Cosa (non) è la teoria del gender 17/03/2015 By Carmen Bellone No, l’ideologia del gender non esiste davvero. È una trovata propagandistica che distorce gli studi di genere. FONTE: http://www.stonewall.it/2015/03/cosa-non-e-la-teoria-del-gender/ Si salvi chi può da coloro che, per combattere le discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere, vogliono colonizzare le menti di bambini e bambine con una visione antropologica distorta, con un’azione di indottrinamento gender. Il monito l’ha lanciato, a più riprese, il mondo cattolico. Lo ha fatto, per esempio, il cardinale Angelo Bagnasco in apertura del Consiglio della Conferenza episcopale italiana. Il Forum delle associazioni familiari dell’Umbria ha stilato addirittura un vademecum per difendersi dalla pericolosa introduzione nelle scuole italiane di percorsi formativi e di sensibilizzazione sul gender. Che si parli di educazione all’effettività, educazione sessuale, omofobia, superamento degli stereotipi, relazione tra i generi o cose simili, tutto secondo loro concorre a un unico scopo: l’indottrinamento. E anche l’estrema destra a Milano (ma non solo) ha lanciato la sua campagna “contro l’aggressione omosessualista nelle scuole milanesi” per frenare eventuali seminari “diseducativi”. La diffusione dell’ideologia gender nelle scuole, secondo ProVita onlus, l’Associazione italiana genitori, l’Associazione genitori delle scuole cattoliche, Giuristi per la vita e Movimento per la Vita, è una vera emergenza educativa. Perché in sostanza, dietro al mito della lotta alla discriminazione, in realtà spesso si nasconde “l’equiparazione di ogni forma di unione e di famiglia e la normalizzazione di quasi ogni comportamento sessuale”. Tanto che, nello spot che ProVita ha realizzato per promuovere la petizione contro l’educazione al genere, una voce fuori campo chiede “Vuoi questo per i tuoi figli?”. Ma cos’è la teoria/ideologia gender? La teoria del gender Non esiste. Nessuno, in ambito accademico, parla di teoria del gender. È infatti un’espressione usata dai cattolici (più conservatori) e dalla destra più reazionaria per gridare “a lupo a lupo” e creare consenso intorno a posizioni sessiste e omofobe. Significativa, per esempio, la posizione di monsignor Tony Anatrella che, nel libro La teoria del gender e l’origine dell’omosessualità, ci mette in guarda da questa fantomatica teoria, tanto pericolosa quanto oppressiva (più del marxismo), che si presenta sotto le mentite spoglie di un discorso di liberazione e di uguaglianza e vuole inculcarci l’idea che, prima d’essere uomini o donne, siamo tutti esseri umani e che la mascolinità e la femminilità non sono che costruzioni sociali, dipendenti dal contesto storico e culturale. Un’ideologia (udite, udite) che pretende che i mestieri non abbiano sesso e che l’amore non dipenda dall’attrazione tra uomini e donne. Talmente perniciosa, da essersi ormai insediata all’Onu, all’Unesco, all’Oms, in Parlamento europeo. “Ma non ha alcun senso parlare di teoria del gender e meno che meno di ideologia del gender”, sostiene Laura Scarmoncin, che studia Storia delle donne e di genere alla South Florida University. “È un’arma retorica per strumentalizzare i gender studies che, nati a cavallo tra gli anni 70/80, affondano le loro radici nella cultura femminista che ha portato il sapere creato dai movimenti sociali all’interno dell’accademia. Così sono nati (nel mondo anglosassone) i dipartimenti dedicati agli studi di genere” e poi ai gay, lesbian e queer studies. In sostanza, come spiega Sara Garbagnoli sulla rivista AG About Gender, la teoria del gender è un’invenzione polemica, un’espressione coniata sul finire degli anni ’90 e i primi 2000 in alcuni testi redatti sotto l’egida del Pontificio consiglio per la famiglia con l’intento di etichettare, deformare e delegittimare quanto prodotto in questo campo di studi. Poi ha avuto una diffusione virale quando, in particolare negli ultimi due-tre anni, è entrata negli slogan di migliaia di manifestanti, soprattutto in Francia e in Italia, contrari