Registrazione al Tribunale di Velletri n. 9/2004 del 23.04.2004 - Redazione: C.so della Repubblica 343 - 00049 VELLETRI RM - 06.9630051 - fax 0696100596 - [email protected] Mensile a carattere divulgativo e ufficiale per gli atti della Curia e pastorale per la vita della Diocesi di Velletri -Segni Anno 6 - numero 9 (57) - Ottobre 2009 Giornata missionaria 2009: “la missione della Chiesa e il suo servizio non sono a misura dei bisogni materiali o anche spirituali che si esauriscono nel quadro dell’esistenza temporale, ma di una salvezza trascendente, che si attua nel Regno di Dio” In questo numero: grandi temi - Caritas in Veritate 2 Cap. II: Lo sviluppo umano del nostro tempo - 50 anni fa i diritti dei fanciulli RU486: “il meglio di sè” dello Stato ai bambini? - Avanza l’usura - rischio e sofferenze Speciale Convegno - Interventi di don D. Vitali, Giovanni Loppa, mons. L. Vari, don D. Valenzi, Sara Gilotta, S. Fioramonti, D. e N. Tartaglione Concilio Vaticano II - Relazione dei laici con la gerarchia Educare oggi - Il potenziale religioso del bambino 2 - I diritti del fanciullo - 2009-2010Anno Sacerdotale / 2 - Maria Madre di tutti i sacerdoti - La meta del popolo di Dio: l’Eucarestia - Padre Italo Laracca, sacerdote secondo il cuore di Dio Vocazioni - L’obbedienza come regola della vita e di ogni percorso educativo Caritas - Giustizia dentro e fuori le mura Ottobre 2009 2 “La sfida educativa” Ecclesia in cammino Bollettino Ufficiale per gli atti di Curia Mensile a carattere divulgativo e ufficiale per gli atti della Curia e pastorale per la vita della Diocesi di Velletri-Segni ? Vincenzo Apicella, vescovo Se un’impressione è rimasta del Convegno diocesano da poco concluso è quella di un “pensare positivo” riguardo al tema dell’educazione, diventato, non da oggi, il punto focale della riflessione ecclesiale a tutti i livelli, dal Magistero di Benedetto XVI a quello dei vescovi italiani, dai progetti pastorali di diocesi e parrocchie agli incontri di studio tra associazioni e movimenti. E’ di questi giorni la pubblicazione di un volume dal titolo “La sfida educativa”, edito dal Comitato per il progetto culturale della CEI, in cui si tenta un approccio non settoriale al problema, cercando di offrire oltre che un “rapporto” anche una “proposta” e alcuni orientamenti per i vari ambiti in cui si vive il rapporto educativo. Da parte nostra, ci siamo limitati ai due aspetti fondamentali dell’educazione alla fede nella famiglia e nella catechesi parrocchiale, con la relazione di Luigi Accattoli, che ci ha mostrato, attraverso il racconto della sua esperienza, come sia concretamente possibile realizzare l’impegno che una coppia cristiana ha assunto il giorno del proprio matrimonio e del battesimo dei propri figli e con la riconsegna alle nostre comunità del Documento base per il rinnovamento della catechesi, che, a quasi quarant’anni dalla sua pubblicazione, attende ancora di essere pienamente attuato. Chi ha toccato, comunque, il punto nodale della questione è stata indubbiamente Paola Bignardi, che, invitandoci a richiamare alla memoria i nostri educatori, ha tracciato le linee essenziali di chi è chiamato oggi a svolgere un compito così decisivo. Si tratta proprio di una chiamata, anzi, per essere più diretti, di una vocazione, inscritta nell’atto stesso con cui il Signore ci affida i suoi figli, poiché fondamentalmente è solo Lui a dare la vita, affinché, a loro volta, essi possano scoprire la loro vocazione. Allora il rapporto educativo diventa una grande avventura umana, da vivere con passione e coinvolgimento pieno, che assume le stesse caratteristiche della maternità: la cura e il distacco, la dedizione gioiosa e la sofferenza. E se nel passato tutto poteva sembrare più facile per una più diffusa identità culturale, non dobbiamo nemmeno dimenticare gli aspetti negativi da cui cerchiamo di uscire: il maternalismo, l’autoritarismo, i pregiudizi e le censure sociali, il senso di paura. Suggestivo è stato l’identikit del nuovo educatore, che ci è stato presentato anzitutto come una persona amante della vita, portatrice di una umanità realizzata, in grado di trasmettere serenità, gioia e pacatezza. In secondo luogo, capace di relazioni profonde e di prendere a cuore l’altro, comprendendone i pensieri non detti o detti male, poiché la relazione è più importante delle idee che si trasmetto- no e dei nostri educatori ricordiamo soprattutto il bene che ci hanno voluto. Ma anche uno che non teme di esercitare l’autorità, autorevole ma non autoritario, poiché credibile e vero nella visione della vita che propone, anche a costo di perdere consensi. Inoltre, non eroe solitario, ma parte della comunità e sostenuto dalla comunità, in quanto nella famiglia non si può educare se non insieme e così nella chiesa non si educa né per delega né per iniziativa privata e personale; per questo è fondamentale una delle ultime espressioni del Documento base: “prima sono i catechisti e poi i catechismi; anzi, prima ancora, sono le comunità ecclesiali. Infatti, come non è concepibile una comunità cristiana senza una buona catechesi, così non è pensabile una buona catechesi senza la partecipazione dell’intera comunità”. Quindi l’educatore sa costruire alleanze con gli altri che operano in ambiti diversi e, infine, è persona di speranza e, quindi, capace di pazienza, poiché sa di seminare per il futuro. Ho tenuto a riportare queste note, perché in questi giorni mi è capitato di leggere il messaggio che Benedetto XVI ha inviato ai sacerdoti che stanno svolgendo un corso di esercizi spirituali ad Ars in occasione dell’Anno sacerdotale e, con mia sorpresa, vi ho riscontrato le stesse espressioni, quasi alla lettera. Il Papa parla del prete proprio come “uomo di speranza” e “uomo che guarda al futuro”: “Il sacerdote, certamente uomo della Parola divina e del sacro, deve oggi più che mai essere uomo della gioia e della speranza. Agli uomini che non possono concepire che Dio sia puro amore, egli dirà sempre che la vita vale la pena di essere vissuta e che Cristo le dà tutto il suo senso…Il sacerdote è l’uomo del futuro, è colui che ha preso sul serio la parola di Paolo: ‘se dunque siete risorti in Cristo, cercate le cose di lassù’ (Col.3,1)”. Appare allora evidente che, quando si parla di compito educativo, noi preti dobbiamo sentirci coinvolti in prima persona e che gli sviluppi del Convegno diocesano dipendono in larga parte proprio da noi, che in questo anno siamo invitati a riscoprire la grandezza e la bellezza della nostra vocazione. Non per nulla la prima sera del Convegno ci è stata provvidenzialmente proclamata una delle prime frasi della lettera che Paolo scrisse al discepolo Timoteo, preceduta da quella che ci è stata ricordata da Luigi Accattoli: “Mi ricordo infatti della tua fede schietta, fede che fu prima in tua nonna Lòide, poi in tua madre Eunìce e ora, ne sono certo, anche in te. Per questo motivo ti ricordo di ravvivare il dono di Dio che è in te per l’imposizione delle mie mani” (2Tim.1,5-6). Direttore Responsabile Don Angelo Mancini Collaboratori Stanislao Fioramonti Tonino Parmeggiani Gaetano Campanile Roberta Ottaviani Proprietà Diocesi di Velletri-Segni Registrazione del Tribunale di Velletri n. 9/2004 del 23.04.2004 Stampa: Tipolitografia Graphicplate Sr.l. Redazione C.so della Repubblica 343 00049 VELLETRI RM 06.9630051 fax 96100596 [email protected] A questo numero hanno collaborato inoltre: S.E. mons. Vincenzo Apicella, S.E. mons. Andrea M. Erba, mons. Luigi Vari, Costantino Coros, don Dario Vitali, mons. Franco Risi, mons. Franco Fagiolo, don Cesare Chialastri, don Claudio Sammartino, don Marco Nemesi, don Daniele Valenzi, Luigina Ruffolo, Giogio Innocenti, N. e D. Tartaglione, Antonio Galati, Fabricio Cellucci, Mara Della Vecchia, Pier Giorgio Liverani, Antonio Venditti, Ilaria Spigone, Marcello Schiavetta, Sara Gilotta, Sara Calì, Valentina Fioramonti, P. Giovanni Tomasi, Luciano Gottardo, Ass. Culturale il Trivio, Alessandro Ippoliti, Federica Colaiacomo, Paolo Tomasi, Giovanna Loppa . Consultabile online in formato pdf sul sito: www.diocesi.velletri-segni.it DISTRIBUZIONE GRATUITA In copertina: Jan Vermeer, Cristo in casa di Marta e Maria, 1654, National Galleries of Scotland, Edimburgo. Il contenuto di articoli, servizi foto e loghi nonché quello voluto da chi vi compare rispecchia esclusivamente il pensiero degli artefici e non vincola mai in nessun modo Ecclesìa in Cammino, la direzione e la redazione Queste, insieme alla proprietà, si riservano inoltre il pieno ed esclusivo diritto di pubblicazione, modifica e stampa a propria insindacabile discrezione senza alcun preavviso o autorizzazioni. Articoli, fotografie ed altro materiale, anche se non pubblicati, non si restituiscono. E’ vietata ogni tipo di riproduzione di testi, fotografie, disegni, marchi, ecc. senza esplicita autorizzazione del direttore. 3 Ottobre 2009 Stanislao Fioramonti Nella “Populorum Progressio” papa Paolo VI intendeva per sviluppo l’ obiettivo di far uscire i popoli da fame, miseria, malattie endemiche, analfabetismo; di partecipare al processo economico internazionale; di evolvere verso società istruite e solidali; di consolidare democrazie in grado di assicurare libertà e pace. Quanto oggi quelle aspettative sono state soddisfatte? Avere come abiettivo solo il profitto e non il bene comune rischia di distruggere la ricchezza e di creare povertà. Sviluppo per molti popoli c’è stato, che ha tolto dalla miseria miliardi di persone, ma persistono distorsioni e problemi drammatici, aggravati dalla attuale crisi. La complessità dell’attuale situazione economicarichiede una nuova sintesi umanistica, è occasione di discernimento e di nuova progettualità. Lo sviluppo attuale è policentrico ed ha molteplici cause e responsabili. La linea povertà/ricchezza non è più netta come in passato; cresce la ricchezza mondiale assoluta ma aumentano le disparità: sacche di povertà nuove nei paesi ricchi, gruppi di supersviluppo in aree povere, continuano le disuguaglianze scandalose, la corruzione, l’illegalità, il non rispetto dei diritti umani, la dispersione degli aiuti internazionali. Nei paesi ricchi esistono forme eccessive di protezione della conoscenza, in quelli poveri comportamenti sociali e culturali che frenano lo sviluppo. Molte regioni si sono evolute, ma lo sviluppo non può essere solo economico e tecnologico, deve essere vero e integrale. Finiti i blocchi contrapposti (comunismo/occidente), occorreva una riprogettazione globale dello sviluppo, realizzata solo in parte. La “Populorum Progressio” assegnava un compito centrale ai poteri pubblici, ma il nuovo contesto economico-finanziario ha modificato il potere politico degli stati; occorre dunque riconsiderare ruolo e poteri, e una più diretta partecipazione dei cittadini alla cosa pubblica. Il mercato ha stimolato nuove competizioni tra stati, e questo ha portato a una riduzione delle reti di sicurezza sociale; le organizzazioni sindacali hanno maggiori difficoltàa difendere gli interessi dei lavoratori, tanto che anche oggi è valido l’auspicio della “Rerum Novarum” a formare associazioni di lavoratori per la difesa dei propri diritti. Mobilità e deregolamentazione rendono incerte le condizioni di lavoro, con difficoltà personali (instabilità psicologiche) e socia- li (difficoltà a progettare il proprio futuro, il matrimonio ecc.). La disoccupazione dilagante aggrava tali difficoltà, quando invece il primo capitale da salvaguardare e valorizzare è la persona nella sua integrità. Sul piano culturale, la attuale maggiore interazione culturale e l’accresciuta mercificazione degli scambi culturali porta a due pericoli: l’eclettismo culturale spesso acritico e il relativismo culturale, da un lato, e dall’altro l’appiattimento culturale con l’omologazione dei comportamenti. Tutto concorre a separare la cultura dalla natura umana. Eliminare la fame nel mondo è divenuto il traguardo da perseguire per salvaguardare la pace e la stabilità del pianeta. Ma essa, sottolinea il papa, dipende non tanto da scarsità materiale, quanto da scarsità di risorse sociali e istituzionali. Occorre eliminare le cause strutturali del sottosviluppo agricolo di molti paesi, coinvolgendo le popolazioni locali nelle scelte e decisioni. Alimentazione e accesso all’acqua sono infatti diritti universali di tutti, senza distinzioni né discriminazioni. Il rispetto della vita non va disgiunto dalle questioni dello sviluppo. Povertà = elevata mortalità infantile, ma molti governi continuano con pratiche di controllo demografico (contraccezione, aborto!); nei paesi ricchi abbondano leggi contrarie alla vita, spesso proposte come segno di progresso culturale; alcune ONG lavorano per l’aborto e la sterilizzazione, collegandovi spesso gli aiuti allo sviluppo; è in aumento il numero dei paesi che legalizzano o aspirano alla eutanasia. E invece l’apertura alla vita è al centro del vero sviluppo. Anche negare il diritto alla libertà religiosa ha a che fare con lo sviluppo, sia perché le guerre religiose (che spesso mascherano ben altre ragioni) sono violenze che frenano la crescita (vedi ad es. il terrorismo fondamentalista), sia perché la promozione programmata dell’indifferenza religiosa e dell’ateismo pratico contrasta con le necessità dei popoli. Dio è il garante dello vero sviluppo dell’uomo. Per la promozione del vero sviluppo de popoli occorre far interagire i diversi livelli del sapere umano: il fare è cieco senza il sapere, e il sapere è sterile senza l’amore. La carità nella verità richiede prima di tutto di conoscere e di capire, ma le conclusioni scientifiche non possono indicare da sole le vie dello sviluppo, devono andare insieme all’amore, che non è in contraddizione con la ragione. Dunque valutazioni morali e ricerca scientifica devono crescere insieme, animate dalla carità. Può essere utile a questo cammino la dimensione interdisciplinare della dottrina sociale della Chiesa. La chiusura della scienza alla metafisica non aiuta invece il vero sviluppo integrale. Le soluzioni nuove dello sviluppo moderno devono partire da due punti fermi: le scelte economiche non aggravino le differenze di ricchezza, e l’accesso e il mantenimento del lavoro siano l’obiettivo prioritario. I costi umani sono sempre anche costi economici, e l’insicurezza strutturale genera spreco di risorse umane. Occorre una nuova riflessione sul senso e sui fini dell’economia e una revisione profonda dell’attuale modello di sviluppo, responsabile di danno ecologici e soprattutto di crisi cuturale e morale dell’uomo. Il progresso resta dunque un problema aperto, aggravato dalla crisi, con aree del pianeta ancora in miseria. Occorrerà facilitare ai paesi poveri l’accesso ai mercati, decolonizzare in tutti i sensi, dare spazio all’etica per governare e orientare i processi di interdipendenza planetaria (cioè di globalizzazione). (continua) 4 Ottobre 2009 I al bambino che deve nascere. E nell’art. 24, comma 2, lettera D, il delegato inglese riuscì a evitare che, alle «misure appropriate» da prendere «per garantire appropriate cure mediche pre e post natali alle madri» si aggiungesse «e ai loro figli». Fu rigettata anche una richiesta ufficiale dell’Intergruppo “Famiglia” del Parlamento Europeo al Presidente dell’Assemblea generale e al Segretario Generale dell’Onu: quella proposta, che si basava su due risoluzioni del medesimo Parlamento, chiedeva di precisare che «dev’essere considerato bambino ogni essere umano fin dalla fecondazione». Del resto tutto ciò era già esigito, per coerenza, sia dal terzo punto del Preambolo della Dichiarazione poco fa ricordato e riportato nei “Considerando” che precedono il testo, sia dal primo articolo della Convenzione, secondo cui «bambino/a è ogni essere umano al di sotto del 18° anno di età». Nonostante molti aspetti positivi riguardanti i bambini già nati, il risultato – come scrisse sull’Avvenire del 23 agosto 1989 l’allora Presidente del Movimento per la Vita italiano avv. Francesco Migliori – fu che quella solenne Carta divenne «una convenzione dei diritti degli adulti e degli Stati sui bambini e contro i bambini». Una definizione che ben si attaglia anche alla italiana legge 194, che riconosce il diritto degli adulti di uccidere i figli in grembo alle madri con interventi sia chirurgici sia chimici. Parliamo della RU-486, di cui – mentre scrivo queste note il giorno della memoria della Beata Vergine Maria Addolorata – sembra che il Parlamento si proponga di discutere l’autorizzazione all’uso decisa dall’Aiof, l’Agenzia Italiana del Farmaco, esaminandone anche gli aspetti pericolosi almeno per la salute delle donne. E bisogna aggiungere che, per lottare contro l’Aids, l’Unesco, che potrebbe essere definito il braccio culturale ed educativo dell’Onu, sta pubblicando un libello sull’educazione sessuale dei bambini dai 5 anni in su: a questa età insegnare loro come e dove toccarsi e toccare; a 9 anni la contraccezione, a 12 «il diritto di accesso all’aborto» e, a 15, a farsi promotori tra i coetanei del «diritto a un aborto sicuro». Insomma, sembra proprio che si debba dire che la negazione di ogni valore e di ogni diritto dell’infanzia, la banalizzazione della sessualità tra i bambini e la RU-486 - adottata questa in Italia proprio nell’imminenza della duplice ricorrenza ricordata - sono, per stare al linguaggio della travisata Dichiarazione, il «meglio» di quanto gli Stati possano e debbano dare di sé all’infanzia. In questa oscura modernità una luce viene, come sempre, dalle parole di Benedetto XVI al Congresso Mondiale dei Farmacisti Cattolici (Poznan, Polonia, settembre) sui prodotti farmaceutici abortivi e anticoncezionali e a quelli in grado di favorire l’eutanasia: «Non è possibile anestetizzare le coscienze, ad esempio, sugli effetti di molecole che hanno come fine di evitare l’annidamento di un embrione o di abbreviare la vita di una persona. I farmaci svolgano veramente il loro ruolo terapeutico». Pier Giorgio Liverani l 20 del prossimo mese di novembre, venerdì, cadrà un duplice importante anniversario, cui ben pochi, almeno in Italia, presteranno attenzione. Per questo motivo il Movimento per la Vita sta preparando alcune importanti iniziative. Perché importante, perché trascurato e perché va, invece, ricordato? Semplicemente perché sarà l’anniversario di due documenti che, anche se non immuni da serie critiche, esprimono tuttavia molti contenuti positivi, che andrebbero tenuti presenti e attuati. Il primo documento è la “Dichiarazione dei Diritti del Fanciullo”, pensata per la prima volta nella storia appositamente per i bambini e approvata all’unanimità dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 20 novembre 1959 come completamento della “Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo” del 10 dicembre 1948. Il secondo è la “Convenzione Internazionale sui diritti dell’Infanzia”, approvata anch’essa con voto unanime dall’Onu, che, trent’anni dopo (1989), avrebbe dovuto dare ulteriori contenuti e forza alla Dichiarazione, ma che in realtà lasciò le cose come stavano, vale a dire che lasciò assai deboli le garanzie reali di quei diritti che solennemente affermava impegnandone i firmatari e addirittura nulle, nei fatti, quelle per i diritti dei bambini non ancora nati: in altre parole, soprattutto la Convenzione, come dirò tra poco, tradiva almeno in parte se stessa e la Carta che l’aveva preceduta. Quest’ultima – la Dichiarazione – è, infatti, composta di un Preambolo, che espone i fondamenti etici su cui si basa, e di dieci “Princìpi”, che proclamano i diritti del fanciullo (per le Nazioni Unite è fanciullo chi ha meno di 18 anni). Qui, però, preme sottolineare soprattutto tre punti del Preambolo: il primo richiama «i diritti fondamentali dell’uomo, la dignità e il valore della persona umana», il terzo afferma che «il fanciullo, a causa della sua immaturità fisica e intellettuale, ha bisogno di una particolare protezione e di cure speciali e in particolare di una adeguata protezione giuridica, sia prima che dopo la nascita»; e l’ultimo ricorda che «l’umanità ha il dovere di dare al fanciullo il meglio di se stessa». Belle parole davvero meritevoli di applicazione: peccato, però, che tutte le legislazioni che riconoscono il diritto di aborto violino i questi punti fondamentali della Dichiarazione. Infatti, appena vent’anni dopo, quando l’Onu proclamò il 1979 “Anno Internazionale del Fanciullo”, tanto l’apposito Comitato costituito in Italia per propagandare quell’ “Anno”, quanto l’Unicef, ovvero il Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia, distribuirono volantini, pieghevoli e altro materiale in cui il testo del documento era stato accuratamente censurato: i cinque punti del Preambolo erano stati fatti sparire, affinché non apparisse il diritto del bambino a una protezione speciale e soprattutto giuridica anche prima della nascita. Il Parlamento italiano, del resto, giusto l’anno precedente (1978) aveva approvato – violando la Costituzione – la legge che legalizzava l’aborto. Era questo «il meglio di se stesso»? Altri dieci anni dopo, nel 1989, mentre si elaborava il testo della “Convenzione”, fu impossibile ottenere che, nell’art. 6, comma 1 («Gli Stati Parti alla presente Convenzione riconoscono che ogni bambino ha l’inalienabile diritto alla vita») si specificasse che questo diritto appartiene anche Ottobre 2009 5 IL R IN NOVAMENTO D ELLA CATECH ES I : una rilettura in chiave di recezione. Don Dario Vitali* In teologia, oggi, uno dei temi più ripetuti è quello della recezione. Il termine sta a indicare l’esito, ma anche il processo di accoglimento da parte del Popolo di Dio di una dottrina o di una prassi ecclesiale. In questa prospettiva, si parla insistentemente di recezione del concilio. Dopo un primo periodo di attuazione del concilio, condotto in prima linea dalla gerarchia della Chiesa, l’approccio è stato rovesciato, e la domanda che si è imposta è la seguente: se e quanto le decisioni conciliari, la figura di Chiesa disegnata dai padri sono penetrate nel vissuto del Popolo di Dio. La questione sul tappeto è la ricerca dei motivi per cui la proposta conciliare abbia o non abbia trovato accoglienza presso il Popolo di Dio, ma anche perché i termini della proposta siano stati compresi o non compresi o diversamente compresi da quanti erano chiamati ad accoglierla. Allo stesso modo, si può parlare di recezione del documento-base. La verifica non è di poco conto, perché Il Rinnovamento della Catechesi costituisce uno degli snodi fondamentali della vita ecclesiale in Italia, trattandosi del progetto catechistico che ha determinato un cambio profondo – radicale – nella vita delle comunità cristiane. Consegnato alla Chiesa italiana nel 1970, a soli cinque anni dalla chiusura del concilio, il documento segna uno spartiacque nell’azione ecclesiale di trasmissione della fede. 1.Il superamento del Catechismo di Pio X Per misurare il cambiamento, basta confrontare le proposte del documento-base con il modello di catechesi precedentemente praticato. La differenza tra i due metodi può essere riassunta con una formula: fides qua più che fides quae. Con fides quae la teologia manualistica indicava i contenuti della fede, le verità da credere, mentre con fides qua indicava l’atteggiamento personale con cui si aderisce a Dio che rivela. Il catechismo di Pio X insisteva sulla fides quae. Il metodo collaudato di domanda-risposta produceva una conoscenza mnemonica che assicurava un’alfabetizzazione minima nelle cose della fede. Anche qui, però, ci si limitava a richiedere unicamente un compendio, stralciato dal Catechismo Maggiore, un’opera di grande L’intervento di Paola Bignardi respiro che prendeva in considerazione tutti gli aspet- la carità. Si tratta di una prospettiva di tutto rispetto, ti della vita cristiana, dalla dottrina alla morale alla litur- capace peraltro di mettere in gioco tutti i principi fongia alla preghiera, proposti con il linguaggio tecnico damentali della vita teologale. Perché allora non condella teologia manualistica. Il presupposto che giu- tinuare in questa direzione? Per almeno due motivi. stificava quel metodo era che la memorizzazione coin- Uno di carattere antropologico: la crescita a dismisura cidesse con l’interiorizzazione: le verità di fede, per del soggettivismo nella coscienza dell’uomo contemporaneo il fatto di essere conosciute (senza pensare che sape- ha rotto l’unità di Verum, Pulchrum, Bonum. Per l’uore una cosa a memoria non significa ipso facto cono- mo del passato la Verità coincideva con la Bellezza scerla), diventavano principio e fondamento di una e con il Bene; ma dove esistono molte verità, o dove vita di fede. A nessuno sfuggirà che il passaggio non la verità è relativa, la bellezza diventa soggettiva (non è obbligato e si svolge sul registro della possibilità: si dice forse che non è bello ciò che è bello, ma è anche qui credere è un atto di adesione libera del- bello ciò che piace?) e soggettivo il bene, spesso ridotl’intelletto e della volontà alla forza risplendente del- to a proiezione dei propri desideri o capricci. la verità. Ma il punto su cui si insisteva era, appun- L’importanza data dalla psicologia del profondo agli to, la Verità, che si offre a chi la accolga senza pre- aspetti emozionali e inconsci dell’esistenza ha fatto clusioni o pregiudizi. Si capisce in questa direzione il resto: le tre dimensioni che strutturano l’uomo – raziol’insistenza sulla grandezza della verità cattolica, che nale, volitiva, emozionale – sono oggi del tutto disportava peraltro a sminuire e condannare qualsiasi altra proposta, venisse dai noncattolici, dai non-cristiani o dai non-credenti. Gli altri erano quelli che non possedevano la Verità, di cui solo la Chiesa cattolica era depositaria: una forma di esclusivismo religioso, che ben si riassumeva nell’idea che fuori della Chiesa non si desse salvezza, come recitava l’adagio, «extra Ecclesiam nulla salus». Metodo e contenuti del Catechismo di Pio X rimandano direttamente all’idea di Rivelazione proposta dal concilio Vaticano I (1869-70): contro gli errori del tempo Da sinistra il Vescovo Mons. Apicella e Luigi Accattoli – soprattutto fideismo e razionalismo – la costituzione dogmatica Dei Filius proponeva una concezione della Rivelazione come insie- articolate e, sviluppandosi separatamente, non me di verità da credere – il deposito della fede – in garantiscono un passaggio armonico da una dimensione all’altra, con il rischio serio di non pervenire mai ragione dell’autorità di Dio che le ha rivelate. Ecco i termini con cui la costituzione a un’accettabile maturità umana, men che meno a dogmatica fissa l’idea di rivelazione e quello corrispondente una maturità di fede. È singolare che i grandi movidi fede: «è piaciuto alla sua sapienza e bontà rivela- menti ecclesiali del post-concilio privilegino – in linea re se stesso al genere umano, nonché gli eterni decre- con questo stato di cose – chi l’aspetto emozionale, ti della sua volontà. […] È grazie a questa divina rive- chi quello razionale, chi quello della volontà. Se poi lazione che tutti gli uomini possono, nella presente si pensa che gli stili di vita attuali stimolano a dismicondizione del genere umano, conoscere facilmen- sura la dimensione emozionale e quella intellettiva, te, con assoluta certezza e senza alcun errore, ciò ma lasciano la volontà allo stato embrionale, si capiche delle cose divine non è di per sé inaccessibile sce come la conoscenza delle verità di fede non implialla ragione. Non è tuttavia per questo motivo chi necessariamente una loro attuazione nella vita. che la Rivelazione deve essere detta assoluta- Il secondo motivo è squisitamente teologico: l’impomente necessaria, ma perchè Dio, nella sua infi- stazione pedagogica del Catechismo di Pio X, costruinità bontà, ha ordinato l’uomo a un fine sopran- ta sulla teologia della Rivelazione elaborata dal Vaticano naturale, affinché partecipi ai beni divini che supe- I, non è più rano del tutto le possibilità dell’umana intelligenza» pensabile nel (Dei Filius, cap. 2). In corrispondenza di questa quadro interdescrizione, la fede si specifica come «piena sot- pretativo della tomissione della nostra intelligenza e della nostra Rivelazione prodal volontà» a Dio che si rivela (Dei Filius, cap. 3). posto Il presupposto antropologico che sta dietro tali Vaticano II. Nella idee è l’unità della persona a partire dall’aspet- costituzione dogto cognitivo: la volontà desidera quel bene che matica Dei la ragione vede come tale. Trasposto sul piano Verbum l’idea della vita teologale, il dinamismo è del tutto coeren- portante non è te: la fede conosce quelle verità che rivelano il più Dio che rivebene desiderato dalla speranza e posseduto dal- la, per cui la fede Ottobre 2009 6 è anzitutto accettazione di un sistema di verità da credere, ma Dio che si rivela, per cui la fede si qualifica come un rapporto di alleanza tra Dio e l’uomo. In evidenza non è il depositum fidei, ma la relazione: di Dio con l’uomo e dell’uomo con Dio. Ecco il testo della Dei Verbum sulla Rivelazione: «Piacque a Dio, nella sua bontà e sapienza rivelare se stesso e far conoscere il mistero della sua volontà, mediante il quale gli uomini per mezzo di Cristo, Verbo fatto carne, nello Spirito santo hanno accesso al Padre e sono resi partecipi della natura divina. Con questa rivelazione, infatti, Dio invisibile parla agli uomini come ad amici e si intrattiene con essi, per invi- Luigi Accattoli espone la sua relazione tarli ed ammetterli alla comunione con sé» (DV 2). La conseguenza è che la fede non può consistere anzitutto in un’adesione intellettuale alle verità di fede, ma è un atto esistenziale, che implica tutta la persona in una relazione con Dio, descritto da DV 5 come «obbedienza della fede»: «A Dio che rivela è dovuta l’obbedienza della fede, con la quale l’uomo si abbandona tutto a Dio liberamente, prestando “il pieno ossequio dell’intelletto e della volontà a Dio che rivela” e assentendo volontariamente alla rivelazione data da lui». 2. Il Rinnovamento della Catechesi Il RdC è il documento che «traccia le grandi linee del “quadro” entro cui collocare con i nuovi catechismi la rinnovata azione pastorale» (Presentazione, p. 12). I quali trovano in questo documento i criteri che ne hanno guidato la stesura, e che devono guidarne anche la lettura. «Se vogliamo cogliere le caratteristiche e la funzione propria di questo documento, potremmo dire – asseriva mons, Carlo Colombo nella Presentazione – che è una sintesi ordinata di principi teologico-pastorali, ispirati al Vaticano II e al magistero della Chiesa, autorevolmente proposti dall’episcopato italiano all’intera comunità, per guidare e stimolare l’armonico sviluppo della catechesi, per verificarne esigenze e orientamenti nell’attuale momento pastorale, per offrire chiare direttive alla compilazione e all’accoglienza dei nuovi catechismi» (Presentazione, 12). Lo dice espressamente il documento, nella Conclusione: «Questo documento pastorale sul rinnovamento della catechesi in Italia, risultato di lunga e diligente riflessione, nulla ha risparmiato pur di far nascere ogni sua affermazione dallo spirito del Concilio e per inserirsi fedelmente nella nostra attualità religiosa. Per questo ha fatto ricorso a vasta collaborazione e ad una consultazione che ha interessato tutte le Chiese locali. Si è andato così delineando un orientamento pastorale, cui l’Episcopato italiano – guida responsabile in ogni fase della comune riflessione – non ha esitato ad attribuire dignità di documento magisteriale; il suo valore sta nell’indicare autorevolmente la strada, senza tuttavia arrestare la ricerca» (n. 199). Basterà una scorsa veloce all’indice per rendersi conto della novità sia del metodo che dei contenuti. Il documento si articola in 200 numeri, distribuiti in 10 capitoli. 