Sped. Stampe in A.P. Comma 20/c Art. 2 Legge 662/96 - Aut. Filiale Rovigo - Trimestrale - Contiene I.R. PERIODICO DEL CENTRO MARIA BOLOGNESI ATTORE DELLA CAUSA DI CANONIZZAZIONE DELLA SERVA DI DIO MARIA BOLOGNESI INTERNET: www.mariabolognesi.it ANNO X N. 2 APRILE - MAGGIO - GIUGNO 2001 E-mail: [email protected] Comunità in cammino PRENDERE IL LARGO per ritrovare con coraggio le ragioni di una fede cristiana L e nostre comunità - ha scritto Ruspi, direttore dell’Ufficio catechistico della CEI - devono con maggior coraggio ritrovare le ragioni di una fede cristiana ed accogliere persone nuove, provenienti da culture e realtà religiose diverse dalla nostra. Di qui la necessità di interrogarsi su “come la Chiesa locale possa progettare una pastorale missionaria” e su “come sul territorio le singole comunità possano far crescere persone destinate alla catechesi e all'annuncio”. L’attenzione all’annuncio e alla formazione chiedono di “impostare in modo nuovo il rapporto con la pastorale ordinaria, che continua ad assorbire il 90% delle energie delle nostre comunità, ma che ha bisogno di una sorta di ‘sperimentazione’ di nuove modalità di annuncio, più attento alle relazioni tra le persone, ai bisogni concreti della gente. Quello dell’annuncio, in altre parole, è un terreno ancora da dissodare, non solo per la presenza sempre crescente di persone non di ‘cultura’ cristiana nelle nostre chiese, ma perché nelle nostre comunità ci sono molte persone che nominalmente aderiscono alla fede cristiana e che però vivono un’appartenenza puramente culturale o sociologica al cristianesimo. Le ragioni della fede, spesso, sono oscurate: per questo, l’annuncio deve diventare una valenza globale di tutta la pastorale, anche attraverso l’individuazione di nuove ministerialità, di nuove figure di laici in grado di portare la fede nei diversi ambienti di vita. Il punto di partenza, sottolinea il direttore dell’Ufficio CEI, possono essere i diversi cammini di iniziazione cristiana, intesa “non solo e non tanto come preparazione ai sacramenti, ma come capacità di accogliere le persone, di metterle in contatto con il Vangelo, di far nascere dentro di loro una domanda di accoglienza e di incontro con Cristo”. Sul territorio ci sono anche diversi “laboratori della fede”, dai quali provengono esperienze che è utile far circolare: bisogna dare ampio spazio al confronto, con testimonianze di esperienze pasto- rali che vanno dal catecumenato degli adulti all'iniziazione cristiana per ragazzi non cristiani, dal “Vangelo nelle case” a percorsi per adolescenti “ai margini”, da itinerari particolari di preparazione al matrimonio agli incontri per gli adulti nel quartiere, dai gruppi di ascolto all'evangelizzazione per genitori. “Finestre Aperte” propone un itinerario di approfondimento su questi temi attraverso interviste e contributi e invita i lettori a una riflessione profonda che offra linfa al dialogo e al confronto. Chiara Bolognini Decreto Vescovile di riconoscimento di “Associazione privata di fedeli” al CENTRO MARIA BOLOGNESI - pag. 12 - CHIAMATI A ESSERE IL SALE E LA LUCE DELLA TERRA Con don Francesco Marzocchi, insegnante di teologia, guidati alla riscoperta delle parole: ecumenismo e missione “Di fronte alle nuove sfide poste dalla globalizzazione e dall'intreccio di popoli e culture che la caratterizzano, i cattolici non devono cedere alla tentazione di una pastorale di conservazione rassegnata o aggressiva ma al contrario dare vita a una missionarietà individuando vie di rinnovamento capaci di aprire l'orizzonte e portare avanti un cammino efficace di evangelizzazione”. Don Francesco, può commentare questa considerazione del teologo Sergio Lanza? Come si può tradurre questo principio nella vita della Chiesa di ogni giorno? Della propria diocesi? Della propria parrocchia? Innanzitutto il fenomeno della globalizzazione, intesa nell’accezione positiva, e dell’intreccio fra i popoli si è evidenziato negli ultimi vent’anni con il pontificato di Papa Giovanni Paolo II. La globalizzazione per la Chiesa significa universalità, cattolicità e l’intreccio fra i popoli è inculturazione, attenzione alle diverse culture. Si può dire che il Papa ha dato il via alla globalizzazione attraverso tutti i suoi viaggi, il suo pellegrinare per tutti i continenti e le nazioni. Ricordo a questo proposito un passo degli Apostoli in cui si racconta del desiderio dei malati di vedere Pietro perché la sua ombra li possa sfiorare. Nel corso dei miei studi a Roma ho conosciuto sacerdoti di diverse nazionalità e continenti che mi hanno raccontato dell’esperienza della visita del Papa come di una fonte di serenità, di forza e di sviluppo forte dal punto di vista vocazionale. Noi dobbiamo applicare questa pastorale alla vita di ogni giorno, ricordandone i punti salienti che sono l’accoglienza, la grande attenzione alle culture e alle persone, la grande trasparenza nell’annunciare Cristo, nell’evangelizzare. Applicato alla vita delle diocesi e delle