Registrazione al Tribunale di Velletri n. 9/2004 del 23.04.2004 - Redazione: C.so della Repubblica 343 - 00049 VELLETRI RM - 06.9630051 - fax 0696100596 - [email protected] Mensile a carattere divulgativo e ufficiale per gli atti della Curia e pastorale per la vita della Diocesi di Velletri -Segni Anno 6 - numero 9 (57) - Ottobre 2009
Giornata missionaria 2009:
“la missione della Chiesa e il suo servizio non
sono a misura dei bisogni materiali o anche
spirituali che si esauriscono nel quadro
dell’esistenza temporale, ma di una salvezza
trascendente, che si attua nel Regno di Dio”
In questo numero:
grandi temi
- Caritas in Veritate 2
Cap. II: Lo sviluppo umano del
nostro tempo
- 50 anni fa i diritti dei fanciulli
RU486: “il meglio di sè” dello
Stato ai bambini?
- Avanza l’usura - rischio
e sofferenze
Speciale Convegno
- Interventi di don D. Vitali,
Giovanni Loppa, mons. L. Vari,
don D. Valenzi, Sara Gilotta, S.
Fioramonti, D. e N. Tartaglione
Concilio Vaticano II
- Relazione dei laici con la
gerarchia
Educare oggi
- Il potenziale religioso del
bambino 2
- I diritti del fanciullo
- 2009-2010Anno
Sacerdotale / 2
- Maria Madre di tutti
i sacerdoti
- La meta del popolo di Dio:
l’Eucarestia
- Padre Italo Laracca,
sacerdote secondo il
cuore di Dio
Vocazioni
- L’obbedienza come regola
della vita e di ogni
percorso educativo
Caritas
- Giustizia dentro e fuori le
mura
Ottobre
2009
2
“La sfida educativa”
Ecclesia in cammino
Bollettino Ufficiale per gli atti di Curia
Mensile a carattere divulgativo e ufficiale per gli atti
della Curia e pastorale per la vita della
Diocesi di Velletri-Segni
? Vincenzo Apicella, vescovo
Se un’impressione è rimasta del Convegno
diocesano da poco concluso è quella di un
“pensare positivo” riguardo al tema dell’educazione,
diventato, non da oggi, il punto focale della
riflessione ecclesiale a tutti i livelli, dal Magistero
di Benedetto XVI a quello dei vescovi italiani,
dai progetti pastorali di diocesi e parrocchie
agli incontri di studio tra associazioni e movimenti. E’ di questi giorni la pubblicazione di
un volume dal titolo “La sfida educativa”, edito dal Comitato per il progetto culturale della CEI, in cui si tenta un approccio non settoriale al problema, cercando di offrire oltre
che un “rapporto” anche una “proposta” e alcuni orientamenti per i vari ambiti in cui si vive
il rapporto educativo.
Da parte nostra, ci siamo limitati ai due aspetti fondamentali dell’educazione alla fede nella famiglia e nella catechesi parrocchiale, con
la relazione di Luigi Accattoli, che ci ha mostrato, attraverso il racconto della sua esperienza,
come sia concretamente possibile realizzare l’impegno che una coppia cristiana ha assunto il giorno del proprio matrimonio e del battesimo dei propri figli e con la riconsegna alle
nostre comunità del Documento base per il
rinnovamento della catechesi, che, a quasi
quarant’anni dalla sua pubblicazione, attende ancora di essere pienamente attuato.
Chi ha toccato, comunque, il punto nodale
della questione è stata indubbiamente
Paola Bignardi, che, invitandoci a richiamare
alla memoria i nostri educatori, ha tracciato le linee essenziali di chi è chiamato oggi
a svolgere un compito così decisivo.
Si tratta proprio di una chiamata, anzi, per
essere più diretti, di una vocazione, inscritta nell’atto stesso con cui il Signore ci affida i suoi figli, poiché fondamentalmente è
solo Lui a dare la vita, affinché, a loro volta, essi possano scoprire la loro vocazione.
Allora il rapporto educativo diventa una grande avventura umana, da vivere con passione
e coinvolgimento pieno, che assume le stesse caratteristiche della maternità: la cura e
il distacco, la dedizione gioiosa e la sofferenza.
E se nel passato tutto poteva sembrare più
facile per una più diffusa identità culturale,
non dobbiamo nemmeno dimenticare gli aspetti negativi da cui cerchiamo di uscire: il maternalismo, l’autoritarismo, i pregiudizi e le censure sociali, il senso di paura. Suggestivo è
stato l’identikit del nuovo educatore, che ci
è stato presentato anzitutto come una persona amante della vita, portatrice di una umanità realizzata, in grado di trasmettere serenità, gioia e pacatezza. In secondo luogo,
capace di relazioni profonde e di prendere
a cuore l’altro, comprendendone i pensieri
non detti o detti male, poiché la relazione è
più importante delle idee che si trasmetto-
no e dei nostri educatori ricordiamo soprattutto il bene che ci hanno voluto. Ma anche
uno che non teme di esercitare l’autorità, autorevole ma non autoritario, poiché credibile
e vero nella visione della vita che propone,
anche a costo di perdere consensi.
Inoltre, non eroe solitario, ma parte della comunità e sostenuto dalla comunità, in quanto
nella famiglia non si può educare se non insieme e così nella chiesa non si educa né per
delega né per iniziativa privata e personale; per questo è fondamentale una delle ultime espressioni del Documento base: “prima sono i catechisti e poi i catechismi; anzi,
prima ancora, sono le comunità ecclesiali.
Infatti, come non è concepibile una comunità cristiana senza una buona catechesi, così
non è pensabile una buona catechesi senza la partecipazione dell’intera comunità”.
Quindi l’educatore sa costruire alleanze con
gli altri che operano in ambiti diversi e, infine, è persona di speranza e, quindi, capace di pazienza, poiché sa di seminare per
il futuro.
Ho tenuto a riportare queste note, perché in
questi giorni mi è capitato di leggere il messaggio che Benedetto XVI ha inviato ai sacerdoti che stanno svolgendo un corso di esercizi spirituali ad Ars in occasione dell’Anno
sacerdotale e, con mia sorpresa, vi ho riscontrato le stesse espressioni, quasi alla lettera.
Il Papa parla del prete proprio come “uomo
di speranza” e “uomo che guarda al futuro”:
“Il sacerdote, certamente uomo della Parola
divina e del sacro, deve oggi più che mai essere uomo della gioia e della speranza. Agli uomini che non possono concepire che Dio sia
puro amore, egli dirà sempre che la vita vale
la pena di essere vissuta e che Cristo le dà
tutto il suo senso…Il sacerdote è l’uomo del
futuro, è colui che ha preso sul serio la parola di Paolo: ‘se dunque siete risorti in Cristo,
cercate le cose di lassù’ (Col.3,1)”. Appare
allora evidente che, quando si parla di compito educativo, noi preti dobbiamo sentirci coinvolti in prima persona e che gli sviluppi del
Convegno diocesano dipendono in larga parte proprio da noi, che in questo anno siamo
invitati a riscoprire la grandezza e la bellezza
della nostra vocazione.
Non per nulla la prima sera del Convegno
ci è stata provvidenzialmente proclamata una
delle prime frasi della lettera che Paolo scrisse al discepolo Timoteo, preceduta da quella che ci è stata ricordata da Luigi Accattoli:
“Mi ricordo infatti della tua fede schietta, fede
che fu prima in tua nonna Lòide, poi in tua
madre Eunìce e ora, ne sono certo, anche
in te. Per questo motivo ti ricordo di ravvivare il dono di Dio che è in te per l’imposizione delle mie mani” (2Tim.1,5-6).
Direttore Responsabile
Don Angelo Mancini
Collaboratori
Stanislao Fioramonti
Tonino Parmeggiani
Gaetano Campanile
Roberta Ottaviani
Proprietà
Diocesi di Velletri-Segni
Registrazione del Tribunale di Velletri n. 9/2004 del
23.04.2004
Stampa: Tipolitografia Graphicplate Sr.l.
Redazione
C.so della Repubblica 343
00049 VELLETRI RM
06.9630051 fax 96100596
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A questo numero hanno collaborato inoltre:
S.E. mons. Vincenzo Apicella, S.E. mons. Andrea M. Erba,
mons. Luigi Vari, Costantino Coros, don Dario Vitali, mons.
Franco Risi, mons. Franco Fagiolo, don Cesare
Chialastri,
don Claudio Sammartino, don Marco
Nemesi, don Daniele Valenzi, Luigina Ruffolo, Giogio Innocenti,
N. e D. Tartaglione, Antonio Galati, Fabricio Cellucci,
Mara Della Vecchia, Pier Giorgio Liverani, Antonio Venditti,
Ilaria Spigone, Marcello Schiavetta, Sara Gilotta, Sara
Calì, Valentina Fioramonti, P. Giovanni Tomasi, Luciano
Gottardo, Ass. Culturale il Trivio, Alessandro Ippoliti, Federica
Colaiacomo, Paolo Tomasi, Giovanna Loppa .
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Cristo in casa di Marta e Maria, 1654,
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Stanislao Fioramonti
Nella “Populorum Progressio”
papa Paolo VI intendeva per sviluppo l’ obiettivo di far uscire i popoli da fame, miseria, malattie
endemiche, analfabetismo; di
partecipare al processo economico
internazionale; di evolvere verso
società istruite e solidali; di consolidare democrazie in grado di
assicurare libertà e pace.
Quanto oggi quelle aspettative sono
state soddisfatte? Avere come abiettivo solo il profitto e non il bene
comune rischia di distruggere la
ricchezza e di creare povertà.
Sviluppo per molti popoli c’è stato, che ha tolto dalla miseria miliardi di persone, ma persistono distorsioni e problemi drammatici, aggravati dalla attuale crisi. La complessità dell’attuale situazione
economicarichiede una nuova sintesi umanistica, è occasione di discernimento e di nuova progettualità. Lo sviluppo attuale è policentrico
ed ha molteplici cause e responsabili. La linea povertà/ricchezza
non è più netta come in passato; cresce la ricchezza mondiale assoluta ma aumentano le disparità: sacche
di povertà nuove nei paesi ricchi, gruppi di supersviluppo in aree povere, continuano le disuguaglianze
scandalose, la corruzione, l’illegalità, il non rispetto dei diritti umani, la dispersione degli aiuti internazionali. Nei paesi ricchi esistono forme
eccessive di protezione della conoscenza, in quelli poveri comportamenti sociali e culturali che frenano lo sviluppo. Molte regioni si sono evolute, ma lo sviluppo non può essere solo economico e tecnologico, deve essere vero e integrale.
Finiti i blocchi contrapposti (comunismo/occidente),
occorreva una riprogettazione globale dello sviluppo, realizzata solo in parte. La “Populorum
Progressio” assegnava un compito centrale ai
poteri pubblici, ma il nuovo contesto economico-finanziario ha modificato il potere politico degli
stati; occorre dunque riconsiderare ruolo e poteri, e una più diretta partecipazione dei cittadini
alla cosa pubblica. Il mercato ha stimolato nuove competizioni tra stati, e questo ha portato a
una riduzione delle reti di sicurezza sociale; le
organizzazioni sindacali hanno maggiori difficoltàa
difendere gli interessi dei lavoratori, tanto che
anche oggi è valido l’auspicio della “Rerum Novarum”
a formare associazioni di lavoratori per la difesa dei propri diritti. Mobilità e deregolamentazione rendono incerte le condizioni di lavoro, con
difficoltà personali (instabilità psicologiche) e socia-
li (difficoltà a progettare il proprio futuro, il matrimonio ecc.). La disoccupazione dilagante
aggrava tali difficoltà, quando invece il primo capitale da salvaguardare e valorizzare è la persona nella sua integrità. Sul piano culturale, la attuale maggiore interazione culturale e l’accresciuta mercificazione degli scambi culturali porta a
due pericoli: l’eclettismo culturale spesso acritico e il relativismo culturale, da un lato, e dall’altro l’appiattimento culturale con l’omologazione
dei comportamenti. Tutto concorre a separare
la cultura dalla natura umana. Eliminare la fame
nel mondo è divenuto il traguardo da perseguire
per salvaguardare la pace e la stabilità del pianeta. Ma essa, sottolinea il papa, dipende non
tanto da scarsità materiale, quanto da scarsità
di risorse sociali e istituzionali. Occorre eliminare
le cause strutturali del sottosviluppo agricolo di
molti paesi, coinvolgendo le popolazioni locali
nelle scelte e decisioni. Alimentazione e accesso all’acqua sono infatti diritti universali di tutti,
senza distinzioni né discriminazioni. Il rispetto
della vita non va disgiunto dalle questioni dello sviluppo. Povertà = elevata mortalità infantile, ma molti governi continuano con pratiche di
controllo demografico (contraccezione, aborto!);
nei paesi ricchi abbondano leggi contrarie alla
vita, spesso proposte come segno di progresso culturale; alcune ONG lavorano per l’aborto
e la sterilizzazione, collegandovi spesso gli aiuti allo
sviluppo; è in aumento il
numero dei paesi che legalizzano o aspirano alla
eutanasia. E invece l’apertura alla vita è al centro del
vero sviluppo. Anche negare il diritto alla libertà religiosa ha a che fare con lo
sviluppo, sia perché le
guerre religiose (che spesso mascherano ben altre
ragioni) sono violenze che
frenano la crescita (vedi ad
es. il terrorismo fondamentalista), sia perché la promozione programmata dell’indifferenza religiosa e
dell’ateismo pratico contrasta
con le necessità dei popoli. Dio è il garante dello vero
sviluppo dell’uomo. Per la
promozione del vero sviluppo
de popoli occorre far interagire i diversi livelli del sapere umano: il fare è cieco senza il sapere, e il sapere è
sterile senza l’amore. La carità nella verità richiede prima di tutto di conoscere e
di capire, ma le conclusioni scientifiche non possono indicare da sole le
vie dello sviluppo, devono andare insieme all’amore, che non è in contraddizione con la ragione. Dunque valutazioni morali e ricerca scientifica devono crescere insieme, animate dalla carità. Può essere utile a questo cammino la dimensione interdisciplinare della dottrina sociale della Chiesa. La chiusura della scienza alla metafisica non aiuta invece il vero sviluppo integrale. Le soluzioni nuove dello sviluppo moderno
devono partire da due punti fermi: le scelte economiche non aggravino le differenze di ricchezza,
e l’accesso e il mantenimento del lavoro siano
l’obiettivo prioritario. I costi umani sono sempre
anche costi economici, e l’insicurezza strutturale genera spreco di risorse umane. Occorre
una nuova riflessione sul senso e sui fini dell’economia e una revisione profonda dell’attuale modello di sviluppo, responsabile di danno ecologici e soprattutto di crisi cuturale e morale dell’uomo. Il progresso resta dunque un problema
aperto, aggravato dalla crisi, con aree del pianeta ancora in miseria. Occorrerà facilitare ai paesi poveri l’accesso ai mercati, decolonizzare in
tutti i sensi, dare spazio all’etica per governare
e orientare i processi di interdipendenza planetaria
(cioè di globalizzazione).
(continua)
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Ottobre
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I
al bambino che deve nascere. E nell’art. 24, comma 2, lettera D, il delegato inglese riuscì a evitare che, alle «misure appropriate» da prendere
«per garantire appropriate cure mediche pre e post
natali alle madri» si aggiungesse «e ai loro figli».
Fu rigettata anche una richiesta ufficiale
dell’Intergruppo “Famiglia” del Parlamento
Europeo al Presidente dell’Assemblea generale
e al Segretario Generale dell’Onu: quella proposta,
che si basava su due risoluzioni del medesimo
Parlamento, chiedeva di precisare che «dev’essere considerato bambino ogni essere umano fin
dalla fecondazione». Del resto tutto ciò era già
esigito, per coerenza, sia dal terzo punto del Preambolo
della Dichiarazione poco fa ricordato e riportato
nei “Considerando” che precedono il testo, sia dal
primo articolo della Convenzione, secondo cui «bambino/a è ogni essere umano al di sotto del 18°
anno di età». Nonostante molti aspetti positivi riguardanti i bambini già nati, il risultato – come scrisse sull’Avvenire del 23 agosto 1989 l’allora Presidente
del Movimento per la Vita italiano avv. Francesco
Migliori – fu che quella solenne Carta divenne «una
convenzione dei diritti degli adulti e degli Stati sui
bambini e contro i bambini». Una definizione che
ben si attaglia anche alla italiana legge 194, che
riconosce il diritto degli adulti di uccidere i figli in
grembo alle madri con interventi sia chirurgici sia
chimici. Parliamo della RU-486, di cui – mentre
scrivo queste note il giorno della memoria della
Beata Vergine Maria Addolorata – sembra che il
Parlamento si proponga di discutere l’autorizzazione all’uso decisa dall’Aiof, l’Agenzia Italiana del
Farmaco, esaminandone anche gli aspetti pericolosi almeno per la salute delle donne. E bisogna aggiungere che, per lottare contro l’Aids, l’Unesco,
che potrebbe essere definito il braccio culturale
ed educativo dell’Onu, sta pubblicando un libello sull’educazione sessuale dei bambini dai 5 anni
in su: a questa età insegnare loro come e dove
toccarsi e toccare; a 9 anni la contraccezione, a
12 «il diritto di accesso all’aborto» e, a 15, a farsi promotori tra i coetanei del «diritto a un aborto sicuro». Insomma, sembra proprio che si debba dire che la negazione di ogni valore e di ogni
diritto dell’infanzia, la banalizzazione della sessualità tra i bambini e la RU-486 - adottata questa in Italia proprio nell’imminenza della duplice
ricorrenza ricordata - sono, per stare al linguaggio della travisata Dichiarazione, il «meglio» di
quanto gli Stati possano e debbano dare di sé
all’infanzia. In questa oscura modernità una luce
viene, come sempre, dalle parole di Benedetto
XVI al Congresso Mondiale dei Farmacisti
Cattolici (Poznan, Polonia, settembre) sui prodotti
farmaceutici abortivi e anticoncezionali e a quelli in grado di favorire l’eutanasia: «Non è possibile anestetizzare le coscienze, ad esempio, sugli
effetti di molecole che hanno come fine di evitare l’annidamento di un embrione o di abbreviare la vita di una persona. I farmaci svolgano veramente il loro ruolo terapeutico».
Pier Giorgio Liverani
l 20 del prossimo mese di novembre,
venerdì, cadrà un duplice importante
anniversario, cui ben pochi, almeno in
Italia, presteranno attenzione. Per questo motivo il Movimento per la Vita sta preparando alcune importanti iniziative. Perché importante, perché trascurato e perché va, invece, ricordato?
Semplicemente perché sarà l’anniversario di due
documenti che, anche se non immuni da serie
critiche, esprimono tuttavia molti contenuti positivi, che andrebbero tenuti presenti e attuati. Il primo documento è la “Dichiarazione dei Diritti del
Fanciullo”, pensata per la prima volta nella storia appositamente per i bambini e approvata all’unanimità dall’Assemblea generale delle Nazioni
Unite il 20 novembre 1959 come completamento della “Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo”
del 10 dicembre 1948. Il secondo è la “Convenzione
Internazionale sui diritti dell’Infanzia”, approvata
anch’essa con voto unanime dall’Onu, che, trent’anni dopo (1989), avrebbe dovuto dare ulteriori contenuti e forza alla Dichiarazione, ma che in
realtà lasciò le cose come stavano, vale a dire
che lasciò assai deboli le garanzie reali di quei
diritti che solennemente affermava impegnandone
i firmatari e addirittura nulle, nei fatti, quelle per
i diritti dei bambini non ancora nati: in altre parole, soprattutto la Convenzione, come dirò tra poco,
tradiva almeno in parte se stessa e la Carta che
l’aveva preceduta. Quest’ultima – la Dichiarazione
– è, infatti, composta di un Preambolo, che espone i fondamenti etici su cui si basa, e di dieci “Princìpi”,
che proclamano i diritti del fanciullo (per le Nazioni
Unite è fanciullo chi ha meno di 18 anni). Qui, però,
preme sottolineare soprattutto tre punti del
Preambolo: il primo richiama «i diritti fondamentali dell’uomo, la dignità e il valore della persona umana», il terzo afferma che «il fanciullo, a
causa della sua immaturità fisica e intellettuale,
ha bisogno di una particolare protezione e di cure
speciali e in particolare di una adeguata protezione giuridica, sia prima che dopo la nascita»;
e l’ultimo ricorda che «l’umanità ha il dovere di
dare al fanciullo il meglio di se stessa». Belle parole davvero meritevoli di applicazione: peccato, però,
che tutte le legislazioni che riconoscono il diritto
di aborto violino i questi punti fondamentali della Dichiarazione. Infatti, appena vent’anni dopo,
quando l’Onu proclamò il 1979 “Anno Internazionale
del Fanciullo”, tanto l’apposito Comitato costituito in Italia per propagandare quell’ “Anno”, quanto l’Unicef, ovvero il Fondo delle Nazioni Unite
per l’Infanzia, distribuirono volantini, pieghevoli
e altro materiale in cui il testo del documento era
stato accuratamente censurato: i cinque punti del
Preambolo erano stati fatti sparire, affinché non
apparisse il diritto del bambino a una protezione
speciale e soprattutto giuridica anche prima della nascita. Il Parlamento italiano, del resto, giusto l’anno precedente (1978) aveva approvato –
violando la Costituzione – la legge che legalizzava l’aborto. Era questo «il meglio di se stesso»? Altri dieci anni dopo, nel 1989, mentre si elaborava il testo della “Convenzione”, fu impossibile ottenere che, nell’art. 6, comma 1 («Gli Stati
Parti alla presente Convenzione riconoscono che
ogni bambino ha l’inalienabile diritto alla vita») si
specificasse che questo diritto appartiene anche
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IL R IN NOVAMENTO D ELLA CATECH ES I :
una rilettura in chiave di recezione.
Don Dario Vitali*
In teologia, oggi, uno dei temi più ripetuti è quello della recezione. Il termine sta a indicare l’esito, ma anche
il processo di accoglimento da parte del Popolo di Dio
di una dottrina o di una prassi ecclesiale. In questa
prospettiva, si parla insistentemente di recezione del
concilio. Dopo un primo periodo di attuazione del concilio, condotto in prima linea dalla gerarchia della Chiesa,
l’approccio è stato rovesciato, e la domanda che si
è imposta è la seguente: se e quanto le decisioni conciliari, la figura di Chiesa disegnata dai padri sono penetrate nel vissuto del Popolo di Dio. La questione sul
tappeto è la ricerca dei motivi per cui la proposta conciliare abbia o non abbia trovato accoglienza presso
il Popolo di Dio, ma anche perché i termini della proposta siano stati compresi o non compresi o diversamente compresi da quanti erano chiamati ad accoglierla. Allo stesso modo, si può parlare di recezione
del documento-base.
La verifica non è di poco conto, perché Il Rinnovamento
della Catechesi costituisce uno degli snodi fondamentali
della vita ecclesiale in Italia, trattandosi del progetto
catechistico che ha determinato un cambio profondo – radicale – nella vita delle comunità cristiane.
Consegnato alla Chiesa italiana nel 1970, a soli cinque anni dalla chiusura del concilio, il documento segna
uno spartiacque nell’azione ecclesiale di trasmissione della fede.
1.Il superamento del Catechismo di Pio X
Per misurare il cambiamento, basta confrontare le proposte del documento-base con il modello di catechesi
precedentemente praticato. La differenza tra i due metodi può essere riassunta con una formula: fides qua
più che fides quae. Con fides quae la teologia manualistica indicava i contenuti della fede, le verità da credere, mentre con fides qua indicava l’atteggiamento
personale con cui si aderisce a Dio che rivela.
Il catechismo di Pio X insisteva sulla fides quae. Il metodo collaudato di domanda-risposta produceva una conoscenza mnemonica che assicurava un’alfabetizzazione
minima nelle cose della fede. Anche qui, però, ci si
limitava a richiedere unicamente un compendio, stralciato dal Catechismo Maggiore, un’opera di grande
L’intervento di Paola Bignardi
respiro che prendeva in considerazione tutti gli aspet- la carità. Si tratta di una prospettiva di tutto rispetto,
ti della vita cristiana, dalla dottrina alla morale alla litur- capace peraltro di mettere in gioco tutti i principi fongia alla preghiera, proposti con il linguaggio tecnico damentali della vita teologale. Perché allora non condella teologia manualistica. Il presupposto che giu- tinuare in questa direzione? Per almeno due motivi.
stificava quel metodo era che la memorizzazione coin- Uno di carattere antropologico: la crescita a dismisura
cidesse con l’interiorizzazione: le verità di fede, per del soggettivismo nella coscienza dell’uomo contemporaneo
il fatto di essere conosciute (senza pensare che sape- ha rotto l’unità di Verum, Pulchrum, Bonum. Per l’uore una cosa a memoria non significa ipso facto cono- mo del passato la Verità coincideva con la Bellezza
scerla), diventavano principio e fondamento di una e con il Bene; ma dove esistono molte verità, o dove
vita di fede. A nessuno sfuggirà che il passaggio non la verità è relativa, la bellezza diventa soggettiva (non
è obbligato e si svolge sul registro della possibilità: si dice forse che non è bello ciò che è bello, ma è
anche qui credere è un atto di adesione libera del- bello ciò che piace?) e soggettivo il bene, spesso ridotl’intelletto e della volontà alla forza risplendente del- to a proiezione dei propri desideri o capricci.
la verità. Ma il punto su cui si insisteva era, appun- L’importanza data dalla psicologia del profondo agli
to, la Verità, che si offre a chi la accolga senza pre- aspetti emozionali e inconsci dell’esistenza ha fatto
clusioni o pregiudizi. Si capisce in questa direzione il resto: le tre dimensioni che strutturano l’uomo – raziol’insistenza sulla grandezza della verità cattolica, che nale, volitiva, emozionale – sono oggi del tutto disportava peraltro a sminuire e condannare
qualsiasi altra proposta, venisse dai noncattolici, dai non-cristiani o dai non-credenti. Gli altri erano quelli che non possedevano la Verità, di cui solo la Chiesa
cattolica era depositaria: una forma di esclusivismo religioso, che ben si riassumeva nell’idea che fuori della Chiesa non
si desse salvezza, come recitava l’adagio, «extra Ecclesiam nulla salus».
Metodo e contenuti del Catechismo di
Pio X rimandano direttamente all’idea di
Rivelazione proposta dal concilio Vaticano
I (1869-70): contro gli errori del tempo
Da sinistra il Vescovo Mons. Apicella e Luigi Accattoli
– soprattutto fideismo e razionalismo –
la costituzione dogmatica Dei Filius proponeva una concezione della Rivelazione come insie- articolate e, sviluppandosi separatamente, non
me di verità da credere – il deposito della fede – in garantiscono un passaggio armonico da una dimensione all’altra, con il rischio serio di non pervenire mai
ragione dell’autorità di Dio che
le ha rivelate. Ecco i termini con cui la costituzione a un’accettabile maturità umana, men che meno a
dogmatica fissa l’idea di rivelazione e quello corrispondente una maturità di fede. È singolare che i grandi movidi fede: «è piaciuto alla sua sapienza e bontà rivela- menti ecclesiali del post-concilio privilegino – in linea
re se stesso al genere umano, nonché gli eterni decre- con questo stato di cose – chi l’aspetto emozionale,
ti della sua volontà. […] È grazie a questa divina rive- chi quello razionale, chi quello della volontà. Se poi
lazione che tutti gli uomini possono, nella presente si pensa che gli stili di vita attuali stimolano a dismicondizione del genere umano, conoscere facilmen- sura la dimensione emozionale e quella intellettiva,
te, con assoluta certezza e senza alcun errore, ciò ma lasciano la volontà allo stato embrionale, si capiche delle cose divine non è di per sé inaccessibile sce come la conoscenza delle verità di fede non implialla ragione. Non è tuttavia per questo motivo chi necessariamente una loro attuazione nella vita.
che la Rivelazione deve essere detta assoluta- Il secondo motivo è squisitamente teologico: l’impomente necessaria, ma perchè Dio, nella sua infi- stazione pedagogica del Catechismo di Pio X, costruinità bontà, ha ordinato l’uomo a un fine sopran- ta sulla teologia della Rivelazione elaborata dal Vaticano
naturale, affinché partecipi ai beni divini che supe- I, non è più
rano del tutto le possibilità dell’umana intelligenza» pensabile nel
(Dei Filius, cap. 2). In corrispondenza di questa quadro interdescrizione, la fede si specifica come «piena sot- pretativo della
tomissione della nostra intelligenza e della nostra Rivelazione prodal
volontà» a Dio che si rivela (Dei Filius, cap. 3). posto
Il presupposto antropologico che sta dietro tali Vaticano II. Nella
idee è l’unità della persona a partire dall’aspet- costituzione dogto cognitivo: la volontà desidera quel bene che matica Dei
la ragione vede come tale. Trasposto sul piano Verbum l’idea
della vita teologale, il dinamismo è del tutto coeren- portante non è
te: la fede conosce quelle verità che rivelano il più Dio che rivebene desiderato dalla speranza e posseduto dal- la, per cui la fede
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è anzitutto accettazione di un sistema di verità da credere, ma Dio che si rivela, per cui la fede si qualifica
come un rapporto di alleanza tra Dio e l’uomo. In evidenza non è il depositum fidei, ma la relazione: di Dio
con l’uomo e dell’uomo con Dio. Ecco il testo della
Dei Verbum sulla Rivelazione: «Piacque a Dio, nella
sua bontà e sapienza rivelare se stesso e far conoscere il mistero della sua volontà, mediante il quale
gli uomini per mezzo di Cristo, Verbo fatto carne, nello Spirito santo hanno accesso al Padre e sono resi
partecipi della natura divina.
Con questa rivelazione, infatti, Dio invisibile parla agli
uomini come ad amici e si intrattiene con essi, per invi-
Luigi Accattoli espone la sua relazione
tarli ed ammetterli alla comunione con sé» (DV 2).
La conseguenza è che la fede non può consistere anzitutto in un’adesione intellettuale alle verità di fede, ma
è un atto esistenziale, che implica tutta la persona in
una relazione con Dio, descritto da DV 5 come «obbedienza della fede»: «A Dio che rivela è dovuta l’obbedienza della fede, con la quale l’uomo si abbandona tutto a Dio liberamente, prestando “il pieno ossequio dell’intelletto e della volontà a Dio che rivela” e
assentendo volontariamente alla rivelazione data da
lui».
2. Il Rinnovamento della Catechesi
Il RdC è il documento che «traccia le grandi linee del
“quadro” entro cui collocare con i nuovi catechismi la
rinnovata azione pastorale» (Presentazione, p. 12).
I quali trovano in questo documento i criteri che ne
hanno guidato la stesura, e che devono guidarne anche
la lettura. «Se vogliamo cogliere le caratteristiche e
la funzione propria di questo documento, potremmo
dire – asseriva mons, Carlo Colombo nella
Presentazione – che è una sintesi ordinata di principi teologico-pastorali, ispirati al Vaticano II e al magistero della Chiesa, autorevolmente proposti dall’episcopato italiano all’intera comunità, per guidare e stimolare l’armonico sviluppo della catechesi, per verificarne esigenze e orientamenti nell’attuale momento pastorale, per offrire chiare direttive alla compilazione e all’accoglienza dei nuovi catechismi»
(Presentazione, 12). Lo dice espressamente il documento, nella Conclusione: «Questo documento
pastorale sul rinnovamento della catechesi in Italia,
risultato di lunga e diligente
riflessione, nulla ha risparmiato pur di far
nascere ogni
sua affermazione dallo spirito del Concilio
e per inserirsi
fedelmente nella nostra attualità religiosa.
Per questo ha fatto ricorso a vasta collaborazione e
ad una consultazione che ha interessato tutte le Chiese
locali. Si è andato così delineando un orientamento
pastorale, cui l’Episcopato italiano – guida responsabile
in ogni fase della comune riflessione – non ha esitato ad attribuire dignità di documento magisteriale; il
suo valore sta nell’indicare autorevolmente la strada,
senza tuttavia arrestare la ricerca» (n. 199). Basterà
una scorsa veloce all’indice per rendersi conto della
novità sia del metodo che dei contenuti. Il documento si articola in 200 numeri, distribuiti in 10 capitoli.
1. La Chiesa e il ministero della Parola: si tratta del
capitolo fondativo, non solo perché è il primo, ma perché riformula il tema della catechesi proprio sulla concezione di Rivelazione proposta dalla Dei Verbum. La
Chiesa è descritta da subito come comunità profetica, chiamata a testimoniare il mistero di Dio in Cristo:
«Questo è il mistero di cui la Chiesa ha esperienza,
il messaggio di cui resta sempre discepola, custode
e interprete; ad esso dà perenne testimonianza nella storia, pregustando e preannunciando la pienezza di vita nell’eternità» (n. 7). Da come Dio ha parlato agli uomini la Chiesa deduce anche le condizioni
di trasmissione della fede: «Nell’esercizio della sua
missione, la Chiesa si lascia guidare dalla pedagogia di Dio» (n. 15), non proclamando «un’astratta ideologia, ma la Parola che si è fatta carne in Cristo» (n.
16), confrontando «con la parola e con il disegno di
Dio le realtà mutevoli della storia, per interpretarle e
giudicarle alla luce del medesimo Spirito, secondo le
esigenze del Regno di Dio che viene. In tal modo il
messaggio rivelato mantiene la sua integrità e viene
proclamato sempre vivo a tutte le generazioni» (n. 16).
