A06 39 Luigi Mario Chiechi Una funzione negata Dominanti sociali, culturali e biomediche dell’allattamento al seno Copyright © MMVI ARACNE editrice S.r.l. www.aracneeditrice.it [email protected] via Raffaele Garofalo, 133 A/B 00173 Roma (06) 93781065 ISBN 88–548–0557–2 I diritti di traduzione, di memorizzazione elettronica, di riproduzione e di adattamento anche parziale, con qualsiasi mezzo, sono riservati per tutti i Paesi. Non sono assolutamente consentite le fotocopie senza il permesso scritto dell’Editore. I edizione: aprile 2006 To Grazia and Maria Antonietta, my daughters, my pride, my sky Indice Introduzione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 9 Prefazione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 15 PARTE I La società postindustriale . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 21 Il problema italiano . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 29 Società ed allattamento . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 35 Cultura ed allattamento . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 41 La diffusione mediatica globale . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 55 Il corpo plasmabile . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 65 La mammella perfetta . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 73 Consolidare le posizioni . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 75 PARTE II La mammella femminile umana . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 85 Fisiologia dell’allattamento . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 101 Allattamento e carcinoma mammario . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 105 Il fattore modificabile . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 119 Carcinoma mammario e gravidanza . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 123 Allattamento e carcinoma ovarico . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 127 L’allattamento al seno nella prevenzione del carcinoma mammario ed ovarico . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 133 Allattamento al seno e contraccezione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 141 7 8 Indice PARTE TERZA Allattamento al seno e società postindustriale . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 153 Storia dell’allattamento . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 167 Rompere le barriere . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 183 La globalizzazione culturale . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 197 Demedicalizzare la società . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 203 L’allattamento al seno . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 207 Introduzione La società moderna sta gradualmente svuotando la donna di alcune sue funzioni biologiche fondamentali; lungi dall’assecondare la biologia femminile la nostra società non riesce neanche a stabilirne un compromesso; l’ha semplicemente asservita alle sue esigenze. Ed il percorso sembra appena iniziato, destinato a continuare, e sempre in risposta ad una domanda proveniente dalla società; così è stato per la contraccezione, per l’aborto, il parto, la fecondazione artificiale e via via fino alla maternità artificiale, altra realtà futura relativamente vicina, una decina di anni; fecondazione in vitro e gravidanza in utero artificiale. Perché? Per aiutare la donna ovviamente, per superare le attuali problematiche dell’utero in affitto fino a diventare pratica comune; nessuno può immaginare le conseguenze di questo tipo di gravidanza e le sue ripercussioni sulla famiglia e la società quando si romperà la diga delle indicazioni mediche per dilagare nel mare della normalità. È l’evoluzione estrema della maternità, fatta di fecondazione in vitro, selezione genica, utero artificiale, allattamento artificiale in cui la biologia femminile è pressocchè annullata; essa dovrà fornire solamente i pochi ovuli necessari, clonazione permettendo. L’allattamento rappresenta appunto una delle funzioni perse, resa superflua dalla società postindustriale; ma questa non è realtà futuribile; è realtà attuale. L’allattamento materno è un argomento di cui si discute poco oggi; è presente come problema, tanto da provocare interventi normativi, ma è stranamente ignorato dalla opinione pubblica; perché scrivervi un libro quindi? La ragione è proprio in questa diffusa noncuranza, in questa mancata presa di coscienza di un problema non soltanto importante in sé (per i danni che ne derivano a madre e figlio) ma anche spia di una tendenza tipica della nostra società che è quella di avanzare seguendo logiche involutive che non contemplano la difesa della salute ma anzi la mina- 9 10 Introduzione no; a queste logiche la medicina non si oppone ma le fa proprie; trasformatasi in megasistema sanitario sta ferma sul ciglio della strada del “progresso” a raccogliere i cocci che continuamente ed a ritmo crescente la società le procura: traumatizzati, alcolizzati, drogati, disadattati, stressati, obesi, bronchiectasici, colesterolemici, ipertesi, osteoporotici e tutti i variegati prodotti del disastro socio-biologico attuale. Trasformatasi in professione è poco interessata ad incidere sulla società e molto a coltivare i suoi interessi. Non è in grado di influire sullo stile di vita ma se ne interessa ai suoi danni, che tratta alla sua maniera, con i farmaci, che a loro volta provocano altri danni a cui pone rimedi con altri farmaci e via all’infinito. Ovvietà si dirà; cattiva alimentazione, sedentarietà, fumo, alcol, droga; solite cose. Sì, ma queste sono le nostre malattie e di queste ci ammaliamo e moriamo oggi. L’allattamento appartiene a queste problematiche ed alle altre ancora più profonde che riguardano la strumentalizzazione del corpo femminile e che ancora non riusciamo a focalizzare nella loro estensione ed importanza; ecco perché vale la pena di parlarne. E riflettendo, non è difficile capire che la perdita dell’allattamento al seno a cui assistiamo e l’invenzione dei sostituti del latte materno non sono altro che il risultato, direi logico, della nostra società, di una società che si trova costretta a coniugare le diverse esigenze, legate al lavoro femminile, al mantenimento della immagine femminile, alla sempre più invadente medicalizzazione della donna, alle necessità di un profitto che costituisce la direttiva unica che porta a trasformare tutto in mercato. Ma, sempre riflettendo sull’argomento, ci si accorge che proprio l’analisi dell’assurdità del fenomeno può costituire la chiave anche per capire le contraddizioni del nostro sistema sanitario e del nostro fare medicina oggi che arriva a danneggiare esso stesso la salute; per questo si sente la necessità di approfondire questa problematica, esternare le nostre preoccupazioni e renderle motivo di riflessione più estesa, piccoli messaggi in bottiglia affidati al mare della comunicazione e della crescita culturale. Forse sono gli inconvenienti del nostro progresso e forse questa forma di progresso deve ancora terminare il suo percorso; ma dovrem- Introduzione 11 mo fermarci a riflettere ed in fretta perché certe abitudini rapidamente ed irrimediabilmente scompaiono. L’aver interrotto la trasmissione culturale di alcune funzioni fisiologiche, parto ed allattamento innanzitutto, è già ora danno destinato a rimanere, ed a costringere, per poter essere recuperata ad uno sforzo difficile se non impossibile, per lo meno nella sua integrità così come si era strutturata nella memoria collettiva della donna. Oggi si dice che la donna occidentale stia riprendendo ad allattare al seno; ma non è vero; non si tratta più della stessa pratica, esclusiva, naturale, libera, incondizionata, asessuata, condivisa. L’allattamento al seno è scomparso ed il primo fattore che ha contribuito a determinarne la scomparsa è stata l’industrializzazione del lavoro femminile che ha spinto la donna fuori di casa costringendola ai ritmi della fabbrica; poi è venuto il lavoro della società postindustriale, che ai ritmi della fabbrica ha aggiunto il mito della emancipazione e della possibilità/necessità di carriera; la trasformazione della famiglia tradizionale allargata in famiglia nucleare, dove le donne non imparano più l’arte dell’allattamento da madri, nonne e zie fin da bambine. Ma non se ne sarebbe decretata la scomparsa definitiva se non si fosse verificato l’ospedalizzazione del parto con il modello medico-culturale imposto, che spingendo la donna ancora di più fuori di casa l’ha strappata alla sua cultura ed alla protezione familiare per consegnarla alla medicina industrializzata, svalorizzata, biologizzata e protesa al profitto che le ha troncato il percorso materno togliendole il latte e rimpiazzandolo con i suoi sostituti in una delle più amorali e dannose operazioni commerciali mai effettuate su così vasta scala. Nell’allattamento la medicina, con i suoi modi di pensare ed agire è una intrusa, e da esso deve allontanarsi lasciandolo alle donne ed ai loro valori; con l’allattamento essa ha continuato la sua opera iniziata con il parto, la riduzione a biologia, la scheletrizzazione degli eventi, dove non contano più le relazioni, le sensazioni, i contatti, gli affetti; l’individuo come somma di organi e di funzioni; la capacità di abolire il ruolo di madre facendo sì che l’allattamento possa essere effettuato dal padre, dal compagno, dalla nonna, dalla bambinaia, dalla portinaia. Ma la donna saprà riappropriarsene proprio quando la nostra società sta diventando sempre più medico-dipendente? Saprà fare a meno 12 Introduzione del ginecologo proprio nel momento in cui non riesce ad affrontare nessun percorso, non dico patologico ma neanche fisiologico della sua esistenza senza il suo aiuto? È la nuova sfida che siamo chiamati ad affrontare, medici e non, attraverso una vera e propria rivoluzione culturale che riempia la nostra biologia di valori, individuali e sociali. A questa operazione la donna è la prima ad essere chiamata, non soltanto perché primariamente investita dal suo ruolo di madre, ma anche perché chiamata a tutelare la sua salute, i cui tutori attuali si sono mostrati così maldestri nel farlo; perché se è vero che l’allattamento materno protegge il figlio dalle malattie, e questa è cosa ormai arcinota, è anche vero che protegge la madre. E questo il medico solo ora comincia a capirlo. Compito difficile per la donna di oggi chiamata ad altre sfide. La società postindustriale ha prodotto anche il mito e la necessità dell’apparenza, del corpo scritto ed utilizzato come strumento di interazione sociale, un corpo plasmato ed impreziosito, sempre più capitalizzato. Eco (U Eco. Storia della Bellezza. Bompiani. 2005) parlando della idea di Bellezza che domina il XX secolo, parla di Bellezza di consumo, del modello di Bellezza suggerito cioè dai mass media (riviste, cinema, televisione) che diffondono l’ideale di Bellezza proposto dal mondo del consumo commerciale. Il concetto di bellezza femminile è stato compresso nel suo spazio temporale, esasperato, ridotto all’attrattività ed alla simbologia sessuale; ed il corpo bello preso a modello è quello costruito dalla società occidentale, quello giovane, maturo sì ma non ancora sottoposto ai processi riproduttivi e da questi “rovinato”; ed il bersaglio principale di questa attenzione è stato ovviamente il seno, l’organo sessuale più visibile e più attraente nella donna. Per strano che possa sembrare, questo organo è stato svuotato del suo significato più profondo ed importante, quello parentale e viene svuotato oggi anche di quello sessuale per essere ridotto ad accessorio estetico, ad organo di rappresentanza, a messaggero di socializzazione, a strumento di affermazione; perché un organo così artificiosamente alterato, come quello protesizzato, è organo che attrae a distanza ma diventa disturbante al tatto. Ma tant’è; nella società postmoderna è molto più importante sembrare che essere, e dovendo scegliere fra il sembrare e l’essere si prefe- Introduzione 13 risce il sembrare, a costi anche notevoli. In una sorta di nemesi biologica però, questo organo così osservato, curato, esibito e modificato è diventato invece la sede più frequente di uno dei mali più devastanti della nostra società, il tumore mammario. Nemesi; o molto più semplicemente mancato rispetto della biologia umana. Prefazione Io mi auguro che questo possa essere considerato un libro medico, medico in una nuova accezione, di una medicina che si occupi di salute tenendo in considerazione tutti gli aspetti che sono in grado di affliggerla, biologici, sociali, culturali, religiosi, e che la difenda da tutti quei fattori che sono in grado di danneggiarla indipendentemente da qualsiasi credo scientifico o dogma, perché la difesa della salute umana è l’unica discriminate valida in grado di distinguere la bontà degli interventi scientifici, religiosi, legislativi, bioetici. Se si tenesse sempre presente questa discriminante sarebbe molto più facile tracciare il cammino di difesa dell’essere umano ed aiutare le varie branche della società ad orientarsi nel giusto e nel sbagliato. Per questo esso si vorrebbe rivolto ai medici, ed a tutti quelli che della salute umana si interessano e sono in grado di aiutarla e difenderla, sociologi, antropologi, biologi, politici ed ovviamente alla donna stessa, che a nostro parere, della sua gestione deve riappropriarsene. Si discuterà pertanto di biologia, di anatomia, di suddivisione sessuale del lavoro, di esigenze produttive e riproduttive, di fisiologia e medicalizzazione, di femminismo e sessualità, di etica e religione, di cultura e società; di campi come si vede molto diversi, ma tutti uniti dalla capacità di influire sulla salute umana. Per comodità del lettore il libro si compone di tre parti: nella prima parte vengono esaminati gli aspetti socioculturali che influenzano l’abitudine ed il tipo di allattamento. Pensare che il tipo di allattamento praticato, il tipo di latte consigliato, il ritmo consigliato, gli strumenti utilizzati siano il risultato dello spassionato consiglio medico, è un mito. La medicina si muove oggi seguendo le regole della società di oggi; fortemente influenzata da interessi secondari non sempre persegue l’esclusivo obiettivo del mantenimento della salute; e l’allattamento al seno è proprio la spia più evidente e sottovalutata di questo nuovo atteggiamento e per questo potrebbe essere presa come cartina di tornasole di 15 16 Introduzione un fenomeno più ampio; il significato dell’allattamento artificiale è passato inosservato ma esso ha rappresentato una operazione di marketing su larga scala tacitamente accettata ed attivamente esercitata attraverso la moderna organizzazione sanitaria pubblica. Non capire questi legami significa inaridirsi nelle discussioni supersettorializzate del tipo di latte e del tipo di vitamina che fa meglio al bambino, senza arrivare al nocciolo del problema. L’allattamento artificiale ha danneggiato il bambino, ha danneggiato la donna, ha danneggiato la società; in compenso ha arricchito le case produttrici di sostituti del latte materno e compensato i medici, che troppo spesso non hanno saputo resistere alla pressione commerciale su di loro esercitata. La seconda parte del libro tratta del danno provocato alla salute della donna a causa della perdita dell’abitudine all’allattamento al seno; è una parte più strettamente biomedica che attraverso gli strumenti della medicina basata sull’evidenza vuole mirare a chiarire gli aspetti più controversi e non ancora completamente accettati da una parte della società scientifica e non, dei vantaggi forniti dall’allattamento al seno che i forti condizionamenti sociali hanno spinto la donna a rifiutare e di cui deve riappropriarsi rivendicando la sua affermazione di genere in una società ancora fortemente androcentrica. Quella che stiamo vivendo è probabilmente una società intermedia dal punto di vista della posizione sociale della donna; la società patriarcale si avvia al suo declino e si stanno creando le premesse per una società matriarcale, o speriamo, semplicemente più giusta; la biologia femminile ha esaurito il suo ruolo nella società patriarcale e non può essere ulteriormente repressa; sono forze vitali che pretendono il loro spazio; arriverà il momento in cui la donna capirà di aver pagato abbastanza ed avrà la forza per poterlo affermare. In quali condizioni? Oggi non possiamo dirlo; sarà difficile che possa ritornare ad una naturalità in cui la vita sociale è modellata sulla sua fisiologia; più probabilmente, nonostante tutto, la ipermedicina continuerà il suo percorso e la donna si troverà a non poter fare a meno di alcuni suoi vantaggi, la fecondazione extracorporea, la maternità surrogata, l’allattamento artificiale. Il percorso iniziato è in questa direzione; le conquiste materiali sono sempre visibili e facili ed alla portata di tutti; le conquiste degli affetti sono invece immateriali, invisibili e difficili. Introduzione 17 La terza parte discute delle prospettive future, delle condizioni che si devono realizzare nella nostra società per permettere alla donna di espletare la sua fisiologia contro le barriere sociali che la penalizzano, soprattutto quelle lavorative; il percorso che si intravede è quello di un lavoro a misura di donna, un lavoro umano, meno totalizzante e proiettato agli obiettivi essenziali, che soddisfi le necessità e rispetti la persona, la sua fisiologia, il suo benessere, il suo ambiente per preservarlo, difenderlo e consegnarlo migliore alle generazioni future. PARTE I La società postindustriale Per capire le ragioni per le quali la medicina occidentale ha esercitato la sua forza ed il suo prestigio per annullare una funzione connaturata alla donna che assicura il nutrimento migliore per il neonato, lo protegge dalle malattie, stabilizza il rapporto materno, protegge la madre, non costa niente e fornisce un alimento disponibile ed insostituibile oggi sempre e dovunque, dovremo necessariamente addentrarci in discussioni non mediche; il che è lavoro arduo per chi si occupa e si è sempre occupato di medicina; ma vedere la medicina slegata dal suo contesto sociale e culturale e dal sapere più ampio significa non soltanto essere condannati a non capire, ma soprattutto non essere in grado di vedere ed apportare le giuste soluzioni. Che l’allattamento al seno sia stato soppiantato dall’allattamento artificiale proprio in questa epoca non è un caso; e per capirne il perchè dobbiamo innanzitutto chiederci in quale società oggi viviamo ed in che maniera questa società è in grado di modificare alcune basilari funzioni dell’organismo. Già dovrebbe essere una meraviglia che a discutere di allattamento al seno sia un medico, che se ne occupa non per trattarne le alterazioni (pochissime) del suo svolgimento ma per assicurarne lo svolgimento stesso; e questo atteggiamento della medicina odierna, che va sotto il nome di medicalizzazione (inclusione nell’area medica delle normali funzioni dell’individuo, affettività, sessuologia, maternità, allattamento, menopausa ecc) è già una delle caratteristiche della nostra società, definita in varia maniera e che noi chiameremo società postindustriale. Quella di società postindustriale non è una definizione univoca, ma sottintende il tipo di società seguita alla società industriale, che fu caratterizzata dalla presenza del settore secondario laddove questa è caratterizzata dalla supremazia del settore terziario e di settori più avanzati. Ma come la società industriale era caratterizzata da sue direttive, 21 22 Parte I valori, ideologie, questa è caratterizzata da nuovi valori, nuovi stili di vita, nuove categorie sociali e dal crollo delle precedenti ideologie. Le categorie sociali che hanno caratterizzato la società industriale risultano indebolite a favore di categorie nuove, alcune delle quali come quella dell’informazione e della comunicazione sono esplose all’improvviso ed in maniera imprevedibile. A partire dal periodo tardo-industriale si è cominciata a strutturare una configurazione nuova della vita sociale ed il prevalere di nuove problematiche che ne caratterizzano i comportamenti divenuti socialmente dinamici, anzi estremamente dinamici ed instabili. I membri della società industriale erano legati alla fabbrica, che era legata a sua volta al territorio; la fabbrica produceva ricchezza a cui tutti potevano partecipare attraverso il lavoro retribuito; tutti, datori e fruitori, erano legati stabilmente fra di loro nel luogo e nel tempo; vi era una condizione di stabilità basale; la ricerca del lavoro era un percorso strutturato e certo, ed anche la disoccupazione faceva parte di questa certezza; era forza lavoro di riserva tenuta a disposizione, prontamente disponibile. Questo mondo nella società postindustriale si dissolve; il legame non è più né stabile né territoriale; i nuovi lavoratori sono i global players, persone preparate e disposte a lavorare in tutto il mondo; l’economia non è territoriale ma può spostare liberamente la sede di produzione dove il territorio è più favorevole e/o permissivo; anzi ora è il territorio che deve modificarsi, modellarsi per diventare più attraente alla produzione. È scomparsa la concentrazione delle grandi masse di lavoratori nel luogo di produzione ed è scomparsa la stessa figura di lavoratore dell’industria con tutte le sue divisioni, divisione sociale del lavoro, divisione fra luogo di lavoro e luogo di vita, fra famiglia e professione; la parcellizzazione e sincronizzazione del lavoro e lo stretto legame alla macchina, la separazione netta delle parti sociali con i datori di lavoro da una parte ed i lavoratori dall’altra. La società postindustriale è la società globalizzata, dove i paesi ricchi tendono ad omogeneizzarsi indipendentemente dalla caratteristica geografica e politica; non vi è l’identificazione industriale con il paese; è emersa una nuova classe a livello sociale nella società opulenta che ha soppiantato la società di fabbrica dove c’era chi vendeva i prodotti e chi li comprava; oggi questa nuova classe si identifica con i professio- La società postindustriale 23 nisti ed i tecnici, i nuovi pensanti della produzione; è scomparsa la mente pensante unica (il proprietario dell’industria) che aveva caratterizzato il periodo industriale fordista con tutti gli altri, i lavoratori, a fare gli esecutori non pensanti; scompaiono i modelli di vita determinati dalla fabbrica e dalla grande industria. La nascita della società postindustriale si fa risalire al 1956, quando per la prima volta i colletti bianchi superarono negli Stati Uniti i cosiddetti colletti blu, episodio che sancì il sopravvento del terziario su tutti gli altri settori dell’economia; comincia anche la progressiva sostituzione della produzione dei beni con la produzione dei servizi. Quello che a noi interessa in questa sede è come tutti questi cambiamenti abbiano contribuito al mutamento della struttura sociale e come abbiano influenzato tutti gli aspetti della vita sociale, ivi compreso quello medico; ma di più, il nostro interesse deriva dal sospetto che tutti questi cambiamenti sociali abbiano influenzato lo sviluppo biologico della donna, e non in senso positivo, come tutto sommato era avvenuto finora, ma in maniera dannosa. Il sospetto che si ha in definitiva, è che l’evoluzione sociale che ha portato la donna a vivere così a lungo si sia arrestata ed anzi abbia iniziato un percorso inverso che la porta oggi a toglierle la salute che in altra forma le aveva dato finora. Per convalidare questo sospetto dobbiamo però compiere uno sforzo come medici, liberarci da quella lente distorsiva rappresentata dalla nostra cultura settorializzata, che ci farebbe correre il rischio di vedere solo quello che la nostra ottica professionale ristretta è portata a farci vedere; il che non è detto che sia la realtà e la realtà tutta. Quando il sapere scientifico era sottoposto al vaglio religioso la cultura medica dominante era distorta da questa ottica e l’evidenza negata; era come se il vero non fosse una realtà indipendente, ma il vero fosse solo quello che la religione dichiarava tale, anche se palesemente falso. Ma non si consideri il problema oggi superato; non è problema di religione ma di cultura. La storia di Ignàc Semmelweis (1818-1865) è al riguardo emblematica; la febbre puerperale [costituiva la causa più frequente di morte da parto; dovuta alla trasmissione di germi patogeni, quali streptococchi, stafilococchi, escherichia coli, era favorita dall’abitudine dei medici di allora di visitare la donna a mani nude e non disinfettate; particolarmente pericolosa era l’organizzazione ospedaliera dell’epoca che con- 24 Parte I templava come primo atto della giornata l’autopsia in sala dissezione anch’essa eseguita a mani nude; dopo i medici si recavano in corsia ed iniziavano la loro attività clinica ivi compresa la visita vaginale alle gravide trasmettendo frequentemente i germi da cadavere; si ricordi che all’epoca era sconosciuta l’esistenza dei batteri] determinava una mortalità elevatissima; la sua diffusione era provocata dai medici che la diffondevano da cadavere a donna e da donna a donna; la sua evidenza era lapalissiana; ma tutta l’intera classe medica la ignorò e continuò a perpetrare questo genocidio involontario, con l’eccezione di quella mente indipendente rappresentata da Semmelweis, che pagò a caro prezzo questa sua libera visione. La teoria più diffusa era quella sostenuta nel 1773 da Charles White, di Manchester, secondo cui la causa era rappresentata dall’aria viziata; la causa veniva di volta in volta “adattata” alle circostanze per spiegarne le contraddizioni; poteva essere la stagione dell’anno od il clima particolare o l’esistenza di una fogna nelle vicinanze; per porvi rimedio si svuotavano gli ospedali che venivano di volta in volta chiusi ed inondati di elevate concentrazioni di cloro o suffumigi. La situazione divenne paradossale quando all’Allgemeines Krankenhaus di Vienna, il più grande ospedale dell’epoca, furono istituite due divisioni di ostetricia, una per l’insegnamento ai medici e l’altra per l’insegnamento alle ostetriche; si realizzò pertanto una netta separazione perché in una divisione non entravano i medici laddove nell’altra non entravano le ostetriche; le partorienti fra l’altro venivano ricoverate, nell’una o nell’altra divisione, per sorte, in relazione al giorno in cui si presentavano in ospedale; si realizzò quindi involontariamente la condizione ideale per una precisa osservazione scientifica (oggi diremmo uno studio randomizzato); le puerpere ricoverate nella prima divisione, quella dove visitavano i medici morivano con una incidenza altissima (1 su 6 nel 1847) tanto che a Vienna le donne avevano il terrore di essere ricoverate in questa divisione, così diffusa ed evidente era la circostanza; ma ai medici questo non bastò. Gli è che i medici di allora (come quelli di oggi) giudicano gli avvenimenti della biologia attraverso una lente, la lente distorta della cultura dominante. Theodor Billroth, grande chirurgo tedesco, descriveva in questa maniera nel 1876 i “grandi” professori dell’Università di Vienna: La società postindustriale 25 “[una] generazione che era stata educata in una camicia di forza intellettuale con occhiali scuri davanti agli occhi e tappi nelle orecchie.” (da SB Nuland. Il morbo dei dottori. Codice Edizioni 2004). Che la situazione sia cambiata è cosa ovvia; che gli occhiali scuri od i tappi nelle orecchie siano stati completamente rimossi è invece non così ovvio; ed è per questo che conviene addentrarci in sentieri non medici, con la speranza che ci possano essere di aiuto ad eliminare le barriere culturali che offuscano la visione. Con la società postindustriale si crea e si sviluppa una intelligenza tecnologica improntata sulla conoscenza teorica e sullo sviluppo di idee, emergono nuovi valori e culture centrati sul benessere, l’opulenza, il consumismo, il tempo libero; alla stabilità precedente si sostituisce l’instabilità attuale che genera la concentrazione sul presente e sul suo sfruttamento intensivo ed egoistico; persa la tranquillità del posto fisso tutto diventa mobile (anche geograficamente), instabile e precario. La grossa conflittualità polarizzata (capitalisti contro lavoratori) è sostituita dalla micro-conflittualità quotidiana ed individualizzata; l’individuo deve farsi spazio capitalizzando se stesso, aumentando il suo grado di conoscenza, la sua resistenza lavorativa, la sua capacità lavorativa, la sua disponibilità lavorativa; la nuova ristrutturazione sociale è individuale con lo sviluppo di personalità non più edipiche, perché il modello paterno è ormai superato ed inadeguato, ma di tipo narcisistico; è la prima società a valori invertiti, in cui il sapere paterno è inferiore a quello del figlio, il benessere economico superiore a quello del figlio, la qualità di vita superiore a quello del figlio. L’individuo viene continuamente manipolato e sedotto ed è in qualsiasi momento contemporaneamente produttore-consumatore; il modello vincente è il produttore di idee che veste le grandi firme, utilizza le buone palestre, frequenta i luoghi di villeggiatura alla moda, utilizza la moderna tecnologia estetica e cosmetica. La produzione è frutto dell’attività di soggetti multipli momentaneamente uniti da progettualità comuni, è frutto dell’attività dei singoli soggetti più grandi, che generano in luoghi diversi ed in momenti diversi singoli prodotti che rappresentano i frammenti del prodotto finale che devono poi ricongiungersi in altri luoghi ancora per dare il prodotto finito. Accanto allo sviluppo di individualità capitalizzate e narcisistiche la 26 Parte I società postindustriale sviluppa un’altra caratteristica fondamentale; il vecchio mercato è insufficiente, le risposte sono già state date; bisogna ora far nascere nuove esigenze, sollecitare nuove domande a cui poter rispondere; in pratica bisogna creare il mercato stesso, e farlo continuamente. Questa necessità diventa impellente, ossessiva, totale. Kumar (K Kumar. Le nuove teorie del mondo contemporaneo. G Einaudi Editore. 2000) dice che gli aspetti della vita privata più personali ed intimi si sono trasformati in terreni di conquista e che il consumismo ha invaso gli ambiti del corpo e della sessualità. La necessità di espansione significa sopravvivenza e tutti gli spazi devono essere riempiti; anche il corpo deve diventare mercato ed essere occupato, e per far questo è necessario che vengano aggrediti ed eliminati gli ultimi ostacoli, quelli morali, fino al più resistente di tutti, quello della libertà dell’individuo non più intesa come democrazia, libera partecipazione alla vita politica (che tanto non conta più perché essendo rimasta nazionale non ha più potere di controllo sull’economia globalizzata e può soltanto sperare di arruffianarsela) ma intesa proprio come libertà personale, libertà di essere secondo i propri convincimenti e le proprie idee. Questa libertà viene anch’essa annullata, manipolata, assoggettata. L’individuo è forzato, è costretto ad essere a-culturale, a-religioso, a-morale, senza famiglia, senza legami, senza patria, senza politica; l’instabilità spinge alla gara competitiva continua, che significa essere sempre aggiornati nel sapere tecnologico, nell’aspetto, nell’adattabilità. Ed anche il corpo deve essere adattato alla nuova realtà. E se questo significa sopravvivenza nessun sacrificio è abbastanza; il che non è novità storica; gli eunuchi venivano castrati perché avessero chances di sopravvivenza ed i giullari storpiati perché potessero vivere. Nella società patriarcale il soggetto debole è la donna; quando e dove la sopravvivenza è legata al matrimonio e la competizione è dura, il corpo femminile viene modificato e “migliorato” per la competizione; ancora oggi le madri sottopongono le figlie alla infibulazione perché diventino eleggibili per il matrimonio, possano diventare cioè competitive per la corsa alla sopravvivenza, nel linguaggio di quelle terribili realtà. Anche oggi la donna ha più possibilità competitive se è libera da obblighi riproduttivi e se ha il fisico “più efficace”; per essere efficace La società postindustriale 27 il fisico necessita di investimenti, il principale dei quali per la donna della società maschio-dominata è la bellezza; e nella società ipertecnologica di oggi non è più necessario nascere belle, anche perché, oltretutto, si può nascere con una bellezza non modello-rispondente. La bellezza di oggi non è più un dono della natura; oggi la si costruisce; ognuno se la può costruire autonomamente e la libertà di potersi modellare il proprio corpo è non soltanto eticamente accettato ma imposto dalla competitività sociale; la donna si afferma innanzitutto attraverso il proprio corpo, perché l’individuo solo, senza ceto, senza gruppo, senza nazione, senza appartenenza ideologica, si presenta attraverso la sua identità personale, che è l’unica che può presentarlo e rappresentarlo; l’apparenza diventa essenziale, vitale e per questo la donna investe tanto sul suo corpo, che come vedremo diventa un corpo “sociale”, costruito non per una finalità sessuale, familiare, individuale, ma sociale, “proprietà dello sguardo degli altri”, come dice Lidia Ravera; anche in questo non è necessario che un corpo “sia”, ma che “sembri”; non deve servire per essere toccato, abbracciato, baciato, stretto, ma per “entrare”; passaporto postumano della società globale. In questa società l’allattamento materno stride per la sua animalità, la primitività, rozzezza ed inadeguatezza dell’atto; un impiccio intollerabile alla frenesia del lavoro postmoderno, un enorme spreco di tempo anticonsumistico, annullabile ed annullato. Rimane la mammella, libera dall’impegno nutrizionale, restituibile alla funzionalità estetica femminile, non rovinata dalla funzione e migliorabile. Anche a costo della vita, come vedremo. E questa è l’altra enorme contraddizione della società postindustriale. Il problema italiano Il 5 aprile 2005 è stato pubblicato il “Regolamento sulla pubblicità dei prodotti sostitutivi del latte materno” a firma dell’allora ministro della Salute Girolamo Sirchia, e del ministro delle Attività Produttive Antonio Marzano (v. Inserto 1). Inserto 1. Stralci dal “Decreto 22 febbraio 2005, n. 46 regolamento recante norme per la pubblicità dei prodotti sostitutivi del latte materno – Modifica dell’articolo 7 del decreto del Ministro della Sanità 6 aprile 1994, n. 500”. Il MINISTRO DELLA SALUTE di concerto con IL MINISTRO DELLE ATTIVITà PRODUTTIV OMISSIS – È fatto divieto: di ogni forma pubblicitaria degli alimenti per lattanti, ivi comprese quelle su riviste scientifiche, pubblicazioni specializzate in puericultura, in occasione dello svolgimento di convegni, congressi, stand ed esposizioni, negli studi medici, nei punti di vendita, nonché attraverso il materiale informativo e didattico; di ogni forma di distribuzione di campioni gratuiti o a basso prezzo o di altri omaggi di alimenti per lattanti alle donne incinte, alle madri e ai membri delle famiglie, direttamente o indirettamente attraverso il sistema sanitario, ovvero attraverso i medici e gli informatori sanitari; di donazioni di qualsiasi forma e tipo e di forniture gratuite di alimenti per lattanti e di attrezzature a istituzioni, figure professionali o altre organizzazioni preposte alla nascita e alla cura del lattante; di ricorrere ad altri sistemi diretti e indiretti, ivi compresi la sponsorizzazione e il contributo economico di qualsiasi genere e in qualsiasi forma alla organizzazione o alla partecipazione a congressi e manifestazioni scientifiche – OMISSIS – di attribuire il riconoscimento di crediti formativi per l’Educazione Continua in Medicina (ECM) per gli operatori sanitari che partecipano agli eventi formativi organizzati con il contributo, a qualsiasi titolo, da parte delle aziende che producono o commercializzano prodotti sostitutivi del latte materno. 3. Le Aziende sanitarie, per far fronte ai bisogni per uso interno per i neonati che necessitano di una totale o parziale alimentazione con prodotti sostitutivi del latte materno, provvedono all’acquisto diretto di tali prodotti, con particolare attenzione alla tutela economica dell’utente anche nella fase successiva alla dimissione ospedaliera. - OMISSIS - 29 30 Parte I È l’ennesima censura a pratiche già evidenziate in precedenza (Circolare n.16 del 24 ottobre 2000 del Ministro della Sanità di allora, Umberto Veronesi) e riferentisi all’uso del latte artificiale, in cui ancora una volta si proibisce la pubblicità sotto qualsiasi forma degli alimenti per lattanti, la distribuzione di campioni gratuiti o a basso prezzo alle donne incinte ed ai loro familiari attraverso il sistema sanitario, i medici e gli infermieri. Nel decreto sono indirettamente elencate, per chi ne avesse la curiosità, alcune delle forme sviluppate attraverso le quali il moderno marketing lentamente ed inesorabilmente ha di fatto soppresso l’abitudine all’allattamento al seno. Il fatto che si sia sentita la necessità di rinnovare per legge questi divieti fa evidentemente ritenere che queste pratiche siano ancora attive. Vediamo qual è la situazione italiana per quanto riguarda l’allattamento al seno; difficile farsi una idea precisa perché per allattamento al seno si intende anche la poppata saltuaria e perché, come immaginabile, la situazione è a macchia di leopardo con differenze notevoli da regione a regione come evidenziabile dal grafico 1. Guardando il grafico si vede come la situazione sia abbastanza variegata oscillando da un minimo del 32,1% della Calabria ad un massimo di 84,2% della Basilicata. Il grafico successivo (v. 2) mostra l’incidenza e la variazione regionale dell’attaccamento al seno entro le due ore dal parto, che viene considerato essenziale nel processo del mantenimento dell’allattamento materno e dove ancora più lampante risalta la responsabilità della struttura sanitaria; così come evidente è la responsabilità della struttura nel fornire le adeguate informazioni sull’allattamento materno che in alcune regioni, come la Puglia, non vengono fornite neanche al 60% delle donne (v. grafico 3). Il grafico 4 mostra invece il crollo dell’allattamento al seno (esclusivo, predominante, completo, misto) a sei mesi di vita del bambino; considerando che nel grafico è stato rilevato l’allattamento al seno in qualsiasi forma, la percentuale è da considerarsi bassa; a distanza di 12 mesi in nessuna regione l’allattamento al seno comunque effettuato raggiunge il 20%, con la punta più bassa rilevata in Sicilia pari all’8,7%. Da questi grafici ognuno potrà fare le sue considerazioni, la più ovvia delle quali è quella di osservare come l’allattamento al seno sia più elevato in alcune regioni (Bolzano 70,6%, Emilia Romagna 68,7%) e più basso in altre (Sicilia 31,2%, Campania 42,3%) associandolo alla tendenza attuale che lo vede preferito da una tipologia di donna caratte- Il problema italiano 31 rizzata da un livello di istruzione più elevato ed evidenziando come la resistenza all’allattamento al seno sia maggiore nelle regioni considerate a più bassa scolarità come la Calabria e la Sicilia, appunto. È probabile che questa componente della scolarità possa essere anche presente e determinante, ma questa analisi è senz’altro riduttiva; come si avrà modo di parlare più estesamente in seguito il problema dell’allattamento materno è un problema complesso ed attiene alla capacità di penetrazione degli attuali interessi della società sulla fisiologia femminile e su crescenti aspetti della sua persona, che rappresenta comunque solo il braccio operativo di una tendenza iniziatasi nella società industriale e che sta trovando la massima espressione nella società postindustriale, società che sembra muoversi lungo direttive di mercato e di profitto indipendentemente dal rispetto della salute umana e che anzi tende a considerare la stessa salute essa stessa un mercato; il grado di istruzione è ovviamente importante, ed è importante perché fornisce la capacità di comprendere i termini del problema (i benefici dell’allattamento al seno, la strumentalizzazione sanitaria ecc) ma soprattutto per formare quella che i cinesi chiamano hung-sum, la determinazione cosciente e responsabilizzata, la sagacia messa in atto per superare le barriere socio-culturali dominanti che si oppongono alla abitudine all’allattamento; oggi la medicina non è più né Igea né Asclepio, è una cibermedicina, una medicina antica con tecno-innesti, robotizzata, caratterizzata da varie componenti artificiali, le più preminenti delle quali sono le componenti produttrici di profitto e di conflitto, una medicina de-culturizzata, gestita dai politici direttamente od indirettamente dalle loro espressioni: medici politicizzati, personale politicizzato, amministratori politicizzati, strategie politicizzate. Il territorio che più facilmente permette la penetrazione di questo tipo di medicina è un territorio in cui la salute femminile è più medicalizzata in tutte le sue forme (bisogna pagare per essere assistite al parto, aumenta l’incidenza dei tagli cesarei, diminuisce la percentuale di gravidanze dichiarate fisiologiche, diminuisce la percentuale di allattamento al seno e via dicendo) (grafico 5); e poiché è agli estremi di un fenomeno che la verità si rende più evidente è bene considerare queste espressioni non come episodi distaccati ma come espressioni di un processo unico, quello che coinvolge oggi la trasformazione della medicina occidentale, che ha iniziato quel 32 Parte I processo involutivo che la porta non a difendere la salute ma ad aggredirla, e che per questo deve essere controllato ed ostacolato. Si tenga presente, per apprezzarne a pieno l’entità del fenomeno, che le raccomandazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità consigliano un periodo di allattamento di solo latte materno per almeno sei mesi e che l’Accademia Americana di Pediatria raccomanda l’allattamento materno al seno per almeno dodici mesi. /' .' -' ,' +' *' )' (' %' " ' # $ ! 1 2 1 # 0 Grafico 1. Incidenza di allattamento esclusivo al seno (in %) in ospedale, nelle varie regioni italiane nel 2002 Fonte: Istituto Superiore di Sanità. & 33 Il problema italiano /' .' -' ,' +' *' )' (' %' " ' # $ ! 1 2 1 # 0 Grafico 2. Incidenza dell’attaccamento al seno (in %) entro due ore dal parto nelle varie regioni d’Italia nel 2002 Fonte: Istituto Superiore di Sanità. & # .' #& D -' ,' # +' 2 *' J#& )' (' " %# %' ' D %& " & Grafico 3. Informazioni adeguate (in %) ricevute in reparto nelle varie regioni italiane nel 2002. Fonte: Istituto Superiore di Sanità. 34 Parte I /' .' -' ,' +' *' )' (' %' ' 2 # #& D # 2 J#& " %# D %& " , Grafico 4. Incidenza di allattamento al seno (in %) in ospedale ed a sei mesi dal parto nelle varie regioni italiane nel 2002. Fonte: Istituto Superiore di Sanità. Si tenga presente nel raffronto che mentre l’allattamento riferito in ospedale è solo quello esclusivo, a sei mesi è stato preso in considerazione l’allattamento comunque al seno di qualsiasi tipo. 100 80 60 Bolz ano 40 Puglia 20 0 GP ( >5 CP GF TC E TCE PV Ri AE A<2 A6 R<2 C Grafico 5. Differente incidenza di alcuni indicatori di medicalizzazione della gravidanza. È stata presa in esame una regione del Sud, la Puglia (per vari motivi ho preferito la mia) ed una area del Nord, Bolzano. Le differenze, come si vede, sono notevoli; l’indifferenza degli organi costituzionali anche. Legenda: GP= assistenza in gravidanza da Ginecologo Privato. >5= percentuale di donne che hanno eseguito più di 5 ecografie in gravidanza. CP= Partecipazione a corso di preparazione alla nascita nell’attuale o nelle precedenti gravidanze. GF= incidenza di gravidanze giudicate fisiologiche. TC= incidenza di tagli cesarei. E= Incidenza di episiotomia al parto spontaneo. TCE= incidenza di tagli cesarei eseguiti di elezione. PV= incidenza di parti con persona vicina al momento della nascita. Ri= incidenza di rooming in (possibilità di avere il neonato vicino). AE= allattamento esclusivo nei primi giorni dopo la nascita. A<2= possibilità di attaccamento al seno entro due ore dalla nascita. A6= allattamento al seno in qualsiasi forma al 6° mese. R<2= ripresa dei rapporti sessuali entro due mesi dalla nascita. C= percentuale di casalinghe presenti nel campione. NB: tutti i dati sono espressi in %. Società ed allattamento Il libro non tratta di sociologia e l’autore è incompetente in materia; ma si è costretti ad occuparsene; se non si capiscono le principali coordinate attraverso cui si muove la società moderna non si potranno capire le problematiche che determinano la distruzione di comportamenti fisiologici che si sono perfezionati nella evoluzione del genere umano e che sono oggi investiti da una forza distruttiva teoricamente incomprensibile nella sua determinazione ed efficacia. La società occidentale attuale, identificata come postindustriale, è caratterizzata dalla perdita delle grandi ideologie del periodo industriale e dei valori religiosi tradizionali; dalla deregolamentazione, dal consumismo futile ed esasperato. È altresì appartenente al fenomeno industriale e postindustriale il concetto di lavoro come fonte di ricchezza e delle conseguenze di questo assunto; nella società contadina preindustriale la ricchezza era rappresentata dalla terra (con tutto quello che vi stava sopra) ma nella società industriale la ricchezza è determinata dalla “forza lavoro”; questo nuovo ordine industriale non determinò soltanto la distruzione della vecchia impalcatura e dei valori della società rurale; impose un nuovo ordine e nuove regole sganciando l’accumulo della ricchezza dal soddisfacimento dei bisogni primari; Henry Ford raddoppiò lo stipendio ai suoi operai non tanto perché potessero essere in grado di vivere meglio ma perché potessero comprare le sue automobili e questo tipo di benessere diventò un benessere stabile, non legato ai capricci del tempo e dell’atmosfera ma legato al lavoro che a sua volta era legato al capitale; l’operaio della Fiat era sicuro, una volta ottenutolo, di conservare il suo posto per tutta la vita ed oltre, di poterlo poi trasferire anche al figlio a patto che rispettasse l’omologazione sociale ritenuta necessaria; il disagio sociale era minimo perché controllato; la disoccupazione era una disoccupazione per così dire predeterminata perché costituiva la forza lavoro di riserva, ma il welfare sociale era stabile, definibile e prevedibile. 