Sped. Stampe in A.P. Comma 20/c Art. 2 Legge 662/96 - Aut. Filiale Rovigo - Trimestrale - Contiene I.R.
PERIODICO
DEL CENTRO MARIA BOLOGNESI
ATTORE DELLA CAUSA
DI CANONIZZAZIONE
DELLA SERVA DI DIO
MARIA BOLOGNESI
INTERNET: www.mariabolognesi.it
ANNO X N. 2
APRILE - MAGGIO - GIUGNO 2001
E-mail: [email protected]
Comunità in cammino
PRENDERE IL LARGO
per ritrovare con coraggio le ragioni di una fede cristiana
L
e nostre comunità - ha scritto
Ruspi, direttore dell’Ufficio
catechistico della CEI - devono
con maggior coraggio ritrovare le
ragioni di una fede cristiana ed
accogliere persone nuove, provenienti da culture e realtà religiose
diverse dalla nostra.
Di qui la necessità di interrogarsi su “come la Chiesa locale
possa progettare una pastorale
missionaria” e su “come sul territorio le singole comunità possano
far crescere persone destinate alla
catechesi e all'annuncio”.
L’attenzione all’annuncio e alla
formazione chiedono di “impostare in modo nuovo il rapporto con
la pastorale ordinaria, che continua ad assorbire il 90% delle energie delle nostre comunità, ma che
ha bisogno di una sorta di ‘sperimentazione’ di nuove modalità di
annuncio, più attento alle relazioni
tra le persone, ai bisogni concreti
della gente.
Quello dell’annuncio, in altre
parole, è un terreno ancora da dissodare, non solo per la presenza
sempre crescente di persone non
di ‘cultura’ cristiana nelle nostre
chiese, ma perché nelle nostre
comunità ci sono molte persone
che nominalmente aderiscono alla
fede cristiana e che però vivono
un’appartenenza puramente culturale o sociologica al cristianesimo.
Le ragioni della fede, spesso, sono
oscurate: per questo, l’annuncio
deve diventare una valenza globale di tutta la pastorale, anche attraverso l’individuazione di nuove
ministerialità, di nuove figure di
laici in grado di portare la fede nei
diversi ambienti di vita.
Il punto di partenza, sottolinea
il direttore dell’Ufficio CEI, possono essere i diversi cammini di
iniziazione cristiana, intesa “non
solo e non tanto come preparazione ai sacramenti, ma come capacità di accogliere le persone, di
metterle in contatto con il
Vangelo, di far nascere dentro di
loro una domanda di accoglienza e
di incontro con Cristo”.
Sul territorio ci sono anche
diversi “laboratori della fede”, dai
quali provengono esperienze che è
utile far circolare: bisogna dare
ampio spazio al confronto, con
testimonianze di esperienze pasto-
rali che vanno dal catecumenato
degli adulti all'iniziazione cristiana per ragazzi non cristiani, dal
“Vangelo nelle case” a percorsi
per adolescenti “ai margini”, da
itinerari particolari di preparazione al matrimonio agli incontri per
gli adulti nel quartiere, dai gruppi
di ascolto all'evangelizzazione per
genitori.
“Finestre Aperte” propone un
itinerario di approfondimento su
questi temi attraverso interviste e
contributi e invita i lettori a una
riflessione profonda che offra linfa
al dialogo e al confronto.
Chiara Bolognini
Decreto Vescovile
di riconoscimento di
“Associazione privata
di fedeli”
al
CENTRO
MARIA BOLOGNESI
- pag. 12 -
CHIAMATI A ESSERE IL SALE E LA LUCE DELLA TERRA
Con don Francesco Marzocchi, insegnante di teologia,
guidati alla riscoperta delle parole: ecumenismo e missione
“Di fronte alle nuove sfide poste dalla globalizzazione e dall'intreccio di popoli e culture che
la caratterizzano, i cattolici non devono cedere
alla tentazione di una pastorale di conservazione rassegnata o aggressiva ma al contrario
dare vita a una missionarietà individuando vie
di rinnovamento capaci di aprire l'orizzonte e
portare avanti un cammino efficace di evangelizzazione”.
Don Francesco, può commentare questa considerazione del teologo Sergio Lanza?
Come si può tradurre questo principio nella
vita della Chiesa di ogni giorno? Della propria diocesi? Della propria parrocchia?
Innanzitutto il fenomeno della globalizzazione,
intesa nell’accezione positiva, e dell’intreccio fra i
popoli si è evidenziato negli ultimi vent’anni con il
pontificato di Papa Giovanni Paolo II. La globalizzazione per la Chiesa significa universalità, cattolicità e l’intreccio fra i popoli è inculturazione, attenzione alle diverse culture. Si può dire che il Papa ha
dato il via alla globalizzazione attraverso tutti i
suoi viaggi, il suo pellegrinare per tutti i continenti
e le nazioni. Ricordo a questo proposito un passo
degli Apostoli in cui si racconta del desiderio dei
malati di vedere Pietro perché la sua ombra li possa
sfiorare.
Nel corso dei miei studi a Roma ho conosciuto
sacerdoti di diverse nazionalità e continenti che mi
hanno raccontato dell’esperienza della visita del
Papa come di una fonte di serenità, di forza e di sviluppo forte dal punto di vista vocazionale.
Noi dobbiamo applicare questa pastorale alla
vita di ogni giorno, ricordandone i punti salienti che
sono l’accoglienza, la grande attenzione alle culture e alle persone, la grande trasparenza nell’annunciare Cristo, nell’evangelizzare.
