J. J. Rousseau
La vita di J. J. Rousseau
L’autobiografia in Rousseau
Le confessioni di J. J. Rousseau
Le fantasticherie del passeggiatore solitario
La vita di J. J. Rousseau
Jean-Jacques Rousseau nacque a Ginevra il 28 giugno 1712 da un modesto artigiano di origine
francese, calvinista; la madre morì nel darlo alla luce.
La precoce scomparsa della madre segnerà in modo drammatico la vita di Rousseau. II padre non si
preoccupa di dargli un'educazione formale e regolare, incoraggiando invece letture disordinate,
romanzesche e fantasiose. Nel 1722 il padre viene costretto a lasciare Ginevra per evitare l'arresto
perché coinvolto in una rissa e Rousseau viene affidato a uno zio: era l'inizio di una adolescenza e di
una giovinezza difficili ed errabonde, dallo stesso Rousseau descritte con grande raffinatezza
introspettiva nei primi capitoli delle Confessioni. L'educazione presso il pastore Lambercier, a
Bossey, con lo studio del latino, di Plutarco, degli stoici (vedi pag. 5-7); il ritorno a Ginevra nel 1724
e gli impieghi presso un notaio e un incisore. Lavora, dedicando il tempo libero alla lettura e alle
proprie solitarie fantasticherie, un'abitudine che lo accompagnerà negli anni.
Una sera in cui si spinge, passeggiando, oltre le mura cittadine senza accorgersi del trascorrere del
tempo, rimane chiuso fuori; è la spinta ad andarsene, a inaugurare, a sedici anni, una vita di
vagabondaggio (vedi pag. 7-9).
Dopo varie vicissitudini, trova protezione a Chambery presso Madame de Warens, (vedi pag. 10-11)
una dama dedita alla difesa del cattolicesimo a cui lo lega dapprima un affetto filiale e poi una
relazione amorosa. Madame de Warens lo invia a educarsi nell'opprimente Ospizio dello Spirito
Santo di Torino (dove anche Jean-Jacques abbraccia la religione cattolica). Lacchè di un
aristocratico, studente di seminario, maestro di musica, Rousseau trascorre diversi anni ramingo per
l'Europa (Lione, Friburgo, Losanna, Neuchatel, Berna) senza riuscire a trovare una collocazione
stabile. Raggiunta infine a Chambery Madame de Warens, "Maman", ne diviene l'amante, pur
dovendo dividerne i favori con l'intendente di lei. A Chambery Rousseau trascorre alcuni anni tranquilli, rassicurato affettivamente, a contatto con la natura, immerso nelle letture e negli studi (vedi
pag. 13-17) .. Ma la comparsa di un nuovo favorito della sua amante-protettrice (vedi pag. 17-18) lo
costringe a nuove peregrinazioni: prima a Lione, come precettore e impiegato di catasto, poi a Parigi,
dove il giovane provinciale fa il suo primo incontro con i philosophes e con la brillante vita culturale
e mondana della capitale. Dopo un soggiorno a Venezia come segretario dell'ambasciatore francese,
nel 1745 Rousseau ritorna a Parigi, dove incomincia a farsi conoscere per i suoi studi di teoria
musicale e per alcune opere teatrali, sia pure di scarso successo: gli vengono così affidate le voci
musicali dell'Encyclopédie. Nel frattempo si unisce a una giovane cucitrice, Marie-Thérèse Le
Vasseur, che sarà sua compagna per il resto della vita e dalla quale avrà cinque figli, tutti abbandonati alla pubblica carità (vedi pag. 20).
Il grande esordio letterario e filosofico di Rousseau è il Discorso sulle scienze e le arti, scritto per il
concorso bandito nel 1749 dall'Accademia di Digione sul tema: "La rinascita delle scienze e delle
arti ha contribuito a corrompere o a purificare i costumi?". La conquista del primo premio, ma ancor
più le clamorose tesi sostenute da Rousseau, che provocarono un esteso e vivacissimo dibattito,
diedero all'autore un'immediata celebrità. Infastidito, Rousseau, con uno dei suoi gesti tipici, rifiutò
il ruolo di letterato "alla moda" (compresa la pensione regia) e si appartò, riducendosi a copiare
musica per sopravvivere (vedi pag. 21-30).
La seconda grande opera del ginevrino, il Discorso sull'origine della disuguaglianza fra gli uomini,
del 1754, ancora per l'Accademia di Digione, non ottenne altrettanto successo: ma ormai Rousseau
era diventato un "caso" nel mondo culturale e filosofico francese.
Nel maggio 1754 Rousseau fece ritorno a Ginevra, ottenendo solennemente il titolo di cittadino dalla
repubblica alla quale aveva dedicato il secondo Discorso, e si convertì nuovamente al calvinismo.
Gli anni successivi furono quelli di maggiore fecondità del suo pensiero: prima nel castello
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dell'Ermitage, presso Parigi (vedi pag.30), ospite di Madame d'Epinay, poi a Mont-Louis, sotto la
protezione del duca di Montmorency, Rousseau scrisse Giulia o la Nuova Eloisa, nel 1761, e Il
Contratto sociale ed Emilio nel 1762. Ma nello stesso tempo maturava la rottura con gli
enciclopedisti, causata da una profonda divergenza nel modo di concepire la filosofia e il ruolo
dell'intellettuale, nonché da incomprensioni personali, molte delle quali originate dal carattere rigido
e instabile di Rousseau, dalla sua volontà di sottolineare in ogni modo la propria diversità ed
eccezionalità. Di tali aspetti del suo carattere sono testimoni le Confessioni.
Alla rottura con gli enciclopedisti si sommano in questi anni le aspre reazioni suscitate dal Contratto
sociale e dall'Emilio, opere peraltro di enorme successo: condannato dall'arcivescovo di Parigi,
Christophe de Beaumont, e dal parlamento di quella città per la visione naturalistica della religione
esposta nella celebre Professione di fede del vicario savoiardo (contenuta nell'Emilio), Rousseau fu
costretto a lasciare nuovamente la Francia per la Svizzera, recandosi a Môtiers, dove rimase sino al
1765. Ma anche i pastori dell'idealizzata repubblica ginevrina lo delusero, condannando le sue opere,
tanto che egli rinunciò alla cittadinanza. Coinvolto nei conflitti che opponevano l'oligarchia
ginevrina, i borghesi e i "nativi", privi di diritti civili, Rousseau condusse nelle Lettere scritte dalla
montagna una lucida analisi delle contraddizioni del sistema politico della repubblica e un violento
attacco contro l'intolleranza della locale chiesa calvinista. La condanna dell'opera da parte dei
magistrati ginevrini e un feroce libello di Voltaire, dove tra l'altro si rivelava l'abbandono dei figli da
parte di Rousseau, resero per quest'ultimo la situazione insostenibile, costringendolo a rifugiarsi sul
lago di Bienne (vedi pag. 32-36), in territorio bernese, e quindi in Inghilterra, su invito di Hume
(1766).
Ma anche il rapporto con il filosofo inglese si deteriorò rapidamente: l'equilibrio psichico di
Rousseau si fa sempre più instabile, egli vede ovunque complotti, derisione, persecuzioni ai suoi
danni.
Rousseau torna quindi in Francia e dopo diversi viaggi nelle regioni francesi meridionali è di nuovo
a Parigi.
Appartengono a questa fase, tuttavia, altre opere importanti: gli scritti politici Progetto di
costituzione per la Corsica (1768) e Considerazioni sul governo della Polonia (1772), in cui
Rousseau dà applicazione concreta ad alcune delle tesi esposte nel Contratto sociale, ma soprattutto i
grandi scritti autobiografici: le straordinarie Confessioni - un'opera che eserciterà una notevole
influenza sull'evoluzione dell'analisi introspettiva che si va affermando nel romanzo all'interno della
letteratura europea - i dialoghi Rousseau giudice di Jean- Jacques (1772-76), e le Fantasticherie di
un passeggiatore solitario (1776-78).
Durante questo periodo parigino si aggrava la mania di persecuzione che da tempo lo tormenta.
Ritiratosi nella tenuta di Ermenonville, ospite del marchese de Girardin, muore nel 1778. Nel 1794,
sotto il governo della repubblica giacobina, le ceneri di Rousseau sono portate nel Pantheon di
Parigi.
L’autobiografia in Rousseau
L'ultimo quindicennio della vita di Rousseau, profondamente segnato dalla
sofferenza e da fasi di perdita della lucidità in forma di vero e proprio delirio
persecutorio, è però anche l'epoca della grande riflessione autobiografica. Questa è
condotta in primo luogo nelle Confessioni, che narrano dettagliatamente la vita del
ginevrino dalla nascita alla fine del 1765, alla vigilia cioè dell'infelice esperienza in
Inghilterra presso David Hume, e poi nei dialoghi Rousseau giudice di Jean-Jacques e nelle Fantasticherie di un passeggiatore solitario.
Rousseau ripercorre nella forma di una intensa e spesso sofferta meditazione molte
delle tematiche che avevano attraversato la sua riflessione filosofica. Senza la
pretesa di dare conto della complessità dell'opera autobiografica del ginevrino, vale
la pena di indicare qualche filo conduttore di queste pagine, che hanno, tra l'altro,
grande dignità letteraria.
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II valore conoscitivo della meditazione interiore
Conviene partire dalla frase celebre che apre il primo libro delle Confessioni: «Mi
impegno in una impresa senza esempio, e la cui esecuzione non avrà imitatori.
Voglio mostrare ai miei simili un uomo nella nuda verità della sua natura; e
quest'uomo sarò io». L'autobiografia è così innanzitutto ricerca di quella
trasparenza che, in un mondo dominato dal dissidio fra essere e apparire, si pone
non come un dato, ma come un compito esemplare da realizzare. Rousseau afferma
il valore di conoscenza che è contenuto nel rientrare in se stessi, nel ritrovare
nell'immediatezza del rapporto con il proprio animo la verità della propria natura.
Anche se non segue i percorsi della razionalità discorsiva, anche se, addirittura,
avviene più profondamente nell'abbandonarsi alla "fantasticheria", il ritorno in se
stessi non è un atto irrazionale, un'effusione sentimentale: per Rousseau scrive Jean
Starobinski — «rientrare in se stesso vuol dire avvicinarsi a colpo sicuro a una
maggiore chiarezza razionale e a una evidenza immediatamente sensibile, in
opposizione al nonsenso che regna nella società». L'agostiniano in te ipsum redi
trova in Rousseau un nuovo significato: se le Confessioni di Agostino erano uno
svelamento della luce divina all'interno dell'anima, quelle di Rousseau sono un atto
di ricerca dell'autenticità dell'io, della sua natura, condotto in un contesto di vita
dominato dall'inautenticità e dall'opacità delle relazioni fra gli individui e di ogni
individuo con se stesso, specificamente al livello culturale cui si è pervenuti nella
società contemporanea.
È questo un punto che merita di essere sottolineato: nell'autobiografia Rousseau
non mostra solo un percorso di conoscenza di sé, ma mostra se stesso al fine di
essere conosciuto dagli altri. Per richiamarci ancora ad Agostino, potremmo dire
che mentre le confessioni del vescovo di Ippona avevano luogo sotto lo sguardo di
Dio, quelle di Rousseau sono sotto lo sguardo degli altri: uno sguardo che si
costituisce immediatamente non appena dalla dimensione dell'individuo singolo,
irrelato, si passa a quella dell'individuo sociale, che confronta, paragona, giudica.
Rousseau ha la certezza di non essere compreso, di venire misconosciuto e quindi
fatto oggetto di un'ingiustizia, poiché — come egli dice di se stesso — «giustizia e
verità sono, nel suo spirito, sinonimi di cui usa indifferentemente» una certezza
che lo accompagna sempre, raggiungendo a volte dimensioni ossessive,
patologiche.
Per dissolvere questo errore Rousseau vuole che tutti leggano nel suo cuore, perché
il giudizio degli altri sia infine equilibrato e giusto.
La meditazione autobiografica di Rousseau trascorre così continuamente fra la
particolarità di una vicenda individuale e l'universalità di un'esperienza esemplare.
Che titoli ha Jean-Jacques per imporre al lettore la propria storia? Non è uomo di
rango, non è re né vescovo. Ebbene, questi titoli gli vengono dalla consapevolezza
della eccezionalità della propria figura: «Non sono fatto come nessuno di quelli che
ho incontrati; oso credere di non essere come nessuno di quanti esistono. Se non
valgo di più sono almeno diverso. Se la natura abbia fatto bene o male rompendo lo
stampo nel quale mi ha colato, non si potrà giudicare che dopo avermi letto»
(Confessioni, I). E un'eccezionalità che viene dall'interno, dalle idee e dal pensiero,
e che cancella il dato della condizione sociale: «Non mi si faccia l'obiezione che,
essendo solo un uomo del popolo, non posso dir nulla che meriti l'attenzione dei
lettori. Per quanto oscuramente abbia potuto vivere, se ho pensato più e meglio dei
re, allora la storia del mio animo è più interessante della loro». Rousseau sembra
così indicare l'assoluto valore e la piena dignità di quella indagine dell'uomo, di
qualunque uomo, su se stesso che sarà uno dei grandi temi della cultura e della
letteratura successive.
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La "marginalità" sociale e la solitudine intellettuale di Rousseau
L'importanza della collocazione sociale dell'uomo Rousseau non va sottovalutata:
«uomo del popolo», Jean-Jacques ha percorso una "carriera" assolutamente
originale rispetto a quelle degli intellettuali del suo tempo. Lo studioso Baczko ha
utilizzato per descriverla il concetto di "marginalità sociale", una marginalità che
Rousseau vive e presenta a un tempo «come voluta e come imposta, come scelta e
come subita». E imposta nel giovane vagabondo, escluso dalla città natale, che fa
esperienza di vera e propria povertà; è imposta, ancora, nell'intellettuale debuttante
che dalla periferia si affaccia al gran mondo parigino dei letterati. Poi, il successo,
le amicizie con i philosophes, la vita smagliante dei salotti, in cui peraltro JeanJacques si mostra incerto, imbarazzato, privo di esprit. Anche nel momento del
successo, Rousseau mantiene tratti e comportamenti del "marginale": il legame con
una donna semianalfabeta, l'abbandono dei figli. Dopo il 1756, la rottura, la
"marginalità voluta": la scelta di copiare musica per campare, il divorzio violento
dall'ambiente della philosophie, la solitudine, i nuovi vagabondaggi, la ricerca
fallita di nuove radici a Ginevra. Rousseau colloca se stesso ai margini di quel
mondo in cui era infine riuscito ad affermarsi.
C'è un' ambiguità profonda nella marginalità di Rousseau: come scrive Baczko,
«essere senza radici, straniero nel mondo, è per Jean-Jacques nello stesso tempo un
destino crudele e il più grande privilegio che egli rivendica». E la solitudine, infatti,
intesa come non integrazione sociale che apre a colui che non ha "stato", che non è
"nulla", lo spazio per mostrare a tutti com'è l'uomo "naturale", l'uomo nella sua
vera essenza. Ed è la solitudine, intesa come dimensione esistenziale, che consente
di appartenere esclusivamente a se stessi e alla natura.
La tensione fra solitudine e socialità, l'essere per se stessi e l'essere per il mondo,
attraversa in profondità tutta l'opera di Rousseau.
Quando Diderot, in uno scritto del 1756, afferma perentoriamente «Soltanto il
malvagio è solo», Rousseau si sente direttamente chiamato in causa dall'amico; la
sua autobiografia si può leggere anche come un lungo, ripetuto tentativo di
difendersi da questo giudizio. Scrivendo a Malesherbes, Rousseau giustifica così la
propria scelta di isolamento all'Ermitage: «Amo troppo gli uomini per avere
bisogno di scegliere fra di loro, li amo tutti, ed è proprio perché li amo che odio
l'ingiustizia, è perché li amo che li fuggo». Impossibile amare gli uomini
rimanendo prigionieri del mondo delle convenzioni e dell'apparenza. Ma vi è anche
un altro aspetto: solo nella solitudine è possibile la vera felicità, che è espansione
della propria esistenza, incontro con la natura.
Non a caso l'immagine dell'isola ricorre con tanta frequenza nella scrittura di
Rousseau; e non a caso è su un'isola, quella di Saint-Pierre nel lago di Bienne, che
Rousseau trascorre uno dei momenti più intensamente felici della propria esistenza,
fantasticando e contemplando per giorni in una condizione di piena
immedesimazione con l'ordine naturale (esperienza descritta nella quinta
passeggiata): «Di che cosa si gioisce in uno stato simile? Di niente di esteriore, di
niente se non di se stessi e della propria esistenza; finché dura questa condizione,
siamo sufficienti a noi stessi, come Dio».
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LE CONFESSIONI DI J. J. ROUSSEAU
Libro Primo
Libro Secondo
Libro Terzo
Libro Quinto
Libro Sesto
Libro Settimo
Libro Ottavo
Libro Nono
Libro Primo
Mi accingo ad un'opera senza esempi e senza imitatori. Voglio mostrare ai miei
simili un uomo in tutta la verità della natura, e quest'uomo sarò io, io solo. Sento il
mio cuore e conosco gli uomini. Non sono come alcun altro da me conosciuto, e
oso credere di non essere fatto come alcun altro che esista. Se non valgo di più
sono, almeno, diverso. Se la natura ha operato bene o male nello spezzare la forma
nella quale mi ha plasmato, ciò non si può giudicare che dopo avermi ascoltato.
Suonino quando vogliono le trombe dell'estremo giudizio, io andrò e, con questo
libro in mano, mi presenterò al giudice supremo. Dirò sicuro: « Ecco ciò che ho
fatto, ciò che ho pensato, ciò che sono stato. Ho detto il bene ed il male con la
stessa franchezza. Non ho taciuto niente di cattivo, non ho aggiunto niente di
buono: e se talvolta ho aggiunto qualche indifferente ornamento non è stato che per
colmare un vuoto dovuto alla debolezza della mia memoria. Ho potuto pensare
come vero ciò che sapevo avrebbe potuto esserlo, non ciò che sapevo essere falso.
Mi sono mostrato quale sono stato, spregevole e vile, buono, generoso e sublime.
Ho svelato il mio intimo così come Tu stesso l'hai visto, Essere eterno. Raccogli
attorno a me l'innumerevole folla dei miei simili: che ascoltino le mie confessioni,
che arrossiscano per le mie indegnità, che gemano per le mie miserie; che ciascuno
d'essi, a sua volta, apra il suo cuore con la stessa sincerità ai piedi del tuo trono e
poi uno solo Ti dica, se osa: «io fui migliore di quell'uomo». . . .
Così, risalendo alle prime tracce della mia sensibilità, trovo degli elementi che, pur
sembrando qualche volta incompatibili, si sono uniti e fusi in un effetto unico e
semplice; e ne trovo degli altri che uguali, in apparenza, hanno formato delle
combinazioni così diverse, per il concorso di determinate circostanze, che non si
penserebbe mai potessero avere tra loro alcun rapporto.