35 36 Parte I Nella società postindustriale il lavoro rimane sempre l’unica fonte di ricchezza ma non è più un lavoro stabile ed il capitale non ha più interesse alla sua conservazione; è rimasto indispensabile ma è diventato individuale, insicuro e necessitante di essere continuamente mantenuto ricorrendo a tutte le energie personali; l’operaio industriale della fabbrica fordiana aveva bisogno di un apprendistato di pochi minuti per svolgere alla perfezione il suo compito per tutta la vita; il lavoratore postfordiano ha bisogno di un apprendistato di decine di anni per svolgere un lavoro destinato a cambiare varie volte nel corso della sua vita; la cosiddetta “flessibilità” genera non soltanto una perenne incertezza lavorativa ma spinge ad attingere a tutte le risorse personali e costringe a rinunce abissali; la flessibilità è una flessibilità totale non soltanto lavorativa perché il mercato del lavoro postindustriale non è più un mercato territoriale, localizzato, ma un mercato globale. Il lavoratore deve essere persona fortemente competitiva (e mantenersi tale per tutta la vita) non soltanto sul piano lavorativo ma anche sul piano personale perché la competitività richiede la necessità di attingere a tutte le risorse personali; ma deve anche essere una persona “libera”; dopo aver troncato i legami locali (familiari, territoriali, tradizionali, culturali) deve essere disposta a trasferirsi continuamente dove il capitale richiede la sua presenza e disposto a non legarsi ai nuovi luoghi ed alle sue culture. La tradizione e la cultura territoriale diventano una zavorra, un peso da cui liberarsi e da non più acquisire. Liberi dal passato, non legati a valori o ad aziende, i nuovi lavoratori per sopravvivere sono legati unicamente ad un lavoro da inseguire continuamente nel tempo e nello spazio, e senza possibilità di difese; può essere un bravo lavoratore ma essere comunque licenziato e spesso senza sapere o capirne il perché. Come nella seconda guerra mondiale un soldato poteva combattere valorosamente la sua battaglia ma perdere ugualmente e mentre pensava di vincere era già prigioniero senza capirne il perché tanto il fronte era vasto e variegato, oggi diremmo globalizzato, così adesso l’informatore farmaceutico, metti caso di Bari, che con abnegazione e bravura svolge il suo lavoro si trova ugualmente licenziato per la fusione aziendale avvenuta, metti caso a New York. La microsocietà industriale (di paese, di comunità, di fabbrica, di sindacato, di cultura) si è polverizzata e l’individuo si ritrova solo con se stesso ad attingere alle Società e allattamento 37 sue risorse individuali mettendo sul piatto tutto, anche la sua immagine fisica. L’individuo in grado di sopravvivere nella società postmoderna è l’individuo il più libero possibile, dal territorio, dalla cultura, dalla tradizione, dalla lingua, dalla famiglia, dal partner, ed il più competitivo possibile, multilingue, individualista, allenato ai ritmi ossessivi del lavoro, nomade, giovanile. E consumatore. Perché l’altra faccia della gratificazione globale è l’individuo consumistico; come nella società industriale l’operaio ideale era l’operaio con moglie, figli ed acquirente di auto, nella società postmoderna consumistica l’individuo meglio inserito è l’individuo consumatore adeguato ai nuovi modelli sociali, in grado di vivere questa società utilizzandone tutti i prodotti. Non sembra come si vede una condizione ideale, ma da questa condizione non si può sfuggire perché il rischio è molto grande; non vi sono fasce sociali intermedie; o si è lavoratori o si è emarginati; e si è emarginati non soltanto perché non si è produttivi ma anche perchè si cade nella condizione peggiore per una società consumistica, quella di essere solo un peso sociale. Tutte le reti di sicurezza sociali valide fino a poco tempo fa sono state interrotte, fossero esse il paese, il gruppo o la famiglia. Indifferente e solitario l’individuo postmoderno è anche lavorativamente instabile e l’instabilità nella società determina non soltanto la precarizzazione del legame familiare ma la percezione ab initio del legame con il partner come precario e la possibilità di dover disporre di un corpo sempre pronto per nuove relazioni con il nuovo partner e la nuova carriera. Il rapporto con la famiglia come con l’azienda si forma e si interrompe più volte e la ricerca di nuovi partner nel lavoro e nella famiglia spinge alla elevazione della competitività individuale globale. In questo contesto il rapporto con l’altro sesso si modifica e si semplifica; esso viene desublimato e da amore ri-ridotto a sesso, fra l’altro fine a se stesso perché ormai sganciato dalla finalità riproduttiva; se la cultura imperante è una cultura globale, una non-cultura, l’unico rapporto de-culturizzato possibile è quello primitivo istintivo, quello sessuale liberato non soltanto dei costrutti culturali ma anche di tutte le sovrapposizioni extraculturali, riproduttive e socialmente accettate e legiferate; è un desiderio fine a se stesso, senza alleati e limiti ed in quanto tale tendente a forzare continuamente le barriere del lecito e della norma (con il turismo sessuale, la pedofilia ecc). Il 38 Parte I corpo è quindi slegato da tutti i compiti ed i doveri sociali, slegato dalla tendenza alla riproduzione di specie, slegato dalla intimità, riservatezza familiare e viene immesso nella società del consumo, non più costretto dalla morale dominante ma trasformato in strumento di seduzione, interpersonale e sociale, uno strumento però che per rimanere tale deve essere continuamente adeguato nel tempo al modello dominante od alla moda; non assolvendo più alla sua funzione riproduttiva ed alla sublimazione dell’amore, retrocede anche dalla sua funzione sessuale a quella strettamente orgasmica occasionale; ma quanto perso sul piano familiare viene acquistato in valenza sociale; il corpo ha divorziato dall’amore tradizionale e dalla famiglia e si rende disponibile ai nuovi usi sociali. Per assolvere a questo nuovo compito si deve adattare alla costruzione postmoderna di una identità socialmente competitiva che serva alla costruzione di una rete di legami sociali ed interpersonali utili alle nuove forme di sopravvivenza e di affermazione; sempre più libero dalle necessità riproduttive è sempre più plasmabile e modificabile per adattarsi alle nuove esigenze, ed in questa maniera sempre più disponibile alle aggressioni della società di profitto. In questo senso la cultura postmoderna avendo spogliato il sesso di ogni sovrastruttura esibisce anche il corpo come perenne promessa di piacere in tutti i rapporti con l’altro sesso ed anche in quelli quotidiani che non dovrebbero teoricamente porsi come tali, sia quelli lavorativi che sociali; in questo senso il corpo ha bisogno di essere sempre più erotizzato e quello che prima era possibile in tempi e modi limitati (prima del matrimonio, per favorire il corteggiamento, con la tecnica rudimentale del busto, del corsetto e via dicendo), ora è invece reso continuo nel corso della vita e con tutta la tecnologia di cui oggi l’essere umano può disporre. Va da sé che questo corpo “utile” con le sue precise caratteristiche di corpo giovane, sensuale deve essere mantenuto in questo modo per il maggior tempo possibile e viene vissuto con frustrazione come un bene perduto nella post-giovinezza. Il corpo umano diventa quindi esso stesso un oggetto da trasformare; non è più sufficiente ricoprirlo con abiti adatti allo scopo (eleganti, erotizzanti ecc); diventa esso stesso abito, rivestimento modificabile, territorio di intervento ed in definitiva vittima di interventi sociali che ridefiniscono l’appropriatezza dell’involucro esterno al socialmente Società e allattamento 39 accettato. Da struttura biologica, naturale e funzionale, diventa luogo sempre più artificiale dove si scrivono e si ri-scrivono continuamente i vari viatici sociali. Ma in questa necessità sociale non è soltanto l’involucro esterno ad essere modificato (come avviene per il lifting o la bleferoplastica o la liposuzione) è la stessa biologia ad essere modificata; da una parte si rimuovono gli ostacoli, come la maternità e l’allattamento, e dall’altra si utilizza la tecnologia per interventi sempre più strutturali come la chirurgia estetica del seno. Se questo discorso è in generale valido per entrambi i sessi, è valido ancora di più per la donna, e questo per tre motivi: primo perché il corpo femminile è biologicamente più complesso; secondo perchè tradizionalmente da sempre soggetto alla trasformazione sociale e culturale e terzo perché, nonostante l’emancipazione la società e la cultura occidentale sono pur sempre a dominanza maschile, ed il maschio come dominatore è oggetto di adulazione. Abbandonati i desideri di uguaglianza in cui le donne miravano ad asessualizzarsi e mascolinizzarsi, le proto bra-burners (le femministe che in segno di protesta bruciavano il reggiseno simbolo della differenza di genere) sono oggi diventate “bra-builders”; non intendono più annullare la loro femminilità ma esaltarla con lo scopo di sfruttarla per farsi largo nella società a dominanza maschilista; si muovono nella cultura androcentrica (fino a quando?) con la società costruita sul modello maschile e dopo essersi liberate dell’ostacolo riproduttivo con la contraccezione sfruttano tutte le armi della seduzione esaltando le caratteristiche di femminilità; il seno da strumento di nutrizione, di vita e di dedizione viene trasformato in strumento di affermazione sociale; la donna di oggi non teme più la disuguaglianza di genere ma l’accetta e l’accentua; il corpo postfemminista si riappropria della sessualità persa nel proto-femminismo e l’esalta; ma è adesso una sessualità staccata dalla sua dimensione biologica e per la verità anche dalla sua dimensione di appagamento erotico per la donna stessa; è ugualmente una sessualità in funzione degli altri ma questa volta non passiva; serve come affermazione sociale e su questo altare dell’affermazione viene sacrificato il corpo parentale. La società postindustriale si muove non più lungo direttive di classe ma individuali in un mondo globale e senza confini; il capitale si 40 Parte I muove dove si trova forza lavoro di basso costo e dove questa è più conveniente e la forza lavoro intellettuale insegue il capitale; per la donna serve un corpo libero e mobile; la funzione riproduttiva può essere abbandonata e la maternità non ha più importanza; il corpo femminile è socialmente più importante ed accettato in quanto oggetto sessuale a-riproduttivo che appesantito dal fardello della maternità e della famiglia e la donna si assoggetta a questa nuova tirannia culturale; laddove prima sacrificava il suo corpo sull’altare delle gravidanze ora sacrifica il suo corpo sull’altare della sessualità. Questa tirannide del corpo è così pressante da diventare una richiesta, da assoggettarsi non soltanto alle speculazioni della tecnologia medica, ma alla tirannide del modello imperante, della magrezza con le sue aberrazioni (non per niente i disturbi dell’alimentazione sono nati adesso e l’anoressia è un fenomeno tardo-industriale). La medicina si comporta da una parte come una qualsiasi struttura di profitto che vede nel corpo femminile nulla di diverso da qualsiasi altro mercato in cui realizzare i suoi affari, e dall’altra offre le sue soluzioni alla realizzazione della trasformazione del perfezionamento del corpo e del suo mantenimento. Alla stregua di un laboratorio e di uno studio di design la chirurgia estetica realizza i suoi progetti al computer e li applica al corpo umano come un prototipo viene applicato ad un qualsiasi oggetto ipertecnologizzato. Il corpo viene formato in funzione non della famiglia e della maternità ma viene plasmato in funzione dell’affermazione sociale; in questa costruzione non c’è il vecchio dominio maschile ma la nuova costrizione postmoderna, subdola ed autoimposta; la donna esibisce il proprio corpo e lascia che venga colonizzato da tutte le moderne forme di rimodellamento bio-culturale, che spazia dal programma dietetico al body-building alla chirurgia estetica. Ma non si impongono i nuovi modelli senza prima espropriare il corpo dei precedenti; la nuova funzione del corpo presuppone che esso venga svuotato del precedente; la funzione lavorativa deve abolire quella riproduttiva, la funzione sessuale deve abolire quella parentale. Che questo rientri nel percorso di emancipazione della donna è probabile, come è anche probabile che alla fine del percorso vi sia la nuova società matriarcale destinata a recuperare i cocci della biologia femminile. Cultura ed allattamento The most profound change in human life history has occurred recently, and it is cultural Ruth Mace Le cause della forte diminuzione dell’abitudine all’allattamento al seno sono molteplici ed alcune ancora criptate; secondo Ludwig Fleck (1896-1961) “Nel campo della scienza, come nell’arte e nella vita, solo ciò che è vero per la cultura è vero in natura.” (da C Blackledge. Storia di V. Il Saggiatore. 2003). Tutti gli organi genitali femminili sono stati via via visti attraverso gli occhi della cultura dominante a cui anche la scienza si sottopone, molto più evidenti in tempi o in società in cui dominante è il fondamentalismo religioso od ideologico. Fortemente influenzate sono state le mammelle, la vagina, il clitoride ma anche gli organi genitali interni come le ovaie o l’utero che fu addirittura ritenuto sede di insorgenza di una malattia psichica, l’isteria appunto. In questo capitolo esamineremo l’influenza della cultura occidentale sull’abitudine all’allattamento al seno. Questa relazione fra cultura e funzione biologica è fondamentale anche se non manifesta; la medicina occidentale tende a vedere ogni malattia od ogni evento biologico come un fatto a sé completamente avulso dall’ambiente circostante e si sofferma a studiarne tutte le correlazioni intrinseche sforzandosi di svelarne progressivamente i meccanismi più sottili in una apertura continua di scatole cinesi; si sforza di capire la malattia partendo dallo studio dell’organo malato arriva al tessuto, alla cellula e giù giù sino all’enzima e così facendo le sfugge pressocché completamente non soltanto la visione di insieme ma l’eziologia più vasta, la complessità bioculturale dell’evento; in alcuni eventi il determinismo socioculturale è notevole, altri eventi sono un vero e proprio prodotto sociale; alcuni di questi prodotti sociali hanno la stessa valenza di una vera e propria malattia, perché come questa sono in grado di togliere salute 41 42 Parte I ed arrecare un danno biologico. L’allattamento artificiale rientra in questa categoria. La mammella è un organo sessuale; da un punto di vista strettamente biologico è un organo sessuale secondario perché non è direttamente coinvolto nella riproduzione. In tutti i mammiferi la mammella ha unicamente questa funzione di organo sessuale secondario: serve soltanto a produrre latte ed a trasmetterlo direttamente al neonato senza che vi sia alcun accenno ad una benché minima attrattiva sessuale; nella donna ha invece due distinte funzioni: una funzionale, nutritiva comune a tutti gli altri mammiferi, e l’altra estetica, di forte richiamo sessuale, unica nella donna perché solo nella donna la mammella è sempre visibile, naturalmente modellata a formare una bella espressione del corpo femminile. Questa sua espressione perenne, anche quando non legata alla sua funzione, è sicuramente legata ad un processo evolutivo, probabilmente iniziata più di un milione e mezzo di anni fa, circa 1.700.000 anni, quando è emerso l’homo erectus, che ha provocato molte conseguenze, alcune importanti, come il blocco della espansione delle anche, alcune meno importanti ma fondamentali nella evoluzione socio-culturale come la selezione di donne con i caratteri sessuali secondari più marcati, le donne con mammelle visivamente più appariscenti appunto. Anzi la mammella si è gradualmente imposta come la costituente essenziale della femminilità. Tabuizzata, idealizzata o sfruttata la mammella è stata via via vista più come parte pubblica che privata in un processo continuo culminato nella concezione odierna che vede la mammella ridotta a strumento di comunicazione, svuotato di tutti gli altri valori. Parlando di mammella nella società dei media e delle immagini, viene a qualcuno in mente che essa è un organo ghiandolare? Se la rappresenta l’uomo medio come un organo biologicamente complesso, sottoposto al costante influsso di centinaia sostanze, che si influenzano ed interagiscono continuamente, strutturato e finalizzato per fornire nutrimento al neonato? (v. Tabella 1) Si immagina la sua interna composizione, non di sostanza biologica inattiva, tipo il tessuto adiposo, o stroma o fibra, ma un organo composto da 15-25 ghiandole lattifere connesse a dotti ghiandolari che convergono verso il capezzolo sempre in attesa di iniziare a funzionare, di iniziare a produrre una quantità media di un litro di latte al giorno? Cultura e allattamento 43 Tabella 1. I modulatori dello sviluppo mammario. Fonte: JR Harris, ME Lippman, M Morrow, S Hellman. Diseases of the Breast. Lippincott - Raven. 1996. " @ 4 4 @ 4 0 # - <8= +# @ 4 4 # < I. A 0 = +# @ 4 ' +# @ 4 +# @ +# @ 4 # 4 8 0 A O 2 2 0 #& # I. .I. #& # I. X I. P I.4 N, 5 1 P F YFA" 2KV P #& # @ %4 -4 O%4 O IA A KV "1 I ## O 4 & P # J4 4 # # # . % -4 D P # 8 Essendo una ghiandola la mammella è altamente sensibile ai cambiamenti ormonali che si verificano periodicamente nel corpo femminile e che sono interconnessi con tutto il sistema ghiandolare e genitale femminile coinvolto nella riproduzione e ad essa finalizzato; tale sistema fa sì per esempio che una stimolazione tattile al capezzolo lo faccia diventare eretto e che provochi un aumento della secrezione della prolattina in circolo da parte di una ghiandola, quella ipofisaria, situata al centro della testa che determina a sua volta una contrazione a livello della mammella e dell’utero come avviene durante la suzione. 44 Parte I Un meccanismo meraviglioso altamente perfezionato che parte dalla bocca del neonato ed arriva all’utero passando dal cervello materno. Oggi questo complesso meccanismo è annullato ed ignorato; la mammella è vista come centro erotico e di richiamo sessuale e le donne tendono a vedere le loro mammelle attraverso lo specchio maschile che le riflette come oggetto del desiderio virile; esse sono intimamente strutturate a percepire il loro valore personale come il riflesso della loro apparenza esteriore; in questa maniera le donne sono socializzate a ritenere che le mammelle non sono interamente loro, ma organi che esistono per l’apprezzamento ed il piacere degli altri (da DP Jones. Cultural views of the female breast. The ABNF Journal. Jan-Feb 2004); questa trasformazione di proprietà di organo, di appartenenza allo sguardo maschile, appartenenza ad altri, è fondamentale per il comportamento e la gestione del corpo. La cultura in tal maniera orienta il fascino verso la mammella femminile ed influenza il valore in essa riposto dalle donne e dagli uomini. La mammella diventa così parte della identità femminile e della femminilità, particolarmente attraverso il ruolo che la mammella gioca nell’esperienza della pubertà, maternità, sessualità, salute e vecchiaia; e non è un caso se nel linguaggio corrente il termine mammella, più legato alla funzione parentale, è stato sostituito con il termine seno, più legato al significato estetico. Capire la percezione culturale della mammella femminile può aiutare a capire come modificare il nostro atteggiamento verso il suo ruolo ed il rispetto biologico di genere. Ma cos’è esattamente la cultura? Difficile definirla. Si potrebbe definirla come la forma di conoscenza acquisita socialmente, volontariamente ed involontariamente nelle varie forme di espressione della società, e che è in grado di influenzare le modalità di pensiero, le opinioni, la comprensione delle attività e generare il proprio ed altrui comportamento. La cultura, dal latino tardo cultura, è “il complesso della vita intellettuale di un popolo in una determinata epoca” (F Palazzi. Dizionario della Lingua Italiana); “il complesso delle manifestazioni della vita, materiale, sociale e spirituale di un popolo, in relazione alle varie fasi di un processo evolutivo o ai diversi periodi storici o alle condizioni ambientali” (G Devoto, GC Oli. Vocabolario illustrato della lingua Italiana). Nella concezione tyloriana alla quale ci riferiamo nel nostro Cultura e allattamento 45 discutere per chiarezza intenderemo in questa sede cultura come quella parte del comportamento che ogni individuo acquisisce per il solo fatto di essere membro di una società e che deriva dalle credenze, abitudini, costumi, modi di pensare e di agire che essendo condivisi e trasmessi dal gruppo sociale cui appartiene determina l’ambiente in cui l’individuo vive ed è in grado di condizionarlo; in questo senso ogni società ha la sua cultura che rappresenta il patrimonio accumulato dalla storia e dal vissuto sociale che viene trasmesso all’individuo e ne influenza il comportamento rimanendo distinto dall’elaborazione individuale del singolo; più recentemente Matsumoto definisce la cultura come un sistema di metacomunicazioni dove hanno significato non soltanto le parole dette (da DP Jones. Cultural views of the female breast. The ABNF Journal. Jan-Feb 2004). Possiamo quindi ritenere che tutti gli aspetti del comportamento umano si manifestano attraverso il filtro della cultura ed ogni cosa è relazionata alla cultura storica; ed anche noi, se vogliamo capire l’atteggiamento attuale nei confronti della pratica dell’allattamento dobbiamo esaminarlo attraverso questa lente, perché non sembri che l’attuale modo di allattare il bambino sia stato determinato da un atteggiamento medico disinteressato e non influenzato culturalmente. Anche la medicina attuale è infatti figlia della nostra cultura, e da questa fortemente influenzata. La mammella e la sua funzione e la maniera con cui viene influenzata non sfugge all’influenza culturale storica; questo concetto diventa più chiaro se seguiamo l’evoluzione della visione culturale del seno nelle varie epoche; si vedrà che la cultura non ne condiziona soltanto la rappresentazione ma la sua stessa essenza, la sua funzione. Come giustamente osserva Diana Jones (DP Jones. Cultural views of the female breast. The ABNF Journal. Jan-Feb 2004) fin dall’antica Grecia la mammella è stata associata ad un significato culturale più esteso. Il significato simbolico del seno nella sua ambivalenza è sempre stato presente e raffigurato tale quando questa doppia valenza aveva un peso simile, prima che una valenza superasse o sopraffacesse l’altra. Atena, la dea della sapienza, rimasta vergine nonostante il maldestro tentativo di Efesto, viene raffigurata sempre vestita pesantemente e con il corpo interamente coperto, così come anche Diana, la dea della caccia (v. 46 Parte I Foto 1); Afrodite invece, la dea dell’amore, viene raffigurata nuda nella sua bellezza, con sode, piccole mammelle, ad indicare giovinezza e fertilità (v. Foto 2). Nel Rinascimento il significato simbolico del seno riflette l’appartenenza al ceto ed il diverso significato culturale; mentre la mammella nelle classi aristocratiche acquisiva il simbolo di fertilità e piacere sessuale, fra le donne di basso ceto essa rappresentava soprattutto l’organo dell’allattamento con le mammae lattantes esibite a-pudoratamente e trasformate in strumento di sopravvivenza per se stesse oltre che per i figli perché molte donne ci campavano svolgendo l’attività di nutrici. Comincia forse in questo periodo la piena appropriazione simbologica della mammella ad opera degli uomini e della società che troverà la massima espressione nella società postmoderna; la frequente raffigura- Foto 1. Diana Foto 2. Afrodite Cultura e allattamento 47 zione nell’arte degli uomini che toccano il seno femminile indica possesso e dominante diventa l’affermazione simbolica della mammella come organo deputato al piacere maschile. La Rivoluzione francese rappresenta non soltanto una rivoluzione sociale e politica; essa coinvolge e modifica tutti i concetti, valori, abitudini e modi di pensare; con la Rivoluzione francese si ha un viraggio drastico anche nella concezione simbolica del seno; l’esaltazione del seno e la sua simbologia sessuale è vista come simbologia della vecchia aristocrazia, l’allattamento diventa un imperativo morale e la norma nella società francese post-rivoluzionaria, tanto che la donna che non allatta viene vista come egoista e finanche sovversiva; le guerre napoleoniche accentueranno poi per altri motivi e per altre necessità il dovere alla maternità. L’altro grande cambiamento culturale si ha recentemente; la fine della seconda guerra mondiale rappresenterà l’inizio della nuova simbologia sessuale del seno, accanto a quella parentale; comincia la promozione mediatica del seno di una determinata forma e grandezza, alla Marilyn Monroe ed alla Jayne Mansfield, che troveranno il corrispettivo italiano non meno simbolico in Gina Lollobrigida e Sofia Loren; simbologia del seno che nasconde impliciti significati di sessualità e liberismo, contrapposti a quelle di donne con seno piccolo, come Audrey Hepburn che trasmettevano messaggi di intelligenza, signorilità e sofisticatezza; l’immagine del seno passa a caratterizzare la persona e la crescente diffusione delle immagini attraverso la carta stampata, il cinema e la televisione ne creano modelli culturali di massa cui ispirarsi e riconoscersi. Questi non sono concetti nuovi, come abbiamo visto; la vera novità è il valore commerciale che comincia ad essere attribuito alla mammella; il corpo comincia ad essere visto come prodotto e come mercato; comincia anche ora la visione del proprio corpo non come un dono di natura ma come un valore acquisibile; le donne cominciano a maturare l’idea che vi sono aree del proprio corpo suscettibili di costante miglioramento e come oggetti, separati dal loro corpo e che aumentano il valore sociale dello stesso; comincia ad apparire su giornali specializzati di larga diffusione (tipo Playboy) il prototipo di un corpo di valore sociale e commerciale poco presente in natura, il prototipo rudimentale del ciber-corpo; comincia la creazione di queste 48 Parte I figure strane artificiali che riscontrano un consenso crescente e che sono rappresentate dalle donne magre con grossi seni, alla Brigitte Nielsen post-mastoplastica. La società consumistica comincia a diffondere le possibilità di costruirsi il tono, la forma e le dimensioni del seno per attirare l’attenzione del sesso maschile ma anche per avere una migliore qualità di vita, sociale e relazionale e per migliorare la propria autostima. Non si tratta più di mettere in evidenza una caratteristica naturale, ma di acquisire il modello “alla moda” di mammella. La mammella proposta è una mammella, rotonda, alta sul torace, grande, soda, una mammella idealizzata che si avvicina alla immagine di mammella adolescenziale, e che racchiude nella sua immagine un significato ben più profondo, mimando le caratteristiche che più fanno presa sul maschio occidentale possessivo: la mammella matura ma virginale, la mammella desiderabile ma non ancora toccata da nessuno, il modello di corpo pronto ma “nuovo”; concetto antico che ha generato il mito della verginità e della preziosità di un altro organo, l’imene, simbolo del possesso e del potere maschile che nasce antropologicamente dal desiderio degli uomini di assicurarsi che la prole partorita dalla compagna fosse effettivamente la propria; e come si usa nella società industriale per i prodotti, poi si sfornano in serie. Questo modello viene proposto ed interiorizzato fin dall’infanzia con giocattoli ammiccanti, tipo la famosissima Barbie * [Nata nel 1959 questa famosissima bambola diventata il modello estetico della nostra società ha misure che se fossero tradotte in quelle di una donna sarebbero: altezza 1,70 m; peso 55 kg, seno 96 cm, vita 46 cm, fianchi 86 cm. Corriere della Sera, 1-82005], che imprimono la coscienza femminile molto precocemente. Ma l’altra grossa novità è che la medicina della società postindustriale, ricca di conoscenza e povera di valori, disancorata dall’etica e tesa al profitto, rende oggi questa idealizzazione drammaticamente facilmente ottenibile. Markus (Markus H. Self-schema and processing information about the self. Journal of Personality and Social Psychology. 1977; 35:63-78) con la sua self-schema theory sostiene che i messaggi dei media riguardo la mammella sono interiorizzati e si ripercuotono sul concetto che la donna ha di sé; il self schema è la rappresentazione mentale delle caratteristiche che fanno un individuo diverso dall’altro. Le persone sviluppano il senso di sé nel riflesso dei comportamenti Cultura e allattamento 49 degli altri, osservando le reazioni degli altri verso di loro e processando le informazioni sociali sugli aspetti di sé che sono più valutati dagli altri. Questa teoria, sostiene la Jones, può servirci per spiegarci la natura della pressione sociale sulle donne riguardo la grandezza del seno e la loro docilità a subire questa pressione; proprio la mammella è uno dei più importanti aspetti della rappresentazione mentale che costituisce il “sé”. Oggi la donna ha in più questa consapevolezza: che l’aspetto della mammella può essere cambiato, migliorato ed aggiornato come risultato delle nuove informazioni ricevute, sottoposto ad un continuo feedback. In base a questi ragionamenti i media hanno la capacità di cambiare la realtà oggettiva della mammella naturale verso una ideale, inviando il messaggio che la mammella così com’è è relativamente piena di difetti e men che perfetta. Si verifica una scissione fra come le donne percepiscono le loro attuali mammelle in rapporto alle nuove informazioni che propongono l’immagine idealizzata e come in realtà essa è; si crea uno squilibrio e come risultato viene interiorizzata la nuova immagine di mammella; in questa maniera le donne esaminano scrupolosamente le proporzioni, la forma e la consistenza del proprio seno e stabiliscono se vi è la necessità di cambiarlo. Dagli anni 60 è cominciata la promozione commerciale del seno voluminoso ed è cominciato il bombardamento delle donne con questa immagine ideale. Le donne hanno cominciato a sentirsi imperfette ed hanno cominciato a cercare un prodotto che fosse in grado di soddisfare il concetto ideale di proporzione mammaria corrispondente al modello proposto; fu allora che intervenne pesantemente la medicina che rappresentò la svolta ed il suo ingresso nelle tematiche postindustriali; fu abbattuta la diga etica che aveva tenuto ben distinte le potenzialità di questa branca che erano state fino ad allora se non sempre incanalate esclusivamente verso la cura mai indirizzate verso l’esclusivo predeterminato profitto. Il corpo femminile è stato sempre in varia maniera sottoposto ai tentativi di modificazioni culturali a volte estremamente invasive e mutilanti; basti pensare alla mutilazione genitale della metà ottocento occidentale od a quella attuale di cultura arabo-africana ed alle deformazioni cui erano sottoposti i piedi delle donne cinesi fin da bambine; anche 50 Parte I la cultura occidentale aveva modificato in vario modo il corpo femminile, ma mai la medicina ne aveva fatto oggetto di lucro. La chirurgia mammaria “estetica” rappresenta la svolta; questa fu rappresentata dall’impianto al silicone, messo a punto da Thomas Cronin, un chirurgo plastico di Houston, Texas, e dai suoi collaboratori che in una sua logica discutibile riteneva come il desiderio delle donne ad avere mammelle voluminose fosse naturale; in aggiunta va anche osservato che in uno dei tanti deliri di onnipotenza che ogni tanto caratterizza la medicina occidentale riteneva di essere in grado di creare una mammella che sembrasse naturale. La mammella voluminosa si imponeva come simbolo di sessualità e come richiamo di sessualità; era cominciata l’epopea del corpo scolpito a fini di interesse che seguiva l’opportunità intravista dalla donna di modificare tecnologicamente il proprio corpo adattandolo alle necessità; già nell’immediato periodo postbellico si diffuse l’abitudine da parte delle donne giapponesi di ingrandirsi il seno con iniezioni di silicone per attrarre i soldati americani, in una somma di miseria etica che caratterizza ancor oggi inspiegabilmente questo arresto di crescita morale se non di arretramento culturale. È anche degno di nota la circostanza di come la sensibilità sociale ancora oggi lascia invece la donna mortificata nel suo fisico quando non viene più considerata sensuale per passaggio di categoria; un tumore fa perdere alla persona prospettiva ed attrattiva essendo ben stampato nella memoria l’immagine di male incurabile; benchè la ricostruzione mammaria con impianti di silicone dopo mastectomia per carcinoma mammario sia cominciata sin dagli anni 70 (e già con ritardo) essa non è ancora praticata con regolarità su tutto il territorio nazionale e questa restitutio ad integrum di immagine e dignità umana, possibile e doverosa, è stata invece una lenta ed incompleta conquista. Tornando al nostro primitivo discutere è importante considerare che la mammella non è relazionata al piacere femminile quanto al piacere maschile, al piacere cioè che il maschio trae dalla mammella femminile; in questo senso la mammella rappresenta la desiderabilità della donna da parte dell’uomo; per questo il viraggio socio-culturale è facilmente comprensibile; quando la donna aveva un ruolo riproduttivo l’attrazione e la desiderabilità avevano un significato individuale ed era limitato ad un ambito ristretto; l’ingresso della donna nel mondo del Cultura e allattamento 51 lavoro e della società produttiva ne ha ampliato l’ambito e prolungato la necessità. La donna si sottopone alla profonda manipolazione organica per la forte gratificazione che l’ambiente socio-culturale le procura; nel mondo maschio-dominato la femminilità e l’attrattività sono un plus-valore importante, ma tanto spesso un valore e talvolta l’unico valore spendibile. L’aumento mammario con gli impianti di silicone ha raggiunto il suo acme negli anni 80 con una progressiva ascesa fino al 1984 quando sono cominciate le preoccupazioni circa la loro sicurezza; è un’altra delle caratteristiche della medicina attuale; inseguendo i suoi miraggi e le sue manie di onnipotenza inizia le sue corse trascurando la prudenza e la coscienza; anche in questo campo la protesi ideale è ancor oggi ben lontana dall’essere raggiunta; le maggiori preoccupazioni riguardavano allora la possibilità che sostanze estranee contenute nell’impianto potessero causare un tumore, oltre ai problemi più diffusi di contrazione capsulare e di indurimento dell’impianto mammario. Altri problemi sono stati rappresentati dal rigetto dell’impianto e sono cominciate le problematiche legali (altra caratteristica della medicina attuale), finchè dagli anni 90 gli impianti al silicone hanno ricevuto l’approvazione dall’FDA a conferma della loro sicurezza. La disponibilità della chirurgia a rispondere (ed a sollecitare) alle aspettative delle donne rappresenta un passo importante; le donne insoddisfatte del proprio seno, piccolo o grosso che sia, hanno a disposizione lo strumento per raggiungere l’immagine della mammella da loro ritenuta ideale. La mammella artificiale è diventata più desiderabile della mammella naturale; ma siccome la chirurgia estetica è una medicina costosa, solo alcune donne possono permettersela e questo introduce un altro elemento all’immagine della mammella idealmente proporzionata, quello della ricchezza. E da questo seme sono nate altre piante che cercano di allargare il mercato il più possibile con una variegata disponibilità di offerte per tutte le tasche in un degrado da agenzie turistiche. È indubbio che la medicina, per lo meno dall’inizio del XX secolo e soprattutto in America, si sia dimostrata abile nello sfruttare e costruire “la fragilità delle donne” costruendo teorie scientifiche che sarebbero oggi considerate con sorrisi di sufficienza se non ci fosse la grossa 52 Parte I ombra del forte conflitto di interesse; si pensi all’uso del “massaggio pelvico”, manuale o tramite stimolatore elettrico per la cura della “isteria” che incontrò grande popolarità in America agli inizi del 1900; tecnica fondata su ridicole teorie ed ancor su più ridicoli rimedi ma che purtuttavia servì a fruttare ai medici milioni di dollari. La ricerca medica ha continuato il suo percorso ed ha trovato i sostituti del latte, superiori per tanti aspetti a quelli finora a disposizione; questo è stato senz’altro un fatto positivo se il suo uso si fosse limitato alle condizioni in cui l’allattamento al seno fosse impossibile; è stato invece l’uso estensivo, pressato commercialmente che ne ha reso improprio l’impiego e che ha portato a soppiantare completamente il latte materno; e per far questo è stato necessario superare un’altra barriera (oltre quella scientifica), quella morale; la donna che allatta artificialmente non deve sentire l’obbligo morale di allattare al seno; anzi deve essere portata a credere che questo sia più vantaggioso e normale; ed è quello che avviene; come avvertire questo scrupolo se ogni farmacia e supermercato espone ogni tipo di latte artificiale passando metodo e mezzo come naturalità? E la società medica? Se ognuno si limita a vedere il problema dalla sua angolazione, se la prospettiva cambia, cambia anche il significato; per il neonato la mammella è l’organo da cui attingere nutrimento ed affetto; per la donna la mammella è femminilità ed affermazione sociale; per il medico la mammella è l’organo di insorgenza del più frequente tumore femminile. La medicina ha da tempo intrapreso una battaglia, anche questa con i suoi modi ed i suoi metodi odierni; la mammella è più comunemente vista come organo in cui si sviluppa la più frequente neoplasia femminile e l’attuale medicina sviluppa tecnologie sempre più sofisticate e costose per la sua diagnosi, test genetici, chemioterapici; anche in questo la sua visione tende ad essere parcellizzata, circoscritta, limitata, interessata; slegata dalle determinanti sociali ha da tempo adottato il conveniente concetto della prevenzione farmacologica e tecnologica; adattatasi al ruolo di riparatore dei guasti umani della società si limita al loro trattamento ed alla loro diagnosi precoce, ma ancora non si sente parte di questa società e non si pone il problema di erigersi a baluardo della salute al di sopra di tutti gli agenti sociali, culturali, religiosi che possono afflig- Cultura e allattamento 53 gerla; non vede, non se ne cura, e strategie preventive che possono agire sullo stile di vita, allattamento al seno compreso, non sono contemplate; rimane chiusa nel suo camice bianco a manipolare i suoi farmaci. L’atteggiamento della medicina nei confronti del seno non è stato sempre rispettoso della donna e della sua sacralità; la medicina ha iniziato un lungo percorso nei confronti delle problematiche della mammella caratterizzato da estrema aggressività; essa è stata tagliata via, iniettata con aghi radioattivi, bombardata con radio, mutilata, compressa nei mammografi, riempita di silicone, commercializzata, svuotata della sua funzione. Non credo si possa dire che la medicina si sia sempre comportata bene nei suoi confronti e che questo atteggiamento non sia stato influenzato da introiettati atteggiamenti culturali punitivi verso un organo che la storia religiosa occidentale ha insegnato a vedere come organo tentatore e peccaminoso. Il forte attributo di sessualità influenza la società sotto tutti gli aspetti e l’atteggiamento sessuofobico è l’altra faccia della cultura occidentale che continua a marchiare la donna nella sua differenza di genere. La dimensione del seno è uno degli aspetti che influisce sull’immagine che la donna ha di sé; nei paesi occidentali le dimensioni del seno e l’immagine del corpo sono strettamente legati all’attrattiva sessuale; la tendenza, femminile e maschile, è quella di considerare preferibile il seno voluminoso; anzi Thompson e Tantieff (Thompson K, Tantieff S. Female and male ratings of upper torso: actual, ideal, and stereotypical conceptions. Journal of Social Behavior and Personality. 1992; 7: 34554) hanno dimostrato che sebbene questo sia vero, gli uomini tendono a preferire donne con un seno grosso proporzionato mentre le donne pensano che gli uomini preferiscano un seno più di grosso della realtà; in pratica le donne tendono a sovrastimare l’aspettativa maschile e tendono a percepire il loro seno come più piccolo rispetto ad un modello ideale di seno, ed in ogni caso più piccolo di quello preferito dagli uomini. È tale la valenza culturale del seno che esso potrebbe essere in grado di influenzare lo sviluppo della personalità al pari di altre importanti caratteristiche fisiche come l’altezza, le dimensioni del naso, gli occhi ecc. Sempre Thompson ha associato caratteristiche di personalità alle dimensioni del seno; le donne con il seno grosso sono più fiduciose, tese alla popolarità ed al successo, sessualmente più attive. Le donne con il seno più piccolo 54 Parte I sono più depresse, solitarie, ma più atletiche ed intelligenti. Anche se questi dati sono stati confermati da Koff (Koff E, Benage A. Breast size perception and satisfaction, body image and psychological functioning in Caucasian and Asian American college women. Sex Roles. 1998; 38: 655-673) non è poi così importante per se; il messaggio da trarre è quello dell’importanza del seno come componente fondamentale dell’immagine corporea, del concetto di sé, della interrelazione sociale nella società moderna e del perché l’attenzione socio-culturale è oggi spostata pressocchè esclusivamente su questo aspetto piuttosto che su quello parentale. Sebbene oggi sia notevolmente aumentata l’incidenza delle donne che dichiara di non essere in grado di allattare (ed in effetti non allatta) poche donne si preoccupano nella loro giovinezza di chiedersi se le loro mammelle saranno in grado di allattare, ma tutte si preoccupano della loro forma e della loro immagine. Molte donne nelle nazioni industrializzate preferiscono non allattare al seno sebbene siano oggi coscienti dei benefici di questo allattamento, e questo a causa dell’atteggiamento culturale che si oppone all’allattamento. È uno dei tanti paradossi della nostra società; il seno è ormai diventato nell’immaginario sociale un organo sessuale e non un organo parentale; nelle nazioni industrializzate è raro vedere una donna allattare al seno in ambiente pubblico perché tale atto è ormai avvertito come disdicevole ed imbarazzante; anche nel momento della sua funzionalità trasmette infatti il messaggio di sessualità e crea disagio. L’erotismo della mammella e l’incompatibilità della maternità con la sessualità rappresentano un dilemma unico nelle popolazioni occidentali con forti implicazioni cross-culturali e ripercussioni pratiche; e l’atteggiamento maschile contribuisce fortemente a questo paradosso. Ma se il problema è socio-culturale, come abbiamo cercato di dimostrare, vi è la necessità di un ripensamento nella nostra società sul profondo significato e sulla intima comprensione dell’allattamento a cui devono contribuire non soltanto i medici, ma tutte le altre forze della società, soprattutto i nuovi diffusori di cultura, i mass media, per aiutare la trasformazione della visione sociale della mammella da organo-oggetto essenzialmente sessuale, ed i legislatori per bloccare le tendenze speculative sulla salute umana, intervento per la verità già in corso, come abbiamo precedentemente visto. La diffusione mediatica globale I fattori socio-culturali influenzano fortemente tutti i comportamenti individuali attraverso norme, leggi e comportamenti; in linea di massima essi tendono o dovrebbero tendere a difendere la comunità dalle aggressioni pericolose; a volte assistiamo però al paradosso che si tendano ad imporre proprio gli atteggiamenti dannosi da cui ci si dovrebbe difendere. Uno di questi paradossi è rappresentato dalle problematiche legate alla sessualità; uno dei più potenti fattori in grado di influenzare la decisione di allattare al seno gettandovi una luce equivoca su questo atto è la visione culturale che tende a identificare la mammella primariamente (se non esclusivamente) come un oggetto sessuale, visione fortemente supportata dai media. Questo pone l’accento anche sul significato di libera scelta nella nostra società; in una società in cui le pressioni culturali sono così potenti ed i condizionamenti sociali sono così forti, l’allattamento artificiale è veramente una libera scelta? Quando la vendita di latte artificiale è favorita in modo così forte, costante e massivo, quale margine è lasciato alla scelta individuale? Vi è una forte spinta all’omologazione che fa sentire la donna che allatta al seno, e magari in pubblico, fortemente antica ed esclusa dal ruolo di donna moderna e questa pressione è talmente potente da annullare un comportamento antico istintivo e naturale, anche in popolazioni ancora fortemente ancorate a queste tradizioni, come vedremo parlando dell’esperienza cinese; questa condizione è anche superiore a quella che si realizza per altri comportamenti dannosi per la salute, come per esempio l’abitudine al fumo o all’alcol laddove la spinta sociale tende soltanto ad imporre un comportamento nocivo mentre qui si deve prima annullare una funzione fisiologica e benefica per poi imporre un comportamento artificiale e tutto sommato dannoso. Il rapporto fra cultura e mammella è complesso, strutturato, antico, variabile e dinamico; il seno è stato investito di significati sociali e cul- 55 56 Parte I turali da sempre come abbiamo visto; nel mondo occidentale è oggi contemporaneamente un marcatore di femminilità- segno della sessualizzazione femminile- sinonimo di femminilità ed un organo essenziale per il nutrimento neonatale; ma un terzo elemento va gradualmente imponendosi, il cui peso sociale è ancora difficile da determinare: esso è anche la sede del più frequente tumore femminile oscurando sempre più le positività di questo organo e le sensazioni di bellezza ed attrattiva; oltretutto questa malattia è ancora vissuta con angoscia; benchè le possibilità di guarigione definitiva siano elevate rappresenta pur sempre una prospettiva di morte e l’immaginario collettivo è ancorato a più antiche e ben più tristi statistiche; il seno con i segni di intervento chirurgico per malattia non viene mai mostrato, come succede frequentemente per cicatrici post-traumatiche o post-cesareo; la cicatrice da tumore rimane segno angosciante di una sopravvivenza piena di speranza, ricordo di paura ed annulla la simbologia sessuale; ma nelle popolazioni occidentali questo è un ulteriore elemento di ambivalenza che aumenta le difficoltà ad accettare una malattia che colpisce un organo così importante per l’immagine di sé e l’importanza sociale. Anche limitandoci al doppio significato sostanziale del seno, sessuale e parentale, è non sorprendente che le donne possano vivere il rapporto con questo organo come una esperienza confusa e contraddittoria; tanto più la rappresentazione delle due componenti, sessuale-nutritiva, è equivalente tanto più l’atteggiamento è contraddittorio se queste due componenti sono viste in antitesi; l’ambivalenza può essere infatti eliminata o dalla complementarietà delle due componenti o dall’annullamento di una delle due funzioni; nelle società più primitive prevale la componente funzionale dell’organo; il seno viene normalmente esibito, mostrato scoperto ed anzi la sua valorizzazione sociale è determinata dal suo uso (mammella che ha allattato parecchio, pendula, floscia ecc); nelle società più evolute tende ad imporsi la componente estetica, e nella nostra società in forme talmente estreme da servirsi della tecnologia più sofisticata, costosa, impropria e dannosa per valorizzarla. Alla pubertà lo sviluppo mammario è visto come un indicatore dello sviluppo puberale e della fisiologica crescita adolescenziale; la letteratura al riguardo è nutrita; ma pochi studi hanno focalizzato l’attenzione su come le adolescenti rispondano a questi cambiamenti del loro La diffusione mediatica globale 57 corpo e come lo vivano, cosa significhi per esse la comparsa di questo nuovo organo. Il lungo lasso di tempo che intercorre fra lo sviluppo mammario e la prima gravidanza è oggi talmente ampio da consolidare il significato del seno come organo sessuale, perché in effetti tale è destinato a rimanere quasi sempre. Si comincia quindi a strutturare l’idea di organo estetico e l’attenzione sulla forma più che sulla sostanza, sull’aspetto più che sulla funzione; sarebbe oggi in effetti abbastanza illogico preoccuparsi di una funzione che probabilmente non si realizzerà mai ed a cui in ogni caso nessuno ormai è interessato, sia perché lontana dalle prospettive e dalle preoccupazioni giovanili, sia perché ritenuta facilmente sostituibile. Il corpo femminile è oggetto dell’attenzione maschile e le mammelle sono l’oggetto primario dell’interesse e del piacere sessuale maschile. Questa costruzione androcentrica vede le mammelle come decorative piuttosto che funzionali; sono parti esistenti per essere osservate, e quindi esibite e valorizzate, parti di corpo ad uso e consumo del maschio. E se questo è il senso attuale del seno è conseguenza logica che le mammelle femminili siano oggettivizzate e feticizzate. E mercificate. Le donne sono bombardate da una quantità di immagini progettate per solleticare, stimolare, vendere un’ampia gamma di beni e servizi tutti miranti ad esaltare la componente di attrattività del seno. Le mammelle, soprattutto quelle voluminose sono state non soltanto ipersessualizzate come oggetto altamente apprezzato di desiderio sessuale, ma sono passate a diventare un marcatore di personalità ed attitudine sessuale, un focus di attenzione ed una promessa di disinibita eroticità. Nella cultura popolare le mammelle voluminose sono associate ad apertura, perdita di morale sessuale, libertà sessuale. Le donne con mammelle grosse sono giudicate incompetenti, non intelligenti, immorali, spregiudicate e più propense ad intraprendere legami casuali di breve termine piuttosto che seri rapporti a lungo termine. Quindi le mammelle gradualmente da essere una parte importante nel desiderio sessuale femminile e da rappresentare un importante marcatore della sessualità femminile e della maturità sessuale non vengono più viste come una parte della donna; vi è una pubblica appropriazione che inizia fin dalla pubertà; nessuna altra parte dell’anatomia umana ha un tale stato semipubblico e nessuna altra parte del corpo ha dei diritti di 58 Parte I custodia così vagamente definiti nel mondo occidentale. Iris M Young afferma che nella cultura patriarcale, focalizzata al massimo sulle mammelle, la donna, specialmente negli anni dell’adolescenza ed anche per il resto della vita, si sente spesso giudicata e valutata per le dimensioni e la forma del suo seno, e spesso è così (da R Millsted, H Frith. Being large-breasted: women negotiating embodiment. Women’s Studies International Forum. 