OTTOBRE 2012
Per Christum abundat consolatio nostra
CONSOLATIO
BOLLETTINO DI INFORMAZIONE DELL’OPERA DELLA DIVINA CONSOLAZIONE
Presentazione
del Motu
Proprio
«La porta
della fede» di
Benedetto XVI
Dio
Consolatore
NUOVA RUBRICA
a cura di Padre
Tagliareni
Lourdes:
nata
senza
retina ora
ci vede
Alberto
Perez è uscito
dall’omosessualità: «ora
sono felice»
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CONSOLATIO
L’immagine del mese…
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Per Christum abundat consolatio nostra
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BOLLETTINO
DI INFORMAZIONE
A CURA DELL’OPERA
DELLA DIVINA
CONSOLAZIONE
Fondatore dell’Opera
e responsabile
del Bollettino:
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LE ALTRE NOTIZIE… OLTRE LA COPERTINA
PER UNA NUOVA SOCIETÀ
Introduzione ad un “Terza Via”
di Padre Giuseppe Tagliareni
La rinuncia a Satana
Padre Giuseppe
Tagliareni.
Sede: “Casa S. Giorgio”
Contrada S. Giorgio
(Sciacca, S.S. 115
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ALCUNI SANTI DEL MESE:
Quattro beati e santi del mese di Ottobre
Gesù risorto appare
alla Madre
Editoriale
In questo mese di ottobre inizia un evento ecclesiale di grande importanza, che interessa tutta la Chiesa: il Papa ha indetto l’Anno della fede, per commemorare i cinquant’anni dal Concilio Ecumenico Vaticano II e i vent’anni del Catechismo Cattolico. E’ sembrato bene porre in primo piano questi anniversari per mettere a tema delle riflessioni pastorali la fede, la prima delle virtù teologali, che oggi soffre una terribile crisi di vaste dimensioni. Già Giovanni Paolo II parlò di “apostasia” (perdita della
fede) di tanti cristiani e oggi l’attuale Pontefice non fa che cercare di risvegliare la fede dove è assopita, difenderla dove è minacciata, diffonderla dove ancora non si conosce. E a questo chiama tutti i fedeli: prendere coscienza del gran dono della fede, viverla nel modo più autentico e quindi trasmetterla alle nuove generazioni.
Il mondo contemporaneo soffre di tante cose: crisi della famiglia, recessione economica, conflitti continui, guerre vere e
proprie, piaghe devastanti come l’aids, la povertà, la miseria, la droga, la tossico-dipendenza, la fuga di tanta gente dalla propria
terra, la violenza sui minori e sui deboli, lo smarrimento dei valori morali, la corruzione, etc. Ma forse, la piaga maggiore è
l’ateismo, la perdita della fede, il vivere come se Dio non ci fosse. Papa Ratzinger già dall’inizio del suo pontificato ha fatto una
sfida agli uomini che pure dubitano di Dio: Perché non vivere come se Dio ci fosse? Tutto, ma proprio tutto cambierebbe e certamente in meglio. Perché Dio porta subito ordine, rispetto, accoglienza reciproca, aiuto fraterno. Questa è la vera “sfida” da fare
agli atei. Ma siamo noi cattolici i primi a dover dimostrare che Dio c’è e che Gesù Cristo è Dio-con-noi. I Santi – e noi ne abbiamo
tanti – lo dimostrano. Pertanto, l’anno della fede deve essere per noi un invito e una occasione a ritrovare le nostre radici, il Vangelo vivente nella santa Tradizione, il Dio vivente tra di noi, Gesù, la sua Eucaristia che è alimento di vera santità e la sua Parola, che è l’unica verità che libera. Di questo ha bisogno il mondo: di nuovi santi, che facciano vedere Dio con noi. Bisogna perciò
mettere Dio davanti a noi, Dio in noi e con Lui andare agli altri. Infine, non sarebbe male in questo anno riprendere in mano i testi
del Concilio Vaticano Secondo, visti nella ermeneutica della continuità, oppure il Catechismo della Chiesa Cattolica che è stato
redatto proprio vent’anni fa. Essi presentano la fede perenne e ciò che la Chiesa dice di se stessa oggi. Ne va della nostra identità e della fedeltà vera a Dio. Con la nostra fedeltà assoluta daremo vera consolazione a Cristo, che a suo tempo disse: “Quando
il Figlio dell’uomo tornerà, troverà la fede sulla terra?”. Siano benedetti tutti coloro che diranno: Sì, Gesù, io credo in Te: Tu sei il
Cristo, il Figlio di Dio vivente, che deve venire nel mondo”.
Padre Giuseppe
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DAL VATICANO
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La sintesi del discorso del Papa ai componenti dell’internazionale democristiana (22.9.2012)
I “segnavia” di Benedetto XVI per i politici cristiani
«La crisi ci obbliga a riprogettare il nostro
cammino, a darci nuove regole e a trovare nuove
forme di impegno, diventando così occasione di
discernimento e di nuova progettualità» (Caritas in veritate, 21). È in questa chiave,
fiduciosa e non rassegnata, che l’impegno civile
e politico può ricevere nuovo stimolo ed impulso
nella ricerca di un solido fondamento etico, la
cui assenza in campo economico ha contribuito a
creare l’attuale crisi finanziaria globale
(Discorso alla Westminster Hall, Londra,
17.9.2010). Il contributo politico ed istituzionale [dei cristiani in politica...] non potrà quindi
limitarsi a rispondere alle urgenze di una logica
di mercato, ma dovrà continuare ad assumere come centrale ed
imprescindibile la ricerca del bene comune, rettamente inteso, come
pure la promozione e la tutela della inalienabile dignità della persona
umana. Oggi risuona quanto mai attuale l’insegnamento conciliare
secondo cui «nell’ordinare le cose ci si deve adeguare all’ordine delle
persone e non il contrario» (GS, 26). Un ordine, questo della persona, che «ha come fondamento la verità, si edifica nella giustizia» ed
«è vivificato dall’amore» (CCC, n. 1912) ed il cui discernimento non
può procedere senza una costante attenzione alla Parola di Dio ed al
Magistero della Chiesa, particolarmente da parte di coloro che,
come voi, ispirano la propria attività ai principi ed ai valori cristiani.
Sono purtroppo molte e rumorose le offerte di risposte sbrigative,
superficiali e di breve respiro ai bisogni più fondamentali e profondi
della persona. Ciò fa considerare tristemente attuale il monito
dell’Apostolo, quando mette in guardia il discepolo Timoteo dal
giorno «in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, pur di udire
qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo i propri
capricci, rifiutando di dare ascolto alla verità per perdersi dietro
alle favole» (2 Tm 4,3). Gli ambiti nei quali si esercita questo decisivo discernimento sono proprio quelli concernenti gli interessi più
vitali e delicati della persona, lì dove hanno luogo le scelte fondamentali inerenti il senso della vita e la ricerca della felicità. Tali
ambiti peraltro non sono separati, ma profondamente collegati,
sussistendo tra di essi un evidente continuum costituito dal rispetto
della dignità trascendente della persona umana, radicata nel suo
essere immagine del Creatore e fine ultimo di ogni giustizia sociale
autenticamente umana. Il rispetto della vita in tutte le sue fasi, dal
concepimento fino al suo esito naturale - con
conseguente rifiuto dell’aborto procurato,
dell’eutanasia e di ogni pratica eugenetica - è
un impegno che si intreccia infatti con quello
del rispetto del matrimonio, come unione
indissolubile tra un uomo e una donna e come
fondamento a sua volta della comunità di vita
familiare. E’ nella famiglia, «fondata sul matrimonio e aperta alla vita» (Discorso alle
Autorità, Milano, 2.6.2012), che la persona
sperimenta la condivisione, il rispetto e
l’amore gratuito, ricevendo al tempo stesso –
dal bambino al malato, all’anziano – la solidarietà che gli occorre. Ed è ancora la famiglia a
costituire il principale e più incisivo luogo educativo della persona,
attraverso i genitori che si mettono al servizio dei figli per aiutarli a
trarre fuori («e-ducere») il meglio di sé. La famiglia, cellula originaria della società, è pertanto radice che alimenta non solo la singola
persona, ma anche le stesse basi della convivenza sociale. Correttamente quindi il Beato Giovanni Paolo II aveva incluso tra i diritti
umani il «diritto a vivere in una famiglia unita e in un ambiente morale, favorevole allo sviluppo della propria personalità» (Centesimus
annus, 44). Un autentico progresso della società umana non potrà
dunque prescindere da politiche di tutela e promozione del matrimonio e della comunità che ne deriva, politiche che spetterà non solo
agli Stati ma alla stessa Comunità internazionale adottare, al fine di
invertire la tendenza di un crescente isolamento dell’individuo,
fonte di sofferenza e di inaridimento sia per il singolo sia per la
stessa comunità. Se è vero che della difesa e della promozione della
dignità della persona umana «sono rigorosamente e responsabilmente debitori gli uomini e le donne in ogni congiuntura della storia» (CCC, 1929), è altrettanto vero che tale responsabilità concerne in modo particolare quanti sono chiamati a ricoprire un ruolo di
rappresentanza. Essi, specialmente se animati dalla fede, devono
essere «capaci di trasmettere alle generazioni di domani ragioni di
vita e di speranza» (GS, 31). Utilmente risuona in questo senso il
monito del libro della Sapienza, secondo cui «il giudizio è severo
contro coloro che stanno in alto» (Sap 6,5); monito dato però non
per spaventare, ma per spronare e incoraggiare i governanti, ad ogni
livello, a realizzare tutte le possibilità di bene di cui sono capaci,
secondo la misura e la missione che il Signore affida a ciascuno.
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In primo piano
Eutanasia: ecco perché il suicidio
è l’ossessione della società laica
Ovunque vada, Beppino Englaro, viene
accolto da una folla, plaudente, quasi
entusiasta. E’ una di quelle persone che
riescono ancora a tirar fuori la gente
di casa. Ma chi siete andati a vedere?,
verrebbe da chiedere. Recentemente
Englaro è venuto in un paesino della mia
terra, Mezzolombardo, in cui 400
persone, su invito di un assessore che
proviene dal PATT (forse l’unico partito in Italia che nello statuto si propone di seguire la dottrina sociale
della Chiesa), avevano firmato la richiesta perché si introducesse nel
comune il testamento biologico. Quel
testamento, poi, non lo ha firmato
nessuno. Perché una cosa è plaudire al
principio secondo cui chi vuole morire,
deve poterlo fare quando vuole, altra
cosa invece è pensare alla propria
morte, e all’eventualità che un giorno
qualcuno ci aiuti ad andarcene, magari
con troppo fretta o superficialità…
Tante firme, dunque, nessun testamento, e tanti ad applaudire Englaro.
Mi viene da pensare che sia solo questione di tempo. L’eutanasia, se le cose
continuano così, entrerà a breve in
tutte le legislature europee. Chi si
batte per la vita, deve ovviamente
lottare anche sul fronte delle leggi.
Ricordando, però, che se la battaglia
rimane ferma lì, a vincerla sarà solo
chi, come i radicali, ha la pazienza di
erodere un confine alla volta. La battaglia vera è ancora una volta teologica.
Perché l’eutanasia, come il suicidio, in
ogni tempo, ci porta ad una sola domanda: esiste Dio? In una società in
cui il senso di Dio è presente, in cui Dio
è Creatore e amico dell’uomo,
l’eutanasia non entrerà mai. In una
società, invece, in cui Dio è espulso
dalla vita di ogni giorno, il suicidio è
inevitabile. Da un punto di vista logico,
è facilissimo da comprendere: Cristo,
infatti, cioè un Dio “con noi”, rende
ogni vita, e ogni morte, quale che essa
sia, degna di essere vissuta. Ogni vita,
perché la vita ha senso solo se ha un
respiro che vada al di là dei muri di
questo mondo; ogni morte, perché ogni
morte è un evento vero e significativo
solo se apre a qualcosa. Altrimenti è un
non evento.
Ma questa verità può essere compresa
anche da un punto di vista storico. Il
sociologo Marzio Barbagli, nel suo
“Congedarsi dal mondo”, ci ricorda che
nel mondo cristiano il suicidio era più
raro, ed è invece più diffuso laddove la
società è più secolarizzata (nei regimi
atei si raggiunge sempre il top). In un
mondo cristiano la vita è anzitutto
dono di Dio: un dono non si butta via,
non si spreca; ed è anche un compito:
un compito da portare a termine. Dio ci
dona la vita, ma ce ne chiede anche
conto. Chi crede in Lui, dunque, vi attinge fede, speranza e carità: fede,
cioè fiducia che tutto ciò che accade,
anche il male, sia in fondo grazia perché anche dal male si può trarre il
bene; speranza, cioè certezza nella
presenza di Dio accanto a noi; carità,
cioè amore, per Dio, ma di conseguenza
anche per noi stessi, sue creature, e
per chi ci sta vicino (per cui uccidersi
diventa tradire l’amore, per Dio, per
sé, per gli altri che ci amano).