Chi crederebbe per esempio che una delle migliori energie della mia anima scaturì
dalla stessa fonte dalla quale attinsi la lussuria e la mollezza?
Senza abbandonare l'argomento del quale ho parlato, ne trarrete ora una
impressione molto diversa.
Un giorno studiavo da solo la mia lezione nella stanza vicina alla cucina. La
cameriera aveva messi ad asciugare sulla mensola i pettini della sua padrona.
Quando ritornò a prenderli trovò tutto un lato rotto. Chi incolpare di questo danno?
Io solo ero entrato nella stanza. Venni interrogato e negai di aver toccato il pettine.
Il signore e la signorina Lambercier insieme mi esortarono, mi minacciarono, mi
pressarono, io insistei con ostinazione: ma la loro convinzione era troppo forte e
non credettero a tutte le mie proteste, sebbene fosse la prima volta che mi
trovavano così audace nella menzogna.
La cosa fu presa sul serio; lo meritava. La bricconeria, la menzogna, l'ostinazione
parvero ugualmente degne di punizione: ma la punizione non ci fu data dalla
signorina Lambercier. Scrissero a mio zio Bernard, ed egli venne. Il mio povero
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cugino doveva scontare un'altra colpa non meno grave: fummo inclusi nella stessa
esecuzione che fu terribile. Se, cercando il rimedio nel male stesso, avessero voluto
far tacere per sempre i miei sensi depravati, non avrebbero potuto far meglio. Essi
mi lasciarono in pace per lungo tempo.
Non poterono strapparmi la confessione che volevano. Punito di nuovo e di nuovo
ridotto nello stato più spaventoso, fui irremovibile. Avrei sopportata la morte, ero
deciso. E la forza dovette cedere al diabolico incaponimento di un fanciullo; non
diversamente fu chiamata la mia costanza. Uscii infine da questa prova crudele a
brandelli, ma vittorioso.
Adesso sono passati quasi cinquanta anni da questa avventura e non ho paura di
essere punito da capo per la stessa causa. Ebbene! Posso dire al cospetto del cielo
che ero innocente, che non avevo, né toccato, né rotto il pettine, che non mi ero
avvicinato alla mensola e che non ci avevo neanche pensato. Non mi si domandi
come è successo quel malanno; non lo so e non riesco a capirlo: ciò che so con
certezza è che ero innocente.
Pensate, un carattere timido e docile nella vita ordinaria, ma ardente, fiero,
indomabile nelle passioni, un ragazzo governato sempre dalla voce della ragione,
trattato sempre con dolcezza, equità, benevolenza; che non aveva neanche l'idea
della ingiustizia, e che, per la prima volta, ne prova una così terribile, proprio da
coloro che ama e rispetta di più. Che capovolgimento di pensieri, che tumulto di
sentimenti! Che sconvolgimento nel suo cuore, nella sua testa, in tutto il suo
piccolo essere morale! Immaginate, se potete, tutto ciò: è impossibile; io, per conto
mio, non mi sento capace di distinguere, di seguire la pur minima traccia di ciò che
allora si agitava in me.
La mia ragione non era ancora in grado di capire come le apparenze mi
condannavano e di mettermi al posto degli altri. Quello che sentivo era solo tutta la
durezza di una punizione terribile per una colpa che non avevo commessa. Il dolore
fisico, sebbene acuto, lo sentivo poco; non sentivo che la indignazione, l'ira, la
disperazione. Mio cugino, che era in condizioni quasi simili, punito di una colpa
involontaria, come per un atto premeditato, andava in furia, sul mio esempio, e si
montava, per dir così, al mio unisono. E tutti e due nello stesso letto ci
abbracciavamo con uno slancio convulso, soffocavamo; e quando i nostri giovani
cuori, un poco alleviati, potevano sfogare la loro ira, ci mettevamo a sedere e
gridavamo insieme cento volte, con tutte le nostre forze: « Carnefice, carnefice,
carnefice ». Scrivendo, sento che il mio polso si agita ancora; questi momenti mi
saranno sempre presenti, dovessi vivere anche centomila anni. Questa prima
impressione della violenza e dell'ingiustizia è rimasta così profondamente incisa
nella mia anima che tutte le idee che vi si riferiscono me la fanno rivivere. Ed essa,
relativa a me alla sua origine, ha acquistato una tale forza per se stessa, si è
talmente liberata da ogni interesse personale che il mio cuore si accende alla vista,
o al racconto, di qualsiasi azione ingiusta, qualunque ne sia l'oggetto e in
qualunque luogo venga commessa, come se i suoi effetti ricadessero su me.
Quando leggo delle crudeltà di un tiranno feroce, delle sottili malvagità della
furbizia di un prete, partirei volentieri per prendere a pugni questi miserabili;
dovessi per ciò morire cento volte. Spesso mi sono lanciato a inseguire, o con la
corsa, o a colpi di pietre, un gallo, una vacca, un cane, un animale che vedevo
tormentarne un altro solamente perché si sentiva il più forte. Questo sentimento
forse mi è naturale, e credo che lo sia, ma l'impressione della prima ingiustizia che
soffersi vi rimase troppo a lungo e troppo fortemente legata per non averlo molto
rafforzato.
Finì allora la serenità della mia vita di fanciullo. Da quel momento cessai di gioire
di una felicità piena, e anche oggi sento che là si arresta il ricordo degli incanti
della mia fanciullezza. Restammo a Bossey ancora per qualche mese. Ci restammo
come ci viene raffigurato il primo uomo che è ancora nel paradiso terrestre, ma ha
cessato di gioirne. In apparenza la situazione era immutata, ma in realtà era tutta
un'altra maniera di essere. L'attaccamento, l'intimità, il rispetto, la confidenza, non
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legavano più gli alunni alle loro guide; non li guardavamo più come dei, capaci di
leggere nei nostri cuori; eravamo meno vergognosi di agire male, e più timorosi di
essere accusati, cominciavamo a nasconderci, a ribellarci, a mentire. Tutti i difetti
della nostra età guastavano la nostra innocenza e rendevano brutti i nostri giuochi.
Anche la campagna perdette ai nostri occhi quel fascino di dolcezza e di semplicità
che arriva al cuore: ci sembrava deserta e cupa, si era come coperta di un velo che
ce ne nascondesse le bellezze. Smettemmo di coltivare i nostri piccoli giardini, i
nostri fiori, le nostre erbe. Non andammo più a smuovere leggermente la terra e a
gridare di gioia scoprendo il germe del grano che avevamo seminato.
Ci disgustammo di questa vita; gli altri si disgustarono di noi; mio zio ci ritirò e ci
separammo dal signore e dalla signorina Lambercier stanchi gli uni degli altri e
poco dispiaciuti di lasciarci.
Sono passati quasi trent'anni da quando ho lasciato Bossey e mai ne ho ricordato
piacevolmente il soggiorno per alcuni ricordi che vi si connettono; ma, ora che ho
superata l'età adulta e declino verso la vecchiaia, sento che questi ricordi rinascono
mentre gli altri si cancellano; essi si incidono nella mia memoria con dei tratti il cui
fascino e la cui nitidezza aumentano di giorno in giorno; come se volessi riafferrare
dal suo inizio la vita che sfugge. Anche i più piccoli particolari di allora mi
piacciono per la sola ragione che sono di allora. E ricordo tutti i particolari dei
luoghi, delle persone, delle ore. . . .
Così, determinata la mia vocazione, fui mandato come apprendista non da un
orologiaio, ma da un incisore. Il mio maestro, signor Ducomun, era un giovane
villano e violento che in pochissimo tempo riuscì a spegnere tutto il brio della mia
infanzia, ad abbrutire il mio carattere affettuoso e vivace, e a ridurmi, nello spirito,
come lo ero stato dalla fortuna, alla mia vera condizione di apprendista. Il mio
latino, le mie antichità, la mia storia, tutto fu, per lungo tempo, dimenticato; non
ricordavo neanche che al mondo vi erano stati dei Romani. Mio padre, quando
andavo a trovarlo, non ritrovava più in me il suo idolo: per le signore non ero più il
galante Gian Giacomo; ed io stesso sentivo che il signore e la signorina Lambercier
in me non avrebbero più riconosciuto il loro allievo, che avrei avuto vergogna di
ripresentarmi a loro, e da allora non li ho più visti.. . .
Il lavoro non mi dispiaceva in se stesso; amavo molto il disegno: il giuoco del
bulino mi divertiva abbastanza; poiché nell'orologeria l'abilità dell'incisore è molto
limitata, speravo di raggiungervi la perfezione. Ci sarei forse arrivato, se la
brutalità del mio maestro e la eccessiva soggezione non mi avessero allontanato dal
lavoro. Gli rubavo il mio tempo per impiegarlo in occupazioni dello stesso genere,
ma che avevano per me il fascino della libertà. Incidevo delle specie di medaglie
che dovevano servire a me e ai miei compagni come ordine cavalleresco. Il mio
maestro mi sorprese in questo lavoro di contrabbando e mi bastonò di santa
ragione, dicendo che mi esercitavo a coniare monete false, giacché le nostre
medaglie portavano le armi della repubblica. Posso giurare che non avevo nessuna
idea della moneta falsa e molto poca della vera. Sapevo molto meglio come si
facevano gli assi romani, che i nostri pezzi da tre soldi.
La tirannia del mio maestro finì col rendermi insopportabile il lavoro che avrei
amato e col darmi dei vizi che avrei odiato, come la menzogna, la fannullaggine, il
furto. Niente, meglio del ricordo dei cambiamenti che produsse in me quest'epoca,
mi ha insegnato che differenza esiste tra la sottomissione filiale e la schiavitù
servile. Timido e vergognoso per natura, mai per alcun difetto ebbi maggiore
repulsione che per la sfrontatezza; ma avevo goduto di una libertà onesta che
solamente si era ritratta fin là per gradi e che infine scomparve del tutto.
Ero franco con mio padre, libero con il signor Lambercier, prudente con mio zio;
divenni timoroso col mio maestro, da allora fui un ragazzo perduto. Abituato ad
una uguaglianza perfetta con i miei superiori nella maniera di vivere, a non
conoscere un piacere che non fosse alla mia portata, a non vedere un cibo del quale
non avessi la mia parte, a non avere un desiderio che non manifestassi, a mettere,
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infine, tutti i movimenti del mio cuore sulle mie labbra; si giudichi quello che potei
diventare, in una casa dove non osavo aprire bocca, dove dovevo alzarmi da tavola
a metà del pranzo e uscire dalla stanza non appena non avevo più niente da farvi,
dove, continuamente inchiodato al mio lavoro, non vedevo che oggetti di gioia per
gli altri e privazioni solo per me, dove la vista della libertà del maestro e dei
compagni aumentava il peso del mio assoggettamento, dove nelle discussioni su
cose che sapevo meglio di tutti non osavo aprire bocca, dove infine tutto quello che
vedevo diventava per me oggetto di desiderio ardente, solo perché ero privo di
tutto. Addio disinvoltura, gaiezza, parole spiritose che prima spesso nei miei falli
mi avevano fatto sfuggire al castigo. . . .
Raggiunsi così i sedici anni, inquieto, scontento di tutto e di me, senza interesse per
il mio stato, senza i piaceri della mia età, divorato da desideri di cui ignoravo
l'oggetto, piangendo senza ragione di pianto, sospirando senza sapere perché; infine
carezzando teneramente le mie chimere, per non vedere attorno a me niente che
valesse quanto loro. Le domeniche, dopo la predica, i miei compagni venivano a
cercarmi perché andassi a divertirmi con loro. Sarei loro sfuggito volentieri, se
avessi potuto: ma una volta impegnato nei loro giuochi ero più ardente e andavo
più lontano di un altro; difficile a scuotere e a fermare. Questa in tutti i tempi fu la
mia caratteristica costante. Nelle nostre passeggiate fuori della città andavo sempre
avanti senza pensare al ritorno, a meno che degli altri non vi pensassero per me. Vi
caddi due volte; le porte furono chiuse prima che potessi arrivarvi. Il giorno dopo
fui trattato come si immagina; e la seconda volta mi fu promessa una tale
accoglienza per la terza che decisi di non espormivi. Ma questa terza volta così
temuta arrivò lo stesso. La mia precauzione fu resa vana da un maledetto capitano
che si chiamava signor Minutoli e che chiudeva la sua porta una mezz'ora prima
delle altre.
Tornavo con due compagni. A mezza lega dalla città, sentii suonare la ritirata,
raddoppiai il passo; sentii battere il tamburo, corsi a gambe levate; arrivai sfiatato,
grondante di sudore; il cuore mi batteva, da lontano vidi i soldati al loro posto;
accorsi, gridai con voce spezzata; era troppo tardi. A venti passi dal posto avanzato,
vidi levare il primo ponte: fremetti vedendo nell'aria questi corni terribili, sinistro e
fatale auspicio del destino inevitabile che in quel momento cominciava per me.
Nel primo impeto del mio dolore mi gettai sullo spalto e morsi la terra. I miei
compagni ridevano della loro sventura e presero subito la loro decisione. Io presi
pure la mia, ma fu diversa. Su quel luogo stesso giurai di non ritornare mai dal mio
maestro; e il giorno dopo, quando all'ora dell'apertura essi rientrarono in città, dissi
loro addio per sempre pregandoli solo d'avvertire segretamente mio cugino Bernard
della risoluzione da me presa e del luogo dove avrebbe potuto vedermi ancora una
volta.
Da quando avevo cominciato a fare l'apprendista, poiché ero più lontano da lui, lo
avevo visto meno. Pur non di meno per qualche tempo ancora ci riunivamo le
domeniche; ma, insensibilmente, ognuno prese abitudini diverse e ci vedemmo più
raramente. Sono convinto che sua madre contribuì molto a questo cambiamento.
Lui era un ragazzo della buona società; io, misero apprendista, non ero più che un
ragazzo di Saint-Gervais. Non vi era più uguaglianza, malgrado la nascita;
frequentarmi era mancare alla propria dignità. Tuttavia i legami non cessarono del
tutto tra di noi; e poiché era un ragazzo buono di natura qualche volta seguiva il
suo cuore, malgrado le lezioni di sua madre. Saputa la mia decisione accorse non
per dissuadermi o dividerla, ma per darmi con dei piccoli regali qualche piacere
nella mia fuga: poiché le mie risorse non potevano condurmi molto lontano. Mi
regalò tra l'altro una piccola spada della quale ero molto innamorato e che ho
portato fino a Torino dove me ne disfeci o, come si dice, me la sono passata
attraverso il corpo.
Più ho riflettuto, dopo, sul suo modo di comportarsi con me in questo momento
critico, più mi sono convinto che seguì le istruzioni di sua madre e forse di suo
padre; perché non è possibile che, spontaneamente, non avesse fatto qualche sforzo
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per trattenermi, o che non avesse tentato di seguirmi. Ma basta: mi incoraggiò nel
mio progetto anziché distogliermi; poi, quando mi vide ben deciso, mi lasciò senza
troppe lacrime. Non ci siamo mai scritti, né rivisti. Peccato! era di un carattere essenzialmente buono; eravamo fatti per amarci.
Prima di abbandonarmi alla fatalità del mio destino, mi si permetta di volgere un
momento gli occhi su quello che mi avrebbe atteso se fossi caduto nelle mani di un
maestro migliore. Niente era più confacente alla mia inclinazione, né più adatto a
rendermi felice che, lo stato tranquillo e oscuro di un buon artigiano, specialmente
in certe classi, come è a Ginevra quella degli incisori. Questo stato, abbastanza
lucroso per dare una vita agiata, e non abbastanza per condurre alla fortuna,
avrebbe limitata la mia ambizione per il resto dei miei giorni e, lasciandomi un
ozio meritato per coltivare dei piaceri moderati, mi avrebbe trattenuto nel mio
stato, senza offrirmi alcun mezzo per uscirne. Con un'immaginazione abbastanza
ricca per ornare ogni stato con le sue chimere, abbastanza forte per trasportarmi,
per così dire, dall'uno all'altro, non mi importava in quale fossi in realtà. Non
poteva esservi tanta distanza dal luogo nel quale ero al primo castello di Spagna,
che non mi fosse facile fermarmici. Da ciò soltanto seguiva che lo stato più
semplice, quello che dava meno imbarazzi e preoccupazioni, quello che lasciava lo
spirito più libero, era quello che mi si addiceva di più ed era precisamente il mio.
Avrei vissuto nel seno della mia religione, della mia patria, della mia famiglia, e
dei miei amici una vita tranquilla e dolce, quale era necessaria al mio carattere,
nell'uniformità di un lavoro di mio gusto e di una società secondo il mio cuore.
Sarei stato buon cristiano, buon cittadino, buon padre di famiglia, buon amico,
buon artigiano, un buon uomo in tutto. Avrei amato il mio stato, lo avrei onorato
forse; e dopo aver passato una vita oscura e semplice, ma uniforme e dolce, sarei
morto in pace in mezzo ai miei cari. Ben presto dimenticato, senza alcun dubbio;
sarei stato tuttavia rimpianto sinché si fossero ricordati di me.
Invece... Quale racconto sto per fare! Ah! non facciamo anticipazioni sulle miserie
della mia vita, non occuperò che troppo i miei lettori su questo triste argomento.
Libro Secondo
Tanto mi era sembrato triste il momento in cui il terrore mi aveva suggerito il
progetto di fuggire, tanto mi sembrò bello quello in cui lo eseguii. Lasciare il mio
paese ancora fanciullo, i miei parenti, i miei appoggi, le mie risorse, lasciare un
apprendistato fatto a metà senza conoscere abbastanza il mio mestiere per viverne;
slanciarmi verso gli orrori della miseria, senza vedere nessun mezzo per uscirne;
espormi nell'età della debolezza e dell'innocenza a tutte le tentazioni del vizio e
della disperazione; cercare lontano i mali, gli errori, le insidie, la schiavitù e la
morte, sotto un giogo molto più inflessibile di quello che non avevo potuto soffrire;
ecco quello che stavo per fare, era questa la prospettiva che avrei dovuto guardare
in faccia. Come me la dipingevo diversa! L'indipendenza che credevo di aver
conquistata era il solo sentimento che mi commoveva. Libero e padrone di me
stesso, credevo di poter fare tutto, giungere a tutto: non dovevo che lanciarmi per
innalzarmi e volare nell'aria. Entravo con sicurezza nel vasto mondo; il mio merito
lo avrebbe riempito, ad ogni passo mi avviavo a trovare feste, tesori, avventure,
amici pronti a servirmi, donne desiderose di piacermi; mostrandomi, stavo per occupare di me l'universo, non tuttavia l'universo intero; lo dispensavo in qualche
maniera, non avevo bisogno di tanto. Una società ricercata mi bastava, senza
preoccuparmi del resto. La mia moderazione mi inseriva in un ambiente ristretto,
ma scelto con molta accuratezza, nel quale ero sicuro di regnare. Un solo castello
appagava la mia ambizione. Favorito del padrone e della padrona, amante della
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figlia, amico del fratello e protettore dei vicini, sarei stato soddisfatto, non avrei
avuto bisogno d'altro.
