controllo e manipolazione 3 Mario Monforte Premessa: immersi nella menzogna 11 Mario Monforte Alle radici del mondo contemporaneo 32 Mario Monforte Il versante economico del mondo contemporaneo 47 Mario Monforte Il versante statuale del mondo contemporaneo 59 Stefano Isola Capitalismo e stupidità 93 Mario Monforte Messa in forma della popolazione 107 Stefano Isola Atomizzazione e controllo 122 Stefano Isola e Mario Monforte Per concludere – senza chiudere PREMESSA: IMMERSI NELLA MENZOGNA No, non ci si riferisce a un “accecamento” rispetto a (presunte) verità assolute, o addirittura «rivelate»1: «mai la verità fu al fianco di un assoluto»2 . E ciò vale anche per l’opposizione pertinente3 alle verità assolute, il relativismo – vera e propria contradictio in terminis, in quanto non può che porsi, a sua volta, come assoluto4. Verità assolute, piú o meno «rivelate», e relativismo assoluto, vanno a comporre il tessuto della menzogna. E non ci si riferisce nemmeno all’ignoranza rispetto alla «verità scientifica», che dovrebbe sovrastare le opinioni e dire la parola definitiva su tutto – senza certo negare ruolo e funzione della scienza, è questo lo scientismo, di origine positivistica5 , connesso alla tecnologia scatenata, e basato 1 Secondo il costrutto opaco e contraddittorio di quella che è stata denominata «buona novella» (euanghèlion), il «Vangelo» (ossia i 4 Vangeli detti «canonici» dalla Chiesa, ma ce ne sono altre decine, non meno veri o falsi di quelli “accreditati”), Ponzio Pilato chiese «che cos’è la verità?» a Gesú Cristo, il quale rispose, in linea con la «rivelazione» costituita da lui stesso: «io sono la verità e la vita». Il colto funzionario romano non poteva prendere in considerazione una risposta del genere (come risulta implicito nella narrazione), però avrebbe trovato Gesú innocente dalle accuse dei sacerdoti ebraici e cercato di salvarlo, ma non avrebbe potuto rischiare, a rischio e pericolo, oltre che proprio, della presenza romana in Palestina, un’ulteriore rivolta della turbolenta Giudea del tempo– cosí risulta nella narrazione … Che poi tutto questo sia mai avvenuto in qualche realtà storica è un altro discorso, come è un tutt’altro discorso quello da sviluppare in relazione a quella “pianta” che si articola in tre rami, con ulteriori divaricazioni successive: il giudeo-cristianesimo-islamismo. Ma ciò non può essere condotto qui ed è da rinviare a un’altra, opportuna, occasione. 2 F. Nietzsche, Cosí parlò Zarathustra. 3 Con «opposizione pertinente» si intende in linguistica ciò che non costituisce un’effettiva contraddizione, ma un completamento necessario alla comprensione, come «giorno-notte», «bello-brutto», «buono-cattivo», etc. 4 Contraddizione senza via di uscita: ogni verità è relativa, ma il relativismo è assoluto, dunque non è relativo rispetto a se stesso – ne risulta un circolo concettuale vizioso. 5 Si chiama positivismo la visione del mondo fondata sullo sviluppo della scienza e della tecnica, in base alla loro applicazione ai diversi campi – la produzione in primo luogo, ma non solo –, che si dispiega durante l’Ottocento, quindi in relazione all’ascesa del capitalismo industriale nel consolidamento degli Stati-nazione; è la visione del mondo che pone nella «verità scientifica» il fondamento di ogni verità “vera” e la chiave decisiva di comprensione della natura e degli esseri umani, e delle modalità di operare – appunto, in maniera positiva – sulla natura stessa e sull’umanità. 3 sulla confusione fra verità ed efficacia (efficacia, peraltro, non sempre effettiva, sovente discutibile, per non parlare delle ricadute impreviste e/o negate di quanto è pur efficace). E anche lo scientismo va a comporre il tessuto della menzogna. Se si tolgono iniziative e progetti, illusioni e speranze, sogni e desideri, che hanno sempre accompagnato la realtà, la verità, l’efficacia, credendo di stringere cosí la verità nuda e cruda – ebbene: a chi mai importa di questa verità? E anche la ricezione della realtà declina. In termini piú filosofici, si tratta della dialettica fra ripetizione e creazione, che si cala nella dinamica fra reale, possibile e impossibile: fra ciò che c’è, ma muta; ciò che ci potrebbe essere, ma ancora non c’è; ciò che non ci può essere, ma si divarica fra quanto non ci può essere per niente e quanto invece non ci può essere domani, ma domani l’altro sí. E proprio verità assolute, relativismo assoluto, scientismo tecnologico uccidono tale indispensabile dialettica. Che cosa resta? Quanto abbiamo: un magma. Il magma di un mondo posto e imposto come il migliore o comunque l’unico possibile, la cui visione è composta di elementi parziali o distorti, con una messe di altri fattori presentati come secondari, oppure occultati; di “fatti” scelti nella massa immensa di “cose che succedono”; di informazioni piú o meno monche o fuorvianti; di creazione di eventi, tendenze, personaggi, fondati solo sulla spettacolarizzazione di … tutto; di divagazione e trastullo continuativi nell’«intrattenimento»; di negazione sistematica della formazione di autonomi criteri di analisi e giudizio, nell’imperversare della cattura e colonizzazione dell’immaginazione, sostituita da un immaginario “precotto” (fatto di immagini, parole e musiche) che indirizza aspirazioni, pulsioni, idee – con il dato di fatto che il comparto addetto a pubblicità, comunicazione e intrattenimento è il secondo settore di assorbimento di risorse sul piano mondiale (secondo solo al complesso militare-industriale-scientifico, addetto agli armamenti). E mentre quel minimo di formazione “altra” – pur terreno, a sua volta, di distorsioni e condizionamenti, ma a ogni modo capace di fornire degli strumenti mentali, e quindi anche campo di lotta culturale – che veniva data dai sistemi di istruzione è in caduta verticale, in picchiata (almeno da venti-trent’anni)6. 6 Escluse le «scuole di eccellenza», volte però a formare il personale necessario ai comparti vitali (scientifico-tecnici, di gestione, etc.), e una parte della formazione superiore, volta però a formare personale intermedio (di rapido uso e riciclo nei settori economici e amministrativi) – nessuna diretta a dare una visione complessiva e “altra”, dinamica e dialettica, aperta ai possibili mutamenti intenzionali della realtà. 4 E dunque, a che cosa ci si riferisce? All’immersione nella menzogna come messa in forma mentale – permanente, capillare, strabordante – della massa della popolazione. I fondamenti di questa immersione In ogni epoca «le idee dominanti sono state quelle della classe dominante», e ciò tanto piú vale per il mondo dell’«economia politica» – il modo di produzione vigente, il capitalismo –, in cui i rapporti di dominio e oppressione, comando e sfruttamento, non sono diretti e aperti, dichiarati e ben visibili7, ma occultati dietro i diritti formalmente uguali per tutti e dietro le relazioni di mercato e di contratto –, donde scaturisce l’ideologia dominante. «Ideologia» da non intendere come “modo di pensare”, secondo l’accezione corrente, ma in quanto coscienza distorta, conseguente e funzionale alla concezione del mondo e dei propri interessi da parte della classe dominante stessa, volta a giustificare come “naturale” e a porre come sempiterna la realtà data8 – con la distinzione fra ideologi “attivi” (nel costruire, elaborare, diffondere, far penetrare l’ideologia) e “utenti” (coloro che usufruiscono dell’ideologia nella loro posizione di addetti alle attività economiche, gestionarie, etc.). Si tratta di una «coscienza mistificata»9, i cui “agenti”, i «mistificatori» (sia gli “attivi”, sia gli “utenti” 10), sono a loro volta «mistificati»: Il grosso del sistema di istruzione che resta è un contenitore generico, che fornisce un po’ di nozioni indispensabili anche per vivere come subalterni in questo mondo, e, come visione della realtà, è sempre piú subordinato ai dettami dei media – ottimo, in proposito, il lavoro di Jean-Claude Michéa, L’enseignement de l’ignorance. 7 Al contrario del Mondo antico – liberi e schiavi, aristocratici e popolo, ricchi e poveri – e del Medioevo feudale – liberi e servi, signori e dipendenti, gerarchie di dipendenze personali fra i potenti –, in cui i rapporti di comando e sfruttamento erano palesi (ma anche qui avanzavano i rapporti indiretti, tramite il mercato, la produzione per il mercato, le prime forme bancarie). 8 Come scrivevano Karl Marx e Friedrich Engels già nel 1845, nel loro insieme di elaborazioni, L’ideologia tedesca. 9 Henri Lefebvre sviluppa l’elaborazione sull’«ideologia» come «coscienza distorta» in quella di «coscienza mistificata», a partire da La conscience mistifiée, stesa insieme a N. Gutermann, e il tema percorre le sue opere successive. 10 Gli ideologi o mistificatori “attivi” sono diventati una larga schiera: scrittori e docenti, giornalisti e opinionisti, politici e loro “consiglieri”, conduttori di media e sindacalisti, e cosí via. Gli “utenti”sono ancora di piú, ossia quelli impegnati nella conduzione concreta dei vari settori economici (produzione, circolazione, amministrazione, banche, finanza) e degli apparati statuali di gestione e controllo – senza contare l’assorbimento della visione ideologica da parte dell’insieme delle classi popolari subalterne. 5 i «mistificatori mistificati», elaborano e rielaborano, diffondono e sostengono, impongono ed estendono la visione «distorta» del mondo, e l’assumono loro stessi, vi aderiscono, l’interiorizzano. E tuttavia ciò non va senza una soffusa «coscienza infelice» (di hegeliana memoria) o semplicemente «cattiva coscienza»: vi credono, ma senza crederci davvero, fino in fondo, almeno non tutti, sapendo o intuendo come “vanno” effettivamente “le cose”; ma se tutti poi non vi credono effettivamente, lo fanno sempre in sostanza credendovi, o comunque non vedendo, né volendo vedere, “altro” di possibile. L’ideologia dominante nel modo di produzione capitalistico vigente, e a esso piú confacente e adeguata, è il liberalismo11, nelle sue varianti (di «destra» e di «sinistra», con combinazioni intermedie, nonché con la variante di «sinistra radicale»). È il liberalismo politico, culturale, economico, ossia il liberalismoliberismo12: la concezione del mondo per cui, secondo il noto adagio, «ognuno per sé e dio per tutti». Caratteri di fondo dell’ideologia oggi dominante «Ognuno per sé»: ogni individuo agisce unicamente per i propri personali interessi ed è unito agli altri in modo indiretto, cioè attraverso il mercato, ossia in quanto «consumatore» – per cui deve procurarsi un reddito spendibile13. «Dio per tutti»: il mercato è ciò che serve a 11 Non certo l’unica. Vi sono le ideologie totalitarie, di cui sono rilevanti gli esempi del Novecento – fascismi e nazismi, regimi autoritari, dittature militari, ma anche il «socialismo di Stato», che nulla aveva a che fare con socialismo e comunismo, essendo solo una via accelerata alla crescita economica e alla potenza statuale –, e che ancora continuano – forme autoritarie o dittatoriali, a seguito di colpi di Stato, per imporre l’«economia di mercato», in genere uniti agli interessi di preminenza delle grandi potenze, e soprattutto della «superpotenza» imperiale, e la reattività di forme autoritarie basate sull’imposizione di una verità assoluta «rivelata» (tipo gli Stati islamici). Ma queste altre ideologie si sono dimostrate meno adatte al dispiegamento del capitalismo, nonché storicamente transeunti, e sono cadute e/o tendono a cadere con il dispiegamento del capitalismo stesso: i regimi a ideologia totalitaria o crollano, o si dissolvono, o declinano, o comunque si modificano profondamente – appunto, si liberalizzano. 12 Jean-Claude Michéa, da Impasse Adam Smith a L’Empire du moindre mal fino a La double pensée. 13 Servendosi di “ciò che ha”: chi possiede i mezzi di produzione (terra, industria, distribuzione, denaro) li deve mettere in uso; chi non li ha, deve mettere in uso ciò che gli resta, vale a dire la sua capacità di svolgere una mansione (la propria forzalavoro). E la proprietà o il possesso dei mezzi di produzione è – per definizione e per condizione storico-sociale – sono in mano a una minoranza: appunto, la classe dominante … 6 tutti, ma, affinché i diversi interessi dei singoli non cozzino fra loro – giungendo a urti che diventano disastrosi14 –, occorre il rispetto delle regole15, che devono poste e imposte, perciò ne va controllata l’osservanza e ne va repressa la violazione, quindi occorre per tutti l’opera permanente dello Stato. Ed ecco la vera traduzione dell’adagio: «ognuno per sé, e mercato e Stato per tutti». Vi sarà modo di trattare delle origini, formazione e progressivo dispiegamento del liberalismo-liberismo, senza certo negarne il valore di progresso rispetto alle potenze dell’Ancien Régime – «il trono» (il sovrano e lo Stato assoluti) e «l’altare» (il dominio della Chiesa) –, le acquisizioni a cui ha portato – i diritti del cittadino16 –, la valenza che mantiene rispetto a dittature e regimi totalitari, ma vedendone anche le organiche contraddizioni – insolubili e rovinose. Qui basta aggiungere che i proclamati princípi liberisti – “ogni essere umano ha una tendenza naturale allo scambio” (al mercato), “tutto andrà per il meglio se ognuno agisce secondo il proprio interesse ben compreso” (ossia scevro da superstizioni e tradizioni), “la libera concorrenza è la chiave del progresso” (concorrenza di tutti con tutti, sul mercato) – sono solo la traduzione “addomesticata” del bellum omnium contra omnes (tutti fanno guerra a tutti, poiché tutti concorrono fra di loro). E continuare rilevando che gli ispirati princípi liberali – “la legge uguale per tutti”, “ognuno è libero nella persona ha diritto di usare liberamente la sua proprietà, di esprimere le proprie opinioni e di seguire la propria fede religiosa”, “la libertà di ognuno finisce dove comincia quella altrui” - sono inefficaci e contraddittori nella realtà: perché la legge uguale diventa diseguale nei fatti, essendo gli esseri umani diseguali sul piano del potere economico, sociale, politico17; 14 Per esempio: ciò che non ho, me lo prendo e basta, senza scambio di equivalente; mi prendo il denaro che mi serve e ne voglio il piú possibile; ti costringo a prendere solo le mie merci e a pagarle quanto dico io; ti dico che questo prodotto è fatto cosí, e invece non è vero, è fatto in maniera per me piú conveniente; mi disturbi con le tue merci e/o la tua stessa presenza e quindi ti elimino – e cosí via. 15 Dalla garanzia del valore del mezzo di scambio universale, il denaro, alla repressione o il contenimento del cozzo devastante dei contrastanti interessi personali. 16 Da quelli “classici” di libertà e proprietà personale, di religione, di opinione, a quelli politici di elezione attiva e passiva, fino alla serie di diritti ampliatisi nel tempo. 17 Peraltro, già la «legge uguale per tutti», se è un progresso rispetto alla legge diversa secondo gli «ordini» sociali (com’era nell’Ancien Régime, dove differente era la legge per i nobili, per il clero, per il popolo), è di per sé ingiusta, proprio perché ognuno è diverso per condizioni economiche, sociali, culturali, ambientali, nonché di collocazione politico-statuale, per cui occorrerebbe una specifica applicazione … Del resto, gli antichi fondatori dello ius, i romani, sapevano bene di che si trattava, e 7 perché la libera espressione di … ciò che si vuole, è inconcludente, di fronte alla potenza di chi ha potere economico e politico e controlla i mezzi di comunicazione, mentre la libertà religiosa arriva solo fino a un certo punto e non risolve il problema delle credenze, delle Chiese18, etc.; perché le libertà individuali, che si dovrebbero “autoregolare”, lo fanno solo in base a una presenza repressiva (latente o attiva) statuale. E, infine, il detto famoso, ripetuto ogni tanto a petto gonfio e occhi lucidi dai liberali, “sono disposto a morire per farti esprimere le tue idee, anche se non le condivido per niente”, è solo pura e vuota retorica. Quindi, la libertà del liberalismo-liberismo, che considera gli esseri umani solo come atomi scissi fra loro, si coniuga con l’illibertà sempre maggiore delle costrizioni economiche e della coazione statuale. Fonda la cultura del sospetto, nei confronti delle vere intenzioni di un “altrui” chiunque, mentre apre la via al pieno utilizzo dei mezzi di comunicazione di massa (i mass media) per persuadere le popolazioni a consumare, a vedere “le cose” secondo quanto vogliono il potere economico-capitalistico e la potenza politico-statuale, a concepire il mondo presente come il migliore o unico possibile. E c’è di piú: il liberalismo-liberismo comporta come suo connaturato fattore il pensiero sdoppiato, non solo per il suo duplice fondamento – l’economico-capitalistico e il politico-statuale (economia e Stato sono gli assi portanti del vigente modo di produzione) –, ma anche per il fatto che diventa sempre piú “normale” asserire e fare una “cosa”, e nello stesso tempo asserirne e farne un’altra del tutto diversa o addirittura in contrasto, e sostenerle e condurle contemporaneamente ambedue: si va dal venditore di un qualsiasi prodotto, che ne decanta l’utilità, la bellezza, il carattere miracolistico (valore d’uso), ma è interessato solo a venderla per riscuoterne il denaro (valore di scambio), alla dilatazione senza freni di questa attitudine nell’onnipresente e pervasiva pubblicità, fino ai politici (uomini e donne di Stato, di partito, et similia) che asseriscono normalmente e mettono in atto normalmente “cose” in contrasto con le diverse asserzioni, nonché spesso e volentieri fra loro stesse (gli esempi sono infiniti e si lasciano a chi ci vuole pensare). si pensi al detto: summa lex, summa iniuria («massima legge, massima ingiustizia»). 18 Tutte integraliste (effettualmente e comunque sempre potenzialmente), in primo luogo quelle della “pianta” giudeo-cristiano-islamica, perché basate ognuna sulla «rivelazione» della divinità – e che si fa, si mette in discussione la «rivelazione divina»? E come la si mette con chi non accetta un diktat del genere? 8 Nel nostro paese Quanto, pur in maniera necessariamente schematica, si è delineato è valido in generale. E lo è tanto di piú nel nostro paese, dove il liberalismo-liberismo è attualmente in pieno dispiegamento (in base a un processo apertosi in Italia negli anni ottanta del Novecento). Oggi, non è certo esagerato dire che la visione delle “cose” fornita alla popolazione è giunta al parossismo dello stralunamento fra occultamenti e contraddittorietà, distorsioni e “amnesie”, conditi di strabordante «intrattenimento», di devastante pubblicità (che non va vista solo come limitata a quella dei prodotti) e di imperanti moda e mode. Si giunge cosí al surrealismo della sfera della politica, dove la maggior parte della “gente” non ci capisce piú nulla, e viene unicamente spinta a schierarsi (ossia a dare il voto, in questa democrazia liberale, sempre piú soltanto procedurale e sempre piú volta all’accentramento dei poteri: “votami e poi lasciami lavorare!”) alla maniera dei tifosi delle squadre di calcio o dei fans di cantanti, attori, personaggi vari dello show-business19. Immersi nella menzogna, appunto – in effetti, ci vorrebbe la penna di Aristofane per trattarne in modo comico confacente, ma questa, purtroppo, è piú che rara. E tuttavia, non basta riuscire a riderne. Infatti, tale immersione non si limita a un “affogamento” delle consapevolezze e delle coscienze. Mentre si sviluppa la messa in atto di meccanismi di manipolazione, di controllo e di sorveglianza basati sull’applicazione di una tecnologia del tutto sottratta a ogni presa di possesso da parte della popolazione “comune”, e rimessa al proprio autosviluppo senza freni, però secondo l’utilizzo del potere economico e della potenza statuale, procede una vera e propria opera di decerebrazione di massa, sotto l’azione capillare e costante dei media, che si congiunge alla ricordata, e voluta, bancarotta fraudolenta del sistema della formazione-istruzione. È da rilevare come non si senta nessuno – o quasi nessuno – levare qualche critica ai “compensi” favolosi delle stars dello sport o dello spettacolo; ed è ugualmente da mettere in luce come si tuoni – in maniera piú diffusa, e giustamente – contro le prebende e i privilegi dei «politici di professione», ma già lo si faccia molto meno contro i guadagni assurdi dei managers delle imprese (sia private che “pubbliche”) – tuttavia non si dice che tali ricchezze sono quota parte dello sfruttamento delle classi subalterne, e resta del tutto celato il fatto che anche i personaggi dello sport e dello spettacolo, con i loro budgets stratosferici, si situano in questo sfruttamento. 19 9 Che speranze di verità? La situazione appare disperante e sconfortante, certamente. E tuttavia il “quadro” non è chiuso. Non lo è innanzitutto perché la maggior parte della “gente” non vive comunemente secondo i princípi liberal-liberisti, ma secondo i mores communes (i costumi comuni e assodati) dei rapporti sociali - dalle relazioni specifiche a quelle familiari, fino a quelle con gli altri. I mores communes cosí continuano, pur in maniera sempre piú minacciata dal dispiegamento del liberalismo-liberismo, pur in modo scisso, contraddittorio, schizofrenico, ma continuano – anche perché, altrimenti, non è possibile alcuna comunità e socialità umana. E il “quadro” non è chiuso perché non tutti si adattano al condizionamento e persistono coloro che resistono alla decerebrazione. Allora, per uscire dalla menzogna, qual è la verità? La prima verità rendersi consapevoli di essere immersi nella menzogna. Ed è verità la conseguente volontà di resistere al magma in cui siamo immersi. Verità in senso profondo, perché solo cosí si ha la spinta a “capirci qualcosa”, a farsi delle proprie idee – le quali non possono che essere critiche dalle radici, e non per volontà proterva, ma per necessità20. Ma come? È da escludere il “sentire tutti i pareri” – ciò riproduce la pseudodemocratica organizzazione tv della menzogna: su ogni questione, “dite la vostra che ho detto la mia” (magari con qualche alterco, vero o finto, che fa audience per i piú assuefatti allo stralunamento) e … tutto resta come prima, con la spinta a schierarsi, quali tifosi. E attenzione agli “esperti”, dichiarati tali soltanto dall’organizzazione della “messa in forma” della massa della popolazione. La sola possibilità immediata è data dalle relazioni personali, fra persone che si conoscono e che “si sa” che non fanno parte dell’“organizzazione della menzogna”, non traggono vantaggi (economici, sociali, politici) dalla loro opera, hanno accumulato quella che si può chiamare “esperienza critica” (culturale, oltre che pratica) – e che non siano propagandisti di questo o quel partito, tendenza, corrente, etc., e nemmeno di se stessi21. Insomma, di nuovo e ancora si tratta di basarsi sui mores communes, utilizzarli e potenziarli. Mario Monforte Il “buonismo” comprensivo e accomodante serve solo a … restare immersi dove si è – anzi, è una delle forme dell’«immersione». 21 Che non siano pervasi da qualche forma, piú o meno aperta o mascherata, di volontà di potenza – su tale tema si tornerà diffusamente in altra occasione. 20 10 ALLE RADICI DEL MONDO CONTEMPORANEO Un mondo che si presenta come intricato, problematico, contraddittorio – complesso. È il nostro mondo, in cui agio, spreco e “spensieratezza” vanno insieme ad abissi di guerra, di miseria, di sangue; in cui chiarezza e cecità procedono accosto; in cui domina la contraddizione, e la contraddittorietà culturale, fatta di elementi parziali o distorti, con una messe di altri fattori presentati come secondari oppure occultati; di “fatti” scelti nella massa immensa di “cose che succedono”, di informazioni piú o meno monche o fuorvianti, di creazione di eventi, tendenze, personaggi, fondati solo sulla spettacolarizzazione di … tutto - in cui la «cultura» tratta di tutto, ma non si sa piú che cos’è e quali ne siano le finalità. Un mondo complesso? In realtà, opaco Strano questo nostro mondo, in cui si proclamano l’«uguaglianza» e i «diritti umani», ma forse come non mai le differenziazioni, stratificazioni, differenziazioni sociali sono state cosí ampie e radicate, e dove i ribaditi «diritti» vengono violati (in maniera non solo plateale, ma anche sottile e continuativa1). Un mondo in cui si esaltano le «opportunità», ma queste sono sempre piú asfittiche, quando non del tutto insignificanti, per la gran parte della popolazione. Un mondo dove si esaltano le virtú della privacy – nel nostro paese abbiamo addirittura un’autority che la «tutela» –, ma tale privacy riguarda la non-conoscenza reciproca dei “fatti” fra i singoli individui, perfino fra i familiari piú stretti, non certo, anzi al contrario, tutte le “autorità”, grandi e piccole – e proprio tramite la «tutela della privacy» sorveglianza e controllo si estendono, si approfondiscono, si capillarizzano. Mondo strano, in cui si esaltano i progressi economici in continuo accrescimento – anzi la crescita (chiamata però con il termine piú 1 Se è evidente la violazione dei «diritti umani» nei regimi dittatoriali e/o integralisti, questa non manca nei “civilissimi” paesi «avanzati» - condizioni dei prigionieri di guerra, condizioni delle carceri, trattamento degli immigrati, etc. -, ma è violazione di tali «diritti» anche la mancanza di un lavoro decente, di un’abitazione dignitosa, di cure sanitarie sensate, di possibilità effettive di studiare, e cosí via. E lo è, in fondo e infine, la messa in discussione di un’esistenza degna di questa nome. 11 evocativo di «sviluppo») è l’imperativo primario –, ma si dice alla “gente” che bisogna «tirare la cinghia» (si deve lavorare piú a lungo prima di andare in pensione, né si possono piú avere pensioni adeguate, almeno per la maggior parte della popolazione2, le stesse retribuzioni non possono aumentare granché, mentre il posto di lavoro non può piú essere stabile3, e cosí via). Mondo in cui siamo finiti, dopo un oscillare di “alti” e “bassi” economici, in una crisi e stagnazione globali – da cui non passa giorno che ci viene detto che “siamo usciti”, “la crisi è alle spalle”, “ci vuole fiducia”, ma l’occupazione è in riduzione ed è prevista in ulteriore riduzione, dove l’indicatore corrente, il Pil4, è costantemente detto in ripresa (dello zero e qualcosa, qualche volta dell’uno, per cento), ma traspare anche che la situazione è del tutto inferiore, per esempio, rispetto al 2008 e ancora di piú rispetto al 2001. Mondo paradossale, in cui, per esempio in Italia, c’è un numero di abitazioni molto superiore alla popolazione complessiva (autoctona e immigrata), e altre si costruiscono ancora, ma “mancano case” e si estendono gli sfratti; mondo in cui si esalta la convivenza civile, ma cresce l’«insicurezza» e non declinano affatto micro- e macrocriminalità, mentre aumentano i crimini “in famiglia”. Un mondo in cui la scienza e la tecnica (tecnologia o tecnoscienza), su cui si basavano le promesse di «magnifiche sorti e progressive», sono sottratte a ogni presa di possesso da parte della popolazione “comune” e volte al proprio autosviluppo senza freni, ma sotto l’utilizzo del potere economico e della potenza statuale, e concorrono alla messa in atto dei meccanismi di manipolazione, di controllo e di sorveglianza – per non parlare della loro massiccia applicazione in campo militare. L’elenco potrebbe continuare, articolarsi e arricchirsi ancora. Ma 2 Con il discorso che “i giovani devono lavorare per i vecchi” e sono sempre meno i giovani che lavorano, per cui si deve lavorare piú a lungo e accontentarsi di pensioni minori – anticipiamo subito che questa non è altro che una mistificazione: le pensioni sono semplicemente una quota parte delle risorse prodotte che vanno agli anziani o a chi non è piú in grado di lavorare, come lo sono, per esempio, le spese per i politici e la politica, per i residui «servizi pubblici», per gli armamenti, etc., e si tratta solo di stabilire l’entità di tali quote. 3 Vi sono (nel 2010) quasi 5 milioni di precari in Italia – senza contare il vasto «lavoro nero» –, mentre anche il lavoro non precario è messo in forse da chiusure, ristrutturazioni, dislocazioni, etc. 4 «Prodotto interno lordo»: indicatore senz’altro “indicativo”, ma ingannevole, perché calcola solo i redditi, e non è quindi indice della produzione effettiva (riproduzione del consumato e nuova produzione). 12 basta cosí: molti altri esempi possono essere portati e aggiunti da ognuno. È questo il mondo della cosiddetta «globalizzazione»5, dominato da quello che è stato chiamato «pensiero unico», per cui e in cui il mondo presente è posto (esplicitamente o nei fatti) come il migliore o comunque l’unico possibile. Il nostro è un mondo che viene lodato, dicendolo «complesso», mentre, invece e soprattutto, è opaco: in effetti, la sua trasparenza è solo apparente e, se pur l’apparenza è anch’essa attinente alla realtà, questa resta parziale, franta, di superficie – in realtà, questo nostro mondo resta inafferrabile, imperscrutabile, inintelligibile, almeno finché si rimane nel «pensiero unico», che è, nel contempo, un «pensiero doppio», un «pensiero sdoppiato»6. E dunque: è possibile capirci qualcosa? Penetrare l’opacità e cominciare a cogliere le ragioni della contraddittorietà? Ci proviamo, risalendo – in primo luogo – allo “snodo” storico da cui sorge il mondo moderno e contemporaneo (e vedendo, quindi, la storia in modo diverso da quanto viene detto, non-detto, presentato altrimenti, nella storiografia come nelle elaborazioni “ufficiali” correnti). Alle radici Il mondo presente – ne va detto subito ciò che è innegabile (al di là dell’occultamento e della distorsione permanenti operati dalla cultura “ufficiale”, peraltro in netto declino, e dai mass media, invece in estensione capillare e strabordante) – è il mondo dell’«economia politica»: è il modo di produzione (produzione materiale e “immateriale”: di relazioni, “modi d’essere, cultura)7, articolato nelle diverse formazioni storiche e sociali dei diversi paesi: in sintesi è il «capitalismo» o “sistema” capitalistico8, in cui i mezzi di produzione (terra, industria, distribuzione) e il potere statuale sono in mano a «Cosiddetta» perché non è una novità: l’estensione su scala planetaria è una delle precondizioni della nascita del mondo presente, ed è proceduta in tappe successive ma continuative, fino a oggi, dove ci troviamo solo nella sua fase attuale. 6 Si rimanda al precedente M. Monforte, Immersi nella menzogna. 7 È il modo di produzione per eccellenza, in cui l’economia è prioritaria – ma sotto il primato dello Stato: perciò si dice «economia politica». 8 Si «può usare il termine sistema, ma come “sistema” fra virgolette, per intendere non un’entità chiusa e conclusa, ma una morfologia gerarchica stratificata (una “piramide” di Stati e di livelli economici, nonché di condizioni interne ed esterne delle relative popolazioni), una strutturazione in continuo movimento, che distrugge le sue fasi precedenti per passare alle nuove che costituisce, e tendere poi a dissolvere anche queste. Una strutturazione pervasa da contraddizioni, contrasti, conflitti, quindi 5 13 una minoranza9 e i rapporti di dominio e oppressione, comando e sfruttamento, non sono diretti e aperti, dichiarati e ben visibili10, al contrario occultati, sia dietro i diritti formalmente uguali per tutti e la richiesta periodica di consenso (voto a «rappresentanti»11), sia dietro le relazioni di contratto e di mercato. Questo mondo sorge a seguito di quella che gli storici (di storia moderna e contemporanea, nonché di storia economica) hanno chiamato transizione: il passaggio dal Medioevo feudale alla modernità. E su questo gli studiosi si sono divisi in varie interpretazioni: chi sostiene che il Basso medioevo è già il mondo moderno, chi lo data al Cinquecento, chi piú tardi, ma nessuno nega il carattere decisivo infine rivestito, sul piano dell’economico (capitalistico), dalla (cosí chiamata in seguito) «rivoluzione industriale» in Inghilterra, e, sul piano del politico (statuale), dalla Rivoluzione francese - alla fine del Settecento sorgono la produzione industriale moderna e il moderno Stato-nazione12. Non sviluppiamo oltre, qui, questo “discorso”. Rileviamo però che forme di capitalismo si trovano, e ben presenti, nel Mondo antico13 e, piú tardi (superando l’Alto medioevo), ancora piú profonde nel Meesposta alle congiunture che il suo stesso procedere determina, che la mettono potenzialmente in discussione», M. Monforte, Per il progetto di emancipazione sociale - Tesi d’Ottobre (vedi: http://enoizapicname.wordpress.com/). 9 Classe dominante, articolata in strati e comparti, in frazioni e fazioni, sul versante dell’economia e sul versante della gestione statuale. 10 Al contrario del Mondo antico – liberi e schiavi, aristocratici e popolo, ricchi e poveri – e del Medioevo feudale – liberi e servi, signori e dipendenti, gerarchie di dipendenze personali fra i potenti –, in cui i rapporti di comando e sfruttamento erano palesi (ma anche qui avanzavano i rapporti indiretti, tramite il mercato, la produzione per il mercato, le prime forme bancarie). 11 È la democrazia formale, elettivo-rappresentativa, ossia democrazia procedurale, in cui operano le frazioni e fazioni politiche, con i rispettivi partiti (maggiori, minori, minimi, e specifiche tendenze e correnti interne a essi), per contendersi la conduzione per tot anni del governo statuale (a livello centrale, regionale, locale). 12 M. Monforte, La questione della transizione (vedi: http://enoizapicname.wordpress.com/). 13 Ad Atene, per esempio: una diffusa economia mercantile e monetaria; traffici permanenti, in primo luogo marittimi; prodotti che circolano non solo nell’Egeo, ma in tutto il bacino orientale del Mediterraneo, per estendersi anche al bacino occidentale; laboratori che utilizzano non solo il lavoro servile, ma anche quello di lavoratori liberi, arrivando a decine e anche centinaia di unità; banche (trapèzai) in ampia funzione, con moneta (dràchma) garantita dalle istituzioni cittadine (dalla pòlis). E, per esempio, a Roma, con traffici ancora piú estesi, per mare, fiume e terra; con laboratori diffusi; con un’ampia attività bancaria e finanziaria (da parte dei banchieri, gli argentarii). 14 dioevo, in primo luogo nelle città italiane (le «repubbliche marinare» prima, poi le città comunali del Centro-Nord) e nelle città dei Paesi Bassi. E allora: come mai la storia del Mondo antico, dell’Impero romano, non sbocca già nel modo di produzione in cui noi tuttora viviamo? E come mai le città italiane – in particolar modo, Firenze – e anseatiche non danno vita con molti secoli di anticipo (magari già nel Trecento, nel Quattrocento al massimo) al presente modo di produzione, in senso proprio e pieno? Domande importanti. La storia non si fa con i «se», come vi avranno detto o vi diranno; ma precisamente senza i «se» – cioè senza vedere le possibilità alternative determinatesi, che pur non si sono sviluppate e affermate, e proprio per questo – non si fa alcuna storia, e non si conduce alcuna analisi piú vasta e approfondita: si fa solo cronaca, che non interessa a nessuno, esclusi “specialisti” e mestieranti del settore. Il modo di produzione vigente avrebbe potuto essere lo sbocco del Mondo antico14 – ma lo sbocco avrebbe potuto essere anche un altro, diverso sia da questo, sia da quello che infine è stato, ossia la rovina e dissoluzione generali15. Non è avvenuto: non si sono affermate le condizioni necessarie, comprese quelle culturali - nonostante che la cultura proveniente dal Mondo antico sia a fondamento costituivo di quella moderna16. Nel 14 Che invece si è dissolto in una rovina generale: 1) al tempo di Atene e dell’antica Grecia delle pòleis (città indipendenti), per il seguito di guerre, senza successi definitivi di nessuno, in cui è sboccato il tentativo di trovare un’unione delle pòleis stesse, il che ha sfibrato le forze delle città e aperto un vuoto in cui si sono inserite altre potenze (le manovre e ingerenze permanenti dell’Impero persiano, il Regno di Macedonia, i Regni ellenistici formatisi a seguito della conquista macedone dell’Impero persiano, poi il dominio romano); 2) al tempo di Roma, non – come è stato detto e diffuso – a causa delle «invasioni barbariche», che non hanno abbattuto proprio nulla (i «barbari» erano molto meno barbari di quanto indica il termine, e miravano solo a collocarsi nell’Impero romano), ma perché lo Stato imperiale ha svuotato la base viva di tutto il Mondo antico stesso, ossia le città, subordinandole del tutto a un potere statuale sovrastante e opprimente, con la sua burocrazia sempre piú tirannica e il suo esercito sempre piú fondamentale, e assorbenti sempre maggiori risorse. Analisi che andrebbe sviluppata, in altro contesto. 15 Non la via dell’imperialismo – in Grecia e poi a Roma –, ma quella della federazione delle città, dove le stesse forme estese di capitalismo sarebbero state tenute a freno e sotto controllo. E questa possibilità si è determinata in alcuni momenti storici (in Grecia, a Roma, poi in Italia), ma non è proceduta: la concezione culturale è stata inadeguata. 16 Lògos e ius – filosofia, storia, letteratura, poesia, teatro, musica, danza, arte, scienza e tecnica: tutto deriva da questo antico mondo. 15 Basso medioevo lo sbocco nel modo di produzione attuale avrebbe potuto essere anticipato, e, anche qui, lo sbocco avrebbe potuto essere altro. Non è accaduto: hanno dovuto procedere l’accumulazione e la combinazione delle condizioni necessarie, ma attraverso dure e terribili vicende – condizioni che vanno dalla creazione di un mercato mondiale attraverso i mari e gli oceani, con le «scoperte geografiche» (cioè gli imperi coloniali), all’utilizzo “rivisto” e rielaborato della cultura ereditata dal Mondo antico17, e al suo sviluppo, in funzione degli Stati europei (prima assoluti, poi “modernizzati”, con la finale produzione politica dello Stato-nazione) e in funzione della scienza e della tecnica, da applicare alla produzione18, fino alla “liberazione” della maggioranza della popolazione dalla proprietà o con-proprietà e/o possesso o con-possesso dei mezzi di produzione (terra e artigianato), in maniera che potesse-dovesse vendere la propria capacità di lavorare (forza-lavoro) ai proprietari dei mezzi di produzione, concentrati in mano della minoranza – per giungere a ciò che è importante per la definizione di tutto il “quadro”: una cultura adeguata, di una visione del mondo “confacente”. Nelle congerie di eventi e concatenazioni storiche che segnano questo processo, dal Trecento in poi, ci concentriamo qui su una scelta di eventi portanti, e li consideriamo soprattutto sul piano della definizione culturale. Tale“snodo” storico si può centrare sul seguente excursus: dall’ItaliaFirenze, nel secolo e mezzo che va dal 1375 al 1530, all’ affermazione degli Stati assoluti e le devastanti «guerre di religione», fino alla formazione dell’Illuminismo, prodromo del liberalismo – guardando cosí ai fondamenti della nascita della modernità, o modo di produzione vigente, con le sue due “rotaie”, l’economico e lo statuale, la loro combinazione nella produzione del tessuto spaziale in cui si inscrive la società, e con la “rottura” tra la cultura poetico-visionaria e cultura del razionalismo scientista, produttivista, controllore. Firenze 1375-1378 L’Italia, dove le città di antica origine (combinata: etrusca, greca, italica, romana) non sono mai scomparse del tutto (pur ridotte ai 17 Tramite quel processo che è denominato proto-Umanesimo, Umanesimo, Rinascimento. 18 Con il perfezionamento e generalizzazione dell’uso di energie “non-naturali”, come la forza cinetica del vapore (non la scoperta, che è almeno del III sec. a. C.) – e i passaggi successivi all’energia elettrica e al motore a combustione interna. 16 minimi termini, nella temperie che va dal V sec. a circa il 1000), è nel Trecento, nel suo Centro-Nord, l’area piú avanzata e civile d’Europa19: le città cominciano a “valere” piú della campagna (a differenza di ampie zone europee, sempre in pieno feudalesimo20), sono in genere «liberi Comuni» (repubbliche cittadine), centri fiorenti di produzione artigianale e di attività mercantile e bancaria, sono abitate da cittadini liberi (da ogni dipendenza personale), sono ricche di attività culturali. E la Firenze trecentesca – di prima della «peste nera» (1348) – già “vale” molto piú delle campagne, toscane e non solo21, è forse la città piú importante d’Europa. I colpi della crisi di metà del Trecento (fallimenti di banche e riduzione della produzione) e della pestilenza22 si abbattono sulla città, ma non ne mutano il “sistema” – inserito nel mondo dell’epoca, “ibridato” fra feudalesimo e capitalismo23. A Firenze il capitalismo si era sviluppato con grandi laboratori, con forme modernissime di “tecniche finanziarie”, con sfruttamento feroce, e istituzionalmente repressivo, dei lavoratori “di base” dei 19 Firenze 1375-1378 e Firenze 1378-1530 sono ripresi da M. Monforte, Un passato che non deve passare (http://enoizapicname.wordpress.com/). 20 Nel “sistema” feudale ciò che piú “conta” è la campagna, con la sua divisione in feudi e la sua gerarchia: contadini, che producono per sé e per i signori feudali insediati nel castello (nobiltà “di spada”) oppure nell’abazia o nella residenza vescovile (nobiltà “di Chiesa”), artigiani che lavorano per i contadini e per i signori, soldati dei signori e addetti domestici. 21 Si pensi a quanto riporta Giovanni Villani nelle sue Croniche, in part. nei capp. 91-94 del libro XI: la Repubblica fiorentina trae da tasse indirette risorse annue per 300.000 fiorini d’oro (superiori a quelle di parecchi altri regni del tempo); circa 90.000 sono gli abitanti della città – esclusi clero, viaggiatori, forestieri, soldati presenti – e il loro numero è in espansione, e circa 80.000 vivono nelle campagne della città; il 10% della popolazione cittadina, ragazze e ragazzi, frequenta le scuole primarie per imparare a leggere, scrivere e far di conto, e poco meno di 2.000 segue gli studi superiori; oltre 200 sono i laboratori dell’«Arte della Lana» e almeno 80 i «banchi di cambio» (banche); ogni anno vengono battuti (coniati ed emessi) dai 350-400.000 fiorini d’oro; e “si mangia” (ci si nutre bene, anche se va tenuto conto della differenza rilevante fra classi e ceti sociali), tanto che il pane (cibo quotidiano da elevato tenore di vita, nell’epoca) viene cotto in 146 forni (per 140 moggi di grano giornalieri), arrivano in città circa 600.000 barili di vino (barile fiorentino, di circa 45 litri), è esteso il consumo di carne (bovina, ovina, suina e pollame). 22 Durante la quale è ambientato il Decamerone di Giovanni Boccaccio: per sfuggire a quella peste alcuni giovani e ricchi fiorentini si rifugiano in campagna e si raccontano le «novelle» per intrattenere il tempo. 23 Perché il modo di produzione capitalistico non si è affermato appieno – e comunque si pone in modo «formale», non ancora «sostanziale», secondo la definizione marxiana. 17 settori portanti (i tessuti, la lana); capitalismo sviluppato, tenuto (accolto e sostenuto) e nel contempo contenuto (subordinato e frenato) dagli ordinamenti dello Stato repubblicano cittadino, fondato sulle corporazioni delle «Arti e mestieri», e proprio perciò con un’interna lotta permanente: fra le classi dominanti – i «magnati» (proprietari fondiari, di origine feudale o di piú recente acquisizione) e la grande borghesia dei laboratori artigianali, della mercanzia, delle banche, organizzati nelle «Arti maggiori» – il «popolo grasso», quello che aveva imposto il suo predominio –, le classi medio-basse, organizzate nelle «Arti minori», e i lavoratori, il proletariato24 – «popolo minuto», nel suo complesso. E con la lotta, altrettanto permanente, fra le fazioni e frazioni dei dominanti, con le loro capacità, maggiori o minori, di inserirsi e raccogliere consensi e adesioni fra i dominati. La tendenza di fondo della gestione del potere politico nella Repubblica si esprimeva nell’oligarchia, nonostante, e anzi attraverso, le forme di elezione alle cariche pubbliche, con gli «squittini», i sorteggi (e la “questione” stava nella formazione delle liste di nominativi da cui sorteggiare). E dallo scontro di classe permanente risultava un’instabilità altrettanto permanente, che già prima della crisi di metà del Trecento aveva portato a tentativi di «signoria» (ossia di tirannide)25, per vedere però restaurata la Repubblica, pur sempre oligarchica, ma con qualche ampliamento e alcune concessioni al «popolo minuto»: alle «Arti minori», e perfino ai diseredati, i lavoratori: i Ciompi26 – il «popolo di dio», come si chiamarono, con la loro arte27, vale a dire la 24 Esclusi dalle «arti», dalla proprietà dei mezzi di produzione – proprietari della prole (famiglia e figli) e liberi sí, ma di vendere la loro capacità di lavorare, e sottoposti a un duro regime, che impediva, fra l’altro, qualsiasi forma di organizzazione e di azione rivendicativa. 25 Come quella del Duca di Atene – Gualtieri VI conte di Brienne (nella Champagne) e duca (nominale) d’Atene, condottiero francese (al seguito di Carlo d’Angiò) – “assunto” nel 1342 dalla Repubblica fiorentina come «conservatore e protettore» della Repubblica stessa e supremo comandante militare nella guerra contro Lucca, si impose appoggiandosi sui magnati, ma soprattutto sul «popolo minuto» contro il «popolo grasso» (borghesia mercantile e bancaria), facendosi nominare signore a vita della città; ma i potenti, esclusi dal potere, organizzarono diverse congiure, finché lo scontento non sfociò in ribellione, che lo costrinse ad abbandonare Firenze nel 1343. 26 Si rimanda al lavoro di E. Screpanti, L’angelo della liberazione nel tumulto dei Ciompi (in cui, fra il tanto altro, si indaga anche su origine e significato della denominazione di «Ciompi»). 27 In base ai nuovi «ordinamenti» emessi per opera di Giano Della Bella, nel 1293, e all’operato volto alla ricerca di appoggio popolare messo in atto dal Duca di Atene. 