2003; 26(5): 455-465). Oggi i discorsi sociali e culturali sulla bellezza femminile non possono più prescindere dal seno e richiedono che questo debba essere di una particolare forma e dimensioni. Le mammelle sono viste nell’ambito della femminilità innanzitutto come oggetti visibili, da essere osservati e valutati in relazione alle norme culturali; e la cultura occidentale disciplina il corpo femminile nell’ambito di una economia eterosessuale nella quale alcuni corpi sono giudicati essere di maggior valore rispetto ad altri sulla base dei dictat postmoderni stabiliti dai mezzi di comunicazione oggi molto più efficaci sia a causa della loro ampia diffusione e capacità di penetrazione, sia anche per la loro capacità di far apparire come reale qualsiasi costrutto; la globalizzazione consente di trasformare in verità qualsiasi affermazione dandole semplicemente l’attributo della universalità; se ciò che si dice in Italia si dice anche in America, in Australia e dappertutto deve evidentemente essere vero; questo messaggio universale è ampiamente utilizzato e trova per esempio ampia applicazione nella diffusione scientifica dove maggiore è la comunicazione globale e dove questa è maggiormente favorita; chi riesce ad utilizzare e strumentalizzare questo sistema e questo tipo di comunicazione riesce ad imporre la sua verità. In questa maniera le grandi organizzazioni farmaceutiche, con la loro rete di ricercatori e giornali scientifici, riescono a far passare nuovi e convenienti schemi terapeutici semplicemente diffondendoli ad arte nello stesso momento ed in tutti i luoghi; la simultaneità ed universalità dà alla maggior parte dei medici il crisma della novità e della autenticità. I giornali riportano continuamente le dimensioni del seno, dei fianchi, della vita, l’altezza di attrici e donne di valore sociale, che vengono quindi implicitamente presentate come modelli di riferimento, e la potenziale plasmaticità del corpo spinge verso un sempre più diffuso feticismo di organo; le dimensioni del seno sono state portate ad esse- La diffusione mediatica globale 59 re viste come una via per valutare il valore delle donne da parte degli altri e per le donne di valutare se stesse. Il trend verso l’attuale concezione del seno è incominciato negli anni sessanta in cui si è incominciato ad imporre il modello di seno ideale con caratteristiche ben precise: rotondo, situato alto nel torace, grosso ma non slargato, e sodo; queste caratteristiche del seno sono inserite in una più ampia immagine di corpo ideale che deve, per essere tale, presentarsi come snello con un grosso seno; è un ideale nel quale però poche donne si ritrovano e possono ritrovarsi; è infatti condizione difficilmente realizzabile in natura perchè essendo la mammella costituita in gran parte di grasso le sue dimensioni sono ovviamente legate alla quantità di grasso corporeo totale. È quindi non sorprendente che le ragazze vogliono anticipare l’aumento del seno (secondo una recente tendenza che va diffondendosi fra le teenager) e che siano preoccupate se il loro seno non ha le “giuste” dimensioni, e che molte donne non siano soddisfatte del loro seno, e che abbiano disagi psicologici come quelli provocati da una qualsiasi alterazione di una importante parte del corpo avvertita come difetto fisico. La donna è così culturalmente pressata, tenuta in uno stato di ansia ed insicurezza perenne da essere spinta al desiderio/necessità di modificare la propria immagine; si inseriscono in queste problematiche la quantità di mezzi e servizi offerti dalla società postindustriale per esaudire questi desideri e che spingono le donne ad intraprendere una serie di attività per la manipolazione del proprio corpo al fine di modificare il loro seno e meglio venire incontro a queste norme culturali. Questo concetto di accettabilità è oggi diventato un concetto dinamico perché le possibilità offerte di modificare dimensioni forma e consistenza del seno sono reali e viene identificato come processo evolutivo. L’aspetto più eclatante e più problematico di questo percorso è rappresentato dalla chirurgia estetica; si è sviluppata ed è venuta incontro a queste aspettative tutta una branca chirurgica che si propone di soddisfare l’aspettativa della donna ad avere una mammella perfetta. La decisione della donna di sottoporsi ad intervento di chirurgia estetica si sviluppa e matura nell’ambito di una rete complessa di discussioni sulla femminilità, bellezza, confronto sociale, benessere fisico e mentale. Le donne che si sottopongono a questo tipo di chirurgia mammaria lo fanno con la consapevolezza che 60 Parte I l’intervento darà non soltanto più femminilità ma anche più sicurezza ed accettabilità sociale; sarebbe quindi molto riduttivo ritenere che la motivazione primaria di questa che viene definita chirurgia del desiderio sia una motivazione “cosmetica”; la donna accetta di modificare l’immagine del proprio seno per migliorare la propria immagine, con tutto quello di gratificante che una operazione di questo genere può comportare non soltanto sul piano individuale e psicologico, ma anche su quello interpersonale e sociale. Le motivazioni per la chirurgia estetica mammaria, soprattutto quella additiva, oggi la più richiesta, sono quindi legate ad un rispetto di norme culturali che impongono dimensioni del seno appropriate e desiderabili e l’osservanza di pratiche che le donne sono disposte ad intraprendere per alterare l’immagine del loro seno che sia più consono al desiderio maschile. Giustamente le femministe hanno denunciato questo sistema della bellezza che definisce le donne in base al corpo ed il corpo in base alla loro apparenza e denuncia come le donne siano fuorviate, istupidite, imbarazzate e malguidate verso norme che sono non soltanto di sudditanza ma anche non rispettose della salute ed oltretutto non accettate per libera scelta ma adottate/subite in un clima di limitato potere sotto condizioni di oppressione sociale. In queste condizioni esse sono portate a costruire nuove identità visive sviluppatesi nel tardo capitalismo consumistico e diventate mandatorie nella società postindustriale. Scomparsa dallo scenario sociale come organo per la nutrizione, la mammella è ora un organo oggettivato e visibile, portatore di femminilità, piacere ed attrattiva. Il fatto che la mammella sia un segno visibile di femminilità e maturità sessuale la porta ad essere trattata come sociale, come se diventasse pubblica proprietà, appartenente agli altri e come tale suscettibile di intervento esterno; donne con il seno voluminoso diventano presto consce della loro visibilità e dello sguardo maschile e sentono che spesso il loro seno è il primo se non l’unico aspetto del loro corpo ad essere notato. Spesso il loro seno diventa quindi la loro caratteristica principale da definire e la via per essere riconosciute dagli altri; sentendo che l’attenzione viene focalizzata solo sul loro seno queste donne sentono di essere trattate raramente come persone ma come parti del corpo da La diffusione mediatica globale 61 essere consumate in isolamento dal resto, una non-parte-di-sé poggiata sul proprio corpo; esse si sentono costantemente sotto sorveglianza perché il loro seno cattura più attenzione e le rende più visibili delle altre donne. Se alcune donne e nell’adolescenza le ragazze sperimentano lo sviluppo del loro seno con imbarazzo perché si sentono umiliate dalla tendenza dei ragazzi e uomini a fissare e commentare il loro seno, gli uomini da parte loro sentono di avere un diritto di commentare il seno delle donne; ben presto però la visibilità derivante dal seno può indurre frequentemente le donne a servirsene e ad adottare opportune strategie per farlo; la decisione deliberata e consapevole di rendere il proprio corpo visibile o più visibile si realizza perciò seguendo direttive che si accordano a criteri di accettabilità anticipati, attesi ed accettati; il corpo deve essere modificato seguendo direttive che rispondano agli altri e che gli altri rispondono ad esse con un meccanismo di feedback; in questa maniera questa ristrutturazione diventa parte integrale delle loro interazioni sociali per costringere a sviluppare strategie per negoziare risposte ed evitare di sentirsi sconfitte. Apparenza, femminilità e rappresentatività sono diventate interconnesse nella costruzione della proprietà di genere; a questa condizione la donna oggi non può sottrarsi, sottoposta com’è a quel potere che Michel Foucault chiama “disciplinare”, un potere cioè esercitato non con la forza ma con la sorveglianza, e che viene interiorizzato quando le persone si auto-disciplinano ed agiscono come se fossero costantemente sotto osservazione; anche se la donna cerca di fare in modo che il proprio seno risulti il meno apparente visibile, comprimendolo in maniera che passi inosservato per evitare che venga marchiato come oggetto sessuale, il corpo femminile è reso ugualmente pubblicamente disponibile e la sua visibilità nei pubblici spazi lo rende ugualmente bersaglio di commento, censura, apprezzamento e molestia (R Millsted, H Frith. Being large-breasted: women negotiating embodiment. Women’s Studies International Forum. 2003; 26(5): 455-465). Il pubblico spettacolo del corpo femminile rappresenta una antitesi della identificazione della femminilità come corpo privato e domestico; la negazione della visibilità del corpo femminile (come con il burqua nei paesi islamici) equivale a negazione della donna come soggetto con i suoi diritti; la donna non visibile non esiste come individuo sociale ma solo 62 Parte I come fattrice ed allevatrice di bambini. Nelle emancipate società occidentali quando le donne entrano nello spazio pubblico sperimentano i loro corpi come visibili, diventano pubblicamente disponibili ed inevitabilmente sono destinate a trasgredire le norme che permettono all’apparenza, anche femminile di attraversare uno spazio pubblico senza commenti; il corpo introduce elementi nuovi di femminilità e sessualità, lo spazio diventa eterosessuale e tanto gli elementi di femminilità sono più evidenti tanto più appariscenti ed invadenti; la possibilità di contrastare questa presenza trasgressiva sarebbe esattamente il suo contrario, rendere il corpo invisibile; ma con la sua visibilità il corpo femminile viene “disciplinato” attraverso lo sguardo maschile ed i commenti degradanti e gli sguardi invadenti di cui è oggetto il loro corpo come sessualizzato, la cui unica contro-misura sarebbe quella di renderlo invisibile, asessualizzato; al contrario la femminilità, la visibilità, le caratteristiche esagerate, il seno voluminoso, provocano il collasso della distinzione pubblico/privato, e socializzano il corpo. In definitiva ed in sintesi la donna ha la possibilità di modulare l’appartenenza del proprio corpo mortificando od esaltando le sue caratteristiche di femminilità e determinando così la maniera di occupare lo spazio pubblico. Se vuole la donna ha quindi questa possibilità, di esaltare le sue caratteristiche entrando nella categoria delle donne che provano orgoglio e piacere per il loro seno, per la maniera con cui il seno aumenta la loro immagine e le rende femminili ed attraenti e dà loro un senso di sicurezza. Il seno grosso ha per queste donne un tangibile segno di femminilità ed attrazione; dà in pratica accesso ad una identità che il seno piccolo apparentemente non dà; all’estremo la perdita del seno (per esempio per tumore) equivale a perdita di questa femminilità ed all’altro estremo un aumento di dimensioni del seno (per esempio dopo chirurgia estetica) equivale ad aumento di femminilità, caricata di significato pubblico. Come si vede il concetto di femminilità diventa oggi un concetto particolare; non è un valore fisico perché non viene aumentato il piacere o l’eccitazione sessuale a chi lo possiede, ma il piacere e la gratificazione per il corpo deriva dalla modalità con cui questo corpo viene sperimentato dagli altri e per gli altri. Il percorso verso una de-sesualizzazione riflette il tentativo di dissociarsi dallo stereotipo dell’associazione del seno grosso con disponibilità sessuale, perdita di morale sessuale, sfacciataggine; il percorso La diffusione mediatica globale 63 verso una maggiore sessualizzazione, visibilità ed oggettualizzazione semplicemente nasconde il tentativo di sentirsi desiderate ed ammirate. In una società che vede il seno voluminoso come un valore positivo è importante che il seno venga sentito come femminile e visto come femminile dagli altri; anche la semplice maniera di vestire con vestiti adatti a mettere in risalto il seno viene messa in atto perché è valutata positivamente dagli altri; la donna non fa altro che mettere in atto una scalata estetica strategica attraverso la quale il corpo è valutato più o meno positivamente per la sua apparenza, apparenza validata dalla società come riconoscibilmente attrattiva. La strategia da attuare è come le dimensioni del seno possono interagire con gli aspetti di apparenza validati socialmente, accettati, sollecitati tanto da creare un senso di fiducia in se stesse. Nella società culturalmente a dominanza maschile, la donna in risposta all’attenzione maschile verso il suo corpo risponde in varie maniere caricando il proprio corpo dei significati culturali richiesti; il seno non ha nella donna un significato univoco, ma rappresenta una sorgente di piacere orgoglio e fiducia e contemporaneamente una fonte di imbarazzo, ansia e molestia e finanche paura. Le femministe sono tradizionalmente critiche verso le donne che accondiscendono alla considerazione maschile che le vuole solo apparenza e che si modificano e competono con le altre donne per sembrare più belle cimentandosi in pratiche dannose (iniezioni di silicone, ormoni, chirurgia estetica) per migliorare la loro apparenza seguendo un concetto di bellezza che pretende che il loro corpo sia attraente e desiderabile (anche se secondo criteri che possono cambiare di momento in momento). La moda del seno voluminoso deriva dal fatto che questo tipo di donne sono privilegiate e si sentono come privilegiate in virtù della gratificazione sociale derivante dal seno voluminoso, anche se aderendo a questi concetti si rendono complici di questi principi di sottomissione maschile contestati dalla ideologia femminista; alienandosi dal proprio corpo e rendendosi capaci di vedersi soltanto come oggetto (di consumo, di conquista, di affermazione), esse si vedono come prodotto e valutano se stesse e le altre donne come tali. Ironicamente però nel mentre si sottopongono a queste pratiche rendendo il corpo femminile docile ed obbediente alla richiesta culturale, le donne sperimentano queste stesse pratiche in ter- 64 Parte I mini di potere e di controllo; infatti piuttosto che assoggettate passivamente alle imposizioni culturali, esse negoziano attivamente la loro posizione in relazione ad una complessa rete di discorsi, sguardi, ascolti, identità e visibilità in maniera da rendersi non più vittime passive di questo sistema egemonico, ma conquistatrici. Esse costruiscono attivamente la loro femminilità e scelgono di presentare il loro corpo in maniera che si avvicini il più possibile alle norme culturali in modo da ricavarne il maggior vantaggio, il maggior potere ed il maggior prestigio possibile; in questo senso il costruirsi un seno voluminoso è un modo di tentare di sviluppare un senso di orgoglio e di fiducia nonostante l’irrispettosa attenzione cui sono sottoposte. Il corpo plasmabile Il corpo femminile, più di quello maschile è stato, potremmo dire da sempre, oggetto non soltanto di attenzione ma di tentativi di controllo e di costante modifica da parte della società e delle varie culture; capelli, orecchie, occhi, naso, viso, labbra, ascelle, mani, gambe, piedi, glutei, pube, collo, pancia, seno sono stati tutti organi sottoposti ad interventi più o meno massivi di assimilazione ad un modello culturale dominante. A volte si è trattato di accentuare le caratteristiche di un organo di forte richiamo erotico, a volte si è voluta punire la sessualità femminile, a volte le modifiche corporee inflitte si perdono nella notte dei tempi insieme al loro significato. In linea di massima le modifiche imposte al corpo femminile hanno sempre comportato un grado di sofferenza e questo indipendentemente dal livello di civiltà; alcune sottocolture hanno imposto ed impongono ancora vere e proprie mutilazioni (vedi l’infibulazione) o sofferenze perenni come quelle inflitte alle donne birmane della tribù dei Padaung il cui collo viene allungato a dismisura (fino a 40 centimetri) con anelli di ottone; ma anche la nostra cultura occidentale non ha da rallegrarsi se consideriamo come nel diciottesimo secolo le donne erano costrette all’uso di assurdi corsetti che strizzavano l’addome e gli organi splenici alla ricerca esasperata del vitino da vespa che ne modificavano finanche la forma del fegato in maniera tale che ai reperti autoptici se ne deduceva facilmente l’abitudine per l’innaturale forma conoide che assumeva. Ma ancora oggi non abbiamo da rallegrarci perché non soltanto non abbiamo ancora imparato ad apprezzare il corpo femminile nella sua piena naturalità ma lo rendiamo oggetto di un interesse strumentale gravato dal sospetto di un forte conflitto di interesse secondario a massive operazioni di marketing; sconcerto creano i sempre più diffusi interventi di chirurgia estetica miranti non a correggere difetti ma ad accostare l’immagine femminile a standardizzati modelli di bellezza mediante interventi chirurgici sempre più complessi ed invasivi 65 66 Parte I riducendo il corpo femminile ad una primordiale scultura di vuoto significato emotivo in grado di suscitare meraviglia ma privo della capacità di trasmettere profondi sentimenti e valori. La docilità con cui la donna si sottopone a questi interventi deriva dalla gratificazione sociale che come abbiamo visto, ne ricava sotto varie forme. Fra tutti gli organi il seno femminile è quello che sta subendo l’attacco più massivo soprattutto negli ultimi tempi; il recente cambiamento di costumi che fa preferire sempre più frequentemente l’uso dei pantaloni ha di fatto eliminato il forte richiamo sessuale rappresentato dalle gambe femminili (e dal corredo di artifici atti ad esaltarle come le seducenti forme di calze che la fantasia degli anni scorsi aveva sfornato) riducendo le dimensioni erotogene del corpo femminile e costringendo a tentativi di compenso come quello recentemente messo in atto caricando di significato sensuale la pancia e l’ombelico. Ma di fatto il richiamo sessuale si è concentrato maggiormente sul seno accentuando ed esasperando la simbologia di femminilità di questo organo in un lento percorso di predominio rispetto all’altro organo di forte richiamo sessuale rappresentato dalle natiche che nella scala dei valori rispetto a quanto avviene normalmente nel mondo animale, la posizione eretta ha progressivamente spostato a favore del seno fino agli attuali livelli esasperati raggiunti con l’innesto delle protesi pubblicizzate come sempre più mirabolanti. Che il corpo femminile sia visto oggi come un enorme mercato è sospetto che viene da lontano; marketing che prima era limitato da una “sacralità”, o se si vuole da una barriera etica che impediva il superamento di quella linea morale di intervento ed invasività oltre la quale non si poteva andare. Oggi non esistono più barriere e l’onda mediatica è diventata tsunami (per usare un termine diventato tristemente attuale) in grado di travolgere tutto. Alcuni valori sono rimasti confinati all’interno di nicchie culturali elitarie, religiose, ma sempre meno finanche all’interno dei luoghi tradizionalmente formanti, della scuola o della famiglia ed anche se così fosse non sarebbero in grado di competere con i modelli imposti dai mass media della società contemporanea. E questi modelli vengono imposti con la maniera con cui si impone oggi un modello culturale, rendendolo “necessario”; e quello di oggi è appunto il modello di donna immagine ma prospettato anche come “raggiungibile”, perché la medicina è in grado di aggiungere, togliere, modificare, allungare, aumentare, ingrandire, ridur- Il corpo plasmabile 67 re il corpo e pezzi di corpo. E questo è discutibile; la medicina oggi ritiene che il suo compito sia anche questo ed a questo si presta. Ed il seno è diventato l’organo che più di tutti è diventato il bersaglio delle attenzioni di una parte dell’apparato sanitario tecnico-farmaceutico; si vive con disagio un seno al di sotto di misure ritenute standard o senza le caratteristiche di forma, elasticità, sodezza, ritenute in quel momento storico accettabili. Si impone in pratica un concetto di estetica come adeguato al di fuori del quale l’interrelazione provoca disagio e rifiuto. Ma il modello prospettato viene anche proposto come facilmente ottenibile, e la medicina si assume il vantaggioso onere di eliminare il disagio psicologico provocato dalla inadeguatezza fisica con gli opportuni interventi. Accanto e per questa concezione si fa scivolare anche una cultura contro l’allattamento materno, come se un seno che abbia allattato possa subire tali danni o modificazioni anatomiche da renderlo esteticamente inaccettabile; questo messaggio di paura contribuisce e porta acqua al mulino dell’allattamento artificiale ed alla svalorizzazione delle funzioni della biologia femminile, riducendo alcuni organi ad inutili accessori, o ad accessori di rappresentanza o peggio ancora ad organi pericolosi; l’utero che non serve più e si fa sentire solo per i fastidi che provoca, l’ovaio che ovula a vuoto e pericolosamente, il seno che non produce più latte, ma deve essere solo esibito e sempre a condizione che possegga le opportune caratteristiche; sembra uno svilimento continuo del corpo femminile sottoposto ad imposizioni sociali che non ne rispettano la natura. Il diffondersi del concetto che un organo possa essere aggredito in maniera così traumatica ed estensiva con interventi chirurgici in anestesia generale inserendo protesi mammarie sul cui perfezionamento l’industria investe cospicue risorse ha come presupposto una caduta di etica che solo in società spregiudicate, dedite al profitto e prive di valori può realizzarsi. Io vorrei citare solo alcuni degli esempi tratti da giornali di divulgazione femminile che mi hanno impressionato per la loro superficialità, perdita bioetica e connivenza medica. B.S. viene propagato come “un dispositivo altamente tecnologico, gestito da uno speciale microcomputer, finalizzato all’ingrandimento e rimodellamento non chirurgico del seno. Inventato da luminari della scienza [seguono i nomi] è stato sottoposto a lunghi anni di ricerche e 68 Parte I successivi test clinici da parte della ASAPS, Società Americana di Chirurghi Plastici”. Non conosco il dispositivo né il dettaglio del funzionamento computer assistito, né i test cui è stato sottoposto, né il grado di efficacia; ma il punto non è questo. Il punto è come in questa pubblicità sono contenuti tutti gli ingredienti della nostra cultura attuale: 1. necessità/possibilità di ingrandire e rimodellare il seno 2. strumentalizzazione della scienza medica ad un livello alto, che coinvolge l’Università americana ed una Società di medicina 3. coinvolgimento dell’America a garanzia di una medicina tecnologicamente avanzata, efficiente ed affidabile 4. forma di pubblicità come modalità di trasmissione di messaggi ed imposizione di valori verso un corpo non necessariamente da accettare come tale perché migliorabile 5. operazione di marketing con i caratteri ed i metodi della globalizzazione e dell’informatizzazione. Un altro articolo che mi è capitato di leggere è, per così dire sbalorditivo da un punto di vista etico, e non solo. L’articolo, intitolato “Mastoplastica additiva” è curato da un direttore universitario del nostro paese e da un dottore di ricerca; dal titolo e dai curatori, garanzia quindi di scientificità. Si legge che l’intervento di mastoplastica additiva è uno degli interventi più richiesti in assoluto accanto a rinoplastica e liposuzione, sfruttando uno dei metodi più subdoli per favorirne l’accettabilità: l’universalità; il fatto che lo facciano in tanti vuol dire che è un intervento ormai normale, accettato, sicuro, e chi non ne approfitta è scemo ed arretrato. Si legge che… “il seno è simbolo della femminilità per eccellenza: una gravidanza, un brusco dimagrimento o l’età, lo rimpiccioliscono, lo svuotano… Questo vale naturalmente anche per tutte coloro che un bel seno non lo hanno mai avuto, e decidono di regalarsene uno. Visto che la scienza lo consente – con interventi sempre più sicuri, veloci, economicamente abbordabili – sono poche le donne che, se ne sentono l’esigenza, rinunciano”. Se il seno ha subito un rilassamento eccessivo è necessario un contemporaneo intervento per risollevare il seno “ovvero una mastopessi, che comporta cicatrici più visibili e numerose”. Il corpo plasmabile 69 Correttamente nell’articolo viene descritta tutta la procedura clinica, gli esami da fare, l’anestesia, il consenso informato, l’intervento e la sua durata (“da una a due ore”), le tecniche di intervento per permettere il topless (“In Italia dove il topless è più comune, le donne preferiscono spesso una cicatrice sotto l’ascella”), le difficoltà presenti durante una mammografia e via discorrendo. Le problematiche poste sono molteplici; riguardano la libertà individuale di sottoporre il proprio corpo alle modifiche ottenibili oggi; riguardano la natura di queste modifiche e fino a che punto ci si può spingere; riguardano il significato che si da al proprio corpo ed a parti del proprio corpo. Gli elementi dell’abile marketing ci sono però tutti. Ma certo lascia perplessi e fa pensare il significato che la medicina dà oggi a questo organo, agli eventi della vita ed agli atti legati alla riproduzione. Da una parte la mammella è stata esautorata della sua funzione favorendo, consciamente ed inconsciamente pratiche innaturali di allattamento artificiale; che poi la mammella venga prospettata come danneggiata dalla gravidanza e dall’allattamento, venga ridotta ad organo di femminilità asservito ai criteri di moda come se fosse un accessorio qualsiasi e che certe possibilità di intervento medico vengano esibiti come conquiste e successi della scienza, deve necessariamente porre inquietanti interrogativi sulla medicina di oggi. Medicina perché? Perché deve ancora definirsi medicina? Non troviamo in questi interventi gli obiettivi della medicina, la difesa della salute la lotta alla malattia. Tutt’altro; potrebbe definirsi minaccia alla salute e rischio di malattia gli effetti che questi interventi possono provocare. Potrebbe ancora definirsi medicina perché quelli che la praticano sono laureati in medicina ed hanno eseguito il training formativo nei tempi della medicina e con le modalità della medicina? Ha questa medicina qualcosa da spartire con la medicina della malattia e della sofferenza, della dedizione e della compassione? Può questa medicina convivere con quella povera ed ingiusta delle mastectomie radicali eseguite per mancanza di centri di radioterapia? È in pratica etico che la stessa medicina che con una mano nega lo stretto necessario (posti letto, visite, esami) per mancanza di risorse con l’altra mano venda a peso d’oro e si arricchisca soddisfacendo mode temporanee? Oggi fra l’altro inevitabilmente questa differenza sembra scomparire e la medicina tende a sfumare nel 70 Parte I commercio vero e proprio; l’ecografia ostetrica è nata come utilissimo strumento diagnostico e molto ha contribuito al miglioramento della salute; ma la degenerazione commerciale a cui stiamo assistendo è paurosa e tanto invadente da spingere un autorevole giornale scientifico, JAMA, a pubblicare un duro editoriale contro i medici che sfruttano queste procedure a fini esclusivamente economici; gli è che è nata l’”entertainement ultrasound”, la ecografia da intrattenimento, l’ecografia tridimensionale del feto da eseguire e mostrare integrato nel corredo delle immagini del proprio figlio con la novità della fase prenascita; studi fotografici all’avanguardia si stanno attrezzando per fornire immagini di qualità, e la medicina si confonde e riduce a puro business. Seppur questo tipo di medicina si muova in ambito privato e si riconosca la liceità della permanenza è probabilmente necessaria che si instauri una distinzione netta fra i due tipi di medicina; la medicina non dovrebbe mai inseguire il profitto per il profitto, invogliare ad interventi non necessari, non dovrebbe mai trasformarsi in società a scopo di lucro, non dovrebbe non soltanto proporre ma neanche lasciarsi strumentalizzare da interventi che non abbiano esclusive finalità terapeutiche e preventive. E questo è un problema soprattutto morale; anzi l’espansione del fenomeno è inversamente proporzionale alla perdita etica che ha colpito la medicina fino a svuotare completamente di questa componente alcune branche, lasciate libere di rincorrere denaro. La ricerca del guadagno ha innegabilmente sempre svolto un ruolo importante in medicina costituendo spesso un ostacolo alla sua libera e corretta espressione; ma il problema di fronte al quale ci troviamo qui è diverso; il problema è rappresentato da una medicina che esercita la sua scienza a scopo di lucro strumentalizzando il suo nome e la sua fama di scienza gloriosa per l’umanità dopo tutte le vittorie ottenute in passato ma non facendosi scrupolo non di farsi pagare per guarire, ma di farsi pagare per interventi di futilità; il salto di qualità ed il baratro etico odierno è proprio questo; il condividere, se non l’invogliare concetti estetici illusori (di bellezza creata, di gioventù restituita, di riproduttività sempre disponibile) ed annullare le funzioni ed i segni della maternità; e la chirurgia mammaria estetica è l’esempio estremo di questo cinismo etico. Che assume le forme e le modalità del marketing odierno. Il “turismo medico” è l’ultima invenzione della società postindu- Il corpo plasmabile 71 striale; un pacchetto unico che comprende intervento di chirurgia estetica associato ad un tour turistico. Sudafrica, Thailandia, India, Malaysia, Singapore, India, Argentina le nazioni più gettonate. Il pacchetto incremento del seno più tango (!) in Argentina è una offerta molto vantaggiosa; ma c’è anche la possibilità di prolungare con un giro a Bariloche, in Patagonia sempre in offerta molto vantaggiosa, con una formidabile difesa della privacy ed una stupefacente possibilità di far passare inosservato l’intervento estetico senza stare a dare tante spiegazioni ai conoscenti. Fra qualche anno si prevede il boom. Edonismo, immagine, asservimento della medicina, turismo, globalizzazione, disfatta etica, vi sono qui concentrate alcune delle deleterie componenti della società postindustriale La mammella perfetta Garry S Brody, chirurgo plastico di Los Angeles, in un editoriale del 15 aprile 2004 (Brody GS. The Perfect Breast: Is It Attainable? Does It Exist? Plastic and Reconstructive Surgery.113(5): 1500-3) si pone giust’appunto il problema di trovare un criterio oggettivo per definire una mammella perfetta; la letteratura è carente di studi scientifici antropomorfici in grado di stabilire le caratteristiche che possono definire una mammella perfetta; il che pone una serie di problemi ad un chirurgo plastico che vuole fornire un prodotto perfetto. Ovviamente i termini del problema sono non-etici per una Medicina che vuole iniziare il suo nome con una M maiuscola; ma il tema è intrigante e meritevole di riflessione se si discute non di una chirurgia ricostruttiva ma di una chirurgia del desiderio. Nel 1955 Jack Penn, un chirurgo sudafricano si arrischiò a dare le coordinate di un seno ideale: egli definì come seno ideale un seno rappresentato da un triangolo equilatero di 8-8,5 pollici (un pollice è uguale a 2,54 cm) che parta dall’incavo sternale tra le due mammelle (propriamente chiamato seno in senso anatomico) ed arrivi al capezzolo. Ma la mammella è un organo difficile da definire in senso antropomorfico per il semplice fatto che è un organo difficilmente misurabile soprattutto perché non è un organo stabile; la mammella è un organo che si modifica continuamente con le varie fasi della vita (adolescenza, pubertà, maturità sessuale, menopausa), con l’età, con l’influenza ormonale, con la gravidanza, con l’allattamento. Ma è un organo che si modifica continuamente anche semplicemente con la posizione del corpo, delle braccia, il tipo di vestito. Ed ovviamente il concetto estetico è un concetto che varia con la cultura, la società ed il tempo; le varie epoche hanno definito bello un seno che ha spaziato dall’estremo del seno piccolo da maschietto a quello naturalmente abbondante di Jane Russell a quello innaturalmente iperabbondante di Pamela Anderson. E 73 74 Parte I per la gioia dei chirurghi plastici negli ultimi tempi questo concetto di bellezza sta modificandosi così rapidamente che un’unica utente (il termine paziente da patiens = persona che patisce, mi sembra alquanto inappropriato) può rifarsi il seno più volte. Il mondo della futilità e dell’apparenza propone anche il Wonderba, lo speciale reggiseno specificatamente progettato per mimare un seno grosso, oltre ai noti trattamenti estrogenici o con composti estrogenosimili. Ed infine la chirurgia plastica. Ma la chirurgia plastica della mammella non è una chirurgia facile perché la natura si è messa di impegno a rendere la vita difficile a questo tipo di medici; la mammella è un organo difficile da copiare; a parte la costituzione anatomica complessa formata non da un unico tipo di tessuto ma da vari tessuti fra l’altro interconnessi ed interagenti in maniera dinamica, esso è un organo dotato di una splendida plasticità che si adatta morbidamente alle varie posizioni e stimolazioni; plastica e morbida dinamicità impossibile da riprodurre pur disponendo di moderni materiali impensabili fino a poco tempo fa che rendono al confronto la protesi mammaria una “simplistic fluid-filled bag” (“semplicistico sacchetto pieno di liquido”) (Brody GS. The Perfect Breast: Is It Attainable? Does It Exist?. Plastic and Reconstructive Surgery.113(5): 1500-3); e così la mammella perfetta rima- ne un mito momentaneo legato ad una soggettività estrema ed ancora largamente imperfetta ed irraggiungibile anche per l’attuale tecnologia e l’attuale medicina di profitto che vende la sua arte e la sua missione ai mutevoli desideri della donna moderna incapace di accettare insieme al tempo che passa anche il suo corpo che si modifica; che entrambi siano il risultato di una perdita di valori e non un guadagno, uno svantaggio e non un vantaggio è considerazione sulla futilità umana e sulla capacità di relazionarsi con il mondo circostante più attraverso i criteri dell’apparenza che non della sostanza, sperperando dignità e denaro, illudendo ed illudendosi nella società postmoderna occidentale ipernutrita, svalorizzata ed egoista. Consolidare le posizioni Le tematiche odierne della medicina hanno raggiunto un tale livello di problematicità da richiedere una profonda riflessione. Tale riflessione deve necessariamente essere profonda ed interessare l’essenza stessa della medicina; cosa deve essere oggi la medicina, a chi deve rivolgersi, come deve realizzarsi. E non sono solo i temi della medicina sostenibile. Sembra strano come dopo secoli di sviluppi e di conquiste oggi si senta la necessità di un ritorno alle origini e forse addirittura si senta la necessità di rivolgersi alla scienza di cui è figlia la medicina del mondo occidentale, la filosofia ed almeno ad una parte della filosofia, l’etica filosofica. La ginecologia è una piccola branca della medicina, ma per le sue peculiarità abbraccia la gran parte delle problematiche etiche, sociali e culturali. Discorrendo di ginecologia si discorrerà anche della medicina nel suo intero e volendo discorrere di ginecologia si correrà il rischio di discutere di tutto, di salute e malattia, di vita e di morte, di libertà individuale e di giustizia etica; e per forza di cose pertanto dovremo limitarci e risultare forse incompleti. La ginecologia ha vissuto negli ultimi anni nel mondo occidentale ed anche in Italia un momento di sviluppo eccezionale dopo secoli di progressi modestissimi se non ininfluenti; la fama che si è creata sul campo è stata notevole e meritata; ha debellato la mortalità materna, ha debellato le infezioni puerperali, ha assicurato la maternità responsabile, ha debellato la mortalità perinatale, ha debellato il carcinoma del collo dell’utero. Anche grazie ad essa la donna ha la più lunga aspettativa di vita mai realizzatasi e sperata finora, si è liberata dal fardello delle numerose gravidanze, si è imposta nel mondo del lavoro, occupa posizioni di prestigio nella società. È stata potremmo dire, una avanzata travolgente; travolgente però non soltanto nei confronti delle malattie, ma anche delle cose buone che nel tempo la donna aveva costruito. 75 76 Parte I Ma forse è giunto il momento di fermare questa avanzata e, mutuando un linguaggio militare, consolidare le posizioni ed occuparsi del territorio conquistato; anche perché le risorse per continuare l’avanzata sembrano essersi esaurite, la gran parte del territorio conquistato, e quel che resta da conquistare, è un territorio pericoloso, ricco di trappole bioetiche nei confronti delle quali la veloce avanzata non ci ha ancora resi pronti. La ginecologia ha effettuato le sue conquiste a prezzo di una massiva medicalizzazione della donna; questo fenomeno è una caratteristica della medicina della società moderna, ma in ginecologia ha raggiunto le sue massime espressioni. La gravidanza è stata trasformata in malattia e ridotta al suo crudo aspetto biologico sfrondata di tutti gli aspetti culturali, familiari, psicologici, sociali. Il parto è stato ospedalizzato e trasformato in evento supertecnologico la cui più cruda espressione è stato il travaglio monitorato dal cardiotocografo, con le donne collegate in serie e controllate a distanza; le figure umane si sono trasformate in tecnici con camici, linee guida, procedure e freddezza professionale. Il dolore del travaglio è stato dichiarato innaturale, inaccettabile e rimovibile con le varie tecniche di procedure anestesiologiche. La diversità o “malformazione”, senza distinzione di grado, ha ricevuto la condanna sociale ed è stata dichiarata anch’essa inaccettabile e rimovibile mediante sofisticate tecniche di amniocentesi ed ecografia. Il rischio imprevedibile è stato dichiarato non facente più parte della natura umana e si è dilatata l’indicazione al taglio cesareo fino a farla diventare totalizzante, oggi sempre più richiesto dalla donna stessa. L’obiettivo è stato il figlio sano, perfetto a qualsiasi costo. L’allattamento al seno è stato giudicato pericoloso così come anche il precoce contatto con la madre che doveva avvenire tramite uso corretto di mascherina e per poche ore nella giornata, sottoposto al rigido rituale dell’ospedale. La prevenzione diventata una ossessione e la episiotomia la regola. L’utero è stato concettualmente slegato dal corpo, considerato un organo indipendente utile a raccogliere la gravidanza e da eliminare all’esaurimento di questa funzione mediante tecniche chirurgiche sempre più sofisticate e complesse che hanno trovato la loro meraviglia super-tecnologica nella isterectomia per via laparoscopica. Si è asse- Consolidare le posizioni 77 condata l’aspirazione della donna ad entrare da protagonista nel mondo del lavoro eliminandole il rischio della gravidanza che da risorsa per l’umanità è diventata ora un pericolo; e la donna ha fatto sempre meno figli. L’aspettativa di vita media è aumentata sempre più e l’invecchiamento è diventato la nuova malattia. La donna è bella finché è giovane e se non è più giovane per lo meno deve sembrare tale, con gli ormoni e la chirurgia. La menopausa è stata vista come un pericolo ed una barriera alla libertà ed alla salute. La sterilità è stata creata, non compresa, serenamente accettata e giudicata un problema risolvibile, anche questo a qualsiasi costo. È possibile fermarsi, riflettere, riorganizzare le idee ed i valori? Io credo sia necessario non fosse altro che per il fatto che ormai nessuna società, e la nostra fra le prime, sembra in grado di reggere questa situazione sul piano economico ed anche sociale come le vicissitudini legate alla legge sulla fecondazione in vitro sembrano dimostrare. Con l’acqua del progresso scientifico è stato buttato anche il bambino e l’allattamento al seno rappresenta molto di quel bambino, la cui parte fondamentale è rappresentata dalla biologia femminile immolata sull’altare della tecnologia e dell’affarismo. L’allattamento al seno, insieme alla gravidanza, al parto, alla fertilità, alla menopausa fa parte di quella fetta di funzioni biologiche che la moderna ginecologia ha eliminato dalla positività della biologia femminile. Si potrebbe dire che la ginecologia moderna ha eliminato la differenza biologica femminile creando uno standard di normalità della fisiologia rappresentato dal ciclo mestruale femminile; finché c’è, e deve esserci, puntuale periodico, rassicurante, giovanile, salutare, sta tutto bene. Tutto il resto è stato spazzato via da una visione di naturalità ed avocato alla medicina, dovere di attenzione e trattamento medico. Si è sviluppata una nuova medicina, difficile da collocare e definire; una medicina non della malattia ma della salute che non ha proseguito un percorso già iniziato ma ne ha aperto uno nuovo; in pratica non si è assecondato, approfondito e sviluppato un percorso di naturalità legato alla funzione riproduttiva (organizzazione territoriale e domiciliare, sviluppo dei fattori di rischio, autonomia delle figure sanitarie non mediche ecc) ma si è creata una centralità onnicomprensiva rappresentata dall’ospedale che ha assorbito tutto, la fisiologia e la patologia. È ovvio 78 Parte I come la struttura e l’organizzazione ospedaliera abbia influenzato l’allattamento con i suoi ritmi, le sue regole, le sue logiche, i suoi profitti. Finanche la menopausa è stata ospedalizzata, sottoposta ad esami (in gran parte inutili) e trattamenti (in gran parte dannosi) e da innocua fase di transizione nella vita della donna, per molti aspetti carica di valenze positive, è stata trasformata in malattia e fonte di malattie. La ginecologia si è spinta ad un controllo massivo ed insensato della fecondità assecondando le più ottuse richieste del mercato del lavoro che ha visto nella biologia femminile un nemico della produttività ed ha esercitato forti pressioni sulla medicina perché lo liberasse degli impicci delle gravidanze e degli allattamenti, delle dismenorree e delle differenze di genere spingendo la maternità sempre più alla fine del percorso lavorativo chiedendo ancora una volta alla ginecologia di far fronte a questa esigenza di maternità della post-riproduzione finalmente permessa con la fecondazione artificiale e prossimamente anche con l’utero artificiale. Lo sviluppo tecnologico e farmacologico ha anch’esso investito la donna ed è storia ancora più recente; lo sviluppo di una farmacopea per la salute è il nonsenso della moderna ginecologia; pillole per proteggere la normalità del periodo riproduttivo, pillole per proteggere la normalità del ciclo mestruale (per la sindrome premestruale, per la dismenorrea, per la tensione mammaria), pillole per la libido, pillole per l’umore, pillole per l’ansia, pillole per la menopausa, pillole per la gravidanza, pillole per l’invecchiamento. Lo sviluppo di una tecnologia senza limiti ed in crescente espansione è l’attuale problema di tutte le società che rendono insostenibile la ginecologia dal lato umano, sociale ed economico; la spinta è continua e pressante; il concetto di malattia prevenibile è stato centrato non sulle abitudini e lo stile di vita, come sarebbe stato logico per una gestione non medica, ma sulla diagnosi precoce e l’intervento tempestivo; è scomparsa la responsabilità individuale e l’autonomia di genere (donna ed ostetrica) e si è imposta la delega all’industria sanitaria, che sforna apparecchi sempre più nuovi e con caratteristiche migliori in una continua proposta del meglio a cui la donna è naturalmente costretta, in una visione di medicina supertecnologica in cui l’ultimo è meglio, l’esame tecnologicamente più sofisticato è migliore, la PET è meglio della RMN che è meglio della TAC che è meglio dell’ecografia in un turbinio di esami il cui esito negativo (nor- Consolidare le posizioni 79 male) rilassa e tranquillizza e l’esito positivo innesca un percorso diagnostico ancora più sofisticato ed ansiogeno e con la costante insicurezza che c’è un meglio, forse non qua, forse là e forse più in là ancora, in un altro posto dell’Italia, o dell’Europa o dell’America. E gli interventi; tagli cesarei, isterectomie, isteroscopie sono solo alcuni degli esempi degli abusi a cui il corpo della donna è stato spesso sottoposto. Perciò si dice: conoscete il nemico e voi stessi e la vittoria non sarà in pericolo. Se conoscete il Cielo e la Terra, la vostra vittoria sarà completa. (Sun Tzu. L’arte della guerra. V secolo A.C.). Sarà mai possibile conoscere il nemico, conoscere se stessi? Sarà mai possibile ottenere la vittoria? La ginecologia ha raggiunto traguardi importanti ma oggi sembra ostinarsi ad inseguire traguardi proibiti e nel tentativo di volare sempre più in alto come Icaro rischia di sciogliersi la cera delle ali con cui vola e precipitare. L’insostenibilità dei costi economici è il principale ostacolo alla sua illimitata espansione; essa sembra oggi causare più danni che vantaggi; in una epoca in cui la donna è più sana e vive più a lungo essa si sente più minacciata e più abbandonata. Dei principi etici fondamentali molti non sono rispettati, ma forse quello più odiosamente trascurato è quello della giustizia, cioè garantire a tutte le donne lo stesso trattamento; proprio oggi la ginecologia pubblica è al collasso, sociale, economico ed etico; consiglia esami e trattamenti che non riesce a garantire equamente, né potrà mai garantire nella forma proposta; accertamenti diagnostici per la prevenzione dei tumori, delle malattie croniche, dell’osteoporosi, delle malattie cardiovascolari, delle malformazioni, delle malattie sessualmente trasmesse. Centri di radioterapia inesistenti e centri per la fecondazione artificiale in eccesso, centri di laparoscopia diagnostica ed operativa in continua crescita e mammografi insufficienti. Come possono coesistere e quanto a lungo potranno essere tollerati questi contrasti? Ci piacerebbe discutere della medicina giusta (da un punto di vista etico), ma saremmo costretti a discutere di una medicina sostenibile da un punto di vista economico. Ed il timore è che la medicina sostenibile la decideranno le forze che guidano attualmente la programmazione sanitaria attuale, 80 Parte I cioè le forze politiche, le lobby universitarie e quelle affaristiche, le esigenze burocratiche e gli interessi di apparato. Sarà possibile perseguire una medicina di valori e non di profitto? È difficile, ma lo sforzo bisognerà pur farlo, e da qualche parte bisognerà pur cominciare. Non si corre il rischio di sbagliare se si sostiene che la centralità dell’azione del medicina deve essere strutturata sul medico. Ma quale medico? Non quello attuale certamente. Anche per la donna il medico nuovo deve essere rappresentato da un medico fortemente motivato e poco settorializzato; infatti oggi, almeno nella nostra società che fortemente risente l’influsso americano, il grosso della medicina è portato avanti dallo specialista, questa figura impostasi recentemente che da rappresentare l’eccellenza della competenza in una area ristrettissima è diventato il medico della normalità, sempre nella stessa ristrettissima area, erodendo competenza al medico di base e visione d’insieme alla malattia. Certo un medico motivato anche, che non veda la medicina come una professione, perché la medicina non è professione, almeno nel concetto che la nostra società dà oggi alla professione, cioè esercitata per trarre profitto. Non è possibile non considerare la particolarità della condizione medica per la quale ciò che è lecito per gli altri non è lecito per lei; se è lecito commercializzare un prodotto non è lecito commercializzare la salute; e questa è la barriera etica fondamentale che ricopre la sacralità della inviolabilità della persona. E la società deve proteggere questo medico. L’altra esigenza è quella di creare una ginecologia sostenibile individuando e definendo precisamente quello che rientra nell’ambito della ginecologia che la società deve impegnarsi ad assicurare e quello che invece deve rassegnarsi a lasciare alla libertà ed alla possibilità del singolo individuo. Mi rendo conto che qui il discorso si fa difficile e non è più alla mia portata; ma alcune considerazioni possono essere fatte, e questo nell’ambito di una ginecologia più giusta che poi non a caso diventa automaticamente una ginecologia anche sostenibile. Il fenomeno della medicalizzazione della fisiologia femminile è un fenomeno pesante da reggere non soltanto sul piano morale ma anche sociale ed economico. I costi della medicalizzazione sul piano umano Consolidare le posizioni 81 e finanziario sono notevoli; si pensi alla medicalizzazione della menopausa: decenni di trattamenti farmacologici, di esami evitabili, di malattie iatrogene; si pensi alla medicalizzazione della gravidanza: l’irrazionale uso dell’episiotomia, l’impennata dei tagli cesarei evitabili, l’ospedalizzazione forzata, le complicanze iatrogene, la naturalizzazione del parto; si pensi alla medicalizzazione della contraccezione: decenni di farmaci, di esami evitabili, di malattie iatrogene; si pensi alla risoluzione interventistica di tutti i problemi, all’abuso di isterectomie; si pensi all’allattamento artificiale di cui ampiamente trattiamo in questo libro. L’espropriazione dell’autonomia femminile e della capacità di gestione della propria salute, con l’abolizione della figura della ostetrica, del carico esclusivo del ginecologo della fisiologia e della patologia femminile, è un danno economico insostenibile oltre che umano. La concentrazione della attività medica monopolizzata pressocchè esclusivamente nell’ospedale e la desertificazione sanitaria del territorio sono danni sociali e finanziari di tale portata e di tale lapalissiana evidenza che solo una voluta incapacità governativa può tollerare. Parte II La mammella femminile umana Come si sa dal punto di vista anatomico il termine seno indica specificatamente il solco verticale interposto fra le due mammelle e che decorre lungo lo sterno; come si sa il termine seno è passato ad indicare le mammelle femminili intendendo in genere dare a queste un attributo di gentilezza, o se si vuole, intendendo coprire la bruta terminologia medica; anche noi come si è visto usiamo il termine seno nel senso più vago comunemente accettato. Ripetutamente abbiamo parlato del valore estetico delle mammelle; e le mammelle sono gli organi che più di tutti racchiudono le caratteristiche della bellezza e dell’estetica; sono organi rotondi, delicati, morbidi, dotati di una plastica armoniosità, delicatamente pigmentate, pulite, terminanti alla sommità nell’improvviso cromatismo dell’areola e dei suoi tubercoli e nell’intrigante richiamo del capezzolo, maliziosamente dinamico ed attraente nella sua turgidità. Alcuni autori comprendono fra le caratteristiche di attrattività della mammella il forte richiamo olfattivo derivante dalla vicinanza del cavo ascellare e dalla sua fragranza di genere, che riporta ad un richiamo più primitivo e represso nella specie umana, ma pur presente ed attivo a livello subliminale. Ma, dal punto di vista strettamente biologico, le mammelle altro non sono che gigantesche ghiandole sudoripare modificate che invece di secernere sudore secernono latte. L’evoluzione, che non segue altre logiche se non quella riproduttiva, ha gradualmente selezionato nel genere umano questi due organi dotati di tale potenza attrattiva; va da sé che nel maschio se ne è dimenticata lasciando due inutili residui che, raramente ma sempre più frequentemente creano problemi tumorali anche in lui. Le ghiandole mammarie sono la caratteristica distintiva di una classe zoologica che proprio per la loro presenza è stata appunto chiama- 85 86 Parte II ta dei mammiferi. Il numero delle mammelle non è costante nei vari mammiferi oscillando da uno a sei o più paia riflettendo ovviamente le necessità di specie; anche nella specie umana la presenza di due mammelle e non una rappresenta da una parte un meccanismo protettivo per organi così importanti per la specie, e secondo altri la possibilità di far fronte ad un allattamento gemellare, evento non così poi tanto raro nella donna; curiosamente il numero delle mammelle non influenza e non amplifica la suscettibilità al carcinoma mammario essendo questo un tumore frequente nella donna, presente nel cane e nel topo ed assente o raro nelle altre specie. La mammella umana femminile ha una forma conica protuberante, perenne dal momento del suo sviluppo e questo la distingue dagli altri primati in cui la mammella è relativamente piana e poco sporgente sul piano del corpo persino durante la gravidanza e l’allattamento, fenomeno legato alla funzione esclusivamente nutritiva degli altri mammiferi. Nella donna definire perfettamente la forma della mammella è difficile; essa varia continuamente in virtù di numerosi fattori: la fascia di età, l’influsso ormonale, la gravidanza, l’allattamento, la posizione del corpo, la posizione delle braccia, il tipo di vestito e via dicendo; il fatto che sia più rispondente a funzioni di attrattiva sessuale che non di funzionalità parentale non è soltanto una costruzione socio-culturale; la forma conica è più caratteristica della giovane che non ha avuto figli ed è anche quella più desiderata, idealizzata, realizzata per l’immagine di gioventù ed illibatezza che trasmette; con l’età diventa più piatta, pendula, adagiata sul petto e meno soda. È opinione popolare che questi cambiamenti siano favoriti dall’allattamento al seno ma non vi sono studi al riguardo e l’opinione di autorevoli studiosi, fra cui Haagensen, è contraria a questa ipotesi e noi, limitatamente alla nostra esperienza professionale ci sentiamo di concordare. Le due mammelle possono essere spesso di dimensioni e forma differenti nella stessa donna come avviene frequentemente per tutti gli organi pari e questo non riveste alcun significato medico; anzi le mammelle possono anche essere più di due; a questo proposito si fa spesso riferimento ad una anomalia che sebbene relativamente rara è stata considerata da Darwin, nel suo Descent of Man del 1871 come esempio di atavismo o reversione ad un tipo ancestrale più primitivo; ci rife- La mammella femminile umana 87 riamo alla polimastia, la presenza di mammelle sopranumerarie, fenomeno biologicamente comprensibilissimo se ci rifacciamo all’embriologia, allo sviluppo fetale ed alla “milk line” che troviamo in un embrione di 4 mm e che corre lungo tutto il corpo dalla futura ascella al futuro inguine; più tardi nel corso dello sviluppo la linea scompare rimanendo rappresentata da un numero di piccoli punti ognuno dei quali rappresenta l’analogo della futura mammella; anche questi punti sono poi destinati a scomparire e nella donna alla nascita solo un singolo paio persiste e si sviluppa poi definitivamente e compiutamente; le mammelle accessorie rappresentano invece una reversione a più primitivi tipi di sviluppo mammario; l’incidenza di questo tipo di anomalia nella donna bianca è stimata essere intorno all’1-2% ed è più frequente nelle popolazioni asiatiche dove si verifica nell’1,68% dei maschi giapponesi, e nel 5,19% delle donne. Famosa la statua di Diana di Efeso rappresentata con un totale di 20 mammelle accessorie tutte posizionate però sul torace probabilmente a forte valenza simbolica (anche se recentemente Desmond Morris ne dà una interpretazione completamente differente contestando che siano mammelle soprannumerarie; secondo l’interpretazione da lui esposta rappresenterebbero testicoli di tori che venivano appesi sul petto della dea a simboleggiare un auspicio ed una idea di fecondità, fra l’altro dalle profonde implicazioni per una dea che la mitologia asseriva sempre vergine). Molto più raramente mammelle sopranumerarie si ritrovano al di fuori della linea mammaria embrionale, corrispondendo al luogo di formazione delle mammelle in altre specie mammifere (scapola, regione acromiale, labbra vulvari ecc); Tow e Shanmugaratnam hanno descritto per esempio 15 casi di mammelle vulvari. (Haagensen. Anatomy of the Mammary Gland. Chapter one). Nella donna questo organo bilaterale si sviluppa con la pubertà e rimane sempre presente anche se va incontro a modificazioni notevoli in dimensioni, forma, consistenza e funzione in relazione alle varie fasi della vita, (pubertà, periodo riproduttivo, menopausa, fasi del ciclo) ed agli avvenimenti fisiologici (gravidanza, allattamento), circostanza come abbiamo fatto osservare che contrasta con una esclusiva funzione di allattamento che presupporrebbe, come per gli altri animali, lo sviluppo solo circostanziale. 