Applicato alla vita delle diocesi e delle parrocchie, il discorso si dirama in due direzioni: l’attenzione alle persone e quindi alla famiglia in tutte le
sue componenti, perché la famiglia aiuta a leggere
meglio, ci fa comprendere il valore della mansuetudine di chi è affaticato e oppresso, e l’evangelizzazione, che si deve spogliare degli aspetti troppo
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mediatici perché ha bisogno di più immediatezza.
Oggi grazie ai vari mezzi tecnologici si comunica
in fretta, ma non ci si incontra, non ci si accoglie
veramente.
La missione implica una conversione di mentalità da parte di tutta la comunità cristiana,
esige il coraggio, l'impegno radicali; la missione sta dentro e non accanto alla pastorale
ordinaria, la anima e la qualifica con il suo
dinamismo.
Come può, oggi che siamo bombardati da
mille “credi” diversi, il cristiano essere missionario, come può attestare in maniera convincente il proprio credo nei confronti di chi
non crede? Occorrono strade e linguaggi
nuovi? Quali?
La missione sta dentro alla pastorale perché ogni
azione ecclesiale è un’azione missionaria, che si fa
tramite del dono dello Spirito Santo. Ricordiamo i
due comandamenti dati da Gesù ai discepoli:
“Andate e predicate a tutte le genti” e “Rimanete in
città sinché non siete rivestiti di potenza dall’alto”.
Ecco la missione è il dono che è fatto a ciascuno di
FINESTRE APERTE
noi, è la vocazione, il disegno che ha due finalità: la
comunione, che è la missione “ad intra”, e l’evangelizzazione che è la missione “ad extra”.
Dentro la Chiesa la missione “ad intra” è lo strumento che ci unisce sempre di più. Ed è l’unità che
ha caratterizzato il pontificato di Papa Giovanni
Paolo II, è l’ecumenismo che lo identifica in modo
forte. Quello che, con un termine greco, è “koinonia”, l’unione fra tutti i cristiani che ha come fondamento l’amore. Cristo ha detto ai suoi discepoli:
“amatevi come io vi ho amato così diranno che
siete miei discepoli”.
Nel messaggio ai fedeli pronunciato in occasione della festa di S. Antonio, patrono della
città, il Vescovo di Padova mons. Antonio
Mattiazzo ha richiamato l'attenzione sul
valore delle relazioni umane come cardine
della qualità della vita: “La qualità delle relazioni umane è un fattore non trascurabile e
perfino determinante per valutare la vita di una
città”. Concorda con questa affermazione?
Io credo che Mons. Mattiazzo abbia voluto mettere in luce un aspetto che oggi si dà per scontato in
maniera errata. Quando si parla di “qualità” della
vita, infatti, si pensa ai beni materiali, agli aspetti
esteriori e non si parla dei valori spirituali. È a questi, invece, che ci richiama fortemente la “Tertio
Millennio ineunte”, dove il Papa sottolinea con
forza la necessità della contemplazione del volto di
Cristo. Qui Giovanni Paolo II riprende i temi della
sua prima enciclica la “Redentor hominis”, dove si
affermava che il Cristo è la chiave che svela l’uomo all’uomo.
Il cristiano contempla il Cristo, fonda ogni sua
azione in Cristo e da lui fa partire ogni suo gesto.
Ecco perché il Papa sollecita a ripartire da Cristo
per riscoprire quei valori spirituali che uniscono la
comunità cristiana.
La vera sfida da cogliere è riscoprire cosa sono
la preghiera, la grazia, la misericordia, ossia gli
aspetti fondamentali dell’intimità con il Cristo per
fondare una relazione forte e vera fra di noi. Cristo
ha detto di essere venuto a portare la spada, la guerra per simboleggiare la rottura dei rapporti falsi tra
gli uomini, quelli che si stabiliscono senza di Lui.
pegno comune contro le grandi ingiustizie,
contro la guerra, la morte, la povertà. In questa prospettiva nasce il dialogo, testimonianza
di fede. In che modo il cristiano può aprirsi al
confronto senza perdere qualcosa della propria identità culturale e religiosa?
Rispondo a questa domanda ricordando un episodio che mi è capitato ad Assisi in occasione del
grande incontro fra i capi religiosi fortemente voluto dal Papa. Qui incontrai un monaco ortodosso,
che stava sul Monte Athos, e fui colpito dalla sua
dolcezza, la dolcezza di un uomo forte che ha ben
chiare certe direttrici. Gli chiesi che cosa fosse per
lui l’ecumenismo. E lui mi rispose che l’ecumenismo presuppone che ogni confessione cristiana stabilisca un rapporto profondo con il Cristo: “in
Cristo ci troveremo uniti”.
L’ecumenismo non ha bisogno di particolari
strategie, ma chiede semplicemente che si viva a
fondo il Vangelo come hanno fatto i Santi, come ha
fatto San Francesco, con fedeltà e trasparenza.
Questo non può che unirci. I cristiani appartengono
a diverse culture e sensibilità eppure in Cristo trovano la loro unità.
Mi tornano alla memoria alcuni punti della bellissima lettera di Agneto, un autore ignoto del II
secolo dopo Cristo, in cui si dice che i cristiani sono
l’anima del mondo: come l’anima abita in un corpo,
ma non proviene dal corpo, così i cristiani abitano
nel mondo, ma non provengono dal mondo; come
l’anima è invisibile, anche se racchiusa nel corpo
che è visibile, così l’amore dei cristiani non si vede
anche se è racchiuso nel mondo che si vede; l’anima è racchiusa nel corpo e lo sostiene e così i cristiani sono racchiusi nel mondo e lo sostengono. I
cristiani sono chiamati a essere pellegrini fra le
cose che si corrompono. L’ecumenismo è seguire
fino in fondo questa chiamata, significa essere davvero il sale e la luce, una luce che illumina e unisce.