18 loro organizzazione, sociale e politica, sotto il loro vessillo, l’«angelo con la spada»: l’«angelo della liberazione». Ebbene, la Repubblica fiorentina nel 1375 muove guerra al papato - non ne accetta le manovre tese a subordinarla. È la guerra «degli Otto santi» (cosí furono chiamati gli otto preposti alla conduzione delle operazioni militari) che dura fino al 1378, e ha risvolti da guerra civile, condotta contro gli interessi di parte delle classi dominanti a Firenze, ossia i “grandi” (magnati e banchieri), organizzati nella «Parte guelfa», e legati alla curia papale. Firenze riuscí a costruire una lega di alleanze con circa sessanta città28 – e nella guerra i Ciompi fecero esperienza militare, con le loro compagnie di balestrieri. La guerra contro il papa si chiude rompendone le ambizioni egemoniche, ma durante la guerra, e nell’immediato seguito, il blocco di potere dei “grandi” e il suo contrasto alle cariche istituzionali della Repubblica (in primo luogo i Priori), porta a una situazione affine a quella che nelle pòleis greche del Mondo antico si chiamava stàsis, «conflitto paralizzante». Allora, i Ciompi si organizzano, si preparano e tentano la loro “carta”, nel 1378. E arrivano a prendere il potere – per poco tempo, ma vi pervengono. Poi, subiscono la reazione dei dominanti, che riescono a spaccare il “fronte popolare”, a muovere le «Arti minori» contro i Ciompi e passare alla repressione armata – con magro bottino per le piú recenti «Arti minori» che partecipano alla repressione: solo due di esse sono ammesse al successivo governo della Repubblica, per esserne espulse nel 1382. Questa dei Ciompi – movimento antesignano del movimento di liberazione nella modernità29 – è stata una rivoluzione sconfitta30. Ma a che cosa avrebbe portato la sua vittoria? A questo: la “repubblichetta” oligarchica fiorentina (del tutto asfittica rispetto alla valenza economica e culturale della città) sarebbe stata sostituita da una repubblica effettivamente democratica e il capitalismo fiorentino sarebbe stato “ingabbiato” e costretto a subordinarsi agli interessi prioritari della comunità cittadina – con apertura di ulteriori prospettive sociali. E l’alleanza militare con le 28 Del Centro-Nord, addirittura sotto una bandiera comune: colore rosso con scritta dorata libertas in diagonale, da sinistra in alto a destra in basso. 29 Evidentemente in un altro spazio e un altro tempo, ma le basi della critica dai fondamenti a “ciò che non andava” (e che continua a “non andare”) e le radici delle istanze di emancipazione, restano le stesse. 30 Il movimento dei Ciompi è stato preceduto dalle lotte nelle Fiandre e a Siena, ma è stato unico nella sua cosciente e mirata “impresa” rivoluzionaria, nonché nel suo successo, pur di brevissimo periodo. 19 altre città sarebbe stata ripresa da questa Repubblica democratica – che avrebbe portato l’influenza del suo “impianto” in queste città, con prospettive di federazione. E, comunque, l’oligarchia sarebbe stata battuta, e la gestione comunale sarebbe stata aperta a tutte le forze sociali. Quindi, si sarebbe evitata la successiva «signoria» (la tirannide) medicea, poi Stato assoluto regionale. Insomma, una via “altra”, di importanza decisiva per l’Italia, quindi per l’Europa – e dunque per il mondo. Firenze 1378-1530 Ma la rivoluzione dei Ciompi è stata sconfitta. Subito dopo, si ristabilisce l’oligarchia (la «classe politica» dell’epoca) al comando della Repubblica e, pur nel fermento, già in precedenza acceso nella città in accelerato sviluppo – fermento che permane a Firenze a livello sociale, e politico, e culturale, e che ne fa la culla del Rinascimento31 –, la Repubblica oligarchica determina l’impossibilità di arrivare a un’alleanza stabile con altre città, toscane e non, mentre sotto il dominio oligarchico la compattezza cittadina si disgrega e il potere stesso rimane instabile, per cui l’oligarchia diventa sempre piú ristretta, finché il potere comunale viene di fatto in mano a singoli personaggi alla testa di potenti casate32. Perciò, quando tutto il potere è assunto da Cosimo dei Medici «il Vecchio», nel 1434, la via alla soluzione della crisi politico-sociale con l’affermazione della dittatura era già aperta33: lo sbocco è il dominio dei Medici34. 31 Va detto e ribadito: è solo la città, con il suo vivo ambiente socio-culturale, a essere il “brodo di coltura” dell’Umanesimo rinascimentale, a porre le basi perché la messe di intellettuali potesse sorgere e operare – il Rinascimento non è opera di “geni” isolati, che, secondo la stralunata fantasia corrente, “per caso” sono nati a Firenze o vicino, o vi si sono trasferiti. 32 A Maso degli Albizzi dal 1387 al 1417, poi a Rinaldo degli Albizzi e a Niccolò da Uzzano dal 1417 al 1434. 33 L’insieme del popolo, escluso dal governo – sconfitta la rivoluzione e fallito ogni tentativo di abbattere l’oligarchia –, si aprí alla demagogia dei Medici. Nel 1433 Cosimo, capo della famiglia, fu esiliato, ma l’anno seguente i suoi sostenitori ottennero il priorato e fu richiamato a Firenze. Il suo ritorno segna la fine del governo oligarchico e l’inizio della tirannia medicea. Cosimo tiene il potere fino alla morte, nel 1464, conserva le forme esteriori della repubblica, però si fa assegnare la «balía degli squittíni», ossia il potere di decidere i nomi dei candidati da sorteggiare alle cariche del Comune, che gestisce tramite i suoi uomini. 34 Tuttora celebrati, con tanto colpevole quanto dispendiosa mistificazione, tramite riti e mostre a uso … di rendere sempre piú babbei cittadini e turisti. 20 A Cosimo succede Lorenzo – denominato (in buona sostanza, per piaggeria cortigiana) «il magnifico»35 – e il dominio mediceo non segna alcuna “magnificenza”, bensí l’avvio del declino36 della città, della Toscana, dell’Italia37. Il popolo fiorentino ha sempre cacciato i Medici, appena ha potuto. Già l’inetto Piero viene espulso nel 149438; segue una repubblica di tipo piú popolare fino al 149839 e anche in seguito allargata dai potenti a elementi mercantili e artigianali al di fuori delle cerchie oligarchiche: ma la potenza ispanica riporta i Medici al potere nel 1512. Cacciati ancora nel 1527, alla discesa degli imperiali di Carlo V40 in Italia – con il «sacco di Roma», ma anche con gli accordi successivi stretti con il papa –, la “faccenda” si conclude nel 1530, con la sconfitta definitiva della Repubblica - sostenuta da tutti gli intellettuali del tempo, dal “circolo” di Machiavelli41 a Michelangelo, accorso da Roma a difendere la città - da parte degli eserciti imperiali, che vincono a Gavinana grazie al tradimento (peraltro già avvenuto anche nel 1512), e, con Cosimo I, impongono la tirannia dei Medici («signoria», denominata «granducato» di Toscana con l’invenzione, da parte del papa, del titolo di «granduca»), un potere assoluto locale nel Che scampa alla congiura dei Pazzi – dove muore il fratello Giuliano – nel 1478, sostenuta ancora dal papato, ma poi risolve la “questione” tramite trattative diplomatiche con il papa stesso e il re di Napoli. 36 Lorenzo dei Medici riesce solo a barcamenarsi, con diplomazie e leghe con altri Stati in Italia, per mantenere un equilibrio volto a impedire la supremazia di qualche potenza italiana e contrastare – sempre in via provvisoria, com’è storicamente evidente – l’imposizione di qualche potenza straniera nel paese: la sua stessa posizione di sovrano (nei fatti) di Firenze e la posizione dei suoi alleati provvisori rendevano impossibile appellarsi a forze maggiori e andare verso unificazioni superiori nella penisola. 37 Il che non è ben riscontrabile né nella storiografia ufficiale, che assume come necessario, e anzi esalta, il potere mediceo, levando al massimo qualche “rivisitazione” critica, né tantomeno lo è nell’operato delle amministrazioni comunali che si sono succedute a Firenze, continuando con le stolide e fuorvianti celebrazioni dei Medici, e nemmeno nei luoghi comuni penetrati come echi stonati nella testa dei fiorentini residui – sul genere della “Firenze di Lorenzo” e sciocchezze similari. 38 Non venne tollerato che avesse ceduto al re di Francia il possesso di Pisa, Livorno, Sarzana e Pietrasanta. 39 Sotto la preminenza del frate Gerolamo Savonarola, che voleva una riforma del clero nonché dei costumi del popolo, e perseguiva una repubblica popolare «nel segno di Cristo»; com’è noto, il Savonarola rimase via via sempre piú isolato, finché non si rese possibile rendere operativa la scomunica con cui era stato colpito, sempre dal papato, e giungere a giustiziarlo nel 1498. 40 L’Impero ispano-germanico. 41 Una serie di personaggi che si rifanno all’elaborazione di Machiavelli (il quale 35 21 quadro della potenza imperiale - e non a caso i Medici lo lasceranno, estinguendosi, a un ramo di una dinastia straniera42. Ma che cosa poteva accadere se la repubblica non fosse stata tradita nel 1512? E se avesse vinto nel 1530?43 Si può a pieno diritto affermare che il mondo sarebbe stato diverso: il Rinascimento non sarebbe stato dimidiato, limitato, ricondotto a uso e consumo degli Stati assoluti che andavano imponendosi; l’assolutismo stesso sarebbe stato fortemente contrastato, perché il principio del repubblicanesimo democratico (sostenuto da Machiavelli44) si sarebbe esteso; l’Impero ispano-germanico, scosso a fondo dalla sconfitta, si sarebbe probabilmente spaccato, riducendo fortemente il suo peso in Europa; il papato sarebbe stato fortemente ridimensionato45 e sarebbe proceduta una «riforma» con diverse modalità, evitando la «controriforma»; con alta probabilità, quindi, si sarebbero evitate le terribili «guerre di religione» che hanno devastato l’Europa (su «riforma» e «guerre di religione» vedi oltre), dando spazio ai conflitti fra Stati assoluti e al loro consolidamento come tali; Firenze, la Toscana, l’Italia non sarebbero cadute in quel declino e oscurantismo durato secoli, e in quella subordinazione ad “altrui” – che ancora perdura … C’è di piú, molto di piú: attraverso gli eventi del periodo del 15121530, appunto con l’invasione da parte degli Stati assoluti stranieri e il collasso delle repubbliche cittadine, procede il processo di rottura dell’urbanità in Italia – e, in base alla caduta da quello che poteva essere un “centro” alternativo nel nostro paese, questo stesso processo si determina anche altrove –, mentre l’Italia va perdendo il controllo della sua cultura. 43 Il che era del tutto possibile: l’esercito della Repubblica era in grado di sostenere appieno la battaglia – cadde precisamente per l’avvenuto tradimento, che consegnò al nemico i piani strategici e di battaglia. 44 Questo grande pensatore è stato infangato, tanto che il termine «machiavellismo», derivato dal suo nome, è diventato sinonimo della peggiore e piú cinica politica, non comprendendo come la sua opera, Il Principe, volesse solo indicare l’opera fattiva che un sovrano (data la fine della repubblica cittadina) poteva svolgere in Italia, portando alla sua unificazione, in contrasto con la presenza dello Stato della Chiesa. E non considerando che l’opera principale di Machiavelli è Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, in cui, cosciente dell’esistenza delle classi e della lotta delle classi, sostiene la repubblica democratica, che impedisca ai “grandi” di assumere tutto il potere, sboccando infine nella tirannia, e di opprimere il popolo, aprendosi ai suoi diritti e all’ascesa delle sue condizioni di vita. 45 Il papato, questo ricorrente nemico della Repubblica fiorentina, e non soltanto – giustamente individuato per tempo da Machiavelli come rovina per le sorti di tutta l’Italia. 22 Quella caduta di Firenze quale caduta che è stata! Per le sorti di tutto il nostro paese, e dell’Europa, e del mondo ... La rottura dell’urbanità Il potere nuovo – dei signori, dei príncipi, dei sovrani assoluti – va a iscriversi nello spazio: cittadino, urbano, sociale46. La città era il luogo dell’«urbanità»: il modo di vivere (concepire e trattare, produrre e riprodurre) lo spazio e il tempo, il modo della città (in contrasto con la rusticità), che comportava una convivenza ricca, con frequentazioni e contatti vari, vissuti con interesse, che portava a quel sentimento di solidarietà e quasi di con-naturalità, fra il cittadino e la cittadinanza, e fra questa e il “fabbricato” della città – sentito come corpo materiale, una sorta di “exocorpo”, in cui vive la storia della città – e il cittadino vive la città come un teatro, con il dràma delle sue vicende e faccende. Senza alcuna idealizzazione: i contrasti sono continui e le lotte di classe feroci; però la comunità cittadina, nonostante le durissime lotte sociali, rimane a lungo unita – e i tanti cittadini esuli non rinunciano mai alla loro cittadinanza. Nel borgo agricolo la “trasparenza” è totale: tutti si conoscono, spazi e tempi sono ben noti, e cosí gli abitanti si radicano al suolo47. La città “ammorbidisce” il legame, senza abolirlo: non tutti si conoscono; lo potrebbero, ma la conoscibilità resta potenziale, perché, per il singolo cittadino, gran parte degli spazi e tempi altrui rimane ignota. Perciò «la città rende liberi» (come diceva Hegel): non solo chi vi si stabilisce è una persona libera, ma anche non c’è il controllo totale di ognuno da parte di tutti. Tuttavia, poiché una conoscenza adeguata è sempre possibile – benché piú o meno improbabile (a seconda di importanza e dimensioni della città) –, le radici comuni rimangono. Inoltre, con la prosperità, si va sviluppando la tensione verso una certa uguaglianza, un orizzonte ideale piú o meno presente nella coscienza della cittadinanza. L’urbanità è precisamente questa combinazione di libertà e di radicamento, che mantiene la convivenza civile e sviluppa la civiltà48. 46 L’argomentazione che segue su «urbanità», «sovrurbanità», «suburbanità», è tratta da D. Moerdijk, Metamorfosi dell’urbanità (vedi: http://enoizapicname. wordpress.com/). 47 Ma – nei territori delle città – senza piú legarli alla «servitù della gleba», al contrario della condizione dei servi feudali. 48 Che ricorda quella della città del Mondo antico, greco e romano, e non a caso l’Umanesimo e il Rinascimento procedono dalla ripresa della cultura antica. 23 Se una prima “incrinatura” spaziale si ha già con il primo Rinascimento – i mercanti arricchiti si distaccano dalla città, costruendo ville nei dintorni per distanziarsi dai cittadini “comuni”49 – permane pur sempre l’orizzonte comune. Tale orizzonte scompare con la caduta delle repubbliche cittadine, insieme alla scomparsa dall’Italia delle ultime libertà repubblicane durante la prima metà del Cinquecento50. Nel nuovo contesto, la vita urbana verrà alterata: il principe si circonda di uno spazio vuoto, uno iato fra sé e il popolo51. Mentre il primus viene mitificato a spese dei pares, il principe è identificato con gli eroi antichi, fondatori della città e simboli del genio urbano52, la città scompare dietro i fasti della Corte e l’urbanità viene riconfigurata come cortesia53. Con l’Assolutismo, ciò che conta (in Italia e ovunque) è il sovrano54: la città è ristrutturata come teatro della potenza, attraversata da prospettive che mettono in scena i monumenti, simboleggiando lo splendore sovrumano del sovrano, rappresentante non piú della 49 Imitano gli antichi patrizi, sebbene si distinguano chiaramente dai signori feudali, perché – come in Toscana –, tramite l’introduzione della mezzadria, modificano il “sistema” del feudalesimo. Le ville medicee, forse anche il platonismo, ben esemplificano questa prima “fuga” fuori della città, alla ricerca di una “tranquillità” lontana dai contrasti e conflitti, tensioni e tumulti cittadini. 50 Nell’altro focolare di urbanità, i Paesi Bassi, le libertà vengono salvaguardate, però a un duro prezzo: quello della trasformazione delle città libere in uno Stato imperiale. 51 Questa trasformazione si legge chiaramente, per esempio, a Firenze, andando a Palazzo Pitti, che si erge, autoritario e intimidente, con il suo massiccio bugnato, fra una vasta piazza e un rigido giardino formale; oppure a Siena, dove la fortezza medicea sta attaccata come una possente mina ai fianchi della città. 52 La pittura del Vasari, artista di Stato, ne è un esempio molto evidente. 53 Dopo un intellettuale della statura di Niccolò Machiavelli verranno … un Baldassarre Castiglione e poi Giovanni Della Casa (con il suo Galateo): il nucleo dell’urbanità si traduce e riduce in una maniera, che si verrà contraendo in complimenti e modi «distinti». 54 Il sovrano assoluto decide di tutto: pace e guerra, leggi e tribunali, tasse e modalità di riscossione, ed esercita il potere tramite ministri, funzionari, militari, decisi da lui e che rispondono a lui, che è circondato dalla sua corte (domestici, guardie, amministratori, familiari). In realtà, vi è un compromesso di classe alla base dello Stato assoluto e sovrano assoluto: fra la nobiltà proprietaria delle terre e borghesia delle professioni (giudici, notai, medici, docenti) e dell’imprenditoria, a scapito dei minori ceti medi, del popolo cittadino e della popolazione delle campagne; ma lotta politica si esprime solo in “fronde” e fazioni, è in genere segreta e mascherata, il popolo non può fare altro che suppliche oppure sommosse, e la lotta politica finisce per esprimersi sovente nell’uccisione del sovrano. 24 comunità urbana, ma della stessa divinità (il sovrano si pone e si vuole come tale per «diritto divino»)55. Cosí si compie la rottura della città, della sua unità materiale, sociale e culturale: si determina la sovrurbanità – dalla cittadinanza si distaccano il sovrano e la connessa «classe politica», che hanno interessi propri, distinti da quelli del resto della città e sempre piú opposti. Per cui occorre il controllo – dei comportamenti dei cittadini, delle loro attività, azioni e iniziative, delle loro eventuali rivolte: le informazioni diventano, quindi, sempre piú necessarie, insieme alle forze di polizia (occorrono l’informazione per essere vigili e occorre la repressione, che sia latente o minacciata, o, all’occasione, aperta e messa in atto). E – nel tempo storico – si determinerà la suburbanità, in cui rifluiranno le classi superiori e medie, e verranno sospinte, respinte e relegate in particolare le classi subalterne cittadine56. L’affermazione di una «cultura nuova» Accanto alla rottura dell’urbanità avanza una rottura culturale57. Prima della vera e propria catastrofe, giunta a conclusione nella prima metà del Cinquecento, la cultura era soprattutto poetica, musicale, visiva, e anche filosofica: insomma, in breve, visionaria. Dopo, si ha quella che si può chiamare «cultura nuova», voluta dai príncipi e dalle loro “cerchie”, príncipi imposti o sorretti dall’invasore straniero. E questa diventa una cultura di controllo: una cultura statuale. La cultura di controllo è chiusa, è una cultura di compartimenti, di definizioni, di «statuti»58. La cultura visionaria era aperta, era una 55 Questo “megateatro” si riassume nel “microteatro”, il nuovo teatro all’italiana, che costituirà, fino al Novecento, il modello della visibilità, visione e intelligibilità europea. Si formalizza il senso politico della prospettiva (quindi della scienza ottica e, implicitamente, della scienza nel suo complesso): solo dal palco reale si percepisce l’intero palcoscenico; altrove, angoli morti impediscono una visione completa; solo lo sguardo del sovrano si estende al mondo e avvolge tutto; solo da qui si possono capire tutte le dimensioni dell’azione, l’insieme dei fatti e gesti dell’umanità. 56 Si formeranno i suburbi – sia quelli di lusso per le classi agiate, sia quelli intermedi per le classi medie, sia quelli tipo “contenitore” per i lavoratori e classi subalterne in genere –, che cominceranno a svilupparsi a partire dalla fine del Settecento, a Londra, per estendersi poi in Europa e altrove, continuando ad avanzare fino a tutt’oggi. 57 Quanto segue sulla «cultura nuova» è tratto da D. Moerdijk, Comunicazioni e considerazioni (vedi: http://enoizapicname.wordpress.com/). 58 Di «protocolli», di dettami, di “inscatolamento” delle analisi e delle “messe in 25 “finestra”. La cultura di Stato è una serie di chiusure, con qualche spiraglio e poche porte. È su questa base che, più tardi, l’industria potrà emergere e organizzarsi, fondata sul calcolo intellettuale (“razionale”) applicato a tutto, e sul ragionamento che articola i calcoli - le due culture pensate a Firenze sul cardine epocale, tra il primo Rinascimento e il Manierismo, da Machiavelli (pensando-calcolando nel modo moderno) e dai geni artistici (pensando secondo il modo piú ampio dell’epoca precedente), quando ancora le due culture si combinavano, in maniera reciprocamente funzionale. Si avvia un processo: lo Stato viene reclutando «legisti» (che stabiliscono le leggi, nonché gli «statuti» del sapere), i quali si affiancano al clero e via via ne prendono il posto, mentre si vengono sviluppando le università laiche, sostituendo i seminari. E cosí si fa della possibilità di definire – del lògos, riducendone l’estensione e la versatilità – lo strumento essenziale di governo, l’attrezzo per eccellenza del potere. Scompare progressivamente la visione, marginalizzata: al centro della nuova cultura domina il concetto, l’intellettualità, la calcolabilità. Con lo Stato assoluto si verrà sviluppando la logica e il calcolo (già presenti, come funzionali, nelle banche, nell’amministrazione, nella produzione), a fondamento di una cultura che perdurerà fino ai nostri tempi59: si va verso l’età della logica, che è quella della ragione resa rigorosa, ma ciò significa impoverita - è la ragione del ragioniere. Tale nuova cultura in affermazione marginalizza i tre quarti della cultura antica - ereditata, tramite la rielaborazione della cultura umanistica comunitaria e primo-rinascimentale, dalle repubbliche cittadine, naturalizzatasi e diventata, con il tempo, “spontanea”. Musica, poesia, visualità vengono progressivamente ridotte a una “porzione congrua”: sarà questo il progresso. Focalizzata sull’alfabetizzazione e sulle «lettere», e aggiungendovi i numeri60, la nuova cultura porrà come secondarie e via via trascurerà le altre dimensioni della cultura e della vita. La parte “minoritarizzata” della cultura e della vita (ivi compresa quella che verrà vissuta, sentita, e anche detta, la «parte maledetta», quella che è attratta dagli «istinti», vituperati dalla «ragione») sarà recuperata dallo sviluppo, nel tempo storico, prospettiva”, di “comportamenti” mentali e sociali - «statuti» nel senso francese, che corrisponde all’uso in inglese del termine status. 59 Dal calcolo mentale all’antica al calcolo piú potente del registratore di cassa, fino calcolo di potenza quasi infinita col calcolatore moderno, l’onnipresente computer – che fungerà da ordinatore del ordine del mondo e mondializzerà con una rete rigorosa e flessibile l’ordine del calcolo. 60 Piú tardi sarà cosí soprattutto in Francia, ma questo modello di cultura statuale si imporrà in tutta Europa. 26 di quella che sarà l’industria culturale e sfruttata per i suoi fini, basati sul calcolo del profitto, che si maschererà via via sotto la forma di un progresso ancora. Sarà la cultura detta popolare dei nostri giorni danza, musica, immaginario, tutti di puro consumo -, prodotta in modo industriale. Le «guerre di religione» Le altre conseguenze ancora di quanto era accaduto – e non era accaduto – non si fanno attendere. Già nel 1517 (il 31 ottobre), Martino Lutero aveva affisso le sue 95 tesi di dissenso e critica nei confronti della Chiesa cattolica apostolica romana sul portone della cattedrale di Wittenberg (Sassonia). Movimenti “dissidenti” – detti «eresie»61 dalla Chiesa “ufficiale” – si erano mossi da tempo all’interno di quella che era l’ideologia costituita, ribadita, imposta, cioè il cristianesimo, e contro il potere della sua istituzione, la Chiesa, e avevano percorso tutto il Medioevo, legandosi alle rivendicazioni dei contadini e delle masse di poveri e impauperiti; ma erano stati, in genere, sempre repressi nel sangue dall’alleanza di Chiesa, nobiltà feudale, classi dominanti. Non è questo il luogo di esaminare il contenuto di tali «eresie» e proteste - e nemmeno il contenuto della protesta di Lutero62: ciò non è qui rilevante. Rilevante è il fatto che Lutero – sostenuto da altri importanti protagonisti di quella che viene chiamata riforma protestante, quali Filippo Melantone, Thomas Müntzer, Ulrico Zwingli, Giovanni Calvino – è scomunicato nel 1520, ma ha l’appoggio politico ed economico di molti príncipi, in Germania ma anche altrove, che assumono il protestantesimo e ne fanno la religione di Stato, potendo, in tal modo, cessare di far pagare le decime alla Chiesa nei loro territori e prendere possesso delle vaste proprietà ecclesiastiche. Ma ciò metteva in discussione gli instabili equilibri interni all’Impero ispano-germanico in Germania, e apriva la via ai conflitti, mentre il Regno di Francia si sentiva 61 Il termine «eresia» è la traduzione del greco àiresis, il quale significa semplicemente «scelta»: una scelta diversa da quella della dogmatica cattolica e della sua struttura ecclesiastica – termine che è stato poi “caricato” a bella posta di significati nefandi e malefici. 62 Questo monaco si rifaceva soprattutto ad Agostino d’Ippona, assumendone la dottrina della predestinazione divina (alla «salvezza» eterna) tramite la grazia della fede, e non le opere pur buone, e ciò implicava il rapporto personale con la divinità, e quindi con le «sacre scritture», donde la traduzione della Bibbia in tedesco e la sua diffusione (grazie alla precedente invenzione della stampa da parte di Johann Gutenberg, datata al 1445), unita all’insegnamento della capacità di leggere … 27 strozzato dalla “morsa” in cui si trovava, fra il Regno di Spagna e la Germania-Austria, e a sua volta la Spagna intendeva imporre il suo dominio sui Paesi Bassi, e cosí via: la spinta agli Stati assoluti e lo scontro fra di essi si impadronisce della “questione” religiosa. Non è qui rilevante nemmeno ricostruire le ampie e intricate vicende di quelle che sono rimaste nella storiografia come «guerre di religione». Basti ricordarne alcune articolazioni: 1) i primi conflitti già durano fino al 1555, ma non sono conclusi dalla «pace di Augusta», che pur introduce il principio del cuius regio eius religio (la religione di ogni Stato deve essere quella del suo sovrano63). 2) Il Regno di Francia assume il cattolicesimo come religione di Stato, nel contesto dell’assolutismo statuale, il che non viene accolto dai protestanti64 già diffusi nel paese, mentre fazioni della nobiltà si servono delle tensioni nella lotta per conquistare il trono e mentre intervengono potenze straniere come la Spagna e l’Inghilterra, per cui la Francia è travagliata da un seguito di otto guerre di religione, dal 1562 fino alla fine del secolo65, con una qualche soluzione raggiunta nel 159866, ma non definitiva67. 3) Nel 1618 scoppia la «guerra dei trent’anni», che si avvia sempre in base al conflitto fra cattolici e protestanti, ma sviluppa subito il suo fondamento di lotta politica per l’egemonia tra la Francia e gli Asburgo, e dilania l’Europa dal 1618 al 1648 – i combattimenti iniziano nei territori germanici dell’Europa centrale, ma coinvolgono poi la maggior parte delle potenze europee, estendendosi anche a Francia, Paesi Bassi, Italia settentrionale, Catalogna, per concludersi solo nel 164868: le devastazioni avvenute sono 63 Dimostrazione lampante di come la “questione religiosa” fosse stata assunta come pretesto nello scontro fra le potenze – e per la potenza. 64 Chiamati nel paese «ugonotti», termine derivante – forse – da una parola fiammingo-tedesca e che voleva significare «cospiratori». 65 Con scontri, assedi ed episodi come la Notte di San Bartolomeo (23 agosto 1572), in cui migliaia di ugonotti furono assassinati nelle loro case. 66 Il 13 aprile 1598 l’«Editto di Nantes» ribadisce il cattolicesimo come religione di Stato, ma i protestanti ottengono la libertà di confessione (fuorché a Parigi e in poche altre città), l’accesso alle cariche pubbliche, alcuni privilegi fiscali e il mantenimento di un proprio esercito di 25.000 uomini e duecento fortezze a garanzia della loro sicurezza. La «pace di Vervins» del 2 maggio 1598 fra Francia e Spagna, la quale restituisce i territori francesi occupati. 67 Nel XVII sec. si ha la revoca dell’«Editto di Nantes» e la ripresa delle persecuzioni dei protestanti (fino alla guerra aperta, con l’assedio della loro fortezza di La Rochelle), e ancora nel XVIII sec., per concludersi solo nel 1788 con l’«Editto di tolleranza» di Luigi XVI. 68 Con la «pace di Westfalia»: la Spagna è in decadenza (iniziata negli ultimi decenni del Cinquecento), sconfitta sul fronte pireneico e dei Paesi Bassi, tormentata 28 inenarrabili e soprattutto interi territori della Germania ne restano spopolati69. Da questo seguito di guerre la coscienza degli intellettuali europei, derivanti e provenienti dal Rinascimento, resta sconvolta – e comincia a pensare come poter risolvere in via definitiva questa situazione, che appare tanto distruttiva quanto intollerabile. L’Illuminismo alla base del liberalismo-liberismo L’Illuminismo è il movimento culturale e filosofico che sorge in Inghilterra intorno alla metà del XVII sec.70 – dove viene rotto l’assolutismo e instaurata una prima forma di Stato moderno71 –, per svilupparsi poi nel Secolo dei Lumi (XVIII sec.) in Francia – dove viene pubblicata l’Enciclopedia o Dizionario ragionato delle scienze, delle arti e dei mestieri72 – e diffondersi in Europa, fino alla Rivoluzione francese. “Illuminare il mondo con la luce della ragione”: il senso e il fine dell’Illuminismo73. Troppo ampio sarebbe stare a considerarne, qui, pensatori e tendenze. Vediamo le idee-forza di questo processo di “illuminazione” che contrappone, al vecchio “sistema” assolutistico, superstizioso, confessionale, la ragione; alla tradizione contrappone internamente dalle rivolte della Catalogna e del Portogallo, costretta a riconoscere l’indipendenza dell’Olanda e del Portogallo (posto sotto protezione dell’Inghilterra), anche se mantiene un vasto coloniale e di un esercito efficiente; la Svizzera ottiene la piena indipendenza; la Svezia assume un ruolo preminente nell’Europa del Nord, con i nuovi strategici acquisti territoriali, e il Mar Baltico diviene un “lago” svedese, fino a quando, agli inizi del XVIII sec., la Russia la sostituirà come potenza nell’Europa del Nord; la Francia diviene potenza di primo rango, nel declino della Spagna e alla frammentazione dell’Impero; l’Italia è in completa caduta. 69 In Germania il calo demografico arriva a toccare il 20% della popolazione, che passa dai circa 20 milioni stimati nel 1618 a circa 16 milioni nel 1650, a causa della frequenza degli scontri, del passaggio degli eserciti – con saccheggi, furti e distruzioni indiscriminate, e i costi altissimi per il mantenimento delle truppe mercenarie –, dei flussi di profughi nelle città, della mancanza di viveri e di epidemie a ripetizione. 70 Espresso in particolare da John Locke, a cui segue da David Hume. 71 Con la rivoluzione del 1648-49, condotta da Olivier Cromwell, e assestatasi infine nel 1688: il sovrano regna, non governa, le leggi vengono fatte dal parlamento, il potere giudiziario vigila sulla loro applicazione e reprime le violazioni, un certo numero di “abbienti” elegge i suoi «rappresentanti» al parlamento. 72 Condotta da un consistente gruppo di intellettuali sotto la direzione di Diderot e D’Alembert, è il punto di arrivo di un ampio processo volto a costruire un compendio universale del sapere (e il primo esempio di larga diffusione e successo delle enciclopedie). 73 In ciò preceduto, in Francia, dall’opera di Réné de Descartes (Cartesio), che definisce la razionalità chiara e “asciutta”, basata solo sui propri procedimenti logici (una volta, e una volta sola, garantita all’inizio dall’esistenza della divinità, che fa sí che la ragione non sia ingannevole). 29 il progresso; all’oscurità del passato la modernità. Centrali e fondamentali sono: il valore del pensiero razionale e della scienza; la libertà della persona e della proprietà, e dell’uso di questa; la libertà di espressione delle proprie opinioni, incluse quelle religiose (pur nella polemica contro la superstizione a cui è assimilata la stessa religione); la laicità dello Stato (che deve accogliere le opinioni religiose, ma non essere a sua volta «confessionale»), il quale si deve articolare nella tripartizione dei poteri (esecutivo, legislativo, giudiziario); l’uguaglianza dei cittadini di fronte alle leggi; la validità progressista, moderna, dell’economia fondata sul «libero scambio» e quindi sulla «libera concorrenza»74. Quali i fondamenti “esperienziali” di queste idee-forza? – Idee che indubbiamente sono alla base della modernità e che si coniugano con i due assi su cui procederà la modernità (ossia, come si è detto, il modo di produzione vigente, o capitalismo), e che hanno, altrettanto indubbiamente, rappresentato anche un progresso (che poi sia il progresso in assoluto è un altro discorso). Si tratta dello shock delle «guerre di religione» – inserito nel “tessuto” già presente della fine del repubblicanesimo democratico cittadino, del dimidiamento del pensiero rinascimentale, dell’assolutismo statale, della protervia religiosa, tutti “fattori” che gli illuministi non mettono in discussione in sé, ma assumono come dati di fatto, assodati. Che se ne ricava? Una concezione negativa degli esseri umani: feroci, superstiziosi, cattivi se si muovono insieme e, se si muovono singolarmente, seguono solo quello che ritengono il loro interesse – homo homini lupus: nel (presunto) «stato di natura» (condizione naturale) e secondo la (presunta) natura umana, ogni essere umano è un lupo rispetto agli altri, è «la guerra di tutti contro tutti». Perciò, si finisce a pensare che la soluzione possa essere trovata solo nell’individuazione di meccanismi neutri, basati sulla ragione - sulla razionalità, che culmina nella scienza75 –, che funzionino di per sé. Come? Eliminando le vecchie “incastellature”, credenze, privilegi, irrazionali, fornendo a tutti la libertà di seguire le proprie opinioni e i propri interessi personali – tendendo, però, a farli esaminare a ognuno 74 Tema espresso dal “comparto” illuministico che si occupa di economia, i «fisiocratici» (da «fisiocrazia»: potere della natura – da interpretare secondo ragione), i quali si circoscrivono, però, al settore agricolo; espresso in termini complessivi in Gran Bretagna da Adam Smith, e seguito a ruota da altri intellettuali francesi. 75 La scienza fondata da personaggi che vanno da Galileo Galilei e Isaac Newton, e che, nel periodo, si sta già dimostrando cosí positiva nell’applicazione alle tecniche produttive. 30 alla luce della ragione, in modo che siano ben intesi e ben compresi (non offuscati o fuorviati da superstizioni e persuasioni insansate) –, e trovando “sistemi” che traducano la negatività degli esseri umani in una società vivibile – dunque la migliore possibile, per non ricadere, altrimenti, nel bellum omnium contra omnes76, o, il che è lo stesso, nelle «guerre di religione». E tali “sistemi” sono l’«economia di mercato» («libero mercato» derivante dalla «libera concorrenza» e a essa connesso), da cui ognuno trarrebbe tutti i vantaggi possibili, e lo Stato “depersonalizzato” (non una monarchia assoluta, ma elezioni, poteri che si bilanciano in quanto tripartiti), che vigila, opera, agisce perché non si ricada nello «stato di natura». Questi sono i fondamenti dei «diritti dell’uomo». E questa sarà l’eredità dell’Illuminismo – attraverso la storia successiva: come si è detto, la «rivoluzione industriale» inglese e la nascita del capitalismo industriale («in senso proprio»77), la Rivoluzione francese e la nascita dello Stato-nazione moderno, l’estensione e il dispiegamento del capitalismo e dello Stato-nazione all’Europa e al mondo, attraverso vicende altrettanto tormentate delle precedenti, e ancora piú terrificanti (né il processo si è ancora concluso, al contrario …). Ragione come razionalismo – dispiegamento della ragione rigorosa, logica e calcolo, controllo e autocontrollo –, come scienza, scienza applicata, e quindi tecnica; modernità come modernizzazione e sua equivalenza con il progresso, il “nuovo”, valido in sé contro ogni “vecchio”, contro ogni «conservazione», equiparata a “passatismo”, “oscurantismo”; «economia di mercato», ossia capitalismo, come ragione, scientificità, progresso, modernità; Stato articolato in apparati e ministeri, poteri controbilanciati, scadenze elettorali, etc., che sovrintende al “libero” funzionamento del “sistema” – e tutto ciò va esteso, fatto capire, fatto penetrare nelle menti degli esseri umani, perciò ben venga ogni modalità di diffusione, di propaganda … Ecco come si è giunti a porre le basi del liberalismo economico, politico, culturale, ossia del liberalismo-liberismo, cioè della visione del mondo – dell’ideologia – piú confacente e funzionale al modo di produzione vigente. Liberalismo-liberismo che proprio nei nostri tempi è nel suo completo dispiegamento – e mostra appieno le sue insolubili contraddizioni, e la sua dannosità, come vedremo. Mario Monforte 76 Secondo Hobbes: homo homini lupus e lo stato di natura bellum omnium contra omnes – per cui occorre lo Stato (che Hobbes accetta sempre come assoluto, e lo chiama il Leviatan, come il grande mostro ricordato nelle «sacre scritture»), per costringere gli esseri umani alla convivenza possibile, dunque ragionevole. 77 Come dice K. Marx, nei Gundrisse. 31 IL VERSANTE ECONOMICO DEL MONDO CONTEMPORANEO Partiamo dalle conclusioni precedenti: «ecco come si è giunti a porre le basi del liberalismo economico, politico, culturale, ossia del liberalismo-liberismo, cioè della visione del mondo […,] l’ideologia […,] piú confacente e funzionale al modo di produzione vigente». Ricapitolando quanto finora trattato Abbiamo ripercorso per sommi capi le congiunture storiche in cui si sono messe in gioco le sorti successive del mondo1: - il secolo e mezzo che va dal 1375 al 1530, qui, a Firenze, e la sconfitta delle possibilità emerse; il successivo pieno imporsi degli Stati assoluti2 e le cosiddette «guerre di religione» (in Francia e in Europa, in particolare in Germania); - lo shock di questa devastazione, il sorgere dello Stato proto-moderno in Inghilterra (ma prima ancora nei Paesi Bassi) e, insieme al procedere dell’accumulazione originaria, il movimento culturale dell’Illuminismo, con la sua traduzione finale nel liberalismo politico, culturale, economico, sociale, ossia nel liberalismo-liberismo3. Lo sbocco finale è costituito da quella che è stata chiamata «rivoluzione industriale» in Inghilterra, alla fine del Settecento, e dalla Rivoluzione francese del 1789, con cui prendono piena vita i due assi – le “due gambe” o le “due rotaie”, l’una delle quali non può esistere senza l’altra – del mondo moderno e poi di quello contemporaneo: l’economia politica (l’economico-capitalistico) e lo Stato-nazione4 (il politi1 Il modo di produzione vigente, il capitalismo, è sorto in Occidente e si è esteso al globo, quindi è in Occidente che si è svolta la determinazione del suo sorgere e successivo espandersi, dispiegarsi – perciò che va messo in luce come vi fossero altre possibilità: già nel Mondo antico, piú tardi con le repubbliche cittadine del Medioevo e primo Rinascimento. 2 Vedi il precedente M. Monforte, Alle radici del mondo contemporaneo cit. 3 Si è indicato come le repubbliche democratiche cittadine, e le loro possibili federazioni e confederazioni, avrebbero potuto tenere bloccato e comunque sotto controllo il capitalismo, fino a poter passare a forme di produzione e distribuzione piú evolute e non devastanti, come avrebbero anche potuto impedire l’ascesa degli Stati assoluti e i connessi macelli delle «guerre di religione», anticipando cosí il meglio dell’Illuminismo, ma mutandone il “segno”. 4 Stato che corrisponde a una nazione – da intendere come unità di lingua, cultura, tradizioni, nonché, ma non sempre, di territorio – e viene detto «figlio della 32 co-statuale5), con l’ideologia (la “messa in forma” della realtà, dell’esistenza umana) che li intesse, appunto il liberalismo-liberismo6. «Liberalismo-liberismo» - si è detto - «che proprio nei nostri tempi è nel suo completo dispiegamento - e mostra appieno le sue insolubili contraddizioni, e la sua dannosità, come vedremo»7. Adesso cominciamo a vederlo, procedendo dal versante economico non per niente quello in cui viviamo è il modo di produzione per eccellenza, quello in cui si pone e impone la priorità dell’economia (accompagnata da un’autodichiarata «scienza», strana, curiosa, bizzarra, quella degli economisti8), ma, beninteso, sotto il primato dello Stato (anche se questo non lo si dice, né tantomeno lo dicono gli “addetti” alla sedicente «scienza» economica). E staremo attenti, in primo luogo, agli “effetti di pensiero”, ossia alla “messa in forma” sul piano della “visione del mondo”, delle “cose”, piú che andare a fare una ricostruzione accurata dei “meccanismi di funzionamento” – che tratteremo sí, ma sulle generali linee essenziali. Assunti di fondo del liberalismo-liberismo Partiamo dagli assunti essenziali di quell’ideologia liberal-liberista necessaria per la nascita, per il successivo dispiegamento, per la seguente perpetuazione del modo di produzione vigente, o capitalismo: nazione», ma in realtà ne è il “genitore”, perché la struttura e la pone. 5 Basato sulla tripartizione dei poteri – potere legislativo, potere esecutivo, potere giudiziario – e con forme di elezioni di «rappresentanti» alle camere legislative (parlamenti) e al potere esecutivo (governo). 6 «Liberalismo che non esclude il ricorso, storicamente provvisorio – per imporre il liberismo e/o per schiacciare spinte all’autodeterminazione – a forme statuali dittatoriali, le quali poi, una volta assestato il liberismo stesso, sono abbattute, o si estinguono, o vengono mutate, o, appunto, si “liberalizzano” per adeguarsi alle forme statuali, politiche, culturali proprie del liberalismo affermato», M. Monforte, Per il progetto di emancipazione sociale - Tesi d’Ottobre cit. 7 Vedi il precedente M. Monforte, Alle radici ... cit. 8 «Scienza», o piuttosto e meglio elucubrazione di elucubrazioni, che risulta effettivamente, a uno sguardo un po’ distaccato, strana e bizzarra: non considera le modalità delle diverse produzioni e della distribuzione dei diversi prodotti, dell’uso delle risorse, etc. (a ciò sono deputati i diversi comparti scientifici e tecnici del sapere), ma riguarda “come “funziona” (o lo “dovrebbe”) in condizioni di «equilibrio», o in sviluppo verso un successivo «equilibrio» … che cosa? Il livello dell’attività umana relativo a produzione-distribuzione dei prodotti, il che, nel contempo, scinde tale livello da tutto l’insieme di attività ed esistenza degli esseri umani, e lo pone come determinante, primario. 33 onde porre termine ed evitare in futuro frizioni, contrasti, conflitti9, ogni essere umano, libero nella sua persona e nelle sue proprietà, nonché nel loro uso, e dotato di riconosciuti diritti detti «naturali» – di opinione, di espressione, di religione, di posizione politica10 –, è tenuto a occuparsi del proprio personale interesse, e tale interesse deve essere ben inteso (cioè sciolto da legami, superstizioni, devozioni, considerazioni fuorvianti, etc.). Cosí, si dovrebbero risolvere tutti gli scontri e le lotte, perché il complesso delle istituzioni, cioè lo Stato – che deve essere moderno, lo Stato-nazione, articolandosi nei tre poteri (legislativo: assemblee elettive di rappresentanti, che legiferano; esecutivo: i governi, che applicano le leggi; giudiziario: l’apparato di giudici e tribunali, con il contorno di avvocati, che vigilano sull’applicazione delle leggi e ne perseguono la violazione), i quali si bilanciano (limitano e controllano) a vicenda –, “funziona” in maniera neutra, in maniera meccanica, senza dipendere dai giudizi di valore (sul «bene» e sul «male») di sovrani o di “capi” vari o di questa o quella tendenza, ma secondo la definizione delle leggi, attuate con la partecipazione (elezione dei «rappresentanti») degli esseri umani liberi, e applicate conseguentemente – è questo il concetto di «Stato laico», ossia, appunto, liberale11. Ma gli esseri umani, che ricercano, ciascuno, il proprio interesse «ben inteso» – sotto uno Stato che, in buona sostanza, è immaginato operare come una sorta di tutore del «codice della strada», cioè delle regole definite dalle leggi –, ebbene questi esseri umani da che cosa sono interconnessi, collegati, uniti fra loro? La sola risposta possibile che dà il liberalismo è: da un altro “meccanismo” immaginato neutrale, meccanicistico, automatico. E tale “meccanismo” è il mercato – che deve essere libero da condizionamenti vari (dello Stato in primo luogo, e poi di altre associa9 A partire dalla “lezione” tratta dal trauma devastante delle cosiddette «guerre di religione», per poi proseguire con tale “impronta”. 10 Tramite il diritto di voto – attivo e passivo: eleggere i propri «rappresentanti» ed essere eletto come tale –, che, nel tempo storico, e non senza battaglie per la sua generalizzazione, si è esteso dagli iniziali soli “abbienti” maschi adulti a tutta la popolazione, compresa infine quella femminile. 11 Restano non ben risolte due questioni. Prima questione, quella della presenza di una rilevante influenza di organismi integralisti in quanto tali – quali le chiese, organizzate come quella cattolica, un po’ meno organizzate come quelle protestanti, non organizzate come chiese, ma presenti con profonda incisività politica come quelle islamiche –, e per forza di cose integralisti, perché basati sulla «verità rivelata» niente di meno che dalla divinità in persona. Ma tant’è: la “faccenda” è affidata alla capacità dei «laici» (liberali) – siano personalmente aderenti o meno a qualche 34 zioni e organizzazioni). «Libero mercato» in cui si attua la «libera concorrenza» fra tutti – per procurarsi ciò che serve, che si vuole, che è utile (ma, si badi bene, l’utilità dipende dai giudizi soggettivi: tutto può essere utile per chi lo ritiene tale) –, e tutti ne ricavano la maggiore utilità, quindi il massimo benessere, possibile: tramite il consumo delle merci, che si attua tramite il mercato. Resta in secondo piano com’è che si ha questa infinità di merci sul mercato, e come fa ognuno per consumarne la parte che gli interessa, dato che ne occorre l’acquisto12 – ma di ciò si occupa la «scienza economica». Questa è la traduzione del liberalismo sul piano economico: è il liberismo. Perciò – come ben si vede, o si dovrebbe vedere –, il liberalismo è “consustanziale” agli indicati assi portanti del modo di produzione vigente: l’economia e lo Stato, compone la visione conseguente della società e del singolo individuo, e pervade la cultura che vi deve corrispondere. Cattiva metafisica Il liberalismo procede da una visione negativa degli esseri umani: ognuno di loro pensa solo per sé, è mosso dal personale egoismo ed egotismo, ed è feroce verso gli altri esseri umani – è l’homo homini lupus, che nelle sue (presunte) condizioni “naturali”, si situerebbe nel bellum omnium contra omnes13, come già assunto da Hobbes (va ripetuto: la devastazione delle «guerre di religione», nonché la ferocia dei conflitti fra gli Stati assoluti e interni a tali Stati, hanno segnato i confessione: c’è «libertà di religione» – di contrastare tali influenze e salvaguardare la «laicità» (neutralità liberale) dello Stato, delle istituzioni. Seconda questione: la presenza di consistenti forze armate (violenza organizzata), a uso interno e a uso esterno (polizie ed esercito), al servizio del potere statuale, che fondano la potenza dello Stato e la sua esistenza in quanto organizzazione della potenza. Si sostiene che ciò serve per la difesa esterna da nemici possibili ed eventuali (dove poi finisca la difesa e cominci l’offesa nessuno lo sa, ma si sorvola) e per la promozione e tutela dell’ordine interno (attuazione e rispetto delle leggi, delle regole, repressione delle violazioni, etc.) – il che mette già un po’ in discussione l’affermazione dell’ideale irenico liberal-liberista secondo la parola d’ordine: “ognuno faccia il proprio interesse ben inteso”. Ma, si sa, “niente è perfetto” … 12 Altrimenti siamo nel furto o nella rapina o nell’appropriazione senza scambio, che, se fossero usuali, non potrebbero dar luogo a nessun «mercato». 