4-001 SEDUTA DI GIOVEDI’ 16 SETTEMBRE 2004 ___________________________ 4-002 PRESIDENZA DELL’ON. ONYSZKIEWICZ Vicepresidente (La seduta inizia alle 10.00) 4-003 Imbarcazione olandese dell’Associazione “Women on Waves” garantendo valido accesso a tutte le forme di metodi contraccettivi – cosa che non avviene in Portogallo. Per salvaguardare la salute riproduttiva e i diritti delle donne si raccomandava inoltre di rendere legale, sicura e universalmente accessibile l’interruzione volontaria della gravidanza, invitando i governi ad astenersi – in qualsiasi circostanza – dall’agire in via giudiziaria contro le donne che avessero fatto ricorso all’aborto illegale – neppure questo avviene in Portogallo. 4-004 Presidente. – L’ordine del giorno reca due interrogazioni orali alla Commissione sul battello olandese dell’associazione Women on Waves: – B6-0010/2004 degli onorevoli Ilda Figueiredo, Francis Wurtz, Eva-Britt Svensson, Miguel Portas e Sérgio Ribeiro, sul divieto di ingresso in Portogallo all’imbarcazione dell’associazione Women on Waves. – B6-0011/2004 degli onorevoli Lissy Gröner, Edite Estrela, Jamila Madeira, Emanuel Vasconcelos Jardim Fernandes, Hiltrud Breyer, Jillian Evans, Raül Romeva Rueda, Maria Carlshamre e Claire Gibault, sul divieto, da parte del governo portoghese, di accesso alle acque territoriali portoghesi al battello olandese dell’associazione Women on Waves. 4-005 Figueiredo (GUE/NGL). – (PT) Signor Presidente, com’è noto in Portogallo si alimenta un clima di riprovazione sociale contro le donne che ricorrono all’aborto, e si continua ad utilizzare l’apparato politico e giudiziario al servizio di indagini e processi contro le donne accusate di aborti clandestini – cagionati da una legge iniqua ed ingiusta, ignara della realtà sociale e delle cause che costringono le donne a ricorrere all’aborto. In tale quadro si sono sviluppate importanti iniziative di solidarietà internazionale a favore delle donne portoghesi, tra cui il recente tentativo effettuato dalla nave olandese appartenente all’organizzazione Women on Waves; a questa nave, però, il governo del Portogallo ha vietato, in maniera inammissibile, l’ingresso nelle acque territoriali del paese, impedendo pure la realizzazione di dibattiti e la diffusione di informazioni in materia di diritti sessuali e riproduttivi. L’intolleranza ha raggiunto il ridicolo quando il governo portoghese ha inviato due corvette della marina militare a caccia della nave dell’associazione olandese. In base alle dichiarazioni delle Conferenze delle Nazioni Unite del Cairo e di Pechino, il Parlamento europeo – con la risoluzione del 3 luglio 2002 – ha raccomandato ai governi di elaborare politiche nazionali di alta qualità nel campo della salute sessuale e riproduttiva, in collaborazione con le organizzazioni pluraliste della società civile, nonché di offrire ampie informazioni sui più efficaci metodi di pianificazione familiare, In tale quadro riteniamo che la Commissione europea non possa ignorare la situazione che si registra in Portogallo, cioè il terribile intreccio di ipocrisia e violenza che opprime le donne e favorisce oggettivamente la pratica degli aborti clandestini, costringendo le donne con scarsi mezzi economici e maggiori difficoltà nell’accedere alle informazioni a seguire le vie più insicure e pericolose per la loro salute sessuale e riproduttiva. Speriamo quindi che la Commissione europea esprima la sua solidarietà alle donne portoghesi, condanni l’intolleranza e si unisca alle posizioni che il Parlamento europeo ha già preso in questo campo, incoraggiando le necessarie iniziative di sensibilizzazione per difendere e promuovere i diritti e la dignità delle donne. (Applausi) 4-006 Gröner (PSE). – (DE) Signor Presidente, onorevoli colleghi, Women on Waves solleva ondate di tempesta anche in seno al Parlamento europeo; perché mai? Ormai dalla fine di agosto il governo portoghese impedisce alla nave olandese Borndiep l’ingresso in un porto della costa occidentale del Portogallo; questa nave appartiene all’organizzazione Women on Waves, che su invito di alcune associazioni di donne portoghesi intendeva giungere in Portogallo per diffondere informazioni sulle interruzioni di gravidanza, sulla contraccezione, ed inoltre sul metodo meno traumatico di interruzione della gravidanza, la pillola abortiva RU 486. Secondo il governo del Portogallo, ciò rappresenta evidentemente un grave pericolo per le donne di quel paese; altrimenti non sarebbe stata adottata una misura tanto drastica. Il governo portoghese si è assunto la responsabilità di violare due basilari principi del libero mercato interno in Europa: il diritto all’informazione e il diritto alla libertà di circolazione nell’ambito dell’Unione europea. Dal punto di vista politico è un caso molto grave. Non era ancora avvenuto che per motivi puramente politici si violasse il diritto alla libertà di circolazione. Come gruppo socialista noi non possiamo tollerarlo, e quindi rivolgiamo al Consiglio e alla Commissione questa domanda: cosa pensate di fare, affinché tale episodio – unico nella storia dell’Unione europea – non abbia a ripetersi? Mi sembra una domanda importante, che 6 occorre sin d’ora rivolgere alla futura Commissione; vogliamo che si affermi con chiarezza che cose del genere non si possono accettare. Questa vicenda ha sollevato violente ondate in tutta Europa; tutti i media ne parlano, poiché ciò che è di dominio pubblico è soltanto la punta dell’iceberg. Nell’Unione europea le donne subiscono limitazioni alla propria libertà, e non possiamo tollerare di assistere in questo campo ad uno strisciante regresso. Se guardiamo ai Trattati, una restrizione alla libertà di circolazione da parte degli Stati nazionali è possibile solo qualora sia in pericolo la sicurezza pubblica, per esempio a causa del terrorismo; ma è questo il caso? La salute delle donne è minacciata da qualche epidemia? Si tratta forse di un’epidemia di libero pensiero, di libere decisioni? Lo dico con qualche ironia, poiché anche in seno alla commissione per i diritti della donna e l’uguaglianza di genere su questo punto si sono manifestate opinioni completamente opposte: le esponenti del gruppo PPE volevano far passare in sordina l’episodio. Io credo invece che si tratti di una vicenda assai importante, che dev’essere discussa in seno al Parlamento europeo. A nostro avviso tutte le donne d’Europa devono poter accedere alle informazioni nel modo più sicuro possibile, e devono avere il rapporto meno traumatico possibile con i contraccettivi e l’interruzione di gravidanza; e devono poi essere in grado di decidere liberamente nel modo che ritengono più opportuno. Appare chiaramente che questo caso, in ultima analisi, non solo incide profondamente sulle decisioni delle singole donne, ma rappresenta un nodo di alta politica; e in questa prospettiva non possiamo accettare la violazione di due delle quattro libertà fondamentali. Vogliamo quindi che il Presidente Barroso scopra le carte, ma preghiamo anche il Commissario, signora Wallström, di far valere il suo peso a favore delle donne. Può darsi che quest’episodio abbia qualche contraccolpo sul programma del Presidente Barroso, che vuol candidare otto donne alla carica di Commissario e intende battersi per il futuro delle donne; noi desideriamo evitare tale eventualità, e da ciò scaturisce il dibattito odierno. Spero che vi sia una netta dichiarazione da parte della Commissione, ed anche da parte del Consiglio. Altrimenti, mi pare, la nave Borndiep o l’organizzazione femminile Women on Waves avrebbero dovuto spedire una lettera di ringraziamento al governo portoghese, perché questo caso ci offre l’occasione di discutere approfonditamente la necessità che le donne possano liberamente decidere se e quando venire informate sull’interruzione di gravidanza e come comportarsi in merito; e possano infine liberamente decidere anche quando e come avere un bambino. E’ una questione fondamentale, che dobbiamo discutere in questa sede. (Applausi) 4-007 Buitenweg (Verts/ALE), in sostituzione dell’autore dell’interrogazione. – (NL) Signor Presidente, come ha appena osservato l’oratrice che mi ha preceduto, un 16/09/2004 dibattito su Women on Waves è fatalmente destinato a mutarsi in un dibattito sull’aborto e sul diritto delle donne di scegliere. Ciò vale naturalmente per il dibattito che si svolge ora in quest’Aula, ma anche per i media, ove le discussioni sui diritti riproduttivi delle donne – non sempre riconosciuti in tutti i paesi dell’Unione europea – fervono con intensità sempre maggiore; ed è precisamente questo l’obiettivo dell’associazione Women on Waves. Di conseguenza, qualsiasi esponente politico intervenga a favore o contro quest’organizzazione, addentrandosi nel fondamentale dibattito sull’aborto, rende completa giustizia agli obiettivi di quest’organizzazione femminile. Da parte mia sarò breve. Sostengo senza riserve la posizione del nostro Parlamento, così come l’ha delineata la relazione dell’onorevole Van Lancker: benché un’interruzione di gravidanza non sia cosa da decidere alla leggera, le donne devono avere diritto ad un’interruzione di gravidanza legale e sicura. Questa è l’opinione espressa dalla maggioranza del Parlamento, e coincide con l’opinione di Women on Waves. Il Portogallo tuttavia ha proibito a questa nave di entrare in porto, cosa davvero singolare. Women on Waves non svolge attività illegali in acque portoghesi; essa fornisce semplicemente informazioni su un tema che non è gradito al governo. Le conseguenze possono essere imprevedibili: forse è solo questione di tempo prima che si rifiuti l’ingresso nei porti a Greenpeace se tale associazione dovesse fare affermazioni non gradite al governo del luogo, e questo non possiamo accettarlo. Le autorità portoghesi hanno addotto l’argomento che la de Borndiep sarebbe una minaccia per la sanità pubblica: la Commissione europea è forse dello stesso parere? Il Ministro Bot ha già notato che non è ammissibile negare l’attracco ad una nave per tali motivi: la Commissione condivide la sua opinione? D’altra parte l’accesso non si deve negare neppure per motivi di ordine pubblico; le attività informative non sono violente. Esse si svolgono infatti a bordo della nave, in un’atmosfera di riservatezza e in uno spirito di dialogo e rispetto; la dura reazione del governo è perciò infondata. La nave adesso ha varcato nuovamente il confine, proprio come fanno, ogni anno, circa 10 000 donne portoghesi per sottoporsi all’intervento chirurgico di cui hanno bisogno. 4-008 Gibault (ALDE/ADLE). – (FR) Signor Presidente, onorevoli colleghi, è semplicemente in qualità di cittadina europea che intervengo oggi, per discutere il caso di Women on Waves. Come tutto il PSE, mi interrogo sulla possibile violazione del diritto internazionale rappresentata dalla decisione del governo portoghese, che ha vietato alla nave olandese l’ingresso nelle proprie acque territoriali; ma io scorgo in essa anche il divieto di curare altre donne europee. Sebbene l’iniziativa dell’organizzazione Women on Waves mi sembri – nella forma – un po’ provocatoria, non per questo la giudico meno legittima in linea di principio. L’operato di quest’associazione corrisponde in 16/09/2004 effetti a due diritti delle donne che giudico essenziali: il diritto alla salute e il diritto alla dignità, entrambi inseriti nella Carta dei diritti fondamentali. In molti Stati, ormai da decenni, questi diritti sono difesi dalle donne che combattono una dura battaglia per ottenere l’adesione dei governi alla loro legittima causa. Per questa ragione sono personalmente sbigottita nel constatare che ancor oggi, in seno al Parlamento europeo, vi è una corrente di donne che cerca di rimettere in discussione i risultati di una lunga lotta. Non sono qui per biasimare quegli Stati europei che hanno scelto di limitare, vietare o punire la pratica dell’aborto, ma credo che l’episodio su cui s’incentra il mio intervento debba offrire a questi Stati l’occasione per riavviare il dibattito su un tema tanto delicato. Le donne si trovano spesso sole quando devono prendere la dura decisione di interrompere una gravidanza; è sempre un momento di grande sconforto. E’ una scelta che non si fa mai a cuor leggero, bensì con grave travaglio di coscienza, e per la quale colpevolizzazione o criminalizzazione non sono risposte adeguate: solo il dialogo e l’informazione permetteranno di far progredire l’opinione pubblica. La repressione, invece, fa la fortuna di quelle imprese clandestine che sfruttano l’ignoranza e la fragilità sociale; ma nella nostra Europa delle libertà non c’è posto per organizzazioni di tal fatta. Le Istituzioni europee hanno il dovere di dare l’esempio in questo settore e di far rispettare le libertà individuali. La mancanza di una chiara presa di posizione da parte della Commissione sarebbe interpretata non solo come un’ingiustizia sociale per queste donne, ma pure come un’intollerabile restrizione dei loro diritti fondamentali. Desidero aggiungere che questo problema non riguarda solamente le donne. Mi dolgo di poter contare solo su pochi uomini nella commissione per i diritti della donna e l’uguaglianza di genere, e ringrazio sinceramente coloro che hanno compreso che dobbiamo unirci per difendere i nostri ideali e testimoniare il nostro impegno. E’ nostro dovere di europei essere vicini, con intelligenza e partecipazione, alle donne dei nostri Stati membri di fronte ai gravi dilemmi che le affliggono. Per tale motivo il gruppo ALDE/ADLE insiste con il Consiglio e la Commissione affinché sia adottata una posizione chiara e democratica. (Applausi) 4-009 Wallström, Commissione. – (EN) Signor Presidente, la Commissione ha seguito gli sviluppi di questa vicenda. Secondo le informazioni di cui disponiamo, Women on Waves, insieme ad altre organizzazioni e singole persone, ha presentato ricorso contro il provvedimento che vietava alla nave l’ingresso in Portogallo. Il 6 settembre 2004 il tribunale amministrativo e fiscale di Coimbra ha adottato, nei confronti di tale ricorso, una decisione che è stata oggetto di un ulteriore ricorso da parte di Women on Waves. 7 La Commissione desidera ricordare i principi del diritto comunitario relativi alla libera circolazione delle persone. I cittadini europei hanno diritto d’ingresso nel territorio degli altri Stati membri in base ai diritti alle libertà garantite dal Trattato della Comunità europea, secondo le condizioni e le limitazioni previste da quel Trattato e dai suoi provvedimenti attuativi. Gli Stati membri possono limitare questo diritto fondamentale sancito dall’articolo 18 del Trattato della Comunità europea soltanto quando ciò sia giustificato da motivi di politica, sicurezza o sanità pubbliche. Quando uno Stato membro emette un divieto di ingresso nel proprio territorio richiamandosi a uno di tali motivi, deve rispettare i principi generali del diritto comunitario. Deve rispettare i diritti fondamentali, compreso il diritto alla libertà d’espressione, e in particolare il principio di proporzionalità, nonché le disposizioni contenute nella direttiva del Consiglio 64/221/CEE, del 25 febbraio 1964, sul coordinamento delle misure speciali giustificate da motivi di politica, sicurezza e sanità pubbliche, secondo le interpretazioni che ne ha dato la Corte di giustizia delle Comunità europee. Quando si prendono decisioni per motivi di politica o sicurezza pubbliche, il comportamento delle persone interessate deve rappresentare una minaccia concreta e sufficientemente grave per gli interessi fondamentali della società. Il divieto d’ingresso negli Stati membri per motivi di sanità pubblica può essere giustificato solo dalle malattie o dalle disabilità menzionate nell’allegato alla direttiva 64/221/CEE. In base alla direttiva 64/221/CEE, le decisioni di divieto d’ingresso o di espulsione dal territorio si devono notificare alla persona interessata, informandola dei motivi di politica, sicurezza o sanità pubbliche per cui la decisione stessa è stata presa. La persona interessata dev’essere in grado di presentare ricorso avverso la decisione stessa. Spetta poi ai tribunali nazionali portoghesi giudicare la validità della decisione, rispettando però i principi generali del diritto comunitario e le disposizioni della direttiva 64/221/CEE. La Commissione non ha per ora ricevuto ricorsi in merito a quest’incidente da parte di rappresentanti dell’organizzazione Women on Waves. Essa intende però mettersi in contatto con le autorità portoghesi, per ottenere informazioni più dettagliate sui fatti riferiti dagli onorevoli parlamentari. (Applausi) 4-010 Graça Moura (PPE-DE). – (PT) Signor Presidente, questo dibattito è inutile. Nel caso concreto, un tribunale portoghese ha stabilito che il governo portoghese ha agito entro i confini della legalità. In uno Stato di diritto, il potere giudiziario è indipendente dagli altri poteri; il governo portoghese non dà ordini al potere giudiziario. L’interruzione volontaria della gravidanza e la legalità di una sentenza non sono argomenti su cui il nostro Parlamento possa esprimersi; l’interruzione volontaria 8 della gravidanza è di esclusiva competenza di ciascuno Stato membro. La legge portoghese non differisce, nella sostanza, da quella della maggior parte degli Stati membri, ed è stata approvata da un Parlamento democratico; di recente, un referendum ha respinto la proposta di modificare la legge. E’ chiaro che, su una questione così delicata, una donna incinta deve poter decidere secondo la propria coscienza, ma si deve rispettare pure la decisione della maggioranza dei cittadini, che ha espresso una posizione diversa: c’è una maggioranza, e siamo in uno Stato di diritto. Informo il Commissario, signora Wallström, che non è stato vietato l’accesso a nessun esponente di Women on Waves; costoro, in precedenza, godevano – in Portogallo – di piena libertà di circolazione ed espressione. Senza limitazione alcuna, andavano dove volevano, parlavano con chi volevano e rilasciavano tutte le interviste che volevano. In seguito, però, hanno istigato le donne ad acquisire ed assumere farmaci che sono in vendita solo dietro presentazione di ricetta medica, in quanto suscettibili di causare gravi lesioni all’organismo. Una donna – una dottoressa, a quanto mi risulta – ha ammesso di aver acquistato uno di tali farmaci in una farmacia portoghese, senza ricetta, in violazione delle più elementari norme di sanità pubblica; da parte di un medico si tratta di un comportamento gravissimo. Sono giunte proteste da parte dell’ordine dei medici portoghesi e dell’ordine dei farmacisti portoghesi. Le limitazioni della libertà di circolazione nello spazio europeo sono concepite precisamente per difendere la sanità pubblica ed impedire atti illeciti. In pratica, vi è stata istigazione alla pratica di aborti senza assistenza clinica – ripeto: senza assistenza clinica – con l’intenzione di strumentalizzare le situazioni di povertà, ignoranza e necessità in cui si trovano molte donne incinte, ed istigando a violare le leggi per mere ragioni di propaganda. Questa sì che è davvero una violazione sconvolgente dei diritti umani, che il Parlamento dovrebbe condannare senza esitazione. Male ha fatto lei, signor Presidente, e male ha fatto la Conferenza dei presidenti a non far abortire questo dibattito. 16/09/2004 Commissione e il Parlamento non possono e non devono assistere indifferenti. Uomini e donne, appartenenti ad un’organizzazione non governativa di uno Stato membro, invitati da una ONG di un altro Stato membro, con l’obiettivo di promuovere insieme azioni di informazione e sensibilizzazione in materia di salute riproduttiva e sessuale, sono stati paragonati a trafficanti di droga, pescatori di frodo e contrabbandieri; la Commissione e il Parlamento non possono e non devono assistere indifferenti. Il governo portoghese ha invocato il rispetto delle leggi nazionali e la difesa della sanità pubblica, ma quando e come sarebbero state violate le leggi portoghesi? A infrangere la legge non sono state le organizzazioni femminili; è stato il governo portoghese che ha violato i diritti delle donne. E’ altrettanto priva di fondamento l’accusa di un presunto pericolo per la sanità pubblica poiché nessun membro dell’equipaggio della nave era portatore di malattie infettive. Il governo portoghese ha preso una decisione; ma ha preso la decisione sbagliata, basandosi su supposizioni e vaghi indizi per intimidire le donne che si battono per l’interruzione volontaria della gravidanza. Il governo portoghese ha vietato la libera circolazione di cittadini europei all’interno dello spazio comunitario, sulla base di un processo alle intenzioni e per evitare l’insorgere di un dibattito scomodo per la coalizione al potere; circostanza ancor più singolare, per tutta la durata della sua permanenza al largo delle coste lusitane, la nave è stata costantemente sorvegliata da due corvette della marina portoghese. Le navi da guerra del Portogallo devono forse essere utilizzate per azioni intimidatorie contro cittadini che difendono la propria causa con pacifico coraggio? In una democrazia non esistono reati di opinione. Ciò che è avvenuto in Portogallo alla nave di Women on Waves non si deve tollerare, né può ripetersi impunemente. Si creerebbe altrimenti un grave precedente, che potrebbe condurre ad una limitazione di diritti, libertà e garanzie per tutti noi, cittadini dell’Unione europea. (Applausi) (Applausi a destra) 4-011 Estrela (PSE). – (PT) Signor Presidente, signora Commissario, questo dibattito è una vittoria per la democrazia, ed è estremamente opportuno che si tenga oggi in seno al Parlamento europeo. Non si tratta di un problema che riguardi solo il Portogallo e le donne; è un problema, invece, che riguarda gli uomini e le donne di tutta l’Unione europea, e riguarda pure la Commissione, il Consiglio e il Parlamento. Vietando ad una nave olandese l’ingresso nelle proprie acque territoriali, il governo portoghese ha violato non solo il diritto internazionale, ma anche il diritto comunitario e la Convenzione sul diritto marittimo. A dei cittadini europei, difensori dei diritti delle donne, è stato impedito l’ingresso in un paese europeo, ed essi sono stati trattati alla stregua di criminali; la 4-012 Ek (ALDE/ADLE). – (SV) Questo dibattito si può dividere in due parti. A quanto sembra, in Portogallo si praticano almeno 20 000 aborti illegali l’anno, e il numero di gravidanze di minorenni è tra i più alti d’Europa. L’ostetrica Maria do Ceu, che praticava aborti illegali, è stata condannata a sette anni e mezzo di carcere. Le donne portoghesi non sono le uniche cui venga negato il diritto all’aborto; si trovano nella stessa situazione le donne irlandesi, maltesi e polacche. Le donne hanno dei diritti sul proprio corpo, e il diritto alla salute sessuale e riproduttiva è compreso nella Convenzione per i diritti umani, ratificata da tutti i paesi dell’Unione europea; gli Stati che hanno ratificato le convenzioni internazionali devono poi rispettarle. 