L'Ecumenismo si traduce in indicazioni concrete: si va dall'accoglienza degli stranieri
alla lotta contro ogni forma di razzismo, l'imFINESTRE APERTE
3
LA SERVA DI DIO MISSIONARIA:
LIEVITO DI FEDE E SPERANZA
orredando la lettura del diario
di Maria e della sua corrispondenza con le foto affidate alla
memoria e all’amorevole cura degli
“Amici di Maria Bolognesi”, si va
incontro a una schiera multiforme e
variegata di “casi umani”. Parole e
immagini ci mettono davanti agli
occhi “orfani, bimbi segnati nel
fisico o nella mente, padri senza
lavoro, mamme ricoverate in sanatorio, ammalati giovani e vecchi
senza più speranza di guarigione,
moribondi bisognosi di una persona
amica pronta a dire una parola di
speranza nella misericordia del
Signore, sposi tormentati dal dubbio di una separazione o di una
maternità da accettare, giovani
incompresi, bisognosi di appoggio
morale o di collaborazione concreta
per trovare lavoro, e, ancora, tutti i
poveri a cui Maria portò aiuto con
la sua presenza silenziosa e discreta”.
Sono gli occhi di questa gente
tormentata e afflitta dai problemi
della vita quotidiana, impegnata
nella dura lotta per la sopravvivenza, che incontrarono gli occhi attenti, premurosi, sereni, fiduciosi,
pieni di conforto di quella straordinaria “madre e sorella” che fu
Maria. In una delle foto che la
ritraggono accanto a una delle tante
famiglie, a cui portò soccorso,
Maria sorride a un bambino mentre
con la mano fasciata dal suo guanto
nero impasta in una ciotola della
farina. Questa immagine di donna
intenta a preparare del pane, o una
focaccia, sembra racchiudere, se
pur nella sua apparente semplicità e
quotidianità, un messaggio prezioso.
Per chi ha letto con attenzione il
Vangelo quella foto, in apparenza
poco significativa, si riveste di un
forte significato simbolico, si tradu-
C
4
Maria Bolognesi,
nella vita di ogni giorno,
tradusse le parole
del Vangelo:
“Il regno dei cieli
si può paragonare al lievito,
che una donna ha preso
e impastato con tre misure
di farina
perché tutta si fermenti”
ce nel messaggio più profondo consegnatoci dal Signore attraverso
Maria. Pensiamo alla parabola del
lievito (Vangelo secondo Matteo
13,33) in cui così Gesù si esprime:
“Il regno dei cieli si può paragonare al lievito, che una donna ha preso
e impastato con tre misure di farina
perché tutta si fermenti”. Sorprende
la coincidenza tra questa similitudine e l’immagine di Maria intenta a
impastare la farina per dare cibo e
sollievo a dei bambini poveri.
Il gesto concreto di un’umile
donna che prepara da mangiare si
carica di forti valori simbolici,
diventa quasi la rappresentazione
concreta del ruolo che Cristo affidò
a Maria e il segno della sua particolare disposizione a obbedire alla
chiamata del Signore. È in questa
immagine che si racchiude il senso
particolare della sua devozione a
Gesù: Maria ascoltò la voce del
Signore e accettò con umiltà di farsi
lievito che fa fermentare la fede, la
speranza e l’amore negli uomini.
Con un’insolita mescolanza tra
atti concreti e momenti di altissima
spiritualità, Maria trasformò e visse
la sua povertà a immagine della
povertà di Cristo, potenziandola
come tramite per accostarsi agli
altri, come veicolo d’amore nel
Cristo. Per questa donna forte e
pragmatica la vicinanza ai poveri,
agli ammalati, ai bisognosi fu il
modo più spontaneo di trovare
Cristo negli altri, la strada prescelta
per condurli alla salvezza.
La sua capacità di vivere l’ordinario in maniera straordinaria fa sì
che venga chiamata a farsi “missionaria” fra la sua gente. Per un
misterioso
disegno
della
Provvidenza Dio chiede a quest’anima umile di collaborare con Lui
per la salvezza delle anime. È l’umiltà, intima compagna della
povertà, a far cadere la scelta su
Maria come risulta evidente dalla
descrizione della visione apparsa
nella notte tra l’1 e il 2 aprile. Ecco
le parole impresse da Maria sulle
pagine del suo diario: «Una gran
luce: Gesù Gesù, che sia proprio un
sogno? Gesù parlò! Mi dice:
Maria, sì sono Gesù, mi conosci?
La Tua luce è sfolgorante, le Tue
vesti candide come la neve, il Tuo
volto luminoso. Maria, piccolo gin-
FINESTRE APERTE
gillo ho tanto bisogno del tuo aiuto.
Ma sei proprio Gesù? Che prove mi
dai perché io non dubiti? Maria ti
chiedo amore, preghiere e penitenza. Io non so
pregare, non
potrò corrispondere, sono
un nulla. Maria per questo
poso su di te
perché sei proprio un nulla.
Allora che te
ne servi di me?
Sono solo “pitocca”, Tu hai
bisogno di anime che sappiano pregare, io
questo non lo
so fare».
Da questo momento Gesù coinvolge Maria in un’offerta di sé sempre più grande. In apparenza l’umile donna vestita di nero continua la
sua vita di sempre: lavoro, preoccupazioni quotidiane per i fratelli che
crescono, la salute che comincia a
procurarle seri problemi, lo scherno
e l’incredulità di alcuni che la ricoprono di ignobili insulti. Ma, in
realtà, con le sue umili mani sparge
ovunque quel lievito che fa fermentare la speranza; passo dopo passo,
con estrema naturalezza e senza
clamore, impasta quel pane che è
fonte della Vera Vita.
