’adolescente interferendo con la
maggior parte dei suoi compiti evolutivi: la perdita di continuità esistenziale (dovuta a
frequenti controlli medici o
a episodi di acutizzazione),
l’isolamento o la necessità di
rinunciare a molte esperienze
sociali e di vita, l’immagine
deturpata da difficoltà di crescita, da cicatrici o altro, sono
tutti elementi che riducono
la possibilità per il giovane di
accettarsi nella sua fisicità nascente, di relazionarsi con gli
altri per mettersi alla prova e a
conoscersi, di pensarsi oltre se
Psicologia in Sardegna
della patologia che porta
il bambino a perdere la
fiducia nel proprio corpo
percepito come difettoso).
In tali dinamiche la funzione
dello psicologo e delle figure
parentali, soprattutto se il soggetto è molto piccolo, è fondamentale per aiutarlo ad elaborare processi di adattamento
più funzionali e positivi nei
confronti della malattia.
L’integrazione del bambino a
scuola costituisce un momento
fondamentale per il suo sviluppo psicologico e sociale.
Scopo ultimo è l’evoluzione
del bambino in un adulto che
partecipi a pieno titolo alla vita
sociale.
Nell’età adolescenziale la situazione diventa sempre più difficile.
L’adolescenza rappresenta nella nostra cultura quel periodo
della vita nel quale emerge nel
giovane la consapevolezza e il
desiderio di poter essere diverso da se stesso, di essere libero,
di poter e dover crescere. Al
giovane, non più bambino, non
già adulto, si presentano alcuni
irrinunciabili compiti evolutivi:
interrogarsi sul proprio corpo
in trasformazione; scoprire e
gestire le nuove potenzialità
del suo pensiero, nell’ipotesi
che apre alla possibilità, alla
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Psicologia in Sardegna
42
stesso in un futuro reale.
Il rischio che a ciò consegue
si delinea nella possibilità
della rinuncia, della depressione, della passività o della
dipendenza.
Altre volte la rabbia, l’angoscia, l’odio possono segnare
l’atteggiamento di ragazzi che
si ribellano ad un destino immeritato. Il ragazzo può assumere atteggiamenti di difesa,
con negazione della malattia
che viene vista come una minaccia, un impedimento alla
propria autonomia, un’aggressione all’immagine di sé.
È vero che la negazione della malattia può rappresentare
una protezione, ma l’adolescente in questo caso non accettando la propria condizione
non accetta neppure le terapie
propostegli.
È importante, quindi, che egli
prenda piena coscienza del
proprio stato. In questo momento della sua vita deve avere
il sostegno della famiglia, del
personale medico e delle strutture, perché senza un adeguato supporto e senza risorse alternative, può regredire sino a
comportamenti infantili.
L’atteggiamento tenuto dagli
adulti è di fondamentale importanza. Appena la malattia
lo consente, deve favorire
l’indipendenza, l’autosuffi-
cienza, l’autogestione.
Il giovane deve andare avanti,
ogni volta che sia possibile,
con la sua vita sociale (scuola,
sport, associazioni…).
L’isolamento e l’allontanamento dalla realtà portano,
nell’adolescente, all’insorgenza di sintomi nevrotici e di
depressioni.
La totale negazione della malattia, porta ad una “frattura”
fra il paziente e la sua patologia, scissione pericolosa dal
punto di vista psicologico.
Inoltre l’adolescenza è l’età
nella quale, di norma, avvengono profonde modificazioni
anche somatiche che disturbano un ragazzo che fatica ad
accettare la propria nuova immagine corporea.
Modificazioni fisiche legate a
questa età diventano fonte di
grande ansietà per gli adolescenti con questa patologia,
che devono imparare ad accettarsi e ad avere autostima per
quello che sono.
La malattia, che non deve mai
essere tenuta nascosta al paziente e al suo contesto, deve
essere ben conosciuta ed accettata per quello che è nella
realtà, senza banalizzazioni o
sopravvalutazione.