16/09/2004 La seconda parte del dibattito riguarda le misure prese concretamente in merito a Women on Waves. Quando ha aderito all’Unione europea, lo Stato portoghese si è impegnato a rispettare le quattro libertà di circolazione; si invoca ora l’eccezione della sicurezza nazionale. Da parte mia, mi appello al diritto comunitario ed alla Convenzione sul diritto marittimo; il Portogallo non mi sembra un paese così instabile, che sei persone su una barca possano metterne a repentaglio la sicurezza nazionale. Di conseguenza, in questo caso non si può invocare il principio di proporzionalità. Infine, il Portogallo ha violato l’impegno che aveva assunto nei confronti dell’Unione europea, degli altri Stati membri e dell’opinione pubblica europea, in merito alle libertà di circolazione. Vorrei chiedere ai colleghi di riflettere su ciò che sarebbe dell’Europa, se altri governi europei dovessero individuare dei gruppi di cittadini che non condividono le loro idee, e poi mobilitassero la marina militare per impedire a tali gruppi l’ingresso nei porti; sarebbe una situazione chiaramente inaccettabile. Col suo operato, il governo portoghese ha sfidato non solo le donne portoghesi e coloro che, in tutta Europa, si battono per i diritti umani ed il rispetto delle convenzioni internazionali, ma la stessa idea d’Europa, assieme alla libertà di circolazione in Europa. Invito quindi la Commissione ed il Consiglio ad intervenire con decisione e tempestività su questo problema. (Applausi) 4-013 Portas (GUE/NGL). – (PT) Signor Presidente, onorevoli colleghi, in questo dibattito, a mio avviso, non stiamo discutendo se la legge portoghese sia davvero una delle più arretrate d’Europa – lo è – o se, in materia d’aborto, sia peggiore (ad esempio) di quella della Tunisia. Non stiamo neppure discutendo perché mai le donne portoghesi debbano recarsi in Spagna per effettuare quegli aborti che non sono possibili in Portogallo, o perché quelle tra loro che non hanno la possibilità economica di andare in Spagna debbano abortire clandestinamente in Portogallo, questione che riguarda la sanità pubblica portoghese. Non è di questo che discutiamo. Né discutiamo della ragione per cui le donne portoghesi sono continuamente trascinate in tribunale, ad esporre pubblicamente il proprio dolore più intimo in un atto di suprema umiliazione. No! E neppure discutiamo dei motivi che hanno spinto, in Portogallo, il tribunale amministrativo di primo grado a adottare la decisione che ha preso. No! Stiamo invece discutendo, per la precisione, se sia legittimo, in Europa – poiché si tratta di un problema europeo – che una nave da guerra affronti un battello in mare aperto per impedire a tre uomini e tre donne di approdare in un porto portoghese, benché la loro nave 9 avesse tutte le carte in regola e prestasse un servizio medico debitamente autorizzato da un altro Stato membro. E’ questo l’argomento del nostro dibattito; stiamo cioè discutendo se sia possibile concepire un progetto europeo allorché lo Stato portoghese, per difendere la più iniqua e controversa legge che esista in Portogallo, si arroga il diritto di spedire in alto mare una nave da guerra per sbarrare il passo ad un’imbarcazione civile: di questo, e non di altro, stiamo discutendo. Per tale motivo l’onorevole Vasco Graça Moura può ben chiedere di far abortire questo dibattito, ma non può riuscirci. La Commissione ci ha dato una risposta incoraggiante – pur se non ancora sufficiente – la quale garantisce che comportamenti come quelli che si sono registrati continueranno a suscitare la ferma opposizione di tutti coloro che, in Europa, difendono la libertà di circolazione delle persone e delle idee in quanto valore fondante del proprio progetto europeo. (Applausi) 4-014 Krupa (IND/DEM). – (PL) Signor Presidente, onorevoli colleghi, desidero anzitutto ringraziare Iddio, che mi ha concesso la possibilità di intervenire in Parlamento sul più importante problema dei tempi moderni, ossia la difesa della vita. Ciò riveste un significato particolare, in un’epoca in cui, ogni anno, più di 50 milioni di bambini vengono uccisi nel grembo della propria madre: un genocidio di proporzioni assai più gravi dello stesso Olocausto, che causò milioni di vittime. In tutto il mondo, molti si chiedono se si possa concepire una degenerazione più bestiale dell’assassinio di un bambino nel grembo della madre. Una madre dovrebbe essere l’incarnazione stessa dell’amore e della dolcezza, ed il suo grembo il più sicuro di tutti i luoghi; purtroppo, però, può diventare una tomba. Uccidere un bambino nel grembo della madre non è un diritto umano. Quali diritti vogliono perciò difendere quelli di Women on Waves, se il capo di quest’organizzazione, pur non abilitato a esercitare la professione medica nei paesi in cui è sbarcato, ha comunque prescritto pericolosissimi farmaci ormonali che provocano l’aborto precoce, ha pubblicizzato altri farmaci capaci di interrompere la gravidanza ed ha praticato egli stesso aborti? Mi chiedo se gli europei del XXI secolo desiderino veramente una libertà che toglie ogni freno a questi individui dalla personalità anormale, privi di coscienza, sentimenti superiori, dignità e compassione, i quali sono stati recentemente etichettati come immaturi per non risvegliare le coscienze addormentate; in passato, in realtà, costoro erano definiti psicopatici. Medici e ricercatori razionali e responsabili hanno osservato con orrore la manipolazione e la degradazione della scienza che avviene nei laboratori e sotto il microscopio; queste pratiche equivalgono ad un 10 16/09/2004 terrorismo appena velato che si abbatte sui bambini più deboli, ed alla creazione di moderni campi di sterminio. Queste parole sono alla base della civiltà umana da 2 000 anni: che non siano mai dimenticate! Da che punto di vista uccidere un bambino indifeso nel grembo della madre è diverso dal bagno di sangue di Beslan? Contro la volontà dell’opinione pubblica, l’Europa ha abolito la pena di morte per il più grave dei crimini; ma allo stesso tempo, ed in nome della stessa pubblica opinione, si è favorevoli alla pena di morte per i più indifesi tra gli innocenti. A che titolo l’Unione europea osa arrogarsi il diritto di decidere sulla vita e la morte di esseri umani? (Applausi a destra) Proprio per aver adottato un tale approccio ad un problema in cui sono in gioco, oltre alla vita umana, i valori più fondamentali, l’Europa e l’intera civiltà occidentale rischiano sempre più gravemente il crollo; chi non se ne rende conto è stato reso cieco e sordo dalla smania di correttezza politica. Ho la massima stima delle autorità portoghesi e le elogio per aver impedito a questa nave di morte di entrare nel loro paese; esorto infine a rispettare la santità della vita, dal concepimento fino alla morte naturale. (Applausi a destra) 4-015 Kamiński (UEN). – (PL) Signor Presidente, onorevoli colleghi, il problema che oggi discutiamo, o piuttosto il problema che purtroppo oggi discutiamo, ha due dimensioni. Sulla prima, il parere di quest’Assemblea dovrebbe essere ovvio; si tratta di sapere se uno Stato membro ha il diritto di impedire che un’azione venga commessa sul suo territorio, qualora tale azione costituisca un reato in base alle leggi di quello Stato. La questione mi sembra chiarissima. Noi vogliamo un’Europa in cui ogni paese possa fissare le leggi valide nel proprio territorio, ed usare ogni mezzo per farle rispettare; a parere mio e dei miei colleghi, il governo portoghese aveva tutti i diritti di impedire ad una nave portatrice di crimini e morte l’ingresso nelle proprie acque territoriali e l’approdo alle coste portoghesi. Naturalmente, però, questo dibattito ha pure un’altra dimensione, come ha giustamente notato un oratore della sinistra; quel collega aveva tutte le ragioni di rilevare che questo dibattito riguarda il modo in cui l’Europa contemporanea tratta i bambini non ancora nati. Il fatto che in molti paesi il fondamentale diritto alla vita non sia rispettato è una macchia vergognosa per la civiltà moderna e la moderna Europa. Grazie a Dio, dopo le ultime elezioni in questo Parlamento vi è un maggior numero di deputati provvisti del coraggio di proclamare che i bambini non ancora nati hanno il diritto di vivere, in Europa e in tutto il mondo. E’ assai positivo che ora, in quest’Aula, vi siano assai più persone che ricordano le parole pronunciate 2 000 anni fa dal nostro Salvatore: “Quello che avrete fatto all’ultimo dei miei fratelli, lo avrete fatto a me”. 4-016 Schenardi (NI). – (FR) Signor Presidente, onorevoli colleghi, l’incidente relativo alla nave dell’organizzazione Women on Waves, cui è stato vietato l’ingresso in Portogallo, suscita una riflessione a due livelli: da un lato, sul concetto di violazione del principio della libera circolazione dei beni e delle persone, poiché le navi olandesi si sono viste espressamente vietare l’ingresso nelle acque territoriali portoghesi, e quindi l’approdo; dall’altro, sulla propaganda diffusa dall’associazione Women on Waves. Occorre ricordare che questa nave, definita “la nave dell’aborto”, è stata trasformata in clinica galleggiante per distribuire la pillola RU 486, la cosiddetta “pillola abortiva” che – precisiamo – in Portogallo è vietata e quindi non commercializzata. Nella situazione attuale, non crediamo che la commissione per i diritti della donna e l’uguaglianza di genere abbia le competenze necessarie per affrontare questi due problemi, uno concernente l’applicazione del diritto internazionale, l’altro – quello dell’aborto e della contraccezione – concernente la morale, l’etica e la religione. A questo proposito mi permetto di rammentare che il Parlamento europeo, con la risoluzione del 3 luglio 2002, ha invitato gli Stati membri a promuovere campagne d’informazione in materia di diritti connessi alla sessualità e alla procreazione, non ad incoraggiare le donne a ricorrere all’aborto come metodo contraccettivo. In un campo tanto delicato la politica – e ancor più i politicanti – sono fuori posto, specialmente se si intende sfruttare la questione a fini puramente elettorali, come pare stia avvenendo in questo caso. I paesi europei ed i loro governi hanno il diritto di far rispettare le sensibilità legate alle proprie tradizioni culturali, religiose ed etiche; ed oltre al diritto hanno anche l’autorità necessaria a questo scopo. Nella protesta dei nostri colleghi noi scorgiamo solamente un’espressione di ostilità politica nei confronti del governo portoghese, alla quale non intendiamo unirci. 4-017 Martens (PPE-DE). – (NL) Signor Presidente, questo è il terzo viaggio della nave di Women on Waves; come lei sa, essa era già salpata alla volta dell’Irlanda e della Polonia. Secondo il nostro ordine del giorno, la nave è olandese; non è esatto, benché essa batta effettivamente bandiera olandese. Si tratta in realtà dell’iniziativa di un piccolo gruppo di donne olandesi, e sono quindi assai sorpresa di trovare quest’argomento nell’ordine del giorno; non teniamo dibattiti sulle navi di Greenpeace o di altre organizzazioni. Attribuisco grande importanza ad un dibattito su problemi etici – come l’aborto o i diritti 16/09/2004 delle donne – e plaudo anzi all’idea, ma il nostro dibattito riguarda specificamente questa nave e ciò che vi avviene a bordo; e a mio parere, ciò che avviene a bordo non è affatto positivo. In Portogallo sono in corso tentativi di modificare la legge, ma secondo la cultura democratica non è certo questo il modo per indurre un altro paese a farlo. Analoghe ingerenze straniere nella legislazione olandese, in merito per esempio alle droghe o all’eutanasia, susciterebbero verosimilmente nei Paesi Bassi un’ondata di proteste analoghe. Dovremmo avviare un dibattito fra tutti noi, ma con un’impostazione diversa da questa. Dal momento che la nave è salpata per l’Irlanda senza permesso, non ha rispettato neppure la legge olandese, che a questo riguardo è già molto indulgente. Dopo il viaggio in Polonia, si è acceso un animato dibattito sull’uso di pillole abortive non approvate; si discute ora delle cure successive all’intervento, che l’organizzazione non è in grado di garantire. Women on Waves ha ora pubblicato su Internet un metodo per procurare da sé l’interruzione di gravidanza, per mezzo di medicinali da banco, accompagnato da un avvertimento sui gravissimi pericoli che questa pratica comporterebbe. Poco dopo la nave riparte. Non mi sembra un modo corretto di procedere, né di promuovere le proprie iniziative. Su problemi come l’aborto, i vari paesi hanno posizioni diverse, e su questo dobbiamo avviare un dibattito comune; sono incondizionatamente favorevole. Saremo forse una comunità di valori, ma non sotto questo aspetto. 4-018 Bozkurt (PSE). – (NL) Signor Presidente, vorrei interrogare la Commissione in merito al diritto all’informazione di cui godono i cittadini europei, ed in particolare le donne. Dal momento che questo diritto mira ad incrementare e diffondere la conoscenza, a beneficio della salute e dei diritti sessuali delle donne, esso è perfettamente compatibile con la strategia di Lisbona. Women on Waves non intendeva esportare in Portogallo i risultati raggiunti nei Paesi Bassi in materia di aborto, ma piuttosto offrire alle donne – e agli uomini – portoghesi informazioni oggettive sui loro diritti sessuali. Spetta poi ai portoghesi decidere se e come valersi di tali informazioni. Due anni fa, con la risoluzione scaturita dalla relazione dell’onorevole Van Lancker, il Parlamento europeo ha invitato i governi a fornire informazioni oggettive, scientifiche e chiare in materia di salute sessuale e riproduttiva; in questo quadro rientrano anche la prevenzione di gravidanze indesiderate ed i rischi connessi a interruzioni di gravidanza effettuate in circostanze non idonee. Sabotando l’azione di Women on Waves – un’associazione che intende fornire informazioni – il governo portoghese non ha certo dato prova di prendere sul serio la risoluzione del Parlamento. Ora la nave ha lasciato il Portogallo, ma Women on Waves ha manifestato l’intenzione di tornare, in tempo per le prossime elezioni portoghesi; ciò offrirebbe al governo di quel paese una buona occasione per adeguarsi alla risoluzione del nostro Parlamento, e dimostrare così che non intende negare ai propri cittadini il diritto 11 all’informazione. Signora Commissario Wallström, può la Commissione assicurarci che il tema della migliore prassi per la diffusione di informazioni sui diritti riproduttivi e sessuali delle donne verrà inserito con maggior convinzione nei futuri programmi? Può inoltre assicurarci che verranno prese misure concrete in tal senso, per esempio organizzando una conferenza su questo problema a Lisbona? (Applausi dai banchi del gruppo PSE) 4-019 Harkin (ALDE/ADLE). – (EN) Signor Presidente, il governo del Portogallo afferma che le attività svolte a bordo della nave di Women on Waves violano la legge portoghese. Non sono in grado di dire se ciò corrisponde a verità, poiché non conosco esattamente le attività che si effettuavano a bordo della nave, e soprattutto perché ignoro completamente la legge portoghese. Mi risulta che questo caso verrà giudicato dal tribunale competente; credo anche che quest’iniziativa sia stata una provocazione da parte di Women on Waves, oltre che un tentativo di minare il principio di sussidiarietà. Noi parlamentari europei, infatti, possiamo approvare o disapprovare la posizione del Portogallo sul problema dell’aborto, ma dobbiamo comunque riconoscere al governo democraticamente eletto di quel paese il diritto di decidere in merito. Martedì scorso, in quest’Aula, ho ascoltato attentamente gli interventi degli oratori che si sono succeduti; essi hanno proclamato la necessità “di rispettare la dignità delle differenze, di rispettare il diritto dei deputati a sostenere opinioni differenti, e di mostrare tolleranza verso tali opinioni”. Il Presidente Barroso ha anzi dichiarato: “Nessuno possiede il monopolio della verità” – né il governo portoghese né Women on Waves. Dobbiamo avere rispetto e tolleranza per le differenti opinioni, per le diverse leggi e per il diritto di ogni Stato dell’Unione europea a legiferare e ad applicare le proprie leggi sul proprio territorio. Il nostro Parlamento deve certo riconoscere ed apprezzare il principio di sussidiarietà. A quanto mi risulta, l’Unione europea e la Corte di giustizia hanno affermato che la legislazione sull’aborto è di esclusiva pertinenza nazionale, mentre l’Unione europea non ha voce in capitolo. Il governo portoghese non ha quindi il monopolio della verità, ma ha la competenza, che esso considera minacciata. Permettetemi infine un parallelo: in Irlanda abbiamo introdotto il divieto di fumare nei luoghi di lavoro; tale divieto vale anche sulle navi irlandesi. Se un cittadino portoghese od olandese si mettesse a fumare a bordo di una nave irlandese in acque internazionali, ciò violerebbe la legge irlandese. La situazione non è la stessa, ma quest’esempio aiuta a comprendere la delicata complessità di tali situazioni nonché l’opportunità di applicare senza eccezioni il principio di sussidiarietà. 4-020 Svensson (GUE/NGL). – (SV) Signor Presidente, come tutti i colleghi sanno, è ormai più di un secolo che le 12 donne hanno il diritto di voto e il potere di prendere decisioni che riguardano loro stesse e i propri loro beni. Oltre alle responsabilità della propria vita, alle donne è toccata la responsabilità per la vita dei propri figli. Nonostante il fatto che le donne siano divenute soggetti attivi dal punto di vista legislativo ormai da tanto tempo, noi donne siamo ancora chiaramente prive di potere nelle decisioni che riguardano il nostro corpo e la nostra sessualità. Il comportamento del governo portoghese nelle vicende di Women on Waves non si può interpretare in altro modo. L’azione di quel governo non solo rappresenta una dichiarazione di incapacità nei confronti delle donne, ma viola altresì la risoluzione del Parlamento europeo sulla promozione di campagne informative in materia di diritti sessuali e riproduttivi. Non voglio discutere solo dei diritti delle donne; desidero anzi porre al centro di questo dibattito i bambini; prendendo le distanze da alcuni oratori, che hanno dimostrato scarsa partecipazione e comprensione, tengo a dire che la vita dei bambini è troppo importante per dover dipendere solo dal caso. I bambini hanno il diritto illimitato di essere ben accolti al mondo, e di attendersi una vita felice. Normalmente non sono tra coloro che vedono complotti dovunque, ma non posso fare a meno di chiedermi se l’atteggiamento del governo portoghese non sia largamente motivato dal fatto che qui sono in gioco le donne e le loro organizzazioni. Se la nave di cui discutiamo si fosse chiamata “Uomini per la violenza come mezzo di risoluzione dei conflitti” non avrebbe ricevuto con ogni probabilità – mi chiedo – il permesso di entrare in porto? Se il Consiglio e la Commissione, quando parlano di un’Europa delle donne, lo fanno seriamente, non possono fare a meno di confrontarsi con l’iniziativa del governo portoghese. Dobbiamo schierarci con le donne e i bambini. 4-021 Blokland (IND/DEM). – (NL) Signor Presidente, sono completamente d’accordo con l’onorevole Graça Moura. Inoltre, non comprendo perché mai il Parlamento europeo debba occuparsi di una controversia tra il Portogallo ed un gruppo di attivisti che prende il mare battendo bandiera olandese; il caso verrà giudicato da un tribunale, e non rientra certo nelle competenze di quest’Assemblea. La questione sembrerebbe dunque già risolta, se non fosse che si tratta di un problema non solo giudiziario, ma anche morale. Da quando in qua gli attacchi alle leggi di un altro Stato membro rientrano nella sfera della libertà di circolazione di persone, beni e servizi? Ma è precisamente questo che avviene con Women on Waves; sul NRC Handelsblad di sabato scorso quest’organizzazione incitava l’opinione pubblica ad appoggiare la lotta per la libertà di aborto in Portogallo. E’ cosa ben differente dalla fornitura di un servizio, e in tal modo Women on Waves ha mostrato il suo vero volto; si tratta in effetti di un’attività 16/09/2004 completamente diversa dal fornire informazioni a bordo della Borndiep. Noto a tal proposito che l’Ispettorato olandese per la sanità pubblica sta avviando un’inchiesta per verificare se le attività svolte da Women on Waves sono consentite. L’attivismo progressista sta mettendo alla prova i limiti del diritto. L’abortus provocatus non è accettato automaticamente neppure nei Paesi Bassi. All’epoca, solo una risicata maggioranza si è schierata a favore di una normativa giuridica che rendesse possibile l’abortus provocatus; ed anche oggi solo una ristretta minoranza accetta, con grande difficoltà, questa legge sull’aborto, a causa della considerazione del principio che la vita dev’essere protetta. In questo campo non vi è certo bisogno che i Paesi Bassi indichino la via da seguire. Vorrei ora affrontare i quesiti che i colleghi hanno posto alla Commissione; essi affermano che la Commissione stessa dovrebbe agire sulla base del diritto comunitario. L’articolo 28 della legislazione comunitaria sancisce il principio della libertà di circolazione di beni e servizi; l’articolo 30 della medesima legislazione precisa che la libertà di circolazione non si applica quando sia necessario tutelare la decenza, l’ordine pubblico, la sicurezza e la sanità pubblica. Ne consegue che il Portogallo ha il pieno diritto di rifiutare l’ingresso ad una nave di attivisti, anche se tale nave è stata invitata da un’organizzazione portoghese; è quindi un autentico privilegio per gli Stati membri avere ancora il diritto di adottare la propria politica. In tale contesto è invece un segno di scarso rispetto tentare di avvalorare le tesi progressiste per mezzo della legislazione europea. Il governo portoghese considera degna di protezione la vita prima della nascita, e merita perciò un elogio. 