all’adozione di riforme auspicate per ridurre le discriminazioni subite dalle persone non eterosessuali. “È un blob di slogan e di pregiudizi sessisti e omofobi”. Un’etichetta fabbricata per distorcere qualunque intervento, teorico, giuridico, politico o culturale, che voglia scardinare l’ordine sessuale fondato sul dualismo maschio/femmina (e tutto ciò che ne consegue, come subordinazione, discriminazione, disparità, ecc.) e sull’ineluttabile complementarietà tra i sessi. Secondo gli ideatori dell’espressione teoria/ideologia del genere, nasciamo maschi o femmine. Punto. Il sesso biologico è l’unica cosa che conta. L’identità sessuale non si crea, ma si riceve. E il genere è una fumisteria accademica, come scrive Francesco Bilotta, tra i soci fondatori di Avvocatura per i diritti Lgbti – Rete Lenford. In realtà gli studi di genere costituiscono un campo di indagine interdisciplinare che si interroga sul genere e sul modo in cui la società, nel tempo e a latitudini diverse, ha interpretato e alimentato le differenze tra il maschile e il femminile, legittimando non solo disparità tra uomini e donne, ma anche negando il diritto di cittadinanza ai non eterosessuali. L’identità sessuale Gli studi di genere non negano l’esistenza di un sesso biologico assegnato alla nascita, né che in quanto tale influenzi gran parte della nostra vita. Sottolineano però che il sesso da solo non basta a definire quello che siamo. La nostra identità, infatti, è una realtà complessa e dinamica, una sorta di mosaico composto dalle categorie di sesso, genere, orientamento sessuale e ruolo di genere. Il sesso è determinato biologicamente: appena nati, cioè, siamo categorizzati in femmine o maschi in base ai genitali (a volte, però, genitali ambigui rendono difficile collocare il neonato o la neonata nella categoria maschio o femmina, si parla allora di intersessualità). Il genere invece è un costrutto socioculturale: in altre parole sono fattori non biologici a modellare il nostro sviluppo come uomini e donne e a incasellarci in determinati ruoli (di genere) ritenuti consoni all’essere femminile e maschile. La categoria di genere ci impone, cioè, sulla base dell’anatomia macroscopica sessuale (pene/vagina) e a seconda dell’epoca e della cultura in cui viviamo, delle regole cui sottostare: atteggiamenti, comportamenti, ruoli sociali appropriati all’uno o all’altro sesso. Il genere, in sostanza, si acquisisce, non è innato, ha a che fare con le differenze socialmente costruite fra i due sessi. Non a caso nel tempo variano i modelli socioculturali, e di conseguenza le cornici di riferimento entro cui incasellare la propria femminilità o mascolinità. L’identità di genere riguarda il sentirsi uomo o donna. E non sempre coincide con quella biologica: ci si può, per esempio, sentire uomo in un corpo da donna, o viceversa (si parla in questo caso di disforia di genere). Altra cosa ancora è l’orientamento sessuale: l’attrazione cioè, affettiva e sessuale, che possiamo provare verso gli altri (dell’altro sesso, del nostro stesso sesso o di entrambi). Educare al genere “Nelle nostre scuole – sottolinea Nicla Vassallo, ordinario di filosofia teoretica all’Università di Genova – a differenza di quanto si è fatto in altri Paesi, non c’è mai stata una vera e propria educazione sessuale e anche per questo l’Italia è arretrata rispetto alla considerazione delle categorie di sesso e genere. Eppure, educare i genitori e dare informazioni corrette agli insegnanti affinché parlino in modo ragionato, e non dogmatico, di sesso, orientamento sessuale, identità e ruoli di genere, a figli e scolari è molto importante perché sono concetti determinanti per comprendere meglio la nostra identità personale. E per essere cittadini occorre sapere chi si è”. Educare al genere (come si legge nel bel saggio Educare al genere) significa, in fondo, sostenere la crescita psicologica, fisica, sessuale e relazionale, affinché i bambini e le bambine di oggi possano progettare il proprio futuro al di là delle aspettative sulla mascolinità e la femminilità. Basti