Di qui l’idea di un itinerario di fede, in cui si manifesta il carattere ecclesiale dell’esistenza cristiana: «lungo il cammino della fede, nessuno è solo» (n. 17).
2. Le principali espressioni del ministero della Parola:
appare qui il multiforme esercizio della missione profetica della Chiesa, descritto attraverso le principali espressioni del ministero della Parola: l’evangelizzazione, la
predicazione liturgica, la catechesi, la testimonianza
di vita.
3. Finalità e compiti della catechesi: l’elenco delle finalità permette di intravedere il profilo dei destinatari della catechesi, cristiani maturi perché capaci di una mentalità di fede, di una conoscenza sempre più profonda e personale del mistero di Dio, di una partecipazione alla vita ecclesiale, di una mentalità profondamente universale, capace di dialogo con gli altri cristiani, con i membri di tutte le religioni, con ogni uomo,
di una vera integrazione tra fede e vita.
4. Il messaggio della Chiesa è Gesù Cristo: il centro
vivo della catechesi è Gesù di Nazareth, la sua vita,
la sua persona, la sua predicazione e missione, soprattutto il suo mistero pasquale. Non un sistema di verità, quindi, ma la Verità fatta persona, colui che
è sempre vivo e presente nella sua Chiesa
mediante il dono del suo Spirito. «La
fede in Gesù Cristo, come Capo e Signore
della nuova creazione, è la proposta
essenziale soprattutto per l’uomo moderno. In Gesù Cristo egli può sentirsi solidale con tutta la storia, con tutti gli uomini, con tutto il mondo. Nessuno dei
suoi onesti impegni temporali è vano.
Egli sa di partecipare, con semplicità e lealtà, al movimento che, in virtù di Cristo, redime tutta la creazione e tende a sollevarla alla pienezza di Dio» (n. 67). Così la catechesi
è soprattutto una scuola di discepolato, un esercizio che approfondisce
le ragioni della sequela.
5. Per una piena predicazione del messaggio cristiano:
il capitolo formula i criteri per una esposizione integrale e sistematica del messaggio cristiano, e indica
gli elementi essenziali del messaggio cristiano,
imprescindibili per una catechesi che formi all’integralità
della vita cristiana. Anzitutto, la catechesi è descritta
come un atto di comunicazione, che non può esaurirsi nell’esposizione dei contenuti della Rivelazione:
senza attenzione al linguaggio ma anche ai destinatari della catechesi, senza obbedienza allo Spirito che
è il soggetto trascendente della catechesi come di ogni
espressione del ministero della Parola, l’atto comunicativo rischia di svuotarsi. Gli elementi essenziali del
messaggio di Cristo sono formulati poi in modo da
descrivere le tappe di un vero e proprio itinerario di
fede: 1) Gesù Cristo introduce nel mistero di Dio, Padre,
Figlio e Spirito Santo; 2) Gesù Cristo genera la Chiesa,
suo Corpo mistico e popolo di Dio; 3) Gesù Cristo fa
nuovo l’uomo mediante il dono del suo Spirito; 4) Il
messaggio di Cristo e i problemi della situazione storica dei fedeli; 5) Gesù Cristo conclude la storia della salvezza.
6. Le fonti della catechesi: com’è ovvio, il capitolo indica la Parola di Dio come fonte della catechesi, indicando poi i «luoghi» privilegiati del suo ascolto: 1) la
Sacra Scrittura, qualificata come anima e libro della
catechesi; 2) la Tradizione, come luogo vivo di incontro con la Parola di Dio; 3) la liturgia come espressione viva del mistero di Cristo; 4) le opere del creato, in quanto parlano di Dio.
7. I soggetti della catechesi. In verità, più che i soggetti (= chi fa catechesi), il capitolo descrive i destinatari (= chi riceve la formazione cristiana). Al riguardo, il documento formula tre precisi asserti: la catechesi 1) è destinata a tutti i fedeli; 2) deve raggiungere l’uomo nelle concrete situazioni della vita; 3) illumina tutte le età dell’uomo. Su questi presupposti, la
CEI ha elaborato, con un poderoso sforzo che ha coinvolto tanti operatori, i sei catechismi per la vita cristiana,
che abbracciano tutte le età della vita: l’infanzia, l’adolescenza, la giovinezza, l’età adulta.
8. La catechesi nella pastorale della Chiesa locale: il
documento, nel fissare le condizioni di una piena comunicazione della fede, non dimentica il «luogo» in cui
esso avviene e il canale attraverso cui è portato: la
Chiesa locale. In questa direzione, il capitolo prova
a delineare «la responsabilità dell’intera Chiesa locale in ordine alla catechesi», precisando i diversi compiti in ambito sia ecclesiale – a livello diocesano e parrocchiale – che civile.
9. Il metodo della catechesi: il capitolo disegna l’originalità del metodo catechistico, indicando la duplice
fedeltà alla Parola di Dio e alle esigenze concrete dei
fedeli.
10. I catechisti: a conclusione di tutto l’itinerario, il documento-base tratteggia la fisionomia apostolica
7
Ottobre
2009
e spirituale dei catechisti, precisando anche chi nella Chiesa assume questo compito, o in ragione della sua stessa funzione ecclesiale o per mandato della Chiesa: il papa, il vescovo, i presbiteri, i religiosi e
le religiose, i genitori, i laici. Ma il capitolo si chiude
con la precisazione che «ogni vero cristiano sa fare
catechesi».
3. Valutazioni conclusive
Qualche rilievo in conclusione, per rispondere alla domanda iniziale. Perché il documento-base, nonostante il
coinvolgimento di tanti operatori ad ogni livello e in
ogni ambito di competenza, con un dispiego di forze significativo, non ha conosciuto la recezione che
ci si attendeva? La prima impressione è che la proposta abbia seguito e patito l’andamento della recezione conciliare. Come quella, è stata entusiastica all’inizio e poi, a causa della vastità del progetto, ha segnato il passo: a un primo periodo di entusiasmo e di partecipazione diffusa, con grandi speranze di rinnovamento – là della Chiesa, qui della catechesi – è seguito un periodo di stanca e forse anche di delusione,
per i risultati contraddittori che la realtà andava manifestando.
Un altro parallelismo si può forse stabilire con il concilio sulla base di una semplice constatazione. Se la
grande massa dei vescovi che hanno partecipato al
Vaticano II e che hanno entusiasticamente sottoscritto
i suoi documenti lo avesse poi applicato nelle proprie
chiese, il processo di recezione del concilio sarebbe
stato meno tormentato e certamente meno condizionato
dai due opposti estremismi: quello del progressismo
che ha indebolito il legame con la Tradizione in nome
della novità a tutti i costi, e quello del tradizionalismo
che tenta di costringere la Chiesa al modello tridentino, nella pretesa che esprima l’intera Tradizione bimillenaria del cristianesimo. Ambedue gli eccessi sono
stati e sono possibili, perché è esistito e continua ad
esistere una maggioranza silenziosa, che ha taciuto e ha lasciato che le cose andassero come andassero, senza assumere posizione e senza esercitare
una responsabilità che avrebbe risparmiato alla Chiesa
tanta confusione e tante sofferenze. Certo, all’entusiasmo segue poi la disillusione, spesso anche il disimpegno. Forse troppi hanno creduto che bastasse
la promulgazione dei documenti – là le costituzioni,
i decreti, le dichiarazioni; qui il documento-base e i
vari catechismi – per rinnovare la Chiesa e la sua missione. Non per nulla il documento-base sentenziava
a chiare lettere: «la
esperienza catechistica moderna conferma
ancora una volta che
prima sono i catechisti e poi i catechismi; anzi,
prima ancora,
sono le comunità ecclesiali.
Infatti, come
non è concepibile una comunità cristiana
senza una buona catechesi,
così non è pensabile una buona catechesi
senza la partecipazione dell’intera comunità» (n. 200).
Per questo i
vescovi invitavano a un comune impegno nella realizzazione del progetto: «Nato nel cuore della comunità ecclesiale, il documento ritorna ora nel vivo della comunità ecclesiale; partecipa a tutti i frutti della
prima comune esperienza e sollecita una nuova comune maturazione. Ancora sotto la guida dei Vescovi,
con il servizio degli appositi organismi, con il contributo e l’opera di tutti, il documento apre le vie di un
rinnovamento che sia lievito di crescita nella fede dell’intera Chiesa italiana» (n. 199). Perché questo non
è accaduto nella misura sperata? Molti hanno indicato l’anello debole della trafila nei catechisti:
lo slogan ripetuto in fase di esecuzione del
progetto – «fatti i catechismi, bisogna fare
i catechisti» – rende bene il problema che
ha afflitto la trasmissione della fede: un catechismo per la vita cristiana domanda catechisti adulti nella fede, uomini e donne capaci di identità cristiana e di appartenenza ecclesiale, preparati sotto ogni punto di vista. E
questo non si improvvisa: ci vuole passione, ci vuole applicazione, ci vuole fede! Tuttavia
l’affermazione coglie solo parzialmente nel
segno: il nodo irrisolto sta più a monte, nella comunità, ripetutamente indicata come soggetto della catechesi. Perché non sono chiari i suoi compiti e perché – soprattutto – non
è chiaro il profilo di questo soggetto comunitario, e quindi non è chiaro il profilo ecclesiale del catechista. Cosa intende per comunità il documento-base? Qualsiasi gruppo o associazione nella Chiesa? La parrocchia? La diocesi? La Chiesa universale? A ben vedere, esiste un’incertezza di fondo
su questo punto che si riflette negativamente su tutto il progetto catechistico. È questa debolezza ecclesiologica che, a mio parere, ha inciso negativamente sul processo di recezione.
Né si tratta di una incertezza nella prassi ecclesiale,
che avrebbe disatteso un dettato chiaro del documento:
la difficoltà a precisare il profilo della Chiesa impegnata nella catechesi emerge dallo stesso documentobase. Nei primi capitoli abbondano le citazioni del Vaticano
II sul mistero della Chiesa come Popolo di Dio, corpo di Cristo, sacramento universale di salvezza. Ma
l’universalità rischia anche la genericità, se non vengono precisate competenze e responsabilità. Proprio
quando si vanno a fissare più da vicino questi aspetti, il documento-base perde in incisività.
Due esempi: nel cap. 10, sui catechisti, la Chiesa è
indicata ancora una volta come comunità profetica,
affermando che «la vita di fede nasce, si sviluppa e
raggiunge la sua pienezza mediante il concorso di
tutta la Chiesa, sotto la guida del magistero» (n. 182).
Ma tale concorso di tutta la Chiesa è risolto in chiave individuale, affermando che «ogni cristiano è responsabile della parola di Dio, secondo la sua vocazione
e le sue situazioni di vita, nel clima fraterno della comunione ecclesiale» (n. 183). Come a dire che la Chiesa
in quanto tale non è il soggetto della catechesi, ma
unicamente il luogo in cui i membri della Chiesa deputati a questa funzione la esercitano, naturalmente con
la maggior competenza possibile. Infatti, il documento
precisa ulteriormente che, «per una catechesi sistematica, la comunità cristiana ha bisogno di operatori qualificati» (n. 184). «Del resto, poiché i catechisti
operano in nome della Chiesa, devono sentirsi sostenuti dalla stima, dalla collaborazione e dalla preghiera
dell’intera comunità», precisa ancora il documentobase (n. 184). Ma queste sono manifestazioni di una
responsabilità più alta: è la Chiesa che chiama e manda i catechisti. Né basta a superare questo legame
debole tra catechista e comunità la precisazione che
«nella Chiesa, sacramento di unità, anche i vari mini-
steri si esercitano in comunione» (n. 190), soprattutto
se il criterio di comunione è quello gerarchico. Quando
il documento-base identifica i catechisti del popolo di
Dio, elenca in sequenza il papa, il corpo episcopale,
il vescovo nella sua diocesi, i presbiteri, i religiosi e
le religiose, i genitori, i laici: difficile sottrarsi all’impressione
che di fatto venga riproposta una concezione piramidale della Chiesa, dove tutto è già prefissato in responsabilità a scalare, che rendono di fatto irrilevanti e superflui gli ultimi anelli della trafila.
La riprova di questo rilievo sta nel cap. 8, sulla cate-
I delegati presenti in sala
chesi nella pastorale della Chiesa locale. Giustamente
il capitolo si apre con l’affermazione che «la catechesi
raggiunge gli uomini nel modo che è proprio dell’unica Chiesa di Cristo, la quale si fa presente ed opera in ciascuna Chiesa locale»: per il documento-base
«la Chiesa locale è il luogo in cui l’economia della salvezza entra più concretamente nel tessuto della vita
umana. Intorno ai Pastori, nella diocesi, si fonda, si
alimenta e si manifesta la vita del Popolo di Dio, perché ivi si celebra con tutta pienezza il mistero di Cristo.
Quanto più questo mistero è vissuto in tutte le sue
dimensioni, tanto più cresce il senso dell’unità della
Chiesa, che ha la sua espressione visibile nell’unica
parola, nell’unico sacrificio, nell’unica carità di Cristo»
(n. 142). Nulla da eccepire sui termini del discorso.
Che tuttavia è rimasto per lo più lettera morta a causa di un mancato protagonismo delle Chiese locali.
L’affermazione conciliare che la Chiesa universale esiste nelle e a partire dalle Chiese particolari (cfr LG
23), in una mutua interiorità delle due dimensioni, non
ha trovato la dovuta attenzione nel post-concilio, con
la conseguenza di consegnare le Chiese locali a una
debole coscienza di sé. Il fatto che oggi riemerga l’idea della diocesi come circoscrizione territoriale ecclesiastica, e non come la Chiesa una, santa, cattolica
e apostolica che vive in un luogo, è il segno evidente di una identità debole, che di fatto si esprime in
tutte le sue azioni, compresa la catechesi. Si capisce così la tendenza – sia a livello di diocesi che di
parrocchie – a un’applicazione di indicazioni e norme che provengono dall’alto, un’azione pastorale che
rischia di ridursi a
mera esecuzione, senza quel senso di partecipazione e di corresponsabilità che è
garanzia di successo
di ogni grande impresa, come si proponeva di essere Il rinnovamento
della
Catechesi.
* Docente alla P.U.G. di Roma
Ottobre
2009
8
Tu t t e l e p a r r o c c h i e s e n t o n o
come prioritario il compito di educare
Mons. Luigi Vari*
Il convegno diocesano, celebrato nei giorni 19,20
e 21 settembre ’09 nei locali del teatro Aurora di
Velletri, era nato da una constatazione e da un
desiderio. La constatazione: tutte le parrocchie sentono come prioritario il compito di educare. Il desiderio: risvegliare l’entusiasmo per questo compito importantissimo. Al dato positivo della consapevolezza del dovere educativo si affiancano
altri dati che non sono altrettanto positivi. Nei giorni del convegno si sono sentiti elencare spesso
questi dati che rendono esangue l’azione educativa
di molte comunità ed è inutile elencarli ancora, se
non per due elementi che sono tornati spesso: la
solitudine dei catechisti e degli educatori in relazione alla comunità in nome della quale operano
e la solitudine sperimentata, unitamente ad altri
impegnati nell’educazione, si pensi alla famiglia
ed alla scuola in relazione ad una cultura che non
si preoccupa dell’educazione. Sulla relazione dell’educatore con la comunità si è riflettuto molto con
l’aiuto del documento di base: “Il rinnovamento della Catechesi”. Qualcuno ha trovato obsoleto un
documento di quaranta anni fa, ma se esso è superato riguardo all’analisi sociologica che suppone,
non lo è per alcune intuizioni che lo caratterizzano. Il documento, infatti, ci suggerisce e oggi, più
che mai appare evidente, che la catechesi non si
può limitare alla trasmissione di verità, ma che essa
consiste nel fare delle esperienze di verità. Gesù
non dice mai: siedi e ascolta. Gesù dice: vieni e
vedi. Si comprende la difficoltà della trasmissione della fede quando non c’è niente da vedere,
e nello stesso tempo ci si meraviglia nel costatare che anche i segni più semplici spesso sono
sufficienti perché il seme attecchisca e dia frutto.
Tutto questo corrisponde alla dinamica stessa del-
la Parola di Dio che non cerca chi le dia ragione,
ma vuole chi la dichiari vera perché l’ha trovata
affidabile, affidabile nella vita. Si tratta della verità dell’amen: veramente Dio è fedele. La comunità è l’amen; senza il quale la trasmissione della fede diventa molto difficile. Restando su questo versante Dio stesso è custode della sua Parola
e veglia perché questo Amen possa essere pronunciato. Si ha l’impressione, e questo convegno
lo ha confermato, che quando si parla di comunità si pensa alle sue forme organizzative , alla
sua espressione sentimentale, alla sua dimensione
affettiva e per questo si parla di solitudine dell’e-
Luigi Accattoli
ducatore o del catechista. Se, però si pensa alla
comunità come all’Amen, cioè all’unione delle persone che sperimentano nella loro vita la fedeltà
di Dio e la raccontano, bisognerebbe stare attenti a insistere troppo su questo tema della mancanza
della comunità. La comunità è un fatto di fede: nella professione della fede si dice che si crede in
essa quando si afferma che si crede nella Chiesa.
Continuare a insistere troppo sul tema dei catechisti, degli educatori, dei parroci soli, rischia di
diventare una frase problematica dal punto di vista
della fede. Si tratta di cercare i segni della fedelcon cui la Chiesa dei nostri giorni è
chiamata a confrontarsi; animare la
speranza che può sostenerci: questi i frutti del nostro esserci fermati
per stare con Lui. Questo sostare
con Lui tuttavia, ce lo ricorda il vangelo, non deve assolutamente trasformarci in statue dallo sguardo estatico, ma deve
accendere in noi il fuoco vivo dello Spirito che ci porta a vivere l’inquietudine del non poter tacere tale
esperienza e ci rende capaci di raccontare la bellezza di questa sosta alla presenza di Colui che è
la nostra vita, non solo a chi cammina con noi o incontriamo sulla nostra strada, ma anche a quelli che,
distratti, camminano per altre vie o corrono in altre
direzioni, anche a quelli che, tristi, fanno fatica a camminare, anche a quelli che, stanchi, hanno smesso
di guardare avanti. Ci dà speranza, anche se esige
responsabilità, il fatto che non siamo stati noi, ma
Lui a sceglierci, è Lui, il Signore Gesù, che ci ha chiamati ed inviati ad annunciare fino agli estremi confini della terra l’avvento del suo regno, che proprio
nelle nostre comunità inizia ad essere visibile. Educare
è cosa di cuore! Bisogna essere innamorati, bisogna aver dato la vita ed il cuore, per poter raccon-
A proposito del Convegno pastorale:
Il Teatro Aurora
come il monte di Gesù
Don Daniele Valenzi*
“Salì poi sul monte, chiamò a se quelli che egli volle ed essi andarono da Lui. Ne costituì Dodici che
stessero con Lui e anche per mandarli a predicare…”
(Mc 3,13-15) “Tra Gesù, Signore risorto ed oggi vivente e noi, viandanti nel tempo e suoi commensali, Dio
propone la Chiesa come luogo dell’incontro. Essa
è il sacramento dell’incontro, a sua volta rifratto nei
sacramenti e nello stile di vita della comunità”. In questi giorni di incontro abbiamo fatto esperienza di una
delle più belle dimensioni del nostro essere Chiesa:
quella dell’essere stati convocati per stare con Lui.
Il nostro ritrovarci per ascoltare, accogliere e sostenere la vita e le storie delle nostre comunità parrocchiali;
rileggere le nostre esperienze alla luce delle parole
di testimoni semplici e coraggiosi che ci hanno dato
la possibilità di comprendere ancor meglio le realtà
tà di Dio, presenti anche nelle esperienze meno
ricche , qualche volta basta gettare lo sguardo oltre
i confini dell’istituzionale per trovare segni di Vangelo
e di comunità che sostengono e rendono efficace l’opera educativa. Il catechista espressione della comunità cristiana è una frase molto più complessa di quanto appare perché fa riferimento al
mistero dell’annuncio e della Chiesa. Sul versante
della relazione con la cultura odierna che mette
in difficoltà non solo la proposta educativa della
Chiesa, ma, in maniera spesso drammatica, anche
quella della scuola e della famiglia; ci sono state
alcune proposte ed esperienze molto utili. La prima indicazione è di non rinunciare a educare come
in questi anni sembra accadere nelle comunità cristiane e, come ha scelto di fare la scuola in occidente. La stessa famiglia deve riconquistare la sua
centralità e, per quanto riguarda la trasmissione
della fede, è necessario che si renda conto che
il ruolo essenziale dei genitori nella educazione
religiosa dei figli: spesso è stato sempre proclamato, ed oggi è necessario. L’indicazione, però
più significativa è quella che chiede strategie di
alleanza con tutti quelli che hanno a cuore l’educazione. Su questo versante c’è molta da fare in
termini di superamento dell’autoreferenzialità, quanto non si tratti di gelosia, che caratterizza il modo
di porsi nel campo dell’educazione. Formare, insieme con tutti quelli che lo vogliono, degli uomini
non impedisce alla comunità cristiana di formare
dei cristiani. Il risultato sperato del Convegno era
di suscitare un po’ di entusiasmo, di far ritrovare
delle motivazioni, e si può dire che, grazie al contributo di tutti i relatori, l’obiettivo non è stato mancato. Un obiettivo così, però, che non si esaurisce in uno studio compiuto di un tema, ma apre
un cammino: merita di essere coltivato da oggi in
poi con coerenza di proposta e di impegno.
Parroco biblista Vic. ep.le per la pastorale
tare quel momento che ha cambiato la nostra esistenza e può trasformare quella di quanti ci vengono affidati perché come noi possano pronunciare quel
si di fiducia e di speranza. All’inizio del cammino di
questo anno pastorale, mi auguro che con il nuovo
gruppo dell’Ufficio Catechistico Diocesano potremo
realizzare belle, utili e significative iniziative a partire anche da questa esperienza.
* Parroco e dir. dell’Uff Catechistico
Ottobre
2009
9
Giovanna Loppa*
È questo il tema del Convegno Diocesano che
si è svolto a Velletri nella cornice del Teatro
Aurora il 21-22-23 settembre 2009. Dopo la
preghiera e il saluto iniziale, il Vescovo Mons.
Vincenzo Apicella ha introdotto i lavori dell’assemblea sottolineando il concetto secondo il quale ‘Non si può educare se non autoeducandosi’.
Il testimone è poi passato al Dottor Luigi Accattoli
(giornalista vaticanista del Corriere della Sera)
che ha relazionato i presenti sui ‘luoghi privilegiati dell’educazione alla fede. In cima a
questi c’è la famiglia, della quale ha parlato
da ‘testimone’ (è padre di cinque figli e nonno di due nipoti): i genitori sono i ‘primi educatori ed annunciatori’ del dono della fede figli
(Vaticano II, Decreto sull’Apostolato dei
Laici) e ha richiamato il prologo di Timoteo
2 dove la fede è frutto di una trasmissione
generazionale e al tempo stesso schietta. Se
oggi ciò si realizzasse fin dalla costituzione
della coppia allora sarà possibile che i futuri genitori trasmettano con impegno ai figli anche
la dimensione della preghiera (“ciò che non
si fa non si trasmette”) e i figli a loro volta possono intuire e far proprio ciò che è positivo
nel dialogo con i genitori che testimoniano una
felicità sponsale vera che giustifichi, e motivi le scelte fatte all’insegna della fedeltà e della sobrietà, che rifiuti l’etica dell’arricchimento
in una prospettiva evangelica che riconduce
alle parole di Gesù. Don Dario Vitali ha dato
il suo contributo partendo dal concetto di una
catechesi che ‘va ripensata’ alla luce e secondo le indicazioni del Vaticano II: “Dio si rivela agli uomini come amici……. La fede è un
atto di adesione personale” (DV 2) . Il
Rinnovamento della Catechesi (RdC) è infatti il documento che traccia le linee entro le
quali collocare i criteri della catechesi in una
Chiesa (che ne è il soggetto) comunità profetica, discepola, custode e interprete che si
lascia guidare dalla pedagogia di Dio (ogni
L’EDUCAZIONE
È UNA COSA DI CUORE
vero cristiano sa fare catechesi).
Le difficoltà incontrate negli anni passati sono
scaturite da una concezione di Chiesa-piramide che lasciava ben poco spazio alla compartecipazione. Il modello di Chiesa che scaturisce dal Concilio è quello di Chiesa-comunione che vede il Vangelo incarnato come compito principe della catechesi. Al n° 200 del RdC
è detto: “…prima dei catechismi vengono
i catechisti e prima ancora la comunità”…..
se alla base manca una comunità solida tutto ciò che ne consegue non può realizzarsi.
Don Cesare Chialastri ha rilanciato successivamente ‘la questione educativa’ parlandone come di un’emergenza dovuta ‘all’incapacità
di educare o di educare male’, ma che può
diventare una grande sfida che ci interroga
sul ‘come aiutare i giovani a fare scelte orientate (liturgia, sacramenti) e anche su ciò che
è stato fatto, ciò che bisogna fare e ciò che
bisogna cambiare. Diventa importante ripensare una catechesi in chiave missionaria, essenziale, attraverso la sinergia di forze, esperienze,
coraggio dell’unità, capacità di sorprendere
soprattutto quando si parla di Gesù Cristo, poiché il Vangelo può cambiare la vita della gente.
Se facciamo bene catechesi le nostre parrocchie ‘funzioneranno’ e si vedranno i segni
della pazienza, dell’accoglienza, dell’unità, anche laddove
manca la ‘gioia’ e
‘l’entusiasmo’ che
dovrebbe accompagnare l’annuncio (come sottolinea Don Tonino
Bello) di “…..quella Buona
Notizia
che ci scoppia dentro!”.
L’ultimo pomeriggio del Convegno Diocesano
ha visto la presenza di Paola Bignardi (già
Presidente di Azione Cattolica Italiana) che
ha posto immediatamente l’accento sull’educazione
come fatto umano, che ci mette in gioco pur
con tutte le fragilità del passato e del futuro
e ci fa ricominciare dalla passione, che è l’interesse per la vita dei ragazzi che ci ‘stanno
a cuore’.
Ciò è un fattore di arricchimento anche per
la vita della Chiesa. Educare è bello, è grande: chi è educatore diventa testimone di
tante storie di umanità e può far si che la
la società diventi migliore.
Genitori, catechisti, insegnanti, chiunque
ama la vita e la presenta nella sua dimensione
bella ed appassionata, con serenità, e che prende a cuore l’educazione è capace, in un’ottica relazionale, di decifrare anche i pensieri non detti o detti male. La relazione è importante, soprattutto quando riguarda tutti coloro che hanno aiutato la nostra crescita (con
autorità, non con autoritarismo!).
L’educatore è parte della comunità, non è
un ‘eroe solitario’. Tutta la comunità si sente responsabile dell’educazione alla fede.
Esso è ‘una persona capace di speranza’
e, conseguentemente, di pazienza; è colui
che, se semina ha la pazienza di aspettare ‘il seme che non vede più’ e ‘il germoglio che non vede ancora’. L’educazione
ha tutte le caratteristiche della speranza.
Riprendere speranza è riprendere il compito educativo.
Il Convegno Diocesano si è concluso nel tardo pomeriggio con la celebrazione della S.
Messa presieduta dal Vescovo e concelebrata
da numerosi sacerdoti, al termine della quale Mons. Apicella ha consegnato ai rappresentanti delle comunità
parrocchiali
un CD contenente il
testo integrale del RdC
*IDR
Ottobre
2009
10
Stanislao Fioramonti
La dott.sa Paola Bignardi, già Presidente Nazionale
dell’Azione Cattolica Italiana (1999-2005) e attualmente membro del Pontificio Consiglio per i Laici,
ha parlato nel’ultimo dei tre giorni dedicati all’incontro
ed ha svolto il tema stesso dell’intero Convegno, tratto da una frase famosa di don Bosco. Ha premesso che il tema dell’educazione la coinvolge e la appassiona da sempre e che il tema assegnatole, pur passibile di qualche equivoco, è molto ricco e presuppone una passione capace di risvegliare qualcosa
negli altri. Ha infine precisato di voler trattarlo in quat- ché comprendiamo il valore dell’educazione, la responsabilità che comporta. Poi dobbiamo sforzarci per
tro punti o momenti di riflessione.
1) Il primo punto lo dedica alle figure di educato- aggiornare i processi educativi, renderli adeguati al
ri che hanno lasciato un segno: insegnanti, catechisti, nostro tempo. I percorsi di crescita saranno così più
sacerdoti, suore, laici… Davanti a queste figure ci a misura di chi deve essere educato; si può inoltre
chiediamo: perché il loro successo? E la relatrice indi- riflettere sulla dimensione umana dell’educazione.
vidua almeno tre motivi nella loro umanità (e ricchezza, 3) Il terzo punto si chiede: da dove ricominciare,
intensità, sincerità…); nel loro interesse e capaci- allora? E la dott.sa Bignardi elenca alcuni carattà di relazionarsi con i ragazzi (e siccome la rela- teri dell’educazione e dell’educatore che occorre riporzione educativa è complessa, nella loro disponibi- tare in auge. Il primo è la passione, qualcosa che
lità di cuore, di accoglienza, di legame…); e nei loro coinvolge totalmente sul piano umano nell’impegno
con i ragazzi, i quali stanno a cuoideali di vita (aspetre all’educatore e lo spingono a dedito oggi molto difcarsi completamente a loro. Gli adulL’intervento di
ficile e raro a troti così coinvolti scoprono che eduvarsi nelle persone
care è faticoso, ma anche bello e
Paola Bignardi al
impegnate nel
unico ed emozionante: consideracampo educativo).
Convegno Diocesano 2009
no che la crescita umana dipende
2) Il secondo punin gran parte da chi educa; l’eduto riguarda il
catore diventa testimone di granmodello educatidi
storie
di
umanità.
Altro carattere, la gratuità. Per
vo. Quello di un tempo oggi è in crisi, per i profondi cambiamenti della società; dunque oggi è diffici- gli adulti l’educazione è una scuola di gratuità; la dedile trovare persone dedite all’educazione con lo spi- zione disinteressata rende più liberi e contribuisce
rito di una volta. Più che parlare di emergenza edu- a “far guadagnare il centuplo”. Con l’educazione poi
cativa, sulla quale non concorda, la relatrice ha pre- possiamo contribuire al cambiamento, a costruire una
ferito ricercare alcuni elementi di crisi dei processi società più giusta e migliore della precedente. Per
educativi. E ha notato che riguardo alla scuola il segno l’educatore cristiano la scelta educativa deve divendella crisi è che sta rinunciando ad educare, limi- tare vocazione, sia come risposta a una chiamata
tandosi a trasmettere una cultura estranea alla vita. che come esperienza che dà un’impronta alla proRiguardo alla famiglia, il segnale di crisi è la sua per- pria vita. Attraverso la vocazione l’educatore pardita di fiducia nel trasmettere valori, per la crisi del tecipa alla generazione non della vita fisica, ma di
principio di autorità. Riguardo alla comunità cristia- quella spirituale, culturale: un aspetto caratteristico
na, il segnale di crisi è la perdita di fiducia nel dia- dell’adulto, in particolare della maternità. La dimenlogo tra educatori ed educandi, e il suo trasformar- sione educativa deve occupare completamente l’esi in una fornitrice di attività, anche coinvolgenti, ma ducatore come un bimbo piccolo occupa complesenza dialogo. Un tempo l’educazione sembrava tamente la madre. Educare però non è un fatto natupiù facile perché si respirava un clima (culturale, socia- rale, non è una capacità innata: occorre prepararle, religioso) uniforme e quindi la mentalità diffusa si, dotarsi di una competenza, conoscere a fondo
sembrava avere una maggiore unità. Non bisogna gli elementi dell’educazione, acquisire la maturità che conperò idealizzare il passato, che aveva anch’esso i sente di dosare saggiamente tutti gli elementi dei prosuoi limiti educativi: spesso si facevano le cose più cessi educativi. E a questo occorre dedicare tempo.
per conformismo e timore, che per convinzione; insom- 4) Nel quarto punto la relatrice tenta di tracciare un
ma, non è il caso di rimpiangere quel periodo. Allora, identikit dell’educatore del nostro tempo.
cosa si gua- Egli deve essere una persona che ama la vita e sa
dagna nella mostrarne il volto più bello e credibile. Niente più edusituazione di catori severi e tristi, che darebbero della vita l’aspetto
passaggio che meno bello, pieno di divieti e censure.
stiamo attra- Deve essere una persona capace di relazioni e di
v e r s a n d o ? prendersi a cuore la persona. L’educazione deve essePrima di tutto, re comunicazione, attenta aperta comprensiva, estepuntare i riflet- sa ad ogni ambito: famiglia, scuola, parrocchia. Senza
tori sul proble- relazione per comunicare basterebbe un computer,
ma educativo che trasmette un mucchio di dati anonimamente; inveè una cosa ce con una relazione vera resterà sempre il bel ricorpositiva per- do di chi ci ha insegnato qualcosa.
L’educatore deve essere una persona che non
tema di esercitare
l’autorità (non l’ autoritarismo, che ne è la
scorciatoia); infatti l’autorità fa crescere, l’autoritarismo ottiene dei
comportamenti; l’autorità
non teme di perdere
il consenso dei ragazzi quando propone principi veri. Per esercitare l’autorità si deve essere autorevoli, credibili.