A fermare il gesto estremo di molte
persone, nella società cristiana, ricorda sempre il Barbagli, furono spesso,
oltre all’amore per Dio, la paura
dell’inferno e la consolazione della
confessione. L’uomo di fede sa dunque
che, come di fronte al male fisico vi è
sempre la possibilità di affrontarlo,
così di fronte a quello morale, non si è
mai definitivamente sconfitti dalla
propria colpa, dal senso della propria
miseria. In varie culture esiste il
“suicidio di vergogna”, come ammissio-
ne di un fallimento: nel cristianesimo,
nessuno è mai fallito del tutto, perché
tutti possono rinascere a vita nuova,
perdonati da Cristo, lavati dal suo
sangue. Infine, nota sempre il Barbagli, la società cristiana aveva una forte
coesione sociale: ciò significa che
l’esistenza di una famiglia salvava tantissime persone dalla disperazione,
vuoi perché sperimentavano l’amore di
qualcuno, vuoi perché sentivano, nei
suoi confronti, un forte senso del dovere.
Se tutto questo è vero, vivere è, nelle
società di fatto atee e secolarizzate,
un impegno sempre più gravoso: siamo
soli, esistenzialmente, se Dio non c’è
(senza una fede e una speranza che
siano soprannaturali e non soltanto
buoni auspici). Non amiamo Dio, né lo
temiamo, né ne cerchiamo il conforto
ed il perdono.
Inoltre proprio l’aver scacciato Dio
dalla nostra vita, ci consegna al nostro
egoismo, all’individualismo: non per
caso viene oggi a mancare anche la
coesione sociale. La famiglia è sempre
più disgregata e ridotta. Pochi matrimoni e pochi figli. Vuoto demografico.
Così la solitudine esistenziale, metafisica, diventa solitudine concreta, di
tutti i giorni. Così Englaro, annunciatore non della buona novella, non della
resurrezione,
ma
della
morte
“autonoma”, può avere tanti fans. Oggi
che la vita è sempre meno sacra, perché non vi è più Dio, può rimanere,
sacro, il dolore? Può rimanere evento
da
preparare,
cui
giungere
“parati” (estote parati, si diceva un
tempo), la morte? Se è il nulla eterno
che ci aspetta, il nulla ci circonda.
Circonda vita e morte. Balzarci dentro,
prima o dopo, per un infarto o per suicidio assistito, cambia nulla…
Francesco Agnoli
Da “Il Foglio”, 30/08/12
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Presentazione del Motu Proprio
«La porta della fede» di Benedetto XVI
Con la lettera apostolica in forma di Motu
Proprio "Porta Fidei" il Papa indice l'Anno
della fede che va dall’ 11 Ottobre 2012,
50° Anniversario dell'apertura del Concilio
e 20° della promulgazione del Catechismo
della Chiesa Cattolica al 24 Novembre
2013, Festa di Cristo Re dell'universo). Il
testo si presenta senza alcuna suddivisione in capitoli; 15 numeri scandiscono un
unico movimento tematico che ha come
denominatore comune la fede. A dare il
titolo è una frase tratta dagli Atti degli
Apostoli attribuita a Paolo e Barnaba i
quali "...appena arrivati (ad Antiocliia),
pericolo di interpretazioni sbagliate e l'invito a ri-pensare il Concilio in modo più completo e profondo; b. la scommessa sul Concilio come opportunità di rinnovamento ("può
essere e diventare"); come a dire che ancora
(nonostante siano passati 50 anni) non è
stata valorizzata tutta la potenzialità del
Concilio; c. l'invito ad un rinnovamento ecclesiale di cui si avverte tutto il bisogno.
Alla luce di quest'ultima considerazione i due
concetti di "Crisi" e "Rinnovamento" si possono finalmente coniugare: la crisi della fede
può diventare, alla luce dei contenuti proposti dal Concilio rettamente intesi, una grande
opportunità di rinnovamento ecclesiale. Il
tema del rinnovamento della Chiesa viene
presentato da diverse angolature. La prima è
quella della testimonianza offerta dalla vita
dei credenti. «L'Anno della fede, in questa
riunirono la Chiesa e riferirono tutto quello che Dio aveva fatto per mezzo loro e
come avesse aperto ai pagani la porta della
fede" (At 14,27). La metafora della porta
è molto suggestiva per introdurre e accompagnare la riflessione sulla fede; essa
esprime: possibilità di accesso, ingresso in
una casa, impegno per attraversarla, sicurezza... Gesù stesso la utilizza per autodefinirsi: "lo sono la porta delle pecore" (Gv
10,7); e nella visione dell' Apocalisse il
Risorto parlando alla Chiesa di Laodicea
afferma: "lo sto alla porta e busso...” (Ap
3,20).
Oltrepassare questa porta che Dio mantiene sempre aperta per noi non è raggiungere una mèta ma iniziare un cammino che
comincia con il battesimo e finisce con la
contemplazione piena della Trinità nella vita
eterna. La Chiesa si pone accanto ad ogni credente per aiutarlo e sostenerlo in questo itinerario e per fare in modo che, attraverso un'autentica relazione di fiducia con il Dio-Amore, ogni
persona ne viva pienamente l'amicizia. Sin dalle
prime battute del documento si intravede chiaramente l'obiettivo di fondo: rimettere al centro della vita ecclesiale il tema della fede in un
momento in cui, per diversi motivi, essa è fortemente in crisi. Sembra quasi di riascoltare la
domanda sofferta di Gesù: «Quando il Figlio
dell'uomo tornerà troverà ancora fede sulla
terra?». Non possiamo più dare per scontato che
i cristiani abbiano la fede; è problematica la
trasmissione della fede da una generazione
all'altra ed è altrettanto in crisi l'accezione
genuina della fede in molti battezzati. Gli effetti della crisi della fede potrebbero essere gli
stessi dai quali Gesù mette in guardia i suoi nel
discorso della montagna e cioè che il sale perda
il sapore e la luce sia tenuta nascosta (Mt 5,1316). È una deriva pericolosa rispetto alla quale
bisogna assolutamente stare attenti ricordando
che l'unica opera che il Cristo ci ha lasciato è
quella di credere (Gv 6,29).
L'Anno della fede, nel contesto di due anniversari importanti (Concilio e Catechismo), unitamente
al Sinodo sulla Nuova evangelizzazione per la
trasmissione della fede cristiana in programma
per il prossimo Ottobre, è «un tempo di particolare riflessione e riscoperta della fede». In
questa scelta mi sembra di cogliere una delle
priorità dell'attuale pontificato. Sin dalla prima
prospettiva, è un invito ad un'autentica e
rinnovata conversione al Signore, unico
Salvatore del mondo» (n.6). La scoperta di
enciclica (Deus Caritas est) e via via attraverso i
vari discorsi, i due volumi su Gesù di Nazaret, le
catechesi...il Santo Padre ha ribadito la necessità di a. riscoprire il vero volto di Dio; b. rinnova-
re la professione della vera fede; c. annunciare
Colui in cui sì crede. Già Paolo VI nel 1967 aveva
invitato tutta la Chiesa a vivere un anno dedicato
alla fede in modo che questa venisse confermata
in maniera «individuale e collettiva, libera e co-
sciente, interiore ed esteriore, umile e franca...
la Chiesa deve riprendere esatta coscienza della
sua fede per ravvivarla, per purificarla, per confermarla e per confessarla».
Papa Benedetto XVI fa proprie queste motivazioni e crea quasi una continuità con Papa Montini; infatti quest'ultimo apriva l'anno della fede
spinto da una esigenza post-conciliare, il primo
lega, ancora una volta, il tema della fede con
quello del Concilio e del Catechismo a distanza,
rispettivamente, di 50 e 20 anni. Il legame tra
fede e Concilio sembra essere lo stesso che vi è
tra fede e contenuti. Il Concilio viene definito la
"grande grazia di cui ha beneficiato la Chiesa nel
secolo XX"; non è in discussione il valore teologico e propositivo, il problema che il Pontefice si
pone è di natura ermeneutica: "Se lo leggiamo e
recepiamo guidati da una giusta ermeneutica,
esso può essere e diventare sempre di più una
grande forza per il sempre necessario rinnovamento della Chiesa" (Discorso alla Curia Romana
- 22 Dicembre 2005). Colgo in questa espressione inserita al n.5 del documento alcune suggestioni: a. la necessità di una giusta ermeneutica
introdotta da un "se" che lascia intendere il
Dio, la comunione e l'amicizia con Lui orientano il cristiano - liberato dal peccato grazie
al mistero pasquale di Cristo e santificato
dall'azione dello Spirito - ad una vita nuova
(Rm 6,4) in cui la logica del peccato con le
sue conseguenze è fermamente allontanata.
Il cristiano rende operosa la fede per mezzo
della carità (Gal 5,6) che diventa il nuovo
criterio di intelligenza e di azione che cambia tutta la sua vita. Dalla conversione all'Amore nasce l'esigenza dell'evangelizzazione.
<....anche oggi è necessario un più convinto impegno ecclesiale a favore di una nuova evangelizzazione per riscoprire la gioia nel credere e ritrovare l'entusiasmo nel comunicare la fede» (n.7).
Il ragionamento proposto dal Pontefice è estremamente lineare: la fede nasce dall'ascolto
della Parola, si nutre dell'incontro con il Risorto nella Parola, nei sacramenti, nella Chiesa...plasma la vita intera sostenendo una continua conversione, diventa desiderio di annuncio
di quanto sperimentato per grazia perché altri
accedano alla porta della fede. Accoglienza del
Mistero, conversione di vita, testimonianza credibile, annuncio del Vangelo sembrano le tappe di
questo
cammino che si trasmette da credente a credente e da una generazione all'altra. Queste tappe
coincidono con i momenti del Mistero racchiuso
nel "Credo" e cioè: il Mistero Creduto
(professione di fede/Tradizione/contenuti); il
Mistero contemplato (liturgia e preghiera); il
Mistero testimoniato (esemplarità di vita da
parte dei cristiani e della comunità ecclesiale); il
Mistero annunciato (evangelizzazione).
Rimanendo ancora nella dinamica della fede il
documento in esame nei nn. 10,11 e 12 si sofferma sul binomio atto di fede/contenuti di fede.
Partendo dall'espressione di Paolo ai Romani
secondo cui «...con il cuore si crede e con la bocca si fa la professione di fede» (Rm 10,10) viene
ribadita la necessità di mettere insieme l'atto
personale, libero, intelligente e responsabile di
credere in Qualcuno con i contenuti oggettivi
CONSOLATIO - OTTOBRE 2012
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che definiscono Colui in cui si crede. Il solo atto
di credere senza un contenuto oggettivo può
condurre ad un pericoloso soggettivismo religioso; al contrario, il solo contenuto senza l'adesione del cuore e della volontà fa rimanere la
fede nello stretto perimetro dell'intellettualismo religioso. Serve coniugare i due elementi in
modo che all'apertura del cuore si accompagni
la conoscenza/relazione con il Dio-Amore. In
questo senso l'Anno della fede, attraverso i
due riferimenti al Concilio Vaticano II e al Catechismo della Chiesa Cattolica, può diventare
l'occasione per recuperare ì contenuti fondamentali del credere e aiutare ogni cristiano, a
conoscerli meglio al fine di trasformarli in vita
vissuta. Tale necessità diventa ancora più urgente nel nostro contesto caratterizzato da
una pericolosa frammentarietà (anche religiosa,
per cui non sempre i contenuti riescono a comporre un tutt'uno armonioso ed equilibrato) e
dal tentativo di tanti o di "costruirsi" dei contenuti religiosi in modo arbitrario o di ignorare
quelli esistenti. Il Papa ribadisce a più riprese
la necessità di ritornare ai contenuti della nostra fede presentati in modo ordinato e sistematico nel Catechismo e nel Concilio che a loro
volta attingono al bagaglio sempre vivo della
Tradizione.
L'iniziativa voluta dal Pontefice, anche da questo punto di vita, potrebbe costituire una grande opportunità per ri-pensare la Chiesa come
comunità che educa alla fede, che presenta il
vero volto di Cristo e i misteri della salvezza.
Se per molto tempo ci si è soffermati quasi
esclusivamente sull'aspetto liturgico-cultuale,
forse è arrivato il momento dì inserire
quest'ultimo dentro un quadro più ampio in cui
la comunità celebra la fede che conosce nella
catechesi, testimonia nella carità e annuncia
nella missione. Il binomio atto/contenuti aiuta a
superare il pericolo dell'individualismo della e
nella fede.
Se l'atto di fede è sempre personale la sua
normale confessione è sempre comunitaria. «E'
la Chiesa, il primo soggetto della fede» (n.10)
ed è all'interno della Chiesa madre e maestra
che ogni singolo battezzato aderisce al Dio
Trinità e fissa lo sguardo su Gesù autore e
perfezionatore della fede (Eb 12,2).
Il penultimo numero del documento (14) è dedicato esclusivamente alla testimonianza di carità che deriva dalla professione di fede. Il Pontefice riprende alcuni passaggi del NT (inno alla
carità di Paolo, Giacomo, 2 Pietro) dove si mo-
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stra la superiorità dell'amore non in contrapposizione alla fede ma come traduzione della
stessa: la fede senza le opere è morta!
Per evitare di mettere le due virtù teologali
l'una di fronte all'altra il Papa afferma: «la
fede senza la carità non porta frutto e la carità
senza la fede sarebbe un sentimento in balia
costante del dubbio. Fede e carità si esigono a
vicenda, così che l'una permette all'altra di
attuare il suo cammino...è la fede che permette
di riconoscere Cristo ed è il suo stesso amore
che spinge a soccorrerlo ogni volta che si fa
nostro prossimo nel cammino della vita» (n.l4).
Il testo del motu proprio si chiude con un invito
ad essere dei cercatori di Dio soprattutto in
mezzo alle prove e alle difficoltà della vita con
la certezza che la vittoria che ha sconfitto il
mondo è la nostra fede.
