Registrazione al Tribunale di Velletri n. 9/2004 del 23.04.2004 - Redazione: C.so della Repubblica 343 - 00049 VELLETRI RM - 06.9630051 - fax 0696100596 - [email protected] Mensile a carattere divulgativo e ufficiale per gli atti della Curia e pastorale per la vita della Diocesi di Velletri -Segni Anno 6 - numero 11 (59) - Dicembre 2009
In questo numero:
Grandi temi
- Caritas in Veritate 4
Sviluppo dei popoli,
diritti e doveri, ambiente
- Quel Dio crocifisso
immagine dell’uomo
sofferente e oppresso
Speciale Natale
- L. Vari, D. Valenzi,
A. Pacchiarotti
Concilio Vaticano II
- La universale
vocazione alla santità
Educare oggi
- Gentilezza e buona
educazione
- Accendere i sogni dei
ragazzi
2009-2010
Anno Sacerdotale
- A. Galati e F. Risi
- Ricordi di Mons. Achille
Onorati e fr. Filiberto
Guala
Speciale in morte di
S.E. mons. Martino
Gomiero
Vocazioni
- Il primato della carità
nella sequela di Gesù
verso il sacerdozio
ministeriale
Caritas
- Una casa possibile in
autocostruzione
- Notizie non scritte
Dicembre
2009
2
Ogni giorno, per chi crede, è Natale
Vincenzo Apicella, vescovo
Il 12 aprile del 1959 moriva a Cremona don Primo
Mazzolari, una delle più luminose figure di sacerdote che la Chiesa abbia avuto nel secolo scorso. Rileggendo i suoi scritti, che molte volte furono bloccati dalla censura statale ed ecclesiastica,
colpisce la lucidità di certe analisi, che precorrono di gran lunga i tempi, la passione apostolica, che crea un linguaggio diretto e coinvolgente,
la profondità spirituale, che supera i tanti luoghi
comuni e apre all’immensità del Mistero di Cristo.
Fu in parrocchia per tutta la vita, soprattutto nel
piccolo paese di Bozzolo, e questo è il segreto
che spiega la sua capacità di essere semplice
e scomodo nello stesso tempo, non aveva carriere da fare e bisognava farsi capire da poveri contadini. Dalle sue pagine desidero proporre una meditazione sul Natale, che mantiene intatta la sua freschezza e la sua forza di provocazione, con la speranza che questo assaggio possa invogliare altri ad accostarsi ai suoi scritti. Era
il primo Natale di guerra per l’Italia, nel 1940: era
appena cominciata una avventura che si riteneva
breve e vincente e che, invece, presto avrebbe
assunto i toni di una immane tragedia. “Ogni giorno, per chi crede, è Natale. Cristo nasce anche
oggi. Vado a vederlo. Cosa gli dirò? A Natale tutti gli possono parlare: qualche cosa tutti gli dicono, perché quand’egli nasce nel mezzo della notte si fa un gran silenzio, e alla Parola onnipotente che discende dalle sue sedi regali le povere voci create s’accostano e parlano. Volete che
non gli parlino il bue, l’asino, le pecore del presepio? E la paglia del suo giaciglio non gli dirà
nulla? E gli angeli non volete che gli portino il
desiderio delle stelle e i sospiri della notte? Un
bambino non dà soggezione. Perfino i mendicanti parlano ai bambini che incontrano per la
strada: perfino la gente che non sa o non osa
rivolgere la parola ad anima viva, davanti a un
bambino si fa coraggio. Un bambino capisce ogni
lingua. Egli non è ancora salito sulla torre di Babele.
Capisco adesso perché l’Onnipotente si fa bambino: perché l’onnipotenza si veste della più grande impotenza, e chiede a tutti, ed ha bisogno di
tutto, anche di una stalla abbandonata, del fiato di un asino, di un po’ di paglia…Che strana
maniera di confonderci e di deporci!
Noi ci vestiamo di ferro e di acciaio: ci mettiamo intorno fortezze di cemento e campi di mine;
ci serviamo di ordigni che vomitano fuoco e morte. Vantiamo la nostra forza uccidendo! Che povera forza una forza che uccide! Mentre il Forte si
veste di povera carne, una carne che ha freddo, che ha fame. Già piange, già sanguina questa carne di un Dio fatto bambino, di un Dio fatto pellegrino. Noi ci barrichiamo, scaviamo trincee, tracciamo limiti…e l’Inaccessibile, l’Inviolato,
l’Eterno entra nel tempo, scende sulla terra, prende dimora tra gli uomini, toglie il limite tra il finito e l’infinito, tra l’umano e il divino e si mette a
servizio di tutti, alla mercé di tutti…Quale temerità! O non ci conosce, o la sua carità è così gran-
de che può passar sopra a tutte le misure e a
tutte le precauzioni della nostra saggezza. Qualunque
cosa ti accada, Signore, non potrai incolpare che
te stesso: se un giorno ti metteranno in croce
non potrai dire: io non l’ho voluto. Ci hai messo in tentazione di mancarti di riguardo. Un bambino che nasce in una stalla. Anche se gli angeli lo circondano, non può essere un personaggio di riguardo. Infatti, tutti vengono a vederlo:
tutti gli vogliono parlare e nessuno si fa annunciare. Vorrei parlargli anch’io, vorrei parlargli solo,
cuore a cuore. Aspetterò un poco: “Signore…”Oggi
dovrei parlargli di me; ma non posso; ho vergogna
a parlargli di me. Io possiedo ancora una casa,
un focolare, una chiesa, una patria. Non è ancor
venuto nessuno a domandarmi di sgombrare: nessun aeroplano ha sganciato bombe sulla mia casa;
nessun morto tra i miei…Di guai non ne manco, ma son guai fabbricati da me, dal mio benestare che può prendersi il lusso di contare che
gli manca questo e quello. E quando uno sta bene,
non rappresenta nessuno all’infuori di se stesso. Io non sono la voce di nessuno. E se non
sono la voce di nessuno, con quale diritto voglio
parlare ad Uno che è tutti? Davanti all’uomo solo
chi sta bene ha diritto di far sentire la propria voce.
Solo chi sta bene ha dei diritti davanti all’uomo:
solo chi ha qualche cosa è qualcuno davanti all’uomo. Ma davanti al presepio…è qualcuno solo chi
ha niente. Gli può soltanto parlare uno che niente. Se uno fa gli affari su quelli che muoiono in
trincea o in mare, non ha diritto di parlare. Se
uno non ha cuore per chi ha perduto la casa, la
patria, la chiesa…non ha diritto di parlare. Se
uno non ha fame e sete di giustizia per tutti i depredati, per tutti gli oppressi, non ha diritto di parlare.
Io non ho diritto di parlare. Il mio benessere mi
oltraggia, il mio egoismo mi schiaffeggia, la mia
comodità mi diminuisce fino a togliermi ogni diritto di parola. La notte pare schiarirsi sotto le stelle divenute vicine, molto vicine e meno indifferenti per quello che succede quaggiù. Voglio domandare al silenzio della notte, alla desolazione dei
campi, alle lacrime dei poveri, dei perseguitati,
degli orfani, delle vedove, al lamento dei feriti,
al grido degli esuli e degli oppressi, ai morti di
tutti i cimiteri vecchi e nuovi…la voce che sola
ha diritto di parlare a Cristo. Voglio che qualcuno mi impresti il diritto che ho perduto, la dignità che ho rifiutato, rifiutandomi al dolore. Sono
disposto a vendere tutto per riavere quella comunione con l’umanità lacerata e crocefissa che sola
può dare voce alla mia preghiera e aprire i miei
poveri occhi… Non ti chiedo nulla: mi basta che
tu sia con noi. Noi possiamo divenire anche più
cattivi, ma se tu resti anche questo grosso male
passerà. Signore, grazie! Mi sento meno male
al cuore. C’è già qualche cosa di nuovo, oggi:
ci sei Tu!”. Sono tanto diversi i nostri tempi, da
quel Natale del 1940? Basterebbe forse solo guardare un po’ al di là del nostro naso!
Ecclesia in cammino
Bollettino Ufficiale per gli atti di Curia
Mensile a carattere divulgativo e ufficiale per gli atti
della Curia e pastorale per la vita della
Diocesi di Velletri-Segni
Direttore Responsabile
Don Angelo Mancini
Collaboratori
Stanislao Fioramonti
Tonino Parmeggiani
Gaetano Campanile
Roberta Ottaviani
Proprietà
Diocesi di Velletri-Segni
Registrazione del Tribunale di Velletri n. 9/2004 del
23.04.2004
Stampa: Tipolitografia Graphicplate Sr.l.
Redazione
C.so della Repubblica 343
00049 VELLETRI RM
06.9630051 fax 96100596
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A questo numero hanno collaborato
inoltre: S.E. mons. Vincenzo Apicella, S.E. mons. Andrea
Maria Erba, mons. Luigi Vari, Costantino Coros, don Dario
Vitali, mons. Franco Risi, mons. Franco Fagiolo, don Claudio
Sammartino, don Marco Nemesi, don Daniele Valenzi,
don Fabrizio Marchetti, don Andrea Pacchiarotti, mons.
Angelo Lopes, Luigina Ruffolo, Antonio Galati, Fabricio
Cellucci,Stefano Perica, Cipri, Claudio Capretti, Paolo Tomasi,
Simona Zani, Maria A. Colabucci, M. Rigel Langella, Sara
Bruno, Emanuela Ciarla, Mara della Vecchia, Pier
Giorgio Liverani, Antonio Venditti, Marcello Schiavetta,
Sara Gilotta, Sara Calì, Valentina Fioramonti.
Consultabile online in formato pdf sul sito:
www.diocesi.velletri-segni.it
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In copertina:
Sandro Botticelli, Natività mistica, 1501,
tempera su tela, firmata e datata, cm 108,5 x 75,
Londra, National Gallery
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Dicembre
2009
Stanislao Fioramonti
a solidarietà universale è oggi un dovere. Molti credono di avere solo diritti, di
non dovere niente a nessuno; ma i diritti presuppongono doveri, senza i quali si
trasformano in arbitrio. La contraddizione odierna è di pretendere che siano riconosciuti dalla struttura pubblica diritti arbitrari e voluttuari, mentre si
disconoscono diritti fondamentali di gran parte dell’umanità. Infatti l’esasperazione dei diritti sfocia
nella dimenticanza dei doveri, mentre la condivisione dei doveri reciproci mobilita assai più della
sola rivendicazione dei diritti. Quanto alla crescita demografica, che coinvolge i valori irrinunciabili della vita e della famiglia, considerarla una causa prima del sottosviluppo è scorretto anche dal
punto di vista economico: vedi la crisi nelle società con forte calo della natalità. E’ doverosa una
procreazione responsabile, ma non si può ridurre la sessualità a mero fatto edonistico e ludico:
sia che si consideri la sessualità come fonte di piacere, sia che si controlli con una regolazione forzata delle nascite, essa non sarebbe responsabile perché in entrambi i casi le persone subiscono
violenza. L’apertura moralmente responsabile
alla vita è una ricchezza sociale ed economica. Il
declino di nazioni floride proprio a causa della denatalità deve spingere gli Stati a varare politiche che
promuovano la centralità e l’integrità della famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna, cellula primaria della società. L’economia ha bisogno
dell’etica per funzionale correttamente. Oggi si abusa dell’aggettivo “etico”; per la Chiesa una azione è etica se è a favore della persona, la cui inviolabilità è valore trascendente della legge morale
naturale. E poiché l’economia è un settore dell’attività
umana, anch’essa richiede un’etica che la corregga,
anziché essere funzionale ad essa. Riguardo al
rapporto tra imprese ed etica, oggi non sembra più
tanto valida la distinzione tra imprese “profit” e “non
profit”; vi è tra di esse un’area intermedia che considera il profitto uno strumento per finalità umane
e sociali. Questa pluralità delle forme istituziona-
L
li di impresa genera un
mercato più civile e anche
più competitivo. Tutte queste tipologie di imprese
devono potenziarsi anche nei
Paesi esclusi o emarginati
dall’economia globale. Negli
interventi per lo sviluppo deve
essere garantito il principio
della centralità della persona umana, per migliorarne
le condizioni di vita; e in questo gli oggetti dell’intervento devono diventare soggetti.
Anche gli apparati burocratici e amministrativi, spesso
troppo costosi di Organismi
e Ong di cooperazione internazionale dovrebbero essere ridimensionati in base al
principio suddetto. Il tema dello sviluppo è fortemente collegato a quello del rapporto uomo/ambiente naturale. Nella visione cristiana della natura, questa è frutto della creazione di Dio, espressione di un disegno di amore e
verità, di un dono del Creatore. Se è contrario al
vero sviluppo considerare la natura più importante
delle persone, è da respingere anche la posizione della sua completa tecnicizzazione. L’uomo interpreta la natura mediante la cultura, orientata dalla libertà responsabile, attenta alla legge morale.
L’accaparramento delle risorse energetiche ostacola lo sviluppo dei Paesi poveri, spesso sfruttati e terre di conflitti. Anche nel disciplinare lo sfruttamento delle risorse non rinnovabili è urgente la
necessità morale di una rinnovata solidarietà tra
Paesi in sviluppo e Paesi industrializzati. Questi
devono e possono ridurre il fabbisogno energetico sia migliorando l’efficienza energetica, sia ricreando energie alternative, e devono agire per una ridistribuzione planetaria delle risorse energetiche. L’uomo
può esercitare un governo responsabile sulla natura; c’è spazio per tutti sulla terra, che va consegnata alle generazioni seguenti in condizioni di ulteMentre ci accingiamo a consegnare questo numero di “Ecclesia” alla stampa apprendiamo della morte della Signora Gemma Capone, mamma del nostro vescovo diocesano Mons.
Vincenzo Apicella, avvenuta lunedì 30 novembre nella tarda serata,
presso la Clinica San
Raffaele di Velletri. La Sig.ra
Gemma, che tutti abbiamo
imparato a conoscere dal
2 aprile 2006, giorno dell’ingresso in diocesi del suo
figlio quale vescovo, amabile e cortese è entrata da
subito in simbiosi con i nostri
ambienti in particolare
con il santuario della
Madonna delle Grazie.
Possiamo dire che in un relativo breve spazio di tempo ogni comunità della diocesi ha potuto conoscerla
3
riore abitabilità e coltivabilità. Contrastare dunque
le modalità di sviluppo dannose per l’ambiente. I
modi in cui l’uomo tratta l’ambiente influiscono sui
modi in cui tratta sé stesso, e viceversa. Egli dovrà
dunque adottare nuovi stili di vita, determinati dalla scelta del vero, del bello e del buono e dalla comunione con gli altri uomini. La natura infatti è strettamente legata alle scelte sociali e culturali: vedi
ad esempio la desertificazione, le guerre per l’acqua e le altre fonti naturali ecc. La Chiesa deve
difendere non solo la terra, l’acqua, l’aria, ma soprattutto l’uomo contro la distruzione di sé stesso; quando nella società è rispettata l’ecologia umana, lo
è anche quella ambientale. Il problema decisivo
è la tenuta morale della società: se non si rispetta il diritto alla vita, alla morte e al concepimento
naturali, se si usano gli embrioni per la ricerca, si
altera il concetto di ecologia umana e quindi la natura non ne trae beneficio. Ambiente e vita sono un
tutt’uno sempre da tutelare. Società e sviluppo non
sono solo prodotti umani, perché la loro fonte ultima è Dio-Amore; Egli ci indica il bene, cioè la strada verso il vero sviluppo.
e apprezzarla e allo stesso tempo la sig.ra Gemma
ha ricambiato con interesse l’affetto ricevuto.
Esprimiamo a nome di tutta la comunità diocesana la nostra vicinanza al figlio mons. Vincenzo
e alle figlie sigg.re Tilde e Susy. Assicuriamo
il ricordo nella preghiera e l’offerta di
suffragi per la sua
anima. Le esequie
si sono celebrate
mercoledì 2 dicembre nella cattedrale di san Clemente
con la partecipazione
di molti fedeli, presbiteri, alcuni
vescovi e del
Cardinal Titolare
S.Em.za Francis
Arinze.
Dicembre
2009
4
Pier Giorgio Liverani
A
desso che la polemica sull’esilio del
Crocifisso dalle aule scolastiche si è
un po’ raffreddata, è possibile fare chiarezza sulla base di alcune considerazioni, che,
per brevità, presenterò in modo schematico.
La sentenza – La Corte per i diritti dell’uomo
di Strasburgo non è un organismo dell’Unione
Europea, ma del Consiglio d’Europa, organismo
dunque da non confondere con la UE, è un’organizzazione di 47 paesi, tra cui alcuni molto
lontani dal nostro continente, come il Kazakistan.
Le sue sentenze non sono coercitive, quindi saranno le autorità italiane (di giustizia, parlamentari e di governo) a decidere se il Crocifisso resterà o no nelle scuole italiane.
Gli Italiani – Un sondaggio d’opinioni curato da
Renato Mannheimer (quello che compare in tv
a Porta a Porta) e pubblicato dal Corriere della Sera (8 novembre) ha dato questi risultati: l’84
per cento degli italiani è favorevole al Crocifisso
nelle aule scolastiche; solo il 14 per cento (un
italiano su sei) si dichiara contrario. Tra i cattolici praticanti i favorevoli superano il 93 per cento. «Ma – scrive Renato Mannheimer –anche
tra i laici (ad esempio, coloro che dichiarano di
non recarsi mai alla Messa) chi si dichiara contrario costituisce una netta minoranza, pari a meno
del 30 per cento». Dunque i “laici” favorevoli sono
più del 70%, che diminuisce sino al 22% tra i
votanti per le forze del centrosinistra». Un altro
sondaggio commissionato dal Tg24 (collegato
a Il Sole 234 Ore, emittente sul satellite Sky) dava
un risultato analogo 72% contrari alle decisioni della Corte, 28% favorevoli. Né il Corriere né
il Sole 24 Ore possono essere considerati giornali vicini al mondo cattolico. Dunque democrazia
vorrebbe che una
maggioranza di
“pro-Crocifisso”
così imponente e
significativa fosse rispettata.
La laicità – La
sentenza di
Strasburgo è stata presa in nome
della doverosa
laicità dello Stato.
Si dà il caso che
colui che, se così
si può dire, ha
inventato la laicità
sia stato proprio
Colui che è raffigurato
nel
Crocifisso. Fu
Gesù istituire la laicità, concetto sconosciuto ai tempi di Cristo e non
solo in Palestina,
ma in tutto il
mondo allora
conosciuto. Roma,
con il suo impero, era una teocrazia che divinizzava persino l’imperatore e che aveva come
proprio culto di Stato quello dell’Olimpo (per capirci: Giove, Giunone, Marte, Venere eccetera). Israele
(quello di allora) era pure uno stato teocratico,
la cui “Costituzione” era, di fatto, la Torah con
le sue 613 leggi religiose, legali, familiari, sociali eccetera. Nelle lingue ebraica e aramaica la
parola “laico” non esisteva e, che io sappia,
non
1
esisteva nemmeno nel latino di allora . Gesù fondò la laicità, come è arcinoto, su un principio razionale (potremmo persino definirlo… illuministico”:
“Date a Cesare… date a Dio…”). Anche per questa distinzione, che per gli ebrei di allora equivaleva a togliere “competenze” a Dio, Gesù subì
a condanna a morte, emanata dalle autorità clericali del suo tempo (il Sinedrio) ed eseguita dal
potere “laico” e pagano dei Romani (Pilato). Qui
occorre una precisazione. Per la situazione locale della Palestina di allora, Roma era in un certo senso il potere “laico”, perché la sua politica
prevedeva di ignorare le questioni religiose dei
popoli dominati; invece il popolo ebraico, privato
dei diritti e dei poteri politici potrebbe essere paragonato alla comunità cristiana di oggi. Insomma
Strasburgo dà l’ostracismo (“Et sui eum non receperunt”, ma i suoi non lo accolsero – Gv 1,11)
a Colui che aveva annunciato la liberazione dei
poveri e degli oppressi, insegnato l’uguaglianza e la fraternità di tutti gli uomini e predicato
la giustizia universale.
Il “Simbolo” – Una parte dei “laici” che sono
favorevoli al Crocifisso nelle scuole lo difende
perché – afferma – esso non è soltanto un “simbolo” religioso, ma è (anche, e per essa
soprattutto) il segno di una tradizione nazionale culturale e antropologica. Insomma, leggo sui
giornali “laici”: «Il Crocifisso ridotto a bandiera
nazionale», «Dio banalizzato». Anche qualche
“cattolico adulto” si è ribellato a questa lettura
del Crocifisso. Non sarà mai – ha scritto – un
«simbolo di civiltà cristiana», equivarrebbe a una
«tragica bestemmia teologica», perché «il cuore del mistero stesso della Trinità nessuno può
ridurlo a cultura». Ancora: non si può «permettere che il Crocifisso sia difeso da cavalieri atei
come espressione della cultura dominante», sarebbe meglio toglierlo dai luoghi pubblici. Allora, per
coerenza, bisognerebbe distruggere le edicole
religiose nelle strade di città e di paese, abbattere le croci in cima ai monti e demolire le chiese (specialmente quelle che testimoniano un’architettura cristiana). Parlando di scuole, però,
nessuno propone di abolire le vacanze di Natale…
Chi ragiona così dimentica che «una fede che
non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta» (Giovanni Paolo II, 1982) e che,
dunque, se la società italiana difende il Crocifisso
per motivi non religiosi ma culturali, dimostra di
aver accettato che i segni della fede siano diventati parte della sua cultura tanto accademica quanto antropologica. E, dunque, al di là del primario valore religioso, non ha torto chi, anche senza fede, dell’Uomo crocefisso da una singolare combutta di credenti e di pagani fa un simbolo della (vera) laicità valido per tutti gli uomini, atei e laicisti compresi. Del resto, se Gesù
ha dato il suo corpo e versato il suo sangue dalla croce «per voi e per tutti», l’ha fatto anche
per chi lo uccideva ieri e lo uccide oggi vuoi con
lo sbattezzo, vuoi con la decrocifizzazione delle aule scolastiche e giudiziarie, vuoi, insomma,
con la negazione del Dio crocifisso come immagine e somiglianza dell’uomo respinto in mare,
schiavizzato, abortito, eutanatizzato, oppresso,
sfruttato, affamato, analfabeta, ammalato, prigioniero, ateo…
1
La parola “laicus” fu usata per la prima volta da San
Girolamo nella sua traduzione della Bibbia (la “Vulgata”), per
definire il pane “hol”, che in ebraico significa “comune, profano”, e distinguerlo da quello sacro dell’offerta al tempio
(1Sam 21,4). Girolamo la prese dal greco “laikòs” (popolare,
del popolo), derivato da “laos” (popolo).
Dicembre
2009
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Sara Gilotta
Benché il Cardinale Angelo Bagnasco presidente della CEI non sia nuovo ad interventi
che riguardano le diverse realtà e situazioni in cui l’Italia sta vivendo e di cui sta soffrendo, è certo vero che mai prima di ora egli
si era rivolto con parole tanto chiare al mondo della politica e della informazione, perché
finalmente moderino i toni e cessino di operare come in preda a sentimenti di vero e proprio odio.
E poiché non si può che essere d’accordo
con le parole di Bagnasco, credo che spetti innanzitutto ai cristiani cercare di comprendere
le cause di un degrado che appare davvero
generalizzato, per tentare di cambiare la situazione a cominciare dal quotidiano, per arrivare alla politica.
E anche se è indubbio che non mancano motivi seri di disagio, che la crisi economica ha
aggravato in modo evidente, mi sembra che
non si possa sottovalutare il fatto che il disagio,
o se si vuole i motivi del disagio giungano da
molto lontano e derivino da motivi e cause che
la crisi ha forse solo acuito.
E’ chiaro, infatti, che le medesime tensioni che
animano le parti politiche, animano con la medesima asprezza tanta parte dei rapporti quotidiani
di troppi di noi e le cause non sono poi molto
diverse. Nessuno o ben pochi di noi intendono e forse desiderano capire l’altro, chiusi come
si è, in un egoismo crescente che cerca, nel continuo e purtroppo spesso fallimentare tentativo
di auto-protezione, e di auto-affermazione di “espellere” l’altro, di emarginarlo, rifiutando anche il
tentativo di conoscerlo, almeno per ascoltarne
le ragioni.
E dalla mancanza di conoscenza non può che
nascere ed attecchire ogni forma di pregiudizio,
un ostacolo fondamentale, che non permette
di costruire rapporti equilibrati, rispettosi e pacifici.
Anzi proprio da tali miasmi viene generato un
altro pericoloso motivo di ostilità, la paura, che
anche secondo Gandhi, oltre che naturalmente secondo gli insegnamenti di Cristo, è il vero
opposto dell’amore. Perché è dalla paura che
nasce la violenza e di desiderio di violenza il nostro
mondo è saturo.
Persino i più mansueti e più educati, a cominciare dai bambini, sono indotti a manifestazioni verbali e comportamentali di violenza, che scattano dentro di noi in modo improvviso ed inspiegabile. Non solo nel senso, per fortuna, che si
sia diventati tutti incapaci di non arrivare alle
mani , ma nel senso che siamo tutti come inquinati da impulsi estremamente negativi che nascono dalla incapacità e prima ancora dalla non volontà di costruire insieme qualcosa che sia capace di suscitare armonia e non di continuare ad
alimentare il perenne clima di guerra che sem-
bra essersi impossessato in modo irreversibile
del mondo.
E’ chiaro allora come tra il mondo della politica
e quello “reale” si sia instaurato un rapporto biunivoco, per il quale l’uno influisce sull’altro in un
gioco che, in modo sempre più evidente e che
prende “a pretesto” diverse motivazioni, le quali in verità derivano tutte da un’ unica causa certa, quella per cui del libero arbitrio, vero dono
concesso da Dio all’uomo,
si sta facendo un uso senza dubbio errato volto a dividere e non ad unire, adiuvati, per così dire dal sistema tentacolare di diversi “dogmi” e da diverse false ideologie.
Le quali, nello stesso
momento in cui tendono ad
ottenere una sorta di consenso generalizzato, non fanno che indurre ciascuno di
noi ad ergersi giudice dell’altro, chiusi in una forma
di “inquisizione” perenne. In
tal modo le regole e i principi sociali e morali vengono
deformati e si traducono inevitabilmente in polemica, in
condanna, in guerre di tutti i tipi, come è ben evidente
nel mondo politico, che, purtroppo, è specchio fedele di
una società volta continuamente per sua natura e
per scelte politiche opportunistiche alla scissione.
Di fronte ad una situazione
di tal genere non c’è altra
cura, secondo me, che
quella del rispetto e dell’amore, che, se mai riusciranno a “farsi largo” nel mondo, non potranno
che produrre una classe politica diversa e certamente più degna di rispetto e meno malata della peggiore forma di egoismo, anzi di egotismo
sfrenato e spesso inguaribile, come è dinanzi
agli occhi di tutti.
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Dicembre
2009
Mons. Luigi Vari*
In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò
che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo
primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria. Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città. Anche Giuseppe, dalla Galilea,
dalla città di Nàzaret, salì in Giudea alla città di Davide
chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa
e alla famiglia di Davide. Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta. Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del
parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per
loro non c’era posto nell’alloggio. C’erano in quella
regione alcuni pastori che, pernottando all’aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge.
Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria
del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande timore, ma l’angelo disse loro: «Non temete: ecco,
vi annuncio una grande gioia,
che sarà di tutto il popolo:
oggi, nella città di Davide,
è nato per voi un Salvatore,
che è Cristo Signore.
Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una
mangiatoia».E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste,
che lodava Dio e diceva:
«Gloria a Dio nel più alto dei
cieli e sulla terra pace agli
uomini, che egli ama».Se
si pensa che Luca scrive il
suo Vangelo per dare solidità alla fede di Teofilo che
rappresenta tutti i cristiani
che devono vivere la fede
in ambienti non favorevoli
, scettici o, almeno, analfabeti
per quanto riguardava il linguaggio religioso: le parole che raccontano la nascita di Gesù sorprendono molto. Luca vuole essere uno
storico e racconta una situazione che sorprende soprattutto quando parla degli angeli che portano l’annuncio ai pastori e dell’esercito celeste che canta: Gloria
a Dio nell’alto dei cieli. Lo storico Luca già dalla prima pagina del suo Vangelo crea difficoltà a Teofilo
che vorrebbe un racconto senza tanti ostacoli. Quanti
cristiani leggono velocemente tutti questi particolari
quasi per paura di fermarsi, oppure sbrigano la faccenda dicendo che ci si trova di fronte a dei modi di
dire? Può una persona che deve dare ragione della
propria fede e della propria speranza mettere tra parentesi tutto quello che dà problema saltando questi racconti? C’è anche un’altra considerazione da fare: questi racconti sono i primi che si ascoltano e quelli che
si ricordano di più, sono solo racconti per bambini?
Non è il caso di entrare nella complessa problematica dei Vangeli dell’infanzia; però si può tentare una
risposta. Credo, oltre le considerazioni che molti studiosi possono fare, che Luca non abbia omesso que-
sti racconti proprio per il suo desiderio di scrivere una
storia. A Teofilo dice che vuole dare solidità alla fede
che professa non solo raccontando con serietà i fatti avvenuti, ma anche rivelandone il senso. Gesù che
nasce non è solo un dato della cronaca; ma è l’ingresso di Dio nella storia delle persone e questo è
straordinario. Il sogno di tutti di non pensare alla propria vita come alla storia di un oggetto che provvisoriamente
occupa uno spazio e che presto verrà sostituito o da
un altro oggetto o dalla polvere, si realizza perché entra
Dio nella storia di ognuno a dirgli che è una persona, che la sua vita ha un valore immenso, che vale
quanto la vita stessa del Figlio di Dio. I pastori che
sono i rappresentanti dei più poveri, spiritualmente
ed economicamente, e a loro viene detto viene detto che Dio è diventato come uno dei loro bambini e
che non devono più guardarli come dei condannati
ad una vita grama con lo sguardo più preoccupato
che felice, ma che li devono guardare con lo stesso
stupore e la stessa gioia con la quale guarderanno
quel bambino che è Dio. Per dire tutto questo, Luca
non ha paura di introdurre immagini straordinarie nel
racconto di quella notte che è santa perché Dio si coinvolge completamente con i suoi figli. Non bastano le
parole per dire tutto questo, è necessario mettere in
scena lo straordinario, è quasi obbligatorio descrivere
il cielo che si confonde con la terra ed a questo servono gli angeli e le schiere celesti. La gioia del cielo
si descrive con la danza e con il canto proprio come
fa l’evangelista raccontando di questa notte santa. Le
altre domande sulla cronaca di quella notte trovano
le loro risposte e non ci sono ragioni per mettere in
dubbio il peregrinare di Maria e Giuseppe, il ricovero di fortuna e la presenza dei pastori che vivendo lì
furono i primi a dare un po’ di conforto e di accoglienza
al bambino Gesù. Se, però ci si accontentasse
della ricostruzione dei fatti eliminando in questa
pagina i colori e i suoni, allora si somiglierebbe ad
uno che di fronte ad un affresco si ostinasse a ricostruire solo la qualità degli intonaci e la natura dei
colori, disinteressandosi alle emozioni : più che intelligente apparirebbe un po’ noioso.
*parroco e biblista
Don Daniele prio ministero. In realtà ogni cristiano non può che
Valenzi* non sentirsi come Giovanni il Battista: voce! Voce
San Gregorio di Nissa,
celebrando il mistero
del Natale, dirà che “il
Figlio di Dio accetta la
nostra povertà per farci entrare in possesso della sua divinità; si spoglia della
sua gloria per renderci partecipi
della sua pienezza”. Questo
annuncio che la
Chiesa da sempre
proclama con solenne dolcezza la notte di Natale, rivela al mondo intero il misterioso disegno dell’amore del
Padre che ci offre la possibilità di far
parte di sé. Nell’omelia che san Bruno tiene la notte di Natale possiamo cogliere il tono pacato e vibrante di chi insegna una verità che prima
ancora di essere il contenuto di una rivelazione che
non può essere taciuta, è l’essenza stessa del pro-
di un mistero taciuto nei secoli, suono del Verbo
della vita: Cristo Gesù Signore nostro. Allora accogliamo anche noi l’invito del santo vescovo di Segni
e avviciniamoci dolcemente a quella mangiatoia per
essere saziati dell’abbondanza delle delizie del Signore,
perché il nostro sguardo sia colmo contemplando,
avvolto in fasce, il Dio bambino. Partorì il suo figlio
primogenito lo avvolse in panni e lo adagio in una
mangiatoia, perché non c’era posto per loro nella
locanda. O immensa pietà! O umiltà ineffabile! O
sacramento inenarrabile! Dio si fa uomo, l’eterno,
temporale, l’immortale mortale, l’immenso è avvolto in piccole fasce, colui che i cieli non potevano
contenere per la sua grandezza. Chi mai ha sentito una cosa tale? Chi ha visto qualcosa di simile? Adagiato nella mangiatoia, il pane vivo disceso dal cielo è mostrato non agli uomini ma alle pecore, cioè, è manifestato non ai Giudei ma ai Gentili.