1. La Chiesa e il ministero della Parola: si tratta del capitolo fondativo, non solo perché è il primo, ma perché riformula il tema della catechesi proprio sulla concezione di Rivelazione proposta dalla Dei Verbum. La Chiesa è descritta da subito come comunità profetica, chiamata a testimoniare il mistero di Dio in Cristo: «Questo è il mistero di cui la Chiesa ha esperienza, il messaggio di cui resta sempre discepola, custode e interprete; ad esso dà perenne testimonianza nella storia, pregustando e preannunciando la pienezza di vita nell’eternità» (n. 7). Da come Dio ha parlato agli uomini la Chiesa deduce anche le condizioni di trasmissione della fede: «Nell’esercizio della sua missione, la Chiesa si lascia guidare dalla pedagogia di Dio» (n. 15), non proclamando «un’astratta ideologia, ma la Parola che si è fatta carne in Cristo» (n. 16), confrontando «con la parola e con il disegno di Dio le realtà mutevoli della storia, per interpretarle e giudicarle alla luce del medesimo Spirito, secondo le esigenze del Regno di Dio che viene. In tal modo il messaggio rivelato mantiene la sua integrità e viene proclamato sempre vivo a tutte le generazioni» (n. 16). Di qui l’idea di un itinerario di fede, in cui si manifesta il carattere ecclesiale dell’esistenza cristiana: «lungo il cammino della fede, nessuno è solo» (n. 17). 2. Le principali espressioni del ministero della Parola: appare qui il multiforme esercizio della missione profetica della Chiesa, descritto attraverso le principali espressioni del ministero della Parola: l’evangelizzazione, la predicazione liturgica, la catechesi, la testimonianza di vita. 3. Finalità e compiti della catechesi: l’elenco delle finalità permette di intravedere il profilo dei destinatari della catechesi, cristiani maturi perché capaci di una mentalità di fede, di una conoscenza sempre più profonda e personale del mistero di Dio, di una partecipazione alla vita ecclesiale, di una mentalità profondamente universale, capace di dialogo con gli altri cristiani, con i membri di tutte le religioni, con ogni uomo, di una vera integrazione tra fede e vita. 4. Il messaggio della Chiesa è Gesù Cristo: il centro vivo della catechesi è Gesù di Nazareth, la sua vita, la sua persona, la sua predicazione e missione, soprattutto il suo mistero pasquale. Non un sistema di verità, quindi, ma la Verità fatta persona, colui che è sempre vivo e presente nella sua Chiesa mediante il dono del suo Spirito. «La fede in Gesù Cristo, come Capo e Signore della nuova creazione, è la proposta essenziale soprattutto per l’uomo moderno. In Gesù Cristo egli può sentirsi solidale con tutta la storia, con tutti gli uomini, con tutto il mondo. Nessuno dei suoi onesti impegni temporali è vano. Egli sa di partecipare, con semplicità e lealtà, al movimento che, in virtù di Cristo, redime tutta la creazione e tende a sollevarla alla pienezza di Dio» (n. 67). Così la catechesi è soprattutto una scuola di discepolato, un esercizio che approfondisce le ragioni della sequela. 5. Per una piena predicazione del messaggio cristiano: il capitolo formula i criteri per una esposizione integrale e sistematica del messaggio cristiano, e indica gli elementi essenziali del messaggio cristiano, imprescindibili per una catechesi che formi all’integralità della vita cristiana. Anzitutto, la catechesi è descritta come un atto di comunicazione, che non può esaurirsi nell’esposizione dei contenuti della Rivelazione: senza attenzione al linguaggio ma anche ai destinatari della catechesi, senza obbedienza allo Spirito che è il soggetto trascendente della catechesi come di ogni espressione del ministero della Parola, l’atto comunicativo rischia di svuotarsi. Gli elementi essenziali del messaggio di Cristo sono formulati poi in modo da descrivere le tappe di un vero e proprio itinerario di fede: 1) Gesù Cristo introduce nel mistero di Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo; 2) Gesù Cristo genera la Chiesa, suo Corpo mistico e popolo di Dio; 3) Gesù Cristo fa nuovo l’uomo mediante il dono del suo Spirito; 4) Il messaggio di Cristo e i problemi della situazione storica dei fedeli; 5) Gesù Cristo conclude la storia della salvezza. 6. Le fonti della catechesi: com’è ovvio, il capitolo indica la Parola di Dio come fonte della catechesi, indicando poi i «luoghi» privilegiati del suo ascolto: 1) la Sacra Scrittura, qualificata come anima e libro della catechesi; 2) la Tradizione, come luogo vivo di incontro con la Parola di Dio; 3) la liturgia come espressione viva del mistero di Cristo; 4) le opere del creato, in quanto parlano di Dio. 7. I soggetti della catechesi. In verità, più che i soggetti (= chi fa catechesi), il capitolo descrive i destinatari (= chi riceve la formazione cristiana). Al riguardo, il documento formula tre precisi asserti: la catechesi 1) è destinata a tutti i fedeli; 2) deve raggiungere l’uomo nelle concrete situazioni della vita; 3) illumina tutte le età dell’uomo. Su questi presupposti, la CEI ha elaborato, con un poderoso sforzo che ha coinvolto tanti operatori, i sei catechismi per la vita cristiana, che abbracciano tutte le età della vita: l’infanzia, l’adolescenza, la giovinezza, l’età adulta. 8. La catechesi nella pastorale della Chiesa locale: il documento, nel fissare le condizioni di una piena comunicazione della fede, non dimentica il «luogo» in cui esso avviene e il canale attraverso cui è portato: la Chiesa locale. In questa direzione, il capitolo prova a delineare «la responsabilità dell’intera Chiesa locale in ordine alla catechesi», precisando i diversi compiti in ambito sia ecclesiale – a livello diocesano e parrocchiale – che civile. 9. Il metodo della catechesi: il capitolo disegna l’originalità del metodo catechistico, indicando la duplice fedeltà alla Parola di Dio e alle esigenze concrete dei fedeli. 10. I catechisti: a conclusione di tutto l’itinerario, il documento-base tratteggia la fisionomia apostolica 7 Ottobre 2009 e spirituale dei catechisti, precisando anche chi nella Chiesa assume questo compito, o in ragione della sua stessa funzione ecclesiale o per mandato della Chiesa: il papa, il vescovo, i presbiteri, i religiosi e le religiose, i genitori, i laici. Ma il capitolo si chiude con la precisazione che «ogni vero cristiano sa fare catechesi». 3. Valutazioni conclusive Qualche rilievo in conclusione, per rispondere alla domanda iniziale. Perché il documento-base, nonostante il coinvolgimento di tanti operatori ad ogni livello e in ogni ambito di competenza, con un dispiego di forze significativo, non ha conosciuto la recezione che ci si attendeva? La prima impressione è che la proposta abbia seguito e patito l’andamento della recezione conciliare. Come quella, è stata entusiastica all’inizio e poi, a causa della vastità del progetto, ha segnato il passo: a un primo periodo di entusiasmo e di partecipazione diffusa, con grandi speranze di rinnovamento – là della Chiesa, qui della catechesi – è seguito un periodo di stanca e forse anche di delusione, per i risultati contraddittori che la realtà andava manifestando. Un altro parallelismo si può forse stabilire con il concilio sulla base di una semplice constatazione. Se la grande massa dei vescovi che hanno partecipato al Vaticano II e che hanno entusiasticamente sottoscritto i suoi documenti lo avesse poi applicato nelle proprie chiese, il processo di recezione del concilio sarebbe stato meno tormentato e certamente meno condizionato dai due opposti estremismi: quello del progressismo che ha indebolito il legame con la Tradizione in nome della novità a tutti i costi, e quello del tradizionalismo che tenta di costringere la Chiesa al modello tridentino, nella pretesa che esprima l’intera Tradizione bimillenaria del cristianesimo. Ambedue gli eccessi sono stati e sono possibili, perché è esistito e continua ad esistere una maggioranza silenziosa, che ha taciuto e ha lasciato che le cose andassero come andassero, senza assumere posizione e senza esercitare una responsabilità che avrebbe risparmiato alla Chiesa tanta confusione e tante sofferenze. Certo, all’entusiasmo segue poi la disillusione, spesso anche il disimpegno. Forse troppi hanno creduto che bastasse la promulgazione dei documenti – là le costituzioni, i decreti, le dichiarazioni; qui il documento-base e i vari catechismi – per rinnovare la Chiesa e la sua missione. Non per nulla il documento-base sentenziava a chiare lettere: «la esperienza catechistica moderna conferma ancora una volta che prima sono i catechisti e poi i catechismi; anzi, prima ancora, sono le comunità ecclesiali. Infatti, come non è concepibile una comunità cristiana senza una buona catechesi, così non è pensabile una buona catechesi senza la partecipazione dell’intera comunità» (n. 200). Per questo i vescovi invitavano a un comune impegno nella realizzazione del progetto: «Nato nel cuore della comunità ecclesiale, il documento ritorna ora nel vivo della comunità ecclesiale; partecipa a tutti i frutti della prima comune esperienza e sollecita una nuova comune maturazione. Ancora sotto la guida dei Vescovi, con il servizio degli appositi organismi, con il contributo e l’opera di tutti, il documento apre le vie di un rinnovamento che sia lievito di crescita nella fede dell’intera Chiesa italiana» (n. 199). Perché questo non è accaduto nella misura sperata? Molti hanno indicato l’anello debole della trafila nei catechisti: lo slogan ripetuto in fase di esecuzione del progetto – «fatti i catechismi, bisogna fare i catechisti» – rende bene il problema che ha afflitto la trasmissione della fede: un catechismo per la vita cristiana domanda catechisti adulti nella fede, uomini e donne capaci di identità cristiana e di appartenenza ecclesiale, preparati sotto ogni punto di vista. E questo non si improvvisa: ci vuole passione, ci vuole applicazione, ci vuole fede! Tuttavia l’affermazione coglie solo parzialmente nel segno: il nodo irrisolto sta più a monte, nella comunità, ripetutamente indicata come soggetto della catechesi. Perché non sono chiari i suoi compiti e perché – soprattutto – non è chiaro il profilo di questo soggetto comunitario, e quindi non è chiaro il profilo ecclesiale del catechista. Cosa intende per comunità il documento-base? Qualsiasi gruppo o associazione nella Chiesa? La parrocchia? La diocesi? La Chiesa universale? A ben vedere, esiste un’incertezza di fondo su questo punto che si riflette negativamente su tutto il progetto catechistico. È questa debolezza ecclesiologica che, a mio parere, ha inciso negativamente sul processo di recezione. Né si tratta di una incertezza nella prassi ecclesiale, che avrebbe disatteso un dettato chiaro del documento: la difficoltà a precisare il profilo della Chiesa impegnata nella catechesi emerge dallo stesso documentobase. Nei primi capitoli abbondano le citazioni del Vaticano II sul mistero della Chiesa come Popolo di Dio, corpo di Cristo, sacramento universale di salvezza. Ma l’universalità rischia anche la genericità, se non vengono precisate competenze e responsabilità. Proprio quando si vanno a fissare più da vicino questi aspetti, il documento-base perde in incisività. Due esempi: nel cap. 10, sui catechisti, la Chiesa è indicata ancora una volta come comunità profetica, affermando che «la vita di fede nasce, si sviluppa e raggiunge la sua pienezza mediante il concorso di tutta la Chiesa, sotto la guida del magistero» (n. 182). Ma tale concorso di tutta la Chiesa è risolto in chiave individuale, affermando che «ogni cristiano è responsabile della parola di Dio, secondo la sua vocazione e le sue situazioni di vita, nel clima fraterno della comunione ecclesiale» (n. 183). Come a dire che la Chiesa in quanto tale non è il soggetto della catechesi, ma unicamente il luogo in cui i membri della Chiesa deputati a questa funzione la esercitano, naturalmente con la maggior competenza possibile. Infatti, il documento precisa ulteriormente che, «per una catechesi sistematica, la comunità cristiana ha bisogno di operatori qualificati» (n. 184). «Del resto, poiché i catechisti operano in nome della Chiesa, devono sentirsi sostenuti dalla stima, dalla collaborazione e dalla preghiera dell’intera comunità», precisa ancora il documentobase (n. 184). Ma queste sono manifestazioni di una responsabilità più alta: è la Chiesa che chiama e manda i catechisti. Né basta a superare questo legame debole tra catechista e comunità la precisazione che «nella Chiesa, sacramento di unità, anche i vari mini- steri si esercitano in comunione» (n. 190), soprattutto se il criterio di comunione è quello gerarchico. Quando il documento-base identifica i catechisti del popolo di Dio, elenca in sequenza il papa, il corpo episcopale, il vescovo nella sua diocesi, i presbiteri, i religiosi e le religiose, i genitori, i laici: difficile sottrarsi all’impressione che di fatto venga riproposta una concezione piramidale della Chiesa, dove tutto è già prefissato in responsabilità a scalare, che rendono di fatto irrilevanti e superflui gli ultimi anelli della trafila. La riprova di questo rilievo sta nel cap. 8, sulla cate- I delegati presenti in sala chesi nella pastorale della Chiesa locale. Giustamente il capitolo si apre con l’affermazione che «la catechesi raggiunge gli uomini nel modo che è proprio dell’unica Chiesa di Cristo, la quale si fa presente ed opera in ciascuna Chiesa locale»: per il documento-base «la Chiesa locale è il luogo in cui l’economia della salvezza entra più concretamente nel tessuto della vita umana. Intorno ai Pastori, nella diocesi, si fonda, si alimenta e si manifesta la vita del Popolo di Dio, perché ivi si celebra con tutta pienezza il mistero di Cristo. Quanto più questo mistero è vissuto in tutte le sue dimensioni, tanto più cresce il senso dell’unità della Chiesa, che ha la sua espressione visibile nell’unica parola, nell’unico sacrificio, nell’unica carità di Cristo» (n. 142). Nulla da eccepire sui termini del discorso. Che tuttavia è rimasto per lo più lettera morta a causa di un mancato protagonismo delle Chiese locali. L’affermazione conciliare che la Chiesa universale esiste nelle e a partire dalle Chiese particolari (cfr LG 23), in una mutua interiorità delle due dimensioni, non ha trovato la dovuta attenzione nel post-concilio, con la conseguenza di consegnare le Chiese locali a una debole coscienza di sé. Il fatto che oggi riemerga l’idea della diocesi come circoscrizione territoriale ecclesiastica, e non come la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica che vive in un luogo, è il segno evidente di una identità debole, che di fatto si esprime in tutte le sue azioni, compresa la catechesi. Si capisce così la tendenza – sia a livello di diocesi che di parrocchie – a un’applicazione di indicazioni e norme che provengono dall’alto, un’azione pastorale che rischia di ridursi a mera esecuzione, senza quel senso di partecipazione e di corresponsabilità che è garanzia di successo di ogni grande impresa, come si proponeva di essere Il rinnovamento della Catechesi. * Docente alla P.U.G. di Roma Ottobre 2009 8 Tu t t e l e p a r r o c c h i e s e n t o n o come prioritario il compito di educare Mons. Luigi Vari* Il convegno diocesano, celebrato nei giorni 19,20 e 21 settembre ’09 nei locali del teatro Aurora di Velletri, era nato da una constatazione e da un desiderio. La constatazione: tutte le parrocchie sentono come prioritario il compito di educare. Il desiderio: risvegliare l’entusiasmo per questo compito importantissimo. Al dato positivo della consapevolezza del dovere educativo si affiancano altri dati che non sono altrettanto positivi. Nei giorni del convegno si sono sentiti elencare spesso questi dati che rendono esangue l’azione educativa di molte comunità ed è inutile elencarli ancora, se non per due elementi che sono tornati spesso: la solitudine dei catechisti e degli educatori in relazione alla comunità in nome della quale operano e la solitudine sperimentata, unitamente ad altri impegnati nell’educazione, si pensi alla famiglia ed alla scuola in relazione ad una cultura che non si preoccupa dell’educazione. Sulla relazione dell’educatore con la comunità si è riflettuto molto con l’aiuto del documento di base: “Il rinnovamento della Catechesi”. Qualcuno ha trovato obsoleto un documento di quaranta anni fa, ma se esso è superato riguardo all’analisi sociologica che suppone, non lo è per alcune intuizioni che lo caratterizzano. Il documento, infatti, ci suggerisce e oggi, più che mai appare evidente, che la catechesi non si può limitare alla trasmissione di verità, ma che essa consiste nel fare delle esperienze di verità. Gesù non dice mai: siedi e ascolta. Gesù dice: vieni e vedi. Si comprende la difficoltà della trasmissione della fede quando non c’è niente da vedere, e nello stesso tempo ci si meraviglia nel costatare che anche i segni più semplici spesso sono sufficienti perché il seme attecchisca e dia frutto. Tutto questo corrisponde alla dinamica stessa del- la Parola di Dio che non cerca chi le dia ragione, ma vuole chi la dichiari vera perché l’ha trovata affidabile, affidabile nella vita. Si tratta della verità dell’amen: veramente Dio è fedele. La comunità è l’amen; senza il quale la trasmissione della fede diventa molto difficile. Restando su questo versante Dio stesso è custode della sua Parola e veglia perché questo Amen possa essere pronunciato. Si ha l’impressione, e questo convegno lo ha confermato, che quando si parla di comunità si pensa alle sue forme organizzative , alla sua espressione sentimentale, alla sua dimensione affettiva e per questo si parla di solitudine dell’e- Luigi Accattoli ducatore o del catechista. Se, però si pensa alla comunità come all’Amen, cioè all’unione delle persone che sperimentano nella loro vita la fedeltà di Dio e la raccontano, bisognerebbe stare attenti a insistere troppo su questo tema della mancanza della comunità. La comunità è un fatto di fede: nella professione della fede si dice che si crede in essa quando si afferma che si crede nella Chiesa. Continuare a insistere troppo sul tema dei catechisti, degli educatori, dei parroci soli, rischia di diventare una frase problematica dal punto di vista della fede. Si tratta di cercare i segni della fedelcon cui la Chiesa dei nostri giorni è chiamata a confrontarsi; animare la speranza che può sostenerci: questi i frutti del nostro esserci fermati per stare con Lui. Questo sostare con Lui tuttavia, ce lo ricorda il vangelo, non deve assolutamente trasformarci in statue dallo sguardo estatico, ma deve accendere in noi il fuoco vivo dello Spirito che ci porta a vivere l’inquietudine del non poter tacere tale esperienza e ci rende capaci di raccontare la bellezza di questa sosta alla presenza di Colui che è la nostra vita, non solo a chi cammina con noi o incontriamo sulla nostra strada, ma anche a quelli che, distratti, camminano per altre vie o corrono in altre direzioni, anche a quelli che, tristi, fanno fatica a camminare, anche a quelli che, stanchi, hanno smesso di guardare avanti. Ci dà speranza, anche se esige responsabilità, il fatto che non siamo stati noi, ma Lui a sceglierci, è Lui, il Signore Gesù, che ci ha chiamati ed inviati ad annunciare fino agli estremi confini della terra l’avvento del suo regno, che proprio nelle nostre comunità inizia ad essere visibile. Educare è cosa di cuore! Bisogna essere innamorati, bisogna aver dato la vita ed il cuore, per poter raccon- A proposito del Convegno pastorale: Il Teatro Aurora come il monte di Gesù Don Daniele Valenzi* “Salì poi sul monte, chiamò a se quelli che egli volle ed essi andarono da Lui. Ne costituì Dodici che stessero con Lui e anche per mandarli a predicare…” (Mc 3,13-15) “Tra Gesù, Signore risorto ed oggi vivente e noi, viandanti nel tempo e suoi commensali, Dio propone la Chiesa come luogo dell’incontro. Essa è il sacramento dell’incontro, a sua volta rifratto nei sacramenti e nello stile di vita della comunità”. In questi giorni di incontro abbiamo fatto esperienza di una delle più belle dimensioni del nostro essere Chiesa: quella dell’essere stati convocati per stare con Lui. Il nostro ritrovarci per ascoltare, accogliere e sostenere la vita e le storie delle nostre comunità parrocchiali; rileggere le nostre esperienze alla luce delle parole di testimoni semplici e coraggiosi che ci hanno dato la possibilità di comprendere ancor meglio le realtà tà di Dio, presenti anche nelle esperienze meno ricche , qualche volta basta gettare lo sguardo oltre i confini dell’istituzionale per trovare segni di Vangelo e di comunità che sostengono e rendono efficace l’opera educativa. Il catechista espressione della comunità cristiana è una frase molto più complessa di quanto appare perché fa riferimento al mistero dell’annuncio e della Chiesa. Sul versante della relazione con la cultura odierna che mette in difficoltà non solo la proposta educativa della Chiesa, ma, in maniera spesso drammatica, anche quella della scuola e della famiglia; ci sono state alcune proposte ed esperienze molto utili. La prima indicazione è di non rinunciare a educare come in questi anni sembra accadere nelle comunità cristiane e, come ha scelto di fare la scuola in occidente. La stessa famiglia deve riconquistare la sua centralità e, per quanto riguarda la trasmissione della fede, è necessario che si renda conto che il ruolo essenziale dei genitori nella educazione religiosa dei figli: spesso è stato sempre proclamato, ed oggi è necessario. L’indicazione, però più significativa è quella che chiede strategie di alleanza con tutti quelli che hanno a cuore l’educazione. Su questo versante c’è molta da fare in termini di superamento dell’autoreferenzialità, quanto non si tratti di gelosia, che caratterizza il modo di porsi nel campo dell’educazione. Formare, insieme con tutti quelli che lo vogliono, degli uomini non impedisce alla comunità cristiana di formare dei cristiani. Il risultato sperato del Convegno era di suscitare un po’ di entusiasmo, di far ritrovare delle motivazioni, e si può dire che, grazie al contributo di tutti i relatori, l’obiettivo non è stato mancato. Un obiettivo così, però, che non si esaurisce in uno studio compiuto di un tema, ma apre un cammino: merita di essere coltivato da oggi in poi con coerenza di proposta e di impegno. Parroco biblista Vic. ep.le per la pastorale tare quel momento che ha cambiato la nostra esistenza e può trasformare quella di quanti ci vengono affidati perché come noi possano pronunciare quel si di fiducia e di speranza. All’inizio del cammino di questo anno pastorale, mi auguro che con il nuovo gruppo dell’Ufficio Catechistico Diocesano potremo realizzare belle, utili e significative iniziative a partire anche da questa esperienza. * Parroco e dir. dell’Uff Catechistico Ottobre 2009 9 Giovanna Loppa* È questo il tema del Convegno Diocesano che si è svolto a Velletri nella cornice del Teatro Aurora il 21-22-23 settembre 2009. Dopo la preghiera e il saluto iniziale, il Vescovo Mons. Vincenzo Apicella ha introdotto i lavori dell’assemblea sottolineando il concetto secondo il quale ‘Non si può educare se non autoeducandosi’. Il testimone è poi passato al Dottor Luigi Accattoli (giornalista vaticanista del Corriere della Sera) che ha relazionato i presenti sui ‘luoghi privilegiati dell’educazione alla fede. In cima a questi c’è la famiglia, della quale ha parlato da ‘testimone’ (è padre di cinque figli e nonno di due nipoti): i genitori sono i ‘primi educatori ed annunciatori’ del dono della fede figli (Vaticano II, Decreto sull’Apostolato dei Laici) e ha richiamato il prologo di Timoteo 2 dove la fede è frutto di una trasmissione generazionale e al tempo stesso schietta. Se oggi ciò si realizzasse fin dalla costituzione della coppia allora sarà possibile che i futuri genitori trasmettano con impegno ai figli anche la dimensione della preghiera (“ciò che non si fa non si trasmette”) e i figli a loro volta possono intuire e far proprio ciò che è positivo nel dialogo con i genitori che testimoniano una felicità sponsale vera che giustifichi, e motivi le scelte fatte all’insegna della fedeltà e della sobrietà, che rifiuti l’etica dell’arricchimento in una prospettiva evangelica che riconduce alle parole di Gesù. Don Dario Vitali ha dato il suo contributo partendo dal concetto di una catechesi che ‘va ripensata’ alla luce e secondo le indicazioni del Vaticano II: “Dio si rivela agli uomini come amici……. La fede è un atto di adesione personale” (DV 2) . Il Rinnovamento della Catechesi (RdC) è infatti il documento che traccia le linee entro le quali collocare i criteri della catechesi in una Chiesa (che ne è il soggetto) comunità profetica, discepola, custode e interprete che si lascia guidare dalla pedagogia di Dio (ogni L’EDUCAZIONE È UNA COSA DI CUORE vero cristiano sa fare catechesi). Le difficoltà incontrate negli anni passati sono scaturite da una concezione di Chiesa-piramide che lasciava ben poco spazio alla compartecipazione. Il modello di Chiesa che scaturisce dal Concilio è quello di Chiesa-comunione che vede il Vangelo incarnato come compito principe della catechesi. Al n° 200 del RdC è detto: “…prima dei catechismi vengono i catechisti e prima ancora la comunità”….. se alla base manca una comunità solida tutto ciò che ne consegue non può realizzarsi. Don Cesare Chialastri ha rilanciato successivamente ‘la questione educativa’ parlandone come di un’emergenza dovuta ‘all’incapacità di educare o di educare male’, ma che può diventare una grande sfida che ci interroga sul ‘come aiutare i giovani a fare scelte orientate (liturgia, sacramenti) e anche su ciò che è stato fatto, ciò che bisogna fare e ciò che bisogna cambiare. Diventa importante ripensare una catechesi in chiave missionaria, essenziale, attraverso la sinergia di forze, esperienze, coraggio dell’unità, capacità di sorprendere soprattutto quando si parla di Gesù Cristo, poiché il Vangelo può cambiare la vita della gente. Se facciamo bene catechesi le nostre parrocchie ‘funzioneranno’ e si vedranno i segni della pazienza, dell’accoglienza, dell’unità, anche laddove manca la ‘gioia’ e ‘l’entusiasmo’ che dovrebbe accompagnare l’annuncio (come sottolinea Don Tonino Bello) di “…..quella Buona Notizia che ci scoppia dentro!”. L’ultimo pomeriggio del Convegno Diocesano ha visto la presenza di Paola Bignardi (già Presidente di Azione Cattolica Italiana) che ha posto immediatamente l’accento sull’educazione come fatto umano, che ci mette in gioco pur con tutte le fragilità del passato e del futuro e ci fa ricominciare dalla passione, che è l’interesse per la vita dei ragazzi che ci ‘stanno a cuore’. Ciò è un fattore di arricchimento anche per la vita della Chiesa. Educare è bello, è grande: chi è educatore diventa testimone di tante storie di umanità e può far si che la la società diventi migliore. Genitori, catechisti, insegnanti, chiunque ama la vita e la presenta nella sua dimensione bella ed appassionata, con serenità, e che prende a cuore l’educazione è capace, in un’ottica relazionale, di decifrare anche i pensieri non detti o detti male. La relazione è importante, soprattutto quando riguarda tutti coloro che hanno aiutato la nostra crescita (con autorità, non con autoritarismo!). L’educatore è parte della comunità, non è un ‘eroe solitario’. Tutta la comunità si sente responsabile dell’educazione alla fede. Esso è ‘una persona capace di speranza’ e, conseguentemente, di pazienza; è colui che, se semina ha la pazienza di aspettare ‘il seme che non vede più’ e ‘il germoglio che non vede ancora’. L’educazione ha tutte le caratteristiche della speranza. Riprendere speranza è riprendere il compito educativo. Il Convegno Diocesano si è concluso nel tardo pomeriggio con la celebrazione della S. Messa presieduta dal Vescovo e concelebrata da numerosi sacerdoti, al termine della quale Mons. Apicella ha consegnato ai rappresentanti delle comunità parrocchiali un CD contenente il testo integrale del RdC *IDR Ottobre 2009 10 Stanislao Fioramonti La dott.sa Paola Bignardi, già Presidente Nazionale dell’Azione Cattolica Italiana (1999-2005) e attualmente membro del Pontificio Consiglio per i Laici, ha parlato nel’ultimo dei tre giorni dedicati all’incontro ed ha svolto il tema stesso dell’intero Convegno, tratto da una frase famosa di don Bosco. Ha premesso che il tema dell’educazione la coinvolge e la appassiona da sempre e che il tema assegnatole, pur passibile di qualche equivoco, è molto ricco e presuppone una passione capace di risvegliare qualcosa negli altri. Ha infine precisato di voler trattarlo in quat- ché comprendiamo il valore dell’educazione, la responsabilità che comporta. Poi dobbiamo sforzarci per tro punti o momenti di riflessione. 