13 Come si è visto, rispetto al cosiddetto «stato di natura», si pensa che «l’uomo è un lupo verso l’altro uomo», il che darebbe luogo alla «guerra di tutti contro tutti». 35 pensatori pre-illuministi e illuministi). Perciò occorrono “meccanismi” oggettivi, neutrali, automatici, etc., come si è visto. Ma questa è pura metafisica: si parla dell’Uomo, con la «U» maiuscola, come entità astratta e assoluta – che non esiste: esistono gli esseri umani concreti, nelle concrete situazioni e differenziazioni storiche, sociali, culturali, economiche, politiche. Ed è cattiva metafisica: nessuna “cosa” procede mai da sola, isolata – il giorno non va senza la notte, il caldo senza il freddo, la vita senza la morte, e nemmeno il brutto senza il bello, il cattivo senza il buono14. È lo stesso per quanto riguarda gli esseri umani: il loro meschino egoismo, la loro innegabile ferocia, e tutto quanto di negativo si voglia, vanno insieme ai loro opposti, ossia la generosità, la rinuncia a ferire, l’aiuto reciproco, la solidarietà, l’amore. Anche questi esistono, accanto e insieme agli altri. E di piú: in questo muoversi dinamico di «buono» e «cattivo», sono precisamente questi ultimi sentimenti (positivi e affettivi, o anche di conflitto) che hanno permesso l’esistenza delle società umane e quindi delle singole individualità (l’individuo diventa tale solo in un contesto di interrelazioni sociali), e che hanno permesso lo sviluppo della cultura, sia materiale che “immateriale”, a partire dallo stesso linguaggio15. La cattiva metafisica su cui si fonda il liberalismo continua precisamente quella concezione – sempre metafisica, e di cattiva metafisica – di «bene» e «male» assoluti, che è tipica delle religioni «rivelate» – ossia dell’ideologia che è servita alle organizzazioni del dominio, sia concreto che delle menti, sugli uomini e che ha fornito l’humus ideologico alle «guerre di religione» (ma anche tuttora svolge tali funzioni). Quindi, il liberalismo assume una visione limitata, ridotta, sospettosa dell’essere umano – e fonda la cultura del sospetto, che si è tanto estesa (“ecco questo tipo, che dice e fa questo o quello: ma cosa fa davvero e quali sono le sue vere intenzioni?”), ma che (e si vede, appunto, come le “cose” non procedano da sole) va insieme a disarmanti ingenuità. Isolando questi termini, ciascuno diventa non solo in-concepibile, ma anche in-dicibile. 15 Anche ciò è piuttosto evidente – o almeno dovrebbe risultare evidente, benché poi non lo sia: infatti, come potrebbe esistere lo stesso linguaggio, se non esprimesse un complesso di relazioni sociali che comprendono ogni individuo, fra ogni individuo e una data società, e fra questa e l’ambiente in cui esiste, se non si basasse su tali relazioni, se non servisse a trasmetterle e ampliarle? 14 36 E il liberalismo impone questa visione – che cos’altro sono la «libera concorrenza» sul «libero mercato», e la massima «competitività» che viene richiesta, se non la continuazione “edulcorata” del bellum omnium contra omnes? –, ponendo di conseguenza la realtà del mondo liberale, o capitalistico (il che è lo stesso), come la migliore possibile, o l’unica accettabile – poiché “gli esseri umani sono fatti cosí”. E opaco occultamento Dalla metafisica liberal-liberista emerge un essere umano pensato e voluto come entità isolata, come monade, come atomo, connesso agli altri solo in maniera indiretta, mediata dalle merci – il cui acquisto non implica di per sé nessuna relazione particolare con il venditore: ecco l’homo œconomicus, che viene esaltato come consumatore. Non basta: le condizioni reali vengono occultate. Le merci vanno prodotte e portate sul mercato (produzione agricola e industriale, e circolazione dei prodotti), e devono venire acquistate, pagandole (moneta). Già appaiono le tre forme del ciclo del capitale (produzione, distribuzione, denaro) – ma ciò non emerge, anzi rimane opaco. E per produrre occorre avere i mezzi per farlo (mezzi di produzione). Li hanno tutti? Precisamente no, anzi è l’opposto: anche questo è carattere fondamentale del capitalismo – ma ciò non emerge, anzi rimane opaco. E perché si produce e si vende, solo per consumare? I consumatori sono la massa degli esseri umani, ma chi produce per vendere non lo fa solo per consumare a sua volta (a parte la piccola o piccolissima produzione agricola e artigianale, e a parte la piccola o piccolissima distribuzione), o comunque non in primo luogo per consumare, bensí per accumulare e reinvestire. Che cosa? Il capitale. E questo richiede un profitto, prima da produrre e poi da realizzare sul mercato, con la traduzione delle merci in denaro – ma ciò non emerge, anzi rimane opaco. E il ruolo dello Stato? Stato che non è per niente «neutrale», ma sovrintende non solo al denaro, ma anche al funzionamento del mercato, a consentire che la produzione sia gestita dalla proprietà di pochi, ad assumere in proprio dei settori, a provvedere alle linee di comunicazione e di trasporto, a imporre le regole, tutelarne il rispetto e reprimerne le violazioni (fino a un certo punto …), ricavando “il suo” (imposte e tassazioni) per il proprio “funzionamento”, etc. – ma anche ciò non emerge per niente, anzi rimane confinato nell’opacità. 37 E rimane non detta, non pensata, ma sempre piú attuata, un’altra connessa conseguenza di tutto l’ “impianto” liberal-liberista: se “ognuno per sé”, per il proprio interesse «ben inteso», i conflitti sono inevitabili, dai minimi ai maggiori16 – proprio mentre li si volevano evitare con i “meccanismi”automatici del mercato e dello Stato –, per cui, da un lato, si accentua l’azione statuale di mantenimento dello status quo economico, sociale, politico, culturale – mantenimento dei caratteri fondanti del capitalismo pur nelle costanti trasformazioni che il capitalismo attua permanentemente, a “ondate” intermittenti –, mentre, dall’altro lato, l’attività di regolamentazioni, disposizioni, norme, controlli, diventa sempre piú capillare, pervasiva, oppressiva. I caratteri fondanti e fondamentali del capitalismo E dopo aver considerato la poesia – piuttosto stonata e zoppicante – del liberalismo, e le conseguenze nella prosa che ne deriva, gli occultamenti della realtà molto prosaica su cui si basa e che ne discende, vediamo quali sono i caratteri fondamentali e fondanti del modo di produzione vigente, o economia politica17, o capitalismo: «la condizione sine qua non è che i mezzi di produzione – va ripetuto: la terra; i macchinari, le materie prime, gli strumenti, le fonti di energia, etc.; i centri e mezzi di trasporto e circolazione; il denaro – siano accentrati in mano a pochi (per lo piú “entità” private, ma ci possono essere anche entità statali, o miste cioè private-statali18), e che la parte 16 Dai litigi su comportamenti e attitudini, a quelli su tipo e prezzo delle merci, fino all’associazione di “gruppi di interesse”, che rispettano le regole finché è utile, altrimenti basta apparire rispettarle, o le si violano chiaramente – per non parlare dell’aperta «guerra contro tutti», dalla micro- alla macro-criminalità organizzata. 17 «Noi viviamo nel mondo dell’economia politica – è da notare che uno dei massimi critici del capitale (la cui opera è stata distorta e messa in cattiva luce, oppure ridotta a slogans snaturanti, e adesso “riposta in soffitta” [...]), Karl Marx, usava di rado il termine «capitalismo», servendosi invece delle dizioni di «modo di produzione» e «formazioni economico-sociali» (le articolazioni nei diversi paesi del modo di produzione stesso), e soprattutto della denominazione di «economia politica» (non per niente e non a caso il sottotitolo di Il Capitale è Critica dell’economia politica). Da notare il significato: politica, economia politica. E che cos’è il politico? È il politicostatuale». Va perciò ripetuto e ribadito che «l’economia (l’economico-capitalistico) non “funziona da sé” [… ma] inbase alla relazione con il, e all’azione del, politicostatuale: ossia il capitale “funziona” in connessione allo Stato», M. Monforte, Che cos’è ciò che si chiama capitalismo (vedi: http://enoizapicname.wordpress.com/). 18 Le entità statali sono tali e non «pubbliche», come viene detto, confondendo il «pubblico» – che può essere soltanto la società organizzata democraticamente, che gestisce e controlla i settori produttivi e altri che ha deciso di istituire –, con lo 38 maggiore della popolazione ne sia espropriata19. Si stabiliscono cosí i rapporti di produzione e sociali costitutivi [… del capitalismo]: la massa della popolazione deve dare il proprio lavoro (la propria capacità di lavorare, la propria forza-lavoro) ai proprietari dei mezzi di produzione20. I quali se ne servono – necessariamente – perché il loro investimento sia redditizio, «remunerativo». E che vuol dire «remunerativo»? Che “renda” piú di quanto è stato investito – di piú, sempre di piú. Si chiama profitto. E il profitto deriva esclusivamente dall’utilizzo della forza-lavoro – donde, appunto lo sfruttamento, che avviene anche se la retribuzione è regolare, secondo quanto pattuito e contrattato (e, ovviamente, ancora a maggior ragione se la retribuzione è minore, non contrattata, etc.): perché il lavoratore deve produrre di piú di quanto riceve come compenso (acquisto dell’uso della sua forza-lavoro)21. Ciò delinea, sul piano sociale, una differenziazione di classe fondamentale: i proprietari dei mezzi di produzione, da un lato (pur con divisioni interne fra comparti, rami, settori) – che sono la classe dominante –, e la massa dei lavoratori e strati popolari, dall’altro (con altre divisioni interne fra addetti alla produzione e ai suoi diversi Stato – che non è la società, ma si erge al di sopra di essa e la comanda, quale altra faccia funzionale all’economia politica. Confusione non casuale: serve a confondere le idee, impedendo già sul piano del linguaggio di pensare altrimenti. 19 Si tratti della terra (o della comproprietà o compossesso della terra), o del laboratorio o bottega artigianale (o della loro comproprietà o compossesso), sia si tratti della piccola distribuzione – per non parlare di somme significative di moneta. 20 Altro scambio indicativo del significato delle parole: nell’economia politica si denomina «datore di lavoro» chi prende, invece, il lavoro altrui. Magari ti dicono: “ma si intende chi ti dà la possibilità di lavorare!”. E certo, ma perché è chi ha la proprietà dei mezzi di produzione a far lavorare gli altri, e lo fa perché ne ha bisogno, e quindi non è a caso che si è imposta la denominazione corrente: serve anch’essa a confondere le idee, impedendo già sul piano del linguaggio di pensare altrimenti. 21 «Sintetizzando all’estremo […] l’analisi […] marxiana, […]il capitale si bipartisce in: 1) capitale costante (c), cioè il valore concretizzato nei mezzi di produzione, frutto del lavoro passato, quindi finito, concluso, morto – si chiama capitale costante perché il suo valore rimane costante attraverso il processo produttivo, vale a dire tot valore in mezzi di produzione, uguale tot valore incorporato nei prodotti finiti attraverso il trasferimento che si attua con l’uso, il consumo, il logoramento dei mezzi di produzione stessi; 2) capitale variabile (v), cioè il valore dei salari, che sono il prezzo dell’acquisto della forza-lavoro (e il salario corrisponde al prezzo delle merci indispensabili, secondo il determinato livello di sviluppo storico e sociale, all’esistenza e alla riproduzione del lavoratore stesso), che è necessaria per far funzionare i mezzi di produzione e attuare il processo produttivo, e che costituisce il lavoro vivo, indispensabile, fattivo, creativo – si chiama variabile perché il suo 39 settori, addetti alla circolazione, addetti ad altre mansioni ancora, nonché residui artigiani e contadini, addetti “di base”, subordinati, ad apparati statuali, etc.) – che costituisco la classe dominata e le classi subalterne. In mezzo, una stratificazione di classi o ceti medi, ossia intermedi, vale a dire gli addetti alle «professioni», quelli che mantengono imprese ridotte ma di un certo “peso”, quelli che coprono un ruolo negli apparati statuali, etc. La dinamica del capitalismo «La dinamica [… del capitalismo] – basata sull’imperativo del profitto, ineludibile finché si è nell’economia politica – è chiamata crescita, o anche sviluppo, ed è intensiva ed estensiva: il capitalismo si estende all’interno di un paese e attrae a sé, “performa” via via tutti i settori, riduce tutto a merce da produrre e vendere, e tende a mutare a “ondate” successive modalità della produzione (tecnologie sempre nuove, piú veloci, piú produttive) e caratteristiche dei prodotti; il capitalismo si estende, a fasi successive, a tutti i paesi del mondo, li pervade e li “coltiva” – perciò il termine “globalizzazione”, che la presenta come “novità”, è mistificante: l’estensione al globo precede addirittura l’economia politica vera e propria (“scoperte geografiche” valore varia, cambia, muta, attraverso il processo produttivo, vale a dire tot valore in forza-lavoro, diverso tot di valore (aumentato) incorporato nei prodotti finiti attraverso l’attività lavorativa che attua il processo produttivo attraverso i mezzi di produzione. La forza-lavoro viene utilizzata nel suo valore d’uso – per cui viene versato il valore di scambio, pagandone il prezzo come salario –, cioè lavora, e lavorando: a) trasferisce c (il valore dei mezzi di produzione utilizzati) nel prodotto finito, e produce e trasferisce v (il valore del proprio salario) nel prodotto finito – e questo è il lavoro necessario, che produce il prodotto necessario (senza la riproduzione dei mezzi di produzione e la produzione dei prodotti equivalenti ai salari, l’attività produttiva non procede); b) continua a lavorare, lavora “in piú” e produce “in piú” – e questo è il pluslavoro (rispetto al lavoro necessario), che produce il plusprodotto (rispetto al prodotto necessario) e si traduce in plusvalore (pv), valore in piú rispetto al valore del lavoro necessario e del prodotto necessario. La formula generale del capitale è, quindi, c+v+pv. Il “mistero” e il “segreto” della valorizzazione del valore, del capitale e della sua accumulazione, sono cosí svelati: si tratta dell’appropriazione del plusvalore da parte del capitale. Appropriazione gratuita, cioè senza scambio di equivalente. Infatti lo scambio che appare sul mercato fra capitalista e lavoratore – e che si manifesta come una regolare transazione fra equivalenti: il lavoratore vende la propria merce, la forza-lavoro, che il capitalista acquista, pagandone il prezzo (dando l’equivalente del valore di scambio) tramite il salario, per passare a utilizzare il valore d’uso (l’esplicazione della capacità di lavoro della forza-lavoro applicata ai mezzi di produzione), per la quantità stabilita (verbalmente, poi contrattualmente, e legalmente) di tempo della giornata, del mese, dell’anno di lavoro, quantità –, 40 e imperi coloniali sono componente dell’accumulazione originaria), per cui si può solo dire fase attuale della “globalizzazione”. [… Il capitalismo è soggetto] a periodiche crisi, che ciclicamente si ripresentano e distruggono assetto e parti del capitale preesistente, e pongono le condizioni per la successiva ripresa, che sboccherà in una nuova crisi: la crisi è organica al capitalismo. Si manifesta, in genere, nel comparto del capitale monetario, cioè nella finanza – che coltiva l’illusione che il denaro generi denaro (che “figli” come i funghi) – e, sempre sulla spinta capitalistica del massimo profitto, si getta nei piú assurdi investimenti e azzardate speculazioni; poiché, però, a un certo punto, il denaro deve tradursi nel ciclo capitalistico – […] investimenti nella produzione, i cui prodotti devono circolare, essere distribuiti e acquistati, perché il ciclo proceda –, e questo invece si blocca […]: eccesso di capitale investito rispetto alle prospettive di profitto, eccesso di produzione rispetto a chi la può acquistare a quel prezzo, che deve realizzare il profitto –, il versante finanziario, con tutte le acrobazie di borsa, si ferma, si blocca, cade, mentre la caduta – chiusura di fabbriche e magazzini di merci invendute – si estende […]. Il “ri-equilibrio” avviene tramite l’eliminazione di una quota parte del capitale - monetario, produttivo, distributivo –, la riduzione (relativa) della crescita o sviluppo - rispetto al livello precedente -, il riassetto degli investimenti che danno profitto: riequilibrata la situazione, si ha la ripresa»22. Ma le devastazioni? Le distruzioni scambio che tanto piú si ribadisce nella sua apparenza giusta, esatta, legale, quanto piú è regolamentato per contratto e per legge, in effetti è, appunto, un’apparenza, che ha certo la sua realtà – come tutte le apparenze –, ma nello stesso tempo è senz’altro fittizia», M. Monforte, La teoria sociale: Karl Marx (vedi: http://enoizapicname.wordpress.com/). 22 «Poiché la legge generale del capitale è l’accumulazione, ciò vuol dire che il capitale deve accumularsi a un saggio di profitto (p) – vale a dire il rapporto fra pv (il plusvalore) e c + v (la quantità del capitale costante e variabile) – adeguato. A che cosa? Alla massa del capitale investito-reinvestito. Tuttavia, quanto piú il capitale si accumula, si centralizza, si concentra, tanto piú si riduce – sempre in proporzione (nel rapporto fra v e c) – la parte variabile del capitale stesso, rispetto a quella che si accumula come capitale costante. E ciò comporta: a) da una parte, per quanto possa elevarsi la produttività del lavoro, la possibilità che il plusvalore prodotto risulti inadeguato, perché, benché elevato, può tradursi in un saggio di profitto scarso, o comunque limitato, o insufficiente, per l’ulteriore accumulazione del capitale investito, dato l’aumento tendenzialmente crescente della composizione organica del capitale stesso (appunto, il rapporto fra c e v, che vede c sempre piú prevalente); b) dall’altra parte, la possibilità che, poiché la massa sempre maggiore di capitale si traduce in una massa sempre maggiore di merci, le merci finiscano per eccedere le capacità di assorbimento del mercato, aumentando l’offerta oltre la domanda solvibile, per cui 41 umane e ambientali? Il caos di miseria e sangue in cui continua ad avvolgersi e affondare l’umanità che abita il pianeta? I «costi umani di tale movimento ciclico non contano»23. La situazione presente La realtà attuale esprime il pieno dispiegamento del liberalismo-liberismo, o capitalismo24, che è relativamente recente: dagli anni ottanta può diventare ardua la traduzione in denaro del pv contenuto nelle merci (e può diventare ardua la stessa traduzione del valore di c + v contenuto nelle merci). Le due possibili contraddizioni – nella produzione e nella circolazione – sono le due “facce” della stessa “medaglia”, si riassorbono in una sola: […] il capitale deve passare, nel suo ciclo, dal denaro alla merce, da questa alla produzione (mezzi di produzione piú forza-lavoro), da questa alla merce (maggiore di quella iniziale, perché aumentata del surplus) e [… da questa] al denaro (anch’esso maggiore dell’iniziale, come realizzazione della maggiore quantità di merce), per cui sia la contraddizione che si determina nella produzione (pv inadeguato rispetto [… al] capitale [investito], c in rapporto a v), sia la contraddizione che si determina nella circolazione (eccesso di offerta rispetto alla domanda solvibile), sono espressione dello stesso eccesso di accumulazione del capitale. Eccesso rispetto alla possibilità del capitale di continuare ad accumularsi con la stessa “intensità” (ritmi, tempi, saggio di profitto) con cui si è fino allora accumulato. La contraddizione è connaturata al capitale e si esprime nella possibilità di crisi, cioè nell’”intoppo”, declino e infine arresto dell’accumulazione. E tale possibilità diventa effettualità nella crisi ciclica – circa ogni dieci anni nel capitalismo concorrenziale analizzato da Marx. Ma, la crisi non è affatto la rovina generale del capitale, bensí la sua “valvola di sfogo” necessaria, perché attraverso la crisi si elimina e/o si svalorizza una parte del capitale complessivo – chiusura di fabbriche, rallentamento dell’attività di altre, svendita e distruzione di stock di merci, licenziamento di comparti di forza-lavoro, etc. –, e si accelerano l’innovazione tecnologica, la centralizzazione e la concentrazione del resto del capitale. Cosí il capitale riprende la propria accumulazione – dopo la crisi e la “depressione”, segue la “ripresa” – al ritmo adeguato alle nuove condizioni […] capitalistiche, fino alla nuova espansione – “prosperità” –, a cui segue una nuova crisi. “Il vero limite del capitale”, dice Marx, “è il capitale stesso”», M. Monforte, La teoria sociale: Karl Marx (http://enoizapicname.wordpress.com/). 23 M. Monforte, Che cos’è ciò che si chiama capitalismo (http://enoizapicname. wordpress.com/). 24 Il dispiegamento del capitalismo è stato consequenziale, ma non lineare. «La non-linearità del dispiegamento del capitalismo è dovuta alla lunga lotta contro le potenze dell’ancien régime, cioè degli Stati assoluti europei: il “trono” e l’“altare”, ossia la potenza dei circoli dei sovrani e della proprietà terriera feudale, e la potenza della presenza ecclesiastica. Ma è dovuta, inoltre, alle vicende di scontro con la precoce resistenza popolare – lavoratori e classi subalterne –, che si battono sia contro l’ancien régime, sia contro il nouveau ancien régime (il “sistema” capitalistico). E anche agli scontri fra Stati-nazione – in alcuni dei quali si affermano regimi diversi da quelli liberali, autoritarismi, fascismi e nazismi, senza però colpire il carattere capitalista di fondo, ossia il “sistema” dell’economia politica –, con posta imperiale 42 del Novecento25. E presenta delle novità (negative): «se, fino agli […] anni settanta, il modo di produzione si è esteso a livello mondiale (estensivamente) e si è espanto ([…] intensivamente) sui differenti piani nazionali e locali, è sempre, però, proceduto tramite l’inclusione – vale a dire, attraverso il processo d’integrazione-disintegrazione, cioè assorbendo nella propria produzione-distribuzione i settori pre- o proto-capitalistici (o, comunque, gli assetti produttivi precedenti) e dissolvendo gli assetti preesistenti. Adesso, al contrario, procede tramite l’esclusione – crescita concentrata, e in contrazione in relazione alla scala planetaria, con intere e crescenti “aree” del pianeta […] “tagliate fuori” (deindustrializzate, o in netta caduta di produzione-distribuzione-mercato, o comunque marginalizzate). […] Una sorta di “spremitura” della massa della popolazione mondiale, del mondo, finché è transitoriamente funzionale al sostegno dei profitti, e poi ... fuori! Fuori dalla crescita […] perché […essa ] è subordinata al mantenimento di un tasso “adeguato” (al capitale investito) di profitto. E questa […] è una novità nella storia del modo di produzione (al di là di momenti di contrazione, dovuti a crisi e/o a fluttuazioni cicliche, in passato superate con un rilancio espansivo) […]: il modo di produzione, precisamente in base alle «nuove tecnologie» [che accrescono su scala esponenziale la produzione nella riduzione del numero degli addetti], non può piú perpetuarsi espandendosi, ma […], di dominio mondiale in gioco. Con la “complicazione” della «deriva della rivoluzione», dall’Europa alla Russia e paesi agrari del mondo, che ha dato vita ai regimi del “socialismo di Stato” – il quale non ha mai avuto nulla a che fare con resistenza e istanze popolari originarie, ossia con il socialismo originario che avrebbero voluto i lavoratori, e nemmeno con le elaborazioni dei pensatori del socialismo e con le analisi di Marx, ma che è stato una via accelerata alla crescita tramite l’azione statuale e si è esaurito, una volta assolto questo ruolo, con rapidissima conversione di tali paesi al capitalismo “in senso proprio”. E si sono avute due guerre mondiali, e il seguito di guerre dal 1945 a oggi – quante? Pare 148 guerre “di teatro”, ma forse anche di piú – con l’affermazione della superpotenza Usa, che adesso è in declino. E si è avuta l’alternanza fra protezionismo – protezione statuale del proprio capitalismo – che ha sorretto fasi di crescita, e liberismo dispiegato – che si è tradotto rapidamente in condizioni critiche continuative, sboccando in crisi generali», M. Monforte, Che cos’è ciò che si chiama capitalismo cit. 25 Anche «la fine dei residui dell’ancien régime è relativamente recente – i residui di consenso a livello della popolazione vengono utilizzati per operazioni elettorali, nonché di accordi con le persistenti potenze, in particolare quella ecclesiastica, ma non segnano piú prepotentemente il mondo –, come è relativamente recente la fine dell’imitazione statuale del capitalismo (Urss e regimi dell’Est) – e anche qui, le 43 lo può soltanto contraendosi. […] Una vera e propria distopia […] in atto e in corso»26. Infatti, dopo un alternarsi di cadute e riprese, il capitalismo è entrato nella crisi attuale, che si esprime in una lunga «stagnazione». E in questo quadro vengono ancora di piú alla luce le vere modalità della crescita, o sviluppo, dell’economia liberal-liberista – modalità che esistono in maniera permanente, ma che stridono maggiormente in situazioni di stagnazione come quelle presenti -, modalità esistenti a livello mondiale, certo, ma ben evidenti anche solo limitandosi all’Italia: cosa c’è alla base dei ripetitivi «scandali» affaristici? Una “cosa” è quella che si è chiamata poesia liberal-liberista – «libero mercato», «piena concorrenza», rispetto delle «regole», da parte degli “investitori” (affaristi e capitalisti) e da parte delle istituzioni (apparati statuali e «classe politica») –, un’altra “cosa” è quella che si è chiamata la prosa liberal-liberista – dove contano le grandi concentrazioni e i “buoni legami” con le istituzioni, ossia con la «classe politica» e gli apparati statuali, ma contano anche le relazioni con il versante non-legale dell’accumulazione, quella che proviene dalla criminalità organizzata – e pecunia non olet, «il denaro non puzza», basta che il capitale si accresca. La prosa (concreta, reale) viola di necessità la poesia (astratta, mistificante), il che pone la possibilità permanente di “situazioni critiche”, possibilità che si traduce, in dati momenti e condizioni27, in effettualità – che può “funzionare”, al massimo, rispetto a specifiche situazioni, ma non elimina certo le modalità sostanziali di funzionamento dell’economia politica, mentre serve a illudere “la gente” che, ogni tanto, “giustizia sia fatta”, riconfermando il “sistema”. E c’è di piú C’è di piú, quale situazione di fondo del capitalismo dispiegato, ma che si accentua maggiormente nella crisi e «stagnazione». Basti, qui, farne un elenco, necessariamente parziale: residualità di consenso nella popolazione vengono utilizzate in operazioni elettorali, mentre, però, mutano sempre piú di segno, passando a sostenere la piú radicale estensione del liberalismo», M. Monforte, Che cos’è ciò che si chiama capitalismo cit. 26 M. Monforte, Sulla globalizzazione (intervento “datato”, ma che mantiene una validità: http://enoizapicname.wordpress.com/). 27 In base all’eventuale azione della borghesia di Stato addetta al potere giudiziario, nel contesto dell’azione statuale per imporre un dato livello di «regole» – altrimenti sarebbe solo il caos – e dello scontro fra comparti e settori dei poteri dominanti e delle frazioni e fazioni della «classe politica». 44 a) per sostenere l’economico (-capitalistico) il politico (-statuale) interviene – l’intervento dello Stato è costante e continuo, già per imporre il privatismo, già per supportare il “sistema” bancario e finanziario, già per sostenere investimenti ed export, già per provvedere alle «infrastrutture», e cosí via, ma si accentua nelle situazioni “difficili” – e indebita a tal fine tutta la popolazione con una spesa in deficit dissennata (perché dà solo boccate di ossigeno a “ciò che c’è”, senza con ciò risolverne la situazione critica, ma solo smussandone e rimandandone gli effetti); b) per non parlare della diffusione degli indebitamenti (dai “problemi” della casa all’esistenza quotidiana, ivi compresi gli impulsi a trovare qualche, piú o meno fittizia, soddisfazione a una vita ridotta in qualche svariato consumo), che comportano un asservimento – singolo e generale, pratico e mentale – per poter “assolvere” ai debiti; c) la speculazione che riprende in continuazione – la speculazione è organica al “gioco” di borsa, vi corrisponde intrinsecamente, e non vi mancano, altrettanto intrinsecamente, le vere e proprie truffe (che si estendono, con promesse rassicuranti, quando non mirabolanti, anche al «rastrellamento» di scarse risorse personali delle classi subalterne) –, “bruciando” risorse frutto dell’attività collettiva, ma appropriate privatisticamente (capitalisticamente); d) l’imperversare strabordante, pervasivo, capillare, continuativo e martellante della propaganda – pubblicità e moda, e anche ciò che direttamente non lo sembra, ossia la messe dell’«intrattenimento», che sottesamente si basa e/o lancia mode, fa penetrare “modi d’essere” e “di fare” –, volta a “pompare” al massimo, ricorrendo a … tutto (parole, musica, immagini, saccheggio di letteratura e opere artistiche, ripresa e ulteriore rilancio di comportamenti apparentemente “ribelli”, e cosí via), l’homo œconomicus, il consumatore (come si è detto altre volte, va ripetuto che non a caso il comparto di pubblicità, «intrattenimento», informazione, per entità di risorse investite è secondo sul piano mondiale solo a quello del complesso militarscientifico-industriale). Propaganda su cui si fondano le continue strategie di marketing, che anticipano i cosiddetti «desideri di acquisto», semplicemente perché li creano. E si badi bene: tutta questa propaganda pubblicitaria – da intendere sia in senso specifico, sia in senso lato – funziona. E funziona eccome! Funziona anche se la “gente” afferma di “non farsi condizionare” e se è difficilissimo trovare qualcuno che ammetta il contrario. Lo dimostrano i fatti, e vi sono le stesse “invasività” e “pervasività” della propaganda, che può ben essere detta 45 addirittura “epidemica”, ad attestarlo – ricordando sempre che, se non “funzionasse”, semplicemente non verrebbe fatta. Questo è quanto, e lo si comprende se si riesce a compiure un “salto” tanto possibile quanto sottile (ma proprio perciò anche difficile): se ci si situa al di fuori della «cultura di massa», massmediale, ma anche al di fuori della cultura “ufficiale”, quella del “sistema” dell’istruzione e formazione (peraltro in caduta verticale), e delle loro modalità di ambedue, nonché al di fuori delle chiacchiere ed elucubrazioni di politici di professione, opinionisti, giornalisti, economisti e “esperti” vari, e quant’altri buffoni solenni, e buffoni e basta. E lo si comprende se non ci si lascia frastornare da speranze vane e da fuoriuscite illusorie, se si comprende che siamo in un vero e proprio nouveau ancien régime, semplicemente inaccettabile, perché minaccia l’integrità fisica e mentale di gran parte dell’umanità (il popolo: lavoratori e classi subalterne), ne affoga il presente e ne uccide il possibile avvenire. A questo punto, è inevitabile la domanda ormai antica, ma sempre attuale: che fare? In primis, capire – e questo, se davvero lo si vuole, non lo può impedire nessuno – e allargare questo processo di comprensione. Il primo obiettivo? L’avvio della costruzione di ciò che occorre e non c’è: un’intelligenza critica collettiva28, la sola “entità” che può procedere a cambiare «lo stato di cose presente». Mario Monforte 28 «Che è tutt’altro dai consueti partiti, dal logoro leaderismo, dallo stantio “far politica”, e anche dalle sole lotte sindacali o territoriali», M. Monforte, Che cos’è ciò che si chiama capitalismo cit. – intelligenza critica collettiva che potrà procedere, peraltro e detto en passant, solo rompendo con l’uso e abuso crescente di psicofarmaci (espliciti o variamente mascherati che siano) et similia. 46 IL VERSANTE STATUALE DEL MONDO CONTEMPORANEO Un poco di ragione, certo, un germe di saggezza, sparso tra stella e stella – questo fermento si trova mescolato a tutte le cose: ma proprio per amor di follia la saggezza si trova mescolata a tutte le cose! [… Ma] in ogni cosa soltanto questo è impossibile: razionalità! (F. Nietzsche, Cosí parlò Zarathustra) Razionalità, donde razionalismo1: è questa la «Ragione» che sta a fondamento filosofico del pensiero dei «lumi», quindi dell’economia politica che prende in esso il suo posto di rilievo (fisiocrazia francese, Smith in Inghilterra e poi Ricardo, Bastiat in Francia, e il seguito), insieme alle scienze e alle tecniche – non per niente l’Encyclopédie, l’opus magnum dell’Illuminismo, si denomina anche Dizionario ragionato delle scienze, delle arti e dei mestieri –, oltre alle concezioni filosofiche e storiche, e comprese le concezioni letterarie, poetiche e artistiche2. Il fondamento del liberalismo è qui, come quello della sua derivazione filosofico-scientista, il positivismo3: le concezioni essenziali e sostanziali si trovano qui, e la «ragione» illuministica, il razionalismo, lo pervade. E tale «ragione» assolutizzata quale principio fondamentale ed essenziale, centrale e dominante, si ipertrofizza in razionalismo e si traduce in negazione non solo delle sue stesse pretese, ma anche e soprattutto in negazione di quella ragione che, come «saggezza», si 1 Da ancora prima del Secolo dei lumi in Francia, in marcia in campo filosofico, con l’opera di Réné Descartes (Cartesio). 2 È Denis Diderot, autore di trattati filosofici, che inizia a Parigi la pubblicazione dell’Encyclopédie nel 1750, con il matematico D’Alembert. L’Encyclopédie, a cui collabora l’intellettualità che si riconosce nei «lumi» – con personaggi quali Voltaire e Montesquieu –, è un grande compendio di conoscenze e nel contempo un mezzo di diffusione delle concezioni illuministiche, nonché della critica di quelle dell’ancien régime. E si tenga conto del cosmopolitismo dell’illuminismo, che comporta stretti contatti epistolari fra i suoi esponenti di paesi diversi: oltre all’Inghilterra e alla Francia, si hanno, per esempio, Verri e Beccaria in Italia, Franklin e Jefferson in quelle che allora erano ancora colonie americane della Gran Bretagna. 3 Basato sull’esaltazione del progresso e del metodo scientifico, il positivismo sorge in Francia nei primi decenni dell’Ottocento – sulla direttrice del razionalismo, da Cartesio all’Illuminismo –, per diffondersi nella seconda metà dell’Ottocento stesso in Europa e nel mondo (né il suo “impianto” è scomparso nelle concezioni attuali, anzi la supponenza scientistica si è estesa a tutti i comparti e settori, e proprio mentre, come vedremo, la scienza è in “caduta libera”). 47 trova «mescolata a tutte le cose» – ma la natura, che, secondo il punto di vista umano attuale, dà sempre troppo o troppo poco, si fonda su ciò che gli esseri umani intendono come ratio? E la vita stessa ha forse in sé qualche senso secondo la ratio? Presi a sé stanti, un filo d’erba, una formica, un gatto, un essere umano, hanno qualche senso razionale maggiore di un rumore isolato, di un sasso in cima a una montagna, di un’onda del mare? Sono gli esseri umani che, tramite la loro esistenza e la loro attività per esistere, a cui è «mescolato» anche un po’ di ragione, inventano il valore, dando senso a se stessi e alle cose. E la vita, si basa sulla ragione? Se ne serve, ma non vi si riduce. Riprendendo le fila del “discorso” Abbiamo considerato come il liberalismo politico, economico, sociale, culturale – o (in italiano) il liberalismo-liberismo – sia non solo l’ideologia piú adatta al modo di produzione vigente (il quale sorge in senso pieno, attraverso e dopo una lunga e travagliata transizione, in Inghilterra e in Francia alla fine del XVIII sec.), ma una condizione necessaria alla sua nascita, esistenza e perpetuazione. Abbiamo argomentato come il modo di produzione vigente – il mondo dell’economia politica o capitalismo – proceda su due assi, l’economico (capitalistico) e il politico (statuale), come questi si fondano, senza confondersi nei rispettivi ruoli e funzioni, ma intrecciandosi, nella “messa in forma” dello spazio, urbano e interurbano4. E abbiamo trattato di come l’ideologia liberal-liberista – che proprio adesso, da una trentina di anni fino al pieno dei nostri tempi, è in pieno dispiegamento, insieme al dispiegamento incontrastato a livello planetario del modo di produzione capitalistico – sia metafisica e occultamento. Dunque, sarà utile ricapitolare ancora, velocemente. Occultamento. Il liberalismo-liberismo, sotto gli assiomi del «libero mercato» (che, perciò, deve essere «non distorto», come ripetono alla stregua di un disco rotto gli economisti “ortodossi”), dove si attua 4 Dove la città storica “esplode”, insieme alla sua differenziazione dalla campagna, sostituita dal tessuto urbano – fatto di periferie di periferie e suburbi di suburbi, unità produttive e distributive, costellato di centri istituzionali, direzionali, finanziari, commerciali, subordinato ai trasporti di “cose” e persone – che non è piú né città, né campagna, e dove l’antico abitare (fatto di relazioni sociali) è sostituito dall’habitat razionale (appunto), ridotto alla riproduzione delle funzioni essenziali (e circoscritto a scarsi o nulli rapporti). 48 la «libera concorrenza» (per la quale occorre la «competitività», a cui serve per forza di cose la tensione per la «produttività» e la «flessibilità» sul piano produttivo) e dove si realizza (o almeno si dovrebbe realizzare) il «maggior beneficio possibile per tutti e per ciascuno», non fa emergere al pensiero la realtà dell’economia politica. Non fa emergere l’espropriazione della massa della popolazione da proprietà e controllo dei mezzi di produzione e quindi dall’utilizzo, destinazione e distribuzione delle risorse, la “spremitura” a cui questa è sottoposta perché costretta a vendere la propria capacità di lavorare (donde lo sfruttamento della forza-lavoro e l’esclusione di una sua parte anche dallo stesso essere sfruttata), l’imperativo dominante del profitto (accrescimento della valorizzazione astratta del valore) e della crescita (o «sviluppo») continua (accumulazione del capitale), il ciclo dell’economia politica (lo sbocco di ogni fase di profitto ascendente in una crisi), fino allo stato critico permanente dell’economico (capitalistico) dispiegato e al suo carattere di contrazione devastante nel nostro presente, e cosí via. Tutto ciò, e quant’altro ancora vi è connesso o ne consegue, non emerge, se non, da una parte, come “casi” specifici, “violazioni” particolari, “questioni” circoscritte, e soprattutto, dall’altra e piú importante parte, come esperienza, di cui però si occlude la comprensione concettuale. Metafisica. Una concezione negativa dell’uomo (visto in astratto, appunto uomo metafisico), capace solo di mirare, ciascuno, al proprio personale interesse e, nei confronti degli altri esseri umani, in lotta contro tutti (homo homini lupus), donde – per attuare una società possibile, quindi la migliore che possa esistere – l’esigenza di meccanismi neutri e automatici che “tengano” l’insieme, ossia il «libero mercato» sul piano economico e lo «Stato di diritto» sul piano politico (lo Stato basato sull’articolazione dei tre poteri, legislativo, esecutivo, giudiziario, sulle elezioni periodiche, sui diritti civili di libertà personale, proprietà, sicurezza, opinione, religione, etc.). Anche qui occultamento: la realtà dello Stato – Stato moderno, Stato-nazione (sorto a piena luce e definizione a partire dalla rivoluzione francese del 1789) – come potenza fondata sulla violenza organizzata a uso esterno e interno (esercito e forze repressive), che supporta necessariamente l’economia politica, il suo «motore» e la sua dinamica, sostenendone la crescita (o «sviluppo») e unendovi la crescita di se stesso. E metafisica cattiva: non solo per la visione assurda (in quanto assolutizzata) dell’«uomo» come entità astratta, 49 e non degli esseri umani concreti, nella loro realtà storica, sociale, individuale, ma anche e soprattutto perché vede solo il versante negativo (cioè estrae, quindi astrae, solo questo versante) di questo stesso «uomo assoluto», e non anche quello che, necessariamente, va insieme a esso, cioè il versante positivo – cortesia e modus vivendi anche con chi non ci è affine, anzi con cui “non ci troviamo”, socialità, cooperazione, solidarietà, aiuto reciproco, generosità, affettività, amore: il versante che ha fatto esistere ogni società e cultura umana, quello che permette di nascere e vivere, quello che, pur lasciato a sé, pur dato per scontato e non considerato, pur negato, pur via via distrutto e comunque sotto minaccia con il dispiegamento del modo di produzione, e che tuttavia ancora resiste ostinatamente, come fondo essenziale dell’esistenza5. La statualità Si chiama Stato il piú gelido di tutti i gelidi mostri. Esso è gelido anche quando mente; e questa menzogna gli striscia fuori di bocca: «Io, lo Stato, sono il popolo». [...] Ma lo Stato mente in tutte le lingue del bene e del male; e qualunque cosa dica, mente – e tutto quanto possiede, l’ha rubato. [...] «Nulla al mondo è piú grande di me: io sono il dito imperioso di Dio» – cosí ruggisce la belva. E non solo la gente dalle lunghe orecchie e dalla vista corta gli si inginocchia! [...] Eroi e uomini d’onore esso vorrebbe erigere attorno a sé, il nuovo idolo! Volentieri si riscalda al sole delle buone coscienze – il gelido mostro! [...] Tutti quanti vogliono giungere al trono: la loro demenza è credere che sul trono segga la felicità! Spesso è il fango che siede sul trono – e spesso anche il trono siede sul fango. (F. Nietzsche, Cosí parlò Zarathustra) Innanzitutto va gettata luce nell’opacità dell’ideologia imperante, va cioè sgombrato il campo dalla falsa coscienza in merito allo Stato, dalla «coscienza distorta e mistificata», ossia dall’ideologia, sulla e della statualità, che si traduce nelle correnti ciarle, fumose e obnubilanti. “Lo Stato siamo noi”: no, per niente, “noi” (“noi” va inteso come la popolazione di un territorio su cui si esercita il potere di uno Stato) non lo siamo in nessun modo, per il semplice fatto che, se lo 5 Versante costitutivo e fattivo, che non si fonda sul «mercato», piú o meno «libero», ma su quella relazione molto piú antica che è il dono: dare, ricevere, rendere. 50 fossimo, lo Stato non esisterebbe (nella sua sostanza di apparati e «corpi separati»). “Lo Stato è la società”: no, per niente; se la società fosse anche lo Stato, di nuovo lo Stato non esisterebbe, mentre, al contrario, è lo Stato che si erge al disopra della società, la comanda e la controlla. “Lo Stato è … le istituzioni”: è insufficiente e fuorviante, perché non certo tutte le istituzioni, intendendo il termine in senso lato, sono Stato, ma vengono quasi tutte sottoposte al suo controllo, mentre le istituzioni statali sono apparati e articolazioni, e «corpi separati», che formano lo Stato stesso, e dunque questa non è una risposta. Lo Stato – Stato moderno, Stato-nazione, tuttavia pur sempre erede, certo sviluppato e perfezionato, esteso ad assorbire i ceti dominanti e ad assorbire anche, confermandole nella subordinazione, le classi subalterne, ma comunque erede dello Stato assoluto – è la potenza organizzata che supporta l’economia politica e se stessa, che comanda la società e grava, insieme all’economia politica, sulla società stessa, per mantenersi e perpetuarsi come Stato e mantenere e perpetuare l’economia politica, con la strutturazione di classe che ciò comporta (classe dominante, con i suoi strati, ceti, comparti; stratificazione delle classi subalterne e della classe dominata). Lo Stato è l’entità costitutiva del modo di produzione vigente che assicura la priorità dell’economico (capitalistico) sotto il primato del politico (statuale). A tali fini si appropria di tutto: del territorio e delle città che lo costellano, e dei suoi abitanti; della cultura che è incapace di creare; della scienza che può solo sussumere; del sapere che non ha e della sua trasmissione del sapere; dei valori preesistenti finché a esso servono – piegando, distorcendo, “performando” tutto ai suoi organici scopi. E tale primato ha un duplice versante oscuro, sempre occultato nell’opacità, ma terribile. Lo attestano, da un lato, il seguito di guerre dal XIX sec. in poi, i due conflitti mondiali, il seguito di guerre successive (Quante? Se ne è perso il conto) – che hanno sempre questi protagonisti: gli Stati, le potenze e superpotenze (statuali). Dall’altro lato, il seguito delle repressioni interne agli Stati stessi, e, in generale, dell’aria gelida di continuo controllo che lo pervade, e dello slittamento di ogni “cosa” a “fini superiori”, che sono poi questi indicati: potenza e potere. Perché lo Stato? E ora, dopo quanto si è delineato sullo Stato in quanto potenza organizzata e sulla sua essenziale funzione in quanto politico (sta51 tuale) per l’economia politica – che, ricordiamolo ancora, non a caso è cosí denominata –, consideriamolo sul versante culturale (secondo l’impianto dato alla presente serie di incontri). Riprendiamo, dunque, le concezioni di base del liberalismo-liberismo: «ogni essere umano, libero nella sua persona e nelle sue proprietà, nonché nel loro uso, e dotato di riconosciuti diritti detti “naturali” – di opinione, di espressione, di religione, di posizione politica6 –, è tenuto a occuparsi del proprio personale interesse, e tale interesse deve essere ben inteso (cioè sciolto da legami, superstizioni, devozioni, considerazioni fuorvianti, etc.)»7. Concezioni che hanno la loro poesia: «la libertà di ognuno finisce laddove comincia la libertà altrui». Bello, poetico, tanto da sembrare un’asserzione chiara. E, invece, del tutto oscura – opaca. Infatti, come si stabilisce dove finisce la libertà di ciascuno e comincia quella altrui? Basta portare alcuni esempi, da considerare in crescendo, da quelli in qualche misura di entità di minore a quelli di maggiore rilevanza. Chi vuole ascoltare musica (al di là di una valutazione in merito a “ma che è!?” il piú della musica corrente e strabordante) e cantare, stando a bere birra e ubriacarsi, fino alle ore 4 di mattina a Firenze, in Piazza dei Ciompi (luogo e denominazione riduttivi e derisori, con la «Loggia del pesce» trasportata lí da quella che ora è chiamata Piazza della Repubblica), nel quadro della cosiddetta «Firenze viva», è libero di farlo (anzi, le “cose” sono organizzate a tal fine) – ma come la si mette con la libertà di dormire degli abitanti residui della zona, o anziani, o mattinieri, o che si devono levare per andare al lavoro? Oppure, per venire a uno dei rami della pianta giudeo-cristiano-islamica: è noto che certe componenti musulmane impongono il burka alle donne, e che gli islamici nel loro complesso impongono loro il velo; e, secondo la liberale libertà di religione, costoro hanno la libertà di farlo – ma come la si mette con la libertà femminile, riconosciuta nel nostro paese liberale? E come la si mette anche con le leggi che vietano il mascheramento che rende le donne irriconoscibili, e tale è il burka? Per non parlare dell’imperativo islamico della verginità femminile necessaria per la validità del matrimonio – ne sappiamo anche noi qualcosa: fino a quando non è durato tale “imperativo” in certe aree e regioni d’Italia? –, il che va riconosciuto, secondo il 6 Il che si traduce, per la gran parte della popolazione, nel diritto di voto (attivo e passivo, come si è detto – vedi n. 10 a p. 34 del presente lavoro), generalizzato, almeno nei paesi occidentali od “occidentalizzati” a tutti gli adulti, ma non va oltre la delega ai «rappresentanti», né dà altri significativi diritti. 