Considerata la specificità dell’atmosfera emotiva dell’adolescente, la rete di rapporti
consequenzialità astratta o arbitraria, proprio perché emergente.
Solo se la sintomatologia diventa tale da invadere e pervadere la qualità di vita del
ragazzo, questi può prendere
consapevolezza della gravità
della sua condizione.
Il controllo esterno, da parte
di adulti significativi, genitori
o operatori sanitari, ha sempre
meno efficacia, perché la svalutazione dell’adulto appare
quasi un meccanismo psicologico necessario e spesso inconsapevole, utile al processo
di personificazione, di ricerca
di una propria identità adulta
e distinta.
Le norme sociali agiscono
spesso come deterrente ai
comportamenti di salute, proponendo al ragazzo uno stile
di vita e pseudo bisogni (di
consumo e di conformismo
sociale) che lo avvicinano più
spesso a comportamenti autolesionisti o comunque non
aderenti alle prescrizioni mediche adeguate ad una patologia cronica.
Il comportamento autolesionista, non aderente, appare di
fatto, troppo spesso, la strada
più facile, quella che permette
al giovane di sentirsi meno diverso, più simile ai suoi coetanei, forse più accettabile dagli
Psicologia in Sardegna
sociali che si viene ad innescare, i cambiamenti, le difficoltà della crescita, i compiti
evolutivi imprescindibili e le
difficoltà oggettive del contesto culturale e sociale nel quale è inserito il giovane d’oggi,
è possibile capire come tutti
questi elementi caratterizzanti la compliance e la previsione di aderenza rischino di
essere compromessi nel caso
dell’adolescente, giustificando
pertanto gli episodi di scarsa
compliance.
La crescita ponderale, di forza muscolare, la resistenza di
un corpo che sempre di più
assomiglia ad un corpo adulto e allontana il soggetto dall’immagine di bambino fragile
e dipendente percepita fino a
qualche anno prima, regalano al giovane la sensazione
inebriante, entusiasmante di
poter fare qualsiasi cosa. In
questa atmosfera di forza e
potenza, la possibilità della
vulnerabilità, di poter essere
colpiti, fermati e feriti da una
malattia o dalle sue complicanze, sbiadisce, svanisce.
La severità della patologia, il
rischio che si lega alla gravità della malattia in se stessa
spesso non può essere colto
oggettivamente: l’obiettività
mal si concilia con una capacità di pensiero alterata da una
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Psicologia in Sardegna
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altri.
Al fine di facilitare l’integrazione nella società, tutti coloro che si occupano sul piano
medico, educativo e psicologico dei soggetti adulti con talassemia devono preoccuparsi
di prepararli promuovendo
l’indipendenza, per l’inserimento al più alto livello possibile nel mondo del lavoro. È
auspicabile che essi vengano
stimolati a percorsi formativi
così da promuovere la valorizzazione delle proprie capacità
personali. Bisogna però tenere
presente che questi soggetti,
nonostante siano attualmente
ben inseriti nel contesto sociale e riescano a stabilire soddisfacenti rapporti affettivi,
vivono quotidianamente l’angoscia per la propria malattia
e proprio questa condizione di
sofferenza richiede un sostegno psicologico costante.
Lo stimolo verso nuovi interessi, pur tenendo sempre
presente la reale possibilità
dei pazienti, fa si che la qualità della vita non sia garantita
solo dal benessere fisico, ma
anche dalla capacità di saper
contenere ed analizzare i propri vissuti.
Questi vissuti sono legati alla
possibilità/impossibilità
di
vivere una vita “normale” in
cui proprio il concetto di sof-
ferenza rappresenta il perno
centrale attorno a cui ruota la
giostra della propria esistenza
e della stessa organizzazione
familiare.
