Vergarolla:
una strage premeditata
L’iniziativa è stata realizzata nell’ambito del programma annuale di attività
dell’A.N.V.G.D. Liguria, approvato e finanziato dal Consiglio Regionale Assemblea
Legislativa della Liguria ai sensi della Legge reg. 24 dicembre 2004 n. 29
In copertina: il cippo sito nel cimitero monumentale di Staglieno dedicato alla
memoria degli esuli caduti in pace ed in guerra, ovunque sepolti
I
l Comitato Provinciale dell’ANVGD di Genova ha voluto commemorare la ricorrenza del 69° anniversario della Strage di Vergarolla, con una manifestazione
che possa portare a conoscenza anche della cittadinanza genovese questo grave e
luttuoso fatto che profondamente segnò la vita e le scelte dei cittadini di Pola.
Con questo opuscolo, che riporta integralmente un articolo a firma di Paolo Radivo
edito quest’anno sul n.31 della rivista Fiume, riteniamo un dovere morale riportare
alla memoria fatti e vicende storiche che sono stati volutamente taciuti e cancellati
troppo spesso per scelte politiche ed opportunistiche.Anche su questo grave fatto
di sangue, ancor oggi controverso per la sua matrice, vorremmo che venisse fatta
finalmente completamente luce e garantita una verità condivisa.
La strage di Vergarolla rappresenta un evento quasi completamente ignoto alla
maggioranza degli italiani, come d’altronde la maggior parte degli eventi storici che
possono essere accaduti lungo la frontiera orientale dell’Italia dopo la fine della 2^
Guerra Mondiale.
Trattasi di una storia orrenda che, pur dovendosi considerare il più grave fatto di
sangue dell’ Italia repubblicana, è caduta completamente nell’oblio come molte vicende che hanno colpito gli Italiani dell’Istria e della Dalmazia.
La drammaticità dell’evento sta nel fatto che esso avvenne a guerra finita in un momento storico in cui era in discussione la sovranità italiana sui territori di Trieste e
dell’Istria Occidentale prima della stipula del trattato di Pace. Nel 1946 la quasi totalità dell’Istria, con eccezione del territorio di Trieste e di una piccola zona comprendente la città di Pola e dei suoi immediati dintorni, era sotto l’occupazione militare
della Yugoslavia di Tito. Il territorio di Trieste era sotto Il Governo Militare Alleato
a guida anglo-americana, mentre Pola era a guida inglese. Per questa sua posizione
nel territorio di Pola erano confluiti molti italiani provenienti dalle zone limitrofe
sotto occupazione slava.
Il giorno 18 agosto 1946, molti cittadini di Pola erano confluiti sulla spiaggia posta
in prossimità dell’insenatura di Vergarolla per assistere alle manifestazioni natatorie
sportive (la Coppa Scarioni sui 200 metri, la Leva dei tuffatori e il Meeting natatorio
per il campionato istriano 1946). Tali manifestazioni erano state fortemente reclamizzate da L’Arena di Pola, quotidiano del locale CLN italiano.
Attirati dall’importanza degli eventi sportivi e ludici ed attratti dalla bella giornata
di sole centinaia di sportivi e famiglie con bambini erano confluiti nella località. La
quasi totalità era ignara che in un lato dell’insenatura era stata accatastata una trentina di ordigni bellici (mine o bombe di profondità) che secondo il Governo Militare
erano stati completamente disinnescati.
Subito dopo pranzo alle 14 circa ebbe luogo una terribile esplosione. La quasi totalità degli ordigni accatastati scoppiò dilaniando i corpi di quanti si trovarono nelle
vicinanze e scagliandoli in tutte le direzioni. Brandelli di resti umani ricaddero sulla
spiaggia, in mare e sugli alberi della vicina pineta dove furono preda degli uccelli
marini.
Almeno 110-116 furono le vittime accertate di cui solo 64 poterono essere identificate, il numero dei feriti risulta ancor oggi non completamente definito.
Se questi ordigni, come documentato dalle commissioni di inchiesta, non avrebbero
potuto esplodere in quanto privati dai detonatori, le esplosioni non potevano essere
accidentali e quindi dovevano essere causate solo da atti intenzionali di una o più
persone “ ignote”.
L’articolo che viene riportato cerca di analizzare, su base testimoniale, quali potevano essere gli esecutori, quali i mandanti e le motivazioni che portarono a colpire
gli “italiani” di Pola in modo così drammatico e disumano. Indubbiamente questo
fatto di sangue contribuì significativamente alle scelte che portarono sei mesi dopo
all’esodo in massa dalla città di Pola.
Il Presidente
Prof. Claudio Eva
La lapide in memoria dei caduti nella strage di Vergarolla,
Trieste, colle di San Giusto.
Vergarolla: un crimine
su cui va fatta piena luce
PAOLO RADIVO*
Sommario: 1. Cosa sappiamo oggi di certo sull’esplosione di Vergarolla? – 2. Fu
strage premeditata o incidente? – 3. Chi furono gli esecutori? – 4. Chi furono i
mandanti?
1. Cosa sappiamo oggi di certo sull’esplosione di Vergarolla?
Il 18 agosto 1946 a Pola, enclave di Zona A della Venezia Giulia sotto occupazione militare angloamericana, era una calda domenica di sole. L’Arena di Pola, ovvero il quotidiano edito dal Cln cittadino, aveva invitato la cittadinanza a partecipare a quella che avrebbe dovuto essere
tanto una grande festa sportiva quanto una implicita manifestazione di
italianità.
Il luogo prescelto era l’insenatura di Vergarolla, a sud-ovest della
città, delimitata su un lato da un molo di pietra, da un pontile di legno
e da baracche militari abbandonate. Al centro si trovava la sede della Società nautica «Pietas Julia» per le attività balneari e veliche, con alcuni
capannoni e una tettoia. Sull’altro lato c’era invece una spiaggia e, pochi metri più all’interno, una pineta erbosa.
