Registrazione al Tribunale di Velletri n. 9/2004 del 23.04.2004 - Redazione: C.so della Repubblica 343 - 00049 VELLETRI RM - 06.9630051 - fax 0696100596 - [email protected] Mensile a carattere divulgativo e ufficiale per gli atti della Curia e pastorale per la vita della Diocesi di Velletri -Segni Anno 6 - numero 11 (59) - Dicembre 2009 In questo numero: Grandi temi - Caritas in Veritate 4 Sviluppo dei popoli, diritti e doveri, ambiente - Quel Dio crocifisso immagine dell’uomo sofferente e oppresso Speciale Natale - L. Vari, D. Valenzi, A. Pacchiarotti Concilio Vaticano II - La universale vocazione alla santità Educare oggi - Gentilezza e buona educazione - Accendere i sogni dei ragazzi 2009-2010 Anno Sacerdotale - A. Galati e F. Risi - Ricordi di Mons. Achille Onorati e fr. Filiberto Guala Speciale in morte di S.E. mons. Martino Gomiero Vocazioni - Il primato della carità nella sequela di Gesù verso il sacerdozio ministeriale Caritas - Una casa possibile in autocostruzione - Notizie non scritte Dicembre 2009 2 Ogni giorno, per chi crede, è Natale Vincenzo Apicella, vescovo Il 12 aprile del 1959 moriva a Cremona don Primo Mazzolari, una delle più luminose figure di sacerdote che la Chiesa abbia avuto nel secolo scorso. Rileggendo i suoi scritti, che molte volte furono bloccati dalla censura statale ed ecclesiastica, colpisce la lucidità di certe analisi, che precorrono di gran lunga i tempi, la passione apostolica, che crea un linguaggio diretto e coinvolgente, la profondità spirituale, che supera i tanti luoghi comuni e apre all’immensità del Mistero di Cristo. Fu in parrocchia per tutta la vita, soprattutto nel piccolo paese di Bozzolo, e questo è il segreto che spiega la sua capacità di essere semplice e scomodo nello stesso tempo, non aveva carriere da fare e bisognava farsi capire da poveri contadini. Dalle sue pagine desidero proporre una meditazione sul Natale, che mantiene intatta la sua freschezza e la sua forza di provocazione, con la speranza che questo assaggio possa invogliare altri ad accostarsi ai suoi scritti. Era il primo Natale di guerra per l’Italia, nel 1940: era appena cominciata una avventura che si riteneva breve e vincente e che, invece, presto avrebbe assunto i toni di una immane tragedia. “Ogni giorno, per chi crede, è Natale. Cristo nasce anche oggi. Vado a vederlo. Cosa gli dirò? A Natale tutti gli possono parlare: qualche cosa tutti gli dicono, perché quand’egli nasce nel mezzo della notte si fa un gran silenzio, e alla Parola onnipotente che discende dalle sue sedi regali le povere voci create s’accostano e parlano. Volete che non gli parlino il bue, l’asino, le pecore del presepio? E la paglia del suo giaciglio non gli dirà nulla? E gli angeli non volete che gli portino il desiderio delle stelle e i sospiri della notte? Un bambino non dà soggezione. Perfino i mendicanti parlano ai bambini che incontrano per la strada: perfino la gente che non sa o non osa rivolgere la parola ad anima viva, davanti a un bambino si fa coraggio. Un bambino capisce ogni lingua. Egli non è ancora salito sulla torre di Babele. Capisco adesso perché l’Onnipotente si fa bambino: perché l’onnipotenza si veste della più grande impotenza, e chiede a tutti, ed ha bisogno di tutto, anche di una stalla abbandonata, del fiato di un asino, di un po’ di paglia…Che strana maniera di confonderci e di deporci! Noi ci vestiamo di ferro e di acciaio: ci mettiamo intorno fortezze di cemento e campi di mine; ci serviamo di ordigni che vomitano fuoco e morte. Vantiamo la nostra forza uccidendo! Che povera forza una forza che uccide! Mentre il Forte si veste di povera carne, una carne che ha freddo, che ha fame. Già piange, già sanguina questa carne di un Dio fatto bambino, di un Dio fatto pellegrino. Noi ci barrichiamo, scaviamo trincee, tracciamo limiti…e l’Inaccessibile, l’Inviolato, l’Eterno entra nel tempo, scende sulla terra, prende dimora tra gli uomini, toglie il limite tra il finito e l’infinito, tra l’umano e il divino e si mette a servizio di tutti, alla mercé di tutti…Quale temerità! O non ci conosce, o la sua carità è così gran- de che può passar sopra a tutte le misure e a tutte le precauzioni della nostra saggezza. Qualunque cosa ti accada, Signore, non potrai incolpare che te stesso: se un giorno ti metteranno in croce non potrai dire: io non l’ho voluto. Ci hai messo in tentazione di mancarti di riguardo. Un bambino che nasce in una stalla. Anche se gli angeli lo circondano, non può essere un personaggio di riguardo. Infatti, tutti vengono a vederlo: tutti gli vogliono parlare e nessuno si fa annunciare. Vorrei parlargli anch’io, vorrei parlargli solo, cuore a cuore. Aspetterò un poco: “Signore…”Oggi dovrei parlargli di me; ma non posso; ho vergogna a parlargli di me. Io possiedo ancora una casa, un focolare, una chiesa, una patria. Non è ancor venuto nessuno a domandarmi di sgombrare: nessun aeroplano ha sganciato bombe sulla mia casa; nessun morto tra i miei…Di guai non ne manco, ma son guai fabbricati da me, dal mio benestare che può prendersi il lusso di contare che gli manca questo e quello. E quando uno sta bene, non rappresenta nessuno all’infuori di se stesso. Io non sono la voce di nessuno. E se non sono la voce di nessuno, con quale diritto voglio parlare ad Uno che è tutti? Davanti all’uomo solo chi sta bene ha diritto di far sentire la propria voce. Solo chi sta bene ha dei diritti davanti all’uomo: solo chi ha qualche cosa è qualcuno davanti all’uomo. Ma davanti al presepio…è qualcuno solo chi ha niente. Gli può soltanto parlare uno che niente. Se uno fa gli affari su quelli che muoiono in trincea o in mare, non ha diritto di parlare. Se uno non ha cuore per chi ha perduto la casa, la patria, la chiesa…non ha diritto di parlare. Se uno non ha fame e sete di giustizia per tutti i depredati, per tutti gli oppressi, non ha diritto di parlare. Io non ho diritto di parlare. Il mio benessere mi oltraggia, il mio egoismo mi schiaffeggia, la mia comodità mi diminuisce fino a togliermi ogni diritto di parola. La notte pare schiarirsi sotto le stelle divenute vicine, molto vicine e meno indifferenti per quello che succede quaggiù. Voglio domandare al silenzio della notte, alla desolazione dei campi, alle lacrime dei poveri, dei perseguitati, degli orfani, delle vedove, al lamento dei feriti, al grido degli esuli e degli oppressi, ai morti di tutti i cimiteri vecchi e nuovi…la voce che sola ha diritto di parlare a Cristo. Voglio che qualcuno mi impresti il diritto che ho perduto, la dignità che ho rifiutato, rifiutandomi al dolore. Sono disposto a vendere tutto per riavere quella comunione con l’umanità lacerata e crocefissa che sola può dare voce alla mia preghiera e aprire i miei poveri occhi… Non ti chiedo nulla: mi basta che tu sia con noi. Noi possiamo divenire anche più cattivi, ma se tu resti anche questo grosso male passerà. Signore, grazie! Mi sento meno male al cuore. C’è già qualche cosa di nuovo, oggi: ci sei Tu!”. Sono tanto diversi i nostri tempi, da quel Natale del 1940? Basterebbe forse solo guardare un po’ al di là del nostro naso! Ecclesia in cammino Bollettino Ufficiale per gli atti di Curia Mensile a carattere divulgativo e ufficiale per gli atti della Curia e pastorale per la vita della Diocesi di Velletri-Segni Direttore Responsabile Don Angelo Mancini Collaboratori Stanislao Fioramonti Tonino Parmeggiani Gaetano Campanile Roberta Ottaviani Proprietà Diocesi di Velletri-Segni Registrazione del Tribunale di Velletri n. 9/2004 del 23.04.2004 Stampa: Tipolitografia Graphicplate Sr.l. Redazione C.so della Repubblica 343 00049 VELLETRI RM 06.9630051 fax 96100596 [email protected] A questo numero hanno collaborato inoltre: S.E. mons. Vincenzo Apicella, S.E. mons. Andrea Maria Erba, mons. Luigi Vari, Costantino Coros, don Dario Vitali, mons. Franco Risi, mons. Franco Fagiolo, don Claudio Sammartino, don Marco Nemesi, don Daniele Valenzi, don Fabrizio Marchetti, don Andrea Pacchiarotti, mons. Angelo Lopes, Luigina Ruffolo, Antonio Galati, Fabricio Cellucci,Stefano Perica, Cipri, Claudio Capretti, Paolo Tomasi, Simona Zani, Maria A. Colabucci, M. Rigel Langella, Sara Bruno, Emanuela Ciarla, Mara della Vecchia, Pier Giorgio Liverani, Antonio Venditti, Marcello Schiavetta, Sara Gilotta, Sara Calì, Valentina Fioramonti. Consultabile online in formato pdf sul sito: www.diocesi.velletri-segni.it DISTRIBUZIONE GRATUITA In copertina: Sandro Botticelli, Natività mistica, 1501, tempera su tela, firmata e datata, cm 108,5 x 75, Londra, National Gallery Il contenuto di articoli, servizi foto e loghi nonché quello voluto da chi vi compare rispecchia esclusivamente il pensiero degli artefici e non vincola mai in nessun modo Ecclesìa in Cammino, la direzione e la redazione Queste, insieme alla proprietà, si riservano inoltre il pieno ed esclusivo diritto di pubblicazione, modifica e stampa a propria insindacabile discrezione senza alcun preavviso o autorizzazioni. Articoli, fotografie ed altro materiale, anche se non pubblicati, non si restituiscono. E’ vietata ogni tipo di riproduzione di testi, fotografie, disegni, marchi, ecc. senza esplicita autorizzazione del direttore. Dicembre 2009 Stanislao Fioramonti a solidarietà universale è oggi un dovere. Molti credono di avere solo diritti, di non dovere niente a nessuno; ma i diritti presuppongono doveri, senza i quali si trasformano in arbitrio. La contraddizione odierna è di pretendere che siano riconosciuti dalla struttura pubblica diritti arbitrari e voluttuari, mentre si disconoscono diritti fondamentali di gran parte dell’umanità. Infatti l’esasperazione dei diritti sfocia nella dimenticanza dei doveri, mentre la condivisione dei doveri reciproci mobilita assai più della sola rivendicazione dei diritti. Quanto alla crescita demografica, che coinvolge i valori irrinunciabili della vita e della famiglia, considerarla una causa prima del sottosviluppo è scorretto anche dal punto di vista economico: vedi la crisi nelle società con forte calo della natalità. E’ doverosa una procreazione responsabile, ma non si può ridurre la sessualità a mero fatto edonistico e ludico: sia che si consideri la sessualità come fonte di piacere, sia che si controlli con una regolazione forzata delle nascite, essa non sarebbe responsabile perché in entrambi i casi le persone subiscono violenza. L’apertura moralmente responsabile alla vita è una ricchezza sociale ed economica. Il declino di nazioni floride proprio a causa della denatalità deve spingere gli Stati a varare politiche che promuovano la centralità e l’integrità della famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna, cellula primaria della società. L’economia ha bisogno dell’etica per funzionale correttamente. Oggi si abusa dell’aggettivo “etico”; per la Chiesa una azione è etica se è a favore della persona, la cui inviolabilità è valore trascendente della legge morale naturale. E poiché l’economia è un settore dell’attività umana, anch’essa richiede un’etica che la corregga, anziché essere funzionale ad essa. Riguardo al rapporto tra imprese ed etica, oggi non sembra più tanto valida la distinzione tra imprese “profit” e “non profit”; vi è tra di esse un’area intermedia che considera il profitto uno strumento per finalità umane e sociali. Questa pluralità delle forme istituziona- L li di impresa genera un mercato più civile e anche più competitivo. Tutte queste tipologie di imprese devono potenziarsi anche nei Paesi esclusi o emarginati dall’economia globale. Negli interventi per lo sviluppo deve essere garantito il principio della centralità della persona umana, per migliorarne le condizioni di vita; e in questo gli oggetti dell’intervento devono diventare soggetti. Anche gli apparati burocratici e amministrativi, spesso troppo costosi di Organismi e Ong di cooperazione internazionale dovrebbero essere ridimensionati in base al principio suddetto. Il tema dello sviluppo è fortemente collegato a quello del rapporto uomo/ambiente naturale. Nella visione cristiana della natura, questa è frutto della creazione di Dio, espressione di un disegno di amore e verità, di un dono del Creatore. Se è contrario al vero sviluppo considerare la natura più importante delle persone, è da respingere anche la posizione della sua completa tecnicizzazione. L’uomo interpreta la natura mediante la cultura, orientata dalla libertà responsabile, attenta alla legge morale. L’accaparramento delle risorse energetiche ostacola lo sviluppo dei Paesi poveri, spesso sfruttati e terre di conflitti. Anche nel disciplinare lo sfruttamento delle risorse non rinnovabili è urgente la necessità morale di una rinnovata solidarietà tra Paesi in sviluppo e Paesi industrializzati. Questi devono e possono ridurre il fabbisogno energetico sia migliorando l’efficienza energetica, sia ricreando energie alternative, e devono agire per una ridistribuzione planetaria delle risorse energetiche. L’uomo può esercitare un governo responsabile sulla natura; c’è spazio per tutti sulla terra, che va consegnata alle generazioni seguenti in condizioni di ulteMentre ci accingiamo a consegnare questo numero di “Ecclesia” alla stampa apprendiamo della morte della Signora Gemma Capone, mamma del nostro vescovo diocesano Mons. Vincenzo Apicella, avvenuta lunedì 30 novembre nella tarda serata, presso la Clinica San Raffaele di Velletri. La Sig.ra Gemma, che tutti abbiamo imparato a conoscere dal 2 aprile 2006, giorno dell’ingresso in diocesi del suo figlio quale vescovo, amabile e cortese è entrata da subito in simbiosi con i nostri ambienti in particolare con il santuario della Madonna delle Grazie. Possiamo dire che in un relativo breve spazio di tempo ogni comunità della diocesi ha potuto conoscerla 3 riore abitabilità e coltivabilità. Contrastare dunque le modalità di sviluppo dannose per l’ambiente. I modi in cui l’uomo tratta l’ambiente influiscono sui modi in cui tratta sé stesso, e viceversa. Egli dovrà dunque adottare nuovi stili di vita, determinati dalla scelta del vero, del bello e del buono e dalla comunione con gli altri uomini. La natura infatti è strettamente legata alle scelte sociali e culturali: vedi ad esempio la desertificazione, le guerre per l’acqua e le altre fonti naturali ecc. La Chiesa deve difendere non solo la terra, l’acqua, l’aria, ma soprattutto l’uomo contro la distruzione di sé stesso; quando nella società è rispettata l’ecologia umana, lo è anche quella ambientale. Il problema decisivo è la tenuta morale della società: se non si rispetta il diritto alla vita, alla morte e al concepimento naturali, se si usano gli embrioni per la ricerca, si altera il concetto di ecologia umana e quindi la natura non ne trae beneficio. Ambiente e vita sono un tutt’uno sempre da tutelare. Società e sviluppo non sono solo prodotti umani, perché la loro fonte ultima è Dio-Amore; Egli ci indica il bene, cioè la strada verso il vero sviluppo. e apprezzarla e allo stesso tempo la sig.ra Gemma ha ricambiato con interesse l’affetto ricevuto. Esprimiamo a nome di tutta la comunità diocesana la nostra vicinanza al figlio mons. Vincenzo e alle figlie sigg.re Tilde e Susy. Assicuriamo il ricordo nella preghiera e l’offerta di suffragi per la sua anima. Le esequie si sono celebrate mercoledì 2 dicembre nella cattedrale di san Clemente con la partecipazione di molti fedeli, presbiteri, alcuni vescovi e del Cardinal Titolare S.Em.za Francis Arinze. Dicembre 2009 4 Pier Giorgio Liverani A desso che la polemica sull’esilio del Crocifisso dalle aule scolastiche si è un po’ raffreddata, è possibile fare chiarezza sulla base di alcune considerazioni, che, per brevità, presenterò in modo schematico. La sentenza – La Corte per i diritti dell’uomo di Strasburgo non è un organismo dell’Unione Europea, ma del Consiglio d’Europa, organismo dunque da non confondere con la UE, è un’organizzazione di 47 paesi, tra cui alcuni molto lontani dal nostro continente, come il Kazakistan. Le sue sentenze non sono coercitive, quindi saranno le autorità italiane (di giustizia, parlamentari e di governo) a decidere se il Crocifisso resterà o no nelle scuole italiane. Gli Italiani – Un sondaggio d’opinioni curato da Renato Mannheimer (quello che compare in tv a Porta a Porta) e pubblicato dal Corriere della Sera (8 novembre) ha dato questi risultati: l’84 per cento degli italiani è favorevole al Crocifisso nelle aule scolastiche; solo il 14 per cento (un italiano su sei) si dichiara contrario. Tra i cattolici praticanti i favorevoli superano il 93 per cento. «Ma – scrive Renato Mannheimer –anche tra i laici (ad esempio, coloro che dichiarano di non recarsi mai alla Messa) chi si dichiara contrario costituisce una netta minoranza, pari a meno del 30 per cento». Dunque i “laici” favorevoli sono più del 70%, che diminuisce sino al 22% tra i votanti per le forze del centrosinistra». Un altro sondaggio commissionato dal Tg24 (collegato a Il Sole 234 Ore, emittente sul satellite Sky) dava un risultato analogo 72% contrari alle decisioni della Corte, 28% favorevoli. Né il Corriere né il Sole 24 Ore possono essere considerati giornali vicini al mondo cattolico. Dunque democrazia vorrebbe che una maggioranza di “pro-Crocifisso” così imponente e significativa fosse rispettata. La laicità – La sentenza di Strasburgo è stata presa in nome della doverosa laicità dello Stato. Si dà il caso che colui che, se così si può dire, ha inventato la laicità sia stato proprio Colui che è raffigurato nel Crocifisso. Fu Gesù istituire la laicità, concetto sconosciuto ai tempi di Cristo e non solo in Palestina, ma in tutto il mondo allora conosciuto. Roma, con il suo impero, era una teocrazia che divinizzava persino l’imperatore e che aveva come proprio culto di Stato quello dell’Olimpo (per capirci: Giove, Giunone, Marte, Venere eccetera). Israele (quello di allora) era pure uno stato teocratico, la cui “Costituzione” era, di fatto, la Torah con le sue 613 leggi religiose, legali, familiari, sociali eccetera. Nelle lingue ebraica e aramaica la parola “laico” non esisteva e, che io sappia, non 1 esisteva nemmeno nel latino di allora . Gesù fondò la laicità, come è arcinoto, su un principio razionale (potremmo persino definirlo… illuministico”: “Date a Cesare… date a Dio…”). Anche per questa distinzione, che per gli ebrei di allora equivaleva a togliere “competenze” a Dio, Gesù subì a condanna a morte, emanata dalle autorità clericali del suo tempo (il Sinedrio) ed eseguita dal potere “laico” e pagano dei Romani (Pilato). Qui occorre una precisazione. Per la situazione locale della Palestina di allora, Roma era in un certo senso il potere “laico”, perché la sua politica prevedeva di ignorare le questioni religiose dei popoli dominati; invece il popolo ebraico, privato dei diritti e dei poteri politici potrebbe essere paragonato alla comunità cristiana di oggi. Insomma Strasburgo dà l’ostracismo (“Et sui eum non receperunt”, ma i suoi non lo accolsero – Gv 1,11) a Colui che aveva annunciato la liberazione dei poveri e degli oppressi, insegnato l’uguaglianza e la fraternità di tutti gli uomini e predicato la giustizia universale. Il “Simbolo” – Una parte dei “laici” che sono favorevoli al Crocifisso nelle scuole lo difende perché – afferma – esso non è soltanto un “simbolo” religioso, ma è (anche, e per essa soprattutto) il segno di una tradizione nazionale culturale e antropologica. Insomma, leggo sui giornali “laici”: «Il Crocifisso ridotto a bandiera nazionale», «Dio banalizzato». Anche qualche “cattolico adulto” si è ribellato a questa lettura del Crocifisso. Non sarà mai – ha scritto – un «simbolo di civiltà cristiana», equivarrebbe a una «tragica bestemmia teologica», perché «il cuore del mistero stesso della Trinità nessuno può ridurlo a cultura». Ancora: non si può «permettere che il Crocifisso sia difeso da cavalieri atei come espressione della cultura dominante», sarebbe meglio toglierlo dai luoghi pubblici. Allora, per coerenza, bisognerebbe distruggere le edicole religiose nelle strade di città e di paese, abbattere le croci in cima ai monti e demolire le chiese (specialmente quelle che testimoniano un’architettura cristiana). Parlando di scuole, però, nessuno propone di abolire le vacanze di Natale… Chi ragiona così dimentica che «una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta» (Giovanni Paolo II, 1982) e che, dunque, se la società italiana difende il Crocifisso per motivi non religiosi ma culturali, dimostra di aver accettato che i segni della fede siano diventati parte della sua cultura tanto accademica quanto antropologica. E, dunque, al di là del primario valore religioso, non ha torto chi, anche senza fede, dell’Uomo crocefisso da una singolare combutta di credenti e di pagani fa un simbolo della (vera) laicità valido per tutti gli uomini, atei e laicisti compresi. Del resto, se Gesù ha dato il suo corpo e versato il suo sangue dalla croce «per voi e per tutti», l’ha fatto anche per chi lo uccideva ieri e lo uccide oggi vuoi con lo sbattezzo, vuoi con la decrocifizzazione delle aule scolastiche e giudiziarie, vuoi, insomma, con la negazione del Dio crocifisso come immagine e somiglianza dell’uomo respinto in mare, schiavizzato, abortito, eutanatizzato, oppresso, sfruttato, affamato, analfabeta, ammalato, prigioniero, ateo… 1 La parola “laicus” fu usata per la prima volta da San Girolamo nella sua traduzione della Bibbia (la “Vulgata”), per definire il pane “hol”, che in ebraico significa “comune, profano”, e distinguerlo da quello sacro dell’offerta al tempio (1Sam 21,4). Girolamo la prese dal greco “laikòs” (popolare, del popolo), derivato da “laos” (popolo). Dicembre 2009 5 Sara Gilotta Benché il Cardinale Angelo Bagnasco presidente della CEI non sia nuovo ad interventi che riguardano le diverse realtà e situazioni in cui l’Italia sta vivendo e di cui sta soffrendo, è certo vero che mai prima di ora egli si era rivolto con parole tanto chiare al mondo della politica e della informazione, perché finalmente moderino i toni e cessino di operare come in preda a sentimenti di vero e proprio odio. E poiché non si può che essere d’accordo con le parole di Bagnasco, credo che spetti innanzitutto ai cristiani cercare di comprendere le cause di un degrado che appare davvero generalizzato, per tentare di cambiare la situazione a cominciare dal quotidiano, per arrivare alla politica. E anche se è indubbio che non mancano motivi seri di disagio, che la crisi economica ha aggravato in modo evidente, mi sembra che non si possa sottovalutare il fatto che il disagio, o se si vuole i motivi del disagio giungano da molto lontano e derivino da motivi e cause che la crisi ha forse solo acuito. E’ chiaro, infatti, che le medesime tensioni che animano le parti politiche, animano con la medesima asprezza tanta parte dei rapporti quotidiani di troppi di noi e le cause non sono poi molto diverse. Nessuno o ben pochi di noi intendono e forse desiderano capire l’altro, chiusi come si è, in un egoismo crescente che cerca, nel continuo e purtroppo spesso fallimentare tentativo di auto-protezione, e di auto-affermazione di “espellere” l’altro, di emarginarlo, rifiutando anche il tentativo di conoscerlo, almeno per ascoltarne le ragioni. E dalla mancanza di conoscenza non può che nascere ed attecchire ogni forma di pregiudizio, un ostacolo fondamentale, che non permette di costruire rapporti equilibrati, rispettosi e pacifici. Anzi proprio da tali miasmi viene generato un altro pericoloso motivo di ostilità, la paura, che anche secondo Gandhi, oltre che naturalmente secondo gli insegnamenti di Cristo, è il vero opposto dell’amore. Perché è dalla paura che nasce la violenza e di desiderio di violenza il nostro mondo è saturo. Persino i più mansueti e più educati, a cominciare dai bambini, sono indotti a manifestazioni verbali e comportamentali di violenza, che scattano dentro di noi in modo improvviso ed inspiegabile. Non solo nel senso, per fortuna, che si sia diventati tutti incapaci di non arrivare alle mani , ma nel senso che siamo tutti come inquinati da impulsi estremamente negativi che nascono dalla incapacità e prima ancora dalla non volontà di costruire insieme qualcosa che sia capace di suscitare armonia e non di continuare ad alimentare il perenne clima di guerra che sem- bra essersi impossessato in modo irreversibile del mondo. E’ chiaro allora come tra il mondo della politica e quello “reale” si sia instaurato un rapporto biunivoco, per il quale l’uno influisce sull’altro in un gioco che, in modo sempre più evidente e che prende “a pretesto” diverse motivazioni, le quali in verità derivano tutte da un’ unica causa certa, quella per cui del libero arbitrio, vero dono concesso da Dio all’uomo, si sta facendo un uso senza dubbio errato volto a dividere e non ad unire, adiuvati, per così dire dal sistema tentacolare di diversi “dogmi” e da diverse false ideologie. Le quali, nello stesso momento in cui tendono ad ottenere una sorta di consenso generalizzato, non fanno che indurre ciascuno di noi ad ergersi giudice dell’altro, chiusi in una forma di “inquisizione” perenne. In tal modo le regole e i principi sociali e morali vengono deformati e si traducono inevitabilmente in polemica, in condanna, in guerre di tutti i tipi, come è ben evidente nel mondo politico, che, purtroppo, è specchio fedele di una società volta continuamente per sua natura e per scelte politiche opportunistiche alla scissione. Di fronte ad una situazione di tal genere non c’è altra cura, secondo me, che quella del rispetto e dell’amore, che, se mai riusciranno a “farsi largo” nel mondo, non potranno che produrre una classe politica diversa e certamente più degna di rispetto e meno malata della peggiore forma di egoismo, anzi di egotismo sfrenato e spesso inguaribile, come è dinanzi agli occhi di tutti. 6 Dicembre 2009 Mons. Luigi Vari* In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria. Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città. Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nàzaret, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta. Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio. C’erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all’aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande timore, ma l’angelo disse loro: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia».E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste, che lodava Dio e diceva: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama».Se si pensa che Luca scrive il suo Vangelo per dare solidità alla fede di Teofilo che rappresenta tutti i cristiani che devono vivere la fede in ambienti non favorevoli , scettici o, almeno, analfabeti per quanto riguardava il linguaggio religioso: le parole che raccontano la nascita di Gesù sorprendono molto. Luca vuole essere uno storico e racconta una situazione che sorprende soprattutto quando parla degli angeli che portano l’annuncio ai pastori e dell’esercito celeste che canta: Gloria a Dio nell’alto dei cieli. Lo storico Luca già dalla prima pagina del suo Vangelo crea difficoltà a Teofilo che vorrebbe un racconto senza tanti ostacoli. Quanti cristiani leggono velocemente tutti questi particolari quasi per paura di fermarsi, oppure sbrigano la faccenda dicendo che ci si trova di fronte a dei modi di dire? Può una persona che deve dare ragione della propria fede e della propria speranza mettere tra parentesi tutto quello che dà problema saltando questi racconti? C’è anche un’altra considerazione da fare: questi racconti sono i primi che si ascoltano e quelli che si ricordano di più, sono solo racconti per bambini? Non è il caso di entrare nella complessa problematica dei Vangeli dell’infanzia; però si può tentare una risposta. Credo, oltre le considerazioni che molti studiosi possono fare, che Luca non abbia omesso que- sti racconti proprio per il suo desiderio di scrivere una storia. A Teofilo dice che vuole dare solidità alla fede che professa non solo raccontando con serietà i fatti avvenuti, ma anche rivelandone il senso. Gesù che nasce non è solo un dato della cronaca; ma è l’ingresso di Dio nella storia delle persone e questo è straordinario. Il sogno di tutti di non pensare alla propria vita come alla storia di un oggetto che provvisoriamente occupa uno spazio e che presto verrà sostituito o da un altro oggetto o dalla polvere, si realizza perché entra Dio nella storia di ognuno a dirgli che è una persona, che la sua vita ha un valore immenso, che vale quanto la vita stessa del Figlio di Dio. I pastori che sono i rappresentanti dei più poveri, spiritualmente ed economicamente, e a loro viene detto viene detto che Dio è diventato come uno dei loro bambini e che non devono più guardarli come dei condannati ad una vita grama con lo sguardo più preoccupato che felice, ma che li devono guardare con lo stesso stupore e la stessa gioia con la quale guarderanno quel bambino che è Dio. Per dire tutto questo, Luca non ha paura di introdurre immagini straordinarie nel racconto di quella notte che è santa perché Dio si coinvolge completamente con i suoi figli. Non bastano le parole per dire tutto questo, è necessario mettere in scena lo straordinario, è quasi obbligatorio descrivere il cielo che si confonde con la terra ed a questo servono gli angeli e le schiere celesti. La gioia del cielo si descrive con la danza e con il canto proprio come fa l’evangelista raccontando di questa notte santa. Le altre domande sulla cronaca di quella notte trovano le loro risposte e non ci sono ragioni per mettere in dubbio il peregrinare di Maria e Giuseppe, il ricovero di fortuna e la presenza dei pastori che vivendo lì furono i primi a dare un po’ di conforto e di accoglienza al bambino Gesù. Se, però ci si accontentasse della ricostruzione dei fatti eliminando in questa pagina i colori e i suoni, allora si somiglierebbe ad uno che di fronte ad un affresco si ostinasse a ricostruire solo la qualità degli intonaci e la natura dei colori, disinteressandosi alle emozioni : più che intelligente apparirebbe un po’ noioso. *parroco e biblista Don Daniele prio ministero. In realtà ogni cristiano non può che Valenzi* non sentirsi come Giovanni il Battista: voce! Voce San Gregorio di Nissa, celebrando il mistero del Natale, dirà che “il Figlio di Dio accetta la nostra povertà per farci entrare in possesso della sua divinità; si spoglia della sua gloria per renderci partecipi della sua pienezza”. Questo annuncio che la Chiesa da sempre proclama con solenne dolcezza la notte di Natale, rivela al mondo intero il misterioso disegno dell’amore del Padre che ci offre la possibilità di far parte di sé. Nell’omelia che san Bruno tiene la notte di Natale possiamo cogliere il tono pacato e vibrante di chi insegna una verità che prima ancora di essere il contenuto di una rivelazione che non può essere taciuta, è l’essenza stessa del pro- di un mistero taciuto nei secoli, suono del Verbo della vita: Cristo Gesù Signore nostro. Allora accogliamo anche noi l’invito del santo vescovo di Segni e avviciniamoci