Non è facile seguire le numerose
tappe di questo cammino senza
sosta. Nel difficile tentativo di
ripercorrere tutti i suoi spostamenti
ci aiutano le testimonianze e le lettere raccolte. Riga dopo riga troviamo Maria, presso la famiglia Piva,
dove allestì una specie di sala di
custodia per i bambini poveri che le
mamme, costrette a lavorare nei
campi dovevano lasciare a casa da
soli, la rivediamo tra gli ammalati
del paese e quelli degli ospedali e
del sanatorio di Rovigo, Padova e
Ferrara, e, ancora, la ricordiamo
sorridente mentre insegna il catechismo, raccoglie offerte per le missioni, cuce e raccoglie indumenti
per i poveri, si sposta in automobile
nel Nord e nel Centro Italia per portare soccorso a vari istituti di carità.
Ricercando nel prossimo il volto
di Gesù sofferente Maria non permise mai alla debolezza, alla stanchezza fisica, alle dure malattie che
le fiaccarono il corpo, di sopraffarla. Fu talmente grande la volontà di
rispondere con azioni concrete alla
chiamata del Cristo che arrivò addirittura a progettare la costruzione di
un immobile per ospitare e assistere
i convalescenti usciti dall’ospedale.
Così da una attenta lettrice della
sua vita viene ricordata quella
straordinaria iniziativa di Maria: “Il
27 novembre del 1969 prese avvio
questo suo progetto d’amore. La
realizzazione dell’opera comportò
per Maria, fin dall’inizio, ogni sorta
Ogni mese, il giorno 30, alle ore 9.00 (se festivo ore 10.30),
viene celebrata una S. Messa per la Serva di Dio
Maria Bolognesi
presso il Tempio cittadino "La Rotonda" a Rovigo
FINESTRE APERTE
di difficoltà. I problemi da risolvere
furono tanti e gravi, come pure gli
ostacoli da rimuovere. Questo
periodo fu talmente doloroso da
poter essere definito un autentico
calvario. A lavori
solo parzialmente ultimati, il
cuore
della
Bolognesi subì
un primo cedimento, causato
da un gravissimo
infarto. Era il
mese di dicembre del 1971.
Da questo
momento, fino al
1980, anno della
sua morte, Maria
fu costretta a ridurre al minimo le
sue uscite di casa. Ciò nonostante,
ella si prodigò per i suoi “amici”,
poveri e ammalati, con le risorse di
cui disponeva: penna, carta, telefono, e anche qualche breve incontro,
nel suo piccolo appartamento sito al
secondo piano di quell’opera rimasta “incompiuta”. Il primo piano di
quel caseggiato che avrebbe dovuto
diventare un convalescenziario,
rimasto allo stato grezzo, fu fonte di
dolore morale per Maria che in una
lettera a una persona amica scrisse
«Gesù mi ha tenuto nascosto che la
prima ammalata sarei stata io»”.
Fino in punto di morte le mani di
Maria smistarono quintali e quintali di indumenti destinati ai poveri.
Quelle mani, che avevano dipinto
anche quadri dai colori vivaci per
regalare sollievo ai bisognosi, si
fermarono per sempre il 30 gennaio
1980.
C.B.
In ossequio al decreto di Urbano VIII, si
dichiara di non voler attribuire a quanto
di straordinario è narrato in questo giornale altra fede se non umana e di non
voler prevenire il giudizio definitivo della
Chiesa, al quale la Redazione intende sottomettere in tutto il suo.
5
gni mattina, mentre azzittiamo il traumatico buongiorno della sveglia o mentre
cerchiamo di infilarci le ciabatte, anche se ancora un po'
assonnati, ognuno di noi ha il
suo "progetto" per la giornata
che sta per iniziare. Così la
nostra vita è fatta di tante giornate, tasselli che ora dopo ora,
vanno a formare il nostro
O
SIAMO TUTTI
“MIS SIONARI”
Riflessioni utili perché il cristiano
viva la propria vocazione
e partecipi alla Missione di Cristo
dobbiamo improntare da apostoli il nostro quotidiano, da
testimoni del Vangelo come
Parola viva. Ciascun cristiano
partecipa alla Missione di
Cristo in modo
unico personale:
dalla madre che
“Maestro Buono,
ama i suoi figli,
dal bambino che
che cosa devo fare?
studia con impedi Ludovica Mazzucato
gno, al professionista che lavora
con
scrupolo,
puzzle. L'unico puzzle che all'artista che immortala le
non vorremmo finire mai, ma emozioni, all'anziano che sbrila vita terrena è un dono a ciola il pane per i colombi.
tempo determinato, e abbiamo Siamo quindi tutti missionari
la responsabilità di darle un nel luogo in cui viviamo, con
significato degno. Potremmo il nostro esempio nelle scelte e
campare mille anni, ma valgo- nei comportamenti.
no come un giorno se non scoLa nostra deve essere una
priamo in noi stessi la capacità ricerca sincera, proprio come
del bene e dell'amore.
quel giovane che nel Vangelo
Dio ha già tracciato una chiede a Gesù: "Maestro
mappa per ognuno di noi, buono, che cosa devo fare?".
spesso però siamo incapaci di Non dobbiamo avere paura, il
intraprendere quel cammino, nostro è un Padre misericorci affanniamo nel cercare dioso e se non saremo forti
scorciatoie che portano solo al proprio come non lo è stato
baratro. Abbiamo la forza di Pietro, Lui saprà perdonarci e
dire: "Sono qui, Padre, manda- non smetterà mai di amarci e
mi"? Forse ci fa troppo como- confortarci. Così ognuno di
do pensare che solo chi prende noi può vivere quel progetto di
i voti religiosi si debba sentire vita che Dio ha per lui, e sen"apostolo". Invece, noi tutti, tirsi una pietra viva della
6
Chiesa, perché questo è la
Chiesa: una partecipazione
vivente all'unione di Cristo.