Sulla spiaggia, a poca distanza dal mare, giacevano abbandonati e
incustoditi dal maggio 1945 una trentina di ordigni reclamati dalla Jugoslavia come preda bellica, ma sotto la responsabilità del Governo militare alleato (Gma) in attesa che la Commissione sui bottini di guerra
ne decidesse la destinazione finale. Nessuna recinzione o custodia ne impediva l’accesso, e non vi era nemmeno un cartello che ne segnalasse la
pericolosità. Così molti ci passavano tranquillamente vicino e i bambini
erano soliti giocarci sopra.
Quella mattina erano in programma gare natatorie di tre tipi: la Coppa Scarioni sui 200 metri, la Leva dei tuffatori e il Meeting natatorio per
* L’autore di questo saggio sta componendo una monografia che riporterà tutti gli articoli inerenti la strage di Vergarolla pubblicati all’epoca dai periodici in lingua italiana
della Venezia Giulia.
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il campionato istriano 1946. Nel pomeriggio si sarebbero dovuti tenere
una gara di tiro alla fune in acqua e un torneo di pallavolo. La sera avrebbe infine dovuto svolgersi una Gran veglia danzante per festeggiare i 60
anni della «Pietas Julia», sodalizio sportivo di chiaro orientamento patriottico.
Il bel tempo e il servizio di trasporto via mare offerto dalla «Pietas Julia» tra la riva dell’Ammiragliato e Vergarolla favorì un notevole afflusso di persone: sportivi, spettatori, ma anche semplici bagnanti. Sia polesi che profughi della Zona B. Tutti italiani di tendenza
filo-italiana. Molte le famiglie al gran completo. Numerosi dunque i
bambini e gli adolescenti. I tornei della mattinata si svolsero regolarmente. Poi iniziò la pausa pranzo. Alle 14.15 nella pineta numerose
persone stavano ancora mangiando o avevano appena finito. Altre sulla spiaggia prendevano il sole, passeggiavano, giocavano o correvano.
Altre ancora si trovavano in acqua o sul molo. Il clima era disteso e
sereno.
Improvvisamente molti degli ordigni deflagrarono. Si alzò una colonna di fuoco, presto trasformatosi in fumo nero, che provocò nella
pineta un incendio poi sedato dai pompieri. Poco prima del boato assordante si avvertì una scossa di terremoto indotta che in città ruppe
i vetri di tante finestre, divelse telai e imposte e fece tremare edifici e
mobili. Intorno agli ordigni lo scoppio dilaniò numerose persone scagliandone i poveri resti anche a decine o centinaia di metri di distanza, in acqua, a terra o sugli alberi. I gabbiani se ne cibarono facendoli così sparire per sempre. Altri cadaveri risultarono orribilmente
mutilati e/o bruciati. Le strutture edili vennero distrutte. Una barca si
disintegrò. In una densa coltre di fumo i sopravvissuti correvano alla
ricerca dei propri cari gridandone i nomi. Sul posto intervennero con
notevole rapidità pompieri, agenti della Polizia civile e militare, rastrellatori di mine e personale della Croce rossa italiana, che soccorsero i tantissimi feriti e ne portarono diverse decine all’ospedale militare o all’ospedale civile «Santorio Santorio». Qui il dottor Geppino
Micheletti, operando ininterrottamente, ne salvò diversi, pur avendo
perso nell’esplosione i suoi due figlioletti, il fratello e la cognata. Le
salme e i resti umani furono portati nella cappella mortuaria dell’ospedale o sul prato antistante.
La contabilità delle vittime fu fin dall’inizio carente e ballerina a
causa della rapida polverizzazione di ogni traccia di non poche fra
esse (quasi tutte con indosso i soli indumenti balneari), mentre di altre rimasero semplici brandelli insufficienti all’identificazione. Inoltre molti profughi della Zona B, generosamente ospitati nelle case,
nelle cantine o nelle soffitte dei polesani, non erano registrati all’a66
nagrafe. L’Arena di Pola pubblicò un elenco di 64 vittime identificate. Recentemente però, con verifiche incrociate, si è giunti a identificarne una in più. Circa due terzi erano residenti a Pola. 23 avevano
meno di 21 anni. Ma i morti complessivi furono di più. Secondo il
13° Corpo britannico, risultavano dispersi 5 anonimi, residenti temporanei nel campo profughi di Pola. Non si sapeva se conteggiarli fra
i cadaveri non identificati o fra quelli irriconoscibili o se invece non
c’entravano nulla con Vergarolla. Ma il dottor Geppino Micheletti disse in presenza di testimoni che le vittime complessive dovevano essere fra le 110 e le 116.
Tra i feriti gravi vi furono anche due militari britannici. Altri due in
libera uscita presenti al momento dell’esplosione riportarono lesioni leggere. Un necrologio su un giornale britannico segnalò tuttavia il decesso di un militare quel giorno a Pola.
A causa del massacro non si svolsero le gare del pomeriggio né la
Gran veglia danzante serale.
I funerali ebbero luogo il 20 agosto a spese del Comune con la partecipazione di tutta la cittadinanza. Fu l’unico evento che fra il maggio
1945 e l’esodo del 1947 vide convergere soggetti di ambo i fronti contrapposti. Fabbriche, uffici e negozi rimasero chiusi per lutto. Ogni famiglia polese aveva perso almeno un congiunto, un amico, un conoscente o un collega. Il dolore e il cordoglio erano generali. I fiori disponibili
non riuscirono a soddisfare le richieste. Sul prato davanti all’obitorio furono disposte anche 21 bare con salme non identificate e 4 con brandelli di corpi dilaniati e perciò irriconoscibili. Le esequie furono celebrate
dal vescovo di Parenzo e Pola mons. Raffaele Radossi, il quale criticò il
Gma (che a Pola era a guida britannica) per non aver messo sul posto
nemmeno una tabella indicante il pericolo.
