Documenti per la Salute 31
Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
Il rischio alcol in Trentino:
Dinamiche socio-culturali,
politica dei servizi e linee di
prevenzione
a cura di Bruno Bertelli
EDIZIONI PROVINCIA AUTONOMA DI TRENTO
ASSESSORATO ALLE POLITICHE PER LA SALUTE
Trento 2007
Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
© copyright Giunta della Provincia Autonoma di Trento, 2007
Collana
Documenti per la Salute - 31
Assessorato alle Politiche per la Salute
Servizio Organizzazione e qualità delle attività sanitarie
tel. 0461/494075, fax 0461/494109
e-mail: [email protected]
www.trentinosalute.net
Il rischio alcol in Trentino:
Dinamiche socio-culturali, politica dei servizi e linee di prevenzione
Ter za relazione annuale sulle dipendenze patologiche in Trentino
Anni 2005-2006
a cura di Bruno Bertelli
Coordinamento editoriale: Vittorio Curzel
Impaginazione: Giovanna Forti
Il rischio
alcol in Trentino : dinamiche socio-culturali, politica dei servizi e linee
di prevenzione / a cura di Bruno Bertelli – Trento : Provincia autonoma di
Trento. Assessorato alle politiche per la salute, 2007. – 146 p. : tab. ; 24 cm.
– (Documenti per la salute ; 31)
Scritti di vari
ISBN 978-88-7702-208-1
1. Alcoolismo – Trentino I. Bertelli, Bruno
362.292 094 538 5
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Presentazione
Nel quadro delle dipendenze da sostanze l’alcol occupa un posto di rilievo perché produce forme di intossicazione cronica con conseguenti danni biologici e
relazionali e costi non indifferenti a livello sanitario. Il Trentino è da sempre alle
prese con questo problema, dovuto ad una piccola minoranza della popolazione
che purtroppo finisce per abusare delle bevande alcoliche, generalmente quelle
“tradizionali”, come il vino e le grappe. Da circa un quarto di secolo le istituzioni
del territorio hanno attivato servizi specifici per farvi fronte con risultati che
appaiono soddisfacenti, almeno sotto il profilo delle prestazioni sanitarie e delle
opportunità riabilitative offerte dalle numerose associazioni del privato sociale,
quali i Club degli Alcolisti in Trattamento (C.A.T.), gli Alcolisti Anonimi (A.
A.) e numerose altre associazioni di volontariato.
Purtroppo negli ultimi tempi, oramai da più di un decennio, la questione
alcol si è molto complicata per l’affermarsi di un consumo sempre più precoce
delle giovani generazioni e per forme di abuso alcolico che si consumano nei
fine settimana, creando seri problemi comportamentali e rischi molto alti di
incidentalità stradale.
Siccome l’alcol, pone, fra gli altri, questi pressanti problemi di salute pubblica e di sicurezza dei cittadini, si ritiene non solo doveroso, ma necessario
ed urgente, continuare a monitorare questo fenomeno, proponendo soluzioni
migliorative. La collaborazione fattiva di tutte le istituzioni e gli organismi,
statali, provinciali, comunali e della società civile, coinvolti e interessati, è,
tuttora, la via più promettente per attivare progetti ad azioni orientate verso
obiettivi di contenimento dei consumi alcolici e dei problemi alcol-correlati e
di abbattimento delle forme di abuso che mettono in pericolo l’incolumità di
chi sta viaggiando lungo le strade.
Anche attraverso le agenzie di socializzazione, famiglia e scuola, si può fare
molto per costruire orientamenti culturali incentivanti la salute. Non ultimi, i
mezzi di comunicazione di massa, che spesso veicolano messaggi che colpiscono
la sensibilità giovanile, possono contribuire a modificare “mode” od espressioni
legate al consumo di alcol, disincentivando, ad esempio, l’immagine di successo
spesso associata alla pubblicità di prodotti alcolici.
L’attenzione che su questa problematica è stata posta da esperti che già hanno
redatto, negli anni passati, due relazioni sul sistema delle tossicodipendenze in
Trentino e sulle strategie di prevenzione, offre diversi spunti di lettura e comprensione del fenomeno alcol nella nostra Provincia e indica i punti forti e quelli critici
del sistema di servizi che operano nel settore dei problemi alcol-correlati.
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Le proposte avanzate rappresentano uno stimolo per continuare, da parte di
chi ha responsabilità politiche, amministrative ed operative, a fornire risposte
adeguate ai cambiamenti che la società propone e talora impone.
L'Assessore provinciale
alle politiche per la salute
Remo Andreolli
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Indice
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Introduzione
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Cap. 1
Alcol o dell'ambiguità
(Enzo Rutigliano)
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1.1. Irrisolvibilità di una cultura
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Cap. 2
Giovani, alcol e prevenzione in Trentino: iniziative di successo e
linee di intervento
(Carlo Buzzi)
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2.1. Un aspetto problematico
2.2. Diffusione del fenomeno
2.3. Giovani e alcol in Trentino
2.4. L'alcol in azienda
2.5. L'alcol e prevenzione: alcuni esempi di iniziative di successo
2.6. Alcol e prevenzione: linee di intervento
45
Cap. 3
Il sistema dei servizi di riabilitazione e prevenzione del consumo
rischioso di alcol in Trentino: linee d'azione, buone prassi e
prospettive
(Bruno Bertelli)
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3.1. Premessa
3.2. Alcol come questione sociale e linee d'intervento
3.3. L'articolazione dei servizi di riabilitazione e prevenzione in
Trentino
3.3.1. I servizi di alcologia
3.3.2. Le attività specifiche dei servizi di alcologia
3.4. La riabilitazione dell'alcolista: il ruolo fondamentale del
"privato sociale"
3.5. Il consumo rischioso di alcol in Trentino: alcuni indicatori e
possibli sviluppi
3.5.1. Qualche segnale in positivo
3.6. Tra prevenzione e promozione: la sfida contro lo "sballo"
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Cap. 4
Alcol e violenza nel rapporto di coppia: dati su una relazione incerta e
riflessioni su alcune ipotesi d'intervento
(Roberto Cornelli e Fiamma Terenghi)
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4.1. Premessa
4.2. La violenza contro le donne
4.2.1. Caratteristiche e diffusione
4.2.2. Alcuni dati internazionali e nazionali
4.2.3. La violenza nel rapporto di coppia in Trentino
4.3. L'abuso di alcol negli episodi di violenza nel rapporto di
coppia
4.3.1. La parola alle ricerche
4.3.2. L'abuso di alcol come fattore di rischio
4.3.3. I modelli teorici
4.4. Quale prevenzione possibile?
4.4.1. I programmi inglesi per uomini violenti
4.4.2. Le strategie per una prevenzione integrata
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Riferimenti bibliografici
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Introduzione
Dal “rischio” alcol alle prospettive d’intervento
1. La terza relazione annuale sulle dipendenze patologiche pone attenzione
all’alcol, sostanza che suscita atteggiamenti di ambivalenza e posizioni
contrastanti all’interno della stessa società e di differenti gruppi sociali.
Da un lato, l’alcol è ampiamente presente nel nostro contesto di vita, è
accettato, è legale, è spesso reclamizzato sotto diverse forme e con modalità
più o meno esplicite; dall’altro lato esso rappresenta uno dei problemi più
urgenti e sentiti per le conseguenze negative che il consumo non moderato
provoca sulla salute, sui comportamenti “devianti” e sulle relazioni sociali,
con un annesso fardello di costi umani e sociali.
Il taglio con cui viene analizzata la questione alcol, con specifico riferimento
al contesto trentino, è prettamente sociologico, sia per le competenze degli
autori dei contributi qui esposti, sia per la crescente rilevanza delle dimensioni
socio-relazionali che sono implicate in una problematica che coinvolge i
rapporti generazionali, gli stili di vita, le propensioni al rischio, i consumi
alimentari e voluttuari, le responsabilità individuali e sociali delle scelte
comportamentali, nonché svariate forme e modalità, istituzionali e non, di
controllo, di cura e di prevenzione.
La vastità del tema, di fronte alle limitate risorse e competenze disponibili,
ha imposto di fare alcune scelte di fondo che potessero rendere conto della
problematica sociale e culturale, con riguardo alle sue linee specifiche ed
essenziali, per poi affrontare, in modo più diretto, diversi e significativi rilievi
del fenomeno alcol e del sistema dei servizi quali si presentano nella realtà del
Trentino. Si è anche voluto sottolineare un aspetto, che solo apparentemente
potrebbe apparire marginale, ma in realtà importante e purtroppo consolidato
e diffuso, concernente il rapporto fra alcol e comportamento violento. Alcuni
riscontri emergenti dalla realtà trentina danno ragione dell’attenzione che
deve essere posta, a tutti i livelli di responsabilità sociale, alla questione dei
maltrattamenti e delle violenze in ambito familiare, in cui l’alcol spesso gioca
un ruolo di detonatore o di alimentatore.
2. Tutti gli autori sono consapevoli che l’alcol rappresenta un rischio sia per la
salute individuale, sia per i costi sociali. Ognuno, nel proprio contributo,
fa esplicito riferimento ai pericoli dell’alcol e ne sottolinea gli aspetti più
pertinenti e coerenti con la specifica argomentazione che viene sviluppata.
I possibili effetti nefasti di una intossicazione acuta o cronica da alcol sono
ben noti ed è forte la preoccupazione che comportamenti in tal senso siano
messi in atto, in modo crescente, dalla popolazione giovanile.
Tanto per rimanere ancorati alla rilevanza e all’ampiezza dei problemi che
vengono associati al consumo di alcol, l’Organizzazione Mondiale della Sanità
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ha più volte sottolineato che gli effetti sull’organismo dell’alcol hanno una
rilevanza, diretta e indiretta, su oltre il 60% delle cirrosi epatiche, il 45% di
tutti gli incidenti (domestici, sul lavoro, stradali), il 40% degli omicidi, il
10% dei ricoveri in strutture ospedaliere, l’8% dei decessi e poco meno del
7% delle disabilità registrate in un anno. Nelle morti per incidente stradale
l’alcol sembra essere presente, come potenziale elemento d’influenza, in circa
il 50% dei casi.
Con riferimento all’Italia i dati appaiono meno inclementi, seppur preoccu
panti. Secondo l’Istituto Mario Negri (2006) il consumo di alcol ha influenza
su: il 40% degli incidenti stradali, il 40% degli infortuni sul lavoro, il 50%
degli omicidi, il 30% dei suicidi, l’80% delle violenze sessuali, il 75% delle
lesioni personali.
Secondo i dati forniti dall’Istituto di Superiore di Sanità (2006), in Italia le
morti associabili all’alcol sono stimate in circa 25.000 (17.500 uomini e 7.500
donne), con un tasso di mortalità alcol-attribuibile di 35 decessi ogni 100.000
abitanti per i maschi e 8,5 decessi su 100.000 abitanti per le femmine. Circa
un 10% di queste morti registrate può essere considerata prematura per causa
esplicita dovuta ad abuso alcolico. Poco meno del 50% delle cirrosi epatiche
che colpiscono i maschi e circa il 40% di quelle che colpiscono le femmine
sarebbero connesse al consumo di alcol. Gli incidenti alcol-correlati che cau
sano la morte sono meno del 27% di tutti gli incidenti nel caso di maschi e
intorno al 12% nel caso di femmine. Sono, infine attribuibili all’alcol poco
più del 5% di tutti i tumori che colpiscono i maschi e il 3% di quelli che
colpiscono le femmine.
In Trentino gli indicatori che evidenziano questo “lato duro” del fenomeno
alcol appaiono in linea col quadro nazionale, con la particolarità, in positivo,
di una mortalità più bassa a fronte però di un maggior tasso di ospedalizzazio
ne per problemi alcolcorrelati. Quest’ultimo dato potrebbe essere letto non
solo e non tanto come indicatore di un abuso alcolico diffuso, quanto come
una maggior attenzione che i servizi sanitari pongono sui sintomi associati
all’alcolismo. Alcuni rilievi presenti in questo volume sembrano dare credito
a questa ipotesi.
3. É evidente che l’impatto prodotto dal consumo di bevande alcoliche è no
tevole a livello di salute pubblica. Ma va evidenziato, come risulta, in modo
più dettagliato, dai dati esposti nei singoli contributi, che le drammatiche
conseguenze del consumi di alcol sopra esposte coinvolgono direttamente una
parte minoritaria della popolazione (meno di ¼) e una parte minoritaria degli
stessi consumatori di bevande alcoliche. L’impatto che il consumo alcolico
produce avviene a diversi livelli coinvolgendo chiaramente gli aspetti econo
mici e quelli socio-culturali, oltre a quelli, sopra evidenziati, di tipo sanitario;
peraltro questi aspetti sono fra loro in contrasto per l’evidente diversità di
interessi che entrano “in gioco” e producono spesso divergenze sulle stime
che vengono prodotte a riguardo dei consumi, dei danni, dei costi sociali,
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della produzione e del commercio delle bevande alcoliche, nonché posizioni
diverse relativamente alla concezione del bere.
Se è assodato da tutti che bere molto fa male, e quindi nessuno sostiene che
l’alcol non produca “effetti collaterali negativi”, non è affatto univoca la
posizione sul cosiddetto “bere moderato”. Al riguardo si assiste nel dibattito
scientifico (Quartini A., Cipriani F., 2000) a posizioni articolate da un polo
proibizionista (sostenuto da una parte delle competenze sanitarie) che considera
l’alcol una sostanza sempre “tossica” e quindi mai ammissibile, né tanto meno
raccomandabile, a un polo promozionale (sostenuto dai produttori di bevande
alcoliche) che considera il consumo di alcol a basso dosaggio come protetti
vo della salute. Naturalmente in mezzo vi sono posizioni che si avvicinano
più all’uno o più all’altro polo. Lo slogan lanciato dall’OMS è “bere meno è
meglio” nella prospettiva di abbassare costantemente i consumi e di proibirli
sotto la soglia dei 15 anni d’età: una posizione preventiva che tende a non
considerare un soglia di consumo moderato come chiaramente ammissibile
perché difficile da individuare caso per caso, in relazione anche a specifiche
condizioni personali, sociali, culturali e geografiche. Vi è poi almeno un’altra
posizione che si può definire permissiva che ritiene il consumo moderato di
alcol una scelta personale libera e pienamente ammissibile anche in ragione
della non provata tossicità dell’alcol a bassi dosaggi. Superfluo sottolineare
che ogni posizione tende a sovrastimare o a sottostimare le varie sfaccettare
del fenomeno in ragione della propria visione di fondo.
Chi ha elaborato i contributi di questo volume non sostiene la tesi proibizio
nista, né quella promozionale; ci si pone piuttosto nell’ottica di analizzare i
fenomeni e le questioni dal punto di vista della ricerca, senza pregiudizialmente
prendere posizioni contro o a favore di una sostanza e dei suoi consumatori.
Di certo il taglio culturale e sociologico qui privilegiato impone di partire
dal presupposto di fondo che considera l’alcol un prodotto a doppia valenza:
un alimento e una risorsa da un lato e una droga e un costo dall’altro. E già
questo complica molto le posizioni nel momento in cui ci si pone l’interro
gativo di come affrontare concretamente, con scelte politiche ed operative,
la questione del consumo di bevande alcoliche.
Personalmente ritengo che se si parte dal presupposto che il bere è un rischio,
sempre e comunque, qualsiasi sia il quantitativo di alcol che si ingerisce, ossia è
rischioso, alla maggiore età, anche solo assaggiare “due dita” di vino durante il
pranzo, allora si finisce per prefigurare come ideale una società dove è bandito
l’alcol, perché sostanza non necessaria, o dove i soggetti pienamente respon
sabili sono gli astemi e gli astinenti. Tutte le strategie preventive sviluppate
in un’ottica siffatta e che più o meno manifestamente “predicano” il pericolo
alcol, sviscerandone ed enfatizzandone tutti i lati negativi e tacendo di quelli
positivi (si dice che non ci sono) rischiano seriamente di creare “effetti per
versi”. In altre parole una simile visione finisce per scontrarsi e negare alcune
valenze culturali, espressive e materiali, del consumo di alcol che rendono i
messaggi contraddittori, specie se ci si trova di fronte ad adolescenti fisiolo
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gicamente in confronto / contrapposizione con il mondo degli adulti.
Se si parte invece dal presupposto che il “rischio alcol” va affrontato senza
negare l’importanza culturale e sociale della sostanza, e quindi con la con
sapevolezza che nella nostra società vi può essere un consumo responsabile
di alcol, allora tutta la problematica viene affrontata, in chiave preventiva,
nell’ottica dello sviluppo della responsabilità individuale e sociale, ossia delle
azioni volte a rendere liberi, razionali e coscienti i comportamenti sia degli
adulti che delle giovani generazioni. D’altro canto l’alcol rappresenta certa
mente un rischio come molti altri presenti nella nostra vita sociale. Tanto per
fare un esempio molto comune, quando ci mettiamo in auto per andare al
lavoro, o per una meta qualsiasi, sappiamo che stiamo correndo un rischio,
statisticamente documentato, di incorrere in un incidente, di rimanere feriti
o di perdere la vita. Non per questo rinunciamo all’auto, cerchiamo piut
tosto di guidare rispettando le regole, e in condizioni di efficienza nostra e
del mezzo, per ridurre al minimo le probabilità di un evento negativo. Molti
rischi non possono essere eliminati, fanno parte della vita, vanno affrontati
razionalmente. Il vero pericolo è quando di fronte a “situazioni rischiose”
manca l’atteggiamento oculato e previdente e, soprattutto quando “il rischio”
è cercato come una sorta di “sfida” e diventa fine a se stesso, una specie di fuga
dalla razionalità e dalla responsabilità verso di sé e verso gli altri. In tal caso
il rischio diventa danno certo e deve essere combattuto con adeguate forme
di controllo e di dissuasione.
Il consumo moderato di alcol, collegato ai pasti e senza eccessi occasionali,
entro i limiti indicati dalla stessa Organizzazione Mondiale della Sanità, delle
2-3 unità al giorno per gli uomini (max 40 g. di alcol anidro), e di 1-2 unità
per le donne (max 25 g al giorno), non rappresenta un rischio per l’uomo e
la donna in buona salute. Il rischio può esserci se si tratta di adolescenti che
effettuano il consumo in un’unica soluzione e fuori pasto e che poi si mettono
alla guida di uno scooter o di un’auto, se già maggiorenni. Ed è proprio que
st’ultima tendenza a creare una forte preoccupazione sia perché il consumo
fuoriesce dai pasti e sia perché la società in cui viviamo è assai più mobile e
motorizzata di quella dei nostri padri e dei nostri nonni.
4. Come concordano i dati di numerose e diversificate indagini il fenomeno in
crescita tra i giovani è quello chiamato del binge drinking, in altre parole bere
per ubriacarsi, per cercare lo sballo. In Italia, dove per cultura, il consumo di
alcolici si è sempre caratterizzato in piccole dosi quotidiane connesse per lo
più al pasto, questa tendenza è stata importata dai Paesi nordici ed è quantifi
cabile in 5 o più unità alcoliche ingerite in un'unica occasione. Secondo i dati
dell’indagine multiscopo sulle famiglie “Aspetti della vita quotidiana 2006”
condotta dall’Istat, e riguardante 20.000 famiglie per un totale di 50.000
individui intervistati nel mese di febbraio 2006, la fascia d’età più coinvolta
nel binge drinking è quella dei giovanissimi, tra gli 11 e i 18 anni, con una
percentuale di bevitori pari al 5,2%, con punte del 21% tra i diciottenni e
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Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
del 9% tra le ragazze diciassettenni. Questo fenomeno legato allo sballo è
più probabile riscontrarlo in ragazzi fumatori e frequentatori di discoteche.
Il Trentino Alto Adige è la regione dove il fenomeno è più marcato, con una
percentuale di bevitori alla ricerca dello sballo, tra gli 11 e i 18 anni, pari al
12,8%, oltre il doppio della media nazionale. E ciò appare in sintonia col fatto
che i giovani trentini ed altoatesini tendono, più dei loro coetanei italiani,
a sottovalutare le conseguenze dell’alcol, non perché incapaci di operare sul
piano cognitivo la distinzione fra consumo ed abuso, ma perché tendono (nel
71% delle risposte) a raddoppiare i quantitativi consigliati dall’OMS (4 unità
alcoliche invece di 2) quale soglia per il passaggio verso il “bere problemati
co”.
Va, infine, sottolineato che il binge drinking aumenta notevolmente la proba
bilità di accesso al Pronto Soccorso che risulta essere, per i ragazzi che hanno
bevuto secondo tale modalità almeno una volta negli ultimi due mesi, del
70% più alta rispetto ai loro coetanei.
Altri interessanti riscontri, anche ai fini di attivare politiche mirate di preven
zione e controllo, emergono dalla ricerca P.A.S.S.I. (Progressi delle Aziende
Sanitarie per la Salute in Italia). Tale studio trasversale, realizzato per la prima
volta nel 2005 a cura del Cnesps (Centro Nazionale di Epidemiologia, Sor
veglianza e Promozione della Salute), ha indagato i comportamenti a rischio
della popolazione italiana, fra cui il consumo di alcol. Per lo studio, è stato
estratto un campione di popolazione tra i 18 e i 69 anni, rappresentativo di
Asl e Regioni partecipanti, al quale è stato sottoposto telefonicamente un
questionario standardizzato della durata di circa 15 minuti. Hanno partecipato
123 Aziende Sanitarie Locali appartenenti a tutte le Regioni italiane.
Per quanto concerne la questione alcol l’indagine ha individuato la categoria
del “consumatore a rischio” con riferimento a tre tipi di bevitori: coloro che
bevono “fuori pasto”, coloro che bevono più di 6 unità alcoliche in una sola
occasione (binge drinking) e coloro che sono considerati “forti bevitori” in
quanto al giorno assumono un totale di unità alcoliche superiore al limite
consigliato dall’ O.M.S. (tre unità alcoliche giornaliere per gli uomini e due
per le donne). I risultati permettono di fare un raffronto con realtà circo
stanti e mostrano che il Trentino ha una percentuale più che doppia (36%)
di “bevitori a rischio” rispetto alla media nazionale (17%), preceduto, però,
dall’Alto Adige con il 40% e seguito dal Veneto col 29%. Anche il fenome
no del binge drinking appare più marcato nella Provincia di Bolzano (21%)
rispetto alla Provincia di Trento (14%) e al Veneto (12%) e ben al di sopra
della media nazionale (8%), così come la categoria dei “forti bevitori”, che
rappresentano il 9% della popolazione dell’Alto Adige, l’8% di quella del
Trentino e del Veneto e il 6% di quella nazionale. Chi beve “fuori pasto” è
invece presente maggiormente nel Trentino (29%), seguito dall’Alto Adige
(27%) e dal Veneto (20%), con valori che appaiono più che duplicati rispetto
alla media registrata in tutte le altre Asl indagate del territorio nazionale.
Trattandosi di una ricerca che ha coinvolto le Aziende Sanitarie è stato pos
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Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
sibile rilevare anche il coinvolgimento degli operatori sanitari nella raccolta
di informazioni e nella dispensa di consigli entro la relazione con i bevitori
a rischio. Pur rilevandosi una scarsa propensione degli operatori sanitari
ad informarsi sulle abitudini dei loro pazienti circa l’assunzione di alcol, si
riscontra una maggior attenzione al riguardo nella realtà sanitaria trentina,
sia con riferimento al dato nazionale che a quello delle regioni limitrofe. In
particolare l’attenzione a consigliare la moderazione o l’eliminazione del con
sumo di alcol è rivolta soprattutto ai “forti bevitori” e ai bevitori “binge”.
5. La constatazione che si può trarre dai dati è che la realtà trentina risulta parti
colarmente esposta alla problematica dell’alcol, sia nelle forme più tradizionali
di un consumo alimentare e ricreativo, con possibili effetti degenerativi di
dipendenza cronica, sia nelle forme, emergenti da circa un decennio, di un
consumo fuori pasto e di un abuso occasionale con effetti episodici di etilismo
acuto. I servizi socio-sanitari istituzionalmente sorti per affrontare i problemi
alcol-correlati continuano a fornire risposte che appaiono comparativamente
efficienti, come ben viene evidenziato anche all’interno del contributo che
focalizza specificamente l’attenzione sulle attività e le iniziative poste in essere
dai servizi. Tuttavia la questione alcol va ben oltre le dimensioni sanitarie ed
implica sempre più, per la crescente componente giovanile coinvolta, strategie
ampie e preventive coinvolgenti molteplici attori ed agenzie, comprese quelle
educative (dalla famiglia, alla scuola, ai mezzi di comunicazione di massa).
La sfida è quella di contribuire a realizzare un clima culturale costruttivo
verso orientamenti valoriali e normativi in grado di distinguere chiaramente
l’utile, il piacevole e il dannoso che convivono nella sostanza chiamata alcol
e di favorire comportamenti ad essi congruenti. Questo è possibile attraverso
i processi educativi e di sensibilizzazione ed anche con iniziative progettuali
che potenzino le forme di autocontrollo nel consumo di bevande alcoliche,
unitamente a quelle dissuasive e sanzionatorie delle condotte che mettono in
pericolo l’incolumità di minorenni e di terze persone.
Sull’ampio ventaglio di queste tematiche, qui solo accennate nei loro tratti
fondamentali e manifesti, si vanno articolando i lavori inseriti in questo vo
lume, offrendo spunti significativi di conoscenza e di riflessione per orientare
le azioni politiche e sociali nel settore della prevenzione dei problemi alcolcorrelati.
6. A grandi linee, e nei termini di una presentazione che cerca di render conto
del percorso di approfondimento intrapreso, si ripercorrono ora alcune ipotesi
e tesi emergenti poste in luce in ciascuno dei capitoli che seguono.
6. 1. Il primo capitolo ha il carattere della riflessione di fondo. Col titolo:
“alcol o dell’ambiguità” Enzo Rutigliano propone una riflessione sui
significati che l’alcol e l’alcolismo assumono a livello socio-culturale
ed evidenzia, sinteticamente, come tutta la questione alcol sia sempre
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Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
stata, nella nostra cultura, e in particolar modo oggi, fortemente pervasa
da tensioni ambivalenti che evidenziano la presenza di orientamenti
“valoriali” legittimi ma fra loro contrastanti. Il tentativo di mediare
posizioni, le quali nascondono motivazioni e differenti visioni della
questione alcolica, appare, insieme, un dato culturale costante e un
dato altamente improbabile nel conseguire un’effettiva risoluzione
dell’ambiguità.
6. 2. Sulla prevenzione con attenzione al mondo giovanile, Carlo Buzzi, nel
secondo capitolo, entra nello specifico della realtà trentina, evidenziando
come il fenomeno alcol sia diffuso e percepito fra gli adolescenti e i
giovani e come le politiche sociali locali debbano sempre più far fronte
al contenimento degli “effetti perversi” del consumo di alcol attraverso
azioni mirate di prevenzione.
Partendo dalla constatazione che, nella sensibilità comune, gli effetti
deleteri dell’alcol vengono associati soprattutto al consumo di superal
colici, ma che questi ultimi sono stati, negli ultimi decenni, caricati,
dalla pubblicità televisiva, di una simbologia di prestigio e collegati a
modelli di ricchezza e di successo, viene rimarcato come l’alcol finisca
oggi, nell’immaginario collettivo, per godere di una maggior tolleranza
rispetto al tabacco. La percezione del rischio alcolico appare sempre più
ristretta alle forme di abuso e di manifesta dipendenza.
Il contributo di Buzzi ha il pregio, alla luce di numerosi dati di ricerca
condotti sulla realtà nazionale e locale, di evidenziare:
- l’aumento, negli ultimi anni, dei giovani che consumano alcol “fuori
pasto”, con una diminuzione delle distanze tra i generi, anche se i
maschi consumano ancora molto di più delle femmine;
- l’aumento, soprattutto a partire dalla seconda metà degli anni ’90,
della predisposizione giovanile ad abusare di alcol (ubriacarsi),
nonostante venga condivisa l’opinione che l’abuso di alcol è un
fatto comunque negativo;
- la presenza in Trentino, rispetto al quadro nazionale, di una più
marcata propensione dei giovani all’abuso occasionale, quello legato
a feste, compleanni, incontri vari e che talora sembra configurarsi
nella forma del binge-drinking, ovvero del bere per sballare;
- l’ubriacatura occasionale sembra riguardare una maggioranza di
giovani sotto i 20 anni, riducendosi invece considerevolmente dopo
i 25 anni.
- l’eccesso reiterato e non occasionale (consumi smodati e continui
di alcolici) coinvolge nel complesso una percentuale inferiore al
4% dei giovani trentini, ma con preoccupanti punte che superano
il 10% se si tratta di adolescenti maschi fra i 15 e i 17 anni.
- Esiste una relazione significativa fra alcol e fumo con un andamento
che sembra associare, in modo direttamente proporzionale, la
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Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
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quantità di bevande alcoliche consumate al numero di sigarette
fumate; è, inoltre, confermata la relazione che lega alcol, assenteismo
e incidentalità;
Le probabilità dell’abuso alcolico non sono associate solo a
problematiche di disagio tradizionalmente intese (isolamento,
emarginazione, relazioni familiari carenti, dispersione scolastica);
l’estensione del fenomeno indica anche un modo di porsi di
una cultura giovanile che considera l’alcol come una delle tante
espressioni della socialità;
In questa prospettiva i programmi di prevenzione devono proprio
cercare di incidere sulle emergenti culture giovanili, con strategie
diversificate, coinvolgenti una pluralità di attori sociali, di luoghi e
di situazioni;
Diverse e valide azioni di prevenzione sono state già messe in atto sul
territorio trentino ed hanno fornito risultati significativi in ordine
al coinvolgimento e alla soddisfazione. Rimane sempre aperta la
questione dell’efficacia nel tempo di tali azioni sul cambiamento degli
stili di consumo e sull’incremento dei livelli di responsabilità.
6.3. Affronto nel terzo capitolo, il sistema dei servizi in Trentino e gli aspet
ti relativi all’efficienza e all’efficacia delle azioni, partendo da alcune
considerazioni di fondo che caratterizzano l’alcol come questione
sociale. Cerco di evidenziare, con uno sguardo sulla realtà nazionale e
internazionale, alcune delle coordinate principali concernenti il feno
meno alcol così come si presenta sulla scena sociale: quali vesti (anche
positive) assume, quali reazioni suscita e quali interrogativi apre a livello
di risposte di politica sociale e di politica del controllo.
In seguito, nell’esaminare i caratteri e lo sviluppo del sistema dei servizi
alcologici in Trentino, cerco di spiegare come esso si trovi di fronte a
nuove sfide connesse all’assommarsi, di due effetti negativi del consumo
alcolico: quello derivante da un bere “smodato” ed “esagerato” legato ad
un consumo “tradizionale” a prevalente funzione alimentare e ricreativa
(riguardante soprattutto fasce di popolazione adulta) e quello connesso
ad una eccesso momentaneo e intermittente di bevande alcoliche ai fini
di una intenzionale modifica del comportamento in funzione di una
“disibinizione” nella relazione fra coetanei (coinvolgente soprattutto la
parte giovanile della popolazione).
In sintesi il sistema dei servizi alcologici del Trentino, molto articolato
e imperniato su un costante rapporto far pubblico e privato, con decisa
affermazione del modello riabilitativo centrato sul cambiamento dello
stile di vita (metodo Hudolin dei Club degli Alcolisti in Trattamento)
è chiamato a orientare la propria azione tenendo conto di un’evoluzio
ne del fenomeno alcol che presenta nuovi caratteri e produce nuove
problematiche:
16
Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
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-
I dati di numerose ricerche empiriche evidenziano il verificarsi i
una sorta di “effetto forbice” che chiama direttamente in causa la
risposta dei servizi alcologici socio-sanitari. Infatti, a fronte di un
abbassamento complessivo del consumo di alcol puro pro-capite
e di un cambiamento del tipo di bevande alcoliche e dei modi di
bere, si assiste ad una aumento del divario fra consumo moderato
e consumo eccessivo sia nel modello tradizionale (centrato sul
vino e i distillati), sia in quello emergente globalizzato (centrato
sulla birra e superalcolici vari). C’è una sorta di coagulazione sugli
estremi dei modelli relativamente agli effetti dannosi dell’alcol e
dei problemi sociali connessi. In tal senso, in una prospettiva di
cura e riabilitazione, i servizi sono chiamati ad affrontare una quota
(minoritaria) di bevitori che sempre più eccede nel bere ponendosi in
situazioni critiche sotto il profilo individuale, relazionale e sociale.
La dimensione drogastica dell’alcol come tendenza che, da un lato,
coinvolge sempre più adolescenti e giovani e, dall’altro, dà all’alcol
un valore d’uso che è simile a quello di tante altre sostanze psicotrope
illegali, pone i servizi alcologici nella condizione di sviluppare
nuove strategie preventive, nuove e continue modalità di aggancio
e di coinvolgimento della popolazione giovanile, in particolare di
quella “a rischio”. In tal senso i servizi di alcologia (in particolare
quelli del Trentino) si trovano nella medesima situazione dei servizi
per le tossicodipendenze (Sert), i quali hanno sempre più a che fare
con forme di dipendenza da cosiddette droghe “ricreative” o “da
prestazione” (ecstasy, cocaina) e devono “inventarsi” nuove strategie
per agganciare ai servizi persone che non si percepiscono affatto
come “problematiche”, proprio come la maggior parte dei giovani
che abusano di alcol.
L’analisi del funzionamento dei servizi alcolici in Trentino conferma
la buona qualità delle prestazioni in tutti gli ambiti della cura,
riabilitazione e prevenzione delle problematiche alcol-correlate,
con iniziative che possono ritenersi all’avanguardia nel panorama
italiano. Rimane aperta la questione se, effettivamente, quanto agito
sia in grado di intaccare una cultura del bere, che presenta allarmanti
elementi di rischio e che esprime esigenze decisamente diverse da
quelle del passato .
Le strategie e le azioni di tipo preventivo hanno bisogno di tempi
medi e lunghi per poter creare e stabilizzare orientamenti positivi
e, in Trentino, la progettazione mirata al contenimento dei
consumi alcolici è in atto da diversi lustri e potrebbe ora lasciar
intravedere qualche segnale positivo. Infatti, dai dati disponibili di
fonti qualificate, risultano in calo i consumi pro-capite di alcol, le
ospedalizzazioni per patologie direttamente connesse all’alcol e anche
le morti alcol-correlate. Insieme a queste sembrano in calo anche le
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Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
azioni meno responsabili, quali, ad esempio, il mettersi alla guida
nei fine settimana con un tasso alcolico superiore ai limiti di legge.
E’, tuttavia, prematuro affermare che, in Trentino, siamo di fronte
ad una inversione nel trend di crescita dei problemi alcol-correlati.
Di certo la realtà del Trentino, caratterizzata da consumi alcolici
che la pongono nei posti alti della classifica delle regioni italiane,
appare adeguatamente monitorata sul piano dei servizi, sia riabilitavi
sia preventivi e sia di controllo, e diversi indicatori evidenziano un
quadro di comportamenti ed effetti alcol-correlati più contenuti
rispetto a regioni limitrofe.
Rimane, come una “spada di Damocle”, l’incognita degli effetti
perversi del consumo giovanile di alcol. Davanti a uno scenario che
potrebbe avere fosche tinte per gli effetti, non solo immediati, ma
anche a medio e lungo termine, di un consumo intermittente, ma
assai esagerato e rischioso sul piano individuale e sociale, si pone la
necessità di articolare un sistema di prevenzione a carattere diffusivo,
oltre l’ambito sanitario, aperto al sociale e coinvolgente, in modo
coordinato ed integrato, una pluralità di attori e di agenzie. Su
questo piano sono chiamati tutti ad operare in un’ottica condivisa
di abbassamento dei consumi rischiosi di alcol: dalle agenzie di
socializzazione primaria (famiglia e scuola), a chi gestisce luoghi e
ambiti del consumo, a chi ha responsabilità politiche e amministrative,
a chi opera nella comunicazione sociale, ai servizi istituzionalmente
e funzionalmente deputati a fronteggiare il problema nelle diverse
sfaccettare in cui si manifesta. La difficoltà spesso consiste nella non
semplice capacità di coordinare tutti gli attori in modo tale da farne
un sistema che proponga, seppur in modo articolato e differenziato,
lo stesso messaggio. Oggi, purtroppo, nella nostra società, si assiste a
una serie di messaggi, anche indiretti, che evidenziano fra loro aspetti
contraddittori: dalla relazione alcol - successo a quella alcol-morte.
Trovare un equilibrio nei contenuti dei messaggi ancorati al realismo
della questione, evitando ad esempio di enfatizzare feste a base di
alcol, da un lato, e anche preclusioni assolute all’assunzione di alcol,
dall’altro, rappresenta forse la strada per ricercare tutti insieme livelli
maggiori di responsabilizzazione e fors’anche soluzioni pragmatiche
più incisive.
In una logica preventiva rivolta principalmente alle giovani
generazioni, ritengo la scuola un punto di riferimento fondamentale,
poiché oltre ad essere, insieme alla famiglia, l’agenzia educativa
per eccellenza, essa è luogo di confronto e di passaggio di tutti i
bambini e i ragazzi. In essa i percorsi di crescita “civica” dovrebbero
rappresentare una costante dell’impegno formativo. Tenere la scuola
come punto di riferimento è dunque una necessità, ma anche una
grande responsabilità da parte della società e da parte degli organi
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Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
politici ed amministrativi, poiché essa ha bisogno di quei supporti e
di quelle risorse per integrare proprio chi incontra maggiori difficoltà
nel processo educativo verso uno stile di vita sano e responsabile.
6. 4. Sugli effetti comportamentali del consumo di alcol associati a dinamiche
violente Roberto Cornelli e Fiamma Terenghi offrono un contributo
ampio ed articolato. In esso vengono posti in luce i principali risultati
conseguiti dalla ricerca internazionale nel campo, nonché i progetti di
prevenzione più significativi che sembrano dimostrare una buona effi
cacia soprattutto nel contenimento e nella risoluzione degli episodi di
violenze che si sviluppano nel rapporto di coppia, in particolare quelli
in cui vittime sono mogli o compagne.
La disamina di taglio socio-criminologico parte col mettere in evidenza
quelle situazioni di conflittualità sociale dove è riscontrabile, in modo
esplicito, il rapporto fra stato di etilismo acuto e comportamenti
devianti. La letteratura scientifica ha ben dimostrato gli effetti disini
benti connessi agli stati di ebbrezza da alcol. Il venir meno dei freni
inibitori, che consentono, in condizioni di sobrietà, di controllare le
pulsioni illecite, fa sì che l’alcol possa essere considerato una concausa
in un numero consistente di condotte aggressive: da quelle contro le
cose (vandalismo - danneggiamenti), a quelle contro la persona, di
tipo verbale (ingiurie, calunnie), di tipo fisico (risse, lesioni, percosse,
maltrattamenti in famiglia) e di tipo sessuale (molestie, atti osceni,
violenze e incesto).
Dall’analisi degli studi condotti a livello internazionale che hanno
indagato il legame tra abuso di alcol ed episodi di violenza coniugale
si possono, in modo sintetico, estrapolare i seguenti punti:
- Non esiste un rapporto di causa effetto fra abuso di alcol e
comportamento violento; il consumo eccessivo di alcol appare un
fattore precipitante e aggravante di situazioni problematiche pre
esistenti, oppure un elemento istantaneo che si interseca con variabili
sociali e culturali incrementando la probabilità di comportamenti
violenti;
- nelle violenze domestiche l’alcol ha un’influenza che deriva
dall’azione combinata di fattori relativi a:
- le proprietà e gli effetti delle sostanze alcoliche sull’organismo e
sul cervello;
- le circostanze fisiologiche e sociali in cui l’alcol viene
consumato;
- i significati culturali attribuiti alla relazione alcol e violenza in
quel particolare contesto sociale;
- le aspettative e le credenze personali rispetto al consumo e agli
effetti dell’alcol;
- i risultati di molte indagini indicano un maggior rischio di subire
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Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
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episodi di violenza domestica per le donne sposate con persone
che assumono sostanze alcoliche o stupefacenti, ma gli stessi dati
non permettono di comprendere in che modo il consumo di alcol
s’intersechi con l’agire violento;
vi è una probabilità dalle 2 alle 4 volte superiore che nelle coppie
dove gli uomini hanno problemi di alcolismo avvengano più
episodi di violenza domestica, rispetto a quelle in cui gli uomini
non presentano questo problema;
le variabili, combinate fra loro, che sembrano maggiormente
correlarsi con la più alta probabilità che si verifichino episodi di
violenza domestica sono: basso stato occupazionale, consumo di
alcol e approvazione personale e/o sottoculturale della violenza
contro la donna;
di fronte alla diffusione del fenomeno della violenza domestica
è necessario attivare programmi adeguati sia di supporto e
tutela delle donne, sia di presa in carico di uomini violenti. In
Italia quest’ultimo aspetto risulta molto trascurato con qualche
sporadica esperienza di auto - mutuo - aiuto;
le esperienze straniere più significative, nei confronti di persone
che hanno manifestato comportamenti violenti e, nello stesso
tempo, abusano di alcol, evidenziano la necessità di giungere ad
una effettiva integrazione operativa di servizi che spesso sono nati
con logiche e obiettivi diversi (trattamento dei comportamenti
aggressivi, da un lato, e cura e riabilitazione della dipendenza da
alcol, dall’altro); questo implica anche una buona sinergia con i
servizi della Giustizia;
nei programmi che affrontano il problema della violenza domestica,
l’approccio prevalente è di tipo cognitivo/comportamentale, mirato
a sviluppare la consapevolezza individuale e l’interiorizzazione di
nuove modalità per sfidare i propri comportamenti e per costruire
nuove capacità relazionali. Acquisire la consapevolezza delle
esperienze passate vissute nella propria famiglia, soprattutto quelle
negative (violenza subita o assistita) è spesso il punto di partenza
per lavorare sulle emozioni e sugli atteggiamenti;
in Trentino vi è una consolidata rete di servizi di alcologia diffusi
su tutto il territorio e, nella città di Trento, esiste un Centro
Antiviolenza quale luogo di azione e di sensibilizzazione: può
essere questa una buona base strutturale e di competenze per
una nuova sperimentazione nel campo della prevenzione della
violenza maschile e della “cura” integrata di alcolismo e violenza
domestica;
i risultati conseguiti dai programmi realizzati all’estero tendono ad
evidenziare un aspetto che, in diversi casi, rimane problematico:
la non eliminazione definitiva del comportamento violento a
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Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
seguito del trattamento dell’alcolismo. Ciò pone in primo piano
la necessità di programmi integrati, lavorando contestualmente sia
sulla risoluzione dell’alcolismo e sia sul controllo dell’aggressività,
evitando trattamenti di coppia e familiari (contatti diretti con
le vittime) sino a quando tutti gli indicatori comportamentali
offrono garanzie di responsabilità da parte della persona sottoposta
a trattamento.