88 Parte II La mammella femminile è l’organo della nutrizione per il neonato, l’organo principale della femminilità, la sede di insorgenza del più frequente tumore maligno femminile; tutti e tre questi aspetti creano le più accese problematiche nella nostra società in continui tentativi di ridefinizione di termini, e danno una differente prospettiva dell’organo, soggettiva, temporale e culturale. La conoscenza della anatomia e dello sviluppo della mammella aiuta a capire la sua funzione, le sue modificazioni, l’opportunità dell’allattamento al seno, le ragioni dell’insorgenza dei tumori in questa sede ed il perché. E forse aiuterebbe ad intraprendere comportamenti più saggi e rispettare maggiormente questo organo. La mammella è un organo soffice, immerso in un morbido materasso di tessuto adiposo ed adagiata fra la linea ascellare e lo sterno su una fascia muscolare di robusti ed attivi muscoli che le riflettono sostegno e mobilità ; il terzo inferiore esterno della mammella giace sul muscolo serrato anteriore; gli altri due terzi sul muscolo grande pettorale; una piccola parte di mammella, la più esterna e superiore (coda di Spencer), passando attraverso una apertura (il forame di Langer) si estende nell’ascella; si consideri pertanto questa naturale tonicità e mobilità della base mammaria e la profonda estensione del tessuto mammario intimamente articolato al piatto muscolo-fibroso e che rende inadeguata la mastectomia profilattica bilaterale da alcuni prospettata nel tentativo di eliminare il rischio di carcinoma mammario nelle donne a forte rischio, in genere portatrici di accertate anomalie geniche; questo intervento ha avuto una certa diffusione soprattutto in America in un mixage di fobia individuale e di articolazione solitaria di una medicina che partendo da una ricerca parcellizzata, l’individuazione dei fattori ereditari di rischio si è bloccata non sapendo poi che fare, e la cui unica soluzione è sembrata l’asportazione di entrambe le mammelle e la successiva ricostruzione plastica. Alla sommità della mammella è posta l’areola, un anello cutaneo pigmentato di scuro contenente i molti piccoli orifizi di alcune ghiandole sebacee (cosiddette di Montgomery). Cinque- dieci millimetri sopra l’areola si sviluppa il capezzolo, provvisto di cellule muscolari lisce che lo rendono reattivo a vari stimoli, tattili, termici, emotivi e sensitivi. Questa struttura rende l’organo di una forma armoniosa, La mammella femminile umana 89 esteticamente lieve, delicatamente viva, prodigiosa nella sua funzionalità; peccato che l’attuale diffusa grossolanità comportamentale la riduca spesso a futile accessorio aggredendolo e stravolgendone la tenue struttura. La componente di base della mammella è l’alveolo, una struttura per niente semplice essendo rivestito all’interno da un singolo strato di cellule epiteliali in grado di secernere latte ed all’esterno da una rete di fili di cellule mioepiteliali contrattili e di una fitta rete vascolare; è l’organizzazione anatomica di base che permetterà all’alveolo opportunamente stimolato dagli ormoni di produrre il latte e di riversarlo in un apposito condotto cui è collegato chiamato dotto intralobulare che in forma radiale si collega ad uno dei 15-20 dotti collettori che corrispondono ai 15-20 distinti lobuli mammari, ognuno dei quali contiene molti alveoli. La ghiandola mammaria deriva dalla indovazione di questa struttura dell’epidermide nel sottostante tessuto mesenchimale alla 10-12a settimana di gestazione per poi svilupparsi alla pubertà sotto l’influsso dei molteplici stimoli ormonali (steroidi sessuali, insulina, cortisolo, prolattina, ormone della crescita ecc); allora solleverà il piatto epidermico a formare le protuberanze mammarie che saranno quindi costituite da questa specie di albero che crescendo alla rovescia, con le ramificazioni all’interno ed il tronco verso il capezzolo formerà un cono od una emisfera circondata dal tessuto adiposo e stromale (L Speroff, RH Glass, NG Kase. Clinical Gynecologic Endocrinology and Infertility. Fifth Edition. Williams & Wilkins. 1994). L’anatomia è complessa e vale la pena di addentrarsi un pò di più nello specifico; ogni mammella contiene 12-20 lobi disposti come raggi di una ruota a partenza dalla base; ogni lobo è formato da molti lobuli, ognuno dei quali contiene dai 10 ai 100 acini situati intorno ad un dottulo intralobulare, che drena il secreto in un dotto sottosegmentale, che drena in un dotto segmentale, che infine drena in un seno dilatato chiamato seno lattifero, che drena in un seno collettore, che sfocia sulla superficie del capezzolo in una mirabile rete di collettori autogestiti ed intelligenti che controllano la produzione di latte in base al loro contenuto (ne stimolano la produzione se sono vuoti e la inibiscono se sono pieni) che convogliano il latte in una cisterna in attesa 90 Parte II di essere svuotata. Questa però è una struttura più complicata a descrivere che a vedere, come il lettore può capire osservando la Figura 1. I lobi mammari sono sostenuti da legamenti (i legamenti di Cooper) che contribuiscono alla immagine di sodezza dell’organo; la maggior parte della mammella è rappresentata da tessuto adiposo che ne determina pertanto la dimensione; solo il 10-15% del tessuto mammario è rappresentato da epitelio, il tessuto nobile funzionale che non varia in quantità e che determina la possibilità di produzione del latte indipendentemente dalla dimensione totale del seno; ecco perché donne con il seno piccolo hanno la capacità di produrre abbondanti quantità di latte. Il resto è costituito da stroma. La mammella è però un organo fornito di una robusta irrorazione, che le permette di far fronte alle esigenze dell’allattamento; l’irrorazione della mammella è fornita dalle arterie mammarie interne e dalle arterie ascellari, sangue che viene poi drenato superficialmente soprattutto dalle vene mammarie interne e che costituiscono un reticolo evidente in alcune donne in corso di allattamento assumendo un colorito superficiale bluastro. Il sistema linfatico ha acquisito sempre più importanza in medicina e la sua conoscenza si è rivelata fondamentale per la donna; la sua conoscenza permette oggi interventi sempre più riduttivi; esso drena soprattutto ai linfonodi ascellari omolaterali; alcuni linfatici del lato mediale della mammella drenano attraverso gli spazi intercostali e nei linfonodi interni posti nel torace; un drenaggio linfatico può anche aversi attraverso i linfatici sopraclavicolari e cervicali anteriori (V Seltzer. The role of the obstetrician-gynecologist in diagnosing and treating breast disease. Clinical Obstetrics and Gynecology. 1994; 37(4): 877-1004). Il sistema linfatico con i suoi linfonodi ha una importanza fondamentale nella storia della diffusione del carcinoma mammario e della sua chirurgia; la sua diffusione costituiva una volta l’indicazione ad estensivi interventi chirurgici ed il verificarsi di grave sequele postchirurgiche che si avviano fortunatamente a diventare un ricordo grazie alla sensibilità ed alle intuizioni di Umberto Veronesi che ci piace considerare l’espressione di una associazione di genialità ed umanità tipicamente italiane in grado di raggiungere vette impensabili senza il reciproco sostegno delle due qualità; è merito suo se un La mammella femminile umana 91 intervento altamente devastante sul piano anatomico ed altamente distruttivo sul piano psicologico e relazionale è stato ridotto a piccolo intervento estremamente efficace sul piano terapeutico ed insignificante su quello post-chirurgico ed estetico. Capire lo sviluppo della mammella aiuta a capire; aiuta a capire non tanto la sua funzionalità quanto il perchè questo sia un organo esposto a determinate patologie e perché l’allattamento lo protegge da queste patologie; in una sintesi efficace potremmo dire che l’allattamento protegge la mammella semplicemente perché ne permette la sua funzione; od anche che permettere alla mammella di svolgere la sua funzione significa proteggerla dall’insorgenza dei tumori. Lo sviluppo della mammella umana è un processo lungo e continuo che inizia durante la vita intrauterina e termina con l’inizio dell’allattamento. In questo processo continuo il principale scatto alla crescita si ha con la formazione dei lobuli mammari alla pubertà, ma lo sviluppo e la differenziazione si completa solo con la prima gravidanza condotta a termine; in questo concetto è racchiuso il segreto della patogenesi del carcinoma mammario e dell’azione protettiva della gravidanza e dell’allattamento al seno. È noto da tempo come il rischio di carcinoma mammario abbia una correlazione inversa con l’età alla prima gravidanza; più precoce questa età più basso il rischio; più tardiva l’età alla gravidanza più elevato il rischio. Il fattore più importante per questa protezione sembra essere l’intervallo che intercorre fra il menarca e la prima gravidanza; questo rischio aumenta quando questo intervallo supera i 14 anni; in linea di massima pertanto la prima gravidanza dovrebbe avvenire prima dei 30 anni per essere protettiva. Successive gravidanze aumentano questo beneficio, però, sebbene la multiparità conferisca una protezione addizionale l’effetto protettivo rimane largamente determinato dalla prima gravidanza, giacché questa protezione conferita persiste per sempre e fino a tarda età. Sebbene il meccanismo definitivo attraverso il quale una prima gravidanza non tardiva protegga la mammella dalla insorgenza di un tumore non sia pienamente conosciuto, un meccanismo plausibile è perfettamente ipotizzabile tenendo conto degli studi condotti a termine in base a modelli animali. L’induzione di carcinomi mammari nei ratti mediante carcinogeni chimici ha dimo- 92 Parte II strato come la gravidanza a termine inibisce l’iniziazione carcinogenica attraverso l’induzione della differenziazione; questo fa ipotizzare che tale differenziazione ghiandolare attivi specifici geni che danno una specie di imprinting all’epitelio mammario stabile e valevole anche per il successivo milieu ormonale, modificazione che è alla fine responsabile della protezione che una gravidanza precoce conferisce alla donna. La spiegazione del rischio più elevato dimostrato dalle donne che non hanno avuto figli e dalle donne che li hanno avuti in tarda età ha una spiegazione non facile, ma anche in questo caso gli esperimenti su animali ci possono aiutare a capire. Il fatto che i carcinomi indotti sperimentalmente sui ratti si sviluppano solo quando il carcinogeno interagisce con epitelio mammario indifferenziato ed altamente proliferativo come quello delle giovani ratte che non hanno avuto gravidanze suggerisce che la mammella di donne nullipare o che hanno avuto gravidanze tardive possono mostrare alcune delle caratteristiche delle cellule indifferenziate od altamente proliferative in grado di predisporre il tessuto alla trasformazione neoplastica. Queste osservazioni introducono alla comprensione anatomica della patogenesi tumorale della carcinogenesi mammaria; come vedremo meglio in seguito il fatto che i lobuli di tipo 1, maggiormente presenti nella nullipare, sono quelli che hanno il più elevato indice proliferativo, la più elevata concentrazione di recettori per gli estrogeni ed il più elevato numero di vasi sanguigni per struttura globulare indica chiaramente come sia proprio questa struttura la candidata ad essere il target naturale della neoplasia come è stato dimostrato dalla loro capacità di subire la trasformazione maligna in vitro a seguito dell’azione di carcinogeni chimici (Russo J, Russo IH. Development of the human breast. Maturitas. 2004; 49:2-15). Abbiamo già detto come lo sviluppo mammario sia un processo lungo che inizia già nella vita embrionale; tuttavia la ghiandola mammaria rimane rudimentale fino alla pubertà quando mostra una intensa attività di crescita sia a livello del tessuto ghiandolare che a livello del circostante tessuto stromale, tanto da renderla sempre più evidente sul piatto toracico. L’aumento ghiandolare è dovuto alla crescita ed alla divisione dei piccoli fasci di dotti primari e secondari; essi crescono e si dividono, in parte per ripetuta biforcazione ed in parte per cre- La mammella femminile umana 93 scita di assi secondari dall’asse principale proprio come un albero in rapida crescita; i dotti crescono e si dividono e formano germogli terminali a forma di bacchetta che a loro volta danno origine a nuovi rametti, piccoli dottuli o gemme alveolari, immersi in soffice tessuto adiposo che avvolge, protegge e modella la forma rotonda del seno. Queste gemme alveolari sono raggruppate intorno ad un dotto terminale a formare un lobulo di primo tipo o lobulo virginale; ognuno di questi cluster è composto approssimativamente di 11 gemme alveolari (anche questo è discorso molto semplice a comprendere se si osserva la figura 2); questi dotti terminali e le gemme alveolari rivestite da un doppio strato di epitelio completano la complessa struttura che si realizza entro 1-2 anni dopo l’inizio della prima mestruazione. Ma il processo di maturazione completa non è terminato; la differenziazione completa, che interessa per le implicazioni relative al rischio neoplastico è invece un processo graduale che dura ancora molti anni, ed in alcuni casi, quando non si ha nessuna gravidanza a termine, è destinato a non completarsi mai. Si sa che la stimolazione ormonale gioca un ruolo importante nell’influenzare lo sviluppo mammario anche se gli effetti della fluttuazione ormonale durante il ciclo mestruale sulla proliferazione parenchimale non sono stati definitivamente chiariti, ed anzi solo ultimamente sono state ribaltate le vecchie concezioni che si ritenevano acquisite. L’epitelio mammario normale è sottoposto a variazioni cicliche della sintesi di DNA e, come per tutti i tessuti del corpo umano, vi è un costante equilibrio fra le cellule che muoiono e quelle che proliferano tendente ad evitare una eccessiva perdita od una eccessiva crescita tessutale, anche se gli ormoni prodotti durante il ciclo mestruale fanno si che vi sia un progressivo sviluppo nella ghiandola mammaria e quindi non proprio un ritorno completo alla situazione esistente nel precedente ciclo; il che significa in pratica che ad ogni ciclo ovulatorio si viene a realizzare un leggero aumento di sviluppo ghiandolare con nuovi germogli che si aggiungono ai precedenti e questo fino all’età di 35 anni. La mammella adulta contiene altri due tipi di lobuli oltre quelli di tipo 1 precedentemente descritti e che vengono chiamati di tipo 2 e 3 e che rappresentano rispettivamente l’evoluzione dei precedenti; il 94 Parte II passaggio dal tipo 1 al tipo 2 e dal tipo 2 al tipo 3 è un passaggio graduale attraverso il quale essi si modificano e si ramificano ulteriormente aumentando il numero di dottuli che passano dagli 11 del tipo 1 ai 47 del tipo 2 agli 80 dei lobuli di tipo 3 (Russo J, Russo IH. Development of the human breast. Maturitas. 2004; 49:2-15). L’aumento in numero si verifica con il concomitante aumento in dimensioni di tutto il lobulo ed una riduzione in dimensione della singola struttura individuale per cui il lobulo aumenta nel suo complesso ma il singolo dottulo si snellisce ed è ora meno tozzo nell’aspetto. Tutti gli eventi ormonali che caratterizzano le principali fasi della vita biologica della donna, pubertà, ciclo mestruale, gravidanza, menopausa, influenzano anche morfologicamente la struttura macro e microscopica della mammella; vi è una differenza anatomica fra la mammella della donna che non ha avuto figli e quella della donna che ha partorito e questo fa la differenza anche da un punto di vista della suscettibilità ai carcinogeni; la mammella della nullipara contiene più strutture indifferenziate come i dotti terminali ed i lobuli di tipo 1 mentre i lobuli di tipo 2 e 3 vengono riscontrati solo occasionalmente; nelle donne che hanno avuto figli invece la struttura predominante è il lobulo di tipo 3 che è la struttura più differenziata, che come ormai a questo punto della esposizione si è in grado di intuire è la struttura resistente agli insulti biologici. Nella nullipara il lobulo di tipo 1 rimane costante durante tutta la vita mentre i lobuli di tipo 2, presenti in numero modesto solo nei primi anni diminuiscono bruscamente dopo i 23 anni al contrario dei lobuli di tipo 1 che rimangono significativamente più alti; questa osservazione fa pensare che si possa comunque realizzare anche nella nullipara una progressione fra il lobulo di tipo 1 e quello di tipo 2 e di tipo 3 anche se la percentuale rimane molto bassa. Il lobulo di tipo 3 è invece la struttura predominante nelle donne con figli e raggiunge il picco massimo durante il periodo riproduttivo per diminuire dopo la quarta decade di vita; in queste donne è interessante notare come un figlio fra i 14 ed i 20 anni è correlato con un significativo aumento di lobuli di tipo 3 che formano una struttura stabile e rimangono la struttura maggiormente rappresentata fino ai 40 anni quando cominciano a diminuire di numero insieme alla preminente involuzione dei lobuli di tipo 1 e 2 (Russo J, Russo IH. Development of the human breast. Maturitas. 2004; 49:2-15). La mammella femminile umana 95 La mammella raggiunge lo sviluppo completo durante la gravidanza; questo sviluppo viene completato in due distinte fasi della gravidanza; durante la prima fase, che si verifica nei primi mesi di gravidanza, si ha una consistente proliferazione degli elementi distali dell’albero duttale con la formazione di dottuli, formazioni ancora più piccole chiamate acini realizzando quindi il passaggio dei lobuli di tipo 3 in lobuli di tipo 4. Queste sono strutture più differenziate, più adatte al funzionamento e strutturalmente differenti dalle precedenti; in questi acini le cellule epiteliali non soltanto aumentano di numero a seguito di una attiva divisione cellulare ma aumentano anche in dimensioni. Alla fine della prima metà della gravidanza la definitiva struttura dell’albero duttale è completata, definitivamente stabilita; nella seconda metà della gravidanza non si ha altro che il perfezionamento della struttura precedentemente formata; si ha una continuazione ed una accentuazione dell’attività secretoria, ed è questo acino secretorio formatosi durante tutta la gravidanza che rappresenta la struttura terminale che segna la definitiva fine della differenziazione ghiandolare; proprio prima e durante il parto si ha soltanto una nuova ondata di attività mitotica con un aumento del DNA totale della ghiandola. La funzionalità della ghiandola comincia precocemente rispetto alle necessità; dalla metà della gravidanza un liquido giallastro ad elevata concentrazione di proteine è secreto negli alveoli mammari e può essere espulso dal capezzolo e notato dalla donna stessa, come una specie di micro-montata. Il meccanismo ormonale che scatena l’allattamento è complesso e lungo; inizia possiamo dire dalla pubertà; per poter espletare la sua funzione la ghiandola mammaria deve non soltanto formarsi, ma svilupparsi, essere sensibilizzata dall’azione degli ormoni sessuali femminili, essere preparata dalla marea ormonale secreta durante la gravidanza e subire lo shock ormonale provocato dall’improvviso crollo di questi ormoni che si ha con il parto e l’espulsione della placenta. Dopo il parto la brusca caduta dell’ormone lattogeno placentare e degli steroidi sessuali predispone la ghiandola all’azione della prolattina sull’epitelio mammario e quindi può cominciare l’allattamento, che inizia con la produzione di colostro nella prima settimana del postpartum, questo primo latte è di un colorito così anomalo che alcune civil- 96 Parte II tà lo consideravano dannoso tanto da proibirne l’assunzione al neonato, che veniva così momentaneamente allattato da una nutrice; dopo 25 giorni (a seconda che la donna sia ad una gravidanza successiva od alla prima) si ha la vera e propria montata lattea, seguita da 2-3 settimane di transizione nella secrezione di latte quando si ha la produzione del vero e proprio latte maturo (Russo J, Russo IH. Development of the human breast. Maturitas. 2004; 49:2-15). Il latte è sintetizzato nell’acino mammario e rilasciato nel sistema duttale dove può essere trattenuto fino a 48 ore dopodichè la sintesi del latte e la sua secrezione comincia a diminuire; è il fondamentale meccanismo di autocontrollo per cui più latte viene prelevato con la suzione più latte si produce; la suzione saltuaria od insufficiente od addirittura assente porta invece al graduale arresto della formazione lattea. Se il latte viene rimosso regolarmente dalla ghiandola mammaria infatti le cellule alveolari continuano a secernere latte. L’accumulo di latte nei lumi dutto-acinosi e nel citoplasma delle cellule epiteliali lattogeniche che si ha normalmente con lo svezzamento ha un effetto inibitorio sulla ulteriore sintesi e la produzione cessa; questo effetto è seguito da una serie di cambiamenti involutivi della ghiandola mammaria che si concretizzano fondamentalmente in un processo asincrono e multifocale di riduzione di volume delle cellule epiteliali secretorie e di una ulteriore inibizione della loro attività secretoria. Questa regressione post-allattamento è dovuta essenzialmente a due meccanismi complementari, di autolisi cellulare a cui segue il collasso delle strutture acinari con infiltrazione di fagociti, disintegrazione dei lobuli, rigenerazione del tessuto connettivo periduttale e perilobulare con rinnovata ricostruzione e proliferazione dei tubuli terminali. Questo subito dopo la gravidanza; ma la ghiandola mammaria subisce anche il definitivo processo involutivo collegato alla cessazione della sua utilità ai fini riproduttivi; e questo avviene con la menopausa. La menopausa interviene come conseguenza dell’atresia di più del 99% dei 400.000 follicoli che sono presenti nelle ovaie di un feto di sesso femminile riscontrabili a 5 mesi di gestazione; con la menopausa si ha la quasi completa e definitiva cessazione della produzione ovarica di estrogeni e progesterone; come conseguenza di questa cessata stimolazione ormonale la mammella va incontro ad un massivo feno- La mammella femminile umana 97 meno regressivo che si manifesta essenzialmente come aumento del numero dei lobuli di tipo 1 e diminuzione del numero di lobuli di tipo 2 e 3, in una specie di processo inverso a quello formativo, per cui alla fine della quinta decade di vita la mammella conterrà solo lobuli di tipo 1. Questa condizione sembrerebbe identica sia nelle donne con figli che nelle donne senza figli, realizzandosi una situazione identica nei due tipi di donne; ma questa similitudine è solo apparente; la gravidanza ha determinato un marchio permanente nella biologia cellulare mammaria che ne condiziona la suscettibilità ad ammalarsi di tumore sebbene questo marchio non sia morfologicamente osservabile. Inoltre da un punto di vista quantitativo si potrà osservare una differenza nei rapporti fra i vari tipi di struttura; nella mammella della nullipara la struttura predominante è il lobulo di tipo 1 (65-80%), mentre il lobulo di tipo 2 rappresenterà il 10-35% ed il lobulo di tipo 3 lo 05%. Nella mammella delle donne che hanno avuto figli il lobulo di tipo 3 rappresenta invece il 70-90% di tutta la componente lobulare in premenopausa e comprende anche i lobuli di tipo 4 comparsi nel periodo gravidico che non si sono invece mai formati nelle nullipare. Quindi, sebbene in postmenopausa la mammella di entrambe le donne, con figli e senza figli, contenga come struttura preponderante i lobuli di tipo 1, solo le nullipare sono ad aumentato rischio di sviluppare il tumore mentre le pluripare rimangono più protette. Perché? Poiché il carcinoma mammario origina nei lobuli di tipo 1 l’osservazione epidemiologica che le nullipare hanno una più elevata incidenza di carcinomi porta ad ipotizzare che il lobulo di tipo 1 sia biologicamente differente nei due gruppi di donne e che sottendano una differente suscettibilità alla carcinogenesi. È possibile anche ipotizzare che in alcune donne pluripare vi siano dei lobuli di tipo 1 che debbano essere interpretati come fallimento del parenchima mammario a rispondere alle influenze della gravidanza e dell’allattamento. È possibile altresì ipotizzare che questi lobuli non-responsivi che falliscono ad andare incontro ad una completa differenziazione sotto lo stimolo della gravidanza e dell’allattamento siano responsabili dello sviluppo di un tumore nonostante la passata storia di gravidanze. In questo caso questi lobuli non-responsivi delle donne pluripare sarebbero assimilabili ai lobuli delle mammelle delle nullipare sensibili alla carcinogenesi. 98 Parte II Russo & Russo hanno fatto una interessante ipotesi postulando che la iperplasia lobulare ed il carcinoma in situ abbiano invece un differente sito di insorgenza rappresentato dal lobulo di tipo 2, il che spiegherebbe perché l’iperplasia lobulare atipica insorga in età più giovanile e tenda diminuire con l’età seguendo l’involuzione dei lobuli di tipo 2, involuzione che determinerebbe la progressiva diminuzione di incidenza di questo tipo di lesioni. Prove di laboratorio confermerebbero queste ipotesi e la differente suscettibilità ai carcinomi esibita dai due tipi di strutture; le cellule ottenute dai lobuli di 1 tipo e dai lobuli di 2 tipo manifestano infatti trasformazioni di tipo neoplastico quando esposte all’azione di carcinogeni chimici, trasformazioni non osservate invece nei lobuli di tipo 3. D’altra parte si sa che i lobuli di primo tipo hanno la più elevata attività proliferativa rispetto ai lobuli di secondo e terzo tipo e che l’indice proliferativo dei lobuli di primo tipo è due volte maggiore nelle mammelle delle nullipare rispetto alle pluripare; dopo la menopausa l’attività proliferativa dell’epitelio mammario diminuisce ma le differenze suesposte, sebbene meno pronunciate, persistono e questo ha la sua importanza nella suscettibilità oncologica. La differenza fra i vari tipi di lobuli è presente anche a livello recettoriale e genomico; la proliferazione cellulare è in realtà la risposta alla stimolazione ormonale diretta come risultato della interazione dell’ormone steroideo sessuale legato al suo recettore con il DNA; orbene entrambi i recettori per l’estrogeno ed il progesterone sono presenti nel nucleo della cellula epiteliale, ma la percentuale di cellule che esprimono questi recettori varia in funzione del grado di sviluppo lobulare della mammella e del tipo di struttura lobulare presa in esame; le strutture che contengono la più elevata percentuale di cellule con recettori per l’estradiolo e per il progesterone sono proprio i lobuli di 1 tipo rispetto ai lobuli di 2, 3 e 4 tipo. Queste osservazioni inducono quindi a pensare che il grado di differenziazione della mammella sia un importante determinante anche per l’espressione di entrambi i recettori per l’estrogeno ed il progesterone. Tutti questi cambiamenti sono evidenti non soltanto a questo livello, ma anche livello genomico, anche se in questo caso gli studi sono ancora più all’inizio rispetto agli studi delle modificazioni espresse a La mammella femminile umana 99 livello fenotipico, e sono resi più complessi dalla circostanza che la mammella, oltre ad essere un organo complesso di suo, è anche un organo che si modifica non soltanto in relazione all’età, ma anche in relazione alle varie fasi del ciclo ed alla storia riproduttiva, come in parte abbiamo esaminato. Figura 1 Figura 2 Fisiologia dell’allattamento La lattogenesi, il processo che porta cioè alla formazione del latte si svolge tutto nella ghiandola mammaria, ma il latte che vi si forma è il risultato di un processo enormemente più esteso che coinvolge potremmo dire, tutto l’ambiente circostante; il latte è l’espressione non soltanto degli elementi biologici, come la caseina, il lattosio, gli acidi grassi ecc, ma di una cultura, di un modo di vivere, alimentarsi, stare al sole, muoversi, fumare, stressarsi, superare malattie, assumere farmaci e via dicendo. In questo senso il latte della madre è unico per il proprio figlio ed il più adatto. Nel suo processo biologico specifico, il latte comincia ad essere secreto nell’alveolo a partire dal secondo trimestre di gravidanza anche se la secrezione abbondante si verifica non immediatamente dopo il parto ma gradualmente solo dopo alcuni giorni, più tardi di quando si verifica normalmente negli altri mammiferi. L’evento scatenante che dà inizio alla lattogenesi è rappresentato dalla caduta della concentrazione del progesterone che presuppone però uno sviluppo mammario adeguato ed una secrezione di adeguati livelli di concentrazioni di prolattina. Dopo l’espulsione del feto, si ha l’espulsione della placenta, fenomeno che determina il drastico cambiamento del mileu ormonale gravidico; dal punto di vista endocrinologico, dopo l’espulsione della placenta si verificano infatti importanti cambiamenti: il lattogeno placentare scompare in poche ore, il progesterone e gli estrogeni crollano in 5-6 giorni. Se il neonato non viene attaccato al seno e non si attiva il riflesso provocato dalla suzione in 2-3 settimane crollano anche i livelli di prolattina. Il crollo dei livelli di progesterone è un evento importante perché il progesterone, secreto in abbondanza durante la gravidanza, è l’inibitore specifico che impedisce l’inizio della lattazione; questa però, una volta iniziata, non può più essere inibita da questo ormone perché i tessuti che allattano non contengono più recettori per il progesterone. 101 102 Parte II La prolattina è invece indispensabile per l’inizio ed il mantenimento dell’allattamento; anzi, in tutte le specie studiate, la prolattina è l’unica costante fondamentale per l’inizio ed il mantenimento dell’allattamento. Durante l’allattamento si mette in moto tutto il complesso meccanismo che porta non soltanto a secernere continuamente il latte negli alveoli, ma a trasportarlo lungo i dotti per essere depositato nei seni galattofori ed essere poi succhiato; questo processo è favorito dall’intervento di un altro ormone, l’ossitocina, che causa la contrazione delle cellule mioepiteliali che permettono l’espulsione del latte dagli alveoli e dai dotti alveolari verso il capezzolo, meccanismo comune a tutti i mammiferi. Il principale ormone coinvolto nella biosintesi del latte è la prolattina, senza la quale non è possibile la sintesi della proteina primaria del latte, la caseina, e non può essere possibile la secrezione del vero latte. Il trigger ormonale perché inizi la produzione del latte all’interno della cellula alveolare e della sua secrezione all’interno del lume ghiandolare è la rapida scomparsa degli estrogeni e del progesterone dal circolo ematico dopo il parto; quando questi sono stati completamente eliminati, il che avviene 3-4 giorni dopo il parto, si ha l’ingorgo mammario e la secrezione del latte. Anche i livelli di prolattina crollano dopo il parto diminuendo del 50% nella prima settimana (a circa 100 ng/mL) ma la suzione induce un aumento della prolattina di 10-20 volte, fatto che si rivela fondamentale nell’iniziare la produzione del latte. Durante l’allattamento poi i livelli di prolattina continuano da una parte a mantenersi elevati e dall’altra la suzione ne raddoppia l’aumento, il che è sufficiente a mantenere l’allattamento; la suzione rientra quindi nel complesso meccanismo della produzione del latte; lo svuotamento del seno infatti non è un fatto semplicistico indotto da una pressione negativa provocata dalla suzione come si sarebbe portati a credere, ma un processo ormono-muscolare complesso provocato dalla secrezione di ossitocina provocata dalla suzione. Esiste poi un meccanismo protettivo ed autoregolantesi per cui la mammella può depositare il latte per un massimo di 48 ore dopo di che la produzione diminuisce. I sensori tattili concentrati nell’areola attivano, attraverso le radici nervose 4, 5 e 6 ed attraverso l’arco neurale sensitivo che stimola i Fisiologia dell’allattamento 103 nuclei paraventrali e sopraottico dell’ipotalamo a sintetizzare e trasportare l’ossitocina al lobo posteriore dell’ipofisi. L’ossitocina, che funziona quindi come arco efferente è trasportato al sistema dutto-alveolare della mammella a contrarre le cellule epiteliali e svuotare il lume alveolare. Ma questo è un processo complesso ed evoluto; infatti non sono soltanto gli stimoli tattili ad attivare questo processo ma il sistema nervoso centrale è condizionato a rispondere alla presenza del neonato in maniera più completa, per esempio, anche attraverso il suono quando le stessa grida del neonato inducono l’attivazione dell’arco efferente. Tutti messaggi questi che sono il risultato della sollecitazione e dell’interazione di molti neurotrasmettitori cerebrali inibitori ed attivatori. È interessante l’interferenza dell’allattamento al seno sulla fertilità, effetto conosciuto da tempo e sfruttato da sempre dalle donne per evitare le gravidanze; per la verità non sempre questo effetto contraccettivo esercitato dall’allattamento è stato visto con favore; quando le chances di sopravvivenza infantile erano scarse, bisognava fare molti figli, e questo lungo periodo di infertilità da allattamento era sovente evitato con il ricorso al baliatico; stranamente oggi è un processo poco studiato e conosciuto; la possibilità del ricorso alla contraccezione farmacologica o strumentale, ha spinto la ginecologia a trascurare questo importante effetto biologico. Immediatamente dopo il parto, come conseguenza delle elevate concentrazioni degli steroidi ovarici presenti durante la gravidanza la secrezione pulsatile di LH, l’ormone luteinizzante, necessaria all’ovulazione, è infatti soppressa. Con il proseguire dell’allattamento poi, per effetto della suzione (che determina i cambiamenti della secrezione opioide in grado di inibire il pulse generator; condizione che determina a sua volta l’inibizione del normale rilascio dell’ormone ipotalamico GnRH, l’ormone deputato al rilascio dell’LH) si mantiene il disturbo della pulsatilità dell’LH e la consequenziale soppressione dell’attività ovarica. Questo è un meccanismo ormonale preciso e costante; il regolare allattamento effettuato senza lunghi periodi di intervallo durante le 24 ore assicura un effetto contraccettivo sicuro; con il diradarsi della suzione e della stimolazione del capezzolo si ha un graduale ritorno alla normale attività dell’asse ipotalamo-ipofisario sopra descritto, del ripristino dei meccanismi di feedback ormonale, della 104 Parte II crescita follicolare, della ovulazione, della produzione steroidea e della mestruazione (Glasier A, McNeilly AS. Physiology of lactation. Baillièrès Clinical Endocrinology and Metabolism. 1990; 4(2): 379-395). Vi è una forte variabilità individuale nella consecutio di questi meccanismi dipendenti probabilmente dalla differente sensibilità allo stimolo della suzione, dal tempo che il neonato rimane al seno ecc, per cui la durata dell’amenorrea postpartum varia notevolmente; ma questa, anche se prolungata non costituisce mai motivo di preoccupazione. Allattamento e carcinoma mammario L’allattamento al seno per un totale di più di 9 anni riduce del 63% il rischio di carcinoma mammario se confrontato con donne che hanno allattato per soli 3 anni o meno (Glasier A, McNeilly AS. Physiology of lactation. Baillièrès Clinical Endocrinology and Metabolism. 1990; 4(2): 379-395). L’Edwin Smith papyrus (1600-1500 AC) è forse la prima citazione che riporti alla comparsa di un carcinoma mammario nella storia (S Von Kleist. Prognostic Factors in Breast Cancer: Theoretical and Clinical Aspects (Review). Anticancer Research. 1996; 16: 3907-12). Abbiamo quindi a che fare da 4000 anni con questa malattia e non soltanto non abbiamo ancora trovato un rimedio ma assistiamo anzi ad una sua esplosione che ha raggiunto nella nostra popolazione livelli di epidemia, seppur siano parallelamente aumentate le possibilità di guarigione. Il carcinoma mammario rimane tuttavia la più frequente causa di morte di tumore per la donna nei paesi occidentali. La sua incidenza varia nel mondo di circa cinque volte ed è in aumento soprattutto nelle zone che erano prima a bassa incidenza (v. Grafico 6). La maggior parte dei fattori di rischio sono riconducibili, direttamente od indirettamente alla esposizione agli estrogeni; secondo l’opinione scientifica corrente il rischio aumenta con il menarca precoce, la menopausa tardiva, l’obesità, la contraccezione ormonale, la terapia ormonale sostitutiva, l’alcol; diminuisce invece con le gravidanze, soprattutto se precoci, probabilmente con l’attività fisica, probabilmente con l’allattamento (TJ Key, PK Verkasalo, E Banks. Epidemiology of breast cancer. The Lancet Oncology. 2001; 2: 133-140). E noi dell’allattamento e del “probabilmente” discuteremo in questo capitolo. Tutte le malattie sono teoricamente prevenibili; il carcinoma mammario è praticamente prevenibile ed attualmente prevenibile, almeno nella gran parte dei casi. La via più logica, pratica, semplice ed effica- 105 106 Parte II ce per prevenire il carcinoma mammario è agire sui fattori che aumentano il rischio, eliminandoli, ed agire sui fattori protettivi incrementandoli; sempre che questi due tipi di fattori siano modificabili e modificabili nella maniera che vogliamo. I fattori di rischio modificabili sono rappresentati dalla lunga esposizione agli ormoni, dalla esagerata esposizione agli ormoni endogeni, in conseguenza di malattie come per esempio la sindrome dell’ovaio policistico, l’obesità, l’abuso di alcol, una alimentazione ricca di grassi soprattutto animali; i fattori protettivi sono rappresentati dall’esercizio fisico, dalle gravidanze non tardive, dalla alimentazione essenzialmente vegetariana, dall’uso di alcuni farmaci come il tamoxifene, dall’allattamento prolungato. La gravidanza ha un duplice effetto sul rischio: uno a breve termine in cui si verifica un aumento del rischio, seguito da uno a lungo termine che è invece protettivo. Il meccanismo più probabile che conduce a questi effetti è determinato dalla elevata concentrazione ormonale raggiunta durante la gravidanza; questa concentrazione stimola da una parte la crescita di piccoli tumori preclinici già esistenti ma non ancora evidenti tramutandosi così in un aumento di rischio mammario, ma !" #$!" $! Grafico 6. Variazione geografica dell’incidenza del carcinoma mammario. 107 Allattamento e carcinoma mammario che in realtà non è rappresentato dalla formazione di nuovi tumori; contemporaneamente la condizione ormonale gravidica diminuisce il numero delle cellule mammarie suscettibili alla trasformazione carcinomatosa perché determina la completa differenziazione del tessuto ghiandolare (TJ Key, PK Verkasalo, E Banks. Epidemiology of breast cancer. The Lancet Oncology. 2001; 2: 133-140) secondo il meccanismo descritto nel capitolo precedente. Tabella 2. Elenco dei fattori di rischio per carcinoma mammario con rischio relativo. Fonte: LA Korde, KA Calzone, J Zujeswki. Valutazione del rischio di carcinoma della mammella. Minuti Febbraio 2005) Fattore di rischio Categoria di rischio Gruppo di riferimento Rischio relativo Età al menarca < 12 anni > 15 anni 1,3 Età alla menopausa > 55 anni < 45 anni 2 Età > 30 anni alla prima nascita di bam- o nulliparità bino vivo < 18 anni 1,9 Terapia ormonale sostitu- Attualmente in uso tiva combinata Nessun uso 1,26 Densità mammografia Iperplasia senza atipica No biopsia mammaria 1,5-2 Iperplasia duttale atipica No biopsia mammaria 4-5 Iperplasia lobulare atipica No biopsia mammaria 4-5 Carcinoma lobulare in situ No biopsia mammaria 8-10 Carcinoma duttale in situ No biopsia mammaria 4-10 Carcinoma mammario invasivo No biopsia mammaria 2-6 Densità mammografica Tessuto mammario denso Scarsa o nessuna densità 4-6 Obesità (postmenopausa- Indice di massa le) ≥25 kg/m2 corporea2> 25 kg/m2 Indice di massa corporea < 25 kg/m21,3-2,1 Attività fisica Inattività Attività regolare 1,25-1,4 Assunzione di alcol > 3 bicchieri al giorno nessuna 1,46 108 Parte II In generale il carcinoma della mammella segue le stesse regole fondamentali che portano alla formazione degli altri tumori. Seguendo Jan Pontèn (J Pontèn, L Holberg, D Trichopoulos, OP Kallioniemi, G Kvale, A Wallgren, J Taylor Papadimitriou. Biology and natural History of Breast Cancer. Int J Cancer. 1990; 5S: 5-21) potremmo distinguere l’evoluzione di un tumore in due tappe fondamentali, la prima di induzione e la seconda di progressione. Perchè si possa determinare un danno all’organismo non è sufficiente che un tumore ci sia, deve avere anche una capacità evolutiva (ingrandirsi, dare metastasi ecc); un tumore silente, come quelli che vengono casualmente riscontrati in sede autoptica, non ha alcuna importanza biologica perché non interferisce minimamente con la funzionalità dell’organismo. Da un punto di vista prognostico e preventivo è anche importante sapere se per il carcinoma della mammella vi siano dei precursori, lesioni cioè che possano degenerare in tumore maligno; l’esistenza di queste lesioni è per esempio fondamentale nella prevenzione del carcinoma della portio perché è grazie alla loro individuazione (ed alla loro successiva eliminazione) che è stato possibile abbattere l’incidenza di questo tumore. I noduli con atipia rispondono ai requisiti di queste lesioni; nella mammella normale scompaiono con l’età ma continuano ad aumentare nelle mammelle che svilupperanno un tumore, suggerendo la loro natura iperplastica-neoplastica; questa ipotesi è plausibile perché la cellula iperplastica è un target più facile di trasformazione neoplastica rispetto alla cellula normale. Si ritiene comunque che la via più frequente di trasformazione seguita sia da normale a neoplastica direttamente, poiché nella maggior parte dei casi non vi è alcun segno di passaggio da cellule iperplastiche od in altra maniera preneoplastiche a neoplastiche (v. Fig. 3). La cellula neoplastica non deve comunque essere immaginata come una cellula che una volta iniziata prosegue solitaria ed imperterrita il suo cammino verso la progressione; questo cammino è invece molto articolato e complesso; si ritiene che vi sia un grado di cooperazione all’interno di una popolazione cancerosa ed in relazione ai tessuti circostanti (come lo stroma) prima che il tumore possa decollare verso l’espansione cellulare; è possibile che vi possa essere uno stadio fra la prima insorgenza della cellula trasformata con la perdita del controllo Allattamento e carcinoma mammario 109 fisiologico della sua crescita e la realizzazione attuale del completo potenziale moltiplicativo durante il quale una eterogeneità genetica è essenziale per creare una minipopolazione di cellule capaci di una crescita progressiva. In realtà quindi non si avrebbe a che fare semplicisticamente con una singola cellula trasformata ma piuttosto con una popolazione di cellule cooperanti fra di loro; questa popolazione può anche esaurire il suo potenziale di crescita e diventare stazionario o persino regredire; il verificare questa ipotesi è una necessità pratica molto importante; se si accertasse l’esistenza di un gruppo di tumori destinato a non manifestarsi mai si renderebbe necessario rivedere i concetti degli screening di massa e della diagnosi precoce perché significherebbe che una percentuale dei tumori evidenziati negli screening di massa sono tumori innocui, destinati cioè a non creare mai problemi (va da sé che finchè non si dispone della capacità di distinguere i tumori destinati a progredire da quelli destinati a rimanere silenti, ugualmente non si potrebbero cambiare le procedure di screening). L’ipotesi dell’esistenza di carcinomi non progressivi non è solo teorica; già Ringberg nel Figura 3. Nascita di un tumore. 