parrocchie, il discorso si dirama in due direzioni: l’attenzione alle persone e quindi alla famiglia in tutte le sue componenti, perché la famiglia aiuta a leggere meglio, ci fa comprendere il valore della mansuetudine di chi è affaticato e oppresso, e l’evangelizzazione, che si deve spogliare degli aspetti troppo 2 mediatici perché ha bisogno di più immediatezza. Oggi grazie ai vari mezzi tecnologici si comunica in fretta, ma non ci si incontra, non ci si accoglie veramente. La missione implica una conversione di mentalità da parte di tutta la comunità cristiana, esige il coraggio, l'impegno radicali; la missione sta dentro e non accanto alla pastorale ordinaria, la anima e la qualifica con il suo dinamismo. Come può, oggi che siamo bombardati da mille “credi” diversi, il cristiano essere missionario, come può attestare in maniera convincente il proprio credo nei confronti di chi non crede? Occorrono strade e linguaggi nuovi? Quali? La missione sta dentro alla pastorale perché ogni azione ecclesiale è un’azione missionaria, che si fa tramite del dono dello Spirito Santo. Ricordiamo i due comandamenti dati da Gesù ai discepoli: “Andate e predicate a tutte le genti” e “Rimanete in città sinché non siete rivestiti di potenza dall’alto”. Ecco la missione è il dono che è fatto a ciascuno di FINESTRE APERTE noi, è la vocazione, il disegno che ha due finalità: la comunione, che è la missione “ad intra”, e l’evangelizzazione che è la missione “ad extra”. Dentro la Chiesa la missione “ad intra” è lo strumento che ci unisce sempre di più. Ed è l’unità che ha caratterizzato il pontificato di Papa Giovanni Paolo II, è l’ecumenismo che lo identifica in modo forte. Quello che, con un termine greco, è “koinonia”, l’unione fra tutti i cristiani che ha come fondamento l’amore. Cristo ha detto ai suoi discepoli: “amatevi come io vi ho amato così diranno che siete miei discepoli”. Nel messaggio ai fedeli pronunciato in occasione della festa di S. Antonio, patrono della città, il Vescovo di Padova mons. Antonio Mattiazzo ha richiamato l'attenzione sul valore delle relazioni umane come cardine della qualità della vita: “La qualità delle relazioni umane è un fattore non trascurabile e perfino determinante per valutare la vita di una città”. Concorda con questa affermazione? Io credo che Mons. Mattiazzo abbia voluto mettere in luce un aspetto che oggi si dà per scontato in maniera errata. Quando si parla di “qualità” della vita, infatti, si pensa ai beni materiali, agli aspetti esteriori e non si parla dei valori spirituali. È a questi, invece, che ci richiama fortemente la “Tertio Millennio ineunte”, dove il Papa sottolinea con forza la necessità della contemplazione del volto di Cristo. Qui Giovanni Paolo II riprende i temi della sua prima enciclica la “Redentor hominis”, dove si affermava che il Cristo è la chiave che svela l’uomo all’uomo. Il cristiano contempla il Cristo, fonda ogni sua azione in Cristo e da lui fa partire ogni suo gesto. Ecco perché il Papa sollecita a ripartire da Cristo per riscoprire quei valori spirituali che uniscono la comunità cristiana. La vera sfida da cogliere è riscoprire cosa sono la preghiera, la grazia, la misericordia, ossia gli aspetti fondamentali dell’intimità con il Cristo per fondare una relazione forte e vera fra di noi. Cristo ha detto di essere venuto a portare la spada, la guerra per simboleggiare la rottura dei rapporti falsi tra gli uomini, quelli che si stabiliscono senza di Lui. pegno comune contro le grandi ingiustizie, contro la guerra, la morte, la povertà. In questa prospettiva nasce il dialogo, testimonianza di fede. In che modo il cristiano può aprirsi al confronto senza perdere qualcosa della propria identità culturale e religiosa? Rispondo a questa domanda ricordando un episodio che mi è capitato ad Assisi in occasione del grande incontro fra i capi religiosi fortemente voluto dal Papa. Qui incontrai un monaco ortodosso, che stava sul Monte Athos, e fui colpito dalla sua dolcezza, la dolcezza di un uomo forte che ha ben chiare certe direttrici. Gli chiesi che cosa fosse per lui l’ecumenismo. E lui mi rispose che l’ecumenismo presuppone che ogni confessione cristiana stabilisca un rapporto profondo con il Cristo: “in Cristo ci troveremo uniti”. L’ecumenismo non ha bisogno di particolari strategie, ma chiede semplicemente che si viva a fondo il Vangelo come hanno fatto i Santi, come ha fatto San Francesco, con fedeltà e trasparenza. Questo non può che unirci. I cristiani appartengono a diverse culture e sensibilità eppure in Cristo trovano la loro unità. Mi tornano alla memoria alcuni punti della bellissima lettera di Agneto, un autore ignoto del II secolo dopo Cristo, in cui si dice che i cristiani sono l’anima del mondo: come l’anima abita in un corpo, ma non proviene dal corpo, così i cristiani abitano nel mondo, ma non provengono dal mondo; come l’anima è invisibile, anche se racchiusa nel corpo che è visibile, così l’amore dei cristiani non si vede anche se è