Bollettino Ottobre - Dicembre 2011 - n.4
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Stampa: Tipolito Garattoni - Rimini
Bollettino
Ottobre - Dicembre
2011
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Bollettino
Ottobre - Dicembre
2011
4
Bollettino Diocesano 2011 - n.4
Indice
Atti del Vescovo........................................................................................................................5
Omelie.......................................................................................................................................... 7
Interventi...................................................................................................................................41
Lettere e messaggi...................................................................................................................53
Decreti e Nomine.................................................................................................................... 57
Visita Pastorale....................................................................................................................... 63
Diario del Vescovo................................................................................................................. 85
Attività del Presbiterio........................................................................................................ 95
Organismi Pastorali............................................................................................................105
Avvenimenti Diocesani...................................................................................................... 123
Necrologi.................................................................................................................................129
Atti del Vescovo
• Omelie
Perché amo questa Chiesa.................................................................................................... 7
Francesco: una missione di felicità...................................................................................10
Beati i miti ...............................................................................................................................13
Diaconi: professionisti del servizio....................................................................................17
Il battesimo: trasparenza di piena umanità...................................................................21
In memoria di Marco Simoncelli.......................................................................................26
Cristiani laici: profeti del quotidiano................................................................................29
Rivolti verso il Volto................................................................................................................32
L'incanto del Natale...............................................................................................................35
"Vediamo questo avvenimento"........................................................................................38
• Interventi
Messaggio del Vescovo alle Autorità Cittadine per la festa di san Gaudenzo ....42
Comunicato circa l'Oasi S. Rita, di Casinina...................................................................49
"Educare al lavoro dignitoso".............................................................................................51
• Lettere e Messaggi
Lettera del Vescovo ai sacerdoti per san Gaudenzo....................................................54
Invito alla settimana di fraternità presbiterale...............................................................56
• Decreti e nomine............................................................................................57
• Visita Pastorale..................................................................................................63
• Diario del Vescovo.........................................................................................85
Bollettino Diocesano 2011 - n.4
Perché amo questa Chiesa
Perché è la vigna innestata sulla vera vite, Cristo
Omelia dal Vescovo in occasione della candidatura agli ordini sacri
dei seminaristi Stefano Battarra, Daniele Leoni, Andrea Scognamiglio e dell'aspirante al diaconato permanente, Mauro Vanni
Rimini, 2 ottobre 2011
Un cantico, ritagliato dal rotolo del grande Isaia, che abbiamo ascoltato
nella 1.a lettura; un salmo, il n. 79, che abbiamo recitato con il versetto responsoriale: “La vigna del Signore è la casa d’Israele”; una storia, la parabola dei
vignaioli omicidi, riportata dal vangelo appena proclamato. Lamento ardente
di un innamorato deluso e tradito, il celebre canto della vigna del profeta Isaia
racconta lo sfogo amaro di Dio nei confronti del popolo eletto, descritto come
“la sua piantagione preferita”. L’implacabile collera divina raggiunge l’apice dello sdegno nella strofa finale del canto, che, per riprodurre la sonorità del testo
ebraico, si potrebbe rendere così: Dio “si aspettava il diritto / ed ecco il delitto;
// attendeva giustizia, / ed ecco invece nequizia”. Nel salmo responsoriale non
è più Dio a scagliare l’invettiva contro il popolo, ma è il popolo a indirizzare una
supplica angosciata a Dio per l’umiliante degrado della vigna, devastata e ridotta a una landa di ululati solitari: “Dio degli eserciti, ritorna! / Guarda dal cielo e
vedi / e visita questa vigna, / proteggi il ceppo che la tua destra ha piantato, /
il germoglio che ti sei coltivato”.
1. Quando Dio viene colpito al cuore
Nella parabola dei vignaioli omicidi l’evangelista Matteo, come già aveva
fatto Marco, ricostruisce il racconto di Gesù sulla falsariga del cantico del profeta. Ma a un certo punto se ne distacca: il compimento della profezia non è
mai la sua fotocopia esatta per filo e per segno. Nell’allegoria di Isaia il padrone
della vigna si aspettava uva pregiata, e si è ritrovato invece uva scadente. Nella
parabola Gesù non fa questione di frutti buoni o cattivi, ma di rifiuto dei diritti
del proprietario. I contadini non vogliono riconoscere il padrone come tale:
fanno e disfanno come se la vigna fosse di loro proprietà. Ecco il peccato di
Israele: non consiste in una generica disobbedienza del popolo al suo Signore,
ma in una colpa ben più grave: Israele ha caparbiamente rispedito i portavoce
di Dio - i profeti - al loro mittente e, alla fine, ha fatto fuori addirittura il suo
inviato speciale, il Messia.
Da una parte sta dunque il tenace amore di Dio per Israele, dall’altra parte
sta l’altrettanto ostinato rifiuto da parte di Israele del suo Dio, un rifiuto te-
Omelie
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stardo e accanito che di fronte al figlio ereditario si fa livido, perfido, fino ad
arrivare alla spietata violenza estrema: “Uccidiamolo e avremo la sua eredità”.
C’è dunque un motivo in più per disfarsi del figlio: è la sua identità di figlio. “Lo
gettarono fuori della vigna e lo uccisero”. Il confronto con la versione di Marco ci
consente una osservazione di notevole interesse: mentre là si legge che prima
lo uccisero e poi lo gettarono fuori della vigna (12,8), qui in Matteo la successione è invertita. Probabilmente non si tratta di un dettaglio fortuito, ma di un
ritocco calcolato, intenzionalmente costruito dall’evangelista per offrire ai suoi
lettori una trasparente allusione a quanto sta per succedere a Gesù. “Conduci
quel bestemmiatore fuori dall’accampamento - si legge nel Levitico (24,14) - e
tutta la comunità lo lapiderà”. Venire uccisi dopo essere stati trascinati fuori
dall’accampamento o dalla città è la sorte dei bestemmiatori e degli adulteri.
Anche il martire Stefano fu trascinato fuori dalla città e poi lapidato. Così pure
Gesù, come si legge in un suggestivo passo della Lettera agli Ebrei (13,12): “per
santificare il popolo con il proprio sangue, subì la passione fuori della porta
della città”.
2. Perché amo questa Chiesa
Ritorniamo alla vigna. Nell’immaginario tradizionale questa metafora intensa e altamente espressiva veniva abitualmente collegata alle vocazioni di speciale consacrazione, di quanti come sacerdoti o religiosi e religiose si consideravano chiamati a lavorare appunto “nella vigna del Signore”. Ma Giovanni Paolo
II ha esplicitamente ha allargato questa immagine ai cristiani laici, quando ha
dedicato loro l’appello di Gesù: “Andate anche voi a lavorare nella mia vigna”.
Questa lettura “a banda larga” dell’immagine della vigna mi offre lo spunto per
espormi al pungolo di una domanda provocante: perché amo la Chiesa e ci
rimango? Nella risposta vorrei intercettare l’onda lunga di papa Benedetto che,
recentemente, durante il volo diretto in Germania ha dichiarato ai giornalisti
che si può “capire” come, di fronte a crimini quali gli abusi sui minori commessi
da sacerdoti, uno dica: “Questa non è la mia Chiesa”. Allo stesso tempo tuttavia
“è importante stare nella Chiesa, che è la rete del Signore” e così “imparare a
sopportare anche gli scandali e a combattere questi abusi”.
Allora, perché amo la Chiesa? Amo la Chiesa perché Cristo l’ha amata, non
perché l’abbia trovata amabile, ma l’ha resa amabile perché l’ha amata. Ha
dato se stesso per renderla santa e immacolata, e non perché già lo fosse.
Amo questa Chiesa e ci rimango, perché Cristo ci rimane e non se ne separa, al
punto da formare con lei un solo corpo, un solo spirito. Amo questa Chiesa e
mi auguro di restarci fino all’ultimo istante della mia povera vita, quando spero
di morire come umile suo figlio. Amo questa Chiesa e non mi è mai neanche
lontanamente passato per la testa di lasciarla, perché so per certo che Dio non
ripudierà più la sua vigna e non ci sarà mai un “terzo Israele” dopo il popolo
ebraico e quello cristiano.
Amo questa Chiesa e non mi straccio le vesti per la sporcizia che scopro in
lei, dal momento che è pure la mia. Amo questa Chiesa e non mi risulta duro
sopportarne infedeltà e lentezze, dal momento che anch’essa sopporta me, con
i miei insopportabili ritardi e le mie stucchevoli, incresciose stupidaggini. Amo
Atti del Vescovo
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questa Chiesa perché in essa faccio l’esperienza rigenerante di essere perdonato dai miei peccati. Infatti “nulla può rimettere la Chiesa senza Cristo, ma Cristo
non vuole rimettere nulla senza la Chiesa” (Isacco della Stella).
Amo questa Chiesa, perché le miserie di ogni ordine e grado che l’hanno afflitta e che l’affliggono anche oggi, se lette in ottica di fede, paradossalmente ne
esaltano la credibilità, perché sono come le ombre che dimostrano la presenza
del sole. Le tenebre più dense non hanno mai spento la luce della verità che la
Chiesa porta in sé. E le umiliazioni più cocenti, procuratele dai suoi avversari o
provocate dai suoi stessi peccati, possono provvidenzialmente diventare, grazie
all’amore geloso ed esigente del suo Sposo, la via stretta e ripida perché da
umiliata la Sposa diventi più umile e più credibile.
Amo questa Chiesa e preferisco navigare il mare della vita sulla sua barca
fragile e fuori moda, perché - come ho fatto incidere nel mio stemma episcopale - è il grande pesce, Cristo, che la sorregge, è lo Spirito che gonfia le sue
vele, è il Padre che la spinge verso il porto finale, è Maria la stella polare che le
traccia la rotta. Sì, preferisco questa umile imbarcazione alle micidiali corazzate
da guerra che seminano distruzione e morte. La preferisco pure alle superaccessoriate navi da crociera, che vanno e vanno, ma da dove e verso dove più
non sanno.
3. A voi candidati al diaconato e al presbiterato
Ma ora, prima di concludere questi pensieri, debbo onorare un debito contratto con voi, Daniele, Stefano, Andrea, Marco nel momento di accettare il vostro proposito. Voi sapete che il rito di ammissione tra i candidati al diaconato
e al presbiterato manifesta pubblicamente l’orientamento vocazionale di coloro
che aspirano agli ordini sacri. Mi ispiro pertanto ancora una volta al vangelo
della vigna, che interpreto ora “a banda stretta”, per consegnarvi un messaggio,
rivolto specificamente a voi, carissimi. E’ un augurio che spero non dimenticherete mai nel proseguire il vostro cammino formativo. Vi auguro di non farvi mai
contagiare dalla “sindrome dei padroni” della vigna, ma di prepararvi ad essere
legali rappresentanti del suo unico proprietario e Signore, umili grati lieti collaboratori del suo Figlio diletto, fedeli amministratori della porzione di vigna che
un giorno a Dio piacendo vi verrà affidata.
Santa Maria del cammino vi guardi, vi custodisca e vi dedichi uno dei suoi
più dolci e teneri sorrisi.
Omelie
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Francesco:
una missione di felicità
Omelia tenuta dal Vescovo nella Basilica Cattedrale in
occasione della festa di s. Francesco d’Assisi
Rimini, 4 ottobre 2011
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Il vangelo è un messaggio di gioia. Gesù è il primo evangelista, è il più forte
e formidabile evangelizzatore. E’ lui che ha intonato quel cantus firmus della
pace e della gioia qual è il vangelo, e che poi i santi di generazione in generazione hanno ripreso facendovi eco con il “quinto vangelo” della loro vita, e hanno
continuato nei secoli. Di quel canto Francesco d’Assisi è senz’altro l’esecutore
più fedele e, insieme, l’interprete più originale.
1. Senza stare a fare le lagne sulla nequizia di questi tempi - si sarebbe detto in passato - “di morta fede e di empietà trionfante”, non c’ è dubbio che noi
viviamo in una stagione di crisi acuta, vasta, pervasiva. Ecco, la prima cosa che
ci dice Francesco è di non aver paura della crisi. Perché dovremmo avere paura?
La missione della Chiesa, il cammino delle nostre comunità, la nostra stessa
vita personale sono saldamente ancorate alla storia di Cristo. E la vita di Gesù
è stata segnata dalla crisi. In effetti la sua missione giunge alla crisi definitiva
nell’ultima Cena. A quel punto il Maestro di Nazaret era stato già scaricato dalle
folle, stava per essere processato e condannato dal potere religioso e politico, e
ora il suo stesso gruppo - i Dodici - è sul punto di esplodere: Giuda l’ha appena
venduto, Pietro sta per rinnegarlo, gli altri taglieranno ben presto la corda. La
vita di Gesù è miseramente avviata verso il crack finale. Ma è proprio in quel
momento che Gesù compie il gesto più carico di speranza: prende il pane e il
calice del vino, ne fa il segno reale della sua vita e del suo sangue, e si dona
irreversibilmente ai discepoli e a tutta l’umanità. Quando la comunità sta per
disgregarsi, lui celebra una nuova alleanza.
La Chiesa stessa è nata da una crisi e da una offerta d’amore: Gesù non
solo trasforma il pane nel suo corpo, ma trasforma anche la violenza in perdono, tramuta la consegna per tradimento in un’autoconsegna d’amore. In ogni
eucaristia la Chiesa celebra e attualizza la memoria di questa crisi affrontata e
felicemente superata. La Chiesa sa bene che seguire il suo Signore crocifisso
significa per lei anche passare attraverso delle crisi.
Anche il tempo di Francesco d’Assisi è stato un tempo di profondi rivolgimenti, ma è proprio grazie alla testimonianza radicale e al fermento del suo
messaggio se quella crisi, che poteva destabilizzare l’intera società e portare la
Chiesa che “era tutta in rovina” ad uno sfacelo totale, si è trasformata invece in
una inattesa e sorprendente occasione di rinnovamento.
Atti del Vescovo
Bollettino Diocesano 2011 - n.4
Ecco il primo messaggio di Francesco: non avere paura della crisi. Non siamo noi i discepoli di colui che “ha vinto il mondo?”. E allora dobbiamo andare
per il mondo - come recita la Regola - “in gioia e letizia”. Quest’anno si celebra
l’VIII centenario della fondazione dell’Ordine e dell’origine della missione francescana. Mi sembra di intuire che al cuore della vostra missione, carissime sorelle e fratelli francescani, ci sia la gioia di Francesco e Chiara d’Assisi. Del resto
nessuno crederà a un predicatore che porti una buona notizia con una faccia
da funerale. Come ha scritto Nietzsche: “Il discepolo di Cristo dovrebbe sembrare un redento”. Un frate o una suora triste non potrebbe far parte dell’Ordine
francescano!
2. E’ su questa “perfetta letizia” che vorrei qui brevemente riflettere con voi,
religiose e religiosi, ma anche sacerdoti e fedeli laici, che vi riferite alla spiritualità del Poverello d’Assisi.
E’ vero: le persone saranno attirate al vangelo se troveranno in noi una gioia
altrimenti inspiegabile, che non avrebbe alcun senso se Dio non ci amasse, se
Gesù non fosse morto per noi e non fosse risorto per comunicarci il suo santo
Spirito. Francesco si portava dentro una fame acuta di vita, una pungente sete
di felicità, un insopprimibile bisogno di amore. Dell’amore, in senso attivo e
passivo, cioè di essere amato e di amare. E ha scoperto che al cuore della vita
di Dio sta una incontenibile gioia. Lo dico con le parole di un mistico medievale:
“Il Padre sorride al Figlio e il Figlio sorride al Padre, e il sorriso genere piacere e il
piacere genera gioia, e la gioia genera amore” (Meister Eckhart). Questo mistico
afferma pure che la gioia di Dio è simile a quella di un cavallo che galoppa per
il prato, scalciando in aria per puro divertimento.
La gioia di Francesco è stata quella di un uomo povero che accoglieva ogni
cosa come un dono. Dal momento che non possedeva nulla, ha vissuto in un
mondo di totale generosità. Il mendicare è stato per lui ben più che un atteggiamento di ingenua fiducia nella bontà altrui o di candido ottimismo. Era un
modo di stare al mondo, quel suo guardare con stupore i doni che Dio nella sua
misericordia gli concedeva gratuitamente: pane e acqua, aria e luce, fratelli e
sorelle, caldo e perfino freddo, vita e perfino morte. Francesco “ha insegnato la
grammatica della gratitudine” (G. Chesterton). Essere povero e mendicante era
vivere in un mondo di doni, di fratelli e di sorelle, di frate sole, di sora acqua e
addirittura di nostra sora morte corporale.
La gioia francescana offre una sfida al nostro villaggio globale e al nostro
mondo postmoderno. Viviamo in un tempo che ha tristemente cancellato ogni
sogno di futuro. Io sono cresciuto all’interno di una cultura che ancora credeva
che l’umanità stava andando verso il sole dell’avvenire e faceva del mito dell’eterno progresso la sua bandiera fiammante. Per alcuni si trattava del paradiso
capitalista, per altri del paradiso socialista. Cinquant’anni dopo quei sogni si
sono in gran parte rivelati illusori. La guerra fredda è finita, il muro di Berlino è
caduto, ma sono cadute anche le Torri Gemelle, e lo tsunami della crisi finanziaria ha fatto piazza pulita di miti e utopie, e ha trasformato i sogni più radiosi
e i miraggi più ammalianti in altrettanti incubi spaventosi. Comunque se un
vecchio mondo è finito, anche la storia è finita. Viviamo nella “generazione di
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oggi” (today’s generation), che ha una maledetta paura di pensare al domani.
Francesco insegna: la perfetta letizia è possibile, se ci sentiamo amati da
Dio Padre, l’altissimo onnipotente e bon Signore, e se amiamo i fratelli in vera
carità. Possiamo essere felici se ci prendiamo cura della felicità degli altri. Quando frate Ranieri stava attraversando un momento di sofferenza atroce e di penosa depressione, aveva bisogno anche solo che Francesco gli dicesse che gli
voleva bene, cosa che fece prontamente: “Frate Ranieri, carissimo figlio mio, io
ti voglio bene di un amore speciale; io ti voglio bene più che a tutti i frati di questo mondo”. Figli e figlie di Francesco e di Chiara, permettetemi una domanda:
mostrate questa cura per i vostri fratelli e le vostre sorelle? E noi tutti apriamo
gli occhi del cuore per guardare i fratelli e le sorelle con gli occhi di Dio?
Dicevo più su che il segreto della perfetta letizia francescana si trova nella
gratitudine: accogliere tutto come dono, anche la crisi, anche il disagio, perfino
la prova, addirittura il dolore. San Francesco ha insegnato non tanto con la lingua, ma con gesti simbolici, con comportamenti consapevoli e determinati, e
perfino con atteggiamenti inconsci, al punto che “si potrebbe dire - ha scritto il
Celano - che era diventato tutto lingua (per proclamare il vangelo)”. Ecco, san
Francesco ha capito e insegnato con fatti di vangelo che non si dà opposizione
tra l’amore per Dio e l’amore per le creature, dal momento che non si dà opposizione tra il Creatore e le creature. Piuttosto si dà opposizione tra l’amare le
creature con Dio e in Dio, e l’amarle senza Dio e contro Dio.
Questa lezione ci riguarda tutti. La vorrei formulare con le parole di una
poesia di delicato candore francescano:
Piangendo Francesco disse un giorno a Gesù:
“Amo il sole, amo le stelle,
amo Chiara e le sorelle,
amo il cuore degli uomini,
amo tutte le cose belle...
O Signore, mi devi perdonare,
perché te solo io vorrei amare”.
Sorridendo il Signore gli rispose così:
“Amo il sole, amo le stelle,
amo Chiara e le sorelle,
amo il cuore degli uomini,
amo tutte le cose belle...
O Francesco, non devi piangere più,
perché io amo ciò che ami tu”.
Atti del Vescovo
Bollettino Diocesano 2011 - n.4
Beati i miti
In occasione della festa del beato Alberto Marvelli il Vescovo ha scritto anche quest'anno una lettera aperta al
Beato per commentare la terza delle otto beatitudini
Rimini, 5 ottobre 2011
Caro Alberto,
io non so bene come funzionino le cose lassù da voi, ma mi piace immaginare che ci debba pur essere da qualche parte nella Gerusalemme celeste un
ampio, comodo balcone dal quale - non saprei dire se a turno o tutti insieme
- voi, beati, angeli e santi, vi potete affacciare per scrutare dall’alto l’intero panorama del nostro minuscolo globo terrestre. Tu ricorderai certamente di aver
incontrato nella Divina Commedia - quando frequentavi qui, a Rimini, il Liceo
Classico “Giulio Cesare” - quel verso in cui il sommo poeta descrive la terra,
inquadrata in lontananza dal cielo, come “l’aiuola che ci fa tanto feroci”. Penso
che, se si trovasse a scrivere oggi il suo sovrumano poema, Dante userebbe
senz’altro la stessa espressione, ma sarebbe costretto a cambiare la metafora
dell’aiuola. Infatti il villaggio globale del terzo millennio non solo non rassomiglia più a un incantevole giardino, ma semmai fa venire alla mente una giungla
feroce, che oltretutto, e soprattutto a causa del devastante degrado ambientale, risulta un pianeta sporco e inabitabile, un mondo sempre meno “mondo”
e sempre più “in-mondo”, insomma un gigantesco immondezzaio, altro che
aiuola fiorita e verdeggiante!
In effetti oggi sulla terra il tasso di violenza rispetto al passato remoto di
secoli addietro, ma rispetto anche al passato prossimo degli anni della tua
esistenza terrena, è aumentato vertiginosamente, a livello esponenziale. Tu
hai conosciuto gli orrori della seconda guerra mondiale, sei rimasto agghiacciato per l’ecatombe dell’Olocausto, per le bombe atomiche sul Giappone. Poi,
come sai, si è registrata una escalation progressiva di guerre civili e coloniali.
Ogni giorno muoiono per fame e malattie infettive ben 26mila bambini, 1 ogni
tre secondi, e nella sola Rimini si contano ogni anno oltre 800 aborti, in media
più di 2 al giorno.
Oggi la violenza è globale. Tre delle più grandi multinazionali sono esportatrici di droga, armi e prostituzione. E sono alimentate dall’immensa povertà e
diseguaglianza del mondo, che spinge i contadini di tutto il pianeta a coltivare
cocaina, eroina, e costringe milioni di donne e bambini a mettere in vendita
i loro organi. Qualche settimana fa abbiamo ricordato l’11 settembre 2001,
quando questa violenza è esplosa davanti ai nostri occhi. Quel giorno la violenza è entrata nelle nostre case.
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Ma c’è di più e di peggio. Quando i nostri fratelli e sorelle della Repubblica
democratica del Congo soffrono per via della guerra, questa si collega ai paesi
occidentali che vendono armi in cambio di diamanti. La morte di milioni di persone a causa dell’Aids è collegata alla resistenza delle industrie farmaceutiche
a produrre versioni più economiche che consentano ai poveri di acquistarle.
Del resto un’ora di caos nel traffico, la coda allo sportello affollato, le cronache
metropolitane, i tiggì sugli agguati a Kabul, nel Darfur o in Cecenia ci rendono
consapevoli al riguardo.Allora mi domando: che cosa significa per noi cristiani del terzo millennio far risuonare il vangelo della terza beatitudine: “Beati i
miti, perché avranno in eredità la terra?”. Cosa ha voluto dire Gesù esaltando
la beatitudine della mitezza? Miti, pacifici, mansueti sono nella Bibbia gli umili
e i poveri che non hanno né la volontà né i mezzi per farsi giustizia da soli.
Gesù è il prototipo di questi miti, al punto da poter esclamare: “Imparate da
me, che sono mite e umile di cuore”. Al suo tempo la Palestina era percorsa da
fremiti di violenza zelota verso le classi ricche del posto e verso i dominatori
romani. Zeloti e sicari erano i talebani del tempo. Gesù però rifiutò decisamente ogni sollecitazione in questo senso: fuggì quando vennero per farlo re, per
metterlo a capo di un movimento di resistenza armata (Gv 6,15). A Pietro, nel
Getsemani, disse: “Rimetti la spada nel fodero, perché chi di spada ferisce, di
spada perisce” (Mt 26,52) rinunciando così a opporre qualsiasi resistenza alla
sua cattura. Alla violenza non oppose violenza; contrappose il martirio, cioè la
testimonianza: “Sono venuto nel mondo per rendere testimonianza alla verità”
(Gv 18,37).
Tuttavia dobbiamo stare attenti a non strumentalizzare la parola di Gesù,
il quale ha rifiutato, sì, la violenza in tutte le sue forme: non soltanto la violenza nella reazione della vittima che la subisce, ma anche e prima ancora del
responsabile che la provoca. Ha pronunciato un no alla vendetta da parte di
chi viene colpito sulla guancia, ma prima ancora ha gridato un no molto più
tremendo alla violenza di chi colpisce sulla guancia.
Caro Alberto, aiutami ora a leggere questa beatitudine della mitezza con
qualche brano di quel quinto vangelo, rappresentato dalla tua vita.
All’indomani della seconda guerra mondiale, scrivevi:
«L’uomo ha perso il senso della propria dignità, dimentica il valore della
vita. Troppe violenze, conseguenza della guerra. Esempi dei campi di concentramento tedeschi, esempi nella vita pratica di ogni giorno: assassini, furti, violenze, rapine, minacce, immoralità dilagante ed imperante. Ritornare ai principi
cristiani ed umani di fratellanza. Non è con la spada che si risolvono le questioni, né con la violenza».
Ma tu sapevi bene che per vincere fuori di sé il male con il bene, bisogna
sconfiggere la violenza dentro di sé. Nel tuo Diario annotavi:
«Devo assolutamente vincere i miei scatti di impazienza, ed usare invece
con tutti una amorevole pazienza, ed una carità ardente. Prima di agire devo
pensare a quello che faccio, e devo altresì considerare come io mi sarei comportato trovandomi nella tale occasione. Devo assolutamente perdere il vizio
di giudicare il prossimo, se non voglio poi essere giudicato da Dio» (18 settembre 1938).
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Ed ecco come ti ha descritto uno dei tuoi discepoli più fedeli, il nostro mitissimo e amatissimo don Fausto Lanfranchi:
«Ha una spiccata personalità; serio e affabile, riflessivo e insieme cordialmente espansivo; sincero, generoso, sempre sereno e ottimista; ride e scherza
volentieri; dolce di modi; “con lui non si può bisticciare”. Sempre attento agli
altri e pronto a metterne in rilievo i pregi. Umile, non polemico, capace di
difendere con calore le sue convinzioni, ma alieno da ogni atteggiamento di
giudizio altezzoso, pronto invece ad aiutare tutti. Di lui colpisce soprattutto lo
sguardo limpido e al tempo stesso penetrante e profondo, buono, che lo distingue da tutti gli altri giovani. Uno sguardo che pare vedere dentro, non per
giudicare, semmai per aiutare».
Ma tu non sei mai stato un ingenuo buonista o un candido tenerone. Non
sopportavi soprusi o violenze, soprattutto se offendono la fede. Ritenevi che se
c’è un’aggressione, bisogna difendersi e reprimerla. Avevi braccia forti, ma più
forte era l’impeto del tuo cuore nel difendere il tuo mite e dolcissimo Signore.
Racconta il tuo biografo che un sabato, come al solito, tornavi da Bologna. Ti
dissero che alcuni giovinastri avevano fatto quello di cui da tempo si vantavano: distrutto il quadro del Sacro Cuore che era nella sala dell’Azione Cattolica.
Tu ti proponesti di dar loro una buona lezione e intanto mettesti subito un
altro quadro. Il sabato seguente, mentre ti trovavi con i compagni sul piazzale
della chiesa, ti dicono: “Eccoli! Passano ora per strada”. In fretta ti togliesti la
giacca, li abbordasti con parole e piombasti loro addosso con una buona dose
di pugni “perché impariate a non far mai più queste cose!”.
Caro Alberto, io non so se dopo ti sarai andato a confessare per quell’eccesso di zelo. Comunque penso che hai superato il test dell’eroicità delle virtù
umane e cristiane nel processo canonico alla Congregazione per le cause dei
santi, perché devono aver interpretato quel gesto piuttosto caloroso come una
legittima difesa del tuo inerme buon Signore.
Ora in conclusione, permettimi di tornare al nostro oggi. Oggi mitezza
è parola “silenziata” nel linguaggio corrente, come lo sono le parole sorelle:
umiltà, dolcezza, tolleranza, pazienza. Il nostro tempo si potrebbe definire la
stagione dell’urlo, come si desume dai salotti televisivi, dai titoloni dei giornali,
dai roventi dibattiti politici. Addio tolleranza, non-violenza, addio dialogo. Ha
ragione sempre chi vince e vince sempre il più forte. Per lo più si pensa che
mitezza e affini valgano solo dentro i recinti delle chiese. Fuori invece tocca
fare i conti con la realtà, e allora è tutta un’altra musica, o meglio è tutto - non
sussurri - ma urla e grida, lotta continua, spietata guerriglia urbana. Ma ciò
che preoccupa e dispiace è che anche in casa nostra una sorta di paura della
mitezza abbia contagiato perfino le chiese. Si è giunti a pensare che servono i
muscoli forti anche tra cristiani della stessa parrocchia, tra cattolici dei diversi
schieramenti. Si grida “W il Papa!”, ma quanti sanno imitare la disarmata dolcezza di Benedetto XVI, che sa far rimare così bene severità con amabilità e
fermezza con pacatezza?
Caro Alberto, permettimi una raccomandazione: abbi un occhio di riguardo
per i nostri giovani cristiani. Aiutali a crescere vigorosi senza mai diventare violenti, benevoli senza mai diventare arrendevoli, pazienti senza mai diventare
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né indignati né rassegnati. Chiedi al tuo e nostro onnipotente, amabilissimo
Gesù di ottenere per tutti e ognuno di loro la grazia di una mite fortezza e di
una forte mitezza.
Ti abbraccio.
Tuo, di cuore
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Diaconi:
professionisti del servizio
Omelia tenuta dal Vescovo in occasione della ordinazione diaconale di Eugenio Facondini
Rimini, Basilica Cattedrale, 8 ottobre 2011
1. Un invito a nozze: l’invito è firmato personalmente da Dio Padre, le nozze dicono lo sposalizio tra suo Figlio e la nostra povera umanità, il banchetto
vorrebbe raccontare il vorticoso turbinio della festa, per il gran giorno inaugurale del regno di Dio. Tutto è pronto: lo sterminato salone - sfavillante di luci,
addobbato per le grandi occasioni, copiosamente inondato dagli aromi e dagli
odori forti che vengono dalle cucine della reggia - è stipato all’inverosimile dalle lunghe tavolate magnificamente imbandite. Di minuto in minuto l’attesa si
va facendo via via più nervosa: l’ora è passata, ma tutte le sedie continuano a
restare desolatamente vuote: gli invitati hanno respinto l’invito al mittente. Che
tristezza! la festa allora andrà all’aria? Ecco la prima sorpresa: il rifiuto degli invitati delude il re e lo irrita, ma non lo disarma. Il diniego dei convitati non arresta
l’amore di Dio. Neanche Dio può restare solo. E subito rilancia l’invito. Ecco il
secondo colpo di scena: il re dà ordine ai servi di andare ai crocicchi delle strade
e di chiamare tutti, buoni e cattivi, a venire alle nozze. E così finalmente la sala
si riempie. Ecco l’ultimo scoop: un invitato viene scoperto senza l’abito nuziale
e il re lo fa espellere. Il ritrovarsi dentro la sala non è una garanzia per nessuno:
non si va alla festa in tuta da lavoro; fuor di metafora bisogna essere in ordine,
convertiti, vigilanti. Altrimenti la festa irrimediabilmente si guasta...
2. L’ordinazione diaconale che ci apprestiamo a celebrare ci offre l’assist per
evidenziare un elemento che rimane un po’ in secondo piano nella parabola,
ed è il particolare dei servi del re. Si suppone che abbiano dovuto preparare il
pranzo e ora sono pronti per servirlo, ma, data l’emergenza, vengono spediti a
recapitare l’invito per le nozze del principe ereditario.
In effetti il fattore “servi-servizio” ricorre quasi sempre nei vangeli ogni volta
che viene affrescata l’immagine del banchetto. Leggiamo nel vangelo di Luca:
“Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi (è l’abbigliamento dei servi) e
le lampade accese; siate simili a coloro che aspettano il padrone quando torna
dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito. Beati quei
servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico,
si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli” (Lc
12,35-37).
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E quando durante l’ultima cena si scatena l’ennesima bagarre tra i discepoli
su chi di loro sia da considerare il più grande, il Maestro prende in contropiede
i Dodici e rovescia la domanda: “Chi è più grande, chi sta a tavola o chi serve?
Non è forse colui che sta a tavola? Eppure io sto in mezzo a voi come colui che
serve” (Lc 22,27). Se teniamo presente che la parola ebraica rabbì- maestro, letteralmente andrebbe tradotta “mio grande”, e ricordiamo che toccava ai discepoli servire il maestro che sedeva a tavola, capiamo la risposta di Gesù: è lui il
vero maestro, il vero “grande”, proprio perché si mette dalla parte del discepolo
e si fa servo, ossia umile e piccolo.
L’esemplificazione plastica di questi messaggi sul servizio evangelico si ha
nella lavanda dei piedi, quando Gesù depone il mantello (il tallìt) del maestro,
prende un asciugamano, se lo cinge attorno alla vita e si mette ad espletare
quel servizio che i discepoli rendevano al maestro quando rientrava in casa: il
pediluvio. Dopo aver fatto il giro dei discepoli, Gesù si riveste da maestro, indossa quindi nuovamente il tallìt, poi si mette a sedere - ossia “sale in cattedra”
- e tiene la lezione:
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“Capite bene quello che ho fatto per voi? Voi mi chiamate il Maestro e il Signore,
e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i
piedi a voi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato un esempio,
infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi. In verità, in verità io vi
dico: un servo non è più grande del suo padrone, né un inviato è più grande di
chi lo ha mandato. Sapendo queste cose, siete beati se le metterete in pratica”
(Gv 13,13-17).