Allora non sarà più difficile
dire: "Ecco, io vengo a fare, o
Dio, la tua volontà"! Dio,
però, non è solo nella Chiesa
della nostra Parrocchia e fare
la Sua volontà non è un decalogo di comportamenti da
seguire, ma una catena di
ragionamenti che hanno per
unico soggetto l'amore. Non
guardiamo troppo lontano, per
trovare chi ha bisogno di noi
Dio ha lastricato una strada
per ognuno di noi
FINESTRE APERTE
Gesù siede perché la donna possa
raggiungerlo e vederlo in pieno
sole: potrà comunicarle la sua luce
senza l’ostacolo di altre presenze.
Gesù si ferma anche per noi, là
dove sa che ci porteranno i nostri
passi: nella quotidianità delle
nostre fatiche e, soprattutto, nel
silenzio del raccoglimento. È allora che ci chiede da bere. Ci chiede
la nostra acqua, la nostra povera
acqua che disseta per un istante e
che Lui trasforma, come a Cana,
nel vino della Grazia e ci dà, in
cambio, la sua acqua scaturita
dalla fonte eterna del suo costato.
La donna va al pozzo con la sua
brocca, ma al cospetto della
Pienezza, la dimentica: le sue
necessità di ogni giorno sono
come annullate di fronte all’evidenza di una realtà più grande di
ogni bisogno fisico
e spirituale; l’incontro con Cristo si
fa dinamismo del
L’incontro con Cristo
corpo e dello spiriè un fiume incontenibile to: slancio, entusiasmo,
esigenza
d’annuncio.
È
di Norma Ferri
come un fiume, un
fiume incontenibile… La piccola
a donna di Samaria, per rag- brocca avrebbe potuto raccogliergiungere il pozzo, fa un cam- ne solo un rivolo…
“Dammi da bere”. È un invito
mino. Il suo è un cammino per
procurarsi un bene fondamentale rivolto anche a me, non posso fingere di non aver sentito o capito.
per la vita del corpo: l’acqua.
Fatica ogni giorno, per rag- Signore, accanto al pozzo dell’ingiungere il pozzo prima e per por- contro, ci siamo Tu ed io, e Tu, il
tare a casa il carico prezioso, mio Dio, mi chiedi la mia povera
acqua: ne hai “bisogno” per “alledopo.
Al traguardo, questa volta, viare” la tua sete d’amore.
Anche sulla Croce, Gesù, hai
trova Qualcuno: è Gesù che siede
sul bordo del pozzo, come in atte- chiesto da bere… e ti hanno offersa. Non ha voluto seguire la via to aceto… Gesù, aiutami ad offrirdei discepoli, ma ha scelto di ti l’acqua di un amore più puro per
incontrare e di farsi incontrare da spegnere la sete dei più piccoli, e
una donna che ancora non lo cono- togliere tutto l’aceto del mio otre,
perché possa contenere solo il
sce.
Gesù è solo, come la donna; vino nuovo della tua carità infiniintorno, il silenzio inondato di ta.
luce. L’incontro avviene in un
ambiente di grande semplicità.
basta allungare la mano e non
sarà faticoso sacrificarsi,
come non lo è per il contadino
curare la sua terra.
Nella vita della Serva di
Dio Maria Bolognesi c'è tutto
questo: la capacità di dare
testimonianza di essere figli
adottivi di Dio. Non ci viene
chiesto ciò che non possiamo
dare, ma di mettere a frutto
quello che ci è stato dato! E
ogni nuova alba è nuovo regalo da scartare, ventiquattro ore
in più per rendere grazia di
questo dono a Dio Padre,
anche attraverso ogni piccola
croce che Gesù ci aiuta a portare!
L
FINESTRE APERTE
alla Fonte
Non trovo più
la cava di pietra
con il suo carico
infinito
di incertezze
e paure.
Il lume tiepido
in essa rinchiuso
non sanguina più
al primo albeggiare.
Agile e sicura
la nostra immersione
in quella Fonte
da Te offerta
nella tacita quiete
di una notte d’amore.
Occhi profondi
guidati dal vento
ovunque rinnovano
i segni eterni
della nostra dolce
caducità.
G. Giacomini
7
LA MADONNA, MODELLO DI UNITA’
con Lei nel “Cenacolo” della nostra anima
- di Norma Ferri uando rifletto sul cammino Signore, per restare uniti a Te?
dell’unità dei cristiani, mi ven- Perché possiamo come tua madre,
gono in mente queste sublimi paro- restare sempre nel tuo amore?
le di Cristo, rivolte al Padre nel- Maria diventa il nostro modello,
l’imminenza della passione.
Maria che ti è stata accanto nella
In spirito sento la forza e la contemplazione del tuo volto di
potenza di questa preghiera che bambino e nella sofferenza della
intercede non solo per gli apostoli, Via Crucis, insultata e sospinta
ma anche per tutti i credenti e quin- come te da una folla vociante e
di anche per
impetuosa, imciascuno
di
possibilitata a
“Prego...
noi. Sento allodarti sollievo.
perché tutti siano una sola cosa,
ra il desiderio
Come avrebbe
profondo
di
voluto
essere al
perché siano perfetti nell’unità..”