Dopo le esequie si formarono due cortei, affiancati da fitte ali di
folla: uno diretto al cimitero di Marina e l’altro al cimitero civico di
Monte Ghiro, per la sepoltura delle salme. Nei primi mesi del 1947 i
parenti ne dissotterrarono diverse portandole con sé in esilio. Attualmente la tomba della famiglia Saccon a Monte Ghiro ne custodisce
28, e lì ogni 18 agosto si svolge una cerimonia commemorativa ufficiale promossa dalla locale Comunità degli italiani e dal Libero comune di Pola in esilio.
Sia La Posta del Lunedì, settimanale del Cln, sia L’Arena di Pola, sia
Il Nostro Giornale (di orientamento titino) accusarono il Gma di trascuratezza, chiesero l’individuazione dei responsabili (se di attentato si trattava) e reclamarono la rimozione e distruzione del munizionamento ancora presente. L’Arena di Pola invocò altresì le dimissioni di chi non aveva
saputo evitare “un tale orrendo strazio di cittadini”, malgrado le reitera67
te richieste dell’amministrazione comunale filo-italiana, mentre Il Nostro
Giornale pretese che a dimettersi fosse quest’ultima. La Voce del Popolo
di Fiume e il Glas Istre (entrambi quotidiani filo-jugoslavi) puntarono il
dito contro il solo Gma.
A seguito di tali polemiche gli alleati non consegnarono agli jugoslavi gli esplosivi reclamati come bottino di guerra, ma li fecero brillare
sul posto o li gettarono in mare. L’operazione avvenne tra l’11 settembre
e i primi di dicembre del 1946.
Il 22 agosto il segretario della Cgil Giuseppe Di Vittorio chiese sia
al governo italiano che alla Commissione alleata di controllo sull’Italia
di corrispondere un indennizzo ai familiari delle vittime. Il governo De
Gasperi inviò subito 2 milioni di lire al presidente di zona di Pola. Il Nostro Giornale avrebbe voluto anche una pensione a vita per le famiglie
più povere colpite. La Presidenza di zona, con l’autorizzazione alleata,
istituì un Comitato per l’assistenza dei feriti e delle famiglie delle vittime di Vergarolla, che il 25 agosto aprì un apposito ufficio per ricevere e
vagliare le richieste, stabilendo inoltre i criteri per la quantificazione delle somme in base al danno sia patrimoniale sia morale. Il Comitato raccolse 2.269.885,40 lire: due milioni inviati dal governo italiano e il resto
da enti e privati. In dicembre la Presidenza di zona iniziò a versare le
somme alle “famiglie meno abbienti delle vittime” e a “coloro che hanno riportato ferite più o meno gravi”. Gli alleati pretesero che gli indennizzi assumessero la veste di meri contributi assistenziali, per allontanare da sé qualsiasi responsabilità legale circa l’esplosione e i conseguenti
danni, da considerare come “atti di Dio”, ovvero disastri naturali. Del resto lo stesso governo italiano aveva negato le proprie responsabilità per
un’esplosione di munizioni avvenuta a Torre del Greco.
2. Fu strage premeditata o incidente?
Sia le indagini, sia le testimonianze anche successive, sia la dinamica dei fatti ci portano a dire che fu una strage intenzionale.
La Polizia civile di Pola avviò subito un’indagine. Gli sminatori britannici e un ingegnere italiano conclusero il 24 agosto che gli ordigni,
risultati privi di spolette e micce durante i controlli del febbraio e del
maggio 1946, non sarebbero potuti esplodere senza l’intervento di un
esperto.
Dieci testimoni affermarono di aver udito, 5-15 secondi prima dello scoppio, un rumore simile a un colpo di pistola. Doveva essere il colpo di attivazione di un detonatore a lungo ritardo chimico innescato da
una miccia.
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Un testimone ricordava una successione di scoppi; un altro uno sparo, quindi un forte spostamento d’aria e infine una decina di scoppi a distanza di pochi secondi l’uno dall’altro. Ciò non implica che le cariche
vicine fossero esplose «per simpatia».
Alcuni testimoni parlarono di una miccia. Uno vide una scia di fumo biancastro provenire dal mare in direzione degli ordigni. Seguì uno
«sparo» e, cinque secondi dopo, l’esplosione e un bagliore accecante. Un
altro testimone vide una luce brillantissima fra il mare e gli ordigni e,
subito dopo, un uomo che correva via terrorizzato. Dopo 4 secondi udì
quattro grossi scoppi.
Altri testimoni videro una striscia di fumo blu procedere sul terreno verso le bombe e udirono una specie di colpo di pistola prima della
detonazione.
Uno dei due soldati britannici feriti dichiarò di aver udito un certo
«frizzare» prima dell’esplosione principale e visto un pezzo di miccia di
sicurezza bruciare vicino agli ordigni.
Forse gli attentatori misero in opera almeno due cariche primarie, che provocano appunto il rumore dello sparo di un’arma leggera, e attivarono due o più spolette a tempo. Una di queste avrebbe
fatto esplodere la sua carica primaria, ma non detonare la bomba cui
era collegata. La seconda o le successive cariche primarie invece funzionarono.
La relazione finale di una Corte militare d’inchiesta, nominata
dal Gma e operativa fra il 29 agosto e la metà di settembre, asserì che
la deflagrazione era stata causata da 15 o 20 cariche marine di profondità di produzione tedesca o italiana, 3 testate di siluro, 4 cariche di
profondità al tritolo o mine C e 5 bombe fumogene. Questi ordigni
non sarebbero potuti esplodere se non muniti di detonatori. Dunque
le esplosioni “furono causate dagli atti intenzionali di una o più persone ignote”. La Corte sentì quattro testimoni. Il capitano Cosimo
Raiolo, ex ufficiale della Marina italiana, il tenente A. Ferroni e il comandante Emanuele Klatowsky, ufficiale artificiere del Gma, testimoniarono di aver ispezionato più volte le mine, l’ultima il 27 luglio, ritenendole sicure; non erano stati posti segnali e il luogo non era stato
recintato proprio perché si riteneva non sussistessero pericoli. L’esperto navale francese Demaria dichiarò che a Vergarolla non c’erano esplosivi prodotti in Francia. È peraltro possibile che, se non dai
tedeschi, fossero stati lasciati dalla X Mas, attiva in zona fino ai primi di maggio del 1945.