1) Il primo punto lo dedica alle figure di educato- aggiornare i processi educativi, renderli adeguati al ri che hanno lasciato un segno: insegnanti, catechisti, nostro tempo. I percorsi di crescita saranno così più sacerdoti, suore, laici… Davanti a queste figure ci a misura di chi deve essere educato; si può inoltre chiediamo: perché il loro successo? E la relatrice indi- riflettere sulla dimensione umana dell’educazione. vidua almeno tre motivi nella loro umanità (e ricchezza, 3) Il terzo punto si chiede: da dove ricominciare, intensità, sincerità…); nel loro interesse e capaci- allora? E la dott.sa Bignardi elenca alcuni carattà di relazionarsi con i ragazzi (e siccome la rela- teri dell’educazione e dell’educatore che occorre riporzione educativa è complessa, nella loro disponibi- tare in auge. Il primo è la passione, qualcosa che lità di cuore, di accoglienza, di legame…); e nei loro coinvolge totalmente sul piano umano nell’impegno con i ragazzi, i quali stanno a cuoideali di vita (aspetre all’educatore e lo spingono a dedito oggi molto difcarsi completamente a loro. Gli adulL’intervento di ficile e raro a troti così coinvolti scoprono che eduvarsi nelle persone care è faticoso, ma anche bello e Paola Bignardi al impegnate nel unico ed emozionante: consideracampo educativo). Convegno Diocesano 2009 no che la crescita umana dipende 2) Il secondo punin gran parte da chi educa; l’eduto riguarda il catore diventa testimone di granmodello educatidi storie di umanità. Altro carattere, la gratuità. Per vo. Quello di un tempo oggi è in crisi, per i profondi cambiamenti della società; dunque oggi è diffici- gli adulti l’educazione è una scuola di gratuità; la dedile trovare persone dedite all’educazione con lo spi- zione disinteressata rende più liberi e contribuisce rito di una volta. Più che parlare di emergenza edu- a “far guadagnare il centuplo”. Con l’educazione poi cativa, sulla quale non concorda, la relatrice ha pre- possiamo contribuire al cambiamento, a costruire una ferito ricercare alcuni elementi di crisi dei processi società più giusta e migliore della precedente. Per educativi. E ha notato che riguardo alla scuola il segno l’educatore cristiano la scelta educativa deve divendella crisi è che sta rinunciando ad educare, limi- tare vocazione, sia come risposta a una chiamata tandosi a trasmettere una cultura estranea alla vita. che come esperienza che dà un’impronta alla proRiguardo alla famiglia, il segnale di crisi è la sua per- pria vita. Attraverso la vocazione l’educatore pardita di fiducia nel trasmettere valori, per la crisi del tecipa alla generazione non della vita fisica, ma di principio di autorità. Riguardo alla comunità cristia- quella spirituale, culturale: un aspetto caratteristico na, il segnale di crisi è la perdita di fiducia nel dia- dell’adulto, in particolare della maternità. La dimenlogo tra educatori ed educandi, e il suo trasformar- sione educativa deve occupare completamente l’esi in una fornitrice di attività, anche coinvolgenti, ma ducatore come un bimbo piccolo occupa complesenza dialogo. Un tempo l’educazione sembrava tamente la madre. Educare però non è un fatto natupiù facile perché si respirava un clima (culturale, socia- rale, non è una capacità innata: occorre prepararle, religioso) uniforme e quindi la mentalità diffusa si, dotarsi di una competenza, conoscere a fondo sembrava avere una maggiore unità. Non bisogna gli elementi dell’educazione, acquisire la maturità che conperò idealizzare il passato, che aveva anch’esso i sente di dosare saggiamente tutti gli elementi dei prosuoi limiti educativi: spesso si facevano le cose più cessi educativi. E a questo occorre dedicare tempo. per conformismo e timore, che per convinzione; insom- 4) Nel quarto punto la relatrice tenta di tracciare un ma, non è il caso di rimpiangere quel periodo. Allora, identikit dell’educatore del nostro tempo. cosa si gua- Egli deve essere una persona che ama la vita e sa dagna nella mostrarne il volto più bello e credibile. Niente più edusituazione di catori severi e tristi, che darebbero della vita l’aspetto passaggio che meno bello, pieno di divieti e censure. stiamo attra- Deve essere una persona capace di relazioni e di v e r s a n d o ? prendersi a cuore la persona. L’educazione deve essePrima di tutto, re comunicazione, attenta aperta comprensiva, estepuntare i riflet- sa ad ogni ambito: famiglia, scuola, parrocchia. Senza tori sul proble- relazione per comunicare basterebbe un computer, ma educativo che trasmette un mucchio di dati anonimamente; inveè una cosa ce con una relazione vera resterà sempre il bel ricorpositiva per- do di chi ci ha insegnato qualcosa. L’educatore deve essere una persona che non tema di esercitare l’autorità (non l’ autoritarismo, che ne è la scorciatoia); infatti l’autorità fa crescere, l’autoritarismo ottiene dei comportamenti; l’autorità non teme di perdere il consenso dei ragazzi quando propone principi veri. Per esercitare l’autorità si deve essere autorevoli, credibili. L’educatore non deve essere un solitario, ma una persona che è parte di una comunità, dalla quale è inviato e sostenuto. Deve essere persona che costruisce un’alleanza finalizzata all’educazione dei ragazzi, senza gelosie diffidenze sospetti (esempi: il rapporto scuola-famiglia, scuola-allenatore sportivo ecc.). Ma costruire una relazione è impegnativo, e solo l’amore per i ragazzi può favorire tale impegno. L’educatore è persona di speranza, e quindi capace di pazienza: i suoi risultati, come quelli del contadino, si vedranno con il tempo; ci vorrà dunque speranza e pazienza di aspettare. Forse oggi è difficile educare perché la nostra speranza è debole, ma un educatore deve riguadagnare questa virtù se vuole uscire dalla attuale crisi del sistema educativo. La comunità cristiana oggi è uno dei soggetti più forti per affrontare la questione educativa. Essa dovrebbe lavorare a un profilo di progetto educativo adeguato a questo tempo di frammentazione, capace cioè di mettere insieme tutti gli aspetti dell’educazione. Essa inoltre dovrebbe offrire in gratuità servizi educativi a genitori e adulti in generale, servizi basati sull’esperienza di vita delle persone; non deve far sentire soli gli adulti, che hanno maggior bisogno di incoraggiamento; deve insomma educare gli educatori. Definire un progetto educativo è una urgenza, e se non si può fare tutti insieme (scuola, famiglia ecc.), si può fare però come comunità cristiana e proporlo agli altri settori impegnati nell’educazione. In attesa di un progetto comune, dovremmo immaginarne diversi, e noi proporre il nostro. EDUCARE E’ COSA DI CUORE L’intervento di Paola Bignardi e in 11 Ottobre 2009 Sara Gilotta Dopo la preghiera iniziale e l’omelia del Vescovo sulla seconda lettera di San Paolo a Timoteo, che ha opportunamente anticipato il tema centrale del convegno diocesano, quest’ anno dedicato al tema dell’educazione, ha preso la parola Luigi Accattoli vaticanista del Corriere della Sera, il cui intervento, estremamente piano e piacevole ha illustrato l’importanza della famiglia nella educazione e nella formazione. Un tema importante tanto più nel nostro tempo, nel quale non solo la famiglia, ma lo stesso fondamentale concetto di educazione sembra essere entrato in forte crisi. Le parole di Accattoli basate, come egli stesso ha affermato, non sulla dottrina, ma sulla sua esperienza personale di padre e di nonno, ha voluto proporre “un metodo” per educare, ciascuno adattandolo alla propria famiglia e alla propria realtà. Un metodo, però, che considera la fede al centro di ogni azione educativa e, prima ancora, al centro del matrimonio e quindi del rapporto tra i coniugi. Si tratta certamente di un cammino non privo di difficoltà, se si considera che ormai da non pochi anni “lo spirito” stesso dei tempi sembra essere ben poco propizio ad una educazione cristiana, ma rimane vero che chi vuole educare i suoi figli alla fede, non può che cominciare dalla famiglia sicuramente luogo privilegiato di educazione e di educazione alla fede. Perché è in famiglia che il bambino sin dalla sua più tenera età, impara a conoscere se stesso e gli altri, apprende comportamenti e principi, comprende ciò che è buono e ciò che non lo è. E l’ insegna- i e in primo piano il registratore di don Giorgio Cappucci mento alla fede deve certamente cominciare da subito, con le parole semplici, che solo le mamme sanno trovare per i loro figli, ma anche con l’esempio, che la famiglia sa offrire e proporre. E’ senz’ altro vero, infatti, che l’esempio nella sua grande importanza vada accompagnato continuamente, non solo dall’amore, ma dal desiderio di condividere con i figli le proprie convinzioni in tutti gli ambiti compreso quello della fede. Il bambino prima, poi l’adolescente ed infine il giovane si rende perfettamente conto dell’importanza della sincerità di quanto gli viene insegnato e cerca di seguirlo, di farlo suo. E se la preghiera, dice Accattoli, diventa in famiglia preghiera pregata, se, cioè, è la famiglia che nei modi e nei tempi giusti sa insegnare che pregare tutti insieme è bello, perché unisce, perché conforta, perché aiuta a guardare agli inevitabili problemi della vita nell’ottica della speranza, oltre che dell’amore, allora la preghiera, anzi il desiderio di pregare diventerà momento essenziale della giornata, da vivere anche come momento, in cui più forte da tutti è avvertito l’affetto reciproco e la gioia dello stare insieme. Tuttavia non si può fare a meno di pensare che le famiglie del nostro non facile tempo vivono in una dimensione affettiva spesso non facile, in un contesto sociale spesso ostile, che ha finito per rendere difficili persino i più semplici gesti di affetto e di comprensione reciproca, presi come si è talora da preoccupazioni di lavoro e talora persino da preoccupazioni di vera e propria sopravvivenza. E spesso le difficoltà rendono indifferenti non solo alla fede, ma persino agli affetti. Perché è indubbio che la famiglia sta vivendo una profonda crisi di identità, che, secondo me, non deriva semplicemente dalla tendenza alla superficialità e dalla incapacità di affrontare i sacrifici, soprattutto da parte dei più giovani, come spesso si sostiene, ma deriva da un insieme di problemi, che non si possono certo ricondurre ad un’ unica causa, anche se forse e per non pochi è proprio la mancanza di una educazione alla fede davvero vissuta che si deve considerare il primo motivo di una crisi innanzitutto di tipo esistenziale e poi familiare. E’ indubbio, infatti, che se i figli crescono in una famiglia, in cui i coniugi per primi e prima di diventare genitori, imparano a vivere, rispondendo pienamente agli insegnamenti del Vangelo, allora anche i figli cresceranno in una realtà non necessariamente più facile, ma cer- L’educazione è cosa di cuore, di fede e di famiglia to più consapevole, più aperta, più incline al dialogo e al confronto e quindi più capace di affrontare anche le difficoltà in modo più sereno. Nella famiglia, infatti, in cui si vive davvero tutti insieme, condividendo gioie e preoccupazioni e in cui i genitori e i figli vivono in comunione di fede e di affetti, allora gli eccessi che conducono a tante ribellioni e disperazioni tragicamente attuali, sarebbero curati e leniti prima nell’ascolto reciproco e poi nella comprensione, che, nascendo dall’amore, avvicina gli uni agli altri, evitando crisi che spesso divengono irrisolvibili ed insuperabili. Ma, come dicevo sopra, è dall’alba della vita che il bambino deve imparare a riconoscersi nella fede, anche grazie, come ha ricordato Accattoli e come personalmente ricordo con grande piacere, alle feste e alla loro preparazione. Non ho mai dimenticato, per esempio, l’amore che mio padre metteva nel preparare il presepe, che per me bambina era non solo il simbolo del Natale di Cristo, ma il Natale stesso e ricordo che desideravo di rimanere sola dinanzi alla grotta della natività, per riflettere, ma anche per godere della magia di quella realizzazione che mi appariva un momento di vita vera fatta di gesti semplici forse già allora superati, ma che io sentivo spontanei e belli. Perché l’educazione alla fede deve essere semplice e bella, deve apparire al bambino, non come una sovrastruttura di cui si può fare a meno, ma come qualcosa di essenziale, che completa ed arricchisce. E come nonna sto cercando di far comprendere ai miei bambini, tanto presi da una realtà così lontana dalla semplicità della fede, la bellezza dei testi sacri, anche solo narrando loro, quasi a mo’ di favola, le parabole più belle del Vangelo, divertendomi alle loro domande e alle loro osservazioni ingenue, ma mai sciocche e mai inutili. E del resto non è certo facile tentare di far comprendere ad un bambino, che con convinzione afferma che Gesù era figlio di un falegname, la nascita divina di Cristo. Ma è anche così che si cresce insieme, giorno dopo giorno. Ottobre 2009 12 Costantino Coros l cristiano deve saper educare con gioia e nella gioia. Questo può essere in sintesi il messaggio che è emerso dal convegno diocesano dedicato dal titolo: “L’educazione è cosa di cuore”. Tre giorni di dibattiti, dal 21 al 23 settembre, hanno visto l’intera diocesi di VelletriSegni, riunirsi al Teatro Aurora accanto alla Cattedrale di San Clemente, per riflettere su cosa significa educare oggi, su quali ostacoli incontrano gli educatori e come educare le giovani generazioni e gli stessi educatori impegnati in questa difficile ma anche entusiasmante missione. Al tavolo dei relatori si sono succeduti il Vescovo Diocesano Mons. Vincenzo Apicella, Luigi Accattoli giornalista vaticanista del Corriere della Sera, Don Dario Vitali Docente di Teologia alla Pontificia Università Gregoriana di Roma, Don Cesare Chialastri Direttore Caritas Diocesana e docente di catechesi, Paola Bignardi membro del Pontificio Consiglio per i Laici già Presidente Nazionale dell’Azione Cattolica Italiana. La tre giorni si è conclusa con la celebrazione eucaristica nel corso della quale il Vescovo ha riconsegnato alle Parrocchie il Documento Base “Rinnovamento della Catechesi”. Al di là della cronaca i temi trattati sono diversi e hanno toccato i vari ambiti in cui si declina il concetto di educazione. A cominciare da Luigi Accattoli che intervenendo sulla famiglia come luogo privilegiato dell’educazione alla Fede ha ricordato che: “i genitori sono i primi annunciatori ed educatori della fede per i loro figli”. Ed ha continuato dicendo che: “i genitori dovrebbero mirare a offrire una convincente attestazione di felicità sponsale, in modo da attrarre i figli al matrimonio. Parlare loro – e possibilmente ai loro amici – dell’opportunità umana e cristiana di sposarsi quando sono veramente innamorati. La famiglia credente dovrebbe provare a esercitare un contagio cristiano a dimensione sociale: la fedeltà sponsale, l’accettazione dei figli, il rifiuto dell’etica dell’arricchimento, la pratica convinta di una scala di priorità (Dio, l’amore, i figli e solo quarto il lavoro, o il denaro) in contrasto con la cultura di oggi dominante fondata sul possesso dei beni”. A queste sollecitazioni la sala ha risposto mettendo in evidenza un problema mol- I lecita una nuova comune maturazione. Ancora sotto la guida dei Vescovi, con il servizio degli appositi organismi, con il contributo e l’opera di tutti, il documento apre le vie di un rinnovamento che sia lievito di crescita nella fede dell’intera Chiesa italiana» (n. 199). Ecco che l’intervento di Don Cesare Chialastri dedicato al rilancio del sogno della Catechesi si inserisce in questo filone di rinnovamento della vita della Chiesa. Infine, Paola Bignardi, ha concluso la tre giorni con una serie di riflessioni sulla figura dell’educatore ricordando a tutti che: “educare è al tempo stesso una grande attivo delle associazioni cattoliche al fine di rico- avventura e una grande fatica, ma non bisogna struire i legami sociali. “In questo senso - ha det- tirarsi indietro. E’ fonte di enorme soddisfazioto Mons. Apicella – possono giocare una fun- ne trovarsi di fronte ragazzi e ragazze che abbiazione importantissima la pastorale familiare e la mo accompagnato verso la vita adulta. Si deve pastorale del lavoro, l’ufficio catechistico e la Caritas. ripartire dalla vocazione educativa – ha fatto notaI cristiani devono uscire fuori, incontrare gli altri re la Bignardi – la vocazione non è una rispo– ha proseguito il Vescovo - creare spazi edu- sta a una chiamata, ma diventa un elemento delcativi all’interno della comunità. E’ un impegno la nostra identità. L’educazione ha le caratteriche ognuno di ogni noi è chiamato ad assumersi, stiche della maternità: cura e distacco, gioia e ma sappiamo che il Signore ci dà le forze e la sofferenza. Richiede disponibilità. Non bisogna vitalità per farlo con gioia”. Sulla questione del- dimenticare che si educa nella gratuità e nella l’educazione alla Fede in Parrocchia e in rela- carità”. zione alla riconsegna del Documento Base “Il Poi si è soffermata su cosa deve essere l’eduRinnovamento della Catechesi” frutto della Chiesa catore tracciandone l’identikit: “è una persona del Concilio Vaticano II Don Dario Vitali ha ricor- che ama la vita e ha fiducia in essa, mostra la dato che: ““esso costituisce uno degli snodi fon- bellezza dell’esistenza attraverso una vita credamentali della vita ecclesiale in Italia, trattan- dibile. E’ in grado di comunicare regole, stili di vita, valori, deve essere dosi del progetto catecalda, accogliere, capire chistico che ha determii pensieri confusi, le paronato un cambio profonle non dette, le domande do – radicale – nella vita non fatte. E’ capace di delle comunità cristiacostruire relazioni schietne. Consegnato alla te, sensibili. E’ una perChiesa italiana nel 1970, sona che non tema di esera soli cinque anni dalla chiucitare l’autorità perché fa sura del concilio, il docucrescere. L’educatore è mento segna uno sparanche colui che è dispotiacque nell’azione ecclenibile a perdere il consenso siale di trasmissione deldei ragazzi perché è in grala fede. Non per nulla il do di reggere la fatica di documento-base senPaola Bignardi crescere dell’altro, ha tenziava a chiare lettere: qualcosa da proporre, «l’esperienza catechistica moderna conferma ancora una volta che pri- rappresenta un esempio per la vita che conduma sono i catechisti e poi i catechismi; anzi, pri- ce. E non è finita qui. L’educatore è parte di una ma ancora, sono le comunità ecclesiali. Infatti, comunità perché la tutta comunità è responsacome non è concepibile una comunità cristia- bile dell’educazione dei più giovani. Sa costruina senza una buona catechesi, così non è pen- re alleanze. E’ una persona di speranza quindi sabile una buona catechesi senza la partecipazione è dotata di pazienza, ma soprattutto l’educatodell’intera comunità» (n. 200). Per questo i vesco- re non si improvvisa, si fa delle competenze, conovi invitavano a un comune impegno nella rea- sce gli elementi fondamentali dell’educazione. lizzazione del progetto: «Nato nel cuore della Se non ripensiamo l’educazione in questi tercomunità ecclesiale, il documento ritorna ora nel mini – ha chiosato la relatrice – saremo sconvivo della comunità ecclesiale; partecipa a tut- fitti per non aver saputo accompagnare i giovani ti i frutti della prima comune esperienza e sol- nel cammino della vita”. to delicato, quello dello sfaldamento dei legami sociali e della primazia dell’individualismo. In questo contesto la famiglia vacilla, diventa fragile, il divorzio è sempre più un fatto normale. A questa “società liquida” come è stata definita dal sociologo e filosofo britannico Zygmunt Bauman, si può rispondere ha sottolineato il vaticanista del Corriere della Sera con un ruolo più LA GRANDE AVVENTURA DELL’EDUCAZIONE 13 Ottobre 2009 Dorina e Nicolino Tartaglione Il tema del convegno pastorale dà la possibilità alla comunità diocesana, in primis però alle coppie cristiane, di riflettere su un aspetto importante dell’iniziazione cristiana, ossia il coinvolgimento dei genitori in questo momento importante della vita dei ragazzi. La premessa è, da un lato, quella di evitare le solite lamentele, che forse servono ad evitare un’assunzione di responsabilità, dall’altro di cercare una soluzione con la concezione della “bacchetta magica” . Guardando l’esperienza pastorale, l’atteggiamento prevalente delle famiglie è quello della delega. Troppi fanciulli e ragazzi sembrano orfani di padre e di madre credenti, convinti che il compito di fare catechismo spetti solo agli “addetti ai lavori” (sacerdoti, religiose e catechisti laici), subendo come fosse una tassa da pagare gli incontri promossi dai parroci in prossimità dei sacramenti dei figli. Le cause sono importanti, ( vedi articolo del Prof. Vitali pag. 4 Ecclesia num.7/09), ma fondamentale è evitare la strada più semplice, ossia rinunciare a coinvolgere le famiglie nel cammino di fede dei figli. Piaccia o no, mancando il contesto socio- culturale caratterizzato da una visione cristiana della vita che garantiva il processo di socializzazione religiosa, oggi l’iniziazione cristiana non può ritenersi realizzata. Per evitare che la catechesi rimanga sterile, uno dei mezzi è la valorizzazione del ruolo educativo delle famiglie. Sotto tale profilo è importante avere nel “cuore”, più che nel cervello, le motivazioni pedagogiche, ecclesiali e teologiche che rendono urgente il coinvolgimento dei genitori nell’educazione cristiana dei figli. Questo aspetto è strettamente connesso alla “sciatteria della motivazioni nella catechesi .” ( leggere mons. Vari pag. 5 Ecclesia num.7/09). Senza identità, ogni metodo fallisce. Come “addetti ai lavori” non possiamo nasconderci dietro le questioni metodologiche, senza continuare ad interrogare la nostra coscienza su quale Cristo e quale Chiesa trasmettiamo. A livello pedagogico la famiglia è il luogo in cui opera una vera integrazione tra fede e vita, e quindi un’autentica crescita della vita di fede, perché l’insegnamento che viene dato dai genitori è legato ai fatti e alle situazioni concrete della vita di ogni giorno. Ci rendiamo conto che i progetti di vita non-cristiana offerti dalle famiglie vanificano le proposte religiose offerte dalla catechesi parrocchiale? La Chiesa ha sempre sottolineato il ruolo primario ed insostituibile della famiglia nell’educazione dei figli alla vita di fede. Paolo nelle sue lettere ricorda i discepoli che accoglievano la comunità cristiana nelle loro case: “Vi salutano tanto nel Signore Aquila e Priscilla con la chiesa che è in casa loro” (1 Cor 16, 19. Giovanni Crisostomo dice ai genitori “ Non siete forse responsabili della salvezza dei vostri figli?”. Il Concilio Vaticano II afferma che “I coniugi cristiani sono cooperatori della grazia e testimoni della fede reciprocamente e nei confronti dei figli e tutti gli altri familiari. Sono essi i primi araldi della fede ed educatori dei loro figli; li formano alla vita cristiana e apostolica con la parola e con l’esempio.” (Ap.Auc. 11 b). Nella Nota pastorale “Il volto missionario delle parrocchie” (2004), n. 7, i Vescovi ribadiscono: «Si dovrà chiedere ai genitori di partecipare a un appropriato cammino di formazione, parallelo a quello dei figli. Inoltre li si aiuterà nel compito educativo, coinvolgendo tutta la comunità, specialmente i catechisti Le parrocchie oggi dedicano per lo più attenzione ai fanciulli: devono passare a una cura più diretta delle famiglie, per sostenerne la missione». Le ragioni teologiche si collegano al significato dell’amore dell’uomo per la sua donna , nel quale possiamo vedere il volto di Dio. Nessun’ altra esperienza è così fondamentale per capire chi è Dio (cf. FC 14). L’amore che unisce i coniugi cristiani a formare “una sola carne” è segno dell’amore di Cristo per la Chiesa. Attraverso i gesti di amore, di perdono, di accoglienza e di solidarietà degli sposi e della famiglia, “piccola chiesa”, Cristo stesso parla, accoglie, perdona, ama gli uomini di oggi e si fa solidale con loro. Sul piano operativo, il come coinvolgere i genitori, è importante che le soluzioni da sperimentare, compito del dopo convegno, “siano in intima connessione e armonizzate con tutti gli altri servizi di evangelizzazione e di catechesi, presenti ed operanti nella comunità ecclesiale, sia diocesana che parrocchiale” (FC 53). “L’educazione è cosa di cuore”…. i genitori e l’iniziazione cristiana Commissione Diocesana Pastorale Sociale, Lavoro, Giustizia e Pace, Salvaguardia del Creato. Gemma del Convegno Diocesano è sicuramente quella di aver ridestato, motivato, scomodato le nostre coscienze: “L’educazione è cosa di cuore”: cosa da non tenere, perché faticosa, nel cassetto delle nostre conoscenze, spesso chiuso dai nostri calcoli di convenienza, ma che deve diventare l’aria che respiriamo perché abbiamo con passione deciso di lasciar battere il nostro cuore: i sentimenti, le scelte, la volontà. Abbiamo deciso di vivere il dono del tempo concessoci in modo responsabile. Lasciarci fare risposta al bisogno degli altri. Alla conclusione del Convegno sono stati presentati alcuni percorsi educativi perché questo “ridestarsi” sia ora e per l’intera comunità della Chiesa locale di Velletri-Segni chiamata a rispondere comunitariamente alle sfide del suo tempo. Uno di questi percorsi, proposti dalla Chiesa diocesana, è la costituzione della Commissione Diocesana Pastorale Sociale, Lavoro, Giustizia e Pace, Salvaguardia del Creato. L’intento di questa Commissione, che attende indicazioni di persone sensibili alle problematiche in questione da parte dei Parroci e dei Responsabili delle Associazioni Laicali e dei Movimenti presenti in diocesi attraverso il modulo consegnato a fine Convegno (fax: 0775/872247 – e-mail: [email protected]), è quello di promuovere un’attenta e matura riflessione sulla Dottrina Sociale della Chiesa al fine di contribuire alla promozione di quella rinnovata etica sociale, basata sulla qualità delle persone che il Presidente della CEI, Card. Angelo Bagnasco, nel presentare alla Diocesi di Genova l’enciclica “Caritas in Veritate”, si auspica. Lo dice espressamente il Papa: “Lo sviluppo è impossibile senza uomini retti, senza operatori economici ed uomini politici che vivano fortemente nelle coscienze l’appello del bene comune” (CV71). Nel suo ultimo viaggio pastorale nella Repubblica Ceca il Papa torna a ripetere “Abbiamo bisogno di uomini politici credenti e credibili” Agli uomini di buona volontà spetta il compito di far maturare questo frutto. Ottobre 2009 14 Giorgio Innocenti Ogni fatto si può raccontare in tanti modi, ogni racconto denoterà il punto di vista di chi scrive, per quanto questi si prodighi nell’essere oggettivo. Chi si fosse trovato la sera di sabato ventisei settembre per caso in P.zza Galli avrebbe notato uno spettacolo inconsueto. La piazza, liberata dalle auto in sosta, era stata conquistata da una sparuta platea di circa settanta persone; sulla scalinata della chiesa di San Lorenzo, assurta per una sera al ruolo di palcoscenico, sedevano quattro persone, una quinta, di lato, occupava il lato corto del medesimo tavolo. Le persone schierate sulla scalinata erano il Tenente dei Carabinieri Danilo Ciampini, comandante territoriale della Compagnia di Velletri; Don Massimiliano Di Lisa cappellano del carcere romano di Rebibbia; Francesco Serraino, esperto di questioni legate al carcere ed alla sicurezza e Mons. Vincenzo Apicella, Vescovo della Diocesi di VelletriSegni. Ad incalzare con domande gli ospiti intervenuti c’era Sara Bianchini, che meglio di ogni altro rappresenta l’impegno della Caritas Diocesana verso le problematiche legate al carcere ed alla giustizia. Una tavola rotonda scandita dalle domande della moderatrice, musica dal vivo con il complesso capitanato dall’onnipresente Gigi Centofanti ed un rinfresco preparato da alcuni volontari e dalla cucina della Casa Circondariale di contrada Lazzaria: questo quanto la Caritas Diocesana ha pensato per festeggiare l’anniversario del “Progetto San Lorenzo” che, da quattro anni a questa parte, tenta di porsi come parziale risposta della Chiesa locale alla domanda posta dalla stessa presenza del Nuovo Complesso Carcerario sul proprio territorio. Una domanda che, riecheggiando “ero carcerato e siete venuti a trovarmi” chiede risposte sfaccettate che vanno dall’accompagnamento dei detenuti, degli ex-detenuti, delle loro famiglie nei percorsi di recupero di una piena citta- dinanza, all’accoglienza, passando per l’educazione alla legalità e alla giustizia. Legalità e Giustizia sono stati al centro dell’intervento del Tenente Ciampini che ha chiarito come le forze di pubblica sicurezza debbano limitarsi al controllo sull’osservanza delle leggi, condizione necessaria ma non sufficiente ad ottenere una convivenza basata sulla Giustizia che presuppone la promozione di ogni diritto individuale e non solo la limitazione delle violazioni. Circostanza che chiama in causa altri attori e, in particolare, come ha sottolineato Don Di Lisa trovando l’accordo degli altri relatori, mette al centro la necessità per ciascuno di farsi carico del “rischio della relazione”. Rischiare la relazione implica scontrarsi con differenti visioni ma significa anche creare una rete sociale sulla quale gli individui possono aggrapparsi nelle difficoltà e fare perno su legami interpersonali per riportarsi sul sentiero del vivere comune. Alla luce di questa distinzione tra legalità e giustizia va letto anche l’intervento di Francesco Serraino il quale nota come l’istituzione carceraria –a dispetto di quanto prevedono la costituzione e le leggi che disciplinano l’ordinamento penitenziario- soffra della cronica mancanza di Educatori –non arrivano a 1500 unità a fronte di 64000 detenuti, un rapporto tra i più bassi in Europa- figure fondamentali di quel processo denominato trattamento che dovrebbe tendere alla rieducazione della persona che ha infranto una legge. Al contrario l’alto rapporto numerico tra Polizia Penitenziaria e ristretti, se raffrontato a quello di altri paesi europei, ci parla di una notevole attenzione al controllo, che, come ricordava il Tenente Ciampini, non può esaurire gli interventi per la giustizia né tantomeno, è il caso citato da Serraino, quelli per la rieducazione. Oltre ad essere in sottonumero, continua Serraino, gli educatori possono dedicare poco tempo ad instaurare relazioni educative perché sommersi da mansioni burocratiche che rendono difficile l’esercizio delle funzioni e delle competenze per cui il loro ruolo è stato concepito. Una bella festa, un angolo piacevole di città riconquistato alla parola, al chiacchierare, ad un interrogarsi su un tema, quello della Giustizia, spesso al centro dell’informazione che non comunica perché non “condivide con” (cum) il “dono” (munus) di una notizia o di un’opinione ma semplicemente pretende di dare forma all’opinione pubblica secondo interessi che non sempre coincidono con il bene comune. Forse per questo è sembrato strano sentir parlare di relazione come principale viatico per la giustizia e non magari di certezza della pena, tolleranza zero, ed altre formule che trovano maggiore fortuna nei discorsi mediatici ma che, a ben guardare, ricercano più il risultato di tranquillizzare riguardo all’esistenza di soluzioni semplici ad un problema complesso. Un problema complesso come è la Giustizia: il sop- pesare i diritti di ciascuno, spesso contrapposti tra loro, trovando un equilibrio, instabile, continuamente a rischio ma, forse proprio per questo, affascinante. Un punto di vista, il mio, che non può tenere conto della partecipazione non certo massiccia da parte delle comunità parrocchiali. Per me, che ho da poco assunto l’incarico di responsabile del Progetto San Lorenzo, questo punto ha una particolare rilevanza. Forse i cristiani delle nostre parrocchie non sono interessati alla giustizia? Non sono interessati alla ricerca della giustizia tramite il rischio della relazione? No, non credo. Il punto, credo di capire è, ancora, la relazione. La relazione che spesso manca tra gli organi di questo corpo che è la Chiesa. Nelle settimane che hanno preceduto questa festa ho parlato con qualche parroco e qualche parrocchiano, in molti si lamentavano di “tutti questi eventi in così poco tempo”. Si lamentavano del numero (dal 21 al 23 si è svolto il Convegno Pastorale) ma a me è parso di cogliere un disagio verso un appuntamento proposto dall’alto e non frutto di un radicamento nelle comunità parrocchiali. Vorrei portare a mia discolpa l’inesperienza: ha giocato senz’altro un ruolo ma la verità temo abbia altri aspetti. Viviamo in una società complessa, turbiniamo da un impegno di lavoro ad un impegno di tempo libero (ossimoro drammaticamente attuale): non c’è tempo per tessere relazioni, per costruire reti di salvataggio cui appigliarci nei momenti di caduta e con cui sorreggere i nostri fratelli in loro analoghi momenti. E allora? E allora il mio impegno sarà di provare, assieme ai volontari ed operatori che da anni si impegnano su questo progetto e che l’hanno fatto crescere, a rafforzare i legami con le parrocchie. Chiederemo il vostro aiuto sapendo che non ce lo negherete. Frattanto, siccome il compito è più grande di noi, non aspettate che veniamo a cercarvi: chiamateci. 