pensare, come scrivono le curatrici nell’introduzione, all’appellativo effeminato che viene usato per descrivere quegli uomini che non si comportano da “veri maschi” (coraggiosi, determinati , tutti di un pezzo, che non devono chiedere mai) e danno libero sfogo alle emozioni tradendo lo stereotipo dominante. E la scuola può (deve) avere un ruolo fondamentale per scalfire gli stereotipi di genere, ancora fin troppo radicati nella nostra società, offrendo a studenti e studentesse gli strumenti utili e necessari per diventare gli uomini e le donne che desiderano. Educare al genere significa dunque interrogarsi sul modo in cui le varie culture hanno costruito il ruolo sociale della donna e dell’uomo a partire dalle caratteristiche biologiche (genitali). Contrastare quegli stereotipi e quei luoghi comuni, socialmente condivisi, che finiscono col determinare opportunità e destini diversi a seconda del colore del fiocco (rosa o azzurro) che annuncia al mondo la nostra nascita. Concedere diritto di cittadinanza ai diversi modi di essere donna e uomini. E significa anche riflettere “sul fatto che le attuali dicotomie di sesso (maschio/femmina) e di genere (uomo/donna) non sono in grado, di fatto, di descrivere la complessità della realtà” sottolinea Vassallo. E dietro questa consapevolezza non ci sono le famigerate lobby Lgbt, ma decenni di studi interdisciplinari. A scuola per scalfire stereotipi e pregiudizi Trasmettere ai bambini e alle bambine, attraverso alcune attività ludico-didattiche, il valore delle pari opportunità e abbattere tutti quegli stereotipi che, fin dalla più tenera età, imprigionano maschi e femmine in ruoli predefiniti, granitici, e sono alla base di molte discriminazioni, è l’obiettivo del progetto Il gioco del rispetto. Dopo la fase pilota dello scorso anno, sta per partire in alcune scuole dell’infanzia del Friuli Venezia Giulia. Accompagnato però da non poche polemiche alimentate, ancora una volta, da chi vuole tenere lontano dalle scuole l’educazione al genere. Come se possa esserci qualcosa di pericoloso nell’illustrare (lo fa uno dei giochi del kit didattico) un papà alle prese con il ferro da stiro e una mamma pilota d’aereo. Alcuni l’hanno definito “una pubblica vergogna”, un tentativo di “costruire un mondo al contrario“, l’ennesima propaganda gender, “lesivo della dignità dei bambini” e inopportuno, perché non avrebbe senso sensibilizzare i bambini contro la violenza sulle donne, “come se un bambino di 4 o 5 anni potesse essere un mostro, picchiatore o stupratore“. Eppure, poter riflettere sugli stereotipi sessuali, combattere i pregiudizi, sviluppare consapevolezza dei condizionamenti storicoculturali che riceviamo, serve anche a prevenire comportamenti violenti e porre le basi per una società più civile. Le esperienze italiane Lungo lo Stivale sono diversi i progetti che si prefiggono di abbattere pregiudizi e stereotipi in classe. Per esempio, l’associazione Scosse ha promosso l’anno scorso a Roma La scuola fa differenza, per colmare, attraverso percorsi formativi rivolti a educatori e insegnanti dei nidi e delle scuole dell’infanzia, le carenze del nostro sistema scolastico in merito alla costruzione delle identità di genere, all’uso di un linguaggio non sessista e al contrasto alle discriminazioni. Da diversi anni lo fa anche la Provincia di Siena nelle scuole di ogni ordine e grado. Così come “da un po’ di anni ”, spiega Davide Zotti, responsabile nazionale scuola Arcigay, “attività di prevenzione dell’omofobia e del bullismo omofobico sono organizzate nelle scuole italiane da Arcigay, Agedo e altre associazioni, attraverso percorsi di educazione al rispetto delle persone omosessuali”. In Toscana, per esempio, la Rete Lenford ha coordinato una rete di associazioni impegnate in percorsi didattici contro le violenze di genere e il bullismo omotransfobico, per una scuola inclusiva. E a Roma l’Assessorato alla scuola, infanzia, giovani e pari opportunità ha promosso, in collaborazione con la Sapienza, il progetto lecosecambiano@roma, rivolto alle studentesse