dolcemente a quella mangiatoia per essere saziati dell’abbondanza delle delizie del Signore, perché il nostro sguardo sia colmo contemplando, avvolto in fasce, il Dio bambino. Partorì il suo figlio primogenito lo avvolse in panni e lo adagio in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nella locanda. O immensa pietà! O umiltà ineffabile! O sacramento inenarrabile! Dio si fa uomo, l’eterno, temporale, l’immortale mortale, l’immenso è avvolto in piccole fasce, colui che i cieli non potevano contenere per la sua grandezza. Chi mai ha sentito una cosa tale? Chi ha visto qualcosa di simile? Adagiato nella mangiatoia, il pane vivo disceso dal cielo è mostrato non agli uomini ma alle pecore, cioè, è manifestato non ai Giudei ma ai Gentili. Allora il bue conobbe il suo padrone e l’asino la mangiatoia del suo Signore. Ma che dirò del perché il creatore dei cieli e della terra, del perché il re dei re, il signore dei signori, non trova posto in una locanda? Cosi infatti dice l’apostolo: Poiché colui che possedeva ogni ricchezza per noi si è fatto povero. C’erano in quella regione pastori che vigilavano e custodi- Dicembre 2009 7 Don Andrea Pacchiarotti na, non voler tornare all’abiezione di un Il Tempo di Natale è la seconda parte del “ciclo del- tempo con una conla manifestazione del Signore” di cui fa parte anche dotta indegna. l’Avvento. Questo tempo liturgico va dalla solen- Ricordati che, strapnità di Natale (25 dicembre) alla festa del pato al potere delBattesimo del Signore (domenica dopo l’Epifania). le tenebre, sei staE’ un tempo che è radicato nelle tradizioni popo- to trasferito nella luce lari ed è profondamente sentito anche ai nostri gior- del Regno di Dio. ni. Basta vedere come cambia nell’imminenza del Con il sacraNatale l’aspetto delle nostre città per rendersene mento del batconto. Questo non è un male e non dobbiamo nep- tesimo sei pure condannare tutto questo come “vuoto con- diventato temsumismo”. Anche nelle manifestazioni esteriori infat- pio dello ti si può nascondere qualcosa di valido che, qua- Spirito Santo!» lora valorizzato e guidato correttamente, può esse- (Tractatus re l’espressione di un “desiderio” che non è detto XXI,3). La non possa trovare una “risposta” nell’annuncio evan- celebrazione gelico. Nel tempo di Natale possiamo individuare del Natale è prima di tutto due “feste” principali che fanno da quindi per la cornice a tutto questo tempo liturgico e, insieme, Chiesa una ne esprimono bene, il mistero che vi si celebra. Queste “nuova creadue feste sono la Natività del Signore (25 dicem- zione” o una bre) e l’Epifania (6 gennaio). Esse sono in stretto “rinascita”. rapporto tra di loro e celebrano sottolineature dif- Leone Magno VI ferenti dello stesso mistero dell’incarnazione e del- nel la manifestazione del Signore. Per cogliere l’au- Sermone sul tentico senso della celebrazione del tempo di Natale Natale afferbisogna fare attenzione a non slegare le due dimen- mava: «mensioni di cui Natività ed Epifania sono portatrici, ma tre adoriamo la nascita del a tenerle strettamente unite tra di loro. Il tempo di Natale nasce intorno al solstizio di inver- n o s t r o no. Questa collocazione non è casuale: nei testi Salvatore, ci liturgici troviamo riferimenti al tema della luce che troviamo a viene ad essere l’elemento simbolico principale per c e l e b r a r e esprimere il “mistero della salvezza” che la anche la nostra nascita». Queste considerazioni Chiesa celebra in questo tempo. Come la luce del ci “salvano” dal rischio di racchiudere la celebragiorno, a partire da questo giorno “più piccolo” (s. zione del tempo di Natale nei confini troppo stretAgostino), sottrae gradualmente spazio alle tene- ti di un “presepe”, e ci donano uno sguardo conbre della notte, così la Chiesa celebra nell’incar- templativo sulla storia, uno sguardo che sa riconoscere nell’oggi di ogni tempo e di ogni uomo e nazione del Verbo l’inizio della salvezza. Come evidenziato nell’articolo precedente sul tem- donna l’incarnazione del Verbo. Sarà semmai il “prepo d’avvento, al centro della celebrazione del Natale- sepe” a lasciarsi attrarre verso orizzonti più ampi Epifania sta l’evento storico dell’incarnazione del e più ricchi. Verbo. Ma non si tratta di una semplice comme- Certamente nulla sarebbe possibile senza la nascimorazione di un fatto storico del passato. Infatti, ta di Gesù a Betlemme duemila anni fa, ma la celela Chiesa “oggi” celebra l’unione dell’umanità con brazione liturgica del Natale non può essere ridotla divinità che si è realizzata nell’incarnazione del ta ad un nostalgico ricordo di un fatto commovente Verbo e che “oggi” continua ad attuarsi nella vita e toccante del passato. dei credenti. Leone Magno in un famoso sermo- Quel fatto ha trasfigurato la storia, ha fatto nascene del tempo di Natale diceva: «Riconosci, cristiano, re un mondo nuovo, una nuova creazione. la tua dignità e, reso partecipe della natura divi- Celebrando il Natale “oggi”, noi celebriamo il nostro essere “resi figli” in colui che è il “primogenito” e il “pioniere” (cfr. Eb 2,10) che ci guida al compimento della nostra “vocazione celeste”. Qui sta il senso della nostra celebrazione del Natale “oggi”, è in noi che il Cristo oggi d e v e nascere, nella sua Chiesa. Noi non attendiamo più una nascita del Cristo nella carne… ma attendiamo il compimento quando tutto e in tutti sarà Cristo (cfr. Col 3,11). Si domanda Origene in una delle sue omelie sulla Genesi: «A che serve… dire che Gesù è venuto soltanto nella carne che ha preso da Maria e non mostrare che è venuto anche nella mia carne?» (Omelie sulla Genesi 3,7). «Il Signore ci accordi di credere con il cuore, di confessare con la bocca (Rm 10,9-10) e di confermare con le opere che l’alleanza di Dio è nella nostra carne affinché gli uomini, vedendo le nostre opere buone, diano gloria al Padre nostro che è nei cieli (Mt 5,16) in Gesù Cristo nostro Signore». La presenza di Cristo nella liturgia, attraverso una adeguata catechesi, saprà rivelare il senso autentico di tale evento, per poter dire: “Egli è venuto per me”. Il Natale di Cristo, attraverso la celebrazione, diventa il Natale della Chiesa; attraverso l’esperienza della mia testimonianza, che lo incarna, diventa il mio Natale. vano nella notte il loro gregge. Ed ecco l’angelo del signore apparve loro, e lo splendore di Dio li circondò ed essi ebbero grande timore. Disse loro l’angelo: Non temete. Ecco vi annuncio una grande gioia che sarà di tutto il popolo perché è nato per voi oggi il Salvatore che è Cristo Signore, nella città di Davide. Letteralmente intendiamo che l’angelo annuncia queste cose ai pastori per primi perché non entrassero incautamente nella grotta e si avvicinassero alla mangiatoia nella quale era posto il bambino. Spiritualmente invece la grotta è la Chiesa, la mangiatoia la Divina Scrittura, i pastori in realtà sono da comprendere come i vescovi ed i dottori. Infatti è chiamata Chiesa l’assemblea in cui si raccoglie e sta insieme e dimora in essa il popolo di Dio. Per questo infatti è scritto: Il tuo popolo o Signore abita in essa. Questo popolo, come nella mangiatoia, è nutrito nella Scrittura Divina con un cibo spirituale. Lì trova deposto Cristo, e lì man- evento. E questo per voi sarà il segno: Troverete un bambino avvolto in fasce e posto in una mangiatoia. Oh se i Giudei capissero questo segno e cercassero con noi Cristo nella mangiatoia. Sebbene infatti sia avvolto in fasce e giaccia nascosto sotto il velo della lettera, tuttavia troverebbero, se cercassero e comprenderebbero, se credessero. Chiunque tu sia che desideri vedere Gesù, avvicinati a questa mangiatoia, scruta la scrittura, rimuovi le fasce, metti da parte la lettera, la lettera infatti uccide, lo spirito invece dà vita, e allora vedrai quello che non potevi vedere. Così infatti lo cercano i Pastori della Chiesa, e cercando trovano, e trovando adorano e credono. E subito giunse con l’angelo una moltitudine delle schiere celesti che lodava il Signore e diceva: Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà . gia il pane vivo. Beati quelli che mangiano il cibo di questa mangiatoia e si ristorano delle delizie che lì sono poste. Voi, Pastori della Chiesa, voi vescovi e sacerdoti, ascoltate e comprendete. A voi l’angelo parla. Avoi annuncia questa grande gioia: Perché a voi è dato di conoscere il mistero del regno di Dio. Avoi è dato di ascoltare e comprendere i segreti dei cieli. Annunziate dunque quello che avete ascoltato, predicate ciò che avete visto, non nascondete quello che avete conosciuto. Tante volte infatti Cristo nasce nella grotta, tante volte come un bambino è posto nella mangiatoia, quante volte predicate nella Chiesa tali verità, quante volte annunciate il parto della Vergine e la nascita di Cristo a tutti gli altri. Infatti la festa odierna è chiamata la natività del Signore: non perché il Signore nasca oggi, non perché ora nasca dalla Vergine, ma perché oggi si rinnova la memoria della sua nascita ed è celebrata e predicata la commemorazione di questo *parroco Dicembre 2009 8 Don Dario VItali A volte mi chiedo quanti siano rimasti a leggere questo mio commento corsivo alla Lumen Gentium. La lunghezza del cammino può aver stancato più di qualcuno, anche in considerazione del fatto che il territorio da esplorare è per lo più sconosciuto, e ritenuto da troppi una meta ormai fuori moda e senza particolare interesse. Quale valore può rivestire ancora un documento promulgato nel 1965? Se poi gli argomenti di maggior impatto – il ripensamento della Chiesa in chiave teologica, la concezione dinamica del Popolo di Dio, la partecipazione dei laici alla missione della Chiesa – sono risultati ostici, che sorte toccherà al commento sul cap. V della costituzione, che mette a tema la universale vocazione alla santità nella Chiesa? Il timore deriva dal fatto che questo breve capitolo, che nella mente dei Padri conciliari costituiva uno dei passaggi più decisivi del documento, è praticamente rimasto lettera morta. Sarà forse per la collocazione, schiacciato com’è tra il capitolo sui laici e quello sui religiosi; sarà per l’esiguità della trattazione – quattro paragrafi in tutto! – che appare come un’introduzione al capitolo sui religiosi: sta di fatto che i commentari a LG 39-42 sono laconici, spesso sbrigativi, quasi che si trattasse di una digressione senza importanza, un fervorino di poco conto, che non può incidere sui massimi sistemi dell’ecclesiologia e sui problemi gravosi che affliggono la Chiesa. Né si può dire che il tema abbia riscosso maggior interesse nel vissuto della Chiesa: a una ricognizione veloce delle fonti ispiratrici della spiritualità cristiana, oggi ripresi da più parti davanti alla deriva della pratica religiosa, difficilmente si incontra un rimando al cap. V della Lumen Gentium. Le obiezioni sono tutte pertinenti, anche se non bastano a spiegare la disaffezione al tema. In effetti, il capitolo è il risultato di una cesura prodotta dalla Commissione dottrinale che, in analogia con la redazione del cap. II sul Popolo di Dio distinto dalla trattazione sui laici, separasse il tema della universale vocazione alla santità dal capitolo sui religiosi, al quale originariamente appartenevano i nn. 39-42. I motivi che hanno portato a smembrare in due il capitolo sui religiosi è il medesimo che ha dettato la creazione di un capitolo sul Popolo di Dio distinto da quello sui laici: che le affermazioni in merito non riguardavano unica- mente i laici, ma tutti i battezzati. Allo stesso modo, il cap. V afferma a chiare note che la santità è una condizione alla quale tutti sono chiamati in forza del proprio battesimo, e non solo i religiosi in ragione dell’osservanza dei consigli evangelici. Si sa dell’iter tormentato della Lumen Gentium, passata per molte redazioni; una revisione più paziente del testo avrebbe potuto portare la Commissione teologica a inserire i quattro paragrafi in questione, o almeno il n. 40, nel cap. II sul Popolo di Dio. Nel qual caso il tema della santità sarebbe diventato organico a quello del sacerdozio comune, rinforzando l’esito della rivoluzione copernicana attuata da quella scelta: non solo ciò che riguarda la condizione battesimale viene prima delle funzioni ministeriali nella Chiesa; non solo che la fondamentale uguaglianza dei battezzati precede ogni differenziazione di vocazione, stato di vita o ministero; ma che il primato nella Chiesa spetta alla santità, tanto del singolo che delle comunità, chiamate alla fedele sequela di Cristo. Pur mancando a livello redazionale questo passo ulteriore, che avrebbe concluso il processo di ripensamento delle relazioni all’interno della Chiesa, la scelta di creare un capitolo a parte attorno all’affermazione della universale chiamata alla santità assume un significato di grande portata, che ribadisce e conferma la rivoluzione copernicana determinata dal cap. II. Se là, infatti, si intaccava l’idea piramidale di Chiesa, fondata sulla distinzione tra una gerarchia, depositaria di tutte le funzioni e il potere, e i fedeli, intesi alla stregua di sudditi, nel momento stesso in cui si affermava la radicale uguaglianza di tutti i battezzati e si specificava come il ministero ordinato si configurasse come una forma di servizio al Popolo di Dio, qui si afferma che la chiamata alla santità non è prerogativa di pochi nella Chiesa, ma dono e compito di ogni battezzato: dono in forza dello Spirito di santità ricevuto nel battesimo; compito, perché quel medesimo Spirito porta alla maturità della vita in Cristo chiunque si incammini per la via della sequela, non in ragione della sua funzione o del suo stato di vita, ma della sua condizione di battezzato. A ben vedere, questo passaggio è altrettanto decisivo di quello sul Popolo di Dio. In effetti, il primato della vita teologale proposto a tutti i battezzati scardina un principio che ha regolato la vita ecclesiale di tutto il secondo millennio. Graziano, il grande canonista del Medioevo che aveva raccolto e ordinato le decretali, sentenziava: «Duo sunt genera christianorum: clerici et laici». La distinzione si risolve in una distanza incolmabile tra due ordini di persone che sembrano configurarsi come due caste, una superiore e l’altra inferiore. Da una parte – o meglio, sopra – un gruppo, incaricato dell’ufficio divino e dedicato alla contemplazione e alla preghiera, lontano dalle cowse del mondo, come dice il loro stesso nome. Clerici viene infatti dal greco kleros, che in latino si traduce con sors: si tratta infatti di chi ha avuto in sorte di essere un eletto, secondo quanto Dio ha deciso. Sotto stanno gli altri, i laici, il popolo, come dice il termine laos. A loro è concesso di possedere beni temporali, anche se unicamente in uso; di avere moglie, coltivare la terra, trattare affari e giudicare cause, deporre le offerte sopra l’altare e versare le decime: in questo modo potranno salvarsi, se facendo il bene, eviteranno i vizi. Non di rado questa concezione risuona in molti discorsi clericali – ma a farli non sono solo i preti – che tornano di moda. D’altra parte, la tentazione della casta è ricorrente in ogni organizzazione sociale, e la Chiesa non fa eccezione. Ma la linea tracciata dal concilio non va in questa direzione. Non solo tutti i membri della Chiesa sono costituiti in una radicale uguaglianza dalla rigenerazione in Cristo, ma è questa, e unicamente questa la condizione che abilita alla sequela, e quindi alla santità nella Chiesa. Che è indicata come una strada alla quale tutti sono chiamati, senza privilegi di sorta, perché tutti membri al medesimo titolo della Chiesa santa, sulla quale il Signore risorto ha effuso il suo Spirito di santità. Dicembre 2009 9 Fabricio Cellucci* S copriamo la volontà di Dio attraverso l’ascolto responsabile della sua Parola che a noi viene trasmessa attraverso la Scrittura e la Tradizione della Chiesa. San Paolo nella sua lettera ai Galati, ricorda che in Cristo Gesù non è la circoncisione che conta o la non circoncisione, ma la fede che opera per mezzo del1 la carità . L’apostolo ci segnala che c’è un opposizione tra l’operosità di chi resta chiuso in se stesso e l’operosità di chi si rapporta agli altri mediante il reciproco donarsi senza riserve o zone d’ombra. Nel cammino di sequela di Cristo si possono prendere strade errate. Il cristiano responsabile, consapevole che può sviare dalla sequela di Gesù, vive confrontandosi con un guida al fine di poter crescere in modo buono nella fede che professa. Fino a quando resterà solo nel confronto con il suo pensiero, sicuramente penserà che le sue idee, i suoi determinati atteggiamenti siano quelli giusti; invece confrontandosi a tutti i livelli (preghiera, colloqui con chi cura la formazione umana e spirituale) potrà evitare di intraprendere una strada che lo porta a perdere di vista le coordinate del cammino di fede nella vocazione che il Signore gli ha preparato e a cui aderisce con il suo sì totalmente libero. La chiamata che ognuno di noi ha è singola e personale. Facendosi educare, formare, la persona potrà vivere secondo la strada tracciata dal Signore il cui senso unico è quello del comandamento dell’amore perché questo è il comandamento: che crediamo nel nome del Figlio suo Gesù Cristo e ci amiamo gli uni e gli altri, secondo il precetto che ci ha dato. Chi osserva i suoi comandamenti dimora in Dio ed egli in lui. E da questo conosciamo 2 che dimora in noi . Le coordinate e gli esiti sono chiari, non abbiamo scusanti. Se si cercano delle giustificazioni, per fare finta di non essere proprio io quel determinato chiamato, significa che ci si sta nascondendo dietro un dito. Il Signore rinnova la chiamata ogni giorno. Se la persona non si carica della sua responsabilità che viene dal chiamarsi cristiano, ossia quella di diventare uomini responsabili, testimoni per i fratelli del Cristo Risorto per la salvezza, essa rinuncia al suo compito e alla sua missione per il mondo nel quale, nella sua specifica vocazione, vive e opera. Emerge una necessità: scegliere nel cuore di voler assumere una posizione positiva, che renda capaci di generare amore, pace e gioia in chi ci sta vicino nel cammino della vita. Per fare questo bisogna poter vedere e percepire nella mente e nel cuore la propria vita, il mondo e gli altri come dono gratuito di Dio. La vita è un cammino alla luce di una chiamata universale e una chiamata particolare che il Signore, con voce simile alla brezza leggera, ci propone. Dopo la proposta Lui aspetta il nostro consenso, la nostra risposta assertiva, libera e responsabile. Dio chiama in modo assolutamente libero. Non c’è nulla che determini oppure obblighi Dio a chia3 mare una persona . Il motivo che muove il Signore a chiamare è il piano misterioso e la decisione assolutamente libera della volontà divina. Questo è un atto gratuito da parte di Dio. La chiamata riguarda il singolo, è personale. Si è chiamati per un compito particolare da compiere all’interno della sto- ria della salvezza dell’umanità. Ciò che la persona è chiamata a fare è rispondere, dire Sì, fidarsi del Signore, porsi alla sua sequela, oppure rispondere di no e tirarsi indietro. Se ci si pone alla scuola di Gesù in modo vero e responsabile, Lui ci dona un aiuto importantissimo che è lo Spirito Consolatore. La persona può diventare apostolo solo grazie allo Spirito Santo. Il Papa Giovanni Paolo II ci ricorda che mediante la forza dello Spirito Santo essi furono gli apostoli, i sacerdoti, i testimoni del Cristo risorto. Essi modellarono la loro vita e le loro opere con gli occhi fissi all’immagine incancellabile di Gesù buon pastore degli uomini. Essi annunciarono al mondo il suo messaggio ed agirono per la salvezza degli uomini con gli stessi suoi sacri poteri. Essi sapevano che la missione di Gesù sacerdote, maestro e pastore continuava attraverso le loro persone: «Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi» (Gv 20,21). Sapevano, infatti, di essere stati costituiti, in mezzo al mondo, come il segno e strumento visibile della presenza viva ed operante del Signore risorto, ed altresì di formare, per un dono ineffabile dello Spirito Santo, un corpo nuovo di uomini dotati di un carattere originale e inconfondibile; il carattere di sacerdoti, maestri, pastori del 4 Nuovo Testamento . Si vive la risposta e il discernimento sulla propria vocazione se si cresce nella docibilitas vocazio5 nale per lasciarsi educare e formare e per essere sempre più conformi a Cristo, pastore e guida dei suoi fedeli. Quando sento nel mio cuore di voler seguire Gesù sulla via del sacerdozio, se voglio discernere bene, per prima cosa mi devo affidare al Signore e alla sua grazia e poi devo utilizzare gli strumenti che Lui mi ha lasciato, devo affidare la mia intenzione di vita alla verifica della Chiesa, che mi inserisce in un percorso graduale di formazione e verifica delle motivazioni della mia scelta particolare. Perché mi devo affidare alla Chiesa, non posso fare da solo? La Chiesa è il luogo in cui io posso discernere la volontà divina sulla mia vocazione, perché essa è sapiente e vigilante verso i figli di Dio che le sono affidati. La sapienza che essa possiede è la sua Tradizione, che è un tessuto vivo, che fa vivere all’uomo che si affida la Rivelazione della Parola di Dio, non solo come Scrittura ma anche come una sua multiforme interpretazione e inculturazione che lei possiede, dalle grazie fino all’esperienza vissuta con le generazioni che ci hanno preceduto e che si sono fidate di essa, corpo mistico di Cristo, suo fondamento e guida sicura nel mare della storia. Nella Chiesa si cresce nella relazione con Dio e con i fratelli perché se credere significa amare, la vera realizzazione della fede è la comunità e essa si esprime nell’arte delle relazioni libere, umane e spirituali. Rispondere alla chiamata del Signore, in particolare al sacerdozio ministeriale, vuol dire pronunciare il proprio sì all’Amore, che chiede di essere amici più da vicino di Gesù che chiama, per svolgere una missione importantissima: donare ai fratelli la sua Parola, il suo Corpo e il suo Sangue che sono il sacrificio della nuova ed eterna alleanza. Il seminario è un cammino che aiuta i giovani nel voler crescere nel primato della carità. In questo tempo del seminario abbiamo la possibilità di formarci a sviluppare un rapporto di comunione e di amicizia profonda […]come lo stare con Lui, permette ai dodici di vivere tra loro una singolare esperienza di vita comune, nell’accoglienza e nel servizio reciproco, nella disponibilità a lavarsi i piedi gli uni gli altri: avendo sperimentato la gioia e la fatica della comunione,6potranno diventare le guide delle nuove comunità ; così sarà anche per coloro che si formano ad essere pastori secondo il cuore di Gesù. Belle parole, ma come si vivono nel concreto? Potrebbe essere la domanda di ogni giovane. Quanto ho esposto prima fa parte della giornata quotidiana vissuta nel seminario, luogo e tempo di formazione dei ragazzi che vogliono attuare un discernimento sulla propria vocazione al servizio di ministro della Parola e dell’Eucarestia. Si vive nella vita di classe, di comunità e di relaziosegue nella pag. successiva Dicembre 2009 10 Costantino Coros “Noi siamo il frutto del nostro apprendimento”, spiega Laura Salvo, psicologa e psicoterapeuta, specializzata in psicoterapia cognitiva-comportamentale. Si occupa da molti anni di difetto dell’autostima, psicoeducazione e prevenzione dalle dipendenze patologiche con una particolare attenzione ai giovani e agli adolescenti. Accanto alla sua attività professionale, l’impegno nel mondo cattolico, nello specifico nel Movimento Lavoratori di Azione Cattolica, è stato sempre al centro della sua vita. Laura, affronta in questa intervista, temi delicati che riguardano in senso ampio l’educazione dei giovani e i pericoli che corrono durante il loro processo di maturazione verso l’età adulta. Oggi sembra avere la meglio la cultura del tutto e subito: droghe, alcol, internet e sesso sono gli ingredienti di una miscela pericolosa che può esplodere da un momento all’altro? E’ fondamentale ribadire che l’adolescenza è una fase di ristrutturazione dell’identità, la più critica rispetto a quelle dell’età infantile e dell’età adulta. Infatti, negli anni dell’adolescenza il giovane deve trovare un equilibrio fra gli stimoli interni ed esterni che gli provengono dall’ambiente circostante, quindi il cambiamento che vive all’interno provoca disorientamento, confusione, incapacità di progettare, ansia, depressione e a volte rabbia. Inoltre c’è un attacco all’autorità: genitori, scuola, parroco, ma questo comportamento è normale nella crescita. L’adolescente vive tutto in modo segue dalla pag. precedente ne tra singoli, ma anche nel servizio annuale che siamo chiamati a svolgere all’interno della comu7 nità (cerimonieri, bidello ecc.) . Il primato della carità nella vita è la misura della capacità di amare. Se vivo nelle opere di amore per i fratelli allora posso dire di amare e conoscere il Signore. Il primato della carità, quindi diventa criterio per il discernimento sulla vocazione al sacerdozio nella vita di comunità. Il cammino della comunità del seminario maggiore si fonda non nell’operosità individualistica, ma nella operosità del singolo che si rapporta agli altri mediante il reciproco donarsi senza riserve, in poche parole che vive secondo lo spirito di servizio, lo spirito del comandamento dell’amore. Vivere secondo il comandamento dell’amore, secondo la logica del servizio nella carità è impegno di comunione perché si tratta di camminare secondo l’andatura della comunità, che muove i propri passi non sul sentiero dell’individualismo, ma sulla via maestra della disponibilità per plasmare estremo e quindi non ha quella flessibilità e quella capacità di mediazione che si ha nell’età adulta. I giovani hanno bisogno di vivere emozioni forti ecco perchè si rifugiano nelle droghe o nel gioco d’azzardo. Purtroppo anche internet, che è una scatola, rappresenta un fuggire dalla relazione con l’altro. Il problema di oggi sta nel fatto che il contesto relazionale e affettivo è cambiato, spesso i ragazzi sono lasciati soli. I giovani in balia di loro stessi sono fragili. Non bisogna dimenticare che si cresce per apprendimento ma anche per modellamento. Oggi sono venuti a mancare i punti di riferimento forti, quindi diventa fondamentale il gruppo dei pari, dove i giovani si rifugiano. Le uniche relazioni che vivono sono con il gruppo. Se il gruppo è ben orientato va bene, al contrario si attivano comportamenti di bullismo. Che cosa è successo agli adolescenti? Nei ragazzi è venuta meno la speranza, non credono più nel domani, ecco l’uso di droghe. I cosiddetti comportamenti devianti, compreso il consumo del sesso sono modalità di comunicazione, la loro richiesta di aiuto. Infatti, mentre mettono in pratica detti comportamenti, cercano qualcuno che gli dica che quella non è la strada giusta. Cercano qualcuno che gli sappia dare delle conferme. I genitori hanno abdicato al loro ruolo. Oggi i genitori pensano che dargli quello che vogliono sia una cosa buona invece servono regole e serve una maggiore autorevolezza. Tutti vivono gli adolescenti come un problema ma nessuno si immette empaticamente nel loro mondo e quindi nes- suno riesce a capirli. Gli educatori devono adottare metodologie comunicative adatte all’età degli adolescenti. Sembra che la società proponga modelli di consumo sfrenati dove anche il corpo diventa una merce di scambio e internet è il veicolo della diffusione di questa falsa cultura. Sembra che sia diventata secondaria la questione del considerare l´altro come una persona con il suo carattere e le sue sensibilità. Quali riflessioni si possono fare in merito a questo modo di vivere le relazioni con gli altri? Il corpo è diventato un oggetto di consumo, perché il mondo degli adulti ha tolto i sogni ai ragazzi, quindi i giovani fanno quello che li fa vivere, inseguono il piacere dell’immediato, non hanno motivo di aspettare. Oggi tutto è dissacrato. Ogni singolo comportamento cosiddetto deviante è un canalizzare la sensazione di vuoto che provano gli adolescenti verso i diversi orientamenti a seconda delle attitudini dei singoli (sesso, internet, droghe, alcol ecc...) sempre alla ricerca di emozioni forti. In questo, una buona dose di responsabilità ricade anche sugli stili e sui modelli di consumo proposti dalla pubblicità e dal web. Ma il fatto più preoccupante è che i bisogni degli adolescenti sono i bisogni dei genitori, come per esempio l’uso del telefono cellulare. Nell’adolescenza c’è il bisogno di essere, sono gli adulti che hanno bisogno dell’apparenza e la trasferiscono sui giovani. I ragazzi sono veri fino al midollo, ma se non trovano sincerità nell’altro, si rinchiudono in loro stessi. La fascia adolescenziale richiede maggior cura ma ciò non avviene. In fondo, si parla di giovani ma non si parla con i giovani. Qual è il ruolo delle agenzie educative (scuola, famiglia, associazionismo ecc...) in questo contesto? Bisogna fare reti tra le famiglie, insegnare ai genitori a dialogare, a trovare un codice comunicativo condiviso. I genitori devono essere dei modelli, perché sono dei modelli, non possono essere né amici né tiranni. Devono essere dei punti di riferimento, devono porsi in condizione di ascolto e di accoglienza con modelli propositivi. Educare i giovani al sacrificio e alle rinunce. Valorizzare le loro passioni. Accendere i loro sogni. Il problema non sono i giovani, sono gli adulti che non sanno capirli e di conseguenza non li sanno orientare. con la logica del pensare insieme, del progettare la parola umana. La stessa fiducia ci mostra poi insieme ai fratelli maggiori o minori, ma soprat- anche tutto quello che non abbiamo, in cui dobtutto nella fiducia in Dio e nel suo progetto di amo- biamo migliorare e crescere. Quindi possiamo viverigonre. È necessario però che la persona dia fiducia re per quello che siamo, senza troppi eccesivi 8 alle guide che ha a fianco, strumenti preziosi del- fiamenti oppure complessi di inferiorità . la grazia divina, che mostrano le tappe del cammino e come arrivarci. Ad esempio, chi vive in semi*Seminarista diocesano nario vivrà nella fiducia riposta nei superiori che curano gli ambiti della formazione al fine di condurre ad una maturazione integrale. Di conse1 guenza se siamo veri, matu- 2 Gal 5,6. ri e responsabili, allora 3 Cfr. 1Gv 3, 23-24. Cfr. per maggiori approfondimenti Pontificia opera per le vocazioni sacerpotremmo vivere nell’umiltà su noi stessi, riappacificati dotali, Nuove vocazioni per una nuova Europa, Teologia della vocazione (seconcon la nostra storia e con 4da parte). GIOVANNI PAOLO II, Messaggio per la XVII giornata mondiale per le vocazioni, 1980. noi stessi perché è la fidu- 5 Per maggiori chiarificazioni: Nuove vocazioni per una nuova Europa, parte cia che ci fa accettare noi quarta: Pedagogia delle vocazioni, la “docibilitas” vocazionale. 