In attesa di questo modesto avvenire, vagai per qualche giorno nei dintorni della
città, fermandomi presso dei contadini che conoscevo e che mi ricevettero, tutti,
con molto maggiore bontà di quel che avrebbero fatto dei cittadini. Mi
accoglievano, mi alloggiavano, mi nutrivano troppo bonariamente per farsene un
merito. E ciò non si poteva dire un far l'elemosina; non vi mettevano abbastanza
l'aria di superiorità. . . .
« Dio vi chiama, mi disse il signor di Pontverre. Andate ad Annecy; vi troverete
una buona signora molto caritatevole, che i benefici del re mettono in condizioni di
liberare altre anime dall'errore dal quale lei stessa è uscita ». Si trattava della,
signora di Warens, nuova convertita che i preti obbligavano a dividere con la
canaglia che veniva a vendere la sua fede una pensione di duemila franchi che le
dava il re di Sardegna. Io mi sentivo molto umiliato di aver bisogno di una buona
signora molto caritatevole. Mi piaceva che mi desse il mio necessario, ma non che
mi facesse la carità, e una devota non era per me molto attraente. Tuttavia, spinto
dal signor di Pontverre, dalla fame che mi incalzava, molto lieto anche di fare un
viaggio e di avere uno scopo, prendo la mia decisione sebbene con dolore e parto
per Annecy. . . .
Quando stavo per entrare in questa porta la signora di Warens si voltò alla mia
voce. Che cosa divenni a quella vista! Avevo immaginato una vecchia devota
molto arcigna; la buona signora del signor di Pontverre a mio avviso non poteva
essere altro. Vidi un viso pieno di grazia, dei begli occhi azzurri pieni di dolcezza,
una carnagione splendente, le linee di un seno incantevole. Niente sfuggi al rapido
colpo d'occhio del giovane proselita; poiché divenni subito il suo, sicuro che una
religione predicata da tali missionari non poteva non condurre in paradiso. Lei
prese sorridendo la lettera che le presentai con mano tremante, l'aprì, diede uno
sguardo a quella del signor di Pontverre, ritornò alla mia che lesse per intero e che
avrebbe riletto ancora se il suo servo non l'avesse avvertita che era tempo di
entrare. « Eh! fanciullo mio, mi disse con un tono che mi fece trasalire, eccovi per
il mondo molto giovane; in verità, è un peccato ». Poi, senza aspettare la mia
risposta aggiunse: « Andate a casa e aspettatemi, dite che vi preparino da mangiare,
dopo la Messa parlerò con voi ».
Luisa Eleonora di Warens era una signorina di La Tour de Pil, nobile e antica
famiglia di Vévai, città del paese di Vaud. Molto giovane aveva sposato il signor di
Warens della casa di Loys, figlio maggiore del signor di Villardin di Losanna.
Questo matrimonio non diede bambini perché non troppo riuscito e la signora di
Warens, spinta da qualche dispiacere familiare, colse il periodo in cui il re Vittorio
Amedeo era a Evian, per passare il lago e venire a gettarsi ai piedi di questo
principe; abbandonando così la sua famiglia e la sua terra per una balordaggine
simile alla mia e che ha avuto tutto il tempo di scontare. Il re, cui piaceva fare il
cattolico zelante, la prese sotto la sua protezione, le diede una pensione di 1500 lire
piemontesi, molto per un principe così poco generoso; e comprendendo che per
questa accoglienza lo avrebbero creduto suo amante, la mandò a Annecy scortata
da un distaccamento delle sue guardie, dove, sotto la direzione di Michele Gabriele
di Bernex, vescovo titolare di Ginevra, abiurò nel convento della Visitazione.
Era là da sei anni quando io arrivai e aveva 28 anni . . .
Coloro che negano l'attrazione delle anime spieghino, se possono, come dal primo
colloquio, dalla prima parola, dal primo sguardo la signora di Warens mi ispirò non
solo il più vivo attaccamento ma una confidenza perfetta che non si è mai smentita.
Supponiamo che ciò che ho sentito per lei sia stato veramente amore, cosa che
sembrerà almeno dubbia a chi seguirà la storia dei nostri legami; come mai questa
passione fu accompagnata sin dal suo nascere dai sentimenti che meno suole
ispirare: la pace del cuore, la calma, la serenità, la sicurezza, la fiducia? Come mai,
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avvicinando per la prima volta una donna cortese, amabile, abbagliante, una dama
di una classe superiore alla mia, come non ne avevo mai incontrata una uguale,
colei dalla quale in certo modo dipendeva la mia sorte, dall'interesse più o meno
grande che vi avrebbe preso; come mai, dico, con tutto ciò mi sentii subito così
libero, così a mio agio come se fossi stato perfettamente sicuro di piacerle? Come
mai non ho avuto un momento di imbarazzo, di timidezza, di soggezione? Per
natura vergognoso, smarrito, senza aver mai visto il mondo, come mai presi con lei
sin dal primo giorno, dal primo istante, le maniere semplici, il linguaggio tenero, il
tono familiare che avevo dieci anni dopo, quando la più grande intimità lo rese
naturale?
Vi può essere amore non dico senza desiderio, io ne avevo, ma senza inquietudine,
senza gelosia? Non si vuole almeno sapere se chi amiamo ci riama? Mai una volta
mi è venuto in mente di farle una simile domanda, come mai mi venuto in mente di
chiedere a me stesso se mi amo; e mai lei è stata più curiosa con me. Certamente vi
è stato qualche cosa di strano nei miei sentimenti per questa donna affascinante e in
seguito troverete delle originalità inaspettate.
Libro Terzo
In conclusione, mi abbandonavo tanto meglio al dolce sentimento del benessere
che provavo vicino a lei, in quanto questo benessere del quale godevo non era
turbato da nessuna preoccupazione sui mezzi per sostenerlo. Non ero ancora nella
intima confidenza dei suoi affari e credevo che fossero in condizione da procedere
sempre nello stesso modo. In seguito, in casa sua, ho trovato gli stessi piaceri; ma,
più edotto sulla situazione reale e vedendo che essi anticipavano sulle rendite, non
li ho più gustati con tranquillità. La previdenza ha sempre guastato in me la gioia;
ho sempre previsto inutilmente l'avvenire, non ho mai potuto evitarlo.
Sin dal primo giorno si stabilì tra noi la più dolce familiarità come poi è continuata
per tutto il resto della vita. Piccolo fu il mio nome; mammà il suo e restammo
sempre piccolo e mammà, anche quando gli anni cancellarono, quasi, la differenza
che c'era tra noi. Mi sembra che questi due nomi rendano a meraviglia l'idea dei
nostri rapporti, la semplicità delle nostre maniere e soprattutto l'attaccamento dei
nostri cuori. Ella fu per me la più affettuosa delle madri, che non cercò mai il suo
piacere, ma sempre il mio bene; e se i sensi ebbero una parte nel mio attaccamento
a lei, non era per cambiarne la natura, ma solo per renderla più squisita, per
inebriarmi alla gioia di avere una mamma giovane e carina che mi era delizioso
carezzare dico carezzare in senso letterale; poiché ella non pensò mai di
risparmiarmi i baci, né le più tenere carezze materne, e mai pensai di abusarne.
Direte che tuttavia alla fine abbiamo avuto relazioni di altro genere, ne convengo;
ma bisogna aspettare, non posso dire tutto in una volta.
Il primo sguardo del nostro primo incontro fu il solo momento di passione che ella
mai mi abbia fatto sentire e questo momento fu effetto della sorpresa. I miei
sguardi indiscreti non andavano mai sbirciando sotto il suo fazzoletto; sebbene una
floridezza mal nascosta in quel punto avrebbe potuto attirarveli. Non avevo né
rapimenti, né desideri presso di lei, ero in uno stato di calma incantevole e gioioso
senza sapere di che. In questo stato avrei passato tutta la mia vita e anche l'eternità
senza annoiarmi un istante. Essa è la sola persona con la quale non ho mai sentito
quella aridità di conversazione che mi rende supplizio il doverla sostenere.
I nostri colloqui non erano delle conversazioni, quanto un inesauribile cicaleccio
che per finire aveva bisogno di essere interrotto. Anziché pregarmi di parlare,
bisognava pregarmi di tacere. A furia di meditare sui suoi progetti, ella cadeva
spesso nella fantasticheria. Allora la lasciavo sognare, tacevo, la contemplavo ed
ero il più felice degli uomini.
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Avevo inoltre una stranezza veramente singolare senza aspirare alla gioia di un
incontro da sola a solo lo cercavo incessantemente e ne gioivo con uno slancio che
degenerava in furore quando degli importuni venivano a turbarlo.
Non appena arrivava qualcuno, non importa se uomo o donna, uscivo mormorando
poiché non sopportavo di restare vicino a lei come terzo. Andavo nella sua
anticamera a contare i minuti e maledivo questi eterni visitatori, senza riuscire a
capire cosa avessero da dire così a lungo, poiché io avevo da dire ancora di più. . . .
Due cose quasi inconciliabili si uniscono in me senza che io possa capire come: un
temperamento molto ardente, delle passioni vive, impetuose e delle idee lente a
nascere, impacciate e che si presentano sempre troppo tardi. Si direbbe che il mio
cuore e la mia testa non appartengano allo stesso individuo.
Il sentimento più veloce del lampo fa traboccare la mia anima, ma invece di
illuminarmi mi brucia e mi abbaglia. Sento tutto ma non vedo niente; sono
impulsivo, ma stupido. Per pensare è necessario che io sia a sangue freddo.
E strano, ma tuttavia ho il senso abbastanza sicuro della penetrazione, dell'acutezza
anche, purché mi si aspetti: faccio delle magnifiche improvvisazioni con comodo,
ma sul momento non ho mai fatto o detto niente che valga. Farei una bellissima
conversazione per posta, come dicono che gli spagnoli giochino a scacchi. . . .
Questa lentezza di pensiero insieme a questa vivacità di sentimento non l'ho
solamente nella conversazione, la ho anche da solo e quando lavoro. Le idee si
combinano nella mia testa con la più incredibile difficoltà. Vi si muovono
lentamente, vi fermentano fino a commuovermi, a riscaldarmi, ad agitarmi, e per
tanta emozione non vedo niente con chiarezza; non saprei scrivere una sola parola:
bisogna che aspetti. Insensibilmente questa grande agitazione si calma, questo caos
si schiarisce, ogni cosa si mette al suo posto, ma lentamente e dopo una lunga e
confusa agitazione. Non avete visto qualche volta l'opera in Italia? Su quei grandi
teatri nei cambiamenti di scena regna un disordine spiacevole che dura molto
tempo; tutte le decorazioni sono mescolate. Da ogni parte si vede una confusione
che fa pena, si crede che tutto va sossopra, e tuttavia a poco a poco tutto si
aggiusta, niente manca e si resta sorpresi nel vedere seguire a questo lungo tumulto
uno spettacolo stupendo. Questa manovra è simile a quella che avviene nella mia
mente quando voglio scrivere. Se avessi saputo prima attendere, e poi rendere nella
loro bellezza le cose che così vi si sono rappresentate, pochi autori mi avrebbero
superato. Da ciò deriva la grande difficoltà che trovo nello scrivere. I miei
manoscritti, cancellati, scarabocchiati, confusi, indecifrabili testimoniano la fatica
che mi sono costati. Non ve ne è uno che non abbia dovuto copiare quattro o
cinque volte prima di darlo alle stampe. Non ho potuto mai fare niente con la penna
in mano davanti a un tavolo e alla carta. A passeggio, tra le rocce e i boschi, di
notte, nel mio letto durante le mie insonnie scrivo nel mio cervello, e si può
giudicare con quale lentezza, soprattutto per un uomo assolutamente sprovvisto di
memoria verbale, e che durante la sua vita non ha potuto ritenere sei versi a
memoria. Alcuni dei miei periodi li ho girati e rigirati cinque o sei notti nella mia
testa prima che potessero essere messi sulla carta. Da ciò ancora deriva che io
riesca meglio nelle opere che richiedono lavoro, che in quelle che debbono essere
fatte con una certa leggerezza, come le lettere; genere di cui non ho mai potuto
prendere lo stile e di cui occuparmi è per me un supplizio.
Non scrivo una lettera sul più futile argomento che non mi costi delle ore di fatica;
e se voglio scrivere di seguito ciò che mi viene non so né cominciare né finire, la
mia lettera è una lunga e confusa ciancia; vi si capisce a fatica quando la si legge.
Non solo mi è faticoso rendere le idee, ma mi è faticoso anche riceverle. Ho
studiato gli uomini, e credo di essere un osservatore abbastanza buono; tuttavia non
so vedere niente di quello che vedo, non vedo bene che ciò che ricordo, e non ho
acume che nei miei ricordi.
Di tutto quello che si dice, di tutto quello che si fa, di tutto quello che avviene
davanti a me non comprendo niente non penetro niente, la forma esterna è tutto
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quello che mi colpisce. Ma dopo tutto ritorna a me, mi ricordo il luogo, il tempo, il
tono, lo sguardo, il gesto, la circostanza; niente, allora, mi sfugge su ciò che si è
fatto o detto, ritrovo ciò che si è pensato ed raro che mi sbagli. Così poco padrone
del mio spirito quando sono solo con me stesso, si pensi quello che debbo essere
nella conversazione, quando, per parlare a proposito, bisogna pensare a mille cose
nello stesso tempo e con prontezza. Il solo pensiero di tante convenienze delle quali
sono sicuro di dimenticarne almeno qualcuna, basta ad intimidirmi; non capisco
neanche come si osi parlare in un crocchio poiché a ogni parola bisognerebbe
passare in rassegna tutte le persone che sono là, bisognerebbe conoscere tutti i loro
caratteri, sapere tutte le loro storie, per essere sicuri di non dire niente che possa
offendere qualcuno. Su questo punto quelli che vivono nel mondo hanno un grande
vantaggio: sapendo meglio quello che debbono tacere, sono più sicuri di quello che
dicono, eppure spesso scappa loro qualche scemenza. Si pensi a chi cade dalle
nuvole: gli è quasi impossibile parlare impunemente. Quando si è solamente due vi
è un altro inconveniente che io trovo anche peggiore: la necessita di parlare
sempre. Quando vi parlano bisogna rispondere, e se non dicono una parola bisogna
risollevare la conversazione. Questa insopportabile costrizione da sola mi avrebbe
disgustato della società; non trovo che vi sia una tortura maggiore dell'obbligo di
parlare con prontezza e sempre. Non so se questo dipenda dalla mia mortale
avversione per ogni assoggettamento, ma basta che sia necessario che io parli
perché dica infallibilmente una scempiaggine. Quel che è più tragico è che invece
di saper tacere quando non ho niente da dire, proprio allora per pagare più in fretta
il mio debito ho la smania di voler parlare. Mi affretto a balbettare subito delle
parole senza idee, felicissimo quando esse non significano completamente niente.
Per voler vincere o nascondere la mia incapacità raramente manco di mostrarla.
Libro Quinto
Comunque, mammà si accorse che per strapparmi ai pericoli della mia giovinezza,
doveva trattarmi da uomo; e fu così che fece, ma nella maniera più singolare che
una donna abbia mai pensato in simile occasione. Trovai in lei l'aspetto più grave e
il ragionamento più morale che di consueto. Alla gaiezza giocosa, con la quale lei
ordinariamente intercalava i suoi insegnamenti, succedette, ad un tratto, un tono
sempre sostenuto che non era né familiare, né severo, ma che sembrava preparasse
una spiegazione.
Dopo aver inutilmente cercato in me stesso la ragione di questo cambiamento gliela
chiesi: era quello che aspettava. Mi propose una passeggiata al giardinetto per il
giorno dopo: vi andammo al mattino. Aveva fatto in modo che ci lasciassero soli
tutto il giorno, e lei ne approfittò per prepararmi alla bontà che voleva usarmi, non
come un'altra donna, col raggiro e le lusinghe, ma con dei discorsi pieni di senno e
di ragione, fatti più per istruirmi che per sedurmi, e che parlavano più al mio cuore
che ai miei sensi. Ma, per quanto magnifici e utili potessero essere i discorsi che lei
mi tenne, per quanto non fossero che freddi e tristi, non vi prestai tutta l'attenzione
che meritavano e non li impressi nella mia memoria, come avrei fatto in altro
tempo. Il suo esordio, questo tono di preparazione mi avevano reso inquieto.
Mentre parlava, sognatore e distratto mio malgrado, mi occupavo meno di quello
che lei diceva che di cercare a che cosa tendesse. E non appena l'ebbi capito, cosa
che non fu facile, la novità dell'idea, che una sola volta mi era venuta in mente da
quando vivevo vicino a lei, occupandomi interamente, non mi lasciava la capacità
di pensare a ciò che lei mi diceva. Non pensavo che a lei e non l'ascoltavo.
Voler rendere attenti i giovani a quello che ad essi si vuol dire, facendo vedere, alla
fine, una cosa molto interessante per loro, è un controsenso, frequentissimo negli
istitutori e che io stesso non ho evitato nel mio Emilio. Il giovane, colpito
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dall'oggetto che gli viene presentato, si occupa esclusivamente di questo e salta a
pie pari sui vostri discorsi preliminari, per giungere subito dove voi lo conducete
troppo lentamente per il suo gusto. Quando si vuole che stia attento non bisogna
fare che comprenda oltre: in questo mammà fu malaccorta. Per una stranezza che si
doveva al suo spirito sistematico, prese la precauzione perfettamente inutile di fare
le sue condizioni; ma, non appena ne vidi il prezzo, non le ascoltai neanche e mi
affrettai ad acconsentire a tutto.
Dubito anche che, in un caso simile, vi sia, su tutta la terra, un uomo abbastanza
franco o abbastanza coraggioso per osar mercanteggiare, e una sola donna che
possa perdonare l'averlo fatto. Continuando nella stessa stranezza, aggiunse a
questo accordo le più gravi formalità e mi diede otto giorni per pensarvi, dei quali
le assicurai falsamente di non aver bisogno.
Per colmo di stranezza, infatti, fui molto contento di averli, tanto mi aveva colpito
la novità di queste idee e tale era il turbamento delle mie, che mi chiedeva tempo
per riordinarle.
Penserete che questi otto giorni furono per me come otto secoli. Al contrario, avrei
voluto che lo fossero stati in realtà. Non so come descrivere lo stato in cui mi
trovavo, pervaso da un certo spavento misto ad impazienza, temevo quello che
desideravo, fino talvolta a cercare improvvisamente nella mia testa qualche mezzo
onesto per evitare di essere felice.