3. Diacono, lo sappiamo, significa servo, e il camice che il diacono indossa
dice la sua volontà di essere e rimanere “a servizio” nella Chiesa, sempre e solo
ministro, appunto servo. Il colore bianco del camice richiama la veste candida
del battesimo, e indica il desiderio e l’impegno di voler prestare un servizio
che resti incontaminato, non sporcato da alcuna macchia. Sì, perché in effetti il
rischio è serio: il rischio che il servizio venga macchiato da alcune pecche sulle
quali bisogna attentamente vigilare. Ecco due di queste possibili macchie.
Una prima è il mito ubriacante dell’efficienza. E’ la sindrome di Marta. L’evangelista ritrae Marta come “distolta per i molti servizi”. Al suo sfogo di recriminazione contro la sorella Maria, beatamente accoccolata ai piedi del Signore,
Gesù ricorda che il servizio non deve assillare al punto da far dimenticare l’ascolto. Forse Luca sta pensando alla comunità di Gerusalemme che deve essere
una comunità di servizio, ma anche - e soprattutto - di ascolto. Il servizio delle
mense non è più importante dell’ascolto della Parola. Ed è curioso notare che
proprio a quel punto nel libro degli Atti si narra l’istituzione dei Sette che la
tradizione posteriore identificherà con i primi diaconi. Ma resta vero anche per i
diaconi che il primo servizio lo devono rendere alla mensa della Parola, come si
desume dal fatto che il loro ministero specifico nella Messa è la proclamazione
del santo vangelo. Né si deve temere che il primato dell’ascolto induca a trascurare l’impegno storico per la cosiddetta “promozione umana”. Infatti non è il
discepolo in ascolto che evade dalla storia, ma quello che si disperde in cose di
superficie. Il diacono annuncia una salvezza compiuta per noi da Gesù, non una
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salvezza compiuta da noi, in memoria o in onore di Gesù. Questa verità non
induce a sminuire l’impegno, ma a fondarlo e a viverlo con piena dedizione.
Una seconda macchia che rischia di deturpare il camice del diacono si potrebbe chiamare la “sindrome del mercenario”. E’ la malattia del figlio maggiore,
di cui si parla nella parabola del padre misericordioso. Ricordiamo: la rabbia del
primogenito è data dall’odioso confronto con il fratello minore. Mentre quel disgraziato ha combinato una caterva di disastri e tuttavia è stato servito, riverito
e trattato con tutti gli onori, “io - sbotta lui con il padre - ti servo da tanti anni
e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai dato un capretto
per far festa con i miei amici” (Lc 15,29). Il peccato del figlio non è stato quello
di aver fatto il suo dovere, ma di averlo fatto con un cuore da salariato e non da
figlio, come risulta dal fatto che ora sbatte spudoratamente in faccia al padre
l’estratto-conto. Insomma è un figlio che rifiuta di partecipare alla festa per il
fratello perduto e ritrovato, ritenendola ingiusta, addirittura un torto fatto alla
sua “giustizia”, alla sua obbedienza e al suo lavoro. Quindi, pensa, se il trasgressore è trattato a quel modo, a che serve essere giusti?
L’antivirus per questa tentazione insidiosa è la gratuità. E’ la gratuità che
permette di trasformare la fedeltà in dono e non in puntigliosa rivalsa, l’obbedienza in gioia e mai in penoso dovere, la fatica in cordiale solidarietà e non in
una ragione di schifiltosa separazione.
4. Ci sarebbero altre macchie da esaminare, oltre l’efficientismo e il mercantilismo, e si tratta ancora di altri “ismi” seducenti e tossici, come il narcisismo
morboso e autoreferenziale, il vittimismo eternamente scontento, petulante e
borbottone, eccetera. Ma forse ora è il caso di voltare pagina con queste brutte
copie di diaconi-servi, per dedicarci ad un breve sguardo contemplativo di una
icona positiva del servizio, Maria di Nazaret, l’immagine più vicina al modello
perfetto, Gesù, il servo del Signore, e la più vicina a noi.
E’ sorprendente notare che l’appellativo di “serva del Signore” non trovi
posto nella lunga serie delle litanie lauretane, dove il titolo mariano preferito
è piuttosto quello di regina. Eppure l’appellativo di “serva” è l’unico che Maria
si sia dato da sola e per ben due volte. La prima, quando chiude il circuito del
dialogo con Gabriele, l’inviato speciale di Dio, mandato a recapitarle quel messaggio da capogiro: concepire e generare il Messia. In risposta all’angelo che l’aveva ossequiata con la qualifica strabiliante di “piena di grazia”, Maria favorisce
il suo biglietto da visita: “Eccomi, sono la serva del Signore”. La seconda volta,
quando dopo essere stata fregiata da Elisabetta con il titolo più vertiginoso per
una donna ebrea - quello di “Madre del Signore” - Maria intona il Magnificat e
afferma che Dio “ha guardato l’umiltà della sua serva”. E’ questo appellativo,
così autoreferenziato, che mi fa osare di rivolgere a Maria questa preghiera per
te, carissimo Eugenio, per tutti i diaconi, non solo quelli permanenti, ma anche
per quei ministri ordinati ai quali né il presbiterato e neanche l’episcopato possono cancellare il diaconato.
“Santa Maria, serva del Signore, tu che ti sei consegnata anima e corpo a lui
e sei entrata come umile domestica nel casato del figlio di Davide, ammettici
alla scuola di quel diaconato permanente di cui sei stata impareggiabile maestra e coerente, gioiosa testimone.
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Santa Maria, serva della Parola, serva a tal punto che, oltre ad ascoltarla e
custodirla nel tuo cuore, l’hai accolta incarnata nel tuo grembo, non ti stancare
di ricordarci che solo se ci sentiremo sempre e soltanto poveri servi, solo se
qualsiasi cosa tuo Figlio ci dirà noi la faremo, solo allora potremo partecipare
al banchetto nuziale, dove lui stesso ci farà accomodare a mensa e passerà a
servirci.
Santa Maria, serva della Chiesa, che dopo esserti dichiarata ancella di Dio
sei corsa a farti ancella di Elisabetta, donaci i tuoi occhi vigili e il tuo limpido
cuore per intercettare sotto le mentite spoglie dei poveri e degli oppressi la velata, trasparente presenza del gran Re. E aiutaci a credere che è meglio essere
trattati da figli che non da dipendenti, e da figli gratuitamente amati, anziché da
burocrati fiscalmente risarciti o, peggio, da mercenari venali e profumatamente
ripagati. Tu regina e serva, tu che regni servendo e servi regnando, sii tu benedetta fra tutte le donne, di generazione in generazione, e benedetto sia il frutto
del tuo grembo, nei secoli dei secoli. Amen”.
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Atti del Vescovo
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Il battesimo:
trasparenza di piena umanità
Messaggio del Vescovo per la festa di san Gaudenzo
Rimini, 14 ottobre 2011
C’è una vita più umana di quella cristiana? Noi crediamo che no, non c’è.
Certo, la sequela di Gesù domanda una conversione radicale, con tutta una
impegnativa sequenza di cambiamenti faticosi e sofferti. Richiede distacchi dolorosi e duri allenamenti. Esige serietà e piena concentrazione. Vuole coerenza,
fedeltà collaudata e rodata disciplina, intesa etimologicamente come stile di
vita del discepolo. In una parola il vangelo è e resta croce. Ma è anche risurrezione. Perciò è e resta una bella notizia. Anzi, la notizia più sorprendente e
appagante. Se accetti di scommettere la vita sul vangelo, perdi uno e guadagni
cento. Vendi le tue cianfrusaglie e compri la perla preziosa. Ti privi del tuo
magro gruzzoletto per cui hai dovuto sputare sangue e sudore, e così diventi
il fortunato proprietario del campo, dove hai scoperto per incanto un tesoro
da favola. Sì, quella cristiana è una vita risolta con formula piena, la formula
delle “tre b”: è la vita più bella, buona, beata, purché vissuta con umiltà e grato
stupore, senza se e senza ma. Una vita praticata da discepoli innamorati, non
da portaborse depressi, da facchini stressati, o da mercenari svenduti e perennemente arrabbiati. Ma là dove non si fanno sconti alla radicalità evangelica, il
centuplo promesso da Gesù splende in tutta la sua straripante interezza.
1. Io non so, sorelle e fratelli miei carissimi, come sia avvenuta la prima
evangelizzazione a Rimini. Mi piace però pensare che quando Gaudenzo vi arrivò, probabilmente qualche scintilla del gran fuoco del vangelo che da circa
tre secoli stava incendiando le coste del Mediterraneo, doveva essere già rimbalzata nell’Ariminum del tempo. L’aveva portata un mercante di passaggio? o
una nobile patrizia data in sposa a qualche funzionario imperiale? oppure un
esperto, rinomato chirurgo venuto qui ad impiantare la sua domus, con tanto
di clinica e di studio annesso? Comunque sia, quando - probabilmente sul finire della persecuzione di Diocleziano - Gaudentius sbarcò sul nostro lido o
vi arrivò per la Via Aemilia, una sia pur piccola comunità cristiana doveva già
essere stata avviata. Ora, non c’è bisogno di affidarsi a fantasie stravaganti per
immaginare come il giovane vescovo abbia impostato la sua missio apostolica.
Penso che due in particolare siano state le risorse della strategia pastorale da
lui adottata: la predicazione e la testimonianza. L’obiettivo di s. Gaudenzo era
quello di mostrare che il vangelo è pienezza di umanità. Doveva perciò dimostrare che nessun dio è più umano del Dio cristiano - ecco l’evangelizzazione - e
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poteva farlo in modo credibile e attraente solo attraverso la testimonianza di
laici battezzati, i quali con la loro vita potevano mostrare che la fede cristiana è
trasparenza di piena umanità. In una parola Gaudenzo doveva poter rispondere
a due domande, che i riminesi pagani e idolatri rivolgevano ai primi cristiani:
ma è proprio vero che questa vostra nuova fede risponde ai bisogni profondi
dell’uomo? e che questa risposta è più convincente e soddisfacente di quella
stoica o di quella epicurea?
Assumiamo questi interrogativi e proviamo a rispondervi, ponendo subito
sul tappeto una questione preliminare: di che cosa ha bisogno l’uomo di ieri e
di sempre, quello delle palafitte e dei grattacieli, dei graffiti rupestri e degli ipad
più sofisticati?
2. L’uomo ha fame di vita, è l’unico animale al mondo che avverte la morte
come una ingiustizia odiosa, insopportabile. Gesù non si è dichiarato una sorta
di “pronto soccorso”, ma si è autocertificato come la vita, da lui qualificata spesso come eterna, un aggettivo con due significati. Denota la durata della vita.
Gesù dona una vita che vince la morte, una vita senza fine, in contrapposizione
all’esistenza effimera e caduca che sembra invece essere il nostro irrimediabile
destino. E poi l’aggettivo “eterna” denota la qualità della vita: dono di Cristo
non è una vita qualsiasi, ma la stessa vita di Dio partecipata all’uomo, una vita
riuscita e compiuta, in contrapposizione all’esistenza frammentaria e ripetitiva, che continuamente ci delude. Con Cristo la vita non è più, come direbbe
Qohelet, un inutile, frustrante girare in tondo. Senza Cristo la vita non è più vita.
Senza di lui, certo si può esistere, ma non vivere. Una riga prima dell’incipit del
nostro brano evangelico, Gesù afferma perentoriamente: “Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10,10).
Ma per vivere, noi abbiamo bisogno di amore. Siamo fatti per sentirci amati e per amare. Come risponde la fede a questo bisogno più vitale dell’aria,
dell’acqua, del pane? Non con teorie fredde e astratte, o con vaghe, nebbiose
utopie, ma con una storia reale, puntuale e concretissima: la storia di Gesù, nato
in Betlemme di Giudea quando ad Ariminum si stava cominciando a innalzare
l’arco di Augusto, e crocifisso morto risorto quando, sempre ad Ariminum, si
stava finendo di costruire il ponte di Tiberio. Tutte le religioni, poteva dire Gaudenzo e possiamo ripetere anche noi, dicono che l’uomo deve servire Dio, che
dovrebbe baciargli i piedi se lui si degnasse di apparirgli, che dovrebbe perfino
strisciare pancia a terra per adorarlo, e dovrebbe finanche togliersi il pane di
bocca per dimostrargli la sua sottomissione o per ottenere la sua sospirata, salatissima protezione. Ma solo il cristianesimo annuncia un Dio che è sceso dal
trono, si è spogliato della sua gloria, si è rivelato, ma come capovolto rispetto
al senso comune. E’ venuto in persona tra di noi non a farsi lavare i piedi, ma a
lavare i nostri, e ci ha amati fino a farsi crocifiggere per noi. Abbiamo ascoltato
poco fa: Gesù è il buon pastore. Per cinque volte nel brano evangelico ricorre il
verbo offrire: “Io offro la mia vita”. A lui importano le pecore, tutte, l’una come
le novantanove. E’ il pastore innamorato del gregge: offre la vita e soffre da
morire fintanto che soffre ogni sua pecora. Non ce la fa a stare bene da solo,
con i beati, nei pascoli del cielo, e scende nella nostra valle oscura perché ama
passare il suo cielo sulla terra fino a quando non ha messo in salvo ogni pecora
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del suo gregge. E’ un pastore fanatico della nostra dignità: ci tratta da pecorelle,
non da pecoroni.
3. Per poter conoscere l’amore, l’uomo ha bisogno di incontrare la verità.
Solo Gesù dice: “Io sono la verità”.Gesù lo può ben dire, perché quello che dice
e che fa, la sua stessa persona sono la perfetta trasparenza di Dio, tanto da
poter assicurare a Filippo: “Chi vede me, vede il Padre”. (Gv 14,9). In Gesù il Dio
invisibile si è fatto palpabile e accessibile, rivelandosi con il volto dell’amore,
della solidarietà, del gratuito dono di sé. Presentandosi come la verità, Gesù si
mostra come lo specchio in cui l’uomo non solo può scoprire come è fatto Dio,
ma anche come siamo fatti noi. Ecco al riguardo un luminoso pensiero di Pascal: “All’infuori di Cristo non sappiamo né che cos’è la nostra vita né che cos’è
la nostra morte né che cos’è Dio né che cosa siamo noi”.
Se incontra la verità, all’uomo si spalanca l’orizzonte della libertà. Lo ha
detto Gesù: “La verità vi farà liberi” (Gv 8,32). Lo spazio della libertà - e non
la sua negazione - è l’appartenenza all’unico Signore. Chi adora il vero Dio e
piega le sue ginocchia davanti a Cristo, è più facilmente in grado di sottrarsi
alla schiavitù seducente e soffocante dei molti idoli. Se è vero che la libertà
non si realizza nel ripiegamento morboso sul proprio io, ma nel limpido dono
di sé, allora si comprende che il fiore della libertà sboccia e cresce sulla terra
della giustizia, della solidarietà e della volontaria consegna di sé. E la certezza
che la piena realizzazione si trova nel mondo futuro libera l’uomo dall’ansia del
possesso, dall’affannosa ricerca del piacere, dall’illusione di trovare pienezza e
appagamento in cose che non possono offrirla: condizione, questa, non soltanto per conoscere la libertà, ma per gustare veramente la bellezza delle creature.
4. Noi abbiamo sete di vita, di amore, di verità, di libertà, di bellezza. In una
parola abbiamo fame di senso e di speranza. Ci portiamo in cuore un sogno di
felicità e di futuro. A questa sete di Assoluto, a questo bisogno di Infinito, noi
cristiani diamo un volto e un nome: il volto di Dio, il nome di Gesù Cristo. Ma
in concreto come e da che cosa si distinguono i cristiani nella vita quotidiana
come nelle grandi svolte della vita? A questa domanda ha riposto un testo molto antico, la Lettera a Diogneto. Io non so, sorelle e fratelli miei, se san Gaudenzo conoscesse questo testo. Penso però che se fosse vissuto ai nostri giorni, vi
si sarebbe ispirato e forse avrebbe risposto così.
“I cristiani non si distinguono dagli altri uomini né per territorio, né per
lingua, né per vestito”. Ma si riconoscono. Da che cosa dunque si riconoscono?
I cristiani si riconoscono da come vivono il quotidiano. Abitano case in
condomini o in quartieri, come tutti, ma non fanno della casa l’idolo della loro
vita. Le loro case si riconoscono dal clima che vi si respira, dalla sobrietà dell’arredo, dalla funzionalità alla famiglia numerosa e all’ospitalità, dalla presenza di
segni religiosi, con la Bibbia e il Crocifisso in bella evidenza. I cristiani coltivano
buoni rapporti con il vicinato e non mostrano alcuna propensione alle liti di
condominio o alle cause civili. Inoltre i cristiani sperimentano, come tutti, che
ogni giornata è una corsa contro il tempo. Il lavoro, il traffico, le anticamere, le
code prosciugano le riserve della pazienza, azzerano le risorse della gratuità,
sclerotizzano l’elasticità nell’affrontare contrattempi e imprevisti. Ma riuscendo
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a trovare il tempo per la vita di fede, come la preghiera e l’attenzione ai poveri,
i cristiani riescono a vivere la fede nel tempo, e affrontando ogni giornata come
fosse l’ultima, sono sempre in attesa del Signore che viene, e di conseguenza
sono liberi e sciolti nell’uso dei beni terreni.
I cristiani si riconoscono da come vivono il lavoro. I discepoli di Cristo lavorano come tutti, ma lavorano per vivere, non vivono per lavorare. Sono liberi
dall’ansia di produrre e dall’avidità di possedere. Non sacrificano al lavoro i
beni primari, come l’armonia nella coppia, l’attenzione ai figli, l’assistenza ai
genitori anziani. Se sono imprenditori, tengono sempre presente che l’uomo
viene prima del lavoro e il lavoro prima del capitale. Oltre al giusto trattamento
economico, assicurano ai lavoratori una dignitosa qualità della vita e li trattano
come corresponsabili dell’impresa. Se sono lavoratori, non cadono nella piaga
dell’assenteismo e, in caso di lotta sindacale, non si schierano contro qualcuno,
ma sempre e solo per la giustizia.
I cristiani si riconoscono da come vivono il rapporto con i soldi. Il denaro
è un pessimo padrone, ma può essere un buon servitore, purché lo si usi con
distacco, purché si viva con sobrietà, si evitino scorciatoie nel guadagno, mondanità nella spesa. Se invece, avendo di che mangiare, di che vestire e una casa
da abitare, i cristiani non sono contenti, è segno che qualcosa nella loro fede
non va. I cristiani sanno che, se non pagano le tasse, violano il settimo comandamento che vieta di rubare, e sono coscienti che occorre il massimo scrupolo
nella pronta e piena retribuzione dei dipendenti. Ma soprattutto sanno che il
superfluo dei ricchi è il necessario dei poveri.
I cristiani si riconoscono da come vivono gli affetti. I discepoli di Cristo non
cedono né alle sessuomanie né alle sessuofobie. Sanno che l’amore tra l’uomo
e la donna è uno dei più grandi doni di Dio e viene da lui consacrato nel sacramento del matrimonio. Scelgono di sposarsi “nel Signore” e solo nel matrimonio ritengono lecito il pieno esercizio della vita sessuale, ma si dissociano da
ogni forma di disprezzo per le ragazze madri, i divorziati risposati, i conviventi,
gli omosessuali. I cristiani rispettano e difendono la vita: per questo dicono no
all’aborto e all’eutanasia.
I cristiani si riconoscono da come vivono la fragilità. Non si illudono né
pretendono che la protezione del Signore li risparmi dalle prove della vita, dalla
croce di limiti, di crisi, dalla malattia e dalla morte, ma non disperano mai, anzi
si abbandonano al misterioso ma sempre benevolo disegno del Padre, nella
certezza che Dio può ricavare un bene infinitamente più grande anche dal male
più atroce. Credono che “tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio” (Rm
8,28).
I cristiani si riconoscono da come vivono la festa e ogni domenica. Per loro
la domenica non è il week-end, ma il giorno del Signore. Le vacanze di Pasqua
non sono l’occasione per andare in crociera, ma per partecipare in chiesa alla
passione e risurrezione di Gesù, e per rivivere il loro battesimo. Con il riposo
settimanale noi cristiani dedichiamo il tempo all’incontro con il Signore e con la
comunità cristiana nell’eucaristia; facciamo spazio alla comunione in famiglia,
alla relazione con il creato, alla solidarietà con i poveri.
Infine i cristiani si riconoscono da come vivono la passione e l’impegno
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per la cittadinanza. Il sentirsi pellegrini in cammino verso la Gerusalemme celeste non li rende latitanti o indifferenti circa le sorti della città terrena. Sanno
di essere obbligati in coscienza a osservare le leggi giuste, a partecipare responsabilmente alla vita civile sociale e politica, a contribuire al bene comune,
per la crescita integrale di ogni uomo e dell’intera società. Quando assumono
democraticamente responsabilità politiche e amministrative, hanno a cuore il
disinteresse personale; rifiutano concussione, corruzione e voto di scambio;
non cedono al ricatto dei poteri forti e di quelli occulti; fanno proprie le necessità dei poveri; non ricorrono alla menzogna e alla calunnia come strumento di
lotta contro gli avversari; rispettano tutti, a cominciare dai fratelli nella fede che
appartengono ad altri schieramenti.
In conclusione, noi cristiani crediamo che “chi segue Cristo, l’uomo perfetto, si fa lui pure più uomo” (GS 22).
Ritorna allora la domanda iniziale: c’è una vita più umana di quella cristiana?
Che san Gaudenzo ci aiuti a mostrare a quanti cercano Dio nelle nostre
terre che la vita cristiana è bella, buona, beata, proprio perché è la più umana.
Buon nuovo anno pastorale, santa Chiesa di Dio che vivi in Rimini!
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Omelie
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In memoria di Marco Simoncelli
Omelia pronunciata dal Vescovo in occasione dei funerali di Marco Simoncelli
Coriano, 27 ottobre 2011
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Vorrei accostarmi al vostro dolore, carissimi papà Paolo e mamma Rossella, carissime Martina e Kate, e vorrei farlo con tutta la tenerezza che voi
meritate e con il garbo di cui sono capace. Chi vi parla, non ha vissuto il dolore
lacerante che vi brucia in cuore, ma permettetemi di venire a voi con l’abbraccio di tutti, con la preghiera di molti.
Vi confesso che, per il groviglio dei sentimenti che mi si arruffano in cuore,
ho fatto fatica a trovare le parole più giuste per questo momento. Fatemi citare
allora quelle del nostro piccolo, grande Don Oreste Benzi. Il giorno che morì,
il 2 novembre di quattro anni fa, di fronte alla sua salma appena composta,
trovammo scritte sul suo libretto, Pane quotidiano, questo pensiero profetico:
“Nel momento in cui chiuderò gli occhi a questa terra, la gente che sarà vicino
dirà: è morto. In realtà è una bugia. Sono morto per chi mi vede, per chi sta lì,
ma in realtà la morte non esiste perché appena chiudo gli occhi a questa vita,
li apro all’infinito di Dio”. So di condividere con voi, spero con tutti, questa incrollabile certezza: quando un nostro amico non vive più, vive di più.
Ora, carissime sorelle, fratelli e amici, fate sottoscrivere anche a me le parole di papà Paolo: “Dicono che Dio trapianti in cielo i fiori più belli, per non
farli appassire. Credo che sia così”. Passatemi un pennarello per far firmare
anche a me lo striscione dei tantissimi amici: “Marco, ora insegna agli angeli
ad impennare”. Fatemi rileggere ad alta voce le parole ritrovate ieri sul libro del
nostro PuntoGiovane di Riccione, dove all’età di 18 anni, Marco aveva partecipato a una settimana di convivenza con i suoi compagni di liceo. Durante quei
giorni aveva scritto: “Sono stato il ‘folletto’ - così si chiama, da noi, il ragazzo
che prega per un altro durante la convivenza - più scandaloso che la storia
ricordi. Non ti prometto che pregherò per te in futuro, perché sicuramente me
ne dimenticherei. Però lo farò questa sera, prima di andare a letto e cercherò
di fare in modo che la mia preghiera valga anche per tutte le volte che non la
dirò”. Negli stessi giorni una compagna di classe gli aveva scritto: “Quando ho
scoperto che saresti stato tu il mio ‘protetto’ sono stata contenta. Tu, a differenza di molti altri, sei uno che non pretende dagli altri”.
Personalmente ho incontrato Marco una volta sola, l’8 dicembre dell’anno
scorso, alla cresima della sorella Martina, ma ora che ho scoperto la sua schiettezza e la sua bontà schiva e delicata, mi prende un amaro rimpianto: quello
di non aver provato a diventargli amico. Sono sicuro che un amico così libero,
Atti del Vescovo
Bollettino Diocesano 2011 - n.4
trasparente, generoso, non mi avrebbe respinto per il solo fatto di essere io
anziano o vescovo, anzi con lui avrei potuto anche discutere e perfino litigare,
di quelle belle litigate che si possono fare solo tra amici.
Ma adesso, fratelli miei, permettetemi che mi senta anch’io percuotere il
cuore da quella domanda inesorabile: perché Marco si è schiantato domenica
scorsa alle 9,55 sull’asfalto dell’autodromo di Sepang? Io non posso cavarmela ora con risposte preconfezionate, reperibili sulla bancarella delle formule
pronte per l’uso. Sì, alle volte noi credenti pensiamo di svignarcela con l’allusione enigmatica a una indecifrabile volontà di Dio. Ci ripetiamo, instancabili:
“è la volontà di Dio”, e non ci rendiamo conto che, sbandierando parole senza
cuore, rischiamo di far bestemmiare il suo santo nome. Il mio animo si ribella
all’idea volgare di un Dio che si autodenomina “amante della vita”, che mi si
rivela come il Dio che “ha creato l’uomo per l’immortalità” (Sap 2,23”) e poi
si apposta dietro la curva per sorprendermi con un colpo gobbo o una vile
rappresaglia. Permettetemi di ridire sottovoce a me e a voi qual è questa benedetta volontà di Dio, non con parole mie, ma con le parole pronunciate un
giorno da suo Figlio, sotto i cieli alti e limpidi della Palestina, mentre a Rimini
si stava ultimando il ponte di Tiberio: “Questa è la volontà di colui che mi ha
mandato. Che io non perda nulla di quanto mi ha dato, ma lo risusciti nell’ultimo giorno” (Gv 6,39).
Datemi un po’ del vostro coraggio e aiutatemi ad abbinare, a quello di
Marco, il nome dolcissimo del Maestro mio e vostro. Voi lo conoscete: il suo
nome non è di quelli che condannano a morte; lui si chiama Gesù, che significa “Dio-Salva”. Dove stava allora Gesù-Dio-Salva in quell’istante fatale in cui il
corpo di Marco ha cessato di vivere? Stava là, pronto per impedire che Marco
cadesse nel baratro del nulla e per dargli uno “strappo” alla volta del cielo. Sì,
Gesù è il nome benedetto del Figlio di Dio che ha preferito me, te, ognuno di
noi viventi, tra la sterminata folla degli esseri ibernati nell’abisso del niente.
Gesù è il nome del Figlio di Dio, mandato dal Padre come inviato speciale sulla
terra, non a fare prediche sul dolore e sulla morte, ma a condividere la nostra
fragilità, fino a morirne. E’ il nome del Figlio di Dio che si è lasciato inchiodare
su una croce per stringerci tutti nel suo immenso, tenerissimo abbraccio, e ci
ha offerto il segno più grande dell’amore: dare la vita per i fratelli. Gesù non
è venuto a tenere corsi di etica sul dolore né a salvarci dal dolore, ma ci ha
salvati nel dolore - perché lo ha riempito di senso - e lo ha fatto con il suo
sangue innocente. Gesù è il nome del Figlio di Dio che ci ha amati con l’amore
più incredibile e ha definitivamente sconfitto la morte con la sua risurrezione.
Perciò è sempre là, all’imbocco del tunnel della morte, pronto per afferrarci e
portarci a godere la gioia senza più se e senza più ma.
Gesù, che registra sul suo diario perfino un bicchiere d’acqua fresca dato
con amore, domenica scorsa stava là a dire a Marco: “Grazie, per tutte le volte
che mi hai abbracciato nei fratellini disabili della Piccola Famiglia di Montetauro. Grazie, Marco, per tutte le volte che mi hai fatto divertire tanto, come
quando hai partecipato alla gara delle karatelle nella festa patronale della tua
parrocchia. Grazie, perché tutte le volte che hai fatto queste cose ai miei fratelli
più piccoli, tu le hai fatte a me”.
Omelie
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Bollettino Diocesano 2011 - n.4
Ora, permettimi, caro Marco, di rivolgermi direttamente a te. La sera prima
della gara hai detto che desideravi vincere il gran premio per salire sul gradino
più alto del podio, perché lì ti avrebbero visto meglio tutti. A noi ora addolora
non riuscire a vederti, ma ci dà pace e ci fa provare un brivido di gioia la speranza di saperci inquadrati da te, dal podio più alto che ci sia. Lasciaci allora
dire un’ultima semplicissima parola: Addio, Marco. E’ una parola scomposta dal
dolore, ricomposta dalla speranza: a-Dio!
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Atti del Vescovo
Bollettino Diocesano 2011 - n.4
Cristiani laici:
profeti del quotidiano
Omelia tenuta dal Vescovo nel corso della s. Messa per
le Aggregazioni Laicali
Basilica Cattedrale, 25 novembre 2011
Tra il fondamento e il compimento: è qui che si colloca il cammino del
cristiano nella storia, nel suo spessore tridimensionale di passato, presente,
futuro. Qualcuno dice che è il presente lo spazio proprio dei laici cristiani, un
presente che si distende tra la memoria del passato (carisma tipico dei pastori)
e l’attesa del futuro (specifico carisma dei religiosi). Ma se è vero che il battesimo è il tratto identificativo di base di ogni discepolo di Cristo - sia laico, sia
pastore, sia consacrato - allora si deve dire che ogni cristiano laico, in quanto
battezzato, vive immerso nel grande fiume dell’amore che attraversa la storia.
E dunque anche ai cristiani laici appartiene la memoria del passato come pure
l’attesa del futuro, ma questa memoria e questa attesa i fedeli laici sono chiamati a viverle nel presente: “Annunciamo la tua morte, o Signore; proclamiamo
la tua risurrezione, nell’attesa della tua venuta”.
1. Il rischio per tutti noi credenti è quello di dimenticare sia da dove veniamo che verso dove siamo diretti; ed è per questo che la parola del Signore,
ci sollecita continuamente a vigilare, a non andare in letargo, e per questo ci
pungola continuamente ci esorta con tre verbi all’... in-finito: ricordare, vigilare,
attendere. Vigilare, ricordando l’evento della prima venuta del Signore; attendere l’evento della sua ultima venuta.
“Osservate la pianta di fico e tutti gli alberi - ci ha detto il Signore -: quando
già germogliano, capite da voi stessi, guardandoli che l’estate è vicina”.
Oggi, penultimo giorno dell’Anno liturgico, la Chiesa chiude il cerchio: ci fa
ritornare alla foce del fiume della storia per sbilanciarci verso il suo estuario.
Non per nulla proprio da domani sera l’Anno liturgico riprenderà il suo corso
cominciando proprio dal messaggio evangelico di questa sera. Abbiamo quindi
una oscillazione pendolare: dall’evento di duemila anni fa al compimento finale,
e dal compimento all’evento.
Per noi che rischiamo di vivere di solo presente - life is now! ripete ammiccante uno slogan della pubblicità televisiva - la liturgia apre una breccia
nel muro del tempo, perché possiamo guardare oltre. Ma quando il presente
diventa il frammento puntiforme, non affonda più le radici nell’evento e non
si sbilancia più verso il frutto del compimento, allora il fine della storia diventa
ineluttabilmente la fine totale, una fine drammatica e desolante. Detto con altra
Omelie
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Bollettino Diocesano 2011 - n.4
metafora: senza la visione periscopica della storia, un presente che non trasforma continuamente la massa del passato in energia di futuro, diventa uno zero,
e la storia uno zibaldone di storie abortite e azzerate.
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2. In positivo, la fede cristiana ci ricorda che la fine sarà un... inizio senza
fine: Cristo verrà per l’ultima volta “con grande potenza e gloria”. La sua manifestazione sarà il traguardo di ogni esistenza umana e di tutta la storia: il Crocifisso-Risorto darà senso a tutto e chiarirà il senso di tutto. Verrà come “giudice dei
vivi e dei morti, costituito da Dio” (At 10,42): allora crollerà lo scenario falso e
spietato di questo mondo, apparirà Cristo come il vero Vincitore nella lotta tra il
bene e il male, e tutti “saremo giudicati sull’amore” (san Giovanni della Croce).
“Ciascuno raccoglierà quello che ha seminato. Chi semina nella sua carne,
dalla carne raccoglierà corruzione; chi semina nello Spirito, dallo Spirito raccoglierà vita eterna” (Gal 6,7-8). L’egoismo causa la morte; la carità genera la vita.
E così “saremo sempre con il Signore” (1Ts 4,17), in piena armonia con Dio, con
gli altri, con noi stessi: nella gioia perfetta si acquieterà finalmente il desiderio
sconfinato del nostro cuore perennemente inquieto, spesso ripiegato sull’effimero, ma pur sempre spalancato sull’infinito. Allora sarà la fine: una festa senza
fine, il giorno senza tramonto.