L’ipotesi di autoinnesco per calore, diffusasi a Pola in epoca prima
jugoslava e poi croata, suona invece inattendibile e depistante.
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3. Chi furono gli esecutori?
Tre testimoni interrogati dalla Polizia civile dichiararono di aver visto un uomo molto sospetto aggirarsi sulla spiaggia alle 13.30 del 18
agosto, guardarsi attorno, raccogliere una grande pietra, trasportarla da
qualche parte, raggiungere la pineta dietro le bombe e accendervi una
fiamma (un segnale per qualche complice?). Aveva un pesante completo di lana, un viso abbastanza allungato, i capelli ben pettinati e forse
una scatola o una borsa. Inizialmente la Polizia civile pensò si trattasse del trentunenne Giovanni Bichich, ex partigiano residente a Vines,
ma poi lo scartò perché non segnalato a Pola da oltre due mesi. Allora
diramò un avviso che invitava a mettersi in contatto con la Polizia chiunque avesse visto lì un uomo di 40-45 anni, alto 1,60-1,65 m, con viso
sottile, naso aquilino, colorito abbronzato, capelli castani, vestito con
abito grigio scuro, che prima dell’esplosione aveva trasportato un grosso sasso vicino alle mine.
Il 24 agosto fu arrestato e interrogato ma subito rilasciato Antonio
Macci Radocchi, pittore cinquantaseienne con un alibi di ferro. Salvina
Lapide in memoria delle vittime della strage di Vergarolla
collocata nel cimitero di Pola
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Klatowskj, moglie del comandante, segnalò che alle 6 del 23 agosto era
partito sulla motonave da Pola per Trieste un uomo corrispondente alla
descrizione che, in stato confusionale, chiedeva ad alta voce perché la
Polizia lo stesse cercando. Ma non venne trovato.
Eugenia Maraston rivelò di aver udito la mattina del 18 agosto un
impiegato comunale ricevere una telefonata che lo avvertiva di non andare quel giorno al mare perché sarebbe successa “qualche disgrazia”.
Altre quattro persone dissero di essere a conoscenza di tale episodio, ritenuto però poco credibile poiché di domenica il municipio era chiuso
e la signora era notoriamente appassionata di dicerie.
Un altro testimone riferì di aver sentito un lavoratore prima dello
scoppio dire: “Questa sarà una bella lezione per loro”. Ancora un altro
testimone sentì dire il 17 agosto da uno sconosciuto: “Vedrai che bello
spettacolo ci sarà domani a Vergarolla!”.
Un bagnante raccontò di aver visto una barca piccola e vecchia con
una bandiera jugoslava sostare vicino alle bombe prima dell’esplosione,
salvo sparire poi. Forse la stessa notata proprio lì da altri testimoni tre
giorni prima.
Il prof. Giuseppe Nider, dell’Associazione partigiani italiani di Pola,
già ufficiale del Regio esercito, recatosi sul posto subito dopo l’esplosione assieme ad un maggiore inglese, riscontrò nella vicina cava, al di là
della strada che costeggiava la pineta, tracce di apparati per l’innesco a
distanza di detonatori uguali a quelli usati nelle miniere dell’Arsa, allora sotto controllo jugoslavo. Dunque le micce sarebbero state due: una
attivata dalla cava e l’altra da una barca.
Nei decenni successivi l’esule Claudio Bronzin ha raccontato di
aver udito “una detonazione (tipo colpo di fucile)” e lo scoppio dopo
una frazione di secondo. La zia Rosmunda Bronzin Trani disse alla Polizia civile e ripeté poi ai familiari che la mattina un uomo vestito bene, di grigio, già visto da qualche parte, aveva steso un “filo” attraverso la pineta; poi, tagliandolo con un coltello, lo aveva aggiuntato in più
punti (come sono soliti fare gli elettricisti) e infine era sparito. Più tardi si verificò lo scoppio.
L’esule Gino Salvador scrisse di un uomo venuto dal mare su una
barchetta di idrovolante, che approdò alla banchina del vicino cantiere
navale «Lonzar» al mattino dopo le dieci. Disse che veniva da Brioni, in
Zona B, che doveva recarsi nelle vicinanze e che non avrebbe tardato a
prendere il largo. Aveva statura media, colorito bruno, capelli neri ricciuti e pantaloni di tela blu. Quando scoppiarono le bombe la barchetta
d’idrovolante era ancora all’attracco.
Intorno al 1986, mentre l’esule Sergio Marini era in raccoglimento
a Pola presso la tomba della sorella Liliana morta a Vergarolla, una per71
sona gli si avvicinò e gli disse: “Ma lei lo sa che quello che ha fatto scoppiare le mine di Vergarolla è ancora vivo? Abita a Fasana”.
In un articolo sul quotidiano di Pola Glas Istre dell’agosto 1999 il
giornalista David Fištrović osservò:
Forse qualche nuova luce verrà aperta sul caso in seguito alla ritrovata lettera d’addio scritta da un polese che si è suicidato e con la quale si scusa? si giustifica? per l’esplosione, ma sottolinea che tutto quello che ha fatto «lo ha fatto su ordine di Albona». Il fatto che i resti dei
detonatori siano gli stessi che venivano adoperati dai minatori e che
ad Albona dove c’erano le miniere si trovava la sede principale dell’organizzazione polese titina forse potrebbe aiutare a risolvere il caso di
Vergarolla.