Pensate al mio temperamento ardente e lussurioso, al mio sangue in fiamme, al mio
cuore ebbro d'amore, alla mia robustezza, alla mia salute, alla mia età; pensate che
in questo stato, assetato di donne, non ne avevo ancora avvicinata nessuna; che
l'immaginazione, la vanità, la curiosità si univano per divorarmi nell'ardente
desiderio di essere uomo e di sembrarlo: e aggiungete soprattutto, perché questo
non dovete dimenticare, che il mio vivo attaccamento per lei, lungi dall'intiepidirsi,
non aveva fatto che aumentare di giorno in giorno, che non mi sentivo felice che
vicino a lei, che non mi allontanavo da lei che per pensare a lei, che avevo il cuore
pieno, non solo della sua bontà, del suo carattere amabile, ma del suo sesso, della
sua figura, della sua persona, di lei in una parola, per tutti gli aspetti sotto i quali
poteva essermi cara; e non si pensi che per i dieci o dodici anni che io avevo meno
di lei, fosse o mi sembrasse vecchia. In realtà, dopo cinque o sei anni, da quando
avevo provato dei sentimenti così dolci, alla sua prima vista, era poco cambiata e
mi sembrava che non lo fosse affatto. Per me è stata sempre bella e allora lo era per
tutti. Solo il suo corpo era un pò più rotondo. Poi erano gli stessi occhi, la stessa
carnagione, lo stesso seno, gli stessi lineamenti, gli stessi bei capelli biondi, la
stessa gaiezza, tutto fin’anche la stessa voce, quella voce argentea della gioventù
che ha fatto sempre tanta impressione su di me, da non lasciarmi, ancor'oggi,
sentire senza emozione il suono di una bella voce di ragazza.
Era naturale che nell'attesa di possedere una persona tanto cara dovessi temere di
anticipare, e di non poter governare abbastanza i miei desideri e la mia
immaginazione, per restare padrone di me stesso. Vedrete come, in un'età avanzata,
il solo pensiero di qualche piccolo favore, che mi aspettava vicino alla persona
amata, accendeva il mio sangue a tal punto che mi era impossibile fare
impunemente il breve percorso che mi separava da lei. Come, per quale miracolo,
nel fiore della gioventù ebbi così poca fretta di giungere al primo godimento?
Come mai potei vederne avvicinarsi l'ora con più dolore che gioia? Come mai,
invece delle delizie che dovevano inebriarmi, sentivo quasi ripugnanza e timore?
Non vi è dubbio che, se avessi potuto sottrarmi facilmente alla mia felicità, lo avrei
fatto di tutto cuore. Ho promesso delle stranezze nella storia del mio attaccamento
a lei: eccone una alla quale certamente non eravate preparati.
Il lettore, già indignato, pensa che lei, posseduta come era da un altro uomo,
dividendosi si degradava ai miei occhi, e che un sentimento di disistima intiepidiva
quelli che mi aveva inspirati; si inganna. Questa divisione, è vero, mi dava una
pena crudele, sia per una delicatezza molto naturale, sia perché in realtà la trovavo
poco degna di lei e di me; ma i miei sentimenti per lei non ne venivano affatto
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alterati, e posso giurare che mai la amai così teneramente, come quando desideravo
tanto poco di possederla. Conoscevo troppo il suo cuore casto e il suo
temperamento di ghiaccio, per credere, per un momento, che il piacere dei sensi
avesse alcuna parte in quest'abbandono di se stessa: ero perfettamente sicuro che
solo la preoccupazione di strapparmi a dei pericoli, diversamente quasi inevitabili,
e di conservarmi interamente a me e ai miei doveri, gliene faceva trasgredire uno
che lei non considerava con lo stesso occhio delle altre donne, come sarà detto in
seguito. La compiangevo e mi compiangevo. Avrei voluto dirle: « No, mammà,
non è necessario, vi rispondo di me senza tutto questo »; ma non osavo, innanzi
tutto perché non era una cosa da dire e poi perché in fondo sentivo che non era
vero, e che in realtà non vi era che una donna, che potesse garantirmi dalle altre, e
mettermi al di sopra delle tentazioni. Senza desiderare di possederla, ero ben felice
che mi togliesse il desiderio di possederne delle altre, tanto guardavo come male
tutto quello che potesse distrarmi da lei.
La lunga abitudine di vivere insieme e di vivervi innocentemente, lungi
dall'affievolire i miei sentimenti per lei li aveva rafforzati, ma nello stesso tempo
aveva dato loro un'altra forma che li rendeva più affettuosi, più teneri forse, ma
meno sensuali. A forza di chiamarla mammà, a forza di avere con lei la familiarità
di un figlio, mi ero abituato a considerarmi tale. Credo che sia questa la vera causa
della poca fretta che ebbi di possederla, sebbene mi fosse tanto cara. Mi ricordo
benissimo che i miei primi sentimenti, senza essere più vivi, erano più voluttuosi.
Ad Annecy ero in uno stato di ebbrezza, a Chambéry non vi ero più. La amavo
sempre appassionatamente, come più potevo; ma l'amavo più per lei e meno per
me, o almeno, vicino a lei cercavo più la mia felicità che il mio piacere: era per me
più che una sorella, più che una madre, più che un'amica, anche più che una
amante. Insomma la amavo troppo per desiderarla: ecco quel che vi è di più chiaro
nelle mie idee.
Questo giorno, più temuto che atteso, venne alfine. Promisi tutto e non mentii. Il
mio cuore confermava i miei impegni, senza desiderarne il prezzo. Non di meno
l'ottenni. Per la prima volta mi vidi tra le braccia di una donna e di una donna che
adoravo. Fui felice? No, gustai il piacere. Non so quale tristezza invincibile ne
avvelenava la bellezza. Mi sentivo come se avessi commesso un incesto. Due o tre
volte, stringendola con passione nelle mie braccia, inondai il suo seno delle mie
lacrime. Quanto a lei, non'era né triste, né eccitata; era carezzevole e tranquilla.
Poiché era poco sensuale, e non aveva cercato affatto la voluttà, non ne ebbe le
delizie e non ne ha mai avuto i rimorsi.
Libro Sesto
. . . Comincia, ora la breve felicità della mia vita; cominciano ora i dolci ma
fuggitivi momenti che mi hanno dato il diritto di dire che ho vissuto. Momenti
preziosi e tanto rimpianti! Ah! ricominciate per me il vostro dolce corso; se potete,
scorrete nel mio ricordo più lentamente di quanto non abbiate fatto nel vostro
fuggevole susseguirsi. Come farò a prolungare, come voglio, questo racconto così
commovente e semplice, e ripetere sempre le stesse cose, senza annoiare i miei
lettori più di quanto non mi annoiassi io ricominciandole senza posa? Se fossero
fatti, azioni e parole potrei, ancora in qualche modo, descriverli e renderli, ma
come esprimere quello che non era né detto né fatto e neanche pensato, ma solo
sentito, senza che io potessi indicare un oggetto della mia felicità che non fosse
questo stesso sentimento?
Mi alzavo con il sole ed ero felice; passeggiavo ed ero felice; vedevo mammà ed
ero felice; scorrazzavo per i boschi, per i pendii, vagavo per i valloni, leggevo,
restavo ozioso, lavoravo in giardino, raccoglievo i frutti, aiutavo in casa, e la
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felicità mi seguiva ovunque; non era in nessuna cosa, era in me, non poteva
lasciarmi un solo istante.
Niente di quanto mi è accaduto durante questo periodo, a me così caro, niente di
quello che ho fatto, detto e pensato è sfuggito alla mia memoria. I periodi che
precedono e che seguono mi risovvengono a tratti. Li ricordo in maniera
discontinua e confusa; ma ricordo quello per intero come se durasse ancora.
La mia immaginazione, che durante la mia giovinezza andava sempre avanti e
adesso si volge indietro, compensa con questi dolci ricordi la speranza che ho
perduta per sempre. Nell'avvenire non vedo più niente che mi tenti: solo i ricordi
del passato possono lenirmi; e questi ritorni così vivi e veri all'epoca di cui parlo
spesso mi fanno vivere felice, malgrado le mie sventure.
Darò un solo esempio di questi ricordi che potrà fare giudicare della loro forza e
della loro verità. Il primo giorno che andammo a coricarci alle Charmettes, mamma
era su una portantina e io la seguivo a piedi. La strada saliva; lei era abbastanza
pesante; e temendo di stancare troppo i suoi portatori, volle scendere circa a mezza
strada, per fare il resto a piedi. Camminando vide qualche cosa di azzurro sulla
siepe, e mi disse: « Ecco la pervinca ancora in fiore ». Non avevo mai visto della
pervinca; non mi abbassai per guardarla bene, e ho la vista troppo corta per
distinguere dalla mia altezza le piante a terra. Passando, diedi solo un'occhiata a
quella e sono passati quasi trenta anni senza che abbia rivisto una pervinca, o che vi
abbia fatto attenzione. Nel 1764 mentre ero a Cressier con il mio amico signor Du
Peyrou salivamo una montagnola, in cima alla quale vi è un grazioso salone che lui
chiama a ragione Bellevue. Cominciavo allora ad erborare un poco; salendo e
guardando tra i cespugli dò in un grido di gioia: « Ah! ecco della pervinca! » e in
realtà lo era. Du Peyrou si accorse della slancio, ma ne ignorava la causa; la
conoscerà, spero, quando un giorno leggerà queste pagine.
Dall'impressione di una cosa così piccola il lettore può giudicare quella che mi
hanno lasciata tutte quelle che si riferiscono alla stessa epoca. . . .
Nonostante tutto, l'aria della campagna non mi ridiede la mia primitiva salute. Ero
languente e lo divenni di più. . . . Non digerivo più e capii che non dovevo più
sperare di guarire. In questo stesso periodo mi accadde un incidente notevole, sia in
se stesso, sia per le sue conseguenze che non cesseranno che con me.. . .
Le vendemmie, la raccolta delle frutta ci allietarono la fine di questo anno e ci
legarono sempre più alla vita rustica, all'ambiente della brava gente dalla quale
eravamo circondati. Vedemmo venire l'inverno con grande rimpianto e ritornammo
in città come se fossimo andati in esilio; specialmente io che temevo di non
rivedere la primavera e credevo di dire addio per sempre alle Charmettes. Non le
lasciai senza baciare la terra e gli alberi e senza girarmi parecchie volte
nell'allontanarmi.
Abbandonati da un pezzo i miei scolari, perduto l'interesse ai divertimenti e ai
salotti della città, non uscivo più, non vedevo più nessuno, tranne mamma e il
signor Salomon che era diventato da poco medico suo e mio, onest'uomo, uomo di
spirito, gran cartesiano, parlava abbastanza bene del sistema del mondo e le sue
conversazioni piacevoli ed istruttive mi giovarono più di tutte le sue prescrizioni.
Non ho mai potuto soffrire questo stupido ed inutile chiacchierio delle
conversazioni ordinarie; ma le conversazioni utili e solide mi hanno sempre fatto
gran piacere e ad esse non mi sono mai rifiutato. Presi molto interesse a quelle del
signor Salomon; mi sembrava di anticipare con lui qualcuna delle alte conoscenze
che la mia anima avrebbe acquistata staccandosi dalle sue pastoie. Questo interesse
che avevo per lui si estendeva agli argomenti che trattava, e cominciai a cercare i
libri che potevano aiutarmi a comprenderli meglio. Quelli che univano fede e
scienza erano i più rispondenti a me; così in particolare quelli dell'oratorio di PortRoyal. Mi misi a leggerli o meglio a divorarli.
Me ne capitò tra le mani uno del padre Lami intitolato Conversazioni sulla
scienza". Era come un'introduzione alla conoscenza dei libri che ne trattano. Lo
lessi e rilessi cento volte; decisi di farne la mia guida. Alla fine, poco a poco,
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malgrado il mio stato o forse, meglio, dal mio stato, mi sentii trascinato verso lo
studio con una forza irresistibile; e pur guardando ogni giorno come l'ultimo dei
miei giorni, studiavo con tanto ardore come se avessi dovuto vivere sempre.
Dicevano che questo mi faceva male; io credo, per conto mio, che mi fece bene; e
non soltanto alla mia anima, ma anche al mio corpo; infatti questa occupazione,
alla quale mi appassionavo, mi divenne così deliziosa che, non pensando più ai
miei mali, ne ero meno tormentato. E vero, tuttavia, che niente mi apportava un
sollievo reale, ma poiché non avevo dei dolori vivi mi abituai a languire, a non
dormire, a pensare invece di agire, e infine a considerare il continuo e lento
deperimento della mia macchina come un progresso inevitabile che la morte sola
poteva arrestare.
Quest'idea, non solo mi staccò da tutte le cure vane della vita, ma mi liberò dalla
noia dei rimedi ai quali, mio malgrado, mi avevano sottoposto sino ad allora.
Salomon, convinto che le sue droghe non potevano salvarmi, me ne risparmiò il
disgusto, e si contentò di trastullare il dolore della mia povera mamma con
qualcuna di quelle ordinazioni inutili che alimentano la speranza dell'ammalato e
salvano la fama del medico. Abbandonai la dieta rigida, ripresi l'uso del vino e tutto
l'andamento della vita di un uomo sano, secondo la misura delle mie forze, sobrio
in tutto, ma senza privarmi di niente. . . .
Mi affezionai alla bottega del libraio Boucahrd frequentata da alcune persone colte;
e poiché la primavera, che avevo creduto di non rivedere, era vicina, mi fornii di
alcuni libri per le Charmettes, per il caso che avessi avuto la fortuna di ritornarvi.
Ebbi questa fortuna e ne approfittai. La gioia con la quale vidi le prime gemme è
inesprimibile. Rivedere la primavera era per me risuscitare in paradiso. Le nevi
cominciavano, appena a sciogliersi quando lasciammo la nostra prigione, e fummo
abbastanza presto alle Charmettes per godervi i primi canti dell'usignolo. Da quel
momento non credetti più di dover morire; e veramente è strano che in campagna
non abbia avuto mai malattie gravi. Vi ho sofferto, molto, ma mai vi sono stato
obbligato al letto. Spesso, sentendomi peggio del solito, ho detto: « Quando mi
vedrete vicino a morire portatemi sotto una quercia, vi prometto che resusciterò ».
...
Questo ragazzo1, tuttavia; non era affatto di animo cattivo: amava mammà perché
era impossibile non amarla: non aveva neanche avversione per me, e quando gli
intervalli dei suoi impeti permettevano che gli si parlasse, mi ascoltava talvolta
molto docilmente, convenendo con franchezza che non era che uno sciocco, dopo
di che faceva, ugualmente, nuove sciocchezze.
D'altra parte aveva un'intelligenza così limitata e dei gusti così bassi che era
difficile parlargli ragionevolmente, e quasi impossibile stare volentieri con lui. Al
possesso di una donna piena di grazie, aggiunse il gusto di una cameriera vecchia,
rossa, sdentata, della quale mammà aveva la pazienza di sopportare il disgustoso
servizio, sebbene lei le facesse male al cuore. Mi accorsi di questo nuovo maneggio
e ne rimasi furente d'indignazione.
Ma mi accorsi di un'altra cosa che mi colpì ancora molto più vivamente e che mi
gettò in uno scoraggiamento più profondo di tutto quello che, fino allora, mi era
successo. Fu il raffreddarsi di mamma verso di me. La privazione che mi ero
imposta e che lei aveva fatto finta di approvare è una di quelle cose che le donne
non perdonano, qualunque faccia facciano, meno per la privazione che ne deriva
per loro stesse, che per l'indifferenza che vi vedono per il loro possesso. Prendete la
donna più sensata, la più filosofa, la meno attaccata ai suoi sensi, il delitto più
irrimissibile che possa commettere verso di lei l'uomo del quale, per il resto, lei si
preoccupa di meno è di poterne godere e di non farlo.
1
Il nuovo favorito della sua amante-protettrice Madame de Warens.
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Questo deve essere ben senza eccezione, poiché una simpatia così spontanea e forte
fu alterata in lei da una astinenza che non aveva che dei motivi di virtù, di stima e
di attaccamento.
Da allora cessai di trovare con lei quella intimità di cuore che fece sempre la più
dolce gioia del mio. Non si apriva più con me che quando aveva da lamentarsi del
nuovo venuto. Quando loro stavano bene insieme io entravo poco nelle sue
confidenze. In conclusione lei, poco a poco, assumeva una maniera di essere della
quale io non facevo più parte.
La mia presenza le faceva piacere ancora, ma non ne aveva più bisogno e io avrei
potuto trascorrere giorni interi senza vederla, senza che lei se ne accorgesse.
Insensibilmente mi sentivo isolato e solo in quella stessa casa di cui prima ero
l'anima e dove, per così dire, vivevo il doppio.
Mi abituai, poco a poco, a separarmi da tutto quello che vi si faceva, da quelli stessi
che l'abitavano, e per risparmiarmi degli schianti continui, mi chiudevo coi miei
libri, o andavo a sospirare e a piangere a mio agio in mezzo ai boschi. Questa vita
presto mi divenne del tutto insopportabile. Sentii che la presenza personale e la
lontananza di cuore di una donna che mi era così cara irritavano il mio dolore e che
cessando di vederla me ne sarei sentito meno crudelmente separato. Formai il
progetto di abbandonare la sua casa, glielo dissi e lungi dall'opporvisi lo favorì. A
Grenoble aveva un'amica, la signora Deybens, il cui marito era amico del signor di
Mably gran prevosto di Lione. Il signor Deybens mi propose l'educazione dei figli
del signor di Mably. Accettai e partii per Lione senza lasciare, né quasi sentire il
minimo rimpianto per una separazione di cui prima il solo pensiero ci avrebbe dato
le angosce della morte.
Libro Settimo
Dopo due anni di silenzio e di pazienza riprendo la penna, malgrado le mie
decisioni. Lettori, sospendete il vostro giudizio sulle ragioni che mi forzano a
questo. Non potete giudicare che dopo avermi ascoltato.
Avete visto scorrere la mia tranquilla giovinezza in una vita abbastanza uguale,
abbastanza dolce, senza grandi traversie, né grandi prosperità. Questa mediocrità fu
in parte opera della mia natura ardente, ma debole, ancora meno pronta a
intraprendere che facile a scoraggiare, che usciva dal riposo a scosse, ma che vi
rientrava per stanchezza e per inclinazione, e che, conducendomi sempre, lontano
dalle grandi virtù e più lontano dai grandi vizi, alla vita oziosa e tranquilla per la
quale mi sentivo nato, non mi ha mai permesso di arrivare a niente di grande, sia
nel bene che nel male.
Che quadro diverso dovrò tosto tracciare! La sorte che per trent'anni favorì le mie
inclinazioni, le avversò negli altri trenta; e, da questa opposizione continua tra la
mia situazione e le mie tendenze, vedrete nascere degli errori enormi, delle
sventure inaudite, e tutte le virtù che possono onorare l'avversità, tranne la forza.
La mia prima parte è stata scritta tutta sulla memoria e ho dovuto farvi molti errori.