La relazione con Dio vissuta e sperimentata
nella fede non ci esonera dalle lotte quotidiane
e dalle debolezze legate alla nostra condizione
creaturale ma ci consente di viverle sapendoci
sostenuti da Colui che, per amore nostro è morto ed è risorto.
Don Baldo Reina
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Meditazione di Padre Giuseppe Tagliareni
La rinuncia a Satana
Non si può aderire a Gesù senza rinunciare a Satana. Questa
è la prima cosa da fare. Si tratta di rinnovare le promesse
del Battesimo, a cui forse siamo stati infedeli, e cercare con
l’aiuto di Dio di iniziare una vita nuova, più pura e santa. Se la
nostra veste battesimale si è sporcata, dobbiamo farcela
lavare e purificare col Sangue di Cristo, mediante il Sacramento della Riconciliazione o Confessione col Sacerdote.
Nessuno può presumere di essere senza peccato. Durante
l’Ultima Cena, a S. Pietro che non voleva farsi lavare i piedi,
Gesù disse: “Se non ti laverò, tu non avrai parte con Me” (Gv
13, 8). Dunque, per accostarsi a Gesù e avere parte al suo
banchetto e alla sua intimità, occorre essere purificati, mondati da ogni macchia di peccato. Bisogna dunque rinunciare a
Satana: causa e origine di ogni
peccato e di ogni male sia personale che sociale e credere in
Dio: Padre, Figlio e Spirito
Santo.
Rinunciare significa abbandonare, cambiare proposito, tagliare i legami col male di qualunque specie e con Satana che
è all’origine del male e del peccato. Imitando Gesù che nel
deserto fu tentato e vinse il
tentatore, dobbiamo anche noi
rifiutare tutte le proposte del
Maligno, tutte le sue ammalianti seduzioni e recidere, con
l’aiuto di Dio, tutti i lacci che
egli ci ha messo addosso, per
mezzo dei peccati fatti da noi
o da altri in relazione con noi. E’ perciò molto utile a tale scopo, prendere coscienza di tutte le volte che abbiamo ceduto
al tentatore e dire che rinneghiamo il cedimento e vogliamo
tornare a Dio con tutto il cuore. E’ utile anche rinnegare tutti i legami stabiliti con persone malefiche (maghi, megere e
altri servi di Satana) o con le anime dei defunti o con le generazioni passate. Bisogna rinnegare tutto ciò che viene da
Satana o che ci può rendere suoi schiavi, anche a nostra insaputa.
-Io rinuncio a Satana e ad ogni spirito malefico!
-Io rinuncio alla magia e ad ogni forma di peccato!
-Io rinuncio ad ogni contatto con maghi, fattucchiere, cartomanti, operatori dell’occulto!
-Io rinuncio ad ogni legame malefico con persone vive o defunte!
-Io rinuncio ad ogni spirito di maledizione sulla vita, la salute,
la famiglia, il lavoro, il matrimonio, l’economia, la pace della
mia casa, che mi viene per via generazionale o per altra via;
-Io rinuncio ad ogni spirito di depressione, di paura, di angoscia, di disperazione, di suicidio…
-Io rinuncio allo spirito di superbia, avarizia, lussuria, ira,
gola, invidia e accidia!
-Io rinuncio ad ogni medianità, carisma diabolico, spiritismo,
premonizione, cartomanzia…
-Io rinuncio ad ogni forma di dipendenza dal fumo, droga,
alcol, lotterie, Tv, pornografia…
-Io rinuncio allo spirito di menzogna, di odio, di vendetta, di
lamentazione, di mormorazione…
-Io rinunzio allo spirito di bestemmia, di ossessione, di fuga
dalla Chiesa e dalla famiglia…
-Io rinunzio al rifiuto della
preghiera, dei Sacramenti,
della Croce!
Nel fare le rinunce si possono
specificare gli “spiriti negativi” che più hanno oppresso la
persona (es. spirito d’impurità)
o la famiglia (es. odio) o la gente a cui si appartiene. Nel meridione d’Italia, ad esempio,
sono molto frequenti i seguenti “spiriti”: -di turpiloquio e di
bestemmia; -di profanazione
delle Feste; -di fornicazione e
adulterio; -di “mafiosità” e di
prevaricazione; -di omertà e di
vigliaccheria; -di approfittamento indebito; -d’assenteismo
dal posto di lavoro; -di superstizione e vana osservanza; -di
mormorazione e calunnia; -di magia e stregoneria; -di comparaggio e favoritismo; -di vandalismo e autolesionismo; -di evasione dalle tasse; -di esibizionismo e vanagloria; -di
“delitto d’onore”; -di odio e di vendetta; -d’invidia e gelosia; di gola e di pigrizia; -di gioco d’azzardo; -di alcolismo e tossico-dipendenza; -di usura; -di corruzione amministrativa; -di
maledizione; -d’incesto e di pedofilia; -etc.
E’ conveniente ripetere spesso la rinunzia specifica a quegli
“spiriti” che più ci hanno invasi o ai quali abbiamo aperto la
porta del nostro cuore. Poi bisogna riaffermare il “Credo”.
-Io credo in Dio: Padre, Figlio e Spirito Santo e voglio la salvezza di Gesù Cristo!
-Io credo la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica e voglio
vivere in essa!
-Io credo al Magistero della Chiesa e a tutto ciò che ci propone a credere!
CONSOLATIO - OTTOBRE 2012
Per Christum abundat consolatio nostra
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NUOVA RUBRICA a cura di Padre Tagliareni
Cos’è la consolazione?
La consolazione non è togliere la sofferenza e il dolore. Questo nella vita presente ci accompagnerà sempre, fino alla morte. E’ pur
vero che siamo stati creati
per essere felici; ma la felicità non è di questo mondo.
Sembra che più la cerchiamo e più ci sfugge. Di certo,
non si può comprare, né si
può ereditare, né si può catturare. Vi sono sì dei momenti di gioia anche intensa
nella vita, ma quanto poco
durano! Tutti ne andiamo in
cerca famelici, ma spesso
gustiamo amarezze e delusioni.
Le sofferenze e le pene spesso attraversano la
nostra vita e non possiamo cacciarle via. Cosa fare allora? Darsi alla fuga nell’alcol e nella droga,
nella spasmodica ricerca di una vincita al Lotto o
al “Gratta e vinci”? Un ricorso alla magia che promette di risolvere tutto e, con modica spesa, consegnarci ad un futuro pieno di speranze? Oppure
conviene tuffarsi nel lavoro da mani e sera e non
pensare ad altro? Lasciare che le cose vadano per
la loro strada e diventare insensibili per non soffrire? Oppure fare yoga, ricorrere alle Medicine
alternative, a qualche corso per aumentare il proprio potenziale mentale e ottenere l’autoliberazione dal male? Se non riesce, c’è sempre la
fuga nel turismo (anche sex): sempre eccitante e
gratificante, con tutti gli imponderabili incontri e
nuove sensazioni, tutte da vivere e da incorniciare.
Ma la pena rimane. La pena del vivere, del soffrire, del lottare, del dover trangugiare tanto amaro
a casa, all’ufficio, per strada, con gli amici
(pochi), coi nemici (parecchi), con gli estranei
(incidenti di percorso), con
situazioni nuove e impensate
(malattie, licenziamenti, separazioni coniugali, figli che
vanno via di casa, lutti, …).
Costante come un sottofondo musicale, ora più forte
ora più lieve, la pena rimane
e talvolta diventa lamento,
oppure protesta, o anche
bestemmia, oppure stato
d’ansia e di timore, oppure
depressione che ritorna invincibile, o anche disperazione che dispone alla
“soluzione finale” (suicidio).
Tutti conosciamo il dolore,
ma non tutti ne sanno capire
il valore umano e il senso. Tutti dobbiamo penare,
ma pochi sanno farlo con dignità e serenità di spirito: cosa difficile e a cui nessuno ci prepara. Vediamo che tutti fuggono il dolore come la peste e
si fanno esperti di ogni mezzo che valga ad eliminarsi, fin’anche la morte dolce (eutanasia) invocata, agognata, preparata, legalizzata, autorizzata
… quando umanamente non c’è rimedio che cambi
le cose.
Ora noi diciamo che tutti possiamo essere
“consolati” efficacemente da Dio, come solo Lui
può fare, se sappiamo indirizzare il nostro lamento al Suo cuore di Padre. Allora, Egli si fa vicino e
addolcisce la pena e riapre l’orizzonte della speranza nelle Sue promesse più belle. Allora l’anima
comincia a “respirare” e il cielo cupo che la sovrastava comincia a dissolversi come dense nubi al
vento potente d’oriente e il sole torna a brillare
nel cielo sereno. Questa è la consolazione che viene da Dio. Di questa abbiamo immenso bisogno. E’
l’unica che non deluda né inganni. Dobbiamo imparare a cercarla.
CONSOLATIO - OTTOBRE 2012
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CONSOLATIO
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PER UNA NUOVA SOCIETÀ
Capitolo V: Assoluto
di P. Giuseppe Tagliareni
ASSOLUTO è ciò che è e rimane
sempre identico a se stesso e non subisce
alcuna diminuzione o contraddizione possibile.
Sul piano dell’essere solo Dio è assoluto; tutto il resto è relativo e si spiega solo per una
relazione di dipendenza dall’assoluto, secondo
il principio di ragion sufficiente. Al di fuori di
Dio, anche il mondo creato con tutte le sue
leggi è un assoluto, sebbene in dipendenza dal
Creatore. Esso è conoscibile, anche se non in
modo esaustivo, a causa della sua complessità
e vastità. Esso muta nel susseguirsi di fenomeni diversi, ma non nelle leggi di fondo e
nella sostanza di cui è fatto: queste rimangono stabili secondo la natura voluta dal Creatore e da Lui posta in essere e conservata
tale.
Sul piano del pensiero, assoluta è quella verità che, per quanto è possibile conoscere, corrisponde all’essere. La nostra conoscenza,
per quanto faticosa e limitata, può arrivare alla verità con certezza.
Sul piano dell’agire, assoluta è quella norma che vale sempre e in ogni
luogo. Sul piano dei valori, che orientano il pensiero e l’azione degli
uomini, sono assoluti quei valori che danno pienezza di essere a chi li sa
raggiungere e non cambiano con le mode correnti. Tali sono ad esempio,
l’onestà, la libertà, l’indissolubilità del matrimonio, la fedeltà, etc. Sul
piano del fare, la variabilità è infinita, in dipendenza dei soggetti, dei
tempi, delle circostanze, delle finalità da raggiungere. Frutto del fare
è l’azione; questa non può mai essere assoluta, perché ha inizio e fine.
Sul piano della storia, l’assoluto è il fine ultimo per cui Dio ha
creato tutte le cose e a cui le dirige infallibilmente. Questo lo si sa
dalla Rivelazione cristiana: l’unica che ha garanzie di verità assolutamente credibili e sostenibili, fondate sulla testimonianza del Figlio di
Dio, Gesù Cristo, sulla sua parola, la sua morte di croce e la sua risurrezione. Da Lui sappiamo che la storia umana è diretta da Dio
all’instaurazione del Suo Regno, affidato nelle mani del Figlio di Dio. A
Lui si prostreranno tutte le nazioni. Egli è il Signore! La storia, nelle
sue grandi linee è diretta alla sua glorificazione. Egli ha vinto
l’avversario implacabile, Satana, e assoggettate a sé tutte le cose,
compresa la morte, consegnerà tutto al Padre: fine ultimo di tutte le
cose.
Se dal punto di vista religioso, che è l’ambito del sacro e del
culto, l’Assoluto è Dio e il Suo Regno, per mezzo di Gesù Cristo, dal
punto di vista profano, che è l’ambito della laicità, l’ Assoluto è il Super
-Organismo dinamico, che è il complesso organico che ingloba tutta
l’umanità e dove ogni singola persona trova la sua collocazione vitale e
ogni organismo la sua funzione integrata con tutte le altre in modo
vitale. Questo Super-Organismo è dinamico, cioè si costruisce nello
spazio e nel tempo e può essere teo-spiritualista o materialista, a seconda che ciò che lo anima ammetta l’apertura al trascendente o no.
Poiché Dio esiste davvero e Gesù Cristo è veramente Dio
fatto uomo, tutte le religioni sono destinate a cadere, eccetto quella
fondata da Gesù stesso. E questo avverrà, come è vero che la verità
prima o poi trionfa e la menzogna cade. Così, dal punto di vista profano,
la laicità si dovrà orientare verso la costruzione del Super-Organismo
dinamico teo-spiritualista, poiché quello materialista è destinato a
fallire. Infatti, lo spirito umano non si può sopprimere e Dio non si può
cancellare. La storia va verso il fine voluto da Dio e nessuno è da più di
Dio! Se questo piano va avanti faticosamente, ciò è dovuto al libero
arbitrio di ogni persona umana, che Dio rispetta sempre. Ma il piano provvidenziale va
avanti.
Ovviamente questo non può avvenire automaticamente. C’è di mezzo la libertà umana e gli
interessi di parte, stabiliti da secoli.
L’Induismo, il Buddismo, l’Islam ad esempio,
non sono compatibili col Cristianesimo: prima
o poi dovranno fronteggiarsi, se non altro
nella coscienza di ogni “fedele”. Se il Cristianesimo prevarrà come luce sulle tenebre, ciò
non sarà senza che le tenebre si ribellino e
non cerchino di oscurare la luce. Così, in campo laico, se il Super-Organismo dinamico teospiritualista si imporrà su quello materialista,
ciò non sarà senza dolore, senza lotte e opposizioni. A parte gli interessi stabiliti, che
prosperano in questo mondo di tenebra, c’è anche la presenza nella
storia umana di una potenza irrazionale e superiore a quella dell’uomo,
qual è quella diabolica. Ma Satana è stato vinto da Gesù sul Calvario e
dunque il suo potere è destinato ad essere annullato.