L’educatore non deve essere un solitario, ma una
persona che è parte di una comunità, dalla quale è
inviato e sostenuto. Deve essere persona che costruisce un’alleanza finalizzata all’educazione dei ragazzi, senza gelosie diffidenze sospetti (esempi: il rapporto scuola-famiglia, scuola-allenatore sportivo ecc.).
Ma costruire una relazione è impegnativo, e solo l’amore per i ragazzi può favorire tale impegno.
L’educatore è persona di speranza, e quindi capace di pazienza: i suoi risultati, come quelli del contadino, si vedranno con il tempo; ci vorrà dunque speranza e pazienza di aspettare. Forse oggi è difficile educare perché la nostra speranza è debole, ma
un educatore deve riguadagnare questa virtù se vuole uscire dalla attuale crisi del sistema educativo.
La comunità cristiana oggi è uno dei soggetti più forti per affrontare la questione educativa. Essa
dovrebbe lavorare a un profilo di progetto educativo adeguato a questo tempo di frammentazione, capace cioè di mettere insieme tutti gli aspetti dell’educazione. Essa inoltre dovrebbe offrire in gratuità servizi educativi a genitori e adulti in generale, servizi
basati sull’esperienza di vita delle persone; non
deve far sentire soli
gli adulti, che hanno maggior bisogno di incoraggiamento; deve
insomma educare
gli educatori. Definire
un progetto educativo è una urgenza, e se non si può
fare tutti insieme
(scuola, famiglia
ecc.), si può fare
però come comunità cristiana e
proporlo agli altri settori impegnati nell’educazione. In
attesa di un progetto
comune, dovremmo immaginarne
diversi, e noi proporre il nostro.
EDUCARE
E’ COSA DI CUORE
L’intervento di Paola Bignardi e in
11
Ottobre
2009
Sara Gilotta
Dopo la preghiera iniziale e l’omelia del Vescovo
sulla seconda lettera di San Paolo a Timoteo, che
ha opportunamente anticipato il tema centrale del
convegno diocesano, quest’ anno dedicato al tema
dell’educazione, ha preso la parola Luigi Accattoli
vaticanista del Corriere della Sera, il cui intervento, estremamente piano e piacevole ha illustrato
l’importanza della famiglia nella educazione e nella formazione. Un tema importante tanto più nel
nostro tempo, nel quale non solo la famiglia, ma
lo stesso fondamentale concetto di educazione sembra essere entrato in forte crisi. Le parole di Accattoli
basate, come egli stesso ha affermato, non sulla
dottrina, ma sulla sua esperienza personale di padre
e di nonno, ha voluto proporre “un metodo” per educare, ciascuno adattandolo alla propria famiglia e
alla propria realtà. Un metodo, però, che considera
la fede al centro di ogni azione educativa e, prima ancora, al centro del matrimonio e quindi del
rapporto tra i coniugi.
Si tratta certamente di un cammino non privo di
difficoltà, se si considera che ormai da non pochi
anni “lo spirito” stesso dei tempi sembra essere
ben poco propizio ad una educazione cristiana, ma
rimane vero che chi vuole educare i suoi figli alla
fede, non può che cominciare dalla famiglia sicuramente luogo privilegiato di educazione e di educazione alla fede.
Perché è in famiglia che il bambino sin dalla sua
più tenera età, impara a conoscere se stesso e gli
altri, apprende comportamenti e principi, comprende
ciò che è buono e ciò che non lo è. E l’ insegna-
i e in primo piano il registratore di don Giorgio Cappucci
mento alla fede
deve certamente
cominciare da
subito, con le
parole semplici,
che solo le mamme sanno trovare per i loro
figli, ma anche
con l’esempio,
che la famiglia
sa offrire e proporre. E’ senz’
altro vero, infatti, che l’esempio nella sua grande
importanza vada accompagnato continuamente,
non solo dall’amore, ma dal desiderio di condividere con i figli le proprie convinzioni in tutti gli ambiti compreso quello della fede. Il bambino prima,
poi l’adolescente ed infine il giovane si rende perfettamente conto dell’importanza della sincerità di
quanto gli viene insegnato e cerca di seguirlo, di
farlo suo. E se la preghiera, dice Accattoli, diventa in famiglia preghiera pregata, se, cioè, è la famiglia che nei modi e nei tempi giusti sa insegnare
che pregare tutti insieme è bello, perché unisce,
perché conforta, perché aiuta a guardare agli inevitabili problemi della vita nell’ottica della speranza, oltre che dell’amore, allora la preghiera, anzi
il desiderio di pregare diventerà momento essenziale della giornata, da vivere anche come
momento, in cui più forte da tutti è avvertito l’affetto reciproco e la gioia dello stare insieme. Tuttavia
non si può fare a meno di pensare che le famiglie
del nostro non facile tempo vivono in una dimensione affettiva spesso non facile, in un contesto sociale spesso ostile, che ha finito per
rendere difficili persino i più semplici gesti
di affetto e di comprensione reciproca, presi come si è talora da preoccupazioni di lavoro e talora persino da preoccupazioni di vera
e propria sopravvivenza.
E spesso le difficoltà rendono indifferenti
non solo alla fede, ma persino agli affetti.
Perché è indubbio che la famiglia sta vivendo una profonda crisi di identità, che, secondo me, non deriva semplicemente dalla tendenza alla superficialità e dalla incapacità
di affrontare i sacrifici, soprattutto da parte
dei più giovani, come spesso si sostiene,
ma deriva da un insieme di problemi, che
non si possono certo ricondurre ad un’ unica causa, anche se forse e per non pochi
è proprio la mancanza di una educazione
alla fede davvero vissuta che si deve considerare il primo motivo di una crisi innanzitutto di tipo esistenziale e poi familiare. E’
indubbio, infatti, che se i figli crescono in una
famiglia, in cui i coniugi per primi e prima
di diventare genitori, imparano a vivere, rispondendo pienamente agli insegnamenti del Vangelo,
allora anche i figli cresceranno in una realtà non necessariamente più facile, ma cer-
L’educazione
è cosa di cuore,
di fede e di famiglia
to più consapevole, più aperta, più incline al dialogo e al confronto e quindi più capace di affrontare anche le difficoltà in modo più sereno. Nella
famiglia, infatti, in cui si vive davvero tutti insieme,
condividendo gioie e preoccupazioni e in cui i genitori e i figli vivono in comunione di fede e di affetti, allora gli eccessi che conducono a tante ribellioni e disperazioni tragicamente attuali, sarebbero
curati e leniti prima nell’ascolto reciproco e poi nella comprensione, che, nascendo dall’amore, avvicina gli uni agli altri, evitando crisi che spesso divengono irrisolvibili ed insuperabili. Ma, come dicevo
sopra, è dall’alba della vita che il bambino deve
imparare a riconoscersi nella fede, anche grazie,
come ha ricordato Accattoli e come personalmente
ricordo con grande piacere, alle feste e alla loro
preparazione. Non ho mai dimenticato, per esempio, l’amore che mio padre metteva nel preparare il presepe, che per me bambina era non solo il
simbolo del Natale di Cristo, ma il Natale stesso
e ricordo che desideravo di rimanere sola dinanzi alla grotta della natività, per riflettere, ma anche
per godere della magia di quella realizzazione che
mi appariva un momento di vita vera fatta di gesti
semplici forse già allora superati, ma che io sentivo spontanei e belli. Perché l’educazione alla fede
deve essere semplice e bella, deve apparire al bambino, non come una sovrastruttura di cui si può fare
a meno, ma come qualcosa di essenziale, che completa ed arricchisce. E come nonna sto cercando
di far comprendere ai miei bambini, tanto presi da
una realtà così lontana dalla semplicità della fede,
la bellezza dei testi sacri, anche solo narrando loro,
quasi a mo’ di favola, le parabole più belle del Vangelo,
divertendomi alle loro domande e alle loro osservazioni ingenue, ma mai sciocche e mai inutili.
E del resto non è certo facile tentare di far comprendere ad un bambino, che con convinzione afferma che Gesù
era figlio di un
falegname, la
nascita divina
di Cristo. Ma è
anche così che
si cresce insieme, giorno
dopo giorno.
Ottobre
2009
12
Costantino Coros
l cristiano deve saper educare con gioia
e nella gioia. Questo può essere in
sintesi il messaggio che è emerso dal
convegno diocesano dedicato dal titolo:
“L’educazione è cosa di cuore”. Tre giorni di dibattiti, dal 21 al 23 settembre, hanno visto l’intera
diocesi di VelletriSegni, riunirsi al Teatro
Aurora accanto alla
Cattedrale di San
Clemente, per riflettere su cosa significa educare oggi, su quali
ostacoli incontrano gli
educatori e come educare le giovani generazioni e gli stessi
educatori impegnati in
questa difficile ma
anche entusiasmante
missione. Al tavolo dei relatori si sono succeduti il Vescovo Diocesano Mons. Vincenzo Apicella,
Luigi Accattoli giornalista vaticanista del Corriere
della Sera, Don Dario Vitali Docente di Teologia
alla Pontificia Università Gregoriana di Roma,
Don Cesare Chialastri Direttore Caritas Diocesana
e docente di catechesi, Paola Bignardi membro
del Pontificio Consiglio per i Laici già Presidente
Nazionale dell’Azione Cattolica Italiana. La tre
giorni si è conclusa con la celebrazione eucaristica nel corso della quale il Vescovo ha riconsegnato alle Parrocchie il Documento Base
“Rinnovamento della Catechesi”. Al di là della
cronaca i temi trattati sono diversi e hanno toccato i vari ambiti in cui si declina il concetto di
educazione.
A cominciare da Luigi Accattoli che intervenendo
sulla famiglia come luogo privilegiato dell’educazione alla Fede ha ricordato che: “i genitori
sono i primi annunciatori ed educatori della fede
per i loro figli”. Ed ha continuato dicendo che:
“i genitori dovrebbero mirare a offrire una convincente attestazione di felicità sponsale, in modo
da attrarre i figli al matrimonio. Parlare loro – e
possibilmente ai loro amici – dell’opportunità umana e cristiana di sposarsi quando sono veramente
innamorati. La famiglia credente dovrebbe provare a esercitare un contagio cristiano a dimensione sociale: la fedeltà sponsale, l’accettazione dei figli, il rifiuto dell’etica dell’arricchimento,
la pratica convinta di una scala di priorità (Dio,
l’amore, i figli e solo quarto il lavoro, o il denaro) in contrasto con la cultura di oggi
dominante
fondata sul
possesso dei
beni”. A queste sollecitazioni la sala
ha risposto
mettendo in
evidenza un
problema mol-
I
lecita una nuova comune maturazione. Ancora
sotto la guida dei Vescovi, con il servizio degli
appositi organismi, con il contributo e l’opera di
tutti, il documento apre le vie di un rinnovamento
che sia lievito di crescita nella fede dell’intera
Chiesa italiana» (n. 199). Ecco che l’intervento di Don Cesare Chialastri dedicato al rilancio
del sogno della Catechesi si inserisce in questo filone di rinnovamento della vita della
Chiesa. Infine,
Paola Bignardi,
ha concluso la tre
giorni con una
serie di riflessioni
sulla figura dell’educatore ricordando a tutti
che: “educare è
al tempo stesso
una grande
attivo delle associazioni cattoliche al fine di rico- avventura e una grande fatica, ma non bisogna
struire i legami sociali. “In questo senso - ha det- tirarsi indietro. E’ fonte di enorme soddisfazioto Mons. Apicella – possono giocare una fun- ne trovarsi di fronte ragazzi e ragazze che abbiazione importantissima la pastorale familiare e la mo accompagnato verso la vita adulta. Si deve
pastorale del lavoro, l’ufficio catechistico e la Caritas. ripartire dalla vocazione educativa – ha fatto notaI cristiani devono uscire fuori, incontrare gli altri re la Bignardi – la vocazione non è una rispo– ha proseguito il Vescovo - creare spazi edu- sta a una chiamata, ma diventa un elemento delcativi all’interno della comunità. E’ un impegno la nostra identità. L’educazione ha le caratteriche ognuno di ogni noi è chiamato ad assumersi, stiche della maternità: cura e distacco, gioia e
ma sappiamo che il Signore ci dà le forze e la sofferenza. Richiede disponibilità. Non bisogna
vitalità per farlo con gioia”. Sulla questione del- dimenticare che si educa nella gratuità e nella
l’educazione alla Fede in Parrocchia e in rela- carità”.
zione alla riconsegna del Documento Base “Il Poi si è soffermata su cosa deve essere l’eduRinnovamento della Catechesi” frutto della Chiesa catore tracciandone l’identikit: “è una persona
del Concilio Vaticano II Don Dario Vitali ha ricor- che ama la vita e ha fiducia in essa, mostra la
dato che: ““esso costituisce uno degli snodi fon- bellezza dell’esistenza attraverso una vita credamentali della vita ecclesiale in Italia, trattan- dibile. E’ in grado di comunicare regole, stili di
vita, valori, deve essere
dosi del progetto catecalda, accogliere, capire
chistico che ha determii pensieri confusi, le paronato un cambio profonle non dette, le domande
do – radicale – nella vita
non fatte. E’ capace di
delle comunità cristiacostruire relazioni schietne. Consegnato alla
te, sensibili. E’ una perChiesa italiana nel 1970,
sona che non tema di esera soli cinque anni dalla chiucitare l’autorità perché fa
sura del concilio, il docucrescere. L’educatore è
mento segna uno sparanche colui che è dispotiacque nell’azione ecclenibile a perdere il consenso
siale di trasmissione deldei ragazzi perché è in grala fede. Non per nulla il
do di reggere la fatica di
documento-base senPaola Bignardi
crescere dell’altro, ha
tenziava a chiare lettere:
qualcosa da proporre,
«l’esperienza catechistica moderna conferma ancora una volta che pri- rappresenta un esempio per la vita che conduma sono i catechisti e poi i catechismi; anzi, pri- ce. E non è finita qui. L’educatore è parte di una
ma ancora, sono le comunità ecclesiali. Infatti, comunità perché la tutta comunità è responsacome non è concepibile una comunità cristia- bile dell’educazione dei più giovani. Sa costruina senza una buona catechesi, così non è pen- re alleanze. E’ una persona di speranza quindi
sabile una buona catechesi senza la partecipazione è dotata di pazienza, ma soprattutto l’educatodell’intera comunità» (n. 200). Per questo i vesco- re non si improvvisa, si fa delle competenze, conovi invitavano a un comune impegno nella rea- sce gli elementi fondamentali dell’educazione.
lizzazione del progetto: «Nato nel cuore della Se non ripensiamo l’educazione in questi tercomunità ecclesiale, il documento ritorna ora nel mini – ha chiosato la relatrice – saremo sconvivo della comunità ecclesiale; partecipa a tut- fitti per non aver saputo accompagnare i giovani
ti i frutti della prima comune esperienza e sol- nel cammino della vita”.
to delicato, quello dello sfaldamento dei legami sociali e della primazia dell’individualismo. In
questo contesto la famiglia vacilla, diventa fragile, il divorzio è sempre più un fatto normale.
A questa “società liquida” come è stata definita dal sociologo e filosofo britannico Zygmunt
Bauman, si può rispondere ha sottolineato il vaticanista del Corriere della Sera con un ruolo più
LA GRANDE AVVENTURA
DELL’EDUCAZIONE
13
Ottobre
2009
Dorina e Nicolino Tartaglione
Il tema del convegno pastorale dà la possibilità alla
comunità diocesana, in primis però alle coppie cristiane, di riflettere su un aspetto importante dell’iniziazione cristiana,
ossia il coinvolgimento dei genitori
in questo momento importante della
vita dei ragazzi. La
premessa è, da un
lato, quella di evitare le solite lamentele, che forse
servono ad evitare un’assunzione di responsabilità, dall’altro di cercare una soluzione con la concezione
della “bacchetta magica” .
Guardando l’esperienza pastorale, l’atteggiamento
prevalente delle famiglie è quello della delega. Troppi
fanciulli e ragazzi sembrano orfani di padre e di madre
credenti, convinti che il compito di fare catechismo
spetti solo agli “addetti ai lavori” (sacerdoti, religiose e catechisti laici), subendo come fosse una tassa da pagare gli incontri promossi dai parroci in
prossimità dei sacramenti dei figli. Le cause sono
importanti, ( vedi articolo del Prof. Vitali pag. 4 Ecclesia
num.7/09), ma fondamentale è evitare la strada più
semplice, ossia rinunciare a coinvolgere le famiglie
nel cammino di fede dei figli.
Piaccia o no, mancando il contesto socio- culturale caratterizzato da una visione cristiana della vita
che garantiva il processo di socializzazione religiosa, oggi l’iniziazione cristiana non può ritenersi realizzata.
Per evitare che la catechesi rimanga sterile, uno
dei mezzi è la valorizzazione del ruolo educativo
delle famiglie. Sotto tale profilo è importante avere
nel “cuore”, più che nel cervello, le motivazioni pedagogiche, ecclesiali e teologiche che rendono urgente il coinvolgimento dei genitori nell’educazione cristiana dei figli. Questo aspetto è strettamente connesso alla “sciatteria della motivazioni nella catechesi
.” ( leggere mons. Vari pag. 5 Ecclesia num.7/09).
Senza identità, ogni metodo fallisce.
Come “addetti ai lavori”
non possiamo
nasconderci dietro le questioni metodologiche, senza continuare ad interrogare la nostra coscienza
su quale Cristo e quale Chiesa trasmettiamo.
A livello pedagogico la famiglia è il luogo in cui opera una vera integrazione tra fede e vita, e quindi un’autentica crescita
della vita di fede,
perché l’insegnamento che
viene dato dai
genitori è legato
ai fatti e alle situazioni concrete della vita di ogni giorno. Ci rendiamo
conto che i progetti di vita non-cristiana offerti dalle famiglie vanificano le proposte religiose offerte dalla catechesi parrocchiale?
La Chiesa ha sempre sottolineato il ruolo primario
ed insostituibile della famiglia nell’educazione dei figli
alla vita di fede. Paolo nelle sue lettere ricorda i discepoli che accoglievano la comunità cristiana nelle loro
case: “Vi salutano tanto nel Signore Aquila e Priscilla
con la chiesa che è in casa loro” (1 Cor 16, 19. Giovanni
Crisostomo dice ai genitori “ Non siete forse responsabili della salvezza dei vostri figli?”.
Il Concilio Vaticano II afferma che “I coniugi cristiani
sono cooperatori della grazia e testimoni della fede
reciprocamente e nei confronti dei figli e tutti gli altri
familiari. Sono essi i primi araldi della fede ed educatori dei loro figli; li formano alla vita cristiana e apostolica con la parola e con l’esempio.” (Ap.Auc. 11
b). Nella Nota pastorale “Il volto missionario delle
parrocchie” (2004), n. 7, i Vescovi ribadiscono: «Si
dovrà chiedere ai genitori di partecipare a un appropriato cammino di formazione, parallelo a quello dei
figli.
Inoltre li si aiuterà nel compito educativo, coinvolgendo tutta la comunità, specialmente i catechisti
Le parrocchie oggi dedicano per lo più attenzione
ai fanciulli: devono passare a una cura più diretta
delle famiglie, per sostenerne la missione».
Le ragioni teologiche si collegano al significato dell’amore dell’uomo per la sua donna , nel quale possiamo vedere il volto di Dio. Nessun’ altra esperienza
è così fondamentale per capire chi è Dio (cf. FC 14).
L’amore che unisce i coniugi cristiani a formare “una
sola carne” è segno dell’amore di Cristo per la Chiesa.
Attraverso i gesti di amore, di perdono,
di accoglienza e di solidarietà degli sposi e della famiglia, “piccola chiesa”, Cristo
stesso parla, accoglie, perdona, ama gli
uomini di oggi e si fa solidale con loro.
Sul piano operativo, il come coinvolgere i genitori, è importante che
le soluzioni da sperimentare, compito del dopo convegno, “siano in intima connessione e armonizzate con
tutti gli altri servizi di evangelizzazione
e di catechesi, presenti ed operanti nella comunità ecclesiale, sia
diocesana che parrocchiale” (FC 53).
“L’educazione
è cosa di cuore”….
i genitori e
l’iniziazione cristiana
Commissione Diocesana
Pastorale Sociale, Lavoro,
Giustizia e Pace,
Salvaguardia del Creato.
Gemma del Convegno Diocesano è sicuramente quella di aver ridestato, motivato, scomodato
le nostre coscienze: “L’educazione è cosa di cuore”: cosa da non tenere, perché faticosa, nel cassetto delle nostre conoscenze, spesso chiuso dai
nostri calcoli di convenienza, ma che deve diventare l’aria che respiriamo perché abbiamo con passione deciso di lasciar battere il nostro cuore: i
sentimenti, le scelte, la volontà. Abbiamo deciso di vivere il dono del tempo concessoci in modo
responsabile. Lasciarci fare risposta al bisogno
degli altri. Alla conclusione del Convegno sono
stati presentati alcuni percorsi educativi perché
questo “ridestarsi” sia ora e per l’intera comunità della Chiesa locale di Velletri-Segni chiamata
a rispondere comunitariamente alle sfide del suo
tempo. Uno di questi percorsi, proposti dalla Chiesa
diocesana, è la costituzione della Commissione
Diocesana Pastorale Sociale, Lavoro, Giustizia
e Pace, Salvaguardia del Creato. L’intento di questa Commissione, che attende indicazioni di persone sensibili alle problematiche in questione da
parte dei Parroci e dei Responsabili delle
Associazioni Laicali e dei Movimenti presenti in
diocesi attraverso il modulo consegnato a fine Convegno
(fax: 0775/872247 – e-mail: [email protected]), è quello di promuovere un’attenta e matura riflessione sulla Dottrina Sociale della Chiesa
al fine di contribuire alla promozione di quella rinnovata etica sociale, basata sulla qualità delle persone che il Presidente della CEI, Card. Angelo
Bagnasco, nel presentare alla Diocesi di Genova
l’enciclica “Caritas in Veritate”, si auspica. Lo dice
espressamente il Papa: “Lo sviluppo è impossibile senza uomini retti, senza operatori economici
ed uomini politici che vivano fortemente nelle coscienze l’appello del bene comune” (CV71).
Nel suo ultimo viaggio pastorale nella Repubblica
Ceca il Papa torna a ripetere “Abbiamo bisogno di
uomini politici credenti e credibili” Agli uomini di buona
volontà spetta il compito di
far maturare questo frutto.
Ottobre
2009
14
Giorgio Innocenti
Ogni fatto si può raccontare in tanti modi, ogni racconto denoterà il punto di vista di chi scrive, per quanto questi si prodighi nell’essere oggettivo. Chi si fosse trovato la sera di sabato ventisei settembre per
caso in P.zza Galli avrebbe notato uno spettacolo
inconsueto. La piazza, liberata dalle auto in sosta,
era stata conquistata da una sparuta platea di circa settanta persone; sulla scalinata della chiesa di
San Lorenzo, assurta per una sera al ruolo di palcoscenico, sedevano quattro persone, una quinta,
di lato, occupava il lato corto del medesimo tavolo.
Le persone schierate sulla scalinata erano il
Tenente dei Carabinieri Danilo Ciampini, comandante
territoriale della Compagnia di Velletri; Don
Massimiliano Di Lisa cappellano del carcere romano di Rebibbia; Francesco Serraino, esperto di questioni legate al carcere ed alla sicurezza e Mons.
Vincenzo Apicella, Vescovo della Diocesi di VelletriSegni. Ad incalzare con domande gli ospiti intervenuti
c’era Sara Bianchini, che meglio di ogni altro rappresenta l’impegno della Caritas Diocesana verso
le problematiche legate al carcere ed alla giustizia.
Una tavola rotonda scandita dalle domande della
moderatrice, musica dal vivo con il complesso capitanato dall’onnipresente Gigi Centofanti ed un rinfresco preparato da alcuni volontari e dalla cucina
della Casa Circondariale di contrada Lazzaria: questo quanto la Caritas Diocesana ha pensato per festeggiare l’anniversario del “Progetto San Lorenzo” che,
da quattro anni a questa parte, tenta di porsi come
parziale risposta della Chiesa locale alla domanda
posta dalla stessa presenza del Nuovo Complesso
Carcerario sul proprio territorio. Una domanda che,
riecheggiando “ero carcerato e siete venuti a trovarmi”
chiede risposte sfaccettate che vanno dall’accompagnamento dei detenuti, degli ex-detenuti, delle loro
famiglie nei percorsi di recupero di una piena citta-
dinanza, all’accoglienza, passando per l’educazione alla legalità e alla giustizia. Legalità
e Giustizia sono stati al centro dell’intervento del Tenente Ciampini che ha chiarito come le forze di pubblica sicurezza
debbano limitarsi al controllo sull’osservanza
delle leggi, condizione necessaria ma non
sufficiente ad ottenere una convivenza basata sulla Giustizia che presuppone la promozione di ogni diritto individuale e non
solo la limitazione delle violazioni.
Circostanza che chiama in causa altri attori e, in particolare, come ha sottolineato
Don Di Lisa trovando l’accordo degli altri
relatori, mette al centro la necessità per
ciascuno di farsi carico del “rischio della
relazione”. Rischiare la relazione implica
scontrarsi con differenti visioni ma significa anche creare una rete sociale sulla
quale gli individui possono aggrapparsi nelle difficoltà e fare perno su legami interpersonali per riportarsi sul sentiero del vivere comune. Alla luce di questa distinzione tra legalità e giustizia va letto anche
l’intervento di Francesco Serraino il quale nota come l’istituzione carceraria –a dispetto di quanto prevedono la costituzione e
le leggi che disciplinano l’ordinamento penitenziario- soffra della cronica mancanza di Educatori
–non arrivano a 1500 unità a fronte di 64000 detenuti, un rapporto tra i più bassi in Europa- figure fondamentali di quel processo denominato trattamento che dovrebbe tendere alla rieducazione della persona che ha infranto una legge. Al contrario l’alto
rapporto numerico tra Polizia Penitenziaria e ristretti, se raffrontato a quello di altri paesi europei, ci parla di una notevole attenzione al controllo, che, come
ricordava il Tenente Ciampini, non può esaurire gli
interventi per la giustizia né tantomeno,
è il caso citato da Serraino, quelli per la
rieducazione. Oltre ad essere in sottonumero,
continua Serraino, gli educatori possono
dedicare poco tempo ad instaurare relazioni educative perché sommersi da mansioni burocratiche che rendono difficile l’esercizio delle funzioni e delle competenze
per cui il loro ruolo è stato concepito. Una
bella festa, un angolo piacevole di città
riconquistato alla parola, al chiacchierare, ad un interrogarsi su un tema, quello della Giustizia, spesso al centro dell’informazione che non comunica perché
non “condivide con” (cum) il “dono” (munus)
di una notizia o di un’opinione ma semplicemente pretende di dare forma all’opinione pubblica secondo interessi che
non sempre coincidono con il bene comune. Forse per questo è sembrato strano
sentir parlare di relazione come principale
viatico per la giustizia e non magari di certezza della pena, tolleranza zero, ed altre
formule che trovano maggiore fortuna nei
discorsi mediatici ma che, a ben guardare,
ricercano più il risultato di tranquillizzare
riguardo all’esistenza di soluzioni semplici
ad un problema complesso. Un problema complesso come è la Giustizia: il sop-
pesare i diritti di ciascuno, spesso contrapposti tra
loro, trovando un equilibrio, instabile, continuamente
a rischio ma, forse proprio per questo, affascinante. Un punto di vista, il mio, che non può tenere conto della partecipazione non certo massiccia da parte delle comunità parrocchiali. Per me, che ho da
poco assunto l’incarico di responsabile del Progetto
San Lorenzo, questo punto ha una particolare rilevanza. Forse i cristiani delle nostre parrocchie non
sono interessati alla giustizia? Non sono interessati
alla ricerca della giustizia tramite il rischio della relazione? No, non credo. Il punto, credo di capire è,
ancora, la relazione. La relazione che spesso manca tra gli organi di questo corpo che è la Chiesa.
Nelle settimane che hanno preceduto questa festa
ho parlato con qualche parroco e qualche parrocchiano, in molti si lamentavano di “tutti questi eventi in così poco tempo”. Si lamentavano del numero
(dal 21 al 23 si è svolto il Convegno Pastorale) ma
a me è parso di cogliere un disagio verso un appuntamento proposto dall’alto e non frutto di un radicamento nelle comunità parrocchiali. Vorrei portare a mia discolpa l’inesperienza: ha giocato senz’altro
un ruolo ma la verità temo abbia altri aspetti. Viviamo
in una società complessa, turbiniamo da un impegno di lavoro ad un impegno di tempo libero (ossimoro drammaticamente attuale): non c’è tempo per
tessere relazioni, per costruire reti di salvataggio cui
appigliarci nei momenti di caduta e con cui sorreggere i nostri fratelli in loro analoghi momenti. E allora? E allora il mio impegno sarà di provare, assieme ai volontari ed operatori che da anni si impegnano
su questo progetto e che l’hanno fatto crescere, a
rafforzare i legami con le parrocchie.
Chiederemo il vostro aiuto sapendo che non ce lo
negherete. Frattanto, siccome il compito è più grande di noi, non aspettate che veniamo a cercarvi: chiamateci.
15
Ottobre
2009
Don Dario Vitali*
Dopo aver indagato le
forme di partecipazione alla funzione profetica,
sacerdotale e regale di
Cristo, il cap. IV della
Lumen Gentium illustra
i rapporti che devono
intercorrere tra la gerarchia e i fedeli laici. Il testo
è come una cartina al
tornasole per misurare l’effettivo cambio di
prospettiva nella comprensione della Chiesa, nel momento stesso in
cui disegna un tipo di relazione piuttosto che un
altro. Se, nonostante le grandi affermazioni di
principio sul primato del Popolo di Dio, esposte
al cap. II, la relazione è configurata ancora sul
registro della subordinazione, bisognerà ammettere la difficoltà a superare una concezione piramidale di Chiesa, fondata sulla differenza di stato tra chierici e laici. In effetti, il paragrafo mostra
un tentativo lodevole di trovare un punto di equilibrio, che tuttavia non sembra soddisfacente.
Va notato, però, che il testo ha conosciuto un
processo redazionale molto complicato: il tema,
del tutto assente nel primo schema, fa la sua
comparsa nel secondo, limitandosi a trattare la
relazione dei fedeli con la gerarchia, per essere completato nel terzo schema, quando viene
precisata anche la relazione inversa, della gerarchia con i laici.
Il punto di partenza del paragrafo è l’affermazione che tutti i fedeli hanno diritto a ricevere
dai pastori gli aiuti necessari e utili alla salvezza e il dovere di manifestare loro le necessità
e i desideri, come veri figli della Chiesa. Dopo
la riorganizzazione del testo con la redazione
di due capitoli distinti, il II sul Popolo di Dio in
genere e il IV sui laici, il soggetto di tale diritto
non è più l’insieme dei «fedeli, compresi i laici», ma i «laici, al pari di tutti gli altri fedeli». La
redazione definitiva, inoltre, precisa meglio in cosa
consistano questi aiuti necessari e utili alla salvezza: « tra i beni spirituali della Chiesa i laici,
come tutti i fedeli, hanno diritto a ricevere abbondantemente dai sacri pastori, , soprattutto la Parola
di Dio e i sacramenti». Il fatto poi di esporre necessità e desideri risponde all’idea di introdurre nella Chiesa un clima di familiarità, improntato a
rapporti di fiducia tra laici e ministri ordinati: «come
si addice a figli di Dio e ai fratelli in Cristo». Se
tali sono i rapporti, i laici non sono tenuti unicamente ad ascoltare i loro pastori, ma anche
a collaborare con loro e, se necessario, a correggerli. In questa direzione va la precisazione,
davvero significativa, che «essi hanno il diritto,
anzi anche il dovere, nella misura della scienza, della competenza e del prestigio di cui godo-
no, di far conoscere il loro parere su ciò che riguarda il bene della Chiesa». Il secondo schema insisteva perché questo diritto si esercitasse prima
di tutto attraverso le istituzioni ecclesiastiche, con
carità e prudenza, veridicità e umiltà, fortezza
e rispetto per quanti esercitano il ministero; il testo
definitivo riafferma le medesime disposizioni, che
vanno applicate sempre, sia in un confronto a
tu per tu, come pure, se è il caso, davanti alle
istituzioni ecclesiastiche.