È verosimile che il modo in
cui i pazienti percepiscono la
malattia sia uno dei principali
fattori che determina l’atteggiamento con cui affrontano i
vari aspetti della malattia e/o
l’adesione ai programmi terapeutici, in particolare alla terapia ferrochelante.
La percezione della malattia
può anche cambiare durante
il decorso della malattia, in
particolare in relazione a miglioramenti o peggioramenti
dei sintomi, e ciò può influire
sulla prognosi della malattia,
innescando così una spirale di
comportamenti positivi o negativi nelle diverse fasi della
vita.
L’atteggiamento
positivo,
quindi, è uno dei fattori determinanti il raggiungimento
di una buona compliance alla
terapia ferrochelante nei pazienti con talassemia.
Da sottolineare, a livello psichico, è la presenza della cosiddetta sindrome della spada
di Damocle, che si riferisce alla
sensazione di vivere con la consapevolezza che l’arrivo di un
evento non previsto potrebbe
mettere a rischio un equilibrio
• ansia, innanzitutto
collegata all’angoscia
di morte che configura
la “sindrome della
spada di Damocle”, con
impossibilità di guardare
con fiducia al presente e al
futuro;
• dipendenza, con necessità
costante di aiuto e
accompagnamento nella
vita quotidiana, come
accade nell’infanzia;
• idealizzazione, con
sopravvalutazione delle
proprie capacità ed
esperienze che comporta
frequenti delusioni;
• rivalsa, con ricerca di
compensazioni rispetto
alle difficoltà o alle
impossibilità vissute in
proprio o da parte dei
compagni di malattia;
• onnipotenza, con
sottovalutazione dei limiti e
certezza di buone soluzioni
per ogni problema.
Di solito un miglior adattamento è conseguibile attraverso
la consapevolezza (talora anche
sofferta) della propria situazione e la disponibilità a chiedere
aiuto.
Considerazioni sull’ intervento
psicologico
Il piano psicoterapico si impone perché i trattamenti biologici e farmacologici si dimostrano, nei disadattamenti prodotti
dalla patologia, in sostanza
inefficaci anche per quanto riguarda l’aspetto sintomatico.
Questo è da ricercarsi nel fatto
che questi soggetti vengano a
trovarsi in una condizione di
abitudine alla cura e quindi al
di fuori del programma terapeutico ideale, ciò giustifica il
fatto che con alcune categorie
di soggetti, pur gravemente
disturbati, non è prevista una
prassi terapeutica precisa, ma
sono considerati più livelli e
tecniche di intervento.
Oltre all’abitudine ai medici
Psicologia in Sardegna
già di per sé precario.
Per alcuni giovani la malattia può comportare aspetti di
difficoltà superiori rispetto ai
coetanei nell’affrontare la progettualità adulta, in particolare nel rendersi indipendenti
e nell’assumersi le proprie responsabilità.
Dal punto di vista psicologico
è molto importante considerare il rischio di strategie di
adattamento inadeguate, basate sui seguenti atteggiamenti mentali:
• negazione per cui non si
intravedono problemi reali
o emotivi (“tutto va bene”);
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Psicologia in Sardegna
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che porta il paziente con talassemia a collocarli tutti sullo
stesso piano, la gratificazione
per il curante è prevalentemente di ordine narcisistico in
quanto egli sa bene come affrontare le situazioni estreme.
Proprio questo disimpegno affettivo scaturito dalla convinzione di competenza del paziente rispetto alle cure di cui
ha bisogno, può far naufragare
l’intervento in una tale monotonia da indurre nello psicologo stesso un disimpegno più o
meno cosciente.
Un altro punto importante riguarda lo stile di vita dei pazienti più gravi.
Essi vivono in una pseudorealtà
invischiata di depersonalizzazioni e da una forma quasi allucinatoria di apprendimento.
È qui utilizzato una sorta di
filtro esperenziale che deve selezionare e trasformare le informazioni in arrivo per meglio
soddisfare i desideri inappagati.