7. La complessità della questione alcol, con tutte le problematiche compor
tamentali e sociali connesse, conduce, sul piano delle politiche sociali, di
prevenzione, cura e controllo, nonché a livello di sistema dei servizi, alla
necessità di sviluppare logiche di forte interconnessione fra una pluralità di
attori istituzionali e non e a ricercare costanti connessioni tra saperi diversi
ed operatività differenti.
I contributi di questo volume spingono ad uscire dall’autoreferenzialità di
singoli servizi per aprire spazi nuovi di coordinamento fra più istanze, più
servizi, più forze sociali, mirati a realizzare programmi ed azioni nella logica
del conseguimento di obiettivi, preventivamente individuabili, praticamente
attuabili, razionalmente valutabili.
Su questo versante si sta già operando nella realtà sociale, culturale ed isti
tuzionale del Trentino; alcuni risultati appaiono consolidati e le pagine che
seguono rendono conto di questo e della costante attenzione alla problematica.
Occorre tuttavia prendere atto che “fare sistema” è un processo dinamico e
continuo che richiede non solo idee per nuove strategie e non solo risorse
e disponibilità d’intenti. Richiede soprattutto di abbattere alcune barriere
culturali, operative e metodologiche che contraddistinguono la varietà e
specificità dei servizi, degli interessi e delle competenze, che restano partico
larmente ampie e variegate quando in ballo c’è l’alcol e tutto ciò che rappre
senta nell’immaginario collettivo di una società come quella trentina. Senza
lo sforzo di condivisione degli obiettivi e di convinzione sull’importanza e la
necessità di andare in una certa direzione, senza la capacità di confronto e di
rimettere in gioco scelte rivelatesi deboli, senza la volontà di rendere conto
dell’efficacia delle azioni e di sottoporre al giudizio degli altri interlocutori il
proprio operato, le idee della sinergia, della condivisione, dell’unità d’intenti,
del coordinamento e della integrazione rimangono solo tali e, seppur nobili,
poco aiutano ad avanzare concretamente nel miglioramento della qualità della
vita.
Alcuni progetti ideati in Trentino nel quadro della prevenzione dei problemi
alcol-correlati sembrano incontrare una buona convergenza e un livello di
collaborazione significativo, specie se sono attivati sul piano locale, della
piccola comunità. Altri progetti sembrano soffrire della scarsa tensione ver
so l’obiettivo di “fare sistema”. Tutto ciò implica, da un lato, un impegno
organizzativo capace di mettere in grado tutti gli attori di potersi esprimere
ed operare al meglio all’interno dei propri servizi e delle proprie attività, e,
21
Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
dall’altro, la necessità di creare un clima culturale di corresponsabilità a tutti
i livelli.
In questa prospettiva mi sento di sottolineare, come piccola proposta che
scaturisce anche dall’incontro con tanti professionisti e volontari che lavorano
nel sociale, l’importanza di prospettare una formazione in servizio continua
e mirata per gli operatori del settore, in congiunzione con tutte le operatività
sociali che sono coinvolte sulla questione alcol. Quindi una formazione e un
aggiornamento che coinvolgano contestualmente più professionalità e più
servizi. L’aggiornamento “leggero”, ma continuo, appare una via importante
per valorizzare al meglio le risorse umane impegnate sulla “frontiera” di una
questione che può trovare soluzioni soddisfacenti solo dal contributo e dalla
convergenza di molte competenze intorno ad orientamenti culturali condivisi.
Bruno Bertelli
Docente di Sociologia della devianza
presso l'Università degli Studi di Trento
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Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
Capitolo 1
Alcol o dell'ambiguità
Enzo Rutigliano
1.1. Irrisolvibilità di una cultura
Nell’alcolismo, nel fenomeno in sé, si manifestano molteplici ambiguità: è perciò
che questo fenomeno di dipendenza è assai più complesso della tossicodipendenza
da droghe quali l’eroina, la morfina, la cocaina etc.
La prima ambiguità si manifesta in una sua dimensione esoterica, nascosta nel
privato della famiglia, e spesso nascosta alla stessa famiglia - si pensi alle casalinghe
alcoliste che consumano la loro dipendenza nella più completa solitudine. Ma,
presenta anche una dimensione opposta, essoterica, che si manifesta (ed è la sua
ragione) con gli altri e per gli altri e che non avrebbe ragione di essere se non in
quel modo. Si tratta dell’abuso di alcol che interessa soprattutto i giovani che
ne fanno un uso rituale e collettivo.
Una seconda ambiguità del fenomeno alcolismo è quella che lo vede - al tempo
stesso - fenomeno approvato socialmente e altrettanto socialmente disapprovato.
Questa ambivalenza è molto nota e notata e criticata anche presso i non addetti
ai lavori: le pubblicità degli alcolici sono sempre caratterizzate dalla convivialità
spesso familiare o amicale in situazioni socialmente perseguibili (cene tra
appartenenti a classi medio alte oppure uomini di successo che proprio grazie
al loro successo meritano un premio relax etc. ma che suggeriscono anche
che la particolare marca del whisky è causa e indice di quel successo). Questo
suggerimento riguardo al consumo di alcol convive con le denunce pressoché
settimanali delle conseguenze mortali ascrivibili alla guida delle auto in stato
di alterata percezione della realtà a causa dell’alcol. Le famose stragi del sabato
sera.
Una terza ambiguità riguarda l’alcol in sé, la sostanza: da secoli inserita
quale alimento nutritivo nelle diete delle classi operaie e contadine quale
componente energetica somministrata persino ai neonati e ciò in virtù del suo
contenuto energetico, falso antidoto contro il freddo e la fame. Quindi l’alcol
come componente della dieta dei poveri socialmente accettata. E questo, nello
23
Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
Capitolo 1
stesso ambiente sociale, convive con la disapprovazione e la pubblica condanna
dell’abuso di alcol causa del vizio e della rovina economica e sociale delle
famiglie.
Una quarta ambiguità è quella che riguarda il doppio valore trasgressivo e
socializzante dell’uso dell’alcol. Possiamo dire generalmente che per i giovani
e gli adolescenti l’aspetto trasgressivo è nelle motivazioni individuali della
iniziazione al bere mentre per gli adulti è prevalente la motivazione socializzante
e abitudinaria. Ma, non è detto che sia del tutto così. Ambiguità nella ambiguità,
possiamo osservare la compresenza, almeno nelle classi giovanili, di effetti
trasgressivi e socializzanti nella trasgressione.
Una quinta ambiguità riguarda il doppio e contraddittorio comando che agli
adolescenti si dà nel momento in cui viene fatto passare questo messaggio: “bevi
ma non guidare, bevi ma non metterti in pericolo, bevi ma non abusarne”. Non
è chi non veda l’ipocrisia di questo doppio comando che si manifesta nel fatto
che esiste, e si fa finta che non esista, una strategia commerciale – come abbiamo
visto, ma in particolare nei confronti dei giovanissimi – nei confronti di costoro
con la pubblicità di bevande adatte a loro, i breeser, gli alcolpop etc.
Una sesta ambiguità riguarda il fatto che l’uso dell’alcol separa e collega
insieme. Due funzioni fondamentali che caratterizzano l’agire umano e giovanile
in particolare: separarsi dagli altri, chiudersi in una cerchia sociale e, allo stesso
tempo, sentirsi partecipi e uguali.
Tutto questo appaga due tendenze: quella di appoggio sociale, sentirsi uguali
agli altri appartenenti a un gruppo e quella del bisogno anch’esso compresente
e insopprimibile e cioè il bisogno di diversità. La tendenza alla differenziazione
che si esprime nel separarsi, nel sentirsi diversi da quelli che non bevono il
sabato sera.
Tutte queste ambiguità (e, forse, cercando bene, se ne potrebbero trovare
altre…) fanno del fenomeno alcol e dell’alcolismo, del suo abuso, qualcosa di
assai diverso e niente affatto assimilabile alla dipendenza da ogni altra droga
socialmente e unanimemente disapprovata. Per la verità l’ultima ambiguità
può essere notata anche nei fumatori di hascish o nei consumatori di eroina.
E questo perché tutta la vita della società si svolge tra la fusione con il nostro
gruppo (quello dei tossicodipendenti) e il distinguersene individualmente o,
come gruppo, da tutto il resto della società.
La personificazione sociale di questi contrasti/coesistenti, di questa
fondamentale ambiguità è rappresentata dalla tendenza psicologica all’imitazione
che possiamo definire con Simmel “il trasferimento della vita di gruppo nella
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Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
Capitolo 1
vita individuale”. Il fascino di questa tendenza alla imitazione, al sentirsi parte
di un gruppo etc. sta nel fatto che dà all’individuo la sicurezza di non essere
solo nelle sue azioni liberando l’attività individuale dalla difficoltà di sentirsi da
solo. In questo modo si trasferisce al gruppo la responsabilità della trasgressione
congiunta che non viene più sentita come tale.
L’individuo singolo si libera del tormento della trasgressione e la fa apparire
come un prodotto del gruppo, come un recipiente di contenuti sociali quali ad
esempio l’uniformarsi a modelli di comportamento che, come abbiamo visto,
la società, l’universo valoriale in cui i soggetti sono immersi, sembra approvare.
Per la verità anche disapprovare ma, ancora una volta, l’ambiguità si trasforma in
alibi per cui la trasgressione non è più sentita come tale. Tutto questo è facilitato
dal fatto che l’imitazione corrisponde ad una delle tendenze fondamentali della
nostra natura: a quella che si esprime fondendo il singolare con l’universale.
Tutto ciò detto possiamo a questo riguardo concludere che la nostra, quella del
nostro paese (ma, potremmo facilmente estendere il giudizio all’intera Europa)
è una cultura ambivalente rispetto al consumo di alcol. In ultima analisi una
cultura ambigua.
Un’ultima osservazione riguarda l’evoluzione storica del modello del bere:
come si è giunti a questa cultura dell’ambiguità? Fondamentalmente attraverso
alcuni passaggi: dal consumo di alcol come comportamento vizioso tipico delle
classi sociali subalterne all’alcolismo come malattia e, infine, all’alcol come stile
di vita condiviso e approvato socialmente salvo sanzionarne moralmente gli
abusi in un contesto valoriale contraddittorio.
Nella evoluzione dei modelli del bere, gli osservatori sono d’accordo sul
constatare una evoluzione del modello mediterraneo, assunzione cioè costante
di alcol, integrante la dieta, a quello scandinavo-anglosassone e cioè che utilizza
l’alcol nel fine settimana ma in modo eccessivo, ricercandone gli effetti tossici:
lo sballo e il più presto possibile. Addirittura come ingrediente per aumentare
l’effetto di altre sostanze.
Nel contesto appena descritto appare evidente come la prevenzione del
fenomeno sia tra le più complesse e difficili nell’ottenere risultati. E questo fino
a quando non si troverà il modo di sciogliere tutte le ambiguità che abbiamo
descritto.
25
Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
Capitolo 2
Giovani, alcol e prevenzione in Trentino:
iniziative di successo e linee di intervento
Carlo Buzzi
2.1. Un aspetto problematico
Come è noto, il consumo di alcol in Italia gode di un radicamento culturale
sedimentato in una tradizione secolare. La tendenza generale a considerare le
bevande alcoliche, e in particolare il vino, un alimento quasi indispensabile al
completamento dei pasti, rende molto più complessa la prevenzione. In tempi
relativamente recenti al vino si è affiancata la birra, anch’essa bevanda che sovente
si accompagna ai pasti ma che, soprattutto tra i giovani, ha assunto particolari
significati legati alla convivialità.
Nella sensibilità comune, gli effetti deleteri dell’alcol vengono associati
piuttosto ai liquori e ai superalcolici in generale. Questi ultimi, tuttavia, sono
stati negli ultimi decenni caricati, soprattutto dalla pubblicità televisiva, di una
simbologia di prestigio e collegati a modelli di ricchezza e di successo perdendo
quasi ogni connotazione negativa nell’immaginario collettivo. Rispetto al
consumo di tabacco, quello dell’alcol gode addirittura di una maggiore tolleranza
e i rischi che comporta vengono tendenzialmente associati al solo abuso. La
stigmatizzazione sociale, in altre parole, si concretizza solo di fronte a casi limite
di dipendenza palese.
2.2. Diffusione del fenomeno
Secondo Eurispes1 gli italiani consumano all’incirca 47 milioni di ettolitri di alcol,
tra vino, birra e superalcolici, pari a una media di 87 litri di bevande alcoliche
pro capite (ovviamente conteggiando anche neonati, bambini e preadolescenti;
se si escludono coloro che hanno meno di 14 anni il consumo sale a 105 litri).
Sempre Eurispes stimava in un milione e mezzo gli alcolisti in Italia; utilizzando
un parametro meno restrittivo, prendendo in considerazione solo chi abusa di
1
Rapporto Eurispes, Roma, maggio 2000
27
Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
Capitolo 2
verse volte al mese di alcol, la stima raggiunge i tre milioni e mezzo di individui.
E’ possibile infine ricondurre all’abuso di alcol almeno 30 mila decessi l’anno di
cui la metà per cirrosi epatica e un decimo (3000 casi) per incidenti stradali.
Dal punto di vista delle tendenze evolutive del fenomeno, l’Istituto Superiore
di Sanità, utilizzando i dati Istat-Multiscopo, registra in questi ultimi anni un
aumento particolarmente sensibile della popolazione dei consumatori di alcol
“fuori pasto” tra i giovani e, dato particolarmente sorprendente, tra le giovani.
Nel complesso, pur se il consumo dei maschi rimane sempre molto al di sopra
di quello femminile, le distanze tra i generi tendono a diminuire (cfr. tab. 1).
Tab. 1. Consumatori di alcolici fuori pasto. Incidenza percentuale secondo il sesso
in Italia e incremento nell’arco temporale 1995-2000
Anni
14-17 anni
18-24 anni
25-44 anni
45-64 anni
65-74 anni
Oltre 75 anni
1995
M
12.9
35.2
39.8
39.5
28.5
21.6
F
6.0
16.5
12.8
9.5
5.1
3.9
2000
M
16.8
42.5
39.4
37.3
28.2
16.4
F
12.3
24.8
15.4
10.9
5.6
4.1
Incremento consumatori nel 2000
rispetto al 1995
M
F
+ 30%
+ 105%
+ 21%
+ 50%
- 1%
+ 20%
- 6%
+ 15%
- 1%
+ 10%
- 24%
+ 5%
Fonte: elaborazione I.S.S. – OSSFAD su dati Istat Multiscopo
Le indagini condotte quadriennalmente dall’Istituto Iard sui giovani italiani2
misurano il grande aumento nel nostro Paese della predisposizione giovanile
ad abusare di alcol. In vent’anni di osservazione non è cambiata la percezione
che la società consideri altamente negativo il bere fuori dai limiti (è opinione
condivisa da circa l’80% dei giovani tra i 15 e i 24 anni), tuttavia l’ammissibilità
personale ad abusare di bevande alcoliche, dopo dieci anni di stasi (intorno al
50% dei giovani dal 1982 al 1992) si è enormemente accresciuta raggiungendo
il 56% nel 1996 e il 67% nel 2000-2004, così anche la previsione che, se non è
già accaduto di ubriacarsi, possa accadere in futuro (in dodici anni la previsione
è aumentata di circa 20 punti percentuali; cfr. tab. 2).
2
Cfr. A.Cavalli, V.Cesareo, A.de Lillo, L.Ricolfi, G.Romagnoli, Giovani Oggi, Il Mulino, Bologna, 1984;
A.Cavalli, A.de Lillo, Giovani anni ‘80, Il Mulino, Bologna, 1988; A.Cavalli, A.de Lillo, (a cura di)
Giovani anni ’90, Il Mulino, Bologna, 1993; ; C.Buzzi, A.Cavalli, A.de Lillo, (a cura di) Giovani verso
il Duemila, Il Mulino, Bologna, 1997; C.Buzzi, A.Cavalli, A.de Lillo, (a cura di) Giovani del nuovo
secolo, Il Mulino, Bologna, 2002; l’ultima edizione dell’indagine è di prossima pubblicazione
28
Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
Capitolo 2
Tab. 2. I giovani e l’abuso dell’alcol: violazione delle norme sociali, ammissibilità
personale, possibilità che possa capitare (campioni nazionali giovani 15-24
anni; valori percentuali)
Ritengono che la
società critichi chi si
ubriachi
Ritengono
ammissibile ubriacarsi
Non escludono che
possa capitare loro di
ubriacarsi
1983
1987
1992
1996
2000
2004
78,3
78,5
77,5
78,5
78,6
80,2
49,8
49,6
49,2
56,0
67,4
66,8
51,0
49,3
48,7
60,1
70,2
69,2
Fonte: Indagini Istituto Iard anni 1983-2004
In Trentino il fenomeno dell’abuso alcolico assume dimensioni considerevoli.
Secondo i dati rilevati dal Ministero della Salute sulle schede di dimissione
ospedaliera, le ospedalizzazioni trentine con diagnosi totalmente attribuibile
all’alcol mostrano un tasso quasi tre volte maggiore rispetto a quello italiano
(cfr. tab. 3). Il fatto che le differenze nei tassi di ospedalizzazione siano evidenti
soprattutto nella fascia adulta, non implica una esposizione al consumo
più contenuta tra i giovani, dal momento che le patologie alcolcorrelate si
manifestano nel medio-lungo periodo.
Tab. 3. Tassi di ospedalizzazione per diagnosi totalmente attribuibili all’alcol. Di­
messi per 100mila abitanti. Confronto Trentino – Italia per classi di età e
genere. Anno 20023
Trentino
Italia
<=14 anni
M
F
8.3
-4.6
2.4
15-35 anni
M
F
131.1
41.3
124.7
35.2
36-55 anni
M
F
715.0 213.4
405.6 120.3
>55 anni
M
F
1303.4 244.7
505.1 102.9
Totale
426.6
177.1
Fonte: elaborazione OGI-Iprase su dati Ministero della salute
Gli stessi dati dell’Istituto Iard confermano come anche tra la popolazione
giovanile il Trentino abbia livelli di esposizione maggiore. Ad esempio
alla domanda: “negli ultimi tre mesi ti è capitato di ubriacarti, anche solo
3
Si veda Giovani in Trentino 2005. Analisi e letture della condizione giovanile. Primo rapporto biennale.
Osservatorio Giovani Iprase (OGI), Trento, 2005; in particolare il cap.8, La trasgressione e la devianza
di E.Martini
29
Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
Capitolo 2
leggermente” le risposte dei giovani 15-24enni trentini, comparate con quelle
dei coetanei italiani, sono le seguenti:
Tab. 4. Si sono ubriacati negli ultimi tre mesi (giovani 15-24enni - valori percen­
tuali)
Abbastanza spesso
Qualche volta
Una o due volte
Mai
Italia
4,2
13,5
18,9
63,5
Trentino
4,3
24,5
26,0
45,2
Fonte: Indagini Istituto Iard anni 2004 (Italia) e 2003 (Trentino)
Come si può osservare, non è tanto nella frequenza costante all’abuso che
la nostra Provincia si distingue (l’incidenza è pressoché simile, intorno al 4%),
bensì nell’abuso occasionale (qualche volta o 1-2 volte) dove il dato trentino
supera il dato nazionale di ben 18 punti percentuali.
2.3. Giovani e alcol in Trentino
Numerose ricerche empiriche sulla popolazione giovanile4 hanno messo in rilie
vo come tra i giovani italiani sia aumentata la conoscenza dei danni alla salute
correlati all’abuso di alcol, tuttavia l’aumento di informazione non sempre si è
tradotto in comportamenti conseguenti.
L’indagine condotta dall’Istituto Iard per conto della PAT nel 2003 sulla
condizione giovanile in Trentino5 ha raccolto, su un campione rappresentativo
di giovani in età compresa tra i 15 e i 29 anni, interessanti informazioni
relativamente ai comportamenti e alle motivazioni nei confronti del bere.
Limitandoci per ora ai soli atteggiamenti e agli stereotipi legati al consumo
di bevande alcoliche, dall’Indagine Iard emergono alcuni tratti emblematici che
dovrebbero essere tenuti presenti in ciascuna attività di prevenzione:
Cfr. C.Buzzi, La salute del futuro, Il Mulino, Bologna, 1994; R.Grassi, L’uso delle droghe e il superamento
dei limiti, in C.Buzzi (a cura di), La condizione giovanile in Toscana, Giunti, Firenze, 1999; F.Sartori,
Disagio minorile e consumo di alcol in Abruzzo, in P. D’Egidio e M.Da Fermo (a cura di), I giovani in
Abruzzo, Milano, Angeli, 2002
5
C.Buzzi (a cura di), Tra modernità e tradizione: la condizione giovanile in Trentino, Il Mulino, Bologna,
2003. I dati Iard si riferiscono giovani 15-29enni; per la fascia di età minore (13-16 anni) si veda G.Fava
Viziello, A.Simonelli, S.Casari, Adolescenti e comportamenti a rischio per l’abuso di sostanze alcoliche,
rapporto di ricerca (la ricerca, in corso di pubblicazione, è stata commissionata dall'Assessorato provinciale
alle Politiche per la Salute, nell'ambito della campagna per contrastare il consumo giovanile di alcol).
4
30
Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
Capitolo 2
A. il vino fa bene…
Il 75,8% di giovani trentini è d’accordo con l’affermazione bere un po’ di vino fa
bene alla salute e il 68,1% dichiara che bere uno o due bicchieri di vino a pasto
è una cosa normale; semmai ci si può stupire di quella minoranza consistente
che nega la veridicità di queste due asserzioni così largamente accettate;
B. … ed ha delle virtù particolari
Alcuni giovani elencano dei pregi, anche se dalla gran parte non condivisi: da
quelli collegati intrinsecamente alla sostanza (35,6%: un bicchiere di vino o di
birra aiutano a rilassarsi, o 13,7%: bere una bevanda alcolica rende più creativi)
a quelli connessi alla relazionalità (35,4%: quando ti offrono da bere è difficile
tirarsi indietro, o 20,8%: quando si bevono bevande alcoliche si sta meglio con
gli altri). In pratica ampie minoranze di giovani sono propense a riconoscere nelle
bevande alcoliche aspetti oltremodo positivi sia dal punto di vista psicologico
che da quello dei rapporti sociali;
C. … anche se l’alcol può essere pericoloso
Nel contempo il 63,1% sostiene che tutte le bevande alcoliche sono dannose e
il 59,0% che l’alcol rende violenti. Pur essendo un gruppo residuale chi pensa
che l’abitudine sia irreversibile (12,5%: se uno comincia a bere, poi non può più
smettere), la maggioranza non sottovaluta il pericolo della dipendenza (76,1%:
non è vero che è più facile diventare schiavi della droga che dell’alcol). Come
risolvere l’apparente contraddizione che da un lato vengono date valutazioni
positive e dall’altro si dimostra di conoscerne la pericolosità? evidentemente
agisce un distinguo basato sulla quantità assunta: tutto sembrerebbe spiegato
dalla capacità di controllo dell’assuntore;
D. … ma si sottovaluta il pericolo del bere nella guida
Il 52,8% dei giovani trentini si dice d’accordo con l’affermazione è pericoloso
guidare anche dopo aver bevuto una piccola quantità di alcol, ma ben il 47,2%,
invece, ne nega la validità. Questo atteggiamento diffuso si collega all’alta percen
tuale di intervistati che si sono dimostrati concretamente esposti al rischio della
guida dopo l’assunzione di alcolici (è capitato almeno una volta al 35,3% dei
maschi e al 13,2% delle femmine)6. Sembrerebbe dunque che la sottovalutazione
6
La contiguità al rischio guida in stato di alterazione alcolica appare particolarmente diffusa tra i gio
vani trentini: al 24,2% è capitato almeno una volta contro il 16,8% dei pari età italiani (Istituto Iard,
2003).
31
Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
Capitolo 2
degli effetti della guida in stato di ebbrezza, anche leggera, sia una caratteristica
ben presente nella cultura giovanile trentina.
Nel periodo 2002-05 in corrispondenza con il progetto di prevenzione Pub
& disco condotto dai Servizi di Alcologia della Provincia (si veda più avanti)
sono stati rilevati i tassi di alcolemia di numerosissimi giovani in uscita da pub,
discoteche o feste campestri; tra quelli che prima di sottoporsi all’etilometro
avevano dichiarato di doversi mettere alla guida solo il 55,9% aveva un tasso
di alcolemia inferiore allo 0,50 g/l (dunque in regola con il codice stradale per
guidare), il 39,6% mostrava un tasso compreso tra 0,50 e 1,50 g/l (quindi sopra
il limite consentito), mentre il 4,5% era completamente ubriaco (oltre l’1,50 g/l
di alcolemia). Nella stessa indagine veniva stimato che oltre la metà (il 56,9%) dei
giovani coinvolti nel test e che avevano un valore alcolemico superiore allo 0,50
dichiaravano che avrebbero guidato lo stesso. Uno degli elementi più significativi
emersi è che ben il 28,7% di chi credeva di essere sotto il limite dell’alterazione
in realtà era sopra il limite di 0,50 di alcolemia.
Quest’ultimo dato appare particolarmente preoccupante, soprattutto se viene
associato con un altro, messo in luce dalla ricerca Iard; che i giovani si dimostrino
contrari all’abuso non può essere negato, tuttavia il confine che divide l’uso
dall’abuso appare sorprendentemente elevato: il 71,0% sostiene che ci vogliono
almeno quattro bicchieri di vino o quattro lattine di birra per ubriacarsi, se si
passa agli amari o ai superalcolici, rispettivamente il 48,0% e il 37,2% pensa
siano indispensabili non meno di quattro bicchierini. I parametri dati dall’OMS
sono molto più restrittivi e i limiti indicati dai giovani appaiono non in grado
di garantire un uso non pericoloso7.
7
Secondo l’OMS l’uso di alcolici rimane al di sotto dei limiti della pericolosità se non supera le 2-3
unità al giorno per gli uomini, e l’1-2 unità per le donne. Una unità alcolica (UA) corrisponde ad una
lattina di birra da 330 ml (4,5%/vol.), un bicchiere di vino da 150ml (12%/vol.), un bicchierino di
superalcolico da 30-40 ml (40%/vol.) o un aperitivo da 80 ml. Ogni UA contiene circa 13 g di alcol
anidro; per ottenere il consumo giornaliero di alcol si moltiplica il numero di UA consumate per 13.
L’OMS pertanto suggerisce di non consumare più di 40 g di alcol anidro (uomini) o 25 g di alcol anidro
(donne). Nella ricerca clinica chi in una singola occasione assume più di 5 UA se uomo o 4 UA se donna
è classificato come forte bevitore. Ovviamente anche l’uso moderato, se avviene fuori dai pasti, assume
una maggiore pericolosità soprattutto se collegato alla guida.
32
Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
Capitolo 2
Tab. 5. Atteggiamenti, opinioni, stereotipi nei confronti del bere (giovani trentini
15-29 anni; valori percentuali di accordo o non accordo su alcune afferma­
zioni)
Bere un po’ di vino fa bene alla salute
Bere uno o due bicchieri di vino a pasto è una cosa normale
Tutte le bevande alcoliche sono dannose
L’alcol rende violenti
E’ pericoloso guidare anche dopo aver bevuto una piccola
quantità di alcol
Un bicchiere di vino o di birra aiutano a rilassarsi
Quando ti offrono da bere è difficile tirarsi indietro
Il vino allungato con l’acqua fa meno male
Le donne bevono molto meno degli uomini
E’ più facile diventare schiavi della droga che dell’alcol
Quando si bevono bevande alcoliche si sta meglio con gli
altri
Bere una bevanda alcolica rende più creativi
Se uno comincia a bere poi non può più smettere
Un uomo forte beve alcolici
%
d’accordo
75,8
68,1
63,1
59,0
% non
d’accordo
24,2
31,9
36,9
41,0
52,8
47,2
35,6
35,4
31,9
30,1
23,9
64,4
64,6
68,1
69,9
76,1
20,8
79,2
13,7
12,5
2,1
86,3
87,5
97,9
Fonte: Istituto Iard 2003
Come si può osservare, gli atteggiamenti complessivi verso il consumo di alcol
derivano da un mix di accettazione culturale del bere moderato, conoscenza
dei danni legati all’abuso soprattutto se reiterato, sottovalutazione dei limiti
accettabili. Al di là delle convinzioni sedimentate dalla tradizione, nel complesso
prevale un orientamento ad una valutazione negativa del consumo; tuttavia
larghe minoranze sembrerebbero aver abbracciato criteri di giudizio molto meno
severi, tanto da far prevalere aspetti positivi.
Non stupisce, in questo contesto, come l’abuso di bevande alcoliche, e dunque
l’esperienza dell’ubriacatura, sia assai diffusa nel campione intervistato, come
si è visto in precedenza (cfr. tab. 4). Tuttavia l’ampiezza del fenomeno è tale
da estendere l’esperienza dell’abuso anche a chi ne avrebbe una visione poco
edificante: è questa un’ulteriore prova che spesso a conoscenza e ad atteggiamenti
corretti non necessariamente conseguono comportamenti adeguati.
Iniziamo con l’abitudine del bere fuori pasto. La birra è nettamente la
bevanda alcolica più popolare tra i giovani (il 47,5% la beve almeno una volta
alla settimana fuori pasto) mentre il vino è, con qualche sorpresa, poco diffuso
33
Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
Capitolo 2
(l’incidenza di chi lo beve almeno una volta alla settimana fuori pasto è del
18,2%) superato anche dagli aperitivi alcolici (21,6%), dai superalcolici (19,3%)
e perfino dagli amari e digestivi (18,3%) (cfr. tab. 6).
Tab. 6. Frequenza con cui si bevono alcolici fuori pasto per tipo di bevanda (giovani
trentini 15-29enni; valori percentuali)
Bevande
Vino
Birra
Aperitivi alcolici
Digestivi, amari
Superalcolici
Liquori fatti in casa
Tutti
i giorni
1,2
3,0
0,6
1,0
0,2
0,3
Frequenza
Più volte la Una volta la
settimana
settimana
7,2
9,9
23,7
20,9
7,9
13,1
6,8
10,5
5,0
14,1
3,7
9,8
Più
raramente
21,5
18,2
25,6
21,2
28,7
35,5
Mai
60,2
34,2
52,8
60,5
52,0
50,7
Fonte: Istituto Iard 2003
Dall’indagine è stato possibile ricavare un indice complessivo di contatto
con le sostanze alcoliche fuori dai pasti sulla base delle abitudini di assunzione
settimanale. I risultati sono esposti in tabella 7; un maschio ogni cinque e una
femmina ogni dodici possono essere considerati consumatori abituali (bevono
più volte alla settimana), forte è anche l’uso settimanale, verosimilmente il sabato
sera, che riguarda più della metà dei maschi e più di un terzo delle femmine. La
consuetudine del bere si massimizza in corrispondenza delle fasce di età comprese
tra i 18 e 24 anni e assume una dimensione più consistente ovviamente tra i
maschi. E’ evidente che il fenomeno si collega al significato conviviale e sociale,
particolarmente diffuso all’interno del gruppo dei pari, e in connessione con
la frequentazione di pub, bar, discoteche. Da ciò, come s’è visto, discende il
primato della birra e il declino del vino.
Tab. 7. Tipologia di abitudine all’uso di bevande alcoliche fuori dai pasti (giovani
trentini 15-29enni; valori percentuali)
Non
bevitori
Bevitori
settimanali
Bevitori
abituali
Totale
Genere
maschi
femmine
41,7
27,9
55,2
42,5
36,0
35,3
46,8
44,0
51,7
36,5
48,7
47,1
47,8
39,9
14,3
20,4
8,3
8,8
16,9
16,9
13,3
34
Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
15-17
Età
18-20
21-24
25-29
Capitolo 2
15-17
Non
bevitori
Bevitori
settimanali
Bevitori
abituali
Età maschi
18-20 21-24
25-29
15-17
Età femmine
18-20 21-24
25-29
34,0
24,1
25,0
29,4
50,0
47,2
45,6
64,3
56,6
54,2
47,6
51,8
41,7
40,4
48,0
27,9
9,4
21,7
27,4
18,8
8,3
12,4
6,4
7,8
Fonte: Istituto Iard 2003
Prendendo in considerazione l’intero campione dei 15-29enni e la prospettiva
temporale degli ultimi tre mesi, il 3,8% dichiara di essersi ubriacato abbastanza
spesso, il 42,9% di averlo fatto almeno una volta e il 53,2% di essere estraneo
all’esperienza. Tuttavia la distribuzione subisce forti influenze in relazione alle
variabili socio-anagrafiche.
La distinzione tra maschi e femmine si rivela indispensabile. Facendo
riferimento agli ultimi tre mesi i tre quinti dei ragazzi è incorso almeno una
volta nell’abuso (anche leggero), per alcuni la ricorrenza del fenomeno non
appare sporadica (un giovane su quattro) e per altri si può parlare di vera e
propria abitualità (un giovane su sedici). Anche molte ragazze non sono avulse
dall’esperienza, ma la loro numerosità è nettamente inferiore (un terzo) e assume
maggiormente i toni dell’occasionalità (cfr. tab. 8).
Altrettanto importante la distinzione per fasce di età. In questo caso, superati
i vent’anni, l’abuso sembra decrescere, riducendosi considerevolmente dopo i
25 anni (cfr. tab. 8). La costanza dell’abuso appare piuttosto ristretta (anche
se con una punta preoccupante tra i minorenni) tuttavia prevale in modo
massiccio l’occasionalità dell’ubriacatura: in altre parole ci sono più 15-20enni
trentini che hanno “alzato il gomito” negli ultimi tre mesi di quanti non l’hanno
fatto e tra i 21-24enni i due gruppi si equivalgono; solo l’ultima fascia di età è
meno coinvolta. E’ probabile che agisca quel fenomeno, assai diffuso nei paesi
anglosassoni, del binge-drinking, ovvero del bere per sballare, che consiste in
bevute massicce ma occasionali, del resto favorite dall’ampia offerta di happy
hour che sta caratterizzando il territorio.
La combinazione genere/età ovviamente esalta i gruppi maggiormente esposti:
i sottogruppi possono essere messi su un continuum lineare ordinato secondo
il genere e, all’interno del genere, secondo l’età e che va dai maschi più giovani
(massimo coinvolgimento) alle femmine meno giovani (minimo coinvolgimento)
(cfr. seconda parte tab. 8).
35
Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
Capitolo 2
Tab. 8. Si sono ubriacati negli ultimi tre mesi per genere ed età (giovani trentini
15-29enni; valori percentuali)
Totale
Abbastanza
spesso
Almeno una
volta
Mai
15-17
Età
18-20
21-24
25-29
3,8
6,2
1,6
7,2
2,9
4,0
3,3
42,9
53,8
32,2
49,6
56,7
46,6
34,6
53,3
40,0
66,2
43,2
40,4
49,4
62,1
15-17
Abbastanza
spesso
Almeno una
volta
Mai
Genere
maschi
femmine
Età maschi
18-20 21-24
25-29
15-17
Età femmine
18-20 21-24
25-29
11,5
4,8
4,8
6,1
3,4
1,1
3,2
0,4
55,8
64,7
55,7
47,6
44,1
45,5
37,6
21,6
32,7
26,5
39,5
46,3
52,5
53,4
59,2
78,0
Fonte: Istituto Iard 2003
La residenza dei giovani (città o valle) non sembra eserciti una influenza
significativa, mentre le caratteristiche sociali e culturali della famiglia di origine
hanno un peso non irrilevante. Tuttavia il fatto che l’esposizione maggiore si
riveli tra i giovani di famiglia di classe superiore (figli di imprenditori, dirigenti,
liberi professionisti) o della piccola borghesia autonoma (figli di artigiani o
commercianti) mostra come l’abuso di alcol non dipenda da condizioni di
disagio ma, al contrario, si associ a condizioni di benessere (redditi e possibilità
di consumo più elevati). Anche il background culturale dei genitori agisce in
modo sorprendente: i giovani con genitori mediamente più istruiti mostrano
livelli di coinvolgimento nel fenomeno superiori rispetto a quelli meno istruiti.
Ciò ci fa pensare che agiscano differenti strutture familiari e diversi modelli
socializzativi; sta di fatto che i giovani meno esposti in assoluto sono i figli di
operai con un modesto livello di scolarità (cfr. tab. 9).
L’eccesso reiterato e non occasionale, non appare particolarmente ampio
coinvolgendo nel complesso il 3,8% dei giovani trentini. Tuttavia tra i vari
gruppi vi sono alcune punte massime assai più elevate (ad esempio l’11,5% tra
i maschi 15-17enni) che si pongono come l’apice di un iceberg che rivela una
forte diffusione del bere tra le nuove generazioni.
36
Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
Capitolo 2
Tab. 9. Si sono ubriacati negli ultimi tre mesi per classe sociale e capitale culturale
della famiglia (giovani trentini 15-29enni; valori percentuali)
classi
super.
Abbastanza
spesso
Almeno
una volta
Mai
Classe sociale
piccola
ceto medio
borghesia
impiegatizio
autonoma
Capitale culturale
classe
operaia
alto
medioalto
mediobasso
basso
3,8
4,2
3,5
4,1
1,2
5,0
3,3
4,6
48,5
40,4
48,5
38,7
50,6
50,5
40,6
34,9
47,7
55,4
48,0
57,2
48,2
44,5
56,1
60,5
Fonte: Istituto Iard 2003
A dimostrazione che esiste una specifica relazione tra abuso anche occasionale
e abitudine al contatto non occasionale con la sostanza alcolica , basterebbe
osservare come tra chi non beve mai fuori pasto la possibilità di ubriacarsi è assai
ridotta (12,4%), ma sale vertiginosamente anche solo tra chi beve non più di
una volta alla settimana (69,1%), per incrementarsi ulteriormente (74,7%) se
l’abitudine al bere fuori pasto assume i caratteri della maggiore abitualità (cfr.
tab. 10).
Tab. 10. Si sono ubriacati negli ultimi tre mesi per l’abitudine al bere fuori pasto
(giovani trentini 15-29enni; valori percentuali per colonna)
Si sono
ubriacati:
Mai
Almeno una
volta
Abbastanza
spesso
Non
bevitori
87,6
Abitudine a bere fuori pasto
Bevitori
settimanali
29,9
Bevitori
abituali
25,3
12,4
63,8
67,2
0,0
6,3
7,5
Fonte: Istituto Iard 2003
37
Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
Capitolo 2
2.4. L’alcol in azienda
Il progetto “Alcol e mondo del lavoro”8, promosso dall’Azienda Sanitaria, pur
essendo finalizzato principalmente ad indirizzare gli interventi di informazione e
sensibilizzazione a favore dei rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza (RLS)
e dei responsabili del Servizio Promozione e Protezione (RSPP) aziendali, ha
sviluppato una interessante ricerca sulla percezione del fenomeno dell’alcol tra
i lavoratori in relazione alla sua influenza sugli infortuni.
Da questa indagine emerge che l’assunzione di alcolici sia particolarmente
diffusa. Detto che il 79,6% del campione intervistato dichiara di bere attualmente
alcolici (e solo il 16,6% di non averne mai bevuti), la quantità di alcol bevuta
in una settimana appare correlata ad alcune variabili socio-anagrafiche (cfr. tab.
11) e ad alcuni comportamenti o eventi specifici (cfr tab.12).
Come già per i giovani, anche tra i lavoratori il genere influenza in modo
cospicuo l’abitudine al bere, soprattutto quando le quantità calcolate su base
settimanale cominciano a diventare considerevoli. L’età ha un ruolo significativo
ma non lineare: sono i più giovani (lavoratori sotto i 25 anni) a massimizzare l’uso
di alcol, ma coloro che hanno 40 anni ed oltre bevono di più dei 25-39enni.
