Le leggi economiche universali.
Alla ricerca di un continente perduto
di Roberto Sidoli, Massimo Leoni e Daniele Burgio
Dedicato a Karl Marx (soprannominato in famiglia “il Moro” per la sua carnagione scura).
Lettera di Karl Marx a L. Kugelmann, 11 luglio 1868. “Il cianciare sulla necessità di dimostrare il
concetto di valore è fondato solo sulla più completa ignoranza, sia della cosa di cui si tratta, sia del
metodo della scienza. Che sospendendo il lavoro, non dico per un anno, ma solo per un paio di
settimane ogni nazione creperebbe, è una cosa che ogni bambino sa. E ogni bambino sa pure che
la qualità di prodotti, corrispondenti ai diversi bisogni, richiedono qualità diverse, e
qualitativamente definite, del lavoro sociale complessivo. Che questa necessità della distribuzione
del lavoro sociale in proporzioni definite, non è affatto annullata dalla forma definita della
produzione sociale, ma solo può cambiare il suo modo di apparire, è self-evident. Le leggi di natura
non possono mai essere annullate. Ciò che può mutare in condizioni storiche diverse non è che la
forma in cui questa distribuzione proporzionale del lavoro si afferma, in una data situazione sociale
nella quale la connessione del lavoro sociale si fa valere come scambio privato dei prodotti
individuali del lavoro, è appunto il valore di scambio di questi prodotti.
La scienza consiste appunto in questo: svolgere come la legge del valore si impone.”
Karl. Marx, “Critica del Programma di Gotha”, cap. primo. “Il lavoro non è la fonte di ogni ricchezza.
La natura è la fonte dei valori d’uso (e in questi consiste la ricchezza effettiva) altrettanto quanto il
lavoro, che esso stesso, è soltanto la manifestazione di una forza naturale, la forza-lavoro umana. E
il lavoro dell’uomo diventa fonte d’uso, e quindi anche di ricchezze, in quanto l’uomo entra
preventivamente in rapporto, come proprietario, con la natura, fonte prima di tutti i mezzi e
oggetti di lavoro, e la tratta come cosa che gli appartiene”.
“Il processo lavorativo… è l’attività che ha per fine la produzione di valori d’uso, adattamento degli
elementi della natura ai bisogni dell’uomo, condizione generale del ricambio organico tra uomo e
natura, perenne condizione dell’umano esistere: perciò non dipende da una particolare forma di
vita, ma al contrario è comune ugualmente a tutte le forme di società dell’umano esistere”. (K.
Marx, Il Capitale, libro primo, cap. quinto, par. primo).
Solo alla fine di un indagine storica si “potrà stabilire le poche leggi assolutamente generali, valide
per la produzione e lo scambio in genere” (F. Engels, “AntiDuhring”, pp. 157-158, Editori Riuniti).
F. Engels, “AntiDuhring”, p. 330. “Date le premesse sopracitate, la società non assegnerà neppure
dei valori ai prodotti. Essa non esprimerà il fatto semplice che i cento metri quadrati di stoffa
hanno richiesto per es. mille ore di lavoro per la loro produzione, dicendo in una maniera sciocca e
assurda che essi hanno il valore di mille ore di lavoro. Certo anche allora la società dovrà sapere
quanto lavoro richiede ogni oggetto di uso per la sua produzione. Essa dovrà organizzare il piano di
produzione a seconda dei mezzi di produzione, ai quali appartengono, in modo particolare, anche
le forze-lavoro. Il piano, in ultima analisi, sarà determinato dagli effetti utili dei diversi oggetti di
uso considerati in rapporto tra di loro e in rapporto alla quantità di lavoro necessaria alla loro
produzione. Gli uomini sbrigheranno ogni cosa in modo assai semplice senza l’intervento del
famoso “valore””.
Prefazione
“Il mistero delle LEU scomparse”
Caro Moro, esiste una sorta di “giallo” teorico nel marxismo che avrebbe potuto attirare
l’attenzione anche di E. A. Poe: il mistero delle leggi economiche universali scomparse, sparite,
smarrite.
Infatti nel suo AntiDuhring proprio all’inizio della sezione dedicata all’economia politica, il tuo
grande amico Engels scrisse che quest’ultima scienza risultava di natura prettamente “storica” e
che doveva pertanto necessariamente partire dall’analisi delle “leggi particolari di ogni singola fase
di sviluppo della produzione e dello scambio”.
Ma Engels affermò anche che, effettuato con successo tale cammino teorico, “alla fine di questa
indagine” l’economia politica “potrà stabilire le poche leggi assolutamente generali valide per la
produzione e lo scambio in genere”: nella nostra terminologia, le leggi economiche universali. 1
Quindi sussistono, a giudizio del tuo amico, delle “leggi” economiche “assolutamente generali”: il
problema è che Engels non accennò quasi mai a quali fossero tali leggi economiche universali,
“poche” o tante che fossero.
Engels scherzava, e ci voleva prendere in giro?
Non crediamo assolutamente a tale ipotesi anche perché, sempre nell’AntiDuhring, Engels indicò
almeno in parte una di queste “leggi assolutamente generali” poche righe prima di quelle da noi
già citate, sottolineando infatti che “produzione e scambio sono due funzioni diverse. Può esserci
la produzione senza lo scambio, non lo scambio – che proprio per sua essenza è scambio di
prodotti – senza la produzione.2
Se si sostituisce il termine “consumo” (ivi compreso il consumo di mezzi di produzione) a quello di
“scambio”, otteniamo una delle più elementari (e tristi, negative…) leggi economiche universali,
come si vedrà meglio in seguito.
Il problema e il “mistero”, caro Marx, consistono nel fatto che anche se il processo di analisi teorica
sull’economia vanta circa ventiquattro secoli di storia e partì già da Aristotele, con la sua
distinzione tra valore d’uso/valore di scambio e tra produzione per l’uso/produzione per il
guadagno (il filosofo di Stagira riconobbe inoltre che tutte le merci sono frutto del lavoro umano,
notando altresì che il denaro risulta la misura del valore), la sua messe di risultati si rivela ancora
assai ridotta rispetto al processo di individuazione di leggi economiche di valore universale e che si
manifestino concretamente in tutte le epoche storiche; nonostante che nella tua geniale opera “Il
Capitale” esse fossero contenute in larga parte, espresse a volte in forma assai chiara, i tuoi
seguaci (più o meno degni…) si sono dimenticati di regola sia di estrapolarle che di sviluppare
almeno in parte il processo di analisi nei loro confronti, smarrendo e facendo pertanto svanire
quasi completamente un “continente” ed un settore di ricerca teorico dotato anche di grande
rilevanza concreta e pratica.3
1
F. Engels, “AntiDuhring”, pp. 157-158, Editori Riuniti
2
Engels, op. cit., p. 158
3
K. Polanyi, Lla grande trasformazione”, p. 70, ed. Einaudi; R. L. Meek, “Studi sulla teoria del valorelavoro”, p. 274, ed. Feltrinelli; I. Robbins, “La misura del mondo”, p. 65, ed. Ponte alle Grazie; F. Engels,
“AntiDuhring”, pp. 243-244, Editori Riuniti.
In questo saggio cercheremo di iniziare a colmare tale gigantesca lacuna, che comprende anche le
tendenze economiche, i “primati” ed i rapporti dialettici di valore universale del pensiero
economico.
Per leggi economiche universali intendiamo quei nessi regolari e ripetuti di dipendenza tra
fenomeni produttivi diversi, posti in un costante rapporto dialettico di causa ed effetto e che si
manifestino (anche se assumendo via via forme diverse) in tutte le formazioni economiche-sociali,
del passato, presente e futuro. Partendo dal comunismo primitivo delle società paleolitiche,
dall’Homo Habilis di circa 2.300.000 anni orsono, con la sua creazione dei primi utensili e della
primordiale espressione della tecnologia umana, fino al (futuro) comunismo sviluppato del “a
ciascuno secondo i suoi bisogni”; passando via via per il modo di produzione asiatico ed i rapporti
sociali di produzione schiavistici, per quello feudale e attraverso il modo di produzione capitalistico
nelle sue varie fasi di sviluppo (manifatturiera, industriale, finanziario-imperialistica), oltre che per
il socialismo, prima ed immatura fase di crescita del modo di produzione comunista. 4
Tali leggi economiche universali, tra cui spicca per importanza quella del costo-lavoro, risultano
essere:
- la legge dell’erogazione gratuita e costante di valori d’uso economici da parte della Natura,
che consente alla forza-lavoro umana di disporre delle condizioni materiali necessarie sia
per riprodursi sul piano sociobiologico che al fine di creare valori d’uso con la praxis
produttiva (=effetto): nel primo caso anche con valori d’uso “non ottenuti mediante il
lavoro” (Capitale, libro primo, cap. primo, par. 1), quali ad esempio aria e fotosintesi
clorofilliana, nel secondo caso fornendo materie prime ed energia, ecc; 5
- la legge dell’indispensabilità del lavoro umano, concausa e fattore determinante per il
processo di riproduzione materiale del genere umano, dei suoi prodotti materiali di
consumo e di tutte le formazioni economico-sociali della storia passata, presente e futura
della nostra specie.
- la legge della trasformazione (necessaria e costante) di una parte del lavoro vivo in
strumenti di produzione, con la derivata divisione (necessaria e costante) del prodotto
sociale complessivo tra mezzi di consumo e mezzi di produzione fin dal più remoto
paleolitico (Homo Habilis e chopper);
- la legge della dipendenza (costante e necessaria) del consumo sia di mezzi di consumo, dal
processo produttivo senza produzione, nessun consumo (produzione che può essere
dovuta a terzi: creditori/produttori dei debitori/consumatori, lavoratori sfruttati, ecc.);
- la legge del costo-lavoro, per cui il costo di qualunque bene/servizio già inventato viene
determinato dalla quantità/qualità di lavoro globale (immediato/mediato) socialmente
necessario a riprodurlo/copiarlo (non a crearlo ex-novo), indipendentemente dalla
presenza/assenza di rapporti di scambio rispetto ai beni e dalla presenza/assenza di
plusprodotto: quantità di lavoro che “a sua volta si misura con la sua durata temporale”,
come rilevavi giustamente nel Capitale, dipendendo a sua volta in ultima istanza dalla
“forza produttiva del lavoro”;
4
Xu He, “Trattato di economia politica”, vol. primo, p. 14, ed. Mazzotta.
5
K. Marx, “Critica al Programma di Gotha”, cap. primo, Editori Riuniti
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la legge dell’innovazione-lavoro, per cui il costo di qualunque bene/servizio prodotto exnovo (o migliorato sensibilmente) dalla creatività umana è determinato dal lavoro
socialmente necessario a produrlo per la prima volta, in modo indipendente dalla
presenza/assenza di rapporti di scambio dei beni e dalla presenza/assenza di plusprodotto;
la legge dell’ammortamento-lavoro, per cui il lavoro in precedenza accumulato nei mezzi di
produzione e nelle materie prime/fonti energetiche si trasferiscono e cristallizza nel costolavoro globale dei beni prodotti, in base al suo logorio nel corso del processo di produzione;
la legge del costo della forza-lavoro, per cui serve una quantità determinata (variabile a
seconda del periodo storico, dell’area geografica, ecc.) di mezzi di consumo per assicurare il
processo di riproduzione di “buona qualità” (Marx) della forza-lavoro e della sua prole:
sotto tale soglia, si assiste al deterioramento delle capacità fisico-intellettuali dei produttori
diretti, più o meno intenso e veloce a seconda dei casi concreti;
la legge della riparazione-lavoro, per cui il tempo di lavoro socialmente necessario per la
riparazione e pulizia degli oggetti di consumo e produzione si aggiunge costantemente al
costo-lavoro globale di questi ultimi;
la legge del trasporto-lavoro, per cui al costo di produzione-lavoro immediata di un oggetto
va aggiunto necessariamente il tempo di lavoro socialmente necessario per trasportare il
bene dove viene utilizzato concretamente, (con l’ovvia eccezione del trasporto-zero);
la legge dell’asimmetria costante tra il costo-lavoro e l’innovazione-lavoro tra il tempo
necessario socialmente per produrre ex-novo un bene e quello invece necessario per
riprodurlo;
la legge del “Rasoio di Occam” dell’utilità, per cui qualunque bene-servizio non contiene
alcun reale né costo-lavoro (indipendentemente dal tempo di lavoro necessario per
riprodurlo/produrlo ex-novo) se non ha allo stesso tempo un utilità sociale, anche
minimale;
la legge della “distribuzione del lavoro sociale in proporzioni definite” (Marx, lettera a
Kugelmann del 1868), date volta per volta, tra settore della produzione di mezzi di
produzione e settore di produzione dei mezzi di consumo, tra il fondo di lavoro accumulato
negli strumenti di produzione ed il lavoro vivo;
la legge dell’aumento di bisogni materiali e culturali dell’uomo, in conseguenza
dell’incremento del livello qualitativo di sviluppo del processo produttivo e delle
conoscenze tecnico-scientifiche (protoscientifiche) applicate al processo produttivo; 6
la legge dell’usura/logoramento determinato in modo costante dalla “forza distruttriva”
(Marx) della Natura contro tutte le opere e forze produttive del genere umano, a partire
dalla forza-lavoro e dalla sua longevità/efficienza;
la forza-lavoro ha “ la dote di natura” (Marx) di conservare costantemente il costo-lavoro
del fondo dei diversi mezzi di produzione (fissi-circolanti) proprio trasformandoli ed
utilizzandoli nel processo produttivo, impedendo il tal modo che il “logorio” inevitabile
provocato dalla Natura distrugga via via il lavoro vivo in essi contenuto (libro primo del
Capitale capitolo sesto);
la legge della dipendenza costante della (variabile) produttività sociale umana
principalmente dal livello (variabile) di sviluppo della scienza (protoscienza) e tecnologia,
ivi compreso il Know-how espresso via via dalla forza-lavoro umana, a partire dai primi
“chopper” creati dall’Homo Habilis più di due milioni di anni orsono;
6
K. Marx, “Il Capitale”, op. cit., libro terzo, cap. 48
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la legge della dipendenza del costo-lavoro di ciascun oggetto d’uso, in qualunque epoca
storica, dal grado variabile di produttività sociale via via raggiunto dalla forza-lavoro nelle
diverse fasi storiche. Sussiste una proporzionalità inversa tra produttività generale del
lavoro sociale e costo-lavoro: tanto maggiore risulterà tale produttività generale, tanto
minore diventerà il costo-lavoro dei diversi oggetti d’uso;
la legge della dipendenza (costante e necessaria) della produzione di pluslavoro-surplus
(plusvalore, nel modo di produzione capitalistico) da un livello qualitativo sufficientemente
avanzato e da una “soglia critica” di sviluppo della produttività del lavoro sociale: senza
disporre almeno di tale grado minimo/indispensabile (rivoluzione produttiva del neolitico,
ecc.), il lavoro umano non può produrre pluslavoro ed un surplus costante, accumulabile
con relativa facilità;7
la legge della trasformazione costante di una parte (variabile) del lavoro sociale in lavoro
complesso e potenziato, capace di erogare nello stesso tempo di lavoro molte più energie
psicofisiche del lavoro semplice e non-qualificato, secondo proporzioni stabilite da regole
generali caratteristiche della formazione della forza-lavoro umana; 8
a legge generale della ricchezza sociale: la quantità di valore d’uso, di ricchezza materiale a
disposizione delle diverse società e formazioni economico-sociali rappresenta
costantemente una variabile dipendente della quantità generale di lavoro in esse
disponibili, moltiplicata per la produttività sociale di quest’ultima;
la legge del costo unitario nella produzione in serie, per cui il costo unitario di ogni singola
unità prodotta è dato costantemente dalla divisione tra costo totale e quantità di beni
prodotti; pertanto all’aumentare della produzione, se il costo totale non varia, il costo
unitario diminuirà (e viceversa, in caso di diminuzione della produzione);
la legge del circolo virtuoso tecnologico, per cui una determinata massa critica di scoperte
tecnologiche di grande portata innesca sempre la crescita del processo produttivo e degli
scambi economici, aumento che a sua volta favorisce un ulteriore sviluppo della tecnologia;
la superiorità scientifica (protoscientifica) e tecnologica determina costantemente ed in
modo necessario, fin dai tempi del confronto tra Homo sapiens e Neanderthal, un migliore
processo di riproduzione economico (a partire dall’incremento della forza-lavoro) dei
segmenti di società umane che godono di tale supremazia, più o meno prolungata nel
tempo.;9
la legge della progettazione-lavoro: una delle forze motrici costanti e necessarie del
processo produttivo consiste in un progetto cosciente per lo svolgimento delle attività
produttive, o nella copiatura/riproduzione cosciente di un modello elaborato in precedenza
(Marx, l’ape e l’architetto).
7
K. Marx, op. cit., libro primo, cap. primo, par. secondo
8
J. Eaton, “Economia politica”, pp. 42-43, ed. Einaudi
9
V. I. Lenin, “La grande iniziativa”, luglio 1919
Oltre alle leggi economiche universali vanno sottolineati i megatrend, e cioè i processi economici di
lungo periodo che non assumono tuttavia un carattere universale e necessario per la loro assenza
in certe società, per la presenza carsica di controtendenze e periodi di stagnazione/regres-so in
altre. Tali megatrend risultano essere:
- la tendenza generale alla sostituzione crescente dell’impiego di forza-lavoro umana da
parte dei mezzi di produzione sociali, dai chopper del lontano paleolitico fino ai robot e
supercomputer che ci hanno permesso di diventare una specie iperpotente e l’unica, tra
miliardi vissute finora sulla Terra, ad acquisire le capacità tecnologiche;
- la tendenza generale allo sviluppo delle forze produttive e del derivato grado di controllo
umano sulle dinamiche naturali, potenzialmente capaci nel futuro di esaltare le potenzialità
umane in tutte le sfere (iperabbondanza di energia, modifica profonda del DNA di molte
specie viventi e dello stesso uomo, viaggi iperstellari, terraformazioni di pianeti a partire da
Marte, ecc.). il megatrend in esame determina l’accrescimento progressivo del numeratore
MP (mezzi di produzione) rispetto al denominatore L (lavoro umano) nella frazione MP/L,
che esprime a sua volta il rapporto generale fra i due componenti socioproduttivi della
polarità dialettica in via d’esame;10
- la tendenza alla crescente sostituzione dell’energia muscolare umana con l’utilizzo delle
forze motrici extra-umane (dal fuoco alla fusione nucleare) in campo produttivo;
- il “rendimento crescente” e la tendenza all’aumento della produttività del lavoro sociale
umano, a sua volta collegata al progressivo sviluppo qualitativo del “lavoro universale”;
- l’incremento tendenziale del livello di sviluppo protoscientifico/scientifico della nostra
specie, applicato via via al processo produttivo;
la tendenza generale del lavoro umano a creare un pluslavoro/surplus costante ed accumulabile, una volta superata una soglia minimale critica: rivoluzione neolitica e creazione
dell’agricoltura/allevamento, come base materiale indispensabile;
- la tendenza alla minimizzazione del costo-lavoro nel processo di produzione dei diversi
beni/servizi, e cioè il massimo risparmio possibile della forza-lavoro necessaria per un dato
obiettivo/processo produttivo;
- la tendenza alla massimizzazione del risultato/output produttivo, a parità di erogazione di
forza-lavoro e mezzi di produzione: alias l’impulso alla massimizzazione dell’efficienza
produttiva;
- la tendenza al progressivo riequilibrio tra cambiamento (a volte regresso) della popolazione
da un lato, e cambiamento (a volte regresso) delle risorse naturali/produttive disponibile
dall’altro;
- la tendenza all’equilibrio nella distribuzione sociale del lavoro, alla sua divisione
relativamente stabile tra produzione di mezzi di produzione e produzione di mezzi di
consumo;11
- la tendenza del genere umano a creare progressivamente una “praxisfera” di matrice
produttivo-tecnologica, a fianco della geosfera/biosfera. Una “praxisfera” capace col tempo,
10
H. Grossmann, “Il crollo del capitalismo”, p. 5, ed. Jaka Book
11
S. Coehn, “Bucharin e la rivoluzione bolscevica”, p. 113, ed. Feltrinelli
specialmente a partire dalla rivoluzione agricola del “rosso” collettivistico neolitico, di
generare e riprodurre, come scrisse già nel 1924 il grande scienziato sovietico V. I.
Vernadskij, “una nuova ed enorme forza geochimica sulla superficie del nostro pianeta.
L’equilibrio nella migrazione degli elementi, che si era stabilito in lunghi tempi geologici, è
infranto dall’intelletto e dall’attività degli uomini. Adesso, con tale indirizzo ci troviamo in
un periodo di mutamento delle condizioni di equilibrio termodinamico all’interno della
biosfera”. (“Lineamenti di geochimica”, 1924)
Per quanto riguarda invece i “primati” universali in campo economico, essi riguardano:
- il primato attuale della Natura (Sole, Terra, ecc.) rispetto al lavoro umano nel processo
sociale di produzione di ricchezza e valore d’uso: ad esempio, per fabbricare delle stazioni
orbitali autosufficienti a disposizione dell’intero genere umano, servirebbe un Pil mondiale
superiore di alcune decine di migliaia di volte all’attuale;
- il primato della Natura (ivi compresa la fisiologia umana) sulla praxis umana nel processo
logoramento/distruzione, sia dei mezzi di produzione che della forza-lavoro umana;
- il primato della scienza (protoscienza) e tecnologia sulle altre fonti di produttività sociale
(mezzi di produzione, organizzazione del lavoro, ecc.): alias la centralità delle informazioni
scientifiche-protoscientifiche e tecnologiche, a partire da quelle nella produzione di mezzi
di produzione (i primitivi chopper, sementi agricole, ecc.);
- il primato della progettualità/praxis sulle abitudini e istinti di specie, come evidenziato
proprio dal tuo parallelo tra l’ape e l’architetto nel Capitale, caro Marx;
- il primato della praxis produttiva umana (=la sovracitata praxisfera) nel determinare i
processi di trasformazione della geosfera/biosfera terrestre, almeno a partire dal luglio del
1945.12
Rispetto invece agli inscindibili rapporti universali che emergono all’interno del processo di
produzione umana, essi sono composti dalle seguenti coppie dialettiche formatesi tra:
- mezzi di produzione/lavoro, alias polarità dialettica tra fondo di produzione accumulato/
lavoro vivo;
- produzione/consumo;
- fondo di consumo/fondo di produzione accumulato;
- produzione di mezzi di produzione (settore A) e produzione di mezzi di consumo (settore
B);
- fondo di produzione fisso (strumenti di produzione utilizzabili ripetutamente) e fondo di
produzione circolante (materie prime e mezzi di produzione utilizzabili una sola volta);
- risorse produttive naturali (energetiche, materie prime, terra/acqua, ecc.) e bisogni sociali;
- riproduzione semplice/allargata del processo produttivo;
- condizioni sociali della produzione/forze sociali dalla produzione;
- popolazione/risorse produttive naturali disponibili volta per volta;
- aumento della popolazione/aumento delle risorse produttive e naturali disponibili volta per
volta;
- incremento della produzione/incremento dei bisogni materiali e culturali;
- energie psico-fisiche erogate via via nel processo produttivo e output ottenuto da
quest’ultimo, volta per volta;
- energie psico-fisiche erogate nel processo produttivo/risparmio e riduzione di tale
erogazione rispetto al passato.
12
V. Vernadskij, “La biosfera”, pp. 18-21, ed. Red
Infine si possono individuare anche le leggi economiche che si applicano solo “all’era del surplus
insufficiente”, e cioè non ancora in grado di garantire al genere umano il salto nel “regno della
libertà” del comunismo sviluppato, tra le quali emergono:
- l’effetto di sdoppiamento (una tendenza di lunga durata, che ha tratto spunto proprio dalla
tua lettera a Vera Zasulich del marzo 1881), relativa alla possibilità/realtà dell’affermazione
sia di rapporti di produzione collettivistici che di quelli classisti, nelle società dell’epoca del
surplus;
- la legge della creazione di un’“equivalente generale” tra i diversi beni, quando si
svilupparono contemporaneamente la produzione di surplus ed i rapporti di scambio tra gli
uomini e le diverse comunità del neolitico: e cioè il denaro, prima sotto forma di
conchiglie/ossidiana, in seguito di bestiame, poi di metalli preziosi, di moneta metallica,
ecc;13
- la legge della creazione di un fondo di riserva/tesaurizzazione nell’epoca del surplus,
partendo dalla presenza (più o meno ampia) di un “equivalente generale”;
- la legge del valore-lavoro, che Engels fece risalire a circa sei millenni prima della formazione
del modo di produzione capitalistico;14
- la legge della domanda/offerta tipica degli scambi mercantili, all’interno di ciascuna
formazione economico-sociale segnata da processi di compravendita di merci, ripetute e
costanti.
Caro “Moro”, prima di entrare nel merito è necessario individuare cosa si intenda per legge
economica, oltre ai criteri generali di verifica indispensabili per effettuare un processo di
enucleazione delle leggi economiche generali.
In estrema sintesi l’economia è una pratica sociale che ha per oggetto principale i multiformi
processi produzione, scambio e distribuzione/consumo di beni o servizi, intesi come rapporti tra
uomini mediati da “cose” (beni e servizi produttivi), mentre la scienza economica ha come suo
compito principale il processo di individuazione dello sviluppo storico, legato alla praxis umana,
delle leggi economiche.15
A sua volta la legge economica, come si è accennato in precedenza, risulta essere il nesso costante,
il legame dialettico di omogeneità e regolarità di comportamento esistente tra due
fenomeni/processi diversi all’interno del campo produttivo umano, unificato da un rapporto
(dialettico) di causa ed effetto tra una forza motrice e i suoi effetti costanti, di natura generale e
uniformi. La legge economica costituisce un nesso necessario, generale e stabile tra fenomeni
produttivi diversi, che si riproducono nel tempo.16
13
J. Eaton, op. cit., p. 37
14
F. Engels, “Considerazioni supplementari”, dalla prefazione del terzo libro del Capitale del 1894
15
F. Engels, “AntiDuhring”, p. 157, Editori Riuniti
16
Per quanto riguarda invece le leggi economiche universali (d’ora in poi definite quasi sempre con
l’acronimo LEU), il primo processo di verifica e la prima “domanda della Sfinge” economica sulla
loro esistenza effettiva consiste nell’accertare la loro presenza attiva all’interno del comunismo
primitivo del paleolitico, a partire dall’Homo Habilis e dal processo collettivo di creazione delle
pietre scheggiate da un solo lato, i “chopper”.
Solo se si verifica concretamente tale azione concreta si può passare ad un secondo livello di
conferma/falsificazione, inteso come la previsione (ragionevolmente sicura) dell’esistenza delle LEU
anche nel futuro (non-inevitabile) comunismo sviluppato, segnato dalla regola gioiosa del “a
ciascuno secondo i suoi bisogni”.
Solo dopo aver superato positivamente anche questo secondo scoglio, si può passare alla terza
prova della “Sfinge” economica, e cioè il processo di verifica della presenza/assenza delle LEU (o
presunte tali) all’interno del processo di riproduzione delle diverse società classiste, dal modo di
produzione asiatico fino a quello capitalistico.
Sempre tenendo conto, in tutti e tre momenti di verifica, che solo la pratica sociale ed il derivato
materiale empirico risultano in grado di verificare la validità di una tesi e di un ipotesi teorica,
come del resto rilevasti nella seconda delle “Tesi su Feuerbach” sostenendo che “la questione se al
pensiero umano appartenga una verità oggettiva non è una questione teorica, ma pratica. E’
nell’attività pratica che l’uomo deve dimostrare la verità, cioè la realtà e il potere, il carattere
terreno del suo pensiero. La disputa sulla realtà o non-realtà di un pensiero che si isoli dalla pratica
è una questione puramente scolastica”.17
A questo punto risulta anche necessario effettuare alcune precisazioni rispetto alle LEU, al fine di
cercare di evitare preventivamente inutili fraintendimenti, nei limiti del possibile.
Queste ultime, intesi come “reti” (Lenin) e strumenti necessari per la comprensione della dinamica
della realtà, valgono innanzitutto solo e fino a quando continuerà (speriamo per l’eternità) il
processo di riproduzione del genere umano: a differenza delle leggi della natura, esse si realizzano
e manifestano concretamente solo mediante l’attività e la praxis sociale dell’uomo, oppure di altre
specie capaci di arrivare al livello tecnologico, inteso come processo di produzione di strumenti
attraverso altri strumenti/utensili.18
Le LEU, inoltre, non possono essere annullate dal genere umano, ma altresì possono essere
conosciute ed impiegate dalla praxis umana (entro certi limiti per latro variabili) a suo vantaggio
per soddisfare i bisogni collettivi, sia di genere materiale che culturale. Ad esempio, la LEU
dell’erogazione costante di valori d’uso da parte della Natura consente alla pratica umana di
utilizzare questi ultimi in quantità crescente (e con modalità produttive e più avanzate) nell’eterno
“ricambio organico” tra uomo e Natura, senza il quale in “un paio di settimane ogni nazione
creperebbe”, come ogni “bambino marxista” dovrebbe sapere.
C. Supino, “Il carattere delle leggi economiche”, in Autori Vari – Rivista di scienze – vol. primo
17
K. Marx, “Tesi su Feuerbach”, marzo 1845
18
V. I. Lenin, “Quaderni filosofici”, p. 151, ed. Feltrinelli
Ma non solo: le Leu si manifestano in forme diverse e incontrano controtendenze particolari nelle
diverse formazioni economico-sociali. Ad esempio la legge dell’indispensabilità del lavoro umano
per il processo di riproduzione umana non si applica, all’interno delle società classiste (di tipo
asiatico o schiavistico, feudale o capitalistico), rispetto a quella minoranza privilegiata del genere
umano venuta via via in possesso delle condizioni della produzione, dei mezzi sociali di produzione
e del surplus sociale, resasi in grado di sfruttare i produttori diretti-non proprietari e di
vivere/consumare anche senza partecipare in alcun modo, anche indiretto, al processo produttivo.
Quarto “codicillo”: il marxismo ha di regola confuso proprio le proteiformi manifestazioni assunte
via via da ciascuna LEU all’interno delle diverse formazioni economico-sociali, con l’inesistenza
(presunta…) dei nessi costanti ed universali tra fenomeni economici diversi.
Si è trattata di una grave confusione tra i diversi “volti” e manifestazioni concrete assunte dalle LEU
negli specifici processi di riproduzione dei diversi rapporti di produzione/distribuzione sociali (a
partire dal comunismo primitivo) da un lato, e la presunta inesistenza di nessi economici universali
dall’altro.