Gesù e Satana sono i due poli opposti della storia umana. In
quanto creature sono dipendenti da Dio; in quanto intelligenza e potenza, superano tutte le altre creature. Ma Gesù supera Satana, sia per
natura che per merito: per natura, perché Egli è non semplicemente un
uomo, ma Dio Verbo fatto Uomo; per meriti, perché ha obbedito al
Padre fino a sacrificare la vita umana, presa dalla Vergine Maria e ha
amato gli uomini fino al segno supremo, dando la vita per la loro salvezza eterna. Per questo Dio l’ha esaltato e gli ha dato un Nome che è al
di sopra di ogni altro nome e a Lui, Agnello Immolato, ha consegnato i
destini del mondo, come afferma S. Giovanni nell’Apocalisse. La storia
dunque, è nelle mani di Gesù e chi non collabora con Lui cade nelle grinfie di Satana, destinato alla dannazione finale.
Dal punto di vista religioso, il regno di Gesù va avanti con
l’evangelizzazione degli uomini e con la carità. Poi con l’edificazione
della Chiesa come Corpo Mistico di Cristo, vivente per la vita divina (=
Grazia), mediante i Sacramenti (= Liturgia) e la Parola di Dio messa in
pratica. Costruire ciò è compito dei seguaci di Gesù, gli Apostoli vecchi
e nuovi, i cristiani di tutto il mondo, animati e aiutati dallo Spirito Santo. Dal punto di vista laico, non si può parlare né di Vangelo né di
religione, se non come di uno degli elementi di una determinata cultura,
che ne ingloba tanti altri. Siamo oggi in società “multi-etniche e multiculturali”: le religioni hanno pari diritto di essere e di attuarsi nei loro
culti e così anche chi non si riconosce in una determinata confessione o
rito, come gli agnostici e gli atei.
Lo Stato è laico, cioè prescinde dalle credenze religiose dei
suoi cittadini e si struttura con leggi proprie, nate non da un determinato “credo” religioso, ma dalla volontà di coloro che detengono la legittima autorità e ultimamente dalla scelta di vivere insieme in una
società, fatta da un certo numero di persone o di popoli. In regime di
democrazia, sono i rappresentanti del popolo che fanno le leggi dello
Stato, a cui tutti sono tenuti a sottomettersi, per il bene comune. La
legge, che è un ordinamento razionale diretto al bene comune di un
determinato popolo, dovendo regolare il comportamento sia di chi crede che di chi non crede, non può essere fondata sulla religione, perché
avrebbe in partenza il rifiuto di coloro che “non credono”.
Come si sa, l’Islam non ammette la laicità. Di fatto, dove esso
è maggioritario si tende a stabilire la “sharia”, la legge coranica, e non
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si ammettono “non credenti”, se non come cittadini di seconda classe,
mal tollerati e privi dei normali diritti. Il Cristianesimo, invece, ammette la laicità, a partire dal pronunciamento di Gesù Cristo: “Date a
Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio” (Mt 22,21).
L’enucleazione del potere politico da quello religioso è stato molto faticoso e spesso conflittuale lungo tutto il Medio Evo, quando la religione
sacralizzava tutta la società. Ma a partire dalla rivoluzione industriale,
la vecchia società sacrale cadde per sempre. La rivoluzione francese e
i fenomeni culturali dell’ Illuminismo e del sorgere delle Nazioni e dei
regimi democratici, fenomeni spesso pilotati dalla Massoneria inglese e
internazionale, fecero il resto.
Una volta tolta la religione come fondamento del vivere civile
e delle leggi di uno Stato, dove si potrà trovare un “Assoluto”? Oggi
non si può certo accettare né un re assoluto, né un dittatore: tanti ce
ne sono stati, ma sono tutti crollati, tra tanto sangue e rovine. Lo Stato in se stesso non può essere un “Assoluto”, perché non nasce prima
dell’uomo ma dopo e può essere sempre cambiato nelle sue leggi fondamentali (Costituzione) e nelle altre espressioni che regolano la vita di
tutti i cittadini. Neanche si può prendere la volontà popolare da sola,
perché essa è sottoposto alle pressioni, al capriccio, all’ignoranza,
all’egoismo, agli interessi di parte. Neanche la cultura corrente è un
Assoluto: essa è continuamente cangiante, anche se non del tutto. Oggi
poi, impera il relativismo, che è la negazione dell’assoluto!
Qual è l’Assoluto storico che a prescindere da Dio (non da
tutti ammesso né accettato), può essere il fondamento teorico e pratico del vivere civile di un popolo laico o addirittura di tutta l’umanità di
oggi e di domani? Alcuni sottolineano la persona umana e il “bene
comune”. La prima è base della famiglia e della società; il secondo è il
fine da tutti accettabile e perciò capace di orientare le diverse volontà. Questo è vero e va tenuto presente. Tuttavia non è sufficiente né
univoco. La “persona umana” riporta alla sua natura e ai problemi connessi. C’è ad esempio chi rifiuta di considerarsi maschio o femmina e
vuole essere gay o lesbica; c’è chi include tra i diritti della persona
quello di avere figli a qualsiasi costo e diritto a fare l’inseminazione
artificiale o quello di abortire o divorziare…
Il bene comune poi, è spesso fumoso, mal visto, contraddetto
da nuove leggi e disposizioni, che col mutare dei tempi si prefiggono
altri beni da raggiungere, spesso tra loro non bene connessi: si fa il
bene di una categoria e si danneggiano le altre (vedi certi scioperi), si
creano nuovi centri di divertimento e si trascurano le infrastrutture; si
sovvenzionano film pornografici e si tolgono fondi alla sanità; si promuovono anche gli ignoranti e poi si abbassa la qualità e la preparazione, etc. Come fare a dire qual è il vero bene di tutti? Comprendiamo
che deve essere ciò che costruisce l’intera società come un tutt’uno,
senza ledere alcuno. Perciò ci vuole un punto di riferimento assoluto.
Noi crediamo che un vero Assoluto laico e dinamico ci sia: è il
Super-Organismo dinamico storico, punto di arrivo di tutta la Storia
degli uomini e unico strumento del vivere civile in cui tutti possono
integrarsi armonicamente in modo vitale, sia per la persona che per
l’intero Organismo. Quando tutti gli uomini capiranno che tutti abbiamo
bisogno di tutti e che tutti influiamo su tutti, cominceranno a chiedersi
qual è il loro posto giusto e il loro ruolo in questo enorme complesso
che si chiama famiglia umana, nuova Società post-industriale e tecnologica fatta a misura d’uomo, dove tutti hanno un apporto positivo da
dare e beni vitali da prendere. Lo sforzo teorico maggiore è di concepire come questo Super-Organismo deve es- sere per potere far vivere
e far crescere bene miliardi di persone in un
progresso indefinito e in pace tra di loro.
Un esempio non peregrino ma del
tutto pertinente è la Chiesa, che però ricopre
l’ambito religioso. La Chiesa è una società perfetta: ha in sé tutti i mezzi del suo sviluppo
armonico e organico, datigli dal suo Fondatore,
che è l’Uomo-Dio Gesù Cristo. Ha la sua anima,
che nasce dallo Spirito di Cristo e la sua prassi,
che coinvolge l’azione collettiva e l’orienta verso un punto assoluto: il Regno di Cristo nei
cuori e nel mondo. La sue attività principali
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sono: evangelizzare, reggere e santificare; costruire la Civiltà
dell’amore (inteso come carità) su tutta la terra, promuovendo la giustizia e la pace, la fratellanza universale e il Regno di Dio. La Chiesa è
un super-organismo religioso (cristiano e cattolico); bisogna inventare
un super-organismo laico, che possa inglobare tutta la vita civile, a
prescindere dalla religione che si vuole liberamente professare.
S’intuisce che alla base ci deve essere un’ontologia dinamica:
si tratta infatti di studiare un ente (il Super-Organismo) dinamico (che
si costruisce essenzialmente nel tempo e nello spazio), che esiste perché messo in atto coerentemente da una massa di persone (= prassi),
animata da una ideologia, che a tutto dà forma, unità, coerenza. E’ uno
studio dunque metafisico. La metafisica è oggi quasi completamente
sconosciuta, specialmente quella dinamica, mentre è proprio essa che
dirige il mondo contemporaneo, che è in costruzione dinamica. In pratica l’Assoluto teorico è molto complesso, mentre quello pratico che si
esprime nella prassi è molto semplice e da tutti condiviso: per il modello materialista è il denaro o l’interesse economico, oppure il potere,
oppure il piacere; per il modello teo-spiritualista è l’amore, la condivisione, l’accoglienza reciproca. Ridotti all’osso, sono in maniera antitetica: il denaro e l’amore. Tutto ciò che è fatto per denaro costruisce il
modello materialista; tutto ciò che è fatto per amore vero costruisce il
modello teo-spiritualista.
Se dunque si vuole costruire una società a misura d’uomo,
bisogna rigettare sia il Capitalismo che il Socialismo, sia i loro ibridi
come la Social-democrazia. In esse non tutto è male: ad esempio sono
buoni la libertà d’iniziativa e la proprietà privata, il fine sociale delle
imprese e delle istituzioni, il valore enorme delle masse quando agiscono insieme. Il loro male sta nel materialismo di base, nell’evoluzionismo
selettivo, nella logica di contrapposizione, di concorrenza, dove l’altro è
mio avversario o nemico da abbattere. Invece, se si accetta il modello
teo-spiritualista, l’altro diventa un amico con cui collaborare per fare
una società più bella e aperta ai valori dello spirito (amore, solidarietà,
fratellanza universale, arte, etc.).
L’assoluto è allora la Nuova Società a misura d’uomo. Tutti
devono ritenerla come una cosa irrinunciabile e concorrere a costruirla,
ognuno per la sua parte. E’ come la “casa comune” in cui tutti dobbiamo
abitare, aiutandoci gli uni gli altri come una sola famiglia. Se la casa va
in rovina, tutti ci stiamo male; se la casa è bella, tutti ne godiamo. Dobbiamo imparare ad operare secondo la dialettica della costruzione
(“apriti al dialogo – rispondi al bisogno – co- struisci la pace”).
L’ideologia cristiana con i suoi valori irrinunciabili e non negoziabili deve
essere l’anima della prassi di tutti. La si deve far conoscere in tutti i
modi, specialmente mediante i mass-media. Nuovi partiti politici devono
nascere e programmare interventi legisla- tivi e operativi nel senso
suddetto. Anche i corpi intermedi e tutte le varie istituzioni si dovranno ideologizzare in senso organico-dinamico cristiano, rifiutando per
sempre tutto ciò che è capitalista o marxista: mostri che hanno ucciso
l’anima ed espulso lo spirito dal mondo.
La costruzione della Nuova Società sarà coerente se tutte
le forze operative saranno dirette a questo fine. Il mondo di oggi ha
estremo bisogno di ideologi e di leader formati in senso ideologicocristiano, con le idee chiare sul Super-Organismo dinamico da costruire e di tanti mezzi a disposizione, soprattutto mass-media. Bisogna
ripensare tutto, compreso lo sport e l’economia, in senso organicodinamico e formulare orientamenti sicuri per la prassi. E’ evidente che
non ci si potrà mai alleare con chi porta avanti un altro progetto di
società, ad esempio quello materialista, edonista, conflittuale. Proprio la chiarezza ideologica fa vedere che si tratta di modelli inconciliabili. La Nuova Società è un Assoluto storico
che non ammette altri Assoluti concorrenti.
Esso non si impone con la forza, ma si propone
con la conoscenza e la convinzione, rispettando
sempre l’altrui pensiero e libertà. Tuttavia,
come ci si è battuti per la democrazia contro
la tirannide, ci si potrà battere per la Nuova
Società e la Civiltà dell’amore.
CONSOLATIO - OTTOBRE 2012
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CONSOLATIO
Lourdes, nata senza retina ora ci vede: il miracolo di Erminia Pane
Secondo il positivista Émile Zola, basterebbe un
solo miracolo per confutare gli argomenti di chi non
crede. E’ un’ovvietà abbastanza palese, ma non c’è
nessun interesse a confutare nulla o a dimostrare
di aver ragione, la fede è un dono e un atto di libertà e chi non vuole credere riuscirà sempre a
divincolarsi anche davanti al più palese miracolo.
Tuttavia non si può tacere sul fatto che di eventi
miracolosi ce ne sono stati diversi, nonostante
l’arroganza degli scettici, «dei positivisti e degli
atei di professione, che si sentono paghi per la
coscienza di avere con successo non solo liberato il
mondo da Dio, ma persino di averlo privato dei miracoli» (Albert Einstein, “Lettera a Maurice Solovine”, GauthierVillars, Parigi 1956 p.102).
Uno di questi eventi inspiegabili è quello della signora Erminia Pane, la cui vicenda è finita anche sui
maggiori quotidiani. Una storia recente, incredibile
e decisamente documentata, si potrebbe dire addirittura inconfutabile. Erminia è nata senza la retina dell’occhio destro e dunque cieca da quell’occhio, si è sempre definita «atea e disperata, partecipavo alle sedute spiritiche». Nata a Napoli, ha vissuto poi a Milano dove si è sposata, ha avuto una figlia, e poi è rimasta
vedova. Nel 1977 è stata colpita da una paresi alla parte sinistra del
corpo, che le ha immobilizzato il braccio, la gamba e la palpebra,
quella dell’unico occhio sano, rendendola così completamente cieca.