L’indagine ha anche messo in evidenza come vi sia una relazione di particolare
rilevanza tra l’uso di alcol ed abitudine al fumo. I non fumatori si dimostrano
sostanzialmente degli astemi o dei bevitori modesti, gli ex-fumatori bevono di
meno dei fumatori, e la quantità di bevande alcoliche consumate settimanalmente
è direttamente proporzionale al numero di sigarette fumate: se tra chi non fuma
affatto solo nel 2,9% dei casi si eccede oltre le 28 unità di alcol settimanale, tra
chi fuma più di un pacchetto di sigarette al giorno tale limite è oltrepassato da
ben il 21,4% dei casi.
Inoltre chi beve sembra abbia maggiori probabilità di assentarsi dal lavoro per
malattia, di avere più infortuni sul lavoro, di incorrere in più incidenti stradali
sia durate l’attività lavorativa che durante il tempo libero (cfr. tab. 12, seconda
parte).
8
Il progetto, condotto dai Servizi Alcologia dell’Azienda Sanitaria, ha visto la collaborazione dell’As
sociazione Industriali, dell’Associazione Artigiani, della Confederazione sindacale CGIL, CISL, UIL,
dell’Agenzia del Lavoro. Per la parte di ricerca ha collaborato il Servizio di Epidemiologia dell’Università
di Udine. L’indagine ha coinvolto nel complesso 2000 lavoratori trentini.
38
Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
Capitolo 2
Tab. 11. Unità alcoliche bevute in una settimana per genere ed età (lavoratori
trentini; valori percentuali)
Genere
maschi
femmine
8,5
0,9
14,5
2,6
17,3
6,6
12,5
8,1
21,8
22,7
8,3
19,4
17,1
39,6
Totale
Più di 28 unità
15-28 unità
8-14 unità
5-7 unità
2-4 unità
Una unità
Nessuna unità
6,7
11,8
14,8
11,5
22,0
10,9
22,5
Età
25-39
4,2
8,9
13,8
12,1
24,7
12,6
23,8
< 25
10,4
14,2
16,0
13,5
20,1
9,7
16,0
> 39
8,0
15,3
16,1
9,2
19,0
8,2
24,3
Fonte: Azienda provinciale per i Servizi Sanitari - Trento
Tab. 12. Unità alcoliche bevute in una settimana per abitudine al fumo, giorni di
malattia e vari tipi di infortunio (lavoratori trentini; valori percentuali)
Abitudine al fumo
Non
Ha
Fuma
fuma
fumato
Più di 28
unità
15-28 unità
8-14 unità
1-7 unità
Nessuna
unità
Nessuna
1-10 gg
> 10 gg
2,9
6,2
10,3
5,6
6,4
11,8
7,1
11,8
46,3
15,1
16,3
41,2
14,5
17,2
42,8
11,2
12,5
46,8
12,6
16,6
43,0
11,5
17,9
37,0
31,9
21,1
15,3
23,9
21,4
21,8
n. infortuni sul
lavoro ultimo
anno
Uno o
Nessuno
più
Più di 28
unità
15-28 unità
8-14 unità
1-7 unità
Nessuna
unità
Giorni di malattia ultimo anno
n. incidenti stradali
per lavoro ultimo
anno
Uno o
Nessuno
più
n. incidenti stradali uso
privato ultimo anno
Nessuno
Uno o più
6,4
10,5
6,2
18,0
6,0
15,3
11,7
14,7
44,7
12,6
6,1
37,8
11,8
14,6
44,5
6,6
19,7
37,7
11,3
14,8
45,0
17,7
16,9
33,1
22,5
23,1
22,8
18,0
22,9
16,9
Fonte: Azienda provinciale per i Servizi Sanitari - Trento
39
Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
Capitolo 2
2.5. Alcol e prevenzione: alcuni esempi di iniziative di successo
I Servizi di Alcologia, oltre ad esercitare una importante funzione di cura,
svolgono un compito di prevenzione assai esteso. La gran parte degli interventi
preventivi, ma non in modo esclusivo, è indirizzata alla popolazione giovanile.
Molti progetti hanno avuto un’estensione territorialmente localizzata come ad
esempio “Liberi di essere liberi” con il bus Doroty in Val di Fiemme, il progetto
“L’alcol non mi fa la festa” con il bus “Stentesanibus” in Val di Sole o il progetto
“Zero gradi” di Rovereto. Altre iniziative hanno avuto invece una dimensione
provinciale. Di queste ultime facciamo qui cenno a quelli più significative.
Progetto “Salute, alcol e fumo”
É un progetto ideato per le scuole elementari e medie inferiori e che si è poi
successivamente esteso alle scuole materne. E’ accentrato su corsi di formazione
per insegnanti finalizzati all’uso di un pacchetto didattico presso le rispettive
classi. Il programma punta non su messaggi proibizionistici ma sul trasferi
mento a bambini e ragazzi di competenze atte a leggere le proprie emozioni,
ad aumentare l’autostima e ad evidenziare capacità di non adeguamento alle
richieste del gruppo dei pari nel momento in cui sottendessero comportamenti
pericolosi per la salute. Il progetto ha coinvolto una percentuale considerevole
di bambini e ragazzi: a seconda degli anni il tasso di copertura degli alunni di
quinta elementare ha oscillato tra il 13 e il 24% e quello degli studenti di seconda
media tra l’11 e il 27%.
Progetto “Scuole superiori”
Gli interventi nelle scuole medie superiori prevedono la presenza in classe
dell’operatore del Servizio di Alcologia. Tuttavia, nella consapevolezza che le
iniziative sporadiche e casuali non danno alcun risultato apprezzabile, il pro
getto è organizzato su un percorso complesso che vede gli insegnanti coinvolti
nell’intervento fin dall’inizio. In sintesi il “pacchetto” prevede: un incontro
di 3 ore precedenti l’intervento tra l’operatore del Servizio e gli insegnanti
coinvolti al fine di condividere l’approccio al problema e i messaggi univoci da
comunicare ai ragazzi; un lavoro di gruppo di 3 ore da svolgere in classe sulle
norme sociali relative ad alcol e fumo; un lavoro individuale di mezz’ora sulla
tematica dell’alcol partendo da tracce preventivamente fornite; un supporto
informativo (due capitoli di un testo) relativo all’educazione razionale emotiva;
l’impegno dell’insegnante a riprendere in classe l’argomento più volte durante
l’anno scolastico. Solo alla fine di questo iter l’operatore del Servizio di Alcolo
gia interviene in classe con un programma di 3 ore e che svolge partendo dagli
elaborati dei ragazzi stessi.
40
Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
Capitolo 2
Progetto “Alcol e fumo nei giovani: lo sport come strumento di protezione della
salute”
Il progetto, che ha avuto l’appoggio formale del CONI, è stato condotto con la
collaborazione di alcune Federazioni sportive (calcio, pallavolo, pallacanestro,
atletica leggera, sport invernali) si è accentrato sull’organizzazione di corsi di
informazione per gli allenatori delle Federazioni interessate allo scopo di renderli
in grado di svolgere un’attività di sensibilizzazione presso i giovani. Per l’occasione
sono state ristampate 40 mila copie dell’opuscolo “Frena l’alcol… fai correre la
vita”, sulla prevenzione degli incidenti stradali alcolcorrelati ed è stato creato un
nuovo depliant, dal titolo “Alcol meno è meglio”, stampato in 150 mila copie,
per l’informazione delle famiglie dei giovani sportivi. A fini didattici è stato
utilizzato un ulteriore opuscolo (“Alcol piacere di conoscerti”), distribuito agli
allenatori coinvolti. Oltre ai corsi sono stati organizzati, in collaborazione con
diverse società sportive, degli incontri pubblici (“Mens sana in corpore sano”) che
hanno richiamato oltre mille partecipanti tra addetti ai lavori, giovani sportivi e
famigliari. Il progetto ha avuto successo, e in particolare ha determinato l’inse
rimento nei corsi futuri per allenatori delle Federazioni interessate un modulo
orientato alla sensibilizzazione sui problemi relativi all’alcol e al fumo.
Progetto “Scuole guida”
Iniziato sperimentalmente dal Centro di Alcologia del Distretto “Valli Giu
dicarie e Rendena”, il progetto si è in seguito esteso all’intera Provincia. E’
basato su corsi di 4 ore rivolti agli istruttori di scuola guida al fine di renderli in
grado di condurre una lezione su alcol e guida ai patentandi. Successivamente
in occasione dell’entrata in vigore della patente a punti è stato preparato del
materiale didattico finalizzato all’organizzazione da parte delle autoscuole dei
corsi recupero-punti che, per legge, prevedono una lezione di due ore su guida
e sostanze psicotrope.
Progetto “Pub & disco”
Su due camper appositamente attrezzati con etilometro, dei giovani operatori
stazionano nelle ore notturne – dalle 22 alle 4 – davanti a pub e discoteche o nelle
feste campestri durante il periodo estivo per instaurare relazioni di dissuasione
alla guida dopo aver assunto alcolici. Come in altre iniziative è stato distribuito
l’opuscolo “Frena l’alcol… fai correre la vita”.
Progetto “Alcol e mondo del lavoro”
Il progetto di prevenzione dell’uso di alcol tra i lavoratori, si è accentrato su
corsi ai rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza (RLS) e ai responsabili del
Servizio Promozione e Protezione (RSPP) in modo tale da dotarli di strumenti
di informazione e di sensibilizzazione sui problemi alcolcorrelati. Dal punto di
vista divulgativo è stato pubblicato un opuscolo dal titolo “Frena l’alcol… lavora
sicuro”. Si sono poi attivati alcuni progetti pilota in imprese di piccole dimensioni
41
Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
Capitolo 2
con interventi di informazione e sensibilizzazione a tutti i lavoratori. La ricaduta
più significativa di questa sperimentazione è la collaborazione instauratasi con
l’Agenzia del Lavoro della Provincia Autonoma di Trento che ha fatto sì che il
progetto avesse una sua continuità futura. Infatti nel corso di base obbligatorio
per la formazione degli RLS che l’Agenzia organizza ogni anno sono stati inserite
quattro ore riguardanti i problemi alcolcorrelati con particolare riferimento agli
infortuni sul lavoro attribuibili all’uso di bevande alcoliche.
2.6. Alcol e prevenzione: linee di intervento
Le iniziative descritte nel paragrafo precedente hanno dato buoni risultati in
quanto a coinvolgimento e a interesse suscitato. Laddove è stata tentata una
valutazione su come tali iniziative avessero inciso sui comportamenti abituali
della popolazione implicata9, i riscontri sono stati tuttavia modesti e del resto gli
stessi organizzatori si son detti perfettamente consapevoli che i risultati potranno
essere valutati sul lungo periodo e non su quello breve.
Quali altre linee d’azione perseguire nel campo della prevenzione in questo
ambito specifico? Può essere interessante riportare i risultati emersi dalla
realizzazione di una serie di interviste in profondità a testimoni privilegiati
realizzate nell’ambito del Rapporto sui comportamenti a rischio per l’abuso di alcol
nei giovani trentini di 13-16 anni condotto nel 2004 da una equipe dell’Università
di Padova10. Per quanto riguarda le strategie preventive, le proposte avanzate
sono state così sintetizzate:
- spazi di formazione per gli insegnanti, allo scopo di promuovere una scuola
creativa con percorsi differenziati e, per alcuni periodi, all’esterno della scuola
stessa, con possibilità di rientro nel ciclo normale;
- sportelli e gruppi per genitori, utilizzando anche la formazione specifica pre
vista per loro dalla Legge 160 ;
- sperimentazione di progetti anti-dispersione con scuole pilota, per i quali in
Trentino sono presenti sia risorse culturali sia economiche;
- istituzione di progetti per creare tra i ragazzi figure di testimoni che possano
impegnarsi con i compagni in attività che riscuotano l’interesse e permettano
il protagonismo anche dei più isolati o emarginati, come spot, riviste, fumetti,
gruppi musicali e sportivi, spettacoli e concorsi a premi;
Ad esempio nei progetti “Alcol e fumo neo giovani:lo sport come strumento di protezione della salute”
e “Alcol e mondo del lavoro” la valutazione è stata condotta attraverso rilevazioni diacroniche ante e
post l’intervento preventivo
10
Cfr. G.Fava Vizziello et al., op cit.; le interviste sono state condotte a 13 testimoni privilegiati che per ruolo
e competenza professionale sono state interrogate sul fenomeno dell’uso di alcol tra i giovani trentini
9
42
Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
Capitolo 2
- progetti per il coinvolgimento di adulti di riferimento, in particolare gli al
lenatori sportivi e i DJ, che potrebbero svolgere utilissime funzioni essendo
spesso figure di identificazione, collaborare con i gestori di pub e discoteche
e monitorare il loro punto di vista.
Dai testimoni privilegiati, dunque, emergono soprattutto proposte che
agiscono in prima istanza sugli adulti che stanno a contatto con i giovani
(insegnanti, genitori e altri adulti significativi). Significativa è anche la proposta
di peer education accentrata sulla capacità stessa dei giovani di coinvolgere i pari
nel processo di sensibilizzazione contro l’abuso di bevande alcoliche. Tuttavia
la chiave interpretativa che emerge è che l’alcol sia una risposta al disagio e alla
dispersione scolastica, a problematiche di relazione con i genitori, all’isolamento
e alla emarginazione e, come tale, sono queste manifestazioni che debbono essere
affrontate per ridurre la contiguità giovanile alla sostanza. In realtà i dati mostrano
come l’ampiezza del fenomeno coinvolga di fatto giovani perfettamente integrati
nei vari contesti socializzativi. Il disagio potrà anche essere – anzi, lo è senz’altro
– un fattore che moltiplica le probabilità dell’abuso, ma non può certamente
essere individuato come la causa del fenomeno. Allora la prevenzione dovrebbe
soprattutto tentare di incidere sulle emergenti culture giovanili che considerano
la bevanda alcolica come una delle tante espressioni che si accompagnano alla
socialità.
Ciò non toglie che possano anche essere messe in atto misure emergenziali
al fine di limitare il fenomeno nell’ottica della riduzione del danno. Nel caso
del tentativo di porre un freno agli incidenti stradali dovuti al tasso alcolico,
nell’indagine citata alcuni testimoni privilegiati suggerivano:
- la possibilità di impedire l’entrata nelle discoteche a chi si presenta già ubria
co, dal momento che la chiusura anticipata non sembra sortire consistenti
effetti positivi; si ritiene piuttosto che sia importante prevedere una piccola
somministrazione di cibo gratuito a partire da una certa ora per diminuire
l’effetto dell’alcol sommato all’abbassamento della glicemia;
- la disponibilità di etilometri all’uscita delle discoteche e dei locali frequentati
dagli adolescenti in modo che i ragazzi possano rendersi conto di non essere
in grado di giudicare la propria alcolemia;
- l’organizzazione di trasporti pubblici che accolgano e risolvano la necessità
dei ragazzi di spostarsi dai luoghi di residenza ai luoghi di divertimento e
viceversa;
- campagne di formazione per i conduttori dell’auto, incentivando l’astensione
da alcolici attraverso il loro ingresso gratuito nei locali.
Sulla falsariga di queste proposte, qualcuna delle quali già realizzata sul
territorio, nella pubblicazione curata da Transcrime sulla prevenzione degli
incidenti stradali alcolcorrelati sono citate in modo esemplificativo alcune
43
Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
Capitolo 2
iniziative 11: le feste Alcohol Free (feste pubbliche in cui non si servono bevande
alcoliche e che favoriscano il divertimento e la socialità slegati dal consumo di
alcolici); i bus navetta (servizio offerto ai giovani affinché la sera non utilizzino
l’automobile per recarsi nei locali di divertimento); il Sober Ride (servizio di taxi
offerto in occasione di eventi particolari; chiamando un numero verde l’utente
viene accompagnato gratuitamente presso la propria abitazione).
11
Transcrime, Provincia Autonoma di Trento, “Prevenire gli incidenti alcolcorrelati” , infosicurezza 1,
Trento, 2004
44
Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
Capitolo 3
Il sistema dei servizi di riabilitazione e prevenzione del consumo rischioso
di alcol in Trentino: linee d’azione, buone prassi e prospettive
3.1. Premessa
Bruno Bertelli
Con questo contributo si intende analizzare il sistema dei servizi socio-sanitari
che in Trentino è chiamato, in primis, ad operare sulle problematiche alcolcorrelate, al fine di evidenziarne aspetti di articolazione strutturale e funzionale,
di efficienza e, per alcuni progetti sviluppati e implementati, anche di efficacia
nel conseguimento di importanti e significativi obiettivi. Si tratta soprattutto
di cogliere la mission e le linee d’azione del sistema per individuare il tipo di
modello programmatico che lo caratterizza sul piano operativo e per verificare la
bontà di alcune prassi. Si vuole poi tentare di suggerire alcuni possibili sviluppi,
soprattutto in ottica preventiva, nella direzione di una politica sociale volta ad
integrare più livelli di servizi e di competenze a fronte di un fenomeno, quello
del consumo non moderato di alcol, che presenta valenze che vanno ben oltre
il sanitario.
Per meglio analizzare come si sono sviluppate le politiche e i servizi locali nel
settore del contrasto e della prevenzione dei problemi connessi al consumo di
bevande alcoliche, è necessario rendere conto dell’evoluzione del fenomeno del
consumo e dell’abuso e di quali nuovi significati vengano ad esso associati sul
piano culturale e sociale, sia da chi ne è direttamente coinvolto, sia da chi ha
responsabilità politiche.
Lo sviluppo dell’argomentazione procederà quindi cercando di cogliere il
vecchio e il nuovo nelle tendenze comportamentali legate ai consumi alcolici per
vedere, alla luce dell’evoluzione delle tendenze al bere, se le risposte sociali ed
istituzionali sono adeguate per contrastare gli “effetti perversi” di un fenomeno
che ha sempre caratterizzato la nostra società, seppur in forme e con impatti
diversi sulla vita relazionale e sociale, a seconda dei contesti più o meno agricoli,
più o meno urbani, più o meno sviluppati o più o meno consumistici. Non
bisogna, infatti, dimenticare che per comprendere la dimensione socio-culturale
del problema alcol è indispensabile cogliere il significato del consumo di bevande
alcoliche entro i contesti sociali di appartenenza, che sono caratterizzati da
45
Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
Capitolo 3
condizioni materiali, da riferimenti normativi, da aspettative, da riti, da credenze
circa l’uso, l’abuso, la trasgressione, nonché da luoghi e situazioni di concreta
sperimentazione del consumo alcolico.
Sono state messe largamente in evidenza, anche da una letteratura sociologica
italiana (Cattarinussi, 1992, Rolli e Cottino, 1992, Prina, 1997) le differenti
funzioni del consumo di alcol: nutritiva (azione calorico- alimentare), utilitaristica
(azione soporifera e di riscaldamento corporeo), farmacologia (azione lenitiva),
rituale (azione celebrativa), socializzante (azione ricreativa). Non v’è dubbio
che oggi altre funzioni, a sfondo edonistico, emergono dal comportamento di
una quota non trascurabile di giovani, anche di minore età, che “vivono l’alcol”
per sentirsi “disinibiti” nelle relazioni interpersonali (più disinvolti e socievoli),
per sentirsi parte del gruppo (effetto omologante), per dimostrarsi diversi e
trasgressivi (sfida verso le regole socialmente condivise), per sentirsi protagonisti
(ostentazione di chi mostra di sopportare l’alcol più degli altri), per provare il
limite (sperimentazione del corpo fino al limite dello star male).
Naturalmente l’alcol essendo una sostanza psicoattiva, ma legale, facilmente
reperibile e a basso costo, può assumere chiari significati autodistruttivi, sia negli
adulti (alcolismo cronico) sia nei giovani, qualora venga vissuto come una specie
di “droga anestetizzante” per coprire disagi personali, familiari, occupazionali e
“fuggire” sofferenze esistenziali.
A partire soprattutto dalla seconda metà degli anni ‘90 si sta compiendo,
alla luce delle nuove modalità del bere giovanile, un passaggio importante sul
modo d’intendere il bere nella nostra società. Ad una cultura, di tradizione
mediterranea, che, si è sempre dimostrata permissiva verso un’abitudine alcolica
integrata nella dieta alimentare, si somma una cultura delle nuove generazioni
che si connota sempre più per l’affermazione di modelli di chiara derivazione
nordica, con una modalità di bere caratterizzata da birra e superalcolici, in luoghi
e contesti non domestici e non associata ai pasti. Questo più vario e complicato
assetto di modi d’intendere l’alcol, e dei comportamenti conseguenti, mette in
discussione vecchi modelli di controllo del fenomeno ed apre nuovi interrogativi
su come orientare al meglio le azioni preventive e di contrasto degli “effetti
negativi” che il consumo non moderato di alcolici produce nel breve, nel medio
e nel lungo periodo.
La percezione, avvalorata da riscontri empirici, è che la questione alcol si
propone oggi, sulla scena sociale, con toni allarmanti per la forte esposizione
del mondo giovanile e che l’azione dei servizi non sembra ancora riuscita a
raggiungere le condizioni ottimali di una forza preventiva in grado di mostrare
segni di inversione della tendenza all’espansione del fenomeno e delle sue
conseguenze sociali. Fino a che punto questa possa essere una percezione fondata
46
Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
Capitolo 3
o distorta è un interrogativo cui si cercherà di dare risposta in questo contributo
anche alla luce di dati provenienti da fonti qualificate. Di certo rimane centrale
la questione del nesso fra servizi e contenimento del fenomeno e delle condotte
a rischio, anche se le logiche che guidano l’azione degli uni e i comportamenti
degli altri possono talora viaggiare su lunghezza d’onda diverse e faticare assai nel
trovare quei punti di convergenza capaci di modificare dei veri e propri stili di
condotta . Riflettere sui modelli operativi e sui criteri di efficacia ad essi collegati
è una delle sfide più importanti sul piano politico ed operativo: una sfida entro
cui sono impegnati, già da alcuni anni, numerosi autorevoli attori della realtà
trentina che, con senso di responsabilità, si muovono in questa direzione.
3.2. Alcol come questione sociale e linee d’intervento
L’alcol è una sostanza, diffusa in quasi tutte le società del mondo, che si presta
ad essere analizzata, studiata e trattata da diversi punti di vista, per le molteplici
valenze che presenta sul piano storico, culturale, religioso, economico, sociale,
politico e sanitario. Gli studi e le ricerche sull’alcol sono svariate e le metodologie
e le posizioni sono altrettanto varie e differenziate, anche solo all’interno di uno
stesso approccio disciplinare (psicologico, sociologico, clinico…). Si trovano,
ad esempio, numerose ricerche, in campo medico ed epidemiologico, che sot
tolineano e confermano la “pericolosità” della sostanza per la salute individuale
e sociale e alcune ricerche che evidenziano l’effetto positivo che, in certi gruppi
sociali, l’uso moderato dell’alcol può avere nella prevenzione di alcune malattie
cardiovascolari e del diabete12.
Va da sé che il bere è parte di una cultura che ha radici storiche profonde e
che rendono l’assunzione di alcol un dato di fatto che non può essere rimosso
e che non è neppure pensabile rimuovere, per la ragione che il senso comune
ha sempre riconosciuto accettabilità e legittimità sociale alle bevande ottenute
dalla fermentazione di prodotti naturali contenenti carboidrati e lievito (frutti e
cereali) ed aventi un certo valore nutritivo ed energetico. Nell’ambito della nostra
cultura e della nostra società l’alcol è sempre stato considerato un alimento di
cui è bene non abusare per gli effetti “perversi” che può produrre. Socialmente
accettato, strettamente legato a funzioni alimentari e a momenti di celebrazione,
di ospitalità e di festa, l’alcol, qualora diventi un’abitudine “viziosa”, e dunque
fuori dal controllo razionale dell’individuo e dagli schemi socialmente condivisi,
12
Un basso consumo regolare (sui 10 grammi al giorno) in certi gruppi è associato alla riduzione del rischio
di malattie cardiovascolari e del diabete di tipo 2. Tale effetto sarebbe associato alla presenza benefica di
un antiossidante, il resveratrolo, contenuto soprattutto nel vino rosso. Nessuna ricerca, però, suggerisce
di usare l’alcol come un mezzo per ridurre i rischi di queste malattie. Secondo l’ O.M.S. in nessun caso
l’alcol può essere raccomandato come farmaco preventivo.
47
Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
Capitolo 3
riversa un’immagine negativa sul bevitore ed espone il suo comportamento a
un processo di stigmatizzazione sociale. Così è stata ed è ancora, da parte di
molti, la considerazione, del consumo di alcol nella nostra società: un consumo
legittimo, tendenzialmente permissivo, regolato da norme e consuetudini e per
lo più integrato intorno alla funzione alimentare.
Oggi, tuttavia, la questione alcol è diventata assai più complessa per la ragione
che si sono create correnti sottoculturali a livello giovanile, se non delle vere
e proprie mode, che, aiutate da un crescente clima di relativismo normativo
(Bertelli, 2000) tendono ad ammettere, al loro interno, l’uso esagerato di
alcol a fini di ubriacatura o di “sballo”. E questo avviene con l’accettazione,
l’incentivazione o, nel migliore dei casi, con una sostanziale indifferenza di molti
giovani verso un comportamento “pericoloso” che il resto della società tende
ancora ad etichettare in modo decisamente negativo.
Assistiamo così all’assommarsi, nel nostro ambiente sociale, di due effetti
negativi del consumo alcolico: quello derivante da un bere “smodato” ed
“esagerato” connesso ad un consumo “tradizionale” a prevalente funzione
alimentare e ricreativa (riguardante soprattutto fasce di popolazione adulta)
e quello connesso ad una eccesso momentaneo e intermittente di bevande
alcoliche ai fini di una intenzionale modifica del comportamento in funzione di
una “fittizia” relazionalità - ricerca dell’euforia o dello “sballo” per sentirsi meno
inibiti - (coinvolgente soprattutto la parte giovanile della popolazione).
Quando si afferma questo va, tuttavia, sempre ricordato che parliamo di due
aspetti che coinvolgono una ridotta minoranza della popolazione, sia che il
riferimento sia all’etilismo acuto (il binge drinking) sia all’etilismo cronico di
chi, per lungo tempo e continuità, ha abusato di alcol.
Fino agli inizi degli anni ’90 nella società italiana e in quella trentina si
poteva ancora operare una chiara distinzione fra un “bere” connesso ad un
modello idealtipico definito “cultura bagnata”, diffuso nei paesi mediterranei
e prevalentemente centrato sul vino, diverso e, in parte contrapposto, a quello
definito “cultura asciutta”, diffuso nei paesi anglosassoni e nordici, e imperniato
sulla birra e i superalcolici. I due modelli, proposti agli inizi degli anni ’90
(Cottino, 1992 e Prina, 1993), rendono conto del consolidamento nel tempo
di un tipo di tradizione, ma oggi debbono essere in gran parte rivisti alla luce di
un processo di omologazione dei consumi dovuto al processo di globalizzazione
sia economica (ampliamento dei mercati), sia comunicativa (mass –media e
internet), sia sociale (mobilità), che fa sì che «nei paesi tradizionali produttoriconsumatori di un tipo di bevanda alcolica tende a diminuire il consumo di
questa e ad aumentare in proporzione la preferenza per quelle culturalmente
“estranee” di recente produzione o importazione. La bevanda leader rimane ancora
48
Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
Capitolo 3
quella “tipica”, con le nuove che si aggiungono o si sostituiscono»(Quartini A.,
Cipriani F., 2000). Cosicché insieme alla cosiddetta cultura bagnata e a quella
asciutta occorre prevedere anche una sorta di cultura globalizzata che non
rappresenta tanto una ibrido culturale con caratteristiche sé stanti definite,
quanto piuttosto, entro la stessa società, una segmentazione di modalità, di
stili, di preferenze nel bere che coinvolge fasce diverse di popolazione, per età,
per status e per condizione sociale. Anche se non è da escludere un processo di
progressiva contaminazione fra i diversi strati, soprattutto fra giovani ed adulti,
per cui certe modalità di consumo giovanile tendono a sparire o a modificarsi
con l’età e certi adulti assumono atteggiamenti “giovanilistici”, oggi i modelli
del bere che caratterizzano la nostra società italiana possono essere schematizzati
nel modo seguente:
Sostanze
Modello di consumo
tradizionale
Vino e, in misura ridotta,
distillati, aperitivi e digestivi
alcolici
Alimentare, socializzante
Modello di consumo
emergente / globalizzato
Birra, superalcolici e cocktail
alcolici vari
Associazione alcol con altre
sostanze psicotrope
(cannabis, ecstasy,
cocaina….)
Associazione alcol con
tabacco
Principali problemi sociali
associati ad abuso
Poco frequente
Ricreativo, euforico,
intossicante
Prevalentemente giovani
Talora ricercata e non
etichettata dai pari
Etilismo acuto e, talora,
polintossicazione
Frequente
Frequente
Frequente
Malattia, conflittualità
incidenti sul lavoro
Politica di regolazione
Controllo di qualità dei
prodotti alcolici
Tipo di prevenzione
primaria
(per ridurre il problema alla
fonte)
Educazione alimentare
Educazione alla salute
Informazione responsabile
sui limiti del consumo
Incidenti stradali,
aggressività, possibile
sviluppo nel tempo di
patologie organiche
Limitazioni di vendita,
controlli con etilometro,
sanzioni crescenti chi per chi
guida con tasso superiore ai
limiti di legge
Modelli di comunicazione
coerenti
Educazione alla salute
Sviluppo autocontrollo
Applicazione delle norme e
delle sanzioni connesse
Valore d’uso prevalente
Consumatori
Ubriacatura
Sviluppo dipendenza
Prevalentemente adulti
Non ricercata e socialmente
stigmatizzata
Etilismo cronico
49
Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
Capitolo 3
Tipo di prevenzione
secondaria
(per distogliere i soggetti a
rischio)
Tipo di prevenzione
terziaria
(per ridurre i danni
individuali e sociali)
Attori principali della
prevenzione
Modello di consumo
tradizionale
Informazione sui servizi
Consulenze di operatori del
settore
Coinvolgimento associazioni
di volontariato
Modello di consumo
emergente / globalizzato
Consulenze di operatori del
settore
Controlli preventivi sul tasso
alcolico prima della guida
Informazione mirata sui
luoghi del divertimento
Intervento dei servizi
Intervento sanitario per le
socio-sanitari specifici
fasi acute
Riabilitazione presso centri
Taxi e bus per i luoghi del
qualificati e/o con l’ausilio di divertimento
associazioni di settore
Feste a base di bevande
analcoliche
Controlli sistematici del
tasso alcolico
Servizi socio-sanitari,
Famiglia, scuola, gruppo
familiari, associazioni di
dei pari, gestori di pub,
auto-mutuo aiuto
di discoteche, di feste,
di concerti e di ritrovi
giovanili, associazioni
sportive, culturali, ricreative,
operatori sociali del
controllo….
In termini di produzione e consumo di bevande alcoliche il nostro Paese,
insieme alla Francia e alla Spagna, rientra nella cosiddetta “cultura bagnata” di
tradizione mediterranea, dove il vino è il prodotto alcolico “per eccellenza” e
rappresenta una voce economica importante. La produzione di vino, e in parte
di distillati, muove interessi molto ampi, dai viticoltori alle cantine sociali,
dall’imbottigliamento alla commercializzazione, dalle enoteche alla piccola
distribuzione, dalle attività promozionali agli organismi di controllo e tutela.
In Trentino, in base ai dati forniti dall’Assessorato all’Agricoltura della
Provincia Autonoma di Trento, dagli anni ’80 in poi, seppur con andamento non
lineare, si assiste ad un incremento, sia della superficie coltivata a vite (intorno
ai 9.000 ettari), sia della produzione di uva (intorno ai 1.100.000 quintali) e sia
della produzione di vino (intorno a 800.000 ettolitri). É aumentata soprattutto
la specializzazione nella produzione e nel controllo di qualità: oggi circa i ¾ della
produzione di vini trentini ha il marchio D.O.C., con il Comprensorio della
Valle dell’Adige e quello della Vallagarina che da soli coprono quasi il 90% della
produzione di tutto il Trentino. La produzione lorda vendibile dell’uva da vino
prodotta in Trentino rappresenta oltre il 20% dell’intera produzione agricola
50
Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
Capitolo 3
della provincia e, al 2002, era stimata in oltre 145 milioni di euro13.
A livello di consumi, il vino resta la bevanda alcolica preferita dagli italiani
(poco meno del 70% del consumo totale di alcol), mentre la birra trova molta
diffusione fra i giovani (Doxa 2005, Istat, 2006). E questo a fronte di un notevole
calo del consumo di alcol puro annuo pro-capite verificatosi negli ultimi 30 anni.
Si è passati, infatti, dagli oltre 12 litri di alcol puro pro-capite del 1980 a poco
più dei 7 litri nel 2003 (Osservatorio permanente giovani e alcol, 2006)14. In
particolare è più che dimezzato, negli ultimi 30 anni, il consumo di vino e di
superalcolici, mentre è quasi triplicato il consumo di birra. Nel 2003 il consumo
annuo delle bevande alcoliche, in Italia, era di 0,8 litri per i superalcolici (40% di
alcol), 30,1 litri per la birra (5% di alcol), 50,5 litri per il vino (11% di alcol).
Il decremento del consumo di alcolici, di vino in particolare, sembra dovuto
ad un processo di autoregolazione realizzatosi in oltre 30 anni, legato, in parte ai
cambiamenti delle condizioni strutturali della società (passaggio ad una società
industriale e moderna), e, in parte all’accresciuta consapevolezza del rischio
alcolico sul piano culturale e sociale (Osservatorio permanente giovani e alcol,
2006). Poco influenti invece, su tale cambiamento, sono state le politiche di
prevenzione e controllo, in quanto esse si sono sviluppate soprattutto a partire
dagli anni ‘9015.
A fronte dell’abbassamento complessivo del consumo di alcol si ha, tuttavia,
un incremento complessivo dei bevitori, soprattutto fra i giovani e le donne. In
ogni caso la minor gradazione alcolica della birra non è in grado di compensare
il calo di alcol dovuto alla diminuzione del consumo di vino. In sostanza
aumentano le persone che bevono alcolici, ma diminuisce il consumo di alcol
e questo pare un effetto provocato principalmente dalla diminuzione dei forti
bevitori tradizionali fra i maschi adulti (Doxa 2005).
Provincia Autonoma di Trento – Servizio Statistica, La produzione lorda vendibile dell’agricoltura e
della silvicoltura in Provincia di Trento nel 2002, Trento, 2006.
14
In Europa, l’Italia è il paese dove il calo dei consumi alcolici, nel periodo 1970 – 2000, è stato più
accentuato.
15
Le politiche di prevenzione del “rischio alcolico” in Italia sono praticamente assenti fino al 1988. Solo
alcune iniziative di educazione alla salute nelle scuole contemplavano tale problema. Dagli anni ’90 in
poi si ha una legislazione nazionale che regola la vendita, la pubblicità e il tasso alcolico ammesso per la
guida. Ma soprattutto c’è un coinvolgimento delle Regioni e delle Province autonome per quanto concerne
la prevenzione, l’assistenza, la riabilitazione e il monitoraggio epidemiologico della dipendenza alcolica.
A partire dagli anni 2000 vi è poi una più attenta applicazione delle norme relative alla guida in stato
di ebbrezza, con un abbassamento del tasso alcolico nel sangue a 0,5 g/l e un progressivo inasprimento
delle sanzioni per chi guida superando i limiti prefissati.
13
51
Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
Capitolo 3
In Trentino il calo nel consumo di alcol rispecchia l’andamento generale
dell’intero Paese con alcune particolarità che riguardano l’incidenza dei
consumatori rispetto al tipo di bevanda. Se, infatti, sono meno della media
nazionale e del Nord -est (Istat, 2005) i consumatori di vino, sia nel caso di
consumo una tantum (il 56% delle persone con più di 14 anni) sia di consumo
quotidiano (25%) e più o meno sono in media nazionale e con le altre regioni
del Nord-est i consumatori di birra (48%), si notano significative differenze
nell’incidenza dei consumatori di liquori e nella modalità di bere alcolici fuori
pasto. In Trentino il numero dei consumatori di distillati (33%) è di circa 7 punti
percentuali più elevato rispetto alla media italiana e di 3 punti più del Nordest e soprattutto c’è l’abitudine di bere fuori pasto bevande alcoliche (42%) in
un percentuale che è superiore di ben 16 punti percentuali rispetto alla media
nazionale e di 8 punti rispetto al Nord-est. Solamente la provincia di Bolzano
ha valori più elevati della provincia di Trento sia nel numero di consumatori di
liquori che nel numero di bevitori di alcolici fuori dai pasti. Questo dato colloca
l’intera regione Trentino - Alto Adige al primo posto in Italia per il fenomeno
del binge drinking (bere per “sballare”) che coinvolge una percentuale non
trascurabile di adolescenti dagli 11 ai 18 anni (quasi il 13%).
Entro un quadro sociale che si sta caratterizzando sempre più intorno ai due
modelli di consumo di bevande alcoliche sopra evidenziati, va delineandosi una
sorta di effetto “forbice”, nel senso che, a fronte di un abbassamento complessivo
del consumo di alcol puro pro-capite e di un cambiamento del tipo di bevande
alcoliche e dei modi di bere, aumenta il divario fra consumo moderato ed
eccessivo sia nel modello tradizionale, sia in quello globalizzato. Si verifica cioè
una sorta di coagulazione sugli estremi dei due poli degli effetti dannosi dell’alcol
e dei problemi sociali connessi. L’“effetto forbice” sta a significare che sia nello
stile del bere tradizionale, sia in quello globalizzato, è una minoranza di persone
che eccede nel consumo di alcol, ponendosi in situazioni critiche sotto il profilo
individuale, relazionale e sociale. Non v’è dubbio che, come suggerisce l’O.M.S.,
nella sua veste di Organismo internazionale che si preoccupa di tutelare la salute
della popolazione mondiale, si debba andare verso obiettivi di ulteriore riduzione
dei consumi di alcol, in modo tale che anche il concetto di “bere moderato”
non sia lasciato troppo ad interpretazioni flessibili entro contesti culturali
differenti (o sotto la pressione di interessi economici), finendo per diventare, in
alcune situazioni, un vero e proprio “bere problematico”. L’abbassamento dei
consumi degli alcolici, qualsiasi sia il contesto di riferimento, è un obiettivo
importante, anche perché ha l’effetto di favorire stili di vita adeguati e salutari,
con influenza diretta anche su chi ha condotte di consumo poco corrette. Va
preso atto, comunque, che in tale prospettiva si colloca la grande maggioranza
degli italiani, la quale utilizza l’alcol con consapevolezza, con sobrietà e con
quella moderazione che rientra nelle indicazioni fornite dall’Organizzazione
mondiale della sanità.
52
Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
Capitolo 3
Rimane una quota di forti bevitori tradizionali la cui influenza per conseguenze
comportamentali (incidentalità, aggressività…) e, alla lunga, per patologie
organiche (cirrosi epatica, tumori…) è certamente rilevante e socialmente
preoccupante. Nello stesso tempo si affaccia un’altra quota di bevitori occasionali
globalizzati che, ad intermittenza, abusano di alcolici, con conseguenze altrettanto
socialmente preoccupanti e che incidono sul sistema sanitario in vario modo
(per gli episodi di etilismo acuto, per incidentalità stradale..). Al momento, non
sappiamo quale sviluppo, in termini di malattie organiche, possa verificarsi sul
fisico dei giovani, nell’arco di qualche decennio, qualora abbia continuità la triste
abitudine dell’ubriacatura e dello stordimento nei fine settimana.
Nella nostra società tecnologicamente avanzata, complessa e con molti tratti di
post-modernità, il gradiente di libertà nella scelta dei comportamenti che hanno
a che fare con la sfera privata è molto ampio, cosicché insieme all’incremento
di attenzioni “salutistiche” e di ricerca di “benessere del proprio corpo” e del
“proprio essere”, si assiste all’incremento del consumo di sostanze voluttuarie
(droga e farmaci) o alla ricerca di comportamenti di “estraniazione” dalla “logica
del reale” (dipendenze compulsive da gioco, da sesso, da internet…)16. In realtà,
in quest’ultimo caso, vi è una tendenziale sottovalutazione, da parte di una
quota della popolazione, delle conseguenze sociali di scelte comportamentali che
vengono legittimate come espressione di libera determinazione, senza coglierne
gli effetti negativi che possono riversare sugli altri, in primis sulle persone con
cui si intrattengono relazioni strette e significative. E se questo dato, è, almeno
in parte, fisiologico per chi vive il periodo adolescenziale della vita, perché
attratto dalla “sperimentazione” di nuove esperienze e sensazioni, è altrettanto
preoccupante proprio per la stessa gioventù, nel momento in cui diventa un
“rischio” non calcolato e controllato che finisce per “bruciare” le esperienze e
per esporre se stessi e gli altri a conseguenze deleterie17.
E’ la dimensione drogastica dell’alcol a preoccupare, come tendenza che, da un
lato coinvolge sempre più adolescenti e giovani e, dall’altro dà all’alcol un valore
d’uso che è simile a quello di tante altre sostanze psicotrope che, in quanto droghe,
sono messe fuori legge. Cosicché i servizi alcologici, inizialmente sorti (primi
anni ’90) per affrontare una problematica di cura, riabilitazione e prevenzione
dei problemi correlati a un consumo di alcol prevalentemente tradizionale si
Guerreschi C., New Addictions. Le nuove dipendenze, Edizioni San Paolo, Milano, 2005; Pani R.,
Biolcati R., Lwe dipendenze senza droghe. Lo shopping compulsivo, internet e il gioco d’azzardo, Utet,
Torino, 2006; Pattaro C., Nuovi Media e nuove dipendenze, Cleup, Padova, 2006.