racchiuso nel mondo che si vede; l’anima è racchiusa nel corpo e lo sostiene e così i cristiani sono racchiusi nel mondo e lo sostengono. I cristiani sono chiamati a essere pellegrini fra le cose che si corrompono. L’ecumenismo è seguire fino in fondo questa chiamata, significa essere davvero il sale e la luce, una luce che illumina e unisce. L'Ecumenismo si traduce in indicazioni concrete: si va dall'accoglienza degli stranieri alla lotta contro ogni forma di razzismo, l'imFINESTRE APERTE 3 LA SERVA DI DIO MISSIONARIA: LIEVITO DI FEDE E SPERANZA orredando la lettura del diario di Maria e della sua corrispondenza con le foto affidate alla memoria e all’amorevole cura degli “Amici di Maria Bolognesi”, si va incontro a una schiera multiforme e variegata di “casi umani”. Parole e immagini ci mettono davanti agli occhi “orfani, bimbi segnati nel fisico o nella mente, padri senza lavoro, mamme ricoverate in sanatorio, ammalati giovani e vecchi senza più speranza di guarigione, moribondi bisognosi di una persona amica pronta a dire una parola di speranza nella misericordia del Signore, sposi tormentati dal dubbio di una separazione o di una maternità da accettare, giovani incompresi, bisognosi di appoggio morale o di collaborazione concreta per trovare lavoro, e, ancora, tutti i poveri a cui Maria portò aiuto con la sua presenza silenziosa e discreta”. Sono gli occhi di questa gente tormentata e afflitta dai problemi della vita quotidiana, impegnata nella dura lotta per la sopravvivenza, che incontrarono gli occhi attenti, premurosi, sereni, fiduciosi, pieni di conforto di quella straordinaria “madre e sorella” che fu Maria. In una delle foto che la ritraggono accanto a una delle tante famiglie, a cui portò soccorso, Maria sorride a un bambino mentre con la mano fasciata dal suo guanto nero impasta in una ciotola della farina. Questa immagine di donna intenta a preparare del pane, o una focaccia, sembra racchiudere, se pur nella sua apparente semplicità e quotidianità, un messaggio prezioso. Per chi ha letto con attenzione il Vangelo quella foto, in apparenza poco significativa, si riveste di un forte significato simbolico, si tradu- C 4 Maria Bolognesi, nella vita di ogni giorno, tradusse le parole del Vangelo: “Il regno dei cieli si può paragonare al lievito, che una donna ha preso e impastato con tre misure di farina perché tutta si fermenti” ce nel messaggio più profondo consegnatoci dal Signore attraverso Maria. Pensiamo alla parabola del lievito (Vangelo secondo Matteo 13,33) in cui così Gesù si esprime: “Il regno dei cieli si può paragonare al lievito, che una donna ha preso e impastato con tre misure di farina perché tutta si fermenti”. Sorprende la coincidenza tra questa similitudine e l’immagine di Maria intenta a impastare la farina per dare cibo e sollievo a dei bambini poveri. Il gesto concreto di un’umile donna che prepara da mangiare si carica di forti valori simbolici, diventa quasi la rappresentazione concreta del ruolo che Cristo affidò a Maria e il segno della sua particolare disposizione a obbedire alla chiamata del Signore. È in questa immagine che si racchiude il senso particolare della sua devozione a Gesù: Maria ascoltò la voce del Signore e accettò con umiltà di farsi lievito che fa fermentare la fede, la speranza e l’amore negli uomini. Con un’insolita mescolanza tra atti concreti e momenti di altissima spiritualità, Maria trasformò e visse la sua povertà a immagine della povertà di Cristo, potenziandola come tramite per accostarsi agli altri, come veicolo d’amore nel Cristo. Per questa donna forte e pragmatica la vicinanza ai poveri, agli ammalati, ai bisognosi fu il modo più spontaneo di trovare Cristo negli altri, la strada prescelta per condurli alla salvezza. La sua capacità di vivere l’ordinario in maniera straordinaria fa sì che venga chiamata a farsi “missionaria” fra la sua gente. Per un misterioso disegno della Provvidenza Dio chiede a quest’anima umile di collaborare con Lui per la salvezza delle anime. È l’umiltà, intima compagna della povertà, a far cadere la scelta su Maria come risulta evidente dalla descrizione della visione apparsa nella notte tra l’1 e il 2 aprile. Ecco le parole impresse da Maria sulle pagine del suo diario: «Una gran luce: Gesù Gesù, che sia proprio un sogno? Gesù parlò! Mi dice: Maria, sì sono Gesù, mi conosci? La Tua luce è sfolgorante, le Tue vesti candide come la neve, il Tuo volto luminoso. Maria, piccolo gin- FINESTRE APERTE gillo ho tanto bisogno del tuo aiuto. Ma sei proprio Gesù? Che prove mi dai perché io non dubiti? Maria ti chiedo amore, preghiere e penitenza. Io non so pregare, non potrò corrispondere, sono un nulla. Maria per questo poso su di te perché sei proprio un nulla. Allora che te ne servi di me? Sono solo “pitocca”, Tu hai bisogno di anime che sappiano pregare, io questo non lo so fare». Da questo momento Gesù coinvolge Maria in un’offerta di sé sempre più grande. In apparenza l’umile donna vestita di nero continua la sua