Questa fede è tutt’altro che alienante: “l’attesa delle ultime cose implica
l’impegno per le penultime” (Bonhoeffer). La salvezza nella storia e oltre la
storia fonda l’originalità dell’atteggiamento cristiano nei confronti delle realtà
terrene. Rispetto al non credente, il cristiano ha motivi ancora più forti per impegnarsi nel costruire la “civiltà dell’amore”: “Il cristiano che trascura i suoi impegni temporali, trascura i suoi doveri verso il prossimo, anzi verso Dio stesso,
e mette in serio pericolo la propria salvezza eterna”: ecco una delle perle più
preziose dello scrigno del concilio Vaticano II (GS 43). Attendere con speranza e
fiducia il pieno compimento dell’umano “travaglio” significa rimboccarsi le maniche per l’azione. “Il cristiano è sempre come seduto sul bordo estremo della
sua sedia. Seduto su quello che dispone di un appoggio sicuro: la speranza.
All’estremo bordo della sedia, perché è pronto ad alzarsi e a pagare di persona”
(G. Danneels). Chiaro e limpido: il sofà del “mollaccione” non si addice all’arredo di casa di un cristiano doc.
L’Eucaristia è il viatico che ci dà la sicurezza di partecipare fin da ora alla
realtà della vita nuova, e “ci prepara il frutto di una eternità beata”. Preghiamo
perché ogni giorno attendiamo la manifestazione gloriosa del Signore: fiduciosi
nella speranza, operosi nella carità.
3. Riandiamo al tema dell’anno pastorale in corso: “Immersi nel Suo amore.
C’è una vita più umana di quella cristiana?”.
La memoria del passato, l’attesa del compimento, la vigilanza nel presente
rendono la nostra storia una divina avventura, e perciò ne fanno la storia più
umana.
Quando la vita è illuminata da questa certezza, allora diventa un pellegrinaggio, non un fortunoso vagabondaggio, e neanche una più o meno piacevole
gita turistica: quindi non dobbiamo mai illuderci di essere già arrivati e non
Atti del Vescovo
Bollettino Diocesano 2011 - n.4
possiamo mai dimenticarci di dove siamo diretti. Perché il Signore viene!
La vita che ci è donata è la più umana perché ci attrezza per il “santo viaggio” con un equipaggiamento leggero, con la “bisaccia del pellegrino”, munita
dell’essenziale, per cui ci muoviamo di tappa in tappa, non ci spostiamo di poltrona in poltrona. Perché il Signore viene!
La vita cristiana è la più umana perché ci fa considerare gli altri – familiari,
amici, colleghi – nostri compagni di pellegrinaggio: quindi ci fa amare ognuno
come un fratello avuto in dono senza mai bramare di possedere alcuno come
proprietà privata; ci fa servire tutti, ma non asservire nessuno. Perché il Signore
viene!
La vita cristiana è la più umana perché ci fa ritenere la salute, il lavoro, il
denaro, il divertimento per quello che sono: non come privilegi da difendere,
ma come doni da condividere; come dei mezzi utili per il pellegrinaggio, non
come le mete ultime del cammino. Perché il Signore viene!
La vita cristiana è la più umana perché ci porta a compiere il servizio che
ci è richiesto, come fosse l’ultimo, ma sempre come “servi inutili”: con i fianchi
cinti e le lucerne accese. E sempre pronti a ripiegare le tende per andare là dove
siamo chiamati, senza accasarci mai da nessuna parte, fin quando non arriveremo al giorno beato dell’incontro definitivo. Perché il Signore viene!
La vita cristiana è la più umana perché ci fa guardare al futuro non come a
un fato incombente e implacabile, né come ad un destino fortuito, volubile e
capriccioso; ci fa sperare che la sofferenza, la malattia, la morte e tutte le catastrofi, naturali o sociali, non siano l’ultima parola della storia.
La vita cristiana è la più umana perché ci aiuta a ricevere, guardare e onorare le creature “come se al presente uscissero dalle mani di Dio” (GS 35); ci
convince pure – secondo una ardita espressione – che vale la pena piantare un
seme oggi, anche se si sapesse che il mondo finirà domani (Lutero).
La vita cristiana è la più umana perché è la più laica: fa di voi laici i profeti
del quotidiano, che vivono con semplicità, senza chiasso, senza integralismi o
fondamentalismi il Vangelo nella vita di tutti i giorni.
Intanto, nell’attesa di nuovi cieli e nuova terra, ogni seguace di Cristo prosegue il suo pellegrinaggio verso la patria. Esorta s. Agostino: “Canta dunque
come il viandante, canta e cammina, senza deviare, senza indietreggiare, senza
voltarti. Qui canta nella speranza, lassù canterai nel possesso. Questo è l’alleluia
della strada, quello l’alleluia della patria”.
Maran athà: il Signore viene. Maranà tha: vieni, Signore Gesù!
Omelie
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Bollettino Diocesano 2011 - n.4
Rivolti verso il Volto
Omelia tenuta dal Vescovo in occasione della professione perpetua di Sr Serena Vasconi della Congregazione
delle Suore Francescane dell'Immacolata di Palagano
Villa Verucchio, 4 dicembre 2011
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Due voci attraversano il campo uditivo del vangelo appena proclamato: la
voce aspra e tagliente di Giovanni Battista e quella non meno asciutta ma felice
dell’evangelista Marco. Giovanni annuncia la venuta dell’Atteso; Marco proclama l’identità del Venuto. Il Battista grida la buona notizia dell’arrivo imminente
di Uno “più forte di lui”. L’evangelista comunica il lieto messaggio o “vangelo”
di quell’Uno ormai venuto in mezzo a noi: è Gesù, il Messia (Cristo), il Figlio di
Dio in persona. Ambedue richiedono la conversione, ambedue reclamano che
si prenda sul serio l’evento prossimo venturo o già avvenuto. Ma per il primo la
conversione richiesta a quanti accorrevano al Giordano è la condizione perché
l’incontro con il Messia accada. Per l’altro, l’evangelista, la conversione è piuttosto la conseguenza del fatto che l’evento è già accaduto. Oggi carissimi fratelli
e sorelle, a queste due voci, se ne aggiunge una terza. Non è una voce “fuori
campo”: è la voce di suor Serena, che davanti a questa assemblea, promette
oggi un sì totale, senza calcoli e senza riserve, senza pretese e senza rimpianti,
insomma senza se e senza ma. Oggi questa nostra sorella dichiara solennemente il suo sì radioso e raggiante, al suo unico Sposo e Signore.
1. Cara suor Serena, mi hai raccontato che la tua vita trascorreva tranquilla
- come quella di tanti altri nel tuo paesino, Guastalla, nella bassa reggiana - tra
famiglia, scuola, parrocchia, calcio e danza classica. Poi hai cominciato ad avvertire che tutto questo non ti bastava. Come mai? eppure si trattava di cose
tutt’altro che brutte e cattive. Ma né l’onestà e neanche la bontà ci regalano la
felicità. Tu ti portavi dentro un’arsura bruciante: eri assetata di un amore puro,
incontaminato, assoluto. Negli anni in cui una ragazza custodisce in corpo e in
cuore la promessa della donna che sarà, devi avere sperimentato la spina dell’inappagamento e deve averti preso la vertigine del nulla. A che serve amare, lavorare, sacrificarsi - ti sarai detta - se poi la morte mi fa lo sgambetto dietro una
curva e in un attimo mi scippa tutto quello che ho amato, scoperto, sognato e
faticosamente costruito? Stavi per dare ragione ad Emil Cioran, filosofo rumeno,
il quale a proposito della morte, ha scritto: “Non c’è un altro problema. Non ho
fatto niente nella mia vita proprio perché ero al tempo stesso liberato e paralizzato da quel pensiero della morte. Non si può avere un mestiere quando si
pensa alla morte; si può soltanto vivere come ho vissuto io, al margine di tutto,
Atti del Vescovo
Bollettino Diocesano 2011 - n.4
come un parassita”. No, finire per vivere “al margine di tutto, come un parassita”, a te proprio non andava.
Fu allora che ti raggiunse una notizia, la buona notizia. Non fu una formula
ferrea, troppo gelida e dura per accendere il cuore. Non fu un sogno al cardiopalmo che, appena apri gli occhi alla vita, ti si scioglie tra le mani come un
cubetto di ghiaccio. Fu una bella notizia, la più bella, questa: che Uno ti aveva
amato e aveva sacrificato la sua vita per salvare la tua. Fu allora che ti lasciasti
abbagliare dal suo Volto e incontrasti l’amore. Me lo hai raccontato tu: “E’ stato
il fermarmi per tanto tempo davanti al Crocifisso della mia chiesa a farmi apprendere l’amore con il quale ero amata, e come questo amore era superiore
all’amore stesso per un ragazzo. L’amore di Cristo ha superato l’amore per una
creatura!”. E come per ogni folgorazione d’amore, tu ti porti tatuata sul cuore la
data dell’incontro fatale: era il 4 ottobre 2002.
E la morte? La morte è un fatto della vita. In my beginning is my end (Nel
mio inizio è la mia fine). E’ stato così anche per lui, il tuo amatissimo Sposo
crocifisso, l’unico tra i fondatori di grandi religioni a morire martire, ma senza
neanche l’aureola del martirio. Sì, lui è morto per dare tutto, e tutto ha dato.
Neanche il suo corpo ha tenuto per sé, neanche l’ultima stilla di sangue ha trattenuto: Prendete, mangiate; prendete, bevete. Perché il tuo Amato è fatto così:
non chiede sacrifici per sé, ma sacrifica se stesso per te. Ma è anche l’unico ad
essere tornato vivo dal regno dei morti, ed è tornato a noi più vivo di prima.
Gesù di Nazaret è realmente e corporalmente risorto, e perciò di lui tu non solo
puoi dire: “Mi ha amato con un cuore di carne e ha dato se stesso per me”, ma:
“Anche oggi mi ama con cuore d’uomo e mi amerà ancora, domani e tutti i
giorni, fino al mio ultimo respiro”. Non dubitarne mai: lui non farà della tua vita
una fine, ma il passaggio per una vita senza fine: In my end is my beginning
(Th. S. Eliot).
2. Quel giorno fatale, il tuo giorno più lungo prima di questo di oggi davvero
indimenticabile, tu hai aperto il guscio della tua piccola conchiglia e vi ha visto
dentro brillare la perla preziosa: la perla del segreto della vita. Il segreto è l’amore di Gesù. Ti sei sentita amata, gratuitamente e teneramente amata dal tuo
Amato; hai creduto al suo amore; ti sei buttata tra le sue braccia in uno slancio
vertiginoso e gli hai sussurrato tra lacrime di gioia: “Prima di conoscere te, io
non esistevo”. E cosi hai sperimentato quanto siano vere anche per te quelle
sue parole che non passeranno mai, anche quando il cielo e la terra passeranno: “Serena, io sono venuto perché tu abbia la vita e l’abbia in pienezza” (cfr Gv
10,10). Deve essere stato proprio così: lui ha pronunciato il tuo nome e tu hai
provato a pelle il brivido dell’innamoramento. Di schianto hai realizzato che la
tua vita non si sarebbe più impantanata nella palude della noia, non si sarebbe
più persa tra le sabbie mobili di una specie di anoressia esistenziale, non sarebbe più discesa ineluttabilmente verso il baratro del nulla. Anzi hai visto la tua
vita risalire la china e “scorrere verso l’alto” (Giovanni Paolo II). Perché la vera
vecchiaia è l’egoismo; la sclerosi più grave è l’indurimento del cuore; la paresi
totalmente irrecuperabile è il congelamento dell’anima.
Quel giorno fortunato tu, suor Serena carissima, hai mosso i primi passi sul
sentiero ripido della conversione. Domanda: ma come ci si converte? Risposta:
Omelie
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Bollettino Diocesano 2011 - n.4
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la conversione è tutta questione di cuore. Dunque ci si converte come ci si
innamora. E quando una ragazza come te si innamora di uno Sposo di sangue
come Gesù, allora davanti a sé non si ha più il miraggio della nostra piccola
poltrona, del nostro nido caldo dorato, mentre fuori di noi geme il pianto dei
depressi e urla il dolore dei disperati. Così hai finito per innamorarti dei poveri,
gli amici dello Sposo, i suoi prediletti. E amando loro, hai messo la tua fragile
spalla sotto la loro croce, ma a quel punto hai trovato il tesoro, il favoloso tesoro
della gioia. Allora hai dato via tutto, hai scommesso sull’amore del tuo Gesù, e
invaghita di lui, hai scoperto che croce non è uguale a meno vita, meno amore,
meno felicità. Hai invece indovinato la formula magica dell’appagamento: “più
Dio è uguale a più Io”.
Così la pianticella della tua giovane vita ha cominciato a fiorire. A proposito mi torna qui alla mente quanto scriveva Dietrich Bonhoeffer, nel carcere di
Tegel, prima di venire impiccato dai nazisti. Scriveva: “Non ci interessa una vita
che non faccia fiorire l’umano. Un divino cui non corrisponda il rigoglio dell’umano, non merita che ad esso ci dedichiamo”.
Mi hai anche scritto: “In questi tre anni a Villa Verucchio, l’immersione nel
quotidiano di tante famiglie e di tanti ragazzi ha realizzato il dono di Dio nella
mia vita: il desiderio di spendermi per gli altri per condividere con ciascuno la
ricchezza che ho conosciuto e sperimentato. La chiamata di Dio è per stare con
lui e per andare verso i fratelli, e se questa passione è davvero dono suo, sono
certa che ne permetterà la realizzazione”.
Queste parole raccontano il tuo sogno, ma dicono pure la nostra preghiera.
Sogno e preghiera nutrite dalla grande, indefettibile promessa: “Nulla mai potrà
separarci dall’amore di Cristo”, ha scritto s. Paolo, ma questa è la verità di Dio
sulla tua vita. Nulla - mai: due parole minuscole, ma firmate dal tuo Sposo a
caratteri di sangue e che a noi, cara suor Serena, ci fanno fare salti di gioia. Beata te che hai creduto! Fortunata te che ti sei lasciata sedurre dal Volto del più
bello tra i figli dell’uomo e non hai più potuto fare a meno di seguirlo. Lascia
che ti diciamo anche noi: nulla mai ti potrà separare dal Suo amore. Aiutaci ad
augurarti: nulla mai guasti la tua festa! E sarà festa anche per tutti noi.
Atti del Vescovo
Bollettino Diocesano 2011 - n.4
L'incanto del Natale
Lo stupore di diventare figli
Omelia tenuta dal Vescovo nella Messa della Notte di Natale
Rimini, Basilica Cattedrale, 2011
Nel presepe classico della tradizione italiana c’è un personaggio che non
può assolutamente mancare: lo stupìto. E’ un pastorello che tiene la mano a visiera sugli occhi: viene generalmente posizionato su una collinetta di muschio,
e guarda incantato, a debita distanza, la scena stupefacente della natività. Nel
lessico cristiano, alla voce stupore si trova un rimando: “vedi alla voce Natale”.
E’ così: a Natale non ci si imbatte in un Dio che incute terrore, semina panico,
scaglia implacabile folgori e fulmini, come un Giove eternamente infuriato che
stringe in una mano un fascio di saette fiammeggianti, sempre pronte per l’uso.
No, il primo messaggio che l’angelo rivolge ai pastori sommersi dalla luce che
piove dal cielo e intimoriti per quello spettacolo grandioso è invece rassicurante: “Non temete: ecco vi annuncio una grande gioia”. E il segno per identificare
quel neonato come il Salvatore Messia e Signore, non è una serie infinita di
effetti speciali. Il segno è piuttosto un normalissimo bebé, “avvolto in fasce,
adagiato in una mangiatoia”, né più né meno come un cucciolo qualunque di
una qualunque coppia di pastori appena nato: tenero e fragile come loro, che
dorme e succhia il latte come loro, che come loro ha per culla una ordinaria,
semplicissima mangiatoia.
1. Di Dio non dobbiamo avere più paura
Passano gli anni, ma del Natale non riusciamo a stancarci. Non è forse
perché la ricorrenza risveglia in noi sentimenti di tenerezza, di misericordia, di
fiducia? Certo, ma a me sembra che il motivo di tanto fascino sia ancora più profondo: il Natale viene puntualmente a ricordarci che di Dio non dobbiamo avere
paura. Un bambino incute forse terrore a qualcuno? No, perché può guardarti
solo dal basso. E’ chi ci guarda dall’alto in basso che ci mette paura. Ecco il mistero del Natale: Dio non è un sovrano altezzoso che ci guarda dall’alto del suo
irraggiungibile piedistallo. Scende nel nostro abisso. “Per noi uomini discese dal
cielo”, anzi è sceso ancora più giù di tutti noi, ed è venuto a dirci: “Non abbiate
paura. Io sono nato per voi. Non abbiate paura: il Padre mio vi ama”.
Questa è la lieta notizia del Natale: Dio è nostro Padre e noi siamo i suoi
figli. Parola di Gesù! “Guardate quale grande amore ci ha dato il Padre per
essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!”, scrive sbigottito l’apostolo
Giovanni. Sono parole percorse da una vertigine mozzafiato, quasi di incredula
sorpresa: “quale grande amore!”. In effetti quello di Dio Padre è un amore così
grande che più grande non si può. Lo stupore è dovuto al fatto che l’attributo
di Padre sia per Dio non uno dei tanti che gli si possano o debbano attribuire -
Omelie
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Bollettino Diocesano 2011 - n.4
come l’Infinito, l’Immenso, l’Eterno, l’Onnipotente eccetera - ma che Padre sia
il suo nome proprio, e che noi siamo suoi figli per davvero!
Noi cristiani siamo talmente abituati a dire e a ridire che siamo figli di Dio,
che ormai questa formuletta è diventata una sorta di chewing-gum che più
si mastica e più perde sapore. Quando si dice l’abitudine: è proprio vero che
la nemica mortale dello stupore è l’assuefazione. Per farci capire la grandezza
smisurata e l’indicibile bellezza dell’essere figli di Dio, san Paolo ci sbalordisce
ulteriormente facendoci ascoltare lo stesso grido di Gesù, il quale, quando pregava, si rivolgeva a Dio chiamandolo Abbà, Papà mio, Babbo caro. Ecco la prova
che siamo figli, esplode Paolo: è il fatto che quel grido di tenerezza lanciato da
Gesù - Abbà - ora risuona nei nostri cuori. La conclusione che ne tira l’Apostolo
è abbagliante: quindi non siamo più schiavi. Nemmeno di Dio siamo più schiavi!
Comportarci da schiavi nei suoi confronti è cosa che lo colpisce al cuore e lo offende a morte. Vivere da figli o invece da schiavi fa una bella differenza. Questa
differenza la si onora già dal tono di voce che usiamo per parlare di Dio o per
parlare a Dio. Se Dio viene creduto come Padre-Papà, allora il tono di voce dirà
affidamento a lui. Se invece Dio viene pensato come un Faraone, allora la voce
dirà assoggettamento. Il Faraone è uno che rende schiavi. E lo schiavo è uno
al quale il Faraone toglie la vita, perché ai suoi occhi non è nessuno. Oppure
qualcuno, gliela toglie, per eccesso di zelo, volendo così compiacere il Faraone.
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2. Solo il Dio di Gesù è veramente Padre
Tra il tenero affidamento di un figlio al babbo e l’assoggettamento sottomesso di un servo al suo signore scorre tutta la differenza che fa del cristianesimo una religione unica, talmente originale da essere diversa da tutte le altre.
Il Dio cristiano è del tutto originale rispetto alle divinità pagane. E’ vero che i
latini chiamavano Giove, Juppiter - nome che deriva da Zeus Pater - ma intendevano per “padre” l’autorità superiore, e niente più. Ad esempio, in Omero, nello
stesso verso Giove è invocato insieme come “nostro padre e sovrano supremo”
(Odissea, 1,45). Del resto, appena si pensi a ciò che significava nel mondo latino
la figura severa del paterfamilias, che aveva diritto di vita o di morte su tutti i
singoli membri del gruppo familiare - dalla moglie agli schiavi - ci si rende conto
che l’antichità ignorava anche la sola idea di una figura paterna esclusivamente
connotata dalla bontà, ma vi congiungeva sempre quella di potere.
Il Dio cristiano è originale rispetto all’Islam. Secondo il Corano, Allàh non ha
mai generato nessuno. Nell’elenco tradizionale dei Novantanove Nomi di Allàh,
quello di Padre è totalmente assente. E’ vero che ogni sura del Corano inizia con
la formula “Nel nome di Allàh clemente e misericordioso (ar-Rachmàn waarRachìm)”, ma la clemenza e la misericordia qui invocate non sono quelle di un
padre affettuoso, bensì quelle di un sovrano benevolo.
Il Dio cristiano è originale anche rispetto al Dio ebraico: il Dio di Mosè, di
Davide, di Isaia, per quanto clemente e misericordioso, è pur sempre un Dio che
quando viene a visitare la creazione, i monti si sciolgono come cera, e nessuno
può vederlo senza rimanerne tramortito. Gesù invece ci presenta un Dio in cui la
paternità - una paternità tenera e misericordiosa, addirittura “materna” - è assolutamente primaria: basti pensare alla parabola del figlio prodigo, che dovrebbe
Atti del Vescovo
Bollettino Diocesano 2011 - n.4
essere meglio etichettata del padre misericordioso, in cui la bontà del padre non
ha limiti, neanche le sfacciate pretese di un figlio snaturato, neanche il suo comportamento depravato, neanche il suo - alla fin fine - interessato ravvedimento.
3. Giovani, aiutateci a fissare la stella di Natale
Permettetemi ora, fratelli e sorelle, di dedicare in conclusione un pensiero
ai giovani. Lo sappiamo: i giovani di oggi si sentono orfani. Si percepiscono disorientati in universo illimitato, si ritrovano soli e smarriti nel villaggio globale.
I maestri del nulla hanno loro insegnato che discendono dalla scimmia e sono
destinati ad andare a finire nella buia voragine dello zero assoluto. E i giovani
sono le vittime più esposte e più indifese di questa catastrofica crisi finanziaria
che sta scippando loro un futuro all’altezza di una piena umanità.
Vorrei allora rivolgermi ai giovani cristiani e lanciare questo messaggio dall’umile e povera capanna di Betlemme.
Cari giovani, da troppi anni il Natale in Occidente era diventato il Natale del
dell’abbondanza extra-large, del consumismo godereccio, addirittura dello spreco più sfacciato. Ora voi avete la possibilità di far vedere a noi adulti che di fronte
a questa crisi non siete rassegnati. Magari sarete pure giustamente indignati, ma
vi sentite anzitutto impegnati a coglierne le opportunità e a raccoglierne le sfide
che essa rilancia, per riscoprire valori come la speranza, la sobrietà, la solidarietà. Diteci con il linguaggio dei comportamenti coerenti e con il lessico dei fatti
concreti che non è Natale per chi fa tragedie per non riuscire a fare bella figura
con i regali dispendiosi degli altri anni. Non è Natale per chi si commuove alla
televisione di fronte ai bambini ridotti a pelle e ossa per il dramma della fame,
e poi è scontento di una tavolata meno affollata di prelibatezze. Non è Natale
per chi ha paura di andare in giro senza vestiti griffati all’ultima moda, ma con le
scarpe e i jeans dell’anno scorso e con il vecchio modello di telefonino.
Ma soprattutto fateci vedere che siete ancora capaci di lasciarvi afferrare da
quel brivido di stupore che ci regala il Natale di Gesù, lo stupore di quanti lo
hanno accolto e nel battesimo sono stati immersi nel suo amore, sono diventati
figli di Dio e si riconoscono fratelli nel suo nome. Fateci vedere con fatti di vangelo che credete nella possibilità di realizzare la società del gratuito, come hanno
dimostrato gli “angeli del fango” nei giorni dell’alluvione di Genova, come ci
hanno fatto toccare con mano i giovani della GMG di Madrid, così come ci stanno facendo vedere i tantissimi giovani impegnati nel mondo delle associazioni
e del volontariato, come pure i non pochi giovani di talento che stanno dando
il loro contributo ad uscire dal tunnel della crisi non per tornare alla situazione
precedente, ma per cambiare rotta e avviarci verso la società del bene comune
e dell’economia di comunione.
La gioia del Natale sia la prova del nove della vostra fiducia e la luce della
stella cometa aiuti voi - e noi adulti attraverso di voi - a non tenere la testa bassa,
nemmeno quando è buio.
Omelie
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Bollettino Diocesano 2011 - n.4
"Vediamo questo avvenimento"
Natale: cosa è accaduto, come e perché?
Omelia pronunciata dal Vescovo nella Messa del giorno di Natale
Rimini, Basilica Cattedrale, 25 dicembre 2011
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Qual è il sentimento più appropriato per il Natale, forse la paura? No, di
certo. E’ vero che le profezie annunciavano che quando Dio sarebbe venuto a
visitare la terra, le montagne avrebbero tremato, gli abissi si sarebbero sconvolti,
sarebbe scoppiato l’uragano. Ma il messaggio dell’angelo ai pastori è tutt’altro
che allarmante: “Non temete, non abbiate paura”. Non è certamente il sacro terrore la risposta al messaggio del Natale. Sarà allora il ricordo struggente di una
infanzia perduta, di una pace impossibile, di una innocenza irrecuperabile? No, a
Natale non siamo condannati ad ammalarci di malinconia. L’angelo questa notte
ci ha annunciato “una grande gioia”, e la gioia sta alla nostalgia come il giubilo
sta al rimpianto. La reazione giusta di fronte alla Parola fatta carne, davanti a quel
bambino avvolto in fasce e adagiato nella mangiatoia, è lo stupore, che i pastori
provano come un brivido a pelle e che contagiano a quanti incontrano: “Tutti
quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori”. Sì, è lo stupore
la reazione proporzionata all’evento stupefacente del Natale. Altrimenti rischiamo di cadere nella stanca, passiva ripetitività di una routine piatta e annoiata.
Tentiamo allora di “vedere questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere”, come dicono i pastori di Betlemme, ponendoci alcune domande che
ci aiutano a scavare nel messaggio del Natale.
1. Che cosa è realmente avvenuto a Natale?
A una lettura di superficie si dovrebbe dire che è avvenuto poco, infinitamente troppo poco. Se si rappresentano in scala i 4,5 miliardi di anni di vita della
terra con un anno solare, si osserva che i mammiferi vi compaiono solo a metà
dicembre, un protouomo verso le nove di sera del 31 dicembre, l’homo sapiens
una decina di minuti prima di mezzanotte, il sapiens sapiens tre minuti prima di
capodanno e la civiltà neolitica durante l’ultimo minuto. Socrate, Alessandro Magno e Gesù Cristo si accalcano nell’ultima manciata di secondi. Quindi la nascita
di Gesù di Nazaret, riportata in questa scala, occuperebbe appena un millesimo
di secondo. E se ogni millesimo di secondo si può paragonare a un microscopico granellino di sabbia tra i miliardi di miliardi di granellini che compongono la
sconfinata distesa della storia, allora si potrebbe dire che nel meccanismo perfettamente oliato del sistema è caduto un granello infinitesimale, ma sufficiente
a cambiare il corso dell’umanità.
Abbiamo ascoltato: “Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò suo
Figlio, nato da donna, nato sotto Legge, per riscattare quelli che erano sotto la
legge, perché ricevessimo l’adozione a figli” (Gal 4,4). In modo ancora più scul-
Atti del Vescovo
Bollettino Diocesano 2011 - n.4
toreo l’evangelista Giovanni proclama: “Il Verbo si fece carne e venne ad abitare
in mezzo a noi” (Gv 1,14).
Ecco che cosa è avvenuto a Natale: Dio è finalmente venuto in mezzo a noi.
L’atteso non ha portato ritardo, il promesso è arrivato puntualissimo. Se questo
è vero, allora è altrettanto vero che ormai tutto cambia.
A Natale cambia l’indirizzo di Dio: la sua residenza non è più a Gerusalemme, nel sacro recinto del magnifico tempio ricostruito da Erode, ma a Betlemme,
in Galilea, e perciò sotto ogni latitudine della terra, dovunque nasce vive lotta e
spera un figlio d’uomo.
A Natale cambia il senso della storia: non verso una inarrestabile decadenza,
ma verso una pienezza insuperabile. E cambiano i protagonisti degli eventi che
contano veramente: chi decide il destino dell’uomo non è l’imperatore di Roma
e neanche suo figlio, ma quel piccolo bambino che è appena nato fragile e povero a Betlemme. La storia riparte dagli ultimi.
A Natale cambia il canale di comunicazione tra Dio e l’uomo: Dio non parla
più attraverso i profeti, ma tramite il Figlio fatto uomo. “Dio che molte volte e in
diversi modi nei tempi antichi aveva parlato per mezzo dei profeti, ultimamente,
in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio” (Ebr 1,1s).
2. Come è avvenuto?
Se Natale è quell’evento che realmente è, come è avvenuto quanto è avvenuto? Se a Natale Gesù ci ha portato Dio, come ce lo ha portato? Se a Natale in
Gesù ci ha parlato Dio, come ci ha parlato? Dobbiamo rispondere: non da Dio.
Il Figlio di Dio ci ha parlato di Dio, ci ha portato Dio, ma non da Dio, bensì da
uomo. “Pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere
come Dio, ma svuotò se stesso, diventando simile agli uomini” (Fil 2,6s). Se
Gesù fosse venuto da Dio, non si sarebbe fatto capire, non si sarebbe fatto realmente intercettare. E’ venuto in forma di uomo, ma in quale di forma di uomo
è venuto?
Se fosse toccato a Mosè preparare il protocollo della sua visita, forse lo
avrebbe immaginato come un generale invincibile, capace di sbaragliare tutti i
faraoni del mondo, impegnato a tagliare in due tutti i mari della terra per farvi
passare all’asciutto gli umiliati, i poveri e gli oppressi.
Se fosse toccato a Giovanni Battista dettargli l’agenda, probabilmente lo
avrebbe fatto venire come un giudice inflessibile, che insedia il tribunale di Dio
per fare pulizia nella sua aia e incenerire le erbacce della sporcizia umana con
fuoco inestinguibile.
Se fosse toccato a rabbi Gamaliele, il maestro di Saulo di Tarso, forse lo
avrebbe fatto venire come un rabbi erudito e ben ferrato, che distribuisce pillole
di saggezza dall’alto della sua cattedra magistrale a discepoli affamati di regole e
di rubriche, per non incorrere neanche nell’infrazione più minuziosa.
Se fosse toccato a Caifa, forse gli avrebbe fissato un protocollo esatto e meticoloso per un sommo sacerdote d.o.c. che si voglia scrupolosamente impeccabile sotto il profilo della più puntigliosa purità rituale e cultuale.
Se fosse toccato a Simone lo Zelota, forse gli avrebbe scritto il copione del
Messia, certo, ma di un Messia che avrebbe dovuto spodestare la coorte romana
Omelie
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Bollettino Diocesano 2011 - n.4
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agli ordini di Ponzio Pilato, per restaurare il glorioso regno di Israele.
Niente di tutto questo. Il Figlio di Dio è apparso in mezzo a noi non da Dio,
ma da uomo, anzi “assumendo una condizione di servo, facendosi obbediente
fino alla morte e a una morte di croce” (Fil 2,7.8). “Da ricco che era, si è fatto
povero” per noi (2Cor 8,9). E’ venuto come un piccolo bambino, inerme e bisognoso di tutto. Un bambino come tanti, che i pastori devono poter riconoscere
come fosse un loro figlio, il quale, quando nasceva, veniva “avvolto in fasce e
deposto in una mangiatoia”, quindi senza alcun tratto strabiliante da esibire. Lo
straordinario del Natale è il paradosso che la manifestazione del divino si priva
di ogni straordinarietà.
3. Perché è avvenuto?
Lo ripeteremo tra poco, in ginocchio: “per noi uomini e per la nostra salvezza
discese dal cielo”. Gesù si è fatto come noi per farci come lui. Si è unito al destino
di ogni uomo per associare ogni uomo al proprio destino. L’evento dell’incarnazione è la prova del nove del più gratuito amore da parte di Dio, che “ha tanto
amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito”. E l’assoluta gratuità della venuta
di Gesù in mezzo a noi è ulteriormente confermata dal “sacrificio” che questa
“operazione” gli è costata, come canta estasiato s. Alfonso: “Ahi quanto ti costò
l’avermi amato!”.
Non possiamo però dimenticare che l’evento del Natale sia un evento datato,
non solo all’origine ma anche nella ricorrenza. Il Natale è avvenuto più di duemila
anni fa in uno dei periodi più crudi della storia, ma anche oggi la sua ricorrenza
cade in un momento drammatico, a causa della devastante crisi finanziaria.
Non c’è Natale senza gioia, ma è possibile la gioia in questo Natale? Se lo
chiediamo al nostro beato Alberto Marvelli, ci potrebbe rispondere che anche gli
ultimi Natali della sua vita sono stati particolarmente critici. Erano i Natali della
guerra, dei bombardamenti aerei e navali che hanno distrutto Rimini al 90%, procurando oltre mille vittime civili. Poi sono venuti gli anni difficili e pesanti della ricostruzione e Alberto è stato l’ingegnere manovale della carità. Cosa ha permesso
ad Alberto di esprimere tanta solidarietà, sia a livello individuale che ecclesiale e
politico? A mio avviso sono stati due fattori: la coscienza di appartenere al popolo
di Dio, la gioia come frutto della carità cristiana.
Gesù non è venuto ad aprire un’accademia di devoti, ma per fare di noi il suo
popolo. A noi popolo di Dio in cammino tocca testimoniare il plus-valore della
fede nel messaggio del Natale, che è questo: Dio è Padre e sa far convergere al
bene tutto, anche le prove più dure. Gesù è il Signore della storia e, se ci lasciamo
guidare da lui, abbiamo motivo di sperare nel futuro. Noi siamo tutti figli dell’unico Padre e siamo chiamati ad essere la luce del mondo.
La gioia del Natale dunque è possibile, purché le nostre lampade abbiano a
portata di mano l’ossigeno della fede, il combustibile della carità, la scintilla della
speranza. Che questa fiamma riaccesa a Natale non si spenga mai più: nel nostro
cuore, nella nostra città, nel nostro paese, nel mondo intero.