4-022 Libicki (UEN). – (PL) Signor Presidente, onorevoli colleghi, non dobbiamo dimenticare che, quando discutiamo della nave di Women on Waves, il dibattito si collega strettamente al problema dell’aborto, che per l’Unione europea è una questione completamente nuova. Bisogna tener presente che nella maggioranza dei paesi europei l’aborto è permesso solo da pochi decenni, ed ancor oggi non è permesso in tutti; mi rallegro che vi siano ancora paesi che lo vietano. Anche quei sostenitori dell’aborto che ritengono la questione irrilevante dal punto di vista morale devono rendersi conto che questo dibattito solleverà una vasta opposizione; devono pure comprendere che per moltissimi cittadini europei – e per una forte maggioranza dell’opinione pubblica in molti paesi europei – l’aborto è un grave crimine. Favorevoli o contrari all’aborto su richiesta, tutti comprendono che siamo di fronte a un grande problema di civiltà; ridurlo ora al problema di appurare se il Portogallo abbia violato il diritto di informazione o il diritto alla libertà di circolazione, significa offrire una clamorosa dimostrazione di ipocrisia, cattiva volontà o stoltezza. Come deputati di quest’Assemblea, non possiamo permetterci di comportarci in maniera sciocca o 16/09/2004 malvagia. Di conseguenza, se il nostro Parlamento inizia ad analizzare questo problema in termini di libertà di circolazione e libertà di informazione, darà di sé la peggiore immagine possibile e contribuirà al crollo della civiltà – e dunque anche al crollo dell’Unione europea e del Parlamento europeo. E’ importante ricordare che in molti paesi europei – tra cui Irlanda, Malta e Portogallo – l’aborto non è consentito; non è consentito neppure in Polonia. La nave di Women on Waves è giunta anche in Polonia, e la sua presenza nel nostro paese è stata un’istigazione a delinquere. Gli esponenti di quest’associazione che si sono addentrati nelle acque polacche devono sapere che, se osassero ripetere l’impresa, non solo dovrebbero rispondere dei reati commessi in precedenza, ma – mi auguro – sarebbero anche sottoposti a restrizioni e non sarebbero ammessi in Polonia. A mio avviso il governo portoghese ha preso a questo proposito la miglior decisione possibile. Ovviamente il Portogallo non ha agito in base al diritto comunitario: questo punto è già stato chiarito. Il Portogallo è uno Stato sovrano, dotato di tribunali indipendenti. Desidero esortare ancora una volta a non ridurre questo problema ad una banale discussione sull’informazione e la libertà di circolazione. 4-023 Ribeiro e Castro (PPE-DE). – (PT) Signor Presidente, signora Commissario, onorevoli colleghi, l’attenzione del Parlamento – assieme a quella del Consiglio e della Commissione – dovrebbe appuntarsi – come è già stato notato – sul patetico epilogo della patetica avventura della nave olandese, nonché sulla sfrenata e irresponsabile propaganda a favore dell’aborto illegale autoprocurato tramite l’acquisizione illegale e l’uso improprio di farmaci. Non mi riferisco alla pillola RU 486, che non è autorizzata in Portogallo, come in molti paesi dell’Unione europea, e che era trasportata sulla nave in questione; alludo invece all’acquisizione e all’uso irresponsabile di farmaci che si possono acquistare in farmacia, benché con determinate limitazioni. La sfrenata propaganda che è stata effettuata comporta rischi gravissimi non solo per la vita del bambino – che muore se si pratica l’aborto – ma altresì per la salute della donna, che può soffrirne gravemente, come risulta, fra l’altro, dalla letteratura farmacologica in materia. A parte tutto ciò, questo dibattito è inutile, improprio e fuori luogo. Ed è inoltre offensivo. Devo francamente dire che mi addolora sempre vedere il mio paese diffamato all’estero; ed ancor più mi addolora vedere alcuni miei compatrioti assumersi il ruolo principale in quest’opera, offrendo agli ignari un’immagine distorta della realtà e disegnando una caricatura propagandistica del nostro popolo. 13 Porto il massimo rispetto per i Paesi Bassi, il popolo olandese e, nell’Unione europea, per la Presidenza olandese, ma noi abbiamo le nostre leggi. Abbiamo sempre discusso liberamente questi problemi, senza bisogno di aspettare incursioni del genere; com’è noto, siamo un paese libero e democratico. Le nostre leggi sono frutto della nostra democrazia; in altre parole, il Portogallo non è una colonia olandese, né di nessun altro paese, ed ancor meno si può considerare territorio di caccia per qualche gruppo opportunista che vorrebbe educare gli indigeni come avvenne ai tempi della “dinamizzazione culturale” del 1975 e del PREC, il processo rivoluzionario permanente. Pratichiamo il rispetto e la democrazia, esigiamo democrazia e rispetto. Si è parlato di una violazione della libertà di circolazione: ridicolo! Queste signore olandesi possono andare dove vogliono, come tutti sanno; il divieto ha colpito la nave. Si è parlato di una violazione della libertà di espressione: ridicolo! Tutti hanno discusso liberamente in questa circostanza, come in ogni altra occasione. Le uniche violenze commesse si possono rintracciare nel linguaggio estremista e provocatorio, intriso di odio e di intolleranza, con cui i sostenitori del circo nautico del gruppo olandese hanno cercato di condizionare il popolo portoghese e i suoi diritti di cittadinanza, nell’approccio fazioso di buona parte dei media, affascinati dal populismo demagogico della spedizione navale, e infine nella vandalica aggressione contro la sede del nostro partito. Per concludere, il governo portoghese ha agito nell’ambito della legge. Il tribunale gli ha dato ragione, e questo problema non deve riguardare l’Unione europea. (Applausi a destra) 4-024 Madeira (PSE). – (PT) Onorevoli deputati, signora Commissario, vorrei anzitutto sottolineare la prima vittoria di questo dibattito, dal quale è chiaramente emerso che la Commissione si accinge a chiedere spiegazioni al governo portoghese in merito alla nave Borndiep. In Portogallo, almeno una donna su quattro ha subito un aborto clandestino, e questo è evidentemente un grave problema di sanità pubblica: è una cifra eloquente, e non possiamo continuare a nascondere la testa nella sabbia. E poi, quale condanna deve infliggere l’Unione europea a queste donne? Le facciamo arrestare? E che facciamo per quelle che vanno ad interrompere la gravidanza a Londra o Badajoz? Chiudiamo le frontiere? Le interniamo sotto la vigilanza militare permanente dell’esercito europeo? E facciamo anche sequestrare tutti i giornali portoghesi, che pubblicizzano cliniche straniere – più esattamente europee – le quali praticano interruzioni volontarie di gravidanza in condizioni di legalità e sicurezza? E se la Borndiep fosse stata un treno o un TIR? Avremmo spedito i carri armati dell’esercito e impedito 14 al treno o al TIR l’ingresso in territorio portoghese, per scongiurare una potenziale violazione della legge e per evitare che i portoghesi potessero informarsi? Sa la Commissione che, nonostante l’impiego permanente di due corvette della marina militare portoghese, nessuna autorità militare o civile ha chiesto di salire sulla Borndiep per verificare i potenziali pericoli sussistenti a bordo? Sa la Commissione che tutte le informazioni in possesso del ministero della Difesa portoghese derivano da notizie apparse sui media e non da constatazioni di prima mano? In considerazione di tutto questo, è importante verificare che la Commissione faccia ogni sforzo per garantire il rispetto dei Trattati. In caso contrario, se la Turchia dovesse aderire all’Unione europea, la Commissione dovrebbe affrontare militarmente la situazione di un cittadino portoghese sposato, che decidesse di trasferirsi in Turchia annunciando in anticipo di avere una fidanzata in quel paese – e di accingersi perciò a commettere adulterio. Signora Commissario, in questo momento è essenziale agire, per non trovarci di fronte ad un’altra contraddizione logica, questa volta a livello di Unione europea. Non si tratta di un problema di morale o di opinioni individuali, signora Commissario; è un problema di legalità. (Applausi) 4-025 In ‘t Veld (ALDE/ADLE). – (NL) Immaginiamo per un attimo che una folla di attivisti contrari all’aborto, fanatici e rissosi, marciasse sui Paesi Bassi per inscenarvi una manifestazione antiabortista, usando le stesse discutibili argomentazioni che ho udito provenire dal settore opposto di quest’Aula, e venisse fermata al confine olandese dalla polizia militare: se accadesse qualcosa del genere, il nostro Parlamento insorgerebbe furibondo. La legislazione sull’aborto è in effetti una questione nazionale, ma la libertà di esprimere le proprie opinioni è un diritto fondamentale di tutti i cittadini europei in tutte le parti d’Europa. Ogni sei minuti, in qualche angolo del mondo, una donna muore a causa di un’interruzione illegale di gravidanza, e nel solo Portogallo queste pratiche hanno mietuto un centinaio di vittime negli ultimi due decenni. In tale contesto l’operato del governo portoghese, che ha impedito l’informazione e soffocato il dibattito, è incomprensibile; da parte mia lo giudico un insulto alla democrazia. I nostri concittadini europei in Portogallo hanno il medesimo diritto di tutti gli altri all’informazione e alla discussione; confido quindi che la Commissione sostenga i diritti fondamentali europei. 4-026 Chruszcz (IND/DEM). – (PL) Signor Presidente, onorevoli colleghi, nel giugno dell’anno scorso ho assistito all’ingresso nelle acque territoriali polacche 16/09/2004 della Langenort, una nave olandese che ospitava una clinica per aborti appartenente all’organizzazione Women on Waves. Noi, membri della Lega delle famiglie polacche, un’associazione che difende la vita dei bambini non ancora nati, abbiamo deciso che non potevamo tollerare una simile mostruosa provocazione. Per due settimane ho osservato Women on Waves farsi ripetutamente beffe della legge polacca violando numerosissime norme – entrando per esempio nel porto di Władisławowo senza il permesso della capitaneria di porto, e mettendo in tal modo a repentaglio la sicurezza delle altre navi che si trovavano nel porto stesso. La legge è stata violata anche con l’importazione di farmaci proibiti in Polonia; desidero inoltre sottolineare che le condizioni igieniche e sanitarie a bordo della nave erano spaventose. Se Women on Waves tenterà ancora, in futuro, di entrare nei porti polacchi, noi non glielo permetteremo. 4-027 Posselt (PPE-DE). – (DE) Signor Presidente, c’è divergenza di opinioni sul modo di affrontare il problema dell’aborto dal punto di vista giuridico; ma ascoltando alcuni oratori ho avuto l’impressione che essi ritengano l’aborto un elemento di progresso. A mio avviso dovremmo essere unanimi perlomeno su un punto: ogni aborto è una catastrofe ed un fallimento. L’aborto è una catastrofe per il bambino non ancora nato, che viene ucciso. L’aborto è una catastrofe per la madre, che spesso ne subisce un trauma psicologico destinato a durare tutta la vita. L’aborto è un fallimento per il padre, che spesso si sottrae vilmente alle proprie responsabilità. L’aborto è un fallimento per lo Stato e la società, che non garantiscono le condizioni generali per favorire adeguatamente la vita. Occupandoci di questo tema dobbiamo quindi usare estrema cautela e senso di responsabilità. Come affrontare la materia dal punto di vista giuridico, lo decidono gli Stati membri in modo diverso; o per essere più precisi, in una democrazia lo decidono in modo diverso i popoli. La legge portoghese non è opera di un’oscura cospirazione, bensì del popolo portoghese; e il popolo portoghese ha democraticamente deciso che l’aborto si può combattere per mezzo di restrizioni, e anche ricorrendo al diritto penale. La stessa cosa si fa in Polonia ed in molti altri Stati membri, in alcuni dei quali con notevole efficacia. Su questo problema, lo ripeto, si possono avere opinioni differenti. Mi sembra però inaccettabile comportarsi come se fossimo di fronte ad una questione d’informazione. Non c’è nessun cittadino o cittadina portoghese che non sia in grado di informarsi in piena libertà su ogni argomento. Sembra quasi che i portoghesi siano rozzi montanari, che non vengono correttamente informati; essi invece sono informati nel migliore dei modi, e hanno accesso a tutte le fonti d’informazione. Siamo di fronte a una mera provocazione e a un attacco contro le leggi di uno Stato membro, contro un principio fondamentale dell’Unione europea – ossia il principio di 16/09/2004 sussidiarietà – e infine contro il principio più importante contenuto nella Carta dei diritti fondamentali –, ossia il diritto alla vita. (Applausi) 4-028 PRESIDENZA DELL’ON. COCILOVO Vicepresidente 4-029 Honeyball (PSE). – (EN) Signor Presidente, il fatto che in Portogallo l’aborto sia quasi sempre illegale non significa che in quel paese non ve ne sia bisogno. Le donne portoghesi hanno bisogno di aiuto e consulenza in materia di aborto, salute sessuale e diritti riproduttivi. Desidero ricordare all’Assemblea che in gran parte degli Stati membri l’aborto è legale; vorrei inoltre attirare la vostra attenzione sulla relazione Van Lancker, che è già stata menzionata. Stiamo parlando di aborto: una pratica accettata in gran parte degli Stati membri dell’Unione europea, ed accettata anche dal nostro Parlamento. Su questo punto dobbiamo essere molto chiari; e bisogna anche dire con estrema chiarezza che gli aborti effettuati in condizioni di illegalità e insicurezza presentano, per le donne che li subiscono, non un pericolo generico, bensì un rischio mortale. Abbiamo già udito dall’onorevole Madeira le tragedie che avvengono in Portogallo; ricordo a tutti voi che, nel mondo, ogni sei minuti una donna muore a causa di un aborto praticato in maniera illegale e insicura. E a tutti voi dichiaro che è nostro dovere affrontare la questione e porre fine a queste sofferenze e al loro costo in termini di vite umane. E’ importante poi rilevare che Women on Waves accorre unicamente in quei paesi ove le locali organizzazioni di donne ne richiedono l’intervento. Non siamo perciò di fronte ad un’imposizione, bensì ad un servizio, che viene richiesto in quanto ve ne è la chiara esigenza. Né ci deve sfuggire il legame con la libertà di circolazione delle persone all’interno dell’Unione europea – che è uno dei nostri principi fondamentali. Concludo con una citazione dal Trattato sull’Unione europea: “conservare e sviluppare l’Unione quale spazio di libertà, sicurezza e giustizia in cui sia assicurata la libera circolazione delle persone insieme a misure appropriate per quanto concerne i controlli alle frontiere esterne, l’asilo, l’immigrazione, la prevenzione della criminalità, la lotta contro quest’ultima”. Ecco il tema del nostro dibattito: si tratta dei diritti umani fondamentali, e questo ne è un aspetto. (Applausi) 4-030 Záborská (PPE-DE). – (SK) Signor Presidente, signora Commissario, onorevoli colleghi, gli avvenimenti politici di cui oggi discutiamo in maniera tanto puntigliosa sono già stati oggetto di un’ampia disamina in seno alla commissione per i diritti della donna e l’uguaglianza di genere. Desidero ribadire che ogni 15 membro della nostra commissione, senza eccezioni, ha potuto esprimere la propria opinione. La commissione ha dedicato una congrua quantità di tempo alla discussione di questi fatti, benché ci mancassero informazioni sufficienti e un’analisi adeguatamente approfondita soprattutto per quel che riguarda le violazioni dei diritti umani, dei diritti comunitari e della libertà di circolazione e informazione. Nonostante un dibattito del tutto aperto e assai vivace, la commissione per i diritti della donna e l’uguaglianza di genere, a causa delle contrastanti opinioni emerse, non è riuscita a raggiungere il consenso su una posizione comune. Ora però vorrei passare ad un aspetto più importante, il cui significato va ben al di là delle polemiche politiche, tanto che neppure i consulenti giuridici sanno offrirci una soluzione chiara. Quelle che seguono sono unicamente le riflessioni di una donna solidale con altre donne. Vorrei far presente che una donna, che si senta costretta a sottoporsi ad un aborto, non lo fa mai con serenità. Un tale passo è provocato, assai spesso, da uno stato di cose in cui la donna ritiene di non poter far fronte alla gravidanza ed al parto e pensa, nel suo smarrimento, di non avere altra scelta. Questo dramma personale può accompagnarsi a situazioni estreme, in cui la donna è costretta a lasciare il lavoro, oppure è stata abbandonata o violentata, o ancora risente di un trauma fisico o psicologico o ha subito abusi in famiglia, sul lavoro o nell’ambiente sociale. La situazione odierna testimonia del fallimento di una società incapace di soddisfare i bisogni di tutti gli esseri umani, compresi i più poveri, i più piccoli, i più deboli. Dobbiamo lavorare per giungere ad un Patto di stabilità interna, che permetta ai cittadini di nutrire più fiducia nella società, sostenga la solidarietà fra le generazioni e ci permetta di impegnarci insieme in questa direzione. 4-031 Gomes (PSE). – (PT) Signor Presidente, la lotta contro il terrorismo e la criminalità organizzata oggi deve costituire una priorità per qualsiasi governo europeo. Si devono quindi impiegare tutti i mezzi disponibili – polizia, indagini, intelligence – e fare in modo che il sistema giuridico sia pronto e in grado di adottare azioni rapide ed efficaci. La Commissione raccomanda agli Stati membri di potenziare tutti i mezzi utilizzati in questa lotta. A parte la sua notoria scarsità di mezzi, lo Stato portoghese distoglie però da questo obiettivo importanti strumenti investigativi e giudiziari, indirizzandoli ad un altro scopo: perseguire l’aborto illegale. La polizia portoghese ha messo sotto controllo i telefoni di cittadine ligie alla legge e dei loro familiari, o quelli di medici che ritiene sospetti. Per anni li ha sorvegliati e seguiti; per anni il personale giudiziario – che opera in un sistema già sovraccarico di lavoro, con un organico insufficiente e dotato di scarse attrezzature – è stato utilizzato per citare in giudizio donne accusate di aver abortito. Il denaro dei contribuenti viene speso per condurre indagini penali su interventi chirurgici a cui le donne portoghesi si sottopongono in Spagna, in condizioni del tutto legali e sicure. Le donne che ne hanno i mezzi possono 16 sottoporsi agli stessi interventi in cliniche private portoghesi, che dichiarano poi di aver eseguito operazioni di altro tipo; molte donne però non possono permetterselo, e non hanno altra scelta se non quella dell’aborto clandestino, che affrontano rischiando la vita, l’arresto, il trasferimento forzato in ospedale e l’obbligo di sottoporsi a visite ginecologiche e processi umilianti. L’ipocrisia ha poi raggiunto livelli insensati allorché si è negato alla nave dell’organizzazione Women on Waves il permesso di entrare in Portogallo. Il governo portoghese, quello lasciato dal Presidente della Commissione Barroso, ha cercato di impedire ogni forma di consulenza e dibattito sulla pianificazione familiare, violando esplicitamente i diritti umani, il diritto internazionale e quello comunitario; lo ha fatto ricorrendo a metodi assolutamente sproporzionati, utilizzando poliziotti, militari e addirittura navi da guerra. Ancora una volta quindi si sono dirottate risorse da attività importanti, come la lotta al terrorismo internazionale e alla criminalità organizzata o il controllo delle navi utilizzate per il traffico di stupefacenti, navi che usano le acque portoghesi per accedere al resto d’Europa. Come ha dichiarato il Commissario, signora Wallström – alla quale rivolgo i miei saluti – la Commissione chiederà spiegazioni al governo portoghese. Chiedo quindi alla signora Commissario di non ignorare, oltre ai punti che ha già menzionato, il ricorso ingiustificato, eccessivo e quasi ossessivo, da parte del governo portoghese, agli strumenti penali, giuridici e addirittura militari nella lotta contro l’aborto e contro l’attività di consulenza sulla pianificazione familiare. In tal modo si sono deviati verso un obiettivo improprio le risorse e gli sforzi che il Portogallo dovrebbe impegnare nelle politiche di prevenzione della criminalità a livello di Unione europea, nella lotta comune al terrorismo internazionale e alla criminalità organizzata. 4-032 Busuttil (PPE-DE). – (MT) Desidero unirmi ad altri colleghi nell’esprimere solidarietà al governo portoghese per la sua decisione di vietare l’ingresso in Portogallo alla nave di Women on Waves. Al governo portoghese vanno la mia solidarietà e le mie congratulazioni per il coraggio – il coraggio morale – che ha dimostrato nel prendere quest’ardua decisione. Nel mondo di oggi, in cui si è incalzati da pressioni provenienti da ogni dove, non è certo facile adottare decisioni coraggiose e mantenerle con fermezza, specie quando si è consapevoli di rischiare l’impopolarità. Devo dire che ritengo che il nostro Parlamento non dovrebbe occuparsi dell’aborto in alcun modo, se non per esercitare pressioni su questo o quel paese; sostengo tale posizione in quanto tutti sappiamo che il Parlamento europeo non ha il potere né di decidere né di legiferare in materia di aborto. Allo stesso modo, neppure la Commissione è competente in materia di aborto. E’ una questione su cui, in base al principio di sussidiarietà, si deve decidere a livello nazionale; ogni paese deve dunque decidere in base alla propria situazione, tenendo conto dei 16/09/2004 sentimenti che la società nutre nei confronti di un tema tanto delicato. In altre parole, se affrontiamo questo problema, pur sapendo che esula dalla giurisdizione del Parlamento, non facciamo altro che disorientare la gente e suscitare una completa confusione. Si tratta invece di un argomento del tutto chiaro, sul quale la confusione non ha ragion d’essere. Tale confusione ha indotto alcuni paesi – tra cui il mio, cioè Malta – a cercare un chiarimento in materia nel corso dei negoziati, introducendo un protocollo specifico riguardante l’aborto. Questa strada è stata seguita dall’Irlanda, e, se non sbaglio, anche dalla Polonia, non perché vi fossero dubbi giuridici ma per garantire certezza e chiarire la situazione agli occhi di tutti. Mi congratulo quindi ancora una volta con il governo portoghese, che ha dato un esempio per gli altri. Invito inoltre a non confondere l’opinione pubblica su questo problema, addentrandoci in questioni che non ci riguardano. 