4 Una figlia di tutti noi
6 Femminicidio:
fenomeno mondiale
di Angela De Giacomo e Luigia Rosito
Autorizz. Tribunale di Rossano
Reg. Periodici N. 02/03 - 25 marzo 2003
Sede: Via Machiavelli (Centro Eccellenza)
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ANTONIO GIOIELLO
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FRANCESCO SOMMARIO
Grafica: GIOVANNI ORLANDO
Stampa: TECNOSTAMPA
L.go Deledda - Tel. 0983.885307
Corigliano Scalo
Copertina a cura
di Luca Policastri
a cura di Angela De Giacomo
18 Elezioni a Corigliano
20 La libertà di non votare
22 Anffas: dieci anni di storia
Frattini in un saggio
24 Alberto
di Pasquale Tuscano
di Cosimo Esposito
di Gianni Gallina
Fabiana,
8 Ciao
sei nei cuori di tutti noi!
appello
9 Fabiana:
della Chiesa calabra
10 Assassino è chi uccide 26 Corigliano-Schiavonea
Calcio in Eccellenza
di Enzo Cumino
di Franco Liguori
Centro di Women’s Studies
“Milly Villa” Unical, Cosenza
di Cristian Fiorentino
di Sandrino Fullone
di Giuseppe Gaccione
violenza sulle donne
Trofeo Nazionale
11 La
è una sconfitta per tutti 27 parrucchieri del Sud Italia
dal passato
12 Nel ricordo di Fabiana 28 SiCronache
apre il sipario: le recite
scolastiche di fine anno
Calabresi:
14 Donne
nello sport da sempre emancipate
Orizzonti poetici
30
aperta di ringraziamento
16 Lettera
dei familiari di Fabiana
l’ora Legale
33
Fabiana
e il minore
nel processo penale
17 In ricordo di Enzo Viteritti
di Cinzia D’Amico
di Anna Policastri
di Cristian Fiorentino
a cura di Angela De Giacomo
di Enzo Cumino
di Raffaella Amato
ph Alfonso Di Vincenzo
4
Una figlia di tutti noi
di Angela De Giacomo e Luigia Rosito
Fabiana, un delitto orrendo. Una tragedia che disorienta,
che sconvolge, che va oltre. Sono stati giorni tristi quelli di fine maggio. Un ragazzo uccide barbaramente una
ragazza, la sua fidanzata. Incredulità, rabbia, sdegno,
sconvolgimento e l’incapacità di trovare una spiegazione a tanta efferatezza.
“Una figlia di tutti noi”. Con queste parole, Mario Luzzi
papà di Fabiana, ricorda la sua bambina.
Si perché quel tragico 25 Maggio, quando in tarda serata
si diffondeva la notizia del ritrovamento e del brutale
assassinio della giovane, ci siamo sentiti tutti madri, padri, sorelle, fratelli di Fabiana. Un evento violento che
ha scosso e toccato da vicino la nostra comunità, la nostra regione, la nostra Terra. Un fatto che ha sconvolto
le menti e le coscienze di tutti, indistintamente, che ha
unito, creato vicinanza, che ha stretto in un unico grande
abbraccio la famiglia Luzzi. Come se Corigliano volesse
proteggere e proteggersi, come se tutte le barriere naturali di distanziamento di un popolo crollassero davanti
al rumore assordante e nello stesso tempo silente del dolore, uniti nella solidarietà per la perdita di quella figlia
che “voleva vivere, che voleva ballare”, che voleva continuare il cammino dell’età.
In Italia si parla di 1 donna uccisa ogni due giorni. Un
fenomeno mondiale a cui è stato dato il nome di femminicidio. Termine che a molti non piace, ma che richiama
direttamente l’essenza di queste morti: uccise perché
donne. Assassinate perché appartenenti al genere femminile. Ridicolo chi ha scritto e pubblicato articoli che
collocavano il delitto di Fabiana in un quadro di sottocultura specifica del Sud. Becera propaganda, esibizionismo indegno.
La sociologa americana Diana Russell ritiene che ciò
che accomuna tutte le donne uccise per femminicidio è
di essersi prese la libertà di decidere cosa fare delle proprie vite, di essersi sottratte al potere e al controllo del
proprio padre, partner, compagno, amante ….Per la loro
autodeterminazione, sono state punite con la morte.
Marcela Lagarde, antropologa messicana, considerata
la teorica del femminicidio, sostiene che “la cultura in
mille modi rafforza la concezione per cui la violenza
maschile sulle donne è un qualcosa di naturale, attraverso una proiezione permanente di immagini, dossier,
spiegazioni che legittimano la violenza, siamo davanti
a una violenza illegale ma legittima”. Il femminicidio
secondo Marcela Lagarde è un problema strutturale, che
va aldilà degli omicidi delle donne, riguarda tutte le forme di discriminazione e violenza di genere che sono in
grado di annullare la donna nella sua identità e libertà
non soltanto fisicamente, ma anche nella loro dimensione psicologica, nella socialità, nella partecipazione alla
vita pubblica.
Sembrano affermazioni di altri tempi. Come se i grandi
mutamenti storici degli ultimi cento anni non avessero ridisegnato lo status femminile conferendogli piena
dignità civile, alla pari di quello maschile. Come se le
lotte delle donne per il diritto al voto, all’istruzione, per
l’estensione di orizzonti culturali, per la parità di diritti,
di opportunità e di indipendenza economica, non avessero prodotto cambiamenti culturali significativi. Come
se la crescente presenza delle donne in ruoli di primo
piano nella vista sociale, economica, culturale e politica
non fosse una definitiva conquista di parità e di piena
dignità.
Ma tanto non è così che la Convenzione di Istambul,
recentemente ratificata dal nostro Parlamento, nel Preambolo dice “… che il raggiungimento dell’uguaglianza
di genere de jure e de facto è un elemento chiave per
prevenire la violenza contro le donne”. Una affermazione appunto che individua nel rapporto di parità non raggiunto la causa della violenza contro le donne.
Ma nonostante ti aiuti con queste spiegazioni a cercare
un perché, per quanto ti sembra di riuscire a capire, arrivi ad un punto oltre il quale non riesci ad andare. Hai
la sensazione che ci sia una diversità, una differenza,
una specificità nella storia che vivi tu e queste teorie,
che la nostra storia non centri nulla con le teorie. Eppure
non puoi fare a meno di osservare che le caratteristiche,
le modalità, gli stereotipi culturali sono identici. Un ra-
gazzo che non sopporta che una ragazza si neghi, che si
possa rifiutare, che si “arroga” il diritto di decidere di sé,
che “pretende” di volere essere libera di decidere da sè.
E ti sembra assurdo ma vero che un ragazzo del 2000
non comprenda e non rispetti un principio così elementare: che un ragazzo ed una ragazza godono della stessa
libertà; che un uomo ed una donna sono uguali, che hanno gli stessi diritti. Forse Fabiana è morta per questo, per
affermare che lei poteva scegliere e autodeterminarsi,
come un maschio.
Ma ti accorgi che nemmeno questo ti basta. Ci sono fatti
che non riescono ad entrare nella nostra testa, ci ruotano attorno, rimuginiamo nella mente, ripetiamo ossessivamente. Ti manca quella continuità necessaria a dare
senso alla nostra esistenza. C’è qualcosa che spezza l’ordine ed i significati che attribuiamo alla vita. Se vuoi
raccontare la cronaca, il luogo, ricostruire i particolari
dell’accaduto; se vuoi lanciarti a giudicare, ad inveire,
ad imprecare, a condannare; ti viene. Ma se provi a fermarti. Se riesci a vedere quella lotta. Se provi a smettere
a giudicare, ad inveire, ad imprecare, a condannare. Se
provi a sentire in quel momento in quei momenti quel
cuore, quei cuori che battono; quelle emozioni, quella
paura; quella freddezza; ad immaginare il pensiero, i
pensieri, le parole. Se provi ad udire quella disperazione
e quelle implorazioni respinte, cadute nel nulla. Senti di
trovarti sull’orlo di un buco nero. Che ti risucchia nelle
profondità dell’animo umano, del suo essere, delle sue
perversioni: natura e contronatura. Prova a metterti lì,
a partecipare, a guardare, senza giudicare. E senti che il
respiro ti manca. Hai la sensazione di scivolare. Senti di
scendere nell’abisso.
Meglio rimanere sopra, tirarsi indietro.
Ma se per un solo attimo sei stato lì, se per un po’ hai tremato, ti accorgi di trovarti di fronte un limite. Ti accorgi
che tutte le spiegazioni non sono sufficiente a colmare lo
smarrimento che ti avvolge, a fare luce nell’ignoto che
ti si para davanti.
Le coscienze dei cittadini coriglianesi sono e resteranno
profondamente turbate da tutto ciò che è successo. La
popolazione tutta, ha risposto con gesti di solidarietà,
di partecipazione, di vicinanza, non nascondendo sentimenti, oltre che di incredulità, anche di ribellione.Allora
perché questa morte non lasci tutto come prima. Affinché aggiunga e non tolga qualcosa alla nostra comunità,
è necessario riflettere seriamente sul perchè di tanta violenza soprattutto nei riguardi delle donne. Bisogna aprirsi a nuove e più vaste analisi, individuare nuovi percorsi
educativi, ponendosi come obiettivo la realizzazione di
nuove prospettive culturali, nuovi percorsi formativi non
di violenza, di odio, di rabbia, di indifferenza, ma di
sostegno alla dignità di ogni cittadino e in special modo
alla vita e alla dignità delle donne. I gesti di tante persone, le manifestazioni di partecipazione al dolore sono
stati fondamentali. Hanno fatto sentire tutti più vicino,
in un diffuso vissuto di comunione. Ma c’è qualcosa a
cui una comunità è chiamata, oltre la commozione, la
solidarietà, la vicinanza, la condivisione.
Ogni giorno nella nostra Città ci sono donne che subiscono violenza. Che subiscono maltrattamenti, abusi.
Che rimangono sole. Che facilmente vengono dimenticate. Per ognuna di loro c’è qualcosa che possiamo fare.
Prima.
Femminicidio:
fenomeno
mondiale
a cura di Angela De Giacomo
Il femminicidio è un fenomeno mondiale. Secondo
una stima della Small Arms Survey, sessantaseimila
donne e bambine vengono uccise ogni anno nel mondo, una cifra enorme che rappresenta circa un quinto
di tutti gli omicidi (396mila). Si tratta di un numero
approssimativo perché l’informazione in molti Paesi
è carente, nel mondo, poi, ci sono interpretazioni diverse della definizione del termine femminicidio e a
volte mancano le risorse per avere statistiche attendibili. A livello istituzionale, in molti paesi, non vengono raccolti i dati in modo sistematico sull’incidenza
e sulle caratteristiche di questo tipo di reati. Spesso
si fa riferimento alle informazioni trasmesse dall’ONU (Organizzazione delle Nazioni Unite) e dall’ OMS
(Organizzazione Mondiale della Sanità).
Secondo tali informazioni, a guidare la classifica degli
omicidi femminili sono i paesi dove il tasso di criminalità è tra i più alti come il Sud Africa, il Sud America, i Caraibi e l’America centrale.
In questi Paesi le donne vengono attaccate nei luoghi
pubblici da bande criminali o da gang in un clima che
sembra loro garantire l’impunità. Tra i singoli Paesi
al primo posto c’è El Salvador con 12 feminicidi ogni
centomila donne, seguito da Jamaica, Guatemala, Sud
Africa, e dalla Federazione Russa. Al contrario in
Francia e in Portogallo, dove il tasso dei femminicidi è più basso, è proprio una persona conosciuta, con
cui si è avuta una relazione a commettere violenza
nell’80% dei casi. Secondo le Nazioni Unite, infatti, la
metà delle donne uccise in Europa tra il 2008 e il 2010
è morta per mano di qualcuno che la “amava”.
È ormai ampiamente noto che, secondo i dati diffusi
dall’OMS, l’omicidio da parte di persone conosciute
costituisce la prima causa di morte delle donne tra i
Grafico 1
16 ed i 44 anni a livello mondiale. È stato calcolato
che, globalmente, ogni 4 anni un numero di donne pari
alle vittime dell’Olocausto viene ucciso per motivi di
“genere”.
Laurel Weldon (professoressa di Scienze Politiche
presso l’Università dell’Indiana e vicepresidente del
GIGR – GLOBAL INSTITUTE FOR GENDER RESEARCH) sostiene che “in Europa gli assalti sessuali,
lo stalking e la violenza nelle relazioni intime rappresentano un rischio più alto del cancro: il 45% delle
donne europee nel corso della vita subirà una qualche forma di violenza fisica o sessuale. Le stesse cifre
valgono per il Nord America, l’Australia e la Nuova
Zelanda”. In molti Paesi del Vecchio Continente, invece, resiste il tabù culturale che tende a considerare la
violenza domestica una questione privata con la conseguenza di non denunciare i fatti.