vita di sempre: lavoro, preoccupazioni quotidiane per i fratelli che crescono, la salute che comincia a procurarle seri problemi, lo scherno e l’incredulità di alcuni che la ricoprono di ignobili insulti. Ma, in realtà, con le sue umili mani sparge ovunque quel lievito che fa fermentare la speranza; passo dopo passo, con estrema naturalezza e senza clamore, impasta quel pane che è fonte della Vera Vita. Non è facile seguire le numerose tappe di questo cammino senza sosta. Nel difficile tentativo di ripercorrere tutti i suoi spostamenti ci aiutano le testimonianze e le lettere raccolte. Riga dopo riga troviamo Maria, presso la famiglia Piva, dove allestì una specie di sala di custodia per i bambini poveri che le mamme, costrette a lavorare nei campi dovevano lasciare a casa da soli, la rivediamo tra gli ammalati del paese e quelli degli ospedali e del sanatorio di Rovigo, Padova e Ferrara, e, ancora, la ricordiamo sorridente mentre insegna il catechismo, raccoglie offerte per le missioni, cuce e raccoglie indumenti per i poveri, si sposta in automobile nel Nord e nel Centro Italia per portare soccorso a vari istituti di carità. Ricercando nel prossimo il volto di Gesù sofferente Maria non permise mai alla debolezza, alla stanchezza fisica, alle dure malattie che le fiaccarono il corpo, di sopraffarla. Fu talmente grande la volontà di rispondere con azioni concrete alla chiamata del Cristo che arrivò addirittura a progettare la costruzione di un immobile per ospitare e assistere i convalescenti usciti dall’ospedale. Così da una attenta lettrice della sua vita viene ricordata quella straordinaria iniziativa di Maria: “Il 27 novembre del 1969 prese avvio questo suo progetto d’amore. La realizzazione dell’opera comportò per Maria, fin dall’inizio, ogni sorta Ogni mese, il giorno 30, alle ore 9.00 (se festivo ore 10.30), viene celebrata una S. Messa per la Serva di Dio Maria Bolognesi presso il Tempio cittadino "La Rotonda" a Rovigo FINESTRE APERTE di difficoltà. I problemi da risolvere furono tanti e gravi, come pure gli ostacoli da rimuovere. Questo periodo fu talmente doloroso da poter essere definito un autentico calvario. A lavori solo parzialmente ultimati, il cuore della Bolognesi subì un primo cedimento, causato da un gravissimo infarto. Era il mese di dicembre del 1971. Da questo momento, fino al 1980, anno della sua morte, Maria fu costretta a ridurre al minimo le sue uscite di casa. Ciò nonostante, ella si prodigò per i suoi “amici”, poveri e ammalati, con le risorse di cui disponeva: penna, carta, telefono, e anche qualche breve incontro, nel suo piccolo appartamento sito al secondo piano di quell’opera rimasta “incompiuta”. Il primo piano di quel caseggiato che avrebbe dovuto diventare un convalescenziario, rimasto allo stato grezzo, fu fonte di dolore morale per Maria che in una lettera a una persona amica scrisse «Gesù mi ha tenuto nascosto che la prima ammalata sarei stata io»”. Fino in punto di morte le mani di Maria smistarono quintali e quintali di indumenti destinati ai poveri. Quelle mani, che avevano dipinto anche quadri dai colori vivaci per regalare sollievo ai bisognosi, si fermarono per sempre il 30 gennaio 1980. C.B. In ossequio al decreto di Urbano VIII, si dichiara di non voler attribuire a quanto di straordinario è narrato in questo giornale altra fede se non umana e di non voler prevenire il giudizio definitivo della Chiesa, al quale la Redazione intende sottomettere in tutto il suo. 5 gni mattina, mentre azzittiamo il traumatico buongiorno della sveglia o mentre cerchiamo di infilarci le ciabatte, anche se ancora un po' assonnati, ognuno di noi ha il suo "progetto" per la giornata che sta per iniziare. Così la nostra vita è fatta di tante giornate, tasselli che ora dopo ora, vanno a formare il nostro O SIAMO TUTTI “MIS SIONARI” Riflessioni utili perché il cristiano viva la propria vocazione e partecipi alla Missione di Cristo dobbiamo improntare da apostoli il nostro quotidiano, da testimoni del Vangelo come Parola viva. Ciascun cristiano partecipa alla Missione di Cristo in modo unico personale: dalla madre che “Maestro Buono, ama i suoi figli, dal bambino che che cosa devo fare? studia con impedi Ludovica Mazzucato gno, al professionista che lavora con scrupolo, puzzle. L'unico puzzle che all'artista che immortala le non vorremmo finire mai, ma emozioni, all'anziano che sbrila vita terrena è un dono a ciola il pane per i colombi. tempo determinato, e abbiamo Siamo quindi tutti missionari la responsabilità di darle un nel luogo in cui viviamo, con significato degno. Potremmo il nostro esempio nelle scelte e campare mille anni, ma valgo- nei comportamenti. no come un giorno se non scoLa nostra deve essere una priamo in noi stessi la capacità ricerca sincera, proprio come del bene e dell'amore. quel giovane che nel Vangelo Dio ha già tracciato una chiede a Gesù: "Maestro mappa per ognuno di noi, buono, che cosa devo fare?". spesso però siamo incapaci di Non dobbiamo avere