4-033 Cashman (PSE). – (EN) Signor Presidente, trovo alquanto ironico che tutti gli uomini intervenuti dal settore opposto dell’Emiciclo abbiano avuto l’improntitudine di prescrivere alle donne ciò che esse dovrebbero fare del proprio corpo. Da parte mia, sono fiero di levarmi in difesa del diritto di scelta delle donne. E’ questo il nocciolo del problema: una questione di scelta, di scelta informata. E mi sembra triste che alcuni deputati di quest’Assemblea vogliano imprigionare nell’ignoranza i cittadini e le donne. Stiamo discutendo di una libertà fondamentale, e il nostro dibattito si impernia sull’aborto, ossia su un tema di forte contenuto emotivo. E’ facile cercare di deviare la discussione, ma dobbiamo evitarlo. Si tratta delle libertà fondamentali: libertà di informazione; libertà di circolazione; libertà di espressione; e si tratta infine di intolleranza. Per questo sono fiero di intervenire, e di formulare un ammonimento: se permettiamo che ciò avvenga in Portogallo, che cosa succederà quando un altro governo assumerà un atteggiamento diverso su opinioni divergenti dalle sue? Cosa avverrà? Se ce ne restiamo qui senza fare niente, avalliamo questi atteggiamenti antidemocratici. Qualcuno ha parlato di religione. Ciò mi rattrista molto: dietro a tutto questo scorgo l’ombra del Vaticano. Le donne non hanno bisogno di prediche da parte di uomini in tonaca che vorrebbero insegnar loro che fare del proprio corpo. (Applausi a sinistra) Per favore, tenete la vostra religione fuori dalla nostra vita, e tenetela fuori dalla politica. Se riuscissimo a tenere separate religione e politica, non esito a dire che il mondo sarebbe migliore e più sicuro. (Applausi a sinistra) Condanno l’azione del governo portoghese, ed invito il Parlamento a fare altrettanto. Questo problema riguarda le fondamenta stesse dell’Europa: la nostra Europa si 16/09/2004 basa non sulla soppressione delle informazioni o sulla repressione, bensì sulle libertà fondamentali e sui diritti umani. L’azione del governo portoghese non può e non deve essere accettata. Infine, come ho già detto, questo dibattito verte sul dilemma tra scelta informata e ignoranza forzata. Invito quindi la Commissione ad agire nella sua qualità di custode dei Trattati, e dei diritti fondamentali sanciti dai Trattati. (Applausi a sinistra) 4-034 Wallström, Commissione. – (EN) Signor Presidente, desidero anzitutto ringraziare tutti gli onorevoli deputati per questo vivace, combattuto e importante dibattito. La Commissione è stata informata, tramite il rappresentante permanente del Portogallo a Bruxelles, del ricorso presentato dall’associazione Women on Waves, tra le altre, contro la decisione che vietava l’ingresso della nave in Portogallo. Come ho già detto in precedenza, il 6 settembre 2004 il tribunale amministrativo e fiscale di Coimbra ha stabilito che non sussisteva alcuna violazione del diritto comunitario; contro tale sentenza è stato presentato un ulteriore ricorso. La Commissione intende informarsi sulle precise motivazioni e sulle implicazioni della decisione del governo portoghese. Gli Stati membri godono di potere discrezionale nel determinare la portata dei concetti di politica, sicurezza e sanità pubbliche, sulla base della propria legislazione e della giurisprudenza nazionale. Le misure restrittive della libertà di circolazione, adottate per questi motivi, devono tuttavia rispettare le disposizioni della direttiva 64/221/CEE, la quale limita il potere discrezionale degli Stati membri. Come ho già affermato, la Commissione ritiene che qualunque Stato membro adotti una decisione restrittiva della libertà di circolazione delle persone debba rispettare i diritti fondamentali – compresa la libertà di espressione – in quanto principi generali del diritto comunitario. (Applausi) 4-035 Presidente. – La ringrazio, signora Commissario. La discussione è chiusa. 4-036 CITES (Convenzione sul commercio internazionale delle specie di flora e di fauna selvatiche minacciate di estinzione) 4-037 Presidente. – L’ordine del giorno reca l’interrogazione orale (B6-0012/2004), sugli obiettivi strategici dell’Unione per la 13a riunione della Convenzione CITES. 17 4-038 Doyle (PPE-DE). – (EN) Signor Presidente, questa mattina intervengo in diverse vesti, quindi mi scuso se posso dare adito a confusione. Prima di tutto, a nome del presidente della commissione per l’ambiente, la sanità pubblica e la sicurezza alimentare, l’onorevole KarlHeinz Florenz, presento formalmente l’interrogazione orale in cui si chiede di precisare gli obiettivi dell’Unione europea per la XIII Conferenza della Convenzione CITES. In particolare, quali saranno gli obiettivi strategici dell’Unione europea per la prossima Conferenza delle parti aderenti alla Convenzione sul commercio internazionale delle specie di flora e di fauna selvatiche minacciate di estinzione (CITES) che si svolgerà a Bangkok in Thailandia dal 2 al 14 ottobre 2004? Oggi rappresento anche l’onorevole John Bowis, il nostro coordinatore, che oggi non è presente e desidero inoltre approfittare del fatto che ho facoltà di parola per presentare il mio contributo a nome del gruppo PPE-DE, invece di intervenire dopo la signora Commissario. La Convenzione CITES è un accordo sulla conservazione ambientale a livello mondiale in materia di commercio delle specie di flora e di fauna selvatiche minacciate di estinzione, che trova applicazione nell’Unione europea attraverso normative ancora più rigorose in materia di commercio di specie selvatiche. Tuttavia, vi è un’urgente necessità di intensificare la cooperazione tra gli enti preposti all’attuazione nei 25 Stati membri, soprattutto ora che i nostri confini terrestri, a seguito dell’allargamento, si sono estesi di oltre un terzo, superando i 3 000 chilometri, e anche in virtù del riconoscimento del collegamento esistente tra il commercio illegale, sebbene non quantificato, delle specie selvatiche e la criminalità organizzata. Il gruppo “Esecuzione” dell’UE, istituito con il regolamento (CE) n. 338/97 del Consiglio, deve essere rivisto con una certa urgenza. Lo si deve rendere più efficace: è necessario infatti raccogliere in modo sistematico dati sul commercio illegale di specie selvatiche per disporre dei numeri delle quantità sequestrate e confiscate. Tali dati vanno inseriti in una banca dati, in modo che le informazioni possano essere condivise da tutti i funzionari preposti al controllo dell’attuazione della normativa in tutta l’Unione europea. Sottolineo la preoccupazione mia e del mio gruppo, in quanto si rileva un’insufficienza in termini di attuazione della normativa e di assistenza alle agenzie competenti in questo settore particolarmente importante. La Convenzione CITES disciplina il commercio di circa 30 000 specie di piante e di animali e l’Unione europea costituisce uno dei principali mercati legali. Nei cinque anni precedenti al 2001, ad esempio, le importazioni nell’UE sono state pari a 5 milioni e 400 000 uccelli vivi, ovvero l’87 per cento del commercio mondiale che vede Spagna e Germania in testa alla classifica degli importatori. Sono 7 milioni i cactus e 15 milioni le orchidee in vaso, diretti soprattutto nei Paesi Bassi. Le importazioni di caviale di storione ammontano a 383 tonnellate, ossia il 40 per cento del commercio 18 mondiale, i cui destinatari principali sono Francia e Germania. Nel luglio 2004 la Commissione ha approvato una proposta di decisione del Consiglio sulla posizione che l’UE deve assumere in merito a determinate proposte presentate alla XIII Conferenza delle parti aderenti alla Convenzione. Tale proposta è stata oggetto di discussione in una serie di incontri del gruppo di lavoro sulle questioni ambientali internazionali, costituito da esperti scientifici e di gestione degli Stati membri. Dalle informazioni in mio possesso la riunione finale dovrebbe svolgersi oggi. Sarebbe stato opportuno conoscere l’esito di tale incontro prima del dibattito odierno, ma purtroppo non ho informazioni e probabilmente non è possibile averne. In relazione alla Convenzione CITES, l’Appendice I è dedicata alle specie particolarmente minacciate. In tale Appendice è sancito il divieto di commercializzare a livello internazionale le specie di flora e di fauna selvatiche ivi indicate. L’Appendice II include la maggior parte delle specie regolamentate dalla Commissione. La disciplina consente il commercio, purché non sia messa a repentaglio la sopravvivenza di tali specie. In realtà, in tale ambito la Conferenza delle parti aderenti sarà chiamata ad approvare solo le Appendici I e II. Desidero ora analizzare più in dettaglio i punti specifici della risoluzione presentata, che condivido ampiamente, anche se il testo mi sembra alquanto lungo e verboso. Tuttavia, il mio gruppo ed io sosteniamo appieno la risoluzione fatti salvi alcuni avvertimenti. Innanzitutto il gruppo PPE-DE voterà liberamente sul paragrafo 3, come richiesto. Personalmente sosterrò il paragrafo 3 e inviterò il mio gruppo a fare lo stesso sebbene qualcuno nutra delle perplessità. Allo stesso modo, il mio gruppo voterà liberamente sul paragrafo 7, punto 1, in merito ai leoni africani. Personalmente voterò contro e tra breve ne illustrerò i motivi. In relazione al paragrafo 5 chiedo alla Commissione di fornire delle delucidazioni. Tale punto accoglie la proposta australiana di inserire lo squalo bianco nell’Appendice II della Convenzione CITES con un contingentamento pari a zero per motivi precauzionali. Dalle informazioni in mio possesso, e ne chiedo conferma, i fautori della proposta, ossia gli australiani, hanno ritirato il punto sul contingentamento pari a zero. La formulazione attuale della risoluzione pertanto non ha molto senso. Forse potremmo completare il paragrafo, accogliendo la proposta dell’Australia di inserire lo squalo bianco nella Convenzione CITES, Appendice II, senza aggiungere altro. Qualcuno potrebbe sostenere la necessità di reintrodurre il contingentamento pari a zero, ma per com’è attualmente formulato il testo, non ha senso farlo. Sulla questione dello squalo bianco l’Unione approva l’inserimento nell’Appendice II, ma respinge il contingentamento pari a zero per motivi di ordine 16/09/2004 giuridico e scientifico. Pur sostenendo il principio di precauzione, non sono a favore del principio di “divieto a priori”. In generale credo che si debbano premiare gli Stati che si sono particolarmente adoperati nel settore della conservazione ambientale. Al contempo, però, la nostra azione non deve ledere la credibilità della Convenzione. Qualsiasi decisione prendiamo come Parlamento, anche a prescindere dalle decisioni della Commissione o di altri, deve essere supportata scientificamente per garantire la credibilità della Convenzione CITES. E’ questa la linea generale della posizione che abbiamo assunto in tale ambito. Quanto detto vale in particolare per quanto riguarda il rinoceronte nero e il leopardo. La proposta sul leone africano è debole dal punto di vista scientifico ed incontra il forte disaccordo degli Stati in cui tradizionalmente questa specie vive, dove la popolazione dei leoni è stabile o è in aumento. Ho una posizione aperta su questo punto. Spero che si possa raggiungere una soluzione di compromesso con tali Stati. Tuttavia, non dobbiamo mettere a repentaglio la credibilità della Convenzione, sostenendo proposte deboli dal punto di vista scientifico. Anche se si voterà liberamente, raccomando di votare contro la proposta nella speranza di raggiungere un compromesso. Nel caso del delfino Irrawaddy riconosco che la proposta sia per certi versi fondata. Sarei tendenzialmente favorevole, anche se permangono dubbi di ordine scientifico e pratico. Spero che anche in questo caso riusciremo a tutelare le specie protette nel modo dovuto, cioè basandoci sui principi scientifici e facendo un uso appropriato del principio di precauzione, che non significa principio di prevenzione. Il resto del mondo seguirà l’operato dei 25 Stati membri in sede di Conferenza. Non si tratta solo dei nostri 25 voti, ma anche degli altri voti che riusciremo a ottenere tra i 166 partecipanti che si esprimeranno su questi temi. 4-039 Presidente. – Ringrazio l’onorevole Doyle per aver illustrato l’interrogazione e per aver apportato un contributo a nome del gruppo, sebbene ciò abbia comportato un piccolo sforamento sui tempi. 4-040 Wallström, Commissione. – (EN) Signor Presidente, la prossima Conferenza delle parti aderenti alla Convenzione sul commercio internazionale delle specie minacciate di estinzione – CITES – ha un ordine del giorno molto denso di contenuti. Sono lieta di informarvi che i preparativi in seno al Consiglio procedono speditamente e che abbiamo già raggiunto un consenso. Nel corso di tali preparativi la nostra posizione su determinate questioni di alto profilo ha conosciuto ulteriori cambiamenti. Ad esempio, ora siamo tendenzialmente a favore della proposta di vietare il commercio del delfino Irrawaddy. La Convenzione CITES è in vigore da quasi trent’anni e si è rivelata uno strumento molto efficace per limitare le minacce alla fauna e alla flora selvatiche derivanti da un commercio internazionale insostenibile. Dalla sua 16/09/2004 entrata in vigore sono stati adottati altri accordi in materia di biodiversità tra cui spicca la Convenzione sulla diversità biologica. Uno degli obiettivi strategici dell’Unione consiste proprio nel realizzare una maggiore sinergia tra questi accordi, contribuendo quindi a ridurre in maniera significativa il tasso di perdita della biodiversità entro il 2010, come sancito al Vertice mondiale sullo sviluppo sostenibile. L’Unione europea inoltre ritiene che la Convenzione CITES debba rimanere uno strumento che consente di diffondere un uso sostenibile della fauna e della flora selvatiche. Spesso si rende necessaria una maggiore protezione per salvaguardare lo stato di conservazione di alcune specie a livello commerciale, ma dobbiamo altresì riconoscere gli sforzi dei paesi che hanno già attuato misure efficaci di conservazione. Dobbiamo pertanto esaminare attentamente le proposte atte ad allentare le restrizioni su alcune specie, come l’orchidea Cattleya percivaliana della Colombia, il rinoceronte bianco, il rinoceronte nero, il leopardo, eccetera. Come è già stato sottolineato, la Convenzione CITES è un accordo che si basa su fondamenti scientifici, e prevede criteri precisi per determinare il livello di protezione da applicare a ciascuna specie. L’Unione sostiene questo approccio di tipo scientifico e, di conseguenza esita di fronte a proposte come quelle che riguardano il leone africano e le specie di rettili tipiche di date zone. L’Unione desidera infine massimizzare l’efficacia della Convenzione CITES, riducendo al minimo la burocrazia superflua. Se da un lato vogliamo scongiurare un tipo di commercio illegale o insostenibile, vogliamo anche garantire che le risorse delle parti siano oggetto di reale attenzione ai fini della loro conservazione. 4-041 Korhola (PPE-DE). – (FI) Signor Presidente, la risoluzione in merito alla Convenzione sul commercio internazionale delle specie di flora e di fauna selvatiche minacciate di estinzione rappresenta un passo importante in vista della XIII Conferenza delle parti aderenti alla Convenzione e ne sottoscrivo le raccomandazioni. Poiché la Convenzione suddivide le specie protette in diverse categorie ai fini dello sfruttamento economico, essa costituisce uno strumento sufficientemente versatile per tenere sotto controllo i problemi. La proposta di cui stiamo discutendo in alcuni casi intensificherà la tutela, mentre in altri la attenuerà. Entrambi questi effetti sono appropriati e giustificati, e riflettono una prospettiva equilibrata e scientifica. Alcune specie di animali protetti – un tipico esempio è l’aquila di mare dalla testa bianca – saranno trasferiti dalla categoria che prevede il divieto assoluto alla categoria che ne consente un commercio controllato. Si tratta in realtà di un segno positivo, in quanto indica che il sistema delle categorie si è rivelato utile. Alcune specie protette hanno cominciato a dare segni di ripresa. Una presupposto solido da cui partire è la conoscenza scientifica: il contenuto delle Appendici può subire un giro di vite o 19 un ammorbidimento a seconda della necessità che emerge dai dati scientifici. La questione più importante infatti non è il rigore, bensì lo sviluppo sostenibile. E’ tuttavia importante che risulti più facile sia inasprire le norme che ammorbidirle. Infatti la posta in gioco è altissima: stiamo giocando con la natura, che non potrà rinnovarsi se viene irrimediabilmente distrutta. E’ pertanto fondamentale che il principio di precauzione rimanga tra i principi fondamentali, anche se questa frase può suonare piatta e vuota per molti dei colleghi e amici, in quanto l’espressione “principio di precauzione” non sempre si è tradotta automaticamente in un’attuazione del principio. E’ ora che ciò avvenga. Sebbene il campo d’azione della Convenzione CITES si limiti unicamente al commercio, forse, dalla sua analisi potrebbero scaturire proposte di modelli per futuri accordi internazionali. Al contempo dobbiamo ricordare le preoccupazioni evidenziate nella risoluzione e dedicare maggiore attenzione al monitoraggio dell’attuazione. L’Unione europea purtroppo rappresenta uno dei principali mercati per il commercio illegale di animali e piante selvatiche. 4-042 Scheele (PSE). – (DE) Signor Presidente, signora Commissario, onorevoli colleghi, come ha giustamente affermato l’onorevole Doyle poc’anzi, presentando l’interrogazione orale alla Commissione, la dichiarazione sulla nostra posizione non riguarda solamente i 25 Stati membri dell’Unione europea, ma invia un segnale agli altri Stati tra i 166 che hanno aderito alla Convenzione CITES, altrimenti nota con il nome di Convenzione di Washington sulla protezione delle specie. Proprio per questo il Parlamento deve inviare un segnale chiaro. Al momento la Convenzione si applica a circa 30 000 specie. Sappiamo che, a parte la distruzione degli habitat, il commercio internazionale rappresenta la minaccia più grave alla sopravvivenza di molte specie in via di estinzione. Per tale motivo la Convenzione CITES è necessaria e per questa ragione ho preso a cuore molte delle posizioni assunte dalla Commissione, la quale, in sede di Conferenza delle parti aderenti, si esprimerà con toni chiari e inequivoci a favore di norme rigorose sul commercio. L’onorevole Korhola ha ribadito quanto sia importante riaffermare il principio di precauzione come base di tutte le decisioni. Il dibattito su questa interrogazione orale, e quindi sulla presente risoluzione, ha messo in luce due temi in particolare: la protezione delle balenottere minori e il commercio dell’avorio. Tutti sanno che il Giappone vuole reintrodurre la caccia alle balene e che si sta adoperando questo fine. Tale Stato però non è riuscito a far accettare la propria posizione nell’ultimo incontro della commissione internazionale sulla caccia alle balene, tenutosi lo scorso luglio. Chiediamo all’Unione europea e agli Stati membri di respingere la richiesta presentata dal Giappone, tesa a trasferire le tre specie di balenottere minori 20 dall’Appendice I all’Appendice II e quindi esortiamo a mantenere un livello elevato di protezione per le balene. La risoluzione dimostra chiaramente che il Parlamento accoglie con favore la richiesta del Kenya e di altri Stati africani, volta all’introduzione di una moratoria ventennale sul commercio dell’avorio. Tra il 1980 e il 1989 il numero degli elefanti africani ha subito un drastico calo, passando da 1 milione e 200 000 a 600 000 esemplari, per poi subire un ulteriore dimezzamento a 300 000 esemplari nel 2001; questa rapida diminuzione è dovuta in larga misura dalla domanda di avorio. Il sistema di contingentamento precedente non ha funzionato, in quanto la domanda è così elevata da alimentare un enorme commercio illegale. Per i consumatori e per i responsabili del monitoraggio sul commercio, la situazione è estremamente confusa, ma è ideale per i contrabbandieri. Si susseguono i sequestri di avorio nei nostri aeroporti, in quanto la documentazione non è conforme alle disposizioni della Convenzione CITES. Nel commercio illegale di animali selvatici infatti è prassi assai diffusa quella di comunicare informazioni false mediante le dichiarazioni alla dogana e sui moduli CITES. Ieri abbiamo cominciato ad esaminare anche la questione dei leoni africani. Il mio gruppo vorrebbe che il punto 7 sia mantenuto nella sua forma attuale nella risoluzione. Dalle informazioni in nostro possesso sulle specie minacciate di leoni africani sappiamo che il numero degli esemplari è diminuito drasticamente negli ultimi anni. Sono pertanto molto lieta del fatto che la Commissione abbia assunto una posizione netta in materia. 4-043 Davies (ALDE/ADLE). – (EN) Signor Presidente, visto che probabilmente questa è l’ultima volta che intervengo in un dibattito sull’ambiente in cui risponderà il Commissario Wallström desidero ringraziarla per tutto l’impegno e gli sforzi da lei profusi negli ultimi cinque anni. Sono lieto che non ci lascerà definitivamente. Dinanzi all’enormità dei problemi ambientali una volta disse che non possiamo piangere sempre per ogni cosa. E’ verissimo, ma, quando pensiamo al modo in cui stiamo riducendo la vita su questo pianeta, è certamente giustificato versare qualche lacrima. In pratica nessun animale di questo pianeta può esistere senza il consenso dell’uomo. Siamo la specie dominante. Se gli animali sopravvivono, possono farlo perché noi glielo permettiamo, in quanto non introduciamo alcun incentivo economico per ucciderli o perché ci adoperiamo attivamente affinché sopravvivano. In quasi tutti i casi, però, gli habitat devono essere gestiti e in qualche modo protetti. E’ in questo modo che l’uomo gestisce l’ordine naturale. Peccato che l’uomo si sia rivelato un pessimo amministratore. Non riusciamo a pensare a lungo termine: riteniamo che tutto sia a nostra disposizione e non sentiamo la necessità di pensare alle conseguenze. Ci troviamo a gestire a livello mondiale un periodo contrassegnato da massicce estinzioni. 