110 Parte II 1982 evidenziò la prevalenza di piccoli carcinomi in situ o invasivi nella mammella controlaterale di donne con carcinoma mammario in una percentuale veramente elevata, del 40-50% quando si sa che il rischio cumulativo di un carcinoma mammario controlaterale dopo 20 anni la prima diagnosi è del 12,5% soltanto; l’esistenza di questi carcinomi subclinici metterebbe anche in dubbio la reale incidenza dei tumori rilevati con la mammografia che potrebbe evidenziare molti tumori innocenti ridimensionando anche l’efficacia dello screening strumentale che andrebbe in realtà a riflettere soprattutto la prevalenza di carcinomi non invasivi. Uno dei più drammatici episodi storici si è rivelato in seguito come una delle più importanti esperienze utili alla comprensione dello sviluppo dei tumori. Il fatto che il carcinoma mammario si sia reso evidente molti anni dopo l’esplosione atomica di Hiroshima e Nagasaki dà l’idea della scala di tempo necessaria allo sviluppo di un tumore che si renda manifesto rispetto alla cellula target originalmente modificata. Una cellula con un potenziale proliferativo sensibile all’evento carcinogenico iniziale è presente in gran numero in giovani donne; la proliferazione di queste cellule necessita però dell’influenza di altri fattori (come può essere per esempio la stimolazione estrogenica) che permetta la necessaria amplificazione della cellula trasformata. L’iniziatore (initiator) (in questo caso la radiazione atomica) agisce come un mutageno in grado di determinare dei cambiamenti genomici cellulari; è necessario però l’intervento successivo di un promotore (promoter) che faccia sì che la cellula mutata ma con ancora un limitato grado di proliferazione possa sopravvivere spianando la strada per l’adattamento fenotipico al microambiente biologico circostante e la creazione di una popolazione adeguatamente equipaggiata per la crescita progressiva. Gli estrogeni hanno una azione simil-promoter molto importante nella fase precoce dell’induzione; essi influenzano anche gli stadi più precoci della crescita progressiva; ma l’esistenza di queste due fasi e la necessità dell’intervento di un promoter crea anche il presupposto per ipotizzare l’esistenza di una quota di tumori appartenenti alla categoria dei carcinomi “evitabili” prima che inizi la fase di crescita progressiva; si ipotizza cioè l’esistenza di una popolazione di tumori che possa anche regredire a seguito di interventi o di avvenimenti biologici spontanei. Allattamento e carcinoma mammario 111 Ad ogni buon conto, la fase di crescita progressiva inizia quando una popolazione di cellule, già provviste di tutti i tratti di malignità, diventa capace di perseguire una progressione cellulare, che significa la possibilità che le cellule che si formano eccedano per un certo periodo di tempo la quota di cellule che muoiono, dando al tessuto la caratteristica di immortalità, di persistenza indefinita; questa immortalità è acquisita tardivamente nel lungo processo di crescita progressiva e questo concetto si basa sui risultati dei dati di laboratori che dimostrano come il tumore negli stadi precoci non conferisce immortalità alle linee cellulari al contrario di quello che si osserva invece con le cellule della malattia in fase metastatica. Da un punto di vista pratico questo si traduce nell’equivalenza dimensioni del tumore – capacità di metastasi linfonodali, perché vi è una forte correlazione fra la dimensione del tumore, il tempo di vita del tumore e la possibilità di dare metastasi anche se si non si è ancora stabilita con sicurezza l’entità di questo valore soglia, cioè di quali dimensioni debba raggiungere un tumore prima di acquisire la capacità di dare metastasi. La storia naturale del carcinoma mammario comprende quindi queste due fasi: la fase di induzione (carcinogenesi) e la fase di crescita progressiva; durante la prima fase si realizzano tutti i cambiamenti che portano alla trasformazione di una cellula normale in cellula maligna; nella seconda fase si realizzano tutti gli eventi che portano alla progressiva moltiplicazione cellulare che prosegue fino alla morte dell’individuo se non curato. Sono suggestive pertanto due ipotesi, oltre alla già accennata efficacia della diagnosi precoce legata alla equazione dimensioni-tumore: primo che la fase di progressione possa essere impedita o per lo meno ostacolata attraverso l’adozione di fattori protettivi, lasciando la cellula allo stadio di iniziazione; e secondo, che possa esistere un gruppo di piccoli tumori subclinici con crescita limitata che non andranno mai incontro alla progressiva crescita tumorale, o che per lo meno tale crescita sarà tanto lenta che l’individuo andrà incontro a morte prima, per tutt’altre cause. Nel 1977 venne pubblicata su un importante giornale medico una fondamentale osservazione (Ing R, Petrakis NL, Ho JH. Unilateral breast-feeding and breast cancer. Lancet. 1977; 2(8029): 124-7). Le donne di alcuni villaggi di pescatori di Hong Kong avevano l’abitudine di allattare solo con il seno destro; alcuni ricercatori ne approfittarono per 112 Parte II testare l’ipotesi che la mammella che non allattava potesse andare incontro ad un rischio aumentato di sviluppare un tumore al seno. Le donne di Hong Kong che avevano sviluppato un tumore al seno fra il 1958 ed il 1975 (i nominativi furono ricavati dalle divisioni di radioterapia) furono sottoposte ad una minuziosa indagine riguardante soprattutto la storia dell’allattamento. Fra le 2372 donne esaminate si notò come l’incidenza del tumore al seno fosse ugualmente distribuito fra le due mammelle; ma quando si presero in esame le donne che avevano una storia di allattamento soltanto con un seno si vide che il 79,4% aveva sviluppato un carcinoma nella mammella che non aveva allattato; si vide inoltre che questa incidenza si verificava solo nelle donne che avevano sviluppato il tumore mammario in postmenopausa; anche il successivo raffronto con donne che non avevano mai partorito o con donne che avevano partorito ma che non avevano mai allattato confermò un differenza statisticamente significativa di aumento di incidenza di tumore nella mammella che non aveva allattato. Recentemente (Collaborative Group on Hormonal Factors in Breast Cancer. Breast cancer and breastfeeding: collaborative reanalysis of individual data from 47 epidemiological studies in 30 countries, including 50.302 women with breast cancer and 96.973 women without the disease. The Lancet. 2002: 360: 187-195) è stata effettuata una rianalisi di tutti gli studi epidemiologici pubblicati sull’argomento; ebbene le donne con tumore mammario e che hanno allattato al seno sono risultate in percentuale enormemente inferiore rispetto a quelle che non hanno mai allattato (v. Grafico 7). Inoltre anche fra le donne che hanno allattato al seno, il numero di mesi di allattamento delle donne con tumore è risultato inferiore rispetto a quelle senza tumore (v. Grafico 8). Dallo studio sono emerse anche altre importanti osservazioni; il rischio relativo di sviluppare un tumore diminuisce del 4,3% per ogni 12 mesi di allattamento (che si va ad aggiungere alla diminuzione del 7% che si ha per ogni gravidanza a termine). Gli stessi autori fanno due importanti considerazioni: 1. nelle nazioni sviluppate il numero di carcinomi mammari all’età di 70 anni potrebbe essere ridotto di oltre la metà (passando da Allattamento e carcinoma mammario 113 una incidenza di 6,3/1000 a 2,7/1000) se le donne avessero lo stesso numero di figli e lo stesso periodo di allattamento delle donne dei paesi in via di sviluppo 2. l’abitudine all’allattamento al seno potrebbe determinare una riduzione di quasi i due terzi dell’incidenza dei tumori al seno. .' -. -, -* -( -' ,. ,, 8 Grafico 7. Percentuale di donne con tumore al seno che hanno allattato rispetto a quelle che non hanno allattato. Fonte: Collaborative Group on Hormonal Factors in Breast Cancer. Breast cancer and breastfeeding: collaborative reanalysis of individual data from 47 epidemiological studies in 30 countries, including 50.302 women with breast cancer and 96.973 women without the disease. The Lancet. 2002: 360: 187-195 %, %* %( %' . , * ( ' $ Grafico 8. Durata dell’allattamento in mesi in donne con tumore e donne senza tumore. Fonte: Collaborative Group on Hormonal Factors in Breast Cancer. Breast cancer and breastfeeding: collaborative reanalysis of individual data from 47 epidemiological studies in 30 countries, including 50.302 women with breast cancer and 96.973 women without the disease. The Lancet. 2002: 360: 187-195. 114 Parte II L’effetto protettivo aumenta inoltre con il diminuire dell’età della madre al momento dell’allattamento; volendo quantificarlo questo rischio diminuisce del 3% per ogni anno di età che si abbassa al momento della nascita del primo figlio (v. Grafico 9). L’incidenza del carcinoma mammario non è uniforme nelle varie parti del mondo; essa è per esempio, all’età di 70 anni, di 5-7 per 1000 donne nei paesi sviluppati e di 1-2 per 1000 donne nei paesi asiatici ed africani. Ma anche alcune condizioni demografiche sono fortemente differenti nelle varie parti del mondo; negli anni 1955-60 le donne nei paesi sviluppati avevano in media due-tre figli, mentre in Asia ed Africa la media era di sei-sette. E così anche l’abitudine all’allattamento al seno; in questo studio il periodo medio di allattamento nei paesi sviluppati è risultato di 3 mesi a bambino a fronte di una media di 24 mesi a bambino nelle aree rurali dell’Asia e dell’Africa negli anni novanta. La prima osservazione dell’effetto protettivo dell’allattamento al seno risale agli anni venti quando Lane-Claypon riportò che i figli di % '/+ '/ '.+ '. '-+ '- "" ',+ ', ' ) %( (* *' -( Grafico 9. Rischio relativo (RR) di carcinoma mammario in relazione alla durata dell’allattamento; si noti la drammatica riduzione in relazione alla durata dell’allattamento. Fonte:Collaborative Group on Hormonal Factors in Breast Cancer. Breast cancer and breastfeeding: collaborative reanalysis of individual data from 47 epidemiological studies in 30 countries, including 50.302 women with breast cancer and 96.973 women without the disease. The Lancet. 2002: 360: 187-195. Allattamento e carcinoma mammario 115 donne con carcinoma mammario erano stati allattati con meno frequenza rispetto a quelli di donne sane; i dati furono successivamente confermati da Wainwright nel 1931, ma il preciso meccanismo con cui esso si determina, ancora oggi è solo fortemente ipotizzato ma non completamente chiarito. Eppure questo è diventato un problema di rilevanza sociale nelle società occidentali per la considerevole proporzione di carcinomi che potrebbe essere prevenuta. Merrill Singer (Singer M. The social origins and expressions of illness. British Medical Bulletin. 2004; 69: 9-19) fa una analisi fortemente critica ma molto profonda del modo con cui la medicina occidentale affronta la malattia. Secondo Singer, e noi ci sentiamo di condividere le sue affermazioni, la malattia è vista nella società occidentale, come una parte clinicamente identificabile di una realtà materiale, una cosa a sé, che esiste come entità disgiunta all’interno dell’individuo, un fenomeno esclusivamente biologico circondato da un’aurea di ineluttabilità, completamente separato dal contesto sociale in cui si manifesta; essa è vista come un fenomeno “naturale”, che segue sue regole proprie; un problema essenzialmente legato alla singola persona sistematicamente astratto dal suo contesto sociale ed oltre la influenza sociale. La diagnosi viene messa insieme come un piccolo puzzle, associando piccoli pezzi di segni e sintomi per formulare una spiegazione credibile accreditando alcune informazioni ed ignorandone altre; seppur i criteri della medicina basata sull’evidenza tentino di eliminare queste distorsioni culturali, esse tuttavia sono presenti, involontariamente ma a volte anche volontariamente. Concentrandosi sulla malattia ed ignorando il contesto la tecnologia acquista una valenza enorme perché i dati generati dalla medicina tecnologica vengono visti come neutri e rigorosamente oggettivi; il che non è affatto vero o per lo meno non è per niente scontato; le nozioni e la loro interpretazioni hanno invece una base culturale e la definizione stessa di malattia cambia con il tempo con il cambiare dell’atteggiamento socio-culturale, come la storia della medicina ampiamente dimostra; cambia la malattia come cambia il contesto sociale semplicemente perché cambia la società; si pensi che l’onanismo una volta era considerato una malattia e si pensi alla ostinazione con cui la medicina occidentale e postindustriale ha voluto vedere la menopausa come una malattia. 116 Parte II Frutto di questo atteggiamento della medicina e figlia dell’orientamento sociale tipico della società americana e di una cultura che privilegia la produzione economica e che considera la vera missione della società il business; la stessa Singer riporta questo atteggiamento sintetizzato nella frase del celebre statista americano Calvin Coolidge nel 1925: “The chief business of the American people is business”. In questa tendenza si inserisce il recente fenomeno chiamato medicalizzazione, termine con il quale si intende l’assorbimento sotto la giurisdizione medica di condizioni e comportamenti fisiologici, descritti con una terminologia assimilabile alla patologia e trattati con i mezzi ed i modi della biomedicina; è un fenomeno sempre più diffuso che contribuisce ad estendere il controllo sociale della medicina e della istituzione sanitaria non soltanto ad alcuni aspetti biologici come la contraccezione, il parto, la menopausa, ma a problematiche francamente sociali come la droga, l’abuso all’alcol, il fumo fino allo stress da lavoro, l’obesità e via dicendo. Il motore che guida la medicalizzazione è il profitto; questo motore porta all’immissione di sempre nuovi farmaci e sostanze che devono mettere rimedio alla scoperta di queste nuove “malattie”. Il carcinoma mammario cade in queste problematiche; considerarlo come una malattia a sé, avulso dal suo contesto sociale, focalizzare l’attenzione su strumenti di prevenzione farmacologica ignorando il contesto ed i determinanti sociali, significa avere una visione distorta e riduttiva di questa complessa realtà. I dati fin qui esaminati indicano come una responsabilità sostanziale della elevata incidenza del carcinoma mammario nelle società occidentali sia dovuta alla bassa natalità, alla natalità tardiva ed alla breve durata dell’allattamento al seno. Se formuliamo uno scenario immaginario in cui le donne occidentali abbiano soltanto la durata di allattamento al seno normalmente praticata dalle donne dei paesi in via sviluppo noi potremmo ridurre del 42% l’incidenza del carcinoma mammario nei paesi sviluppati; ed ancora; sulla base dei dati fin qui considerati se le donne dei paesi sviluppati avessero una media di 2,5 figli a famiglia ed allattassero al seno ogni figlio per almeno 6 mesi in più di quanto facciano ora si potrebbero prevenire ogni anno 25.000 tumori al seno; e se la durata dell’allattamento fosse prolungata a 12 mesi si potrebbero prevenire circa 50.000 carcinomi mammari ogni anno (Collaborative Group on Hormonal Factors in 117 Allattamento e carcinoma mammario Breast Cancer. Breast cancer and breastfeeding: collaborative reanalysis of individual data from 47 epidemiological studies in 30 countries, including 50.302 women with breast cancer and 96.973 women without the disease. The Lancet. 2002: 360: 187-195); ma si dovrebbe fare questo per diminuire l’incidenza dei tumori al seno? Ovviamente il punto non è questo; si dovrebbero semplicemente abbattere le barriere socioculturali, oggi soprattutto lavorative (ma non solo) che impediscono alla donna di espletare le sue funzioni biologiche, in primis la maternità e l’allattamento, secondo le sue aspirazioni e la sua volontà; la protezione della sua salute sarebbe solo la logica conseguenza. Altri autori hanno riscontrato un effetto protettivo dell’allattamento materno ancora più marcato; una durata complessiva di allattamento al seno di 13-24 mesi sarebbe in grado di ridurre il rischio di incidenza di carcinoma mammario del 40% che arriva al 50% se la durata si estende a 25 mesi o più (Chang-Claude J, Eby N, Kiechle M, Bastert G, Becher H. Breastfeeding and breast cancer risk by age 50 among women in Germany. Cancer Causes and Control. 2000; 11: 687-695) (v. Grafico 10). %( % '. ', "" '* '( ' ' -99%( %)9(* (+ : Grafico 10. Riduzione dell’incidenza del carcinoma mammario (RR) in relazione alla durata dell’allattamento. Fonte: Chang-Claude J, Eby N, Kiechle M, Bastert G, Becher H. Breastfeeding and breast cancer risk by age 50 among women in Germany. Cancer Causes and Control. 2000; 11: 687-695. 118 Parte II L’effetto è direttamente proporzionale; aumentando il periodo di allattamento al seno si aumenta proporzionatamente il grado di riduzione della possibilità di andare incontro all’insorgenza di un tumore al seno; per chi ritenesse utile quantificare questo grado di riduzione in una quantità realisticamente ottenibile si potrebbe dire che ogni mese addizionale di allattamento al seno per ogni figlio determinerebbe una riduzione del rischio del 4%. Il fattore modificabile Il carcinoma della mammella è la forma di cancro più frequente nella donna dei paesi occidentali, con una variabilità non soltanto mondiale ma anche regionale; la zona che presenta la più elevata incidenza è la Baia di San Francisco con un tasso annuale di 104,2 per 100.000 donne. Questo tumore aumenta drammaticamente con l’età ed il 75% dei tumori viene diagnosticato in donne di età superiore ai 50 anni. L’interesse per l’allattamento al seno non è solo per i riconosciuti benefici apportati al bambino, è anche per i riconosciuti vantaggi che esercita sulla madre; e non è tutto; l’interesse è anche un altro. L’allattamento rappresenta un fattore di rischio modificabile, e questa è una rara fortuna nel campo dei tumori; appartiene cioè a quella serie di fattori che può o meno rappresentare un rischio a seconda della nostra volontà e/o possibilità; il fumo è un riconosciuto fattore di rischio per il carcinoma polmonare, ma è anche un fattore di rischio modificabile perché possiamo eliminarlo smettendo di fumare; l’alterazione del gene BRCA1 è un riconosciuto fattore di rischio per il carcinoma mammario, ma è un fattore di rischio immodificabile (almeno per il momento). In uno studio su donne messicane è stato visto che un periodo di allattamento al seno di 60 mesi o più riduce di quasi il 70% il rischio di carcinoma mammario su tutti i tipi di tumori che insorgano sia in pre- che in post-menopausa (Romieu I, Hernandez-Avila M, Lopez L, Romero-Jaime R. Breast cancer and lactation history in Mexican women. Am J Epidemiol. 1996; 143: 543-552) ed in un altro studio del 63% se effettuato per 9 o più anni complessivamente (Yuan JM, Yu MC, Ross RK, Gao YT, Henderson BE. Risk factors of breast cancer in Chinese women in Shangai. 1988; 48: 1949-1953). L’età alla quale si verifica il primo allattamento è molto importante; per le donne che allattano all’età di 20 anni o meno si avrebbe una riduzione del rischio di quasi il 50% (del 46% per la precisione) (Newcomb PA, Storer BE, 119 120 Parte II Longnecker MP, Mittendorf R, Greenberg ER, Clapp RW, Burke KP, Willett WC, MacMahon B. lactation and a reduced risk of premenopausal breast cancer. New Engl J Med. 1994; 330: 81-7). Molto importante ci sembra lo studio di Brinton (Brinton LA, Daling R, Liff JM, Schoenberg JB, Malone KE, Standford JL, Coates RJ, Gammon MD, Hanson L, Hoover RN. Oral contraceptives and breast cancer risk among younger women. J Natl Cancer Inst. 1995; 87: 827-835 in Newcomb PA. Lactation and Breast Cancer Risk. Journal of Mammary Gland Biology and Neoplasia. 1997; 28(3): 311-8) che ha evidenziato una riduzione del rischio maggiore in donne con rischio familiare di carcinoma mammario rispetto a donne senza rischio familiare (59% vs 4%); è questa una osservazione di fondamentale importanza perché dimostra che le donne a rischio possono essere avvantaggiate dall’allattamento al seno ancor più proficuamente. La diminuzione della possibilità di insorgenza è stata recentemente confermata da Jernstrom che ha riscontrato una diminuzione del 2% di incidenza per ogni mese di allattamento al seno nella donna normale ed una diminuzione di quasi il 50% di rischio in donne portatrici di una alterazione genetica (mutazione del BRCA1) che le predispone al tumore (Jernstrom H, Lubinski J, Lynch HT, Ghadirian P, Neuhausen S, Isaacs C, Weber BL, Horsman D, Rosen B, Foulkes WD, Friedman E, Gershoni-Baruch R, Ainsworth P, Daly M, Garber J, Olsson H, Sun P, Narod SA. Breast-feeding and the risk of breast cancer in BRCA1 and BRCA2 mutation carriers. J Natl Cancer Inst. 2004 Jul 21;96(14):1094-8). Il preciso meccanismo in grado di spiegare l’efficacia protettiva dell’allattamento al seno non è ancora perfettamente conosciuto; ne sono stati ipotizzati di vari, tutti plausibili e supportati da robuste evidenze scientifiche; è probabile che coesistano e che contribuiscano a rinforzarsi a vicenda. Si sa che il numero cumulativo di cicli ovulatori è direttamente correlato al rischio mammario; abbiamo prima accennato, parlando dell’effetto contraccettivo, come l’allattamento al seno produca come effetto secondario la soppressione dell’ovulazione; più prolungato il periodo di allattamento più prolungata l’azione ovulatoria soppressiva; l’annullamento della ovulazione esporrebbe la mammella ad una ridot- Il fattore modificabile 121 ta stimolazione da parte degli steroidi ovarici non prodotti durante l’allattamento o per lo meno prodotti in quantità enormemente inferiori. Si sa che l’esposizione della ghiandola mammaria agli steroidi ovarici, estrogeni e progesterone, naturali o di sintesi, è uno dei maggiori fattori di rischio, tanto che nel 1988 è stata formulata da Key e Pike la cosiddetta “oestrogen plus progestagen hypothesis” (Key TJA, Pike MC. The role of Oestrogens and Progestogens in the Epidemiology and Prevention of Breast Cancer. Eur J XCancer Clin Oncol. 1988; 24(1): 29-43) secondo cui questi ormoni inducono un aumento di mitosi nelle cellule mammarie in maniera dose-dipendente ed è l’ipotesi che spiega perché tutte le condizioni che provocano una esposizione prolungata agli ormoni steroidei sessuali (menarca precoce, menopausa tardiva, trattamenti ormonali, obesità), aumentano il rischio di carcinoma mammario. Ma come fa osservare Polly Newcomb (Newcomb PA. Lactation and Breast Cancer Risk. Journal of Mammary Gland Biology and Neoplasia. 1997; 28(3): 311-8) oltre agli ormoni circolanti importanza rivestono anche gli ormoni e le sostanze prodotte in loco dalla ghiandola mammaria e che agiscono in maniera autocrina e paracrina, come gli steroidi locali ed il transforming growth β factor. Ma anche i cambiamenti anatomici della mammella che accompagnano la produzione del latte potrebbero giocare un ruolo importante; l’allattamento modifica infatti il rapporto fra epitelio mammario e stroma il che potrebbe rendere l’epitelio mammario particolarmente resistente ai carcinogeni come dimostrato da esperimenti su animali; questi esperimenti hanno dimostrato come questi effetti in realtà riflettano sia una bassa sintesi di DNA durante l’allattamento che una aumentata eliminazione dei carcinogeni dalla mammella secretoria attraverso la secrezione lattea, dati che sono consistenti con quelli osservati in campo umano nella donna dove si è visto che la concentrazione mammaria nel latte di agenti chimici tossici diminuisce con l’aumento del periodo di allattamento. Carcinoma mammario e gravidanza Una delle più crudeli associazioni a cui oggi ci è malauguratamente dato di assistere è la comparsa di un carcinoma della mammella in gravidanza. Si incontrano tragicamente a determinare questa evenienza due tendenze che sembrano diventare sempre più frequenti: la tendenza della donna a posticipare la gravidanza e la tendenza del carcinoma mammario ad anticipare l’età di insorgenza. Sembra delinearsi inoltre un tipo di donna caratteristico a rischio comune ad entrambe queste due tendenze: questo tipo standard di donna caratteristico sia per la gravidanza tardiva che per il carcinoma mammario è la donna maggiormente istruita, socialmente ed economicamente privilegiata (LM Chiechi. Lo screening senologico nelle donne con progetto di gravidanza. Minerva Ginecologica. 1999; 51: 77-81). L’età media delle donne con carcinoma mammario associato alla gravidanza è di 33 anni con una incidenza fra 1:3000 ed 1:10000 gravidanze e comunque sottostimata per la frequente circostanza che probabilmente molti dei carcinomi diagnosticati dopo la gravidanza erano in realtà presenti già durante la gravidanza. Ma oggi molte donne pospongono l’età in cui avere la prima gravidanza oltre i 40 anni andando quindi ad invadere l’età di maggiore incidenza del carcinoma mammario. La possibilità di sottovalutazione del problema balza agli occhi; la gravidanza occupa tutta l’attenzione della donna e del ginecologico; la gravidanza di oggi è vissuta con preoccupazione e la preoccupazione è tutta rivolta alla salute del nascituro; anche da parte del medico l’esame clinico è rivolto verso la l’addome e la pelvi; il ginecologo fa più attenzione alle alterazioni anche neoplastiche dell’organo che sta esaminando nel corso della visita ostetrica, come il collo dell’utero, ma lo spostamento di attenzione ingiustificato dalla gravidanza su un organo distante come la mammella implica una decisione attiva, carica di pathos e di stress; per lo stesso ginecologico, che deve virare la mente dall’evento 123 124 Parte II gioioso e dalla valenza positiva collegata alla gravidanza e per le spiegazioni che deve dare alla donna sul perché sta esaminando ora la mammella, spiegando che è alla ricerca di un tumore, ben consapevole del corteo di ansia, angoscia ed insicurezza che scatenerà nella donna; e nella donna stessa, per l’elemento di morte che immetterà in questo percorso di progetto di vita. Si consideri poi che raramente oggi l’esame clinico può essere esaustivo; la mammella è normalmente un organo difficile da esaminare, pieno di nodosità ed irregolarità propri dell’anatomia dell’organo; in gravidanza subisce ulteriori cambiamenti che sono marcati e precoci, che iniziano fin dalla settima settimana di gestazione quando gli elementi duttali e secretori vanno incontro ad iperplasia determinando un rapido incremento del numero degli alveoli, il che fa sì che mentre al di fuori della gravidanza il tessuto mammario è costituito soprattutto da tessuto adiposo e stromale, in gravidanza il tessuto mammario è costituito soprattutto da tessuto ghiandolare abbondante ed ipervascolarizzato. L’esame clinico diventa quindi vieppiù difficoltoso, la mammografia non è proponibile come esame di screening e l’ecografia spesso inadeguata, difficoltosa e gravata da dubbi. Eppure il problema esiste. Il carcinoma della mammella in gravidanza rappresenta il 2-3% dei carcinomi mammari ed è gravato dal grosso problema del ritardo alla diagnosi; alcuni anni fa si riteneva che esso avesse una prognosi peggiore per il fatto che la gravidanza rappresentasse un evento biologico peggiorativo della prognosi; si è visto poi che, confrontato stadio per stadio, la sopravvivenza è identica ai controlli non gravidi e la prognosi peggiore è solo dovuta al ritardo con cui viene diagnosticato. Ritardo alla diagnosi che comunque pone grossi problemi etici e religiosi per l’interferenza dei trattamenti con la salute e la vita del feto e qualche donna ha preferito affrontare la sicura morte per tumore piuttosto che interrompere la gravidanza per poter meglio affrontare la difficile guerra contro questa neoplasia, sospinta a tali decisioni dalla concezione religiosa che mette sullo stesso piano biologia e persona ed incoraggia con la beatificazione simili comportamenti. Invece la guerra contro il carcinoma della mammella in gravidanza è una guerra spesso vittoriosa; per primo Halsted eseguì nel 1896 una mastectomia radicale su una donna in puerperio, donna che sopravvisse per altri 30 anni; nel 1929 Kilgore e Bloodgood registrarono una Carcinoma mammario e gravidanza 125 sopravvivenza a 5 anni del 70% di donne operate per carcinoma al seno senza linfonodi positivi (da LA DiFronzo, TX O’Connell. Breast cancer in pregnancy and lactation. Surgical Clinics of North America. 1996; 76(2): 267-278). Il carcinoma della mammella in gravidanza è un problema di oggi, diagnosticabile e curabile nella maggior parte dei casi, ma un problema sottovalutato sebbene gravido di insite problematiche dirompenti ed altamente drammatiche; ma non vi è ancora in atto un corretto atteggiamento di screening né una maturità sociale, culturale e psicologica in grado di affrontarlo. Allattamento e carcinoma ovarico Il carcinoma epiteliale dell’ovaio ha una incidenza fortemente correlata con l’età essendo raro sotto i 40 anni e crescendo rapidamente con l’età (v. Grafico 11). Il carcinoma ovarico esibisce una triste caratteristica, la difficoltà di trattamento; nonostante il trattamento chirurgico, chemioterapico e radioterapico sia iniziato storicamente molto presto, esso rimane ancora oggi un enigma terapeutico (Griffiths CT, Silverstone A, Tobias J, Benjamin E. Oncologia Ginecologica. Mosby Italia. 2002) e la sua mortalità rimane ancora oggi particolarmente elevata (v. Grafico 12). Oltre ai conosciuti effetti positivi dell’allattamento al seno sulla salute del bambino, sulla diminuzione dell’incidenza del carcinoma mammario e sull’effetto contraccettivo un non pienamente apprezzato -' ,' +' *' )' (' %' ' ' %' (' )' *' +' ,' -' .' 3.+ Grafico 11. Incidenza (per 100.000 donne anno) del carcinoma ovarico per età alla diagnosi. Fonte: Griffiths CT, Silverstone A, Tobias J, Benjamin E. Oncologia Ginecologica. Mosby Italia. 2002. 127 128 Parte II effetto positivo riguarda questo tumore frequente e ad elevata mortalità per la donna rappresentato dal carcinoma epiteliale dell’ovaio (v. Tabella 3), che condivide con il carcinoma della mammella una comune frequenza in donne portatrici di mutazioni del gene BRCA1 locato sul cromosoma 17 e BRCA2 locato sul cromosoma 2 (v. Tab. 3). Il carcinoma ovarico si colloca ai primi posti di insorgenza a seconda delle varie aree geografiche ma è dappertutto la principale causa di morte dei tumori ginecologici della donna. La sua incidenza varia da 10/100.000 dell’America a 5/100.000 in Giappone; ma a 5 anni la sopravvivenza è appena del 40%. Il carcinoma ovarico ha un’altra caratteristica negativa; nonostante tutti gli sforzi della moderna tecnologia medica, la sua diagnosi precoce rimane ancora aleatoria; ancora oggi non vi è uno screening efficace di popolazione e la maggior parte dei tumori viene diagnostica in fase troppo avanzata per interventi risolutivi. Inoltre la maggior parte dei tumori maligni dell’ovaio sono spo- %, %* %( %' . , * ( ' + $= &# ! ! ; < Grafico 12. Incidenza e mortalità (per 100.000 donne per anno) in alcuni paesi occidentali. Fonte: Griffiths CT, Silverstone A, Tobias J, Benjamin E. Oncologia Ginecologica. Mosby Italia. 2002 Allattamento e carcinoma mammario 129 Tabella 3. Fattori protettivi per il carcinoma ovarico e relativa percentuale di riduzione di rischio secondo il The Cancer and Steroid Hormone (CASH) Study of the Centers for Disease Control and the National Institute of Child Health and Human Development. Fonte: Griffiths CT, Silverstone A, Tobias J, Benjamin E. Oncologia Ginecologica. Mosby Italia. 2002. Fattore Riduzione di rischio Prima gravidanza 40% Ulteriore gravidanza 14% Aborti 14% Allattamento al seno per 26 mesi 2,5% al mese Contraccettivi orali 40% radici; quelli ereditari rappresentano solo il 5-10% e sono dovuti soprattutto alla mutazione del gene BRCA1, che è un gene tumore-soppressore. L’80-90% dei tumori ovarici maligni è rappresentato dal tumore epiteliale dell’ovaio e parlando del carcinoma ovarico si farà riferimento a questo. Il meccanismo di insorgenza del carcinoma epiteliale dell’ovaio non è conosciuto; si sa che la sterilizzazione tubarica diminuisce l’incidenza del tumore del 20-80% probabilmente perché tale intervento interrompe le vie di comunicazione con l’esterno impedendo agli eventuali carcinogeni ambientali di risalire dalla vagina ed arrivare fino all’ovaio via utero-tube; alcuni studi suggeriscono che anche l’obesità può aumentare l’incidenza del carcinoma ovarico in donne in premenopausa finanche del 50%. Ma sebbene, come si diceva prima, l’eziopatogenesi del carcinoma ovarico sia sconosciuta vi sono delle ipotesi supportate da robuste prove scientifiche: 1. ipotesi della ovulazione incessante, secondo cui il rischio di tumore sarebbe aumentato per il ripetuto trauma ovulatorio sull’epitelio ovarico che verrebbe in questa maniera a trovarsi anche maggiormente esposto alle elevate concentrazioni degli estrogeni del fluido follicolare; l’ovulazione incessante oltre al trauma ininterrotto, 130 Parte II determinerebbe una proliferazione cellulare che produrrebbe delle microcisti dove le cellule maligne potrebbero riprodursi più facilmente (Rea MF. Benefits of breastfeeding and women’s health. J Pediatr. 2004; 80(5 Suppl): S142-6) 2. ipotesi della stimolazione gonadotropinica, secondo cui elevati livelli di gonadotropina, ormone ipofisario coinvolto nel meccanismo dell’ovulazione, aumenterebbe il rischio di tumore, situazione particolarmente frequente negli anni perimenopausali, anni in cui anche l’incidenza del tumore è particolarmente frequente 3. ipotesi del trasporto carcinogenico retrogrado, secondo cui fattori carcinogeni arriverebbero all’ovaio attraverso l’utero intatto e le tube di Falloppio. Queste ipotesi sopra elencate non sono ovviamente escludenti l’un l’altra; possono invece coesistere ed eventualmente rinforzare il loro effetto. Quale ne sia la causa ed il meccanismo, il carcinoma dell’ovaio è legato ad alcuni fattori sicuri. Le gravidanze ed i parti determinano un effetto protettivo del 3070% nelle donne con figli rispetto a quelle senza figli. La gravidanza esplicherebbe il suo effetto protettivo sia determinando lunghi periodi di anovularietà e quindi riducendo il rischio dell’ovulazione incessante, sia riducendo i livelli di gonadotropina circolante, sia interrompendo temporaneamente il trasporto retrogrado di sostanze esogene o sangue mestruale attraverso le tube. I contraccettivi orali probabilmente attraverso l’inibizione delle gonadotropine e dell’ovulazione determinano il più potente effetto protettivo nei confronti del carcinoma ovarico. Una metanalisi degli studi pubblicati dagli anni 70 agli anni 90 ha riscontrato un effetto protettivo del 36% in donne utilizzatrici di pillola rispetto alle non utilizzatrici, con un 1012% di riduzione di rischio per ogni anno di uso (Hankinson SE, Colditz GA, Hunter DJ, Spencer TL, Rosner B, Stampfer MJ. A quantitative assessment of oral contraceptive use and risk of ovarian cancer. Obstet Gynecol. 1992; 80: 708-14). La riduzione del rischio è proporzionale al periodo di uso; si potrebbe ragionevolmente affermare che un periodo di 5 anni di uso riduce il rischio del 50% (Stanford JL. Oral contraceptives Allattamento e carcinoma mammario 131 and neoplasia of the ovary. Contraception. 1991; 43: 543-556), protezione che persiste anche quindici anni dopo la sospensione. Un altro riconosciuto fattore protettivo per il carcinoma ovarico è rappresentato dall’allattamento, attraverso i meccanismi protettivi che agiscono sulla ovulazione incessante, l’eccesso delle gonadotropine, il trasporto retrogrado e l’apoptosi (Riman T, Nilsson S, Persson IR. Review of epidemiological evidence for reproductive and hormonal factors in relation to the risk of epithelial ovarian malignancies. Acta Obstet Gynecol Scand. 2004; 83: 783-95). Gli studi non sono concordi su quanto l’allattamento al seno sia in grado di ridurre il rischio soprattutto per la grande variabilità del tipo di allattamento (completo, esclusivo, misto ecc) in uso oggi, ma si ritiene che oscilli fra il 10% ed il 40% (Riman T, Nilsson S, Persson IR. Review of epidemiological evidence for reproductive and hormonal factors in relation to the risk of epithelial ovarian malignancies. Acta Obstet Gynecol Scand. 2004; 83: 783-95). È importante considerare come l’effetto protettivo è superiore nelle donne a rischio di carcinoma ovarico rispetto alle donne non a rischio; Whittemore (Whittemore AS, Harris R, Itmyre J. Collaborative Ovarian Cancer Group. Characteristics relating to ovarian cancer risk: collaborative analysis of 12 US case-control studies. Invasive epithelial ovarian cancers in white women. Am J Epidemiol 1992. 136: 1184-203) ha riscontrato una riduzione del 30% di rischio nelle prime ed il 20% nelle seconde. Può essere la riduzione di rischio neoplastico motivo per spingere la donna all’allattamento al seno? Non credo sia questo il punto; l’allattamento al seno è un atto magico, una esperienza unica nella vita della donna, la fusione funzionale di due organismi uniti che continua la fusione organica della gravidanza; con l’allattamento la donna trasmette e riceve emozioni, affetti, sensazioni; nessun’altra esperienza nella vita umana assicura una così diretta trasmissione di vita al proprio figlio; è un atto che semplicemente non deve essere svilito e svuotato dei suoi significati. La comprensione dei suoi benefici per madre e figlio è per la donna un fatto di conoscenza e coscienza, ed uno schiaffo alle istituzioni che madre e figlio non mettono in condizioni di usufruirne. L’allattamento al seno nella prevenzione primaria del carcinoma mammario ed ovarico Il carcinoma della mammella e dell’ovaio occupano un posto importante nel destino della donna occidentale; ma esse dimostrano una differenza importante: il carcinoma della mammella è molto più frequente di quello dell’ovaio ma la mortalità è del 22,3%; il carcinoma dell’ovaio ha fortunatamente una incidenza più bassa ma ha una mortalità superiore al 60% (v. grafico 13); se la prevenzione è importante per tutti i tipi di tumori lo è soprattutto per quei tumori dotati di elevata mortalità. (''''' %.'''' %,'''' %*'''' %('''' %''''' .'''' ,'''' *'''' ('''' ' $ 0 0 " Grafico 13. Incidenza del carcinoma della mammella, endometrio, ovaio, cervice ute- rina e rispettiva mortalità. Fonte: Colditz GA, Atwood KA, Emmons K, Monson RR, Willett WC, Trichopoulos D, Hunter DJ for the Risk Index Working Group, Harvard Center for Cancer Prevention. Harvard Report on Cancer Prevention Volume 4: Harvard Cancer Risk Index. Cancer Causes and Control. 2000; 11: 477-488). 133 134 Parte II Si esamini ora il grafico 14; come si vede nei tipi di tumori ginecologici più frequenti l’incidenza del carcinoma dell’ovaio è molto inferiore di quella dell’endometrio; ma il numero dei decessi è più del doppio ed è più del triplo di quelli della cervice uterina sebbene l’incidenza rispetto a quest’ultimo non sia neanche del doppio, rappresentando il carcinoma dell’ovaio il tumore dotato di gran lunga di più elevata mortalità e pericolosità fra tutti i tumori ginecologici. Se si aggiunge che nonostante gli sforzi, ancora oggi non abbiamo a disposizione efficaci metodiche di screening si comprenderà l’importanza di poter disporre ed effettuare una valida prevenzione primaria. La prevenzione primaria è la forma migliore di prevenzione; con il termine prevenzione primaria si intende la possibilità di prevenire l’insorgenza della malattia per la prima volta; eliminare un organo soggetto ad un rischio, per esempio rimuovere chirurgicamente le ovaie per evitare l’insorgenza di un tumore, è una forma di prevenzione primaria; ma anche non fumare per evitare l’insorgenza delle numerose patologie legate al fumo di sigaretta è una forma di prevenzione primaria. In pratica prevenzione primaria significa mettere in atto tutte le misure efficaci ad )+''' )'''' (+''' ('''' %+''' %'''' +''' ' 0 0 Grafico 14. Incidenza del carcinoma della cervice uterina, dell’endometrio e dell’ovaio in America nel 1993 e relativi decessi. Fonte: Grimes DA, Economy KE. Primary prevention of gynecologic cancers. Am J Obstet Gynecol 1995; 172: 227-35. L’allattamento del seno nella prevenzione primaria 135 evitare l’insorgenza di una malattia. Il requisito fondamentale perché si possa attuare una prevenzione primaria è che la malattia che si vuole evitare sia appunto prevenibile. Fortunatamente, in una maniera o nell’altra la maggior parte delle malattie (non tutte) sono oggi evitabili. Ma il principale ostacolo alla loro prevenzione è l’ignoranza, l’ignorare cioè che esistano delle possibilità affinché quella determinata malattia possa essere evitata. In linea di massima, se è vero che quasi tutte le malattie possono essere evitate è altresì vero che è difficile annullare completamente la possibilità che esse insorgano; ma si può realisticamente ottenere di ridurre più o meno fortemente la possibilità che insorgano. Le maniere per mettere in atto una efficace prevenzione sono poi varie; una già accennata è la prevenzione chirurgica che viene largamente praticata quando in corso di laparotomia si asporta l’utero e con esso anche la cervice uterina e le ovaie anche se sono sane, con l’unico scopo di evitare che possano essere poi sede di insorgenza di tumori maligni; una estremizzazione di questo tipo di prevenzione è la mastectomia bilaterale profilattica, cioè l’asportazione di entrambe le mammelle sane ma in donne fortemente a rischio di insorgenza di neoplasia; questo tipo di approccio porta all’asportazione profilattica della mammella controlaterale in donne con carcinoma mammario portatrici di alterazioni del gene BRCA1 che avrebbero un rischio di carcinoma controlaterale dell’87% dall’età di 70 anni (Ford D, Easton DF, et al. Risks of cancer in BRCA1-mutations carriers. Lancet 1994; 343:692) la condizione che si verifica oggi più frequentemente; vi è poi la cosiddetta chemioprevenzione, l’assunzione cioè di farmaci, come per esempio il tamoxifene per la mammella, assunti con l’unico scopo di prevenire l’insorgenza del tumore. La medicina, seguendo vie di sviluppo proprie e spesso oscurate da sospetti di interessi secondari, ha molto ampliato queste strade trascurando l’intervento con misure non farmacologiche o tecnologiche, in grado cioè di agire sui fattori comportamentali che favoriscono o impediscono l’insorgenza di specifiche malattie. Perché la medicina non abbia intrapreso e non intraprenda energicamente questa strada, che è non dispendiosa, efficace e priva di complicanze rientra nelle logiche di sviluppo di una branca del sapere umano inserita in una società ed in una cultura sopraffatta sempre più da logiche postindustriali che non 136 Parte II vedono l’interesse della umanità e non perseguono la salute dell’individuo con esclusività, ma spesso la strumentalizzano ad interessi secondari e ne sbandierano il perseguimento avendo ben in mente altri obiettivi, di guadagno, di potere, di prestigio ecc. L’allattamento al seno rientra fortemente nelle misure comportamentali in grado di produrre una efficace prevenzione nei confronti di alcune delle più importanti malattie femminili, come il carcinoma mammario ed ovarico, per limitarci alle malattie femminili sulle quali non vi è oggi sicura concordanza scientifica. Che questa abbia implicite ripercussioni favorevoli sulla salute del bambino, sul rapporto madre-figlio, sulla valorizzazione della maternità e sulla economia individuale, è cosa ovvia che si accenna per accentuare le responsabilità di chi ostacola questo tipo di intervento. Il carcinoma della mammella e dell’ovaio sono uniti in questa sede dall’azione protettiva esercitata nei loro confronti dall’allattamento al seno. Il Risk Index Web Site per il calcolo individuale del grado di rischio elaborato dall’Università di Harvard (disponibile in rete al sito http://www.yourcancerrisk.harvard.edu) contempla fra i fattori protettivi per questi due tipi di tumore l’allattamento al seno. Nel sito viene spiegato come il periodo consigliato di allattamento al seno debba essere di almeno un anno. Nella parte riguardante il carcinoma ovarico è spiegato sinteticamente che il meccanismo attraverso cui agisce l’effetto protettivo è tramite la diminuzione dell’ovulazione e la diminuzione della quota di ormoni ovarici messa in circolo, azione quest’ultima comune nel suo effetto protettivo anche per il carcinoma mammario. La maggior parte delle donne ignora che il rischio di andare incontro ad un tumore può essere ridotto; una indagine effettuata in America ha per esempio evidenziato come l’80% delle donne intervistate, studentesse ed impiegate, ignorava che la pillola contraccettiva avesse una attività protettiva nei confronti del carcinoma ovarico; la mia attuale impressione è che la donna ignora nella gran parte l’effetto protettivo dell’allattamento al seno nei confronti del carcinoma ovarico e finanche del carcinoma mammario. La possibilità che gli interventi preventivi possano agire anche su donne a rischio è molto importante come si può ben immaginare; ma L’allattamento del seno nella prevenzione primaria 137 affascinante è la possibilità che un intervento preventivo possa interrompere un processo neoplastico già in atto; anche questo è insieme di conoscenza e fiducia; conoscenza dei precisi meccanismi di sviluppo della neoplasia e abbandono del senso di sfiducia che ancora abbiamo nei confronti di questo tipo di malattia considerandola troppo spesso ineluttabile ed irreversibile. La vita di un tumore ha una storia lunga, ed i molti studi eseguiti sul carcinoma della mammella hanno chiarito se non tutto sicuramente molte cose. Molti dei tumori mammari si sviluppano da lesioni che hanno per se un basso potenziale di malignità ma hanno elevate probabilità di essere “iniziate”, cioè di subire la trasformazione che rappresenti la prima tappa della neoplasia che potrà arrivare alla metastasi; ma questo processo è molto lungo, dura decenni e sebbene sia un processo evolutivo non per questo deve essere considerato necessariamente evolutivo. Fino a determinati stadi può regredire od arrestarsi. Seguendo quanto ipotizzato da O’Connell (O’Connell P, Pekkel V, Fuqua S, Osborne CK, Allered DC. Molecular genetic studies of early breast cancer evolution. Breast Cancer Research and Treatment. 1994; 32: 5-12) possiamo schematizzare la storia evolutiva di una neoplasia nelle seguenti tappe: 1. tessuto normale 2. iperplasia (tessuto ancora normale ma caratterizzato da elevata proliferazione cellulare) 3 iperplasia atipica (comparsa di alterazioni cellulari precursori di quelle neoplastiche) 4 neoplasia in situ (comparsa di alterazioni neoplastiche con proliferazione abnorme cellulare ma ancora contenuta nei limiti della membrana basale del tessuto) 5. neoplasia invasiva (il tumore supera la membrana basale, considerata la barriera oltre la quale il tumore ha la possibilità di diffondersi nei tessuti circostanti) 6. neoplasia metastatica (il tumore si diffonde, stabilizza ed accresce in organi distanti dalla sede di insorgenza). 