6 stessi, gli altri e la volonCei, la formazione dei presbiteri nella chiesa italiana, orientamenti e norme per i semità di Dio che si esplica attra- nari (terza edizione) 57 verso la mediazione del- 7 PONTIFICIO COLLEGIO LEONIANO, Progetto formativo, … e di servire liberi, pagg. 15-16 8 IBIDEM Dicembre 2009 Stefano Perica* Si è tenuta il 29 Ottobre presso il Comune di Velletri la presentazione del progetto di autocostruzione promosso dalla Caritas Diocesana in collaborazione con il Comune di Velletri. Alla presentazione del progetto hanno presenziato il Vescovo S.E. Mons. Vincenzo Apicella , il responsabile della Caritas Diocesana don Cesare Chialastri, il Sindaco di Velletri Fausto Servadio, l’assessore ai lavori pubblici del Comune di Velletri Roberto Leoni e l’assessore regionale alle politiche per la casa Mario Di Carlo. Tra i relatori, dopo l’illustrazione dei principi guida del progetto da parte del responsabile delle politiche sociali della Caritas Diocesana, l’arch. Alvaro Ronzani, dirigente dell’area lavori pubblici del Comune di Velletri, ha esposto le possibilità tecniche di attuazione dello stesso, manifestando il sincero entusiasmo con il quale ha fornito e fornirà in futuro la sua preziosa collaborazione con la Caritas. Leonardo Crocilli, del Progetto di Autocostruzione del Cosonrzio ANB Perugia, ha invece esposto i dettagli in cui si sviluppano i progetti di autocostruzione, mostrando anche alcuni edifici, attualmente già assegnati in proprietà, attraverso le diverse fasi realizzative. Il principio ispiratore della cosiddetta autocostruzione risiede nella possibilità di fornire, a famiglie con basso reddito, l’opportunità di acquistare un’abitazione, grazie all’abbattimento dei costi di costruzione in misura pari a circa il 50%, attraverso la loro partecipazione personale alle attività costruttive. La partecipazione di tutti i destinatari delle nuove unità abitative alle attività costruttive, favorisce inoltre uno spirito collaborativo in grado di ripercuotersi positivamente nelle successive relazioni personali di vicinato tra i futuri proprietari. L’attitudine alla collaborazione reciproca viene esaltata dalla inconsapevolezza, da parte dei costruttori, di quale degli edifici in corso di costruzione diverrà la propria abitazione, stimolandoli a profondere il massimo impegno in un’attività che non necessariamente è finalizzata al proprio esclusivo interesse. L’assegnazione degli alloggi avverrà infatti alla fine della loro realizzazione mediante un sorteggio. Il meccanismo di selezione degli aventi diritto agli alloggi terrà conto della necessità di soddisfare le esigenze di una sempre più larga fascia di popolazione che, da un lato è titolare di un reddito troppo basso per poter acquistare un’abitazione accedendo a fonti di finanziamento bancario, dall’altra però ha un reddito non sufficientemente basso per poter accedere alle selezioni previste dall’edilizia pubblica agevolata. I più penalizzati risultano essere giovani coppie che, pur vantando un reddito complessivo di almeno 15.000,00 euro avranno l’oggettiva difficoltà di reperire un alloggio per la propria famiglia. Come è noto tale difficoltà impedisce oggi a molte giovani coppie di sposarsi, al di là di quanto ritenuto da alcuni in ordine alla natura “bamboccesca” delle nuove generazioni, che preferirebbero evitare l’assunzione di responsabilità del matrimonio e magari anche opportunità di lavoro, per rimanere a vivere con i propri genitori. In realtà l’attuale contesto economico-sociale impedisce oggettivamente a molti di loro di sviluppare un progetto familiare, di cui l’a- 11 bitazione costituisce un elemento fondamentale. I progetti di autocostruzione hanno poi un ulteriore pregio, ossia di poter essere realizzati prescindendo anche totalmente da fonti di finanziamento pubblico. Proprio l’abbattimento dei costi di costruzione infatti consente di far ricorso o all’autofinanziamento, o comunque al finanziamento di istituti bancari cui sarà possibile accedere in ragione dell’abbattimento del capitale finanziato. Il grande valore del sistema dell’autocostruzione, che non a caso vede impegnata la caritas come promotrice ed animatrice del progetto, risiede dunque nella sua capacità di garantire e promuovere il valore della solidarietà, sia intesa come sostegno alle fasce deboli della nostra società, sia come promozione di una maggiore coesione sociale, ottenuta, come detto, attraverso la reciproca personale collaborazione dei destinatari del progetto alla sua realizzazione, nonché di promuovere la famiglia, favorendo in particolare le giovani coppie a medio e basso reddito. Ma il vero e proprio valore aggiunto di tali progetti è costituito dal fatto che essi implicano la piena applicazione del principio di sussidiarietà, in quanto non richiedono un intervento diretto da parte delle pubbliche istituzioni, neanche economico, ma una collaborazione tra i cittadini e gli enti pubblici locali, in grado di promuovere il pieno sviluppo della personalità e della dignità degli “autocostruttori” favorendone l’iniziativa personale. Il progetto presentato a Velletri, di cui la nostra diocesi è protagonista attraverso la Caritas, costituisce la prima esperienza del genere nella Regione Lazio. Esperienze simili, con ottimi risultati, sono state realizzate in Umbria ed in Emilia Romagna, regioni che hanno introdotto specifiche norme per l’agevolazione dell’autocostruzione. Proprio cogliendo l’occasione della presenza dell’assessore regionale Di Carlo, è stata avanzata la proposta di una legge regionale che regolamenti e favorisca i progetti di autocostruzione. La nostra speranza è che il seme gettato possa germogliare e dare un esempio importante di come, dall’iniziativa di ciascuno di noi, possa dipendere anche il cambiamento delle politiche sociali, in un’ ottica di pieno e vero sviluppo della dignità umana. *Responsabile Politiche Sociali della Caritas Diocesana Dicembre 2009 12 Quanti di voi sanno che oggi 23 novembre, giorno in cui scrivo questo articolo, in Congo sono stati uccisi almeno 16 civili a causa di un attacco perpetrato dai ribelli dell’esercito ugandese, nell’estremo nord-est della Repubblica Democratica del Congo. Oppure che continua la crisi politica in Honduras che si prepara alle elezioni governative in programma questa domenica sotto la stretta sorveglianza di poliziotti ed esercito. E che negli stessi giorni attivisti per i diritti umani denunciano la “sparizione” di oppositori al governo nazionale. Ed infine che in Somalia, nazione storicamente molto vicina all’Italia, continuano i combattimenti e gli attacchi che hanno portato negli ultimi giorni all’uccisione di almeno otto persone e il ferimento di altre 15. Notizie non scritte, informazioni non dette perché riguardano popoli e nazioni che non destano l’interesse internazionale. Il “Diritto alla Notizia” non è solo il titolo di un incontro che si è tenu- Dott. Benni to giovedì 12 novembre presso i locali della cattedrale di San Clemente e che vedeva come ospite il Dott. Pietro Mariano Benni, direttore di Misna, ma anche una verità scomoda e sofferta: gli uomini non sono uguali neanche di fronte alla necessità di far conoscere i loro drammi, le loro realtà ed i loro bisogni. Misna (www.misna.org) è un’agenzia giornalistica specializzata nel diffondere notizie e servizi di approfondimento e reportage sul Sud del Mondo. Per far ciò si avvale di una rete capillare di “giornalisti sul campo” composta da missionari, esponenti della Società Civile, operatori umanitari e volontariato in grado di leggere e trasmettere senza inibizioni e censure le verità dei popoli e dei territori entro i quali quotidianamente si trovano ad operare. La notizia è un’arma forte e rischiosa, rende consapevoli i popoli, muove le masse contro le ingiustizie, ribalta i governi, palesa gli accordi politici. Può bastare tutto ciò per comprenderne il potere e capire il perché di certe censure. Popoli del Sud del Mondo sono sottomessi da governi dittatoriali, vivono in estrema povertà, senza alcuna tutela, privati dei più elementari diritti umani. Il primo modo per evitare rivolte consiste nel vietare l’istruzione e la formazione scolastica: pensiamo a paesi come l’Afganistan e anche alla stessa Africa. Quando il diritto alla scuola non può essere cancellato, è l’accesso ai canali di informazione internazionali che viene vietato. In Cina il governo ha oscurato nel 2006 definitivamente Wikipedia, bloccando l’accesso alla più celebre enciclopedia universale su Internet. Tra i 225 milioni di vocaboli che contiene ci sono troppe definizioni scomode per il governo cine- se: Tienanmen 1989 e democrazia, Tibet e repressione [Fonte: Repubblica] . Contemporaneamente la Cina sta perpetrando una nuova “colonizzazione” dei Paesi Africani aggiudicandosi gran parte dei lavori di costruzione di infrastrutture e ostacolando di fatto la crescita lavorativa ed economica del popolo africano. Ma i paesi cosiddetti ricchi non sono da meno favorendo accordi economici tra i governi africani, altamente corrotti, e i potenti del petrolio, del gas e dei diamanti, escludendo dai benefici che potrebbero derivare da queste economie la popolazione spesso inconsapevole e vittima di una gestione scellerata dei rifiuti e degli scarti di lavorazione. Queste notizie, nel ricco occidente, arrivano filtrate, senza che siano fatti, per cronaca e verità, i nomi e i cognomi dei protagonisti. A noi rimane la cultura dei “luoghi comuni”: l’Africa povera, dove la gente muore per fame e malattie curabili e dove nessuno si ribella e cerca di emergere. La mancanza di una corretta informazione non ci consente neanche di sviluppare quella cristiana comprensione dei perché persone siano spinte, in modo molto rischioso, a raggiungere i paesi europei, le nostre città, la nostra economia. Ci rendiamo così conto che vittime della cattiva e mancante informazione siamo anche noi, esclusi dalla verità e spesso poco interessati a cercarla. Un invito arrivato dal Dott. Benni al termine dell’incontro è quello di individuare sempre canali autorevoli, ma liberi, e di cercare la verità sfruttando anche i nuovi strumenti di informazione come per esempio internet. Perché l’idea deve nascere da una consapevolezza e non da un pregiudizio. A. Cipri Dicembre 2009 13 9 Antonio Galati «Adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi» (1Pt 3, 15). Il mese scorso ci siamo voluti soffermare sulla prima parte del videomessaggio che Benedetto XVI ha rivolto ai partecipanti al ritiro sacerdotale internazionale svoltosi ad Ars dal 27 settembre al 3 ottobre di quest’anno, concentrando l’attenzione su una affermazione che il papa pronunziò all’i1 nizio del suo discorso . Questo mese ci soffermiamo invece su un’affermazione che è presente al termine del messaggio: «niente rimpiazzerà2 mai il ministero dei sacerdoti nella vita della Chiesa» e che lo stesso papa aveva già pronunciato nel3 l’omelia tenuta a Parigi il 13 settembre 2008 . L’affermazione è sicuramente forte, ma è proprio questa forza che ne manifesta anche4la verità. Il sacerdozio ordinato o ministeriale –senza distinguere tra presbiterato e episcopato– è un elemento costitutivo della Chiesa, cioè una componente tanto fondamentale che senza di essa la Chiesa non esisterebbe. Per dimostrare brevemente e sommariamente questa neces 1 Cfr. A. GALATI, La gioia del sacerdote consacrato per la salvezza del mondo, in Ecclesia in cammino, Novembre 2009, pag. . 2 Videomessaggio del santo padre Benedetto XVI ai partecipanti al ritiro sacerdotale internazionale (Ars, 27 settembre-3 ottobre 2009). 3 Omelia del santo padre Benedetto XVI durante la messa del 13 settembre 2008 all’Esplanade des Invalides, Parigi. 4 Da ora in poi, pur non specificando più l’attributo di «ordinato» o «ministeriale» in riferimento al ministero dei presbiteri e dei vescovi per distinguerlo dal sacerdozio comune dei battezzati, ogni volta che parlo di sacerdozio mi riferisco a quello ministeriale se non è specificato diversamente. 5 Cfr. 1Pt 2, 4-5; 1Cor 3, 11; Ef 2, 20. 6 Videomessaggio del santo padre Benedetto XVI ai partecipanti al ritiro sacerdotale internazionale (Ars, 27 settembre-3 ottobre 2009). 7 Idem. 8 Idem. 9 «A ogni discepolo di Cristo incombe il dovere di diffondere la fede, per la parte che spetta a lui» (LG 17); «tutti i fedeli cristiani infatti, dovunque vivono, sono tenuti a manifestare con l’esempio e con la testimonianza della parola l’uomo nuovo […]» (AG 11). Cfr. anche GS 93. 10 1Pt 3, 15. 11 Infatti la prima parte del versetto citato recita: «ma adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori» (1Pt 3, 15). 12 Cfr. LG 10. 13 Cfr. LG 30-31. 14 Videomessaggio del santo padre Benedetto XVI ai partecipanti al ritiro sacerdotale internazionale (Ars, 27 settembre-3 ottobre 2009). sità del sacerdozio basti pensare alla facoltà che il sacerdote ha di celebrare l’Eucaristia, rendendo presente in mezzo ai suoi Gesù, Colui5 che è il fondamento su cui si edifica tutta la Chiesa . Continuando ad ascoltare l’insegnamento del papa, allora, possiamo notare come egli definisce due ambiti che sono specifici dei sacerdoti, e cioè di «annunciare il suo amore [di Cristo] attorno a voi [sacerdoti] e di essere totalmente impegnati al servizio della santificazione di tutti i mem6 bri del popolo di Dio» .Circa il compito della santificazione del Popolo di Dio non penso ci sia bisogno di ulteriori riflessioni, ma basta ascoltare ancora il messaggio di Benedetto XVI per capirne la portata e la grandiosità: «cari sacerdoti […] pensate al gran numero di messe che avete celebrato o che celebrerete, rendendo ogni volta Cristo realmente presente sull’altare. Pensate alle innumerevoli assoluzioni che avete dato e darete, permettendo a un peccatore di lasciarsi redimere. Percepite allora la fecondità infinita del sacramento dell’Ordine. Le vostre mani, le vostre labbra, sono divenute, per un istan7 te, le mani e le labbra di Dio» .Invece, per quanto riguarda il compito dell’annuncio dell’amore di Dio per gli uomini, che si manifesta nella persona del Figlio, possiamo soffermarci sul tono e sul contenuto di quest’annuncio che il sacerdote è chiamato a dare. Circa il tono esso deve essere di gioia e speranza. Dice infatti il papa: « Il sacerdote, certamente uomo della Parola divina e del sacro, deve oggi più che mai essere uomo della gioia e della speranza. Agli uomini che non possono concepire che Dio sia puro amore, egli dirà sempre che la vita vale la pena di essere vissuta e che Cristo le dà tutto il suo senso perché Egli 8ama gli uomini, tutti gli uomini» . Circa, invece, il contenuto da testimoniare e da trasmettere esso non è tanto un concetto, ma è la verità nella sua forma più sostanziale, cioè la persona stessa di Gesù Cristo. A conclusione di queste nostre riflessioni possiamo interrogarci brevemente sullo specifico del sacerdote in questo compito dell’annuncio dell’amore di Dio per gli uomini. L’interrogativo scaturisce dal fatto che il Concilio Vaticano II insegna che il compito dell’annuncio del Vangelo –che è l’altra, o meglio la principale, forma per dire l’amore di Dio per gli uomini– non è specifico per i sacerdoti perché, di per sé, compete a tutti i fedeli battezzati . Ma la contraddizione che sembra apparire è solo apparente. Infatti, la vocazione all’annuncio, che è espressa nell’esortazione ai cristiani di essere «pronti sempre a rispondere a chiunque vi10domandi ragione della speranza che è in voi» , deriva dal 11vivere uno specifico rapporto con Cristo Risorto . Ora, visto che il sacerdozio ministeriale differisce da quello comune non 12 tanto per grado ma per essenza , vuol dire che il rapporto che si instaura tra Cristo e il sacerdote viene a essere ontologicamente diverso da quello che si instaura tra Cristo e il battezzato non-ordinato e, quindi, è anche diverso l’annuncio e la testimonianza che essi rendono. Testimonianza che differisce non tanto nel tono o nel contenuto –perché è sempre una testimonianza di gioia e di speranza in Cristo morto e risorto– quanto nel modo. Infatti, mentre i fedeli laici partecipano della Trinità attraverso il battesimo e, per questo, sono chiamati a vivere nel mondo per santificarlo con la loro presenza e il loro impe13 gno nelle attività secolari , i fedeli che hanno ricevuto il sacramento dell’Ordine nei gradi del sacerdozio ministeriale hanno come modo principale quello di esprimere l’annuncio dell’amore di Dio per gli uomini attraverso la partecipazione a Cristo Capo e Pastore, casto, povero e obbediente. In questo senso si può interpretare l’affermazione del papa, con la quale concludiamo questa riflessione: «portate Cristo in voi; siete, per grazia, entrati nella Santissima Trinità. Come diceva il santo Curato: “se si avesse la fede, si vedrebbe Dio nascosto nel sacerdote come una luce dietro un vetro, come un vino mescolato all’acqua”»14 Dicembre 2009 14 Mons. Franco Risi L’amicizia con Cristo richiede al sacerdote di vivere nel suo quotidiano, quattro caratteristiche: la maturità umana; l’unione costante con Cristo; di essere un uomo di preghiera e un maestro della vita spirituale. Esse devono essere desiderate e coltivate mediante una continua conversione da parte del sacerdote per il bene di tutto il popolo di Dio. Nella dimensione umana del prete è di particolare importanza la maturità affettiva. Cristo, maestro di vero amore per gli altri, ha evangelizzato anche attraverso la sua personalità: il Vangelo è pieno di riferimenti, eventi toccanti riguardanti la vicinanza fisica di Gesù agli altri. Infatti Egli si lascia toccare il lembo del mantello da una donna malata; si lascia avvicinare dai fanciulli; si lascia lavare i piedi da una prostituta e, perfino baciare da Giuda. E’ importante che i sacerdoti siano sempre alla scuola di Gesù per curare il rispetto e l’accoglienza dell’altro. Questi, se vogliono acquistare codesta maturità affettiva, devono orientare la loro paternità solo al bene dell’altro. Padre Amedeo Cencini, canossiano, formatore e psicoterapeuta, ha sottolineato che:”La sessualità include in sé un microcosmo di —significati: la corporeità, la relazionalità, la reciprocità, l’incontro e l’intimità. Una immaturità rispetto alla sfera sessuale intesa in senso ampio, può generare varie forme di compensazione: potere, denaro, dominio sugli altri, narcisismo che danneggiano relazioni umane”. Da qui comprendiamo che la maturità personale, il vero amore, deve avere una struttura pasquale: mistero di morte e risurrezione; di rinuncia a se stessi per ritrovarsi in Dio e nei fratelli. Questo cammino, come ogni maturazione della vita sacerdotale, non può prescindere dalla croce. E’ una croce che libera, che salva dai peccati commessi nel passato aprendo ad orizzonti più ampi e orientando la vita sulla via del bene. Tutti possiamo sbagliare. L’essenziale è saper ritrovare l’amore che ci porta ad amare l’altro nella sequela di Cristo. L’affettività del prete, vissuta nella dimensione del celibato, deve essere sempre una testimonianza limpida, un dono da condividere e non una proprietà privata o privilegiata. L’uomo celibe dice il linguaggio della bellezza di Dio. Le sue relazioni con gli uomini e le donne, sono dense di bene e capaci di amare senza possedere. E’ Enrico Mattoccia Verso la fine di dicembre del 2000 il Consiglio Comunale di Torino fu chiamato a deliberare su una mozione che aveva per oggetto il conferimento della cittadinanza onoraria a Filiberto Guala. Nel corso della seduta ci furono diversi intereventi, alcuni appassionati, altri commossi, tutti favorevoli! Alla fine, Filiberto Guala fu dichiarato cittadino onorario all’unanimità: quarantotto voti te “un buon pastore, un pastore secondo il Cuore di Dio, perché esso è il più grande tesoro che Dio possa accordare ad una parrocchia. E’ uno dei doni più preziosi della misericordia divina”. Questo è vvalorato ancora dalle parole di San Giovanni Maria Vianney pronunciate da Benedetto XVI nell’indire l’Anno Sacerdotale:”Il sacerdozio è l’amore del Cuore di Gesù”. Questo fascino, come ogni cosa preziosa, ha bisogno di essere protetto, custodito, perché possa sempre resistere all’urto aggressivo e negativo di una cultura senza Dio. Solo così il sacerdote sarà capa- ce con l’aiuto dello Spirito Santo di essere strettamente unito a Cristo Sommo Sacerdote per la salvezza eterna di tutti gli uomini. Papa Benedetto, nell’omelia della messa crismale scorsa ha detto:”L’unirsi a Cristo suppone la rinuncia. Comporta che non vogliamo imporre la nostra strada e la nostra volontà; che non desideriamo questo o quell’altro ma ci abbandoniamo a Lui, ovunque in qualunque modo Egli voglia servirsi di noi”. Il sacerdote diviene consapevole che nel fare il bene spirituale dell’uomo e della donna opera la grazia di Dio. E’ lo Spirito Santo che ci configura a Cristo Sacerdote offrendoci la forza di perseverare nella fedeltà a Dio e agli altri. Da queste due caratteristiche fondamentali, sopra citate, scaturiscono, come l’acqua da una sorgente, le altre due: uomo della preghiera e maestro della vita spirituale. La società e la cultura odierna, si presentano sempre più frammentate e anonime rispetto al passato. Per superare questa situazione c’è bisogno di sacerdoti che sappiano testimoniare con la vita la fedeltà al Vangelo e all’Eucaristia, celebrata quotidianamente affinché Cristo divenga meta della sua vita. Solo così il sacerdote si sentirà “analfabeta” nel senso di non considerarsi mai arrivato. In questo modo diventerà l’uomo della testimonianza. In questa prospettiva diviene il maestro della vita spirituale per gli altri. Per questo la Chiesa ha sempre attribuito molta importanza nella formazione e nell’accompagnamento e nel cammino di tutti i suoi figli da parte del sacerdote. La paternità spirituale del prete è indispensabile per l’approfondimento personale del messaggio evangelico come pure per tradurlo in una prassi di vita. Viene esercitata soprattutto nel colloquio personale con i singoli credenti attuandosi in un insieme di incoraggiamenti, proposte, inviti, richieste personali, come fa un padre quando discorre con i propri figli. Sarà capace, sull’esempio del Curato d’Ars, di operare all’interno della Chiesa e a servizio della comunità cristiana nonché del mondo e dell’umanità intera. Grande è la responsabilità del sacerdote, in modo particolare oggi, che ha bisogno di ascoltare di nuovo la Parola di Dio per ritornare a credere in Gesù “Via, Verità e Vita”. su quarantotto. In quel momento egli era ultranovantenne, quasi cieco, costretto su una carrozzella; viveva nella trappa di Frattocchie(Roma), dove sarebbe morto il 24 dicembre successivo. Ai consiglieri si poteva rimproverare il fatto che ci avevano pensato troppo tardi, non certo che Guala non fosse degno della cittadinanza onoraria. Era nato a Montanaro, in provincia di Torino il 18 dicembre 1907. Dopo gli studi liceali si iscrisse al Politecnico di Torino, dove si laureò nel 1929. Fondamentali furono per la sua vita alcuni incon- tri. Già durante il Liceo, la frequentazione del gruppo che si ispirava agli esempi di Pier Giorgio Frassati e che aveva aderenti in varie regioni italiane, gli diede modo di vivere in un particolare clima di impegno cristiano e di conoscere persone che poi rivestirono incarichi importanti nella vita culturale e politica italiana. All’università Guala fu attivo e convinto membro della FUCI (Federazione Universitari Cattolici Italiani), nella quale incontrò nel 1927 il responsabile nazionale mons. Giovanni Battista Montini, il futuro papa capace quindi, di generare gli uomini alla vita dei figli di Dio. Per realizzare questo, il prete deve innestare questa maturità affettiva nell’unione costante con Cristo. Solo così sarà in grado di comprendere che l’unica ragione della sua vita e del suo ministero è Gesù di Nazareth, Signore e Cristo. La sua esistenza avrà in Lui la propria origine e fine. Ne segue che dovrà coltivare la preghiera personale, un intimo rapporto con il Risorto vivo e presente. Questo suo modo di comportarsi con sé e con gli altri, diventerà l’unica e vera testimonianza che possa spingere un giovane o un adulto a donare totalmente se stesso a Dio per i fratelli. A proposito, il profeta Geremia afferma:”Mi hai sedotto Signore e io mi sono lasciato sedurre. Hai fatto forza e hai prevalso” (Ger 20,7). Pensiamo al Curato d’Ars che voleva essere per la sua gen- Dicembre 2009 15 Mons. Achille Onorati Sacerdote santificò se stesso e gli altri con l’esempio e la preghiera Questa presentazione si trova nel “ricordino” della morte di Mons. Don Achille Onorati, Prelato domestico di Sua Santità, Canonico Teologo della Cattedrale. Mi auguro che siano molti ancora coloro che, come me, l’hanno conosciuto personalmente e hanno goduto della Sua generosità nel donarsi, essere sempre a disposizione. Che siano ancora molti coloro che, sacerdoti o no, che l’abbiano avuto Rettore del Seminario Vescovile Veliterno. Nato a Norma (allora della Diocesi di Velletri) il 31.12.1906 dove visse i suoi primi anni, quelli della crescita, quando si alimentano i progetti Mons. Achille Onorati e i desideri, per un avvio e una preparazione e realizzazione, per una scelta di vita. L’ambiente religiosamente qualificato di Norma, ha facilitato la scelta dietro l’esempio di don Luigi Onorati e don Alfonso Onorati: tutti sacerdoti di una squisita spiritualità e fatta di umiltà e carità. Norma, come pure tutti i paesi Lepini, sono stati i “silos” delle vocazioni ecclesiastiche, sacerdotali e religiose: da qui è sce- so a Velletri il giovane Achille Onorati. Nel Seminario naristi al gusto delle opere liriche che venivaMinore Vescovile di Velletri egli attese agli stu- no cantate e scenicamente rappresentate dai giodi ginnasiali e liceali, passando poi, per il cor- vani. Con l’aiuto indispensabile del Maestro Rodolfo so di teologia, al Pontificio Seminario Lateranense Leoni, il nostro maestro cieco di musica. I candi Roma. Laureato in S. Teologia Dogmatica, in ti religiosi e liturgici dovevano essere perfetti: per Diritto “utroque iure” e qualificatosi nelle Scienze questo perdeva a volte anche la calma. C’è poi Matematiche, si servì di questa personale ric- il periodo delle vacanze, nella Villa di Norma donachezza culturale a vantaggio dell’insegnamen- ta dal Cardinal Basilio Pompili. Tra studio, diverto, senza trascurare la crescita e l’approfondi- timento, gite montane noi giovani seminaristi vivemento nella vita spirituale; vita tessuta nel cul- vamo il bello e il buono in tutte le dimensioni. to eucaristico, nella devozione mariana e dei Santi Pari cura l’ha messa anche con gli alunni del Patroni. Ogni anno, ilo dieci di dicembre, si assen- Liceo Mancinelli ai quali ha chiesto impegno neltava per recarsi alla Madonna di Loreto, per la quale nutriva particolare devozione. Come pure viveva una speciale devozione per Santa Teresa del Bambin Gesù (una statua era presente nel suo studio); ne imitava l’umiltà e la sua disponibilità ad offrirsi. Ed io ho avuto la fortuna di essere accolto da lui che si dichiarava il padre di tutti. Paternamente esigente ha sempre curato la conoscenza delle vocazioni al sacerdozio, incoraggiando che ne presenMons. Achille Onorati insieme ad altri sacerdoti tasse i segni positivi o suggerendo a che non avesse i segni di inserirsi cristianamente la conoscenza e studi della religione, ma con i nella vita e nelle professioni laicali. Sacerdoti, quali riuscì a creare il Coro Polifonico del Liceo. professionisti, padri di famiglia ne venerano il Esonerato della responsabilità di Rettore ha proricordo, attribuendo a lui i frutti di quanto era sta- seguito nella direzione amichevole dei singoli “ex” to seminato o piantato dalla sua cura. La sua e poi … appesantito e tormentato dalla sua lunspiritualità trovava il completamento nella cul- ga malattia è arrivato a rendere a Dio la sua vita tura. Amante della musica ha fatto crescere i semi- corredata di meriti il 1 giugno 1965. Paolo VI, che divenne sua guida spirituale per molti anni. Un altro incontro fondamentale fu quello con don Orione, nel 1938; Guala stesso scrisse: “L’incontro con don Orione è certo il più grande avvenimento della mia vita”. Fin dall’inizio, l’Ingegnere, accanto al suo lavoro specifico, si impegnò in attività apostoliche e caritative, soprattutto a favore dei più deboli. A 30 anni ebbe la direzione dei lavori di raddoppio della funivia che trasportava il carbone dal porto di Savona in Piemonte ed entrò in contatto con l’organizzazione “Stella Maris”, associazione di assistenza religiosa e sociale ai marittimi di passaggio. Fin dall’inizio lo stipendo di Guala, tolto lo stretto necessario per vivere, andò all’Associazione. Portati a termine brillantemente i lavori di Savona, il nostro ingegnere ebbe la direzione delle “Acque potabili” di Torino e contemporaneamente divenne anche responsabile delle iniziative socio-caritative della città, inserendosi in quel filone storico che si riallacciava alle iniziative attuate già nel 1800 da S. Giuseppe Benedetto Cottolengo. Diede inizio ad una vera e propria pastorale operaia ed riscosse grande stima e fiducia da parte del cardinale Maurilio Fossati. Durante la Resistenza fu autista del generale Gino Barocco, nelle zone del cuneese e monregalese. Dopo la guerra Guala fu chiamato a Roma come direttore tecnico del piano di costruzioni INA-CASA(Piano Fanfani). Nel 1954 fu scelto come amministratore delegato della RAI. Nel tempo di questi due importanti incarichi mantenne tutti gli impegni caritativi di Torino, dove si trasferiva dal venerdì sera fino alla domenica sera; viaggiava in treno tutta la notte per essere di nuovo a Roma il lunedì mattina. In RAI dimostrò grande capacità di motivare le persone; aveva chiare idee per il futuro e guardò alla azienda non solo come impresa ma soprattutto come funzione sociale, ricreativa e formativa nello stesso tempo, quindi obbligata a mantenere un certo livello. Intelligente, deciso, lungimirante, sempre disponibile...era un grande lavoratore. Nel 1960, quando probabilmente lo aspettavano altri prestigiosi incarichi, fra la sorpresa di tutti, decise di entrare nell’ordine dei Trappisti alle Frattocchie. Con un amico era stato in Francia, a Citeaux, la culla dei Trappisti, e ne era rimasto entusiasta. La sua decisione era maturata pian piano; fu invitato a riflettere dagli amici che sempre lo avevano aiutato e consigliato, compreso il cardinal Montini, allora arcivescovo di Milano, che inizialmente era contrario; dopo la decisione andò a trovarlo alle Frattocchie e gli confermò tutta la sua amicizia. L’11 novembre 1960 cominciò la seconda parte della vita di Guala. Non fu certo una passeggiata di piacere, ma l’affrontò con l’entusiamo di sempre e seppe impegnarsi per gli altri Mons. Angelo Lopes e per la Trappa, notoriamente uno degli ordini più austeri della Chiesa. Fu ordinato sacerdote nel 1967. Fra corrispondenza e colloqui con le persone che a lui ricorrevano in cerca di grazia e di consiglio, spese le sue energie senza mai arrestarsi e osservando alla perfezione