7 Il precedente M. Monforte, Il versante economico del mondo contemporaneo. 52 principio di libertà, etc., e tuttavia è lesivo della libertà della donna, equiparata a una specie di giovenca che deve essere “intatta”, o “prodotto” non ancora “usato”, aut similia. Ancora: se la direzione dell’azienda a cui vendete la vostra manodopera per avere la retribuzione (salario o stipendio) che vi è necessaria, in base agli imperativi degli «interessi aziendali» (ossia del profitto nella «competizione» sul «libero mercato») decide di dislocare altrove (in Romania, in Cina, in India, sulla Luna …), è libera (e anche pressata dagli imperativi capitalistici) di farlo – ma come la si mette con la vostra libertà di potere, e dovere, lavorare per vivere? Vediamo oltre: se un’azienda può mettere in vendita i suoi prodotti a prezzo minore («libera concorrenza», battere la concorrenza, acquistarsi “fette” di mercato!), da un lato, comprimendo le condizioni salariali e normative dei lavoratori addetti, dall’altro, riducendo la qualità dei prodotti, non è libera di farlo? Ma come la si mette con i lavoratori che si trovano in condizioni peggiori, da una parte, e con gli acquirenti, dall’altra parte, che si trovano ad acquistare prodotti peggiori? Di piú: se l’adulterazione di un prodotto rende (un profitto maggiore), perché mai non farlo? (Peraltro, obbedendo sempre all’imperativo capitalistico della ricerca del massimo profitto.) Del resto, “basta che non si sappia in giro …”: l’importante è apparire. Ma come la si mette con i prodotti scadenti, quando non direttamente dannosi alla salute? L’elenco di esempi può proseguire a lungo. Diciamo che, in base al «proprio personale interesse ben compreso» e alla libertà di perseguirlo, le regole formali entrano in contraddizione fra sé e determinano un seguito di contraddizioni, mentre non vengono rispettate, se il perseguimento dell’interesse è piú forte o indispensabile (si pensi alla funzione dei commercialisti, bravi e apprezzati, e con fior di clienti, per quanto trovano mezzi per far ridurre il pagamento delle imposte, facendo però apparire che rispettano le regole). La poesia liberal-liberista sul «libero mercato» e sulla «libertà di ognuno che finisce dove incomincia quella altrui» non è in grado di dire nulla, non è in grado di stabilire nessun criterio, non è in grado di definire nessuna norma in proposito – la contraddizione, il contrasto, il conflitto sono permanenti. Perciò lo Stato, che – oltre a intervenire costantemente per imporre il liberismo (privatizzazione e logica privatistica in tutti i capi e settori possibili e immaginabili8) e per procacciare Comprese la sanità – Aziende sanitarie locali (Asl) – e la scuola – presidi-managers, autonomie finanziarie, sponsors e loro inserimento nei c.d.a., linguaggio bancario («crediti» e «debiti» ) –, compresi poi l’esercito, la protezione civile, e cosí via. 8 53 affari (dalle commesse statali a «grandi opere», a interventi di infrastrutture e di ristrutturazione e/o neo-edificazione urbana, fino al sostegno diretto o indiretto a settori produttivi o singole imprese, etc.9) – stabilisce le regole (legislazione e normative), controlla la loro applicazione e il loro rispetto, interviene per contrastarne e reprimerne la violazione. Funzioni, queste ultime, anch’esse indispensabili, altrimenti la poesia liberal-liberistica si tradurrebbe in tempi piú che rapidi in una prosa che spaccherebbe ogni possibile convivenza e possibilità di realizzazione di qualsiasi cosa. Infatti, l’applicazione coerente e conseguente della logica liberalliberista in ogni campo, attività, momento – in sintesi: io “faccio per me” e “penso al mio interesse”, nello specifico e in generale, e mi accordo con altri solo per perseguire il mio interesse e solo per il tempo in cui questo coincide con l’altrui –, coerenza e conseguenza a cui tutto spinge nel liberalismo costantemente indotto, propagandato, ribadito (andando dai media agli “esempi” che vengono forniti), porterebbe a impedire ogni realtà umana in ogni settore. Tuttavia tali funzioni dello Stato, indispensabili – ma indispensabili solo nel senso che lo sono rebus sic stantibus, occorrono essendo questa la situazione –, sono già in netta contraddizione con le premesse e promesse del liberalismo sullo stesso piano dell’economia politica e su quello della convivenza civile. E c’è un «ma» – un grosso «ma» Quanto indicato dà conto dell’ipertrofia del diritto, della giurisprudenza, del complesso di tutto il corpus della legislazione – dello ius10 9 E sta proprio qui la “chiave” per comprendere la corruzione e la concussione: specifici imprenditori e gruppi imprenditoriali si accordano con specifici uomini e gruppi politici che dirigono apparati statuali, facendo reciprocamente “affari” – in violazione alle regole poetiche del «libero mercato non distorto», «libera concorrenza», etc., al “sacrosanto” fine del profitto (d’impresa e anche privato). 10 Sorto nel Mondo antico, in particolare a Roma, dove derivava dall’attività delle magistrature (elettive) per dirimere le controversie fra i cittadini stessi e trattarne i crimini – oltre a trattare delle prerogative delle istituzioni della città e dei rapporti con le altre città –, ed esaminato, precisato, raccolto nel tempo, lo ius comincia la sua marcia verso l’ipertrofia con l’Impero e soprattutto con il Basso impero, per diventare corpus iuris con il tardo Impero romano, quando tutto il diritto diviene facoltà di un gravoso Stato burocratico-militare, che esercita il suo comando e controllo sul territorio imperiale. Verrà ripreso nel Medioevo, per diventare poi prerogativa degli Stati assoluti – e da allora è giunto, fra modifiche e aggiunte, fino alla modernità. 54 –, nella sua articolazione in due grandi branche, il penale e il civile11. E dell’attività, sempre piú in autosaturazione, della giustizia12, con la folla di avvocati (penalisti e civilisti) che vi si affastellano intorno. In che senso ne dà conto? E perché questa dilatazione, che appare incontrollabile? Perché lo Stato – tramite la burocrazia, che, spinta dall’imperativo del controllo, è invadente e tirannica, iperrazionale e dispotica, quindi demenziale, nonché tramite la polizia13 – tende a controllare tutto e controllare, contemporaneamente, il proprio stesso funzionamento e quello dei suoi apparati. E perché, sempre nel contempo, la legislazione e le normative che fissano le regole sono esse stesse liberali, vale a dire astratte – dalla realtà prosaica sia delle relazioni sociali, o piuttosto a-sociali e anti-sociali, risultanti dal dispiegamento dell’atomizzazione del liberalismo, sia delle relazioni concrete dell’attività economica, retta in maniera prioritaria dalla ricerca del massimo profitto – e occultanti – tale realtà prosaica, sostituita dalla visione tanto irenica quanto mistificante della poetica liberale, per cui “tutto funzionerebbe per il meglio se …” non vi fossero violazioni delle regole stesse, violazioni poste in essere, invece, dalla stessa logica dell’attività economica e dalla progredente disgregazione sociale. Perciò lo ius si dilata, perciò la giustizia tende all’autosaturazione, perciò gli apparati burocratici e repressivi addetti al controllo si ipertrofizzano a loro volta (e richiedono, ognuno, sempre maggiori risorse: “piú fondi, piú fondi!”, è il ritornello costante). Il controllo tende a strabordare e capillarizzarsi, estendendosi su territorio, attività, abitanti, e intensificandosi “in affondo” – telecamere, carte bancomat e di credito, tessere per ogni cosa, carte magnetiche arrivate e in arrivo, intercettazioni permanenti (con miliardi di miliardi di conversazioni telefoniche stivate in capaci memorie), etc. … E cosí anche l’esaltata privacy liberale – con tanto di authority preposta alla sua «tutela» – svanisce, per restare, derisoriamente, soltanto quale ostacolo alla comunicazione di “fatti” fra parenti e amici, cioè per favorire ulteriormente l’atomizzazione. Ma … Ma tutta questa superfetazione di Stato, ius, controllo, non impedisce affatto la violazione delle relazioni sociali - sulla linea 11 In Italia, il codice penale è immenso e ancora in gran parte risalente ad altri tempi, cioè agli anni trenta del Novecento, e il codice civile è un insieme “mostruoso”; poi al tutto si sovrappone e si intreccia la congerie di leggi e leggine che si sono succedute nel tempo, con i diversi governi e maggioranze parlamentari. 12 Tanto piú in Italia, date le lentezze dei lavori dei tribunali, la permanente insufficienza di organici, la farragine della burocrazia, etc. 13 Ben cinque polizie operano in Italia, oltre ai «servizi» (segreti), civili e militari. 55 dell’homo homini lupus (ma, ormai, anche femina feminae lupa, nonché homo et femina filiis lupi e viceversa, e cosí via), nel progredire, per niente arrestato dal liberalismo, del bellum omnium contra omnes –, basti soltanto tenere presente la cronaca quotidiana. Né tantomeno impedisce la violazione della poesia liberal-liberistica sul prosaico piano economico e affaristico. È un tourniquet, un circolo vizioso, un circolo che si avvita su se stesso a spirale verso il basso: tanto piú di economia politica, “smanettamento” affaristico, disgregazione sociale, sbandamento personale, tanto piú controllo e tanta piú polizia; e tanto piú controllo e tanta piú polizia, tanto piú di economia politica, “smanettamento” affaristico, disgregazione sociale, sbandamento personale. E peggio ancora: nel tessuto urbano di ghetti, periferie, suburbi e dormitori, nella devastazione delle antiche relazioni di vicinato14, impera la saliente atomizzazione sociale – che va insieme al massimo a legami ristretti (famiglie mononucleari, qualche parente, qualche amico) oppure ad aggregazioni atomistiche (da gruppi connessi da qualche interesse di evasione alle bande giovanili) – nell’aumento esponenziale della “scala” indifferenza-diffidenza-ostilità (i tre gradini sono consequenziali) verso altrui, creando il “brodo di coltura” di ogni possibile insensatezza e violazione delle regole, ma aperto alla massima ricezione di tutti i “messaggi” massmediali, anzi predisposto al loro massimo assorbimento. Di conseguenza … La regolamentazione – potenzialmente di tutto – si presenta, si pone e si impone, come sempre piú necessaria, e dunque si pone e si impone come sempre piú necessario l’ulteriore controllo – “piú controlli, ancora piú controlli!”15 –, affinché la regolamentazione venga applicata e rispettata, e quindi l’intervento (degli apparati statuali) non solo diventa sempre piú permanente, ma si deve anche ulteriormente 14 Anche grazie agli spostamenti possenti di popolazione e ai grandi flussi migratori – voluti e indotti, in primo luogo per abbattere le condizioni preesistenti, sul piano salariale e normativo, dei lavoratori –, che magari creano anche nuove solidarietà, ma circoscritte per gruppi, o per etnie, o per religione, e in urto o comunque in chiusura verso gli “altri”. 15 Gran parte degli stessi cittadini, o meglio ex cittadini, ridotti a moderni sudditi, li invocano: confinati in condizioni di mera riproduzione dell’esistenza, unita al consumo di evasioni fittizie, accettano una sorta di tutela permanente, che vorrebbero costante – fino a che non cozza con il proprio «interesse ben compreso» però, perché a qual punto si irritano, benché in maniera impotente. 56 estendere … È questa, appunto, la componente sul versante dello Stato dell’indicato tourniquet, del circolo vizioso, che si avvita a spirale su se stesso. Ma non basta: le possibili violazioni vanno anticipate – si pensa che vi saranno, uscendo dalla poesia e guardando cinicamente la prosaica realtà, e quindi ci si muove, a livello statuale, sulla regola del sospetto, per cui “tu sei colpevole” (di qualche violazione: si pensi solo al fisco), “finché non dimostri di essere innocente”, né vale stupirsene: è l’esito della generalizzazione della visione del mondo basata sulla «libera concorrenza», ossia sulla traduzione edulcorata, come si è detto, del bellum omnium contra omnes, nonché dell’assunzione realistica di che cos’è il mondo concreto del liberalismo-liberismo dispiegato. Le possibili violazioni vanno anticipate, mettendo in atto le strategie di sicurezza. Quali? E come? Le strategie di sicurezza, in fondo e infine, non sono che l’“altra faccia”, quella statual-poliziesca, delle strategie di marketing: come queste ultime anticipano le «scelte del consumatore» – vale a dire le determinano, tramite la follemente pervasiva e alienante pubblicità, ma anche tramite l’«intrattenimento» vario, senza dimenticare il ruolo possente che svolge la moda –, cosí le strategie di sicurezza anticipano le violazioni delle regole – vale a dire assumono in partenza che date condizioni le determinano come conseguenza necessaria – e si pongono all’erta per individuarle immediatamente, perché è certo che vi saranno. E a ciò servono le tecnologie informatiche – quelle stesse tecnologie che, applicate alla produzione e distribuzione, hanno condotto alla novità (cattiva) della presente fase dell’economia politica o capitalismo, ossia la tendenza alla contrazione e all’esclusione di parte crescente della popolazione planetaria16 –, con la loro applicazione sui piani della cattura e conservazione di suoni, voci, immagini, etc. Verso un futuro che è prevedibile – se non si interverrà altrimenti – tradursi in controllo permanente dalla nascita alla morte di ogni «cittadino» – in realtà, e a tutti gli effetti, non cittadino, ma al contrario neo-suddito: produttore17-consumatore18-fruitore19-elettore20. Vedi il precedente M. Monforte, Il versante economico del mondo contemporaneo. “Se c’è posto”, se no ... “bisogna arrangiarsi”, “darsi da fare”, etc. 18 Consumare a ogni modo, sotto continui impulsi e frustrazioni – e il consumo si è tradotto nella shopping therapy consigliata negli Usa (specie alle casalinghe) da non pochi “psicologi”. 19 Dei servizi e funzioni – sempre piú privi di ogni scelta alternativa – preposti dallo Stato nelle sue articolazioni (dal livello centrale a quello regionale e locale). 20 In quanto elettori-spettatori, che possono decidere se preferire una bandierina gialla, rosa, grigia, etc., ma non “altra cosa” – che possono guardare la rappresentazione e preferire un personaggio, ma non cambiare lo spettacolo. 16 17 57 Gli esiti? Li abbiamo già di fronte! Basta guardare con occhio un po’ distaccato – senza affidarsi ai giudizi “preformati” e “precondizionati” che vengono istillati, e senza “tifoseria” per questo o quello – al complesso della situazione del nostro paese, pur nel modo mistificante in cui la presentano i media. E basta guardare alle realtà ancora piú “avanzate” (o arretrate: dipende dal punto di vista) sulla via del liberalismo-liberismo dispiegato, cioè agli Usa: frantumazione in ghetti (di lusso, intermedi, orridi) e in comunità etniche (con scontri interetnici), bande giovanili e organizzazioni criminali, relazioni interpersonali mascherate al massimo da cortesie del tutto fittizie e formali, apparenti, e basate sulla “guerra tramite gli avvocati”, quando non direttamente sulla violenza reciproca – american way of life. Ecco il punto di approdo del mondo del liberalismo, dell’economia politica liberista e dello Stato liberale, con lo spazio ristrutturato a loro uso e misura, e con la società e l’individuo che si vuole “mettere in forma” a loro immagine e somiglianza: dall’alata poesia (liberale) alla bassa prosa (liberale) – o meglio: «dalle stelle alle stalle». Con un’ulteriore conseguenza: la decerebrazione, lo status mentale in caduta libera di parte crescente della popolazione21 – di cui tratteremo di seguito. E perciò, altro che catastrofismi vari, annunciati con allarmismo strumentale e funzionale (all’economia politica e allo Stato)! Tali i catastrofismi climatici, economici, politici, e via discorrendo. La vera possibile catastrofe è il fallimento globale della specie umana – se non si interviene altrimenti, e se almeno non ci pone la questione di intervenire altrimenti, a cominciare da qualche parte (ed è difficile, e infine fuorviante, stare a sperare e aspettare che ciò possa venire da “altrove”, rispetto ai luoghi e centri dove tutta la modernità, tutto il mondo contemporaneo, il mondo presente, è nato22). Mario Monforte 21 A cui concorrono la voluta disgregazione del sistema della formazione e la strabordante «cultura di massa» dei media, nonché l’“impianto” di fondo della cultura, dimidiata già dalla rottura del primo Rinascimento, unito allo scatenamento della «tecnoscienza», sotto il comando della potenza statuale e del potere capitalistico. 22 Detto en passant, è del tutto assurdo rincorrere “soluzioni” religiose, esoteriche, occultistiche, sciamanistiche e affini. Ciò si situa nella crisi non di una generica «civiltà occidentale», ma della civiltà liberal-liberista, e nella distruzione del patrimonio di critica fattiva che la «cultura occidentale» sempre racchiude, ivi compresa la critica dello stesso liberal-liberismo, per situarsi nelle varie “scelte”, che restano nell’alveo del liberalismo e lo mantengono, e portano solo a “evadere”, ossia a divagare. 58 CAPITALISMO E STUPIDITÀ Riprendiamo alcuni temi già sollevati e discussi in precedenza, tentando di “mettere insieme” alcuni elementi emersi e, in particolare, provando a rispondere, seppure in modo parziale e temporaneo, alla seguente domanda, che si può cosí formulare: in quale senso preciso viviamo una fase “estrema” dello sviluppo capitalistico, e qual è il legame tra questo e la stupidità che ci pervade? Il termine «stupidità» non va qui inteso come mancanza di intelligenza, ma come stato di stordimento sinestetico, che produce una percezione disorganizzata e deformata della realtà1. Quanto si vuole cercare di chiarire è che la produzione di individui intellettualmente e moralmente degradati – cioè, appunto, la produzione di una condizione sociale di stupidità generalizzata – diventa un elemento necessario allo sviluppo del capitalismo, nella misura in cui questo colonizza l’intero pianeta e tutti gli ambiti della vita umana. Un motivo importante, sebbene non l’unico, di questa necessità sta nel fatto che la stupidità assume una vitale funzione disciplinare: per sopravvivere alla sua stessa stupidità il capitalismo necessita di una nuova forma di stordimento che gli consenta di obbedire e far obbedire all’infinito all’ingiunzione economica. Detto in altro modo: se i processi devastanti e distruttivi del mondo “esterno” – la degradazione delle condizioni di vita individuali e collettive dovuta alla proliferazione di innumerevoli forme di nocività e di degrado ambientale, sociale e culturale – possono accadere non solo senza suscitare reali proteste, ma essendo addirittura pienamente accettati, giustificati e visti come “naturali”, è appunto perché tali processi avvengono in parallelo alla corrispondente distruzione del mondo “interno”, i cui termini si cercherà di analizzare. Innanzitutto, questa nuova forma di stupidità appare come qualcosa di radicalmente nuovo rispetto alla stupidità osservata, per esempio, da Flaubert2, o dallo stesso Marx, o rispetto a quella santificata da Dostoevskij in L’idiota – e molti sono i segnali che fanno pensare che possa costituire la prima seria minaccia, non solo per l’intelletto dell’uomo, ma per la sua stessa esistenza. 1 Il termine deriva dal verbo latino stúpeo, ossia «sono stordito, resto attonito». 2 Nel suo Dizionario dei luoghi comuni (trad. it. Milano, Adelphi, 1980). 59 La stupidità contemporanea procede dalla miniaturizzazione3 e/o mediocrizzazione della soggettività, al blocco delle capacità critiche e logiche, fino alle forme psicotiche di de-soggettivazione che si esibiscono e/o si nascondono nella debordante società mediatizzata (in tv, in internet, nelle aule parlamentari, nelle università, etc.). Articoliamo ora la domanda iniziale in domande piú mirate. Per esempio: in che cosa consiste precisamente il legame che sembra unire i meccanismi dell’oppressione sociale e il “progresso” nel rapporto tra uomo e natura? Poi: in che modo il mondo delle merci e dei «dispositivi»4, che ci circonda come una «natura seconda», riesce a catturare e a modellare, a intercettare e a controllare l’insieme dei nostri gesti e dei nostri pensieri? Tutto va rimesso in questione Nel 1933, Simone Weil osservava come la crisi, che il capitalismo di quegli anni stava attraversando, stesse producendo una società razionalizzata sul modello della fabbrica, una società in cui il progresso della tecnica rende la funzione amministrativa strumento di dominio della società sull’individuo, attraverso l’asservimento alla macchina in fabbrica, la sottomissione all’apparato burocratico, l’eliminazione di ogni facoltà di giudizio autonomo e di creatività, fino a ottenere «un miscuglio di dedizione mistica e di bestialità senza freno». Per la Weil, il compito di una democrazia operaia sarebbe stato precisamente quello di invertire quella tendenza, sopprimendo la parcellizzazione delle funzioni sociali e restituendo al lavoro la 3 La «miniaturizzazione» dell’io è un fenomeno corposo, che si incarna nel narcisismo e nel vittimismo, intesi come forme sociali della personalità, entrambe impegnate nel dare “soluzioni” regressive al problema fondamentale della separazione, cioè della distinzione tra «io» e «non-io». Il primo opera una sorta di “liberalizzazione” dell’individualità attraverso la sistematica confusione tra illusione e realtà, a sua volta supportata dall’apparente onnipotenza del mondo delle merci, dei “miracoli tecnologici” e, in generale, dei «dispositivi» in grado di sostituirsi all’agire pratico e alla fatica dell’uomo. Il secondo opera attraverso una “rivendicazione” di tutela del proprio essere-immagine in quanto tale e, dunque, prescrive incessantemente strategie di sopravvivenza personale. Tutto ciò si risolve, poi, facilmente nella desoggettivazione del reality e dell’esibizionismo delirante della propria nullità, che corrisponde al desiderio e al diritto imprescrittibile di essere “nulla” e pur tuttavia di essere “guardati” e “tutelati”. 4 Si usa qui il termine «dispositivo» nell’accezione di M. Foucault, ripresa ed estesa di recente in G. Agamben, Che cos’è un dispositivo?, Roma, Ed. nottetempo, 2006. 60 sua dignità di mezzo di contatto tra l’uomo e le cose. Ma al tempo stesso non credeva, con grande lungimiranza, che partiti e sindacati fossero in grado di cogliere la vera natura di quel processo e quindi di superare la concezione “rivoluzionaria”5 che faceva coincidere la liberazione dall’oppressione con il rovesciamento del potere politico, lasciando intatta la vocazione totalitaria della società industriale. Per lei, le esperienze sia della Comune, sia dell’Ottobre del 1917 insegnano che occorre trovare il mezzo per formare un’organizzazione che non generi una burocrazia. Perché la burocrazia tradisce sempre. E l’azione non organizzata resta pura, ma fallisce6. Cosí, all’inizio del 1934, la Weil decide di abbandonare ogni forma di attività politica salvo quanto concerne la riflessione teorica, e cosí esordisce nelle sue Riflessioni sulle cause della libertà e dell’oppressione sociale7: il presente è uno di quei periodi in cui svanisce quanto normalmente sembra costituire una ragione di vita e, se non si vuole sprofondare nello smarrimento o nell’incoscienza, tutto va rimesso in questione. Anche il nostro presente, circa tre quarti di secolo piú tardi, richiama quella condizione, in modo, certo, piú opaco e piú sordo, ma anche per questo piú subdolo e inquietante. E noi, nello spirito di rimettere “tutto in questione”, torniamo indietro, alla nascita del modo di produzione capitalistico. Il capitalismo come razionalizzazione e controllo Sappiamo, perlomeno a partire da Marx, che il tratto specifico del capitalismo non è la semplice accumulazione di ricchezze: la tesaurizzazione, nonché la valorizzazione della terra con il lavoro servile a opera dei latifondisti, sono state praticate da molte società storiche, per esempio nella Roma imperiale. E l’avidità, la brama di 5 La teoria del necessario superamento rivoluzionario della società capitalista da parte della classe sfruttata (della classe che eroga il pluslavoro necessario all’accumulazione capitalistica), non ha – a modo di vedere di chi scrive – alcun fondamento razionale, e appare piuttosto figlia di un dogmatismo di stampo positivistico. 6 S. Weil, Perspectives. Allons-nous vers la révolution prolétarienne? (agosto 1933). 7 S. Weil, Riflessioni sulle cause della libertà e dell’oppressione sociale, Milano, Adelphi, 1983. 61 denaro, la mancanza di scrupoli sono vecchie come l’uomo e ha ben poco senso vedere lo “spirito” del capitalismo come un particolare “grado di sviluppo” di tali caratteristiche. Piuttosto, come Marx stesso ha chiaramente argomentato, l’elemento decisivo per lo sviluppo del modo di produzione capitalistico, non essendo appunto semplicemente l’accumulazione in quanto tale, è precisamente la trasformazione continua e incessante dei processi produttivi in vista dell’accrescimento dei prodotti combinato con una riduzione dei costi. Ciò contiene l’essenziale di quello che Max Weber indicherà poi con il termine «razionalizzazione», che poniamo fra virgolette non solo in quanto citazione, ma anche e proprio perché, come vedremo, all’origine di “irrazionalità” di vario e altro tipo. Come tutte le produzioni storiche, anche il farsi strada della «razionalizzazione» è, quanto alla sua origine, largamente arbitrario: non possiamo dedurlo né produrlo a partire da qualcos’altro. Possiamo tuttavia metterlo in relazione con qualcosa di piú “intimo”, per esempio con uno dei tratti piú profondi della psiche umana: il desiderio di dominio e di onnipotenza8. E poi, evidentemente, con una temperie storica e culturale “favorevole” a che tale desiderio potesse dispiegarsi socialmente nel modo in cui lo ha fatto. 8 Tale desiderio è forse originato dalla precoce separazione tra «io» e «non-io» di cui abbiamo già detto. All’inizio del processo di “ominizzazione” del bambino, «il neonato […] non percepisce ancora l’esistenza della madre come separata dalla propria e quindi scambia la dipendenza dalla madre, che soddisfa i suoi bisogni nel momento in cui sorgono, per la propria onnipotenza. Solo dopo diverse settimane successive alla nascita […] il bambino percepisce che la fonte dei suoi bisogni […] è interna a lui e la fonte di appagamento è esterna» (C. Lasch, La cultura del narcisismo, Milano, Bompiani, 1992, p. 49). La “soluzione” del “problema” è il terreno su cui si gioca lo sviluppo della personalità e ogni società procede attraverso le sue particolari istituzioni all’inserimento della “monade” iniziale nella vita collettiva e “reale”, imponendo i propri significati sociali come fonti di senso alternative all’onnipotente rappresentazione “solipsistica”. Diventando un individuo sociale, la psiche interiorizza una fonte di senso alternativa a quella originaria. La formazione di una vera identità libera e cosciente corrisponderebbe, allora, non tanto all’acquisizione dell’intelligenza razionale, ma al raggiungimento di una consapevolezza critica della natura divisa dell’uomo, della sua dipendenza dalla natura e dagli altri, senza che questi si possano confondere con il suo io o sottomettersi ai suoi capricci. Al massimo grado, ciò corrisponde all’interiorizzazione di un senso sociale che si è esplicitamente autoistituito, cioè caratteristico di una società autonoma. All’opposto, l’assenza o l’alterazione sistematica di tale consapevolezza, o autonomia, può condurre ovunque, fino alla stupidità di cui si sta parlando, raggiunta attraverso l’incarnazione del desiderio di onnipotenza nella tecnoscienza, apparentemente il prodotto piú alto dell’intelligenza razionale. 62 Rispetto ad altre organizzazioni sociali orientate verso la conquista, la specificità del capitalismo è duplice. Innanzitutto, per esso non si tratta soltanto di conquistare il “mondo esterno”, ma anche e soprattutto di “autoconquistarsi”, cioè di conquistare il proprio “mondo interno”, l’insieme delle articolazioni e dei significati che progressivamente lo istituiscono. Non si può realmente comprendere il funzionamento del sistema di dominio capitalistico se lo si inquadra come un sistema compiuto di gestione della produzione e dell’economia. Al contrario, questo “sistema” prende di mira la totalità della società. Dalla produzione al consumo, all’educazione, al diritto, al linguaggio, alla vita politica, alla produzione artistica, alla morale, alla salute fisica e mentale, fino alla vita stessa9. È il medesimo significato sociale10 basato sul dispiegamento della doppia categoria del profitto-potenza, che, liberandosi progressivamente da ogni vincolo sociale, culturale o religioso, si impadronisce, “mettendole in forma”, di tutte le sfere sociali, una dopo l’altra. In questa maniera, il modo di produzione capitalistico è diventato progressivamente un sistema sociale ramificato e coerente che si incarna nei minimi dettagli del vivere quotidiano di ciascun individuo. L’altra specificità del capitalismo è il fatto che la spinta verso il dominio e la conquista si attua mettendo in campo mezzi nuovi, mezzi di tipo speciale, che non sono piú la magia, o la vittoria in battaglia, o la narrazione mitologica, ma sono costituiti precisamente dall’estensione illimitata della razionalizzazione e del controllo, attuata in primo luogo attraverso la ricerca dell’automatismo. Cerchiamo di capire meglio di cosa si tratta con un semplice esempio. Proviamo a metterci nei panni di un capitalista fiorentino 9 Tutto ciò non come estensione “secondaria” o strumentale al meccanismo “primario” di dominio, quello economico. 10 Secondo la teoria dell’istituzione immaginaria della società di Cornelius Castoriadis, la società istituente è sempre irriducibile alla società istituita. «Creandosi come èidos di volta in volta singolare […], la società si dispiega in una molteplicità di forme organizzatrici e organizzate […] dapprima come creazione di uno spazio e di un tempo che le sono propri, popolati da una moltitudine di oggetti “naturali”, “sopra-naturali” e “umani”, collegati attraverso le relazioni che la società considerata stabilisce di volta in volta, e sempre appoggiati su proprietà immanenti dell’esser-cosí del mondo. Ma queste proprietà sono ri-create, enucleate, scelte, filtrate, messe in relazione e soprattutto fornite di senso a opera dell’istituzione e dei significati immaginari della società data», C. Castoriadis, Le monde morcelé, Paris, Seuil, 1990, p. 116. 63 del XV secolo, che fino ad allora era rimasto un semplice commerciante e usuraio11, ma che, proprio attraverso l’usura, ha pian piano acquisito i titoli di credito12 sulle risorse economiche del suo produttore-fornitore, il titolare di un officina artigianale, controllando in tal modo tutti i suoi movimenti. Prima o poi, il nostro capitalista si domanderà perché lasciare i mezzi e i materiali della produzione, la casa e l’officina, in mano all’artigiano produttore, quando finanziariamente tutto ciò non appartiene piú a costui da tempo. Il passaggio dai rapporti di produzione artigianali a quelli capitalistici avviene proprio nel momento in cui il capitalista si impadronisce di tutte queste “cose”, estromettendo il produttore e gli eredi, assumendo lavoratori salariati, e divenendo egli stesso “produttore”. Ma in che senso egli “produce”? Non certo lavorando con le sue mani, né progettando nuovi impianti per la sua impresa. Lo fa con il denaro, che impiega come capitale, attraverso il quale può comprare sul mercato tutto quello che gli serve: materiale, nuovi terreni, servizi, forzalavoro, conoscenze tecniche, etc., tutto quanto poi viene riunito e “montato” in un processo produttivo strutturato in modo tale che lo stesso capitalista non ha bisogno di porvi mano. Il solo requisito essenziale del processo produttivo di cui egli è direttamente responsabile è, dunque, il suo automatismo. E la necessità di tale automatismo non discende da una particolare tecnica produttiva, ma soltanto dai rapporti di produzione – modificati. Osserviamo che, fino a questo punto, il concreto svolgimento del lavoro continua a essere determinato dai suoi mezzi, dai suoi materiali e dalle sue tecniche specifiche, continua, cioè, a essere determinato dal suo “modo di essere”, indipendentemente dal fatto che sia sfruttato da un potere esterno e dalle finalità di tale sfruttamento (in questo caso l’accumulazione del capitale). Dal punto di vista del produttore, quello che a questo punto è sostanzialmente cambiato è che il tempo di lavoro necessario al suo mantenimento, il tempo di lavoro a cui era abituato, produce ora (solo) il valore che serve al pagamento del suo salario. Ma affinché possa realizzarsi l’accumulazione del capitale occorre che tale tempo 11 La presenza di una certa accumulazione originaria di capitale nelle mani di individui particolari, «è il fondamento storico della produzione specificamente capitalistica anziché esserne il risultato storico», K. Marx, Il Capitale, libro I. 3, Roma, Editori Riuniti, 1977. 12 Il titolo di credito è un documento che incorpora il diritto di credito, cioè il diritto del possessore (creditore-beneficiario) a ottenere una prestazione, per esempio un pagamento, da parte di chi lo emette (debitore). 64 di lavoro venga esteso, senza che al valore aggiuntivo – o plusvalore – corrisponda un salario aggiuntivo. A “conformarsi” a questo genere di attività il lavoratore viene obbligato dal comando capitalistico a cui è stato sottomesso. Ma la storia non finisce qui. Sotto la spinta della concorrenza, la nuova forma dei rapporti di produzione domanda un’accumulazione sempre piú allargata di plusvalore, la quale a sua volta esige un incessante aumento della produzione13. Ma se il nostro capitalista vuole che le fondamentali condizioni di automatismo che è riuscito ad instaurare continuino a realizzarsi appieno anche nelle nuove condizioni di produzione allargata occorre ad un certo momento un’appropriata modificazione del processo lavorativo. È qui che entra in gioco un “modo di essere” estraneo a quello del lavoro artigianale, incarnato dalla tecnologia industriale. Il nuovo meccanismo con cui si realizza l’accumulazione si basa ora sul fatto che modificando efficacemente il processo lavorativo si può ottenere nello stesso tempo la produzione di una maggiore quantità di merce14. Ed è qui che l’unità individuale di mano e mente dei singoli produttori lascia il posto a un diverso rapporto tra azione e pensiero, un rapporto in cui l’azione sia sempre piú riproducibile in modo controllato e “meccanico”, incorporando un pensiero estraneo e dominatore, un “calcolo intellettuale” incarnato dalle macchine industriali. Dall’inizio alla fine di questa vicenda, ciò che è cambiato per il produttore non sono tanto le sue condizioni materiali di vita, povero era e povero rimane. Ciò che è fondamentalmente cambiato si esprime in una duplice espropriazione: quella della sua partecipazione alla proprietà dei mezzi e dei materiali necessari alla produzione nonché del risultato del proprio lavoro; e quella della piena consapevolezza riguardo ai passaggi della catena produttiva o, detto altrimenti, della cognizione del rapporto tra i fini conseguiti e le 13 All’interno del modo di produzione capitalistico ciò è ineluttabile: «lo sviluppo della produzione capitalistica rende la continua crescita del capitale investito nell’impresa industriale una necessità, mentre la concorrenza impone a ogni capitalista individuale le leggi immanenti del modo di produzione capitalistico come leggi esterne coercitive. Essa gli impone di allargare continuamente il proprio capitale al fine di conservarlo; ma allargare il proprio capitale egli può soltanto mediante una progressiva accumulazione», K. Marx, loc. cit. 14 Marx distingue i due meccanismi di accumulazione in termini di plusvalore assoluto e di plusvalore relativo. A queste due forme di appropriazione, a cui il contenuto del lavoro è sottomesso, corrispondono le categorie della sussunzione formale e della sussunzione reale del lavoro da parte del capitale. 65 azioni intraprese per conseguirli durante il processo lavorativo. Ciò è d’importanza centrale per il discorso che andiamo facendo: la forma con cui l’automatismo si crea e si sviluppa determina una progressiva perdita di consapevolezza e dunque di autonomia dell’attività produttiva per chi ne è implicato15. La progressiva estensione di questo “calcolo intellettuale” a un numero sempre crescente di ambiti sociali porta con sé non soltanto una parcellizzazione dell’attività produttiva materiale – divisione e frammentazione del lavoro sugli ingranaggi di automatismi sempre piú complessi –, ma anche una corrispondente ulteriore divisione e frammentazione del pensiero nelle specializzazioni disciplinari che l’efficacia strumentale di tale estensione richiede. E l’origine di questo “calcolo intellettuale”? Una frattura storica Abbiamo visto come nel corso del Cinquecento si sia prodotta in Europa, e in particolare proprio qui a Firenze, una frattura storica tra una cultura “unitaria” e “visionaria”, da una parte, e, dall’altra, una “metafisica del controllo”, che caratterizza l’avvio del capitalismo come progetto di «razionalizzazione» della società. Quanto qui interessa mettere in luce è che, mentre le conseguenze di questa frattura – e in particolare la nascita della scienza moderna come istituzione sociale – hanno richiesto almeno due secoli per iniziare a cambiare il mondo e a stabilire nuove condizioni di vita per gli uomini, bastarono invece pochi decenni, piú o meno una generazione, perché il “punto di vista galileiano” producesse un mutamento radicale nell’immaginazione degli uomini. Non tutti gli uomini, beninteso, solo quelli della società ristretta delle scienze e delle lettere, però la forza di tale mutamento fu tale da anticipare un corrispondente cambiamento su scala universale. Come si è detto, la Repubblica fiorentina che nasce dal rovesciamento del dominio feudale, ha il carattere di uno spazio pubblico (pòlis), universale e particolare al tempo stesso, “animato” da continue lotte multilaterali, e spesso violente, tra diversi strati sociali e gruppi 15 Fu proprio contro questa perdita di autonomia che in Inghilterra, all’inizio del XIX secolo, sorse il movimento dei «luddisti», presentati in seguito come retrogradi, nemici della tecnica, quindi del «progresso». Ma costoro non si opponevano alle macchine in quanto tali, bensí a tutte quelle “innovazioni tecniche” che, per la loro natura “incontrollabile”, provocavano divisioni e smembramenti nel controllo pratico e intellettuale del processo produttivo, e nell’ordinamento sociale tradizionale dei lavoratori come comunità fondata su arti e mestieri. Contro di loro il governo britannico inviò nel 1812 un’armata di ben 14.000 soldati! 66 industriali, lotte che si rispecchiano nelle alternanze degli equilibri di forza del potere politico. Ma l’interesse e la partecipazione alla vita politica degli strati sociali medi e inferiori non sono pura illusione, poichè il loro movimento contribuisce concretamente alla formazione degli equilibri di forza del potere. La vita pubblica entro le mura della città-Stato viene ritenuta una questione personale non soltanto da chi si trova al vertice delle posizioni economiche e politiche. In questa temperie, la cultura rinascimentale entusiasticamente riscopre e rinnova quella antica, assumendo un carattere “unitario” e “visionario”. La sua unità discende dal fatto che la quasi totalità degli artisti fiorentini provengono dagli strati artigiani della pòlis, dove hanno possibilità e necessità di sviluppare attitudini e talenti diversi: ogni pittore è anche scultore e architetto, ogni architetto è anche matematico, musico, filosofo. E quando l’unità “pluri-disciplinare” non è sufficiente, si ricorre a collaborazioni esemplari, come quella tra l’artigiano Brunelleschi e il matematico Toscanelli per la cupola di Santa Maria del Fiore. In questo modo, la cultura rinascimentale instaura anche un nuovo rapporto tra attività intellettuale e attività manuale, tra vita contemplativa e vita activa16 , senza che questo rapporto comporti mai l’annullamento di uno dei due termini17. La visionarietà della cultura discende dal suo carattere di attività riflettente e poietica nello stesso tempo, creatrice di forme visive e musicali18, 16 Nel mondo medievale era vigente una divisione netta tra le arti liberali risalenti al mondo classico, il «trivio» (grammatica, retorica, dialettica) e il «quadrivio» (aritmetica, geometria, musica, astronomia), oggetto della vita contemplativa dei chierici (il curriculum di studi seguito prima di accedere agli studi universitari), e le arti meccaniche, ovvero i saperi tecnico-pratici fondamentali (tessitura, architettura, navigazione, agricoltura, caccia, medicina, scenografia), oggetto della vita activa dei ceti popolari lavoratori, e separate dalle prime da un abisso incolmabile. 17 Un caso esemplare e singolare è quello di Leonardo da Vinci, che unisce in sé l’opera di pittore e gli esperimenti di ingegneria civile e militare. In questa duplice produzione, non dobbiamo contrapporre la pittura come “arte” all’attività sperimentale come “scienza”. Sono due diversi metodi di indagare e dominare la natura. In questo senso, Leonardo rappresenta una figura scissa, con un piede nel Rinascimento e uno nella modernità, ed è, in una certa misura, un precursore di Galileo. In modo simile, ma sul versante politico, si può forse dire per Machiavelli. 18 Il sapere rinascimentale era una sorta di “enciclopedia circolare”, al cui centro, quale musa armonizzatrice, era la musica. La frattura di cui si parla si sviluppa in modo esplicito, forse per la prima volta, proprio in ambito musicale, opponendo in aspra polemica i due musici Gioseffo Zarlino (1517-1590) e Vincenzo Galilei (1525-1591, il padre di Galileo). Alla «ben’ordinata Natura» di Zarlino – «che sussurra all’orecchio dell’uomo le consonanze nelle lor vere forme naturali, e ha voluto che cotali forme si trovassero, come registrate nelle cose naturali, a perpetua memoria, collocate per ordine, secondo i gradi loro ne i loro proprii luoghi; accio- 67 e mediatrice tra esterno e interno, tra il mondo fuori dagli esseri umani e il mondo dentro gli esseri umani, attraverso le corrispondenze e le consonanze che l’arte della memoria rende disponibili. Questa cultura è, dunque, al tempo stesso attività creatrice e attività di indagine della Natura, che insieme a ragione e misura (lògos), è vista e sentita come idealità della forma (èidos) e vitalità del temperamento (èthos), mondo simbolico e pulsante di cui l’uomo è parte integrante e interprete al tempo stesso. Proprio in questi caratteri di unità e visionarietà sta la potenziale forza emancipatrice della cultura rinascimentale19, il suo valore come strumento ideale attraverso il quale l’uomo può intrattenere con il mondo che ha avuto in sorte e con i suoi simili rapporti degni della grandezza umana. Parallelamente la politica, in quanto etica comunitaria, può ancora una volta20 assumere, anch’essa idealmente, carattere di “virtú architettonica”, animata da una ragione pratica (phrònesis) in cui l’azione autonoma degli uomini ricerca nel gioco degli universali e dei particolari le forme migliori di convivenza, stabilendo regole e convenzioni intese non tanto a “risolvere i problemi sociali” quanto a incoraggiare ciascuno a misurarsi con i modelli di sapienza ed eccellenza morale e intellettuale, cosí da sviluppare al massimo le sue predilezioni e i suoi talenti. Questo sapere e agire pratico non ha, però, nulla a che fare con la produzione di oggetti utili o il soddisfacimento di bisogni materiali, e dunque con la ragione pragmatico-strumentale intesa come determinazione dei mezzi piú adeguati al conseguimento di fini determinati21. D’altra parte, accanto alla sua universalità, c’è, appunto, anche la che l’huomo conoscesse, che non fussero state fatte a caso; ma ordinate con gran sapientia e non senza gran misterio» (Sopplimenti musicali, 1588, p. 97) –, Vincenzo oppone una Natura che procede sine cognitione e contro cui l’uomo si avvale dell’arte meccanica per fini propri. Si impone, dunque, un nuovo modello di razionalità, che attribuisce al movimento e alla materia un primato ontologico sul numero e la forma, e diventa la premessa alla scienza galileiana e moderna. 19 «Io non racconterò le opinioni di un filosofo – perché tutta la vostra scienza, o filosofi, si limita a sottigliezze e cavilli verbali – ma quello che ho sentito dire da un pittore. Costui, nell’osservare la forma dei corpi, ha visto più cose che voi filosofi messi tutti insieme nel misurare ed esplorare il cielo», Leon Battista Alberti, Momus, 1450. 20 Dopo che è già avvenuto, la prima volta, nella pòlis greca. 21 Secondo il pensiero greco, la capacità degli uomini di organizzarsi politicamente è qualcosa di diverso e per certi versi opposto all’associazione naturale che ha il suo centro nella casa e nella famiglia. Con il sorgere della città-Stato ogni cittadino appartiene a due ordini di esistenza, che si riferiscono rispettivamente a ciò che è suo proprio (idíon) e ciò che è in comune (kòinon). Di tutte le attività necessarie 68 sua particolarità, il suo sviluppo “interno”, che “costringe” il modo di produzione proto-capitalistico a restare entro i limiti della pòlis. Ed è, forse, proprio questo fatto, questo limite, a dare avvio a quel processo di “rifeudalizzazione” che conduce, poi, alla fine della democrazia (formale, ma a tratti reale), al potere mediceo e, da qui, al dominio delle potenze assolutistiche straniere. La dissoluzione della città-Stato porta con sé anche quella dell’etica comunitaria che la sosteneva, e al suo posto compare l’antitetica «moralità individuale» (Pico della Mirandola, Savonarola), che ha dell’uomo mondano una visione negativa e sospettosa, per la quale il bene è solo ciò che l’uomo può fare malgrado il mondo. È qui che Machiavelli formula la sua alternativa: o si torna alla pòlis antica e alla sua etica comunitaria, oppure si abbandona definitivamente l’ideale della pòlis e si prende la strada che conduce alla monarchia unitaria in Italia. Se si sceglie la seconda alternativa si dovranno, conseguentemente, accettare anche tutte le deformazioni e tutti i paradossi etici che il pieno sviluppo del capitalismo porta con sé22. Ed è cosí che, proprio a partire da Machiavelli, e anche Tommaso Moro, passando per Locke, e in avanti, il compito principale dello Stato diventa quello di garantire la sopravvivenza materiale, la conservazione fisica della vita del cittadino, attraverso la predisposizione nelle comunità umane solo l’azione (pràxis) e il discorso (lèxis), dalle quali ogni cosa meramente necessaria o utile era rigorosamente esclusa, erano costitutive di quello che Aristotele chiamava bíos politikòs. 