L’Inps le ha infatti riconosciuto la pensione di invalidità e l’Unione
Italiana dei Ciechi l’ha accolta come associata.
Cinque anni dopo, nel 1982, ha deciso di operarsi per riaprire la palpebra dell’occhio sano. Erminia, nella sua camera di ospedale, si è
chiusa in bagno per fumare una sigaretta. Così ha raccontato quel
momento: «Sentii aprire la porta e un fruscio di vesti, mi tirai su la
palpebra con la mano e vidi una signora vestita di bianco, con la testa
coperta». La visione ha detto di essere la Madonna di Lourdes e le
ha promesso la guarigione: «Voglio che tu vada in pellegrinaggio a
piedi scalzi e con tanta fede. Per adesso non dire niente a nessuno di
questo nostro incontro, parlerai di me solo al tuo ritorno». I medici
ovviamente hanno cercato di dissuaderla, la sala operatoria era già
prenotata, ma invece dell’ intervento, la mattina del 3 novembre
1982 Erminia si è recata a Lourdes con la madre, entrando scalza nel
santuario, inginocchiandosi nella grotta e bagnandosi alla fontana.
Immediatamente, con l’occhio destro, quello al buio da sempre, ha
visto il volto della donna apparsale in ospedale. Da quello sinistro
invece, la paralisi alla palpebra è scomparsa, il
braccio e la gamba hanno ricominciato a muoversi.
Tornata a casa, vedendoci da entrambi gli occhi, ha
fatto domanda di rinuncia alla pensione di invalidità, ma l’Inps gliel’ha sempre rifiutata: il certificato
medico attestava la mancanza della retina e dunque
l’impossibilità a vedere. Ma lei da quell’occhio vedeva benissimo, e anche nell’altro aveva riacquistato
la vista. I suoi occhi sono stati esaminati, controllati e verificati da tanti oculisti , per ultimi i medici
della motorizzazione che le hanno rilasciato la patente, dopo che la signora Pane ha superato la visita oculistica, cominciando a guidare senza problemi.
Nel 1994 la Commissione del “Bureau Médical” di
Lourdes, dopo aver analizzato a lungo i documenti
medici precedenti e successivi alla “guarigione”, ha
riconosciuto il carattere miracoloso dell’evento.
Nel 2007 la donna ha accettato di scrivere la sua
storia in un libro, «Erminia Pane, uno strumento al
servizio di Dio – La storia e le testimonianze di una miracolosa guarigione asseverata a Lourdes», di cui l’autore è Alcide Landini. Erminia
Pane, morta nel 2010, è stata l’unica “falsa invalida” d’Italia ad autodenunciarsi regolarmente, senza nessun esito. Non sappiamo se questo è uno dei casi analizzati dal premio Nobel per la medicina Luc
Montagnier, il quale ha riconosciuto: «Riguardo ai miracoli di Lourdes
che ho studiato, credo effettivamente che si tratti di qualcosa non
spiegabile». Un altro premio Nobel per la medicina, Alexis Carrel, a
Lourdes ha trovato la fede constatando in prima persona una guarigione miracolosa.
Quando la vicenda è finita sui media, Avvenire ne ha approfittato
per ironizzare sugli acchiappa-fantasmi del Cicap (Centro italiano
per il controllo delle affermazioni sul paranormale), i cosiddetti
“positivisti e atei di professione” per dirla con Einstein, quelli
dell’imbarazzante Seconda Sindone per intenderci. Gianni Gennari ha
scritto sul quotidiano cattolico: «Loro il “Corsera” lo leggono” qualche volta, qualcuno ci scrive anche, e io ero certo che si sarebbero
“fiondati” dalla signora Pane: verificare, svergognare, sfatare, smentire e sventolarne poi lo scalpo. Invece niente! Dormono? Hanno
chiuso l’esercizio? Se ci sono, battano un colpo». Inutile dire che i
Cicappini hanno preferito far finta di nulla (avrebbero dovuto chiudere bottega se no?), preferendo continuare la caccia alle streghe
nei castelli infestati.
Da Uccronline.it
Alberto Perez è uscito dall’omosessualità: «ora sono felice»
In questo periodo vengono alla luce molte storie di persone uscite dall’omosessualità. Mi è capitata tra le mani questa storia di un ragazzo
ventenne, spagnolo, di nome Alberto Perez. Questo giovane ha rilasciato una intervista nella quale ha raccontato come ha fatto “a diventare
cosciente di sé”, per usare le sue parole, ed uscire così da questo stile di vita. Al contrario di due persone contattate da questo sito web,
Adamo Creato (nome fittizio a protezione della privacy) e Andrea Ferrameo, Alberto è stato aiutato dalla cosiddetta terapia riparativa. Ha
spiegato il giovane ex omosessuale: «La terapia è stata la strada che mi ha portato all’autocoscienza di ciò che ero. La cosa strana, era che
questa situazione non riguardava nello specifico la sessualità, mi resi conto che le mie attrazioni omosessuali avevano la loro origine in problemi emotivi. La lettura del libro “Riscoprirsi normali” di Richard Cohen mi scosse. Mi sentii descritto in tutto». Alla domanda
dell’intervistatore sulla terapia da lui seguita, Alberto ha risposto: «(la terapia) ha toccato tutte le aree “scoperte” della mia vita; ha individuato tutti i fattori che hanno attivato il complesso omosessuale. L’omosessualità non è altro che il grido dell’anima che desidera riempire
tutti i vuoti affettivi passati». Il tempo passato sotto terapia, ha continuato Alberto Perez, non è la cosa che conta di più, l’importante è
quanto si lavora bene per una vera comprensione di sé: «Sono riuscito a scappare da questa situazione perché avevo davvero toccato il fondo, non mi sentivo soddisfatto, ero vuoto. Mi sentivo lacerato dalla forte e incontrollabile dipendenza della pornografia [...] Attraverso la
terapia ho capito che aveva sviluppato queste tendenze da situazioni che ho vissuto tutta la mia vita e l’ambiente in cui sono cresciuto».
Secondo Perez, «E’ raro il caso in cui uno davvero desideri essere gay. Tutto l’ambiente si basa sul corpo, il denaro e la giovinezza, cose che
non durano per sempre». Nelle ultime battute di questa intervista Alberto ha parlato della sua vita ora: «Ho in mente molti progetti tra cui
anche la creazione di una trasmissione radiofonica sull’argomento. Ma soprattutto porto avanti la mia denuncia contro le menzogne delle
Lobby Gay e porto sostegno a tutti coloro che ne sono state vittime». E infine: «La realtà è che io non credo che ci siano uomini gay.
L’orientamento omosessuale non esiste, ci sono uomini eterosessuali con attrazioni omosessuali. No, non è un gioco di parole. Non sono mai
stato gay, io non sono un ex gay, ero solo un giovane uomo con un problema di identità sessuale. Oggi il conflitto è stato risolto, sono molto
felice».
Luca Bernardi - da www.uccronline.it/2012/07/19/alberto-perez-e-uscito-dallomosessualita-ora-sono-felice/
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Intervista a Magdi Cristiano Allam
Dopo i disordini seguiti all'uscita del film
Innocence of Muslims, condannato con violenza dal mondo musulmano, cosa dovrebbe fare dunque l’Europa?
In Europa, nell’assoluto rispetto di tutti i
musulmani che, come qualsiasi altra persona,
godono di quei diritti e di quei doveri che
valgono indistintamente per tutti, dobbiamo
avere il coraggio di dire una volta per tutte
che l’islam non è affatto una religione pari
all’ebraismo e al cristianesimo, oppure che
Gesù Cristo e Maometto sono la stessa cosa.
Fin quando non avremo la consapevolezza di
questa verità e il coraggio di affermarla in
libertà, continueremo a prenderci in giro.
Cosa pensa invece del fondo speciale del
Qatar per le banlieue francesi?
Siamo di fronte alla svendita della nostra
sovranità. E' indubbio che le banlieue parigine rappresentino realtà degradate e in parte
islamizzate: basti pensare che persino molte
ragazze francesi non musulmane preferiscono, nel tratto che va dalla propria abitazione
alla metropolitana, indossare il velo pur di
non avere problemi con gli islamici. Il fatto
che la Francia abbia accolto la disponibilità
del Qatar a investire una cifra stimata in cento milioni di
euro per la riqualificazione di aree popolate da musulmani
rappresenta una reale abdicazione della nostra sovranità e
una implicita ammissione che ogni valore è secondari rispetto al denaro. E’ un pessimo segno di questa Europa relativista e materialista che idolatra la moneta e che al tempo
stesso è oramai è andata oltre l’essere islamicamente cor-
1 3
(Seconda parte)
retta. E’ un’Europa che, di fatto, è pronta a
farsi sottomettere dall’Islam.
Cosa cambierebbe in Francia nel caso in
cui la riqualificazione dei quartieri poveri
da parte della finanza islamica avvenisse
davvero?
Indubbiamente avremmo un territorio francese totalmente islamizzato che obbedirà
alle direttive di una realtà che non è soltanto, in quanto islamica, lontana dai nostri valori, ma che sarà addirittura esterna alla
Francia, straniera. A mio giudizio è una vera
follia, ma evidentemente dobbiamo cominciare ad aprire gli occhi.
In che senso?
In ambiti diversi, come quello strettamente
finanziario ed economico, assistiamo già a
forme di colonizzazione islamica che ci impongono delle scelte che vanno a ledere i
nostri diritti fondamentali. Forse questo
atto, questa presenza così palese in un ambito pubblico come quello della ricostruzione
dei quartieri, ci costringerà ad aprire maggiormente gli occhi.
Lei si candida a Premier d’Italia alle
prossime elezioni nazionali 2013. Qual è
la sintesi del suo programma?
Riscatto della sovranità monetaria dell’Italia; il Federalismo
dei Comuni e la Repubblica Presidenziale; la legittimità del
primato dell’interesse nazionale degli italiani; lo stipendio
alle madri che scelgono di occuparsi a tempo pieno dei figli,
della famiglia, della casa; la difesa della nostra civiltà laica e
liberale dalla minaccia islamica.
Quando Dio è l'unica risposta convincente...
E’ una storia sconvolgente di conversione dei nostri giorni quella di Leah Libresco, la popolare blogger americana atea responsabile del “Patheos Atheist Portal”. Lo scorso 18 giugno un post di questa giovane filosofa, laureata a Yale e collaboratrice dell’Huffington Post, ha decisamente scioccato i numerosi followers – soprattutto atei - del suo blog, facendo presto il giro del mondo. “Questo è il mio ultimo post” annunciava drastico il titolo dell’articolo dove la blogger
dichiarava di aver trovato finalmente la risposta a quella sua “morale interna” che finora l’ateismo non riusciva a soddisfare: il cristianesimo. La risposta,
cioè, che Leah da anni respingeva e confutava con “spiegazioni che cercano di inserire la moralità nel mondo naturale”. “Per anni ho tentato di argomentare da
dove derivasse la legge morale universale che riconoscevo presente in me” ha spiegato la blogger; una morale “oggettiva come lo è la matematica e le leggi
fisiche”. In questa ricerca continua di risposte, Leah si è rifugiata, ad esempio, nella filosofia o nella psicologia evolutiva. “Non pensavo affatto che la risposta fosse lì” ammette, ma al contempo “non potevo più nascondere che il cristianesimo dimostrasse meglio di ogni altra filosofia quello che riconoscevo già
come vero: una morale dentro di me che però il mio ateismo non riusciva a spiegare». I primi “segni” di conversione sono arrivati il giorno della domenica delle
Palme, quando la blogger partecipa a un dibattito con gli alunni di Yale per spiegare da dove deriva la legge morale. Durante la spiegazione, viene interrotta
da un ragazzo che “cercava di farmi ragionare – come lei stessa ricorda – chiedendomi non di portare le spiegazioni di altri, ma di dire cosa ne pensassi io”.
“Non lo so, non ho un’idea certa” è la risposta della donna davanti alla semplice ma spiazzante domanda. “La tua migliore ipotesi?” incalza il giovane, “non ne ho
una” replica lei. “Avrai pur qualche idea” continua lui; “non lo so… insomma penso che la morale sia innamorata di me o qualcosa del genere” prova a dire la
filosofa, ma il ragazzo a questo punto le dice cosa pensava. Riflettendo, racconta la donna, “mi accorsi che, come lui, credevo che la morale fosse oggettiva,
un dato indipendente dalla volontà umana”. Leah scopre quindi di essere anche lei credente “in un ordine, che implica qualcuno che lo abbia pensato” e
“nell’esistenza della Verità, nell’origine divina della morale”. “Intuivo – spiega ancora – che la legge morale come la verità potesse essere una persona. E la
religione cattolica mi offriva la strada più ragionevole e semplice per vedere se la mia intuizione fosse vera, perché dice che la Verità è vivente, che si è
fatta uomo”. Chiedendo poi a quel ragazzo cosa le suggerisse di fare, la filosofa atea convinta, inizia a pregare con lui la compieta nel Libro dei salmi e continua “a farlo sempre, anche da sola”. Anni e anni di teorie, prove, convinzioni, sgretolati quindi davanti all’unica Verità: Dio. Riportata sul portale, la storia di
Leah ha provocato reazioni contrastanti e milioni di commenti. Basti pensare al fatto che sia stata postata su Facebook 18 mila volte e che la sua pagina web
ha ricevuto circa 150 mila contatti. Molti commenti sono accusatori, persone atee che si sentono “tradite” da quella che era per loro una leader. Molti altri,
invece, vengono dai cattolici che, al pari dei tanti non credenti, seguivano il blog. Alcuni esprimono le proprie congratulazioni e dichiarano: “Sono così felice
per te. Ho pregato tanto. L’avventura è appena cominciata”. Intervistata dalla Cnn, la Libresco ha comunque confessato di aver ancora molto da capire e studiare su quello che sostiene la Chiesa circa la morale, come ad esempio la questione sull’omosessualità che la lascia ancora “confusa”. “Ma non è un problema”
ha affermato, in quanto tutto ciò di cui si è convinta “è ragionevole”. Dopo la conversione, la donna ha cercato anche una comunità di cattolici. “Se mi chiedono come sto oggi rispondo che sono felice”, dice la blogger che ha concluso: “è bello andare a Messa dove incontri il Dio fatto uomo-incarnato”.