Come contrappeso a questo diritto-dovere, il capoverso successivo pone in evidenza lo spirito di
ascolto e di obbedienza alla gerarchia: «I laici,
come tutti i fedeli, con cristiana obbedienza prontamente accettino ciò che i pastori, quali rappresentanti di Cristo, stabiliscono come maestri
e capi della Chiesa, seguendo in ciò l’esempio
di Cristo, il quale con la sua obbedienza fino alla
morte ha aperto a tutti gli uomini la via beata
della libertà dei figli di Dio. Né tralascino di raccomandare a Dio nelle loro preghiere i loro superiori, che vegliano su di essi…». Le formule riecheggiano un tono un po’ paternalistico, e sembrano ristabilire un rapporto asimmetrico, riaffermando
in sostanza che l’ultima parola spetta ai pastori della Chiesa. Forse era il caso di calibrare meglio
le affermazioni sul principio enunciato in LG 10:
«Il sacerdozio comune dei fedeli e il sacerdozio ministeriale o gerarchico, quantunque non
differiscano per grado, ma per essenza, sono
tuttavia ordinati l’uno all’altro, poiché l’uno e l’altro, ciascuno a suo proprio modo, partecipano
all’unico sacerdozio di Cristo». La correlazione
è comunque rispettata nella scelta di costruire
un paragrafo in cui è precisato anche l’atteggiamento
dei pastori nei confronti dei laici. A ben vedere,
è qui che emerge una visione di Chiesa
costruita sulla correlazione di laici e ministri ordinati, ciascuno con funzioni e responsabilità corrispondenti al proprio stato: «D’altra parte, i sacri
pastori riconoscano e promuovano la dignità e
la responsabilità dei laici nella Chiesa; si servano volentieri del loro prudente consiglio, con
fiducia affidino loro degli incarichi e lascino loro
libertà e campo di agire, anzi li incoraggino perché intraprendano delle opere anche di propria
iniziativa. Considerino attentamente in Cristo e
con paterno affetto le iniziative, le richieste e i
desideri proposti dai laici. Con rispetto poi i pastori riconosceranno quella giusta libertà, che a tutti compete nella città dell’uomo». Il testo, del tutto condivisibile, rivela però una debolezza profonda, che può trasformare queste belle formule
in un pio desiderio e nulla più. In effetti, si tratta di inviti (tutti i verbi sono al congiuntivo) che,
per quanto circostanziati, non sono obbliganti
e dipendono dalla discrezionalità dei ministri ordinati; i quali, se vogliono, possono totalmente disattenderli. A ben vedere, gli organismi di comunione sono l’espressione paradigmatica di questa debolezza, consegnati come sono al criterio della discrezionalità, essendo per loro natura organismi consultivi. Contro questa possibile deriva, che si avverte con sempre maggior
evidenza nella Chiesa, la sola via per realizzare il sogno conciliare di una Chiesa capace di
fraternità e solidarietà è la formazione a uno stile di Chiesa fondato sulla condivisione, in forza della radicale uguaglianza dei suoi membri,
prima che sulla differenza di ruoli e di funzioni.
Ancora e sempre la lezione fondamentale del
cap. II sul Popolo di Dio, che riecheggia anche
nella chiusa di questo paragrafo sui rapporti dei
laici con la gerarchia: «Da questi rapporti familiari tra laici e pastori si devono attendere molti vantaggi per la Chiesa: in questo modo infatti è fortificato nei laici il senso della loro responsabilità, ne è favorito lo slancio e le loro forze
più facilmente vengono associate all’opera dei
pastori. E questi, aiutati dall’esperienza dei laici, possono giudicare con più chiarezza e più
giustamente sia in materia spirituale che temporale; così che tutta la Chiesa, sostenuta da
tutti i suoi membri, possa compiere con maggiore efficacia la sua missione per la vita del mondo». Cosa ci impedisce di raccogliere il grande
sogno dei padri conciliari e rilanciarlo per un progetto di Chiesa del terzo millennio che sia davvero – come diceva Giovanni Paolo II – «scuola e casa dicomunione»?
* Docente alla P.U.G. Roma
Ottobre
2009
16
G
Fabricio Cellucci*
esù fu condotto dallo Spirito
nel deserto... “ (Mt 4,1).Tutta
la vita di Gesù si svolge sotto l’influsso dello Spirito Santo; all’inizio è Lui ad adombrare la Vergine
Maria nel mistero ineffabile
dell’Incarnazione; sul fiume Giordano
è ancora Lui a rendere testimonianza al Figlio prediletto del Padre e a
condurlo nel deserto. Nella sinagoga di Nazareth Gesù in persona attesta: “Lo Spirito del Signore è sopra
di me” (Lc 4,18). Questo stesso Spirito
promette ai discepoli come garanzia
perenne della sua presenza in mezzo a loro. Sulla croce lo riconsegna
al Padre (Gv 19,30), suggellando così
all’alba di Pasqua la Nuova Alleanza.
Nel giorno di Pentecoste, infine, lo effonde sulla comunità primitiva per consolidarla nella fede e lanciarla sulle
strade del mondo. Con queste parole il santo padre Giovanni paolo II, nell’anno 1998 introduceva il suo discorso
per la giornata mondiale delle vocazioni.
Nel cammino di ricerca della vocazione
personale un elemento che deve accrescere è il senso di obbedienza alla
volontà divina che si manifesta nella Chiesa attraverso gli uomini.
L’obbedienza è la regola della vita perché l’’esperienza dell’autorità autorità sorge in noi come incontro con una
persona con una persona ricca di coscienza della realtà; così che essa si impone a noi come rivelatrice, ci genera
novità, stupore e rispetto. C’è in essa
un’attrattiva inevitabile, e in noi un inevitabile soggezione […] Per quanto
abbiamo detto, l’autorità è l’espressione concreta della ipotesi di lavoro, è quel criterio di sperimentazione dei valori che la tradizione mi dà; l’autorità è l’espressione1 della convivenza in cui si origina la mia esistenza . L’autorità,
mi sta servendo mentre mi avvince nell’obbedienza. IO comprendo sempre di più se la mia
vita è protesa verso il sacerdozio ministeriale attraverso le parole di coloro che sono guida nella
fede e nella ricerca vocazionale, quindi che per
me sono delle autorità. La disponibilità all’azione
educativa sull’IO richiede un profondo senso di
fiducia nei confronti degli educatori, perché è mettersi nelle mani di un altro, di un TU che è fuori di me e con il quale devo entrare in relazione. La mia identità profonda, la scopro nella relazione con gli altri che mi permettono di verificare la mia vocazione. Questo si attua nella specificità del cammino di seminario che è momento di verifica. Il Seminario è la possibilità di sperimentarsi, con le nostre
risorse e le nostre fati2
che, così come siamo . Questa modalità di verifica si rende possibile quando il singolo vive il
rapporto educativo con i superiori del Seminario
in una relazione di obbedienza che lo guida ver-
so la scoperta e la verifica della sua vocazione. L’umiltà sta alla base di un cammino di vita
speso alla luce dell’obbedienza. Umiltà e obbedienza quindi stanno sotto braccio e non si lasciano mai. Questo perche l’essere umili fa scoprire che la vita è un dono ricevuto da Dio, che per
sua natura tende a diventare un bene donato.
Tutto quello che abbiamo è un regalo di Dio: il
mondo, le persone e la stessa vita è un dono,
il più bello e prezioso, ma sempre un dono. Sotto
questa luce possiamo iniziare il cammino di perdita di se stessi: limiti personali, atteggiamenti
sbagliati, ma soprattutto del proprio IO; per poter
far trasparire a poco a poco attraverso l’ascolto dello Spirito Santo sul proprio volto quello di
Cristo risorto. Il Signore è la vera Autorità. Colui
che scrive le pagine della Storia in cui siamo suoi
strumenti e viviamo la nostra storia, sempre sotto la sua luce evidentemente, anche se liberamente possiamo decidere di non seguirlo. Gesù
è il primo che vive l’obbedienza, Lui per primo
percorre questa strada, che è faticosa perché
passa per la Passione prima di giungere alla gioia
piena della Resurrezione. Gesù è il primo che
realizza la relazione di obbedienza al disegno divino del
Padre, che ci conduce su percorsi che non progettiamo da
noi, ma che per noi sono stati tracciati per noi. La vocazione è pensata da Dio fin dalla nostra nascita. Seguire Cristo,
vuol significare anche essere pronti, in ogni momento,
a lasciare le proprie certezze, le attività che si stavano
svolgendo, le persone e i volti a cui si è affezionati, per andare dove il Signore vuole. Un
esempio emblematico è
Maria che ci insegna che rispondere Sì a Gesù è inserirsi in
cammino che ha come strada e meta costruire e ricostruire, comporre e ricomporre
la propria vita sul progetto che
un Altro ha pensato per te.
Ma come faccio ha verificare se vivo nel gusto dell’obbedienza? Il vedere nell’analisi
della propria storia personale
che l’obbedienza al TU coincide con l’obbedienza all’IO.
Proprio questo riscontro del
fatto che obbedire a un altro
coincide con la verità di me
stesso, mi rende sempre più
manifesto che questa obbedienza deve essere regola di
vita per me. Noi possiamo capire che cosa è l’amore oblativo, la carità pastorale, la gratuità soltanto attraverso la testimonianza di qualcun altro, che
mi fa vedere in atto che è possibile vivere e che cosa vuol
dire vivere da cristiano l’amore
oblativo, la carità pastorale, la gratuità, in altre
parole, l’Amore. IO capisco grazie alla testimonianza
del mio vicino i valori profondi. Attraverso la testimonianza degli altri io mi educo. Il termine educare significa tirare fuori. Io per crescere ho bisogno di qualcuno che tiri fuori da me quello che
io sono, io da solo non posso farcela. Un ammonimento lo abbiamo da Hannah Arendt:
Emancipandosi dall’autorità il bambino non si è
trovato libero, bensì soggetto ad una autorità ben
più terrificante e realmente
tirannica: alla tiran3
nia della maggioranza . L’IO non inventa sé stesso.
*Seminarista
1
L. GIUSSANI, il rischio educativo, Milano 2005, 8384
2
Piccolo estrapolato della lettera estiva del rettore
del Pontificio Collegio Leoniano di Anagni
inviata ha noi seminaristi per l’inizio del nuovo anno
formativo.
3
H. ARENDT, tra passato e futuro, Milano 1991, 237
Ottobre
2009
n questa domenica, dedicata alle missioni, mi
rivolgo innanzitutto a voi, Fratelli nel ministero episcopale e sacerdotale, e poi anche a voi, fratelli
e sorelle dell’intero Popolo di Dio, per esortare
ciascuno a ravvivare in sé la consapevolezza del mandato missionario di Cristo di fare “discepoli tutti i popoli”
(Mt 28,19), sulle orme di san Paolo, l’Apostolo delle Genti.
“Le nazioni cammineranno alla sua luce” (Ap 21,24). Scopo
della missione della Chiesa infatti è di illuminare con la
luce del Vangelo tutti i popoli nel loro cammino storico
verso Dio, perché in Lui abbiano la loro piena realizzazione ed il loro compimento. Dobbiamo sentire l’ansia e
la passione di illuminare tutti i popoli, con la luce di Cristo,
che risplende sul volto della Chiesa, perché tutti si raccolgano nell’unica famiglia umana, sotto la paternità amorevole di Dio. È in questa prospettiva che i discepoli di
Cristo sparsi in tutto il mondo operano, si affaticano, gemono sotto il peso delle sofferenze e donano la vita. Riaffermo
con forza quanto più volte è stato detto dai miei venerati
Predecessori: la Chiesa non agisce per estendere il suo
potere o affermare il suo dominio, ma per portare a tutti Cristo, salvezza del mondo. Noi non chiediamo altro
che di metterci al servizio dell’umanità, specialmente di
quella più sofferente ed emarginata, perché crediamo che
“l’impegno di annunziare il Vangelo agli uomini del nostro
tempo... è senza alcun dubbio un servizio reso non solo
alla comunità cristiana, ma anche a tutta Inumanità” (Evangelii
nuntiandi, 1), che “conosce stupende conquiste, ma sembra avere smarrito il senso delle realtà ultime e della stessa esistenza” (Redemptoris missio, 2).
1. Tutti i Popoli chiamati alla salvezza L’umanità intera, in verità, ha la vocazione radicale di ritornare alla sua
sorgente, che è Dio, nel Quale solo troverà il suo compimento finale mediante la restaurazione di tutte le cose
in Cristo. La dispersione, la molteplicità, il conflitto, l’inimicizia saranno rappacificate e riconciliate mediante il sangue della Croce, e ricondotte all’unità. L’inizio nuovo è
già cominciato con la risurrezione e l’esaltazione di Cristo,
che attrae tutte le cose a sé, le rinnova, le rende partecipi dell’eterna gioia di Dio. Il futuro della nuova creazione brilla già nel nostro mondo ed accende, anche se tra
contraddizioni e sofferenze, la speranza di vita nuova. La missione della Chiesa è quella di “contagiare” di
speranza tutti i popoli. Per questo
Cristo chiama, giustifica, santifica e
invia i suoi discepoli ad annunciare
il Regno di Dio, perché tutte le nazioni diventino Popolo di Dio. È solo in
tale missione che si comprende ed
autentica il vero cammino storico dell’umanità. La missione universale deve
divenire una costante fondamentale
della vita della Chiesa. Annunciare
il Vangelo deve essere per noi, come già per l’apostolo
Paolo, impegno impreteribile e primario.
2. Chiesa pellegrina La Chiesa universale, senza confini e senza frontiere, si sente responsabile dell’annuncio del Vangelo di fronte a popoli interi (cfr Evangelii nuntiandi, 53). Essa, germe di speranza per vocazione, deve
continuare il servizio di Cristo al mondo. La sua missione e il suo servizio non sono a misura dei bisogni materiali o anche spirituali che si esauriscono nel quadro dell’esistenza temporale, ma di una salvezza trascendente, che si attua nel Regno di Dio (cfr Evangelìì nuntiandi, 27). Questo Regno, pur essendo nella sua completezza escatologico e non di questo mondo (cfr Gv 18,36),
è anche in questo mondo e nella sua storia forza di giustizia, di pace, di vera libertà e di rispetto della dignità di
ogni uomo. La Chiesa mira a trasformare il mondo con
I
17
la proclamazione del Vangelo dell’amore, “che rischiara sempre di nuovo un mondo buio e ci dà il coraggio di vivere e di agire e... in questo modo di far entrare la luce di Dio nel mondo” {Deus caritas est, 39).
È a questa missione e servizio che, anche con questo Messaggio, chiamo a partecipare tutti i membri
e le istituzioni della Chiesa.
3. Missio ad gentes La missione della Chiesa,
perciò, è quella di chiamare tutti i popoli alla salvezza
operata da Dio tramite il Figlio suo incarnato. È necessario pertanto rinnovare l’impegno di annunciare il
Vangelo, che è fermento di libertà e di progresso,
di fraternità, di unità e di pace (cfr Ad gentes, 8). Voglio
“nuovamente confermare che il mandato d’evangelizzare
tutti gli uomini costituisce la missione essenziale della Chiesa” (Evangelii nuntiandi, 14), compito e missione che i vasti e profondi mutamenti della società attuale rendono ancor più urgenti. È in questione la salvezza eterna delle persone, il fine e compimento stesso della storia umana e dell’universo.
Animati e ispirati dall’Apostolo delle genti, dobbiamo essere coscienti che Dio ha un popolo numeroso in tutte le città percorse anche dagli apostoli di
oggi (cfr At 18,10). Infatti “la promessa è per tutti quelli che sono lontani, quanti ne chiamerà il Signore Dio
nostro” (At 2,39). La Chiesa intera deve impegnarsi nella missio ad gentes, fino a che la sovranità salvifica di Cristo non sia pienamente realizzata: “Al presente
non vediamo ancora che ogni cosa sia a Lui sottomessa” (Eb 2,8).
4. Chiamati ad evangelizzare anche mediante il martirio In questa Giornata dedicata alle missioni, ricordo nella preghiera coloro che della loro vita hanno fatto un’esclusiva consacrazione al lavoro di evangelizzazione. Una
menzione particolare è per quelle Chiese locali, e per quei
missionari e missionarie che si trovano a testimoniare e
diffondere il Regno di Dio in situazioni di persecuzione,
con forme di oppressione che vanno dalla discriminazione
sociale fino al carcere, alla tortura e alla morte. Non sono
pochi quelli che attualmente sono messi a morte a causa del suo “Nome”. È ancora di tremenda attualità quan-
to scriveva il mio venerato Predecessore, Papa Giovanni
Paolo II: “La memoria giubilare ci ha aperto uno scenario sorprendente, mostrandoci il nostro tempo particolarmente
ricco di testimoni che, in un modo o nell’altro, hanno saputo vivere il Vangelo in situazioni di ostilità e persecuzione, spesso fino a dare la prova suprema del sangue” (Novo
millennio ineunte, 41).
La partecipazione alla missione di Cristo, infatti, contrassegna
anche il vivere degli annunciatori del Vangelo, cui è riservato lo stesso destino del loro Maestro. “Ricordatevi della parola che vi ho detto: Un servo non è più grande del
suo padrone. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno
anche voi” (Gv 15,20). La Chiesa si pone sulla stessa
via e subisce la stessa sorte di Cristo, perché non agisce in base ad una logica umana o contando sulle ragioni della forza, ma seguendo la via della Croce e facen-
dosi, in obbedienza filiale al Padre, testimone e compagna di viaggio di questa umanità. Alle Chiese antiche come
a quelle di recente fondazione ricordo che sono poste
dal Signore come sale della terra e luce del mondo, chiamate a diffondere Cristo, Luce delle genti, fino agli estremi confini della terra. La missio ad gentes deve costituire la priorità dei loro piani pastorali. Alle Pontificie Opere
Missionarie va il mio ringraziamento e incoraggiamento
per l’indispensabile lavoro che assicurano di animazione, formazione missionaria e aiuto economico alle giovani Chiese. Attraverso queste Istituzioni pontificie si realizza in maniera mirabile la comunione tra le Chiese, con
lo scambio di doni, nella sollecitudine vicendevole e nella comune progettualità missionaria.
5. Conclusione La spinta missionaria è sempre stata
segno di vitalità delle nostre Chiese (cfr
Redemptoris missio, 2). È necessario, tuttavia, riaffermare che l’evangelizzazione è
opera dello Spirito e che prima ancora di
essere azione è testimonianza e irradiazione della luce di Cristo (cfr Redemptoris
missio, 26) da parte della Chiesa locale,
la quale invia i suoi missionari e missionarie
per spingersi oltre le sue frontiere. Chiedo
perciò a tutti i cattolici di pregare lo Spirito
Santo perché accresca nella Chiesa la passione per la missione di diffondere il Regno
di Dio e di sostenere i missionari, le missionarie e le comunità cristiane impegnate in prima linea
in questa missione, talvolta in ambienti ostili di persecuzione. Invito, allo stesso tempo, tutti a dare un segno credibile di comunione tra le Chiese, con un aiuto economico, specialmente nella fase di crisi che sta attraversando
l’umanità, per mettere le giovani Chiese locali in condizione di illuminare le genti con il Vangelo della carità. Ci
guidi nella nostra azione missionaria la Vergine Maria,
stella della Nuova Evangelizzazione, che ha dato al mondo il Cristo, posto come luce delle genti, perché porti la
salvezza “sino all’estremità della terra” (At 13,47).
A tutti la mia Benedizione.
Dal Vaticano, 29 giugno 2009
BENEDICTUS PP. XVI
Ottobre
2009
18
Gentili Lettrici, Gentili Lettori, sono un Padre
Carmelitano missionario in Centrafica, a pochi chilometri a Nord dell’Equatore, dove non ci sono stagioni, come da Voi, dove la temperatura è costantemente alta, dove vi sono sei mesi di piogge e sei
mesi di siccità, dove vi è tanta miseria, ma tanta dignità. Quando mi dissero di andare, ed ero non più giovane, ebbi qualche interna titubanza, ma risposi di
sì, come m’impegnava l’Ordine Carmelitano: oggi,
se mi chiedessero di rinunciare a partire, ne rimarrei dispiaciuto, tanto vi è lì da dare e da fare..
Ho accolto l’invito del Parroco di S. Maria degli Angeli
a Segni, dove sono stato alcuni giorni in riposo dalla missione, presso mia sorella e mio fratello, per
tentare di spiegare quale sia la vita di un missionario. Vorrei innanzitutto
smentire l’idea che un
missionario sia una persona intrepida, una sorta di
“capitano di lungo corso” che distribuisce conversioni
e benedizioni a non finire. Un missionario ha una
pelle diversa, si veste in modo diverso, mangia in
modo diverso, la sua vita rimane influenzata dalla
“sua cultura”, ma se non riesce a rendersi uguale agli
“altri” che incontra e frequenta, non ne potrà mai avere rapporti franchi. Diviene quindi questo il primo impegno di un missionario: conservare la propria cultura ed il modo di fare originario, cui non si può rinunciare, e, poi, acquisire una cultura ed un “modo di
fare locale”, dov’essere riconosciuto quale stanziale, nonostante la pelle, il vestire, il mangiare, il comportarsi. Una facile via per penetrare nel cuore degli
adulti sono i bambini che vengono
al catechismo, che vengono a mangiare (lì la fame è
principe), che vengono a giocare tutti insieme ma, quando tornano ai loro villaggi
riprendono le loro abitudini, quindi bisogna ricominciare, sempre all’infinito.
Il futuro dell’Africa è nei bambini e nelle donne, sopruse e sopraffatte da un
ambiente maschile dominante,
Costantino Coros
Il mercato della casa è in fase calante. Questa in sintesi la situazione
sul fronte abitativo emersa dall’indagine
annuale di Tecnoborsa (società consortile per azioni senza fini di lucro,
di emanazione delle Camere di
Commercio) sulle famiglie italiane e il mercato immobiliare nelle
sei grandi città (Roma, Milano, Napoli,
Torino, Palermo e Genova), curato dal Centro Studi sull’Economia
Immobiliare. “Nelle transazioni
immobiliari registrate nelle sei maggiori città italiane si nota una battuta di arresto di circa -8,5 punti
percentuali rispetto al 2005, confermando una situazione già conclamata a livello nazionale. Quindi,
si può affermare che il rallentamento del mercato immobiliare è in qualche misura indipendente dalle
dimensioni dei Comuni”, ha dichiarato, illustrando i
dati, Valter Giammaria Presidente di Tecnoborsa. Il
Presidente ha affermato anche che: “dall’Indagine 2009
è emerso che il 6,5% degli intervistati ha espresso
l’intenzione di effettuare almeno una transazione nel
biennio 2009-2010 e cioè acquistare vendere, prendere in locazione, dare in locazione, anche se dal confronto tra la presente Indagine previsionale con quelle precedenti emerge un calo delle transazioni previste, fatta eccezione per l’offerta futura delle locazioni che è rimasta sostanzialmente stabile; il calo
più rilevante riguarda gli acquisti futuri che sono scesi di 7,8 punti rispetto al 2005 e di 2,2 rispetto al 2007”.
Infine, Valter Giammaria ha detto che: “Complessivamente,
confrontando le transazioni effettuate nel biennio 20072008 con le intenzioni dichiarate per il biennio 20092010, si dovrebbe verificare un calo di 3,5 punti percentuali nel mercato delle sei grandi città”.
Gli affitti costano troppo e le case non ci sono
Questa è la fotografia della realtà fatta di numeri, ma
dietro le cifre ci sono le persone con i loro problemi
legati alla discontinuità di reddito e alla gestione della vita familiare. Il Censis ha da tempo messo sotto
osservazione questo mercato e le criticità per l’accesso alla casa. Dalle rilevazioni dell’istituto di ricerca è risultato che la domanda di abitazioni è cresciuta.
Ciò è dovuto al forte incremento del numero di famiglie. In media, nelle 13 più grandi città italiane in un
anno si formano 46 mila nuovi nuclei familiari, ma si
costruiscono circa 19 mila nuove abitazioni. I redditi delle giovani coppie non sono compatibili con i prezzi d’acquisto. ll mercato dell’affitto è falsato dalla domanda studentesca. Nelle grandi città sono quasi 310 mila
gli iscritti fuori sede, a fronte di soli 21 mila posti letto offerti dal sistema pubblico e religioso. Così i giovani preferiscono rimanere a casa dei genitori. Anche
la crescente presenza di immigrati condiziona l’offerta
in affitto.
che non lascia tregua. Bambini e donne da “riculturare”, senza che loro se ne rendano conto, perché
per loro è normale così! Questo è un impegno non
facile, ma da perseguire, in ogni modo. Arrivano diversi aiuti in Africa da parte di più Organizzazioni Internazionali.
Va spiegato che in numerosi Paesi africani non v’è
quella democrazia che rimane qui da noi e quegli aiuti non si sa (si fa per dire) dove finiscano.
Per questo, mentre rimane bene mandare aiuti, questi andrebbero versati ad associazioni specifiche operanti “in loco” che possano indirizzarli allo scopo specifico.
Noi missionari tentiamo di penetrare in questi mondi nuovi, diversi, difficili. Quello che chiediamo a Voi
è di sostenerci con una preghiera costante che ci aiuti a superare gli apparenti o forse evidenti ostacoli
per arrivare, dunque, al vero apostolato, al vero aiuto, non solo alimentare, quanto soprattutto spirituale, superando le ostilità psicologiche derivanti da differenze culturali che, forse, per noi, abituati ad incontrare tante genti non fanno difficoltà, ma che per i
cosiddetti “ diversi”, ci rendono diversi e difficili: preghiera e comprensione per un compito non semplice, quanto affascinante e vicino alla missione evangelica, cui vorremmo foste a noi vicini. Grazie.
Padre Giovanni Tomasi
Nelle 13 grandi città vivono 645
mila immigrati (+80% rispetto al
2003), ovvero il 7% dei residenti.
In questi anni sono stati immessi sul mercato alloggi degradati, affittati in condizioni di inadeguatezza e sovraffollamento.
La precarietà abitativa riguarda
almeno il 40% degli immigrati.
Il mercato dell’affitto ha costi sempre meno sostenibili – sottolinea
il Censis - come dimostra l’alta
percentuale di sfratti dovuti a morosità (77% del totale).
Le risorse stanziate dallo Stato
centrale hanno in gran parte finanziato il sostegno diretto delle famiglie in affitto sul libero mercato
piuttosto che le nuove abitazioni.
Esauriti i fondi Gescal è crollata la produzione di edilizia sovvenzionata per le fasce più povere: solo 1.900 alloggi di edilizia sociale su 300 mila alloggi/anno costruiti, ovvero meno dell’1%. In Francia la produzione di
edilizia sociale negli ultimi anni è oscillata tra 40 mila
e 50 mila alloggi/anno.
Social housing: una possibile risposta
Per il Censis occorre sperimentare di più la partnership
pubblico-privato nell’ambito del social housing. Per
poter garantire affitti a canoni accessibili anche ai ceti
medio-bassi non compresi nel ristretto ambito dell’edilizia sociale pubblica (giovani coppie, studenti, lavoratori immigrati), il nodo centrale è riuscire ad abbattere il costo delle aree urbane, che incide fortemente sui costi finali. Interessanti sono le sperimentazioni
in corso in Lombardia, in particolare nel Comune di
Milano, per l’uso di aree inutilizzate, tramite il coinvolgimento degli operatori di mercato.
Milano ha avviato un programma che riguarda 47 aree
pubbliche inutilizzate sufficienti a realizzare quasi 17
mila alloggi, per oltre 37 mila abitanti.
Ottobre
2009
Antonio Galati
““Donna, ecco il tuo figlio!”. Poi disse al discepolo:
“Ecco la tua madre!”. E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa” (Gv 19, 26-27).
Questo brano tratto dal vangelo secondo Giovanni
è solo uno dei racconti biblici in cui Maria non è
solo in rapporto con il Figlio, ma anche con i suoi
discepoli.
Sempre nel Vangelo secondo Giovanni si può vedere che nell’episodio delle nozze di Cana Gesù e 1i
suoi discepoli sono presenti perché è presente Maria
ed è grazie all’intercessione di Maria
che “Gesù diede inizio ai suoi miracoli in Cana di Galilea, manifestò
la sua gloria e2 i suoi discepoli credettero in lui” .
La Tradizione, poi, ci invita a contemplare Maria presente insieme agli
Apostoli il giorno di Pentecoste. Da
ciò si può concludere, allora, che
il discepolo di Cristo deve vivere anche
un dialogo, una relazione, con Maria.
Che tipo di rapporto debba esserci tra Maria e il discepolo di Cristo
lo delinea Benedetto XVI nell’udienza
generale del 12 agosto di quest’anno
tenuta a Castel Gandolfo.
Commentando il brano giovanneo
dell’affidamento di Maria al discepolo prediletto e viceversa da parte di Gesù sulla croce, il papa fa notare che il testo originale greco rende l’accoglienza di Maria da parte
del discepolo in maniera più profonda.
Infatti, dice il papa: “il testo greco
è molto più profondo, molto più ricco. Potremmo tradurlo: prese
Maria
3
nell’intimo della sua vita” .
Ora ciò che è successo sotto la croce si ripropone anche per ognuno
di noi. Infatti, è vero che la
Tradizione riconosce Giovanni l’evangelista in quel discepolo prediletto, ma è anche vero che il testo
non dice esplicitamente chi sia questo discepolo, perciò in lui tutti ci si
possono, e ci si devono, riconoscere.
19
Così facendo ogni cristiano
è chiamato, nei confronti di Maria,
ad accoglierla nel proprio intimo, tra le sue cose
più importanti.
4
Quest’accoglienza può essere compiuta in due modi :
una prima modalità di accogliere Maria nella propria vita è quella di pensare a lei come a un modello da seguire e a cui conformarsi, ma ciò significa
un’accoglienza superficiale, perché in realtà Maria
non è accolta nella vita del cristiano, ne resta di fronte, fuori; una seconda modalità, più profonda, è appunto quella di accogliere Maria nella propria vita,
all’in5
terno di essa, e fare in modo di “marificare” la propria esistenza.
Se questo è vero per tutti i cristiani, è maggiormente
vero per chi ha ricevuto il dono del sacerdozio e
anche per coloro che si riconoscono destinatari di
questo dono e che si stanno preparando per riceverlo. Infatti, fa notare il papa che tra Maria e i presbiteri esiste un rapporto peculiare che spinge la
Madre di Gesù ad avere per i presbiteri una pre
dilezione par6
ticolare . Ciò è vero, dice il papa, per due ragioni:
“perché sono più simili a Gesù, amore supremo del
suo cuore, e perché anch’essi, come Lei, sono impegnati nella missione di7proclamare, testimoniare e
dare Cristo al mondo” .
E allora, come nell’episodio evangelico in cui c’è
una doppia accoglienza – Maria che accoglie il discepolo prediletto come figlio e quest’ultimo che accoglie Maria come madre – anche nella vita del presbitero deve succedere la stessa cosa: Maria, abbiamo appena visto, ha una predilezione particolare
per i presbiteri e “ogni sacerdote può e deve sentirsi veramente figlio prediletto
di questa altissima
8
ed umilissima Madre” .
1
Cfr. Gv 2, 1-2.
2
Gv 2, 11.
3
Udienza generale di sua santità Benedetto XVI. Palazzo
Apostolico di Castel Gandolfo. Mercoledì 12 agosto
2009.
4
Cfr. Udienza generale di sua santità Benedetto XVI.
Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo. Mercoledì 12
agosto 2009.
5
Il termine, non presente nell’italiano e che deriva per
vicinanza di significato da “cristificare” (cfr. A. Galati,
Lasciar trasparire, come in filigrana, i lineamenti del
Cristo, in Ecclesia in cammino, Settembre 2009, pag.
23), vuole indicare l’introduzione di Maria nei dinamismi
della propria esistenza (cfr. Udienza generale di sua
santità Benedetto XVI. Palazzo Apostolico di Castel
Gandolfo. Mercoledì 12 agosto 2009) e quindi conformare la propria vita sull’esempio di lei direttamente
dall’interno. Però è da notare anche che: “cristificare” indica la conformazione dal di dentro a Cristo affinché egli traspaia e parli al mondo; la “marificazione”
conforma, sempre dal di dentro, la vita personale a
quella di Maria ma NON con l’obiettivo di far trasparire Maria, BENSÌ con quello di permettere al cristiano di essere, come Maria, che è discepola e madre,
discepolo di Cristo e portatore di Cristo al mondo.
6
Cfr. Udienza generale di sua santità Benedetto XVI.
Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo. Mercoledì 12
agosto 2009.
7
Udienza generale di sua santità Benedetto XVI. Palazzo
Apostolico di Castel Gandolfo. Mercoledì 12 agosto
2009.
8
Udienza generale di sua santità Benedetto XVI. Palazzo
Apostolico di Castel Gandolfo. Mercoledì 12 agosto
2009.
Ottobre
2009
20
Don Franco Risi
L’anno sacerdotale invita “tutto il popolo di Dio adunato nel nome del Padre del Figlio e dello Spirito Santo”
(LG 4), a sostare per riflettere sull’importanza della
celebrazione del convito eucaristico. Certamente il
sacerdote per primo, poi il popolo cristiano, devono
cercare, alla luce della fede, di meditare con il cuore la loro partecipazione alla celebrazione della santa messa. San Bonaventura nell’opuscolo “Itinerario
della mente a Dio”, suggerisce un metodo che possiamo tener presente nella nostra riflessione sull’eucarestia.
Egli afferma che se vogliamo raggiungere questa meta
è necessario “interrogare la grazia e non la scienza;
il desiderio e non l’intelletto; il sospiro della preghiera e non la brama di leggere; Dio non l’uomo…”. Anche
l’apostolo Paolo che facendo esperienza della sua
debolezza e di difficoltà grandi, sentendosi rispondere
da Dio nella preghiera: “ti basta la mia grazia” (2cor
12,9), ci invita a seguire la via di Dio piuttosto che
quella del mondo. Fatta nostra questa pedagogia siamo invitati a vedere tutto il popolo di Dio, gerarchicamente ordinato, come un pellegrino, un viandante che nel suo andare per le vie del mondo, porta
nel cuore questi interrogativi e mentre si dirige verso la meta cerca di trovargli una risposta: cos’è la
santa messa? Che significa che l’eucarestia è il sacrificio della croce e il banchetto del popolo di Dio? Quale
il ruolo di Gesù e della Chiesa nell’eucarestia?