138 Parte II Le tappe 2 e 3 presuppongono una “iniziazione”, cioè l’intervento di un fattore (chimico, attinico, genetico) che alteri la popolazione cellulare in maniera che perda le sue capacità di crescita equilibrata ed acquisisca i caratteri di espansione incontrollata, immortalità, invasività. Ma per arrivare a questo punto la cellula deve essere “trasformata”, deve cioè acquisire le caratteristiche comportamentali della neoplasia (tappa 4) rappresentate dalla espansione clonale della cellula; infine con la fase della “progressione” che comprende le tappe 4, 5 e 6, il tessuto prima “iniziato” e poi “trasformato” acquista la definitiva capacità di invadere gli altri tessuti vicini e lontani. Le suggestive ipotesi di questo scenario sono a questo punto molteplici nell’ottica di un intervento preventivo: A) l’intervento preventivo può agire prima che il tessuto passi dallo stadio 1 allo stadio 2, evitando tutti i fattori di rischio che favoriscono questa evoluzione B) l’intervento preventivo può agire prima che il tessuto passi dallo stadio 2 allo stadio 3, o semplicemente se si è già individuata la lesione eliminandola (in genere chirurgicamente) o eliminando i fattori di rischio che possono favorire la progressione; od ancora mettendo in atto gli interventi protettivi che siano in grado di fermare il tessuto in questa fase o addirittura di farlo regredire C) affidandosi alla diagnosi precoce in grado di individuare le lesioni già in fase di progressione ma ad uno stadio talmente iniziale che la loro asportazione possa essere risolutiva. La funzione dell’allattamento al seno si inserisce in questa ottica di prevenzione non soltanto di protezione, ma anche come uno di quei fattori che la nostra società ha eliminato dalla sua vita permettendo che una condizione di innaturalità creata socialmente possa favorire l’intervento di alterazioni drammatiche. Il progresso e la ricerca di un adeguamento progressivo a determinate condizioni sociali è una aspirazione naturale e per molto tempo e per molti versi auspicata; l’enorme cautela necessaria nel favorire questo progresso si rende necessaria quando tale sviluppo avviene, come oggi avviene, in maniera talmente rapida da scontrarsi con i tempi dell’adat- L’allattamento del seno nella prevenzione primaria 139 tamento biologico che richiedono millenni; il distinguere gli avanzamenti del progresso sociale che favoriscono la vita dell’individuo da quelli che ne ostacolano il mantenimento della salute è una operazione che deve costantemente accompagnare il progresso; favorire il progresso antibiologico a scopi di profitto è operazione oggettivamente da condannare, alla stessa stregua di qualsiasi atto contro l’integrità fisica o psichica della persona inferto volontariamente. È ovvio che il senso di questa disamina non è quello di invogliare la donna ad allattare a scopo preventivo; si vuole invece evidenziare l’importanza dell’allattamento al seno ed il suo significato dai risvolti complessi, alcuni meno conosciuti come l’effetto protettivo nei confronti del seno e dell’ovaio. La prevenzione è invece discorso ancora più complesso; fare prevenzione significa individuare innanzitutto le patologie prevenibili, stabilire i marcatori di rischio, stabilire i mezzi, identificare il target, identificare le modalità di prevenzione, creare il messaggio incisivo, adottare i marcatori intermedi di rischio, verificarne l’impatto. L’allattamento in se non è una misura preventiva; l’allattamento è la normalità, la funzione fisiologica che non deve essere alterata e che deve essere difesa. Anche chi ostacola l’allattamento al seno deve essere perfettamente consapevole del male che procura, al bambino, alla donna, alla società. Il discorso in realtà sfuma nel momento in cui si tentano di normalizzare abitudini sbagliate, e l’entità dello sbaglio è il grado di danno che provoca sulla salute umana; l’allattamento è uno dei tanti sbagli comportamentali che incidono sulla salute umana, che passa subdolamente e spesso attraverso messaggi subliminali e falsamente tranquillizzanti come quello che tende a far passare l’allattamento artificiale non solo come equivalente dell’allattamento al seno ma addirittura superiore, condendolo di messaggi di aiuto per la donna, emancipazione e segno di progresso. Progresso significa proseguire il cammino di civiltà che porta l’affrancamento dell’individuo dalla malattia, dalla sofferenza, dalla fatica, dalla costrizione. Ed invece ci troviamo ad inseguire il difficile recupero di lente e faticose conquiste precedenti che la società si è avviata rapidamente a dissipare. Ci troviamo a faticosamente combattere e tentare di denormalizzare l’abitudine al fumo 140 Parte II di sigarette che tante vittime e tanti danni procura; ci troviamo a combattere le difficili battaglie contro l’alcolismo e la droga ed addirittura le fino a poco tempo fa impensabili battaglie contro la sedentarietà e l’eccesso dell’alimentazione. È recentemente stato pubblicato su uno dei più autorevoli giornali medici (Holmes MD, Chen WY, Feskanich D, Kroenke CH, Colditz GA. Physical activity and survival after breast cancer diagnosis. JAMA. 2005; 293(20): 2479-86), uno studio che dimostra come una attività fisica di 9 o più MET-ore alla settimana (una MET (metabolic equivalent task)–ora corrisponde grossolanamente ad una passeggiata di un chilometro e mezzo all’ora) è in grado di ridurre del 50% il rischio di mortalità per tumori al seno ormono-dipendenti. Un altro recente studio condotto da Antonia Trichopoulou su 74.000 individui di entrambi i sessi ha dimostrato una correlazione diretta fra dieta mediterranea (elevato consumo di frutta, verdura e cereali interi, scarso consumo di carne e latticini, consumo medio-alto di pesce, poco alcol rappresentato da vino, consumo di grassi rappresentati da olio di oliva) e riduzione di mortalità complessiva. Ma una modica attività fisica, una alimentazione mediterranea, un modico consumo di alcol rappresentato da un bicchiere di vino ai pasti, l’assenza di fumo (e poi di droga) non facevano parte del normale stile di vita delle nostre popolazioni di 50 anni fa? Allattamento al seno e contraccezione Questo aspetto dell’allattamento al seno è un aspetto molto importante, attualmente completamente ignorato; ed in effetti si presta oggi poco ad un utilizzo pratico; in una società dove siamo ossessionati dal tempo e dalla programmazione ed in cui tutte le pianificazioni che contemplano un margine di incertezza sono rifiutate già per questo. Vi è come una pretesa di sicurezza matematica dagli eventi della vita; il non rispetto di un programma ha effetti sconvolgenti su un ritmo di vita così ossessionato dal tempo; un evento improvviso sconvolge progetti, impegni, programmi. E figurarsi quale angoscia può provocare una gravidanza non programmata. Tutte le metodiche naturali di contraccezione sono state per questo abbandonate e ormai sono sconosciute; non rientrano neanche più in un repertorio occasionale per fasi della vita permittenti; la gravidanza a comando, e l’angoscia se la biologia ritarda a soddisfare questa minuta programmazione, essendo essa stessa ridotta ad un congegno meccanico in grado di funzionare con precisione e rispetto dei tempi. Le gravidanze si sa, sono sempre più programmate e motivate; il primo figlio ha la sua motivazione ed il secondo un’altra, in genere perché considerato necessario complemento al primo e completamento della famiglia; il terzo ha invece oggi invece sempre meno motivazioni; ma in genere è frutto di una errata programmazione, che comporta una serie di problemi a cominciare dallo spazio non previsto in case preconfezionate a misura di famiglie sempre più piccole. Ecco che la ricerca della contraccezione sicura è fondamentale, ed ecco che metodi di programmazione naturale, come l’astinenza periodica, il metodo sintotermico, il coito interrotto, e l’allattamento sono ignorati. Che l’arrivo di figli non programmati sia sempre uno sbaglio spesso è però opinabile; alla fine della corsa lavorativa quando una famiglia si trova a considerare il suo percorso di vita e farne il bilancio sorge talvolta il rammarico di essere stati così perfezionisti e precisi, di non averne fatti 141 142 Parte II di sbagli, e di aver dedicato troppo tempo e troppe angosce al lavoro ed ai suoi problemi e così poco ai figli, a quelli chiamati a nascere ed a quelli che non si è avuto il tempo di chiamare. A volte non si è abbastanza saggi da opporsi alle “direttive” della società. La contraccezione da allattamento è però un peccato che sia stata ignorata. Essa è in grado di soddisfare per un periodo di sei mesi una richiesta di contraccezione sicura, e per due anni un buon grado di efficacia, ma il presupposto per accettarla è un cambiamento culturale, l’abbandono dell’ossessione del calcolo e delle probabilità, l’accettazione di un compromesso fra società e natura. L’allattamento al seno ha come effetto secondario la capacità di annullare l’ovulazione provocando così una sterilità temporanea. Questo effetto contraccettivo è stato nel tempo auspicato e temuto; auspicato quando nuove gravidanze erano inopportune e la carenza di metodiche contraccettive rendeva a volte drammatico l’arrivo di nuovi figli; ma c’è stato anche il periodo in cui numerose gravidanze erano volute perché costituivano la possibilità di aumentare le possibilità di assicurarsi una discendenza sicura in periodi di elevata mortalità infantile; la perdita dell’abitudine dell’allattamento al seno e l’avvento della contraccezione ormonale ha reso queste problematiche storiche; ma un ritorno all’abitudine all’allattamento al seno e la necessità di programmare le successive gravidanze rende invece interessante la contraccezione da allattamento soprattutto perché è un regalo della natura nel contesto di una pratica che arreca enormi vantaggi a figlio e madre per la quale questa contraccezione costituisce un ulteriore vantaggio. Oggi questo effetto è poco conosciuto e poco studiato e si preferisce passare a metodiche contraccettive sicure; ma sono considerazioni frutto dell’ignoranza; come vedremo l’effetto contraccettivo è sicuro durante l’allattamento. Durante la gravidanza si verificano enormi sconvolgimenti ormonali che marchiano alcuni tessuti per un periodo limitato ed altri permanentemente, come abbiamo visto succedere per le cellule mammarie. Durante la gravidanza la produzione degli estrogeni e del progesterone aumenta in maniera drammatica aumentando di quasi 100 volte a termine di gravidanza; un altro ormone che aumenta enormemente è la prolattina che si eleva anche in misura maggiore raggiungendo i 200- Allattamento del seno e contraccezione 143 400 ng/mL a termine; c’è una correlazione fra questi ormoni perché la prolattina è stimolata proprio dagli estrogeni che inibiscono il fattore inibente la prolattina, la dopamina, e stimolano i geni ipofisari di trascrizione della prolattina. C’è quindi una correlazione fra i livelli dei due ormoni anche se la prolattina conserva i suoi picchi di produzione notturna, 4-5 ore dopo l’inizio del sonno, come succede anche al di fuori della gravidanza. Come abbiamo visto perché si possa iniziare l’allattamento anche la mammella deve subire gli opportuni cambiamenti morfologici, dovuti alla sollecitazione degli enormi livelli degli estrogeni e che sono rappresentati a partire dal secondo trimestre di gravidanza dalla formazione di una ramificazione alveolare vera e propria che compare ora per la prima volta e da una ipertrofia duttale ed acinosa con gli alveoli che cominciano a distendersi per l’accumulo del primo materiale mammario secreto in gravidanza che costituisce il colostro. La lattazione non può però iniziare a causa degli elevati livelli di estrogeni e progesterone che bloccano i recettori per la prolattina delle cellule alveolari legandosi ad essi; subito dopo la nascita si ha un crollo dei livelli di estrogeni e progesterone ai livelli della fase follicolare iniziale del ciclo mestruale ed uno sblocco dei recettori per la prolattina; se si aumentano i livelli di estrogeni si assiste nuovamente al blocco della lattazione, ed in effetti elevati dosaggi di estrogeni erano una volta impiegati per ottenere la soppressione dell’allattamento. Infatti due-tre giorni dopo il parto i livelli di estrogeni e progesterone diminuiscono ai normali livelli extragravidici; venendo a mancare questa inibizione può avviarsi l’allattamento sebbene anche i livelli di prolattina diminuiscano fino ai livelli pregravidici sette giorni dopo il parto, ma non una caduta definitiva perché la prolattina, così come l’ossitocina viene stimolata con la suzione. La prolattina stimola la lattogenesi legandosi a specifici recettori che sono situati sulla membrana delle cellule secretorie alveolari. Quindi la normale condizione della prolattina durante l’allattamento è rappresentata da livelli appena superiori alla norma con dei picchi di produzione di 10-20 volte che iniziano entro dieci minuti dall’inizio della suzione e raggiungono il loro acme in mezzora per ritornare ai livelli pre-suzione nell’arco di tre ore. La grandezza dell’aumento della produzione di prolattina lega- 144 Parte II ta alla suzione tende a diminuire con la durata dell’allattamento, ma è presente anche due anni dopo il parto. Vi è una grande variabilità individuale di produzione ma in linea di massima la quantità di prolattina aumenta con l’intensità della suzione mentre la quantità di latte prodotto non è relazionata alla quantità di prolattina secreta; infatti per la prolattina lo stimolo più importante è quello tattile, al contrario di quello che succede per un altro ormone importante per l’allattamento, l’ossitocina, la cui produzione è legata sia allo stimolo tattile della suzione che visivo, attraverso un meccanismo neuro-ormonale più complesso che risente fortemente di situazioni di stress; l’ossitocina, secreta dall’ipofisi posteriore e da qui immessa in circolo, determina la contrazione delle cellule mioepiteliali che circondano parzialmente gli alveoli che vengono quindi svuotati ed il latte formato viene immesso nel sistema duttale fino al capezzolo. Va da sé che l’ossitocina causa anche la contrazione delle fibre muscolari uterine materne che hanno come conseguenza la diminuzione della perdita di sangue ed un più breve periodo necessario a raggiungere la fisiologica involuzione dell’utero dopo il parto; questa azione a livello dell’utero viene percepita dalla madre come un dolore al basso ventre. Normalmente da 40 a 72 ore dopo il parto si verifica la montata lattea che persiste almeno una settimana in assenza di allattamento. Per tutto il periodo di allattamento al seno si ha anche l’inibizione della mestruazione; nelle culture dove l’allattamento al seno dura anche due anni l’incidenza di amenorrea e l’impossibilità al concepimento dura altrettanto. Nelle donne che non allattano il 30% ovula dopo 4-8 settimane dal parto, il 60% dopo 14 settimane, e l’80% dopo 16 settimane. L’ovulazione più precoce può probabilmente verificarsi al 25°-27° giorno dopo il parto. In circa un terzo delle donne i primi flussi mestruali non sono preceduti dalla ovulazione; inoltre nel 73% dei primi cicli ovulatori vi è una insufficienza della fase luteale. In linea di massima si può dire che sebbene il 90% delle donne che non allattano recuperano le mestruazioni 12 settimane dopo il parto, la metà di esse recupera l’ovulazione 6-7 settimane dopo il parto. Nelle donne che allattano l’ovulazione è riacquistata in ritardo, ritardo proporzionato alla durata dell’allattamento. In generale un allatta- Allattamento del seno e contraccezione 145 Tabella 4. Tassi di concepimento in rapporto ai mesi dal parto. Fonte: RA Lobo, DR Mishell Jr, RJ Pulson, D Shoupe. Infertilità, Contraception, and Reproductive Endocrinology. Fourth Edition. Blackwell Science. 1997. Percentuale cumulativa di gravidanza alla fine di ogni mese Mese dal parto Donne che allattano (%) Donne che non allattano (%) 1 0 0 2 0 3,7 3 0 9,4 6 1,4 42,3 9 9,7 72,5 12 23 83,7 15 33,8 85,7 18 54,2 98,6 21 66,7 91,5 24 87,2 91,5 mento che duri almeno 80 minuti al giorno per un minimo di sei poppate al giorno è altamente predittivo per una persistente mancanza di mestruazioni; nei confronti della persistenza della mancanza dell’ovulazione molto importante viene considerato il mantenimento di un regolare allattamento anche durante le ore notturne (da RA Lobo, DR Mishell Jr, RJ PUlson, D Shoupe. Infertility, Contraception, and Reproductive Endocrinology. Fourth Edition. Blackwell Science. 1997). Per una idea più precisa delle possibilità di rischio di gravidanza durante l’allattamento nella tabella 4 sono riportate le tabelle di possibilità di gravidanza in donne che allattano e donne che non allattano. In generale la possibilità di concepire prima della prima mestruazione dopo il parto nella donna che allatta è molto bassa, del 2,6%, al con- 146 Parte II trario di quello che succede nelle donne che non allattano confermando l’osservazione che la mestruazione non è preceduta dall’ovulazione nelle donne che allattano, soprattutto se l’allattamento è prolungato. Il meccanismo attraverso cui l’allattamento inibisce l’ovulazione non è completamente chiaro ed è probabilmente dovuto a più fattori; sicuramente la prolattina riveste un ruolo importante; infatti gli elevati livelli di prolattina provocati dalla suzione potrebbero inibire direttamente l’ovulazione; in donne che allattano da molto tempo si è visto che i livelli basali di prolattina sono significativamente più elevati nelle donne che non hanno le mestruazioni rispetto a quelle che le hanno e la durata dell’amenorrea è direttamente correlata alla grandezza della iperprolattinemia mentre il ritorno a normali livelli di prolattina è positivamente correlata al ritorno delle mestruazioni. Sembrerebbe quindi che la possibilità di avere una gravidanza durante l’allattamento potrebbe essere in relazione ad una differente sensibilità del sistema mammella-ipotalamo-ipofisi; è difficile però ottenere degli studi precisi perché se è possibile quantificare il numero delle poppate è ovviamente difficile quantificare l’entità della suzione. La prolattina è sicuramente correlata ai livelli di LH; infatti vi è una correlazione negativa fra i due ormoni e quando i livelli di prolattina si abbassano, i livelli di LH si elevano; si sa però che donne con elevati livelli di prolattina sono in grado di mestruare, per cui l’iperprolattinemia per se non è sufficiente ad inibire il normale asse ipotalamo-ipofiso.ovarico. L’asse ipotalamo-ipofisario nelle donne che allattano sembra essere estremamente sensibile ai feedback degli estrogeni anche se bassi; ma mentre le donne che non allattano hanno sia un feedback negativo che positivo delle gonadotropine ipofisarie le donne che allattano hanno solo un feedback negativo che oltretutto è anche più evidente rispetto alle donne che non allattano; l’LH nelle maggior parte delle donne che allattano ha livelli basali più bassi e una pulsatilità più bassa sia in ampiezza che frequenza. Poiché la pulsatilità dell’LH è fondamentale per l’ovulazione è importante sapere che la pulsatilità dell’LH è completamente soppressa durante le fasi precoci dell’allattamento e solo parzialmente soppressa durante le fasi tardive; poiché la durata della suzione è simile in entrambi i periodi la completa soppressione durante il primo periodo è probabilmente dovuto ad altri fattori presenti, Allattamento del seno e contraccezione 147 come l’hCG, gli steroidi placentari, l’inibina placentare, che potrebbero esercitare aggiuntivi effetti inibitori. Questi potrebbero far parte dei fattori multipli che contribuiscono ad inibire l’ovulazione durante l’allattamento e che si aggiungerebbero ai due fondamentali rappresentati dall’effetto inibitorio diretto sulla normale steroidogenesi ovarica esercitato dalla iperprolattinemia e dall’ipogonadotropinemia ipofisaria. È stato anche accertato un coinvolgimento del sistema opioide e di altre endorfine cerebrali nel causare una soppressione dell’asse ipotalamoipofisi-ovarico o a causa della iperprolattinemia od a causa degli stessi fattori che provocano la stessa iperpolattinemia. Il meccanismo che determina l’effetto contraccettivo è molto interessante, anche perché si rivela importante per capire il meccanismo attraverso cui una iperprolattinemia al di fuori della gravidanza determina amenorrea e sterilità. Le concentrazioni di prolattina aumentano in risposta al ripetuto stimolo esercitato dalla suzione durante l’allattamento. Se si ha la sufficiente intensità e frequenza i livelli di prolattina restano elevati. In queste condizioni le concentrazioni di FSH sono in un range di normalità corrispondente alla fase follicolare del ciclo (dopo essere risaliti dai valori estremamente bassi al momento del parto) ed i valori di LH sono ai limiti bassi della norma. Ma nonostante la presenza di gonadotropine, l’ovaio durante l’iperprolattinemia da allattamento non dimostra uno sviluppo follicolare e non secerne estrogeni, dimostrandosi refrattario alla stimolazione gonadotropinica, mentre l’ipofisi anteriore è molto responsiva allo stimolo del GnRH. Queste osservazioni fanno pensare che le concentrazioni di prolattina agiscono sia a livello centrale che ovarico a determinare l’amenorrea da allattamento e l’anovulazione. Studi di laboratorio hanno in effetti dimostrato come la prolattina influenza la funzionalità delle cellule della granulosa ovarica in vitro inibendo la sintesi di progesterone; inoltre altera il rapporto testosterone/diidrotestosterone riducendo quindi il substrato aromatizzabile ed aumentando le concentrazioni di antiestrogeni. Ma nonostante queste osservazioni si ritiene che l’effetto diretto della prolattina sullo sviluppo ovarico non rappresenti il fattore principale. Predomina l’azione centrale; infatti elevati livelli di prolattina inibiscono la secrezione pulsatile di GnRH; la prolattina in eccesso ha effetti di feedback positivo 148 Parte II corto sulla dopamina; l’aumento della dopamina riduce il GnRH sopprimendo la funzione del nucleo arcuato, attraverso un meccanismo mediato dalla attività endogena opioide. Con lo svezzamento, al cadere delle concentrazioni della prolattina a valori normali, aumentano le concentrazioni di gonadotropina ed aumenta la secrezione di estradiolo. L’allattamento come metodo contraccettivo La Consensus Conference di Bellagio, Italia, del 1988 stabilì importanti linee guida che potessero essere utili alla donna per determinare il rischio di fertilità durante l’allattamento. Furono rivisti ed esaminati tutti gli studi concernenti il ritorno alla fertilità e si determinò che l’allattamento al seno poteva assicurare una efficacia contraccettiva del 98% (percentuale cioè simile a quella assicurata dalla pillola) se si realizzavano i seguenti tre criteri: 1. che la madre non avesse un ritorno di mestruazioni (ivi intese qualsiasi tipo di perdite ematiche dopo il 56° giorno dal parto, perdite queste ultime considerate come facenti ancora parte del postpartum) 2. che la madre eseguisse un allattamento esclusivo al seno 3. che il bambino avesse meno di sei mesi. Queste linee guida identificarono un nuovo metodo di contraccezione chiamato LAM (Lactational Amenorrhea Method). Nella tabella 5 sono illustrati i risultati dei principali studi. In questo metodo, ed il nome lo sottolinea, il principale indicatore del ritorno della fertilità viene considerato il ritorno delle mestruazioni; ma anche oltre i sei mesi se non vi è il ritorno delle mestruazioni il tasso di fecondità rimane molto basso: 1,1%-2,6% nei primi 12 mesi. Allattamento del seno e contraccezione 149 Tabella 5. Efficacia del metodo LAM. Fonte: FHI. Breastfeeding as a Contraceptive Method. Nazione N° di donne N° di gravidanze Tasso di fallimento (%) Cile 422 1 0,45 Pakistan 391 1 0,58 Filippine 485 2 0,96 Parte III Allattamento al seno e società postindustriale L’allattamento al seno viene incoraggiato dalle più alte organizzazioni sanitarie a livello internazionale (WHO, HEA; UNICEF) a causa dei numerosi benefici evidenziati dalla letteratura scientifica internazionale. La risoluzione 37.30 dell’Organizzazione Mondiale della Sanità già dal 1984 evidenziava come in molti paesi si continuava a promuovere per i lattanti molti prodotti inadeguati o si promuovevano alimenti ad una età molto precoce, il che poteva costituire un danno per la salute degli stessi. Nel 1988 la 41a Assemblea Mondiale della Sanità con risoluzione 41.11 ribadiva la preoccupazione per la continua tendenza registrata in molti paesi ad abbandonare la pratica dell’allattamento al seno. Nel 1990 la 43a Assemblea con risoluzione 43.3 riconosceva come nonostante la risoluzione 39.28 si continuavano a distribuire ad ospedali e reparti di maternità forniture gratuite o a basso costo di preparazioni per lattanti con conseguenze negative per l’allattamento al seno. Nel 1994 la 47a Assemblea Mondiale per la Sanità con risoluzione 47.5 ribadiva la superiorità del latte materno come norma biologica per l’alimentazione del lattante e l’aumento del rischio per la salute di madri e figli derivanti dall’allontanamento da queste norme. La risoluzione 54.2 del 2001 affermava che nonostante il Codice Internazionale e le successive risoluzioni vietassero pubblicità e promozione dei prodotti coperti dal Codice, venivano sfruttati nuovi metodi di comunicazione, soprattutto elettronici per promuovere tali prodotti ed invitava a rafforzare le attività per proteggere, promuovere e sostenere l’allattamento esclusivo al seno per sei mesi come raccomandazione di sanità pubblica universale tenendo presente il rapporto tecnico di esperti dell’OMS sulla durata ottimale dell’allattamento al seno che con l’aggiunta di altri prodotti sicuri ed appropriati doveva protrarsi fino a due anni ed oltre. 153 154 Parte III In Europa i tassi di allattamento al seno non sono omogenei (V. grafico 15) La diminuzione dell’abitudine all’allattamento al seno è stata drammatica. L’allattamento al seno a tre mesi negli anni 1905-1919 era a Londra dell’80% mentre il rapporto UNICEF del 2000 ha rilevato una incidenza del 25% (P Mahon-Daly, GJ Andrews. Liminality and brestfeeding: women negotiating space and two bodies. Health & Place. 2002; 8: 61-76). Le industrie del latte artificiale sono accusate ripetutamente dei bassi tassi di allattamento al seno (P Mahon-Daly, GJ Andrews. Liminality and brestfeeding: women negotiating space and two bodies. Health & Place. 2002; 8: 61-76); il che è indubbiamente vero; esse rappresentano un “big business” con le migliaia di lavoratori impiegati ed i milioni di euro di turnover. La promozione dell’allattamento artificiale è stata capillare e sciagurata; campioni gratuiti di latte artificiale distribuiti costantemente dagli ospedali e dai medici hanno contribuito al costante fallimento dell’abitudine all’allattamento al seno. La pub- %'' .' ,' 0 1 4 *' (' 01 ' Grafico 15. Tassi di allattamento al seno a tre mesi in % secondo il rapporto UNI- CEF del 2000. Allattamento del seno e società postindustriale 155 blicità globalizzata sulla superiorità del latte artificiale è stata distruttiva facendo leva su tre pilastri dalla presa sull’opinione pubblica incredibilmente efficace ed ammaliatrice: 1. disinformazione 2. sensazionalismo mediatico 3. problemi derivanti dall’allattamento al seno (P Mahon-Daly, GJ Andrews. Liminality and brestfeeding: women negotiating space and two bodies. Health & Place. 2002; 8: 61-76). Ma questo ovviamente non poteva essere sufficiente a penetrare la società occidentale come lama nel burro se non ci fosse una corresponsabilità diretta della stessa. Altri tre fattori hanno determinato e stanno determinando il disastro socioculturale della perdita dell’allattamento al seno: essi sono l’emergere del lavoro femminile, la cultura dell’immagine, la cultura della giovinezza. Il corpo femminile è stato esposto, oggettivato, socializzato e sessualizzato. La mammella è diventata sempre più oggetto di desiderio, parte della identità esogena femminile, asserzione pubblica di sessualità; ha perso sempre più il suo ruolo parentale (sostituibile, commercializzabile, delegabile) ed aumentato il significato di richiamo erotico, sessuale, strumento di relazione sociale. L’identità culturale della mammella è rapidamente cambiata diventando altrettanto rapidamente incompatibile: l’acquisizione della mammella di icona della sessualità è entrata immediatamente in conflitto con l’immagine della maternità, il ruolo di organo nutritivo, di mammae lattantes; e le mammelle hanno cambiato non soltanto ruolo ma anche sostanza; l’organo protesizzato, ricostruito, artificializzato ha abolito la funzione nutritiva anche nella prospettiva; la medicina servile ed affaristica ha prima accondisceso alla abolizione della funzione parentale e poi ha incrementato il ruolo simbolico di attrattività e conquista sociale della donna ambiziosa, insicura, spregiudicata e carrierista. L’evoluzione simbolica della mammella in realtà è una caratteristica evolutiva della donna. Al contrario degli altri mammiferi, che non hanno mammelle sviluppate se non durante l’allattamento e conformate soltanto per questo, la posizione eretta nella donna ha favorito lo sviluppo ed il mantenimento di questi organi che si sono strutturati per soddisfare queste due esigenze di organo: quella nutritiva e quella ses- 156 Parte III suale. Non alla pari però; per quanto strano possa sembrare l’evoluzione ha favorito l’aspetto sessuale, a dimostrazione di quanto la natura segue le sue vie e le sue logiche, che sono solo funzionali al mantenimento della specie; la storia della evoluzione del seno dimostra che nel momento in cui l’organismo viene sottoposto contemporaneamente alla pressione evolutiva su due funzioni, la biologia si evolve privilegiando la conservazione rispetto a quella più utile alla sua progenie. Fra la funzione sessuale della mammella e quella parentale l’evoluzione ha scelto (e sta scegliendo) quella sessuale. Al riguardo Desmond Morris nel suo recente L’animale donna (D Morris. L’animale donna. Mondadori 2005) fa importanti osservazioni; la mammella che la donna ha oggi è più funzionale al suo ruolo di organo sessuale che di organo nutritivo; al contrario che negli altri animali il neonato per potersi nutrire deve “sapersi” attaccare al seno; deve non prendere in bocca soltanto il capezzolo ma l’intera areola perché è qui che è depositato il latte; deve imparare a respirare bene durante la suzione non lasciandosi ostacolare dal tessuto mammario esorbitante che tende a chiudergli le narici e che la mamma deve allontanare con la classica compressione fra indice e medio; se non aiutato è incapace di raggiungere le mammelle poste troppo su; deve imparare a stare bene in equilibrio mentre sugge e così via; la posizione e la forma delle mammelle in tutte le altre specie è invece molto più comoda e funzionale per l’allattamento. Oggi la mammella lega sempre più rapporti sociali e relazioni e sempre meno il neonato; quest’ultimo legame d’amore è sempre più ignorato, inibito e delegato. E siccome la donna accetta, a volte volentieri, questa privazione è da interrogarsi sul perché. La motivazione più ovvia è che le particolarità di organo nella donna si prestano a questo shift funzionale; le mammelle dei mammiferi sono solo parentali; compaiono al momento dell’allattamento con lo sviluppo della ghiandola e l’allungamento del capezzolo e scompaiono subito dopo; la mammella della donna è invece composta in gran parte da grasso che le conferisce la perenne forma semisferica, e solo in piccola parte da ghiandola; si è evoluta molto di più per attrarre e meno per nutrire e così facendo la forma selezionata per costituire un formidabile organo di attrazione ha reso più difficoltosa la nutrizione; la forma sferica non è altrettanto funzionale come quella conica con un lungo capezzolo. Allattamento del seno e società postindustriale 157 Il forte richiamo sessuale non è ovviamente passato inosservato alla società che ne ha via via accentuato il significato come avviene oggi nei paesi occidentali o inibito il senso come avveniva negli stessi paesi occidentali quando la cultura sessuofobica costringeva all’occultamento della simbologia sessuale come nella cattolicissima Spagna del XVII secolo che costringeva le giovani donne ad appiattirsi il seno con piastre di piombo legate al petto (D Morris. L’animale donna. Mondadori 2005). La società di oggi ha però esasperato questa tendenza; due circostanze hanno contribuito a questa esasperazione; la possibilità di annullare completamente la funzione parentale della mammella con il latte artificiale, e la disponibilità della medicina a fornire la mammella ideale, quella soda, tesa e con il capezzolo all’insù dei ventanni immortalati per sempre; è la cultura dell’Homo cyborg priva di emozioni e contenuti e ricca di apparenza ed illusioni, soprattutto quella di conservare la giovinezza, raggiungere la bellezza ideale, plasmarsi addosso il corpo perfetto con ripetuti ritocchi ed aggiustamenti come si fa con i vestitini dei bambini. Un’altra spia di come l’atteggiamento culturale tipico della nostra società ha progressivamente annullato la funzione parentale della mammella deriva dalla constatazione che anche nell’espletamento della sua funzione più ovvia e naturale la mammella viene vista più come simbolo sessuale che nutritivo; a parte l’episodio citato da Morris dell’arresto di tre donne nel 1975 per atti osceni solo perché allattavano al seno in un parco di Miami, oggi (e non lo era cinquanta anni fa) è ben raro vedere una donna che allatti al seno in pubblico perché gesto considerato ormai disdicevole; le mammelle devono rimanere coperte anche durante l’allattamento perché conservano anche durante questo atto la simbologia sessuale. Ma quando si verificano così drastici cambiamenti sociali la causa non è una sola; l’atteggiamento culturale verso la bellezza e la giovinezza e l’aggressività dell’industria del latte artificiale non sarebbero stati sufficienti a determinare il crollo di questa attitudine così connaturata alla donna se non fosse intervenuto un altro elemento dalle conseguenze così sconvolgenti sulla biologia rappresentato dal lavoro femminile nella società occidentale. Giustamente il lavoro della donna è ritenuto una delle cause principali di cessazione dell’allattamento al seno e sicuramente la causa principale della riduzione dei mesi di allattamento. 158 Parte III Il lavoro nella società industriale e nella società postindustriale, così come è concepito e strutturato oggi è incompatibile con l’allattamento al seno. Inoltre si è perso nella nostra società il complesso significato del gesto; come per altri avvenimenti (la gravidanza, il parto) anche questo fenomeno è stato ridotto all’osso, è stato scheletrizzato, è stato ridimensionato all’atto nutritivo, è stato scremato di affettività, rapporto, amore, interdipendenza, legame; privato del supporto culturale sociale è stato ridotto al dare il latte, nutrire, far star bene, tagliato di tutte le altre interconnessioni; il neonato è stato sempre più caricato di aspettative e sempre meno di amore. Nella società postindustriale l’allattamento al seno non è più considerato come una fase o per lo meno una fase di passaggio, l’allattamento al seno scompare e diventa un impiccio; solo la donna che non allatta può avere l’immediato reintegro nella società del lavoro, della produttività e della carriera. La cultura medica è sempre pronta a supportare la nuova pressione socio-lavorativa ed a medicalizzare questa nuova fase come prima ha medicalizzato la gravidanza ed il parto; essa è ormai più competente sull’allattamento artificiale che su quello al seno e supporta più quello che questo, traducendo tutto nella moderna medicina che tutto snatura e tutto oggettivizza ed omologa con le curve di crescita, i percentili di normalità, le medie e le statistiche. Il controllo del bambino viene tolto alla madre, che si riscopre ignorante nell’allevamento del suo piccolo, inadatta, impreparata ed inferiorizzata, confusa e bisognosa di aiuto. Pressata dalla medicalizzazione ed ostacolata dalla società deve rinegoziare le modalità di allattamento e si rifugia nel più tranquillo allattamento artificiale, modellabile, confortante, igienico, programmabile, delegabile, controllabile. L’inversione simbolica della mammella viene rapidamente recuperata, il seno ritorna alla sua naturale funzione di organo di relazione e riprende a mandare i suoi messaggi di attrattiva velocemente coperto e pulito delle sue bianche secrezioni e sapientemente mostrato nelle giuste proporzioni. L’allattamento al seno viene relegato alla sua visione rozza, primitiva e non funzionale alla donna moderna. Se si era creato una transfer emozionale fra madre e figlio questo è stato troncato ed adeguato alle esigenze della vita moderna. La società del lavoro e della carriera oggi non concede spazi all’allattamento, non ci sono stanze riservate ed attrezzate per la madre che Allattamento del seno e società postindustriale 159 allatta, e non concede tempo a questa attività che dura troppo e fa perdere tempo. La società occidentale supporta questo atteggiamento, ed il corpo femminile sembra rapidamente diventato inadeguato; non ha latte, non ha la montata lattea, ha latte insufficiente, perde subito il latte, ha le ragadi, il bimbo non sa succhiare; la donna si è scoperta improvvisamente limitata nella sua natura di genere, istupidita dalla medicalizzazione, analfabetizzata dalla cultura medica, abbandonata dalla madre, dalla amica, dalla sua memoria storica. In Inghilterra solo il 69% delle donne inizia ad allattare e solo il 28% di esse esegue l’allattamento esclusivo per 4-10 settimane (Dykes F. Supplì and demand: breastfeeding as labour. Social Science & Medicine. 2005; 60: 2283-93). In America solo il 50% delle donne sceglie di allat- tare al seno e meno del 20% continua l’allattamento per 5-6 mesi. L’America è una nazione strutturata sul lavoro; il lavoro è sopravvivenza, è visibilità sociale, dignità, misura di potere, possibilità di nutrirsi, possibilità di curarsi, di avere una casa, di mantenere i figli, di rispettare ed essere rispettati; più che altrove in questo paese la donna è stata cacciata fuori dalla casa e dalle sue gravidanze e messa a lavorare; più che nel lavoro per soddisfare le sue necessità di base è stata inserita nella competizione lavorativa modellata sul modello maschile, fatta di lavoro estremo ed aggressività lavorativa; la work-alcoholic woman (la donna ubriaca di lavoro) è un prodotto tipico della società americana esportato nei paesi orbitanti; il lavoro per il lavoro, la gratificazione nel lavoro, il superare gli altri e se stessa nella capacità lavorativa, il superare le altre e competere con gli uomini ai più alti livelli della vita sociale e pubblica. L’accumulo per l’accumulo. L’intelligenza e le capacità utilizzate per il lavoro, il corpo e l’apparenza sfruttati per farsi strada, arruffianarsi, sgomitare i concorrenti maschi, ottenere favori, il seno esibito in maniera sapiente e furba per colpire ed aprirsi la strada. La donna non è tutta così ma il modello è presente e seguito. Può trovare spazio l’allattamento al seno in questo tipo di società? Certamente no, ma non tanto per l’impedimento in sé che l’allattamento procura alla donna che lavora, quanto per la cultura negativa di questo tipo di società nei confronti della maternità e delle espressioni bio- 160 Parte III logiche della donna; l’accettazione della donna nella competizione lavorativa è subordinata al suo annullamento procreativo; la maternità è svuotata di qualsiasi valore sociale, morale e culturale e ridotta ad assenteismo e possibilità di intralcio lavorativo; la solidarietà e la complicità della società contadina sono scomparse con la società industriale e dimenticate con la società postindustriale. Non soltanto i valori ma anche i vantaggi della maternità sono ignorati; si sa che l’allattamento al seno migliora il benessere e la salute del bambino e diminuisce l’assenteismo e lo stress materno. Ed invece il lavoro materno è associato a diminuiti tassi di allattamento al seno in ogni gruppo di età, etnia, scolarità esaminati poichè il lavoro pone oggi sempre e dovunque numerose barriere alla donna che allatta. L’ambiente del lavoro è non favorente l’allattamento al seno; nei luoghi di lavoro non vi sono ambienti puliti, riservati, o intervalli di tempo che possano permettere ad una donna di allattare. Il fatto che una donna debba contemporaneamente ricoprire un ruolo multiplo, di donna, di moglie, di madre, di lavoratrice, crea un livello di stress che oltre che influire sulla sua salute ha un effetto deleterio anche sulla produzione stessa di latte. Nelle generazioni precedenti le madri potevano contare su una famiglia estesa, sia orizzontalmente (sorelle, amiche, vicine) che verticalmente (madri, nonne, zie) che l’aiutavano e le fornivano il modello di ruolo e la guida nell’arte dell’allattamento. La società moderna ha realizzato la condizione di una donna che non ha mai visto un’altra donna allattare. È stato evidenziato come il ritorno al lavoro in meno di 4 mesi dopo la nascita anticipa lo svezzamento mentre nelle lavoratrici part-time si registra più frequentemente una durata di allattamento superiore ad un anno. Ovviamente non c’è un solo modello valido che coniughi lavoro ed allattamento al seno; per la verità oggi non vi è nessun modello realmente efficace in grado di adeguare lavoro ed allattamento, ma sicuramente è difficile ipotizzare un unico modello se non un modello adattabile che contenga elementi costanti rappresentati dalla volontà di fornire la opportunità ottimale per continuare l’allattamento al seno, una sede adeguata ed intervalli di tempo adeguati ed una organizzazione flessibile, tenendo conto che l’allattamento materno è migliorato se Allattamento del seno e società postindustriale 161 1. la madre è riposata e rilassata, ed adeguatamente alimentata 2. se le mammelle sono svuotate regolarmente 3. se il tempo in cui si attacca il bambino al seno è massimizzato e l’integrazione con sostituti minimizzata. La complessa rete di fattori individuali, sociali e culturali influenzano la possibilità di allattamento al seno; la sfida della società attuale è quella di massimizzarlo. Il problema è che l’allattamento non è un gesto automatico, scontato, costante, banale; in una determinata cultura rappresenta la via con la quale la donna negozia ed incorpora le ideologie dominanti e le norme culturali ed istituzionali con le loro realtà, le circostanze personali ed i sistemi sociali di supporto. Nella società contadina la trasmissione culturale avveniva in famiglia, nel vicinato, nel villaggio, nella comunità; ma negli ultimi cinquanta anni i primi giorni di maternità ed allattamento sono costituiti dall’ospedale e questo rappresenta il tempo durante il quale i valori culturali intorno al corpo sono esemplificati e rinforzati. La medicina non è una branca scientifica staccata dalla società, dalla cultura e dalla sua storia; non lo è mai stato in nessuna civiltà ed in nessun periodo; chi immagina la conoscenza biologica come una acquisizione asettica di scoperte oggettive ed inoppugnabili sbaglia; la medicina occidentale nello specifico è stata fortemente influenzata dall’Illuminismo, il movimento culturale sorto in Europa nel settecento che cambiò gli istituti politici, culturali e morali dell’epoca e che influenzò tutta l’Europa occidentale e che fu caratterizzato dallo sviluppo della scienza “oggettiva” e razionalistica come sorgente suprema di autorità conoscitiva. Come dice Corbett-Dick l’epistemiologia dell’oggettivismo è stata puntellata dal riduzionismo, la visione filosofica che tende a vedere i fenomeni complessi come non altro che la somma delle loro parti e dal dualismo, concetto sviluppato da Descartes, che si riporta ad una visione della mente come entità separata dal resto del corpo (Corbett-Dick P, Bezek SK. Breastfeeding Promotion for the Employed Mother. J Pediatr Health Care. 1997. 11: 12-19) portando alla dualità mente-corpo; tutti concetti che entreranno a far parte della tradizione occidentale e formeranno le basi della nostra medicina. Accanto a questi cambiamenti culturali ci furono quelli sociali; la rivo- 162 Parte III luzione industriale scompaginò la struttura demografica determinando il movimento di massa delle popolazioni dalle campagne alle città; lo sviluppo della economia capitalistica introdusse i concetti di produttività e di profitto, ed il monitoraggio dell’efficienza ed i metodi di controllo della produttività; l’individuo fu inserito nella produzione industriale e la popolazione adattata ai processi economici; si impose la separazione tra casa e lavoro. Il tempo acquistò la dimensione lavorativa; prima c’era solo il tempo della natura; nel Sesto secolo il tempo era scandito dalle campane delle chiese che indicavano le suddivisioni religiose del giorno; nell’Alto Medioevo i benedettini suonavano le campane per scandire l’ora del lavoro, l’ora della preghiera e l’ora del pasto; nella Diciannovesimo secolo l’orologio cominciò a scandire il ritmo di lavoro; dal Ventesimo secolo ci ossessiona la vita. L’Era Vittoriana ha rappresentato il periodo durante il quale l’industria e la sua principale aspirazione alla efficienza produttiva ha raggiunto il suo acme; la produttività richiedeva ritmo, regolarità, ripetitività, programmazione. Come tutti gli altri aspetti che tendono ad essere influenzati dalle ideologie correnti, queste nozioni sono state rapidamente incorporate anche nelle rappresentazioni e nelle esperienze della maternità. Le donne sono state sempre più arruolate nel progetto di “produrre” gli adulti; dal novecento c’è stato il sistematico tentativo di trasformare i bambini in macchine biologiche. Nel ventesimo secolo la settorializzazione geografica dell’attività è stata spinta all’estremo in nome della efficienza e della produttività; e vi è stato anche il drammatico aumento dell’ospedalizzazione; il parto in casa è progressivamente diventato inesistente. Nel sistema ospedale le ideologie figlie dell’Illuminismo sono state implementate ed hanno prosperato; con lo sviluppo della ospedalizzazione ed il complesso management della nascita, le donne si sono cominciate a vedere come parte della fabbrica industriale. Il travaglio di parto è stato visto come un processo produttivo, la donna come una operaia, il suo utero una macchina, il bambino come un prodotto, il medico come il supervisore della fabbrica, l’ostetrica come la “shop floor worker” che esegue le disposizioni del supervisore (Corbett-Dick P, Bezek SK. Breastfeeding Promotion for the Employed Mother. J Pediatr Health Care. 1997. 11: 12-19). Anche l’ospedale si sarebbe sviluppato seconda la concezione Allattamento del seno e società postindustriale 163 di una impresa industriale e l’organizzazione di una fabbrica con le sue procedure, i suoi tempi, i suoi ritmi da mantenere, la produttività da esibire. Seguendo questo ragionamento, articolato secondo una visione marxista di alienazione e separazione del lavoratore e del suo prodotto, la donna è disconnessa dal prodotto del suo concepimento e nascita e lo vede come gestito e controllato dal sistema; essa subisce i moderni impianti per partorire come un rafforzamento al controllo di una altrimenti imprevedibile esperienza biologica. Le recenti esperienze riguardo all’allattamento riflettono questa concezione meccanicistica, dualistica, riduzionistica e della crescente commercializzazione dell’allattamento. Esse riflettono anche il crescente imperativo medico di supervisionare e regolare il corpo femminile e minimizzare il trattamento del caos. L’ospedale diventa il luogo nel quale i principi di timing, produzione, controllo e sorveglianza predominano. Anche per quanto riguarda l’allattamento, il latte materno è presentato come un prodotto “scorporato”, prodotto in maniera meccanica come in una industria; la donna è resa invisibile ed inutile. Nel ventesimo secolo viene messa a punto e diventa centrale la programmazione e la messa in atto di rigidi controlli dell’allattamento sotto ogni aspetto. Tutto questo è difficilmente percepito come tale; la donna non si vede controllata dalla tecnocrazia ma come anzi una che usufruisce il più possibile delle risorse disponibili per ottenere la maggior tranquillità possibile di assistenza alla nascita. Oggi questo modello sembra essere entrato in crisi; negli ultimi decenni vi è una richiesta alla naturalità dell’allattamento visto come più salutare per il bambino; l’allattamento al seno è ritenuto conferire benefici nutrizionali ed immunologici di cui una parte importante della medicina si è fatta portavoce anche se persiste la cultura meccanicistica della mammella come macchina per il latte; l’allattamento insufficiente, problema scarsamente presente in natura, è un fenomeno prevalente tipicamente nelle culture influenzate dalla medicina occidentale che tende a vedere il latte principalmente come un prodotto e la scarsa produzione di latte come un fallimento della macchina produttrice; tutta l’interpretazione delle problematiche dell’allattamento al seno è vista in questa ottica; la formazione delle ragadi sono i danni prodotti dal neonato che non rispetta i tempi e macera il capezzolo da prolungato attaccamento (“Per 164 Parte III la profilassi della ragade si raccomanda che la poppata non sia troppo lunga” si scrive ancora oggi nei testi di medicina (G Pescetto, L De Cecco, D Pecorari, N Ragni. Ginecologia e Ostetricia. Società Editrice Universo. Edizione 2001). La madre ha generalmente la volontà di allattare al seno perché fa bene al bambino ma passa all’allattamento artificiale per poter riprendere la normale attività nel momento in cui il ritorno al lavoro diventa la priorità e la contraddizione della scelta scotomizzata. Queste contraddizioni non devono meravigliare; come altri aspetti della biologia femminile anche l’allattamento al seno è un processo complesso influenzato dall’atteggiamento bioculturale della società in cui viene vissuto; nel capitolo sulla storia dell’allattamento si vedrà come esso sia variato nei secoli e come profondamente su di esso abbia inciso il momento sociale; nella società moderna l’allattamento è ridotto ad un processo produttivo in cui il prodotto – il latte materno – è esternalizzato, visto come prodotto e separato dal corpo – dalla macchina produttrice -; l’ospedale, il medico, l’ostetrico, funzionano come supervisori del processo riproduttivo rinforzando l’idea e l’ideologia di produzione, fallimento produttivo, inadeguatezza produttiva, sostituibilità del prodotto, migliorabilità del prodotto. Finchè la donna non riacquisterà la proprietà del proprio corpo, la coscienza dell’aspetto relazionale ed emotivo dell’allattamento al seno e la società non supererà la concezione del corpo come meccanismo produttivo in cui l’organo funziona da macchina produttrice (l’utero che fabbrica il figlio, la mammella che fabbrica il latte ecc) e non si libererà dei tecnici che sorvegliano tutto il processo produttivo assicurando il prodotto perfetto e perfettibile, l’allattamento al seno sarà una conquista difficile ed incompleta e la spinta commerciale inarrestabile. L’alternativa all’allattamento materno ha una lunga storia; si narra che Paride neonato abbandonato sul Monte Ida fosse salvato da Artemide che lo fece allattare da un’orsa; anche Egisto si salvò perché fu allattato da una capra; ma al di là dei racconti mitologici, in epoca preindustriale la pratica più frequente era l’allattamento da parte di una altra donna che si prestava per dovere, ricompensa o affetto e solidarietà; le uniche alternative erano rappresentate dal latte modificato (per esempio diluito) di altri animali domestici o sostituti come il tè. Dagli anni venti la tecnologia ed Allattamento del seno e società postindustriale 165 il cambiamento sociale ha reso possibile in America l’allattamento artificiale come alternativa al latte materno. Le progressive acquisizioni rappresentate dalla possibilità di refrigerazione, pastorizzazione del latte di mucca, la diffusione del parto in ospedale, l’incontro e la collusione dell’industria manifatturiera con la professione medica hanno determinato la diffusione dell’allattamento artificiale che dall’America si è esteso ai gruppi immigrati ed alle altre nazioni. La medicina occidentale non soltanto ha favorito la diffusione dell’allattamento artificiale ma ha iniziato una diffusa opera di disinformazione e di allarme circa l’inadeguatezza della produzione del latte materno, del colostro, i rischi della permanenza del latte nel seno, gli eventuali effetti negativi di alcuni alimenti sul latte, e soprattutto ha instaurato le strategie per la reintroduzione precoce della madre nell’attività lavorativa (da JW Smith, MR Tully. Midwifery management of breastfeeding: using the evidence. J Midwifery Womens Health. 