Allora il bue conobbe il suo padrone e l’asino la mangiatoia del suo Signore. Ma che dirò del perché il
creatore dei cieli e della terra, del perché il re dei
re, il signore dei signori, non trova posto in una locanda? Cosi infatti dice l’apostolo: Poiché colui che possedeva ogni ricchezza per noi si è fatto povero. C’erano
in quella regione pastori che vigilavano e custodi-
Dicembre
2009
7
Don Andrea Pacchiarotti na, non voler tornare
all’abiezione di un
Il Tempo di Natale è la seconda parte del “ciclo del- tempo con una conla manifestazione del Signore” di cui fa parte anche dotta indegna.
l’Avvento. Questo tempo liturgico va dalla solen- Ricordati che, strapnità di Natale (25 dicembre) alla festa del pato al potere delBattesimo del Signore (domenica dopo l’Epifania). le tenebre, sei staE’ un tempo che è radicato nelle tradizioni popo- to trasferito nella luce
lari ed è profondamente sentito anche ai nostri gior- del Regno di Dio.
ni. Basta vedere come cambia nell’imminenza del Con il sacraNatale l’aspetto delle nostre città per rendersene mento del batconto. Questo non è un male e non dobbiamo nep- tesimo sei
pure condannare tutto questo come “vuoto con- diventato temsumismo”. Anche nelle manifestazioni esteriori infat- pio dello
ti si può nascondere qualcosa di valido che, qua- Spirito Santo!»
lora valorizzato e guidato correttamente, può esse- (Tractatus
re l’espressione di un “desiderio” che non è detto XXI,3). La
non possa trovare una “risposta” nell’annuncio evan- celebrazione
gelico. Nel tempo di Natale possiamo individuare del Natale è
prima di tutto due “feste” principali che fanno da quindi per la
cornice a tutto questo tempo liturgico e, insieme, Chiesa una
ne esprimono bene, il mistero che vi si celebra. Queste “nuova creadue feste sono la Natività del Signore (25 dicem- zione” o una
bre) e l’Epifania (6 gennaio). Esse sono in stretto “rinascita”.
rapporto tra di loro e celebrano sottolineature dif- Leone Magno
VI
ferenti dello stesso mistero dell’incarnazione e del- nel
la manifestazione del Signore. Per cogliere l’au- Sermone sul
tentico senso della celebrazione del tempo di Natale Natale afferbisogna fare attenzione a non slegare le due dimen- mava: «mensioni di cui Natività ed Epifania sono portatrici, ma tre adoriamo
la nascita del
a tenerle strettamente unite tra di loro.
Il tempo di Natale nasce intorno al solstizio di inver- n o s t r o
no. Questa collocazione non è casuale: nei testi Salvatore, ci
liturgici troviamo riferimenti al tema della luce che troviamo a
viene ad essere l’elemento simbolico principale per c e l e b r a r e
esprimere il “mistero della salvezza” che la anche la nostra nascita». Queste considerazioni
Chiesa celebra in questo tempo. Come la luce del ci “salvano” dal rischio di racchiudere la celebragiorno, a partire da questo giorno “più piccolo” (s. zione del tempo di Natale nei confini troppo stretAgostino), sottrae gradualmente spazio alle tene- ti di un “presepe”, e ci donano uno sguardo conbre della notte, così la Chiesa celebra nell’incar- templativo sulla storia, uno sguardo che sa riconoscere nell’oggi di ogni tempo e di ogni uomo e
nazione del Verbo l’inizio della salvezza.
Come evidenziato nell’articolo precedente sul tem- donna l’incarnazione del Verbo. Sarà semmai il “prepo d’avvento, al centro della celebrazione del Natale- sepe” a lasciarsi attrarre verso orizzonti più ampi
Epifania sta l’evento storico dell’incarnazione del e più ricchi.
Verbo. Ma non si tratta di una semplice comme- Certamente nulla sarebbe possibile senza la nascimorazione di un fatto storico del passato. Infatti, ta di Gesù a Betlemme duemila anni fa, ma la celela Chiesa “oggi” celebra l’unione dell’umanità con brazione liturgica del Natale non può essere ridotla divinità che si è realizzata nell’incarnazione del ta ad un nostalgico ricordo di un fatto commovente
Verbo e che “oggi” continua ad attuarsi nella vita e toccante del passato.
dei credenti. Leone Magno in un famoso sermo- Quel fatto ha trasfigurato la storia, ha fatto nascene del tempo di Natale diceva: «Riconosci, cristiano, re un mondo nuovo, una nuova creazione.
la tua dignità e, reso partecipe della natura divi- Celebrando il Natale “oggi”, noi celebriamo il nostro
essere “resi figli” in
colui che è il “primogenito” e il “pioniere” (cfr. Eb 2,10)
che ci guida al compimento della
nostra “vocazione
celeste”. Qui sta
il senso della
nostra celebrazione
del Natale
“oggi”, è in
noi che il
Cristo oggi
d e v e
nascere,
nella sua
Chiesa.
Noi non
attendiamo
più una
nascita del
Cristo nella carne…
ma attendiamo il
compimento
quando tutto e in tutti sarà
Cristo (cfr.
Col 3,11).
Si domanda Origene in una delle sue omelie sulla Genesi:
«A che serve… dire che Gesù è venuto soltanto
nella carne che ha preso da Maria e non mostrare che è venuto anche nella mia carne?» (Omelie
sulla Genesi 3,7). «Il Signore ci accordi di credere con il cuore, di confessare con la bocca (Rm
10,9-10) e di confermare con le opere che l’alleanza
di Dio è nella nostra carne affinché gli uomini, vedendo le nostre opere buone, diano gloria al Padre nostro
che è nei cieli (Mt 5,16) in Gesù Cristo nostro Signore».
La presenza di Cristo nella liturgia, attraverso una
adeguata catechesi, saprà rivelare il senso autentico di tale evento, per poter dire: “Egli è venuto
per me”. Il Natale di Cristo, attraverso la celebrazione,
diventa il Natale della Chiesa; attraverso l’esperienza della mia testimonianza, che lo incarna, diventa il mio Natale.
vano nella notte il loro gregge. Ed ecco l’angelo
del signore apparve loro, e lo splendore di Dio li
circondò ed essi ebbero grande timore. Disse loro
l’angelo: Non temete. Ecco vi annuncio una grande gioia che sarà di tutto il popolo perché è nato
per voi oggi il Salvatore che è Cristo Signore, nella città di Davide. Letteralmente intendiamo che l’angelo annuncia queste cose ai pastori per primi perché non entrassero incautamente nella grotta e si
avvicinassero alla mangiatoia nella quale era posto
il bambino. Spiritualmente invece la grotta è la Chiesa,
la mangiatoia la Divina Scrittura, i pastori in realtà sono da comprendere come i vescovi ed i dottori. Infatti è chiamata Chiesa l’assemblea in cui
si raccoglie e sta insieme e dimora in essa il popolo di Dio. Per questo infatti è scritto: Il tuo popolo
o Signore abita in essa. Questo popolo, come nella mangiatoia, è nutrito nella Scrittura Divina con
un cibo spirituale. Lì trova deposto Cristo, e lì man-
evento. E questo per voi sarà il segno: Troverete
un bambino avvolto in fasce e posto in una mangiatoia. Oh se i Giudei capissero questo segno e
cercassero con noi Cristo nella mangiatoia.
Sebbene infatti sia avvolto in fasce e giaccia nascosto sotto il velo della lettera, tuttavia troverebbero, se cercassero e comprenderebbero, se credessero.
Chiunque tu sia che desideri vedere Gesù, avvicinati a questa mangiatoia, scruta la scrittura, rimuovi le fasce, metti da parte la lettera, la lettera infatti uccide, lo spirito invece dà vita, e allora vedrai
quello che non potevi vedere. Così infatti lo cercano i Pastori della Chiesa, e cercando trovano,
e trovando adorano e credono. E subito giunse con
l’angelo una moltitudine delle schiere celesti che
lodava il Signore e diceva: Gloria a Dio nell’alto dei
cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà .
gia il pane vivo. Beati quelli che mangiano il cibo
di questa mangiatoia e si ristorano delle delizie che
lì sono poste. Voi, Pastori della Chiesa, voi vescovi e sacerdoti, ascoltate e comprendete. A voi l’angelo parla. Avoi annuncia questa grande gioia: Perché
a voi è dato di conoscere il mistero del regno di
Dio. Avoi è dato di ascoltare e comprendere i segreti dei cieli. Annunziate dunque quello che avete ascoltato, predicate ciò che avete visto, non nascondete
quello che avete conosciuto. Tante volte infatti Cristo
nasce nella grotta, tante volte come un bambino
è posto nella mangiatoia, quante volte predicate
nella Chiesa tali verità, quante volte annunciate il
parto della Vergine e la nascita di Cristo a tutti gli
altri. Infatti la festa odierna è chiamata la natività
del Signore: non perché il Signore nasca oggi, non
perché ora nasca dalla Vergine, ma perché oggi
si rinnova la memoria della sua nascita ed è celebrata e predicata la commemorazione di questo
*parroco
Dicembre
2009
8
Don Dario VItali
A
volte mi chiedo quanti siano rimasti a
leggere questo mio commento corsivo
alla Lumen Gentium. La lunghezza del
cammino può aver stancato più di qualcuno, anche
in considerazione del fatto che il territorio da esplorare è per lo più sconosciuto, e ritenuto da troppi una meta ormai fuori moda e senza particolare interesse. Quale valore può rivestire ancora un documento promulgato nel 1965? Se poi
gli argomenti di maggior impatto – il ripensamento
della Chiesa in chiave teologica, la concezione
dinamica del Popolo di Dio, la partecipazione dei
laici alla missione della Chiesa – sono risultati
ostici, che sorte toccherà al commento sul cap.
V della costituzione, che mette a tema la universale
vocazione alla santità nella Chiesa? Il timore deriva dal fatto che questo breve capitolo, che nella mente dei Padri conciliari costituiva uno dei
passaggi più decisivi del documento, è praticamente rimasto lettera morta. Sarà forse per la collocazione, schiacciato com’è tra il capitolo sui laici e quello sui religiosi; sarà per l’esiguità della
trattazione – quattro paragrafi in tutto! – che appare come un’introduzione al capitolo sui religiosi:
sta di fatto che i commentari a LG 39-42 sono
laconici, spesso sbrigativi, quasi che si trattasse di una digressione senza importanza, un fervorino di poco conto, che non può incidere sui
massimi sistemi dell’ecclesiologia e sui problemi gravosi che affliggono la Chiesa. Né si può
dire che il tema abbia riscosso maggior interesse nel vissuto della Chiesa: a una ricognizione
veloce delle fonti ispiratrici della spiritualità cristiana, oggi ripresi da più parti davanti alla deriva della pratica religiosa, difficilmente si incontra un rimando al cap. V della Lumen Gentium.
Le obiezioni sono tutte pertinenti, anche se non
bastano a spiegare la disaffezione al tema. In effetti, il capitolo è il risultato di una cesura prodotta
dalla Commissione dottrinale che, in analogia con
la redazione del cap. II sul Popolo di Dio distinto dalla trattazione sui laici, separasse il tema della universale vocazione alla santità dal capitolo
sui religiosi, al quale originariamente appartenevano
i nn. 39-42. I motivi che hanno portato a smembrare in due il capitolo sui religiosi è il medesimo che ha dettato la creazione di un capitolo sul
Popolo di Dio distinto da quello sui laici: che le
affermazioni in merito non riguardavano unica-
mente i laici, ma tutti i battezzati. Allo stesso modo,
il cap. V afferma a chiare note che la santità è
una condizione alla quale tutti sono chiamati in
forza del proprio battesimo, e non solo i religiosi in ragione dell’osservanza dei consigli evangelici. Si sa dell’iter tormentato della Lumen Gentium,
passata per molte redazioni; una revisione più
paziente del testo avrebbe potuto portare la
Commissione teologica a inserire i quattro paragrafi in questione, o almeno il n. 40, nel cap. II
sul Popolo di Dio. Nel qual caso il tema della santità sarebbe diventato organico a quello del sacerdozio comune, rinforzando l’esito della rivoluzione
copernicana attuata da quella scelta: non solo
ciò che riguarda la condizione battesimale viene prima delle funzioni ministeriali nella Chiesa;
non solo che la fondamentale uguaglianza dei
battezzati precede ogni differenziazione di vocazione, stato di vita o ministero; ma che il primato nella Chiesa spetta alla santità, tanto del singolo che delle comunità, chiamate alla fedele sequela di Cristo. Pur mancando a livello redazionale
questo passo ulteriore, che avrebbe concluso il
processo di ripensamento delle relazioni all’interno della Chiesa, la scelta di creare un capitolo a parte attorno all’affermazione della universale
chiamata alla santità assume un significato di grande portata, che ribadisce e conferma la rivoluzione copernicana determinata dal cap. II. Se là,
infatti, si intaccava l’idea piramidale di Chiesa,
fondata sulla distinzione tra una gerarchia,
depositaria di tutte le funzioni e il potere, e i fedeli, intesi alla stregua di sudditi, nel momento stesso in cui si affermava la radicale uguaglianza di
tutti i battezzati e si specificava come il ministero ordinato si configurasse come una forma di
servizio al Popolo di Dio, qui si afferma che la
chiamata alla santità non è prerogativa di pochi
nella Chiesa, ma dono e compito di ogni battezzato:
dono in forza dello Spirito di santità ricevuto nel
battesimo; compito, perché quel medesimo
Spirito porta alla maturità della vita in Cristo chiunque si incammini per la via della sequela, non
in ragione della sua funzione o del suo stato di
vita, ma della sua condizione di battezzato. A ben
vedere, questo passaggio è altrettanto decisivo
di quello sul Popolo di Dio. In effetti, il primato
della vita teologale proposto a tutti i battezzati
scardina un principio che ha regolato la vita ecclesiale di tutto il secondo millennio. Graziano, il grande canonista del Medioevo che aveva raccolto
e ordinato le decretali, sentenziava: «Duo sunt
genera christianorum: clerici et laici». La distinzione si risolve in una distanza incolmabile tra
due ordini di persone che sembrano configurarsi come due caste, una superiore e l’altra inferiore. Da una parte – o meglio, sopra – un gruppo, incaricato dell’ufficio divino e dedicato alla contemplazione e alla preghiera, lontano dalle
cowse del mondo, come dice il loro stesso nome.
Clerici viene infatti dal greco kleros, che in latino si traduce con sors: si tratta infatti di chi ha
avuto in sorte di essere un eletto, secondo quanto Dio ha deciso. Sotto stanno gli altri, i laici, il
popolo, come dice il termine laos. A loro è concesso di possedere beni temporali, anche se unicamente in uso; di avere moglie, coltivare la terra, trattare affari e giudicare cause, deporre le
offerte sopra l’altare e versare le decime: in questo modo potranno salvarsi, se facendo il bene,
eviteranno i vizi. Non di rado questa concezione risuona in molti discorsi clericali – ma a farli
non sono solo i preti – che tornano di moda. D’altra
parte, la tentazione della casta è ricorrente in ogni
organizzazione sociale, e la Chiesa non fa eccezione. Ma la linea tracciata dal concilio non va
in questa direzione. Non solo tutti i membri della Chiesa sono costituiti in una radicale uguaglianza
dalla rigenerazione in Cristo, ma è questa, e unicamente questa la condizione che abilita alla sequela, e quindi alla santità nella Chiesa. Che è indicata come una strada alla quale tutti sono chiamati, senza privilegi di sorta, perché tutti membri al medesimo titolo della Chiesa santa, sulla
quale il Signore risorto ha effuso il suo Spirito di
santità.
Dicembre
2009
9
Fabricio Cellucci*
S
copriamo la volontà di Dio attraverso l’ascolto responsabile della sua Parola che
a noi viene trasmessa attraverso la
Scrittura e la Tradizione della Chiesa. San
Paolo nella sua lettera ai Galati, ricorda che in Cristo
Gesù non è la circoncisione che conta o la non circoncisione,
ma la fede che opera per mezzo del1
la carità . L’apostolo ci segnala che c’è un opposizione tra l’operosità di chi resta chiuso in se stesso e l’operosità di chi si rapporta agli altri mediante il reciproco donarsi senza riserve o zone d’ombra. Nel cammino di sequela di Cristo si possono
prendere strade errate. Il cristiano responsabile,
consapevole che può sviare dalla sequela di Gesù,
vive confrontandosi con un guida al fine di poter
crescere in modo buono nella fede che professa.
Fino a quando resterà solo nel confronto con il suo
pensiero, sicuramente penserà che le sue idee, i
suoi determinati atteggiamenti siano quelli giusti;
invece confrontandosi a tutti i livelli (preghiera, colloqui con chi cura la formazione umana e spirituale)
potrà evitare di intraprendere una strada che lo porta a perdere di vista le coordinate del cammino di
fede nella vocazione che il Signore gli ha preparato e a cui aderisce con il suo sì totalmente libero. La chiamata che ognuno di noi ha è singola e
personale. Facendosi educare, formare, la persona
potrà vivere secondo la strada tracciata dal
Signore il cui senso unico è quello del comandamento dell’amore perché questo è il comandamento:
che crediamo nel nome del Figlio suo Gesù Cristo
e ci amiamo gli uni e gli altri, secondo il precetto
che ci ha dato. Chi osserva i suoi comandamenti
dimora in Dio ed egli
in lui. E da questo conosciamo
2
che dimora in noi . Le coordinate e gli esiti sono
chiari, non abbiamo scusanti. Se si cercano delle
giustificazioni, per fare finta di non essere proprio
io quel determinato chiamato, significa che ci si sta
nascondendo dietro un dito. Il Signore rinnova la
chiamata ogni giorno. Se la persona non si carica della sua responsabilità che viene dal chiamarsi
cristiano, ossia quella di diventare uomini responsabili, testimoni per i fratelli del Cristo Risorto per
la salvezza, essa rinuncia al suo compito e alla sua
missione per il mondo nel quale, nella sua specifica vocazione, vive e opera. Emerge una necessità: scegliere nel cuore di voler assumere una posizione positiva, che renda capaci di generare amore, pace e gioia in chi ci sta vicino nel cammino
della vita. Per fare questo bisogna poter vedere e
percepire nella mente e nel cuore la propria vita,
il mondo e gli altri come dono gratuito di Dio. La
vita è un cammino alla luce di una chiamata universale e una chiamata particolare che il Signore,
con voce simile alla brezza leggera, ci propone.
Dopo la proposta Lui aspetta il nostro consenso,
la nostra risposta assertiva, libera e responsabile. Dio chiama in modo assolutamente libero. Non
c’è nulla che determini
oppure obblighi Dio a chia3
mare una persona . Il motivo che muove il
Signore a chiamare è il piano misterioso e la decisione assolutamente libera della volontà divina. Questo
è un atto gratuito da parte di Dio. La chiamata riguarda il singolo, è personale. Si è chiamati per un compito particolare da compiere all’interno della sto-
ria della salvezza dell’umanità. Ciò che la persona è chiamata a fare è rispondere, dire Sì, fidarsi del Signore, porsi alla sua sequela, oppure rispondere di no e tirarsi indietro. Se ci si pone alla scuola di Gesù in modo vero e responsabile, Lui ci dona
un aiuto importantissimo che è lo Spirito Consolatore.
La persona può diventare apostolo solo grazie allo
Spirito Santo. Il Papa Giovanni Paolo II ci ricorda
che mediante la forza dello Spirito Santo essi furono gli apostoli, i sacerdoti, i testimoni del Cristo risorto. Essi modellarono la loro vita e le loro opere con
gli occhi fissi all’immagine incancellabile di Gesù
buon pastore degli uomini. Essi annunciarono al
mondo il suo messaggio ed agirono per la salvezza
degli uomini con gli stessi suoi sacri poteri. Essi
sapevano che la missione di Gesù sacerdote, maestro e pastore continuava attraverso le loro persone:
«Come il Padre ha mandato me, anch’io mando
voi» (Gv 20,21). Sapevano, infatti, di essere stati
costituiti, in mezzo al mondo, come il segno e strumento visibile della presenza viva ed operante del
Signore risorto, ed altresì di formare, per un dono
ineffabile dello Spirito Santo, un corpo nuovo di uomini dotati di un carattere originale e inconfondibile;
il carattere di sacerdoti,
maestri, pastori del
4
Nuovo Testamento .
Si vive la risposta e il discernimento sulla propria
vocazione
se si cresce nella docibilitas vocazio5
nale per lasciarsi educare e formare e per essere sempre più conformi a Cristo, pastore e guida
dei suoi fedeli. Quando sento nel mio cuore di voler
seguire Gesù sulla via del sacerdozio, se voglio
discernere bene, per prima cosa mi devo affidare
al Signore e alla sua grazia e poi devo utilizzare
gli strumenti che Lui mi ha lasciato, devo affidare
la mia intenzione di vita alla verifica della Chiesa,
che mi inserisce in un percorso graduale di formazione
e verifica delle motivazioni della mia scelta particolare. Perché mi devo affidare alla Chiesa, non
posso fare da solo? La Chiesa è il luogo in cui io
posso discernere la volontà divina sulla mia vocazione, perché essa è sapiente e vigilante verso i
figli di Dio che le sono affidati. La sapienza che essa
possiede è la sua Tradizione, che è un tessuto vivo,
che fa vivere all’uomo che si affida la Rivelazione
della Parola di Dio, non solo come Scrittura ma anche
come una sua multiforme interpretazione e inculturazione che lei possiede, dalle grazie fino all’esperienza vissuta con le generazioni che ci hanno preceduto e che si sono fidate di essa, corpo
mistico di Cristo, suo fondamento e guida sicura
nel mare della storia. Nella Chiesa si cresce nella relazione con Dio e con i fratelli perché se credere significa amare, la vera realizzazione della fede
è la comunità e essa si esprime nell’arte delle relazioni libere, umane e spirituali. Rispondere alla chiamata del Signore, in particolare al sacerdozio ministeriale, vuol dire pronunciare il proprio sì all’Amore,
che chiede di essere amici più da vicino di Gesù
che chiama, per svolgere una missione importantissima:
donare ai fratelli la sua Parola, il suo Corpo e il suo
Sangue che sono il sacrificio della nuova ed eterna alleanza.
Il seminario è un cammino che aiuta i giovani nel
voler crescere nel primato della carità. In questo
tempo del seminario abbiamo la possibilità di formarci a sviluppare un rapporto di comunione e di
amicizia profonda […]come lo stare con Lui, permette ai dodici di vivere tra loro una singolare esperienza di vita comune, nell’accoglienza e nel servizio reciproco, nella disponibilità a lavarsi i piedi
gli uni gli altri: avendo sperimentato la gioia e la
fatica della comunione,6potranno diventare le guide delle nuove comunità ; così sarà anche per coloro che si formano ad essere pastori secondo il cuore di Gesù. Belle parole, ma come si vivono nel
concreto? Potrebbe essere la domanda di ogni giovane. Quanto ho esposto prima fa parte della giornata quotidiana vissuta nel seminario, luogo e tempo di formazione dei ragazzi che vogliono attuare un discernimento sulla propria vocazione al servizio di ministro della Parola e dell’Eucarestia. Si
vive nella vita di classe, di comunità e di relaziosegue nella pag. successiva
Dicembre
2009
10
Costantino Coros
“Noi siamo il frutto del nostro apprendimento”, spiega Laura Salvo, psicologa e psicoterapeuta, specializzata in psicoterapia cognitiva-comportamentale. Si
occupa da molti anni di difetto dell’autostima, psicoeducazione e prevenzione dalle dipendenze patologiche con una particolare attenzione ai giovani e agli
adolescenti. Accanto alla sua attività professionale,
l’impegno nel mondo cattolico, nello specifico nel Movimento
Lavoratori di Azione Cattolica, è stato sempre al centro della sua vita. Laura, affronta in questa intervista,
temi delicati che riguardano in senso ampio l’educazione dei giovani e i pericoli che corrono durante il
loro processo di maturazione verso l’età adulta.
Oggi sembra avere la meglio la cultura del tutto
e subito: droghe, alcol, internet e sesso sono gli
ingredienti di una miscela pericolosa che può esplodere da un momento all’altro?
E’ fondamentale ribadire che l’adolescenza è una fase
di ristrutturazione dell’identità, la più critica rispetto a
quelle dell’età infantile e dell’età adulta. Infatti, negli
anni dell’adolescenza il giovane deve trovare un equilibrio fra gli stimoli interni ed esterni che gli provengono dall’ambiente circostante, quindi il cambiamento
che vive all’interno provoca disorientamento, confusione, incapacità di progettare, ansia, depressione e
a volte rabbia. Inoltre c’è un attacco all’autorità: genitori, scuola, parroco, ma questo comportamento è normale nella crescita. L’adolescente vive tutto in modo
segue dalla pag. precedente
ne tra singoli, ma anche nel servizio annuale che
siamo chiamati a svolgere all’interno
della comu7
nità (cerimonieri, bidello ecc.) . Il primato della carità nella vita è la misura della capacità di amare.
Se vivo nelle opere di amore per i fratelli allora posso dire di amare e conoscere il Signore. Il primato della carità, quindi diventa criterio per il discernimento sulla vocazione al sacerdozio nella vita
di comunità. Il cammino della comunità del seminario maggiore si fonda non nell’operosità individualistica, ma nella operosità del singolo che si
rapporta agli altri mediante il reciproco donarsi senza riserve, in poche parole che vive secondo lo
spirito di servizio, lo spirito del comandamento dell’amore. Vivere secondo il comandamento dell’amore,
secondo la logica del servizio nella carità è impegno di comunione perché si tratta di camminare
secondo l’andatura della comunità, che muove i
propri passi non sul sentiero dell’individualismo,
ma sulla via maestra della disponibilità per plasmare
estremo e quindi non ha quella flessibilità e quella capacità di mediazione che si ha nell’età adulta. I giovani hanno bisogno di vivere emozioni forti ecco perchè si rifugiano nelle droghe o nel gioco d’azzardo.
Purtroppo anche internet, che è una scatola, rappresenta
un fuggire dalla relazione con l’altro. Il problema di
oggi sta nel fatto che il contesto relazionale e affettivo è cambiato, spesso i ragazzi sono lasciati soli. I
giovani in balia di loro stessi sono fragili. Non bisogna dimenticare che si cresce per apprendimento ma
anche per modellamento. Oggi sono venuti a mancare i punti di riferimento forti, quindi diventa fondamentale il gruppo dei pari, dove i giovani si rifugiano. Le uniche relazioni che vivono sono con il gruppo. Se il gruppo è ben orientato va bene, al contrario si attivano comportamenti di bullismo.
Che cosa è successo agli adolescenti?
Nei ragazzi è venuta meno la speranza, non credono più nel domani, ecco l’uso di droghe. I cosiddetti
comportamenti devianti, compreso il consumo del sesso sono modalità di comunicazione, la loro richiesta
di aiuto. Infatti, mentre mettono in pratica detti comportamenti, cercano qualcuno che gli dica che quella non è la strada giusta. Cercano qualcuno che gli
sappia dare delle conferme. I genitori hanno abdicato
al loro ruolo. Oggi i genitori pensano che dargli quello che vogliono sia una cosa buona invece servono
regole e serve una maggiore autorevolezza. Tutti vivono gli adolescenti come un problema ma nessuno si
immette empaticamente nel loro mondo e quindi nes-
suno riesce a capirli. Gli educatori devono adottare
metodologie comunicative adatte all’età degli adolescenti.
Sembra che la società proponga modelli di consumo sfrenati dove anche il corpo diventa una
merce di scambio e internet è il veicolo della diffusione di questa falsa cultura. Sembra che sia
diventata secondaria la questione del considerare
l´altro come una persona con il suo carattere e
le sue sensibilità. Quali riflessioni si possono fare
in merito a questo modo di vivere le relazioni con
gli altri?
Il corpo è diventato un oggetto di consumo, perché
il mondo degli adulti ha tolto i sogni ai ragazzi, quindi i giovani fanno quello che li fa vivere, inseguono il
piacere dell’immediato, non hanno motivo di aspettare. Oggi tutto è dissacrato. Ogni singolo comportamento cosiddetto deviante è un canalizzare la sensazione di vuoto che provano gli adolescenti verso i
diversi orientamenti a seconda delle attitudini dei singoli (sesso, internet, droghe, alcol ecc...) sempre alla
ricerca di emozioni forti. In questo, una buona dose
di responsabilità ricade anche sugli stili e sui modelli di consumo proposti dalla pubblicità e dal web. Ma
il fatto più preoccupante è che i bisogni degli adolescenti sono i bisogni dei genitori, come per esempio
l’uso del telefono cellulare. Nell’adolescenza c’è il bisogno di essere, sono gli adulti che hanno bisogno dell’apparenza e la trasferiscono sui giovani. I ragazzi
sono veri fino al midollo, ma se non trovano sincerità nell’altro, si rinchiudono in loro stessi.
La fascia adolescenziale richiede maggior cura ma
ciò non avviene. In fondo, si parla di giovani ma non
si parla con i giovani.
Qual è il ruolo delle agenzie educative (scuola,
famiglia, associazionismo ecc...) in
questo contesto?
Bisogna fare reti tra le famiglie, insegnare ai genitori a dialogare, a trovare un codice comunicativo condiviso. I genitori devono essere dei modelli, perché
sono dei modelli, non possono essere né amici né
tiranni. Devono essere dei punti di riferimento, devono porsi in condizione di ascolto e di accoglienza con
modelli propositivi. Educare i giovani al sacrificio e alle
rinunce. Valorizzare le loro passioni. Accendere i loro
sogni. Il problema non sono i giovani, sono gli adulti che non sanno capirli e di conseguenza non li sanno orientare.
con la logica del pensare insieme, del progettare la parola umana. La stessa fiducia ci mostra poi
insieme ai fratelli maggiori o minori, ma soprat- anche tutto quello che non abbiamo, in cui dobtutto nella fiducia in Dio e nel suo progetto di amo- biamo migliorare e crescere. Quindi possiamo viverigonre. È necessario però che la persona dia fiducia re per quello che siamo, senza troppi eccesivi
8
alle guide che ha a fianco, strumenti preziosi del- fiamenti oppure complessi di inferiorità .
la grazia divina, che mostrano le tappe del cammino e come arrivarci. Ad esempio, chi vive in semi*Seminarista diocesano
nario vivrà nella fiducia riposta nei superiori che
curano gli ambiti della formazione al fine di condurre ad una maturazione integrale. Di conse1
guenza se siamo veri, matu- 2 Gal 5,6.
ri e responsabili, allora 3 Cfr. 1Gv 3, 23-24.
Cfr. per maggiori approfondimenti Pontificia opera per le vocazioni sacerpotremmo vivere nell’umiltà
su noi stessi, riappacificati dotali, Nuove vocazioni per una nuova Europa, Teologia della vocazione (seconcon la nostra storia e con 4da parte).
GIOVANNI PAOLO II, Messaggio per la XVII giornata mondiale per le vocazioni, 1980.
noi stessi perché è la fidu- 5
Per maggiori chiarificazioni: Nuove vocazioni per una nuova Europa, parte
cia che ci fa accettare noi quarta: Pedagogia delle vocazioni, la “docibilitas” vocazionale.
6
stessi, gli altri e la volonCei, la formazione dei presbiteri nella chiesa italiana, orientamenti e norme per i semità di Dio che si esplica attra- nari (terza edizione) 57
verso la mediazione del- 7 PONTIFICIO COLLEGIO LEONIANO, Progetto formativo, … e di servire liberi, pagg. 15-16
8
IBIDEM
Dicembre
2009
Stefano Perica*
Si è tenuta il 29 Ottobre presso il Comune di Velletri
la presentazione del progetto di autocostruzione promosso dalla Caritas Diocesana in collaborazione con il Comune di Velletri. Alla presentazione
del progetto hanno presenziato il Vescovo S.E.