Atti del Vescovo
Interventi del Vescovo
Bollettino Diocesano 2011 - n.4
Messaggio del Vescovo
alle Autorità Cittadine
per la festa di san Gaudenzo
Intervento del Vescovo in occasione dell’inaugurazione
della nuova sede della Libreria La Pagina
Rimini, 23 settembre 2011
42
Distinte Autorità, Illustri Signori, Gentili Signore!
Ancora una volta la festività del santo Patrono della nostra città ci offre
la gradita, preziosa occasione per riflettere insieme su problemi e prospettive
riguardanti aree di comune interesse, che non possono non vedere noi, titolari
di cariche pubbliche - pur nei rispettivi ambiti e ai vari livelli di responsabilità
- sensibili e interessati al bene delle persone, famiglie, gruppi e comunità, che
siamo chiamati a servire.
Ma prima di entrare in argomento, permettetemi di condividere con voi
un pensiero breve, ma ponderato sul valore non solo religioso, ma anche civile
della festività patronale. Se è vero che ogni festa non assolve semplicemente
una funzione pratica, per altro non trascurabile, come può essere il bisogno
di riposo, di svago o di scambio - si pensi per esempio a una vacanza o a una
fiera - ma riveste un pregnante significato simbolico, allora è da ricordare l’alto
valore identitario che assume una festa patronale. Mi spiego con un riferimento
diretto al nostro patrono. Celebrare san Gaudenzo per noi riminesi significa
riconoscere nel fondatore della nostra Chiesa locale non solo un modello di
umanità compiuta, ma anche il portatore di un ideale di città a misura d’uomo,
una comunità civile, tollerante, solidale, accogliente. Se teniamo presente che
Gaudenzo proveniva da Efeso, quindi da un’area di lingua greca, che poi si è
fatto cristiano e, dopo aver soggiornato a Roma, è approdato a Rimini, allora
nella sua persona e nella sua storia noi vediamo come concentrato un mondo
di simboli, di valori, di risorse, le cui radici affondano nei tre colli – il Partenone,
il Gòlgota, il Campidoglio - su cui è costruita la nostra civiltà europea. Trasferire
la ricorrenza di s. Gaudenzo, come di s. Ambrogio, di s. Petronio, di s. Apollinare,
alla domenica seguente, equivale a scolorire quella festività, di fatto a trascurarla: a che pro? quanto effettivamente ci si guadagna? a chi giova oscurare la
tradizione da cui veniamo, indebolire le radici della nostra cultura, frammentare
il nucleo del patrimonio di un ethos condiviso? Avrete certamente saputo che in occasione della festa del beato A. Marvelli
ho consegnato ai giovani della Diocesi una lettera pastorale, di cui mi è gradito
farvi omaggio al termine di questo incontro. Ho pensato di scrivere direttamente ai nostri giovani, perché me li vedo troppo spesso dipinti come disincantati,
cinici, delusi, pragmatici, ma che, ogni volta che li incontro, li ritrovo sempre
Atti del Vescovo
Bollettino Diocesano 2011 - n.4
più puliti, più sani, più assetati di felicità, e anche più liberi e più veri di quanto
i media e un certo cliché del mondo adulto vorrebbero far credere. Proprio ai
nostri giovani riminesi vorrei dedicare la riflessione che in questa edizione della
festa patronale, vengo a condividere con voi.
Innanzitutto vorrei dire quello che la nostra Chiesa sta facendo e intende
fare con i nostri giovani e per i nostri giovani. La nostra ordinaria attività formativa risulta varia e molteplice, disegnata com’è su un tappeto di incontri di
catechesi e attività di oratorio, di gruppi associativi e di volontariato, di campiscuola, di strutture educative come le molte scuole paritarie di matrice cattolica
con circa 1.500 iscritti, di centri di formazione quali l’ENAIP, convitti universitari,
il Centro Universitario Diocesano (il C.U.D.), l’Istituto Superiore di Scienze Religiose, il PuntoGiovane di Riccione, senza dimenticare il consistente potenziale
educativo rappresentato dal nostro Centro delle Comunicazioni Sociali con ilPonte, RadioIcaro, IcaroRiminiTV, e altro - molto altro - ancora. Inoltre nei mesi
scorsi abbiamo dato vita a un convegno sulla sfida educativa - a cui diversi dei
presenti hanno partecipato - per impostare il cammino di questo decennio,
secondo le indicazioni dei Vescovi italiani.
Non facciamo fatica a riconoscere quanto un’attività così intensa ed estesa
abbia un cospicuo valore sociale aggiunto, in quanto è mirata a formare non
solo dei cristiani adulti e maturi, ma anche dei cittadini liberi e forti. Questa
attività si può riassumere nell’immagine della Cattedrale, simbolo eloquente
del molto che la Chiesa ha da ricevere dai giovani e del molto che ha da offrire loro. E’ importante che la Cattedrale sia e resti idealmente sempre aperta,
perché la soglia di ingresso sia transitabile in senso bidirezionale, per dire ai
giovani che sono dentro: “andate in Città” e a quelli che sono fuori: “entrate in
Chiesa”. Per i giovani, entrare in Chiesa significa riconoscere che le domande
del cuore umano e i problemi della convivenza civile hanno una ineliminabile
dimensione spirituale e trascendente. L’uomo e Dio non sono in alternativa o in
proporzione inversa, ma stanno insieme: se l’uomo perde Dio, perde se stesso;
se ritrova se stesso, ritrova Dio. Nello stesso tempo, per i giovani della Città,
entrare in Chiesa significa misurarsi con la statura di Cristo – l’uomo nuovo, il
più umano che ci sia - specchiarsi nella sua storia, aprirsi al suo mistero. Significa anche interrogare la Chiesa sul suo messaggio e sulla coerenza della sua
testimonianza. Sì, interrogarla criticamente anche sulle sue manchevolezze e su
certi comportamenti poco cristiani e poco umani, da parte di chi dovrebbe precedere tutti con l’esempio “perché non venga nascosto l’autentico volto di Dio”
(cfr GS 19). D’altra parte, per i giovani “entrare in Città” significa riversarsi nelle
strade, come dice il Vangelo, e chiamare ciechi, storpi, sordi, per invitare tutti
al banchetto del Regno. Significa, fuor di metafora, vincere la paura che parlare
di poveri, di disoccupati, di immigrati senza casa o senza lavoro, di drogati o
di depressi, sia fare il verso al linguaggio di moda, prendere la tangente della
denuncia demagogica, fare del sociologismo gratuito, tradire Cristo per l’uomo.
Entrare nella Città significa piuttosto non chiudersi in sagrestia, ma battersi
perché la Città sia più civitas, più civile e abitabile, perché l’uomo sia più uomo,
perché i giovani siano più giovani, perché il mondo sia più “mondo”.
Ora permettetemi di riflettere con voi sul rapporto giovani e politica. In
Interventi
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Bollettino Diocesano 2011 - n.4
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genere si dice: i giovani sono disaffezionati dalla politica. Domandiamoci: di chi
è la colpa? Se “disaffezionati” è un verbo al passivo, chi è il soggetto attivo e
responsabile di questa disaffezione?
La prima cosa da fare per restituire ai giovani i loro sogni e il loro futuro è
bonificare la palude da questa malaria che ci sta ammorbando tutti. Infatti la
crisi che sta mietendo vittime soprattutto tra i giovani, prima che finanziaria e
politica, è una crisi morale. E’ vero: ad inquinare l’aria del cielo di Rimini sono
anche le nubi tossiche che vengono dall’area nazionale e internazionale - con lo
scandaloso degrado etico, quale si evince dall’andazzo di chi dovrebbe rendere
credibile la politica e invece la rende sempre più nauseante per la gente onesta
e operosa. Ma chi ci impedisce di attivare noi, qui a Rimini, delle iniziative che in
senso metaforico potremmo chiamare “anti-smog”? Penso in concreto al superamento della logica dello scambio, della rendita, e dell’appartenenza. In altre
parole, deve cessare quel logoro costume che misura il valore delle persone e
delle iniziative sulla base di quanto “portano” in termini di consenso elettorale
o sul fatto di essere legate a cordate di “amici”.
Inoltre si dovrà ampliare la funzione dei Comuni nella lotta all’evasione
fiscale, che quindi dovrà coordinarsi con l’ agenzia delle entrate e la guardia
di finanza al fine di individuare i redditi occultati. Come incentivo, nel recente
decreto anticrisi, è previsto che la totalità delle somme recuperate a bilancio
sia destinato ai Comuni, tenuto conto che tali introiti saranno considerati al di
fuori del calcolo del patto di stabilità interno per gli enti locali. Questa strada
ci pare debba essere percorsa con equilibrio e determinazione, non esitando,
per paura di perdere consenso elettorale, a intervenire su gruppi e lobby che
dell’evasione fiscale hanno fatto un’abitudine consolidata.
Si dovrà superare anche la subcultura della rendita per attivare il circuito
virtuoso di una impresa non più imitativa ma innovativa: è, questo, uno dei
modi per rivolgersi ai giovani della nostra città sollecitandone la creatività, l’impegno e l’intelligenza. Essere innovativi vuol dire infatti battere strade nuove,
facendo crescere la società. E come non vedere nei giovani i principali attori di
quella innovazione di cui sentiamo così fortemente il bisogno?
Tra le questioni che richiedono attenta e costante vigilanza, insieme ad
energici provvedimenti preventivi e, laddove necessario, repressivi, è certamente l’ormai dimostrata presenza pluriennale nel nostro territorio di organizzazioni criminali di stampo mafioso. Le notizie di cronaca giudiziaria recentemente
emerse ci dicono di questa inquietante presenza, che attenta al tessuto sano
dell’economia locale precludendone un reale sviluppo e, cosa altrettanto grave,
minacciando di avvelenare il cuore e la mente della nostra comunità con l’ideologia violenta del denaro e del potere fini a se stessi e del disprezzo assoluto
per la vita umana. Ritenere che un tale fenomeno non possa realmente attecchire nel nostro territorio rischia di essere una pericolosa sottovalutazione delle
capacità adattative della piovra e del potere di corruzione di cui questa dispone
grazie alle ingenti risorse finanziarie di cui è proprietaria, e che risultano estremamente appetibili in tempi di crisi economica e morale.
In positivo, il tema “giovani e politica” implica, a mio avviso, due scelte
irrinunciabili: fare politica con i giovani e fare politiche per i giovani. E’ urgente
Atti del Vescovo
Bollettino Diocesano 2011 - n.4
promuovere una politica con i giovani, senza slogan e al di là delle appartenenze partitiche. Papa Benedetto non si stanca di ripetere – l’ha fatto ancora
domenica scorsa a Reggio Calabria – che l’Italia ha bisogno di «una nuova
generazione di uomini e donne capaci di promuovere non tanto interessi di
parte, ma il bene comune». Fare la politica con i giovani non significa buttare
nel mezzo nomi nuovi, quando le idee e soprattutto i giochi e i sistemi di potere
restano gli stessi. Non dimentichiamo mai che Rimini è ripartita dopo la guerra
con politici come Alberto Marvelli, l’Italia con padri costituenti appena ventenni. Fare politica con i giovani non significa però cadere in giovanilismi facili e
irresponsabili: i giovani sono sempre più svegli di quanto noi adulti pensiamo,
e si rendono ben conto se dietro le nostre parole c’è una volontà reale di ascoltarli, di confrontarsi e mettersi davvero in gioco per le loro giuste esigenze, per
le loro proposte e dunque per la loro vita. Coinvolgere i giovani nella politica
significa valorizzarli e sostenerli nella vita quotidiana: perché – lo sappiamo - si
fa politica dal basso, sul luogo di lavoro, nel modo di vivere la famiglia, le relazioni, l’accoglienza del povero e del diverso. In tutti questi ambiti, le idee e le
esperienze dei giovani possono aiutarci. Quanti di loro, ad esempio, impegnati
regolarmente nel volontariato, smentiscono l’idea di “bamboccioni” che se ne
fanno certi adulti.
Ma i giovani oggi, come sempre, hanno bisogno di modelli. Mi mette tristezza sentire in bocca a ragazzi che manifestano in questo autunno caldo (non
solo in senso meteorologico) - anche se per motivi giusti - slogan vecchi di
decenni, ereditati da ideologie – dell’una come dell’altra parte politica – che
non esistono più nel mondo reale, sconfitte dai fatti e dalla storia. Ancora, pensiamo a cosa è successo quando è morto Steve Jobs: le sue parole, le sue idee
sono rimbalzate da una parte all’altra del pianeta, grazie anche ai giovani, che le
hanno postate su Facebook o su Twitter. Non entro nel merito di questa figura,
che ha sicuramente rivoluzionato il mondo della tecnologia negli ultimi 30 anni.
Questi fenomeni, però, la dicono lunga su quanto i giovani sentano il bisogno
di guide ideali e vicine. Figure che purtroppo mancano nel panorama politico e
culturale del nostro Paese. O se ci sono, non hanno spazio.
Il mondo adulto nel suo insieme, quello della politica, dell’economia, dell’educazione e della società civile, deve avere il coraggio di proporre ai giovani
mete alte, un ideale di vita buona, che ponga al centro il valore integrale della
persona umana e l’impegno disinteressato per il bene comune. Questa proposta per essere credibile richiede però di essere, più che predicata, praticata con
scelte personali e collettive serie e coerenti.
Vorrei ora passare ad un’altra considerazione. Snocciolare numeri è una
pratica arida e può risultare sterile se non consideriamo i volti e le storie che ci
sono dietro e danno “carne” a questi numeri. Però, è un fatto che negli ultimi
tre anni è aumentato in modo esponenziale il numero di giovani riminesi emigrati all’estero in cerca di fortuna. Molti di loro hanno una laurea. Perché vanno
via? Sicuramente perché qui non trovano il lavoro. Ma anche perché le loro idee
non trovano spazio in questo territorio. Gli ultimi dati Istat parlano di un 10%
di disoccupati tra i 25 e i 34 anni in provincia a fine 2010, percentuale che si
è quasi raddoppiata in 6 anni. Una tendenza simile riguarda la fascia d’età più
Interventi
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Bollettino Diocesano 2011 - n.4
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bassa (15-24 anni), anche se in quel caso la percentuale di disoccupati è più del
doppio. D’altra parte, quest’anno la nostra università accoglierà il 20% di matricole in più rispetto all’anno passato. Questo significa che nonostante la crisi, i
giovani continuano a sperare e a sognare il futuro. Alla nostra comunità spetta
accogliere quelli che vengono da fuori. A questo proposito, è da accogliere con
estremo favore il recente accordo tra università, comune e agenzia delle entrate
contro gli affitti in nero agli studenti. Ed è nostro compito sforzarci perché sia
il nostro territorio a offrire opportunità di lavoro per i nostri giovani. La prima
fonte di ricchezza economica per Rimini è il turismo? Allora, attiviamoci perché
in quel campo si aprano maggiori e nuove opportunità. Nel film “The social
network” (sulla storia del fondatore di Facebook), il rettore di Harvard dice
che «i migliori studenti di Harvard non sono quelli che quando escono di qui
trovano lavoro, ma quelli che quando escono si inventano un lavoro». E allora,
diamo vita a una concreta sinergia tra scuola e mondo del lavoro, tra università,
amministrazioni e imprese, perché ci sia davvero spazio a Rimini per questa creatività. Ne consegue una partecipazione che, ben al di là della condivisione dei
frutti del lavoro, dovrebbe comportare un’autentica dimensione comunitaria a
livello di progetti, di iniziative e di responsabilità. I giovani devono pensare, ideare, osare. Gli adulti devono dare loro spazio e risorse per realizzarli. Apriamo a
Rimini un laboratorio di idee, di progetti, di realizzazioni virtuose. Diamo credito, anche finanziario, alle loro proposte. «La bassa crescita dell’Italia negli ultimi
anni è anche riflesso delle sempre più scarse opportunità offerte alle giovani
generazioni di contribuire allo sviluppo economico e sociale con la loro capacità innovativa, la loro conoscenza, il loro entusiasmo», ha detto pochi giorni fa
l’ormai ex-governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi.
Non posso tralasciare qui un cenno alla questione università di Rimini. Inscritto nell’alveo fondamentale della conoscenza e della cultura, senza delle
quali un popolo, una comunità civile, non hanno possibilità di crescita, il tema
del Polo Scientifico Didattico di Rimini e delle sue prospettive di sviluppo rappresenta un punto di attenzione cruciale per la nostra città. La Diocesi stessa,
cogliendone tutto il rilievo, ha negli anni stabilito, attraverso le proprie articolazioni, un positivo rapporto con la sede universitaria. Il radicamento sul territorio,
il potenziamento della ricerca, l’auspicata presenza di qualificati dipartimenti,
la proficua integrazione con il tessuto culturale locale, le esigenze di studenti e
docenti costituiscono alcuni dei più importanti punti di lavoro su cui Rimini è
chiamata a rispondere in maniera corale. Non si tratta di difendere un vessillo,
ma di affermare – rendendone possibile la continuità e l’incremento - la presenza attiva e reale di uno strumento che definirei essenziale per la formazione
dei giovani. Tutti sappiamo quanto complessi siano i problemi da affrontare e
i percorsi da compiere; sono sicuro che un impegno convinto e comune potrà
consentire di individuare soluzioni adeguate per una evoluzione positiva dell’insediamento universitario riminese.
Un’altra delicata e complessa questione che merita almeno un passaggio
da parte mia, è la questione Carim. Nell’attuale situazione economica riminese
non si può tacere il rilievo del rapporto tra mondo produttivo e mondo del credito. In tale contesto, la fase di temporanea difficoltà attraversata dal maggiore
Atti del Vescovo
Bollettino Diocesano 2011 - n.4
istituto bancario locale contribuisce ad acuire le preoccupazioni per le prospettive di sviluppo economico e finanziario della comunità e del territorio riminese.
Come non auspicare, allora, che la Città e la Provincia – nelle loro componenti
economiche, culturali, sociali ed istituzionali - sappiano mettere in comune tutte le loro migliori energie, in ausilio della Fondazione Cassa di Risparmio, per
difendere e accompagnare fuori dalle criticità contingenti gli strumenti che, storicamente, si sono rivelati più utili per aiutare la crescita di famiglie, operatori,
imprese del territorio riminese? È un metodo di mutualità che appartiene alla
migliore tradizione di questa terra e che dobbiamo sempre più riscoprire ed
alimentare per attraversare e superare le difficoltà di questa stagione.
Chi vi parla si rende conto di quanto pesino sulla possibilità di iniziativa e di
promozione degli Enti locali i tagli nei fondi governativi, previsti dalla manovra
finanziaria. Eppure siamo consapevoli che la difficoltà nel reperire risorse non
può essere invocata come giustificazione per l’inazione e la mancata assunzione delle proprie responsabilità, né può giustificare il venire meno del dovere
di un’amministrazione attenta al bene comune e capace di scelte coraggiose
ed oneste. Proprio le situazioni di difficoltà possono, anzi, debbono diventare,
l’occasione per superare sprechi ed inefficienze, puntare all’essenziale investendo su ciò che davvero conta, intraprendere con determinazione quella nuova
e promettente via dell’amministrazione condivisa che vede nella sussidiarietà
circolare (cioè la triangolazione tra enti pubblici, business community e organizzazioni della società civile sia per la co-progettazione sia per la co-produzione
dei servizi di qualità sociale) una promettente e nuova pista di lavoro culturale
e politico. Questo è importante non solo perché in periodi di crisi la flessibilità
della società civile e la sua capacità di mobilitare risorse aggiuntive permettono
di dare una risposta a bisogni che altrimenti rimarrebbero inevasi, ma soprattutto perché vediamo che solo una mobilitazione corale ed una comunitaria
assunzione di responsabilità ci consentirà di superare le difficoltà e guardare al
futuro con fiducia.
In tal senso, il recente Piano Strategico del Comune di Rimini rappresenta
un esempio riuscito di forum deliberativo, al quale hanno attivamente partecipato e contribuito numerosi rappresentanti della società civile, delle aggregazioni laicali cattoliche e delle diverse associazioni di volontariato, nel tentativo
di garantire con coerenza l’elaborazione di orientamenti e proposte, offrire un
contributo specifico alla costruzione del bene comune, favorendo una cultura della riconciliazione e della solidarietà. Tale lavoro va continuato e salutiamo con favore il nuovo impulso dato al Piano in questi mesi, augurandoci che
quanto prima si passi alla “fase 2”, quella delle decisioni concrete e attuative.
Noi adulti, spesso con nostalgia, disincanto, delusione e forse anche rassegnazione, diciamo che i giovani sono il futuro, Chiediamo loro di sognare anche
per noi. Buttarsi, osare, puntare verso l’orizzonte per superarlo dovrebbe essere
nel loro Dna. La realtà, però, sempre più spesso taglia le gambe a questi sogni.
Perché “col diploma non vai da nessuna parte”, si dice. “Perché dopo 13 anni
di scuola, 5 di università, specializzazioni e abilitazioni, al massimo troverai chi
è disponibile a farti fare uno stage gratuito, senza possibilità di assunzione”. Le
Interventi
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gambe a questi sogni dobbiamo allora mettercele anche noi. Dare fiducia: incoraggiare, consigliare. Perché i giovani hanno bisogno di guide: a livello umano e
professionale oltre che spirituale. Oggi c’è bisogno di coraggio, anche se molte
scelte sono dominate dalla paura: paura di sbagliare, paura delle conseguenze,
paura più in generale di un futuro incerto e poco roseo. Un cantautore molto
amato dai giovani, Jovanotti, nell’ultimo singolo scrive: “Ho due chiavi per la
stessa porta. Per aprire al coraggio e alla paura”.
Che nella nostra Città si chiuda la porta alla paura e si apra alla speranza e
al coraggio!
Rimini, 14 ottobre 2011
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Atti del Vescovo
Bollettino Diocesano 2011 - n.4
Comunicato circa l'Oasi S. Rita,
di Casinina
In località San Leo di Auditore (PU), nel territorio della parrocchia di Casinina (al confine con Mercatale di Sassocorvaro, della Diocesi di San MarinoMontefeltro), la signora Dionisia Salucci e la sua famiglia, titolari di un laboratorio di pasta fresca, accanto a questo hanno costruito una celletta in onore
di S. Rita.
Successivamente vi sono state collocate altre immagini sacre (la Madonna,
il Sacro Cuore, il Cristo morto...). E’ stata collocata anche una grande croce e
costruita una “piscina” (con acqua che dalle ultime analisi di laboratorio è stata
dichiarata potabile, mentre all’inizio non lo era).
Tutto questo si dice dovuto a presunte apparizioni e rivelazioni alla signora
Salucci, raccontate in diversi opuscoli da lei scritti e fatti pubblicare.
Viene pure detto che questi opuscoli sono stati esaminati dal Vescovo
Luigi Negri, senza nessuna osservazione o riserva dottrinale. Ma il Vicario Generale, Mons. Elio Cicioni ha precisato che il Vescovo non ha mai dato alcuna
approvazione.
In questi anni, e soprattutto in questo ultimo periodo, si è sviluppato un
notevole afflusso di fedeli, non solo per pregare ma anche, comprensibilmente, per il racconto e l’attesa di possibili guarigioni. E’ stata celebrata diverse
volte l’Eucaristia, il 22 di ogni mese, in onore di S. Rita (poiché il 22 maggio
S. Rita viene festeggiata nella chiesa parrocchiale, in questa località da alcuni
anni viene festeggiata il secondo sabato di giugno).
Mercoledì scorso, 19 ottobre, il Vescovo, dopo aver esaminato gli opuscoli, dopo aver sentito il parroco e diverse altre testimonianze, ha incontrato la
signora Salucci.
Il Vescovo ha sottolineato che il suo compito, in questo momento e sempre, è di garantire l’autenticità di un cammino di fede; non deve né approvare
né reprimere, ma vigilare, per evitare forme ambigue di religiosità e che si
creino illusorie attese di fatti straordinari e di guarigioni.
A conclusione del colloquio lungo e disteso, il Vescovo ha fissato alcuni
punti precisi:
1. La Messa può essere celebrata una volta all’anno, in occasione della
Interventi
49
Bollettino Diocesano 2011 - n.4
festa di S. Rita e dal parroco. Nessun altro sacerdote è autorizzato a
celebrare.
2. La gente può fermarsi a pregare, come davanti ad ogni immagine sacra
nelle edicole: ma non può essere organizzato nessun momento pubblico.
3. Nella celletta rimarrà unicamente l’immagine di S. Rita, a cui è dedicata:
vanno quindi tolte le numerose altre immagini che vi si trovano.
4. Sarà interrotto l’accesso alla piscina. L’acqua sarà usata esclusivamente
dalla famiglia Salucci.
La signora Salucci ha accolto con disponibilità le indicazioni del Vescovo e
l’invito a continuare un cammino di fede, negli elementi fondamentali che la
Chiesa ci indica (Parola, Sacramenti, Magistero...). La signora, assieme al marito, frequenta il Cammino neocatecumenale presso la Parrocchia del Porto, di
Pesaro.
Il parroco, e anche gli altri sacerdoti, hanno il compito di curare e verificare,
che ci si attenga con correttezza a queste indicazioni.
Rimini 21 ottobre 2011
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Atti del Vescovo
Bollettino Diocesano 2011 - n.4
"Educare al lavoro dignitoso"
Saluto del Vescovo ai partecipanti al Convegno
nazionale dei Direttori diocesani della Pastorale
del lavoro
Onorata e lieta di ospitare il vostro Convegno, la nostra Diocesi, nel nuovo
anno pastorale appena avviato con la festa del patrono San Gaudenzo, in linea
con le indicazioni della CEI per il decennio in corso, ha lanciato l’Anno del Battesimo con questo slogan: “Immersi nel Suo amore”, con il sottotitolo in forma di
domanda: “C’è una vita più umana di quella cristiana?”. Questo interrogativo è
ispirato al passo della Gaudium et Spes: “Chi segue Cristo, l’uomo perfetto, si fa
lui pure più uomo” (n. 41). Nella Lettera a Diogneto si afferma testualmente: “I
cristiani non si distinguono dagli altri uomini né per territorio, né per lingua, né
per vestito”. Ma si riconoscono. Da che cosa dunque si riconoscono?
I cristiani si riconoscono da come vivono il quotidiano, da come vivono gli
affetti, la fragilità, la festa, la partecipazione alla vita della città. Si riconoscono
anche da come vivono il lavoro. I discepoli di Cristo lavorano come tutti, ma
lavorano per vivere, non vivono per lavorare. Sono liberi dall’ansia di produrre
e dall’avidità di possedere. Non sacrificano al lavoro i beni primari, come l’armonia nella coppia, l’attenzione ai figli, l’assistenza ai genitori anziani. Se sono
imprenditori, tengono sempre presente che l’uomo viene prima del lavoro e il
lavoro prima del capitale. Oltre al giusto trattamento economico, assicurano
ai lavoratori una dignitosa qualità della vita e li trattano come corresponsabili
dell’impresa. Se sono lavoratori, non cadono nella piaga dell’assenteismo e, in
caso di lotta sindacale, non si schierano contro qualcuno, ma sempre e solo per
la giustizia.
L’ideale cristiano è l’economia di comunione: la circolazione dei beni materiali contribuisce alla edificazione della comunità: “E’ con i nostri patrimoni che
diventiamo fratelli” (Tertulliano, Apologetico, 39,10). La caritas in veritate dei e
tra i cristiani non punta solo sulla solidarietà, ma anche sulla fraternità. E va oltre la giustizia. La giustizia guarda ai diritti degli altri, la carità alle loro necessità.
All’abbraccio di Don Oreste Benzi il barbone non ha diritto, ma ne ha bisogno.
E il “Don” gli apre il cuore, le braccia, la casa...
Nel loro recente convegno dei primi del settembre scorso, tenuto a Castelgandolfo, le Acli hanno parlato di lavoro “scomposto”. A “scomporre” il lavoro
è la precarizzazione dei percorsi lavorativi, la moltiplicazione delle condizioni
giuridico contrattuali, l’immaterialità dei prodotti e dei capitali, l’individualizza-
Interventi
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Bollettino Diocesano 2011 - n.4
zione dell’esperienza. Ma è soprattutto il fatto che il lavoro fatica sempre più a
ritrovare il suo significato cristiano, che è profondamente umano. A confermare
quanto il lavoro sia davvero “scomposto” sono arrivati i dati forniti dall’Ires,
l’istituto di ricerca delle Acli. Fissata come retribuzione media giornaliera di un
lavoratore dipendente la quota di € 82, si scopre che un dirigente guadagna
340 euro in più al giorno, un quadro ne percepisce 111, un impiegato 6. Un
operaio, invece, in tasca un salario giornaliero di 16 euro inferiore alla media,
un apprendista ben 31 euro sotto la media. I manager percepiscono all’anno
128.000 euro in più degli operai. Poi c’è il lavoro sommerso. Sono irregolari
12 posti di lavoro su 100 (18% al Sud, 27% in Calabria). E le grandi imprese?
Mentre in Germania sono lo 0,5% e in Gran Bretagna lo 0,4%, in Italia sono un
esile 0,1%. Quasi un lavoratore su quattro (23%) è occupato non a orario pieno
o a tempo indeterminato. Due milioni e 700.000 persone (il 12%) lavorano a
tempo parziale, l’11% è atipico. Il lavoro a tempo parziale interessa di più le
donne (1 milione e 800.000). Il 48% dei lavoratori atipici ha fra i 30 e i 49 anni.
In Italia i disoccupati di lunga durata (almeno 24 mesi) superano il 45% del
totale dei disoccupati.
Passare dal lavoro scomposto e indecente ad educare al lavoro decente e
dignitoso si deve. Vi auguro che questi giorni di convegno ci aiutiate tutti anche
a capire perché e come si può.
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Rimini, 25 ottobre 2011
Atti del Vescovo
Lettere e Messaggi
Bollettino Diocesano 2011 - n.4
Lettera del Vescovo ai sacerdoti
per la festa di san Gaudenzo
Ai Sacerdoti,
ai Diaconi, alle Persone consacrate, ai Fedeli laici della Diocesi
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Cari Fratelli e Amici,
mancano ormai pochi giorni alla solennità di San Gaudenzo, patrono della
nostra Diocesi. Con questa celebrazione daremo solennemente inizio al nuovo
Anno Pastorale che la grazia del Signore ci concede per avanzare sulla strada
della conversione personale e comunitaria, e per mostrare che, “immersi nel suo
amore” col Battesimo, possiamo vivere un’esistenza pienamente umana. Desidero rinnovare a voi personalmente e alle vostre comunità un caloroso invito a
partecipare ad un appuntamento così importante per la nostra Chiesa. Ricordo
i momenti:
Domenica 9 ottobre, alle ore 21, in Cattedrale, concerto di musica sacra:
Missa Pacis (Amintore Galli).
Giovedì 13 ottobre, alle ore 21, in sala Manzoni: Assemblea dei consigli
pastorali parrocchiali per la presentazione del nuovo anno, con il tema che
ne offre l’ispirazione centrale e i momenti principali che ne scandiranno il percorso. Sarà anche l’occasione per presentare in modo sintetico ai laici il lavoro
di riflessione in corso nella nostra Diocesi sull’Iniziazione Cristiana, che si apre
anche ad alcune sperimentazioni. In questa occasione, come lo scorso anno,
verrà distribuito il libretto di presentazione degli Uffici Pastorali e il calendario
dei prossimi mesi. La partecipazione sia al completo di ogni Consiglio o almeno
di larghe delegazioni.
Venerdì 14 ottobre, alle ore 17.30, in Cattedrale: Concelebrazione Eucaristica nella solennità del santo patrono. In questa liturgia verrà richiamato il
Battesimo nel quale siamo nati a vita nuova. Anche quest’anno sarà consegnata
ai partecipanti una pagella con la preghiera composta appositamente, che verrà
recitata coralmente dai presenti.
Prima della Concelebrazione, dalle 15.30 alle 17, c’è la possibilità di vistare
la nuova sede della Libreria Diocesana La Pagina, in via Mentana 24, e di ritirare
Atti del Vescovo
Bollettino Diocesano 2011 - n.4
il primo volume della Storia della Chiesa Riminese, offerto in omaggio a tutti i
sacerdoti
La solennità di San Gaudenzo è l’occasione attraverso cui la nostra Chiesa si
ritrova e si manifesta nella sua unità: che il senso della Diocesi fiorisca nel cuore
di tutti i pastori e i fedeli della comunità cristiana riminese!
Vi aspetto con il forte desiderio di rivedervi, e vi benedico di cuore
Rimini, 3 ottobre 2011
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Lettere e Messaggi
Bollettino Diocesano 2011 - n.4
Invito alla settimana
di fraternità presbiterale
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Il primo dono che come presbiterio diocesano siamo chiamati ad offrire ai
nostri fratelli e sorelle battezzati, e in particolare ai fedeli che ci sono affidati, è
la testimonianza della nostra comunione fraterna.
Lo sappiamo: la comunione non è un idillio sdolcinato né un vago sentimento: è fare spazio ai fratelli, portando “i pesi gli uni degli altri”, respingendo le
tentazioni egoistiche che continuamente ci insidiano e generano competizione,
diffidenza, gelosie. Ancora una volta ci mettiamo in ascolto della Novo Millennio Ineunte: “Prima di promuovere iniziative concrete occorre programmare
una spiritualità della comunione, facendola emergere in tutti i luoghi dove si
plasma l’uomo e il cristiano, dove si educano i ministri dell’altare, i consacrati,
gli operatori pastorali”, quindi anche nel presbiterio (n. 43).
Prima di tutto fratelli: fu la conclusione delle due settimane di Loreto
2008. Ma fu molto di più di un enunciato programmatico. Si è trattato di una
strada che il Signore ci ha riaperto e che abbiamo sperimentato anche negli
anni successivi come una esperienza buona, praticabile, concreta. Molti l’hanno
definita una grazia. E come tale la vogliamo rivivere anche quest’anno.
Vengo pertanto a proporla a tutti e a ciascuno dei confratelli.