17
Al riguardo si veda: Fea M., Basti S., Dodi E., Magarò G., (a cura di), Prevenzione delle dipendenze e
multimedialità: “Il Quinto Livello”. Uno strumento al servizio degli operatori, FrancoAngeli, Milano,
2002.
16
53
Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
Capitolo 3
ritrovano, oggi, a dovere affrontare le nuove forme di abuso alcolico del cosiddetto
modello di consumo globalizzato ricercando nuove e continue modalità di
aggancio e di coinvolgimento della popolazione giovanile, in particolare di quella
“a rischio”. In tal senso i servizi di alcologia si trovano nella medesima situazione
dei servizi per le tossicodipendenze (Sert), i quali hanno sempre più a che fare
con forme di dipendenza da cosiddette droghe “ricreative” o “da prestazione”
(ecstasy, cocaina) e devono “inventarsi” nuove strategie per agganciare ai servizi
persone che non si percepiscono affatto come “problematiche”, proprio come
la maggior parte dei giovani bevitori di alcolici.
Nell’evidenziare la tipologia, la diversificazione e l’evoluzione dei consumi di
alcol, ciò che balza maggiormente all’attenzione sono le conseguenze sociali che
il bere ha in termini di costi sul piano della salute e soprattutto sul piano dei
comportamenti e delle politiche di prevenzione e controllo degli effetti “perversi”
dell’abuso alcolico. Tuttavia affrontando costi e conseguenze è necessario sempre
partire dal dato realistico e culturale dell’alcol come sostanza ambivalente, perché
anche sul piano delle politiche e dei servizi se non viene adeguatamente “gestita”
l’ambivalenza (alimento e droga), negando o ignorando uno dei due termini,
si corre il rischio di una parzialità foriera di scarsa efficacia degli interventi
e di possibili “effetti perversi” delle azioni preventive18. Per questi motivi,
sarebbe sempre importante, in ogni contesto (di promozione, di pubblicità, di
comunicazione, di saggistica, di informazione, di educazione sulla questione
alcol), tenere presente entrambe le dimensioni, per rendere continuo, equilibrato
e responsabile l’impegno di tutela della salute, da un lato, e di valorizzazione di
un prodotto culturalmente significativo, dall’altro.
Lo schema sottostante specifica alcuni degli aspetti principali dell’ambivalenza
dell’alcol:
Ambivalenza dell’alcol:
18
in positivo
in negativo
Alimento
Droga
Sostanza benefica
Sostanza tossica
Gli adolescenti e i giovani appaiono molto sensibili alla coerenza dei comportamenti degli adulti signi
ficativi. Demonizzare” l’alcol solo come droga si scontra spesso con i consumi alimentari di alcolici, del
tutto moderati, vissuti in famiglia e più indurre un “disorientamento valoriale” circa il comportamento
da tenere.
54
Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
Capitolo 3
in positivo
in negativo
Piacere del gusto
Rischio in sé
Effetti salutari Effetti dannosi
Festa e socialità
Trasgressione e morte
Alto valore economico
Alti costi sociali
Politica di promozione della qualità
Politica di controllo e repressione
Incentivo al consumo responsabile
Incentivo all’astensione
Idea di un consumo “buono”
Idea dell’abuso e della dipendenza
Rischio della sottovalutazione dei
“pericoli”
Rischio della sopravvalutazione
dei “pericoli”
Né la sottovalutazione, né la sopravvalutazione dei pericoli possono produrre
messaggi significativi che reggono alla “prova dei fatti”. Questo implica che,
sul piano delle politiche sociali e dei servizi, l’incentivo è la ricerca, attraverso
il massimo coinvolgimento delle componenti sociali, di quel giusto equilibrio
di interessi che indichi la strada per affermare e controllare modici consumi di
alcol e per promuovere e tutelare la qualità della vita individuale e sociale.
Le politiche sociali del controllo delle bevande alcoliche, in relazione ai
contesti sociali e culturali e alle situazioni storiche, si sono mosse entro questo
quadro di riferimento, tra il positivo e il negativo dell’alcol, ora risentendo
dell’attrazione più verso un polo o verso l’altro. In tal senso Lemert (1981) ha
ben messo in evidenza lo sviluppo di alcuni modelli generali di controllo delle
bevande alcoliche: quello proibizionista (illegalità della produzione, distribuzione
e consumo di prodotti alcolici), sperimentato in Cina e negli Stati Uniti con
risultati fallimentari; quello informativo-comunicativo (più informazioni sugli
effetti negativi dell’alcol, controllo della pubblicità, messaggi dissuasivi),
introdotto in molti Paesi, ma poco efficace perché non in grado di intaccare
le convinzioni e gli orientamenti che si sviluppano entro le relazioni primarie
(famiglia e gruppo dei pari); quello regolativo delle quantità e delle modalità di
consumo dell’alcol (tempi e luoghi, quantità della distribuzione e profilo del
55
Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
Capitolo 3
consumatore), introdotto, in forme diverse, in varie legislazioni ma poco incisivo
perché le norme, nella loro applicazione, possono essere facilmente eluse.
Questi modelli storici, e le loro varie combinazioni, mettono in luce la
difficoltà di trovare “una soluzione” al problema alcol e spingono nella direzione
di politiche sociali che si muovano nella direzione di integrare, coinvolgere e
responsabilizzare il maggior numero di attori sociali più o meno direttamente
coinvolti nella questione alcol. In questo senso l’indicazione che arriva da un
modello posto in essere in ambito riabilitativo, il cosiddetto approccio ecologico
sociale, messo a punto da Vladimir Hudolin negli anni ‘80, può rappresentare,
almeno in linea di principio, un punto di riferimento significativo anche per le
politiche preventive, in quanto si regge sul presupposto che sia lo stile di vita, in
tal caso imperniato sull’alcol, ad essere il problema da affrontare e risolvere. Per
raggiungere questo obiettivo è necessario non solo il coinvolgimento del diretto
interessato, bensì quello della sua famiglia e della comunità d’appartenenza.
Si può obiettare che non è possibile applicare i criteri che si usano nei confronti
degli alcoldipendenti come validi, in termini preventivi, per chi alcoldipendente
non è. Questo è vero ed è un errore pensare che tutti quanti debbano tendere
all’astinenza dal consumo di alcol, anche quelli che bevono in modo molto
responsabile, ma è altrettanto vero che l’idea che il problema alcol debba essere
affrontato in stretto rapporto ai significati e alle azioni quotidiane, che nel
contesto relazionale si sviluppano intorno al consumo di alcolici, appare una
strategia, di ampio respiro e di largo coinvolgimento, la quale può certamente
contribuire a produrre maggiori livelli di responsabilizzazione individuale e
collettiva.
In Trentino le politiche sociali nel settore sono andate sempre in quest’ultima
direzione, partendo dalla fine degli anni ’80 con l’istituzione dei servizi
territoriali di alcologia, nel quadro dei servizi socio-sanitari, e coltivando il
forte coinvolgimento del privato-sociale (associazioni di auto-mutuo-aiuto)
peraltro, già precedentemente operanti, in campo sociale e riabilitativo anche
intorno alla questione alcolica. Nell’arco di 15 anni i servizi alcologici hanno
via via potenziato la progettualità in campo preventivo, con un coinvolgimento
crescente di attori, forze, enti, organismi e altri servizi del territorio, in un quadro
complessivo d’azione tendente a proiettarsi oltre l’orizzonte sanitario.
3.3. L’articolazione dei servizi di riabilitazione e prevenzione in Trentino
Il Trentino vanta, nel settore della cura, riabilitazione e prevenzione dell’al
coldipendenza, una presenza, un’organizzazione e un’articolazione territoriale e
funzionale di servizi specifici che sono certamente invidiate da molte altre realtà
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Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
Capitolo 3
territoriali italiane, sia per la presenza capillare su un territorio montano articolato
in 11 Comprensori che servono una popolazione complessiva di poco inferiore a
500.000 abitanti, sia per il forte coinvolgimento delle componenti della comunità
locale nelle azioni di fronteggiamento dei problemi alcol-correlati.
La questione alcolica, sempre molto presente in Trentino, visti i livelli e le
modalità di consumo di cui si è dato conto, ha ricevuto risposte a partire dalla
società, con l’azione di un privato-sociale, in buona parte sostenuto dall’Ente
pubblico, che si è mosso nella direzione di affrontare l’emergenza della dipendenza
alcolica con forme di riabilitazione di tipo relazionale, in particolare con modalità
di auto-mutuo-aiuto. Contestualmente per tutti i problemi di ordine sanitario
specifico il servizio pubblico ha garantito adeguate prestazioni coinvolgendo le
strutture sanitarie di base e quelle ospedaliere.
Nel settore dei servizi alle persone in Trentino il rapporto pubblico-privato
ed il rapporto sanità-società sono sempre stati improntati su una proficua
e continua collaborazione. Per quanto concerne i problemi alcol-correlati,
nascono, nel 1984, sulla spinta della Legge provinciale n° 34 del 1983 recante
“Norme per la prevenzione, cura e riabilitazione degli stati di tossicodipendenza
e alcolismo” i “Dispensari di alcologia”, servizi pubblici sanitari che svolgono
un’azione congiunta e combinata con le associazioni private dei C.A.T. (Club
degli Alcolisti in Trattamento) anch’esse sorte in quegli anni. I Dispensari
prenderanno successivamente, a partire dal 1990, la forma di Centri di Alcologia,
mentre andranno crescendo, in modo repentino sul territorio i C.A.T., cui si
affiancheranno anche altre associazioni di volontariato.
Un aspetto merita di essere sottolineato circa l’evoluzione delle politiche
sociali nel settore delle dipendenze in Trentino. A differenza di modelli
sviluppatisi in altre Regioni italiane, dove i servizi per le tossicodipendenze
hanno gestito anche la dipendenza da alcol, qui si è realizzato e stabilizzato un
modello che potrebbe essere definito “a doppio binario”, nel senso che i servizi
alcologici (Centri di alcologia) e i Servizi per le tossicodipendenze (Sert), pur
nell’ambito dell’unica Azienda provinciale per i servizi socio-sanitari, hanno
avuto una istituzionalizzazione “separata”, con una loro autonomia sia nella
programmazione che nella gestione. Ciò, da un lato, ha permesso una buona
copertura territoriale dei due servizi con risposte articolate, puntuali e secondo
criteri tendenzialmente individualizzati, dall’altro, però, ha restrinto il campo
di collaborazione funzionale sul tema complessivo delle dipendenze. L’avvio del
Dipartimento delle dipendenze, già presente in numerose realtà territoriali, e
formalmente istituito anche nella provincia di Trento, potrebbe rappresentare,
in tal senso, l’apertura di nuova stagione nelle attività di prevenzione di tutte le
forme di dipendenza patologica, da quelle da sostanza (eroina, cocaina, ecstasy,
hashish e altre droghe illegati, più le droghe legali quali psicofarmaci, alcol e
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Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
Capitolo 3
tabacco), a quelle connesse ai disturbi alimentari (anoressia, abulimia), sino
a quelle sempre più emergenti di tipo compulsivo -comportamentale (gioco
d’azzardo patologico, dipendenza da sesso, shopping compulsivo, dipendenza
da computer, da lavoro, ecc...).
3.3.1. I servizi di alcologia
Nel settore alcologico del Trentino i Servizi specifici dell’Azienda provinciale
per i servizi socio-sanitari sono complessivamente 11, uno per ogni distretto.
Questi Centri di alcologia hanno come responsabile un medico e in essi ope
rano figure professionali quali infermieri, educatori professionali, psicologi ed
assistenti sociali. Dal 2003 sono complessivamente 30 gli operatori dipendenti
dall’Azienda sanitaria che operano presso i Centri di alcologia: alcuni a tempo
pieno (n. 9), altri a part-time (n. 5) e altri ancora (la maggioranza) a tempo
parziale (n. 16).
Dislocati sul territorio provinciale secondo l’articolazione comprensoriale
(Fiemme, Primiero, Bassa Valsugana, Alta Valsugana, Valle Adige, Val di Non,
Val di Sole, Val Giudicarie, Alto Garda, Val Lagarina, Val di Fassa) i Centri o
Servizi di alcologia rispondono alle esigenze di una popolazione minima di circa
10.000 abitanti (Val di Fassa e Primiero) fino a raggiungere gli oltre 80.000
abitanti della Val Lagarina (Rovereto) e i quasi 160.000 della Valle dell’Adige
(Trento). Essi operano in stretta collaborazione con i servizi sociali e sanitari del
territorio, con i C.A.T. (Club degli alcolisti in trattamento), con gli Alcolisti
Anonimi e con altre associazioni di volontariato.
I Servizi di alcologia svolgono una serie articolata di interventi sia nell’ambito
della cura, recupero e riabilitazione di persone con problemi alcol-correlati,
sia nell’ambito della prevenzione primaria (informazione, sensibilizzazione,
comunicazione), di quella secondaria (nei confronti di gruppi di popolazione e
di luoghi a rischio) e di quella terziaria (contenimento del danno e riabilitazione
dell’alcolista a un nuovo stile di vita).
Tali servizi specifici, per la loro specializzazione e l’ottimale articolazione
territoriale, rappresentano una risorsa pubblica molto importante, perché vicini
ai problemi della gente e al loro ambiente di vita, e sono in grado di fornire
risposte non solo standardizzate ma anche attente ai bisogni della persona e
al suo percorso di affrancamento dall’alcol. La tabella sottostante rende conto
dell’entità e della continuità dei contatti che gli operatori dei Servizi di alcologia
hanno con gli utenti:
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Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
Capitolo 3
Tab.13. Entità dei colloqui fra operatori e utenti dei Servizi di alcologia del
Trentino
Anno
1996
1999
2002
2005
Colloqui in
sede
1.274
1.386
2.693
1.832
Colloqui in
ospedale
-319
308
228
Visite domiciliari e
sul territorio
-177
617
608
Totale
1.274
1.882
3.618
2.668
Fonte: APSS - Servizio alcologia di Trento, 2006
I primi colloqui oscillano, mediamente, intorno al 15% del totale dei colloqui
effettuati nel corso dell’anno e sono un indicatore dell’incidenza del fenomeno
dell’alcolismo in relazione ai nuovi utenti per anno. I dati evidenziano, inoltre,
come gli operatori dei Servizi di alcologia, siano, negli ultimi anni, sempre
più orientati a un contatto fuori dai locali sede del servizio, per risposte che si
collocano sempre più entro ambiti non istituzionalizzati.
Presso la sede di Trento è stato istituito un Servizio di riferimento per le attività
alcologiche con un direttore e un educatore professionale che si occupano, a
livello centrale, di coordinare il lavoro dei vari Servizi di alcologia periferici, al
fine di garantire gli stessi standard di assistenza e l’attivazione e il monitoraggio
dei progetti di prevenzione su tutto il territorio provinciale.
Per il personale che opera nei Centri di alcologia sono previsti adeguati livelli
di formazione e aggiornamento, con la partecipazione annuale alla realizzazione
di tre “settimane di sensibilizzazione ai problemi alcol-correlati e complessi”
e con giornate di aggiornamento coinvolgenti anche i Club degli Alcolisti in
Trattamento e i Referenti alcologici dei reparti ospedalieri (RAR). Proprio con
riferimento a quest’ultimi va sottolineato, per la particolare rilevanza (unico
nel panorama italiano), il progetto RAR (Referente Alcologico di Reparto) che
si inserisce fra le iniziative volte a favorire la conoscenza e l’accesso ai Servizi
di alcologia da parte dell’utenza. Tale progetto mira ad individuare i possibili
problemi alcol-correlati dei pazienti ricoverati in ospedale, attraverso una
scheda anamnestica sugli stili di vita, compilata, di norma, dall’infermiere che
accetta il paziente. Il referente alcologico di reparto (in prevalenza infermiere
professionale, ma anche medico) al quale viene comunicata la positività della
scheda anamnestica, esegue un colloquio motivazionale con la persona con
problemi alcol-correlati al fine di indirizzarla ai Centri di alcologia e ai gruppi
di auto-aiuto.
Nel quadro di una strategia complessiva di rete che i Servizi di alcologia tentano
59
Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
Capitolo 3
di sviluppare, sia in ambito sanitario (medicina di base e medicina ospedaliera)
sia in ambito sociale (scuole-guida, forze dell’ordine, associazionismo,
mondo del lavoro, ecc…), con lo scopo di rendere visibili il maggior numero
possibile di situazioni “a rischio” e di favorire un intervento tempestivo e
preventivo, questo progetto RAR rappresenta un’esperienza all’avanguardia
anche per gli obiettivi “secondari” che permette di conseguire. Infatti, oltre a
cogliere i possibili problemi d’abuso d’alcol in chi manifesta patologie tali da
richiedere un’ospedalizzazione, il progetto attiva un processo significativo di
sensibilizzazione alla problematica alcologica verso i “malati”, e verso gli operatori
sanitari ospedalieri. I limiti dell’iniziativa, come in tante altre simili, stanno negli
effettivi livelli di coinvolgimento delle persone e degli operatori implicati nel
progetto e nella loro collaborazione effettiva e motivata a tutte le fasi procedurali.
Ciò riporta alla questione di fondo della massima condivisione degli obiettivi
da parte di tutti gli attori in gioco o, in altre parole, alla produzione costante di
una cultura condivisa.
3.3.2. Le attività specifiche dei servizi di alcologia
I Servizi o Centri di alcologia in Trentino svolgono attività relative a:
A. Trattamento delle persone e famiglie con problemi alcol-correlati
Solo in situazioni particolari è previsto il ricovero di persone con problemi
di alcol nel Reparto di Alcologia (11 posti letto di cui 5 riservati ai residenti
in provincia) presso l’ospedale convenzionato S. Pancrazio di Arco. Di
norma viene attivato un lavoro di rete con le altre agenzie del pubblico o
del privato interessate. Se non esistono problematiche particolari la persona
e/o famiglia con problemi di alcol viene appoggiata ai gruppi di auto mutuo
aiuto (Club degli Alcolisti in Trattamento o Alcolisti Anonimi). Per le
situazioni complesse, che oltre a problemi di alcol evidenziano altri problemi
(polidipendenza, rilevanze psichiatriche, ecc..) può essere proposto l’invio
in una comunità situata sul territorio provinciale (Casa di Giano per le
persone con doppia diagnosi o Frati francescani di Cles) o fuori provincia
(particolarmente nella comunità S. Francesco di Monselice).
B. Persone fermate per guida in stato di ebrezza
Tutte le persone fermate per guida in stato di ebbrezza vengono inviate
alla Commissione Medica Locale Patenti che, prima di esaminare la loro
posizione, richiede una consulenza alcologica da eseguire presso i Servizi di
alcologia. Il medico del Servizio è chiamato a dare un giudizio di pericolosità
eventuale secondo i criteri concordati con la Commissione Medica Locale
Patenti. Il Servizio di alcologia propone a tutti la frequenza ad un ciclo di
60
Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
Capitolo 3
3 incontri in cui vengono evidenziati i pericoli della guida sotto effetto
dell’alcol. Va segnalato che alcuni giudici hanno stabilito in sentenza, per
il reato di guida in stato di ebbrezza, l’obbligo di frequenza a tale ciclo di
incontri.
La tabella sottostante rende conto dell’aumento costante delle consulenze
effettuate dagli operatori sanitari dei Servizi di alcologia del Trentino per la
Commissione Medica Locale Patenti, relativamente alle persone fermate alla
guida con un tasso alcolico nel sangue superiore ai limiti di legge che attualmente
sono 0,5 g/l (0,8 g/l fino all’aprile 2001)19.
Tab. 14. Consulenze dei Servizi alcologia del Trentino per la Commissione Medica
Locale Patenti
Anno
1996
1998
2000
2002
2004
N. incontri
732
1.033
1.015
1.594
2.611
Fonte: APSS - Servizio alcologia di Trento, 2006
Nel 2004 le consulenze di prima visita sono state 1.060 (41% del totale),
mentre 1.551 sono state consulenze di controllo. Ai cicli informativi previsti
hanno partecipato poco meno del 40% di tutti coloro presentatisi per la prima
visita. Il rapporto fra prima visita (tutte le persone positive al controllo del tasso
alcolico) e abitanti del Trentino risultava, nel 2004, pari a 2,13 ogni 1.000
residenti.
C. Prevenzione, informazione ed educazione sui danni derivanti dal consumo di
alcol
I Servizi di alcologia dedicano circa il 50% della loro attività al lavoro di
prevenzione, in collaborazione con altri servizi ed Enti e con l’ausilio di
personale esterno. In particolare sono state attivate diverse iniziative in
ambito scolastico per:
19
In base alla Legge 30 marzo 2001 n. 125 (Legge quadro sull’alcol e problemi alcol-correlati), per quanto
concerne gli aspetti relativi alla guida, oltre all’abbassamento della concentrazione alcolica nel sangue
a 0,5 grammi per litro di sangue, viene inserito il divieto di vendere alcolici sulle autostrade tra le ore
22 e le ore 6.
61
Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
Capitolo 3
- Gli insegnanti delle scuole materne, elementari e medie (corso effettuato ogni
anno). Agli insegnanti viene spiegato il percorso da svolgere con gli alunni e
viene fornito un pacchetto didattico completo da sviluppare nel corso del
l’anno scolastico su salute, alcol e fumo. In seguito viene svolto un incontro
di verifica. Il programma punta sull’educazione razionale emotiva che aiuti
il bambino o ragazzo a leggere le proprie emozioni, ad aumentare la propria
autostima e a resistere alle pressioni circa scelte pericolose per la sua salute. Il
livello di adesione degli insegnanti può definirsi buono, nel senso che sono
rappresentate circa 1/3 delle scuole elementari (classi quinte) e delle scuole
medie (classi seconde) di tutta la provincia di Trento. Meno della metà degli
insegnanti aderenti riesce poi ad attivare concretamente il progetto col gruppo
classe, tuttavia ritiene importante e soddisfacente il percorso proposto tanto
da consigliarlo ad altri colleghi. Il livello di copertura del progetto rispetto al
totale dei ragazzi di quinta elementare e di seconda media oscilla mediamente,
negli anni scolastici dal 1999 al 2003, intorno al 20%20.
- Gli studenti e gli insegnanti delle scuole superiori. Interventi da parte degli
operatori dei Servizi di alcologia in stretta collaborazione con gli insegnanti
che preparano l’incontro e lo fanno seguire da percorsi ulteriori di approfon
dimento.
L’attività di educazione e sensibilizzazione è sempre stata una costante dei
Centri di alcologia trentini, sviluppandosi più che in una dimensione quantitativa
(numero di incontri) in una dimensione qualitativa (coinvolgimento di studenti
e insegnanti). In tal senso anche gli interventi di sensibilizzazione sul territorio
hanno seguito questa logica, inserendosi, sempre più, nel quadro di una
continuità progettuale già presente a livello di comunità.
Tab. 15. Interventi di educazione e sensibilizzazione operati dai Servizi di alcologia
del Trentino
Anno
1998
2000
2002
2004
Interventi nelle
Scuole
n. incontri
120
223
247
187
Interventi di sensibilizza­
zione sul territorio
n. incontri
179
106
146
166
Fonte: APSS - Servizio alcologia di Trento, 2006
20
Dati ricavati dalla relazione dell’APSS, Servizio Educazione alla Salute, Servizio di riferimento per le
attività alcologiche, Trento, 2003.
62
Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
Capitolo 3
- Gli allenatori delle squadre sportive (previo protocollo d’intesa con il CONI).
É stato attuato, nel periodo 2003-2006 un progetto basato su 300 interviste
a giovani sportivi su uso di alcol e fumo (per valutare l’entità del fenomeno),
seguite da incontri di sensibilizzazione-formazione con tutti gli allenatori
delle squadre sportive giovanili e da una successiva somministrazione, con
intervistatore, di ulteriori 300 questionari per la valutazione finale. La valu
tazione finale ha fornito risultati soddisfacenti per i livelli di coinvolgimento
di allenatori e giovani sportivi e per il grado di attenzione dimostrato su tut
to il percorso della ricerca – intervento. E’ stato anche messo in evidenza il
leggero ma significativo calo del consumo di alcol del 4,3% relativamente al
confronto dei dati fra l’aver bevuto alcolici nei tre mesi precedenti l’intervista
iniziale (64,5% dei giovani intervistati) e nei tre mesi precedenti quella finale
(61,1%). Trattandosi di astinenza totale il dato va in controtendenza rispetto
all’aumento del bevitori giovani nello stesso periodo (dati nazionali Istat: +
6%), ma non dice molto relativamente all’abbassamento dei consumi in chi
ha sempre continuato a bere alcolici.
- Gli istruttori e insegnanti delle scuole guida della provincia (corsi di 4 ore con
fornitura di depliant ed audiovisivi) e per i patentandi delle autoscuole trentine
(una lezione su alcol e guida).
- I giovani che frequentano pub-discoteche e feste. Si tratta di una progetto dal
titolo “Frena l’alcol … Fai correre la vita” consistente in due camper, dotati
di etilometro, con operatori giovani che stazionano nelle ore notturne (dalle
22 alle 4 di notte) davanti a pub e discoteche (in accordo con i Comuni e i
gestori) o nelle feste campestri nel periodo estivo, al fine di instaurare relazioni
di dissuasione alla guida in stato di ebbrezza. Altri progetti mirano a convin
cere i giovani ad utilizzare un autobus messo a disposizione per i collegamenti
con le discoteche e i luoghi del divertimento. Sono progetti che hanno una
continuità nel tempo.
- I lavoratori del mondo dell’industria e dell’artigianato. É stato sviluppato un
progetto dal titolo “Alcol e mondo del lavoro” consistente in 1000 interviste in
entrata ai lavoratori e 1000 interviste in uscita con gli stessi, dopo una serie di
incontri di sensibilizzazione e formazione con i Rappresentanti dei Lavoratori
per la Sicurezza. Questo progetto, conclusosi nel 2006, è stato eseguito in
collaborazione con l’ Associazione Industriali, Artigiani e la Confederazione
Sindacale.
Il progetto è riuscito a cogliere informazioni sugli stili di vita e le percezioni
del problema alcol sul lavoro in proporzione di 1 lavoratore ogni 5 di quelli
occupati nei settori dell’industria e dell’artigianato nell’ambito territoriale
trentino. Ha permesso, inoltre, di sensibilizzare, soprattutto nel mondo
dell’industria, un congruo numero di rappresentanti dei lavoratori per la
63
Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
Capitolo 3
sicurezza, tali da divenire fonte continua di informazione e di riferimento
sui problemi alcol-correlati direttamente sul posto di lavoro.
- I lavoratori del pubblico impiego. E’ un progetto analogo al precedente, di
durata triennale, la cui valutazione finale è prevista entro la fine del 2007.
D. Coordinamenti territoriali e progetti di comunità
I Servizi di alcologia del Trentino hanno promosso l’istituzione, già a partire
dal 1999, di coordinamenti sul territorio provinciale di diversi “attori” sociali
ed istituzionali, al fine di favorire la promozione della salute con particolare
attenzione al consumo di alcol. Autoscuole, Forze dell’Ordine, Istituti scolasti
ci, Comuni, Comprensori, Agenzia del Lavoro, e diverse associazioni culturali,
ricreative, sportive e di volontariato operanti nella realtà locale, sono mobilitati
per lo sviluppo di progetti di comunità finalizzati a sensibilizzare tutti i cittadini
sulle problematiche alcol-correlate e sulla tutela della salute. Molti progetti di
educazione, di sensibilizzazione e di prevenzione sono stati attivati a livello locale
proprio grazie all’attività dei Coordinamenti, in particolare quelli rivolti alla
componente minorile e giovanile della comunità (si veda contributo Buzzi).
E. Prevenzione dei danni da tabacco
Va infine ricordato che i Servizi di alcologia del Trentino sono attivi da diversi
anni nei confronti della dipendenza da tabacco che rappresenta, secondo l’O.
M.S. (2002) il principale fattore di rischio di malattia e di morte prematura
in Europa (l’alcol è al terzo posto dopo l’ipertensione). Questo il quadro degli
incontri di disassuefazione al fumo effettuati dal 1996 al 2004:
Tab. 16. Incontri di disassuefazione al funo
Anno
1996
1998
2000
2002
2004
Fonte: APSS - Servizio alcologia di Trento, 2006
64
Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
N. incontri
72
114
84
73
56
Capitolo 3
3.4. La riabilitazione dell’alcolista: il ruolo fondamentale del “privato
sociale”
Il sistema di trattamento, cura e prevenzione dei problemi alcol-correlati in
Trentino si regge, come già sottolineato, su una stretta collaborazione fra servizi
pubblici (Centri di alcologia dell’Azienda Provinciale per i Servizi Socio-Sanitari)
e organizzazioni del privato sociale, fra cui le associazioni di auto-mutuoaiuto occupano un posto di rilievo. Infatti è in atto, da tempo, un rapporto di
convenzione con l’APCAT (Associazione Provinciale dei Club degli Alcolisti in
Trattamento) e con l’Associazione Alcolisti Trentini (Alcolisti Anonimi).
Il quadro sottostante rende conto dell’importanza, oltre che della consistenza
e della continuità nel tempo, che le associazioni specifiche e le associazioni di
volontariato hanno nel modello operativo e funzionale del sistema complessivo
dei servizi alcologici del Trentino.
Tab. 17. Numero e tipologia di associazioni che collaborano con i Servizi di alcologia
del Trentino
Anno
1996
1999
2002
2005
Club Alcolisti
in Trattamento
157
163
169
175
Alcolisti ano­
nimi
7
9
9
8
Associazioni di
volontariato
19
21
22
29
Totale
183
193
200
212
Fonte: APSS - Servizio alcologia di Trento, 2006
Come si può rilevare, l’intero sistema alcologico è fortemente innestato
sul metodo dei Club degli Alcolisti in Trattamento ed è aperto ai contributi
dell’associazionismo volontario, molto presente in Trentino e sempre più
organizzato.
Il metodo Hudolin21, che caratterizza l’attività dei C.A.T. (Club degli Alcolisti
in Trattamento) e che tramite l’auto-mutuo-aiuto attiva processi di sostegno e di
catalizzazione del cambiamento dello stile di vita di chi ha problemi con l’alcol,
21
Dal nome del medico che ha dato vita ad un metodo di trattamento centrato sullo stile di vita coinvolgente
la famiglia e la comunità. Il CAT, infatti, è una inteso come comunità multifamiliare (privata associazione
di proprietà dei suoi membri) costituita da famiglie con problemi alcolcorrelati e da un “servitore inse
gnante”; quando le famiglie superano il numero di 10 – 12 il club si moltiplica. Il CAT è definito come
un sistema dinamico e solidale che si trasforma e che è aperto alla comunità (Hudolin V. Introduzione
all’approccio ecologico-sociale ai problemi alcolcorrelati e complessi, Erickson, Trento, 1994).
65
Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
Capitolo 3
rappresenta la modalità di riabilitazione dell’alcolista che in Trentino ha trovato
la maggior diffusione rispetto a qualsiasi altra area territoriale italiana . É nella
provincia di Trento, infatti, che si concentra, il maggior numero di C.A.T. , 1 ogni
2.800 abitanti. In Italia la densità dei C.A.T. è pari a 1 ogni 26.000 abitanti22.
Si può dunque affermare che il Trentino, considerata l’articolazione territoriale e
funzionale dei servizi specifici del settore alcologico, è al primo posto in Italia per
rapporto fra servizi di questo tipo (pubblici e privati) e popolazione residente.
La prevenzione, cura e riabilitazione dell’alcoldipendenza ricevono in Trentino
una risposta adeguata dal punto di vista della funzionalità e dell’organizzazione
dei servizi e degli interventi. Anche i contenuti qualitativi degli interventi, in
relazione alla loro efficacia, sembrano soddisfacenti, soprattutto nel campo della
riabilitazione connessa all’attività dei C.A.T. e degli A.A.
I follow-up riguardanti il periodo 1984 - 1995 evidenziano, per i C.A.T. il
buon livello di risoluzione dei problemi alcol-correlati anche a distanza di 5 anni,
con circa il 50% di astinenti fra coloro che continuano a frequentare i Club23.
Più difficile appare la valutazione dell’efficacia degli interventi di prevenzione,
soprattutto quelli rientranti nella cosiddetta prevenzione primaria (o universale)
e in quella secondaria (soggetti a rischio) tendenti, in particolare, a distogliere
i minori e i giovani dal consumo rischioso di alcolici. In questo campo le
iniziative sono molteplici e qualificate, come sopra evidenziato, tuttavia non è, al
momento, possibile avanzare, a parte qualche eccezione, una precisa valutazione
d’efficacia né dei progetti singolarmente attuati, né degli effetti dell’insieme delle
azioni di prevenzione intraprese sul territorio trentino. É questa una questione
aperta, di portata vasta, che riguarda in generale tutti gli interventi in campo
sociale orientati a contenere e ridurre il cosiddetto disagio sociale. E non si tratta
solo di una mera questione tecnico-organizzativa, connessa al fatto che spesso
le attività preventive sono svolte senza essere accompagnate da un’adeguata
strumentazione di valutazione scientifica e talora impossibili da monitorare per
la loro “estemporaneità” e mancanza di continuità nel tempo. É soprattutto un
dato culturale e scientifico ad “entrare in gioco”, connesso al fatto che tutta la
valutazione delle azioni volte a modificare orientamenti, comportamenti e stili
I dati fanno riferimento al 2006. Un quadro internazionale e nazionale della diffusione dei CAT è
presente in: Dimauro P. E., Alcol: l’approccio ecologico sociale, Arezzo, Workshop in alcologia, ottobre
2004 (documento interno).
23
Si veda: AA.VV., “Valutazione dell’efficacia del Club degli Alcolisti in Trattamento in Trentino dal 1984
al 1995”, in Pellegrini L., Zorzi C., Le attività alcologiche in Trentino, Documenti per la Salute, n. 6.
P.A.T., Trento, 2000, pp. 17 – 60.
22
66
Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
Capitolo 3
di vita degli esseri umani ha a che fare con una vasto numero di variabili ed
anche con una certa dose di imprevedibilità dell’agire umano. Questi elementi
rendono molto incerto il campo di validazione e di generalizzazione del successo
di ogni forma d’intervento pianificato allo scopo.
Si può, comunque, sempre operare una valutazione politico-sociale, sulla
base dei dati di funzionalità del sistema, cercando di individuare e di ragionare
sui costi, i benefici, il livello di soddisfazione, partecipazione, coinvolgimento
degli attori coinvolti, il raggiungimento di alcuni obiettivi quali l’abbassamento
dei trend negativi, il contenimento degli effetti negativi, il miglioramento della
qualità della vita. Questi aspetti permettono di poter delineare se gli interventi
attuati dai servizi nel settore della prevenzione dei problemi alcol-correlati
stiano andando nella direzione giusta o se necessitino di scelte diverse, sebbene
poco ci dicano sull’efficacia effettiva delle specifiche azioni intraprese. In ogni
caso, al di là delle difficoltà tecniche e dei limiti organizzativi, rimane assai
interessante focalizzare costantemente la questione di quale relazione possa
esistere fra l’andamento di un fenomeno (il consumo più o meno rischioso di
alcol) e l’attività di controllo, cura, riabilitazione e prevenzione dei problemi
alcol-correlati, al fine di orientare al meglio le azioni di contrasto verso il maggior
numero di aspetti negativamente associati.
3.5. Il consumo rischioso di alcol in Trentino: alcuni indicatori e possibili
sviluppi
In Trentino la problematica dell’alcol, come già ampiamente evidenziato, è da
sempre presente e in modo ricorrente assurge a forte visibilità sociale in relazione
ad eventi che si possono, obiettivamente, classificare in modo positivo (produ
zione di vino e di grappa di qualità) e in modo negativo (alcolismo e correlati
di malattia e morte). In alcune situazioni tale classificazione è più discutibile
perché dipende dai punti di vista fra chi, tanto per restare metaforicamente in
tema, vede sempre il bicchiere mezzo pieno, sottovalutando i lati negativi del
bere e chi, d’altro canto, vede sempre il bicchiere mezzo vuoto e non coglie
alcuna positività nel consumo di alcolici ed, anzi, considera l’alcol unicamente
una droga, forse la più pericolosa.
Dal punto di vista sociologico si è già messo in evidenza il forte carattere
ambivalente dell’alcol, con una pluralità di funzioni che il suo consumo può
assumere in rapporto alle motivazioni di chi consuma, al tipo di bevanda che
si consuma e alla situazione socio-relazionale e di contesto in cui avviene il
consumo. A seconda della propensione ad accettare o a condannare l’alcol si
manifestano posizioni diverse che hanno riflessi sulle politiche fra scelte che
tendono a valorizzare la promozione del consumo dell’alcol, accentuandone
67
Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
Capitolo 3
talora i cosiddetti aspetti “intelligenti e “qualitativi” (“bere poco e bere bene”),
e scelte che invece tendono a contenere e reprimere il consumo e a promuovere
strategie ed azioni di tipo preventivo ed educativo verso la popolazione,
particolarmente quella più esposta, come in molti casi lo sono gli adolescenti e
i giovani (“evitare di bere alcol perché rappresenta sempre un rischio”). Gestire
l’ambivalenza, soprattutto per chi ha responsabilità politiche, non è semplice. E’
evidente che la preoccupazione aumenta quando si tende a percepire il ricorso
all’alcol come qualcosa che si allontana dai criteri di responsabilità, ossia si
svincola dal metro di misura delle conseguenze negative che esso può produrre
su se stessi e sugli altri. E che, in tal senso, la questione alcol in Trentino sollevi
molti motivi di preoccupazione non è una semplice impressione campata su un
eccesso di allarmismo; è piuttosto una constatazione che ha precisi riferimenti
in fatti e dati, anche se in essi, soprattutto nel loro trend e con riferimento ad
altre aree regionali, si possono intravedere anche segnali positivi. Di seguito
si evidenziano alcuni dati concernenti conseguenze negative del consumo di
alcolici, provenienti soprattutto da fonti sanitarie e dagli organi di polizia:
a) Accessi al Pronto Soccorso nella Provincia di Trento: nell’anno 2005 sono stati
registrati 668 accessi per problemi alcol-correlati, di cui l’85% (pari a 570)
relativi a residenti sul territorio provinciale, con un’età media di 44 anni.
Circa l’8% (pari a 54 casi) riguarda minori degli anni 18. Nel 3% si tratta
di incidente stradale. Il 18% viene ricoverato. Negli ultimi cinque anni il
trend appare abbastanza stabile24.
Sono soprattutto gli effetti acuti del consumo smodato di alcol, con conseguenze
fisiche di malessere, che conducono le persone a rivolgersi al Servizio di pronto
soccorso ospedaliero. Da rilevare, però, la presenza di una quota non certo
trascurabile di minori, a testimonianza di come in Trentino il già sottolineato
fenomeno del binge drinking produca effetti immediati anche sul piano sanitario.
Il fenomeno, purtroppo, sembra in fase di ulteriore espansione, come dimostrano
i risultati di una rilevazione effettuata su 70 classi di studenti iscritti a 15 Istituti
medi superiori della provincia di Trento, aderenti al “Progetto Legalità” nell’a.
s. 2005/200625. Le percentuali (per range massimo riscontrato entro il gruppoclasse) di studenti delle Scuole Superiori del Trentino (15-19 anni) relativamente
alla domanda “Se un tuo amico si ubriaca” sono le seguenti:
24
25
Documentazione APSS – Servizio di alcologia, Trento, 2007
Bertelli B., “Aspetti valutativi del Progetto Legalità condotto negli Istituti Scolastici Superiori del Tren
tino nell’anno scolastico 2005/06”, in Bertelli B. (a cura di), La prevenzione primaria delle dipendenze
patologiche, Documenti per la salute, n. 27, P.A.T., Trento, 2007
68
Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
Capitolo 3
-
mi fa pena, guarda come si è ridotto:
una sbronza ogni tanto può capitare a tutti:
un modo come un altro per divertirsi
meglio bere bibite analcoliche:
0 – 10%
65 – 85%
5 - 20%
10 – 20%
Il riferimento alla ubriacatura come un modo per divertirsi appare il dato più
“pericoloso” che associa l’alcol ad altre droghe e tende a svincolarne il consumo
da ogni sensato criterio di responsabilizzazione.
b) Ricoveri ospedalieri per patologie alcol-correlate: nell’anno 2005 sono stati
ricoverati 920 trentini (969 le persone complessivamente ricoverate) pari
all’1,1% del totale dei ricoveri dei residenti, con un tasso di ricovero
corrispondente a 184 ogni 100.000 abitanti, in leggera diminuzione rispetto
agli anni precedenti. L’età media è di 61 anni e la degenza media di 14 giorni.
La dimissione a domicilio riguarda circa l’80% dei casi, mentre poco più del
5% dei pazienti muore durante l’ospedalizzazione26.