La santa messa è la ripresentazione sacramentale
del sacrificio di Gesù nei
segni del pane e del vino
per la redenzione dell’umanità. Così possiamo
comprendere che l’eucarestia rende presente l’amore di Cristo
per il Padre e per tutti
gli uomini. Ed è proprio
questo amore, se condiviso da tutti, che
potrà creare un’umanità
nuova che ama e si dona
agli altri in qualunque
luogo della terra.
Guardare all’eucarestia come il sacrificio della croce ci esorta ad iniziare la scalata per poter
acquisire una maggiore consapevolezza di
questo grande dono.
Prima di tutto va detto
che l’eucarestia non ripete il sacrificio della croce offerto da Cristo una
volta per sempre sul
Calvario, perchè tale
sacrificio è perfetto ed
inesauribile. L’eucarestia
trova quindi la sua origine nell’istituzione di
Cristo nella vigilia della sua morte. La Chiesa nel celebrare l’eucarestia proclama la propria fedeltà al Signore. Vi è dunque piena identità tra il sacrificio della croce e la sua rinnovazione sacramentale. Proprio per questo la santa
messa non è un altro sacrificio, separato da quello
consumato da Cristo sul Calvario. Ciò che distingue
il sacrificio della messa dal sacrificio di Cristo sulla
croce, è che in essa lo stesso irripetibile sacrificio è
presente nella forma di banchetto, e grazie alla sua
memoria fedele la Chiesa lo compie in memoria di
Gesù: “fate questo in memoria di me” (Lc 22,14-20).
Ne segue che l’eucarestia sacrificio di Cristo è anche
sacrificio della Chiesa: non perché essa offre un distinto sacrificio, ma perché celebrando l’immolazione di
Gesù si unisce ad esso. Questa realtà va vissuta con
la fermezza della fede e la stabilità della speranza. Continuando
questa scalata ci rendiamo
sempre di più consapevoli che
l’eucarestia viene celebrata in comunione con la Chiesa sia terrestre
sia celeste. Il popolo di Dio quindi adempiendo il comando ricevuto da Cristo Signore per mezzo degli apostoli, ne celebra la
memoria, ricordando soprattutto la sua passione, la gloriosa
resurrezione, l’ascensione al
cielo nell’attesa della sua venuta. La comunità, nel giorno del
Signore, offre al Padre, nello Spirito
Santo, Gesù, vittima immolata.
Inoltre la Chiesa mette in evidenza
che i fedeli non solo offrono il sacri-
ficio vivo e santo di Cristo, ma devono imparare anche
ad offrire se stessi per portare ogni giorno a compimento la loro unione con Dio e con i fratelli per mezzo “di Gesù Cristo mediatore tra Dio e gli uomini, l’Uomo
Cristo Gesù” (1Tim2,5). Ed essi saranno in Cristo un
solo corpo nello Spirito Santo. Per questo l’eucarestia è la mensa pasquale del Signore e della Chiesa.
Arrivati sulla vetta saremo in grado di comprendere
la missione salvifica di Gesù e della Chiesa. Il soggetto unico e fondamentale dell’eucarestia è Gesù
Cristo (Eb 3,1-5). È lui che cancellando il peccato originale ci ha fatto diventare amici di Dio e così lo possiamo chiamare Padre nostro che sei nei cieli. È proprio lui che ripresenta il sacrificio della Croce e che
per la forza dello Spirito Santo invocato dalla Chiesa
mediante i suoi ministri ordinati, trasforma il pane e
il vino nel proprio corpo e nel proprio sangue (Eb 5,110). Gesù stesso lasciò agli apostoli il mandato di perpetuare questo mistero mediante sacerdoti ordinati
dalla Chiesa. Questo mandato di Gesù invita oggi noi
cristiani a fare esperienza di lui mediante il sacramento
dell’eucarestia. Allora è veramente necessario meditare, per farne esperienza di vita, i testi del vangelo
riguardante l’istituzione dell’eucarestia. (confr. Lc 22,1420; Mt 26, 26-29; Mc 14, 22-25). Una volta ripieni dell’amore di Gesù, nasce nel cuore dell’uomo e della
donna il desiderio di portarlo agli altri. Ci viene in aiuto il brano della lavanda dei piedi dell’evangelista
Giovanni,dove l’eucarestia ci spinge sempre ad amare i fratelli (Gv 13,1-17). Solo se faremo l’esperienza di incontrare Gesù eucarestia, lo riconosceremo
come i discepoli di Emmaus nello spezzare il pane
(Lc 24,12-35). Da qui comprenderemo le motivazioni di questo anno sacerdotale indetto da Benedetto
XVI: favorire per tutto il popolo di Dio la tensione verso la perfezione spirituale. Il Papa ha ben considerato l’opportunità di questo anno speciale perché possa essere l’occasione per mettere in evidenza la missione del sacerdote nella Chiesa come rappresentante di Cristo Sacerdote (Eb 4,14-16). In questa prospettiva la Chiesa tutta è impegnata a pregare: “il padrone della messe perché mandi operai alla sua vigna”
(Mt 9,38). Inoltre essa è chiamata a ricercare sempre nuovi sentieri formativi, umani, spirituali, intellettuali e pastorali per poter superare la crisi delle vocazioni. La Chiesa si deve sentire impegnata a favorire le chiamata al sacerdozio necessario alla nascita e alla crescita di tutte le altre vocazioni.
Festa di S. Giuseppe: Padre Italo, Mons. Pintonello e i
Ottobre
2009
PADRE ITALO LARACCA
Sacerdote secondo
il cuore di Dio
? Andrea Maria Erba
Sono passati 12 anni dalla morte, ma la figura
di padre Italo Laracca rimane viva e attuale nel
cuore di quanti lo hanno conosciuto: la sua immagine cara e paterna ha lasciato una traccia profonda nella città di Velletri e soprattutto nella par-
Da sinistra: il giornalista R. Guidi, il fratello di
Papa Giovanni XXIII e padre Italo
rocchia di San Martino, dove trascorse circa 60
anni, di cui 45 come “Padre Curato” così denominato dalla gente.
L’”Anno sacerdotale” che stiamo
vivendo è la cornice più giusta e adatta per ricordare questo frate somasco, fedele alla Chiesa
e alle anime, vero apostolo del Vangelo, ministro
di Cristo, propagatore della fede e operatore di
carità cristiana.
Era nato a Minturno (LT), ma pochi potrebbero
dirsi più velletrani di lui. Era l’uomo e il prete stimato, riverito, venerato e amato per la sua dedizione agli
altri, per la
sua grande
umanità,
per la sincerità del
suo dire e
la semplicità del suo
fare, per
l’aiuto e il
conforto
portato ai
più bisognosi.
La sua figura divenne quasi
o e i netturbini di Velletri
21
un mito che ha colpito l’immaginario collettivo, il
diocesi, come
rappresentante di un’epoca e, se è lecito un parapenitengone, il santo Curato d’Ars del
ziere nelsecolo ventesimo.
la basiliIl suo nome era sulla bocca
ca di san
di tutti e tanti potrebbero ancoClemente
ra raccontare qualche episoe come
dio o incontro con lui.
membro del
Le opere compiute da
Tribunale
padre Laracca sono
ecclesiastisotto gli occhi di tutco per le
ti, ma molto rimane
cause
S.E. Mons. Andrea M. Erba e padre Italo
nel segreto di Dio.
matrimoin uno dei suoi tipici “atteggiamenti oratoriali”
Si potrebbe dire che esiniali.
stono due Padre Laracca: quello pubblico e noto Ma, come accennato, l’aspetto più importante dele quello nascosto, l’apostolo in mezzo al popo- la sua personalità fu la sua spiritualità. Fin dallo e l’asceta immerso nella preghiera, il soccor- la giovinezza padre Laracca è consacrato a Dio
ritore dei poveri e l’evangelizzatore della cam- e dedito alla preghiera: al centro della sua giorpagna e il religioso umile dedito alla contemplazione. nata c’era la celebrazione della santa Messa, la
Per dirlo con l’immagine del Vangelo: padre Laracca recita del Breviario e del Rosario, la devozione
era come Marta impegnato nel servire, come Maria alla Madonna”Mater orphanorum”.
raccolto ai piedi di Gesù.
Osservante scrupoloso delle regole della sua
Nessun contrasto tra i due uomini: anzi si dimo- Congregazione le osservò senza ripensamenti
stra che il mistico è il più grande realizzatore per- né ritorni, con l’esercizio delle virtù religiose e delché attinge la forza da Dio.
le penitenze del “terribile quotidiano”. In questo
Negli anni terribili della guerra, sotto l’infuriare dei sta forse la sua testimonianza e la sua grandezza.
bombardamenti padre Laracca diventa il consolatore Fu un “santo” padre Laracca? Sicuramente la sua
degli afflitti, incurante dei pericoli, rimanendo
sempre in mezzo alla gente che lo implorava:
“Padre Curato non te ne andare”. Ancora oggi
si leggono con emozione le pagine del notissimo suo volume: “Tra le rovine di Velletri” dove
sono descritti molti episodi di sangue e di eroismo.
Anche nel periodo post bellico, padre Laracca
si impegnò per la ricostruzione materiale e morale: tra l’altro fu nominato Presidente dell’ECA
e insignito della medaglia di bronzo.
Ma in questa circostanza piace sottolineare la
sua figura di padre degli orfani, l’educatore dei
giovani secondo il carisma del suo Fondatore
san Gerolamo Emiliani.
Fu guida e benefattore di innumerevoli ragazzi, soprattutto orfani e bisognosi. Per molti anni
la parrocchia di san Martino fu scuola e palestra dove padre Laracca profuse il suo amore e il suo zelo, dispensando ogni giorno il pane
Da sinistra: on. Giulio Andreotti, il sindaco
materiale e quello spirituale.
Bianchi e padre Italo Laracca
Come parroco sentì vivamente la responsabilità del buon pastore. Per i suoi parrocchiani
fu maestro di fede e catechista, promotore di quel- esistenza fu trasfigurata dall’amore di Dio che riemle devozioni che, prima del Concilio, erano in vigo- piva il suo cuore, pieno di bontà e di carità.
re e costituivano l’ossatura della pastorale tra- Egli ci insegna che la Chiesa e il mondo hanno
dizionale.
bisogno di persone che si dedichino totalmente
Padre Laracca era un “conservatore” delle bel- a Dio e agli altri, In questo senso la santità è alla
le funzioni di una volta: soffriva per certe novità portata di tutti.
liturgiche non approvate e per alcune teorie che
ferivano la sua coscienza. Rimase il prete dell’altare, del pulpito e del confessionale, delle precessioni del “Cristo Morto”, dei pellegrinaggi a Lourdes
e da Padre Pio…
Diede la sua collaborazione competente alla nostra
Ottobre
2009
22
to presentato, indipendentemente dalla presenza dell’adulto. L’adulto ha la funzione di indicare alcuni punti, però poi deve essere abbastanza bravo da ritirarsi
e lasciare il posto all’intima conversazione con il Maestro
interiore. Siamo in genere troppo interventisti. Mi scriveva adesso una allieva croata catechista: una bambina di tre anni aveva fatto un disegno, poi ne aveva cominciato a fare un altro e lei, per zelo, le si è
avvicinata e le ha chiesto: “Adesso che stai facendo?”. E lei ha risposto: “Scostati! Scostati! Vai via!”.
Solo a disegno finito gliel’ha fatto vedere. Evidentemente
era un intervento assolutamente indebito: il momento del lavoro personale è il momento costruttivo: è
l’ascolto del Maestro interiore. Non siamo noi che insegnamo. e questo per gli adulti è difficile.
… Qualche hanno fa, preparando l’elaborato per conseguire il diploma Montessori, ho letto “il potenziale
religioso del bambino” di Sofia Cavalletti. Vi propongo
un’intervista all’autrice pubblicata nell’inverno 1998/99
sulla rivista Il Sicomoro,n.7. Il titolo è talmente suggestivo ed emblematico che abbiamo pensato di sceglierlo come logo di questa rubrica. Mi piace pensare
che questi piccoli contributi, suscitino in voi il desiderio di tirar fuori dal vostro tesoretto di esperienze,
opinioni, materiali ecc., magari anche un semplice
“mi piace” stile facebook...
Luigina Ruffolo IRC
Seconda parte dell’intervista
Dunque né complicazione, né semplificazione:
la parola giusta qual’è?
Essenzialità. La grande disciplina che impone la catechesi dei piccoli è proprio questa: la fedeltà all’essenziale. Nella scelta dei temi e nel modo di presentarli.
Si vede chiaramente soprattutto in un
bambino piccolo: se si abborda una
cosa secondaria, ti accorgi subito che
non ti segue. Oppure se dici troppe parole: sei finito. Bisogna annunziare il Kerygma
nella sua essenza.
Questa è stata l’esperienza più grande per noi, perché ci ha obbligato ad
un’essenzialità che non è facile, perché sono spietati, i bambini: appena
“scantoni” un po’, ti abbandonano, ma
in modo chiaro. Il più grande ormai è
abituato alla scuola, per cui porta pazienza; il bambino di due anni se ne va,
fisicamente: prende la sedia e se ne
va. E’ una scuola dura proprio per gli
adulti-catechisti, però è bellissima.
Mi sembra una visione un pò diversa del
modo usuale di fare catechesi...
L’adulto deve trasmettere quello che ha ricevuto, evidentemente, però tenendo presente innanzi tutto che
non è un insegnamento scolastico, che il bambino
non è un sacco vuoto da riempire. L’annuncio dev’essere dato nel modo più “disinteressato” possibile: io
te lo do, e poi lo amministri tu; una volta che ho fatto la mia parte, basta. Per questo è così importante per il nostro lavoro il materiale (2) che serve a lasciare il bambino indipendente dall’adulto nell’ascolto di
quanto ha ricevuto. Altrimenti l’adulto interferisce sempre con una presenza che può disturbare e invece
di aiutare la comunicazione, può impedirla. L’importante
è quel secondo momento in cui il bambino sta da
solo, ripensa a Gesù buon pastore, cosa fa, come
conosce le pecorelle...
Il nostro materiale non è didattico, cioè un aiuto all’insegnante per rendere il suo insegnamento più attraente; è un materiale di carattere montessoriano, cioè
un aiuto alla meditazione del bambino, permette al
bambino di continuare a considerare quanto è sta-
Se lei dovesse dare un’immagine, una parola per
definire il catechista?
“Il servo inutile”. Sì, io credo che questa del servo
inutile sia una grande verità: il servo deve fare, altrimenti è pigro; però è inutile. Del resto anche S.Agostino
nel De Magistro dice come si fa ad imparare: prima
ci vuole qualcuno che annunci, ma il momento importante dell’apprendimento è dopo, quando si riconsidera dentro di sè quello che si è ascoltato. Lo dice
chiaro, con un’incisività agostiniana tutta particolare: Numquam posso docere (4). Questo per un adulto è difficile da accettare, perché ti spiazza, come spiazzata era quella giovane che,venuta la prima volta da
me, si è sentita dire: “Cerca un po’ dove sta la cattedra”. E lei ha girato per le stanze della catechesi,
e non la trovava, e diceva: “Ci deve essere!”.Non c’è
perché non ci deve essere.
Come è diverso questo dalla mentalità corrente, quando si pensa che per interiorizzare la fede
basti spiegare delle cose, basti dire: “Ne abbiamo parlato”...
Questa è la mentalità scolastica, ma la catechesi è
qualcosa di molto più profondo e più ampio. Anche
certe prediche che si sentono: danno spiegazioni e
chiudono l’argomento. Ma non è questa la catechesi,
che deve essere rivolta all’apertura al mistero. Come
dice Stefano Levi della Torre: è il mistero a dar respiro alla conoscenza, a farla lievitare nelle più mirabili costruzioni della cultura. Il mistero, cioè, fa lievitare la conoscenza; se invece delimitiamo, spieghiamo, definiamo tutto, cominciando dalle parabole,
che sono le ultime cose
che andrebbero spiegate,
il mistero non c’è più. Non
è più attraente: se mi fai
vedere i limiti, non mi interessa più.
Sta dicendo che nel
nostro catechismo noi
spieghiamo troppo?
Sì, non si esce dalla
mentalità scolastica: insegnamento, apprendimento,
verifica. E così ho limitato tutto. Ma il limitato non
è attraente, è l’immenso;
il mistero che attrae. Se
Ottobre
2009
vedo il limite, e ne urto il confine, ad un certo momento mi vengono i lividi. Invece, che ricchezza, che saggezza che ha il metodo delle parabole:
“Vuoi sapere com’è il ‘Regno dei cieli’? Guarda un
po’ un semino piccolo, piccolo...
Pensaci, guardalo, continua a guardarlo, vedrai
che poi.....” Non c’è nessuna pretesa di esaurire
l’argomento, si apre invece una possibilità di indagine: è un atteggiamento. Credo che le parabole siano uno strumento di educazione alla fede molto grande, perché aprono a quello che non si vede. Vedi
un semino e dici: Il Regno di Dio quello? Eppure così
è. La piccola Cristina, cinque anni, stava impastando la pasta con il lievito (in relazione alla parabola
del Regno come lievito che fermenta tutta la pasta)
e le hanno chiesto: “Cosa stai facendo?”. Lei ha risposto: “Guardo come cresce il Regno di Dio!”. Questo
è vedere l’invisibile: a loro non fa
nessuna difficoltà.
Allora secondo lei la catechesi “di memorizzazione” è limitante?
Solo un esempio: nei primi tempi noi facevamo anche
una preparazione “alla meglio” alla Cresima. Si era
dunque nei primi anni: imperava l’apprendimento mnemonico del catechismo e io non avevo ancora la coscienza del tutto tranquilla, perciò avevo pensato che si
poteva dare loro anche un po’ di catechismo tradizionale. Indicai alcune definizioni e queste furono imparate. E mi ricordo una bambina molto intelligente, molto carina, che conosceva la Chiesa come l’ovile del
pastore, la vera vite (tutte immagini bibliche), alla quale feci imparare la definizione di Chiesa. Era piccolina, ma voleva fare a tutti i costi la Cresima, ci mise
tutto il suo impegno e la disse benissimo.Ma quando le chiesi di spiegarlo con parole sue in base alle
parabole, non riuscì a rispondere: evidentemente ormai
era bloccata, la Chiesa era quella definizione lì. Che
cosa sanno a memoria i miei? Il Padre Nostro, l’Ave
Maria con un po’ più di difficoltà, perché se vanno a
Messa l’Ave Maria “non c’entra”; sanno il “Mistero della fede”, che è essenziale. Molte parabole vengono
ripetute tante volte, da saperle quasi a memoria.
Come vede una catechesi che privilegi l’elemento
etico-morale?
Credo che sia fatale scadere nel moralismo, per il fatto che si comincia la catechesi nell’età sbagliata (seiotto anni), quando il problema morale è già forte nel
bambino, cioè quando è un po’ il bambino stesso a
portarci su questa strada. Se si comincia la catechesi esplicita quando già il problema morale è in ebollizione, finisce che poi Dio è soprattutto il giudice.
Ma la morale prima di tutto è la relazione, essere una
persona morale vuol dire essere una persona in relazione.
Il primo giorno che parliamo del Buon Pastore ai nostri
bambini di due o tre anni è già preparazione morale, perché aiutiamo il rapporto di relazione con Dio.
Certamente la catechesi per il novanta per cento dovrebbe essere kerygma; e poi anche parenési, evidentemente, a partire dall’età giusta; cioè ad un certo
punto bisogna distinguere: questo è bene, questo è
male, e le massime del Vangelo, e il Decalogo; ma
lo stesso decalogo comincia con Dio che dice: “Io
sono”. Poi, voi fate. Prima però Io sono quello che
vi ha liberato; prima stabilire il rapporto.
23
Questo è un altro punto molto difficile da accettare:
ricordo la prima volta che facemmo qui gli esami del
corso degli adulti, e venne un sacerdote del
Vicariato; alla fine lo accompagnai alla porta e mi disse: “La ringrazio, molto interessante, ma c’è poca morale”. Aveva ragione, nel senso di parenési diretta: ce
n’è poca. Ma c’è n’è tanta ad un altro livello, al livello fondante: senza di quello, che cos’è la parenési?
Questo vale anche per gli adulti, però. E sinceramente abbiamo l’impressione che ci sia tendenza ad anteporre la morale al rapporto col Maestro
interiore.
Guardando sempre al negativo, non si arriva al positivo. E noi molto spesso purtroppo ci concentriamo
sul negativo, e lì restiamo, come se ci impantanassimo nel fango. Se accendi una luce, può essere che
anche se stai nel pantano poi cerchi di uscire; ma il
punto di partenza non può essere assolutamente il
pantano, ma la luce. Il punto di partenza è l’alleanza, il rapporto. La parabola del buon pastore è una
parabola di alleanza: egli chiama per nome ogni pecorella, e le pecorelle ascoltano la sua voce, così la parabola del tralcio e della vera vite. Il tema fondamentale di tutto il nostro lavoro è l’alleanza. A sei-sette
anni si introduce la parte storica, perché l’alleanza
ha una storia, uno svolgimento nel tempo. L’Eucarestia
è il sacramento della nuova ed eterna alleanza. Invece
sembra un po’ una cosa da specialisti, i “biblisti” parlano dell’alleanza. Eh, no!
Forse, rispetto al quesito iniziale che ponevamo,
qualcosa si è chiarito. Però vorrei riproporlo a
conclusione di questa intervista: perché i bambini “scappano” dal catechismo?
Sì, alcune chiese fanno una fatica grande
a tenere i bambini. Perché questo rifiuto?
E’ una cosa che fa pensare. O io sono una
illusa? Ormai abbiamo tanti centri in tutte
le parti del mondo, migliaia di bambini che
sono coinvolti, e riscontriamo una risposta
di godimento. Perché manca in altre realtà? Credo proprio che manchi per il fatto
della scolarizzazione della catechesi, perché la catechesi scolarizzata travisa la catechesi, la distrugge completamente come catechesi, e allora il bambino si stufa, e ha ragione.
E perché la catechesi è diventata, un puro
esercizio scolastico?
Perché non si dà fiducia ai bambini, non
si crede che possano vivere un rapporto
privilegiato, connaturale con Dio. E allora
se non ce l’hai, io ti insegno queste cose,
tu le ripensi con la tua mente, capisci quel
che capisci, per adesso le impari a memoria, poi le capirai un giorno... L’apertura al
mistero è molto importante nella catechesi, direi che è fondamentale proprio come
formazione della persona, questo aprirsi a
qualche cosa che adesso comincio a conoscere, ma poi ce ne sarà tanto altro ancora. Se no chiudiamo le finestre. Avevo un’allieva che diceva: “Cos’è una parabola? E’
una finestra sempre aperta!”. Non bisogna
chiudere le finestre!
Allora è giusto negare alcuni sacramenti, come
la Comunione, ai bambini piccoli, che forse li vivono e li capiscono meglio di noi?
Assolutamente no. Qui c’è un grossissimo peso delle abitudini del tempo, perché ad esempio quando
noi presentiamo ai bambini il buon pastore e la presenza eucaristica del buon pastore, molti bambini dicono: “Allora pure io voglio fare la comunione”. E hanno tre-quattro anni. Però quando abbiamo tentato non
dico di spingerli, ma di sollecitarli a chiederla, di fatto non lo fanno, perché vedono la comunione come
qualcosa che si fa a nove-dieci anni. Ed è proprio
un peccato.
1 - Nei libri di Sofia (Sofia Cavalletti, Il potenziale religioso del bambino, Città Nuova, IV ed., 1993; Il potenziale religioso tra i 6 e i 12 anni, Città Nuova, 1996)
viene accuratamente descritta l’esperienza di alcuni bambini con famiglie difficili resi felici dalla conoscenza del “Buon Pastore”. Sono pagine per certi aspetti quasi incredibili e di cui si consiglia la lettura.
2 - Il materiale consiste in statuette di legno che rappresentano i personaggi delle varie parabole. Per mezzo di essi, i bambini rivivono la parabola, realizzando così quel “dialogo con il Maestro interiore” di cui
Sofia
parla.
3 - Per diventare catechisti del Centro di Catechesi
di Sofia è necessario frequentare un corso triennale, con tanto di esame conclusivo.
4 - “Mai, in nessun modo io posso insegnare”
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Le aggregazioni laicali, nell’attuare nel concreto della vita
“ i criteri di ecclesialità”, divengono luogo e centro di formazione del fedele laico in tutta la loro realtà. Si può, quindi affermare che l’apostolato laicale, mediante le aggregazioni ecclesiali, riceve il suo spessore spirituale in vista
della missione che deve vedere come protagonisti operatori laicali preparati. La “Christifideles Laici” insegna che
i “fedeli laici” sono formati dalla Chiesa e nella chiesa,
in una reciproca comunione e collaborazione di tutti i suoi
membri: sacerdoti, religiosi e fedeli laici. Cosi l’intera comunità ecclesiale, nei suoi diversi membri, riceve fecondità dallo Spirito e ad essa coopera attivamente” (Ch.L.61).
nella stessa prospettive L’esortazione post-sinodale afferma che “l’aggregarsi dei fedeli laici per motivi spirituali e
apostolici scaturisce da più fonti e corrisponde ad esigenze diverse, […] e contemporaneamente sottolinea che
“la ragione profonda che giustifica ed esige l’aggregarsi dei fedeli è di ordine teologico” (Ch.L.29). tutto ciò mette in evidenza che nella Chiesa nessun laico fedele può
presumere di realizzare la sua formazione integrale e permanente da solo, senza l’aiuto degli altri membri della
comunità cristiana, la quale è luogo primario della formazione di tutti, compito affidatole dall’opera educativa
di Dio. Ciò, infatti, suppone che tutti gli aderenti alle aggregazioni laicali siano educati anzitutto nei luoghi primari
della formazione: la Chiesa particolare e, in essa la parrocchia, come pure la famiglia cristiana, la scuola cattolica e in altri ambiti di impegno particolare come quello della “scuola politica”. Certo, le aggregazioni laicali non
intendono sostituire la Parrocchia, la famiglia e la scuola, ma vi si mettono accanto come aiuto particolare perché svolgano al meglio la loro insostituibile funzione formatrice, in ogni caso la formazione offerta da ogni aggregazione laicale si qualifica per la sua caratterizzazione
eminentemente essenziale e per la sua funzione strutturalmente integrativa, per la specificità dei metodi e degli
strumenti, che variano da aggregazione ad aggregazione.
Nessuno può negare ai vari movimenti la libertà di accentuare un aspetto o l’altro dell’impegno ecclesiale cristiano. Ciò che si deve evitare è il pericolo di presentare le
proprie concezioni e le proprie scelte come alternative,
esclusive e definitive rispetto alle altre. Non vi è gruppo
o movimento che possa pretendere di esprimere la totalità dell’esperienza missionaria della Chiesa. Solo
l’insieme dei gruppi è in grado di manifestarla. Bisogna evitare che i gruppi
si chiudano nella loro autosufficienza
e si isolino. La portata del contributo di ogni gruppo o movimento al
rinnovamento ecclesiale dipenderà dal modo in cui esso saprà armonizzare i suoi sforzi con quelli degli
altri in sintonia con gli orientamenti della Chiesa, che è al servizio del
Signore nel mondo, e proprio per questo è al servizio degli uomini. Da questa convergenza degli sforzi e dei carismi la Chiesa ha molto da attendersi, non solo per quello che riguarda
l’efficienza e il risultato del loro esercizio, ma soprattutto per il tesoro di carità che vi
si sprigiona ad edificazione
1
di tutti. ugualmente Dianich afferma
che: “ Il grande progetto intorno al quale soprattutto deve lavorare la Chiesa
del Vaticano II mi sembra essere (…)
quello del recupero di tutto il popolo dei credenti al ruo-
lo di soggetto attivo della missione nei confronti del mondo che non crede in Gesù crocifisso e risorto. Questo
impegno comprende, anzi presuppone, l’esigenza di condurre il credente battezzato da bambino alla sua libera
e personale professione di fede. Ma su questa base unica ed esclusiva, che non esige additivi di sorta, si costruisce il popolo di Dio portatore della missione messianica di Cristo. Come in antico gli ordini e le congregazioni religiose, o più di recente gli istituti secolari, cosi anche
oggi le nuove aggregazioni ecclesiali dei vari gruppi e
movimenti dovranno essere protagonisti non già di una
trasformazione della Chiesa nelle nuove forme che a loro
sono proprie, bensì insieme a tutte le altre componenti
della Chiesa, di un generale processo di rivitalizzazione
delle comunità di popolo, nelle quali il soggetto ecclesiale
possa manifestarsi nella infinita molteplicità dei dono dello Spirito che lo anima e delle svariatissime forme dell’esistenza cristiana di cui2 lo Spirito lo rende capace nella sua globale integrità”. Ciò dimostra che lo sforzo di
tutte le aggregazioni è orientato “ a permeare di spirito
evangelico le varie comunità e i vari ambienti” (AA,20),
e cosi a mettere in atto la capacità pedagogica nel formare i cristiani. Le aggregazioni tendono a realizzare la
formazione integrale e permanente di tutti i loro componenti.
Con la prima per assicurare l’unità che contrassegna l’essere stesso dei fedeli laici, che sono inscindibilmente membri della Chiesa e cittadini della società umana; con la
seconda per abbracciare nel cammino educativo costante tutte le età, tutte le condizioni e tutte le situazioni di
vita. Ogni aggregazione laicale deve essere perciò scuola e palestra di formazione 3integrale permanente della
vita spirituale dei fedeli laici. Infatti tutti i gruppi, le associazioni, in particolare l’Azione Cattolica, e i movimenti,
hanno in generale come meta da raggiungere la formazione
dei laici cristiani nel campo spirituale, in quello dottrinale, in quello ecclesiale e nell’apostolato. “Entro questa
sintesi di vita si situano i molteplici e coordinati aspetti
della formazione integrale dei fedeli laici” (Ch.L.60).
Certamente, sottolinea il Concilio, che la formazione cristiana è anzitutto formazione umana, “ di quelle virtù che
riguardano i rapporti sociali, come la probità, lo spirito di
giustizia, la cortesia, la fortezza d’animo, senza le quali non ci può essere neanche vera vita cristiana” (AA 4).
Dopo la formazione umana, ogni aggregazione deve qualificarsi soprattutto per la capacità di favorire, incoraggiare
e sostenere la vita spirituale dei suoi aderenti come cammino alla sequela di Cristo sotto l’azione dello Spirito. Vita
spirituale che per i fedeli laici è caratterizzata dal loro inserimento nelle realtà temporali e dalla loro partecipazione alle attività terrene che per i laici sono il luogo
1
cf. Favale A. s.d.b., Riflessioni conclusive, in AA.VV.., cit. p.
522.
2
Dianich S., Le nuove comunità e la grande Chiesa: un problema ecclesiologico in “La Scuola Cattolica” 116 (1988), 529.
3
Ch. L. n°58: “La formazione dei fedeli laici ha come obiettivo
fondamentale la scoperta sempre più chiara della propria vocazione e la disponibilità sempre più grande a viverla nel compimento della propria missione
4
Cf. Favale A. s.d.b., Riflessione conclusive, cit. pp. 526-528.
5
Ch.L: n°3: “Essere responsabili del dono della comunione
significa, anzitutto, essere impegnati a vincere ogni tentazione
di divisione e di contrapposizione che insidia la vita e l’impegno
apostolico dei cristiani”.
6
De Giorgi S., Le associazioni, i movimenti e in particolare
l’A.C.: quale posto nella formazione dei fedeli laici, in
“Presenza Pastorale” 12, (1991), pp. 59-70
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Dei o Santi a protezione
del raccolto
All’interno di un pozzo granaio
un bassorilievo fa pensare
alla Dea Opi
Che ci fosse rappresentato qualcosa fuori dal
nostro tempo, mio padre me ne aveva parlato
già negli anni 60 del secolo scorso, quando con
una certa enfasi tornava a dire: non è una pupazza si trova dopo le scale a destra della grotta
del Parroco. I naturali sviluppi della vita hanno
tenuto lontano il desiderio di verificarne l’importanza,
e solo molti anni dopo, a seguito di una personale ricerca sul castello di Montelanico, sono
riuscito a vedere la famosa grotta. Alla luce di
una torcia elettrica con il permesso dei Parroci
Don Augusto Fagnani, prima e successivamente
di Don Marco Fiore, mi accorsi che non si trattava di una classica grotta ma di un pozzo granaio; per intenderci, un silos sotterraneo, involontariamente intercettato durante i lavori di scavo di una grotta di cui la cantina ne era sprovvista. Quando questo sia avvenuto è difficile dirlo, ma è possibile ipotizzare che ciò sia accaduto durante il rilancio della attività agricola di
Montelanico voluta dalla famiglia Doria Pamphili.
Notai anche che oltre al bassorilievo descrittomi
ce ne era un altro, un ovale simile ad uno stemma araldico e un angelo stilizzato. L’emozione
fu grande, la veste lunga panneggiata, non lasciava dubbi, era una figura femminile romana. Attestato
l’ambito culturale romano non rimaneva che dare
un significato a questa straordinaria presenza.