E in Italia?
Partiamo col dire che in Italia non esiste un osservatorio nazionale sul femminicidio come in altri paesi ad
Grafico 2
esempio Spagna e Francia, ma i dati vengono raccolti
da associazioni e gruppi di donne basandosi esclusivamente sulle notizie riportate dai mass-media. Tale
metodologia fa supporre una forte sottostima dei reati
ti tale genere, in quanto solo una parte degli omicidi
sono riportati dalla stampa. Secondo i dati raccolti
dalla “Casa delle donne di Bologna” dal 2005 al 2012
i casi di femminicidio sono stati 778 (vedi grafico 1).
Nella maggior parte dei casi il movente era scatenato da un conflittualità di base nel rapporto di coppia,
(vedi grafico 2).
Il carnefice viene sempre identificato in percentuale
maggiore nel marito, convivente, fidanzato o nell’ex,
(vedi grafico 3).
Se localizziamo il fenomeno per Regione, secondo i
dati Istat, la percentuale di donne che ha subito violenza fisica o sessuale da un partner attuale o precedente,
è maggiore nelle zone del nord e centro Italia (Emilia,
Toscana, Friuli, Liguria, Valle d’Aosta), ma minore
nelle regioni del sud e nelle isole, (vedi grafico 4).
Nel giugno del 2012, nel corso della 20° sessione
Grafico 3
del Consiglio dei Diritti Umani presso la sede
delle Nazioni Unite a
Ginevra, con riferimento
al ““Rapporto tematico
annuale sugli omicidi basati sul genere”, all’Italia
è stato “rimproverato” il
fatto che le donne sono
troppo spesso rappresentate come oggetti sessuali e che permangono
stereotipi che hanno un
impatto schiacciante sul
ruolo della donna e sulle
responsabilità che essa ha
nella società e nella fami-
glia, complici le dichiarazioni dei politici, che alimentano assai spesso il profondo dislivello tra i due sessi.
Come si evince dai dati statistici relativi ai casi di
“femminicidio” registrati nel nostro Paese, nell’80%
dei casi gli autori sono uomini con cui le vittime avevano intrattenuto o intrattenevano ancora una relazione sentimentale, mentre il 70% dei femmincidi avvengono in un contesto in cui servizi o forze dell’ordine
sono già stati preavvertiti del rischio. In alcuni casi
sono responsabili i figli, questi ultimi più spesso per
motivi di carattere economico o per problemi mentali.
In una pressoché irrilevante percentuale di casi l’autore è persona sconosciuta (vedi grafico 3).
Grafico 4
Ciao Fabiana, sei
nei cuori di tutti noi!
Lettera del dirigente
dell’Istituto Tecnico Commerciale
“L. Palma” ai suoi studenti
8
Mie care ragazze, miei cari ragazzi, il dolore per
la nostra Fabiana è profondo.
Ieri, oggi non sono giorni come gli altri, domani
e i giorni seguenti saranno giorni diversi da quelli
che potevano essere se quanto accaduto non fosse
accaduto.
Il nostro animo è sconvolto e possiamo solo immaginare il dolore immenso di tutti i suoi cari, dei
suoi genitori, delle sue sorelle e di Marika, anche
lei qui a scuola con noi.
Notizie di tragedie incomprensibili, di atrocità
inaccettabili ne sentiamo continuamente al telegiornale, ma mai pensiamo che possa accadere a
noi, a una di noi. E’ successo!
So bene che siete tutti attoniti, increduli e infuriati, sia che Fabiana fosse una vostra amica, sia
che non lo fosse, perché comunque ci apparteneva, perché frequentava il nostro Istituto, perché
viveva a Corigliano, perché era una bella, dolce
e vivace ragazzina di neanche 16 anni con le fragilità, i desideri, le inquietudini e i sogni di una
sedicenne...e, credevamo, con una vita davanti a
sé.
La sua vita invece é stata spezzata in modo atroce,
ignobile.
Fabiana è andata via senza poterci salutare, senza
che ci fosse permesso di baciarla.
Ci é stata rubata, lasciando in tutti noi un vuoto
incolmabile, che possiamo però provare a riempire dei suoi ricordi, di tutti quei ricordi che quanti
di voi l’hanno conosciuta vorranno regalare a tutti
gli altri, non esitate a parlare di lei, a scrivere di
lei, pensando a lei diventate dei fiumi in piena,
date sfogo al vostro dolore raccontando tutti i bei
momenti vissuti insieme e, se ce ne sono stati, anche quelli meno belli, anche i più brutti, raccontate ciò che provate in questo momento, la vostra
rabbia, la vostra indignazione.
Ma soprattutto, non cercate di placare questo
dolore, portatelo con voi affinché vi renda forti,
Fabiana:
appello
della Chiesa
calabra
Lettera al Corriere della Sera
del Vescovo Santo Marcianò della
Diocesi Rossano-Cariati
in riferimento alla lettera inviata
da Francesca Chaouqui.
affinché possa servirvi a non permettere a NESSUNO di calpestarvi, di offendervi, di mancarvi
di rispetto in alcun modo!
Allontanate senza indugio chiunque vi faccia violenza con le parole, anche solo con il tono della
voce, con i gesti... con le mani. Voi siete troppo
preziose/i per permettere ad altri di mortificarvi,
anche solo di sfiorarvi.
Non esitate a chiedere aiuto.
E’ incredibile, ma è sotto i nostri occhi, la morte
può nascondersi dietro un dichiarato, ma inesistente amore, perché l’amore che limita, l’amore
che impone, l’amore che picchia, che fa male, che
costringe e che grida, ...l’amore che nega la vita
non è amore, l’amicizia che nega la dignità e non
rispetta l’essere umano non è amicizia, scappate
al primo segnale e non abbiate paura, il vero amore, così come l’amicizia autentica, lo incontrerete
e lo riconoscerete perché è fatto di dolcezza e di
carezze, di sguardi sinceri e di sorrisi, di fiducia,
di parole belle e di libertà.
Oggi vorrei che la nostra scuola possa sembrare,
senza Fabiana, deserta.
Siate uniti e silenziosi oggi, domani e i prossimi
giorni.
Vi voglio bene.
«A Corigliano si è consumata una tragedia. Una tragedia simile a tante altre che stanno affollando le pagine
dei nostri giornali. Una tragedia particolarmente crudele per il modo in cui è avvenuta. Una tragedia che
non ha giustificazione e che, ancora una volta, ha per
vittima una donna. A dire il vero, ha come vittima una
ragazzina, una bambina quasi; e anche come carnefice
ha un ragazzino.
Assieme allo sgomento, al dolore infinito che sta invadendo il cuore di tutti, e a maggior ragione invade il cuore
di un vescovo, è doveroso fermarsi per una riflessione.
Anch’io l’ho fatto e lo sto facendo, chiedendomi se in
qualche modo la terribile morte di Fabiana non avrebbe potuto essere evitata; chiedendomi cosa fare perché
tante altre morti simili possano essere evitate. Tra le
tante domande e risposte, tra le tante riflessioni una,
in verità, non ha mai sfiorato i miei pensieri: credere
che la spiegazione di quanto è accaduto sia da ricercarsi nelle pieghe nascoste della cultura e dell’educazione di quella Calabria che, a dire il vero, appare
ingiustamente bersagliata da alcune opinioni espresse
in questi giorni, in particolare dalla lettera inviata al
Corriere dalla calabrese Francesca Chaouqui. Non conosco questa persona, né so quanto ella ha nel cuore e
quale sia la sua esperienza, che in ogni caso rispetto.
Ma non riconosco nelle sue parole quella che a me
pare la verità profonda di questa terra e della sua gente. Corigliano non è un paese arroccato sui monti e quasi fantasma,
ma una cittadina ricca di storia
e di arte, con notevoli potenzialità turistiche e imprenditoriali, piena di negozi, bar, edifici dignitosissimi: è tra i comuni più ricchi della Calabria e di
tutta Italia; più volte, da vescovo,
ho avuto modo di sottolinearlo,
anche nel desiderio di spingere i
cuori ad aprirsi alla condivisione
e alla solidarietà. I ragazzi delle
nostre famiglie, delle nostre scuole, delle nostre chiese, sono come
tutti gli altri: capaci di gioire della loro età, di interrogarsi sul senso
dell’esistenza, a volte di sbagliare in alcune scelte,
di vivere relazioni sincere e mature; sono cuori generosi, pronti ad aprirsi all’accoglienza, al volontariato, agli altri, magari anche spalancando le porte
agli stranieri i quali, sempre più, affollano le nostre
coste; sono intelligenze luminose di uomini e donne
che sanno sognare in grande. Sì, è vero: più che in
altre parti d’Italia, sono pochi quelli che restano, bisogna spesso emigrare per affermarsi, per trovare lavoro, non di rado per studiare. Ed è questa la piaga
grande del Sud. Ma se i nostri giovani conquistano
un ruolo fuori dal loro ambiente non è perché cambiano laddove arrivano ma perché portano lì ciò che
sono e quanto hanno ricevuto qui, in questa terra
che è la loro terra! La tragedia di Fabiana e Davide
non nasce, dunque, dall’arretratezza di un luogo del
Sud Italia che prevarica la donna ma, assieme alle tragedie di tante donne e non solo di tante donne, nasce
forse dalla povertà, dall’aridità di un tempo, il nostro,
che rifiuta di riconoscere quei valori assoluti che, soli,
possono ergersi a difesa della dignità di ogni creatura, dalla più piccola alla più fragile, e della dignità
e del significato delle relazioni umane. Non c’è più
tempo da perdere! La salvezza di questo tempo sta in
una decisa e profetica inversione della rotta educativa,
perché essa sia disegnata da una cultura rispettosa e
fiera di promuovere e difendere incondizionatamente il valore della vita umana, di riscoprire il significato profondo di una sessualità vissuta con pienezza di significato, di educare all’amore non come un
puro emotivismo sul quale germoglia ogni egoismo
ma come scelta di spendersi e donarsi per l’altro. La
Chiesa, anche la Chiesa di questa fetta di terra calabra, chiama a raccolta tutti: la famiglia, la scuola, le
istituzioni, perché la battaglia educativa può essere
vinta solo da tutti insieme. E chiama a raccolta tutta
la nostra gente perché la tragedia di Fabiana non si
esaurisca in parole di protesta, di ribellione, magari
di vendetta, ma si trasformi in esperienza di prossimità verso chi soffre, di recupero e perdono verso chi
ha sbagliato, portando alla luce quel senso di accoglienza e di carità che è un tratto— questo sì — caratteristico e splendido del cuore della nostra gente».
Assassino è chi uccide
Ovunque: attenzione agli stereotipi
che diventano pregiudizi
ph Alfonso Di Vincenzo
di Sandrino Fullone
Centro di Women’s Studies “Milly Villa” Università della Calabria, Cosenza
10
L’omicidio di Fabiana Luzzi ci interroga e ci fa riflettere. Crediamo
che in questi casi sia necessario
rispettare il dolore di una famiglia
e di una comunità. Come Centro
di Women’s Studies “Milly Villa” non possiamo tuttavia tacere
rispetto alla costruzione e alla (ri)
produzione del discorso pubblico a
cui stiamo assistendo in queste ore.
Non possiamo dare spazio alla
costruzione del discorso mediatico che possa anche solo minimamente legittimare una posizione o
rafforzare stereotipi e pregiudizi.
C’è sempre un pericolo nascosto
quando si esprime un giudizio o
un’opinione che diventa pubblica:
il pericolo del non approfondimento, della rinuncia a conoscere.
Il pericolo è quello dell’inerzia o
della frettolosità che fa irrigidire
la definizione della realtà, investita
emozionalmente da chi la esprime,
in puro pregiudizio.
L’omicidio di una donna è tale
ovunque accada: non è il luogo a
stabilire naturali predisposizioni.
Non è biologia, né cultura naturalizzata. E’ violenza, e la violenza
non conosce appartenenze territoriali o regionali. Assassini lo si
diventa quando si uccide. E’ per
questo che come Centro sottolineiamo il pericolo nascosto all’interno di ogni stereotipo che diventa
pregiudizio: il pericolo di un razzismo che nasconde la realtà e che
non permette di leggerla nelle sue
tante dimensioni. Riteniamo indispensabile ripensare alle categorie attraverso le quali leggiamo la
violenza di genere, attraverso cui
proviamo a comprendere i cambiamenti nelle relazioni, nelle dinamiche di potere, di riconoscimento, di
costruzione di una idea di relazione affettiva come possesso e dominio. Essere situate in una terra
come la Calabria significa anche
decostruire un immaginario legato alle donne del sud, agli uomini
del sud, alle dinamiche tra i generi.