15 Ottobre 2009 Don Dario Vitali* Dopo aver indagato le forme di partecipazione alla funzione profetica, sacerdotale e regale di Cristo, il cap. IV della Lumen Gentium illustra i rapporti che devono intercorrere tra la gerarchia e i fedeli laici. Il testo è come una cartina al tornasole per misurare l’effettivo cambio di prospettiva nella comprensione della Chiesa, nel momento stesso in cui disegna un tipo di relazione piuttosto che un altro. Se, nonostante le grandi affermazioni di principio sul primato del Popolo di Dio, esposte al cap. II, la relazione è configurata ancora sul registro della subordinazione, bisognerà ammettere la difficoltà a superare una concezione piramidale di Chiesa, fondata sulla differenza di stato tra chierici e laici. In effetti, il paragrafo mostra un tentativo lodevole di trovare un punto di equilibrio, che tuttavia non sembra soddisfacente. Va notato, però, che il testo ha conosciuto un processo redazionale molto complicato: il tema, del tutto assente nel primo schema, fa la sua comparsa nel secondo, limitandosi a trattare la relazione dei fedeli con la gerarchia, per essere completato nel terzo schema, quando viene precisata anche la relazione inversa, della gerarchia con i laici. Il punto di partenza del paragrafo è l’affermazione che tutti i fedeli hanno diritto a ricevere dai pastori gli aiuti necessari e utili alla salvezza e il dovere di manifestare loro le necessità e i desideri, come veri figli della Chiesa. Dopo la riorganizzazione del testo con la redazione di due capitoli distinti, il II sul Popolo di Dio in genere e il IV sui laici, il soggetto di tale diritto non è più l’insieme dei «fedeli, compresi i laici», ma i «laici, al pari di tutti gli altri fedeli». La redazione definitiva, inoltre, precisa meglio in cosa consistano questi aiuti necessari e utili alla salvezza: « tra i beni spirituali della Chiesa i laici, come tutti i fedeli, hanno diritto a ricevere abbondantemente dai sacri pastori, , soprattutto la Parola di Dio e i sacramenti». Il fatto poi di esporre necessità e desideri risponde all’idea di introdurre nella Chiesa un clima di familiarità, improntato a rapporti di fiducia tra laici e ministri ordinati: «come si addice a figli di Dio e ai fratelli in Cristo». Se tali sono i rapporti, i laici non sono tenuti unicamente ad ascoltare i loro pastori, ma anche a collaborare con loro e, se necessario, a correggerli. In questa direzione va la precisazione, davvero significativa, che «essi hanno il diritto, anzi anche il dovere, nella misura della scienza, della competenza e del prestigio di cui godo- no, di far conoscere il loro parere su ciò che riguarda il bene della Chiesa». Il secondo schema insisteva perché questo diritto si esercitasse prima di tutto attraverso le istituzioni ecclesiastiche, con carità e prudenza, veridicità e umiltà, fortezza e rispetto per quanti esercitano il ministero; il testo definitivo riafferma le medesime disposizioni, che vanno applicate sempre, sia in un confronto a tu per tu, come pure, se è il caso, davanti alle istituzioni ecclesiastiche. Come contrappeso a questo diritto-dovere, il capoverso successivo pone in evidenza lo spirito di ascolto e di obbedienza alla gerarchia: «I laici, come tutti i fedeli, con cristiana obbedienza prontamente accettino ciò che i pastori, quali rappresentanti di Cristo, stabiliscono come maestri e capi della Chiesa, seguendo in ciò l’esempio di Cristo, il quale con la sua obbedienza fino alla morte ha aperto a tutti gli uomini la via beata della libertà dei figli di Dio. Né tralascino di raccomandare a Dio nelle loro preghiere i loro superiori, che vegliano su di essi…». Le formule riecheggiano un tono un po’ paternalistico, e sembrano ristabilire un rapporto asimmetrico, riaffermando in sostanza che l’ultima parola spetta ai pastori della Chiesa. Forse era il caso di calibrare meglio le affermazioni sul principio enunciato in LG 10: «Il sacerdozio comune dei fedeli e il sacerdozio ministeriale o gerarchico, quantunque non differiscano per grado, ma per essenza, sono tuttavia ordinati l’uno all’altro, poiché l’uno e l’altro, ciascuno a suo proprio modo, partecipano all’unico sacerdozio di Cristo». La correlazione è comunque rispettata nella scelta di costruire un paragrafo in cui è precisato anche l’atteggiamento dei pastori nei confronti dei laici. A ben vedere, è qui che emerge una visione di Chiesa costruita sulla correlazione di laici e ministri ordinati, ciascuno con funzioni e responsabilità corrispondenti al proprio stato: «D’altra parte, i sacri pastori riconoscano e promuovano la dignità e la responsabilità dei laici nella Chiesa; si servano volentieri del loro prudente consiglio, con fiducia affidino loro degli incarichi e lascino loro libertà e campo di agire, anzi li incoraggino perché intraprendano delle opere anche di propria iniziativa. Considerino attentamente in Cristo e con paterno affetto le iniziative, le richieste e i desideri proposti dai laici. Con rispetto poi i pastori riconosceranno quella giusta libertà, che a tutti compete nella città dell’uomo». Il testo, del tutto condivisibile, rivela però una debolezza profonda, che può trasformare queste belle formule in un pio desiderio e nulla più. In effetti, si tratta di inviti (tutti i verbi sono al congiuntivo) che, per quanto circostanziati, non sono obbliganti e dipendono dalla discrezionalità dei ministri ordinati; i quali, se vogliono, possono totalmente disattenderli. A ben vedere, gli organismi di comunione sono l’espressione paradigmatica di questa debolezza, consegnati come sono al criterio della discrezionalità, essendo per loro natura organismi consultivi. Contro questa possibile deriva, che si avverte con sempre maggior evidenza nella Chiesa, la sola via per realizzare il sogno conciliare di una Chiesa capace di fraternità e solidarietà è la formazione a uno stile di Chiesa fondato sulla condivisione, in forza della radicale uguaglianza dei suoi membri, prima che sulla differenza di ruoli e di funzioni. Ancora e sempre la lezione fondamentale del cap. II sul Popolo di Dio, che riecheggia anche nella chiusa di questo paragrafo sui rapporti dei laici con la gerarchia: «Da questi rapporti familiari tra laici e pastori si devono attendere molti vantaggi per la Chiesa: in questo modo infatti è fortificato nei laici il senso della loro responsabilità, ne è favorito lo slancio e le loro forze più facilmente vengono associate all’opera dei pastori. E questi, aiutati dall’esperienza dei laici, possono giudicare con più chiarezza e più giustamente sia in materia spirituale che temporale; così che tutta la Chiesa, sostenuta da tutti i suoi membri, possa compiere con maggiore efficacia la sua missione per la vita del mondo». Cosa ci impedisce di raccogliere il grande sogno dei padri conciliari e rilanciarlo per un progetto di Chiesa del terzo millennio che sia davvero – come diceva Giovanni Paolo II – «scuola e casa dicomunione»? * Docente alla P.U.G. Roma Ottobre 2009 16 G Fabricio Cellucci* esù fu condotto dallo Spirito nel deserto... “ (Mt 4,1).Tutta la vita di Gesù si svolge sotto l’influsso dello Spirito Santo; all’inizio è Lui ad adombrare la Vergine Maria nel mistero ineffabile dell’Incarnazione; sul fiume Giordano è ancora Lui a rendere testimonianza al Figlio prediletto del Padre e a condurlo nel deserto. Nella sinagoga di Nazareth Gesù in persona attesta: “Lo Spirito del Signore è sopra di me” (Lc 4,18). Questo stesso Spirito promette ai discepoli come garanzia perenne della sua presenza in mezzo a loro. Sulla croce lo riconsegna al Padre (Gv 19,30), suggellando così all’alba di Pasqua la Nuova Alleanza. Nel giorno di Pentecoste, infine, lo effonde sulla comunità primitiva per consolidarla nella fede e lanciarla sulle strade del mondo. Con queste parole il santo padre Giovanni paolo II, nell’anno 1998 introduceva il suo discorso per la giornata mondiale delle vocazioni. Nel cammino di ricerca della vocazione personale un elemento che deve accrescere è il senso di obbedienza alla volontà divina che si manifesta nella Chiesa attraverso gli uomini. L’obbedienza è la regola della vita perché l’’esperienza dell’autorità autorità sorge in noi come incontro con una persona con una persona ricca di coscienza della realtà; così che essa si impone a noi come rivelatrice, ci genera novità, stupore e rispetto. C’è in essa un’attrattiva inevitabile, e in noi un inevitabile soggezione […] Per quanto abbiamo detto, l’autorità è l’espressione concreta della ipotesi di lavoro, è quel criterio di sperimentazione dei valori che la tradizione mi dà; l’autorità è l’espressione1 della convivenza in cui si origina la mia esistenza . L’autorità, mi sta servendo mentre mi avvince nell’obbedienza. IO comprendo sempre di più se la mia vita è protesa verso il sacerdozio ministeriale attraverso le parole di coloro che sono guida nella fede e nella ricerca vocazionale, quindi che per me sono delle autorità. La disponibilità all’azione educativa sull’IO richiede un profondo senso di fiducia nei confronti degli educatori, perché è mettersi nelle mani di un altro, di un TU che è fuori di me e con il quale devo entrare in relazione. La mia identità profonda, la scopro nella relazione con gli altri che mi permettono di verificare la mia vocazione. Questo si attua nella specificità del cammino di seminario che è momento di verifica. Il Seminario è la possibilità di sperimentarsi, con le nostre risorse e le nostre fati2 che, così come siamo . Questa modalità di verifica si rende possibile quando il singolo vive il rapporto educativo con i superiori del Seminario in una relazione di obbedienza che lo guida ver- so la scoperta e la verifica della sua vocazione. L’umiltà sta alla base di un cammino di vita speso alla luce dell’obbedienza. Umiltà e obbedienza quindi stanno sotto braccio e non si lasciano mai. Questo perche l’essere umili fa scoprire che la vita è un dono ricevuto da Dio, che per sua natura tende a diventare un bene donato. Tutto quello che abbiamo è un regalo di Dio: il mondo, le persone e la stessa vita è un dono, il più bello e prezioso, ma sempre un dono. Sotto questa luce possiamo iniziare il cammino di perdita di se stessi: limiti personali, atteggiamenti sbagliati, ma soprattutto del proprio IO; per poter far trasparire a poco a poco attraverso l’ascolto dello Spirito Santo sul proprio volto quello di Cristo risorto. Il Signore è la vera Autorità. Colui che scrive le pagine della Storia in cui siamo suoi strumenti e viviamo la nostra storia, sempre sotto la sua luce evidentemente, anche se liberamente possiamo decidere di non seguirlo. Gesù è il primo che vive l’obbedienza, Lui per primo percorre questa strada, che è faticosa perché passa per la Passione prima di giungere alla gioia piena della Resurrezione. Gesù è il primo che realizza la relazione di obbedienza al disegno divino del Padre, che ci conduce su percorsi che non progettiamo da noi, ma che per noi sono stati tracciati per noi. La vocazione è pensata da Dio fin dalla nostra nascita. Seguire Cristo, vuol significare anche essere pronti, in ogni momento, a lasciare le proprie certezze, le attività che si stavano svolgendo, le persone e i volti a cui si è affezionati, per andare dove il Signore vuole. Un esempio emblematico è Maria che ci insegna che rispondere Sì a Gesù è inserirsi in cammino che ha come strada e meta costruire e ricostruire, comporre e ricomporre la propria vita sul progetto che un Altro ha pensato per te. Ma come faccio ha verificare se vivo nel gusto dell’obbedienza? Il vedere nell’analisi della propria storia personale che l’obbedienza al TU coincide con l’obbedienza all’IO. Proprio questo riscontro del fatto che obbedire a un altro coincide con la verità di me stesso, mi rende sempre più manifesto che questa obbedienza deve essere regola di vita per me. Noi possiamo capire che cosa è l’amore oblativo, la carità pastorale, la gratuità soltanto attraverso la testimonianza di qualcun altro, che mi fa vedere in atto che è possibile vivere e che cosa vuol dire vivere da cristiano l’amore oblativo, la carità pastorale, la gratuità, in altre parole, l’Amore. IO capisco grazie alla testimonianza del mio vicino i valori profondi. Attraverso la testimonianza degli altri io mi educo. Il termine educare significa tirare fuori. Io per crescere ho bisogno di qualcuno che tiri fuori da me quello che io sono, io da solo non posso farcela. Un ammonimento lo abbiamo da Hannah Arendt: Emancipandosi dall’autorità il bambino non si è trovato libero, bensì soggetto ad una autorità ben più terrificante e realmente tirannica: alla tiran3 nia della maggioranza . L’IO non inventa sé stesso. *Seminarista 1 L. GIUSSANI, il rischio educativo, Milano 2005, 8384 2 Piccolo estrapolato della lettera estiva del rettore del Pontificio Collegio Leoniano di Anagni inviata ha noi seminaristi per l’inizio del nuovo anno formativo. 3 H. ARENDT, tra passato e futuro, Milano 1991, 237 Ottobre 2009 n questa domenica, dedicata alle missioni, mi rivolgo innanzitutto a voi, Fratelli nel ministero episcopale e sacerdotale, e poi anche a voi, fratelli e sorelle dell’intero Popolo di Dio, per esortare ciascuno a ravvivare in sé la consapevolezza del mandato missionario di Cristo di fare “discepoli tutti i popoli” (Mt 28,19), sulle orme di san Paolo, l’Apostolo delle Genti. “Le nazioni cammineranno alla sua luce” (Ap 21,24). Scopo della missione della Chiesa infatti è di illuminare con la luce del Vangelo tutti i popoli nel loro cammino storico verso Dio, perché in Lui abbiano la loro piena realizzazione ed il loro compimento. Dobbiamo sentire l’ansia e la passione di illuminare tutti i popoli, con la luce di Cristo, che risplende sul volto della Chiesa, perché tutti si raccolgano nell’unica famiglia umana, sotto la paternità amorevole di Dio. È in questa prospettiva che i discepoli di Cristo sparsi in tutto il mondo operano, si affaticano, gemono sotto il peso delle sofferenze e donano la vita. Riaffermo con forza quanto più volte è stato detto dai miei venerati Predecessori: la Chiesa non agisce per estendere il suo potere o affermare il suo dominio, ma per portare a tutti Cristo, salvezza del mondo. Noi non chiediamo altro che di metterci al servizio dell’umanità, specialmente di quella più sofferente ed emarginata, perché crediamo che “l’impegno di annunziare il Vangelo agli uomini del nostro tempo... è senza alcun dubbio un servizio reso non solo alla comunità cristiana, ma anche a tutta Inumanità” (Evangelii nuntiandi, 1), che “conosce stupende conquiste, ma sembra avere smarrito il senso delle realtà ultime e della stessa esistenza” (Redemptoris missio, 2). 1. Tutti i Popoli chiamati alla salvezza L’umanità intera, in verità, ha la vocazione radicale di ritornare alla sua sorgente, che è Dio, nel Quale solo troverà il suo compimento finale mediante la restaurazione di tutte le cose in Cristo. La dispersione, la molteplicità, il conflitto, l’inimicizia saranno rappacificate e riconciliate mediante il sangue della Croce, e ricondotte all’unità. L’inizio nuovo è già cominciato con la risurrezione e l’esaltazione di Cristo, che attrae tutte le cose a sé, le rinnova, le rende partecipi dell’eterna gioia di Dio. Il futuro della nuova creazione brilla già nel nostro mondo ed accende, anche se tra contraddizioni e sofferenze, la speranza di vita nuova. La missione della Chiesa è quella di “contagiare” di speranza tutti i popoli. Per questo Cristo chiama, giustifica, santifica e invia i suoi discepoli ad annunciare il Regno di Dio, perché tutte le nazioni diventino Popolo di Dio. È solo in tale missione che si comprende ed autentica il vero cammino storico dell’umanità. La missione universale deve divenire una costante fondamentale della vita della Chiesa. Annunciare il Vangelo deve essere per noi, come già per l’apostolo Paolo, impegno impreteribile e primario. 2. Chiesa pellegrina La Chiesa universale, senza confini e senza frontiere, si sente responsabile dell’annuncio del Vangelo di fronte a popoli interi (cfr Evangelii nuntiandi, 53). Essa, germe di speranza per vocazione, deve continuare il servizio di Cristo al mondo. La sua missione e il suo servizio non sono a misura dei bisogni materiali o anche spirituali che si esauriscono nel quadro dell’esistenza temporale, ma di una salvezza trascendente, che si attua nel Regno di Dio (cfr Evangelìì nuntiandi, 27). Questo Regno, pur essendo nella sua completezza escatologico e non di questo mondo (cfr Gv 18,36), è anche in questo mondo e nella sua storia forza di giustizia, di pace, di vera libertà e di rispetto della dignità di ogni uomo. La Chiesa mira a trasformare il mondo con I 17 la proclamazione del Vangelo dell’amore, “che rischiara sempre di nuovo un mondo buio e ci dà il coraggio di vivere e di agire e... in questo modo di far entrare la luce di Dio nel mondo” {Deus caritas est, 39). È a questa missione e servizio che, anche con questo Messaggio, chiamo a partecipare tutti i membri e le istituzioni della Chiesa. 3. Missio ad gentes La missione della Chiesa, perciò, è quella di chiamare tutti i popoli alla salvezza operata da Dio tramite il Figlio suo incarnato. È necessario pertanto rinnovare l’impegno di annunciare il Vangelo, che è fermento di libertà e di progresso, di fraternità, di unità e di pace (cfr Ad gentes, 8). Voglio “nuovamente confermare che il mandato d’evangelizzare tutti gli uomini costituisce la missione essenziale della Chiesa” (Evangelii nuntiandi, 14), compito e missione che i vasti e profondi mutamenti della società attuale rendono ancor più urgenti. È in questione la salvezza eterna delle persone, il fine e compimento stesso della storia umana e dell’universo. Animati e ispirati dall’Apostolo delle genti, dobbiamo essere coscienti che Dio ha un popolo numeroso in tutte le città percorse anche dagli apostoli di oggi (cfr At 18,10). Infatti “la promessa è per tutti quelli che sono lontani, quanti ne chiamerà il Signore Dio nostro” (At 2,39). La Chiesa intera deve impegnarsi nella missio ad gentes, fino a che la sovranità salvifica di Cristo non sia pienamente realizzata: “Al presente non vediamo ancora che ogni cosa sia a Lui sottomessa” (Eb 2,8). 4. Chiamati ad evangelizzare anche mediante il martirio In questa Giornata dedicata alle missioni, ricordo nella preghiera coloro che della loro vita hanno fatto un’esclusiva consacrazione al lavoro di evangelizzazione. Una menzione particolare è per quelle Chiese locali, e per quei missionari e missionarie che si trovano a testimoniare e diffondere il Regno di Dio in situazioni di persecuzione, con forme di oppressione che vanno dalla discriminazione sociale fino al carcere, alla tortura e alla morte. Non sono pochi quelli che attualmente sono messi a morte a causa del suo “Nome”. È ancora di tremenda attualità quan- to scriveva il mio venerato Predecessore, Papa Giovanni Paolo II: “La memoria giubilare ci ha aperto uno scenario sorprendente, mostrandoci il nostro tempo particolarmente ricco di testimoni che, in un modo o nell’altro, hanno saputo vivere il Vangelo in situazioni di ostilità e persecuzione, spesso fino a dare la prova suprema del sangue” (Novo millennio ineunte, 41). La partecipazione alla missione di Cristo, infatti, contrassegna anche il vivere degli annunciatori del Vangelo, cui è riservato lo stesso destino del loro Maestro. “Ricordatevi della parola che vi ho detto: Un servo non è più grande del suo padrone. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi” (Gv 15,20). La Chiesa si pone sulla stessa via e subisce la stessa sorte di Cristo, perché non agisce in base ad una logica umana o contando sulle ragioni della forza, ma seguendo la via della Croce e facen- dosi, in obbedienza filiale al Padre, testimone e compagna di viaggio di questa umanità. Alle Chiese antiche come a quelle di recente fondazione ricordo che sono poste dal Signore come sale della terra e luce del mondo, chiamate a diffondere Cristo, Luce delle genti, fino agli estremi confini della terra. La missio ad gentes deve costituire la priorità dei loro piani pastorali. Alle Pontificie Opere Missionarie va il mio ringraziamento e incoraggiamento per l’indispensabile lavoro che assicurano di animazione, formazione missionaria e aiuto economico alle giovani Chiese. Attraverso queste Istituzioni pontificie si realizza in maniera mirabile la comunione tra le Chiese, con lo scambio di doni, nella sollecitudine vicendevole e nella comune progettualità missionaria. 5. Conclusione La spinta missionaria è sempre stata segno di vitalità delle nostre Chiese (cfr Redemptoris missio, 2). È necessario, tuttavia, riaffermare che l’evangelizzazione è opera dello Spirito e che prima ancora di essere azione è testimonianza e irradiazione della luce di Cristo (cfr Redemptoris missio, 26) da parte della Chiesa locale, la quale invia i suoi missionari e missionarie per spingersi oltre le sue frontiere. Chiedo perciò a tutti i cattolici di pregare lo Spirito Santo perché accresca nella Chiesa la passione per la missione di diffondere il Regno di Dio e di sostenere i missionari, le missionarie e le comunità cristiane impegnate in prima linea in questa missione, talvolta in ambienti ostili di persecuzione. Invito, allo stesso tempo, tutti a dare un segno credibile di comunione tra le Chiese, con un aiuto economico, specialmente nella fase di crisi che sta attraversando l’umanità, per mettere le giovani Chiese locali in condizione di illuminare le genti con il Vangelo della carità. Ci guidi nella nostra azione missionaria la Vergine Maria, stella della Nuova Evangelizzazione, che ha dato al mondo il Cristo, posto come luce delle genti, perché porti la salvezza “sino all’estremità della terra” (At 13,47). A tutti la mia Benedizione. Dal Vaticano, 29 giugno 2009 BENEDICTUS PP. XVI Ottobre 2009 18 Gentili Lettrici, Gentili Lettori, sono un Padre Carmelitano missionario in Centrafica, a pochi chilometri a Nord dell’Equatore, dove non ci sono stagioni, come da Voi, dove la temperatura è costantemente alta, dove vi sono sei mesi di piogge e sei mesi di siccità, dove vi è tanta miseria, ma tanta dignità. Quando mi dissero di andare, ed ero non più giovane, ebbi qualche interna titubanza, ma risposi di sì, come m’impegnava l’Ordine Carmelitano: oggi, se mi chiedessero di rinunciare a partire, ne rimarrei dispiaciuto, tanto vi è lì da dare e da fare.. Ho accolto l’invito del Parroco di S. Maria degli Angeli a Segni, dove sono stato alcuni giorni in riposo dalla missione, presso mia sorella e mio fratello, per tentare di spiegare quale sia la vita di un missionario. Vorrei innanzitutto smentire l’idea che un missionario sia una persona intrepida, una sorta di “capitano di lungo corso” che distribuisce conversioni e benedizioni a non finire. Un missionario ha una pelle diversa, si veste in modo diverso, mangia in modo diverso, la sua vita rimane influenzata dalla “sua cultura”, ma se non riesce a rendersi uguale agli “altri” che incontra e frequenta, non ne potrà mai avere rapporti franchi. Diviene quindi questo il primo impegno di un missionario: conservare la propria cultura ed il modo di fare originario, cui non si può rinunciare, e, poi, acquisire una cultura ed un “modo di fare locale”, dov’essere riconosciuto quale stanziale, nonostante la pelle, il vestire, il mangiare, il comportarsi. Una facile via per penetrare nel cuore degli adulti sono i bambini che vengono al catechismo, che vengono a mangiare (lì la fame è principe), che vengono a giocare tutti insieme ma, quando tornano ai loro villaggi riprendono le loro abitudini, quindi bisogna ricominciare, sempre all’infinito. Il futuro dell’Africa è nei bambini e nelle donne, sopruse e sopraffatte da un ambiente maschile dominante, Costantino Coros Il mercato della casa è in fase calante. Questa in sintesi la situazione sul fronte abitativo emersa dall’indagine annuale di Tecnoborsa (società consortile per azioni senza fini di lucro, di emanazione delle Camere di Commercio) sulle famiglie italiane e il mercato immobiliare nelle sei grandi città (Roma, Milano, Napoli, Torino, Palermo e Genova), curato dal Centro Studi sull’Economia Immobiliare. “Nelle transazioni immobiliari registrate nelle sei maggiori città italiane si nota una battuta di arresto di circa -8,5 punti percentuali rispetto al 2005, confermando una situazione già conclamata a livello nazionale. Quindi, si può affermare che il rallentamento del mercato immobiliare è in qualche misura indipendente dalle dimensioni dei Comuni”, ha dichiarato, illustrando i dati, Valter Giammaria Presidente di Tecnoborsa. Il Presidente ha affermato anche che: “dall’Indagine 2009 è emerso che il 6,5% degli intervistati ha espresso l’intenzione di effettuare almeno una transazione nel biennio 2009-2010 e cioè acquistare vendere, prendere in locazione, dare in locazione, anche se dal confronto tra la presente Indagine previsionale con quelle precedenti emerge un calo delle transazioni previste, fatta eccezione per l’offerta futura delle locazioni che è rimasta sostanzialmente stabile; il calo più rilevante riguarda gli acquisti futuri che sono scesi di 7,8 punti rispetto al 2005 e di 2,2 rispetto al 2007”. Infine, Valter Giammaria ha detto che: “Complessivamente, confrontando le transazioni effettuate nel biennio 20072008 con le intenzioni dichiarate per il biennio 20092010, si dovrebbe verificare un calo di 3,5 punti percentuali nel mercato delle sei grandi città”. Gli affitti costano troppo e le case non ci sono Questa è la fotografia della realtà fatta di numeri, ma dietro le cifre ci sono le persone con i loro problemi legati alla discontinuità di reddito e alla gestione della vita familiare. Il Censis ha da tempo messo sotto osservazione questo mercato e le criticità per l’accesso alla casa. Dalle rilevazioni dell’istituto di ricerca è risultato che la domanda di abitazioni è cresciuta. Ciò è dovuto al forte incremento del numero di famiglie. In media, nelle 13 più grandi città italiane in un anno si formano 46 mila nuovi nuclei familiari, ma si costruiscono circa 19 mila nuove abitazioni. I redditi delle giovani coppie non sono compatibili con i prezzi d’acquisto. ll mercato dell’affitto è falsato dalla domanda studentesca. Nelle grandi città sono quasi 310 mila gli iscritti fuori sede, a fronte di soli 21 mila posti letto offerti dal sistema pubblico e religioso. Così i giovani preferiscono rimanere a casa dei genitori. Anche la crescente presenza di immigrati condiziona l’offerta in affitto. che non lascia tregua. Bambini e donne da “riculturare”, senza che loro se ne rendano conto, perché per loro è normale così! Questo è un impegno non facile, ma da perseguire, in ogni modo. Arrivano diversi aiuti in Africa da parte di più Organizzazioni Internazionali. Va spiegato che in numerosi Paesi africani non v’è quella democrazia che rimane qui da noi e quegli aiuti non si sa (si fa per dire) dove finiscano. Per questo, mentre rimane bene mandare aiuti, questi andrebbero versati ad associazioni specifiche operanti “in loco” che possano indirizzarli allo scopo specifico. Noi missionari tentiamo di penetrare in questi mondi nuovi, diversi, difficili. Quello che chiediamo a Voi è di sostenerci con una preghiera costante che ci aiuti a superare gli apparenti o forse evidenti ostacoli per arrivare, dunque, al vero apostolato, al vero aiuto, non solo alimentare, quanto soprattutto spirituale, superando le ostilità psicologiche derivanti da differenze culturali che, forse, per noi, abituati ad incontrare tante genti non fanno difficoltà, ma che per i cosiddetti “ diversi”, ci rendono diversi e difficili: preghiera e comprensione per un compito non semplice, quanto affascinante e vicino alla missione evangelica, cui vorremmo foste a noi vicini. Grazie. Padre Giovanni Tomasi Nelle 13 grandi città vivono 645 mila immigrati (+80% rispetto al 2003), ovvero il 7% dei residenti. In questi anni sono stati immessi sul mercato alloggi degradati, affittati in condizioni di inadeguatezza e sovraffollamento. La precarietà abitativa riguarda almeno il 40% degli immigrati. Il mercato dell’affitto ha costi sempre meno sostenibili – sottolinea il Censis - come dimostra l’alta percentuale di sfratti dovuti a morosità (77% del totale). Le risorse stanziate dallo Stato centrale hanno in gran parte finanziato il sostegno diretto delle famiglie in affitto sul libero mercato piuttosto che le nuove abitazioni. Esauriti i fondi Gescal è crollata la produzione di edilizia sovvenzionata per le fasce più povere: solo 1.900 alloggi di edilizia sociale su 300 mila alloggi/anno costruiti, ovvero meno dell’1%. In Francia la produzione di edilizia sociale negli ultimi anni è oscillata tra 40 mila e 50 mila alloggi/anno. Social housing: una possibile risposta Per il Censis occorre sperimentare di più la partnership pubblico-privato nell’ambito del social housing. Per poter garantire affitti a canoni accessibili anche ai ceti medio-bassi non compresi nel ristretto ambito dell’edilizia sociale pubblica (giovani coppie, studenti, lavoratori immigrati), il nodo centrale è riuscire ad abbattere il costo delle aree urbane, che incide fortemente sui costi finali. Interessanti sono le sperimentazioni in corso in Lombardia, in particolare nel Comune di Milano, per l’uso di aree inutilizzate, tramite il coinvolgimento degli operatori di mercato. Milano ha avviato un programma che riguarda 47 aree pubbliche inutilizzate sufficienti a realizzare quasi 17 mila alloggi, per oltre 37 mila abitanti. Ottobre 2009 Antonio Galati ““Donna, ecco il tuo figlio!”. Poi disse al discepolo: “Ecco la tua madre!”. E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa” (Gv 19, 26-27). Questo brano tratto dal vangelo secondo Giovanni è solo uno dei racconti biblici in cui Maria non è solo in rapporto con il Figlio, ma anche con i suoi discepoli. Sempre nel Vangelo secondo Giovanni si può vedere che nell’episodio delle nozze di Cana Gesù e 1i suoi discepoli sono presenti perché è presente Maria ed è grazie all’intercessione di Maria che “Gesù diede inizio ai suoi miracoli in Cana di Galilea, manifestò la sua gloria e2 i suoi discepoli credettero in lui” . La Tradizione, poi, ci invita a contemplare Maria presente insieme agli Apostoli il giorno di Pentecoste. Da ciò si può concludere, allora, che il discepolo di Cristo deve vivere anche un dialogo, una relazione, con Maria. Che tipo di rapporto debba esserci tra Maria e il discepolo di Cristo lo delinea Benedetto XVI nell’udienza generale del 12 agosto di quest’anno tenuta a Castel Gandolfo. Commentando il brano giovanneo dell’affidamento di Maria al discepolo prediletto e viceversa da parte di Gesù sulla croce, il papa fa notare che il testo originale greco rende l’accoglienza di Maria da parte del discepolo in maniera più profonda. Infatti, dice il papa: “il testo greco è molto più profondo, molto più ricco. Potremmo tradurlo: prese Maria 3 nell’intimo della sua vita” . Ora ciò che è successo sotto la croce si ripropone anche per ognuno di noi. Infatti, è vero che la Tradizione riconosce Giovanni l’evangelista in quel discepolo prediletto, ma è anche vero che il testo non dice esplicitamente chi sia questo discepolo, perciò in lui tutti ci si possono, e ci si devono, riconoscere. 19 Così facendo ogni cristiano è chiamato, nei confronti di Maria, ad accoglierla nel proprio intimo, tra le sue cose più importanti. 4 Quest’accoglienza può essere compiuta in due modi : una prima modalità di accogliere Maria nella propria vita è quella di pensare a lei come a un modello da seguire e a cui conformarsi, ma ciò significa un’accoglienza superficiale, perché in realtà Maria non è accolta nella vita del cristiano, ne resta di fronte, fuori; una seconda modalità, più profonda, è appunto quella di accogliere Maria nella propria vita, all’in5 terno di essa, e fare in modo di “marificare” la propria esistenza. Se questo è vero per tutti i cristiani, è maggiormente vero per chi ha ricevuto il dono del sacerdozio e anche per coloro che si riconoscono destinatari di questo dono e che si stanno preparando per riceverlo. Infatti, fa notare il papa che tra Maria e i presbiteri esiste un rapporto peculiare che spinge la Madre di Gesù ad avere per i presbiteri una pre dilezione par6 ticolare . Ciò è vero, dice il papa, per due ragioni: “perché sono più simili a Gesù, amore supremo del suo cuore, e perché anch’essi, come Lei, sono impegnati nella missione di7proclamare, testimoniare e dare Cristo al mondo” . E allora, come nell’episodio evangelico in cui c’è una doppia accoglienza – Maria che accoglie il discepolo prediletto come figlio e quest’ultimo che accoglie Maria come madre – anche nella vita del presbitero deve succedere la stessa cosa: Maria, abbiamo appena visto, ha una predilezione particolare per i presbiteri e “ogni sacerdote può e deve sentirsi veramente figlio prediletto di questa altissima 8 ed umilissima Madre” . 1 Cfr. Gv 2, 1-2. 2 Gv 2, 11. 3 Udienza generale di sua santità Benedetto XVI. Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo. Mercoledì 12 agosto 2009. 4 Cfr. Udienza generale di sua santità Benedetto XVI. Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo. Mercoledì 12 agosto 2009. 5 Il termine, non presente nell’italiano e che deriva per vicinanza di significato da “cristificare” (cfr. A. Galati, Lasciar trasparire, come in filigrana, i lineamenti del Cristo, in Ecclesia in cammino, Settembre 2009, pag. 23), vuole indicare l’introduzione di Maria nei dinamismi della propria esistenza (cfr. Udienza generale di sua santità Benedetto XVI. Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo. Mercoledì 12 agosto 2009) e quindi conformare la propria vita sull’esempio di lei direttamente dall’interno. Però è da notare anche che: “cristificare” indica la conformazione dal di dentro a Cristo affinché egli traspaia e parli al mondo; la “marificazione” conforma, sempre dal di dentro, la vita personale a quella di Maria ma NON con l’obiettivo di far trasparire Maria, BENSÌ con quello di permettere al cristiano di essere, come Maria, che è discepola e madre, discepolo di Cristo e portatore di Cristo al mondo. 6 Cfr. Udienza generale di sua santità Benedetto XVI. Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo. Mercoledì 12 agosto 2009. 7 Udienza generale di sua santità Benedetto XVI. Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo. Mercoledì 12 agosto 2009. 8 Udienza generale di sua santità Benedetto XVI. Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo. Mercoledì 12 agosto 2009. Ottobre 2009 20 Don Franco Risi L’anno sacerdotale invita “tutto il popolo di Dio adunato nel nome del Padre del Figlio e dello Spirito Santo” (LG 4), a sostare per riflettere sull’importanza della celebrazione del convito eucaristico. Certamente il sacerdote per primo, poi il popolo cristiano, devono cercare, alla luce della fede, di meditare con il cuore la loro partecipazione alla celebrazione della santa messa. San Bonaventura nell’opuscolo “Itinerario della mente a Dio”, suggerisce un metodo che possiamo tener presente nella nostra riflessione sull’eucarestia. Egli afferma che se vogliamo raggiungere questa meta è necessario “interrogare la grazia e non la scienza; il desiderio e non l’intelletto; il sospiro della preghiera e non la brama di leggere; Dio non l’uomo…”. Anche l’apostolo Paolo che facendo esperienza della sua debolezza e di difficoltà grandi, sentendosi rispondere da Dio nella preghiera: “ti basta la mia grazia” (2cor 12,9), ci invita a seguire la via di Dio piuttosto che quella del mondo. Fatta nostra questa pedagogia siamo invitati a vedere tutto il popolo di Dio, gerarchicamente ordinato, come un pellegrino, un viandante che nel suo andare per le vie del mondo, porta nel cuore questi interrogativi e mentre si dirige verso la meta cerca di trovargli una risposta: cos’è la santa messa? Che significa che l’eucarestia è il sacrificio della croce e il banchetto del popolo di Dio? Quale il ruolo di Gesù e della Chiesa nell’eucarestia? La santa messa è la ripresentazione sacramentale del sacrificio di Gesù nei segni del pane e del vino per la redenzione dell’umanità. Così possiamo comprendere che l’eucarestia rende presente l’amore di Cristo per il Padre e per tutti gli uomini. Ed è proprio questo amore, se condiviso da tutti, che potrà creare un’umanità nuova che ama e si dona agli altri in qualunque luogo della terra. Guardare all’eucarestia come il sacrificio della croce ci esorta ad iniziare la scalata per poter acquisire una maggiore consapevolezza di questo grande dono. Prima di tutto va detto che l’eucarestia non ripete il sacrificio della croce offerto da Cristo una volta per sempre sul Calvario, perchè tale sacrificio è perfetto ed inesauribile. L’eucarestia trova quindi la sua origine nell’istituzione di Cristo nella vigilia della sua morte. La Chiesa nel celebrare l’eucarestia proclama la propria fedeltà al Signore. Vi è dunque piena identità tra il sacrificio della croce e la sua rinnovazione sacramentale. Proprio per questo la santa messa non è un altro sacrificio, separato da quello consumato da Cristo sul Calvario. Ciò che distingue il sacrificio della messa dal sacrificio di Cristo sulla croce, è che in essa lo stesso irripetibile sacrificio è presente nella forma di banchetto, e grazie alla sua memoria fedele la Chiesa lo compie in memoria di Gesù: “fate questo in memoria di me” (Lc 22,14-20). Ne segue che l’eucarestia sacrificio di Cristo è anche sacrificio della Chiesa: non perché essa offre un distinto sacrificio, ma perché celebrando l’immolazione di Gesù si unisce ad esso. Questa realtà va vissuta con la fermezza della fede e la stabilità della speranza. Continuando questa scalata ci rendiamo sempre di più consapevoli che l’eucarestia viene celebrata in comunione con la Chiesa sia terrestre sia celeste. Il popolo di Dio quindi adempiendo il comando ricevuto da Cristo Signore per mezzo degli apostoli, ne celebra la memoria, ricordando soprattutto la sua passione, la gloriosa resurrezione, l’ascensione al cielo nell’attesa della sua venuta. La comunità, nel giorno del Signore, offre al Padre, nello Spirito Santo, Gesù, vittima immolata. Inoltre la Chiesa mette in evidenza che i fedeli non solo offrono il sacri- ficio vivo e santo di Cristo, ma devono imparare anche ad offrire se stessi per portare ogni giorno a compimento la loro unione con Dio e con i fratelli per mezzo “di Gesù Cristo mediatore tra Dio e gli uomini, l’Uomo Cristo Gesù” (1Tim2,5). Ed essi saranno in Cristo un solo corpo nello Spirito Santo. Per questo l’eucarestia è la mensa pasquale del Signore e della Chiesa. Arrivati sulla vetta saremo in grado di comprendere la missione salvifica di Gesù e della Chiesa. Il soggetto unico e fondamentale dell’eucarestia è Gesù Cristo (Eb 3,1-5). È lui che cancellando il peccato originale ci ha fatto diventare amici di Dio e così lo possiamo chiamare Padre nostro che sei nei cieli. È proprio lui che ripresenta il sacrificio della Croce e che per la forza dello Spirito Santo invocato dalla Chiesa mediante i suoi ministri ordinati, trasforma il pane e il vino nel proprio corpo e nel proprio sangue (Eb 5,110). Gesù stesso lasciò agli apostoli il mandato di perpetuare questo mistero mediante sacerdoti ordinati dalla Chiesa. Questo mandato di Gesù invita oggi noi cristiani a fare esperienza di lui mediante il sacramento dell’eucarestia. Allora è veramente necessario meditare, per farne esperienza di vita, i testi del vangelo riguardante l’istituzione dell’eucarestia. (confr. Lc 22,1420; Mt 26, 26-29; Mc 14, 22-25). Una volta ripieni dell’amore di Gesù, nasce nel cuore dell’uomo e della donna il desiderio di portarlo agli altri. Ci viene in aiuto il brano della lavanda dei piedi dell’evangelista Giovanni,dove l’eucarestia ci spinge sempre ad amare i fratelli (Gv 13,1-17). Solo se faremo l’esperienza di incontrare Gesù eucarestia, lo riconosceremo come i discepoli di Emmaus nello spezzare il pane (Lc 24,12-35). Da qui comprenderemo le motivazioni di questo anno sacerdotale indetto da Benedetto XVI: favorire per tutto il popolo di Dio la tensione verso la perfezione spirituale. Il Papa ha ben considerato l’opportunità di questo anno speciale perché possa essere l’occasione per mettere in evidenza la missione del sacerdote nella Chiesa come rappresentante di Cristo Sacerdote (Eb 4,14-16). In questa prospettiva la Chiesa tutta è impegnata a pregare: “il padrone della messe perché mandi operai alla sua vigna” (Mt 9,38). Inoltre essa è chiamata a ricercare sempre nuovi sentieri formativi, umani, spirituali, intellettuali e pastorali per poter superare la crisi delle vocazioni. La Chiesa si deve sentire impegnata a favorire le chiamata al sacerdozio necessario alla nascita e alla crescita di tutte le altre vocazioni. Festa di S. Giuseppe: Padre Italo, Mons. Pintonello e i Ottobre 2009 PADRE ITALO LARACCA Sacerdote secondo il cuore di Dio ? Andrea Maria Erba Sono passati 12 anni dalla morte, ma la figura di padre Italo Laracca rimane viva e attuale nel cuore di quanti lo hanno conosciuto: la sua immagine cara e paterna ha lasciato una traccia profonda nella città di Velletri e soprattutto nella par- Da sinistra: il giornalista R. Guidi, il fratello di Papa Giovanni XXIII e padre Italo rocchia di San Martino, dove trascorse circa 60 anni, di cui 45 come “Padre Curato” così denominato dalla gente. L’”Anno sacerdotale” che stiamo vivendo è la cornice più giusta e adatta per ricordare questo frate somasco, fedele alla Chiesa e alle anime, vero apostolo del Vangelo, ministro di Cristo, propagatore della fede e operatore di carità cristiana. Era nato a Minturno (LT), ma pochi potrebbero dirsi più velletrani di lui. Era l’uomo e il prete stimato, riverito, venerato e amato per la sua dedizione agli altri, per la sua grande umanità, per la sincerità del suo dire e la semplicità del suo fare, per l’aiuto e il conforto portato ai più bisognosi. La sua figura divenne quasi o e i netturbini di Velletri 21 un mito che ha colpito l’immaginario collettivo, il diocesi, come rappresentante di un’epoca e, se è lecito un parapenitengone, il santo Curato d’Ars del ziere nelsecolo ventesimo. la basiliIl suo nome era sulla bocca ca di san di tutti e tanti potrebbero ancoClemente ra raccontare qualche episoe come dio o incontro con lui. membro del Le opere compiute da Tribunale padre Laracca sono ecclesiastisotto gli occhi di tutco per le ti, ma molto rimane cause S.E. Mons. Andrea M. Erba e padre Italo nel segreto di Dio. matrimoin uno dei suoi tipici “atteggiamenti oratoriali” Si potrebbe dire che esiniali. stono due Padre Laracca: quello pubblico e noto Ma, come accennato, l’aspetto più importante dele quello nascosto, l’apostolo in mezzo al popo- la sua personalità fu la sua spiritualità. Fin dallo e l’asceta immerso nella preghiera, il soccor- la giovinezza padre Laracca è consacrato a Dio ritore dei poveri e l’evangelizzatore della cam- e dedito alla preghiera: al centro della sua giorpagna e il religioso umile dedito alla contemplazione. nata c’era la celebrazione della santa Messa, la Per dirlo con l’immagine del Vangelo: padre Laracca recita del Breviario e del Rosario, la devozione era come Marta impegnato nel servire, come Maria alla Madonna”Mater orphanorum”. raccolto ai piedi di Gesù. Osservante scrupoloso delle regole della sua Nessun contrasto tra i due uomini: anzi si dimo- Congregazione le osservò senza ripensamenti stra che il mistico è il più grande realizzatore per- né ritorni, con l’esercizio delle virtù religiose e delché attinge la forza da Dio. le penitenze del “terribile quotidiano”. In questo Negli anni terribili della guerra, sotto l’infuriare dei sta forse la sua testimonianza e la sua grandezza. bombardamenti padre Laracca diventa il consolatore Fu un “santo” padre Laracca? Sicuramente la sua degli afflitti, incurante dei pericoli, rimanendo sempre in mezzo alla gente che lo implorava: “Padre Curato non te ne andare”. Ancora oggi si leggono con emozione le pagine del notissimo suo volume: “Tra le rovine di Velletri” dove sono descritti molti episodi di sangue e di eroismo. Anche nel periodo post bellico, padre Laracca si impegnò per la ricostruzione materiale e morale: tra l’altro fu nominato Presidente dell’ECA e insignito della medaglia di bronzo. Ma in questa circostanza piace sottolineare la sua figura di padre degli orfani, l’educatore dei giovani secondo il carisma del suo Fondatore san Gerolamo Emiliani. Fu guida e benefattore di innumerevoli ragazzi, soprattutto orfani e bisognosi. Per molti anni la parrocchia di san Martino fu scuola e palestra dove padre Laracca profuse il suo amore e il suo zelo, dispensando ogni giorno il pane Da sinistra: on. Giulio Andreotti, il sindaco materiale e quello spirituale. Bianchi e padre Italo Laracca Come parroco sentì vivamente la responsabilità del buon pastore. Per i suoi parrocchiani fu maestro di fede e catechista, promotore di quel- esistenza fu trasfigurata dall’amore di Dio che riemle devozioni che, prima del Concilio, erano in vigo- piva il suo cuore, pieno di bontà e di carità. re e costituivano l’ossatura della pastorale tra- Egli ci insegna che la Chiesa e il mondo hanno dizionale. bisogno di persone che si dedichino totalmente Padre Laracca era un “conservatore” delle bel- a Dio e agli altri, In questo senso la santità è alla le funzioni di una volta: soffriva per certe novità portata di tutti. liturgiche non approvate e per alcune teorie che ferivano la sua coscienza. Rimase il prete dell’altare, del pulpito e del confessionale, delle precessioni del “Cristo Morto”, dei pellegrinaggi a Lourdes e da Padre Pio… Diede la sua collaborazione competente alla nostra Ottobre 2009 22 to presentato, indipendentemente dalla presenza dell’adulto. L’adulto ha la funzione di indicare alcuni punti, però poi deve essere abbastanza bravo da ritirarsi e lasciare il posto all’intima conversazione con il Maestro interiore. Siamo in genere troppo interventisti. Mi scriveva adesso una allieva croata catechista: una bambina di tre anni aveva fatto un disegno, poi ne aveva cominciato a fare un altro e lei, per zelo, le si è avvicinata e le ha chiesto: “Adesso che stai facendo?”. E lei ha risposto: “Scostati! Scostati! Vai via!”. Solo a disegno finito gliel’ha fatto vedere. Evidentemente era un intervento assolutamente indebito: il momento del lavoro personale è il momento costruttivo: è l’ascolto del Maestro interiore. Non siamo noi che insegnamo. e questo per gli adulti è difficile. … Qualche hanno fa, preparando l’elaborato per conseguire il diploma Montessori, ho letto “il potenziale religioso del bambino” di Sofia Cavalletti. Vi propongo un’intervista all’autrice pubblicata nell’inverno 1998/99 sulla rivista Il Sicomoro,n.7. Il titolo è talmente suggestivo ed emblematico che abbiamo pensato di sceglierlo come logo di questa rubrica. Mi piace pensare che questi piccoli contributi, suscitino in voi il desiderio di tirar fuori dal vostro tesoretto di esperienze, opinioni, materiali ecc., magari anche un semplice “mi piace” stile facebook... Luigina Ruffolo IRC Seconda parte dell’intervista Dunque né complicazione, né semplificazione: la parola giusta qual’è? Essenzialità. La grande disciplina che impone la catechesi dei piccoli è proprio questa: la fedeltà all’essenziale. Nella scelta dei temi e nel modo di presentarli. Si vede chiaramente soprattutto in un bambino piccolo: se si abborda una cosa secondaria, ti accorgi subito che non ti segue. Oppure se dici troppe parole: sei finito. Bisogna annunziare il Kerygma nella sua essenza. Questa è stata l’esperienza più grande per noi, perché ci ha obbligato ad un’essenzialità che non è facile, perché sono spietati, i bambini: appena “scantoni” un po’, ti abbandonano, ma in modo chiaro. Il più grande ormai è abituato alla scuola, per cui porta pazienza; il bambino di due anni se ne va, fisicamente: prende la sedia e se ne va. E’ una scuola dura proprio per gli adulti-catechisti, però è bellissima. Mi sembra una visione un pò diversa del modo usuale di fare catechesi... L’adulto deve trasmettere quello che ha ricevuto, evidentemente, però tenendo presente innanzi tutto che non è un insegnamento scolastico, che il bambino non è un sacco vuoto da riempire. L’annuncio dev’essere dato nel modo più “disinteressato” possibile: io te lo do, e poi lo amministri tu; una volta che ho fatto la mia parte, basta. Per questo è così importante per il nostro lavoro il materiale (2) che serve a lasciare il bambino indipendente dall’adulto nell’ascolto di quanto ha ricevuto. Altrimenti l’adulto interferisce sempre con una presenza che può disturbare e invece di aiutare la comunicazione, può impedirla. L’importante è quel secondo momento in cui il bambino sta da solo, ripensa a Gesù buon pastore, cosa fa, come conosce le pecorelle... Il nostro materiale non è didattico, cioè un aiuto all’insegnante per rendere il suo insegnamento più attraente; è un materiale di carattere montessoriano, cioè un aiuto alla meditazione del bambino, permette al bambino di continuare a considerare quanto è sta- Se lei dovesse dare un’immagine, una parola per definire il catechista? “Il servo inutile”. Sì, io credo che questa del servo inutile sia una grande verità: il servo deve fare, altrimenti è pigro; però è inutile. Del resto anche S.Agostino nel De Magistro dice come si fa ad imparare: prima ci vuole qualcuno che annunci, ma il momento importante dell’apprendimento è dopo, quando si riconsidera dentro di sè quello che si è ascoltato. Lo dice chiaro, con un’incisività agostiniana tutta particolare: Numquam posso docere (4). Questo per un adulto è difficile da accettare, perché ti spiazza, come spiazzata era quella giovane che,venuta la prima volta da me, si è sentita dire: “Cerca un po’ dove sta la cattedra”. E lei ha girato per le stanze della catechesi, e non la trovava, e diceva: “Ci deve essere!”.Non c’è perché non ci deve essere. Come è diverso questo dalla mentalità corrente, quando si pensa che per interiorizzare la fede basti spiegare delle cose, basti dire: “Ne abbiamo parlato”... Questa è la mentalità scolastica, ma la catechesi è qualcosa di molto più profondo e più ampio. Anche certe prediche che si sentono: danno spiegazioni e chiudono l’argomento. Ma non è questa la catechesi, che deve essere rivolta all’apertura al mistero. Come dice Stefano Levi della Torre: è il mistero a dar respiro alla conoscenza, a farla lievitare nelle più mirabili costruzioni della cultura. Il mistero, cioè, fa lievitare la conoscenza; se invece delimitiamo, spieghiamo, definiamo tutto, cominciando dalle parabole, che sono le ultime cose che andrebbero spiegate, il mistero non c’è più. Non è più attraente: se mi fai vedere i limiti, non mi interessa più. Sta dicendo che nel nostro catechismo noi spieghiamo troppo? Sì, non si esce dalla mentalità scolastica: insegnamento, apprendimento, verifica. E così ho limitato tutto. Ma il limitato non è attraente, è l’immenso; il mistero che attrae. Se Ottobre 2009 vedo il limite, e ne urto il confine, ad un certo momento mi vengono i lividi. Invece, che ricchezza, che saggezza che ha il metodo delle parabole: “Vuoi sapere com’è il ‘Regno dei cieli’? Guarda un po’ un semino piccolo, piccolo... Pensaci, guardalo, continua a guardarlo, vedrai che poi.....” Non c’è nessuna pretesa di esaurire l’argomento, si apre invece una possibilità di indagine: è un atteggiamento. Credo che le parabole siano uno strumento di educazione alla fede molto grande, perché aprono a quello che non si vede. Vedi un semino e dici: Il Regno di Dio quello? Eppure così è. La piccola Cristina, cinque anni, stava impastando la pasta con il lievito (in relazione alla parabola del Regno come lievito che fermenta tutta la pasta) e le hanno chiesto: “Cosa stai facendo?”. Lei ha risposto: “Guardo come cresce il Regno di Dio!”. Questo è vedere l’invisibile: a loro non fa nessuna difficoltà. Allora secondo lei la catechesi “di memorizzazione” è limitante? Solo un esempio: nei primi tempi noi facevamo anche una preparazione “alla meglio” alla Cresima. Si era dunque nei primi anni: imperava l’apprendimento mnemonico del catechismo e io non avevo ancora la coscienza del tutto tranquilla, perciò avevo pensato che si poteva dare loro anche un po’ di catechismo tradizionale. Indicai alcune definizioni e queste furono imparate. E mi ricordo una bambina molto intelligente, molto carina, che conosceva la Chiesa come l’ovile del pastore, la vera vite (tutte immagini bibliche), alla quale feci imparare la definizione di Chiesa. Era piccolina, ma voleva fare a tutti i costi la Cresima, ci mise tutto il suo impegno e la disse benissimo.Ma quando le chiesi di spiegarlo con parole sue in base alle parabole, non riuscì a rispondere: evidentemente ormai era bloccata, la Chiesa era quella definizione lì. Che cosa sanno a memoria i miei? Il Padre Nostro, l’Ave Maria con un po’ più di difficoltà, perché se vanno a Messa l’Ave Maria “non c’entra”; sanno il “Mistero della fede”, che è essenziale. Molte parabole vengono ripetute tante volte, da saperle quasi a memoria. Come vede una catechesi che privilegi l’elemento etico-morale? Credo che sia fatale scadere nel moralismo, per il fatto che si comincia la catechesi nell’età sbagliata (seiotto anni), quando il problema morale è già forte nel bambino, cioè quando è un po’ il bambino stesso a portarci su questa strada. Se si comincia la catechesi esplicita quando già il problema morale è in ebollizione, finisce che poi Dio è soprattutto il giudice. Ma la morale prima di tutto è la relazione, essere una persona morale vuol dire essere una persona in relazione. Il primo giorno che parliamo del Buon Pastore ai nostri bambini di due o tre anni è già preparazione morale, perché aiutiamo il rapporto di relazione con Dio. Certamente la catechesi per il novanta per cento dovrebbe essere kerygma; e poi anche parenési, evidentemente, a partire dall’età giusta; cioè ad un certo punto bisogna distinguere: questo è bene, questo è male, e le massime del Vangelo, e il Decalogo; ma lo stesso decalogo comincia con Dio che dice: “Io sono”. Poi, voi fate. Prima però Io sono quello che vi ha liberato; prima stabilire il rapporto. 23 Questo è un altro punto molto difficile da accettare: ricordo la prima volta che facemmo qui gli esami del corso degli adulti, e venne un sacerdote del Vicariato; alla fine lo accompagnai alla porta e mi disse: “La ringrazio, molto interessante, ma c’è poca morale”. Aveva ragione, nel senso di parenési diretta: ce n’è poca. Ma c’è n’è tanta ad un altro livello, al livello fondante: senza di quello, che cos’è la parenési? Questo vale anche per gli adulti, però. E sinceramente abbiamo l’impressione che ci sia tendenza ad anteporre la morale al rapporto col Maestro interiore. Guardando sempre al negativo, non si arriva al positivo. E noi molto spesso purtroppo ci concentriamo sul negativo, e lì restiamo, come se ci impantanassimo nel fango. Se accendi una luce, può essere che anche se stai nel pantano poi cerchi di uscire; ma il punto di partenza non può essere assolutamente il pantano, ma la luce. Il punto di partenza è l’alleanza, il rapporto. La parabola del buon pastore è una parabola di alleanza: egli chiama per nome ogni pecorella, e le pecorelle ascoltano la sua voce, così la parabola del tralcio e della vera vite. Il tema fondamentale di tutto il nostro lavoro è l’alleanza. A sei-sette anni si introduce la parte storica, perché l’alleanza ha una storia, uno svolgimento nel tempo. L’Eucarestia è il sacramento della nuova ed eterna alleanza. Invece sembra un po’ una cosa da specialisti, i “biblisti” parlano dell’alleanza. Eh, no! Forse, rispetto al quesito iniziale che ponevamo, qualcosa si è chiarito. Però vorrei riproporlo a conclusione di questa intervista: perché i bambini “scappano” dal catechismo? Sì, alcune chiese fanno una fatica grande a tenere i bambini. Perché questo rifiuto? E’ una cosa che fa pensare. O io sono una illusa? Ormai abbiamo tanti centri in tutte le parti del mondo, migliaia di bambini che sono coinvolti, e riscontriamo una risposta di godimento. Perché manca in altre realtà? Credo proprio che manchi per il fatto della scolarizzazione della catechesi, perché la catechesi scolarizzata travisa la catechesi, la distrugge completamente come catechesi, e allora il bambino si stufa, e ha ragione. E perché la catechesi è diventata, un puro esercizio scolastico? Perché non si dà fiducia ai bambini, non si crede che possano vivere un rapporto privilegiato, connaturale con Dio. E allora se non ce l’hai, io ti insegno queste cose, tu le ripensi con la tua mente, capisci quel che capisci, per adesso le impari a memoria, poi le capirai un giorno... L’apertura al mistero è molto importante nella catechesi, direi che è fondamentale proprio come formazione della persona, questo aprirsi a qualche cosa che adesso comincio a conoscere, ma poi ce ne sarà tanto altro ancora. Se no chiudiamo le finestre. Avevo un’allieva che diceva: “Cos’è una parabola? E’ una finestra sempre aperta!”. Non bisogna chiudere le finestre! Allora è giusto negare alcuni sacramenti, come la Comunione, ai bambini piccoli, che forse li vivono e li capiscono meglio di noi? Assolutamente no. Qui c’è un grossissimo peso delle abitudini del tempo, perché ad esempio quando noi presentiamo ai bambini il buon pastore e la presenza eucaristica del buon pastore, molti bambini dicono: “Allora pure io voglio fare la comunione”. E hanno tre-quattro anni. Però quando abbiamo tentato non dico di spingerli, ma di sollecitarli a chiederla, di fatto non lo fanno, perché vedono la comunione come qualcosa che si fa a nove-dieci anni. Ed è proprio un peccato. 1 - Nei libri di Sofia (Sofia Cavalletti, Il potenziale religioso del bambino, Città Nuova, IV ed., 1993; Il potenziale religioso tra i 6 e i 12 anni, Città Nuova, 1996) viene accuratamente descritta l’esperienza di alcuni bambini con famiglie difficili resi felici dalla conoscenza del “Buon Pastore”. Sono pagine per certi aspetti quasi incredibili e di cui si consiglia la lettura. 2 - Il materiale consiste in statuette di legno che rappresentano i personaggi delle varie parabole. Per mezzo di essi, i bambini rivivono la parabola, realizzando così quel “dialogo con il Maestro interiore” di cui Sofia parla. 3 - Per diventare catechisti del Centro di Catechesi di Sofia è necessario frequentare un corso triennale, con tanto di esame conclusivo. 4 - “Mai, in nessun modo io posso insegnare” Ottobre 2009 24 Le aggregazioni laicali, nell’attuare nel concreto della vita “ i criteri di ecclesialità”, divengono luogo e centro di formazione del fedele laico in tutta la loro realtà. Si può, quindi affermare che l’apostolato laicale, mediante le aggregazioni ecclesiali, riceve il suo spessore spirituale in vista della missione che deve vedere come protagonisti operatori laicali preparati. La “Christifideles Laici” insegna che i “fedeli laici” sono formati dalla Chiesa e nella chiesa, in una reciproca comunione e collaborazione di tutti i suoi membri: sacerdoti, religiosi e fedeli laici. Cosi l’intera comunità ecclesiale, nei suoi diversi membri, riceve fecondità dallo Spirito e ad essa coopera attivamente” (Ch.L.61). nella stessa prospettive L’esortazione post-sinodale afferma che “l’aggregarsi dei fedeli laici per motivi spirituali e apostolici scaturisce da più fonti e corrisponde ad esigenze diverse, […] e contemporaneamente sottolinea che “la ragione profonda che giustifica ed esige l’aggregarsi dei fedeli è di ordine teologico” (Ch.L.29). tutto ciò mette in evidenza che nella Chiesa nessun laico fedele può presumere di realizzare la sua formazione integrale e permanente da solo, senza l’aiuto degli altri membri della comunità cristiana, la quale è luogo primario della formazione di tutti, compito affidatole dall’opera educativa di Dio. Ciò, infatti, suppone che tutti gli aderenti alle aggregazioni laicali siano educati anzitutto nei luoghi primari della formazione: la Chiesa particolare e, in essa la parrocchia, come pure la famiglia cristiana, la scuola cattolica e in altri ambiti di impegno particolare come quello della “scuola politica”. Certo, le aggregazioni laicali non intendono sostituire la Parrocchia, la famiglia e la scuola, ma vi si mettono accanto come aiuto particolare perché svolgano al meglio la loro insostituibile funzione formatrice, in ogni caso la formazione offerta da ogni aggregazione laicale si qualifica per la sua caratterizzazione eminentemente essenziale e per la sua funzione strutturalmente integrativa, per la specificità dei metodi e degli strumenti, che variano da aggregazione ad aggregazione. Nessuno può negare ai vari movimenti la libertà di accentuare un aspetto o l’altro dell’impegno ecclesiale cristiano. Ciò che si deve evitare è il pericolo di presentare le proprie concezioni e le proprie scelte come alternative, esclusive e definitive rispetto alle altre. Non vi è gruppo o movimento che possa pretendere di esprimere la totalità dell’esperienza missionaria della Chiesa. Solo l’insieme dei gruppi è in grado di manifestarla. Bisogna evitare che i gruppi si chiudano nella loro autosufficienza e si isolino. La portata del contributo di ogni gruppo o movimento al rinnovamento ecclesiale dipenderà dal modo in cui esso saprà armonizzare i suoi sforzi con quelli degli altri in sintonia con gli orientamenti della Chiesa, che è al servizio del Signore nel mondo, e proprio per questo è al servizio degli uomini. Da questa convergenza degli sforzi e dei carismi la Chiesa ha molto da attendersi, non solo per quello che riguarda l’efficienza e il risultato del loro esercizio, ma soprattutto per il tesoro di carità che vi si sprigiona ad edificazione 1 di tutti. ugualmente Dianich afferma che: “ Il grande progetto intorno al quale soprattutto deve lavorare la Chiesa del Vaticano II mi sembra essere (…) quello del recupero di tutto il popolo dei credenti al ruo- lo di soggetto attivo della missione nei confronti del mondo che non crede in Gesù crocifisso e risorto. Questo impegno comprende, anzi presuppone, l’esigenza di condurre il credente battezzato da bambino alla sua libera e personale professione di fede. Ma su questa base unica ed esclusiva, che non esige additivi di sorta, si costruisce il popolo di Dio portatore della missione messianica di Cristo. Come in antico gli ordini e le congregazioni religiose, o più di recente gli istituti secolari, cosi anche oggi le nuove aggregazioni ecclesiali dei vari gruppi e movimenti dovranno essere protagonisti non già di una trasformazione della Chiesa nelle nuove forme che a loro sono proprie, bensì insieme a tutte le altre componenti della Chiesa, di un generale processo di rivitalizzazione delle comunità di popolo, nelle quali il soggetto ecclesiale possa manifestarsi nella infinita molteplicità dei dono dello Spirito che lo anima e delle svariatissime forme dell’esistenza cristiana di cui2 lo Spirito lo rende capace nella sua globale integrità”. Ciò dimostra che lo sforzo di tutte le aggregazioni è orientato “ a permeare di spirito evangelico le varie comunità e i vari ambienti” (AA,20), e cosi a mettere in atto la capacità pedagogica nel formare i cristiani. Le aggregazioni tendono a realizzare la formazione integrale e permanente di tutti i loro componenti. Con la prima per assicurare l’unità che contrassegna l’essere stesso dei fedeli laici, che sono inscindibilmente membri della Chiesa e cittadini della società umana; con la seconda per abbracciare nel cammino educativo costante tutte le età, tutte le condizioni e tutte le situazioni di vita. Ogni aggregazione laicale deve essere perciò scuola e palestra di formazione 3integrale permanente della vita spirituale dei fedeli laici. Infatti tutti i gruppi, le associazioni, in particolare l’Azione Cattolica, e i movimenti, hanno in generale come meta da raggiungere la formazione dei laici cristiani nel campo spirituale, in quello dottrinale, in quello ecclesiale e nell’apostolato. “Entro questa sintesi di vita si situano i molteplici e coordinati aspetti della formazione integrale dei fedeli laici” (Ch.L.60). Certamente, sottolinea il Concilio, che la formazione cristiana è anzitutto formazione umana, “ di quelle virtù che riguardano i rapporti sociali, come la probità, lo spirito di giustizia, la cortesia, la fortezza d’animo, senza le quali non ci può essere neanche vera vita cristiana” (AA 4). Dopo la formazione umana, ogni aggregazione deve qualificarsi soprattutto per la capacità di favorire, incoraggiare e sostenere la vita spirituale dei suoi aderenti come cammino alla sequela di Cristo sotto l’azione dello Spirito. Vita spirituale che per i fedeli laici è caratterizzata dal loro inserimento nelle realtà temporali e dalla loro partecipazione alle attività terrene che per i laici sono il luogo 1 cf. Favale A. s.d.b., Riflessioni conclusive, in AA.VV.., cit. p. 522. 2 Dianich S., Le nuove comunità e la grande Chiesa: un problema ecclesiologico in “La Scuola Cattolica” 116 (1988), 529. 3 Ch. L. n°58: “La formazione dei fedeli laici ha come obiettivo fondamentale la scoperta sempre più chiara della propria vocazione e la disponibilità sempre più grande a viverla nel compimento della propria missione 4 Cf. Favale A. s.d.b., Riflessione conclusive, cit. pp. 526-528. 5 Ch.L: n°3: “Essere responsabili del dono della comunione significa, anzitutto, essere impegnati a vincere ogni tentazione di divisione e di contrapposizione che insidia la vita e l’impegno apostolico dei cristiani”. 