Il significato doveva essere di natura cultuale,
altrimenti perché relegare una espressione artisegue dalla pag. precedente
teologico della propria santificazione e del loro apostolato. Certamente, secondo il Concilio, i laici fedeli, per accrescere sempre di più questa loro vita spirituale “non separino dalla propria vita l’unione con
Cristo, ma svolgendo la propria attività secondo il volere divino, crescano in essa. Su questa strada occorre che i laici progrediscano con animo lieto nella serenità, cercando di superare le difficoltà con prudenza
e pazienza” (AA 4). Difatti tutti i movimenti di risveglio spirituale ed apostolico riconoscono che la vita
cristiana è un «cammino», un «crescere» in Cristo
con le sue tappe, i suoi ritmi di crescita, le sue esigenze e le sue difficoltà, che possono variare da persona a persona. Loro compito precipuo è quello di
introdurre i loro aderenti in un itinerario di conversione a Cristo, le cui tappe o modalità essi scopriranno
a poco a poco nel confronto sereno con la Parola di
Dio e a contatto con i fratelli che fanno esperienze
similari. Attraverso questo travaglio di prove e di consolazione gli aderenti ai vari movimenti,sostenuti dai
loro fratelli, si impegneranno a costruire e a rifinire,
con l’aiuto di grazia, quella fisionomia spirituale che
ognuno è chiamato a rinnovare secondo i doni ricevuti dallo Spirito. Bisogna poi che ogni movimento cerchi di rimanere fedele al suo carisma nella certezza
stica all’interno di un pozzo lontano da apprezzamenti critici? La soluzione andava ricercata
all’interno dei timori e necessità che le genti di
quel tempo avvertivano quotidianamente. La costruzione dell’insediamento fortificato aveva allontanato il pericolo dalle aggressioni, la costruzione della chiesa di S. Angelo doveva proteggerli
dalle pestilenze, rimaneva un protettore o protettrice delle carestie. Nell’alto medioevo, in modo
particolare nelle piccole comunità, il culto dei
santi serviva solo per rafforzare la fede dei credenti, niente o poco si sapeva dei specifici protettori: S. Antonio abate, protettore degli agricoltori; San Pancrazio, protettore del raccolto;
San Magno, proteggeva il raccolto dagli insetti nocivi. Quindi meglio sarebbe stato affidare
la loro protezione contro le carestie ad una entiche lo Spirito Santo non elargisce le sue grazie a capriccio, ma le offre in circostanze di tempo e di luogo prestabilite da un disegno amoroso di Dio
per il bene del4
la Chiesa e della famiglia umana. Inoltre la formazione spirituale, secondo la “Christifideles Laici”, viene avvalorata sempre di più se ogni gruppo, movimento e associazione diventa “luogo di annuncio e
di proposta della fede e di educazione ad essa nel
suo integrale contenuto” (Ch.L. 30). Per i fedeli laici
la formazione dottrinale si fa sempre più urgente “non
solo per il naturale dinamismo di approfondimento della loro fede, ma per l’esigenza di rendere ragione della speranza che è in loro di fronte al mondo e ai suoi
gravi e complessi problemi” (Ch.L. 60). La “Christifideles
Laici” insegna che è necessaria una sistematica azione di catechesi da graduarsi in rapporto all’età e alle
diverse situazioni di vita e una piùm decisa promozione cristiana della cultura. I gruppi, le associazioni
e i movimenti, solo se impegnati a fondo in questo
processo educativo dei laici fedeli, saranno di grande aiuto agli ambiti primari dell’educazione cristiana.
La ragione fondamentale che giustifica e postula l’aggregarsi dei fedeli laici è la comunione ecclesiale, frutto del mistero della Chiesa, e il senso della comunione ecclesiale è la prova più credibile della capacità delle aggregazioni laicali di educare e costruire
tà presente nella loro formazione culturale già
dal III secolo a.C., la Dea Opi, protettrice del
grano mietuto e riposto nei granai. Questa è la
mia personale convinzione. La Dea Opi era una
divinità romana, a Roma le furono dedicati due
santuari, di forma circolare, uno sul Campidoglio
e l’altro nel Foro e veniva celebrata due volte
l’anno, il 25 di agosto e il 19 dicembre. L’iconografia
più accreditata presenta Opi seduta sul trono
stringente nella mano destra tre spighe di grano. Ora se sovrapponiamo questa descrizione
con l’immagine che è giunta fino a noi, l’attribuzione non è azzardata.
Sono trascorsi più di mille anni, la nostra Opi
non ha più dialogo, nessuno gli chiede protezione. E’ lontano il ricordo di quando veniva sommersa di spighe di grano e si inebriava dell’odore di queste. Dal suo viso danneggiato, forse proprio a causa del riempimento e svuotamento del pozzo, non si può cogliere nessuna
espressione emotiva, spetta a noi interpretare
il suo desiderio: cosa bisogna fare? Non si può
lasciare nell’oblio per altri mille anni. Se ne parliamo troveremo la soluzione.
Alessandro Ippoliti
personalità adulte e mature,capaci a loro volta di costrui-5
re comunità cristiane adulte e mature. (cf. Ch.L. 3).
In questa ottica il De Giorgi ci fa comprendere che
“la comunione ecclesiale, come «riflesso nel tempo
dell’eterna e ineffabile comunione di amore di Dio uno
e trino» dello Spirito Santo, che deve essere accolto da un forte senso di responsabilità ed “esige di essere trafficato in una vita di crescente comunione” (Ch.L.
31)., come il talento di cui parla il Vangelo. Per questo ogni aggregazione laicale, se è veramente ecclesiale, deve caratterizzarsi per la testimonianza di una
comunione salda 6e convinta (…) con il Papa, (…) e
con il Vescovo…”. Inoltra tutti i gruppi, le associazioni
e i movimenti sono consapevoli che la formazione umana, spirituale dottrinale ed ecclesiale è in funzione di
quella apostolica e pastorale. Essi devono far respirare nei loro ambienti il clima dell’apostolato e del servizio sia all’interno della comunità umana, per la duplice inscindibile cittadinanza che caratterizza i fedeli laici. Tutto questo loro impegno si deve attuare nel campo della catechesi, della liturgia e della carità. Il campo proprio della loro attività evangelizzatrice è il mondo vasto e complicato della politica, della realtà sociale, dell’economia, delle scienze e delle arti, della vita
internazionale e di tutti i settori dove il laico fedele agisce nella vita di tutti i giorni.
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Paolo Tomasi
S
e in questa testata fossero solo disponibili spazi per articoli di carattere religioso, avrei il dubbio di potervi scrivere, in quanto non ritengo, su quelle tematiche, di insegnare niente a nessuno;
viceversa, se una qualsiasi famiglia che ne
cerca copia in Parrocchia non venisse informata di eventi che hanno a che fare con
la crisi economica che ci è d’intorno e che,
purtroppo, ben molti conoscono quanto sia
aspra, qualcuno potrebbe ben dire che siamo sulla Luna, ancora dopo 40 anni del primo, stupendo, sbarco. Evento quello eccezionale, quanto eccezionale e profonda è
la crisi economica che spinge qualcuno, e
non pochi, a cercare denaro, magari affidandosi a mani disinvolte.
Cosa intendiamo dire? Semplice: come avviene, di norma, nelle situazioni di economia
difficile, si riaffaccia, prepotente, il fenomeno
dell’usura.
Cos’è l’usura? Usura (parola latina per interesse) consiste nella pratica di concedere prestiti a tassi di interesse considerati
illegali, riprovevoli, in quanto tali da rendere difficile il loro rimborso, quindi accettare condizioni capestro poste dal finanziatore,
quali il rivalersi su beni patrimoniali del debitore, ovvero indurlo ad atti di criminalità pur
di indurlo a pagare.
Il fenomeno era già ben noto e descritto sin
nell’Antico Testamento (v. Esodo cap. 22,
24-26), quindi anche nel Levitico (cap. 25,
36-38) e nel Deuteronomio (cap. 6, 13), dove
si condanna questa prassi, evidentemente già ben vigorosa allora, e che, senza mezzi termini, viene definitivamente condannata
ed allontanata.
Il Nuovo Testamento, dopo la medesima condanna, va in questa medesima direzione,
forse il di più è che qui si chiede di “farsi
prossimo” anche verso chi, da un punto di
vista sociale ci è lontano. “Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico” (Lc 10, 30):
chi era quest’uomo? Non importa se fosse vicino, lontano, bianco o nero, ricco o
povero, sapiente ovvero ignorante: era solo
un uomo e di fronte al bisogno … l’essenza
è questa! Eppure è viva, anzi, ripetiamo (come
ci documentano diverse fonti tra cui
l’Associazione Contribuenti
(www.contribuenti.it) con una
lettera distribuita lo scorso 22
agosto, il fenomeno dell’usura è cresciuto nei primi sette
mesi dell’anno in corso dell’85%,
rispetto al 2008, arrivando alla
triste cifra di oltre 30 miliardi
di Euro.
Sono a rischio, in Italia circa
2 milioni di famiglie ed oltre 1
milione di piccole imprese
che trovano, difficili, i rapporti
con le banche, per proseguire la loro attività.
Si dirà che anche le banche
sono imprese e che debbano
guardare al loro interesse: rimane però un problema di natura etica.
Se una impresa non guardasse
al solo suo interesse economico, bensì coinvolgesse sé
stessa, con la propria cultura
e professionalità, forse qualche via di uscita, ben controllata,
potrebbe esserci: perché è difficile provarci?
E’ ben noto che ogni qual volta l’economia abbia segnato una
frenata, l’usura ne avrebbe conseguito forti crescite.
E’ bene allora che ci si convinca, intendo chi ci si è
rivolto, che l’usura non è il mezzo adatto per uscire dalle
difficoltà economiche, bensì uno
strumento perverso per avvolgere ancora di più chi dispera, senza poter mai, appunto,
trovare una soluzione adeguata.
E’ bene, di nuovo ancora, che si sappia che
la CEI e la nostra Diocesi, come già tante altre, abbiano predisposto piani e fondi di intervento per assistere ed affiancare chi è nella sofferenza.
Ci si rivolge, dunque, a tutte le persone presenti in diocesi per parlarne, con la dovuta riservatezza agli operatori della Caritas
che, adeguatamente informati ed attenti ai
singoli casi, potrebbero cercare soluzioni
adeguate, in spirito di carità cristiana e, soprattutto, di collaborazione, insieme, perché ogni
Comunità è la somma di singoli e la somma dei singoli, tra loro comunicanti, crea
valore: il valore che ogni cristiano, se è tale,
non può rinunciare.
Il giudizio sull’usura è senza riserve e senza sconti: è una bestemmia e va condannata in quanto tale, senza riserve, perché
significa togliere dignità ad un altro uomo,
toglierli la libertà che Cristo, morendo sulla Croce a inteso restituirci: quindi la gravità dell’usura si scontra con l’amore del
Cristo.
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Don Claudio Sammartino
l 7 ottobre nella Chiesa si celebra la memoria di Maria “Nostra Signora del
Rosario”.
Fu il papa san Pio V, quello della messa in latino,
ad istituire questa ricorrenza come ringraziamento alla Madonna per l’ascolto che aveva prestato
alle sue preghiere, in vista di un avvenimento decisivo per le sorti della cristianità del tempo. Si, perché proprio il 7 ottobre del 1571 (mementote!) nelle acque greche del golfo di Lepanto si svolse una
epocale battaglia navale tra la flotta della “Sublime
Parte” (così si autodefiniva l’impero ottomano) e quella della Lega Santa cattolica. Per i nostri antenati, che non finiremo mai di ringraziare, si trattava
di fermare la continua espansione dei Turchi ottomani ai danni di regione ed isole (Creta, Cipro, etc.)
europee e cristiane; si trattava di impedire alla Sublime
Parte di continuare a saccheggiare e schiavizzare impunemente territori cristiani per renderli “Dar
al Islam”. Infatti era dal 1453, anno della conquista della bizantina Costantinopoli, che gli eserciti
dei Sultani, come un «rullo compressore», attaccavano regolarmente nazioni cristiane , conquistando
metodicamente l’Ungheria, l’Albania, la Grecia, la
Bosnia, la Macedonia, la Bulgaria, la Romania. Addirittura
nel 1529 assediarono una prima volta Vienna, che
fu salvata dall’intervento armato di Carlo V,
l’Imperatore “cattolicissimo” che due anni prima aveva provocato il «Sacco di Roma»; continue poi erano, dalle nostre parti, le scorrerie turche sulle coste
italiane e le incursioni armate addirittura nel Friuli.
E queste visite ottomane portavano sempre terrore,
stragi, saccheggi e rapimenti di donne (per gli harem
dei Signori) e di bambini (da convertire a forza e
costringere a divenire, dopo un severissimo addestramento, “giannizzeri”, cioè truppa scelta del Sultano).
Gli uomini invece o venivano massacrati subito o
ridotti a “rematori forzati” per la flotta della
“Mezzaluna”. Alla faccia della sbandierata “tolleranza” islamica per gli infedeli, la vita per chi rimaneva cristiano nelle zone divenute terre musulmane
era un continuo sopportare discriminazioni e pesanti persecuzioni. I nostri libri di storia, specialmente
quelli in uso nelle scuole, di solito molto indulgenti verso tutto ciò che non è cristiano, non ci fanno
sapere, ad esempio, che in molte regioni conquistate i cattolici e gli ortodossi pagavano anche un
tributo speciale , cedendo annualmente un determinato numero di bambini da destinare alla conversione forzata e all’addestramento militare fra i
temuti “giannizzeri”. Visto che poi con la conquista di Cipro (luglio 1571) la “Sublime Parte” avrebbe continuato inesorabilmente ad avanzare verso
occidente, per attuare il proprio intento di conquistare ai danni della cristianità, il papa S. Pio V si
dedicò con tutta la sua energia a creare un’alleanza
tra i principi cristiani per contrastare l’inesorabile espansionismo ottomano.
Grazie a Dio, riuscì a creare una Lega Santa che
riunì la Spagna di Filippo II, le sempre avversarie
repubbliche di Genova e Venezia, lo Stato
Pontificio, i Cavalieri di Malta, Firenze, il ducato di
Milano e quello di Savoia per muovere contro le,
fino ad allora invitte, truppe e navi del Sultano Memed
II. Mancavano all’appello l’Inghilterra, la Germania
I
e i Paesi Bassi che sotto l’influsso del protestantesimo tifavano per i nemici del Papa; la Francia,
invece, pur con un re sedicente cristianissimo non
soltanto rimase neutrale, ma addirittura faceva affari con il Sultano fornendo armi e tecnologia bellica ai musulmani, iniziando la consuetudine delle
“pugnalate alle spalle”. Bene, il 16 settembre 1571
un’imponente flotta di oltre 250 navi cattoliche mosse da Messina alla ricerca di quella turca e la intercettò, all’alba del 7 ottobre, nelle acque di Lepanto.
La flotta della Lega Santa era comandata dal giovane don Giovanni d’Austria, ventiquattrenne fratello naturale del potente Filippo II di Spagna; gli
ammiragli Doria (genovese) e Venier (veneziano)
poi dettero un valido aiuto all’inesperto comandante
in capo. Per circa quattro ore si combatté una battaglia cruenta e sicuramente decisiva per le sorti
della cristianità; alla fine i cristiani trionfarono riportando una vittoria che giunse veramente inattesa,
visto che le navi turche erano oltre 300. Nelle file
cattoliche combatté anche un certo M. Cervantes,
l’autore del Don Chisciotte, il quale definì Lepanto
come «il più grande evento che i secoli videro».
Peccato però che i posteri, soprattutto europei e
cristiani, già se ne siano dimenticati o ne sentano
un certo pudore! La vittoria della Lega Santa non
fermò definitivamente l’aggressione della Sublime
Parte ai danni dell’Europa; vedremo in un prossimo incontro chi riuscirà in tale impresa nel 1683,
ancora sotto le mura di Vienna. Lepanto fu soprattutto per i nostri antenati, una vittoria che contribuì
a salvare le sorti di un’Europa cristiana divisa dalla Riforma protestante ed indebolita dalle feroci rivalità nazionali, che impedirono ai vincitori di approfittare del loro successo.
Ciò che precede e segue l’evento di Lepanto dovrebbe insegnare a noi europei del 3° millennio, deboli come valori di riferimento, ad essere cauti nell’accettare nell’Unione Europea una nazione che
per secoli ha nutrito, ed inesorabilmente ha portato avanti, il desiderio di conquistare le nostre regioni (e non soltanto per motivi di potere e di prestigio). Se i nostri libri scolastici di Storia spendessero
qualche parola in più sulla continua aggressione
che l’impero ottomano per secoli ha operato contro l’Europa forse avremmo meno cori di «voci bianche» a chiocciare contro il nostro passato cristiano, e più riconoscenze per chi, come S. Pio V, operò in modo egregio per la salute delle nostra Europa
Cristiana.
*Parroco e Docente di IRC
Ottobre
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«Anche voi venite impiegati
come pietre vive per la
costruzione di un edificio
spirituale» (1Pt 2, 5)
I Seminaristi del
SeminarioMaggiore
Regionale di Anagni in
Missione Popolare
nella Parrocchia del
Ss.mo Nome di Maria
a Landi
Serenata a Maria dopo la processione
Antonio Galati
Che cosa sia una missione popolare lo si può comprendere bene,
io credo, partendo dal mandato missionario che Gesù affida ai suoi
dopo la risurrezione (Cfr. Mt 28, 19-20; Mc 16, 15; Gv 20, 21; At 1,
8).
Analizzando questi passi biblici possiamo notare come la missione
non è solo un aspetto della vita ecclesiale, ma è la vita stessa della Chiesa.
Tappa della processione automobilistica
In altre parole, penso di non esagerare se affermo che l’esistenza cristiana, sia di tutta l’assemblea dei fedeli che di ogni singolo battezzato, deve essere orientata alla missione, cioè all’annuncio
del Vangelo, perché questo è stato comandato agli Apostoli, e a noi,
da Gesù.
Ora quest’annuncio del Vangelo
non è solo, o meglio non è assolutamente, una trasmissione asettica dell’evento della Risurrezione,
ma è testimonianza di vita che deve
essere fatta sia verso chi non conosce Gesù o che l’ha rifiutato, sia
verso gli altri battezzati, per
sostenere anche la loro testimonianza e ravvivare la bellezza e
la gioia di essere una comunità
cristiana.
Quest’annuncio del Vangelo,
essendo una cosa connaturale all’essere cristiano, avviene, o dovrebbe avvenire, sempre senza particolari
iniziative, proprio perché è ciò che
siamo chiamati a fare nella nostra
vita.
Delle volte, però, alcune comunità
o realtà ecclesiali sentono o riconoscono la necessità, per loro e per
le altre persone con cui vivono, di
rendere più evidente quest’annuncio.
È il caso delle missioni popolari.
Anche la nostra diocesi, per esattezza la parrocchia del SS.mo
nome di Maria in Landi, è stata destinataria di una missione popolare organizzata dai seminaristi teologi del
Pontificio Collegio Leoniano di
Anagni, seminario regionale per le
diocesi suburbicarie e del Lazio sud.
La missione si è svolta dal 6 al 13
settembre e ha visto la partecipazione di 19 seminaristi, guidati e coordinati dal rettore del seminario, don
Gianni Checchinato,
insieme con i vice-rettore don Marco Ilari e don Arcangelo
D’Anastasio e con il parroco don Franco Diamante e
i suoi collaboratori parrocchiali.
La presenza dei
seminaristi-missionari nella parrocchia è stata caratterizzata dall’esortazione dell’apostolo Pietro: «Anche
voi venite impiegati
come pietre vive per
la costruzione di un
edificio spirituale»
(1Pt 2, 5). Le varie
Mand
Ottobre
2009
attività svolte, le esortazioni alle famiglie e l’incontro con la gente della parrocchia hanno avuto come obiettivo, quindi, la sollecitazione a sentirsi «pietre vive», cioè parte attiva della vita parrocchiale, impiegate per
la continua costruzione
della Chiesa, intesa come
assemblea di persone.
La missione è iniziata il
6 settembre con la celebrazione eucaristica presieduta dal nostro vescovo Vincenzo Apicella
che ha conferito il mandato ai seminaristi di
essere testimoni e annunMandato missionario del Vescovo ai seminaristi
ciatori del Vangelo ed è
proseguita per una settimana durante la quale
i missionari hanno bussato alle porte degli abitanti della parrocchia per
incontrarli, pregare con loro
e benedire le loro famiglie.
Nei vari pomeriggi della
settimana, poi, alcuni
seminaristi hanno organizzato dei laboratori per
gli operatori della Caritas
e per i catechisti, altri hanno coinvolto giovani e bambini nelle attività dell’oratorio
e altri ancora si sono affiancati al coro parrocchiale.
Grazie anche al fatto
che durante la settimana
di missione popolare si
celebrava l’anniversario
della dedicazione della parrocLaboratorio per il coro
chia e
l
a
festa liturgica del Ss.mo nome di Maria a cui la parrocchia è dedicata, i seminaristi hanno vissuto con
i cristiani della parrocchia in cui erano inviati i momenti di preghiera e
i festeggiamenti per queste
ricorrenze.
Oratorio
29
Guardare lontano, ecco la Speranza
Un milione, un milione e mezzo di disoccupati previsti. E
i non occupati e i sottoccupati? Disoccupati, non occupati
e sottoccupati di una economia tesa al disvalore del profitto per il profitto realizzato con lo sfruttamento
dell’uomo sull’uomo e, pazienza per le istituzioni civili che
tanti cavalieri del lavoro hanno insignito sul metro, quello
dell’esternazione del successo in una economia fallace! Or
vi dico, qualcun predisse e pur nel passato ebbe, tal a predire anche l’11 settembre, che al suo annuncio affermò: era
ora!
Tanto era atteso. In questa realtà,
Guardare lontano ecco la speranza
L’obiettivo: tornare al Padre, là da dove venimmo.
Lo sviluppo per soddisfare le necessità dei popoli e delle
persone.
Guai allo sviluppo per il profitto.
Sì al profitto per la soddisfazione delle necessità.
Non procurarti quel che non ti serve e, che non ti serve nel
tornare al Padre.
Nel tornare là da dove venimmo. Due continenti, un unico
mare, il mare
mediterraneo.
Tanti popoli, un unico fine, la comprensione, la pace, la
prosperità,
la soddisfazione dei bisogni non già l’accumulo delle risorse se non con
l’obiettivo del soddisfacimento dei bisogni di tutti.
Ciò che ci accomuna, l’unico Padre: il Padre di Mohamed,
quello di Abramo.
Il Padre dona l’Amore, quell’”Amor che a nullo amato amar
perdona”!
Luciano Gottardo
Ottobre
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Centrafrica, che mi parla dall’entusiastica partecipazione di
quei cristiani, ma anche della difficoltà di essere sacerdoti
vicino a persone che li vedono diversi. Mi spiega mio fratello che avere la pelle bianca ti isola dagli altri, mentre il messaggio cristiano è quello di accogliere tutti. Dovremmo quindi aiutare
con la preghiera e la partecipazione questi nostri
“fratelli di frontiera” in luoghi che sono diversi,
in culture diverse, in modi di pensare anche avversi, perché la “Parola” sia la stessa, perché questa comunanza li aiuti e non siano soli.
Dimentichiamo il concetto che un missionario sia
un eroe: è solo una persona umile e dedicata
in un compito affidato da Dio e che non tutti saremmo, me compreso, in grado di affrontare con la
serenità e la fiducia che viene richiesta.
Sono esempi che ci fanno riflettere su come stiamo trascurando quanto vale, quanto ci hanno
insegnato e che queste persone, se possiamo
DONO DI FEDE
Paolo Tomasi
Con sincera partecipazione, i fedeli di Segni (S.
Maria degli Angeli), hanno partecipato alla professione di voto di una novizia di origine Angolana
che, di fronte alla numerosa comunità parrocchiale e con la presenza di diversi sacerdoti, nonché del vescovo emerito S. E. Mons. Erba, hanno inteso assistere alla coinvolgente dichiarazione di voto, di fedeltà e di impegno caritatevole, della medesima persona nella sua vita attuale e futura. Evento non occasionale, in un periodo che vede tanta gente evidente difficoltà di partecipazione cristiana: sarà l’Africa a raccogliere il Messaggio del Vangelo che noi, cosiddetti Occidentali ed evoluti stiamo trascurando? Ho
un fratello Carmelitano, missionario a Bouar, in
dire, popoli nuovi camminino ad un passo più
veloce del nostro. Noi, frastornati, dalla moda,
dal facile dire e tante altre distrazioni, abbandoniamo il detto evangelico, mentre quelle persone, con umiltà e dedizione ci riportano alle origine dell’essere cristiani. Dovremmo tornare a
S. Benedetto, a S. Francesco, persone umili ma
altrettanto sagge e dotte, da farci indurre a riflettere sul “nostro giorno dopo”; poi, senza illusioni,
ci troveremo di fronte a Lui. Quindi, a seguito
di queste considerazioni, rimarrebbe solo il silenzio e la meditazione. Quando toccherà anche
a noi essere toccati dalla mano di Dio? Lui, com’è
scritto nel Vangelo, è alla porta e bussa: siamo
in grado di rispondere? Qui è il risultato della
felicità, della serenità. Diremmo che, se ce lo
aspettassimo, dovremmo attendere e pregare
perché ciò avvenga e, poi, finalmente, piangere la felicità che potremmo aver potuto dimenticare, ma che mai ci è stata negata, forse solo
da noi ignorata.
Santa Maria degli Angeli e il ministero straordinario della Comunione
Da circa sette anni nella nostra parrocchia, ogni domenica, più di trenta anziani e malati ricevono nella propria casa l’Eucarestia, grazie al prezioso servizio di
diversi ministri straordinari. Rispondendo con generosità all’invito del parroco, laici padri, madri e nonni di famiglia, svolgono con regolarità questo ministero, che è segno di carità spirituale per coloro che
si trovano nell’impossibilità di celebrare l’Eucarestia
domenicale nella chiesa parrocchiale. Con la “visita a domicilio”, la nostra comunità vuole permettere a chi è malato o troppo anziano di vivere la domenica come «Giorno del Signore e della Chiesa»; vuoCATTEDRALE
SANTA MARIA ASSUNTA:
LA CAPPELLA DI SAN FRANCESCO
Federica Colaiacomo
Entrando nella Cattedrale di Santa Maria Assunta di Segni,
sulla sinistra, fermatevi ad osservare la prima cappella: la
cappella di San Francesco. Al Santo Patrono d’Italia, la cui
festa ricorre il 4 di ottobre, sono dedicati i cicli di affreschi e
le tele che qui possiamo ammirare. Ai lati due grandi tele
ritraggono alcune prove a cui il Santo è sottoposto e che
simbolicamente rappresentano le difficoltà e le tentazioni che
in vita subì e che superò con il fervore della fede: San Francesco
sul fuoco a destra, mentre a sinistra San Francesco sulle
spine. Alzando lo sguardo, sulla lunetta di destra è affrescata
la scena in cui il Santo di Assisi riceve le stimmate. E anco-
le anche aiutare concretamente queste persone a
nutrirsi dell’Eucarestia, cibo che alimenta la vita di
fede, che sostiene la speranza e rafforza lo spirito
di carità. È confortante, e dovrebbe essere un segno
profetico, vedere durante la celebrazione domenicale, i nostri ministri che, al momento della
Comunione, si presentano al sacerdote con la loro
teca aperta per ricevere l’Eucarestia da portare a
chi sicuramente, se fosse in piena salute, sarebbe
presente in chiesa per santificare il giorno di festa.
In diverse occasioni poi don Claudio ha invitato i suoi
parrocchiani ad “adottare” un anziano o un malato
cui fare visita la domenica; ancora troppe persone
però pensano di non essere degne di portare
quell’Eucarestia che ricevono però personalmente.
Speriamo comunque che l’invito a farsi “cristofori”
cioè veramente portatori di Cristo ai più bisognosi,
sia accolto da altri laici che aiutino gli attuali ministri in un compito così importante per la vita di fede
di una comunità. Per ora non ci resta che ringraziare Luigi, Vincenzo, Miled, Giuseppe, Letizia, Esterina
e Rosalba per il loro discreto e costante servizio domenicale.
ra, rimanendo con il naso all’insù e al centro della piccola
cappella, possiamo apprezzare l’altro affresco, che rappresenta
l’entrata in Paradiso di San Francesco, ricco di effetti prospettici che donano all’immagine profondità e movimento, creando
un effetto scenografico
degno dei
più grandi
artisti. Infatti,
l’artefice di
queste opere è un noto
artista del XVII
secolo: GIOVANNI
BATTISTA GAULLI (1639 –
1709), detto il BACICCIO. Nato a Genova, dove si formò sotto la guida di Luciano Borzone, si stabilì a Roma dal 1657,
all’età di 18 anni, dopo aver perso la famiglia in seguito a
una grave pestilenza che colpì la sua città di origine. ARoma
divenne uno dei collaboratori di Gian Lorenzo Bernini, grazie al quale ricevette lavori di notevole importanza, tra
tutti ricordiamo il ciclo di affreschi eseguiti nella Chiesa
del Gesù, considerato il capolavoro del dell’artista.
In fondo alla cappella di San Francesco dal 1972
è custodito in una nicchia il busto di San Vitaliano,
scultura in bronzo di Tommaso Gismondi.
Molto venerato dal popolo, il papa segnino ha preso il posto di un’altra pregevole tela, ora conservata nella sacrestia della Cattedrale, che raffigurava San Francesco in estasi, opera di LAZZARO BALDI,
autore degli affreschi della cappella di San Bruno e di cui
abbiamo parlato nel numero del mese di luglio.
Affresco della cupola della cappella di S.Francesco
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LA PARROCCHIA DI S. MARIA ASSUNTA A TORNIMPARTE (AQ)
Accoglienza, comunione, solidarietà restano parole vuote se non vengono vissute e sperimentate.
Domenica 27 settembre si sono rivelate realtà concrete per noi della parrocchia di S. Maria Assunta di Segni a S.
Nicola in Tornimparte, una piccola frazione immersa nel cuore delle montagne
abruzzesi. Non una semplice gita, ma un
viaggio verso l’altro alla scoperta di una
comunità diversa e lontana, un incontro
con lo scopo di trascorrere e di far trascorrere una giornata fuori “dalle righe”.
Appena arrivati c’è stato un attimo di disorientamento: “Forse ci siamo fatti un’idea sbagliata di questa parrocchia?!” Ad
accoglierci c’erano il parroco di S.
Nicola don Luigi, il diacono Antonello e
pochi parrocchiani indaffarati nei preparativi per
il pranzo. Nel descriverci la sua parrocchia don Luigi
ci ha parlato di una realtà difficile, che fino al suo
arrivo l’anno scorso, è rimasta ferma per trenta anni
ma che ora sta riprendendo lo slancio per ripartire con entusiasmo e con la consapevolezza che
è indispensabile il lavoro comune di tutti i mem-
bri della comunità. La giornata si è aperta con la
celebrazione della Messa nella piazzetta adiacente
Laboratorio teatrale
Parrocchia
Santa Maria Assunta, Segni
ri, ballerini, artisti, scenografi, cantanti,
pittori, tecnici … e che entusiasmo! Il
teatro diventa così momento di crescita per i ragazzi, li aiuta a superare paure ed inibizioni, insegna loro a
lavorare in gruppo, a conoscere i propri limiti e le proprie potenzialità, è un
valido mezzo educativo: attraverso la
recitazione il bambino ed il ragazzo
rappresentano una finzione che spesso trova riscontro nella realtà, e li mette a confronto con fatti ed avvenimenti
che portano alla scoperta di valori importanti e ad una visione più reale della
vita. Con la recitazione emergono capacità ed attitudini nascoste, si socializza con i compagni e soprattutto si interiorizzano sentimenti e valori
umani. Interessante è stato l’incontro dei ragazzi con
il regista e con lo scenografo: i ragazzi, anche i più
piccolini, hanno dimostrato tanto interesse e anche
una certa curiosità di fronte a tante cose nuove! Si
sono veramente divertiti, nel senso pieno della parola, ma con loro si sono divertiti soprattutto i grandi che
hanno collaborato all’iniziativa. Questa esperienza è
stata però solo l’inizio di un cammino che continuerà a partire dal mese di settembre, le attività riprenderanno ora con cadenza settimanale tutti i mercoledì dalle ore 16 alle ore 18 presso il salone parroc-
Ilaria Spigone
Hanno riscosso grande successo le attività del laboratorio teatrale parrocchiale organizzate dalla nostra
parrocchia Santa Maria Assunta di Segni la scorsa estate! Un progetto fortemente voluto dal parroco don Franco
Fagiolo che ha l’intento di avvicinare i bambini più piccoli alla Chiesa attraverso l’arte dello spettacolo con
le musiche, i segni, i gesti e le parole. I destinatari di
questa attività sono giovani sensibili alla tematica dell’espressione teatrale che si propone di sviluppare le
attitudini all’espressione mimica e drammatica. Nei caldi pomeriggi di giugno presso il salone parrocchiale
Pio XI molti ragazzi hanno accolto l’invito lanciato dal
parroco e dai catechisti. Il laboratorio è stato sapientemente guidato dall’educatrice teatrale prof.ssa
Simonetta coadiuvata dai catechisti e da molti giovani
volenterosi e si è svolto nel teatro parrocchiale. I ragazzi che hanno frequentato il laboratorio si sono appassionati di fronte a questo impegno. Stimolati per i lavori da realizzare, hanno messo in mostra la loro creatività, la loro spontaneità, la voglia di collaborare insieme per realizzare uno spettacolo. Si sono scoperti atto-
la chiesa (il terremoto qui infatti ha lasciato la sua
traccia più profonda proprio sulla chiesa e sulla
casa parrocchiale dichiarate inagibili): le nostre comunità si sono trovate riunite nell’ascolto della Parola
e nella comunione dell’unico Pane. Dopo la celebrazione, in attesa del pranzo ci siamo fatti (ri)conoscere improvvisando un po’ di animazione stile ACR
in cui non è mancato uno scambio di esperienze
con i pochi ragazzi della parrocchia. A pranzo abbiamo condiviso il pasto preparato in collaborazione
da entrambe le comunità. Il pomeriggio è passato in fretta tra canti, balli e il suono dell’organetto. Alle 16.30 è arrivato il tempo dei saluti, anzi
degli arrivederci all’11 Ottobre quando i ragazzi di S. Nicola saranno nostri ospiti in occasione della festa diocesana del Ciao. Cosa
rimane di questa giornata di gemellaggio?