2001; 46: 423-438). Sono iniziate tutte le attività che hanno portato al progressivo abbandono della pratica dell’allattamento al seno e della sua trasmissione culturale; le norme ospedaliere hanno portato al precoce allontanamento del figlio dalla madre, alla fornitura gratuita di latte artificiale e di opuscoli esplicativi sulle nuove regole dell’allattamento; la medicina ha inventato nuove malattie (il capezzolo retratto, l’insufficienza della montata lattea con i relativi inutili trattamenti farmacologici), controindicazioni all’allattamento (miopia, farmaci), enfatizzazione dei disturbi (ingorgo mammario, infiammazione mammaria ecc). Inadeguato, pericoloso, scomodo, gradualmente è scivolato nelle pratiche desuete e primitive arrendendosi al moderno biberon, pronto, sterilizzato, misurato, pratico, universale. Storia dell’allattamento L’allattamento al seno è nato con la donna; come gli altri mammiferi non possono sopravvivere senza la possibilità dell’allattamento anche l’uomo non può sopravvivere senza la possibilità di essere nutrito con latte materno; anzi per l’uomo la necessità è ancora più evidente data la lunga dipendenza del neonato dai genitori; vi sono le dovute deroghe; sia nel regno animale che nel mondo umano vi sono condizioni e necessità in cui un lattante può essere alimentato da un altro mammifero che non sia la propria madre; diminuiscono le possibilità di sopravvivenza ovviamente soprattutto perché ogni specie ed ogni individuo ha il suo latte adatto; vi sono differenze nella costituzione chimica del latte che sono specie-specifici e vi sono differenze individuali in grado di esercitare la massima efficacia e protezione ognuno per il proprio pargolo; si pensi alla trasmissione delle difese immunitarie che sono specifiche per quell’individuo e quel particolare gruppo che si immunizzano verso le malattie con cui vengono a contatto e non altre, e questo tipo di immunità è in grado di trasmettere. L’allattamento al seno da parte di un’altra donna che non fosse la madre è stato avvenimento precoce nella storia dell’umanità; nato come necessità all’interno del gruppo primitivo nei confronti del bambino rimasto orfano è presumibile che data l’elevata mortalità materna questo tipo di allattamento da parte di puerpera che non fosse la madre era pratica usuale; anzi nella maggior parte di popolazioni primitive viene descritta un’altra forma di allattamento ancor più sorprendente e resa indispensabile dalla necessità, quella da parte di donna non puerpera, in genere la nonna; l’evento era frequente in piccole comunità quando la mortalità materna era elevata e non sempre era disponibile un’altra puerpera; la capacità di allattamento da parte di donna che non ha partorito non è evento eccezionale; questo fenomeno di allattamento vicario è presente in varie specie animali. Anzi a 167 168 Parte III proposito è interessante una osservazione; questo comportamento si verifica soprattutto fra le specie nelle quali la riproduzione è riservata solo alle femmine che occupano una posizione dominante rispetto a tutte le altre femmine che svolgono un ruolo di aiuto in questo processo; è intrigante l’idea che questo comportamento fa sorgere circa una evoluzione orientata verso la sopravvivenza di comunità come se questa fosse più importante di una sopravvivenza di individuo; è anche intrigante l’idea che il successo riproduttivo possa essere visto più in termini di sistema, con quello che questo implica; emerge l’importanza non (o non soltanto) dei meccanismi intraorganismici ma intercomunitari come i suoni, le immagini, gli odori, i sapori, i messaggi, le esperienze, la cultura e via salendo. Ad ogni buon conto l’allattamento vicario costituisce la prova della potenza dei meccanismi adattivi e della possibilità di richiamare ruoli materni e funzioni biologiche in caso di bisogno o di forte motivazione; viene infatti descritto anche fra madri adottive, così come un aumento della prolattina simil puerperale è descritto perfino nei maschi che assumono un ruolo parentale (LG Sobrinho. Prolactin, Psychological Stress and Environment in Humans: Adaptation and Maladaptation. Pituitary. 2003; 6: 35-39). Già durante le più antiche civiltà (egiziana, greca, romana), sebbene l’allattamento materno rappresentasse la norma, si diffuse la pratica dell’allattamento da parte di una nutrice per le donne di rango elevato, abitudine che quindi diventò e si caratterizzò come status symbol; tale pratica data perciò da parecchio e persistette nel tempo in varie modalità; si estese anche nel medioevo quando non soltanto le donne della aristocrazia ma anche le donne dalle necessarie possibilità economiche (per esempio mogli di mercanti) presero l’abitudine di far allattare i propri figli da nutrici, o per poter continuare a svolgere le proprie attività o molto più semplicemente perché il rango lo richiedeva; e la nutrice diventò un personaggio fondamentale nello scenario dell’epoca tanto che per alcuni personaggi ne è rimasta traccia nella storia, tanta la considerazione di cui godevano; per Luigi XIV è stato tramandato sia il nome che l’immagine della sua nutrice, Madame Longuet de La Giraudiere. Questa professione come vedremo è ormai scomparsa, almeno per il momento, ma ancora il Trattato Italiano di Ginecologia Storia dell’allattamemto 169 (Istituto Geografico De Agostini – Novara 1966) riporta le avvertenze da adottare in caso di allattamento mercenario (balia di 20-30 anni, sottoposta ad accurata visita medica e screening radiologico del torace e test sierologico per la sifilide, con neonato di età non inferiore ai 4 mesi proibito dalla legge italiana), che riporta a più antiche abitudini, definitivamente superate in questa loro forma. Dal 1400 cominciò ad estendersi anche alle classi agiate la diffusione dei sostituti del latte rappresentati dal latte di mucca o capra, ritenuto il compromesso ideale per la madre che non voleva sottoporsi alle fatiche ed ai rischi dell’allattamento al seno e contemporaneamente ottemperare alla educazione del proprio figliolo. J W Goethe, ne Le Affinità Elettive ci racconta come Ottilia nutre il figlio di Edoardo e Carlotta in questa maniera “in quanto avevano stabilito di non affidarlo ad una balia, ma di allevarlo con latte allungato”. Erano le tre modalità di allattamento di allora: materno – baliatico – sostituto naturale, valide in tutte le epoche, il cui peso era differente a seconda del tipo di società e di ceto; la dominante comune era però per tutte le civiltà la costante dell’allattamento al seno; solo che chi poteva permetterselo questo compito lo faceva svolgere ad un’altra, mercenaria o schiava che fosse, ma si ricordi che all’epoca l’infanzia era quella che aveva la minore considerazione ed attenzione, ed in linea di massima per assicurarsi la discendenza si faceva affidamento più sul numero che sull’individuo. Dagli anni venti cominciò la diversificazione sociale dell’allattamento; i bambini del Nord America e dell’Europa cominciarono ad essere allattati diversamente dagli altri; la sterilizzazione, l’industrializzazione ed il latte artificiale cominciarono progressivamente a condizionare le modalità di nutrizione neonatale; l’allattamento nelle zone rurali rimase differente da quello delle zone urbane; l’allattamento delle donne lavoratrici divenne differente da quello delle casalinghe, fino alla omologazione tardo industriale che impose a tutte la formula milk. Dopo la Seconda Guerra Mondiale esplose infatti il sostituto del latte ed il mercato del latte artificiale; cominciò l’invasione culturale dell’allattamento artificiale, della commercializzazione e della medicalizzazione dell’allattamento; il clima della società postindustriale condizionò anche queste ataviche abitudini e nella loro sostituzione si riconoscono tutti i meccanismi tipici di questa società: la cieca fiducia nella 170 Parte III scienza capace di costruire un latte superiore a quello naturale, il profitto derivante dalla commercializzazione del latte artificiale, il coinvolgimento di tutto l’apparato sanitario in questa opera di commercializzazione, il disprezzo dei risvolti negativi sulla salute umana derivanti da questo tipo di operazioni, fino alla presa di coscienza delle menti più sensibili ed indipendenti. Nel 1956 sorse nella stessa America, a Chicago, la Leche Legue, il primo movimento delle madri che cominciò ad opporsi all’allattamento artificiale propugnato dai medici, e che tentò di opporre alla rete costituita dai medici e dagli ospedali, una rete di aiuto madre-madre come supporto di soccorso per l’allattamento materno in opposizione al latte in polvere diffuso dalle compagnie. Oggi sembra pertanto che sia in atto il tentativo di chiudere il cerchio iniziato con la nascita dei mammiferi, che dopo aver percorso tutte le fasi evolutive di questa pratica tenta faticosamente di tornare alle origini, sempre che ci si riesca ad opporre al tentativo di sostituire i bisogni primari dell’individuo con i bisogni indotti e si riesca a distinguere la necessità del continuo miglioramento della condizione umana con i miti dalla cultura attuale, che stenta a crescere al pari della crescita tecnologica ed in tal maniera la tecnologia condiziona l’individuo e non l’individuo la tecnica. Per quanto strano possa sembrare la necessità impellente della società attuale non è più l’adeguamento tecnologico ma quello dei valori; ed è una carenza così grossa da essere diventata una emergenza, perché questa è una carenza in grado di mettere a rischio la stessa esistenza della vita sulla terra. Certo non sarà lo studio delle problematiche legate all’allattamento al seno a risolvere questi problemi, ma la sua storia aiuta a capire, a capire come la civiltà può seguire due direttive, una verso la direzione di svalorizzazione dell’individuo e di annullamento delle sue funzioni primarie, con i rischi connessi che solo la presunzione umana ha considerato di ignorare; l’altra verso la possibilità di permettere all’individuo la possibilità di svolgere al meglio le sue funzioni sfruttando le possibilità offerte dalle conquiste tecnologiche. È sorprendente considerare come lo stato di benessere raggiunto si traduca però in spazi sempre più ridotti per la salute, l’armonia individuale, familiare e Storia dell’allattamemto 171 sociale, l’agevolazione ad una vita più sana e soddisfacente per sé e chi ci circonda. L’allattamento al seno è comparso con la comparsa dei mammiferi sulla terra; anzi è stato proprio in virtù dell’allattamento, cioè in virtù del vantaggio biologico procurato dalla possibilità di poter disporre immediatamente ed in qualsiasi momento di un nutrimento pronto per la propria prole che i mammiferi hanno acquisito il vantaggio sulle altre specie; la specie umana è stata ulteriormente avvantaggiata, questa volta da un grave handicap, a dimostrazione di come l’evoluzione persegue percorsi a volte bizzarri; al contrario di tutti gli altri esseri viventi la donna si è trovata a partorire un feto non ancora maturo e molto lontano dall’essere indipendente; il feto umano nasce infatti in condizioni di grave prematurità e necessita ancora di una lunga dipendenza; questo singolare fenomeno, unico nel regno animale, è dovuto alla concomitanza di due fattori che sono intervenuti pressocché contemporaneamente nella evoluzione umana: 1) la encefalizzazione del feto umano e 2) il passaggio dell’uomo alla posizione bipede. Questi due avvenimenti hanno provocato numerosi ed importanti cambiamenti e caratteristiche di specie e non sono argomento del nostro trattare; quello che a noi interessa discutere in questa sede è che la progressiva encefalizzazione ha portato al contemporaneo aumento di volume della scatola cranica; lo spazio pelvico materno attraverso cui passare per la nascita è però diventato insufficiente ed eccessivamente ristretto e doveva seguire il parallelo aumento di volume del cranio; questo è stato possibile fino ad un certo punto e non oltre; infatti avendo nel frattempo la donna assunto la posizione bipede, non è stata più possibile una ulteriore estensione del bacino previo impedimento alla deambulazione; come fa osservare Desmond Morris già adesso la donna è impedita nel correre; una ulteriore estensione del bacino ne avrebbe impedito la deambulazione; la spinta evolutiva si è fermata allo stadio della maggior encefalizzazione possibile compatibilmente con le dimensioni del canale da parto; per questo, (non unico caso negli animali, ma certamente non comune) il parto è così doloroso e lungo nella donna; il feto deve cercarsi ed impegnarsi nella diagonale più ampia del bacino che ha a disposizione (si pensi che normalmente nel parto fisiologico il feto si impegna lungo il diametro obliquo sinistro del bacino perché supera 172 Parte III di qualche millimetro il destro) e progredire faticosamente lungo il canale da parto, alla fine del quale nasce, ma in condizione di grave dipendenza materna, con il cranio non ancora ossificato e l’encefalo non ancora maturo; senza l’immediato allattamento materno è destinato a soccombere; e questo allattamento deve anche durare parecchio, mesi se non anni, al fine di permetterne l’auto-sufficienza; ma l’allattamento nella specie umana non è soltanto trasmissione di elementi nutritivi; è anche trasmissione di affetti, nozioni, cultura, insegnamenti; mesi e mesi di questa simbiosi cementante e ricca di insegnamenti fa sì che il neonato umano non debba mai partire da zero ma con il bagaglio della cultura delle generazioni precedenti che aumenta sempre più il vantaggio rispetto alle altre specie; per gli altri animali l’indipendenza precoce e la precoce possibilità di sopravvivenza rende infatti inutile l’accumulo delle esperienze precedenti in una visione evolutiva finalizzata al mantenimento della specie; anche senza nessun accumulo di cultura la tartaruga è stata capace di arrivare fino ai nostri giorni. È la trasmissione culturale di cui parla Edoardo Boncinelli favorita appunto dal lungo periodo di dipendenza dai genitori e dalla possibilità di vivere in gruppo (E Boncinelli, G Sciarretta. Verso l’immortalità? Raffaello Cortina Editore. 2005). Quanto dovrebbe durare l’allattamento al seno? Probabilmente la durata ideale è di alcuni anni, visto che non è mai stato rilevato uno svantaggio biologico dall’allattamento prolungato. Ted Greiner (Greiner T. History of Breastfeeding. Newsletter for Christmas 1998; 34: (6): 4-5) riferisce che la durata media dell’allattamento fra i popoli primitivi era di 3-4 anni, che le donne hawaiane allattano per cinque anni e le donne esquimesi per sette anni. Anche nella cultura occidentale l’allattamento al seno è sempre stato prolungato; Mercuriale riporta come in Italia nel 1583 le donne allattavano fino al tredicesimo mese. Pratica innata, l’allattamento al seno è stato soppiantato dall’allattamento artificiale non per esigenze biologiche ma per esigenze sociali trasformate in valori culturali, come sempre succede. L’allattamento artificiale era di per sé anch’essa pratica antichissima essendo stati trovati dei vasi per l’allattamento fin nell’antico Egitto 2000 anni prima di Cristo; non era ovviamente la formula di oggi Storia dell’allattamemto 173 essendo costituito essenzialmente da latte animale; ma l’allattamento artificiale con latte animale non dava buoni risultati e tutte le annotazioni storiche sembrano concordi; nel 1660 Hans Sloan notò come la mortalità fra i bambini allattati al seno fosse del 19% e quella dei bambini allattati artificialmente del 54%; nel 1763-5 di 132 bambini allattati con latte di mucca diluito, pappe, zuppa e sidro solo 5 ne sopravvissero e per questo nel 1753 la Svezia impose addirittura una multa per le madri che non allattavano al seno (Greiner T. History of Breastfeeding. Newsletter for Christmas 1998; 34: (6): 4-5). D’altra parte è ampiamente noto come negli orfanotrofi del XVII-XIX secolo la mortalità neonatale fra i lattanti allattati con latte animale fosse spaventosamente elevata, da cui la continua ricerca di una sostituzione di latte di donna alla mancanza del latte materno, che dall’antichità costituiva la vera alternativa; menzione ne troviamo già nella Bibbia (“Vado a chiamarti una donna che allatti fra le Ebree: allatterà per te il bambino”. Exodus 2: 7) come pratica comune nell’antico Egitto; a questo si aggiunse tutto un corollario di attributi necessari perché si pensava che con il latte non si trasmettesse solo un elemento biologico ma anche predisposizioni e valori; il latte non era solo un liquido naturale ma un fluido prezioso, ricco di magia e di valori; con esso si trasmetteva l’intelligenza, il sentimento, la moralità, oltre che la vita; per questo la nutrice era attentamente considerata; non soltanto doveva essere sana nel fisico per non trasmettere malattie ma anche sana nel carattere e nobile nell’animo per poter trasmettere con il latte i giusti valori che formassero il carattere ed influenzassero la predisposizione psichica dell’allattato. Va da sé che nel tempo questo tipo di allattamento diventò mercenario e diventando mercenario passò ad identificare un tipo di acquirente (quello che poteva permetterselo) e scivolò ben presto a costituire un simbolo. La possibilità di usufruire dell’allattamento mercenario divenne per secoli segno di prestigio e di distinzione sociale che dal medioevo cominciò a passare dall’aristocrazia alle classi medie, modificazioni agevolate dall’epoca in cui si svolgevano, una epoca in cui il distacco madre figlio era imposto e molto formale; finchè nel 1762 Jean Jacques Rousseau cominciò a tuonare contro questa pratica e contro le donne che evitavano di allattare direttamente i propri figli facendoli allattare dalle balie; Rousseau, nato nel 1712 e morto nel 174 Parte III 1778 esercitò enorme influenza propugnando una educazione “naturale”, priva dei condizionamenti sociali che potessero ostacolare la crescita “naturale” dell’individuo; in questo senso egli fu enorme propugnatore dell’allattamento al seno e fustigatore di tutte le abitudini dell’epoca che tendevano ad incappucciare, avvolgere, fasciare, immobilizzare il neonato. La sua influenza fu enorme come abbiamo detto, ma non determinante. La prima pompa per aspirare il latte comparve in Italia nel 1577 e la prima banca del latte a Boston nel 1910 (Greiner T. History of Breastfeeding. Newsletter for Christmas 1998; 34: (6): 4-5). Ma solo la tecnologia del ventesimo secolo cominciò a fornire latte sterilizzato e ad invogliare all’allattamento artificiale; i primi a farsi coinvolgere commercialmente furono i pediatri, come denunciarono gli ostetrici a Parigi nel 1903 (ma ben presto anch’essi li avrebbero seguiti e per certi versi superati). Nel 1867 infatti l’industriale svizzero Henri Nestlé aveva cominciato la produzione del latte in polvere che avrebbe aperto la strada all’allattamento artificiale moderno che tanta diffusione avrebbe poi avuto soprattutto a causa di un altro evento sociale determinante che da quegli anni si sarebbe cominciato ad imporre: la nascita delle fabbriche e l’ingresso massivo delle donne nel mondo del lavoro e nei suoi luoghi, incompatibile con i ritmi della maternità e dell’allattamento al seno che coniugandosi ai fenomeni dell’urbanizzazione, dell’industrializzazione e della presunzione tecnologica che il latte in polvere potesse eguagliare e superare le qualità del latte materno avrebbe determinato il declino dell’abitudine all’allattamento al seno fino alla Convenzione sui Diritti dell’Infanzia del 1989 a New York in cui si prese una decisa posizione e si sancì la protezione ed il sostegno all’allattamento al seno, mettendo fine anche a tutti i numerosi pregiudizi che nel corso dei secoli si erano accumulati nei confronti del latte materno; tanto per fare qualche esempio nella seconda metà del XIX° secolo si pensava che il latte materno se assunto a lungo per tre anni poteva provocare l’epilessia; il colostro rappresentava il tabù maggiore tanto che spesso si raccomandava di aspettare il quinto giorno per incominciare l’allattamento; altri ritenevano che si dovesse attaccare il bambino addirittura dopo venti giorni nutrendolo nel frattempo con latte di altra donna. Molti di quelli che oggi defini- Storia dell’allattamemto 175 remmo consigli spazzatura erano nati secoli addietro ma affiorano saltuariamente nella memoria storica delle genti; nel decimo secolo cominciò a diffondersi la teoria della necessità di disciplinare le necessità del neonato e di non permettere che il bambino si attaccasse al seno a suo piacimento e questi consigli è dato ascoltarli ancora oggi; nel 1653 Pernell consigliava di non permettere che il bambino si attaccasse spesso ed a lungo ed ancora oggi sono in uso i tempi di attaccamento al seno da rispettare e non superare; nel 1697 Pechey e nel 1699 Ettmuller scrivevano che il troppo allattamento era causa di malattie (Greiner T. History of Breastfeeding. Newsletter for Christmas 1998; 34: (6): 4-5) ed ancora oggi sopravvive la convinzione che l’allattamento al seno debiliti la puerpera, e si potrebbe continuare a lungo. La figlia del Faraone le disse: ‹‹Prendi questo bambino e allattalo per me: ti darò il tuo salario››. La donna prese il bambino e lo allattò. (Esodo 2,9) La storia dell’allattamento comprende un altro importante capitolo: l’allattamento al seno da parte di una donna che non è la madre. Questa è passata come storia del baliatico, in linea di massima allattamento al seno dietro compenso, ma questo non è sempre stato così né è una storia finita. Anzi proprio oggi, in cui si sta prendendo una maggiore coscienza dell’importanza dell’allattamento al seno, si sta sviluppando una forma di aiuto reciproco fra donne riunite in forma di gruppi di sostegno, in cui le donne cercano di superare le difficoltà sociali dell’allattamento al seno sia sostenendosi psicologicamente sia soprattutto materialmente, offrendosi di allattare al seno figli non propri. Questa nuova forma di wet nursing (baliatico) sorta in gran parte spontaneamente, è una forma di solidarietà femminile tenera e commovente che partendo da una forte presa di coscienza sull’importanza dell’allattamento al seno rispetto all’allattamento artificiale, matura l’esigenza di estendere e compartecipare questa convinzione alle altre donne; ma si spinge anche oltre; infatti soprattutto le esigenze lavorative stanno spingendo le donne che intendono continuare ad allattare a cercare e dare l’allattamento al seno nei momenti in cui sono impossibilitate, in genere per impegni lavorativi momentanei ed improrogabili. Frequente la situazione in cui la donna che ha un impegno 176 Parte III fisso una determinata mattina della settimana chiede o cerca una amica disposta ad allattarle il figlio quella mattina, ovviamente contraccambiando nel caso alla stessa o ad altre madri. Questa forma è svolta, nella gran parte, gratuitamente, per convinzione ed amore, e quindi la differenzia dalla classica forma del baliatico mercenario; la sua importanza deriva non soltanto da questa nobiltà del gesto, ma da una formidabile presa di coscienza che tenta di superare tutti gli ostacoli sociali, che sono molti, e tutta l’insensibilità ed immobilità organizzativa della nostra società spingendo la donna, come in genere avviene in situazioni in cui si creano condizioni di estrema costrizione, a sopperire alle necessità aiutandosi reciprocamente. Questa forma era presente, neanche mezzo secolo fa, nel paese, e costituiva, quando il paese formava una piccola comunità fondata su sentimenti forti di appartenenza e gruppo, la forma naturale per far fronte alle improvvise emergenze dell’impossibilità ad allattare al seno, o per lavoro o per malattie, che allora erano frequenti ed erano rappresentate soprattutto dalle malattie materne sia locali di organo, localizzate alla mammella (come mastiti, ragadi ecc), sia sistemiche perché comuni erano le malattie infettive. L’allattamento di sostegno è una forma recente, ma riteniamo destinato a diffondersi; esso è per ora costituito da donne fortemente coscienti e motivate e che costituiscono una avanguardia, ma la via intrapresa è bella e coinvolgente; la nostra società non può continuare il cammino imboccato finora, ed avendo assaporato l’insulsaggine del bisogno indotto, necessariamente deve tornare all’esaudimento del bisogno reale; raggiunte le vette della tecnologia deve recuperare i valori persi per strada ed imparare a conciliarli con il benessere economico e la fratellanza umana; anche per questo i gruppi di sostegno sono una conquista di civiltà, piccoli germogli e semi sparsi nel mondo. Il passaggio da queste iniziative ad una risoluzione organica sociale dell’allattamento al seno è invece altro e ben più difficile problema. Attualmente va diffondendosi e strutturandosi la cosiddetta banca del latte materno; si tratta di un luogo e di un servizio organizzato per la raccolta, la conservazione e la distribuzione di latte umano donato; il latte viene prelevato dopo accurata selezione delle donatrici, viene sottoposto a pastorizzazione che ne evita la contaminazione batterica e ne permette la conservazione delle proprietà nutritive, viene conservato e Storia dell’allattamemto 177 tenuto a disposizione; un uso estremamente utile si sta rivelando quello attuato nei reparti dei prematuri per i vantaggi che questi ricevono non soltanto sul piano nutritivo, ma nei confronti delle infezioni e dello sviluppo delle allergie. Molte donne accettano con entusiasmo questo piccolo e prezioso dono; se fossero maggiormente noti gli enormi vantaggi che in tante di queste situazioni esso procura e le sofferenze che contribuisce ad eliminare sicuramente questa forma di amore verso gli altri troverebbe maggiore diffusione. La storia del baliatico mercenario non è una storia allegra né nobile; è la storia dello sfruttamento del corpo femminile, accettato pianificato controllato, diverso dall’altro grande sfruttamento dello stesso corpo, quello sessuale, ma che ha ugualmente raggiunto elevati livelli di miseria e crudeltà; è un capitolo poco conosciuto ma vale la pena rifletterci. La storia della donna poteva seguire percorsi diversi, esaltarne e valorizzarne le sue possibilità biologiche e le sue caratteristiche di genere, esaltarne le qualità e premetterne l’espressione sociale, ed invece le ha strumentalizzate e mercificate, ieri più di oggi ovviamente, quando la miseria rendeva più crudi e più duri i rapporti di forza. Il baliatico, cioè l’allattamento al seno di un figlio non proprio effettuato per compenso e più raramente per solidarietà, probabilmente è sempre esistito e probabilmente è nato dalla esigenza scaturita dalla elevata mortalità materna durante il parto quando l’unica possibilità di sopravvivenza per il neonato orfano derivava dalla possibilità che un’altra donna si facesse carico di allattarlo al seno, donna in genere rappresentata da una parente o da un’altra donna dello stesso gruppo o della stessa comunità; l’allattamento da animale, seppur anch’esso da sempre utilizzato fin dall’antichità, è stato considerato sempre l’ultima opportunità perché da sempre riconosciuto inferiore a quello umano, il che si traduceva automaticamente in aumento di mortalità infantile. L’allattamento baliatico trova la sua diffusione sociale nella esigenza di assicurare la sopravvivenza della prole che costituiva l’esigenza primaria non soltanto di una famiglia ma anche di una comunità; la sopravvivenza della prole ha fatto sviluppare il baliatico anche sotto un altro aspetto, se si vuole più sottile; in epoche in cui la mortalità infantile era elevatissima, i mezzi che una famiglia aveva per aumentare le possibilità di discendenza erano legati al numero di figli; più figli face- 178 Parte III va più chances aveva che qualcuno sopravvivesse; ma per fare molti figli era necessario che la donna fosse sempre fertile e l’allattamento annullava la fertilità per troppo tempo, come tutti sanno (tranne gli attuali ostetrici che si ostinano a consigliare spirali e contraccettivi ormonali). La prima dissociazione storica fra maternità ed allattamento si creò per questo motivo; le famiglie che potevano, davano il figlio a balia perché la donna potesse tornare ad essere fertile in breve tempo; al riguardo Valerie Fildes cita l’esempio della moglie di tale Antonio di ser Tomaso Masi, che morì nel 1459 all’età di cinquantasette anni dopo aver messo al mondo 36 figli di cui al momento della sua morte ne erano vivi solo nove maschi; tutto questo fu possibile perché 28 figli furono messi a balia (e ne furono messi a balia solo ventotto perchè gli altri otto erano deceduti alla nascita o subito dopo) (da Valerie Fildes. Madre di latte. Edizioni San Paolo 1997). Secondo Morris, che non è un medico e perciò è forse più interessante la sua opinione, la donna può allattare regolarmente al seno per un periodo di due anni; in questa maniera, e senza prolungare deliberatamente l’allattamento a scopo antifecondativo, la donna dovrebbe essere in grado di avere un figlio ogni tre anni; considerando che nella donna il periodo di capacità riproduttiva è globalmente di circa trent’anni, si evince che ogni donna potrebbe avere un massimo di dieci figli (D Morris. La scimmia nuda. Tascabili Bompiani. XVII Edizione 2004). Come si vede il baliatico è stato in grado di triplicare la possibilità di avere figli. Su questo nocciolo antropologico si sono poi sviluppate le miserie del baliatico, le schiave da latte, la trasformazione della donna in animale produttore di latte, la mercificazione dell’allattamento materno, che purtuttavia non sempre è stato un fenomeno negativo in tutti i suoi aspetti; per molto tempo il mestiere di balia è stato per la donna non soltanto l’unico mestiere che ne assicurasse la sopravvivenza ma anche il mestiere più dignitoso e remunerato. Ma il commercio del latte materno ha innescato vari meccanismi: uno è stata la possibilità di affrancare le donne che potevano permetterselo da questa incombenza, o spinte come abbiamo detto dalla costrizione di dover svolgere intensivamente il loro ruolo di fattrici, ma sia anche dalla possibilità di liberarsi da un compito così gravoso e dal rischio paventato di rovinarsi il seno con l’allattamento prolungato. La Storia dell’allattamemto 179 balia da parte sua ha oscillato nelle varie epoche e situazioni dalla condizione di vittima inerme (nel Sud schiavista degli Stati Uniti il padrone selezionava e fittava una schiava da latte durante uno dei più terribili, crudeli ed oscuri momenti della storia umana) a donna senza scrupoli che premeditatamente cercava una gravidanza per poi abbandonare il bambino subito dopo il parto e proporsi come nutrice a pagamento, condizione in grado di assicurarle agio economico e prestigio. Le consuetudini sociali che imponevano il mantenimento di un ruolo sociale che comprendesse la messa del bambino a balia (dall’antica Roma all’inizio del novecento) ha determinato la prima forma di concezione di maternità non soltanto dissociata (l’allattamento distaccato dalla maternità) ma anche la prima forma di concezione del ruolo di madre riproduttiva, limitato alla nascita e non alla crescita ed alla educazione del bambino, fenomeno che si è anche vieppiù diffuso oggi nel momento in cui è esploso l’allattamento artificiale (praticabile da chiunque) e la fenomenologia della baby sitter che hanno portato sempre più la maternità verso la strada della riduttività biologica. La mercificazione dell’allattamento materno aveva esaltato due caratteristiche della condizione femminile presenti prima della emancipazione della donna: una era quella del ruolo riproduttivo; il compito, e per alcuni momenti storici il dovere sociale della donna, era quello di fare figli a cui si associava il concetto di produrre latte, che nella contrattazione del baliatico veniva esaminato, valutato, giudicato al pari del latte prodotto da un qualsiasi animale. Il secondo era il ruolo di sottomissione della donna al potere maschile in una concezione, più o meno manifesta ma sempre presente, che il latte della donna fosse di proprietà del marito che era poi quello che addirittura conduceva la trattativa; l’uomo contrattava e vendeva il latte della moglie e volendo, poteva anche rifiutare che la moglie allattasse un figlio, suo o di altri, nel timore che si rovinasse il seno, questo suo giocattolo di piacere, una preoccupazione che sussiste ancora oggi, e che non rappresenta un segno di rispetto verso la donna, ma il persistere e riaffiorare della concezione di donna oggetto della quale proprio il seno costituisce l’organo- simbolo del godimento sessuale maschile. La trasformazione della donna in strumento biologico fu permessa e resa ancora più evidente dalla concezione aristotelica che permase viva 180 Parte III fino al tardo medioevo ed oltre; si pensi che le medicine non andavano somministrate direttamente al neonato ma alla balia attraverso cui ed il suo latte dovevano esercitare i loro effetti; ella fra l’altro era bene o male sempre responsabile della salute del neonato verso le cui malattie non aveva difese e nei secoli bui della facile accusa di stregoneria la nutrice si trovava talvolta a pagare con la vita l’ignoranza medica e la misoginia dell’epoca. Era diffusa la concezione che il latte non fosse soltanto un liquido biologico, ma fosse in grado di trasmettere altri contenuti, psicologici, intellettivi, morali e religiosi; da questo scaturiva l’imposizione alle balie di regole rigorosissime fra le quali il divieto di avere rapporti sessuali che si riteneva fossero in grado di rovinare il latte (!), ed il divieto di allattare bimbi di religione diversa (abituale il divieto di allattare bambini ebrei o mussulmani); erano per questo preferite donne di un certo ceto e di decorosa storia familiare, da cui la rincorsa della nobiltà ad accaparrarsi le balie più eleggibili e la creazione di una stratificazione sociale di valore delle balie che resero questo commercio variegato e per molti aspetti crudele. La rivoluzione francese rappresentò il cambiamento epocale della concezione dell’allattamento al seno sia come rifiuto della moda imperante della diffusione del baliatico come status symbol che trovava nella nourrice royale (la nutrice reale) l’emblema dell’ancienne regime a cui le donne aspiravano e che la rivoluzione condannò, sia come spinta alla concezione della maternità come dovere sociale per cui la donna che si rifiutava di allattare al seno veniva vista come controrivoluzionaria. Erano tempi tristi, di miseria morale e di ancor maggiore miseria umana; la donna era vittima, ma ancor più vittima era il bambino e la vittima più vittima di tutti la bambina, quella di minor peso sociale; i figli erano visti come risorse, meritevoli di considerazione solo se potevano rappresentare un valore altrimenti costituivano un peso; l’elevata mortalità infantile abituava ai calcoli (bisognava fare molti figli per avere qualche possibilità che qualcuno sopravvivesse); si sapeva che pochi avrebbero raggiunto l’adolescenza ed ancor meno l’età adulta e questo costringeva a non affezionarsi; i neonati dati a balia in campagna, potevano passare di balia in balia in una specie di inumano subappalto; morivano e venivano seppelliti lì dove si trovavano ed i genitori Storia dell’allattamemto 181 ne venivano a conoscenza molto dopo e spesso lo presumevano soltanto; la morte banale, quella da schiacciamento involontario nel letto da parte della balia che addormentandosi mentre allattava o girandosi durante il sonno soffocava inavvertitamente il bambino affidatole, veniva accettata con rassegnazione; le donne abbandonavano i figli propri per essere arruolate come nutrici, o li abbandonavano nelle mani di nutrici più scadenti, ben sapendo a quali scarse possibilità di sopravvivenza li condannavano pur di potersi proporre esse stesse come nutrici; altre li uccidevano direttamente, ed i medici dell’epoca erano tristemente abili nell’individuare la caratteristica forma oblunga assunta dalla testolina del neonato schiacciata fra le gambe della madre; erano i tempi degli “esposti” e della ruota (la struttura rotante che permetteva alla madre di abbandonare il proprio figlio senza essere vista), della mortalità infantile negli orfanotrofi che raggiungeva punte del novanta per cento; delle città insalubri che producevano epidemie (come oggi producono smog per la verità), dei tuguri malsani ed umidi dei contadini dove convivevano bambini ed adulti, uomini ed animali, gelidi di inverno e torridi di estate; tempi di scarsa igiene, quando l’acqua non si usava per lavarsi perché ritenuta dannosa (soprattutto l’acqua calda dilatando i pori si temeva favorisse la fuoriuscita degli umori corporali provocando malattie gravi quali l’idiozia o l’aborto); la pulizia quotidiana era rappresentata da una grossolana strofinatura della testa e delle orecchie con un panno umido e da uno risciacquo della bocca; questo a tutti i livelli; gli aristocratici soltanto aggiungevano la pratica della incipriatura, comparsa nel 1593 per la prima volta e che rappresentava la garanzia di adeguata igiene personale (V Fildes. Madre di latte. San Paolo Edizioni. 1997); tempi delle false credenze e delle superstizioni, delle cure peggiori dei mali, quando la puerpera che allattava, debole o malata veniva sottoposta al rimedio ritenuto allora più efficace per la donna, il salasso. Eppure in quei tempi l’allattamento al seno rappresentò la chiave per la sopravvivenza della specie e di molte donne che vendevano il loro unico bene che fossero in grado di commerciare, il loro latte; la balia era forse l’unica professione che potesse assicurare ad una donna di scarse risorse qualche possibilità di sopravvivenza ed a volte anche un inserimento dignitoso nella società ed adeguate possibilità di progressione sociale e civile. 182 Parte III Con l’avvento della società industriale questo non si sarebbe più ripetuto; la donna avrebbe continuato a vendere di sé solo il proprio corpo, ma non più il proprio latte. Le tradizionali opportunità di lavoro per la donna erano fino ad allora rappresentate dalle professioni di domestica, filatrice, sarta, fiammiferaia, contadina. Dalla seconda metà del XIX secolo si aggiunse quello di operaia e si instaurò una seconda divisione sessuale del lavoro, di quei lavori cioè dell’industria ritenuti adatti alla donna: nel settore tessile soprattutto, e poi nel calzaturiero, alimentare, del tabacco, delle pelli. Le necessità economiche spinsero la donna nella fabbrica, che si rivelò per la sua salute un luogo ancor più distruttivo della sua casa; la media delle ore lavorative oscillava intorno alle dodici ore quotidiane, ma in alcune parti si arrivava alle sedici ore al giorno; solo nel 1914 Henry Ford portò la giornata lavorativa ad otto ore, e fu l’unico. Queste condizioni rendevano l’allattamento al seno praticamente impossibile; ma era anche saltato il sistema sociale di assistenza baliatico, la balia diventò un bene raro e prezioso che si poteva ancora vedere con la classica divisa nei giardinetti pubblici ad allattare i figli della ricca borghesia, ma era scomparsa come fenomeno di massa ed opportunità di lavoro (si pensi che nella sola Parigi nel 1830 i soli bureaux privati avevano alle loro dipendenze oltre 11.000 balie) (Valerie Fildes. Madre di latte. Edizioni San Paolo 1997) e la balia fu sostituita dal latte artificiale, molto più economico, moderno e pratico; e questa come sappiamo è storia di oggi. Rompere le barriere Le barriere che si interpongono all’allattamento al seno sono come abbiamo visto numerose e sono tutte di origine socio-culturale; esse potrebbero sintetizzarsi in un atteggiamento che si esprime fondamentalmente, al contrario di quello che si dice e si pensa, contro la maternità che non soltanto non viene agevolata dalla società attuale ma ne viene anzi ostacolata. Le principali barriere che si oppongono all’allattamento al seno possono essere individuate essenzialmente in 1. lavoro femminile 2. conflitto di interessi 3. ignoranza della medicina 4. breakdown della trasmissione culturale. La barriera principale per l’allattamento al seno è costituita dal lavoro. Il lavoro coinvolge oggi la maggior parte delle donne nel mondo occidentale ed occupa gran parte della vita della donna; ed è strutturatamente anti-donna. La società si è evoluta su una fondamentale suddivisione dei compiti: l’uomo con il compito di procurare il cibo e la donna con il compito di allevare i figli e mantenere le interrelazioni intra ed inter-familiari; anche biologicamente l’individuo si è evoluto per assolvere questi due compiti: l’uomo biologicamente più adatto alla caccia, alla corsa, alla resistenza, allo sforzo, alla fatica, al rischio di morire presto (la perdita di un uomo per l’evoluzione della specie è ininfluente perché un solo uomo ha la possibilità di fecondare centinaia di donne); la donna biologicamente strutturata fondamentalmente per la maternità, l’accudimento dei figli (e dei figli dei figli), l’abilità manuale più fine, la comunicazione, la longevità. Alcune società si sono evolute in senso fortemente maschilista penalizzando in varia maniera la donna subordinando la sua autonomia, 183 184 Parte III libertà ed indipendenza al cibo che l’uomo era in grado di procurare ed alla difesa della famiglia che in virtù della sua forza fisica era in grado di assicurare. La società si è evoluta, la caccia si è trasformata in lavoro ed il lavoro ha acquisito una diversa valenza sociale; esso significa sopravvivenza ma anche indipendenza, dignità, autonomia, prestigio, visibilità, qualità di vita, benessere, lusso, potere. La donna occidentale è stata ovviamente attratta da questa possibilità ed oggi ne percorre tutti i gradini fino alle più elevate leve di ricchezza/potere dove tutto si confonde ed i valori basilari di famiglia, etica, solidarietà (con le dovute eccezioni se ce ne sono) si annullano. Ma questo è un mondo costruito su un modello strutturatosi al maschile dove ovviamente lo spazio per la maternità non è mai stato contemplato; la donna che si affaccia a questo mondo e vuole intraprendere questo percorso ha cominciato ad adattarsi alle sue regole e si sta progressivamente smaternizzando man mano che ne sale i gradini; anzi l’impressione è che si sta mascolinizzando nell’accettazione dei comportamenti e delle regole non scritte maschili; questo è oltremodo evidente nelle professioni in cui l’utente è proprio la donna, come la medica ginecologia; nel rapporto con l’utente donna la donna professionista ricalca il ruolo che è andata a ricoprire; se questo è un ruolo tradizionalmente maschile ne ricalca i comportamenti maschilisti; la ginecologa, che costituisce ormai la maggioranza fra le nuove leve, non ha apportato nessuna novità nella pratica ginecologica verso una minore aggressività, o ingentilimento o umanizzazione; la donna continua a partorire secondo la professionalità maschilista e continua ad essere medicalizzata alla maniera maschile; l’essere donna non si esplica nell’espressione della sua professionalità; semmai viene sfruttato dalla professionista (attraverso le armi della femminilità e della seduzione femminile) per occupare spazio professionale e progressione di carriera in un mondo in cui il potere dominante è ancora quello maschile, il cui esempio estremo è la sistemazione della amante del sempre presente barone in posizioni di prestigio. Nelle stesse professioni dove il ruolo è tradizionalmente quello femminile il comportamento è invece completamente differente; l’ostetrica moderna ha nei confronti della donna utente un comportamento completamente differente che si esprime, oltre che con la preparazione scientifica, con la comprensione, la complicità e finanche la difesa dall’atteg- Rompere le barriere 185 giamento aggressivo del medico che molto spesso è oggi appunto il medico-donna. Questo atteggiamento culturale pesa ovviamente molto nel comportamento della donna di oggi; essa si adegua al modello lavorativo maschile e la sua rivendicazione di genere è ancora molto debole e non è ancora arrivata al nocciolo, alla rivendicazione di genere che intacchi l’organizzazione maschile del lavoro che è fondamentalmente ancora quella dura della società industriale; la pretesa del rispetto della biologia femminile con i tempi della gravidanza e dell’allattamento rappresenterebbe una rivoluzione organizzativa che oggi nessuno ancora si è neanche immaginato di proporre. Il lavoro che rispetti la biologia femminile è un concetto che nessuno riesce ancora ad immaginare nella pratica perché eccessivamente sconvolgente non soltanto per l’organizzazione del lavoro ma anche per l’organizzazione sociale. L’età biologica per la prima gravidanza si inserisce all’interno ancora del percorso formativo della donna e se dovesse avverarsi una gravidanza in questa fase rappresenterebbe una interruzione di tutta la possibilità realizzativa del futuro lavoro; nella società attuale la sua realizzazione rappresenta uno sconvolgimento ed un ostacolo familiare e sociale e viene disapprovato anche dagli stessi familiari che pur avrebbero possibilità economiche per far fronte a questa condizione; al rispetto della biologia è preferito il rispetto del lavoro in tutte le varie stratificazioni della società; il condizionamento è talmente forte che dei genitori che volessero accollarsi l’onere del mantenimento di una famiglia nel rispetto dei tempi biologici che coincidono con i tempi dello studio della coppia e della iniziale instabilità lavorativa sarebbero disapprovati innanzitutto dai figli stessi tanto forte è il condizionamento culturale e l’importanza data al lavoro oggi. Noi crediamo (e speriamo) di essere solo all’inizio di un cambiamento fondamentale nell’organizzazione lavorativa e sociale destinata a diventare più rispettosa della biologia umana, il che vuol dire più rispettosa della persona e più fondata sull’esaudimento dei bisogni primari. D’altra parte vi è anche il crescente rifiuto della donna che vede la maternità come un ingombrante impaccio al suo lavoro; nel mondo del lavoro di oggi la maternità non aiuta in nessuna maniera ma toglie soltanto; è una interruzione temuta, un dovere-bisogno che necessita di 186 Parte III una opportuna programmazione perché non penalizzi eccessivamente il percorso lavorativo; la maternità è temuta dall’azienda che lamenta l’eccessiva quantità di malattie per gravidanza a rischio; la lavoratrice non in carriera si rifugia in effetti facilmente nella molto spesso pretestuosa gravidanza a rischio per sfuggire ad un ambiente di lavoro inadatto alla maternità e sfruttando le crepe della normativa vigente; questo almeno in Italia dove è ancora possibile e si verifica questo fai da te che è il compromesso di una società che vede l’evento gravidanza completamente disinserito dai ritmi e dalle possibilità dell’ambiente lavorativo; nel mondo del lavoro non si rimane gravide e se qualcuno lo vuole si arrangi come può; continuando ad andare a lavorare anche con una minaccia di aborto se è una lavoratrice precaria e teme la ritorsione del datore di lavoro o del manager di turno, mettendosi in malattia per tutta la durata della gravidanza se è una lavoratrice protetta, continuando a lavorare per tutta la durata della gravidanza se è una lavoratrice autonoma, rinunciando alla maternità se è una donna in carriera. Da parte sua la donna oggi non ha ancora completato il suo processo di completa realizzazione ed uguaglianza, e questo soprattutto proprio per quanto riguarda il mondo del lavoro. Allo stato attuale il mondo del lavoro è ancora abitato dall’uomo e come tale la donna lo avverte; non ha ancora pienamente realizzato le pretese paritarie ma sta ancora entrando; ha superato la rivendicazione vetero-femminista quando annullava la sua identità di genere contestando l’abbigliamento femminile il cui simbolo è per tanto tempo stato il reggiseno; era la iniziale lotta della affermazione di uguaglianza con il maschio, l’annullamento di genere. Oggi questo stadio è stato superato, ella si presenta come donna ed esalta le sue caratteristiche di femminilità; accentua il seno, le labbra, le natiche e sfrutta le sue possibilità seduttive e le debolezze del maschio per farsi strada e salire ai vertici; ha buttato via la gonna ma non per rivendicare la sua uguaglianza con il maschio e rigettare il suo essere solo una donna oggetto; non indossa più la gonna semplicemente perchè è poco pratica ed è molto più funzionale il pantalone, ma non rinuncia alla sua femminilità, al suo dichiarare di essere una donna; costretta a coprire le gambe per motivi pratici scopre l’ombelico esibendolo come richiamo sessuale e valorizzandolo con il piercing e se non fosse sufficiente si è lanciata a scoprire il sedere adottando il Rompere le barriere 187 “Bumster”, il pantalone a vita bassa che lascia vedere l’iniziale solco fra le natiche ivi compreso, in un pessimo sforzo di cattivo gusto, lo slip ridottissimo ammiccando a visioni e promesse di ruffianeria femminile. È lo stadio intermedio (almeno si spera) della crescita della donna verso una vera uguaglianza che mira a superare secoli di evoluzione; una uguaglianza dove i due generi umani sono in grado di eseguire gli stessi compiti sociali nel rispetto della loro differenza biologica; se queste due culture riusciranno ad integrarsi ed a sommare le loro diversità il vantaggio per l’umanità sarà enorme non verso conquiste materiali che sono arrivate al limite evolutivo ed al rischio involutivo, ma verso le conquiste di valori, i soli in grado di accrescere il benessere e rendere il mondo migliore. Il mondo del lavoro è il più serio ostacolo all’allattamento al seno; esso deve fare lo sforzo di aprirsi a questa pratica e questo può avvenire sia nella sua struttura che nella sua organizzazione. La salute del bambino merita questo dovere e questo rispetto; piacerebbe che il mondo del lavoro abbandonasse i miti della produttività e dell’efficientismo fordiano per acquisire produttività sviluppando i concetti della solidarietà e del rispetto; ma l’amore verso la maternità è un altro discorso; è un dovere di specie, il rispetto della sopravvivenza che deve essere osservato e sublimato. Le mansioni, i luoghi, i tempi del lavoro devono essere adattati alla donna madre che deve sentire come suo naturale diritto e non come rivendicazione; una flessibilità adattata alla maternità, matura, cosciente, aperta senza i trucchi del datore di lavoro e le furbizie della gravide. Il fatto che questo non si realizzi neanche nelle grosse organizzazioni pubbliche che pur agevolmente potrebbero mettere in pratica le opportune iniziative, sta a significare che ancora vi è bisogno di un cambiamento culturale. Se un simile obiettivo si realizzasse in alcune strutture, come per esempio le scuole, si otterrebbe un duplice obiettivo: primo quello di favorire l’allattamento al seno permettendone il rispetto degli orari, e secondo quello di fornire alle future generazioni un valido esempio ed insegnamento futuro; l’insegnante che interrompe la lezione per andare ad allattare invece di “mettersi in malattia” o di saltare le poppate sarebbe uno splendido insegnamento di vita e di riequilibrio di valori per i giovani. Senza contare la produttività; siamo veramente sicuri che una dipendente produca di più se 188 Parte III viene forzato al lavoro con l’ansia del mancato allattamento e la preoccupazione del figlioletto a casa che non una lavoratrice serena ed entusiasta di poter felicemente coniugare il suo ruolo di madre? Ed anche a considerare la peggiore delle ipotesi, che vi sia una perdita di produttività, quanto una società è disposta a pagare per assicurare la cura dei suoi figli? È veramente così impossibile assicurare sul luogo di lavoro spazi adeguati, puliti ed attrezzati per il mantenimento dell’allattamento al seno? È tollerabile l’insensibilità attuale di una società che non si preoccupa che questo non avvenga in nessun luogo di lavoro? Il sistema sanitario è stato contemporaneamente il più potente dissuasore dell’allattamento al seno ed il più importante canale promozionale dell’allattamento artificiale; questa opera di promozione è stata per molti anni sfacciata, esibita, imposta con le più subdole astuzie di una vigorosa campagna di marketing; il danno causato dal sistema sanitario, in prima persona dai medici, è stato incalcolabile; l’interesse privato innegabile, l’attività solo in minima parte involontaria. La pressione all’interno dell’ospedale, il luogo che avrebbe dovuto difendere la madre ed a cui lo stato ha delegato completamente la salvaguardia della salute dei suoi cittadini, è stata continua ed enorme. Viene da più parti denunciato come le mamme ricevono buoni per sostituti del latte materno, campioni gratuiti ed opuscoli da parte delle case produttrici del latte artificiale. Sono denunciati pacchi dono alla dimissione dall’ospedale oltre ai regali in varia forma al personale sanitario (sponsorizzazioni di congressi in località turistiche, gadgets vari ai vari operatori sanitari ecc). Alcuni ospedali sono accusati di vendere alle ditte produttrici l’elenco delle mamme ricoverate. Ancora nel 2002 è stato ristampato “Il Codice Violato” e sono state denunciate le ripetute violazioni al “Codice Internazionale sulla Commercializzazione dei Sostituti del Latte Materno”. È ovvio che il problema del conflitto di interessi esiste nel mondo sanitario; a cominciare dal medico; la medicina è stata, come tutte le altre branche della società investita dal disfacimento di quella disciplina fatta in gran parte da regole non scritte ma indispensabile al comportamento civile per la sua azione cementante e che va sotto il nome di etica. Figlia di una istituzione, l’università che specie in Italia si è chiusa nel suo corporativismo a difesa dei suoi privilegi, al persegui- Rompere le barriere 189 mento del potere ed alla sua gestione ed alla sua capacità di tramandarlo di padre in figlio in assoluto disprezzo non soltanto delle norme non scritte dell’etica, ma a quel che sembra anche delle norme scritte della legge; una istituzione prossima all’implosione e condannata ad un inarrestabile disfacimento per il suo lento e progressivo possesso da parte dei sempre più inetti figli dei mai morti baroni universitari; gli è che in una branca dalla forte componente etica la selezione non avviene, sia in ospedale che nelle università, in base a queste qualità; la possibilità di carriera in queste due strutture segue le stesse dinamiche delle aziende pubbliche dove valgono le capacità di procurarsi amicizie potenti, il saper tessere intrighi, l’appartenenza alle cordate, l’obbedienza al capo e non alle norme, la fedeltà al capo, tutte qualità che contrastano con la dedizione alla ricerca, il rigore morale, la vicinanza alla sofferenza, l’amore verso il prossimo, qualità che dovrebbero caratterizzare il buon medico; questi medici per fortuna esistono ma raramente trovano spazio nelle nostre strutture dove sono emarginati per la loro incapacità di adattarsi al compromesso e semmai riescono ad emergere e realizzarsi solo nel volontariato. La medicina italiana non soltanto ha perso le coordinate morali su cui muoversi ma non è neanche in grado di sentire la forte richiesta etica che sale dalla popolazione. È ovvio che senza un risanamento etico la medicina non sarà più in grado di assolvere la sua missione; se la conoscenza è la freccia che deve colpire la malattia, l’etica è il braccio che sostiene l’arco che tende ed indirizza la freccia. Ci si deve rendere conto che senza l’impalcatura etica a sostenere la medicina non si potranno evitare i conflitti di interesse della medicina moderna; senza l’impalcatura etica non si potrà sostenere il peso delle strumentalizzazioni commerciali, politiche, personali. Il bambino è stato allontanato dal seno materno dall’ospedale che ha potuto esercitare questa azione così potente ed in maniera così efficace perché dalla società è stato indicato come il luogo più sicuro per assolvere ai compiti di difesa della maternità; ma l’ospedale ha assolto questo compito facendo pagare alla donna un prezzo elevato; le ha procurato luoghi impersonali ed affollati; le ha tolto la dignità di donna trasformandola in soggetto biologico, l’ha asservita alle comodità degli operatori facendola partorire prima su lettini innaturali e poi sul tavolo operatorio, l’ha esibita alla didattica, l’ha sottoposta ad orari da fabbrica, l’ha moni- 190 Parte III torizzata con referti tecnologici ed a lei incomprensibili, ne ha controllato l’esito con calcoli di produttività che non contemplavano il suo essere persona, l’ha alienata dal suo prodotto, bambino o latte che fosse pretendendone la gestione ed il controllo ed imponendo a tutti, madre, padre, nonni, figlio, i suoi divieti e le sue regole, troppo spesso ottuse, irrazionali e dannose; troppo spesso ne ha venduto la sua presenza e la sua salute e sempre ha interposto una barriera fra madre e figlio. La medicina disumana di qualche decennio fa ha staccato immediatamente il figlio dalla madre e poi glielo ha riportato ad orari predefiniti e solo per pochi minuti confuso in grandi culle a posti multipli identificabile con il suo braccialetto gemello; insensibile e punitiva ha minato il rapporto madrefiglio insegnando la paura (di trasmettere malattie con la bocca, le mani, il latte), il distacco, la rozzezza degli affetti. Ha progressivamente disinsegnato la madre ad allattare al seno, insegnandole le regole del mondo moderno, l’allattamento artificiale che così utile le sarebbe tornato quando avrebbe ripreso la sua attività lavorativa. Ed il tutto aggravato dal sospetto dell’enorme conflitto di interessi. Intromettendosi in così brutale ed arrogante maniera ha spezzato il filo di trasmissione generazionale delle tecniche di allattamento; le nonne sono state tenute lontane dall’apprendistato che la figlia subiva in ospedale, le sue tecniche di allattamento che l’evoluzione aveva nei secoli affinato sono state improvvisamente giudicate primitive e da dimenticare; la tecnologia moderna esigeva latte in polvere, pratico, socializzabile, e migliore. L’edificio umano cresciuto intorno all’allattamento materno, fatto di amore, dedizione, insegnamenti, solidarietà, aiuto, trasmissione di vita da madre a figlio, è stato spezzato dalle bottigliette sterilizzate. Il latte materno è stato messo sotto giudizio ed analisi; da veicolo di vita e d’amore è diventato un probabile veicolo di malattie e di sostanze alimentari dannose per il bambino; un liquido non controllabile, non certificabile, non sterilizzabile. L’allattamento al seno una pratica primitiva, inadeguata, socialmente recriminabile, non da donna moderna. Negli anni settanta solo il 20% delle donne americane allattava al seno; nel 1979 fu pubblicata la prima edizione di Healthy People nel quale si propugnava chiaramente che l’allattamento al seno doveva essere incoraggiato; cominciò da allora un suo progressivo recupero che dopo alterni andamenti si è stabilizzato su valori inferiori al 70% e Rompere le barriere 191 lo stesso Healthy People si propone di raggiungere l’obiettivo del 75% entro il 2010 (ADA Reports. Position of the American Dietetic Association: Breaking the Barriers to breastfeeding. Journal of The American Dietetic Association. 