Mons. Vincenzo Apicella , il responsabile della
Caritas Diocesana don Cesare Chialastri, il Sindaco
di Velletri Fausto Servadio, l’assessore ai lavori pubblici del Comune di Velletri Roberto Leoni
e l’assessore regionale alle politiche per la casa
Mario Di Carlo. Tra i relatori, dopo l’illustrazione dei principi guida del progetto da parte del
responsabile delle politiche sociali della Caritas
Diocesana, l’arch. Alvaro Ronzani, dirigente dell’area lavori pubblici del Comune di Velletri, ha
esposto le possibilità tecniche di attuazione dello stesso, manifestando il sincero entusiasmo
con il quale ha fornito e fornirà in futuro la sua
preziosa collaborazione con la Caritas. Leonardo
Crocilli, del Progetto di Autocostruzione del Cosonrzio
ANB Perugia, ha invece esposto i dettagli in cui
si sviluppano i progetti di autocostruzione, mostrando anche alcuni edifici, attualmente già assegnati in proprietà, attraverso le diverse fasi realizzative. Il principio ispiratore della cosiddetta
autocostruzione risiede nella possibilità di fornire, a famiglie con basso reddito, l’opportunità di acquistare un’abitazione, grazie all’abbattimento dei costi di costruzione in misura pari
a circa il 50%, attraverso la
loro partecipazione personale
alle attività costruttive. La partecipazione di tutti i destinatari
delle nuove unità abitative alle
attività costruttive, favorisce
inoltre uno spirito collaborativo
in grado di ripercuotersi positivamente nelle successive relazioni
personali di vicinato
tra i futuri proprietari.
L’attitudine alla
collaborazione reciproca viene esaltata dalla inconsapevolezza, da
parte dei costruttori, di quale degli edifici in corso di costruzione diverrà la propria abitazione,
stimolandoli a profondere il massimo impegno
in un’attività che non necessariamente è finalizzata al proprio esclusivo interesse. L’assegnazione
degli alloggi avverrà infatti alla fine della loro realizzazione mediante un sorteggio. Il meccanismo
di selezione degli aventi diritto agli alloggi terrà conto della necessità di soddisfare le esigenze
di una sempre più larga fascia di popolazione
che, da un lato è titolare di un reddito troppo basso per poter acquistare un’abitazione accedendo
a fonti di finanziamento bancario, dall’altra però
ha un reddito non sufficientemente basso per
poter accedere alle selezioni previste dall’edilizia
pubblica agevolata. I più
penalizzati risultano essere giovani coppie che,
pur vantando un reddito complessivo di almeno 15.000,00
euro avranno l’oggettiva difficoltà di reperire un alloggio per la propria famiglia.
Come è noto tale difficoltà impedisce oggi a molte giovani coppie di sposarsi, al di là di quanto ritenuto da alcuni in ordine alla
natura “bamboccesca” delle nuove generazioni, che
preferirebbero evitare l’assunzione di responsabilità del matrimonio e magari anche opportunità di lavoro, per rimanere a vivere
con i propri genitori. In realtà l’attuale contesto economico-sociale impedisce
oggettivamente a molti di
loro di sviluppare un progetto familiare, di cui l’a-
11
bitazione costituisce un
elemento fondamentale. I
progetti di autocostruzione
hanno poi un ulteriore pregio, ossia di poter essere
realizzati prescindendo
anche totalmente da fonti
di finanziamento pubblico.
Proprio l’abbattimento dei costi
di costruzione
infatti consente
di far ricorso o
all’autofinanziamento, o comunque al finanziamento di istituti
bancari cui sarà possibile accedere in ragione
dell’abbattimento del capitale finanziato. Il
grande valore del sistema dell’autocostruzione,
che non a caso vede impegnata la caritas come
promotrice ed animatrice del progetto, risiede
dunque nella sua capacità di garantire e promuovere
il valore della solidarietà, sia intesa come sostegno alle fasce deboli della nostra società, sia
come promozione di una maggiore coesione sociale, ottenuta, come detto, attraverso la reciproca personale collaborazione dei destinatari del
progetto alla sua realizzazione, nonché di promuovere la famiglia, favorendo in particolare le
giovani coppie a medio e basso reddito.
Ma il vero e proprio valore aggiunto di tali progetti è costituito dal fatto che essi implicano la
piena applicazione del principio di sussidiarietà, in quanto non richiedono un intervento diretto da parte delle pubbliche istituzioni, neanche
economico, ma una collaborazione tra i cittadini e gli enti pubblici locali, in grado di promuovere il pieno sviluppo della personalità e della
dignità degli “autocostruttori” favorendone l’iniziativa personale. Il progetto presentato a
Velletri, di cui la nostra diocesi è protagonista
attraverso la Caritas, costituisce la prima esperienza del genere nella Regione Lazio. Esperienze
simili, con ottimi risultati, sono state realizzate
in Umbria ed in Emilia Romagna, regioni che hanno introdotto specifiche norme per l’agevolazione
dell’autocostruzione. Proprio cogliendo l’occasione della presenza dell’assessore regionale
Di Carlo, è stata avanzata la proposta di una
legge regionale che regolamenti e favorisca i progetti di autocostruzione. La nostra speranza è
che il seme gettato possa germogliare e dare
un esempio importante di come, dall’iniziativa
di ciascuno di noi, possa dipendere anche il cambiamento delle politiche sociali, in un’ ottica di
pieno e vero sviluppo della dignità umana.
*Responsabile Politiche Sociali
della Caritas Diocesana
Dicembre
2009
12
Quanti di voi sanno che oggi 23 novembre, giorno in cui scrivo questo articolo, in Congo sono
stati uccisi almeno 16 civili a causa di un attacco perpetrato dai ribelli dell’esercito ugandese,
nell’estremo nord-est della Repubblica Democratica
del Congo.
Oppure che continua la crisi politica in Honduras
che si prepara alle elezioni governative in programma questa domenica sotto la stretta sorveglianza di poliziotti ed esercito.
E che negli stessi giorni attivisti per i diritti umani denunciano la “sparizione” di oppositori al governo nazionale. Ed infine che in Somalia, nazione storicamente molto vicina all’Italia, continuano
i combattimenti e gli attacchi che hanno portato negli ultimi giorni all’uccisione di almeno otto
persone e il ferimento di altre 15.
Notizie non scritte, informazioni non dette perché riguardano popoli e nazioni che non destano l’interesse internazionale. Il “Diritto alla Notizia”
non è solo il titolo di un incontro che si è tenu-
Dott. Benni
to giovedì 12 novembre presso i locali della cattedrale di San Clemente e che vedeva come ospite il Dott. Pietro Mariano Benni, direttore di Misna,
ma anche una verità scomoda e sofferta: gli uomini non sono uguali neanche di fronte alla necessità di far conoscere i loro drammi, le loro realtà ed i loro bisogni.
Misna (www.misna.org) è un’agenzia giornalistica specializzata nel diffondere notizie e servizi di approfondimento e reportage sul Sud del
Mondo.
Per far ciò si avvale di una rete capillare di “giornalisti sul campo” composta da missionari, esponenti della Società Civile, operatori umanitari e
volontariato in grado di leggere e trasmettere senza inibizioni e censure le verità dei popoli e dei
territori entro i quali quotidianamente si trovano ad operare.
La notizia è un’arma forte e rischiosa, rende consapevoli i popoli, muove le masse contro le ingiustizie, ribalta i governi, palesa gli accordi politici. Può bastare tutto ciò per comprenderne il potere e capire il perché di certe censure.
Popoli del Sud del Mondo sono sottomessi da
governi dittatoriali, vivono in estrema povertà,
senza alcuna tutela, privati dei più elementari
diritti umani. Il primo modo per evitare rivolte consiste nel vietare l’istruzione e la formazione scolastica: pensiamo a paesi come l’Afganistan e
anche alla stessa Africa.
Quando il diritto alla scuola non può essere cancellato, è l’accesso ai canali di informazione internazionali che viene vietato. In Cina il governo
ha oscurato nel 2006 definitivamente Wikipedia,
bloccando l’accesso alla più celebre enciclopedia
universale su Internet.
Tra i 225 milioni di vocaboli che contiene ci sono
troppe definizioni scomode per il governo cine-
se: Tienanmen 1989 e democrazia, Tibet e repressione [Fonte: Repubblica] . Contemporaneamente
la Cina sta perpetrando una nuova “colonizzazione” dei Paesi Africani aggiudicandosi gran parte dei lavori di costruzione di infrastrutture e ostacolando di fatto la crescita lavorativa ed economica
del popolo africano.
Ma i paesi cosiddetti ricchi non sono da meno
favorendo accordi economici tra i governi africani, altamente corrotti, e i potenti del petrolio,
del gas e dei diamanti, escludendo dai benefici che potrebbero derivare da queste economie
la popolazione spesso inconsapevole e vittima
di una gestione scellerata dei rifiuti e degli scarti di lavorazione. Queste notizie, nel ricco occidente, arrivano filtrate, senza che siano fatti, per
cronaca e verità, i nomi e i cognomi dei protagonisti. A noi rimane la cultura dei “luoghi comuni”: l’Africa povera, dove la gente muore per fame
e malattie curabili e dove nessuno si ribella e
cerca di emergere.
La mancanza di una corretta informazione non
ci consente neanche di sviluppare quella cristiana
comprensione dei perché persone siano spinte, in modo molto rischioso, a raggiungere i paesi europei, le nostre città, la nostra economia.
Ci rendiamo così conto che vittime della cattiva e mancante informazione siamo anche noi,
esclusi dalla verità e spesso poco interessati a
cercarla. Un invito arrivato dal Dott. Benni al
termine dell’incontro è quello di individuare sempre canali autorevoli, ma liberi, e di cercare la
verità sfruttando anche i nuovi strumenti di informazione come per esempio internet. Perché l’idea deve nascere da una consapevolezza e non
da un pregiudizio.
A. Cipri
Dicembre
2009
13
9
Antonio Galati
«Adorate il Signore, Cristo, nei vostri
cuori, pronti sempre a rispondere a
chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi» (1Pt 3, 15).
Il mese scorso ci siamo voluti soffermare sulla
prima parte del videomessaggio che Benedetto
XVI ha rivolto ai partecipanti al ritiro sacerdotale internazionale svoltosi ad Ars dal 27 settembre
al 3 ottobre di quest’anno, concentrando l’attenzione
su una affermazione che
il papa pronunziò all’i1
nizio del suo discorso . Questo mese ci soffermiamo invece su un’affermazione che è presente
al termine del messaggio: «niente rimpiazzerà2
mai il ministero dei sacerdoti nella vita della Chiesa»
e che lo stesso papa aveva già pronunciato nel3
l’omelia tenuta a Parigi il 13 settembre 2008 .
L’affermazione è sicuramente forte, ma è proprio questa forza che ne manifesta anche4la verità. Il sacerdozio ordinato o ministeriale –senza distinguere tra presbiterato e episcopato– è
un elemento costitutivo della Chiesa, cioè una
componente tanto fondamentale che senza di
essa la Chiesa non esisterebbe. Per dimostrare brevemente e sommariamente questa neces
1 Cfr. A. GALATI, La gioia del sacerdote consacrato per la salvezza del
mondo, in Ecclesia in cammino, Novembre 2009, pag. .
2 Videomessaggio del santo padre Benedetto XVI ai partecipanti al ritiro sacerdotale internazionale (Ars, 27 settembre-3 ottobre 2009).
3 Omelia del santo padre Benedetto XVI durante la messa del 13 settembre 2008 all’Esplanade des Invalides, Parigi.
4 Da ora in poi, pur non specificando più l’attributo di «ordinato» o «ministeriale» in riferimento al ministero dei presbiteri e dei vescovi per distinguerlo dal sacerdozio comune dei battezzati, ogni volta che parlo di
sacerdozio mi riferisco a quello ministeriale se non è specificato diversamente.
5 Cfr. 1Pt 2, 4-5; 1Cor 3, 11; Ef 2, 20.
6 Videomessaggio del santo padre Benedetto XVI ai partecipanti al ritiro sacerdotale internazionale (Ars, 27 settembre-3 ottobre 2009).
7 Idem.
8 Idem.
9 «A ogni discepolo di Cristo incombe il dovere di diffondere la fede,
per la parte che spetta a lui» (LG 17); «tutti i fedeli cristiani infatti, dovunque vivono, sono tenuti a manifestare con l’esempio e con la testimonianza della parola l’uomo nuovo […]» (AG 11). Cfr. anche GS 93.
10 1Pt 3, 15.
11 Infatti la prima parte del versetto citato recita: «ma adorate il Signore,
Cristo, nei vostri cuori» (1Pt 3, 15).
12 Cfr. LG 10.
13 Cfr. LG 30-31.
14 Videomessaggio del santo padre Benedetto XVI ai partecipanti al
ritiro sacerdotale internazionale (Ars, 27 settembre-3 ottobre 2009).
sità del sacerdozio
basti pensare alla
facoltà che il sacerdote
ha di celebrare l’Eucaristia,
rendendo presente in mezzo ai suoi Gesù, Colui5
che è il fondamento su cui si edifica tutta la Chiesa .
Continuando ad ascoltare l’insegnamento del papa,
allora, possiamo notare come egli definisce due
ambiti che sono specifici dei sacerdoti, e cioè
di «annunciare il suo amore [di Cristo] attorno
a voi [sacerdoti] e di essere totalmente impegnati al servizio della santificazione
di tutti i mem6
bri del popolo di Dio» .Circa il compito della santificazione del Popolo di Dio non penso ci sia
bisogno di ulteriori riflessioni, ma basta ascoltare ancora il messaggio di Benedetto XVI per
capirne la portata e la grandiosità: «cari sacerdoti […] pensate al gran numero di messe che
avete celebrato o che celebrerete, rendendo ogni
volta Cristo realmente presente sull’altare.
Pensate alle innumerevoli assoluzioni che avete dato e darete, permettendo a un peccatore
di lasciarsi redimere. Percepite allora la fecondità infinita del sacramento dell’Ordine. Le vostre
mani, le vostre labbra, sono divenute,
per un istan7
te, le mani e le labbra di Dio» .Invece, per quanto riguarda il compito dell’annuncio dell’amore
di Dio per gli uomini, che si manifesta nella persona del Figlio, possiamo soffermarci sul tono
e sul contenuto di quest’annuncio che il sacerdote è chiamato a dare. Circa
il tono esso deve essere di gioia
e speranza. Dice infatti il papa:
« Il sacerdote, certamente
uomo della Parola divina e del
sacro, deve oggi più che mai essere uomo della gioia e della speranza. Agli uomini che non possono concepire che Dio sia puro
amore, egli dirà sempre che la
vita vale la pena di essere vissuta
e che Cristo le dà tutto il suo senso perché Egli 8ama gli uomini,
tutti gli uomini» . Circa, invece,
il contenuto da testimoniare e da trasmettere esso non è tanto un concetto, ma
è la verità nella sua forma più sostanziale, cioè
la persona stessa di Gesù Cristo. A conclusione di queste nostre riflessioni possiamo
interrogarci brevemente sullo specifico del
sacerdote in questo compito dell’annuncio
dell’amore di Dio per gli uomini.
L’interrogativo scaturisce dal fatto che il
Concilio Vaticano II insegna che il compito dell’annuncio del Vangelo –che è l’altra, o meglio la principale, forma per dire
l’amore di Dio per gli uomini– non
è specifico per i sacerdoti perché, di per sé, compete a tutti i
fedeli battezzati .
Ma la contraddizione che
sembra
apparire è
solo apparente. Infatti, la vocazione all’annuncio, che è espressa nell’esortazione ai cristiani
di essere «pronti sempre a rispondere a chiunque vi10domandi ragione della speranza che è
in voi» , deriva dal 11vivere uno specifico rapporto
con Cristo Risorto . Ora, visto che il sacerdozio ministeriale differisce da quello
comune non
12
tanto per grado ma per essenza , vuol dire che
il rapporto che si instaura tra Cristo e il sacerdote viene a essere ontologicamente diverso da
quello che si instaura tra Cristo e il battezzato
non-ordinato e, quindi, è anche diverso l’annuncio
e la testimonianza che essi rendono.
Testimonianza che differisce non tanto nel tono
o nel contenuto –perché è sempre una testimonianza
di gioia e di speranza in Cristo morto e risorto–
quanto nel modo. Infatti, mentre i fedeli laici partecipano della Trinità attraverso il battesimo e,
per questo, sono chiamati a vivere nel mondo
per santificarlo con la loro presenza
e il loro impe13
gno nelle attività secolari , i fedeli che hanno
ricevuto il sacramento dell’Ordine nei gradi del
sacerdozio ministeriale hanno come modo
principale quello di esprimere l’annuncio dell’amore
di Dio per gli uomini attraverso la partecipazione a Cristo Capo e Pastore, casto, povero e obbediente. In questo senso si può interpretare l’affermazione del papa, con la quale concludiamo
questa riflessione: «portate Cristo in voi; siete,
per grazia, entrati nella Santissima Trinità. Come
diceva il santo Curato: “se si avesse la fede,
si vedrebbe Dio nascosto nel sacerdote come
una luce dietro un vetro,
come un vino
mescolato
all’acqua”»14
Dicembre
2009
14
Mons. Franco Risi
L’amicizia con Cristo richiede al sacerdote di vivere nel suo quotidiano, quattro caratteristiche: la maturità umana; l’unione costante con Cristo; di essere un uomo di preghiera e un maestro della vita
spirituale. Esse devono essere desiderate e coltivate mediante una continua conversione da parte del sacerdote per il bene di tutto il popolo di Dio.
Nella dimensione umana del prete è di particolare importanza la maturità affettiva. Cristo, maestro
di vero amore per gli altri, ha evangelizzato anche
attraverso la sua personalità: il Vangelo è pieno
di riferimenti, eventi toccanti riguardanti la vicinanza
fisica di Gesù agli altri. Infatti Egli si lascia toccare il lembo del mantello da una donna malata; si
lascia avvicinare dai fanciulli; si lascia lavare i piedi da una prostituta e, perfino baciare da Giuda.
E’ importante che i sacerdoti siano sempre alla scuola di Gesù per curare il rispetto e l’accoglienza dell’altro. Questi, se vogliono acquistare codesta maturità affettiva, devono orientare la loro paternità solo
al bene dell’altro. Padre Amedeo Cencini, canossiano, formatore e psicoterapeuta, ha sottolineato che:”La sessualità include in sé un microcosmo di —significati: la corporeità, la relazionalità, la reciprocità, l’incontro e l’intimità. Una immaturità rispetto alla
sfera sessuale intesa in senso
ampio, può generare varie forme di compensazione: potere,
denaro, dominio sugli altri, narcisismo che danneggiano relazioni umane”. Da qui comprendiamo che la maturità
personale, il vero amore, deve
avere una struttura pasquale:
mistero di morte e risurrezione; di rinuncia a se stessi per ritrovarsi in Dio e nei
fratelli. Questo cammino, come
ogni maturazione della vita
sacerdotale, non può prescindere dalla croce. E’
una croce che libera, che salva dai peccati commessi nel passato aprendo ad orizzonti più ampi
e orientando la vita sulla via del bene.
Tutti possiamo sbagliare. L’essenziale è saper ritrovare l’amore che ci porta ad amare l’altro nella sequela di Cristo. L’affettività del prete, vissuta nella dimensione del celibato, deve essere sempre una testimonianza limpida, un dono da condividere e non
una proprietà privata o privilegiata. L’uomo celibe dice il linguaggio della bellezza di Dio. Le sue
relazioni con gli uomini e le donne, sono dense
di bene e capaci di amare senza possedere. E’
Enrico Mattoccia
Verso la fine di dicembre del 2000 il Consiglio Comunale
di Torino fu chiamato a deliberare su una mozione che
aveva per oggetto il conferimento della cittadinanza
onoraria a Filiberto Guala. Nel corso della seduta ci
furono diversi intereventi, alcuni appassionati, altri commossi, tutti favorevoli! Alla fine, Filiberto Guala fu dichiarato cittadino onorario all’unanimità: quarantotto voti
te “un buon pastore, un pastore secondo il Cuore
di Dio, perché esso è il più grande tesoro che Dio
possa accordare ad una parrocchia. E’ uno dei doni
più preziosi della misericordia divina”.
Questo è vvalorato ancora dalle parole di San Giovanni
Maria Vianney pronunciate da Benedetto XVI nell’indire l’Anno Sacerdotale:”Il sacerdozio è l’amore del Cuore di Gesù”.
Questo fascino, come ogni cosa preziosa, ha bisogno di essere protetto, custodito, perché possa sempre resistere all’urto aggressivo e negativo di una
cultura senza Dio. Solo così il sacerdote sarà capa-
ce con l’aiuto dello Spirito Santo di essere strettamente unito a Cristo Sommo Sacerdote per la
salvezza eterna di tutti gli uomini. Papa Benedetto,
nell’omelia della messa crismale scorsa ha detto:”L’unirsi a Cristo suppone la rinuncia.
Comporta che non vogliamo imporre la nostra strada e la nostra volontà; che non desideriamo questo o quell’altro ma ci abbandoniamo a Lui, ovunque in qualunque modo Egli voglia servirsi di noi”.
Il sacerdote diviene consapevole che nel fare il bene
spirituale dell’uomo e della donna opera la grazia
di Dio. E’ lo Spirito Santo che ci configura a Cristo
Sacerdote offrendoci la forza di perseverare nella fedeltà a Dio e agli altri. Da queste due caratteristiche fondamentali, sopra citate, scaturiscono, come l’acqua da una sorgente, le altre due:
uomo della preghiera e maestro della vita spirituale.
La società e la cultura odierna, si presentano
sempre più frammentate e anonime rispetto al
passato. Per superare questa situazione c’è bisogno di sacerdoti che sappiano testimoniare con la
vita la fedeltà al Vangelo e all’Eucaristia, celebrata
quotidianamente affinché Cristo divenga meta della sua vita. Solo così il sacerdote si sentirà “analfabeta” nel senso di non considerarsi
mai arrivato. In questo
modo diventerà l’uomo della testimonianza. In questa prospettiva diviene il
maestro della vita spirituale per gli altri. Per questo la Chiesa ha sempre
attribuito molta importanza nella formazione e
nell’accompagnamento
e nel cammino di tutti i suoi
figli da parte del sacerdote. La paternità spirituale del prete è indispensabile per l’approfondimento personale
del messaggio evangelico come pure per tradurlo
in una prassi di vita.
Viene esercitata soprattutto nel colloquio personale con i singoli credenti attuandosi in un insieme di incoraggiamenti, proposte, inviti, richieste
personali, come fa un padre quando discorre con
i propri figli.
Sarà capace, sull’esempio del Curato d’Ars, di operare all’interno della Chiesa e a servizio della comunità cristiana nonché del mondo e dell’umanità intera. Grande è la responsabilità del sacerdote, in modo
particolare oggi, che ha bisogno di ascoltare di nuovo la Parola di Dio per ritornare a credere in Gesù
“Via, Verità e Vita”.
su quarantotto. In quel momento egli era ultranovantenne,
quasi cieco, costretto su una carrozzella; viveva nella trappa di Frattocchie(Roma), dove sarebbe morto
il 24 dicembre successivo. Ai consiglieri si poteva rimproverare il fatto che ci avevano pensato troppo tardi, non certo che Guala non fosse degno della cittadinanza onoraria. Era nato a Montanaro, in provincia di Torino il 18 dicembre 1907. Dopo gli studi liceali si iscrisse al Politecnico di Torino, dove si laureò nel
1929. Fondamentali furono per la sua vita alcuni incon-
tri. Già durante il Liceo, la frequentazione del gruppo che si ispirava agli esempi di Pier Giorgio Frassati
e che aveva aderenti in varie regioni italiane, gli diede modo di vivere in un particolare clima di impegno
cristiano e di conoscere persone che poi rivestirono
incarichi importanti nella vita culturale e politica italiana. All’università Guala fu attivo e convinto membro della FUCI (Federazione Universitari Cattolici Italiani),
nella quale incontrò nel 1927 il responsabile nazionale mons. Giovanni Battista Montini, il futuro papa
capace quindi, di generare gli uomini alla vita dei
figli di Dio. Per realizzare questo, il prete deve innestare questa maturità affettiva nell’unione costante con Cristo. Solo così sarà in grado di comprendere
che l’unica ragione della sua vita e del suo ministero è Gesù di Nazareth, Signore e Cristo.
La sua esistenza avrà in Lui la propria origine e
fine. Ne segue che dovrà coltivare la preghiera personale, un intimo rapporto con il Risorto vivo e presente. Questo suo modo di comportarsi con sé e
con gli altri, diventerà l’unica e vera testimonianza che possa spingere un giovane o un adulto a
donare totalmente se stesso a Dio per i fratelli. A
proposito, il profeta Geremia afferma:”Mi hai sedotto Signore e io mi sono lasciato sedurre. Hai fatto forza e hai prevalso” (Ger 20,7). Pensiamo
al Curato d’Ars che voleva essere per la sua gen-
Dicembre
2009
15
Mons. Achille Onorati Sacerdote santificò
se stesso e gli altri con l’esempio e la preghiera
Questa presentazione si trova nel “ricordino” della morte di Mons. Don Achille Onorati, Prelato
domestico di Sua Santità, Canonico Teologo della Cattedrale. Mi auguro che siano molti ancora coloro che, come me, l’hanno conosciuto personalmente e hanno goduto della Sua generosità nel donarsi, essere sempre a disposizione.
Che siano ancora
molti coloro che,
sacerdoti o no, che
l’abbiano avuto
Rettore
del
Seminario Vescovile
Veliterno. Nato a
Norma (allora della Diocesi di Velletri)
il 31.12.1906 dove
visse i suoi primi
anni, quelli della crescita, quando si
alimentano i progetti
Mons. Achille Onorati
e i desideri, per un
avvio e una preparazione e realizzazione, per
una scelta di vita. L’ambiente religiosamente qualificato di Norma, ha facilitato la scelta dietro l’esempio di don Luigi Onorati e don Alfonso Onorati:
tutti sacerdoti di una squisita spiritualità e fatta
di umiltà e carità. Norma, come pure tutti i paesi Lepini, sono stati i “silos” delle vocazioni ecclesiastiche, sacerdotali e religiose: da qui è sce-
so a Velletri il giovane Achille Onorati. Nel Seminario naristi al gusto delle opere liriche che venivaMinore Vescovile di Velletri egli attese agli stu- no cantate e scenicamente rappresentate dai giodi ginnasiali e liceali, passando poi, per il cor- vani. Con l’aiuto indispensabile del Maestro Rodolfo
so di teologia, al Pontificio Seminario Lateranense Leoni, il nostro maestro cieco di musica. I candi Roma. Laureato in S. Teologia Dogmatica, in ti religiosi e liturgici dovevano essere perfetti: per
Diritto “utroque iure” e qualificatosi nelle Scienze questo perdeva a volte anche la calma. C’è poi
Matematiche, si servì di questa personale ric- il periodo delle vacanze, nella Villa di Norma donachezza culturale a vantaggio dell’insegnamen- ta dal Cardinal Basilio Pompili. Tra studio, diverto, senza trascurare la crescita e l’approfondi- timento, gite montane noi giovani seminaristi vivemento nella vita spirituale; vita tessuta nel cul- vamo il bello e il buono in tutte le dimensioni.
to eucaristico, nella devozione mariana e dei Santi Pari cura l’ha messa anche con gli alunni del
Patroni. Ogni anno, ilo dieci di dicembre, si assen- Liceo Mancinelli ai quali ha chiesto impegno neltava per recarsi alla Madonna di Loreto,
per la quale nutriva particolare devozione. Come pure viveva una speciale
devozione per Santa Teresa del
Bambin Gesù (una statua era presente
nel suo studio); ne imitava l’umiltà e
la sua disponibilità ad offrirsi. Ed io ho
avuto la fortuna di essere accolto da
lui che si dichiarava il padre di tutti.
Paternamente esigente ha sempre curato la conoscenza delle vocazioni al sacerdozio, incoraggiando che ne presenMons. Achille Onorati insieme ad altri sacerdoti
tasse i segni positivi o suggerendo a
che non avesse i segni di inserirsi cristianamente la conoscenza e studi della religione, ma con i
nella vita e nelle professioni laicali. Sacerdoti, quali riuscì a creare il Coro Polifonico del Liceo.
professionisti, padri di famiglia ne venerano il Esonerato della responsabilità di Rettore ha proricordo, attribuendo a lui i frutti di quanto era sta- seguito nella direzione amichevole dei singoli “ex”
to seminato o piantato dalla sua cura. La sua e poi … appesantito e tormentato dalla sua lunspiritualità trovava il completamento nella cul- ga malattia è arrivato a rendere a Dio la sua vita
tura. Amante della musica ha fatto crescere i semi- corredata di meriti il 1 giugno 1965.
Paolo VI, che divenne sua guida spirituale per molti
anni. Un altro incontro fondamentale fu quello con don
Orione, nel 1938; Guala stesso scrisse: “L’incontro
con don Orione è certo il più grande avvenimento della mia vita”. Fin dall’inizio, l’Ingegnere, accanto al suo
lavoro specifico, si impegnò in attività apostoliche e
caritative, soprattutto a favore dei più deboli. A 30 anni
ebbe la direzione dei lavori di raddoppio della funivia che trasportava il carbone dal porto di Savona in
Piemonte ed entrò in contatto con l’organizzazione
“Stella Maris”, associazione di assistenza religiosa e
sociale ai marittimi di passaggio. Fin dall’inizio lo stipendo di Guala, tolto lo stretto necessario per vivere,
andò
all’Associazione. Portati
a termine brillantemente
i lavori di Savona, il
nostro ingegnere ebbe
la direzione delle
“Acque potabili” di
Torino e contemporaneamente divenne anche responsabile delle iniziative
socio-caritative della
città, inserendosi in quel
filone storico che si
riallacciava alle iniziative
attuate già nel 1800
da S. Giuseppe
Benedetto Cottolengo.
Diede inizio ad una
vera e propria pastorale operaia ed riscosse grande
stima e fiducia da parte del cardinale Maurilio Fossati.
Durante la Resistenza fu autista del generale Gino
Barocco, nelle zone del cuneese e monregalese. Dopo
la guerra Guala fu chiamato a Roma come direttore
tecnico del piano di costruzioni INA-CASA(Piano Fanfani).
Nel 1954 fu scelto come amministratore delegato della RAI. Nel tempo di questi due importanti incarichi
mantenne tutti gli impegni caritativi di Torino, dove si
trasferiva dal venerdì sera fino alla domenica sera;
viaggiava in treno tutta la notte per essere di nuovo
a Roma il lunedì mattina. In RAI dimostrò grande capacità di motivare le persone; aveva chiare idee per il
futuro e guardò alla azienda non solo come impresa ma soprattutto come funzione sociale, ricreativa
e formativa nello stesso tempo, quindi obbligata a mantenere un certo livello. Intelligente, deciso, lungimirante, sempre disponibile...era un grande lavoratore. Nel 1960, quando probabilmente lo aspettavano
altri prestigiosi incarichi, fra la sorpresa di tutti, decise di entrare nell’ordine dei Trappisti alle Frattocchie.
Con un amico era stato in Francia, a Citeaux, la culla dei Trappisti, e ne era rimasto entusiasta. La sua
decisione era maturata pian piano; fu invitato a riflettere dagli amici che sempre lo avevano aiutato e consigliato, compreso il cardinal Montini, allora arcivescovo di Milano, che inizialmente era contrario; dopo
la decisione andò a trovarlo alle Frattocchie e gli confermò tutta la sua amicizia. L’11 novembre 1960 cominciò la seconda parte della vita di Guala. Non fu certo una passeggiata di piacere, ma l’affrontò con l’entusiamo di sempre e seppe impegnarsi per gli altri
Mons. Angelo Lopes
e per la Trappa, notoriamente uno degli ordini più austeri della Chiesa. Fu ordinato sacerdote nel 1967. Fra
corrispondenza e colloqui con le persone che a lui
ricorrevano in cerca di grazia e di consiglio, spese le
sue energie senza mai arrestarsi e osservando alla
perfezione le regole monastiche. Nel 1972 fu inviato a S. Biagio di Morozzo, presso Mondovì, in un vecchio monastero mal ridotto, in cui si voleva impiantare un centro di spiritualità. Nell’umiltà e nella fatica senza risparmio, organizzò un centro di vita spirituale “per offrire agli altri non un culto esteriore ma
un’esperienza di Dio profondamente umana”. Nel 1984,
per motivi di salute, tornò a Frattocchie, ma non si
fermò. Nel 1987 diede vita alla “Lettera ai nipoti”, con
la quale faceva giungere periodicamente ricordi, consigli, pensieri consolanti... a coloro che aveva conosciuto. Rimase sempre imprenditore: anche da vecchio monaco non smise di dedicarsi agli altri, fare progetti...Chi lo conobbe afferma che fu uomo genuino,
con una grande spiritualità e genersosità...che guidò sempre la sua vita con l’innocenza dei puri, con
la inesauribile voglia di comunicare agli altri la sua
solida fede in Dio e nelle sue creature. La sua vita
eccezionale induce a molte riflessioni ed ha certamente molto da dire al nostro mondo frenetico, specialmente a chi non si contenta dell’apparire e aspira a qualche cosa di più duraturo e gratificante. E’ sepolto a Frattocchie, nella nuda terra del picolo cimitero
dietro la chiesa della Trappa, lo indica una croce di
metallo, con la scritta: “P. FILIBERTO 18/12/1907 –
24/12/2000”, sormontata dal monogramma di Cristo
PX.