Tali dati evidenziano, anche con specifica relazione all’età, gli effetti che
un forte consumo continuato nel tempo finisce per produrre in termini di
conseguenze patologiche di tipo fisico e/o psicologico e psichiatrico, sino alla
necessità di ricovero in strutture ospedaliere.
c) Mortalità alcol-correlata: è un dato stimato dalle cause di morte cui vengono
applicate frazioni attribuibili all’alcol sulla base di una formula elaborata in
Francia negli anni ’80 (formula di Perrin) e, in seguito, rielaborata per la realtà
italiana (formula Italia). Nel 2005 in Provincia di Trento i decessi attribuibili
all’alcol sarebbero stati secondo la “formula Perrin” 171 e secondo la “formula
Italia” 103, di cui 50 (dei complessivi 84 morti) per cirrosi epatica, 18 (su
38 morti) per incidenti stradali, 15 (degli 89 morti) per tumori alla bocca
e alla gola e 9 (dei 36) per suicidio27. L’aspetto incoraggiante è che il dato
della mortalità attribuibile all’alcol sembra in calo, soprattutto rispetto agli
anni ’90, anche se occorre attendere per l’eventuale conferma di un trend al
ribasso.
d) Tassi di dimissioni ospedaliere per diagnosi totalmente attribuibili all’alcol:
nell’anno 2003 (ultimo anno attualmente disponibile con dati comparabili)28
Documentazione APSS – Servizio di alcologia, Trento, 2007
Osservatorio Epidemiologico – Direzione Promozione ed Educazione alla Salute – APSS, Gli indicatori
di salute e di accesso ai servizi in Provincia di Trento, Trento, 2006.
28
Fonte: Ministero della Salute – Scheda di dimissione ospedaliera
26
27
69
Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
Capitolo 3
il Trentino è al terzo posto in Italia, dopo la Valle d’Aosta e l’Alto Adige e
prima del Friuli Venezia Giulia, con un tasso di dimissioni ospedaliere alcolcorrelate pari a 349,0 (ogni 100.000 abitanti). E’ un tasso più che doppio
rispetto a quello nazionale (167,9) e che cresce progressivamente passando
dalla fascia d’età giovanile a quella adulta ed anziana. Sopra i 55 anni il tasso
supera abbondantemente, per la componente maschile, il valore di 1000
dimissioni ogni 100.000 abitanti. Anche qui si registra un dato in positivo
rappresentato da un tendenziale calo nell’ultimo quinquennio.
e) Tasso di positività all’etilometro: Dai dati forniti dalla 2^ Divisione della Polizia
stradale di Roma circa i rilevamenti effettuati su tutto il territorio nazionale
nei giorni di sabato e domenica29, dalle ore 0 alle 6, risulta che in Trentino
Alto Adige è stato effettuato il numero più alto di controlli in rapporto
alla popolazione residente con un’età superiore ai 14 anni: nel 2006, 1.058
controllati ogni 100.000 abitanti potenzialmente guidatori di un mezzo. Di
essi il 10% è risultato positivo, contro il 12% dell’anno precedente, con un
valore che si attesta al di sotto della media nazionale (16%) e delle regioni
limitrofe30.
Questi dati che aggregano il Trentino con l’Alto Adige (area che, come
sopra evidenziato, ha livelli di consumo rischioso di alcol ancora più marcati)
focalizzano l’attenzione su uno degli aspetti più preoccupanti degli effetti indiretti
del consumo di alcolici: l’incidentalità stradale. In Trentino, già da alcuni anni
ci si muove, in una logica d’integrazione sinergica fra più agenzie istituzionali,
nella direzione di una maggior efficacia nella prevenzione degli incidenti stradali,
con riguardo particolare al consumo di alcolici31. E’ ipotizzabile che tale strategia
cominci a produrre alcuni effetti positivi. Infatti, sempre secondo i dati di
Polizia, nella regione Trentino-Alto Adige vengono effettuati assai più controlli
all’alcol-test rispetto alla media nazionale32. Nonostante questo maggior controllo
risulta più bassa la percentuale di guidatori positivi (con tasso alcolico nel sangue
superiore a 0,5 g/l). Ciò che appare come dato confortante è che, in Trentino
- Alto Adige, a fronte di una maggior incidenza, rispetto alla popolazione, di
Rilevamenti effettuati durante il servizio specifico volto alla prevenzione del cosiddetto fenomeno “Stragi
del Sabato Sera”.
30
Nel 2006 in Veneto sono risultati positivi all’etilometro il 29,2% dei controllati nel fine settimana.
31
Per un quadro dettagliato delle questioni, delle strategie e dei progetti relativi alla problematica in
oggetto nella Provincia di Trento si veda: Transcrime, Provincia Autonoma di Trento, Prevenire gli
incidenti alcolcorrelati, Trento, 2004.
32
Nel 2006, dalle ore 0 alle ore 6 del sabato e della domenica, il tasso dei controllati dalla Polizia Stradale
in Trentino Alto-Adige, è stato di 1.058 controlli ogni 100.000 abitanti di età superiore ai 14 anni; in
Veneto lo stesso tasso è stato di 126,1 ogni 100.000 abitanti e in Italia di 238 ogni 100.000 abitanti.
29
70
Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
Capitolo 3
patenti ritirate in base all’art. 186/2 del Codice della Strada, si ha un trend che
sembra andare in controtendenza rispetto al quadro nazionale: calano infatti
dal 2005 al 2006 le patenti ritirate, il numero degli incidenti durante il fine
settimana, il numero di feriti e il numero di morti sulle strade. In Italia tutti
questi valori numerici sono, nello stesso periodo di tempo, in crescita, alcuni
anche in maniera consistente33.
É presto per affermare se effettivamente, in Trentino, siamo di fronte ad una
inversione di tendenza nel rapporto alcol – guida. Di certo l’attenzione di tutti
i servizi (della prevenzione e del controllo) va tenuta costante anche allargando
il campo alle altre droghe. Infatti il rapporto sostanze psicotrope e guida già
evidenziava dati allarmanti alla fine degli anni ’9034, e oggi la situazione appare
non migliorata dato che tutti gli indicatori di consumo dicono che è cresciuta,
soprattutto da parte dei giovani, la contiguità con le droghe da fumo (hashish
e marijuana), la cocaina, le amfetamine, gli psicofarmaci e con l’alcol, spesso
consumato in associazione con una o più della sostanze tossiche menzionate35.
Questi riscontri da fonti ufficiali e da statistiche di servizio sottolineano, da un
lato, la consistenza del fenomeno dell’abuso di alcol, con le conseguenze correlate
e, dall’altro, la complessificazione della questione alcol in Trentino. Quest’ultimo
aspetto è da collegarsi soprattutto al nuovo stile di consumo che va a sommarsi
a quello di tipo tradizionale. Il consumo tradizionale continua a produrre, in
diversi casi, effetti collaterali di patologia individuale e sociale, pur in presenza di
una diminuzione dei consumi pro-capite di alcol negli ultimi anni, e rende conto
dei molti costi sanitari e sociali evidenziati dalle statistiche sopra riportate. Ma
l’avanzare del nuovo preoccupa per la diminuzione progressiva dell’età “implicata
nell’alcol” e per il fatto che, se è vero che le patologie individuali si manifestano
In particolare in Italia le patenti ritirate nel fine settimana dalla Polizia stradale sono passate dal 2005
al 2006 da 16.212 a 19.074 con un incremento del 18%. In Veneto, nello stesso periodo l’incremento
è stato del 20%, mentre in Trentino Alto Adige si è assistito a un calo del 2%.
34
Una campagna di prevenzione degli incidenti stradali, realizzata dal 1994 al 1998 nell’area Triveneta e
basata su screening clinici rapidi condotti su 6.587 conducenti (1.241 dei quali hanno dato l’assenso
per un accertamento tossicologico-forense completo) fermati durante le ore notturne dei fine settimana,
ha permesso di costatare che nella popolazione dei conducenti esiste un problema rilevante di guida
sotto l’influenza di alcol e di alcol associato a droghe. Lo studio ha potuto rilevare che:
- più di 1/4 dei conducenti esaminati aveva un tasso alcolico superiore allo 0,8 g/l (livello che all’epoca
definiva la soglia di passaggio allo stato di intossicazione e alle conseguenti sanzioni per il conducen
te);
- 1/7 dei conducenti esaminati si trovava alla guida sotto l’influenza di droghe (nei 2/3 dei casi associate
ad alcol), soprattutto derivati della cannabis, cocaina e amfetamine [Ferrara S. D. (a cura di), Alcol,
droga, farmaci e incidenti stradali, Cleup, Padova, 1999].
35
Si vedano: la Relazione annuale al Parlamento sullo stato delle tossicodipendenze in Italia 2006 e la
Relazione annuale sulle tossicodipendenze in Trentino 2006, a cura del Sert – APSS, Trento.
33
71
Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
Capitolo 3
nel medio - lungo periodo e, quindi, prevalentemente in età adulta e anziana, è
pure vero che ciò è dovuto ad un consumo eccessivo e continuato già a partire
dagli anni giovanili. La sensazione, peraltro ben fondata, è che l’attuale consumo
giovanile di alcol, spesso molto trasgressivo in termini di eccesso (con frequenti
ubriacature nei fine settimana), oltre a produrre una patologia sociale immediata
(incidentalità, conflittualità ed altro), generi, sul piano sociale, una visione
prospettica non molto confortante, quando fra due - tre decenni potrebbero
manifestarsi, in forma decisa, alcune gravi conseguenze patologiche sulla salute
individuale degli attuali giovani consumatori.
3.5.1. Qualche segnale in positivo
Le evidenze empiriche confermano due certezze di fondo: a) la rilevanza, la
consistenza e l’urgenza dei problemi suscitati dal consumo di alcol in Trentino;
b) l’esistenza, l’efficienza e la copertura territoriale dei servizi pubblici e privati
che operano nel settore alcologico; servizi in grado di produrre, in sinergia con
altri attori sociali, iniziative all’avanguardia anche nel campo della prevenzione.
Rimane aperta la sfida di come e quanto tutto ciò che si fa in termini di scelte
politiche, di progettualità, di intervento concreto di cura, di informazione, di
sensibilizzazione, sia in grado di intaccare efficacemente una cultura del bere
che esprime esigenze decisamente diverse da quelle del passato.
Si deve dare atto a tutto il sistema dei servizi di muoversi in una direzione
sempre più mirata verso l’universo giovanile, senza trascurare la famiglia e gli
stili di vita degli adulti; ma probabilmente vi sono anche alcune variabili che
sfuggono all’azione strategica e che devono far riflettere sia sulla “scatola nera” dei
contenuti e dei codici comunicativi utilizzati nei confronti dell’universo giovanile
e sia sulle tendenze di una società di adulti che produce un clima esasperato
di relativismo e di individualismo e che sembra incontrare molte difficoltà
nell’accompagnare “la crescita” individuale, sociale, economica, culturale, dei
minori e dei giovani.
La sensazione di chi scrive è che il clima culturale connesso allo stile
consumistico dell’attuale società abbia una influenza più elevata rispetto ad
ogni azione strutturata di servizio, cioè produca più forza di condizionamento
verso consumi rischiosi negli adolescenti, particolarmente i più fragili, rispetto
a quanto razionalmente si va programmando ed implementando all’interno dei
servizi e degli spazi vitali formali, o semi-formali, per orientare stili di vita sani
e responsabili.
Tuttavia bisogna prendere atto che tutte le strategie e le azioni di tipo preventivo
hanno bisogno di tempi medi e lunghi per poter creare e stabilizzare orientamenti
positivi. E in Trentino potrebbe iniziarsi ad intravedere qualche segnale in
72
Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
Capitolo 3
questa direzione a seguito proprio della più che decennale progettazione mirata
al contenimento dei consumi alcolici. Come sopra evidenziato, infatti, sono in
calo i consumi pro-capite di alcol, le ospedalizzazioni per patologie direttamente
connesse all’alcol e anche le morti alcol-correlate. Insieme a queste sembrano in
calo anche le azioni meno responsabili, quali, ad esempio, il mettersi alla guida,
con un tasso alcolico superiore ai limiti di legge.
Questi rilievi positivi, che è ancora presto definire tendenze, paiono evidenziare
due aspetti che meritano attenzione per eventuali conferme o smentite nei
prossimi anni. Un primo aspetto è che fra orientamenti manifestati dai giovani
in tutte le ricerche (molta tolleranza verso l’alcol, ai primi posti della classifica
nazionale) e i loro comportamenti concreti (quanti si ubriacano e guidano in stato
di ebbrezza) si rileva, per fortuna, un certo scarto, il quale, peraltro, evidenzia
come il Trentino non sia affatto messo peggio (come condotte rilevate) rispetto
alle altre Regioni del Nord (Nord Est compreso). L’altro aspetto concerne i
possibili effetti di tutte le attività di prevenzione che vengono svolte capillarmente
sul territorio trentino, in diversi ambiti vitali, col coinvolgimento di più attori
(Scuola, Comunità, Forze dell’Ordine, Associazioni, Enti pubblici ed altri)
e che forse cominciano ad avere una qualche incidenza sui comportamenti
quotidiani.
Non è possibile affermare, con decisione, che le strategie preventive messe
in atto in Trentino abbiano inciso nel modificare gli orientamenti dei giovani,
anzi molte ricerche sembrerebbero confermare una crescita, in generale, degli
orientamenti negativi (vedi contributo Buzzi), tuttavia i comportamenti
problematici ad impatto sociale del consumo alcolico sembrano ridursi. Su questi
aspetti comportamentali, particolarmente sulla guida dopo aver bevuto, incidono
molto probabilmente anche le norme vieppiù severe del Codice della Strada36
36
É soprattutto a partire dall’inizio degli anni 2000 che si assiste ad un progressivo inasprimento delle
condizioni che regolano il rapporto alcol-guida (vedi Legge 30 marzo 2001 n. 125). E’, però, con il
nuovo Codice della Strada, entrato in vigore nell’agosto 2003, che comincia effettivamente ad essere
applicata, con strumentazione adeguata, maggiori controlli e sanzioni più severe la normativa in que
stione. In questa prospettiva si colloca un ulteriore provvedimento normativo, il D.L. del 4 agosto 2007
che individua tre fasce progressive di consumatori eccessivi di alcolici, cui corrispondono inasprimenti
altrettanto progressivi dei livelli sanzionatori: a) chi guida con un tasso alcolemico compreso tra 0,5 e
0,8 g/l (ammenda max 2.000 euro e sospensione patente max 6 mesi); b) chi guida con tasso alcolemico
compreso tra 0,8 e 1,5 g/l (ammenda max 3.200 euro, arresto fino a 3 mesi o attività socialmente utile
fino a 6 mesi, sospensione patente max 1 anno); c) chi guida con un tasso alcolemico superiore a 1,5 g/l
(ammenda max 6.000 euro, arresto fino a 6 mesi, o attività socialmente utile fino a 1 anno, sospensione
patente max 2 anni. Le pene sono raddoppiate in caso di recidiva e in caso di incidente provocato. E’
prevista anche la revoca della patente in caso di recidiva nel biennio. Sanzioni analoghe sono previste
per chi guida in stato di alterazione psico-fisica per aver assunto sostanze stupefacenti o psicotrope.
73
Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
Capitolo 3
e, soprattutto, il fatto che vengano applicate a seguito di una intensificazione
mirata dei controlli sulle strade da parte delle Forze dell’Ordine.
Rimane sempre aperta la questione di come elaborare forme nuove ed
incisive di attenzione verso il contenimento degli effetti perversi del consumo
di alcolici da parte di adolescenti e giovani: di pensare, cioè, come inculcare e
stabilizzare orientamenti in positivo che facciano perno sullo sviluppo del senso
di responsabilità. In questa direzione viene qui solamente abbozzata la proposta
di una possibile linea d’azione che coinvolge direttamente le istituzioni educative
e formative, quelle, a mio parere, in prima linea nel formare stili e orientamenti
valoriali di fondo nella popolazione giovanile.
3.6. Tra prevenzione e promozione: la sfida contro lo “sballo”
Ritengo che di fronte a un fenomeno alcol che tende a coinvolgere prepoten
temente la componente minorile e giovanile di una società sempre più mobile
e motorizzata, sia necessario sviluppare una strategia di prevenzione primaria
o, meglio, promozione della responsabilità, che incida sul piano della cultura e
degli stili di vita. Come? Mettendo “in gioco” adulti e giovani in una dimensione
educativa centrata sulla relazione, sui contenuti della relazione, sul senso della
relazione che si sviluppa fra sé e gli altri.
L’alcol è solo un palliativo e un ingannatore della relazione. L’uso dell’alcol
e di altre sostanze psicoattive per “sballare” o “per divertirsi” “o per “sentirsi
accettati dal gruppo” altro non sono che “mediatori relazionali fasulli” perché
non portano alcun contenuto alla relazione, anzi la svuotano perché essa, in tal
modo, si realizza solo come “spettacolarizzazione individuale” (sballo per sentirsi
al centro dell’attenzione) e come “consumo di emozioni o sensazioni” (sballo
per provare il limite).
La relazione tra gli uomini apre sempre prospettive, è aperta alla fecondità del
progetto, al valore dell’altro e dell’insieme. I ragazzi che abusano di sostanze danno
la sensazione di essere “atomi” che non sono riusciti e non riescono a stabilire
relazioni significative, o comunque incapaci di restare ancorati ai significati più
autentici della relazione. E’ necessario aiutare a riflettere su, e a vivere, la relazione
con l’altro in quanto persona unica e “preziosa”. I contesti deputati, in primis,
a questa fondamentale funzione di crescita umana e sociale sono le agenzie di
socializzazione per eccellenza (famiglia, scuola, associazionismo, mass-media).
Oggi ognuna di queste agenzie sembra andare per proprio conto e sembra
lanciare i propri messaggi incurante dei, e a volte contro, i messaggi delle altre
agenzie, generando spesso conflitti e confusione sui valori e sugli orientamenti
che contano per la maturazione umana e sociale del minore.
74
Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
Capitolo 3
Una “convergenza etica” fra le agenzie di socializzazione, che ponga in primo
piano la crescita di responsabilità nei comportamenti, appare una questione
importante ed urgente da porre. Implica una costante focalizzazione sulle
conseguenze di ciò che facciamo, una riflessione sul danno a sé e agli altri che
nostre certe azioni possono produrre. Richiede lo sviluppo e la valorizzazione di
una cultura del servizio, dell’ascolto, del dialogo, della disponibilità.
Tutte le agenzie di socializzazione dovrebbero sostenere, di fatto, un tale
orientamento di fondo. Mi soffermo, in particolare, sulla scuola perché ha un
ruolo centrale, insieme alla famiglia, nella maturazione del senso di responsabilità
entro la relazione minore – adulto. Nella scuola passano tutti i ragazzi; essa è una
fucina di relazioni che possono essere lette, analizzate, sperimentate, migliorate
entro una funzione educativa insostituibile. In essa le relazioni adulti – ragazzi
e quella fra i pari sono attuali, vive, vitali.
In questa prospettiva diventa prioritario, perché l’obiettivo della prevenzione
possa essere avvicinato, aiutare la scuola e gli insegnanti a sviluppare percorsi
progettuali coerenti ed articolati lungo tutto l’iter scolastico, a partire da
emozioni e autostima, per passare all’alimentazione, alla salute, all’educazione
civica, all’affettività, alla convivenza, all’interculturalità, alla cittadinanza, alla
legalità. Si tratta di articolare percorsi non sporadici ed isolati bensì continuativi,
coinvolgenti tutti i ragazzi secondo strategie di inclusione proprio nei confronti
di quelli che manifestano problemi e disinteresse. Sul tema specifico dell’abuso
di sostanze psicotrope e delle dipendenze patologiche in generale, i progetti,
soprattutto nelle scuole superiori vanno sviluppati non per i ragazzi ma con i
ragazzi e vanno inseriti in un’azione ampia e aperta a tutta la comunità, con il
coinvolgendo di altre agenzie e dei servizi presenti sul territorio37. É poi necessario
riflettere sui percorsi e i risultati al fine di un costante miglioramento delle
proposte, delle metodologie e dei contenuti.
Sull’attenzione educativa per favorire stili di vita salutari e contenere
le problematiche alcol correlate si sono espressi diversi autorevoli Organi
internazionali 38. Ma centrare l’attenzione sulla scuola, sulla famiglia,
sull’associazionismo e sugli effetti dei mass-media, ricercando le radici dei
comportamenti trasgressivi, significa non solo prevenire i consumi di sostanze
In tal senso si esprime la letteratura scientifica internazionale in tema di prevenzione, laddove il coinvolgi
mento di una pluralità di attori sembra dare i risultati migliori in termini di modifica degli atteggiamenti
e dei comportamenti socialmente indesiderati (Florin P. – Wandersman A., “Community Interventions
and Effective Prevention”, in American Psychologist, vol. 58, n. 6/7, pp. 441 – 448)
38
Dalla Carta Europea sull'Alcol elaborata a Parigi nel dicembre 1995:
- Realizzare, a partire dalla prima infanzia, programmi educativi di vasta portata;
- Rinforzare e sviluppare il ruolo centrale della comunità, accrescendo la capacità della società di occu
37
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Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
Capitolo 3
“pericolose”, bensì attivare un processo che può distogliere da molti altri
comportamenti rischiosi: dal bullismo, al disadattamento, dall’abbandono
scolastico alla violenza di gruppo. Per questo è necessario pensare ed articolare un
sistema di prevenzione a carattere diffusivo, non solo specializzato sul sanitario
e sul criminologico; un sistema aperto al sociale e coinvolgente, in modo
coordinato ed integrato, una pluralità di attori e di agenzie. Tenere la scuola
come punto di riferimento è una necessità ma anche una grande responsabilità
da parte della società e della politica. Si tratta, infatti, di sostenerne l’impegno e
l’azione con costanza e continuità, fornendo supporti, risorse e servizi collaterali
per integrare proprio chi ha più difficoltà nel processo educativo e di crescita
verso uno stile di vita sano e responsabile.
Ciò che oggi viene proposto e fatto nel mondo della scuola, in termini
progettuali, sui comportamenti a rischio, è significativo e importante e incontra
risultati incoraggianti in quelle situazioni dove gli insegnanti rappresentano un
punto di riferimento costante di testimonianza e di stimolo verso gli alunni.
Tuttavia, sia in Trentino, come nelle altre regioni italiane, la progettualità manca
spesso di continuità e di coordinamento e un disegno di coinvolgimento dello
studente in un percorso di crescita “civica” che lo impegni dal primo all’ultimo
anno di frequenza scolastica è piuttosto raro. Di qui la necessità di continuare a
stimolare chi ha responsabilità educative, e chi deve fare scelte per il bene della
comunità, ad un impegno che produca, all’interno del mondo degli adulti,
la consapevolezza dell’importanza della relazione che lega le generazioni nel
processo di crescita e di miglioramento della qualità della vita.
parsi delle problematiche correlate con l'alcol, attraverso la formazione degli operatori dei vari settori
coinvolti, quali quello sanitario, sociale, educativo e giudiziario.
Dalla Dichiarazione sui giovani e l’alcol adottata a Stoccolma nel febbraio 2001:
- Le politiche in materia di alcol riferite ai giovani dovrebbero inserirsi in una più vasta azione sociale,
dato che il consumo di alcol tra i giovani riflette, in larga misura il modello e gli atteggiamenti della
società adulta;
- Promuovere diverse misure efficaci in materia di alcol in quatto grandi aree: (protezione, educazione,
situazioni di vita, riduzione del danno);
- Elaborare programmi di promozione della salute in contesti quali scuole, luoghi di lavoro, organizzazioni
giovanili e associazioni locali. Questi programmi dovranno permettere ai genitori, agli insegnanti, ai
gruppi di pari e ai responsabili dei giovani, di aiutare questi ultimi ad apprendere e a mettere in pratica
comportamenti utili nella vita, per far fronte ai problemi di pressione sociale e per gestire i rischi. Inoltre,
bisognerà fornire ai giovani i mezzi per assumersi delle responsabilità in quanto membri importanti
della società.
38
76
Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
Capitolo 4
Alcol e violenza nel rapporto di coppia:
dati su una relazione incerta e riflessioni su alcune ipotesi d’intervento
Roberto Cornelli e Fiamma Terenghi
4.1. Premessa
È facile, parlando di alcoolismo, riprodurre, anche a livello scientifico, la schizo
frenia del senso comune, che ritiene l’alcol a volte come il più grave tra i problemi
sociali (quando se ne parla in relazione alla salute pubblica e alla devianza), altre
volte come parte irrinunciabile della cultura di un popolo e fattore incentivante
la relazionalità sociale.
Il consumo di bevande alcoliche è profondamente radicato nelle abitudini
alimentari, nelle consuetudini sociali e nella ritualità di quasi tutte le culture.
Sopportare l’alcol è ritenuto segno di forza e virilità per gli uomini e una “buona
bevuta” è spesso un rituale obbligatorio in situazioni sociali quali celebrazioni,
feste, incontri di gruppo. Saper scegliere la qualità degli alcolici e il momento
per il loro consumo, in altre situazioni, è segno di distinzione.
La maggior parte delle persone apprezza il consumo di moderate quantità di
alcol dimostrandosi capace di gestire liberamente l’assunzione e di poterla inter
rompere senza difficoltà. L’alcol è però una sostanza che può indurre una forte
dipendenza e costituisce un grave problema medico e sociale quando vengono
superati certi limiti nella sua assunzione, cioè quando se ne abusa.
L’abuso può essere momentaneo (nei Paesi anglosassoni si parla di binge
drinking) oppure protratto nel tempo. Nel primo caso si ha un’intossicazione
alcolica acuta: il livello di alcol nell’organismo supera certi limiti ma senza
compromettere, se non per un certo tempo, le facoltà individuali. Nel secondo
caso invece, si parla di intossicazione alcolica cronica: l’assunzione di alcol
ripetuta quotidianamente e durante il corso degli anni lede, più o meno in modo
permanente, le strutture organiche provocando alterazioni fisiche e psichiche
permanenti. In entrambi i casi le conseguenze di queste condotte di vita sulla
salute e sull’ambiente circostante possono essere particolarmente gravi.
77
Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
Capitolo 4
Per quanto riguarda le conseguenze sull’ambiente circostante, nei Paesi
occidentali, l’incidentalità stradale dovuta all’abuso di alcol occasionale è la
prima causa di morte giovanile. In Italia, il 30% degli incidenti mortali ha come
vittima una persona con età inferiore ai 30 anni. E anche se negli ultimi anni
la mortalità generale per incidenti è diminuita, il dato non vale per la fascia
giovanile [Savona E. U., Caneppele S. 2004, 5].
Allo stesso modo, si può pensare a tutte quelle situazioni di conflittualità sociale
dove sono implicate persone in stato di etilismo acuto che possono mettere in atto
una serie di comportamenti devianti. “Lo stato di ebbrezza induce disinibizione
e pertanto slatentizza la violenza e debilita i freni morali e normativi, che in
condizioni di sobrietà consentono il controllo delle pulsionalità illecite” [Ponti
1999, 541]. L’alta frequenza di condotte aggressive, da quelle verbali (ingiurie,
offese, oltraggi) a quelle dirette contro le cose/gli oggetti (danneggiamenti, atti
di vandalismo) o le persone (percosse, maltrattamenti in famiglia, risse, litigi,
lesioni anche fatali) sono solo alcuni esempi. Piuttosto diffusi sono anche i reati
sessuali perpetrati in stato di ebbrezza a partire dalle molestie sessuali, atti di
esibizionismo fino ad arrivare agli stupri e all’incesto.
Molto gravi sono anche i danni provocati dall’alcolismo sulle condizioni psico
fisiche delle persone. Lesioni a tutti gli organi, al sistema nervoso e alla psiche
in molti casi irreversibili nonostante vengano curati; malattie cardiovascolari,
epatopatie alcoliche (cirrosi epatica) e neoplasie, fenomeni psicopatologici
(danneggiamento delle facoltà intellettive, alterazioni della memoria,
appiattimento affettivo, irritabilità, impulsività, decadimento morale) e psicosi
alcoliche che sono vere e proprie malattie mentali (deliri di gelosia, delirium
tremens, allucinosi alcolica e demenza alcolica) comportano un decadimento
generale della qualità della vita dell’individuo in diversi ambiti: personale,
familiare, sociale e lavorativo.
La letteratura criminologica ha indagato il rapporto tra abuso occasionale/
cronico di alcol e comportamenti devianti, e suggerisce come una parte di
comportamenti criminali violenti sia connessa all’abuso di sostanze alcoliche:
questo comporta una disinibizione che agisce in modo selettivo rispetto alle
caratteristiche comportamentali delle persone. Per fare solo un esempio, in
individui in cui sono presenti tendenze aggressive, normalmente inibite dai centri
superiori, l’effetto disinibitorio selettivo dell’alcol potrebbe favorire l’insorgere
di queste pulsioni violente, e le pulsioni sessuali si traducono più facilmente,
rispetto a quanto accade in condizioni di sobrietà, in comportamenti violenti.
E, tuttavia, parlare di condotta violenta, sia pure connessa a fenomeni di
abuso di sostanze alcoliche, richiama anche altre visioni criminologiche, di
matrice interazionista, che consentono di gettare un fascio di luce sui quei
78
Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
Capitolo 4
percorsi psico-sociali che conducono un individuo a realizzare un atto violento,
rendendo intelligibili quei percorsi che nelle spiegazioni scientifiche tradizionali
vengono definiti come “raptus”. L’ottica criminologico-interazionista induce a
non ridurre la comprensione degli atti violenti ad aspetti irrazionali e privi di
movente, bensì a dotare di senso il “mondo” dei criminali violenti, solitamente
ritenuto poco comprensibile e comunicabile [Ceretti, Natali 2004].
A partire da queste considerazioni, che per la natura di questo lavoro
rimarranno più spunti di riflessione che trattazioni organiche, in questo capitolo
intendiamo analizzare criticamente la relazione tra intossicazione alcolica acuta o
cronica degli uomini ed episodi di violenza nel rapporto di coppia, in particolare
quelli in cui sono vittime le donne, mogli o compagne.
Dopo una prima descrizione delle caratteristiche e dell’entità del fenomeno
della violenza domestica, compiuta attraverso l’analisi di dati internazionali,
nazionali e locali, abbiamo esaminato le ricerche e gli studi condotti a livello
internazionale che hanno indagato il legame tra abuso di alcol ed episodi di
violenza coniugale al fine di presentare i principali modelli teorici esplicativi.
Infine, a partire da una breve e schematica analisi delle esperienze straniere e
italiane, individuiamo alcuni percorsi di lavoro possibili, da sviluppare in Italia
e in Trentino, con la consapevolezza dell’importanza e insieme dell’estrema
difficoltà di predisporre interventi di prevenzione della violenza coniugale,
4.2. La violenza contro le donne
La violenza è un concetto molto difficile da definire. La parola “violenza” viene
comunemente utilizzata nel linguaggio quotidiano per descrivere una serie di fatti
sociali molto diversi tra loro, tanto che vi sono differenze sia nell’uso di questo
termine sia nei significati che gli sono attribuiti [Rebughini 2004]. La defini
zione dei confini della violenza contro le donne cambia nel tempo e nello spazio
seguendo i mutamenti culturali, economici e sociali che avvengono all’interno
delle società. La vita nelle società del benessere ha sicuramente accentuato la
nostra sensibilità nei confronti della violenza e soprattutto la riprovazione sociale
nei suoi confronti. Inoltre, le conquiste sociali e civili acquisite sul piano della
parità tra uomo e donna hanno posto al centro del dibattito sociale, politico
e anche giuridico (in particolare, nel nostro Paese, con la legge sulla violenza
sessuale del 1996) il tema della violenza sulle donne.
Gli anni ’70, nel mondo occidentale, segnano una svolta nell’emersione
del fenomeno e nel favorire i cambiamenti legislativi per una maggiore tutela
delle donne. In Italia, ad esempio, è solo nel 1981 che viene abrogato l’art.
587 del Codice Penale “Omicidio e lesione personale a causa d’onore”, abolito
79
Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
Capitolo 4
il matrimonio riparatore e, infine, estinto il reato di stupro nel caso in cui lo
stupratore sposi la ragazza violentata. [Romito 2000, 9].
A seguito delle denunce dei movimenti femministi il tema della violenza sulle
donne entra, dalla metà degli anni ’80, anche nel dibattito e nei documenti dei
maggiori organismi internazionali (Consiglio d’Europa, Parlamento Europeo,
Nazioni Unite e Organizzazione mondiale della Sanità).
Prospetto dei principali documenti emanati dagli Organismi internazionali sulla
violenza contro le donne
Documenti internazionali
1993: Dichiarazione ONU sull’eliminazione della violenza contro le donne
1995: Piattaforma d’azione ONU approvata dalla IV Conferenza Mondiale sulle
donne
1996: Risoluzione OMS “Prevenzione della violenza: una priorità della sanità
pubblica”
1998: Risoluzione dell’Assemblea Generale ONU “Prevenzione del crimine e misure di
giustizia penale per eliminare la violenza contro le donne e “Le strategie modello
e le misure pratiche sulla eliminazione della violenza contro le donne”
2000: Risoluzione della sessione speciale dell’Assemblea generale “Donne 2000:
uguaglianza tra i sessi, sviluppo e pace per il ventunesimo secolo”
Documenti europei
1986: Risoluzione UE sulla violenza contro le donne
1997: Comitato Guida del Consiglio d’Europa per l’eguaglianza fra uomini e donne
(CDEG), “ Piano d’azione per combattere la violenza contro le donne”
1999: Risoluzione UE sulla violenza contro le donne e “Programma Daphne”
2000: Decisione N. 293/2000/CE relativa a un “Programma d’azione comunitario sulle
misure preventive intese a combattere la violenza contro i bambini, i giovani e
le donne”
2002: Raccomandazione Rec (2002)5 del Comitato dei Ministri (Consiglio d'Europa)
agli Stati membri sulla salvaguardia delle donne dalla violenza
Da Istituzioni e violenza: documenti sulla lotta contro la violenza alle donne, reperibile al
sito Internet http://www.emiliaromagnasociale.it.
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Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
Capitolo 4
Tutti i documenti internazionali contengono alcuni concetti fondamentali che
vanno dal riconoscimento che la violenza sulle donne determina una lesione dei
diritti fondamentali e rafforza le disparità di potere tra generi, fino alla necessità
di potenziare le strutture di supporto e sostegno (Centri Antiviolenza e Case
Rifugio) in tutti i Paesi membri.
Ma cosa sappiamo oggi della violenza che avviene all’interno delle mura
domestiche?
4.2.1. Caratteristiche e diffusione
La violenza di coppia, nei Paesi anglosassoni definita Intimate Partner Violence
(IPV), è “la violenza commessa da parte di un partner o ex partner ai danni di
un membro della coppia che può essere di tipo eterosessuale o omosessuale.
La violenza può essere fisica, sessuale, psicologica, economica” [Department of
Health and Human Services 2003, 3]. Analoghe definizioni fanno riferimento
anche al luogo fisico in cui si verificano atti di violenza, come nel caso in cui si
parla di “violenze che accadono generalmente all’interno della casa e vengono
agite da persone con cui normalmente si convive e che sono una combinazione
di violenza fisica, sessuale, psicologica, economica e a volte spirituale” [Casa
delle donne per non subire violenza di Bologna 1999, 13].
Sia donne che uomini possono essere vittime di episodi di violenza domestica
ma la letteratura e le ricerche del settore indicano come questo fenomeno avvenga
nella maggior parte dei casi a danno delle donne all’interno di una relazione di
coppia.
È piuttosto comune credere che la violenza nella coppia sia solo fisica.
L’immaginario culturale spesso rimanda all’idea di un uomo violento e burbero
capace solo di picchiare. Questa visione, in cui la violenza è tale solo se visibile
anche nei suo “segni fisici”, ne oscura la complessità. Violenza fisica, sessuale,
psicologica ed economica spesso si intrecciano nelle condotte maschili violente
creando un mix esplosivo e crescente di crudeltà [Ponzio 2004, 35-55].
La violenza fisica corrisponde a un ampio ventaglio di azioni: spintonare,
strattonare, dare schiaffi, pugni, calci, morsi, ferire con armi bianche, colpire
con oggetti, bruciare con le sigarette, mettere le mani al collo, ecc. La violenza
fisica può anche essere di tipo sessuale: imposizione di un rapporto sessuale senza
consenso oppure di un certo tipo di prestazione sessuale attraverso la forza fisica
agita o minacciata, il ricatto economico, affettivo, morale.
La violenza psicologica è più difficile da identificare perché non lascia segni
visibili. Minacce e violenze verbali (insulti e umiliazioni anche in presenza d’altri)
sono piuttosto frequenti insieme al controllo di tutte le attività e i movimenti
81
Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
Capitolo 4
della donna (telefonate, contatti con familiari/parenti/amici/colleghi di lavoro)
e delle sue entrate economiche (obbligo di versare tutto lo stipendio su un conto
corrente cointestato di cui la donna non possiede assegni o bancomat, consegna
diretta dello stipendio, giustificazione di ogni spesa effettuata, ecc). Ancora,
divieto di avere un lavoro o di mantenerlo oppure assunzione alle dipendenze
dell’uomo senza retribuzione.
Insomma, non solo un insieme di atti volti a compromettere seriamente
l’integrità psico-fisica della donna, ma anche azioni mirate a sancire il suo
effettivo isolamento e assoggettamento. “Lo scenario prevalente delle violenze
è uno scenario di fiducia smentita ed è uno scenario quasi sempre di ordinarie
violenze, in taluni casi avviate addirittura prima del matrimonio e nella gran
parte dei casi con la caratteristica della continuità nel tempo, di una lunga
durata, con una pendolarità di comportamenti che si consumano in una vana
alternanza tra ‘petizioni’ (iniziali) di perdono da parte degli uomini e speranze
di ravvedimento coltivate dalle donne” [Ventimiglia 2001, 54].
I primi studiosi della violenza tra partner descrivono come essa – in una delle
modalità più frequenti, anche se non l’unica - “si manifesti sotto forma di cicli,
[…] questa violenza si stabilisce per gradi all’interno della coppia, all’inizio con
tensioni e ostilità che non sempre vengono individuati” [Hirigoyen 2005, 56]. Un
“ciclo della violenza” solitamente si dispiega attraverso quattro fasi principali:
- fase di tensione: momento di irritabilità del partner attribuito a diverse forme
di preoccupazione/difficoltà della vita quotidiana. La violenza non è ancora
manifesta ma traspare dalla messa in atto di atteggiamenti ostili. La donna
avverte la tensione e cerca di smorzarla con gesti accondiscendenti;
- fase di attacco: l’uomo perde il controllo di se stesso. È l’inizio dei veri e
propri maltrattamenti verbali e/o fisici. La reazione femminile è solitamente
muta e sottomessa;
- fase di scuse: il partner si pente, si scusa cercando allo stesso tempo di
minimizzare il suo comportamento. Non tollerando i sensi colpa cerca di
scaricare la responsabilità sulla donna. Il pentimento dura poco e spesso è
diretto a convincere la donna a restare;
- fase di riconciliazione: definita anche fase della “luna di miele” dove avviene
un’apparente trasformazione dell’uomo. Atteggiamenti gentili, premurosi,
collaborativi e rassicurativi che alimentano speranze di cambiamento nella
donna e la invogliano a rimanere. A questa fase può seguire ancora la fase
della tensione che innesca nuovamente il ciclo della violenza.
Di fronte allo stupore di molti che si chiedono “perché le donne non se ne
vanno?” gli esperti rispondono che il maltrattamento mina profondamente
l’integrità delle donne e svaluta talmente la loro immagine di sé al punto da
bloccarle e impossibilitarle ad agire in qualsiasi modo. Anche quando la donna
82
Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
Capitolo 4
riesce a chiudere il rapporto non significa che sia immune da ulteriori violenze. I
dati raccolti dalle indagini straniere e dalle ricerche italiane confermano l’elevato
rischio di subire ulteriori violenze nonostante la fine della relazione. Per citare
alcuni dati di ricerca, il General Social Survey (GSS) on victimization canadese
riporta che, su un campione di 437,000 donne, il 40% conferma di essere stata
vittima di abusi e violenze dopo la separazione. Inoltre, le donne risultano
maggiormente a rischio di omicidio da parte dell’ex marito/partner: tra il 1991
e il 1999, il tasso di donne uccise è di 39 donne su un milione rispetto al tasso di
5 su un milione di donne uccise da mariti/partner violenti durante la relazione
[Canadian Centre for Justice Statistics 1999, 2]; nella ricerca di Patrizia Romito
su 510 utenti dei servizi socio-assistenziali del Friuli-Venezia Giulia risulta che il
4% delle donne sposate, il 18% delle separate e il 13% delle divorziate ha subito
violenza fisiche o sessuali da un partner/ex partner [Romito P. 2000, 103-104].
Si tratta di minacce telefoniche, ricatti sui figli, pedinamenti, aggressioni verbali
sul luogo di lavoro o sotto casa, aggressioni dirette e/o ai familiari e alle persone
che sono vicine alla donna, fino, talvolta (e raramente), anche ad episodi di
omicidio della donna e/o dei figli e suicidio.
È sempre difficile disporre di rilevazioni puntuali ed esaustive su questo
fenomeno a causa dell’elevato numero oscuro39. Pur tuttavia oggi disponiamo
di un insieme di dati, a livello internazionale e nazionale, che permettono di
avere una stima, sia pure rozza, dell’entità della violenza di coppia.
39
La difficoltà di emersione del fenomeno è legata a differenti fattori: da elementi di pregiudizio cultu
rale e di discriminazione sociale di genere insieme alla vergogna, alla paura ritorsioni e al timore di
non essere credute, fino alla difficoltà di riuscire a fare valere realmente tutti gli strumenti di tutela e
protezione esistenti e alla impossibilità per molte donne di riconoscere come atti di vittimizzazione le
esperienze vissute.