le regole monastiche. Nel 1972 fu inviato a S. Biagio di Morozzo, presso Mondovì, in un vecchio monastero mal ridotto, in cui si voleva impiantare un centro di spiritualità. Nell’umiltà e nella fatica senza risparmio, organizzò un centro di vita spirituale “per offrire agli altri non un culto esteriore ma un’esperienza di Dio profondamente umana”. Nel 1984, per motivi di salute, tornò a Frattocchie, ma non si fermò. Nel 1987 diede vita alla “Lettera ai nipoti”, con la quale faceva giungere periodicamente ricordi, consigli, pensieri consolanti... a coloro che aveva conosciuto. Rimase sempre imprenditore: anche da vecchio monaco non smise di dedicarsi agli altri, fare progetti...Chi lo conobbe afferma che fu uomo genuino, con una grande spiritualità e genersosità...che guidò sempre la sua vita con l’innocenza dei puri, con la inesauribile voglia di comunicare agli altri la sua solida fede in Dio e nelle sue creature. La sua vita eccezionale induce a molte riflessioni ed ha certamente molto da dire al nostro mondo frenetico, specialmente a chi non si contenta dell’apparire e aspira a qualche cosa di più duraturo e gratificante. E’ sepolto a Frattocchie, nella nuda terra del picolo cimitero dietro la chiesa della Trappa, lo indica una croce di metallo, con la scritta: “P. FILIBERTO 18/12/1907 – 24/12/2000”, sormontata dal monogramma di Cristo PX. Dicembre 2009 16 Monsignor Andrea Maria Erba Vescovo Emerito di Velletri-Segni Eccellenza Reverendissima Come immediato successore del carissimo Monsignor Martino Gomiero della diocesi suburbicaria di Velletri-Segni, esprimo a Lei e a codesta Chiesa di Rovigo le più vive condoglianze per il ritorno alla casa del padre del venerato Presule, accompagnate dalle fervide preghiere di suffragio. Con me si uniscono il clero e i laici che ricordano la sua cordiale paternità, la profonda spiritualità sacerdotale, lo zelo per la gloria di Dio e la salvezza delle anime. Il caro defunto ha lasciato fra noi un ricordo incancellabile delle sue virtù e della sua affettuosa amicizia che contraccambiamo con riconoscenza e con le condoglianze cristiane. In unione di preghiera porgo cordiali ossequi in Domino. Andrea Maria Erba .......................................................................... A S.E.R. Mons. Lucio Soravito De Franceschi Vescovo di Adria-Rovigo Monsignor Vincenzo Apicella Vescovo di Velletri-Segni Eccellenza Reverendissima la Diocesi di Velletri-Segni ha appreso con grande dolore la notizia della scomparsa di S.E. Mons. Martino Gomiero, suo vescovo dal 1982 al 1988. Desideriamo far giungere a Lei e a tutta la Chiesa da cui mons. Gomiero proveniva i sensi della nostra partecipazione e profonda comunione in questo momento, in cui siamo chiamati insieme a rinnovare la nostra professione di fede in Cristo Signore Risorto. Mons. Gomiero è legato indissolubilmente alla storia della diocesi di Velletri-Segni, in quanto ne è stato il primo vescovo. Con lui, infatti, si è compiuto il cammino di unificazione di due antiche Chiese, ognuna con la propria fisionomia e la propria lunga e gloriosa storia. La Diocesi di Segni fu unita aeque principaliter a quella di Velletri nel 1982, anno di inizio dell’episcopato di Mons. Gomiero, e le due furono definitivamente unite in un’unica realtà nel 1988, ultimo anno di permanenza tra noi del compianto pastore. Mons. Gomiero seppe guidare con saggezza e generosità questo cammino non facile, edificando con la sua testimonianza di totale disponibilità e profonda spiritualità l’intero e unico Popolo di Dio. La sua memoria sarà sempre tra noi in Duomo di Monselice 11/07/1982 - Sulla destra, mons. Martino Gomiero nel giorno del- benedizione, e non solo tra quelli che la sua consacrazione episcopale. A sinistra, il suo predecessore a Velletri, mons. Bernini. personalmente lo hanno conosciuto, così come ho avuto occasione di sperimentare quanto sia rimasta nella sua memoria e nel suo cuore la nostra Chiesa, di cui fatti e volti hanno continuato ad essere oggetto della sua tenerezza paterna e della sua continua preghiera. E, visto che nulla accade a caso, non può sfuggirci che l’offerta ultima della sua vita avviene a conclusione di questo Anno Liturgico e tra le memorie di san Martino, suo patrono, e san Clemente, patrono della Diocesi di Velletri. Ricorderemo, quindi, nella Basilica Cattedrale il nostro zelante pastore nello stesso momento in cui si svolgeranno le esequie nella sua terra nativa: è un altro segno di comunione, di cui siamo chiamati a rendere grazie. Il Signore Risorto conceda la corona di gloria la vescovo Martino, che lo ha seguito e servito fedelmente, pascendo con amore il Suo gregge, il quale ne siamo certi, potrà sempre contare sulla sua perenne e paterna intercessione. Benedica il Signore le nostre Chiese e ci renda degni della preziosa eredità spirituale che mons. Gomiero ci lascia. Con affetto fraterno, suo devoto in Cristo ............................................................. S. E. Rev.ma Mons. Lucio Soravito De Franceschi Vescovo di Adria-Rovigo Via G. Sichirollo, 18 45100 ROVIGO Dicembre 2009 17 Velletri, 19 Settembre 1982 - Mons. Gomiero all’ingresso del territorio della città di Velletri, bacia il suolo. Biografia Velletri, 19 Settembre 1982 - Mons. Gomiero entra nel cortile del seminario A Sua Ecc.za Rev.Ma Mons. Lucio Soravito De Franceschi Vescovo di Adria-Rovigo Via Giacomo Sichirollo, 18 45100 ROVIGO Appresa notizia decesso Ecc.Mo Monsignor Martino Gomiero Vescovo emerito di Adria-Rovigo Sommo Pontefice partecipa spiritualmente at lutto che colpisce codesta comunità diocesana et mentre ne ricorda generoso ministero innalza fervide preghiere di suffragio per zelante pastore affidandolo at materna intercessione Beata Vergine Maria et invocando per Lui premio eterno promesso at fedeli servitori del Vangelo volentieri imparte at vostra eccellenza at sacerdoti et fedeli tutti come pure at familiari compianto presule confortatrice benedizione apostolica. Cardinale Tarcisio Bertone Segretario di Stato di Sua Santità Nato a Castelnuovo di Teolo, Diocesi di Padova, il 7 dicembre 1924. Figlio di Alessandro e di Cazzoli Maria. Compie gli studi nei Seminari Minore e Maggiore di Padova. Ordinato sacerdote il 4 luglio 1948 dal Vescovo Carlo Agostani. 1951. Segretario particolare del vescovo di Padova Girolamo Bortignon. 1964. E’ nominato Rettore del Seminario Maggiore di Padova. 1971. E’ nominato arciprete-abate mitrato di Monselice. Eletto Vescovo di Velletri e Segni “aeque principaliter unite” il 5 giugno 1982. Consacrato l’11 luglio 1982 nel Duomo di Monselice dal card. Sebastiano Baggio. 1982, 19 settembre. Fa il suo ingresso in Diocesi. 1983, 25 marzo. Organizza in Diocesi l’Anno Santo straordinario della Redenzione. Si concluderà il 22 aprile 1984. (Pasqua) 1983, 3 luglio. Conferisce l’Ordinazione diaconale a Franco Montellanico, Diac. Permanente. 1983, 18 luglio. Presiede le celebrazioni dell’8° centenario della canonizzazione di San Bruno vescovo di Segni 1983. Da impulso alla Scuola di Teologia per Laici che diventa “ad esperimentum” Istituto di Scienze Religiose; avrà il riconoscimento della C.E.I. solo nel 1990. 1983, 7 dicembre. Conferisce l’Ordinazione presbiterale di don Paolo Latini. 1984, 23 aprile. 3° centenario della consacrazione della Cattedrale di Segni. 1984, 8 dicembre. Conferisce l’Ordinazione presbiterale di don Rinaldo Brusca. 1985, 27 gennaio. Velletri, Cattedrale di S. Clemente I p. m. Conferisce l’Ordinazione diaconale a don Antonino Schiavi. 1985, 2 marzo. Erezione della nuova parrocchia di San Bruno in Colleferro. 1985, 15 dicembre. Velletri, Cattedrale di S. Clemente I p. m. Conferisce l’Ordinazione presbiterale di don Antonino Schiavi. 1986, 23 gennaio. Visita ad “limina Apostolorum”. Il Papa Giovanni Paolo II lo intrattiene a cordiale colloquio per circa quindici minuti. 1986, 2 febbraio. Consacra la chiesa di Santa Maria delle Letizie in Artena ricostruita dopo la sua distruzione avvenuta a causa del bombardamento del 31 gennaio 1944. 1986, 26 giugno. Decreto con il quale viene conferita la qualifica di Ente civilmente riconosciuto alle 27 parrocchie della Diocesi. 1986, 5 luglio. Conferisce l’Ordinazione presbiterale di don Leonardo D’Ascenzo nella chiesa Collegiata di Santa Maria Maggiore in Valmontone. 1986, 30 settembre. Unione definitiva delle due Diocesi di Velletri-Segni. Vescovo di Velletri-Segni. 1987, 7 giugno. Organizza per la Diocesi l’ Anno Santo Mariano. Termina il 15 agosto 1988, festa dell’Assunzione di Maria Vergine. Nella Diocesi vi è un grande risveglio della pietà popolare verso la Madre di Dio. Dopo la nuova nomina, il 7 maggio 1988, prende possesso della sede vescovile di Adria-Rovigo Dicembre 2009 18 d. Angelo Mancini ché, senza recare disturbo, ad un certo punto, scusandosi dichiarava terminato il tempo a disposizione. Doveva ritirarsi per la preghiera ed evitare le chiacchiere inutili. Sempre in macchina amava recitare il s. rosario anche per me che guidavo. Una volta mentre eravamo sulla Via Ariana, ed era preso dalla preghiera, notò Il vescovo di Padova mons. Girolamo Bortignon, nell’agosto del 1982 indirizzò questo saluto a Mons. Gomiero, già suo segretario, elevato alla dignità episcopale: Cara Eccellenza, mi piace ricordarti questi pensieri del compianto Paolo VI, sull’episcopato e sull’apostolato. Sono termini correlativi: punto di partenza il primo e punto di arrivo il secondo. Mirabile traiettoria del disegno divino, che attraversa le persone chiamate a fungere “in persona Christi”. Osserva il Papa che “ricevere e dare è il ministero a noi conferito e se il “ricevere” ci è di somma gioia, perché è ricchezza di Cristo che in noi si riversa, il “dare” invece ci deve riempire di trepidazione perché evidenzia la nostra esiguità e la nostra fragilità”. La definizione di questo autentico sacerdote chiamato a fare il pastore delle nostre diocesi si identifica con la descrizione del ministero di cui sopra, confermata inoltre dalla conoscenza personale quando ancora ero un giovane laico impegnato e dalle parole del vescovo attuale di Rovigo mons. Lucio Soravito De Franceschi nell’omelia delle esequie, il quale ha evidenziato la totale dedizione di mons. Gomiero alla preghiera, all’umiltà, al nascondimento, ma anche alla ricerca del dialogo con tutti, la viciStemma in rame realizzato da Angelo Mancini nel 1983 nanza ai poveri, agli anziani ai malati e il distacco dai beni terreni e da ultimo anche all’offerta della propria sofferenza per un auto spuntare da una strada sulla destra, ebbe il bene delle anime. paura che potesse investirci e subito mi fece scuDi quel tempo mi piace ricordare la delicatez- do con il suo corpo dicendo: “Salviamo il gioza con la quale mi chiedeva di accompagnarlo vane” (il sottoscritto che era alla guida). Fu un alla Concattedrale di Segni per svolgere l’uffi- gesto che mostrò tutta la sua gratitudine e la sua cio di parroco svolto per un periodo di transizione. grande tenerezza. Ancor di più desidero ricordare la meraviglia e Sempre in occasione di cresime nella parrocl’emozione che lasciava trasparire anche dal suo chia di s. Martino, al termine del pranzo il comsguardo quando accompagnandolo per le cap- pianto P. Stefano Pettoruto salutandolo sulla porpelle rurali della parrocchia di san Martino si sof- ta gli diede una busta con l’offerta, come è norfermava a vedere i grappoli di uva nel loro cre- male in queste occasioni per contribuire alle necesscere lungo i filari e i tendoni e l’insieme ben ordi- sità e alle opere del vescovo. Mons. Gomiero nato delle colture della nostra campagna. presa la busta la mise all’interno della talare senIl tempo per lui era prezioso e non andava sciu- za guardare cosa c’era dentro. pato, non si perdeva in lunghe chiacchierate e Giunto sull’ingresso dell’episcopio si avvicinò una quando accettava di restare a pranzo si accor- persona che sovente chiedeva un aiuto, lui tirò dava con il sacerdote che lo accompagnava affin- fuori la busta dalla talare e, senza aprirla per verificarne il contenuto, la consegnò a quella persona. Conosciuto come persona disposta al dialogo ricevette lettere e inviti al confronto dal suo conterraneo Toni Negri recluso a Roma. Avvertiva il dovere del suo ministero come una forte spinta propulsiva interiore a favore e per il bene della Chiesa e solo chi non si fermava all’aspetto esteriore, garbato e fuggevole ne ha potuto apprezzare le qualità, il fervore e la forza. Mi confidò che avrebbe voluto diventare oblato, ma la Chiesa lo chiamò per un alto servizio, e lui obbedì. Amava scrivere articoli, opuscoli, ricordo uno dal titolo emblematico: “Passione Chiesa”. Ha sofferto con noi nel vedere gli effetti del decurtamento del territorio della Diocesi di Velletri e se ne fece interprete anche presso il Santo Padre, di questo alcuni membri del presbiterio dovrebbero rendergli giustizia. Dal suo testamento spirituale vediamo confermata l’intenzione di associarsi alle sofferenze di Cristo e quale rilievo avesse la sofferenza delle persone nella sua vita spirituale. A questo proposito, don Luigi Vari, allora giovane prete, ricorda come mons. Gomiero si recava spesso a far visita al papà gravemente malato. A me, che gli confidavo l’intenzione di dar corso alla vocazione che in quel periodo emergeva, nel mentre mia madre era colpita da un male incurabile, consigliò di assistere prima la mamma, e successivamente di dar corso alla vocazione. Per questo ancora oggi lo ringrazio. Alle esequie di Mons. Gomiero, celebratesi il giorno di san Clemente a Rovigo, con grande partecipazione di vescovi e di clero, hanno partecipato oltre al sottoscritto, don Luigi Vari, don Gino Orlandi, don Daniele Valenzi e don Giuseppe Grigolon, mentre tra il fedeli abbiamo notato i coniugi Claudio e Nicoletta Gratta. I sacerdoti della Diocesi di Rovigo hanno accolto la nostra minuscola rappresentanza con calore e un sacerdote anziano chiamato a recitare parte della preghiera eucaristica, con un gesto delicato, ha voluto associare al ricordo di S. Bellino loro patrono anche il nostro s. Clemente. Dicembre 2009 Articolo tratto dal settimanale ‘La Torre’ di Velletri del 4 giugno 1988: La benedizione del Vescovo che ci lascia Domenica 5 Giugno festa del Corpo e Sangue di Cristo, concluderò il mio servizio episcopale alla diocesi di VelletriSegni. Mi sembra particolarmente significativo chiudere questo capitolo della mia vita con l’adorazione a Gesù vivente nell’Eucarestia e con il ringraziamento al Buon Pastore che mi ha protetto in questi anni trascorsi nei Castelli Romani, fra gente buona e laboriosa. Vorrei lasciare come «ricordo» ai cristiani un pressante invito a partecipare ogni domenica alla S. Messa per ricevere la luce della Parola di Dio ed il Pane di vita. L’Eucarestia è la fonte più preziosa per mantenere l’unione con il Signore ed insieme è la forza più vigorosa per promuovere la concordia e la fraternità fra gli uomini. Il messaggio evangelico ci ricorda che non è possibile raggiungere la vita eterna senza l’unione con Dio: rimanere lontani da lui significa esporre la nostra esistenza al pericolo del totale fallimento. Quanto poi ci sia bisogno di sviluppare l’amore e la solidarietà verso il prossimo, specialmente verso i fratelli poveri e sofferenti, è una necessità a tutti evidente. Troppo soffriamo per l’egoismo che alligna nel cuore di molte persone! La grazia dell’Eucaristia ci aiuterà a riconoscere ogni uomo come nostro fratello e ci darà la prontezza a servirlo con lo spirito del buon samaritano. Rinnovo la mia viva riconoscenza ai presbiteri, ai diaconi, ai religiosi e alle religiose per la fraterna collaborazione e amicizia che mi hanno offerto. Invoco per tutti ampie ricompense dal Signore, nella fiducia che i fedeli conforteranno il loro sacrificio con generosa corrispondenza. Sono certo che tutti saranno impegnati nella pastorale delle vocazioni di totale consacrazione e nell’amore fattivo per il Seminario. In questi anni ho visto crescere l’impegno dei laici nelle comunità parrocchia- 19 li. Ringrazio i catechisti e tutti gli operatori pastorali, con l’esortazione ad aver cura della loro formazione globale, allo scopo di rendere più incisivo e più fecondo il loro apostolato. Desidero rivolgere alle Autorità di ogni ordine e grado il mio deferente saluto di congedo ed assicuro la mia umile preghiera affinchè sappiano dedicare le loro energie alla promozione del bene comune, con spirito di servizio, mantenendo integra la loro coscienza dalle tentazioni del denaro e del potere. Guardo con fiducia e simpatia alle famiglie cristiane dove l’amore garantisce la fedeltà, dove la vita è accolta e custodita, dove la preghiera si associa all’impegno educativo. Mi sta molto a cuore l’educazione religiosa e morale delle nuove generazioni. Saluto i ragazzi ed i giovani, auspicando che la loro crescita avvenga nella linea dell’onestà e della bontà. Ho un pensiero di stima e di affetto per gli insegnanti di tutte le scuole, mentre auguro che la loro «missione» sia riconosciuta nel suo autentico valore e venga coronata da molti frutti. Vorrei avvicinare i fratelli ammalati, handicappati, emarginati per far loro sentire l’amore di Cristo e della Chiesa. Essi meritano la nostra piena riconoscenza, perché il loro sacrificio, unito alla passione di Cristo, contribuisce al bene dell’umanità. Offro la mia preghiera secondo le loro intenzioni, mentre esorto i cristiani a riconoscere il volto di Gesù in ogni persona che porta la croce del dolore. Non si spegnerà mai nel mio cuore il vincolo di affetto e di preghiera per la comunità diocesana di Velletri-Segni. Le distanze geografiche non possono impedire la «comunione dei santi» cioè lo scambio vitale dei doni di fede e di grazia. Affido alla Vergine Maria la diletta diocesi di Velletri-Segni e nutro la certezza che la buona Madre veglierà sul suo cammino di fede. Con grande affetto invoco su tutti la benedizione del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Martino Gomiero Vescovo La Chiesa di Monselice ai fratelli delle Chiese di Velletri e Segni (da “La Rocca”, settembre 1982, in occasione della elezione di Mons. Gomiero a nostro vescovo) Con grande gioia abbiamo accolto la nomina, da parte del Santo Padre Giovanni Paolo II, del nostro carissimo Arciprete Mons. Martino Gomiero a vescovo delle Diocesi di Velletri e Segni. Noi da molto tempo lo conosciamo, lo stimiamo, lo apprezziamo, lo amiamo per le sue doti di uomo e di pastore, per la sua costante attenzione alla famiglie, agli ammalati, agli anziani, ai fratelli più poveri e bisognosi. L’obbedienza alla volontà di Dio lo chiama a lavorare con voi e per voi. Noi gioiamo di questo, anche se il nostro cuore prova i sentimenti del distacco. Ringraziamo il Signore che ci ha fatto il dono di vivere una forte esperienza di fede, in occasione dell’Ordinazione Episcopale del nostro Arciprete; con generosità lo presentiamo a voi, certi che lo accoglierete come Padre e Pastore delle vostre Chiese. A sinistra mons. Gomiero incensa l’altare di S.Clemente, a destra alla cattedra con il pastorale Mons. Gomiero alla cattedra con rogito di nomina Velletri, 19 Settembre 1982 - Mons. Gomiero bacia il crocifisso al suo ingresso in Cattedrale a Velletri Mons. Gomiero con il calice Dicembre 2009 20 S. E. Mons. Martino Gomiero TESTAMENTO SPIRITUALE Confido in te, Signore! Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. O Signore, credo in te, ti adoro e ti benedico. Mi accorgo di non avere corrisposto, com’era mio dovere, alla tua infinita bontà. Ti chiedo perdono, o Signore, per tutte le mie offese, mancanze, negligenze. Confido nei meriti della tua passione, morte e risurrezione, Nella tua misericordia è la mia salvezza. Accetto dalle tue mani, Signore, il genere di morte che tu riporrai. Se sarà particolarmente dolorosa, aiutami ad affrontarla nella fede, per la tua gloria, per il bene della Chiesa, per la remissione dei miei peccati. Chiedo perdono a tutte le persone, cui ho dato dispiacere o qualche offesa; a mia volta lo concedo, perché anch’io ho bisogno del perdono di Dio. Sono molto riconoscente a coloro che mi hanno fatto del bene ed in particolar modo ai miei familiari. Vivendo presso Dio, come spero, invocherò da lui grazie di salvezza, affinché un giorno possiamo ritrovarci tutti nella Casa del Padre. La via sicura per giungervi è l’attuazione del messaggio di Gesù. L’esperienza mi ha fatto capire che solo il Vangelo dona luce, salvezza e speranza. Dolce Cuore di Gesù, fa ch’io t’ami sempre più! Dolce Cuore di Maria, siate la salvezza dell povera anima mia! A sinistra mons. Martino Gomiero nella cappella della Madonna delle Grazie, a destra benedice. Martino Gomiero, vescovo P.S. – In data 13.03.2001 confermo la precedente scrittura e rinnovo la mia riconoscenza alle persone che mi hanno seguito e aiutato nelle varie fasi della mia vita presbiterale ed episcopale. Martino Gomiero, vescovo DISPOSIZIONI TESTAMENTARIE Sarmeola, 19.11.2001 Entrato in data 08.11.2001 all’Opera della Provvidenza S. Antonio, nomino mia erede universale la medesima O.P.S.A. ed incarico il Direttore pro tempore di eseguire le mie seguenti volontà. - Desidero essere sepolto nella nuda terra nel cimitero di CastelnuovoTeolo, possibilmente nella zona dove giae il parroco don Antonio Codemo, avendo per riconoscimento una croce di legno. – Il mio funerale sia ceto nella chiesa dell’O.O.S.A.; sia semplice, illuminato dalla spiegazione del Vangelo delle Beatitudini. – Ringrazio in anticipo per il dono delle preghiere di suffragio. Vivendo presso Dio – come umilmente spero - darò il ricambio per il bene spirituale di tutte le persone care. Dio sai benedetto! Mi protegga la Vergine Maria ! Martino Gomiero, vescovo Mons. Martino Gomiero saluta a fine ministero Dicembre 2009 Tonino Parmeggiani Scorrendo i vari eventi che si sono succeduti, nel corso dei quasi sei anni dell’Episcopato di Mons. Martino Gomiero, di certo questi và ricordato come l’essere stato il primo Vescovo della nuova diocesi di Velletri - Segni, in quanto il decreto della Sacra Congregazione per i Vescovi che sancì la piena unione, tra le due preesistenti diocesi di Velletri e di Segni, è del 30 settembre 1986. In precedenza, le due diocesi avevano iniziato un cammino in comune, dapprima con lo stesso Amministratore Apostolico, nella persona dell’Arcivescovo Luigi Punzolo (per la diocesi di Velletri dal 2 ottobre 1967, per quella di Segni dal 23 settembre 1974), fino al 10 luglio 1975, quando le due diocesi furono unite “in persona episcopi”, con la nomina a Vescovo di entrambe, di Mons. Dante Bernini: durante l’Episcopato di quest’ultimo le due diocesi, con bolla della Congregazione dei Vescovi in data 20 ottobre 1981, vennero “aeque principaliter unitae”, cioè con pari dignità. Mons. Gomiero venne pertanto eletto Vescovo delle diocesi di Velletri e Segni il 5 giugno 1982, ne prese il possesso, rispettivamente, il 19 ed il 26 settembre 1982; il 7 maggio 1988 venne traferito alla diocesi di Adria - Rovigo, rimanendo amministratore apostolico della nostra diocesi fino al successivo 5 giugno. Molti sono i fatti avvenuti ma, prima ancora di ricordarne qualcuno, vogliamo invece sottolineare come Mons. Gomiero è stato un assiduo collaboratore della stampa locale in quanto, quasi con cadenza settimanale, partecipava il popolo su alcuni degli aspetti vissuti nella conduzione pastorale, sui momenti principali dell’anno liturgico ed, invero, non limitandosi agli aspetti propriamente ‘istituzionali’ tantochè la maggior parte dei Suoi interventi scritti riguarda invece i fatti sociali, le povertà, i problemi che affliggono da sempre il mondo, anche se in forme e modi differenti. Gli articoli apparvero principalmente sul settimanale veliterno “La Torre” che, fondato sulla fine degli anni settanta, nei primi anni ottanta, diretto da Massimo Rosatelli, era andato sempre più strutturandosi e diffondendosi anche nel circondario e sul quale, da tempo ed ancora per molti anni in seguito, ha scritto Don Fernando De Mei il quale fu il promotore di questa partecipazione del Vescovo nella stampa locale con il Suo puntuale intervento che poi diverrà una rubrica settimanale fissa, “La parola del Vescovo”. Sfogliando velocemente le raccolte del giornale al tempo, abbiamo contato oltre 200 suoi articoli pubblicati! Già nel suo primo anno si ebbero alcuni avvenimenti da prima pagina: il furto al Museo Capitolare di Velletri, nel giugno 1983, e sul quale il Vescovo ritornerà nel mese di dicembre (La Torre del 17.10.1983, Il 1983 ci lascia l’amarezza per il furto al Museo Capitolare) preoccupandosi, da buon Pastore, anche dei peccatori ( ‘Chissà che possiamo fare festa anche noi, in questo Anno Santo, per la conversione degli autori del furto e per la restituzione al Museo del patrimonio asportato!’). Il 1983 era stato infatti indetto Anno Giubilare della Redenzione ed il Vescovo guidò il pellegrinaggio a Roma della Diocesi (LT 26.10.1983); poco prima, il 24 luglio, aveva guidato una delegazione cittadina, assieme all’allora sindaco Evaristo Ciarla, per restituire la visita che S.S. Giovanni Paolo II aveva fatto alla nostra città il 7 settembre 1980, incontrando quest’ultimo in occasione della sua permanenza estiva a Castel Gandolfo. Sul finire dello stesso mese di luglio morì il fratello Marcello, all’età di 61 anni, e Don Fernando espresse le condoglianze di tutti i fedeli (LT6.08.1983). Nel mese di novembre (LT12.11.1983) lo scrivente intervistò Mons. Gomiero, cercando di fare il punto sul suo primo anno di attività e sul come 21 Il ricordo di Mons. Martino Gomiero nei suoi scritti pensasse di riorganizzare la nostra diocesi che, ricordiamo, era allora ridotta ai due comuni di Velletri e Lariano, ancora soffrendo del taglio territoriale, effettuato con decreto del 12 settembre 1967, dei comuni ricadenti nella provincia di Latina. Negli anni 198586, a seguito della revisione, effettuata nel febbraio 1984, del Concordato tra la Santa Sede e lo Stato Italiano, che facilitava l’istituzione o la soppressione delle parrocchie, promosse un ampio studio sulla riforma delle parrocchie nelle due diocesi, stabilite nell’insieme in numero di 27, che portò alla soppressione di 7 parrocche ed alla istituzione di 5 nuove. Volendo rimanere nel campo dei rapporti avuti dal Vescovo con l’informazione locale, ricordiamo come nel mese di luglio 1987 favorì la ripresa della pubblicazione del ‘Bollettino Diocesano’, l’organo d’informazione ufficiale della nuova Diocesi di VelletriSegni: nella diocesi veliterna l’ultimo numero era stato quello del trimestre aprile-giugno 1967, terminato poi a causa del provvedimento di cui sopra; per la diocesi segnina il Bollettino cessò nell’anno 1972, a seguito del trasferimento del Vescovo Mons. Carli, anche se continuava ad ovviare al vuoto con “Il Cuore della Diocesi”, supplemento dello stesso e di cui il Vescovo Gomiero fu parimenti collaboratore; nel frattempo erano stati editi alcuni numeri del ‘Notiziario’ tra le due diocesi (mio articolo LT 11.07.1987). Nella prefazione al Bollettino il Vescovo Gomiero spiegava come «La necessità della comunicazione appare evidente a chiunque rifletta come sia ‘legge di vita’ nella Chiesa l’unione profonda di tutti i credenti nella carità di Cristo, nella fraterna concordia, nella complementarietà e nella collaborazione». Nel successivo mese di settembre (LT 19.09.1987) tornai a scrivere una recensione di due volumetti scritti da Mons. Gomiero ed editi dalla ‘Elle Di Ci’: il primo, dal titolo «Passione Chiesa. Interventi di un Vescovo tra spiritualità e pastoralità», raccoglieva 28 riflessioni scelte tra quelle pubblicate proprio su La Torre; il secondo volumetto, dal titolo «Anno Mariano Aurora del Duemila» raccoglieva 9 incontri di riflessione e di preghiera. In tale occasione riflettevo: «Proprio quest’oggi cadono cinque anni da quando Mons. Gomiero … fece il Suo ingresso in diocesi e questa casuale coincidenza è l’occasione per tracciare un profilo del Suo impegno scritto che, partendo dalle episodicità della vita di tutti i giorni, nel secolo vuole cogliere delle occasioni per illuminare alla luce del Vangelo. Trovare una collaborazione così assidua in un giornale cittadino da parte di un Vescovo, pur con tutti gli oneri derivanti dallo svolgimento del Suo Magistero, non è cosa comune. … Mons. Gomiero ha sempre avuto una particolare inclinazione per il mondo delle comunicazioni sociali, per la stampa, veicolo prezioso, oltrechè il pulpito, in questo mondo dominato sempre più dall’informazione, per far giungere la Sua parola, diffondere la parola di Dio al popolo tutto». Negli anni 1986-87 Mons. Gomiero scrisse anche sulla rivista mensile «CITTÀ!», edita sempre a Velletri. Come dicevamo all’inizio i temi trattati negli interventi da Mons. Vescovo, esulavano da quelli strettamente legati all’ambito pastorale, teologico e della spiritualità in genere, per affrontare i problemi che affiorano di giorno in giorno e che affliggono ogni classe sociale: piuttosto che fare un’arida statistica pensiamo che, dai soli titoli degli stessi, rilevati in un anno, il 1987, ognu- no si possa fare un’idea della molteplicità degli argomenti, in cui il Vescovo cercava sempre di dare una risposta concreta, alla luce della Parola di Dio, chè è poi il compito non solo dei Presbiteri ma di ogni cristiano: Rendiamo a Dio il culto che gli è dovuto, Il valore del dialogo, La buona volontà (I), La buona volontà (II), L’unità dei cristiani, La nona giornata in difesa della vita, Il volontariato, Ogni minuto muoiono trenta bambini, L’educazione religiosa, L’importanza della famiglia nell’educazione religiosa, Il periodo quaresimale, La tangente: una inammissibile tassa, Il silenzio di S. Giuseppe, Il senso della democrazia, L’Anno Mariano (I), La giornata della Gioventù nella domenica delle Palme, Gli auguri di Pasqua, Verso la festa della Madonna delle Grazie, La dolcissima festa della Madonna delle Grazie, La devozione alla Madonna, Il sacramento della Cresima, L’ordine morale alla base del bene della comunità, La vocazione e la missione dei Laici, L’Anno Mariano (II), Il cammino della fede, Il problema della disoccupazione, La grazia della Cresima, Gli auguri del Vescovo per i giovani maturandi, Gli auguri del Vescovo di buone vacanze, Forti nella fede, La cultura della vita, Cristo è la nostra pace, La strada della salvezza, La Festa di Maria, Quel martedì 26 agosto 1806, I sentieri della speranza e della salvezza, I sentieri del Signore, La Madonna della Carità, Il nuovo anno scolastico, La recita del Rosario in onore della Madonna, Si celebra la giornata missionaria mondiale, Il sinodo dei Vescovi, La scuola di catechismo, Il Sinodo, La festa di tutti i Santi, La giornata del ringraziamento, Madre e maestra, La festa di S. Clemente, Ogni famiglia ha diritto ad una abitazione decorosa, I benefattori del sangue, L’esempio della Madonna, Il messaggio del Vescovo per il Santo Natale, La giornata della Pace. Tra tutti gli scritti che il Vescovo Martino