16/09/2004 Nell’arco di una generazione abbiamo causato l’estinzione di un gran numero di animali dell’Africa ed ora stiamo facendo lo stesso nei mari. Stando a quanto ci viene riferito, in molti casi il numero degli squali è diminuito del 90 per cento da quando è uscito il film di Spielberg “Lo squalo”. Il grande squalo bianco è il predatore per eccellenza degli oceani, il leone dei mari. Perdere un animale che nell’arco dei secoli ha subito pochissime mutazioni non solo sarebbe un dramma, ma andrebbe a modificare ulteriormente l’ecologia delle acque, sconvolgendo un equilibrio già messo fortemente a repentaglio dalla pesca eccessiva con conseguenze deleterie. Il commercio delle parti di questo animale deve essere limitato. Tuttavia, la questione degli animali terrestri in Africa mette in luce le complessità insite nella ricerca e nell’attuazione di soluzioni. Sappiamo che il numero degli elefanti è diminuito drasticamente e che la causa principale sono i bracconieri. Le restrizioni imposte nel commercio dell’avorio, ad ogni modo, sono state efficaci nel prevenire l’estinzione di questa specie. La situazione rimane complessa: il numero degli elefanti è in aumento in alcune aree, ma tale ripopolamento causa la distruzione degli habitat naturali. Come indicato dal governo del Botswana in un documento ben circostanziato, è necessario gestire il numero degli elefanti per soddisfare le necessità diverse della popolazione, della vegetazione e degli habitat. In linea di principio non ho alcuna obiezione sull’aumento selettivo del commercio di avorio, purché siano previsti i fondi per la conservazione della specie. Per le medesime ragioni, in linea di massima, non ho obiezioni alla caccia volta alla raccolta di trofei, pur non comprendendo la mentalità dei ricchi che vogliono uccidere grandi animali. Nutro invece preoccupazioni per il rischio che i fondi non siano spesi debitamente e che l’aumento del commercio di avorio favorisca ovunque la caccia illegale con risultati drammatici. Mi auguro che gli Stati membri mantengano una posizione ferma, sostenendo un divieto assoluto; al contempo, tuttavia, dovranno essere anche realistici e accomodanti. Se in Europa vogliamo negare ai paesi poveri il diritto di vendere l’avorio raccolto in maniera legittima e sostenibile, non dovremmo forse contribuire finanziariamente per far combaciare i nostri desideri con le loro necessità? 4-044 Isler Béguin (Verts/ALE). – (FR) Signor Presidente, signora Commissario, oggi possiamo rallegrarci, in quanto il Parlamento presenta una risoluzione appoggiata da tutti i gruppi politici. Auspico vivamente che tutti i colleghi la votino nella sua versione attuale. Ci rivolgiamo ovviamente anche al Consiglio che oggi non è presente – ed è un peccato, poiché è l’Istituzione che ci rappresenterà a Bangkok – e invitiamo la Commissione ad aderire alla risoluzione, che darà voce ai popoli d’Europa in sede di votazione finale a Bangkok. 16/09/2004 La risoluzione esorta a migliorare la protezione delle specie minacciate di estinzione. In effetti, essa fa seguito ad iniziative molto incisive in materia di lotta contro il declino della fauna e della flora selvatiche. Sappiamo tutti però che, come hanno già rilevato diversi colleghi, dobbiamo adoperarci al massimo per sostenere la serie di iniziative tese a salvare le specie ancora a rischio di estinzione, in quanto il degrado dell’ambiente naturale è costante e procede vertiginosamente. Poiché ho seguito personalmente, all’interno del Parlamento, i lavori sul piano d’azione per la conservazione della biodiversità e i lavori sulla Convenzione per la biodiversità, posso affermare che la biodiversità palesemente resta il parente povero delle nostre politiche ambientali. Potrei inoltre aggiungere che è l’anello debole dello sviluppo sostenibile. Sappiamo bene che noi, ossia i 25 Stati membri dell’Unione europea, siamo i principali consumatori di specie selvatiche. L’onorevole Doyle ce ne ha fatto un elenco, ed è assolutamente mostruoso: milioni di specie vengono sottratte al loro ambiente naturale in tutto il mondo solo per il nostro piacere, non per la nostra sopravvivenza ma solo per piacere. Il commercio legale di specie animali e vegetali è un mercato enorme. Si può quindi immaginare il volume del mercato illegale. Alcuni sostengono che la sua entità economica sarebbe pari a quella del traffico di stupefacenti. E questo spiega le difficoltà insorte nell’attuazione di incisive misure di protezione per alcune specie. In ogni caso noi – e siamo unanimi su questo punto – esigiamo che il principio di precauzione diventi la regola di base per tutte le decisioni da assumere nell’ambito della Convenzione CITES. Si consideri, ad esempio, lo squalo bianco, reso celebre dal film Lo squalo. E’ un esempio perfetto, poiché sappiamo quanto sia difficile svolgere studi su questo animale. Ed è proprio in nome del principio di precauzione – visto che questa specie è in via di estinzione – che chiediamo un contingentamento pari a zero. Pertanto continuiamo a sostenere tale proposta. La moratoria ventennale sul commercio dell’avorio, proposta dal Kenya e sostenuta da dodici paesi dove vive gran parte degli elefanti africani, richiede il nostro sostegno. Come ripete da anni il professor Pfeffer, massimo esperto di elefanti, il commercio legale di una specie in pericolo di estinzione ha come effetto immediato quello di rilanciare il commercio illegale della stessa. Noi sappiamo che è in gioco la sopravvivenza della specie e anche ai dodici paesi che hanno avanzato la proposta questo punto è molto chiaro. Pertanto noi, in quanto paesi europei, dobbiamo appoggiare questa posizione e sostenere altresì l’inserimento dei leoni nell’Appendice I invece dell’Appendice II. Per quale ragione? Perché, signor Presidente, noi europei viaggiamo molto per turismo e andiamo a caccia del leone maschio, contribuendo alla distruzione di questa specie a livello mondiale. 21 Per tutte queste ragioni dobbiamo sostenere tali proposte. Signor Presidente, mi consenta di aggiungere un’altra importante considerazione sulla questione del voto segreto. Ne abbiamo discusso in sede di commissione e non possiamo accettare un voto a scrutinio segreto nella votazione delle risoluzioni finali. Una tale procedura lascerebbe spazio ad ogni sorta di mercanteggiamento. In segno di rispetto per gli impegni degli Stati membri e in nome dei nostri principi la trasparenza del processo decisionale deve rimanere la regola di riferimento nell’ambito delle convenzioni internazionali. 4-045 Sjöstedt (GUE/NGL). – (SV) Anche il mio gruppo ha sottoscritto la proposta di risoluzione: la consideriamo un’ottima risoluzione e la sosteniamo in tutte le sue parti. Vorrei tuttavia che la Commissione chiarisse la posizione che l’UE assumerà nei negoziati in relazione a due questioni. La prima riguarda il voto segreto. E’ in corso il dibattito sulla possibilità di non tenere votazioni aperte con relative dichiarazioni sulla posizione dei vari paesi su una serie di punti. Ritengo che, se esiste la responsabilità politica, è assolutamente indispensabile che gli Stati siano tenuti a rendere conto del voto che esprimono sulla Convenzione. Possiamo aspettarci che l’Unione europea si adoperi al meglio per opporsi al voto segreto in questo tipo di votazione? Questa è la mia prima domanda. La seconda domanda è più specifica e riguarda la protezione del grande squalo bianco. A questo proposito sembra esserci un consenso sulla necessità di innalzare il livello di protezione, ma io ritengo che, viste le incertezze che permangono sul numero di esemplari, la richiesta di introdurre un contingentamento pari a zero per le esportazioni sia estremamente opportuna in nome del principio di precauzione. Vorrei sapere se l’Unione europea sosterrà tale proposta. 4-046 Posselt (PPE-DE). – (DE) Signor Presidente, sostengo appieno la risoluzione. Il nostro obiettivo primario è la conservazione della natura, che in primo luogo implica la protezione dell’ambiente, ossia il mantenimento dell’equilibrio ecologico. In secondo luogo, siamo chiamati a proteggere la diversità delle specie, che è preziosa ed è a rischio. In terzo luogo, dobbiamo proteggere gli animali sia in relazione al commercio e alla tutela degli habitat sia per quanto concerne le condizioni in cui tali animali vengono tenuti. Pertanto ritengo che dobbiamo assumere un approccio molto sfumato al commercio degli animali, come ha evidenziato in particolare l’onorevole Davis. Ovviamente sono necessarie delle restrizioni per impedire lo sterminio di specie di animali in via di estinzione, ma ci sono anche specie che sarebbero scomparse se non avessero avuto mercato, se non fossero state allevate negli zoo, e se non fossero state preservate per le generazioni future al di fuori dei loro territori d’origine, sconvolti da guerre, lotte civili e catastrofi naturali. 22 Desidero quindi affermare molto chiaramente che sono a favore della risoluzione, pur precisando che proprio in casi simili non dobbiamo fare di tutt’erba un fascio. Mi sembra ovvio e opportuno che il commercio di animali continui a svolgersi sulla base di determinati parametri rigorosi e restrittivi. I nostri zoo stanno svolgendo un’opera preziosa; il geozoo di Monaco, ad esempio, ha allevato specie rare che altrimenti sarebbero scomparse dalla faccia della terra. Pertanto è fondamentale adottare un approccio equilibrato. Per quanto concerne gli elefanti e il commercio dell’avorio o del corno del rinoceronte e altro ancora, bisogna agire in maniera molto determinata e su questo punto sono totalmente d’accordo con i colleghi. Come ha affermato l’onorevole Isler Béguin, è in questi settori che si ottengono i massimi profitti, in modo illegale e con minimo sforzo sul mercato nero. E’ proprio a questi settori che l’intervento di Europol dovrebbe essere maggiormente esteso. (Applausi) 4-047 Auken (Verts/ALE). – (DA) Signor Presidente, sono un po’ sorpresa per il fatto che si discuta di caccia ai leoni in Parlamento. Non credevo potesse succedermi in un’Assemblea con cui altrimenti pensavo di essere pressoché in armonia. Era necessario parlarne ed era necessaria una votazione per parti separate; ma stiamo tuttora attendendo una sorta di spiegazione dal gruppo del PPE-DE in merito alle sue intenzioni su una specie che negli ultimi dieci anni ha registrato un calo del 90 per cento. Una seconda questione, probabilmente altrettanto importante, riguarda la Commissione, che deve spiegare il motivo per cui ha preso così alla leggera la richiesta di aumentare il livello di protezione per le tartarughe di acqua dolce. L’IUCN ha dichiarato la specie in via di estinzione e nonostante ciò milioni di esemplari vengono uccisi ogni anno. Questi animali vengono utilizzati per scopi alimentari e nel settore della medicina naturale, il che ovviamente ne mette a repentaglio le prospettive di sopravvivenza a lungo termine. Se le informazioni in mio possesso sono esatte, la proposta della Commissione non prevede alcuna particolare tutela per tale specie e su questo punto restiamo in attesa di una spiegazione. 4-048 Parish (PPE-DE). – (EN) Signor Presidente, desidero esprimere dinanzi alla Commissione e al Parlamento il mio pieno sostegno per l’attività della Convezione CITES. Mi chiedo però perché la Conferenza CITES si debba tenere a Bangkok. In Tailandia persiste il commercio illegale di orangotanghi, scimmie e leopardi. Pertanto, se la conferenza si terrà in questo paese, dobbiamo chiedere al governo tailandese di rendere conto del problema. Ho visto, ad esempio, 50 giovani orangotanghi importati illegalmente e chiusi in gabbie strettissime negli zoo privati tailandesi. Nel mio collegio elettorale c’è un’organizzazione, il Monkey World Ape Rescue Centre, 16/09/2004 che intende far uscire dalla Tailandia uno scimpanzé di nome Naree, ma il governo tailandese non si è mostrato collaborativo. Se la conferenza si terrà in Tailandia, è molto importante che sia il Parlamento che la Commissione sollevino questi temi con il governo locale. Non possiamo permettere che accadano simili episodi. Dobbiamo sottolineare tale fatto e questa è un’eccellente occasione per farlo. Pur essendo a favore della Convezione CITES e dei suoi obiettivi, il fatto che la Conferenza si svolga in Tailandia ci offre la possibilità di sollevare tali questioni con il governo, in modo da impedire che casi simili si ripetano. Altrimenti si potrebbe dare l’impressione che siffatto di commercio sia tollerato, proprio perché la conferenza si svolge in questo paese. 4-049 Wallström, Commissione. – (EN) Signor Presidente, desidero ringraziare gli onorevoli deputati per questa discussione, in particolare l’onorevole Davis per le gentili parole che ha pronunciato a favore della conservazione della rara specie dei Commissari svedesi! Passo ora a commentare brevemente alcune delle questioni evidenziate. In primo luogo, in merito all’attuazione e agli scambi di informazioni, la scorsa settimana gli Stati membri hanno deciso di intensificare le attività in questo settore. Desidero dire all’onorevole Sjöstedt che siamo assolutamente contrari ai voti a scrutinio segreto e posso confermare che voteremo contro tale procedura. L’onorevole Auken ha parlato delle tartarughe marine. La Convenzione prevede una tutela rigorosa per questi animali e noi sosteniamo la proposta di protezione anche per le tartarughe di acqua dolce. La sede dell’incontro è stata decisa nel corso della conferenza precedente e quindi non può essere cambiata adesso. In relazione al grande squalo bianco, il Madagascar e l’Australia ci hanno informato che, a seguito delle diffuse obiezioni di natura giuridica e scientifica, hanno emendato la loro proposta, cancellando la richiesta per il contingentamento pari a zero. Possiamo ora sostenere la proposta senza riserve. Infine, accogliamo con favore l’iniziativa del Parlamento di presentare questa risoluzione. Siamo lieti che le molteplici opinioni espresse su temi quali la carne di animali selvatici, il pesce napoleone, la balenottera minore e il ramin siano in linea con il consenso delineatosi a livello comunitario. Idealmente avremmo preferito una risoluzione che incarnasse un migliore equilibrio tra la necessità di intensificare la protezione di alcune specie e le considerazioni, talvolta di ordine opposto, di promuoverne l’uso sostenibile, rispettando soprattutto l’integrità scientifica della Convenzione. Tale approccio sarebbe davvero nell’interesse della Convenzione CITES e della conservazione della natura in genere. Tuttavia, sono lieta che il Parlamento abbia 16/09/2004 23 preparato una risoluzione in tempi tanto brevi e vi ringrazio per la discussione. (Il Parlamento approva la risoluzione) 4-050 Presidente. – Ringrazio la signora Commissario e, a nome di tutti i colleghi, credo di poter esprimere un apprezzamento universale nei confronti della specie dei Commissari svedesi europei, che non riteniamo necessitino di particolari tutele in quanto non sono una specie in via di estinzione. A conclusione della discussione ho ricevuto una proposta di risoluzione, a norma dell’articolo 108, paragrafo 5, del Regolamento1. *** Proposta di risoluzione (B6-0065/2004) dell’onorevole Luisa Morgantini, a nome della commissione per lo sviluppo, sulla regione del Darfur in Sudan Prima della votazione sull’emendamento n. 8 4-054 Gomes (PSE). – (FR) Signor Presidente, propongo di aggiungere alla fine del paragrafo 8 la seguente frase: 4-055 La discussione è chiusa. La votazione si svolgerà oggi, alle 12.00. “… nonché ad assicurare che tali sanzioni non aumentino le sofferenze della popolazione sudanese”. 4-056 4-051 PRESIDENZA DELL’ON. ONESTA Vicepresidente 4-052 Votazioni Presidente. – Vi sono obiezioni alla presentazione di questo emendamento orale? (L’Assemblea manifesta il suo assenso presentazione dell’emendamento orale) alla (Il Parlamento approva la risoluzione) 4-053 Relazione (A6-0006/2004) dell’onorevole Jean-Louis Bourlanges, a nome della commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni, sulla proposta di regolamento del Consiglio riguardante alcune misure restrittive a sostegno dell’attuazione efficace del mandato del Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia (TPIJ) [(COM(2004)0348 – SN 2057/2004 – C6-0041/2004 – 2004/0114(CNS)] (Il Parlamento approva la risoluzione legislativa) *** Proposta di risoluzione comune2 sulla 35a sessione dell’Assemblea dell’Organizzazione internazionale dell’aviazione civile (ICAO) (28 settembre-8 ottobre 2004) (Il Parlamento approva la risoluzione) *** Proposta di risoluzione comune3 sulla situazione in Bielorussia 1 Cfr. Processo verbale. Presentata dagli onorevoli Willi Piecyk e Ulrich Stockmann a nome del gruppo PSE, Paolo Costa e Dirk Sterckx a nome del gruppo ALDE/ADLE, Michael Cramer e altri a nome del gruppo Verts/ALE, Erik Meijer a nome del gruppo GUE/NGL, volta a sostituire con un nuovo testo le proposte di risoluzione di cui ai docc. B6-0037, 0039, 0042 e 0050/2004. 3 Presentata dagli onorevoli Bogdan Adam Klich e Charles Tannock a nome del gruppo PPE-DE, Jan Marinus Wiersma a nome del gruppo PSE, Annemie Neyts-Uyttebroeck a nome del gruppo ALDE/ADLE, Elisabeth Schroedter, Joost Langendijk e Marie Anne Isler-Béguin a nome del gruppo Verts/ALE, Jonas Sjöstedt e Luisa Morgantini a nome del gruppo GUE/NGL, Konrad Krzysztof Szymański e Rolandas Pavilionis a nome del gruppo UEN, volta a sostituire con un nuovo 2 *** Proposta di risoluzione comune4 sulla situazione in Iraq Prima della votazione sulla risoluzione 4-057 Salafranca Sánchez-Neyra (PPE-DE). – (ES) Signor Presidente, prima di passare alla votazione sulle proposte di risoluzione comune sull’Iraq presentate da cinque gruppi, vorrei rilevare che c’è stato un errore da parte dei Servizi di seduta, i quali hanno omesso di citare tre riferimenti che formavano parte integrante della risoluzione di compromesso. Secondo i termini dell’accordo raggiunto dai gruppi, il testo del paragrafo 1 dovrebbe essere il seguente: “ribadisce la sua condanna di ogni violenza indiscriminata e in particolare degli attentati terroristici contro civili, minoranze religiose, forze di polizia e soldati della Forza multinazionale, delle catture di ostaggi e degli atroci assassini che sono stati commessi, i cui responsabili sono ancora impuniti; afferma che deve essere profuso ogni sforzo per porre termine a questi tentativi volti a indebolire, attraverso l'uso della violenza, la determinazione del governo legittimo testo le proposte di risoluzione di cui ai docc. B6-0038, 0040, 0041, 0051, 0052 e 0053/2004. 4 Presentata dagli onorevoli Hans-Gert Poettering e altri a nome del gruppo PPE-DE, Pasqualina Napoletano e Véronique De Keyser a nome del gruppo PSE, Cecilia Malmström e Annemie NeytsUyttebroeck a nome del gruppo ALDE/ADLE, Monica Frassoni e altri a nome del gruppo Verts/ALE, Cristiana Muscardini e Anna Elzbieta Fotyga a nome del gruppo UEN, volta a sostituire con un nuovo testo le proposte di risoluzione di cui ai docc. B6-0028, 0031, 0032, 0033, 0034 e 0043/2004. 24 16/09/2004 iracheno e della comunità internazionale di andare avanti nel processo democratico”. testi soltanto. In merito le posso fornire le più ampie assicurazioni. Inoltre, come farà osservare l’onorevole Tajani, dal paragrafo 2 è stato tolto il riferimento alla restituzione della salma di Enzo Baldoni. Passiamo ora risoluzione. alla votazione sulla proposta di Prima della votazione sul paragrafo 1 Infine, nel paragrafo 6 si dovrebbe aggiungere, in relazione alle elezioni, “con la piena partecipazione delle donne”. Questi punti facevano parte dell’accordo; credo pertanto che debbano essere aggiunti non sotto forma di emendamento orale bensì come correzione di un errore commesso dai Servizi di seduta. 4-058 Presidente. – Posso confermare quanto appena detto dall’onorevole Salafranca. Il testo che è stato presentato è quello testé letto dall’onorevole Salafranca. E’ quindi evidente che c’è stato un errore da parte dei Servizi competenti. Noto che anche altri deputati hanno chiesto la parola. Credo non ci siano problemi a inserire nel testo i punti da lei citati. 4-063 Désir (PSE). – (FR) Signor Presidente, vorrei sapere se il paragrafo 1, che ci accingiamo a votare, era stato presentato originariamente in lingua inglese. Il testo francese e quello inglese divergono; credo che dovremmo votare un testo che corrisponda alla versione originale inglese, in cui si parla della “determinazione del governo iracheno” e non, come nella versione francese, della “determinazione del legittimo governo iracheno”. 4-064 Presidente. – Mi è stato comunicato che la risoluzione è stata effettivamente presentata in lingua inglese; pertanto la versione originale è il testo inglese. Tutte le altre versioni linguistiche saranno conformate all’originale, venendo così incontro alla sua richiesta. 4-059 Tajani (PPE-DE). – Signor Presidente, io mi riferivo appunto alla richiesta relativa al rimpatrio delle spoglie del giornalista italiano Enzo Baldoni, prevista nella proposta di risoluzione. Da quanto lei ha detto, mi sembra di capire che non sia necessario presentare un emendamento orale. Tuttavia, poiché questa mattina sono state rapite altre tre persone, ritengo opportuno che il testo sia aggiornato alle vicende odierne. Prima che si proceda alla votazione sul paragrafo due, chiederò pertanto la parola per presentare un emendamento orale in tal senso. 4-060 Presidente. – Onorevole collega, potrà intervenire quando sarà il momento. Ho preso buona nota della sua richiesta. 4-061 Napoletano (PSE). – Signor Presidente, tutte le questioni sollevate dal collega Salafranca sono esatte. Tuttavia, se ne aggiunge un’altra: il paragrafo 3 è stato depositato in una versione precedente, mentre andrebbe sostituito con la seguente formulazione: “chiede alla Presidenza del Consiglio, all’Alto rappresentante e alla Commissione di sostenere le iniziative che in questo senso stanno prendendo gli Stati membri interessati”. E’ pertanto necessario rivedere anche il paragrafo 3. Onorevoli colleghi, capisco che è penoso, ma vi assicuro che noi avevamo depositato la versione corretta del testo. So che l’onorevole Tajani chiederà di presentare un emendamento orale e posso già anticipare che noi siamo d’accordo. 