2001. 101 (10): 1213-1220). L’obiettivo è possibile ma se si esaminano i dati in maniera più dettagliata questi non sono molto confortanti; solo il 31,4% delle donne allatta al seno ai sei mesi, che diventa il 17,6% a 12 mesi. Questo drammatico declino dell’allattamento al seno fa capire il fallimento degli sforzi verso gli importanti benefici per la salute; ed è anche importante considerare come il normotipo americano che allatta più frequentemente al seno sia rappresentato dalla donna bianca, ben istruita, di età superiore ai 30 anni, impiegata part-time (ADA Reports. Position of the American Dietetic Association: Breaking the Barriers to breastfeeding. Journal of The American Dietetic Association. 2001. 101 (10): 1213-1220); sembra di vedere in questo ritratto tutte le caratteristiche necessarie per l’allattamento al seno oggi: 1. cultura sufficiente per la perfetta comprensione dei benefici dell’allattamento ed il superamento delle sirene della pubblicità e del marketing commerciale, non essendo più questa pratica tramandata ed accettata come normalità od unica possibilità di allattamento; 2. età sufficientemente matura per la gestione e l’adattamento dell’allattamento al seno; 3. possibilità lavorative che consentano l’espletamento di questa pratica. Bisogna infatti considerare come le barriere socio-culturali siano ostative, non considerano cioè l’allattamento come normalità culturale, almeno all’interno di determinati gruppi; si è formato un gap, rappresentato dal declino dell’allattamento negli ultimi decenni che ha anche comportato la perdita della tradizionale conoscenza e supporto; oggi non solo le madri ma neanche le nonne hanno esperienza diretta di allattamento al seno. Le barriere sociali sono ancor più formidabili; il congedo di maternità è insufficiente e l’orario di lavoro inflessibile; i luoghi di lavoro non sono attrezzati per l’allattamento e neanche lo ipotizzano penalizzando le madri lavoratrici a tempo pieno che non possono avere il loro figlio 192 Parte III presente, né avere accesso a luoghi vicini dove mantenere il bambino né avere agevolazioni per allattare. Il marketing commerciale fornisce i prodotti, promuove l’allattamento artificiale, mina la fiducia materna nella possibilità di allattare e contribuisce all’abbandono progressivo dell’allattamento al seno attraverso il precoce inizio dell’allattamento misto. È bene ricordare brevemente i benefici dell’allattamento materno perché alcuni sono sicuramente non considerati: si prendano i benefici psicologici sul bambino; essi sono difficili da quantificare ed oggettivare soprattutto per quanto riguarda i benefici emozionali; ma è stato notato come l’allattamento al seno migliori lo sviluppo cognitivo (misurato con test di intelligenza) e come questo sviluppo sia direttamente proporzionale alla durata dell’allattamento; questo ha un razionale scientifico plausibile; la composizione del latte umano è unica; la composizione in acidi grassi gioca un ruolo importante nello sviluppo neuro-psicologico; la quantità di acidi grassi essenziali, acidi grassi saturi, trigliceridi a catena media e colesterolo è abbondante; gli acidi grassi polinsaturi a catena lunga, specialmente l’acido docosaesanoico promuovono lo sviluppo ottimale del sistema nervoso centrale. Specialmente il colostro poi contiene abbondanti quantità di linfociti specifici T e B e macrofagi e neutrofili; il latte umano contiene immunoglobuline oltre a sostanze ormonali o simil-ormonali tipo insulina ed epidermal growth factor e questo spiega il potere protettivo conferito dal latte materno nei confronti delle malattie infettive. I bambini allattati con latte artificiale hanno malattie gastrointestinali in quantità cinque volte superiori, malattie respiratorie tre volte superiori ed otiti medie due volte superiori (ADA Reports. Position of the American Dietetic Association: Breaking the Barriers to breastfeeding. Journal of The American Dietetic Association. 2001. 101 (10): 1213-1220). Molti considerano i benefici economici soltanto in termini di risparmio economico individuale; ma vi è anche un diverso tipo di risparmio economico da considerare; a parte la suesposta maggior incidenza di malattie che ovviamente comporta anche un maggior costo economico alla società sono da considerare i benefici economici relativi alla donna lavoratrice incluso il minor assenteismo materno per le malattie dei figli, il maggior attaccamento al lavoro, l’aumentata produttività, l’aumentata immagine pubblica. Rompere le barriere 193 Molti dei problemi relativi all’allattamento materno sono iatrogeni; il precoce contatto madre-figlio aumenta la durata dell’allattamento del 50% e l’allattamento dovrebbe essere iniziato subito dopo il parto appena possibile; il fallimento primario dell’allattamento è raro; spesso è solo la percezione materna di una insufficienza che spinge all’integrazione innescando il circolo vizioso della progressiva produzione di latte (la donna ritiene, o le fanno ritenere, che la sua quantità di latte sia insufficiente, comincia ad integrare, il bambino poppa di meno e la sua quantità comincia a diminuire sempre più). Ovviamente non vi sono piani che proteggano l’allattamento al seno, così come non vi sono ricerche specifiche tese a capire e quindi ad eliminare le barriere per un proficuo allattamento al seno con specifica attenzione alle influenze culturali o che tendano a sostenere l’allattamento per almeno 6 mesi, idealmente 12 mesi come norma supportata dalla pratica medica, sociale ed economica. È difficile però che allo stato attuale la medicina possa fornire il supporto necessario e per il semplice fatto che non è in grado. La medicina attuale ignora infatti tutte le problematiche dell’allattamento. L’allattamento materno non è un atto medico; è una azione naturale, istintiva, connaturata ma enormemente complessa per la cui perfetta riuscita è necessario l’intervento di numerosi fattori; l’allattamento è una attività complessa resa semplice soltanto da una tecnica praticoaffettiva- emozionale culturalmente strutturata e sostenuta attraverso un integrato supporto sociale; l’intervento medico destabilizza questa complessa strutturazione; il percorso formativo medico è costruito in maniera da interpretare la fenomenologia clinica in termini meccanicistici molto semplici, di causa ed effetto, e fornire soluzioni ugualmente semplicistiche e meccanicistiche, come la risoluzione farmacologica, che esclude totalmente la dimensione olistica del fenomeno. L’inserimento medico nel processo dell’allattamento si rivela quasi sempre dannoso perchè incapace di comprendere la portata di un atto che si è perfezionato con l’apporto di una cultura trasmessa di generazione in generazione e che nel genere umano trova il suo fulcro nella complicità di gruppo (famiglia, amici, conoscenti, vicini) e l’essenza nel flusso affettivo e nell’interazione istintiva madre-figlio. La medicina occidentale può intervenire solo in maniera dirompente in questa 194 Parte III attività aggravata dalla rozza ignoranza delle particolarità e della magia dell’evento. Ma sciaguratamente la società ha delegato ormai pressocché completamente a questa branca la gestione non solo della patologia ma anche della fisiologia dell’evento. Come difendersi da questa arrogante ignoranza nel momento in cui nella sua mania di onnipotenza la medicina odierna costringe la puerpera a svolgere questo atto all’interno della sua istituzione assoggettandola alle sue regole ed imponendo il suo apprendistato sul suo territorio sotto il suo diretto controllo in perfetto isolamento? La gestione dell’allattamento si è talmente perfezionato da escludere non soltanto le figure parentali ma anche le figure intermedie di raccordo fra la scienza medica e la donna; né d’altra parte servirebbero oggi queste figure, come l’ostetrica, che sono state anch’esse in molti paesi medicalizzate, istruite secondo i nuovi dettami della medicina moderna, degradate al rango inferiore di sottomedico o medico-ignorante che adotta gli stessi comportamenti del medico ma ad un gradino inferiore, con più ignoranza, pronta a chiedere consiglio al suo superiore –medico ed a trovare la soluzione non all’interno della sua arte e della sua professionalità anch’essa evoluta nei secoli, ma all’interno della professionalità di lui, del medico. È ovvio che da questa situazione non se ne esce se non cambia l’angolazione dell’ottica e la visione del problema; l’allattamento al seno è patrimonio della società intera e del suo vissuto evolutivo e culturale, che deve farsene carico senza deleghe di branca (la medicina) o di luogo (l’ospedale) o di tempo (l’intervallo di lavoro). Forse questo concetto può risultare più comprensibile se si vede l’allattamento al seno come una parte integrante della maternità, se si dilata il tempo della gravidanza a comprendere il periodo di allattamento al seno tutto, il bambino non ancora staccato dalla madre, come se fosse ancora in utero; il che così è ancora; l’allattamento materno è ancora la continuazione del processo di crescita iniziato nel grembo materno che è ancora non finito, il neonato ancora indissolubilmente legato alla madre che deve finire di trasmettere le necessarie sostanze nutritive ed affettive indispensabili alla sopravvivenza; l’allattamento artificiale ha soltanto determinato un artificiale distacco precoce ed una crescita artificiale del neonato paragonabile a quanto può fare un utero artificiale in grado di fornire artificialmente e grossolanamente più o meno le necessarie sostanze nutritive; ed in effet- Rompere le barriere 195 ti l’allattamento artificiale può essere visto come il primo passo di quel processo evolutivo della medicina postindustriale che tende a separare i vari processi del fenomeno riproduttivo, la sessualità dalla procreazione, la fecondazione dall’atto sessuale, la fecondazione dal corpo materno, la gravidanza dal corpo della madre, il neonato dal seno materno. Al Johns Hopkins Hospital di Baltimora ancora adesso la percentuale di donne che allattano al seno è del 25%. In questo ospedale è stata recentemente valutata scientificamente (per la prima volta nel mondo a nostra conoscenza) l’influenza del partner nel favorire l’allattamento al seno (AJ. Wolfberg, KB Michels, W Shields, P O’Campo, Y Bronner, J Benstock. Dads as breastfeeding advocates: Results from a randomized controlled trial of an educational intervention. Am J of Obstet & Gynecol. 2004. 191: 708-12). Il razionale per lo studio era basato sul presupposto che il supporto sociale, specialmente del partner è cruciale per intraprendere e mantenere l’allattamento al seno. Dati da studi osservazionali riportati dagli autori riferiscono come il partner ha notevoli pregiudizi contro l’allattamento al seno che viene visto come una possibilità di intralcio del romantico rapporto di coppia, come possibile causa di danno estetico al seno della compagna, o come possibilità di inibizione dello sviluppo di una valida relazione con il neonato. Lo studio ha dimostrato come in effetti il padre può giocare un ruolo fondamentale nell’incoraggiare (e nel non dissuadere) la madre dall’allattare al seno; infatti nel gruppo di donne i cui partner facevano parte della classe di intervento l’allattamento al seno è stato iniziato dal 74% delle donne a fronte del 41% registrato nel gruppo di controllo. Lo studio è intrigante. C’è una differenza fra maternità ed allattamento; la scelta della maternità ha un grado di responsabilità morale inferiore a quella dell’allattamento e la mancanza di un dovere essenziale: l’accudimento del bambino. Il decidere se avere o no una gravidanza rientra in una programmazione della propria vita, legittima e rispettabile; anche la nostra critica non è nei confronti di questa libertà e del fatto che debba essere la donna a farla; la nostra critica è nei confronti di una impalcatura sociale che così come strutturata permette spazi ristretti per la maternità, la spinge verso l’estremo del limite riproduttivo della donna che danneggia biologicamente; né ci sembra di intravedere ad oggi i segni di un cedimento strutturale di questo siste- 196 Parte III ma che va anzi sempre più cementandosi. Sgomentano semmai le soluzioni che la società stessa cerca di trovare e che pescando all’interno del suo cilindro tira i conigli che ha: compressa sempre più ai margini del campo riproduttivo il tasso di fecondità diventa sempre più ridotto rendendo sempre più difficile una gravidanza naturale; di fronte a questa situazione l’atteggiamento della medicina è tranquillizzante (se non invitante) attraverso le promesse di una sempre più efficace possibilità di fecondazione artificiale; si è coscienti che quella della maternità è oggi una scelta difficile e che molte donne hanno sempre più difficoltà a riconoscersi nel ruolo di madri e che una volta iniziato un percorso lavorativo sono portate ad aspirare ed identificarsi più in ruoli professionali che materni; d’altra parte i recenti episodi di cronaca di infanticidio probabilmente nascondono la rabbia e l’aggressività (o probabilmente l’unica soluzione intravista) nei confronti di neonati che rappresentano l’annullamento di tutti gli sforzi effettuati nel raggiungimento di obiettivi professionali che vengono frustrati dalla presenza di un bambino così totalizzante o vissuto come tale, insieme al significato visivo del fallimento sociale in grado di scatenare aggressività repressa. La decisione dell’allattamento fuoriesce invece da queste problematiche, rientra nel dovere materno di fornire la miglior cura possibile che la madre deve assicurare al proprio figlio. Se teniamo conto che a questo è contemporaneamente legata la difesa della salute materna, emerge la responsabilità sociale e l’atteggiamento medico teso a nascondere e mistificare le possibilità ed i vantaggi dell’allattamento materno. La globalizzazione culturale I benefici esercitati dall’allattamento sono dose-dipendente, nel senso che aumentano con l’aumentare della quantità di latte materno assunto (allattamento esclusivo) e del tempo di allattamento (non inferiore ai 6 mesi) (da M Tarrant, JE Dodgson, VWK Choi. Becoming a role model: the breastfeeding trajectory of Hong Kong women breastfeeding longer than 6 months. International Journal of Nursing Studies. 2004; 41: 535-546). L’allattamento al seno è una capacità acquisita e mantenuta dalla donna nella società pre-industriale; la società postindustriale ne determina la fine in tutti i tipi di cultura, non soltanto in quella europea o nord americana. Il tasso di allattamento al seno esclusivo a 6 mesi è basso ovunque, anche nei paesi dove la percentuale di donne che iniziano ad allattare al seno è elevata (Cattaneo A, Yngve A, Koletzko B, Guzman LR; on behalf of the “Promotion of Breastfeeding in Europe” project. Protection, promotion and support of breast-feeding in Europe: current situation. Public Health Nutrition. 2005; 8(1): 39-46). Più del 70% della popolazione cinese vive in aree rurali con una percentuale di bambini allattati al seno del 98,22% (Wang X, Wang Y, Kang C. Feeling practices in 105 counties of rural China. Child Care Health Dev. 2005. 31(4): 417-23). I bambini che vivono in Cina sono allattati esclusivamente al seno in media per i primi 14 mesi (F.N. Rovillé-Sausse. Westernization of the nutritional pattern of Chinese children living in France. Public Health. 2005. 119: 726-33). Recentemente è stato pubblicato un interessante lavoro tendente ad evidenziare l’influenza della cultura sull’abitudine all’allattamento al seno (F.N. Rovillé-Sausse. Westernization of the nutritional pattern of Chinese children living in France. Public Health. 2005. 119: 726-33). Sono stati messi a confronto due gruppi di donne di Parigi, uno costituito da madri cinesi-cinesi, e l’altro costituito da madri francesi-francesi 197 198 Parte III (padre e madre delle stesse origini). Alla nascita il 55% dei neonati francesi era stato allattato al seno a fronte del 10% dei neonati cinesi (che fra l’altro è stato allattato solo per pochi giorni dopo la nascita, praticamente niente); del 90% delle madri cinesi che non ha allattato il 25% ha dichiarato di non averlo fatto per ragioni mediche (non sono state specificate quali), il 20% perché pensava che il latte di mucca fosse più nutriente ed il 55% ha dichiarato di essere troppo occupata per farlo. Hong Kong è una delle città più industrializzate al mondo ma innestata su un tessuto sociale derivante da una base culturale confuciana ed in cui l’allattamento al seno aveva costituito una pratica condivisa ed indiscussa ed anzi sottoposta ad uno stretto controllo familiare in una società sottoposta a sua volta ad un ferreo rispetto delle etichette sociali. Allo stato attuale la condizione femminile è fortemente cambiata; il 75% delle donne di età compresa fra i 25 ed i 45 anni lavora a tempo pieno (da M Tarrant, JE Dodgson, VWK Choi. Becoming a role model: the breastfeeding trajectory of Hong Kong women breastfeeding longer than 6 months. International Journal of Nursing Studies. 2004; 41: 535546); il periodo del post-partum ha quindi subito anch’esso la forte influenza della condizione sociale ma è residuata l’abitudine del Chòh Yuht, il “fare il mese”, la tradizionale pratica cinese per la donna di rimanere convalescente a casa il primo mese dopo il parto, lontana dagli obblighi sociali ma sottoposta alle regole familiari ed al condizionamento delle volontà familiari la più potente delle quali nella società cinese è rappresentata da quella della madre del marito, la suocera. La perdita dell’abitudine dell’allattamento al seno fra le donne di Hong Kong è drammatica; solo il 10% delle donne allatta al seno a 3 mesi dal parto. Cosa ha determinato fra questa popolazione questo drammatico crollo? Il lavoro di Tarrant (da M Tarrant, JE Dodgson, VWK Choi. Becoming a role model: the breastfeeding trajectory of Hong Kong women breastfeeding longer than 6 months. International Journal of Nursing Studies. 2004; 41: 535-546) contiene molti aspetti interessanti al riguardo. Il brusco cambiamento della società, rapidamente passata dalla società contadina a quella postindustriale e l’assenza delle fasi intermedie, permette di mettere a fuoco più chiaramente gli atteggiamenti pre- La globalizzazione culturale 199 valenti della società postindustriale; l’allattamento al seno è visto come una caratteristica delle donne di classi inferiori e con un basso livello di istruzione; le Si Lai, le casalinghe di basso ceto sono quelle che allattano; non lavorano, non guadagnano, allattano al seno; in una società come quella di Hong Kong di oggi “money-oriented” le casalinghe hanno un basso stato sociale. L’allattamento al seno è incongruo con una condizione di “professional working woman”; una dottoressa o professoressa non allatterebbe al seno. Ad Hong Kong oltretutto il congedo di maternità è troppo breve. Ma l’allattamento al seno, come gli altri comportamenti sociali, è fortemente influenzato anche dai familiari; e la famiglia attuale ad Hong Kong, per quanto sorprendente possa sembrare, non favorisce l’allattamento al seno ed anzi lo scoraggia. Il chòh yuht risente ancora oggi di molte imposizioni del tradizionale rituale cinese; sottoposta al controllo familiare la puerpera subisce una serie di condizionamenti frutto della cultura più tradizionale; è sottoposta a restrizioni alimentari, non può fare il bagno né la doccia né lavare i capelli ma è invece spinta all’allattamento artificiale. Per la madre di oggi l’allattamento al seno è visto come gravoso, inadeguato ed addirittura di qualità inferiore a quello artificiale. La maggior parte delle donne era stata consigliata proprio dal medico ad interrompere l’allattamento al seno e questo per una serie di motivi, come la possibilità di malattie alla madre, o semplicemente perché non lo consideravano più necessario; in genere asserivano che il periodo di allattamento al seno praticato era sufficiente e che un ulteriore prolungamento non avrebbe offerto vantaggi aggiuntivi al bambino. In ospedale in linea di massima le infermiere sostenevano l’allattamento al seno ma solo se la madre lo richiedeva, altrimenti incoraggiavano l’allattamento artificiale. Molto più importanti sono anche i messaggi extraverbali ospedalieri riportati nello studio; le procedure ospedaliere rendono molto difficoltoso l’allattamento al seno; alcune infermiere se non verbalmente si comportavano nei fatti in modo da invogliare l’allattamento artificiale e trasmettevano chiara la sensazione che per il loro lavoro era meglio se le donne non allattassero al seno; oltretutto le infermiere erano sovraoccupate per poter prestare attenzione alle donne che allattavano. 200 Parte III Poiché l’allattamento al seno è una attività culturalmente caricata non è possibile progettarne la promozione senza considerare il contesto culturale. L’aumentata e relativamente improvvisa prosperità ha portato molte donne di Hong Kong ad associare il benessere con l’allattamento artificiale. Inoltre poiché molte immigrate allattano al seno le donne di Hong Kong percepiscono l’allattamento al seno come caratteristico delle povere immigranti; in questo senso l’allattamento è ancora fortemente ancorato alla classe sociale ed il lavoro conferisce un maggiore status alla donna facendo passare la maternità in secondo piano. Comunque anche qui recentemente si sta assistendo ad una inversione di tendenza e l’allattamento al seno comincia ad essere più frequente fra le donne di elevata classe sociale, elevata scolarità ed elevato reddito. Ma ad Hong Kong come nel resto del mondo occidentalizzato, la realtà economica pretende che entrambi i genitori lavorino, e nella società di Hong Kong la donna viene valutata oggi molto di più per il suo ruolo finanziario all’interno della famiglia che per il suo ruolo di madre, che oltretutto riflette la visione confuciana, secondo i cui ideali tradizionali il successo finanziario e l’elevato stato sociale sono percepiti come vantaggi offerti alla unità familiare ed una ulteriore chance offerta a ché la linea familiare possa continuare; questo non contrasta con la concezione confuciana che tiene molto in considerazione chi mantiene l’armonia con gli altri e soprattutto con la propria famiglia. Anche per questo però la donna si lascia fortemente condizionare dalla sua famiglia e cede così facilmente alla pressione dei suoi membri che la spingono ad abbandonare l’allattamento al seno; infatti questi percepiscono l’allattamento al seno come un ulteriore fardello sulla neomamma in grado di interferire con il suo completo recupero puerperale e suscettibile di causare conseguenze a lungo termine sulla salute. Inoltre in una famiglia dominata dalla suocera l’allattamento materno diminuisce il suo ruolo preminente che quindi la spinge a favorire l’allattamento artificiale. E per finire in una società sempre più occidentalizzata anche sempre meno donne aderiscono alle tradizionali pratiche del post-partum. In un recente studio (Kelly YL, Watt RG. Breast-feeding initiation and exclusive duration at 6 months by social class – results from the Millenium Cohort Study. Public Health Nutrition. 2005; 8(4): 417-21) La globalizzazione culturale 201 su 18.125 soggetti inglesi, l’allattamento al seno è stato iniziato nel 71% ma il crollo a 6 mesi è stato drammatico (v. grafico 16). Lo studio ha evidenziato notevoli differenze per quel che riguarda il tipo di lavoro; le donne con lavori con minori condizioni favorevoli sono quelle che hanno tassi di inizio di allattamento al seno quattro volte inferiori rispetto alle donne con occupazioni manageriali o libero-professionali. Donne con lavori routinari hanno una percentuale del sessanta percento inferiore di allattamento esclusivo al seno se confrontate con donne manager o professioniste. È stato anche evidenziato come le donne impiegate a tempo pieno e quelle impiegate part time sono quelle che meno probabilmente allattano al seno esclusivamente rispetto alle donne in licenza, libero-professioniste o non lavoratrici (Griffiths LJ, Hawkins SS, Law C, Tate AR, Dezateux C; the Millenium Cohort Study child health group. BMJ; 59(1): 414. 2005). Le barriere sono le stesse sempre e dovunque: pressione culturale, lavoro, pressione medica. Queste barriere possono essere superate con la .' -' ,' +' *' )' (' %' ' % * , Grafico 16. Percentuale di allattamento esclusivo al seno valutato all’inizio, dopo 1 mese, dopo 4 mesi e dopo 6 mesi. Fonte: Kelly YL, Watt RG. Breast-feeding initiation and exclusive duration at 6 months by social class – results from the Millenium Cohort Study. Public Health Nutrition. 2005; 8(4): 417-21. 202 Parte III hung sum, (da M Tarrant, JE Dodgson, VWK Choi. Becoming a role model: the breastfeeding trajectory of Hong Kong women breastfeeding longer than 6 months. International Journal of Nursing Studies. 2004; 41: 535-546), la determinazione, quel misto derivante da conoscenza, persistenza, dedizione, obbligo. E lì come qui manca ormai il modello di riferimento, quello vero costituito dall’esempio materno; quella di oggi non ha mai allattato, ma è disponibile, quando va bene, il suo surrogato, la madre di sostegno che con generosità si presta a fornire supporto e consiglio ed un nuovo positivo modello di allattamento al seno. Demedicalizzare la società La medicina, in virtù del fatto di rappresentare la branca del sapere umano e della società abilitata ad intervenire sul corpo umano ha esteso sempre più la sua influenza passando ad interessarsi di tutti gli aspetti e cercando di modificarne anche gli aspetti fisiologici; il perché di questa evoluzione è da ricercare molto indietro nello sviluppo della medicina occidentale che l’ha portata a vedere l’individuo sempre più come somma di organi che non come persona; le caratteristiche della società postindustriale hanno soltanto accentuato ed esasperato questa tendenza finalizzando l’attività al profitto ma proseguendo un processo già iniziato da tempo. Anche l’allattamento artificiale rientra semplicemente in questa logica riduzionistica; nel momento in cui l’organismo umano è ridotto a pezzi il singolo pezzo può essere non soltanto aggiustato, ma anche migliorato ed anche cambiato. Se necessario i singoli pezzi possono essere disarticolati dal contesto generale se questo dovesse rivelarsi più utile; con la contraccezione la sessualità può essere slegata dalla riproduzione; con la FIVET (fecondazione in vitro con embrio transfert) la fecondazione può essere disarticolata dal rapporto sessuale, con l’utero in affitto la gravidanza può essere separata dalla maternità, con il latte artificiale il neonato può essere separato dalla madre. L’idea che con l’allattamento al seno si trasmette oltre al latte biologico anche il latte affettivo e culturale è un concetto ignorato; è stata scorporata la funzione parentale ed affidata ai tecnici tecno-sanitari. La donna, come una macchina dai molti pezzi, è stata inviata nell’ospedale-fabbrica ed inserita nel circuito produttivo; l’efficienza è valutata sul prodotto finito, feto, bambino, latte, anch’essi sottoposti alle analisi supertecnologiche della fabbrica sanitaria. I valori ed i sentimenti non sono compresi in questi parametri valutativi e più che essere ignorati sono annullati perché inceppano il modello produttivo ospedaliero e lo ostacolano nei suoi ritmi e nei suoi tempi. La necessità di demedicalizzare la donna nasce dalla necessità di 203 204 Parte III sottrarre alla medicina quegli spazi femminili come la psiche, l’affettività, la sessuologia, la menopausa, la pubertà, la maternità, l’allattamento, impropriamente occupati dalla medicina a scopo di lucro. Sono questi aspetti che non hanno niente a che fare né con Igea, la medicina tutrice della salute, né con Asclepio, la medicina terapeutica; il concetto di intendere come richieste mediche il mantenimento della giovinezza, l’adeguamento della bellezza od il mantenimento dello standard lavorativo ha introdotto nella nostra società la nuova figura del medicomodificante che si industria nella manipolazione della biologia a finalità non mediche. La fisiologia femminile, in quanto tale non richiede sempre e comunque l’intervento medico che anzi talvolta è così irruente da costituire un danno, culturale e biologico come i recenti avvenimenti sulla menopausa dimostrano. Né ergersi a curatore della società, che ripara i suoi prodotti di scarto, l’alcolismo, la droga, il disagio psichico, o li previene impedendo alle persone socialmente non competitive di nascere come sta succedendo con gli affetti da trisomia 21, gli ASD, i Down, che la società ha dichiarato non accetti e bollati come zavorra e la medicina prontamente seleziona con le diagnosi prenatali eliminando forse la possibilità di un arricchimento etico, culturale, sociale. La disgregazione familiare si misura anche con l’eliminazione dei rapporti familiari, della trasmissione culturale sui più profondi avvenimenti della vita, come la maternità con la sua intensa solidarietà affettiva scatenata dai momenti centrali di questa esperienza, il travaglio, il parto, la nascita, il postpartum, il puerperio, l’allattamento, avvenimenti dai quali le madri, i padri, i genitori, gli amici sono esclusi e che ormai poco sono anche in grado di dare, essendo stati anch’essi espropriati del loro patrimonio affettivo e culturale. Ogni donna vive oggi in solitudine le sue esperienze biologiche supportata dalle guide e dai consigli forniti negli ospedali e negli ambulatori medici, coccolate dalle industrie e dalle farmacie, bombardate dagli spot televisivi e dei supermercati, perché anche a questo si è ridotta la biologia femminile oggi. Per tornare all’allattamento materno esso deve semplicemente essere tolto alla medicina ed alle sue ancelle, industrie, farmacie, per essere restituito integralmente alla madre ed alla famiglia. Sarà possibile? Gli ostacoli sono molti. Probabilmente sarà possibile solo a costo di una La globalizzazione culturale 205 società matriarcale; nella società patriarcale il corpo femminile rimane uno strumento, di piacere o di riproduzione; oggi è anche strumento di potere, ma sempre strumento. La prima tappa della emancipazione femminile ha portato la donna ad annullare le sue differenze di genere rivendicando una uguaglianza al maschio dominante; oggi, essendo sempre inserita in una società a dominanza maschile esalta le caratteristiche del suo corpo che più le permettono di acquisire vantaggi da questa dominanza ma sale sempre più gradini nella scala sociale ed è sempre meno vittima. La sua completa liberazione sarà conquistata solo quando potrà esprimere compiutamente la sua biologia in una società a misura di donna in grado di rispettare i suoi tempi ed i suoi modi; non è più necessario che sia confinata in casa chiusa nella sua utilità parentale, ma deve conquistarsi il suo posto parentale nel mondo del lavoro e nella società. E per questo crediamo che il percorso sia appena iniziato e la strada da percorrere ancora molto lunga. L’allattamento al seno Come si è capito, che la donna possa allattare al seno non è impresa facile; innanzitutto deve volerlo; il che significa non soltanto capirne l’importanza ma formarsi la volontà, desiderare di farlo. La maternità non è più una scelta obbligata né sempre la scelta più giusta; e se prima era una non-scelta (doveva necessariamente avere figli) oggi è una scelta attiva, difficile e spesso problematica. Troppo spesso essa rende più difficile la vita, crea difficoltà, costringe ad interrompere lavoro e carriera. L’allattamento interferisce ancor di più, con il lavoro, il bioritmo, la socializzazione. Di tutti questi gli ostacoli più grossi derivano dalla ospedalizzazione che incide nel breve termine, e dal lavoro che incide nel lungo termine. L’ospedale non è oggi il luogo in grado di rispettare la naturalità degli eventi, né del parto né tanto meno dell’allattamento, ma la dimissione precoce entro le 12 ore dal parto può costituire un compromesso ragionevole in grado di coniugare la sicurezza della nascita con la libertà della donna; ma questa che sembrerebbe una banalità presuppone un grosso cambiamento culturale che non riduca la sanità ad ospedale nel deserto. La conservazione della integrazione della donna nel suo ambiente è essenziale così come la costituzione di una continuità territoriale di assistenza che veda la puerpera seguita dall’ostetrica a casa. Sono possibili modifiche organizzative anche alle modalità di espletamento del lavoro femminile? Il tempo flessibile è nato in seguito al nuovo ruolo assunto dalle donne nel mondo del lavoro (R Sennett. L’uomo flessibile. Feltrinelli. 2001). Il concetto di flessibilità sul lavoro ha inasprito alcune condizioni, ma la flessibilità intesa come lavoro ad obiettivo e decentrato, e la strut- 207 208 Parte III turazione del lavoro in modo da permettere il rispetto della biologia femminile coniugando esigenza femminile ed efficienza lavorativa sono modelli lavorativi non nuovi, costruiti sul modello del Tagwerk “fallo come ti pare, basta che tu lo faccia” (R Sennett. L’uomo flessibile. Feltrinelli. 2001), favoriti anche dalla evoluzione del lavoro attuale, dalla possibilità di lavorare in rete, dalla fine della catena di montaggio e del controllo fisico, dal diffondersi del lavoro intellettivo, dalla orizzontalizzazione delle gerarchie. Della necessità che i luoghi di lavoro si attrezzino di ambienti adeguati ed apposite nurserie abbiamo parlato precedentemente e riteniamo il minimo che la società debba sentire il dovere di predisporre. Tutte le più recenti ricerche sono concordi nell’attribuire all’allattamento al seno indiscutibili vantaggi per il neonato, la madre, la famiglia, la società; definire il latte un alimento è riduttivo; esso è un vero sistema biologico che trasmette fattori nutritivi, fattori immunologici, enzimatici, ormonali; definire l’allattamento al seno l’erogazione della forma più idonea di latte è espressione seppur vera, ancora più riduttiva; esso è erogazione di nutrizione, affetto, amore, dedizione, cultura, legami, che nessuna altra forma di latte potrà erogare, né oggi né mai. Per questi motivi l’allattamento al seno deve costituire un diritto a cui la donna deve aspirare e che la società deve permettere di espletare; nel mentre che si realizzi questa ipotetica quanto difficile aspirazione la donna e la sua famiglia devono mettere in atto quanto è nelle loro possibilità per espletare questa funzione. Il latte è un prodotto biologico specie-specifico e per questo motivo il latte umano è per il neonato superiore a qualsiasi sostituto per qualità e funzione. È appena il caso di ricordare brevemente tutti i numerosi vantaggi dell’allattamento al seno sulla salute del neonato: il latte umano elimina o diminuisce la severità di diarrea, infezioni respiratorie, otiti, batteremia, meningite batterica, botulismo, infezione urinaria, enterocolite necrotizzante. Una quantità di altri studi dimostrano un possibile effetto protettivo contro la sindrome da morte improvvisa infantile, il diabete mellito insulino dipendente, il morbo di Chron, la colite ulcerosa, il linfoma, le malattie allergiche, alcune malattie croniche dell’apparato digestivo, l’aumento dello sviluppo cognitivo. Per la madre abbiamo diffusamente discusso dell’effetto protettivo nei L’allattamento al seno 209 confronti del carcinoma mammario e del carcinoma ovarico, che costituiscono gli aspetti più importanti e controversi della protezione materna. Ma ovviamente esistono altri e più consolidati vantaggi; l’allattamento al seno aumenta i livelli di ossitocina come si sa, e questo oltre che favorire l’eiezione del latte, diminuisce la perdita ematica uterina del postpartum e favorisce l’involuzione dell’utero. L’allattamento al seno provoca la mancaza di mestruazioni per molti mesi dopo il parto, permette un più precoce recupero del peso della madre ai livelli pregravidici, un lungo periodo di contraccezione naturale, un aumento della remineralizzazione ossea con ridotto rischio di fratture osteoporotiche (Breastfeeding and the Use of Human Milk. American Academy Of Pediatrics. Work Group on Breastfeeding. Pediatrics. 1997. 100(6) : 1035-9). In aggiunta a questi benefici l’allattamento materno comporta anche significativi benefici sociali ed economici che si possono riassumere in benefici economici individuali, ridotti costi sociali per la ridotta malattia (di cui abbiamo diffusamente parlato nelle pagine precedenti) e per il ridotto assenteismo derivante dalle suesposte patologie. Sono altresì intuitivi i benefici psicologici ed emotivi derivanti dalla diminuzione di queste patologie. L’allattamento al seno deve iniziare il più presto possibile dopo la nascita, normalmente intorno alla mezzora dopo la nascita e comunque entro la prima ora e continuare per 8-12 volte nell’arco delle 24 ore aspettando ogni volta almeno due ore; si allatta finchè il neonato è sazio, normalmente 10-15 minuti per ogni mammella. Al riguardo si auspica l’instaurarsi ed il diffondersi della dimissione ospedaliera precoce, nelle dodici ore dal parto spontaneo associata ad una integrazione sanitaria territoriale tranquillamente delegabile alle ostetriche; soluzione possibile, auspicabile, più economica del ricovero ospedaliero. L’allattamento al seno è una funzione naturale, che non richiede aggiunte di artifici tecnologici né tecniche particolari, ma amore ed attenzione. La forma sferica della mammella a volte può ostacolare il perfetto attaccamento del bambino al seno e per questo è spesso necessario controllare la buona adesione della bocca del neonato al capezzolo ed alla sua areola e se necessario favorirla con una lieve compressione delle dita in corrispondenza della bocca del bambino. La perfetta adesione della bocca è illustrata nella figura 4. 210 Parte III La normale funzione dell’allattamento materno non comporta ragadi, mastiti, ingorghi mammari, carenza di produzione di latte, diminuzione dell’effetto contraccettivo. Bisogna seguire la natura, affiatarsi ai ritmi del bambino e godersi la maternità. Le ghiandole di Montgomery, abbondantemente presenti nell’areola secernono un liquido oleoso che assicura la salute della pelle senza bisogno di altri additivi; il latte stesso inoltre contiene antisettici naturali che assicurano una igiene naturale anche al capezzolo che non va quindi pulito ogni volta dopo la poppata ma lasciato solo asciugare. La suzione del bambino coinvolge biologicamente tutto l’organismo materno in una splendida simbiosi in cui una influenza beneficamente l’altro che influenza beneficamente l’altra e che costituisce una perfezionata integrazione biologica; quando il neonato succhia il seno partono impulsi sensoriali che dal capezzolo raggiungono il cervello e mobilitano l’ipofisi a produrre ossitocina che immessa nel circolo ematico materno unisce madre e figlia favorendo l’eiezione del latte dagli alveoli nella bocca del neonato e la contrazione delle cellule muscolari uterine a normalizzare l’utero. C’è da rimanere estasiati a considerare lo svolgersi di processi così perfetti che l’arroganza umana si sforza di mimare con formule artificiali, tettarelle e farmaci uterotonici. L’ossitocina non è l’unico ormone a comportarsi in questo modo; anche la prolattina ipofisaria segue lo stesso percorso e coinvolge i due esseri in un unico organismo, una unica unità materno-neonatale; la prolattina stimolata dalla suzione infantile e prodotta dall’ipofisi materna attiva la Figura 4 L’allattamento al seno 211 produzione di latte dagli alveoli mammari per la nutrizione neonatale e sopprime l’ovulazione ovarica ad impedire una inopportuna gravidanza; la differenza fra i due ormoni è che l’ossitocina permette l’espulsione del latte già formato mentre la prolattina favorsice la formazione del latte per la successiva poppata. Il coinvolgimento del cervello materno non è limitato solo alla ghiandola ipofisaria ma è molto più esteso e fine; le emozioni influenzano infatti la produzione del latte; un atteggiamento sereno della madre favorisce la produzione del latte (oltre che ovviamente il rapporto con il bambino), che viene invece ostacolata dai momenti di ansia e preoccupazione. Perchè il bambino possa succhiare bene il latte deve essere ben attaccato in modo da comprendere nella bocca non soltanto i capezzoli ma anche i seni galattofori; la madre può controllare questa corretta posizione osservando che la bocca del bambino sia ben aperta, il mento del bambino tocchi il seno, il labbro inferiore sia rivolto verso l’esterno, la gran parte della areola sia visibile sopra e meno sotto. La produzione del latte è regolata dalla necessità; se il bambino ha grande bisogno (si pensi ai gemellari) viene prodotto parecchio latte, se il bambino ha bisogno di meno latte se ne produce di meno; quando il bambino non succhierà più la produzione di latte cesserà completamente. Oggi una delle maggiori carenze deriva dalla mancanza di sostegno; nelle famiglie allargate questo era invece ridondante; la madre, la nonna, l’amica, la vicina, la parente, ognuno aveva esperienza e consigli da profondere; oggi sciaguratamente questa rete è stata interrotta; sempre più spesso madri, nonne ed amiche non soltanto non hanno esperienza alcuna di allattamento ma sono portatrici di messaggi e motivazioni dissuasivi che sono quelli che hanno spinto loro all’allattamento artificiale; ed anche per questo questo meraviglioso miracolo della natura si ripete sempre più raramente; l’ambiente lavorativo, sociale, familiare remano contro la volontà della donna ed ognuno vede la mammella femminile dalla sua prospettiva; chi vi vede un ostacolo, chi un accessorio del corpo, chi uno stumento di piacere che ha paura che si rovini. AREE SCIENTIFICO–DISCIPLINARI Area 01 – Scienze matematiche e informatiche Area 02 – Scienze fisiche Area 03 – Scienze chimiche Area 04 – Scienze della terra Area 05 – Scienze biologiche Area 06 – Scienze mediche Area 07 – Scienze agrarie e veterinarie Area 08 – Ingegneria civile e Architettura Area 09 – Ingegneria industriale e dell’informazione Area 10 – Scienze dell’antichità, filologico–letterarie e storico–artistiche Area 11 – Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche Area 12 – Scienze giuridiche Area 13 – Scienze economiche e statistiche Area 14 – Scienze politiche e sociali Le pubblicazioni di Aracne editrice sono su www.aracneeditrice.it Finito di stampare nel mese di agosto del 2011 dalla « Ermes. Servizi Editoriali Integrati S.r.l. » 00040 Ariccia (RM) – via Quarto Negroni, 15 per conto della « Aracne editrice S.r.l. » di Roma