Gomiero ci ha lasciato, ne vogliamo ricordare due, quello dell’annuncio del suo trasferimento alla sede di Adria - Rovigo (LT 14.05.1988) in cui scriveva con parole profonde «Nel corso dell’Anno Mariano, seguendo la Vergine “pellegrina nella fede”, andiamo imparando dal suo esempio ad accogliere gli avvenimenti, relativi alla nostra vita personale e comunitaria, nella luce della fede, secondo l’ottica di Dio e nella prospettiva del Vangelo» e l’ultimo, apparso il 4 giugno 1988, alla vigilia della festa del Corpus Domini, in cui concluse il suo mandato episcopale nella nostra diocesi, “La benedizione del Vescovo che ci lascia” (che pubblichiamo a fianco), sicuri che la Sua benedizione continuerà a proteggerci nonostante l’aumentata ‘distanza geografica’, ora dal cielo in cui risiede al cospetto di Dio, di cui è stato un degno Sacerdote. Dicembre 2009 22 Paolo Tomasi E’ appena trascorsa la celebrazione del 25 novembre, “giornata contro la violenza sulle donne” ed alto è apparso il monito del nostro Presidente Napoletano, di cui ci permettiamo di riportare appena qualche frammentario passo: “La giornata internazionale contro la violenza alle donne deve rappresentare un’occasione per riflettere su un fenomeno purtroppo ancora drammaticamente attuale, individuando gli strumenti idonei a combatterlo … Fenomeni che non debbono apparirci lontani ed a noi estranei … Il dolore di quelle donne riguarda tutti noi, anche perché la barbarie della violenza contro le donne non è stata estirpata neppure nei paesi economicamente e culturalmente avanzati … Sradicare una concezione della donna come oggetto, di cui ci si può anche appropriare: è infatti la persistenza di questi aberranti schemi mentali a favorire il riprodursi di insopportabili atti di sopraffazione anche in ambito familiare”. Parole tanto alte, quanto basso è il livello culturale che porta a siffatti eccessi, situazioni che trovano largamente spazio soprattutto nel triste silenzio delle nostre case e nella mancanza del coraggio di denunciare simili abusi (le denunce, secondo l’ISTAT, sarebbero appena sopra il 35% dei casi noti: ma quanti casi rimangono nascosti?). Ci si chiederà da dove originino simili fenomeni, quando viceversa l’uomo e la donna sono stati creati (almeno per chi ci crede) differenziati sì, ma “uguali nella loro dignità di persona”. Si dice, generalmente, che tali eccessi derivino da fenomeni educativi e culturali distorti, da far risalire a ben molti secoli fa, quando il confronto tra i due sessi venne basato sui rapporti di forza fisica dominante e non su altri parametri. Se, viceversa, si avesse avuto il coraggio e la lealtà (ma siamo anche noi oggi in grado di fare ciò?) di accettare piuttosto il confronto sull’elasticità mentale, sulla capacità di trovare soluzioni pratiche, anche geniali, alle grandi, quanto alle più piccole problematiche che investono il “quotidiano”, quale sarebbe o sarebbe stato il risultato? Domandiamocelo noi uomini, se solo fossimo in grado, con la medesima lealtà sopra richia- mata, di porci di fronte allo specchio. Le mani, quelle di una donna, quelle che scorrono agili e veloci sui particolari di ogni casa, sui rapporti interpersonali, familiari e non, lasciando su ognuna di queste attività quel “tocco di personale” che identifica ogni donna e la tipizza, per così dire, lasciando su ciascuna di queste cose la “propria personale impronta” che le identifica e le differenzia ciascuna tra di loro, lasciando a fattore comune la cosiddetta “femminilità”, valore aggiunto, non una diminuzione! Riallacciandoci alla parole del nostro Presidente, il Ministro delle Pari Opportunità, Sig.ra Mara Carfagna, ha indicato, quanto al 2008, sempre citando fonti ISTAT, in poco meno di sette milioni gli episodi di violenza, di ogni tipo, fisica, psicologica, le intimidazioni, i soprusi. Fenomeni questi che, sempre secondo l’ISTAT, sarebbero addirittura in aumento e, triste dirlo, il Lazio, tra le Regioni italiane, sarebbe quella che registra il maggio numero di simili aberrazioni. Relazioni, in tali casi, che possono solo definirsi “primitive” e che esigono un concreto “basta” ad ogni livello: in casa, nel lavoro, nel pubblico, senza tralasciare al riguardo i falsi messaggi trasmessi dai media e dalla pubblicità che, piuttosto che di donne, ci parlano di “bambole”, ma la sofferenza è di tutt’altro segno e di ben maggiore profondità. Si dirà che sono stati messi a punto recenti decreti per tutelare le donne contro violenze e soprusi; in aggiunta si è circoscritto il fenomeno dello “stalking” (perseguitare in modo più o meno furtivo donne con le quali si è avuta una relazione, ovvero solo una conoscenza non occasionale), fenomeno che ha già visto in poco più di un anno ben quasi mezzo milione di pronunciamenti giudiziari. L’educazione fornita ai figli, come si osserva in molte famiglie, consente di osservare come siano i maschi i privilegiati e ciò rimane come una “tara” sulle bambine, destinate a loro volta a divenire donne con un insito senso di inferiorità dalla quale è necessario che escano con consapevolezza, superando simili disparità. Ogni anno si ripete il rito di manifestazioni di piazza, con una generalmente numerosa partecipazione di cittadini. Ma se non saremo in grado di aiutare e sollecitare concretamente le donne a riconquistare la dignità che è loro propria, allora dovremmo immaginare che in fondo a questi cortei si allineino un non modesto numero di donne, sì, quelle violentate e vilipese che, immaginariamente, seguono un corteo che non capiscono, che è loro lontano perché astratto, urlato, superficiale: serve questo o sarebbe sufficiente, almeno, qualcosa di ben altro? Dicembre 2009 Don Claudio Sammartino C ari lettori, volgendo ormai al termine l’anno di Grazia 2009, vorrei congedarmi da voi con un’ultima incursione nel vasto mare 23 della storia dell’Europa un tempo cristiana. E vorrei, con l’occasione, rendere giustizia ad una terra ed al suo eroe nazionale, le cui vicende sono da tutti noi ignorate anche perché i nostri manuali scolastici non ne fanno menzione. Credo invece che sia illuminante tracciare qualche riga per ripescare da un pesante oblio le vicende di un certo Giorgio Castriota, che nel bel mezzo del XV secolo fu il difensore dell’Albania cristiana che, attaccata dalle truppe dei Sultani ottomani, per circa cinquant’anni fu teatro di una resistenza davvero eroica. Questo vero e proprio eroe popolare, figlio del principe di Krnië, nacque nel 1405 e a soli trea nni fu consegnato, con i suoi due fratelli, come ostaggio al Sultano Murat II, che aveva iniziato a conquistare l’Albania. Fu convertito all’Islam ed educato per far parte delle truppe scelte ottomane (si veda Ecclesia del settembre 2009) e per circa venti anni si distinse per le sue qualità militari; i suoi due fratelli invece furono eliminati con il veleno. Le sue virtù belliche ed il suo coraggio gli valsero il soprannome turco di Iskànder bey, cioè principe Alessandro - con allusione al grande Macedone - che fu tradotto in Skanderbeg dagli albanesi. Nel 1443, mentre era comandante di un contingente turco inviato contro il principe cattolico d’Ungheria Janos Hunyadi, venuto a conoscenza delle sue vere origini e della sorte riservata ai suoi fratelli, decise di abbandonare l’esercito ottomano e convinse i giannizzeri, convertiti a forza come lui, a schierarsi dalla parte dei cristiani ungheresi, riabbracciando l’originaria fede. Il suo intervento provocò una prima sconfitta dell’esercito turco e segnò l’inizio di una vera e propria «riconquista» dell’Albania da parte dei cristiani, che poterono così far di nuovo suonare liberamente le campane delle chiese dopo lunghi decenni di silenzio. Ma per le regioni balcaniche il peggio doveva ancora venire, perché con la conquista di Costantinopoli nel 1453 l’espansione turca sul fronte occidentale riprese in grande stile. Skanderbeg nel frattempo, al comando della lega dei popoli albanesi, continuava a contrastare con successo i ripetuti attacchi ottomani alle sua terra; combatteva sempre in inferiorità numerica ma riportava puntualmente vittorie sulle truppe che un tempo aveva comandato e di cui conosceva bene tattiche e strategie. ARoma, il papa Niccolò V, che seguiva preoccupato l’avanzata turca ai danni dell’Europa, lo definì «campione e scudo della Cristianità», mentre il suo successore Callisto III lo nominò capita- Ammissione al diaconato permanente di Paolo Caponera no generale pontificio e ne lodò la fede cristiana e la forte devozione alla Vergine di Scutari, che poi divenne la Madonna del Buon Consiglio (venerata a Genazzano). Nel 1459 poi, le continue vittorie di Skanderbeg convinsero il novo papa Pio II a convocare a Mantova un concilio di principi cristiani per bandire una crociata che contrastasse l’espansionismo ottomano ai danni di un’Europa sempre più in pericolo a causa delle sue divisioni. Purtroppo il neopaganesimo che l’Umanesimo andava diffondendo, unito alla miopia politica di vari potenti del tempo, fecero fallire l’appello del pontefice. Pio II, in precedenza gaudente umanista nonché raffinato diplomatico, vergognandosi della tiepidezza dei cristiani e presago di ciò che avrebbe causato il rifiuto dei principi d’Europa, si recò nel 1464 ad Ancona deciso a raggiungere Skanderbeg nei Balcani per dargli il suo aiuto morale. Peccato che morì nella notte fra il 14 e il 15 agosto dello stesso anno mentre era in attesa di navi veneziane che lo trasportassero, con un esiguo contingente armato, nelle contese regioni d’Albania. L’eroe dei Balcani, senza l’appoggio dei sovrani europei, continuò ancora con successo a frenare i continui assalti degli eserciti di Maometto II; si rendeva conto però che contro la preponderante superiorità numerica dei turchi c’erano poche speranze di salvezza. Fece addirittura un «blitz» a Roma per chiedere di persona aiuto tramite il papa Paolo II affermando testualmente: “venite in nostro aiuto, altrimenti in breve sparirà, dall’altro lato dell’Adriatico, l’ultimo baluardo di Gesù Cristo”. Il suo appello cadde nel vuoto e dopo un anno di resistenze vittoriose, a causa di violente febbri malariche, il 17 gennaio 1468 morì nella città di Lezha, senza mai essere stato sconfitto sul campo di battaglia.Senza la sua carismatica guida ci volle circa un anno perché le truppe della “Sublime Porta” conquistassero l’Albania e la fogacitassero, tranne esigue zone, nell’universo orientale ottomano. Sono molti gli ammonimenti che le vicende descritte suggeriscono a noi europei odierni, impegnati (oppure no?) a difendere le nostre identità cristiane sempre più negate e “scolorite” nei confronti di un Islam che avanza nel continente in modo originale; ma non sottovalutiamo il “neoumanesimo” imperante che misconoscendo e combattendo le nostre radici cristiane, rischia di consegnarci nelle mani del vuoto. Bene, non mi rimane che augurare a tutti voi, se Strasburgo lo permette, un Buon Natale ed un Felice Anno Nuovo! In una cornice festosa e una comunità allargata con un folto gruppo di diaconi permanenti, domenica 15 novembre, presso la Parrocchia Regina Pacis in Velletri, mons. Vincenzo Apicella, ha reso pubblica l’intenzione di ordinare diacono permanente Paolo Caponera. Con il rito dell’Ammissione tra i candidati al sacramento dell’Ordine, il vescovo ha dichiarato concluso l’iter formativo e il discernimento vocazionale, snodatosi per ben sei anni, che porterà a breve al conferimento del diaconato permanente al carissimo Paolo. La storia dell’impegno ecclesiale di Paolo parte da molto lontano con l’inserimento del Movimento del Cursillo presso la parrocchia di S. Maria in Trivio. Da ben dieci anni Paolo presta il suo servizio nella parrocchia di appartenenza ovvero Regina Pacis, dove dapprima divenne ministro straordinario della Comunione, poi ministro istituito, prima lettore e poi accolito. Da sei anni frequenta con profitto l’Istituto di Scienze Religiose superando tutti gli esami previsti. Da tre anni è entrato nel gruppo degli aspiranti al Diaconato seguendo le indicazioni della diocesi. Ricordiamo la dedizione di Paolo alla vita liturgica, pastorale e caritativa delle parrocchia e anche le iniziative personali tra le quale l’organizzazioni di incontri spirituali per adulti. Alla celebrazione hanno partecipato il parroco mons. Angelo Mancini e il delegato diocesano per il diaconato mons. Roberto Mariani. A Paolo e alla sua famiglia gli auguri per il proseguo della sua vocazione. Dicembre 2009 24 Simona Zani Ancora oggi esiste un vicolo quasi nascosto e caratterizzato da una stretta scalinata, il cui toponimo è via di Santa Tecla, posto a collegamento tra l’attuale Viale Regina Margherita (ex via Borghese) e la via degli Orti Ginnetti (che attraversa oggi quella che un tempo era la parte della proprietà della famiglia Ginnetti denominata proprio Horti Ginnetti). Questo insolito varco, insieme ad altre corte e strette vie come quella ad essa adiacente di Santo Stefano, permettevano all’epoca l’accesso dalla proprietà privata delle terre a poste Contratto dell’anno 1619 per la costruzione della chiesa a levante, alla pubblica viabilità del borgo cittadino. Tale apertura fu resa possibile solo successivamente all’iniziativa di Paolo V Borghese di realizzare l’omonima via che, partendo dalla Porta Romana, conduceva alla piazza San Giacomo (oggi piazza Caduti sul Lavoro) procedendo parallelamente alla antica via del Procaccio e permettendo di colmare il vistoso dislivello esistente tra il versante est ed il centro cittadino. Dunque, il complesso chiesa-convento che risulta essere già esistente in quel luogo già alla fine del XV secolo, come documentato dal Theuli che cita la presenza nel 1429 di un rettore e di chierici in una Chiesa dedicata a Santo Stefano (B.Theuli, Theatro Istorico di Velletri, 1644, p.303) aveva probabilmente accesso dalle sottostanti stradine campestri collegate con la via di Napoli (oggi via Vecchia di Napoli); infatti il Bauco la collo- ca prossima alla via postale (T.Bauco, Storia della città di Velletri, 1853, p.170). Quando la città di Velletri fu colpita dalla peste, che il Theuli data al 1593 (B. Theuli 1644, p.303), i cittadini fecero supplica e voto a San Rocco (santo morto proprio a causa della peste) e, passata l’epidemia, fu risoluto di edificare in suo onore una cappella realizzata nel 1505 (A.Tersenghi, Velletri e le sue contrade, 1910 p.101) proprio nella piccola chiesa di Santo Stefano, e l’intero complesso iniziò ad essere appellato con il nome di San Rocco nonostante la chiesa fosse dedicata a Santo Stefano. Nella metà del XVI l’ordine dei Cappuccini si introdusse nella città di Velletri; secondo il Bauco ciò avvenne nel 1563 con l’appoggio del Cardinale di Carpi allora Vescovo veliterno e protettore dell’ordine francescano (T.Bauco,1853, p.166), secondo il Tersenghi nel 1550 (A. Tersenghi 1910, p.101). L’ordine scelse come sua residenza il complesso conventuale di san Rocco, ma fu proprio a causa dell’esperienza di un padre cappuccino che questi dovettero intraprendere la costruzione di un convento più grande e decoroso. La tradizione vuole infatti che, nel 1595, il padre fra’ Giacomo, rientrando da Nettuno, giunto nei pressi della casa conventuale si sia imbattuto in un povero contadino in lacrime; questi infatti, aveva assistito alla profanazione da parte di un ebreo di una tela raffigurante una Madonna con il Bambino. Il dipinto era stato oggetto di lanci di pietre, e la mano sinistra della Nostra Signora, era ferita e sanguinante come se fosse stata di carne viva. Il frate prese l’immagine e la condusse con se nel vicino convento di San Rocco dove dopo le indagini necessarie, venne collocata nel coro della chiesa (estratto dall’Eco di San Francesco d’Assisi 1878, p.9). Ma il prevedibile coinvolgimento popolare e la conseguente venerazione della Sacra Immagine della Madonna della Piaga (così fu chiamata la tela da allora sino ai nostri giorni) resero inadeguata la struttura del piccolo impianto conventuale ed anche la popolazione premeva perchè si costruisse una sede che potesse accogliere l’immagine e i fedeli devoti in modo più decoroso e adeguato. Grazie ad una generosa catena di offerte - nell’Archivio Storico Comunale di Velletri sono documentate molte di queste elemosine a favore delli frati de San Rocco – la prima pietra, ci dice il Bauco, fu gettata il 6 settembre 1609 nel luogo chiamato Monte Calvario e fu consacrata il 18 ottobre del 1616 dal vescovo di Fossombrone Lorenzo Landi (T. Bauco 1851 p.166); la fonte dei francescani riporta invece che la consacrazione avvenne il 16 ottobre del 1616 e che l’allora prelato Monsignor Falconieri prelevò l’immagine della Madonna della Piaga che, trasportata in solenne pro- cessione, attraversando tutta la città, fu deposta nella nuova cappella di Santo Stefano nella nuova chiesa dedicata alla SS.ma Croce di Monte Calvario (Eco di San Francesco d’Assisi 1878, p.9). Per costruire il nuovo convento fu in parte demolito il vecchio complesso di San Rocco, e i materiali ricavati furono riutilizzati o venduti a tal fine come documentato nell’archivio notarile di Velletri dove è conservata una interessante relazione di stima della domuncula demolita e degli hortos antiquos nel luogo dell’antico convento detto di San Rocco (ANV, vol 545, notaio Zephirus Vellius cc.1094-1097); ma parte degli edifici si salvò, e quando l’ordine dei Carmelitani Scalzi con l’appoggio soprattutto finanziario del cardinale Antonio Maria Gallo, vescovo di Ostia e di Velletri, decisero di impiantarsi a Velletri, scelsero proprio quell’abbandonato complesso per loro residenza. Ovviamente le costruzioni esistenti non potevano essere utilizzate così come si trovavano, pertanto fu decisa la costruzione di un nuovo edificio. Il Tersenghi data l’inizio dell’opera al 1616 (A. Tersenghi 1910 p.103); né il Bauco né il Theuli forniscono una data dell’evento, ma un autore ignoto, in un saggio sui Conventi dei Carmelitani Scalzi della provincia romana data la fondazione al 16 febbraio 1619. L’autore riporta che il cardinale elargì all’ordine una cospicua somma, in parte personale e in parte donata dalla nobiltà, con la promessa di concedere 350 scudi annui per il convento; lo storico ripor- Dicembre 2009 ta che i religiosi iniziarono officiando nella antica cappella da quel momento dedicata a Santa Tecla, e a dimorare negli esistenti ambienti del vecchio e piccolo dormitorio del convento di San Rocco. (Roma, tip.pol. “Il Cuore di Maria”, 1929 p.351-352). In realtà l’atto di donazione del terreno e della rendita annua è del 12 aprile 1616, tratto da un memoriale conservato nell’archivio di Stato di Roma, è stato pubblicato per esteso dal Parmeggiani nel 1981 con altre notizie tratte dal detto memoriale. (T. Parmeggiani, Il Convento di Santa Tecla dei Carmelitani Scalzi 1/2, in Contrometropoli 1981,p3) );il detto memoriale riporta che nell’anno 1619, “con l’intervento di mosignor Galli nepote del Cardinal Vescovo, quale cantata la messa con le solennità accustumate, gittò la prima pietra, piantò la croce e nominò la chiesa Santa Tecla”; il Borgia riporta che al 15 di settembre del 1619 “essendo alquanto avanzata la Fabbrica del Convento per i Carmelitani Scalzi, in uso della quale la città fece dono di tre mila scudi, Luigi Galli suo nipote vi disse la prima messa in una piccola cappella ivi eretta in onore di Santa Tecla”; il Theuli riporta anche esso della costruzione di una “Cappelluccia, dove monsignor Galli .... il 15 di settembre in giorno di domenica disse la prima messa ... e si mise la prima pietra”. Un documento autografo conservato nella Biblioteca Apostolica Vaticana, ci fornisce qualche notizia in più; da Alcune Memorie Antiche del p. Nicolò Albrizi (BAV, Borg.Lat. 277, ff.70v-71v,) abbiamo trascritto questo passo: “Notizia avuta dal Sig.re Teodoro come segue: I PP. Carmelitani scalzi entrarono in Velletri dopo il 1616 in tempo del Card.le Antonio Maria Gallo, il quale comprò 25 un sito per il loro convento et il di 13 Aprile del d.o anno con la presenza del d.o Card.le fu piantata la croce per il convento d.o e Chiesa di Santa Tecla per proseguir la quale fabbrica il Card.le per loro assegnò la rendita della mansa vescovile di Velletri, ma nel 1620 essendo morto il d.o Card.le partirono lasciandoci un sol fratello … Nel 1643 vi fondarono PP. Filippo di S. Caterina Borgia, e inibitione avuta di nuovo partirono. Nel 1655 venderono ai Sig.ri Ginnetti il sito con la fabbrica della Chiesa di Santa Tecla e quella del Convento incominciata. Poi tornarono, e vi posero un’ospizio vicino alla Casa del Gregna ; e finalm.te hebbero dal Clemente Borgia una Casa all’uso d’ospizio. La chiesa di Santo Stefano e di San Rocco di cui …stava vicina al d.o convento e chiesa di Santa Tecla; e credo che il sito hora sia racchiuso dentro il giardino dei S.ri Ginnetti. Nella chiesa di Santa Tecla mons.re Galli nipote del Card.le Vescovo il 15 settembre 1619 vi cantò la prima messa con porsi la prima pietra”. (continua) Dicembre 2009 26 Con il Concilio Vaticano II si è chiarito che l’urgenza radicale per la Chiesa era non tanto una teologia settoriale, come aveva fatto egregiamente la teologia del laico negli anni “50”, ma la riscoperta della vocazione battesimale di ogni fedele all’interno dell’unico popolo di Dio, il Concilio ha posto l’accento sull’identità cristiana, sul sacerdozio comune che il Battesimo conferisce ad ogni fedele (cf: LG 10),evidentemente senza cancellare la differenza tra coloro che ricevono il sacerdozio ordinato, ma vedendo quest’ultimo in funzione della totalità del corpo di Cristo. L’unico e sempre identico Spirito di Cristo raggiungendo, in circostanze diverse dalla storia, temperamenti e personalità laicali diverse, da luogo a varie e rinnovate risposte, esperienze sempre nuove dell’unico Signore che compiono, secondo l’espressione paradossale di S. Paolo, l’avvenimento della sua incarnazione nel tempo finché egli venga (cf. Col. 1,24). Si comprende cosi come si possa parlare propriamente di una propria spiritualità laicale, suscitata dallo Spirito nel cuore del credente. In questa prospettiva si inserisce la “Christifideles Laici”, che non solo riprende l’insegnamento del Concilio sulla spiritualità propria del laico, ma l’approfondisce e l’adegua alla situazione della vita della chiesa del mondo attuale. In questo contesto ho voluto mettere in rilievo la dignità particolare del laico fedele, facendo risaltare la sua condizione esistenziale, valorizzandola con il sostenere che egli è dotato di una propria e specifica spiritualità. Inoltre ho affermato il primato della vocazione di ogni cristiano alla santità, che trova il suo fondamento nell’Incarnazione e Redenzione di Cristo, in virtù della sua conformazione a Lui con il Battesimo. E per ultimo ho sostenuto che la chiamata del fedele alla perfezione e alla responsabilità cristiana nel mondo, si realizza negli ambiti formativi esistenti nella Chiesa e per la Chiesa. Tutto ciò che ho cercato di approfondire ruota intorno a queste tre idee centrali: il laico ha una propria spiritualità; che si fonda su Cristo e; si realizza negli ambiti propri della Chiesa. La “Christifideles Laici” è di grande aiuto e riferimento per lo sviluppo e l’approfondimento di tutta la tematica sulla teologia del laico. Difatti oltre al teologo spirituale, nella sua globalità, una visione positiva e aggiornata della spiritualità del fedele laico. A sua volta il teologo spirituale sottolinea volentieri in tale lettura la consonanza del documento pontificio con le linee emergenti della spiritualità attuale. Vi è quindi una felice convergenza fra i valori che il documento sottolinea e le proposte attuali della teologia spirituale del laico. Tale convergenza ha come base il riferimento ai valori evangelici e sacramentali della spiritualità, la sottolineatura dell’unita di vita il richiamo al dinamismo della crescita della vocazione cristiana, la convita affermazione dei valori essenziali dell’esperienza teologale, la sfida per il superamento delle antinomie e dei conflitti che comporta sempre la vita cristiana ed in particolare la vita del laico. Tutto porta come al vertice e alla sintesi in quella affermata “unità vissuta sotto la guida dello Spirito Santo, “spirito di unità e di pienezza di vita” (Ch.L.60). unità di vita spirituale vuol dire globalità e ricchezza di aspetti del vivere cristiano e non riduzione o impoverimento della multiforme grazia di Cristo, in cui ogni credente è chiamato a vivere. Il laico sceglie la vita in Cristo e l’impegno nel mondo perché la sua condizione secolare (cf. LG 31; Ch.L. 15) è per lui l’ambiente concreto della carità e della solidarietà. Secondo l’esortazione post-sinodale “i fedeli debbono essere formati a quella unità di cui è segnato il loro stesso essere di membri della Chiesa e di cittadini della società umana” (Ch.L.59). Entro questa visione unitaria la “Christifideles Laici” elenca alcuni settori privilegiati della formazione integrale del laico, ed essi sono: la formazione alla vita spirituale, a quella dottrinale, a quella sociale e infine la formazione ai valori umani. Tale programmazione di vita, che è cammino arduo, ma che può portare ad un’esaltante esperienza di maturità dei laici per il nostro tempo, non può non essere spirituale, risalente alla santità di Cristo. “Vivete in Cristo Gesù”, raccomanda Paiolo ai Cristiani (Col. 2,6), “radicati in lui” (ivi 2,7), cosi che ciascuno possa dire: “per me il vivere è Cristo” (Fil. 1,21). Per far crescere la vita spirituale, il laico è consapevole, che essa è generata in noi per la grazia comunicataci dallo Spirito Santo, e si sviluppa verso una crescente comunione con Dio, seguendo gli impegni inferiori e attuando le esigenze dello Spirito. Alla radice di questa crescita e maturazione spirituale del laico è interessante sottolineare, come il documento post-sinodale metta in luce, dopo l’iniziativa di Dio, il personalissimo cristiano. Persona e libertà sono indissolubili nel mistero della rivelazione cristiana. Siamo interpellati nella nostra libertà e irrepetibile personalità. La fede, che non è personalizzata, e la vita, che non è assunta con responsabilità,risentono della fragilità del collettivo. L’adesione a Dio mediante la fede è sempre personale e insostituibile. Nessuno può sostituire un altro nelle sue adesioni libere e nei suoi processi di sviluppo. Tale è la vocazione cristiana che, se assunta con piena responsabilità, si scopre gravida di germi vitali, in ordine alla maturazione personale della fede, alla configurazione a Cristo, secondo la volontà del Padre, sotto la guida dello Spirito Santo, che è il garante del pluralismo della risposta umana alla Chiesa di Dio. Per la situazione in cui viviamo, quindi, urge un laicato responsabile, che si qualifichi nell’impegno temporale in piena collaborazione ai Pastori, e sia in grado di offrir loro il suo apporto di esperienza e di proposte, di favorire l’incarnazione nel vivo delle realtà quotidiane e di rispettare la pluralità dei giudizi e le decisioni pastorali anche in ciò che è opinionabile. Il laico, cosi formato in questi ambiti, si inserisce a pieno titolo alla missione sacerdotale, profetica e regale di Cristo e di conseguenza partecipa alla vita e alla missione della Chiesa. Certamente l’impegno nelle realtà temporali, come è insegnato dal Concilio e dalla “Christifideles Laici”, a far parte della stessa vocazione cristiana e chiama in causa tutti i cristiani, sacerdoti, religiosi e laici. Esso, quindi, appartiene all’intera economia dell’Incarnazione. Si può, con tutta certezza, affermare che tutto ciò che è umano è familiare a Cristo e alla sua opera, la quale tende a creare armonia nell’universo, per riconsegnarlo al Padre (1 Cor. 15,24-28), e in vista di un “cielo nuovo e una terra nuova” (Ap.21, 1) dove regnerà solo l’amore di Dio (1 Cor. 13,8-10). Perciò i laici per vocazione devono impegnarsi in modo loro proprio con le realtà temporali, perché “l’indole secolare è propria e peculiare di essi” (LG 31). Perciò dopo l’acquisizione di una profonda spiritualità laicali, capace di rispondere alla chiamata di Dio, il Concilio e la “Christifideles Laici”, come prima caratteristica, richiedono al fedele laico, l’animazione cristiana dell’ordine temporale. E la Chiesa, oggi, prioritariamente, richiede questo ai laici nell’adempimento delle loro funzioni all’interno della comunità ecclesiale nella quale ogni com- Dicembre 2009 27 Luigina Ruffolo IRC (seconda parte) Il metodo Montessori parte dunque da un’osservazione scientifica,ma la sua finalità è squisitamente estetica, laddove diamo per buona la coincidenza fra estetica ed esistenza (cfr. Garroni,1986)la cui forma non è l’opera d’arte in senso stretto, ma una espressione della vita stessa .La miope dicotomia che separa da sempre arte e scienza, ci conforta la Montessori è superabile:”la casa del bambino sia bella e piacevole in tutti i suoi particolari,giacchè la bellezza invita all’attività e al lavoro. Vi è quasi un rapporto matematico tra la bellezza dell’ambiente e l’attività del bambino” (Montessori 1936,p.84).IL punto nevralgico su cui vale la pena riflettere è il “come” di questo processo : ogni educatore deve tenere se stesso –il “come” del suo porsi- sotto costante osservazione,ed altrettanto deve fare con l’ambiente. Usando un linguaggio da circolare ministeriale,potremmo dire che la didattica pertiene all’ambiente, mentre l’educazione al bambino stesso (si auto-educa). La maestra è una guida, un trait d’union che deve rendere fluida e non ostacolare in alcun modo la comunicazione fra materiale e bambino ( la “voce delle cose” è più eloquente della sua). Custodendo l’ambiente,la maestra consente alla realtà di esercitare un richiamo estetico che non mortificherà mai il piacere e la passione del bambino, assecondando la sua domanda interiore fino a quando lui lo riterrà opportuno (sic!pensiamo a quante volte diciamo ai bambini sbrigati,fai presto,ancora non hai finito o quante volte con arroganza sovrapponiamo il nostro significato le nostre spiegazioni soffocando domande,piacere,passione,scoperta). Il ruolo che Montessori attribuisce all’educatrice,la sua presenza-assenza nella relazione, forse andrebbe riconsiderata in chiave propriamente empatica.Il compito di questa tessitrice che rimane sullo sfondo, è quello di giungere a conoscere il “segreto dell’infanzia”;lungi dall’essere una mansione tecnica o culturale, è etica , spirituale e, a mio avviso,estetica(uso il termine nell’accezione che ne dà Von Balthasar,l’esperienza estetica è data “dall’unità della massima concretezza della forma sin- gola con la massima universalità del suo significato”,(cfr.Gloria.Una estetica teologica.La percezione della forma,Jaca Book,Milano,1978,vol. I,p.10). la bellezza è dunque una manifestazione del tutto nel particolare, di cui, nella visione montessoriana,il bambino costituisce il centro irradiante e catalizzatore. Nell’ultimo capitolo della sua Antropologia filosofica , Maria Montessori scriveva: “Gli uomini medi incarnano dunque il bello,il vero e il bene: cioè le teorie positive giungono ai medesimi termini idealistici della poesia, della filosofia e dell’arte. Seguendo la via dell’osservazione, va ad incontrarsi una meta analoga a quella perseguita per via dell’intuizione”. Mi pare che questi principi continuino a perpetrarsi attraverso la singolare esperienza delle istituzioni scolastiche montessoriane e a rappresentare una risposta forte all’insicurezza ontologica che sembra caratterizzare la nostra società complessa. Ma perché l’Uomo possa essere in grado di cogliere o di dare una qualsiasi risposta, deve prima di tutto esistere! L’Umanità deve garantire se stessa: il bambino(cfr. Montessori,1938,p.147) perchè “senza il bambino che l’aiuta a rinnovarsi,l’uomo degenerereb- be” (ivi,p.141).Il bambino è un “maestro d’amore” che può restituirci il desiderio per il mondo, quell’interesse appassionato su cui poggiano tutti i nostri sforzi. Ma perchè l’amore torni al mondo è prima necessario che vi torni la bellezza, altrimenti ameremmo il mondo solo per dovere morale e, come dice Von Balthasar ”In un mondo senza bellezza (...)anche il bene ha perduto la sua forza di attrazione, l’evidenza del suo dover-essere-adempiuto(...).In un mondo che non si crede più capace di affermare il bello, gli argomenti in favore della verità hanno esaurito la loro forza di conclusione logica.”