A Sud, ma non solo. Significa decostruire concetti come quelli di
emancipazione, per approfondire
le diverse forse di dominio da cui
liberarsi, ed uscire dalla logica che
ci rende libere o oppresse nelle rispettive scelte di partire o restare.
Significa decostruire quella visione ricorrente (a cui sembra che due
‘importanti’ giornali nazionali siano ormai affezionati) che tende a
svalutare e razzizzare i sud – e la
Calabria in particolare – confinan-
doli in una costruzione discorsiva
che li vuole immobili, depauperati, senza storia, stretti dalla morsa
del patriarcato. Significa, per lo
stesso motivo, anche sfuggire ai
discorsi che si arroccano intorno a
una ‘presunta’ identità ferita, a una
‘calabresità’ offesa e da difendere:
anche in questo caso il rischio è
quello di ‘naturalizzare’ la Calabria, annullare le criticità, i chiaroscuri, la forza di un paradigma
eterosessista declinato al maschile.
Come Centro di Women’s Studies
dell’Università della Calabria speriamo che da questa orrenda vicenda si possa avviare una riflessione
seria a partire dal linguaggio utilizzato dai media: parlare non di
amore, di gelosia, di passione, ma
di violenza, rabbia, calcolo e orrore. Speriamo che da qui si possa rimettere al centro la vita delle
donne, la dignità delle persone,
a partire dall’individuazione di
nuove prospettive di analisi, dalla
proposta di percorsi formativi ed
educativi, dal sostegno ai centri
Antiviolenza, rafforzando ciò che
esiste e resiste, spesso a fatica.
Rinnoviamo la nostra vicinanza
alla famiglia di Fabiana, e a tutte le
vittime di femminicidio.
I ricorrenti fatti di femminicidi, di stupri e di altre forme di violenza di genere non possono più essere vissuti
come avvenimenti episodici, frutto di una irrazionalità
soggettiva senza nesso tra causa ed effetti.
Le cause di tali “crimini” affondano le radici nel tempo,
sono una manifestazione dei rapporti di forze storicamente diseguali tra i sessi.
Se resta lodevole l’impeto della esecrazione e la partecipazione collettiva al dolore che colpisce le famiglie,
c’è da dire che manca un progetto culturale e sociale di
lunga leva che scavi in sedimentazioni strutturali basate
sull’idea dell’inferiorità della donna o su modelli stereotipati dei ruoli delle donne e degli uomini.
Nell’attuale momento storico ormai il fenomeno è uscito
definitivamente dall’oscurità e dal sommerso, oggi può
essere indagato nelle sue dinamiche e nei meccanismi
che lo sottendono avendo ormai superato una concezione
che lo facesse ascendere alla devianza e alla psicopatologia.
La soluzione, se così posso dire, non è più quella delle
politiche socio-sanitarie o criminali, c’è un mutamento
di prospettive sul quale si deve lavorare; la violenza contro le donne, infatti, non è una tra le tante violenze possibili: si tratta di violenza di genere, di violenza sessista
compiuta da un genere contro un altro genere, di uomini
contro donne.
Un approccio strategico e diffuso richiede un riposizionamento terminologico nuovo rispetto a quello usato
sino ad oggi (abuso coniugale, maltrattamenti in fami-
glia, abuso sessuale sui minori).
Fu per lunghissimo tempo nascosto il carattere di genere
della violenza.
Il punto strategico-culturale (ammesso che ciò sia voluto) deve andare nella direzione di costruire una radicata e
forte presa di coscienza della esigenza di ridefinire lo statuto della relazione tra sessi facendo vivere le differenze
non come un disvalore ma come una risorsa.
I processi di cambiamento devono andare verso una cultura di genere per superare quella “maschio-centrica”
che persiste nella società attuale.
Questa è la sfida ed è una sfida difficile anche perché
riguarda tutti; non basta più non sentirsi colpevoli o condannare la violenza quando la commettono altri.
Da uomo affermo che la violenza è un problema “nostro,
di noi uomini”.
Le leggi servono sino ad un certo punto.
Se nel nostro piccolo mondo (ma non è così) vogliamo
anche noi dare un segnale di responsabilità, il tema bisogna affrontarlo partendo dalla propria condizione di
uomini e costruire luoghi di opportunità, di confronto,
di iniziativa e relazioni di genere, ovvero “costruire”
su basi nuove una creativa alleanza tra sessi e una diversa civiltà di rapporti, senza indulgere al vittimismo,
alle semplificazioni dicotomiche (uomini colpevoli in
blocco, donne deboli e vittime), convinto che la violenza
sulle donne è innanzitutto uno violenza dei diritti umani
che coinvolge tutti gli strati e gli ambiti della società, da
quello familiare a quello del lavoro.
Ho accettato l’invito a scrivere un pezzo su un tema che
ha visto Corigliano teatro del barbaro femminicidio di
Fabiana (sul quale pregiudizi ingiustificabili sulla cultura ed il modo di vivere del Sud ne hanno proposto una
lettura parziale ed infelice), non per riecheggiare l’avvenimento in sé, ma per lanciare un messaggio ed una
proposta: Fabiana continuerà ad essere tra gli umani nel
fare concreto di tutti i giorni, se si attiva una mobilitazione sociale in un Comunità dove operano sensibilità
culturali, valori, stili, relazioni che aspirano a riscattarsi
e a costruire un nuovo rapporto tra passato e futuro.
ph Alfonso Di Vincenzo
La violenza
sulle donne
è una sconfitta
per tutti
11
ph Alfonso Di Vincenzo
Nel ricordo
di Fabiana
di Cinzia D’Amico*
12
Molti di noi dell’ITC “L.Palma”, ieri silenziosamente ci siamo incamminati per raggiungere il Palazzetto
dello Sport e attendere lì l’arrivo di Fabiana per poterle rivolgere il nostro ultimo saluto. I ragazzi avevano
organizzato tutto con grande amore e cura, in momenti
come questi di immenso dolore riescono quasi a sorprenderci, tirano fuori il meglio di sè, la loro incredibile sensibilità li mette in moto, mai come oggi ho
percepito il loro senso di appartenenza alla comunità,
alla scuola, il senso pieno dell’amicizia come valore
vissuto con profondità.
Hanno dimostrato con la loro compostezza, con la loro
intraprendenza e con l’autenticità dei loro sentimenti,
insieme agli studenti di tutti gli altri Istituti scolastici,
di essere il cuore pulsante della nostra bella e vivace
cittadina.
I nostri ragazzi sono incredibilmente fantastici, ci lamentiamo spesso perché vorremmo che studiassero
con maggiore impegno e responsabilità, ma li amiamo
sempre e incondizionatamente per la loro genuinità e
semplicità, per il loro esserci sempre e insieme al momento giusto. Certo come educatori è dura rendersi
conto che non sempre si riesce a comprendere il loro
stato d’animo e le loro inquietudini, eppure la nostra
disponibilità e capacità di ascolto è grande, anzi è davvero ciò che esigiamo da noi stessi nel nostro agire
quotidiano, ma con Fabiana tutto questo non è bastato.
Nei giorni scorsi vari rappresentanti di testate giornalistiche e delle televisioni locali e nazionali hanno
sollecitato interviste e richiesto dichiarazioni, il nostro
dolore ci ha fatto scegliere la strada del silenzio e del
raccoglimento, il nostro unico pensiero è stato quello
di dare sostegno ai nostri studenti, aiutarli a gestire il
confuso e burrascoso alternarsi di sentimenti contrastanti che inevitabilmente in circostanze come queste
affollano gli animi ed è ciò che continueremo a fare da
qui in poi, perché di certo ci attendono giorni difficili,
aspettiamo il ritorno dei ragazzi della 1^A e di Marika,
la sorellina di Fabiana, sappiamo bene che per tutti
loro questa scuola non sarà più la stessa.
Il nostro Istituto dialoga spesso con la stampa e i media (il Sole 24ore e il Corriere della Sera vengono letti
da anni quotidianamente in classe dai nostri studenti)
e il nostro rispetto per il loro lavoro e per il diritto di
informazione e di cronaca è altissimo, pur non condividendone sempre lo stile e i contenuti, di certo prima
di pubblicare una lettera esasperata e con troppe falsità come quella di Francesca Chaouqui forse si sarebbe
dovuto pensare che non era giusto provocare l’indignazione di una popolazione già sofferente, non fosse
altro che per il fatto che l’arrivo di una figlia femmina
è sempre e incondizionatamente accolto con immensa
gioia e come un dono prezioso di Dio, e che proprio
una figlia femmina se ne stava tristemente andando.
E potete immaginare anche l’amarezza di tutti noi
quando la lettera ha trovato ampio spazio ad Uno Mattina, eppure Franco Di Mare, ospite del nostro Istituto
per l’annuale “Incontro con l’autore” edizione 2011,
ha conosciuto la città di Corigliano e la sua gente da
cui è stato accolto con grande entusiasmo, come non
difenderci, come non esprimere alcun sentimento di
vicinanza a noi, né una parola di conforto? Anzi come
ha potuto definire la lettera “straordinaria” senza dubitare neanche
di fronte alla replica convinta e appassionata di Arcangelo Badolati? È
stato più forte di me, nonostante la
stima, l’affetto e il bellissimo ricordo che ho di lui, non ho resistito e
gli ho scritto per esprimergli la mia
grande delusione e per dirgli che
“l’unica verità è che Fabiana era una
ragazzina di neanche 16 anni che è
stata brutalmente uccisa e che sognava forse di vivere altrove o forse
no, forse sperava di realizzare il suo
sogno: quello di diventare una brava
ballerina, forse semplicemente sognava di crescere, magari senza aver
mai pensato di allontanarsi dalla sua
città e dai suoi affetti, non lo sapremo mai.”
Nella lettera che ho rivolto ai miei studenti subito
dopo il terribile fatto, pubblicata sul sito web della
scuola, ho detto loro:
“Fabiana ci é stata rubata, lasciando in tutti noi un
vuoto incolmabile, che possiamo però provare a riempire dei suoi ricordi, di tutti quei ricordi che quanti
di voi l’hanno conosciuta vorranno regalare a tutti gli
altri, non esitate a parlare di lei, a scrivere di lei, pensando a lei diventate dei fiumi in piena, date sfogo al
vostro dolore raccontando tutti i bei momenti vissuti
insieme e, se ce ne sono stati, anche quelli meno belli,
anche i più brutti, raccontate ciò che provate in questo
momento, la vostra rabbia, la vostra indignazione.”
Ecco, in futuro, se i ragazzi lo vorranno, potranno esserci momenti di riflessione e di racconto da parte loro
che non esiteremo a valorizzare anche pubblicamente,
e saremo grati alla stampa e a quanti vorranno aiutarci a far ciò, ma chiediamo in questo momento di
comprendere e rispettare la nostra scelta, quella della
riservatezza e del silenzio.
Grazie a tutti per la comprensione e in particolare a
quanti, tanti, ci hanno voluto attestare la loro vicinanza e il loro affetto, è vero che in questi momenti le
parole danno grande conforto.
*Dirigente ITC “L. Palma”
Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione
e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica
Istanbul, 11 maggio 2011
(Pubblichiamo gli articoli 12, 13 e 14 – relativi alla Prevenzione)
Articolo 12 – Obblighi generali
1. Le Parti adottano le misure necessarie per promuovere i cambiamenti nei comportamenti socio-culturali delle donne e degli uomini,
al fine di eliminare pregiudizi, costumi, tradizioni e qualsiasi altra pratica basata sull’idea dell’inferiorità della donna o su modelli
stereotipati dei ruoli delle donne e degli uomini.
2. Le Parti adottano le misure legislative e di altro tipo necessarie per impedire ogni forma di violenza rientrante nel campo di applicazione della presente Convenzione commessa da qualsiasi persona fisica o giuridica.
3. Tutte le misure adottate ai sensi del presente capitolo devono prendere in considerazione e soddisfare i bisogni specifici delle persone in circostanze di particolare vulnerabilità, e concentrarsi sui diritti umani di tutte le vittime.
4. Le Parti adottano le misure necessarie per incoraggiare tutti i membri della società, e in particolar modo gli uomini e i ragazzi, a
contribuire attivamente alla prevenzione di ogni forma di violenza che rientra nel campo di applicazione della presente Convenzione.
5. Le Parti vigilano affinché la cultura, gli usi e i costumi, la religione, la tradizione o il cosiddetto “onore” non possano essere in alcun
modo utilizzati per giustificare nessuno degli atti di violenza che rientrano nel campo di applicazione della presente Convenzione.