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APOSTOLATO DELLA CONSOLAZIONE
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ALCUNI SANTI DEL MESE
A cura di Matteo Orlando (dal settimanale Verona Fedele)
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Ottobre
«Perseverando il santissimo Benedetto nella solitudine, e crescendo in fama e in virtù, cominciarono nobili e
San Placido
Tertullo. Venerato come santo dalle Chiese cattolica e ortodossa, Placido fu un monaco esemplare: umile e
onesti uomini di Roma a venire a lui e offrirgli i propri figli, affinché li educasse nel servizio di Dio» (dai
“Dialoghi” di s. Gregorio Magno). Uno di questi primi seguaci di s. Benedetto fu Placido, figlio del patrizio
ubbidiente, modesto e schivo, pacifico e nascosto. Principale discepolo di s. Benedetto da Norcia, insieme
al più anziano Mauro (che viene citato nelle fonti sempre insieme a Placido), nei Dialoghi di Gregorio Magno
(II, VII) si racconta che da giovane rischiò di annegare in un lago dove si sarebbe recato per prendere
dell'acqua. Benedetto, che era nella sua cella, ebbe una visione che gli rivelò l'accaduto. Fu poi Mauro,
mandato dall'abate, a salvare Placido dalla morte. Ancor più commovente del miracolo fu la successiva
disputa sui meriti dello stesso. Mauro sosteneva che fosse avvenuto per i meriti di s. Benedetto. Il grande
fondatore del monachesimo sosteneva invece che era merito di Mauro, per la sua pronta obbedienza.
Mauro rimise il giudizio a Placido e questi disse: «Quando io ero tratto dall’acqua, vidi sopra di me il mantello dell’abate Benedetto e mi pareva che Egli mi traesse dall’acqua». Per san Benedetto Placido e Mauro
furono come le “pupille dei suoi occhi”; li indicava, infatti, come esempio di vera vita religiosa agli altri
monaci e li apprezzava soprattutto per la loro perfetta obbedienza e docilità. Dopo la sua morte, Placido fu
ricordato per secoli come confessore. Nell'XI secolo si diffuse però la storia del suo martirio contenuta
nella Passio S. Placidi. Lì si dice che nel 541 Placido fu mandato a Messina da san Benedetto, dove fondò un
monastero di cui divenne abate. Pietro Diacono, autore della Passio, racconta che fu ucciso dai saraceni. Ma
sembra che Pietro abbia confuso la storia di Placido con un altro martire. In qualche affresco medievale, Placido è rappresentato in tonaca e scapolare, con nella mano destra una croce bianca, segno di chiara fede e di serena obbedienza.
12
Ottobre
Nella provincia di Ascoli Piceno più di una ventina di comuni hanno il nome composto con la parola “monte”.
San Serafino
nome Felice. Secondogenito dei 4 figli di Girolamo Rapagnano e Teodora Giovannuzzi, a causa delle pre-
Montegranaro, seppur sorga sopra una modesta collina (alta 277 metri), è uno di questi. In questo piccolo
centro giunse al culmine della santità, nella maniera più modesta e sublime, un giovane francescano di
carie condizioni economiche della famiglia, Felice fu presto mandato a lavorare in qualità di garzone
presso un contadino che gli affidò il suo gregge. A 18 anni (siamo verso il 1558), alla morte del padre,
abbandonò la verga del pastore per entrare come novizio tra i cappuccini di Jesi come fratello laico ed
emise la professione religiosa l’anno seguente, nel 1559, assumendo il nome di fra' Serafino, in onore
dell’angelo che era apparso a s. Francesco sulla Verna e che aveva sigillato con le 5 stigmate il corpo e la
santità del poverello d’Assisi. Serafino rimase per tutta la vita frate converso, addetto ai più umili
uffici. Peregrinò per vari conventi della Provincia della Marca. Nel 1590 fra' Serafino si stabilì definitivamente ad Ascoli Piceno. Perfetto osservante della Regola, portava con sé solo due «libri»: il Crocifisso e la corona del Santo Rosario (di se disse: « Foss'io degno del purgatorio! Io son peccatore. Non
ho nulla: ho soltanto il crocifisso e la corona; ma con questi spero di giovare ai frati e di farmi santo!»).
Era letteralmente innamorato della Santissima Eucaristia e di sacramenti, serviva con fervore la Santa
Messa in latino, ed era un uomo di profonda preghiera e di patimenti (per questo dormiva solo 3 ore a
notte). Capiva e viveva intensamente il grande dramma della Messa e nessun’altra cosa al mondo aveva
per lui il valore e la potenza del santo sacrificio dell’altare (per questo considerava Roma e Loreto le città più importanti del
mondo, non per la loro grandezza ma perché vi si celebravano ogni giorno il più grande numero di messe). Innamorato dei misteri
di Cristo e della Madonna, s’incantava a meditarli e si estasiava. Negli uffici che esercitò, a contatto con i più svariati c eti
sociali, seppe trovare parole opportune per tutti e seppur analfabeta mostrò una sapienza celeste che stupiva i dotti e i teologi. Era dotato dei doni celesti dell'introspezione dei cuori, e del carisma della consolazione. Aveva 64 anni quando morì il 12
ottobre 1604 in fama di santità. Fu beatificato da Benedetto XIII nel 1729 e canonizzato da Clemente XIII il 16 luglio 1767.
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«Il mondo di oggi non è più capace d’una tale perfezione. Quest’uomo santo è stato del nostro
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tempo, ma il suo fervore era robusto come quello d’una volta». Così scrisse santa Teresa d’Avila
di san Pietro d'Alcántara, al secolo Juan Garavita (Alcántara 1499 - Arenas, Ávila, 1562), miSan Pietro
stico e riformatore francescano. Originario di una nobile famiglia, dopo aver studiato gramd’Alcantara
matica e filosofia nella sua città natale, a 14 anni fu inviato all'Università di Salamanca.
Terminati gli studi, nel 1515, entrò tra i francescani del convento di più stretta osservanza a Manxaretes. A 22 anni fu mandato a fondare una nuova comunità a Badajoz. Dopo
l’ordinazione sacerdotale del 1524, nel 1525 fu eletto Padre guardiano del convento di
Santa Maria degli Angeli a Robredillo. Dopo essere stato eletto ministro della Provincia
di san Gabriele (Estremadura) nel 1538, al capitolo di Plasencia (1540) redasse le Costituzioni dei Membri di più stretta osservanza, ma l'opposizione ai suoi severi ideali fu
tale che egli rinunciò all'incarico di provinciale e si ritirò con Giovanni d'Avila sulle
montagne di Arabida (Portogallo), conducendo una dura vita eremitica. Ben presto altri
frati si associarono a loro e numerose piccole comunità furono stabilite. Nel 1555 intraprese un viaggio a piedi nudi fino a Roma ed ottenne il permesso da Papa Giulio III di
avviare la fondazione di alcuni conventi di stretta osservanza in Spagna. I suoi seguaci,
detti alcantarini, si propagarono presto in Spagna, Portogallo, nei possedimenti spagnoli e
nel Regno di Napoli. Dotato del dono del consiglio, grande predicatore (specie sui libri
profetici e sapienziali della Bibbia), fu un esempio di grande penitenza e della più dura
austerità («mangiare solo 3 giorni alla settimana – testimonia s. Teresa d’Avila – era per
lui una cosa ordinaria. Giungeva a rimanere anche 8 giorni senza mangiare. In compenso
pregava molto»). Fu una lettera di Pietro del 14.4.1562 ad incoraggiare Teresa a fondare
il suo primo convento ad Avila (il 24.8.1562). Autore di un Tratado de la oración y meditación (1560), Pietro fu beatificato da
Papa Gregorio XV il 18.4.1622 e canonizzato da Papa Clemente IX il 28.4.1669.
Crispino e Crispiniano, fratelli di fede e di sangue, erano due cristiani partiti (verso la metà del III secolo)
come missionari da Roma per predicare la fede in Gallia. Fissata la loro residenza presso Augusta Suessio-
num (l’attuale Soissons), a imitazione di san Paolo istruirono molti nella fede di Cristo (predicando pubblicamente nel corso della giornata) e lavorando nella notte come calzolai a favore dei poveri. Gli infedeli
ascoltavano i loro insegnamenti, rimanevano stupiti dall’esempio della loro vita, specie della loro carità disinteressata, della pietà celeste, del disprezzo della gloria e di tutte le cose terrene. I due fratelli, così,
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Ottobre
Santi
Crispino e
Crispiniano
ottenevano la conversione di molti alla fede cristiana. Continuarono questo lavoro per molti anni, quando fu presentata contro
di loro una denuncia all’imperatore Massimiano Herculeus, che
era giunto nella Gallia Belgica (ora in Francia). L’imperatore
diede ordine di convocare il prefetto del pretorium Rictius Va-
rus, il nemico più implacabile del nome cristiano. I martiri furono
vittoriosi su questo giudice assai disumano, con la pazienza e la
costanza con cui sopportarono i più crudeli tormenti (furono
“stirati”, picchiati con bastoni, appesi alle macine, immersi in un
fiume ghiacciato, bolliti con pece, lardo e olio) terminando la loro
corsa trucidati dalle spade romane verso l’anno 287. I loro corpi,
abbandonati agli animali, rimasero inviolati dai loro morsi e, di
nascosto, furono sepolti da alcuni fedeli in due sepolcri vicini,
dove poi sorse nel VI secolo la basilica loro dedicata a Soissons,
ornata riccamente da sant’Eligio.
La loro memoria liturgica è il 25 ottobre. Shakespeare, nell' En-
rico V (1599), riporta il discorso del re ai suoi uomini prima della
battaglia di Agincourt, avvenuta il 25.10.1415, in cui Enrico V fa
un elogio della festa di san Crispino (e del suo inseparabile fratello Crispiniano), concludendo che «Crispino e Crispiniano non passeranno mai, da oggi fino alla fine del mondo».
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Dagli scritti di Maria Valtorta
Gesù risorto appare alla Madre
Maria ora è prostrata col volto a terra. Pare una
povera cosa abbattuta. Pare quel fiore morto di sete
di cui Ella ha parlato. La finestra chiusa si apre con
un impetuoso sbattimento delle pesanti imposte e,
col raggio del primo sole, entra Gesù. Maria, che s’è
scossa al rumore e che alza il capo per vedere che
vento abbia aperto le imposte, vede il suo raggiante
Figlio: bello, infinitamente più bello di quando ancora
non aveva patito, sorridente, vivo, luminoso più del
sole, vestito di un bianco che par luce tessuta, e che
si avanza verso di Lei. Ella si raddrizza sui ginocchi e, congiungendo le mani sul petto, in croce, dice con un singhiozzo
che è riso e pianto: «Signore, mio Dio». E resta così rapita
nel contemplarlo, col viso tutto lavato di lacrime ma fatto
sereno, pacificato dal sorriso e dall'estasi. Ma Egli non la
vuole vedere, la sua Mamma, in ginocchio come una serva. E
la chiama, tendendole le Mani dalle cui ferita escono raggi
che fanno ancor più luminosa la sua Carne gloriosa:
«Mamma!». Ma non è la parola accorata dei colloqui e degli
addii avanti la Passione, né il lamento straziato dell'incontro
sul Calvario e dell'agonia. É un grido di trionfo, di gioia, di
liberazione, di festa, di amore, di gratitudine. E si curva
sulla sua Mamma, che non osa toccarlo, e le mette le sue
Mani sotto i gomiti piegati, e la alza in piedi e la stringe al
Cuore e la bacia. Oh! allora Maria comprende che non è una
visione, che è il Figlio realmente risorto, che è il suo Gesù, il
Figlio che l'ama da Figlio ancora. E con un grido gli si getta
al collo e lo abbraccia e lo bacia, ridendo nel pianto. Lo bacia
sulla Fronte dove non sono più ferite, sulla Testa non più
spettinata e sanguinosa, sugli Occhi fulgidi, sulle Guance
risanate, sulla Bocca non più enfiata. E poi gli prende le Mani
e ne bacia il dorso e la palma, sulle raggianti ferite, e d'un
subito si curva ai suoi Piedi e li scopre da sotto la veste
splendente e li bacia. Poi si alza, lo guarda, non osa. Ma Egli
sorride e capisce. Socchiude la veste sul petto e dice: «E
questa, Mamma, non la baci questa che t'ha fatto tanto male e che tu sola sei degna di baciare? Baciami sul Cuore,
Mamma. Il tuo bacio mi leverà l'ultimo ricordo di tutto
quanto è dolore, e mi darà quella gioia che ancora manca alla
mia Gioia di Risorto». E prende fra le sue Mani il volto della
Madre e ne appoggia le labbra sulle labbra della ferita del
Costato, da cui escono fiotti di luce vivissima. Il viso di Maria è aureolato da quella luce, tuffato come è nel suo raggio.