83
Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
Capitolo 4
Conseguenze della violenza domestica sulle donne
di carattere fisico
- Ferite di vario genere e loro esiti: bruciature, tagli, occhi neri, commozione cerebrale,
fratture, ematomi
- Danni permanenti: danni alle articolazioni, perdita parziale dell’udito/della vista,
cicatrici secondarie dovute a morsi, bruciature, uso di oggetti taglienti
- Emicranie
- Sindrome di irritabilità intestinale
- Asma
- Gravidanze indesiderate/aborti spontanei
- Disturbi ginecologici
- Malattie sessualmente trasmesse
- Comportamenti autolesionisti (tabagismo, alcolismo, sesso senza protezione)
- Omicidio
di carattere psicologico
- Paura, ansia per la propria situazione e quella delle proprie/i figlie/i
- Sentimenti di vulnerabilità, di perdita e di tradimento
- Perdita di autostima
- Autocolpevolizzazione, disperazione e senso di impotenza
- Forme di dipendenza da sostanze quali alcol, droga
- Sintomi correlati allo stress (sensazione di soffocamento, iperattività del sistema
gastrointestinale)
- Disturbo post-traumatico da stress: ipervigilanza (ansia, disturbi del sonno, diffi
coltà di concentrazione), ri-esperienze del trauma (flash-back, incubi), condotte di
esitamento
- Disturbi dell’alimentazione/disturbi ossessivo-compulsivi
- Disfunzioni sessuali
- Depressione
- Ideazione suicidiaria
di carattere relazionale e materiale
- Isolamento sociale e familiare, perdita di relazioni significative
- Assenze dal lavoro/perdita del lavoro
- Perdita della casa e del livello di vita precedente
Fonte: Maltrattate in Famiglia. Suggerimenti nell’approccio alle donne che si rivolgono ai servizi sanitari,
reperibile al sito Internet http://www.women.it/casadonne/manuale2medici99.pdf.
84
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Capitolo 4
4.2.2. Alcuni dati internazionali e nazionali
Un tentativo per conoscere in modo più approfondito il fenomeno della violenza
domestica è rappresentato dalla realizzazione sia delle indagini di vittimizzazione,
sia di quelle predisposte ad hoc.
La ricerca più estesa in materia di IPV (Internationa Private Violence) è
contenuta nel World Report on Violence and Health condotta dalla World
Health Organization [2002] in cui vengono analizzate 48 indagini campionarie
realizzate in vari Paesi del mondo40.
Dall’indagine si evince che la percentuale di donne che riportano di avere subito
un’aggressione fisica da parte del partner si attesta tra il 10% e il 69%; mentre la
percentuale di donne aggredite dal partner nei 12 mesi antecedenti l’indagine,
varia tra il 3% delle donne intervistate in Australia, Canada, Stati Uniti, il 27%
di quelle interpellate in Nicaragua, il 38% di quelle nella Repubblica Coreana e
il 52% delle donne palestinesi. Per la maggior parte di queste donne l’episodio
di aggressione fisica non è isolato ma fa parte di uno schema di ripetute violenze:
ad esempio, nel campione della città di Leòn (Nicaragua) il 60% delle donne
maltrattate nell’anno precedente l’indagine affermano di essere state aggredite
più di 1 volta e il 20% subisce violenze gravi per più di 6 volte. La media del
numero di violenze fisiche durante l’anno precedente la ricerca è pari a 7 in
uno studio condotto a Londra, e pari a 5 nell’indagine condotta nel 1996 negli
Stati Uniti.
Infine, l’indagine OMS sottolinea che il maltrattamento fisico è spesso
accompagnato da quello psicologico e anche da atti di abuso sessuale per un
terzo della metà dei casi analizzati. Tra 613 donne intervistate in Giappone
che sono state abusate almeno una volta, il 57% sostiene di avere subito tutte
e tre le tipologie di abuso (fisico, psicologico e sessuale) mentre meno del 10%
sperimenta solo forme di abuso fisico. In Monterrey (Mexico), ad esempio, il
52% di donne che subiscono violenza fisica sono allo stesso tempo vittime anche
di abusi sessuali da parte del partner.
40
Per quanto riguarda le indagini specifiche sulla violenza domestica, a oggi disponibili, realizzate in
alcuni Paesi si segnalano: il Violence Against Women Survey (VAWS), Statistics Canada; il National
Violence against Women Survey (NVAWS)-Bureau of Justice Statistics USA; l’International Violence
against Women Survey (IVAWS), Australian Bureau of Statistics; l’ENVEFF Survey – Conseil National
de l’information statistique FRANCIA, mentre per l’UK, non essendo state condotte ancora indagini
ad hoc, si segnala il British Crime Survey (BCS) che contiene alcuni dati sulla violenza sulle donne.
Per quanto riguarda l’indagine internazionale sulla violenza contro le donne (International Violence
Against Women Survey-IVAWS) iniziata nel 1997 e promossa dalla Nazioni Unite a cui hanno aderito
Australia, Cina, Costa Rica, Repubblica Ceca, Danimarca, Grecia, Italia, Polonia, Svizzera, Mozambico
e Filippine si precisa che a oggi il rapporto disponibile è quello dell’Australia “.
85
Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
Capitolo 4
In Italia, non sono state ancora condotte ricerche a livello nazionale volte
ad analizzare nello specifico il fenomeno della violenza domestica. Esistono
due indagini sulla sicurezza dei cittadini condotte dall’ISTAT [1997/1998 e
2002] in cui sono stati rilevati i dati sulle molestie e sulle violenze sessuali su un
campione rappresentativo di donne con età compresa tra i 14-59 anni (20.064
nel 1997/1998 e 22.778 nel 2002)41.
Più specifici, anche se territorialmente limitati, sono i dati raccolti dai Centri
antiviolenza presenti sul territorio nazionale. Alcuni sono stati pubblicati a
seguito di alcune ricerche specifiche sulla tipologia dell’utenza, delle violenze
subite e delle attività offerte dalle strutture.
Piuttosto interessante è il progetto nazionale “Rete antiviolenza tra le città
Urban Italia” nato nel 1998 nell’ambito del Programma di Iniziativa Comunitaria
Urban Italia 1994–1999 e finanziato con il Fondo Europeo di Sviluppo Regionale
(FESR). Esteso a 8 città (Venezia, Roma, Napoli, Reggio Calabria, Lecce, Foggia,
Catania, Palermo) e che ha permesso di acquisire strumenti di conoscenza sulla
genesi e il retroterra del fenomeno della violenza domestica.
Nel progetto nazionale “Rete Antiviolenza Urban” sono stati intervistati un
totale di 8.079 donne (circa 1.000 per città) e 2.419 uomini (circa 300 per
città) con età compresa tra i 18-59 anni. “Il questionario dell’indagine è stato
suddiviso in quattro sezioni: atteggiamenti e percezioni riguardo la sicurezza
delle donne e la violenza sessuale, la violenza e i maltrattamenti in famiglia, le
violenze subite, i dati socio-anagrafici. Le prime due sezioni e l’ultima sono state
somministrate sia a uomini che donne, mentre la sezione relativa alle violenze
subite è stata limitata alle donne che nel corso dell’intervista hanno dichiarato di
aver subito nei due anni precedenti una o più delle forme di violenza indagate”
[Misiti M. 2002, 223]. Contrariamente all’opinione comune secondo cui le
violenze ai danni delle donne sono perpetrate da estranei, la realtà è molto diversa:
“nella maggior parte dei casi e per la maggior parte dei diversi tipi di violenza
l’autore è il partner o un conoscente” [Misiti M. 2002, 47]. Questo dato trova
conferma nel campione Urban dove l’8,6% delle donne intervistate (N=993)
che si sono offerte di parlare delle violenze subite dichiarano, ad eccezione
delle molestie sessuali, una maggioranza di casi in cui l’autore è il partner o il
41
Si segnala che il Dipartimento delle Pari Opportunità presso la Presidenza del Consiglio e l’ISTAT
hanno aderito all’indagine internazionale sulla violenza contro le donne (International Violence Against
Women Survey-IVAWS). In Italia l’indagine analizza la diffusione della violenza contro le donne e delle
sue tipologie (fisica, psicologica, sessuale) con un focus specifico sulla violenza domestica. Nel 2004 è
iniziata la fase pilota su un campione di 1.000 donne, mentre l’indagine definitiva ha avuto inizio nei
primi mesi del 2005 su un campione di 30.000 donne.
86
Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
Capitolo 4
coniuge. Precisamente: il 39% per le violenze psicologiche contro l’8% degli
amici/conoscenti e 10% degli estranei, il 47% per i maltrattamenti fisici contro
il 5% degli amici/conoscenti e il 16% degli estranei, e il 36% per le violenze
sessuali a fronte del 14% di amici/conoscenti ed estranei.
Il luogo privilegiato delle violenze è l’abitazione o la sede di lavoro della vittima.
Mentre, sono le molestie sessuali ad avere caratteristiche meno domestiche e
private e ad essere perpetrate in numero maggiore da autori che sono estranei
alla vittima: il 43% a fronte del 10% dei partner/compagni e il 14% degli amici/
conoscenti (tab. 18).
Tab. 18. Negli ultimi due anni l’8,6% delle donne del campione Urban ha subi­
to:
Autore
Partner/coniuge
Amico/Conoscente
Estraneo
Totale
Violenze
psicologiche
39%
8%
10%
49%
Maltrattamenti
fisici
47%
5%
16%
22%
Molestie
sessuali
10%
14%
43%
27%
Violenze
sessuali
36%
14%
14%
2%
Fonte: elaborazione dati Rapporto nazionale “Rete antiviolenza Urban”
La forma più diffusa di violenza è quella psicologica: il 49% contro il 22%
dei maltrattamenti fisici e il 27% delle molestie sessuali. Violenza che spesso è
persecutoria in quanto ripetuta più volte nella maggior parte dei casi (88%).
Solo il 40% delle donne si rivolge a qualcuno per ottenere aiuto, siano essi
familiari/amici, operatori delle Forze dell’ordine o avvocati.
I maltrattamenti fisici rappresentano una tipica forma di violenza domestica
agita dal marito/compagno contro la moglie/compagna, in più della metà dei casi
infatti questo comportamento si registra nel domicilio coniugale. La conseguente
richiesta di aiuto è meno frequente a conferma sia della paura delle donne di
“violare” la dimensione privata e di subire eventuali ritorsioni, sia della situazione
di isolamento in cui si trovano. Se la donna decide di parlare e cercare un supporto
si rivolge soprattutto a familiari (40%) e alle Forze dell’ordine (32%).
La violenza sessuale ha l’incidenza più bassa (2%). Nella maggior parte dei casi
è compiuto dal marito/partner in casa (36%) a cui seguono gli amici/conoscenti
e gli estranei (14%). In questo caso la richiesta di supporto esterno è piuttosto
limitata ed è principalmente rivolta ai familiari.
L’incidenza complessiva delle differenti tipologie di violenza rispetto alle città
87
Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
Capitolo 4
campione della ricerca (Venezia, Roma, Napoli, Reggio Calabria, Lecce, Foggia,
Catania, Palermo) vede la città di Venezia in testa e come fanalino di coda la città
di Reggio Calabria, il 18,6% nella prima e il 6,7% nella seconda (tab. 19).
Tab. 19. Incidenza complessiva di episodi violenti contro le donne nelle città cam­
pione
Città
Venezia
Lecce
Roma
Napoli
Foggia
Palermo
Catania
Reggio Calabria
Totale
%
18,6
15,2
14,1
14,0
12,4
10,7
8,3
6,7
100
N.
151
185
82
106
67
140
123
139
993
Fonte: elaborazione dati Rapporto nazionale “Rete antiviolenza Urban”
Questo dato può essere interpretato sia come l’indizio di un’effettiva maggiore
incidenza degli episodi violenti, sia come il segnale di una più elevata intolleranza,
sensibilità, vigilanza verso atteggiamenti di aggressività domestica magari sottovalutati o ridimensionati in altre realtà urbane. Inoltre, non bisogna dimenticare
che solo alcune donne accettano di parlare delle violenze subite e questo può
inficiare la rappresentatività di ciascun campione territoriale.
L’indagine “I servizi socio-assistenziali e sanitari e la violenza contro le donne”
realizzata a Trieste nel 1998 su un campione di donne che ha usufruito di questi
servizi [Romito P., 2000], così come il progetto di ricerca “Violenze contro le
donne e percorsi di uscita dalla violenza” condotto sulle utenti dei servizi di
10 Centri antiviolenza presenti nella Regione Emilia-Romagna [Creazzo G.,
2000] forniscono un ulteriore spaccato del fenomeno della violenza domestica
nel nostro Paese.
Il primo lavoro ha come oggetto le donne che si sono recate presso un Pronto
Soccorso, due Consultori Familiari e due Servizi Sociali di base nella città di
Trieste. Un questionario anonimo è stato somministrato alle donne maggiorenni
che si sono recate ai servizi e che hanno accettato di rispondere a domande su
“come i servizi sociali e sanitari rispondono ad alcuni problemi di salute delle
donne” (N=459).
88
Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
Capitolo 4
Le molestie e le violenze sessuali nell’indagine dell’ Istat del 2002
Obiettivi della seconda indagine ISTAT sulla “Sicurezza dei cittadini” sono la raccolta dei
dati relativi al sommerso della criminalità, le modalità di accadimento dei reati, l’iden
tificazione dei gruppi più a rischio e dei luoghi in cui le vittime hanno subito il delitto
e l’individuazione di un quadro della percezione della sicurezza da parte dei cittadini.
All’interno di questa indagine si colloca anche il modulo sulle molestie e le violenze sessuali
che consente di delineare il quadro sommerso delle donne che hanno subito nel corso
della vita molestie verbali, fisiche, atti di esibizionismo, telefonate oscene, pedinamenti,
ricatti sessuali sul lavoro, stupri o tentati stupri.
Interviste a un campione di 22.778, con età compresa tra i 14-59 anni, hanno portato
alla luce elementi importanti riguardo il profilo delle vittime, le loro caratteristiche, i
luoghi e i modi in cui queste donne hanno subito il fatto delittuoso, le conseguenze fi
siche e psicologiche della violenza, la gravità attribuita all’evento, la capacità di parlarne
e di denunciare l’accaduto.
Risultati sulle tipologie delle violenze, i luoghi e l’autore:
Sono più di mezzo milione (520 mila), le donne dai 14 ai 59 anni che nel corso della
loro vita hanno subito almeno una violenza tentata o consumata; si tratta del 2,9% del
totale delle donne di 14-59 anni.
Circa la metà (9 milioni 860 mila) delle donne in età 14-59 anni hanno subito nell’arco
della loro vita almeno una molestia a sfondo sessuale; si tratta del 55,2% del totale delle
donne di 14-59 anni.
Sono 373 mila (il 3,1%) le donne di 15-59 anni che nel corso della vita lavorativa sono
state sottoposte a ricatti sessuali sul posto di lavoro: in particolare l’1,8% per essere assunte
e l’1,8% per mantenere il posto di lavoro o avanzare di carriera.
- Tra le vittime di molestie sessuali nel corso della vita l’11,2% subisce telefonate oscene,
poco più dell’8% episodi di pedinamento, l’8,3% atti di esibizionismo, poco più del
6% molestie verbali e il 5,1% molestie fisiche42
- Tra le donne vittime di violenze sessuali, tentate/consumate, solo nel 18,3% dei casi
l’autore è un estraneo. Con riferimento agli ultimi 3 anni: l’11,1% dei casi interessa
fidanzati/ex fidanzati e il 9,3% coniugi/ex coniugi.
- Confrontando i due periodi di rilevazione (1997-98 e 2002) si registra un dato
significativo: generale diminuzione delle violenze sessuali tentate/
consumate da
persone lontane alla vittima e un aumento di quelle perpetrate da persone vicine,
soprattutto per quanto riguarda gli amici (dal 27,9% al 29%) e i coniugi/ex coniugi
conviventi/ex conviventi (dal 4,5% al 9,3%).
- Se si considerano solo le violenze consumate, l’autore è un amico nel 23,8% dei casi, il
coniuge o il convivente (ex coniuge/ex convivente) nel 20,2%, fidanzato/ex fidanzato
nel 17,4% e solo nel 3,5% dei casi un estraneo.
(continua)
42
Nella classificazione dell’ISTAT le molestie sessuali si riferiscono a: molestie verbali, molestie fisiche
sessuali, atti di esibizionismo, pedinamenti, telefonate oscene, mentre le violenza sessuali allo stupro o
tentato stupro
89
Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
Capitolo 4
- Differenze in merito alle caratteristiche delle vittime (età, stato civile, titolo di studio,
area geografica e luogo di residenza) emergono rispetto alla probabilità di subire violenze
e da parte di chi: subiscono più spesso violenza dai propri partner/parenti le donne
delle fasce d’età più giovani (il 23,5% di quelle con età compresa tra i 14-24 anni e il
18,3% di quelle con età compresa tra i 25-34 anni), con titolo di studio più basso (il
29,2% con licenza elementare e il 22,5% con licenza di media inferiore) e che sono
separate/divorziate e residenti nel Nord-Est e nel Sud del Paese.
- I luoghi in cui avvengono le violenze sessuali tentate/consumate sono principalmente
la strada/al mercato seguiti dalla propria abitazione. Nel corso della vita il 21,1% le
subisce in strada mercato e il 15,8% in casa, mentre negli ultimi 3 anni il 28,8% in
strada mercato e il 18,8% in casa. Se si confrontano i due periodi delle indagini (1997
98 e 2002) rispetto agli ultimi 3 anni, si registra un decisivo incremento delle violenze
tentate/consumate nella propria abitazione da 9,3% al 18,8%.
- Se si considerano solo le violenze sessuali consumate nel corso della vita, la prevalenza è
di quelle agite nei luoghi sicuri: il 31,2% delle donne subisce questo reato a casa propria
contro il 12,6% che ne è vittima in strada/luoghi pubblici. I valori sono speculari se si
considerano esclusivamente le violenze sessuali tentate: 31,4% le subisce in strada/luoghi
pubblici mentre solo il 12,1% nella propria abitazione.
Fonte: Da Istat, Molestie e violenze sessuali, Indagine multiscopo sulle famiglie “Sicurezza dei cittadini ”,
Istat, 2002.
Le donne hanno dai 18 ai 92 anni e presentano caratteristiche sociali molto
varie: la maggior parte è di nazionalità italiana (433 a fronte di 26 straniere),
senza figli, coniugata e convivente al momento dell’ingresso nei servizi. Il titolo
di studio prevalente è la licenza media superiore (N=174) e media inferiore
(N=169), mentre rispetto all’occupazione 165 donne hanno un lavoro fisso e
111 svolgono un mestiere precario o sono disoccupate.
I motivi che spingono le donne a rivolgersi a questi servizi sono molto diversi:
“tra le utenti del Consultorio il 76% viene per una visita ginecologica e il 16%
per un colloquio psico-sociale, tra quelle dei Servizio Sociale il 67% per richieste
di tipo economico, il 12% per chiedere assistenza per una persona invalida e
un altro 12% per motivi legati alla separazione e all’affido dei figli. Le utenti
del Pronto Soccorso vengono per i motivi più diversi […] solo 5 donne (il 2%
del campione del Pronto Soccorso) dichiara di venire per le conseguenze di
un’aggressione” [Romito P. 2000, 100-101].
Il panorama generale rivela che, durante il periodo relativo agli ultimi 12 mesi
prima dell’intervista, 42 donne (9,2% dell’intero campione) sono state vittime
di violenze fisiche, 11 (2,5%) di violenze sessuali, 151 (33%) di minacce, 70
(13,3%) di violenze psicologiche e 26 (5,7%) di violenze economiche. Mentre nel
corso della vita, 158 donne (34,4%) hanno subito violenze fisiche, 134 violenze
o molestie sessuali (29,2%) e 191 violenze psicologiche (34,4%).
90
Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
Capitolo 4
Per quanto riguarda le violenze perpetrate all’interno della relazione di coppia,
il 6,3% delle donne intervistate è stata vittima di violenze fisiche e/o sessuali
(5,7% le prime e il 2% le seconde) agite nella metà delle situazioni dai partner
e nell’altra metà da ex partner.
Il dato caratteristico e riscontrato anche nelle altre ricerche, è il prevalere
delle violenze psicologiche/di altro tipo nei due periodi temporali considerati:
15,5% nell’ultimo anno e 13,1% in passato rispetto a quelle fisiche/sessuali,
6,3% nell’ultimo anno e 11,%% nel passato (tab. 20). Nel corso della vita invece,
l’incidenza è del 17,8% per le violenze fisiche/sessuali e del 28,6% se si include
qualsiasi tipo di violenza.
Tab. 20. La violenza di coppia (partner/ex partner)
Periodo
Si, nell’ultimo anno
Si, in passato, ora non più
No
Totale
Fisica/Sessuale
N.
%
29
6,3
53
11,5
377
82,1
459
100
Qualsiasi violenza*
N.
%
71
15,5
60
13,1
328
71,5
459
100
* Questa voce si riferisce a una delle violenze indicate nel questionario che sono: violenze psicologiche/econo­
miche.
Fonte: elaborazioni dati indagine “I servizi socio-assistenziali e sanitari e la violenza contro le donne”, Trieste
1998.
Come si è già evidenziato si tratta spesso di violenze ripetute. In questo caso,
nei due terzi delle relazioni si evidenziano maltrattamenti durante tutta la durata
del rapporto e nell’80% la presenza di violenze cronicizzate e iniziate molto
prima dei 12 mesi dell’indagine.
91
Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
Capitolo 4
La violenza domestica nelle utenti dei Centri antiviolenza
della Regione Emilia – Romagna
Il progetto di ricerca analizza i dati registrati da 10 Centri Antiviolenza del territorio
emiliano-romagnolo per un totale di 1.380 donne che hanno chiesto aiuto a questi
servizi.
Caratteristiche principali delle donne
- 307 donne straniere (28%) venute in Italia soprattutto per la promessa di un lavoro
(45%) e per ricongiungimento familiare (25%)
- età della maggior parte delle donne compresa tra i 30-39 anni
- presenza elevata di donne sposate (47%) e con figli (73%) seguite dalle nubili (20%)
e conviventi (14%)
- prevalenza di donne con titolo di studio di scuola media inferiore (34%)
- le donne occupate sono pari al 55% del campione di cui la metà con un contratto di
lavoro a tempo indeterminato (52%), le professioni più rappresentate sono: lavoro
manuale a carattere dipendente (operaia, colf, bracciante) per il 32% e lavoro di carattere
impiegatizio (infermiera, impiegata) per il 24%
- quasi tutte le donne (90%) non presentano caratteristiche psico-fisiche particolari
Caratteristiche delle violenze
- l’autore delle violenze è nel 79% dei casi il partner/ex partner (coniuge, convivente,
fidanzato, amante), nel 7% dei casi un parente, nel 5% un amico/conoscente e nel 2%
uno sconosciuto. Tra i partner prevalgono i coniugi (48%) e gli ex coniugi (13%)
- le violenze psicologiche sono la forma maggiormente diffusa: l’81% delle donne subisce
maltrattamenti psicologici (umiliazioni, denigrazioni, minacce di violenza, varie forme
della limitazione della libertà personale), seguito dal 57% di coloro che sono vittime
di violenze fisiche (spinte, schiaffi, pugni, calci, tentati omicidi) e di violenze sessuali,
26%, (rapporti sessuali subiti, richieste di atti sessuali umilianti, stupro)
- forme di violenza economica sono piuttosto diffuse (40% del campione) tra cui
abbandono economico, privazione e controllo del denaro, impedimento a cercare un
lavoro/mantenerlo
- per il 33% le violenze durano da tempo, più di 10 anni
Fonte: Creazzo G., Mi prendo e mi porto via. Le donne che hanno chiesto aiuto ai Centri antiviolenza in
Emilia-Romagna, FrancoAngeli, 2000.
4.2.3. La violenza nel rapporto di coppia in Trentino
Una prima rappresentazione delle violenze subite dalle donne è fornita dall’in
dagine multiscopo sulla sicurezza dei cittadini condotta da ISTAT. In Trentino
il 3,9% delle donne dai 14 ai 59 anni intervistate dichiarano di aver subito nel
corso della loro vita uno stupro o un tentato stupro (in Italia sono il 2,9), l’1,5%
reati sessuali sul lavoro (in Italia sono il 3,1), il 23,7% pedinamenti (in Italia
sono il 22,9), il 23,5% telefonate oscene (in Italia sono il 24,8), il 16,4% atti
92
Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
Capitolo 4
di esibizionismo (in Italia sono il 22,8), il 19,3% molestie fisiche (in Italia sono
il 19,7) e il 26,3% molestie verbali (in Italia sono il 25,8).
Dati più puntuali sulla violenza domestica in Trentino provengono dal
monitoraggio dell’attività del “Centro AntiViolenza” di Trento 43. Nato su
iniziativa dell’Associazione “Coordinamento Donne” e finanziato dalla Provincia
Autonoma di Trento sulla base della L. P. 35/1983, scopo del servizio è accogliere
e sostenere molte donne che, vittime di maltrattamenti coniugali, cercano un
sostegno.
Nel 2004 il Centro ha avuto contatti con 319 persone di cui 119 donne
che hanno subito violenza, 41 familiari e/o conoscenti di donne che subiscono
violenza, 159 operatori/trici di Servizi o Professionisti. Le donne accolte e con le
quali è stato iniziato un percorso di uscita dalla violenza risiedono per la maggior
parte nel comprensorio della Valle dell’Adige (38,2%), seguite da quelle che
risiedono nel comprensorio di Vallagarina (19%). Con medesima percentuale
si registra una presenza di donne residenti nel comprensorio della Valle di Non
e dell’Alto Garda e Ledro (7,3%). La percentuale delle altre donne residenti
nei restanti comprensori è compresa tra un minimo del 2% e un massimo del
6%.
La cittadinanza delle donne si distribuisce tra un 77,3% di italiane a fronte
di un 22,% di donne straniere44. Rispetto ad alcune caratteristiche significative
delle vittime (livello di istruzione, condizione professionale, tipo di occupazione,
caratteristiche psicofisiche al momento dell’accoglienza nel Centro e di particolare
emarginazione sociale), si riscontra che:
-
buona parte possiede un diploma (35%) o il titolo di studio di media inferiore
(32,5%);
Il “Centro AntiViolenza” è un servizio rivolto a donne che nel rapporto di coppia, in famiglia, nelle
relazioni interpersonali e in ogni altro contesto sociale sono minacciate o hanno esperienza di violenza
fisica e/o sessuale e/o psicologica e/o economica. Al Centro possono rivolgersi anche familiari/co
noscenti/operatori di altri servizi o professionisti così come tutte le donne in situazioni di violenza
indipendentemente dalla loro nazionalità, lingua, cultura, religione, orientamento sessuale o situazione
economica. La finalità principale è informare e sostenere le donne per favorire processi di scelta autonomi
(empowerment), fornire elementi di conoscenza che permettono di analizzare la situazione e valutare le
possibilità operative utilizzabili per affrontarla e superarla [Centro AntiViolenza 2004, 3].
44
Tra le donne straniere la maggior parte proviene dall’Europa dell’Est (40,7%) seguite da coloro che
provengono dal Sud America (26%) e dal Maghreb (14,8%). In misura minore sono rappresentate le
donne provenienti dai Balcani (11,1%), dall’Asia (3,7%) e da altri Paesi dell’Unione Europea (3,7%)
[Centro Antiviolenza 2004, 4].
43
93
Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
Capitolo 4
-
la maggior parte sono occupate (56%) e solo il 4,6% è disoccupata, svolgono
un lavoro di colf/inserviente per il 22,9% dei casi, di impiegata per il 21,4%
e di operaia/commessa per il 18,6%;
la maggior parte delle donne non presenta nessun problema particolare
rispetto allo stato di salute psico-fisico (il 98,2%);
non si rileva alcuna particolare caratteristica di esclusione sociale rispetto
alle condizioni di vita delle donne accolte.
Per quasi tutte le donne accolte è la propria abitazione a rappresentare il luogo
di maggiore esposizione alla violenza e, in particolare, per le donne sposate
questo rischio è più elevato.
In linea con i risultati delle ricerche internazionali/nazionali anche i dati del
Centro confermano che la separazione o il divorzio non sono una garanzia per
la fine delle violenze: i mariti sono coinvolti nel 56,4% dei casi, i conviventi
e i fidanzati nel 5,9% e gli ex partner nel 16% dei casi (tab. 21). Di contro,
la percentuale si abbassa quando si osservano le violenze in cui sono implicati
amici/conoscenti (8,4%) e ancora di più se si guarda ai colleghi di lavoro e agli
estranei (0,8%).
Tab. 21. Tipologia dell’autore delle violenze subite dalle donne accolte dal Centro.
Anno 2004. Valori percentuali.
Autore delle violenze
Marito
Convivente
Fidanzato
Ex partner
familiare
Amico/conoscente
Collega
Datore di lavoro/superiore
Estraneo
Totale
Fonte: elaborazione dati Centro AntiViolenza
94
Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
%
56,4
5,9
5,0
16,0
3,3
8,4
0,8
3,4
0,8
100
Capitolo 4
Solitamente queste donne hanno un rapporto consolidato da molto tempo:
si tratta di matrimoni/convivenze di lunga durata nella maggior parte dei casi45
(il 20% ha un rapporto che dura da 17 anni e oltre, il 14,3% tra gli 11-13 anni,
il 18,6% tra gli 8-10 anni e il 21,4% tra i 5-7 anni).
I dati in tabella 22 mostrano come la tipologia di violenza perpetrata più
frequentemente sia quella psicologica (14,3%) seguita da quella sessuale (5,9%).
Ma spesso si assiste alla compresenza di violenza psicologica e fisica (42%) e, sia
pure raramente, a un mix di abusi fisici, psicologici ed economici (11,8%).
Tab. 22. Tipologia delle violenze subite dalle donne accolte dal Centro AntiViolenza.
Anno 2004. Valori assoluti e percentuali.
Tipologia della violenza
Fisica
Psicologica
Sessuale
Economica
Fisica e psicologica
Fisica ed economica
Fisica, psicologica, economica
Fisica, psicologica, sessuale
Fisica, psicologica, economica,
sessuale
Psicologica e sessuale
Psicologica ed economica
Psicologica, sessuale, economica
Mobbing
Molestie sessuali
Totale
N.
3
17
7
2
50
1
14
7
%
2,5
14,3
5,9
1,7
42,0
0,8
11,8
5,9
4
3,4
1
2
3
3
5
119
0,8
1,7
2,5
2,5
4,2
100
Fonte: elaborazione dati Centro AntiViolenza
Tutti i dati presentati, anche se disomogenei territorialmente e per metodologia
con cui sono stati rilevati, mettono in luce l’esistenza di un problema sociale
diffuso e trasversale.
45
Nella violenza fisica rientrano schiaffi, calci, pugni, testate, cadute, uso di armi, uso di coltelli, tentato
strangolamento, sequestro di persone; in quelle psicologiche sono comprese umiliazioni, minacce, limi
tazione della libertà personale, sottrazione del sonno, isolamento, minacce di violenza fisica o di morte,
autolesionismo o minacce di suicidio; quelle sessuali riguardano rapporto sessuale imposto, richiesta di
atti sessuali umilianti, aggressioni sessuali, stupro, prostituzione forzata mentre le violenze economiche
interessano privazione/controllo del salario, impegni economici/legali imposti con l’inganno, abbandono
economico [Centro Antiviolenza 2004, 8].
95
Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
Capitolo 4
4.3. L’abuso di alcol negli episodi di violenza nel rapporto di coppia
Non è facile individuare tra gli operatori del settore un’opinione comune sulle
cause dell’agire violento. Se alcuni anni fa si ricorreva alle caratteristiche so
cio-culturali dell’ambiente familiare come preminente fattore esplicativo della
violenza, oggi le opinioni sono meno nitide, anche a fronte dell’emersione di
fatti di violenza in “altri” contesti familiari.
La varietà del contesto in cui avvengono violenze emerge chiaramente da
alcune affermazioni di testimoni privilegiati (operatori delle Forze dell’ordine,
operatori sanitari, assistenti sociali) intervistati in un’indagine condotta da
Carmine Ventimiglia [2002, 39-54]. “Pensando ai casi che ho personalmente
conosciuto sono uomini che hanno culture e professionalità diverse. Non si
può parlare di soggetti appartenenti ad una particolare classe sociale. Sono
certamente soggetti il cui ambiente ha alla base una cultura familiare che ha
visto sicuramente violenze”. E ancora: “Una volta si poteva associare ad una
situazione di privazione culturale o di arretratezza, adesso direi che non è più
così. La violenza può essere più sottile e ormai si sta esprimendo in tutti i ceti
sociali. Anche noi abbiamo spesso a che fare con professionisti, persone che
fuori dall’ufficio hanno un’immagine di un certo tipo e che nel loro privato
mostrano caratteristiche molto diverse”. Da parte di alcuni si pone l’accento
sul cambiamento del fenomeno nel tempo: “Inizialmente si trattava di persone
con scarsa scolarità, con problemi di relazione, con problemi sociali del tipo:
disoccupati, cassaintegrati. Col passare del tempo c’è stato un cambiamento, non
si tratta di persone marginali ma il problema diventa generalizzato, sicuramente
non siamo più davanti allo stereotipo”.
Di contro un accento particolare sull’importanza delle caratteristiche
socioculturali e dello stile di vita delle famiglie viene sottolineato da altri
interlocutori intervistati da Ventimiglia: “Con l’esperienza che ho mi sono
accorto che la stragrande maggioranza delle famiglie dove si commettono violenze
sono famiglie dove la cultura è di bassissimo livello, difficoltà ad esprimersi in
italiano corretto, problemi di alcolismo, tossicodipendenza”. Ancora: “Per il mio
lavoro noto che si tratta di famiglie culturalmente molto scarse, con difficoltà
economiche, quindi si collocano nell’area della marginalità sociale. Come punto
di riferimento è abbastanza centrale nella nostra esperienza. Di solito attuano
comportamenti istintivi, non controllabili, non sono persone che si soffermano
a pensare quello che dicono, si tratta di persone impulsive e aggressive. Ciò vale
particolarmente per gli uomini”. Oppure: “Non considero né la tossicodipendenza
né l’alcolismo casualmente legati a situazioni di maltrattamento. Credo che in
determinate situazioni di disagio e di disgregazione nelle quali può esserci anche
l’alcolismo possano esserci anche situazioni di maltrattamenti”.
96
Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
Capitolo 4
Esistono alcune distinzioni (o tipologie) di uomini violenti, e la condizione
di abuso di sostanze alcoliche è talvolta presente quando alcuni di essi agiscono
violenza nella coppia.
Saunders suddivide gli uomini violenti in tre gruppi principali [Home Office
- Research, Development and Statistical Directorate 2002, 11]:
-
-
-
Coloro che sono violenti solo in famiglia: uomini tendenzialmente pericolosi
e aggressivi solo nell’ambito familiare, che hanno subito forme lievi di
maltrattamenti nella famiglia d’origine e che non abusano di sostanze quali
alcol/droghe. Hanno tratti di personalità conformisti e compulsivi.
Coloro che sono emotivamente instabili: uomini che agiscono soprattutto
abusi di tipo psicologico, che sperimentano alti livelli di rabbia, gelosia e
depressione e con un alto rischio di suicidio. A volte possono essere molto
violenti anche nell’ambiente esterno.
Coloro che sono generalmente violenti: uomini particolarmente pericolosi
con alle spalle una storia di pesante abuso familiare e spesso violenti anche
all’esterno. Solitamente abusano di alcol e altre sostanze, sono rabbiosi,
depressi, gelosi e mettono in atto atteggiamenti antisociali.
Anche Gondolf, a partire da campioni clinici, propone una tipologia di uomini
violenti suddivisa in tre gruppi. [Peterman L. M., Dixon C. G., 2001, 4-5]:
-
-
-
Uomo violento tipico: non ha disturbi mentali o patologie di disordine di
personalità, può consumare sostanze alcoliche/stupefacenti come la generalità
delle persone, non è violento all’esterno della famiglia e non ha precedenti
penali.
Uomo violento sociopatico: si comporta in modo violento soprattutto per
affrontare i problemi della vita quotidiana, soffre di disturbi di personalità e
ha problemi di abuso di sostanze alcoliche/stupefacenti, può avere precedenti
penali. La violenza perpetrata è più grave di quella dell’uomo violento tipico
con una tendenza alle minacce pesanti. Giustifica la violenza con credenze
religiose e usa il potere e il controllo in molte aree della vita personale.
Uomo violento anti-sociale: soffre di disturbi mentali e di patologie legate
a disordini della personalità, abusa di sostanze alcoliche/stupefacenti e ha
precedenti penali. Il comportamento violento è particolarmente grave e
ricorrente.
97
Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
Capitolo 4
I dati delle indagini internazionali consentono di dimensionare gli episodi di
violenza domestica perpetrati da autori che sono sotto l’effetto di alcol o di sostanze
stupefacenti, basandosi su campioni rappresentativi della popolazione46.
Nel National Crime Victim Survey statunitense (N=42,000 nuclei familiari)
è stato chiesto alle donne intervistate se ritenevano che il marito, convivente,
fidanzato fosse sotto l’effetto dell’alcol o di sostanze stupefacenti al momento
dell’aggressione [Bureau of Justice Statistics-BJS 2005, 15]: il 30% delle vittime
dichiara che l’aggressore si trovava sotto l’effetto di sostanze alcoliche/stupefacenti,
mentre il 29,2% ne indica l’assenza (mentre il 40,8% dichiara di non ricordare).
Tra le donne che hanno subito violenza da una persona non appartenente al
nucleo familiare, il 28,9% afferma lo stato di ebbrezza/di alterazione da altre
sostanze stupefacenti in concomitanza dell’evento da parte dell’aggressore e quasi
il 10% in più di donne (38,5%) lo conferma per un membro del nucleo familiare.
Rispetto a queste ultime, non si evidenziano particolari variazioni percentuali tra
i diversi membri della famiglia: per il 41,8% l’aggressore è il marito mentre, per
il 35,3% è il figlio/a e per una percentuale simile (35,4%) un parente. Più nette
invece, le differenze tra i diversi aggressori delle donne che non appartengono al
nucleo familiare: per il 41,4% è un fidanzato/a mentre per il 29,3% un estraneo
e per il 26,3% un amico/conoscente (tab. 23 e 24).
Tab. 23. Consumo di alcol/droga da parte di un membro della famiglia durante gli
episodi di violenza familiare per tipo di relazione in USA. Anni 1998­
2002. Valori percentuali.
Consumo di
droga/alcol da parte
dell'autore
Tutte le violenze non
fatali
Alcol/droga
No alcol/droga
Non sa
Totale reati
Tutte le
violenze
non fatali
Membro del nucleo familiare - famiglia
Altri
Totale
Marito
Figlio/a
membri
100
100
100
100
100
30
29,2
40,8
32,116,920
38,5
42
19,5
3,534,150
41,8
39
19,3
1,729,360
35,3
46
18,6
369,220
35,4
44,6
20
1,435,570
Fonte: BJS, 1998-2002 National Crime Victimization Survey
46
Il problema del numero oscuro delle violenze domestiche, anche se in misura decisamente inferiore
rispetto alle statistiche ufficiali, può essere presente anche in questo caso. Non è detto che tutte le donne
intervistate che hanno subito una violenza dal proprio partner dichiarino il fatto. Inoltre può succe
dere che la vittima non ricordi questo particolare dell’evento violento. Si sottolinea inoltre che queste
indagini verificano solo la concomitanza dei due fenomeni e non approfondiscono lo stato effettivo
dei mariti/compagni rispetto al consumo di alcol (se si tratti di un abuso occasionale, binge drinking,
o di abuso cronico, alcolismo) e che i risultati a cui pervengono sono difficilmente comparabili data la
diversità dei campioni di riferimento e dei metodi utilizzati.
98
Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
Capitolo 4
Tab. 24. Consumo di alcol/droga da parte di un membro non appartenente alla
famiglia durante gli episodi di violenza familiare per tipo di relazione in
USA. Anni 1998-2002. Valori percentuali.
Consumo di droga/
alcol da parte
dell'autore
Tutte le violenze
non fatali
Alcol/droga
No alcol/droga
Non sa
Totale reati
Tutte le
violenze
non fatali
Non membro del nucleo familiare - famiglia
Amico/
Totale
Fidanzato/a
Estraneo
conoscente
100
100
100
100
100
30
29,2
40,8
32,116,920
28,9
51,6
19,5
3,534,150
41,4
39,3
19,3
1,729,360
26,3
55,1
18,6
369,220
29,3
50,7
20
1,435,570
Fonte: BJS, 1998-2002 National Crime Victimization Survey
La General Social Survey canadese (indagine di vittimizzazione compiuta
attraverso somministrazione di questionari a un totale di 26,000 persone a
partire dai 15 anni), include una sezione sul rischio di subire reati violenti
(aggressione sessuale, scippo, furto di oggetti personali attraverso l’uso della
forza e della minaccia anche con l’utilizzo di armi) dove sono rilevati alcuni
dettagli relativi a episodi di violenza domestica. Agli intervistati è stato chiesto
se nell’ultimo mese il partner avesse fatto uso di sostanze alcoliche e in quale
quantità. L’analisi di questo dato incrociato con quello relativo alle violenze
evidenzia una correlazione tra l’eccessivo consumo di alcol da parte del marito
(5 bicchieri o più di sostanze alcoliche per almeno 5 o più volte nel periodo
di tempo considerato) e l’aumento della probabilità di subire violenze fisiche e
sessuali: queste donne rischiano quasi tre volte di più delle donne i cui mariti
bevono moderatamente o non bevono affatto (8% contro il 3%) [Canadian
Centre for Justice Statistics 2004, 8].