e agli studenti degli istituti superiori della Capitale. Apripista, però, è stato il Friuli Venezia Giulia, dove da cinque anni Arcigay e Arcilesbica portano avanti il progetto A scuola per conoscerci, che nel 2010 ha ricevuto l’apprezzamento da parte del Capo dello Stato, per il coinvolgimento degli studenti nella formazione civile contro ogni forma di intolleranza e di discriminazione. Inoltre, il ministero per le Pari opportunità e l’Unar (Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali a difesa delle differenze) hanno elaborato una strategia nazionale per la prevenzione, rispondendo a una raccomandazione del Consiglio d’Europa di porre rimedio alle diffuse discriminazioni legate all’orientamento sessuale e all’identità di genere (nelle scuole, nel mondo del lavoro, nelle carceri e nei media). In quest’ambito, l’Istituto Beck ha realizzato degli opuscoli informativi per fornire ai docente strumenti utili per educare alla diversità, facendo riferimento alle posizioni della comunità scientifica nazionale e internazionale sui temi dell’orientamento sessuale e del bullismo omofobico. E sono stati organizzati dei corsi di formazione per tutte le figure apicali del mondo della scuola, al fine di contrastare e prevenire la violenza, l’esclusione sociale, il disagio e la dispersione scolastica legata alle discriminazioni subite per il proprio orientamento sessuale. Da qui la levata di scudi contro l’ideologia gender che destabilizzerebbe le menti di bambini e adolescenti. Perché non solo tra moglie e marito, ma anche tra genitori e figli non si deve mettere il dito: guai a mettere in discussione la famiglia tradizionale e a istillare domande nella testa di bambini e adolescenti che abbiano a che fare con l’identità (sessuale), l’affettività o la sessualità. Il genere come ideologia “Se qualcuno del gender ha fatto un’ideologia è stata la Chiesa cattolica”. Non ha dubbi in proposito la Vassallo che, nel suo ultimo libro Il matrimonio omosessuale è contro natura (Falso!), ci mette in guardia dall’errore grossolano di far coincidere la femmina (quindi il sesso, categoria biologica) con la donna (il genere, categoria socioculturale), o il maschio con l’uomo: negando, in questo modo, identità e personalità a ogni donna e a ogni uomo. “Nei secoli, infatti, la Chiesa cattolica ha costruito l’idea che uomo e donna siano complementari e si debbano accoppiare per riprodursi”. Questo, in pratica, sarebbe il solo ordine naturale possibile. “Invece, se oggi parliamo di decostruzione del genere, non lo facciamo per una presa di posizione ideologica, ma partendo dalla costatazione che, di fatto, non ci sono solo due sessi (ce lo dice la biologia, si pensi all’intersessualità), ci sono più generi e non c’è un unico orientamento sessuale: ovvero quello eterosessuale, che la Chiesa ha sempre promosso, etichettando come contro natura quello omosessuale”. Ma la natura non è omofoba. Anzi. Nel libro In crisi d’identità, Gianvito Martino, direttore della divisione di Neuroscienze del San Raffaele di Milano, spiega (e documenta) che è un gran paradosso etichettare l’omosessualità, ma anche il sesso non finalizzato alla riproduzione, come contro natura. Ci sono infatti organismi bisessuali, multisessuali o transessuali, la cui dubbia identità di genere è essenziale per la loro sopravvivenza. Additare quindi come contro natura certi comportamenti significa ignorare la realtà delle cose, scegliendo deliberatamente di essere contro la natura. IL GIOCO DEL RISPETTO http://www.lezpop.it/il-gioco-del-rispetto-e-la-polemica-di-chi-vuole-solo-diffondere-odio/ In questi giorni si è alzato un polverone sull’introduzione a Trieste del Gioco del rispetto, ovvero un progetto rivolto ai bambini per educarli all’eguaglianza e per abbattere ogni forma di discriminazione di genere. Mentre il gioco, realizzato da un team di educatrici e ricercatrici universitarie, Lucia Beltramini, Benedetta Gargiulo, Daniela Paci, con le illustrazioni di Konstantina Mavroidakos, nasce come strumento per superare il gender gap che