Ella bacia, bacia, mentre Gesù la carezza. Non si stanca di
baciare. Pare un assetato che abbia attaccato la bocca alla
fonte e ne beva la vita che gli sfuggiva. Ora Gesù parla.
«Tutto è finito, Mamma. Ora non hai più da piangere per il
tuo Figlio. La prova è compiuta. La Redenzione è avvenuta.
Mamma, grazie di avermi concepito, allevato, aiutato in vita
e in morte. Ho sentito venire a Me le tue preghiere. Esse
sono state la mia forza nel dolore, le mie compagne
nel mio viaggio sulla Terra ed oltre la Terra. Esse
sono venute con me sulla Croce e negli inferi. Erano
l'incenso che precedeva il Pontefice, che andava a
chiamare i suoi servi per portarli nel Tempio che non
muore: nel mio Cielo. Esse sono venute meco in Paradiso, precedendo come voce angelica il corteo dei
redenti guidati dal Redentore, perché gli angeli fossero pronti a salutare il Vincitore che tornava al suo
Regno. Esse sono state udite e viste dal Padre e dallo Spirito, che ne hanno sorriso come del fiore più bello e
del canto più dolce nati in Paradiso. Esse sono state conosciute dai Patriarchi e dai nuovi Santi, dai nuovi, primi cittadini della mia Gerusalemme, ed Io ti porto il loro grazie,
Mamma, insieme al bacio dei parenti e alla loro benedizione
e a quella del tuo sposo d'anima, Giuseppe. Tutto il Cielo
canta il suo osanna a te, Madre mia, Mamma santa! Un osanna che non muore, che non è bugiardo come quello dato a Me
pochi giorni or sono. Ora Io vado al Padre con la mia veste
umana. Il Paradiso deve vedere il Vincitore nella sua veste
d'Uomo con cui ha vinto il Peccato dell'Uomo. Ma poi verrò
ancora. Devo confermare nella Fede chi non crede ancora ed
ha bisogno di credere per portare altri a credere, devo fortificare i pusilli che avranno bisogno di tanta fortezza per
resistere al mondo. Poi salirò al Cielo. Ma non ti lascerò sola.
Mamma, lo vedi quel velo? Ho, nel mio annichilimento, sprigionato ancora potenza di miracolo per te, per darti quel
conforto. Ma per te compio un altro miracolo. Tu mi avrai,
nel Sacramento, reale come ero quando mi portavi. Non sarai mai sola. In questi giorni lo sei stata. Ma alla mia Redenzione occorreva anche questo tuo dolore. Molto va continuamente aggiunto alla Redenzione, perché molto sarà continuamente creato di Peccato. Chiamerò tutti i miei servi a
que-sta compartecipazione redentrice. Tu sei quella che da
sola fa-rai più di tutti i santi insieme. Perciò ci voleva anche
questo lungo abbandono. Ora non più. Io non sono più diviso
dal Padre. Tu non sarai più divisa dal Figlio. E, avendo il Figlio, hai la Trinità nostra. Cielo vivente, tu porterai sulla
Terra la Trinità fra gli uomini e santificherai la Chiesa, tu,
Regina del Sacerdozio e Madre dei Cristiani. Poi Io verrò a
prenderti. E non sarò più Io in te, ma tu in Me, nel mio Regno, a far più bello il Paradiso. Ora vado, Mamma. Vado a
fare felice l'altra Maria. Poi salgo al Padre. Quindi verrò a
chi non crede. Mamma. Il tuo bacio per benedizione. E la mia
Pace a te per compagna. Addio». E Gesù scompare nel sole
che scende a fiotti dal cielo mattutino e sereno.
Maria Valtorta,
L’Evangelo come mi è stato rivelato,
21 febbraio 1944
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Medjugorje: messaggi
della Regina della pace
MESSAGGIO A IVAN,
16 SETTEMBRE 2012.
Rivoli, Torino, ore 18,40.
Ivan: "È difficile trovare parole per descrivere la Bellezza e
l’Amore della Madonna. È venuta a noi questa sera particolarmente gioiosa e felice. È venuta in mezzo a noi con tre Angeli. Ci ha
salutati tutti col suo saluto materno: «Sia lodato Gesù, cari figli
miei». Poi la Madonna ha steso le sue mani, e poi pregato nella sua lingua aramaica sopra tutti noi, con le
mani distese, per un tempo prolungato. In maniera particolare ha pregato sopra i malati qui presenti e
per i sacerdoti presenti all’incontro. Poi ha benedetto tutti noi con la sua benedizione materna e ha benedetto tutti gli oggetti sacri portati. Poi la Madonna ha dedicato un lungo tempo a pregare per la Pace
nel mondo. Poi ha detto: «Cari figli, anche questa sera vi voglio aiutare. Pregate per la Pace. Pregate insieme a Me per la Pace nel mondo. Pace, cari figli! Soltanto Pace! Io prego insieme con voi per la Pace nel
mondo. Per questo vi dico: perseverate cari figli nella preghiera! Grazie, cari figli, perché anche oggi avete risposto alla mia chiamata».
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CONSOLARE DIO
E IL PROSSIMO.
Regola per Consolatori
Con la Vergine Madre
33. Oltre che del contatto vitale con Cristo-Chiesa, il Consolatore ha bisogno della Vergine Maria, che
Gesù volle per Madre sua e nostra. Sul Calvario, ai piedi della Croce, ella ricevette la divina maternità
sui discepoli del Figlio. La grazia della consolazione che con le altre grazie sgorgano dal Cuore del Redentore crocifisso, passano dal cuore e dalle mani di Maria. Essa è perciò, da una parte l'Addolorata,
per i dolori del Figlio e le colpe dei peccatori, e d'altra parte la Madre della divina Consolazione e come tale va cercata e onorata.
34. I Consolatori la prendono con sé come fece l'Apostolo Giovanni, l'accolgono nella loro casa, le affidano la loro vita e i loro problemi; la prendono come Maestra di preghiera e perfetto Modello di sequela di Cristo. Uniti a lei in preghiera come gli Apostoli nel Cenacolo ricevono il dono dello Spirito Santo,
senza il quale non c'è missione né vera consolazione. A lei chiedono fervidamente di farli entrare
nell'intimità con Gesù, nella perfetta docilità allo Spirito. A lei affidano le anime da consolare, come
alla Madre più buona e misericordiosa.
35. L'affidamento o consacrazione a Maria fa sì che lei possa operare in piena libertà la formazione
dei suoi figli ad essere veri discepoli del Figlio suo Gesù, perfettamente preparati al grande compito
affidato loro da Dio per questi tempi calamitosi e difficili. Nel cenacolo del suo Cuore Immacolato i
piccoli Consolatori ricevono il grande Consolatore promesso da Gesù: lo Spirito Santo, che come fuoco
d'amore scende dal Cuore del Padre e del Figlio per le ardenti suppliche di Maria, Sua Vergine Sposa
e Madre della Chiesa, nel piccolo cuore dei suoi figli uniti a lei in preghiera.
CONTINUA SUL PROSSIMO NUMERO
Notizie dell’Opera
Padre Giuseppe Tagliareni, fondatore dell’Opera della Divina Consolazione, vive presso la “Casa S. Giorgio” in Contrada S. Giorgio (Sciacca, S.S.
115 al km. 129,8). Riceve per appuntamento il martedì pomeriggio e il sabato.
Tel. 0925 997015 - www.odc.altervista.org
Cell. 3398896068 (TIM), 3931409912 (WIND). E-Mail: [email protected]
ORARI: Colloqui e Benedizioni: Martedì pomeriggio (ore 16-18); Sabato mattino (ore 9,30) e pomeriggio (ore 16-18); S. Messa feriale: ore 10; S.
Messa festiva: ore 19 (18 ora solare). Per prendere appuntamento, telefonare in anticipo.
Per fare delle offerte: - CCP. n. 88905179 intestato a: Associazione della Divina Consolazione–Onlus Sciacca.
-Per il 5 per mille: mettere il C.F.92016580844 nella casella apposita del modulo della
Dichiarazione dei redditi. Dio ricompensi i nostri benefattori in terra e in Cielo.
BENEFATTORI - SETTEMBRE 2012
Vania Sarullo (Calamonaci), Gesua Castellana (Favara), Alessio Amato (Agrigento), Caterina Dulcimascolo (Sciacca), Maria e Giuseppe Sciacca (Marsala), Gisella Baio Pace (Favara), Calogero Genova (Lucca Sicula), Emanuele Russo (Palazzolo A.), Dipendenti
Dental Group (Palermo), Giuseppe Pepe (Villabate), Isidoro e Salvo Agnello (Villabate), Gaspare Aiello (Sciacca), Isabella e Valter
Vizzaccaro (Roma), Elena e Vito Balano (Castelvetrano), Annamaria Friscia (Sciacca).
Ogni giorno viene celebrata una Santa Messa per voi tutti. Dio vi benedica e ricompensi la vostra generosità.
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Articoli dei lettori
L’ECONOMIA POLITICA DEL DISTRIBUTISMO
Presso la Biblioteca Caversazzi di Bergamo lo scorso 11 luglio si è tenuta
una conferenza, il cui titolo (Il Distributismo:un modello di società alternativo a capitalismo e social-comunismo) sembrava riproporre il sottotitolo
all’opera di Chesterton: “Il profilo della ragionevolezza”.
Presieduta da Matteo Mazzariol, Presidente di Giustizia Monetaria,
un’organizzazione che si occupa in particolar modo del coordinamento per
la proprietà popolare della moneta, la serata ha avuto come illustre ospite
e conferenziere il Prof. John C. Medaille, docente presso l’Università di
Dallas, Stati Uniti e manager di grandi corporation e piccole aziende per
più di 30 anni.
Illustrando i principi fondamentali del Distributismo, il relatore è sembrato riprendere e sviluppare alcuni temi dibattuti a Grottammare durante il
precedente X Chesterton Day.
Citando una frase di James T. McCafferty:<<Quando capitale diventa un
ismo, diventa pure un’ideologia>> il Prof. Medaille ha ribadito la profonda
affinità dei temi del Distributismo con la Dottrina sociale della Chiesa e
con il pensiero di Gilbert Keith Chesterton e Hilaire Belloc.
Il suo primario scopo è stato quello di illustrare come l’ordine economico
proposto dal Distibutismo sia fondato sull’equità e sull’equilibrio, ponendosi
come alternativa reale e pratica all’assenza di equità, che ha reso
l’equilibrio impossibile e l’inefficienza inevitabile.
Medaille ha sostenuto che sono necessarie anzitutto tre cose: 1) collocare
l’Economia Politica nel suo specifico posto nella gerarchia scientifica; 2)
mostrare i motivi per cui la giustizia distributiva sia necessaria all’ordine
economico; 3) dimostrare che la proprietà porti alla
radice della giustizia distributiva. Questi tre aspetti
tenuti assieme, ha sottolineato Medaille, conducono
alla filosofia economica nota come “Distributismo”. Il
compito necessario non sta nell’inventare ma nel riscoprire, come hanno rimarcato ampiamente Gilbert Keith
Chesterton e Hilaire Belloc. Riscoprire le radici
dell’ordine economico, renderle operative ed applicarle
alle situazioni nuove e reali. La scienza economica, ha
ribadito il Prof. Medaille, è la scienza pratica par excellence ed è governata dalla ragione pratica, che ha
il suo primo assunto nell’esatto detto: <<Il bene deve essere fatto ed il
male evitato>>. Allora il compito da assumersi primariamente è il collocare
l’economia politica entro la giusta gerarchia scientifica. Contrastando il
liberismo del laissez-faire come principio autoregolatore del mercato, Medaille ha evidenziato il differente modello economico che vede la famiglia
protagonista, che aggiunge veramente ricchezza all’economia. Facendo
esempi concreti, il Prof. Medaille ha difeso il “capitale” dall’aggressione
ideologica capitalistica, dimostrando come un contadino che desideri avere
un raccolto il prossimo anno, abbisogni di salvare qualcosa di quello che ha
prodotto (il “capitale”). Questo sano concetto di “capitale” che proviene dal
lavoro contrasta con il sistema dell’usura capitalistica moderna che è basato sulla ricchezza senza lavoro. Anche un sistema bancario, ha denunciato
Medaille, che avvantaggi l’avarizia e perda la fonte originaria del lavoro
umano, inverte l’ordine naturale producendo quei mostri finanziari che
sovvertono a loro volta un proprio ordine, diventando padroni della produzione anziché aiuti all’economia reale.
Nelle economie capitalistiche, la vasta maggioranza degli uomini non hanno
sufficiente capitale per sostenere la propria vita, dovendo così lavorare
per un salario per poter vivere. Uomini e donne, ha proseguito John Medaille, non hanno avuto un sufficiente potere d’acquisto per poter equilibrare il
mercato, accentuando il disequilibrio e quindi portando alla recessione.