Dicembre
2009
16
Monsignor Andrea Maria Erba
Vescovo Emerito di Velletri-Segni
Eccellenza
Reverendissima
Come immediato successore del carissimo Monsignor Martino Gomiero della diocesi suburbicaria di Velletri-Segni, esprimo a Lei e a codesta Chiesa di Rovigo le più vive condoglianze per
il ritorno alla casa del padre del venerato Presule,
accompagnate dalle fervide preghiere di suffragio.
Con me si uniscono il clero e i laici che ricordano la sua cordiale paternità, la profonda spiritualità sacerdotale, lo zelo per la gloria di Dio
e la salvezza delle anime.
Il caro defunto ha lasciato fra noi un ricordo incancellabile delle sue virtù e della sua affettuosa amicizia che contraccambiamo con riconoscenza e
con le condoglianze cristiane.
In unione di preghiera porgo cordiali ossequi in
Domino.
Andrea Maria Erba
..........................................................................
A S.E.R.
Mons. Lucio Soravito De Franceschi
Vescovo di Adria-Rovigo
Monsignor Vincenzo Apicella
Vescovo di Velletri-Segni
Eccellenza
Reverendissima
la Diocesi di Velletri-Segni ha appreso
con grande dolore la notizia della
scomparsa di S.E. Mons. Martino
Gomiero, suo vescovo dal 1982 al 1988.
Desideriamo far giungere a Lei e a tutta la Chiesa da cui mons. Gomiero proveniva i sensi della nostra partecipazione
e profonda comunione in questo
momento, in cui siamo chiamati insieme a rinnovare la nostra professione di
fede in Cristo Signore Risorto. Mons.
Gomiero è legato indissolubilmente alla
storia della diocesi di Velletri-Segni, in
quanto ne è stato il primo vescovo.
Con lui, infatti, si è compiuto il cammino di unificazione di due antiche
Chiese, ognuna con la propria fisionomia e la propria lunga e gloriosa storia. La Diocesi di Segni fu unita aeque
principaliter a quella di Velletri nel 1982,
anno di inizio dell’episcopato di Mons.
Gomiero, e le due furono definitivamente
unite in un’unica realtà nel 1988, ultimo anno di permanenza tra noi del compianto pastore. Mons. Gomiero seppe
guidare con saggezza e generosità questo cammino non facile, edificando con
la sua testimonianza di totale disponibilità e profonda spiritualità l’intero e unico Popolo di Dio.
La sua memoria sarà sempre tra noi in
Duomo di Monselice 11/07/1982 - Sulla destra, mons. Martino Gomiero nel giorno del- benedizione, e non solo tra quelli che
la sua consacrazione episcopale. A sinistra, il suo predecessore a Velletri, mons. Bernini. personalmente lo hanno conosciuto, così
come ho avuto
occasione di sperimentare quanto
sia rimasta nella
sua memoria e nel suo cuore la nostra
Chiesa, di cui fatti e volti hanno continuato ad essere oggetto della sua tenerezza paterna e della sua continua preghiera. E, visto che nulla accade a caso,
non può sfuggirci che l’offerta ultima della sua vita avviene a conclusione di questo Anno Liturgico e tra le memorie di
san Martino, suo patrono, e san
Clemente, patrono della Diocesi di Velletri.
Ricorderemo, quindi, nella Basilica
Cattedrale il nostro zelante pastore nello stesso momento in cui si svolgeranno
le esequie nella sua terra nativa: è un
altro segno di comunione, di cui siamo
chiamati a rendere grazie. Il Signore Risorto
conceda la corona di gloria la vescovo
Martino, che lo ha seguito e servito fedelmente, pascendo con amore il Suo gregge, il quale ne siamo certi, potrà sempre contare sulla sua perenne e paterna intercessione. Benedica il Signore
le nostre Chiese e ci renda degni della preziosa eredità spirituale che mons.
Gomiero ci lascia.
Con affetto fraterno, suo devoto in Cristo
.............................................................
S. E. Rev.ma
Mons. Lucio Soravito De Franceschi
Vescovo di Adria-Rovigo
Via G. Sichirollo, 18 45100 ROVIGO
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2009
17
Velletri, 19 Settembre 1982 - Mons. Gomiero all’ingresso del territorio della città di Velletri, bacia il suolo.
Biografia
Velletri, 19 Settembre 1982 - Mons. Gomiero entra nel cortile del seminario
A Sua Ecc.za Rev.Ma
Mons. Lucio Soravito De Franceschi
Vescovo di Adria-Rovigo
Via Giacomo Sichirollo, 18
45100 ROVIGO
Appresa notizia decesso Ecc.Mo Monsignor Martino Gomiero Vescovo emerito di Adria-Rovigo Sommo Pontefice partecipa spiritualmente at lutto che
colpisce codesta comunità diocesana et mentre ne ricorda generoso ministero innalza fervide preghiere di suffragio per zelante pastore affidandolo
at materna intercessione Beata Vergine Maria et invocando per Lui premio
eterno promesso at fedeli servitori del Vangelo volentieri imparte at vostra
eccellenza at sacerdoti et fedeli tutti come pure at familiari compianto presule confortatrice benedizione apostolica.
Cardinale Tarcisio Bertone
Segretario di Stato di Sua Santità
Nato a Castelnuovo di Teolo, Diocesi di Padova, il 7 dicembre 1924. Figlio
di Alessandro e di Cazzoli Maria.
Compie gli studi nei Seminari Minore e Maggiore di Padova.
Ordinato sacerdote il 4 luglio 1948 dal Vescovo Carlo Agostani.
1951. Segretario particolare del vescovo di Padova Girolamo Bortignon.
1964. E’ nominato Rettore del Seminario Maggiore di Padova.
1971. E’ nominato arciprete-abate mitrato di Monselice.
Eletto Vescovo di Velletri e Segni “aeque principaliter unite” il 5 giugno
1982.
Consacrato l’11 luglio 1982 nel Duomo di Monselice dal card. Sebastiano
Baggio.
1982, 19 settembre. Fa il suo ingresso in Diocesi.
1983, 25 marzo. Organizza in Diocesi l’Anno Santo straordinario della Redenzione.
Si concluderà il 22 aprile 1984. (Pasqua)
1983, 3 luglio. Conferisce l’Ordinazione diaconale a Franco Montellanico,
Diac. Permanente.
1983, 18 luglio. Presiede le celebrazioni dell’8° centenario della canonizzazione
di San Bruno vescovo di Segni
1983. Da impulso alla Scuola di Teologia per Laici che diventa “ad esperimentum” Istituto di Scienze Religiose; avrà il riconoscimento della C.E.I. solo
nel 1990.
1983, 7 dicembre. Conferisce l’Ordinazione presbiterale di don Paolo Latini.
1984, 23 aprile. 3° centenario della consacrazione della Cattedrale di Segni.
1984, 8 dicembre. Conferisce l’Ordinazione presbiterale di don Rinaldo Brusca.
1985, 27 gennaio. Velletri, Cattedrale di S. Clemente I p. m. Conferisce l’Ordinazione
diaconale a don Antonino Schiavi.
1985, 2 marzo. Erezione della nuova parrocchia di San Bruno in Colleferro.
1985, 15 dicembre. Velletri, Cattedrale di S. Clemente I p. m. Conferisce l’Ordinazione
presbiterale di don Antonino Schiavi.
1986, 23 gennaio. Visita ad “limina Apostolorum”. Il Papa Giovanni Paolo II
lo intrattiene a cordiale colloquio per circa quindici minuti.
1986, 2 febbraio. Consacra la chiesa di Santa Maria delle Letizie in Artena
ricostruita dopo la sua distruzione avvenuta a causa del bombardamento del
31 gennaio 1944.
1986, 26 giugno. Decreto con il quale viene conferita la qualifica di Ente civilmente riconosciuto alle 27 parrocchie della Diocesi.
1986, 5 luglio. Conferisce l’Ordinazione presbiterale di don Leonardo D’Ascenzo
nella chiesa Collegiata di Santa Maria Maggiore in Valmontone.
1986, 30 settembre. Unione definitiva delle due Diocesi di Velletri-Segni. Vescovo
di Velletri-Segni.
1987, 7 giugno. Organizza per la Diocesi l’ Anno Santo Mariano. Termina
il 15 agosto 1988, festa dell’Assunzione di Maria Vergine. Nella Diocesi vi
è un grande risveglio della pietà popolare verso la Madre di Dio.
Dopo la nuova nomina, il 7 maggio 1988, prende possesso della sede
vescovile di Adria-Rovigo
Dicembre
2009
18
d. Angelo Mancini
ché, senza recare disturbo, ad un certo punto,
scusandosi dichiarava terminato il tempo a disposizione. Doveva ritirarsi per la preghiera ed
evitare le chiacchiere inutili. Sempre in macchina amava recitare il s. rosario anche per me
che guidavo. Una volta mentre eravamo sulla
Via Ariana, ed era preso dalla preghiera, notò
Il vescovo di Padova mons. Girolamo Bortignon,
nell’agosto del 1982 indirizzò questo saluto a Mons.
Gomiero, già suo segretario, elevato alla dignità episcopale: Cara Eccellenza, mi piace ricordarti questi pensieri del compianto Paolo VI, sull’episcopato e sull’apostolato. Sono termini correlativi: punto di partenza il primo e punto di arrivo il secondo.
Mirabile traiettoria del disegno divino,
che attraversa le persone chiamate a
fungere “in persona Christi”. Osserva
il Papa che “ricevere e dare è il ministero a noi conferito e se il “ricevere”
ci è di somma gioia, perché è ricchezza
di Cristo che in noi si riversa, il “dare”
invece ci deve riempire di trepidazione perché evidenzia la nostra esiguità e la nostra fragilità”.
La definizione di questo autentico sacerdote chiamato a fare il pastore delle nostre
diocesi si identifica con la descrizione
del ministero di cui sopra, confermata inoltre dalla conoscenza personale
quando ancora ero un giovane laico impegnato e dalle parole del vescovo attuale di Rovigo mons. Lucio Soravito De
Franceschi nell’omelia delle esequie,
il quale ha evidenziato la totale dedizione di mons. Gomiero alla preghiera, all’umiltà, al nascondimento, ma anche
alla ricerca del dialogo con tutti, la viciStemma in rame realizzato da Angelo Mancini nel 1983
nanza ai poveri, agli anziani ai malati
e il distacco dai beni terreni e da ultimo anche all’offerta della propria sofferenza per un auto spuntare da una strada sulla destra, ebbe
il bene delle anime.
paura che potesse investirci e subito mi fece scuDi quel tempo mi piace ricordare la delicatez- do con il suo corpo dicendo: “Salviamo il gioza con la quale mi chiedeva di accompagnarlo vane” (il sottoscritto che era alla guida). Fu un
alla Concattedrale di Segni per svolgere l’uffi- gesto che mostrò tutta la sua gratitudine e la sua
cio di parroco svolto per un periodo di transizione. grande tenerezza.
Ancor di più desidero ricordare la meraviglia e Sempre in occasione di cresime nella parrocl’emozione che lasciava trasparire anche dal suo chia di s. Martino, al termine del pranzo il comsguardo quando accompagnandolo per le cap- pianto P. Stefano Pettoruto salutandolo sulla porpelle rurali della parrocchia di san Martino si sof- ta gli diede una busta con l’offerta, come è norfermava a vedere i grappoli di uva nel loro cre- male in queste occasioni per contribuire alle necesscere lungo i filari e i tendoni e l’insieme ben ordi- sità e alle opere del vescovo. Mons. Gomiero
nato delle colture della nostra campagna.
presa la busta la mise all’interno della talare senIl tempo per lui era prezioso e non andava sciu- za guardare cosa c’era dentro.
pato, non si perdeva in lunghe chiacchierate e Giunto sull’ingresso dell’episcopio si avvicinò una
quando accettava di restare a pranzo si accor- persona che sovente chiedeva un aiuto, lui tirò
dava con il sacerdote che lo accompagnava affin- fuori la busta dalla talare e, senza aprirla per
verificarne il contenuto, la consegnò a quella persona. Conosciuto come persona disposta al dialogo ricevette lettere e inviti al confronto dal suo
conterraneo Toni Negri recluso a Roma.
Avvertiva il dovere del suo ministero come una
forte spinta propulsiva interiore a favore e per
il bene della Chiesa e solo chi non si fermava
all’aspetto esteriore, garbato e fuggevole ne ha potuto apprezzare le qualità, il fervore e la forza.
Mi confidò che avrebbe voluto diventare
oblato, ma la Chiesa lo chiamò per un
alto servizio, e lui obbedì.
Amava scrivere articoli, opuscoli, ricordo uno dal titolo emblematico: “Passione
Chiesa”.
Ha sofferto con noi nel vedere gli effetti del decurtamento del territorio della
Diocesi di Velletri e se ne fece interprete
anche presso il Santo Padre, di questo
alcuni membri del presbiterio dovrebbero
rendergli giustizia.
Dal suo testamento spirituale vediamo
confermata l’intenzione di associarsi alle
sofferenze di Cristo e quale rilievo avesse la sofferenza delle persone nella sua
vita spirituale.
A questo proposito, don Luigi Vari, allora giovane prete, ricorda come mons.
Gomiero si recava spesso a far visita
al papà gravemente malato. A me, che
gli confidavo l’intenzione di dar corso alla
vocazione che in quel periodo emergeva,
nel mentre mia madre era colpita da un
male incurabile, consigliò di assistere
prima la mamma, e successivamente di dar corso alla vocazione. Per questo ancora oggi lo ringrazio.
Alle esequie di Mons. Gomiero, celebratesi il giorno di san Clemente a Rovigo, con grande partecipazione di vescovi e di clero, hanno partecipato oltre al sottoscritto, don Luigi Vari, don
Gino Orlandi, don Daniele Valenzi e don
Giuseppe Grigolon, mentre tra il fedeli abbiamo
notato i coniugi Claudio e Nicoletta Gratta.
I sacerdoti della Diocesi di Rovigo hanno accolto la nostra minuscola rappresentanza con calore e un sacerdote anziano chiamato a recitare
parte della preghiera eucaristica, con un gesto
delicato, ha voluto associare al ricordo di S. Bellino
loro patrono anche il nostro s. Clemente.
Dicembre
2009
Articolo tratto dal settimanale ‘La Torre’ di Velletri
del 4 giugno 1988:
La benedizione del Vescovo che ci lascia
Domenica 5 Giugno festa del Corpo e Sangue di Cristo,
concluderò il mio servizio episcopale alla diocesi di VelletriSegni. Mi sembra particolarmente significativo chiudere questo capitolo della mia vita con l’adorazione a Gesù
vivente nell’Eucarestia e con il ringraziamento al Buon
Pastore che mi ha protetto in questi anni trascorsi nei
Castelli Romani, fra gente buona e laboriosa. Vorrei lasciare come «ricordo» ai cristiani un pressante invito a partecipare ogni domenica alla S. Messa per ricevere la
luce della Parola di Dio ed il Pane di vita. L’Eucarestia
è la fonte più preziosa per mantenere l’unione con il Signore
ed insieme è la forza più vigorosa per promuovere la
concordia e la fraternità fra gli uomini. Il messaggio evangelico ci ricorda che non è possibile raggiungere la vita
eterna senza l’unione con Dio: rimanere lontani da lui
significa esporre la nostra esistenza al pericolo del totale fallimento. Quanto poi ci sia bisogno di sviluppare l’amore e la solidarietà verso il prossimo, specialmente verso i fratelli poveri e sofferenti, è una necessità a tutti
evidente. Troppo soffriamo per l’egoismo che alligna nel
cuore di molte persone! La grazia dell’Eucaristia ci aiuterà a riconoscere ogni uomo come nostro fratello e ci
darà la prontezza a servirlo con lo spirito del buon samaritano. Rinnovo la mia viva riconoscenza ai presbiteri,
ai diaconi, ai religiosi e alle religiose per la fraterna collaborazione e amicizia che mi hanno offerto. Invoco per
tutti ampie ricompense dal Signore, nella fiducia che i
fedeli conforteranno il loro sacrificio con generosa corrispondenza. Sono certo che tutti saranno impegnati nella pastorale delle vocazioni di totale consacrazione e
nell’amore fattivo per il Seminario. In questi anni ho visto
crescere l’impegno dei laici nelle comunità parrocchia-
19
li. Ringrazio i catechisti e tutti gli operatori pastorali, con
l’esortazione ad aver cura della loro formazione globale, allo scopo di rendere più incisivo e più fecondo il loro
apostolato. Desidero rivolgere alle Autorità di ogni ordine e grado il mio deferente saluto di congedo ed assicuro la mia umile preghiera affinchè sappiano dedicare le loro energie alla promozione del bene comune, con
spirito di servizio, mantenendo integra la loro coscienza dalle tentazioni del denaro e del potere. Guardo con
fiducia e simpatia alle famiglie cristiane dove l’amore
garantisce la fedeltà, dove la vita è accolta e custodita, dove la preghiera si associa all’impegno educativo.
Mi sta molto a cuore l’educazione religiosa e morale delle nuove generazioni. Saluto i ragazzi ed i giovani, auspicando che la loro crescita avvenga nella linea dell’onestà
e della bontà. Ho un pensiero di stima e di affetto per
gli insegnanti di tutte le scuole, mentre auguro che la
loro «missione» sia riconosciuta nel suo autentico valore e venga coronata da molti frutti. Vorrei avvicinare i
fratelli ammalati, handicappati, emarginati per far loro
sentire l’amore di Cristo e della Chiesa. Essi meritano
la nostra piena riconoscenza, perché il loro sacrificio,
unito alla passione di Cristo, contribuisce al bene dell’umanità. Offro la mia preghiera secondo le loro intenzioni, mentre esorto i cristiani a riconoscere il volto di
Gesù in ogni persona che porta la croce del dolore.
Non si spegnerà mai nel mio cuore il vincolo di affetto
e di preghiera per la comunità diocesana di Velletri-Segni.
Le distanze geografiche non possono impedire la «comunione dei santi» cioè lo scambio vitale dei doni di fede
e di grazia. Affido alla Vergine Maria la diletta diocesi
di Velletri-Segni e nutro la certezza che la buona Madre
veglierà sul suo cammino di fede. Con grande affetto
invoco su tutti la benedizione del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
Martino Gomiero Vescovo
La Chiesa di
Monselice ai fratelli
delle Chiese di
Velletri e Segni
(da “La Rocca”, settembre 1982,
in occasione della elezione di
Mons. Gomiero a nostro vescovo)
Con grande gioia abbiamo accolto la nomina, da parte del Santo Padre
Giovanni Paolo II, del nostro
carissimo Arciprete Mons. Martino
Gomiero a vescovo delle Diocesi
di Velletri e Segni. Noi da molto
tempo lo conosciamo, lo stimiamo,
lo apprezziamo, lo amiamo per le
sue doti di uomo e di pastore, per
la sua costante attenzione alla famiglie, agli ammalati, agli anziani, ai
fratelli più poveri e bisognosi.
L’obbedienza alla volontà di Dio
lo chiama a lavorare con voi e per
voi. Noi gioiamo di questo, anche
se il nostro cuore prova i sentimenti
del distacco. Ringraziamo il Signore
che ci ha fatto il dono di vivere una
forte esperienza di fede, in occasione dell’Ordinazione Episcopale
del nostro Arciprete; con generosità lo presentiamo a voi, certi che
lo accoglierete come Padre e
Pastore delle vostre Chiese.
A sinistra mons. Gomiero incensa l’altare di S.Clemente, a destra alla cattedra
con il pastorale
Mons. Gomiero alla cattedra con rogito di nomina
Velletri, 19 Settembre 1982 - Mons. Gomiero
bacia il crocifisso al suo ingresso in
Cattedrale a Velletri
Mons. Gomiero con il calice
Dicembre
2009
20
S. E. Mons. Martino Gomiero
TESTAMENTO SPIRITUALE
Confido in te, Signore!
Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.
O Signore, credo in te, ti adoro e ti benedico. Mi accorgo di non
avere corrisposto, com’era mio dovere, alla tua infinita bontà.
Ti chiedo perdono, o Signore, per tutte le mie offese, mancanze, negligenze. Confido nei meriti della tua passione, morte e
risurrezione, Nella tua misericordia è la mia salvezza.
Accetto dalle tue mani, Signore, il genere di morte che tu riporrai. Se sarà particolarmente dolorosa, aiutami ad affrontarla
nella fede, per la tua gloria, per il bene della Chiesa, per la remissione dei miei peccati.
Chiedo perdono a tutte le persone, cui ho dato dispiacere o qualche offesa; a mia volta lo concedo, perché anch’io ho bisogno
del perdono di Dio.
Sono molto riconoscente a coloro che mi hanno fatto del bene
ed in particolar modo ai miei familiari. Vivendo presso Dio, come
spero, invocherò da lui grazie di salvezza, affinché un giorno
possiamo ritrovarci tutti nella Casa del Padre.
La via sicura per giungervi è l’attuazione del messaggio di Gesù.
L’esperienza mi ha fatto capire che solo il Vangelo dona luce,
salvezza e speranza.
Dolce Cuore di Gesù, fa ch’io t’ami sempre più!
Dolce Cuore di Maria, siate la salvezza dell povera anima mia!
A sinistra mons. Martino Gomiero nella cappella della Madonna delle Grazie,
a destra benedice.
Martino Gomiero, vescovo
P.S. – In data 13.03.2001 confermo la precedente scrittura e rinnovo la mia riconoscenza alle persone che mi hanno seguito e aiutato nelle varie fasi della mia vita presbiterale ed episcopale.
Martino Gomiero, vescovo
DISPOSIZIONI TESTAMENTARIE
Sarmeola, 19.11.2001
Entrato in data 08.11.2001 all’Opera della Provvidenza S. Antonio,
nomino mia erede universale la medesima O.P.S.A. ed incarico
il Direttore pro tempore di eseguire le mie seguenti volontà.
- Desidero essere sepolto nella nuda terra nel cimitero di CastelnuovoTeolo, possibilmente nella zona dove giae il parroco don Antonio
Codemo, avendo per riconoscimento una croce di legno.
– Il mio funerale sia ceto nella chiesa dell’O.O.S.A.; sia semplice, illuminato dalla spiegazione del Vangelo delle Beatitudini.
– Ringrazio in anticipo per il dono delle preghiere di suffragio.
Vivendo presso Dio – come umilmente spero - darò il ricambio
per il bene spirituale di tutte le persone care.
Dio sai benedetto! Mi protegga la Vergine Maria !
Martino Gomiero, vescovo
Mons. Martino Gomiero saluta a fine ministero
Dicembre
2009
Tonino Parmeggiani
Scorrendo i vari eventi che si sono succeduti, nel
corso dei quasi sei anni dell’Episcopato di Mons. Martino
Gomiero, di certo questi và ricordato come l’essere stato il primo Vescovo della nuova diocesi di Velletri
- Segni, in quanto il decreto della Sacra Congregazione
per i Vescovi che sancì la piena unione, tra le due
preesistenti diocesi di Velletri e di Segni, è del 30
settembre 1986. In precedenza, le due diocesi avevano iniziato un cammino in comune, dapprima con
lo stesso Amministratore Apostolico, nella persona
dell’Arcivescovo Luigi Punzolo (per la diocesi di Velletri
dal 2 ottobre 1967, per quella di Segni dal 23 settembre 1974), fino al 10 luglio 1975, quando le due
diocesi furono unite “in persona episcopi”, con la nomina a Vescovo di entrambe, di Mons. Dante Bernini:
durante l’Episcopato di quest’ultimo le due diocesi,
con bolla della Congregazione dei Vescovi in data
20 ottobre 1981, vennero “aeque principaliter unitae”, cioè con pari dignità. Mons. Gomiero venne pertanto eletto Vescovo delle diocesi di Velletri e Segni
il 5 giugno 1982, ne prese il possesso, rispettivamente,
il 19 ed il 26 settembre 1982; il 7 maggio 1988 venne traferito alla diocesi di Adria - Rovigo, rimanendo amministratore apostolico della nostra diocesi fino
al successivo 5 giugno. Molti sono i fatti avvenuti ma,
prima ancora di ricordarne qualcuno, vogliamo invece sottolineare come Mons. Gomiero è stato un assiduo collaboratore della stampa locale in quanto, quasi con cadenza settimanale, partecipava il popolo su
alcuni degli aspetti vissuti nella conduzione pastorale, sui momenti principali dell’anno liturgico ed, invero, non limitandosi agli aspetti propriamente ‘istituzionali’ tantochè la maggior parte dei Suoi interventi
scritti riguarda invece i fatti sociali, le povertà, i problemi che affliggono da sempre il mondo, anche se
in forme e modi differenti. Gli articoli apparvero principalmente sul settimanale veliterno “La Torre” che,
fondato sulla fine degli anni settanta, nei primi anni
ottanta, diretto da Massimo Rosatelli, era andato sempre più strutturandosi e diffondendosi anche nel circondario e sul quale, da tempo ed ancora per molti anni in seguito, ha scritto Don Fernando De Mei
il quale fu il promotore di questa partecipazione del
Vescovo nella stampa locale con il Suo puntuale intervento che poi diverrà una rubrica settimanale fissa,
“La parola del Vescovo”. Sfogliando velocemente le
raccolte del giornale al tempo, abbiamo contato oltre
200 suoi articoli pubblicati! Già nel suo primo anno
si ebbero alcuni avvenimenti da prima pagina: il furto al Museo Capitolare di Velletri, nel giugno 1983,
e sul quale il Vescovo ritornerà nel mese di dicembre (La Torre del 17.10.1983, Il 1983 ci lascia l’amarezza
per il furto al Museo Capitolare) preoccupandosi, da
buon Pastore, anche dei peccatori ( ‘Chissà che possiamo fare festa anche noi, in questo Anno Santo,
per la conversione degli autori del furto e per la restituzione al Museo del patrimonio asportato!’). Il 1983
era stato infatti indetto Anno Giubilare della
Redenzione ed il Vescovo guidò il pellegrinaggio a
Roma della Diocesi (LT 26.10.1983); poco prima, il
24 luglio, aveva guidato una delegazione cittadina,
assieme all’allora sindaco Evaristo Ciarla, per restituire la visita che S.S. Giovanni Paolo II aveva fatto alla nostra città il 7 settembre 1980, incontrando
quest’ultimo in occasione della sua permanenza estiva a Castel Gandolfo. Sul finire dello stesso mese
di luglio morì il fratello Marcello, all’età di 61 anni, e
Don Fernando espresse le condoglianze di tutti i fedeli (LT6.08.1983). Nel mese di novembre (LT12.11.1983)
lo scrivente intervistò Mons. Gomiero, cercando di
fare il punto sul suo primo anno di attività e sul come
21
Il ricordo di Mons. Martino Gomiero nei suoi scritti
pensasse di riorganizzare la nostra diocesi che, ricordiamo, era allora ridotta ai due comuni di Velletri e
Lariano, ancora soffrendo del taglio territoriale, effettuato con decreto del 12 settembre 1967, dei comuni ricadenti nella provincia di Latina. Negli anni 198586, a seguito della revisione, effettuata nel febbraio
1984, del Concordato tra la Santa Sede e lo Stato
Italiano, che facilitava l’istituzione o la soppressione delle parrocchie, promosse un ampio studio sulla riforma delle parrocchie nelle due diocesi, stabilite nell’insieme in numero di 27, che portò alla soppressione di 7 parrocche ed alla istituzione di 5 nuove. Volendo rimanere nel campo dei rapporti avuti
dal Vescovo con l’informazione locale, ricordiamo come
nel mese di luglio 1987 favorì la ripresa della pubblicazione del ‘Bollettino Diocesano’, l’organo d’informazione ufficiale della nuova Diocesi di VelletriSegni: nella diocesi veliterna l’ultimo numero era stato quello del trimestre aprile-giugno 1967, terminato poi a causa del provvedimento di cui sopra; per
la diocesi segnina il Bollettino cessò nell’anno 1972,
a seguito del trasferimento del Vescovo Mons. Carli,
anche se continuava ad ovviare al vuoto con “Il Cuore
della Diocesi”, supplemento dello stesso e di cui il
Vescovo Gomiero fu parimenti collaboratore; nel frattempo erano stati editi alcuni numeri del ‘Notiziario’
tra le due diocesi (mio articolo LT 11.07.1987). Nella
prefazione al Bollettino il Vescovo Gomiero spiegava come «La necessità della comunicazione appare evidente a chiunque rifletta come sia ‘legge di vita’
nella Chiesa l’unione profonda di tutti i credenti nella carità di Cristo, nella fraterna concordia, nella complementarietà e nella collaborazione». Nel successivo
mese di settembre (LT 19.09.1987) tornai a scrivere una recensione di due volumetti scritti da Mons.
Gomiero ed editi dalla ‘Elle Di Ci’: il primo, dal titolo «Passione Chiesa. Interventi di un Vescovo tra spiritualità e pastoralità», raccoglieva 28 riflessioni scelte tra quelle pubblicate proprio su La Torre; il secondo volumetto, dal titolo «Anno Mariano Aurora del
Duemila» raccoglieva 9 incontri di riflessione e di preghiera. In tale occasione riflettevo: «Proprio quest’oggi
cadono cinque anni da quando Mons. Gomiero …
fece il Suo ingresso in diocesi e questa casuale coincidenza è l’occasione per tracciare un profilo del Suo
impegno scritto che, partendo dalle episodicità della vita di tutti i giorni, nel secolo vuole cogliere delle occasioni per illuminare alla luce del Vangelo. Trovare
una collaborazione così assidua in un giornale cittadino da parte di un Vescovo, pur con tutti gli oneri derivanti dallo svolgimento del Suo Magistero, non
è cosa comune. … Mons. Gomiero ha sempre avuto una particolare inclinazione per il mondo delle comunicazioni sociali, per la stampa, veicolo prezioso, oltrechè il pulpito, in questo mondo dominato sempre più
dall’informazione, per far giungere la Sua parola, diffondere la parola di Dio al popolo tutto». Negli anni
1986-87 Mons. Gomiero scrisse anche sulla rivista
mensile «CITTÀ!», edita sempre a Velletri. Come
dicevamo all’inizio i temi trattati negli interventi
da Mons. Vescovo, esulavano da quelli strettamente legati all’ambito pastorale, teologico e della spiritualità in genere, per affrontare i problemi
che affiorano di giorno in giorno e che affliggono ogni
classe sociale: piuttosto che
fare un’arida statistica pensiamo
che, dai soli titoli degli stessi,
rilevati in un anno, il 1987, ognu-
no si possa fare un’idea della molteplicità degli argomenti, in cui il Vescovo cercava sempre di dare una
risposta concreta, alla luce della Parola di Dio, chè
è poi il compito non solo dei Presbiteri ma di ogni
cristiano: Rendiamo a Dio il culto che gli è dovuto,
Il valore del dialogo, La buona volontà (I), La buona volontà (II), L’unità dei cristiani, La nona giornata
in difesa della vita, Il volontariato, Ogni minuto muoiono trenta bambini, L’educazione religiosa, L’importanza
della famiglia nell’educazione religiosa, Il periodo quaresimale, La tangente: una inammissibile tassa, Il silenzio di S. Giuseppe, Il senso della democrazia, L’Anno
Mariano (I), La giornata della Gioventù nella domenica delle Palme, Gli auguri di Pasqua, Verso la festa
della Madonna delle Grazie, La dolcissima festa della Madonna delle Grazie, La devozione alla
Madonna, Il sacramento della Cresima, L’ordine morale alla base del bene della comunità, La vocazione
e la missione dei Laici, L’Anno Mariano (II), Il cammino della fede, Il problema della disoccupazione,
La grazia della Cresima, Gli auguri del Vescovo per
i giovani maturandi, Gli auguri del Vescovo di buone vacanze, Forti nella fede, La cultura della vita,
Cristo è la nostra pace, La strada della salvezza, La
Festa di Maria, Quel martedì 26 agosto 1806, I sentieri della speranza e della salvezza, I sentieri del Signore,
La Madonna della Carità, Il nuovo anno scolastico,
La recita del Rosario in onore della Madonna, Si celebra la giornata missionaria mondiale, Il sinodo dei
Vescovi, La scuola di catechismo, Il Sinodo, La festa
di tutti i Santi, La giornata del ringraziamento, Madre
e maestra, La festa di S. Clemente, Ogni famiglia
ha diritto ad una abitazione decorosa, I benefattori
del sangue, L’esempio della Madonna, Il messaggio del Vescovo per il Santo Natale, La giornata della Pace. Tra tutti gli scritti che il Vescovo Martino
Gomiero ci ha lasciato, ne vogliamo ricordare due,
quello dell’annuncio del suo trasferimento alla sede
di Adria - Rovigo (LT 14.05.1988) in cui scriveva con
parole profonde «Nel corso dell’Anno Mariano, seguendo la Vergine “pellegrina nella fede”, andiamo imparando dal suo esempio ad accogliere gli avvenimenti,
relativi alla nostra vita personale e comunitaria, nella luce della fede, secondo l’ottica di Dio e nella prospettiva del Vangelo» e l’ultimo, apparso il 4 giugno
1988, alla vigilia della festa del Corpus Domini, in
cui concluse il suo mandato episcopale nella nostra
diocesi, “La benedizione del Vescovo
che ci lascia”
(che pubblichiamo a fianco), sicuri che
la Sua
benedizione
continuerà
a proteggerci nonostante l’aumentata ‘distanza
geografica’, ora dal cielo
in cui risiede al cospetto di Dio,
di cui è stato un degno Sacerdote.