4-062 Presidente. – Non ci sono problemi. E’ stato commesso qualche piccolo errore, però le versioni originali sono quelle dei testi presentati dai diversi firmatari, e di questi Prima della votazione sul paragrafo 2 4-065 Tajani (PPE-DE). – Signor Presidente, come i colleghi sapranno, questa mattina a Baghdad sono state sequestrate e rapite nella propria abitazione tre persone, di cui due cittadini statunitensi e un cittadino europeo di nazionalità britannica. Io propongo all’Assemblea un emendamento orale al paragrafo 2 per aggiungere, dopo il riferimento alle operatrici umanitarie italiane, Simona Torretta e Simona Pari, le parole “e del cittadino britannico” – seguite dal nome e dal cognome – affinché il Parlamento europeo rivolga un appello tempestivo per la liberazione di quest’altro cittadino della nostra Unione e gli garantisca il sostegno di tutte le forze politiche in esso rappresentate. (Applausi) 4-066 Presidente. – Vi sono obiezioni alla presentazione di questo emendamento orale? (L’Assemblea manifesta il suo assenso presentazione dell’emendamento orale) alla 4-067 (Il Parlamento approva la risoluzione) *** Proposta di risoluzione (B6-0029/2004) degli onorevoli Marie Anne Isler Béguin a nome del gruppo Verts/ALE, John Bowis a nome del gruppo PPE-DE, Kartika Tamara Liotard e Dimitrios Papadimoulis a nome del gruppo GUE/NGL, Johannes (Hans) Blokland a nome del gruppo 16/09/2004 IND/DEM, Guido Sacconi e Karin Scheele a nome del gruppo PSE, Liam Aylward a nome del gruppo UEN, Chris Davies e Mojca Drčar Murko a nome del gruppo ALDE/ADLE, sugli obiettivi strategici dell’Unione europea per la 13a riunione della Conferenza dei paesi aderenti alla Convenzione CITES Prima della votazione sulla proposta di risoluzione 4-068 Doyle (PPE-DE). – (EN) Signor Presidente, nel corso della notte è sorto un problema riguardante il paragrafo 5 della nostra risoluzione. Nella versione originaria si citava una “proposta australiana di includere il grande squalo bianco nell’Appendice II della CITES con quota zero”. Quella formulazione era corretta quando il testo è stato mandato in stampa, dopo aver ottenuto l’approvazione di tutti i gruppi rappresentati qui in Parlamento; successivamente, però, gli australiani hanno cancellato il riferimento alla quota zero, per ragioni di carattere giuridico e scientifico, come ho avuto modo di dire quando ho sottoposto la questione e come ha confermato il Commissario. Il Parlamento darebbe prova di sciatteria se votasse un testo che, stante questa novità, risulta essere contraddittorio. Dato che l’Australia non sostiene più la richiesta della quota zero, non dovremmo farvi riferimento neppure noi. Mi permetto di ricordare ai colleghi favorevoli alla quota zero – e so che sono tanti – che depennare oggi questa parte del paragrafo 5, ovvero tutte le parole dopo “Appendice II”, non impedisce che, in sede di Conferenza, qualche altro partecipante che lo desideri possa ripresentare la proposta della quota zero. 25 durante la Conferenza dei paesi aderenti, qualora lo ritengano necessario. 4-071 Presidente. – Bene, il punto è stato chiarito. Vi sono obiezioni alla presentazione di questo emendamento orale? (Essendosi alzati più di 37 deputati, l’emendamento non è preso in considerazione) (Il Parlamento approva la risoluzione) DICHIARAZIONI DI VOTO Ex Jugoslavia (A6-0006/2004) 4-072 Goudin, Lundgren e Wohlin (IND/DEM), per iscritto. – (SV) Riteniamo che il tema di questa relazione non riguardi il Parlamento europeo e abbiamo pertanto deciso di astenerci dal voto. 4-073 Pafilis (GUE/NGL), per iscritto. – (EL) La guerra della NATO e dell’Unione europea contro la Jugoslavia è stata una guerra ingiusta e di offesa, in contrasto con il diritto internazionale e con i principi fondanti delle Nazioni Unite. La guerra ha causato la morte di migliaia di persone innocenti, danni gravissimi e l’occupazione del Kosovo; ha rappresentato inoltre il momento culminante dello sfacelo della Jugoslavia e dell’intervento imperialista nei Balcani. Credo che non possiamo dirci d’accordo riguardo a una proposta australiana che, su questo specifico punto, non è più tale; possiamo però approvare la prima parte della frase, ovvero “di includere il grande squalo bianco nell’Appendice II della CITES”. Signor Presidente, ho bisogno del suo aiuto poiché so che siamo in una fase procedurale già molto avanzata. E’ tuttavia necessario che le nostre azioni e le nostre decisioni di oggi abbiano senso e siano coerenti con la realtà dei fatti. Ad essere processati per crimini contro l’umanità dovrebbero essere i capi della NATO, che hanno attaccato un membro indipendente delle Nazioni Unite. 4-069 A mano a mano che il processo va avanti, diventa sempre più evidente che sono state prese decisioni preconcette, prive di qualsiasi fondamento, nell’intento di nascondere e salvare i veri colpevoli. Presidente. – Onorevole Doyle, devo considerare il suo intervento come un emendamento orale. Affinché gli altri colleghi possano comprendere bene la sua proposta, la invito a formulare con precisione il testo che desidera sottoporre al voto. 4-070 Doyle (PPE-DE). – (EN) Signor Presidente, intervengo esclusivamente per una questione di procedura; non intendo, infatti, fare dichiarazioni né sulla quota zero né su altri punti. Propongo di emendare il paragrafo 5 del nostro testo nel modo seguente: “appoggia la proposta australiana di includere il grande squalo bianco nell’Appendice II della CITES”. La parte restante del paragrafo dovrebbe essere depennata, visto che gli australiani la hanno tolta dalla loro proposta. Ciò, tuttavia, non impedisce che altri possano ripresentarla Il regolamento del Consiglio che il Parlamento europeo è chiamato a votare oggi rientra nel tentativo di dare una copertura legale a questo “tribunale” filoamericano, che è una farsa, come dimostrano le continue violazioni dei diritti di Milosevic. Le regole di quello che viene definito il “Tribunale penale internazionale” non sono accettate dal popolo, unico soggetto autorizzato a giudicare i suoi capi e a emettere sentenze sugli imputati, chiunque essi siano. Bisogna smetterla con questa farsa, sciogliere questo cosiddetto tribunale e liberare Slobodan Milosevic. 4-074 Queiró (PPE-DE), per iscritto. – (PT) Ho votato a favore della proposta di risoluzione del Parlamento sul regolamento del Consiglio che impone determinate misure restrittive a sostegno dell’attuazione efficace del 26 mandato del Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia, poiché la proposta prevede l’adozione di misure nei confronti di imputati ancora latitanti e che continuano a sottrarsi alla giustizia. Tali misure mirano specificamente a impedire loro di viaggiare e di usare i loro beni. Ho votato a favore anche perché si tratta di un’azione congiunta delle Nazioni Unite e degli Stati membri dell’Unione europea, in applicazione della specifica disposizione del Trattato in questa materia. 4-075 ICAO (B6-0037/2004) 4-076 Bradbourn (PPE-DE), per iscritto. – (EN) I Conservatori britannici riconoscono che i cambiamenti climatici costituiscono una delle maggiori sfide che la nostra generazione e quelle che seguiranno devono e dovranno affrontare. Non è possibile prevedere con precisione quale sarà l’entità dell’innalzamento delle temperature; è tuttavia certo che il rischio di un repentino cambiamento climatico sussiste realmente. Se vogliamo affrontare in modo serio i cambiamenti climatici indotti dall’uomo, dobbiamo impegnarci altrettanto seriamente a ridurre il volume globale delle emissioni prodotte dagli aerei, che, secondo le previsioni, raddoppierà entro il 2020. Per tale motivo appoggiamo le azioni mirate a includere l’aviazione in un sistema globale di scambio di quote di emissioni. Se le autorità mondiali non si daranno da fare in tal senso, l’Unione europea dovrà avere la possibilità di adottare autonomamente uno schema proprio. Nutriamo seri dubbi riguardo all’efficacia di interventi fiscali su carburanti ed emissioni; riteniamo infatti che simili provvedimenti avrebbero effetti trascurabili sulla domanda della maggior parte dei viaggi aerei, ma produrrebbero un impatto sproporzionato sul settore delle compagnie aeree a basso costo. E’ improbabile che l’eventuale gettito di tali imposte venga utilizzato per contenere gli effetti delle emissioni, cosicché questi interventi finirebbero per essere nulla più che semplici misure di aumento degli oneri fiscali. Né crediamo che la Commissione abbia bisogno di un seggio in seno all’Assemblea dell’ICAO. 4-077 Jarzembowski (PPE-DE), per iscritto. – (DE) Il coordinatore del gruppo del Partito popolare europeo (Democratici cristiani) e dei Democratici europei nella commissione per i trasporti e il turismo, Georg Jarzembowski, fa la seguente dichiarazione a nome del gruppo del Partito popolare europeo (Democratici cristiani) e dei Democratici europei sulla riunione dell’ICAO. Il gruppo del Partito popolare europeo (Democratici cristiani) e dei Democratici europei si asterrà dal voto sulla risoluzione comune perché le richieste formulate nel testo sono troppo indiscriminate e perché, per mancanza di tempo, non è stato possibile discutere di questa materia nei suoi diversi aspetti, come l’argomento richiederebbe, con gli Stati membri rappresentati nell’ICAO e con le imprese e i consumatori interessati. 16/09/2004 Il gruppo del Partito popolare europeo (Democratici cristiani) e dei Democratici europei è fermamente convinto della necessità di compiere ulteriori passi a livello sia globale sia europeo per ridurre i danni all’ambiente, compresi quelli causati dal trasporto aereo. Il gruppo del Partito popolare europeo (Democratici cristiani) e dei Democratici europei ritiene tuttavia che i potenziali effetti collaterali di simili passi debbano essere discussi attentamente con le imprese e con i consumatori interessati. Sarà altresì necessario prendere in considerazione i gravissimi danni economici già subiti dalle aerolinee europee a seguito degli avvenimenti dell’11 settembre e del drastico aumento del prezzo del petrolio. Una reazione affrettata da parte del Parlamento non sarebbe consona alla gravità delle questioni in gioco. 4-078 Meijer (GUE/NGL), per iscritto. – (NL) L’aviazione è stata per lungo tempo un’industria privilegiata. Vecchi accordi internazionali impediscono che le tasse che gravano sui trasporti terrestri siano applicate anche al trasporto aereo. In passato, tali accordi erano un modo per dare un’opportunità di sopravvivenza a una forma di trasporto internazionale nuova e in crescita ma ancora debole dal punto di vista economico. Da allora la situazione si è capovolta: il traffico aereo sta crescendo in misura esponenziale; le vecchie compagnie aeree vengono scalzate dai nuovi operatori a basso costo; l’inquinamento acustico è causa di malattie tra coloro che vivono in prossimità degli aeroporti, a loro volta in continua espansione; il riscaldamento globale aumenta e il traffico ferroviario internazionale sta andando fuori mercato poiché non è più competitivo. Al giorno d’oggi occorre proteggere la società dalla crescita continua del trasporto aereo, ma ciò non sarà sicuramente possibile fintantoché l’aviazione continuerà a godere di un margine di competitività artificioso. Per ridurre i danni ambientali, pagare i costi dell’inquinamento causato dall’aviazione e proteggere le altre modalità di trasporto, anche il trasporto aereo dovrebbe essere assoggettato a una tassazione normale. Per tale motivo, qualsiasi decisione presa a livello mondiale che confermi il divieto di tassare il trasporto aereo o che pregiudichi la riduzione dell’inquinamento è inaccettabile. Trovo sorprendente che il 1° settembre in sede di commissione per i trasporti e il turismo il gruppo più numeroso si sia opposto, come sta facendo ora, a una risoluzione mirata a bloccare i tentativi degli Stati Uniti di concedere all’aviazione un trattamento preferenziale permanente. 4-079 Queiró (PPE-DE), per iscritto. – (PT) Ho deciso di astenermi dalla votazione della proposta di risoluzione del Parlamento europeo concernente la 35a sessione dell’Assemblea dell’Organizzazione internazionale dell’aviazione civile (ICAO), che si terrà dal 28 settembre all’8 ottobre 2004. Ho voluto in tal modo affermare che, a mio parere, il Parlamento europeo non deve immischiarsi negli affari dell’Assemblea dell’ICAO prima dell’inizio della sessione e, cosa ancora più rilevante, non deve prendere posizione su materie che, per quanto ne so, sono semplici proposte di modifica di una risoluzione che sarà discussa 16/09/2004 dall’Assemblea. Per quanto la questione in esame sia senz’altro meritevole della nostra attenzione, il testo attuale, così come è stato approvato dalla maggioranza del Parlamento, stabilisce le linee di fondo della nostra posizione, dato che al punto 3 riconosce che la Commissione dovrebbe avere un seggio in seno all’Assemblea dell’ICAO. E, in ogni caso, dato che non detiene alcun seggio, non c’è alcun motivo perché il Parlamento si immischi in questa materia. 4-080 Ribeiro e Castro (PPE-DE), per iscritto. – (PT) Condivido le preoccupazioni per l’ambiente espresse dagli autori della proposta di risoluzione. Credo che le principali Istituzioni dell’Unione europea dovrebbero promuovere uno studio sull’impatto ambientale dell’aviazione civile e la ricerca di strumenti atti a ridurlo. Ciononostante, ho dovuto astenermi dal voto. Il modo frettoloso in cui la risoluzione è stata presentata ha impedito una valutazione obiettiva di una questione che, considerata la sua gravità e la sua importanza per i comuni cittadini, deve essere esaminata con attenzione, tra gli altri, dalla commissione per i trasporti e da quella per l’ambiente. 4-081 Bielorussia (B6-0038/2004) 27 Queiró (PPE-DE), per iscritto. – (PT) Ho votato a favore della risoluzione del Parlamento sulla situazione in Bielorussia malgrado abbia l’impressione che in risoluzioni come questa la linea di separazione tra, da un lato, la necessità – peraltro legittima – di esercitare pressioni politiche internazionali sui paesi e sui governi che violano i principi democratici e lo Stato di diritto e, dall’altro lato, l’ingerenza negli affari interni di un paese, che è questione assai più delicata, sia molto sottile. Considerato che la Bielorussia rientra nella politica europea di vicinato, la quale punta a sviluppare a una cooperazione rafforzata con l’Unione europea, e che sono state compiute gravi violazioni dei diritti, delle libertà e delle tutele che costituiscono parte integrante della democrazia e dello Stato di diritto, l’Unione europea e, più nello specifico, il Parlamento europeo – d’intesa con la Commissione per i diritti dell’uomo delle Nazioni Unite – devono adottare iniziative come questa risoluzione che mirano a incoraggiare il processo democratico in Bielorussia nonché lo svolgimento di libere ed eque elezioni il prossimo 17 ottobre. 4-084 Ribeiro e Castro (PPE-DE), per iscritto. – (PT) Con l’approssimarsi della data delle elezioni parlamentari in Bielorussia si intensificano i segnali che indicano una crescita allarmante di atti illegali di repressione e restrizione dei diritti, delle libertà e delle tutele in quel paese. 4-082 Pafilis (GUE/NGL), per iscritto. – (EL) Nella corsa verso le elezioni e il referendum, il Parlamento europeo approva una risoluzione che perpetua la pressione e la coercizione nei confronti del governo bielorusso e che, purtroppo, è approvata da tutti i gruppi. E’ preoccupante che il referendum sulla costituzione che si terrà lo stesso giorno delle elezioni e ha lo scopo di abrogare l’articolo che fissa un limite al numero dei mandati presidenziali consecutivi si stia viepiù trasformando in un plebiscito. Ciò che disturba la selettiva sensibilità dell’Unione europea, che interpreta a suo piacimento le violazioni dei diritti umani – siano esse reali oppure false –, è il fatto che la Bielorussia non si sia precipitata in ginocchio a mendicare l’adesione alla NATO, all’Unione europea o alle altre organizzazioni imperialiste e si rifiuti di svendere ai monopoli europei e americani le proprie redditizie risorse. Il Parlamento europeo, essendo naturalmente favorevole al rafforzamento della stabilità, della libertà e della sicurezza in Bielorussia, ha seguito con attenzione gli sviluppo politici nel paese. Perché il Parlamento europeo non ha rivolto la propria attenzione al nascente fascismo nei paesi baltici, come ha fatto la Bielorussia presentando alle Nazioni Unite una risoluzione su questo fenomeno? Perché il Parlamento resta in assoluto silenzio senza denunciare i governi degli Stati membri dell’Unione europea, degli Stati Uniti, dell’Australia, del Giappone e degli altri paesi che hanno votato contro quella risoluzione? Il popolo bielorusso è l’unico soggetto autorizzato a decidere del proprio futuro. Risoluzioni come questa sono manovre segrete mirate a fuorviare e confondere i lavoratori e a creare ingerenze negli affari interni della Bielorussia, allo scopo di modificare la volontà politica del suo popolo. Per questi motivi votiamo contro la risoluzione. 4-083 Ora l’Unione europea non deve allentare tale attenzione, deve anzi continuare a esercitare pressione sulle autorità bielorusse affinché mettano in atto cambiamenti reali, tali da realizzare più che una legalità meramente formale, suscettibili di elevare il livello di vita della popolazione, di promuovere concretamente la democrazia e di mettere i cittadini in condizione di esercitare appieno il diritto all’autodeterminazione politica. Ho votato a favore della risoluzione. 4-085 Sudan (B6-0065/2004) 4-086 Queiró (PPE-DE), per iscritto. – (PT) Ho votato a favore della proposta di risoluzione concernente la regione sudanese del Darfur, presentata a seguito delle dichiarazioni del Consiglio e della Commissione a norma dell’articolo 103, paragrafo 2, del Regolamento a nome della commissione per lo sviluppo, e delle relazioni presentate dai deputati che facevano parte della 28 delegazione del Parlamento europeo che ha visitato la regione dal 2 al 7 settembre. Quali che siano i motivi alla base di quella che è una vera e propria pulizia etnica in corso nel Darfur, è nostro dovere condannare gli atti compiuti contro la popolazione civile, che hanno causato già oltre 30 000 morti e costretto un milione di persone a cercare rifugio in altre zone del Sudan e più di 200 000 persone a riparare in Ciad. Dobbiamo condannare altresì la politica del governo sudanese, non solo perché appoggia gli attacchi contro i civili e viola gli accordi di cessate il fuoco, ma anche perché nelle zone interessate dal conflitto persegue una politica di sottosviluppo e di emarginazione economica. Questo è ciò che ho voluto esprimere con il mio voto. 4-087 Ribeiro e Castro (PPE-DE), per iscritto. – (PT) Ho seguito con grande preoccupazione le notizie giunte dal Darfur. Credo che questa vicenda offra al Parlamento l’opportunità di dare il buon esempio e di chiedere che le altre Istituzioni dell’Unione europea si comportino di conseguenza, ribadendo la loro condanna delle atrocità e ricercando una soluzione al conflitto. Dobbiamo condannare le violenze in modo inequivocabile e garantire che la mobilitazione delle risorse volte a mantenere la pace sia ben più che una semplice affermazione retorica. Non dobbiamo allentare gli sforzi già in atto, che hanno iniziato a produrre buoni risultati. Come già in Bosnia, Ruanda, Burundi e in molti altri paesi, anche nel caso del Darfur è difficile avere piena consapevolezza della tragedia che si sta consumando e che ha causato, ancora una volta, uccisioni di massa – per non usare il termine di genocidio, di cui invariabilmente diremo che sarà l’ultimo. A mio parere, l’Unione deve continuare a tenere sotto pressione il governo sudanese e i responsabili del conflitto al fine di garantire il pieno rispetto del cessate il fuoco, che è stato firmato proprio grazie alla nostra pressione. All’Unione europea, che vuole essere un soggetto politico globale, si offre un’occasione unica per far sì che l’opinione pubblica non dimentichi quanto sta succedendo nel Darfur e che i responsabili non restino impuniti. Ho votato a favore di tutti gli emendamenti, eccezion fatta per l’emendamento n. 12, avendoli ritenuti migliorativi della proposta iniziale della commissione per lo sviluppo. 4-088 Iraq (B6-0028/2004) 4-089 Fatuzzo (PPE-DE). – Signor Presidente, ieri sera mi sono addormentato pensando alla dichiarazione di voto sull’Iraq e mi sono trovato in mezzo ai dannati dell’inferno tra i quali ho riconosciuto bin Laden, con la barba che bruciava in continuazione, come nell’inferno 16/09/2004 dantesco. Nel sogno gli ho chiesto: “Ma perché ce l’avevi così tanto con noi europei e americani?” E bin Laden, mentre la sua barba continuava a bruciare, mi ha risposto: “Io ero molto ammalato e ho chiesto la pensione di invalidità alla previdenza dell’Arabia Saudita, ma non me l’hanno concessa. E’ per questo che ero così arrabbiato col mondo intero”. Ma diamogliela questa pensione di invalidità a questo bin Laden, così almeno ci lascerà tutti in pace e in tranquillità! 4-090 Borghezio (IND/DEM). – Signor Presidente, il voto della delegazione della Lega Nord di astensione sulla proposta di risoluzione sull’Iraq non è ovviamente separato dalla volontà di esprimere, come abbiamo già fatto in tutte le sedi, la piena solidarietà alle due giovani operatrici di pace e di volontariato umanitario, così dolorosamente coinvolte nella tragedia dell’Iraq. Tuttavia, intendiamo prendere le distanze dalla sottovalutazione dei rischi che corre il mondo libero nel prendere per buone le false e ipocrite dichiarazioni umanitarie di sostegno del falso islam moderato. E’ penoso vedere l’Europa e l’Occidente credere alle parole di coloro che armano la mano dei terroristi, che finanziano le reti terroristiche e che oggi si dicono favorevoli alla liberazione degli ostaggi. Occorre che l’Europa e l’Occidente mantengano una linea chiara e ferma di condanna e di rifiuto di collaborare con chi muove le reti del terrorismo. 4-091 Andersson, Hedh, Hedkvist Petersen, Segelström e Westlund (PSE), per iscritto. – (SV) Noi Socialdemocratici svedesi abbiamo deciso di astenerci dal voto su alcuni emendamenti allo scopo di garantire che la risoluzione approvata dal Parlamento europeo sia condivisa e lanci un messaggio forte. 