paura, il intraprendere quel cammino, nostro è un Padre misericorci affanniamo nel cercare dioso e se non saremo forti scorciatoie che portano solo al proprio come non lo è stato baratro. Abbiamo la forza di Pietro, Lui saprà perdonarci e dire: "Sono qui, Padre, manda- non smetterà mai di amarci e mi"? Forse ci fa troppo como- confortarci. Così ognuno di do pensare che solo chi prende noi può vivere quel progetto di i voti religiosi si debba sentire vita che Dio ha per lui, e sen"apostolo". Invece, noi tutti, tirsi una pietra viva della 6 Chiesa, perché questo è la Chiesa: una partecipazione vivente all'unione di Cristo. Allora non sarà più difficile dire: "Ecco, io vengo a fare, o Dio, la tua volontà"! Dio, però, non è solo nella Chiesa della nostra Parrocchia e fare la Sua volontà non è un decalogo di comportamenti da seguire, ma una catena di ragionamenti che hanno per unico soggetto l'amore. Non guardiamo troppo lontano, per trovare chi ha bisogno di noi Dio ha lastricato una strada per ognuno di noi FINESTRE APERTE Gesù siede perché la donna possa raggiungerlo e vederlo in pieno sole: potrà comunicarle la sua luce senza l’ostacolo di altre presenze. Gesù si ferma anche per noi, là dove sa che ci porteranno i nostri passi: nella quotidianità delle nostre fatiche e, soprattutto, nel silenzio del raccoglimento. È allora che ci chiede da bere. Ci chiede la nostra acqua, la nostra povera acqua che disseta per un istante e che Lui trasforma, come a Cana, nel vino della Grazia e ci dà, in cambio, la sua acqua scaturita dalla fonte eterna del suo costato. La donna va al pozzo con la sua brocca, ma al cospetto della Pienezza, la dimentica: le sue necessità di ogni giorno sono come annullate di fronte all’evidenza di una realtà più grande di ogni bisogno fisico e spirituale; l’incontro con Cristo si fa dinamismo del L’incontro con Cristo corpo e dello spiriè un fiume incontenibile to: slancio, entusiasmo, esigenza d’annuncio. È di Norma Ferri come un fiume, un fiume incontenibile… La piccola a donna di Samaria, per rag- brocca avrebbe potuto raccogliergiungere il pozzo, fa un cam- ne solo un rivolo… “Dammi da bere”. È un invito mino. Il suo è un cammino per procurarsi un bene fondamentale rivolto anche a me, non posso fingere di non aver sentito o capito. per la vita del corpo: l’acqua. Fatica ogni giorno, per rag- Signore, accanto al pozzo dell’ingiungere il pozzo prima e per por- contro, ci siamo Tu ed io, e Tu, il tare a casa il carico prezioso, mio Dio, mi chiedi la mia povera acqua: ne hai “bisogno” per “alledopo. Al traguardo, questa volta, viare” la tua sete d’amore. Anche sulla Croce, Gesù, hai trova Qualcuno: è Gesù che siede sul bordo del pozzo, come in atte- chiesto da bere… e ti hanno offersa. Non ha voluto seguire la via to aceto… Gesù, aiutami ad offrirdei discepoli, ma ha scelto di ti l’acqua di un amore più puro per incontrare e di farsi incontrare da spegnere la sete dei più piccoli, e una donna che ancora non lo cono- togliere tutto l’aceto del mio otre, perché possa contenere solo il sce. Gesù è solo, come la donna; vino nuovo della tua carità infiniintorno, il silenzio inondato di ta. luce. L’incontro avviene in un ambiente di grande semplicità. basta allungare la mano e non sarà faticoso sacrificarsi, come non lo è per il contadino curare la sua terra. Nella vita della Serva di Dio Maria Bolognesi c'è tutto questo: la capacità di dare testimonianza di essere figli adottivi di Dio. Non ci viene chiesto ciò che non possiamo dare, ma di mettere a frutto quello che ci è stato dato! E ogni nuova alba è nuovo regalo da scartare, ventiquattro ore in più per rendere grazia di questo dono a Dio Padre, anche attraverso ogni piccola croce che Gesù ci aiuta a portare! L FINESTRE APERTE alla Fonte Non trovo più la cava di pietra con il suo carico infinito di incertezze e paure. Il lume tiepido in essa rinchiuso non sanguina più al primo albeggiare. Agile e sicura la nostra immersione in quella Fonte da Te offerta nella tacita quiete di una notte d’amore. Occhi profondi guidati dal vento ovunque rinnovano i segni eterni della nostra dolce caducità. G. Giacomini 7 LA MADONNA, MODELLO DI UNITA’ con Lei nel “Cenacolo” della nostra anima - di Norma Ferri uando rifletto sul cammino Signore, per restare uniti a Te? dell’unità dei cristiani, mi ven- Perché possiamo come tua madre, gono in mente queste sublimi paro- restare sempre nel tuo amore? le di Cristo, rivolte al Padre nel- Maria diventa il nostro modello, l’imminenza della passione. Maria che ti è stata accanto nella In spirito sento la forza e la contemplazione del tuo volto di potenza di questa preghiera che bambino e nella sofferenza della intercede non solo per gli apostoli, Via Crucis, insultata e sospinta ma anche per tutti i credenti e quin- come te da una folla vociante e di anche per impetuosa, imciascuno di possibilitata a “Prego... noi. Sento allodarti sollievo. perché tutti siano una sola cosa, ra il desiderio Come avrebbe profondo