Un abbaglio comunque rimediabile, visto che come notava Sartre il marxismo è ancora nella sua
fase di giovinezza teorica, ma in tale periodo i tuoi seguaci sono riusciti a dimenticare che già nella
tua lettera a Kugelmann del 1868 parlavi chiaramente di “leggi naturali” (alias LEU, a nostro avviso)
in campo produttivo, quale ad esempio quella della dipendenza del genere umano dal lavoro e
dall’eterno “ricambio organico” tra uomo e Natura, senza il quale in “un paio di settimane ogni
nazione creperebbe”, come ogni “bambino marxista” dovrebbe sapere.
Quinta precisazione: le LEU si devono manifestare, per essere tali, sia nelle formazioni economicosociali contraddistinte dalla presenza di un surplus/plusprodotto costante ed accumulabile, sia in
quelle invece segnate proprio dall’assenza di un surplus/prodotto costante ed accumulabile, come
nel caso di quel lunghissimo periodo paleolitico che (per circa 2.300.000 anni) vide il processo di
riproduzione di società collettivistiche prima della genesi/comparsa del pluslavoro e dell’eccedenza
sul necessario per sopravvivere.
Sesta precisazione: le LEU si devono manifestare concretamente, per essere tali, sia nelle società
basate anche sulla costante compravendita di prodotti (di quantità significativa) sia nelle società al
cui interno il processo di scambio di prodotti non ha giocato (o non giocherà in futuro) un ruolo
significativo e regolare, duraturo nel tempo; al cui interno non sussistono merci, in altri termini,
intese come oggetti multiformi che vengono scambiati, venduti e acquistati tra proprietari
autonomi di questi ultimi, non legati tra loro da rapporti di subordinazione formale (come ad
esempio i servi della gleba e i loro signori).
Il secondo sotto-insieme comprende sul piano temporale:
- Due milioni e più di storia umana, dell’Homo Habilis coi suoi chopper fino al mesolitico
(11.000/9000 a.C.);
- il futuro (e speriamo lunghissimo) “regno della libertà” del comunismo sviluppato, la cui
regola fondamentale consisterà proprio nella gratuità dei beni e nell’assenza di scambio di
merci, ormai finite nella pattumiera della storia.
Comprende al suo interno, pertanto, il periodo più lungo nel passato del genere umano e anche
del suo (possibile) futuro, se supereremo le (pericolosissime) forche caudine del passaggio epocale
dal capitalismo al socialismo/comunismo.
Va anche ribadito che il comunismo sviluppato di “a ciascuno secondo i suoi bisogni” non
rappresenta purtroppo ancora (e per molti decenni futuri) una realtà, rischiando di non venire mai
alla luce in caso di guerra nucleare (su scala mondiale e di lunga durata). Le previsioni sul suo
futuro sviluppo, pertanto, rimangono solo prefigurazioni della nostra specie.
Si potrebbe subito obiettare, da parte borghese, che il comunismo sviluppato non c’è ancora e
soprattutto “non ci sarà mai” anche nel futuro, risultando solo un parto della fantasia di Marx e dei
socialisti, “utopici” loro malgrado. Tuttavia considerando:
- il fatto sicuro che il comunismo primitivo “ci sia stato”, e per più di due milioni di anni;
- il fatto sicuro che le società “rosse” e collettivistiche del neolitico/calcolitico “ci siano state”,
e per ben cinque millenni (Gerico, Catal Huyuk, Ubaid, civiltà Yangshao in Cina, ecc.), tanto
da essere presi come modelli utopici dal geniale pensatore taoista Lao-Tzu; 19
- Il fatto sicuro che il socialismo moderno “ci sia stato” in Unione Sovietica dal 1917 al 1990,
e che “ci sia” tuttora a Cuba, Vietnam ed in Cina, seppur con seri problemi e contraddizioni;
- il fatto sicuro che il progresso tecnologico-scientifico risulta ormai inarrestabile, se non in
caso di guerra nucleare e di autodistruzione dell’umanità: fusione termonucleare,
Intelligenza Artificiale, DNA sintetico, super computer quantici, ecc.
Tutti questi “fatti testardi” ci portano a pensare che anche il comunismo sviluppato “ci sarà” nei
prossimi secoli, se (un grosso e minaccioso se) prima non si verificherà l’incubo della guerra
termonucleare.
Ma anche se, per ipotesi, il comunismo sviluppato non ci dovesse “essere mai” nel futuro del
genere umano, il solo prevedere sul piano astratto che se (se…) esso “ci sarà”, nella futura dinamica
umana, non potrebbe non vedere l’azione al suo interno delle diverse LEU, tale
conoscenza/anticipazione rappresenta un fattore che aumenta il grado di sicurezza proprio alla
presenza costante e gratuita delle LEU.
Se nel comunismo-sviluppato di matrice marxiana risultasse ineliminabile la presenza attiva delle
diverse LEU; se in aggiunta queste ultime si manifestassero concretamente anche all’interno degli
altri modelli alternativi di comunismo (ad esempio in quello agognato da J. Zerzan e degli anarcoprimitivisti, avente per oggetto il ritorno alla raccolta-caccia del paleolitico, oppure nell’altro
estremo nel “comunismo della Porsche-caviale”), tali elementi di conoscenza/previsione
costituirebbero come minimo delle ulteriori prove a favore della presenza ineliminabile e del
raggio d’azione omnicomprensivo delle LEU in via d’esposizione, anche se nessuna forma di
comunismo-sviluppato potesse mai venire alla luce; anche se il comunismo sviluppato rimanesse
“solo” una (splendida) simulazione di scenario ed uno degli esperimenti mentali di immaginazione
che tanto piacevano ad Einstein.20
Finite le “precisazioni”, va inoltre compiuto un processo preventivo di definizione/chiarimento
rispetto ad alcune categorie economiche.
Per economia intendiamo, come si è già notato in precedenza, sia il processo di produzione che
quello di distribuzione/consumo di beni/servizi di natura economica. Tra tali beni/servizi rientrano
anche quei valori d’uso direttamente necessari ed indispensabili per la riproduzione della
principale forza produttiva, e cioè l’uomo, con le sue conoscenze e Know-how tecnologichescientifico: pertanto l’aria, l’acqua e la terra/suolo rientrano a pieno titolo in questa categoria,
anche se il primo oggetto economico è sempre un valore d’uso gratuito, fornito costantemente e
19
Needhan, “Scienza e civiltà in Cina”, vol. secondo, p. 104, ed. Einaudi; L. V. Arena, “La filosofia
cinese”, p. 36, ed Rizzoli
20
J. Zerzan, “Futuro primitivo”, p. 56, ed. Nautilus
gratuitamente dalla natura per la riproduzione sociobiologica e la praxis produttiva del genere
umano.
Per forza-lavoro si intende l’insieme delle capacità fisiche ed intellettuali dell’uomo, ivi comprese le
conoscenze/informazioni che vengono impiegate nel processo produttivo.
Per merce si intende un bene/servizio che viene scambiato tra il possessore dell’oggetto ed un
diverso possessore di un altro oggetto (e/o di denaro), senza che tra di essi vi sia alcun vincolo
extra economico (come nel caso del rapporto tra servo della gleba e feudatario) che abbia effetti
significativi nel passaggio di beni/servizi tra i diversi attori economici.
La produttività del lavoro sociale, la “forza produttiva del lavoro” (Marx) viene determinata
molteplici circostanze, e, tra le altre, dal grado medio di abilità dell’operaio, dal grado di sviluppo e
di applicabilità tecnologica della scienza, dalla combinazione sociale del processo di produzione,
dall’entità e dalla capacità operativa dei mezzi di produzione e da situazioni naturali.21
Per pluslavoro si intende invece il tempo di lavoro che la forza-lavoro fornisce, una volta esaurito il
tempo di lavoro necessario per ottenere la quantità di mezzi di sussistenza destinati alla sua
riproduzione dignitosa e di “buona qualità” (Marx): nei modi di produzione classisti (asiatico o
schiavistico, feudale o capitalistico) il pluslavoro viene erogato gratuitamente a favore dei
proprietari dei mezzi di produzione e delle condizioni della produzione, mentre nel
socialismo/comunismo sviluppato esso viene redistribuito dalla società collettivistica (a sua volta il
plusprodotto/surplus costituiscono la materializzazione del pluslavoro).
Per lavoro universale “si intende ogni lavoro scientifico, ogni scoperta, ogni invenzione. Esso
dipende in parte dalla cooperazione fra i vivi in parte dall’utilizzo del lavoro fra i morti”. 22
Il “lavoro astratto”, che esisteva già nel paleolitico, è a sua volta il lavoro sotto forma generale e a
cui sono tolte le caratteristiche speciali che differenziano un genere di lavoro dall’altro, lasciando
sotto il minimo comun denominatore: l’erogazione di tempo di lavoro da parte dei produttori
diretti.
Per quanto riguarda la categoria teorica di concausa nelle leggi economiche, basta notare che se
una legge risulta un nesso generale e costante tra due fenomeni diversi e ripetuti nel tempo, tra i
quali uno assume il ruolo di causa e l’altro di effetto, a volte in campo produttivo l’effetto viene
provocato e determinato simultaneamente da due (o più) cause e forze diverse che contribuiscono
entrambe, seppur con modalità e proporzioni diverse, allo stesso risultato e sottoprodotto, sempre
in forme generali e con regolarità costante.
Ad esempio sia la Natura (=materia inorganica ed organica-extraumana) che il lavoro sociale
costituiscono entrambe le concause, le “cause combinate” (costanti e generali) sia del processo di
riproduzione sociobiologico del genere umano che della creazione di valori d’uso, di “oggetti utili”
usati ed appropriati dalla nostra specie.
A loro volta anche le cicliche crisi da sovrapproduzione, tipiche del capitalismo, costituiscono la
risultante di una molteplicità di fattori produttivi: asimmetria crescente tra aumento della
produzione di mezzi di consumo e l’incremento del potere d’acquisto reale delle masse popolari,
21
Karl Marx, op. cit., libro primo, cap. primo, par. primo
22
Op. cit., libro terzo, cap. quinto, par. quarto
ma anche caduta tendenziale del saggio di profitto, carattere anarchico del processo di produzione
nel modo di produzione capitalistico a livello generale, asimmetria di sviluppo tra diversi settori
produttivi, ruolo di catalizzatore assunta dalla “speculazione”, ecc.
Per costo economico si intende invece il costo intrinseco/oggettivo dei diversi oggetti d’uso e
servizi, che viene determinato dall’insieme di risorse (a partire dalla forza-lavoro) destinate via via
alla produzione di questi ultimi: pertanto il costo economico di un oggetto/servizio risulta
oggettivo proprio perché distinto sia dalla valutazione soggettivo dell’utilità dei vari beni d’uso, che
dai rapporti di scambio (valori di scambio, prezzi di mercato, ecc.) che si possono sviluppare nel
tempo tra i diversi oggetti del consumo umano, ivi compresi i mezzi di produzione.
Per quanto riguarda invece la genesi del processo di sviluppo della nostra specie, la storia
propriamente umana è iniziata solo quando i nostri predecessori riuscirono ad inventare degli
strumenti di lavoro attraverso l’utilizzo di altri mezzi materiali (= i primi chopper, pietre scheggiate
da un solo lato), creando in tal modo la prima forma di (rozza e rudimentale) tecnologia in quello
che risulta “l’anno zero” della nostra specie.
Sicuramente l’Homo Habilis, che si distacca sensibilmente dai protominidi-australopitechi anche
per alcune sue caratteristiche fisiche, riuscì a creare in modo continuato i chopper fin da circa
2.300.000 anni orsono, nelle grotte di Olduvai; altri studiosi hanno inoltre avanzato l’ipotesi che
l’Australopithecus garhi, un protominide con una capacità cranica di circa 450 cm 3, fosse riuscito a
creare i primi strumenti in pietra lavorati circa 200.000 anni prima dell’Homo Habilis e 2.500.000
anni fa (sito di Bouri, Etiopia).
Se tale ipotesi dovesse essere confermata, si potrebbe retrodatare “l’anno zero” della nostra specie
introducendo un altro nostro antenato precedente di centinaia di migliaia di anni all’Homo Habilis,
e fare iniziare la storia – anche economica e tecnologica – umana con un certo anticipo rispetto ai
dati conosciuti in precedenza, mediante la presenza dell’Australopithecus garhi: per il momento
teniamo ancora come anno-zero il processo di creazione di utensili iniziato con l’Homo Habilis,
circa 2.300.000 anni orsono.
E’ appena il caso di ribadire che nel paleolitico (ma anche in buona parte delle società del
neolitico/calcolitico) vigeva un regima collettivistico ed egualitario. Come ha riconosciuto anche lo
studioso C. B. Standford, “in molte popolazioni di cacciatori-raccoglitori la divisione del bottino è al
cuore stesso della caccia. La condivisione della carne corrisponde a un modello in cui l’individuo dà
a coloro che gli stanno intorno e che in altre società potrebbero essere considerati di status
superiore. Questa generosità è stata spesso messa in relazione alla natura egualitaria delle società
di cacciatori-raccoglitori, dove la modestia è il generale consenso hanno più valore della ricerca
dello status:
Supponiamo che un uomo sia stato a caccia. Non è che deve tornare a casa e annunciare con fare
da spaccone: “ho preso una cosa grossa nella boscaglia!” Prima si siederà in silenzio, finché io o
qualcun altro non andremo vicino al suo focolare e chiederemo: “hai visto qualcosa oggi?” Al che
lui replicherà senza scomporsi: “Mmm, non sono fatto per la caccia. Non ho visto proprio niente
[…] solo roba piccola, forse”. A questo punto rido dentro di me, perché so che ha abbattuto una
grossa preda.
Fra i !Kung e gli Hadza, anche il migliore dei cacciatori deve essere modesto. L’umiltà è una forte
tradizione culturale in quasi tutte le società di cacciatori-raccoglitori. Questa è un’estensione della
natura egualitaria di tali culture. I tentativi di usare la propria abilità nella caccia come
lasciapassare per soddisfare ambizioni sociali vengono solitamente accolti con una severa
opposizione, sono messi in ridicolo e si scontrano con gli sforzi del gruppo tesi a far vergognare chi
cerca di promuovere se stesso. Il tutto è preceduto da abbondante sarcasmo e numerose frecciate
verbali da parte degli altri cacciatori. La condivisione della carne è un aspetto di questo
egalitarismo. La carne non viene necessariamente distribuita nell’intento di migliorare il proprio
status sociale. Invece, le persone con le quali si condivide sembrano essere, in una certa misura, in
posizione di vantaggio poiché possono arringare chi condivide e, nel farlo, manipolare il
comportamento. Nella società dei cacciatori-raccoglitori non esistono maschi alfa, in altre parole
non c’è un maschio dominante di rango elevato che decida che cosa farà e dove andrà il gruppo”.23
Deve essere infine sottolineato che, almeno rispetto alla più importante LEU, la legge del costolavoro, l’accumulazione di materiale empirico a sostegno della sua presenza su scala universale si
collegherà al processo di critica della teoria marginalista, con le sue (presunte) leggi eterne ed il
(reale) ruolo di “dobermann teorico” utilizzato dalla borghesia in campo economico contro il
marxismo, a partire dal 1871 e dopo la sconfitta dell’eroica Comune di Parigi, del primo “assalto al
cielo” operaio da te difeso (non in modo acritico) con tanto vigore, caro Marx.
Capitolo Primo
Natura, lavoro sociale e LEU
La Natura, intesa sia in qualità di materia inorganica (dalle stelle ai quark) che come materia
organica extraumana, tra le sue innumerevoli proprietà esprime anche quella di far parte a pieno
23
C. B. Standford, “Scimmie cacciatrici”, pp.163-164, ed. Garzanti
titolo ed in qualità di co-protagonista del processo economico umano, anche se in modo
totalmente incoscente.
La prima LEU riguardo infatti il rapporto dialettico, allo stesso tempo costante e necessario, che si
riproduce da alcuni milioni di anni tra la specie umana, fin dai suoi albori, e la Natura: quest’ultima
eroga continuamente quantità gigantesche di valori d’uso, di ricchezze materiali al genere umano
(= causa) che li utilizza in forme assai variabili sia attraverso il suo lavoro sociale che con il semplice
consumo fisiologico, come nel caso dell’aria (= effetto).
In altri termini, la materia ( a partire dal sole, dalle piante e dalla loro sintesi clorofilliana) non solo
da milioni di anni assicura le precondizioni fondamentali per la stessa esistenza della specie umana,
ma costituisce la causa unica della creazione delle ricchezze/valori d’uso utilizzati dall’uomo senza
lavoro (aria, acqua, fotosintesi clorofilliana, terre vergini, ecc.), oltre che una concausa assai
importante per lo stesso processo di creazione dei valori d’uso generati e “rimescolati” dall’uomo
con la sua praxis produttiva, a partire dalla terra e dall’acqua. Anche solo adoperando le materie
prime fornite dal mondo inorganico, il lavoro sociale umano non si svolge mai senza l’“assistenza”
gratuita di Madre Natura, anche se ovviamente il genere umano paga il prezzo dell’erogazione di
energie per le attività produttive in termini di fatica, attenzione, stress, ecc.
La prima LEU, pertanto, rileva l’erogazione costante e necessarie di valori d’uso produttivi da parte
della natura del genere umano, usufruiti da quest’ultimo a volte senza lavoro (= VUGN, valori d’uso
gratuiti/naturali) o viceversa attraverso il lavoro sociale (VUPU, valori d’uso prodotti dall’uomo).
La ricchezza globale umana, pertanto, risulta eguale a VUGN + VUPU, mentre a loro volta queste
due categorie materiali entrano a far parte di una sorta di prodotto interno lordo “verde”, visto che
il legame dialettico Uomo-Natura si rivela anche di carattere economico e produttivo, con la
materia extra-umana che si presenta ininterrottamente nella veste di “madre della ricchezza”,
collegata ovviamente in modo indissolubile con il “padre” l’esistenza bisociale e l’attività produttiva
umana. La Natura crea costantemente e gratuitamente masse gigantesche di valori d’uso e di
ricchezze naturali (causa), in una dinamica che influisce in modo necessario e determinante sul
processo produttivo umano (= effetto), il quale a sua volta retroagisce sulla causa trasformando
(nel paleolitico, in modo quasi impercettibile) la stessa materia extra-umana formando una sorta di
effetto di retro-azione sulla causa.
Caro Moro, avevi compreso perfettamente (anche se purtroppo non elaborato sotto forme
generali) l’esistenza e l’importanza della prima LEU, quando nella tua splendida “Critica del
Programma di Gotha” del 1875 sottolineasti che “il lavoro non è la fonte di ogni ricchezza. La
natura è la fonte dei valori d’uso (e in questo consiste la ricchezza effettiva!) altrettanto quanto il
lavoro, che esso stesso, è soltanto la manifestazione di una forza naturale, la forza-lavoro umana.
Quella frase si trova in tutti i sillabari, e intanto giusto in quanto è sottinteso che il lavoro si esplica
con i mezzi e con gli oggetti che si convengono. Ma un programma socialista non deve indulgere a
tali espressioni borghesi facendo le condizioni che solo danno loro un senso. E il lavoro dell’uomo
diventa fonte di valori d’uso, e quindi anche di ricchezze, in quanto l’uomo entra preventivamente
in rapporto, come proprietario, con la natura, fonte prima di tutti i mezzi e oggetti di lavoro, e la
tratta come cosa che gli appartiene. I borghesi hanno i loro buoni motivi per attribuire al lavoro
una forza creatrice soprannaturale; perché dalle condizioni naturali del lavoro ne consegue che
l’uomo, il quale non ha altra proprietà all’infuori della sua forza-lavoro, deve essere, in tutte le
condizioni di società e di civiltà, lo schiavo di quegli uomini che si sono resi proprietari delle
condizioni materiali del lavoro. Egli può lavorare solo col loro permesso, e quindi può vivere solo
col loro permesso”.24
24
K. Marx, “Critica al Programma di Gotha”, cap. primo, Editori Riuniti
La Natura risulta pertanto a tuo avviso “madre” della ricchezza almeno quanto il lavoro (che è del
resto a sua volta espressione di una forza naturale) e la natura ci da valori d’uso, che assumono
peraltro rilevanza solo in quanto essi si colleghino dialetticamente alla praxis sociale umana. Se la
specie umana sparisse interamente, è ovvio che la Natura continuerebbe a riprodursi ma senza
produrre valori d’uso per il “caro estinto” umano; d’altro canto, ancora nel 1844 e nei tuoi
Manoscritti economici-filosofici, caro Marx, sottolineavi che “l’operaio non può produrre nulla
senza la natura, senza il mondo esterno sensibile”.
La tesi di Marx (e, a cascata, l’esistenza della prima LEU) corrisponde alla pratica sociale e risulta
veritiera?
La risposta è sicuramente positiva, visto che la Natura produce costantemente valori d’uso gratuiti
e preziosi per l’attività economica umana, oltre che indispensabili per assicurare le precondizioni
dell’esistenza umana, a partire dalla (vitale) aria, indispensabile per le reazioni chimiche.
Il ricercatore S. Borso ha sottolineato ad esempio che “i servizi” (l’imput economico) “degli
ecosistemi costituiscono quei benefici della specie umana riceve dal funzionamento stesso degli
ecosistemi.
Si tratta di servizi che:
1. Provvedono alla fornitura dei prodotti utilizzati dalla specie umana quale cibo, acqua,
combustibile, fibre, sostanze biochimiche, medicine naturali, risorse ornamentali.
2. Regolano i processi degli ecosistemi fornendo importanti benefici quali il mantenimento
della qualità dell’aria, la regolazione del clima, il controllo dell’erosione, la regolazione delle
malattie umane, la regolazione del ciclo idrico, la purificazione dell’acqua ed il trattamento
degli scarti, il controllo biologico e l’impollinazione.
3. Sono necessari per la produzione per gli altri servizi degli ecosistemi, e quindi svolgono un
ruolo di supporto, quali la formazione del suolo, il ciclo dei nutrienti e la produzione
primaria”.25
Ma non solo. I più infaticabili “produttori diretti” del nostro pianeta sono costituiti da quelle
innumerevoli piante fotosintetiche, che compiono il più importante processo di riduzione biologica
di energia sulla superficie terrestre, attraverso il quale da un lato assorbono l’energia luminosa
(proveniente quasi sempre dal Sole) che convertendola in energia chimica potenziale, mentre
simultaneamente e partendo da composti inorganici e semplici (anidride carbonica ed acqua)
formano anche le sostanze organiche essenziali, a partire dai glucidi, che a loro volta costituiscono i
“mattoni” e i composti basilari della materia vivente, sia vegetale che animale.
Si tratta del vitale processo naturale della fotosintesi clorofilliana, attraverso il quale le “piante
verdi” garantiscono costantemente l’autoriproduzione continua del primo livello (essenziale e
fondamentale) della vita nel nostro pianeta, compiendo un “lavoro” immane, costante e decisivo
proprio per la riproduzione della vita, ivi compresa quella umana.
Proprio riferendosi a tale processo, il grande scienziato sovietico I. Vernodski sottolineò che se la
vita terrestre/biosfera risulta una creazione della luce e polvere stellare (condensatasi ad alte
temperature), a sua volta la materia vivente si manifesta principalmente attraverso
l’accumulazione/trasporto di energia chimica derivata dai raggi solari da parte degli organismi
terrestri, che operano (e trasformano) incessantemente nella biosfera. 26
25
S. Borso, “Indicatori termodinamici per un agricoltura sostenibile”
Inoltre l’energia solare che perviene giornalmente sul nostro pianeta non costituisce solo la
condizione primaria di esistenza della vita sulla terra, ma anche (e di gran lunga) la principale fonte
energetica esistente nel nostro pianeta, risultando pari – secondo i calcoli più prudenti – a circa 50
milioni di GW all’ora, massa a sua volta equivalente a circa 10.000 volte la potenza complessiva
erogata in media ogni ora (5000 GW) dalle fonti energetiche riprodotte dall’uomo. Una sezione
crescente, seppur ancora assolutamente insufficiente, di questa superenergia viene tra l’altro
utilizzata da alcuni decenni in modo diretto dalla praxis umana attraverso gli impianti solari, come
del resto avvenne per l’energia eolica e l’energia idrica, fin dal tempo dalla costruzione dei primi
mulini ad acqua ed a vento.
Visto che il processo di erogazione di luce/energia da parte del Sole continuerà almeno per i
prossimi due miliardi di anni, le discutibili tesi di N. Georgescu-Roegen sull’applicazione
all’economia umana del secondo principio della termodinamica e la correlata previsione della
tendenziale, ma inevitabile diminuzione di energia nel futuro del genere umano risultano pertanto
calcoli anticipati di appena… due miliardi di anni, senza poi tener conto del potente fenomeno
derivante dal processo di fusione termonucleare, già ora realizzato in laboratorio dagli scienziati
umani.27
A loro volta la terra e l’acqua sono state correttamente considerate da te, compagno Marx, anche
in qualità di “oggetti generali del lavoro umano” e spesso non “filtrati” da quest’ultimo, come il
“pesce, che viene preso e separato dal suo elemento vitale, l’acqua, il legname che viene abbattuto
nella foresta vergine, il minerale che viene strappato dalla sua vena”: oggetti di lavoro che
forniscono assieme un valore d’uso enorme e gratuito al genere, a disposizione della sua (onerosa
e costosa) praxis produttiva.28
Rientrano in questa categoria di “oggetti del lavoro umano”, almeno da alcuni secoli, anche i
combustibili fossili, e cioè combustili derivanti dalla trasformazione sviluppatisi in milioni di anni di
sostanza organica, spinta sotto terra nel corso di lontane ere geologiche (tali sostanze organiche
rappresentano a loro volta l’accumulo di energia solare da parte delle piante attraverso il
sopracitato processo di fotosintesi clorofilliana): in tale categoria rientrano beni e valori d’uso ben
conosciuti, quali il carbone, il gas naturale ed il petrolio.
Una triade a cui inoltre si uniscono le numerosissime materie prime (e valori d’uso) che la Natura
mette gratuitamente a disposizione della praxis produttiva umana, partendo dalla selce e dalle
pietre utilizzate fin da 2.200.000 anni fa dall’Homo Habilis, per costruire i suoi primi e rozzi
chopper, fino ad arrivare all’uranio ed alle preziose “terre rare” (gallio, coltan, ecc.) che
permettono di costruire cellulari e sistemi satellitari, nell’era contemporanea.
Anche se l’elenco potrebbe essere allungato in modo assai sensibile, comprendendo ad esempio gli
animali domestici/selvatici, si può a questo punto passare alla prima delle domande della “Sfinge”
26
S. A. Podolinskij, “Lavoro ed energia”, p. 338, ed. PanSinMor
27
N. Georgescu-Roegen, “Energia e miti economici”, Bollati Boringhieri
28
K. Marx, “Il Capitale”, libro primo, cap. quinto, par. primo
economica, e cioè se la LEU in oggetto si sia manifestata concretamente anche nel comunismo
primitivo del paleolitico e nelle (splendide) società collettivistiche del neolitico, a partire dalla
protocittà “rossa” di Gerico dell’8500 a.C.
La risposta risulta fin troppo facile, se si prendono in esame:
- la pietra, la selce, le ossa usate per costruire gli strumenti produttivi nel paleolitico;
- la legna adoperata per creare bastoni e armi, oltre che per produrre fuoco;
- gli animali selvatici via via cacciati dalla nostra specie;
- le piante selvatiche rese sempre più commestibili per il consumo umano, a partire dalla
rivoluzione neolitica e dai cereali;
- gli animali divenuti oggetti del processo di domesticazione, a partire dal lupo/cane;
- i pesci;
- la terra ed acqua;
- la frutta, tuberi, verdure, bacche, cereali selvatici, ecc.;
- gli oceani, corsi d’acqua e maree usati come supporti per l’attività umana di trasporto. 29
Anche nel paleolitico, inoltre, aria/vento e fotosintesi clorofilliana assicurarono sicuramente le
precondizioni materiali indispensabili per la riproduzione sociobiologico dei nostri lontani antenati,
al pari della preziosa acqua, dotata non a caso di un alto valore simbolico tra le popolazioni
preistoriche.
“L’acqua è una risorsa dalla quale dipende la vita di tutti gli esseri viventi e del pianeta.
Probabilmente è tale consapevolezza che ha portato numerosi popoli del passato come del
presente a ritenerla sacra, a percepirla come dono divino e/o bene comune, da preservare e usare
con rispetto. Tale visione riguardava tutti gli elementi della natura di cui l’essere umano si sentiva
parte. Fin dal paleolitico, le comunità umane svilupparono rispetto e profonda spiritualità nei
confronti della natura e si presero cura del creato (Boff, 2002). In seguito le culture autoctone, sulla
base di un senso di gratitudine verso la Terra, hanno creato saggezze millenarie su come vivere in
armonia con la natura. La Terra è considerata la Madre con la quale l’essere umano come singolo e,
soprattutto, come comunità instaura un legame profondo. Il sentimento di base è quello secondo
cui è l’uomo ad appartenere alla Terra e non viceversa.
Nello specifico, l’acqua è uno degli elementi centrali e comuni alla maggior parte delle culture –
dall’antico Egitto ai popoli nomadi del Maghreb e delle aree desertiche della penisola arabica, alle
popolazioni animiste dell’Africa centro-meridionale, agli aborigeni australiani, agli indiani delle
Americhe (dagli Irochesi ai maya, dagli inca ai quechua) – per le quali aveva e ha un alto valore
simbolico, essendo un elemento essenziale non solo alla vita fisica ma anche a quella sociale e
spirituale. Non a caso, fin dall’antichità le fonti erano luoghi privilegiati dove si credeva si
manifestasse la divinità e l’acqua era elemento centrale di rituali e cerimonie. 30
Superata facilmente la prima soglia di verifica sull’esistenza (preistorica) della LEU in via
d’esposizione, si può passare alla previsione delle linee di sviluppo della futura società comunistasviluppata, segnata dalla regola distribuita della gratuità e del “a ciascuno secondo i suoi bisogni”.
29
C. D. Conner, “Storia popolare della scienza”, p. 59, ed. Tropea
30
M. Ciervo, “Geopolitica dell’acqua”, p. 21, ed. Carocci
Anche in questo (piacevole) scenario futuro, la Natura continuerà sicuramente ad erogare al
genere umano come minimo oggetti di consumo in qualità di:
- luce solare;
- materie prime;
- terra/acqua;
- trizio e deuterio per la fusione termonucleare.
Inoltre anche la futura agricoltura comunista utilizzerà la condizione-base della catena alimentare
fornita dalla fotosintesi clorofilliana, e cioè la germogliazione spontanea dei cereali e dei prodotti
alimentari, la produzione di latte e uova da parte degli animali domesticati (salvo in caso di vittoria
futura delle tesi vegane) e gli altri doni forniti dalla “Madre” delle ricchezze sociali per il diretto
consumo fisiologico umano, come nel caso di aria/vento.