Dicembre
2009
22
Paolo Tomasi
E’ appena trascorsa la celebrazione del 25 novembre, “giornata contro la violenza sulle donne” ed
alto è apparso il monito del nostro Presidente
Napoletano, di cui ci permettiamo di riportare appena qualche frammentario passo: “La giornata internazionale contro la violenza alle donne deve rappresentare un’occasione per riflettere su un fenomeno purtroppo ancora drammaticamente
attuale, individuando gli strumenti idonei a combatterlo
… Fenomeni che non debbono apparirci lontani ed a noi estranei
… Il dolore di quelle donne riguarda tutti noi, anche
perché la barbarie della violenza contro le donne non è stata estirpata neppure nei paesi economicamente e culturalmente avanzati
… Sradicare una concezione della donna
come oggetto, di cui ci si può anche appropriare:
è infatti la persistenza di questi aberranti schemi mentali a favorire il riprodursi di insopportabili atti di sopraffazione anche in ambito familiare”.
Parole tanto alte, quanto basso è il livello culturale che porta a siffatti eccessi, situazioni che
trovano largamente spazio soprattutto nel triste
silenzio delle nostre case e nella mancanza del
coraggio di denunciare simili abusi (le denunce, secondo l’ISTAT, sarebbero appena sopra
il 35% dei casi noti: ma quanti casi rimangono
nascosti?).
Ci si chiederà da dove originino simili fenomeni, quando viceversa l’uomo e la donna sono stati creati (almeno per chi ci crede) differenziati
sì, ma “uguali nella loro dignità di persona”.
Si dice, generalmente, che tali eccessi derivino da fenomeni educativi e culturali distorti, da
far risalire a ben molti secoli fa, quando il confronto tra i due sessi venne basato sui rapporti di forza fisica dominante e non su altri parametri.
Se, viceversa, si avesse avuto il coraggio e la
lealtà (ma siamo anche noi oggi in grado di fare
ciò?) di accettare piuttosto il confronto sull’elasticità mentale, sulla capacità di trovare soluzioni
pratiche, anche geniali, alle grandi, quanto alle
più piccole problematiche che investono il “quotidiano”, quale sarebbe o sarebbe stato il risultato?
Domandiamocelo noi uomini, se solo fossimo
in grado, con la medesima lealtà sopra richia-
mata, di porci di fronte allo specchio.
Le mani, quelle di una donna, quelle che scorrono agili e veloci sui particolari di ogni casa,
sui rapporti interpersonali, familiari e non, lasciando su ognuna di queste attività quel “tocco
di personale” che identifica ogni donna e la
tipizza, per così dire, lasciando su ciascuna
di queste cose la “propria personale impronta” che le identifica e le differenzia ciascuna
tra di loro, lasciando a fattore comune la cosiddetta “femminilità”, valore aggiunto, non una
diminuzione!
Riallacciandoci alla parole del nostro
Presidente, il Ministro delle Pari Opportunità,
Sig.ra Mara Carfagna, ha indicato, quanto al
2008, sempre citando fonti ISTAT, in poco meno
di sette milioni gli episodi di violenza, di ogni
tipo, fisica, psicologica, le intimidazioni, i soprusi.
Fenomeni questi che, sempre secondo
l’ISTAT, sarebbero addirittura in aumento e,
triste dirlo, il Lazio, tra le Regioni italiane, sarebbe quella che registra il maggio numero di simili aberrazioni.
Relazioni, in tali casi, che possono solo definirsi “primitive” e che esigono un concreto “basta”
ad ogni livello: in casa, nel lavoro, nel pubblico, senza tralasciare al riguardo i falsi messaggi trasmessi dai media e dalla pubblicità
che, piuttosto che di donne, ci parlano di “bambole”, ma la sofferenza è di tutt’altro segno
e di ben maggiore profondità.
Si dirà che sono stati messi a punto recenti
decreti per tutelare le donne contro violenze
e soprusi; in aggiunta si è circoscritto il fenomeno dello “stalking” (perseguitare in modo più
o meno furtivo donne con le quali si è avuta una
relazione, ovvero solo una conoscenza non occasionale), fenomeno che ha già visto in poco più
di un anno ben quasi mezzo milione di pronunciamenti
giudiziari.
L’educazione fornita ai figli, come si osserva in
molte famiglie, consente di osservare come siano i maschi i privilegiati e ciò rimane come una
“tara” sulle bambine, destinate a loro volta a divenire donne con un insito senso di inferiorità dalla quale è necessario che escano con consapevolezza, superando simili disparità.
Ogni anno si ripete il rito di manifestazioni di piazza, con una generalmente numerosa partecipazione
di cittadini.
Ma se non saremo in grado di aiutare e sollecitare concretamente le donne a riconquistare
la dignità che è loro propria, allora dovremmo
immaginare che in fondo a questi cortei si allineino un non modesto numero di donne, sì, quelle violentate e vilipese che, immaginariamente,
seguono un corteo che non capiscono, che è
loro lontano perché astratto, urlato, superficiale: serve questo o sarebbe sufficiente, almeno,
qualcosa di ben altro?
Dicembre
2009
Don Claudio Sammartino
C
ari lettori, volgendo ormai al termine l’anno di Grazia 2009, vorrei congedarmi da
voi con un’ultima incursione nel vasto mare
23
della storia dell’Europa un tempo cristiana. E vorrei,
con l’occasione, rendere giustizia ad una terra ed al
suo eroe nazionale, le cui vicende sono da tutti noi
ignorate anche perché i nostri manuali scolastici non
ne fanno menzione. Credo invece che sia illuminante
tracciare qualche riga per ripescare da un pesante
oblio le vicende di un certo Giorgio Castriota, che nel
bel mezzo del XV secolo fu il difensore dell’Albania
cristiana che, attaccata dalle truppe dei Sultani ottomani, per circa cinquant’anni fu teatro di una resistenza
davvero eroica. Questo vero e proprio eroe popolare, figlio del principe di Krnië, nacque nel 1405 e a
soli trea nni fu consegnato, con i suoi due fratelli, come
ostaggio al Sultano Murat II, che aveva iniziato a conquistare l’Albania. Fu convertito all’Islam ed educato per far parte delle truppe scelte ottomane (si veda
Ecclesia del settembre 2009) e per circa venti anni
si distinse per le sue qualità militari; i suoi due fratelli invece furono eliminati con il veleno. Le sue virtù belliche ed il suo coraggio gli valsero il soprannome
turco di Iskànder bey, cioè principe Alessandro - con
allusione al grande Macedone - che fu tradotto in
Skanderbeg dagli albanesi. Nel 1443, mentre era comandante di un contingente turco inviato contro il principe cattolico d’Ungheria Janos Hunyadi, venuto a conoscenza delle sue vere origini e della sorte riservata
ai suoi fratelli, decise di abbandonare l’esercito ottomano e convinse i giannizzeri, convertiti a forza come
lui, a schierarsi dalla parte dei cristiani ungheresi, riabbracciando l’originaria fede. Il suo intervento provocò una prima sconfitta dell’esercito turco e segnò l’inizio di una vera e propria «riconquista» dell’Albania
da parte dei cristiani, che poterono così far di nuovo suonare liberamente le campane delle chiese dopo
lunghi decenni di silenzio. Ma per le regioni balcaniche il peggio doveva ancora venire, perché con la
conquista di Costantinopoli nel 1453 l’espansione turca sul fronte occidentale riprese in grande stile. Skanderbeg
nel frattempo, al comando della lega dei popoli albanesi, continuava a contrastare con successo i ripetuti attacchi ottomani alle sua terra; combatteva sempre in inferiorità numerica ma riportava puntualmente
vittorie sulle truppe che un tempo aveva comandato e di cui conosceva bene tattiche e strategie. ARoma,
il papa Niccolò V, che seguiva preoccupato l’avanzata turca ai danni dell’Europa, lo definì «campione
e scudo della Cristianità», mentre il suo successore
Callisto III lo nominò capita-
Ammissione al diaconato permanente di Paolo Caponera
no generale pontificio e ne lodò la fede cristiana e la
forte devozione alla Vergine di Scutari, che poi divenne la Madonna del Buon Consiglio (venerata a Genazzano).
Nel 1459 poi, le continue vittorie di Skanderbeg convinsero il novo papa Pio II a convocare a Mantova
un concilio di principi cristiani per bandire una crociata che contrastasse l’espansionismo ottomano ai
danni di un’Europa sempre più in pericolo a causa
delle sue divisioni. Purtroppo il neopaganesimo che
l’Umanesimo andava diffondendo, unito alla miopia
politica di vari potenti del tempo, fecero fallire l’appello del pontefice. Pio II, in precedenza gaudente
umanista nonché raffinato diplomatico, vergognandosi della tiepidezza dei cristiani e presago di ciò che
avrebbe causato il rifiuto dei principi d’Europa, si recò
nel 1464 ad Ancona deciso a raggiungere Skanderbeg
nei Balcani per dargli il suo aiuto morale. Peccato che
morì nella notte fra il 14 e il 15 agosto dello stesso
anno mentre era in attesa di navi veneziane che lo
trasportassero, con un esiguo contingente armato,
nelle contese regioni d’Albania. L’eroe dei Balcani,
senza l’appoggio dei sovrani europei, continuò
ancora con successo a frenare i continui assalti degli
eserciti di Maometto II; si rendeva conto però che contro la preponderante superiorità numerica dei turchi
c’erano poche speranze di salvezza. Fece addirittura un «blitz» a Roma per chiedere di persona aiuto
tramite il papa Paolo II affermando testualmente: “venite in nostro aiuto, altrimenti in breve sparirà, dall’altro lato dell’Adriatico, l’ultimo baluardo di Gesù Cristo”.
Il suo appello cadde nel vuoto e dopo un anno di resistenze vittoriose, a causa di violente febbri malariche, il 17 gennaio 1468 morì nella città di Lezha, senza mai essere stato sconfitto sul campo di battaglia.Senza
la sua carismatica guida ci volle circa un anno perché le truppe della “Sublime Porta” conquistassero
l’Albania e la fogacitassero, tranne esigue zone, nell’universo orientale ottomano. Sono molti gli ammonimenti che le vicende descritte suggeriscono a noi
europei odierni, impegnati (oppure no?) a difendere
le nostre identità cristiane sempre più negate e “scolorite” nei confronti di un Islam che avanza nel continente in modo originale; ma non sottovalutiamo il
“neoumanesimo” imperante che misconoscendo e combattendo le nostre radici cristiane, rischia di consegnarci nelle mani del vuoto. Bene, non mi rimane che
augurare a tutti voi, se Strasburgo lo permette, un
Buon Natale ed un Felice Anno Nuovo!
In una cornice festosa e una comunità allargata con un folto gruppo di diaconi permanenti, domenica 15 novembre, presso la Parrocchia Regina Pacis in
Velletri, mons. Vincenzo Apicella, ha reso pubblica l’intenzione di ordinare diacono permanente Paolo Caponera. Con il rito dell’Ammissione tra i candidati
al sacramento dell’Ordine, il vescovo ha dichiarato concluso l’iter formativo e
il discernimento vocazionale, snodatosi per ben sei anni, che porterà a breve
al conferimento del diaconato permanente al carissimo Paolo. La storia dell’impegno ecclesiale di Paolo parte da molto lontano con l’inserimento del Movimento
del Cursillo presso la parrocchia di S. Maria in Trivio. Da ben dieci anni Paolo
presta il suo servizio nella parrocchia di appartenenza ovvero Regina Pacis,
dove dapprima divenne ministro straordinario della Comunione, poi ministro
istituito, prima lettore e poi accolito. Da sei anni frequenta con profitto l’Istituto
di Scienze Religiose superando tutti gli esami previsti. Da tre anni è entrato
nel gruppo degli aspiranti al Diaconato seguendo le indicazioni della diocesi.
Ricordiamo la dedizione di Paolo alla vita liturgica, pastorale e caritativa delle parrocchia e anche le iniziative personali tra le quale l’organizzazioni di incontri spirituali per adulti. Alla celebrazione hanno partecipato il parroco mons. Angelo
Mancini e il delegato diocesano per il diaconato mons. Roberto Mariani.
A Paolo e alla sua famiglia gli auguri per il proseguo della sua vocazione.
Dicembre
2009
24
Simona Zani
Ancora oggi esiste un vicolo quasi nascosto e
caratterizzato da una stretta scalinata, il cui toponimo è via di Santa Tecla, posto a collegamento
tra l’attuale Viale Regina Margherita (ex via Borghese)
e la via degli Orti Ginnetti (che attraversa oggi
quella che un tempo era la parte della proprietà della famiglia Ginnetti denominata proprio Horti
Ginnetti). Questo insolito varco, insieme ad altre
corte e strette vie come quella ad essa adiacente
di Santo Stefano, permettevano all’epoca l’accesso dalla proprietà privata delle terre a poste
Contratto dell’anno 1619 per la costruzione della chiesa
a levante, alla pubblica viabilità del borgo cittadino. Tale apertura fu resa possibile solo successivamente all’iniziativa di Paolo V Borghese
di realizzare l’omonima via che, partendo dalla
Porta Romana, conduceva alla piazza San Giacomo
(oggi piazza Caduti sul Lavoro) procedendo parallelamente alla antica via del Procaccio e permettendo di colmare il vistoso dislivello esistente
tra il versante est ed il centro cittadino. Dunque,
il complesso chiesa-convento che risulta essere già esistente in quel luogo già alla fine del
XV secolo, come documentato dal Theuli che
cita la presenza nel 1429 di un rettore e di chierici in una Chiesa dedicata a Santo Stefano (B.Theuli,
Theatro Istorico di Velletri, 1644, p.303) aveva
probabilmente accesso dalle sottostanti stradine campestri collegate con la via di Napoli (oggi
via Vecchia di Napoli); infatti il Bauco la collo-
ca prossima alla via postale (T.Bauco, Storia della città di Velletri, 1853, p.170). Quando la città di Velletri fu colpita dalla peste, che il Theuli
data al 1593 (B. Theuli 1644, p.303), i cittadini
fecero supplica e voto a San Rocco (santo morto proprio a causa della peste) e, passata l’epidemia, fu risoluto di edificare in suo onore una
cappella realizzata nel 1505 (A.Tersenghi,
Velletri e le sue contrade, 1910 p.101) proprio
nella piccola chiesa di Santo Stefano, e l’intero complesso iniziò ad essere appellato con il
nome di San Rocco nonostante la chiesa fosse dedicata a Santo Stefano. Nella metà del
XVI l’ordine dei Cappuccini si introdusse nella
città di Velletri; secondo il Bauco ciò avvenne
nel 1563 con l’appoggio del Cardinale di Carpi
allora Vescovo veliterno e protettore dell’ordine
francescano (T.Bauco,1853, p.166), secondo il
Tersenghi nel 1550 (A. Tersenghi 1910, p.101).
L’ordine scelse come sua residenza il complesso
conventuale di san Rocco, ma fu proprio a causa dell’esperienza di un padre cappuccino che
questi dovettero intraprendere la costruzione di
un convento più grande e decoroso. La tradizione vuole infatti che, nel 1595, il padre fra’ Giacomo,
rientrando da Nettuno, giunto nei pressi della casa
conventuale si sia imbattuto in un povero contadino in lacrime; questi infatti, aveva assistito
alla profanazione da parte di un ebreo di una
tela raffigurante una Madonna con il Bambino.
Il dipinto era stato oggetto di lanci di pietre, e
la mano sinistra della Nostra Signora, era ferita e sanguinante come se fosse stata di carne
viva. Il frate prese l’immagine e la condusse con
se nel vicino convento di San Rocco dove dopo
le indagini necessarie, venne collocata nel coro
della chiesa (estratto dall’Eco di San Francesco
d’Assisi 1878, p.9). Ma il prevedibile coinvolgimento popolare e la conseguente venerazione della Sacra Immagine della Madonna della
Piaga (così fu chiamata la tela da allora sino ai
nostri giorni) resero inadeguata la struttura del
piccolo impianto conventuale ed anche la
popolazione premeva perchè si costruisse una
sede che potesse accogliere l’immagine e i fedeli devoti in modo più decoroso e adeguato.
Grazie ad una generosa catena di offerte - nell’Archivio
Storico Comunale di Velletri sono documentate molte di queste elemosine a favore delli frati de San Rocco – la prima pietra, ci dice il Bauco,
fu gettata il 6 settembre 1609 nel luogo chiamato Monte Calvario e fu consacrata il 18
ottobre del 1616 dal vescovo di
Fossombrone Lorenzo Landi (T. Bauco
1851 p.166); la fonte dei francescani riporta invece che la consacrazione avvenne il 16 ottobre del 1616
e che l’allora prelato Monsignor
Falconieri prelevò l’immagine della Madonna della Piaga che,
trasportata in solenne pro-
cessione, attraversando tutta la città, fu deposta nella nuova cappella di Santo Stefano nella nuova chiesa dedicata alla SS.ma Croce di
Monte Calvario (Eco di San Francesco d’Assisi
1878, p.9). Per costruire il nuovo convento fu
in parte demolito il vecchio complesso di San
Rocco, e i materiali ricavati furono riutilizzati o
venduti a tal fine come documentato nell’archivio notarile di Velletri dove è conservata una interessante relazione di stima della domuncula demolita e degli hortos antiquos nel luogo dell’antico convento detto di San Rocco (ANV, vol 545,
notaio Zephirus Vellius cc.1094-1097); ma parte degli edifici si salvò, e quando l’ordine dei Carmelitani
Scalzi con l’appoggio soprattutto finanziario del
cardinale Antonio Maria Gallo, vescovo di
Ostia e di Velletri, decisero di
impiantarsi a Velletri, scelsero proprio quell’abbandonato complesso per loro residenza.
Ovviamente le costruzioni esistenti non potevano
essere utilizzate così come si trovavano, pertanto fu decisa la
costruzione di un nuovo edificio. Il Tersenghi data l’inizio dell’opera al 1616
(A. Tersenghi 1910
p.103); né il Bauco né
il Theuli forniscono
una data dell’evento, ma un autore ignoto, in un
saggio sui
Conventi dei
Carmelitani
Scalzi della provincia romana
data la fondazione al 16 febbraio 1619.
L’autore riporta
che il cardinale
elargì all’ordine
una cospicua somma, in parte personale e in parte donata dalla nobiltà, con la
promessa di concedere
350 scudi annui per il convento; lo storico ripor-
Dicembre
2009
ta che i religiosi iniziarono officiando nella antica cappella da quel momento dedicata a Santa
Tecla, e a dimorare negli esistenti ambienti del
vecchio e piccolo dormitorio del convento di San
Rocco. (Roma, tip.pol. “Il Cuore di Maria”, 1929
p.351-352). In realtà l’atto di donazione del terreno e della rendita annua è del 12 aprile 1616,
tratto da un memoriale conservato nell’archivio
di Stato di Roma, è stato pubblicato per esteso dal Parmeggiani nel 1981 con altre notizie
tratte dal detto memoriale. (T. Parmeggiani, Il
Convento di Santa Tecla dei Carmelitani Scalzi
1/2, in Contrometropoli 1981,p3) );il detto
memoriale riporta che nell’anno 1619, “con l’intervento di mosignor Galli nepote del Cardinal
Vescovo, quale cantata la messa con le solennità accustumate, gittò la prima pietra, piantò la
croce e nominò la
chiesa Santa
Tecla”; il
Borgia riporta che al 15 di settembre del 1619
“essendo alquanto avanzata la Fabbrica del Convento
per i Carmelitani Scalzi, in uso della quale la città fece dono di tre mila scudi, Luigi Galli suo nipote vi disse la prima messa in una piccola cappella ivi eretta in onore di Santa Tecla”; il Theuli
riporta anche esso della costruzione di una
“Cappelluccia, dove monsignor Galli .... il 15 di
settembre in giorno di domenica disse la prima
messa ... e si mise la prima pietra”. Un documento autografo conservato nella Biblioteca Apostolica
Vaticana, ci fornisce qualche notizia in più; da
Alcune Memorie Antiche del p. Nicolò Albrizi (BAV,
Borg.Lat. 277, ff.70v-71v,) abbiamo trascritto questo passo: “Notizia avuta dal Sig.re Teodoro come
segue: I PP. Carmelitani scalzi entrarono in Velletri
dopo il 1616 in tempo del Card.le Antonio Maria
Gallo, il quale
comprò
25
un sito per il loro convento et il di 13 Aprile del
d.o anno con la presenza del d.o Card.le fu piantata la croce per il convento d.o e Chiesa di Santa
Tecla per proseguir la quale fabbrica il Card.le
per loro assegnò la rendita della mansa vescovile di Velletri, ma nel 1620 essendo morto il d.o
Card.le partirono lasciandoci un sol fratello …
Nel 1643 vi fondarono PP. Filippo di S. Caterina
Borgia, e inibitione avuta di nuovo partirono. Nel
1655 venderono ai Sig.ri Ginnetti il sito con la
fabbrica della Chiesa di Santa Tecla e quella del
Convento incominciata. Poi tornarono, e vi posero un’ospizio vicino alla Casa del Gregna ; e finalm.te
hebbero dal Clemente Borgia una Casa all’uso
d’ospizio. La chiesa di Santo Stefano e di San
Rocco di cui …stava vicina al d.o convento e
chiesa di Santa Tecla; e credo che il sito hora
sia racchiuso dentro il giardino dei S.ri Ginnetti.
Nella chiesa di Santa Tecla mons.re Galli nipote del Card.le Vescovo il 15 settembre 1619 vi
cantò la prima messa con porsi la prima pietra”.
(continua)
Dicembre
2009
26
Con il Concilio Vaticano II si è chiarito che l’urgenza
radicale per la Chiesa era non tanto una teologia settoriale, come aveva fatto egregiamente la teologia del
laico negli anni “50”, ma la riscoperta della vocazione battesimale di ogni fedele all’interno dell’unico popolo di Dio, il Concilio ha posto l’accento sull’identità cristiana, sul sacerdozio comune che il Battesimo conferisce ad ogni fedele (cf: LG 10),evidentemente senza cancellare la differenza tra coloro che ricevono il
sacerdozio ordinato, ma vedendo quest’ultimo in funzione della totalità del corpo di Cristo. L’unico e sempre identico Spirito di Cristo raggiungendo, in circostanze diverse dalla storia, temperamenti e personalità
laicali diverse, da luogo a varie e rinnovate risposte,
esperienze sempre nuove dell’unico Signore che compiono, secondo l’espressione paradossale di S. Paolo,
l’avvenimento della sua incarnazione nel tempo finché egli venga (cf. Col. 1,24). Si comprende cosi come
si possa parlare propriamente di una propria spiritualità
laicale, suscitata dallo Spirito nel cuore del credente. In questa prospettiva si inserisce la “Christifideles
Laici”, che non solo riprende l’insegnamento del Concilio
sulla spiritualità propria del laico, ma l’approfondisce
e l’adegua alla situazione della vita della chiesa del
mondo attuale. In questo contesto ho voluto mettere in rilievo la dignità particolare del laico fedele, facendo risaltare la sua condizione esistenziale, valorizzandola
con il sostenere che egli è dotato di una propria e specifica spiritualità. Inoltre ho affermato il primato della
vocazione di ogni cristiano alla santità, che trova il suo
fondamento nell’Incarnazione e Redenzione di
Cristo, in virtù della sua conformazione a Lui con il
Battesimo. E per ultimo ho sostenuto che la chiamata
del fedele alla perfezione e alla responsabilità cristiana
nel mondo, si realizza negli ambiti formativi esistenti nella Chiesa e per la Chiesa.
Tutto ciò che ho cercato di approfondire ruota intorno a queste tre idee centrali:
il laico ha una propria spiritualità;
che si fonda su Cristo e;
si realizza negli ambiti propri della Chiesa.
La “Christifideles Laici” è di grande aiuto e riferimento
per lo sviluppo e l’approfondimento di tutta la tematica sulla teologia del laico.
Difatti oltre al teologo spirituale, nella sua globalità,
una visione positiva e aggiornata della spiritualità del
fedele laico. A sua volta il teologo spirituale sottolinea
volentieri in tale lettura la consonanza del documento
pontificio con le linee emergenti della spiritualità attuale. Vi è quindi una felice convergenza fra i valori che
il documento sottolinea e le proposte attuali della teologia spirituale del laico. Tale convergenza ha come
base il riferimento ai valori evangelici e sacramentali della spiritualità, la sottolineatura
dell’unita di vita il richiamo al dinamismo della crescita della vocazione cristiana, la convita affermazione dei valori essenziali dell’esperienza teologale, la sfida per il superamento delle
antinomie e dei conflitti che
comporta sempre la vita cristiana ed in particolare la vita
del laico. Tutto porta come al
vertice e alla sintesi in quella affermata “unità vissuta sotto la guida dello Spirito Santo,
“spirito di unità e di pienezza di
vita” (Ch.L.60). unità di vita spirituale vuol dire globalità e ricchezza
di aspetti del vivere cristiano e
non riduzione o impoverimento
della multiforme grazia di Cristo,
in cui ogni credente è chiamato a vivere. Il laico sceglie la vita in Cristo e l’impegno nel mondo perché la
sua condizione secolare (cf. LG 31; Ch.L. 15) è per
lui l’ambiente concreto della carità e della solidarietà. Secondo l’esortazione post-sinodale “i fedeli debbono essere formati a quella unità di cui è segnato
il loro stesso essere di membri della Chiesa e di cittadini della società umana” (Ch.L.59). Entro questa
visione unitaria la “Christifideles Laici” elenca alcuni
settori privilegiati della formazione integrale del laico,
ed essi sono: la formazione alla vita spirituale, a quella dottrinale, a quella sociale e infine la formazione
ai valori umani. Tale programmazione di vita, che è
cammino arduo, ma che può portare ad un’esaltante esperienza di maturità dei laici per il nostro tempo, non può non essere spirituale, risalente alla santità di Cristo. “Vivete in Cristo Gesù”, raccomanda
Paiolo ai Cristiani (Col. 2,6), “radicati in lui” (ivi 2,7),
cosi che ciascuno possa dire: “per me il vivere è Cristo”
(Fil. 1,21). Per far crescere la vita spirituale, il laico è
consapevole, che essa è generata in noi per la grazia comunicataci dallo Spirito Santo, e si sviluppa verso una crescente comunione con Dio, seguendo gli
impegni inferiori e attuando le esigenze dello Spirito.
Alla radice di questa crescita e maturazione spirituale
del laico è interessante sottolineare, come il documento
post-sinodale metta in luce, dopo l’iniziativa di Dio, il
personalissimo cristiano. Persona e libertà sono indissolubili nel mistero della rivelazione cristiana. Siamo
interpellati nella nostra libertà e irrepetibile personalità. La fede, che non è personalizzata, e la vita, che
non è assunta con responsabilità,risentono della fragilità del collettivo. L’adesione a Dio mediante la fede
è sempre personale e insostituibile. Nessuno può sostituire un altro nelle sue adesioni libere e nei suoi processi di sviluppo. Tale è la vocazione cristiana che,
se assunta con piena responsabilità, si scopre gravida di germi vitali, in ordine alla maturazione personale della fede, alla configurazione a Cristo, secondo la volontà del Padre, sotto la guida dello Spirito
Santo, che è il garante del pluralismo della risposta
umana alla Chiesa di Dio. Per la situazione in cui viviamo, quindi, urge un laicato responsabile, che si qualifichi nell’impegno temporale in piena collaborazione ai Pastori, e sia in grado di offrir loro il suo apporto di esperienza e di proposte, di favorire l’incarnazione nel vivo delle realtà quotidiane e di rispettare
la pluralità dei giudizi e le decisioni pastorali anche
in ciò che è opinionabile. Il laico, cosi formato in questi ambiti, si inserisce a pieno titolo alla missione sacerdotale, profetica e regale di Cristo e di conseguenza partecipa alla vita e alla missione della Chiesa. Certamente
l’impegno nelle realtà temporali, come è insegnato
dal Concilio e dalla “Christifideles Laici”, a far parte
della stessa vocazione cristiana e chiama in causa
tutti i cristiani, sacerdoti, religiosi e laici. Esso, quindi, appartiene all’intera economia dell’Incarnazione.
Si può, con tutta certezza, affermare che tutto ciò che
è umano è familiare a Cristo e alla sua opera, la quale tende a creare armonia nell’universo, per riconsegnarlo
al Padre (1 Cor. 15,24-28), e in vista di un “cielo nuovo e una terra nuova” (Ap.21, 1) dove regnerà solo
l’amore di Dio (1 Cor. 13,8-10). Perciò i laici per vocazione devono impegnarsi in modo loro proprio con
le realtà temporali, perché “l’indole secolare è propria
e peculiare di essi” (LG 31). Perciò dopo l’acquisizione
di una profonda spiritualità laicali, capace di rispondere alla chiamata di Dio, il Concilio e la “Christifideles
Laici”, come prima caratteristica, richiedono al fedele laico, l’animazione cristiana dell’ordine temporale.