di voluto essere al perché siano perfetti nell’unità..” (Gv 17,20-23) unirmi alla preposto del Cireghiera di Crineo e portare per sto, per chiedeTe e con Te quel re al Padre il dono dell’unità. Il giogo pesante già irrorato dal sandesiderio di Cristo diventa il mio gue del tuo sacrificio! Come avrebdesiderio, la sua supplica, diventa be desiderato essere al posto di la mia supplica e quella di tantissi- Veronica e tergere il sudore del tuo me anime su questa terra e in viso benedetto e sfigurato dalla sofParadiso. Con questa consapevo- ferenza! Ti ha seguito sino alla fine, lezza è facile sperare, infatti, se Dio sino allo strazio supremo, quando il ascolta la preghiera di ciascuno di silenzio di Dio sembrava essere noi, come potrà non esaudire quel- calato anche su di lei. E fu allora la del suo amatissimo Figlio? che Tu, in S. Giovanni, il discepolo Ma i tempi di Dio non sono più amato, le affidasti tutti i credenquelli degli uomini, perciò è possi- ti, e Lei, madre dolcissima, venne bile, talvolta, che si vada incontro affidata a noi: a me, a te, fratello alla stanchezza che l’attesa com- che stai leggendo queste parole, a porta…. Dobbiamo tuttavia rendere tutti i fratelli in Cristo. Maria segno conto che Dio desidera costruire d’amore, dunque, depositaria del l’unità, anche con l’amore di cia- testamento supremo concepito sulscuno di noi, con quell’amore che l’immensità della Croce, vincolo di ci rende capaci di accogliere prima comunione tra gli uomini. di tutto la Parola, fonte di vita e di È stupendo immaginare, dopo la verità. morte e risurrezione di Gesù, il Penso, a questo punto, al ban- ruolo di Maria all’interno dei grupchetto di Cana, in cui Cristo dona ai pi degli apostoli chiusi nel presenti la sua pace e il vino del Cenacolo dai limiti dello loro pauprimo miracolo. Accanto a Lui c’è ra. Sicuramente è stata una preghieMaria che invita e ci invita “Fate ra vivente alla Trinità, l’emblema quello che vi dirà”: l’obbedienza perfetto di fede, speranza e carità, dei servi, unita alla preghiera di nell’attesa della discesa vivificante Maria, muovono Gesù a trasforma- dello Spirito che Cristo aveva prore l’acqua in vino. messo prima della Passione. Che cosa dobbiamo fare, Per questo, Maria, ti chiediamo Q 8 di entrare nel Cenacolo della nostra anima, di portare con te la folla immensa dei fratelli separati, di rivolgere al Padre le suppliche più degne perché ci trasformi interiormente e ci renda, per sua bontà, veramente e finalmente perfetti nell’unità. Siamo discepoli in fuga o missionari? “Dopo la crocifissione del Maestro essi (i discepoli) si sentono colpevoli di essere vergognosamente fuggiti e di aver lasciato solo Gesù nei momenti più dolorosi. In questo smarrimento dei discepoli ci sembra di riconoscere le inquietudini della nostra epoca. In questo senso il nostro tempo potrebbe essere visto come un “sabato Santo” della storia. Ma è anche il giorno in cui è possibile contemplare Maria che, in un momento di chiusura universale, rivela la propria visione di fede e di speranza di cui abbiamo bisogno perché ci aiuti a spiegare le sofferenze del nostro tempo. Quando Cristo morì in Croce si fece buio su tutta la terra: spenta la fede, vanificata la speranza come attesteranno i discepoli al pellegrino incontrato sulla via di Emmaus - solo in Maria, nonostante il mare di dolore che l’inonda, esse splendono nel crollo di tutte le sicurezze umane. Il mondo è ancora sotto l’impero della morte e dell’oscurità; nella fede del Risorto l’esempio di Maria ci aiuta a vivere con uno sguardo di speranza il nostro Sabato Santo”. L.R. (da “La Voce di Padre Guanella”) FINESTRE APERTE DIAMO PIÙ VOCE AL VANGELO Don Aldo Brendolan, missionario in Ecuador, ci provoca ad essere missionari Da una lettera del 25 marzo 2001 “Chi non ricorda che il 25 marzo si celebra l’annuncio a Maria? Oggi nel grembo di Maria, “si riaccese l’amore” (25 marzo, 25 dicembre), quel Gesù che è la speranza dell’uomo. È sera. Sono qui, solo, dopo giorni e giorni di scuola. Ed altri, tanti altri mi aspettano tra aule, libri, dialoghi, lezioni. Sto diventando l’uomo della parola, dell’annuncio, del kerigma. Mio Dio, quante ore… E penso al valore della parola, al realismo della cultura ebrea, con la sua rudimentale psicologia. L’ebreo fissa l’uomo che parla e che vede? Un uomo che parla è uno che lancia fuori, proietta da dentro a fuori qualcosa, l’alito e le parole che escono dalla bocca. L’alito spinge le parole, le fa uscire, permette loro di incarnarsi di essere udibili. L’uomo, parlando, esce da se stesso, si esibisce, si consegna agli altri, al mondo, si trascende, si afferma, si gioca interamente. Per l’ebreo, la parola non è suono, è azione, è fatto, così come Dio quando, parlando, creò l’universo. La Parola crea. Più che spiegare i fenomeni, la parola li crea. Quante cose si potrebbero dire sulla parola, anche perché Cristo ha detto alla sua Chiesa: “Andate e fate discepoli tutte le genti… ammaestrandole a custodire tutto ciò