Vi aspetto e vi benedico di cuore
1 novembre 2011
Atti del Vescovo
Decreti e Nomine
Visita Pastorale
Bollettino Diocesano 2011 - n.4
Visita pastorale a Viserba Monte
Prot. VFL2011/69
Rimini, 26 dicembre 2011
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Carissimo Don Roberto,
Cari Membri del Consiglio Pastorale,
Cari Fedeli,
nello scrivervi a distanza di circa due mesi dalla visita pastorale - che si è
svolta nella vostra parrocchia dal 18 al 23 ottobre 2011 - rivivono dentro di me
le emozioni già provate le prime volte che sono venuto presso di voi, in varie
occasioni.
La sera dell'apertura della visita, mentre percorrevo in macchina le strade
del quartiere per avvicinarmi alla vostra chiesa di Santa Maria Vergine, percepivo di nuovo quella sensazione di spersonalizzante anonimato che sempre si
avverte quando ci si trova in una zona di periferia, cresciuta in fretta, in così
breve tempo. In effetti, in questi sessanta anni circa, la zona ha registrato un
massiccio processo di urbanizzazione che ne ha completamente riconfigurato
la pianta e ridisegnato il volto. Mi avete raccontato che soltanto quindici anni fa,
percorrendo la statale da Rimini per Ravenna, all'altezza di Viserba si potevano
scorgere campi coltivati a ortaggi e una lunga catena di alberghi a ridosso della
spiaggia. Solo una piccola chiesetta sovrastata da un cavalcavia indicava il luogo
di culto per i contadini sparsi sul territorio. Nel giro degli ultimi quindici anni,
la zona ha registrato una trasformazione radicale con la rapida costruzione di
nuovi insediamenti, con enormi palazzi e una sproporzionata densità abitativa.
Il boom edilizio ha fatto quadruplicare il numero dei residenti, con tutti i problemi che questi fenomeni comportano. Nuove famiglie, famiglie giovani, di
cui diverse ancora incomplete, nuclei di persone che ancora rimangono legate
in gran parte alla loro realtà di origine: è da prevedere che la somma di questi
fattori richiederà ancora molto tempo prima che il processo di socializzazione
possa dirsi sufficientemente consolidato. Ed è fin troppo facile prevedere che
sotto il profilo pastorale bisognerà lavorare molto per costruire un forte senso
di appartenenza e una nuova identità religiosa.
Una volta arrivati nella piazzetta davanti alla vostra chiesa, si ha un gradevole colpo d'occhio con la veduta del parco giochi per i bambini, e questo mi
richiama alla mente non solo la presenza delle molte famiglie giovani che abitano nel quartiere, ma anche la spiccata attenzione della parrocchia ai più piccoli,
cosa che non può non rallegrare chi per la prima volta si avvicina alla chiesa.
Nel parco giochi mi pare di poter ravvisare una sorta di biglietto da visita della
comunità cristiana che sembra volere così rilanciare a tutti le parole di Gesù:
"Lasciate che i bambini vengano a me". Un'analoga impressione di invitante ac-
Atti del Vescovo
Bollettino Diocesano 2011 - n.4
coglienza ai ragazzi e ai giovani si riceve anche dai campi da gioco e dagli spazi
verdi che si trovano di fianco alla chiesa parrocchiale.
Questa gradita impressione di familiarità e di cordiale apertura viene confermata entrando nella vostra bella chiesa luminosa e accogliente. Quella sera,
prima di cominciare la veglia di apertura della visita pastorale, l'occhio mi è caduto su un grande cartellone dove vengono riportate di volta in volta le foto con
il fiocco rosa o azzurro dei bambini battezzati lungo l'anno: un segno di delicata
attenzione ai nuovi membri della comunità, che mi piacerebbe fosse presente
in ogni chiesa che dispone del fonte battesimale.
Ma ora, per sviluppare alcuni pensieri sulla situazione e sulle prospettive
pastorali della vostra comunità, vorrei prendere come traccia un passaggio contenuto nella relazione sintetica, che ritengo pienamente condivisibile: "tanto è
stato fatto, ma molto resta ancora da fare".
Nell'elenco delle tante cose già fatte o almeno bene avviate, ritengo che
vadano evidenziate le seguenti. Innanzitutto ho riscontrato uno sforzo convinto
per creare un tessuto umano abbastanza integrato. Si sa: non è facile armonizzare esigenze e sensibilità dei primi nuclei abitativi con quelle dei nuovi
arrivati; non è neppure semplice assicurare una impostazione unitaria e integrata dell'anno pastorale con la doppia stagione, estiva e invernale; resta poi
difficile anche da voi, come dappertutto in questi tempi, il dialogo tra le diverse
generazioni. Sono problemi, questi, comuni anche a tante altre parrocchie che
condividono con voi ansie pastorali, impegni e sforzi tesi a rendere vivibile e
accogliente l'habitat umano dei propri fedeli.
In questo senso un sottile, ma tenace filo di collegamento è rappresentato
dal giornalino con i suoi cinque numeri all'anno e con più di ottanta messaggeri
che ne curano la distribuzione più capillare possibile, casa per casa. Al riguardo
mi viene da pensare che in una parrocchia, tutto - anche i gesti più minuti, anche le iniziative apparentemente più modeste, proprio tutto - purché pensato
con intelligente creatività e curato con una briciola d'amore, può risultare utile
allo scopo di infittire la trama connettiva del tessuto parrocchiale.
Inoltre sono rimasto colpito dalla cura puntuale e dall'impegno intenso che
la comunità parrocchiale investe nella catechesi sacramentale dei bambini e
dei ragazzi. Si parte dalla seconda elementare e si arriva fino alla terza media.
Ogni gruppo di catechismo, oltre che della presenza delle catechiste, si avvale
anche dell'aiuto di ragazzi del dopo cresima; il cammino ha una sua dinamica
celebrativa, che può essere ritmata sia da un sacramento come la prima confessione, sia dalla consegna del Rosario in seconda elementare o la consegna
del credo in quinta o la presentazione dei candidati alla cresima in seconda
media. Grande visibilità viene data alla presenza dei ragazzi nella celebrazione
eucaristica domenicale, al punto che, se qualcuno è assente, il suo posto rimane volutamente vuoto per far comprendere l'importanza della presenza di tutti
alla santa Messa.
Da sottolineare anche lo sforzo di arrivare alle famiglie, sia con gli incontri
in vista della celebrazione del battesimo, sia con il coinvolgimento dei genitori
dei bambini e dei ragazzi di catechismo, sia con la preparazione dei fidanzati al
matrimonio, un ambito nel quale insieme al parroco, si dedica in modo parti-
Visita Pastorale
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Bollettino Diocesano 2011 - n.4
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colare il diacono Doriano, che con la sposa segue anche un gruppo di famiglie
e un altro di giovani coppie.
Se ora sorvolo sugli ambiti della liturgia e della carità, non è solo perché
mi sono apparsi impostati e ben curati, ma anche perché vorrei dare almeno
un po' di spazio all'urgenza della nuova evangelizzazione, la frontiera che dovrà
vedere ancora più convinte e impegnate le nostre comunità parrocchiali nei
prossimi anni. Mi avete raccontato di vari tentativi già sperimentati e purtroppo
falliti in passato, come i centri del vangelo nelle diverse zone, o come i gruppi
di dopo cresima per i ragazzi. È la fatica di coinvolgere le fasce anagrafiche che
più hanno bisogno di essere stimolate e aiutate in percorsi di riscoperta della
fede. Ritengo che il punto di partenza possa essere proprio quel nucleo di cristiani che sono gli operatori pastorali, i collaboratori più stretti e motivati, adulti
disponibili a seguire itinerari di rievangelizzazione per aiutarli a diventare a loro
volta evangelizzatori nei vari ambienti di vita. Su questo fronte una mobilitazione di tutta la parrocchia con opportune iniziative - come ritiri spirituali, missione popolare, pellegrinaggi ecc. - , con un articolata riflessione del Consiglio
Pastorale, con un percorso formativo per "formare i formatori", forse potrebbe
rappresentare una serie di risorse da valorizzare.
Come sappiamo, l'urgenza della nuova evangelizzazione è un nodo pastorale con il quale tutte le parrocchie hanno la necessità di misurarsi. Ritengo
quindi importante che almeno i Parroci viciniori, possibilmente con i loro Consigli Pastorali, si confrontino e cerchino assieme possibili interventi e opportuni
percorsi.
Carissimi, ora vi saluto con le parole di s. Paolo: "In conclusione, fratelli,
quello che è nobile, quello che è giusto, quello che è puro, quello che è amabile, quello che è onorato, ciò che è virtù e merita lode, questo sia oggetto dei
vostri pensieri" (Fil 4,8).
Vi benedico di cuore, vi assicuro la mia preghiera e mi affido alla vostra
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Al Rev. Sac. Don ROBERTO COSTANTINI
e alla Comunità Parrocchiale di s.Maria Vergine
Viserba Monte
Atti del Vescovo
Bollettino Diocesano 2011 - n.4
Visita pastorale alla parrocchia
del Sacro Cuore a Bellaria
Prot. VFL2011/70
Rimini, 28 dicembre 2011
Carissimi Don Tonino e Don Davide,
Carissimo diacono Alberto,
Carissimi Membri del Consiglio Pastorale,
Carissimi Operatori Pastorali e Fedeli tutti
della Parrocchia del Sacro Cuore, in Bellaria Mare,
nel riandare con cuore memore e grato alla visita pastorale, che si è svolta
nella vostra parrocchia dal 24 al 29 ottobre 2011, il primo sentimento che mi
vibra forte nell’intimo è quello della lode al Signore e del rendimento di grazie.
Permettetemi di dirvelo con le parole di s. Paolo: “Rendo grazie al mio Dio ogni
volta che mi ricordo di voi. Sempre, quando prego per voi, lo faccio con gioia a
motivo della vostra cooperazione per il Vangelo” (Fil 1,3s). Benedico il Signore
perché ci siete, per quello che fate, e soprattutto per quello che siete.
Mi è rimasto stampato nel cuore il ricordo della veglia di apertura della
visita, la sera del 24 ottobre. Eravate riuniti fuori della chiesa, abbiamo acceso
le candele dal cero pasquale, e siamo entrati cantando. Arrivati in chiesa mi ha
colpito il segno del pozzo d’acqua nel presbiterio, con lo slogan dell’anno pastorale, ispirato al battesimo: “Immersi nel Suo amore. C’è una vita più umana
di quella cristiana?”. Quel primo fotogramma della visita mi ha detto che siete
e volete essere una comunità pasquale: battezzata nel sangue del Crocifisso,
riunita nell’eucaristia attorno al Risorto, per poi disperdersi nella città e portare
a tutti la luce del suo Vangelo. Da quella prima sera ho cominciato a sentirmi
sgorgare dal cuore una lunga litania di grazie, che ora mi piace riprendere e
condividere con voi.
Rendo grazie al Signore anzitutto per la vita di fraternità tra voi preti, che
ho avuto modo di assaporare nei giorni della visita pastorale. Fin da quando
è venuto don Davide come nuovo cappellano in canonica, ho visto instaurarsi
tra voi sacerdoti un rapporto amicale e fraterno, in cui le differenze di età,
sensibilità ed esperienza convergono nel creare una relazione improntata a
vera comunione umana e presbiterale. Nel frattempo, da qualche mese, Don
Claudio che già condivideva con voi i pasti, è venuto ad abitare in canonica,
e così tra voi tre si va registrando quel circolo virtuoso - “dalla condivisione
della spiritualità alla spiritualità della condivisione” - alimentato da momenti
di spiritualità e di dialogo fraterno. Ogni giorno condividete un’ora di preghiera
e il pranzo in comune; una volta a settimana, il mercoledì, vi incontrate per
riflettere, verificare e progettare insieme; una volta al mese, vi ritrovate per una
Visita Pastorale
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Bollettino Diocesano 2011 - n.4
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giornata di ritiro spirituale. Ritengo che questa vostra fraternità sia il vero motore della vita della comunità parrocchiale; e la presenza di Don Claudio mi fa
sperare con fiducia che anche le altre due parrocchie a lui affidate entreranno
presto nel cerchio più ampio della zona pastorale.
Rendo grazie al Signore per il riflesso che di tale comunione presbiterale
ho avuto la gioia di intercettare nella vita della comunità parrocchiale, a vari
strati e in diversi ambiti, come nell’incontro degli operatori pastorali, in cui mi
hanno molto colpito due aspetti particolari: da una parte l’ampiezza dell’orizzonte, che va dalla catechesi battesimale all’animazione liturgica alle frontiere
avanzate, e spesso sguarnite, delle nuove povertà; e dall’altra parte l’unitarietà
dell’impostazione progettuale, che viene raccordata attorno ai tre ambiti classici della Parola, della Liturgia e della Carità.
Rendo ancora grazie al Signore per il clima spirituale che si è formato e
va sensibilmente crescendo nella vostra parrocchia. Diverse persone si sono
messe in cammino per riscoprire la bellezza della fede e per mettersi a disposizione dei fratelli che condividono un’analoga esigenza. Anche il termometro
della sensibilità missionaria ha registrato una decisa impennata - come si può
vedere dallo sviluppo dei 26 Gruppi biblici, con la presenza di circa 240 persone che si incontrano nelle case - e questo fa ben sperare per una risposta
matura e generosa al mandato della nuova evangelizzazione, che rappresenta
la nuova frontiera per le nostre comunità cristiane.
Rendo grazie al Signore anche per la presenza delle équipes di animazione
dei quartieri e per la rete dei messaggeri che passano mensilmente di casa in
casa per consegnare la “lettera” della parrocchia: si tratta di uno strumento
semplice e umile di annuncio del messaggio cristiano che permette alla comunità di far fronte al rischio dell’anonimato e aiuta a tessere rapporti stretti e
diretti con gli abitanti del territorio.
Carissimi, la litania della gratitudine dovrebbe continuare oltre, ma mi fermo qui, senza non avervi prima detto che se mi sono dilungato, è perché il
servizio di confermare i fratelli nella fede che compete al Vescovo, mi chiede
di dirvi con serena, fiduciosa franchezza evangelica: “Coraggio! la strada per
la conversione missionaria della vostra parrocchia è felicemente intrapresa.
Andate avanti nel nome del Signore!”.
Passo ora a richiamare alcune prospettive che attendono da voi un ulteriore impegno per essere una comunità all’altezza dell’ideale cristiano e delle
urgenze dei tempi correnti.
La prima è la spiritualità di comunione. La parrocchia non è una pura circoscrizione amministrativa, ma è casa e scuola di comunione in un territorio, in
cui si vigila costantemente per evitare il pericolo numero uno che attenta alla
buona salute della comunità: l’individualismo, con tutta la ostile corte di altri
pericolosi “ismi” da esso generati: protagonismo, elitarismo, corporativismo,
antagonismo. Una parrocchia che non vive una costante “tensione unitiva”,
prima o poi diventa un arcipelago di isolotti, separati e concorrenti, e si ritroverà minacciata da due possibili derive: da una parte la spinta a fare della
parrocchia una comunità autoreferenziale, in cui ci si accontenta di ritrovarsi
insieme, coltivando rapporti ravvicinati e rassicuranti; dall’altra la percezione
Atti del Vescovo
Bollettino Diocesano 2011 - n.4
della parrocchia come centro di servizi per l’amministrazione dei sacramenti,
dando per scontata la fede in quanti la richiedono.
La seconda è la scelta convinta ed effettiva della pastorale integrata. Se è
vero che è ormai finito il tempo della parrocchia autosufficiente, un profondo
ripensamento dell’attuale organizzazione parrocchiale richiede di evitare una
logica puramente aggregativa - che si limita ad accorpare parrocchie vicine - e
di favorire invece una logica integrativa, che cerca di mettere le parrocchie in
rete. Anche questo obiettivo vi vede già in cammino, insieme alle altre due
parrocchie di s. Mauro Mare e di Bellaria Monte, per arrivare ad una viva e dinamica zona pastorale, come risulta da alcuni settori, quali la pastorale familiare,
la pastorale giovanile e quella sociale. Un segno eloquente che tale cammino
è già positivamente avviato, lo abbiamo avuto con l’assemblea congiunta dei
Consigli Pastorali delle tre rispettive parrocchie, durante la visita, e in quella
sede, oltre a verificare insieme le condizioni di possibilità per un cammino
progressivamente unitario delle tre comunità parrocchiali, abbiamo anche stabilito alcuni criteri per il nuovo orario delle sante Messe festive.
Infine l’urgenza della nuova evangelizzazione. Oggi noi cristiani viviamo in
mezzo a pervasivi processi di scristianizzazione, che generano indifferenza e
agnosticismo, mentre i consueti percorsi di trasmissione della fede risultano in
non pochi casi impraticabili. Occorre ripartire dal primo annuncio del Vangelo
di Gesù Cristo. Non si tratta di fare piazza pulita dell’esistente, anzi semmai di
valorizzarlo e di orientarlo verso questa direzione, innervando di primo annuncio ogni azione pastorale. Penso per esempio all’azione che ancora aggrega il
maggior numero di fedeli: la Messa domenicale. Non si tratta minimamente
di eliminarla o di ridurla a semplice cornice di una catechesi approfondita o di
una lectio divina, ma di prepararla e di celebrarla in modo tale che l’eucaristia
possa generare una comunità cristiana che sia effettivamente adulta, consapevole, riconoscibile, e perciò evangelizzante. Su questo fronte mi aspetto molto
da voi, mentre vi assicuro la mia vicinanza e il sostegno del centro diocesano.
Carissimi, prima di salutarvi, permettetemi di ricordarvi alcuni impegni che
vi ho richiamato a conclusione della visita pastorale. Ispirandomi al vangelo
di quella Domenica - secondo Matteo 23,1-11, in cui Gesù rimprovera aspramente scribi e farisei di incoerenza e ipocrisia - vi ho invitato a rinnovare la
vostra professione di fede, incoraggiandovi a dire alcuni no e alcuni sì. No al
cristianesimo delle parole, sì a quello dei fatti; quindi no all’incoerenza, sì alla
testimonianza. No al cristianesimo dell’abitudine, sì a quello della scelta. No
al cristianesimo dello scenario, sì a quello dell’autenticità. Che questo vangelo
vi sproni a testimoniare che non c’è obiettivamente vita più umana di quella
cristiana!
Al termine di quella Messa ci sentivamo tutti ardere il cuore, e tu, Don Tonino, visibilmente commosso, a nome di Don Davide e dell’intera comunità, hai
rivolto al Vescovo parole schiette di gratitudine, che ora mi dovete permettere
di ricambiare con altrettanta intensità e sincera commozione.
Vi auguro di essere sempre più una comunità parrocchiale, quale mi avete
detto che volete essere: “attenta all’insieme della proposta cristiana, impegnata sul fronte della nuova evangelizzazione, capace di valorizzare la colla-
Visita Pastorale
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Bollettino Diocesano 2011 - n.4
borazione corresponsabile dei laici, contrassegnata da uno stile evangelico di
servizio e di accoglienza”. Ve lo auguro di cuore e per questo vi assicuro la mia
preghiera, mentre vi saluto con una benedizione particolarmente affettuosa
***************************************************************************
Al Rev. Sac. Don ANTONIO BRIGLIADORI
e alla Comunità Parrocchiale del Sacro Cuore di Gesù
Bellaria
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Atti del Vescovo
Bollettino Diocesano 2011 - n.4
Visita pastorale alla parrocchia
di S. Margherita a Bellaria
Prot. VFL2011/71
Rimini, 28 dicembre 2011
Carissimo Don Claudio,
Carissimo diacono Doriano,
Carissimi Fratelli e Sorelle del Consiglio Pastorale,
Carissimi Fedeli tutti
della Parrocchia di Santa Margherita, in Bellaria Monte,
in preparazione alla visita pastorale nella vostra parrocchia - svoltasi nei
giorni dal 31 ottobre al 6 novembre 2011 - mi avete presentato attraverso la
relazione sintetica una serie di “foto in movimento” del cammino della vostra
comunità. In esse, con linguaggio nitido e obiettivo, mi avete elencato le note
positive e insieme le fatiche e le difficoltà della situazione che state vivendo,
senza tralasciare alcune prospettive che vi vedono già in cammino. Nei giorni
della visita ho avuto modo di verificare come quella serie di flash combaciano
fedelmente con la realtà oggettiva. Mi limito pertanto a sfogliare con voi alcune
pagine di quella sorta di album che mi porto nel cuore, passando velocemente
in rassegna i fotogrammi che ritengo più significativi.
Tra le note positive, che contrassegnano il vostro cammino, ho riscontrato
le seguenti. Un Consiglio Pastorale unito, coeso, che “pensa” al cammino di
tutta la comunità, attraverso un costante esercizio di discernimento che aiuti a
vigilare attentamente sulla situazione in corso, a progettare con lungimiranza
gli obiettivi del cammino e a verificarne l’effettivo conseguimento in modo sereno e costruttivo. Una équipe di catechiste motivate, appassionate, disponibili,
aperte al confronto con altre catechiste delle parrocchie vicine, e desiderose di
esplorare vie nuove per proporre una esperienza di educazione alla fede, che
sia coinvolgente e incisiva per la vita concreta di bambini e ragazzi. Un gruppo
di uomini generosi e impegnati che organizza feste e vari momenti aggregativi.
Un gruppetto di persone che si dedicano alla pulizia della chiesa. Un nucleo di
coppie che si incontra mensilmente per un cammino di spiritualità familiare. Un
gruppo missionario che organizza viaggi in paesi di missione. Una folta squadra
di postini che svolgono il servizio di collegamento tra la parrocchia e le famiglie.
Una filodrammatica che ogni anno mette in scena una commedia dialettale,
il cui ricavato va per la parrocchia e le sue esigenze. Un nutrito gruppo di professori e insegnanti che portano avanti un doposcuola gratuito per bambini e
ragazzi.
Nei giorni della visita sono rimasto favorevolmente colpito in particolare dal
cordiale e schietto clima di famiglia cristiana, che si respira nelle celebrazioni
Visita Pastorale
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Bollettino Diocesano 2011 - n.4
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liturgiche, animate da un bel coro, preparato, gioioso e coinvolgente, che aiuta a celebrare in modo attivo, consapevole e fruttuoso. Nella santa eucaristia
conclusiva ho sperimentato come la gente esca dalle vostre celebrazioni con
un cuore che arde e con tanta letizia sul volto. Inoltre, anche se non ho avuto
modo di parteciparvi direttamente, godo ancora nel sapere che ogni mercoledì
mattina si fa l’adorazione eucaristica dalle 6.00 alle 8.00. Ritengo che questo sia
un bel segno per tutta la comunità, perché non venga mai meno quello stupore
eucaristico, senza il quale la celebrazione della Messa rischia drammaticamente - e forse con più coraggio dovremmo dire “sacrilegamente” - di... “andare in
automatico”!
Sempre nell’ambito delle note positive, vorrei incoraggiarne in modo particolare due. La prima è quella del Centro estivo, in collaborazione con la parrocchia di Bellaria, e la seconda è l’attività di volontariato nel commercio equosolidale, nella vendita di prodotti da terreni confiscati alla mafia, nel servizio
della carità.
Con franchezza evangelica voi avete messo in risalto anche fatiche e difficoltà, che mettono alla prova il vostro coraggio e la tenuta della vostra fedeltà. Le
enuncio schematicamente per riprenderle tra poco in modo più diffuso. Sono
soprattutto tre: un deficit di comunione, dovuto a individualismo, a indifferenza
generalizzata, a chiusura e diffidenza; una carenza nell’apertura missionaria e
nella passione per un annuncio gioioso e coraggioso del vangelo; una scarsità
di ministri istituiti, come lettori, accoliti, ministri per la comunione eucaristica,
scarsità dovuta a una generale fatica ad assumere responsabilità all’interno della comunità, un fenomeno, questo, che denota una “clero-dipendenza” per cui
ci si aspetta passivamente tutto dal prete.
Tra le prospettive che mi avete presentato, vorrei sottolineare - primo - la
partecipazione piena alla zona pastorale, in comunione, collaborazione e corresponsabilità con le altre due parrocchie di san Mauro Mare e di Bellaria Mare;
secondo, la spinta missionaria soprattutto nei confronti di ragazzi, giovani e
nuove famiglie.
Prima di rilanciare alcuni messaggi che già in quei giorni vi ho anticicipato,
vorrei ritornare su alcuni momenti che abbiamo vissuto insieme. La cena con il
gruppo famiglie e con i rispettivi bambini, in un’atmosfera serena e armoniosa
mi ha fatto pensare quanto ci sia bisogno di sostenere oggi le famiglie cristiane
in un percorso di formazione permanente che le aiuti a vivere la grazia del sacramento, in un contesto di grande fragilità e fatica a livello di coppie e di nuclei
familiari. Inoltre l’incontro con una decina di giovani del “gruppo Afrika”, in casa
di Rolando e Lucia, che mi ha fatto toccare con mano quanto bene faccia ai nostri ragazzi andare a vedere come vivono i giovani cristiani nei paesi di missione.
Un altro momento di grande intensità e partecipazione è stata la festa con i tantissimi giovani di tutta la zona pastorale, con un vivace confronto sul tema della
Lettera Pastorale: “Giovani, dove sta la felicità”. Ma è stata soprattutto la Messa
conclusiva a costituire il momento clou dell’intera visita pastorale, non solo per
la gran massa di gente che vi ha partecipato, ma soprattutto perché non si trattava affatto di una “massa” anonima e frammentata, ma perché si percepiva il
cuore pulsante di una assemblea eucaristica centrata su Cristo Signore.
Atti del Vescovo
Bollettino Diocesano 2011 - n.4
Passo ora ad alcune brevi indicazioni per il cammino che vi attende. Debbo
però premettere che questa parte della presente Lettera è praticamente identica a quella della Lettera inviata alla comunità parrocchiale di s. Mauro Mare.
Il motivo di questa scelta è facilmente comprensibile. Le due comunità condividono lo stesso contesto geografico, sociale e culturale; inoltre sono affidate
ambedue alla tua guida unitaria, con l’assistenza dello stesso Diacono; fanno
ambedue parte, insieme alla parrocchia del sacro Cuore in Bellaria Mare, della
stessa zona pastorale; tutt’e tre insieme le comunità stanno percorrendo un
cammino di progressiva integrazione, verso una comunità pienamente e, a suo
tempo, anche formalmente unita.
Mi domando: quali passi concreti sono necessari perché questo cammino
non risponda a una logica puramente aggregativa, ma ad una che sia veramente
integrativa?
La prima condizione assolutamente imprescindibile è la presenza di sacerdoti che si siano lasciati afferrare completamente da Gesù e che ogni giorno gli
riconsegnino la vita per non spadroneggiare sul gregge di Dio, ma piuttosto per
“pascerlo volentieri, come piace a lui, non per vergognoso interesse, ma con
animo generoso, non come padroni delle persone loro affidate, ma facendosi
modelli del gregge” (cfr 1Pt 5,2ss). Inoltre, se questi confratelli realizzano, con
l’aiuto del Signore e in piena comunione con il Vescovo, una piccola fraternità
apostolica, allora si può nutrire fondata fiducia nella testimonianza di quell’essere uno in Cristo che diventa il segnale più convincente “perché il mondo
creda”.
La seconda condizione è che in ogni parrocchia si ponga mano ad una pastorale “a modo di Gesù buon pastore”. Mi spiego: vedo alle volte parroci che
si sentono in tensione tra una pastorale per “i pochi ma buoni”, con il rischio di
dimenticare poi che la parrocchia è fatta per tutti i battezzati che vivono nel suo
territorio. Oppure una pastorale che vorrebbe arrivare a tutti, con il rischio poi
di perdere i vicini e di non raggiungere i lontani. Anche in questo la pastorale
del Buon Pastore rimane paradigmatica ed esemplare: Gesù si è dedicato alla
formazione dei Dodici, ma per farli diventare una “fraternità in cammino”. Non
dovremmo noi puntare a fare altrettanto, con la luce e la forza dello Spirito del
Pastore supremo? Se in ogni parrocchia si costituisce un nucleo di cristiani che
siano credenti e credibili e facciano da lievito per la crescita di tutta la comunità; se concretamente abbiamo piccole comunità cristiane che vanno in chiesa
per “fare il pieno” di fede e poi portano la fede nei loro ambienti di vita: non è
questo che determina la conversione missionaria della parrocchia?
La terza condizione è che si imposti un cammino di vera pastorale integrata, ricordando che l’integrazione riguarda sia gli operatori pastorali che i vari
ambiti della pastorale, così come l’ha definita autorevolmente papa Benedetto. Su questo argomento, come sapete, sta lavorando da tempo una apposita
Commissione diocesana, e appena possibile verranno offerte indicazioni utili e
opportune risorse, di cui certamente vi potrete servire.
Accenno velocemente ad altre condizioni altrettanto imprescindibili. Una
è senz’altro la cura e la formazione del laicato, indirizzata sia alla crescita della
qualità testimoniale della fede cristiana, sia alla promozione di varie figure mi-
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Bollettino Diocesano 2011 - n.4
nisteriali e di una adeguata capacità di servizio ecclesiale. Particolare attenzione
va assicurata anche a quell’insostituibile organismo di partecipazione ecclesiale, quale è il Consiglio Pastorale, come spazio di progettazione e di verifica pastorale. A questo proposito mi auguro che quanto prima maturino le condizioni
per dar vita un Consiglio Pastorale di zona.
Lo spazio che mi resta lo voglio utilizzare per indirizzarvi un augurio e dedicarvi una grande benedizione. L’augurio ve lo formulo con le parole di s. Paolo:
“Dal punto a cui siete arrivati, continuate ad andare avanti come avete fatto
finora” (Fil 3,16). E vi benedico con tenero affetto di fratello nel battesimo e di
padre nella fede
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Al Rev. Sac. Don CLAUDIO COMANDUCCI
e alla Comunità Parrocchiale di s.Margherita
Bellaria
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Atti del Vescovo
Bollettino Diocesano 2011 - n.4
Visita pastorale a S. Mauro a Mare
Prot. VFL2011/72
Rimini, 28 dicembre 2011
Carissimi Don Claudio e Don Ivo,
Carissimo diacono Doriano,
Carissimi Membri del Consiglio Pastorale,
Carissimi Fedeli tutti,
della Parrocchia di s. Maria Goretti, in san Mauro Mare,
la visita pastorale effettuata nella vostra parrocchia nei giorni dal 31 ottobre
al 5 novembre 2011, mentre mi ha confermato l’immagine globalmente buona,
che me ne ero già fatta nelle varie brevi visite precedenti, mi ha dato modo di
starvi vicino con una presenza più distesa e in un momento per voi particolare,
iniziato con il passaggio nella guida della parrocchia da Don Mirco Mignani a
don Claudio Comanducci, in qualità di Amministratore parrocchiale.
Quella di s. Maria Goretti è una parrocchia giovane per la sua storia, poiché
è nata nel 1963, e contenuta nella sua consistenza numerica, poiché conta solo
2.400 residenti. Nell’elencare i doni che la parrocchia sta vivendo, voi giustamente avete messo in rilievo i sacerdoti che vi hanno o vi stanno guidando.
Anzitutto Don Ivo Rossi, il parroco fondatore ed emerito, sacerdote umile, generoso e molto attivo, che ha lasciato il segno non solo con le opere - dalla chiesa
alla scuola materna alla canonica - ma soprattutto con la testimonianza di una
vita totalmente donata al Signore e dedicata con fedeltà, passione e gioia, ancora oggi, alla vostra comunità. Nell’ottobre 2002 gli subentrò Don Mirco Mignani,
giovane prete di notevole sensibilità relazionale e dotato anche di buona comunicativa. Don Mirco si è trovato ad esercitare il ministero in una fase di forte
espansione urbanistica con una crescita demografica imponente, da un anno
all’altro. Attraverso la visita alle famiglie nel periodo delle benedizioni pasquali,
ha sempre cercato il contatto con i nuovi nuclei familiari. Inoltre vi ha aiutato ad
allargare l’orizzonte della vita parrocchiale a quello più ampio della vita diocesana. Vi ha anche aiutato a crescere nell’attenzione verso i poveri con la nascita
della Caritas interparrocchiale.
Attualmente state valorizzando un altro grande dono: mentre continua la
presenza solerte e disponibile di Don Ivo, potete fruire della guida esperta e
generosa di Don Claudio e della vicinanza del diacono Doriano. Mi ha colpito il
fatto che nell’elencare i doni di cui gode la vostra parrocchia, mi abbiate presentato delle persone, ma non è forse vero che sacerdoti e diaconi sono i doni più
grandi che il Signore possa assicurare a una comunità cristiana? Permettetemi
a questo punto di esprimere tutta la mia più viva gratitudine, colma di stima
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e di sincero affetto, a Don Claudio, che ha accettato di dedicarsi anche a voi,
come padre, guida e sostegno nel vostro cammino di fede, insieme ai suoi amati parrocchiani di Bellaria Monte. Colgo l’occasione per rinnovare i sentimenti
di cordiale apprezzamento anche nei vostri confronti, perché lo avete accolto
con gioia come un umile servo del Signore e del suo regno. Voi vi siete sentiti
di esprimere gratitudine al Vescovo per le decisioni adottate a vostro riguardo,
per il dono della presenza di Don Ivo fra voi, di Don Claudio e del diacono Doriano. Mentre ricambio la vostra riconoscenza, vi raccomando caldamente di
corrispondere con fiducia e generosa disponibilità alle indicazioni dell’Amministratore Parrocchiale, che - so che lo credete - sono e saranno sempre ispirate
al vostro vero bene, secondo lo spirito evangelico e la sapienza illuminata della
santa Madre Chiesa.
Altri doni che la parrocchia sta vivendo sono il discreto numero di catechiste e di ministri istituiti che sono sorti fra voi, come pure i bei momenti di festa
vissuti in buona armonia con tutti.