Certamente la gioia dell’incontro e della condivisione ma anche l’ammirazione per una comunità parrocchiale piccolissima con pochissime disponibilità di persone e di infrastrutture,
piena di entusiasmo e di volontà di crescere
valorizzando le capacità di ciascuno, in particolare dei giovani. Una situazione molto diversa dalla nostra dove le attività pastorali si svolgono a pieno ritmo; uno stimolo a non dare
tutto per scontato, a riconoscere e valorizzare le ricchezze e le potenzialità già insite nella nostra realtà di comunità cristiana. Per noi un insegnamento
importante: non la tranquillità di essere arrivati come
comunità, ma la spinta a un costante miglioramento
sia all’interno che nei rapporti con le altre realtà.
I Giovani di S. Maria Assunta
chiale. L’iscrizione al laboratorio teatrale e alla successiva attività di spettacolo è ovviamente gratuita.
Lo spirito del nostro lavoro sarà sempre quello
di avvicinare in modo giocoso il bambino alla coscienza di sé e alla relazione con l’altro, per aiutarlo
ad esprimersi in maniera spontanea e creativa.
La realizzazione dello spettacolo di fine corso permetterà ad ogni bambino di sentirsi pienamente partecipe e protagonista, insieme a tutto il gruppo, di un vero e proprio lavoro teatrale!
Si rialza dunque il sipario! Se sei interessato, se vuoi provare, se vuoi scoprire i tuoi talenti nascosti ti aspettiamo! Non mancare!
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IN TURCHIA SUI LUOGHI DI SAN PAOLO.
1. LA CILICIA
Stanislao Fioramonti
San Paolo è nato in terra turca e in quella terra ha
svolto gran parte del suo lavoro missionario; su di essa
ha percorso in meno di trent’anni molte delle 10.000
miglia (circa 16 mila chilometri) dei suoi viaggi apostolici, e vi ha affrontato i pericoli (ostilità, carcere, lapidazione, privazioni e fatiche) narrati nelle sue lettere
e negli Atti degli Apostoli di san Luca. Con un pellegrinaggio organizzato abbiamo visitato alcune località della Turchia evangelizzate da Paolo, ripercorrendo (in pullman) il vasto territorio di quella nazione grande quasi tre volte l’Italia, e le strade battute dall’apostolo a piedi o in carovana o per nave. E’ stato forse
solo un assaggio della sua vita, ma ci ha dato comunque l’idea della sua passione e della sua tenacia e ci
ha permesso di ammirare ancora di più una persona
che duemila anni fa è stata capace di cambiare totalmente la sua vita, di gettare alle ortiche le sue certezze, sulla base di una illuminazione che lo ha trasformato e che egli ha voluto annunciare a tutti, giudei, greci, romani e asiatici. E così siamo stati a TARSO (Tarsus), la città che ha dato i natali all’apostolo.
Provenendo dalla Cappadocia, sull’altopiano centrale dell’Anatolia, abbiamo attraversato le mitiche
“Porte della Cilicia” (Gulek Bogazi), un passo stradale
che scavalcando la catena montuosa del Tauro (disposta lungo tutto il meridione della Turchia asiatica)
mette in comunicazione la costa mediterranea con l’interno, e per questo ha sempre avuto enorme importanza commerciale e strategica. Lo storico valico, tutto scavato fra rocce calcaree e sorvegliato da montagne alte più di tremila metri, oggi si percorre con una
comoda autostrada che in una cinquantina di chilometri scende da Pozanti alla città paolina, ma fino al
secolo scorso era un passaggio obbligato difficile e
pericoloso. San Paolo lo affrontò più volte nei suoi viaggi da Antiochia, sede della comunità cristiana alla quale apparteneva, alle regioni centrali come la Galazia,
la Licaonia e la Frigia. Oltrepassate le montagne, il
paesaggio della regione (la Cilicia) si addolcisce rapidamente in una serie di colline bruciate dal sole, dove
pascolano piccoli gruppi di capre nere; sono quelle
che davano la materia prima al lavoro di Paolo, quel
pelo ruvido chiamato “cilicio” utilizzato dagli artigiani
fabbricatori di tende, e nei secoli seguenti anche dagli
asceti, che se lo stringevano sulle carni per mortificarle. Alla stretta fascia collinare segue infine la pianura: il paesaggio si appiattisce nella piana di Cukurova,
che tanto tempo fa fece da sfondo alla vittoria di Alessandro
il Grande sul re persiano Dario, e che oggi è coltivata in massima parte a lino e cotone; per questo a Tarso
e negli altri centri della zona l’industria tessile, molto
sviluppata, è la principale fonte di ricchezza.
Nonostante infatti la pianura della Cilicia orientale, dov’è
Tarso, sembri arida e povera, in realtà è molto fertile
perché ricca di acque sia di superficie che sotterranee, tanto che basta scavare un po’ per estrarla con
i pozzi. E poi al margine della città scorre il fiume Cidno,
un corso d’acqua dalle rive rocciose piene di ragazzi in costume da bagno o con la canna da pesca. Le
sue acque però sono molto fredde, e se questo particolare stava per risultare fatale allo stesso Alessandro
Magno, imprudentemente tuffatosi tutto accaldato, era
però molto apprezzato dai terapeuti antichi: secondo
il geografo Strabone, “le sorgenti di questo fiume non uso dei pellegrini cristiani, si chiama chiesa di san Paolo
sono molto lontane dalla città e la sua corrente vi entra ma è stata trasformata in museo dal governo turco.
subito dopo aver passato uno scosceso burrone, per- Vi si sono celebrate solenni cerimonie di apertura e
ciò le sue acque sono fredde e veloci, e giovano a chiusura dell’Anno Paolino; ai pellegrini è stato conguarire gli uomini e gli animali infermi delle articola- cesso di celebrarvi la messa senza pagare il biglietzioni”. Qualcuno poi scrive che in questo fiume trovò to d’ingresso (concessione revocata il giorno dopo la
la morte, anch’egli per una congestione, l’imperatore chiusura dell’Anno Paolino), si è quasi fatto credere
tedesco Federico I Barbarossa durante la terza cro- al vescovo latino che quel museo potesse ridiventaciata (1190). L’antico fiume Salef però non sembra re un luogo di culto cristiano, l’unico della città, ma niencorrispondere al Cidno, ma al Calycadnos (oggi Goksu), te da fare: passate le feste, gabbati i cattolici. A Tarso
che scorre più a ovest e bagna il porto di Silifke (Seleucia dunque non c’è una chiesa cristiana. Ve ne sono 7
d’Isauria). Ma al di là di queste questioni che anziché storiche potrebbero sembrare – vista la regione interessata – di... lana caprina, deve restare
il concetto che le città della Cilicia furono importanti nel Medioevo perché rappresentavano un
corridoio privilegiato per chi dall’Occidente si dirigeva via terra verso la Siria e la Palestina, come
appunto i mercanti e i crociati. Ben più importante
però era stata Tarso nei secoli precedenti.
Centro marittimo e commerciale di Hittiti, Assiri,
Persiani, Macedoni e Seleucidi di Siria, divenne
romana nel 67 a. C. e capoluogo della Cilicia orientale; fu anche centro culturale notevolissimo, con
scuole di tutte le arti liberali e di filosofia stoica, e
fu visitata da Giulio Cesare, governata da
Cicerone (61 a. C.), frequentata da Antonio e Cleopatra
che vi si conobbero (41 a.C.): è ancora in piedi
una porta romana della città antica, chiamata porta di Cleopatra, ma anche porta di san Paolo. L’apostolo,
che vi nacque tra il 5 e il 10 d.C., era orgoglioso
della sua città: “Io sono giudeo di Tarso in Cilicia,
cittadino di una città non certo senza importanza”, dice al tribuno romano dopo l’arresto a Gerusalemme
tarso
(At 21,39). Ma com’è Tarso oggi? A prima vista
non fa una bella impressione. Molto diversa dalle città turche più note, sembra uno di quei grossi agglo- in altre città del vasto Vicariato Apostolico dell’Anatolia
merati levantini fatti di distese di abitazioni basse e (la cattedrale è a Iskenderun-Alessandretta, la conpiù o meno rabberciate, dove vivono circa 250 mila cattedrale a Mersin e vi sono parrocchie ad Antakya,
abitanti; qualcosa di meglio di una baraccopoli, ma con Samsun, Adana, Trabzon), ma non nella città di Paolo.
una continua sensazione di precarietà, sporcizia, deca- Il dramma è che a Tarso non ci sono nemmeno cridenza. Superato il primo impatto e raggiunto il cen- stiani! In Turchia, su una popolazione totale di quasi
tro storico, l’aspetto migliora un po’, anche perché in 70 milioni di persone, i battezzati (secondo dati del
occasione dell’Anno Paolino appena concluso la cit- 2004) sono circa 35.000: 22.000 sono cattolici di rito
tà si è data una sistematina, almeno nei luoghi desti- latino nell’arcidiocesi di Smirne e nei Vicariati apostolici
nati ai pellegrini. I primi scavi archeologici (il livello attua- di Istambul e dell’Anatolia, il resto appartiene ai riti siriale del suolo è di qualche metro sopra l’antica città, che no, caldeo e armeno, ma nella città dell’apostolo delperò è difficile riportare alla luce perché sovrastata da le genti non ce n’è nemmeno uno! Questo ci ha detquella nuova) hanno scoperto un ponte e un tratto di to, in una toccante testimonianza prima della messa
strada romana, mentre nell’antico quartiere ebraico nella chiesa-museo, suor Maria, la religiosa italiana
sono state ristrutturate viuzze e piazzette, si sono posti delle suore Figlie della Chiesa che con altre due concartelloni in turco e in inglese con la biografia di san sorelle e con qualche volontario laico saltuario (noi abbiaPaolo e in una piccola area presso la “moschea del- mo incontrato Francesca, una ragazza di Torino) vive
la chiesa” (l’antica chiesa armena di S. Pietro trasformata a Tarso conservando in casa l’Eucarestia. Sono giunin moschea nel XV secolo) sono indicate le fondamenta te in Turchia nel 1994, ha raccontato suor Maria, un
della sua presunta “casa natale” con annesso “poz- anno dopo che nell’Anatolia era tornato un vescovo
zo di S. Paolo”. Tutte qui le memorie dell’apostolo nel- – il cappuccino mons. Ruggero Franceschini – dopo
la sua città. Tarso infatti fu sede di diocesi fin dal pri- un’assenza di 450 anni, dopo cioè che i turchi ottomo secolo (secondo la tradizione il suo primo vesco- mani, musulmani, avevano conquistato l’impero
vo fu Giasone, parente e discepolo di Paolo, che lo bizantino (1453). In quindici anni di presenza a Tarso
cita nella lettera ai Romani, 16,21), ma nel secolo XVI suor Maria ha detto di non aver conosciuto un solo
sul luogo dell’antica cattedrale di san Paolo fu costrui- cristiano. Loro stesse vivono prive di tutto, anche di
ta la Grande Moschea. Un’altra antica chiesa arme- diritti; ma la loro è una missione di presenza, dell’esna, forse di epoca crociata ma completamente ristrut- serci piuttosto che del fare; il loro è vivere frammenturata alla fine dell’800 e recentementer restaurata ad ti di Vangelo, ha detto, e citando un versetto
Ottobre
2009
dell’Apocalisse (“Ecco, io faccio nuove tutte le cose”,
21,5) ha aggiunto che per esse è un nuovo che diventa nuovo ogni giorno. La loro presenza a Tarso è la
piccola lampada superstite, in mezzo a migliaia di persone, ma che sarebbe se essa si spegnesse? E invece, se c’è, manda i suoi raggi in tutta la città. Ciò che
suor Maria ha accoratamente raccontato per Tarso si
può estendere a tutta la Turchia, come sintetizzò papa
Benedetto XVI nel santuario della Casa di Maria ad
Efeso, durante il suo viaggio apostolico in Turchia nel
novembre-dicembre 2006: “Con questa visita ho voluto far sentire l’amore e la vicinanza spirituale non solo
miei ma della Chiesa universale a questa terra benedetta, dove alle origini la comunità cristiana ha conosciuto grandi sviluppi, (...) e alla comunità cristiana che
qui, in Turchia, è davvero una piccola minoranza ed
affronta ogni giorno non poche sfide e difficoltà (...) e
pericoli, come attesta la bella testimonianza del sacerdote romano don Andrea Santoro, che mi piace ricor-
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dare anche in questa nostra celebrazione”. Don Andrea,
nativo di Priverno (LT) e parroco a Trabzon
(Trebisonda), è stato assassinato da un giovane fanatico musulmano il 5 febbraio 2006 mentre pregava nella sua chiesa. La lezione più grande imparata durante la nostra visita a Tarso è stata proprio quella di aver
incontrato una Chiesa primitiva, catacombale, assolutamente minoritaria, difficilmente visibile, ma che nonostante tutto vuole vivere e testimoniare la propria fede.
Una condizione, a pensarci bene, non diversa da quella vissuta dalle prime comunità cristiane fondate da
Paolo su questa terra. E’ lo stesso insegnamento ricevuto nella vicina, grande città di ADANA, quarta metropoli turca dopo Istambul, Ankara e Smirne. E’ una città ricca soprattutto per l’industria tessile, bagnata dal
fiume Seyan, in riva al quale e nei pressi del ponte
romano svetta la Grande Moschea, bianca per i suoi
marmi e bella per cupole e minareti. Nel centro della città fu costruita alla fine dell’’800 la chiesa cattoli-
ca di San Paolo, inizialmente affidata ai Gesuiti che
tenevano anche un collegio, e dal 1968 passata alle
cure dei Cappuccini. L’edificio sacro, che negli anni
successivi alla Prima Guerra Mondiale partecipò al dramma degli Armeni deportati (e decimati) dai Turchi, oggi
è l’unico luogo cristiano della città ed è chiamato anche
“Chiesa della Bambina” (Bebekli Kilisesi) per la statua dell’Immacolata che sovrasta la facciata.
Anche il suo parroco, frate Francesco, un religioso
indiano, ci ha salutato dicendo che ad Adana la vita
cristiana avanza, anche se a piccoli numeri: si esulta quando un bambino fa la Prima Comunione o la
Cresima; si gioisce insieme quando nelle grandi solennità, Natale e Pasqua, si radunano i 140-150 cristiani della città, che ha due milioni e mezzo di abitanti.
Si vive con difficoltà ma con speranza la propria condizione. Una lezione da meditare, per noi cristiani occidentali.
ri fondamentali per individuare e
selezionare dei canti, a livello locale, in modo più attento e oculato.
È quello che scrive il Papa nella Esortazione Apostolica
Sacramentum caritatis al n° 42: “Davvero, in liturgia non possiamo dire che un canto vale l’altro”. E poi, un repertorio comune è segno di comunione, ci aiuta ad essere veramente “Chiesa”.
Quanto prima, verrà inviato in ogni parrocchia
l’invito a partecipare al Raduno dei Cori, con il
luogo e gli orari dettagliati; sarà nostra premura indicare i canti che tutti insieme eseguiremo
nella celebrazione della Messa del raduno.
UFFICIO LITURGICO DIOCESANO - SEZIONE MUSICA PER LA LITURGIA.
Come già programmato, si conferma
per SABATO POMERIGGIO 28 NOVEMBRE 2009
il Raduno dei Cori Parrocchiali, per celebrare insieme la Festa di S. Cecilia. Il luogo è ancora da
scegliere, ma verrà comunicato appena possibile. Tutti sappiamo che S. Cecilia, patrona della Musica sacra, si festeggia il 22 novembre, ma
per ragioni organizzative la data del Raduno dei
Cori viene un po’ adattata secondo le diverse
necessità.
L’importante è che ci sia la possibilità di incontrarci con i vari gruppi che operano nelle nostre
comunità con un servizio molto importante, magari con problemi diversi e con lo stesso entusiasmo, con strumenti e modalità differenti gli uni
dagli altri, ma con un unico obiettivo: la maggior gloria di Dio e la salvezza delle anime. Ormai
sono già alcuni anni che questo Ufficio organizza
il Raduno diocesano dei Cori parrocchiali ed è
nostra intenzione consolidare sempre di più questo appuntamento che deve diventare ….. tradizione, anche perché abbiamo bisogno di lavorare in comunione e sostenere i singoli cori nel
loro costante ed insostituibile impegno a servizio delle Comunità.
La Festa Diocesana di S. Cecilia è anche l’occasione giusta per presentare a tutti il programma
annuale. In particolare, quest’anno abbiamo un
sussidio da parte della Conferenza Episcopale
Italiana, molto atteso e che non possiamo tanto facilmente ignorare: il Repertorio Nazionale
di Canti per la Liturgia. È uno strumento valido
che non solo ci segnala e ci offre canti adatti
alle celebrazioni, ma ci suggerisce alcuni crite-
Centenario della nascita di
P. G i n e p r o C o c c h i
Sara Calì
Con il mese di ottobre si chiudono i festeggiamenti in occasione del Centenario della nascita di
P. Ginepro Cocchi, il missionario nato ad Artena il 14
ottobre 1908, ucciso in Cina il 6 marzo 1939. Viene
sempre un po’ di nostalgia quando un evento
sta per concludersi. Cosa verrà dopo? Tutta
la comunità di Artena è stata in fervore per
più di un anno. Prima ancora dell’apertura del
Centenario, già nel maggio precedente, le lettere di P. Ginepro passavano sulle
nostre scrivanie portando i nostri
pensieri lontano, sulle montagne
desolate della Cina, dove sembravano inutili tutte le nevrosi, gli scontri e le traversie della nostra comoda vita quotidiana. Poi in una domenica dell’ottobre scorso, a Piazza
S. Pietro, agitavamo commossi
i fazzoletti bianchi su cui era stampata la foto di P. Ginepro, che ci
ha permesso di ritrovarci fra tanta gente e di creare un gruppo
numeroso e compatto per salutare Papa Benedetto XVI. Quando
il Santo Padre dalla sua finestra ha menzionato Artena
ed ha lodato l’operato del nostro missionario P. Ginepro,
stavamo tutti lì, sotto quel sole ancora caldo, a sorridere e ad esultare con le lacrime agli occhi. Il 6 marzo i nostri canti si levavano per le strade del paese,
durante la fiaccolata organizzata in occasione della
ricorrenza della morte, e sotto una luna irreale le fiaccole provenienti dalle tre parrocchie, confluivano
solennemente a Piazza Ginepro Cocchi per la
S. Messa. Viene ancora un po’ di nostalgia a
ripensare ai centri d’ascolto che ci hanno visto
parlare tra amici, tra parenti, fra di noi, con le
solite parole che sembravano diverse,
più semplici, calme come quelle del frate che ospitavamo tra di noi. A chiudere i festeggiamenti stavolta ci saranno: una lunga fiaccolata per le vie
del paese, numerose SS. Messe,
concerti, centri di ascolto, il torneo
di calcio tra le confraternite e infine la Marcia della Pace con il lancio di palloncini da parte dei
bambini, gli unici che con la loro
ingenuità possono davvero capire,
fino quasi a toccarlo, il messaggio di
purezza di P. Ginepro.
PROGRAMMA
Martedì 22 settembre
ore 19:00 Inizio del Torneo di calcio
“Centenario della nascita di P. Ginepro Cocchi”
tra le Confraternite di Artena presso il campo di
sportivo del Convento
8-9-10 ottobre
ore 17:00 Chiesa di S. Maria di Gesù- S. Messa e
Triduo con pensiero spirituale su P. Ginepro
Domenica 11 ottobre
ore 17:00 Chiesa di S. Maria di Gesù- S. Messa
concelebrata dai Missionari Francescani presieduta dal P. Provinciale P. Marino Porcelli
Mercoledì 14 ottobre
ANNIVERSARIO DELLA NASCITA
ore 17:00 Chiesa di S. Croce- S. Messa e
omaggio floreale davanti alla
casa natale di P. Ginepro
Sabato 17 ottobre
ore 19:00 Fiaccolata con partenza dalle tre
Parrocchie e arrivo a Piazza P. Ginepro Cocchi,
seguita dalla S. Messa presieduta da Mons.
Vincenzo Apicella, Vescovo diocesano
Domenica 18 ottobre
ore 17:00 Chiesa S. Maria di Gesù- S. Messa
seguita dal Concerto del Coro Polifonico “Teofilo
De Angelis” di Artena diretto dal M°
Massimiliano Ciafrei
Domenica 25 ottobre
CONCLUSIONE DEI FESTEGGIAMENTI
ore 11:00 Marcia della pace dei bambini di
Artena in onore di P. Ginepro con partenza dal
campo sportivo e arrivo a P. zza Ginepro Cocchi
con lancio di palloncini.
Ottobre
2009
34
Centro Diocesano di Formazione Permanente Scuola di Formazione Teologica
“Ss. Clemente e Bruno
Il CENTRO DIOCESANO DI FORMAZIONE PERMANENTE è
una struttura a servizio della Diocesi. La sua principale iniziativa è la Scuola di Formazione Teologica
Il suo scopo è di proporre percorsi di iniziazione alla
teologia, con particolare attenzione al vissuto di fede
e alle esigenze di formazione della Chiesa locale di
Velletri-Segni.
Tali percorsi sono organizzati di norma in corsi tematici, ma prevedono anche eventi, incontri, dibattiti, giornate o week-end residenziali.
La Scuola di Formazione Teologica è
organizzata come segue:
dove
- VELLETRI Chiesa del Crocifisso
- COLLEFERRO Casa delle Pie
Operaie di Via Giovanni XXIII
come - Ciclo triennale, con tre percorsi annuali:
- A/ Corso-base di teologia
- B/ Conferenze-dibattito
- C/ Catechesi
- D/ Corsi/seminari di approfondimento tematico
- Percorso A
- Anno 1/ Cristo
- Anno 2/ Chiesa
- Anno 3/ Uomo
- Percorso B: Tema annuale su questioni scelte
- Percorso C: Catechesi durante i tempi forti di
Avvento e di Pasqua
- Percorso D: Iniziative specifiche sponsorizzate
dal CDFP.
quando
- A: - Martedì, ore 18.30-20.00 Velletri
- Mercoledì, ore 18.30-20.00 Colleferro
- B: - Venerdì, ore 20.30-22.00 Velletri
- C: - Mercoledì, ore 18.30-20.00 Segni (cattedrale)
- Venerdì, ore 20.30-22.00 Velletri (cattedrale)
- D: - Mercoledì, ore 20.30-22.00 Velletri
♦ PERCORSO A:
CORSO-BASE DI FORMAZIONE TEOLOGICA:
«GESÙ CRISTO E IL SUO MISTERO»
«Cristiano è chi ha scelto Cristo e lo segue. In questa decisione fondamentale per Gesù Cristo è contenuta e compiuto ogni altra esigenza di conoscenza
e di azione della fede». Così si esprimevano i vescovi italiani subito dopo il concilio, ne Il Rinnovamento
della Catechesi (n. 57). Il corso-base per l’anno
pastorale 2009-2010 prevede un percorso di
conoscenza intorno a Cristo: la sua figura, le sue
parole, le sue opere, il mistero di salvezza compiuto nella sua morte e resurrezione. Il primo nucleo
sviluppa soprattutto la domanda intorno a Dio e
alla risposta biblica su Dio; il secondo nucleo si
incentra più direttamente sulla figura di Cristo e
sul suo significato salvifico.
Programma del Corso
Primo nucleo
Perché Dio e non il nulla? Sull’uomo che ha
negato Dio
Dio, dove sei? Sui nuovi «luoghi» dell’incontro
di Dio
Adamo, dove sei? Su Dio alla ricerca dell’uomo
Ho ascoltato il grido del mio popolo. Su Dio
che cammina con l’uomo
Solo un Dio ci potrà salvare Sulla teologia della storia
* VELLETRI, Chiesa del Crocifisso, Martedì,
ore 18.30
20, 27 ott 3, 10, 17 nov
* COLLEFERRO, Pie Operaie
Mercoledì, ore 18.30 21, 28 ott 4, 11, 18 nov
Secondo nucleo
1. Chi è costui?Introduzione alla cristologia
2. Venne un uomo, mandato da Dio. Le attese
messianiche di ieri e di oggi
3. Della stirpe di Davide. Gesù il Messia
4. Il tempo è compiuto. Sulla predicazione di
Gesù in opere e parole
5. Chi è costui? Sull’autocoscienza messianica
di Gesù
6. Meglio che muoia uno solo… Rilettura del
processo contro Gesù
7. Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Gesù davanti alla sua morte
8. Hanno portato via il mio Signore! Sulla
Resurrezione di Gesù
9. Ecco, io sono con voi fino alla fine dei giorni. Il mistero pasquale
10. Credo in un solo Signore. Sulla fede della
Chiesa in Gesù Cristo
* VELLETRI, Chiesa del Crocifisso,
Martedì, ore 18.30
19, 26 gen
2, 9, 23 feb
2, 9, 16, 23 mar
* COLLEFERRO, Pie Operaie Mercoledì, ore 18.30
20, 27 gen
3, 10, 24 feb
3, 10, 17, 24 mar
INTERMEZZO: LA PACE POSSIBILE: musica e
parole di pace;
Il Dio degli eserciti è con noi: La pace del
Dio biblico;
Egli fece la pace mediante il sangue della
sua croce: Gesù, profeta di una pace oltre
le logiche umane;
Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace:
La pace come struttura fondamentale dell’uomo;
Beati gli artigiani della pace: L’impegno
cristiano per la costruzione di un mondo
nuovo.
Il Regno di Dio non è questione di cibo o
bevanda, ma giustizia e pace nello Spirito
santo!
♦ PERCORSO B:
♦ Percorso C: CATECHESI
ESERCITAZIONI DI DIALOGO
Per descrivere la Rivelazione, il concilio dice
che «Dio ha parlato agli uomini come ad amici» (DV 2); la Chiesa, che questa Rivelazione
deve annunciare, è chiamata a «sentirsi realmente e intimamente solidale con il genere
umano e con la sua storia» (GS 1). Le Esercitazioni
di dialogo vogliono essere uno spazio in cui
il confronto sereno delle idee su un tema di
grande rilevanza per chiunque – credente o
meno – diventi uno stile ecclesiale e non solo.
Programma del Corso
Primo nucleo
APERTURA: Il dialogo come stile cristiano di vita
Ecclesiam suam: il dialogo nella Chiesa;
Unitatis redintegratio: il dialogo tra le
Chiese;
Nostra aetate: il dialogo della Chiesa con
le religioni;
Gaudium et Spes: il dialogo della Chiesa
con il mondo.
* VELLETRI, Chiesa del Crocifisso,
Venerdì, ore 20.30
23, 30 ott 6, 13, 20 nov
Secondo nucleo
Io dirò: su di te sia pace! La pace come
diritto fondamentale dell’uomo;
Si vis pacem, para bellum: la logica della
pace come ordine mondiale imposto;
Non sono venuto a portare la pace, ma
una spada: religioni e violenza
La forza di amare: Pace e non-violenza;
Il Dio della pace vi renda adatti ad ogni
opera di bene: Le vie per un’etica della
pace;
VELLETRI, Chiesa del Crocifisso
VENERDI, ore 20.30:
15, 22, 29 genn,
5, 12, 19, 26 febb,
5, 12, 19, 26 mar
«L’educazione è cosa di cuore»: il tema del
convegno pastorale diocesano, centrato sulla trasmissione della fede, trova nella catechesi
al Popolo di Dio uno strumento irrinunciabile. Le catechesi di avvento e le catechesi mistagogiche del tempo pasquale vogliono essere
un contributo all’approfondimento e alla maturazione della fede.
Programma
Primo nucleo: Catechesi di Avvento
Vedranno il Figlio dell’uomo venire con
potenza e gloria grande
Voce di uno che grida nel deserto:
Preparate la via del Signore!
Io non sono degno di sciogliere nemmeno il
legaccio dei suoi sandali…
Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio
SEGNI, Cattedrale,
Mercoledì, ore 18.00
25 nov, 2, 9, 16 dic
VELLETRI, Chiesa del Cricifisso,
Venerdì, ore 20.30
27 nov, 4, 11, 18 dic
Secondo nucleo: Catechesi mistagogiche
L’iniziazione cristiana
Il battesimo
La cresima
La mensa della Parola
La mensa del Corpo e Sangue del Signore
La mensa della carità
Una Chiesa eucaristica
SEGNI, Cattedrale,
Mercoledì, ore 18.30
14, 21, 28 apr, 5, 12 19, 26 mag
VELLETRI, Cattedrale,
Venerdì, ore 20.30
16, 23, 30 apr, 7, 14, 21, 28 mag
Ottobre
2009
35
Antonio Venditti
Ricorre il 50° Anniversario della Dichiarazione
dei diritti del fanciullo, proclamati unanimemente dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il
20 novembre del 1959. Erano anni di grande
fervore nella ricerca di modelli nuovi di sviluppo mondiale della società, che si voleva ancorata a principi universali di eticità, già chiaramente definiti nella precedente Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo. A distanza di dieci anni, dunque, si richiama l’attenzione del mondo direttamente sui problemi
dei piccoli, perché – com’è asserito nel preambolo – “l’umanità ha il dovere di dare al fanciullo il meglio
di se stessa”. Il che assume un duplice significato
: da un lato, c’è la visione utopistica di un mondo
migliore, dove la fanciullezza è depositaria del bene,
come risorsa per il futuro; dall’altro, si devono garantire condizioni di vita sicura e serena, al riparo dalle difficoltà e dai rischi, anche gravi esistenti in varie
parti del mondo. Il “principio primo” della Dichiarazione
è il riconoscimento dei diritti “a tutti i fanciulli senza eccezione alcuna e senza distinzione e discriminazione fondata sulla razza, il colore, il sesso,
la lingua, la religione, le opinioni politiche o di altro
genere, l’origine nazionale o sociale, le condizioni
economiche, la nascita o ogni altra condizione, sia
che si riferisca al fanciullo stesso o alla sua famiglia”. Il “principio secondo” è “una speciale protezione”, che, garantita dalle leggi, si deve concretizzare nei provvedimenti che, presi nel “superiore interesse del fanciullo”, gli permettano di “crescere in modo sano e normale sul piano fisico, intellettuale, morale, spirituale e sociale, in condizioni
di libertà e di dignità”. In caso di “minorazione fisica, mentale o sociale” – come stabilisce il “principio quinto” - il fanciullo ha “diritto a ricevere il trattamento, l’educazione e le cure speciali”. Dopo il
“diritto, sin dalla nascita, a un nome e a una nazionalità”, come stabilisce il “principio terzo”, la “sicurezza sociale” è il diritto enunciato nel “principio
quarto”. “A tal fine devono essere assicurate a lui
e alla madre le cure mediche e la protezione sociale adeguata specialmente nel periodo precedente
e seguente alla nascita. Il fanciullo ha diritto ad una
alimentazione, a un alloggio, a svaghi ed a cura
mediche”. Il “principio sesto” va riportato integralmente per la bellezza e profondità dei concetti e
delle espressioni : “Il fanciullo, per lo sviluppo
armonioso della sua personalità, ha bisogno di
♦ PERCORSO D:
LABORATORI SULLA COMUNICAZIONE
SPONSORIZZATI DAL CDFP
LABORATORIO SULLE
COMUNICAZIONI SOCIALI:
LAVORO E COMUNICAZIONE
Lavoro e Dottrina sociale della Chiesa
Lavoro e mass-media
Il viaggio nel lavoro
Educazione al lavoro
Responsabile del laboratorio:
Costantino Coros, giornalista
* VELLETRI, Chiesa del Crocifisso,
Mercoledì, ore 18.30-20.00,
20, 27 gen 3, 10 febb
amore e di comprensione. Egli deve, per quanto è possibile, crescere sotto le cure e la responsabilità dei genitori e, in ogni caso, in un’atmosfera di affetto e di sicurezza materiale e morale. Salvo
circostanze eccezionali, il bambino in tenera età non
deve essere separato dalla madre. La società e i
poteri pubblici hanno il dovere di avere cura particolare dei fanciulli senza famiglia o di quelli che non
hanno sufficienti mezzi di sussistenza. E’ desiderabile che alle famiglie numerose siano concessi
sussidi statali o altre provvidenze per il mantenimento dei figli”. Il “principio settimo” è il “diritto all’educazione” che per il fanciullo “almeno a livello elementare, deve essere gratuita e obbligatoria… un’educazione che contribuisca alla sua cultura generale e gli consenta, in una situazione di eguaglianza
di possibilità, di sviluppare le sue facoltà, il suo giudizio personale e il suo senso di responsabilità morale e sociale e di divenire un membro utile alla società”. Il “principio ottavo” sancisce che “In tutte le circostanze, il fanciullo deve essere tra i primi a ricevere protezione e soccorso”. E il “principio nono”
, dopo aver precisato il diritto di protezione “contro ogni forma di negligenza, di crudeltà o di sfruttamento”, aggiunge che il fanciullo “non deve essere sottoposto a nessuna forma di tratta” ed inoltre
LABORATORIO SULLA
COMUNICAZIONE NELLA
FAMIGLIA:
DAL MONOLOGO AL DIALOGO
1. i fidanzati
2. le coppie
3. i separati
4. genitori e figli
5. genitori ed educatori
Responsabili del laboratorio:
Silvia Filippi, avvocato
Simona Rossi, psicologa
* VELLETRI, Chiesa del Crocifisso,
Mercoledì, ore 18.30-20.00,
24 feb 3, 10, 17, 24 mar.