che vi ho comandato” (Mt. 28, 18-19). Cristo ha detto di parlare… Certo le parole devono uscire dalla meditazione, dal silenzio, dal deserto. Cristo, la Parola, è uscita dal silenzio eterno trinitario. Cari amici mi rifaccio qui a un testo del ben conosciuto scrittore Vittorio Messori, che parla di una preoccupante malattia che sta investendo la Chiesa, malattia che si chiama “documentite” (“Le forze superstiti di una Chiesa che, in tanti Paesi, è ormai ridotta al lumicino, sono in gran parte utilizzate per commissioni, uffici, segretariati, gruppi di ricerca, équipe di lavoro, che dicono la loro in complessi documenti destinati agli archivi. È quel tipo di logorrea che gli spagnoli chiamano palabreria (Vittorio Messori, Le cose della vita, S. Paolo, 1995, pp.164-165). Ed è il ben noto scrittore che fa la proposta di qualche “anno sabbatico” di riposo, di silenzio, per riesaminare quei mucchi di documenti… Anche perché risulta, da inchieste serie, che i cattolici attuali sono più ignoranti sulle verità fondamentali della fede, che quelli del passato. Aumentano i documenti, pare, aumenta l’ignoranza. Se tutto questo è vero, risulta evidente lo sforzo dell’annuncio, della parola vera in mezzo alla gente, con un ritorno alla verità della fede, quelle basilari, l’abc del catechismo... Forse si deve parlare meno di “Chiesa e buco dell’ozono”, di “Vangelo ed effetto serra”, di “Chiesa e debito internazionale”, di “Chiesa ed ecologia”… e più di Gesù Cristo, confessione, eucarestia, grazia, Chiesa, Vangelo…, dato che la gente non sa più cosa sia quel Vangelo, cosa sia quella Chiesa che ci tirano in ballo”. La gioia di essere prete Così Don Aldo Brendolan in una lettera del 20 marzo 2001 parla della sua vocazione: “Lasciando tante cose alla memoria, voglio battere il tasto del mio sacerdozio, dato che celebro quest’anno le nozze d’argento della mia ordinazione. Essere prete: che mistero, che grazia, che peso, che gioia, che dolore…! Ho tra le mani un breve documento di un prete spagnolo, don Federico Bellido, prete origina- rio di Avila (città di Santa Teresa) già deceduto, dove sono raccolti alcuni dei suoi scritti e dove esprime le sue idee sulla Chiesa, sul suo apostolato, sulle grazie ricevute. C’è pure, ed è qui il dato più curioso, un progetto sul futuro funerale, in occasione della sua morte: vuole tanti giovani, con numerosi strumenti musicali; vuole pure una danza (“gioiosa, artistica, religiosa”); i soldi che raccoglieranno abbiano di mira i poveri; quando lo porteranno al cimitero e lo metteranno nella tomba, si facciano volare passeri e colombelle, che, con il loro volo, significheranno “il volo che io inizio verso la casa del Padre”. Che bello, cari amici, sentire queste parole da un prete. Significa che era felice di essere tale! Che bello vivere di resurrezione e di gioia! Ne abbiamo tutti bisogno vero? Come vorrei esser così anch’io…!”. Il Consiglio Direttivo ringrazia per le offerte pervenute a favore della Causa e delle opere della Serva di Dio. Per offerte: Conto Corrente Postale 26145458 FINESTRE APERTE 9 OCCHI DI LUCE CHE GUIDANO AL CIELO Testimonianze che spingono a cercare senza posa il Regno di Dio Il nostro periodico “Finestre Aperte” dedica a San Luigi Scrosoppi uno spazio particolare, offrendo ai lettori la possibilità di scoprirne la storia e le opere attraverso l’opuscolo biografico allegato. In queste pagine, invece, focalizziamo l’attenzione sulla eccezionalità della sua figura e della sua efficace intercessione presso Dio. SAN LUIGI SCROSOPPI apostolo di speranza Santo Padre ha tracciato un breve profilo dei cinque nuovi Santi, canonizzati il 10 giugno 2001 in Piazza San Pietro; di uno di questi, San Luigi Scrosoppi, friulano, prete dell’Oratorio di San Filippo Neri, ha detto: “La carità è stata il segreto della sua vita, profonda ed efficace sintesi tra la comunione con Dio e il servizio ai fratelli”. A darci una scheda è Stefania Sartori, che scrive in “La Vita cattolica - Udine”, dicendo: “Eccoci al grande evento, tutti emozionati e coinvolti nell'eccezionalità del fatto. Sono, infatti, trascorsi dodici secoli da quando la Chiesa friulana ha celebrato la glorificazione dell'ultimo santo. È un tempo di grazia per tutti: credenti e non credenti, per quanti nel mondo seguono le orme di Padre Luigi o sono incuriositi dal suo passaggio. Celebrare la canonizzazione di Padre Scrosoppi non è solo far memoria di un uomo che ha vissuto la radicalità del Vangelo all'insegna della carità, ma rimettere in gioco l'attualità del suo messaggio. Per questo possiamo affermare che Padre Luigi è la figura della speranza in un Il 10 mondo di delusione. Speranza significa riconoscere la presenza di Dio che si prende sempre cura delle sue creature in un mondo non appesantito dall'ombra del finito, della morte, ma connotato da un futuro aperto all'impreve- dibile dell'Onnipotente. La fiducia nella Provvidenza è guida per Padre Luigi, e la sua profonda comunione con il Signore lo trasfigura, lo