Tra le fatiche e le difficoltà più gravi, ho riscontrato quelle legate al nuovo contesto urbanistico e sociale, e determinate in particolare, oltre che dalla
tumultuosa crescita demografica già richiamata, anche dall’apertura del centro commerciale “Iper-Rubicone”, a Capanni, nel 1992, che ha letteralmente
sconvolto il tessuto umano, culturale ed economico della vostra zona. A ciò va
aggiunto sia il fenomeno di una massiccia immigrazione dal Meridione e da
Paesi extraeuropei, sia la mobilità del lavoro e degli interessi commerciali che
hanno trasformato il territorio in una grande “zona-dormitorio”. A ciò va aggiunta la chiusura della scuola elementare, nel 1995, e la dispersione dei bambini
in vari plessi scolastici, distribuiti su quattro comuni diversi, con la conseguente
disgregazione delle relazioni, anche di semplice vicinato.
Tali mutamenti hanno fatto registrare preoccupanti ricadute sulla realtà della parrocchia, che è diventata, come avete scritto, “più simile a una collettività
che a una comunità”. Un altro fenomeno che non può non preoccupare anche
il Vescovo è la fatica a passare da una fede puramente devozionale a una fede
matura, consapevole, missionaria.
Tra i progetti che mi avete presentato, apprezzo e benedico l’impegno per
la visita alle famiglie - impegno che, visto il carico pastorale che grava sulle
spalle di Don Claudio e di Doriano, non potrà non essere condiviso da ministri
istituiti e laici preparati. Inoltre ritengo che una maggiore attenzione alla zona di
Capanni sarà concretamente possibile assicurarla a condizione di quella fattiva
collaborazione appena richiamata. Altrettanto sarà possibile per quanto riguarda la preparazione dei catechisti battesimali e per continuare la collaborazione
tra le parrocchie che state sperimentando in vari campi, come quello molto
positivo della pastorale giovanile di zona, di cui si sta occupando con grande
passione, disponibilità e competenza il nostro caro Don Davide.
Passo ora ad alcune brevi indicazioni per il cammino che vi attende. Debbo
però premettere che questa parte della presente Lettera è praticamente identica a quella della Lettera inviata alla comunità parrocchiale di Bellaria Monte.
Il motivo di questa scelta è facilmente comprensibile. Le due comunità condividono lo stesso contesto geografico, sociale e culturale; inoltre sono affidate
Atti del Vescovo
Bollettino Diocesano 2011 - n.4
ambedue alla tua guida unitaria, con l’assistenza dello stesso Diacono; fanno
ambedue parte, insieme alla parrocchia del sacro Cuore in Bellaria Mare, della
stessa zona pastorale; tutt’e tre insieme le comunità stanno percorrendo un
cammino di progressiva integrazione, verso una comunità pienamente e, a suo
tempo, anche formalmente unita.
Mi domando: quali passi concreti sono necessari perché questo cammino
non risponda a una logica puramente aggregativa, ma ad una che sia veramente
integrativa?
La prima condizione assolutamente imprescindibile è la presenza di sacerdoti che si siano lasciati afferrare completamente da Gesù e che ogni giorno gli
riconsegnino la vita per non spadroneggiare sul gregge di Dio, ma piuttosto per
“pascerlo volentieri, come piace a lui, non per vergognoso interesse, ma con
animo generoso, non come padroni delle persone loro affidate, ma facendosi
modelli del gregge” (cfr 1Pt 5,2ss). Inoltre, se questi confratelli realizzano, con
l’aiuto del Signore e in piena comunione con il Vescovo, una piccola fraternità
apostolica, allora si può nutrire fondata fiducia che essi saranno segno e fermento di quella piena unità in Cristo, che diventa il segnale più convincente
perché tutta la comunità cristiana sia “una” e “perché il mondo creda”.
La seconda condizione è che in ogni parrocchia si ponga mano ad una pastorale “a modo di Gesù buon pastore”. Mi spiego: vedo alle volte parroci che
si sentono in tensione tra una pastorale per “i pochi ma buoni”, con il rischio di
dimenticare poi che la parrocchia è fatta per tutti i battezzati che vivono nel suo
territorio. Oppure una pastorale che vorrebbe arrivare a tutti, con il rischio poi
di perdere i vicini e di non raggiungere i lontani. Anche in questo la pastorale
del Buon Pastore rimane paradigmatica ed esemplare: Gesù si è dedicato alla
formazione dei Dodici, ma per farli diventare una “fraternità in cammino”. Non
dovremmo noi puntare a fare altrettanto, con la luce e la forza dello Spirito del
Pastore supremo? Se in ogni parrocchia si costituisce un nucleo di cristiani che
siano credenti e credibili e facciano da lievito per la crescita di tutta la comunità; se concretamente abbiamo piccole comunità cristiane che vanno in chiesa
per “fare il pieno” di fede e poi portano la fede nei loro ambienti di vita: non è
questo che determina la conversione missionaria della parrocchia?
La terza condizione è che si imposti un cammino di vera pastorale integrata, ricordando che l’integrazione riguarda sia gli operatori pastorali che i vari
ambiti della pastorale, così come l’ha definita autorevolmente papa Benedetto. Su questo argomento, come sapete, sta lavorando da tempo una apposita
Commissione diocesana, e appena possibile verranno offerte indicazioni utili e
opportune risorse, di cui certamente vi potrete servire.
Accenno velocemente ad altre condizioni altrettanto imprescindibili. Una
è senz’altro la cura e la formazione del laicato, indirizzata sia alla crescita della
qualità testimoniale della fede cristiana, sia alla promozione di varie figure ministeriali e di una adeguata capacità di servizio ecclesiale. Particolare attenzione
va assicurata anche a quell’insostituibile organismo di partecipazione ecclesiale, quale è il Consiglio Pastorale, come spazio di progettazione e di verifica pastorale. A questo proposito mi auguro che quanto prima maturino le condizioni
per dar vita a un Consiglio Pastorale di zona.
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Bollettino Diocesano 2011 - n.4
“Per il resto, fratelli - vi dico con s. Paolo - siate gioiosi, tendete alla perfezione, fatevi coraggio a vicenda, abbiate gli stessi sentimenti, vivete in pace e il
Dio dell’amore e della pace sarà con voi” (2Cor 13,11).
Vi saluto con grande affetto e vi benedico di vero cuore
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Al Rev. Sac. Don CLAUDIO COMANDUCCI
e alla Comunità Parrocchiale di s.Maria Goretti
San Mauro Mare
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Atti del Vescovo
Bollettino Diocesano 2011 - n.4
Visita pastorale a Bordonchio
Prot. VFL2011/73
Rimini, 31 dicembre 2011
Carissimo Don Enzo,
Carissimi Membri del Consiglio Pastorale,
Carissimi Fedeli tutti
della parrocchia di S. Martino in Bordonchio,
quando la sera del 9 novembre 2011 abbiamo dato inizio alla visita pastorale - che si sarebbe protratta fino al 12 novembre successivo - nell’entrare nella
vostra splendida nuova chiesa, mi sono sentito raggiungere di soprassalto da tre
pensieri che subito vi ho comunicato. Il primo l’ho ricavato dal luogo, appunto
dalla chiesa come immagine trasparente della comunità cristiana: “Voi - ricordo
che vi dissi - siete le pietre vive della santa Chiesa di Dio. Come avete rinnovato
il luogo di culto, a che punto siete con il rinnovamento della comunità parrocchiale?”. Il secondo pensiero lo presi dalla data: quel giorno si celebrava la festa
della dedicazione della basilica di san Giovanni in Laterano, madre di tutte le
Chiese del mondo, e la visita avrebbe avuto al centro la festa del vostro patrono, s. Martino. Perciò vi domandai: “A che punto siete nel coltivare il vincolo
di comunione con la Chiesa di Roma, con la Chiesa di Rimini e con la vostra
comunità parrocchiale?”. Il terzo pensiero l’ho derivato dall’obiettivo della visita
pastorale, e perciò vi posi la domanda: “Siete consapevoli che in questi giorni
dovremo fare degli esercizi spirituali di discernimento del disegno di Dio sul
cammino della vostra fede?”.
Nei giorni successivi ho avuto modo di constatare personalmente di quanti
doni, talenti e risorse lo Spirito Santo vi abbia arricchito. Il dono più grande è
la fede ricevuta nel battesimo e vissuta nei vari ambiti della testimonianza cristiana. Il sentirci amati a priori da Dio, “a prescindere” da ogni nostro merito o
demerito, ci fa riconoscere l’infinita misericordia di Dio Padre, ci rende umili e
grati, ci fa crescere nella fiducia, ci aiuta a vivere la nostra vita come un canto
di lode all’Amore che ci ha creati, redenti, santificati. Questo dono di base favorisce anche una diversa lettura di quelli che, guardati a occhio nudo, senza le
lenti correttive della fede, potrebbero sembrare solo problemi e grandi rischi,
come ad esempio l’intenso sviluppo demografico che ha caratterizzato la storia recente della vostra parrocchia. Fate bene a interpretare questo fenomeno
come dono, “in quanto può aumentare le potenzialità della parrocchia”. Ma, a
questo punto, la litania dei doni potrebbe diventare più lunga di un rosario. Ne
riprendo alcuni: la presenza di Don Emanuele, sacerdote congolese di grande
spessore umano e sacerdotale; la fiducia della gente nei confronti della parroc-
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chia; la richiesta pressoché totale dei genitori per i sacramenti dell’iniziazione
cristiana dei loro figli; la rinascita dell’Azione Cattolica e la vitalità dell’AGESCI
per la formazione dei ragazzi e dei giovani; l’ingresso in seminario del vostro
carissimo Alessandro; e altri doni ancora. Da ultimo, le strutture logistiche: se
25 anni fa la vostra parrocchia non aveva quasi nulla, oggi potete disporre di
una nuova chiesa imponente e solenne come una cattedrale, di un più che
decoroso teatro, di una spaziosa sala per feste, di campi sportivi, nonché di
aule e strutture necessarie per la vita pastorale di una parrocchia di notevoli
dimensioni come la vostra.
Ma con parresia evangelica, durante i giorni della visita, mi avete fatto
leggere anche i problemi e le difficoltà, con cui vi state fronteggiando da diverso tempo. Una prima situazione problematica è rappresentata dalla “doppia
velocità” della comunità cristiana: da una parte c’è la vasta “comunità battesimale”, a cui appartiene la stragrande maggioranza dei fedeli, e dall’altra la
piccola “comunità eucaristica” formata da coloro che partecipano all’eucaristia
domenicale. Un’altra difficoltà è costituita dal turismo stagionale che condiziona pesantemente la vita di molte famiglie. Inoltre siete interessati anche voi
dal massiccio fenomeno della immigrazione con i circa 500 stranieri. Anche la
drammatica situazione creatasi con la crisi finanziaria mondiale ha dolorose
ricadute sulla vita di tanta gente. Infine siete anche voi afflitti dalla difficoltà a
coinvolgere i giovani, che appaiono sempre più isolati e lontani dai nostri messaggi: come risaldare la catena della trasmissione della fede?
Ora mi piacerebbe ripercorrere l’agenda della visita pastorale, rileggere il
fitto dossier di appunti che mi sono riportato a casa, rivedere volti e vissuti
incontrati in quei giorni benedetti, ma preferisco dare spazio a qualche riflessione e a tentare alcune risposte.
Innanzitutto va tenuto presente che le difficoltà e i problemi con cui vi
dibattete sono comuni a tante parrocchie italiane, anzi a tutto il nostro Occidente di vecchia cristianità, che qualcuno chiamerebbe ormai post-cristiano, e
che invece a me francamente sembra di dover chiamare pre-cristiano. Certo, la
situazione in corso appare contrassegnata da pesanti fenomeni culturali negativi, quali l’individualismo libertario, il nichilismo etico, il relativismo valoriale
ecc. Ma se è vero che tutti questi e altri ancora sono sintomi di un allontanamento a velocità esponenziale della cultura attuale dal messaggio cristiano,
non è forse altrettanto vero che è possibile anche un’altra lettura della realtà in
atto? Quella di chi legge questa realtà in proiezione opposta: come sfide che
possono diventare opportunità, come piste di sbocco non come vicoli ciechi,
come segrete invocazioni di salvezza magari inconsapevoli e non come chiusure irreversibili di ogni circuito di comunicazione. E’ vero che i percorsi del non
senso hanno fatto precipitare tanta gente fino a toccare il punto più basso del
baratro del nulla, ma - fatte le debite proporzioni - non si viveva in una condizione culturale simile alla nostra quando il cristianesimo nascente cominciò
a incendiare le città del bacino mediterraneo? Allora bisogna concludere che
forse mai come oggi la comunità umana ha avuto un disperato bisogno di un
messaggio di salvezza che annunci la vittoria di Gesù Risorto sulla morte e
prometta una liberazione possibile dalle sabbie mobili del non-senso. Ha det-
Atti del Vescovo
Bollettino Diocesano 2011 - n.4
to bene chi ha scritto: “Tutti i tempi non si equivalgono, ma tutti i tempi sono
tempi cristiani, e ve n’è uno che per noi praticamente li supera tutti: il nostro.
Per questo tempo sono le nostre risorse native, le nostre grazie di oggi e di
domani, per esso quindi lo sforzo che risponde a queste risorse e a queste
grazie” (A.D. Sertillanges).
Questo, carissimi, mi pare il punto possibile di svolta: una rinnovata fiducia
dei credenti nella capacità salvifica del vangelo, insomma un credito confermato nella forza magnetica della fede. Ha ragione papa Benedetto quando
afferma che la crisi della nostra cristianità è una drammatica crisi di fede. Se
non si riaccendono focolai di fede nelle nostre comunità parrocchiali, non è
possibile alcuno slancio missionario, non si rivela praticabile alcuna strategia
pastorale, non si farà mai il passaggio da un cristianesimo di convenzione a
uno di convinzione, e da una parrocchia “centro di servizi” a una parrocchia
fuoco di irradiazione del vangelo. Ecco la sfida che ci è davanti: ci crediamo che
il braccio del Signore non si è accorciato, che la fede donataci nel battesimo
è bella e possibile anche oggi, che il cristianesimo non ha imboccato il viale
del tramonto, che non c’è vita più umana di quella cristiana? E’ una sfida che il
Signore non vuole vincere senza di noi e che noi non possiamo vincere senza
di lui.
Non posso chiudere questa lettera senza tornare su un problema che mi
avete posto e sul quale vi debbo una risposta più pacata e pensata di quella
che vi ho dato in quei giorni: la questione della collocazione del tabernacolo.
E’ una questione tutt’altro che marginale, da non sottovalutare affatto, perché
ne va di quel bene prezioso che costituisce un segno distintivo di una chiesa
cattolica rispetto, ad esempio, a una evangelica. Se non si sta alla indicazione
del messale romano - che vuole il tabernacolo “in una parte della chiesa assai
dignitosa, insigne, ben visibile, ornata decorosamente e adatta alla preghiera”,
la presenza “vera, reale e sostanziale” di Gesù nel tabernacolo rischia di diventare per molti - a cominciare dai bambini - una idea astratta e affermarne la
verità nelle prediche o al catechismo sarebbe gettare parole al vento. Pertanto
vi raccomando di tenere nel debito conto la chiara e inequivocabile indicazione di Benedetto XVI: “Nelle nuove chiese è bene predisporre la cappella del
Santissimo Sacramento in prossimità del presbiterio; ove ciò non sia possibile,
è preferibile situare il tabernacolo nel presbiterio, in luogo sufficientemente
elevato, al centro della zona absidale, oppure in altro punto ove sia ugualmente ben visibile” (Sacramentum Caritatis, n. 69).
Carissimi, ci sarebbero ancora molte altre cose da riprendere e da approfondire, ma mi fermo qui. Ho cercato di andare al cuore delle questioni e di
dirvi quanto ho ritenuto fondamentale e più rilevante. Vi posso chiedere di
farne oggetto di un’assemblea parrocchiale e di qualche seduta del Consiglio
Pastorale, in modo da riferirmi per lettera - possibilmente entro il prossimo
novembre, a un anno dalla visita pastorale - quanto avete maturato nel vostro
discernimento comunitario?
Infine permettetemi di rinnovarvi la più sincera e cordiale gratitudine per
l’accoglienza e l’attenzione che mi avete riservato. Mi avete detto e scritto che
considerate un dono prezioso la presenza del Vescovo come “un padre, un
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Bollettino Diocesano 2011 - n.4
maestro, un amico”. Vi chiedo una preghiera perché lo sia veramente e ogni
giorno di più, per voi e per tutta la nostra bella Diocesi che il Signore ha voluto
affidarmi.
Anch’io vi assicuro la mia povera preghiera e vi benedico di cuore, tutti e
ciascuno.
Vostro nel Signore
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Al Rev. Sac. Don ENZO GOBBI
e alla Comunità Parrocchiale di s.Martino di Bordonchio
IGEA MARINA
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Atti del Vescovo
Bollettino Diocesano 2011 - n.4
Visita pastorale a Torre Pedrera
Prot. VFL2011/74
Rimini, 31 dicembre 2011
Carissimo Don Giancarlo, Carissimo Don Ciro
Carissimi Fedeli delle Parrocchie
della Beata Vergine del Carmine in Torre Pedrera
e di San Giovanni Battista in Bagno,
la visita pastorale è sempre una benedizione: per il Vescovo, anzitutto,
perché gli permette di conoscere più da vicino e in modo globale e organico la
vita ordinaria delle comunità parrocchiali; ma anche per la parrocchia perché
la stimola a stringere il suo legame di comunione con il Vescovo, e attraverso
di lui, con tutta la Chiesa diocesana. L'obiettivo fondamentale della visita è e
rimane quello di confermare i fratelli nella fede, incoraggiandoli a ripartire da
Cristo, e di incrementare nelle comunità ecclesiali la passione e l'impegno per
la nuova evangelizzazione.
A distanza di qualche tempo dalla visita pastorale effettuata dal 14 al 19
novembre 2011, nelle vostre parrocchie di Torre Pedrera e di s. Giovanni in
Bagno - giuridicamente distinte e pastoralmente unite - mi domando con voi:
quali elementi stanno caratterizzando il vostro cammino? a che punto è il processo di rinnovamento della parrocchia? quali prospettive si aprono per il cammino prossimo futuro?
Un dato in premessa è costituito dalla storia e dalla configurazione delle
due parrocchie in oggetto. Di fatto, pur essendo nate in periodi e contesti diversi, le due realtà hanno sempre interagito tra di loro, per cui l'unificazione
pastorale non ha riscontrato tensioni e difficoltà. Si deve anche aggiungere che
la venerabile Carla Ronci rimane una figura che ha segnato l'identità e ha unito
le due comunità di Torre e di Bagno.
Il cammino pastorale risente della stagione turistica, durante la quale si
cerca di accogliere i forestieri e i villeggianti, ma è da settembre a maggio che
l'attività ordinaria interessa soprattutto i residenti. Si comincia a settembre con
una vacanza estiva per famiglie, molto partecipata, sulle Dolomiti; si prosegue
sul filo dell'anno liturgico, ritmato da feste e tempi forti; ci si dedica all'attività
del catechismo per bambini e ragazzi, cercando di coinvolgere anche i genitori;
nel tempo di Quaresima viene curata la visita alle famiglie con la benedizione
pasquale.
Particolare attenzione merita l'attività dei nove centri di ascolto che aggregano complessivamente un centinaio di persone durante il periodo invernale,
come pure è meritevole di nota la rinascita dell'Azione Cattolica (dal 1994) in
Visita Pastorale
83
Bollettino Diocesano 2011 - n.4
84
cui si cura la vita interiore, per una vita pienamente umana e cristiana, nutrita
di preghiera e di grazia sacramentale.
Dal 1999 è attivo il "campetto parrocchiale" per il tempo libero e lo sport dei
ragazzi e il riposo degli adulti. Da un anno circa le Suore Orsoline hanno chiuso
la loro casa, mentre la Scuola Materna parrocchiale è passata in gestione alla
Karis Foundation di CL.
Un'altra realtà che accompagna la parrocchia di Torre Pedrera e di riflesso
quella di s. Giovanni in Bagno è il Circolo ricreativo che funge da ritrovo per tante
persone anziane che possono così coltivare amicizie e contatti fra di loro.
Dall'insieme mi sembra che emerga l'impegno e la fatica nel rispondere
alle sfide della secolarizzazione e di una sempre più pervasiva scristianizzazione,
come del resto avviene in molte parrocchie in Italia. La presenza valida e positiva
di un parroco ormai non più giovane, affiancata dalla vicinanza preziosa e ancora
disponibile dell'ultranovantenne don Ciro, ha bisogno di essere sostenuta da un
maggior numero di laici cristiani adulti e maturi nella fede, in modo che la "scossa" del primo annuncio del vangelo venga trasmessa ai tanti fratelli che in modo
consapevole o - forse più spesso - inconsapevole chiedono o hanno comunque
bisogno di riscoprire la bellezza e la vivibilità della fede cristiana.
Prima di concludere, mi permetto di cogliere l'occasione per invitare il parroco e amministratore parrocchiale a tener conto delle indicazioni di carattere
liturgico che allego a parte.
Caro Don Giancarlo, ho visto che la gente le vuole bene e la circonda di rispetto e di molto affetto. Insieme ai suoi amati fedeli prego il Signore perché la
sostenga con il suo Spirito di fortezza, continui a darle luce e pace per servire il
popolo che le ha affidato con quell'amore e quella carità di cui ha bisogno e così
condurre tutte le persone delle due comunità all'eterna salvezza.
La prego di salutarmi con tanto affetto il carissimo Don Ciro, tutti i collaboratori, i membri del Consiglio Pastorale, gli ammalati, e tutti i suoi cari fedeli. La
saluto anch'io con sincera stima, con tanto affetto e fraterna cordialità.
Suo di vero cuore, nel Sommo ed eterno Sacerdote
***************************************************************************
Al Rev. Sac. Don GIANCARLO ROSSI
e alle Comunità Parrocchiali della Beata Vergine del Carmine in Torre Pedrera
e di San Giovanni Battista in Bagno
TORRE PEDRERA
Atti del Vescovo
Diario del Vescovo
Bollettino Diocesano 2011 - n.4
Diario del Vescovo
ottobre
86
Sabato 1 Mattino
Clarisse - S. Messa
Pomeriggio
S. Andrea in Besanigo - S. Messa
Domenica 2 Mattino
Spadarolo - cresime
Cattedrale - S. Messa, “Congrosso” Associazione Papa Giovanni XXIII
Pomeriggio
Santarcangelo - battesimi
S. Fortunato - S. Messa, candidature agli ordini
Lunedì 3 Mattino
Bologna - Conferenza Episcopale dell’Emilia Romagna
Sera
Sala Manzoni - Settimana Biblica
Martedì 4 Sera
Cattedrale - S. Messa, festa di S. Francesco
Mercoledì 5 Mattino
Curia - Collegio Consultori
Pomeriggio
S. Agostino - S. Messa, festa del beato Alberto Marvelli
Sera
Sala Manzoni - Settimana Biblica
Giovedì 6 Pomeriggio
Rivazzurra - S. Messa
Sera
Sala Manzoni - Settimana Biblica
Atti del Vescovo
Bollettino Diocesano 2011 - n.4
Venerdì 7 Pomeriggio
Udienze
Sera
Sala Manzoni - Settimana Biblica
Sabato 8 Pomeriggio
Cattedrale - S. Messa, ordinazioni diaconali
Domenica 9 Mattino
Salesiani - cresime
Celle - cresime
Pomeriggio
Caritas - assemblea Caritas parrocchiali
Riccione, parr. Ss. Angeli Custodi - battesimi
Sera
Cattedrale - Missa Pacis,
concerto di musica sacra
Martedì 11 Sera
Faenza - incontro catechisti diocesi di Faenza
Mercoledì 12 Mattino
Curia - Vicari foranei
Giovedì 13 Sera
Sala Manzoni - Assemblea dei consigli pastorali
parrocchiali
Venerdì 14 Mattino
Parr. San Gaudenzo - S. Messa
Pomeriggio
sala S. Gaudenzo
incontro con le Autorità Cittadine
Cattedrale - S. Messa, solennità di san Gaudenzo
Sabato 15 Pomeriggio
Palacongressi - inaugurazione
Domenica 16 Mattino
San Mauro Mare - cresime
San Giovanni in Galilea - cresime
Pomeriggio
Bordonchio - S. Messa, festa unitaria AC
Diario del Vescovo
87
Bollettino Diocesano 2011 - n.4
88
Da Lunedì 17 a Domenica 23 Visita Pastorale a Viserba Monte
Lunedì 17 Pomeriggio
S. Agostino - S. Messa, scuole Maestre Pie
Martedì 18Udienze
Sera
Seminario - Scuola della Parola
Mercoledì 19 Mattino
Udienze
Sera
Curia - Consiglio Pastorale Diocesano
Venerdì 21 Mattino
Seminario – Presbiterio
Bellaria – intervento al convegno AIFO
Sera
Cattedrale - Veglia Missionaria
Domenica 23 Mattino
Viserba Monte - cresime
Pomeriggio
Campo don Pippo Festa diocesana della Famiglia
Cattedrale - cresime parr. San Gaudenzo
Da Lunedì 24 a Sabato 29 Visita Pastorale a Bellaria
Martedì 25 Mattino
Celle - funerale
Pomeriggio
Rimini, hotel Continental - Convegno CEI
dei Direttori Diocesani della Pastorale Sociale
Mercoledì 26 Pomeriggio
Cappella Universitaria
S. Messa, inizio Anno Accademico
Giovedì 27 Pomeriggio
Coriano - funerale
Cattedrale - S. Messa, Convegno CEI
dei Direttori Diocesani della Pastorale Sociale
Atti del Vescovo
Bollettino Diocesano 2011 - n.4
Venerdì 28 Sera
Seminario - Prolusione ISSR
Domenica 30 Mattino
Bellaria monte - cresime
Scacciano – cresime
Pomeriggio
Parr. Riconciliazione
Gruppi di preghiera Padre Pio
Sera
Imola - incontro Vescovi della Romagna
Da Lunedì 31 ottobre
a Domenica 6 novembre Visita Pastorale a Bellaria Monte
e San Mauro Mare
novembre
Martedì 1 Mercoledì 2 Mattino
Rivabella - cresime
Palacongressi - S. Messa,
Conferenza Animatori R.n.S.
89
Pomeriggio
Cimitero - S. Messa
Venerdì 4 Roma - Convegno per il 70° Anniversario della
Pontificia Opera per le Vocazioni Sacerdotali
Sabato 5 Mattino
Parma - S. Messa, in memoria
del beato Mons. Conforti
Domenica 6 Pomeriggio
Seminario - Presentazione sussidio
Avvento-Natale
Borghi - S. Messa, riapertura chiesa S.Cristoforo
Da Lunedì 7 a Sabato 13 Visita Pastorale a Bordonchio
Lunedì 7 Mattino
Rimini, hotel Sporting - Corso Regionale
Insegnanti di Religione
Diario del Vescovo
Bollettino Diocesano 2011 - n.4
Lunedì 7 Pomeriggio
Seminario - Scuola Diocesana Operatori
Pastorali
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Martedì 8 Pomeriggio
Anagni – funerale
Sera
Seminario - Consiglio Presbiterale
Giovedì 10 Mattino
Udienze
Sera
Curia - Consulta per la Scuola
Venerdì 11 Mattino
Riccione - S. Messa, festa san Martino
Domenica 13 Mattino
S. Agostino - cresime
Da Lunedì 14 a Sabato 19 Visita Pastorale a Torre Pedrera
Lunedì 14 Pomeriggio
Cattolica, hotel Royal - S. Messa,
con la Fraternità Jesus Caritas
Martedì 15 Sera
Seminario - Scuola della Parola
Mercoledì 16Udienze
Pomeriggio
Clarisse - S. Messa
Giovedì 17 Pomeriggio
Riccione, S. Lorenzo – funerale
Venerdì 18 e Sabato 19 Bologna - Convegno Regionale Ufficio
Catechistico e Ufficio Pastorale Familiare
Domenica 20 Mattino
Santarcangelo - cresime
Pomeriggio
Sacramora - cresime
Atti del Vescovo
Bollettino Diocesano 2011 - n.4
Da Lunedì 21 a Giovedì 24
Loreto - ritiro presbiterale
Venerdì 25 Pomeriggio
Libreria Pagina - Lectura Dantis
Sera
Cattedrale - S. Messa,
con le Aggregazioni Laicali
Sabato 26 Mattino
Maestre Pie - Ritiro USMI-GIS-CIIS
Pomeriggio
Saludecio – 2-giorni teologica FUCI
Domenica 27 Mattino
Parr. Riconciliazione - catechesi con
Rinnovamento nello Spirito
Cattedrale - S. Messa. I Domenica di Avvento
Pomeriggio
Verucchio - S. Messa, UNITALSI
Sera
S. Agnese - incontro con la GIOC
Lunedì 28 Pomeriggio
Sala Manzoni - Corso di aggiornamento
per Insegnati di Religione
Martedì 29 Sera
Regina Pacis - presentazione lettera pastorale
per la Zona Pastorale
Mercoledì 30 Pomeriggio
Curia - Consiglio Episcopale
Sera
Curia - Presidenza AC
novembre
Giovedì 1 Pomeriggio
Curia – incontro Progetto Culturale
Venerdì 2 Mattino
Bologna - incontro Vescovi
per il Seminario Regionale
Pomeriggio
Udienze
Diario del Vescovo
91
Bollettino Diocesano 2011 - n.4
Sabato 3 Mattino
Clarisse - S. Messa
Palazzo Ghetti – presentazione volume
su Padre Tosi
Sera
Convento Santo Spirito – S. Messa
Domenica 4 Mattino
Cattedrale - S. Messa, II di Avvento
Pomeriggio
Villa Verucchio - S. Messa, professione solenne
Sera
Seminario - incontro Vescovi della Romagna
Da Lunedì 5 a Sabato 10
Visita Pastorale a Igea Marina
Martedì 6 Pomeriggio
Seminario - Incontro di Spiritualità
per le persone impegnate in politica
Mercoledì 7 Mattino
Udienze
92
Giovedì 8 Mattino
Maestre Pie - S. Messa, con il Cenacolo
della Ss.Trinità
Mater Admirabilis - cresime
Pomeriggio
Misano Mare - cresime
Venerdì 9 Mattino
Udienze
Sabato 10 Mattino
Palacongressi - celebrazioni lodi
con Cl Universitari
Sera
Paolotti - La Luce nella Notte
Domenica 11 Mattino
Cattedrale - S. Messa, III di Avvento
Da Lunedì 12 a Domenica 18 Visita Pastorale a S. Martino in Riparotta
Lunedì 12 Pomeriggio
ENAIP, viale Valturio - S. Messa
Atti del Vescovo
Bollettino Diocesano 2011 - n.4
Martedì 13 Mattino
Udienze
Pomeriggio
Ospedale - S. Messa e incontro con gli operatori
e i pazienti
Savignano - S. Messa
Sera
Seminario - Scuola della Parola
Mercoledì 14 Pomeriggio
San Gaudenzo - funerale
Venerdì 16 Mattino
Seminario - Incontro di Presbiterio
Pomeriggio
Chiesa dei Servi - S. Messa, per la Fondazione
san Giuseppe
Sera
Curia - Consiglio Pastorale Diocesano
Sabato 17 Mattino
ITC Valturio - incontro con gli studenti
Morciano - incontro preti giovani
Domenica 18 Mattino
Cattedrale - S. Messa, IV di Avvento
Caritas - pranzo
Pomeriggio
Centro città - Presepe vivente organizzato
dalla Karis Foundation
Sera
Cattedrale - rappresentazione musicale
meditata in preparazione al Santo Natale
Lunedì 19 Pomeriggio
Seminario - S. Messa, Ufficio per la Pastorale
della Scuola
Sera
Curia - Consiglio Diocesano AC
Martedì 20 Mattino
Cattedrale - S. Messa, con le Forze dell’Ordine
Pomeriggio
Teatro degli Atti - Cerimonia Sigismondo d’Oro
Mercoledì 21 Mattino
Tribunale - S. Messa
Diario del Vescovo
93
Bollettino Diocesano 2011 - n.4
94
Mercoledì 21Pomeriggio
Riccione, parr. San Martino – funerale
don Pietro Cannini
Giovedì 22 Mattino
Udienze
Chiesa dei Servi - S. Messa,
con i dipendenti comunali
Pomeriggio
Misano - inaugurazione Caritas interparrocchiale
Venerdì 23 Mattino
Casa del Clero - S. Messa
Sabato 24 Pomeriggio
Casa Circondariale - S. Messa
Arco d’Augusto - presepe ENAIP
Notte
Cattedrale - S. Messa solenne nella notte
di Natale
Domenica 25 Natale del Signore Mattino
Cattedrale - S. Messa solenne nel giorno
di Natale
Da Lunedì 26 a Venerdì 30 Fatima, pellegrinaggio con i seminaristi
Sabato 31 Pomeriggio
Cattedrale - S. Messa, con canto del “Te Deum”
Notte
Clarisse - S. Messa, Veglia per la Pace
Atti del Vescovo
Attività del Presbiterio
Consiglio Presbiterale Diocesano......................................................................................96
Consiglio Presbiterale............................................................................................................99
Invito ritiro presbiterio....................................................................................................... 102
Settimana di fraternità presbiterale............................................................................... 103
Bollettino Diocesano 2011 - n.4
Consiglio Presbiterale
Diocesano
Seconda Riunione 2011
2 Maggio ore 16:30 In Seminario
Tutti i Membri sono presenti
96
Dopo la preghiera prende la parola Mons. Vescovo:
1. Quest’anno ha concluso la visita pastorale di altri due vicariati: Coriano
e Valmarecchia. I sacerdoti visitati non dimostrano né tristezza né pentimento, il
loro servizio è all’insegna della fedeltà.
2. L’incontro dei cresimandi-genitori col Vescovo (il 14-21-28 Marzo) è stato un piccolo passo avanti, grazie alla risposta massiccia. Si è rilevato che nel 1°
e nel 3° incontro la sala Manzoni, per il numero dei partecipanti, non era adeguata; va inoltre migliorata la proposta da fare ai ragazzi.