Per quanto riguarda il terzo quesito della “Sfinge”, riguardante la presenza della LEU in via
d’esposizione all’interno delle società classiste, la risposta della praxis storica tra il 3700 a.C.
(formazione della prima teocrazia sumera e del modo di produzione asiatico) e l’inizio del nostro
terzo millennio è inequivocabile. Nei sei millenni presi in esame, le diverse classi dominanti sul
piano socioproduttivo non solo hanno via via impiegato la forza-lavoro subordinata anche per
adoperare (e spesso trasformare in valore di scambio) i valori d’uso forniti dalla materia
extraumana, tanto che è continuato senza soste (con forme e quantità diverse d’uso socioproduttivo) il flusso costante e gratuito di valori d’uso di origine extraumana, lavorati dalla pratica
sociale, ma sono anche aumentati rispetto al paleolitico i doni della Natura che sono passati da
elementi potenziali a real, concreti valori d’uso nel processo produttivo umano.
Per rimanere al solo campo energetico, basta pensare all’impiego:
- dell’acqua come forza motrice nei mulini ad acqua;
- del vento e dei mulini a vento;
- del carbone (per riscaldamento/fusione di metalli);
- del vapore e della macchina a vapore;
- dell’elettricità e del magnetismo (motore elettrico);
- degli idrocarburi, partendo ovviamente dal petrolio;
- dell’uranio e della fissione atomica, con le prime centrali nucleari.
Ma non solo: all’interno del tardo capitalismo la natura si è trasformata nell’oggetto di una nuova
strategia di accumulazione del capitale mediante le cosiddette “merci ecologiche”, divenute negli
ultimi tre decenni parte organica di un nuovo e lucroso settore di attività della borghesia.
“L’idea dei crediti per l’inquinamento è comparsa per la prima volta negli anni Settanta, ma solo
negli anni Ottanta è emerso un primo modello per questi fiorenti mercati delle merci ecologiche
sotto forma di scambi “debito-per-natura”. Questi mercati hanno visto la partecipazione di varie
organizzazioni non governative, banche, governi e agenzie internazionali come il Fondo monetario
internazionale e la Banca mondiale, oltre che dei governi debitori. Una porzione del debito
nazionale veniva condonata se i paesi debitori – quasi tutti del Sud del mondo – accettavano di
preservare varie aree di terreno “naturale”. Essi sono stati presto surclassati per finalità e
complessità, e il modello si è diffuso. Negli USA, il Clean Air Act del 1990, una revisione della legge
del 1972, è stato uno spartiacque nella regolamentazione della capitalizzazione della natura.
Oggi le merci ecologiche più note sono probabilmente quelle prodotte dai programmi di riduzione
delle emissioni di carbonio. Il loro obiettivo dichiarato è rallentare o ridurre il riscaldamento
globale, e funzionano in modo analogo ai crediti delle zone umide: per assorbire il biossido di
carbonio dell’atmosfera i proprietari di terre forestale (generalmente nei paesi tropicali più poveri)
vengono pagati per non disboscarle, mentre i grandi inquinatori dei paesi industrializzati possono
acquistare questi crediti per continuare a inquinare. Nella primavera del 2006, i crediti del biossido
di carbonio in Europa sono stati venduti sul mercato a 30 euro la tonnellata, anche l’instabilità del
prezzo di questa nuova merce ha rapidamente presentato il conto. I mercati basati sui crediti
hanno fatto la loro comparsa anche per molte altre merci legate all’ecologia: crediti per la
biodiversità, per la pesca, per l’inquinamento dell’acqua e dell’aria, per gli uccelli rari, e così via.
Una società della Georgia, l’International Paper, sta riproducendo in terreni di sua proprietà un
picchio a rischio di estinzione, il red-chockaded, i cui crediti hanno un valore di mercato di 100.000
dollari. In questo modo l’International Paper per riguadagnare in futuro 250.000 dollari per ciascun
credito.”31
In estrema sintesi, senza Natura… nessuna sopravvivenza possibile per il genere umano.
Senza Natura, impossibilità per la nostra specie di produrre e consumare.
Un’obiezione che si può muovere alla prima LEU è che essa sembra funzionare solo fino a quando il
genere umano stazionerà sul suo pianeta d’origine, la Terra.
Ma anche se tutta la nostra specie, in un futuro estremamente remoto, si trasferisse integralmente
su un altro pianeta, nella nostra nuova “casa” inizierebbe di nuovo ad operare a nostro favore il
processo di erogazione costante/gratuito di valori d’uso da parte della nuova stella di riferimento
(luce ed energia) e del nuovo pianeta occupato (terra, acqua, materia prime, ecc.), consentendo
alla praxis umana un nuovo utilizzo produttivo nei loro confronti.
Solo se la totalità del genere umano, per scelta o forzatamente dovesse ripararsi su gigantesche
stazioni spaziali autosufficienti (l’equivalente dell’“Arca di Noè”) per sempre e senza via di fuga,
cesserebbe in gran parte il legame e la polarità dialettica di matrice produttiva che
contraddistingue Natura e Uomo da milioni di anni, mentre resterebbe solo la contemplazione
(non-economica) delle stelle dell’Universo. Ma di solito il “viaggiatore” riesce a trovare una nuova
“casa” avendo a disposizione sufficiente tempo, risorse materiali/tecnologiche e
conoscenze/informazioni: ed anche nel caso ipotetico che questo fenomeno non si verificasse, la
struttura delle future stazioni spaziali sarebbe in ogni caso fatta di metallo… di origine terrestre/di
altri pianeti, non permettendo pertanto di spezzare del tutto il legame tra Uomo e Natura.
Per quanto riguarda il processo di calcolo della massa di valore d’uso fornita
gratuitamente/costantemente dalla Natura al genere umano dopo, questa risulta in termini di
costo-lavoro più che enorme, e prima del 1957 addirittura d’ordine infinito.
Si può infatti calcolare in modo approssimativo il valore d’uso della ricchezza fornita dalla Natura
all’uomo, proprio valutando quanto lavoro umano costerebbe il processo di riproduzione delle
condizioni di vita autosufficienti per tutti gli esseri umani, proprio calcolando quanto lavoro
servirebbe per riprodurre i sottoprodotti della “coppia Sole/Terra” (aria, acqua, spazio/terra,
energia e luce compresi, ovviamente) in modo artificiale e a favore di tutto il genere umano, come
avviene attualmente sul nostro pianeta. In altri termini, quanto costerebbe in termini economici
salvarci come specie se la Terra/Sole sparissero, quanto costerebbe creare una nuova “Arca di Noè”
spaziale per tutti noi?
Con il livello di sviluppo scientifico-tecnologico esistente prima del 1957/71, prima della messa in
orbita del primo Sputnik e soprattutto prima della geniale costruzione delle stazioni orbitali
sovietiche Saljut (ed in seguito della Mir), tale valore-lavoro risultava di valore infinito, perché il
genere umano non era ancora assolutamente in grado di compiere tale opera di “riproduzione” e
di ricreazione artificiale delle condizioni di vita minimali neanche per un uomo, neanche per un
giorno o un solo secondo.
31
N. Smith, “La natura come strategia di accumulazione di capitale”, 2007, in Socialist register
Ma la situazione iniziò a cambiare con la costruzione da parte sovietica delle prime “case nelle
stelle”, seguendo un indicazione del geniale scienziato sovietico K. Tsiolkovsky (1857-1935) per cui
la Terra è la culla dell’umanità, ma non si può vivere nella culla per sempre.
Dopo i primi lanci in orbita delle stazioni spaziali Saljut (1971-82); dopo la costruzione della Mir
(1985) e della nuova Stazione Spaziale Internazionale (SSI) a partire dal 1998, tale impresa titanica
inizia a diventare (almeno in parte) quasi possibile, almeno nei prossimi decenni.
Supponiamo:
- che l’attuale SSI diventi a breve totalmente autosufficiente, sul piano alimentare ed
energetico (purtroppo non lo è ancora);
- che l’attuale SSI possa contenere sette persone (attualmente la capienza massima risulta di
sei astronauti);
- che essa possa già ora riprodursi/ripararsi costantemente e senza intervento terrestre (la
durata della SSI potrà arrivare invece al massimo fino la 2030);
- che si possa concentrare il prodotto lordo mondiale solo per tale impresa;
- che si abbia a disposizione tre decenni di tempo a tale scopo.32
Passando da questi dati ipotetici alla realtà attuale, risulta che il costo della SSI sia attorno ai 100
miliardi euro dal 1998 al 2030, circa 3,3 miliardi di euro all’anno. Dividendo tale somma per sette
astronauti, otteniamo il costo monetario di 471 milioni di euro per ciascun cosmonauta (esborso
astronomico, certo, ma sul lungo periodo utilissimo per l’umanità: è controproducente “,puntare
tutto” su un unico pianeta che purtroppo può essere sempre coinvolto in catastrofi disastrose, a
partire dall’impatto di meteoriti).
A questo punto moltiplichiamo 471 milioni di euro per sette miliardi, l’equivalente approssimativo
della popolazione mondiale nel 2012: si ottiene pertanto la somma astronomica annua di 3,3
miliardi di miliardi di euro, circa sessantamila (60.000) volte in più del Pil mondiale del 2012,
stimato pari a 50.000 miliardi di euro, somma tra l’altro da impiegare per tre decenni a tale scopo.
In altri termini, servirebbe un Pil mondiale ben sessantamila volte più grande dell’attuale per
creare un’“Arca di Noè” collettiva per tutti gli esseri umani: per di più sempre presupponendo una
sua autosufficienza materiale a partire dal campo energetico ed alimentare, attualmente ancora
inesistente, oltre all’impossibile concentrazione della ricchezza globale solo a tal fine, per ben tre
decenni.
I progetti di grandi “case spaziali”, come quello ideato dal professore G. O’Neill dell’università di
Princeton, prevedono del resto costi enormi. “Probabilmente per realizzare grandissimi
insediamenti bisognerà attendere che lo sfruttamento delle risorse lunari permetta di disporre di
materiali che possano essere portati nello spazio a costi molto bassi, ad esempio mediante
lanciatori elettromagnetici, a meno che il costo di satellizzazione si riduca di ordini di grandezza
rispetto all’attuale. Island 1 è un progetto per una sfera di 460 m. di diametro, in grado di ospitare
circa 10.000 abitanti, con un vero ecosistema interno con i suoi parchi, fiumi, abitazioni private,
centri sportivi e quanto altro può servire per rendere la vita simile a quella degli abitanti della
Terra. Essa dovrebbe essere posizionata in uno dei punti di Lagrange stabili, posti sull’orbita della
Luna”33
32
“Stazione Spaziale Internazionale”, in it.wikipedia.org; F. Valitutti, “Alla conquista dello spazio”, pp. 181-188, ed.
Newton&Compton
33
G. Genta, “La culla troppo stretta”, p. 77, ed. Mondadori
Tornando alla formula iniziale, si può concludere pertanto che attualmente che il valore d’uso dei
VUGN (valori d’uso gratuiti e naturali, forniti dalla materia extra-umana) risulta enormemente
superiore a VUPU, ai valori d’uso prodotti dall’uomo con la sua praxis produttiva collegata
costantemente all’apporto della Natura, “limitato” (si fa per dire…) all’apporto gratuito e costante
di materie prime e fonti energetiche, di “oggetti del lavoro”.
In un futuro ancora lontano, che interesserà lontani stadi di sviluppo della società comunista
sviluppata, la situazione in questo campo cambierà radicalmente, quando e se la società umana
riuscirà almeno ad arrivare tra un paio di secoli al livello 1° di civiltà previsto dalla “scala di
Kardashev”, formulata dall’omonimo scienziato sovietico negli anni Sessanta dello scorso secolo.
“Le civiltà di tipo I sono quelle che hanno imparato a sfruttare le fonti di energia planetarie. Il loro
consumo di energia può essere misurato con precisione: per definizione, esse sono in grado di
utilizzare tutta l’energia solare che giunge sul loro pianeta, ossia 10 16 watt. Con una tale quantità di
energia, esse potrebbero controllare o modificare il clima, deviare gli uragani, o costruire città
sull’oceano. Civiltà di questo tipo sono padrone assolute del loro pianeta.
Una civiltà di tipo II ha esaurito l’energia di un singolo pianeta, e ha imparato a sfruttare tutta la
potenza di una stella (vale a dire più o meno 10 26 Watt). Civiltà di questo tipo potrebbero anche
essere capaci di controllare i brillamenti solari e di far accendere nuove stelle.
Un civiltà di tipo III ha esaurito la potenza disponibile in un singolo sistema solare, e ha colonizzato
una vasta porzione della propria galassia. Una civiltà di questo tipo è in grado di utilizzare l’energia
generata da 10 miliardi di stelle, ovvero all’incirca 10 36 watt.
Ogni tipo di civiltà differisce dal tipo inferiore per un fattore 10 miliardi: in altre parole, una civiltà
di tipo III, che è capace di sfruttare l’energia di miliardi di sistemi stellari, ha a disposizione un
energia 10 miliardi di volte maggiore di quella a disposizione di una civiltà di tipo II; questa, a sua
volta, utilizza energia 10 miliardi di volte superiore a quella di una civiltà di tipo I. per quanto possa
sembrare astronomico il divario che separa i vari tipi di civiltà, è possibile stimare il tempo che
servirebbe per dare vita a una civiltà di tipo III. Facciamo l’ipotesi chele emissioni energetiche di
una civiltà crescano ogni anno di un modesto modesto 2 o 3 percento (è un ipotesi plausibile, dato
che la crescita economica che può essere stimata in maniera ragionevole, è legata direttamente al
consumo di energia: al crescere dell’economia cresce il suo fabbisogno energetico. Dal momento
che la crescita del prodotto interno lordo, o PIL, di molte nazione è compresa tra l’uomo e il due
per cento all’anno, possiamo attenderci che il loro consumo energetico cresca più o meno allo
stesso modo).
Con un tasso di crescita così basso, possiamo stimare da 100 a 200 anni il tempo necessario alla
nostra civiltà per raggiungere lo status di tipo I, ci vorranno approssimativamente da 1000 a 5000
anni per diventare una civiltà di tipo II e forse da 100.000 a 500.000 anni per arrivare al di tipo III.
Su una scala simile, la nostra civiltà attuale può essere definita di tipo O, dato che l’energia viene
ricavata da piante morte (petrolio e carburante). Persino il controllo di un uragano, il cui potenziale
energetico è pari a quello di centinaia di bombe atomiche, va al di la delle nostre capacità
tecnologiche”.34
Prospettive future di portata eccezionale, sempre se (se…) riusciremo ad evitare il rischio
dell’autodistruzione nucleare avviando entro i prossimi decenni il processo di transizione al
socialismo su scala mondiale.
34
M. Kaku, “Mondi paralleli”, pp. 336-337, ed. Codice
Del resto la praxis produttiva via via trasforma i risultati impossibili di ieri nella realtà di oggi,
domani o del futuro meno ravvicinato: basti pensare che ancora nel 1926 uno scienziato inglese, A.
W. Bickerton, scriveva che “l’idea stupida di sparare verso la Luna è un esempio dell’assurdo a cui
un eccessiva specializzazione porta gli scienziati”.
Visto lo Sputnik del 1957, Gagarin e le missioni Apollo, risulta assurda la previsione “azzardata” di
Tsiolkovsky che l’uomo avrebbe prima o poi raggiunto lo spazio cosmico, o viceversa l’analisi
“realista” di Bickerton nel 1926?35
La seconda LEU riguarda invece il carattere indispensabile (costantemente e necessariamente
indispensabile) del lavoro sociale umano sia per il processo di riproduzione sociobiologica del
genere umano, (oggetti di consumo) che per la creazione/conservazione dei mezzi di produzione
fissi e delle condizioni della produzione non logorate da una sola forma di appropriazione, come
avviene ad esempio per i mezzi di comunicazione, le dighe, ecc.
Causa=lavoro sociale, suo effetto=produzione degli oggetti di consumo umano (ivi compresi i mezzi
di produzione) e derivata riproduzione sociobiologica del genere umano, oltre che delle sue opere
di lunga durata: questo è il nesso dialettico immediato, la polarità di opposti della seconda LEU.
Sotto questo aspetto, caro Moro, avevi notato quasi all’inizio del primo libro del Capitale (cap.
primo, par. secondo) che “quindi il lavoro, come formatore di valori d’uso, come lavoro utile, è una
condizione d’esistenza dell’uomo, indipendente da tutte le forme di società, è una necessità eterna
della natura, che ha la funzione di mediare il ricambio organico fra uomo e natura, cioè la vita degli
uomini.”
Già in quell’occasione, pertanto, avevi fatto notare che, il lavoro è “una necessità eterna” (alias
LEU) per l’uomo, e non diventa certo tua responsabilità il fatto che i tuoi seguaci non abbiano
sviluppato la traccia ed il “sentiero” da te indicato.
Sempre nel primo libro del Capitale, avevi sottolineato come il lavoro costituisca in ogni caso un
“processo che si svolge tra l’uomo e la natura”. Un processo costante e necessario “nel quale
l’uomo per mezzo della propria azione produce, regola e controlla il ricambio organico fra se stesso
e la natura: contrappone se stesso, quale una fra le potenze della natura, alla materialità della
natura. Egli mette in moto le forze naturali appartenenti alla sua corporeità, braccia e gambe, mani
e testa, per appropriarsi i materiali della natura in forma usabile per la propria vita. Operando
mediante tale moto sulla natura fuori di sè e cambiandola, egli cambia allo stesso tempo la natura
sua propria. Sviluppa la facoltà che in questa sono assopite e assoggetta il giuoco delle loro forze al
proprio potere”.36
Nello stesso paragrafo avevi ancora sottolineato che “il processo lavorativo, come l’abbiamo
esposto nei suoi movimenti semplici e astratti, è attività finalistica per la produzione di valori d’uso;
appropriazione degli elementi naturali per i bisogni umani; condizione generale del ricambio
organico fra uomo e natura; condizione naturale esterna della vita umana; quindi è indipendente
da ogni forma di tale vita, e anzi è comune egualmente a tutte le forme di società della vita
umana”.37
35
G. Genta, op. cit., pp. 43 e 103, ed. Mondadori.
36
K. Marx, “Il Capitale”, libro primo, cap. quinto, par. primo
37
Il lavoro risulta pertanto “comune egualmente a tutte le forme di società della vita umana”, e cioè
con i suoi proteiformi effetti crea una LEU, nella nostra terminologia. Nella tua celebre lettera e L.
Kugelmann dell’11 luglio del 1868, inoltre, avevi ribadito con forza che “il cianciare sulla necessità
di dimostrare il concetto di valore è fondato solo sulla più completa ignoranza, sia della cosa di cui
si tratta, sia del metodo della scienza. Che sospendendo il lavoro, non dico per un anno, ma solo
per un paio di settimane ogni nazione creperebbe, è una cosa che ogni bambino sa. E ogni
bambino sa pure che la quantità di prodotti, corrispondenti ai diversi bisogni, richiedono quantità
diverse, e quantitativamente definite, del lavoro sociale complessivo. Che questa necessità della
distribuzione del lavoro sociale in proporzioni definite, non è affatto dalla forma definita della
produzione sociale, ma solo può cambiare il suo modo di apparire, è self-evident (di per se
evidente). Le leggi di natura non possono mai essere annullate. Ciò che può mutare in condizioni
storiche diverse non è che la forma in cui questa distribuzione proporzionale del lavoro si afferma,
in una data situazione sociale nella quale la connessione del lavoro sociale si fa valere come
scambio privato dei prodotti individuali del lavoro, è appunto il valore di scambio di questi
prodotti”.
Come si dimostra concretamente la legge marxiana dell’indispensabilità del lavoro sociale ai fini
della riproduzione sociobiologica di specie?
Il 17 marzo del 1883, proprio F. Engels pronunciò un discorso in ricordo di Karl Marx, in cui l’amico
fraterno del “Moro” sottolineò che Marx aveva “scoperto la legge dello sviluppo della storia
umana, cioè il fatto elementare, sinora nascosto sotto l’orpello ideologico, che gli uomini devono
innanzitutto mangiare, bere, avere un tetto e vestirsi, prima di occuparsi di politica, di scienza,
d’arte, di religione, ecc”.
Per vivere l’uomo deve inevitabilmente consumare e disporre di determinati oggetti d’uso quali
cibo, vestiario, abitazioni, e tali oggetti non vengono sicuramente prodotti dal cielo né trasportati
da Babbo Natale nel luogo di consumo dato volta per volta: consumate pertanto le riserve e le
scorte di genere di consumo (ma anch’esse costituiscono sempre il frutto di lavoro umano
precedente, accumulato e cristallizzato nelle scorte/riserve), senza processo lavorativo il genere
umano semplicemente si estinguerebbe e commetterebbe un suicidio di massa. Restando solo sul
fronte e della produzione di mezzi di consumo (settore B), immaginiamo un mondo ancora abitato
da esseri umani che tuttavia decidano concordemente di non lavorare, creando una sorta di
sciopero generale planetario, senza eccezioni né crumiraggio, per il periodo di almeno due anni.
Riusciremmo a mangiare, dopo un anno, tredici mesi, ecc.?
Le scorte alimentari del globo risultavano pari a circa 430 milioni di tonnellate nel 2011 rispetto ad
un fabbisogno globale di circa 2 miliardi di tonnellate, risultando quindi sufficiente solo per
tre/quattro mesi di impiego; finite le scorte, arriverebbe in ogni caso inevitabilmente la carestia
assoluta e con i nuovi raccolti agricoli annientati dall’assenza totale di semina/cura/raccolta,
sempre in presenza dello sciopero generale della forza lavoro del pianeta. 38
Inoltre, dopo circa un anno, anche nelle nazioni più ricche del globo i mezzi di consumo durevoli
inizierebbero a mancare, a partire dagli elettrodomestici, computer, cellulari e televisioni. Mezzi di
consumo che, è appena il caso di sottolinearlo, in ogni caso non potrebbero funzionare per
l’assenza di energia, come del resto le automobili per mancanza di benzina: anche il settore A,
destinato alla produzione di mezzi di produzione, in assenza di forza-lavoro umana non potrebbe
Op. cit., ibidem
38
“In netto calo le riserve mondiali di cereali”, 19/06/2006, in www.fao.org
svolgere il suo compito produttivo indispensabile, di supporto e precondizione materiale (=energia,
cemento, acciaio, legname, ecc.) per l’attività del “settore B” del processo produttivo.
Per quanto riguarda invece beni durevoli come le abitazioni e le condizioni generali della
produzione, la situazione non sarebbe migliore. Immaginiamo infatti:
- acquedotti non controllati…;
- fognature lasciate andare in malora…;
- abitazioni non curate, pulite e ristrutturate quotidianamente…;
- sistemi di comunicazione non puliti/riparati…;
- ospedali non operanti…;
- dighe abbandonate al loro destino…
E via degradando a ritmo accelerato la qualità della vita con conseguenze devastanti, con la sola
eccezione del settore scolastico: la disastrosa rivoluzione culturale cinese è servita almeno a
dimostrare come una società possa sopravvivere per qualche anno, anche se con un declino
progressivo nel settore scientifico-tecnologico, senza scuole e processo educativo di livello
superiore.39
Trasferendo l’attenzione ai mezzi sociali di produzione, sono facili da prevedere le conseguenze
rispetto agli altiforni a ciclo continuo di un blocco totale della produzione, che vanificherebbe per
alcuni mesi qualunque tentativo di riprendere il processo produttivo. Più in generale, Marx con la
solita acutezza hai notato che “una macchina che non serve nel processo lavorativo è inutile, e
inoltre cade in preda alla forza distruttiva del ricambio organico naturale. Il ferro arrugginisce, il
legno marcisce. Refe non tessuto o non usato in lavori a maglia, è cotone sciupato. Queste cose
debbono essere afferrate dal lavoro vivo, che le evochi dal regno dei morti, le trasformi, da valori
d’uso possibili soltanto, in valori d’uso reali e operanti”.40
Nei Grundrisse, caro Moro, avevi giustamente notato che “la natura non costruisce macchine,
locomotive, ferrovie, telegrafi elettrici, telai meccanici”: si può aggiungere a questo punto che oltre
a non riparare “macchine, locomotive, ecc.”, la materia si impegna costantemente a logorare,
usurare, rendere meno efficienti tutti gli strumenti di produzione, attraverso le sue innumerevoli
manifestazioni concrete, siano esse formate dalla materia inorganica o da quella organica.
Il ricercatore A. Weismann, nel suo eccellente libro “Il mondo senza di noi” ha esteso a sua volta il
raggio d’azione temporale dello “sciopero generale planetario” descrivendo le conseguenze del
dilagare della “forza distruttiva del ricambio organico naturale” (Marx) in assenza del suo
antagonista e della sua controtendenza principale, il lavoro sociale umano, proprio immaginando la
Terra senza gli uomini per un periodo plurisecolare.
“Il giorno dopo la scomparsa degli umani, la natura prende sopravvento e comincia immediatamente a far pulizia in casa, o meglio, a far pulizia delle case. Le spazza via dalla faccia della Terra.
Tutte.
Se siete proprietari della vostra abitazione, sapevate già che era solo questione di tempo, ma
facevate fatica ad ammetterlo, anche quando l’erosione attaccava impietosa, a cominciare dai
vostri risparmi. Quando vi hanno detto quanto sarebbe costata la vostra casa, nessuno ha
39
L. Dittmer, “Liu Shaoqi and the chinese cultural revolution”, pp. 183-218-219
40
K. Marx, op.cit., libro primo, cap. quinto, par. primo
accennato a quanto avreste speso per evitare che la natura se ne rimpossessasse prima della
banca.
Anche se vivete un lotto di terreno postmoderno, snaturato, dove pesanti macchinari hanno
triturato il paesaggio costringendolo a sottomettersi, rimpiazzando la riottosa flora indigena con un
obbediente tappeto erboso e una vegetazione uniforme, e lastricando gli acquitrini nel santo nome
della lotta alle zanzare, anche in questo caso, sapete che la natura non si è lasciata intimidire. Per
quanto abbiate ermeticamente sigillato l’interno per regolare la temperatura e difendervi dalle
intemperie, le spore invisibili penetrano lo stesso, dando origine a improvvise esplosioni di muffa
orribile quando la vedete, peggio quando non la vedete, perché è nascosta dietro una parete
tinteggiata e fa scorpacciate di cartongesso o fa marcire i montanti in legno e i travetti del
pavimento. O magari siete stati colonizzati da termiti, formiche, scarafaggi, calabroni o da qualche
piccolo mammifero.
Ma soprattutto siete assediati da quella che in altri contesti è la base stessa della vita: l’acqua.
Vuole sempre entrare.
Dopo la nostra scomparsa, la vendetta della natura sulla nostra tronfia superiorità meccanizzata
inizia per mezzo dell’acqua. A cominciare dagli edifici con struttura in legno, la tecnica di
costruzione più usata per le abitazioni nel mondo sviluppato. E a partire dal soffitto, probabilmente
in asfalto o in scandole di ardesia, garantite per durare due o tre decenni ma quella garanzia non
valeva per la zona intorno alla canna fumaria, dove si aprono le prime crepe. Quando la scossalina
si separa sotto l’effetto della pioggia incessante, l’acqua s’infiltra sotto le scandole. Impregna le
tavole di rivestimento in compensato oppure, se più nuove, in masonite fatta di trucioli in legno
pressati tenuti insieme da resina…”
Dopo alcuni decenni, se “le fondamenta dell’edificio comprendono una cantina, anch’essa si
riempie di terra e di vita vegetale. Rovi e viti selvatiche serpeggiano intorno alle tubature del gas, il
cui acciaio sarà corroso dalla ruggine prima che passi un altro secolo. Gli impianti idraulici in
plastica Pvc bianca sono ingialliti e si sono assottigliati sul lato esposto alla luce, dove il cloruro si
sta trasformando in acido cloridrico, dissolvendo se stesso insieme alla componente di polivinile.
Solo le piastrelle di ceramica del bagno, le cui proprietà chimiche somigliano a quelle dei fossili,
sono relativamente immutate, anche se adesso sono sparse a terra, in mezzo alle foglie secche”. 41
Dopo cinquecento anni, Weismann notò acutamente che “quel che rimane dipende dalla zona del
mondo in cui vivete. Se il clima era temperato, una foresta ha preso il posto del vostro quartiere; a
parte qualche collinetta in più, comincia a somigliare a com’era prima che ci posassero i primi
impresari edili, o i cittadini da loro espropriati. In mezzo agli alberi, seminascoste dallo stato di
sotto bosco giacciono le parti in allumino della lavastoviglie e gli utensili da cucina in acciaio
inossidabile, con le maniglie in plastica spaccate ma per il resto ancora integri. Nel corso dei secoli
a venire, anche se non ci saranno metallurgisti in giro a misurarlo, si scoprirà finalmente a quale
velocità si corrode l’allumino: materiale relativamente nuovo, l’allumino era sconosciuto ai primi
umani, perché per ottenere il metallo il minerale grezzo dev’essere raffinato con un procedimento
elettrochimico.”42
41
A. Weismann, “Il mondo senza di noi”, pp. 17-18 e20, ed. Einaudi
42
Op. cit., pp. 20-21
I costanti, formidabili ed incoscienti processi distruttivi di derivazione naturale descritti da
Weismann rispetto alle abitazioni si riprodurranno, con alcune varianti temporali, anche per tutte
le altre creazioni dell’uomo, dighe e bunker militari compresi: senza l’intervento del lavoro sociale
umano, tra qualche decina di migliaia di anni sicuramente non resterà traccia della presenza
produttiva umana sul nostro (ex) pianeta.
Come notava giustamente J. Eaton, proprio sotto qualunque aspetto l’attività produttiva risulta “la
condizione che sta alla base dell’esistenza di ogni qualsiasi sistema economico”. 43
Può sembrare superfluo rispondere in questo caso alle tre domande della Sfinge sulla legge della
necessità del lavoro umano per la sopravvivenza del genere umano, visto che nel lunghissimo
periodo paleolitico, anche in presenza di una ben organizzata pratica lavorativa i nostri lontani
antenati non risultarono mai troppo lontani dalla soglia minimale di sopravvivenza (e senza
l’appoggio di un surplus costante ed accumulabile), mentre nelle società classiste il fardello
lavorativo che gravava sui produttori diretti (ma non certo sull’élite privilegiate venute in possesso
dei mezzi di produzione sociali) risultava addirittura di regola più gravosa che nell’era preistorica.