6 De Giorgi S., Le associazioni, i movimenti e in particolare l’A.C.: quale posto nella formazione dei fedeli laici, in “Presenza Pastorale” 12, (1991), pp. 59-70 Ottobre 2009 25 Dei o Santi a protezione del raccolto All’interno di un pozzo granaio un bassorilievo fa pensare alla Dea Opi Che ci fosse rappresentato qualcosa fuori dal nostro tempo, mio padre me ne aveva parlato già negli anni 60 del secolo scorso, quando con una certa enfasi tornava a dire: non è una pupazza si trova dopo le scale a destra della grotta del Parroco. I naturali sviluppi della vita hanno tenuto lontano il desiderio di verificarne l’importanza, e solo molti anni dopo, a seguito di una personale ricerca sul castello di Montelanico, sono riuscito a vedere la famosa grotta. Alla luce di una torcia elettrica con il permesso dei Parroci Don Augusto Fagnani, prima e successivamente di Don Marco Fiore, mi accorsi che non si trattava di una classica grotta ma di un pozzo granaio; per intenderci, un silos sotterraneo, involontariamente intercettato durante i lavori di scavo di una grotta di cui la cantina ne era sprovvista. Quando questo sia avvenuto è difficile dirlo, ma è possibile ipotizzare che ciò sia accaduto durante il rilancio della attività agricola di Montelanico voluta dalla famiglia Doria Pamphili. Notai anche che oltre al bassorilievo descrittomi ce ne era un altro, un ovale simile ad uno stemma araldico e un angelo stilizzato. L’emozione fu grande, la veste lunga panneggiata, non lasciava dubbi, era una figura femminile romana. Attestato l’ambito culturale romano non rimaneva che dare un significato a questa straordinaria presenza. Il significato doveva essere di natura cultuale, altrimenti perché relegare una espressione artisegue dalla pag. precedente teologico della propria santificazione e del loro apostolato. Certamente, secondo il Concilio, i laici fedeli, per accrescere sempre di più questa loro vita spirituale “non separino dalla propria vita l’unione con Cristo, ma svolgendo la propria attività secondo il volere divino, crescano in essa. Su questa strada occorre che i laici progrediscano con animo lieto nella serenità, cercando di superare le difficoltà con prudenza e pazienza” (AA 4). Difatti tutti i movimenti di risveglio spirituale ed apostolico riconoscono che la vita cristiana è un «cammino», un «crescere» in Cristo con le sue tappe, i suoi ritmi di crescita, le sue esigenze e le sue difficoltà, che possono variare da persona a persona. Loro compito precipuo è quello di introdurre i loro aderenti in un itinerario di conversione a Cristo, le cui tappe o modalità essi scopriranno a poco a poco nel confronto sereno con la Parola di Dio e a contatto con i fratelli che fanno esperienze similari. Attraverso questo travaglio di prove e di consolazione gli aderenti ai vari movimenti,sostenuti dai loro fratelli, si impegneranno a costruire e a rifinire, con l’aiuto di grazia, quella fisionomia spirituale che ognuno è chiamato a rinnovare secondo i doni ricevuti dallo Spirito. Bisogna poi che ogni movimento cerchi di rimanere fedele al suo carisma nella certezza stica all’interno di un pozzo lontano da apprezzamenti critici? La soluzione andava ricercata all’interno dei timori e necessità che le genti di quel tempo avvertivano quotidianamente. La costruzione dell’insediamento fortificato aveva allontanato il pericolo dalle aggressioni, la costruzione della chiesa di S. Angelo doveva proteggerli dalle pestilenze, rimaneva un protettore o protettrice delle carestie. Nell’alto medioevo, in modo particolare nelle piccole comunità, il culto dei santi serviva solo per rafforzare la fede dei credenti, niente o poco si sapeva dei specifici protettori: S. Antonio abate, protettore degli agricoltori; San Pancrazio, protettore del raccolto; San Magno, proteggeva il raccolto dagli insetti nocivi. Quindi meglio sarebbe stato affidare la loro protezione contro le carestie ad una entiche lo Spirito Santo non elargisce le sue grazie a capriccio, ma le offre in circostanze di tempo e di luogo prestabilite da un disegno amoroso di Dio per il bene del4 la Chiesa e della famiglia umana. Inoltre la formazione spirituale, secondo la “Christifideles Laici”, viene avvalorata sempre di più se ogni gruppo, movimento e associazione diventa “luogo di annuncio e di proposta della fede e di educazione ad essa nel suo integrale contenuto” (Ch.L. 30). Per i fedeli laici la formazione dottrinale si fa sempre più urgente “non solo per il naturale dinamismo di approfondimento della loro fede, ma per l’esigenza di rendere ragione della speranza che è in loro di fronte al mondo e ai suoi gravi e complessi problemi” (Ch.L. 60). La “Christifideles Laici” insegna che è necessaria una sistematica azione di catechesi da graduarsi in rapporto all’età e alle diverse situazioni di vita e una piùm decisa promozione cristiana della cultura. I gruppi, le associazioni e i movimenti, solo se impegnati a fondo in questo processo educativo dei laici fedeli, saranno di grande aiuto agli ambiti primari dell’educazione cristiana. La ragione fondamentale che giustifica e postula l’aggregarsi dei fedeli laici è la comunione ecclesiale, frutto del mistero della Chiesa, e il senso della comunione ecclesiale è la prova più credibile della capacità delle aggregazioni laicali di educare e costruire tà presente nella loro formazione culturale già dal III secolo a.C., la Dea Opi, protettrice del grano mietuto e riposto nei granai. Questa è la mia personale convinzione. La Dea Opi era una divinità romana, a Roma le furono dedicati due santuari, di forma circolare, uno sul Campidoglio e l’altro nel Foro e veniva celebrata due volte l’anno, il 25 di agosto e il 19 dicembre. L’iconografia più accreditata presenta Opi seduta sul trono stringente nella mano destra tre spighe di grano. Ora se sovrapponiamo questa descrizione con l’immagine che è giunta fino a noi, l’attribuzione non è azzardata. Sono trascorsi più di mille anni, la nostra Opi non ha più dialogo, nessuno gli chiede protezione. E’ lontano il ricordo di quando veniva sommersa di spighe di grano e si inebriava dell’odore di queste. Dal suo viso danneggiato, forse proprio a causa del riempimento e svuotamento del pozzo, non si può cogliere nessuna espressione emotiva, spetta a noi interpretare il suo desiderio: cosa bisogna fare? Non si può lasciare nell’oblio per altri mille anni. Se ne parliamo troveremo la soluzione. Alessandro Ippoliti personalità adulte e mature,capaci a loro volta di costrui-5 re comunità cristiane adulte e mature. (cf. Ch.L. 3). In questa ottica il De Giorgi ci fa comprendere che “la comunione ecclesiale, come «riflesso nel tempo dell’eterna e ineffabile comunione di amore di Dio uno e trino» dello Spirito Santo, che deve essere accolto da un forte senso di responsabilità ed “esige di essere trafficato in una vita di crescente comunione” (Ch.L. 31)., come il talento di cui parla il Vangelo. Per questo ogni aggregazione laicale, se è veramente ecclesiale, deve caratterizzarsi per la testimonianza di una comunione salda 6e convinta (…) con il Papa, (…) e con il Vescovo…”. Inoltra tutti i gruppi, le associazioni e i movimenti sono consapevoli che la formazione umana, spirituale dottrinale ed ecclesiale è in funzione di quella apostolica e pastorale. Essi devono far respirare nei loro ambienti il clima dell’apostolato e del servizio sia all’interno della comunità umana, per la duplice inscindibile cittadinanza che caratterizza i fedeli laici. Tutto questo loro impegno si deve attuare nel campo della catechesi, della liturgia e della carità. Il campo proprio della loro attività evangelizzatrice è il mondo vasto e complicato della politica, della realtà sociale, dell’economia, delle scienze e delle arti, della vita internazionale e di tutti i settori dove il laico fedele agisce nella vita di tutti i giorni. Ottobre 2009 26 Paolo Tomasi S e in questa testata fossero solo disponibili spazi per articoli di carattere religioso, avrei il dubbio di potervi scrivere, in quanto non ritengo, su quelle tematiche, di insegnare niente a nessuno; viceversa, se una qualsiasi famiglia che ne cerca copia in Parrocchia non venisse informata di eventi che hanno a che fare con la crisi economica che ci è d’intorno e che, purtroppo, ben molti conoscono quanto sia aspra, qualcuno potrebbe ben dire che siamo sulla Luna, ancora dopo 40 anni del primo, stupendo, sbarco. Evento quello eccezionale, quanto eccezionale e profonda è la crisi economica che spinge qualcuno, e non pochi, a cercare denaro, magari affidandosi a mani disinvolte. Cosa intendiamo dire? Semplice: come avviene, di norma, nelle situazioni di economia difficile, si riaffaccia, prepotente, il fenomeno dell’usura. Cos’è l’usura? Usura (parola latina per interesse) consiste nella pratica di concedere prestiti a tassi di interesse considerati illegali, riprovevoli, in quanto tali da rendere difficile il loro rimborso, quindi accettare condizioni capestro poste dal finanziatore, quali il rivalersi su beni patrimoniali del debitore, ovvero indurlo ad atti di criminalità pur di indurlo a pagare. Il fenomeno era già ben noto e descritto sin nell’Antico Testamento (v. Esodo cap. 22, 24-26), quindi anche nel Levitico (cap. 25, 36-38) e nel Deuteronomio (cap. 6, 13), dove si condanna questa prassi, evidentemente già ben vigorosa allora, e che, senza mezzi termini, viene definitivamente condannata ed allontanata. Il Nuovo Testamento, dopo la medesima condanna, va in questa medesima direzione, forse il di più è che qui si chiede di “farsi prossimo” anche verso chi, da un punto di vista sociale ci è lontano. “Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico” (Lc 10, 30): chi era quest’uomo? Non importa se fosse vicino, lontano, bianco o nero, ricco o povero, sapiente ovvero ignorante: era solo un uomo e di fronte al bisogno … l’essenza è questa! Eppure è viva, anzi, ripetiamo (come ci documentano diverse fonti tra cui l’Associazione Contribuenti (www.contribuenti.it) con una lettera distribuita lo scorso 22 agosto, il fenomeno dell’usura è cresciuto nei primi sette mesi dell’anno in corso dell’85%, rispetto al 2008, arrivando alla triste cifra di oltre 30 miliardi di Euro. Sono a rischio, in Italia circa 2 milioni di famiglie ed oltre 1 milione di piccole imprese che trovano, difficili, i rapporti con le banche, per proseguire la loro attività. Si dirà che anche le banche sono imprese e che debbano guardare al loro interesse: rimane però un problema di natura etica. Se una impresa non guardasse al solo suo interesse economico, bensì coinvolgesse sé stessa, con la propria cultura e professionalità, forse qualche via di uscita, ben controllata, potrebbe esserci: perché è difficile provarci? E’ ben noto che ogni qual volta l’economia abbia segnato una frenata, l’usura ne avrebbe conseguito forti crescite. E’ bene allora che ci si convinca, intendo chi ci si è rivolto, che l’usura non è il mezzo adatto per uscire dalle difficoltà economiche, bensì uno strumento perverso per avvolgere ancora di più chi dispera, senza poter mai, appunto, trovare una soluzione adeguata. E’ bene, di nuovo ancora, che si sappia che la CEI e la nostra Diocesi, come già tante altre, abbiano predisposto piani e fondi di intervento per assistere ed affiancare chi è nella sofferenza. Ci si rivolge, dunque, a tutte le persone presenti in diocesi per parlarne, con la dovuta riservatezza agli operatori della Caritas che, adeguatamente informati ed attenti ai singoli casi, potrebbero cercare soluzioni adeguate, in spirito di carità cristiana e, soprattutto, di collaborazione, insieme, perché ogni Comunità è la somma di singoli e la somma dei singoli, tra loro comunicanti, crea valore: il valore che ogni cristiano, se è tale, non può rinunciare. Il giudizio sull’usura è senza riserve e senza sconti: è una bestemmia e va condannata in quanto tale, senza riserve, perché significa togliere dignità ad un altro uomo, toglierli la libertà che Cristo, morendo sulla Croce a inteso restituirci: quindi la gravità dell’usura si scontra con l’amore del Cristo. Ottobre 2009 27 Don Claudio Sammartino l 7 ottobre nella Chiesa si celebra la memoria di Maria “Nostra Signora del Rosario”. Fu il papa san Pio V, quello della messa in latino, ad istituire questa ricorrenza come ringraziamento alla Madonna per l’ascolto che aveva prestato alle sue preghiere, in vista di un avvenimento decisivo per le sorti della cristianità del tempo. Si, perché proprio il 7 ottobre del 1571 (mementote!) nelle acque greche del golfo di Lepanto si svolse una epocale battaglia navale tra la flotta della “Sublime Parte” (così si autodefiniva l’impero ottomano) e quella della Lega Santa cattolica. Per i nostri antenati, che non finiremo mai di ringraziare, si trattava di fermare la continua espansione dei Turchi ottomani ai danni di regione ed isole (Creta, Cipro, etc.) europee e cristiane; si trattava di impedire alla Sublime Parte di continuare a saccheggiare e schiavizzare impunemente territori cristiani per renderli “Dar al Islam”. Infatti era dal 1453, anno della conquista della bizantina Costantinopoli, che gli eserciti dei Sultani, come un «rullo compressore», attaccavano regolarmente nazioni cristiane , conquistando metodicamente l’Ungheria, l’Albania, la Grecia, la Bosnia, la Macedonia, la Bulgaria, la Romania. Addirittura nel 1529 assediarono una prima volta Vienna, che fu salvata dall’intervento armato di Carlo V, l’Imperatore “cattolicissimo” che due anni prima aveva provocato il «Sacco di Roma»; continue poi erano, dalle nostre parti, le scorrerie turche sulle coste italiane e le incursioni armate addirittura nel Friuli. E queste visite ottomane portavano sempre terrore, stragi, saccheggi e rapimenti di donne (per gli harem dei Signori) e di bambini (da convertire a forza e costringere a divenire, dopo un severissimo addestramento, “giannizzeri”, cioè truppa scelta del Sultano). Gli uomini invece o venivano massacrati subito o ridotti a “rematori forzati” per la flotta della “Mezzaluna”. Alla faccia della sbandierata “tolleranza” islamica per gli infedeli, la vita per chi rimaneva cristiano nelle zone divenute terre musulmane era un continuo sopportare discriminazioni e pesanti persecuzioni. I nostri libri di storia, specialmente quelli in uso nelle scuole, di solito molto indulgenti verso tutto ciò che non è cristiano, non ci fanno sapere, ad esempio, che in molte regioni conquistate i cattolici e gli ortodossi pagavano anche un tributo speciale , cedendo annualmente un determinato numero di bambini da destinare alla conversione forzata e all’addestramento militare fra i temuti “giannizzeri”. Visto che poi con la conquista di Cipro (luglio 1571) la “Sublime Parte” avrebbe continuato inesorabilmente ad avanzare verso occidente, per attuare il proprio intento di conquistare ai danni della cristianità, il papa S. Pio V si dedicò con tutta la sua energia a creare un’alleanza tra i principi cristiani per contrastare l’inesorabile espansionismo ottomano. Grazie a Dio, riuscì a creare una Lega Santa che riunì la Spagna di Filippo II, le sempre avversarie repubbliche di Genova e Venezia, lo Stato Pontificio, i Cavalieri di Malta, Firenze, il ducato di Milano e quello di Savoia per muovere contro le, fino ad allora invitte, truppe e navi del Sultano Memed II. Mancavano all’appello l’Inghilterra, la Germania I e i Paesi Bassi che sotto l’influsso del protestantesimo tifavano per i nemici del Papa; la Francia, invece, pur con un re sedicente cristianissimo non soltanto rimase neutrale, ma addirittura faceva affari con il Sultano fornendo armi e tecnologia bellica ai musulmani, iniziando la consuetudine delle “pugnalate alle spalle”. Bene, il 16 settembre 1571 un’imponente flotta di oltre 250 navi cattoliche mosse da Messina alla ricerca di quella turca e la intercettò, all’alba del 7 ottobre, nelle acque di Lepanto. La flotta della Lega Santa era comandata dal giovane don Giovanni d’Austria, ventiquattrenne fratello naturale del potente Filippo II di Spagna; gli ammiragli Doria (genovese) e Venier (veneziano) poi dettero un valido aiuto all’inesperto comandante in capo. Per circa quattro ore si combatté una battaglia cruenta e sicuramente decisiva per le sorti della cristianità; alla fine i cristiani trionfarono riportando una vittoria che giunse veramente inattesa, visto che le navi turche erano oltre 300. Nelle file cattoliche combatté anche un certo M. Cervantes, l’autore del Don Chisciotte, il quale definì Lepanto come «il più grande evento che i secoli videro». Peccato però che i posteri, soprattutto europei e cristiani, già se ne siano dimenticati o ne sentano un certo pudore! La vittoria della Lega Santa non fermò definitivamente l’aggressione della Sublime Parte ai danni dell’Europa; vedremo in un prossimo incontro chi riuscirà in tale impresa nel 1683, ancora sotto le mura di Vienna. Lepanto fu soprattutto per i nostri antenati, una vittoria che contribuì a salvare le sorti di un’Europa cristiana divisa dalla Riforma protestante ed indebolita dalle feroci rivalità nazionali, che impedirono ai vincitori di approfittare del loro successo. Ciò che precede e segue l’evento di Lepanto dovrebbe insegnare a noi europei del 3° millennio, deboli come valori di riferimento, ad essere cauti nell’accettare nell’Unione Europea una nazione che per secoli ha nutrito, ed inesorabilmente ha portato avanti, il desiderio di conquistare le nostre regioni (e non soltanto per motivi di potere e di prestigio). Se i nostri libri scolastici di Storia spendessero qualche parola in più sulla continua aggressione che l’impero ottomano per secoli ha operato contro l’Europa forse avremmo meno cori di «voci bianche» a chiocciare contro il nostro passato cristiano, e più riconoscenze per chi, come S. Pio V, operò in modo egregio per la salute delle nostra Europa Cristiana. *Parroco e Docente di IRC Ottobre 2009 28 «Anche voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale» (1Pt 2, 5) I Seminaristi del SeminarioMaggiore Regionale di Anagni in Missione Popolare nella Parrocchia del Ss.mo Nome di Maria a Landi Serenata a Maria dopo la processione Antonio Galati Che cosa sia una missione popolare lo si può comprendere bene, io credo, partendo dal mandato missionario che Gesù affida ai suoi dopo la risurrezione (Cfr. Mt 28, 19-20; Mc 16, 15; Gv 20, 21; At 1, 8). Analizzando questi passi biblici possiamo notare come la missione non è solo un aspetto della vita ecclesiale, ma è la vita stessa della Chiesa. Tappa della processione automobilistica In altre parole, penso di non esagerare se affermo che l’esistenza cristiana, sia di tutta l’assemblea dei fedeli che di ogni singolo battezzato, deve essere orientata alla missione, cioè all’annuncio del Vangelo, perché questo è stato comandato agli Apostoli, e a noi, da Gesù. Ora quest’annuncio del Vangelo non è solo, o meglio non è assolutamente, una trasmissione asettica dell’evento della Risurrezione, ma è testimonianza di vita che deve essere fatta sia verso chi non conosce Gesù o che l’ha rifiutato, sia verso gli altri battezzati, per sostenere anche la loro testimonianza e ravvivare la bellezza e la gioia di essere una comunità cristiana. Quest’annuncio del Vangelo, essendo una cosa connaturale all’essere cristiano, avviene, o dovrebbe avvenire, sempre senza particolari iniziative, proprio perché è ciò che siamo chiamati a fare nella nostra vita. Delle volte, però, alcune comunità o realtà ecclesiali sentono o riconoscono la necessità, per loro e per le altre persone con cui vivono, di rendere più evidente quest’annuncio. È il caso delle missioni popolari. Anche la nostra diocesi, per esattezza la parrocchia del SS.mo nome di Maria in Landi, è stata destinataria di una missione popolare organizzata dai seminaristi teologi del Pontificio Collegio Leoniano di Anagni, seminario regionale per le diocesi suburbicarie e del Lazio sud. La missione si è svolta dal 6 al 13 settembre e ha visto la partecipazione di 19 seminaristi, guidati e coordinati dal rettore del seminario, don Gianni Checchinato, insieme con i vice-rettore don Marco Ilari e don Arcangelo D’Anastasio e con il parroco don Franco Diamante e i suoi collaboratori parrocchiali. La presenza dei seminaristi-missionari nella parrocchia è stata caratterizzata dall’esortazione dell’apostolo Pietro: «Anche voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale» (1Pt 2, 5). Le varie Mand Ottobre 2009 attività svolte, le esortazioni alle famiglie e l’incontro con la gente della parrocchia hanno avuto come obiettivo, quindi, la sollecitazione a sentirsi «pietre vive», cioè parte attiva della vita parrocchiale, impiegate per la continua costruzione della Chiesa, intesa come assemblea di persone. La missione è iniziata il 6 settembre con la celebrazione eucaristica presieduta dal nostro vescovo Vincenzo Apicella che ha conferito il mandato ai seminaristi di essere testimoni e annunMandato missionario del Vescovo ai seminaristi ciatori del Vangelo ed è proseguita per una settimana durante la quale i missionari hanno bussato alle porte degli abitanti della parrocchia per incontrarli, pregare con loro e benedire le loro famiglie. Nei vari pomeriggi della settimana, poi, alcuni seminaristi hanno organizzato dei laboratori per gli operatori della Caritas e per i catechisti, altri hanno coinvolto giovani e bambini nelle attività dell’oratorio e altri ancora si sono affiancati al coro parrocchiale. Grazie anche al fatto che durante la settimana di missione popolare si celebrava l’anniversario della dedicazione della parrocLaboratorio per il coro chia e l a festa liturgica del Ss.mo nome di Maria a cui la parrocchia è dedicata, i seminaristi hanno vissuto con i cristiani della parrocchia in cui erano inviati i momenti di preghiera e i festeggiamenti per queste ricorrenze. Oratorio 29 Guardare lontano, ecco la Speranza Un milione, un milione e mezzo di disoccupati previsti. E i non occupati e i sottoccupati? Disoccupati, non occupati e sottoccupati di una economia tesa al disvalore del profitto per il profitto realizzato con lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e, pazienza per le istituzioni civili che tanti cavalieri del lavoro hanno insignito sul metro, quello dell’esternazione del successo in una economia fallace! Or vi dico, qualcun predisse e pur nel passato ebbe, tal a predire anche l’11 settembre, che al suo annuncio affermò: era ora! Tanto era atteso. In questa realtà, Guardare lontano ecco la speranza L’obiettivo: tornare al Padre, là da dove venimmo. Lo sviluppo per soddisfare le necessità dei popoli e delle persone. Guai allo sviluppo per il profitto. Sì al profitto per la soddisfazione delle necessità. Non procurarti quel che non ti serve e, che non ti serve nel tornare al Padre. Nel tornare là da dove venimmo. Due continenti, un unico mare, il mare mediterraneo. Tanti popoli, un unico fine, la comprensione, la pace, la prosperità, la soddisfazione dei bisogni non già l’accumulo delle risorse se non con l’obiettivo del soddisfacimento dei bisogni di tutti. Ciò che ci accomuna, l’unico Padre: il Padre di Mohamed, quello di Abramo. Il Padre dona l’Amore, quell’”Amor che a nullo amato amar perdona”! Luciano Gottardo Ottobre 2009 30 Centrafrica, che mi parla dall’entusiastica partecipazione di quei cristiani, ma anche della difficoltà di essere sacerdoti vicino a persone che li vedono diversi. Mi spiega mio fratello che avere la pelle bianca ti isola dagli altri, mentre il messaggio cristiano è quello di accogliere tutti. Dovremmo quindi aiutare con la preghiera e la partecipazione questi nostri “fratelli di frontiera” in luoghi che sono diversi, in culture diverse, in modi di pensare anche avversi, perché la “Parola” sia la stessa, perché questa comunanza li aiuti e non siano soli. Dimentichiamo il concetto che un missionario sia un eroe: è solo una persona umile e dedicata in un compito affidato da Dio e che non tutti saremmo, me compreso, in grado di affrontare con la serenità e la fiducia che viene richiesta. Sono esempi che ci fanno riflettere su come stiamo trascurando quanto vale, quanto ci hanno insegnato e che queste persone, se possiamo DONO DI FEDE Paolo Tomasi Con sincera partecipazione, i fedeli di Segni (S. Maria degli Angeli), hanno partecipato alla professione di voto di una novizia di origine Angolana che, di fronte alla numerosa comunità parrocchiale e con la presenza di diversi sacerdoti, nonché del vescovo emerito S. E. Mons. Erba, hanno inteso assistere alla coinvolgente dichiarazione di voto, di fedeltà e di impegno caritatevole, della medesima persona nella sua vita attuale e futura. Evento non occasionale, in un periodo che vede tanta gente evidente difficoltà di partecipazione cristiana: sarà l’Africa a raccogliere il Messaggio del Vangelo che noi, cosiddetti Occidentali ed evoluti stiamo trascurando? Ho un fratello Carmelitano, missionario a Bouar, in dire, popoli nuovi camminino ad un passo più veloce del nostro. Noi, frastornati, dalla moda, dal facile dire e tante altre distrazioni, abbandoniamo il detto evangelico, mentre quelle persone, con umiltà e dedizione ci riportano alle origine dell’essere cristiani. Dovremmo tornare a S. Benedetto, a S. Francesco, persone umili ma altrettanto sagge e dotte, da farci indurre a riflettere sul “nostro giorno dopo”; poi, senza illusioni, ci troveremo di fronte a Lui. Quindi, a seguito di queste considerazioni, rimarrebbe solo il silenzio e la meditazione. Quando toccherà anche a noi essere toccati dalla mano di Dio? Lui, com’è scritto nel Vangelo, è alla porta e bussa: siamo in grado di rispondere? Qui è il risultato della felicità, della serenità. Diremmo che, se ce lo aspettassimo, dovremmo attendere e pregare perché ciò avvenga e, poi, finalmente, piangere la felicità che potremmo aver potuto dimenticare, ma che mai ci è stata negata, forse solo da noi ignorata. Santa Maria degli Angeli e il ministero straordinario della Comunione Da circa sette anni nella nostra parrocchia, ogni domenica, più di trenta anziani e malati ricevono nella propria casa l’Eucarestia, grazie al prezioso servizio di diversi ministri straordinari. Rispondendo con generosità all’invito del parroco, laici padri, madri e nonni di famiglia, svolgono con regolarità questo ministero, che è segno di carità spirituale per coloro che si trovano nell’impossibilità di celebrare l’Eucarestia domenicale nella chiesa parrocchiale. Con la “visita a domicilio”, la nostra comunità vuole permettere a chi è malato o troppo anziano di vivere la domenica come «Giorno del Signore e della Chiesa»; vuoCATTEDRALE SANTA MARIA ASSUNTA: LA CAPPELLA DI SAN FRANCESCO Federica Colaiacomo Entrando nella Cattedrale di Santa Maria Assunta di Segni, sulla sinistra, fermatevi ad osservare la prima cappella: la cappella di San Francesco. Al Santo Patrono d’Italia, la cui festa ricorre il 4 di ottobre, sono dedicati i cicli di affreschi e le tele che qui possiamo ammirare. Ai lati due grandi tele ritraggono alcune prove a cui il Santo è sottoposto e che simbolicamente rappresentano le difficoltà e le tentazioni che in vita subì e che superò con il fervore della fede: San Francesco sul fuoco a destra, mentre a sinistra San Francesco sulle spine. Alzando lo sguardo, sulla lunetta di destra è affrescata la scena in cui il Santo di Assisi riceve le stimmate. E anco- le anche aiutare concretamente queste persone a nutrirsi dell’Eucarestia, cibo che alimenta la vita di fede, che sostiene la speranza e rafforza lo spirito di carità. È confortante, e dovrebbe essere un segno profetico, vedere durante la celebrazione domenicale, i nostri ministri che, al momento della Comunione, si presentano al sacerdote con la loro teca aperta per ricevere l’Eucarestia da portare a chi sicuramente, se fosse in piena salute, sarebbe presente in chiesa per santificare il giorno di festa. In diverse occasioni poi don Claudio ha invitato i suoi parrocchiani ad “adottare” un anziano o un malato cui fare visita la domenica; ancora troppe persone però pensano di non essere degne di portare quell’Eucarestia che ricevono però personalmente. Speriamo comunque che l’invito a farsi “cristofori” cioè veramente portatori di Cristo ai più bisognosi, sia accolto da altri laici che aiutino gli attuali ministri in un compito così importante per la vita di fede di una comunità. Per ora non ci resta che ringraziare Luigi, Vincenzo, Miled, Giuseppe, Letizia, Esterina e Rosalba per il loro discreto e costante servizio domenicale. ra, rimanendo con il naso all’insù e al centro della piccola cappella, possiamo apprezzare l’altro affresco, che rappresenta l’entrata in Paradiso di San Francesco, ricco di effetti prospettici che donano all’immagine profondità e movimento, creando un effetto scenografico degno dei più grandi artisti. Infatti, l’artefice di queste opere è un noto artista del XVII secolo: GIOVANNI BATTISTA GAULLI (1639 – 1709), detto il BACICCIO. Nato a Genova, dove si formò sotto la guida di Luciano Borzone, si stabilì a Roma dal 1657, all’età di 18 anni, dopo aver perso la famiglia in seguito a una grave pestilenza che colpì la sua città di origine. ARoma divenne uno dei collaboratori di Gian Lorenzo Bernini, grazie al quale ricevette lavori di notevole importanza, tra tutti ricordiamo il ciclo di affreschi eseguiti nella Chiesa del Gesù, considerato il capolavoro del dell’artista. In fondo alla cappella di San Francesco dal 1972 è custodito in una nicchia il busto di San Vitaliano, scultura in bronzo di Tommaso Gismondi. Molto venerato dal popolo, il papa segnino ha preso il posto di un’altra pregevole tela, ora conservata nella sacrestia della Cattedrale, che raffigurava San Francesco in estasi, opera di LAZZARO BALDI, autore degli affreschi della cappella di San Bruno e di cui abbiamo parlato nel numero del mese di luglio. Affresco della cupola della cappella di S.Francesco Ottobre 2009 31 LA PARROCCHIA DI S. MARIA ASSUNTA A TORNIMPARTE (AQ) Accoglienza, comunione, solidarietà restano parole vuote se non vengono vissute e sperimentate. Domenica 27 settembre si sono rivelate realtà concrete per noi della parrocchia di S. Maria Assunta di Segni a S. Nicola in Tornimparte, una piccola frazione immersa nel cuore delle montagne abruzzesi. Non una semplice gita, ma un viaggio verso l’altro alla scoperta di una comunità diversa e lontana, un incontro con lo scopo di trascorrere e di far trascorrere una giornata fuori “dalle righe”. Appena arrivati c’è stato un attimo di disorientamento: “Forse ci siamo fatti un’idea sbagliata di questa parrocchia?!” Ad accoglierci c’erano il parroco di S. Nicola don Luigi, il diacono Antonello e pochi parrocchiani indaffarati nei preparativi per il pranzo. Nel descriverci la sua parrocchia don Luigi ci ha parlato di una realtà difficile, che fino al suo arrivo l’anno scorso, è rimasta ferma per trenta anni ma che ora sta riprendendo lo slancio per ripartire con entusiasmo e con la consapevolezza che è indispensabile il lavoro comune di tutti i mem- bri della comunità. La giornata si è aperta con la celebrazione della Messa nella piazzetta adiacente Laboratorio teatrale Parrocchia Santa Maria Assunta, Segni ri, ballerini, artisti, scenografi, cantanti, pittori, tecnici … e che entusiasmo! Il teatro diventa così momento di crescita per i ragazzi, li aiuta a superare paure ed inibizioni, insegna loro a lavorare in gruppo, a conoscere i propri limiti e le proprie potenzialità, è un valido mezzo educativo: attraverso la recitazione il bambino ed il ragazzo rappresentano una finzione che spesso trova riscontro nella realtà, e li mette a confronto con fatti ed avvenimenti che portano alla scoperta di valori importanti e ad una visione più reale della vita. Con la recitazione emergono capacità ed attitudini nascoste, si socializza con i compagni e soprattutto si interiorizzano sentimenti e valori umani. Interessante è stato l’incontro dei ragazzi con il regista e con lo scenografo: i ragazzi, anche i più piccolini, hanno dimostrato tanto interesse e anche una certa curiosità di fronte a tante cose nuove! Si sono veramente divertiti, nel senso pieno della parola, ma con loro si sono divertiti soprattutto i grandi che hanno collaborato all’iniziativa. Questa esperienza è stata però solo l’inizio di un cammino che continuerà a partire dal mese di settembre, le attività riprenderanno ora con cadenza settimanale tutti i mercoledì dalle ore 16 alle ore 18 presso il salone parroc- Ilaria Spigone Hanno riscosso grande successo le attività del laboratorio teatrale parrocchiale organizzate dalla nostra parrocchia Santa Maria Assunta di Segni la scorsa estate! Un progetto fortemente voluto dal parroco don Franco Fagiolo che ha l’intento di avvicinare i bambini più piccoli alla Chiesa attraverso l’arte dello spettacolo con le musiche, i segni, i gesti e le parole. I destinatari di questa attività sono giovani sensibili alla tematica dell’espressione teatrale che si propone di sviluppare le attitudini all’espressione mimica e drammatica. Nei caldi pomeriggi di giugno presso il salone parrocchiale Pio XI molti ragazzi hanno accolto l’invito lanciato dal parroco e dai catechisti. Il laboratorio è stato sapientemente guidato dall’educatrice teatrale prof.ssa Simonetta coadiuvata dai catechisti e da molti giovani volenterosi e si è svolto nel teatro parrocchiale. I ragazzi che hanno frequentato il laboratorio si sono appassionati di fronte a questo impegno. Stimolati per i lavori da realizzare, hanno messo in mostra la loro creatività, la loro spontaneità, la voglia di collaborare insieme per realizzare uno spettacolo. Si sono scoperti atto- la chiesa (il terremoto qui infatti ha lasciato la sua traccia più profonda proprio sulla chiesa e sulla casa parrocchiale dichiarate inagibili): le nostre comunità si sono trovate riunite nell’ascolto della Parola e nella comunione dell’unico Pane. Dopo la celebrazione, in attesa del pranzo ci siamo fatti (ri)conoscere improvvisando un po’ di animazione stile ACR in cui non è mancato uno scambio di esperienze con i pochi ragazzi della parrocchia. A pranzo abbiamo condiviso il pasto preparato in collaborazione da entrambe le comunità. Il pomeriggio è passato in fretta tra canti, balli e il suono dell’organetto. Alle 16.30 è arrivato il tempo dei saluti, anzi degli arrivederci all’11 Ottobre quando i ragazzi di S. Nicola saranno nostri ospiti in occasione della festa diocesana del Ciao. Cosa rimane di questa giornata di gemellaggio? Certamente la gioia dell’incontro e della condivisione ma anche l’ammirazione per una comunità parrocchiale piccolissima con pochissime disponibilità di persone e di infrastrutture, piena di entusiasmo e di volontà di crescere valorizzando le capacità di ciascuno, in particolare dei giovani. Una situazione molto diversa dalla nostra dove le attività pastorali si svolgono a pieno ritmo; uno stimolo a non dare tutto per scontato, a riconoscere e valorizzare le ricchezze e le potenzialità già insite nella nostra realtà di comunità cristiana. Per noi un insegnamento importante: non la tranquillità di essere arrivati come comunità, ma la spinta a un costante miglioramento sia all’interno che nei rapporti con le altre realtà. I Giovani di S. Maria Assunta chiale. L’iscrizione al laboratorio teatrale e alla successiva attività di spettacolo è ovviamente gratuita. Lo spirito del nostro lavoro sarà sempre quello di avvicinare in modo giocoso il bambino alla coscienza di sé e alla relazione con l’altro, per aiutarlo ad esprimersi in maniera spontanea e creativa. La realizzazione dello spettacolo di fine corso permetterà ad ogni bambino di sentirsi pienamente partecipe e protagonista, insieme a tutto il gruppo, di un vero e proprio lavoro teatrale! Si rialza dunque il sipario! Se sei interessato, se vuoi provare, se vuoi scoprire i tuoi talenti nascosti ti aspettiamo! Non mancare! Ottobre 2009 32 IN TURCHIA SUI LUOGHI DI SAN PAOLO. 