E la Chiesa, oggi, prioritariamente, richiede questo
ai laici nell’adempimento delle loro funzioni all’interno della comunità ecclesiale nella quale ogni com-
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Luigina Ruffolo IRC
(seconda parte)
Il metodo Montessori parte dunque da un’osservazione
scientifica,ma la sua finalità è squisitamente estetica, laddove diamo per buona la coincidenza fra
estetica ed esistenza (cfr. Garroni,1986)la cui forma non è l’opera d’arte in senso stretto, ma una
espressione della vita stessa .La miope dicotomia che separa da sempre arte e scienza, ci conforta la Montessori è superabile:”la casa del bambino sia bella e piacevole in tutti i suoi particolari,giacchè la bellezza invita all’attività e al lavoro. Vi è quasi un rapporto matematico tra la bellezza dell’ambiente e l’attività del bambino” (Montessori
1936,p.84).IL punto nevralgico su cui vale la pena
riflettere è il “come” di questo processo : ogni educatore deve tenere se stesso –il “come” del suo
porsi- sotto costante osservazione,ed altrettanto deve fare con l’ambiente. Usando un linguaggio
da circolare ministeriale,potremmo dire che la didattica pertiene all’ambiente, mentre l’educazione
al bambino stesso (si auto-educa). La maestra è
una guida, un trait d’union che deve rendere fluida e non ostacolare in alcun modo la comunicazione fra materiale e bambino ( la “voce delle cose”
è più eloquente della sua). Custodendo l’ambiente,la
maestra consente alla realtà di esercitare un richiamo estetico che non mortificherà mai il piacere
e la passione del bambino, assecondando la sua
domanda interiore fino a quando lui lo riterrà opportuno (sic!pensiamo a quante volte diciamo ai bambini sbrigati,fai presto,ancora non hai finito o quante volte con arroganza sovrapponiamo il nostro
significato le nostre spiegazioni soffocando
domande,piacere,passione,scoperta). Il ruolo
che Montessori attribuisce all’educatrice,la sua presenza-assenza nella relazione, forse andrebbe riconsiderata in chiave propriamente empatica.Il compito di questa tessitrice che rimane sullo sfondo,
è quello di giungere a conoscere il “segreto dell’infanzia”;lungi dall’essere una mansione tecnica o culturale, è etica , spirituale e, a mio avviso,estetica(uso il termine nell’accezione che ne
dà Von Balthasar,l’esperienza estetica è data “dall’unità della massima concretezza della forma sin-
gola con la massima universalità del suo significato”,(cfr.Gloria.Una estetica teologica.La percezione
della forma,Jaca Book,Milano,1978,vol. I,p.10). la
bellezza è dunque una manifestazione del tutto
nel particolare, di cui, nella visione montessoriana,il bambino costituisce il centro irradiante e catalizzatore. Nell’ultimo capitolo della sua Antropologia
filosofica , Maria Montessori scriveva: “Gli uomini medi incarnano dunque il bello,il vero e il bene:
cioè le teorie positive giungono ai medesimi termini idealistici della poesia, della filosofia e dell’arte. Seguendo la via dell’osservazione, va ad
incontrarsi una meta analoga a quella perseguita per via dell’intuizione”. Mi pare che questi principi continuino a perpetrarsi attraverso la singolare esperienza delle istituzioni scolastiche montessoriane e a rappresentare una risposta forte
all’insicurezza ontologica che sembra caratterizzare la nostra società complessa. Ma perché l’Uomo
possa essere in grado di cogliere o di dare una
qualsiasi risposta, deve prima di tutto esistere! L’Umanità
deve garantire se stessa: il bambino(cfr.
Montessori,1938,p.147) perchè “senza il bambino che l’aiuta a rinnovarsi,l’uomo degenerereb-
be” (ivi,p.141).Il bambino è un “maestro d’amore” che può restituirci il desiderio per il mondo,
quell’interesse appassionato su cui poggiano tutti i nostri sforzi. Ma perchè l’amore torni al mondo è prima necessario che vi torni la bellezza, altrimenti ameremmo il mondo solo per dovere morale e, come dice Von Balthasar ”In un mondo senza bellezza (...)anche il bene ha perduto la sua
forza di attrazione, l’evidenza del suo dover-essere-adempiuto(...).In un mondo che non si crede
più capace di affermare il bello, gli argomenti in
favore della verità hanno esaurito la loro forza di
conclusione logica.”(cfr.,von Balthasar,1975,pp.1011).
Osservando questo mondo, l’infanzia appare ancora come l’unico luogo intatto , come una fondamentale riserva da cui la bellezza può irradiarsi
e di cui la montessori si è sempre dichiarata osservatrice e seguace. Forse non è indifferente cominciare a interrogarci su come e quanto ognuno di
noi,nel proprio piccolo,possa non riconoscendola,mortificare la bellezza del bambino...forse, alla
luce di quanto i sinottici ci dicono su Gesù e i bambini, ne va della nostra salvezza!
ponente deve riconoscere le altre e collaborare insieme. Proprio per questo la “Christifideles Laici” insegna che: “I fedeli laici unitamente ai sacerdoti, ai religiosi e alle religiose, formano l’unico popolo di Dio e
Corpo di Cristo” (Ch.L.28). E’ questo l’impegno fondamentale che stimola ed illumina l’apertura del laico «ai segni dei tempi e alle necessità dell’ora», per
animare e perfezionare l’ordine temporale con lo spirito del Vangelo. Non basta, quindi, dichiararsi cristiani
per esercitare un impegno cristiano nella storia e nel
mondo. Bisogna che tutto nasce da una seconda esigenza laicale, cioè che ci sia nella vita ecclesiale un’effettiva comunione di vita, per la quale il cristiano con
il suo impegno costante, si colloca nel mondo per realizzare il progetto di redenzione dell’uomo iniziato da
Cristo. A conferma di ciò Semeraro afferma che: “Il
capitolo IV della Costituzione della Chiesa si chiude
con il tema della relazione dei laici con la Gerarchia:
un paragrafo di lucido equilibrio dove emergono i temi
del dialogo tra laici e Pastori (LG 37a), dell’obbedienza
(LG 37b) e della promozione della dignità e della responsabilità (LG 37c), del reciproco aiuto e , infine, della
maggior efficacia della missione della Chiesa per la
vita del mondo (LG 37b)”. certamente i laici inseriti
in questa piena comunione ecclesiale, si mettono nelle condizioni idonee per la «nuova evangelizzazione» da attuare nel mondo. L’esortazione apostolica
sul laicato risponde in modo ammirevole, in molti punti, a questa esigenza. Sta ormai ai laici, ben formati
nei vari luoghi loro pertinenti, accogliere tutte le varie
possibilità affascinanti di collaborare e di mettere in
pratica le numerose indicazioni per la nuova evangelizzazione del mondo, offerta dall’Esortazione “Christifideles
Laici”. Inoltre, detta esortazione sul laicato, contiene
un rilancio entusiasta e dinamico della vocazione e
missione dei laici per quella doverosa incidenza nella Chiesa e nel mondo di oggi, che sta alla base della pressante chiamata ad operare nella vigna del Signore.
I grandi temi e le proposte di spiritualità sono offerti
principalmente, come abbiamo potuto vedere, nel profilo spirituale del laico cristiano che armonizza il suo
riferimento mistico alla dimensione Trinitaria ed ecclesiale con l’impegno secolare. E’ pure valida la prospettiva della chiamata alla sanità ed il particolare dinamismo che il documento conferisce alla vocazione
laicale, che deve essere portata alla «piena maturazione». Per questo la“Christifideles Laici” afferma che:
“Non si tratta, comunque, soltanto di sapere quello
che Dio vuole da noi, da ciascuno di noi nelle varie
situazioni della vita. Occorre fare quello che Dio vuole. Cosi ricorda la parola di Maria, la madre di Gesù,
rivolta ai servi di Cana: “Fate quello che vi dirà” (Gv.2,5).
E per agire in fedeltà alla volontà di Dio occorre essere capaci e rendersi sempre più capaci” (Ch.L. 58).
Certo, con la grazia del Signore, dice S. Leone Magno:
“darà il vigore Colui che conferì la dignità!”, ma non
può mancare la libera e responsabile collaborazione di ciascuno. Ecco il compito meraviglioso ed impegnativo che attende tutti i fedeli laici, tutti i cristiani,
senza differenza: conoscere sempre di più le ricchezze
della fede e del Battesimo e viverle in crescente pienezza. L’Apostolo Pietro, parlando di nascita e di crescita come delle due tappe della vita cristiana ci esorta: “Come bambini appena nati, bramate il puro latte spirituale, per crescere con esso verso la salvezza” (1 Pt. 2,2) (CH. L. 58). Questo progetto per la crescita della spiritualità di ogni fedele laico, presentato
dall’Esortazione apostolica “Christifideles Laici”, se recepito ed attuato dal laico, fa guardare con ottimismo
e speranza alla riuscita della nuova evangelizzazione, apportatrice di salvezza divina per l’intera umanità.
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La questione affrontata in questo articolo risulta di una
certa delicatezza a motivo dei risvolti psicologici e relazionali inerenti la dinamica di coppia. Parlare di impotenza copulativa significa infatti riferirsi all’incapacità fisica dei nubenti a porre «modo humano» l’atto
coniugale, come del resto è espressamente richiesto dal codice; tale incapacità deve determinarsi già
prima della manifestazione del consenso e deve essere in sé perpetua, cioè non superabile se non tramite il ricorso a mezzi clinici che compromettano, del
tutto o in parte, l’integrità fisica della persona che si
sottoponga a tali cure e che perciò stesso possono
essere considerati illeciti.
Prima di occuparci della trattazione della fattispecie
in parola, sotto il profilo del diritto sostanziale ci sembra opportuno rilevare come l’azione di impugnazione della validità del vincolo da parte di uno dei coniugi, previa verifica dell’impossibilità del coito, è esperibile unicamente in via amministrativa anziché processuale, perché mira non al riconoscimento dell’invalidità/nullità del matrimonio contratto (rato), la cui
validità, invece, si dà come presupposta (can.
1060), ma alla concessione della dispensa, motivata da giusta causa, da parte della Sede Apostolica
(can. 1697) (la c.d. dispensa “super rato et non cosummato”): in tale ipotesi, infatti, l’azione del coniuge mira
semplicemente a chiedere alla suprema autorità della Chiesa lo scioglimento di in vincolo di per sé valido, ma che è in se stesso costitutivamente incapace di conseguire il fine procreativo previsto dall’ordinamento ed è sempre per tal motivo che già la più
antica tradizione ecclesiale ha attribuito alla potestà
petrina la facoltà di liberare i coniugi da un vincolo
non consumabile e, quindi, se ci si passa l’espressione, non perfezionabile in tutte le sue conseguenze. Questo però, non vuol dire (e qui la nota pastorale è d’obbligo) che il coniuge sia obbligato in coscienza a promuovere l’istanza rescissoria come invece
lo è, per se stesso e per il bene ecclesiale, nel caso
in cui sorgano in lui seri e fondati dubbi sulla validità del consenso prestato e, conseguentemente del
vincolo contratto.
Ci è sembrata opportuna questa premessa dato il diffuso senso di confusione tra i concetti di dichiarazione
di nullità e scioglimento del vincolo, spesso genericamente identificati in un’inesistente categoria di annullamento, al contrario di quanto espressamente ribadito dal can. 1141: «Il matrimonio rato e consumato
non può essere sciolto da nessuna potestà umana
e per nessuna causa, eccetto la morte».
Veniamo alla specifica trattazione della fattispecie
dell’impotenza così come
disciplinata al can. 1084.
Il codice attuale come
quello previgente
non ne offre una definizione; tuttavia,
dal disposto del
can. 1084, 1 si può
affermare che il
concetto di impotenza si riferisce esclusivamente
all’incapacità al coito e
non già all’in-
capacità procreativa data dalla condizione di sterilità. Un altro elemento del concetto legale di impotenza deriva, come già detto prima, dal can. 1061 che
offre una definizione del concetto di consumazione identificandola nella capacità dei coniugi di realizzare «modo
humano» l’atto per sé idoneo alla generazione della
prole, al quale il matrimonio risulta ordinato per sua
natura, e per il quale i coniugi diventano una sola carne. L’impedimento di impotenza in ambito canonico
consiste dunque nell’incapacità di realizzare «modo
humano», cioè volontariamente e liberamente, la copula coniugale, i cui elementi essenzialmente: – da parte dell’uomo, l’erezione del membro virile, la penetrazione
in vagina e la eiaculazione in essa (soppressa la necessità dell’effusione del «vero seme elaborato nei testicoli», come richiesto dalla legislazione previgente); da parte della donna, si esige solamente la ricezione in vagina del membro virile. Gli autori distinguono
diversi tipi o classificazioni di impotenza in ragione della sua origine: impotenza organica, funzionale e psicogena.
Quella organica è l’impotenza provocata dalla mancanza di un organo cupalativo o di una parte essenziale di esso, o da qualche difetto anatomico degli organi riproduttivi interessati. Quella funzionale coinvolge
invece il funzionamento di detti organi e può essere
provocata da un disturbo nervoso, dall’uso eccessivo di alcool o di certe droghe, da un carente funzionamento ormonale…in modo tale che questi fattori interferiscano con le funzioni proprie degli organi sessuali
limitandone sostanzialmente l’efficienza. L’impotenza
psicogena è quella indotta da inibizioni emotive, o dal
blocco di impulsi provenienti dall’encefalo che agiscono
sui centri neuronici del midollo spinale che controllano l’erezione. Quest’ultimo concetto di impotenza che
la canonistica inquadra nell’impotenza funzionale, è
a sua volta classificata in primaria, qualora l’uomo non
sia stato mai capace di ottenere un’erezione o di matenerla per un tempo sufficiente alla realizzazione del
coito; tra le cause: l’eccssiva timidezza verso il/la partner, i timori di natura religiosa o igienica, il timore di
produrre dolore o danno a sé o all’altro, il timore di
essere sorpreso, il timore di non essere capace di realizzare l’atto, l’eccessiva sublimazione amorosa, l’indifferenza, l’omosessualità latente, il narcisismo; e in
secondaria per la quale l’uomo ha avuto almeno un
coito soddisfacente, ma al presente è incapace di realizzarlo; tra le cause: l’eiaculazione precoce, l’eccessivo consumo di alcool, l’educazione religiosa inibitoria, conflitti omosessuali.
Dicembre
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Nella Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo (Gaudium et Spes), che porta la data del
7 Dicembre 1965, al numero 52 leggiamo che “la famiglia… è veramente il fondamento della società…E’compito
dei sacerdoti…aiutare amorosamente la vocazione dei
coniugi nella loro vita coniugale e familiare con i vari mezzi pastorali: la predicazione della parola di Dio, il culto
liturgico, ed altri aiuti spirituali, ed aiutarli con umanità
e pazienza nelle loro difficoltà, rafforzarli nella carità, perché si formino famiglie risplendenti di serenità luminosa”. Persuasi profondamente della verità di queste affermazioni consegnateci 44 anni fa dai Padri conciliari concernenti l’importanza fondamentale della famiglia per
la società civile e per la Chiesa universale e locale (Diocesi
e Parrocchia), la comunità parrocchiale di San Sebastiano
Martire in Valmontone organizza, da circa un quindicennio,
una pastorale specifica per i nuclei familiari con una iniziativa chiamata “week end di preghiera”. Due volte all’anno, subito dopo la Pasqua e alla fine di Ottobre, un numeroso gruppo di famiglie, che oscilla dai 20 ai 25 nuclei
familiari, con i loro figli, appartenenti sia alla Parrocchia
di San Sebastiano Martire in Valmontone che alla Parrocchia
(emerita) di Santa Lucia in Velletri, ( un’amicizia quella
tra le due comunità iniziata nel lontano 1975, nella Villa
del Seminario a Norma, quando ancora “ragazzotti” partecipavano ai campi scuola giovanili organizzati dalla diocesi ), è ospite nell’Eremo San Luca in Guarcino, in provincia di Frosinone, dal Sabato pomeriggio fino alla Domenica
pomeriggio. Guidati dal parroco don Alberto, le famiglie
riflettono sul Vangelo della Domenica, ascoltando prima
una “lectio divina” sulla pericope evangelica della Domenica
in corso e, successivamente dopo cena, con l’approfondimento
dei temi spirituali che la parola di Dio ha stimolato, dividendosi in due gruppi e ritrovandosi insieme poi col sacerdote per condividere con tutti le riflessioni che il Vangelo
ha suscitato. La serata, inoltre, viene abbellita con la recita comunitaria del Vespro e della Compieta e, talvolta,
anche con l’adorazione eucaristica. Nel frattempo i bambini, in un luogo a parte, vengono intrattenuti, con ini-
ziative alla loro portata, dai loro coetanei più grandicelli e con la supervisione di qualche genitore che, a turno, si avvicenda in questo prezioso servizio educativo,
senza per questo essere distratto dal lavoro con il sacerdote. La serata termina con la recita della Compieta a
cui prendono parte tutte le famiglie al completo: genitori e figli, affidando anche ai bambini la lettura di qualche
parte della liturgia al termine del giorno. La Domenica
inizia con la recita comunitaria delle Lodi mattutine dove
il sacerdote commenta la lettura breve che viene sostituita dalla seconda lettura della liturgia della Domenica;
successivamente, in diversi gruppi, si prepara la celebrazione eucaristica: chi prepara i canti da eseguire durante l’Eucaristia domenicale; i piccoli, guidati dai loro coetanei più grandicelli preparano la processione dei doni con
la relativa spiegazione; il sacerdote in sacrestia o in un
altro luogo adeguato ascolta le confessioni dei piccoli e
dei grandi per il perdono divino dei propri peccati. Quando
tutti sono pronti ha inizio la celebrazione della Messa
domenicale con una attiva e proficua partecipazione di
tutti . Dopo il pranzo e una leggera passeggiata, il gruppo degli adulti si riunisce per programmare (nell’incontro di Ottobre) gli incontri formativi che si svolgeranno
in Parrocchia durante l’anno pastorale e per verificare
il cammino pastorale delle famiglie (nell’incontro di Maggio),
come pure per organizzare una gita da fare insieme in
Maria Antonietta Colabucci di raccogliere frutti. Sussidio ai nostri primi passi rimane il classico ed indimenticato Direttorio della Pastorale
“Qualcosa si muove”, potremmo dire. Aggiungendo: “era della famiglia che dettando i temi stimola seri approora”! Oppure: “speriamo che duri”. Il neonato movimento fondimenti. 23 Ottobre 2009 Nel salone della Curia Vescovile,
di pastorale della famiglia muove i suoi primi passi. Qualcosa tante sedie vuote. Quelle occupate, di certo, cattusi agita, anche se i due incontri connotati da conte- rate dall’eloquio stringente di Don Carlino Panzeri il sacernuti di buon livello, tenutisi rispettidote della Diocesi di
vamente in luglio ed in ottobre, regiAlbano che incaricato di
stravano una partecipazione assai ridotseguire come presbiteta, quasi simbolica. E’ pur sempre un
ro la pastorale della
inizio che ha smosso le acque ed i
famiglia per tutto il Lazio,
presenti nell’entusiasmo del momenaccettava di seguire
to hanno promesso una pubblicità intenquesto nucleo nei difficili
sa e motivata. Pian piano si sta assiesordi.
milando nella cultura la condizione
Il programma iniziale predi disagio della istituzione principe delvede la presenza di Don
la nostra società. Tutti conoscono, se
Carlino Panzeri nei tre
non direttamente in famiglia, tra i parenincontri prefissati per
ti più vicini, situazioni drammatiche
l’anno pastorale in cordi coppie che si dividono. Ognuno
so, ma se la riflessione
potrebbe contarne una decina, alcuprodurrà una maturazione,
ne di loro con un grado di sofferengli sviluppi del cammino
za insopportabile. E che dire dei bamintrapreso, potrebbero oribini che vengono alla catechesi e si
ginare altri impegni. Allo
riconoscono ancor prima che la
stato, il discorso promamma abbia il coraggio di raccongrammatico si rivolge
tare la realtà. La Diocesi, intanto, ha
soprattutto agli addetti ai
affrontato il tema in chiave educativa, durante il Convegno lavori (ma non in maniera escludente) per creare una
diocesano, dove, le relazioni del giornalista Accattoli e comprensione della realtà partecipata, con l’auspicio di
di Paola Bignardi trovavano apprezzamento e seguito. nuove proposte pastorali cui ispirarsi. Si prevedono temIn un ambiente ricettivo la semina offre buone speranze pi lunghi, per le emergenze connesse alla quotidiani-
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un luogo significativo con il cammino che si sta facendo. Gli ultimi tre incontri ( week end di preghiera) sono
stati svolti a Santa Maria dell’Acero in Velletri con lo
stesso programma : il cambio di luogo è stato motivato
da fattori pratici, come la vicinanza del luogo che permette alle famiglie di partecipare più numerose, anche
con un sacerdote in più ( don Eugenio, dimissionario
parroco di Santa Lucia) e come il peso economico più
leggero che ci chiedono le Suore apostoline con il sacerdote responsabile della struttura pastorale diocesana,
che ringraziamo di vero cuore, soprattutto in questi tempi di crisi economica per le famiglie! Aggiungiamo, inoltre, che questi ultimi incontri sono stati “incontri a tema”,
dove la nostra riflessione è caduta su temi specifici, come:
la Resurrezione di Cristo e la nostra risurrezione; l’educazione dei figli nelle varie fasi della loro vita ; preparare il Battesimo del proprio figlio; la preghiera in famiglia; vivere la Chiesa nella propria famiglia da parte dei
fanciulli che si preparano ai sacramenti della iniziazione cristiana. Di tutto questo lavoro chi è che ne trae un
enorme beneficio è la Parrocchia: alcune delle persone che prendono parte a questi incontri di spiritualità familiare hanno dato vita al Coro parrocchiale che anima la
liturgia domenicale ( nelle solennità ) con il canto; alcune mamme sono catechiste, altre lavorano nel gruppo
Caritas; insieme ai giovani, tutti prendono parte all’iniziativa missionaria “ 200 per Annamaria “ ( cfr. articolo
numero precedente di Ecclesia ). In ultimo, non per ultimo, siamo contenti che due papà del gruppo delle famiglie sono candidati al Diaconato Permanente ed hanno
iniziato il loro cammino di formazione spirituale ed intellettuale: Luciano e Marco, coraggio, tutti fanno tifo per
voi! Speriamo che da questo gruppo di famiglie il Signore
sappia tirar fuori anche qualche vocazione sacerdotale
e religiosa, sia maschile che femminile. Con orgoglio
ci sentiamo una chiesa viva!
Il Parroco e il Gruppo delle Famiglie di
San Sebastiano e Santa Lucia
tà. Il tempo libero scarseggia e le forze sempre insufficienti, si assorbono per le esigenze primarie. Don Carlino
utilizza tutte le frecce del suo arco per dimostrare il primato della famiglia su ogni altra istituzione, compresa
la Chiesa. La sua eloquenza accattivante sa riscrivere il racconto del buon samaritano. Ma ora, la vittima
dei briganti è la famiglia ed il buon samaritano il Signore
che si china sulle piaghe di questa Istituzione affidandola alla Chiesa. Esplicito il riferimento al Concilio Vaticano
II, quando afferma che il bene della Chiesa comincia
con il bene della famiglia. E poi la citazione della “Deus
caritas est” di Benedetto XVI, l’archetipo dell’amore è
l’amore coniugale. Da qui la domanda provocatoria che
suscita una risposta non scontata:«la famiglia per la Chiesa
di oggi è più un mistero od un problema?» Dalla Lettera
alle famiglie: «Sposarsi rimane, tuttavia, la vocazione
ordinaria dell’uomo, che è abbracciata dalla più ampia
porzione del popolo di Dio. È nella famiglia che si formano le pietre vive dell’edificio spirituale, di cui parla
l’apostolo Pietro (cfr 1 Pt 2, 5). I corpi dei coniugi sono
dimora dello Spirito Santo (cfr 1 Cor 6, 19). Poiché la
trasmissione della vita divina suppone quella della vita
umana, dal matrimonio nascono non solo i figli degli uomini, ma anche, in forza del Battesimo, i figli adottivi di Dio,
che vivono della vita nuova ricevuta da Cristo mediante il suo Spirito.»
Le tematiche affrontate, con suggestione emotiva e profondità culturale suscitavano negli astanti interesse e
commozione che originava reazioni entusiastiche nel
proseguire sulla strada intrapresa, e l’atteso coinvolgimento di altri coniugi sensibili a questi valori.
Dicembre
2009
30
Emanuele Lorenzi, per amici e conoscenti semplicemente
Lelle, ha concluso la sua esistenza terrena il 15 ottobre u.s. Dalle pagine di Ecclesia un doveroso e sentito ricordo alla memoria di un uomo, di un cristiano sincero, che nella sua vita e nelle sue attività a servizio della cultura e della comunità civile e cristiana ha testimoniato con umiltà e serenità l’amore di Dio per le sue creature. Dal volume I nomi della memoria di Franco Caporossi,
Presidente onorario dell’Associazione Artisti Lepini, riportiamo liberamente un suo breve profilo. “Nato a Segni,
nel 1924, di cultura profondamente cattolica. Ha passato la sua giovinezza con gli amici Giulio Andreotti, Vincenzo
Fagiolo e altri segnino divenuti personaggi di primo piano nelle gerarchie italiane, vaticane e internazionali. Insegnante
a Montelanico e Colleferro, direttore del Centro di Lettura
e responsabile dei corsi a Colleferro. Cultore di forme
dialettali lepine, concretizza la sua prima fruttuosa collaborazione con l’Associazione Culturale “Porta
Saracena”, poi con l’Associazione “Artisti Lepini, della quale è stato Segretario fino al 2002. Ha enormemente contribuito all’affermazione del Premio Biennale
Letterario Internazionale di Monti Lepini. Nel 1997 pubblica con successo il Vocabolario de dialetto di Segni
riedito nel 1998 e nel 2005. Ha elaborato studi critici e presentazioni sulle opere dei poeti segnini Pippo
Fagiolo, Remo Fagiolo ed Aldo Zangrilli ed ha presentato interventi in occasione delle “Giornate del dialetto”. Per molti anni ha curato la cronaca locale sul
mensile “Il cuore della diocesi”. Conoscitore di musica sacra è stato, da giovane, in sintonia con il parroco don Guglielmo Coluzzi, organizzatore della Schola
Cantorum di Santa Maria degli Angeli al tempo in cui il
maestro Lorenzo Perosi soggiornò a Segni. Nel 1998
l’Associazione Artisti Lepini gli ha conferito il “Trofeo dei
Lepini” e nel 2003 “Cronache Cittadine” un riconoscimento per meriti speciali.” Segue ora la testimonianza
di Alberto Spigone suo collega ed amico fraterno. L’ho
conosciuto nel 1963 nella scuola elementare “Gerardo
Parodi Delfino” di Colleferro, nella quale insegnavamo,
io all’inizio della carriera, lui già da qualche anno qui e
già molto conosciuto. Da allora la nostra amicizia si è
sempre più rafforzata perché avevamo grande amore
per l’insegnamento e soprattutto amore verso i bambini. Emanuele era molto stimato sia dalle famiglie che
dagli stessi alunni che lo adoravano per le sue doti umane e la sua preparazione professionale che sapeva trasmettere in maniera naturale e oserei dire gioiosa e non
Gli amici di Giovanna Antida di Segni
A Napoli sui passi di Giovanna Antida
“Abbiamo sentito la voce del nostro prossimo che
si trova in ogni parte della terra; abbiamo sentito
la voce dei poveri che sono le membra di Gesù
Cristo, che sono nostri fratelli in qualunque paese
si trovino… debbono esserci tutti ugualmente
cari.”
Questi i sentimenti che animarono Giovanna
Antida, santa fondatrice delle Suore della Carità, quan-
do, il 18 novembre 1810 giunse a Napoli, con sette consorelle, chiamata da Gioacchino Murat, che
vedeva nella neonata congregazione francese un
valido aiuto per intervenire nelle situazioni di povertà e degrado materiale e morale che imperversavano nei territori a lui affidati. Aveva visto giusto: la
forza, l’entusiasmo, la ferma volontà, animati da una
salda e serena fiducia in Dio sostennero Giovanna
Antida che in una terra straniera, si fece
testimone della buona novella evangelica e lavorò incessantemente per
portare sollievo e speranza ai malati
dell’ospedale degli Incurabili, consolazione ai carcerati, istruzione ai
ragazzi, sostegno e prospettive di vita
migliori alle giovani donne. Per controverse e dolorose vicende, che qui
non stiamo a ripercorrere, Giovanna
Antida non tornò più nella sua amata Besançon, concluse la sua esistenza
terrena nella variopinta capitale partenopea il 24 agosto 1826. Nell’imminenza
pedante. Amava soprattutto le attività espressive nelle
quali si estrinsecavano le sue doti creative. Alla fine di
ogni ano scolastico o in particolari ricorrenze si era soliti allestire nella nostra scuola recite o canti. Era lui che
preparava musiche, canti, scenette esilaranti, parodie,
che metteva in scena con innata maestria meritando l’encomio dei genitori degli alunni e dei colleghi. Conservo
ancora oggi quei testi che “Lelle” mi regalò quando già
la malattia lo stava divorando. Nei nostri discorsi la scuola era il punto fermo su cui discutere per migliorare la
qualità dell’insegnamento e come risolvere i problemi
che si incontravano. “Lelle” era molto incline alle novità , ha fatto parte per molti anni del Consiglio di Circolo
ed era molto attento nei suoi interventi a favore della
scuola e dei colleghi che egli rappresentava. Non aveva peli sulla lingua: esponeva le sue idee anche se contrastavano con quelle dei rappresentanti dei genitori e
della stessa direttrice didattica. È noto a tutti il suo amore per la “segninità”; dedicava gran parte del suo tempo libero alla ricerca di antichi modi di agire dei nostri
antenati. Mi piace ricordare il periodo in cui stava preparando il suo Vocabolario sul dialetto segnino, opera
fondamentale alla quale si dedicò con impegno e convinzione. Ogni giorno sul pullman per andare a scuola
non si parlava che di vocaboli strani facenti parte del
nostro dialetto che noi ascoltavamo dai vecchi del paese e si cercava una spiegazione, molto spesso data dagli
stessi vecchi che si conoscevano. Lelle, ti ho conosciuto
e ti ho stimato subito per la tua bontà. Mi sei stato di
valido aiuto nei miei primi anni di attività educativa. Sei
stato per me un maestro di vita e sempre ti ricorderò.
della celebrazione dei duecento anni dell’arrivo a
Napoli della Santa molte attività sono in cantiere.
Il gruppo amici di Giovanna Antida di Segni, laici
che si ritrovano assieme e cercano di calare nella
loro vita il carisma di Giovanna Antida cioè amore
a Dio e solerte presenza nei bisogni degli ultimi, il
28 ottobre u.s. ha organizzato una visita guidata a
Napoli nei luoghi dei Giovanna Antida. Accolti nella splendida casa di Regina Coeli abbiamo avuto
modo di visitare il chiostro, il refettorio storico, la farmacia, la chiesa, i tanti tesori d’arte, di fede e devozione che la casa raccoglie. Ancora il Duomo, la chiesa di san Lorenzo maggiore, S. Paolo, piazza del
Plebiscito; e poi tanti caratteristici scorci e vicoli napoletani nei quali il calore di quella terra si manifesta
nella sua forza e nelle sue contraddizioni, nei suoi
profondi bisogni ai quali ancora oggi le suore della carità sono attente e partecipi. È stata un’esperienza molto positiva, una giornata trascorsa insieme in serenità ed amicizia, che ci ha fatto scoprire
non solo una bella città ma anche riflettere su come
il messaggio di Giovanna Antida sia ancora attuale e attenda di essere reso vivo e pulsante da donne ed uomini di buona volontà, pronti a collaborare con le suore per portare al mondo intero la notizia che solo Dio può dare senso e sapore alla nostra
vita.
Dicembre
2009
La scomparsa di
Mons. Angelo Di
Pasquale
Canonico onorario
della Cattedrale di S.
Clemente I P.e M.
Il 2 Ottobre, festa dei Santi Angeli Custodi,
è morto a Roma mons. Angelo Di Pasquale
all’età di 84 anni, dopo più di sei decenni di fecondo ministero sacerdotale.
Nato a Genova il 4 gennaio 1925, fu
ordinato sacerdote nel 1948 e già nell’anno successivo invitato a collaborare presso la Segreteria di Stato della
Santa Sede, dove ha lavorato ininterrottamente per quarantuno anni. Dal 1955
fino al 1997 ha servito come cerimoniere pontificio ben cinque Papi (Pio XII,
Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo
I e Giovanni Paiolo II) e in tale veste
è stato presente in quattro conclavi. Nel
1997 Papa Giovanni Paolo II lo ha nominato Protonotario Apostolico e Canonico
onorario della Basilica di San Pietro in
Vaticano. Mons. Di Pasquale era legato alla nostra Diocesi per il fatto che come
cerimoniere pontificio ha sempre
accompagnato i Cardinali titolari in occasione della loro presenza nella Cattedrale
di San Clemente per le celebrazioni delle maggiori festività. Nell’arco di quanrant’anni mons. Di Pasquale ha diretto le cerimonie liturgiche a San
Clemente con i Cardinali: Fernando Cento,
Ildebrando Antoniutti, Sebastiano
Baggio, Ioseph Ratzinger, e l’attuale
Cardinale titolare Francis Arinze. Per
tali motivi mons. Di Pasquale era stato nominato canonico onorario della nostra
cattedrale. Il Capitolo veliterno lo ha ricordato e ha elevato la preghiera di suffragio per la sua anima durante la celebrazione dei Vespri solenni lo scorso
23 Novembre, festa di San Clemente
I P. e M.