rende libero e capace di andare al di là delle cose e di ogni compromesso: fede e fiducia, speranza e amore sono aspetti diversi di un unico atteggiamento spirituale. Il suo coinvolgimento nella storia delle persone lo ha portato alla totalità del dono. Padre Luigi non è solo il Padre delle derelitte ma è il grande santo, umile e nascosto, protettore dei derelitti di tutti i tempi. Con le sue intuizioni profetiche anticipa il Concilio Vaticano II: la centralità della Parola in un tempo dove dominava la "devotio moderna"; il primato della persona di Cristo e, quindi il primato dell'uomo sulla struttura; la promozione e la valorizzazione della donna. Quest'ultimo aspetto emerge lungo tutta la sua vita. Alla donna in Friuli, come nel resto del mondo, non era riconosciuta dignità. Il fatto che Padre Luigi istruisse queste persone senza significato pubblico, era certamente fuori da ogni schema sociale. Egli testardamente, credendo nel valore del genio femminile, lavorò intensamente per la promozione della donna ed il suo inserimento nella società. Secondo il Fondatore, infatti, senza le donne la società era povera. Padre Luigi ci invita con forza ad essere innamorate della vita, protese con la nostra sensibilità FINESTRE APERTE verso l'umanità sofferente: passione e dedizione nel campo educativo, disponibilità a prendersi cura degli ultimi con tenerezza e gratuità, accoglienza della vita in tutte le sue manifestazioni. E l'uomo d'oggi ha ancora bisogno di essere accolto e raccolto. Sono convinta che è sempre l'amore a fare la differenza nei gesti normali della vita quotidiana. Quindi, al di là dei limiti, delle difficoltà di ciascuna, ogni donna, ogni suora, anche quella di clausura, può vivere la quotidianità cercando di consacrare i gesti umani e di offrirli perché siano segno di un Amore più grande. venne rimandato a casa, nello Zambia vicino alla capitale Lusaka, per trascorrere le ultime settimane prima della morte, *** Alle parole di Stefania Sartori aggiungiamo la testimonianza di Peter Chungu Shitima, guarito per intercessione di Padre Scrosoppi. Si tratta di una grave forma di neurite periferica generata dalla fase terminale dell'Aids. Con questa infausta diagnosi avrebbe dovuto chiudersi nel 1996 la vita di Peter Chungu Shitima, allora ventiquattrenne seminarista dell'Oratorio di S. Filippo Neri di Oudtshoorn (vicino a Città del Capo, in Sudafrica). Chungu sospendendo tutte le cure mediche. Ma il malato non smette di confidare nel beato Luigi Scrosoppi, di cui è fervente devoto, e nella notte tra l'8 e il 9 giugno del '96 guarisce miracolosamente. Peter Chungu Shitima è stato intervistato dal settimanale "La Vita Cattolica" di Udine, sabato 9 giugno, in vista della canonizzazione di Luigi Scrosoppi, il giorno seguente in San Pietro. Così Peter racconta l'avvenimento: "La sera precedente ero stato molto male, tanto che dissi a mia sorella di voler morire perché ero stanco. Lei mi disse: «Peter, non dire così. Prega!». Prese il medaglione e me lo strinse sul petto. Le dissi ancora di essere stanco, ma poi si mise a pregare con me aiutandomi a recitare il Rosario. Quando molto più tardi riuscii ad addormentarmi, erano ormai le due della notte, in sogno vidi Padre David dell'oratorio di Oudtshoorn che mi portava da Padre Scrosoppi dicendomi di porgli sul capo una corona di materiale prezioso tempestata di diamanti. Il giorno dopo mi svegliai e chiesi a mia sorella di cercare sul vocabolario inglese il termine 'crown', corona, che avevo sentito in sogno. E quando lei mi lesse la spiegazione, confermandomi l'impressione che quel sogno fosse opera di Dio, improvvisamente mi sentii bene e ricominciai a camminare". Ora Peter diventerà sacerdote nell'ordine dei Padri Filippini, vuole impegnarsi per i malati di Aids e per tutti coloro che soffrono, in particolare nei luoghi dove manca la speranza. "Se glielo chiedete, Dio può agire - afferma nell'intervista -. Dio ci dona la vita e può fare tutto". Quanti ricevessero particolari favori, per intercessione di Maria Bolognesi, sono pregati di segnalarlo a: Centro Maria Bolognesi Tel. 0425/27931 - Fax 0425/463964 Via Giovanni Tasso, 49 - 45100 Rovigo **** Si invita, inoltre, a far pervenire scritti della Serva di Dio e proprie testimonianze per ampliare la documentazione della Causa di Canonizzazione FINESTRE APERTE 11 Riconoscimento del nostro A N D R E A B R U N O M A Z Z O C AT O per grazia di Dio e volontà della Sede Apostolica Vescovo VESCOVO DI ADRIA-ROVIGO Diocesano alla Associazione “Centro Maria Bolognesi” A T T E N Z I O N E 12 Compila e spedisci questo tagliando per ricevere il materiale desiderato riguardante Maria Bolognesi e per segnalare eventuali variazioni di indirizzo. Anche il tuo contributo ci permette di far conoscere Maria Bolognesi. COGNOME NOME VIA CAP. CITTÀ ❏ VARIAZIONE INDIRIZZO ❏ ❏ ❏ ❏ FINESTRE APERTE BIOGRAFIA BREVE PROFILO PREGHIERA Spedire a: Centro Maria Bolognesi, Via G. 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