(Gv 17,20-23)
unirmi alla preposto del Cireghiera di Crineo e portare per
sto, per chiedeTe e con Te quel
re al Padre il dono dell’unità. Il giogo pesante già irrorato dal sandesiderio di Cristo diventa il mio gue del tuo sacrificio! Come avrebdesiderio, la sua supplica, diventa be desiderato essere al posto di
la mia supplica e quella di tantissi- Veronica e tergere il sudore del tuo
me anime su questa terra e in viso benedetto e sfigurato dalla sofParadiso. Con questa consapevo- ferenza! Ti ha seguito sino alla fine,
lezza è facile sperare, infatti, se Dio sino allo strazio supremo, quando il
ascolta la preghiera di ciascuno di silenzio di Dio sembrava essere
noi, come potrà non esaudire quel- calato anche su di lei. E fu allora
la del suo amatissimo Figlio?
che Tu, in S. Giovanni, il discepolo
Ma i tempi di Dio non sono più amato, le affidasti tutti i credenquelli degli uomini, perciò è possi- ti, e Lei, madre dolcissima, venne
bile, talvolta, che si vada incontro affidata a noi: a me, a te, fratello
alla stanchezza che l’attesa com- che stai leggendo queste parole, a
porta…. Dobbiamo tuttavia rendere tutti i fratelli in Cristo. Maria segno
conto che Dio desidera costruire d’amore, dunque, depositaria del
l’unità, anche con l’amore di cia- testamento supremo concepito sulscuno di noi, con quell’amore che l’immensità della Croce, vincolo di
ci rende capaci di accogliere prima comunione tra gli uomini.
di tutto la Parola, fonte di vita e di
È stupendo immaginare, dopo la
verità.
morte e risurrezione di Gesù, il
Penso, a questo punto, al ban- ruolo di Maria all’interno dei grupchetto di Cana, in cui Cristo dona ai pi degli apostoli chiusi nel
presenti la sua pace e il vino del Cenacolo dai limiti dello loro pauprimo miracolo. Accanto a Lui c’è ra. Sicuramente è stata una preghieMaria che invita e ci invita “Fate ra vivente alla Trinità, l’emblema
quello che vi dirà”: l’obbedienza perfetto di fede, speranza e carità,
dei servi, unita alla preghiera di nell’attesa della discesa vivificante
Maria, muovono Gesù a trasforma- dello Spirito che Cristo aveva prore l’acqua in vino.
messo prima della Passione.
Che cosa dobbiamo fare,
Per questo, Maria, ti chiediamo
Q
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di entrare nel Cenacolo della nostra
anima, di portare con te la folla
immensa dei fratelli separati, di
rivolgere al Padre le suppliche più
degne perché ci trasformi interiormente e ci renda, per sua bontà,
veramente e finalmente perfetti
nell’unità.
Siamo discepoli in
fuga o missionari?
“Dopo la crocifissione del
Maestro essi (i discepoli) si
sentono colpevoli di essere
vergognosamente fuggiti e di
aver lasciato solo Gesù nei
momenti più dolorosi. In questo smarrimento dei discepoli
ci sembra di riconoscere le
inquietudini della nostra epoca.
In questo senso il nostro tempo
potrebbe essere visto come un
“sabato Santo” della storia. Ma
è anche il giorno in cui è possibile contemplare Maria che, in
un momento di chiusura universale, rivela la propria visione di fede e di speranza di cui
abbiamo bisogno perché ci
aiuti a spiegare le sofferenze
del nostro tempo. Quando
Cristo morì in Croce si fece
buio su tutta la terra: spenta la
fede, vanificata la speranza come attesteranno i discepoli
al pellegrino incontrato sulla
via di Emmaus - solo in Maria,
nonostante il mare di dolore
che l’inonda, esse splendono
nel crollo di tutte le sicurezze
umane. Il mondo è ancora
sotto l’impero della morte e
dell’oscurità; nella fede del
Risorto l’esempio di Maria ci
aiuta a vivere con uno sguardo
di speranza il nostro Sabato
Santo”.
L.R.
(da “La Voce di Padre Guanella”)
FINESTRE APERTE
DIAMO PIÙ VOCE AL VANGELO
Don Aldo Brendolan, missionario in Ecuador, ci provoca ad essere missionari
Da una lettera del 25 marzo 2001
“Chi non ricorda che il 25 marzo si celebra l’annuncio a Maria?
Oggi nel grembo di Maria, “si riaccese l’amore” (25
marzo, 25 dicembre), quel Gesù che è la speranza dell’uomo.
È sera. Sono qui, solo, dopo giorni e giorni di scuola. Ed altri, tanti altri mi aspettano tra aule, libri, dialoghi, lezioni. Sto diventando l’uomo della parola, dell’annuncio, del kerigma. Mio Dio, quante ore… E penso
al valore della parola, al realismo della cultura ebrea,
con la sua rudimentale psicologia. L’ebreo fissa l’uomo
che parla e che vede? Un uomo che parla è uno che lancia fuori, proietta da dentro a fuori qualcosa, l’alito e le
parole che escono dalla bocca. L’alito spinge le parole,
le fa uscire, permette loro di incarnarsi di essere udibili.
L’uomo, parlando, esce da se stesso, si esibisce, si consegna agli altri, al mondo, si trascende, si afferma, si
gioca interamente. Per l’ebreo, la parola non è suono, è
azione, è fatto, così come Dio quando, parlando, creò
l’universo. La Parola crea. Più che spiegare i fenomeni,
la parola li crea.