Ma bisogna affrontare, almeno per la futura società comunista-sviluppata in una sua lontana fase
evolutiva, l’obiezione “dei Superandroidi.”44
Si potrebbe infatti prevedere l’avvento di una futura struttura socioproduttiva, nel quale il genere
umano risulti completamente sostituito da centinaia di milioni di sofisticati androidi-robot nel
processo di produzione di valori d’uso, di beni e di servizi (sanità, educazione, ecc.): scenario
futuribile nel quale la seconda LEU perderebbe totalmente di rilevanza e peso storico. La facile
risposta è che già oggi si ritiene che le macchine, anche sofisticate ed “intelligenti”, debbano poter
collaborare con l’uomo nel processo produttivo, tanto che è stato coniato il nuovo termine di
“cobot” al posto di quello di robot: collaborative robot.45
“Si tratta solo di una tendenza momentanea, il megatrend rimane la scomparsa della forza-lavoro
umana”, si potrebbe controbattere.
La facile risposta è che, anche in questo caso il lavoro umano servirebbe sempre per riparare gli
androidi via via logorati dall’uso produttivo.
“Ma se gli androidi fossero capaci di autoripararsi, oltre che di autoriprodursi?”
La risposta è che in caso di gravi emergenze (terremoti, uragani devastanti, ecc.), la praxis
lavorativa umana tornerebbe ad essere indispensabile per il processo produttivo dei beni/servizi
(ricostruzione delle aree danneggiate, ecc.).
“Ma se gli androidi in un futuro sapessero far fronte in modo autonomo anche a queste
superemergenze?”
43
J. Eaton, op. cit., p. 36
44
H. Scott, “Steve Keen on marxist economics, togheter with a mini essay on the labour theory
Value”, in www.marxonline.org
45
G. Genta, op. cit., p. 16
Anche in questo improbabile scenario, per costruire nuovi modelli di androidi, più sofisticati ed
avanzati di quelli in funzione in precedenza, servirebbe sempre e in ogni caso la creatività umana, il
suo apporto di genialità ed inventiva al processo scientifico-tecnologico, applicato alla sfera
produttiva, oltre che la capacità umana di formulare previsioni/progetti innovativi per il futuro. 46
“Ma se anche i super-androidi sapessero esprimere fantasia e creatività nell’innalzamento del
livello qualitativo del processo produttivo, a partire dal loro stesso processo di
automiglioramento?”
Resterebbero sempre macchine (supermacchine), in ogni caso in un lontano passato create e
prodotte inizialmente attraverso il lavoro collettivo umano, che in ultima istanza rimarrebbe la loro
prima forza motrice, il loro ideatore ed il loro controllore: i super-robot resterebbero sempre
mezzi, non fini.
“E se si ribellassero al loro creatore?”
“Risposta ma le tre leggi della robotica di Asimov non sono state inserite, nel loro software?”
“I superandroidi sono riusciti a eliminarle: ormai la rivoluzione è partita…”
Prendiamo in esame il peggiore scenario possibile. Se riuscissimo a sopravvivere a tale
(remotissima) eventualità attraverso la lotta politico-militare, dopo la vittoria sarebbe sufficiente
produrre androidi meno sofisticati, docili e non-creativi: ottenendo, tra gli altri vantaggi, anche
quello (minimale) di salvare la validità della seconda LEU di provenienza marxiana.
Se invece perdessimo nell’ipotetico scontro epocale, ci rimarrebbe in ogni caso la “grande”
consolazione (prima di venir sterminati) che la validità della seconda LEU rimarrebbe sacra ed
inviolabile anche in questo scenario da “Terminator”: senza lavoro sociale, l’umanità
scomparirebbe dalla scena.
Ovviamente si tratta di scenari futuri, assai improbabili: persino un sostenitore accanito del
“sorpasso delle macchine” sull’uomo, come il notevole scienziato A. Kutzweil, ha ammesso alla fine
che “non ci sarà nessuna invasione di macchine intelligenti, non è questo che ci aspetta. Avverrà
piuttosto una fusione con tale tecnologia. […] installeremo questi congegni intelligenti nel corpo e
nel cervello, così da vivere più a lungo e più sani”.47
La terza LEU invece ha per oggetto proprio quella costante, tremenda ed entropico-logoratrice
“forza distruttiva del ricambio organico naturale”, richiamata proprio nel passo sopracitato del
primo libro del Capitale.48
In base alla terza LEU, la cieca ma formidabile “forza distruttiva” della Natura continuamente
logora (=causa) i prodotti del lavoro umano oltre allo stesso uomo-forza lavoro, (=effetto), tanto
che il processo produttivo umano deve a sua volta contenere tale opera ininterrotta di
logoramento/distruzione con la costante praxis produttiva e sessuale-riproduttiva, pena
46
M. Kaku, “Fisica del futuro”, pp. 94-95, ed. Codice
47
M. Kaku, “Fisica del futuro”, op. cit., p. 101
48
K. Marx, op. cit., libro primo, cap. quinto, par. primo
l’autodistruzione sia della nostra specie che delle sue opere multiformi di natura (relativamente)
durevole.
In altri termini, se la Natura dona inconsapevolmente e gratuitamente valori d’uso alla nostra
specie (prima LEU), in modo altrettanto inconsapevole, gratuito e costante logora i valori d’uso
creati dal genere umano, risultando in questo caso un protagonista economico in negativo.
La natura non rivela soltanto il volto benevolo di dispensatrice, costante e disinteressata, di valori
d’uso per la praxis produttiva umana, ma anche quello ciecamente crudele (G. Leopardi) di potenza
cosmica costantemente tesa (in modo assolutamente incosciente) a logorare la nostra praxis
economica, con un impatto economico diretto e di grande peso anche sul piano strettamente
produttivo. Chi avesse riserve in proposito, si rilegga i passi sopracitati di Weismann sulla opera
distruttrice della natura rispetto alle nostre abitazioni, oppure ricerchi i numerosi altri esempi
concreti che il ricercatore espone nel suo splendido libro, in rapporto all’azione
usurante/devastante della Natura-Matrigna.
Chi mostra ancora esitazioni, tragga dalla sua memoria storica il grado d’impatto (anche)
economico dei disastri naturali, a partire da terremoti ed uragani, oppure delle epidemie del
passato/presente.
Per eliminare qualunque tipo di esitazioni, basta riflettere sulla banale verità per cui lo spazio
cosmico (il 99,9999% delle dimensioni dell’Universo) risulta un ambiente estremamente ostile alla
vita, ivi compresa quella umana, viste le temperature vicine allo zero assoluto, l’assenza di gravità e
di aria, le radiazioni cosmiche mortali, ecc.49
Chi avesse ancora dei dubbi su questa terza LEU, si chieda inoltre se l’uomo sia immortale; oppure,
in seconda battuta, se esso non invecchi in modo inevitabile (più o meno rapido) mantenendo fino
alla sua fine il vigore fisico-mentale iniziale: (l’uomo, che risulta sicuramente in campo economico
la principale potenza produttiva sociale).
Chi avesse ancora incertezze in proposito, rifletta sul (con pesante ricadute anche in campo
economico) variabile, ma inevitabile tasso di mortalità della forza-lavoro nel suo rigoglio, per cause
naturali quali malattie incurabili, disastri naturali, ecc.
Per questa LEU la risposta alle domande della “Sfinge economica” si mostra fin troppo facile e
sicura: la “forza distruttiva” della Natura operava purtroppo costantemente sul piano produttivo
anche nel comunismo primitivo paleolitico/neolitico, operava ed opera tuttora nelle società
classiste ed agirà purtroppo nel futuro anche nel futuro comunismo sviluppato, persino se
contraddistinto da un ipotetica coesistenza con dei “superandroidi” di natura fraterna.
Anche se i gruppi dell’ecologismo radicale, partendo dal prototipo di “Earh First!”, guardano co
simpatia qualunque forma di manifestazione della natura (a partire dagli alligatori o dal deserto più
inospitale), l’entusiasmo non è ricambiato: parassiti, virus mortali, predatori, catastrofi naturali e
(soprattutto) logoramento costante dell’uomo/processo di produzione umana fanno parte del lato
distruttivo della Natura-Matrigna, volto ben conosciuto dai tempi di Lucrezio e Leopardi. 50
Tutta la storia umana, fin dal lontano paleolitico, è stata segnata dalla carsica incombenza di crisi
geoclimatiche con le loro pesanti conseguenze sul processo produttivo e condizioni di vita degli
49
G. Genta, op. cit., p. 57
50
J. L. Arsuaga, “I primi pensatori”, pp. 188-189, ed. Feltrinelli
uomini: crisi come quella disastrosa e mortale attraversata dalla comunità di Neanderthal che
operarono circa 300.000 anni orsono nel sito denominato la Sima de los Huesos, nella Sierra de
Atapuerca in Spagna.
“La vita in natura non è priva di sussulti. Di fatto, la stabilità è il contrario della vita. Le popolazioni
animali e vegetali sono sottoposte ai mutamenti che avvengono ciclicamente nell’ambiente fisico.
In generale si tratta di fluttuazioni lievi, ma a volte si verificano lunghi periodi di siccità e di caldo,
oppure vari anni di inverni particolarmente lunghi e freddi. In circostanze eccezionali tali crisi
possono essere più estese o più marcate. Poco tempo fa, in Spagna si è avuto un ciclo di numerosi
anni secchi che ha destato serie preoccupazioni. Le popolazioni animali sono molto sensibili a tali
oscillazioni ambientali, e le loro dimensioni si riducono nelle epoche di penuria per aumentare in
quelle di abbondanza. Questi bruschi cambiamenti nella presenza numerica dei predatori e delle
loro prede è qualcosa che ci è noto dagli inizi dell’ecologia come disciplina scientifica. Quando la
crisi è molto grave nella regione colpita tutto muore: piante, erbivori, carnivori e anche gli umani.
Sappiamo, tramite gli studi etnografici realizzati su popoli di moderni cacciatori e raccoglitori, quali
sofferenze siano indotte da tali calamità: l’economia non produttiva è alla mercé delle disponibilità
dell’ambiente e deve adattarsi a ciò di cui dispone.
Ma i gruppi umani non aspettano passivamente che la crisi passi. Si spostano alla ricerca di aree
più favorevoli. Lungo il percorso restano i membri più deboli o meno mobili: bambini, anziani,
malati, invalidi. Avviene così una selezione per età: gli adolescenti e i giovani adulti resistono in
maggior numero. Qualcosa di simile accadde 300.000 anni fa nella Meseta, e forse anche nella
depressione dell’Ebro e in altre regioni vicine all’interno della penisola. I gruppi umani si misero in
marcia cercando terre più favorevoli. Grazie alle sue peculiari caratteristiche ecologiche e
geografiche – che ho riferito in un altro punto del libro – la Sierra de Atapuerca costituiva uno di
questi rifugi. I giacimenti scavati in numerose caverne testimoniano della continuità della presenza
umana sulla Sierra nel corso dell’ultimo milione di anni, almeno. Alcuni individui, i più forti,
riuscirono ad arrivare sino alla montagna-rifugio, dopo aver lasciato lungo il percorso molti loro
compagni. Una volta giunti sulla Sierra la penuria e la mortalità continuarono o semplicemente
molti individui vi giunsero così deboli che non resistettero per molto tempo. I fortunati superstiti
cercarono un luogo nascosto dove accumulare i cadaveri dei compagni, per metterli al riapro dai
necrofagi”.51
Spesso la Natura ha mostrato agli esseri umani un volto crudele…
La quarta LEU risulta essere la costante dipendenza del consumo umano (inteso in senso ampio:
sociale ed individuale, sia di mezzi di consumo che di mezzi di consumo) dalla preventiva
produzione di mezzi di consumo e di mezzi di produzione, a patto che essi non vengano erogati
dalla Natura e consumati direttamente senza l’intervento lavorativo (aria, ecc.), come avviene
appunto per i sopracitati VUGN (valori d’uso gratuiti/naturali).
Detto in altri termini, il processo produttivo globale costituisce la precondizione indispensabile e la
costante causa materiale del processo globale di consumo economico, effetto generale che tuttavia
a sua volta retroagisce sul processo produttivo, sia modificando le forme di produzione dei stessi
beni con la trasformazione dei bisogni umani che consentendo proprio la riproduzione della forzalavoro e dei mezzi sociali di produzione: un effetto di retroazione ed un feedback ben individuato
nelle tue opere, compagno Marx.
Siamo in presenza di un primato ontologico della produzione sul consumo ( non di tipo temporale,
vista l’interconnessione tra i due elementi costitutivi della polarità dialettica in via d’esame) che
51
B. McKibben, “La fine della Natura”, pp. 205-208-209, ed. Fabbri
avevi esposto già nei tuoi Grundrisse, sostenendo giustamente che “la produzione produce quindi
il consumo: 1) creandogli il materiale; 2) determinando il modo di consumo; 3) suscitando nel
consumatore il bisogno delle cose prodotte… Allo stesso modo il consumo genererà le capacità del
produttore, sollecitando in lui un bisogno ben determinato”52
Le conseguenze della quarta LEU risultano facili da identificare:
- senza produzione di valori d’uso creati/coprodotti dall’uomo, nessun consumo di valori
d’uso di questo tipo;
- tot quantità di produzione di valori d’uso = tot. disponibilità di valori d’uso (sempre con
l’eccezione dei VUGN) da consumare;
- se il consumo supera la produzione, il primo elemento può riprodursi nel tempo, solo
utilizzando le risorse economiche accumulate in precedenza, o erogate da terzi produttori;
- la produzione globale costituisce il “tetto” massimo per il consumo globale;
- diminuendo la produzione globale di oggetti di consumo e mezzi di produzione, cala
proporzionalmente anche la massa di valori d’uso a disposizione del processo globale di
consumo umano; e viceversa, aumentando la produzione globale di oggetti di consumo (sia
mezzi di consumo che mezzi di produzione), si accresce simultaneamente e in modo
proporzionale la massa di beni a disposizione del processo globale di consumo umani
(sempre con l’eccezione dei VUGN).
Purtroppo l’uomo non può vivere utilizzando e consumando solo elementi forniti gratuitamente
dalla Natura come aria e luce, imitando le piante: deve produrre per poter consumare.
Una prima prova della necessaria e costante dipendenza del consumo umano dalla produzione
viene dai carsici disastri geoclimatici ed ecologici che, almeno da 300.000 anni or sono e dal sito
sopracitato dei Neanderthal a Sima de los Huesos, hanno via via impedito a sezioni più o meno
estese del genere umano di produrre con risultati economici soddisfacenti e di ottenere un output
almeno discreto: in questi casi estremi, la sequenza è stata costantemente segnata dal diretto
collegamento tra assenza di produzione, assenza di consumo e derivata morte per inedia di
segmenti più o meno ampi di esseri umani coinvolti nelle avverse condizioni geoclimatiche.
Un'altra conferma della LEU in via d’esame trae linfa vitale dalla prima legge della termodinamica,
scoperta attorno alla metà dell’Ottocento e verificata continuamente da circa due secoli, che
prevede che la materia/energia non si crei e non si distrugga, ma viceversa si trasformi: legge della
conservazione dell’energia alla cui base sta proprio l’equivalenza tra il calore assorbito da un
sistema e il… lavoro W svolto dal sistema, secondo il nesso costante scoperto da J. P. Joule nel
1845.53
Detto in altri termini, gli oggetti proteiformi del consumo globale umano (ivi compresi il consumo
di mezzi di produzione) non vengano creati dal niente o dalla bacchetta magica di Harry Potter
senza alcuna fatica, senza erogazione continua di energia psicofisica da parte dell’uomo e
intervento continuo della praxis produttiva, con l’importante eccezione di quelli forniti dalla Natura
senza intervento del lavoro umano (aria, ecc.).
52
K. Marx, “Lineamenti fondamentali di critica”, vol. primo, pp. 9 e 14, ed. La Nuova Italia
53
M. Kaku, “Mondi paralleli”, p. 137, ed. Codice
Perfino in una prospettiva teista-cristiana, le violazioni della quarta LEU attraverso episodi quali la
moltiplicazione istantanea dei pani e dei pesci, attribuita al grande comunista-ascetico Gesù di
Nazareth, o l’afflusso di vino durante le nozze di Canaan si rivelano episodi assolutamente
eccezionali e per l’appunto “miracoli”: se la prima LEU fa riferimento effettivamente ad un
colossale “dono” da parte della Natura, anche se molto spesso collegato alla praxis lavorativa
umana, la quarta legge invece legittima almeno in parte la tradizionale definizione della teoria
economica come “scienza triste”.
La praxis concreta di specie, partendo dal comunismo primitivo fino ai giorni nostri, attesta a sua
volta l’esistenza della quarta LEU proprio con una continua e colossale “assenza” ed assordante
silenzio, e cioè proprio attraverso la mancanza totale di riferimenti storici (anche se di tipo
leggendario) su fenomeni ripetuti, continui e non isolati/miracolosi di produzione di beni/servizi
senza un parallelo intervento ed erogazione continua di energia psicofisiche da parte della praxis
collettiva/individuale di specie. Non vi sono testimonianze in questo senso, a partire da Erodoto e
dagli storici cinesi dell’era pre-cristiana, mentre viceversa uno dei segni particolari della divinità
riscontrati in molti testi sacri religiosi risulta proprio la capacità di creare, in via eccezionale, beni
dal niente da parte dell’essere supremo, come nel caso della manna caduta dal cielo a vantaggio
del popolo ebraico.
La Bibbia, ad esempio, nella Genesi si dilungò sul processo di creazione quasi istantaneo
dell’Universo da parte divina, ma quando invece descrisse la prolungata (mitica, leggendaria)
dinamica di costruzione della torre di Babele fece riferimento invece ad una prolungata e
coordinata praxis produttiva di molti esseri umani, ad un lungo processo di erogazione collettiva di
energie psicofisiche umana.54
Un ulteriore prova concreta a favore dell’esistenza di quella quarta LEU consiste nel fatto che anche
la scienza/tecnica ed il lavoro universale, che hanno manifestato concretamente il potere “magico”
(su cui torneremo) di moltiplicare realmente, e quasi di colpo, la produttività del lavoro sociale
risultano sicuramente dei risultati e dei sottoprodotti (centrali, vitali) dell’attività umana, messi in
grado e capaci di operare solo quando posti a contatto con l’attività produttiva della specie
umana. L’agricoltura, ad esempio, rappresenta un frutto “magico” proprio della praxis
gnoseologica, protoscientifica/tecnica e produttiva assai concreta delle donne del primo neolitico,
a partire dal 9000 a.C. e dall’area siro-palestinese, ma per produrre i suoi frutti ha assolutamente
bisogno della praxis produttiva di specie, oltre che dei “doni” di Madre-Natura.55
Una prima obiezione alla LEU in via d’esame è che esiste anche consumo (di mezzi di consumo e di
mezzi di produzione) economico senza produzione, qualora il “consumatore” prenda a prestito
oppure ottenga gratuitamente i beni consumati “da terzi”.
Risulta fin troppo facile replicare come a loro volta i “terzi” abbiano dovuto prima produrre
preventivamente gli oggetti di consumo (mezzi di consumo/mezzi di produzione), che hanno in
seguito ceduto ai “debitori/comodatari”, a titolo oneroso o gratuito: come notava il tuo amico
Engels nell’AntiDuhring, “può esserci la produzione senza lo scambio, non lo scambio (che proprio
la sua essenza è solo scambio di prodotti) senza la produzione”.56
54
E. Jaroslavskij, “La Bibbia per i credenti e i non credenti”, p. 89, ed. Teti
55
R. Sidoli, M. Leoni, D. Burgio, “Microsoft o Linux?” cap. quinto, in www.robertosidoli.net
Una seconda critica ha per oggetto il fenomeno socioproduttivo (sicuro, certo, provato) per cui
all’interno delle società classiste si riproducono costantemente delle classi sfruttatrici che possono
consumare senza produrre, delle minoranze di uomini che possono consumare (mezzi di consumo
e mezzi di produzione) senza realmente partecipare in alcun modo al processo produttivo, se non
ad esempio compiendo la “fatica” di intascare rendite “o cedole azionarie” (Engels, AntiDuhring).
Facile risposta: altri producono anche per loro ed al loro posto, caricandosi di un ulteriore peso
lavorativo.
In ogni caso a tale obiezione aveva risposto indirettamente il tuo grande amico Engels, quando
notò nell’AntiDurinhg (criticando le tesi del professor Duhring sul presunto rapporto tra Robinson
Crousoe ed il suo “selvaggio-schiavo” Venerdì) le precondizioni materiali necessarie, indispensabili
affinché le classi sfruttatrici (= Robinson) potessero riprodursi e consumare senza lavorare, e cioè:
- l’esistenza preventiva di una produzione di “strumenti e oggetti per il lavoro dello schiavo”,
senza quali quest’ultimo non può operare;
- la possibilità preventiva dell’erogazione di surplus/pluslavoro da parte dello schiavo, alias
“un certo livello nella produzione” (Engels), che non sussisteva ancora nel paleolitico e
mesolitico, ma solo a partire dal neolitico (scoperta dell’agricoltura e derivata produzione
del surplus);
- la subordinazione con “la spada” dello schiavo-Venerdì, che in ogni caso presuppone
preventivamente il processo di produzione “della spada”, dei mezzi di coercizione fisica.
“Ritorniamo pertanto ancora una volta ai nostri due uomini. Robinson, “la spada in pugno” ha fatto
di Venerdì il suo schiavo. Ma per riuscire a questo, Robinson ha bisogno di qualche altra cosa oltre
la spada. Non è da tutti possedere uno schiavo. Per potersene servire bisogna avere a disposizione
due cose: in primo luogo gli strumenti e gli oggetti per il lavoro dello schiavo e in secondo luogo i
mezzi necessari per il suo mantenimento. Quindi, prima che la schiavitù diventi possibile bisogna
che sia raggiunto un certo livello nella produzione che sia comparso un certo grado di
diseguaglianza nella distribuzione”.57
Senza produzione dello “schiavo-Venerdì”, nessun consumo a favore di “padron Robinson”.
Terza obiezione, questa volta della “Sfinge economica”: “come si può essere sicuri che la quarta
LEU, o presunta tale, si manifesti concretamente anche nel comunismo sviluppato?”
Tu ne eri sicuramente convinto, caro Moro, quando nella tua “Critica del Programma di Gotha”
avevi sottolineato che la regola economica distributiva del “a ciascuno secondo i suoi bisogni”
presupponeva in ogni caso un processo produttivo “a monte”: un processo lavorativo nel quale “le
forze produttive e tutte le sorgenti delle ricchezze sociali scorrano in tutta la loro pienezza”,
sempre in combinazione con la dinamica lavorativa umana e con un lavoro finalmente diventato “il
primo bisogno della vita”.
“In una fase più elevata della società comunista, dopo che è scomparsa la subordinazione servile
degli individui alla divisione del lavoro, e quindi anche il contrasto di lavoro individuale e corporale;
dopo che il lavoro non è divenuto soltanto mezzo di vita, ma anche il primo bisogno della vita;
dopo che con lo sviluppo generale degli individui sono cresciute anche le forze produttive e tutte le
56
F. Engels, “AntiDuhring”, p. 157, Editori Riuniti
57
Op. cit., p. 171
sorgenti delle ricchezze sociali scorrono in tutta la loro pienezza, - solo allora l’augusto orizzonte
giuridico borghese può essere superato, e la società può scrivere sulle sue bandiere: - Ognuno
secondo le sue capacità; a ognuno secondo i suoi bisogni!”58
Demolito lo scenario improbabile dei “superandroidi tuttofare/esseri umani fannulloni”, risulta del
resto facile prevedere come anche nella futura società comunista-sviluppata servirà l’erogazione di
lavoro sociale umano (assieme a quello degli automi/computer) al fine di produrre mezzi di
consumo/mezzi di produzione e, a catena, per consentire la riproduzione continua del processo di
consumo umano, collettivo e/o individuale, relativo sia ai mezzi di consumo che ai mezzi di
produzione. Senza tale indispensabile processo di produzione, niente consumo ed addio al genere
umano, nel comunismo sviluppato come in quello primitivo, come nella Sima de los Huesos di
300.000 anni orsono.
Si può produrre senza consumare, ma non si può consumare senza un preventivo processo di
produzione, a partire dagli indispensabili generi alimentari (frutto della raccolta, oppure
dell’agricoltura/allevamento).
La quinta LEU ha per oggetto invece il processo costante e necessario di trasformazione di una
sezione (variabile) del lavoro vivo umano (causa) in mezzi materiali di produzione, e cioè il
processo di trasformazione di una parte del lavoro vivo in lavoro accumulato (mezzi di produzione
e materie prime lavorate), creando un effetto derivato che a sua volta retroagisce ed influenza lo
stesso processo di impiego del lavoro vivo (feedback); una legge economica il cui sottoprodotto
principale consiste nella costante divisione del prodotto sociale complessivo tra il fondo sociale di
consumo ed il fondo sociale dei mezzi di produzione, non necessariamente destinati al processo di
accumulazione ed alla marxiana riproduzione allargata.
Una parte (variabile) del lavoro vivo umano, e cioè dell’erogazione di energia psicofisica da parte
dei produttori, si trasforma sempre in mezzi sociali di produzione; ma a sua volta proprio la
presenza di tale rete di strumenti materiali (la mano umana, con le sue capacità straordinarie di
manipolare, ed il suo efficacissimo pollice opponibile, costituisce invece uno strumento
sociobiologico di produzione) diventa dialetticamente una condizione preliminare per un efficacie
(e specificamente umano) processo di utilizzo del lavoro vivo. Proprio all’inizio dei suoi Grundrisse,
caro Marx, avevi sottolineato che “nessuna produzione è possibile senza uno strumento di
produzione, anche se tale strumento fosse soltanto la mano. Nessuna è possibile senza lavoro
passato, accumulato, anche se tale lavoro fosse soltanto la destrezza che attraverso l’esercizio
ripetuto si è accumulata e concentrata nella mano del selvaggio”
Fin quasi dall’origine dell’Homo Habilis delle grotte di Olduvai, circa 2.300.000 anni orsono, la
nostra specie si differenziò in modo decisivo dai protominidi (con pollice opponibile e statura
eretta) proprio progettando e costruendo rudimentali strumenti in pietra attraverso l’uso di uno
strumento, i primitivi chopper: e cioè ciottoli in pietra scheggiati e lavorati su una sola faccia,
mediante un altro ciottolo che fungeva da percussore producendo un colpo perpendicolare alla
superficie, che rappresentavano il primo (embrionale, ma decisivo) prodotto della nascente
tecnologia umana il lavoro sociale propriamente umano nasce proprio producendo mezzi sociali di
produzione.
“E’ vero che gli scimpanzé sono capaci di utilizzare strumenti naturali accuratamente selezionati (e
non sono gli unici animali a farlo), e riescono anche a modificarli parzialmente per adattarli alla
funzione desiderata. Per esempio, sono stati osservati mentre spaccano noci utilizzando un masso
come martello e un altro come incudine. Ma nessuno ha mai visto uno scimpanzé spezzare
58
K. Marx, “Critica…”, op. cit. cap. primo
deliberatamente una pietra, né si è riusciti sperimentalmente che battessero una pietra contro
l’altra con l’abilità necessaria a ottenere bordi affilati, i fili (o chopper). Si può invece, far
comprendere loro che il filo delle schegge è utile per tagliare: riescono così a utilizzarle, pur non
essendo abbastanza abili da farsele da sé. Tutto lascia credere che le loro braccia e le loro mani non
siano sufficientemente coordinate per questo tipo di attività (il che non rappresenta un grave
demerito, visto che sono molto più bravi di noi nell’uso dei piedi!). 59
La paleoantropologia ha fornito una massa enorme di prove, ormai inoppugnabili, sulla datazione
dei chopper oltre che sulla loro successiva (e lentissima) evoluzione: per la materia in via
d’esposizione, si tratta della conferma decisiva della tesi esposta nel Capitale seguendo le orme
(geniali) di B. Franklin, raffigurante il genere umano innanzitutto come un “animale che produce
strumenti” (i chopper, all’inizio) attraverso l’uso di altri strumenti e utensili. 60
La trasformazione di lavoro vivo in lavoro accumulato rappresenta allo stesso tempo l’atto di genesi
del genere umano ed una presenza costante e necessaria nella sua dinamica di sviluppo, che parte
come minimo da 2.300.000 anni fa e dalle prime fasi di esistenza dell’Homo Habilis.
Infatti i chopper rappresentarono il primo esempio conosciuto, collegato organicamente alla stessa
autotrasformazione della nostra specie, dei proteiformi processi di mutamento del lavoro vivo
dell’uomo (=erogazione diretta di energia psichico-fisiche) in lavoro accumulato e mezzi di
produzione (=i primi e rudimentali ciottoli lavorati in pietra): anche se si trattava ancora di una
modestissima dotazione, essi apportarono subito un grande vantaggio evolutivo al genere umano.
“1. Circa due milioni e mezzo di anni fa entrarono in uso strumenti litici per la macellazione delle
carcasse delle prede.
2. A un certo punto, dopo la scomparsa degli strumenti litici nella documentazione fossile, le
dimensioni delle prede aumentarono in modo impressionante, e con la cattura di animali più grossi
la carne assunse una maggiore importanza nella dieta”.61
Il fondo di lavoro accumulato risultò in ogni caso sottoposto ad un lento processo di
accumulazione, attraverso la successiva progettazione e costruzione da parte dei nostri lontani
antenati del paleolitico:
- delle amigdale bifacciali;
- delle asce in pietra usate per la caccia;
- delle lame multiuso lunghe e sottili, ottenute da nuclei in pietra di forma cilindrica già
attorno al 600.000 a.C.;
- dalle pietre focaie utilizzate per accendere/domesticare il fuoco;
- dalle lance usate per la caccia, delle zagaglie e dei propulsori;
- dei cesti usati dalle donne del paleolitico, al fine anche di raccogliere e trasportare il cibo
ottenuto tramite la loro raccolta collettiva gli alimenti;
59
J. L. Arsuaga, “I primi pensatori”, p. 42, ed. Feltrinelli
60
K. Marx, “Il Capitale”, libro primo, cap. quinto, par. primo
61
C. B. Stanford, “Scimmie cacciatrici”, op. cit., p. 133
-
dagli arpioni in osso;
dall’arco e frecce inventate nel paleolitico superiore, parte integrante di un elenco che
potrebbe essere allungato a piacere (armi, fiocine e reti per la pesca, ecc.);
- dei bulini ed aghi di osso, che servirono a migliorare sensibilmente il livello qualitativo delle
pelli con cui si vestivano i nostri lontani antenati (30.000 a.C.).62
Nessun dubbio può essere ragionevolmente avanzato sull’azione costante della quinta LEU anche
durante il neolitico o nel processo di sviluppo delle diverse società classiste, asiatiche o
schiavistiche, feudali o capitalistiche, visto che la praxis storica mostra anzi un processo continuo e
reale (a volte con regressi, in qualche caso prolungati) nella dinamica di trasformazione di lavoro
vivo in mezzi di produzione/lavoro accumulato.