6 Le Parti adottano le misure necessarie per promuovere programmi e attività destinati ad aumentare il livello di autonomia e di
emancipazione delle donne.
Articolo 13 – Sensibilizzazione
1 Le Parti promuovono o mettono in atto, regolarmente e a ogni livello, delle campagne o dei programmi di sensibilizzazione, ivi
compreso in cooperazione con le istituzioni nazionali per i diritti umani e gli organismi competenti in materia di uguaglianza, la
società civile e le ONG, tra cui in particolare le organizzazioni femminili, se necessario, per aumentare la consapevolezza e la comprensione da parte del vasto pubblico delle varie manifestazioni di tutte le forme di violenza oggetto della presente Convenzione e
delle loro conseguenze sui bambini, nonché della necessità di prevenirle.
2 Le Parti garantiscono un’ampia diffusione presso il vasto pubblico delle informazioni riguardanti le misure disponibili per prevenire gli atti di violenza che rientrano nel campo di applicazione della presente Convenzione.
Articolo 14 – Educazione
1 Le Parti intraprendono, se del caso, le azioni necessarie per includere nei programmi scolastici di ogni ordine e grado dei materiali
didattici su temi quali la parità tra i sessi, i ruoli di genere non stereotipati, il reciproco rispetto, la soluzione non violenta dei conflitti nei rapporti interpersonali, la violenza contro le donne basata sul genere e il diritto all’integrità personale, appropriati al livello
cognitivo degli allievi.
2 Le Parti intraprendono le azioni necessarie per promuovere i principi enunciati al precedente paragrafo 1 nelle strutture di istruzione non formale, nonché nei centri sportivi, culturali e di svago e nei mass media.
13
Noi”. E per dover di cronaca nella serie A di calcio a 5 il prossimo
anno saranno cinque le rappresentanti calabresi rosa nella massima serie nazionale mentre in C
vi sarà anche lo Sporting Club
Corigliano. Ma se si vuole passare dagli sport a squadre a quelli
individuali, sempre nel 2012, una
piccola ragazza terribile di un
piccolo centro montano, come
la storica Longobucco, conquista una medaglia di bronzo alle
Olimpiadi di Londra. E anche se
a un certo punto della sua carriera
si trasferisce al centro di arti marziali di Ostia, bisogna ricordare
che la Forciniti quasi tutti i giorni
fa la spola da Longobucco a Cosenza per gli allenamenti dettati
sempre da quella passione che
non regala tanti quattrini come
Donne Calabresi:
nello sport da sempre emancipate
La replica a coloro che diffamano:
sportive calabresi vincenti
in gare e “sacrifici”
di Cristian Fiorentino
14
Le assurdità rovesciate addosso
al mondo femminile calabrese,
dopo il tragico assassinio della giovane coriglianese Fabiana
Luzzi, trovano la legittima replica nello sport. L’emancipazione
femminile in Calabria passa per
tutte le associazioni: lavorative,
solidali, sinergiche e anche nelle
attività sportive. Di fulgidi esempi di donne sportive, in discipline
a squadre o individuali, la Calabria ne è piena. Volendo rispondere a qualche “nobile” donna o
uomo giornalista o opinionista di
turno, forse pieno di odio psicologico per la propria terra, è molto
semplice. Facile scrivere giudizi
ingiusti da altre zone d’Italia o del
mondo, solo perché ci si spaccia
per nativi calabresi credendo di
conoscere ogni singola realtà. Ed
è giusto rispondere con i fatti a
questi sapienti “signori” che dalle
loro penne hanno lasciato partire
pennellate di offese nei confronti
di donne, bambine e ragazze che
investono in sacrifici vivendo in
Calabria. Declinando gli esempi
bisogna innanzitutto far penetrare un concetto: le donne calabresi
sportive, come tutte le altre ‘femmine’ calabre, dal Pollino allo
stretto investono in sacrifici. Basta osservare gli allenamenti che,
al pari dei maschietti, eseguono
nel mondo natatorio (nuoto, tuffi
e pallanuoto) la mattina alle 7:00,
prima di recarsi a scuola, e quindi al pomeriggio e sera. A questo
bisogna aggiungere, se qualcuno
non lo sapesse, che queste ra-
gazze non sono retribuite ma lo
fanno per una grande passione innata. Però, grazie ai loro sacrifici,
le soddisfazioni arrivano nelle juniores della pallanuoto, due scudetti under vinti, nel nuoto e nei
tuffi come la Bilotta. Dall’acqua
al calcio dove nel 2002 l’Olimpica Corigliano conquista, come
prima squadra calabrese, la serie
A-2. Questo movimento calcistico in rosa si è esteso nel tempo
toccando paesi piccoli e grandi:
da San Sosti a Reggio Calabria.
E proprio la Pro Reggina, nelle
serie A di calcio a 5, lo scorso
anno si fregia dello scudetto e del
titolo di campionesse d’Italia. E
nel torneo di serie C donne 2013
di futsal, dove partecipano per lo
jonio cosentino anche le squadre
del Cantinella, Traforo Rossano
e Mirto, proprio le raggazze della Woman Catanzaro prima della
finale play- off, espongono uno
striscione “Fabiana Vive Con
nel mondo faraonico del calcio
di serie A. Altra campionessa la
lametina Lucchino, schermitrice,
vittoriosa di una medaglia d’oro
ai mondiali dell’Avana del 2003.
Potremmo andare avanti per interi numeri di Mondiversi ma è
doveroso lasciare spazio a tutti
gli argomenti. Non si possono
lasciare spazi, invece, alle assurdità scritte da coloro che troppo
facilmente e senza conoscere le
singole realtà calabresi, denigrano il mondo femminile calabrese.
L’emancipazione delle nonne,
mamme, figlie e nipoti di questa
terra passa per uno mondo sportivo frequentato e praticato a tutti i
livelli anche da quello dei diversamente abili che detiene un movimento fatto di tante donne. E’ il
caso della reggina Giusy Versace,
protagonista nell’atletica leggera.
Ma il pianeta calabro sportivo tutto rosa detiene pallavoliste, cestiste, tenniste, cicliste, appassionate di arti marziali, danza, per non
parlare di sci e perfino nel rugby
per un esercito di donne fiere di
essere calabresi emancipate nella
vita e nello sport e che sognano
di portare la loro terra agli onori
della cronaca per successi prestigiosi.
Donne calabresi è spesso sinonimo di crescita e patriottismo così
come molte delle loro mamme
hanno insegnato loro: con quel
rispetto e quell’educazione che è
tipico di chi sa investire in sacrifici per raggiungere degli obbiettivi nella vita.
Cari signori che vi siete scomodati nel diffondere assurdità sul
mondo femminile calabrese vi
invito a prendere atto di queste
realtà: vere e effettive. Magari
potrete riscrivere nuove pagine
senza approfittare di fatti luttuosi,
più numerosi al nord che al sud
Italia, per descrivere semplicemente donne calabresi altamente
emancipate e competitive su tutti
i fronti compreso quello ampio
dello sport.
15
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13 ro, 31 maggio 20
Corigliano Calab
In ricordo di Enzo Viteritti
di Enzo Cumino
Caro Enzo,
poche ore fa ho appreso la terribile
notizia: la morte ti ha strappato alla
famiglia, agli amici, alle persone
care, alla comunità di Corigliano, a
quanti, ovunque, in Calabria e in altre parti d’Italia, hanno avuto modo
di conoscerti e di apprezzarti per le
tue qualità umane e professionali.
La commozione mi prende e mi
assale, mentre, col pensiero, vado
indietro nel tempo e ripercorro i
momenti esaltanti vissuti insieme,
nel dare volto e forma a quella creatura - il periodico Il Serratore – per
la quale tu hai speso le tue energie
migliori.
Non sei stato soltanto l’ideatore e il
fondatore, nel 1988, del più importante ed amato giornale coriglianese,
ma ne sei stato il padre, ancor più
l’anima.
Da Direttore della rivista, hai voluto regalare ai tuoi concittadini uno
strumento di facile consultazione,
accattivante nella forma e sostanziato da articoli scritti da penne che si
misuravano sempre, ed in ogni occasione, con la scientificità e con le
fonti storiche.
Il Serratore, negli anni, ha allargato
i suoi orizzonti ed è stato una pietra
miliare nella cultura locale e dell’intera Sibaritide.
La sede del giornale, caro Enzo, scelta nel cuore del Centro storico per un
tuo intuito profondo ed illuminato, è
stata per venti anni un cuore propulsore di iniziative culturali: presentazioni di libri, mostre di quadri o di
sculture, incontri politici e culturali,
iniziative per il centro storico ed, in
particolare, per il castello.
Per il castello di Corigliano ti sei battuto come un leone, perché fosse restaurato e restituito nel suo splendore
alla comunità coriglianese.
Hai scritto pagine cospicue e rigorose che hanno dato la possibilità
ad ogni lettore di seguire passo per
passo l’iter burocratico e lo stato di
avanzamento dei lavori del maniero.
Allo stesso modo, ti sei battuto per il
recupero del teatro “Valente” e per il
ritorno della Tavola quattrocentesca
dell’Odigitria, da anni custodita nel
Museo diocesano di Rossano, nella
sua sede naturale, cioè la chiesa di
S. Pietro. In venti anni, dal 1988 al
2007, tu caro Enzo, sei stato un punto di riferimento sicuro per quanti
avevano, ed hanno, a cuore i beni
culturali di Corigliano. Hai vinto
tante battaglie, grazie alla tua tenacia, alla tua professionalità, alle tue
doti umane.
Ma non sempre i cuori e le menti degli altri, soprattutto i politici, hanno
saputo e voluto sposare il tuo intuito
e le tue capacità di guardare in avanti. Lo smantellamento del “Garopoli”, da te immaginato come naturale
polo culturale della Città, ti ha segnato non poco.
Ma sei andato avanti.
Con nuovo slancio hai voluto riprendere la pubblicazione de “Il Serratore”, agli inizi del 2012. L’hai portata
avanti questa tua creatura, fino al n.
95, uscito a Gennaio/Febbraio 2012.
Poi… qualcosa ti ha fermato!
Per quanti ti hanno conosciuto resterà il tuo ricordo: il ricordo di un
uomo che ha sempre amato il suo
paese, ne ha interpretato ansie ed attese, ne ha colto problemi, ha suggerito soluzioni.
Ritengo, caro Enzo, che da oggi
tutta la comunità di Corigliano sia
più povera, perché priva di uno dei
suoi figli migliori. D’altra parte, la
tua eredità culturale ed umana sarà
un bene che le generazioni future
sicuramente sapranno apprezzare e
coltivare.
Gli amici e la Redazione di Mondiversi, rivista che hai sempre apprezzato e a cui hai collaborato con
la solita intelligenza costruttiva, ti
ricordano con grande affetto e con
stima sincera.
Io che ho condiviso con te tutta l’avventura de Il Serratore, con animo
commosso, sento di avere perduto un
amico vero, col quale ho sperato, fino
ad oggi e di cuore, di poter portare
ancora avanti tante iniziative culturali a favore della nostra comunità .
17
ELEZIONI A CORIGLIANO
Con le elezioni del 26 e 27 maggio Corigliano è tornata alla normalità amministrativa dopo l’onta
immeritata dello scioglimento del
Consiglio Comunale per condizionamento mafioso. L’intero
contesto elettorale però ha mostrato molti aspetti negativi che
rischiano, a risultato ottenuto, di
condizionare negativamente la
stessa amministrazione legittimamente eletta. Ci sono stati 12
candidati alla carica di sindaco
e solo allo scadere dei termini
temporali di legge è mancato il
13°. Questa pletora di candidati
ha appalesato la scarsa capacità
dei partiti e dei movimenti di fare
coalizione e di costruire quindi
alleanze politiche solide e credibili, con realistiche basi di partenza per il governo reale della
città; l’eccessiva frantumazione,
che non ha trovato un minimo
di visione comune nemmeno in
occasione del ballottaggio, ha
mostrato una classe politica non
consapevole dello stato di disastro in cui si trova Corigliano;
sarebbe stata necessaria una
maggiore capacità di convergenza sui gravi problemi della città.
Alla luce dei risultati, il dato certo
è da rinvenirsi nella scarsissima
affluenza alle urne, solo il 41%
al ballottaggio, l’elezione del sindaco con il 61% dei votanti ( di
fatto ha votato per lui il 25% degli
aventi diritto).