4-092 De Rossa (PSE), per iscritto. – (EN) Appoggio la risoluzione sull’Iraq, il cui scopo principale è quello di manifestare la nostra preoccupazione per la salute degli ostaggi e chiedere che venga fatto tutto il possibile per il loro pronto rilascio. Deploro, tuttavia, che la risoluzione non esprima le preoccupazioni dei nostri concittadini per il reato di omicidio di iracheni commesso da parte delle forze occupanti. Essa non analizza gli avvenimenti degli ultimi due anni, che sono stati determinanti per la situazione attuale in Iraq, e, pertanto, non denuncia la sfida che l’amministrazione Bush, con la sua fretta di invadere il paese, ha di fatto lanciato all’ONU. Il Segretario generale Kofi Annan ha giustamente definito tale invasione come un atto illegale e contrario alla Carta delle Nazioni Unite. Si tratta di una questione da cui non si può prescindere. E’ quindi molto importante che la commissione per gli affari esteri prepari con urgenza, come richiesto, un’esaustiva relazione sulla situazione in Iraq che tenga conto delle conseguenze della guerra e di tutti i problemi connessi con il ritiro delle forze che illegalmente 16/09/2004 occupano il paese, nonché con la riabilitazione, la ricostruzione e la stabilizzazione dell’Iraq. 4-093 Evans, Jillian (Verts/ALE), per iscritto. – (EN) Condivido pienamente la severissima condanna espressa dal Parlamento europeo per i rapimenti di ostaggi in Iraq, nonché la richiesta della loro immediata liberazione. In tal senso, approvo i paragrafi 2 e 3 della risoluzione; tuttavia non mi sento di votare a favore dell’intera risoluzione poiché essa mira a giustificare una guerra illegale e ingiusta e l’occupazione dell’Iraq. 4-094 Gollnisch (NI), per iscritto. – (FR) Il rovesciamento del regime del partito Baath, che è stato l’unica forza politica irachena a orientamento laico, è stato un errore madornale. Oggi l’Iraq è nelle mani di piccoli e incontrollati gruppi islamici. Con la cattura di Georges Malbrunot e Christian Chesnot, anche la Francia è stata trascinata nella palude irachena. I rapitori degli ostaggi francesi non chiedono il ritiro delle truppe, dato che la Francia si è rifiutata di partecipare alla guerra; questi terroristi, che appartengono all’Esercito islamico dell’Iraq, vogliono di più: ordinando alla Francia di rivedere una delle sue leggi, hanno chiesto al nostro paese di rinunciare al libero esercizio della sua sovranità. Hanno fatto tale richiesta poiché ritengono che il nostro paese, che ospita sei milioni di musulmani, debba assoggettare le proprie leggi alle norme della sharia. Questo è il risultato di quarant’anni di immigrazione massiccia e incontrollata. I negoziati condotti dai membri del Consiglio francese per la fede islamica con leader islamici iracheni, ampiamente pubblicizzati dai media, sono un’ulteriore dimostrazione del fatto che è in atto un processo di riduzione dei cittadini francesi allo stato di dhimmi. Chirac e Raffarin, che con la scusa della laicità si rifiutano di riconoscere le radici cristiane della Francia, hanno inviato esponenti delle associazioni islamiche affinché fungano da ambasciatori. Christian Chesnot e Georges Malbrunot sono ostaggi di un sequestro affatto particolare: in realtà, è la Francia ad essere ostaggio della propria politica d’immigrazione. 4-095 Howitt (PSE), per iscritto. – (EN) La delegazione del Partito laburista al Parlamento europeo approva la risoluzione, in particolare laddove essa insiste sulla necessità di aumentare quanto più possibile il coinvolgimento dell’Unione europea e chiede la liberazione incondizionata degli ostaggi francesi, italiani e di altre nazionalità e il loro rimpatrio in condizioni di incolumità. Pur rendendoci conto della gravità delle condizioni della sicurezza in Iraq, reputiamo inutile inserire nell’emendamento n. 1 la dicitura “la maggioranza della popolazione irachena”. Un trasferimento delle truppe della coalizione o, addirittura, il loro totale ritiro sono ipotesi non realistiche, che potrebbero peraltro peggiorare una situazione già di per sé difficile. Possiamo comprendere che il Parlamento 29 non abbia una posizione univoca sugli aspetti giuridici della vicenda irachena; nondimeno vogliamo lanciare un appello affinché esso ritrovi l’unità nel guardare al futuro di quel paese – non al passato – allo scopo di lavorare insieme a favore della pace, della riconciliazione e della ricostruzione di un Iraq democratico. 4-096 Meijer (GUE/NGL), per iscritto. – (NL) All’inizio del 2003, la maggioranza del Parlamento si era espressa contro il progetto della guerra preventiva contro l’Iraq. Successivamente è stato dimostrato che la giustificazione addotta per tale guerra, ovvero il possesso da parte del regime di Saddam Hussein di armi di distruzione di massa, era infondata. Grazie all’intervento degli Stati Uniti e dei suoi alleati europei, l’Iraq è stato trasformato in un terreno di coltura della resistenza fondamentalista islamica. Tra i politici europei si sta ora diffondendo la paura per le possibili conseguenze di un eventuale ritiro degli eserciti delle forze occupanti. In ogni caso, anche indipendentemente da tale ritiro, diventa sempre più urgente la necessità che l’Europa si dissoci dalle posizioni americane in Iraq. Gli Stati Uniti vogliono il petrolio, vogliono procurarsi forniture per le loro imprese e vogliono sostituire l’euro con il dollaro nei contratti internazionali, e non ci pensano proprio a ricostruire centrali elettriche, depuratori per l’acqua, scuole e ospedali. L’Europa può assumersi questo compito della ricostruzione delle infrastrutture civili e può contribuire alle libere elezioni offrendo una buona occasione a soggetti che non siano le forze religiose e conservatrici e i paesi satellite degli Stati Uniti, ad esempio ai comunisti e ai partiti curdi del nord del paese. E’ del tutto evidente che le forze europee presenti in Iraq dovrebbero limitare il loro mandato a questo tipo di azioni e lasciare il paese non appena glielo chiederà la popolazione irachena. Sono contrario alla risoluzione perché essa non contiene tale indicazione, ma appoggio naturalmente la richiesta della liberazione degli ostaggi, pur ritenendo che le possibilità che ciò accada saranno scarse finché non sapremo offrire al popolo iracheno alcuna prospettiva di miglioramento. 4-097 Pafilis (GUE/NGL), per iscritto. – (EL) Siamo contrari a questa proposta di risoluzione comune perché è una provocazione nei confronti delle persone di tutto il mondo che lottano per la pace e si oppongono all’ingiusta guerra imperialista in corso in Iraq. I poteri politici che appoggiano la risoluzione accettano e approvano l’operato delle forze di occupazione in Iraq, riconoscono il governo di occupazione e collaborano con esso, inoltre chiamano terrorismo la resistenza opposta dal popolo iracheno alle forze occupanti e al governo collaborazionista. Il Parlamento europeo si sta trasformando in un “riciclatore di crimini”, confermando così la natura imperialista dell’Unione europea e la sua identificazione con gli Stati Uniti. 30 Col pretesto di liberare gli ostaggi e richiamandosi a un cosiddetto Iraq democratico e indipendente, il Parlamento sta contribuendo a creare le condizioni per consentire all’Unione europea di essere ammessa alla spartizione imperialista del bottino, di difendere gli interessi dei grandi affaristi in un’area più ampia, di assumere il controllo delle risorse che creano ricchezza e delle rotte del petrolio, nonché di sfruttare il popolo. Gli unici ad avere il diritto di risolvere i problemi politici dell’Iraq sono gli iracheni. 16/09/2004 l’egida delle Nazioni Unite qualcosa che è stato fatto al di fuori e in contrasto con le stesse Nazioni Unite e il diritto internazionale. Gli emendamenti presentati dai Verdi amplierebbero la base di consenso al punto tale che noi saremmo gli unici ad esserne esclusi, e il fatto che gli emendamenti presentati dal nostro gruppo non siano stati approvati sembra dimostrare una volta di più che resteremmo isolati su una questione così importante come questa. In realtà noi non ci sentiamo così isolati. Il popolo, anche il popolo europeo, chiede l’immediato ritiro di tutte le forze di occupazione, le quali devono risarcire gli iracheni per i crimini e le distruzioni che hanno commesso. I poteri che appoggiano la risoluzione si sono opposti a tale richiesta corale votando contro l’emendamento che propone il ritiro delle forze straniere e ribadendo ancora una volta il loro sostegno alla guerra. Sappiamo che siamo con coloro che si oppongono alla natura illegale e ingiusta della guerra, all’invasione e all’occupazione. Siamo con coloro che resistono e con coloro che chiedono l’immediato ritiro delle forze occupanti. Del pari, coloro che sono contrari alla guerra e favorevoli alla pace sono con noi. 4-098 4-100 Queiró (PPE-DE), per iscritto. – (PT) Ho votato a favore della risoluzione del Parlamento sull’Iraq perché penso che l’Europa debba lanciare un chiaro segnale condannando fermamente gli attentati terroristici compiuti contro la popolazione civile, le forze di polizia, i soldati della forza multinazionale e gli ostaggi civili. Il Parlamento deve usare tutta la sua influenza e tutto il suo peso politici per ottenere l’immediata liberazione degli ostaggi. Dobbiamo altresì appoggiare i progetti del governo provvisorio volti a portare avanti i preparativi necessari affinché nel gennaio 2005 si possano tenere elezioni libere e democratiche, le quali permetteranno agli iracheni di proseguire lungo la strada verso la democrazia e verso lo smantellamento delle reti terroristiche operanti nel loro paese. Il Parlamento non deve, quindi, esitare di fronte alla complessità dei tempi che stiamo vivendo. Dobbiamo mantenere salde le nostre società, e le nostre alleanze devono restare solide e leali, ma, soprattutto, le nostre azioni devono far parte di una lotta concertata a favore della pace, della stabilità e della prosperità, cui l’Iraq e il popolo iracheno hanno incontestabilmente diritto. Ribeiro e Castro (PPE-DE), per iscritto. – (PT) Ho seguito con allarmata preoccupazione gli avvenimenti in Iraq e, più in particolare, le difficoltà di stabilizzare il paese in senso democratico dopo la caduta del regime dittatoriale di Saddam Hussein. I frequenti sequestri di ostaggi e assassinii di cittadini iracheni e stranieri, che rappresentano una sfida per la comunità internazionale e il governo provvisorio iracheno, rivelano in modo impietoso quanto resti ancora da fare in quel paese. 4-099 Ribeiro (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) La risoluzione è molto importante poiché ha tracciato linee di demarcazione molto nette. La risoluzione comune dimostra che è stato raggiunto un accordo tra i democratici di destra e i socialdemocratici – un accordo che non può passare inosservato. Su che cosa si basa tale accordo? Si basa sul riconoscimento che esiste una resistenza da parte del popolo iracheno contro il terrorismo (che esiste, che noi condanniamo, ma che non esclude… altri). L’accordo si basa sul fatto di far passare la tragica situazione delle vittime, dei giornalisti e dei volontari che hanno perso la vita o sono stati presi in ostaggio come causa invece che come conseguenza dell’invasione e dell’occupazione. Si basa sul tentativo di portare, in un futuro prossimo, sotto L’Unione europea deve far sentire tutta l’esperienza che ha maturato con i suoi interventi in situazioni provvisorie e di emergenza umanitaria; deve continuare a sostenere gli sforzi verso la transizione, nella speranza che si possa in tal modo completare il processo, attualmente in corso, di restituzione al popolo iracheno del suo potere di autodeterminazione e di affermazione della democrazia in Iraq. Gli aiuti aggiuntivi proposti dalla Commissione, che approvo, sono un segnale di questo nostro impegno. Deploro che le Nazioni Unite non siano ancora riuscite ad assumere tutte le loro funzioni in Iraq e mi auguro che il Consiglio di sicurezza continui a sostenere il governo provvisorio, dopo averlo già legittimato riconoscendone formalmente la sovranità. Ho votato a favore della proposta di risoluzione comune poiché ritengo che essa sia equilibrata. Non condivido gli emendamenti proposti dai comunisti e dai Verdi, che testimoniano chiaramente il loro intento demagogico e l’incapacità di comprendere la situazione irachena. Fortunatamente, gli emendamenti sono stati respinti. 4-101 CITES (B6-0029/2004) 4-102 De Rossa (PSE), per iscritto. – (EN) Appoggio pienamente la risoluzione, nella quale si chiede che il principio di precauzione sia il criterio di riferimento per 16/09/2004 le decisioni sui documenti di lavoro della convenzione CITES e sulle proposte relative agli elenchi. La storia ha dimostrato che la caccia e il commercio su vasta scala di animali selvatici portano molto spesso tali specie sull’orlo dell’estinzione. Il commercio della carne di animali selvatici destinata al consumo umano è solo una parte di un più ampio commercio che comprende anche la compravendita di avorio, pellicce e determinati organi di questi animali e che costituisce una minaccia per la biodiversità e l’equilibrio ecologico in aree quali l’Africa centrale e occidentale. E’ evidente l’esistenza di uno stretto nesso tra povertà, sviluppo economico e sociale e consumo di carne di animali selvatici. Per tale motivo occorre affrontare la questione nel contesto di una strategia globale mirata allo sviluppo e alla riduzione della povertà. A livello nazionale, i governi dell’Unione europea devono garantire che le loro politiche di aiuto allo sviluppo siano “certificate dal punto di vista della conservazione”, ovvero promuovano la biodiversità e la conservazione dell’habitat. 4-103 Ribeiro e Castro (PPE-DE), per iscritto. – (PT) La conservazione della natura è un tema di cui l’Unione europea e, più in particolare, il Parlamento si sono occupati con grande attenzione. La Convenzione sul commercio internazionale delle specie animali e vegetali minacciate di estinzione è il più importante strumento giuridico esistente al mondo per difendere e tutelare la fauna e la flora selvatiche. Oggi più che in passato, i paesi firmatari devono collaborare e scambiarsi informazioni allo scopo, inter alia, di contrastare il crimine internazionale che alimenta questo commercio. Credo che, a livello esterno, l’Unione europea potrebbe svolgere un ruolo importante creando gli strumenti necessari per avviare una stabile cooperazione con paesi terzi, favorendo iniziative mirate a proteggere specie in pericolo e promovendo la biodiversità. Ho votato a favore della risoluzione. 4-104 Pafilis (GUE/NGL), per iscritto. – (EL) Votiamo contro la risoluzione sulla situazione in Vojvodina poiché la consideriamo un tentativo di creare una condizione particolarmente pericolosa, che può aprire la strada a un ulteriore, gratuito intervento imperialista nella zona dei Balcani, che soffre ormai da lungo tempo. Il crescente aumento di scontri, profanazioni di tombe e scritte fasciste, che denunciamo a prescindere dalla loro matrice, sta diventando un pretesto per lanciare accuse e aperte minacce in Serbia-Montenegro e per alimentare l’escalation della situazione. Le decisioni sulle missioni di pace dell’Unione europea in quella regione hanno rappresentato fino ad ora l’apice dell’azione interventista dell’UE in Vojvodina ed 31 equivalgono a una minaccia diretta di un possibile intervento militare, vista la presenza di forze militari dell’Unione in Bosnia-Erzegovina e nell’ex Repubblica jugoslava di Macedonia e di forze di occupazione in Kosovo. Non possiamo tollerare e, quindi, denunciamo sia i tentativi di fuorviare l’opinione pubblica, come auspicato da alcuni, sia la sfacciata intenzione dell’Unione di confermare ancora una volta, in Vojvodina, il ruolo minaccioso e aggressivo dell’esercito europeo. 4-105 Presidente. – Con questo si concludono le dichiarazioni di voto. (La seduta, sospesa alle 12.30, riprende alle 15.00) 4-106 PRESIDENZA DELL’ON. VIDAL-QUADRAS ROCA Vicepresidente5 4-107 Discussioni su casi di violazione dei diritti umani, della democrazia e dello Stato di diritto (articolo 115 del Regolamento del Parlamento) 4-108 Presidente. – L’ordine del giorno reca la discussione su problemi di attualità, urgenti e di notevole rilevanza. 4-109 Vertice ASEM (Asia-Europe Meeting) 4-110 Presidente. – L’ordine del giorno reca, in discussione congiunta, le seguenti proposte di risoluzione: – (B6-0046/2004) degli onorevoli Glenys Kinnock, Mauro Zani e Margrietus J. Van den Berg a nome del gruppo PSE, sulla situazione in Birmania/ASEM; – (B6-0048/2004) dell’onorevole Vittorio Emanuele Agnoletto a nome del gruppo GUE/NGL, sulla Birmania e il prossimo Vertice ASEM; – (B6-0056/2004) degli onorevoli Nirj Deva, Bernd Posselt, Charles Tannock e Geoffrey Van Orden a nome del gruppo PPE-DE, sul Vertice ASEM (Incontro AsiaEuropa); – (B6-0059/2004) dell’onorevole Johan Van Hecke a nome del gruppo ALDE/ADLE, sulla Birmania (Vertice ASEM); – (B6-0061/2004) dell’onorevole Frithjof Schmidt a nome del gruppo Verts/ALE, sulla Birmania e il Vertice ASEM. 4-111 Martínez Martínez (PSE). – (ES) Signor Presidente, il gruppo socialista al Parlamento europeo attribuisce 5 Approvazione del processo verbale: cfr. Processo verbale. 32 grande importanza alle relazioni tra l’Unione europea e i paesi asiatici, e ciò non solo per considerazioni di natura economica e commerciale, ma anche perché è assolutamente necessario avviare una cooperazione in campo politico per creare un ordine mondiale di pace e stabilità. E’ essenziale che i nostri partner asiatici ci considerino come una potenza economica, industriale, scientifica e culturale, ma anche che siano favorevoli al processo di integrazione del nostro continente e ai valori democratici e di solidarietà sui quali tale processo si fonda. Abbiamo reagito con preoccupazione all’annuncio che il governo birmano è stato invitato a partecipare al prossimo Vertice Asia-Europa di Hanoi. Non crediamo che l’invito sia opportuno. L’Unione europea deve continuare la sua politica di isolamento del regime di Rangoon, spiegando ai suoi vicini che lo condanniamo perché si tratta di uno dei regimi più spietati dell’Asia e del mondo intero. La dittatura militare insediata dal Generale Ne Win è stata poi perpetuata dai suoi successori, che hanno soffocato nelle sofferenze e nel terrore gli sforzi libertari dei democratici birmani. Per coloro tra noi che conoscono e amano la Birmania, la tristezza e l’indignazione sono ancora più profonde poiché sappiamo che in passato quel paese, grazie a governi di ispirazione socialdemocratica, è stato un modello di apertura, libertà e democrazia, di tolleranza, coesistenza e integrazione di numerosi gruppi etnici, nonché – cosa ancora più importante – di progresso sociale. Tutto ciò è stato poi distrutto dagli autori del colpo di Stato militare, i quali hanno insediato un regime totalitario e corrotto che ha portato il paese alla rovina, ha permesso ai suoi leader di arricchirsi – a dispetto della miseria in cui vive la massa della popolazione – e ha trasformato la Birmania in uno dei protagonisti del contrabbando internazionale di droga. L’Unione europea deve contribuire a emarginare questo paese chiedendo che Aung San Suu Kyi e le altre persone detenute per motivi di coscienza siano liberate e che i partiti politici possano partecipare a tutti i processi di ispirazione democratica. Per quanto Rangoon si sforzi di nasconderla, è questa la situazione in cui si trova la Birmania, un paese in cui continuano a regnare sovrani il totalitarismo, la corruzione e gli abusi ai danni delle persone su cui avremmo potuto fare affidamento per promuovere una maggiore apertura. Se chiederà l’esclusione del regime birmano dal Vertice di Hanoi, l’Unione europea non solo farà la cosa giusta, ma consoliderà altresì, con un atteggiamento determinato e coerente, la propria credibilità agli occhi dei partner asiatici e sicuramente agli occhi del popolo birmano. 16/09/2004 (Applausi) 4-112 Van Orden (PPE-DE). – (EN) Signor Presidente, desidero soltanto chiedere se la Presidenza del Consiglio ci farà l’onore di assistere ai nostri lavori di questo pomeriggio, poiché le osservazioni che intendo fare – e, ne sono certo, anche quelle di molti colleghi – sono rivolte al Consiglio. E’ una vergogna che il Consiglio non sia qui. Può rispondere a questa mia domanda prima che io prosegua con altre osservazioni? (Applausi) 4-113 Presidente. – Onorevole Van Orden, la rappresentanza del Consiglio è decisa dal Consiglio, e come lei stesso può vedere il Consiglio è qui presente. Può anche darsi che la rappresentanza non sia numerosa, però spetta solo al Consiglio decidere in merito; il Parlamento non può permettersi di dire al Consiglio come debba essere rappresentato alle nostre sedute. Ritengo tuttavia che il suo commento sia senz’altro valido. 4-114 Van Orden (PPE-DE). – (EN) Signor Presidente, questa è la quarta risoluzione sulla Birmania che ho sottoposto al Parlamento negli ultimi diciotto mesi, ma la situazione in questo paese continua a deteriorarsi e il Consiglio si comporta in modo vile. La dittatura militare birmana è entrata nel suo 43° anno di governo illegittimo. Sono passati quindici anni da quando Aung San Suu Kyi venne posta per la prima volta agli arresti domiciliari e quattordici anni da quando il Consiglio per la pace e lo sviluppo decise di non tener conto della volontà espressa dal popolo birmano nelle elezioni del 1990. A dispetto di tutto ciò, il messaggio che il Consiglio sta inviando alla dittatura birmana è che si tratta di un membro accettabile e benvenuto nella comunità internazionale, nonostante la sua politica di repressione. L’adesione della Birmania all’ASEAN, nel 1997, fu sbandierata come un modo per esercitare pressione sul regime; dall’ASEAN, però, sono venuti soltanto dei timidi rimbrotti – che la dittatura birmana ha peraltro ignorato – e poi più nulla. Sei anni dopo l’adesione della Birmania all’ASEAN, la repressione in questo paese è più forte di prima e il ripristino della democrazia è soltanto una prospettiva remota. Il prossimo mese di ottobre l’ASEAN vuole invitare la Birmania al Vertice ASEM V che si terrà a Hanoi. So bene che i rapporti tra l’Europa e l’ASEAN poggiano su basi ampie e sono di grandissima importanza, ma proprio per tali motivi non dovrebbero essere condizionati dalla questione birmana. Invece, è proprio quanto sta accadendo a causa dell’atteggiamento dei paesi dell’ASEAN. I governi degli Stati asiatici devono rendersi conto che corrono il rischio di sacrificare una proficua partnership con l’Unione europea a vantaggio di un regime moralmente corrotto come quello birmano. Dobbiamo chiedere l’esclusione della Birmania dall’ASEM fintantoché quel paese non avrà soddisfatto le richieste della comunità internazionale. 16/09/2004 33 4-116 Mi spiace dover dire che questa vicenda presenta somiglianze con il caso dello Zimbabwe. Anche lo Zimbabwe è governato da un regime colpevole di atrocità, un regime il cui potere è, per molti versi, addirittura più illegittimo nei confronti della volontà popolare di quello birmano. Anche con lo Zimbabwe l’Unione europea ha recitato la commedia delle sanzioni, che sono state adottate a malincuore, ma che, nei fatti, non hanno recato alcun danno al regime perché sono prevalsi gli interessi personali di uno o due dei nostri Stati membri. Anche in tale caso, i paesi confinanti dispongono degli strumenti necessari per cambiare la situazione, però anch’essi, fuorviati da motivi personali, si sono rifiutati di usarli – e l’Unione si guarda bene dall’esercitare pressioni in tal senso. E’ necessario che i paesi aderenti all’ASEAN chiedano con fermezza che Aung San Suu Kyi sia liberata immediatamente e che il partito di opposizione, la Lega nazionale per la democrazia, possa operare in piena libertà. Dal canto loro, i ministri degli Esteri dell’Unione europea hanno il dovere di chiedere che ciò avvenga prima che alla Birmania sia permesso di sedersi al loro stesso tavolo durante il prossimo Vertice di Hanoi. 