22 Tra queste deformazioni c’è quella del significato del termine «democrazia», una volta che questa sia divenuta appunto un «diritto formale» garantito dallo Stato, dove la libertà è innanzitutto libertà del singolo di aumentare i propri beni e le proprie ricchezze. Ma il significato originario del termine «democrazia» si riferisce a ben altro: all’unico sistema di organizzazione sociale che sia mai stato immaginato (la prima volta, insieme alla nascita della filosofia, nella Grecia classica, poi di nuovo, appunto, nel primo Rinascimento) che pone esplicitamente il problema della propria auto-istituzione, cioè che il suo funzionamento non sia dettato da un “altrove” (legge divina, lògos storico-sociale, eredità biologica o altro), ma si fondi sul fatto che la collettività e i singoli individui che la compongono vivono sotto la legge stabilita da loro stessi, legge che ciascuno è in grado, attraverso l’effettiva partecipazione diretta al potere esplicito, di mettere in discussione. Dunque, la vera democrazia non è un «concetto» o un «diritto», ma piuttosto un progetto concreto e definito di società umana. Ma è, appunto, un progetto, e non vi possono essere “garanzie” al suo funzionamento, se non relative e contingenti – la meno contingente è forse l’educazione, cioè la formazione sociale di individui che hanno interiorizzato sia la necessità della legge, che la possibilità di metterla in discussione. E perciò stesso la vera democrazia ha bisogno, per sostenersi, di una ragione pratica nel senso accennato sopra. 69 di un sistema che assicuri il godimento dei suoi diritti naturali: vita, libertà personale, uguaglianza civile e proprietà23. A questo punto si apre la strada per la conseguente trasformazione della politica in economia politica – nel cui contesto gli individui sono motivati esclusivamente a massimizzare i loro bisogni, desideri e interessi privati – e, parallelamente, in biopolitica – come gestione, utilizzazione e controllo del corpo umano, sia in senso individuale che come popolazione e specie24. Trasformazione … È a partire da qui che il potere può poi sdoppiarsi nel dominio economico-capitalistico, da una parte, che sottomette alla logica del profitto tutte le sfere “non politiche” della vita umana – come la proprietà, il consumo, il contratto di lavoro, il matrimonio, la società civile e tutto quanto ha a che fare con l’uomo privato –, e, dall’altra, nel dominio politico-statuale, il dominio esercitato attraverso il controllo delle relazioni umane sotto l’egida della concettualizzazione della vita sociale in compartimenti e statuti che prescrivono «diritti» e «doveri», entro i quali si sperde e si confonde – si opacizza – “chi comanda su chi”25. Sul piano dei rapporti tra pensiero e azione, abbiamo accennato come la cultura rinascimentale operi una saldatura della frattura medievale tra dotti e produttori, tra mente e mano. Tuttavia, una nuova e piú profonda scissione si apre con l’avvio del movimento intellettuale chiamato rivoluzione scientifica26. Questo movimento riflette e riplasma alcuni aspetti della cultura rinascimentale, incarnandosi, 23 Cosí, a monte dell’istituzione della “libertà individuale” e dei “diritti umani”, c’è una visione della politica che dell’uomo mondano e sociale ha una cattiva immagine e che vede nel duplice atto di controllo e garanzia del suo “corpo biologico” il compito principale dello Stato. Il principio giuridico dell’habeas corpus, originato nel Medioevo ma universalizzato in questa fase storica, ne è un esempio evidente. 24 Cfr. M. Foucault, La volontà di sapere, Milano, Feltrinelli, 1978 (in particolare cap. V). 25 Sulla centralità di questo doppio binario, M. Monforte, Per il progetto di emancipazione sociale - Tesi d’Ottobre cit., oltre agli altri testi già indicati. 26 Dal 1543 al 1687, date di pubblicazione del De Revolutionibus orbium coelestium di Niccolò Copernico (1473-1543) e dei Philosophiae Naturalis Principia Matematica di Isaac Newton (1643-1727). Tuttavia, la nascita del metodo scientifico, nella piú alta e matura accezione del termine, avviene nel mondo ellenistico, a partire dalla fine del IV sec. a. C., con una straordinaria fioritura di pensatori e di teorie scientifiche come la geometria euclidea e la trigonometria, l’astronomia, la meccanica, l’idrostatica, la pneumatica, l’ottica, la geografia matematica e la cartografia, 70 tra altro, in forme di razionalità molteplici e talvolta opposte, come quelle di Keplero e Galileo27. Senza entrare adesso in una discussione su questi aspetti, limitiamoci a osservare come in tale movimento, attraverso un’evoluzione tutt’altro che lineare, finisca comunque per imporsi il “punto di vista galileiano”, adattando e potenziando alcuni elementi della cultura rinascimentale (scienza e tecnica), lasciandone altri (arti plastiche l’anatomia, la fisiologia, la chimica, la botanica, la zoologia – vedi L. Russo, La rivoluzione dimenticata, Milano, Feltrinelli, 20095. Una delle ragioni per cui questo fatto è cosí poco noto risiede nel completo oblio in cui la scienza ellenistica e la tecnologia scientifica a essa associata sono cadute in Occidente, già a partire dalla conquista romana. Questo processo di rimozione è, tra l’altro, profondamente rivelatore delle reali dinamiche con cui la cultura umana procede storicamente. Una serie di “rinascimenti” a partire dal VI secolo d. C. hanno tuttavia assicurato la sopravvivenza o almeno il ricordo di quella scienza. In particolare il cosiddetto «rinascimento islamico» iniziato nel VIII sec. era portatore di una cognizione della relazione tra scienza e tecnologia (Avicenna) solitamente ascritta all’età moderna. L’agricoltura dell’Islam, per esempio, piú sviluppata di quella esercitata nel contemporaneo Occidente cristiano, si avvaleva di impianti di irrigazione basati sull’uso di fonti di energia naturale come le ruote idrauliche e i mulini a vento e ad acqua. Nel XII e XIII secolo, la penisola iberica e la Sicilia, conquistate dall’Islam, insieme a parte dell’Italia meridionale, divengono, tramite Costantinopoli, punti d’incontro e occasioni di riscoperta da parte della cultura europea di quel che restava dell’eredità ellenistica. L’incontro con l’Islam e la conseguente riscoperta dei frammenti di cultura ellenistica fu l’innesco della scienza moderna. E determinò – in una certa misura – anche le prime origini del capitalismo, nella grande esplosione di cambiamento tecnologico avvenuta nel XII sec., quando i mulini a vento e ad acqua, giunti appunto dall’Islam, si diffusero nel continente europeo in un breve lasso di tempo. Tale diffusione permise, trasformando l’energia naturale in lavoro, di compiere meccanicamente e rapidamente varie operazioni, quali la macinatura dei grani, la follatura dei tessuti o la battitura dei metalli, prima eseguiti a mano con ritmi “non razionalizzati”, cioè piú lenti e soprattutto in cui era piú difficilmente quantificabile il rapporto tra il tempo necessario a eseguire certe operazioni e la quantità di “prodotto” conseguente. 27 La loro opposizione segue in qualche modo quella, precedente, di Zarlino e Vincenzo Galilei cui abbiamo accennato. Keplero e Galileo esprimono infatti due razionalità scientifiche diverse e per molti aspetti opposte, pur essendo entrambe di tipo matematico e sperimentale (essendo questa in ultima analisi la caratteristica propria della rivoluzione scientifica). Keplero costruisce i suoi risultati e le sue leggi avvalendosi sistematicamente della matematica e dell’osservazione sperimentale sotto la guida della sua metafisica pitagorico-platonico-musicale, la quale non era un sovrappiú irrazionale, come recita la vulgata manualistica, ma la base stessa della sua indagine, la forma della sua razionalità scientifica. Al contrario, Galileo, com’è noto, basa la sua indagine su una netta restrizione in senso pragmatico del contenuto dei concetti che usa. Lo stesso uso della matematica ha un diverso significato. Per portare un esempio semplice, l’espressione «2+3» può essere intesa, da una parte, come un’equazione corrispondente a un’armonia di evidenza immediata, 71 e figurative28, musica, etc.) a funzioni introspettive o celebrative, comunque alla “cultura dell’intrattenimento” e alla futura industria culturale, mentre altri ancora (magia, alchimia, etc.) si avviano verso un’estinzione piú o meno rapida29. A questo scopo, si fanno divisioni e distinzioni nel mondo sensibile, come quelle operate da Galileo, Cartesio e Locke, tra qualità «primarie» (estensione, solidità, movimento, etc.) la cui “oggettività” le rende manipolabili da parte della tecnologia meccanica, e qualità «secondarie» (colore, sapore, suono, etc.) lasciate all’arbitrio della soggettività. Pertanto, l’intendere qualcosa, come per esempio il movimento di un corpo nello spazio, diviene un processo che non può avere piú nulla a che fare con l’immaginazione, o con l’esperienza, o con la rappresentazione sensibile: può avvenire esclusivamente a livello del pensiero, del pensiero libero allo stato puro. La natura si autoproduce nel pensiero umano e ogni autentica connessione fra interno ed esterno, fra pensiero ed esperienza, è bloccata. Le forme concettuali del meccanismo e dell’automatismo prodotte dalla rivoluzione scientifica oppongono all’immagine rinascimentale del mondo quella di una natura estranea e fondamentalmente ostile, nei confronti della quale l’uomo non può ragionevolmente far altro che dubitare30 e contro la quale l’uomo si avvale del suo “calcolo intellettuale” e della sua tecnica per conseguire fini che la natura da sola non può conseguire. L’indagine conoscitiva e l’azione sul mondo divengono cosí attività di razionalizzazione e di controllo, che ha come oggetto non la natura o l’uomo, ma in modo progressivamente sempre piú stabilita dalla proporzione in cui le parti «2» e «3» suddividono il «5». Dall’altra, può essere intesa come espressione di un processo nel quale il «2» e il «3», per cosí dire, “diventano” «5», quale caso particolare di un meccanismo additivo che può generare a priori infiniti altri risultati. In entrambi i casi il risultato di «2+3» è «5», ma il primo presuppone una mente che coglie un significato preesistente, il secondo una mente che sente solo se stessa. 28 Nel momento in cui, con l’opera di Tartaglia, Benedetti e poi Galileo, la visione fisico-matematica del mondo inizia ad acquisire una forma piú chiara, le arti figurative si trovano “liberate” dal compito di indagare la natura e si dedicano ad approfondire le loro potenzialità illusionistiche, preparando cosí lo stile «barocco». 29 L’attuale successo popolare di maghi e guaritori è solo uno dei segni, e – va precisato – certamente neppure tra i piú preoccupanti, della profonda degradazione culturale della nostra società. 30 «Proprio come da Platone e Aristotele fino all’età moderna la filosofia, nei suoi maggiori e piú autentici rappresentanti, è stata l’articolazione dello stupore di fronte a ciò che è, cosí la filosofia moderna, da Descartes in poi, è consistita nelle articolazioni e ramificazioni del dubbio», H. Arendt, Vita activa, 1958, trad. it. Milano, Bompiani, 2008, p. 203. 72 esclusivo i «corpi docili» prodotti dai dispositivi tecnologici, in cui si ricercano e si producono automatismi funzionali31. La frattura storica di cui abbiamo parlato segna, dunque, il passaggio da un insieme circolare e unitario di significati sociali a una cultura costruita sulle specializzazioni disciplinari e sul “calcolo intellettuale” mirato alla risoluzione di “problemi” selezionati tra quelli via via prodotti dallo stesso sviluppo tecnico-economico-politico. L’estensione a ritmo forzato del postulato della “separabilità” a tutti gli ambiti dell’attività produttiva, materiale e immateriale, nonché alla dimensione politica e a quella psichica, è precisamente la caratteristica costitutiva della cultura del controllo, che introduce una doppia confusione tra verità ed efficacia, da una parte, e tra pratica e tecnica, dall’altra. Confusione in cui le prime (verità e pratica) progressivamente scompaiono, riducendo cosí ogni agire umano a procedura strumentale per il raggiungimento di determinati fini – il che ha portato oggi là dove doveva portare, vale a dire alla morte della cultura e della politica, e alla loro sostituzione con pure competenze tecniche. Con questo non si intende ovviamente affermare che nelle varie fasi della storia del capitalismo occidentale la borghesia non abbia avuto bisogno di sviluppare forme di conoscenza di tipo politico, artistico, filosofico o scientifico diverse, contrastanti e talvolta largamente incompatibili con la cultura del controllo. Ma la caratteristica saliente del modo di produzione capitalistico è appunto quella del suo “farsi” progressivo, conquistando una sfera dopo l’altra del suo “mondo interno”. Abbiamo visto come la sua evoluzione storica inizi dalla sfera della produzione materiale, e ciò è dovuto al fatto che è sul quel terreno che la cultura del controllo e della razionalizzazione ha dato le sue prime prove avvalendosi delle “arti meccaniche”. Incarnando una “visione negativa” dell’uomo e della natura, sia la meccanizzazione della produzione – espressione del nascente dominio economico-capitalistico –, sia la nascita dei «dispositivi» di controllo dell’economia politica e della biopolitica – espressioni 31 Razionalizzare e controllare le cose (reali) significa essenzialmente isolare dei fattori separati e circoscrivere con precisione gli effetti della loro azione. Su tale procedimento si basa il metodo sperimentale galileiano (le «sensate esperienze») e funziona, fino a un certo punto, con gli oggetti comuni della vita quotidiana: è in questo modo che procediamo per riparare il motore dell’auto. È d’altronde evidente che la separabilità è un’“ipotesi di lavoro” di validità locale e limitata. Al di fuori dalla cornice istituita dalle ipotesi di partenza, le stesse domande possono non avere piú alcun senso e ciò vale anche per le relative risposte 73 del nascente potere politico-statuale –, sono le prime tappe di un processo che, a partire dalla frattura storica del XVI secolo di cui abbiamo parlato e passando per tre rivoluzioni industriali, giunge a un completo rovesciamento dei rapporti degli esseri umani con la loro tecnica e la loro conoscenza. Sul piano dell’economia politica, questo processo corrisponde al fatto che allo sviluppo illimitato della produzione, elemento necessario del rapporto sociale capitalistico, non può bastare neppure la conquista – o sussunzione reale – del lavoro al capitale, visto che, oltre un certo limite, è impossibile ridurre il tempo di lavoro incorporato nella merce senza separarla del tutto dal lavoro e quindi dalla base stessa del meccanismo di accumulazione. È cosí che lo sviluppo ulteriore richiede la riduzione del tempo di circolazione del capitale, cosa che può realizzarsi conquistando altri ambiti sociali oltre quello lavorativo. In particolare, la scienza e la tecnica, in quanto istituzioni sociali, subiscono nel corso della modernità una trasformazione che da strumenti di emancipazione (intesa come liberazione della soggettività dai vincoli della tradizione e dell’autorità religiosa) li trasforma in strumenti totalitari di oppressione sociale (riducendo progressivamente l’autonomia individuale e collettiva fino all’asservimento psichico operato dagli attuali dispositivi di controllo e sorveglianza globale). Per capire il senso vero di questo fenomeno – senza confondere la scienza con lo scientismo – occorre considerare alcuni aspetti essenziali del funzionamento del metodo scientifico. Scienza antica e scienza moderna La “scienza”, intesa in senso generale e complessivo come pensiero astratto in grado di spiegare i fenomeni tramite teorie aventi per oggetto enti non osservabili ha origine, com’è noto (o piuttosto come dovrebbe esserlo, anche se non lo è) nella Grecia classica, almeno a partire dal V sec. a. C. Tuttavia, quel particolare strumento intellettuale che chiamiamo «metodo scientifico», la cui eredità ha svolto un ruolo cosí importante nella formazione della «civiltà occidentale», nasce nel mondo ellenistico, a partire dalla fine del IV sec. a. C. Caratteristica fondamentale di questo metodo consiste nel fatto che le affermazioni di una teoria scientifica, come per esempio la geometrica euclidea, o la termodinamica o il calcolo delle probabilità, 74 non riguardano oggetti reali ma, «enti teorici» specifici32. Dunque, le teorie della scienza costruiscono ed operano non sul mondo reale ma su “modelli astratti” del mondo reale, e in particolare su modelli di particolari settori della stessa attività umana. A partire da alcuni “principi” – o “ipotesi” – fondamentali su tali “enti”, la teoria procede con metodo rigorosamente deduttivo (e universalmente accettato) a ricavare un numero virtualmente illimitato di conseguenze “vere”, risolvendo degli “esercizi” interni alla teoria. In questo consiste fondamentalmente la “verità” di una teoria scientifica33. E in cosa consiste, allora, la sua “efficacia”? Le applicazioni al mondo reale avvengono stabilendo delle «regole di corrispondenza» tra gli enti della teoria e gli oggetti reali. Ma, a differenza delle affermazioni interne alla teoria, tali corrispondenze non hanno alcuna garanzia di validità assoluta. Il metodo per controllare la loro validità è appunto il metodo sperimentale. Dunque, l’efficacia del metodo scientifico, la sua capacità di essere usato come “strumento intellettuale” per descrivere, prevedere e modificare aspetti del mondo reale, consiste quindi nel fornire innanzitutto dei modelli all’interno dei quali esiste un metodo per distinguere le affermazioni vere da quelle false e poi trarne le dovute conseguente per mezzo delle regole di corrispondenza con gli oggetti reali. Ciò consente, per esempio, di descrivere e prevedere fenomeni naturali, ma consente anche un’attività di “progettazione” della realtà, 32 Cosí, la geometria parla di «triangoli» o «rette», la termodinamica di «temperature» o «entropie», il calcolo delle probabilità di «eventi indipendenti» o «passeggiate aleatorie» – ma tutte queste “cose”, evidentemente, non esistono in natura. 33 Le teorie scientifiche elaborate in età ellenistica ebbero origine nel “brodo di coltura” dell’età delle pòleis – e con il finale svuotarsi del senso di queste ultime (I e II sec. d. C.) ha termine anche l’attività creativa ed elaborativa –, dove insieme alla filosofia, al teatro, alla storiografia, alla teoria musicale, etc., era nata appunto la scienza, intesa genericamente come indagine razionale del mondo naturale. Tuttavia, esse si distinguevano da quest’ultima in modo significativo. Per fare un esempio, l’idrostatica di Archimede è una teoria scientifica nel senso che, partendo da un solo assioma semplice e intuitivo – il quale afferma che se due porzioni di liquido sono a contatto e hanno diverse compressioni, quello più compresso spinge via quello meno compresso – deduce una quantità di conseguenze (teoremi) nei campi piú svariati, dalla legge del galleggiamento, alla legge dei vasi comunicanti, alla sfericità dei corpi liquidi soggetti a forze centrali (come la gravità), e cosí via. Diversamente, la teoria atomica di Democrito e Leucippo non si può considerare una teoria scientifica, almeno nella misura in cui non si ha notizia né di teoremi da loro dimostrati, né di esperimenti da loro eseguiti. Ciò non toglie che l’uso di entità non osservabili – come gli «atomi» – per spiegare i fenomeni reali e osservabili sia un passaggio fondamentale verso la costruzione di una teoria scientifica. 75 ben piú interessante, e che la distingue dalle scienze puramente descrittive come per esempio la “filosofia naturale” aristotelica: «quella di muoversi liberamente all’interno della teoria, arrivando in punti cui le regole di corrispondenza non associano nulla di concreto. A quel punto, avendone il modello teorico, si può spesso costruire la realtà corrispondente, modificando il mondo esistente»34. E ciò costituisce la base per la progettazione della tecnologia scientifica. Ecco il “senso originale” della “verità” e dell’“efficacia” del metodo scientifico. Chiedersi se una data teoria scientifica sia vera o falsa è un’operazione concettuale analoga a quella di chiedersi se la carta geografica di una regione è vera o falsa. Se non vogliamo ricorrere ai cartografi narrati in L’Artefice di Borges35, a quest’ultima domanda dovremo per forza rispondere che la carta riproduce alcune caratteristiche della regione con una certa accuratezza e con determinati scopi. E qual è il suo rapporto con gli altri ambiti del conoscere? Com’è noto, i greci distinguevano diversi significati del termine conoscenza. In particolare, Aristotele distingue tre generi di conoscenza, che operano su oggetti diversi attraverso attività diverse: le conoscenze teoretiche (epistème), che si occupano dell’essere necessario (dio, mondo, numero) attraverso la contemplazione, suddivisa a sua volta in metafisica, fisica e matematica; le conoscenze poietiche o produttive (téchne), che operano attraverso le arti e le tecniche, e le conoscenze pratiche (phrònesis), che riguardano l’azione umana in ambito etico e politico. L’articolazione “armonica” di questi ambiti è, come abbiamo già osservato, una delle caratteristiche distintive dell’organizzazione sociale della polis, quella greca e poi di nuovo quella rinascimentale. L’organizzazione sociale dei regni ellenistici, nei quali si è sviluppata la scienza esatta, ha determinato un modo particolare di articolare gli ambiti diversi della conoscenza36, sul quale ora non entriamo, limitandoci ad osservare che le scienze divengono del tutto indipendenti L. Russo, La rivoluzione dimenticata cit., p. 33. Che finiscono per fare una carta geografica cosí accurata e precisa da corrispondere, al termine della stesura, alla stessa estensione della regione rappresentata. 36 Per esempio, insieme alla nascita dello «scienziato» si delinea una nuova figura ideale sul piano filosofico-morale: all’eroe delle origini e al cittadino dell’età «classica», succede il «saggio» – vedi P. Léveque, Il mondo ellenistico, Roma, Editori Riuniti, 1980. 34 35 76 dalla filosofia e dalla morale, costituendosi in discipline autonome ed instaurando un particolare rapporto tra epistème e tèchne, rapporto che potremmo chiamare di reciprocità strutturante: la teoria scientifica è un modello teorico di un particolare settore dell’attività umana (per esempio, l’antica «meccanica» è la scienza delle macchine), che consente di progettare nuove forme di quella stessa attività, modificandola, e cosí via. Ma tutto questo non attribuisce loro in alcun modo un ruolo “totalitario”, proprio perché il significato e i limiti del metodo scientifico erano perfettamente chiari ed espliciti. A differenza della scienza antica, in quella moderna il significato del metodo e il suo legame con le applicazioni tecnologiche non è piú cosí chiaro ed esplicito – anch’esso si opacizza: il “mondo”, del quale una certa teoria scientifica è deputata costruire il modello, il piú delle volte prodotto della stessa tecnologia a essa contemporanea (a sua volta modellata dall’ingiunzione economica) è spesso implicitamente identificato con il mondo tout court37. La scienza moderna opera “costruendo” i fenomeni osservati nelle “forme concettuali” di una natura astratta, cioè nelle forme dell’astrazione sociale ricavate dalla società e rimandando poi a essa le immagini cosí costruite come immagine del mondo. Si intravede qui di nuovo una forma di “smisuratezza” totalitaria e totalizzante, che tende progressivamente a escludere dall’attività conoscitiva ogni altra dimensione che non sia quella pragmatico-strumentale. In questa direzione, la scienza ha esercitato la sua massima potenza sociale a partire dall’Illuminismo fino alla seconda metà del XIX sec. 37 «In età moderna, grazie al meccanicismo, l’antica e umile “scienza delle macchine” fu concepita sempre piú come una teoria globale del mondo. Il “mondo” studiato dalla meccanica era però esso stesso concepito come un gigantesco meccanismo, spesso paragonato ad un orologio. All’epoca di Newton i soli fenomeni elettrici noti erano le esperienze sui corpi elettrizzati per strofinio e i fulmini. Nei due secoli successivi le teorie elettromagnetiche si svilupparono enormemente. All’inizio del XX secolo i fulmini non erano, però, capiti meglio che all’epoca di Newton: per esempio, non esisteva una teoria in grado di spiegarne la forma. L’elettromagnetismo era concepito come una teoria che spiegava gran parte della “natura”, ma il suo reale contenuto non era costituito dalla descrizione di fenomeni naturali spontanei, ma dalle basi teoriche di una complessa tecnologia che aveva cambiato la vita all’umanità. Oggi ci stiamo convincendo che gli aspetti essenziali della natura, inclusa quella vivente, consistano nell’elaborazione, codificazione e trasmissione d’informazione. Continuiamo, evidentemente, a descrivere l’universo usando i concetti dell’ultima generazione della nostra tecnologia. Naturalmente si tratta di descrizioni efficaci: il mondo, in qualche senso, è realmente un meccanismo, cosí come è realmente un fenomeno elettromagnetico e un processo informatico», L. Russo, Cosa sta accadendo alla scienza?, «Koiné», 1-2, 2002. 77 Ed è importante sottolineare che, fino a questo punto, il fatto che la scienza moderna sia potuta apparire piú “avanzata” di quella antica non poggia su idee radicalmente nuove, «ma piuttosto sul fatto che frammenti dell’antica cultura hanno di nuovo nell’Europa moderna la possibilità di interagire e di svilupparsi, con il vantaggio di potersi avvalere di una base sociale molto piú ampia, che permette di disporre di una quantità di dati molto piú vasta. La scienza moderna ha però allo stesso tempo un grave elemento di debolezza: quello di basare i propri risultati sull’acquisizione di elementi esterni, elaborati da una civiltà diversa e non completamente compresi»38. Tale debolezza è stata accuratamente mascherata sul piano ideologico, in particolare attraverso la rimozione sistematica dell’antica cultura da parte della società dei «Lumi» e il successivo imporsi dell’ideologia positivista39. Tuttavia riemerge con forza nel momento in cui l’enorme sviluppo della fenomenologia prodotto dalla seconda rivoluzione industriale pone l’esigenza di idee e teorie nuove. In particolare, i fenomeni del mondo microfisico (atomico e subatomico) non sono descrivibili né con i modelli della meccanica corpuscolare, né con quelli della meccanica ondulatoria40, e occorreva, dunque, una nuova teoria, quella che sarà formulata compiutamente in seguito – negli anni venti del Novecento – con il nome di «meccanica quantistica». Il modo in cui questa nuova teoria si è formata è illuminante per quanto stiamo dicendo: di fronte all’inapplicabilità delle due teorie, invece di proporne una terza, uno scienziato come Niels Bohr è giunto a formulare un «principio di complementarietà» per cui la natura ha in sé una «doppia natura», corpuscolare e ondulatoria, L. Russo, La rivoluzione dimenticata cit., p. 329. Proprio in questo periodo, cioè nella seconda metà del XIX secolo, lo sviluppo scientifico diviene supporto essenziale all’enormità dei processi industriali basati sulla chimica e l’elettricità, divenuti troppo complessi per poter essere gestiti senza ricorso alla teoria. E, in modo solo apparentemente paradossale, in questo stesso periodo appare per la prima volta l’idea di “scienza pura e disinteressata”, elemento costitutivo dell’ideologia del progresso a supporto e legittimazione della “naturalità” del dominio capitalistico. 40 Il dibattito sulla natura corpuscolare o ondulatoria della materia nasce nel XVII sec. in seguito alla “contrapposizione” fra le teorie di Newton e di Huygens sulla natura della luce. I fenomeni a cui facciamo riferimento sono la diffrazione della materia, descrivibile nel quadro di una teoria ondulatoria, e l’effetto fotoelettrico e lo spettro di corpo nero, i quali, invece, possono essere descritti per mezzo di corpuscoli, la cui energia viene assorbita ed emessa in pacchetti discreti, detti quanta. 38 39 78 una sola delle due essendo rivelabile in un esperimento41. Siamo di fronte a una cultura che ancora confonde gli enti della teoria con gli oggetti reali, fino a un punto tale da attribuire alla natura il carattere contraddittorio della propria scienza … Cosí la scienza contemporanea ha perso via via ogni contatto con la civiltà classica e, da qui, ogni consapevolezza sull’uso di modelli teorici del mondo42. I concetti scientifici, avulsi dalle teorie entro cui trovano il loro significato e pertinenza, sono considerati dagli stessi scienziati come oggetti reali, la cui esistenza appare però solo all’iniziato. Il profano (come il povero studente universitario nostrano) può solo assumerli come verità rivelate. E i concetti e le idee della scienza, ridotti a residui scientifici, possono – oggi – essere usati da chiunque se ne prenda la briga per la stupefazione mediatica del pubblico, a uso e consumo della stupidità di cui andiamo parlando43. La ricerca scientifica E c’è di piú, molto di piú: la scienza è – oggi e ormai – in profonda crisi anche perché la ricerca che continua a dirsi “scientifica” è ormai mera produzione tecnologica. Questo, però, non nel senso della “reciprocità strutturante” di cui abbiamo parlato a proposito della scienza classica. La progettazione tecnologica attuale procede in modo ben diverso, attraverso protocolli semiempirici in cui i passaggi chiave sono saltati in vista della 41 Proprio questo “principio” è stato ed è fonte di ispirazione inesauribile per le affabulazioni irrazionali di quelle «culture alternative» e sincretismi esoterici di vario tipo, che formano il cibo, “poco nutriente”, dell’ecologismo contemporaneo. 42 «Anche se la tecnologia dimostra la “verità” dei concetti piú astratti della scienza moderna, non dimostra null’altro se non che l’uomo può sempre applicare le scoperte della sua mente, che qualunque sia il sistema che usa per la spiegazione dei fenomeni naturali sarà sempre in grado di adottarlo come principio guida per fare e agire. […] Se, quindi, la scienza attuale, date le sue difficoltà, punta sulle realizzazioni tecniche per “provare” che abbiamo a che fare con un “autentico ordine” dato in natura, è chiaro che è caduta in un circolo vizioso […]: gli scienziati formulano le loro ipotesi per realizzare i loro esperimenti e poi usano questi esperimenti per verificare le loro ipotesi, è evidente che […] hanno a che fare solo con una natura ipotetica», H. Arendt, Vita activa cit., p. 213. 43 Pensiamo, per esempio, al proliferare delle scienze di … qualsiasi cosa – dalle «scienze turistiche» alle «scienze della comunicazione», arrivando alle «scienze occulte» –, nonché dei “festivals della scienza”, dove una scienza ormai agonizzante viene presentata con effetti speciali di vario tipo e venduta come una merce da consumare, con la particolarità di rendere il consumatore non piú vicino alla verità, ma solo piú incapace di usare la propria ragione in modo libero e cosciente. 79 realizzazione di una singola applicazione44. Ma, come abbiamo visto, si può parlare di sviluppo scientifico solo se si apre la strada ad un insieme virtualmente illimitato di applicazioni possibili e non se si sviluppa una singola applicazione45. Oggi, tra la «ricerca scientifica», la messa in opera tecnologica e la trasformazione dei mezzi di produzione, non c’è piú alcuna soluzione di continuità; al contrario appaiono processi continui e integrati di “valorizzazione” delle conoscenze, una quasi-simultaneità di produzione di conoscenze e di applicazioni tecnologiche e produttive sotto il vessillo dell’«innovazione». Sembra che questa sia una caratteristica fondamentale di quella che abbiamo chiamato fase “estrema” del capitalismo. La «ricerca scientifica» è diventata dunque un vero e proprio feticcio della nostra società: ha sempre meno a che fare con la scienza e sempre di piú con una prestazione a basso costo per l’industria in cui i «ricercatori» fanno girare le loro macchine per calcolare e prevedere le conseguenze di trasformazioni del mondo imposte da altri, e dove, pertanto, viene progressivamente meno ogni reale distinzione tra ricerca pubblica e ricerca privata, ricerca civile e ricerca militare, ricerca fondamentale e ricerca applicata. Queste sono oggi, infatti, pure illusioni, che annebbiano il pensiero critico e rivelano quanto profonda sia la difficoltà di acquisire una comprensione complessiva della società attuale. 44 Soprattutto quella “di punta”, cioè quella realmente finanziata. Un altro fenomeno gravoso e corposo che affligge mortalmente l’intera attività conoscitiva dell’uomo contemporaneo è quello della specializzazione parcellizzante, cioè la suddivisione e la frammentazione del sapere in discipline e sottodiscipline incapaci di comunicare tra loro, sul piano teorico, nonché la professionalizzazione delle competenze tecniche, su quello pratico. Tutto ciò è pienamente organico alla condizione di stupidità generalizzata, in modo concomitante allo sbriciolamento dell’istruzione pubblica (cfr. M. Badiale, Problemi tra scienza e cultura, «Koiné», 1-2, 2002). 45 Per esempio, la «progettazione» di un «organismo geneticamente modificato» (Ogm), che passa per «ricerca scientifica» e «progetto scientifico», non è una vera progettazione: la relazione tra le modificazioni apportate al corredo genetico e il risultato fenotipico non può essere davvero capita, ma solo ottenuta empiricamente sulla base della raccolta di una grande quantità di dati. L’assenza di un reale potere esplicativo è una caratteristica centrale, che distingue un’applicazione di protocolli semiempirici da una reale argomentazione scientifica. In particolare, in assenza di ipotesi e di un modello che le rappresenti, il principio di separabilità può solo essere assunto a priori. Ma i problemi ambientali obbligano, subito dopo, a riconoscere non solo che, al di là di certi limiti, tale assunzione è totalmente arbitraria, ma anche che questi stessi limiti restano ignoti – fino al momento in cui non incombe un qualche disastro. 80 Tale difficoltà, oltre ai limiti naturali delle nostre facoltà di rappresentazione, è amplificata da potenti limitazioni artificiali, come le numerose divisioni e parcellizzazioni imposte alla coscienza e all’azione di ciascuno di noi, delle quali la divisione del lavoro è solo un importante esempio46. Dalla tecnica … Si è visto che l’attuale dispiegamento della cultura del controllo non consiste nel mero dominio della scienza, la quale, anzi, è in profonda crisi. Ma neppure in un mero dominio della tèchne, come si sente dire spesso. La tecnica è quel rapporto fondamentale che l’essere umano intrattiene, da sempre, con il suo ambiente, un rapporto che lo modifica nella misura in cui l’ambiente stesso si trova modificato e costituito: ancora una volta un rapporto di «reciprocità strutturante», che costruisce la realtà. Se ci si mette a zappare una terra selvaggia questa, una volta finito il lavoro, si troverà, per cosí dire, separata dal resto del mondo per diventare «campo». E anche quando si starà seduti a riprender fiato di fronte a quel pezzo di terra, si continuerà a vedere un «campo», e cosí sarà anche per quelli che non ci hanno neppure visto zappare. La tecnica ci permette di trasformare e costruire la realtà. Qualcosa di simile accade se, invece di zappare un pezzo di terra, si prende un pezzo di marmo da una cava e ci si mette a scolpirlo. A lavoro terminato il pezzo di marmo si trova separato dal resto del mondo per divenire «scultura». Poi c’è quel rapporto speciale tra scienza e tecnologia (scientifica) di cui si è già parlato. Ora, il punto che va reso chiaro ed esplicito è che questa relazione di «reciprocità strutturante» oggi non si opera piú tra l’umanità e la tecnica, ma tra il modo di produzione, con i suoi due “corni” dell’economico-capitalistico e del politico-statuale, e l’innovazione tecnologica. Per capire questo passaggio iniziamo a osservare che lo sviluppo del capitalismo non può essere in alcun modo associato con un progresso lineare della tecnica: nell’era moderna innumerevoli invenzioni sono rimaste lettera morta o sono state “riscoperte” e utilizzate molto tempo dopo la loro ideazione47. Ma non solo: innumerevoli forme 46 Su questi temi il dibattito in Francia è assai piú fecondo di quello nostrano (vedi, per esempio: http://www.piecesetmaindoeuvre.com/spip.php?article25). 47 Ovviamente la questione dei prezzi di costo è centrale, vedi F. Braudel, Civiltà materiale, economia e capitalismo, Torino, Einaudi, 2006 (in particolare cap. VI). 81 «pre-capitalistiche» di sapere tecnico sono state distrutte per sempre, e assistiamo oggi a un tentativo di “soluzione finale” planetaria, per esempio con l’attacco massiccio alle tecniche agricole indigene negli angoli piú remoti del pianeta, con pene e sofferenze inenarrabili. Per riprendere un esempio già ricordato48, la rivolta dei «luddisti» originava dalla piena coscienza di incarnare loro stessi un prezioso patrimonio di saperi tecnici. L’impianto delle fabbriche non li privava solo del controllo sui prezzi e sugli orari di lavoro, non distruggeva soltanto il loro modo di vita, comunitario e rurale, spingendoli verso la miseria e lo sradicamento negli immensi agglomerati industriali. Per i luddisti – e in questo sta il valore di emancipazione e l’attualità della loro rivolta –, il torto principale della nascente società industriale era quello di distruggere il senso del loro lavoro, di spossessarli del loro sapere e del loro controllo sul processo produttivo, e dunque, in una parola, della loro tecnica. Perché la tecnica appare tanto importante? Perché l’elemento fondamentale che contraddistingue il capitalismo da ogni altra forma di organizzazione sociale è la tendenziale smisuratezza nella conquista del suo mondo “interno”, e la spinta verso il dominio si attua attraverso l’estensione illimitata della razionalizzazione e del controllo. Solo in questo senso tutto finisce prima o poi per dipendere dalla tecnica, dal suo intervento fattosi necessario. Ma di quale tecnica si tratta? Nelle società premoderne la tecnica era sempre parte integrante di una rete di legami di carattere sociale e culturale, che regolavano il dispiegarsi delle sue potenzialità. Il significato dell’azione tecnica, nel senso dei suoi valori e dei suoi fini, era sempre parte di un significato sociale piú generale. Per portare un esempio, l’aruspicina – ovvero l’arte divinatoria praticata dagli etruschi, basata sull’osservazione delle viscere degli animali o di fenomeni meteorologici allo scopo di trarne norme di condotta – traeva il suo significato da una concezione di fondamentale unità cosmica, in cui l’organo della vittima sacrificale o la forma del fulmine sono visti come un microcosmo in cui si rispecchia l’ordine dell’intero universo. Pertanto, agire altrimenti per raggiungere il medesimo scopo avrebbe potuto rompere equilibri simbolici delicati e scatenare sciagure sulla collettività. L’azione tecnica non era in nessun caso rivolta a un fine “applicativo”, definito e circoscritto, che ne potesse rigorosamente dettare il protocollo procedurale. 48 82 Si rimanda, nel presente testo, alla n. 15. Per portare un esempio di diversa natura, il modo in cui noi risolviamo il problema della riproduzione del suono in grandi ambienti collettivi consiste come sappiamo nell’installare dispendiosi altoparlanti che riproducano, alterandoli, i suoni originali, in altre parole impieghiamo risorse ingenti per ricreare fenomeni simili a quelli desiderati, senza curarci di sprechi di risorse e «danni collaterali». Diversamente, i greci cercavano di ottimizzare l’ascolto, regolando l’interazione tra il fenomeno fisico e l’uomo. E questo, com’è noto, consentiva loro di ascoltare direttamente l’attore che sussurrava sulla scena del teatro di Epidauro, anche dalle ultime file. La tecnica era, dunque, parte di un sistema culturale piú vasto e inglobante, al cui centro c’era, in ogni caso, la relazione di reciprocità strutturante tra uomo e mondo. Lo stesso può dirsi, piú in generale, della tecnica legata a rapporti sociali precapitalistici, come, per esempio, la tecnica artigianale difesa dai «luddisti», fortemente legata alla loro struttura sociale di comunità di villaggio. E, seppure in un senso diverso, anche quel particolare sistema di conoscenza e azione costituito dal rapporto tra scienza esatta e tecnologia scientifica prodottosi nella società ellenistica, pur nella sua autonomia di funzionamento interno, possedeva un ruolo e un senso ben definiti nell’ordinamento sociale: esso costituiva la “cassetta degli attrezzi” per la messa in opera di tecnologie, militari o civili che fossero, la cui efficacia non aveva alcun modo di imporsi come criterio di decisione su questioni di carattere etico o politico. In altre parole, la conoscenza che costruiva la “cassetta degli attrezzi” non poteva confondersi con la conoscenza che stabilisce i fini per cui gli attrezzi devono essere compresi e utilizzati. All’opposto, la tecnica moderna è divenuta progressivamente una forza sociale largamente autonoma nei mezzi e nei fini. La sua azione si dispiega secondo una procedura dettata in modo rigoroso dal suo fine applicativo e il suo valore risiede unicamente nell’efficacia con cui tale fine è raggiunto. Essa è dunque in grado di sviluppare la sua potenza libera da legami di carattere sociale, culturale o religioso, e questo non soltanto nelle sue procedure operative, ma anche nella determinazione dei suoi stessi fini: ciò che è possibile fare, e che può produrre profitto, allargando il sistema dei «bisogni sociali», lo si fa. Questa tanto evidente quanto occultata caratteristica della tecnica moderna può aiutare a far chiarezza sulle classiche domande riguardo al suo valore come strumento di emancipazione umana. 83 Sul piano della singola applicazione, la tecnica in quanto riferita all’efficacia come unico valore, è suscettibile di apportare indifferentemente progresso o distruzione: forgiando il metallo posso produrre aratri o cannoni; manipolando microrganismi si posso produrre vaccini o armi di distruzione di massa; progettando reti elettroniche si possono produrre sistemi di comunicazione sociale o sistemi di controllo degli individui – e cosí via. Ma, quando si lascia la scala della singola applicazione per adottare quella storico-sociale, l’osservazione precedente diventa un vuoto sofisma. L’insieme tecnico di una società, cioè l’intero sistema delle macchine e delle tecniche che vi sono messe in atto non è separabile da ciò che quella società è, cioè dall’insieme dei significati che la istituiscono. E il carattere largamente indipendente e autoreferenziale della tecnica nelle società industriali moderne49 la rende qualcosa di fondamentalmente diverso tanto da uno strumento prometeico di «dominio sulla natura», quanto da uno strumento di superamento progressivo del «regno della necessità» per l’edificazione del «regno della libertà». … alla tecnoscienza Il presente storico corrisponde a una fase “estrema” dello sviluppo capitalistico nel senso che il modo di produzione ha conquistato a sé l’insieme delle scienze, delle arti e delle tecniche, nonché della politica, incarnandole in una potenza totalmente autoreferenziale e totalitaria, che indichiamo con il termine tecnoscienza, grazie alla quale le forme disponibili di conoscenza – tecnica, scientifica, politica, artistica etc. – vengono espropriate dalle mani e dalle menti degli esseri umani e “messe in forma” allo scopo di inquadrare e integrare gli stessi esseri umani nella struttura delle macchine. Detto in alto modo, la riproduzione capitalistica ha bisogno non soltanto della potenza intellettuale e sociale incarnata dalla produzione materiale, ma anche del controllo dei processi di produzione e di trasmissione delle conoscenze, che procede attraverso il sezionamento, la frammentazione e la parcellizzazione dell’unità delle cose, delle attività umane, del tempo, del sapere, allo scopo di farne altrettanti elementi di manipolazione, riproduzione e mercificazione. La logica del profitto corrompe qualunque autonomia delle idee e delle sperimentazioni per farne una smisurata macchina di potenza e di controllo sociale – quella che è, appunto, la tecnoscienza. 49 Incluse le società dell’ormai ex «socialismo reale» – o meglio «di Stato». 84 Questa, come l’impresa e lo Stato, è divenuta un’istituzione sociale fondamentale, senza la quale il capitalismo non può continuare a esistere, e, in quanto tale, incorpora e incarna i significati sociali che l’istituiscono come mondo. Su questo punto alcuni aspetti vanno sottolineati con forza: 1. la tecnoscienza non è propriamente uno strumento di conoscenza, come si è accennato. È, piuttosto, un vasto insieme di strategie e protocolli di manipolazione e controllo mirati al raggiungimento di specifici obiettivi, attraverso l’azione combinata di strumenti tecnologici, conoscenze variamente assemblate dalle scienze e criteri empirici. Ciò la rende largamente indipendente anche dai vincoli imposti dalla stessa ragione scientifica. Per esempio, nell’attuale tentativo di trasformazione e manipolazione degli organismi viventi su larga scala, la tecnoscienza non ha alcun bisogno di elevarsi fino alla “comprensione della vita”, intesa come unità organica indivisibile (il che richiederebbe un poderoso sviluppo del pensiero), ma per essa è perfettamente sufficiente abbassare quest’ultima al rango di macchina, distruggendone l’unità organica, per fare di ciascuno dei suoi elementi separati merce vendibile50. In questo senso la tecnoscienza determina un orizzonte anticulturale e antiscientifico, imponendosi come una forma di potere magico-religioso. Inoltre, tende a esaurire l’orizzonte di creatività e di immaginazione degli esseri umani, a cui altro non resta se non una privata contemplazione. Qual è, infatti, l’unico elemento che può garantire un’identità comune in una società frantumata, se non quell’insieme pervasivo di oggetti e di apparati tecnologici sui/dei quali nessuno può dubitare? Solo tali oggetti danno vita a un nucleo di “certezze” fondamentali, condiviso da tutti. Gli oggetti tecnologici costituiscono il nostro ambiente naturale nella stessa misura in cui siamo assoggettati alla visione del mondo che essi inducono. 