“non deve essere inserito nell’attività produttiva prima di aver raggiunto un’età minima adatta”. Il “principio decimo” estende significativamente la protezione del fanciullo “contro le pratiche che possono portare alla discriminazione religiosa e a ogni
altra forma di discriminazione” e conclude efficacemente con una finalità educativa di grande validità : “Deve essere educato in uno spirito di comprensione, di tolleranza, di amicizia fra i popoli, di
pace e di fratellanza universale, e nella consapevolezza che deve consacrare le sue energie e la
sua intelligenza al servizio dei propri simili”.
Rileggendo oggi questi principi e riflettendo a mano
a mano sui diritti così chiaramente enunciati, non
possiamo fare a meno di rilevare che nella realtà
non sono applicati.
Innumerevoli sono le forme di sfruttamento e di violenza perpetrate contro i fanciulli in ogni parte del
mondo. Inoltre pregiudizi e discriminazioni sono evidenti. Le forme di protezione e di sicurezza dei fanciulli, se anche esistenti in teoria, non vengono poi
coerentemente applicate. Difficile diventa il rapporto
dei fanciulli con i genitori, che spesso non sono in
grado di assicurare “amore e comprensione”, ed
anche nelle scuole non sempre prevale il “superiore interesse del fanciullo”.
Note informative
¨ I Corsi organizzati dal Centro Diocesano di Formazione
Permanente sono indirizzati a tutti, senza richiesta di
titoli o competenze specifiche;
¨ La Scuola di Formazione Teologica non conferisce tito
li accademici; a quanti lo richiedono, rilascia un atte
stato di frequenza;
¨ I corsi possono valere, per le Scuole di ogni ordine e
grado, come corsi di aggiornamento,
¨ Per la partecipazione a più corsi, è richiesto un con
tributo di 50 Euro, a titolo di rimborso spese; per la par
tecipazione a un corso è richiesto invece un
contribu to di 20 Euro;
è esente da contributo il percorso C.
¨ Le iscrizioni si fanno, su apposito modulo, a inizio corso.
SEGRETERIA: VELLETRI, Chiesa del Crocefisso,
Viale Salvo D’Acquisto, 51
Martedì, venerdì, orario incontri
[email protected]
Ottobre
2009
36
La Malasanità
Per Malasanità si intende un fenomeno purtroppo
diffuso caratterizzato da una mancata o addirittura
dannosa prestazione medica. La responsabilità
civile che ne deriva insorge sia per comportamenti colposi e cioè dettati da negligenza, imprudenza o imperizia del medico, oppure dal fatto che il medico non abbia applicato le cc. dd.
regole di condotta della professione, sia per comportamenti di natura dolosa; tanto nell’ipotesi in cui le cure siano prestate ai pazienti nell’esercizio privato della professione medica o
nell’ipotesi in cui siano state prestate all’interno di una struttura pubblica ospedaliera. Il termine è la traduzione italiana della parola inglese Malpractice. Il primo ad usare il termine di
mala praxis (poi divenuto malpractice) fu il giurista Inglese Sir William Blackstone nel 1768,
in seguito il termine venne ripreso nel 1879 su
un giornale medico e divenne diffuso alla fine
del XX secolo. Il fenomeno in Italia sembra diffondersi a macchia di olio. La stima dei casi di
malasanità si aggira in media tra 30 mila e 35
mila l’anno pari a circa il 6% dei pazienti ricoverati in strutture ospedaliere, ciò vuol dire un
numero di casi che va dagli 80 ai 90 al giorno. I casi di malasanità rappresentano purtroppo una triste realtà che affligge il Sistema Sanitario
Nazionale pubblico e privato e le cui conseguenze
spesso gravano direttamente sugli interessati, impossibilitati nella maggioranza dei casi a ottenere
rimborsi da grandi aziende ospedaliere e ditte
farmaceutiche. Secondo la Commissione Tecnica
sul Rischio Clinico, istituita dal Ministero della Salute, il maggior numero di errori si commette in sala operatoria (32%), nei reparti di degenza (28%), nel dipartimento d’ urgenza (22%) e
in ambulatorio (18%). Le specializzazioni più
a rischio sono ortopedia e traumatologia
(16,5%), oncologia (13%), ostetricia e ginecologia (10,8%) e chirurgia generale (10,6%). In
questi casi stabilire con esattezza l’entità del danno è tutt’altro che facile.
Per questo c’è PARTELESA, un Servizio alla
Persona, una Risposta Innovativa al risarcimento del danno che si avvale della consulenza
esclusiva dei poliambulatori Equamed e di uno
staff di medici , periti, legali. PARTELESA opera seguendo un codice etico fondato su valori
di professionalità, trasparenza e tutela dei
diritti del proprio cliente, assumendosi nei suoi
confronti un Obbligo di Risultato e mettendo a sua completa disposizione il proprio team
specializzato nel trattare questa materia, affiancato da medici legali che esamineranno i casi
verificando l’esistenza della “malpratica” al fine
di tutelare gli interessi del cliente e di
fargli ottenere rimborsi
adeguati per le complicazioni subentrate in seguito a inter-
venti operatori scorretti, diagnosi errate o qualunque altro genere di errore medico-sanitario.
Le pratiche di malasanità possono essere
riaperte entro 10 anni dall’evento.
VANTAGGI PER IL CLIENTE CHE SCEGLIE IL SERVIZIO PARTELESA
Nessuna spesa anticipata per far valere i propri diritti.
Pagamento di una percentuale e degli onorari
solo in caso di esito positivo della contrattazione
e a seguito della liquidazione.
Risoluzione delle pratiche in ambito stragiudiziale (rimborsi adeguati e rapidi)
Massimizzazione del risarcimento dal punto di
vista dell’interesse del cliente
Gestione di ogni aspetto della pratica
Punti di Assistenza PARTELESA diffusi in
tutto il territorio nazionale per l’assistenza legale, medico e amministrativa, che si avvalgono
di un’Èquipe di Avvocati specializzati in base
alla tipologia di danno e di Cliniche mediche
convenzionate per perizie, visite ed esami necessari alle procedure di risarcimento. Chiunque desidera saperne di più può contattare il Punto di
Assistenza PARTELESA di Velletri in Via Fontana
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Schiavetta per fissare un colloquio senza impegno.
L’odierna crisi economica impone una
riflessione attenta sul fenomeno dell’esclusione. La giustizia sociale è una condizione inderogabile alla base degli interventi della maggior parte delle organizzazioni istituzionali o non governative, al punto che il
2010 - termine ultimo della strategia decennale di Lisbona per la crescita e l’occupazione - sarà l’anno che l’Europa dedicherà alla lotta alla povertà e all’esclusione.
Dall’esperienza di due organismi profondamente
diversi tra loro ma legati dall’obiettivo della solidarietà, Caritas Italiana (organismo pastorale della Cei per l’animazione alla carità)
e Isfol (ente pubblico di ricerca specializzato nelle politiche di welfare), nasce questo nuovo volume che analizza i diversi aspetti del disagio sociale e traccia i possibili percorsi per contrastarlo. Il libro è stato presentato a Roma venerdì 11 settembre 2009
alle ore 11.00 presso la Lumsa - Libera Università
Maria SS. Assunta. Il testo, molto ricco di
Ottobre
2009
37
Della Vecchia Mara
a Messa, intesa come composizione musicale, è stata per secoli, a partire dal Medioevo, oggetto del lavoro dei compositori europei e innumerevoli sono
le messe commissionate per le celebrazioni
dell’anno liturgico e altri avvenimenti, dove ogni
nuova composizione rispondeva ad una precisa funzione religiosa.
I musicisti erano in grado di comporre decine di Messe senza porsi problemi o interrogativi sul loro personale rapporto con il testo,
ma assolvendo a una richiesta definita e rispettando i limiti imposti dalla funzionalità della
stessa.
Del tutto diverso è l’atteggiamento di
Beethoven, come del resto degli altri compositori
del suo tempo, quando compone la sua Messa
solenne in re maggiore op. 123.intorno al 1820.
Infatti questa non è certamente un opera liturgica pur essendo sinceramente religiosa e sebbene fosse stata commissionata per celebrare
l’insediamento del arciduca Rodolfo e arcivescovo
di Olmutz nel 1818, non assolveva a tale compito anche perché fu composta quando
ormai l’evento era passato da tempo.
Per i compositori dell’epoca la Messa costituiva ormai una forma musicale come lo erano la Sinfonia, il Concerto, la Sonata, attraverso la quale manifestare il proprio sentire
e, maggiormente, questo è vero per Beethoven
che nella Messa solenne fece molto di più che
dare una veste musicale al testo liturgico, ma
espresse in essa il suo personale rapporto
con il divino, il suo modo di essere religioso, trascurando completamente, non solo l’aspetto più strettamente liturgico, ma anche lo
L
scopo che avrebbe dovuto avere di facilitare e approfondire il dialogo tra tutta l’assemblea
dei credenti e Dio, dunque del tutto inadeguata
al culto. Beethoven si pone molti interrogativi per la composizione della messa, in primo luogo considera la musica vocale come
la più adatta alla musica sacra e considera
il Palestrina l’apice in tale arte, ma sa che questi è inimitabile.
Nel Credo, tuttavia, egli adotta uno stile contrappuntistico sul modello dei grandi polifonisti, ma sottoponendosi ad uno sforzo
estremo per cercare di osservare il rigoroso
stile degli antichi maestri, evitando, comunque, ogni tentazione di imitare il Palestrina.
Come molte delle opere di Beethoven, anche
la Messa solenne è il frutto di lunghe e tra-
vagliate riflessioni, viene ultimata, infatti in quasi cinque anni, durante i quali il compositore attraversò un periodo della vita molto difficile, segnato da varie vicissitudini familiari,
personali e giudiziarie e, a questo proposito, può essere illuminante la didascalia che
egli stesso annotò nell’Agnus: “preghiera per
la pace interiore ed esterna”.
La Messa solenne esprime il particolare dialogo tra ‘individuo e Dio, ma anche tra il credente e gli altri uomini, in essa Beethoven afferma la propria religiosità lontana dal dogmatismo del cattolicesimo, ma permeata di grande spiritualità e profondo amore e interesse
per l’umanità, e alla stesso modo di altre grandi opere del compositore tedesco, tutto è espresso con grande drammaticità.
contenuti, si compone di più interventi di diversi autori tra i quali troviamo al punto 8 l’intervento dedicato a: “Lo strumento del
microcredito: storie di responsabilità sociale” curato da Costantino Coros collaboratore di Ecclesia in C@mmino.
Indice:
- Prefazione
- Guida alla lettura
Parte prima
DESCRIVERE LA POVERTÀ. UN VIAGGIO TRA
CONCETTI, FENOMENI E MISURE
1. Diversi approcci per la costruzione delle misure di povertà
2. Gli indicatori di esclusione sociale e povertà utilizzati in
Ue
3. Dall’indagine sui consumi a Eu-Silc
4. La “riscoperta” della qualità negli studi sulla povertà nel
mondo Caritas
Parte seconda
DALL’ANALISI ALLE POLITICHE DI CONTRASTO:
TERRITORI A CONFRONTO
5. L’attuazione in Italia della strategia europea di contrasto all’esclusione, il quadro normativo e l’intervento delle Regioni
6. Disagio sociale e dinamiche territoriali
7. L’esperienza del Progetto Rete: una rilettura dei dossier regionali
8. Lo strumento del microcredito: storie di responsabilità sociale
Parte terza
SOGGETTI A RISCHIO DI MARGINALITÀ ED INTERVENTI POSSIBILI
9. La questione dei minori
10. Povertà e contesti metropolitani. Un progetto di ricerca-azione
11. Le gravi marginalità. Un’indagine sulle persone senza dimora
Res sacra miser. Conclusioni
A cura di Francesco Marsico e Antonello Scialdone,
Edizioni Maggioli Giugno 2009; Pagine: 226; Prezzo: euro 20,00
38
Ottobre
2009
Associazione “Il Trivio” e servizio di volontariato per i beni culturali diocesani
unificata che permette di visita- settembre si è tenuta poi la festa di chiusura del labore i tre musei al prezzo di 8 euro, ratorio estivo per bambini “R’Estate al Museo”, svolinvece di 12, un sito internet del to sempre in collaborazione con i Musei Civici di Velletri
sistema, www.velletrimusei.it, e e tenuto da Sistema Museo, cui seguirà la didattica
la didattica in comune. Due del- invernale in collaborazione con le scuole del terrile lezioni del corso sono state dedi- torio. Le attività culturali non sono comunque tercate alla collezione e alla storia minate, l’autunno servirà a tutto il personale del museo,
del Museo e tenute dal Direttore al direttivo e al direttore per preparare quello che sarà
delle Istituzioni culturali diocesane uno degli eventi più importanti del 2010. Il 22 gen(Archivio, Biblioteca e Museo) Don naio, infatti, il Museo Diocesano festeggerà i dieci
Marco Nemesi e dal Conservatore anni di apertura e per tale occasione si sta lavorando
del museo, Sara Bruno. a una serie di eventi e a una mostra che coinvolgerà
L’associazione culturale “Il Trivio”, tutta la realtà diocesana.
con il suo presidente Tullio Il nome stesso del museo, infatti, evoca una realtà
Nicola Sorrentino, Marta Bagni più ampia di quella della sola Velletri, abbracciando
responsabile dell’Archivio e tutti i paesi che fanno parte della diocesi. L’occasione
Mihaela Lupu della Biblioteca, si permetterà anche di presentare al pubblico il Cristo
Il direttivo dell’ Associazione “Il Trivio” e alcuni volontari
è occupata dell’organizzazione dei Crocifisso e Deposto scolpito in legno, della fine del
corsi, dei contatti con i docenti e XVI secolo, proveniente della chiesa di Santa Maria
L’attività del Museo Diocesano è ripresa regolarmente delle lezioni sulla nuova gestione diocesana delle tre del Sangue, meglio conosciuta come Tempietto del
dal mese di giugno, dopo una breve pausa per inven- realtà, illustrando ai ragazzi tutto ciò che comporta Sangue. Il Crocifisso è non solo di notevoli dimentariazione, con i corsi di formazione che hanno inte- la loro attività. L’ultima lezione è stata tenuta dal Prof. sioni, la croce è alta infatti più di tre metri, ma di preressato i volontari che prestano il loro servizio nel Marco Nocca e impostata sulla storia di Velletri, con gevolissima fattura ed è stato restaurato grazie ai fonmuseo. Tale corso, che è partito momentaneamen- particolare attenzione ai suoi beni culturali. I ragaz- di della legge 42 che la Provincia mette a disposite per il museo ma che entro la fine dell’anno inte- zi, dopo aver superato un esame finale, hanno rice- zione dei musei di interesse locale e portato a terresserà anche la biblioteca e l’archivio, si è svolto vuto un attestato di frequenza ed hanno ripreso la mine dalla restauratrice, proveniente dall’Istituto Superiore
nella seconda metà di giugno ed è stato organizza- loro normale attività,
Centrale per il Restauro, Silvana
to dall’associazione “Il Trivio” che ha presentato ai anche quella delle visite
Costa. Tutte le attività e gli evenragazzi la nuova gestione e comunicato a tutti loro guidate, che già svolgeti che ruoteranno intorno a quela possibilità di farne parte. Il corso è iniziato con la vano ottimamente, con un
sta data non saranno comunque
lezione della dott.ssa Anna Germano, sempre dis- bagaglio culturale sicuun punto di arrivo ma, come semponibile verso le istituzioni diocesane, all’interno dei ramente più ampio e
pre, il punto di partenza per idee
Musei Civici di Velletri. La lezione è servita a cono- con sempre maggiore
ed iniziative future all’insegna delscere meglio le collezioni e i percorsi dei Musei e tut- impegno verso la tutela
la cultura, della valorizzazione e
to ciò che riguarda la convenzione “Sistema Museale e la custodia delle opedella conservazione del Patrimonio
Urbano”. Tale sistema oltre ad essere uno dei primi re, con la consapevolezza
Culturale della città di Velletri e deldella provincia di Roma, abbraccia un arco tempo- di essere l’immagine
la diocesi tutta.
rale che copre il periodo paleontologico (Museo Civico stessa del museo, il coldi Geopaleontologia e Preistoria dei Colli Albani), l’ar- legamento fra il visitatocheologico (Museo Civico Archeologico Oreste re e la collezione, tra l’iAssociazione Culturale
Nardini), e quello dal medioevo al contemporaneo stituzione diocesana e il
“Il Trivio”
(Museo Diocesano). Tale sistema prevede una Card pubblico. Sabato 12
Sito ufficiale del museo diocesano
Velletri, Teatro Aurora; festival del Teatro Amatoriale
Si è aperto domenica 27 settembre il Festival del Teatro Amatoriale
presso il Teatro Aurora di Velletri. Dopo il sisma del 6 aprile, i
gruppi partecipanti hanno deciso di devolvere l’eventuale e possibile attivo a favore del restauro del Teatro Stabile d’Abruzzo
danneggiato dal terremoto. Gravoso è stato il lavoro di crescita
dei gruppi interessati alla manifestazione essendo moltissime
le richieste di partecipazione. I gruppi prescelti provengono dalle province di Roma, Viterbo e Latina. Nella scelta dei lavori si
è cercato di fare teatro con la più svariata espressione come
si evince dal programma. La manifestazione è stata iniziata con
la presenza del gruppo teatrale “Dilettanti all’opera” che ha portato in scena “Non ti pago” di Eduardo De Filippo. Il pubblico
che ha gremito la sala in ogni ordine di posto, ha lungamente
applaudito gli attori che hanno bene interpretata il difficile umorismo di Eduardo. Gli spettacoli avranno luogo con cadenza
domenicale ed inizio alle ore 17,30. Il botteghino sarà aperto
alle ore 17,00 per la vendita dei biglietti, reperibili anche presso l’Agenzia “il Biglietto” mentre gli abbonati si possono prenotare al 349 7312125.
Ottobre
2009
39
Valentina Fioramonti
Inglorious Basterds (Bastardi senza gloria):
un film di Quentin Tarantino, con Brad Pitt, Eli
Roth, Michael Fassbender, Christoph Waltz, Diane
Kruger. USA, Germania, 2009 - 160 minuti, vietato ai minori di anni 16.
Uscirà nelle sale italiane il 2 ottobre Inglorious Basterds
(“Bastardi senza gloria”), la produzione più importante e costosa della carriera del regista di Kill Bill,
il film che lui ha stesso ha definito “la cosa più vicina a un capolavoro che abbia mai pensato di realizzare”. Un capolavoro rosso sangue, in pieno stile Tarantino, condito con la grande passione per il
cinema di genere che, unita al piacere di raccontare storie, ha sempre caratterizzato il regista americano. Quentin Tarantino ha cercato di mettere in
piedi questo suo progetto per sette anni, da quando a Venezia vide per la prima volta sullo schermo,
nella rassegna Italian Kings of B’s, l’omonimo film
di Enzo G. Castellari del 1978, uscito in Italia con il
nome Quel maledetto treno blindato. Il regista italiano di “b-movies” venne in seguito contattato da Tarantino,
insieme a Laura Toscano e Franco Marotta, che insieme a lui avevano scritto il copione dell’originale. Quella
raccontata in Inglorious Basterds è la Storia, con la
“s” maiuscola. Primo anno dell’occupazione tedesca
in Francia. Il Colonnello delle SS Hans Landa (Christoph
Waltz) decima l’ultima famiglia ebrea sopravvissuta
in una località di campagna. La giovane Shosanna
riesce però a fuggire e, una volta cresciuta, diventerà proprietaria di una sala cinematografica all’interno della quale escogiterà il suo personale tentativo di eliminare tutte le alte sfere del nazismo, Hitler
compreso. Ma al piano messo in atto artigianalmente
dalla ragazza se ne sommerà uno più complesso.
Un gruppo di ebrei americani, guidati dal tenente Aldo
Raine (Brad Pitt), vengono infatti costretti ad accettare una missione pericolosissima nella Germania nazi-
sta come alternativa alla pena
di morte inflittagli dalla corte marziale del loro Paese.
La loro missione è far pagare ai nazisti le loro colpe e organizzare un attentato ad Hitler in persona;
per portarlo a termine, non si fermano davanti a niente. Grazie alla complicità dell’attrice tedesca Bridget
Von Hammersmark, cospiratrice antinazista (interpretata da Diane Kruger), i guerriglieri capitanati dal
macho tenente riusciranno a spacciarsi per italiani
e a portare a termine il loro piano. È proprio l’ironia
giocata sul versante delle lingue differenti (elemento che sarà il fil rouge di tutto il film) a rendere questo film un gioiello di regia e di interpretazione. Il film
riesce a rimanere credibile grazie alla straordinaria
prestazione di tutto il cast, che riesce a star dietro
al gioco linguistico ordito dal regista con grande maestria. La vera rivelazione del film è Christoph Waltz,
attore austriaco semisconosciuto da noi, nel ruolo del
terribile “cacciatore di ebrei” e principale bersaglio
dei “basterds”. Stellare anche il cast tecnico, dalla
costumista Anne Sheppard, premio Oscar per Il pianista, al grande direttore della fotografia Robert Richardson,
Una produzione costosissima: l’intero film è stato girato in Germania, negli studi Babelsberg poco fuori Berlino,
dove è stata ricostruita anche la Parigi bombardata
che si vede nel film. Brad Pitt riesce laddove Tom
Cruise aveva fallito: se in Operazione Valchiria l’attentato ad Hitler viene sventato, in Inglorious
Basterds Tarantino riscrive la storia collocando l’attentato e la sconfitta del fuhrer nell’unico luogo per
lui possibile: una sala cinematografica. Nelle efferatezze compiute dal gruppo di “ bastardi” c’è tutto
il registro stilistico di Tarantino: strangolamenti, uccisioni, pratiche disumane e fiumi di sangue. Ma c’è
anche tanto altro. Oltre ai riferimenti a Sergio Leone
e al genere spaghetti western (di cui Tarantino si è
sempre dichiarato appassionato), il regista rende omaggio al già citato Castellari – riuscendo comunque ad
evitare il remake – e al To be or not to be di Ernst Lubitsch
del 1942, diventato in italiano in Vogliamo vivere, e ripreso
poi da Mel Brooks. Il personaggio di Bridget von
Hammersmark interpretato da Diane Kruger è inoltre un chiaro riferimento alla star di Fräulein Doktor, film di guerra di
Alberto Lattuada. Castellari, invitato da Tarantino a
far parte del cast del film, in un’intervista ha raccontato
che, per tenere su il morale della troupe nelle 17 settimane di lavorazione, Tarantino ha organizzato una
sorta di cineclub dove era lui stesso a scegliere i film:
quasi tutti “macaroni combat film”, cioè pellicole di
guerra all’italiana, a cominciare dall’ Inglorious
Bastards dello stesso Castellari.
L’universo cinematografico di cui Tarantino si nutre
– per passione prima ancora che per professione –
viene costantemente metabolizzato e trasformato in
qualcosa di estremamente personale. Sicuramente
è questo suo amore per il cinema tout court, e non
solamente per il proprio come fanno tanti altri registi, a rendere Tarantino uno dei registi contemporanei più amati, un vero “cult”.
La manifestazione preparata con cura e perizia dall’infaticabile Guiglielmo Bongianni, come
attività del Teatro Aurora della Diocesi Velletri-Segni, ha trovato il favore del vescovo diocesano mons. Vincenzo Apicella, il patrocinio del presidente della Regione Lazio Pietro
Marrazzo, e del presidente della Provincia di Roma Nicola Zincaretti e del sindaco del Comune
di Velletri Fausto Servadio. Presiede il Festival il dott. Bruno Cesaroni, lo dirigi la prof.ssa
Sara Gilottta. Molti sono anche i sostenitori e gli sponsor a tutti si deve il ringraziamento
per la sensibilità e la collaborazione. Agli organizzatori è giunto dal dr. Massimo Tamalio il
ringraziamento della direzione del Teatro Stabile d’Abruzzo presieduta da Alessandro Gassman.
Jan Vermeer, Cristo in casa di Marta e Maria, Olio su
tela cm 160x141, 1654, National Galleries of
Scotland, Edimburgo.
Il dipinto è uno dei rari esempi di pittura sacra di Jan Vermeer,
artista generalmente conosciuto per le sue scene d’interni. Il tema, tratto dal Vangelo di San Luca, al capitolo 10,
38-42, narra della visita di Cristo a Marta e Maria, sorelle
dell’amico Lazzaro. Le due donne accolgono l’ospite nella loro modesta casa: Marta, raffigurata nella parte superiore della composizione, offre un cesto in vimini dentro il
quale è del pane; Maria è colta mentre ascolta le parole
di Cristo. Si tratta di un dipinto giovanile, nel quale Vermeer
è ancora alla ricerca di uno stile proprio; risente dell’influenza
della pittura di Ter Brugghen, a quel tempo ancora legato
alla maniera caravaggesca, nella scelta dell’ambientazione e nel taglio compositivo, e di quella di J. van Loo per
quanto riguarda la maniera di risolvere il morbido panneggio
delle vesti dei protagonisti. L’argomento è soltanto citato;
il significato religioso del brano evangelico è sovrastato dall’aspetto di colloquio familiare e amichevole. Gli unici segni
che rivelano il soggetto sacro sono: l’aureola di luce intorno al capo di Cristo e la sua veste che ricalca la tradizione figurata del Soggetto, mentre la posizione dei personaggi, i loro gesti e le loro espressioni descrivono una situazione di cordiale e
quotidiana familiarità. Vermeer riserva maggiore
attenzione formale alle figure di Marta e di Maria
che non a quella del Cristo, forse per una forma di soggezione nei confronti di una figura
di difficile interpretazione per il suo valore concreto e trascendente ad un tempo e per il conio
tradizionale ampiamente affermato. La figura
del Cristo appare studiata meno attentamente delle due donne, com’è evidente dalla differenza qualitativa dei panneggi: mentre le cuffie delle due donne e le loro vesti sono curate nella forma plastica delle pieghe che lasciano intuire i volumi che ricoprono, la manica destra
e il manto blu del Cristo sono “accartocciati”
in modo generico e non costruttivo. Peraltro questo quadro contiene più di un carattere vermeriano: la cornice dei particolari, mai lasciati a se stessi
ma inseriti in un fondo, che li accoglie in sé come in una
congrua rilegatura, Marta incorniciata nella sua cuffia, Maria
accolta nella forma del tappeto rosso del tavolo, il cesto
del pane incastonato fra le braccia di Marta. Questa forma compositiva, di circoscrivere i particolari salienti, è una
caratteristica estetica consueta e propria dei pittori di “nature silenti”, portati alla composizione delle forme, unicamente
guidati dall’armonia, attenti alla composizione come rapporto fra l’oggetto e il suo contorno, tra una cosa e il campo in cui si colloca per mostrarsi nel migliore dei modi. Il
pittore olandese ci introduce nell’atmosfera calda e familiare della casa di Lazzaro, in cui subito siamo coinvolti all’interno di un dialogo circolare che si svolge fra tre personaggi: Gesù, Marta e la sorella Maria. L’artista quasi non
lascia spazio a nessun particolare della casa, non c’è dato
neppure di vedere Lazzaro, poiché il suo fine è di concentrare
la nostra attenzione sul dialogo che si svolge tra i personaggi rappresentati. Marta è rappresentata nell’atto di parlare. Le sue braccia vigorose e laboriose sono rese più evidenti dal candore della camicia. Un candore che rimanda
alla tovaglia, stesa sulla tavola, così come il colore del
corsetto rimanda al paniere che la stessa Marta tiene
tra le mani. Il pittore, in tal maniera, ha voluto rilevare
come questa energica donna sia un tutt’uno con il suo
agire: «era tutta presa dai molti servizi», scrive san Luca;
«Marta serviva», annota più sobriamente l’evangelista
Giovanni. Marta esprime un’ospitalità premurosa e brillante, spende la sua vita, si dona senza sosta e senza
calcolo; come non vedere dietro quest’immagine tante
donne che nel corso della storia si sono spese al servizio del prossimo, nel nascondimento e nell’umiltà? Tuttavia
qui Marta rivela anche una certa debolezza: «Signore
non ti curi che mia sorella mi ha lasciata sola a servire?». Queste parole rivelano un indubbio fastidio per il
comportamento della sorella; Marta lo confronta con il
proprio, lo misura col metro angusto delle sue vedute.
Quante volte anche noi siamo infastiditi dal comportamento
degli altri semplicemente perché non corrisponde a quello che vorremmo che fosse: una sorta di “tutti devono pensare e agire come io penso e agisco!”. Maria ci provoca
con la sua posizione, soprattutto con il braccio e la gamba che fanno da schermo all’osservatore, catturando lo sguardo e obbligandolo a dirigersi verso l’oggetto della sua attenzione: Gesù. Le operose mani di Marta lasciano spazio a
quelle di Maria: abbandonate e quiete. Anche la stessa cromia indica questa pace e tranquillità, speculare all’attivismo di Marta: il manto blu del Maestro, la gonna verdeblu di Maria; l’abito bruno del Maestro, la camicia rosso-
porpora di Maria. Il continuo richiamarsi delle tonalità degli
abiti dice il progressivo identificarsi di Maria con il suo Signore:
«Maria, seduta ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola».
Maria è totalmente orientata verso Gesù, vive della sua
parola, nulla chiede, ma, in tutto e per tutto, si rimette e si
affida a Lui. Singolare è la sua postura, che richiama quella di un bambino attento, interessato al racconto di una
persona adulta. Quest’accoglienza disarmata e disarmante
è una sfida e mette a nudo la radice di ogni missione, di
ogni evangelizzazione: fare di Gesù, della sua persona e
della sua parola il centro della propria esistenza. Solo così
ogni azione porterà frutto e sarà incisiva. La scena è vista
dal basso, come se l’artista volesse suggerirci che la prospettiva giusta dalla quale contemplare il mistero è quella di Maria. Le due sorelle, dai tratti così diversi, hanno in
comune lo sguardo fisso su Gesù. Tutto questo ci fa chiedere: come si può essere missionari davanti all’Eucaristia?
In Marta riconosciamo coloro che davanti all’Eucaristia s’interrogano, scendono nel profondo, si mettono in discussione e si rendono disponibili ad agire. Quanti si rispecchiano in lei vivono una preghiera d’intenso ascolto, orientata però per natura a una carità fattiva, concreta, pronta
a captare il soffio dello Spirito e a muoversi. Lo stile missionario di Marta è il servizio. Maria è, invece, la “contemplativa”. Il suo atteggiamento davanti a Gesù è
quello dell’abbandono. È l’anima innamorata di Gesù,
totalmente dedita a Lui. La sua preghiera è silenziosa, si nutre di gesti semplici e simbolici. Maria
si muove all’unisono con la parola di Gesù. Maria
diviene missionaria per la potenza dei suoi gesti.
Potremmo affermare che Maria è missionaria anzitutto presso Dio, attraverso la totale offerta di se
stessa a Dio, nell’apparente improduttività. È la missione di tutti quelli che “perdono” il loro tempo davanti all’Eucaristia, nella preghiera e nella contemplazione.
La forza di ogni azione buona ha la sorgente in
Gesù e nelle sue parole. La preghiera costante e
fiduciosa è questo stare «ai piedi di Gesù», vivere per Lui e in Lui. Due accoglienze ispirate da
diverse motivazioni. Marta, da sua parte, vede
in Gesù il suo Signore e per questo vuole servirlo. Maria vuole essere servita da Gesù, per il
nutrimento della sua anima. Marta e Maria hanno
la stessa fede in Gesù e vi riconoscono non solo l’amico fidato ma il loro vero Signore. Entrambe riconoscono,
in un certo modo questa divinità di Gesù che si mostra
nella sua umiltà e nell’accoglienza fraterna: arrivano nel
cuore della fede cristiana, la fede rivelata ai piccoli e ai
semplici. Una fede, però vissuta in due modi diversi che
non possono essere letti in contrapposizione ma in modo
complementare. Marta che preferisce curare la parte umana nel suo Signore e Maria che invece è volta più alla
contemplazione fruttuosa. Anche la tensione che il brano evangelico rivela tra le due sorelle può essere spunto d’interesse per noi. La fede è vissuta nella nostra quotidianità e in lei dovremmo poter riporre i nostri problemi. La risposta di Gesù è poi particolarmente indicativa.
Egli non interviene nel merito della questione e non fa
arbitro tra le due sorelle. Gesù è interessato ai cuori e
vuol sanare quelli che vede in affanno.
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