Un discorso a parte meritano i
due raggruppamenti che sono
andati al ballottaggio. La coalizione di centrosinistra “Corigliano
Bene Comune”, partita con volontà di allargarsi e di aggregare
forze vive della società, ha mostrato sempre più, in particolare
all’interno del PD, una divisione
quasi livorosa tra vari aspiranti
candidati animati di fatto più da
mire personali che non dall’interesse del Bene Comune; in questo contesto la candidatura “fuori
concorso” di Giovanni Torchiaro
ha recuperato un minimo di unità politica e di conseguente consenso popolare, insufficienti però
a creare un clima di entusiasmo
e di larga partecipazione popolare. A elezioni concluse, si fotografa lo stato del partito, il quale,
urge a Corigliano di una salutare
rifondazione riconoscendo lode
ai giovani che non hanno demeritato in campagna elettorale.
Il raggruppamento di destra,
attorno a Giuseppe Geraci, vincitore al ballottaggio, è partito
con un camuffamento della classe politica del PDL sotto mentite
spoglie di liste civiche con l’avallo di Dima e di Scopelliti che, sin
dall’inizio, ritenevano non produttivo politicamente presentarsi a
volto scoperto dopo il vergognoso scioglimento del consiglio per
loro colpa; solo gli strilli del PDL
nazionale hanno imposto una
raffazzonata lista PDL preparata
alla meno peggio in 24 ore per
evitare la vergogna del nascondimento. Geraci ha accolto nelle
sue 5 liste un po’ di tutto a de-
stra, in particolare molti grandi
portatori di voti che hanno inteso fare un investimento da far
fruttare congruamente a risultato
ottenuto. Con queste premesse
politiche e con la disastrosa situazione in cui versa il comune di
Corigliano il sindaco Geraci deve
avere, se vuole bene a Corigliano, comportamenti obbligati.
Mi permetto di segnalarne alcuni,
che avrebbe dovuto avere qualsiasi sindaco eletto: tenere lontano
dall’amministrazione quanti hanno contribuito allo sfascio di quella passata, recuperando la credibilità offuscata con l’operazione
di camuffamento in campagna
elettorale; rendere trasparente tutto a cominciare dallo stato
patrimoniale di amministratori,
consiglieri e impiegati, con possibilità di controllarne su internet
l’evoluzione temporale; tagliare
le unghie alla speculazione edilizia, bloccare l’edificazione con
nuovo consumo di suolo; bloccare l’abusivismo edilizio in maniera drastica e ridefinire il pregresso secondo i canoni della legge;
riequilibrare le tasse comunali
recuperandone l’enorme evasione; recuperare professionalità e
spirito di servizio negli uffici comunali; comunicare e spiegare
alla gente il modo di procedere
dell’amministrazione; coinvolgere nelle decisioni, nel rispetto dei
ruoli di ognuno, l’opposizione e la
popolazione.
Ogni scostamento da questi punti
potrà essere foriero di brutte avventure politiche per i coriglianesi
e anche per chi li amministra.
ph Giorlando
di Cosimo Esposito
DATI ELEZIONI
19
generare la totale diffidenza dei
cittadini e la crisi della democrazia rappresentativa.
Il disamore verso la politica,
comprensibile e riscontrabile in
molti ambiti del vivere contemporaneo, può avere origine da
un fraintendimento di fondo, favorito a sua volta dalla cultura
dominante che tende a mantenere separati e contrapposti due
elementi: i cittadini da una parte
e i politici dall’altra. Come se esistesse un baratro incolmabile tra
l’identità del cittadino, che non fa
mai politica, e quella del politico,
che la fa sempre come mestiere.
Tale baratro, anziché alimentare
come reazione la partecipazione popolare alla vita politica,
ha sortito l’effetto contrario: ha
generato demoralizzazione, indifferenza e, peggio, cinismo.
La preoccupante mancanza di
coscienza e consapevolezza civica.
L’emergere di una psicologia
della rinuncia ha indotto i cittadini a credere che il potere di voce
che il diritto di voto dà è poco o
per nulla efficace. Le barriere
che ostruiscono l’intraprendenza sociale esistono anche nella
sfera politica. Dove chi sta “dentro” o è “in politica” è percepito
come depositario di un potere
che molti, troppi, tra coloro che
stanno “fuori”, sentono di non
riuscire ad influenzare. Eviden-
davvero che non votando le cose migliorino automaticamente? Se così fosse saremmo solo degli
autolesionisti. Forse dovremmo entrare nell’ordine di idee che la libertà è sinonimo di responsabilità; ecco il motivo per cui la maggior parte dei
cittadini ne ha paura. Se la democrazia partecipativa è in crisi non è perché i suoi nemici hanno
usato il tradimento, ma perché i suoi amici hanno
dato le dimissioni.
Pertanto, nella totale apatia, ci siamo presi la libertà di non votare; anziché scegliere tra i due
candidati, abbiamo preferito sottrarci a questa
scelta. Ma questa non è libertà; questa è paura
di assumersi la responsabilità di decidere. Fino a
quando non verrà intrapreso un percorso di consapevolezza collettiva non saremo mai in grado
di percepire il peso effettivo degli strumenti che
abbiamo a disposizione per scegliere ciò che vogliamo. Non siamo ancora coscienti del valore di
ciò che siamo, di ciò che vorremmo e di ciò che
ci circonda.
Siamo consapevoli che il diritto di voto, seppur
sminuito da stupri normativi ed anticostituzionali,
rappresenta uno dei pochi strumenti democratici
che ci è rimasto? Mark Twain sosteneva che se il
voto servisse a qualcosa non ce lo lascerebbero
esercitare. In parte è vero, ma anche se il diritto
di voto non è più così incidente occorre comunque praticarlo a livello terapeutico. Non bisogna
mai smettere di allenarsi a praticare i pochi diritti
che ci sono rimasti.
Dobbiamo essere assetati di diritti. Non possiamo abituarci a non esercitarli. Non possiamo
restare indifferenti alla loro progressiva perdita.
Potremmo gradualmente abituarci alla loro mancanza, assuefatti da un apparente benessere.
Non possiamo concederci il lusso di perdere la
sensibilità civica conquistata durante i secoli, vivendo in un eterno presente.
temente i cittadini ordinari avvertono una lontananza tale da chi sta dentro la politica da sapere
che la loro voce non arriva e, se arriva, non ha
effetto. Si tratta di una preoccupante erosione
del potere della cittadinanza.
In preda ad un totale senso di impotenza e rassegnazione, i cittadini, dunque, hanno preferito
consegnare la loro libertà nelle mani di un candidato non scelto per disfarsi delle loro preoccupazioni e responsabilità; hanno preferito delegare
per essere sollevati dalla fatica del discernimento e della decisione.
Ma che vantaggio possiamo trarne? Pensiamo
Finiremmo gradualmente ed inconsapevolmente per diventare forme di vita fine a se stesse,
dove gli altri deciderebbero per noi, relegandoci
a semplici numeri, spersonalizzandoci in un processo di regressione evolutiva, trasformandoci
in semplici codici a barre.
Paradossalmente, cosa succederebbe se nessuno si recasse a votare?
Probabilmente le lobbies di potere, peraltro già
ampiamente presenti nei gangli più delicati della
Pubblica Amministrazione, avrebbero il controllo
totale delle nostre vite!!!!
E’ davvero questo ciò che desideriamo?
LA LIBERTA’ DI NON VOTARE
di Gianni Gallina
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Si può chiaramente affermare che il vero vincitore delle ultime elezioni è stato l’astensionismo.
Ma tale fenomeno non giustifica la sconfitta di
un centrosinistra dilaniato da personalismi antagonistici, né delegittima la vittoria di Geraci al
quale va, comunque, il mio augurio per una difficile avventura amministrativa.
Probabilmente, anche se l’affluenza fosse stata
superiore, il responso delle urne sarebbe stato
uguale; Geraci sarebbe comunque diventato sindaco.
Ma non è questo il punto.
La mia riflessione vuole soffermarsi su un altro
aspetto: che valore possiamo attribuire all’elezione, peraltro legittima sul piano formale, di un
sindaco eletto con questa percentuale di astensione? Come si può considerare sostanzialmente democratica una votazione ignorata dal 60%
degli elettori? Cosa deve pensare chi crede che
democrazia sia sinonimo di partecipazione, pluralismo e consenso?
Le risposte sarebbero molteplici, ma tutte con
un minimo comun denominatore: la debolezza di
tutti i partiti. Tale debolezza non ha fatto altro che
21
ANFFAS:
DIECI ANNI
DI STORIA
di Enzo Cumino*
È sempre un evento un Decennale.
E, come tale, suscita emozioni e impone riflessioni. Emozioni che scaturiscono dal ripercorrere
mentalmente e, soprattutto, col cuore un cammino irto, sì, di difficoltà, ma, nel contempo, ricco di
tante gratificazioni.
Riflessioni che si impongono, in quanto si fa un
bilancio di ciò che si è realizzato e, alla luce di
ciò, si tracciano nuovi percorsi verso orizzonti più
vasti.
L’Anffas (Associazione Nazionale Famiglie di
persone con disabilità intellettiva e relazionale)
di Corigliano nasce il 22 febbraio 2003, in una
casa privata. L’esigenza di dare ai propri figli con
disabilità un futuro migliore, alla luce delle normative vigenti, spinge un gruppo di venti famiglie
a costituirsi in Associazione. Si sceglie di aderire
all’Anffas Nazionale, in quanto le problematiche
intellettive e relazionali dei ragazzi sono eterogenee.
Quel giorno rappresenta una data storica per
l’Associazione. Da lì si parte con trepidazione,
ma anche con grande fervore. La prima pietra è
stata posta, ma per costruire una struttura efficiente e al passo con i tempi bisogna lavorare
tanto e in sinergia.
Pochi giorni dopo, il parroco della frazione Villaggio Frassa, don Natale Caruso, concede in comodato, su autorizzazione della Curia arcivescovile,
una parte della canonica, come sede della nuova
Associazione. In tale sede, formata da 5 locali e
22
circondata da spazio verde, inizia un percorso di
crescita che coinvolge sia i ragazzi, sia i genitori.
I ragazzi vengono coinvolti in iniziative che mirano a migliorare la socializzazione, il linguaggio
verbale, la gestualità, la manualità, a correggere
la postura, a superare difficoltà motorie, insomma a migliorare la qualità della vita soprattutto
attraverso la ricerca dell’autonomia dei soggetti
interessati.
I primi “progetti” portati avanti dall’Associazione
riguardano la Musicoterapia, la Psicomotricità,
l’Ippoterapia (che dal 2003 si svolge ancora oggi
presso il maneggio “Rugna” di Schiavonea), lo
Sport, la Cucina, la Manualità.
Tutti questi “progetti di vita”, per lo più individualizzati, hanno visto e vedono coinvolti, oltre ai
ragazzi, tanti volontari, le famiglie e, soprattutto,
esperti esterni che da anni si prodigano con competenza e amore, nello spirito di “servizio”, per
“aiutare” i ragazzi a raggiungere forme sempre
più elevate di autonomia e di autostima.
Nel corso degli anni, inoltre, l’Associazione si è
battuta per “aiutare” i genitori: dall’accettazione
alla formazione, un percorso che viene espletato attraverso il SAI (Servizio Accoglienza ed Informazioni), un servizio che rappresenta il cuore
dell’impegno associativo. Periodicamente, infatti,
specialisti del settore (Neurologo, Psicologo, Assistente Sociale) prestano la loro opera, gratuitamente, in favore delle famiglie Anffas, dando ad
ognuno informazioni e suggerimenti, per la soluzione di problemi a breve o a lungo termine.
Quando se ne avverte l’esigenza, gli stessi operatori vengono invitati dall’Associazione a tenere
“corsi” di interesse generale.
Nel mese di Novembre 2009, grazie alla Commissaria Prefettizia del Comune di Corigliano
Calabro, Dottoressa Paola Galeone, all’Anffas
viene affidato un bene confiscato sito in via degli
Iris n. 15, nella Frazione di Schiavonea. Questa è
ad oggi la sede dell’Associazione, adeguata con
fondi propri.
Nella nuova sede, pur mantenendo in vita le attività da sempre portate avanti, l’Associazione
crea un “Centro Socio-Educativo” che ospita
oggi 23 tra ragazzi ed adulti con disabilità intellettiva e relazionale, i quali vengono impegnati
in attività afferenti l’area cognitiva, affettivo-relazionale, dell’autonomia personale. Da due anni
l’Associazione sta investendo in un progetto di
casa-appartamento con un gruppo di ragazzi che
dalle ore 10,00 alle 18,00 vivono per tre giorni a
settimana in associazione preparandosi il pranzo, facendo la spesa, ordinando gli ambienti, gestendosi i propri tempi sotto l’occhio vigile della
musico-terapista Sonia Falcone. I ragazzi (e le
famiglie) usufruiscono di un pulmino, generosamente donato dalla famiglia Sanseverini in memoria di Andrea. La cura di tale servizio è affidata
alla benemerita Associazione Nazionale Carabinieri in pensione, sezione di Corigliano.