Fištrović comunicò a all’esule polese Lino Vivoda, già sindaco del
Libero Comune di pola in esilio, allora direttore di Istria Europa, che
a Vergarolla ci dovevano essere stati in tutto 116 morti e 211 feriti e
che il polese suicidatosi si chiamava Ivan (Nini) Brljafa. Vivoda si offrì di comprare la lettera dal parente del defunto che la possedeva.
Avrebbe dovuto presentarsi da solo a un appuntamento, ma vi rinunciò, temendo un agguato da parte degli epigoni dell’Ozna (la polizia
politica jugoslava). Brljafa era infatti stato tra i primi membri del Partito comunista croato clandestino di Pola, durante la guerra aveva agito in città come gappista in coppia con Livio Šain, insieme a lui aveva compiuto il sanguinoso attentato alla mensa degli ufficiali tedeschi
in via Smareglia, ed era stato membro con Tino Vitas, Mijo Pikunić e
Livio Šain del gruppo dell’Ozna operante tra Fasana e Peroi. Fu poi
direttore del Cantiere «Scoglio Olivi» e nel 1963 presidente dell’Assemblea comunale di Pola. Nel 1979 si suicidò impiccandosi, probabilmente poiché disperato a causa di un tumore ai reni.
A suffragare la tesi dell’attentato fu il 18 agosto 2004 l’allora sindaco di Pola Luciano Delbianco, nel corso dell’annuale cerimonia commemorativa presso il cippo eretto nel 1997 accanto al duomo cittadino.
Durante una ricerca negli archivi nazionali di Londra per la realizzazione di una collana di libri su Trieste e il confine orientale tra guerra e
dopoguerra, Fabio Amodeo e Mario José Cereghino si imbatterono in
un’informativa dei servizi segreti britannici datata 19 dicembre 1946 che
riprende una notizia fornita dal controspionaggio italiano, ovvero il Battaglione 808° dei Carabinieri. Il 9 marzo 2008 Il Piccolo riportò il testo
del documento inglese.
Uno dei sabotatori – vi si legge – è Kovacich Giuseppe. Si presume che
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la sua descrizione corrisponda con quella divulgata dagli Alleati, ovvero: alto, magro, capelli castani, naso aquilino, occhi blu. Si segnala
che Kovacich è uno specialista in atti terroristici nonché responsabile di numerosi crimini. In passato si recava regolarmente da Trieste a
Fiume tre volte alla settimana, a bordo di un’automobile targata “R”:
agiva come messaggero per l’Ozna e riferiva in via Cicerone 2 a Trieste. Dopo l’esplosione non è stato più visto in città.
Di lui un’informativa del Battaglione 808° datata 6 luglio 1946 diceva che aveva trent’anni, era stato membro della Marina militare italiana
e agiva dal febbraio 1944 a Fiume, dove ricopriva un ruolo importante
nella vita politica ed era molto zelante nel perseguitare gli italiani. Ora
sappiamo inoltre che morì nel 1962 ed è sepolto nel cimitero di Fiume
assieme ad altri partigiani jugoslavi. Però non si ha certezza di una sua
presenza a Pola nel ’46. Dunque non possediamo elementi inoppugnabili per dire che fu tra gli attentatori.
Un signore residente a Pola ha rivelato a Claudio Bronzin di conoscere i nomi di due polesani che il giorno dopo l’eccidio avrebbero festeggiato insieme ai due attentatori in una trattoria di Monte Castagner.
Toni Persich, un altro connazionale residente a Pola, confidò all’esule Sergio Rusich che quattordici polesi brindarono in un’osteria di
Monte Grande dieci giorni dopo la strage. In seguito avrebbero ricevuto
premi e doppia pensione dalle autorità jugoslave.
Su La Voce del Popolo del 6 marzo 2014 la polesana «rimasta» Ornella Smilovich dichiarò che molti degli attentatori erano comunisti italiani di Pola i cui nomi sarebbero noti in città.
Un anziano rovignese qualificato e attendibile ha riferito al sottoscritto che a Rovigno alcuni ferventi titoisti esultarono appena seppero
della “lezione” data alla “reazione” italiana.
4. Chi furono i mandanti?
In assenza di prove certe, che si spera emergano da nuove ricerche,
le testimonianze, gli indizi storici e la logica ci indicano come mandanti ed esecutori i servizi segreti militari jugoslavi.
I titoisti infatti continuarono la Seconda guerra mondiale anche dopo la sconfitta dei loro nemici, attuando le più cospicue stragi di massa
nel maggio-giugno 1945. La costruzione dello Stato comunista richiedeva la violenza e il terrore, come nella prassi stalinista. Nella sola Slovenia si calcolano circa 100.000 militari e civili anticomunisti sterminati
in modo industriale. Le 600 fosse comuni finora individuate contengo-
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no centinaia o anche migliaia di cadaveri. Dopo questa prima sistematica eliminazione dei prigionieri, la guerra interna contro i residui anticomunisti (ustascia, cetnici, domobranzi) continuò, sebbene a più bassa
intensità, specie fino alla rottura Tito-Stalin.
Sinistramente simili alla strage di Vergarolla furono due mattanze
compiute dagli jugoslavi nel maggio 1945 contro italiani, a guerra appena finita.
Nella prima decade del mese militari con la stella rossa fecero prigionieri alle Isole Brioni una quarantina di soldati della Milizia difesa
territoriale istriana e della X Mas, li condussero a Val de Rio, presso Lisignano a est di Pola, li posizionarono intorno a una mina subacquea
arenata sulla spiaggia e li trucidarono facendola esplodere. I brandelli
straziati dei loro corpi rimasero per giorni appesi sui rami degli alberi e
sulle siepi circostanti.
Il 21 maggio 1945 militari jugoslavi portarono (dolosamente?) la vecchia motocisterna «Lina Campanella», carica di circa 350 prigionieri italiani prelevati dalle carceri di Pola e poi imbarcati a Fasana, in un campo minato marino fra l’Istria orientale e Cherso. Lo scoppio e il conseguente
inabissamento della nave causarono la morte o il ferimento di molti prigionieri. Quanti finirono in mare furono maciullati dalle eliche o spietatamente mitragliati dai titini. Coloro che invece nuotarono fino a riva
vennero trasferiti in campi di concentramento o ai lavori forzati. Solo
pochi trovarono scampo.