50 Nella stessa direzione, l’oggetto dell’attuale medicina non è il corpo sofferente – del quale infatti esibisce sovrana ignoranza – quanto piuttosto la fisiopatologia, in particolare la patologia cellulare, ovvero un costrutto astratto, fatto di rimasugli di fisica, di chimica e di biologia, ma del tutto privo degli impianti teorici di queste discipline. La pratica medica istituzionale, oltre ad accogliere a piene mani gli ultimi ritrovati tecnologici – fino a identificarsi, in certi settori, con l’«innovazione» tecnologica stessa –, ricalca della scienza non certo il rigore, ma soltanto una sorta di apparenza procedurale, e questo sia a livello della rilevazione dei dati clinici, sia a quello delle applicazioni terapeutiche. Su questa delicata ma importantissima questione varrà la pena ritornare. 85 2. La tecnoscienza, in quanto istituzione, non esercita direttamente un potere o influenza di ordine politico, ma, al contrario, tende a ricondurre tutto ciò che è di ordine politico a problemi di carattere tecnico. In questo modo, anche gli elementi di “crisi” o di “disfunzione”, qualora non rimangano occultati e vengano percepiti come tali, generano esclusivamente ulteriori azioni di carattere tecnico, con l’effetto di rendere il “sistema” stesso ancora piú pervasivo e inglobante: il territorio e lo spazio (sociale e urbano) vengono progressivamente colonizzati, sottomettendo ogni aspetto della vita umana al ritmo scandito dalle macchine, e ciò avviene in modo tale che saranno ancora e sempre nuove “macchine” a garantire la sopravvivenza alle crisi e alle nocività dello stesso sistema tecno-economico che le ha prodotte. 3. Il carattere autoreferenziale della tecnoscienza la rende omologa a una «religione rivelata», nella pretesa di dare “soluzione” a ogni “problema”, anche quei problemi che a priori non sarebbero di sua pertinenza. In modo piú preciso, la tecnoscienza rende pertinenti a sé tutti i problemi dell’uomo, precisamente come la religione. Ed ecco gli Ogm per sradicare la fame nel mondo, le videocamere contro la delinquenza, i social networks su Internet contro la solitudine, psicofarmaci come il Ritalin per “curare” la sindrome da iperattività e deficit di attenzione51 dei bambini esposti all’iperconsumo di nuove tecnologie, etc. Oltre a rendere pertinenti a sé problemi politici, sociali, morali preesistenti, la tecnologia stessa produce problemi nuovi insieme al loro “rimedio”, che poi pone a sua volta nuovi problemi, e cosí via, in una spirale viziosa. Alcuni esempi di carattere medico-sanitario: le biotecnologie producono l’insulina per curare il diabete e l’alimentazione industriale che ne favorisce la diffusione di massa; la tecnologia nucleare produce le radioterapie per “curare” (o piuttosto pretenderlo e imporlo) i tumori con radiazioni ionizzanti e le numerose forme di inquinamento (avvelenamento) radioattivo che si possono ritrovare all’origine dello scatenamento di molti tumori; le «nanotecnologie» ci forniranno nuovi strumenti di diagnosi precoce e nuovi farmaci, e, nel contempo, saranno la fonte di innumerevoli nanoparticelle 51 Può apparire curioso, oppure anche assolutamente “normale”, che la presunta sindrome in questione, denominata «Adhd», sia stata “scoperta” negli anni ottanta del Novecento, in coincidenza con la creazione di un nuovo mercato di farmaci da parte di multinazionali farmaceutiche come la «BigPharma». 86 tossiche, etc. Tutto ciò presuppone evidentemente la «cattiva metafisica» di cui abbiamo trattato, l’origine nei significati sociali che hanno accompagnato la formazione del capitalismo, e cioè che, in definitiva, l’uomo è il problema, e i «dispositivi» sono la soluzione. Il pieno dispiegamento del progetto di “razionalizzazione” della società di cui abbiamo parlato consiste appunto in questa radicale disumanizzazione dell’umanità – che si traduce in un inevitabile e radicale instupidimento individuale e collettivo. Il telefono cellulare Nessun prodotto della tecnologia ha mai avuto una capacità di penetrazione cosí rapida, estesa e profonda come il telefono cellulare52. Perché? Il cellulare ha iniziato a diffondersi negli anni ottanta del secolo scorso, in quasi perfetta coincidenza con l’avvio del pieno dispiegamento del liberalismo-liberismo (fase “estrema” del capitalismo o anche «capitalismo assoluto»). Questo giocattolino “transizionale”, con le sue funzioni ludiche (foto, video, registrazione e riproduzione audio, navigazione internet, “porte” di vario tipo, etc.), risponde al “desiderio di onnipotenza”, dando visibilità all’intimità: nella telefonata fatta o ricevuta con il cellulare in pubblico, si mostra, anche distrattamente, la propria “intimità” agli altri, ed è dunque una conquista di visibilità a buon mercato, un surrogato della possibilità di mostrarsi in tv. È, dunque, una risposta “tecnica” a un “problema” sociale, quello dell’atomizzazione e della crisi della socialità: “se non parli piú al tuo vicino, perché stai tutto il tempo inchiodato alla tv, telefonagli!”. Se i legami sociali si dissolvono, la soluzione è quella di rimpiazzarli con le possibilità virtualmente illimitate di collegamenti di ogni tipo: incontri virtuali su Internet, SMS, ricettori per sorvegliare persone anziane o malate, robots di compagnia e magari – perché no? – elettrodi cerebrali per tenere sotto controllo eventuali disturbi compulsivi. 52 Nel 2005 vi erano nel mondo un miliardo di telefoni cellulari; nel 2006 ne sono stati venduti un altro miliardo; oggi ve ne sono piú di quattro miliardi: sei persone su dieci ne possiedono uno. Accanto a questo, nel mondo quattro persone su dieci non hanno alcuna possibilità di accesso a servizi igienico-sanitari e quasi due su dieci non hanno accesso all’acqua. Un esempio palese e drammatico dell’irrazionalità prodotta dalla razionalizzazione. 87 Gli strumenti tecnologici di massa si impongono spesso come protesi in sostituzione di organi preesistenti e progressivamente “amputati”. L’automobile ne è un chiaro esempio: il suo uso massiccio e quotidiano ha reso le persone definitivamente incapaci di spostarsi a piedi su tragitti minimi53 e, nonostante l’obesità diffusa, lo scempio delle strade e l’aria irrespirabile nelle città, i morti sulla strada, le guerre per il petrolio, etc., nessuno si sogna di rimettersi a camminare. C’è un oblío di come si possa vivere senza automobile e precisamente tale oblío costituisce un’amputazione. La protesi diviene ostacolo e menomazione. In modo simile, l’utilizzatore di cellulare tende a divenire progressivamente incapace perfino di immaginare come trovare qualcuno da qualche parte senza l’uso della protesi-telefonino. In piú, l’essere perennemente raggiungibili annichilisce l’attenzione e l’interesse per ciò che può accadere qui e ora. Infine, senza parlare delle nocività ambientali54 e delle devastazioni sociali55 associate alla diffusione di questo «dispositivo», osserviamo soltanto come il suo uso generalizzato e la sua funzione di mediatore tra l’«io» e gli «altri», ci condiziona alla «tracciabilità» e ci prepara alla completa sottomissione da parte dei dispositivi presenti e futuri di sorveglianza globale56 (pulci «Rfid», biometria, carte elettroniche, etc.). A questo riguardo l’esempio del telefono cellulare è importante perché ci permette di chiarire come non vi sia una reale soluzione di continuità tra l’essere catturati da un dispositivo tecnologico e il risultarne “sorvegliati”. Il controllo sociale e la sorveglianza sono fenomeni sociali in rapido sviluppo e devono essere presi molto sul 53 Piú della metà dei viaggi in automobile riguarda tragitti di lunghezza inferiore ai tre km. 54 Oltre all’esposizione a condizioni che possono indurre a malattie di vario tipo, l’esposizione al campo elettromagnetico emesso dai telefonini induce un cambiamento dell’ossigenazione delle aree frontali, le quali sono direttamente connesse con le funzioni cognitive superiori, come l’assunzione di decisioni, il pensiero creativo e l’attenzione (http://www.mednat.org/elettrosmog/cellulari.htm). 55 Il controllo del «coltan», minerale nero malleabile, resistente al calore e alla corrosione, che serve a ottimizzare il consumo della corrente elettrica nei chip di ultima generazione, i cui giacimenti sono per la massima parte ubicati in Congo, ha provocato guerre e devastazioni spaventose. Per non parlare della sterminata quantità di telefonini buttati via, o da buttare a ritmo crescente. 56 Vedi in proposito S. Isola, Controllo sociale e servitú volontaria (http://enoizapicname.wordpress.com/) 88 serio, ma sono solo una parte del problema. Il timore abbastanza diffuso, e un po’ paranoide, che vi siano forze politiche ed economiche costantemente impegnate in un tentativo di controllo tecnologico totale della popolazione, rischia di sviare la questione dal punto centrale, e cioè che il sistema tecnoscientifico in sé e per sé, in quanto espressione del completo dispiegamento del modo di produzione capitalistico, tende a determinare il nostro rapporto con il mondo e con gli altri, e dunque il nostro universo politico. La tecnologia non serve solo a controllarci e a renderci piú docili. In modo ancora piú fondamentale, essa serve a snaturare la totalità delle nostre esistenze57. Animali sociali o servi atomizzati L’uomo, si dice, è un animale sociale, un essere che deve la sua coscienza, il suo linguaggio, la sua identità alla vita in società, senza la quale non è nulla. Il bambino apprende per imitazione dai suoi familiari e si costruisce attraverso lo scambio con loro – scambio di sguardi e gesti, di sensazioni ed emozioni, di parole e significati. Quando tutto ciò che dovrebbe costituire la vita sociale di un individuo viene sostituito da dispositivi elettronici che si sostituiscono agli esseri umani, che tipo di animali diventiamo? È vero che la vita umana è sempre stata “catturata” e regolata da «dispositivi» di qualche natura, basti pensare al linguaggio, o a istituzioni come la scuola, il clan, il sacrificio, la nazione, la prigione, o a “cose” come l’utensile, il libro, l’esplorazione, l’arredamento, etc. Ma tutte queste “cose”, di volta in volta e in maniere diverse, hanno provveduto a determinare processi di soggettivazione. Da una parte, i corpi con la loro nuda vita, dall’altra, i «dispositivi» che li catturano 57 Già negli anni cinquanta del secolo scorso la Arendt osservava che «nel processo operativo continuo questo mondo di macchine sta anche perdendo quel carattere indipendente che gli attrezzi, gli utensili e i primi macchinari dell’età moderna possedevano in misura così eminente. I processi naturali da cui quel mondo si alimenta lo assimilano progressivamente al processo biologico, così che gli apparecchi che una volta maneggiavamo liberamente cominciano ad apparire “gusci attaccati al corpo umano come al corpo di una tartaruga”», H. Arendt, op. cit., p. 109. Negli stessi anni, il fisico Werner Heisenberg, uno dei fondatori della meccanica quantistica, scriveva che la tecnologia non appare «il prodotto di uno sforzo umano cosciente per estendere il potere materiale, ma piuttosto uno sviluppo biologico dell’umanità in cui le strutture innate dell’organismo umano sono trapiantate in misura sempre crescente nell’ambiente circostante», W. Heisenberg, Natura e fisica moderna, Milano, Garzanti, 1957. 89 “governandoli”, “educandoli”, “imprigionandoli”, “curandoli”, etc. In mezzo, le soggettività, cioè quello che si produce nel “contatto” tra i corpi viventi e i «dispositivi». La formazione dell’individualità avviene precisamente attraverso questi processi di soggettivazione, cioè di interiorizzazione di significati incarnati dalle istituzioni sociali e dai loro dispositivi. Se poi tali processi determinano prevalentemente individualità preformate e disciplinarizzate, o individualità libere e coscienti, dipende, ovviamente, dal tipo di società: se si tratta di una società costruita sull’imposizione di una legge “esterna” (per esempio, di tipo religioso, intesa in senso lato), oppure di una società autonoma ed esplicitamente autoistituita. Ma, in ogni caso, qualunque processo di soggettivazione presuppone una fase, per cosí dire, desoggettivante. Per esempio, l’educazione scolastica implica una fase preliminare di negazione della forma puramente ludica della soggettività del bambino prescolare; l’essere incarcerati per scontare una lunga pena implica una negazione della soggettività incarnata dal “libero” cittadino, e cosí via. Quello che caratterizza i dispositivi della «tecnoscienza» con cui abbiamo a che fare in questa fase “estrema” del capitalismo è proprio che essi sembrano agire in modo esclusivo attraverso processi di pura desoggettivazione, cioè non seguita dalla formazione di nessuna nuova soggettività58. L’attuale svuotamento dei concetti di ragione e di libertà, per esempio, avviene non tanto perché alcuni “principi universali” vengono calpestati, ma soprattutto perché viene azzerata ogni autonomia e consapevolezza degli esseri umani riguardo alla loro esistenza come soggetti cognitivamente e socialmente attivi, rendendoli dipendenti, per la loro vita sociale come per la loro sopravvivenza materiale, da un apparato mediatore tecnoscientifico che non sono in alcun modo in grado di controllare. È questa la base della condizione sociale di servitú volontaria sulla quale si impianta il sistema del sospetto, della sorveglianza e del controllo sociale sempre piú capillare che si impone59. 58 Ciò corrisponde in qualche maniera alla sostituzione dell’“organo”, progressivamente amputato, con la protesi tecnologica, cui abbiamo accennato piú sopra. 59 In una trasmutazione solo in apparenza paradossale, nella stessa misura in cui l’individuo atomizzato diviene docile e asservito, tende ad assumere i tratti del potenziale terrorista, in una delirante “conferma” della visione negativa all’origine della cultura del controllo. Da qui, si può comprendere, per esempio, l’imposizione ai cittadini europei dei controlli biometrici (come negli aeroporti), che trasformano il loro stesso corpo in una carta d’identità, controlli che proseguono e perfezionano l’identificazione per mezzo delle impronte digitali, che, a sua volta, ha soppiantato le tecniche antropometriche del XIX sec.,. basate sulle foto segnaletiche e sulle 90 La pura desoggettivazione è precisamente la punta piú estrema, ma anche piú visibile, della stupidità contemporanea – ed è proprio da qui che occorrerà riprendere il filo del discorso. Rifondare un pensiero critico radicale In opposizione al processo di stupefazione e instupidimento, la ricerca di un’intelligenza critica collettiva orientata al superamento dell’attuale stato di cose dovrà partire dal tentativo di mettere insieme la critica sociale con la critica della tecnoscienza. Solo un progetto di questo tipo può sperare di superare le impasses in cui le tradizionali forze politiche di emancipazione democratica si infrangono puntualmente, nell’impossibilità di tenere insieme la coscienza della perdita di autonomia individuale e collettiva, e la fede nell’industrializzazione e nel progresso60. Tuttavia, occorre lucidamente tenere conto che quelle difficoltà riemergono continuamente, soprattutto con l’avanzare della precarietà delle condizioni di vita, “sfondo naturale” di quasi ogni discorso o progetto politico di emancipazione, il che, a sua volta, contribuisce a mascherare il discorso sulla servitú volontaria e a bloccare ogni iniziativa che si muova nella direzione dell’autonomia. Non è, dunque, un compito facile – e non vi sono garanzie. Occorre, innanzitutto, riprendere l’uso della parola, rivitalizzando la lingua naturale, non come strumento tecnico con il quale conseguire questo o quel fine – trovare formule per “agganciare gente”, fare proclami o lanciare appelli, etc. –, ma come attività politica di socializzazione e autorganizzazione, e come fonte di quel piacere che può generarsi solo dalle azioni che sono fine e mezzo al tempo stesso. Occorre riprendere l’uso della parola, per raccogliere l’appello di Simone Weil a «rimettere tutto in questione» e avviare una ridiscussione radicale di questioni storiche e sociali fondamentali61: misure corporali (cranio, lunghezza degli arti, lunghezza delle dita, caratteristiche dell’orecchio, etc.), per l’identificazione dei pregiudicati. Oppure i sistemi di «tracciamento» su Internet, che espandono a dismisura le tecniche investigative poliziesche, o, ancora, la diffusione capillare della video-sorveglianza, che trasforma i luoghi di lavoro, le scuole, gli ospedali, gli spazi pubblici delle città in altrettanti comparti di una prigione estesa, dilatata sul territorio. 60 Oltre a una critica radicale al pieno dispiegamento del liberalismo-liberismo, questa sarebbe anche una critica dell’ecologismo e del catastrofismo, anch’essi componenti organiche della stupidità contemporanea. 61 A tal fine è indispensabile sostituire alla nozione di «progresso» – utile solo a chi tenta di determinare in anticipo l’avvenire – una scala di valori concepita al 91 - come liberare ciò che è stato catturato e separato attraverso i «dispositivi», per restituirlo a un possibile uso comune? - Quali le forme del rapporto con la natura in una società di individui liberi e coscienti? - Quali strumenti sono appropriati a tali aspirazioni? - Quali invece non hanno altro esito possibile se non risolversi in armi di oppressione sociale? - Quali aspetti del nostro essere sociale scompaiono nel momento in cui un nuovo «dispositivo» entra nella nostra vita, diventando “indispensabile”? Ma – infine – siamo davvero disposti a privarci di tali aspetti? Stefano Isola di fuori del tempo. Se nella valutazione delle forme della tecnica si abbandona il criterio basato sul rendimento e si adotta quello – nuovo e antico insieme – basato sul tipo di rapporto che un dato «dispositivo» mette in atto tra pensiero e azione, cioè sul grado di consapevolezza che riesce a favorire riguardo al rapporto tra i fini conseguiti e le azioni intraprese per conseguirli, allora risulta chiaro come l’umanità non si sia affatto evoluta da forme meno consapevoli a quelle piú consapevoli delle sue attività pratiche e produttive, ma che, al contrario, i momenti in cui tale consapevolezza ha raggiunto i suoi massimi vertici sono anche quelli in cui la stessa politica ha trovato le sue forme piú alte nella determinazione del rapporto tra società e individuo. 92 MESSA IN FORMA DELLA POPOLAZIONE Non si rifà alla «cultura del sospetto» pensare che non sia complessivamente presente il complesso del “discorso” svolto finora – e si deve pur tenere conto che «non è sapere, senza lo ritener, aver inteso», come diceva Dante Alighieri. Tentiamo, quindi, prima di proseguire – e proprio per proseguire – di farne un ricapitolo, pur in base a poco piú che “titoli” schematici. Un esame critico complessivo Abbiamo condotto un esame critico che ha cercato di attraversare tutti i piani di realtà - piano storico, sociale, economico, politico, culturale, insistendo in primo luogo su quest’ultimo. Siamo partiti dagli “incroci”, “snodi” e vicende alle radici del mondo moderno e contemporaneo - rilevando che le “cose” sarebbero potute andare altrimenti -, per andare alla considerazione della formazione della modernità (la transizione dal Medioevo al mondo moderno) in quanto modo di produzione (produzione intesa in senso “massiccio” e “sottile”, materiale e culturale) - rilevando come sia questo il modo di produzione per eccellenza, in quanto è solo in esso che l’economia diventa la priorità, beninteso sotto il primato dello Stato, e infatti è il mondo dell’economia politica o capitalismo –, fino a determinare i suoi assi portanti, l’economico-capitalistico e il politico-statuale - che si fondono, senza confondersi (nei rispettivi ruoli e funzioni) nella produzione, strutturazione, ristrutturazione, ri-ristrutturazione dello spazio urbano e interurbano (producendo il tessuto urbano, né città, né campagna, ma mix di suburbi e sub-suburbi, unità produttive e distributive, centri direzionali, finanziari e istituzionali, subordinato ai trasporti e alle strutture e infrastrutture relative, ingloba le antiche città e le campagne – con l’annessa e connessa devastazione ambientale e immissione di nocività per la vita, umana e generale). E si è trattato dell’ideologia necessaria alla formazione del mondo presente e vigente, quella piú adeguata e corrispondente (non l’unica), ossia il liberalismo, economico, politico, culturale, il liberalismo-liberismo. Siamo cosí giunti a delineare i “punti di approdo” del modo di produzione dell’economia politica e dello Stato (moderno), del modo di produzione liberal-liberista, ora in pieno dispiegamento (dagli anni ottanta del Novecento) sotto la denominazione (mistificante) di «globalizzazione»: 93 - sul piano economico (tendenza alla contrazione e all’esclusione, in una condizione critica permanente, non potendo ulteriormente espandersi tramite la dissoluzione-integrazione, senza autonegarsi, fino alla presente crisi globale, che sarà comunque seguita da una lunga stagnazione); - sul piano politico (riduzione della stessa democrazia liberale a mera democrazia procedurale, che tramite il voto periodico sanziona una «classe politica» che è componente della classe economicamente e socialmente dominante, mentre si tende all’accentramento dei poteri decisionali, politici ed economici); - sul piano scientifico (scienza declinante nell’ascesa della tecnoscienza scatenata, fuori di ogni controllo, solo funzione del potere economico e della potenza politica, e della propria superfetazione). Un esame critico che ha tentato di essere il piú complessivo possibile – e questo di necessità: perché solo in tale maniera si può cercare di cogliere questo mondo che si asserisce complesso, mentre in realtà è immerso nell’opacità. Un esame critico da cui si evince che questo nostro e presente mondo, che si vuole e si dichiara razionale e libero, in realtà nega la vera ragione – è anche inutile esemplificare: dal caos di miseria e di sangue e di devastazioni su scala planetaria all’assurdità della mancanza di lavoro e di redditi nell’opulenza di ben definiti “strati” sociali - e, in realtà, nega l’effettiva libertà - a parte le libertà liberali, assodate perché necessarie al modo di produzione stesso, e certo senz’altro da non disprezzare, ma che si circoscrivono a libertà limitate e non incisive, peraltro negate spesso e volentieri dalle condizioni socio-economiche e culturali in cui le persone sono costrette; per il resto, si è liberi da che, di che e per che? Domande evidentemente retoriche. Alienazione E tuttavia, tutto ciò non va – non può andare – senza frizioni e tensioni, opposizioni e contraddizioni, contrasti e conflitti - generati dallo stesso “modo d’essere” del mondo vigente, in intreccio con la spinta ad “altro” e “oltre”, che magari resta nel non-detto e nel non-pensato, che non risiede nel versante, che si vuole trasparente, del razionalismo (economico, politico, tecnoscientifico, culturale), bensí nel versante che si vuole oscuro, quello della vita, ed è però spinta che permane, resiste e persiste. Proprio perciò, occorre la manipolazione delle “teste” degli esseri umani – del loro “modo di vedere”, e di vedersi, del loro pensiero 94 o non-pensiero, della loro coscienza. Proprio perciò occorre il controllo, e perché questo sia efficace, sempre piú efficace, occorre una sorveglianza globale, sempre piú globale. Ma chi manipola, chi sorveglia, chi controlla? In altri termini, quali sono “gli agenti”, gli “attori”, gli “autori”, o, se vogliamo, le forze della manipolazione, sorveglianza, controllo? Qui va compreso bene un concetto, o piuttosto un quasi-concetto, o meglio un’immagine-concetto: quello di alienazione1. Oggi il termine viene usato di rado – un tempo veniva utilizzato per i “matti” (gli “alienati” di mente), ma ora non piú (ci si serve di termini piú o meno scientifici, o presunti tali); lo si continua a utilizzare sul piano giuridico (per esempio, «alienazione di un bene»); è pressoché scomparso dalla terminologia culturale (anche sul piano filosofico, a parte certi studi detti «specialistici») e tanto piú è svanito nella fraseologia politica e massmediale2. 1 Il termine «alienazione» risale, sostanzialmente, al filosofo tedesco Georg Wilhelm Friedrich Hegel (1770-1831): nella sua elaborazione, l’alienazione è fattiva, perché è il «farsi altro da sé» dell’Idea o Spirito nel movimento, nel processo dialettico - necessario - attraverso cui lo Spirito diviene, ed è il divenire del tutto, pervenendo infine a porsi e riconoscersi come Assoluto. Segue un altro filosofo tedesco, Ludwig Andreas Feuerbach (1804-1872), che desume da Hegel il termine «alienazione», ma per lui, critico di Hegel e dell’hegelismo, l’alienazione è il «farsi altro da sé» dell’uomo, nella religione e nella stessa filosofia, le quali vanno rovesciate e superate, per giungere all’«umanesimo integrale». Karl Heinrich Marx (1818-1883) critica anch’egli Hegel e l’hegelismo, e a tal fine si serve dell’elaborazione feuerbachiana, mentre procede a criticare, nello stesso tempo (per la verità, anche non troppo generosamente) lo stesso pensiero feuerbachiano, in cui l’uomo appare prioritariamente come essere biologico, parte della natura - per Marx, questi sono solo due miti: non esistono l’Uomo e la Natura, bensí gli esseri umani storico-sociali nella loro relazione attiva con le diverse condizioni naturali. L’alienazione resta un’immagine descrittiva in Feuerbach, e rimane un concetto incompiuto, ossia non definito e articolato appieno in quanto implica ed esplica, in Marx (non conseguendo, cosí, la determinazione compiuta di quello che per Marx è il concetto, cioè la categoria, come lo è, per esempio, la categoria di merce o di plusvalore), e tuttavia, in tutte le sue opere e nella sua teoria sociale, l’alienazione è di importanza decisiva: per delineare l’alienazione reale (storica e sociale) della produzione, della creazione, della potenza umana; per indicare l’alienazione concreta, sia delle creazioni e dei prodotti dell’umanità, che si rovesciano in dominio e comando su chi li ha creati o prodotti, sia delle condizioni di vita e pensiero sotto l’imperio delle creazioni e prodotti appunto alienati. 2 Da notare: questo quasi-concetto, o immagine-concetto, non viene usato affatto nemmeno “a sinistra” (ossia in quel che ne resta), e da tempo. Infatti, già nella stessa massima parte del “marxismo” successivo a Marx – dalla II Internazionale allo stalinismo-III Internazionale, fino alle correnti minori, per arrivare allo “scientismo marxista” – l’idea di alienazione e il termine stesso sono stati o semplicemente 95 E già questo dovrebbe essere una prova della sua validità di descrizione e identificazione. Dunque, di che si tratta? Stato, economia politica (capitale), tecnoscienza, e “forze” annesse e connesse, etc. – cosí come, a suo tempo, le potenze dell’ancien régime dell’Assolutismo, il «trono e l’altare» – non sono affatto una specie di “corpi estranei”, caduti sulla terra dalla Luna, o dal cielo, o da chissà dove: sono la cristallizzazione accumulata e consolidata di creazioni e prodotti degli esseri umani, e nessun altro li ha “fatti”. Ma il loro stesso “funzionamento”, che “si incarna” in quelle persone, in quei “gruppi” sociali che ne traggono beneficio (in termini di potenza e di ripartizione delle risorse), si autonomizza (si distacca, diventa “altro”) da coloro che li hanno prodotti e riprodotti, e che li producono e riproducono, e in tale maniera si impongono al di sopra dei loro creatori e produttori, quali “entità” date ed esistenti “di per sé”, assodate e necessarie (ossia che si dicono e si vogliono tali), li dominano e li comandano – e la loro perpetuazione mira a mantenere queste stesse “entità” nella loro essenza e sostanza, pur attraverso dissesti, contraddizioni, mutamenti (e precisamente questo è il ruolo dello Stato: di definire e mettere in atto le strategie necessarie3). “messi da parte”, od oscurati, o espunti come “non-scientifici”. Ed è chiaro il perché: dato che l’alienazione non è solo economica o ideologica, ma anche sociale, politica, culturale, ammetterne l’essenzialità avrebbe potuto rivolgersi contro il lavoro propagandato come “valore” agli operai, contro il partito presentato quale “incarnazione” della classe operaia (nello stalinismo, nel III internazionalismo ma anche in altre “varianti”), contro lo Stato-partito staliniano o di “modello” stalinista, contro gli stessi costrutti “marxisti”, concepiti come totalità omnicomprensiva già esistente, come “pura scienza”. 3 Come si è detto, ma va ribadito, lo Stato non è – al contrario di quanto afferma lo sciocchezzaio imperante – né la società, né un agglomerato di organismi statici e neutrali (al contrario di quanto indicherebbe il termine «Stato»), bensí l’organizzazione dinamica della potenza politica, che impone strategicamente, appunto, il suo primato sulla società, si rapporta al potere economico e lo sostiene, ma senza confondersi, come ruolo e funzione, con esso. Per strategia occorre intendere la “linea” di gestione del complesso di condizioni, contraddizioni ed esigenze di ogni paese – nel contesto dell’economia politica del paese, della società e divisione sociale data, del tipo di organizzazione e assetto statuale. E ogni strategia è frutto del processo di sintesi successive di tattiche parziali e posizioni settoriali, in base alle spinte, pressioni, proposte, etc. parziali (da parte di partiti, “gruppi d’interesse”, centri di potere vari, classe dominante, in relazione alla situazione delle classi subalterne, nelle loro stratificazioni ...), e giunge a composizione a livello statuale, per procedere, poi per un certo periodo (in seguito, secondo il suo livello di successi e insuccessi, ne va definita un’altra, in parziale o completa trasformazione della precedente). 96 Domanda inevitabile: perché l’alienazione? Risposta: per il livello insufficiente, e ancora sempre mancato, di riconciliazione conquistata e acquisita degli esseri umani con la natura e con la propria natura – ed è precisamente questa la vera mancanza, anzi, il blocco e la regressione, di quanto è stato chiamato «progresso». Una sorta di stallo in una situazione di passaggio e superamento, il che fa loro scambiare gli esiti di ciò che hanno immaginato, inventato, fatto - e che continuano a immaginare, inventare, fare - per un “qualcosa” di “superiore”, che esiste indipendentemente da loro e che “li fa”. Ed è questo un problema, già antico nella storia dell’umanità4. … e manipolazione Tornando al tema, affinché tutte queste “entità” alienate nel loro insieme si pongano e impongano, si tengano e mantengano, non sono sufficienti i “gruppi” sociali e le singole persone in cui si incarnano queste forze alienate, nemmeno con i pur cospicui apparati e le persone e altri “gruppi” sociali che, pur in maniera subordinata, ne beneficiano (si pensi agli apparati burocratici e militari statuali, ai comparti gestionali e amministrativi economici, etc.). Perché questo “insieme” costituisce pur sempre - di conseguenza e per definizione - una minoranza della popolazione. Occorre che tale alienazione venga interiorizzata anche dalla maggioranza della popolazione, dalla maggioranza di coloro che ne sono soggetti, subordinati, subalterni (costretti, dominati, comandati). E non basta l’utilizzo della violenza organizzata - a volte aperto, in genere, almeno nei paesi come il nostro, piú o meno latente, ossia sullo sfondo, “di riserva” e “pronto all’uso”. Ci vogliono, certo, la sorveglianza e il controllo – per vedere come “vanno le cose” e per cogliere per tempo, addirittura prevenire per quanto possibile, violazioni e “rotture” –, ma, se e quando il ricorso alla diretta violenza organizzata diventa primario, allora si entra in una situazione di dissesto e si finisce presto nella guerra civile, il che apre un tutt’altro contesto. Dunque, occorre la persuasione, occorre la convinzione, occorre la manipolazione - la messa in forma delle “teste” della “gente”. E tanto piú in questo nostro “sistema” liberal-liberista, in cui le relazione primarie sono concepite esistere attraverso il mercato, ossia in cui il «cittadino» (astratto, visto al di fuori della sua concreta 4 Si pensi solo alle alienazioni religiose, con la divinità creata a loro immagine e somiglianza da quegli specifici esseri umani, e ritenuta – e fatta ritenere –, invece, l’entità che ha creato gli esseri umani stessi e che li domina. 97 collocazione in un contesto sociale, economico, politico, spaziale, culturale) è concepito come «consumatore» – di merci necessarie e superflue, ma anche di prodotti in senso lato, ossia “culturali” (o subculturali) e perfino politici (“acquisto” che, in quest’ultimo caso, si traduce nel voto e/o, se è un “acquisto” piú ampio, nella partecipazione a iniziative di questo o quel partito, etc.) – ed è spinto in tutti i modi a essere tale (“procurati la «solvibilità» necessaria per la “tua” domanda, alias procacciati i soldi”, in qualche maniera, e aderisci a questo o quello …). E, ancora tanto piú, in un capitalismo come quello della sua fase attuale, che, per dare sbocco a un’«offerta» (una produzione) sempre esponenzialmente maggiore (che si deve necessariamente «realizzare» sul mercato, alias tradursi in denaro, perché il ciclo del profittoaccumulazione capitalistica proceda), ha la necessità di “gonfiare” il mercato – includendo nel “gonfiamento” le “spallate” reciproche, che pur vanno insieme agli accordi, fra le diverse concentrazioni capitalistiche. Se si tiene anche solo empiricamente conto dell’insieme strabordante degli “apparati culturali” – intesi in senso lato – che sono in funzione continuativa, intensiva ed estensiva, e se, inoltre, si tiene conto del dato economico per cui (come si è già detto) le risorse investite del comparto di informazione, pubblicità, intrattenimento sono, sul piano mondiale, seconde solo a quelle investite nel complesso militar-scientifico-industriale degli armamenti, si può ben giungere alla seguente affermazione: la manipolazione della coscienza fa organicamente parte della strutturazione delle forze produttive e della produzione-riproduzione dei rapporti vigenti (produttivi, sociali, politici, culturali) nel contesto della presente economia politica e della connessa funzione statuale – ossia del capitalismo nella sua fase attuale di pieno dispiegamento liberal-liberista. Si badi bene: non si pensi alla presenza (piú o meno occulta) di una sorta di “Ministero della cultura popolare” – tipo «MinCulPop» del regime fascista o affini istituzioni statuali preposte a tali funzioni nei regimi dittatoriali –, come invece viene fatto (e indotto) nella situazione di questo nostro sciagurato paese, per cui da destra, o centrodestra, si grida contro i media “in mano alla sinistra”, ai feroci “comunisti” che occupano i media stessi (oltre che diverse istituzioni), e cosí via, mentre da sinistra, o centrosinistra, si grida contro il “monopolio mediatico” della destra (nella sua opera di imposizione di un autoritarismo antidemocratico), e con i “sinistri” (detti «estremi», «radicali», «alternativi», e via sproloquiando) che 98 farneticano di «regime» e di «media di regime», invocando la «libertà di stampa» e «di informazione» in genere, compresa in primo luogo quella televisiva. È una visione distorta, e distorcente. Le realtà in cui è stato, o è tuttora, all’opera una specie di «MinCulPop» sono senz’altro disgraziate, e inaccettabili, ma hanno un grosso vantaggio: dopo un po’, nessuno prende sul serio i “discorsi” del regime – nessuno, a parte i membri del regime e dei suoi apparati (ma ufficialmente, perché sempre maggiore diventa il numero di chi non vi dà alcuna retta, anche fra loro), nonché i fanatici del regime stesso, che non mancano mai5 –, nessuna delle tante persone “normali” crede piú a una parola di quanto viene detto, martellato e rimbombato. Non è cosí nei paesi del liberalismo dispiegato, e non è cosí nemmeno in Italia: non manca la «libertà di informazione», come non mancano i media (stampa, radio, tv e programmi tv) che sostengono sia la destra, sia il centrodestra, sia il centrosinistra, sia la sinistra, sia anche i “sinistri”, sia altri “emergenti”. No, le “cose” stanno altrimenti: il fatto è che l’informazione – tutta – è “di sistema”, svolge - tutta - il suo ruolo di manipolazione e lo svolge – tutta – precisamente anche attraverso le “dure battaglie” in corso – “battaglie” un po’ vere e un po’ finte: ma solo cosí le rappresentazioni sono efficaci. Mezzi (media) e modalità Informazione, disinformazione, deformazione. Cominciamo dai media addetti all’«informazione» - che sono, nell’ordine (storico della loro apparizione), stampa, radio, tv. Ed è la tv che ha assunto il ruolo principale - circa l’80% delle persone trae dalla tv le proprie opinioni e posizioni (presunte proprie: ed è proprio qui che sta il “trucco”, nel far credere che tali opinioni e posizioni siano proprie, cioè personali). Ma che cos’è l’informazione? Detto in altri termini: quanti sono i “fatti” che avvengono quotidianamente, quanti sono gli “eventi” che si succedono e concatenano? Milioni? Miliardi? E sono tutti “raccolti” e comunicati? E anche quelli che lo sono, quanti sono? Dunque: già i “fatti” che vengono trattati dai media sono una scelta, 5 Per rendersi conto appieno del tipo del fanatico si pensi semplicemente agli ultras di una qualsiasi squadra di calcio, e si applichi tale tipologia a un qualsiasi altro piano: questa ne risulta l’immagine perfetta. Quella del fanatismo è davvero una piaga storica, componente fino a oggi ineliminabile delle sciagure dell’umanità, ed è un elemento complementare di quell’esistenza, storica e presente, dell’alienazione di cui si è detto. 99 per quanto viene incluso ed escluso, e per il “trattamento” (rilievo maggiore, minore, minimo, combinazione o meno con altri “eventi”, etc.) a essi riservato: insomma, l’informazione è anch’essa una produzione – produzione dell’«attualità», produzione della concatenazione di “fatti” ed “eventi”, loro “trattamento”. Già questo, che viene svelato da un minimo di analisi, rompe il modo in cui l’informazione si presenta – “questi sono i fatti”, “queste sono le cose importanti”, “di questo si deve parlare”, etc. Ma c’è di piú: vi sono gli “eventi” trattati a lungo e messi in evidenza, quelli posti come secondari, gli altri ricordati una volta o due, poi lasciati cadere, e cosí via. E c’è l’analisi di tali “eventi” primari, secondari, terziari e via scalando, analisi che – al di là delle differenti impostazioni politiche – non li connette mai a una vera critica del “sistema” in cui si situano, in cui si compongono e che esprimono. Vi possono essere al massimo critiche parziali, su “questioni” o situazioni, o gruppi, o persone specifiche, ma mai una spinta a una considerazione complessiva - e quindi costruttiva. E va aggiunto che, nella ricerca di conseguire l’obiettivo della produzione dell’informazione – che è simile a quello del mercato: come ogni “marca” cerca la massima vendita dei propri prodotti, cosí ogni comparto addetto all’informazione cerca la massima audience possibile –, si tende a quella “messa in luce”, a quella “sottolineatura”, a quella “presentazione” delle “cose” trattate, che interessi, colpisca, coinvolga, insomma “faccia stare attenti”: è la spettacolarizzazione - di tutto. Il che vale per tutti i media, e per la tv – dato il suo carattere tecnico di audiovisivo – in particolare. Si metta in conto quanto viene escluso – che è molto, tanto, troppo (è un dato di fatto che una serie di “eventi” non raggiungono mai i media, e, sempre in particolare, non arrivano alla tv, oppure, se anche in qualche maniera vi pervengono, ciò accade per una volta, al massimo due, e poi, via!, nel dimenticatoio) – e lo si sommi con il modo di presentazione e di analisi (spesso, poi, «analisi», anche se limitata o erronea, tanto per dire). Ebbene: informazione e disinformazione vanno insieme. Qual è l’esito? La deformazione della comprensione della realtà, del mondo, del paese, delle “cose” – della vita. E la deformazione serve: alla manipolazione, vale a dire a quel controllo in profondità, in cui le stesse critiche non riescono a tradursi in parole – o, se lo fanno, si iscrivono nei canali “preconfezionati”, a favore di questo o quello, cioè si smorzano in funzione del “quadro” dato –, non si trasformano in pensiero, ragionevole e comunicabile. 100 Propaganda e pubblicità. Tuttavia, il pur ampio comparto mediatico addetto all’informazione-disinformazione-deformazione non è ancora il principale ai fini della manipolazione. Ciò può sembrare paradossale, ma è cosí. Altre, e piú efficaci, sono le funzioni dei media. La propaganda, innanzitutto. Non si pensi solo alla propaganda a favore di questo o quello: infatti, già questa stessa propaganda si iscrive in quella a favore del “sistema” nel suo complesso, ed è la propaganda a favore del presente come «migliore dei mondi possibili», o l’«unico possibile», che vi sta a fondamento – e a favore dei suoi comparti (politico-statuale, economico-capitalistico, tecnico-scientifico, culturale in senso lato, etc.). Anche la propaganda, però, diretta o, a ogni modo, implicita e sempre sottesa, è pur sempre secondaria. Piú importante è la pubblicità – strabordante, che riempie intere pagine della stampa, che interrompe i programmi radio, che imperversa in tv. E la pubblicità funziona – funziona per definizione: la prova a contrariis è che, altrimenti, non sarebbe cosí strabordante. Di nuovo, ecco la posizione “ufficiale”: «no» alla «pubblicità ingannevole», e «sí», invece, quella “valida”, “comunicativa”, “informativa”. Ma tutta la pubblicità è ingannevole: perché si basa su associazioni sempre indebite, che connettono un acquisto (di qualsivoglia genere) a una soddisfazione, eccitazione, piacere, felicità, etc. In altri termini: la pubblicità esalta il “sistema”, esaltandone il fondamento (economico, politico, ideologico), ossia il “cittadino” (o meglio: il suddito del “sistema”) in quanto consumatore. Compie una precisa operazione di alienazione: mentre opera a “gonfiare” il mercato, pone e impone la pseudosoluzione di insoddisfazioni, contraddizioni, non-senso, spinte al “altro” (piú o meno inconsapevoli, ma esistenti) nell’acquisto - poi la “cosa” si esaurisce, evidentemente, ma ciò va bene, perché si va a un’altra serie di acquisti ancora. Su che cosa si fonda l’efficacia della pubblicità? Su immagini ben precise (e ben studiate), che si “stampano” nella mente del “pubblico” – insieme alle parole che le accompagnano, ma non le racchiudono né esauriscono – e che alludono, rimandano, magnificano ciò che si vorrebbe e che non si ha, o lo si ha in maniera insufficiente, o lo si vede messo in crisi, o lo si sente minacciato. Di che si tratta? Dei fondamenti della vita: relazioni, amicizie, affettività, amore. Ma, nel contempo, anche li si svia nell’esaltazione della potenza6 (l’acquisto stesso è potenza – “posso, dunque compro” – ed è posto come capace di dare 6 Su questo “nodo” – un’altra immagine-concetto di fondamentale importanza interpretativa ed esplicativa –, la potenza, quindi la volontà di potenza, come si è detto, non c’è qui lo spazio per intervenire: si rimanda, perciò, a un’altra occasione. 101 potenza – gli esempi sono infiniti). Perciò è questo un procedimento di manipolazione-alienazione: proprio in tal modo i fondamenti essenziali dell’esistenza sfuggono, vengono rinviati a un “altrove” sempre “altrove”, mentre si ribadisce il “sistema”. Intrattenimento dilagante. E tuttavia, perfino la pubblicità è ancora non di primaria importanza per la manipolazione. Il comparto maggiore - come tempo impiegato, in primo luogo in tv – è quello che viene denominato intrattenimento – dilagante: dalle fictions a getto continuo alle varie forme di «varietà» e ai giochi a premi, e alla (pseudo)critica satirica, fino ai reality show, per non parlare dello sport nel suo complesso, ovviamente con il calcio al primo posto. Sotto gli imperativi della ricerca di audience, della propaganda (indiretta) e della pubblicità (implicita) a favore di “ciò che c’è” (il “sistema”), e dunque della spettacolarizzazione, “passa” tutto il peggio (il peggio in relazione a quella che è la dignità ordinaria, la decenza comune, ossia i mores communes, che fondano la socialità ricca in relazione alla costruzione dell’individualità, che sono sotto attacco e dissoluzione). Ed ecco, fictions che trattano amori e odi – ambedue tanto distorti, quanto ambedue presentati come validi, o comunque comprensibili, condivisibili, accettabili –, in ambienti o comunque contesti a ogni modo attraenti, affascinanti7; varietà assurdi basati su un piano di volgarità crescente, per “colpire” e attrarre l’attenzione, con personaggi (veri e finti) sempre piú “stravaganti”; giochi in cui chi vince guadagna (o lo dovrebbe) molti soldi, e questo, sottinteso, è ciò che davvero conta8; promozioni di piú o meno presunte “abilità” (di canto, danza, etc.) per diventare «famosi»; satire insensate, che si basano sul richiamo al «rispetto delle regole»; spettacoli-realtà che sono semplicemente ineffabili per il nulla dei soggetti agenti, nulla che però viene accreditato come valido “modo d’essere” – e lo sport intridente e invadente, che promuove ed esalta il “tutti tifosi!” (di una squadra di calcio, di qualche altra specialità sportiva, di questo o quell’atleta9, etc.). 7 Ivi compresi, in Italia, gli «sceneggiati» (o piuttosto “scemeggiati”), detti (anglicamente) fictions, che presentano carabinieri e poliziotti come eroi al “servizio del popolo” e sulla falsariga – di imitazione – dei detectives statunitensi. 8 E abbiamo anche lo Stato biscazziere, che assume e inventa giochi a premi di ogni tipo – fino all’ineffabile «turista per sempre», immagine di un idiota che vive (a spese statali) in una sorta di “Disneyland”, che sarebbe … il mondo. 