L’Associazione, che è una Onlus (Organismo
non Lucrativo di Utilità Sociale), “si batte” nelle
sedi istituzionali (Comune, Provincia, Regione)
da sempre, per tutelare i diritti delle famiglie e
delle persone con disabilità, per favorire l’integrazione scolastica, per assicurare l’assistenza
sociale e socio-sanitaria, insomma affinché non
sia mai negato il diritto inalienabile della dignità
umana.
A questo proposito , Anffas Corigliano, con l’Associazione nazionale, ha supportato una famiglia
di Cassano che, per vedersi riconosciuto il diritto ad una progettazione individuale per il proprio
familiare disabile, secondo quanto stabilisce la
Legge 328 del 2000 (legge quadro per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali), recepita dalle regione Calabria con la
legge 23 del 2003, è stata costretta ad adire le vie
legali. Grazie all’opera dei legali di Anffas Onlus
Nazionale e di Anffas Corigliano, si è giunti alla
sentenza del TAR Calabria n. 440 del 12 Aprile
2013 che ha sancito in via definitiva la legittimità e l’importanza della predisposizione di progetti
individuali. Di recente, poi, su iniziativa di Anffas
Calabria, coordinata da Marinella Alesina che dal
2003 è anche alla guida dell’Associazione, si è
stipulato un importante protocollo d’intesa con la
provincia di Cosenza per la ratifica della Convenzione ONU sulla disabilità, già legge italiana dal
2009. Tanti in questi anni sono stati i convegni e
i seminari organizzati dall’Associazione sui temi
della disabilità: dall’amministrazione di sostegno,
alla legge 328/00, all’integrazione scolastica. Importanti anche le iniziative di sensibilizzazione:
Anffas in Piazza, Festa della Mamma, Concorso
letterario con le scuole del territorio.
Un’Associazione, dunque, molto attiva e viva
che può essere seguita quotidianamente attraverso la pagina Facebook di Anffas Corigliano,
attraverso il sito, anffascorigliano.it, a cui si può
scrivere, [email protected], o
telefonare al n. 0983.854879, fax 0983.547191.
*Responsabile Comunicazioni
Anffas Onlus Corigliano
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Il critico-poeta
Alberto Frattini
in un saggio dello
studioso calabrese
Pasquale Tuscano
L’ampio saggio fa da introduzione al
voluminoso carteggio del celebre critico
fiorentino con i maggiori esponenti della
poesia e della cultura letteraria italiana
tra gli anni ’50 e ’80 del Novecento.
di Franco Liguori
Per i tipi di Pioda Edizioni di
Roma, è uscito recentemente
(febbraio 2013) un bel volume di
Pasquale Tuscano, noto studioso
calabrese di Bova (RC), già ordinario di Letteratura italiana presso la Facoltà di Lettere dell’Università di Perugia, autore di un
gran numero di apprezzati studi e
saggi su autori e problemi di tutti
i periodi della nostra storia letteraria, da Dante a Pirandello, ma
anche profondo conoscitore della
letteratura calabrese, della quale
egli è oggi il maggiore studioso,
con al suo attivo numerosi contributi pregevoli , che vanno da
Tommaso Campanella a Corrado
Alvaro, da Gianvincenzo Gravina
a Vincenzo Padula.
Quest’ultima fatica di Tuscano, presentata con successo a
Roma, nella scorsa primavera,
subito dopo la sua uscita, è un
24
documentato e ricco saggio introduttivo alla pubblicazione della vasta corrispondenza epistolare intrattenuta con i maggiori
protagonisti della nostra attività
poetica e letteraria tra gli anni ’50
e ’80, da Alberto Frattini (19222007), critico letterario, poeta,
narratore, giornalista, che svolse anche una lunga attività d’insegnamento in varie Università,
tra cui Assisi, Macerata, Viterbo,
e Roma. Gli interessi di Frattini,
che Tuscano conobbe molto da
vicino, per esserne stato amico
e stretto collaboratore tra gli anni
’60 e ’70, erano rivolti a Dante, a
Foscolo, a Manzoni, ma principalmente a Leopardi e ai giovani
poeti italiani della prima metà del
Novecento.
Il volume, intitolato “Alberto Frattini. Le voci di dentro dell’attività
letteraria italiana tra gli anni ’50
e 80 del Novecento”, fornisce,
nella prima parte, una lucida e
Il prof. Pasquale Tuscano riceve dal sindaco di Assisi, la cittadinanza onoraria della Città (aprile 2013)
minuziosa ricostruzione storicoculturale della cosiddetta “Scuola
romana”, un gruppo di studiosi,
operatori culturali ed intellettuali
di formazione cattolica, che operarono- come scrive Anna Pasquazi nella premessa- “ per una
cultura affrancata da ogni tentazione strettamente ideologica,
consapevole del ruolo universale
della poesia”. Tuscano si sofferma sull’apporto prezioso dato da
questa “scuola” al rinnovamento
della nostra letteratura e della
nostra cultura più in generale, nei
decenni successivi alla fine della
guerra, documentato dal sorgere di riviste come “Rassegna di
cultura e vita scolastica” (1947)
o “Cultura e scuola” (1967), che
miravano anche all’aggiornamento della classe docente, ma
anche di cenacoli letterari, come
i “Quaderni del Canzoniere” di
Elio Filippo Accrocca (1951) o
“Poeti Nuovi” dello stesso Frattini (1960). Grande importanza ,in
quegli anni, ebbe anche l’ Enciclopedia Italiana Treccani, diretta
dal calabrese Umberto Bosco,
che divenne “la vera fucina” della nuova cultura umanistica, ma
anche di quella filosofica e scientifica. Giorgio Petrocchi, Ignazio
Baldelli, Silvio Pasquazi, Mario
Petrucciani, sono soltanto alcuni
dei nomi che degnamente incarnano una sorta di “nuovo umanesimo”, nell’ambito del quale
anche Alberto Frattini svolge un
ruolo importante, come studioso,
come interprete di poesia e poeta
egli stesso. Frattini, che collabora
a “L’Occhiale” di Bruno Romani e
al bimestrale “Il Fuoco”, del quale
dirige la rubrica “Arte e Letteratura”, è interessato principalmente
alla “giovane poesia” e ad essa
dedica gran parte del suo lavoro
di critico e di operatore culturale,
organizzando i primi convegni
sulla nuova poesia italiana del
dopoguerra, nel 1954 il primo e
nel ’56 il secondo, fondando la
rivista “Poesia Nuova” (1955-60)
e, successivamente, il Premio di
Poesia e Critica “Città di Tagliacozzo”.
Di Alberto Frattini, Tuscano ricostruisce puntualmente la biografia ed illustra gli interessi
culturali e la metodologia critica,
evidenziando la sua “vocazione
alla poesia” e la sua “attitudine
all’interpretazione” e ricordando,
naturalmente, il periodo di stretta
collaborazione avuto con lui tra il
1965 e il 1973, allorquando i due
studiosi, il calabrese e il fiorentino, si ritrovarono a lavorare gomito a gomito, ad Assisi ( la città
di San Francesco, dove ancora
oggi Tuscano vive e della quale
è recentemente diventato, per
i suoi meriti culturali, cittadino
onorario), al progetto della fortunata antologia “Poeti italiani del
XX secolo”, edita da “La Scuola”
di Brescia nel 1974.
“Frattini padroneggiava con
estrema sicurezza, la giovane
poesia italiana”, scrive Tuscano, e “il suo amore per la giovane poesia non conobbe soste”.
Frattini fu un critico-poeta, come
furono Francesco Flora e Attilio
Momigliano, perché la poesia fu
sempre familiare al suo animo di
critico, ed è per questo che egli
riesce ad essere quasi sempre
lettore fine e puntuale di poesia.
Per Tuscano, Frattini ha della
poesia una “concezione appassionata, irrequieta, problematica, fuori di ogni schema, di ogni
teoria”. Dopo aver esaminato
con chiarezza e lucidità critica i
principali scritti critici del Frattini,
da “Poeti e critici italiani dell’Otto e del Novecento” (1966) a
Poesia nuova in Italia tra ermetismo e neoavanguardia (1968)
e “Dai Crepuscolari ai Novissimi” (1969), Tuscano conclude
affermando che Alberto Frattini
seppe imporsi all’attenzione degli studiosi come “vigile testimone-attore e indagatore acuto e
stimolante della nostra civiltà letteraria del primo cinquantennio
del Novecento”. Quanto al suo
metodo critico, l’indagine di Frattini, “pur sgombra da ogni schematismo di scuola o di indirizzo”,
per Tuscano, “s’inquadra nella
più valida critica storico-estetica,
resa originale da un gusto squisitamente personale”.
Passando ad illustrare il Frattini
“lettore ed interprete del Leopardi”, Tuscano rileva che lo studioso toscano ebbe per il grande poeta di Recanati un vero e proprio
culto. Dopo avergli dedicato le
sue due tesi di laurea (in lettere
e in filosofia) ed averne scritto
frequentemente su varie riviste
letterarie, gli dedicò due monografie, la prima delle quali uscì
presso l’editore Cappelli di Bologna, nel 1969, e la seconda, nel
1986, con le “Edizioni Studium”
Alberto Frattini in un ritratto giovanile
di Roma. I due saggi monografici del Frattini sono analizzati
puntualmente da Tuscano, che
vi riscontra una grande capacità
di scavo della lirica leopardiana,
che ne fanno uno degli interpreti più attenti e acuti del grande
recanatese. Frattini – egli scrive
– “segue il poeta passo passo
nella sua formazione culturale,
scandagliando quanto abbiano
inciso certe presenze nell’animo
suo sensibilissimo”, da Helvetius
a Voltaire, da D’Alambert a Condorcet, fino all’incontro più fecondo e stimolante che fu quello con
Rousseau.
La ricca introduzione al carteggio, non manca di soffermarsi su
altri due aspetti della poliedrica
personalità di Alberto Frattini: il
poeta e il narratore . La produzione lirica si sviluppa in un arco
temporale che da dal 1950 (anno
di pubblicazione di “Giorni e sogni”) al 1994 (anno di pubblicazione di “Arcana spirale”), ed in
ben tredici raccolte, nelle quali
Tuscano rileva la presenza di un
mondo poetico caratterizzato dal
“permanente contrasto dialettico
tra il reale e l’ideale, tra la più
sconcertante problematica esistenziale di ordine metafisico e la
scienza esatta dell’uomo; tra gli
affetti più cari (il padre, la madre,
la moglie, il figlio, la città nativa, i
ricordi e i paesaggi toscani e laziali ) e una forte tensione a scorporarli dalla terrestrità per sublimarli nel mito”. Il critico calabrese
trova, inoltre, nei versi di Frattini,
“un’attenta vigilanza del gusto”,
“un tessuto linguistico sempre
limpido”, e un “retroterra culturale fecondo di intense letture”, non
solo dei classici, ma anche delle
più recenti e persuasive voci della poesia italiana ed europea del
suo tempo.
Parlando del “Frattini narratore”, Tuscano registra nelle sue
prose la stessa tensione morale
che lievita nella sua parola poetica. “Scoperta di paesi” sono
una raccolta di prose di memoria,
che Tuscano definisce “prose liriche, incantate e nitide”. Si tratta
di esperienze ed impressioni di
viaggio relative al periodo 19441966, pubblicate come servizi
giornalistici, in cui “vecchio e nuovo, storia e cronaca quotidiana,
si attraversano e si amalgamano,
nella pagina schietta e cordiale”,
pagine che si rivelano spesso di
straordinaria attualità ed in cui
assumono particolare rilievo i ritratti di ambienti e di personaggi.
L’ampia e particolareggiata introduzione si chiude con una panoramica sulla fitta corrispondenza
intrattenuta da Frattini coi protagonisti della poesia italiana del
Novecento, da Quasimodo a Barile, Solmi, Falqui, Saba, Comi,
Sbarbaro, Sinisgalli, Betocchi,
Caproni, Valeri, Zanzotto, Bigongiari ed altri ancora, che testimonia i rapporti di amicizia, di stima
e di corrispondenza culturale intercorsi fra il critico-poeta fiorentino e i maggiori esponenti della
lirica italiana del XX secolo, della
quale egli fu sicuramente uno
dei più attenti ed acuti interpreti.
La seconda parte del libro, divisa
in due sezioni, pubblica la trascrizione delle preziose lettere
sopracitate, conservate nell’archivio della famiglia Frattini, corredate da brevi note esplicative
e di commento. Un lavoro veramente pregevole e di grande
spessore culturale questo volume curato da Pasquale Tuscano,
che fa scoprire un “protagonista
silenzioso” della cultura letteraria e della poesia del Novecento,
meritevole di non essere dimenticato: Alberto Frattini. Un saggio
lucido e documentato, che dimostra ancora una volta come Tuscano sia uno studioso rigoroso,
onesto e leale, fedele a quelli che
il prof. Giovanni Sapia, suo amico e profondo estimatore, chiama i “canoni morali” della critica,
“la filologia della verità”.