Dopo gli infoibamenti, le fucilazioni e gli internamenti del maggiogiugno 1945, i comunisti jugoslavi continuarono in maniera più diluita
e mirata gli atti ostili verso gli italiani filo-italiani.
Il 5 dicembre 1945 a Pola esplose un deposito di munizioni presso il
molo Carbone causando un morto, 15 feriti e tantissimi danni. Poco tempo dopo, due individui sospetti provenienti dalla zona B furono sorpresi
nel recinto del deposito di esplosivi del Forte San Giorgio con carte di identità non perfettamente in regola e privi di idonea giustificazione.
Il 12 gennaio 1946 un analogo scoppio di munizionamento alla polveriera di Vallelunga provocò un morto, 40 feriti e gravi danni. Secondo
un’informativa dei carabinieri, le autorità britanniche riconobbero come
responsabili e licenziarono alcuni operai della zona B che vi lavoravano.
Il tenente colonnello Orpwood, responsabile del Gma per gli Affari civili a Pola, scrisse che, se per Vergarolla vi erano “forti basi di sospetto”
circa un sabotaggio, vi erano “delle possibilità” di un atto doloso anche
per Vallelunga.
Dalla primavera 1946 cominciarono da parte jugoslava atti baldanzosi e violenti anche contro i militari anglo-americani, oltre che contro
i filo-italiani della Venezia Giulia, nell’ambito di un disegno annessioni74
stico della zona A. Un’informativa dei carabinieri del 14 marzo rivelava
che quinte colonne filo-titine erano pronte ad insorgere per aiutare le
truppe di invasione jugoslave, se la Conferenza della pace non avesse assegnato la zona A alla Jugoslavia.
In Grecia, boicottate le elezioni politiche del 31 marzo 1946, i comunisti iniziarono, con l’appoggio jugoslavo, albanese e bulgaro, una
guerra civile contro i nazionalisti monarchici sostenuti dai britannici (cui
dal marzo 1947 subentrarono gli americani). Dopo aver contestato il referendum istituzionale del 1° settembre vinto dai monarchici, intensificarono le ostilità con l’appoggio soprattutto jugoslavo. La guerra civile
si esaurì nel 1949 principalmente a causa della rottura fra Tito e Stalin,
che non appoggiò i comunisti, i quali pure si erano schierati dalla sua
parte perdendo così il sostegno jugoslavo.
Dal maggio 1946 un agente dei servizi italiani comunicò movimenti sempre più intensi di truppe titine e di materiali, nonché lavori fortificatori in Zona B, mentre lungo la linea Morgan si era intensificata la
vigilanza terrestre ed aerea anglo-americana. Il 20 maggio il Dipartimento di stato degli Stati Uniti trasmise al governo jugoslavo una nota di
protesta che fra l’altro denunciava l’“attività criminale e terroristica” in
zona A di alcuni membri dell’esercito jugoslavo e di altre organizzazioni paramilitari controllate da Belgrado.
In giugno il questore di Udine giudicò imminente l’occupazione
jugoslava di Trieste e Gorizia, visto il movimento di truppe jugoslave
e russe a ridosso della linea Morgan. Da Cormons qualche famiglia facoltosa aveva già trovato preventivamente riparo a Udine. Da parte alleata si registrava un continuo afflusso di uomini e mezzi come mai
prima, tanto che gli stessi ufficiali alleati residenti a Udine non ne facevano più mistero.
Il 30 giugno 1946 a Pieris militanti filo-jugoslavi interruppero la
tappa del Giro d’Italia a colpi di pistola, ferendo un agente della Polizia
civile. Il 1° luglio a Trieste una bomba ferì 9 militari anglo-americani,
mentre elementi filo-jugoslavi spararono contro manifestanti filo-italiani, che si scagliarono contro alcune sedi filo-titoiste.
Il 13 luglio il Battaglione 808° dei Carabinieri informò il Comando
alleato che “Giuseppe Banco, 34 anni, comunista, ha recentemente distribuito una grande quantità di armi ai suoi compagni, alla periferia di
Pola”. Ricercato dalla polizia, scappò da Trieste in Zona B, dove iniziò a
lavorare per l’Ozna a Fasana agli ordini di Timo, alias Ivan Vitašović.
A fine luglio soldati jugoslavi sconfinarono in zona A presso Gorizia uccidendo un soldato americano. Alcuni giorni dopo militari jugoslavi spararono contro soldati inglesi al posto di blocco di Prebenico,
presso Trieste. Il 31 luglio 1946 l’agenzia Ansa informò di un rastrella75
mento anglo-americano in corso nella zona di Monfalcone per sventare
un atteso colpo di mano jugoslavo.
Il 9 agosto 1946 soldati jugoslavi assaltarono con bombe a mano una
manifestazione filo-italiana a Gorizia, mentre caccia jugoslavi mitragliarono un aereo americano sconfinato nel loro spazio aereo costringendolo ad atterrare in un aeroporto dell’attuale Slovenia e sequestrandone l’equipaggio.
L’11 agosto una bomba fu rinvenuta a Barcola sotto la tribuna della giuria di una gara internazionale di canottaggio, dopo che i filo-jugoslavi avevano espresso la volontà di boicottare qualsiasi manifestazione,
anche sportiva, italiana.