(cfr.,von Balthasar,1975,pp.1011). Osservando questo mondo, l’infanzia appare ancora come l’unico luogo intatto , come una fondamentale riserva da cui la bellezza può irradiarsi e di cui la montessori si è sempre dichiarata osservatrice e seguace. Forse non è indifferente cominciare a interrogarci su come e quanto ognuno di noi,nel proprio piccolo,possa non riconoscendola,mortificare la bellezza del bambino...forse, alla luce di quanto i sinottici ci dicono su Gesù e i bambini, ne va della nostra salvezza! ponente deve riconoscere le altre e collaborare insieme. Proprio per questo la “Christifideles Laici” insegna che: “I fedeli laici unitamente ai sacerdoti, ai religiosi e alle religiose, formano l’unico popolo di Dio e Corpo di Cristo” (Ch.L.28). E’ questo l’impegno fondamentale che stimola ed illumina l’apertura del laico «ai segni dei tempi e alle necessità dell’ora», per animare e perfezionare l’ordine temporale con lo spirito del Vangelo. Non basta, quindi, dichiararsi cristiani per esercitare un impegno cristiano nella storia e nel mondo. Bisogna che tutto nasce da una seconda esigenza laicale, cioè che ci sia nella vita ecclesiale un’effettiva comunione di vita, per la quale il cristiano con il suo impegno costante, si colloca nel mondo per realizzare il progetto di redenzione dell’uomo iniziato da Cristo. A conferma di ciò Semeraro afferma che: “Il capitolo IV della Costituzione della Chiesa si chiude con il tema della relazione dei laici con la Gerarchia: un paragrafo di lucido equilibrio dove emergono i temi del dialogo tra laici e Pastori (LG 37a), dell’obbedienza (LG 37b) e della promozione della dignità e della responsabilità (LG 37c), del reciproco aiuto e , infine, della maggior efficacia della missione della Chiesa per la vita del mondo (LG 37b)”. certamente i laici inseriti in questa piena comunione ecclesiale, si mettono nelle condizioni idonee per la «nuova evangelizzazione» da attuare nel mondo. L’esortazione apostolica sul laicato risponde in modo ammirevole, in molti punti, a questa esigenza. Sta ormai ai laici, ben formati nei vari luoghi loro pertinenti, accogliere tutte le varie possibilità affascinanti di collaborare e di mettere in pratica le numerose indicazioni per la nuova evangelizzazione del mondo, offerta dall’Esortazione “Christifideles Laici”. Inoltre, detta esortazione sul laicato, contiene un rilancio entusiasta e dinamico della vocazione e missione dei laici per quella doverosa incidenza nella Chiesa e nel mondo di oggi, che sta alla base della pressante chiamata ad operare nella vigna del Signore. I grandi temi e le proposte di spiritualità sono offerti principalmente, come abbiamo potuto vedere, nel profilo spirituale del laico cristiano che armonizza il suo riferimento mistico alla dimensione Trinitaria ed ecclesiale con l’impegno secolare. E’ pure valida la prospettiva della chiamata alla sanità ed il particolare dinamismo che il documento conferisce alla vocazione laicale, che deve essere portata alla «piena maturazione». Per questo la“Christifideles Laici” afferma che: “Non si tratta, comunque, soltanto di sapere quello che Dio vuole da noi, da ciascuno di noi nelle varie situazioni della vita. Occorre fare quello che Dio vuole. Cosi ricorda la parola di Maria, la madre di Gesù, rivolta ai servi di Cana: “Fate quello che vi dirà” (Gv.2,5). E per agire in fedeltà alla volontà di Dio occorre essere capaci e rendersi sempre più capaci” (Ch.L. 58). Certo, con la grazia del Signore, dice S. Leone Magno: “darà il vigore Colui che conferì la dignità!”, ma non può mancare la libera e responsabile collaborazione di ciascuno. Ecco il compito meraviglioso ed impegnativo che attende tutti i fedeli laici, tutti i cristiani, senza differenza: conoscere sempre di più le ricchezze della fede e del Battesimo e viverle in crescente pienezza. L’Apostolo Pietro, parlando di nascita e di crescita come delle due tappe della vita cristiana ci esorta: “Come bambini appena nati, bramate il puro latte spirituale, per crescere con esso verso la salvezza” (1 Pt. 2,2) (CH. L. 58). Questo progetto per la crescita della spiritualità di ogni fedele laico, presentato dall’Esortazione apostolica “Christifideles Laici”, se recepito ed attuato dal laico, fa guardare con ottimismo e speranza alla riuscita della nuova evangelizzazione, apportatrice di salvezza divina per l’intera umanità. Dicembre 2009 28 La questione affrontata in questo articolo risulta di una certa delicatezza a motivo dei risvolti psicologici e relazionali inerenti la dinamica di coppia. Parlare di impotenza copulativa significa infatti riferirsi all’incapacità fisica dei nubenti a porre «modo humano» l’atto coniugale, come del resto è espressamente richiesto dal codice; tale incapacità deve determinarsi già prima della manifestazione del consenso e deve essere in sé perpetua, cioè non superabile se non tramite il ricorso a mezzi clinici che compromettano, del tutto o in parte, l’integrità fisica della persona che si sottoponga a tali cure e che perciò stesso possono essere considerati illeciti. Prima di occuparci della trattazione della fattispecie in parola, sotto il profilo del diritto sostanziale ci sembra opportuno rilevare come l’azione di impugnazione della validità del vincolo da parte di uno dei coniugi, previa verifica dell’impossibilità del coito, è esperibile unicamente in via amministrativa anziché processuale, perché mira non al riconoscimento dell’invalidità/nullità del matrimonio contratto (rato), la cui validità, invece, si dà come presupposta (can. 1060), ma alla concessione della dispensa, motivata da giusta causa, da parte della Sede Apostolica (can. 1697) (la c.d. dispensa “super rato et non cosummato”): in tale ipotesi, infatti, l’azione del coniuge mira semplicemente a chiedere alla suprema autorità della Chiesa lo scioglimento di in vincolo di per sé valido, ma che è in se stesso costitutivamente incapace di conseguire il fine procreativo previsto dall’ordinamento ed è sempre per tal motivo che già la più antica tradizione ecclesiale ha attribuito alla potestà petrina la facoltà di liberare i coniugi da un vincolo non consumabile e, quindi, se ci si passa l’espressione, non perfezionabile in tutte le sue conseguenze. Questo però, non vuol dire (e qui la nota pastorale è d’obbligo) che il coniuge sia obbligato in coscienza a promuovere l’istanza rescissoria come invece lo è, per se stesso e per il bene ecclesiale, nel caso in cui sorgano in lui seri e fondati dubbi sulla validità del consenso prestato e, conseguentemente del vincolo contratto. Ci è sembrata opportuna questa premessa dato il diffuso senso di confusione tra i concetti di dichiarazione di nullità e scioglimento del vincolo, spesso genericamente identificati in un’inesistente categoria di annullamento, al contrario di quanto espressamente ribadito dal can. 1141: «Il matrimonio rato e consumato non può essere sciolto da nessuna potestà umana e per nessuna causa, eccetto la morte». Veniamo alla specifica trattazione della fattispecie dell’impotenza così come disciplinata al can. 1084. Il codice attuale come quello previgente non ne offre una definizione; tuttavia, dal disposto del can. 1084, 1 si può affermare che il concetto di impotenza si riferisce esclusivamente all’incapacità al coito e non già all’in- capacità procreativa data dalla condizione di sterilità. Un altro elemento del concetto legale di impotenza deriva, come già detto prima, dal can. 1061 che offre una definizione del concetto di consumazione identificandola nella capacità dei coniugi di realizzare «modo humano» l’atto per sé idoneo alla generazione della prole, al quale il matrimonio risulta ordinato per sua natura, e per il quale i coniugi diventano una sola carne. L’impedimento di impotenza in ambito canonico consiste dunque nell’incapacità di realizzare «modo humano», cioè volontariamente e liberamente, la copula coniugale, i cui elementi essenzialmente: – da parte dell’uomo, l’erezione del membro virile, la penetrazione in vagina e la eiaculazione in essa (soppressa la necessità dell’effusione del «vero seme elaborato nei testicoli», come richiesto dalla legislazione previgente); da parte della donna, si esige solamente la ricezione in vagina del membro virile. Gli autori distinguono diversi tipi o classificazioni di impotenza in ragione della sua origine: impotenza organica, funzionale e psicogena. Quella organica è l’impotenza provocata dalla mancanza di un organo cupalativo o di una parte essenziale di esso, o da qualche difetto anatomico degli organi riproduttivi interessati. Quella funzionale coinvolge invece il funzionamento di detti organi e può essere provocata da un disturbo nervoso, dall’uso eccessivo di alcool o di certe droghe, da un carente funzionamento ormonale…in modo tale che questi fattori interferiscano con le funzioni proprie degli organi sessuali limitandone sostanzialmente l’efficienza. L’impotenza psicogena è quella indotta da inibizioni emotive, o dal blocco di impulsi provenienti dall’encefalo che agiscono sui centri neuronici del midollo spinale che controllano l’erezione. Quest’ultimo concetto di impotenza che la canonistica inquadra nell’impotenza funzionale, è a sua volta classificata in primaria, qualora l’uomo non sia stato mai capace di ottenere un’erezione o di matenerla per un tempo sufficiente alla realizzazione del coito; tra le cause: l’eccssiva timidezza verso il/la partner, i timori di natura religiosa o igienica, il timore di produrre dolore o danno a sé o all’altro, il timore di essere sorpreso, il timore di non essere capace di realizzare l’atto, l’eccessiva sublimazione amorosa, l’indifferenza, l’omosessualità latente, il narcisismo; e in secondaria per la quale l’uomo ha avuto almeno un coito soddisfacente, ma al presente è incapace di realizzarlo; tra le cause: l’eiaculazione precoce, l’eccessivo consumo di alcool, l’educazione religiosa inibitoria, conflitti omosessuali. Dicembre 2009 Nella Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo (Gaudium et Spes), che porta la data del 7 Dicembre 1965, al numero 52 leggiamo che “la famiglia… è veramente il fondamento della società…E’compito dei sacerdoti…aiutare amorosamente la vocazione dei coniugi nella loro vita coniugale e familiare con i vari mezzi pastorali: la predicazione della parola di Dio, il culto liturgico, ed altri aiuti spirituali, ed aiutarli con umanità e pazienza nelle loro difficoltà, rafforzarli nella carità, perché si formino famiglie risplendenti di serenità luminosa”. Persuasi profondamente della verità di queste affermazioni consegnateci 44 anni fa dai Padri conciliari concernenti l’importanza fondamentale della famiglia per la società civile e per la Chiesa universale e locale (Diocesi e Parrocchia), la comunità parrocchiale di San Sebastiano Martire in Valmontone organizza, da circa un quindicennio, una pastorale specifica per i nuclei familiari con una iniziativa chiamata “week end di preghiera”. Due volte all’anno, subito dopo la Pasqua e alla fine di Ottobre, un numeroso gruppo di famiglie, che oscilla dai 20 ai 25 nuclei familiari, con i loro figli, appartenenti sia alla Parrocchia di San Sebastiano Martire in Valmontone che alla Parrocchia (emerita) di Santa Lucia in Velletri, ( un’amicizia quella tra le due comunità iniziata nel lontano 1975, nella Villa del Seminario a Norma, quando ancora “ragazzotti” partecipavano ai campi scuola giovanili organizzati dalla diocesi ), è ospite nell’Eremo San Luca in Guarcino, in provincia di Frosinone, dal Sabato pomeriggio fino alla Domenica pomeriggio. Guidati dal parroco don Alberto, le famiglie riflettono sul Vangelo della Domenica, ascoltando prima una “lectio divina” sulla pericope evangelica della Domenica in corso e, successivamente dopo cena, con l’approfondimento dei temi spirituali che la parola di Dio ha stimolato, dividendosi in due gruppi e ritrovandosi insieme poi col sacerdote per condividere con tutti le riflessioni che il Vangelo ha suscitato. La serata, inoltre, viene abbellita con la recita comunitaria del Vespro e della Compieta e, talvolta, anche con l’adorazione eucaristica. Nel frattempo i bambini, in un luogo a parte, vengono intrattenuti, con ini- ziative alla loro portata, dai loro coetanei più grandicelli e con la supervisione di qualche genitore che, a turno, si avvicenda in questo prezioso servizio educativo, senza per questo essere distratto dal lavoro con il sacerdote. La serata termina con la recita della Compieta a cui prendono parte tutte le famiglie al completo: genitori e figli, affidando anche ai bambini la lettura di qualche parte della liturgia al termine del giorno. La Domenica inizia con la recita comunitaria delle Lodi mattutine dove il sacerdote commenta la lettura breve che viene sostituita dalla seconda lettura della liturgia della Domenica; successivamente, in diversi gruppi, si prepara la celebrazione eucaristica: chi prepara i canti da eseguire durante l’Eucaristia domenicale; i piccoli, guidati dai loro coetanei più grandicelli preparano la processione dei doni con la relativa spiegazione; il sacerdote in sacrestia o in un altro luogo adeguato ascolta le confessioni dei piccoli e dei grandi per il perdono divino dei propri peccati. Quando tutti sono pronti ha inizio la celebrazione della Messa domenicale con una attiva e proficua partecipazione di tutti . Dopo il pranzo e una leggera passeggiata, il gruppo degli adulti si riunisce per programmare (nell’incontro di Ottobre) gli incontri formativi che si svolgeranno in Parrocchia durante l’anno pastorale e per verificare il cammino pastorale delle famiglie (nell’incontro di Maggio), come pure per organizzare una gita da fare insieme in Maria Antonietta Colabucci di raccogliere frutti. Sussidio ai nostri primi passi rimane il classico ed indimenticato Direttorio della Pastorale “Qualcosa si muove”, potremmo dire. Aggiungendo: “era della famiglia che dettando i temi stimola seri approora”! Oppure: “speriamo che duri”. Il neonato movimento fondimenti. 23 Ottobre 2009 Nel salone della Curia Vescovile, di pastorale della famiglia muove i suoi primi passi. Qualcosa tante sedie vuote. Quelle occupate, di certo, cattusi agita, anche se i due incontri connotati da conte- rate dall’eloquio stringente di Don Carlino Panzeri il sacernuti di buon livello, tenutisi rispettidote della Diocesi di vamente in luglio ed in ottobre, regiAlbano che incaricato di stravano una partecipazione assai ridotseguire come presbiteta, quasi simbolica. E’ pur sempre un ro la pastorale della inizio che ha smosso le acque ed i famiglia per tutto il Lazio, presenti nell’entusiasmo del momenaccettava di seguire to hanno promesso una pubblicità intenquesto nucleo nei difficili sa e motivata. Pian piano si sta assiesordi. milando nella cultura la condizione Il programma iniziale predi disagio della istituzione principe delvede la presenza di Don la nostra società. Tutti conoscono, se Carlino Panzeri nei tre non direttamente in famiglia, tra i parenincontri prefissati per ti più vicini, situazioni drammatiche l’anno pastorale in cordi coppie che si dividono. Ognuno so, ma se la riflessione potrebbe contarne una decina, alcuprodurrà una maturazione, ne di loro con un grado di sofferengli sviluppi del cammino za insopportabile. E che dire dei bamintrapreso, potrebbero oribini che vengono alla catechesi e si ginare altri impegni. Allo riconoscono ancor prima che la stato, il discorso promamma abbia il coraggio di raccongrammatico si rivolge tare la realtà. La Diocesi, intanto, ha soprattutto agli addetti ai affrontato il tema in chiave educativa, durante il Convegno lavori (ma non in maniera escludente) per creare una diocesano, dove, le relazioni del giornalista Accattoli e comprensione della realtà partecipata, con l’auspicio di di Paola Bignardi trovavano apprezzamento e seguito. nuove proposte pastorali cui ispirarsi. Si prevedono temIn un ambiente ricettivo la semina offre buone speranze pi lunghi, per le emergenze connesse alla quotidiani- 29 un luogo significativo con il cammino che si sta facendo. Gli ultimi tre incontri ( week end di preghiera) sono stati svolti a Santa Maria dell’Acero in Velletri con lo stesso programma : il cambio di luogo è stato motivato da fattori pratici, come la vicinanza del luogo che permette alle famiglie di partecipare più numerose, anche con un sacerdote in più ( don Eugenio, dimissionario parroco di Santa Lucia) e come il peso economico più leggero che ci chiedono le Suore apostoline con il sacerdote responsabile della struttura pastorale diocesana, che ringraziamo di vero cuore, soprattutto in questi tempi di crisi economica per le famiglie! Aggiungiamo, inoltre, che questi ultimi incontri sono stati “incontri a tema”, dove la nostra riflessione è caduta su temi specifici, come: la Resurrezione di Cristo e la nostra risurrezione; l’educazione dei figli nelle varie fasi della loro vita ; preparare il Battesimo del proprio figlio; la preghiera in famiglia; vivere la Chiesa nella propria famiglia da parte dei fanciulli che si preparano ai sacramenti della iniziazione cristiana. Di tutto questo lavoro chi è che ne trae un enorme beneficio è la Parrocchia: alcune delle persone che prendono parte a questi incontri di spiritualità familiare hanno dato vita al Coro parrocchiale che anima la liturgia domenicale ( nelle solennità ) con il canto; alcune mamme sono catechiste, altre lavorano nel gruppo Caritas; insieme ai giovani, tutti prendono parte all’iniziativa missionaria “ 200 per Annamaria “ ( cfr. articolo numero precedente di Ecclesia ). In ultimo, non per ultimo, siamo contenti che due papà del gruppo delle famiglie sono candidati al Diaconato Permanente ed hanno iniziato il loro cammino di formazione spirituale ed intellettuale: Luciano e Marco, coraggio, tutti fanno tifo per voi! Speriamo che da questo gruppo di famiglie il Signore sappia tirar fuori anche qualche vocazione sacerdotale e religiosa, sia maschile che femminile. Con orgoglio ci sentiamo una chiesa viva! Il Parroco e il Gruppo delle Famiglie di San Sebastiano e Santa Lucia tà. Il tempo libero scarseggia e le forze sempre insufficienti, si assorbono per le esigenze primarie. Don Carlino utilizza tutte le frecce del suo arco per dimostrare il primato della famiglia su ogni altra istituzione, compresa la Chiesa. La sua eloquenza accattivante sa riscrivere il racconto del buon samaritano. Ma ora, la vittima dei briganti è la famiglia ed il buon samaritano il Signore che si china sulle piaghe di questa Istituzione affidandola alla Chiesa. Esplicito il riferimento al Concilio Vaticano II, quando afferma che il bene della Chiesa comincia con il bene della famiglia. E poi la citazione della “Deus caritas est” di Benedetto XVI, l’archetipo dell’amore è l’amore coniugale. Da qui la domanda provocatoria che suscita una risposta non scontata:«la famiglia per la Chiesa di oggi è più un mistero od un problema?» Dalla Lettera alle famiglie: «Sposarsi rimane, tuttavia, la vocazione ordinaria dell’uomo, che è abbracciata dalla più ampia porzione del popolo di Dio. È nella famiglia che si formano le pietre vive dell’edificio spirituale, di cui parla l’apostolo Pietro (cfr 1 Pt 2, 5). I corpi dei coniugi sono dimora dello Spirito Santo (cfr 1 Cor 6, 19). Poiché la trasmissione della vita divina suppone quella della vita umana, dal matrimonio nascono non solo i figli degli uomini, ma anche, in forza del Battesimo, i figli adottivi di Dio, che vivono della vita nuova ricevuta da Cristo mediante il suo Spirito.» Le tematiche affrontate, con suggestione emotiva e profondità culturale suscitavano negli astanti interesse e commozione che originava reazioni entusiastiche nel proseguire sulla strada intrapresa, e l’atteso coinvolgimento di altri coniugi sensibili a questi valori. Dicembre 2009 30 Emanuele Lorenzi, per amici e conoscenti semplicemente Lelle, ha concluso la sua esistenza terrena il 15 ottobre u.s. Dalle pagine di Ecclesia un doveroso e sentito ricordo alla memoria di un uomo, di un cristiano sincero, che nella sua vita e nelle sue attività a servizio della cultura e della comunità civile e cristiana ha testimoniato con umiltà e serenità l’amore di Dio per le sue creature. Dal volume I nomi della memoria di Franco Caporossi, Presidente onorario dell’Associazione Artisti Lepini, riportiamo liberamente un suo breve profilo. “Nato a Segni, nel 1924, di cultura profondamente cattolica. Ha passato la sua giovinezza con gli amici Giulio Andreotti, Vincenzo Fagiolo e altri segnino divenuti personaggi di primo piano nelle gerarchie italiane, vaticane e internazionali. Insegnante a Montelanico e Colleferro, direttore del Centro di Lettura e responsabile dei corsi a Colleferro. Cultore di forme dialettali lepine, concretizza la sua prima fruttuosa collaborazione con l’Associazione Culturale “Porta Saracena”, poi con l’Associazione “Artisti Lepini, della quale è stato Segretario fino al 2002. Ha enormemente contribuito all’affermazione del Premio Biennale Letterario Internazionale di Monti Lepini. Nel 1997 pubblica con successo il Vocabolario de dialetto di Segni riedito nel 1998 e nel 2005. Ha elaborato studi critici e presentazioni sulle opere dei poeti segnini Pippo Fagiolo, Remo Fagiolo ed Aldo Zangrilli ed ha presentato interventi in occasione delle “Giornate del dialetto”. Per molti anni ha curato la cronaca locale sul mensile “Il cuore della diocesi”. Conoscitore di musica sacra è stato, da giovane, in sintonia con il parroco don Guglielmo Coluzzi, organizzatore della Schola Cantorum di Santa Maria degli Angeli al tempo in cui il maestro Lorenzo Perosi soggiornò a Segni. Nel 1998 l’Associazione Artisti Lepini gli ha conferito il “Trofeo dei Lepini” e nel 2003 “Cronache Cittadine” un riconoscimento per meriti speciali.” Segue ora la testimonianza di Alberto Spigone suo collega ed amico fraterno. L’ho conosciuto nel 1963 nella scuola elementare “Gerardo Parodi Delfino” di Colleferro, nella quale insegnavamo, io all’inizio della carriera, lui già da qualche anno qui e già molto conosciuto. Da allora la nostra amicizia si è sempre più rafforzata perché avevamo grande amore per l’insegnamento e soprattutto amore verso i bambini. Emanuele era molto stimato sia dalle famiglie che dagli stessi alunni che lo adoravano per le sue doti umane e la sua preparazione professionale che sapeva trasmettere in maniera naturale e oserei dire gioiosa e non Gli amici di Giovanna Antida di Segni A Napoli sui passi di Giovanna Antida “Abbiamo sentito la voce del nostro prossimo che si trova in ogni parte della terra; abbiamo sentito la voce dei poveri che sono le membra di Gesù Cristo, che sono nostri fratelli in qualunque paese si trovino… debbono esserci tutti ugualmente cari.” Questi i sentimenti che animarono Giovanna Antida, santa fondatrice delle Suore della Carità, quan- do, il 18 novembre 1810 giunse a Napoli, con sette consorelle, chiamata da Gioacchino Murat, che vedeva nella neonata congregazione francese un valido aiuto per intervenire nelle situazioni di povertà e degrado materiale e morale che imperversavano nei territori a lui affidati. Aveva visto giusto: la forza, l’entusiasmo, la ferma volontà, animati da una salda e serena fiducia in Dio sostennero Giovanna Antida che in una terra straniera, si fece testimone della buona novella evangelica e lavorò incessantemente per portare sollievo e speranza ai malati dell’ospedale degli Incurabili, consolazione ai carcerati, istruzione ai ragazzi, sostegno e prospettive di vita migliori alle giovani donne. Per controverse e dolorose vicende, che qui non stiamo a ripercorrere, Giovanna Antida non tornò più nella sua amata Besançon, concluse la sua esistenza terrena nella variopinta capitale partenopea il 24 agosto 1826. Nell’imminenza pedante. Amava soprattutto le attività espressive nelle quali si estrinsecavano le sue doti creative. Alla fine di ogni ano scolastico o in particolari ricorrenze si era soliti allestire nella nostra scuola recite o canti. Era lui che preparava musiche, canti, scenette esilaranti, parodie, che metteva in scena con innata maestria meritando l’encomio dei genitori degli alunni e dei colleghi. Conservo ancora oggi quei testi che “Lelle” mi regalò quando già la malattia lo stava divorando. Nei nostri discorsi la scuola era il punto fermo su cui discutere per migliorare la qualità dell’insegnamento e come risolvere i problemi che si incontravano. “Lelle” era molto incline alle novità , ha fatto parte per molti anni del Consiglio di Circolo ed era molto attento nei suoi interventi a favore della scuola e dei colleghi che egli rappresentava. Non aveva peli sulla lingua: esponeva le sue idee anche se contrastavano con quelle dei rappresentanti dei genitori e della stessa direttrice didattica. È noto a tutti il suo amore per la “segninità”; dedicava gran parte del suo tempo libero alla ricerca di antichi modi di agire dei nostri antenati. Mi piace ricordare il periodo in cui stava preparando il suo Vocabolario sul dialetto segnino, opera fondamentale alla quale si dedicò con impegno e convinzione. Ogni giorno sul pullman per andare a scuola non si parlava che di vocaboli strani facenti parte del nostro dialetto che noi ascoltavamo dai vecchi del paese e si cercava una spiegazione, molto spesso data dagli stessi vecchi che si conoscevano. Lelle, ti ho conosciuto e ti ho stimato subito per la tua bontà. Mi sei stato di valido aiuto nei miei primi anni di attività educativa. Sei stato per me un maestro di vita e sempre ti ricorderò. della celebrazione dei duecento anni dell’arrivo a Napoli della Santa molte attività sono in cantiere. Il gruppo amici di Giovanna Antida di Segni, laici che si ritrovano assieme e cercano di calare nella loro vita il carisma di Giovanna Antida cioè amore a Dio e solerte presenza nei bisogni degli ultimi, il 28 ottobre u.s. ha organizzato una visita guidata a Napoli nei luoghi dei Giovanna Antida. Accolti nella splendida casa di Regina Coeli abbiamo avuto modo di visitare il chiostro, il refettorio storico, la farmacia, la chiesa, i tanti tesori d’arte, di fede e devozione che la casa raccoglie. Ancora il Duomo, la chiesa di san Lorenzo maggiore, S. Paolo, piazza del Plebiscito; e poi tanti caratteristici scorci e vicoli napoletani nei quali il calore di quella terra si manifesta nella sua forza e nelle sue contraddizioni, nei suoi profondi bisogni ai quali ancora oggi le suore della carità sono attente e partecipi. È stata un’esperienza molto positiva, una giornata trascorsa insieme in serenità ed amicizia, che ci ha fatto scoprire non solo una bella città ma anche riflettere su come il messaggio di Giovanna Antida sia ancora attuale e attenda di essere reso vivo e pulsante da donne ed uomini di buona volontà, pronti a collaborare con le suore per portare al mondo intero la notizia che solo Dio può dare senso e sapore alla nostra vita. Dicembre 2009 La scomparsa di Mons. Angelo Di Pasquale Canonico onorario della Cattedrale di S. Clemente I P.e M. Il 2 Ottobre, festa dei Santi Angeli Custodi, è morto a Roma mons. Angelo Di Pasquale all’età di 84 anni, dopo più di sei decenni di fecondo ministero sacerdotale. Nato a Genova il 4 gennaio 1925, fu ordinato sacerdote nel 1948 e già nell’anno successivo invitato a collaborare presso la Segreteria di Stato della Santa Sede, dove ha lavorato ininterrottamente per quarantuno anni. Dal 1955 fino al 1997 ha servito come cerimoniere pontificio ben cinque Papi (Pio XII, Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo I e Giovanni Paiolo II) e in tale veste è stato presente in quattro conclavi. Nel 1997 Papa Giovanni Paolo II lo ha nominato Protonotario Apostolico e Canonico onorario della Basilica di San Pietro in Vaticano. Mons. Di Pasquale era legato alla nostra Diocesi per il fatto che come cerimoniere pontificio ha sempre accompagnato i Cardinali titolari in occasione della loro presenza nella Cattedrale di San Clemente per le celebrazioni delle maggiori festività. Nell’arco di quanrant’anni mons. Di Pasquale ha diretto le cerimonie liturgiche a San Clemente con i Cardinali: Fernando Cento, Ildebrando Antoniutti, Sebastiano Baggio, Ioseph Ratzinger, e l’attuale Cardinale titolare Francis Arinze. Per tali motivi mons. Di Pasquale era stato nominato canonico onorario della nostra cattedrale. Il Capitolo veliterno lo ha ricordato e ha elevato la preghiera di suffragio per la sua anima durante la celebrazione dei Vespri solenni lo scorso 23 Novembre, festa di San Clemente I P. e M. Don Mauro De Gregoris 31 Il secolo del martirio Claudio Capretti Il secolo appena trascorso in merito agli eventi tragici, può essere definito come il “Secolo delle ideologie del male”, e il teatro sul quale queste ultime sono nate ed hanno imperversato, è prevalentemente quello europeo. Giovanni Paolo II, nel suo testo “ Memoria e identità” per meglio comprendere e illustrare questo fenomeno, mette in luce le origini delle ideologie del male, facendole risalire al periodo anteriore all’illuminismo, precisamente al pensiero filosofico di Cartesio: Cogito, ergo sum – Penso, dunque sono. Tale pensiero capovolge il modo di fare filosofia, ponendo l’esse in una posizione subordinata al cogito o piuttosto al cognosco. Il Servo di Dio, sottolinea di come tutto ciò causò un cambiamento di rotta del pensiero filosofico da come era stato fino ad allora concepito, in modo particolare da San Tommaso D’Aquino, appunto la filosofia dell’esse, in cui Dio, Essere pienamente autosufficiente era ritenuto come l’indispensabile sostegno per ogni uomo. Dio in definitiva, viene allontanato