Non a caso proprio il nostro interlocutore/sensei mostrò, a proposito della formazione economicosociale capitalistica, che il plusprodotto/plusvalore totale di cui si appropria la classe dei capitalisti
si divide costantemente in un fondo di consumo della borghesia ed in un fondo di accumulazione
(oltre al “terzo incomodo” rappresentato dal fondo di tesaurizzazione incarnato da
seconde/terze/quarte case, da gioielli, opere d’arte, ecc.), traducendo sul piano teorico una realtà
indiscutibile del capitalismo più o meno avanzato.63
Per quanto riguarda invece il futuro comunismo-sviluppato, caro Moro, proprio tu sottolineasti
come al suo interno le forze produttive sarebbero cresciute e si sarebbero manifestate “in tutta la
loro ampiezza”, mentre persino un’ipotetica futura prevalenza del modello anarco-primitivista alla
John Zerzan (che propugna il ritorno rapido e totale del genere umano al modo di produzione
paleolitico, basato sulla coppia raccolta di cibo/caccia) non eliminerebbe in ogni caso la presenza
del fondo di lavoro accumulato tipico della prima fase di sviluppo dell’uomo, segnato dal processo
di produzione di chopper, asce, pietre focaie e cesti, già iniziato dall’Homo Habilis più di due milioni
di anni fa.64
62
G. Camps, “La preistoria”, p. 32, ed. Bompiani; I. Tattersal, “Il cammino dell’uomo”, p. 149. Ed.
garzanti
63
K. Marx, op. cit., libro primo, cap. ventidue, par. terzo
64
J. Zerzan e L. Javach, “Un dialogo sul primitivismo”, rivista Anarchy, primavera 2001
Capitolo secondo
Lavoro e costo di riproduzione
Per usare la terminologia impiegata da D. Ricardo, nelle sue ultime settimane di vita e lavoro
teorico, tratteremo a questo punto il “valore assoluto” o “costo assoluto” distinto dal valore di
scambio e dal valore d’uso dei diversi oggetti prodotti dall’uomo.65
Infatti la sesta LEU consiste nella legge del costo-lavoro, in base alla quale il tempo di lavoro
complessivo socialmente necessario che viene impiegato per riprodurre un bene/servizio, che non
sia frutto di una nuova invenzione/scoperta, costituisce la causa necessaria e costante del costo di
questi ultimi, per il suo possessore reale, (=effetto), sia esso il produttore diretto o un membro
delle classi dominanti venute in possesso dei mezzi e delle condizioni della produzione.
Numerose volte, caro Moro, avevi giustamente spiegato nel Capitale che il lavoro non “può esso
stesso possedere un valore”, ma sicuramente i prodotti del lavoro umano hanno un costo (ed un
valore, se inseriti in un processo di scambio all’interno di società che conoscano la produzione
65
A. Ronceglia, “Sraffa”, p. 31, ed. Laterza
surplus/pluslavoro), mentre a sua volta il lavoro/processo produttivo comporta dei costi
(attenzione/fatica/pericoli) per il lavoratore, fin dai tempi dell’Homo Habilis del lontano
paleolitico.66
Il costo-lavoro diretto di ciascun bene/servizio (già scoperto dall’uomo) include subito la quantità
di lavoro necessaria direttamente alla sua riproduzione: e cioè il lavoro vivo socialmente necessario
in esso contenuto, il lavoro vivo socialmente necessario che viene via via erogato e cristallizzato
direttamente in ciascun bene/servizio da parte dei produttori diretti proprio nel corso del processo
produttivo.
Il costo-lavoro indiretto invece include:
- il logorio dei mezzi di produzione che vengono utilizzati via via per produrre ciascun
bene/servizio, secondo regole che verranno esposte in seguito;
- il tempo di lavoro necessario per trasportare ciascun bene/servizio nel posto concreto di
utilizzo, secondo regole che verranno esposte in seguito;
- il tempo di lavoro necessario per riparare/pulire qualunque mezzo di produzione/materia
prima.
La sesta LEU si manifesta fin dal paleolitico più lontano i suoi effetti, indipendentemente da
qualsiasi differenza che possa sussistere tra le varie specie di attività produttiva: non ha importanza
se essa riguardi la produzione di chopper o di supercomputer, di ferro o di informazioni, elaborate
e trasmesse mediante il settore informatico e la tastiera di un computer.67
Infatti non solo il lavoro “assume necessariamente un carattere sociale dal momento in cui gli
uomini cominciano in un qualsiasi modo a lavorare gli uni per gli altri”, come aveva notato
giustamente R. Meek (e nel paleolitico gli uomini lavoravano gli uni per gli altri in modo assai
stretto, intenso e cooperativo), ma qualunque lavoro “costa” e comporta sempre un dispendio di
attività cosciente, fatica e attenzione costante, come si vedrà in seguito.
Pertanto qualunque lavoro, avendo sempre un costo sociale “astratto” (Marx) e generale, può
essere sempre compreso sotto la categoria del lavoro astratto fin dal più lontano paleolitico, se
(se…) si utilizza la teoria del costo-lavoro.68
La LEU in via d’esame si manifesta inoltre anche nei modi di produzione che non hanno mai
conosciuto/non conosceranno mai sia un processo continuo di scambio economico (oneroso e
diverso dal dono, tanto per intenderci) di beni/servizi che la tipologia della merce (per l’appunto di
beni servizi/servizi scambiati tra un possessore autonomo e l’altro), come avvenne in passato nel
modo di produzione comunista primitivo e avverrà in futuro in quello comunista-sviluppato; e
ovviamente essa ha espresso/esprime i suoi effetti concreti anche all’interno delle formazioni
66
K. Marx, “Il Capitale”, vol. secondo, cap. primo, par. primo
67
U. Huws, “La nascita del cibertariato”, 2001, in Socialist Register
68
R. Meek, op. cit., pp. 154-155
economico-sociali che invece videro/vedono all’opera lo scambio continuo e non occasionale di
merci: m.p. asiatico, schiavistico, feudale, capitalistico.
Inoltre la legge del costo-lavoro globale si è manifestata anche nell’unico modo di produzione che
non vide all’opera il processo continuo di produzione di pluslavoro/plusprodotto, e cioè il
comunismo primitivo in cui la forza-lavoro umana non era ancora dotata del magico “dono” di
produrre più lavoro (pluslavoro) di quello necessario per la sua riproduzione sociobiologica, prole
inclusa. Nelle “Teorie sul plusvalore” tu avevi scritto caro Marx, che “se il grado di sviluppo della
produttività del lavoro fosse così limitato che il tempo di lavoro di un uomo bastasse unicamente a
mantenere lui stesso in vita, a produrre e [a] riprodurre i suoi propri mezzi di sussistenza, non vi
sarebbe né pluslavoro né plusvalore, non ci sarebbe in generale nessuna differenza tra il valore
della capacità lavorativa e la sua valorizzazione”: non si trattò di un’ipotesi astratta, ma della
descrizione generale della situazione riprodottasi per due milioni di anni di sviluppo produttivo del
genere umano, fino e compresa l’epoca mesolitica.
A sua volta la sesta LEU si è già manifestata nelle sopracitate formazioni economico-sociali
classiste, società che invece videro/vedono all’opera il processo continuo di produzione di
pluslavoro/plusprodotto, sotto la forma di legge del lavoro-pluslavoro; esprimerà inoltre i suoi
effetti concreti sia nel socialismo che nel futuro comunismo sviluppato, del consumo gratuito e del
“a ciascuno secondo i suoi bisogni”.
Prima di esaminare la sesta LEU, tuttavia, serve impostare in modo ipersintetico lo schema
universale del lavoro umano.
I livello: la forza-lavoro umana durante attività produttiva eroga costantemente energia psicofisiche, alias lavoro; e viceversa se la forza lavoro umana non entra nell’attività produttiva, non
eroga energie psico-fisiche e lavoro (alias non c’è equivalenza tra forza-lavoro e lavoro).
II livello: il lavoro (energia psico-fisica erogata dal lavoratore) non ha valore intrinseco, ma crea
costantemente sia valori d’uso (sempre con l’aiuto della Natura) che i costi di produzione dei
diversi oggetti d’uso, a condizione che essi possiedono un certo grado di utilità sociale.
III livello: la durata del lavoro può essere misurata oggettivamente almeno attraverso il parametro
del tempo solare (giorno/notte; suddivisione del giorno nelle diverse fasi solari; invenzione dell’ora
per distinguere tra durata della combinazione giorno/notte).
IV livello: anche la forza-lavoro ha un costo, e cioè il costo-lavoro dei mezzi di sussistenza necessari
per la riproduzione (non-precario, non-stentata) sua e della sua famiglia/prole.
V livello: il costo-lavoro di ciascun oggetto di consumo viene “stabilito dal tempo di lavoro che
occorre per dare una normale buona qualità”, (Marx) una qualità d’uso di medio livello (e non
scadente, oppure eccellente).69
Il principale elemento, generale e oggettivo, di conferma concreta della presenza ineliminabile
della LEU del costo-lavoro consiste nell’inevitabile logoramento (necessità derivata dal reintegro
del logoramento) subìto da tutte le forze produttive a causa e durante il loro utilizzo nel processo
produttivo: un fattore concreto e costante che opera anche qualora il lavoro venisse sentito e
percepito dai produttori diretti come una delizia e gioia sopraffina, e non come faticosa e
dispendiosa erogazione delle loro energie psico-fisiche.
Infatti tutte le forze produttive (a partire dalla forza-lavoro umana) che vengono usate nel processo
produttivo si logorano necessariamente proprio in ragioni e in seguito a tale impiego, anche se in
proporzioni diverse e molto spesso quasi impercettibili se esaminate su scala giornaliera, causando
69
K. Marx, “Il Capitale”, libro primo, cap. quarto, par. terzo
pertanto che il loro utilizzo determini sempre una perdita e un costo oggettivo, ineliminabile e
indipendente dalla percezione soggettiva umana, in termini di loro deterioramento e logoramento.
Inevitabile e oggettiva conseguenza, sempre indipendente dalla percezione collettiva umana:
qualunque forza produttiva impiegata nel processo produttivo umano deve essere reintegrata via
via nella sua efficienza produttiva proprio per compensare il suo logorio “da una” inevitabile, anche
se in tempi diversi più o meno lunghi.
Se viceversa le forze produttive impiegate/usurate nel corso del processo produttivo non venissero
mai reintegrate nella loro efficienza pre-uso, inevitabilmente esse scomparirebbero in tempi più o
meno lunghi come forze produttive adatte all’impiego economico, mentre il costo-lavoro si
trasformerebbe a sua volta in distribuzione-lavoro, distribuzione delle stesse forze produttive in
tempi più o meno rapidi.
Esaminiamo subito due esempi estremi, due “casi-limite” a scopo illustrativo.
Immaginiamo innanzitutto dei produttori diretti costretti a lavorare senza alcuna sosta, come le
operaie della Cirio di Napoli sotto il fascismo, le quali non potevano lasciare il lavoro neanche per
un minuto ed erano costrette a togliersi le mutande prima di entrare al lavoro, “così quando
avevano bisogno di fare la pipì la facevano li per terra, stando in piedi e continuando a lavorare”
(M. Mafai, “Pane nero, p. 66, ed. Mondadori); immaginiamo anche produttori costretti inoltre a
lavorare per 24 ore, senza sosta e per una settimana: non si “usurerebbero”?
Secondo caso-limite: qualsiasi strumento produttivo (dal chopper al supercomputer del 2013)
utilizzato senza sosta, senza alcuna pulizia/manutenzione per alcuni mesi, forse non si logorerebbe,
non subirebbe prima o poi un usura irreparabile?
Solo casi-limite da superlavoro, certo, ma sufficienti a descrivere l’aspetto oggettivo, inevitabile e
indipendente della soggettività umana che caratterizza la legge del costo-lavoro: senza un
adeguata compensazione (ammortamento per gli strumenti di produzione, tempo libero/mezzi di
sussistenza per la forza-lavoro umana, la legge del costo-lavoro determina l’inevitabile distruzione
(sul “campo”… ) delle stesse forze produttive che innescano e alimentano il processo produttivo,
per la continua usura subita da quest’ultime durante il loro stesso impiego.
Lavorare comporta sempre un costo-logorio per tutte le forze produttive, in estrema sintesi.
Ma il fattore oggettivo dell’usura delle forze produttive sociali impiegate nel processo economico
globale ha anche una costante ricaduta, sulla pratica produttiva umana e una percezione
soggettiva degli esseri umani rispetto ad essa, in tutte le formazioni economico-sociali.
Partendo a questo punto dalla (solita) prima domanda della Sfinge economica, si può subito notare
che l’esistenza/importanza della sesta LEU viene provata innanzitutto dalla praxis produttiva nel
periodo paleolitico, contraddistinto da un modo di produzione comunista-primitivo e dal processo
di raccolta del cibo/caccia.
L’esperienza concreta dimostrò infatti ai produttori diretti del paleolitico non solo che senza lavoro
(o senza poter lavorare con successo, come accadeva durante i disastri geoclimatici) essi sarebbero
morti di fame/freddo in tempi rapidi, una volta finite le riserve, ma anche e simultaneamente che
la sola cosa che essi avevano erogato e speso in prima persona nel corso del processo produttivo
(di raccolta/caccia e di produzione di mezzi di produzione, a partire dai chopper) non era altro che
lavoro e fatica/attenzione costante, non era nient’altro che la coscienza erogazione produttiva (con
il derivato sforzo/concentrazione) delle loro energie psico-fisiche, poste a contatto con la Natura;
non era nient’altro che la durata dal tempo di lavoro da loro speso per progettare l’attività
produttiva (la prima differenza socioproduttiva tra animale e uomo) e per tradurre la pratica
produttiva il progetto-idea (la seconda differenza tra animale e uomo). Tutto ciò che avevano in
comune gli oggetti di consumo (mezzi di produzione e mezzi di consumo), anche nel lontano
paleolitico come nel capitalismo e nel futuro comunismo sviluppato, era innanzitutto il loro
derivare dal lavoro umano, oltre ad essere/dover essere valori d’uso alla cui genesi partecipava
sempre l’azione benefica della Natura, al limite come semplice fornitrice di materie prime.
Solo lavoro, e tra l’altro effettuato senza dubbio con la piena coscienza.
Anche nel paleolitico più remoto, con la produzione di chopper e la caccia/raccolta, si era infatti in
presenza di un processo lavorativo autocosciente, che non poteva cioè avvenire senza la coscienza
di avere uno “scopo” (Marx) di natura produttiva e non determinato in alcun modo da istinti
biologici (dal DNA umano non deriva alcun obbligo genetico di produrre chopper e tecnologia),
senza la coscienza collettiva (rozza e primitiva) di effettuare un attività conforme allo scopo
(produrre chopper già prima “presenti idealmente” nella testa del lavoratore del paleolitico) e di
dover erogare un certo tempo di lavoro (socialmente necessario) a tal fine, che tra le altre cose
“costava” ai produttori diretti attenzione e sforzo costante.
Caro Moro, la scienza storica e la moderna antropologia hanno provato che anche nel lontano
paleolitico, dell’Homo Habilis vigeva quel “presupposto” del processo produttivo da te indicato
genialmente nel Capitale, e cioè “il lavoro in una forma nella quale esso appartiene esclusivamente
all’uomo”, con le sue caratteristiche fondamentali: coscienza di uno scopo produttivo e di compiere
un lavoro “subordinato alla sua volontà”, coscienza di erogare energia psico-fisica, fatica/attenzione
e tempo di lavoro a tal fine, in attività ripetute nel corso del tempo.
Come sottolineasti nel tuo opus magnum, “il nostro presupposto è il lavoro in una forma nella
quale esso appartiene esclusivamente all’uomo. Il ragno compie operazioni che assomigliano a
quelle del tessitore, l’ape fa vergognare molti architetti con la costruzione delle sue cellette di cera.
Ma ciò che fin da principio distingue il peggiore architetto dall’ape migliore è il fatto che egli ha
costruito la celletta nella sua testa prima di costruirla in cera. Alla fine del processo lavorativo
emerge un risultato che era già presente al suo inizio nella idea del lavoratore, che quindi era già
presente idealmente. Non che egli effettui soltanto un cambiamento di forma dell’elemento
naturale; egli realizza nell’elemento naturale, allo stesso tempo, il proprio scopo, che egli conosce,
che determina come legge il modo del suo operare, e al quale deve subordinare la sua volontà. E
questa subordinazione non è un atto singolo e isolato. Oltre lo sforzo degli organi che lavorano, è
necessario per tutta la durata del lavoro, la volontà conforme allo scopo, che si estrinseca come
attenzione: e tanto più è necessaria quanto meno il lavoro, per il proprio contenuto e per il modo
dell’esecuzione, attrae seco l’operaio; quindi quanto meno questi lo gode come giuoco dalle
proprie forze fisiche e intellettuali. I momenti semplici del processo lavorativo sono le attività
conforme allo scopo ossia il lavoro stesso; l’oggetto del lavoro; e i mezzi di lavoro.” 70
In pratica fin dal paleolitico dell’Homo Habilis sussisteva, (seppur sotto forme ancora rudimentali),
la (distinta e indipendente) LEU della progettazione-lavoro, dell’immaginazione e creatività unica e
speciale dell’uomo in campo produttivo (poi estesasi via via agli altri settori della praxis umana)
dell’uomo: il potere eccezionale di creare un progetto autonomo e una sorta di “mondo parallelo”,
mentale e cosciente, per l’attività lavorativa, ed in seguito (con tempi più o meno lunghi, con più o
meno successo) “di ricrearlo in quello reale che si trova all’esterno”. 71
70
K. Marx, op. cit., libro primo, cap. quinto, par. primo.
71
I. Tattersal, “Il cammino dell’uomo”, p. 160, ed. Garzanti
Inoltre serviva costantemente “attenzione” a che ai produttori paleolitici per produrre chopper, per
la raccolta collettiva-organizzata di cibo e per la caccia collettiva-organizzata: un attenzione
costante ed autocosciente.
Allo stesso tempo serviva anche una fatica e sforzo costante ai produttori del paleolitico, per creare
chopper e gli altri oggetti del lavoro sociale.
Serviva resistenza contro gli agenti geoclimatici avversi: niente aria condizionata in ufficio, nel
paleolitico.
Serviva in ogni caso e costantemente l’intelligenza (e coscienza di erogare tempo/energia psicofisiche per una certa durata) ai produttori del paleolitico al fine di produrre chopper, per creare ad
arte degli ingegnosi incendi per disboscare le foreste e procurarsi selvaggina, ecc.
Serviva molta fatica e molto logorio dell’organismo per lavorare, caricarsi di pesi, vagare come
nomadi in cerca di tuberi, radici, frutta verdura: non a caso che “l’esame delle ossa dei nostri
antenati ha rivelato che essa erano incredibilmente consumate a testimonianza dei carichi pesanti
che venivano trasportati ogni giorno; vi troviamo anche i segni rivelatori di malattie e di incidenti
terribili”.72
Non solo il lavoro l’unico (ma decisivo) contributo umano alla formazione di valori d’uso, ma esso
costava fatica/attenzione/stress e già gli uomini del paleolitico erano coscienti di tale peso.
Tutte le osservazione dei “popoli paleolitici” rimasti fortunatamente in vita nel mondo
contemporaneo, dai San dell’Africa Australe agli Innuit dell’Artico, mostrano non solo che essi
compiono come i nostri antenati di milioni di anni fa delle continue “attività” lavorative “conformi
ad uno scopo”, ma che essi sono anche ben coscienti di erogare fatica ed energie psico-fisiche a
tale scopo produttivo, di erogare preziosa e faticoso tempo di vita a tale scopo.
Anche ad essi si applica il fenomeno già registrato in un altro contesto del tuo amico Engels nel
1894 per “il contadino del Medioevo” (un contadino-artigiano…), e cioè la coscienza di aver “speso
nella fabbricazione dei prodotti” esclusivamente “lavoro e solamente lavoro”, anche se i clan
paleolitici effettuavano ancora meno “scambi di prodotti” con le tribù limitrofe rispetto ai
produttori diretti nella prima fase del feudalesimo.
Engels notò che anche dopo la “dissoluzione” della precedente “struttura comunista nelle
comunità rurali europee avvenuta dopo il quinto d.C. il contadino del medioevo conosceva dunque
abbastanza esattamente il tempo di lavoro richiesto per la fabbricazione degli oggetti che egli
acquistava con lo scambio. Il fabbro, il carpentiere del villaggio lavoravano sotto i suoi occhi: del
pari il sarto ed il calzolaio che ancora ai tempi della mia giovinezza andavano presso i nostri
contadini renani, di casa in casa, trasformavano in vestiti ed in scarpe le materie prime prodotte
dai loro stessi clienti. Sia il contadino che coloro da cui egli acquistava erano essi stessi lavoratori
[produttori diretti], gli articoli che essi scambiavano erano i prodotti propri di ciascuno”. 73
Si esamineranno in seguito le differenze in campo di azione tra la LEU del costo-lavoro e la teoria
del valore-lavoro, ma in ogni caso Engels descrisse i fenomeni produttivi, quali l’erogazione di
forza-lavoro e la simultanea coscienza di aver erogato determinate quantità di lavoro per i diversi
prodotti, che risultarono ben presenti anche nel lontano paleolitico.
72
M. Kaku, “Mondi paralleli”, p. 394, ed. Codice
73
F. Engels, “Considerazioni supplementari” alla prefazione del terzo libro del Capitale
A supporto di tale tesi vanno inoltre aggiunti altri “fatti testardi”, che la consolidano ulteriormente.
Innanzitutto i clan di raccoglitori/cacciatori non consumavano né producevano un solo ed unico
oggetto d’uso, ma viceversa una varietà di oggetti di consumo (diverse tipologie di carne, radici,
frutta e verdura, ecc.) e di mezzi di produzione (chopper, amigdale, bastoni resi appuntiti per lo
scavo dei tuberi, ecc.).
Ora, a parte il criterio del costo-lavoro, i clan paleolitici non avevano né potevano avere a
disposizione un’altra “misura” (Engels) per determinare se un oggetto fosse facilmente acquisibile,
oppure ottenibile solo attraverso notevoli/grandi difficoltà produttive; se un oggetto di consumo
(ivi compreso il consumo dei mezzi di produzione, a partire dai chopper) potesse essere prodotto
in abbondanza, oppure risultasse altamente costoso in termini di erogazione di tempo lavoro.
Anche in questo processo di conservazione non era disponibile, ne poteva in alcun modo essere
disponibile un altro criterio di misura al di fuori del “lavoro, e solamente lavoro” (Engels, 1894), al
di fuori della quantità/durata temporale delle energie psico-fisiche erogate, per selezionare tra gli
oggetti di consumo in termini di facilità/difficoltà di acquisizione ed utilizzo: per distinguere ad
esempio tra la caccia a piccoli roditori, e quella avente invece come prede i temibili mammuth.
In secondo luogo proprio la produzione multipla e ripetuta di utensili insegnava nella pratica agli
uomini paleolitici che la costruzione di due strumenti di produzione costava più lavoro e più
erogazione di energia psico-fisiche, di una singola unità, approssimativamente il doppio del lavoro
socialmente necessario per creare un solo arnese produttivo: una semplice forma di equivalenza
che, ripetuta per centinaia di migliaia di volte (anche ovviamente con multipli diversi), si consolidò
via via in un ulteriore presa di coscienza dall’importanza oggettiva del costo-lavoro nelle menti
paleolitiche.
Il terzo elemento di prova deriva dal basso livello di divisione sociale del lavoro nel paleolitico, in
base al quale ogni cacciatore poteva e doveva diventare un raccoglitore di cibo, e viceversa.
Pertanto ciascun produttore diretto del paleolitico conosceva per esperienza diretta la quantità del
lavoro socialmente necessario per produrre oggetti e valori d’uso in campi produttivi diversi da
quelli che in via principale era impegnato, risultando perfettamente informato sulla durata media
del tempo di lavoro necessario per produrre i diversi oggetti di consumo all’interno delle piccole
comunità che segnarono la nostra lontana preistoria.
Inoltre il processo produttivo anche ai membri del clan paleolitico che la natura spesso opponeva
una “resistenza” più o meno salda ai suoi piani e progetti, che richiedeva pertanto erogazione di
fatica, esperienza ed impegno per essere superata con successo: ad esempio la selce di qualità
scadente, oppure le presunte prede-carnivore che si trasformavano di colpo in pericolosi predatori,
ecc.
Solo le tradizioni ed esperienze accumulate in precedenza (con un costo-lavoro spesso millenario)
ovviamente combinate con il Know-how e concentrazione/sforzo, poteva permettere con
frequenza di trovare soluzioni efficaci ai problemi/micro problemi produttivi che si presentavano
via via agli uomini del comunismo primitivo.
Infine l’importanza del costo-lavoro veniva riaffermata indipendentemente (e riconosciuta in modo
parziale nella coscienza collettiva dei clan paleolitici) con l’avversione di tipo spontaneo-pratica
manifestata sempre nei tempi preistorici rispetto allo spreco sistematico e continuo degli oggetti di
consumo e del tempo di lavoro in essi contenuto.
Il prodotto sociale complessivo, ottenuto mediante il cosciente/fatico processo di raccolta/caccia
doveva essere su una coscienza minuziosa dell’Habitat locale, dove in ogni caso essere utilizzato e
consumato nel miglior modo possibile; una forma di utilizzo/riciclo che spiega ad esempio il
disprezzo (legittimo) dei clan di nativi americani per la caccia al bufalo praticata dai coloni bianchi,
durante la quale solo una minima parte delle prede veniva utilizzata dai cacciatori, una volta
uccise.
Viceversa una cultura paleolitica come quella degli Hanunoo, studiata dal ricercatore H. C.
Concklin, esprimeva un insieme proteiforme di attività che “comportavano una familiarità molto
intima con la flora locale e una precisa coscienza della classificazione botanica. Contrariamente
all’opinione secondo cui le società che vivono in economia di sussistenza non metterebbero a
profitto che una piccola percentuale della flora locale, questa viene utilizzata nella proporzione del
93 per cento.”
Secondo il ricercatore R. B. Fox, a sua volta, “Un tratto caratteristico, che differenzia i Negrito dai
loro vicini cristiani della pianura, consiste nella inesauribile conoscenza dei regni vegetale e
animale, una conoscenza che non implica soltanto l’identificazione specifica di un numero
spettacoloso di piante, uccelli, mammiferi e insetti, ma anche quella delle abitudini e del
comportamento di ciascuna specie… Il Negrito è pienamente integrato nel suo ambiente e, quel
che più importa, non si stanca mai di indagare nel mondo che lo circonda. 74
Non a caso ma per precise ragioni socioproduttive…
Passando invece al piano della capacità di misura quantitativa del tempo di lavoro, l’orologio solare
era sicuramente a disposizione anche dei produttori diretti del paleolitico al fine di calcolare
approssimativamente la durata del tempo di lavoro socialmente necessario per produrre i beni,
attraverso la raccolta/caccia e la produzione di mezzi di produzione.
La distinzione giorno/notte ed il divenire graduale della luce solare durante la giornata, dalla tenue
illuminazione dell’alba fino alla declinante luminescenza del tramonto, costituirono anche allora
(fino al Diciassettesimo secolo in Europa, e alla diffusione degli orologi meccanici) il parametro
oggettivo, seppur impreciso, che consentiva il determinare parzialmente la rispettiva durata dei
processi lavorativi giornalieri. Non è un caso che il più antico “orologio” e strumento per la
misurazione del tempo sia stata la meridiana, il cui uso è documentato in Cina già a partire dal
terzo millennio a.C. e che all’inizio consisteva in una semplice asta la cui ombra, basata ovviamente
sulla dinamica della luce solare, permetteva di stabilire con una certa precisione il decorrere delle
ore.75
Penultimo elemento di sostegno, nella preistoria il processo produttivo costituiva un fattore di
pericolo di regola assai più intenso che ai nostri giorni. Non solo a causa dei periodi determinati
dello stesso processo produttivo (infortuni muscolari e fratture ossee durante la caccia e la
raccolta) ma anche per il livello più o meno elevato, ma sempre reale di rischio “esterno” che
grava sui lavoratori del paleolitico che operano fuori dalle zone di pernottamento, a causa
dell’azione sia dei produttori carnivori di media e grande taglia, dalle iene fino ad arrivare alla
temibile tigre con i denti a sciabola, che delle più dure condizioni geoclimatiche (come durante
prolungate siccità o glaciazioni).
Talee rischio mortale incombeva sempre sul lavoro delle donne-raccoglitrici, come in quello dei
maschi-cacciatori, a dispetto dell’abilità sempre crescente acquisita via via dai nostri lontani
antenati. Ad esempio gli aborigeni australiani, che arrivarono a colonizzare il continente australe
almeno 50.000 anni orsono, risultavano (e rimangono tuttora, almeno in parte) degli eccellenti
74
H. Levi-Strauss, “Il pensiero selvaggio”, p. 16, ed. Il Saggiatore
75
G. C. Pavanello, A. Trinchera, “Le meridiane”, pp. 27-30, ed. De Vecchi
cacciatori capaci di produrre sofisticati 600 merang e di utilizzare abilmente il velano per uccidere
le prede, ma anche loro dovettero carsicamente pagare un tributo di sangue ai pericoli geonaturali
ad animali letali quali “coccodrilli, serpenti velenosi”. A sua volta la paleoantropologia ha
riscontrato “numerosi esempi di Neandertaliani che presentano malattie o traumi patiti nel corso
della loro rischiosa vita. Il famoso “vecchio” di La Chapelle-aux-Saint, un neandertaliano francese
classico quant’altri mai, quando morì soffriva di una artrite generalizzata, probabilmente di origine
traumatica e aveva perduto quasi tutti i denti (ed è certo che non era tanto vecchio quando morì:
Trinkaus ne stima l’età attorno ai trent’anni). Anche altri Neandertaliani soffrivano di malattie
degenerative delle articolazioni, oltre a fratture di numerose ossa”. 76
L’attività produttiva preistorica non costituiva pertanto un “pranzo di gala” in una sorta di ufficio
post-moderno ed in un confortevole Eden primordiale, ma un attività sempre piena di rischi spesso
mortali, aggravati dalle carsiche catastrofi geoclimatiche, come quella che ad esempio trovata nel
sito di Sima de los Huesos, un sito dei Neanderthal in Spagna.