9 Sport, e calcio in particolare, ma certo non solo, che sono – a loro volta – ormai settori di investimento di capitale (per cui, detto en passant, sono “normali” anche le 102 Ed è questo che funziona al massimo – tanto che personaggi della tv vengono assunti come “idoli” e/o personaggi “di famiglia, per non parlare del fanatismo sportivo («tifo») -, in base alla parola d’ordine alienante di fondo: bisogna essere celebri, ricchi, potenti (e i tre fattori si tengono a vicenda), e intanto ammirare (identificarsi) con chi lo è o lo diventa, e per questo si situa nel “gioco” di base del “sistema”, la concorrenza (competizione, competitività) di tutti contro tutti (traduzione “addolcita”, come si è detto, del bellum omnium contra omnes). Onnipresenza della musica. La musica, prodotta su scala industriale - e sotto l’egida anglica (e, questo, già almeno dagli anni venti del Novecento, e tanto piú dal secondo dopoguerra in poi, fino a tutt’oggi) - non è solo un potente veicolo di penetrazione del “modo anglico d’essere”10, ma svolge anche un’altra e importante funzione. Con la sua onnipresenza – dalle radio in auto e da qualsiasi programma tv ai supermercati, fino ai centri commerciali e addirittura intere vie e piazze destinate allo shopping – punta a connettere la piacevolezza delle varie canzoni e canzoncine (piacevolezza per coloro a cui piacciono: ma, a tal fine, si provvede inserendo tutti, fin da piccoli, nell’abitudine e attitudine alla ricezione di questa produzione musicale) con lo stesso “andare a comprare”, unendo l’acquisto a questo sottofondo gradevole, che resta come sensazione di piacere. Per il resto, e sempre in tema di alienazione-manipolazione, non manca la ricaduta nella melomania, per cui si prende questa produzione come “attività artistica”, ci si affascina delle diverse “varianti sul tema”, si ricerca questo o quel “complessino”, e cosí via – per cui si deve ascoltare sempre la musica, anche per conto proprio (con l’apparecchio “ingrullitore” negli orecchi, che ribadisce ed esalta l’atomizzazione subalterna), e ci si esalta, etc. (e non manca chi deve sempre ascoltarla, anche mentre studia o lavora). Moda, mode e modi. Altra funzione di grande importanza, non solo economica (ma che è rilevante): la moda non è unicamente modo di vestire, ma impone, per questa via, veri e propri “modi d’esse“sostanze” per accrescere le prestazioni: il doping è parte dell’investimento e usato dagli addetti, anche se, ogni tanto, ne viene “preso” qualcuno a caso, e sanzionato, per dare a intendere che “tutto è pulito”). 10 Comprese le chiacchiere risibili – ma anch’esse prese per vere – sulla presunta e sedicente musica di «rinnovamento», «di rottura», «di protesta», etc. 103 re”, impliciti e sottesi nel come si appare, ossia nell’immagine di sé che si espone. Senza entrare in merito alle mille e una assurdità del continuo cambiamento – alcune francamente e evidentemente ridicole, ma prese sul serio e seguite con cura –, nonché alle “correnti”, specie giovanili – che creano e ribadiscono rivalità assurde, basate sul niente della mera apparenza in questa o quella maniera –, ne va messo in luce un fattore di fondo, che è del tutto organico all’“essenza” del “sistema”: innovazione continua, quello che “andava” l’anno scorso o sei mesi prima, “non va” piú, bisogna cambiare, bisogna trovare altro, ci vuole ancora qualcosa, “viva il nuovo” (che va bene in sé) e “abbasso il vecchio” (che va male in sé – a parte intermittenti revivals che ripropongono il “vecchio”, ma ovviamente “rinnovandolo”). Niente deve essere stabile, tutto si deve rinnovare, prima ancora che si sia sedimentato – è la stessa “logica” dell’iperproduzione che deve “gonfiare” il mercato, e abitua e persuade a questo. Ruolo di Internet. Si sa che cos’è Internet, ossia un sistema di comunicazione pensato dover sopravvivere anche a una guerra nucleare, e poi utilizzato per l’immediatezza simultanea della comunicazione a livello mondiale. E fin qui, siamo al mezzo tecnico, basato sull’informatica11, che svolge anche l’utile funzione di rapidissima posta elettronica (ed è funzionale, in primo luogo, per gli spostamenti finanziari a livello globale). Poi viene il resto – in interconnessione sempre piú spinta con gli strabordanti “telefonini”, a loro volta sempre piú informaticamente perfezionati –, ossia il “riempimento” della «rete» di … tutto e il contrario di tutto, il che arriva fino a far credere che questo sia il mondo, o un altro mondo, virtuale ma a suo modo “reale”, con la fascinazione di onnipotenza che vi si connette (non 11 Come le macchine derivano dall’estensione delle capacità fisiche del corpo umano, cosí ne deriva anche l’informatica, in un senso particolare: la riproduzione delle capacità (di parte delle capacità, quelle logico-formali) del cervello umano e il loro potenziamento. Se i prototipi della macchina per il calcolo risalgono al Seicento, le prime macchine per il calcolo (elettromeccaniche) sono della fine dell’Ottocento – e sulla produzione di tali macchine, piú perfezionate, nasce nel 1924 quella che diventerà una potente multinazionale, l’Ibm – e i primi computers compaiono durante la seconda guerra mondiale, per svilupparsi nel dopoguerra: dalle valvole, interruttori, relais, con macchine di grosse dimensioni ed elevato consumo di elettricità, si passa, negli anni cinquanta, ai transistors, e, alla fine degli anni cinquanta, ai circuiti integrati, finché, negli anni settanta, si giunge alla microelettronica e ai microchips (con un completo abbattimento delle dimensioni, dei consumi e dei costi). Sorge l’«intelligenza artificiale», con le sue possibilità di applicazione (alla burotica, alla cibernetica, alla biogenetica, nonché alla tecnoscienza in genere). 104 mancano, come dicono le stesse notizie di cronaca, coloro, soprattutto giovani, che vanno curati per le conseguenze psicofisiologiche dell’eccesso di tempo passato al computer su Internet – altra forma di alienazione manifesta). Certamente che su Internet c’è tutto, e di tutto, e ancora di piú – ivi compresa l’infinità di siti dedicati alla prostituzione, che pare (statistiche Usa) assorbano il 50% delle “visite” degli internetnauti. E questo è tutto quello che c’è – e niente di piú. Le farneticazioni sul “ruolo democratico” di Internet devono essere lasciate dove sono – “al tempo che trovano”. Internet concorre alla dissoluzione della socialità-individualità, lasciando ognuno isolato, o al massimo in piccoli gruppi, di fronte a uno schermo, nell’isolamento (atomizzazione) sociale concreta, a cercare contatti e relazioni con altri come costui, o costei , o costoro – dall’incredibile «libro delle facce» (face book) agli “chattamenti” vari, fino alle sedicenti community (detto in anglico, che fa “piú fino” per le teste ottenebrate, ma vuol dire solo «comunità») … tutte raccolte di atomi gregari, che spingono alla gregarietà permanendo nell’atomizzazione. Per non parlare degli “apporti culturali” che verrebbero da Internet: poiché sulla stessa c’è solo ciò che ci viene messo, è davvero arduo trovare un “qualcosa” che vada al di là della volgarizzazione e della banalità, dell’erudizione e della mancanza di profondità. Ma crescono gli acquisti on line … (con tanto di truffe annesse e connesse). E crescono gli “scaricamenti” di musiche, films, video-clips, etc. – ossia l’appropriazione di … ciò che c’è. Strumento aggiuntivo e possente di distruzione sociale e culturale – che si annette al crollo, in caduta a picchiata del tradizionale sistema di formazione e istruzione (dalla scuola all’università). Quest’ultimo, infatti, si limita ormai a tramettere quelle nozioni necessarie (pur con sempre maggiori difficoltà di trasmissione) per esistere come “cittadino-consumatore” in questo mondo, a fornire una serie di nozioni tecniche, mentre si attiva solo su alcuni «centri di eccellenza» riservati alla formazione di pochi selezionati (che restano indispensabili per il funzionamento del “sistema”) e per il resto si basa sull’insegnamento dell’ignoranza (sia a livello di conoscenze, sia di capacità di pensiero), paradossale ma effettivo insegnamento che investe docenti e discenti, e che è tanto piú efficace, quanto piú si fa credere di non essere ignoranti e che il diploma infine ricevuto sia un attestato una qualche cultura. I tempi e i modi della “cultura” sono dettati dai media, Internet compresa appieno, e si impongono anche sui residui del sistema di 105 formazione e istruzione, che vi è al traino, in un avvitamento nel degrado12. Internet, in base alle modalità presenti della sua realtà e del suo uso, finisce per costituire non solo uno sviluppo, ma anche una sorta di “ciliegina sulla torta”, della manipolazione – sempre piú volontaria da parte degli stessi manipolati – e dell’alienazione. Eppure, in sé i giornali sono un mezzo tecnico (è antica l’invenzione della stampa) di diffusione e discussione delle “cose”, la radio è un mezzo tecnico ancora piú diretto (fondato sulla scoperta delle onde radio), e ancora piú lo è la tv (ulteriore scoperta e applicazione), per non dire della simultaneità comunicativa di Internet (scoperta relativamente piú recente). Dunque non si tratta di sostenere una specie di neo-oscurantismo: i mezzi tecnici, nella misura in cui sono utili, vanno utilizzati. Il problema è di che cosa sono riempiti e a che cosa servono – e questo si è cercato di trattare. Il loro dispiegamento – che non solo si affianca, ma che anche è parte organica del dispiegamento del modo di produzione capitalistico liberal-liberista – è il primario strumento di alienazione e di manipolazione delle coscienze, sistema ottimale di sorveglianza e di controllo, perché si inserisce nella testa e nel “modo d’essere” della “gente”: la mette in forma. È possibile liberarsene? È possibile il superamento? E in che modo? Come si è già detto, questo mondo, che si vuole solido e trasparente, pur nella complessità con cui si presenta, non è solido per niente, ma è solo un castello di carte, che può crollare per il semplice rifiuto, che comincia con il “tirarsi fuori”, cominciare a “pensare da sé” e “fare da sé” – è l’idea di autonomizzazione sociale e individuale che dia vita a quell’intelligenza critica collettiva di cui si è parlato. E non è un mondo complesso, ma solo opaco, agente nell’opacità e per mantenere l’opacità – e si vede che l’opacità subito si dirada, e subito l’alienazione manipolante comincia a cadere, nella misura in cui si cessa di aderirvi e farsene pervadere: nella misura in cui si inizia davvero a chiarirsi le idee, ad assumerne “altre” e nuove, e comunque ad adottare uno sguardo diretto sulle “cose”. Mario Monforte 12 Si pensi non solo alle tre «i» – imprenditoria, inglese, Internet –, quale “ricetta culturale” berlusconiana, ma anche alla devastazione avviata con supponenza a partire da Luigi Berlinguer, già con la stessa terminologia e le stesse disposizioni, tanto irresponsabili quanto odiose, poiché simil-bancarie, dei «debiti» e «crediti» al posto dei voti di valutazione, per non parlare delle “modifiche” dei programmi … 106 ATOMIZZAZIONE E CONTROLLO Nella spettrometria atomica l’atomizzazione è una tecnica chimicofisica mediante la quale un certo campione di fluido (composto molecolare) può essere ridotto allo stato di gas monoatomico, cioè a un mero agglomerato dei suoi atomi costituenti, resi neutri e isolati. Per usare un linguaggio figurato, dopo l’atomizzazione, gli atomi costitutivi del sistema non sono piú in grado di “agire”, legandosi con altri atomi per formare stati chimico-fisici di diversa natura, e, proprio per questo, possono essere rivelati (spettroscopicamente) “per quello che sono”. L’atomizzazione sociale e individuale in cui siamo oggi catturati, procede in maniera, per certi versi, analoga. Si sente parlare spesso di atomizzazione, di degenerazione del tessuto sociale, donde un sempre maggiore isolamento dell’individuo e, sovente, uno sfaldamento dei suoi rapporti familiari. Si sente dire spesso che l’uomo moderno è costretto a ritmi di vita da delirio, per cui si finisce per lavorare sempre di piú, vedendo le persone care sempre piú di rado, mangiando male e in fretta, dormendo sempre meno, impiegando il proprio «tempo libero» ad aggiornarsi per non perdere il posto, nell’assillo permanente di riuscire a mantenere sé e la propria famiglia con uno stipendio al di sotto delle necessità, e cosí di seguito. E tutto questo, poi, nell’illusione di “sentirsi libero” indotta dalle incessanti innovazioni tecnologiche – cellulare, palmare, iPod, computer, etc. – che agiscono come protesi allucinatorie dei suoi organi fisici e mentali in via di atrofizzazione. Si parla e si sente parlare, come parte del medesimo problema, anche dello strabordante bombardamento mediatico, dell’atrofizzazione e della paura che produce: delle malattie, anche una semplice influenza, sempre presentate come terribili epidemie, paura di conflitti e di “atti terroristici”, e cosí via. Ma cerchiamo innanzitutto di capire in che tipo di “mondo” possono aver luogo questi fenomeni. E cerchiamo di capire su quali basi sociali, culturali e biologiche si può generare l’atrofizzazione della coscienza necessaria alla sua manipolazione su larga scala. 107 Dalla permanenza del mondo comune … Per gli antichi, il «mondo comune», il mondo come kòinon1, è uno “spazio” in cui si entra alla nascita e da cui si esce al momento della morte, ma che trascende il nostro arco vitale, sia nel passato che nel futuro: c’era prima che vi giungessimo, e resterà dopo il nostro breve soggiorno2. La sua stabilità lo rende uno spazio condiviso, non solo tra i contemporanei, ma anche tra chi c’è stato prima e chi verrà dopo, e può essere tale solo se appare pubblicamente3. È solo la “pubblicità” della sfera pubblica, fondata interamente sulla permanenza del mondo comune, che può far vivere attraverso i secoli ciò che gli uomini vogliono salvare dalla rovina naturale del tempo, ed è, dunque, il solo luogo dove abbia senso aspirare all’immortalità4, attraverso la triplice esperienza del pensiero, dell’azione e della fabbricazione. L’azione è intesa qui in primo luogo come capacità di produrre vicende e storie in grado di illuminare di significato l’esperienza della vita umana; la fabbricazione come l’attività in cui l’uomo si serve della tecnica non solo per coadiuvare i processi biologici della vita umana legati alla produzione e al consumo, alla crescita e al deperimento – e in particolare per rendere la vita più facile e il lavoro meno penoso – ma anche e soprattutto al fine di erigere un mondo di cose e di oggetti la cui durata rende adatti all’uso comune, a determinare una dimora condivisa e stabile – in contrasto con la finitezza e la fugacità della vita. Infine, nel mondo comune si determinano anche le basi di un’etica comunitaria – “modo di essere usuale” o “dignità ordinaria” –, In contrapposizione a idíon, «ciò che è proprio», e dunque all’associazione naturale per la cura delle necessità vitali, che ha il suo centro nella casa e nella famiglia. 2 Diversamente dal “bene comune” della cristianità, inteso come il problema comune della salvezza della propria anima, cioè il problema di attraversare un mondo condannato e destinato a non durare, astenendosi sia dall’esercizio di ogni virtú mondana, sia dal godimento delle cose. 3 La nostra fiducia nella realtà della vita, che si fonda sul grado di intensità con cui questa si fa sentire, e dunque anche sulle necessità e gli ostacoli che dobbiamo superare per mantenerla, è cosa diversa dalla fiducia nella realtà del mondo, la quale, invece, si fonda sulla sua stabilità e sulla sua permanenza oltre i limiti della nostra vita mortale. 4 «Non bisogna però seguire quelli che consigliano che, essendo uomini, si attenda a cose umane ed, essendo mortali, a cose mortali, bensí, per quanto è possibile, bisogna farsi immortali e far di tutto per vivere secondo la parte piú elevata di quelle che sono in noi; se pur infatti essa è piccola per estensione, tuttavia eccelle di molto su tutte le altre per potenza e valore», Aristotele, Etica Nicomachea, 1177b-1178a. 1 108 basi sulle quali può sorgere una dialettica fattiva tra individualità e socialità, un tessuto di rapporti in cui ciascun individuo, pur riconoscendo la propria dipendenza dagli altri e dalle cose del mondo, riesce a sviluppare una certa autonomia pratica e cognitiva, intesa come capacità di potersi “occupare” di un oggetto condiviso, “agendo” con mezzi propri e dalla propria prospettiva5. … al divenire dell’economia politica Abbiamo parlato di come uno spazio di questo tipo si sia concretamente realizzato, seppure in modo parziale e non privo di contraddizioni, oltre che in alcune fasi del mondo antico, anche nella civiltà cittadina del primo Rinascimento. Abbiamo anche visto come l’avvento della modernità e del modo di produzione capitalistico, con l’imporsi della cultura del controllo e della visione “negativa” dell’azione umana che l’incarna, abbiano invece progressivamente liquidato la sfera pubblica6, e insieme a essa la possibilità stessa di una struttura sociale stabile nel tempo. Al suo posto si instaura la sfera dell’«economia politica», che è, invece, un incessante processo in divenire. Quando la ricchezza sociale diviene capitale, la cui principale funzione è quella di produrre altro capitale, la stessa proprietà privata assume un carattere di permanenza condivisa, ma che è appunto una permanenza processuale, piuttosto che una struttura stabile. È il processo interminabile di accumulazione che impedisce alla ricchezza di cadere nel processo opposto di disintegrazione attraverso l’uso e il consumo, e tale processo si forma e si impone come un processo naturale, che segue in modo automatico le sue leggi proprie, al di là delle decisioni e delle volontà umane. Abbiamo poi visto in che modo la scienza e la tecnica vengano progressivamente messe in forma dalla “cultura del controllo” per tener viva la “naturalità” e l’ineluttabilità di questo processo, sotto il vessillo dell’innovazione incessante. Autonomia vuol dire capacità di agire secondo le necessità e i desideri riconosciuti come propri, indipendentemente dalle regole di condotta imposte o suggerite da un’autorità esterna. È la condizione della libertà dell’uomo che, con lo sforzo della sua riflessione, dà a se stesso i propri principi di azione. Sul piano sociale ciò è legato indissolubilmente alla democrazia, intesa non nel senso del moderno sistema rappresentativo, ma come l’unico sistema di organizzazione sociale, che sia mai stato immaginato, che pone esplicitamente il problema della propria auto-istituzione. 6 Implicando in modo parallelo e progressivo la sussunzione di quella “privata”, dai suoi aspetti piú esteriori, via via, a quelli sempre piú intimi e interiori. 5 109 Parallelamente, il controllo delle “condizioni della vita umana” diventa un affare politico centrale per lo Stato moderno. Il potere, prima legato al sangue e al diritto di morte, diviene il potere che garantisce la vita e, in questo modo, molto piú di prima, ha accesso al corpo biologico degli individui. Ma c’è di piú: la sparizione della sfera pubblica ristretta della pòlis a favore dell’economia politica su larga scala, con tutto il suo apparato di conquista e di “razionalizzazione” di cui abbiamo già parlato, fa sí che l’intero “corpo sociale” venga progressivamente reso “docile”, innanzitutto riducendo gli esseri umani a meri esecutori di “comportamenti”, e non piú di “azioni”, gli uni rispetto agli altri. La precoce sostituzione dell’azione con il comportamento, e la corrispondente sostituzione dell’autonomia individuale e collettiva con la burocrazia7, costituiscono le basi “sperimentali” su cui si dispiega la (sedicente) “scienza economica”, che introduce modelli di comportamento trattabili matematicamente per mezzo della statistica. Ma, appunto, i fenomeni sociali che rendono possibile un trattamento del genere – grandi numeri e uniformità statistica, valorizzazione del conformismo nei comportamenti e dell’automatismo nei processi decisionali – non sono innocenti espressioni della “natura umana”, cara agli illuministi, ma dichiarati obiettivi politici sulla conformazione della “persona normale” – il famoso homo œconomicus – da parte di una società che soggiace interamente all’immagine “scientifica” che, di volta in volta, regola i meccanismi della sua riproduzione. Con l’espansione della base sociale coinvolta nel modo di produzione, e in particolare con l’enorme sviluppo della “fenomenologia” sia “naturale” che “sociale” prodotta dalla seconda rivoluzione industriale, l’immagine della «regolarità statistica» prende il posto di quella, precedente, dell’«automatismo meccanico», senza che l’introduzione 7 E, in seguito e in profondità, con i dispositivi della tecnoscienza e dell’intrattenimento. 8 Nel 1889 Francis Galton (1822-1911) scriveva che la legge fondamentale della statistica – ovvero la cosiddetta «legge normale» che regola la distribuzione degli errori rispetto alla media – «regna con serenità e completa discrezione in mezzo alla confusione piú selvaggia» (Natural Inheritance, 1889, p. 66). Galton, antropologo e personaggio polivalente, cugino di Charles Darwin, è stato tra i fondatori della biometria scientifica – per esempio, fu lui a impostare su base scientifica il metodo di riconoscimento basato sulle impronte digitali, favorendone quindi l’effettiva adozione nelle aule giudiziarie –, nonché inventore dell’eugenetica (o darwinismo sociale), secondo la quale, per garantire un migliore futuro alla specie umana, si poteva determinare un meccanismo di «selezione artificiale» – parallelo 110 del “caso” comporti una diminuzione o un indebolimento della capacità di controllo8. Tutto il contrario: in un apparente paradosso, maggiore è l’indeterminismo, maggiore il controllo9. Le persone sono normali se sono conformi alla tendenza centrale delle leggi statistiche, patologiche se si trovano agli estremi, e, con effetto retroattivo, la tendenza dei piú a rientrare nella norma rafforza e restringe i confini della stessa “normalità”10. Questo processo viene, poi, ulteriormente rafforzato dall’affermarsi delle altre «scienze sociali»: demografia, biometria, criminologia, antropologia, pedagogia, sociologia, psicologia, psichiatria, medicina, eugenetica, etc., che, in quanto «scienze del comportamento», cercano di ridurre progressivamente ogni aspetto dell’agire umano all’uniformità e alla prevedibilità dell’insignificante e del mediato. Per usare una terminologia già introdotta in precedenza, a misura che la sussunzione reale della società da parte del capitale procede, conquistando nuovi aspetti della vita individuale e sociale, nuove «scienze del comportamento» – o nuove ramificazioni e specializzazioni di scienze già esistenti – intervengono a suggellarne retroattivamente la naturalità e l’ineluttabilità. Il problema delle moderne teorie del comportamento non è che siano sbagliate, ma che potrebbero diventare vere, che sono realmente la miglior concettualizzazione possibile di certe evidenti tendenze della società moderna. È perfettamente concepibile che l’età moderna – cominciata con un cosí eccezionale e promettente rigoglio di attività umana – termini nella piú mortale e nella piú sterile passività che la storia abbia mai conosciuto11. Ed è infatti su questa base che si determina, in un processo progressivo di «messa in forma della popolazione», la società atomizzata pseudoscientifico del concetto di «selezione naturale» che interviene nella teoria (scientifica) dell’evoluzione delle specie elaborata dal suo illustre cugino – tramite la promozione dei caratteri fisici e mentali ritenuti positivi e la rimozione di quelli negativi, e ciò mediante selezione o modifica delle linee germinali, attuata a quel tempo con le tecniche in uso nell’allevamento animale e in agricoltura basate sulla genetica mendeliana, e oggi con quelle prodotte dalle biotecnologie. 9 Wilhelm Maximilian Wundt (1832-1920), padre fondatore della psicologia moderna e quantitativa – si è occupato anche di «psicologia dei popoli» (Völkerpsychologie) –, scriveva nel 1862 che «è la statistica ad aver mostrato per prima che l’amore è regolato da leggi psicologiche» (citato in I. Hacking, Il caso domato, Milano, Il Saggiatore, 1994). 10 Questo fenomeno non ha luogo ovviamente per gli «atomi», le cui proprietà fisico-statistiche sono, infatti, oggetto di teorie scientifiche rigorose, come la meccanica statistica di Maxwell, Boltzmann e Gibbs. 11 H. Arendt, Vita activa, Milano, Bompiani, 2008, p. 240. 111 fatta di individui atomizzati del presente storico: da una parte, la società, formata dalla televisione e dalla pubblicità, dalla scomparsa dei caffè e delle officine, dalla trasformazione delle città in un’alternanza delirante di periferie e svincoli autostradali, centri commerciali e centri storici trasformati in “parchi giochi” videosorvegliati come prigioni a cielo aperto, e avvilita dalla disoccupazione, dal telelavoro, dal lavoro interinale, a tempo parziale, flessibile, intermittente; dall’altra, gli individui, plasmati dai continui spostamenti e dall’instabilità della loro vita personale, modellati dai mille venti diversi che gonfiano le loro “bolle virtuali” – le protesi tecnologiche di cui abbiamo parlato. Ma, per arrivare fino a questo punto, per assicurare il controllo di una base sociale in continua espansione, ma sempre meno vincolata a una precisa attività produttiva – e, almeno in una certa fase, animata da conflitti sociali di grande intensità –, non poteva bastare l’effetto retroattivo prodotto dalle «scienze sociali», come non poteva bastare l’apparato burocratico-repressivo-disciplinare dello Stato moderno. Per ottenere la riduzione del tempo di circolazione del capitale, condizione indispensabile per garantirne l’ulteriore sviluppo dopo la seconda rivoluzione industriale, era necessario fare in modo che la gran massa della popolazione perdesse in una certa misura il controllo del proprio pensiero e delle proprie azioni, al punto da poter essere condizionata a seguire “percorsi psicologici” preprogrammati e ad adottare i comportamenti corrispondenti. Le condizioni del condizionamento Come una profezia che si autoavvera, la progressiva atomizzazione dello spazio sociale fa sí che tutto questo “funzioni” molto bene. Ci si accorge, in sostanza, che l’agire umano, se preventivamente ridotto a “comportamento”, cioè se osservato non nel tessuto delle relazioni umane, ma dall’esterno – da un «punto di Archimede»12 posto da qualche parte nell’universo –, può essere davvero molto malleabile, e può essere facilmente messo nelle condizioni di rispon12 Una storia tramandata da Simplicio narra che Archimede, preso dall’entusiasmo per le possibilità offerte dalla nuova meccanica, che egli stesso aveva in larga parte contribuito a costruire, dicesse la famosa frase: «datemi un punto d’appoggio e vi solleverò il mondo». Naturalmente, facendo anch’egli parte del mondo, non poteva avere quel punto d’appoggio su cui fare leva. Il «punto di Archimede» è divenuto, dunque, metafora del punto di vista privilegiato, esterno al sistema e onnicomprensivo, da cui la scienza moderna ha inteso comprendere la natura e agire su di essa. 112 dere in grandissima parte a processi del tutto incoscienti i quali, a loro volta, attivano schemi di stimolo-reazione automatici e ripetitivi13. Come gli albatri di Baudelaire, che in volo sfidano la tempesta, ma, appena catturati dai marinai e posti sul ponte della nave, «pietosamente calano le grandi ali bianche, come dei remi inerti, accanto ai loro fianchi» e diventano goffi e maldestri, cosí gli esseri umani: in particolari condizioni possono agire e operare in modo autonomo e cosciente, ma, appena situati e osservati nelle condizioni di “normale infermità”, imposte dall’atomizzazione sociale, si limitano a “rispondere” ad automatismi emotivi e cognitivi, che in larga misura non sono in grado di controllare. L’uomo, nelle condizioni di “animale sociale atomizzato”, appare costituzionalmente dipendente e condizionato14. E questo anche perché la sua mente ha caratteri strutturali e funzionali che la rendono qualcosa di composito e frammentario, spesso discordante e diviso, e per lo piú inconsapevole di tali sue caratteristiche. E proprio tale inconsapevolezza è la base su cui può agire un’opera di condizionamento, che aggiri la coscienza senza che nessuno se ne accorga, neppure retrospettivamente. È, per esempio, un dato acquisito nell’ambito della psicologia comportamentale15 che la co13 Questo fatto evidente quanto poco chiarito trova le sue radici nell’interazione fondamentale tra emotività e cognizione. Attraverso la manipolazione delle emozioni, cosa facilmente realizzabile operando sui parametri ambientali di rilievo, si giunge al controllo degli aspetti cognitivi, delle credenze, delle opinioni, delle scelte, etc. – vedi M. Della Luna, P. Cioni, Neuroschiavi, Firenze, Macro Edizioni, 2009. 14 Quando «la condizione umana consiste nell’essere-condizionato dell’uomo, per il quale ogni cosa, data all’uomo o fatta da lui, diventa immediatamente una condizione della sua ulteriore esistenza, l’uomo si “adatta” a un ambiente di macchine nel momento stesso in cui le progetta», H. Arendt, op. cit., p. 105. 15 La psicologia comportamentale, sviluppatasi sostanzialmente a partire dall’inizio del XX sec. soprattutto a opera di John Watson (1878-1958), pone come oggetto di studio non la coscienza, ma il comportamento manifesto dell’uomo, e in particolare le modalità con cui questo può essere guidato attraverso un’opera di condizionamento. Per esempio, la paura, l’amore e la rabbia, ovvero le emozioni elementari, vengono definite sulla base degli stimoli ambientali che le provocano. A partire da quelle emozioni di base si costruiscono poi tutte le altre. La stessa acquisizione del linguaggio è vista come opera di un condizionamento. Il condizionamento, a sua volta, può essere di tipo classico, o pavloviano, e di tipo operante. Il primo si fonda sull’esistenza di reazioni automatiche di vario grado (la campanella associata al cibo provoca la salivazione, a sua volta il battito di un metronomo associato alla campanella provoca la salivazione, etc.). Il condizionamento operante è invece basato su meccanismi di rinforzo positivo o negativo, cioè premi o punizioni. Nella prospettiva della psicologia comportamentale, va abbandonata come 113 scienza non è necessaria per apprendere schemi di comportamento anche complessi, i quali possono essere acquisiti in modo del tutto inconsapevole e poi messi in opera su comando, di nuovo in modo inconsapevole16. La manipolazione della coscienza, che può agire sia sul piano semantico che su quello sensorio, ha come obiettivo preliminare quello di semplificare il panorama percettivo e cognitivo, facendo prevalere le risposte automatiche e irriflesse, inibendo e impoverendo la capacità di analisi razionale e di articolazione del pensiero, e dunque le capacità “metacognitive” (introspezione, decentramento, controllo dei propri processi psichici, etc.). Una volta che tale semplificazione, con la conseguente perdita di autonomia comportamentale, abbia raggiunto un certo livello e un certo grado di uniformità in una data popolazione, in modo che la grande maggioranza di essa, pur credendo di agire e comportarsi consapevolmente, in realtà non lo fa – cioè non pone dubbi su ciò che vive come realtà e come illusione –, il gioco è fatto: sarà sufficiente indurre falsi vissuti di realtà per cambiare le attitudini a piacimento. Pubblicità e propaganda Un esempio importante di questo fenomeno è dato dalle tecniche di «fabbricazione del consenso» ideate da Bernays17 negli anni venti del Novecento, ed esposte in particolare nel suo libro Propaganda del tutto fallace la convinzione ottocentesca secondo cui la coscienza sarebbe il passaggio obbligato di ogni apprendimento. 16 D’altra parte è vero anche il contrario, cioè che la coscienza può disattivare il meccanismo condizionante: se un soggetto è informato del fatto di essere sottoposto a un tentativo di condizionamento, quest’ultimo tipicamente non avviene – vedi G. Razran, Mind in evolution. An East-West synthesis of learned behavior and cognition, Boston, Houghton Mifflin, 1971. 17 Edward Louis Bernays (1892-1995) è stato un pubblicitario, statunitense ma di origine austriaca (suo padre Eli era fratello della moglie di Sigmund Freud, Martha, ed era a sua volta sposato con la sorella dello psicanalista, Anna). È stato co-fondatore, insieme a Ivy Lee, delle moderne «pubbliche relazioni». Fra le sue campagne propagandistiche resta famosa quella commissionata (a lui e al giornalista Walter Lippman) dal presidente Wilson per far accettare all’opinione pubblica americana l’ingresso, a fianco della Gran Bretagna, nella prima guerra mondiale, nel 1917. «Sei mesi di campagna propagandistica condussero a un’isteria antitedesca cosí intensa da impressionare permanentemente il mondo degli affari statunitense per la capacità di controllare l’opinione pubblica su larga scala» (http://it.wikipedia. org/wiki/Propaganda). 114 del 1928, dove le idee della «psicologia delle folle» venivano combinate con l’analisi del subcosciente al fine di manipolare l’«opinione pubblica». La pubblicità, «anticipando gli umori della gente», diviene esplicitamente «manipolazione dell’inconscio». E ciò si applica indistintamente alla propaganda politica e alla pubblicità commerciale, al punto che, chi è in grado di padroneggiare questo «dispositivo sociale», può facilmente costruire un efficace potere invisibile: coloro che hanno in mano questo meccanismo [...] costituiscono [...] il vero potere esecutivo del paese. Noi siamo dominati, la nostra mente plasmata, i nostri gusti formati, le nostre idee suggerite, da gente di cui non abbiamo mai sentito parlare. [...] Sono loro che manovrano i fili18. Si scopre cosí che, associando a un prodotto l’illusione del soddisfacimento di un bisogno superiore, questo può essere venduto molto piú facilmente. Si tratta dei cosiddetti «prodotti emozionali», perché attraverso un meccanismo di «libera associazione» a essi viene fatta illusoriamente corrispondere un’«emozione», la quale, a sua volta, è associata al soddisfacimento di un bisogno superiore19. Ricordiamo, per esempio, la campagna condotta da Bernays per la American Tobacco Company, in cui organizzò uno dei primi “eventi mediatici” della storia: la domenica di Pasqua del 1929, durante la parata che si teneva tradizionalmente nell’occasione a New York, una decina di ragazze dell’«età del jazz» attraversarono alcuni isolati della Quinta Strada, fermandosi in prossimità di chiese e ristoranti famosi, facendo attenzione a che fosse ben visibile la sigaretta accesa che tenevano in mano. Fumare in pubblico era per le donne cosa tutt’altro che universalmente accettata, e l’evento contribuí ad associare visivamente la sigaretta con i diritti e le libertà femminili. Inutile dire che, invece delle libertà femminili, fece aumentare esponenzialmente le vendite della Philipp Morris, ispirando strategie di marketing invalse fino a oggi. In conclusione, la pubblicità serve basilarmente per indurre le persone a ritenere di aver bisogno di una cosa o che una cosa possa rispondere a un bisogno presente. E per far ciò, la gran parte della moderna pubblicità fa uso di messaggi che scivolano oltre la barriera della razionalità, per innestarsi direttamente nelle parti meno coscienti e controllabili della nostra psiche20. 18 E. L. Bernays, Propaganda, New York, Horace Liveright, 1928. 19 Una variante del meccanismo è data dalla pubblicità che usa allusioni piú o meno esplicite alla sfera sessuale, uno dei nostri «motori motivazionali» primari. 20 Un esito importante, e non secondario, delle strategie di condizionamento di 115 Basi organiche Tutto questo non scaturisce solo da un’ampia fenomenologia empirica e sperimentale, ma si fonda su basi organiche precise. Le varie forme di «apprendimento», messe in opera dai diversi «dispositivi» preposti allo scopo - scuola, educazione, igiene, psicoterapia, pubblicità, lavaggio del cervello, sviluppo e fissazione di schemi comportamentali preprogrammati, etc. -, si realizzano intervenendo non soltanto sull’elaborazione piú o meno inconscia dei dati da parte del cervello, ma anche su processi detti «neurotrofici», ovvero di formazione (o scioglimento) di reticoli neuronali, di vera e propria crescita (o decrescita) di aree anatomiche del cervello interessate al tipo di apprendimento. Per esempio, l’esposizione ripetuta a stimoli percettivi, come quelli visivi, carichi di suggestioni emotive, comporta lo sviluppo di determinate reti neuronali e il conseguente sviluppo o modifica di tratti della personalità. Vi sono stati chimici del cervello21 correlati a determinati stati emotivi e cognitivi della psiche, che favoriscono le funzioni neurotrofiche e l’apprendimento. Altri, invece, le inibiscono. La serenità, la tranquillità, una bassa frequenza elettrocorticale (ritmo alfa o delta), […] facilitano lo sviluppo dell’introspezione, della consapevolezza degli stati interni del cervello, del sistema endocrino, delle funzioni fisologiche, etc. – insomma di tutte le attività di monitoraggio e regolazione volontaria tipiche dei lobi frontali del cervello. […] Al contrario, stati emotivi di stress psicofisico acuto (spavento, ira) e cronico (ansietà, tensione, rancore) con attivazione del sistema simpatico22 inibiscono lo sviluppo di tali facoltà frontali, inibiscono le opere della coscienza, in quanto comportano l’attivazione (acuta o cronica) di altre parti del cervello, piú arcaiche e inconsce (il circuito limbico23). Il soggetto avrà poche o nulle capacità di evolversi, di imparare, di arricchirsi. Ma anche di riparare le proprie cellule, di recuperare energie. Lo stress diventa cronico quando l’attivazione delle risposte simpatiche di allarme per effetto degli stimoli diventa cosí frequente che lo stato psicofisiologico di allarme si stabilizza, nel senso che l’organismo si abitua a funzionare a quel livello di allerta e tensione e tende a conservarlo come omeostasi, anche per effetto di alterazioni a livello cellulare, […] apprende a “gradire” e cercare di massa è quello di instillare nelle persone l’immagine della tecnologia come religione, e l’idea che in ogni campo le decisioni importanti vanno lasciate agli «esperti». 21 Attivati da specifiche proteine solubili, neurotrofine, il “cibo dei neuroni”. 22 Il sistema simpatico è parte del sistema nervoso autonomo, i cui neuroni si trovano nel tratto centrale del midollo spinale e hanno connessioni attivate da neurotrasmettitori come l’adrenalina. Tipiche funzioni simpatiche sono l’aumento del battito cardiaco, della pressione arteriosa, la dilatazione delle pupille, etc. 23 Il sistema limbico opera influenzando il sistema endocrino e il sistema nervoso autonomo, ed è connesso alla corteccia prefrontale. Si ritiene che questi circuiti 116 mantenere o recuperare determinate situazioni chimiche (ormonali, neurotrasmettitoriali) del cervello, e per far ciò – ossia per procurarsi una gratificazione interna – non di rado riproduce comportamenti e atteggiamenti “inadeguati al contesto”, pericolosi, illegali, morbosi, etc.24 […] Anche le dipendenze da sostanze psicoattive sono dovute all’instaurarsi di simili meccanismi. Si possono cosí formare tratti della personalità difficili a modificarsi a causa del meccanismo organico a cui sono ancorati25. Ciò spiega la necessità di mantenere lo stato generalizzato di allerta, insicurezza e paura, per rendere piú efficaci condizionamento e manipolazione. Ma questo scenario apre la strada anche a possibilità concrete di integrazione dell’«uomo-macchina» con il «mondo-macchina». Se la ripetizione mentale di un comando implica la comparsa a livello organico di una nuova configurazione neuronale, si può immaginare che impiantando un dispositivo elettrostimolatore (chip) nel cervello, questo possa essere considerato dal cervello stesso come nuovo “organo” che implica e richiede un sistema di comandi particolare. Neuro(nano)tecnologie Si potrebbero descrivere molti “esperimenti” relativi alla manipolazione del cervello come «organo di direzione del comportamento». A partire dagli esperimenti “pionieristici” – negli anni sessanta del secolo scorso – sulla stimolazione cerebrale di Josè Delgado26, fino a quelli molto piú recenti sull’ibridazione uomo-macchina del cibernetico Kevin Warwick27. limbico-frontali siano coinvolti nel meccanismo di presa di decisione in base a reazioni emozionali. 24 Ecco l’insorgere di comportamenti sociali stabilizzati: il fanatico, il tifoso, il tossicodipendente, etc. 25 M. Della Luna, P. Cioni, op. cit., pp. 115-116. 26 J. M. R. Delgado, Physical Control of the Mind: Toward a Psychocivilized Society, Harper and Row, 1969. Nel tentativo a trovare un’alternativa all’allora imperante lobotomia nel trattamento delle psicosi, Delgado mise in opera, a partire dagli anni cinquanta del Novecento, una terapia di «elettroshock interno», impiantando stimolatori elettrici nel cervello di almeno 25 pazienti schizofrenici ed epilettici. Nel 1963 si espose personalmente alla carica di un toro, a cui era stato impiantato un elettrostimolatore nel cervello, carica che fu arrestata (o solo deviata altrove …), premendo un bottone (http://www.wireheading.com/delgado/brainchips.pdf). 27 Il quale, nel 2002, si fece impiantare nel braccio un microchip, che gli permise di comandare a distanza strumenti elettronici di diverso tipo. Nella stessa occasione, sua moglie si fece impiantare un dispositivo analogo e i loro sistemi nervosi entrarono “in comunicazione,” riuscendo a scambiarsi semplici messaggi – per 117 Oppure le tecniche di «lettura del pensiero» (neuroimmagini) sviluppate al «Max Planck Institute» di Lipsia, basate sul fatto che alcuni “pensieri” sembrano essere associati a specifiche configurazioni (pattern) di attività neuronale – le quali formerebbero cosí una sorta di “impronte digitali” del cervello. Rivelando tali “impronte” per mezzo della risonanza magnetica funzionale, è possibile, per esempio, determinare quale immagine sia stata presentata a una persona, anche quando sia mostrata per un periodo cosí breve da non arrivare al livello della coscienza28. E cosí svariati altri “esperimenti” e “ricerche”29, il cui scopo sembra quello di costruire banche di dati sempre piú grandi, per poter trattare con metodi statistici e/o informatici la molteplicità dei fenomeni legati al cervello e, piú in generale, al sistema nervoso. L’interfaccia tra tecnologia fisica e neurobiologia è in continua espansione, e ciò soprattutto grazie alle cosiddette nanotecnologie, cioè le tecnologie basate sulla progettazione e la manipolazione di dispositivi su scala nanometrica30. Le nanotecnologie non sono una nuova scienza. Esse consentirebbero piuttosto di assemblare – rendere «convergenti» – tecnologie già esistenti, le biotecnologie (manipolazione genetica), l’informatica (manipolazione dell’informazione) e le neuroscienze (manipolazione di stati cerebrali), allo scopo di renderle piú potenti31 e di determinare una progressiva ibridazione del vivente e dell’artificiale, che «possa costituire per l’azione umana una vera e propria infrastruttura tecnologica invisibile, analoga a quella visibile costituita dagli edifici e esempio, sentiva quando lei muoveva il braccio. I prossimi obiettivi riguardano la realizzazione tecnica di una sorta di “comunicazione telepatica”, che si ritiene possibile da attuare attraverso impianti collocati direttamente nel cervello (http:// www.moebiusonline.eu/fuorionda/Warwick.shtml). 28 http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/scienza/grubrica. asp?ID_blog=38&ID_articolo=541&ID_sezione=243&sezione=News 29 Vedi le attività di istituti di ricerca europei come il Cea-Léti di Grenoble (http://www-leti.cea.fr/fr) o il Fraunhofer Institute di Berlino (http://www.ims. fraunhofer.de/). 30 I nanometro (nm) corrisponde a 10-9 metri, un milionesimo di millimetro. Per esempio, la doppia elica di DNA ha un diametro di circa 2 nm, mentre la lunghezza di un legame chimico covalente è di alcuni decimi di nm. 31 Una delle principali novità che tale convergenza rende possibile è quella di robot della dimensione dei batteri (nanobot) e autoreplicanti, in grado di costruire copie di se stessi, che potrebbero cibarsi di rifiuti o di materia organica. Resta aperta la prospettiva dell’impiego di simili dispositivi. Una delle rare riflessioni in italiano sul tema si trova in Giorgio Montagnoli, Nanotecnologie, in Aa.Vv., Il Cosmo Infelice, a cura di «Il Granchio di Kuchenbuch», l’altrapagina, 2009. 118 dalle città»32. Queste ricerche si muovono lungo linee intrecciate, e distinte solo in apparenza, come quella medica e quella militare. E la confusione è spesso necessaria: per esempio, la progettazione di un impianto cerebrale per creare soldati-robot33 può essere effettuata nella confusa “convinzione” di lavorare per la riabilitazione dei malati di Parkinson. Con il pretesto del progresso medico, vero e proprio feticcio della nostra era, i laboratori di neuroscienze sparsi per il mondo34 sviluppano le forme piú avanzate di controllo tecnologico, in presa diretta con i centri del pensiero, della cognizione, delle emozioni, del comportamento, della volontà. Il controllo e i suoi limiti Se un’ingiunzione, umana o artificiale, può farmi agire aggirando la mia volontà, allora può anche obbligarmi a eseguire la sua volontà. Io perdo, essa vince – fine della storia. Un atto destinato a mettere l’avversario nelle condizioni di dover 33 L’agenzia statunitense Darpa («Defense Advanced Research Projects Agency») – costituita nel 1958 dal presidente Eisenhower in risposta al lancio della sonda spaziale sovietica Sputnik, e che alla fine degli anni sessanta ha costruito l’Arpanet, la prima rete informatica, che poi è diventata Internet – sta lavorando attivamente sull’interfaccia mente-macchina allo scopo di dotare l’esercito americano di dispositivi quali «elmetti cognitivi» in grado di controllare lo stato mentale dei soldati; tecniche di neuroimmagine da usare negli interrogatori («macchine della verità»); impianti cerebrali per “telecomandare” esseri viventi (come animali o uomini per lo sminamento); robot umanoidi praticamente indistinguibili da soldati “veri”; armi a impulsi neuroimpeditori per interferire con i processi cerebrali dei nemici; armi neurologiche che utilizzano agenti biologici per provocare il rilascio di neurotossine; nuove sostanze psicoattive che permettano ai soldati di astenersi dal sonno per giorni, di revocare memorie traumatiche, di sopprimere la paura o reprimere inibizioni psicologiche riguardo all’uso della violenza fisica. Tutto ciò è riportato in J. Moreno, Mind wars: brain research and national defense, Dana Press, 2006. Un altro progetto di questo dipartimento (in cui è coinvolta anche la società «Google»), chiamato LifeLog, consiste in un gigantesco database, ottenuto combinando una varietà di sensori, il cui obiettivo è di tracciare un «profilo vivente» di ogni essere umano, inteso in senso individuale o collettivo, in termini di stati fisici e mentali (malattie, gruppo sanguigno, corredo genetico, etnia, preferenze sessuali e di vario tipo, “pensieri”, etc.), e di eventi e relazioni (incontri, comunicazioni, letture, operazioni finanziarie, viaggi, etc.). Ciò allo scopo di creare a posteriori «entità personificate», il piú possibile fedeli alle creature umane. L’uso dichiarato è di rendere piú realistici i robot umanoidi dei videogiochi tridimensionali, imprimendo loro i “caratteri sintetici” ricavati da tali sintesi. In vista del progetto descritto sopra, appare altresí realistico che un’impresa cosí costosa e impegnativa sia orientata a costruire vere e proprie “menti replicanti” per i soldati-robot delle guerre del XXI secolo. 34 Come, per esempio, il «Clinatec» di Grenoble (http://www.minatec.com/). 