dall’uomo, quest’ultimo glorificando se stesso e rinunciando al suo Creatore, diventa unico e incontrastato arbitro di ciò che è bene e ciò che è male. Crolla di conseguenza la filosofia del male, ed il bene viene identificato solo in ciò che mi serve, solo in ciò che mi crea piacere e potere. Quindi, conclude Giovanni Paolo II, “l’uomo può anche decidere che un gruppo di suoi simili debbano essere annientati”, A causa di tutto questo, e per le conseguenze scaturite, il secolo appena trascorso, può, a ragione, essere definito soprattutto come il “ Secolo del martirio”,a causa del grande numero di figli di Dio, sterminati in odio alla fede e tra questi molti sono sacerdoti. Alcuni sono conosciuti come padre M. Kolbe, don P. Puglisi o don A. Santoro, altri un po’ meno come padre R. Gil, o il gesuita padre D. Dajani. Nel documento preparatorio al grande Giubileo del 2000, la “Tertio Millennio Adveniente”, il Santo Padre evidenziava l’importanza del recupero della memoria dei cristiani caduti nel XX secolo,affermando con grande convinzione: “ Al termine del secondo millennio, la Chiesa è diventata nuovamente Chiesa di martiri”. Non si tratta di strumentalizzare questi Testimoni di Fede contro quel tipo di totalitarismo o quell’altro, ne tanto meno di canonizzare, si tratta solo di narrare per non dimenticare, poiché,ne sono convinto, l’identità deve essere mantenuta viva non solo da una continua e credibile testimonianza, ma anche attraverso una cristiana memoria. La smemoratezza delle generazioni successive, come afferma molto bene lo storico e fondatore della Comunità di S. Egidio, Andrea Riccardi nel suo libro “Il secolo del martirio”, “Ha nascosto e imprigionato tante esperienze di dolore occultando un volto splendido del cristianesimo, che deve essere messo in luce”. Non c’è da stupirsi se la Chiesa pellegrina sulla terra ha sempre a che fare col “mistero di iniquità” che da una parte la perseguita e dall’altra sotto forma di impostura religiosa, offre agli uomini una soluzione apparente ai loro problemi, al prezzo dell’apostasia dalla verità” (Catechismo C.C. 675). Dalla rivoluzione francese in poi le ideologie del male - le quali hanno sempre avuto dei leader ben identificati, e non un demonio incarnato come non di rado è dipinto dalla immaginazione popolare - hanno via via offerto agli uomini salvezze umane rivelatesi poi ingannatrici, e portatrici di persecuzione alla Chiesa, ed in modo particolare coloro che la servono. Nell’omelia della messa Pro eligendo romano pontefice, il card. Joseph Ratziger, fissa lo sguardo sulla Chiesa, dove i suoi figli danno l’impressione di essere “sballottati dalle onde e portati qua e là da qualsiasi vento di dottrina” (Ef 4,14). Lo sguardo del futuro pontefice abbraccia le varie ideologie che si sono moltiplicate in Occidente negli ultimi tempi, assumendo un ruolo esplicito di correnti dell’anti-evangelizzazione, dalle quali però i cristiani non sempre hanno saputo guardarsi rischiando di compromettere la fede. Se molti hanno apostatato abbracciando quel tipo di ideologia o l’altra, divenendo strumenti di persecuzione, moltissimi hanno conservato la loro fede fino al martirio, come il caso dei sacerdoti sopra citati, e durante il corso di questo anno sacerdotale è bello e doveroso ricordarli. E’ a loro che gli occhi del nostro cuore devono costantemente volgersi. “Essi sono coloro che sono passati attraverso la grande tribolazione e hanno lavato le loro vesti rendendole candide con il sangue dell’Agnello” (Ap 9,14) “Essi sono stati tormentati ed hanno sofferto, senza tenere conto del male e senza irritarsi, sapendo che non era volontà dell’uomo ad operare, ma la perversità di Satana che li costringeva a fare loro queste cose”. (Isaia di Gaza – Ascetikon pag. 124) Essi a imitazione del loro maestro Cristo Signore , “Alla massima ingiustizia e violenza Egli rispose col massimo dell’ amore, poiché solo in questo modo si apre la via ad un mondo diverso, al Regno della giustizia e della pace, alla vittoria finale della Risurrezione e della Vita sulle tenebre della morte”. (Mons. Vincenzo Apicella – Lettera Pastorale Pasqua 2009 pag. 18) “Poiché piacque a Dio di regnare sulle anime per mezzo della persecuzione e della sofferenza, piuttosto che con brillanti predicazioni”. (Santa Teresa del Bambin Gesù) Dicembre 2009 32 Sara Calì Quando nasce un bambino, in famiglia lo stupore e la commozione sembrano illuminare la vita quotidiana di una gioia incontenibile, così nella grande famiglia dei credenti quando si avvicina il S. Natale si sente un’atmosfera di fervore e di attesa senza precedenti. Come si sta preparando la parrocchia di S. Stefano a questo evento? Sono andata a curiosare da Don Paolo Latini ed ho scoperto molte iniziative che si aggiungono alle tante che per tutto l’anno animano la vita parrocchiale. Il primo pensiero è rivolto alle famiglie povere, la Caritas, la Catechesi e i gruppi parrocchiali hanno deciso di raccogliere per loro beni alimentari davanti ai supermercati del paese (12 e 13 dicembre). Sempre a scopo caritativo, in un mercatino ci saranno i manufatti in gesso dei bambini del catechismo che si occuperanno anche della creazione di crocefissi da distribuire alle famiglie, in risposta al tentativo delle autorità europee, noto a tutti noi, di privarci di un simbolo tanto significativo. Un altro elemento irrinunciabile è il presepe, dolcissima presenza che ci riporta all’infanzia ed al calore della famiglia, così, oltre alla visita ai presepi, se ne allestiranno, come ogni anno, uno per ogni altare della Chiesa del S. Rosario, con l’invito di crearne ovviamente, sempre uno in casa. Ancora nel periodo natalizio un altro care una tombolata per i ragazzi, la cena con le famiglie e un incontro di preghiera, ma soprattutto, la recita dei bambini, e tra le tante rappresentazioni che vedranno impegnate la Figlie della Carità, le Suore di Matarà, i Gruppi della Grazie della Catechesi, con bambini di tutte le età, stavolta a cimentarsi nella difficile arte del teatro non saranno solo i piccoli, ma anche il Parroco ed il Viceparroco in persona, che in veste di protagonisti affiancheranno gli attori in una recita intitolata “Il Grigio”, a Don Paolo il compito di interpretare Don Bosco, a Don Clemente, Grigio. Siete tutti invitati a partecipare. evento molto atteso è la riapertura della bellissima Chiesa di S. Stefano, di cui vi parlerò con cura nei prossimi mesi, che sarà inaugurata prima con una Messa celebrata dal parroco Don Paolo Latini il 19 dicembre, alla presenza di coloro che hanno contribuito alla realizzazione del restauro, poi con una Messa solenne il 26 dicembre, officiata dal nostro vescovo Mons. Vincenzo Apicella, le due messe saranno seguite da un concerto. Poco dopo il Natale, il parroco andrà in Africa a visitare la scuola delle adozioni culturali a distanza nella diocesi di Tambacounda, affidata alla cura pastorale del vescovo Mons. Jean Noël Djouf, nella speranza, in un prossimo futuro, di poter realizzare una casa per l’accoglienza delle comunità religiose. Ovviamente non poteva man- Sr. Marilena Quartieri. E’ arrivato il giorno del saluto per quella che ormai consideravamo un tutt’uno con il Centro S. Maria dell’Acero, Sr. Marilena Quartiere già superiore di quella casa è stata trasferita nella Casa generalizia della Suore apostoline in Via Mole di Castelgandolfo. Per chi arrivava all’Acero, centro di incontri, accoglienza campi scuola ecc., della nostra diocesi, appena giunti all’ombra della grande quercia accanto al pozzo, da qualche parte notava che faceva capolino l’esile figura di Sr. Marilena, pronta ad offrire, un benvenuto, un caffè caldo o una bevanda fresca, era il suo segno distintivo: l’accoglienza. Non si limitava a questo ma la persona che gli era di fronte avvertiva la sua disponibilità all’ascolto e la sua discrezione. Con lei il Centro S . Maria dell’Acero, per molti, ha mostrato il calore di un luogo familiare. Sr. Marilena è arrivata nella comunità delle Apostoline al Centro S. Maria dell’Acero nel novembre del 1991.Ha svolto il servizio di superiora della comunità per la metà del tempo. Da dicembre 2009 è stata trasferita in casa generalizia a Castelgandolfo. Per tutto che ha saputo dare con generosità ai singoli, laici e non e alla comunità diocesana che di volta in volta è passata per l’Acero, vogliamo esprimere a Sr. Marilena un sincero ringraziamento ma anche il desiderio di mantenere vivo il legame di amicizia e stima. Esprimiamo ancora una preghiera per i suoi nuovi impegni e per la Comunità delle Apostolione dell’Acero che in questo fine anno si vedrà rinnovata quasi nella totalità. 33 Maria Rigel Langella Galileo: cose mai viste. Fascino e travaglio di un nuovo sguardo sul mondo, inaugurata lo scorso 15 novembre, la mostra resterà aperta a Roma, Palazzo della Cancelleria, fino al 31 gennaio 2010. Galileo, dunque, torna a Roma da protagonista in una grande mostra che, a conclusione delle celebrazioni per i 400 anni dalle prime osservazioni del cannocchiale, è stata allestita al Palazzo della Cancelleria, con il patrocinio del Pontificio Consiglio della Cultura. Dopo l’anteprima estiva, presentata al Meeting di Rimini lo scorso agosto, la mostra vuole focalizzare la propria attenzione sulle osservazioni condotte da Galileo tra il 1609 e il 1610, proponendo al visitatore un percorso che permetta di immedesimarsi nell’esperienza di Galileo cogliendone tutte le sue sfaccettature. L’obiettivo non è tanto quello di arrivare a un “giudizio definitivo” sul caso Galileo, quanto piuttosto di creare le condizioni per approfondire il contesto storico-culturale del tempo, la pluralità dei fattori in gioco, entrando in modo molto approfondito nel merito di un momento (quello osservativo) della vicenda scientifica galileiana. Parlare di Galileo significa stimolare la riflessione tra scienza e fede e comprendere anche il rinnovato interesse della Chiesa contemporanea alla vicenda dello scienziato, riflessione alla quale non si è sottratto mons. Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, già in occasione dell’altro grande evento galileiano, la mostra Astrum 2009: astronomia e strumenti. Il patrimonio storico italiano quattrocento anni dopo Galileo, allestita ai Musei Vaticani e aperta fino al 16 gennaio 2010: “Una grande conquista degli ultimi decenni – ha spiegato Ravasi – è stata l’affermazione che scienza e teologia sono due magisteri non sovrapponibili, ma paralleli, con i loro statuti e la loro epistemologia. Si devono ascoltare ma sono indipendenti, non conflittuali”. In positivo è stato fatto l’esempio di una nuova pista di fruttuoso dialogo tra scienza e fede, ovvero tra scienza e filosofia, relativamente alle categorie di tempo e di spazio, rispetto alle qua- Un libro su Piombinara Tonino Parmeggiani Il prossimo 19 dicembre, nella sala consiliare del comune di Colleferro, verrà presentato il primo volume della collana dedicata all’antico sito di Piombinara, costituito dalle rovine del castello del sec. XIII e dal territorio ad esso pertinente che, dal sec. XVI in poi, fu la tenuta. La prima parte del volume - curato da Alfredo Serangeli, direttore dell’Archivio Storico “Innocenzo III” di Segni, Tiziano Cinti e Mauro Lo Castro, incaricati della direzione tecnica e organizzativa degli scavi archeologici di Piombinara, e Angelo Luttazzi, direttore del Museo Archeologico Comunale del Territorio “Toleriense” di Colleferro - riguarda la storia di questa tenuta che aveva una superficie di circa mille ettari, compresa tra la Selva di Paliano, Valmontone, parte dell’attuale abitato di Colleferro e le propaggini del territorio di Segni e Gavignano. Sul suo ampio territorio si esercitarono gli interessi economici dei proprietari (appartenenti a prestigiose famiglie, quali i Conti, li: “sempre più in ambito scientifico si tiene conto del contributo di riflessioni di tipo metafisico”. Il percorso espositivo della mostra, volutamente spettacolare e di forte impatto, evidenzia le dimensioni tipiche dell’agire scientifico: la passione per la conoscenza della natura, l’aderenza al dato, la valorizzazione dei particolari, l’ingegno nel costruire strumenti che ci permettono di “rivelare” forme e comportamenti della natura, l’entusiasmo per la scoperta, il desiderio della comunicazione. Alle importanti testimonianze originali esposte, ai documenti, si accompagneranno ricostruzioni storiche, simulazioni, modelli. L’intento dei curatori è di condurre il visitatore ad immedesimarsi con ciò che Galileo ha effettivamente visto nelle sue prime osservazioni, a comprendere le sue reazioni e quelle di chi lo circondava, partendo dalle conoscenze astronomiche e dalle concezioni cosmologiche dell’epoca. Con la prospettiva di comprendere meglio gli sviluppi che ne sono seguiti e le conseguenze che ne hanno tratto Galileo e gli altri protagonisti. Oltre allo “scienziato” dalla mostra emerge “l’uomo” Galileo, attraverso le relazioni personali con personalità chiave come Benedetto Castelli e la figlia Suor Maria Celeste, per arrivare, attraverso le luci e ombre della vicenda di Galileo, alla comprensione della grandezza dell’impresa scientifica e del rischio ideologico. GALILEO: cose mai viste. Fascino e travaglio di un nuovo sguardo sul mondo, Roma, Palazzo della Cancelleria, gli Sforza, i Borghese, i Barberini, i Doria-Pamphilj) succedutisi in un arco plurisecolare, oltre a quelli di altri proprietari, chiaramente minori e subalterni, appartenenti a famiglie benestanti locali. Accanto ai forti interessi delle famiglie aristocratiche e delle classi dirigenti del luogo, c’è però anche una storia sociale di lavoro duro e disagi, che è comunque il riflesso del più vasto panorama economico dello Stato pontificio. Piombinara vista, dunque, come epicentro della storia locale, ma anche in relazione stretta con la storia più ampia dello stato e con quella dell’Italia. La seconda parte presenta una ricostruzione delle fasi più remote dell’attività di ricerca archeologica sul sito, con le prime ricognizioni di superficie dei tardi anni ’60. Segue l’illustrazione dell’evoluzione storica del territorio interessato durante l’età classica, quella altomedievale e medievale, fino al 1431, quando Jacopo Caldora distrusse il castello durante una delle frequenti guerre tra la S. Sede e i Baroni di Roma. Conclude il volume una descrizione della Missione Archeologica di Piombinara, incaricata degli scavi, da cui apprendiamo la sua organizzazione, la Piazza della Cancelleria, dal 15 novembre al 31 gennaio 2010. Orario: tutti i giorni, lunedì escluso, dalle 9 alle 19. Chiuso Natale e Capodanno. Mostra promossa dal Meeting per l’Amicizia fra i Popoli, curata da Euresis in collaborazione con il Pontificio Consiglio della Cultura. A cura di Mario Gargantini. sua attività e gli obiettivi dei prossimi anni. Alla presentazione dell’opera, prevista per le ore 16,30, interverranno, oltre al nostro Vescovo Vincenzo Apicella, diverse personalità, quali l’on. Silvano Moffa della Camera dei Deputati, l’Assessore alle Politiche Culturali della Provincia di Roma, Cecilia D’Elia, i sindaci di Colleferro, Mario Cacciotti e di Segni, Stefano Corsi, oltrechè la Soprintendente per i Beni Archeologici, Dott. Marina Sapelli Ragni. Dicembre 2009 34 IN TURCHIA NEI LUOGHI DI SAN PAOLO 2. LICAONIA Nella seconda parte del suo primo viaggio missionario (45-47 d.C.) Paolo, accompagnato da Barnaba, dalla costa di Attalia e Perge risalì per circa 250 chilometri verso l’interno, fino ad Antiochia di Pisidia (oggi Yalvac). Nella sinagoga tenne il suo primo grande discorso missionario, riepi- e di Iconio e sollevarono parte della cittadinanza, che lapidò Paolo e lo abbandonò fuori città come morto; egli invece era solo svenuto e, soccorso dai discepoli, si riprese completamente. Il giorno dopo con Barnaba si recò a Derbe, dove fece un numero considerevole di discepoli. Listra, oggi Hatunsaray, dista circa 40 km a sud di Iconio; Derbe, la moderna Kerti Hoyuk, sta a un cen- logando la storia di Israele fino a Gesù risorto, il salvatore, che aveva portato quanto mancava alla legge mosaica: la remissione dei peccati, la giustificazione e la salvezza per chi crede. Molti degli ebrei presenti credettero e agli increduli l’apostolo disse che avrebbe piuttosto predicato ai pagani; ma quelli sobillarono i notabili e lo costrinsero alla fuga, mentre la parola di Dio – precisano gli Atti (13, 49-52) – si diffondeva in tutta la regione e i discepoli erano pieni di gioia e di Spirito Santo. Paolo e Barnaba, volgendo a est per circa 150 chilometri, giunsero a Iconio, capoluogo della Licaonia, regione situata nel vasto e selvaggio altopiano anatolico che nell’anno 25 avanti Cristo era stata annessa alla provincia romana di Galazia. I due apostoli parlarono anche nella sinagoga di quella città, “e un gran numero di Giudei e di Greci divennero credenti. I Giudei rimasti increduli però inasprirono gli animi dei pagani contro gli apostoli; i quali rimasero tuttavia colà per un certo tempo e parlavano fiduciosi nel Signore, che rendeva testimonianza alla predicazione della sua grazia e concedeva che per mano loro si operassero segni e prodigi” (At 14, 1-3). La popolazione di Iconio si divise e la parte avversa agli apostoli progettava di lapidarli, ma essi riuscirono a partire per Listra e Derbe e dintorni, dove continuarono a predicare il Vangelo e a operare prodigi; la guarigione di un paraplegico di Listra, anzi, indusse la gente a considerarli due divinità. Ma a Listra giunsero i Giudei ostili di Antiochia tinaio di km più a sud di Listra. Quando decisero di concludere il loro primo viaggio, Paolo e Barnaba vollero rivisitare e incoraggiare le comunità cristiane appena formate; ripercorsero dunque la strada già fatta, da Derbe a Listra a Iconio e ad Antiochia di Pisidia. Esortarono i credenti a restare saldi nella fede perché, dicevano, è necessario attraversare molte tribolazioni per entrare nel regno di Dio. “Costituirono quindi per loro in ogni comunità alcuni anziani e dopo aver pregato e digiunato li affidarono al Signore, nel quale avevano creduto” (At 14, 23). Nel suo secondo viaggio (49-52 d.C.) Paolo con Sila attraverso la Siria e la Cilicia tornò in Licaonia, a Derbe e a Listra, dove si associò il giovane Timòteo; “percorrendo le città, trasmettevano loro le decisioni prese dagli apostoli e dagli anziani di Gerusalemme, perché le osservassero. Le comunità intanto si andavano fortificando nella fede e crescevano di numero” (At 16, 4-5). I due apostoli percorsero quindi la Frigia, la Galazia e la Misia, pensando di giungere in Bitinia, ma una improvvisa ispirazione dello Spirito Santo li spinse a scendere dalla Misia verso la costa mediterranea, al porto di Tròade e quindi in Macedonia. Gli Atti non parlano di altre visite di Paolo alle comunità della Licaonia, ma è probabile che all’inizio del terzo viaggio, nell’anno 53, per raggiungere da Antiochia di Siria la Galazia e la Frigia “confermando nella fede tutti i discepoli”, e prima di fermarsi per quasi tre anni a Efeso, Paolo abbia rivisto quei fratelli. Iconio infatti era sulla gran- Stanislao Fioramonti de via romana Sebastèa, che collegava la Siria con Efeso, e da questa importante arteria la città traeva gran parte della sua vitalità nei trasporti, nell’agricoltura e nel commercio. La stessa vitalità dimostrata dalla moderna KONYA, granaio e frutteto della Turchia, gradevole metropoli piena di spazi e di luce, per essere al centro di una vasta pianura e a circa mille metri di altitudine; per tutti questi motivi essa ha presentato uno sviluppo tumultuoso: dai 326.000 abitanti del 1982 è passata a 2,2 milioni, crescendo di almeno 7 volte in circa 25 anni e divenendo la quinta maggiore città turca. L’impronta paolina durò a Iconio per più di mille anni. Secondo la tradizione, il suo primo vescovo fu S. Sosìpatro, cugino e discepolo di Paolo; gli “Atti di Paolo e Tecla”, apocrifi della fine del II secolo, raccontano di questa cristiana di Iconio convertita da Paolo insieme alle compagne Trifena e Trifosa, ricordate nella Lettera ai Romani (16,2): condannata a morte per la sua fede dall’autorità romana, Tecla si sarebbe miracolosamente salvata e avrebbe predicato prima nella sua città e poi a Seleucia (Silifke), porto della Cilicia dove sarebbe morta e da dove il suo culto si diffuse in tutta l’area Mediterranea, fino a Milano: sulle sue reliquie infatti il vescovo Ambrogio edificò il battistero, e i suoi successori il duomo. Originari di Iconio furono anche i martiri Ierace, giustiziato a Roma insieme al vescovo Giustino, e Giulitta con il figlio Quirico, uccisi a Tarso verso il 313; e il vescovo Anfilochio, amico dei padri di Cappadocia Gregorio di Nazianzo e Basilio di Cesarea, con i quali fu protagonista del Concilio di Costantinopoli del 381. Iconio cristiana finisce nel 1081, quando tutta la regione fu strappata all’impero Bizantino dai Turchi Selgiuchidi, destinati a regnare per circa due secoli (saranno annientati dai Mongoli nel 1302) e a dare alla città il suo massimo splendore. L’apogeo culturale e urbanistico del sultanato di Rum (così fu chiamato il regno selgiuchide nell’Anatolia centrale) e della sua capitale fu raggiunto con il sultano Alaeddin Keykubat (1156-1220), che lasciò capolavori segnati dai più diversi influssi orientali. Ad esempio la moschea che prende il suo nome (Alaeddin Camii), terminata nel 1220 da un architetto siriano, recupera all’interno colonne e capitelli di origine romana e bizantina; la madrasse (scuole coraniche) di Buyuk Koratay (1251) e “del minareto slanciato” hanno magnifici portali decorati, maioliche e sculture e decorazioni di ascendenza persiana. “Il mondo arabo – è stato scritto – ha trovato in Konya una sintesi di valori e di espressioni, un composto equilibrio di forme e di volumi, una perfetta mescolanza di sinergie, una sublime vetrina”. Quasi contemporaneo del sultano Aladino è il poeta mistico Mevlana Celaeddin Rumi, uno dei maggiori eruditi dell’Islam, nato a Balkh in Afghanistan il 30 settembre 1207 e morto a Konya il 17 dicembre 1273. La sua tomba, posta in un famoso mausoleo sovrastato da una cupola-torre rivestita di Dicembre 2009 35 maioliche turchesi, è sormontata da un alto catafalco e circondata dalle sepolture di alcuni dei suoi principali collaboratori e seguaci. Nelle altre stanze del complesso museale il flusso continuo dei pellegrini può ammirare manoscritti pregiati, capi di abbigliamento d’epoca, preziosi tappeti e antichi strumenti musicali dei dervisci. Mevlana infatti, filosofo della danza intesa come viatico per giungere a Dio, è il fondatore della setta musulmana dei dervisci ruotanti, che a dicembre (mese della morte del loro padre) si radunano a Konya per un festival della loro danza-preghiera. Avvolti in tuniche bianche pieghettate (tennure), simbolo del sudario mortale, e con in testa il copricapo tronco-conico (sikke) simboleggiante la lapide tombale, nel loro continuo girare in tondo – le braccia larghe una verso l’alto e l’altra verso il basso, come per collegare il cielo alla terra simulano il moto degli astri attorno alla sfera terrestre. Nello stordimento della danza l’anima si libera dei vincoli materiali e ascende progressivamente prima alla conoscenza di Dio, poi alla sua visione e infine all’unione mistica. Il suono triste del flauto, un tamburello e un primitivo strumento a corda accompagnano la suggestiva e affascinante forma di preghiera, che abbiamo potuto seguire in Cappadocia, ad Avanos, in una grotta di tufo preparata solo per questo tipo di cerimonie. I sette “capitoli” in cui essa è strutturata rappresentano appunto il percorso spiri- tuale del fedele verso Dio. Un personaggio, Mevlana, spesso accostato a san Francesco d’Assisi, del quale fu contemporaneo, per il suo messaggio di amore universale e di rispetto del creato sintetizzato nei suoi sette “ammonimenti” per una vita giusta, che sono: 1) Nella generosità e nell’aiutare gli altri sii come un fiume; 2) nella compassione e nel favore, come il sole; 3) nel dimenticare gli errori degli altri, come la notte; 4) nell’odio e nell’ira, sii come morto; 5) nella modestia e nell’umiltà, come la terra; 6) nella tolleranza, come il mare; 7) Vivi come sei e sii come appari. Ammonimenti che vanno al di là della fede religiosa, quindi validi sempre e per tutti. Konya ha una forte tradizione di spiritualità musulmana e conserva questo alone spirituale, insieme a un certo rigore di osservanza cranica. Ciò nonostante in essa il ricordo di san Paolo sopravvive grazie alla piccola chiesa cattolica a lui dedicata, unica superstite delle tante chiese della città distrutte nel tempo o trasformate in moschee man mano che la comunità cristiana – di origine europea o asiatica: armena, siriana ecc. – andava assottigliandosi. La “Aziz Pavlus Kilisesi”, di stile gotico-francese moderno, è situata al centro della città ed ecclesiasticamente appartiene all’Arcidiocesi di Smirne, metropoli distante quasi 600 km! E’ punto di riferimento di numerosi pellegrini e della piccola comunità cattolica locale, il cui parroco è coadiuvato da due suore italiane della Fraternità di Gesù Risorto di Tavodo (Trento). Nel suo interno espone icone di Maria e di Paolo e due tele moderne (donate nel 1913 da una certa madame Ferida Charr), raffiguranti una giovanissima santa Tecla nella fossa dei leoni e un vegliardo san Timòteo in abiti vescovili: il discepolo di Paolo infatti, nato a Listra da padre greco e madre (Eunice) giudea, che quando giovanissimo seguì l’apostolo era già “assai stimato dai fratelli di Listra e di Iconio” (At 16,2), divenne vescovo di Efeso. Come ultimo ricordo della chiesa di S. Paolo a Konya riportiamo un biglietto di adesione del cristiano a un impegno maggiore nel suo cammino di conversione verso il Signore Gesù; in tale impegno egli chiede l’aiuto di san Paolo con cinque invocazioni, sorta di brevi litanie, che riassumono le caratteristiche essenziali dell’apostolo, e che recitano: San Paolo, conquistato dall’amore del Signore Gesù Cristo, prega per noi! San Paolo, che hai annunciato la salvezza, frutto della fede in Gesù, prega per noi! San Paolo, che ci hai esortati all’amore vicendevole e verso tutti, prega per noi! San Paolo, che hai sofferto privazioni e persecuzioni per il nome di Gesù, prega per noi! San Paolo, testimone della bellezza dei misteri di Dio e della sua verità, prega per noi! Psicologia e risarcimento danni nuovo. Un evento traumatico può causare un’alterazione dell’equilibrio del soggetto, ma affinché si possa ipotizzare un possibile risarcimento per danno psichico, tale alterazione non deve essere solo il momento di sofferenza che accompagna l’evento. Il turbamento psicologico del soggetto offeso, è danno conseguenza, del fatto illecito lesivo della salute e costituisce, quando esiste, condizione di risarcibilità del medesimo. La situazione si complica ulteriormente quando si prende in considerazione la sofferenza patita dai familiari a causa di un evento traumatico subito da un congiunto. Perché si possa parlare di un danno psicologico in ottica giuridica sono necessarie tre condizioni: “l’apprezzabilità giuridica”; il rapporto cronologico e causale; una relazione di adeguatezza qualitativa e quantitativa tra fatto illecito che ha determinato il danno e danno stesso. Alla diagnosi psicologica è richiesta la certezza, la precisione e l’individuazione del nesso causale. Nessuna spesa anticipata per far valere i propri diritti Pagamento di una percentuale e degli onorari solo in caso di esito positivo della contrattazione e a seguito della liquidazione Risoluzione delle pratiche in ambito stragiudiziale (rimborsi adeguati e rapidi) Massimizzazione del risarcimento dal punto di vista dell’interesse del cliente Gestione di ogni aspetto della pratica In questo articolo vorrei riportare alcuni passaggi di una riflessione molto interessante sul tema del risarcimento del danno psicologico apparsa in un pagina del web nei giorni scorsi e curata da Dott. Rolando Ciofi e dalla Dott.ssa Katiuscia Giannecchini. “Il risarcimento del danno alla persona rappresenta una complessa e travagliata materia sia in ambito medico-legale che psicologico. La sua valutazione e quantificazione, in riferimento al danno biologico e al danno morale, presenta aspetti problematici per la mancanza di criteri uniformi in tutta la realtà italiana. Il danno psichico è così definito: “danno comportamentale privo di manifestazione esteriore tangibile, caratterizzato dalla riduzione, temporanea o permanente, di una o più funzioni psichiche della persona, la quale incidendo sul valore globalmente inteso, impedisce alla vittima di attendere in tutto o in parte alle sue ordinarie occupazioni di vita”. Il danno psichico trova il proprio riconoscimento nel concetto di danno biologico, inteso come “l’ingiusta lesione dell’integrità psicofisica della persona”. Per la psicologia tale ambito è del tutto VANTAGGI PER IL CLIENTE CHE SCEGLIE IL SERVIZIO PARTELESA Punti di Assistenza PARTELESA diffusi in tutto il territorio nazionale per l’assistenza legale, medico e amministrativa, che si avvalgono di un’Èquipe di Avvocati specializzati in base alla tipologia di danno e di Cliniche mediche convenzionate per perizie, visite ed esami necessari alle procedure di risarcimento. Chiunque desidera saperne di più può contattare il Punto di Assistenza PARTELESA di Velletri in Via Fontana della Rosa 29/31 ai numeri 06/96155479 o al 3289737983 chiedendo del Dott. Marcello Schiavetta per fissare un colloquio senza impegno. Dicembre 2009 36 Sara Bruno l quarantennale dalla fondazione del Comando Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale è celebrato nel nostro paese con tre grandi mostre in diverse città italiane, Napoli, Roma e Firenze. Le mostre, ideate e organizzate dal Centro Europeo per il Turismo hanno come protagonisti l’Arma dei carabinieri e l’Arte, alla quale il comando si dedica totalmente da quaranta anni. Il Comitato scientifico, presieduto dal Prof. Antonio Paolucci, ha voluto mettere in risalto sia la qualità delle opere sia tutto ciò che riguarda la tutela dell’arte. Quello che preoccupa, e che le mostre cercano di evidenziare, è che anche capolavori indiscussi, apparentemente al riparo da ogni rischio, sono stati oggetto di furti, a volte clamorosi, o provento di spoliazioni clandestine. La mostra di Firenze, che ci interessa direttamente, è dedicata all’esposizione di un ricco patrimonio sacro e religioso sottratto da musei e luoghi sacri, da chiese e conventi, e dirottato poi sul mercato antiquario. In seguito queste opere sono state recuperate, dopo un lungo lavoro d’indagine da parte del reparto speCroce Veliterna ciale dei Carabinieri. Sulla tutela dei beni ecclesiastici, molto si è già fatto e tanto si continua a fare, per cercare di proteggere sempre più efficace- mente l’immenso patrimonio dei beni custoditi nelle Chiese di tutta Italia, anche in collaborazione con la Conferenza Episcopale Italiana. Ospitata nella Sala Bianca