Costretto a scrivere anche la seconda sulla memoria probabilmente ve ne farò molti
di più. I dolci ricordi dei miei begli anni, trascorsi con uguale semplicità ed
innocenza, mi hanno lasciato mille impressioni piene di fascino che mi piace
ricordare continuamente. Vedrete presto come sono diverse quelle del resto della
mia vita. Ricordarle è rinnovarne l'amarezza. Lontano dall'inacerbire quella della
mia situazione con questi tristi ritorni, li scarto per quanto è possibile e spesso vi
riesco a tal punto che non posso più rintracciarli all'occorrenza. Questa facilità di
dimenticare i mali è una consolazione che il cielo mi ha procurato, tra quelli che il
destino doveva un giorno accumulare su di me. La mia memoria, che ricorda solo
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le cose piacevoli, è il felice contrappeso della mia immaginazione spaurita che non
mi fa prevedere che crudeli avveniri.
Tutte le carte che avevo riunite per supplire alla mia memoria e guidarmi in questa
impresa, passate in altre mani, non torneranno più nelle mie. Non ho che una guida
fedele sulla quale possa contare: è la catena dei sentimenti che hanno segnato la
evoluzione del mio essere, e la cui impressione non si cancella dal mio cuore.
Questi sentimenti mi ricorderanno abbastanza gli avvenimenti che li hanno fatti
nascere, per potermi illudere di narrarli fedelmente: e se vi è qualche omissione,
qualche trasposizione di fatti o di date, cosa che può avvenire solo per avvenimenti
di poco conto e che mi hanno colpito poco, per ogni fatto restano abbastanza tracce
perché, nell'ordine di ciò che narrerò, possa rimetterlo facilmente al suo posto.
Tuttavia, e per buona fortuna, vi è un periodo di sei o sette anni del quale ho notizie
certe in una raccolta di lettere trascritte, i cui originali sono nelle mani del signor
Du Peyrou. Questa raccolta che finisce nel 1760 comprende tutto il tempo del mio
soggiorno all'Eremitaggio e della mia clamorosa rottura con i miei sedicenti amici:
epoca memorabile nella mia vita, che fu la sorgente di tutte le mie altre disgrazie.
Quanto alle lettere originali più recenti che ancora mi restano, e che sono molto
poche, invece di trascriverle, continuando la raccolta, troppo voluminosa perché—
possa sperare di sottrarla alla vigilanza dei miei Argo, le trascriverò in questo
stesso scritto quando mi sembrerà che possano fornire qualche schiarimento alla
verità dei fatti, sia a mio vantaggio sia a mio carico. Non ho infatti paura che il
lettore dimentichi che faccio le mie confessioni, per credere che faccia la mia apologia; ma, dopo l'esposizione del mio progetto, egli non deve neanche aspettarsi
che io taccia la verità quand'essa parla in mio favore. Del resto, questa seconda
parte non ha che questa stessa verità in comune con la prima, né supera l'altra che
per l'importanza degli avvenimenti. Tolto questo non può che esserle inferiore in
tutto.
Ho scritto la prima con piacere e con compiacimento, a mio agio a Wooton o nel
castello di Trie. Tutti i ricordi che dovevo risuscitare erano per me altrettante nuove
gioie. Vi ritornavo incessantemente con un piacere nuovo e potevo rigirare senza
fastidio le mie descrizioni sino a che non ne fossi stato contento. Oggi la mia
memoria e la mia testa, indebolitesi, mi rendono quasi incapace di ogni lavoro; non
mi occupo di questo che per forza e col cuore stretto dall'angoscia. Esso non mi
offre che sventure, tradimenti, perfidie, che ricordi tristi e laceranti. A costo di
tutto, vorrei poter seppellire nella notte dei tempi ciò che debbo dire; e, costretto a
parlare, mio malgrado, sono ridotto ancora a nascondermi, a usare astuzia, a
ingannare, ad avvilirmi alle cose per le quali meno ero nato. I soffitti sotto i quali
vivo hanno gli occhi, i muri che mi circondano hanno le orecchie; circondato da
spie e da sorveglianti malvolenti e vigilanti, inquieto e distratto getto, sulla carta, in
fretta e furtivamente, qualche parola interrotta che appena ho il tempo di rileggere,
ancora meno di correggere. So che, malgrado le barriere immense che
ammucchiano attorno a me, temono sempre che la verità trapeli da qualche fessura.
Come fare per farla trasparire? Lo tento con poca speranza di successo; giudicate
se da ciò si possono fare dei quadri piacevoli e dare loro un colorito molto attraente.
Avverto dunque quelli che vorranno cominciare questa lettura che niente
continuandola può garantirli dalla noia, se non il desiderio di finire di conoscere un
uomo, e l'amore puro della giustizia e della verità.
Nella prima parte ho lasciato me stesso che partivo per Parigi, lasciando il cuore
alle Charmettes, fondandovi il mio ultimo castello di Spagna, progettando di
portarvi un giorno ai piedi di mammà, restituita a se stessa, i tesori che avrei
guadagnati, e contando sul mio sistema di musica come su una fortuna sicura.
Avevamo una nuova albergatrice che era di Orléans. Ella prese dal suo paese, per
lavorare la biancheria, una ragazza di circa ventidue o ventitré anni che mangiava
con noi come la padrona. Questa ragazza, certa Teresa Le Vasseur, era di buona
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famiglia. Suo padre era ufficiale della zecca di Orléans, sua madre mercantessa.
Avevano molti figli. La zecca di Orléans, falli, il padre si trovò sul lastrico; la
madre, avendo subito delle bancarotte, si trovò male nei suoi affari, abbandonò il
commercio e venne a Parigi con suo marito e sua figlia, che li sostentava entrambi
col suo lavoro.
La prima volta che vidi questa ragazza a tavola, fui colpito dal suo comportamento
modesto, e più ancora dal suo sguardo vivace e dolce che per me restò sempre
unico. La tavola, oltre che dal signor Bonnefond, era composta da parecchi abati
irlandesi, guasconi e altra gente simile; la nostra stessa albergatrice conduceva una
vita alquanto dissoluta; e là io ero il solo che parlasse e si comportasse
decentemente. Cominciarono a stuzzicare la ragazza; presi la sua difesa. Subito i
frizzi caddero su di me. Anche se non avessi avuto nessuna inclinazione per questa
povera ragazza, la compassione, la contraddizione me l'avrebbe data. Ho sempre
amato l'onestà nei modi e nei propositi, soprattutto nei rapporti tra uomini e donne.
Divenni apertamente il suo difensore. La vidi sensibile alle mie premure, e i suoi
sguardi, animati dalla riconoscenza che non osava esprimere con le parole,
diventavano sempre più penetranti.
Era molto timida; io lo ero anche. Il legame, che questo comune temperamento
sembrava dovesse allontanare, fu tuttavia realizzato molto rapidamente.
L'albergatrice che se ne accorse divenne furiosa e le sue cattiverie mi avvicinarono
di più alla piccola, la quale, non avendo altro appoggio che me nella casa, mi
vedeva uscire con dolore, e aspettava il ritorno del suo protettore. La relazione dei
nostri cuori, il convergere delle nostre inclinazioni ebbero presto il loro effetto
ordinario. Lei credette di vedere in me un onest'uomo; non si ingannò: io credetti di
vedere in lei una ragazza sensibile, semplice e senza civetteria, e non mi ingannai
neanche. Le dichiarai anticipatamente che non l'avrei abbandonata, né sposata mai.
L'amore, la stima, la sincerità ingenua furono i ministri del mio trionfo, ed è perché
il suo cuore era tenero e onesto che fui felice senza essere intraprendente.
Il suo timore, che mi seccassi di non trovare in lei quello che lei credeva vi
cercassi, fece ritardare la mia felicità più di ogni altra cosa. La vidi interdetta e
confusa prima di arréndersi; voleva farsi comprendere e non osava spiegarsi.
Lontano dall'immaginare la vera causa del suo imbarazzo, ne immaginai una molto
falsa e molto insidiante per i suoi costumi, e, credendo che mi avvertisse che la mia
salute correva dei rischi, caddi in perplessità che non mi trattennero, ma che per
parecchi giorni avvelenarono la mia felicità. Poiché non ci comprendevamo l'un
l'altro, le nostre conversazioni su questo argomento erano altrettanti enigmi e
assurdità più che ridicoli. Lei fu quasi per credermi assolutamente pazzo. Alla fine
ci spiegammo: piangendo mi confessò un suo sbaglio, unico, all'uscire
dall'infanzia, frutto della sua ignoranza e dell'accortezza di un seduttore. Non
appena la compresi diedi in un grido: « Verginità! esclamai; è proprio a Parigi, è
proprio a vent'anni che si cerca! Ah, mia Teresa, sono troppo felice di possederti,
saggia e sana, e di non trovare che ciò che non cercavo ».
Da principio non avevo pensato che a procurarmi un divertimento; mi accorsi che
avevo fatto di più e che mi ero data una compagna. Un po' di frequenza con
quell'ottima ragazza, un po' di riflessione sulla mia situazione mi fecero capire che,
non pensando che ai miei piaceri, avevo fatto molto per la mia felicità. Al posto
dell'ambizione spenta avevo bisogno di un sentimento vivo che riempisse il mio
cuore; per dir tutto, avevo bisogno di un successore a mammà, giacché non dovevo
più vivere con lei; avevo bisogno che qualcuna vivesse con il suo allievo e nella
quale io trovassi la semplicità, la docilità di cuore che lei aveva trovato in me; era
necessario che la dolcezza della vita privata e domestica mi compensasse della
carriera brillante alla quale rinunciavo. Quando ero del tutto solo il mio cuore era
vuoto, ma non ce ne voleva che uno per riempirlo. Il destino mi aveva tolto, mi
aveva alienato, almeno in parte, quello per il quale la natura mi aveva fatto. Ero
solo da allora, giacché per me non vi fu mai via di mezzo tra tutto e niente. Trovai
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in Teresa il supplemento di cui avevo bisogno; per lei vissi felice quanto potevo
esserlo, dato il corso degli avvenimenti.
Libro Ottavo
Ritornando a Parigi appresi la piacevole notizia che Diderot era uscito dalla torre e
che gli avevano dato il castello e il parco di Vincennes come prigione sulla sua
parola, con il permesso di vedere i suoi amici. Come mi fu duro non potervi
accorrere nello stesso istante! Ma trattenuto, per due o tre giorni, dalla signora
Dupin per alcuni lavori indispensabili, dopo tre o quattro secoli d'impazienza, volai
tra le braccia del mio amico. Momento inenarrabile! Non era solo. D'Alembert e il
tesoriere della Sainte Chapelle erano con lui. Entrando, non vidi che lui, non feci
che un salto, un grido, incollai il mio viso sul suo, lo strinsi forte senza parlargli in
altro modo che con i miei pianti e i miei singhiozzi; mi sentivo soffocare dalla
tenerezza e dalla gioia. Il suo primo moto dopo questo slancio di affetto fu di
voltarsi verso il prete e dirgli: « Vedete, signore, come mi amano i miei amici ».
Tutto preso dalla mia emozione non riflettei allora a questa maniera di trarne
vantaggio. Ma dopo, ripensandoci qualche volta, ho sempre pensato che al posto di
Diderot non sarebbe stata quella la prima idea che mi sarebbe venuta.
Lo trovai molto scosso dalla sua prigione. Il torrione gli aveva fatto una
impressione terribile e sebbene al castello stesse molto bene e fosse padrone delle
sue passeggiate in un parco, che non era neanche cinto da muri, aveva bisogno
della compagnia dei suoi amici per non abbandonarsi al suo umore nero. Poiché io
ero certamente quello che compativa di più la sua pena, credetti di essere anche
colui la cui visita gli fosse di maggiore consolazione, e ogni due giorni, al più tardi,
malgrado le occupazioni mi assorbissero molto, andavo a passare con lui i
pomeriggi sia solo, sia con sua moglie.
In quest'anno 1749 l'estate fu terribilmente calda. Tra Parigi e Vincennes ci sono
due leghe. Non essendo in condizioni da pagare le vetture, quando ero solo andavo
a piedi, alle due del pomeriggio, e andavo in fretta per arrivare più presto. Gli
alberi della strada sempre potati, secondo la moda del paese, non davano quasi
nessuna ombra e spesso, spossato dal caldo e dalla stanchezza, mi sdraiavo per
terra che non ne potevo più. Per moderare il mio passo pensai di prendere qualche
libro. Un giorno presi il « Mercurio di Francia » e, sempre camminando e
scorrendolo, vidi il problema proposto dall'Accademia di Digione per il premio
dell'anno successivo: Se il progresso delle scienze delle arti ha contribuito a
corrompere o a migliorare i costumi.
Non appena lessi questo, vidi un altro universo e divenni un altro uomo. Sebbene
abbia un ricordo vivo dell'impressione che ne ricevetti, i dettagli mi sono sfuggiti,
da quando li ho affidati alla carta in una delle mie quattro lettere al signor di
Malesherbes. È una delle stranezze della mia memoria che merita di esser narrata.
Mi serve fino a che mi affido a lei; non appena confido alla carta l'argomento, mi
abbandona e, una volta scritta una cosa, non me ne ricordo più del tutto. Questa
stranezza mi perseguita finanche nella musica. Prima di averla imparata conoscevo
a memoria una quantità di canzoni: non appena ho saputo cantare le arie scritte non
ho potuto ritenerne nessuna e temo che, di quelle che ho preferito, oggi non saprei
cantarne una intera.
Quel che mi ricordo molto distintamente in questa occasione è che, arrivando a
Vincennes, ero in una agitazione vicina al delirio. Diderot se ne accorse; gliene
dissi la causa e gli lessi la prosopopea di Fabrizio scritta con il lapis sotto un
albero. Mi esortò a dare il via alle mie idee e a concorrere al premio.
Tutto il resto della mia vita e delle mie sventure fu l'effetto e la conseguenza
inevitabile di questo momento di smarrimento. I miei sentimenti ascesero con la
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più inconcepibile rapidità al tono delle mie idee. Tutte le mie piccole passioni
furono soffocate dall'entusiasmo per la verità, la libertà, la virtù, e la cosa più
sorprendente è che questa effervescenza si mantenne nel mio cuore, per più di
quattro o cinque anni, a un livello così alto, come non è mai stata nel cuore di un
altro uomo. . . .
Quando terminai questo discorso, lo mostrai a Diderot, il quale ne fu contento e mi
indicò qualche correzione. Pur nondimeno, questo lavoro pieno di calore e di forza,
manca del tutto di ordine e di logica; tra tutti quelli che sono usciti dalla mia penna
è il più debole nel ragionamento e il più povero di stile e di armonia, ma anche se si
è nati con qualche capacità, l'arte di scrivere non si apprende d'un colpo.
Spedii questo lavoro senza parlarne a nessun altro, se non, mi sembra, a Grimm
con il quale, dopo il suo ingresso dal conte di Frièse, cominciavo a vivere nella più
grande intimità. Egli aveva un clavicembalo che ci serviva da punto di riunione e
attorno al quale passavo, con lui, tutti i miei momenti liberi a cantare arie italiane e
barcarole, senza tregua e senza riposo, dalla mattina alla sera, o piuttosto dalla sera
alla mattina, e, quando non mi si trovava dalla signora Dupin, si era sicuri di
trovarmi da Grimm, o almeno con lui a passeggio, o a teatro.
Smisi di andare alla commedia italiana dove avevo ingresso libero, ma che a lui
non piaceva, per andare con lui, pagando, alla commedia francese della quale era
appassionato. Insomma, una attrazione così forte mi legava a questo giovane e ne
divenni talmente inseparabile, che anche la povera zia restava trascurata; cioè la
vedevo meno; poiché mai per un momento, nella mia vita, si è affievolito il mio
attaccamento per lei.
Questa impossibilità di dividere alle mie passioni il poco tempo che avevo libero
rinnovò, più forte che mai, il desiderio, che già avevo da lungo tempo, di fare casa
unica con Teresa: ma l'ostacolo della sua famiglia numerosa, e soprattutto la
mancanza di danaro per comprare i mobili, mi aveva trattenuto sino allora.
L'occasione di fare uno sforzo si presentò e io ne approfittai. . . .
La signora Le Vasnon mancava di spirito, si piccava e di educazione e di arie del
gran mondo; ma aveva una misteriosa ipocrisia che mi era insopportabile, dava
pessimi consigli a sua figlia, cercava renderla falsa con me e faceva moine ai miei
amici separatamente e a spese gli uni degli altri e alle mie: quanto al resto, madre
abbastanza buona perché trovava il suo tornaconto ad esserlo, copriva gli sbagli di
sua figlia perché ne approfittava. Questa donna, che colmavo di attenzioni, di cure,
di piccoli doni e dalla quale tenevo straordinariamente a farmi voler bene, era, per
la mia impossibilità a giungervi, la sola causa di afflizione che avessi in casa mia;
per il resto, posso dire di aver gustato durante questi sei o sette anni la più perfetta
felicità domestica che la debolezza umana possa comportare. Il cuore della mia
Teresa era quello di un angelo, il nostro attaccamento cresceva con la nostra
intimità e sentivamo sempre di più, giorno per giorno, come eravamo fatti l'uno per
l'altra. Se i nostri piaceri potessero esser descritti farebbero ridere per la loro
semplicità: le passeggiate in due fuori città, dove spendevo con magnificenza otto o
dieci soldi in qualche bettola; le cenette all'inferriata della mia finestra, seduti di
fronte su due piccole sedie poste su un baule che ne occupava la larghezza del
vano. In questa situazione la finestra ci serviva da tavola; respiravamo l'aria aperta;
potevamo vedere quanto ci circondava, i passanti; e, sebbene fossimo al quarto
piano, potevamo sentirci in strada anche mangiando.
Chi saprà descrivere, chi comprenderà l'incanto di questi pasti formati da un quarto
di pane ordinario, da qualche ciliegia, da un pezzetto di formaggio e da un
quartuccio di vino che bevevamo in due? Amicizia, confidenza, intimità, dolcezza
d'animo, che delizia quando siete con noi! Qualche volta restavamo là sino a
mezzanotte, senza pensarci e senza accorgerci dell'ora, se la vecchia madre non ci
avesse avvertiti. Ma lasciamo stare questi dettagli che potranno sembrare insipidi, o
ridicoli: l'ho sempre detto e compreso, la vera gioia non si descrive.
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L'anno successivo 1750, quando non pensavo più al mio discorso, seppi che esso
aveva ottenuto il premio a Digione. Questa notizia risvegliò tutte le idee che me lo
avevano dettato, le animò di una forza nuova e finì di mettere in fermento, nel mio
cuore, quel primo lievito di eroismo e di virtù che mio padre, la mia patria e
Plutarco vi avevano messo durante la mia infanzia. Non trovai più niente di grande
e di bello se non essere libero, virtuoso, al di sopra della fortuna e di ogni giudizio,
e bastare a se stesso. Sebbene la vergogna nociva e il timore dei fischi mi
impedissero, da principio, di vivere secondo questi principi e di romperla
bruscamente con le massime del mio secolo, sin da allora ne abbi la decisa volontà
e non tardai ad attuarla che il tempo necessario perché le contraddizioni la
irritassero e la rendessero trionfante.
Mentre filosofeggiavo sui doveri dell'uomo, sopraggiunse un avvenimento a farmi
riflettere meglio sui miei. Teresa rimase incinta per la terza volta.