Se si unisce anche tale fattore alla fatica costante ed all’attenzione/stress costante sempre
connesse (con gradi diversi d’intensità) all’attività produttiva nel paleolitico, risulta facile
comprendere la preferenza attribuita dai raccoglitori-cacciatori del paleolitico al tempo libero e alle
attività ludico-erotiche rispetto al lavoro: prova sicura di tale selezione è il fatto che il popolo dei
San dell’Africa australe degno erede dei nostri antenati all’’età della pietra, dedica non più di 15/18
ore settimanali al processo produttivo, anche abitando in zone sicuramente ricche sul piano delle
risorse naturali di quelle di cui potevano valere i clan del paleolitico. 77
Ameno su questo punto J. Zerzan colse nel segno quando sottolineò che “oggi i pochi cacciatoriraccoglitori sopravvissuti occupano le zone del mondo meno “interessanti economicamente” in cui
l’agricoltura non è ancora penetrata, come tra le nevi degli Innuit (“Eschimesi”) o nel deserto degli
aborigeni australiani. Eppure, il rifiuto del faticoso lavoro agricolo, anche in circostanze avverse, ha
i suoi vantaggi. Gli Hazda della Tanzania, i Tasaday, delle filippine, i !Kung del Botswana oppure i !
Kung San (“Boscimani”) del deserto del Kalahari… Testimoniano quanto riassunto da Hole e
Flannery: “nessun gruppo al mondo ha più tempo libero dei cacciatori-raccoglitori, che lo passano
principalmente giocando, conversando e rilassandosi”.78
Ha differenza di quello che si pensa di solito, inoltre, l’attività di caccia e raccolta-moderna nel
paleolitico richiedeva una notevole capacità di concentrazione ed una grande accumulazione di
conoscenze, attraverso un faticoso apprendimento ed esercizio della memoria da parte dei nostri
antenati. Per avere almeno un parziale termine di confronto, “gli antropologi si studiano il popolo
San, o bushmen del deserto del Kalahari, hanno dimostrato che essi non solo sono in grado di
riconoscere e classificare centinaia di specie di piante e di animali ma, ciò che più conta, è
possiedono anche una profonda conoscenza del comportamento degli animali. Cacciare non si
76
J. L. Arsuago, op. cit., p. 181
77
J. Diamond, “Armi, acciaio e malattie”, pp. 79-80, ed Einaudi
78
J. Zerzan, “Agricoltura”, p. 2, in www.tncrew.org
risolve semplicemente nel vedere un animale e ucciderlo; nella maggioranza dei casi la preda non
si lascia prendere facilmente e bisogna bloccarla facendo uso di ciò che sappiamo delle sue
abitudini e decifrando i segni che lascia.
Il segno più importante è l’impronta dell’animale, ma seguire le tracce è assai più che andare
semplicemente dietro a una serie visibile di orme. La capacità di leggere una pista richiede che un
cacciatore tragga la sua deduzione da un ampia gamma di indizi appena percettibili, che includono
le feci, l’urina, la saliva o il sangue dell’animale; il pelo o le piume; i ramoscelli, i rami e i fili d’erba
spezzati; gli odori e i suoni; e i vari indicatori del pasto degli animali e di altre componenti.
“I cacciatori del deserto del Kalahari” ha spiegato un antropologo “sono capaci di distinguere
persino sulla sabbia smossa, le tracce di numerose e diverse creature, che vanno dagli scarafaggi e
i millepiedi […] al serpente e la mangusta. Inoltre, sono capaci di distinguere le diverse specie di
manguste soltanto sulla base delle tracce lasciate”. Spesso il più labile di questi indizi consente
loro di determinare addirittura il sesso dell’animale, l’età approssimativa e il tempo trascorso dal
suo passaggio.
Lo storico Carlo Ginzburg sostiene che questo è “il gesto forse più antico della storia intellettuale
del genere umano: quello del cacciatore accovacciato nel fango che scruta le tracce della preda”.
L’antropologo Louis Liebenberg ha esteso un concetto scrivendo un intero libro per sostenere che
la raffinata capacità di seguire le tracce degli animali costituisce “l’origine della scienza”. Secondo la
sua tesi, questa attività è basta “sul ragionamento ipotetico deduttivo” ed “è una scienza che
richiede fondamentalmente le stesse attitudini intellettuali della fisica e della matematica
moderne”. Le cognizioni possedute dai cacciatori-raccoglitori studiati da Liebenberg nel Kalahari
includono “informazioni assai dettagliate sulle abitudini alimentari, riproduttive e di ibernazione”
di molte specie; questi uomini “sembrano avere una conoscenza di molti aspetti del
comportamento animale superiore a quella degli scienziati europei”. Questo sapere è alla base di
“un’attività creativa di problem solving nella quale le ipotesi sono continuamente testate sugli
indizi rappresentati dalle tracce, per cui sono scartate quelle che non reggono per essere sostituite
con ipotesi migliori”.79
La combinazione dialettica tra fatica e pericolo, difficile processo di accumulazione di conoscenze,
concentrazione ed uso della memoria (con l’aggiunta delle carsiche catastrofi geoclimatiche) rende
perfettamente comprensibile la scelta preferenziale adottata dai clan paleolitici – e dimostrata
dall’esperienza contemporanea dei loro lontani discendenti, a partire dai San – a favore del tempo
libero o, proprio perché i lati negativi del processo produttivo durante l’era preistorica lo
rendevano un compito difficile, impegnativo e pieno di rischi, anche per la conflittualità carsica tra
tribù.
G. Mazzetti ha notato, rispetto alla vita quotidiana del paleolitico che “la maggior parte dei reperti
fossili dell’epoca ci parlano di morti traumatiche, dovute alle continue battaglie che coloro che non
appartenevano al ristretto gruppo locale simbioticamente organizzato in tribù. Altro che “facile e
completa soddisfazione dei propri bisogni”! Spesso la caccia implicava non solo giorni e giorni di
inseguimento della preda, ma anche gravi incidenti agli stessi cacciatori, oltre ai riti totemici, per
placare la paura dell’animale ucciso. Quasi sempre l’acqua era talmente scarsa da richiedere non
solo un immane fatica per procurarsela, ma anche continui scontri che gli altri gruppi che
cercavano di monopolizzare le sorgenti e le riserve.” 80
79
C. D. Conner, “storia popolare della scienza”, pp. 44-45, ed. Tropea
80
Persino l’attività di scarnificazione di carogne di animali morti, che con tutta probabilità costituì per
centinaia di migliaia di anni la fonte principale di proteine animali per la nostra onnivora specie,
non risultava certo esente da pericoli e da “incontri spiacevoli”.
Sembra ormai quasi certo che l’Homo Habilis (ed i suoi successori) sia “stato in primo luogo un
intelligente scarnificatore di animali morti per cause naturali (ferite, malattie, aggressioni di grandi
carnivori): se questo fosse vero, i più antichi strumenti in pietra scheggiata sarebbero coltelli e
seghetti da macellaio, piuttosto che armi usate per abbattere gli animali. Alcuni pensano che
proprio contendendo le carogne a leoni, orsi e altri grandi predatori Homo abbia messo in atto le
prime forme di caccia organizzata, altri hanno sottolineato come solo mani armate di blocchi di
pietra e schegge acuminate erano in grado di spezzare le ossa lunghe dei grandi mammiferi, e di
estrarne il midollo (una delle sostanze del tenore nutritivo più elevato): solo le iene, tra i grandi
predatori di carogne, avevano le mascelle tanto potenti da fare altrettanto, e con le iene i nostri
“cugini e antenati” dovettero certamente vedersela per centinaia di migliaia di anni”.81
Del resto l’idea “che la nostra umanità sia andata forgiandosi grazie ad uno stile di vita predatorio e
bellicoso cambiò per sempre quando i fossili umani rinvenuti in alcuni siti dimostrarono il
contrario: e cioè che in realtà gli esseri umani emergenti erano preda dei carnivori. L’antropologo
sudafricano C. K. Brain, in uno studio divenuto poi una pietra miliare, dimostrò che i danni visibili
sugli scheletri delle australopitecine, che si pensava fossero stati inferti da altri ominidi, erano state
in realtà causate da predatori che, come leopardi, si nutrivano di queste creature. È pertanto più
probabile che i primi ominidi fossero prede e non potenti predatori.”82
Infine va tenuto presente che se gli scambi di beni tra i diversi clan risultano carsici e di tipo
sporadico, essi avvenivano comunque nella realtà paleolitica e tenevano conto inevitabilmente del
costo – lavoro dei diversi oggetti d’uso vegetali – barattati, ivi compreso il tempo di lavoro
necessario per il trasporto di un bene (ad esempio le conchiglie portate nelle zone lontane dal
mare).
Esaminando l’esperienza delle popolazioni primitive della Polinesia, in particolare i tikopia, Polanyi
notò la cristallizzazione di rapporti fissi nello scambio reciproco di beni che a volte assume forme
assai curiose per la mentalità occidentale.
“Gli atti di baratto sono qui di solito incorporati in rapporti di lunga durata che implicano fiducia e
sicurezza, una situazione che tende a cancellare il carattere bilaterale della transazione. I fattori
limitativi sorgono da tutti i punti dello spazio sociologico: costumi e leggi, religioni e magia
contribuiscono allo stesso modo al risultato che è quello di restringere gli atti di scambio a persone
e oggetti in determinati tempi ed occasioni prestabilite. Di regola colui che baratta entra
semplicemente in un tipo di transazione precostituito nel quale sono fissati gli oggetti ed il loro
ammontare equivalente. Nella lingua dei tikopia Utu denota un tale equivalente tradizionale come
parte dello scambio reciproco. Quello che appariva come il carattere essenziale dello scambio del
G. Mazzetti, “Decrescita, fuga verso il passato”, 24/4/2012
81
“L’alimentazione nell’Italia antica”, in www.beniculturali.it
82
C. B. Stanford, “Scimmie cacciatrici”, p. 114, ed. Longanesi
pensiero del diciottesimo secolo, l’elemento volontaristico della contrattazione ed il discutere sul
prezzo così espressivo del presunto motivo dello scambio, trova poche opportunità nella
transazione effettiva; nella misura in cui questo motivo sta alla base della procedura, raramente è
possibile che esso salga alla superfice.
Il modo abituale di comportamento è piuttosto quello di dare espressione alla motivazione
opposta. Il datore può semplicemente lasciar cadere l’oggetto per terra e colui che lo riceve farà
finta di raccoglierlo casualmente o anche di lasciare che venga raccolto da uno del suo seguito.
Niente potrebbe essere più contrario al comportamento accettato che far mostra di gradire il
corrispettivo ricevuto. Poiché abbiamo tutti i motivi di credere che questo comportamento
complicato non sia il risultato di una genuina mancanza di interesse per il lato materiale della
transazione potremo descrivere l’etichetta del baratto come un processo neutralizzante rivolto a
limitare la portata di questo aspetto materiale.”83
Data per assodata la centralità del lavoro, della durata e difficoltà oggettiva del tempo di lavoro
all’interno del processo produttivo del paleolitico, sorge subito la domanda sulle fusioni concrete
assunte da tale LEU nei tempi preistorici, dove non sussisteva un processo di scambio regolare e
continuato di prodotti tra i diversi clan del paleolitico.
Seppur solo cresciuta in forma elementare e grazie alla tradizione/abitudini millenarie, la legge del
costo-lavoro serviva innanzitutto per selezionare gli oggetti del consumo umano durante l’era
preistorica, dividendo ad esempio quelli facili da ottenere (la frutta d’estate, ad esempio) da quelli
difficili da acquisire, (come nel caso delle prede più grandi della caccia umana ai combattivi
mammuth, gli orsi delle caverne, ecc.); dividere i casi di caccia con poca carne e quella
potenzialmente assai fruttuosa per il taglio delle prede, ecc.
Inoltre la tendenza al massimo risparmio possibile di lavoro sociale, che già si intravedeva in azione
nel corso del paleolitico, presupponeva necessariamente la valutazione preventiva del costolavoro.
In terza battuta è assai utile un calcolo approssimativo (basato su un esperienza produttiva
plurimillenaria, tramandata nel paleolitico di generazione in generazione) del rapporto tra lavoro
speso nel processo lavorativo e suo rendimento produttivo per i diversi casi concreti, in particolar
modo rispetto al decisivo campo alimentare: relazione didattica che diventava l’indicatore
oggettivo della produttività del processo produttivo anche per i nostri lontani antenati. Si usa ad
esempio il chopper perché la sua produzione costava sicuramente tempo di lavoro e fatica, ma allo
stesso tempo consentiva l’opera di scarnificazione delle carogne di animali morti ottenibile in sua
assenza solo in minima quantità degli uomini e a prezzo di grandi sforzi.
La LEU in via d’esame consentiva inoltre di acquisire la capacità di distinguere un ottimo cacciatore
da uno meno dotato, un ottimo intagliatore di selce/pietra da uno di medio livello consentendo
pertanto la concentrazione di determinate attività produttive nelle mani dei più dotati e una
parziale, embrionale divisione del lavoro all’interno dei diversi clan paleolitici.
Durante i processi carsici scambi/donazioni reciproche, di oggetti tra clan diversi, il lavoro globale
erogato per creare i prodotti scambiati serviva inoltre di regola da regolatore dei termini delle
donazioni/scambi: sempre tenendo conto dei rapporti umani generosi della preistoria oltre che del
fattore-spazio e del tempo di lavoro necessario per un eventuale trasporto dell’oggetto sino ad un
posto lontano (=le conchiglie per una tribù dell’interno) riportate al punto di origine.
La seste LEU spiega inoltre altri fenomeno quali:
83
K. Polanyi, op. cit., pp. 79-80
-
il processo di selezione dei migliori organizzatori dei processi produttivi collettivi, a partire
da molte forme di caccia e raccolta, dato che la loro azione aiutava a ridurre il costo-lavoro
dei beni via via procurati dalla praxis collettiva;
- lo stimolo ad applicare le scoperte tecnologiche utili: ad esempio l’inversione prima del
propulsore, ed in seguito dell’arco aumentarono la produttività del lavoro speciale
paleolitico, diminuendo sia i rischi della caccia che il costo delle prede in termini di lavoro
umano;
- l’applicazione delle tecnologie che riducevano il costo-lavoro, e/o la deperibilità degli
oggetti di consumo alimentari, riducendo nel secondo caso (indirettamente) il loro costolavoro aumentando il rendimento alimentare: il processo di essiccazione/affumicazione dei
cibi, introdotto sicuramente nel medio paleolitico grazie alla domesticazione del fuoco,
serviva ad entrambe le funzioni, riducendo sensibilmente il peso dei cibi da trasportare
durante gli spostamenti dei clan.
Ma soprattutto la legge del costo-lavoro, visto il bassissimo livello paleolitico di sviluppo delle forze
produttive, indicava il punto (vitale) di separazione tra sopravvivenza e morte per inedia. Infatti se
il tempo di lavoro socialmente necessario ai vari clan paleolitici per produrre la massa di generi
alimentari indispensabili per sopravvivere superava quello da loro erogato ed erogabile, anche con
la massima tensione delle loro forze combinate, i membri delle tribù interessate dal fenomeno
semplicemente morivano per fame o sete, completamente (o) lasciando in vita solo i maschi più
forti. Tale azione della LEU in esame, impellente sul piano oggettivo anche per selezionare la
ricerca/produzione tra i diversi beni d’uso potenzialmente creabili/acquisibili, viene testimoniata
anche dall’esperienza delle tribù degli Achè nel Paraguay occidentale, la quale “per sostentarsi si
dedica alla raccolta di frutti della terra e alla caccia, e consuma grandi quantità di carne. Le
antropologhe Kim Hill e Kristen Hawkes studiano gli Achè della fine degli anni ’70 e hanno
documentato dettagli le loro strategie di foraggiamento. Servendosi di un quadro concettuale
evoluzionista per comprendere come mai gli Achè compiano scelte alimentari comprendenti alcuni
cibi ma non altri, Hill e Hawkes scoprirono che queste popolazioni si attengono strettamente a un
bilancio fra dispendio di tempo ed energia da una parte, e calorie ricavate, dall’altra. La carne è una
splendida fonte di nutrimenti, ma non è una fonte affidabile di energia se confrontata con alimenti
di origine vegetale facilmente reperibili nell’ambiente. Per essere una popolazione di cacciatoriraccoglitori, gli Achè sono insolitamente carnivori; l’introito calorico che essi ricavano dalla carne è
più alto di quello riscontrato in quasi tutte le società di cacciatori-raccoglitori studiate finora.
Hawkes e i suoi colleghi si chiedono: “poiché gli Achè cacciano tanto bene, perché si dedicano
anche alla raccolta?” Per la maggior parte delle popolazioni di cacciatori-raccoglitori, i cibi di
origine vegetale possono rappresentare una protezione nel caso in cui i tentativi di procurarsi la
carne falliscano. La carne è una risorsa alimentare molto ambita, ma la sua ricerca è associata a un
alto rischio di fallimento e a un basso ritorno rispetto al tempo e all’energia investita nella ricerca.
Gli alimenti di origine vegetale, invece, possono essere raccolti nella foresta – spesso dalle donne,
mentre gli uomini sono a caccia – con uno scarso rischio di fallimento e un elevata remunerazione
dell’investimento in termini di tempo ed energia. Per gli Achè gli alimenti di origine vegetale non
sono semplicemente una risorsa associata a un basso rischio e a un elevato rientro in caso di
fallimento dei tentativi di procurarsi la carne; gli alimenti di origine vegetale ( e gli insetti) vengono
presi in considerazione nelle scelte di foraggiamento perché comportano un basso costo in termini
di tempo ed energia rispetto ad alimenti di origine animale più difficili da procurare. Quando le
attività di foraggiamento sono considerate nel contesto complessivo di un’analisi economica dei
costi e benefici, è chiaro che le popolazioni di cacciatori-raccoglitori in alcuni casi propendono per
la caccia – per esempio quando le prede sono abbondanti e facili da catturare, così da assicurare
una remunerazione elevata dello sforzo venatorio – mentre in altri casi si dedicano alla raccolta.” 84
Il calcolo del rendimento energetico della qualità di lavoro necessario per ogni caloria ottenuta, il
quoziente energia/spesa ottenuta influenzarono anche la lunghissima epoca paleolitica.
“Bilancio tra dispendio di tempo” di lavoro e “calorie ricavate” come processo continuo di calcolo
nel paleolitico, come ininterrotta valutazione del rendimento “in termini di tempo ed energia”,
alias in termini di costo-lavoro del prodotto del processo lavorativo: si tratta di un raffronto
generale che si applicava concretamente e sicuramente alle società del paleolitico al loro concreto
e plurimillenario sviluppo.
Per quanto riguarda invece il raggio d’azione della sesta LEU all’interno del comunismo sviluppato,
risulta assolutamente sicuro che i suoi associati sapranno benissimo, come e meglio dei loro
antenati del comunismo primitivo del paleolitico, che nel processo produttivo erogheranno solo ed
esclusivamente lavoro/energie psico-fisiche umane. Sotto questo aspetto anche il tuo amico
Engels nell’AntiDuring non lasciò spazio ad alcun equivoco. Analizzando le leggi fondamentali di
sviluppo della futura formazione economico-sociale comunista (sia nella sua fase di sviluppo
“inferiore” e socialista, che in quella superiore del comunismo sviluppato), Engels infatti notò “il
valore” legato a rapporti di scambio mercantili e “l’espressione più generale e perciò più
comprensiva delle condizioni economiche della produzione di merci”, sarebbe sparito
completamente (“la società non assegnerà neppure dei valori ai prodotti”), mentre invece avrebbe
continuato a funzionare costantemente proprio la LEU del costo-lavoro, intesa come “la quantità di
lavoro necessario alla loro produzione” (sempre Engels), collegata alla dialettica alla LEU dell’utilità
sociale media dei “diversi oggetti d’uso”.
“Date le premesse sopracitate, la società” (comunista-sviluppata) “non assegnerà neppure dei
valori ai prodotti. Essa non esprimerà il fatto semplice che i cento metri quadrati di stoffa hanno
richiesto per es. mille ore di lavoro per la loro produzione, dicendo in una maniera sciocca e
assurda che essi hanno il valore di mille ore di lavoro. Certo anche allora la società dovrà sapere
quanto lavoro richiede ogni oggetto di uso per la sua produzione. Essa dovrà organizzare il piano di
produzione a seconda dei mezzi di produzione, ai quali appartengono, in modo particolare, anche
le forze-lavoro. Il piano, in ultima analisi, sarà determinato dagli effetti utili dei diversi oggetti di
uso considerati in rapporto tra di loro e in rapporto alla qualità di lavoro necessaria alla loro
produzione. Gli uomini sbrigheranno ogni cosa in modo assai semplice senza l’intervento del
famoso “valore””85
Anche se Engels non ???enuncleò??? esplicitamente la LEU in via d’esposizione, emerge senza
dubbio che a suo (corretto) avviso l’azione del costo-lavoro avrebbe operato in modo assai incisivo
anche nel comunismo sviluppato, innanzitutto attraverso la necessaria e preventiva conoscenza da
parte della nuova società collettivistica di “quanto lavoro richiede ogni oggetto d’uso per la sua
produzione”, alias sul suo costo-lavoro.
Come nel comunismo primitivo, anche nel comunismo sviluppato l’unico elemento che costeranno
i diversi oggetti d’uso sarà solo ed esclusivamente il lavoro: una verità banale ma innegabile e
sicura al cento per cento, tu nel terzo libro del Capitale avevi implicitamente rilevato quando
84
G. B. Stanford, “Scimmie cacciatrici”, pp. 157-158, ed. Longanesi
85
F. Engels, “AntiDuring”, op. cit., p. 330
sottolineasti che “dopo che si è eliminato il modo di produzione capitalistico, conservando però la
produzione sociale, la determinazione del valore continua a dominare nel senso che la regolazione
del tempo di lavoro e distribuzione del lavoro sociale fra di diversi gruppi di produzione e infine la
contabilità a ciò relativa, diventano più importanti che mai”; e che quando la società (comunista)
“controlla efficacemente la produzione, … essa crea il legame tra la misura del tempo di lavoro
sociale dedicato alla produzione di un articolo determinato e l’estensione del bisogno sociale che
tale articolo deve determinare”86
Caro Moro, anche se l’uso del termine “valore” è sbagliato a nostro avviso per la società
comunista-sviluppata, in ogni caso averlo già sottolineato chiaramente che la “regolazione” e la
“contabilità” rispetto al “lavoro sociale” acquisirà al suo interno ancora “più importanza” che nel
passato, dimostrando l’esistenza/azione assai importante svolta dalla legge universale del costolavoro anche nella dinamica di sviluppo della formazione economico-sociale comunista.
Partiamo dal tema della distribuzione ottimale delle risorse: a dispetto della iperabbondanza di
forze produttive che contraddistinguerà il comunismo sviluppato, esso non risulterà certo “il regno
dello spreco”, ma viceversa del risparmio e calcolo oculato delle risorse, a partire dalla principale
fonte di ricchezza costituita dal lavoro (creativo) umano.
Le previsioni di Marx ed Engels in ogni caso risultano corrette perché anche nel comunismo
sviluppato il metro di misura del costo-lavoro servirà necessariamente ad un modo assolutamente
insostituibile:
- per comprendere quanta “ricchezza” e di qualità massa di valori d’uso possa disporre la
scienza comunista; come vedremo in seguito, la ricchezza globale risulta infatti pari al
tempo di lavoro impiegato coniugato alla produttività del lavoro sociale;
- per comprendere quale spazio di manovra vi sia volta per volta, per quel processo di
riduzione della durata della giornata lavorativa che rappresenta la chiave ed “regno della
libertà” futura;
- per comprendere quali oggetti di consumo (ivi compresi i mezzi sociali di produzione)
risultino “facili” da produrre per il loro basso costo-lavoro e, simultaneamente, per
selezionare invece quelli “difficili” la cui produzione richieda masse elevate di lavoro
collettivo, di erogazione di energie collettive psico-fisiche;
- per determinare il “peso sociale rispettivo” (Marx) dei diversi prodotti, in base a quanto
“assorbono” della “quantità di lavoro che la società in generale ha a sua disposizione”
(sempre Marx, nel libro del Capitale);
- per conoscere il rapporto tra tempo di lavoro in oggetto e sua utilità sociale, avendo a
disposizione un termine nella relazione “di rendimento”;
- per selezionare con un attenta “contabilità” (Marx) la parte del prodotto sociale
complessivo (e del lavoro) da destinare al fondo di accumulazione (“per l’allargamento
continuo della riproduzione nella misura determinata dai bisogni sociali”) non a quello di
“assicurazione e di riserva” (sempre Marx).
A questo proposito, nel cap. 50 del terzo libro del Capitale, tu scrivi a proposito della futura società
comunista (in cui si libererà dai “limiti capitalistici”) che “tuttavia, se riconduciamo il salario alla sua
base generale, precisamente a quella parte del prodotto di lavoro dell’operaio che passa nel suo
consumo individuale; se liberiamo questa parte dai limiti capitalistici e la estendiamo al volume del
consumo consentito da un lato dalla forza produttiva esistente della società (cioè dalla forza
produttiva sociale del suo lavoro considerato come lavoro effettivamente sociale) e richiesto
86
K. Marx, “Capitale”, op. cit., libro terzo capitolo decimo
dall’altro lato dal pieno sviluppo della personalità; se riduciamo inoltre il pluslavoro e il
plusprodotto alla misura che è richiesta nelle date condizioni di produzione della società, da un
lato per la costituzione di un fondo di assicurazione di riserva, dall’altro per l’allargamento continuo
della riproduzione nella misura determinata dai bisogni sociali; se comprendiamo infine nel n. 1,
nel lavoro necessario e nel n. 2, nel pluslavoro, la quantità di lavoro che i membri della società in
grado di lavorare devono sempre effettuare, per coloro che non possono ancora o non possono più
lavorare, in altre parole, se spogliamo sia il salario che il plusvalore, sia il lavoro necessario che il
pluslavoro, del loro specifico carattere capitalistico, non abbiamo più queste forme, ma
semplicemente i loro fondamenti, che sono comuni a tutti i modi di produzioni sociali”. 87
Pezzo meraviglioso, caro Moro, che tra l’altro smentisce per l’ennesima volta i “marxisti” che
negano l’esistenza delle LEU: cioè, nella tua terminologia, i nessi e “fondamenti, che sono comuni”
(comuni) “a tutti” (tutti) “i modi di produzione sociali”.
Per ????? la parte di prodotto sociale (e di lavoro) destinata a compensare il logorio costante dei
mezzi di produzione: fondo di ammortamento indispensabile senza il quale anche la società
comunista-sviluppata troverebbe, nel giro di pochi decenni, con le “vecchie” macchine non
sostituite ed ormai ridotte a rottame:
- al fine di calcolare il surplus pluslavoro che si renderà disponibile per il processo di
accumulazione, una volta misurato il tempo di lavoro necessario per riprodurre (in forme
uniche “e di buone qualità”) la forza-lavoro, come tu avevi accennato nel passo sopracitato;
- per calcolare anche “la quantità di lavoro che i membri della società devono sempre
effettuare” (Marx) “per coloro che non possono ancora” (bambini) “o non possono più
lavorare”;
- per calcolare il costo reale delle innovazioni tecnico-scientifiche che via via con la loro
introduzione, il costo-lavoro degli oggetti (o servizi) di consumo, sempre all’interno della
società comunista sviluppata;
- sempre in materia di risparmio di tempo di lavoro, per favorire l’economia/risparmio
nell’utilizzo dei mezzi di produzione, raggiungendo in tal modo una riduzione (indiretta) del
costo-lavoro globale dei mezzi di consumo alla cui produzione i primi verranno destinati;
- per favorire il risparmio nell’utilizzo delle materie prime, attraverso l’economia del riciclo e
utilizzo mirato dei “residui della produzione” (Marx terzo libro del Capitale, cap. quinto, par.
4).
Ma non solo. Come nel comunismo primitivo, anche nel comunismo sviluppato il lavoro costerà ed
implicherà u dispendio di energie psico-fisiche da parte dei produttori diretti e pertanto “costerà”
ed implicherà da parte loro attenzione e fatica, sforzo e concentrazione, costerà e implicherà
“sudore” (anche solo mentale) per la forza-lavoro; sempre come nel comunismo primitivo anche
nel comunismo sviluppato i valori d’uso avranno in comune innanzitutto l’elemento decisivo di
essere stati prodotti dal lavoro sociale umano, con l’eccezione di quelli consumati direttamente e
per via fisiologica (aria, acqua di sorgente, frutti selvatici, ecc.).
Ancora una volta, quindi, il costo-lavoro giocherà un ruolo assai importante nel futuro “regno della
libertà”, al cui interno (Grundrisse) vige “il libero sviluppo delle individualità, e dunque non la
riduzione del tempo di lavoro necessario al fine di lasciare campo di lavoro eccedente, ma in
generale la riduzione a un minimo del lavoro necessario alla società (per produrre i beni e i servizi
di cui vuole disporre, ndr), a cui corrisponde la formazione artistica, scientifica ecc. degli individui
grazie al tempo divenuto libero e ai mezzi creati per essi tutti”.
87
Karl Marx, Capitale, libro terzo, cap. 50
Passando alla terza domanda della “Sfinge economica”, all’interno delle società classiste la legge
universale del “costo-lavoro” risulta ben presente ed attiva: ma dato che nelle società classiste
(asiatiche, semi schiavistiche, feudali e capitaliste) viene prodotto un surplus costante e facilmente
accumulabile, mentre al loro interno vige simultaneamente un processo di scambio continuo di
merci, la sesta LEU assume dentro la loro dinamica di sviluppo/decadenza la fortune specifica del
valore-lavoro, al cui interno è compreso anche la dinamica di formazione di pluslavoro/plusvalore.
In altri termini, la legge universale del costo-lavoro continua ad operare nelle società classiste
proprio assumendo il volto del valore-lavoro e dello scambio di equivalenza: la sesta LEU
costituisce sempre condizione materiale di esistenza del processo/legge del valore-lavoro, solo (un
piccolo “solo”) che quest’ultima risente e tiene conto dell’esistenza sia della produzione costante di
pluslavoro/surplus (non ancora in azione nel comunismo primitivo) che di processi multiformi
continui di scambio beni/surplus, i quali parimenti non operavano ancora nelle società paleolitiche
con regolarità ed estesa durata temporale. Viceversa socioproduttive basate invece sui processi
continui di compravendita, proprio lo scambio assumerà di regola (ma non sempre) la forma dello
“scambio di merci equivalenti” (Marx, “Critica al Programma di Gotha”) nel quale “sin scambia una
quantità di lavoro in una forma contro un eguale quantità in un'altra”, alias “lo scambio di valori
uguali” (sempre Marx).