Simili risultati provengono dall’International Violence Against Women Survey
(IVAWS) condotta su un campione rappresentativo di donne australiane (6,677
donne con età compresa tra i 18 e i 69 anni). Per le donne con un rapporto di
coppia al momento dell’indagine (N=5,073) sono state approfondite le abitudini
alcoliche dei propri partner.
Le donne il cui marito beve 2 volte al mese o più sembrano sperimentare un
livello di violenza maggiore (dal 4% al 7%) rispetto alle donne con compagni
che bevono meno frequentemente. Alla domanda invece, se il partner fosse sotto
l’effetto dell’alcol o di altre sostanze stupefacenti al momento dell’episodio di
violenza, il 51% riporta che il compagno non aveva consumato nessuna delle due
sostanze, il 35% conferma l’ubriachezza del compagno, il 5% lo stato alterato
a seguito dell’assunzione di droga e il 6% dichiara il consumo di entrambe le
99
Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
Capitolo 4
sostanze [Australian Institute of Criminology 2004, 58-59].
A livello europeo, la British Crime Survey del 2000/2001 rileva percentuali che
sono in linea con quelle americane e meno con quelle australiane e canadesi. Sul
totale del campione intervistato (22,463 tra donne e uomini con età compresa
tra i 16 e i 59 anni) emerge una percentuale pari al 45% di casi di violenza
domestica perpetrati da compagni sotto l’effetto dell’alcol contro il 17% di
episodi di violenza commessi sotto l’effetto di sostanze stupefacenti [Home
Office-Development and Statistics Directorate 2003, 58].
Abuso di alcol e violenza domestica in Italia
Alcuni dati puramente indicativi di quanti sono gli uomini che abusano
delle proprie mogli/compagne e che soffrono di problemi di alcolismo
provengono dai Centri Antiviolenza.
Il centro antiviolenza di Trento segnala per il 2003 il 2,4% di uomini etilisti
sul totale degli autori delle violenze (N= 84), mentre per il 2004 l’1,8%
di etilisti su un totale di N=111.
Nell’indagine su 10 centri antiviolenza della Regione Emilia-Romagna, nel
2000 risulta che sul totale degli aggressori (N=1,119), l’11% ha problemi
di alcolismo
I dati raccolti dal Centro aiuto donne maltrattate di Monza sui 9 Centri
antiviolenza della Regione Lombardia indicano, per il 2004, 1.849 uomini
autori delle violenze di cui 146 con problemi di alcolismo e per il 2005,
779 uomini di cui 114 alcolisti47.
Fonte: Centro Antiviolenza Trento, 2003-2005; Creazzo G. (2003), Mi prendo e mi porto via. Le donne che
hanno chiesto aiuto ai Centri antiviolenza in Emilia-Romagna, Milano, Franco Angeli, Centro Aiuto
Donne Maltrattate, Monza, 2004-2005.
Questi dati suggeriscono la difficoltà di affrontare lo studio del legame tra
abuso di alcol e violenza domestica. Non solo per quello che dicono, ma anche
per quello che non dicono, e cioè che moltissime persone assumono alcol,
anche in copiose quantità, e tuttavia non adottano comportamenti violenti. Se
i dati delle indagini indicano un maggior rischio di subire episodi di violenza
47
Si precisa che i dati non sono stati ancora pubblicati. La dott. ssa Patrizia Villa, responsabile del Centro
Aiuto Donne Maltrattate di Monza li ha concessi in via informale ai fini di questo lavoro.
100
Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
Capitolo 4
domestica per le donne sposate con persone che assumono sostanze alcoliche o
stupefacenti, gli stessi, d’altra parte, non permettono di comprendere come il
consumo di alcol s’intersechi con l’agire violento.
Di seguito non intendiamo proporre un nostro percorso di analisi che tenti
di dare una risposta a questo deficit di comprensione, bensì riporteremo alcuni
importanti risultati di ricerche specifiche svolte principalmente da studiosi
americani e inglesi.
4.3.1. La parola alle ricerche
Il ruolo svolto dall’abuso di alcol, sia esso occasionale o cronico, nel provocare
episodi di violenza domestica è molto complesso, ma soprattutto un argomento
estremamente controverso. Secondo Bennet [1995, 760] “per alcuni uomini, in
certe situazioni, l’utilizzo di sostanze alcoliche può indurre alla violenza. Per altri
e in altre situazioni non c’è un collegamento tra l’abuso di alcol e l’aggressione,
altre volte l’alcol può agire da disinibitore del comportamento violento”.
Questa frase riassume i differenti risultati a cui sono pervenute le ricerche
sull’argomento48.
Un importante studio che costituisce un punto di riferimento anche per
l’accuratezza dell’indagine empirica è quello di Kantor e Straus [1987, 213
225]. Gli autori mettono al vaglio della ricerca empirica uno stereotipo molto
diffuso nella società americana secondo cui l’uomo violento beve spesso, ha
una mentalità maschilista e appartiene agli strati più bassi della società. Queste
tre caratteristiche concorrono a definire la cosiddetta “Drunken Bum Theory of
Wife Beating”, ovvero “la teoria del bevitore violento”. La teoria è stata verificata
attraverso un’indagine telefonica su un campione nazionale di 6.002 nuclei
familiari americani49, con l’obiettivo di testare tre ipotesi fondamentali: se gli
Si sottolinea che i risultati a cui giungono gli studi del settore sono difficilmente comparabili e gene
ralizzabili per i seguenti motivi: definizione di diversi livelli di assunzione dell’alcol (alcune ricerche
si focalizzano sul consumo normale, altre sull’abuso occasionale-binge drinking, o sull’abuso cronico/
problematico); differenti definizioni di “violenza domestica” e di aggressori: [Family Violence Council
Maryland 2003, 1].
49 Le famiglie ritenute idonee all’indagine sono state quelle con almeno un adulto di età pari o maggiore ai
18 anni sposato/a o convivente o saparato/a – divorziato/a da almeno due anni, o genitore donna/uomo
con figli. Nel caso in cui più membri della famiglia fossero adatti all’indagine, una procedura rando
mizzata ha permesso di selezionare un soggetto sulla base del sesso e dello stato civile. In questo modo
sono stati intervistati sia donne che uomini con una percentuale di risposta pari all’84%. Per quanto
riguarda invece i dati sugli episodi di abuso domestico gli autori si sono avvalsi di quelli provenienti
esclusivamente dalle 5.159 famiglie in cui erano presenti una coppia sposata/ convivente.
48 101
Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
Capitolo 4
uomini che consumano alcol sono più violenti di quelli astemi, se il consumo
alcolico del partner è concomitante alla violenza, se il legame tra consumo di
alcol e violenza domestica è prevalente negli uomini appartenenti alla classe
operaia. Un insieme di indici, costruiti a partire dalle risposte fornite dagli
intervistati, sono stati utilizzati per misurare la tipologia di consumo di sostanze
alcoliche (Drinking Index)50, la presenza di un eventuale stato di ebbrezza del
partner/di entrambi al momento dell’esplosione della violenza (Drinking at
Time of Violence Measure – DTV), il tipo di comportamento violento (Conflict
Tactic Scale – CTS)51 e il tipo di impiego dell’uomo. I risultati di questo studio
indicano che più della metà degli intervistati non consuma sostanze alcoliche e
tra coloro che bevono la maggior parte lo fa in modo moderato.
Stimando successivamente i tassi di violenza domestica per ogni categoria di
consumo alcolico emerge un’associazione lineare crescente tra le due variabili.
Il livello di violenza cresce all’aumentare della quantità di alcol consumata: dal
6,8% di coloro che sono astemi fino a 3 volte di più (19,2%) per coloro che
non bevono spesso ma in grande quantità (binge drinking).
Rispetto alla concomitanza tra consumo di alcol e momento del conflitto, i
risultati sono leggermente differenti: nella maggior parte dei casi viene rilevata
l’assenza del consumo di alcol prima dell’esplosione della violenza (76%) a fronte
del 24% dei casi in cui uno/entrambi i partner erano sotto l’effetto dell’alcol
al momento della violenza. Il 14% degli uomini, il 2% delle donne e l’8% di
uomini e donne contemporaneamente.
Analizzando invece il peso del consumo di alcol, mentalità maschilista
(giustificazione della violenza sulle donne) e classe sociale del marito/compagno
sulla probabilità di episodi di violenza domestica, la“Drunken Bum Theory” viene
confermata. Il confronto tra quattro sottogruppi del campione evidenzia due
risultati principali52. Il primo è un’ulteriore conferma che le abitudini alcoliche
Questo indice ha permesso di identificare 6 categorie di consumo comprese tra l’assenza di consumo di
sostanze alcoliche fino e il consumo esagerato includendo anche le situazioni in cui si assume alcol in
alte quantità ma solo in determinate occasioni (binge drinking).
51
La Conflict Tactic Scale è stata ampiamente utilizzata in molti studi sulla violenza familiare e di volta in
volta ridefinita sulla base delle esigenze di ogni specifica ricerca. I comportamenti violenti inclusi nella
scala utilizzata da Kantor e Straus sono: lanciare oggetti, spintonare, strattonare, trattenere con la forza,
schiaffeggiare, colpire con pugni, minacciare/colpire con coltello/pistola. Inoltre, gli atti di violenza ana
lizzati riguardano esclusivamente quelli degli uomini ai danni delle loro compagne, sulla base del fatto
che questo tipo di violenza è predominante rispetto a quella delle donne nei confronti dei compagni e
non solo, anche più dannosa e con conseguenze gravi per la salute fisica della donna.
52
I quattro sottogruppi sono stati così suddivisi: un gruppo formato da colletti blu che approvano la violenza
e uno composto da colletti blu che non approvano la violenza, un terzo gruppo con colletti bianchi che
approvano la violenza e un quarto sempre di colletti bianche che non approvano la violenza.
50
102
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Capitolo 4
del partner influiscono sulla probabilità della messa in atto di comportamenti
violenti a parità di mentalità maschilista e stato occupazionale. Se infatti si
considera il gruppo di colletti bianchi che non approvano la violenza e che
generalmente consumano modiche quantità di alcol, la probabilità di comportarsi
in modo violento aumenta quando bevono occasionalmente elevate quantità
di alcol mostrando una percentuale doppia rispetto a quella dei colletti bianchi
astemi.
Il secondo risultato evidenzia come la combinazione di tre fattori, stato
occupazionale basso, il consumo di alcol e approvazione della violenza contro
la donna, comporti la più alta probabilità che si verifichino episodi di violenza.
Gli uomini con queste caratteristiche (colletti blu) presentano un tasso di
violenza domestica che è 7,8 volte più alto di quello riscontrato nei colletti
bianchi che bevono poco e che non appoggiano il fatto di percuotere la propria
moglie/compagna.
Proseguendo nell’analisi tra abuso di alcol e violenza domestica, Coleman e
Straus hanno intervistato un campione rappresentativo di donne e di uomini
rispetto a eventuali comportamenti violenti e le loro abitudini alcoliche. Il
30% degli uomini intervistati dichiara problemi di alcolismo e la messa in atto
di gravi maltrattamenti, mentre solo il 5% degli uomini che consumano alcol
occasionalmente sono coinvolti in episodi di violenza. Risultati piuttosto simili
si ottengono interpellando le donne [Leonard K. E., Jakob T. 1988, 389].
Gli stessi autori, in un’altra indagine condotta su un campione casuale di
famiglie americane, rilevano che il 70% di uomini maltratta le proprie compagne
sotto l’effetto di alcol (assunto una o più volte durante l’anno precedente
l’indagine). Di contro, il 50% è implicato in casi di violenza domestica di lieve
entità e il 31% non abusa delle proprie partner nonostante consumi sostanze
alcoliche.
Murphy e colleghi, hanno intervistato un campione di mariti alcolisti e le
rispettive mogli riguardo eventuali conflitti domestici con episodi di violenza
fisica: le donne confermano lo stato di intossicazione del marito durante le
violenze, mentre i mariti dichiarano l’assunzione di almeno cinque/sei bicchieri
prima dell’evento.
Simili risultati provengono da Fals-Stewart che ha analizzato alcuni casi
di uomini in trattamento per problemi di alcolismo e di violenza domestica.
Comparando i giorni di abuso di alcol e i giorni di accadimento delle violenze
coniugali, rileva un’incidenza dei maltrattamenti decisamente superiore nei giorni
di elevata assunzione di alcol (sei bicchieri o più) rispetto a quelli di astinenza.
Allo stesso tempo, nei giorni in cui il partner assume maggiori quantità di alcol,
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Capitolo 4
la probabilità che l’episodio violento si verifichi diventa più alta nelle quattro
ore successive all’assunzione della sostanza alcolica [Quigley B. M., Leonard K.
E., 2003, 2].
Infine, anche la ricerca di Parner sui residenti della comunità di Thumder
Bay, giunge a un risultato simile: la concomitanza di abuso di alcol e violenza
domestica si riscontra nella metà degli episodi violenti[Brown T. G., Caplan T.,
Werk A., Seraganian P., Singh M. 1999, 10].
Alcol e violenza domestica in Memphis, Tennessee
Lo studio finanziato e condotto dal Methodist Hospital Foundation di Menphis è
l’esempio di un coinvolgimento di più soggetti, (personale medico, ricercatori e agenti
di polizia) e di un metodo innovativo per analizzare l’abuso di alcol e la violenza
domestica.
Metodo d'indagine: un team di medici e ricercatori accompagnano gli agenti di polizia
nei luoghi identificati a seguito delle segnalazioni di intervento ricevute per conflitti di
coppia. In media il Comando di Polizia riceve 15 chiamate nell’arco di 7 ore di servizio
per maltrattamenti domestici o per schiamazzi notturni. Il team ha analizzato, attraverso
interviste dirette alle persone trovate sul luogo del fatto, 62 incidenti che rispondono ai
criteri di violenza domestica e che interessano più vittime (la donna e il/i figlio/i) o più
aggressori (il marito/compagno e parenti/conoscenti).
Campione: 72 vittime, 42 aggressori su 64 e 75 parenti.
Caratteristiche delle vittime e degli aggressori: il 72% delle vittime sono di sesso femminile
e il 78% degli aggressori di sesso maschile. Delle 20 vittime maschili 9 sono i figli delle
donne che sono intervenuti per proteggere la madre. Tra le donne vittimizzate, il 40%
sono aggredite dal convivente, il 29% da fidanzati non conviventi, il 20% dai mariti e
l’11% da ex mariti/ex fidanzati. I restanti incidenti sono litigi/aggressioni tra fratelli, tra
figli/figlie e quelli perpetrati da un parente e da donne.
Risultati: sia le vittime sia i familiari riportano che nel 92% dei casi l’aggressore ha fatto
uso, nell’arco della giornata in cui è avvenuto il fatto, di droghe o di alcol o di entrambi
(67% dei casi). Secondo i familiari, quasi la metà degli aggressori (45%) consuma
droghe/alcol/entrambi quotidianamente fino a raggiungere livelli acuti di intossicazione.
Il 9% degli aggressori sono sotto trattamento o hanno ricevuto precedenti trattamenti
per problemi di alcolismo.
Fonte: Drugs, Alcohol, and Domestic Violence in Memphis, reperibile al sito Internet http://www.ojp.usdoj.
gov/nij/
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Capitolo 4
Abuso di alcol e violenza domestica: altre ricerche, altri risultati
Per gli uomini sottoposti a programmi di trattamento per violenza domestica (Abuser
Interventions Program-AIP), la probabilità di compiere atti violenti è 8 volte superiore
nei giorni in cui assumono sostanze alcoliche moderatamente e 16 volte superiore nei
giorni in cui bevono elevate quantità di alcol rispetto ai giorni in cui non bevono (FalsStewart, 2003).
Interviste condotte nelle abitazioni in cui sono avvenute le violenze e dove sono intervenuti
gli agenti di polizia, rivelano che nell’80% dei casi sono coinvolti uomini che hanno
bevuto durante il giorno dell’aggressione, e quasi la metà risulta avere elevati livelli di
intossicazione alcolica quotidiana lungo l’ultimo mese prima dell’evento (Brookoff,
O’Brien, Cook, Thompson e Williams, 1997).
Su un campione di donne intervistate al pronto soccorso per ferite riportate dopo le
violenze, più della metà dichiara che il compagno aveva consumato bevande alcoliche
appena prima dell’episodio violento (Kyriacou, Anglin, Tagliaferro, Stone, Tubb, Loden,
Muelleman, Barton e Krauss, 1999).
L’analisi di un campione di coppie che ha riferito sia situazioni di abuso elevato di alcol,
sia di non abuso e di comportamenti violenti da parte dei mariti rileva che gli episodi di
maltrattamento in concomitanza di un consumo elevato di alcol sono caratterizzati da
specifici atti aggressivi decisamente più violenti di quelli che accadono quando non c’è
abuso di sostanze alcoliche (Testa, Quingley, Leonard, 2003).
Da uno studio condotto dal Bureau of Justice nel 1994, emerge che più della metà degli
imputati accusati di omicidio della propria compagna, si trovava sotto l’effetto dell’alcol
al momento della commissione del reato. Non solo, differenze significative rispetto alle
modalità di assunzione delle sostanze alcoliche, alla storia specifica di alcolismo e alle
aspettative riguardo agli effetti dell’alcol, si riscontrano tra coloro che abusano di alcol e
sono violenti e tra coloro che abusano di alcol ma non sono violenti.
Fonte: Domestic Violence Abuser Research Collaborative: Alcohol and Partner Abuse Offenders, reperibile al
sito Internet http://www.oag.state.md.us/Family/alcohol.pdf.
A fronte di questi risultati, quale è la connessione tra abuso occasionale o
cronico di alcol ed episodi di violenza domestica?
In primo luogo, tutti gli studi mettono in guardia dal ritenere l’alcol una causa
diretta della violenza domestica: non si conferma una relazione di causa-effetto,
piuttosto si evidenzia la concomitanza del consumo di sostanze alcoliche nella
maggior parte di episodi di violenza domestica.
In secondo luogo, studi più approfonditi - spesso multidisciplinari e
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Capitolo 4
multifattoriali – dimostrano che l’assunzione di alcol interagisce con altri
elementi concomitanti al verificarsi di episodi di violenza domestica. A fronte
di queste considerazioni l’abuso di alcol non assume più la caratteristica di
fattore determinante la violenza domestica, bensì viene studiato come “fattore
di rischio”.
4.3.2. L’abuso di alcol come fattore di rischio
Le ricerche identificano alcuni principali fattori di rischio: sociali e culturali (età,
razza, livello di scolarizzazione, status socioeconomico, tipo di cultura personale);
relazionali (clima di coppia, capacità comunicative, durata del rapporto, presenza
di figli); familiari (famiglia d’origine, clima familiare, patologie dei genitori);
situazionali (condizione lavorativa e stato del rapporto); biologici (base genetica)
e psicologici (malattia mentale, disturbi di personalità, ecc). In questo scenario,
l’abuso di alcol di per sé non è in grado di spiegare l’agire violento in ambito
domestico, bensì interagisce con altri fattori di rischio presenti nel contesto
domestico aggravando una situazione di problematicità pre-esistente che può
essere, per motivi differenti, fattore preminente della violenza.
Fals-Stewart e Stappenbeck propongono un modello integrato capace di
prevedere l’incidenza dei comportamenti aggressivi in ambito domestico,
attraverso l’analisi dell’interazione tra abuso di alcol e tratti anti-sociali di
personalità dell’individuo. Punto di partenza è che episodi di violenza si
verificano quando la forza delle spinte aggressive supera quella delle inibizioni
e che gli effetti alteranti sul funzionamento cognitivo dovuti all’abuso di alcol
indeboliscono il ruolo delle stesse inibizioni [False-Stewart W., Leonard K. E.,
Birchler G. R. 2005, 239-241].
Il modello inoltre ipotizza differenti soglie individuali di contenimento
dell’aggressività (una per i comportamenti violenti gravi e una per quelli meno
gravi), una maggiore forza delle inibizioni per i comportamenti violenti gravi,
un effetto quasi nullo dell’abuso di alcol sia sulle persone che sono molto lontane
dalla soglia massima di contenimento dell’aggressività (la funzione delle inibizioni
resta forte nonostante l’assunzione della sostanza) sia su quelle che, anche senza
assumere alcol, sono molto vicine, o oltre, la soglia massima di contenimento
dell’aggressività (uomini comunque aggressivi indipendentemente dall’abuso
di alcol).
La logica conseguenza di queste ipotesi è che l’abuso di alcol ha un
impatto maggiore sui soggetti che da sobri si trovano appena sotto la soglia di
contenimento dell’aggressività. È quindi possibile, a detta degli autori, prevedere
due effetti principali dell’abuso di alcol sui comportamenti aggressivi. Per gli
individui collocati appena sotto la soglia di contenimento dell’aggressività, che
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Capitolo 4
può sfociare in comportamenti violenti non gravi, l’abuso di alcol determina il
superamento della soglia agevolando la successiva perpetrazione di atti violenti
di lieve entità. Per coloro invece, che si collocano oltre la soglia di contenimento
dei comportamenti aggressivi non gravi e contemporaneamente appena sotto
quella dei comportamenti aggressivi gravi, l’abuso di alcol ha poco impatto sui
comportamenti del primo tipo mentre aumenta decisamente la probabilità che
si verifichino quelli del secondo tipo.
Il modello rapportato a campioni rappresentativi della popolazione consente
di identificare a priori la distribuzione delle persone che generalmente non
consumano alcol rispetto alle diverse soglie di contenimento dell’aggressività e
di prevedere in base a questo posizionamento quanto l’abuso di alcol può agire
in modo sinergico con le tendenze aggressive dei soggetti appartenenti ai diversi
sottocampioni.
Questo modello è stato applicato anche per analizzare l’effetto dell’abuso di
alcol sulla violenza domestica negli uomini che soffrono di disturbi antisociali di
personalità. Sulla base di quanto postulato precedentemente, gli autori prevedono
che gli uomini con disturbi antisociali di personalità e che maltrattano le
proprie compagne, possono da sobri trovarsi sopra la soglia di contenimento dei
comportamenti aggressivi non gravi e molto vicini a quella di contenimento dei
comportamenti aggressivi gravi. Di conseguenza questi soggetti possono mettere
in atto, nel contesto domestico, comportamenti aggressivi non gravi anche da
sobri e gravi nel caso in cui abusano di alcol. All’opposto, gli uomini che non
hanno tratti antisociali di personalità e che da sobri sono vicini alla soglia di
contenimento dei comportamenti aggressivi non gravi e lontani da quella dei
comportamenti aggressivi più gravi, quando abusano di alcol sono più a rischio
di commettere violenze domestiche di lieve entità ma non di grave entità.
L’Home Office [2003, 1-4] ha realizzato un’indagine su un campione di
uomini sottoposti a regime di libertà vigilata e affidati ai servizi sociali per
violenze coniugali al fine di descriverne le caratteristiche individuali e i fattori
criminogenetici alla base della violenza domestica. Sono stati raccolti i dati di 336
autori di reato schedati nei registri dei servizi sociali di sei aree dell’Inghilterra
e Galles53 rispetto a: caratteristiche generali (età, livello di istruzione, stato
occupazionale), storia personale, reato commesso, background familiare, consumo
53
La distribuzione nel campione degli autori di reato per ogni area selezionata è la seguente: 30% West
Midlands, 28% Merseyside, 21% Cheshire, 14% Greater Manchester, 4% Leicester, 3% Kent. Gli
autori dell’indagine sono solo coloro che sono stati condannati e quindi non rappresentativi dell’intera
popolazione di coloro che compiono atti di violenza domestica in UK e Galles.
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Capitolo 4
di sostanze alcoliche54. Tra gli autori di reato, il 58% è inserito in un programma
di riabilitazione mentre il 48% sconta pena detentiva.
I soggetti del campione hanno un’età media di 35 anni (età compresa tra i
19-60 anni), sono per il 93% di razza bianca, per il 60% disoccupati. L’83% ha
precedenti condanne. Si riscontrano determinati disturbi mentali, depressione
per il 22%, stress per il 4% e ansia per l’1% insieme a un passato di abuso di
alcol nel (49%) e di sostanze stupefacenti (19%). Riguardo alla tipologia di
reato perpetrato prevalgono aggressioni fisiche occasionali (38%), aggressioni
ripetute e maltrattamenti di vario tipo (11%), molestie sessuali e minacce di
morte (6%), risse (5%) e aggressioni fisiche gravi (2%).
La rilevazione di ulteriori elementi ha permesso di avere un quadro più
completo per contestualizzare la violenza perpetrata. La storia familiare dei
soggetti è spesso contornata da abusi fisici diretti o indiretti: il 43% è rimasto
con i genitori fino all’età di 16 anni, e di questi il 36% è stato testimone di
episodi di violenza domestica tra i genitori, il 23% ha subito abusi fisici durante
l’infanzia/adolescenza e il 6% è stato vittima di abusi sessuali. Nel 73% dei casi è
ravvisabile l’abuso di alcol e quasi metà del campione ha problemi di alcolismo
(48%). Altri fattori di rischio sono la gelosia, la separazione in atto, la custodia
e accessibilità dei figli, ma non i disaccordi sulle modalità di consumo dell’alcol,
la gestione dei soldi e l’intimità sessuale.
I test psicometrici hanno inoltre permesso di identificare quattro gruppi di
soggetti a partire dalle caratteristiche di personalità riscontrate. Tra questi gruppi,
tre presentano, con intensità diversa, tratti di personalità antisociale e narcisista,
mentre il quarto gruppo, distinto dai precedenti, è composto da soggetti con
tratti di personalità borderline/di dipendenza emotiva (tabella 25)55.
Si precisa che dove non è stato possibile avere i dettagli relativi a precedenti episodi di violenza do
mestica e al consumo di sostanze alcoliche gli autori hanno utilizzato test psicometrici per ottenere le
informazioni.
55
Si sottolinea che per il 25% del campione non è stato possibile raccogliere questi dati
54
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Capitolo 4
Tab. 25. Tipologia dei quattro gruppi di autori di reato per caratteristiche della
personalità
Antisociali/Narcisisti-Antisociali
(N=108, 47%)
Tendenza a mettere in atto
comportamenti di tipo antisociale,
dipendenza da alcol/altre sostanze
stupefacenti, tendenza ad approvare
atteggiamenti da macho, difficoltà a
provare empatia, precedenti
condanne.
Antisociali/NarcisistiPatologia non grave
(N=28, 12%)
Tendenza ad essere narcisisti,
moderati atteggiamenti maschilisti e
comportamenti socialmente conformi e
compiacenti, espressione contenuta di
sentimenti di rabbia, assenza di progetti
suicidiari e di abusi durante l’infanzia e
l’adolescenza.
Antisociali/Narcisisti-Narcisisti
(N=29, 13%)
Tendenza a essere paranoici e narcisisti, a non
approvare atteggiamenti da macho, messa in
atto di comportamenti socialmente conformi e
compiacenti, forte attaccamento agli altri.
Borderline/Dipendenza Emotiva
(N=65, 28%)
Forte dipendenza nei rapporti interpersonali,
forti sentimenti di rabbia, disturbi dovuti a
depressione/ansia, bassa auto-stima e tendenza
a incolpare gli altri della propria condizione,
abusi fisici e sessuali nell’infanzia e adolescenza,
pensieri suicidiari.
Fonte: Home Office, 2003.
Rispetto a coloro che scontano una pena detentiva, i soggetti in trattamento
mostrano maggiori tendenze “narcisistiche”, “sadiche” e “borderline” insieme a
un’elevata dipendenza da sostanze alcoliche.
Attraverso invece, la somministrazione di interviste in profondità su un
piccolo campione delle compagne degli aggressori (42%) è stato possibile sondare
l’incidenza e la tipologia delle violenze.
Tab. 26. Tipologia di comportamenti aggressivi riportati dalle partner
Tipo di comportamento
e incidenza
Abuso economico
Abuso emotivo
Imposizioni maschilisteprivilegi
Antisociali-Narcisisti
Rispetto al controllo
economico prevale quello da
gelosia
Costante ed intenso abuso
emotivo
Nessun interesse per le
faccende domestiche,
aspettativa di essere servito e
riverito
Borderline-emotivamente
instabili
Forte controllo sulle finanze
familiari
Abuso emotivo solo al
momento dell’aggressione
Ruolo attivo nelle faccende
domestiche ma per motivi
di controllo (impedire alla
partner di uscire di casa)
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Capitolo 4
Tipo di comportamento
e incidenza
Isolamento
Antisociali-Narcisisti
Permette alla donna di uscire
Coercizione-minacce
Minacce alla donna e
tentativi di suicidio
Minimizzazione di fatti
Pentimento, vergogna e
negazione della gravità delle
azioni compiute
Sguardi minatori,
danneggiamento oggetti,
strumentalizzazione figli
Ricatti emotivi sui figli,
minacce di portare via i figli,
insulti al partner usando i
figli, litigi con i figli
Intimidazione
Strumentalizzazione
figli
Borderline-emotivamente
instabili
Non permette alla donna di
uscire
Minacce di uccidere i
membri della famiglia, i figli,
distruggere la proprietà
Pentimento, vergogna e
negazione della gravità delle
azioni compiute
Poco frequente
Ricatti emotivi sui figli,
minacce di portare via i figli,
insulti al partner usando i
figli, litigi con i figli
Rispetto alle tipologie di abuso perpetrate e riportate dalle intervistate, le
risposte date dalle donne con partner antisociali/narcisisti sono molto diverse da
quelle date dalle donne con partner dai tratti borderline e di instabilità emotiva.
I primi propendono per violenze quali intimidazioni, abusi emotivi surrogati
dalla pretesa di privilegi maschili (essere serviti e riveriti). I secondi invece usano
meno le intimidazioni, maltrattano emotivamente solo in occasione dell’abuso,
isolano la propria compagna dal mondo esterno (amici, familiari e colleghi di
lavoro) e minacciano i membri della famiglia di morte e/o pericoli gravi.
Da questi risultati si evidenzia il ruolo chiave dei disturbi della personalità
ai fini della violenze. L’abuso di alcol è piuttosto un fattore concomitante e
legato a un disagio individuale più generale e che poco influisce sugli episodi
di violenza domestica.
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Capitolo 4
Alcol e violenza domestica tra coppie di razza bianca, nera e ispanica
Nel National Study of Couples realizzato negli Stati Uniti nel 1995 e finanziato dal National
Institute on Alcohol Abuse and Alcoholism sono state intervistare coppie sposate/conviventi di
differenti etnie (bianchi, neri e ispanici) in merito a episodi di violenza domestica e abuso di
sostanze alcoliche. Scopo dell’indagine è verificare, a partire dalle teorie della subcultura della
violenza e della stratificazione sociale, se l’appartenenza etnica e le condizioni socio-economiche
rappresentino variabili discriminanti rispetto alla concomitanza dei due fenomeni56.
Campione: selezione casuale di 1.440 coppie con età uguale o > a 18 anni di cui 555
bianche, 358 di colore e 527 ispaniche.
Metodo d'indagine: interviste in profondità a entrambi i membri della coppia in merito
sia agli episodi di violenza domestica perpetrati/subiti durante l’ultimo anno, sia alla
frequenza di consumo di sostanze alcoliche negli ultimi 12 mesi prima dell’indagine o
all’eventuale presenza di problemi di alcolismo.
Risultati:
Differenze statisticamente significative emergono nella distribuzione degli episodi di
violenza tra le differenti etnie. Il 23% delle coppie di colore riporta almeno un episodio
di violenza domestica, una percentuale doppia a quella riscontrata nelle coppie di razza
bianca (11,5%) e leggermente superiore a quella delle coppie ispaniche (17%).
La maggior parte degli episodi di violenza domestica avviene quando uno dei due partner
ha abusato di alcol, in particolare gli uomini. Tra i differenti gruppi etnici, la probabilità
che il comportamento violento avvenga in concomitanza dell’assunzione di alcol è mag
giore nelle coppie di colore (41%) rispetto a quelle bianche e ispaniche (29%).
Confrontando gli uomini che riportano di avere consumato 5 o più bicchieri di alcol
almeno una volta alla settimana e quelli non hanno bevuto, la percentuale di maltrat
tamenti è maggiore nel primo gruppo. Risultato che vale soprattutto per gli uomini di
colore (40% bevitori e 18% astemi) ma anche per gli altri due gruppi: 19% di bianchi
bevitori e 6% di astemi, 24% di bevitori ispanici e 17% di astemi.
Nelle coppie dove gli uomini hanno problemi di alcolismo avvengono più episodi di
violenza domestica rispetto a quelle in cui gli uomini non hanno questo problema (pro
babilità dalle 2 alle 4 volte superiore). La correlazione è più frequente nelle coppie di
colore e bianche ma non in quelle ispaniche.
Un controllo dell’effetto di variabili socio-culturali e psicologiche (impulsività, durata
del rapporto, presenza di figli, vittimizzazione dei figli, approvazione di comportamenti
violenti, condizioni economiche) influisce sul rapporto tra abuso di alcol e episodi di
violenza domestica.
Fonte: Alcohol-Related Intimate Partner Violence among White, Black and Hispanic Couples in the United
States, reperibile al sito Internet http://www.ojp.usdoj.gov/nij/
La teoria della subcultura della violenza sostiene che in determinati gruppi sociali la violenza è un com
portamento culturalmente accettato e condiviso quale forma di risoluzione dei conflitti. Mentre la teoria
della stratificazione sociale ritiene che la messa in atto di comportamenti violenti, anche in ambiente
domestico, è associata non tanto a variabili culturali ma a variabili sociali quali povertà, basso livello
d’istruzione, disoccupazione e discriminazioni razziali).
56
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Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
Capitolo 4
Ulteriori studi longitudinali mostrano come l’abuso di alcol rappresenti un
fattore che interviene nel percorso di attuazione di un comportamento violento
ma solo in determinati individui e in determinate rapporti di coppia.
Nel Buffalo Newlywed Study condotto da Quigley e Leonard [2000, 1]
su un campione di neo sposi con età inferiore a 30 anni, si rileva la forte
predittività dell’abuso di alcol per gli episodi di violenza nelle coppie con
un’elevata conflittualità relazionale e che sono ai primi anni del matrimonio.
Più precisamente, le coppie in cui esistono differenti modelli di assunzione di
alcol (ad esempio mariti che consumano elevate quantità di alcol e mogli che
bevono modiche quantità) sono quelle in cui le donne sono più a rischio di
essere maltrattate. Soprattutto nei primi anni, questa diversità comportamentale
può generare disaccordi che innescano una conflittualità interna quale fattore
alla base delle successive violenze. Allo stesso modo, la presenza di atteggiamenti
verbali aggressivi nella coppia durante la fase iniziale, quali indicatori di un clima
relazionale di tensione e di attrito, può degenerare in probabili e futuri atti di
aggressione fisica.
In definitiva, sono le abitudini di consumo alcolico dei membri della coppia,
così come le abitudini relazionali a giocare un ruolo determinante, e non tanto
l’abuso di alcol in sé. Altri studi sempre condotti da Leonard indicano infatti che
quando i partner condividono lo stesso “modello alcolico” si rileva una maggiore
intimità e soddisfazione nella coppia.
Gondolf, a seguito di diversi studi condotti con campioni clinici e campioni
rappresentativi della popolazione, afferma: “il fatto che l’abuso di alcol rappresenti
un elevato fattore di rischio non significa che sia la causa della violenza, dato che
può essere, ad esempio, la manifestazione di bisogni di potere e di controllo latenti
[…] l’espressione di stili di vita caotici e violenti o di determinate sottoculture.
In questo caso l’abuso di alcol non è altro che l’indicatore di atteggiamenti e
comportamenti radicati nella persona […] oppure la violenza può risultare dalla
sua associazione con altri fattori di rischio quali le violenze subite nella famiglia
di origine” [Attorney Generals & Lt. Governor’s-Family Violence Council of
Maryland 2003, 2].
Concludendo con una frase di Leonard [2000, 73], riassuntiva dell’insieme
dei risultati raggiunti dalle ricerche nel settore: “l’evidenza empirica suggerisce
che il consumo di alcol, allo stesso modo di altri fattori coinvolti negli episodi di
violenza domestica, non è un fattore né sufficiente, né necessario, ma solamente
un fattore concomitante e precipitante”.
Tutte le indagini e gli studi che hanno analizzato la relazione tra alcol e
violenze domestiche hanno permesso di approfondirne il ruolo e di evidenziare
112
Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
Capitolo 4
la presenza di altri fattori di rischio.
Alcuni autori hanno tentato di contenere alcuni di questi fattori all’interno
di modelli teorici che fossero in grado di spiegare l’effetto dell’abuso di alcol sui
comportamenti coniugali violenti.
4.3.3. I modelli teorici
I principali modelli teorici che cercano di interpretare l’interazione tra l’abuso
di alcol e il fenomeno della violenza domestica derivano dai risultati raggiunti
dalle ricerche precedentemente analizzate. Nessuno è esaustivo, ma ognuno
rappresenta il tentativo di spiegare le sfumature di questa relazione complessa.
Punto di partenza della maggior parte dei modelli teorici è il ritenere che il
legame tra abuso di alcol e violenza coniugale non sia lineare ma mediato da
fattori personali, culturali, sociali e di contesto sui quali l’alcol può intervenire
incrementando la probabilità di comportamenti aggressivi. Il modello della
“disinibizione” è l’unico che postula un legame diretto tra i due fenomeni.
Secondo questa impostazione, l’alcol è una sostanza psicoattiva con proprietà
farmacologiche che attraverso un’azione chimica stimola la genesi dell’aggressività.
Gli effetti dell’assunzione di alcol sui comportamenti possono essere diretti e
indiretti. Nel primo caso è lo stesso consumo a generare atteggiamenti aggressivi
e violenti. Nel secondo, sono piuttosto la credenza nei suoi effetti aggressivi
[Brown T. G., Caplan T., Werk A., Seraganian P., Singh M. 1999, 14-15].
Una spiegazione simile è quella dell'"indebolimento cognitivo o distorsione
cognitiva”: l’abuso di alcol indebolisce o distorce le funzioni cognitive
dell’individuo (alterazione della facoltà di giudizio o incremento di aspetti
paranoici) producendo un effetto di sfasamento con le realtà e conseguente
elaborazione distorta delle informazioni. In questo caso diventa molto probabile
un aumento del disaccordo con l’interlocutore l’utilizzo di strategie meno
sofisticate di soluzione dei problemi.
Altri modelli teorici prendono in considerazione altri fattori che, insieme
all’abuso di alcol, possono contribuire direttamente o indirettamente al verificarsi
delle violenze domestiche [Finney A. 2004, 4]:
-
fattori "farmacologici" relativi alle proprietà e agli effetti delle sostanze
alcoliche;
fattori di "contesto" relativi alle circostanze fisiologiche e sociali in cui l’alcol
viene consumato;
fattori "culturali" relativi a come l’alcol e la sua relazione con la violenza è
113
Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
Capitolo 4
-
interpretata nella società;
fattori "personali" riguardo alle risposte, aspettative e credenze rispetto al
consumo e agli effetti dell’alcol.
L’importanza dei fattori culturali e personali è stata messa in luce a partire
dalla constatazione che alcuni uomini hanno dichiarato di aver bevuto
prima di commettere un abuso sulla propria compagna al fine di garantirsi
una giustificazione – moralmente e socialmente accettata - per la spostando
l’attenzione dall’intenzionalità del gesto all’automatismo provocato dalla
sostanza.
Il modello della "razionalizzazione cognitiva" afferma che il ricorso all’alcol
in chiave giustificatoria e deresponsabilizzante può avvenire solo a seguito di
un contesto sociale e culturale dell’individuo dove sono presenti valori che
legittimano e “perdonano” la violenza quando è frutto del consumo di alcol.
La storia familiare assume particolare rilievo in questa cornice teorica, sia nella
legittimazione dell’abuso di alcol ai fini della violenza, sia nell’esporre i suoi
membri a fenomeni di violenza intrafamiliare e di abuso di alcol (modello del
"sistema familiare"). Queste modalità comportamentali possono essere apprese
come giuste e legittime favorendo la loro reiterazione in età adulta [Kantor G.
K., Jasinski J. L. 2003, 11-12].
Il modello dell’ "aspettativa" riassume invece i principali concetti delle teorie
della "disinibizione" e della "razionalizzazione" introducendo il concetto di una
“disinibizione acquisita” piuttosto che provocata dalla sostanza. Determinanti
significative del comportamento violento a seguito dell’abuso di alcol sarebbero
l’idea che le persone nutrono rispetto all’esperienza alcolica insieme alle credenze
che nutrono rispetto ai suoi effetti (in buona parte socialmente apprese).
L’influenza dei fattori culturali, cognitivi e delle aspettative riguardo agli
effetti dell’alcol su una varietà di comportamenti è stata validata empiricamente
attraverso alcuni esperimenti sull’effetto placebo: a un gruppo di soggetti è
stata somministrata due tipi di bevande, una non alcolica, l’altra alcolica.
Entrambe le bevande sono state alterate in modo che non fosse percettibile il
contenuto alcolico da parte dei soggetti. I ricercatori hanno successivamente
fornito informazioni corrette e false rispetto al contenuto della bevande:
indipendentemente dall’effettiva presenza di alcol, i soggetti hanno risposto
positivamente al feedback fornito rispetto alla presenza di alcol nella bevanda
modificando conseguentemente il proprio atteggiamento.