Troppo sincero con me stesso, troppo fiero nel mio intimo per voler smentire i miei
principi con le mie azioni, mi misi ad esaminare il destino dei miei figli, e i miei
rapporti con la loro madre, secondo le leggi della natura, della giustizia e della
ragione, e secondo quelle di questa religione pura e santa, eterna come il suo autore
che gli uomini hanno contaminato fingendo di volerla purificare, e della quale con
le loro formule non hanno fatto che una religione di parole, visto che costa poco
ordinare l'impossibile quando ci si dispensa di praticarlo.
Se mi ingannai nei miei risultati, niente è più meraviglioso della sicurezza d'animo
con la quale mi ci abbandonai. Se fossi stato uno di quegli uomini mal nati, sordi
alla dolce voce della natura, nell'intimo dei quali nessun vero sentimento di
giustizia e di umanità germinò mai, questo indurimento sarebbe naturale, ma quel
cuore caldo, quella sensibilità tanto viva, quella facilità ad affezionarsi, la forza con
la quale gli affetti mi soggiogano, gli schianti crudeli quando bisogna romperli, la
benevolenza innata per tutti i miei simili, l'amore ardente per il grande, il vero, il
bello, il giusto, l'orrore del male, qualunque fosse, l'incapacità di odiare, di nuocere
e anche di volerlo, la commozione, la viva e dolce emozione che provo di fronte a
tutto quanto è virtuoso generoso amabile; tutto questo può accordarsi nella stessa
anima con la depravazione che fa calpestare senza alcuno scrupolo il più dolce dei
doveri? No, lo sento e lo dico ad alta voce, non è possibile; mai per un solo istante
nella sua vita Gian Giacomo ha potuto essere un uomo senza viscere, senza
costumi, un padre snaturato. Ho potuto ingannarmi, ma non indurirmi.
Se esponessi le mie ragioni, direi troppo. Giacché hanno potuto sedurmi,
sedurrebbero molti altri e non voglio esporre i giovani che mi leggeranno a
lasciarsi ingannare dallo stesso errore. Mi accontenterò di dire che esso fu tale che,
da quel momento, non guardai più i miei legami con Teresa che come una unione
onesta e santa, sebbene libera e volontaria; la mia fedeltà verso di lei, come un
dovere indispensabile, finché la unione durava; l'infrazione che avevo fatto una
sola volta come un vero adulterio. E quanto ai miei figli, abbandonandoli
all'educazione pubblica, giacché non potevo allevarli io stesso, destinandoli a
diventare operai, o contadini, piuttosto che avventurieri e cercatori di fortuna,
credetti di agire da cittadino e da padre; e guardai me stesso come un membro della
repubblica di Platone. Dopo, più di una volta, i rimpianti del mio cuore mi hanno
detto che mi ero ingannato; ma, anziché sentire lo stesso con la ragione, ho spesso
benedetto il cielo di averli così preservati dal destino del loro padre e da quello che
li avrebbe minacciati, quando sarei stato costretto ad abbandonarli. Se li avessi
affidati alla signora d'Èpinay o alla signora di Luxembourg, le quali, o per amicizia,
o per generosità, o per qualche altra ragione, hanno voluto incaricarsene in seguito,
sarebbero stati educati ad essere persone oneste? Non lo so; ma sono sicuro che li
avrebbero portati ad odiare, forse a tradire i loro genitori: è cento volte meglio che
non li abbiano conosciuti.
Il mio terzo figlio fu dunque messo ai trovatelli, come gli altri due; e fu lo stesso
per i due che seguirono; infatti ne ho avuti cinque in tutto. Questa sistemazione mi
sembrò così buona, così sensata che, se non me ne vantai apertamente, fu
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esclusivamente per riguardo verso la madre, ma lo dissi a tutti quelli ai quali i
nostri rapporti non erano ignoti; lo dissi a Diderot, a Grimm; lo dissi poi alla signora d'Épinay e dopo ancora alla signora di Luxembourg, e a testa alta, con
franchezza, senza alcuna necessità, quando potevo facilmente nasconderlo a tutti.
Al tempo di cui parlo, forse perché mi ero stancato col noioso lavoro di quella
maledetta cassa, ricaddi peggio di prima e restai a letto, quasi sei settimane, nel più
triste stato che si possa immaginare. La signora Dupin mi mandò il celebre
Morand, il quale, malgrado la sua abilità e la delicatezza della sua mano, mi fece
soffrire dei dolori incredibili e non riuscì mai a sbloccarmi. Mi consigliò di
ricorrere a Daran, i cui cateteri più flessibili, infatti, riuscirono ad insinuarsi e a
vincere l'ostacolo; ma, riferendo delle mie condizioni alla signora Dupin, Morand
le dichiarò che tra sei mesi non sarei stato più in vita.
Questo discorso mi giunse alle orecchie, e mi fece fare delle serie riflessioni sul
mio stato e sulla bestialità di sacrificare la tranquillità e il piacere dei pochi giorni
che mi restavano da vivere all'assoggettamento di un impiego, per il quale non
sentivo che disgusto. Del resto, come accordare i severi principi che avevo adottati
con una condizione che vi si adattava così poco? E non avrei dovuto avere un bel
coraggio io, cassiere di un ricevitore generale delle finanze, a predicare il
disinteresse e la povertà?
Queste idee, con la febbre fermentarono così bene nella mia testa, vi si
combinarono con tanta forza che niente, da allora, ha potuto sradicarle e, durante la
mia convalescenza, a sangue freddo, mi confermai in tutte le risoluzioni che avevo
prese nel mio delirio. Rinunciai per sempre ad ogni progetto di fortuna e di
avanzamento.
Deciso a trascorrere nella indipendenza e nella povertà il poco tempo che mi
restava da vivere, rivolsi tutte le forze dell'anima mia a spezzare i ferri
dell'opinione pubblica, e a fare con coraggio tutto quello che mi sembrava fosse
bene, senza intimidirmi, per nulla, del giudizio degli uomini.
Gli ostacoli contro i quali dovetti lottare e gli sforzi che feci per trionfarne sono
incredibili. Vi riuscii, per quanto era possibile, e meglio di quanto io stesso non
avessi sperato. Se avessi scosso il giogo della amicizia così bene, come quello della
opinione pubblica, sarei riuscito nel mio progetto, forse il più grande, o almeno il
più utile alla virtù che un mortale abbia mai concepito: ma mentre calpestavo i
giudizi insensati della turba volgare dei sedicenti grandi e dei sedicenti saggi, mi
lasciavo soggiogare e menare come un bimbo dai sedicenti amici, i quali, gelosi di
vedermi andare fiero e solo per una strada nuova, sempre mostrando di occuparsi
molto a rendermi felice, in realtà non si occupavano che a rendermi ridicolo, e
cominciarono col lavorare ad avvilirmi per arrivare dopo a diffamarmi. Fu meno la
mia celebrità letteraria che la mia riforma personale, della quale segno qui l'epoca,
che mi attirò la loro gelosia: forse mi avrebbero perdonato di brillare nell'arte dello
scrivere, ma non poterono perdonarmi di dare con la mia condotta un esempio che
non volevano seguire e che sembrava li infastidisse.
Ero nato per l'amicizia, il mio carattere facile e dolce la coltivava senza fatica.
Finché vissi ignorato dal pubblico fui amato da tutti quelli che mi conobbero, e non
ebbi un solo nemico: ma non appena ebbi un nome, non ebbi più amici. Fu una
grande disgrazia; e una più grande ancora fu di essere circondato da persone che
prendevano questo nome e che usarono dei diritti che esso dava loro
esclusivamente per trascinarmi alla rovina. Il seguito di queste memorie svolgerà
questa odiosa trama; qua non ne mostro che l'origine, presto se ne vedrà formare il
primo nodo.
Nella indipendenza nella quale volevo vivere bisognava pur sostentarsi. Pensai ad
un nuovo mezzo molto semplice: copiare musica a tanto per pagina. Se qualche
occupazione più solida avesse raggiunto lo stesso scopo l'avrei presa, ma poiché
questa era di mio gusto, la sola che potesse darmi pane giorno per giorno, mi
attenni ad essa. Credendo di non dovere più essere previdente facendo tacere la
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vanità, da cassiere di un ricevitore generale delle finanze divenni copista di musica.
Credetti di aver guadagnato molto con questa scelta, e me ne sono così poco
pentito, che non ho abbandonato questo mestiere che per forza, per riprenderlo non
appena fosse stato possibile.
Il successo del mio primo discorso mi rese più facile realizzare questa decisione.
Diderot si era incaricato di farlo stampare. Mentre ero a letto, mi scrisse un
biglietto per darmi notizia della pubblicazione e dell'effetto. Mi scriveva: « Si
innalza oltre le nubi, non vi è altro esempio di simile successo ». Questo favore del
pubblico, per nulla ricercato e per un autore sconosciuto, mi diede la prima vera
sicurezza del mio ingegno, del quale avevo sempre dubitato, sino ad allora.
Compresi quanto vantaggio potevo trarne per la decisione che stavo per prendere, e
pensai che un copista, in un certo modo celebre nelle lettere, non avrebbe dovuto
mancare di lavoro.
Non appena presi definitivamente la mia risoluzione, scrissi un biglietto al signor
di Francueil per partecipargliela, per ringraziarlo, come la signora Dupin, di tutte le
loro bontà e per chiedere la loro clientela. Francueil, non comprendendo niente con
questo biglietto e credendomi ancora nel delirio della febbre, accorse a casa mia;
ma mi trovò così fermo nella mia decisione che non riuscì a scuoterla. Andò a dire
alla signora Dupin e a tutti che ero diventato pazzo; lasciai dire e continuai.
Cominciai la mia riforma dal mio vestiario, abbandonai le dorature e le calze
bianche, adottai una parrucca rotonda, posai la spada, vendetti il mio orologio,
dicendomi con incredibile gioia: « Grazie al cielo non avrò più bisogno di sapere
che ora è ». Il signor di Francueil ebbe la correttezza di aspettare ancora a lungo,
prima di provvedere alla sua cassa. Alla fine, vedendomi deciso, la affidò al signor
d'Alibart, già tutore del giovane Chenonceaux e conosciuto in botanica per la sua
Flora parisiensis.
Per quanto austera fosse la mia riforma estetica, da principio non la estesi sino alla
mia biancheria, che era bella ed abbondante, resto nel mio corredo di Venezia, al
quale ero particolarmente attaccato. A furia di farne un oggetto di pulizia ne avevo
fatto un oggetto di lusso che mi era dispendioso. Qualcuno mi rese il servizio di
liberarmi da questa schiavitù. La vigilia di Natale, mentre le donne erano ai vespri
ed io al concerto sacro, forzarono la porta di un granaio dove era sciorinata tutta la
nostra biancheria, dopo un bucato fatto poco prima. Rubarono tutto e tra l'altro
quarantadue camicie mie di tela bellissima e che costituivano il pezzo forte del mio
corredo. . . . Questa avventura mi guarì dalla passione della biancheria bella, e da
allora non ne ho avuto che di molto comune, più adattata al resto del mio
equipaggiamento.
Completata così la mia riforma, non mi preoccupai più di altro che di consolidarla
e renderla, duratura, lavorando a sradicare dal mio cuore tutto quello che ancora era
ligio al giudizio degli uomini, tutto quello che, per timore di biasimo, poteva
sviarmi da quel che era buono e ragionevole in se stesso. Aiutata dallo scalpore che
faceva la mia opera, anche la mia decisione fece scalpore e mi procacciò clienti; in
maniera che cominciai il mio mestiere con abbastanza successo.
Tuttavia, diverse ragioni mi impedirono di riuscirvi come avrei potuto in altre
circostanze. Prima di tutto la mia cattiva salute. . . .
Le occupazioni letterarie furono un'altra distrazione, non meno dannosa al mio
lavoro di tutti i giorni. Non appena apparve il mio discorso, i difensori delle lettere
si scagliarono su di me, tutti insieme. Indignato che tanti piccoli signor Josse2, i
quali non capivano neanche il problema, volessero giudicare da maestri, presi la
penna e ne trattai alcuni in maniera da lasciarli coperti di ridicolo. . . .
Tutta questa polemica mi occupava molto, con molta perdita di tempo per il mio
copiato, poco vantaggio per la verità e poco vantaggio per la mia borsa, poiché
Pissot, che era allora il mio libraio, mi diede sempre molto poco per i miei
opuscoli, spesso niente. Per esempio non ebbi un quattrino dal mio primo discorso;
2
Personaggio di una commedia di Molière, divenuto il tipo proverbiale del consigliere interessato.
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Diderot glielo diede gratuitamente. Bisognava aspettare molto e strappare soldo a
soldo il poco che mi dava. Intanto il copiato non procedeva. Facevo due mestieri,
era il metodo per fare male l'uno e l'altro.
Essi erano in contrasto ancora per le diverse maniere di vivere alle quali mi
costringevano. Il successo dei miei primi scritti mi aveva reso di moda. La
decisione che avevo presa eccitava la curiosità: volevano conoscere quest'uomo
strano che non cercava nessuno e non si preoccupava di niente, tranne che di vivere
libero a modo suo; bastava questo perché non lo potesse. La mia camera era
sempre piena di gente che con diversi pretesti veniva a rubarmi il mio tempo. Le
donne usavano mille astuzie per avermi a pranzo. Più trattavo male le persone più
loro si ostinavano. Non potevo respingere tutti. Facendomi mille nemici con i miei
rifiuti, ero sempre sopraffatto dalla mia compiacenza, e, in qualunque maniera mi
comportassi, non avevo un'ora al giorno per me.
Capii allora che non è sempre così facile come si immagina essere povero ed
indipendente. Volevo vivere del mio lavoro; il pubblico non voleva. Escogitavo
mille modi per ricompensarmi del tempo che mi facevano perdere. I regali di ogni
specie venivano a cercarmi. Presto avrei dovuto mostrarmi come Pulcinella, a tanto
per persona. Non conosco un asservimento più avvilente e più crudele di quello.
Non vi trovai altro rimedio che rifiutare i regali grandi e piccoli, senza fare
eccezione per nessuno. Tutto ciò non fece che attrarre i donatori che volevano
avere la gloria di vincere la mia resistenza e costringermi ad essere loro obbligato,
mio malgrado. Chi non mi avrebbe dato uno scudo, se glielo avessi domandato,
non cessava di importunarmi con le sue offerte, e, per vendicarsi di vederle
respinte, tacciava i miei rifiuti di arroganza e ostentazione. . . .
Questi urti continui e le noie quotidiane delle quali ero vittima finirono col
rendermi sgradevole il mio soggiorno a Parigi. Quando i miei malanni mi
permettevano di uscire ed io non mi lasciavo trascinare qua o là dai miei
conoscenti, andavo a passeggiare solo, pensavo al mio grande sistema, affidavo
qualche cosa alla carta grazie ad una matita e ad un libretto che avevo sempre nella
mia tasca. Ecco come le noie impreviste di una maniera di vivere che avevo scelto
io stesso mi fecero dedicare alla letteratura per cercarvi sollievo, ed ecco perché, in
tutte le mie prime opere, trasfusi la collera e lo stato d'animo che me ne facevano
occupare.
Ancora un'altra cosa vi contribuiva. Lanciato nel mondo, mio malgrado, senza
averne il fare e senza essere in grado di acquistarlo, pensai di assumerne uno mio
particolare che me ne dispensasse. Poiché la mia stupida e sgradevole timidezza
invincibile aveva origine dal timore di venir meno alle buone maniere, decisi di
calpestarle tutte. Divenni cinico e caustico per vergogna, e finsi di disprezzare la
buona educazione che non sapevo seguire. È vero che questa rudezza, conforme ai
miei nuovi principi, si nobilitava nella mia anima, vi assumeva l'intrepidezza della
virtù; ed oso dire che è proprio su questa augusta base che si è sorretta meglio e più
a lungo di quanto non ci si sarebbe dovuto aspettare da uno sforzo così contrario al
mio carattere. Tuttavia, malgrado la fama di misantropia che il mio aspetto e
qualche frase felice mi fecero in società, è certo che, in privato, rappresentai
sempre male la mia parte, che i miei amici e i miei conoscenti menavano questo
orso selvaggio come un agnello, e che limitando i miei sarcasmi ad alcune verità
dure, ma generali, non ho saputo mai dire a nessuno una sola parola scortese.
Capisco perfettamente che, se un giorno queste memorie arriveranno a veder la
luce, io stesso eterno qui il ricordo di un fatto del quale volevo cancellare la traccia,
ma ne trasmetto molti altri, mio malgrado. Il nobile scopo del mio lavoro che
sempre è presente ai miei occhi, il preciso dovere di adempierlo pienamente non mi
lasceranno distogliere da considerazioni più deboli che potrebbero allontanarmene.
Nella strana singolare situazione nella quale mi trovo mi sento di dover troppo alla
verità per dovere di più ad altri.
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Per conoscermi bene bisogna conoscermi in tutti i miei rapporti buoni e cattivi. Le
mie confessioni sono necessariamente legate con quelle di molte persone: faccio le
mie e le altrui con la stessa franchezza in tutto quanto si riferisce a me, non
credendo di dovere a chiunque altro maggiore riguardo quanto non ne abbia per me
stesso, e volendo tuttavia averne di più. Voglio essere sempre giusto e sincero, dire
degli altri bene fino a che mi sarà possibile, non dire mai che il male che mi
riguarda e per quel tanto che vi sono costretto. Chi, nelle condizioni nelle quali mi
hanno messo, ha il diritto di esigere di più da me?
Le mie confessioni non sono fatte per apparire, me vivo, né mentre sono vive le
persone di cui vi è trattato. Se fossi padrone del mio destino e di quello di questo
scritto, esso non vedrebbe la luce che molto tempo dopo la mia morte e la loro. Ma
gli sforzi che il terrore della verità fa fare ai miei potenti oppressori, per
cancellarne le tracce, mi costringono a fare, per conservarle, tutti gli sforzi
permessi dal più preciso diritto e dalla più severa giustizia. Se la mia memoria si
dovesse spegnere con me, piuttosto che compromettere qualcuno soffrirei senza
fiatare un obbrobrio ingiusto e passeggero: ma poiché il mio nome deve vivere e
passare ai posteri, debbo a me stesso di cercar di trasmettere con esso il ricordo
dell'uomo sfortunato che lo portò, quale fu realmente e non quale i suoi iniqui
nemici lavorano incessantemente a dipingerlo.