Quante cose si potrebbero dire sulla parola, anche
perché Cristo ha detto alla sua Chiesa: “Andate e fate
discepoli tutte le genti… ammaestrandole a custodire
tutto ciò che vi ho comandato” (Mt. 28, 18-19). Cristo
ha detto di parlare… Certo le parole devono uscire dalla
meditazione, dal silenzio, dal deserto. Cristo, la Parola,
è uscita dal silenzio eterno trinitario.
Cari amici mi rifaccio qui a un testo del ben conosciuto scrittore Vittorio Messori, che parla di una preoccupante malattia che sta investendo la Chiesa, malattia
che si chiama “documentite” (“Le forze superstiti di una
Chiesa che, in tanti Paesi, è ormai ridotta al lumicino,
sono in gran parte utilizzate per commissioni, uffici,
segretariati, gruppi di ricerca, équipe di lavoro, che
dicono la loro in complessi documenti destinati agli
archivi. È quel tipo di logorrea che gli spagnoli chiamano palabreria (Vittorio Messori, Le cose della vita, S.
Paolo, 1995, pp.164-165).
Ed è il ben noto scrittore che fa la proposta di qualche “anno sabbatico” di riposo, di silenzio, per riesaminare quei mucchi di documenti… Anche perché risulta,
da inchieste serie, che i cattolici attuali sono più ignoranti sulle verità fondamentali della fede, che quelli del
passato. Aumentano i documenti, pare, aumenta l’ignoranza. Se tutto questo è vero, risulta evidente lo sforzo
dell’annuncio, della parola vera in mezzo alla gente, con
un ritorno alla verità della fede, quelle basilari, l’abc del
catechismo... Forse si deve parlare meno di “Chiesa e
buco dell’ozono”, di “Vangelo ed effetto serra”, di
“Chiesa e debito internazionale”, di “Chiesa ed ecologia”… e più di Gesù Cristo, confessione, eucarestia,
grazia, Chiesa, Vangelo…, dato che la gente non sa più
cosa sia quel Vangelo, cosa sia quella Chiesa che ci tirano in ballo”.
La gioia di essere prete
Così Don Aldo Brendolan in
una lettera del 20 marzo 2001
parla della sua vocazione:
“Lasciando tante cose alla
memoria, voglio battere il tasto
del mio sacerdozio, dato che
celebro quest’anno le nozze
d’argento della mia ordinazione. Essere prete: che mistero,
che grazia, che peso, che
gioia, che dolore…! Ho tra le
mani un breve documento di
un prete spagnolo, don
Federico Bellido, prete origina-
rio di Avila (città di Santa Teresa)
già deceduto, dove sono raccolti
alcuni dei suoi scritti e dove
esprime le sue idee sulla
Chiesa, sul suo apostolato, sulle
grazie ricevute.
C’è pure, ed è qui il dato più
curioso, un progetto sul futuro
funerale, in occasione della sua
morte: vuole tanti giovani, con
numerosi strumenti musicali;
vuole pure una danza (“gioiosa,
artistica, religiosa”); i soldi che
raccoglieranno abbiano di mira i
poveri; quando lo porteranno al
cimitero e lo metteranno nella
tomba, si facciano volare passeri e colombelle, che, con il
loro volo, significheranno “il
volo che io inizio verso la casa
del Padre”. Che bello, cari
amici, sentire queste parole da
un prete. Significa che era felice di essere tale! Che bello
vivere di resurrezione e di
gioia! Ne abbiamo tutti bisogno
vero? Come vorrei esser così
anch’io…!”.
Il Consiglio Direttivo ringrazia per le offerte pervenute a favore della Causa e delle opere della Serva di Dio.
Per offerte: Conto Corrente Postale 26145458
FINESTRE APERTE
9
OCCHI DI LUCE CHE GUIDANO AL CIELO
Testimonianze che spingono a cercare senza posa il Regno di Dio
Il nostro periodico “Finestre Aperte” dedica
a San Luigi Scrosoppi uno spazio particolare, offrendo ai lettori la possibilità di
scoprirne la storia e le opere attraverso l’opuscolo biografico allegato.
In queste pagine, invece, focalizziamo l’attenzione sulla
eccezionalità della sua figura
e della sua efficace intercessione presso Dio.
SAN LUIGI SCROSOPPI
apostolo di speranza
Santo Padre ha tracciato un
breve profilo dei cinque
nuovi Santi, canonizzati il 10
giugno 2001 in Piazza San
Pietro; di uno di questi, San
Luigi Scrosoppi, friulano, prete
dell’Oratorio di San Filippo
Neri, ha detto: “La carità è stata
il segreto della sua vita, profonda
ed efficace sintesi tra la comunione con Dio e il servizio ai fratelli”.
A darci una scheda è Stefania
Sartori, che scrive in “La Vita
cattolica - Udine”, dicendo:
“Eccoci al grande evento, tutti
emozionati e coinvolti nell'eccezionalità del fatto. Sono, infatti,
trascorsi dodici secoli da quando
la Chiesa friulana ha celebrato la
glorificazione dell'ultimo santo.
È un tempo di grazia per tutti:
credenti e non credenti, per
quanti nel mondo seguono le
orme di Padre Luigi o sono incuriositi dal suo passaggio.