Il 19 agosto, all’indomani di Vergarolla, gli jugoslavi abbatterono
in volo un aereo americano che stava nuovamente sorvolando il loro
spazio aereo. I britannici accusarono la Jugoslavia di fomentare disordini e proteste in zona A anche “sostenendo attività criminali e terroristiche”. Il 22 agosto l’ambasciatore statunitense consegnò un ultimatum a Tito, il quale però, timoroso del minacciato ricorso americano
al Consiglio di sicurezza dell’Onu per far cessare la sua prepotenza,
aveva appena liberato l’equipaggio del velivolo sequestrato e si scusò,
come richiesto, per la morte degli aviatori e dei passeggeri dell’altro,
sostenendo essersi trattato di un tragico equivoco e promettendo che
non avrebbe mai più fatto sparare su aerei americani o inglesi. Il presidente Truman ritirò l’ultimatum e il 27 agosto 1946 una guardia d’onore
jugoslava consegnò lungo la linea Morgan cinque bare contenenti le spoglie mortali delle vittime.
L’8 settembre il Counter Intelligence Corps americano comunicò
che l’Ozna aveva messo in piedi una sezione specializzata in sabotaggi: la Polizia di sicurezza di Tito. Dal 9 settembre risultavano attive
sei squadre di agenti sabotatori jugoslavi a Trieste, Monfalcone, Grado, Cervignano, Latisana e Pordenone volte a “promuovere atti terroristici”. Una squadra avrebbe fatto saltare le dighe di Sottosella e Canale d’Isonzo nel caso la Conferenza della pace le avesse assegnate
all’Italia (cosa che poi non avvenne). Altri specialisti di demolizioni
titini avrebbero operato a Trieste, Monfalcone e Gorizia. Anche unità
d’assalto dei servizi segreti militari jugoslavi con base a Dignano, Gallesano, Fasana, Pola, Capodistria, Rovigno, Parenzo e Pisino avrebbero avuto l’incarico di compiere attività terroristiche e di sabotaggio in Zona A.
L’11 settembre i «poteri popolari» jugoslavi arrestarono e uccisero
don Francesco Bonifacio, curato di Crassiza (zona B destinata a far parte del Territorio Libero di Trieste), facendone sparire il cadavere.
Il 14 settembre una bomba esplose di notte a Trieste in un ricreato76
rio comunale distruggendone due piani e la facciata. Il 24 settembre furono individuati quattro sabotatori dell’Ozna a Trieste: Oreste Perovel,
Marco Lipez, Silvano Picorich e Guido Fiorino, in possesso di esplosivo
al tritolo. Il 25 settembre i servizi britannici trasmisero da Trieste a Londra la notizia che la Jugoslavia aveva sguinzagliato alcuni “squadroni del
terrore” in Zona A. Ai primi di ottobre furono segnalati a Trieste una
trentina di ex prigionieri tedeschi equipaggiati dagli jugoslavi con fucili
ed esplosivi per compiere sabotaggi e attentati in Zona A contro gli anglo-americani.
Il 3 novembre 1946 elementi filo-jugoslavi assassinarono l’autista del
sindaco filo-italiano di Monfalcone. Lo stesso giorno un’informativa dei
servizi italiani riferiva che gli jugoslavi stavano ammassando truppe e
materiali bellici in tutta la Zona B. Dall’Istria 5.000 uomini della Prima
divisione proletaria, nucleo dei fedelissimi di Tito, avrebbero attaccato
affiancati da due battaglioni russi con armi pesanti. Altri 2.000 uomini
si sarebbero mossi più a nord verso Santa Croce. Ulteriori offensive sarebbero state sferrate da Fiume e Postumia. La quinta colonna jugoslava in zona A risultava composta da 40.000 armati.
Nel marzo 1947 alla Prima brigata proletaria fu ordinato di prepararsi per un’azione su Trieste. Nel settembre 1947 le fu ordinato di
entrare con la forza in città. Nella notte fra il 15 e il 16 settembre 1947
l’operazione fu avviata, ma all’ultimo momento Tito la bloccò. Si verificarono comunque scontri con gli anglo-americani. Gli jugoslavi occuparono stabilmente piccole sacche di territorio friulano e isontino assegnato dal Trattato di pace all’Italia. Un’informativa dei servizi italiani risalente
al 28 novembre 1947 parla di un colpo di mano imminente su Trieste e
Gorizia con il sostegno delle quinte colonne, che avrebbero promosso
uno sciopero generale armato. La Prima divisione proletaria rimase alle spalle di Trieste fino ad allora.
In definitiva la strage di Vergarolla sembra perfettamente inquadrabile nella politica aggressiva, espansionistica e terroristica attuata da Tito sia contro i filo-italiani e gli stessi anglo-americani nella Venezia Giulia sia contro i filo-occidentali in Grecia. Si può configurare come un
attentato in territorio nemico, tipico di quella lotta partigiana di cui i rivoluzionari comunisti jugoslavi erano esperti.
Il 3 luglio 1946 i Quattro grandi, ovvero Stati Uniti d’America, Unione Sovietica, Regno Unito e Francia, avevano annunciato di aver raggiunto un’intesa che avrebbe assegnato Pola e quasi tutta l’Istria alla Jugoslavia, mentre l’Istria nord-occidentale sarebbe rientrata nel Territorio
libero di Trieste (TLT). Tra il 12 e il 28 luglio 28.058 dei 31.700 cittadini
ufficialmente presenti in città (in realtà erano di più, visti i profughi dalla Zona B che non comparivano sui registri) risposero annunciando che
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in tal caso sarebbero esodati in Italia. Non avendo però ancora perso la
speranza che Pola potesse, se non restare all’Italia, almeno venire inclusa nel previsto TLT, i polesi filo-italiani continuarono a fronteggiare i titini e a dimostrare il proprio sentimento nazionale.
La Conferenza della pace si aprì il 29 luglio 1946 a Parigi. Il 10 agosto Alcide De Gasperi tenne il suo celebre discorso davanti all’assise. Sabato 17 agosto si concluse la fase plenaria, in attesa che iniziasse il lavoro della Commissione politico-territoriale per l’Italia incaricata di
prendere in esame la bozza di trattato proposta dai Quattro grandi.