Libro Nono
L'impazienza di abitare in campagna non mi fece aspettare il ritorno della bella
stagione e non appena il mio alloggio fu pronto mi affrettai ad andarvi, seguito
dalla baia dell'ambiente di Holbach, dove si prevedeva, pubblicamente, che non
avrei sopportato neanche tre mesi di solitudine, e che presto mi avrebbero visto
ritornare a vivere a Parigi come loro, vergognoso per poco. Io che, lontano dal mio
elemento da più di quindici anni, agognavo solo l'ora di rientrarvi, non facevo
neanche attenzione ai loro scherzi. Da quando mi ero lanciato nel mondo, mio
malgrado, non avevo cessato di rimpiangere le mie care Charmettes e la dolce vita
che vi avevo condotta. Mi sentivo fatto per la campagna e la vita ritirata; non
potevo vivere felice in altro luogo: a Venezia nel vortice dei pubblici affari, nella
dignità di una certa funzione rappresentativa, nell'orgoglio dei progetti di carriera; a
Parigi nel turbinio del gran mondo, nella sensualità dei pranzi, nello splendore
degli spettacoli, nel fumo della vanità, i miei boschi, i miei ruscelli, le mie
passeggiate solitarie venivano sempre a distrarmi con il loro ricordo, a rattristarmi,
a strapparmi sospiri e desideri. Tutti i lavori ai quali avevo potuto sobbarcarmi,
tutti i progetti di ambizione che avevano animato il mio zelo, non avevano altro
scopo che arrivare: un giorno, a quei felici ozi campestri, ai quali ora speravo di
essere giunto.
Senza essere giunto all'onesto benessere che solo avevo creduto mi ci potesse
condurre, pensavo di essere in condizione da farne a meno, per la mia particolare
situazione, e poter arrivare allo stesso scopo attraverso una strada del tutto opposta.
Non avevo un soldo di rendita, ma avevo un nome, delle capacità; ero sobrio e mi
ero liberato dalle esigenze più dispendiose, tutte quelle dell'opinione pubblica.
Oltre a ciò, sebbene pigro, ero laborioso quando volevo esserlo, e la mia pigrizia
era non quella di un fannullone, ma quella di un uomo indipendente che non sa
lavorare che quando vuole. Il mio mestiere di copista musicale non era né brillante,
né lucroso, ma era sicuro. In società mi erano grati di aver avuto il coraggio di
sceglierlo. Potevo esser certo che il lavoro non mi sarebbe mancato e che,
lavorando bene, avrebbe potuto bastarmi. Duemila franchi che mi restavano dal
guadagno sull'Indovino del villaggio e sugli altri miei scritti costituivano un di più
per non essere alle strette, e molte opere che avevo in lavorazione mi
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promettevano, senza vessare gli editori, dei supplementi sufficienti per lavorare con
comodo, senza sovraccaricarmi e anche utilizzando gli ozi della passeggiata.
La mia piccola famiglia, composta da tre persone che si occupavano tutte
utilmente, non richiedeva molte spese. Insomma le mie risorse, proporzionate ai
miei bisogni e ai miei desideri, potevano ragionevolmente promettermi una vita
felice sulla strada che le mie tendenze mi avevano fatto scegliere.
Avrei potuto dedicarmi interamente alla occupazione più rimunerativa, e anziché
asservire la mia penna alla copia dedicarla interamente agli scritti, che per lo
slancio che avevo preso e che mi sentivo in grado di mantenere, potevano farmi
vivere nell'abbondanza ed anche nella ricchezza, se avessi appena voluto unire
delle manovre di autore alla cura di pubblicare buoni libri. Ma, senza ripetere ciò
che ho detto sullo stesso argomento, aggiungerò soltanto che scrivere libri per
guadagnarmi il pane avrebbe presto soffocato il mio genio e ucciso il mio talento.
Esso era non tanto nella mia penna quanto nel mio cuore e, nato da una maniera di
pensare nobile e fiera, questa sola poteva alimentarlo. Niente di forte, niente di
grande può uscire da una penna del tutto venale. La necessita, l'avidità forse, mi
avrebbe fatto fare più presto che bene. Se il bisogno del successo non mi avesse
cacciato tra le cabale, mi avrebbe fatto meno cercar di dire cose utili e vere, che
cose che piacessero alla moltitudine; e da scrittore distinto, quale potevo essere,
non sarei stato che un imbrattatore di carta. No, no; ho sempre sentito che il lavoro
di autore è, e può essere, rispettabile e illustre, solo finché non è un mestiere. È
troppo difficile pensare nobilmente quando non si pensa che per vivere. Per potere,
per osar dire delle grandi verità, non bisogna dipendere dal successo.
Davo i miei libri al pubblico con la certezza di aver parlato per il bene comune,
senza nessuna preoccupazione per il resto. Se l'opera veniva respinta tanto peggio
per coloro che non volevano profittarne. Io non avevo bisogno della loro
approvazione per vivere. Avevo un mestiere che poteva sfamarmi, se i miei libri
non si vendevano; ed è proprio questo che li faceva vendere.
Fu il 9 aprile 1756 che abbandonai la città per non abitarvi più; infatti non
considero tali i brevi soggiorni che ho avuto dopo, sia a Parigi che in altre città,
sempre di passaggio e sempre mio malgrado. . . .
Eccomi ora finalmente in un asilo piacevole e solitario, padrone di trascorrervi i
miei giorni in quella vita indipendente, uguale e pacifica per la quale mi sentivo
nato. Prima di parlare dell'effetto che questa vita così nuova per me fece sul mio
cuore, è giusto rivederne i segreti sentimenti, per poter seguire meglio nella sua
causa il progresso di queste nuove modificazioni.
Ho sempre considerato il giorno che mi unì alla mia Teresa, come quello che
determinò il mio essere morale. Avevo bisogno di un affetto giacché quello che
doveva bastarmi era stato, alla fine, così crudelmente spezzato. La sete di felicità
non si estingue nel cuore dell'uomo. Mammà invecchiava e si avviliva! Mi era
chiaro che non potevo più esser felice in questo mondo. Perduta ogni speranza di
condividere la sua, dovevo cercare una felicità a me confacente. Per qualche tempo
ondeggiai d'idea in idea, di progetto in progetto. Il mio viaggio a Venezia mi
avrebbe lanciato negli affari pubblici, se l'uomo con il quale mi ero messo avesse
avuto senso comune. Sono facile allo scoraggiamento, soprattutto nelle imprese
faticose e a lunga scadenza. L'insuccesso di questa mi disgustò di ogni altra e,
guardando, secondo la mia antica massima, gli oggetti lontani come le lusinghe di
un inganno, decisi ormai di vivere giorno per giorno, non vedendo più nella vita
niente che potesse impegnarmi.
Fu proprio allora che ci conoscemmo. Il carattere dolce di questa buona ragazza mi
sembrò che si adattasse così bene al mio, che mi unii a lei di un affetto a prova del
tempo e dei torti e che si è accresciuto anche attraverso ciò che avrebbe dovuto
spezzarlo. In seguito conoscerete la forza di questo affetto, quando scoprirò le
piaghe, le trafitture con le quali lei ha torturato il mio cuore nell'imperversare delle
mie sciagure, senza che mai, sino al momento in cui scrivo questo, mi sia sfuggita
con nessuno una sola parola di sfogo. . . .
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Io mi ripeto, si sa, ma è necessario. Il primo di tutti i miei bisogni, il più grande, il
più forte, il più inestinguibile era tutto nel mio cuore: era il bisogno di una
compagnia intima, e intima quanto poteva esserlo; per questo soprattutto avevo
bisogno di una donna più che di un uomo, di un'amica più che di un amico. Questo
strano bisogno era tale che la più stretta unione dei corpi non poteva bastare: avrei
avuto bisogno di due anime nello stesso corpo; senza questo sentivo sempre un
vuoto.
Credetti di esser arrivato a non sentirlo più. Questa giovane donna, amabile per
mille eccellenti qualità, e allora anche per la sua figura senza ombra di arte o di
civetteria, avrebbe racchiusa in sé sola la mia esistenza, se io avessi potuto
racchiudere la sua in me, come avevo sperato. Non avevo niente da temere da parte
degli uomini; sono sicuro di essere il solo che lei abbia veramente amato; e i suoi
sensi tranquilli non le hanno mai chiesto altri, anche quando io per lei non fui più
uno, sotto questo aspetto. Io non avevo famiglia; lei ne aveva una; e questa
famiglia i cui membri erano tutti troppo diversi da lei non fu tale che io potessi
farne la mia. Fu questa la prima causa della mia infelicità. Che cosa non avrei dato
per diventare il figlio di sua madre! Feci di tutto per riuscirci e non riuscii.
Ebbi un bel volere unire tutti i nostri interessi, mi fu impossibile. Se ne creò sempre
uno diverso dal mio, contrario al mio e anche a quello di sua figlia che già ne era
più separato. . . . Dedita a sua madre e ai suoi, fu più loro che mia o di se stessa. . . .
Ecco come in un affetto sincero e reciproco, nel quale misi tutta la tenerezza del
mio cuore, il vuoto di questo cuore non fu mai ben colmato. I figli che lo avrebbero
colmato, vennero; fu ancora peggio. Fremetti di abbandonarli a questa famiglia
male educata, perché venissero educati ancora peggio. I rischi dell'educazione dei
trovatelli erano per loro cento volte meno funesti. Questa ragione della decisione
che presi, più forte di tutte quelle che comunicai nella mia lettera alla signora di
Francueil, fu la sola che non osai dirle.
Fin tanto che lo potevo, preferii non discolparmi di un biasimo così grave e
risparmiare la famiglia di una persona che amavo. Ma, dai costumi del suo infelice
fratello, potete giudicare, checché se ne possa dire, se dovevo esporre i miei figli a
ricevere una educazione simile alla sua.
Non potendo gustare nella sua pienezza questa intima unione, di cui sentivo il
bisogno, vi cercavo dei completamenti che non ne riempivano il vuoto, ma che me
lo facevano sentire di meno. Per la mancanza di un amico, che fosse tutto per me,
avevo bisogno di amici il cui impulso superasse la mia inerzia. Fu così che coltivai,
che rafforzai i miei rapporti con Diderot, con l'abate di Condillac; che ne strinsi
nuovi con Grimm, e ancora più stretti, e che, infine, per quell'infelice discorso di
cui ho narrato la storia, mi trovai, senza accorgermene, lanciato da capo nella
letteratura dalla quale mi credevo fuori per sempre.
Il mio esordio mi fece seguire una nuova strada che mi gettò in un altro mondo
intellettuale, del quale non potei senza entusiasmo esaminarne la semplice e fiera
economia. Presto, a furia di occuparmene, non vidi più che errore e follia nella
dottrina dei nostri saggi, che oppressione e miseria nel nostro ordine sociale.
Nell'illusione del mio stupido orgoglio mi credetti fatto per dissipare tutte queste
forze; e pensando che per farmi ascoltare bisognasse mettere la mia condotta
d'accordo con i miei principi, presi l'andamento strano che non mi hanno mai
permesso di seguire, di cui i miei pretesi amici non mi hanno mai perdonato di dare
l'esempio, che, da principio, mi rese ridicolo e che, alla fine, mi avrebbe reso degno
di rispetto, se mi fosse stato possibile perseverare.
Sino allora ero stato buono; da allora divenni virtuoso, o almeno ebbro della virtù.
Questa ebbrezza era cominciata nella mia testa, ma era passata nel mio cuore. Il più
nobile orgoglio vi germogliò sui resti della vanità sradicata. Non recitavo: divenni
davvero quale apparivo; e, durante gli almeno quattro anni che durò questa
effervescenza, niente di grande e di bello poté entrare in un cuore d'uomo che io
non potessi realizzare tra il cielo e me. Ecco da dove nacque la mia sublime
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eloquenza, ecco da dove si trasfuse nei miei primi libri quel fuoco, veramente
celeste, che mi riscaldava internamente e di cui, per quarant'anni, non era sprizzata
la più piccola favilla, perché non si era ancora acceso.
Ero veramente trasformato; i miei amici, i miei conoscenti non mi riconoscevano
più. Non ero più quell'uomo timido, e più vergognoso che modesto, che non osava
né presentarsi, né parlare, che una parola scherzosa turbava, che uno sguardo di
donna faceva arrossire. Audace, fiero, intrepido, portavo dovunque una sicurezza
altrettanto irremovibile e semplice che era più nella mia anima che nel mio
comportamento. Il disprezzo che le mie profonde meditazioni mi avevano ispirato
per i costumi, per le massime e i pregiudizi del mio secolo, mi rendeva insensibile
ai motteggi di coloro che li seguivano e annientavo i loro frizzi con le mie
sentenze, come avrei annientato un insetto tra le mie dita. Che cambiamento
sorprendente! Tutta Parigi ripeteva gli acri e mordenti sarcasmi di questo stesso
uomo, che due anni prima e dieci anni dopo non ha mai saputo trovare quello che
doveva dire, né la parola che doveva usare. Si cerchi nel mondo lo stato più
contrario alla mia natura; troverete quello. Ricordatevi uno di quei brevi momenti
della mia vita in cui diventavo un altro e cessavo di essere io; lo si trova ancora nel
tempo in cui parlo: ma, invece di durare sei giorni, sei settimane, durò quasi sei
anni e forse durerebbe ancora, se non ci fossero state quelle particolari circostanze
che lo fecero cessare, e mi restituirono alla natura, al di sopra della quale avevo
voluto elevarmi.
Questo cambiamento cominciò non appena lasciai Parigi e lo spettacolo dei vizi di
questa grande città cessò di alimentare l'indignazione che mi aveva ispirato.
Quando non vidi più gli uomini smisi di disprezzarli, quando non vidi più i cattivi
smisi di odiarli. Il mio cuore, fatto poco per l'odio, non fece più che deplorare la
loro miseria e non ne rilevava la loro cattiveria. Questo stato più dolce, ma molto
meno sublime, smorzò ben presto l'ardente entusiasmo che mi aveva inebriato per
tanto tempo; e, senza che ci se ne accorgesse, senza accorgermene neanche io
stesso, ridivenni timoroso, compiacente, facile, in una parola, lo stesso Gian
Giacomo che ero stato prima.
Se il cambiamento non avesse fatto che restituirmi a me stesso e si fosse fermato là,
tutto sarebbe andato bene; ma disgraziatamente, andò oltre e mi condusse
rapidamente all'altro estremo. Da allora la mia anima ondeggiante non ha più fatto
che attraversare lo stato di tranquillità e le sue oscillazioni, sempre rinnovantesi,
non le hanno mai permesso di restarvi. Entriamo nei particolari di questo secondo
cambiamento: epoca terribile e fatale di un destino che non ha esempi tra i mortali.
Avevo una casa isolata, in una meravigliosa solitudine; padrone in casa mia potevo
vivere a modo mio, senza che nessuno potesse controllarmi. Questa casa però mi
imponeva dei doveri dolci da compiere, ma indispensabili. Tutta la mia libertà non
era che precaria; più che da ordini, dovevo essere asservito dalla mia volontà; non
c'era un solo giorno in cui, alzandomi, potessi dire: « Lo impiegherò come mi
piacerà ». Molto peggio; oltre la mia dipendenza dalle disposizioni della signora di
Èpinay, ne avevo un'altra, molto più noiosa, dal pubblico e dai sopravvenienti.
La distanza da Parigi non impediva che ogni giorno venissero delle schiere di
sfaccendati i quali, non sapendo che fare del loro tempo, sperperavano il mio, senza
alcuno scrupolo. Quando meno ci pensavo ero spietatamente assalito; e raramente
ho fatto un bel progetto, senza vederlo capovolgere da qualche sopraggiunto.
In breve, in mezzo ai beni che avevo maggiormente desiderato, non trovando la
pura gioia, riandavo con trasporto ai giorni sereni della mia gioventù e talvolta
esclamavo sospirando: « Ah! non sono questi i giorni delle Charmettes! ». Il
ricordo dei diversi periodi della mia vita mi portò a riflettere sul punto al quale ero
giunto e mi vidi già sul declino della gioventù, preda di mali dolorosi, credendo di
essere vicino alla fine della mia vita, senza aver gustato nella sua pienezza quasi
nessuno dei piaceri di cui il mio cuore era avido, senza aver dato sfogo ai
sentimenti vivi che sentivo di avere in riserva, senza aver assaporato, senza aver
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almeno sfiorato quella inebriante voluttà che sentivo in potenza nella mia anima e
che, per mancanza di un oggetto, vi restava sempre compressa senza potersi
sfogare che attraverso i miei sospiri.
Come era possibile che con un'anima espansiva per natura, per la quale vivere era
amare, non avessi trovato sino ad allora un amico tutto per me, un vero amico, io
che mi sentivo così fatto per esserlo? Come poteva essere che con dei sensi così
infiammabili, che con un cuore fatto di amore non avessi bruciato della sua
fiamma, almeno una sola volta, per un oggetto determinato?
Divorato dal bisogno di amare, senza averlo mai potuto ben soddisfare, mi vedevo
avvicinarmi alle porte della vecchiaia e morire senza avere vissuto.
Queste riflessioni tristi, ma commoventi, mi facevano ripiegare su me stesso con un
rimpianto che non era senza dolcezza. Mi sembrava che il destino mi dovesse
qualche cosa che non mi aveva dato. A che pro avermi fatto nascere con delle virtù
squisite, per lasciarle perdere sino alla fine? La consapevolezza del mio valore
intimo dandomi quella di questa ingiustizia me ne ricompensava in qualche modo,
e mi faceva versare delle lacrime che mi piaceva lasciare scorrere.
J. J. Rousseau
LE FANTASTICHERIE DEL PASSEGGIATORE SOLITARIO
Quinta passeggiata
Fra tutti i luoghi in cui ho abitato – e ce ne sono stati di davvero incantevoli –,
nessuno mi ha reso così pienamente felice e mi ha lasciato così dolci rimpianti
come l’Isola di Saint-Pierre, in mezzo al lago di Bienne.
Quest’isoletta che a Neuchâtel chiamano isola della Motte è piuttosto sconosciuta,
perfino in Svizzera. Nessun viaggiatore, a quanto ne so, ne accenna. E tuttavia è
piacevolissima e particolarmente ben situata per fare la felicità di un uomo cui
piaccia appartarsi; benché io sia forse il solo al mondo il cui destino ne ha fatto una
legge, non posso credere di essere il solo che abbia un gusto così naturale, anche se
fino ad ora non l’ho riscontrato in nessun altro.
Le rive del lago di Bienne sono più selvagge e romantiche di quelle del lago di
Ginevra, in quanto rocce e boschi arrivano quasi al livello dell’acqua; non per
questo però sono meno ridenti. Se ci sono meno campi e vigne, meno paesi e case,
si trova invece più vegetazione naturale, più prati, molti rifugi ombreggiati da
boschetti, più frequenti contrasti e cambiamenti improvvisi del terreno. Non
esistono su queste felici rive strade grandi e comode per le vetture, per cui il posto
è poco frequentato dai viaggiatori; ma quanto è interessante per dei contemplatori
solitari cui piaccia inebriarsi a volontà delle bellezze della natura e raccogliersi in
un silenzio perfetto, turbato solo dal grido delle aquile, ad intervalli dal gorgheggio
di qualche uccello, e dal mormorio dei torrenti che scorrono dalla montagna.
Questo bel bacino di forma quasi tonda racchiude nel mezzo due piccole isole, una
abitata e coltivata, di circa mezza lega di perimetro, l’altra più piccola, disabitata e
incolta, che alla fine verrà distrutta dalle continue rimozioni di terra fatte per
riparare i danni che le onde e le tempeste producono a quella grande. È così che
l’essenza del debole viene sempre impiegata a vantaggio del potente.