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Corigliano-Schiavonea
Calcio in Eccellenza
Pollice alto anche per gli altri
Club Sportivi cittadini
di Cristian Fiorentino
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Conclusi i tornei sportivi cittadini tra salti di categorie e ottimi
riscontri stagionali. Nel calcio a
11, in Promozione, girone A, il
Corigliano-Schiavonea taglia il
nastro della scalata all’Eccellenza
calabrese, alla penultima giornata,
e proprio nel derby casalingo contro l’Audace Rossanese. Un grosso
plauso ai ragazzi di mister Pacino e
alla società dei co - presidenti Elia
e Brunito che davanti ad un ottima
cornice di pubblico sono ritornati,
dopo sette anni, nel massimo campionato dilettantistico regionale,
tesi alla conquista degli ultimi punti necessari per il salto di categoria.
Successo da ripartire tra Granata e
compagni e i validi dirigenti come
Zonzo, Apicella, al magazziniere
Curia, e da estendere anche alla
formazione juniores coriglianese
di mister Vangieri giunta sino alla
finale regionale di categoria, persa a Isola Capo Rizzuto contro il
Roccella.
Festa biancazzurra che è esplosa
subito dopo la gara consacrante per
le vie della città con un immenso
ricordo per l’amico e compianto
tifoso Paolo Pagnotta tributato tra
canti e bandiere. Intanto, la società
è già al lavoro con un nuovo prospetto programmatico studiato nel
dettaglio e che vedrebbe la collaborazione di tante anime e la sinergia con la nuova amministrazione
comunale del sindaco Geraci per
far fronte al restyliung dell’area
di contrada “Brillia” e dello stadio. Sul fronte calcio a 5 di serie
B, invece, il Fabrizio approda ai
play- off ma esce anzitempo confermando l’ottimo campionato tra i
cadetti nel primo anno da matricola: difficile e soddisfacente per gli
uomini di mister Madeo e società
bianconera. Non si esclude una
domanda di ripescaggio alla serie
A-2 dove sono approdati, invece, i
cugini bizantini dell’Odissea Rossano. Per la Volley Corigliano, invece, terminato il torneo regolare
di A-2 Maschile in sesta piazza,
dopo un buon viatico nei play- off
non c’è stato granché da fare nelle
semifinali. Anche qui pollice alto
e programmazione già avviata con
il primo passo già effettuato dell’iscrizione al torneo di A-2. Tornando al calcio a 5 di C-2, gir. A, buona stagione anche per lo Sporting
Club uscito solo alle semifinali
play-off. Salvezza, invece, per il
Cantinella mentre il prossimo anno
l’altra compagine di questo torneo di calcio a 5 sarà l’MM Club
Sport che si è imposta nel girone
A di serie D. Club di San Nico che
si è fatta notare anche nella categoria giovanile Allievi di calcio a
5 approdando anche alle fasi interregionali. Bene anche lo Sporting
Club che nel torneo giovanile di
futsal è approdato alla fasi regionali.
Nei tornei dilettantistici inferiori,
invece, in seconda categoria niente
play- off per il Villaggio Frassa di
mister Tocci, abile nel condurre un
32° Trofeo Nazionale parrucchieri del Sud Italia
torneo da prima fascia. In seconda
categoria il prossimo anno ci sarà
anche il Marina di Schiavonea del
tecnico Apicella che ha stravinto il
proprio raggruppamento vincendo
anche la super coppa provinciale.
Nel calcio a 5 femminile di serie C,
invece, bene il Cantinella in rosa
che il prossimo anno avrà le cugine dello Sporting Club che negli
ultimi anni ha avviato un progetto
con l’istituto scolastico “Erodoto”
e la Figc – Lnd regionale. Sempre
in ascesa anche i settori giovanili
della Forza Ragazzi Schiavonea
e dello Sporting Club Corigliano
con i biancoverdi di patron Fino
che anche quest’anno hanno vinto
il titolo regionale Pulcini approdando alla festa di Coverciano. Un
plauso circolare va inoltrato anche
a tutti gli sportivi coriglianesi che
con passione e determinazione anche in altre specialità, non solo a
squadre, ma anche individuali si
fanno largo nel proprio territorio e
altrove.
Le tinte dei colori coriglianesi
sono forti e brillano grazie a club
e entourage che vanno incoraggiati e sostenuti per nuovi trionfi che
propongono in primis il nome del
paese e in seguito nomi e cognomi di tesserati e squadre. Concetto
culturale che deve penetrare in istituzioni, imprenditori e professionisti per far rete insieme ambendo
al tanto agognato riscatto di un territorio, troppo bistrattato, ma che
nello sport ha avuto sempre grandi
compiacimenti.
Trionfano i giovani acconciatori della fascia jonica
cosentina dell’Anam di Cariati
di Giuseppe Gaccione
Conoscenza, capacità e competenze, queste le
mosse vincenti dei ragazzi e delle ragazze che
spinti da una passione comune hanno tenuto
alta la bandiera calabrese, rappresentando la
nostra zona in uno degli appuntamenti più importanti per parrucchieri e acconciatori.
L’evento svoltosi a Caserta nelle scorse settimane ha fatto registrare per i nostri un ampio
successo: nove in tutto i partecipanti per l’Anam
(Associazione Nazionale Acconciatori Misti) di
Cariati, di cui tre senior che in tre diverse prove
hanno conseguito un secondo posto e due sesti
posti.
Grande scalata, invece, da parte dei giovanissimi nella categoria “full fashion look femminile”,
dove si sono aggiudicati i primi quattro posti.
Un bottino ingente che ha permesso alla stessa
associazione di ottenere un ulteriore riconoscimento ossia quello del maggior numero di premi
vinti nell’edizione 2013 del trofeo.
Il presidente dell’associazione cariatese Antonio
Russo complimentandosi con i propri allievi, ha
voluto sottolineare, come tutto ciò sia solo “un
punto di partenza” e non di arrivo e che tanto
ancora c’è da fare per innalzare sempre più lo
standard formativo.
In un momento storico in cui dilaga la disoccupazione giovanile, soprattutto fra gli under 24, questi giovani ragazzi hanno trovato la strada per
uno sbocco professionale che fa presagire un
futuro imprenditoriale in grado di dare una boccata d’aria fresca in questo Sud così martoriato.
L’ottenimento di un successo di tale
portata, infonde inoltre nei giovani
protagonisti la consapevolezza che
imparare un mestiere, mettere insieme un bagaglio di competenze
è fondamentale per poter lavorare. E il misurarsi, confrontarsi con
gli altri, gareggiare è uno stimolo
in più per far meglio e raggiungere risultati maggiori. Di sicuro al
giorno d’oggi, in un era di favoritismi e clientelismi, preparazione e
competenze non saranno una garanzia, ma sono senza dubbio una
carta vincente.
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“Cronache dal passato”
Si apre il sipario:
le recite scolastiche di fine anno
di Anna Policastri
Nella tarda età anche la partecipazione ai momenti di vita dei più piccini costituisce l’occasione per
rievocare ricordi, fare confronti coi tempi passati,
rendendosi, così, conto che tanto si può e si deve
fare ancora per gli altri.
La chiusura delle scuole coincide con la messa in
scena delle recite scolastiche in cui maestre e piccini si affaccendano per consegnare agli spettatori,
uno spettacolo dai temi più svariati.
Per noi familiari dei deliziosi bimbi, affacciati e protesi alla vita, assistere alle semplici ma intense esibizioni di un’ora è come calarci in una nostra ormai
lontana dimensione, ma provvidenzialmente rinnovata dai nostri piccoli eredi per rivivere e sperare
con loro.
Per me reduce da una più che quarantennale esperienza scolastica, l’esibizione del mio nipotino cui
ho assistito, ha fatto riaffiorare ricordi di maestra
che conosce l’iter che porta alla vita sociale e responsabile delle nuove generazioni.
La recita scolastica di fine anno, rappresentava e
rappresenta ancora un momento di formazione per
i piccoli protagonisti, un evento emozionante per i
familiari e un impegno per gli organizzatori.
Ai miei tempi, in prossimità della fine dell’anno scolastico, dalla scuola elementare San Francesco
(uno dei soli tre plessi scolastici esistenti all’epoca
a Corigliano) dove insegnavo, mi armavo di buona
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volontà recandomi a Roma presso la libreria Rizzoli. Qui acquistavo degli opuscoli di piccole scenette
e sketch comici, spulciavo per ore tra gli scaffali in
cerca di spunti per la preparazione delle esibizioni.
Dopo un attenta scelta, individuato il tema oggetto
della recita, giravo per le classi in cerca dei piccoli attori e cantanti che avrebbero calcato la scena,
chiedendo alle colleghe di ragazzi predisposti per
la recitazione o la mimica per poi fare le prove nei
corridoi, senza tralasciare il coinvolgimento della
totalità degli alunni.
I vestiti di scena venivano realizzati in cartapesta, e
la base musicale affidata all’unica collega in grado
di suonare il piano. Per la scenografia sfogliavo riviste e mi rivolgevo a quelle maestre più aperte alla
novità (tutto sembrava strano per le insegnanti di
paese, io non demordevo, a volte, prendevo i bambini per mano e li portavo a vedere qualcosa che
non avevano mai visto: un treno).
Il sipario scorrevole era fatto con vecchie coperte, che fatica trovarne due che si assomigliassero! Teatro di scena era il cinema Valente (all’epoca
chiamato “cinema comunale”, per distinguerlo dal
“cinema moderno” situato presso Palazzo Bianchi):
c’era la platea e il loggione, ma dietro il palco ai piedi dei vecchi camerini in legno, erano situate delle
botole polverose dove ci posizionavamo per i suggerimenti ai bambini. Non c’erano microfoni, solo
degli intermezzi musicali, ma le piccole vocine era-
no facilmente udibili per i pochi spettatori, al tempo
capaci di apprezzare con semplicità quelle piccole
esibizioni, lontani da quel fanatismo che investe i
genitori di oggi. La realtà coriglianese di un tempo, però non era ancora pronta per quelle gioie ed
emozioni frutto degli insegnamenti scolastici, presi
come si era dai tanti problemi familiari ed economici, accresciuti dai tempi difficili, dall’emigrazione e
dalla miseria.
Non pensavo che a distanza di anni potessero ancora esistere certe condizioni fino a quando non ho
assistito alla recita del mio nipotino presso la Scuola Materna “Vincenzo Scarcella” nel centro storico
di Corigliano Calabro.
Prima del 1960 a Corigliano non esisteva la scuola materna. Le tre sorelle Scarcella di Corigliano,
Suor Geltrude, Suor Vincenza e Suor Amabile, già
Suore Piccole Operaie dei Sacri Cuori da molti
anni, proprietarie di una casa in Corigliano (la casa
paterna), essendo anziane si ritirarono nella Casa
di Riposo dell’Istituto in Acri (cs) e fecero donazione della loro abitazione all’istituto per un’opera in
memoria del papà, signor Vincenzo Scarcella. Vi si
cominciò subito un Asilo infantile. In seguito migliorata e resa efficiente vi si istituì la Scuola Materna
con tre sezioni e la primina.
Attualmente la casa continua ad accogliere i piccoli
della Scuola dell’Infanzia, sotto la guida delle “Suore Piccole Operaie dei Sacri Cuori”.
Partecipare alla recita del piccolo asilo infantile mi
ha fatto capire che la condizione di molte famiglie
del centro storico non è affatto cambiata rispetto a
quel passato che io ricordo. Qui il tempo sembra
essersi fermato: c’è una fascia di bimbi che vivono
in disagiati ambienti familiari. Alcuni di essi crescono in casupole abbandonate dei centri storici, da
genitori che tante volte non sono in grado di dare
ai figli quella corretta educazione che servirebbe
per aprirsi alla vita, aggravata da quella mancanza
di accudimento, di calore umano, che in altri tempi
anche nelle famiglie più umili e povere si davano.
Tutto ciò frutto anche dell’inesperienza di genitori
giovani e impreparati al loro ruolo, oltre che sovrastati da una condizione economica precaria.
C’è un lavoro quotidiano, però, che viene fatto in
questo piccolo asilo del centro storico, un lavoro ad
opera di tre reverende suore, Linda, Evenzia e Luciana. Operano in silenzio, meste e laboriose, con
quel poco che la solidarietà della comunità mette
loro a disposizione, sostenute dallo spirito del Beato Francesco Greco e dal solo amore per il prossimo.