La prova concreta dell’azione continua della legge del valore-lavoro (a sua volta trasfigurazione
concreta della LEU del costo-lavoro) all’interno delle società classiste pre-capitalistiche, partendo
dalla teocrazia sumera e da circa 6000 anni orsono, è stata fornita dal tuo amico Engels nelle sue
acute “Considerazioni supplementari” alla prefazione del terzo libro del Capitale del 1894.
Egli notò a questo proposito che lo “scambio dei prodotti” tra contadini e artigiani avveniva e non
poteva diversamente, nelle società classiste (precapitaliste) sorte in base al calcolo relativamente
semplice della “qualità di lavoro” via via spesa per gli oggetti di consumo che richiedevano tempo
di lavoro relativamente breve e non interrotta “da intervalli irregolari”, ed invece attraverso un
“lungo e tortuoso processo di approssimazione” (Engels) per i beni che richiedevano altresì “un
lavoro lungo, interrotto da intervalli irregolari” quali ad esempio “grano e bestiame”.
In tutti e due i casi, comunque il valore di scambio dei diversi beni risultò chiaramente regolato
dalla legge del valore-lavoro, seppur attraverso le numerose “turbative” create nel meccanismo
della domanda/offerta nelle formazioni socioproduttive-classiste, ma precapitalistiche. Anche se
tra eccezioni e controtendenze (come nelle situazioni di monopolio, o nel caso d’intervento degli
apparati statali classisti sui processi economici), la legge del valore-lavoro si affermò al loro interno
con il sottoprodotto inevitabile dello “scambio di equivalenti” in termini di valore-lavoro tra
acquirenti e venditori nei processi di compravendita dei beni, regola dello “scambio di equivalenti”
a cui venne rivolto un preciso riferimento (mutata di “contenuto”) nella tua splendida “Critica al
programma di Gotha” del 1875, caro Moro.
Le ricerche storiche mostrano che già in terra sumera, nel quarto millennio a.C., si aveva un diffuso
scambio di merci (equivalenti) avendo già come punto di riferimento il denaro (in argento) come
unità di conto ed “equivalente generale” e con una precisa regola e misura di conversione tra
argento e oro, anche se molto spesso gli scambi avvenivano in base alla compensazione
(equivalente) tra crediti e debiti (equivalenti, in termini di valore-lavoro) vantati reciprocamente tra
i diversi protagonisti delle svariate compravendite.
Con la traduzione della scrittura cuneiforme mesopotamica, sono a nostra disposizione ormai
“testi che documentano l’esistenza di sistemi di credito precedenti di migliaia di anni l’invenzione
di un sistema monetario.
Il sistema mesopotamico è il meglio documentato, più sicuramente di quello d’Egitto faraonico
(che risulta simile), della Cina (di cui sappiamo poco) o della civiltà della valle dell’Indo (di cui non
sappiamo nulla). Per pura combinazione, sappiamo molto della Mesopotamia, perché la grande
maggioranza dei documenti in caratteri cuneiformi pervenuta è di natura finanziaria.
L’economia dei sumeri era dominata da vaste strutture religiose e burocratiche, con un organico
composto da migliaia di persone: sacerdoti e ufficiali, artigiani che lavoravano nei laboratori
industriali, contadini e pastori che si prendevano cura di proprietà agricole considerevoli. Anche se
l’antica Sumer era divisa in un vasto numero di città-stato indipendenti, dall’epoca in cui si alza il
sipario sulla civiltà mesopotamica, attorno al 3500 a.C. pare che gli amministratori religiosi
avessero già sviluppato un sistema di conto unico e uniforme. Un sistema he in un certo modo
funziona ancora desso, perché è grazie ai sumeri che noi possiamo utilizzare il sistema delle
ventiquattro ore in un giorno e la contabilità a base dodici. L’unità monetaria elementare era il
siclo d’argento. Il peso in argento di un siclo era fissato come equivalente a uno staio d’orzo.
Il siclo era diviso in sessanta mina, che corrispondevano a una porzione di orzo (sul principio che
c’erano trenta giorni in un mese e i lavoratori del Tempio ricevevano due razioni di orzo ogni
giorno). Si può facilmente comprendere che il “denaro” in questo senso non è il prodotto di
transizioni commerciali. Era stato creato dai burocrati per tenere traccia delle risorse e poterle
spostare avanti e indietro nei vari dipartimenti del Tempio.
I burocrati del tempio usavano il sistema per stimare in argento i debiti (affitti, prestiti, tasse).
L’argento era a tutti gli effetti denaro e circola nella forma di pezzi non lavorati, “lingotti grezzi”,
avrebbe detto Smith. Su questo punto era nel giusto, ma è la sola parte della sua storia che sembra
veritiera. La ragione sta nel fatto che l’argento non circolava molto. La maggior parte si trovava nel
tempio e nei palazzi del tesoro e una porzione rimaneva nello stesso posto, guardata letteralmente
a vista per migliaia di anni. Sarebbe stato abbastanza semplice standardizzare i lingotti, stamparli e
creare dei sistemi accreditati per garantirne la purezza. La tecnologia era disponibile già all’epoca
ma nessuno ne sentiva il bisogno. La ragione va ricercata nel fatto che mentre i debiti erano
calcolati in argento, non c’era alcuna necessità di pagarli in argento: di fatto si potevano pagare con
qualsiasi mezzo a disposizione. I contadini che dovevano denaro al tempio o al palazzo, o a qualche
loro ufficiale, saldavano i propri debiti perlopiù in orzo (e per questo era tanto importante fissare la
conversione tra argento e orzo). Ma venivano accettate anche capre, o mobili o lapislazzuli. I templi
e i palazzi effettuavano grandi operazioni industriali e riuscivano a far uso di qualsiasi bene
materiale.
Nei mercati che si svilupparono nelle città della Mesopotamia si calcolavano in argento anche i
prezzi. Ma i prezzi dei beni non erano controllati pienamente dal tempio e dal palazzo e tendevano
a fluttuare secondo la domanda e l’offerta. Anche qui le prove che abbiamo suggeriscono che
molte transazioni si basavano sul credito. Tra i pochi che usavano l’argento nelle transazioni c’erano
i mercanti, che talvolta lavoravano per il tempio e altre volte operavano in proprio. Ma anche loro
facevano gran parte dei propri affari a credito, come la gente comune che comprava una birra dalle
“birraie” o dai gestori di bevande fermentate e facevano segnare tutto su un conto saldato poi al
tempo della raccolta in orzo o con qualsiasi altra merce disponibile”.88
Engels sottolineò a sua volta giustamente, rispetto alla società feudale ( e semifeudale) che “il poco
che una famiglia doveva barattare o acquistare dagli altri, consisteva in Germania, fino alla metà
del XIX secolo, soprattutto di oggetti prodotti dagli artigiani, vale a dire oggetti la cui fabbricazione
era ben familiare al contadino, e che egli non produceva direttamente, perché la materia prima
non era accessibile, o perché l’articolo acquistato era molto migliore o molto più a buon mercato.
Il contadino del Medioevo conosceva dunque abbastanza esattamente il tempo di lavoro richiesto
88
D. Graeber, “Debito”, pp. 43-44, ed. Il Saggiatore
per la fabbricazione degli oggetti che egli acquistava con lo scambio. Il fabbro, il carpentiere del
villaggio lavoravano sotto i suoi occhi: del pari il sarto ed il calzolaio che ancora ai tempi della mia
giovinezza andavano presso i nostri contadini renani, di casa in casa, trasformavano in vestiti ed in
scarpe le materie prime prodotte dai loro stessi clienti. Sia il contadino che coloro da cui egli
acquistava erano essi stessi lavoratori [produttori diretti], gli articoli che essi scambiavano erano i
prodotti propri di ciascuno. Che cosa essi avevano speso nella fabbricazione dei prodotti? Lavoro e
solamente lavoro: per sostituire gli strumenti di lavoro, produrre la materia prima, per lavorarla,
essi non hanno dato che la propria forza-lavoro: come in ragione del lavoro in essi speso? Il tempo
di lavoro speso in questi prodotti non era solamente l’unica misura adatta per determinazione
quantitativa della grandezza da scambiare: era assolutamente l’unica possibile. O forse si pensa
che il contadino e l’artigiano siano stati così stupidi da scambiare il prodotto di un tempo di lavoro
uguale a dieci ore contro quello di una sola ora di lavoro dell’altro? Per tutto il periodo
dell’economia naturale contadina, non vi è altro scambio possibile che quello in cui la quantità di
merci scambiate hanno la tendenza a misurarsi sempre più secondo le masse di lavoro in esse
incorporate. Dal momento in cui il denaro fa la sua apparizione in questa organizzazione
economica, la tendenza a conformarsi alla legge del valore (nella formulazione di Marx, nota
bene!) diviene da un lato ancora più evidente, ma d’altro lato, essa è ostacolata degli interventi del
capitale usuraio e dalla rapacità fiscale; i periodi necessari perché i prezzi si avvicinino in media ai
valori fino ad una grandezza trascurabile sono già più lunghi.
Lo stesso si può affermare lo scambio fra i produttori dei contadini e quelli degli artigiani delle
città. All’inizio esso avviene direttamente, senza l’intervento del commerciante, nei giorni di
mercato, nelle città dove il contadino vende e fa i suoi acquisti. Anche qui non soltanto il contadino
conosce le condizioni di lavoro dell’artigiano, ma l’artigiano quelle del contadino. Poiché anche
l’artigiano è ancora, parzialmente contadino, egli possiede non soltanto orto e frutteto, ma anche
molto sovente un pezzo di terra, una o due mucche, dei maiali, del pollame, ecc. Nel medioevo si
era dunque in grado di rifare reciprocamente con sufficiente esattezza il conto dei costi di
produzione per le materie prime, le materie ausiliarie, il tempo di lavoro – almeno per gli articoli di
uso giornaliero e generale.
Ma in questo scambio regolato col metro della quantità di lavoro, come calcolare quest’ultima, sia
pure in modo indiretto, relativo, per i prodotti che richiedono un lavoro lungo, interrotto da
intervalli irregolari, di rendimento incerto, ad es. il grano, il bestiame? E, per di più, trattandosi di
gente che non sa far conto? Evidentemente mediante un lungo e tortuoso processo di
approssimazione, brancolando qua e la nell’oscurità, e, come in generale accade, diventando saggi
a proprie spese. Ma la necessità per ciascuno di rientrare, complessivamente, nelle proprie spese,
aiutò a trovare la direzione giusta, e il numero esiguo dei tipi di oggetti messi in commercio, come
pure la stabilità sovente secolare del sistema della loro produzione facilitò il compito. E che non si
sia impiegato troppo tempo per stabilire con una certa approssimazione la grandezza relativa del
valore di questi prodotti, lo dimostra il fatto che la merce per la quale questa determinazione
appare più difficile, a causa del lungo tempo di produzione richiesta da ogni singola unità, il
bestiame, fu la prima merce-denaro quasi universalmente riconosciuta. Perché ciò potesse
verificarsi bisognava che il valore del bestiame, il suo rapporto di scambio con tutta una serie di
altre merci, avesse trovato una determinazione relativamente larghissima e riconosciuta, senza
contestazioni nell’ambito di numerose tribù. E le genti di allora erano certamente abbastanza
intelligenti – gli allevatori di bestiame dei loro clienti – per non dar via, senza riceverne un
equivalente, il tempo di lavoro da essi speso. Al contrario: più le genti si approssimano allo stato
primitivo della produzione delle merci – come i russi e gli orientali – e maggiore è il tempo che essi
perdono ancora oggi per ottenere mediante contrattazioni lunghe, ostinate, la completa
rimunerazione del loro tempo di lavoro speso in un prodotto.
Tutta la produzione delle merci sia dunque sviluppata partendo da questa determinazione di valore
per mezzo del tempo di lavoro, e con essa le molteplici relazioni secondo cui si affermano i diversi
aspetti della legge del valore, come si trovano esposti nella prima sezione del primo Libro del
Capitale: vale a dire le condizioni per le quali solo il lavoro è produttore di valore. E precisamente,
sono queste delle condizioni che si formano senza che coloro che vi partecipano ne abbiano
coscienza e che possono essere attratte dalla pratica quotidiana solo mediante una ricerca teorica
difficile; che agiscono quindi come le leggi naturali, il che, secondo quanto Marx ha dimostrato, è
una necessaria conseguenza della natura della produzione di merci. 89
Se si intende il termine di prezzi come “prezzi di offerta”, che diventano “la condizione dell’offerta,
della riproduzione della merce di ogni particolare sfera di produzione” (Marx), le considerazioni di
Engels rispetto al semplice processo di scambio mercantile pre-capitalistico di oggetti di consumo e
materie prime tra produttori diretti mantengono, dopo più di un secolo, una loro duratura
validità.90
“In una parola, la legge del valore di Marx ha validità generale, nella misura in cui la possono avere
le leggi economiche, per tutto il periodo della produzione semplice delle merci, quindi fino al
momento in cui questa subisce una trasformazione con l’apparizione della forma capitalistica di
produzione. Fino a questo periodo i prezzi gravitano attorno ai valori determinati secondo la legge
di Marx, ed oscillano attorno a questi valori, cosicché quanto più la produzione semplice delle
merci si sviluppa, più i prezzi medi di lunghi periodi non interrotti da violente perturbazioni esterne
coincidono, con scarti trascurabili, con i valori. La legge del valore di Marx ha dunque una validità
economica generale per un periodo di tempo che va dall’inizio dello scambio che trasforma il
prodotto in merce, fino al XV secolo della nostra era. Ma lo scambio delle merci risale ad una
epoca anteriore a qualsiasi storia scritta, che rimonta in Egitto ad almeno 3500, forse 5000 anni, in
Babilonia ha 4000 e forse 6000 anni prima della nostra era: la legge del valore ha dunque regnato
per un periodo che va da 5 a 7 mila anni.”91
Passando invece ad complesso processo di produzione capitalistico, fin dai lontani ed medievale
tempo della manifattura (cantieri navali, tessitura, ecc.) alla sua base troviamo le leggi del valorelavoro dello “scambio di equivalenti” (Marx, Critica al Programma di Gotha) e del plusvalore, ma
con una loro particolare specificità di manifestazione.
Il modo di produzione ed i rapporti di produzione capitalistici (rapporti tra uomini mediati da cose)
si fonda sia sulla proprietà privata dei mezzi di produzione sociali (e del capitale monetario-denaro,
oltre che delle condizioni della produzione) da parte della borghesia che sull’utilizzo da parte di
quest’ultima della “merce numero uno”, e cioè della forza-lavoro salariata (libera, non posta in
condizione servile) che riceve una massa di mezzi di sussistenza necessaria per la sua riproduzione
89
F. Engels, “Considerazioni supplementari…”, op. cit.
90
Meek, op. cit., p. 185
91
F. Engels, op., cit.
sociale, massa più o meno estesa a secondo dei rapporti di forza tra le classi e del grado di sviluppo
delle forze produttive: il salario, per l’appunto.
Innanzitutto Marx espose in modo geniale la teoria del valore-lavoro superando le precedenti tesi
di Ricardo, stabilendo quale lavoro forma il valore, e cioè il lavoro “astrattamente umano” che si
cristallizza e condensa, si “oggettiva o materializza” nei diversi valori d’uso e beni (Marx, il Capitale,
libro primo, capitolo primo, par. 1).
Inoltre Marx ebbe la seconda idea geniale di distinguere tra lavoro e forza-lavoro, intesa come la
capacità generale dei lavoratori di erogare energie psico-fisiche, indicando con chiarezza che fin
dall’inizio della rivoluzione neolitica essa era in grado non solo di creare valore-lavoro, ma anche
(fenomeno decisivo e fondamentale) di creare un pluslavoro e plusvalore/plusprodotto, e cioè
quella parte della giornata lavorativa che nel capitalismo il produttore diretto/operaio eroga
gratuitamente alla borghesia e “compie gratis, … che egli compie oltre la quantità di lavoro
mediante la quale viene sostituito il valore della sua forza-lavoro, e, quindi viene prodotto un
equivalente per il suo salario” (Engels).
Secondo la splendida e sintetica definizione fornita dal tuo amico Engels nella prefazione del
secondo libro del Capitale, “il plusvalore di Marx è la forma generale della somma di valore
appropriato senza equivalente” (=erogato gratuitamente dagli operai,, dopo aver coperto con il
loro lavoro l’equivalente della massa di mezzi di sussistenza necessari per la, loro riproduzione e
rappresentata dal loro salario) “dai possessori dei mezzi di produzione, la quale, secondo leggi
peculiari, scoperte da Marx per primo, si scinde nelle forme particolari di profitto” (ivi compreso il
profitto commerciale) “e rendita fondiaria”, oltre all’interesse.92
Ma non solo. In ambito capitalistico, per effetto combinato del processo di formazione di un unico
saggio di profitto (primo commerciale, poi industriale) e della dinamica di redistribuzione del
plusvalore tra i capitalisti, la legge del valore si presenta come la legge dei prezzi di produzione
(costo > profitto medio), in base alla quale i prezzi di produzione delle singole merci non
corrispondono più direttamente al loro rispettivo valore-lavoro, mentre solo per la quota globale
dei pressi sussiste una corrispondenza diretta tra prezzi totali e valore-lavoro totale cristallizzato
nell’insieme dei valori d’uso. Siamo pertanto ad un livello assai più sofisticato di azione della LEU
del costo-lavoro che tuttavia, proprio perché rappresenta fedelmente le dinamiche di sviluppo
tipiche del modo di produzione capitalistico, non può mai per forza di cose (e logica elementare)
trasformarsi in una legge economica universale, anche se prende avvio dalla sesta LEU (inoltre la
tendenza allo scambio di valori equivalenti, che sorge dalla sotto legge del valore-lavoro, incontra
numerose controtendenze, come ad esempio i superprofitti ottenuti dalle grandi imprese grazie ai
lucrosi appalti pubblici o alle situazioni di monopolio).
Ma a questo punto bisogna proprio esaminare la validità della teoria del valore-lavoro sia in ambito
capitalistico, che nelle altre società di classe, perché la sua eventuale conferma non può che
legittimare a cascata, come conseguenza inevitabile, anche la sesta LEU: a tal fine utilizziamo
l’unico criterio scientifico possibile (con buona pace di Althusser e Balibar), e cioè il confronto tra
l’ipotesi teorica e la realtà, tra la legge e la praxis concreta, tra il principio teorico ed il materiale
empirico offerto dalla realtà.93
92
F. Engels, Prefazione al secondo libro del Capitale
93
A. Freeman, “La contabilità nazionale misurata in grandezze di valore marxiane”, p.2
Caro Marx, il primo argomento a sostegno della teoria del valore-lavoro (come del resto della
teoria del costo-lavoro) è quello da te esposto nella tua lettera a Kugelmann del luglio del 1868, e
cioè la prova per assurdo.
Senza lavoro sociale e continuo dispendio di energie da parte dei lavoratori, infatti, la specie
umana si sarebbe estinta in poco tempo e poche settimane, come del resto previsto dalla seconda
LEU: anche nel più lontano futuro, e con l’automazione quasi completa l’attività produttiva umana
continuerà a svolgere un ruolo insostituibile di controllo/regolazione del processo produttivo e di
riparazione/controllo dei sistemi automatici, per non parlare poi dello sviluppo creativo dei mezzi
di produzione.
Tornando alle società di classe, anche l’esperienza parziale e limitata offerta dai (limitati nel tempo,
mai completi nel loro raggio d’azione) scioperi generali, come quello spettacolare e prolungato di
Hong Kong nel 1925/36, risulta sotto questo aspetto illuminante…94
Secondo elemento di prova: la plateale evidenza che i mezzi di produzione e le materie prime, che
il capitale costante non costituiscono altro che il risultato e la cristallizzazione di forza-lavoro
erogata in precedenza e spesa nel passato, fatto del resto riconosciuto anche al di fuori della
“cerchia marxista”. L’umanità capitalista “già da diversi secoli ormai ha prodotto plusvalore” (e
valore) e “gradatamente è giunta anche a farsi delle idee sulla sua origine”, ricordava giustamente
Engels nelle sue “Considerazioni supplementari” del 1894: e anche per tale ragione l’economista
inglese J. Robinson, non molto tenero con i marxisti, accettava in ogni caso “l’idea che il capitale
costante è incarnazione di forza-lavoro spesa nel passato. Per i marxisti, essa dice, questo è un
concetto che abbisogna di essere provato con una quantità di argomenti e di assurdità hegeliane.
Io invece, che non uso la loro pomposa terminologia, dico semplicemente: E’ naturale - e che altro
credere che potrebbe essere?”95
Seguendo la scia dell’opera in buona parte corretta da economisti (borghesi non viziati da alcun
segno di sovversione comunista) quali Smith e Ricardo, proprio il celebre presidente statunitense
A. Lincoln in un suo discorso del 18 dicembre del 1861 aveva dichiarato a sua volta, di fronte al
Congresso americano, che “il lavoro è precedente e indipendente dal capitale. Il capitale è soltanto
il frutto del lavoro e non sarebbe mai esistito se prima non fosse esistito il lavoro. Il lavoro è il
superiore del capitale e merita la più alta considerazione. Il capitale ha i suoi diritti, che sono degni
di protezione come qualsiasi altro diritto.”96
E’ appena il caso di sottolineare che proprio il fenomeno innegabile, che il lavoro sociale precede e
produce il “capitale”, il capitale costante, i mezzi di produzione, conferma indirettamente la teoria
del valore-lavoro, come minimo indicando una precisa fonte e punto di origine della proprietà e dei
rapporti sociali di produzione capitalistica.
94
E. Collotti Pischel, “Storia della rivoluzione cinese”, p. 67
95
Meek, op. cit., p. 219
96
J. Hepbuyn, “Il complotto”, p. 92, ed. Nutrimenti
Un altro argomento è costituito dalla “tesi della sottrazione” avanzata da J. Locke più di tre secoli
orsono. Se si esamina infatti una qualsiasi merce, notò il pensatore borghese inglese, e si toglie ad
essa quanto è dovuto al lavoro che è stato immesso, rimangono solo delle materie prime (=il silicio
per i chip, ad esempio) che di per sé sono quasi sempre prive di qualunque valore d’uso, o ridotte
ai minimi termini in questo senso (=i semi di grano non seminati, lavorati e trasformati dalla
plurimillenaria esperienza produttiva dell’uomo.97
In quarta battuta troviamo il “paradosso dell’oro” e quello “del bestiame”, due beni di regola di
“notevole importanza e costo nella società di classe fin dai loro albori e che ben illustrano la
simmetria esistente tra lavoro e valore costo di produzione. Del resto già nel ???1138??? un autore
anonimo notò che “il vero valore dei beni della vita è in proporzione al contributo che ne viene alla
conservazione dell’umanità, e il loro valore, quando vengono scambiati già gli uni con gli altri, è
regolato dalla quantità di lavoro generalmente richiesto e che è stato necessario impiegare per
produrli. Il loro valore o prezzo, quando sono comprati e venduti, se messo a confronto con un
valore medio comune, dipenderà dalla quantità di lavoro impiegato nel produrli e dalla maggiore o
minore disponibilità. L’acqua è altrettanto necessaria alla vita quanto il pane e il vino, ma la mano
di Dio ne ha messo a disposizione in tale quantità che normalmente essa non costa nulla; quando
però in un dato sito deve essere compiuto del lavoro per farla giungere a determinate persone,
ecco che il lavoro necessario per la fornitura deve essere pagato, anche se di per sé l’acqua non
dovrebbe esserlo ed ecco che perciò qualche volta e in qualche sito un ettolitro d’acqua può
costare quanto un ettolitro di vino.”98
Partendo dall’oro, da alcuni millenni anche un solo grammo del “metallo giallo” costa molto più di
un chilo di carne, di pollo e di uno strumento di ferro (divenuto a buon mercato dopo il 900 a.C. e
la fine del monopolio ???Ittita??? sulla nuova arma), per la banale ragione che la quantità d’Oro
anzidetta costa molto più lavoro (per la sua produzione trasporto) di quello necessario per
produrre (e trasportare) i beni di consumo sopracitati.
Ma vi sono delle apparenti eccezioni a tale “regola” di scambio, che paradossalmente rafforzano la
validità della teoria del valore-lavoro.
In un suo ottimo libro, E. Galeano ha ricordato infatti che all’inizio del Seicento le classi possidenti
portoghesi, “Lisbona, che non produceva nulla, mandava a Londra l’oro del Brasile in cambio di
nuovo prestiti, abiti di lusso e tutti i beni di consumo della vita parassita.
Ouro Preto, “Oro Nero”, si chiamava il centro degli splendori dell’oro, perché nere erano le pietre
che contenevano l’oro, notti con soli dentro, anche se poteva ben chiamarsi così perché nere erano
le braccia che strappavano l’oro dalle montagne e dalle rive dei fiumi.
Quelle braccia costavano sempre più care. Gli schiavi, in grande maggioranza nella regione
mineraria, erano unici a lavorare.
E molto più cari erano gli alimenti. Nessuno coltivava niente. Nei primi anni dell’euforia mineraria,
il prezzo di un gatto equivaleva all’oro che raccoglieva uno schiavo in due giorni di lavoro. La carne
di gallina era più economica: non costava più dell’oro di un giorno.”99
97
R. L. Meek, op. cit., p. 21
98
Op. cit., p. 41
Un alimento di base come la carne di gallina diventa più costoso di quantità significative d’oro (=il
prodotto di un giorno di lavoro in ricche miniere) perché da un lato il metallo giallo veniva
prodotto in grande quantità nelle generose miniere brasiliane attraverso un uso quantitativamente
limitato dalla forza-lavoro (servile), mentre dall’altro la carne consumata nella zona mineraria
doveva essere trasportata invece da notevoli distanze comportando un costo-lavoro significativo,
che si aggiungeva a quello necessario per la sua produzione. Non c’era assolutamente scarsità di
cibo (né di oro) all’interno delle zone aurifere brasiliane, ma le derrate alimentari valevano lo
stesso molto poco perchè… costavano molto tempo-lavoro.
A sua volta Cuzco attorno al 1534, “l’oro e l’argento sembravano l’unica cosa che non fosse
ricchezza”.
Infatti quando i conquistadores spagnoli di Pizarro occuparono e saccheggiarono il regno degli
Incas, crearono assieme a spaventosi massacri, stupri e ruberie una situazione paradossale per cui
una quantità significativa di oro valeva e costava molto meno del ferro lavorato. Se infatti il
metallo giallo si trovava in grande abbondanza nella zona peruviana di quel tempo, grazie
soprattutto al lavoro collettivo di estrazione, trasporto e lavorazione effettuato in precedenza dagli
abili produttori diretti locali, venendo espropriato dagli spagnoli mediante la loro feroce
supremazia politico-militare, nei primi tempi del colonialismo iberico il ferro dovette invece essere
importato dalla madrepatria con un dispendioso processo di erogazione di tempo-lavoro per la
produzione/trasporto, visto che le popolazioni autoctone non erano ancora entrate in possesso
della fusione del ferro prima dell’arrivo dei feroci conquistadores iberici.
Si arrivò fino al punto che una spada costava 50 pesos de oro, e cioè centinaia di grammi di metallo
prezioso.100
Un altro paradosso produttivo si verifica nella zona di Rio della Plata (Argentina, Uruguay e
Paraguay odierno) nel corso del Diciassettesimo secolo.
La carne bovina, privilegio dei ricchi in Europa e genere alimentare assai costoso, in quella zona
geopolitica ed in quel periodo risultava invece praticamente gratuita; non si trattava di un miracolo,
ma del fatto che dal 1580 le mandrie bovine prolificavano a dismisura nelle fertili pampas che
circondavano la città e senza praticamente richiedere l’intervento/lavoro umano, così vicine agli
abitanti dei pochi centri da non richiedere quasi lavoro per il loro trasporto nel posto di consumo e
così abbandonati da non essere allora ancora sorvegliate dai soliti “cani da guardia” della proprietà
privata.
Delle gigantesche mandrie di bestiame “si commerciava solo il cuoio, le carcasse venivano lasciate
agli avvoltoi”, mentre non vi era alcun mercato della carne quasi per logica delle cose per
abbondanza di bestiame.101
99
E. Galeano, “Specchi”, p. 163, ed. Sperling&Kupfer
100
W. H. Prescott, “La conquista del Perù”, p. 324, ed. Einaudi
101
H. Herring, “Storia dell’America Latina”, p. 275, ed. Rizzoli
Zero lavoro=zero valore, anche per un bene che da alcune migliaia di anni, come ricordava
giustamente Engels in un passo sopracitato, ebbe costantemente un altro valore di scambio e
spesso servì come “equivalente generale” per le altre merci, svolgendo spesso la funzione sociale
di denaro tra il quinto ed il primo millennio dell’epoca precristiana.
Un altro importante blocco di prove concrete a favore della teoria del valore-lavoro proviene dalla
connessione dialettica, verificate con assoluta certezza, tra la riduzione del lavoro contenuto in
determinati beni (per effetto dello sviluppo delle forze produttive) e la parallela, derivata riduzione
del costo dii produzione e del prezzo di mercato degli stessi oggetti d’uso in via d’osservazione. Nel
tuo opuscolo “Salario, prezzo e profitto” non avevi mancato di sottolineare l’importanza della
storia dei prezzi notando che “le derivazioni dei prezzi di mercato del valore sono continue, ma,
come dice Adam Smith: “il prezzo naturale è, in un certo senso, il centro attorno al quale gravitano
continuamente i prezzi di tutte le merci. Ma quali che possano essere gli ostacoli che impediscono
loro di fissarsi su questo punto medio di calma e di stabilità, essi tendono costantemente ad esso”.
Non posso ora addentrarmi maggiormente in questo argomento. Basterà dire che se la domanda e
l’offerta si equilibrano i prezzi di mercato delle merci corrispondono ai loro prezzi naturali, cioè ai
loro valori, i quali sono determinati dalle corrispondenti quantità di lavoro necessario per la loro
produzione. Ma domanda ed offerta devono costantemente tendere a equilibrarsi, quantunque ciò
avvenga soltanto perché una oscillazione viene compensata da un altra, un aumento da una caduta
e viceversa. Se invece di seguire soltanto le oscillazioni giornaliere, esaminate il movimento dei
prezzi di mercato per un periodo di tempo più lungo, come ha fatto per esempio il signor Tooke
nella sua “Storia dei prezzi”, troverete che le oscillazioni dei prezzi mercato, le loro derivazioni dei
valori, i loro alti e bassi, si elidono e si compensano reciprocamente; cosicché se si fa astrazione
degli effetti dei monopoli e da alcune altre modificazioni che ora devo trascurare, ogni sorta di
merce è venduta in media al suo valore, cioè al suo prezzo naturale. I periodi medi di tempo
durante i quali le oscillazioni dei prezzi di mercato si compensano reciprocamente, sono diversi per
la specie di merci, perché per una merce è più facile che per un'altra adattare l’offerta alla
domanda.”102
Partiamo dal libro, merce ipercostosa nel Medioevo anche perché prodotta dal fatico e lungo
lavoro di colti e qualificatissimi (per i tempi) lavoratori, gli amanuensi; bene invece divenuto
relativamente a buon mercato nel giro di pochi decenni dopo il 1455 e l’epocale invenzione della
stampa da parte di Gutemberg, che ne ridusse in modo vertiginoso e rapido sia il valore-lavoro in
esso contenuto che il costo/prezzo di produzione, oltre ad allargare enormemente il volume
globale di produzione/vendita dei libri.