3. Nella notte di Pasqua il Vescovo ha conferito il Santo Battesimo a ben 23
catecumeni e prossimamente sarà conferito l’ Ordine Sacro a 3 giovani.
4. Bisogna ridefinire i criteri di distribuzione del clero della nostra diocesi.
dopo Loreto 2009. Il quadro teologico è una ecclesiologia di comunione, una
spiritualità di comunione che deve impregnare ogni settore della vita della chiesa.
5. Una comunione pasquale: la Chiesa viene dalla Trinità, dallo svincolo del
Calvario. Dobbiamo stimarci a vicenda, imparando a perdere. Ogni confratello è
due volte fratello: nel Battesimo e nell’Ordine Sacro.
6. Fraternità concretamente vissuta, non attivismo (L.G 28, P.O. 17), identità del Presbitero sacramentalmente unito al Vescovo e al Presbiterio.
Necessità di una rilettura non funzionale ma carismatica dell’ incardinazione.
7. P.O.8: vita fraterna del Presbiterio (coabitazione, mensa comune, frequenti periodici incontri).
8. Pastorale integrata: integrare in un unico cammino le diverse dimensioni del lavoro ,le capacità e inclinazioni, riequilibrio dei carichi di lavoro.
9. Nei prossimi 7 anni, cioè entro il 2018, 34 sacerdoti arriveranno ai 75
anni, mentre ci saranno solo 11 ordinati.
10. In una ecclesiologia di comunione sarà coinvolto il Presbiterio, le zone
pastorali, i vicariati, i laici in questo processo. Quale ruolo deve svolgere il Consiglio pastorale diocesano?
11. Incontro prossimo coi vicari foranei. Uno strumento: una Commissione
che aiuti il Consiglio presbiterale con funzione di studio. Come comporla? Solo
sacerdoti o anche laici?
Attività del Presbiterio
Bollettino Diocesano 2011 - n.4
Viene lasciata la parola agli interventi.
Don Piergiorgio Farina: insistere su una ecclesiologia di comunione; nella
prossima settimana del Presbiterio a Loreto (principi teologici e spiritualità).
Finora passi avanti pochi, solo tentativi senza un progetto comune. Bisogna
guardare al bene della pastorale, ma anche a non demotivare le persone a
quello che possono dare.
Don Andrea Turchini: atteggiamento di delega dei preti più anziani, alla
soglia dei 75 anni: ”ci penserete voi”. Criteri comuni da accogliere.
Don Aldo Amati: Noi siamo in missione: “pescatori di uomini”. Missione e
persona in funzione della missione. C’è un nucleo bello, partecipe. Ma avanza la
periferia ecclesiale, avanza un incredulità diffusa, sul piano formativo: educarsi
ad un maggior impegno.
Don Dino Paesani: si avverte che un cambiamento è necessario. Grande
risorsa è la famiglia, e laici formati (preziosità del nostro Istituto di Scienze religiose)
Don Biagio Della Pasqua: piano sacramentale, recuperare la realtà della
Chiesa particolare. Su cosa è radicata, su cosa nasce. Sul piano spirituale, vivere
il dato teologico: una spiritualità trinitaria. Necessità della formazione culturale:
decifrare le vie nel nostro mondo; laboratori che aprano prospettive nuove. C’è
un laicato che viene per es. all’ istituto di Scienze religiose, ma non è mandato
dalle parrocchie.
Don Giuseppe Maioli: rendersi conto della strada già fatta. I nostri problemi
si respirano ovunque. La Chiesa, per testimoniare Cristo, implica l’ esperienza
della persona e della comunità. Maggior attenzione alla vita e alle situazioni.
Don Fiorenzo Baldacci: commissione non solo intra-presbiterio; molto meglio con l’esperienza di vita dei laici Come dice don Dino, commissione mista
con le famiglie.
Don Maurizio Fabbri: Esigenza dei preti di non condividere solo un pasto,
ma condividere la passione pastorale, la valutazione delle esperienze fatte e di
quelle in corso. Maggior comunicazione.
Don Marcello Zammarchi: passaggio epocale. La svolta epocale ci deve essere. Tanti diaconi permanenti, non solo sul piano numerico. La commissione
colga le luci delle nostre comunità, recuperi il loro fascino. Se no, la stanchezza
rischia di offuscare la felicità.
Don Stefano Sargolini: non la pastorale al primo posto, nella destinazione
dei sacerdoti, ma il criterio della fraternità.
Don Fabrizio Uraldi: coinvolgere il più possibile i sacerdoti. Valorizzare l’opportunità di Loreto, facendo due turni.
Don Roberto Battaglia: sostenere la fede dei preti. Appartenenza a Cristo.
Ogni confratello è affidato l’uno all’altro. Commissione all’interno del Consiglio
Presbiterale.
Don Danilo Manduchi: conciliare le esigenze della missione e le esigenze
delle persone, chiedendo alle persone, nel territorio, diverse tipologie di pastorale integrata.
Infine la proposta della maggioranza è una Commissione con un numero
Incontri e ritiri
97
Bollettino Diocesano 2011 - n.4
approssimativo di 3-5 preti nominati dal Consiglio Presbiterale e 2-3 preti nominati dal Vescovo. Il Consiglio resta diviso circa il coinvolgimento o no dei laici
nella Commissione.
Votazione: 20 Votanti don Gianpaolo Bernabini 7 voti; don Biagio Della
Pasqua 6 voti; don Piergiorgio Farina 6 voti; don Andrea Turchini 4 voti; Mons.
Dino Paesani 4 voti.
98
Attività del Presbiterio
Bollettino Diocesano 2011 - n.4
Consiglio Presbiterale
Terza riunione 2011 - 14 Settembre - In Seminario
Tutti i Membri sono presenti.
Dopo la preghiera ed una riflessione di mons. Vescovo, prende la parola d.
Andrea Turchini, presentando una sintesi del Convegno Diocesano sull’educazione: ”Educare alla vita buona del vangelo”. In particolare il Vescovo nelle sue
conclusioni al convegno ha rilanciato tale impegno:
“La prima consapevolezza riguarda il perché dobbiamo educare. Rispondiamo:
perché si deve e perché si può! Educare si deve, perché l’uomo non cresce né
si sviluppa da solo; fin dalla nascita ha bisogno di essere accompagnato… Per
questo obbiettivo irrinunciabile, risultano decisivi e determinanti tre luoghi: la
famiglia, la parrocchia, la scuola". Dopo il Convegno sull’Educazione si sono
incontrati insieme su questo tema il Consiglio Presbiterale ed il Consiglio Pastorale Diocesano il 2 maggio scorso.
Al termine, dopo aver enucleato 3 punti, si mantiene aperta la riflessione sull’iniziazione cristiana nei prossimi tre anni, domandandosi dopo il Convegno:
Come procedere da questo punto? Quale riflessione e quali linee d’azione?
Terminata la presentazione prende la parola d. Dino Paesani: viene comunicato
il lavoro svolto ,nel periodo estivo dalla commissione diocesana sulla Pastorale
Integrata.
Punto di riferimento per partire con la riflessione rimane la nota del 2004 sulle
Zone Pastorali.
Occorre porre attenzione ai fondamenti: la questione è prima di tutto di natura
spirituale! Le fonti della pastorale di comunione sono la Parola, l’Eucarestia, la
carità fraterna e aperta al mondo. Affermare l’ideale su cui dobbiamo convergere tutti: le unità pastorali per una nuova pastorale missionaria sul territorio. I
primi referenti da coinvolgere e formare sono i presbiteri. Fraternità e collegialità. La formazione delle comunità e degli operatori pastorali: Parola, Liturgia,
Discernimento comunitario. L’esigenza di un accompagnamento paterno delle
nuove esperienze che nascono. L’attenzione agli ambiti di vita umana e agli
ambienti di vita sociale.
Alcuni punti rimangono aperti e occorre svilupparli ulteriormente, sia a livello di
commissione che di organi collegiali:
• Il rapporto tra unità pastorale e singole parrocchie
• Quale percorso per una formazione sulla Parola di Dio, che diventi fon-
Incontri e ritiri
99
Bollettino Diocesano 2011 - n.4
•
•
•
te per una vita comunitaria e per l’annuncio missionario?
Quale percorso per una formazione liturgica, che diventi fonte per una
vita comunitaria e per la testimonianza di carità?
Quali nuove ministerialità occorre suscitare o riconoscere per la composizione delle équipe missionarie nelle unità pastorali?
Infine Don Dino Paesani sottolinea come la Commissione, che il Vescovo ha voluto, è semplice strumento del Consiglio Presbiterale, perché
questo possa condividere con il Vescovo, il Vicario Generale e il Vicario
per la pastorale l’impegno della chiesa di annunciare il vangelo ad ogni
creatura.
Alcuni interventi:
• Don Pierpaolo Conti: sostegno alla pastorale attuale, stando attenti alle
zone pastorali;
• Don Giuseppe Maioli: come visibilità ecclesiale l’equipe è la guida, ma il
sacerdote? La comunione nella chiesa non è identificabile con l’ equipe.
• don Piergiorgio Farina: pastorale integrata, non come frutto di ingegneria, ma per il crollo del modello di cristianità. Ci vuole un modello più
luminoso di chiesa: le liturgie parrocchiali feriali non sono più così.
• Mons. Aldo Amati: rapporto tra presidenza e sinodalità. Nel monastero
la responsabilità ultima è dell’ abate. La comunione di vita tra più sacerdoti ha bisogno di un punto di riferimento.
100
Al termine della relazione di Don Dino Paesani, il Vescovo ha sottolineato l’
importanza dei temi trattati, che dovranno essere comunicati nei prossimi Presbiteri.
Prende la parola d. Tarcisio Giungi, Vicario per la pastorale, per presentare il
progetto Iniziazione Cristiana dei bambini e ragazzi.
1. Perchè un cambiamento nella prassi di Iniziazione Cristiana? È cambiata la
società e gli ambiti generativi della fede (famiglie, scuole, paese) non generano
e non accompagnano più. La catechesi si trova sola a dover sopportare il peso
della nascita stessa della fede.
2. A che punto siamo in diocesi? Nella scorsa primavera è sorta una equipe che
ha lavorato per molti mesi e continuerà a lavorare. Per conoscerne i frutti e gli
strumenti per la sensibilizzazione e la formazione.
3. Cosa occorre perché questo nuovo progetto di Iniziazione Cristiana possa
avere successo, pur senza nascondersi le difficoltà e senza avere risolto tutti i
problemi?
Un clima generale di simpatia e disponibilità a ricercare, anche se non tutti
per il momento si potranno mettere in gioco direttamente (si tratta appunto di sperimentazioni).
Un lavoro di sensibilizzazione delle comunità
Una adeguata formazione dei catechisti, più direttamente coinvolti: catechisti battesimali e altri catechisti.
Conclude la sua relazione d. Tarcisio con alcune domande.
Attività del Presbiterio
Bollettino Diocesano 2011 - n.4
Quale clima si respira in diocesi e specialmente tra i preti in ordine a questo
progetto?
Quali avvertenze dobbiamo avere per non fare “un buco nell’acqua”?
Come ci sentiamo interpellati nei vicariati e nelle zone pastorali ? Quali
passi dovremmo fare tutti perché si possa avviare un reale cambiamento?
Si è lasciata la parola ad alcuni interventi:
Don Piergiorgio Farina: sconcerto tra preti e catechisti. Reazione non così positiva. La cresima è stata presentata fino ad oggi come tappa di una raggiunta
maturità cristiana e pedagogica. Cosa fare dei catechismi?
Don Biagio Della Pasqua: ha incontrato le esperienze di Brescia e di Milano. A
Brescia vi è stata una preparazione di 3 anni con i sacerdoti e i catechisti, con
propri testi.
A Milano è stata lanciata troppo in fretta; questa diocesi soffre della crisi degli
Oratori.
Don Aldo Fonti: la famiglia non genera, non accompagna più. Bisogna formare
le famiglie e trovare tra loro chi ha un dono, un carisma.
Don Pierpaolo Conti: due anni di formazione con i preti nelle varie zone. Catechisti: sottolineare non solo il cambiamento, che genera paura, ma manca il
coinvolgimento spirituale.
Al termine del dibattito e dei vari interventi d.Tarcisio ha ribadito di non aver
fretta ,e che solo alcune parrocchie per ora iniziano a sperimentare.
Prende la parola il Vescovo: bisogna curare la comunicazione. Bisogna partire
da una conversione pastorale-spirituale. Non dobbiamo seguire il modello scolastico. Dobbiamo recuperare le motivazioni, ritornare alle sorgenti, andare in
profondità : misurarci con il cambiamento
Incontri e ritiri
101
Bollettino Diocesano 2011 - n.4
Settimana di fraternità
presbiterale
Si è svolta a Loreto dal 21 al 24 novembre presso la Casa di Spiritualità Salesiana la Settimana di fraternità Presbiterale dal titolo “La comunione
presbiterale. Condivisione di vita e azione pastorale”
102
Il programma
Lunedì 21
ore 10,30: Introduzione
ore 11: “La Pastorale integrata”
A cura della Commissione Diocesana
ore 16: Ora media
ore 16,15: Discussione in Assemblea
ore 18,30: Vespro e S. Messa
Martedì 22
ore 8: Celebrazione delle Lodi
ore 9,15: “La grazia della relazione: dalla spiritualità della condivisione alla
condivisione della spiritualità”
ore 11,30: S. Messa
ore 16: Ora media
ore 16,15: “Relazione interpersonale e formazione permanente: docilitas
relationalis”
ore 17: Gruppi di studio
ore 18,30: Vespro e S. Messa
Mercoledì 23
ore 8: Celebrazione delle Lodi
ore 9,15: “Lo stile relazionale presbiterale e le sue caratteristiche”
ore 11: S. Messa al Santuario di Loreto
ore 16: Gruppi di studio
ore 17: Discussione in Assemblea
ore 19: Vespro
Giovedì 24
ore 8: Celebrazione delle Lodi
ore 9,15: Conclusioni del Vescovo
Attività del Presbiterio
Bollettino Diocesano 2011 - n.4
Giovedì 24
Dialogo in Assemblea
ore 11,30: S. Messa
ore 12,30: Pranzo
Ore 13,30: Partenza
L’Animatore della settimana è stato AMEDEO CENCINI, sacerdote canossiano.
Ha conseguito la licenza in scienze dell’educazione all’Università Salesiana e il
dottorato in psicologia all’Università Gregoriana; si è poi specializzato in psicoterapia all’Istituto Superiore di Psicoterapia analitica. Docente e formatore, ha
scritto numerose opere, tra le quali ricordiamo una trilogia sul celibato sacerdotale e religioso, una trilogia sulla vita comune e una trilogia sulla formazione
permanente.
Dal 1995 è consultore della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e
le Società di Vita Apostolica.
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Incontri e ritiri
Bollettino Diocesano 2011 - n.4
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Attività del Presbiterio
Organismi Pastorali
Consiglio Pastorale Diocesano 19 ottobre 2011....................................................... 106
Consiglio Pastorale Diocesano 19 ottobre 2011....................................................... 115
Bollettino Diocesano 2011 - n.4
Consiglio Pastorale Diocesano
Verbale del primo incontro dell’anno pastorale 2011/12
in data 19 ottobre 2011
Sala Santa Colomba
Presenti: Anna Cicchetti, Sr. Paola Rado, don Renzo Gradara*, don Luigi
Ricci**, Belletti diac. Alberto, Roberto Manzelli, Stefano Coveri*, Soldati Roberto, Franco Casalboni, Liana Calzecchi, Fabbri Denis, Valentina Donati*, Rossano
Guerra, Silvano Perazzini, Roberto Cesarini, Don Antonio Moro*, Anna Maria
Annibali, Paolo Guiducci, Paolo Mancuso, Stefano Morolli, Stefano Giannini Navetta Veris**
[*] presenti solo nella prima parte
[**] presenti solo nella seconda parte
106
Assenti: Luciano Chicchi, Concettina di Filippo, Giuseppe Pronti, Primo
Fonti, Natalino Valentini, Guiduzzi Francesco, Ivan Pesaresi, Alberto Cenci, Padre Donato Santini
Ordine del giorno: Riflessioni sulla Pastorale Integrata e contributi possibili del CPD
Il Vescovo Francesco guida la preghiera iniziale.
Riflessione a partire dal versetto di San Paolo: “Offrite voi stessi a Dio come
viventi tornati dai morti”. Questo siamo diventati con il battesimo. Noi abbiamo
già fatto l’esperienza della morte e della resurrezione. Già con sepolti con Cristo
nella vasca battesimale che è per noi sepolcro e Madre. Battesimo è anticipo di
un compimento che vedremo nella vita eterna ma che già comincia nella vita
terrena. Offrite a Dio, ma per gli Ebrei si potevano offrire solo animali vivi, quindi possiamo offrire noi stessi e non animali che con noi e con i nostri peccati
non centrano niente. Possiamo invece offrire la nostra vita da cristiani risorti.
Che questo anno del battesimo non sia solo un anno durante il quale ogni tanto parliamo di Battesimo, in cui lo si celebra e lo si archivia, ma sia un anno di
riscoperta per aiutare i nostri fratelli a riscoprirlo. Il Battesimo fa la differenza,
una differenza che con il tempo si è scolorita per cui tanti cristiani si ispirano al
buon senso piuttosto che al Vangelo, tanti hanno ridotto il cristianesimo ad un
comportamento onesto, anche buono magari, ma dove non brilla più la “differenza cristiana”.
Organismi Pastorali
Bollettino Diocesano 2011 - n.4
Introduzione
Vescovo fa una breve introduzione al tema della Pastorale integrata sul quale il CPD lavorerà in questo anno, sulle ragioni della istituzione della Commissione per la Pastorale Integrata a partire dalla lettera con la quale l’ha indetta.
La parrocchia rimane il dato fondamento e il suo punto di partenza. Ne sono
il rinnovamento missionario. Promozione di una spiritualità di comunione (che
non nasce “per decreto” ma dallo Spirito). La comunione è un dato imprescindibile per il suo rinnovamento. Integrati sia gli operatori pastorali che i diversi
settori della pastorale in un quadro ampio. Il ridistribuire il clero e delle parrocchie ne è solo una delle conseguenze. Perché non sia una semplice ingegneria
ecclesiastica, occorre attivare un processo che su questo coinvolga l’intero popolo di Dio (presbiteri e laici). Il vescovo ricorda anche i nomi dei componenti
la commissione per la pastorale integrata che hanno compiti di studio, di proposta e di animazione.
Svolgimento dei lavori:
Stefano Giannini introduce tecnicamente lo svolgimento della serata .
Don Andrea Turchini espone la sua relazione (riportata in fondo a questo
verbale)
L’intervento termina alle 21:35.
Spazio agli interventi che aiutano a chiarire prima della suddivisione nei
due gruppi di lavoro
Condivisione a partire dalle domande.
Don Renzo Gradara: distinzione tra “unità pastorali”, cioè la strategia pastorale, e “pastorale integrata”, cioè il come vivere la dimensione pastorale con ciò
che comporta per la vita della comunità cristiana. La Pastorale Integrata non è
da mettere in relazione solo con le unità pastorali, ma essa va attuata sia a livello della parrocchia che a livello diocesano. Nell’ultimo CPD abbiamo detto che a
partire dal Convegno sull’educazione, la dimensione e la prospettiva educativa
della nostra pastorale rientra nella PI e ne è prospettiva fondamentale. Essa è
stimolata dallo strumento dell’Ufficio Pastorale. Nella Nota pastorale del 2004
ci sono già prospettive ed embrioni della PI già presenti nel territorio, magari in
un territorio non sempre ben definito ma che comunque esiste: corsi per ministri e catechisti a livello vicariale e tra parrocchie limitrofe. Ci sono ad esempi le
esperienze come le Caritas interparrocchiali. Ci sono quindi molti elementi che
si possono valorizzare in ottica meglio definita. Chiarire quindi compito del CPD
e il ruolo delle aggregazioni laicali. Buona la loro presenza a livello diocesano
ma non sempre integrabili a livello di zona.
(Il Vescovo ci lascia alle 20:20 per la Visita Pastorale)
Don Andrea Turchini: il lavoro del CPD dovrebbe prendere atto di queste
nuove realtà che per i preti sono già più conosciute oppure delle esperienze
delle zone pastorali già avviate. Il grosso lavoro è essenzialmente culturale, di
cultura comunitaria. Le nostre realtà sono proiettate nella prospettiva di difen-
Organismi Pastorali
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Bollettino Diocesano 2011 - n.4
dere l’esistente, cioè quando ci sono dei problemi, vediamo che le cose non
vanno bene, ma tendiamo ad attestarci sull’esistente in modo rassicurante piuttosto che pensare a come rivedere la realtà per vivere in modo positivo questa
sfida. nei confronti delle prassi pastorali siamo di fronte ad una sfida, a partire
dalla quale il CPD deve aiutare a pensare come aiutare le comunità ad uscire da
una logica difensiva dell’esistente verso una logica che coglie questa situazione
critica come una opportunità per rilanciare l’impegno missionario. Inoltre il CPD
potrebbe affrontare l’esigenza ed il tema delle “nuove ministerialità”. In altre
diocesi sono state individuate delle “coppie o famiglie ministeriali” a cui è stata
affidata l’animazione di una comunità parrocchiale all’interno di una unità pastorale. È possibile andare in questa prospettiva? Inoltre, se andiamo verso una
PI, la territorialità che si esprimerà nella unità pastorale, come vivrà la liturgia
che di per sé ad una comunità concreta, una realtà comunitaria che assume una
forma diversa da quella alla quale siamo abituati.
108
Roberto Soldati: se vogliamo essere missionari per portare la Parola dove
ancora non c’è o dove è andata persa, dobbiamo avere la capacità di fare vedere
che essere cristiani è una cosa bella. Spesso nelle nostre chiese oggi questo
non è evidente. Se andiamo fuori senza una gioia evidente e convincente, lo
dobbiamo fare per ascoltare la vita delle persone con modalità nuove. I nostri
operatori pastorali devono avere coscienza di questa gioia per poterla portare
alla gente. Chiediamoci se siamo innovativi o siamo ancora ancorati a modelli
di troppo tempo fa.
Fabbri Denis: vedere le esperienze in atto in altre diocesi per valutarne gli
aspetti negativi e positivi.
Stefano Coveri: attenti a che questo non sia un atto di ingegneria pastorale
solamente. Nasce da una necessità che chiede risposte, ma la necessità non
deve essere l’unico binario che detta le scelte. La società è cambiata e va verso
l’abbattimento delle barriere verso un allargamento territoriale e quello globale
(associazioni sempre meno locali). La PI funzionerà se si arriva a costruire una
comunità nell’Unità Pastorale ampia. Le parrocchie se funzionano non sono
solo strutture ma diventano comunità parrocchiali. Servirà una nuova identità
allargata degli operatori pastorali. Non dobbiamo solo superare il campanilismo, ma cambiare il campanile.
Don Antonio Moro: già nella nota pastorale del 2004 si richiamava un lavoro sugli ambiti di vita che nelle parrocchie fa fatica a decollare. Recupero del
rapporto tra associazioni parrocchia e movimenti. Questo è un possibile ambito
di impegno del CPD.
Pausa 20:40
Ripresa dei lavori alle ore 22:30
Organismi Pastorali
Bollettino Diocesano 2011 - n.4
Gruppi:
Silvano Perazzini (Sala Uffici Pastorali)
Belletti Diac. Alberto Stefano Morolli, Franco Casalboni Paolo Mancuso Paolo Guiducci Fabbri Denis (fa il verbale)
Soldati Roberto Rossano Guerra Stefano Giannini (fa il verbale)
(Sala Santa Colomba)
Sr. Paola Rado
don Luigi Ricci
Liana Calzecchi
Anna Maria Annibali
Roberto Cesarini
Anna Cicchetti
Roberto Manzelli
Veris Navetta
Domande per il lavoro nei gruppi:
• Che cosa il CPD può fare a livello diocesano e a livello zonale/parrocchiale per aiutare lo sviluppo di questo percorso sulla pastorale integrata?
• Come contribuire a formare una mentalità che sostenga la logica della pastorale integrata? Su quali punti ci sembra importante insistere?
Quali nodi individuiamo perché le comunità progrediscano in questa
prospettiva?
Il lavoro dei due gruppi verrà raccolto
I gruppi terminano la propria attività alle 22:30 e si incontrano in plenaria
per la preghiera conclusiva guidata dal vicario Don Luigi Ricci.
Termine dei lavori alle ore 22:40
CONSIGLIO PASTORALE DIOCESANO
19 ottobre 2011
La scelta della Pastorale integrata coinvolge molte diocesi italiane e non solo.
L’idea della pastorale integrata va di pari passo in quasi tutte le esperienze diocesane con la costituzione di Unità Pastorali (UP) che sono così definite:
“L’unità pastorale è nuovo soggetto pastorale, riconosciuto nel progetto
pastorale diocesano, che fa riferimento a un’area territoriale che ha caratteri di
omogeneità, nella quale sono presenti più comunità parrocchiali impegnate in
modo unitario e organico in una azione pastorale espressa con ministerialità
diverse, con la guida di uno o più presbiteri, al fine di un’efficace azione missionaria nel territorio e di risposta ai suoi problemi”.
Si può subito dire che le UP esprimono il risultato della coniugazione armonica di quattro istanze: la comunione, la ministerialità, la missione e il territorio,
tipiche della Chiesa fin dagli inizi, con la necessità di venire incontro al proble-
Organismi Pastorali
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Bollettino Diocesano 2011 - n.4
ma della diminuzione numerica del clero.
Tale coniugazione è realizzata in realtà molto diversificate: città, centri urbani con situazioni di omogeneità comuni a più parrocchie; comuni e valli con
frammentazioni di frazioni e paesi, ma con uguali problematiche sociali; categorie particolari di persone; più parrocchie unite in solido con lo stesso parroco, risorse di persone più o meno vicine e che condividono la mentalità soggiacente,
strutture adeguate o da rimettere in sesto o da valorizzare meglio….
Il carattere di “specificità” di questo soggetto viene senza dubbio dal “qualificante” riferimento alla comunione, alla ministerialità e alla missione (già punti di forza di altre esperienze pastorali simili, non solo immediatamente dopo
il Vaticano II°) ma, in particolare, dall’attenzione all’ “omogeneità” (non solo
alla vicinanza tra parrocchie) del territorio inteso come habitat umano sintesi
di dimensioni simboliche-culturali (panorami, edifici, luoghi particolari, radici,
legami affettivi…), strumentali-economiche (funzioni e servizi, come la scuola,
la sanità, il commercio, l’occupazione, il tempo libero per cui si ha mobilità
e flussi di popolazione all’interno di un’area ben definita), istituzionali-sociali
(lo stanziamento residenziale con le sue reti sia primarie – famiglia, parentela,
amici – sia secondarie -associazioni, istituzioni rappresentative, tra cui eccelle il
comune o il consorzio fra più comuni) religiose… e non solo e primariamente
come confine geografico1. (don Giovanni Villalta, Diocesi di Torino)
110
Le unità pastorali, con denominazioni diverse, sono state avviate nel 1992
in circa 100 delle 224 diocesi italiane. Fin dalle prime realizzazioni il COP ha
dedicato convegni e seminari di studio (Assisi 93; Bertinoro nel 1999; Anagni
2001; Verona 2003; Assisi 2005) per seguirne gli sviluppi
Anche la 60^ settimana nazionale dal titolo. “ Nuove forme di comunità
cristiana” (Como 2010) è stata dedicata alla valutazione di questo cammino.
Viene confermata la validità della parrocchia, ma si coglie l’urgenza di un
profondo rinnovamento: si deve passare dall’idea che il territorio appartiene
alla parrocchia, all’idea che la parrocchia è in missione in un territorio.
Se il punto di partenza, quasi ovunque, è stato il vistoso calo dei sacerdoti,
ci si è ben presto convinti che si richiedeva un impegno pastorale globale onde
evitare la frammentarietà, la sovrapposizione e, a volte, la contrapposizione
degli interventi pastorali promossi dai diversi soggetti sul medesimo territorio.
Emerge come l’unità pastorale prima di interessare una realtà geografica
suppone una coraggiosa scelta pastorale in forza della quale si valorizzano
più e meglio tutti gli operatori pastorali che sono già all’opera. Parlando di
operatori pastorali il discorso si allarga a tutti i battezzati, perché partecipi del
ministero sacerdotale, profetico e regale di Cristo. Ci si interroga su quali nuovi
ministeri necessitino per la missione sul territorio e sul modo di promuoverli;
o meglio sul modo di individuarli e riconoscerli dal momento che è lo Spirito a
suscitarli.
L’invito di Gesù, a pregare il Padrone della Messe perché mandi operai nella
sua Messe, è valido non solo per le vocazioni sacerdotali, missionarie e reli1
Cfr. G. CAPRARO, Verso una presenza più articolata di comunità cristiane sul territorio,
in AaVv., Unità pastorali.Quale…,op.cit., 82-83.
Organismi Pastorali
Bollettino Diocesano 2011 - n.4
giose, ma anche per tutti gli operatori pastorali necessari alla missione della
Chiesa.
Le ricerche statistiche hanno un valore limitato, ma sono pur sempre motivo di riflessione. L’ultima ricerca sulla religiosità degli italiani (Garelli 2010) fra
gli altri dati: coloro che: credono in Dio, frequentano settimanalmente la Messa,
hanno fiducia nella Chiesa, sono il 18%;
coloro che: non credono in Dio, non frequentano la Messa, non pregano,
non hanno fiducia nella Chiesa, sono il 12%.
Tra questi due estremi c’è quel 70% che rappresenta la maggior parte della
nostra gente.
Poi rimane sempre vero che la Missione della Chiesa si rivolge a tutti.
Il Cammino che ci aspetta non è nuovo, non è ancora da cominciare, non
ci trova protagonisti isolati, ma camminiamo assieme a tutta la chiesa italiana
e non solo.
E’ necessario che ci armiamo di pazienza, di fiducia, di perseveranza sicuri
che i primi passi sono già stati mossi e i frutti nel futuro non mancheranno.
Il cambiamento in atto non dipende da noi, non possiamo decidere di arrestarlo; siamo chiamati a viverlo, a riconoscere i segni dei tempi e a individuare
i passi possibili per noi.
E’ un cammino che necessita la collaborazione di tutti indipendentemente
dall’età e dalle caratteristiche personali (nessuno è superato o non necessario).
La Commissione, che il Vescovo ha voluto, è semplice strumento del Consiglio Presbiterale, perché questo possa condividere con il Vescovo, il Vicario
generale e il Vicario per la pastorale l’impegno della chiesa di Annunciare il
Vangelo ad ogni creatura.
I lavori della Commissione
Da quando è stata costituita, la commissione si è riunita in cinque occasioni
ed ha cercato di impostare il lavoro che ci attende. Il punto di riferimento per
partire con la riflessione rimane la nota pastorale del 2004 sulle Zone Pastorali. Dal confronto vissuto in questi quattro primi incontri della commissione è
emerso quanto segue:
- attenzione ai fondamenti/1: la questione è prima di tutto di natura spirituale!
Parlare di Pastorale Integrata [PI] – come affermato dal Vescovo fin dal
primo incontro - ci riporta a pensare come concretizzare la spiritualità di comunione in questo tempo della vita della Chiesa. Non si tratta di ripetere degli
enunciati, ma di rendere concreta questa essenziale dimensione della vita della
Chiesa che tante volte ci siamo sentiti richiamare.
Se il primato è spirituale coloro che sono chiamati a condividere l’esperienza della PI e a dare forma ad esperienze ecclesiali che vadano in questa
direzione, devono condividere uno stile di vita spirituale attento ai fondamenti.
In questo senso la dimensione oggettiva della proposta deve coniugarsi con
l’attenzione alle persone e alla loro concreta disponibilità a mettersi in gioco.
Organismi Pastorali
111
Bollettino Diocesano 2011 - n.4
112
- attenzione ai fondamenti/2: le fonti della pastorale di comunione (integrata) > la Parola, l’Eucaristia, la carità fraterna e aperta al mondo.
Parlare delle fonti significa riconoscere che la PI non è un’opera di ingegneria pastorale, come a volte si teme, ma è la risposta ad un vita ecclesiale aperta
all’accoglienza dei grandi doni di Dio: la Parola di Dio, l’Eucaristia, la carità
fraterna e aperta al mondo. È a partire da un’esperienza di vita nutrita in modo
significativo da questi doni che può nascere una spiritualità di comunione e tradursi in concreto una pastorale di comunione (integrata). Lavorare sull’essenziale è fondamentale perché solitamente ciò che ci divide è soprattutto ciò che
è relativo (dall’assolutizzazione del relativo nascono i campanilismi), mentre
sull’essenziale siamo chiamati ad essere uniti “a priori” (NMI 45).
- affermare l’ideale su cui convergere tutti: le unità pastorali per una nuova
pastorale missionaria sul territorio.
L’obiettivo non è la collaborazione tra le parrocchie o gli altri soggetti ecclesiali, ma una vera PI che sul territorio si esprime nella forma dell’Unità Pastorale
guidata – nel rispetto delle diverse vocazioni e dei diversi ministeri - da un’equipe missionaria formata da preti, diaconi, religiosi e laici impegnati. Verso
questo ideale occorre impegnarsi a camminare tutti.
Non in tutte le realtà territoriali sarà possibile realizzare immediatamente
l’ideale; occorrerà dunque mettere in atto alcune forme di integrazione (più che
collaborazione almeno nelle intenzioni) che facciano progredire verso l’ideale.
- i primi referenti da coinvolgere e formare sono i presbiteri. Fraternità e
collegialità.
Occorre aiutare a tradurre in concreto gli enunciati della comunione presbiterale, della fraternità sacerdotale e della dimensione collegiale del presbiterio.