Celebrare la canonizzazione
di Padre Scrosoppi non è solo far
memoria di un uomo che ha vissuto la radicalità del Vangelo
all'insegna della carità, ma rimettere in gioco l'attualità del suo
messaggio. Per questo possiamo
affermare che Padre Luigi è la
figura della speranza in un
Il
10
mondo di delusione. Speranza
significa riconoscere la presenza
di Dio che si prende sempre cura
delle sue creature in un mondo
non appesantito dall'ombra del
finito, della morte, ma connotato
da un futuro aperto all'impreve-
dibile dell'Onnipotente. La fiducia nella Provvidenza è guida per
Padre Luigi, e la sua profonda
comunione con il Signore lo trasfigura, lo rende libero e capace
di andare al di là delle cose e di
ogni compromesso: fede e fiducia, speranza e amore sono aspetti diversi di un unico atteggiamento spirituale.
Il suo coinvolgimento nella
storia delle persone lo ha portato
alla totalità del dono. Padre Luigi
non è solo il Padre delle derelitte
ma è il grande santo, umile e
nascosto, protettore dei derelitti
di tutti i tempi. Con le sue intuizioni profetiche anticipa il
Concilio Vaticano II: la centralità
della Parola in un tempo dove
dominava la "devotio moderna";
il primato della persona di Cristo
e, quindi il primato dell'uomo
sulla struttura; la promozione e
la valorizzazione della donna.
Quest'ultimo aspetto emerge
lungo tutta la sua vita. Alla
donna in Friuli, come nel resto
del mondo, non era riconosciuta
dignità.
Il fatto che Padre Luigi
istruisse queste persone senza
significato pubblico, era certamente fuori da ogni schema
sociale. Egli testardamente, credendo nel valore del genio femminile, lavorò intensamente per
la promozione della donna ed il
suo inserimento nella società.
Secondo il Fondatore, infatti,
senza le donne la società era
povera.
Padre Luigi ci invita con forza
ad essere innamorate della vita,
protese con la nostra sensibilità
FINESTRE APERTE
verso l'umanità sofferente: passione e dedizione nel campo educativo, disponibilità a prendersi
cura degli ultimi con tenerezza e
gratuità, accoglienza della vita in
tutte le sue manifestazioni. E
l'uomo d'oggi ha ancora bisogno
di essere accolto e raccolto.
Sono convinta che è sempre
l'amore a fare la differenza nei
gesti normali della vita quotidiana. Quindi, al di là dei limiti,
delle difficoltà di ciascuna, ogni
donna, ogni suora, anche quella
di clausura, può vivere la quotidianità cercando di consacrare i
gesti umani e di offrirli perché
siano segno di un Amore più
grande.
venne rimandato a casa, nello
Zambia vicino alla capitale
Lusaka, per trascorrere le ultime
settimane prima della morte,
***
Alle parole di Stefania Sartori
aggiungiamo la testimonianza di
Peter Chungu Shitima, guarito
per intercessione di Padre
Scrosoppi.
Si tratta di una grave forma di
neurite periferica generata dalla
fase terminale dell'Aids. Con
questa infausta diagnosi avrebbe
dovuto chiudersi nel 1996 la vita
di Peter Chungu Shitima, allora
ventiquattrenne
seminarista
dell'Oratorio di S. Filippo Neri di
Oudtshoorn (vicino a Città del
Capo, in Sudafrica). Chungu
sospendendo tutte le cure mediche. Ma il malato non smette di
confidare nel beato Luigi
Scrosoppi, di cui è fervente
devoto, e nella notte tra l'8 e il 9
giugno del '96 guarisce miracolosamente.
Peter Chungu Shitima è stato
intervistato dal settimanale "La
Vita Cattolica" di Udine, sabato
9 giugno, in vista della canonizzazione di Luigi Scrosoppi, il
giorno seguente in San Pietro.
Così Peter racconta l'avvenimento:
"La sera precedente ero stato
molto male, tanto che dissi a mia
sorella di voler morire perché ero
stanco. Lei mi disse: «Peter, non
dire così. Prega!». Prese il medaglione e me lo strinse sul petto.
Le dissi ancora di essere stanco,
ma poi si mise a pregare con me
aiutandomi a recitare il Rosario.
Quando molto più tardi riuscii ad
addormentarmi, erano ormai le
due della notte, in sogno vidi
Padre David dell'oratorio di
Oudtshoorn che mi portava da
Padre Scrosoppi dicendomi di
porgli sul capo una corona di
materiale prezioso tempestata di
diamanti.
Il giorno dopo mi svegliai e
chiesi a mia sorella di cercare sul
vocabolario inglese il termine
'crown', corona, che avevo sentito in sogno. E quando lei mi
lesse la spiegazione, confermandomi l'impressione che quel
sogno fosse opera di Dio,
improvvisamente mi sentii bene
e ricominciai a camminare".
Ora Peter diventerà sacerdote
nell'ordine dei Padri Filippini,
vuole impegnarsi per i malati di
Aids e per tutti coloro che soffrono, in particolare nei luoghi dove
manca la speranza. "Se glielo
chiedete, Dio può agire - afferma
nell'intervista -. Dio ci dona la
vita e può fare tutto".
Quanti ricevessero particolari favori, per intercessione di Maria Bolognesi,
sono pregati di segnalarlo a:
Centro Maria Bolognesi
Tel. 0425/27931 - Fax 0425/463964
Via Giovanni Tasso, 49 - 45100 Rovigo
****
Si invita, inoltre, a far pervenire scritti della Serva di Dio
e proprie testimonianze per ampliare la documentazione
della Causa di Canonizzazione
FINESTRE APERTE
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Riconoscimento
del nostro
A N D R E A B R U N O M A Z Z O C AT O
per grazia di Dio e volontà della Sede Apostolica
Vescovo
VESCOVO DI ADRIA-ROVIGO
Diocesano
alla
Associazione
“Centro
Maria
Bolognesi”
A
T
T
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Aut. Trib. Rovigo n. 8/92 del 30/07/1992
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