Nell’isola c’è solo una casa, ma grande, piacevole e comoda, che come l’isola
appartiene all’ospedale di Berna, e dove vi abita un fattore con la famiglia e i
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domestici. Qui si prende cura di numerosi animali da cortile, di una voliera e di
alcuni vivai per i pesci. Benché piccola, l’isola è talmente varia nel terreno e
nell’aspetto che offre luoghi di qualsiasi tipo ed accoglie qualsiasi tipo di coltura.
Vi si trovano campi, vigne, boschi, frutteti, pascoli grassi ombreggiati da boschetti
e delimitati da arbusti d’ogni genere mantenuti sempre freschi dalla vicinanza
dell’acqua; un’alta terrazza con due file di alberi costeggia l’isola per tutta la sua
lunghezza, e nel mezzo di tale terrazza è stata costruita una bella sala in cui gli
abitanti delle rive vicine si riuniscono e ballano la domenica, quando è tempo di
vendemmia.
È in quest’isola che mi rifugiai dopo il lancio di pietre a Motiers. Qui il soggiorno
mi risultò così delizioso, vi conducevo una vita così confacente al mio umore che,
risoluto di finirvi i miei giorni, mi preoccupavo solo che non mi lasciassero
realizzare questo progetto che mal si accordava con quello di condurmi in
Inghilterra, del quale già sentivo i primi effetti. Colto da tali presentimenti che mi
rendevano inquieto, avrei voluto che questo rifugio fosse trasformato in una
prigione perpetua, che mi si confinasse qui per tutta la vita, e che impedendomi
qualsiasi possibilità e speranza di uscirne, mi fosse proibito ogni tipo di
comunicazione con la terraferma, in modo tale che, ignaro di tutto quello che
succedeva nel mondo, io ne dimenticassi l’esistenza e venisse dimenticata anche la
mia.
Non mi hanno lasciato trascorrere che due mesi in quest’isola, ma ci avrei trascorso
due anni, due secoli, e tutta l’eternità senza mai annoiarmi un istante, benché io e la
mia compagna non avessimo altra compagnia che quella del fattore, di sua moglie e
dei domestici, che in realtà erano tutti delle gran brave persone e niente di più, ma
era precisamente ciò di cui sentivo il bisogno.
Considero quei due mesi il periodo più felice della mia vita, talmente felice che
mi sarebbe bastato per tutta l’esistenza senza lasciar nascere per un solo istante
nell’animo il desiderio di una condizione diversa.
In cosa consisteva dunque questa felicità e il suo godimento? Lo do a indovinare a
tutti gli uomini di questo secolo in base alla descrizione della vita che vi
conducevo. Il prezioso far niente fu la prima e la principale di quelle gioie che ho
voluto assaporare in tutta la loro dolcezza, e tutto quel che feci durante il mio
soggiorno non fu altro se non l’occupazione deliziosa e necessaria di un uomo
votatosi all’ozio.
La speranza che non mi si chiedesse di meglio che di lasciarmi in quel soggiorno
isolato in cui mi ero imprigionato da me, da cui mi era impossibile uscire senza
aiuto e senza essere scoperto, e dove non potevo né comunicare né corrispondere se
non tramite coloro che mi circondavano, questa speranza, dicevo, mi dava quella di
finirvi i miei giorni con maggior tranquillità di come avevo fino ad allora vissuto, e
l’idea che avrei avuto tutto il tempo per sistemarmi come volevo, fece sì che
cominciai col non farvi alcuna sistemazione. Trasportato lì, all’improvviso, solo e
spoglio, vi feci venire successivamente la governante, i miei libri ed il mio piccolo
bagaglio, di cui ebbi il piacere di non tirar fuori nulla, lasciando casse e bauli così
com’erano arrivati, vivendo nella casa in cui contavo di finire i miei giorni come in
una locanda da cui sarei dovuto partire il giorno seguente. . . .
Al posto di queste tristi scartoffie e di tutto questo mucchio di vecchi libri, mi
riempivo la camera di fiori e di erbe; era quello il periodo del mio primo fervore
per la botanica, per la quale il dottore di Ivernois mi aveva ispirato un gusto
divenuto ben presto passione. Non volendo più dedicarmi ad attività legate al
lavoro mi occorreva uno svago che mi piacesse e che non mi desse più fastidio di
quanto potrebbe sopportare un uomo pigro. Iniziai a redigere la Flora petrinsularis
e a descrivere tutte le piante dell’isola senza tralasciarne una sola, con una
precisione tale da esserne occupato per il resto dei miei giorni. . . .
In conseguenza di questo bel progetto tutte le mattine, dopo la colazione che
facevamo tutti insieme, andavo, lente alla mano e Systema naturæ sotto il braccio,
a visitare una zona dell’isola che a questo scopo avevo diviso in piccoli riquadri
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con l’intento di percorrerli uno ad uno in ogni stagione. . . .Di lì a due o tre ore me
ne ritornavo carico di un gran raccolto: era la mia scorta di svago nel caso avessi
dovuto trascorrere il pomeriggio in casa se fosse piovuto. Impiegavo il resto della
mattinata andando a vedere con il fattore, sua moglie e Thérèse i braccianti ed il
raccolto. Molto spesso lavoravo con loro e più volte alcuni bernesi venuti a farmi
visita mi trovavano appollaiato su grandi alberi, con un sacco attorno alla vita che
riempivo di frutti e facevo calare poi a terra con una corda. L’esercizio fatto
durante la mattinata ed il buon umore che ne è inseparabile mi rendevano
estremamente piacevole la pausa del pranzo; se però questo si prolungava troppo
ed il bel tempo mi invitava, non potevo attendere tanto a lungo e mentre eravamo
ancora a tavola sgusciavo via e saltavo, solo, su una barca che conducevo in mezzo
al lago quando l’acqua era calma. Là, allungatomi tutto, gli occhi volti al cielo, mi
lasciavo andare lentamente alla deriva, in balía delle onde, a volte per parecchie
ore, immerso in mille fantasticherie confuse ma deliziose che senza avere alcun
oggetto determinato o costante mi risultavano mille volte più gradite di tutto quel
che di più dolce avevo trovato in quelli che si chiamano i piaceri della vita.
Spesso, quando il calare del sole mi avvertiva che era l’ora di ritirarmi, mi trovavo
così lontano dall’isola che ero obbligato a remare con tutte le mie forze per arrivare
prima che fosse notte fonda. Altre volte, anziché spingermi al largo, mi piaceva
costeggiare le verdeggianti rive dell’isola, le cui limpide acque e la frescura
dell’ombra spesso mi hanno invitato a fare il bagno. Uno dei miei percorsi più
frequenti, comunque, era l’andare dall’isola grande alla piccola; qui sbarcavo e
trascorrevo il pomeriggio, ora facendo delle piccole passeggiate in mezzo ai salici,
agli ontani, alle persicarie e ad alberelli d’ogni tipo, ora fermandomi in cima ad una
collinetta sabbiosa coperta d’erba, di timo, di fiori, perfino di ginestrella e di
trifoglio che probabilmente era stato seminato in altri tempi, molto adatta ai conigli
che là avrebbero potuto moltiplicarsi in pace senza temere nulla e senza nuocere a
nulla. Diedi quest’idea al fattore che fece venire da Neuchâtel conigli maschi e
femmine, ed andammo così in pompa magna, sua moglie, una sua sorella, Thérèse
ed io, a depositarli nell’isoletta. . . .
Quando il lago agitato non mi permetteva di andare in barca, trascorrevo il
pomeriggio a percorrere l’isola erborizzando di qua e di là, sedendomi a volte negli
angolini più ridenti e solitari per fantasticare a mio agio, a volte sulle terrazze e sui
poggi, per seguire con lo sguardo il superbo ed affascinante panorama del lago e
delle sue rive, che da un lato sono circondate dai monti vicini, dall’altro lato si
slargano in ricche e fertili pianure, dove la vista si stende fino alle montagne
bluastre più lontane che la limitano.
Quando si avvicinava la sera scendevo dalle alture dell’isola ed andavo volentieri a
sedermi in riva al lago, sulla spiaggia, in qualche rifugio nascosto; là il mormorio
delle onde ed il movimento dell’acqua arrestavano i miei sensi, scacciavano dal
mio animo ogni altra agitazione e lo tuffavano in una deliziosa fantasticheria in cui
spesso, senza accorgermene, mi facevo sorprendere dalla notte. Il flusso e il
riflusso dell’acqua, il suo sciacquio continuo ma ad intervalli più forte mi
colpivano senza posa le orecchie e gli occhi, supplivano ai movimenti interni che il
sogno spegneva in me, ed erano sufficienti a farmi percepire piacevolmente
l’esistenza, senza la fatica di pensare. Ogni tanto mi nasceva qualche debole e
breve riflessione sull’instabilità delle cose di questo mondo, di cui la superficie
dell’acqua mi offriva l’immagine: ma ben presto queste impressioni leggere
svanivano nell’uniformità del movimento continuo che mi cullava e che senza la
partecipazione attiva dell’animo mi incatenava a tal punto che, richiamato dall’ora
e dal segnale convenuto, non potevo allontanarmi di là senza sforzo.
Dopo cena, quand’era una bella serata, andavamo ancora tutti insieme a
passeggiare un po’ sulla terrazza per respirare l’aria del lago e la frescura. Ci si
riposava nel padiglione, si rideva, si chiacchierava, si cantava qualche vecchia
canzone che certo non era da meno di quelle moderne, ed infine si andava a letto
contenti della giornata, con l’unico desiderio di un’altra simile il giorno dopo.
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Così, tralasciando le visite impreviste ed inopportune, ho trascorso il tempo in
quest’isola durante il mio soggiorno. Ditemi ora cosa vi è in quel luogo di tanto
attraente da suscitarmi nel cuore rimpianti così vivi, così dolci e così duraturi che, a
distanza di quindici anni, mi è impossibile ripensare a quel luogo tanto caro senza
sentirmi ogni volta preso dagli slanci del desiderio.
Attraverso le vicissitudini di una lunga vita ho notato che i periodi delle gioie più
dolci e dei piaceri più vivi non sono tuttavia quelli il cui ricordo mi attiri e mi
commuova maggiormente. Quei brevi momenti di delirio e di passione, per quanto
possano essere vivi, e proprio per la loro stessa vivacità, sono tuttavia solo dei
punti sparsi e radi sulla linea della vita. Sono troppo rari e troppo effimeri per poter
costituire uno stato d’animo e la felicità che il mio cuore rimpiange non è certo
composta da istanti fuggitivi, è uno stato semplice e permanente che non ha in sé
nulla di vivo ma la cui durata ne accresce il fascino al punto da trovarvi, alla fine,
la massima felicità.
Tutto sulla terra è in un flusso continuo. Nulla mantiene una forma costante e fissa,
e i nostri sentimenti per le cose esteriori passano e cambiano necessariamente come
loro. Costantemente, prima o dopo di noi, esse ricordano il passato che non è più o
anticipano il futuro che spesso non deve affatto essere: non vi è là nulla di solido a
cui il cuore si possa attaccare. Così non abbiamo quaggiù nient’altro che piacere
che passa; in quanto alla felicità che dura, dubito che la si conosca. A malapena si
trova nei nostri più vivi piaceri un istante in cui il cuore possa veramente dire:
Vorrei che questo istante durasse per sempre; come possiamo allora chiamare
felicità uno stato fuggevole che ci lascia poi il cuore inquieto e vuoto, che ci fa
rimpiangere qualcosa che era, o desiderare qualcosa che sarà?
Ma se esiste uno stato in cui l’animo trova un equilibrio abbastanza stabile per
riposarvisi completamente e raccogliere là tutto il suo essere, senza aver bisogno di
ricordare il passato né di sconfinare nel futuro, in cui il tempo non conti e il
presente duri sempre, senza però lasciar traccia del suo durare né del succedersi,
senza nessun altro sentimento di privazione né di godimento, di piacere né di pena,
di desiderio né di timore, se non quello della nostra esistenza che, da solo, possa
soddisfare completamente l’animo; fin tanto che questo stato dura, colui che vi si
trova può chiamarsi felice, non di una felicità imperfetta, povera e relativa, come
quella che si trova nei vari piaceri della vita, ma di una felicità bastevole, perfetta e
piena, che non lascia nell’animo alcun vuoto che sia necessario colmare. Questo è
lo stato in cui spesso mi sono trovato all’isola di Saint-Pierre durante le mie
fantasticherie solitarie, ora sdraiato sulla barca che lasciavo andare alla deriva, in
balia delle onde, ora seduto sulle rive del lago agitato, ora altrove, sulla sponda di
un bel fiume o di un ruscello mormorante tra i ciottoli.
Di cosa si gioisce in una simile situazione? Di nulla di esteriore a sé, di niente se
non di sé stessi e della propria esistenza; fin tanto che dura questo stato si è
sufficienti a sé stessi come lo è Dio. Il sentimento dell’esistenza spogliato di ogni
altro affetto è di per sé un sentimento prezioso di contentezza e di pace cha sarebbe
sufficiente da solo a rendere questa esistenza cara e dolce a chi fosse in grado di
allontanare da sé tutte le impressioni sensuali e terrestri che vengono
continuamente a distrarci e a turbarne, quaggiù, la dolcezza. Ma la maggior parte
degli uomini, agitati da continue passioni, poco conosce questo stato d’animo, ed
avendolo sperimentato soltanto imperfettamente, per pochi istanti, ne conserva
appena un’idea oscura e confusa che non permette di percepirne il fascino. Certo,
non sarebbe neanche bene che, nell’ordinamento attuale delle cose, avidi di queste
dolci estasi, si disgustassero della vita attiva di cui i bisogni sempre nuovi
impongono l’obbligo. Ma un infelice che è stato escluso dalla società degli uomini
e non può più fare nulla quaggiù di utile e di buono, né per gli altri né per sé, può
trovare in questo stato un compenso a tutte le felicità umane, che né la fortuna né
gli uomini saprebbero sottrargli.
È peraltro vero che tali compensi non possono essere avvertiti da tutti gli animi e in
tutte le situazioni. Occorre che il cuore sia in pace e che nessuna passione ne venga
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a turbare la quiete. Occorre una certa disposizione in chi li prova e nel ruolo degli
oggetti circostanti. Non occorre né un riposo assoluto né troppa agitazione, ma un
movimento uniforme e moderato senza scosse né intervalli. Senza movimento la
vita sarebbe solo un letargo. Se il movimento è discontinuo o troppo forte sveglia;
ricordandoci gli oggetti circostanti distrugge il fascino della fantasticheria, ci
strappa dall’intimo di noi stessi per sottoporci subito al giogo della fortuna e degli
uomini e per restituirci al sentimento delle nostre infelicità. Un silenzio assoluto
porta alla tristezza. Offre un’immagine di morte. Allora è necessario l’aiuto di una
ridente immaginazione, che si presenta abbastanza naturalmente a chi ne è stato
gratificato dal cielo. Il movimento che non viene dal di fuori si crea allora nel
nostro intimo. Il riposo è così minore, è vero, ma risulta anche più piacevole
quando lievi, dolci idee, senza agitare il fondo dell’animo, ne sfiorano per così dire
solo la superficie. Ne occorre solo quel tanto per ricordarci di noi stessi e
dimenticare tutti i nostri mali. Questa sorta di fantasticheria si può godere ovunque
sia possibile stare tranquilli, e spesso ho pensato che alla Bastiglia e perfino in una
cella di isolamento in cui nessun oggetto mi fosse visibile, avrei ancora potuto
sognare piacevolmente.
Ma bisogna confessare che era di gran lunga più piacevole farlo in un’isola fertile e
solitaria, per natura circoscritta e separata dal resto del mondo, dove mi erano
offerte solo immagini ridenti, dove nulla mi richiamava tristi ricordi e i pochi
abitanti erano socievoli e gentili senza essere interessanti al punto da tenermi
incessantemente occupato; dove insomma potevo dedicarmi tutto il giorno, senza
ostacoli e senza preoccupazioni, alle attività che preferivo o ad un molle ozio. Era
indubbiamente una bella occasione per un sognatore capace di nutrirsi di piacevoli
chimere perfino in mezzo agli oggetti più spiacevoli: poteva saziarsene a
piacimento facendo concorrere tutto ciò che realmente gli colpiva i sensi. Uscendo
da una lunga e dolce fantasticheria, vedendomi circondato da piante, fiori, uccelli, e
lasciando errare lo sguardo lontano, sulle romantiche rive che limitavano una vasta
distesa di acqua chiara e cristallina, assimilavo ai miei sogni tutti quei gradevoli
oggetti; alla fine, trovandomi a poco a poco ricondotto a me stesso e a quel che mi
circondava, non ero più in grado di separare il sogno dalla realtà. Tutto difatti
concorreva nella stessa misura a rendermi cara la vita raccolta e solitaria che
conducevo in quell’incantevole soggiorno. Non è forse possibile che rinasca
ancora? Non potrò mai andare a finire i miei giorni in quell’isola adorata senza mai
uscirne, senza mai rivedere alcun abitante del continente pronto a ricordarmi i guai
d’ogni tipo che si compiacciono di accumularsi su di me da così tanti anni?
Presto sarebbero dimenticati per sempre; senza dubbio essi a loro volta non
dimenticherebbero me, ma che mi importerebbe, purché non abbiano accesso per
venirmi a turbare il riposo? Liberato da tutte le passioni terrene generate dal
tumulto della vita sociale, il mio animo si libererebbe sovente oltre questa
atmosfera e intraprenderebbe anzitempo relazioni con le intelligenze celesti di cui
spera d’andare ad aumentare il numero entro breve tempo. Gli uomini si
guarderanno bene, lo so, dal ridarmi un rifugio così dolce dove non hanno voluto
lasciarmi. Ma almeno non mi impediranno di trasportarmici ogni giorno sulle ali
dell’immaginazione, e di godervi per qualche ora lo stesso piacere che proverei se
ancora ci abitassi. Quello che là farei di più dolce sarebbe sognare a mio agio.
Sognando di essere là, non faccio forse la stessa cosa? Anzi, faccio di più;
all’attrattiva di un sogno astratto e monotono aggiungo delle immagini incantevoli
che lo vivificano. I loro oggetti spesso mi sfuggivano ai sensi durante le mie estasi,
ed ora più è profondo il mio sognare e più me li dipingo vivamente. Spesso mi
trovo ora più in mezzo ad essi e più piacevolmente ancora di quando vi stavo
realmente. Il guaio è che, via via che l’immaginazione si affievolisce, ciò succede
con una certa fatica e non dura tanto a lungo. Ahimè, è proprio quando si sta per
abbandonare la spoglia mortale che si è maggiormente offuscati!
da: Rousseau, Opere, Sansone editore, 1972, pag. 745-1122
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1 J. J. Rousseau La vita di J. J. Rousseau L`autobiografia in