Assicurano a questi bambini meno fortunati di altri, un educazione, un piatto caldo, un affetto disinteressato, con poche, pochissime risorse. Con le
stesse esigue risorse sono riuscite a mettere su
una recita dal titolo “La città pulita”, per educare
anche al rispetto dell’ambiente, al riciclo e alla differenziata come azioni attraverso cui limitare l’inquinamento e ridurre il buco nell’ozono. Insegnamenti
generali ed abitudini civili non altrimenti trasmissibili a questi bambini.
Non avrete vissuto inutilmente se avrete offerto agli
altri una parola di conforto nei momenti difficili.
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ciò che cerco.
Abbiamo accartocciato il mondo,
non voglio sentirti come
lo scricchiolio di una foglia
al mio cammino.
Il futuro mi spaventa,
si.
Lo vedo arrivare
come un’onda altissima.
Saprò cavalcarlo?
O annegherò?
Tienimi per mano.
Non farmi cadere.
PARADISO D’ORIENTE
Alzo gli occhi,
ci sei.
Fragile bolla di sapone,
camaleontica luce del sole,
che su di te riflette angolosa
Portami
Nel tuo piccolo spazio inquieto.
Flamenco che arde su fianchi,
ondeggianti davanti al sole che esplode.
Amami in un paradiso d’oriente.
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I nostri orizzonti poetici si tingono di rosa: sognatrice, romantica, introspettiva, passionale,
con questi aggettivi potremmo definire la poesia
della giovane autrice Manuela Morrone. Nata a
Corigliano Calabro nel 1990, dopo la maturità
scientifica consegue la laurea in Lingue e Colture Straniere all’Universita degli Studi di Perugia.
Sin da piccola subisce il fascino della scrittura, a
soli undici anni vince con la poesia “L’aquilone”
un concorso rivolto agli studenti delle scuole elementari. Nel 2007 è una delle studentesse il cui
componimento “Montagna madre…o matrigna?”
viene pubblicato nell’antologia “Tra Cielo e Terra”
(Ferrari editore).
Con il passare del tempo il suo talento si consolida e grazie all’esperienza dell’Erasmus durante gli anni universitari inizia a scrivere poesie
anche in lingua inglese. Tornata in Italia diviene
membro dell’Accademia Nazionale della Civetta,
partecipa al concorso organizzato dalla Rivista
Orizzonti e lo vince con la poesia “Vento”. È una
delle “Otto Poetesse per Otto Poesie”, un’antologia poetica (Bertoni Editore), sotto il marchio
WOMEN@WORK , gruppo letterario i cui membri presentano i tratti decisi di una “intensità altamente creativa”.
La poesia “Paradiso D’Oriente” viene pubblicata
in “Sotto l’albero delle mele vol.2” (Aletti Editore),
uomini e donne riflettono sulle loro relazioni, non
solo sentimentali, e ci invitano a riconsiderare
l’orizzonte maschile e quello femminile, spesso
dai più ritenuti diametralmente opposti, ma, in realtà, molto più “sfumati e morbidi” .
La poesia di questa giovane è un viaggio onirico
verso i sentimenti più celati, tra passioni, speranze, sogni a tratti sfiorati dalla sensualità, dagli
elementi naturali e dalla voglia della ricerca e
della scoperta costante.
TIENIMI PER MANO
Voglio amarti ancora,
la magia si è spenta.
Tu ne sei convinto.
Dici che è realtà.
Ma non è la normalità che cerco
È la quotidiana ricerca di te
che desidero.
Forse non ti amo, pensi.
Hai ragione?
Forse.
È il tuo amore
per me che amo.
È vita oltre lo specchio
STANOTTE
Stanotte,
le tue mani di cartone
toccavano un corpo senz’anima.
Non avevo bisogno della realtà,
è nel sogno che volevo incontrarti.
La realtà è così vera,
così palese,
è per me menzogna.
Non volevo il tuo corpo,
le tue mani.
Ti cerco oltre te stesso,
oltre me stessa.
Oltre il rumore dei tuoi passi
nel corridoio,
che mi separa sempre più da te.
INGHILTERRA
Sogni appesi sugli alberi
che guardano austeri dalla mia finestra.
Universo sotto il mio occhio attento
pronto a riempirsi di luce nuova.
Cappuccino e dolcezza,
mescolati alla voglia di caffè disegnata sul collo.
Voglia di vita.
Valigia vuota ogni giorno,
quotidianamente riempita di volti, sorrisi, nuvole.
Accompagnata dalla leggera brezza del mattino,
dal sole lontano al tramonto.
Nomi nuovi ogni giorno,
referenti di sogni ancora da realizzare.
Passi ancora da disegnare.
Tutti col naso all’insù
vaganti immobili tra desideri e speranze.
Sembrava potessero toccare il cielo.
Come me.
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ph Pino Marasco
l’oraLegale
povera Fabiana, dopo che se ne
sono davvero sentite di tutti i colori! Preferisco invece trattare di argomenti più concreti e rispondere
così alle perplessità e i dubbi che
molti si sono posti su cosa preveda la legge quando a commettere
delitti come quello di cui Fabiana è
stata vittima sia un minore di età.
Sono due i principi generali che
regolano la legge processuale minorile:
1) la non interruzione dei processi
educativi (l’intervento di giustizia
deve evitare di produrre fratture
nel processo di socializzazione);
2) l’attitudine responsabilizzante
delle misure (il minore deve essere posto di fronte alle conseguenze delle sue azioni e assumersene la responsabilità).
L’obiettivo socializzativo e la finalità responsabilizzante delle misure
riconducono ad altri due principi
ad essi preliminari.
Inanzitutto, alla posizione del minorenne nell’iter processuale: una
posizione attiva, da protagonista,
perché le azioni che si svolgono
lo riguardano direttamente e sono
connesse a sue scelte d’azione,
delle quali si chiede conto in termini di responsabilità.
Ancora, altro principio preliminare è rappresentato dalla necessità di un’attenta conoscenza della
personalità: occorre cioè tutelare l’individuo in fase di sviluppo,
identificare le misure più idonee,
in maniera cioè che gli possa, di fatto, utilizzare gli
interventi rivolti a lui sia per riconsiderare i propri
comportamenti passati che per costruire nuovi orientamenti per il futuro.
Alla luce di quanto esposto, sono chiaramente identificabili altri principi:
-della minima offensività (il processo non deve rappresentare un’ulteriore condizione di rischio);
-della destigmatizzazione (si deve evitare, per quanto
possibile, di lasciare tracce anche formali del comportamento deviante adolescenziale);
-della deistituzionalizzazione (alla detenzione, sia prima del giudizio, come misura cautelare, che successivamente, come pena, si deve ricorrere solo come
extrema ratio, per evitare gli effetti di stigma e di radicamento degli atteggiamenti delinquenziali).
Allo scopo di mantenere la continuità dei processi
educativi ai minori viene inoltre riconosciuto il diritto
all’assistenza affettiva e psicologica e tutti gli interventi vengono svolti dalla giustizia in collaborazione
con i servizi attivi sul territorio.
Tali principi si sono tradotti in specifici istituti processuali.
La custodia cautelare è stata integrata con misure non
detentive alle quali ricorrere in via prioritaria: prescrizioni, permanenza in casa, collocamento in comunità.
La scelta tra le misure tiene conto del tipo di reato,
ma, soprattutto, della persona del minore, delle risorse esterne che è possibile attivare, delle caratteristiche di occasionalità o, al contrario, reiterazione del
comportamento deviante.
E’ possibile il passaggio da una misura all’altra, nel
senso sia di maggiore che di minore restrittività, in
funzione del comportamento del minorenne e della
Fabiana e il minore
nel processo penale
Centrale la necessità
di recuperare sempre
e comunque il giovane
deviante
di Raffaella Amato
Aperto tutti i giorni
da lunedi a domenica
Tel. 0983.851511
Prima di tutto una precisazione:
non voglio unirmi al coro di chi
ha cercato di guadagnare un
quarto d’ora di pubblicità sfruttando questa infame vicenda e
la tragedia incommensurabile
della sua povera vittima. Nelle scorse settimane ognuno ha
detto la propria su questo terribile avvenimento arrivando a fare
delle deduzioni a dir poco affrettate e dettate dall’ignoranza e dal pregiudizio nel tentativo di dare una
possibile spiegazione al Male. Naturalmente, come
tutti, ho anch’io una mia idea sui perché e i per come
di questo atroce delitto, e si tratta, beninteso, dell’idea di una persona ben titolata a parlarne, data la
mia specializzazione triennale in Criminologia Clinica, conseguita dopo la laurea in giurisprudenza e
la abilitazione alla professione di avvocato, e considerata la mia esperienza sul campo, maturata come
giudice criminologo presso il Tribunale di Sorveglianza di Catanzaro e come esperto di osservazione
scientifica della personalità in ambito penitenziario in
varie carceri italiane. Ma non esprimerò questa idea
precisa che mi sono fatta sul caso per rispetto alla
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sua capacità di rispettare gli obblighi imposti.
Al momento del fermo e dell’arresto è necessario valutare l’opportunità di condurre a casa o in una comunità il minore piuttosto che in un contesto della giustizia. In quest’ultimo caso è stato comunque previsto
un impatto meno forte della carcerazione, introducendo strutture idonee di tipo non carcerario: i centri di
prima accoglienza.
Per evitare, invece, il ricorso al giudizio, sono stati
introdotti due istituti: la sentenza di non luogo a procedere per irrilevanza del fatto e la sospensione del
processo e messa alla prova.
Al primo si può ricorrere quando il reato è particolarmente lieve, il comportamento occasionale e si valuta
che l’ulteriore corso del procedimento possa essere
di pregiudizio alle esigenze educative. E’ una forma di
depenalizzazione senza intervento.
Il secondo prevede, invece, che, qualunque sia la
gravità del reato, possa essere sospeso il corso del
procedimento. Il minore viene affidato ai servizi della giustizia che, in collaborazione con quelli degli enti
locali, effettuano attività di osservazione, sostegno e
trattamento. La specifica finalità è di valutare la personalità all’esito della prova: si parte infatti dal presupposto che nel corso del periodo di sospensione
la personalità possa evolversi in forme che rendono
inopportuno il giudizio.
La sospensione del processo si svolge attraverso la
costruzione, la realizzazione e la verifica di un progetto, formulato dai servizi insieme al minore e approvato dal giudice, all’interno del quale l’imputato assume
una serie di impegni comportamentali. All’esito della
prova, se valutata positivamente, viene estinto il reato. Come si vede tale istituto rappresenta un mezzo
per costruire responsabilità attraverso un fare responsabile. Perché ciò possa avvenire, il minore deve essere coinvolto sin dalle prime battute: dal momento in
cui si ipotizza la misura, nella fase di progettazione,
nel corso del progetto, nel suo monitoraggio, nella
fase di verifica.
Inoltre è necessario che il progetto non contempli
semplicemente attività utili al minore (scuola, corsi
professionali, lavoro) ma preveda impegni più direttamente tesi a ricomporre il conflitto attivato dal reato.
Non si tratta soltanto di attività di riparazione diretta
alla vittima o alla conciliazione con quest’ultima ma
anche di attività di riparazione simbolica come forme
di volontariato, lavori socialmente utili: attività che sollecitino nel minore una considerazione responsabile
delle conseguenze delle azioni commesse per sè, per
la vittima e per la società e che, contemporaneamente, promuovano in lui un orientamento sociale positivo. Centrale è il monitoraggio dell’adulto che, negli
interventi delle giustizia minorile, rappresenta una
sorta di accompagnatore di percorsi, un referente, un
consulente che fornisce il supporto necessario.
Naturalmente il progetto di intervento deve essere
calibrato su un’attenta conoscenza della persona del
minorenne, delle sue condizioni attuali, delle potenzialità rilevate, ma anche delle condizioni e risorse
dei servizi e del singolo operatore coinvolto; occorre
partire dalle competenze attualmente in possesso del
minore, dagli stili di comportamento presenti per innescare i cambiamenti attesi: in altre parole occorre
riconoscere il minore per quello che è e può fare.
Il progetto poi deve essere dotato di concretezza e
flessibilità; la prima caratteristica consente a tutti i
protagonisti di verificarne l’andamento; la seconda si
rende necessaria in funzione sia delle difficoltà che è
possibile incontrare nel percorso, sia dei cambiamenti che possono rendere superflui, quando non nocivi,
alcuni passaggi originariamente previsti. Il progetto
deve inoltre prevedere chiaramente i tempi di attuazione, ogni microbiettivo, gli strumenti e gli indicatori
per la verifica dei risultati. Gli obiettivi generali devono
essere inoltre frazionati per consentire la logica dei
piccoli passi, che produce nel minore la sensazione
che anche i percorsi più difficili siano percorribili.
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