Don Mauro De Gregoris
31
Il secolo del martirio
Claudio Capretti
Il secolo appena trascorso in merito agli eventi
tragici, può essere definito come il “Secolo delle ideologie del male”, e il teatro sul quale queste ultime sono nate ed hanno imperversato, è
prevalentemente quello europeo. Giovanni Paolo
II, nel suo testo “ Memoria e identità” per meglio
comprendere e illustrare questo fenomeno,
mette in luce le origini delle ideologie del male,
facendole risalire al periodo anteriore all’illuminismo, precisamente al pensiero filosofico di Cartesio:
Cogito, ergo sum – Penso, dunque sono. Tale
pensiero capovolge il modo di fare filosofia, ponendo l’esse in una posizione subordinata al cogito
o piuttosto al cognosco. Il Servo di Dio, sottolinea di come tutto ciò causò un cambiamento di
rotta del pensiero filosofico da come era stato fino
ad allora concepito, in modo particolare da San
Tommaso D’Aquino, appunto la filosofia dell’esse, in cui Dio, Essere pienamente autosufficiente
era ritenuto come l’indispensabile sostegno per
ogni uomo. Dio in definitiva, viene allontanato dall’uomo, quest’ultimo glorificando se stesso e rinunciando al suo Creatore, diventa unico e incontrastato arbitro di ciò che è bene e ciò che è male.
Crolla di conseguenza la filosofia del male, ed il
bene viene identificato solo in ciò che mi serve,
solo in ciò che mi crea piacere e potere. Quindi,
conclude Giovanni Paolo II, “l’uomo può anche
decidere che un gruppo di suoi simili debbano
essere annientati”, A causa di tutto questo, e per
le conseguenze scaturite, il secolo appena trascorso, può, a ragione, essere definito soprattutto come il “ Secolo del martirio”,a causa del
grande numero di figli di Dio, sterminati in odio
alla fede e tra questi molti sono sacerdoti. Alcuni
sono conosciuti come padre M. Kolbe, don P. Puglisi
o don A. Santoro, altri un po’ meno come padre
R. Gil, o il gesuita padre D. Dajani. Nel documento
preparatorio al grande Giubileo del 2000, la “Tertio
Millennio Adveniente”, il Santo Padre evidenziava
l’importanza del recupero della memoria dei cristiani caduti nel XX secolo,affermando con grande convinzione: “ Al termine del secondo millennio,
la Chiesa è diventata nuovamente Chiesa di martiri”. Non si tratta di strumentalizzare questi Testimoni
di Fede contro quel tipo di totalitarismo o quell’altro, ne tanto meno di canonizzare, si tratta solo
di narrare per non dimenticare, poiché,ne sono
convinto, l’identità deve essere mantenuta viva
non solo da una continua e credibile testimonianza,
ma anche attraverso una cristiana memoria. La
smemoratezza delle generazioni successive, come
afferma molto bene lo storico e fondatore della
Comunità di S. Egidio, Andrea Riccardi nel suo
libro “Il secolo del martirio”, “Ha nascosto e imprigionato tante esperienze di dolore occultando un
volto splendido del cristianesimo, che deve essere messo in luce”. Non c’è da stupirsi se la Chiesa
pellegrina sulla terra ha sempre a che fare col
“mistero di iniquità” che da una parte la perseguita e dall’altra sotto forma di impostura religiosa,
offre agli uomini una soluzione apparente ai loro
problemi, al prezzo dell’apostasia dalla verità”
(Catechismo C.C. 675). Dalla rivoluzione francese
in poi le ideologie del male - le quali hanno sempre avuto dei leader ben identificati, e non un demonio incarnato come non di rado è dipinto dalla
immaginazione popolare - hanno via via offerto
agli uomini salvezze umane rivelatesi poi ingannatrici, e portatrici di persecuzione alla Chiesa,
ed in modo particolare coloro che la servono. Nell’omelia
della messa Pro eligendo romano pontefice, il card.
Joseph Ratziger, fissa lo sguardo sulla Chiesa,
dove i suoi figli danno l’impressione di essere “sballottati dalle onde e portati qua e là da qualsiasi
vento di dottrina” (Ef 4,14). Lo sguardo del futuro pontefice abbraccia le varie ideologie che si
sono moltiplicate in Occidente negli ultimi tempi, assumendo un ruolo esplicito di correnti dell’anti-evangelizzazione, dalle quali però i cristiani
non sempre hanno saputo guardarsi rischiando
di compromettere la fede. Se molti hanno apostatato abbracciando quel tipo di ideologia o l’altra, divenendo strumenti di persecuzione, moltissimi hanno conservato la loro fede fino al martirio, come il caso dei sacerdoti sopra citati, e durante il corso di questo anno sacerdotale è bello e
doveroso ricordarli.
E’ a loro che gli occhi del nostro cuore devono
costantemente volgersi. “Essi sono coloro che sono
passati attraverso la grande tribolazione e hanno lavato le loro vesti rendendole candide con il
sangue dell’Agnello” (Ap 9,14) “Essi sono stati
tormentati ed hanno sofferto, senza tenere conto del male e senza irritarsi, sapendo che non
era volontà dell’uomo ad operare, ma la perversità
di Satana che li costringeva a fare loro queste
cose”. (Isaia di Gaza – Ascetikon pag. 124) Essi
a imitazione del loro maestro Cristo Signore , “Alla
massima ingiustizia e violenza Egli rispose col
massimo dell’ amore, poiché solo in questo modo
si apre la via ad un mondo diverso, al Regno della giustizia e della pace, alla vittoria finale della
Risurrezione e della Vita sulle tenebre della morte”. (Mons. Vincenzo Apicella – Lettera Pastorale
Pasqua 2009 pag. 18) “Poiché piacque a Dio di
regnare sulle anime per mezzo della persecuzione
e della sofferenza, piuttosto che con brillanti predicazioni”.
(Santa Teresa del Bambin Gesù)
Dicembre
2009
32
Sara Calì
Quando nasce un bambino, in famiglia
lo stupore e la commozione sembrano illuminare
la vita
quotidiana di una gioia incontenibile, così nella grande famiglia dei credenti quando si avvicina il S. Natale si sente un’atmosfera di fervore e di attesa senza precedenti. Come si sta preparando la parrocchia di S. Stefano a questo evento? Sono andata a curiosare da Don Paolo Latini
ed ho scoperto molte iniziative che si aggiungono alle tante che per tutto l’anno animano la
vita parrocchiale. Il primo pensiero è rivolto alle
famiglie povere, la Caritas, la Catechesi e i gruppi parrocchiali hanno deciso di raccogliere per
loro beni alimentari davanti ai supermercati del
paese (12 e 13 dicembre). Sempre a scopo caritativo, in un mercatino ci saranno i manufatti in
gesso dei bambini del catechismo che si occuperanno anche della creazione di crocefissi da
distribuire alle famiglie, in risposta al tentativo
delle autorità europee, noto a tutti noi, di privarci
di un simbolo tanto significativo. Un altro elemento irrinunciabile è il presepe, dolcissima presenza che ci riporta all’infanzia ed al calore della famiglia, così, oltre alla visita ai presepi, se ne allestiranno, come ogni
anno, uno per ogni altare della Chiesa del S.
Rosario, con l’invito di
crearne ovviamente,
sempre uno in casa.
Ancora nel periodo natalizio
un altro
care una tombolata per i ragazzi, la cena con
le famiglie e un incontro di preghiera, ma soprattutto, la recita dei bambini, e tra le tante rappresentazioni che vedranno impegnate la Figlie
della Carità, le Suore di Matarà, i Gruppi della
Grazie della Catechesi, con bambini di tutte le
età, stavolta a cimentarsi nella difficile arte del
teatro non saranno solo i piccoli, ma anche il
Parroco ed il Viceparroco in persona, che in veste
di protagonisti affiancheranno gli attori in una recita intitolata “Il Grigio”, a Don Paolo il compito
di interpretare Don Bosco, a Don Clemente, Grigio.
Siete tutti invitati a partecipare.
evento molto atteso è la riapertura della bellissima Chiesa di S. Stefano, di cui vi
parlerò con cura nei prossimi mesi, che
sarà inaugurata prima con una Messa
celebrata dal parroco Don Paolo Latini
il 19 dicembre, alla presenza di coloro
che hanno contribuito alla realizzazione del restauro, poi con una Messa solenne il 26 dicembre, officiata dal nostro vescovo Mons. Vincenzo Apicella, le due messe saranno seguite da un concerto. Poco
dopo il Natale, il parroco andrà in Africa
a visitare la scuola delle adozioni culturali a distanza nella diocesi di
Tambacounda, affidata alla cura pastorale del vescovo Mons. Jean Noël Djouf,
nella speranza, in un prossimo futuro,
di poter realizzare una casa per l’accoglienza delle comunità religiose.
Ovviamente non poteva man-
Sr. Marilena Quartieri.
E’ arrivato il giorno del saluto per quella che ormai consideravamo un tutt’uno con il Centro S. Maria dell’Acero,
Sr. Marilena Quartiere già superiore di quella casa è stata trasferita nella Casa generalizia della Suore apostoline in Via Mole di Castelgandolfo. Per chi arrivava all’Acero, centro di incontri, accoglienza campi scuola ecc., della nostra diocesi, appena giunti all’ombra della grande quercia accanto al pozzo, da qualche
parte notava che faceva capolino l’esile figura di Sr. Marilena, pronta ad offrire, un benvenuto, un caffè caldo o una bevanda fresca, era il suo segno distintivo: l’accoglienza. Non si limitava a questo ma la persona che gli era di fronte avvertiva la sua disponibilità all’ascolto e la sua discrezione. Con lei il Centro S .
Maria dell’Acero, per molti, ha mostrato il calore di un luogo familiare. Sr. Marilena è arrivata nella comunità delle Apostoline al Centro S. Maria dell’Acero nel novembre del 1991.Ha svolto il servizio di superiora
della comunità per la metà del tempo. Da dicembre 2009 è stata trasferita in casa generalizia a Castelgandolfo.
Per tutto che ha saputo dare con generosità ai singoli, laici e non e alla comunità diocesana che di volta
in volta è passata per l’Acero, vogliamo esprimere a Sr. Marilena un sincero ringraziamento ma anche il
desiderio di mantenere vivo il legame di amicizia e stima. Esprimiamo ancora una preghiera per i suoi nuovi impegni e per la Comunità delle Apostolione dell’Acero che in questo fine anno si vedrà rinnovata quasi nella totalità.
33
Maria Rigel Langella
Galileo: cose mai viste. Fascino e travaglio di un nuovo sguardo sul mondo, inaugurata lo scorso 15 novembre, la mostra resterà aperta a Roma, Palazzo della Cancelleria, fino al 31 gennaio 2010. Galileo, dunque, torna a Roma da protagonista in una grande
mostra che, a conclusione delle celebrazioni per i
400 anni dalle prime osservazioni del cannocchiale, è stata allestita al Palazzo della Cancelleria, con
il patrocinio del Pontificio Consiglio della Cultura. Dopo
l’anteprima estiva, presentata al Meeting di Rimini
lo scorso agosto, la mostra vuole focalizzare la propria attenzione sulle osservazioni condotte da
Galileo tra il 1609 e il 1610, proponendo al visitatore un percorso che permetta di immedesimarsi nell’esperienza di Galileo cogliendone tutte le sue sfaccettature. L’obiettivo non è tanto quello di arrivare
a un “giudizio definitivo” sul caso Galileo, quanto piuttosto di creare le condizioni per approfondire il contesto storico-culturale del tempo, la pluralità dei fattori in gioco, entrando in modo molto approfondito
nel merito di un momento (quello osservativo) della vicenda scientifica galileiana. Parlare di Galileo significa stimolare la riflessione tra scienza e fede e comprendere anche il rinnovato interesse della Chiesa
contemporanea alla vicenda dello scienziato, riflessione alla quale non si è sottratto mons. Gianfranco
Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura,
già in occasione dell’altro grande evento galileiano,
la mostra Astrum 2009: astronomia e strumenti. Il
patrimonio storico italiano quattrocento anni dopo Galileo,
allestita ai Musei Vaticani e aperta fino al 16 gennaio 2010: “Una grande conquista degli ultimi decenni – ha spiegato Ravasi – è stata l’affermazione che
scienza e teologia sono due magisteri non sovrapponibili, ma paralleli, con i loro statuti e la loro epistemologia. Si devono ascoltare ma sono indipendenti, non conflittuali”. In positivo è stato fatto l’esempio
di una nuova pista di fruttuoso dialogo tra scienza
e fede, ovvero tra scienza e filosofia, relativamente
alle categorie di tempo e di spazio, rispetto alle qua-
Un libro su Piombinara
Tonino Parmeggiani
Il prossimo 19 dicembre, nella sala consiliare del comune di Colleferro, verrà presentato il primo volume della collana dedicata all’antico sito di Piombinara, costituito dalle rovine del castello del sec. XIII e dal territorio ad esso pertinente che, dal sec. XVI in poi, fu
la tenuta. La prima parte del volume - curato da Alfredo
Serangeli, direttore dell’Archivio Storico “Innocenzo
III” di Segni, Tiziano Cinti e Mauro Lo Castro, incaricati della direzione tecnica e organizzativa degli scavi archeologici di Piombinara, e Angelo Luttazzi, direttore del Museo Archeologico Comunale del Territorio
“Toleriense” di Colleferro - riguarda la storia di questa tenuta che aveva una superficie di circa mille ettari, compresa tra la Selva di Paliano, Valmontone, parte dell’attuale abitato di Colleferro e le propaggini del
territorio di Segni e Gavignano. Sul suo ampio territorio si esercitarono gli interessi economici dei proprietari (appartenenti a prestigiose famiglie, quali i Conti,
li: “sempre più in ambito scientifico si tiene conto del contributo di
riflessioni di tipo metafisico”. Il percorso espositivo della mostra, volutamente spettacolare e di forte impatto, evidenzia le dimensioni tipiche
dell’agire scientifico: la passione
per la conoscenza della natura, l’aderenza al dato, la valorizzazione
dei particolari, l’ingegno nel costruire strumenti che ci permettono di
“rivelare” forme e comportamenti della natura, l’entusiasmo per la
scoperta, il desiderio della comunicazione. Alle importanti testimonianze
originali esposte, ai documenti, si
accompagneranno ricostruzioni
storiche, simulazioni, modelli.
L’intento dei curatori è di condurre il visitatore ad immedesimarsi
con ciò che Galileo ha effettivamente
visto nelle sue prime osservazioni, a comprendere le sue reazioni e quelle di chi lo circondava, partendo dalle conoscenze astronomiche e dalle concezioni cosmologiche dell’epoca. Con la prospettiva
di comprendere meglio gli sviluppi che ne sono seguiti e le conseguenze che ne hanno tratto Galileo
e gli altri protagonisti. Oltre allo “scienziato” dalla mostra emerge “l’uomo” Galileo, attraverso le relazioni
personali con personalità chiave
come Benedetto Castelli e la figlia
Suor Maria Celeste, per arrivare,
attraverso le luci e ombre della vicenda di Galileo,
alla comprensione della grandezza dell’impresa scientifica e del rischio ideologico.
GALILEO: cose mai viste. Fascino e travaglio di un
nuovo sguardo sul mondo, Roma, Palazzo della Cancelleria,
gli Sforza, i Borghese, i Barberini, i Doria-Pamphilj)
succedutisi in un arco plurisecolare, oltre a quelli di
altri proprietari, chiaramente minori e subalterni, appartenenti a famiglie benestanti locali. Accanto ai forti
interessi delle famiglie aristocratiche e delle classi dirigenti del luogo, c’è però anche una storia sociale di
lavoro duro e disagi, che è comunque il riflesso del
più vasto panorama economico dello Stato pontificio.
Piombinara vista, dunque, come epicentro della storia locale, ma anche in relazione stretta con la storia
più ampia dello stato e con quella dell’Italia. La seconda parte presenta una ricostruzione delle fasi più remote dell’attività di ricerca archeologica sul sito, con le
prime ricognizioni di superficie dei tardi anni ’60.
Segue l’illustrazione dell’evoluzione storica del territorio interessato durante l’età classica, quella altomedievale
e medievale, fino al 1431, quando Jacopo Caldora
distrusse il castello durante una delle frequenti guerre tra la S. Sede e i Baroni di Roma.
Conclude il volume una descrizione della Missione
Archeologica di Piombinara, incaricata degli scavi, da cui apprendiamo la sua organizzazione, la
Piazza della Cancelleria, dal 15 novembre al 31 gennaio 2010. Orario: tutti i giorni, lunedì escluso, dalle 9 alle 19. Chiuso Natale e Capodanno. Mostra promossa dal Meeting per l’Amicizia fra i Popoli, curata da Euresis in collaborazione con il Pontificio Consiglio
della Cultura. A cura di Mario Gargantini.
sua attività e gli obiettivi dei prossimi anni. Alla presentazione dell’opera, prevista per le ore 16,30, interverranno, oltre al nostro Vescovo Vincenzo
Apicella, diverse personalità, quali l’on. Silvano Moffa
della Camera dei Deputati, l’Assessore alle
Politiche Culturali della Provincia di Roma, Cecilia
D’Elia, i sindaci di Colleferro, Mario Cacciotti e
di Segni, Stefano Corsi, oltrechè la Soprintendente
per i Beni Archeologici, Dott. Marina Sapelli Ragni.
Dicembre
2009
34
IN TURCHIA NEI LUOGHI DI SAN PAOLO
2. LICAONIA
Nella seconda parte del suo primo viaggio missionario (45-47 d.C.) Paolo, accompagnato da
Barnaba, dalla costa di Attalia e Perge risalì per
circa 250 chilometri verso l’interno, fino ad Antiochia
di Pisidia (oggi Yalvac). Nella sinagoga tenne
il suo primo grande discorso missionario, riepi-
e di Iconio e sollevarono parte della cittadinanza, che lapidò Paolo e lo abbandonò fuori città
come morto; egli invece era solo svenuto e, soccorso dai discepoli, si riprese completamente.
Il giorno dopo con Barnaba si recò a Derbe, dove
fece un numero considerevole di discepoli. Listra,
oggi Hatunsaray, dista circa 40 km a sud di Iconio;
Derbe, la moderna Kerti Hoyuk, sta a un cen-
logando la storia di Israele fino a Gesù risorto,
il salvatore, che aveva portato quanto mancava alla legge mosaica: la remissione dei peccati, la giustificazione e la salvezza per chi crede. Molti degli ebrei presenti credettero e agli
increduli l’apostolo disse che avrebbe piuttosto
predicato ai pagani; ma quelli sobillarono i notabili e lo costrinsero alla fuga, mentre la parola
di Dio – precisano gli Atti (13, 49-52) – si diffondeva in tutta la regione e i discepoli erano
pieni di gioia e di Spirito Santo. Paolo e Barnaba,
volgendo a est per circa 150 chilometri, giunsero a Iconio, capoluogo della Licaonia, regione situata nel vasto e selvaggio altopiano anatolico che nell’anno 25 avanti Cristo era stata
annessa alla provincia romana di Galazia. I due
apostoli parlarono anche nella sinagoga di quella città, “e un gran numero di Giudei e di Greci
divennero credenti. I Giudei rimasti increduli però
inasprirono gli animi dei pagani contro gli apostoli; i quali rimasero tuttavia colà per un certo
tempo e parlavano fiduciosi nel Signore, che rendeva testimonianza alla predicazione della sua
grazia e concedeva che per mano loro si operassero segni e prodigi” (At 14, 1-3). La popolazione di Iconio si divise e la parte avversa agli
apostoli progettava di lapidarli, ma essi riuscirono a partire per Listra e Derbe e dintorni, dove
continuarono a predicare il Vangelo e a operare prodigi; la guarigione di un paraplegico di Listra,
anzi, indusse la gente a considerarli due divinità. Ma a Listra giunsero i Giudei ostili di Antiochia
tinaio di km più a sud di Listra. Quando decisero di concludere il loro primo viaggio, Paolo
e Barnaba vollero rivisitare e incoraggiare le comunità cristiane appena formate; ripercorsero
dunque la strada già fatta, da Derbe a Listra a
Iconio e ad Antiochia di Pisidia. Esortarono i credenti a restare saldi nella fede perché, dicevano, è necessario attraversare molte tribolazioni per entrare nel regno di Dio. “Costituirono quindi per loro in ogni comunità alcuni anziani e dopo
aver pregato e digiunato li affidarono al Signore,
nel quale avevano creduto” (At 14, 23). Nel suo
secondo viaggio (49-52 d.C.) Paolo con Sila attraverso la Siria e la Cilicia tornò in Licaonia, a Derbe
e a Listra, dove si associò il giovane Timòteo;
“percorrendo le città, trasmettevano loro le decisioni prese dagli apostoli e dagli anziani di
Gerusalemme, perché le osservassero. Le
comunità intanto si andavano fortificando nella
fede e crescevano di numero” (At 16, 4-5). I due
apostoli percorsero quindi la Frigia, la Galazia
e la Misia, pensando di giungere in Bitinia, ma
una improvvisa ispirazione dello Spirito Santo
li spinse a scendere dalla Misia verso la costa
mediterranea, al porto di Tròade e quindi in Macedonia.
Gli Atti non parlano di altre visite di Paolo alle
comunità della Licaonia, ma è probabile che all’inizio del terzo viaggio, nell’anno 53, per raggiungere
da Antiochia di Siria la Galazia e la Frigia “confermando nella fede tutti i discepoli”, e prima di
fermarsi per quasi tre anni a Efeso, Paolo abbia
rivisto quei fratelli. Iconio infatti era sulla gran-
Stanislao Fioramonti
de via romana Sebastèa, che collegava la Siria
con Efeso, e da questa importante arteria la città traeva gran parte della sua vitalità nei trasporti,
nell’agricoltura e nel commercio. La stessa vitalità dimostrata dalla moderna KONYA, granaio
e frutteto della Turchia, gradevole metropoli piena di spazi e di luce, per essere al centro di una
vasta pianura e a circa mille metri di altitudine;
per tutti questi motivi essa ha presentato uno
sviluppo tumultuoso: dai 326.000 abitanti del 1982
è passata a 2,2 milioni, crescendo di almeno 7
volte in circa 25 anni e divenendo la quinta maggiore città turca. L’impronta paolina durò a Iconio
per più di mille anni. Secondo la tradizione, il
suo primo vescovo fu S. Sosìpatro, cugino e discepolo di Paolo; gli “Atti di Paolo e Tecla”, apocrifi
della fine del II secolo, raccontano di questa cristiana di Iconio convertita da Paolo insieme alle
compagne Trifena e Trifosa, ricordate nella Lettera
ai Romani (16,2): condannata a morte per la sua
fede dall’autorità romana, Tecla si sarebbe miracolosamente salvata e avrebbe predicato prima
nella sua città e poi a Seleucia (Silifke), porto
della Cilicia dove sarebbe morta e da dove il suo
culto si diffuse in tutta l’area Mediterranea, fino
a Milano: sulle sue reliquie infatti il vescovo Ambrogio
edificò il battistero, e i suoi successori il duomo.
Originari di Iconio furono anche i martiri Ierace,
giustiziato a Roma insieme al vescovo Giustino,
e Giulitta con il figlio Quirico, uccisi a Tarso verso il 313; e il vescovo Anfilochio, amico dei padri
di Cappadocia Gregorio di Nazianzo e Basilio
di Cesarea, con i quali fu protagonista del Concilio
di Costantinopoli del 381. Iconio cristiana finisce nel 1081, quando tutta la regione fu strappata all’impero Bizantino dai Turchi Selgiuchidi,
destinati a regnare per circa due secoli (saranno annientati dai Mongoli nel 1302) e a dare alla
città il suo massimo splendore. L’apogeo culturale
e urbanistico del sultanato di Rum (così fu chiamato il regno selgiuchide nell’Anatolia centrale) e della sua capitale fu raggiunto con il sultano Alaeddin Keykubat (1156-1220), che lasciò
capolavori segnati dai più diversi influssi orientali. Ad esempio la moschea che prende il suo
nome (Alaeddin Camii), terminata nel 1220 da
un architetto siriano, recupera all’interno colonne e capitelli di origine romana e bizantina; la
madrasse (scuole coraniche) di Buyuk Koratay
(1251) e “del minareto slanciato” hanno magnifici portali decorati, maioliche e sculture e decorazioni di ascendenza persiana. “Il mondo arabo – è stato scritto – ha trovato in Konya una
sintesi di valori e di espressioni, un composto
equilibrio di forme e di volumi, una perfetta mescolanza di sinergie, una sublime vetrina”. Quasi
contemporaneo del sultano Aladino è il poeta
mistico Mevlana Celaeddin Rumi, uno dei
maggiori eruditi dell’Islam, nato a Balkh in Afghanistan
il 30 settembre 1207 e morto a Konya il 17 dicembre 1273. La sua tomba, posta in un famoso mausoleo sovrastato da una cupola-torre rivestita di
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maioliche turchesi, è sormontata da un alto catafalco e circondata dalle sepolture di alcuni dei
suoi principali collaboratori e seguaci. Nelle altre
stanze del complesso museale il flusso continuo dei pellegrini può ammirare manoscritti pregiati, capi di abbigliamento d’epoca, preziosi tappeti e antichi strumenti musicali dei dervisci. Mevlana
infatti, filosofo della danza intesa come viatico
per giungere a Dio, è il fondatore della setta musulmana dei dervisci ruotanti, che a dicembre (mese
della morte del loro padre) si radunano a Konya
per un festival della loro danza-preghiera.
Avvolti in tuniche bianche pieghettate (tennure),
simbolo del sudario mortale, e con in testa il copricapo tronco-conico (sikke) simboleggiante la lapide tombale, nel loro continuo girare in tondo –
le braccia larghe una verso l’alto e l’altra verso
il basso, come per collegare il cielo alla terra simulano il moto degli astri attorno alla sfera terrestre. Nello stordimento della danza l’anima si
libera dei vincoli materiali e ascende progressivamente prima alla conoscenza di Dio, poi alla
sua visione e infine all’unione mistica. Il suono
triste del flauto, un tamburello e un primitivo strumento a corda accompagnano la suggestiva e
affascinante forma di preghiera, che abbiamo
potuto seguire in Cappadocia, ad Avanos, in una
grotta di tufo preparata solo per questo tipo di
cerimonie. I sette “capitoli” in cui essa è strutturata rappresentano appunto il percorso spiri-
tuale del fedele verso Dio.
Un personaggio, Mevlana, spesso accostato a
san Francesco d’Assisi, del quale fu contemporaneo,
per il suo messaggio di amore universale e di
rispetto del creato sintetizzato nei suoi sette “ammonimenti” per una vita giusta, che sono: 1) Nella
generosità e nell’aiutare gli altri sii come un fiume; 2) nella compassione e nel favore, come il
sole; 3) nel dimenticare gli errori degli altri, come
la notte; 4) nell’odio e nell’ira, sii come morto;
5) nella modestia e nell’umiltà, come la terra;
6) nella tolleranza, come il mare; 7) Vivi come
sei e sii come appari. Ammonimenti che vanno
al di là della fede religiosa, quindi validi sempre e per tutti. Konya ha una forte tradizione di
spiritualità musulmana e conserva questo alone spirituale, insieme a un certo rigore di osservanza cranica. Ciò nonostante in essa il ricordo di san Paolo sopravvive grazie alla piccola
chiesa cattolica a lui dedicata, unica superstite
delle tante chiese della città distrutte nel tempo o trasformate in moschee man mano che la
comunità cristiana – di origine europea o asiatica: armena, siriana ecc. – andava assottigliandosi.
La “Aziz Pavlus Kilisesi”, di stile gotico-francese moderno, è situata al centro della città ed ecclesiasticamente appartiene all’Arcidiocesi di
Smirne, metropoli distante quasi 600 km! E’ punto di riferimento di numerosi pellegrini e della
piccola comunità cattolica locale, il cui parroco
è coadiuvato da due suore italiane della
Fraternità di Gesù Risorto di Tavodo (Trento).
Nel suo interno espone icone di Maria e di Paolo
e due tele moderne (donate nel 1913 da una
certa madame Ferida Charr), raffiguranti una giovanissima santa Tecla nella fossa dei leoni e un
vegliardo san Timòteo in abiti vescovili: il discepolo di Paolo infatti, nato a Listra da padre greco e madre (Eunice) giudea, che quando giovanissimo seguì l’apostolo era già “assai stimato
dai fratelli di Listra e di Iconio” (At 16,2), divenne vescovo di Efeso. Come ultimo ricordo della chiesa di S. Paolo a Konya riportiamo un biglietto di adesione del cristiano a un impegno maggiore nel suo cammino di conversione verso il
Signore Gesù; in tale impegno egli chiede l’aiuto di san Paolo con cinque invocazioni, sorta di
brevi litanie, che riassumono le caratteristiche
essenziali dell’apostolo, e che recitano:
San Paolo, conquistato dall’amore del Signore
Gesù Cristo, prega per noi!
San Paolo, che hai annunciato la salvezza, frutto della fede in Gesù, prega per noi!
San Paolo, che ci hai esortati all’amore vicendevole e verso tutti, prega per noi!
San Paolo, che hai sofferto privazioni e persecuzioni per il nome di Gesù, prega per noi!
San Paolo, testimone della bellezza dei misteri di Dio e della sua verità, prega per noi!
Psicologia e risarcimento danni
nuovo. Un evento traumatico può causare un’alterazione dell’equilibrio del soggetto, ma affinché si possa ipotizzare un possibile risarcimento
per danno psichico, tale alterazione non deve
essere solo il momento di sofferenza che accompagna l’evento. Il turbamento psicologico del
soggetto offeso, è danno conseguenza, del fatto illecito lesivo della salute e costituisce, quando esiste, condizione di risarcibilità del medesimo.
La situazione si complica ulteriormente quando si prende in considerazione la sofferenza patita dai familiari a causa di un evento traumatico subito da un congiunto. Perché si possa parlare di un danno psicologico in ottica giuridica
sono necessarie tre condizioni: “l’apprezzabilità giuridica”; il rapporto cronologico e causale;
una relazione di adeguatezza qualitativa e quantitativa tra fatto illecito che ha determinato il danno e danno stesso. Alla diagnosi psicologica è
richiesta la certezza, la precisione e l’individuazione
del nesso causale.
Nessuna spesa anticipata per far valere i propri
diritti
Pagamento di una percentuale e degli onorari
solo in caso di esito positivo della contrattazione
e a seguito della liquidazione
Risoluzione delle pratiche in ambito stragiudiziale (rimborsi adeguati e rapidi)
Massimizzazione del risarcimento dal punto di
vista dell’interesse del cliente
Gestione di ogni aspetto della pratica
In questo articolo vorrei riportare alcuni passaggi
di una riflessione molto interessante sul tema
del risarcimento del danno psicologico apparsa in un pagina del web nei giorni scorsi e curata da Dott. Rolando Ciofi e dalla Dott.ssa Katiuscia
Giannecchini.
“Il risarcimento del danno alla persona rappresenta una complessa e travagliata materia sia
in ambito medico-legale che psicologico. La sua
valutazione e quantificazione, in riferimento al
danno biologico e al danno morale, presenta aspetti problematici per la mancanza di criteri uniformi
in tutta la realtà italiana. Il danno psichico è così
definito: “danno comportamentale privo di
manifestazione esteriore tangibile, caratterizzato
dalla riduzione, temporanea o permanente, di
una o più funzioni psichiche della persona, la
quale incidendo sul valore globalmente inteso,
impedisce alla vittima di attendere in tutto o in
parte alle sue ordinarie occupazioni di vita”. Il
danno psichico trova il proprio riconoscimento
nel concetto di danno biologico, inteso come “l’ingiusta lesione dell’integrità psicofisica della persona”. Per la psicologia tale ambito è del tutto
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Sara Bruno
l quarantennale dalla fondazione del Comando
Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale
è celebrato nel nostro paese con tre grandi mostre
in diverse città italiane, Napoli, Roma e Firenze.
Le mostre, ideate e organizzate dal Centro Europeo
per il Turismo hanno
come protagonisti l’Arma
dei carabinieri e l’Arte,
alla quale il comando si
dedica totalmente da quaranta anni. Il Comitato
scientifico, presieduto
dal Prof.
Antonio
Paolucci, ha voluto mettere in risalto sia la
qualità delle opere sia
tutto ciò che riguarda la
tutela dell’arte. Quello che
preoccupa, e che le
mostre cercano di evidenziare, è che anche
capolavori indiscussi,
apparentemente al riparo da ogni rischio, sono
stati oggetto di furti, a volte clamorosi, o provento di spoliazioni clandestine.