esiste in Italia, ed è giustamente pensato per bambini molto piccoli, quando i pregiudizi e gli stereotipi di genere non sono ancora strutturati nella loro mente, la politica e gli esponenti ultra conservatori di questo paese hanno gridato allo scandalo. Il primo a parlarne è stato il sito Vita Nuova, diffondendo la notizia – ovviamente falsa – che durante il gioco i bambini sarebbero stati chiamati a toccare le loro parti intime, e che il fine del gioco sarebbe stato quello di confondere la sessualità dei più piccoli e indurli a cambiare genere. Dopo poco, la politica, Salvini in testa, ha cavalcato l’onda alzando i toni e riducendo il tutto alla solita, trita e ritrita, pericolosissima ideologia di gender a scuola. Ma cos’è successo davvero a Trieste? Lo racconta un papà al sito triestino Bora.La: Il caso è scaturito dall’incontro dove le insegnanti e la direttrice hanno anticipato che nel corso dell’anno ci sarebbe stato un progetto dedicato a sensibilizzare gli alunni al rispetto ed all’uguaglianza tra bambini e bambine. Il tutto sotto forma di gioco assolutamente innocente, dove i bambini avranno la possibilità di capire che un maschietto ed una femminuccia sono perfettamente uguali nel modo di pensare, di giocare, di respirare. Attraverso riflessioni e semplici azioni, come ascoltare il cuore che batte dopo una piccola corsa per scoprire che il battito fa proprio lo stesso suono, uguale nei bambini e nelle bambine. Nel corso di tale incontro un genitore, con tono arrogante, inquisitorio e totalmente fuori luogo, ha attaccato in maniera quasi offensiva le maestre e la scuola, dicendo che questi giochi a scopo sessuale e di trasformazione non dovevano e non potevano essere praticati con bambini di questa età […] Ha persino etichettato come “pecoroni” gli altri genitori che, sbigottiti, si sono trovati nel mezzo di questa spiacevole situazione. In seguito, il genitore ha scritto un articolo su «Vita Nuova» e da qui si è scatenata la polemica. Siamo di fronte l’ennesimo esempio di manipolazione della realtà, di sfruttamento dell’ignoranza e della mancata informazione, per biechi scopi propagandisti e per fomentare l’odio verso un nemico inesistente. L’ideologia di gender, la lobby gay che vorrebbe l'”omosessualizzazione” dei più piccoli. Non so dove si legga che i bambini si toccheranno i genitali e che si travestiranno… Si legge nel sito che Il gioco del rispetto si basa sull’approccio “gender transformative” che non significa come i più maliziosi, o quelli in malafede vorrebbero “trasformazione del genere” ma trasformare le relazioni inique, promuovere un potere decisionale, lavorativo ed economico che deve essere condiviso un ugual misura tra uomini e donne; significa abbattere le barriere, aprire la mente al diverso, e non si parla di diversità sessuale o di omosessualità come altri ancora vogliono far credere. Insomma, per colpa di qualche stolto, l’Italia rischia di dover restare nel Medioevo. E non parlo di diritti LGBT, ma di uguaglianza, di rispetto, della possibilità di formare i futuri cittadini che si batteranno per una società più equa, più giusta. Soprattutto, in questo caso, la malizia è negli occhi di chi guarda. Chi instilla delle idee malsane nei bambini è colui che grida allo scandalo, laddove non c’è nulla di cui scandalizzarsi. La propaganda, in questo caso, non è solo pericolosa per noi adulti, ma per i più piccoli. Per quei bambini che, senza nemmeno rendersene conto, sono stati tirati in ballo in un polverone mediatico. E allora, cari signori che difendete la famiglia, quella tradizionale, ci mancherebbe, prima di gridare allo scandalo, passatevi una mano sulla coscienza, potreste scoprire che, in realtà, siete voi quelli che “corrompono” l’innocenza dei più piccoli, strumentalizzando per i vostri biechi fini politici e propagandistici i loro giochi e la loro educazione. Un po’, magari, dovreste vergognarvi. http://giocodelrispetto.org/info/ dal sito internet GIOCODELRISPETTO.IT “Pari o dispari? Il gioco del rispetto” è un progetto che nasce in Friuli Venezia