1. LA CILICIA Stanislao Fioramonti San Paolo è nato in terra turca e in quella terra ha svolto gran parte del suo lavoro missionario; su di essa ha percorso in meno di trent’anni molte delle 10.000 miglia (circa 16 mila chilometri) dei suoi viaggi apostolici, e vi ha affrontato i pericoli (ostilità, carcere, lapidazione, privazioni e fatiche) narrati nelle sue lettere e negli Atti degli Apostoli di san Luca. Con un pellegrinaggio organizzato abbiamo visitato alcune località della Turchia evangelizzate da Paolo, ripercorrendo (in pullman) il vasto territorio di quella nazione grande quasi tre volte l’Italia, e le strade battute dall’apostolo a piedi o in carovana o per nave. E’ stato forse solo un assaggio della sua vita, ma ci ha dato comunque l’idea della sua passione e della sua tenacia e ci ha permesso di ammirare ancora di più una persona che duemila anni fa è stata capace di cambiare totalmente la sua vita, di gettare alle ortiche le sue certezze, sulla base di una illuminazione che lo ha trasformato e che egli ha voluto annunciare a tutti, giudei, greci, romani e asiatici. E così siamo stati a TARSO (Tarsus), la città che ha dato i natali all’apostolo. Provenendo dalla Cappadocia, sull’altopiano centrale dell’Anatolia, abbiamo attraversato le mitiche “Porte della Cilicia” (Gulek Bogazi), un passo stradale che scavalcando la catena montuosa del Tauro (disposta lungo tutto il meridione della Turchia asiatica) mette in comunicazione la costa mediterranea con l’interno, e per questo ha sempre avuto enorme importanza commerciale e strategica. Lo storico valico, tutto scavato fra rocce calcaree e sorvegliato da montagne alte più di tremila metri, oggi si percorre con una comoda autostrada che in una cinquantina di chilometri scende da Pozanti alla città paolina, ma fino al secolo scorso era un passaggio obbligato difficile e pericoloso. San Paolo lo affrontò più volte nei suoi viaggi da Antiochia, sede della comunità cristiana alla quale apparteneva, alle regioni centrali come la Galazia, la Licaonia e la Frigia. Oltrepassate le montagne, il paesaggio della regione (la Cilicia) si addolcisce rapidamente in una serie di colline bruciate dal sole, dove pascolano piccoli gruppi di capre nere; sono quelle che davano la materia prima al lavoro di Paolo, quel pelo ruvido chiamato “cilicio” utilizzato dagli artigiani fabbricatori di tende, e nei secoli seguenti anche dagli asceti, che se lo stringevano sulle carni per mortificarle. Alla stretta fascia collinare segue infine la pianura: il paesaggio si appiattisce nella piana di Cukurova, che tanto tempo fa fece da sfondo alla vittoria di Alessandro il Grande sul re persiano Dario, e che oggi è coltivata in massima parte a lino e cotone; per questo a Tarso e negli altri centri della zona l’industria tessile, molto sviluppata, è la principale fonte di ricchezza. Nonostante infatti la pianura della Cilicia orientale, dov’è Tarso, sembri arida e povera, in realtà è molto fertile perché ricca di acque sia di superficie che sotterranee, tanto che basta scavare un po’ per estrarla con i pozzi. E poi al margine della città scorre il fiume Cidno, un corso d’acqua dalle rive rocciose piene di ragazzi in costume da bagno o con la canna da pesca. Le sue acque però sono molto fredde, e se questo particolare stava per risultare fatale allo stesso Alessandro Magno, imprudentemente tuffatosi tutto accaldato, era però molto apprezzato dai terapeuti antichi: secondo il geografo Strabone, “le sorgenti di questo fiume non uso dei pellegrini cristiani, si chiama chiesa di san Paolo sono molto lontane dalla città e la sua corrente vi entra ma è stata trasformata in museo dal governo turco. subito dopo aver passato uno scosceso burrone, per- Vi si sono celebrate solenni cerimonie di apertura e ciò le sue acque sono fredde e veloci, e giovano a chiusura dell’Anno Paolino; ai pellegrini è stato conguarire gli uomini e gli animali infermi delle articola- cesso di celebrarvi la messa senza pagare il biglietzioni”. Qualcuno poi scrive che in questo fiume trovò to d’ingresso (concessione revocata il giorno dopo la la morte, anch’egli per una congestione, l’imperatore chiusura dell’Anno Paolino), si è quasi fatto credere tedesco Federico I Barbarossa durante la terza cro- al vescovo latino che quel museo potesse ridiventaciata (1190). L’antico fiume Salef però non sembra re un luogo di culto cristiano, l’unico della città, ma niencorrispondere al Cidno, ma al Calycadnos (oggi Goksu), te da fare: passate le feste, gabbati i cattolici. A Tarso che scorre più a ovest e bagna il porto di Silifke (Seleucia dunque non c’è una chiesa cristiana. Ve ne sono 7 d’Isauria). Ma al di là di queste questioni che anziché storiche potrebbero sembrare – vista la regione interessata – di... lana caprina, deve restare il concetto che le città della Cilicia furono importanti nel Medioevo perché rappresentavano un corridoio privilegiato per chi dall’Occidente si dirigeva via terra verso la Siria e la Palestina, come appunto i mercanti e i crociati. Ben più importante però era stata Tarso nei secoli precedenti. Centro marittimo e commerciale di Hittiti, Assiri, Persiani, Macedoni e Seleucidi di Siria, divenne romana nel 67 a. C. e capoluogo della Cilicia orientale; fu anche centro culturale notevolissimo, con scuole di tutte le arti liberali e di filosofia stoica, e fu visitata da Giulio Cesare, governata da Cicerone (61 a. C.), frequentata da Antonio e Cleopatra che vi si conobbero (41 a.C.): è ancora in piedi una porta romana della città antica, chiamata porta di Cleopatra, ma anche porta di san Paolo. L’apostolo, che vi nacque tra il 5 e il 10 d.C., era orgoglioso della sua città: “Io sono giudeo di Tarso in Cilicia, cittadino di una città non certo senza importanza”, dice al tribuno romano dopo l’arresto a Gerusalemme tarso (At 21,39). Ma com’è Tarso oggi? A prima vista non fa una bella impressione. Molto diversa dalle città turche più note, sembra uno di quei grossi agglo- in altre città del vasto Vicariato Apostolico dell’Anatolia merati levantini fatti di distese di abitazioni basse e (la cattedrale è a Iskenderun-Alessandretta, la conpiù o meno rabberciate, dove vivono circa 250 mila cattedrale a Mersin e vi sono parrocchie ad Antakya, abitanti; qualcosa di meglio di una baraccopoli, ma con Samsun, Adana, Trabzon), ma non nella città di Paolo. una continua sensazione di precarietà, sporcizia, deca- Il dramma è che a Tarso non ci sono nemmeno cridenza. Superato il primo impatto e raggiunto il cen- stiani! In Turchia, su una popolazione totale di quasi tro storico, l’aspetto migliora un po’, anche perché in 70 milioni di persone, i battezzati (secondo dati del occasione dell’Anno Paolino appena concluso la cit- 2004) sono circa 35.000: 22.000 sono cattolici di rito tà si è data una sistematina, almeno nei luoghi desti- latino nell’arcidiocesi di Smirne e nei Vicariati apostolici nati ai pellegrini. I primi scavi archeologici (il livello attua- di Istambul e dell’Anatolia, il resto appartiene ai riti siriale del suolo è di qualche metro sopra l’antica città, che no, caldeo e armeno, ma nella città dell’apostolo delperò è difficile riportare alla luce perché sovrastata da le genti non ce n’è nemmeno uno! Questo ci ha detquella nuova) hanno scoperto un ponte e un tratto di to, in una toccante testimonianza prima della messa strada romana, mentre nell’antico quartiere ebraico nella chiesa-museo, suor Maria, la religiosa italiana sono state ristrutturate viuzze e piazzette, si sono posti delle suore Figlie della Chiesa che con altre due concartelloni in turco e in inglese con la biografia di san sorelle e con qualche volontario laico saltuario (noi abbiaPaolo e in una piccola area presso la “moschea del- mo incontrato Francesca, una ragazza di Torino) vive la chiesa” (l’antica chiesa armena di S. Pietro trasformata a Tarso conservando in casa l’Eucarestia. Sono giunin moschea nel XV secolo) sono indicate le fondamenta te in Turchia nel 1994, ha raccontato suor Maria, un della sua presunta “casa natale” con annesso “poz- anno dopo che nell’Anatolia era tornato un vescovo zo di S. Paolo”. Tutte qui le memorie dell’apostolo nel- – il cappuccino mons. Ruggero Franceschini – dopo la sua città. Tarso infatti fu sede di diocesi fin dal pri- un’assenza di 450 anni, dopo cioè che i turchi ottomo secolo (secondo la tradizione il suo primo vesco- mani, musulmani, avevano conquistato l’impero vo fu Giasone, parente e discepolo di Paolo, che lo bizantino (1453). In quindici anni di presenza a Tarso cita nella lettera ai Romani, 16,21), ma nel secolo XVI suor Maria ha detto di non aver conosciuto un solo sul luogo dell’antica cattedrale di san Paolo fu costrui- cristiano. Loro stesse vivono prive di tutto, anche di ta la Grande Moschea. Un’altra antica chiesa arme- diritti; ma la loro è una missione di presenza, dell’esna, forse di epoca crociata ma completamente ristrut- serci piuttosto che del fare; il loro è vivere frammenturata alla fine dell’800 e recentementer restaurata ad ti di Vangelo, ha detto, e citando un versetto Ottobre 2009 dell’Apocalisse (“Ecco, io faccio nuove tutte le cose”, 21,5) ha aggiunto che per esse è un nuovo che diventa nuovo ogni giorno. La loro presenza a Tarso è la piccola lampada superstite, in mezzo a migliaia di persone, ma che sarebbe se essa si spegnesse? E invece, se c’è, manda i suoi raggi in tutta la città. Ciò che suor Maria ha accoratamente raccontato per Tarso si può estendere a tutta la Turchia, come sintetizzò papa Benedetto XVI nel santuario della Casa di Maria ad Efeso, durante il suo viaggio apostolico in Turchia nel novembre-dicembre 2006: “Con questa visita ho voluto far sentire l’amore e la vicinanza spirituale non solo miei ma della Chiesa universale a questa terra benedetta, dove alle origini la comunità cristiana ha conosciuto grandi sviluppi, (...) e alla comunità cristiana che qui, in Turchia, è davvero una piccola minoranza ed affronta ogni giorno non poche sfide e difficoltà (...) e pericoli, come attesta la bella testimonianza del sacerdote romano don Andrea Santoro, che mi piace ricor- 33 dare anche in questa nostra celebrazione”. Don Andrea, nativo di Priverno (LT) e parroco a Trabzon (Trebisonda), è stato assassinato da un giovane fanatico musulmano il 5 febbraio 2006 mentre pregava nella sua chiesa. La lezione più grande imparata durante la nostra visita a Tarso è stata proprio quella di aver incontrato una Chiesa primitiva, catacombale, assolutamente minoritaria, difficilmente visibile, ma che nonostante tutto vuole vivere e testimoniare la propria fede. Una condizione, a pensarci bene, non diversa da quella vissuta dalle prime comunità cristiane fondate da Paolo su questa terra. E’ lo stesso insegnamento ricevuto nella vicina, grande città di ADANA, quarta metropoli turca dopo Istambul, Ankara e Smirne. E’ una città ricca soprattutto per l’industria tessile, bagnata dal fiume Seyan, in riva al quale e nei pressi del ponte romano svetta la Grande Moschea, bianca per i suoi marmi e bella per cupole e minareti. Nel centro della città fu costruita alla fine dell’’800 la chiesa cattoli- ca di San Paolo, inizialmente affidata ai Gesuiti che tenevano anche un collegio, e dal 1968 passata alle cure dei Cappuccini. L’edificio sacro, che negli anni successivi alla Prima Guerra Mondiale partecipò al dramma degli Armeni deportati (e decimati) dai Turchi, oggi è l’unico luogo cristiano della città ed è chiamato anche “Chiesa della Bambina” (Bebekli Kilisesi) per la statua dell’Immacolata che sovrasta la facciata. Anche il suo parroco, frate Francesco, un religioso indiano, ci ha salutato dicendo che ad Adana la vita cristiana avanza, anche se a piccoli numeri: si esulta quando un bambino fa la Prima Comunione o la Cresima; si gioisce insieme quando nelle grandi solennità, Natale e Pasqua, si radunano i 140-150 cristiani della città, che ha due milioni e mezzo di abitanti. Si vive con difficoltà ma con speranza la propria condizione. Una lezione da meditare, per noi cristiani occidentali. ri fondamentali per individuare e selezionare dei canti, a livello locale, in modo più attento e oculato. È quello che scrive il Papa nella Esortazione Apostolica Sacramentum caritatis al n° 42: “Davvero, in liturgia non possiamo dire che un canto vale l’altro”. E poi, un repertorio comune è segno di comunione, ci aiuta ad essere veramente “Chiesa”. Quanto prima, verrà inviato in ogni parrocchia l’invito a partecipare al Raduno dei Cori, con il luogo e gli orari dettagliati; sarà nostra premura indicare i canti che tutti insieme eseguiremo nella celebrazione della Messa del raduno. UFFICIO LITURGICO DIOCESANO - SEZIONE MUSICA PER LA LITURGIA. Come già programmato, si conferma per SABATO POMERIGGIO 28 NOVEMBRE 2009 il Raduno dei Cori Parrocchiali, per celebrare insieme la Festa di S. Cecilia. Il luogo è ancora da scegliere, ma verrà comunicato appena possibile. Tutti sappiamo che S. Cecilia, patrona della Musica sacra, si festeggia il 22 novembre, ma per ragioni organizzative la data del Raduno dei Cori viene un po’ adattata secondo le diverse necessità. L’importante è che ci sia la possibilità di incontrarci con i vari gruppi che operano nelle nostre comunità con un servizio molto importante, magari con problemi diversi e con lo stesso entusiasmo, con strumenti e modalità differenti gli uni dagli altri, ma con un unico obiettivo: la maggior gloria di Dio e la salvezza delle anime. Ormai sono già alcuni anni che questo Ufficio organizza il Raduno diocesano dei Cori parrocchiali ed è nostra intenzione consolidare sempre di più questo appuntamento che deve diventare ….. tradizione, anche perché abbiamo bisogno di lavorare in comunione e sostenere i singoli cori nel loro costante ed insostituibile impegno a servizio delle Comunità. La Festa Diocesana di S. Cecilia è anche l’occasione giusta per presentare a tutti il programma annuale. In particolare, quest’anno abbiamo un sussidio da parte della Conferenza Episcopale Italiana, molto atteso e che non possiamo tanto facilmente ignorare: il Repertorio Nazionale di Canti per la Liturgia. È uno strumento valido che non solo ci segnala e ci offre canti adatti alle celebrazioni, ma ci suggerisce alcuni crite- Centenario della nascita di P. G i n e p r o C o c c h i Sara Calì Con il mese di ottobre si chiudono i festeggiamenti in occasione del Centenario della nascita di P. Ginepro Cocchi, il missionario nato ad Artena il 14 ottobre 1908, ucciso in Cina il 6 marzo 1939. Viene sempre un po’ di nostalgia quando un evento sta per concludersi. Cosa verrà dopo? Tutta la comunità di Artena è stata in fervore per più di un anno. Prima ancora dell’apertura del Centenario, già nel maggio precedente, le lettere di P. Ginepro passavano sulle nostre scrivanie portando i nostri pensieri lontano, sulle montagne desolate della Cina, dove sembravano inutili tutte le nevrosi, gli scontri e le traversie della nostra comoda vita quotidiana. Poi in una domenica dell’ottobre scorso, a Piazza S. Pietro, agitavamo commossi i fazzoletti bianchi su cui era stampata la foto di P. Ginepro, che ci ha permesso di ritrovarci fra tanta gente e di creare un gruppo numeroso e compatto per salutare Papa Benedetto XVI. Quando il Santo Padre dalla sua finestra ha menzionato Artena ed ha lodato l’operato del nostro missionario P. Ginepro, stavamo tutti lì, sotto quel sole ancora caldo, a sorridere e ad esultare con le lacrime agli occhi. Il 6 marzo i nostri canti si levavano per le strade del paese, durante la fiaccolata organizzata in occasione della ricorrenza della morte, e sotto una luna irreale le fiaccole provenienti dalle tre parrocchie, confluivano solennemente a Piazza Ginepro Cocchi per la S. Messa. Viene ancora un po’ di nostalgia a ripensare ai centri d’ascolto che ci hanno visto parlare tra amici, tra parenti, fra di noi, con le solite parole che sembravano diverse, più semplici, calme come quelle del frate che ospitavamo tra di noi. A chiudere i festeggiamenti stavolta ci saranno: una lunga fiaccolata per le vie del paese, numerose SS. Messe, concerti, centri di ascolto, il torneo di calcio tra le confraternite e infine la Marcia della Pace con il lancio di palloncini da parte dei bambini, gli unici che con la loro ingenuità possono davvero capire, fino quasi a toccarlo, il messaggio di purezza di P. Ginepro. PROGRAMMA Martedì 22 settembre ore 19:00 Inizio del Torneo di calcio “Centenario della nascita di P. Ginepro Cocchi” tra le Confraternite di Artena presso il campo di sportivo del Convento 8-9-10 ottobre ore 17:00 Chiesa di S. Maria di Gesù- S. Messa e Triduo con pensiero spirituale su P. Ginepro Domenica 11 ottobre ore 17:00 Chiesa di S. Maria di Gesù- S. Messa concelebrata dai Missionari Francescani presieduta dal P. Provinciale P. Marino Porcelli Mercoledì 14 ottobre ANNIVERSARIO DELLA NASCITA ore 17:00 Chiesa di S. Croce- S. Messa e omaggio floreale davanti alla casa natale di P. Ginepro Sabato 17 ottobre ore 19:00 Fiaccolata con partenza dalle tre Parrocchie e arrivo a Piazza P. Ginepro Cocchi, seguita dalla S. Messa presieduta da Mons. Vincenzo Apicella, Vescovo diocesano Domenica 18 ottobre ore 17:00 Chiesa S. Maria di Gesù- S. Messa seguita dal Concerto del Coro Polifonico “Teofilo De Angelis” di Artena diretto dal M° Massimiliano Ciafrei Domenica 25 ottobre CONCLUSIONE DEI FESTEGGIAMENTI ore 11:00 Marcia della pace dei bambini di Artena in onore di P. Ginepro con partenza dal campo sportivo e arrivo a P. zza Ginepro Cocchi con lancio di palloncini. Ottobre 2009 34 Centro Diocesano di Formazione Permanente Scuola di Formazione Teologica “Ss. Clemente e Bruno Il CENTRO DIOCESANO DI FORMAZIONE PERMANENTE è una struttura a servizio della Diocesi. La sua principale iniziativa è la Scuola di Formazione Teologica Il suo scopo è di proporre percorsi di iniziazione alla teologia, con particolare attenzione al vissuto di fede e alle esigenze di formazione della Chiesa locale di Velletri-Segni. Tali percorsi sono organizzati di norma in corsi tematici, ma prevedono anche eventi, incontri, dibattiti, giornate o week-end residenziali. La Scuola di Formazione Teologica è organizzata come segue: dove - VELLETRI Chiesa del Crocifisso - COLLEFERRO Casa delle Pie Operaie di Via Giovanni XXIII come - Ciclo triennale, con tre percorsi annuali: - A/ Corso-base di teologia - B/ Conferenze-dibattito - C/ Catechesi - D/ Corsi/seminari di approfondimento tematico - Percorso A - Anno 1/ Cristo - Anno 2/ Chiesa - Anno 3/ Uomo - Percorso B: Tema annuale su questioni scelte - Percorso C: Catechesi durante i tempi forti di Avvento e di Pasqua - Percorso D: Iniziative specifiche sponsorizzate dal CDFP. quando - A: - Martedì, ore 18.30-20.00 Velletri - Mercoledì, ore 18.30-20.00 Colleferro - B: - Venerdì, ore 20.30-22.00 Velletri - C: - Mercoledì, ore 18.30-20.00 Segni (cattedrale) - Venerdì, ore 20.30-22.00 Velletri (cattedrale) - D: - Mercoledì, ore 20.30-22.00 Velletri ♦ PERCORSO A: CORSO-BASE DI FORMAZIONE TEOLOGICA: «GESÙ CRISTO E IL SUO MISTERO» «Cristiano è chi ha scelto Cristo e lo segue. In questa decisione fondamentale per Gesù Cristo è contenuta e compiuto ogni altra esigenza di conoscenza e di azione della fede». Così si esprimevano i vescovi italiani subito dopo il concilio, ne Il Rinnovamento della Catechesi (n. 57). Il corso-base per l’anno pastorale 2009-2010 prevede un percorso di conoscenza intorno a Cristo: la sua figura, le sue parole, le sue opere, il mistero di salvezza compiuto nella sua morte e resurrezione. Il primo nucleo sviluppa soprattutto la domanda intorno a Dio e alla risposta biblica su Dio; il secondo nucleo si incentra più direttamente sulla figura di Cristo e sul suo significato salvifico. Programma del Corso Primo nucleo Perché Dio e non il nulla? Sull’uomo che ha negato Dio Dio, dove sei? Sui nuovi «luoghi» dell’incontro di Dio Adamo, dove sei? Su Dio alla ricerca dell’uomo Ho ascoltato il grido del mio popolo. Su Dio che cammina con l’uomo Solo un Dio ci potrà salvare Sulla teologia della storia * VELLETRI, Chiesa del Crocifisso, Martedì, ore 18.30 20, 27 ott 3, 10, 17 nov * COLLEFERRO, Pie Operaie Mercoledì, ore 18.30 21, 28 ott 4, 11, 18 nov Secondo nucleo 1. Chi è costui?Introduzione alla cristologia 2. Venne un uomo, mandato da Dio. Le attese messianiche di ieri e di oggi 3. Della stirpe di Davide. Gesù il Messia 4. Il tempo è compiuto. Sulla predicazione di Gesù in opere e parole 5. Chi è costui? Sull’autocoscienza messianica di Gesù 6. Meglio che muoia uno solo… Rilettura del processo contro Gesù 7. Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Gesù davanti alla sua morte 8. Hanno portato via il mio Signore! Sulla Resurrezione di Gesù 9. Ecco, io sono con voi fino alla fine dei giorni. Il mistero pasquale 10. Credo in un solo Signore. Sulla fede della Chiesa in Gesù Cristo * VELLETRI, Chiesa del Crocifisso, Martedì, ore 18.30 19, 26 gen 2, 9, 23 feb 2, 9, 16, 23 mar * COLLEFERRO, Pie Operaie Mercoledì, ore 18.30 20, 27 gen 3, 10, 24 feb 3, 10, 17, 24 mar INTERMEZZO: LA PACE POSSIBILE: musica e parole di pace; Il Dio degli eserciti è con noi: La pace del Dio biblico; Egli fece la pace mediante il sangue della sua croce: Gesù, profeta di una pace oltre le logiche umane; Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace: La pace come struttura fondamentale dell’uomo; Beati gli artigiani della pace: L’impegno cristiano per la costruzione di un mondo nuovo. Il Regno di Dio non è questione di cibo o bevanda, ma giustizia e pace nello Spirito santo! ♦ PERCORSO B: ♦ Percorso C: CATECHESI ESERCITAZIONI DI DIALOGO Per descrivere la Rivelazione, il concilio dice che «Dio ha parlato agli uomini come ad amici» (DV 2); la Chiesa, che questa Rivelazione deve annunciare, è chiamata a «sentirsi realmente e intimamente solidale con il genere umano e con la sua storia» (GS 1). Le Esercitazioni di dialogo vogliono essere uno spazio in cui il confronto sereno delle idee su un tema di grande rilevanza per chiunque – credente o meno – diventi uno stile ecclesiale e non solo. Programma del Corso Primo nucleo APERTURA: Il dialogo come stile cristiano di vita Ecclesiam suam: il dialogo nella Chiesa; Unitatis redintegratio: il dialogo tra le Chiese; Nostra aetate: il dialogo della Chiesa con le religioni; Gaudium et Spes: il dialogo della Chiesa con il mondo. * VELLETRI, Chiesa del Crocifisso, Venerdì, ore 20.30 23, 30 ott 6, 13, 20 nov Secondo nucleo Io dirò: su di te sia pace! La pace come diritto fondamentale dell’uomo; Si vis pacem, para bellum: la logica della pace come ordine mondiale imposto; Non sono venuto a portare la pace, ma una spada: religioni e violenza La forza di amare: Pace e non-violenza; Il Dio della pace vi renda adatti ad ogni opera di bene: Le vie per un’etica della pace; VELLETRI, Chiesa del Crocifisso VENERDI, ore 20.30: 15, 22, 29 genn, 5, 12, 19, 26 febb, 5, 12, 19, 26 mar «L’educazione è cosa di cuore»: il tema del convegno pastorale diocesano, centrato sulla trasmissione della fede, trova nella catechesi al Popolo di Dio uno strumento irrinunciabile. Le catechesi di avvento e le catechesi mistagogiche del tempo pasquale vogliono essere un contributo all’approfondimento e alla maturazione della fede. Programma Primo nucleo: Catechesi di Avvento Vedranno il Figlio dell’uomo venire con potenza e gloria grande Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore! Io non sono degno di sciogliere nemmeno il legaccio dei suoi sandali… Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio SEGNI, Cattedrale, Mercoledì, ore 18.00 25 nov, 2, 9, 16 dic VELLETRI, Chiesa del Cricifisso, Venerdì, ore 20.30 27 nov, 4, 11, 18 dic Secondo nucleo: Catechesi mistagogiche L’iniziazione cristiana Il battesimo La cresima La mensa della Parola La mensa del Corpo e Sangue del Signore La mensa della carità Una Chiesa eucaristica SEGNI, Cattedrale, Mercoledì, ore 18.30 14, 21, 28 apr, 5, 12 19, 26 mag VELLETRI, Cattedrale, Venerdì, ore 20.30 16, 23, 30 apr, 7, 14, 21, 28 mag Ottobre 2009 35 Antonio Venditti Ricorre il 50° Anniversario della Dichiarazione dei diritti del fanciullo, proclamati unanimemente dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 20 novembre del 1959. Erano anni di grande fervore nella ricerca di modelli nuovi di sviluppo mondiale della società, che si voleva ancorata a principi universali di eticità, già chiaramente definiti nella precedente Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo. A distanza di dieci anni, dunque, si richiama l’attenzione del mondo direttamente sui problemi dei piccoli, perché – com’è asserito nel preambolo – “l’umanità ha il dovere di dare al fanciullo il meglio di se stessa”. Il che assume un duplice significato : da un lato, c’è la visione utopistica di un mondo migliore, dove la fanciullezza è depositaria del bene, come risorsa per il futuro; dall’altro, si devono garantire condizioni di vita sicura e serena, al riparo dalle difficoltà e dai rischi, anche gravi esistenti in varie parti del mondo. Il “principio primo” della Dichiarazione è il riconoscimento dei diritti “a tutti i fanciulli senza eccezione alcuna e senza distinzione e discriminazione fondata sulla razza, il colore, il sesso, la lingua, la religione, le opinioni politiche o di altro genere, l’origine nazionale o sociale, le condizioni economiche, la nascita o ogni altra condizione, sia che si riferisca al fanciullo stesso o alla sua famiglia”. Il “principio secondo” è “una speciale protezione”, che, garantita dalle leggi, si deve concretizzare nei provvedimenti che, presi nel “superiore interesse del fanciullo”, gli permettano di “crescere in modo sano e normale sul piano fisico, intellettuale, morale, spirituale e sociale, in condizioni di libertà e di dignità”. In caso di “minorazione fisica, mentale o sociale” – come stabilisce il “principio quinto” - il fanciullo ha “diritto a ricevere il trattamento, l’educazione e le cure speciali”. Dopo il “diritto, sin dalla nascita, a un nome e a una nazionalità”, come stabilisce il “principio terzo”, la “sicurezza sociale” è il diritto enunciato nel “principio quarto”. “A tal fine devono essere assicurate a lui e alla madre le cure mediche e la protezione sociale adeguata specialmente nel periodo precedente e seguente alla nascita. Il fanciullo ha diritto ad una alimentazione, a un alloggio, a svaghi ed a cura mediche”. Il “principio sesto” va riportato integralmente per la bellezza e profondità dei concetti e delle espressioni : “Il fanciullo, per lo sviluppo armonioso della sua personalità, ha bisogno di ♦ PERCORSO D: LABORATORI SULLA COMUNICAZIONE SPONSORIZZATI DAL CDFP LABORATORIO SULLE COMUNICAZIONI SOCIALI: LAVORO E COMUNICAZIONE Lavoro e Dottrina sociale della Chiesa Lavoro e mass-media Il viaggio nel lavoro Educazione al lavoro Responsabile del laboratorio: Costantino Coros, giornalista * VELLETRI, Chiesa del Crocifisso, Mercoledì, ore 18.30-20.00, 20, 27 gen 3, 10 febb amore e di comprensione. Egli deve, per quanto è possibile, crescere sotto le cure e la responsabilità dei genitori e, in ogni caso, in un’atmosfera di affetto e di sicurezza materiale e morale. Salvo circostanze eccezionali, il bambino in tenera età non deve essere separato dalla madre. La società e i poteri pubblici hanno il dovere di avere cura particolare dei fanciulli senza famiglia o di quelli che non hanno sufficienti mezzi di sussistenza. E’ desiderabile che alle famiglie numerose siano concessi sussidi statali o altre provvidenze per il mantenimento dei figli”. Il “principio settimo” è il “diritto all’educazione” che per il fanciullo “almeno a livello elementare, deve essere gratuita e obbligatoria… un’educazione che contribuisca alla sua cultura generale e gli consenta, in una situazione di eguaglianza di possibilità, di sviluppare le sue facoltà, il suo giudizio personale e il suo senso di responsabilità morale e sociale e di divenire un membro utile alla società”. Il “principio ottavo” sancisce che “In tutte le circostanze, il fanciullo deve essere tra i primi a ricevere protezione