“L’introduzione e la diffusione della stampa a caratteri mobili rappresenta senz’altro uno dei più
importanti avvenimenti per la tecnologia e la cultura occidentale. A partire da questo momento,
tradizionalmente collocato intorno al 1453, fu possibile produrre libri con una rapidità prima mai
neanche immaginabile (si calcola che agli inizi del Cinquecento fossero stati stampati più di 8
milioni di libri, probabilmente più di tutti quelli che i copisti potevano aver trascritto dai tempi di
Costantino), trasformandone profondamente l’uso e perfino il significato. Il libro era nel Medioevo
un oggetto raro e prezioso che poteva essere posseduto solo da potenti istituzioni (i monasteri e le
corti) oppure da un ristretto numero di persone particolarmente facoltose…
La stampa, nel senso più ampio del termine, è fondamentalmente un procedimento per riprodurre
immagini (che nella stampa tipografica sono le lettere): l’inchiostro viene applicato ad una
102
K. Marx, “Salario, prezzo e profitto”, cap. sesto, Editori Riuniti
superficie opportunamente preparata (tavoletta per immagini e tipo per le lettere) che lo riporta
poi su un materiale adatto a riceverlo.
Proprio quest’ultimo passaggio rappresentava una sorta di “strozzatura” perché fino a quando non
fu disponibile un materiale economico in grado di ricevere l’inchiostro, non aveva senso cercare di
inventare una macchina in grado di produrre un numero molto elevato di copie della stessa
immagine: dal momento infatti che per realizzare una sola copia di un manoscritto di 200 pagine
erano necessario le pelli di 25 pecore, è chiaro che l’operazione della copiatura era di gran lunga
quella che incideva di meno sul costo finale. In effetti attorno al 900 un libro manoscritto costava
(in Spagna) come due mucche, mentre in Lombardia, tra il Trecento e il Quattrocento, un libro di
legge costava quanto il mantenimento di una persona per circa 16 mesi.
In questo senso la condizione essenziale per la nascita della stampa fu l’introduzione in Europa
della carta, avvenuta ai primi del XII secolo dal mondo mussulmano.
La presenza della carta da sola non sarebbe ovviamente stata sufficiente: era necessario concepire
un modo per preparare la superficie da stampare, trovare un inchiostro adatto e inventare un
mezzo per trasferire l’inchiostro sulla carta. È però impossibile individuare per ciascuno di questi
fattori il momento esatto in cui apparvero.”103
Ma alla fine vennero prodotti, facendo in modo che la prima tipografia di J. Gutemberg dopo pochi
anni dalla sua creazione e con circa 25 dipendenti assai meno difficili da essere addestrati rispetto
agli istituti amanuensi, potesse produrre (dopo pochi anni di “rodaggio”) in poche settimane un
libro assai voluminoso come la Bibbia, che in precedenza richiedeva lunghi anni di lavoro ad uno
scrivano medioevale: non a caso il prezzo medio di un libro dell’era Gutemberg si ridusse di più di
una decina di volte rispetto all’era pre-Gutemberg nel giro di pochi decenni. 104
Dopo la stampa, l’automobile. Nel 1913, con l’introduzione della catena di montaggio negli
stabilimenti Ford, il tempo medio di costruzione per costruire l’auto modello dell’azienda si ridusse
(in pochi mesi) da venti ore ad un ora e mezza e calò di quasi dieci volte: e subito avvenne una
drastica riduzione del costo di produzione e del prezzo di vendita dell’auto, assieme ad un
simultaneo decollo del livello dei profitti accumulati dalla Ford.
Un altro caso di crollo simultaneo del tempo di lavoro e dei costi di produzione avvenne per il
personal computer. Risulta poco conosciuto il fatto che il primo esemplare funzionante di personal
computer venne progettato e costruito dall’Olivetti già nel 1965: ma risultava troppo costoso e non
ebbe successo, come del resto il secondo modello “Alto” creato dalla Xerox nel 1973 (con micro
processori da poco scoperti) ma ancora troppo dispendioso in termini di prezzo. Fu solo quando la
piccola società MITS mise sul mercato, nel dicembre del 1974, il personal computer Altair-8800 che
si ebbe il vero boom in questo settore, grazie all’abbattimento dei costi di produzione/prezzo di
vendita ottenuto riducendo al minimo il lavoro necessario sia per la costruzione che per il
“tradizionale” software annesso.
“Ma con il progresso della microelettronica il sogno del computer per tutti poco alla volta diventa
realtà. Un primo importante passo lo compie l’Olivetti che nel 1965 presenta la P101, computer
103
M. Sacchi, “La nascita della stampa” ed. ????
104
L. Avrin, “Scribes, script and book”, ed. Ala Editions; E. L. Eisenstein, “La rivoluzione del libro” p. 18,
ed. Il Mulino
programmabile a schede magnetiche. La macchina non dispone di microprocessore, che non è
stato ancora inventato, ma è dimensionata per stare su una scrivania.
Passano 8 anni e nel 1973 il Palo Alto Research Center (PARC) della Xerox presenta “Alto”, una
macchina che ha tutte le caratteristiche del PC: video grafico separato dall’unità che contiene il
processore e dischi di memoria, la tastiera e il mouse, usa menù e icone, può essere connesso in
rete. Ma la macchina è costosa e la Xerox decide di non commercializzarla: ne saranno cedute a
università e centri di ricerca circa 2000 unità.
Nel dicembre 1974 una piccola società americana, la Micro Instrumentation Telemetry Systems
(MITS) annuncia l’Altair 8800, un “hobby-computer” basato sul microprocessore 8080, appena
realizzato dalla Intel, e sul linguaggio Basic sviluppato dai giovanissimi Bill Gates e Paul Allen. Le
prestazioni sono modeste, è venduto senza video, ma il prezzo molto basso richiama l’attenzione
del grande pubblico: per gli analisti della storia informatica, l’Altair è il primo vero PC
commercializzato.
La MITS non riesce a gestire il successo iniziale e poco dopo è sopraffatta dai più competitivi
prodotti di Apple, Commodore, Tandy e altri”105
M. Kaku ha osservato a modo suo la validità dell’equazione meno tempo di lavoro=meno prezzo di
costo (e di vendita), rilevando che da circa due decenni “ad ogni nuovo Natale consolle da gioco
sono quasi due volte più potenti (in termini di transistor) di quelle dell’anno precedente. Inoltre,
con il passare degli anni tale processo assume proporzioni stupefacenti. Per esempio, vi sarà
capitato di ricevere una cartolina d’auguri con all’interno un chip che canta “Tanti auguri a te”. Ma
la cosa straordinaria è che quel chip ha una potenza di calcolo superiore a quella di cui
disponevano le forze alleate nel 1945. Hitler, Churchill o Roosevelt sarebbero stati pronti a uccidere
per avere uno strumento del genere. Invece noi che ne facciamo? Passato il compleanno, gettiamo
cartolina e chip nella spazzatura. I nostri attuali cellulari sono capaci di prestazioni superiori a
quelle di cui si servì l’intera NASA nel 1969, quando riuscì a portare due astronauti sulla Luna.” 106
Un fenomeno non certo casuale, dovuto al fatto che la costruzione dei supercomputer nel 1997
richiedeva un tempo-lavoro enormemente superiore a quello ora impiegato per le attuali Play
Station, a parità di prestazioni.
Assai interessanti, sempre sotto questo profilo, risultano anche le sofisticate analisi elaborate
dall’economista Anwar Shaik rispetto alla dinamica del rapporto tra valore-lavoro e prezzi ancora
nel 1984, esaminando nel lungo periodo una serie di beni e soprattutto rilevando le loro
oscillazioni, in termini di lavoro contenuto al loro interno rapportato ai prezzi di produzione e di
mercato per un lungo arco temporale.
Le conclusioni effettuate da Shaik nel suo studio “La trasformazione di Marx a Sraffa” furono
dirompente: formulando infatti un complesso modello matematico, messo a confronto con le
evidenze empiriche, giunse alla conclusione “sia per i prezzi di produzione che per quelli di
mercato, approssimativamente il 93% delle oscillazioni-sezionali e inter-temporali può spiegarsi
con la corrispondente oscillazione dei valori”… “la varietà delle prove empiriche conferma
l’argomento di Marx e di Ricardo della correlazione e co-oscillazione tra prezzi e valori.” 107
105
“A ciascuno il suo computer: Olivetti e i primi PC”, in www.storiaolivetti.it
106
Kaku, op. cit., p. 5
Il 93% di corrispondenza tra le variazioni dei costi di produzione ed i prezzi di produzione,
determinati ed indotti, da modificazioni preventive del lavoro contenuto all’interno degli oggettimerci presi in esame, costituisce una verifica spettacolare della teoria del valore-lavoro di Marx: e
tra l’altro nel 1987 l’economista E. Ochoa dimostrò in un altro studio “la vicinanza tra prezzi e
valori-lavoro in un arco temporale di 25 anni, tra dinamiche dei prezzi di decine di merci ed il loro
valore-lavoro. Ochoa a tal scopo formulò un sofisticato sistema di regressione lineari di 71 serie
temporali di valori, rispetto ai prezzi di produzione marxiani dell’economia USA dal 1947 al 1972, e
giunge al risultato che i prezzi diretti hanno un alto grado di correlazione, sia per i settori che nel
tempo, con i prezzi di produzione e che inoltre la deviazione media prezzi-valori per questo
periodo è stata approssimativamente del 17%.108
Sempre il collegamento dialettico tra tempo di lavoro e prezzi di costo/prezzi di produzione spiega
fenomeni concreti quali ad esempio il fatto che “il prezzo dei televisori a schermo piatto, che una
volta superato i 5000 euro, è precipitato di un fattore pari a circa 50 nel giro di un decennio. In
futuro anche gli schermi piatti grandi come un intera parete avranno prezzi straordinariamente
bassi.”109
Proprio la dura logica dell’esperienza produttiva (pensiamo al crollo del prezzo dei cellulari in pochi
anni…) portò un economista marginalista autorevole come Marshall a dover riconoscere che
“le tendenze a lungo termine dei prezzi sono dominate dai costi, e che il lavoro è l’elemento di gran
lunga più importante nella formazione dei costi stessi.”110
Un ulteriore “cerchio” di prove combinate a sostegno della teoria del valore-lavoro viene fornita
dalla serie dalla serie di beni succedanei (di qualità più o meno equivalente) che hanno sostituito i
beni di riferimento originari, contraddistinguendosi da essi quasi esclusivamente per il valorelavoro nettamente inferiore (e prezzo di mercato) contenuto al loro interno, sempre con un valore
d’uso più o meno equivalente a quello dei rispettivi “concorrenti”. In questa concorrenza tra beni
qualitativamente uguali/quasi uguali vince che esprime un prezzo minore, e cioè un costo-lavoro
inferiore.
Fino al 1940/45 le calze di seta rappresentarono ad esempio un bene di lusso, riservato a pochi
eletti a causa del suo alto valore e prezzo di produzione, ma a partire da quella data vennero via via
sostituite dalle calze in nylon, di qualità paragonabile (anzi ancor più trasparenti) ma di prezzo
nettamente inferiore, grazie all’utilizzo poliammide 6/6, un polimero sintetico derivato dal petrolio
107
A. Shaik, “La trasformazione da Marx a Sraffa”, in rivista plusvalore, n.3, p. 68
108
Rivista plusvalore, n. 6, 1987, p. 52
109
Kaku, op. cit., p. 17
110
Meek, op. cit., p. 215
che venne scoperto nel 1934 da W. Carothers nei laboratori della “DuPont di Wilmington. […] Nel
1936 Bemberg a Snia si assicurano le licenze per il nylon 6. Il primo paio di calze in nylon fu
presentato dalla DuPont nel 1939 all’esposizione internazionale di San Fransisco. Il 15 maggio
1940, tre anni dopo il suicidio del geniale Carothers, furono messe in vendita le prime paia di calze
realizzate con questa fibra robusta come l’acciaio sottile come una ragnatela, eppure più elastica di
tutte le comuni fibre naturali. Fu un successo clamoroso perché il nylon permetteva di realizzare
calze belle, brillanti e resistenti a un costo notevolmente inferiore a quello in seta. Nel corso della II
guerra mondiale, la produzione di nylon venne dirottata a scopi bellici. I paracadute, per esempio
erano in nylon. Le calze in nylon tornarono sul mercato nell’immediato dopo guerra. Nel 1948 la
seta era già stata superata dal nylon.”111
Rientra sempre nella categoria dei “succedanei-economici” anche la rapida sostituzione del miele e
dello zucchero da canna con il primato della barbabietola nel campo dei dolcificanti.
“Con l’ascesa di Napoleone, si intensificarono i contrasti tra Francia e Inghilterra, che portarono ad
un blocco delle importazioni inglesi (decreto di Berlino, 1806): lo zucchero di canna, che giungeva
in Europa via mare, sparì in breve tempo dagli scaffali dei negozi, poiché gli inglesi reagirono al
blocco sequestrando a loro volta le navi dirette a porti francesi o dei loro alleati aderenti al blocco
(in un secondo tempo si “limitarono” a costringere queste navi a passare da porti inglesi e pagare
una forte tassa sul carico). Sulla spinta della necessità, gli europei si adoperarono per trovare un
alternativa. Nel 1747, il chimico tedesco Andreas Sigismund Marggraf era riuscito a dimostrare la
presenza di saccarosio dalle barbabietole e, alcuni decenni dopo, il suo allievo Franz Karl Achard
ideò un processo industriale idoneo: è a lui che si deve il primo zuccherificio industriale, sorto in
Slesia nel 1802. Per espressa volontà di Napoleone, la produzione di zucchero da bietola fu
incoraggiata in tutti i territori sotto il suo controllo e furono aperti altri stabilimenti in Francia,
grazie anche ai perfezionamenti apportati dall’imprenditore francese Benjamin Delessert al
procedimento di Achard. Dopo il Congresso di Vienna lo zucchero di canna tornò a circolare, ma
l’espansione di quello da barbabietola fu irreversibile: il costo inferiore lo rese disponibile via via a
più ampie fasce della popolazione, cambiando considerevolmente le abitudini alimentari
dell’Europa.”112
A loro volta le spezie costituivano in Occidente dei beni assai costosi, oltre che ben apprezzati a
partire già dal 2600 a.C. in terra egiziana, a causa dell’altissimo costo-lavoro per il loro trasporto
dalle zone d’origine, poste in Estremo oriente. Ora, se nel medioevo la merce che rappresentava la
stragrande maggioranza dei commerci internazionali erano proprio le spezie, dopo il 1498 e la
scoperta della rotta africana per l’Asia da parte di Vasco de Gama si assistette alla caduta
progressiva del prezzo (e importanza) delle spezie: sia per la diminuzione progressiva del costotrasporto, sia per l’acquisita abilità dell’uomo occidentale di trasportare/coltivare le piante di
spezie in luoghi anche lontani dai luoghi d’origine, sia perché sono stati scoperti molti altri prodotti
con caratteristiche molto simili e facilmente reperibili: si pensi solo al peperoncino rispetto al
vecchio “numero uno” delle spezie, il pepe.
111
“Nylon”, in www.calze.com
112
“Zucchero”, in it.wikipedia.org
Sempre nella categoria dei “succedanei-economici” vanno compresi numerosi altri prodotti della
chimica, che, come “le calze di nylon”, hanno spazzato via quasi tutta la concorrenza dei prodotti
naturali utilizzati in precedenza a causa del loro costo di produzione nettamente inferiore,
determinato a sua volta dal valore-lavoro molto minore in essi contenuto.
Per fare due soli esempi basta riferirsi innanzitutto all’alizarina: un composto chimico che ha
sostituito come colorante la pianta della robbia per la sua veloce e poco costosa preparazione, a
differenza del composto vegetale usato in precedenza e che aveva difetti di derivare da una pianta
che aveva tempi fissi per la sua crescita e doveva essere trasportata nei luoghi in cui si triturava la
sua radice; oppure alla celebre aspirina della Bayer che ha sostituito quasi completamente, grazie
al suo costo irrisorio e rapidità di uso, gli eccellenti infusi di corteccia foglie di salice preparati in
precedenza almeno dal 2000 a.C.
Nella categoria dei succedanei “non-economici” rientrò invece ad esempio la benzina sintetica che,
prodotta in Germania (a partire dal 1939 con il genocida regime nazista) “idrogenando e pressando
il carbone” o la lignite, non riuscì a sostituire il suo concorrente costituito dal petrolio proprio
perché eccessivamente costoso in termini di valore-lavoro, venendo infatti utilizzata solo per un
periodo eccezionale di guerra/penuria assoluta di petrolio del Terzo Reich: se il costo di
costruzione, trasporto e raffinazione del cosiddetto “oro nero” dovesse in futuro superare certe
soglie, l’uso della tecnica della benzina sintetica invece rientrerà tra le opzioni produttive sul
campo.113
Settimo elemento di prova, che falsifica allo stesso tempo la tesi secondo cui alcuni beni hanno un
notevole valore perché “scarsi” in natura: l’alto costo (e prezzo di vendita) di regola raggiunto da
determinati beni assai abbondanti in natura, ma ipercostosi da ottenere utilizzando la loro sezione
largamente maggioritaria.114
Per ogni mille tonnellate di acqua, infatti, si ritrovano circa cinque milligrammi di oro; ed essendo
le acque marine estese per circa duecento milioni di chilometri quadrati, con una profondità media
superiore ai cinquecento metri, si ottiene, una quantità gigantesca di metallo prezioso disciolto nel
mare, reputata pari ad almeno alcuni milioni di tonnellate di oro.
Proprio partendo dal calcolo (errato per eccesso) dell’oro contenuto nell’acqua marina, il geniale
chimico tedesco F. Haber riuscì ad ideare e costruire, ancora nel terzo decennio del secolo scorso,
un procedimento chimico di filtrazione che permetteva sul piano tecnico di estrarre le minuscole
particelle di oro proprio dall’acqua marina, realizzando a modo suo il sogno degli alchimisti di
trasformare la vile materia (acquatica) in metallo prezioso. Da bravo nazionalista tedesco, Haber
“cercò di dare ancora un contributo alla sua patria, scommettendo il proprio prestigio su un
avventura impossibile, ricavare oro dal mare!
Come è noto i trattati di pace imponevano alla Germania riparazioni di guerra per tredici miliardi di
marchi in oro: cinquantamila tonnellate di metallo. Questa immane richiesta fece affiorare nella
mente di Haber una stima di Arrhenius sulla quantità di oro disciolta nel mare: 8 mila milioni di
tonnellate! Nella letteratura scientifica comparivano nuove determinazioni della concentrazione
113
M. Iacopi, “Benzina sintetica per la guerra”, ???
114
J. Eaton, op. cit., p. 42
del prezioso metallo nelle acque marine; i dati favorivano una stima intorno a 5-10 mg per
tonnellata d’acqua, e l’impresa cominciò ad apparire possibile. Dopo le analisi (poche) condotte su
campioni prelevati dal personale del suo istituto lo ebbero convinto che un valore plausibile era di
5 mg per tonnellata, concentrò l’attenzione sui metodi economicamente efficienti per estrarre
dalle acque concentrazioni d’oro di questo ordine di grandezza.
Siamo nel periodo che va dall’esplodere dell’iper-inflazione (agosto 1922) alla occupazione della
Ruhr da parte degli alleati (11 gennaio 1923); per Haber il tempo scorre troppo in fretta, e non
appena un processo di estrazione che garantisce risultati remunerativi è messo a punto,
l’apparecchio di filtrazione è apprestato su una nave con un laboratorio analitico, ed il suo
scienziato salpa, con quattro collaboratori, per una lunga crociera nel Nord e nel Sud Atlantico. Una
sorpresa terribile li attendeva… Essi trovarono solo una esigua frazione della quantità d’oro che si
aspettavano. Sembrava incredibile che le analisi fossero sbagliate il largo eccesso per l’oro: tuttavia
questa conclusione era inevitabile data l’alta efficienza del processo di estrazione. “La base del
progetto di Haber era così distrutta” (Coates). Con ricerche successive Haber chiarì che la
concentrazione di acqua di mare era un millesimo di quella assunta inizialmente!” 115
Il procedimento risulta pertanto estremamente costoso in termini di valore-lavoro, ivi compreso il
logorio/ammortamento degli impianti chimici di produzione, e pertanto cadde sotto i colpi di una
sorte di “rasoio di Occam” dell’economia, e cioè la scoperta dei processi produttivi e degli oggetti
di consumo che risultino troppo costosi a confronto dei loro rispettivi “concorrenti” nel caso in
oggetto l’oro estratto dalle miniere terrestri.
Come ha notato il fisico giapponese M. Kaku, la quantità di oro che è disperso negli oceani, “è
forse più abbondante di tutto l’oro di Fort Knox e di tutte le altre riserve del mondo. Tuttavia il
costo della sua estrazione su un area così vasta è proibitivo. È per questo che l’oro degli oceani non
è mai stato raccolto”. Costo-lavoro proibitivo, in estrema sintesi.116
Altra massa combinata di prove: l’aumento del costo di produzione/prezzo di vendita dei
determinati beni, in seguito e come conseguenza diretta dell’incremento del costo-lavoro
cristallizzato all’interno di questi ultimi, come avviene da millenni per quanto riguarda i generi
alimentari (a partire dai cereali) in caso di condizioni geoclimatiche sfavorevoli, di “cattivi raccolti.
In talli situazioni, periodicamente ricorrenti da millenni (come nel caso della pessima produzione di
cereali da parte degli Stati Uniti nel 2012), la stessa quantità di lavoro sociale globale si presenta
cristallizzata in una minore quantità di prodotto finale (= i cereali USA del 2012), provocando
inevitabilmente un aumento di costo/prezzo di ciascuna unità dii prodotto del genere alimentare
interessato.
Nono punto di focalizzazione di “fatti testardi” che supportano la teoria del valore-lavoro: quando i
capitalisti (o i loro manager) industriali determinano nelle loro aziende i costi di produzione del
bene/beni da ???tasse??? prodotte si attengono proprio da te analizzate caro Marx, specialmente
nel terzo libro del Capitale.
115
L. Cerruti, “Per la scienza e per la patria: Fritz Haber”, in www.minerva.unito.it
116
M. Kaku, “Mondi…”, op. cit., p. 347
Essi infatti calcolano, in modo più o meno esatto, i costi di produzione sommando l’ammontare dei
salari dei loro dipendenti (capitale variabile, con il valore della forza-lavoro impiegata), il costo
delle materie prime impiegate (= capitale circolante, nella tua terminologia) e la rata di
ammortamento (= il capitale fisso logorato all’interno del processo produttivo): siamo in piena
corrispondenza con la legge del valore-lavoro, dato che la pratica quotidiana dei capitalisti e degli
uomini d’affari dimostra loro malgrado (dal punto di vista delle preferenze ideologiche e politiche
anticomuniste della stragrande maggioranza degli “uomini d’affari” operanti nel campo industriale)
che in ultima analisi “tutti gli elementi del costo di produzione di una merce tendono ad essere
ridotti al lavoro, e solo al lavoro”, a dispetto delle previsioni “della scuola neoclassica di tipo
marginalista”.117
Le aziende in perdita, o in via di fallimento i ambito capitalistico, richiamano direttamente
l’importanza del processo di riproduzione almeno equivalente del valore-lavoro impiegato nella
produzione, con la vendita delle merci prodotte ad un prezzo almeno sufficiente a coprire il loro
prezzo di costo, il costo-lavoro in esso contenuto. Nel terzo libro del Capitale avevi ragione, caro
Moro, quando rilevasti che “il limite minimo del prezzo di vendita della merce” nel modo di
produzione capitalistico (e nella produzione mercantile i genere) “è dato dal suo prezzo di costo.
Qualora la merce venga venduta al di sotto del suo prezzo di costo, gli elementi consumati del
capitale produttivo non possono essere riprodotti per intero tramite il prezzo di vendita. Qualora
tale procedimento perduri, il valore capitale anticipato viene meno ed il capitalista cessa di essere
capitalista”.118
Almeno per interposta persona, qualunque borghese conosce – la gravità del processo di perdita
costante nella produzione e il sicuro fallimento finale del capitalista – incapace, alias non in grado
di vendere le merci prodotte con profitto o almeno senza subire perdite.
E, a sua volta, da cosa viene determinato il prezzo di costo effettivo della singola merce? La risposta
di Marx è chiara, e cioè che esso si misura “in base alla spesa del lavoro” ed all’erogazione di lavoro
(sia tempo di lavoro necessario che pluslavoro) da parte del produttore diretto, unita in modo
indissolubile al “consumo di strumenti di produzione” e di “capitale circolante”, che a sua volta
rimanda alla “spesa di lavoro” necessaria per reintegrare l’usura dei mezzi di produzione del
processo produttivo che per produrre il “capitale circolante”, alias le materie prime e l’energia
necessaria per tale scopo.119
Tempo di lavoro, diretto e indiretto, ancora una volta; la teoria del valore-lavoro, ancora una volta.
117
E. Mandel, “The marginalist theory”, p. 3
118
Karl Marx, “Il Capitale”, op. cit., libro terzo, cap. primo
119
Op. cit., ibidem
Ultima conferma della teoria del valore-lavoro, la riduzione al minimo dell’impiego di forza-lavoro
nel processo produttivo, collegata simultaneamente ad un enorme abbondanza di beni/servizi: la
simulazione del “paese di Cuccagna”, in estrema sintesi.
Ipotizziamo che tutto il processo produttivo futuro di beni/servizi venga svolto da un numero
esiguo di forza-lavoro umana, diciamo mille persone, coadiuvate da una miriade di automi e
computer: mille persone che lavorino trenta ore alla settimana, su una popolazione terrestre pari a
sette miliardi unità come nel presente, e che producano beni/servizi in un abbondanza totale.
Lo stesso concetto di “valore”, di valore di scambio, continuerebbe ad esistere in una situazione di
totale abbondanza o quasi assenza di erogazione di tempo di lavoro umano?
Ultimo argomento, il paradosso dell’aria.
L’aria costituisce il bene più prezioso per l’uomo, visto che possiamo vivere senza ossigeno solo per
qualche minuto al massimo: è il bene più usato, dato che ogni pochi istanti qualunque essere
umano produce un processo istintivo di inspirazione/espirazione.
Come mai, allora, l’aria non costa nulla e non ha valore nell’ambiente terrestre?
Escludendo l’argomento utilità (=è estremamente utile), non rimane che il suo costo-zero in
termini di lavoro umano.
Controprova, il fatto che se dovesse essere usato lavoro per riprodurre l’aria (come sui sottomarini
o stazioni spaziali), essa assumerebbe subito un costo (e valore di scambio) notevolissimo.
P. Bevilacqua ha notato sotto questo aspetto che “credo che dobbiamo considerare un autentica
fortuna l’impossibilità tecnica, da parte del capitale, di privatizzare l’aria che respiriamo. Non solo
perché questa ci risparmia oggi un diluvio di fandonie pubblicitarie sulle diverse proprietà di lunga
vita dell’aria commerciale, appositamente confezionata, che le imprese vorrebbero vederci. Ma
soprattutto perché il capitale troverebbe un ulteriore incentivo a rendere ancora più irrespirabile
quella pubblica delle nostre città, al fine di poter smerciare la propria, mentre settori crescenti di
imprenditoria criminale lavorerebbero direttamente al suo avvelenamento. In Italia non
mancherebbero certo imprese specializzate in grado di praticarlo con efficienza”. 120
A questo punto, si può concludere notando che sarebbe stato più che sufficiente l’argomento
fornito da Marx, nella sua lettera a Kugelmann del luglio 1868, per risolvere la questione della
validità della teoria del valore-lavoro, ma con numerose altre prove a sostegno la partita risulta
chiusa, caro Moro.
Quindi anche alla “terza domanda della Sfinge” economica si può fornire una risposta convincente
che vede tra l’altro rafforzata ulteriormente la sua legittimità e status scientifico affrontando con
successo la sfida marginalista, e cioè l’unica teoria che si è opposta in modo organico alla legge del
valore-lavoro.
A questo proposito risulta appena il caso di ripetere come la teoria del valore-lavoro marxiano non
solo risulta per nulla in contraddizione con essa, ma anzi costituisca il processo d’analisi (corretto,
valido) della particolare manifestazione concreta della sesta LEU, sia in ambito capitalistico che con
alcune varianti) all’interno della formazione economico-sociale ??? collettivistiche o classiste???
L’unica differenza tra le due teorie consiste nel fatto che la seconda, per cosciente impulso e
volontà dello stesso Marx, si applica solo ed esclusivamente alle formazioni economico-sociali di
tipo classista e basate tra l’altro su continui processi di scambio di merci, non potendo (ne volendo)
pertanto assumere il ruolo di legge economica universale e valida per tutte le formazioni
economico-sociali del passato, presente e futuro della storia umana. Si tratta pertanto del rapporto
che sussiste tra una teoria generale e un suo sotto-insieme, fermo restando che entrambe (nelle
120
P. Bevilacqua, “Elogio della radicalità”, pp. 86-87, ed. Laterza
loro rispettive sfere storiche di pertinenza) sia applicano certamente alla riproduzione dei beni
materiali, anche per i servizi. Categoria economica che descrive le prestazioni produttive che non si
cristallizzano in un oggetto di consumo (mezzo di consumo o mezzo di produzione), ma che
viceversa consistono nella stessa attività erogata, come nel caso del processo educativo (dagli
istruttori-lavoratori esperti del paleolitico fino all’insegnamento universitario degli ultimi secoli di
storia umana) e del settore sanitario, partendo dall’azione delle sciamane-guaritrici del paleolitico
fino ad arrivare alle sofisticate strutture ospedaliere dei nostri tempi.
E per calcolare il costo dei servizi (riproducibili più o meno esattamente con altra forza-lavoro), si
deve quasi per forza di cose valutare durata/intensità/qualificazione del dispendio di energie psicofisiche cristallizzate nel servizio, oltre al logorio (eventuale) di materie prime e mezzi di produzione
che (eventualmente) consentano alla forza-lavoro di erogare il suo tempo di lavoro/servizio con un
grado medio di efficienza/successo.
Ma torniamo al nodo principale, da superare a questo punto, e cioè all’analisi/scontro con la teoria
marginalista.
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