Occorre aiutare a ricuperare e a condividere in modo cosciente gli elementi
della fraternità presbiterale prima e al di là di ogni possibile convivenza. I preti devono essere aiutati a ricuperare la responsabilità di presiedere collegialmente una comunità impegnata nell’evangelizzazione del territorio e capace di
coinvolgere tutti i credenti, con tutti i carismi, le vocazioni e i ministeri. In questo senso – l’argomento va approfondito con cura – anche se può essere utile
conservare tutte le parrocchie come stazioni di evangelizzazione, si pensa utile
superare la destinazione di un parroco per ogni parrocchia, formando piuttosto
dei collegi di presbiteri che insieme ad altri ministri animino l’evangelizzazione
del territorio. Occorre evitare ogni tentazione di fuga individualistica ed autoreferenziale che vanificherebbe il cammino di comunione e di integrazione.
Per questa formazione occorre valorizzare i momenti della vita del presbiterio (incontri di vicariato, assemblee, ritiri) puntando molto sulla qualità della
proposta (Cfr. Proposta degli incontri di questo anno).
- la formazione delle comunità e degli operatori pastorali: Parola, Liturgia,
Discernimento comunitario.
Un cammino ecclesiale di PI non può procedere senza una serio progetto di
formazione delle comunità e degli operatori pastorali che tenga presenti questi
tre pilastri della formazione anche se è necessario concretizzarne e specificarne
le modalità concrete. L’obiettivo di tale formazione è giungere ad una corresponsabilità ministeriale in vista dell’annuncio e della missione.
Organismi Pastorali
Bollettino Diocesano 2011 - n.4
Quale formazione per nutrirsi della Parola e farla divenire Parola di vita?
Quale formazione per una liturgia viva che divenga per i singoli e per la
comunità culmen et fons?
Quale formazione per vivere un efficace discernimento comunitario nella
comunità che, interpretando i segni dei tempi e le domande di salvezza possa
orientare l’impegno missionario ed educativo?
- l’esigenza di un accompagnamento paterno delle nuove esperienze che
nascono
Non è difficile pensare che tutto questo non costi molta fatica alle comunità e ai presbiteri stessi. Sarà dunque fondamentale pensare ad un percorso
di accompagnamento che possa monitorare e verificare il cammino delle realtà
che partono verso una PI. Si vede anche importante “monitorare” la situazione
personale dei preti sia sul piano umano che su quello spirituale per sostenerli
nel far crescere la fraternità sacerdotale.
- l’attenzione agli ambiti di vita umana e agli ambienti di vita sociale
L’impegno sul territorio non può far dimenticare gli ambienti di vita nei
quali è altresì necessario proporre un’evangelizzazione: la famiglia, ambienti del
mondo giovanile, del mondo del lavoro, della sofferenza e del tempo libero…
Da un attento discernimento comunitario ispirato dalla Parola e nutrito dall’Eucaristia, nascerà un impegno per l’annuncio e le testimonianza del vangelo in
tutti gli ambienti di vita.
Come procede il lavoro della commissione?
à arrivare ad una definizione chiara e approfondita di cosa sia l’Unità pastorale per: chiarire bene l’ideale verso cui si sta camminando; aiutare le realtà
zonali che già hanno attuato forme di collaborazione e sinergia a procedere
nel cammino verso l’ideale riconoscendo cosa ancora manchi; avere chiaro un
modello di comunità ecclesiale impegnata nella missione sul territorio su cui
formare le varie ministerialità che dovranno sorgere.
à verificare le esperienza più significative realizzate in Italia negli ultimi 10
anni per evidenziare gli elementi di forza e gli elementi di debolezza che hanno
fatto fallire o hanno reso vano l’intento iniziale (Brescia, Milano, Torino, Lodi,
Piacenza, Cesena, Vicenza …).
à studiare insieme ai preti attualmente in servizio pastorale la proposta
che era stata fatta dai vicariati nel 2003-2005 tempo in cui si era disegnata
una mappa possibile per la costituzione delle Zone Pastorali (dopo la nota del
2004); verificare se quella mappa è ancora realistica, cosa sia effettivamente
partito in questi anni, quali difficoltà sono insorte o quali resistenze si sono
manifestate perché partisse qualcosa nella direzione di una pastorale integrata.
Dopo la fase di studio - sempre insieme ai preti ed ai consigli pastorali
parrocchiali - disegnare una road map che progetti il percorso da svolgere nei
prossimi 4-5 anni (considerando i passaggi intermedi) per arrivare alla costituzione delle UP nelle varie zone del territorio diocesano.
à accompagnamento delle esperienze nate di recente (Coriano, Bellaria,
Riccione Mare, Cattolica): si tratta di esperienze nate dopo il 2010 e già partite
Organismi Pastorali
113
Bollettino Diocesano 2011 - n.4
nell’ottica dell’zona pastorale/unità pastorale. La partenza non è stata facile da
nessuna parte; si tratta di accompagnare queste esperienze e sostenerle nelle
eventuali difficoltà.
à ministerialità e formazione: la questione è cruciale perché la PI non è
una cosa che riguarda solo i preti; è urgente individuare alcune ministerialità
nuove che si collocano accanto a quelle già esistenti per sostenere e sviluppare
la PI e le UP; accanto ai diaconi, ai ministri istituiti, ai ministri straordinari della
comunione, ai catechisti dell’IC; … ai catechisti battesimali (in formazione da
quest’anno), … forse è importante individuare alcune ministerialità che nascono proprio per la UP nella prospettiva della missione, del servizio al territorio,
alle famiglie, agli ammalati, per l’animazione della Parola, della Liturgia, della
Cultura, dell’Ecumenismo, dei giovani …; sarà importante creare reti virtuose
tra tutti coloro che sono già impegnati sul territorio (scuole cattoliche, comunità
religiose, associazioni e movimenti) nel rispetto della vocazione e del carisma
di ognuno, ma impegnati in un’unica missione che è quella della Chiesa.
114
Questioni aperte da sviluppare sia in commissione che in altri ambiti collegiali
• Il rapporto tra unità pastorale e singole parrocchie
• Quale percorso per una formazione sulla Parola di Dio che diventi fonte
per una vita comunitaria e per l’annuncio missionario?
• Quale percorso per una formazione liturgica che diventi fonte per una
vita comunitaria e per la testimonianza di carità?
• Quali nuove ministerialità occorre suscitare o riconoscere per la composizione delle équipe missionarie nelle unità pastorali?
Alcune domande per il lavoro di questa sera:
• Che cosa il CPD può fare a livello diocesano e a livello zonale/parrocchiale per aiutare lo sviluppo di questo percorso sulla pastorale integrata?
• Come contribuire a formare una mentalità che sostenga la logica della pastorale integrata? Su quali punti ci sembra importante insistere?
Quali nodi individuiamo perché le comunità progrediscano in questa
prospettiva?
Organismi Pastorali
Bollettino Diocesano 2011 - n.4
Consiglio Pastorale Diocesano
Verbale del lavoro del Gruppo 1 sulla Pastorale Integrata
in data 19 ottobre 2011
Sala Santa Colomba
Domande per il lavoro di gruppo:
• Che cosa il CPD può fare a livello diocesano e a livello zonale/parrocchiale per aiutare lo sviluppo di questo percorso sulla pastorale integrata?
• Come contribuire a formare una mentalità che sostenga la logica della pastorale integrata? Su quali punti ci sembra importante insistere?
Quali nodi individuiamo perché le comunità progrediscano in questa
prospettiva?
Gruppo coordinato da Stefano Giannini (fa il verbale)
(presso Sala Santa Colomba)
Sr. Paola Rado
don Luigi Ricci
Liana Calzecchi
Anna Maria Annibali
Roberto Cesarini
Anna Cicchetti
Roberto Manzelli
Veris Navetta
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Roberto Cesarini: Esperienza delle parrocchie di Mater Admirabilis, Gesù
Redentore e San Giuseppe. Le cose vanno bene, la cosa è estremamente positiva. Mi sono ritrovato nella relazione di don Andrea che descrive i passi che
anche noi abbiamo fatto. Le fondazioni sono importanti. Per 3 o 4 anni si è
lavorato sulle fondazioni (agevolati dal fatto che don Matteo aveva già chiara
unaa prospettiva nuova essendo nuovo anche lui). Parola, Eucaristia e Carità
sono state il fulcro della sua pastorale. Siamo partiti dalla Parola: una lectio divina settimanale sempre più partecipata, la scrittura meditata pian piano ci ha
formato. Poi si è iniziato a pensare a progettare iniziative fatte in comune con
le parrocchie vicine, oltre che fare discernimento insieme tra consigli pastorali.
Ci sono certo state contestazioni e obiezioni. Il nuovo campanile diventa Gesù
Cristo. Abbiamo dovuto fare lo sforzo di passare da una fede pensata ad una
fede pensata. Una volta che si è ben sicuri dei fondamenti, sul relativo si può
ragionare. Le parole “zona” o “unità” pastorale non ci sono piaciute ed abbiamo
deciso insieme che il termine più corretto poteva essere “comunità pastorale”,
Organismi Pastorali
Bollettino Diocesano 2011 - n.4
che nel termine è ancora più impegnativo. Il nome con cui chiami le cose, non è
indifferente! Abbiamo fatto la scelta di pensare un nuovo nome, che portasse a
pensare alla Missione (il vescovo Francesco: “riccionesi, uscite dalle sacrestie”).
Il nome doveva essere diverso da quelli delle parrocchie, che ora è “Sacra Famiglia” (Mater – Giuseppe – Gesù). Ora tutti si sentono appartenere al nuovo
nome della comunità pastorale. Su questo si è cominciato a costruire, a partire
dalla unione dei catechismi nel prossimo anno; la comunione dei sacerdoti
anche come effettiva convivenza dei sacerdoti. Un problema è la celebrazione
liturgica. Deve esser comunitaria, ma banalmente c’è un problema di spazi. Il
CPD può fare un lavoro di risonanza e culturale. Confronto di esperienze. Un
presidio sulle esperienze che si fanno. Se vogliamo partire dalle esperienze
precedenti in questo campo, possiamo prendere in considerazione le prime comunità, le quali si vedevano nelle case per andare incontro alla gente e perché
non avevano spazi e ambienti a disposizione.
Liana Calzecchi: l’esperienza vissuta nei lavori del Convegno sull’educazione ci dice che serve unità di intenti sulla liturgia.
Don Luigi Ricci: le resistenze maggiori anche sui giornali sono state fatte
solo dai lontani, mentre è stato importantissimo il contributo e la reazione chi
vive la comunità nota che non viene a mancare niente ma c’è un di più. Per
questo il ruolo e la testimonianza dei laici è fondamentale.
116
Stefano Giannini: per aiutarmi a pensare in grande al cammino che ci
aspetta per integrare la pastorale nelle unità pastorali, mi chiedo: ma se oggi
dovessimo arrivare in un territorio in cui non c’è niente, cosa faremmo? Di quali
ministerialità nuove avremmo bisogno e quali coglieremmo? A cosa dobbiamo
fare fronte in un dato territorio per costruire la comunità che lì vive? Questo ragionamento mi aiuta a liberarmi da categorie predefinite che mi renderebbero
difficile pensare in modo nuovo.
Veris Navetta: Essendo difficile coprire le zone coi sacerdoti che ci saranno
e non si potranno più possibili orari delle messe così frequenti. Saremo portati
a condividere le iniziative che vengono proposte sul territorio della unità pastorale senza rimanere più collegati ad una organizzazione prettamente territoriale
o campanilistica.
Anna Maria Annibali: fare una pastorale negli ambienti di vita, con la necessità di formare operatori pastorali di tipo nuovo. Case protette, ospedali,
ecc, in cui sarà significativamente diverso e farà la differenza avere un operatore cristiano o meno. Tutte le pastorali che noi abbiamo sono comprese negli
ambienti di vita ma non abbiamo ancora operatori pastorali pronti a questo.
Impegnarsi a pensare come fare l’annuncio nel quotidiano di coloro che non
hanno tempo di andare in parrocchia se non annunciarlo li dove vivono? Non è
solo celebrare ma stare accanto e accompagnare.
Organismi Pastorali
Bollettino Diocesano 2011 - n.4
Liana Calzecchi: La Consulta lavora già in questo senso da parte di alcuni
gruppi. Integrare il carisma e l’operatività di questi gruppi specifici. Alcuni aggregazioni più piccole stanno esaurendosi ma occorre recuperare il loro specifico
attraverso il coinvolgimento delle persone che ne hanno vissuto il carisma.
Suor Paola Rado: parrocchie a volte possono apparire come semplici contenitori di iniziative in competizione tra loro. Questo è a causa della povertà
spirituale, nell’incapacità di andare alle radici della propria vocazione particolare, incapacità di elaborare progetti pastorali condivisi. Un progetto pastorale
deve essere espressione di un impegno e di una visione comunitari, e contestualizzato nello specifico territorio. Occorre una educazione alla condivisione
e all’integrazione. Punto nodale è il coinvolgimento del laicato. Superare la logica della delega riconoscendo il valore e la specificità della vocazione laicale
attribuendo anche le giuste responsabilità. L’impegno dei laici costante e con
sacrificio è fondamentale. Una parrocchia vicina alla gente, nell’ascolto dei molteplici bisogni. Ogni battezzato deve riconoscere l’urgenza dell’annuncio e della
missionarietà senza delegarlo ai “soliti” della parrocchia.
Liana Calzecchi: RnS e altri movimenti sono chiamati mettersi a disposizione a pensare e a farsi carico del cammino del post cresima. Può essere questa
una pista per i Movimenti, nella quale anche non agire separati ma collaborando?
Roberto Manzelli: il CPD deve generare una prassi per le parrocchie per
creare una mentalità nuova e definire con quali strumenti raggiungere questo
obiettivo. Identificare come essere propositivi per promuovere i fondamenti
nelle comunità che possano così favorire un clima recettivo. Fare un piccolo
documento-strumento come linee guida per le parrocchie per recuperare i fondamenti del cammino della comunità cristiana.
Roberto Cesarini: la rappresentatività del CPD ci può essere quella di costituire gruppetti di lavoro da inviare nei CPP per avviare il percorso di accompagnamento e di tutor, per avviare uno scambio di esperienze.
Navetta Veris: nelle parrocchie si sa che stiamo affrontando la questione
della PI, quindi ci si attende una proposta significativa. Essere testimoni e missionari anche verso coloro che non sono cristiani ed essere in questo una proposta di vita “parlante” per le nuove generazioni o le nuove etnie.
Don Luigi Ricci: in 7 anni, avremo 10 preti in più e 35 preti supereranno i
75 anni d’età. Lo spirito e l’attuazione di una PI non è necessaria solo per aggregare le parrocchie, ma è una grossa opportunità soprattutto per quelle realtà
parrocchiali molto grandi che hanno la necessità di avere un nuovo approccio
con la realtà variegata delle persone sul territorio e negli ambienti di vita.
Stefano Giannini: partire non tanto dall’emergenza (la mancanza di sacer-
Organismi Pastorali
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Bollettino Diocesano 2011 - n.4
doti e le immediate conseguenze dirette) ma dall’interrogarci su quale conversione pastorale e missionaria ci viene richiesta per fare incontrare Cristo con gli
uomini e le donne di oggi. Come adeguarci al mondo che cambia?
Anna Cicchetti: la pastorale universitaria è un ambito di annuncio importante soprattutto per le persone extracomunitarie o italiani fuori sede (per studio
o lavoro). CPD deve maturare uno spirito di condivisione e di dialogo, non di
imposizione verso la realtà delle comunità che sono sul territorio, periferia dalla
quale non si può prescindere.
Suor Paola Rado: per contribuire a creare una mentalità nuova, imparare da
Verona. Centralità e valorizzazione della persona e dei rapporti interpersonali.
1) esigenza di lavorare in rete. 2) non essere tentati a personalizzazioni e competizioni che tradiscono la comunione ecclesiale. 3) verifica e discernimento
su come è vissuta la comunione nella parrocchia. lavorare da soli, verifica di
come si vive la comunione nella parrocchia, quali punti individuare. 4) quali
nodi individuare perché la comunione prosegua, percorso non aggregativo ma
integrativo, non insieme di persone qualsiasi ma in vista dell’unità verso progetti comuni. 5) Coinvolgimento del laicato. 6) sforzo comune su progetti di
missionarietà e apertura al territorio.
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Don Luigi Ricci: il punto 6 è il vero nodo: passare da una pastorale di conservazione e di sacramentalizzazione ad una pastorale di Annuncio e di testimonianza.
Anna Maria Annibali: oggi le nuove piazze sono i centri commerciali. Vedo
come sbagliato il non avere un punto di incontro, una chiesa in una piazza
come quella, così importante per la gente. Ci sono persone che si fermerebbero
volentieri e che non hanno la possibilità concreta di raggiungere una chiesa e
che vivrebbero questa come una possibilità.
Don Luigi Ricci: Discorso complesso quello dei centri commerciali, perché
finiremmo per mettere nel pacchetto della spesa e del cinema anche la messa
o il momento di preghiera.
Relazione Gruppo di lavoro n°2 coordinato da Silvano Perazzini (Sala
Uffici Pastorali)
Silvano Perazzini Belletti Diac. Alberto
Stefano Morolli
Franco Casalboni Paolo Mancuso Paolo Guiducci Fabbri Denis (fa il verbale)
Organismi Pastorali
Bollettino Diocesano 2011 - n.4
Soldati Roberto Rossano Guerra Si è richiamato i partecipanti a tenere ben presente le domande che sono
state poste, in modo particolare quale sia la strategia corretta per sensibilizzare
le ns. comunità.
In un primo momento sono state chiarite, da parte di vari consiglieri, le esigenze per cui si è arrivati ad avere bisogno della PI: mancanza di vocazioni , necessità di risposte a 360° ai bisogni delle persone che si rivolgono alla Chiesa.
Roberto Soldati: è necessario riunire la comunità tenendo presente le distinzioni, la diversità dei carismi, scoprire che qualunque sia il carisma che ciascuna ha deve essere vissuto all’interno della comunità.
Riscoprire l’unità della persona (lavoro, figli, ecc) che però deve essere accolta all’interno della parrocchia o della UP. Ad es. utilizzare una pastorale trasversale (un argomenta che riguarda tutti).
Casalboni: al di là della formula usate, UP o PI , l’uomo di oggi aspetta Cristo, cosciente o meno. Non è un obiettivo programmato, ma insito nell’uomo;
la risposta può arrivare nelle forme più disparate.
In parrocchia, nei movimenti, la gente rimane colpita quando vede un’umanità convinta. Lo Spirito è fantasioso, quindi è necessario tenere aperta questa
finestra e non tentare di ingabbiarlo in schemi preconfezionati.
La chiesa è come una famiglia, guardiamo le nostre diversità, i nostri problemi: questa diversità diventa ricchezza.
Speriamo che l’obiettivo non dia quello di uniformare la pastorale della Diocesi. C’è da domandarsi come mai , dopo 7 anni, che è stata fatta la proposta
delle “zone pastorali” nulla o poco sia cambiato. Ci sono territorialità parrocchiali molto disomogenee, per cui non si può pensare che la UP possa essere
data solo dall’area geografica. Anche dal convegno di Verona, nei i 5 ambiti, si
erano date delle indicazioni, ma probabilmente c’è la difficoltà che il cambiamento deve passare attraverso i sacerdoti. Bisogna quindi rispettare i tempi
necessari al presbiterio per adeguarsi alla proposta.
E’ comunque un lavoro che va al di là delle ns. capacità umane, veramente
dobbiamo fidarci di Dio. Non servono regole da seguire, ma ci vuole molto altro,
è necessario entrare nella concretezza, esempio che possiamo portare nelle ns.
comunità. Puntare sui giovani, pongono meno resistenza alle novità, ad essere
legati alla propria parrocchia. E’ un’esperienza che deve nascere dal basso.
Evitare forzature, dare prospettive per il futuro, far crescere la corresponsabilità dei laici
Denis : porta l’esperienza della propria zona pastorale: Le parrocchie di Regina Pacis, Cristo Re, San Giovanni e Colonnella stanno condividendo progetti
comuni: catechesi, gruppi giovanili, comunione fra i sacerdoti che si ritrovano a
Organismi Pastorali
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Bollettino Diocesano 2011 - n.4
pranzo e condividono le proprie esperienze.
Il coordinatore richiama a restare davanti alla domanda.
La Pastorale della comunione non è un vestito che si prende dall’armadio,
va costruita, I sacerdoti devono testimoniare questa comunione. I laici possono
e devono contribuire , forse potrebbero essere loro a decidere le zone pastorali,
ambiti in cui pensare a lavorare insieme.
Necessaria una formazione specifica per i sacerdoti, coinvolgere i movimenti che sono “sopra” le parrocchie , vivono realtà più ampie.
Pensare a organizzare incontri di formazione in diocesi per laici già impegnati nelle varie attività pastorali, che poi facciano da “rete” nei confronti della
comunità.
Lavorare con i giovani , ascoltarli, qualunque sia la pastorale dobbiamo fare
in modo che si incontrino con Cristo. Loro sono in grado di mettere in crisi tutte
le grandi sovrastrutture che la Chiesa ha.
Noi stessi ci sentiamo chiamati a portare all’interno dei ns. consigli pastorali
la novità della PI, nello stesso tempo dobbiamo ascoltare i problemi della genti,
cosa la parrocchia, la Diocesi può fare per loro.
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C’è bisogna di fare esperienze alle persone, proporre cose buone (momenti di preghiera) da fare in parrocchie limitrofe. Aiutare i ns. sacerdoti a fare
comunione, farli innamorare delle proposte fatte dai laici se buone.
Dove si crea un buon rapporto fra il sacerdote e la propria comunità bisogna mantenerlo , dalla nascita alla morte. Queste unità pastorali non vanno a
discapito delle persone , è necessario che sacerdoti stia a contatto col territorio.
Pensare alla formazione di nuovi ministeri laici che siano di aiuto/supporto
ai sacerdoti. Ad es. nella visita agli ammalati, nella gestione dei documenti,
nell’accoglienza delle famiglie …..ecc.
Verificare sul territorio quali sono le esigenze comuni a più parrocchie.
Iniziare già da ora, in parrocchie limitrofa qualche attività che faccia conoscere fra di loro le comunità (animazione culturale).
Organismi Pastorali
Avvenimenti Diocesani
Festa del beato Alberto Marvelli..................................................................................... 124
Iniziative per la Solennità di San Gaudenzo.............................................................. 125
Scuola Diocesana Operatori Pastorali 2012................................................................ 127
Don Pietro Cannini ............................................................................................................ 129
Bollettino Diocesano 2011 - n.4
Festa del beato Alberto
Marvelli
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In occasione della festa del beato, il Vescovo di Rimini Francesco Lambiasi
ha presieduto la celebrazione eucaristica presso la chiesa di Sant’Agostino, in
centro storico, a Rimini, mercoledì 5 ottobre alle ore 17.30.
In questa chiesa riposano i resti mortali dell’ingegnere della carità riminese,
proclamato beato da papa Giovanni Paolo II a Loreto il 5 settembre 2004.
La Chiesa propone Marvelli come modello di “santità nel quotidiano” per i
cristiani del terzo millennio. Giovanni paolo II, in occasione della visitapastorale
a Rimini nel 1982, aveva affermato di lui: “Ha mostrato come, nel mutare dei
tempi e delle situazioni, i laici cristiani sappiano dedicarsi senza riserve alla costruzione del regno di Dio nella famiglia, nel lavoro, nellacultura, nella politica,
portando il Vangelo nel cuore della società”.
In occasione della festa, mons. Lambiasi ha presentato e consegnato ufficialmente alla Chiesa riminese la Lettera Pastorale 2011, dal titolo “Giovani, dove
sta la felicità?” è indirizzata ai giovani e ai loro educatori: genitori,insegnanti,
educatori e guide spirituali. La Lettera è stata stampata in 15.000 copie.
L’Azione Cattolica diocesana è stata presente per la celebrazione dell’Impegno e ha animato la liturgia. Il coro interparrocchiale “Sant’Agostino” ha guidato
i canti.
Avvenimenti Diocesani
Bollettino Diocesano 2011 - n.4
Solennità di San Gaudenzo
Venerdì 14 ottobre si è celebrata la solennità di San Gaudenzo, patrono
della Città e della Diocesi di Rimini.
Nel Santo Vescovo e Martire si ritrovano le radici della storia cristiana della
nostra terra. La festa di San Gaudenzo segna inoltre l’inizio ufficiale del nuovo
anno pastorale.
La ricorrenza di San Gaudenzo vescovo e patrono della Diocesi è anche
l’occasione in cui la Chiesa riminese rinnova l’espressione del suo affetto al
suo Vescovo, mons. Francesco Lambiasi.
In occasione della Solennità di San Gaudenzo, la Diocesi di Rimini organizza una serie di iniziative correlate alla festa del Santo Patrono.
In preparazione alla Solennità, sabato 8 ottobre, alle ore 17.30, in Basilica
Cattedrale, il Vescovo di Rimini Francesco Lambiasi ha ordinato un nuovo diacono in previsione del sacerdozio. Si tratta del 42 enne riminese don Eugenio
Facondini.
Domenica 9 ottobre, alle ore 21, è stata proposta per la prima volta in
Basilica Cattedrale “Missa Pacis”, di Amintore Galli, in collaborazione con la
Fondazione Cassa di Risparmio di Rimini e sotto la direzione artistica di Gianandrea Polazzi. La “Missa” è stata interpretata dall’Orchestra dell’Istituto Musicale “Giovanni Lettimi”, diretta da Filippo Maria Caramazza, e dal Coro Lirico
Città di Rimini “Amintore Galli”, diretto dal Maestro Matteo Salvemini.
Giovedì 13 ottobre, in Sala Manzoni (presso la Diocesi), alle ore 21, si
è slvolta l’assemblea pubblica dei Consigli Pastorali Parrocchiali. Si tratta del
secondo appuntamento con i CPP. In tale occasione è stato consegnato il programma pastorale 2011/2012 della Diocesi. Un breve video ha presentato l’attività pastorale del nuovo anno. Il Vescovo di Rimini terrà una breve meditazione sull’anno battesimale e il sacramento del battesimo, mentre l’assistente
dell’Ufficio Pastorale per la Famiglia don Giampaolo Bernabini illustrerà il lavoro dell’equipe sull’iniziazione cristiana.
Venerdì 14 ottobre, solennità di San Gaudenzo, Vescovo e martire, Patrono
della Città e della Diocesi di Rimini, in Basilica Cattedrale alle 17.30 solenne
concelebrazione eucaristica presieduta dal Vescovo Francesco. Al termine della
Avvenimenti diocesani
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Bollettino Diocesano 2011 - n.4
Comunione Eucaristica è stata letta (e distribuita tra i fedeli) la preghiera composta dal Vescovo per questo anno pastorale.
In precedenza, alle ore 16.30 in Sala San Gaudenzo, presso la Diocesi,
tradizionale incontro del Vescovo di Rimini con le Autorità cittadine. In questa
occasione, monsignor Francesco Lambiasi ha consegnato personalmente alle
Autorità presenti alcuni documenti:
- Discorso del Santo Padre Benedetto XVI al Reichstag di Berlino, del 22
settembre 2011
- Prolusione del Cardinale Presidente della CEI Card. Bagnasco al Consiglio
Episcopale Permanente del 26 settembre 2011
- Estratto del Documento Conclusivo del Consiglio Episcopale Permanente
del 29 settembre 2011.
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Avvenimenti Diocesani
Bollettino Diocesano 2011 - n.4
Scuola Diocesana Operatori
Pastorali 2012
Dal 7 novembre al 12 dicembre si è svolta la scuola diocesana per operatori pastorali che si colloca come terzo livello di formazione della nostra Diocesi
a cui rimandiamo.
I destinatari di questa scuola sono quegli operatori pastorali che hanno già
acquisito una formazione di base nel loro settore di servizio e coloro per i quali
è previsto che la formazione avvenga specificatamente in questo am¬bito (ministri della comunione, mini¬steri istituiti, catechisti battesimali...).
I partecipanti alla Scuola per operatori pastorali normalmente vengono inviati dalle rispettive comunità e non partecipano a titolo puramente personale.
La scuola si inserisce in un progetto Triennale che accompagna il piano
pastorale della Diocesi: nel 2011 dedicato al Battesimo, nel 2012 alla Confermazione, nel 2013 all'Eucarestia.
Come ogni anno il corso è stato diviso in due parti: una prima parte unitaria rivolta a tutti i corsisti, una seconda parte più specifica a seconda dei settori
di impegno.
2011: anno del Battesimo
Il riferimento assunto per la parte comune al corso è il Rito per l'Iniziazione
Cristiana degli Adulti (RICA) nella sua scansione temporale.
Programma
7 novembre
Mons. Francesco Lambiasi
Il Battesimo: immersi nel suo amore. Annunciare la bella notizia della vita cristiana
14 novembre
don Giampaolo Bernabini
Evangelizzazione e primo annuncio: suscitare la fede in Gesù Cristo
21 novembre
don Gianmario Baldassarri
Ingresso nel catecumenato: il discepolato nella comunità cristiana
Avvenimenti diocesani
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Bollettino Diocesano 2011 - n.4
28 novembre
diac. Luigi Bianchini
Gli scrutini: l'impegno del cristiano nel mondo
5 dicembre
don Andrea Turchini
La mistagogia: l'accompagnamento nella formazione permanente del cristiano
12 dicembre
don Tarcisio Giungi
Il catecumenato modello della formazione cristiana (itinerari per fanciulli, giovani, famiglie)
Laboratori di formazione
a. Catechisti battesimali > d. G. Bernabini
b. Ministri straordinari della Comunione > d. G. Baldassarri - d. M. Donati
c. Pastorale biblica e della liturgia: accoliti e lettori > d. M. Donati e d. G. Baldassarri
d. Catechesi dell'Iniziazione cristiana: il nuovo progetto > d. G. Giovanelli
e. Annuncio e accompagnamento di situazioni famigliari difficili
o irregolari > diac. C. Giorgetti
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Avvenimenti Diocesani
Bollettino Diocesano 2011 - n.4
Don Pietro Cannini
Necrologio
Per mezzo secolo è stato il cappellano dell’ospedale di Riccione. Un punto
di riferimento e sostegno spirituale per migliaia di pazienti e per i loro familiari.
Don Pietro Cannini, 92 anni, se n’è andato in cielo, la notte di domenica 18
dicembre, proprio all’ospedale “Ceccarini” che dal 1962 era diventato anche la
sua casa. Era stato ricoverato il giorno precedente, ancora in forza e lucidissimo come sempre. Ma il suo cuore non ha retto.
Grande la commozione in città. Non c’è, infatti, riccionese che non l’avesse conosciuto, apprezzandone soprattutto la discrezione, il rispetto, la grande
fede e la disponibilità.
Di passo lesto, con la stola al collo e Gesù nelle ostie consacrate che stringeva al petto, a qualsiasi ora del giorno e della notte correva in tutti i reparti
dov’era chiamato. Sotto certi aspetti era un prete di frontiera.
Come testimoniano medici e infermieri, non si tirava mai indietro, neppure
quando era necessario dare una mano per altri lavori. Don Cannini, 60 anni di
sacerdozio alle spalle, aveva celebrato l’ultima messa nella cappella dell’ospedale, sempre affollata, lo scorso 26 giugno, per cedere il passo a don Angelo
Rubaconti, parroco di Misano. Poche settimane prima tutto il personale del
“Ceccarini” assieme al direttore Romeo Giannei, aveva organizzato un momento di festa per lui. Don Pietro per l’occasione aveva portato la sua ultima
testimonianza di fede che aveva toccato tutti.
“Voglio fare un duplice ringraziamento. - aveva esordito - Il primo, verticale, va a Dio che mi ha conservato la vita così a lungo e mi ha dato tanti
doni per condurre la missione evangelica. Ho trascorso la mia vita prima per i
bambini, poi per i poveri, gli anziani e gli ammalati, qui in ospedale, e quando
c’era bisogno, a Casa Serena.
Il secondo grazie, orizzontale, va alle persone. I miei sessant’anni di sacerdozio li ho spesi in comune collaborazione, mai uno screzio con nessuno.
In questo ospedale ci siamo sempre aiutati reciprocamente in tutto e con rispetto”.
In sala per l’addio tanta emozione, ma don Pietro si era lasciato convincere
dal vescovo Monsignor Francesco Lambiasi, che mercoledì nell’affollata chiesa
di San Martino, ha celebrato le esequie con tanti altri sacerdoti, a concedersi il
meritato riposo nella Casa del Clero di Rimini.
Nato a Vecciano (Coriano), dov’erano venuti alla luce anche gli altri suoi
dieci fratelli, don Cannini aveva cantato messa nel 1952. Era stato cappellano
Necrologi
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Bollettino Diocesano 2011 - n.4
per due anni a Scacciano (Misano), e per altri quattro nella parrocchia di San
Martino.
Il suo spirito missionario, che l’ha sempre spinto con energia a offrire conforto e assistenza spirituale, anche nei momenti più drammatici, è stato sempre apprezzato da chiunque ha avuto la fortuna di conoscerlo. Come pure quel
tenue sorriso che sapeva regalare a chi si fermava a parlare con lui. Doti riconosciute da tutti, tant’è che anche il Rotary Club Riccione-Cattolica, sotto la presidenza di Orazio Motolese, gli conferì il premio “Paul Harris”, assegnato pure
al latinista del Vaticano don Guglielmo Zannoni, scomparso qualche anno fa.
Nives Concolino
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Avvenimenti Diocesani
Bollettino Ottobre - Dicembre 2011 - n.4
Direttore responsabile: Baffoni don Redeo
Sped. in abbonamento postale 70%
Filiale di Forlì
Direz. Amministr.: Curia Vescovile, via IV Novembre, 35
Rimini – Tel. 0541.24244
Pubblicazione Trimestrale
Con approvazione ecclesiastica
Progetto grafico e impaginazione - Kaleidon
Stampa: Tipolito Garattoni - Rimini
Bollettino
Ottobre - Dicembre
2011
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