e soccorso”. E il “principio nono” , dopo aver precisato il diritto di protezione “contro ogni forma di negligenza, di crudeltà o di sfruttamento”, aggiunge che il fanciullo “non deve essere sottoposto a nessuna forma di tratta” ed inoltre LABORATORIO SULLA COMUNICAZIONE NELLA FAMIGLIA: DAL MONOLOGO AL DIALOGO 1. i fidanzati 2. le coppie 3. i separati 4. genitori e figli 5. genitori ed educatori Responsabili del laboratorio: Silvia Filippi, avvocato Simona Rossi, psicologa * VELLETRI, Chiesa del Crocifisso, Mercoledì, ore 18.30-20.00, 24 feb 3, 10, 17, 24 mar. “non deve essere inserito nell’attività produttiva prima di aver raggiunto un’età minima adatta”. Il “principio decimo” estende significativamente la protezione del fanciullo “contro le pratiche che possono portare alla discriminazione religiosa e a ogni altra forma di discriminazione” e conclude efficacemente con una finalità educativa di grande validità : “Deve essere educato in uno spirito di comprensione, di tolleranza, di amicizia fra i popoli, di pace e di fratellanza universale, e nella consapevolezza che deve consacrare le sue energie e la sua intelligenza al servizio dei propri simili”. Rileggendo oggi questi principi e riflettendo a mano a mano sui diritti così chiaramente enunciati, non possiamo fare a meno di rilevare che nella realtà non sono applicati. Innumerevoli sono le forme di sfruttamento e di violenza perpetrate contro i fanciulli in ogni parte del mondo. Inoltre pregiudizi e discriminazioni sono evidenti. Le forme di protezione e di sicurezza dei fanciulli, se anche esistenti in teoria, non vengono poi coerentemente applicate. Difficile diventa il rapporto dei fanciulli con i genitori, che spesso non sono in grado di assicurare “amore e comprensione”, ed anche nelle scuole non sempre prevale il “superiore interesse del fanciullo”. Note informative ¨ I Corsi organizzati dal Centro Diocesano di Formazione Permanente sono indirizzati a tutti, senza richiesta di titoli o competenze specifiche; ¨ La Scuola di Formazione Teologica non conferisce tito li accademici; a quanti lo richiedono, rilascia un atte stato di frequenza; ¨ I corsi possono valere, per le Scuole di ogni ordine e grado, come corsi di aggiornamento, ¨ Per la partecipazione a più corsi, è richiesto un con tributo di 50 Euro, a titolo di rimborso spese; per la par tecipazione a un corso è richiesto invece un contribu to di 20 Euro; è esente da contributo il percorso C. ¨ Le iscrizioni si fanno, su apposito modulo, a inizio corso. SEGRETERIA: VELLETRI, Chiesa del Crocefisso, Viale Salvo D’Acquisto, 51 Martedì, venerdì, orario incontri [email protected] Ottobre 2009 36 La Malasanità Per Malasanità si intende un fenomeno purtroppo diffuso caratterizzato da una mancata o addirittura dannosa prestazione medica. La responsabilità civile che ne deriva insorge sia per comportamenti colposi e cioè dettati da negligenza, imprudenza o imperizia del medico, oppure dal fatto che il medico non abbia applicato le cc. dd. regole di condotta della professione, sia per comportamenti di natura dolosa; tanto nell’ipotesi in cui le cure siano prestate ai pazienti nell’esercizio privato della professione medica o nell’ipotesi in cui siano state prestate all’interno di una struttura pubblica ospedaliera. Il termine è la traduzione italiana della parola inglese Malpractice. Il primo ad usare il termine di mala praxis (poi divenuto malpractice) fu il giurista Inglese Sir William Blackstone nel 1768, in seguito il termine venne ripreso nel 1879 su un giornale medico e divenne diffuso alla fine del XX secolo. Il fenomeno in Italia sembra diffondersi a macchia di olio. La stima dei casi di malasanità si aggira in media tra 30 mila e 35 mila l’anno pari a circa il 6% dei pazienti ricoverati in strutture ospedaliere, ciò vuol dire un numero di casi che va dagli 80 ai 90 al giorno. I casi di malasanità rappresentano purtroppo una triste realtà che affligge il Sistema Sanitario Nazionale pubblico e privato e le cui conseguenze spesso gravano direttamente sugli interessati, impossibilitati nella maggioranza dei casi a ottenere rimborsi da grandi aziende ospedaliere e ditte farmaceutiche. Secondo la Commissione Tecnica sul Rischio Clinico, istituita dal Ministero della Salute, il maggior numero di errori si commette in sala operatoria (32%), nei reparti di degenza (28%), nel dipartimento d’ urgenza (22%) e in ambulatorio (18%). Le specializzazioni più a rischio sono ortopedia e traumatologia (16,5%), oncologia (13%), ostetricia e ginecologia (10,8%) e chirurgia generale (10,6%). In questi casi stabilire con esattezza l’entità del danno è tutt’altro che facile. Per questo c’è PARTELESA, un Servizio alla Persona, una Risposta Innovativa al risarcimento del danno che si avvale della consulenza esclusiva dei poliambulatori Equamed e di uno staff di medici , periti, legali. PARTELESA opera seguendo un codice etico fondato su valori di professionalità, trasparenza e tutela dei diritti del proprio cliente, assumendosi nei suoi confronti un Obbligo di Risultato e mettendo a sua completa disposizione il proprio team specializzato nel trattare questa materia, affiancato da medici legali che esamineranno i casi verificando l’esistenza della “malpratica” al fine di tutelare gli interessi del cliente e di fargli ottenere rimborsi adeguati per le complicazioni subentrate in seguito a inter- venti operatori scorretti, diagnosi errate o qualunque altro genere di errore medico-sanitario. Le pratiche di malasanità possono essere riaperte entro 10 anni dall’evento. VANTAGGI PER IL CLIENTE CHE SCEGLIE IL SERVIZIO PARTELESA Nessuna spesa anticipata per far valere i propri diritti. Pagamento di una percentuale e degli onorari solo in caso di esito positivo della contrattazione e a seguito della liquidazione. Risoluzione delle pratiche in ambito stragiudiziale (rimborsi adeguati e rapidi) Massimizzazione del risarcimento dal punto di vista dell’interesse del cliente Gestione di ogni aspetto della pratica Punti di Assistenza PARTELESA diffusi in tutto il territorio nazionale per l’assistenza legale, medico e amministrativa, che si avvalgono di un’Èquipe di Avvocati specializzati in base alla tipologia di danno e di Cliniche mediche convenzionate per perizie, visite ed esami necessari alle procedure di risarcimento. Chiunque desidera saperne di più può contattare il Punto di Assistenza PARTELESA di Velletri in Via Fontana della Rosa 29/31 ai numeri 06/96155479 o al 3289737983 chiedendo del Dott. Marcello Schiavetta per fissare un colloquio senza impegno. L’odierna crisi economica impone una riflessione attenta sul fenomeno dell’esclusione. La giustizia sociale è una condizione inderogabile alla base degli interventi della maggior parte delle organizzazioni istituzionali o non governative, al punto che il 2010 - termine ultimo della strategia decennale di Lisbona per la crescita e l’occupazione - sarà l’anno che l’Europa dedicherà alla lotta alla povertà e all’esclusione. Dall’esperienza di due organismi profondamente diversi tra loro ma legati dall’obiettivo della solidarietà, Caritas Italiana (organismo pastorale della Cei per l’animazione alla carità) e Isfol (ente pubblico di ricerca specializzato nelle politiche di welfare), nasce questo nuovo volume che analizza i diversi aspetti del disagio sociale e traccia i possibili percorsi per contrastarlo. Il libro è stato presentato a Roma venerdì 11 settembre 2009 alle ore 11.00 presso la Lumsa - Libera Università Maria SS. Assunta. Il testo, molto ricco di Ottobre 2009 37 Della Vecchia Mara a Messa, intesa come composizione musicale, è stata per secoli, a partire dal Medioevo, oggetto del lavoro dei compositori europei e innumerevoli sono le messe commissionate per le celebrazioni dell’anno liturgico e altri avvenimenti, dove ogni nuova composizione rispondeva ad una precisa funzione religiosa. I musicisti erano in grado di comporre decine di Messe senza porsi problemi o interrogativi sul loro personale rapporto con il testo, ma assolvendo a una richiesta definita e rispettando i limiti imposti dalla funzionalità della stessa. Del tutto diverso è l’atteggiamento di Beethoven, come del resto degli altri compositori del suo tempo, quando compone la sua Messa solenne in re maggiore op. 123.intorno al 1820. Infatti questa non è certamente un opera liturgica pur essendo sinceramente religiosa e sebbene fosse stata commissionata per celebrare l’insediamento del arciduca Rodolfo e arcivescovo di Olmutz nel 1818, non assolveva a tale compito anche perché fu composta quando ormai l’evento era passato da tempo. Per i compositori dell’epoca la Messa costituiva ormai una forma musicale come lo erano la Sinfonia, il Concerto, la Sonata, attraverso la quale manifestare il proprio sentire e, maggiormente, questo è vero per Beethoven che nella Messa solenne fece molto di più che dare una veste musicale al testo liturgico, ma espresse in essa il suo personale rapporto con il divino, il suo modo di essere religioso, trascurando completamente, non solo l’aspetto più strettamente liturgico, ma anche lo L scopo che avrebbe dovuto avere di facilitare e approfondire il dialogo tra tutta l’assemblea dei credenti e Dio, dunque del tutto inadeguata al culto. Beethoven si pone molti interrogativi per la composizione della messa, in primo luogo considera la musica vocale come la più adatta alla musica sacra e considera il Palestrina l’apice in tale arte, ma sa che questi è inimitabile. Nel Credo, tuttavia, egli adotta uno stile contrappuntistico sul modello dei grandi polifonisti, ma sottoponendosi ad uno sforzo estremo per cercare di osservare il rigoroso stile degli antichi maestri, evitando, comunque, ogni tentazione di imitare il Palestrina. Come molte delle opere di Beethoven, anche la Messa solenne è il frutto di lunghe e tra- vagliate riflessioni, viene ultimata, infatti in quasi cinque anni, durante i quali il compositore attraversò un periodo della vita molto difficile, segnato da varie vicissitudini familiari, personali e giudiziarie e, a questo proposito, può essere illuminante la didascalia che egli stesso annotò nell’Agnus: “preghiera per la pace interiore ed esterna”. La Messa solenne esprime il particolare dialogo tra ‘individuo e Dio, ma anche tra il credente e gli altri uomini, in essa Beethoven afferma la propria religiosità lontana dal dogmatismo del cattolicesimo, ma permeata di grande spiritualità e profondo amore e interesse per l’umanità, e alla stesso modo di altre grandi opere del compositore tedesco, tutto è espresso con grande drammaticità. contenuti, si compone di più interventi di diversi autori tra i quali troviamo al punto 8 l’intervento dedicato a: “Lo strumento del microcredito: storie di responsabilità sociale” curato da Costantino Coros collaboratore di Ecclesia in C@mmino. Indice: - Prefazione - Guida alla lettura Parte prima DESCRIVERE LA POVERTÀ. UN VIAGGIO TRA CONCETTI, FENOMENI E MISURE 1. Diversi approcci per la costruzione delle misure di povertà 2. Gli indicatori di esclusione sociale e povertà utilizzati in Ue 3. Dall’indagine sui consumi a Eu-Silc 4. La “riscoperta” della qualità negli studi sulla povertà nel mondo Caritas Parte seconda DALL’ANALISI ALLE POLITICHE DI CONTRASTO: TERRITORI A CONFRONTO 5. L’attuazione in Italia della strategia europea di contrasto all’esclusione, il quadro normativo e l’intervento delle Regioni 6. Disagio sociale e dinamiche territoriali 7. L’esperienza del Progetto Rete: una rilettura dei dossier regionali 8. Lo strumento del microcredito: storie di responsabilità sociale Parte terza SOGGETTI A RISCHIO DI MARGINALITÀ ED INTERVENTI POSSIBILI 9. La questione dei minori 10. Povertà e contesti metropolitani. Un progetto di ricerca-azione 11. Le gravi marginalità. Un’indagine sulle persone senza dimora Res sacra miser. Conclusioni A cura di Francesco Marsico e Antonello Scialdone, Edizioni Maggioli Giugno 2009; Pagine: 226; Prezzo: euro 20,00 38 Ottobre 2009 Associazione “Il Trivio” e servizio di volontariato per i beni culturali diocesani unificata che permette di visita- settembre si è tenuta poi la festa di chiusura del labore i tre musei al prezzo di 8 euro, ratorio estivo per bambini “R’Estate al Museo”, svolinvece di 12, un sito internet del to sempre in collaborazione con i Musei Civici di Velletri sistema, www.velletrimusei.it, e e tenuto da Sistema Museo, cui seguirà la didattica la didattica in comune. Due del- invernale in collaborazione con le scuole del terrile lezioni del corso sono state dedi- torio. Le attività culturali non sono comunque tercate alla collezione e alla storia minate, l’autunno servirà a tutto il personale del museo, del Museo e tenute dal Direttore al direttivo e al direttore per preparare quello che sarà delle Istituzioni culturali diocesane uno degli eventi più importanti del 2010. Il 22 gen(Archivio, Biblioteca e Museo) Don naio, infatti, il Museo Diocesano festeggerà i dieci Marco Nemesi e dal Conservatore anni di apertura e per tale occasione si sta lavorando del museo, Sara Bruno. a una serie di eventi e a una mostra che coinvolgerà L’associazione culturale “Il Trivio”, tutta la realtà diocesana. con il suo presidente Tullio Il nome stesso del museo, infatti, evoca una realtà Nicola Sorrentino, Marta Bagni più ampia di quella della sola Velletri, abbracciando responsabile dell’Archivio e tutti i paesi che fanno parte della diocesi. L’occasione Mihaela Lupu della Biblioteca, si permetterà anche di presentare al pubblico il Cristo Il direttivo dell’ Associazione “Il Trivio” e alcuni volontari è occupata dell’organizzazione dei Crocifisso e Deposto scolpito in legno, della fine del corsi, dei contatti con i docenti e XVI secolo, proveniente della chiesa di Santa Maria L’attività del Museo Diocesano è ripresa regolarmente delle lezioni sulla nuova gestione diocesana delle tre del Sangue, meglio conosciuta come Tempietto del dal mese di giugno, dopo una breve pausa per inven- realtà, illustrando ai ragazzi tutto ciò che comporta Sangue. Il Crocifisso è non solo di notevoli dimentariazione, con i corsi di formazione che hanno inte- la loro attività. L’ultima lezione è stata tenuta dal Prof. sioni, la croce è alta infatti più di tre metri, ma di preressato i volontari che prestano il loro servizio nel Marco Nocca e impostata sulla storia di Velletri, con gevolissima fattura ed è stato restaurato grazie ai fonmuseo. Tale corso, che è partito momentaneamen- particolare attenzione ai suoi beni culturali. I ragaz- di della legge 42 che la Provincia mette a disposite per il museo ma che entro la fine dell’anno inte- zi, dopo aver superato un esame finale, hanno rice- zione dei musei di interesse locale e portato a terresserà anche la biblioteca e l’archivio, si è svolto vuto un attestato di frequenza ed hanno ripreso la mine dalla restauratrice, proveniente dall’Istituto Superiore nella seconda metà di giugno ed è stato organizza- loro normale attività, Centrale per il Restauro, Silvana to dall’associazione “Il Trivio” che ha presentato ai anche quella delle visite Costa. Tutte le attività e gli evenragazzi la nuova gestione e comunicato a tutti loro guidate, che già svolgeti che ruoteranno intorno a quela possibilità di farne parte. Il corso è iniziato con la vano ottimamente, con un sta data non saranno comunque lezione della dott.ssa Anna Germano, sempre dis- bagaglio culturale sicuun punto di arrivo ma, come semponibile verso le istituzioni diocesane, all’interno dei ramente più ampio e pre, il punto di partenza per idee Musei Civici di Velletri. La lezione è servita a cono- con sempre maggiore ed iniziative future all’insegna delscere meglio le collezioni e i percorsi dei Musei e tut- impegno verso la tutela la cultura, della valorizzazione e to ciò che riguarda la convenzione “Sistema Museale e la custodia delle opedella conservazione del Patrimonio Urbano”. Tale sistema oltre ad essere uno dei primi re, con la consapevolezza Culturale della città di Velletri e deldella provincia di Roma, abbraccia un arco tempo- di essere l’immagine la diocesi tutta. rale che copre il periodo paleontologico (Museo Civico stessa del museo, il coldi Geopaleontologia e Preistoria dei Colli Albani), l’ar- legamento fra il visitatocheologico (Museo Civico Archeologico Oreste re e la collezione, tra l’iAssociazione Culturale Nardini), e quello dal medioevo al contemporaneo stituzione diocesana e il “Il Trivio” (Museo Diocesano). Tale sistema prevede una Card pubblico. Sabato 12 Sito ufficiale del museo diocesano Velletri, Teatro Aurora; festival del Teatro Amatoriale Si è aperto domenica 27 settembre il Festival del Teatro Amatoriale presso il Teatro Aurora di Velletri. Dopo il sisma del 6 aprile, i gruppi partecipanti hanno deciso di devolvere l’eventuale e possibile attivo a favore del restauro del Teatro Stabile d’Abruzzo danneggiato dal terremoto. Gravoso è stato il lavoro di crescita dei gruppi interessati alla manifestazione essendo moltissime le richieste di partecipazione. I gruppi prescelti provengono dalle province di Roma, Viterbo e Latina. Nella scelta dei lavori si è cercato di fare teatro con la più svariata espressione come si evince dal programma. La manifestazione è stata iniziata con la presenza del gruppo teatrale “Dilettanti all’opera” che ha portato in scena “Non ti pago” di Eduardo De Filippo. Il pubblico che ha gremito la sala in ogni ordine di posto, ha lungamente applaudito gli attori che hanno bene interpretata il difficile umorismo di Eduardo. Gli spettacoli avranno luogo con cadenza domenicale ed inizio alle ore 17,30. Il botteghino sarà aperto alle ore 17,00 per la vendita dei biglietti, reperibili anche presso l’Agenzia “il Biglietto” mentre gli abbonati si possono prenotare al 349 7312125. Ottobre 2009 39 Valentina Fioramonti Inglorious Basterds (Bastardi senza gloria): un film di Quentin Tarantino, con Brad Pitt, Eli Roth, Michael Fassbender, Christoph Waltz, Diane Kruger. USA, Germania, 2009 - 160 minuti, vietato ai minori di anni 16. Uscirà nelle sale italiane il 2 ottobre Inglorious Basterds (“Bastardi senza gloria”), la produzione più importante e costosa della carriera del regista di Kill Bill, il film che lui ha stesso ha definito “la cosa più vicina a un capolavoro che abbia mai pensato di realizzare”. Un capolavoro rosso sangue, in pieno stile Tarantino, condito con la grande passione per il cinema di genere che, unita al piacere di raccontare storie, ha sempre caratterizzato il regista americano. Quentin Tarantino ha cercato di mettere in piedi questo suo progetto per sette anni, da quando a Venezia vide per la prima volta sullo schermo, nella rassegna Italian Kings of B’s, l’omonimo film di Enzo G. Castellari del 1978, uscito in Italia con il nome Quel maledetto treno blindato. Il regista italiano di “b-movies” venne in seguito contattato da Tarantino, insieme a Laura Toscano e Franco Marotta, che insieme a lui avevano scritto il copione dell’originale. Quella raccontata in Inglorious Basterds è la Storia, con la “s” maiuscola. Primo anno dell’occupazione tedesca in Francia. Il Colonnello delle SS Hans Landa (Christoph Waltz) decima l’ultima famiglia ebrea sopravvissuta in una località di campagna. La giovane Shosanna riesce però a fuggire e, una volta cresciuta, diventerà proprietaria di una sala cinematografica all’interno della quale escogiterà il suo personale tentativo di eliminare tutte le alte sfere del nazismo, Hitler compreso. Ma al piano messo in atto artigianalmente dalla ragazza se ne sommerà uno più complesso. Un gruppo di ebrei americani, guidati dal tenente Aldo Raine (Brad Pitt), vengono infatti costretti ad accettare una missione pericolosissima nella Germania nazi- sta come alternativa alla pena di morte inflittagli dalla corte marziale del loro Paese. La loro missione è far pagare ai nazisti le loro colpe e organizzare un attentato ad Hitler in persona; per portarlo a termine, non si fermano davanti a niente. Grazie alla complicità dell’attrice tedesca Bridget Von Hammersmark, cospiratrice antinazista (interpretata da Diane Kruger), i guerriglieri capitanati dal macho tenente riusciranno a spacciarsi per italiani e a portare a termine il loro piano. È proprio l’ironia giocata sul versante delle lingue differenti (elemento che sarà il fil rouge di tutto il film) a rendere questo film un gioiello di regia e di interpretazione. Il film riesce a rimanere credibile grazie alla straordinaria prestazione di tutto il cast, che riesce a star dietro al gioco linguistico ordito dal regista con grande maestria. La vera rivelazione del film è Christoph Waltz, attore austriaco semisconosciuto da noi, nel ruolo del terribile “cacciatore di ebrei” e principale bersaglio dei “basterds”. Stellare anche il cast tecnico, dalla costumista Anne Sheppard, premio Oscar per Il pianista, al grande direttore della fotografia Robert Richardson, Una produzione costosissima: l’intero film è stato girato in Germania, negli studi Babelsberg poco fuori Berlino, dove è stata ricostruita anche la Parigi bombardata che si vede nel film. Brad Pitt riesce laddove Tom Cruise aveva fallito: se in Operazione Valchiria l’attentato ad Hitler viene sventato, in Inglorious Basterds Tarantino riscrive la storia collocando l’attentato e la sconfitta del fuhrer nell’unico luogo per lui possibile: una sala cinematografica. Nelle efferatezze compiute dal gruppo di “ bastardi” c’è tutto il registro stilistico di Tarantino: strangolamenti, uccisioni, pratiche disumane e fiumi di sangue. Ma c’è anche tanto altro. Oltre ai riferimenti a Sergio Leone e al genere spaghetti western (di cui Tarantino si è sempre dichiarato appassionato), il regista rende omaggio al già citato Castellari – riuscendo comunque ad evitare il remake – e al To be or not to be di Ernst Lubitsch del 1942, diventato in italiano in Vogliamo vivere, e ripreso poi da Mel Brooks. Il personaggio di Bridget von Hammersmark interpretato da Diane Kruger è inoltre un chiaro riferimento alla star di Fräulein Doktor, film di guerra di Alberto Lattuada. Castellari, invitato da Tarantino a far parte del cast del film, in un’intervista ha raccontato che, per tenere su il morale della troupe nelle 17 settimane di lavorazione, Tarantino ha organizzato una sorta di cineclub dove era lui stesso a scegliere i film: quasi tutti “macaroni combat film”, cioè pellicole di guerra all’italiana, a cominciare dall’ Inglorious Bastards dello stesso Castellari. L’universo cinematografico di cui Tarantino si nutre – per passione prima ancora che per professione – viene costantemente metabolizzato e trasformato in qualcosa di estremamente personale. Sicuramente è questo suo amore per il cinema tout court, e non solamente per il proprio come fanno tanti altri registi, a rendere Tarantino uno dei registi contemporanei più amati, un vero “cult”. La manifestazione preparata con cura e perizia dall’infaticabile Guiglielmo Bongianni, come attività del Teatro Aurora della Diocesi Velletri-Segni, ha trovato il favore del vescovo diocesano mons. Vincenzo Apicella, il patrocinio del presidente della Regione Lazio Pietro Marrazzo, e del presidente della Provincia di Roma Nicola Zincaretti e del sindaco del Comune di Velletri Fausto Servadio. Presiede il Festival il dott. Bruno Cesaroni, lo dirigi la prof.ssa Sara Gilottta. Molti sono anche i sostenitori e gli sponsor a tutti si deve il ringraziamento per la sensibilità e la collaborazione. Agli organizzatori è giunto dal dr. Massimo Tamalio il ringraziamento della direzione del Teatro Stabile d’Abruzzo presieduta da Alessandro Gassman. Jan Vermeer, Cristo in casa di Marta e Maria, Olio su tela cm 160x141, 1654, National Galleries of Scotland, Edimburgo. Il dipinto è uno dei rari esempi di pittura sacra di Jan Vermeer, artista generalmente conosciuto per le sue scene d’interni. Il tema, tratto dal Vangelo di San Luca, al capitolo 10, 38-42, narra della visita di Cristo a Marta e Maria, sorelle dell’amico Lazzaro. Le due donne accolgono l’ospite nella loro modesta casa: Marta, raffigurata nella parte superiore della composizione, offre un cesto in vimini dentro il quale è del pane; Maria è colta mentre ascolta le parole di Cristo. Si tratta di un dipinto giovanile, nel quale Vermeer è ancora alla ricerca di uno stile proprio; risente dell’influenza della pittura di Ter Brugghen, a quel tempo ancora legato alla maniera caravaggesca, nella scelta dell’ambientazione e nel taglio compositivo, e di quella di J. van Loo per quanto riguarda la maniera di risolvere il morbido panneggio delle vesti dei protagonisti. L’argomento è soltanto citato; il significato religioso del brano evangelico è sovrastato dall’aspetto di colloquio familiare e amichevole. Gli unici segni che rivelano il soggetto sacro sono: l’aureola di luce intorno al capo di Cristo e la sua veste che ricalca la tradizione figurata del Soggetto, mentre la posizione dei personaggi, i loro gesti e le loro espressioni descrivono una situazione di cordiale e quotidiana familiarità. Vermeer riserva maggiore attenzione formale alle figure di Marta e di Maria che non a quella del Cristo, forse per una forma di soggezione nei confronti di una figura di difficile interpretazione per il suo valore concreto e trascendente ad un tempo e per il conio tradizionale ampiamente affermato. La figura del Cristo appare studiata meno attentamente delle due donne, com’è evidente dalla differenza qualitativa dei panneggi: mentre le cuffie delle due donne e le loro vesti sono curate nella forma plastica delle pieghe che lasciano intuire i volumi che ricoprono, la manica destra e il manto blu del Cristo sono “accartocciati” in modo generico e non costruttivo. Peraltro questo quadro contiene più di un carattere vermeriano: la cornice dei particolari, mai lasciati a se stessi ma inseriti in un fondo, che li accoglie in sé come in una congrua rilegatura, Marta incorniciata nella sua cuffia, Maria accolta nella forma del tappeto rosso del tavolo, il cesto del pane incastonato fra le braccia di Marta. Questa forma compositiva, di circoscrivere i particolari salienti, è una caratteristica estetica consueta e propria dei pittori di “nature silenti”, portati alla composizione delle forme, unicamente guidati dall’armonia, attenti alla composizione come rapporto fra l’oggetto e il suo contorno, tra una cosa e il campo in cui si colloca per mostrarsi nel migliore dei modi. Il pittore olandese ci introduce nell’atmosfera calda e familiare della casa di Lazzaro, in cui subito siamo coinvolti all’interno di un dialogo circolare che si svolge fra tre personaggi: Gesù, Marta e la sorella Maria. L’artista quasi non lascia spazio a nessun particolare della casa, non c’è dato neppure di vedere Lazzaro, poiché il suo fine è di concentrare la nostra attenzione sul dialogo che si svolge tra i personaggi rappresentati. Marta è rappresentata nell’atto di parlare. Le sue braccia vigorose e laboriose sono rese più evidenti dal candore della camicia. Un candore che rimanda alla tovaglia, stesa sulla tavola, così come il colore del corsetto rimanda al paniere che la stessa Marta tiene tra le mani. Il pittore, in tal maniera, ha voluto rilevare come questa energica donna sia un tutt’uno con il suo agire: «era tutta presa dai molti servizi», scrive san Luca; «Marta serviva», annota più sobriamente l’evangelista Giovanni. Marta esprime un’ospitalità premurosa e brillante, spende la sua vita, si dona senza sosta e senza calcolo; come non vedere dietro quest’immagine tante donne che nel corso della storia si sono spese al servizio del prossimo, nel nascondimento e nell’umiltà? Tuttavia qui Marta rivela anche una certa debolezza: «Signore non ti curi che mia sorella mi ha lasciata sola a servire?». Queste parole rivelano un indubbio fastidio per il comportamento della sorella; Marta lo confronta con il proprio, lo misura col metro angusto delle sue vedute. Quante volte anche noi siamo infastiditi dal comportamento degli altri semplicemente perché non corrisponde a quello che vorremmo che fosse: una sorta di “tutti devono pensare e agire come io penso e agisco!”. Maria ci provoca con la sua posizione, soprattutto con il braccio e la gamba che fanno da schermo all’osservatore, catturando lo sguardo e obbligandolo a dirigersi verso l’oggetto della sua attenzione: Gesù. Le operose mani di Marta lasciano spazio a quelle di Maria: abbandonate e quiete. Anche la stessa cromia indica questa pace e tranquillità, speculare all’attivismo di Marta: il manto blu del Maestro, la gonna verdeblu di Maria; l’abito bruno del Maestro, la camicia rosso- porpora di Maria. Il continuo richiamarsi delle tonalità degli abiti dice il progressivo identificarsi di Maria con il suo Signore: «Maria, seduta ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola». Maria è totalmente orientata verso Gesù, vive della sua parola, nulla chiede, ma, in tutto e per tutto, si rimette e si affida a Lui. Singolare è la sua postura, che richiama quella di un bambino attento, interessato al racconto di una persona adulta. Quest’accoglienza disarmata e disarmante è una sfida e mette a nudo la radice di ogni missione, di ogni evangelizzazione: fare di Gesù, della sua persona e della sua parola il centro della propria esistenza. Solo così ogni azione porterà frutto e sarà incisiva. La scena è vista dal basso, come se l’artista volesse suggerirci che la prospettiva giusta dalla quale contemplare il mistero è quella di Maria. Le due sorelle, dai tratti così diversi, hanno in comune lo sguardo fisso su Gesù. Tutto questo ci fa chiedere: come si può essere missionari davanti all’Eucaristia? In Marta riconosciamo coloro che davanti all’Eucaristia s’interrogano, scendono nel profondo, si mettono in discussione e si rendono disponibili ad agire. Quanti si rispecchiano in lei vivono una preghiera d’intenso ascolto, orientata però per natura a una carità fattiva, concreta, pronta a captare il soffio dello Spirito e a muoversi. Lo stile missionario di Marta è il servizio. Maria è, invece, la “contemplativa”. Il suo atteggiamento davanti a Gesù è quello dell’abbandono. È l’anima innamorata di Gesù, totalmente dedita a Lui. La sua preghiera è silenziosa, si nutre di gesti semplici e simbolici. Maria si muove all’unisono con la parola di Gesù. Maria diviene missionaria per la potenza dei suoi gesti. Potremmo affermare che Maria è missionaria anzitutto presso Dio, attraverso la totale offerta di se stessa a Dio, nell’apparente improduttività. È la missione di tutti quelli che “perdono” il loro tempo davanti all’Eucaristia, nella preghiera e nella contemplazione. La forza di ogni azione buona ha la sorgente in Gesù e nelle sue parole. La preghiera costante e fiduciosa è questo stare «ai piedi di Gesù», vivere per Lui e in Lui. Due accoglienze ispirate da diverse motivazioni. Marta, da sua parte, vede in Gesù il suo Signore e per questo vuole servirlo. Maria vuole essere servita da Gesù, per il nutrimento della sua anima. Marta e Maria hanno la stessa fede in Gesù e vi riconoscono non solo l’amico fidato ma il loro vero Signore. Entrambe riconoscono, in un certo modo questa divinità di Gesù che si mostra nella sua umiltà e nell’accoglienza fraterna: arrivano nel cuore della fede cristiana, la fede rivelata ai piccoli e ai semplici. Una fede, però vissuta in due modi diversi che non possono essere letti in contrapposizione ma in modo complementare. Marta che preferisce curare la parte umana nel suo Signore e Maria che invece è volta più alla contemplazione fruttuosa. Anche la tensione che il brano evangelico rivela tra le due sorelle può essere spunto d’interesse per noi. La fede è vissuta nella nostra quotidianità e in lei dovremmo poter riporre i nostri problemi. La risposta di Gesù è poi particolarmente indicativa. Egli non interviene nel merito della questione e non fa arbitro tra le due sorelle. Gesù è interessato ai cuori e vuol sanare quelli che vede in affanno.