Infine, altre interpretazioni teoriche, c.d. "modelli della comorbilità"
sostengono l’esistenza di una matrice causale comune per l’abuso di alcol e
114
Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
Capitolo 4
per i comportamenti coniugali violenti che può provocare la compresenza dei
due fenomeni senza che vi sia relazione di causa-effetto tra i due. La presenza
simultanea dei due fenomeni può dipendere da vari fattori legati all’individuo
o alla situazione contingente: alcuni soggetti diagnosticati come soggetti con
disturbo della personalità caratterizzato da atteggiamenti antisociali/ostili
possono presentare un assetto comportamentale che include sia l’abuso di
sostanze alcoliche, sia la violenza interpersonale; mentre una subcultura di uso
e consumo di sostanze alcoliche/droga può contribuire ad incrementare un
contesto di violenza e sopraffazione tra i partner. Ancora, deficit nelle abilità
relazionali, comunicative e sociali e particolari credenze possono rappresentare il
substrato in cui si incontrano l’abuso di alcol e la violenza domestica [National
Institute on Alcohol Abuse and Alcoholism-NIAAA 2003, 5-6].
Alcune considerazioni finali permettono di riassumere gli aspetti principali
emersi dall’analisi del fenomeno della violenza domestica da una parte e della
sua relazione con l’abuso di alcol dall’altra e di anticipare le implicazioni che
quanto emerso ha sulla predisposizione di strategie di prevenzione.
La diffusione del fenomeno della violenza domestica è preoccupante ed è
evidente la necessità di intervenire con programmi di supporto e di tutela delle
donne, ma anche di presa in carico di uomini violenti. A questa necessità se ne
lega una seconda: ampliare la comprensione del comportamento violento con
approcci che siano in grado di tenere insieme una pluralità di elementi presenti
nel percorso che porta un attore a compiere un atto violento. Non è questa la
sede per affrontare una sfida scientifica di tale portata, ma occorre sottolineare
come all’interno di tale percorso occorra considerare anche l’abuso di alcol,
considerato non tanto (e non più) come fattore causale delle violenze bensì
come fattore precipitante e aggravante di situazioni problematiche pre-esistenti,
o ancora elemento che si interseca con variabili sociali e culturali incrementando
la probabilità di comportamenti violenti.
4.4. Quale prevenzione possibile?
Il nostro Paese si caratterizza per la presenza di strutture territoriali di protezione
delle donne vittime di violenza domestica (Centri Antiviolenza e Case Rifugio),
ma anche per l’assenza di servizi orientati alla riabilitazione degli uomini violenti,
ad eccezione di poche esperienze di mutuo aiuto gestite da uomini.
L’arresto può avere effetti positivi nel proteggere la donna già vittima di
violenza, ma effetti più incerti nel riabilitare gli uomini e nel prevenirne la
recidiva, anche per la mancanza di programmi specifici nelle carceri. “Di
fronte allo scenario di conflittualità relazionale e di provate incapacità maschili
115
Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
Capitolo 4
che fanno da sfondo all’attivazione della violenza, la sola strada della politica
criminale appare insufficiente se non è accompagnata da progetti di politiche
sociali e culturali in grado di promuovere e intervenire sulle condizioni della
qualità quotidiana delle relazioni di coppia e di quelle genitoriali” [Ventimiglia C.
1996, 26]. Per problematiche complesse si ha bisogno di interventi strutturati,
capaci di rispondere a una molteplicità di bisogni soprattutto se si è di fronte
a soggetti che oltre ad essere violenti soffrono di problemi legati all’abuso di
alcol che peggiorano la situazione complessiva. La prospettiva di iniziare a
lavorare sugli uomini violenti è quella che veramente può dare il segno del
cambiamento. Lavorare sui fattori di rischio, evidenziarli e “curarli”. Perché,
anche se un giudice volesse comminare all’imputato una pena alternativa alla
detenzione, che possibilità reali avrebbe l’individuo di accedervi se non esistono
servizi specifici?
Vi è la necessità di sperimentare nuove strategie, un nuovo modo di “fare
sistema” e di integrare i programmi di trattamento dell’alcolismo, ormai
consolidati, con quelli di prevenzione delle condotte di uomini violenti, di
abbattere barriere operative e metodologiche che contraddistinguono la varietà
dei servizi e delle competenze. È all’estero che bisogna volgere lo sguardo, a quei
Paesi europei ed extra-europei che hanno alle spalle esperienze consolidate sia
nel trattamento degli uomini violenti, sia nel tentare una efficace ed efficiente
connessioni tra saperi e operatività differenti.
4.4.1. I programmi inglesi per uomini violenti
I diversi programmi per uomini violenti si snodano attraverso differenti livelli di
prevenzione come classificati dalla letteratura criminologica: prevenzione prima
ria, l’insieme delle misure rivolte alla generalità della popolazione; prevenzione
secondaria, misure rivolte ai potenziali autori di reato; prevenzione terziaria,
misure rivolte a coloro che hanno compiuto il reato. Intervenire prima che accada
la violenza è decisamente importante. La più grande campagna nazionale contro
la violenza domestica è quella della Zero Tolerance iniziata in Inghilterra nel
1987 e attiva ancora oggi, allo scopo di promuovere l’informazione e l’attenzione
nella popolazione riguardo al fenomeno57.
57
Un altro esempio è l’istituzione di linee telefoniche di ascolto e di supporto per uomini violenti attive
a oggi solo in Svezia. La presenza di questi servizi ha un impatto rassicurante e “normalizzante” sulla
popolazione maschile in quanto diffonde il messaggio secondo cui anche gli uomini possono avere
bisogno di aiuto per risolvere problemi di coppia e che questo aiuto viene offerto. Inoltre, può davvero
rappresentare una valida fonte di aiuto per coloro che hanno reali difficoltà relazionali con le proprie
partner evitando l’escalation di stress e conflittualità che possono degenerare in episodi veri e propri di
violenza. Un’estensione di questo servizio è il Crisis Centre for Men MansCentrum in Stoccolma, dove
gli uomini possono ricevere anche una consulenza diretta specializzata.
116
Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
Capitolo 4
L’aspetto innovativo e importante di questa azione governativa è la
divulgazione di messaggi che sottolineano la responsabilità maschile piuttosto
che l’incentivazione di una reazione da parte delle donne [Department for
Constitutional Affaire- DCA, 2006].
Le scuole rappresentano uno dei tanti luoghi privilegiati dove poter avviare
iniziative di prevenzione primaria. Interventi educativi rivolti sia a insegnanti,
sia a studenti sul tema della violenza domestica permettono di sensibilizzare
al problema, di avviare confronti sugli stereotipi maschili e femminili,
sulle dinamiche di genere e di potere ad essi connessi, di fornire assistenza
e orientamento nel caso qualche ragazzo/a viva il problema in famiglia. In
Inghilterra esistono esperienze di questo tipo che sono promosse a livello locale
dai Centri Antiviolenza o da organizzazioni che offrono programmi per uomini
violenti.
Sul piano della prevenzione terziaria, è solo dalla metà degli anni ’90 che si
assiste, in alcuni Paesi europei, alla nascita di programmi specifici per uomini
violenti sulla base dalle esperienze realizzate negli Stati Uniti durante gli anni
‘70. La prima iniziativa risale al 1977 ad opera di un gruppo di uomini di Boston
che comincia, in collaborazione con i gruppi femministi, a offrire supporto alle
donne abusate dai propri partner. Successivamente il progetto, denominato
EMERGE, diventa più strutturato istituendo una rete tra i differenti servizi allo
scopo di aiutare anche gli uomini violenti.
Queste prime esperienze hanno il pregio di aver gettato le basi per una nuova
cultura e un nuovo approccio al fenomeno della violenza domestica, l’interesse
per la possibilità di aiutare gli uomini violenti ha preso piede anche negli ambienti
clinici e socio-assistenziali, ma anche tra alcuni rappresentanti del sistema di
giustizia penale, creando i presupposti per la nascita di servizi di counselling
psicologico e la loro connessione con le misure legali più tradizionali.
Diversi sono i servizi presenti oggi sul territorio europeo, specialmente
in Inghilterra, e che si basano su un mix dei principali approcci teorici e
metodologici sviluppati nel settore:
-
-
Femminista/socio-politico: la violenza domestica deriva dalle disparità di
genere socialmente radicate nella società. I comportamenti violenti servono
a mantenere queste disuguaglianze attraverso l’esercizio del potere e del
controllo maschile. L’intervento è mirato a decostruire questa impostazione
di fondo.
Psicodinamico/intra-intrapsichico: importanza delle esperienze familiari
passate nella costruzione dei comportamenti violenti sulle quali è necessario
lavorare attraverso attività di introspezione e presa di coscienza delle cause
117
Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
Capitolo 4
della violenza.
Cognitivo/comportamentale: necessità di modificare i ragionamenti distorti (ad
esempio, è giusto picchiare la moglie perché la cena non è pronta) lavorando
sulle emozioni e i comportamenti.
Sistemico/Interazionista: la violenza domestica è un problema che riguarda sia
l’uomo sia la donna rispetto alle modalità relazionali utilizzate nel rapporto,
la psicoterapia congiunta è essenziale.
-
In Inghilterra, la maggior parte dei programmi che coinvolgono uomini
violenti, denominati Change o Everyman, prende spunto dal modello sperimentato
in Minnesota (Duluth Model). Il tratto caratteristico dell’esperienza inglese è
l’istituzionalizzazione di queste iniziative: i referenti principali sono i dipartimenti
governativi a cui fanno capo i servizi sociali e i settori dell’amministrazione della
giustizia deputati alle misure alternative (Probation Services). Entrambi lavorano
insieme agli operatori e ai volontari dei Centri antiviolenza e delle Case Rifugio
[Rapporto DAPHNE 2000, 25-40].
Solitamente l’ingresso degli uomini nel programma dipende da un mandato del
Tribunale, raramente l’adesione è su base volontaria58. Il requisito fondamentale
per partecipare è che l’uomo ammetta la propria responsabilità rispetto alla
violenza perpetrata ed esprima una sincera volontà di cambiare. La durata invece,
è variabile ma solitamente breve, da 20 a 110 ore distribuite in sessioni settimanali
di due ore. Si ritiene che gli interventi troppo lunghi vanifichino i risultati.
58
Opinione diffusa di chi opera nel settore è che se l’ingresso dipende da un mandato del Tribunale (man
datory attendance) l’efficacia del trattamento è sicuramente maggiore, in quanto gli operatori hanno
più potere “coercitivo” e risulta minore l’abbandono degli stessi utenti (drop out) dal momento che la
conclusione del programma con successo significa non incorrere in sanzioni successive.
118
Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
Capitolo 4
Il primo approccio comunitario alla violenza domestica: il Duluth Minnesota Domestic Abuse Intervention Project (DAIP)
Il modello sostiene la necessità di dare una risposta comunitaria al fenomeno della violenza
domestica. Secondo gli ideatori gli uomini violenti possono cambiare ma in presenza di
determinate condizioni: una comunità che condanna moralmente questo comportamento
e che ritiene gli autori i principali responsabili, la presenza di un ambiente non giudicante
e non violento in cui l’uomo possa iniziare la strada del cambiamento, la disponibilità
maschile a iniziare onestamente un percorso di consapevolezza e di riparazione per le
proprie azioni. In questa cornice, essenziale è il coordinamento tra le agenzie del territorio
locale a partire dai gruppi che lavorano con gli uomini violenti e dai Centri antiviolenza
fino alle Forze dell’ordine e alla Magistratura.
Concetti chiave della filosofia di fondo del prodotto
Il fenomeno della violenza domestica è il prodotto di una cultura maschilista del potere
e del controllo.
L’intera comunità deve essere vigile, attenta e attiva rispetto agli episodi di violenza
domestica.
L’inserimento dei programmi per uomini violenti nella cornice più ampia dei servizi per
la prevenzione e il controllo della violenza domestica.
La necessità di collegare le misure di arresto preventivo con i servizi di consulenza e
riabilitazione per gli uomini violenti
Elementi chiave della strategia
Sviluppare politiche locali e protocolli istituzionali per dare centralità alla protezione delle donne.
Rinforzare il network tra le diverse agenzie/servizi del territorio.
Creare una rete tra i Centri antiviolenza per le donne con il sistema di giustizia penale e la comunità in generale.
Monitorare, attraverso il lavoro della polizia, tutti gli episodi di violenza domestica che avvengono nel territorio locale.
Prevedere sanzioni e servizi di riabilitazione per gli aggressori.
Sensibilizzare su quanto è dannosa la violenza domestica per le donne e per i figli.
Formare tutti gli operatori coinvolti: poliziotti, magistrati, operatori sanitari e amministratori locali.
Valutare l’efficace e l’efficienza dei programmi. Fonte: Duluth Minnesota Domestic Abuse Intervention Project (DAIP), reperibile al sito Internet http://www.
duluth-model.org/
I programmi affrontano il problema della violenza domestica da diversi punti
di vista. L’approccio prevalente è quello cognitivo/comportamentale volto a
sviluppare la consapevolezza individuale e l’interiorizzazione di nuovi strumenti
che permettono di sfidare i propri comportamenti e credenze consolidati e di
119
Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
Capitolo 4
costruire quindi nuove capacità relazionali. Spesso la storia familiare rappresenta
il punto di partenza per lavorare sulle emozioni e sugli atteggiamenti. La
consapevolezza delle esperienze passate e la comprensione che le cause dei
comportamenti possono essere profondamente radicate è il primo passo per il
cambiamento, soprattutto quando si è di fronte a violenze nell’infanzia che si
sono subite o alle quali si è assistito.
Gli interventi possono essere a base individuale o di gruppo oppure prevedere le
due forme insieme e in momenti differenti del counselling. La seconda e la terza
tipologia sono le più diffuse anche perché ritenute le più incisive nel cambiare il
comportamento: l’opportunità di incontrare uomini che si trovano nella stessa
situazione può essere un supporto significativo nel ridurre il senso di vergogna
individuale e nel condividere problemi specifici e difficoltà.
A partire dall’importanza del monitoraggio e della valutazione di questi
programmi (effetti sugli uomini, appropriatezza delle tecniche utilizzate) che
rappresenta un punto fondamentale per il continuo miglioramento dei servizi
offerti, gli stessi operatori hanno predisposto un insieme di linee guida riassunte
nella necessità di:
-
una cornice teorica di fondo condivisa e centrata sulle cause e sul contesto
sociale della violenza;
una rete strutturata tra le diverse agenzie del territorio in termini di
condivisione e trasversalità di competenze, strumenti e approcci (multy
agency approach);
risorse materiali adeguate;
un periodo preparatorio al programma attraverso attività di pianificazione
e di formazione degli operatori/volontari;
una fase più lunga di training per coloro che somministrano il
trattamento;
la previsione del programma con una sentenza del Tribunale;
il test e il perfezionamento, anche in progress, delle tecniche utilizzate nei
programmi;
la garanzia di inclusione di utenti appartenenti a diverse culture;
la previsione di protezione e supporto alle donne e ai figli insieme
all’informazione sugli sviluppi e i risultati del programma.
Sarebbe auspicabile che interventi simili trovassero spazio anche in Italia per
riuscire a dare risposte innovative a un fenomeno su cui spesso si ritiene non
ci sia nulla da fare. Non solo, rispetto a uomini che sono violenti e che, allo
stesso tempo, abusano di alcol si sente la necessità di integrare servizi che hanno
logiche e finalità diverse.
120
Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
Capitolo 4
In Trentino dove esiste una tradizione consolidata di servizi di alcologia diffusi
su tutto il territorio regionale e dove, nella città di Trento, esiste un Centro
Antiviolenza quale luogo di azione e di sensibilizzazione, sarebbe ipotizzabile
l’inizio di una nuova sperimentazione. Nuove strategie per prevenire la violenza
maschile e “curare” in modo integrato alcolismo e violenza domestica.
4.4.2. Le strategie per una prevenzione integrata
Nei Paesi dove si è indagato a fondo il legame tra abuso di alcol e violenza do
mestica è iniziato un percorso di ulteriore approfondimento di come trattare i
casi di uomini con entrambi i problemi. Questa tendenza è piuttosto recente
ma è nata a partire dalla consapevolezza di operatori e ricercatori sulla necessità
di individuare contemporaneamente sia le cause che stanno alla base della pa
tologia dell’alcolismo sia quelle che sottendono i comportamenti violenti al fine
di rendere i programmi efficaci. Il fallimento nell’identificazione puntuale di
questi aspetti può infatti ripercuotersi sui risultati dei trattamenti somministrati.
[Health Canada 2006, 4-8].
Chi opera nel settore dell’alcolismo e chi lavora nel campo della violenza
domestica deve essere attento a questa interconnessione. Ed è solo attraverso lo
scambio di conoscenze e pratiche che gli operatori di entrambi i settori possono
capire la complessità del problema, mettere alla prova i propri pregiudizi e le
proprie erronee percezioni creando le condizioni per servizi tarati sui bisogni
dell’utenza e capaci di dare una risposta comunitaria integrata. Costruire un
ponte tra i due saperi significa capire come un problema può interferire con
la risoluzione dell’altro e come differenze programmatiche, terminologiche e
ideologiche possono creare delle barriere insondabili59.
Esistono due modelli principali di integrazione dei servizi per garantire la
“cura” di entrambi i problemi. Anche se non ancora definitivamente testati, è
possibile evidenziare alcuni punti di forza e di debolezza [Fals-Stewart., Kennedy
C. 2005, 9-13].
Il primo riguarda il trattamento dei due problemi attraverso programmi
specializzati ma distinti che possono essere somministrati contemporaneamente
o in due momenti separati a discrezione degli operatori. Nella maggior parte
59
Queste differenze tra impostazioni trattamentali si esprimono ad esempio nella priorità per i servizi di
alcolismo dell’astinenza del paziente a fronte della priorità della sicurezza della donna per i programmi
di violenza domestica. Posta la validità di entrambi gli obiettivi, in realtà la difficoltà è trovare il giusto
equilibrio e il rischio è che prevalga l’una o l’altra allo scopo di preservare l’identità e lo svolgimento
del programma.
121
Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
Capitolo 4
dei casi la prassi prevede che l’individuo entri prima in un servizio per la cura
dell’alcolismo e successivamente in quelli per la violenza domestica. Diventa
quindi necessario che il primo programma esegua uno screening accurato per
verificare l’eventuale presenza di problemi di violenza domestica. Nella pratica
un controllo puntuale viene effettuato raramente e in modo impreciso.
Un beneficio della sola terapia per l’alcolismo si ha esclusivamente nei casi
in cui l’abuso di alcol è il fattore principale degli episodi di violenza coniugale.
Ipotesi questa supportata da alcuni studi recenti: O’Farrel, Fals-Stewart e Murphy
hanno analizzato il comportamento domestico violento in un gruppo di soggetti
(N=301) sottoposti a un programma di trattamento per alcolismo. Nell’anno
precedente al programma, il 56% risulta coinvolto in episodi di violenza
domestica a fronte del 14% dei soggetti di un campione della popolazione simile
per caratteristiche socio-demografiche. Dopo il primo anno di trattamento,
la percentuale di casi di violenza domestica è pari al 35% tra coloro che sono
stati sottoposti al programma, al 15% tra coloro che sono stati esclusi e al 32%
tra coloro cha hanno avuto delle ricadute [Fals-Stewart W., Kennedy C. 2005,
9].
Ad ogni modo il solo trattamento dell’alcolismo può abbassare la probabilità
degli episodi di violenza domestica ma non risolverli, la via praticabile quindi è
quella di istruire gli operatori dei servizi alcologici nell’identificazione accurata
dei comportamenti violenti per poter riferire successivamente gli individui ai
programmi appositi. Il vantaggio conseguente di questo approccio sarebbe
l’integrazione tra i servizi, l’utilizzo di risorse disponibili dove ci sono o la nascita
di nuove professionalità in seno ai programmi di trattamento dell’alcolismo.
La difficoltà di coordinare gli interventi è legata anche al modo in cui opera il
sistema giudiziario che, di fronte ai casi di violenza domestica, prevede l’obbligo
di ingresso in un programma di riabilitazione ma non applica la medesima
misura in aggiunta ai programmi di trattamento per soggetti alcolisti violenti.
L’obbligo istituzionale di portare a termine il trattamento ha un notevole effetto
deterrente rispetto alle situazioni di drop-out. Anche qui la risposta giudiziaria
dovrebbe essere perentoria a partire dai reali bisogni di “cura” dell’individuo e
collegata a sua volta con i servizi specifici del territorio che non possono così
sottrarsi a un tipo di intervento congiunto.
122
Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
Capitolo 4
Il programma “Safe at Home”: un esempio di progetto integrato e
di coordinamento tra servizi
Il progetto “SICURI A CASA” per la prevenzione della violenza domestica (Safe at Home
Violence Against Women Prevention Project” istituito nel 1994 a Milwaukee vede la colla­
borazione di tre servizi di contrasto alla violenza domestica: Il Milwaukee Women’s Centre,
la Sojourner Truth House e l’Asha Family Members insieme all’Università del WisconsinMilwaukee (Dipartimento di Studi Sociali) per la valutazione del progetto e la collaborazione
con il Centro per la Prevenzione e il Controllo delle malattie (Center for Disease Control
and Prevention-CDC). Le aree di intervento del progetto sono: la comunità, gli operatori, i
giovani e gli uomini violenti.
Attività del progetto
Campagna di sensibilizzazione: per aumentare il livello di attenzione nella popolazione,
informare dell’esistenza del servizio, incentivare il contatto da parte delle donne
Prevenzione della violenza domestica: training specifico degli operatori, sensibilizzazione
della comunità e dei giovani nelle scuole (workshops e materiale informativo)
Programmi per uomini violenti: terapie di gruppo, individuali, di coppia e familiari. Trat
tamento dei problemi di alcolismo dove presenti grazie alla connessione e collaborazione
con l’Unità Centrale di Ingresso del Centro delle Donne (Milwaukee Women’s Center’s
Central Intake Unit) che effettua un primo screening accurato e invia successivamente il
soggetto ai servizi di alcologia del territorio o se necessario ai Servizi di Salute Mentale
per i trattamenti specifici: farmacologici, medici, psichiatrici e psico-terapici.
Fonte: Dal SAFE AT HOME, http://www.mwcinc.org/programs_services/safe_at_home.html
Il secondo modello invece è relativo alla possibilità di inserire programmi di
trattamento per l’alcolismo nei servizi per uomini violenti e viceversa partendo dal
presupposto che entrambi i programmi possono rivolgersi alle stesse persone.
In Maryland (USA), ad esempio, gli operatori dei programmi per uomini
violenti (Abuser Intervention Programs-AIPs) dispongono di un ampio margine
discrezionale nel decidere quali programmi somministrare e come [Attorney
Generals & Lt. Governor’s-Family Violence Council of Maryland 2003, 4]. Gli
orientamenti più comuni sono:
- L’invio da parte dei programmi per uomini violenti a quelli per il trattamento
dell’alcolismo L’accesso ai primi è subordinato al successo dei risultati
raggiunti nell’intervento per l’alcolismo. La credenza di fondo è che se
la persona non si libera della dipendenza dell’alcol non può iniziare a
considerare gli altri e a trattarli con rispetto;
- La richiesta da parte dei programmi di trattamento per l’alcolismo che
l’individuo partecipi a un programma per uomini violenti. L’idea sottesa è che
123
Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
Capitolo 4
entrambi i problemi devono essere curati contemporaneamente soprattutto
se non si vuole mettere a rischio l’incolumità della donna;
L’utilizzo di un modello integrato che offre i due servizi simultaneamente
attraverso il coordinamento dei rispettivi tempi di durata e lo scambio di
informazioni rispetto al progressivo evolversi dei due interventi.
-
L’esempio del Yale’s Substance Abuse Treatment Unit’s Substance Abuse-Domestic Violence (SATU-SADV)”:
l’inserimento di un programma per uomini violenti in un servizio di alcologia
L’Unità per il trattamento dell’abuso di sostanze, “Substance Abuse Treatment Unit-SATU”)
offre servizi di screening, indirizzo e trattamento per le persone maggiorenni che hanno pro­
blemi di abuso di alcol e sostanze stupefacenti. L’dea base del SATU è che l’abuso di sostanze
rappresenti, con modalità e intensità differenti, una delle manifestazioni più comuni di
disfunzione psicologica. La clinica si avvale di tre principali strumenti: Unità di valutazione
per verificare lo stato del paziente e indicare il trattamento più adatto, Unità per trattamenti
brevi, e una specifica Unità per il trattamento farmacologico delle dipendenze da sostanze
stupefacenti.
I servizi
Gruppo di orientamento e di informazione/sensibilizzazione
Gruppo di prima assistenza
Gruppo clinico di cura delle patologie
Gruppo per la terapia individuale
Gruppi specializzati tra cui il Gruppo per l'abuso di sostanze e la violenza domestica
(SADV), che offre un trattamento settimanale della durata di 12 settimane centrato su un
approccio integrato all’abuso di sostanze e all’aggressività. Obiettivi sono l’insegnamento
di tecniche per fronteggiare il desiderio della sostanza, per gestire la rabbia e per acquisire
nuove abilità comunicative. Allo stesso tempo si effettua un monitoraggio costante delle
condizioni psico-fisiche dei pazienti ed è prevista la possibilità di interventi di agopuntura
per fare fronte allo stress e diminuire il rischio di ricadute.
Fonte: Substance Abuse Treatment Unit, http//www.dmhas.state.ct.us/cmhc/Documents/Services/Services_SATU.
htm.
Da una parte la valutazione empirica di quale sia il metodo migliore di
integrazione dei servizi è piuttosto giovane e non consente di trarre indicazioni
definitive. Dall’altra, la sperimentazione costante di approcci, saperi e tecniche
congiunti ha permesso di identificare un insieme di linee guida allo scopo di
orientare la programmazione di interventi integrati e di aumentarne l’efficacia
e l’efficienza.
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Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
Capitolo 4
Il “Treatment Improvement Protocol” predisposto dal Ministero della Salute
statunitense insieme al documento “Safety and Sobriety” contenente un insieme
di best practices e preparato da un gruppo di esperti dell’ambiente accademico, del
sistema di giustizia e dei servizi riuniti dal Bureau of Domestic Violence Prevention
& Intervention del Dipartimento dei Servizi Sociali dell’Illinois rappresentano
il tentativo di dare forma e sostanza alle esperienze avviate, nell’ambito del
trattamento della violenza domestica e dell’abuso di alcol, traducendole in
utili indicazioni operative [US Department of Health and Human ServicesSAMHSA’s National Clearing House, 2006 e State of Illinois, 2006].
Per concludere, si delineano brevemente le principali linee guida per affrontare
le situazioni in cui entrano nei servizi di alcologia uomini violenti essendo quelle
frequenti nella realtà italiana e trentina.
Entrambi i documenti sottolineano l’importanza della connessione tra
sistema di giustizia e servizi sul territorio e tra programmi di trattamento.
Senza lo scambio delle informazioni, l’interconnessione delle metodologie e la
condivisione dei risultati una risposta comunitaria e integrata è praticamente
impossibile. Così come evidenziano la necessità di azioni di formazione congiunta
degli operatori che lavorano sui due problemi.
Dal momento che è ampiamente accertato che il trattamento dell’alcolismo
non elimina definitivamente i comportamenti violenti, la soluzione è quella di
attuare programmi interconnessi, se non integrati, realizzabili attraverso:
-
-
-
-
screening accurati dello stato psico-fisico della persona interessata e
il suo successivo invio a programmi specifici (interventi per la cura
dell’alcoldipendenza se durante la fase di valutazione emerge questo fattore
come il problema principale, viceversa invio a programmi per uomini violenti
se il disturbo riguarda aspetti di personalità aggressivi e violenti);
invio rapido al programma ritenuto più idoneo sulla base del risultato della
fase di screening. Ad ogni modo, se lo scopo è risolvere l’alcoldipendenza che
si accompagna a episodi di violenza domestica, sarebbe preferibile attivare
i programmi necessari nello stesso arco di tempo in modo da lavorare
congiuntamente sia sul problema principale, l’alcolismo, ma anche su quello
‘secondario’, la violenza domestica;
predisposizione di strumenti e di misure adeguate che garantiscano sia la
protezione della donna e dei figli, sia il supporto e il sostegno emotivo/
psicologico in strutture dedicate e possibilmente diverse da quelle in cui
viene inserito il partner;
non previsione di trattamenti congiunti (di coppia/familiari) a meno
che le vittime (donne/figli) non siano immuni da almeno sei mesi dalle
violenze domestiche e comunque previo parere dell’operatore competente
125
Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
Capitolo 4
-
-
-
e sottoscrizione da parte dell’uomo di assumersi la piena responsabilità dei
propri comportamenti;
contatti costanti tra i referenti delle strutture di intervento e l’ufficio
giudiziario competente, soprattutto nel caso in cui la partecipazione al/i
programma/i sia stato predisposto su ordine del Tribunale;
prossimità tra le strutture di intervento, le Forze di Polizia e i Tribunali locali
per predisporre un’azione congiunta rispetto al fenomeno della violenza
domestica (condivisione delle rispettive pratiche e competenze per creare
un terreno comune in cui agevolare e rafforzare la possibilità di intervento
e la tutela delle vittime);
contatti con altri servizi del territorio che si occupano di prevenire la violenza
domestica e che possono essere strategici per la condivisione delle esperienze
e delle conoscenze al fine di una più efficace ed efficiente integrazione tra i
programmi disponibili. Meglio se realizzati attraverso la stipula di accordi
istituzionali;
protezione della privacy del soggetto in trattamento e dei suoi familiari.
126
Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
RifeRimenti bibliogRafici
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Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
Note:
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Le pubblicazioni dell’Assessorato
provinciale alle Politiche per la salute
Edizione: Servizio Organizzazione e qualità delle attività sanitarie P.A.T.
Direzione delle collane: Vittorio Curzel
Punto Omega Nuova serie
1.
2-3.
4.
5-6.
7.
8-9.
Telemedicina in Trentino
I documenti OMS sulla strategia della salute per tutti
La donazione e il trapianto di organi e di tessuti
La promozione della salute
Il territorio tra assistenza sanitaria e attività socio-assistenziali
Equità, solidarietà e tutela dei soggetti deboli
nei servizi socio-sanitari
10.
La storia dei luoghi di cura a Trento
11.
Salute e sviluppo socio-economico nelle regioni di montagna
12-13. Alla ricerca delle menti perdute
14.
Equità nella salute in Trentino
15.
I progetti di ricerca sanitaria finalizzata in Trentino
16.
Studio comparato sull'assistenza al parto nei piccoli ospedali in
Regioni dell'arco alpino
Vergleichende Studie über die geburtshilfliche Versorgung an
Kleineren Krankenhäusern im Alpenraum
17.
Salute, globalizzazione e nuovi federalismi sanitari
18.
Salute e culture: la società, la donna. Informazione. Ricerca
19-20. Il sistema di monitoraggio delle disuguaglianze di salute SMDS
nella provincia di Trento
Supplementi Punto Omega Nuova serie
-
Linee guida programmatiche di legislatura in materia di politiche
per la salute
Qualificazione e riorganizzazione della rete ospedaliera provinciale e
dell'assistenza sanitaria primaria
Nuovo piano operativo per la prevenzione e la sicurezza sui luoghi di
lavoro
I determinanti sociali della salute . I fatti concreti
Valsugana orintale e Tesino. Futuro in salute
Porfido. I vantaggi del bancone con sollevatori per gli addetti alla
prima lavorazione
Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
-
Sei lavoratrice dipendente e aspetti un bambino? Domande e risposte sui principali aspetti della maternità
Collana Documenti per la salute
1. 2.
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Gli incidenti stradali. Dall’epidemiologia alle strategie
di intervento (Atti del Convegno)
Diagnosi e trattamento dei neovasi sottoretinici
(Atti del Seminario)
Screening provinciale per la diagnosi precoce e la prevenzione
dei tumori del distretto cervico-facciale
Rischio ultravioletto. Esposizione al sole, usi terapeutici e
cosmetici, attività industriali (Atti del Convegno)
La vaccinazione alle soglie del III millennio. La strategia
della comunicazione per l’adesione informata (Atti del Convegno)
Le attività alcologiche in Trentino
Sicurezza e salute nei luoghi di lavoro: un impegno comune
(Atti della Conferenza provinciale)
Teleconsulto oncologico e telecardiologia sul territorio
(Rapporto conclusivo di progetto)
Relazione sullo stato del Servizio sanitario provinciale
Decisione e ragionamento in ambito medico (Atti del Convegno)
La responsabilità medica nella provincia autonoma di Trento.
Il fenomeno. I problemi. Le possibili soluzioni
Relazione sullo stato del Servizio Sanitario Provinciale 2001
Relazione sullo stato del Servizio Sanitario Provinciale 2001.
Rapporto epidemiologico
Le tossicodipendenze in Trentino: tendenze e strategie
Nord Italia Transplant - Atti della Riunione tecnico-scientifica
Relazione sullo stato del Servizio sanitario provinciale 2002
Relazione sullo stato del Servizio sanitario provinciale 2002
Rapporto epidemiologico
Le attività di laboratorio con uso di sostanze cancerogene-mutagene
Nuova governance in una rete di comunicazione
(Atti 8a Conferenza nazionale HPH)
La prevenzione delle tossicodipendenze: la sfida dei giovani, la
dimensione educativa e le politiche locali.
Relazione sullo stato del Servizio sanitario provinciale 2003
Relazione sullo stato del Servizio Sanitario provinciale 2003
Rapporto Epidemiologico
Relazione sullo stato del Servizio sanitario provinciale 2004
Relazione sullo stato del Servizio Sanitario provinciale 2004
Rapporto Epidemiologico
Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
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Montagnaterapia e psichiatria
La persona con malattia di Parkinson. Un approccio globale
Prevenzione primaria delle dipendenze patologiche
Relazione sullo stato del Servizio Sanitario provinciale 2005
Relazione sullo stato del Servizio Sanitario provinciale 2005
Rapporto epidemiologico
Tipologie di prestazioni e servizi sociosanitari e valutazione dei
relativi costi. Rapporto conclusivo
Il rischio alcol in Trentino: Dinamiche socio-culturali, politica dei
servizi e linee di prevenzione
Collana InfoSanità
1.
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Piano delle attività di formazione del personale
dei Servizi Sanitari 1999/2000
Una professione per il 2000. La salute degli altri
Obiettivi assegnati all’Azienda provinciale per i servizi sanitari.
Anno 2000
Catalogo delle pubblicazioni del Servizio sanitario del Trentino
Contratto provinciale del personale non dirigenziale
della Sanità 1998/2001
Piano delle attività di formazione del personale
dei Servizi sanitari 2000/2001
Obiettivi assegnati all’Azienda provinciale per i servizi sanitari.
Anno 2001
La formazione dell’Operatore Socio-Sanitario (OSS)
Autorizzazione e accreditamento delle strutture sanitarie
Le Encefalopatie Spongiformi Trasmissibili
Piano Provinciale Sangue 2000/2002
Guida ai servizi per le persone in situazione di handicap
La Celiachia
Catalogo delle pubblicazioni del Servizio sanitario del Trentino 2001
L’informazione per gli alimentaristi
Piano delle attività di formazione del personale
dei Servizi sanitari 2001/2002
Obiettivi assegnati all’Azienda provinciale per i servizi sanitari.
Anno 2002
Accordi provinciali per i medici convenzionati
I numeri della sanità del Trentino
Osservatorio provinciale degli infortuni sul lavoro e delle malattie
professionali. Infortuni lavorativi nella provincia
di Trento 1996-2000
Contratto provinciale della dirigenza medica e veterinaria
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Contratto provinciale della dirigenza sanitaria, professionale,
tecnica e amministrativa
Piano delle attvità di formazione del personale
dei servizi sanitari 2002-2003
Obiettivi assegnati all’Azienda provinciale per i servizi sanitari.
Anno 2003
I numeri della sanità del Trentino 2003
Catalogo delle pubblicazioni del Servizio Sanitario
del Trentino 2003
Guida ai servizi per le persone in situazione di handicap 2003
Piano delle atttività di formazione del personale
dei servizi sanitari 2003-2004
Obiettivi assegnati all’Azienda provinciale per i servizi sanitari.
Anno 2004
Stato del Servizio sanitario provinciale - Anno 2001 - Sintesi
I numeri della sanità del Trentino. 2004
La formazione continua (ECM) in provincia di Trento
Promuovere l’attività fisica nell’anziano
Lavorare per la salute. Guida alla formazione nella sanità
Infortuni lavorativi in provincia di Trento 1996-2002
Catalogo delle pubblicazioni del Servizio Sanitario
del Trentino 2004
Piano delle attività di formazione del personale
dei Servizi sanitari 2001/2002
Obiettivi assegnati all’Azienda provinciale per i servizi sanitari. Anno
2005
Screening provinciale per la diagnosi precoce e la prevenzione dei
tumori alla mammella
Piano Provinciale Sangue 2005/2008
La formazione dell’Operatore Socio-Sanitario (OSS) in provincia di
Trento
La domanda adolescente. Gli adulti alla prova
Catalogo delle pubblicazioni del Servizio sanitario del Trentino 2005
Programma triennale della formazione degli operatori del sistema
sanitario provinciale - 2005-2008
Obiettivi assegnati all’Azienda Provinciale per i Servizi Sanitari.
Anno 2006
I numeri della Sanità del Trentino (Edizione 2006)
Il disagio giovanile. Psicopatologia e trattamento del disturbo
borderline di personalità
La formazione nel sistema di emergenza-urgenza in Trentino
1995-2005: Dieci anni di riforma sanitaria e ruolo dell'APSS
Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
50.
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53.
Catalogo delle pubblicazioni del servizio sanitario del Trentino 2006
Studio P.A.S.S.I. Risultati dell'indagine in provincia di Trento
I numeri della sanità del Trentino (Edizione 2007)
Catalogo delle pubblicazioni del servizio sanitario del Trentino 2007
Collana Strumenti per la formazione
1.
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4.
5.
No people no Joey
Parliamo di funghi
Vol. I: ecologia, morfologia, sistematica
Vol. II: tossicologia, commercializzazione, legislazione
Comunicazione pubblica e marketing sociale per la sicurezza e la
salute sul lavoro - Parte I
Comunicazione pubblica e marketing sociale per la sicurezza e la
salute sul lavoro - Parte II
Scuola e cultura della sicurezza. Ipotesi di curricolo verticale
Collana Strumenti per la formazione SSL
1. 2.
3.
4.
Guida illustrata alla sicurezza nei cantieri
Glossario illustrato del lavoro nei cantieri
Igiene e salute nella lavorazione del porfido
Professionisti nel proprio bosco
Collana Guide rapide per la salute
1. 2. 3. 4. 5. 6.
7.
Escursioni sicure
Al lago sicuri
Funghi sicuri
Sciare sicuri
Mangiare sano
Farmaci e salute
Liberi dal fumo
Collana Video Documenti per la salute
1.
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3.
Malattie dei pesci - Controllo sanitario e campionamento
negli allevamenti ittici
Disinfezione delle uova di trota dopo la fecondazione, per la
profilassi delle malattie
Risanamento troticolture Alto fiume Sarca e Torrente Arnò
Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
Le pubblicazioni edite dall’Assessorato provinciale possono essere richieste al Servizio
Organizzazione e qualità delle attività sanitarie della Provincia Autonoma di
Trento, Via Gilli 4, 38100 Trento, tel. 0461 494044, fax 0461 494073, e-mail:
[email protected]. La richiesta può essere fatta anche tramite
Internet al portale www.trentinosalute.net, dove è possibile scaricare gratuitamente
molti documenti in formato PDF.
Le pubblicazioni vengono distribuite a titolo gratuito (a eccezione dei volumi
“Parliamo di funghi” e “La responsabilità medica nella provincia autonoma di
Trento”) con spese di spedizione a carico del richiedente. I due volumi “Parliamo
di funghi” (Euro 20,66) e il volume “La responsabilità medica nella provincia
autonoma di Trento” (Euro 12,00) sono in vendita presso la Biblioteca della Giunta
provinciale in Via Romagnosi 9, Trento.
Per l’acquisto delle pubblicazioni è necessario effettuare anticipatamente il pagamento
dell’importo corrispondente:
- al c/c postale n. 295386 intestato al Tesoriere della Provincia Autonoma di
Trento - UNICREDIT BANCA SPA - Divisione Caritro - Via Galilei, 1, Sede
di Trento;
- a mezzo conto corrente bancario di Tesoreria n. 400 con la medesima intestazione,
precisando come causale: “Acquisto pubblicazione: Titolo ...”.
La consegna della pubblicazione avverrà, dietro presentazione della ricevuta di
pagamento, o direttamente, recandosi presso la biblioteca, o tramite spedizione postale
previo ricevimento del cedolino al numero di fax 0461. 495095, con spese a carico
dell’Amministrazione provinciale.
Il Progetto “Comunicazione per la salute” dell’Assessorato alle Politiche
per la salute della Provincia Autonoma di Trento è “Realizzazione riconosciuta di Qualità per l’innovazione amministrativa e la comunicazione
con i cittadini” dall’ Associazione Italiana della Comunicazione Pubblica
e Istituzionale.
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Stampato per conto della Casa Editrice Provincia Autonoma di Trento dalla Tipolitografia Temi - Trento
Provincia Autonoma di Trento - Documenti per la salute n. 31
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Documenti per la Salute 31