Il 15 agosto l’Arena fu teatro della più imponente manifestazione di
italianità di sempre: ben 20.000 cittadini parteciparono a un concerto
patriottico promosso dalla Lega nazionale. Una città che così platealmente insisteva ad invocare l’Italia non poteva essere ceduta alla Jugoslavia senza qualche imbarazzo internazionale. Bisognava zittirla. E così avvenne.
A Vergarolla i morti furono tutti italiani che non volevano la Jugoslavia ed erano lì per assistere a gare sportive di orientamento filo-italiano, nel 60° anniversario di fondazione di una società nautica
iper-patriottica. Quello del 18 agosto 1946 fu dunque un attentato anti-italiano. Il ferimento di quattro militari inglesi in libera uscita appare come un effetto collaterale imprevisto. Gli jugoslavi non potevano volere con l’eccidio di Vergarolla innescare la terza guerra mondiale
contro gli anglo-americani, come è stato ipotizzato. Se avessero voluto colpire gli anglo-americani anche a Pola, non avrebbero scelto
Vergarolla come bersaglio. Tant’è che non imputarono mai al Gma alcuna responsabilità dolosa. Addirittura la stampa jugoslava al di fuori della Venezia Giulia non parlò affatto dell’evento, pur essendo attentissima alla disputa confinaria: probabile sintomo che aveva qualcosa
da nascondere ...
Sicuramente la strage turbò, spaventò e scoraggiò i polesi filo-italiani, tolse loro ogni volontà di resistenza inducendoli ad arrendersi e a deporre le residue speranze, proprio nel momento in cui la Conferenza della pace stava per dire l’ultima parola. Anche i più titubanti si rassegnarono
all’esodo. Dunque la Jugoslavia ne ebbe un grosso vantaggio.
Il 28 agosto alcune delegazioni presentarono alla Commissione politico-territoriale per l’Italia della Conferenza della pace 14 emendamenti sul nuovo confine italo-jugoslavo e/o su quello del Territorio libero di
Trieste, esaminati poi dal 3 settembre. Gli emendamenti brasiliano e sudafricano volevano estendere il TLT a tutta l’Istria occidentale, ma furono bocciati entrambi. Quindi i polesi filo-italiani avrebbero avuto residui motivi di speranza. Ormai però il 18 agosto avevano gettato la spugna
e non si mossero.
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Qualcuno ha sostenuto che mandanti e attentatori avrebbero potuto essere elementi anti-comunisti italiani golpisti (fascisti, monarchici,
ex partigiani bianchi, alti dirigenti militari e civili) o Crociati jugoslavi
(ustascia, cetnici, domobranzi), desiderosi di far scoppiare la terza guerra mondiale fra l’Est comunista e l’Ovest democratico-capitalista per scalzare le forze al potere nei rispettivi paesi e riaprire i giochi. Eppure né
gli anticomunisti italiani né quelli jugoslavi fondarono su Vergarolla una
campagna di propaganda contro i titoisti, addossando loro la responsabilità e invocando vendetta. Perché poi gli anticomunisti jugoslavi avrebbero dovuto scegliere Pola, dove mancavano di un’organizzazione?
Il Gma non aveva motivo di dar luogo a un simile massacro, che già
gli costò molto in termini di immagine per la mancata messa in sicurezza preventiva degli ordigni. I britannici volevano semmai chiamarsi fuori da Pola quanto prima, liberandosi di un onere notevole considerato
ormai inutile in vista dell’annessione alla Jugoslavia.
Tanto meno poteva essere implicato il governo De Gasperi, che mise la sordina all’evento senza additare colpevoli e si accollò gran parte
delle spese per gli indennizzi ai parenti delle vittime e ai feriti. Il presidente del Consiglio aveva più volte cercato di dissuadere il Cln polese dal
promuovere l’esodo. E nel governo c’erano anche i comunisti, contrari
all’esodo. I 28.058 polesani che si erano già detti pronti a lasciare per
sempre la loro città in caso di annessione non avevano certo bisogno che
una terribile strage li convincesse a farlo.
Che poi a ordire un attentato così tecnicamente complesso e micidiale fosse stata qualche scheggia impazzita locale o qualche doppiogiochista suona inverosimile. Solo un servizio segreto efficiente, aggressivo
e ben radicato in città avrebbe potuto farlo. E qual era a Pola durante il
Gma questo servizio segreto? Quello jugoslavo, che – guarda caso – ne
beneficiò politicamente.
In conclusione è senz’altro auspicabile che nuove indagini vengano
compiute negli archivi. Se però tutte le carte più compromettenti fossero state distrutte e non emergessero nuove testimonianze attendibili sui
colpevoli, quella di Vergarolla rimarrebbe una delle tante stragi impunite, senza una verità condivisa. Verosimilmente la più sanguinosa dell’Italia repubblicana.
79
Nota bibliografica
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Archivio Centrale dello Stato, Roma
Archivio del Comune di Pola presso il Comune di Gorizia, Gorizia
Archivio Storico del Ministero degli Affari Esteri, Roma
Archivio Storico dell’Arma dei Carabinieri, Roma
Archivio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito, Roma
Arhiv Jugoslavije, Beograd
Hrvatski Državni Arhiv, Zagreb
Istituto Luigi Sturzo, Roma
Istituto per la Storia del Movimento di Liberazione nel Friuli Venezia Giulia,
Trieste
National Archives and Record Administration, Washington DC
The National Archives, London
Fonti giornalistiche
Corriere della Sera
Giornale Alleato
Glas Istre
Grido dell’Istria
Il Nostro Giornale
Il Piccolo
La Posta del Lunedì
La Voce Libera
L’Arena di Pola
La Nuova Stampa
La Voce del Popolo
Ljudska pravica
L’Emancipazione
L’Unità
Messaggero Veneto
The Evening Star
The New York Times
The Times
The Times Weekly
Va’ Fuori Ch’è L’Ora
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82
Il Dott. Geppino
Micheletti
La tomba eretta dal polesano Vittorio Saccon, nella quale
vennero tumulati i resti non distinguibili di ventisei persone
La città di Pola con indicato il luogo della strage
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