Facendo ancora uno stimolante confronto, il Prof. Medaille ha chiarito che
se un Manager può avere un reddito 500 volte più di un onesto lavoratore,
invece di investimenti produttivi utilizzerà il suo denaro per strumenti
speculativi che il mercato finanziario colloca a piene mani. Se quindi i salari
ed i profitti non si regolano l’un l’altro, le disfunzioni finanziarie e le crisi
sono inevitabili. Citando il volume di Hilaire Belloc:<<La restaurazione della
proprietà>>, Medaille ha sottolineato gli errori che si possono compiere nel
trasferire potere d’acquisto da un gruppo (pochi capitalisti) ad un altro
(molti indigenti). Gli sbagli possono essere sintetizzati in tre punti: 1) la
carità (soprattutto nella forma assistenzialistica); 2) la spesa statale; 3) il
credito al consumatore (o l’usura).
Questi falsi rimedi alle disfunzioni del capitalismo hanno portato ad
un’economia di plastica, basata su aperture di credito e sintetizzata dal
proliferare delle carte di credito costituendo, come ha descritto in
un’immagine efficace Medaille, un castello di carte instabile e fluttuante.
Evidenziando come il lavoro (human beings) sia profondamente umano e non
una merce (commodity) la cui offerta è regolata dal prezzo, Medaille ha
accennato al doveroso riferimento al Magistero della Chiesa, in particolar
modo a quelle encicliche (cosiddette “sociali”) che, a partire dalla Rerum
novarum di Leone XIII hanno condotto alla Caritas in veritate di Benedetto XVI.
Criticando la “marginal productivity” di J.B.Clark, che aveva teorizzato una
distribuzione della ricchezza nella quale i salari avrebbero dovuto crescere
con una maggior produttività, il Prof. Medaille l’ha sconfessata empiricamente con i dati della produttività statunitense, che negli ultimi 40 anni ha
avuto un aumento della produttività mantenendo un medio salario immobile
dal 1973.
Perché il libero mercato non produce equità? Medaille, riprendendo
l’economista Adam Smith, ha sostenuto che non sta nella produttività ma
nel bilanciamento del potere la soluzione alle disfunzioni economiche e
sociali. Se le relazioni di proprietà sono alla base delle relazioni economiche, tutto dipenderà dalla natura sostanziale di quelle relazioni. Citando un
efficace truismo di Daniel Webster: <<Il potere segue la proprietà>>, Medaille ha sostenuto l’importanza del concetto di proprietà, di ciò che è
essenzialmente proprio della proprietà, caratteristico della persona umana
quando afferma: “Questa è la mia terra o questa è la mia casa”. Affermazioni naturali come l’aria che si respira e che quindi permettono alla persona umana (primato della persona anche nella Dottrina sociale della Chiesa)
di vivere con un’autentica e necessaria dignità.
Facendo una breve ma estremamente interessante rassegna storica della
modifica del concetto di proprietà, Medaille ha analizzato il cambiamento
avvenuto dal 1535 con la confisca dei monasteri che portò alla codifica in
legge nel 1667 con lo Status of Frauds. Prima del
regno di Enrico VIII, ha dimostrato il Prof. Medaille,
coloro che lavoravano nelle tenute del re (il re era
considerato property-holder unico proprietario) in
quanto inquilini (tenants) offrivano servizi collegati
alla difesa della terra: difesa, miglioramenti ed altre
pratiche. La mentalità moderna, ha sostenuto ancora
Medaille, pensa al contadino del XV secolo come ad
uno schiavo senza alcun potere ma, al contrario, come rilevanti studi ed analisi hanno dimostrato, i salari erano piuttosto alti, tanto che un artigiano poteva
sostenere la propria famiglia con sole 10 settimane di lavoro in un anno,
così come un altro comune lavoratore poteva farlo con appena 15 settimane. Dopo la chiusura dei monasteri nel XVI secolo, i salari collassarono al
punto che un artigiano doveva lavorare 35 settimane in un anno per mantenere la propria famiglia, così come rispettivamente un comune lavoratore
doveva farlo per 42 settimane. L’assunzione di questi dati incontrovertibili
palesa la fondamentale importanza delle istituzioni ecclesiastiche per preservare la libertà della persona umana, a partire dalle libertà economiche
che creano indipendenza e sostegno alla famiglia. Dopo il XVI secolo, con la
perdita graduale dell’indipendenza economica, le famiglie hanno dovuto
sottostare a contratti divenuti leonini, fondati sull’ineguaglianza e
l’ingiustizia, compromettendo definitivamente la propria libertà. Cosa fare
per restaurare la giustizia distributiva?
John C. Medaille ha citato un’affermazione di R.H. Tawney: <<La proprietà
deve essere un aiuto al lavoro creativo e non un’alternativa ad esso>> affinché si possa recuperare una funzione legittima della proprietà attraverso
una più larga diffusione della proprietà stessa. Concludendo con ulteriori
esempi pratici di pratiche distributiste, Medaille ha menzionato la Mondragon Cooperatives fondata 60 anni fa in Spagna ed ispirata dal sacerdote
cattolico basco Don José Maria Arrizmendiarrieta, che oggigiorno raccoglie 300 cooperative e fa lavorare 80.000 persone, non facendo solamente
business, ma anche operando funzioni educative e sociale quali scuole, istituti di ricerca, università, corsi di apprendistato e molto altro. Anche negli
Stati Uniti, più recentemente, l’esempio della Springfield Remanufacturing
Corporation può essere additato quale esempio di stile distributista. Il suo
Presidente, Jack Stack, dal 1983 ha salvato dal fallimento l’azienda investendo nel capitale umano e nel coinvolgimento delle famiglie e delle parti
sociali, facendola diventare una grossa cooperativa sociale che si occupa,
oltre che della produzione, dell’educazione e della formazione delle persone coinvolte.
Il relatore ha concluso, anche rispondendo ad alcune domande del pubblico,
rammentando l’importanza della famiglia,della crescita demografica e delle
relazioni culturali e sociali.
Si è inoltre incoraggiato la difesa dei valori cristiani ispirati dalla corretta
interpretazione della Dottrina sociale della Chiesa e dalla lettura efficace
e sempre attuale dei capostipiti del pensiero distributista: Gilbert Keith
Chesterton e Hilaire Belloc.
FABIO TREVISAN
CONSOLATIO - OTTOBRE 2012
P a g i n a
3 0
Europa/Lituania. Negli asili s’insegnerà la
“flessibilità sessuale”.
Presto negli asili lituani saranno adottati due testi in cui si raccontano le avventure di maschi e femmine che si scambiano i
ruoli. Il progetto è finanziato dall’Unione Europea e ha scatenato accese polemiche. “Il giorno in cui Friedrich diventò Frida” e
“Il giorno in cui Rikke diventò Rasmus”, due best-seller danesi
– firmati da Luisa Windfeldt e Katrine Clanton – già impiegati
per spiegare ai bambini dell’asilo la parità dei sessi attraverso
mirabolanti metamorfosi, saranno presto tradotti in lituano e
utilizzati nelle scuole materne locali. L’obiettivo: comprendere
meglio la “flessibilità sessuale” (un progetto già in atto dal 2007
in Danimarca e in Islanda). I bambini saranno invitati a vivere
come “se fossero dell’altro sesso”: i bambini, con il vestitino
rosa, giocheranno con i bambolotti, mentre alle bambine, con il
grembiule azzurro, verrà dato un bel pallone da calcio. Bisogna,
secondo il manuale d’uso, che i bimbi imparino a sbarazzarsi
degli «stereotipi di genere», poiché le categorie uomo-donna
«sono solamente convenzioni sociali», per cui «sarebbe necessario coltivare con i compagni relazioni “neutre”». Pertanto, è
giusto che le bambine si vestano da Spider-Man e i bambini da
Pippi Calzelunghe. Il tredici settembre scorso, una discussione
in Parlamento su questo progetto ha generato le più disparate
critiche da parte di psicologi e di politici.
CONSOLATIO
Europa/GB. A Liverpool i funerali vengono
ora celebrati dai laici
Nei prossimi 30 anni si stimano non più di 180 nuovi preti in Irlanda.
Attualmente sono solo 32 quelli di età inferiore ai 34 anni e l’età media è
di 64, tanto che nei giorni scorsi all’Irish Times Donal McKeown, presidente della commissione per le vocazioni, definiva la situazione
“preoccupante”. Una realtà peraltro condivisa in altri paesi europei se è
vero che in Inghilterra, Belgio, Olanda, Germania e Austria le parrocchie
prive di pastore aumentano a vista d’occhio e anche da noi il calo delle
vocazioni si fa sentire. In Irlanda, secondo quanto riferisce l’Irish Catholic, si stanno approntando dei piani per affidare a laici la gestione delle
parrocchie, o a diaconi sposati la celebrazione di liturgie in assenza di
preti. In Inghilterra, la diocesi di Liverpool è diventata la prima del Regno Unito ad inventare una soluzione per tamponare l’emergenza. Il vescovo Patrick Kelly ha permesso per la prima volta a 22 laici di celebrare
i funerali per venire incontro all’impossibilità dei preti che si vedevano
costretti anche a più di 7 messe funebri per settimana. L’iniziativa è stata
pubblicizzata attraverso un opuscolo predisposto dalla diocesi dove si
spiega la possibilità che il funerale venga presieduto da un laico o da un
diacono. La vera e propria messa funebre viene poi celebrata successivamente in un momento concordato. I ministri laici – anche religiose –
provengono dalle fila dei ministri straordinari dell’eucaristia, dei catechisti parrocchiali o di quanti sono impegnati in parrocchia e possono contare su sostegno e formazione. Nelle nostre parrocchie – spiegava al Tablet
il vescovo o di Liverpool – si celebrano anche 120 funerali all’anno, ora
“siamo nelle mani dei laici”
Fonte: Vatican Insider, 16/9/2012
Commento: Povera Santa Madre Chiesa...
Qualche notizia dalle
terre di “missione”...
ASIA/CINA. Hubei, bruciata una chiesa.
La piccolo chiesa del villaggio di Caibang, vicino a Xiantao
(Hubei) è stata bruciata e quasi distrutta in modo deliberato.
I fedeli, amareggiati per la perdita, vogliono chiedere giustizia e esigere la libertà religiosa in Cina. Secondo il giornale
Xinde di Shijiazhuang, Padre Li della diocesi di Hanyang, sotto
cui è il villaggio, conferma che la comunità ecclesiale ha deciso
di presentare una denuncia all'ufficio per gli affari religiosi e
alla pubblica sicurezza del governo provinciale dell'Hubei, per
difendere il loro diritto ad avere una chiesa. Il parroco, p.
Zhang Wei ha messo online alcune foto della chiesa devastata
e una dichiarazione, datata 15 settembre - il giorno dopo
l'incendio - chiedendo giustizia per la sua comunità. Secondo
alcune testimonianze, i resti del tetto erano impregnati di
sostanza infiammabile e le porte sono state divelte in modo
deliberato. La chiesa che poteva accogliere circa 100 persone,
è stata quasi distrutta dalle fiamme. Era stata costruita nel
1993 grazie all'aiuto di mons. Zhang Boren of Hanyang, vescovo non ufficiale della zona. Il luogo scelto era lo stesso in
cui sorgeva la precedente chiesa, demolita al tempo di Mao,
nel 1954. Mons. Zhang è morto nel 2005, all'età di 90 anni. La
chiesa è situata in un quartiere periferico, che si sta molto
sviluppando. Il governo locale spinge i contadini a vendere le
loro terre alle ditte di costruzione. La maggior parte dei
contadini ha ormai accettato di trasferirsi e nella zona rimane
in pratica solo la chiesa. Secondo una fonte di AsiaNews,
l'incendio è stato provocato per distruggere la cappella e
requisire il terreno su cui sorge l'edificio.
(Fonte: AsiaNews.it)
Europa/Italia. Il governo vuole legittimare
l'incesto
Il Forum delle associazioni familiari esprime grande preoccupazione per il disegno di legge contenente “Disposizioni in
materia di riconoscimento dei figli naturali”, che,
nell’affermare identico trattamento giuridico ai figli legittimi e
ai figli naturali, rende possibile il riconoscimento anche dei
figli nati da rapporti incestuosi. Al testo già approvato dalla
Camera il 30 giugno 2011, il 16 maggio 2012 il Senato ha aggiunto, tra altre modifiche, un nuovo testo dell’art. 251 C.C.
che autorizza, seppur con il filtro valutativo del giudice, il riconoscimento del “figlio nato da persone tra le quali esiste un
vincolo di parentela in linea retta all’infinito o in linea collaterale nel secondo grado” (cioè generati da padre con figlia, da
madre con figlio, nonno con nipote, da fratello con sorella, tanto per intendersi), “ovvero un vincolo di affinità in linea retta”(suocero con nuora, suocera con genero). Nessuno ha rilevato la gravità di questo disegno di legge che torna ora alla Camera per l'approvazione definitiva. Ammettere il riconoscimento
dei figli incestuosi è un grave vulnus alla concezione della famiglia come convivenza ordinata e strutturata, in cui l’istinto
sessuale trova espressione all’interno della coppia e il rapporto
tra generazioni ne è esente; per tutte le culture evolute l’incesto
è un disordine inaccettabile ed è, nella stragrande maggioranza
dei casi, frutto di violenza, fisica o psicologica. Né può ritenersi
che sia nell'interesse dei figli sapere, vedere certificata e pubblicamente conclamata la propria origine incestuosa: che percezione della famiglia, che educazione al rispetto di sé e dell'altro
ne può derivare? Il Forum auspica che i deputati sappiano evitare questo passo indietro nella convivenza civile.
Fonte: forumfamiglie.org
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Consolatio N. 28 - L`Opera