La mostra di Firenze, che
ci interessa direttamente, è dedicata all’esposizione di un ricco patrimonio
sacro e religioso sottratto da musei e luoghi
sacri, da chiese e conventi, e dirottato
poi sul mercato
antiquario. In
seguito queste
opere sono state recuperate,
dopo un lungo
lavoro d’indagine da parte
del
reparto speCroce Veliterna
ciale dei Carabinieri. Sulla
tutela dei beni ecclesiastici, molto si è già fatto e tanto si continua a fare,
per cercare di proteggere sempre più efficace-
mente l’immenso patrimonio dei beni
custoditi nelle
Chiese di tutta
Italia, anche in
collaborazione
con
la
Conferenza
Episcopale
Italiana. Ospitata
nella Sala Bianca della Galleria Palatina
di Palazzo Pitti fino al 6 aprile, “Aspetti
del Sacro ritrovati” è l’esposizione
dedicata alle opere di provenienza
ecclesiastica, quindi non soltanto opere d’arte ma anche opere che raccontano la storia della devozione e
della sensibilità religiosa, nella sua
evoluzione culturale ed estetica. Tra
i beni culturali ecclesiastici esposti
si possono ammirare la serie di dipinti con soggetto delle Vergini, tra le
quali spicca la Madonna di Senigallia
di Piero della Francesca e le suppellettili trafugate, come le croci processionali, lo scrigno della ‘Sacra
cintola’, miniature e opere di fine cesel- Madonna con il Bambino - Antoniazzo Romano
latura come calici e ostensori. Tra
queste opere sarà visibile anche la croce veli- vuole affiancare alle opere dell’artista umbro anche
terna, capolavoro di oreficeria del XII secolo, ruba- quelle dei maestri con i quali ha collaborato in
ta nel 1983 e restituita dall’allora generale del quella che all’epoca era una vera e propria fuciTpc Roberto Conforti al vescovo di Velletri nel na di arte. Piermatteo di Lauro de’ Manfredi, nato
1998, dopo il ritrovamento a Rimini, ben quin- ad Amelia, conosciuto proprio per il luogo di prodici anni dopo il furto. Per diversi mesi non sarà venienza, formatosi tra il 1467 e il 1469 con Filippo
quindi visibile nella sua sede abituale ma ci ono- Lippi nel cantiere decorativo dell’abside del Duomo
ra il pensare che un vasto pubblico italiano e di Spoleto, dopo la morte di fra Filippo, segue
non, avrà modo di apprezzare l’opera che da a Firenze fra Diamante, il principale collaborasempre rappresenta la stessa città di Velletri. L’attività tore del pittore carmelitano. Nella città toscana
dei carabinieri del Tpc ci riporta tristemente a Piermatteo entra in contatto con la bottega del
ciò che ancora non è stato ritrovato perché anco- Verrocchio e in seguito entra a far parte, come
ra lontani dal museo e dalla città continuano a artista ormai formato, del gruppo di pittori guirimanere i reliquiari, l’enkolpion e il tondo con dati da Perugino, a cui viene affidata la decola Madonna, il bambino e San Giovannino del- razione della cappella Sistina in Vaticano.
la scuola del Caravaggio, attribuito da alcuni ad Piermatteo decora la volta della Cappella
Orazio Borgianni. Confidiamo nel lavoro del Tpc Sistina con un cielo stellato e lavora con il Pinturicchio
dei carabinieri, sperando di poter avere la gioia anche per il Viaggio di Mosè e la Circoncisione.
di ammirare un giorno queste opere nella sede Con l’elezione di Alessandro VI, Piermatteo ottiemuseale cui appartengono. A dicembre anche ne titoli e privilegi e lavora intensamente per varie
un’altra opera, la Madonna con il Bambino di commissioni fra le quali la decorazione
Antoniazzo Romano, lascerà momentanea- dell’Appartamento Borgia, coordinata sempre da
mente la sede abituale per essere esposta nel- Pinturicchio. La mostra prevede anche dei perla mostra Piermatteo d’Amelia, Un protagonista corsi sul territorio che comprenderanno le
del Rinascimento tra Firenze e Roma, nel Centro località dove sono ancora presenti le testimoper le Arti Opificio ex Siri di Terni dal 12 dicem- nianze di Piermatteo. La nostra tavola di
bre 2009 al 2 maggio 2010. La mostra dedi- Antoniazzo, realizzata nel periodo in cui i due
cata a Piermatteo D’Amelia vuole restituire alla artisti lavoravano nello stesso cantiere, rappresenta
storia dell’arte un protagonista nel panorama arti- l’opera di uno dei maestri cui il D’Amelia ha attinstico del Secondo Quattrocento. Il pittore, to e si è formato. Il prestito di Antoniazzo Romano
conosciuto spesso solo per aver affrescato il cie- getta anche le basi per una collaborazione tra
lo stellato nella volta della Cappella Sistina, coper- il Museo Diocesano di Velletri e la Galleria Nazionale
to poi da Michelangelo per realizzare i suoi affre- dell’Umbria, nella promozione dell’arte e della
schi, in realtà è uno dei grandi maestri del cultura, che nei prossimi mesi ci interesserà ancoRinascimento in Umbria, impegnato a Roma, nel ra più da vicino.
cantiere vaticano, accanto a Perugino, Pinturicchio
e Antoniazzo Romano. Ed è per questo suo rapporto con i grandi maestri dell’epoca che la mostra
Dicembre
2009
Antonio Venditti
Si parla tanto di Pubblica Amministrazione, al cui funzionamento è preposto da decenni un Ministro della Repubblica, con il compito precipuo di riorganizzarla secondo gli obiettivi della semplificazione, dell’ammodernamento, della trasparenza e dell’efficienza,
a favore dei cittadini. Se, nonostante i precedenti tentativi, si continua ad inseguire una linea riformatrice,
significa che i problemi non sono stati risolti, non essendo state eliminate le limitazioni che la “burocrazia”
pone alla libertà ed alla serenità dei cittadini. Il dinamico Ministro della Pubblica Amministrazione ha già
adottato vari provvedimenti, come quello che ha determinato una lotta spietata contro “i fannulloni” , sicuramente decimati ma a prezzo di un appesantimento
del clima all’interno dei vari ministeri ed uffici pubblici.
Nella grande “azienda” gestita dallo Stato, con la generale denominazione di Pubblica Amministrazione, c’è
anche la scuola come grande componente.
Ecco perché possiamo considerare nella sua valenza educativa la “gentilezza” indicata quale dovere di
tutti i dipendenti pubblici e quindi anche ed in particolar modo di dirigenti scolastici, docenti, amministrativi
ed ausiliari, che costituiscono il personale di ogni scuola. Infatti, tra le regole della buona educazione, certamente esiste da sempre l’esigenza di essere “gentili”, cioè sereni e pazienti, solerti ed utili, disponibili
all’ascolto e comprensivi, per aiutare gli utenti alla
risoluzione dei problemi ed al raggiungimento degli
obiettivi.
Questa è la concezione del “servizio” finalizzato al
pubblico bene, che è il contrario dell’affermazione del
“potere”, come avviene nella forma degenerativa della burocrazia. A scuola, come in famiglia, si educa
con la “gentilezza”
che potrebbe corrispondere alla “amorevolezza”, uno dei
fondamenti del sistema educativo di
San Giovanni Bosco,
che non è apparenza
esteriore ma esempio di virtù ed intelligente azione che
l’educatore deve
essere in grado di
manifestare nel
servizio reso ai suoi
alunni. L’insegnante
oggi deve essere
capace di svolgere il suo servizio con serenità e capacità, senza superficialità , con il coraggio di affermare
ciò che è vero e giusto, senza assecondare negative tendenze o attese immotivate, avendo il coraggio professionale di esprimere giudizi oggettivi sul rendimento e sul livello di formazione di alunni/e; tutto
ciò nel dialogo educativo, che deve essere schietto
nella distinzione dei ruoli. Non solo genitori ed insegnanti ma tutti gli adulti, nella diversità delle funzioni, hanno un ruolo educativo nei confronti delle giovani generazioni, da indirizzare ad essere cittadini/e
consapevoli dei loro diritti e capaci di svolgere i loro
doveri con capacità e coerenza, nell’ordinata e pacifica vita civile. Purtroppo dobbiamo riconoscere che,
nella profonda crisi attuale della società, gli ideali appaiono piuttosto utopistici, perché in totale contrasto con
la realtà, segnata da profonde negatività che gravano
sull’educazione, limitandone l’efficacia, dentro e fuori gli ambiti propriamente formativi. Ed allora dobbiamo domandarci : “Che senso ha
imporre per legge la “gentilezza” e
proclamare il diritto dei cittadini ad
usufruire di servizi certi ed efficienti
in organismi strutturati come poteri, esercitati a vari livelli, fino ai vertici di emanazione politica?” La riforma deve partire dai responsabili,
animati da effettiva volontà di rinnovamento, da dimostrare nella radicale trasformazione di strutture e
regolamentazioni obsolete e farraginose,
per coinvolgere validamente gli operatori, tenuti ad applicarla con la vigilanza serena e la guida sapiente
dei dirigenti.
Può risultare più simpatico il dipendente sempre “sorridente” come nelle immagini pubblicitarie, rispetto a
chi si presenta per suo carattere
più “serioso”, ma quello che conta è la dedizione al lavoro che si
svolge, l’equanimità, la competenza
e la consapevolezza di essere, nel
rispetto delle norme, totalmente al
servizio dei cittadini. Che un
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Ministro si interessi della “gentilezza” – e non è il Ministro
dell’Istruzione – è da ritenersi un fatto positivo , trattandosi di un valore eminentemente educativo, prima ancora di essere a fondamento delle buone e civili relazioni tra gli individui. E’ lecito però domandarsi come mai gli stessi Ministri e Deputati e
Responsabili di partiti, di giornali ed associazioni di
rilevanza nazionale tra loro non siano proprio “gentili”, ricorrendo anche al turpiloquio ed a violenze verbali inaudite, che inquinano paurosamente la vita civile, sono pessimo esempio di democrazia e non stimolano i giovani alla concordia ed al rispetto reciproco.
La vera grande riforma che tutti i benpensanti devono auspicare nasce dal radicale cambiamento del clima sociale e politico attuale, con un’inversione di tendenza da parte di tutti coloro che sono stati eletti da
cittadini/e che hanno avuto fiducia nella loro rettitudine e capacità di amministrare, ai vari livelli, la cosa
pubblica.
La esemplarità delle loro condotte di vita deve essere proporzionata al grado di responsabilità : più si è
in alto nella funzione pubblica, più si deve essere di
esempio, per favorire il diffondersi tra tutti di sistemi
di vita virtuosi. Non si tratta quindi di scrivere delle
belle parole, ma di agire incessantemente per applicare coerentemente i buoni principi, dando il giusto
contributo al miglioramento della società e dello Stato.
La reintroduzione del “giuramento” per i dipendenti
pubblici va vista nella logica di moralizzazione della
vita pubblica. Tale atto di “fedeltà” esisteva alcuni
decenni fa ed era preceduto da una “promessa solenne” all’inizio del biennio di prova; ed io ricordo di aver
pronunciato con commozione l’una e l’altro, con piena adesione ai principi della nostra Carta Costituzionale
e sincera volontà di rispettare le leggi ed i regolamenti
dello Stato, nello svolgimento del servizio per il bene
della comunità.
Si comprende però facilmente che l’efficacia di tale
importante atto di fedeltà per i dipendenti Pubblica
Amministrazione dipende dal superamento della confusione attuale. Si deve recuperare il valore della Costituzione
della nostra Repubblica, come riferimento univoco
di tutti i cittadini , al di là delle legittime distinzioni partitiche e della dialettica democratica nel Parlamento
e nel Paese, con doveri reciproci di accettazione e
di rispetto.
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Emanuela Ciarla
La preziosissima perla che da sempre tutte le donne amano, viene definita chimicamente come una
piccola concrezione di forma sferica, più o meno
regolare, formata da carbonato di calcio, generalmente
un corpo estraneo, e la conchiolina, cioè da una
Don Franco Fagiolo*
Nell’ultimo intervento ci siamo soffermati un attimo sulla necessità di dare la giusta importanza alla animazione musicale nelle nostre parrocchie,
mettendo in risalto il fatto che i “ragazzi del Coro
parrocchiale”, che possono essere anche persone
di una certa età, ma che la pratica del canto li fa
rimanere eternamente giovani …….., il gruppo “Coro”,
dunque, va seguito, stimolato, aiutato nel suo servizio e non può essere abbandonato a sé stesso,
tanto ……. questi si arrangiano bene da soli! Ora
ci domandiamo: perché si partecipa al Coro
Parrocchiale? Cosa spinge i giovani e i meno giovani ad impegnarsi in una attività che richiede capacità, costanza, sacrificio, tempo, pazienza, disponibilità …?È chiaro che non si partecipa al Coro par-
sostanza organica secreta dall’animale, marino o di acqua dolce: ciò che si origina, è in
effetti una difesa dell’animale. Il colore che si
determina può variare dal bianco al rosa al
grigio per un prodotto prezioso e molto ambito fin dal 2500 a.C., tanto da essere chiamata
“gemma del mare”.
La nostra piccola sfera ha nel suo nome un’etimologia abbastanza discussa: forse deriva
dal latino volgare perula, piccola pera, o da
pilula cioè sfera. I Fenici ne avevano il monopolio commerciale nel Mediterraneo, ma
intorno a questo piccolo elemento c’è una origine magica e simbolica.
Plinio il Vecchio ne parlava nel suo trattato in
riferimento ai prodotti preziosi che il mare offriva, accanto ai molluschi prelibati, molto amati dai romani. La nascita è associata alla notte, quando nei molluschi si incontrano i raggi della luna e la rugiada notturna. Secondo
un’antica tradizione per la nascita si fa riferimento alla penetrazione, nella conchiglia aperta, di un fulmine sceso dal cielo: è naturalmente
Zeus che generò Afrodite. Il significato simbolico anche qui lega l’acqua alla luna, ma anche
al parallelismo che vede la formazione della
perla come l’embrione nel seno materno. In varie
tradizioni appare legata alla cattiva sorte e quindi alle lacrime. In Oriente si narra che Adamo ed
Eva vissero cinquecento anni sull’isola di Ceylon
travolti dal dolore e si formò un lago per le loro
lacrime versate per la morte di Abele; dal fondo
del lago, come per un prodigio, emersero improvvisamente le perle, formate dall’unione dell’amore e del dolore. Nei testi Veda è vista come rimedio efficacissimo contro i demoni, mentre nell’antico Iran diventa simbolo del Redentore. Per il
Cristianesimo è un simbolo di purezza e del timor
di Dio e le veniva attribuita la capacità di calmare l’ira e tonificare il cuore. Nel Nuovo Testamento
è associata al cielo, alla luce divina, così come si
legge in Matteo “Non date le cose sante ai cani
e non gettate le vostre perle davanti ai porci” (Mt
7,6).
Nelle parabole è un’ immagine del regno di Dio,
un valore imperituro per il quale nessun sacrificio
è vano e lo stesso mercante “trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e
la compra” (Mt13,45s). Sempre la sua ricerca porta alla città celeste e nel libro dell’Apocalisse leggiamo le “dodici porte sono dodici perle e ciascuna
porta è formata da una sola perla”(Ap 21,21) e chi
vi passa attraverso lascia ciò che è terreno e ciò
che è terreno torna al cielo. Per i Padri della Chiesa
la perla diventa simbolo dell’incarnazione e
Clemente di Alessandria la chiama Logos. Sempre
dai Padri Maria stessa viene paragonata alla conchiglia, simbolo questo che ricorre spessissimo nell’arte medievale. La Vergine, Stella Maris, luminosa
come il sole, incoronata di stelle sulla falce di luna,
splende della stessa luce che genera la perla. Il
rosario stesso è una collana di perle ed in ambito sia cristiano che buddhista e musulmano è la
preghiera perfetta.
rocchiale per far carriera! Ci sono altre strade
più promettenti! E neppure per esibirsi: esistono
ben altre vetrine e palcoscenici!
Molte volte si è trascinati
da qualche amico/a, ma
questo non basta. Oppure,
si partecipa saltuariamente,
quando càpita, giusto perché non si ha nient’altro
da fare e così si trova il
modo di combinare anche
qualcosa di utile
……Diciamocelo chiaramente: al limite, tutte
le motivazioni possono essere buone per cominciare a entrare a far parte del Coro, ma poi, pian
piano, si capisce che partecipare al Coro Parrocchiale
è fare un’esperienza di fede. Cantare al Coro che
anima la Messa della domenica, significa vivere la
vita cristiana quale cammino di fede, esprimere la
fede come profonda esperienza di relazione con gli
altri e con Dio, e partecipare alla liturgia come luogo privilegiato di incontro con il Signore Gesù. Sì,
perché il canto crea relazione, unisce le voci, costringe, in un certo senso, ad uscire da sé stessi per
unire una parte profonda di sé a quella dell’altro. E
allora bisogna necessariamente ricercare alcune fondamentali condizioni: accoglienza, fiducia, coraggio, desiderio di relazione, capacità di mettersi in
gioco…… Cantare insieme è accettare di per-
correre un cammino di amicizia, di comunione, di
relazione.
Il Coro parrocchiale è, prima di tutto, un gruppo di
credenti che partecipano alla celebrazione liturgica con la loro abilità canora e si prestano perché
il cantare dell’assemblea sia espresso nella forma
migliore, perché si partecipi alla celebrazione nel
modo più pieno. Soprattutto, il Coro contribuisce alla
comunione di tutti i partecipanti alla messa domenicale, rendendoli, sull’esempio della prima comunità cristiana, “un cuor solo e un’anima sola”. Di fatto, con il canto si “crea comunità”, si apre il cuore
al mistero celebrato, si abbattono i muri della diffidenza e della divisione per generare quell’assemblea che è il Popolo santo di Dio radunato per celebrare la Pasqua del Cristo Risorto. Ecco perché “I
membri del Coro svolgono un vero ministero liturgico. Essi perciò esercitino il proprio ufficio con quella sincera pietà e con quel buon ordine che conviene a un così grande mistero e che il popolo di
Dio esige giustamente da essi” (SC 29). Per concludere, cito M. Veuthey, direttore di Coro e liturgista svizzero:
“Il canto corale, e soprattutto il Canto Corale Liturgico,
è una meravigliosa scuola di vita in società e di sviluppo umano, personale e sociale nello stesso tempo. Dare il meglio di sé accettando di non essere
notato, suppone già un cammino interiore importante”.
Auguri e buon lavoro a tutti i cantori delle nostre Comunità!
* Resp.le Dioc.o della Musica per la Liturgia
06 9768074 – 3472218242 [email protected]
Dicembre
2009
Valentina Fioramonti
Un gioiellino di fantapolitica e satira antimilitarista
che sembra uscito dalla scatenata immaginazione dei fratelli Coen. L’uomo che fissa le capre è
invece l’esordio alla regia di Grant Heslov, sceneggiatore
di Good Night and Good Luck e osservatore lucido dei costumi americani. Una commedia demenziale, nera e dissacrante verso quei monumenti
intoccabili dell’autorità trattata spesso con reverenza (in questo caso, l’America’s Army).
«Questa storia è più vera di quanto possiate credere», ironizza una didascalia prima dei titoli di testa.
In effetti, dietro al copione, c’è il libro-inchiesta pubblicato nel 2004 dal reporter e documentarista inglese Jon Ronson (tradotto in Italia con il titolo Capre
da guerra da Einaudi Stile Libero), su una realtà
quanto mai grottesca dell’inteligence americana:
creare un reparto militare specializzato nella guerra psichica.
Una storia talmente bislacca da lasciare il lettore
sospeso per più di 250 pagine fra sarcasmo e incredulità. Bob Wilton (Ewan McGregor) è un giornalista pavido e impacciato. Abbandonato dalla moglie,
decide di dare una svolta alla sua vita e alla sua
carriera partendo come inviato di guerra in Iraq.
Qui incontra un personaggio al limite dell’originalità: Lyn Cassady (George Clooney), soldato Jedi
e monaco guerriero appartenente alla New Earth
Army, un’unità sperimentale dell’esercito americano
creata per combattere le guerre col flower power.
Wilton viene introdotto da
Lyn alle tecniche di combattimento dei soldati Jedi, in grado di attraversare muri e fermare con lo sguardo il cuore
di una capra, abili nel leggere nel pensiero del nemico e
nel dissolvere con lo sguardo
le nuvole nel cielo. In questa
sua iniziazione, Wilton viene
a sapere di Bill Django (Jeff
Bridges), fondatore di questo
strampalato esercito hippy e
misteriosamente scomparso.
Lyn coinvolgerà Wilton nella
sua missione volta a ritrovare il suo capo spirituale,
nascosto chissà dove nel Una scena del film
Prot. VSCA/ 40/2009
Rif. Vs. del 5/11/2009
Oggetto: Richiesta di trasferimento della
sede principale dell’Associazione privata
di fedeli Famiglia di Santa Paola Frassinetti
– Beati i puri di cuore a Velletri in via Morice,
n° 76
Con la presente, sono lieto di comunicarVi
che nulla osta alla Vs. richiesta, pervenuta con lettera del 5/11/2009, di poter tra-
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cuore dell’Iraq; dal canto suo, il povero Wilton
apprenderà sulla sua pelle le conseguenze
nefaste di questo sconfinamento nel new age
del rigore militare.
Parlare di guerra al cinema può essere molto rischioso, specialmente negli Stati Uniti e
in questo periodo. Ciò non vale per il film di
Heslov, che evita saggiamente di compromettersi scegliendo un tono derisorio che rende difficile prendere tutto sul serio.
Merito anche di un cast ottimo, formato da
attori che riescono perfettamente a mantenere seria e credibile la recitazione nonostante
le cialtronerie che il copione chiede loro di
dire. George Clooney, Ewan McGregor, Jeff
Bridges e Kevin Spacey sono tutti perfettamente calati nella propria parte. Clooney, con
un’inedita chioma, sguardo sornione e baffi alla Gable, è il jolly del film: alla storia riesce
ad aggiungere il talento e la sua spontanea
irriverenza in una prova d’attore accattivante
e simpatica.
Tra l’altro, il film si inserisce perfettamente
nel percorso progressista che l’attore sta portando avanti da un po’ di tempo per smascherare
l’idiozia di certe istituzioni americane.
Della serie, vi faccio vedere io come sono stupidi gli americani. Ewan McGregor è perfetto nella
parte del candido e fiducioso reporter di provincia tradito dalla moglie, già fidanzata del liceo; Kevin
Spacey è invece il prototipo dell’arrivismo militare arrogante ed ignorante, credibilissimo fino alla fine,
anche quando si presenta strafatto di LSD! Ma la presenza più divertente del film è Jeff
Bridges, anagraficamente
perfetto nel ruolo del santone hippie, in una prova che
ricorda tantissimo il Drugo de
Il grande Lebowski. L’uomo
che fissa le capre riesce a disinnescare la serietà della guerra attraverso l’intensità burlesca dei suoi attori, una
colonna sonora raffinatissima
e una scrittura efficace, fatta di
dialoghi sagaci e tempi perfetti.
Il cinismo acuto con il quale sono trattati argomenti
serissimi e la comicità illogica che si svela dietro
ad una tipica vicenda da film di guerra inseriscono questo film a pieno titolo all’interno del filone
del cinema americano d’impegno, nonostante alcuni sconfinamenti nel surreale.
D’altra parte, il film sottolinea come a volte la guerra e la continua ricerca dell’arma perfetta non facciano altro che produrre realtà assurde e contraddittorie.
Pienamente a proprio agio nelle situazioni comiche, Heslov realizza col sorriso un quadro molto
critico della politica americana, popolata, ieri come
oggi, da individui perfettamente amorali.
Abile nel sondare le ambiguità insite nella logica
dell’esercito e della vita militare, Heslov dà corpo
a una società divisa tra paura e patriottismo, responsabilità civile e vendette personali.
Un film che produce il piacere assoluto della visione, pieno zeppo di trovate eccellenti: parodie, filosofia new age, giochi linguistici, citazioni, dialoghi
alla Star Wars che rendono questa commedia più
diretta di qualsiasi denuncia.
sferire la sede principale dell’Associazione
privata di fedeli Famiglia di Santa Paola
Frassinetti – Beati i puri di cuore a Velletri
in via Morice, n° 76.
Forte dello spirito di comunione e di servizio che avete sempre manifestato per la
Diocesi di Velletri-Segni, auspico che la
Diocesi possa continuare a confidare nel
Vs. aiuto prezioso e nella Vs. testimonianza
evangelica. All’intercessione della Madonna
delle Grazie e dei Santi Patroni Clemente
e Bruno affido il Vs. cammino.
Il Signore Vi benedica.
Velletri, 12.11.2009
Vincenzo Apicella
Il cancelliere vescovile
Mons. Angelo Mancini
____________________________________
Vice-Presidente
DALLA NORA Laura
Associazione privata di fedeli
Famiglia di Santa Paola Frassinetti
Beati i puri di cuore
Via Morice, 76 00049 Velletri RM
Don Marco Nemesi
La morte di Lorenzo il Magnifico (1492) aveva segnato la conclusione di una delle più fulgide stagioni
della storia fiorentina, quella dei Medici, e l’inizio,
per la città, di una crisi politica e morale squarciata
soltanto dal rigore etico e dalla predicazione di Girolamo
Savonarola, figura senza dubbio significativa nella biografia umana e artistica dell’ultimo Botticelli.
L’artista dipinge questo soggetto forse come illustrazione di una predica di Savonarola contro la
decadenza morale di Firenze. Il pathos che si respira nel quadro, il sentimento dei penitenti intorno alla
natività, è abbastanza eloquente da ricordare il canto del partito savonaroliano “Al vaglio, al vaglio, venite tutti quanti e con amari pianti”. Il tono della composizione appare ben lontano dalle realizzazioni del
periodo mediceo e sembra esprimere la profonda
crisi seguita alla caduta degli ideali dei quali quel
mondo appariva l’incarnazione. La chiave per la comprensione dell’opera sta nella scritta in greco che
appare sulla cornice superiore del dipinto: “Questo
dipinto, sulla fine dell’anno 1500, durante i torbidi
d’Italia, io, Alessandro,
dipinsi nel mezzo tempo dopo il tempo,
secondo l’XI di san
Giovanni nel secondo
dolore
dell’Apocalisse, nella liberazione di tre
anni e mezzo del
Diavolo; poi sarà
incatenato nel XII e
lo vedremo precipitato (o calpestato)
come nel presente
dipinto”. Il riferimento ai “torbidi d’Italia” è stato variamente associato alla delicata situazione fiorentina
conseguente alla morte del Magnifico, alla traumatica
discesa in Italia del sovrano francese Carlo VIII o,
ancora, alle ambizioni militari dello spregiudicato
Cesare Borgia. La scritta fa riferimento all’Apocalisse
descritta da Giovanni. Botticelli riteneva che la sua
epoca corrispondesse alla seconda piaga dell’undicesimo capitolo dell’Apocalisse, in cui l’Evangelista
illustra l’arrivo minaccioso del demonio. Il quadro
mostra tuttavia il momento in cui il diavolo è sopraffatto secondo il dodicesimo capitolo della profezia
(allusione alla liberazione della Chiesa dall’anticristo
savonaroliano, il papa Alessandro VI Borgia): tutti i demoni sono scacciati sottoterra e gli uomini e
gli angeli sono incoronati con rami di ulivo come
segno della pace riconquistata. Segue poi il compimento della profezia, descritta da Giovanni, della donna dell’Apocalisse che, scacciando il demonio, partorisce un figlio. Negli scritti esegetici la donna fu identificata con Maria e assurta a simbolo della Chiesa. Nella nascita del Redentore Botticelli allude quindi alla visione apocalittica e, contemporaneamente, al rinnovamento della Chiesa nella figu-
ra di Maria. Infine, nella luce del mattino che filtra
tra i tronchi della foresta sullo sfondo del dipinto,
allude alla speranza che sorga l’alba di una nuova era. L’opera appartiene all’ultima fase dell’attività del pittore che, anche a ricordo del Vasari, aveva accentuato il suo spirito “sofistico” ed era diventato un seguace del Savonarola. Forse proprio le
predicazioni del Savonarola ispirarono il carattere
ascetico e di profonda riflessione sulla fede che denota il dipinto in questione. Il tema della nascita di Cristo
qui si unisce a quello della grazia divina che trasfigura tutto l’universo, secondo un concetto presente appunto nelle prediche del frate. La “Natività”,
dunque, appare intesa come il trionfo della divinità, che è configurata, nella parte alta del quadro,
dalla danza degli angeli osannanti sullo sfondo di
un disco d’oro allusivo alla luce divina, mentre in
basso l’abbraccio tra le creature angeliche e gli uomini simboleggia il ritorno sulla retta via dell’umanità intera, un ritorno che comporta la fuga dei diavoli nelle voragini della terra. La parte centrale è
rappresentata da una capanna appoggiata alle rocce e sostenuta da due grossi pali. Al centro della
capanna sono poste, da sinistra, le figure di san
Giuseppe, del Bambino e di Maria: sullo sfondo, i
tradizionali bue e asinello. Sul tetto, ricoperto di paglia,
sono posti tre angeli, vestiti con abiti nei colori che
contraddistinguono le virtù teologali, il bianco per
la fede, il verde per la speranza, il rosso per la carità. I due angeli ai lati della capanna mostrano rispettivamente a un gruppo di tre e di due uomini l’evento della nascita del Redentore. Sopra la
capanna, dodici cherubini librati in volo (vestiti a
quattro a quattro con gli stessi colori delle tre virtù teologali) si tengono tutti per mano e fanno un
girotondo, lasciando cadere allo stesso tempo alcune coroncine. Sotto la capanna (in prospettiva, davanti a essa) prati verdi su rocce terrazzate conducono a un’altra scena, quella in cui tre angeli (sempre con i tre colori già indicati) abbracciano tre uomini coperti da ampi mantelli. I tre angeli che abbracciano ciascuno un uomo, indicano che tra terra e
cielo è ristabilito l’accordo. Poco più sotto appaiono cinque piccoli diavoli grigi. Si è detto come l’iconografia del dipinto fosse fortemente influenzata dal pensiero di Savonarola. Botticelli non sembra essere stato del tutto indifferente alle prediche
del monaco. Suo fratello Simone, che da acceso
sostenitore di Savonarola dovette fuggire da
Firenze dopo la sua morte, riporta nel suo diario
una conversazione tra Botticelli e uno dei giudici
che avevano processato il monaco, al quale si era
azzardato a chiedere che cosa potesse aver fatto
Savonarola di così grave per meritare una morte
ignobile. Molti dei riferimenti simbolici rimandano
direttamente alle prediche di Savonarola. Per esempio i bambini che partecipavano alle sue processioni portavano rami di ulivo tra i capelli e nelle mani,
oppure le scritte sui cartigli dei cherubini in cielo,
che sono citazioni tratte da un trattato del monaco. Nelle omelie natalizie del 1493 e del 1494 a
Firenze, il frate incitava i fiorentini a rendere Firenze
una novella Nazareth, riunendosi spiritualmente intorno alla sacra capanna dove la Madonna accudiva
al bambino aiutata da tre giovani identificabili come
le virtù teologali.
Le tre giovani sono rappresentate due volte nel dipinto di Botticelli, sia sotto forma dei tre angeli posti
sul tetto della capanna sia nelle tre figure angeliche presenti in basso, che appaiono tutte panneggiate
di drappi cromaticamente
allusivi ai tre
colori delle
virtù teologali. Del resto
anche la presenza delle
banderuole
con le litanie
e delle corone d’oro pendenti dai rami
d’ulivo, che
a loro volta sono simbolo di pace, appaiono riferibili alle sacre rappresentazioni che il Savonarola
organizzava in quegli anni. L’opera è ancora influenzata dall’ombra dello spirito umanistico. Una citazione teatrale è probabilmente il coro degli angeli che danzano attorno ad una cupola dorata, che
ricorda le macchine del Brunelleschi per le sacre
rappresentazioni messe in scena nelle chiese fiorentine nel secolo precedente. Tale influenza sarebbe peraltro suffragata dalla lunga e oscura iscrizione
in greco, posta nella parte superiore: il greco era
tornato in auge alla corte di Cosimo il Vecchio e a
quella neoplatonica del nipote Lorenzo il Magnifico.
Molte epoche avvertono l’imminenza dell’Apocalisse:
i cinque piccoli diavoli sprofondati nei crepacci o
trafitti dai loro stessi forconi e l’abbraccio degli angeli con gli uomini, sembrano adombrare una liberazione
dell’umanità.
In quest’anelito verso il significato ultimo, verso la
trasformazione della storia in metastoria, risiede il
valore dell’arte e della filosofia. La vita stessa non
è scevra da tale tensione. A volte un istante può
inabissarsi fino al fondo e portare in superficie il
segreto senza nome.
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In questo numero: Grandi temi - Diocesi Suburbicaria Velletri