L’analisi dei molteplici meccanismi di difesa dell’Io stimola
la comparsa di vissuti diversi
dai quali traspare l’intensità
delle vicende correlate alle diverse ombre persecutorie della
talassemia.
Lo psicologo deve sempre
regolare la relazione che si
instaura fra le diverse competenze e i diversi pazienti for-
nendo il supporto necessario.
La necessità di una collaborazione interdisciplinare tra
psicologi, medici e personale
infermieristico appare sempre più evidente.
Lo psicologo, solitamente,
interviene nei casi conclamati per interagire ed esaminare
un individuo che, in genere,
non chiede nulla chiuso nella sua sofferenza, in modo da
fare arrivare il paziente alla
consapevolezza del fatto che
attraverso alcune precauzioni la sua vita potrebbe notevolmente migliorare sia dal
punto di vista personale che
affettivo-relazionale.
Obiettivo fondamentale di
ogni proposta di intervento
sarà allora quello di consentire che ogni individuo preservi la propria dignità di essere umano e realizzi se stesso
come persona e come membro attivo della collettività.
Consentire un inserimento equilibrato basato su di
un appropriato adattamento cognitivo nella famiglia,
nella scuola, nel lavoro e
nella società, non è solo un
problema professionale, ma
anche morale che lo psicologo avverte in misura maggiore rispetto a quanti si interessano del problema.
Ordine degli Psicologi
della Sardegna
CONSIGLIO
PRESIDENTE: .
Marco Guicciardi
VICEPRESIDENTE:.
Fabrizia Casula
SEGRETARIO:.
Maria Melinda Vargiu
TESORIERE:.
Antonello Soriga
CONSIGLIERI:
Marco D’Anna, Stefania Desotgiu, Antonio Di Berardino, Maria
Mameli, Irene Melis, Giorgina Meloni, Antonella Murranca, Gianni
Oggianu, Maria Rosa Rassu, Daniela Tatti, Anna Carla Tocco.
COMMISSIONI
Comunicazione e relazione esterne.
(Coordinatore: Marco D’Anna)
Deontologia.
(Coordinatore: Marco Guicciardi)
Formazione e cultura.
(Coordinatrice: Stefania Desotgiu)
Integrazione socio sanitaria.
(Coordinatrice: Giorgina Meloni)
Orientamento neo iscritti e nuove professione.
(Coordinatrice: Irene Melis)
Sanità.
(Coordinatrice Maria Rosa Rassu)
Tirocini, esami di stato e rapporti con l’Università.
(Coordinatore: Antonio Di Berardino)
Tutela della professione.
(Coordinatore: Gianni Oggianu)
GRUPPI DI LAVORO
Consulenze Tecniche di Ufficio e di Parte.
(Referente Maria Melinda Vargiu)
Neuropsicologia:.
(Referente Giorgina Meloni)
Psico-oncologia.
(Referente Marco D’Anna)
Stress lavoro correlato.
(Referente Antonio Di Berardino)
COMITATO REDAZIONE
“Psicologia in Sardegna”
Psicologia in Sardegna
Fabrizia Casula, Marco D’Anna, Marco Guicciardi,
Antonello Soriga, Anna Carla Tocco, Maria Melinda Vargiu
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SEGRETERIA
Impiegate: Sig.ra Fois Tiziana e Sig.ra Sideri Elisabetta
Ordine degli Psicologi
della Sardegna
Orari di apertura degli uffici al pubblico
Lunedì
Mercoledì
Giovedì
Venerdì
11.30/16.00
16.00/18.00
09.00/11.00
11.30/13.30
Via Sonnino n.° 33, piano 3° - 09125 Cagliari
tel. 070.65.55.91 - fax 070. 6490892
C/C postale n.° 19043090 - C.F. 92044670922
e-mail: mailto:[email protected] [email protected]
PEC: [email protected]
indirizzo web: www.psicosardegna.it
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n° 1 - anno 2011