della Galleria Palatina di Palazzo Pitti fino al 6 aprile, “Aspetti del Sacro ritrovati” è l’esposizione dedicata alle opere di provenienza ecclesiastica, quindi non soltanto opere d’arte ma anche opere che raccontano la storia della devozione e della sensibilità religiosa, nella sua evoluzione culturale ed estetica. Tra i beni culturali ecclesiastici esposti si possono ammirare la serie di dipinti con soggetto delle Vergini, tra le quali spicca la Madonna di Senigallia di Piero della Francesca e le suppellettili trafugate, come le croci processionali, lo scrigno della ‘Sacra cintola’, miniature e opere di fine cesel- Madonna con il Bambino - Antoniazzo Romano latura come calici e ostensori. Tra queste opere sarà visibile anche la croce veli- vuole affiancare alle opere dell’artista umbro anche terna, capolavoro di oreficeria del XII secolo, ruba- quelle dei maestri con i quali ha collaborato in ta nel 1983 e restituita dall’allora generale del quella che all’epoca era una vera e propria fuciTpc Roberto Conforti al vescovo di Velletri nel na di arte. Piermatteo di Lauro de’ Manfredi, nato 1998, dopo il ritrovamento a Rimini, ben quin- ad Amelia, conosciuto proprio per il luogo di prodici anni dopo il furto. Per diversi mesi non sarà venienza, formatosi tra il 1467 e il 1469 con Filippo quindi visibile nella sua sede abituale ma ci ono- Lippi nel cantiere decorativo dell’abside del Duomo ra il pensare che un vasto pubblico italiano e di Spoleto, dopo la morte di fra Filippo, segue non, avrà modo di apprezzare l’opera che da a Firenze fra Diamante, il principale collaborasempre rappresenta la stessa città di Velletri. L’attività tore del pittore carmelitano. Nella città toscana dei carabinieri del Tpc ci riporta tristemente a Piermatteo entra in contatto con la bottega del ciò che ancora non è stato ritrovato perché anco- Verrocchio e in seguito entra a far parte, come ra lontani dal museo e dalla città continuano a artista ormai formato, del gruppo di pittori guirimanere i reliquiari, l’enkolpion e il tondo con dati da Perugino, a cui viene affidata la decola Madonna, il bambino e San Giovannino del- razione della cappella Sistina in Vaticano. la scuola del Caravaggio, attribuito da alcuni ad Piermatteo decora la volta della Cappella Orazio Borgianni. Confidiamo nel lavoro del Tpc Sistina con un cielo stellato e lavora con il Pinturicchio dei carabinieri, sperando di poter avere la gioia anche per il Viaggio di Mosè e la Circoncisione. di ammirare un giorno queste opere nella sede Con l’elezione di Alessandro VI, Piermatteo ottiemuseale cui appartengono. A dicembre anche ne titoli e privilegi e lavora intensamente per varie un’altra opera, la Madonna con il Bambino di commissioni fra le quali la decorazione Antoniazzo Romano, lascerà momentanea- dell’Appartamento Borgia, coordinata sempre da mente la sede abituale per essere esposta nel- Pinturicchio. La mostra prevede anche dei perla mostra Piermatteo d’Amelia, Un protagonista corsi sul territorio che comprenderanno le del Rinascimento tra Firenze e Roma, nel Centro località dove sono ancora presenti le testimoper le Arti Opificio ex Siri di Terni dal 12 dicem- nianze di Piermatteo. La nostra tavola di bre 2009 al 2 maggio 2010. La mostra dedi- Antoniazzo, realizzata nel periodo in cui i due cata a Piermatteo D’Amelia vuole restituire alla artisti lavoravano nello stesso cantiere, rappresenta storia dell’arte un protagonista nel panorama arti- l’opera di uno dei maestri cui il D’Amelia ha attinstico del Secondo Quattrocento. Il pittore, to e si è formato. Il prestito di Antoniazzo Romano conosciuto spesso solo per aver affrescato il cie- getta anche le basi per una collaborazione tra lo stellato nella volta della Cappella Sistina, coper- il Museo Diocesano di Velletri e la Galleria Nazionale to poi da Michelangelo per realizzare i suoi affre- dell’Umbria, nella promozione dell’arte e della schi, in realtà è uno dei grandi maestri del cultura, che nei prossimi mesi ci interesserà ancoRinascimento in Umbria, impegnato a Roma, nel ra più da vicino. cantiere vaticano, accanto a Perugino, Pinturicchio e Antoniazzo Romano. Ed è per questo suo rapporto con i grandi maestri dell’epoca che la mostra Dicembre 2009 Antonio Venditti Si parla tanto di Pubblica Amministrazione, al cui funzionamento è preposto da decenni un Ministro della Repubblica, con il compito precipuo di riorganizzarla secondo gli obiettivi della semplificazione, dell’ammodernamento, della trasparenza e dell’efficienza, a favore dei cittadini. Se, nonostante i precedenti tentativi, si continua ad inseguire una linea riformatrice, significa che i problemi non sono stati risolti, non essendo state eliminate le limitazioni che la “burocrazia” pone alla libertà ed alla serenità dei cittadini. Il dinamico Ministro della Pubblica Amministrazione ha già adottato vari provvedimenti, come quello che ha determinato una lotta spietata contro “i fannulloni” , sicuramente decimati ma a prezzo di un appesantimento del clima all’interno dei vari ministeri ed uffici pubblici. Nella grande “azienda” gestita dallo Stato, con la generale denominazione di Pubblica Amministrazione, c’è anche la scuola come grande componente. Ecco perché possiamo considerare nella sua valenza educativa la “gentilezza” indicata quale dovere di tutti i dipendenti pubblici e quindi anche ed in particolar modo di dirigenti scolastici, docenti, amministrativi ed ausiliari, che costituiscono il personale di ogni scuola. Infatti, tra le regole della buona educazione, certamente esiste da sempre l’esigenza di essere “gentili”, cioè sereni e pazienti, solerti ed utili, disponibili all’ascolto e comprensivi, per aiutare gli utenti alla risoluzione dei problemi ed al raggiungimento degli obiettivi. Questa è la concezione del “servizio” finalizzato al pubblico bene, che è il contrario dell’affermazione del “potere”, come avviene nella forma degenerativa della burocrazia. A scuola, come in famiglia, si educa con la “gentilezza” che potrebbe corrispondere alla “amorevolezza”, uno dei fondamenti del sistema educativo di San Giovanni Bosco, che non è apparenza esteriore ma esempio di virtù ed intelligente azione che l’educatore deve essere in grado di manifestare nel servizio reso ai suoi alunni. L’insegnante oggi deve essere capace di svolgere il suo servizio con serenità e capacità, senza superficialità , con il coraggio di affermare ciò che è vero e giusto, senza assecondare negative tendenze o attese immotivate, avendo il coraggio professionale di esprimere giudizi oggettivi sul rendimento e sul livello di formazione di alunni/e; tutto ciò nel dialogo educativo, che deve essere schietto nella distinzione dei ruoli. Non solo genitori ed insegnanti ma tutti gli adulti, nella diversità delle funzioni, hanno un ruolo educativo nei confronti delle giovani generazioni, da indirizzare ad essere cittadini/e consapevoli dei loro diritti e capaci di svolgere i loro doveri con capacità e coerenza, nell’ordinata e pacifica vita civile. Purtroppo dobbiamo riconoscere che, nella profonda crisi attuale della società, gli ideali appaiono piuttosto utopistici, perché in totale contrasto con la realtà, segnata da profonde negatività che gravano sull’educazione, limitandone l’efficacia, dentro e fuori gli ambiti propriamente formativi. Ed allora dobbiamo domandarci : “Che senso ha imporre per legge la “gentilezza” e proclamare il diritto dei cittadini ad usufruire di servizi certi ed efficienti in organismi strutturati come poteri, esercitati a vari livelli, fino ai vertici di emanazione politica?” La riforma deve partire dai responsabili, animati da effettiva volontà di rinnovamento, da dimostrare nella radicale trasformazione di strutture e regolamentazioni obsolete e farraginose, per coinvolgere validamente gli operatori, tenuti ad applicarla con la vigilanza serena e la guida sapiente dei dirigenti. Può risultare più simpatico il dipendente sempre “sorridente” come nelle immagini pubblicitarie, rispetto a chi si presenta per suo carattere più “serioso”, ma quello che conta è la dedizione al lavoro che si svolge, l’equanimità, la competenza e la consapevolezza di essere, nel rispetto delle norme, totalmente al servizio dei cittadini. Che un 37 Ministro si interessi della “gentilezza” – e non è il Ministro dell’Istruzione – è da ritenersi un fatto positivo , trattandosi di un valore eminentemente educativo, prima ancora di essere a fondamento delle buone e civili relazioni tra gli individui. E’ lecito però domandarsi come mai gli stessi Ministri e Deputati e Responsabili di partiti, di giornali ed associazioni di rilevanza nazionale tra loro non siano proprio “gentili”, ricorrendo anche al turpiloquio ed a violenze verbali inaudite, che inquinano paurosamente la vita civile, sono pessimo esempio di democrazia e non stimolano i giovani alla concordia ed al rispetto reciproco. La vera grande riforma che tutti i benpensanti devono auspicare nasce dal radicale cambiamento del clima sociale e politico attuale, con un’inversione di tendenza da parte di tutti coloro che sono stati eletti da cittadini/e che hanno avuto fiducia nella loro rettitudine e capacità di amministrare, ai vari livelli, la cosa pubblica. La esemplarità delle loro condotte di vita deve essere proporzionata al grado di responsabilità : più si è in alto nella funzione pubblica, più si deve essere di esempio, per favorire il diffondersi tra tutti di sistemi di vita virtuosi. Non si tratta quindi di scrivere delle belle parole, ma di agire incessantemente per applicare coerentemente i buoni principi, dando il giusto contributo al miglioramento della società e dello Stato. La reintroduzione del “giuramento” per i dipendenti pubblici va vista nella logica di moralizzazione della vita pubblica. Tale atto di “fedeltà” esisteva alcuni decenni fa ed era preceduto da una “promessa solenne” all’inizio del biennio di prova; ed io ricordo di aver pronunciato con commozione l’una e l’altro, con piena adesione ai principi della nostra Carta Costituzionale e sincera volontà di rispettare le leggi ed i regolamenti dello Stato, nello svolgimento del servizio per il bene della comunità. Si comprende però facilmente che l’efficacia di tale importante atto di fedeltà per i dipendenti Pubblica Amministrazione dipende dal superamento della confusione attuale. Si deve recuperare il valore della Costituzione della nostra Repubblica, come riferimento univoco di tutti i cittadini , al di là delle legittime distinzioni partitiche e della dialettica democratica nel Parlamento e nel Paese, con doveri reciproci di accettazione e di rispetto. Dicembre 2009 38 Emanuela Ciarla La preziosissima perla che da sempre tutte le donne amano, viene definita chimicamente come una piccola concrezione di forma sferica, più o meno regolare, formata da carbonato di calcio, generalmente un corpo estraneo, e la conchiolina, cioè da una Don Franco Fagiolo* Nell’ultimo intervento ci siamo soffermati un attimo sulla necessità di dare la giusta importanza alla animazione musicale nelle nostre parrocchie, mettendo in risalto il fatto che i “ragazzi del Coro parrocchiale”, che possono essere anche persone di una certa età, ma che la pratica del canto li fa rimanere eternamente giovani …….., il gruppo “Coro”, dunque, va seguito, stimolato, aiutato nel suo servizio e non può essere abbandonato a sé stesso, tanto ……. questi si arrangiano bene da soli! Ora ci domandiamo: perché si partecipa al Coro Parrocchiale? Cosa spinge i giovani e i meno giovani ad impegnarsi in una attività che richiede capacità, costanza, sacrificio, tempo, pazienza, disponibilità …?È chiaro che non si partecipa al Coro par- sostanza organica secreta dall’animale, marino o di acqua dolce: ciò che si origina, è in effetti una difesa dell’animale. Il colore che si determina può variare dal bianco al rosa al grigio per un prodotto prezioso e molto ambito fin dal 2500 a.C., tanto da essere chiamata “gemma del mare”. La nostra piccola sfera ha nel suo nome un’etimologia abbastanza discussa: forse deriva dal latino volgare perula, piccola pera, o da pilula cioè sfera. I Fenici ne avevano il monopolio commerciale nel Mediterraneo, ma intorno a questo piccolo elemento c’è una origine magica e simbolica. Plinio il Vecchio ne parlava nel suo trattato in riferimento ai prodotti preziosi che il mare offriva, accanto ai molluschi prelibati, molto amati dai romani. La nascita è associata alla notte, quando nei molluschi si incontrano i raggi della luna e la rugiada notturna. Secondo un’antica tradizione per la nascita si fa riferimento alla penetrazione, nella conchiglia aperta, di un fulmine sceso dal cielo: è naturalmente Zeus che generò Afrodite. Il significato simbolico anche qui lega l’acqua alla luna, ma anche al parallelismo che vede la formazione della perla come l’embrione nel seno materno. In varie tradizioni appare legata alla cattiva sorte e quindi alle lacrime. In Oriente si narra che Adamo ed Eva vissero cinquecento anni sull’isola di Ceylon travolti dal dolore e si formò un lago per le loro lacrime versate per la morte di Abele; dal fondo del lago, come per un prodigio, emersero improvvisamente le perle, formate dall’unione dell’amore e del dolore. Nei testi Veda è vista come rimedio efficacissimo contro i demoni, mentre nell’antico Iran diventa simbolo del Redentore. Per il Cristianesimo è un simbolo di purezza e del timor di Dio e le veniva attribuita la capacità di calmare l’ira e tonificare il cuore. Nel Nuovo Testamento è associata al cielo, alla luce divina, così come si legge in Matteo “Non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci” (Mt 7,6). Nelle parabole è un’ immagine del regno di Dio, un valore imperituro per il quale nessun sacrificio è vano e lo stesso mercante “trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra” (Mt13,45s). Sempre la sua ricerca porta alla città celeste e nel libro dell’Apocalisse leggiamo le “dodici porte sono dodici perle e ciascuna porta è formata da una sola perla”(Ap 21,21) e chi vi passa attraverso lascia ciò che è terreno e ciò che è terreno torna al cielo. Per i Padri della Chiesa la perla diventa simbolo dell’incarnazione e Clemente di Alessandria la chiama Logos. Sempre dai Padri Maria stessa viene paragonata alla conchiglia, simbolo questo che ricorre spessissimo nell’arte medievale. La Vergine, Stella Maris, luminosa come il sole, incoronata di stelle sulla falce di luna, splende della stessa luce che genera la perla. Il rosario stesso è una collana di perle ed in ambito sia cristiano che buddhista e musulmano è la preghiera perfetta. rocchiale per far carriera! Ci sono altre strade più promettenti! E neppure per esibirsi: esistono ben altre vetrine e palcoscenici! Molte volte si è trascinati da qualche amico/a, ma questo non basta. Oppure, si partecipa saltuariamente, quando càpita, giusto perché non si ha nient’altro da fare e così si trova il modo di combinare anche qualcosa di utile ……Diciamocelo chiaramente: al limite, tutte le motivazioni possono essere buone per cominciare a entrare a far parte del Coro, ma poi, pian piano, si capisce che partecipare al Coro Parrocchiale è fare un’esperienza di fede. Cantare al Coro che anima la Messa della domenica, significa vivere la vita cristiana quale cammino di fede, esprimere la fede come profonda esperienza di relazione con gli altri e con Dio, e partecipare alla liturgia come luogo privilegiato di incontro con il Signore Gesù. Sì, perché il canto crea relazione, unisce le voci, costringe, in un certo senso, ad uscire da sé stessi per unire una parte profonda di sé a quella dell’altro. E allora bisogna necessariamente ricercare alcune fondamentali condizioni: accoglienza, fiducia, coraggio, desiderio di relazione, capacità di mettersi in gioco…… Cantare insieme è accettare di per- correre un cammino di amicizia, di comunione, di relazione. Il Coro parrocchiale è, prima di tutto, un gruppo di credenti che partecipano alla celebrazione liturgica con la loro abilità canora e si prestano perché il cantare dell’assemblea sia espresso nella forma migliore, perché si partecipi alla celebrazione nel modo più pieno. Soprattutto, il Coro contribuisce alla comunione di tutti i partecipanti alla messa domenicale, rendendoli, sull’esempio della prima comunità cristiana, “un cuor solo e un’anima sola”. Di fatto, con il canto si “crea comunità”, si apre il cuore al mistero celebrato, si abbattono i muri della diffidenza e della divisione per generare quell’assemblea che è il Popolo santo di Dio radunato per celebrare la Pasqua del Cristo Risorto. Ecco perché “I membri del Coro svolgono un vero ministero liturgico. Essi perciò esercitino il proprio ufficio con quella sincera pietà e con quel buon ordine che conviene a un così grande mistero e che il popolo di Dio esige giustamente da essi” (SC 29). Per concludere, cito M. Veuthey, direttore di Coro e liturgista svizzero: “Il canto corale, e soprattutto il Canto Corale Liturgico, è una meravigliosa scuola di vita in società e di sviluppo umano, personale e sociale nello stesso tempo. Dare il meglio di sé accettando di non essere notato, suppone già un cammino interiore importante”. Auguri e buon lavoro a tutti i cantori delle nostre Comunità! * Resp.le Dioc.o della Musica per la Liturgia 06 9768074 – 3472218242 [email protected] Dicembre 2009 Valentina Fioramonti Un gioiellino di fantapolitica e satira antimilitarista che sembra uscito dalla scatenata immaginazione dei fratelli Coen. L’uomo che fissa le capre è invece l’esordio alla regia di Grant Heslov, sceneggiatore di Good Night and Good Luck e osservatore lucido dei costumi americani. Una commedia demenziale, nera e dissacrante verso quei monumenti intoccabili dell’autorità trattata spesso con reverenza (in questo caso, l’America’s Army). «Questa storia è più vera di quanto possiate credere», ironizza una didascalia prima dei titoli di testa. In effetti, dietro al copione, c’è il libro-inchiesta pubblicato nel 2004 dal reporter e documentarista inglese Jon Ronson (tradotto in Italia con il titolo Capre da guerra da Einaudi Stile Libero), su una realtà quanto mai grottesca dell’inteligence americana: creare un reparto militare specializzato nella guerra psichica. Una storia talmente bislacca da lasciare il lettore sospeso per più di 250 pagine fra sarcasmo e incredulità. Bob Wilton (Ewan McGregor) è un giornalista pavido e impacciato. Abbandonato dalla moglie, decide di dare una svolta alla sua vita e alla sua carriera partendo come inviato di guerra in Iraq. Qui incontra un personaggio al limite dell’originalità: Lyn Cassady (George Clooney), soldato Jedi e monaco guerriero appartenente alla New Earth Army, un’unità sperimentale dell’esercito americano creata per combattere le guerre col flower power. Wilton viene introdotto da Lyn alle tecniche di combattimento dei soldati Jedi, in grado di attraversare muri e fermare con lo sguardo il cuore di una capra, abili nel leggere nel pensiero del nemico e nel dissolvere con lo sguardo le nuvole nel cielo. In questa sua iniziazione, Wilton viene a sapere di Bill Django (Jeff Bridges), fondatore di questo strampalato esercito hippy e misteriosamente scomparso. Lyn coinvolgerà Wilton nella sua missione volta a ritrovare il suo capo spirituale, nascosto chissà dove nel Una scena del film Prot. VSCA/ 40/2009 Rif. Vs. del 5/11/2009 Oggetto: Richiesta di trasferimento della sede principale dell’Associazione privata di fedeli Famiglia di Santa Paola Frassinetti – Beati i puri di cuore a Velletri in via Morice, n° 76 Con la presente, sono lieto di comunicarVi che nulla osta alla Vs. richiesta, pervenuta con lettera del 5/11/2009, di poter tra- 39 cuore dell’Iraq; dal canto suo, il povero Wilton apprenderà sulla sua pelle le conseguenze nefaste di questo sconfinamento nel new age del rigore militare. Parlare di guerra al cinema può essere molto rischioso, specialmente negli Stati Uniti e in questo periodo. Ciò non vale per il film di Heslov, che evita saggiamente di compromettersi scegliendo un tono derisorio che rende difficile prendere tutto sul serio. Merito anche di un cast ottimo, formato da attori che riescono perfettamente a mantenere seria e credibile la recitazione nonostante le cialtronerie che il copione chiede loro di dire. George Clooney, Ewan McGregor, Jeff Bridges e Kevin Spacey sono tutti perfettamente calati nella propria parte. Clooney, con un’inedita chioma, sguardo sornione e baffi alla Gable, è il jolly del film: alla storia riesce ad aggiungere il talento e la sua spontanea irriverenza in una prova d’attore accattivante e simpatica. Tra l’altro, il film si inserisce perfettamente nel percorso progressista che l’attore sta portando avanti da un po’ di tempo per smascherare l’idiozia di certe istituzioni americane. Della serie, vi faccio vedere io come sono stupidi gli americani. Ewan McGregor è perfetto nella parte del candido e fiducioso reporter di provincia tradito dalla moglie, già fidanzata del liceo; Kevin Spacey è invece il prototipo dell’arrivismo militare arrogante ed ignorante, credibilissimo fino alla fine, anche quando si presenta strafatto di LSD! Ma la presenza più divertente del film è Jeff Bridges, anagraficamente perfetto nel ruolo del santone hippie, in una prova che ricorda tantissimo il Drugo de Il grande Lebowski. L’uomo che fissa le capre riesce a disinnescare la serietà della guerra attraverso l’intensità burlesca dei suoi attori, una colonna sonora raffinatissima e una scrittura efficace, fatta di dialoghi sagaci e tempi perfetti. Il cinismo acuto con il quale sono trattati argomenti serissimi e la comicità illogica che si svela dietro ad una tipica vicenda da film di guerra inseriscono questo film a pieno titolo all’interno del filone del cinema americano d’impegno, nonostante alcuni sconfinamenti nel surreale. D’altra parte, il film sottolinea come a volte la guerra e la continua ricerca dell’arma perfetta non facciano altro che produrre realtà assurde e contraddittorie. Pienamente a proprio agio nelle situazioni comiche, Heslov realizza col sorriso un quadro molto critico della politica americana, popolata, ieri come oggi, da individui perfettamente amorali. Abile nel sondare le ambiguità insite nella logica dell’esercito e della vita militare, Heslov dà corpo a una società divisa tra paura e patriottismo, responsabilità civile e vendette personali. Un film che produce il piacere assoluto della visione, pieno zeppo di trovate eccellenti: parodie, filosofia new age, giochi linguistici, citazioni, dialoghi alla Star Wars che rendono questa commedia più diretta di qualsiasi denuncia. sferire la sede principale dell’Associazione privata di fedeli Famiglia di Santa Paola Frassinetti – Beati i puri di cuore a Velletri in via Morice, n° 76. Forte dello spirito di comunione e di servizio che avete sempre manifestato per la Diocesi di Velletri-Segni, auspico che la Diocesi possa continuare a confidare nel Vs. aiuto prezioso e nella Vs. testimonianza evangelica. All’intercessione della Madonna delle Grazie e dei Santi Patroni Clemente e Bruno affido il Vs. cammino. Il Signore Vi benedica. Velletri, 12.11.2009 Vincenzo Apicella Il cancelliere vescovile Mons. Angelo Mancini ____________________________________ Vice-Presidente DALLA NORA Laura Associazione privata di fedeli Famiglia di Santa Paola Frassinetti Beati i puri di cuore Via Morice, 76 00049 Velletri RM Don Marco Nemesi La morte di Lorenzo il Magnifico (1492) aveva segnato la conclusione di una delle più fulgide stagioni della storia fiorentina, quella dei Medici, e l’inizio, per la città, di una crisi politica e morale squarciata soltanto dal rigore etico e dalla predicazione di Girolamo Savonarola, figura senza dubbio significativa nella biografia umana e artistica dell’ultimo Botticelli. L’artista dipinge questo soggetto forse come illustrazione di una predica di Savonarola contro la decadenza morale di Firenze. Il pathos che si respira nel quadro, il sentimento dei penitenti intorno alla natività, è abbastanza eloquente da ricordare il canto del partito savonaroliano “Al vaglio, al vaglio, venite tutti quanti e con amari pianti”. Il tono della composizione appare ben lontano dalle realizzazioni del periodo mediceo e sembra esprimere la profonda crisi seguita alla caduta degli ideali dei quali quel mondo appariva l’incarnazione. La chiave per la comprensione dell’opera sta nella scritta in greco che appare sulla cornice superiore del dipinto: “Questo dipinto, sulla fine dell’anno 1500, durante i torbidi d’Italia, io, Alessandro, dipinsi nel mezzo tempo dopo il tempo, secondo l’XI di san Giovanni nel secondo dolore dell’Apocalisse, nella liberazione di tre anni e mezzo del Diavolo; poi sarà incatenato nel XII e lo vedremo precipitato (o calpestato) come nel presente dipinto”. Il riferimento ai “torbidi d’Italia” è stato variamente associato alla delicata situazione fiorentina conseguente alla morte del Magnifico, alla traumatica discesa in Italia del sovrano francese Carlo VIII o, ancora, alle ambizioni militari dello spregiudicato Cesare Borgia. La scritta fa riferimento all’Apocalisse descritta da Giovanni. Botticelli riteneva che la sua epoca corrispondesse alla seconda piaga dell’undicesimo capitolo dell’Apocalisse, in cui l’Evangelista illustra l’arrivo minaccioso del demonio. Il quadro mostra tuttavia il momento in cui il diavolo è sopraffatto secondo il dodicesimo capitolo della profezia (allusione alla liberazione della Chiesa dall’anticristo savonaroliano, il papa Alessandro VI Borgia): tutti i demoni sono scacciati sottoterra e gli uomini e gli angeli sono incoronati con rami di ulivo come segno della pace riconquistata. Segue poi il compimento della profezia, descritta da Giovanni, della donna dell’Apocalisse che, scacciando il demonio, partorisce un figlio. Negli scritti esegetici la donna fu identificata con Maria e assurta a simbolo della Chiesa. Nella nascita del Redentore Botticelli allude quindi alla visione apocalittica e, contemporaneamente, al rinnovamento della Chiesa nella figu- ra di Maria. Infine, nella luce del mattino che filtra tra i tronchi della foresta sullo sfondo del dipinto, allude alla speranza che sorga l’alba di una nuova era. L’opera appartiene all’ultima fase dell’attività del pittore che, anche a ricordo del Vasari, aveva accentuato il suo spirito “sofistico” ed era diventato un seguace del Savonarola. Forse proprio le predicazioni del Savonarola ispirarono il carattere ascetico e di profonda riflessione sulla fede che denota il dipinto in questione. Il tema della nascita di Cristo qui si unisce a quello della grazia divina che trasfigura tutto l’universo, secondo un concetto presente appunto nelle prediche del frate. La “Natività”, dunque, appare intesa come il trionfo della divinità, che è configurata, nella parte alta del quadro, dalla danza degli angeli osannanti sullo sfondo di un disco d’oro allusivo alla luce divina, mentre in basso l’abbraccio tra le creature angeliche e gli uomini simboleggia il ritorno sulla retta via dell’umanità intera, un ritorno che comporta la fuga dei diavoli nelle voragini della terra. La parte centrale è rappresentata da una capanna appoggiata alle rocce e sostenuta da due grossi pali. Al centro della capanna sono poste, da sinistra, le figure di san Giuseppe, del Bambino e di Maria: sullo sfondo, i tradizionali bue e asinello. Sul tetto, ricoperto di paglia, sono posti tre angeli, vestiti con abiti nei colori che contraddistinguono le virtù teologali, il bianco per la fede, il verde per la speranza, il rosso per la carità. I due angeli ai lati della capanna mostrano rispettivamente a un gruppo di tre e di due uomini l’evento della nascita del Redentore. Sopra la capanna, dodici cherubini librati in volo (vestiti a quattro a quattro con gli stessi colori delle tre virtù teologali) si tengono tutti per mano e fanno un girotondo, lasciando cadere allo stesso tempo alcune coroncine. Sotto la capanna (in prospettiva, davanti a essa) prati verdi su rocce terrazzate conducono a un’altra scena, quella in cui tre angeli (sempre con i tre colori già indicati) abbracciano tre uomini coperti da ampi mantelli. I tre angeli che abbracciano ciascuno un uomo, indicano che tra terra e cielo è ristabilito l’accordo. Poco più sotto appaiono cinque piccoli diavoli grigi. Si è detto come l’iconografia del dipinto fosse fortemente influenzata dal pensiero di Savonarola. Botticelli non sembra essere stato del tutto indifferente alle prediche del monaco. Suo fratello Simone, che da acceso sostenitore di Savonarola dovette fuggire da Firenze dopo la sua morte, riporta nel suo diario una conversazione tra Botticelli e uno dei giudici che avevano processato il monaco, al quale si era azzardato a chiedere che cosa potesse aver fatto Savonarola di così grave per meritare una morte ignobile. Molti dei riferimenti simbolici rimandano direttamente alle prediche di Savonarola. Per esempio i bambini che partecipavano alle sue processioni portavano rami di ulivo tra i capelli e nelle mani, oppure le scritte sui cartigli dei cherubini in cielo, che sono citazioni tratte da un trattato del monaco. Nelle omelie natalizie del 1493 e del 1494 a Firenze, il frate incitava i fiorentini a rendere Firenze una novella Nazareth, riunendosi spiritualmente intorno alla sacra capanna dove la Madonna accudiva al bambino aiutata da tre giovani identificabili come le virtù teologali. Le tre giovani sono rappresentate due volte nel dipinto di Botticelli, sia sotto forma dei tre angeli posti sul tetto della capanna sia nelle tre figure angeliche presenti in basso, che appaiono tutte panneggiate di drappi cromaticamente allusivi ai tre colori delle virtù teologali. Del resto anche la presenza delle banderuole con le litanie e delle corone d’oro pendenti dai rami d’ulivo, che a loro volta sono simbolo di pace, appaiono riferibili alle sacre rappresentazioni che il Savonarola organizzava in quegli anni. L’opera è ancora influenzata dall’ombra dello spirito umanistico. Una citazione teatrale è probabilmente il coro degli angeli che danzano attorno ad una cupola dorata, che ricorda le macchine del Brunelleschi per le sacre rappresentazioni messe in scena nelle chiese fiorentine nel secolo precedente. Tale influenza sarebbe peraltro suffragata dalla lunga e oscura iscrizione in greco, posta nella parte superiore: il greco era tornato in auge alla corte di Cosimo il Vecchio e a quella neoplatonica del nipote Lorenzo il Magnifico. Molte epoche avvertono l’imminenza dell’Apocalisse: i cinque piccoli diavoli sprofondati nei crepacci o trafitti dai loro stessi forconi e l’abbraccio degli angeli con gli uomini, sembrano adombrare una liberazione dell’umanità. In quest’anelito verso il significato ultimo, verso la trasformazione della storia in metastoria, risiede il valore dell’arte e della filosofia. La vita stessa non è scevra da tale tensione. A volte un istante può inabissarsi fino al fondo e portare in superficie il segreto senza nome.