Giulia, nell’ambito delle attività volte alla prevenzione della violenza di genere. Le discriminazioni tra uomo e donna sono una realtà molto ben radicata nella cultura italiana e come accade quando si lavora per un cambiamento culturale, è necessario partire dall’educazione delle nuove generazioni per scardinare il problema. Diverse scuole hanno iniziato dei percorsi formativi per insegnare agli studenti a rispettarsi fra di loro e rifiutare la violenza, ma la maggior parte di questi interventi avviene nelle scuole primarie, secondarie o superiori, quando cioè gli stereotipi di genere sono già ben radicati nei ragazzi. Per questo motivo il progetto “Pari o dispari? Il gioco del rispetto” vuole partire dalle scuole dell’infanzia, quando cioè i bambini sono ancora terreno fertile per i concetti di libertà di espressione e di comportamento, al di là degli stereotipi. COME È FATTO Il kit didattico è composto da una scatola di giochi. Dentro questa scatola c’è una storia inedita, scritta da Benedetta Gargiulo e illustrata da Konstantina Mavroidakos, che racconta le vicende di Red & Blue, un bambino e una bambina che affrontano le prove avventurose del racconto, esprimendo sempre con grande libertà i loro sentimenti e le loro emozioni. C’è poi un classico gioco di memoria, che consiste nel ricordarsi la posizione esatta delle coppie di carte che rappresentano uno stesso mestiere. Ma chi viene rappresentato in questi mestieri? Sempre un uomo e una donna, per qualsiasi categoria. E le categorie sono molte! Infine ci sono altre dieci schede di gioco, che le insegnanti o gli insegnanti sono liberi di proporre ai bambini per farli divertire e contemporaneamente offrire loro la libertà di essere e di comportarsi non secondo stereotipi costruiti, ma secondo i loro naturali desideri. Ma l’elemento più importante di tutti, che va sempre messo quando si gioca coi bambini – e anche con i grandi – è il divertimento! COME FUNZIONA Le insegnanti e gli insegnanti delle scuole dell’infanzia che aderiscono al progetto vengono formati in un incontro organizzato per spiegare le dinamiche del kit didattico. Da quel momento, viene lasciato loro circa un mese di tempo per provare i giochi durante le ore di attività scolastica. Al termine del periodo stabilito, vengono raccolti dati e risultati, che saranno poi analizzati e interpretati dalla psicologa Lucia Beltramini e dall’insegnante Daniela Paci, coautrici del progetto. Il risultato atteso più importante sarà, ovviamente, un atteggiamento più consapevole dei bambini e delle bambine su ciò che possono sentirsi liberi di fare a prescindere dal loro genere di appartenenza Film: “I bambini sanno” di W.Veltroni, anche quelli figli di coppie dello stesso sesso Ne “I bambini sanno” Walter Veltroni cerca di raccontare il nostro tempo – anche l’omosessualità – tramite la voce dei bambini. I bambini sanno è il nuovo film di Walter Veltroni che uscirà nelle sale il prossimo 23 aprile. Dopo il successo di Quando c’era Berlinguer, Walter Veltroni si mette di nuovo dietro la macchina da presa per raccontare il mondo con gli occhi dei bambini. Lo stesso Veltroni racconta questo film: Ho cercato di raccontare, attraverso le voci di trentanove bambini, il nostro tempo. Li ho interrogati sulla vita, l’amore, le loro passioni, il rapporto con Dio, sulla crisi, la famiglia e sull’omosessualità. E poi ha continuato: I bambini non sono delle strane creature alle quali rivolgersi con quel tono fintamente comprensivo che gli adulti usano per comunicare con loro. I bambini hanno un loro mondo, un loro punto di vista, una loro meravigliosa sincerità. Questo film racconta come i nostri bambini, tra gli otto e i tredici anni, osservano e giudicano l’Italia, la loro vita, i grandi, il futuro. Tra i protagonisti del film, come nota il sito LezPop, c’è anche “la figlia di una coppia di donne lesbiche (di Giuseppina La Delfa e della compagna per l’esattezza) e che ci mostrerà il suo mondo senza i filtri dei pregiudizi degli adulti”. VEDI IL TRAILER https://www.youtube.com/watch?v=w0Lz6eCdgvk