119 eseguire forzatamente la nostra volontà è ciò che solitamente si chiama «guerra». Vediamo dunque come la tecnologia, in questa fase “estrema” dello sviluppo del modo di produzione capitalistico, possa agire come una «continuazione della guerra con altri mezzi» e, in particolare, come le neurotecnologie tendano a dispiegare al suo estremo il razionalismo poliziesco – nel senso in cui la polizia è l’organizzazione razionale della violenza in vista dell’ordine pubblico –, che pretende di fare di ciascuno di noi uno zombie imbelle e dell’umanità un “corpo inerte”, attivato di volta in volta da dispositivi di stimolo-controllo. Gli scenari cui abbiamo appena accennato profilano un mondo che raggiungerebbe, superandola, la fantascienza, anche quella recente, e rispetto al quale il vecchio 1984 di Orwell appare quasi come una benevola utopia. D’altra parte, anche il controllo ha i suoi limiti. Innanzitutto, per quanto i “progressi” dell’innovazione tecnologica siano rapidi e inquietanti, la parola resta lo strumento principale del controllo – suggestioni, persuasioni e ordini sono parole. E poi, il controllo automatico – cioè “non verbale” – ha dei limiti intrinseci, limiti che possiamo esprimere con le parole usate da Willam Burroughs piú di trent’anni fa, quando lo scenario che oggi si prospetta era appena percepibile: il controllo richiede tempo per esercitare un controllo. Perché il controllo richiede anche opposizione o acquiescenza; altrimenti cessa di essere controllo. Posso dire di controllare un soggetto ipnotizzato (almeno in parte); di controllare uno schiavo, un cane, un lavoratore; ma se stabilisco in qualche modo un controllo completo, per esempio impiantando degli elettrodi nel cervello, allora il mio soggetto sarà poco piú che un registratore, una macchina fotografica, un robot. Un registratore non si controlla – si usa. Notiamo la distinzione e l’impasse che porta implicitamente con sé. Tutti i sistemi di controllo tentano di rendere il controllo stesso il piú stretto possible ma, nello stesso tempo, se ci riuscissero completamente, non ci sarebbe piú nulla da controllare35. E cosí il processo si fermerebbe – e, insieme a esso, si fermerebbe tutto: è, infatti, piú che lecito dubitare che un organismo umano possa sopravvivere in condizioni di completo controllo, come avviene alle creature fagocitate da «Matrix» (nel film omonimo). Ma c’è un ulteriore aspetto di questo limite. Come abbiamo già osservato, via via che il controllo si specializza e si fa pervasivo, rendendo l’individuo atomizzato sempre piú asservito36, in un paradosso 35 36 120 W. S. Burroughs, The adding machine. Selected essays, Arcade, 1993, p. 117. Per portare un solo esempio, si pensi alle limitazioni della libertà, che – sotto il soltanto apparente quest’ultimo assume agli occhi del potere sempre piú i tratti del «terrorista» potenziale. Se ciò, da una parte, fornisce “legittimità sociale” a una sempre maggiore penetrazione del controllo, dall’altra, rende l’oggetto del controllo stesso definitivamente inafferrabile. Con ciò non si intende affatto dire che vi siano reali possibilità che il sistema del controllo si distrugga da solo, cedendo alla propria inconsistenza interna, e che dunque sia, in fondo, inutile ogni azione di protesta contro di esso. Al contrario, pensiamo, per esempio, che, per evitare il «fallimento della specie umana», sia fondamentale tentare con ogni mezzo di rendere pubblico ciò che è nascosto, di prendere coscienza e rendere noti su larga scala i processi il piú delle volte “segreti” con cui il sistema usa l’arma tecnoscientifica per dominare l’umanità intera. Tuttavia, nessun antagonismo e nessuna protesta potranno avere esito alcuno, se non pongono allo stesso tempo e in modo centrale l’idea dell’autonomizzazione individuale e collettiva, e cioè della ricostruzione di un «mondo comune» dove l’azione e la relazione umana possano trovare uno “spazio”, nuovo e antico allo stesso tempo. Qualsiasi cosa ci dicano le «scienze sociali» riguardo al nostro “comportamento” in questa o quella situazione, e dunque riguardo al nostro essere “animali sociali atomizzati” (contraddizione negli stessi termini), è ancora con noi una capacità di costruire tessuti relazionali vivi e stabili, fatti di vicende e storie condivise, una capacità di immaginare una permanenza di significati che possano illuminare la nostra esistenza e, dunque, una capacità di agire attraverso processi di autoemancipazione, fuori e oltre ogni possibile determinazione comportamentale. Stefano Isola vessillo dell’ossessione per la «sicurezza» – è disposto ad accettare oggi il cittadino dei paesi cosiddetti democratici, e che sono enormemente piú ampie di quelle che avrebbe accettato solo trent’anni fa. 121 PER CONCLUDERE – SENZA CHIUDERE Lo «stato di cose presente» contiene, implica e genera in permanenza tensioni e contrasti, contraddizioni e conflitti. Di fronte a quel molto – tanto, troppo – “che non va”, emergono spinte di reattività, sia diffuse in gran parte della popolazione, benché poco o non direttamente attive, sia sindacali nei luoghi di lavoro, sia attive in minoranze della popolazione. Tuttavia, tali reattività tendono quasi “naturalmente”, spontaneamente, a essere concepite e centrarsi su “questioni” di maggiore o minore entità, ma sempre “particolari”, quindi a situarsi nel contesto dato del “sistema” stesso, del suo “modo d’essere”, insomma a porsi come iniziative su “problemi” in qualche misura organici al “sistema” stesso, perciò – in sé – non-disfunzionali, quando non, in ultima istanza, funzionali. Reattività di tipo sindacale alle contraddizioni Per spiegarsi meglio: la reattività esistente viene a esprimersi in forma sindacale generalizzata, cioè non solo quella sindacale riguardo alla situazione nel posto di lavoro. Infatti, il sindacato reagisce ai “problemi” che si presentano, difendendo (o lo dovrebbe) i lavoratori sul piano dell’occupazione, della retribuzione, della normativa delle prestazioni lavorative, e tendendo (o lo dovrebbe) a migliorarne le condizioni per quanto possibile1 , in base ai rapporti sociali di forza – ma precisamente questa azione sindacale è tanto necessaria nel contesto dato (per rafforzare il “peso” 1 Va precisato che, parlando di sindacato, si vuole qui intendere il sindacato in senso proprio, ovvero l’organizzazione volta, in modo coerente e conseguente, alla difesa e al miglioramento delle condizioni occupazionali, salariali e normative dei lavoratori, e non quelle organizzazioni che si denominano «sindacati», e che anche un tempo lo erano, ma che, invece, sono, oppure sono diventate, agenzie statuali, permeate dai partiti dipendenti dalle diverse frazioni e fazioni della «classe politica» e, quindi, collegati alle connessioni di queste diverse frazioni e fazioni con i diversi gruppi e circoli del complesso della classe dominante – si tratta dei sindacati-agenzie che, nel nostro paese, hanno svenduto la gran parte di quei pur modesti miglioramenti e conquiste ottenuti in passato con un seguito di lotte dai lavoratori, in nome degli «interessi superiori»; sindacati-agenzie che si situano anch’essi nell’insieme degli apparati di Stato, e che “fanno la faccia feroce” o mostrano il volto piú disponibile, a seconda della presenza o meno nel governo e nella maggioranza parlamentare dei partiti che li intridono e a cui fanno pur sempre capo (anche se i sindacati-agenzie dichiarano la piú piena «autonomia»). 122 dei “prestatori d’opera” a fronte di chi detiene la proprietà o possesso dei mezzi di produzione, privati o statali che siano), quanto ribadente i lavoratori come tali, ossia come forza-lavoro (sia manuale che intellettuale, sia «semplice» che «complessa») dipendente, quindi componente subordinata dell’economia politica, alias del capitalismo – insomma, del “sistema”. Ebbene, è in maniera simile che si esprimono le reattività diffuse di maggioranza: istanze di intervento (azione o modificazione) adeguato da parte di “chi di dovere” – “che il sindaco, il “governatore” (presidente della Regione), o questo o quell’assessore, o questo o quel ministro, o il governo, o il capo del governo, o quella data Asl, o i vigili, o la polizia”, e cosí via, “comprenda, decida e provveda”, o “desista”, o “receda”, rispetto a questo o quel provvedimento, etc. Vale a dire che emergono istanze a istituzioni e apparati statuali, nella loro articolazione: si vuole che chi ha il potere di “fare” capisca, stabilisca, agisca – riconfermando cosí l’esistente. È ancora in forma similare che procedono le reattività attive di minoranze, sia a livello di settore (per esempio, nella scuola e nell’università, in comparti della «pubblica amministrazione», etc.), sia su “questioni” piú generali (per esempio, la privatizzazione dell’acqua2, la questione energetica, la questione ambientale, l’avvelenamento portato dagli inceneritori fregiati dal nome di «termovalorizzatori»3, le devastazioni delle «grandi opere» inutili e dannose, etc.), sia sul piano locale (per esempio, il problema delle abitazioni, la distruzione del È in corso da tempo in Italia la lotta contro la gestione privata e/o privatistica dell’acqua – pervertita, da bene collettivo indispensabile, in ramo di investimenti da cui trarre profitti –, tanto che adesso (giugno 2010) è in corso la raccolta di firme per mandare in porto il referendum abrogativo delle disposizioni legislative (attuate in continuità dai governi di centrosinistra e centrodestra, e non solo a livello centrale) che ne hanno indetto la privatizzazione. 3 È in piena attuazione il metodo preconizzato da Orwell nel suo 1984: cambiare il senso delle parole per attribuire significati di “altro” alle “cose”, onde coartare il pensiero. In proposito va, dunque, ricordato che gli inceneritori: 1) non “valorizzano” alcunché (l’energia elettrica prodotta è scarsa e nel contempo costosa); 2) si basano, invece, sulla svalorizzazione, riconfermando una concezione tanto assurda, quanto di completo spreco e piena distruzione di risorse, del ciclo produzionedistribuzione-consumo, per cui al termine vi deve essere “roba” di scarto assoluto, che va solo bruciata (incenerita); 3) il loro costo viene imposto a tutti tramite la tassa presente nelle bollette energetiche, e va a foraggiare le banche che finanziano i gruppi che producono e conducono gli inceneritori stessi; 4) le loro emissioni (diossina, micro- e nano-polveri, metalli pesanti, furani, etc.) sono ineliminabili e al di fuori di qualsiasi controllo (effettivo, al di là delle rassicuranti ciarle “ufficiali”) e inquinano pesantemente e permanentemente terra, acqua e aria, con avvelenamenti duraturi della vita vegetale e animale, esseri umani inclusi. 2 123 territorio e la cementificazione di intere aree a fine “speculandia”4, l’insopportabilità del traffico, la conduzione “alla Disneyland” di centri storici, etc.), sia, in alcuni casi piú limitati, su un certo intreccio fra qualcuno dei livelli indicati. Tali istanze, rivendicazioni e lotte intendono ottenere quanto manca o è negato, oppure che muti o sia ritirata questa o quella decisione o attuazione, oppure che non venga fatto quell’altro ancora, etc. Perciò, ognuna di queste istanze, rivendicazioni e lotte, condotte dai relativi “operatori” (comitati, reti di comitati, associazioni, etc.), si concentra sul tema specifico, cerca l’udienza possibile nei diversi “colori” dell’arco della politica “ufficiale” o in loro singoli “personaggi” (in particolare quelli presenti nelle istituzioni: assemblee elettive, governo locale, provinciale, regionale, centrale), ricorre laddove possibile alla legislazione e alla stessa magistratura, spinge per avere un impatto sui media (stampa, radio, tv), indice manifestazioni, e cosí via. Anche quest’ultimo è un modo di procedere di tipo sindacale, su quel piano che si può chiamare, nel complesso, “di territorio” (inteso in senso specifico e in senso lato5): l’obiettivo primo è la diffusione della “questione”, quello intermedio è la pressione per ottenere l’“ascolto” in merito, quello finale è l’auspicata affermazione di quanto rivendicato – con presenza, fra gli “operatori”, insieme alle persone semplicemente interessate al “tema”, di altre provenienti da un po’ tutto l’arco della politica partitica, che operano o collaborano su quella “questione”, ma non perciò mutano la loro collocazione di partito (al contrario, puntano su una qualche appropriazione del “tema” da parte del partito di appartenenza, per sostenere e rafforzare questo stesso partito – e magari la propria posizione in esso – rispetto al consenso esistente o possibile del “bacino” elettorale). 4 Va ricordato – come si è detto – che la strutturazione e ristrutturazione “a intermittenza”, e sempre in espansione, dello spazio urbano e interurbano, che è funzionale all’incontro di investimenti capitalistici, dismissioni di impianti (di produzione o distribuzione), rendita fondiaria e immobiliare, immissione di fondi statali (infrastrutture e «grandi opere») nel circuito economico, nonché alla trasformazione di città e paesi in tessuto urbano (né campagna, né città), fatto di suburbi di suburbi, periferie di periferie, dove gli ex cittadini, ridotti a un habitat di funzioni minimali, soggetti agli imperativi dei trasporti per il lavoro (quando c’è) e del consumo (quello possibile), confinati in relazioni minime (piccole cerchie) o inesistenti, consegnati al controllo massmediale (intrattenimento) e all’industria del divertimento, quali «fruitori» e «consumatori», ogni tot anni, «elettori», sono trasformati in neo-sudditi. 5 “Territorio” da intendere come settore (formazione e istruzione, sanità, etc.), come questione sul/del complesso dei territori (acqua, inquinamento, ambiente, etc.), come quel territorio particolare (città, quartiere, paese, etc.). 124 Controprova e attestato Ora, si badi bene, le lotte sindacali, le istanze diffuse, le iniziative sul piano del “territorio”, sono del tutto necessarie, nonché generalmente valide negli obiettivi di miglioramento che si propongono. Ma, come le battaglie sindacali certo non mettono, né intendono mettere, di per sé in discussione il “sistema”6, e come le istanze diffuse richiedono, in sostanza, un miglior funzionamento del “sistema” stesso, cosí nemmeno le “emergenze attive” di “territorio” arrivano a metterlo in discussione: restano comunque nello stato di cose presente, o a ogni modo l’accettano, o danno per scontato che non si possa fare altro che accettarlo (quando anche, invece, proprio lo vogliono) – insomma, “il sistema magari anche sí”, ma senza i suoi mali, sia specifici, sia generali. Il che è attestato appieno dalle scadenze elettorali istituzionali senza con ciò sottendere che queste possano essere la via maestra per mutamenti di qualche rilievo, ma considerandole quale “termometro”. E si può rilevare con la massima facilità come in queste scadenze le istanze, rivendicazioni e lotte, sia sindacali, sia diffuse, sia attive di “territorio”, tendano semplicemente a evaporare: l’elettorato continua a ripartire i suoi voti nell’arco partitico dato, situandosi nelle diverse scelte del «meno peggio» (o meglio, quanto ritenuto, e soprattutto fatto ritenere, tale) – mentre anche le liste fondate su questa o quella rivendicazione o “insieme” di rivendicazioni (“sindacal-territoriali”), ottengono per lo piú esiti minimi (a parte situazioni particolarmente piccole e che restano comunque circoscritte), quando non falliscono del tutto –, oppure si travasa nel non-voto (che è in crescita anche 6 Anche se nei partecipanti alle rivendicazioni, scioperi, manifestazioni si ha una sottesa “carica” di forte rifiuto e dura critica. E vi sono tutti quegli “attivisti” che operano sul piano sindacale o “di territorio”, perché … operano, perché la “cosa” va condotta e basta, senza porsi ulteriori prospettive. In frange piú ridotte può continuare l’ormai antica illusione, quella del sindacalismo rivoluzionario, per cui, raccogliendo e concentrando rivendicazioni su rivendicazioni e lotte su lotte, si possa arrivare a una sorta di insurrezione generalizzata o comunque di opposizione estesa, che faccia crollare il “sistema” - illusione smentita dalla storia e dai fatti. Vi sono altre frange ancora, del tutto minoritarie, che sentenziano dottrinariamente sulle lotte sindacali e “di territorio”, caricandole della ripetizione di slogans di un marxismo ossificato, che servono solo a loro per ribadire la visione delle “cose” e illudersi di operare in un’attività “rivoluzionaria” (o «di classe», o «antagonista», o quant’altro), in maniera del tutto slittata rispetto alla realtà - e va ricordato che precisamente i “marxisti” sono stati, e restano, per quei pochi che ancora si trovano in partitini e gruppetti, i peggiori nemici del progetto, della prospettiva, della teoria sociale di Marx. 125 nel nostro paese, il che è importante poiché significativo del declino dello stesso “menopeggismo”, ma, fintanto che resta circoscritto in sé, come rifiuto e basta, non esprime alcuna alternativa vincente7). Da parte loro, le «forze politiche» – ossia i partiti (maggiori, minori, minimi), con le associazioni collegate e le organizzazioni collaterali, facenti capo alle diverse frazioni e fazioni della «classe politica» – sono tutte interne al mantenimento del “sistema”, combattendosi solo su chi (quali frazioni e fazioni, quale partito e coalizione di partiti) debba gestirlo. Questo, al di là dei proclami propagandistici, delle promesse elettorali, delle indicazioni di «magnifiche sorti e progressive» – che servono a catturare o mantenere i voti dei vari comparti dell’elettorato –, per il semplice fatto che nessuno fuoriesce (va ripetuto: al di là delle chiacchiere) dal liberalismo-liberismo dominante e imperante, che ciò sia dichiarato in maniera piú decisa, o in maniera piú “moderata”, oppure in maniera piú «radicale» (vale a dire indicando o auspicando maggiori o minori “correttivi”, prospettando maggiori o minori provvedimenti di intervento statuale, discutendo sulla loro tipologia, etc.). E tutto ciò al “riparo”, e con il supporto, dello “scudo” degli «interessi generali», dei «vincoli» economici e politici, europei e internazionali (dal rapporto dipendente con gli Usa alla collocazione nella Nato, fino agli «organismi internazionali», quali il Fondo monetario, la Banca mondiale, l’Organizzazione internazionale del commercio, etc., ivi compresa la stessa Unione europea, che è anch’essa uno di questi «organismi», e cosí via). Intervento statuale e controllo Da notare: via via che la situazione economica e sociale degrada, e che la reattività a ogni modo si leva e procede, lo Stato – tramite i governi, e gli annessi e connessi apparati burocratici (dal livello centrale a quello regionale, provinciale e locale) – continua a essere costantemente chiamato in causa e, in qualche misura, interviene. Come? Mentre si oppone alla serie di rivendicazioni che urtano con l’assetto presente degli imperativi dominanti (cioè della classe e degli interessi dominanti, nonché del modo di produzione), assume però anche qualche «provvedimento», si impadronisce di qualche “que7 M. Monforte, Il declino del meno peggio (http://enoizapicname.wordpress.com/). 126 stione”, si occupa di qualche “problema” (in modo frammentario e distorcendo “questioni” e “problemi”), presentandosi sempre sotto la veste della tutela dei cittadini8, nel quadro delle “necessità inderogabili” e degli «interessi generali». È questa – com’è ovvio (o piuttosto lo dovrebbe essere, benché non lo sia) – una veste del tutto ipocrita: senza affrontare e tantomeno risolvere i “nodi”, si moltiplicano in infinitum le imposizioni, le regolamentazioni e le sanzioni – e dunque si ampliano, nel contempo, funzioni e presenza delle cosiddette «forze dell’ordine» –, si vuole l’obbedienza e si colpevolizzano i «fruitori», onde sottoporli al comando e tenerli “sotto mira” per eventuali violazioni (pur inevitabili o involontarie). E il tutto procede secondo la visione iperrazionalistica e tirannica, tipica della burocrazia (che in primo luogo mira ad assicurare la propria efficacia, insieme alla verifica di tale efficacia sui “soggetti”, nonché su se stessa), mentre istituisce un ulteriore controllo sui cittadini (sempre piú ex cittadini). Che poi il mix di negazione di rivendicazioni unito a «provvedimenti» su questa o quella “questione” si traduca in qualche miglioramento effettivo e/o che non generi, a sua volta, altre contraddizioni ancora, è tutt’altro discorso. Ma tant’è: non è questo che importa, bensí ben altro, vale a dire il comando, il controllo, e la loro costante estensione, nella riconduzione di ogni istanza, rivendicazione, lotta, nella perpetuazione del “sistema” – e ciò ancora a maggior ragione nel nostro presente, in cui lo Stato deve supportare il capitalismo nella sua fase, detta «globalizzazione», di raschiamento delle risorse alla ricerca di profitti a livello mondiale9, e nel suo conseguente 8 Seguendo la lontana origine di tale attitudine, secondo la maniera appresa dai servi servorum dei, e infatti, sulla falsariga dei «servi dei servi di dio», i governanti si chiamano «ministri» (da minister, il servo domestico) e il capo del governo «presidente del Consiglio dei ministri». Infatti, la Chiesa cattolica apostolica romana, erede a sua volta dello Stato imperiale burocratico-militare del Basso impero romano, con cui si era fusa, è stata la “gran madre” degli Stati assoluti e, attraverso questi, di tutti gli Stati. 9 Ben dimostrato dalle vicende (emerse a livello dei media nel giugno 2010) dello stabilimento Fiat di Pomigliano d’Arco in Campania (5.000 addetti piú altri 10.000 nell’indotto), in cui – con il sostegno del governo – si impone ai lavoratori di assoggettarsi a … tutto (totale disponibilità alle esigenze padronali), pena il trasferimento della produzione e la desertificazione produttiva della zona: spingere le condizioni salariali e normative della manodopera verso i livelli del «terzo mondo», vanificandone inoltre, come nel «terzo mondo», ogni resistenza sindacale. Che poi ciò non risolva affatto la sovrapproduzione – di prodotti e di capitale – e quindi i “problemi” di profitto, lasciando incerte le prospettive future, e che si traduca 127 «stato critico» permanente10, sboccato nell’attuale lunga crisi, onde assolvere al suo ruolo in quanto Stato e supportare, nel contempo, se stesso. Del resto, quanto indicato è tipico del liberalismo-liberismo dispiegato – come si è detto e argomentato –, dove la parola d’ordine “ognuno per sé e il mercato e lo Stato per tutti” va insieme alla crescita esponenziale del controllo sempre piú capillare e dell’imin un ulteriore “depressione” della distribuzione interna, nonché delle condizioni sociali, è un qualcosa che interessa ben poco o niente a capitale e Stato. 10 La criticità e l’emergenza permanente sono parte dell’essenza costitutiva dello «stato di cose presente» – è bene ribadirlo –, anche se divengono, per cosí dire, piú espliciti in presenza di “disastri” naturali (terremoti, uragani, etc.) o artificiali (guerre, crisi economiche, etc.), perché in tali circostanze diviene piú evidente il rapporto di reciproca determinazione tra i dispositivi di controllo-manipolazione della popolazione e i processi di conquista-innovazione con cui il “sistema” cerca di perpetuarsi continuamente – rapporto sempre presente, ma il piú delle volte opaco e difficilmente discernibile. Un esempio, appunto esplicito, di tale rapporto è stata la gestione della ricostruzione post-terremoto a L’Aquila (a tutto il presente 2010), con la conseguente disgregazione del tessuto sociale e spopolamento del territorio. Lo Stato e il suo apparato di Protezione civile, invece di agire in modo sussidiario alle «autonomie locali», hanno, fin da subito e in modo via via piú imperativo, operato per sostituzione, imponendo un piano di azione che ha abbandonato e militarizzato quanto era rimasto e sopravvissuto al terremoto, per ricostruire ex novo insediamenti permanenti sparsi sul territorio come alveari di cemento. Com’è noto, durante l’edificazione delle new town la popolazione è stata smembrata e deportata, parte in alberghi sulla costa, parte in campi militarmente sorvegliati, parte in altre sistemazioni di fortuna. A lavoro ultimato (con spese enormi), e dopo oltre un anno dall’evento, ancora una grossa parte della popolazione aquilana è dispersa su un vasto territorio, moltissimi i disoccupati, migliaia le imprese commerciali che non sono ripartite, e, soprattutto, «la città è morta» – in attesa di un profittevole riutilizzo. Una situazione per molti aspetti analoga si è verificata cinque anni fa negli Usa per gli abitanti di New Orleans, sparpagliati e deportati, anche in Stati lontani, dopo che l’uragano «Katrina» aveva colpito la loro città e dopo aver scoperto che le loro case e le loro strutture pubbliche – gli ospedali, le scuole – non sarebbero mai state riaperte o ricostruite. Questi fenomeni sono stati “narrati” di recente sotto la categoria della shock economy o “capitalismo dei disastri”, il cui principio sarebbe quello di usare i momenti di trauma collettivo per dedicarsi a “esperimenti estremi” di ingegneria economica e sociale. Lo shock, il trauma psichico collettivo, rende le popolazioni manipolabili e incapaci di reagire, le mette nella condizione di accettare l’inaccettabile, in misura molto maggiore che in situazioni di “normalità”. Tutto questo è certamente vero. Tuttavia – al di là delle narrazioni e delle suggestioni che circolano – nei testi raccolti in questo “opuscolo” abbiamo cercato di chiarire il fatto che i dispositivi del controllo e della manipolazione – siano essi brutalmente violenti o anesteticamente subdoli – non sono puramente e semplicemente gli effetti “perversi” delle politiche impopolari di un «liberismo sfrenato» a cui si potrebbe forse immaginare di apporre “freni” o “correzioni”, per riguadagnare cosí una condizione di civiltà. No, questi fenomeni fanno parte del dispiegamento di un principio storicamente determinato, che pone la condizione di riproduzione del «modo di produzione vigente» nella 128 posizione-regolamentazione di … tutto, ed è precisamente questo il “modo d’essere” del politico-statuale e dell’economico-capitalistico dell’economia politica liberal-liberista, alias del modo di produzione vigente e imperante – anche nella specificità di quella formazione storica, sociale, economica, che è l’Italia. Si ha, cosí, la continua estensione degli apparati statuali: ognuno di essi tende a dilatarsi, ad ampliare le sue funzioni e ad assorbire sempre piú risorse (peraltro, va da sé che queste siano distribuite su una profonda stratificazione e ineguaglianze clamorose nell’interna gerarchizzazione), dagli apparati burocratici a quelli polizieschi e militari - e queste risorse altro non sono che il prelievo (tramite la leva fiscale) e la destinazione di quanto va definito come «plusvalore sociale». E ogni apparato, nell’ampliamento delle sue prerogative e incombenze, tende all’ipertrofia, richiedendo sempre piú personale, mezzi e quindi risorse … Il che prosegue appieno, pur nella crisi presente e nella connessa ulteriore contrazione del tessuto produttivo, che comporta l’aumento della disoccupazione e inoccupazione, e che ha come prospettive solo quelle di una lunga stagnazione. Uniche misure – sotto l’imperativo ossessivo di “mantenere nei limiti” la spesa statuale in deficit11 (in primo luogo, anche se non solo conquista incessante e progressiva, sempre piú capillare e in profondità, di nuove sfere e ambiti sociali, sotto il vessillo della razionalizzazione, dello smembramento e dell’innovazione – dispiegamento di cui il liberalismo-liberismo dominante e imperante costituisce la fase attuale. 11 Nel gran sproloquiare di liberismo, con tanto di slogan «meno Stato piú mercato», lo Stato non può non mantenere le modalità (iniziate con la Prima guerra mondiale e rafforzate, ampliate e diventate permanenti con la «grande crisi» del 1929-33 e anni seguenti, e teorizzate da Keynes) della spesa in deficit rispetto al complesso (ufficiale) del Pil (Prodotto interno lordo – che poi questo venga rilevato e calcolato in maniera assurda, senza tenere conto della produzione-riproduzione concrete ed effettive, ma solo del “giro” dei “redditi”, è un altro discorso). Lo deve fare per mantenere l’insieme dei suoi apparati, conseguente alle incombenze che si è assunto (sul piano interno come su quello estero, dal livello del funzionamento dell’economia a quello della “cura” della società, fino a quella della politica “ufficiale” e a quello della potenza, anche quest’ultima sempre sia sul piano interno – polizie, magistratura, sistema carcerario –, sia sul piano estero – difesa-offesa, forze militari). Lo deve fare per supportare l’insieme del “sistema” di cui è parte organica e integrante – e, infatti, alla crescita economica corrisponde la crescita dello Stato. La questione sta nel non “sforare” dati limiti (che sono, però, solo arbitrariamente quelli posti dall’Ue al 3% rispetto al Pil), per non aprire una spirale inflattiva non facilmente controllabile, o per non andare incontro a una serie di speculazioni sul debito, o per non uscire dal novero dei paesi “capitalisticamente virtuosi”, etc. 129 per questo, a causa della possibile speculazione del grande capitale transnazionale, finanziario e bancario12, sul debito statale, e speculazione anche mirata, secondo interessi di potenza13) – quelle dei “tagli” e delle strette dei “cordoni della borsa” (con inevitabili proteste e pressioni nei diversi apparati stessi). L’esito è un tourniquet: è un circolo vizioso di circoli viziosi, in avvitamento verso il basso, in una spirale di “neo-sottosviluppo” che sta devastando, su tutti i piani, il nostro paese (e non soltanto il nostro, evidentemente). E non se esce con il mero “rivendicazionismo” indicato - sia sindacale, sia diffuso, sia di “territorio”. Con il supporto della manipolazione Peraltro, è proprio in tale situazione che i media sono ancor piú chiamati – tutti – a svolgere con efficacia le loro funzioni di supporto al controllo, tramite la manipolazione, che è il loro mestiere: mentre l’intrattenimento straborda, insieme a propaganda estesa e pubblicità permanente, appropriandosi dell’immaginario ed espropriando l’immaginazione, istillando e ribadendo moda e mode, ogni “questione” o viene relegata nell’oscurità, nel silenzio, nella non-conoscenza, oppure viene evidenziata come difficoltà necessaria e da accettare, oppure ancora messa in luce sotto l’angolazione dell’inevitabilità e/o giustezza della soluzione (o pseudo-soluzione, o distorsione) … stabilita da “chi di dovere”. La “messa in forma” della popolazione deve proseguire e intensi 12 Benché sia già stato largamente foraggiato, nelle sue perdite – sia speculative, sia dovute alla crisi globale – dalle risorse raccolte per via di tassazione, anche nel nostro paese. 13 Se il grande capitale transnazionale, finanziario e bancario (estero e interno), non acquista le «obbligazioni» emesse dallo Stato (buoni del Tesoro e simili), tramite cui lo Stato “copre” la spesa statale in deficit – garantita tramite queste risorse (capitali) prese a credito (appunto, tramite le «obbligazioni»), attratte attraverso il versamento di un interesse e l’impegno di restituzione alla loro scadenza, da realizzare con il sistema fiscale, dove lo Stato è tenuto a mostrare la sua efficienza (di gettito fiscale, il che non riguarda affatto l’equità dell’esazione fiscale stessa) –, si può arrivare alla mancata copertura del deficit, determinando difficoltà (con esigenza di “autoacquisto” interno del deficit), che possono anche arrivare a situazioni da bancarotta. E il grande capitale è pur sempre in larga misura connesso agli interessi delle potenze “angliche”, degli Usa in primo luogo, degli «organismi internazionali» che queste controllano, nonché delle cosiddette «agenzie di rating» internazionali, che asseriscono di condurre le loro «valutazioni» in maniera “scientifica” e “indipendente”, ma sono connesse agli interessi di tali potenze. 130 ficarsi. E tale opera può contare sempre piú sull’insegnamento dell’ignoranza14 praticato dal sistema dell’istruzione e formazione, ormai in pieno crollo e in piena sussunzione all’“ufficialità” della “cultura”, nonché delle “scadenze”, dell’“attualità” e delle “impellenze” imposte dai mass media. Intanto, la tecnoscienza procede impetuosa in tutti i campi, applicando i suoi già limitati principi in quella che continua ancora a chiamarsi «ricerca scientifica», cioè la ricerca dell’efficacia omologata od omologabile di qualche nuova “trovata”15 – e di possibili flussi nei finanziamenti, ridotti nella crisi –, senza tener alcun conto delle ulteriori ricadute e implicazioni; “trovata” che si incastra alle altre in un magma di superfluità e cecità, quando non di dannosità, e continuando ad 14 Come “funziona” l’insegnamento dell’ignoranza? In fondo, è semplice: fornisce una cultura – o meglio i “mattoncini” di quella “cultura componibile” che forma oggi l’insieme delle “competenze umane”, composta da comparti indipendenti e non-comunicanti, e purtuttavia ancora raggruppati nei supercomparti «umanistico» e «scientifico» – che non ha relazione diretta con la realtà naturale, tecnologica o sociale, in cui non solo i discenti, ma anche i docenti, vivono e si trovano immersi – non ha relazione se non sui versanti “tecnici”: quanto può “servire”, cioè, oltre a saper leggere e scrivere, e far di conto (almeno un po’ e benché a “quella maniera”), qualcosa di lingue, alcune conoscenze tecno-matematiche, degli infarinamenti umanistici, etc. E poiché, con l’accompagnamento di tutte le ciarle sulle «capacità critiche», tutto cade nel vuoto di nozioni ed elementi da ripetere (e «non c’è sapere senza critica del sapere», dal che si resta mille miglia lontani), il risultato è che quanto viene in qualche misura appreso (con tanto di indecente cursus di «crediti» e «debiti», equiparando già nella terminologia la scuola a un luogo di acquisti, a una banca, o un qualcosa del genere) di frammentario, sconnesso, scombinato, per lo piú di scarso o nessun rilievo rispetto alla comprensione e all’esistenza nel presente, e agli input della massmedialità, e che è sancito dall’attestato finale, dà a intendere che il diplomato è colto: cosí ha imparato a essere ignorante, mentre gli viene fatto credere, e crede, di essere istruito “a sufficienza” – et voilà, ecco l’insegnamento dell’ignoranza. Se poi il diplomato vorrà accedere a un grado “superiore” di conoscenza, allora può scegliere di “specializzarsi” in una delle discipline e sotto-discipline disponibili sul mercato della cultura parcellizzata, divenendo eventualmente un “esperto” del suo micro-settore ed entrando a far parte della comunità dei suoi cultori, al di fuori della quale, tuttavia, è anch’egli, insieme all’“uomo della strada”, un completo sprovveduto alla mercè dei media. L’insegnamento dell’ignoranza e la specializzazione parcellizzante fanno evidentemente sparire ogni residuo di “cultura condivisa” – a parte un “fondo” mantenuto vivo dal bombardamento mediatico incessante, costituito da una certa dose, talora assai cospicua, di “cultura” calcistica, da un’adeguata serie di informazioni sulla vita privata di personaggi mediatici e da un insieme abbastanza articolato di superstizioni e affabulazioni sul “mondo” e sulla “vita”. 15 Rispondendo a un imperativo di fondo del modo di produzione vigente: “innovazione, innovazione!” – innovazione permanente, prima ancora che si sia sedimentata l’innovazione precedente, e quella precedente ancora … 131 andare a scapito della cultura in caduta libera, crollo, svanimento, e in tutti i campi e settori ... I risultati sono evidenti a chiunque li voglia scorgere: in generale la visione della realtà è, e rimane, opacizzata, confinata nella nonconsapevolezza, o nella consapevolezza piuttosto limitata, o molto parziale, o comunque sempre inadeguata, poiché non fuoriesce da tale realtà16. Ed è perciò che le istanze, rivendicazioni e lotte, anche quelle piú avanzate, hanno l’allure sindacale che si è delineato (ivi comprese la visione e la conduzione da parte degli “operatori”17). Eppure sarebbe possibile … Il tourniquet si estende, i circoli viziosi si intrecciano: è radicata l’idea annichilente che si esprime in frasi come “che altro vuoi fare?”, “non si può far altro”, o “ma che ci vuoi fare”, “non si sa che fare”, e cosí via. Eppure – per portare solo delle indicazioni ultraschematiche di prospettive di “altro” e “oltre” –, sarebbe possibile un assetto economico che puntasse in primo luogo a essere produzione-riproduzione (e quindi non economia, che è in quanto tale economia politica, anche se detta senza l’aggettivo di «politica»), basata sui principi della necessità e dell’utilità, quindi selezionando e mutando anche gli attuali elementi, fattori e modalità di distruzione e devastazione che segnano l’economia (politica) stessa e l’applicazione della tecnoscienza scatenata 16 Non è questione di “utopismo”, che già come termine è carico del significato di impossibilità, quando non di assurdità, ma di utopia, nel senso preciso di «utopia concreta»: esame adeguatamente onnicomprensivo della realtà e capacità di delineare come potrebbe essere altrimenti (“altro” e “oltre”), insieme all’assunzione che cosí non è non a causa di qualche «destino cinico baro», bensí dell’opera costante di tutto quanto e tutti quelli che sostengono e perpetuano lo «stato di cose presente». E va precisato che l’utopia (letteralmente: «non luogo») fa organicamente parte del pensiero pensante, quello capace di cogliere la dialettica fra reale-possibileimpossibile e di situarsi in essa, scorgendo le possibilità da esperire nel contesto reale dato e individuando quanto è impossibile “oggi” ma può essere possibile “domani” (in base, appunto, alle possibilità che si aprono nella realtà data, e al loro perseguimento). 17 Quelli piú “realistici”, che riescono a collegarsi alla concezione delle persone attive che operano; poi vi sono i predicatori del tutto astratti, che attribuiscono alle iniziative quanto hanno in mente loro e solo loro (non facendo “crescere“ nessuna coscienza, anzi a volte danneggiando le iniziative stesse), i politici partitici che hanno in mente la strumentalizzazione, coloro che puntano su ulteriori ricadute di eventuali successi, etc. – e anche tutto ciò si situa nel quadro della subalternità. 132 che la permea. E sarebbero possibili i comparti necessari in cui è già bastante che le risorse utilizzate corrispondano a quante vi rientrano, in pareggio – il che va del tutto bene (ma non per l’economia politica, alias capitalismo, che si muove sul profitto, sulla ricerca del massimo e rapido profitto) –, nonché i comparti in cui le risorse che rientrano non pareggiano quelle utilizzate, e che quindi devono essere supportati con risorse provenienti da altri rami, ma che sono tanto necessari da dover essere comunque mantenuti e sostenuti – e anche questo va del tutto bene (ma, anche in questo caso, non per il capitalismo). Ancora, sarebbe possibile la conduzione della produzione non solo nei campi necessari, ma anche in tutti quelli utili, con tutta la possibile riconversione alla produzione utile – agricoltura inclusa appieno, il che è il solo modo per attuare la salvaguardia e il risanamento del territorio e dell’insieme dell’ambiente –, comprendendo infine tutti i rami, nel loro complesso, con l’assunzione di una programmazione supportata da un’adeguata protezione (in decisa e decisiva rottura con il liberismo tanto demenziale, quanto esprimente l’“essenza” devastatrice del capitalismo dispiegato), da intendere come programmazione che investa, “dal basso”, città e territori, che da questi proceda e da questi si componga a livello del paese. E cosí, sarebbe possibile quanto è necessariamente connesso a queste pur scheletriche indicazioni: tradurre l’indipendenza formale dell’Italia in effettiva autonomia del paese18, con chiusura rispetto agli «organismi internazionali» (organi della dominanza Usa e del grande capitale transnazionale), con la totale ridiscussione dell’Ue (mettendola pure in crisi, poiché non è altro che uno di questi «organismi internazionali»), con la costruzione di accordi bilaterali con i paesi esteri, le relazioni con i quali sono necessarie e utili al paese19. In tale contesto, si porrebbe in termini del tutto diversi anche la 18 Il che significa regolare, infine e innanzitutto, “i conti” con gli Usa, che dalla seconda guerra mondiale in poi hanno costantemente operato per mantenere l’Italia nella subordinazione a essi. 19 Facendola finita con le chiacchiere mistificanti sull’“inevitabile necessità” e/o “luminose prospettive” della «globalizzazione» – e anche con il fittizio internazionalismo di cui “sinistri”, no-global e new-global & Co. hanno travestito la «globalizzazione» stessa, purché “diversa”, “gestita altrimenti”, etc. La «globalizzazione» è solo la fase attuale del capitalismo e nient’altro che questo; l’internazionalismo è tutt’altro, perché si fonda su rapporti fra popoli e paesi che avviano la fuoriuscita dal presente modo di produzione, e su rapporti che promuovono tale fuoriuscita; accettare un terreno diverso, vale a dire la «globalizzazione», significa solo accettare il terreno dato, la realtà presente, ed essere inglobati in essa, restandovi subalterni. 133 “questione dell’immigrazione” – e verrebbe risolta20. Il che andrebbe del tutto bene, ma non con lo «stato di cose presente». E, quindi, sarebbero possibili la dissoluzione e il riassorbimento in funzioni utili, nella società riorganizzata e trasformata, degli apparati statuali, eliminando il comando e controllo che adesso costituiscono21 – e, cosí, la rivitalizzazione del sistema dell’istruzione e formazione, ridando a esso un senso, la riconduzione dei media a quello che sono, cioè dei «mezzi» (di trasmissione e comunicazione di quanto “si dice” e “si fa”: ciò che altri, nella e dalla società, dicono e fanno, ivi compresa cultura e divertimento, e non ciò che i media stessi dicono e fanno), e che devono essere (e non i massicci agenti di manipolazione che adesso sono), e la ripresa – infine, dopo tanto lungo sgretolamento e degrado – della ricerca della costruzione della scienza effettiva, in tutti i campi … E cosí sarebbe possibile il deperimento, fino alla dissoluzione, dell’apparato della politica politicante, partitica e parapartitica, organico allo Stato: perché della politica, ricondotta al suo senso vero di gestione degli interessi comuni e complessivi del paese, se ne occupano i cittadini (e non i “professionisti”, né gli “addetti” specifici – detti «attivisti» o «militanti», arrivando fino agli «iscritti» a questo o quel raggruppamento, etc.) … Potrebbe, forse, essere utile ampliare e approfondire queste ultrasintetiche direttrici – ma, nel contempo, ciò appare anche inutile: infatti, non si tratta di fornire una sorta di “programma” già pronto, calandolo sulla testa della “gente” (questo è già stato fatto, ed è o fallito, o si è tradotto in tutt’altro), proprio perché ancora mancano quegli “insiemi” di persone che si decidono a pensare altrimenti, o almeno a imparare a farlo, e quindi a progettare “altro” e “oltre”, e a vedere come cominciare a metterlo in atto – ed è precisamente questo quello che manca, e che mette in discussione ogni prospettiva. 20 L’argomentazione sulla “questione” – che si sta sempre piú dilatando, anche come impatto sulla “gente” – prenderebbe troppo spazio, per cui si rimanda a M. Monforte, L’immigrazione (http://enoizapicname.wordpress.com/). 21 Compresa l’occupazione militare, estesa e capillare, del territorio attuata adesso dallo Stato, con le tante polizie e l’esercito «professionale», sotto il consueto pretesto della tutela dei cittadini e delle leggi, occupazione che non migliora né promuove lo sviluppo di società e individui, ma che ne accompagna la dissoluzione e il degrado, ed è volta all’organizzazione e imposizione del dominio. Peraltro, unicamente la rivitalizzazione e trasformazione sociale, nel contesto del mutamento della produzione, e della conduzione e gestione di questa e del complesso delle “cose”, possono condurre alla battaglia dalle radici contro la criminalità organizzata (che adesso si combina con la legalità ed è soltanto oggetto di compromessi, utilizzi e contenimento), fino alla sua estinzione. 134 Per fuoriuscire dal circolo senza sbocchi Allora, un altro circolo vizioso? Un altro ancora, che si aggiunge e si colloca nel tourniquet in cui ci troviamo? In certo senso, senz’altro sí: perché controllo e manipolazione funzionano. E dunque? Dunque non ci sono “ricette” già pronte, né sono possibili escamotages che permettano di aggirare il problema. Si può soltanto puntare sul fatto che già la ripetizione continua di “ciò che c’è” – ed è questo il presente, è questo lo «stato di cose presente» – si traduce via via in innovazioni peggiorative, quelle si situano nel tourniquet indicato, traducendo in atto le tendenze di fondo del “modo d’essere” del “sistema”. Ma proprio ciò significa che nella ripetizione ci può essere anche l’innovazione fattiva: procedendo dall’assunzione della consapevolezza del controllo e della manipolazione, e dalla volontà di rottura con questi, per incominciare – come punto di partenza – a percorrere il pensare altrimenti. Questo è possibile – ma non necessario. Bisogna operare per vedere se, da possibile, ciò possa diventare anche probabile, e – da qui – agire perché si concretizzi, aggregandosi e istallandosi. In altri termini, occorre operare perché si formino “grumi” di quella che abbiamo indicato come intelligenza critica collettiva, che si diano il loro spazio (sia mentale, di formazione e ricerca, sia materiale, come luogo e tempo di continuità): questa appare l’indispensabile partenza, che può sembrare “cosa da poco”, mentre, in effetti, è invece di decisiva importanza, in quanto già pone il germe dell’“altro” e “oltre” nel circolo dei circoli viziosi in cui affonda il presente. Se questo processo si potrà realizzare, non lo si può dire adesso. Può unicamente essere rimesso a coloro che riescono a intenderne l’esigenza – uscendo, già cosí, da quelle forme di controllo e manipolazione che sono costituite, anche, dalle presunte “scorciatoie”, nonché dal luogo comune per cui “ci vuole la pratica”22, e dagli 22 «Val piú la pratica che la grammatica», recita un vecchio adagio, il che è vero, ma quando la pratica è diretta da una consapevolezza sufficiente, altrimenti si situa solo in “ciò che c’è”, senza sbocchi realmente incisivi; e non bisogna neanche cadere nell’opposto complementare, quello della «grammatica» e basta, per cui si discetta all’infinito, senza costrutto, venendo anche cosí a ricadere in “ciò che c’è”, ugualmente senza sbocchi significativi. 135 sloganismi vari, dai leaderismi e neoleaderismi (per cui si troverebbe questo o quel personaggio, già “sulla scena”, o di recente “entrata”, o di new entry, che dovrebbe essere in grado di “risolvere le cose”), per non parlare dei tanti “menopeggismi”, delle svariate forme di nihilismo subalterno (che si riassumono, infine, nello stringersi sconsolati nelle spalle, nel “non si può far niente”, nell’“adattiamoci”), e quant’altro del genere. L’opera di parola e di scritto che si è condotta ha inteso, e intende, essere una spinta in direzione della costruzione di quanto occorre – ma che ancora non c’è. Stefano Isola e Mario Monforte 136