4-115 Toia (ALDE/ADLE). – Signor Presidente, onorevoli colleghi, la situazione della Birmania, un paese che vive sotto un regime oppressivo, violento e assai sanguinario, è nota a tutti. Ciononostante, mentre sono noti gli episodi che riguardano l’incarcerazione di Aung San Suu Kyi e l’impossibilità per l’LND, il partito che aveva vinto le elezioni, di agire politicamente, sono meno noti altri fatti gravissimi che riguardano gli arruolamenti dei bambini soldato, l’avvio ai lavori forzati di gran parte della popolazione e, cosa che vede particolarmente sensibili le donne in questo Parlamento ma credo anche tutte le persone civili, le sevizie che vengono compiute sulle donne delle minoranze etniche. Ci sono corpose documentazioni presso le Nazioni Unite che credo dovrebbero essere oggetto di approfondimenti anche da parte di questo Parlamento. In questa situazione noi riteniamo che vada accolta la richiesta dei paesi dell’ASEAN, che hanno già associato al loro forum la Birmania, di farla partecipare al prossimo vertice ASEM, che vede l’Unione europea impegnata in un dialogo di cooperazione e di scambio politico con i paesi asiatici. Io credo che, in una riunione informale, i ministri degli Esteri abbiano inopinatamente – se mi è permesso questo giudizio – già dato un cenno di assenso a questa partecipazione. Credo che il Consiglio europeo debba agire diversamente per ripristinare una situazione che non può vedere i cittadini europei guardare, seduti fianco a fianco, i loro capi di Stato e di governo e i rappresentanti di un paese così sanguinario, con un regime così violento e repressivo. Chiediamo dunque che il Consiglio europeo assuma una posizione diversa che, proprio attraverso i paesi dell’ASEAN, sappia convincere la Birmania ad attuare un cambiamento. Schmidt, Frithjof (Verts/ALE). – (DE) Signor Presidente, la lotta del popolo birmano per la democrazia è stata lunga. Nel 1990 fu illuminata da un raggio di speranza, quando la Lega nazionale per la democrazia, guidata da Aung San Suu Kyi, insignita del Premio Nobel per la pace per il suo impegno a favore di una svolta nel segno della non violenza, vinse le elezioni con l’82 per cento dei suffragi. Da quel momento in poi, però, il paese è stato governato da una crudele dittatura militare che ha costretto Aung San Suu Kyi agli arresti domiciliari e le ha inferto vessazioni. Nel paese ci sono più di 1 000 prigionieri politici. Da alcune organizzazioni abbiamo appreso, tra l’altro, che le forze armate hanno cominciato a ricorrere agli stupri sistematici come arma contro le minoranze etniche. Le violazioni dei diritti umani sono una pratica molto diffusa. In questi anni la dittatura militare è stata più volte denunciata da istituzioni internazionali, tra cui il Parlamento europeo e il Consiglio, che hanno ripetutamente avanzato tre richieste: libertà per la Lega nazionale per la democrazia, perché possa svolgere attività politica; libertà per Aung San Suu Kyi; avvio di un dialogo politico mirato a far avanzare il processo di democratizzazione del paese. Un passo avanti molto importante è stato compiuto al Vertice ASEM di Kildare, nel 2004, quando gli Stati asiatici hanno approvato queste richieste come requisito minimo che la Birmania dovrà soddisfare per poter essere ammessa ai prossimi vertici ASEM. Possiamo quindi notare che nella comunità internazionale esiste un ampio consenso sulla necessità che dette condizioni siano rispettate, come ripetutamente chiesto da quest’Assemblea. E’ pertanto del tutto incomprensibile, nonché estremamente deplorevole, che i ministri degli Esteri dell’Unione europea abbiano deciso di rinunciare sic et simpliciter ai criteri e alle condizioni politiche che pure essi stessi avevano imposto, e abbiano accettato la partecipazione della Birmania ai vertici ASEM senza pretendere il soddisfacimento di quei requisiti. Né c’è motivo di pensare che in Birmania negli ultimi mesi ci sia stato un cambiamento in meglio, o qualcosa del genere – anzi, è vero l’esatto contrario. Un simile voltafaccia è assolutamente incomprensibile e rischia, oltre a tutto, di minare la credibilità della politica europea dato che, d’ora in avanti, chi mai dovrebbe prendere sul serio le nostre risoluzioni? Chi prenderà sul serio le risoluzioni del Consiglio dei ministri degli Esteri che per dieci anni ha continuato a ripetere che “la vostra partecipazione è soggetta al rispetto di queste condizioni” e poi, di fronte al fatto concreto, dice “ma no, non era questo che intendevamo, va bene lo stesso”. Sappiamo tutti che, ovviamente, ci sono stati accordi dietro le quinte dettati dagli interessi economici in gioco, e sappiamo pure che negli ambienti imprenditoriali si sostiene che dovremmo assumere un comportamento più prudente nei confronti della Birmania, che la Cina vuole conquistare il mercato birmano tutto per sé e che la 34 competitività dell’Unione europea è in pericolo se sulla Birmania non adotteremo una linea più morbida. Questo è lo scenario che ha fatto da sfondo a quella decisione. Credo che come Parlamento abbiamo il dovere di affermare chiaro e forte che qui è in gioco la credibilità dei valori su cui si fonda la politica estera europea. Dobbiamo dichiarare apertamente che la politica estera europea continua ad ispirarsi a quei valori e che noi restiamo fedeli alle nostre risoluzioni. Dobbiamo dire chiaramente che i ministri degli Esteri hanno preso una decisione sbagliata e che il Parlamento continuerà ad avere un atteggiamento critico nei confronti del governo birmano. 4-117 Stihler (PSE). – (EN) Signor Presidente, la partecipazione della Birmania al Vertice ASEM di Hanoi, nel prossimo mese di ottobre, è a mio parere un affronto alla democrazia e all’umanità. Come già osservato dall’oratore precedente, l’onorevole Schmidt, la Birmania non ha ancora soddisfatto le tre condizioni necessarie per poter partecipare al Vertice: Aung San Suu Kyi e gli altri leader della Lega nazionale per la democrazia non sono stati liberati, non è stato permesso loro di partecipare liberamente alla Convenzione nazionale e le procedure previste per quest’ultima non sono state modificate. Nel frattempo, stando alle informazioni di Amnesty International, si sono verificati migliaia di casi di stupri compiuti a fini politici per reprimere le minoranze. Ancora la settimana scorsa, si è appreso che la Lega delle donne birmane ritiene che questi stupri siano una pratica assai diffusa in varie zone del paese e che le vittime abbiano, in molti casi, meno di diciott’anni e, in almeno un caso, addirittura meno di dodici anni. Inoltre, è opinione prevalente che l’esercito birmano annoveri tra le sue fila una percentuale di bambini soldato più elevata di qualsiasi altro esercito al mondo. Sono assolutamente contraria alla partecipazione della Birmania al prossimo Vertice e mi auguro che l’invito inviato a questo paese venga revocato fino a quando la democrazia non sarà stata ripristinata e Aung San Suu Kyi non sarà stata liberata. 4-118 Maaten (ALDE/ADLE). – (NL) Signor Presidente, il Vertice di Hanoi si terrà l’8 e il 9 ottobre e il suo svolgimento è ovviamente positivo, considerata la grande importanza del dialogo tra l’Asia e l’Europa. Riguardo al Vertice, però, si impongono alcune osservazioni. Della Birmania si è già parlato e anch’io ne riparlerò tra breve. In primo luogo voglio osservare che, se il fatto di organizzare il vertice a Hanoi offre, naturalmente, al Vietnam l’occasione per mostrare al mondo le riforme che ha sin qui realizzato, non va tuttavia dimenticato che esiste tuttora un profondo abisso tra l’aspirazione di creare un clima proficuo e onesto per i rapporti d’affari e la realtà dei fatti. In passato, nell’ottobre 2001 e poi ancora un anno fa, ho illustrato a quest’Assemblea la vicenda capitata al signor Bin Vinh Trinh, un vietnamita 16/09/2004 che, dopo un lungo soggiorno all’estero, aveva fatto investimenti nel paese d’origine; però, con l’inganno, i suoi beni gli sono stati sottratti, le proprietà confiscate e lui stesso è stato incarcerato. Quella vicenda non solo ha avuto conseguenze drammatiche per il diretto interessato e la sua famiglia, ma, anche e soprattutto, ha lanciato un segnale negativo a potenziali investitori esteri interessati a operare in Vietnam. A mio parere, è giunto il momento che il governo vietnamita compia un gesto riparatore. In secondo luogo, i diritti umani sono un tema controverso anche in altri paesi di quella regione – e continuano ad esserlo. In proposito penso alla Thailandia. Corrisponde al vero che i governi tailandese e olandese hanno recentemente firmato un accordo in materia di estradizione per lo scambio di prigionieri olandesi detenuti da molto tempo: si tratta senz’altro di un positivo passo avanti. E’ però altrettanto vero che un detenuto di cui mi occupo in particolare, Machiel Kuijt, per il quale era stato concordato che sarebbe comparso dinanzi alla Corte di cassazione entro il 1° luglio, a tutt’oggi non è stato ancora ascoltato dai giudici. Mi auguro che il governo tailandese terrà fede alla propria promessa. Desidero peraltro ricordare che la Commissione ha fornito un utile contributo al riguardo; sarebbe bene se anche il Consiglio potesse fare altrettanto. Concluderò parlando della Birmania, cui si è già accennato. In nessun altro paese asiatico si sta combattendo tanto per affermare i diritti umani e la democrazia quanto in Birmania; inoltre, i problemi di questo paese hanno radici che affondano nella sua storia. I Liberali sono naturalmente favorevoli, in linea di principio, ad avviare un dialogo, a condizione però che entrambe le parti vi possano partecipare in modo serio; in caso contrario, non vi sarebbe motivo alcuno per sedersi al tavolo negoziale. Personalmente ritengo che gli altri paesi asiatici e, in particolare, quelli aderenti all’ASEAN che insistono così tanto sulla partecipazione della Birmania agli incontri, abbiano la responsabilità di fare in modo che la Birmania prenda sul serio questo tipo di dialogo. 4-119 Gomes (PSE). – (EN) Signor Presidente, alla fine del 2002 ho compiuto un viaggio in Birmania e ho potuto constatare che il paese è uno Stato di polizia. Le autorità birmane non hanno collaborato con gli inviati speciali delle Nazioni Unite e l’ultimo attacco contro Aung San Suu Kyi e la Lega nazionale per la democrazia costituisce un nuovo passo indietro. Il mondo non deve dimenticare quanto succede nel resto del paese, che subisce una grave repressione. Le discriminazioni che colpiscono i gruppi etnici diversi, la confisca delle proprietà, l’esistenza di prigionieri politici e di bambini soldato, il ricorso a pratiche quali il lavoro coatto e lo stupro per motivi politici sono stati ampiamente documentati, al pari della distruzione di interi villaggi per mezzo di incendi. Il cinquanta per cento del bilancio nazionale è destinato alle forze armate; i fondi provengono da attività economiche e investimenti 16/09/2004 stranieri. La brutale dittatura militare è la causa prima di tutti i problemi che affliggono la Birmania. Non sono mai state applicate con rigore sanzioni capaci di produrre effetti concreti. La Birmania non ha ancora soddisfatto nessuno dei tre criteri stabiliti dall’Unione europea lo scorso aprile. Tutti i membri della commissione per lo sviluppo intervenuti in discussione ritengono fermamente che l’Unione non debba partecipare al Vertice ASEM di Hanoi se vi sarà presente la Birmania. L’Unione dovrebbe anzi aumentare e rafforzare le sanzioni contro i leader del regime e imporre sanzioni anche alle imprese europee che fanno affari con il regime birmano – mi riferisco nello specifico alla compagnia petrolifera francese Total –, nonché indurre paesi come gli Stati Uniti, l’Australia e il Giappone a fare altrettanto. I membri dell’Unione dovrebbero chiedere al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite di imporre pesanti sanzioni mirate contro il regime militare birmano, dato che esso compie violazioni di massa dei diritti umani, deporta rifugiati nei paesi confinanti e finanzia il crimine e la produzione di droga. Sarebbe una vergogna se al Vertice ASEM l’Unione europea permettesse che la questione birmana venga accantonata come un aspetto secondario delle sue relazioni generali con l’Asia. 4-120 Verheugen, Commissione. – (EN) Signor Presidente, la Commissione è molto preoccupata per la situazione in Birmania e dal 2001 non ha mancato di ribadire tali preoccupazioni in occasione degli incontri Asia-Europa che si sono tenuti nell’ambito del processo ASEM, parlandone con capi di Stato e di governo, ministri e alti funzionari dei dieci paesi dell’Asia sudorientale e nordorientale che partecipano ai vertici ASEM. Non c’è bisogno, da parte mia, di ricordare agli onorevoli deputati quale importanza rivestano i vertici ASEM nel quadro del dialogo politico tra l’Unione europea e l’Asia, poiché si tratta delle uniche occasioni in cui i capi di Stato dell’Unione incontrano i capi di Stato dei paesi dell’Asia sudorientale e nordorientale nell’ambito di un dialogo strutturato per gruppi. E’ assolutamente evidente che tutti i membri dell’Unione europea danno una valutazione molto negativa del regime militare di Rangoon; l’Unione continuerà a ripresentare la propria richiesta di un rilascio immediato e incondizionato di Aung San Suu Kyi e degli altri esponenti di spicco della Lega nazionale per la democrazia. Fino ad ora, purtroppo, il governo birmano non ha dimostrato alcun segno di disponibilità ad accogliere tale richiesta né a soddisfare le altre due condizioni fissate a Tullamore Gymnich. 35 regime di Rangoon. L’Unione europea ha trovato un accordo sulla partecipazione della Birmania al Vertice ASEM con i dieci nuovi Stati membri, la Cambogia e il Laos, però si attende che la Birmania vi partecipi con una rappresentanza di livello inferiore a quello di capo di Stato o di governo. Nel contempo, al fine di inviare al regime birmano un segnale che esprima con forza la nostra contrarietà alle sue politiche, l’Unione europea ha deciso di rafforzare le misure mirate contro il regime birmano, qualora lo stesso non soddisfi le condizioni di Tullamore entro la data del prossimo Vertice ASEM. I ministri hanno deciso di includere nell’elenco delle persone cui negare il visto anche gli ufficiali in servizio a partire dal grado di generale di brigata in su e i membri delle loro famiglie, nonché di proibire a società e organizzazioni registrate nell’Unione europea di concedere finanziamenti, ad esempio sotto forma di prestiti o finanziamenti azionari, a determinate società birmane di proprietà statale. Inoltre, i paesi dell’Unione voteranno contro la proroga dei prestiti accordati alla Birmania da istituti finanziari internazionali. La Commissione sta altresì cercando vie e modi per poter agire concretamente contro il contrabbando di legname e per fornire nel contempo aiuti alla popolazione birmana, soprattutto in campo sanitario e scolastico, per il tramite di organizzazioni internazionali. Poiché la soluzione alla situazione politica birmana dovrà essere trovata all’interno del paese e della regione, sono convinto che i nostri contatti nell’ambito dell’ASEM possano contribuire positivamente ad avviare in futuro un processo di riforma in Birmania. La Commissione attende quindi con interesse il Vertice ASEM V, che si terrà a Hanoi l’8 e il 9 ottobre, durante il quale avremo l’opportunità di affrontare con i leader asiatici, nell’ambito di discussioni di più ampia portata, le questioni dei diritti umani e delle prospettive di riforma in Birmania, nonché di esprimere ai rappresentanti di quel paese le nostre preoccupazioni. Lavorando in stretta intesa con gli Stati membri dell’Unione e, in particolare, con le prossime Presidenze, la Commissione è impegnata a compiere tutti gli sforzi – siano essi diplomatici, politici o ambientali – che possano risultare utili per facilitare e accelerare in Birmania un processo di riforma in senso democratico e favorevole ai diritti umani. 4-121 Presidente. – La ringrazio, signor Commissario. La discussione congiunta è chiusa. Di recente sono stati compiuti immensi sforzi per individuare una soluzione tale da consentire lo svolgimento dei vertici ASEM. La Commissione ritiene di essere riuscita a trovare un compromesso accettabile per tutti, e se abbiamo potuto raggiungere un accordo è stato perché attribuiamo alle nostre relazioni con l’Asia un’importanza troppo grande per permettere che il dialogo ASEM sia condizionato dal comportamento del La votazione si svolgerà al termine delle discussioni. 4-122 Voivodina: episodi di razzismo nei confronti delle minoranze 4-123 36 16/09/2004 Presidente. – L’ordine del giorno reca, in discussione congiunta, le sette seguenti proposte di risoluzione: della maggioranza serba, delle minoranze nazionali e dell’Unione europea. – (B6-0045/2004) degli onorevoli Véronique De Keyser, Johannes (Hannes) Swoboda, Csaba Sándor Tabajdi e Jan Marinus Wiersma a nome del gruppo PSE, sulla persecuzione delle minoranze nella Voivodina; E’ importante confrontarsi con la gravità della situazione e indagare sulle attività antiungheresi; in questo senso abbiamo ricevuto da Belgrado segnali positivi, soprattutto da parte del Presidente Tadic e del Primo Ministro Kostunica. Mi rallegro che la commissione per gli affari esteri abbia accolto la mia proposta di emendamento al bilancio, mirante ad aumentare di 5 milioni di euro il sostegno dell’Unione al processo di democratizzazione in Serbia. L’odierna risoluzione del Parlamento europeo costituirà un incoraggiamento per le minoranze che vivono in Voivodina – tra cui 300 000 magiari – che non si sentiranno abbandonate dall’Europa. – (B6-0049/2004) dell’onorevole Roberto Musacchio a nome del gruppo GUE/NGL, sulla situazione nella Voivodina (Serbia e Montenegro); – (B6-0055/2004) degli onorevoli Kinga Gál, Doris Pack e Bernd Posselt a nome del gruppo PPE-DE, sulla Voivodina (Serbia e Montenegro); – (B6-0057/2004) dell’onorevole Adriana Poli Bortone a nome del gruppo UEN, sulla persecuzione delle minoranze nella Voivodina (Serbia e Montenegro); – (B6-0060/2004) degli onorevoli Jelko Kacin e István Szent-Iványi a nome del gruppo ALDE/ADLE, sulle continue atrocità nei confronti delle minoranze nella Voivodina (Serbia e Montenegro); – (B6-0062/2004) degli onorevoli Angelika Beer, Gisela Kallenbach, Joost Lagendijk, Raül Romeva Rueda e Tatjana Ždanoka a nome del gruppo Verts/ALE, sulla violenza nei confronti delle minoranze in Serbia; – (B6-0064/2004) dell’onorevole Bastiaan Belder a nome del gruppo IND/DEM, sulla Voivodina (Serbia e Montenegro). 4-124 Tabajdi (PSE). – (HU) A nome del gruppo PSE e della delegazione socialista ungherese, esprimo il mio apprezzamento per l’odierna proposta di risoluzione del Parlamento europeo; la fiera difesa dei diritti delle minoranze va a onore del nostro Parlamento. Esortiamo il governo serbo ad agire immediatamente per fermare gli atti di violenza contro i magiari. L’altro ieri, mentre si svolgeva un incontro cordiale tra il Presidente della Repubblica ungherese e il Presidente Tadic, a Szabadka-Subotica, che si trova a 15 chilometri dalle frontiere dell’Unione europea, la parola “morte” è stata tracciata sulla porta di casa dell’uomo che per primo ha osato denunciare in pubblico le aggressioni che aveva subito. Con la sua odierna risoluzione, il Parlamento europeo ribadisce autorevolmente che Stato di diritto e rispetto dei diritti delle minoranze sono condizioni essenziali di un partenariato fra Unione europea e Serbia. Si tratta di una questione politica fondamentale. La Serbia-Montenegro è un’importante partner strategico per l’Unione; è interesse dell’Europa intera che la federazione rimanga stabile e che si mantengano condizioni di sicurezza. La risoluzione di oggi non vuol essere punitiva; intende anzi incoraggiare le forze democratiche serbe ad affrontare senza remore il nazionalismo e la xenofobia. Ciò è anche nell’interesse (Applausi) 4-125 Meijer (GUE/NGL). – (NL) Signor Presidente, dopo la teoria di violenti conflitti che hanno travagliato gli Stati dell’ex Jugoslavia tra il 1992 e il 2001, ognuno sperava che i sopravvissuti sarebbero riusciti a convivere pacificamente. Purtroppo, in Voivodina – regione i cui cittadini hanno subito bombardamenti che hanno sfiorato la guerra etnica – le popolazioni non serbe subiscono ancora i soprusi di coloro che le circondano. Oggi noi esprimeremo ancora una volta il nostro orrore per questo stato di cose, e inviteremo alla pace e alla riconciliazione; ma se ci limiteremo ad affidare la nostra condanna e la nostra indignazione morale alla carta, non risolveremo certo il problema. Se non saremo capaci di fare altro, temo allora che dovremo ripetere le nostre risoluzioni sempre più spesso, perché coloro che contano e decidono non le ascoltano di certo. Atti di violenza e intimidazione da parte di comuni cittadini si manifestano ovunque regni la sensazione che molti compatrioti siano tagliati fuori dai confini nazionali, mentre altre popolazioni, considerate invece in passato come occupanti, sono rimaste insediate nel loro paese. Tra la popolazione serba è diffusa l’opinione che – dal punto di vista dell’autorità di governo – gli abitanti serbi delle zone settentrionali e orientali della Bosnia, nonché del Kosovo settentrionale, siano iniquamente separati dalla madrepatria; per tale motivo, si pensa, le aree che sono considerate territorio serbo dovrebbero essere rese completamente serbe. Chiunque si opponga a tale idea viene giudicato un nemico, e incolpato delle stesse nefandezze degli antichi occupanti turchi e tedeschi. I partiti politici che incarnano questo stato d’animo, condiviso da vasti settori dell’opinione pubblica, possono contare su un ampio serbatoio di voti, poiché hanno il coraggio di fare quel che la gente vuole. Chi osservi la carta del 1856, esposta al secondo piano di questo palazzo, potrà notare come, in quell’epoca, la Voivodina fosse frazionata, dal punto di vista etnico, tra magiari, croati, tedeschi, slovacchi, romeni e serbi. Dopo la divisione del 1918, quando la regione divenne parte della Serbia, il suo carattere serbo si è costantemente accentuato, e gli altri gruppi hanno lasciato la Voivodina o ne sono stati espulsi; dopo il 1989 l’autonomia di cui godeva la consistente minoranza di lingua ungherese è 16/09/2004 stata a sua volta sensibilmente ridotta. I recenti disordini si inseriscono in quest’evoluzione di lungo periodo. In mancanza di accordi chiari e di ampio respiro che definiscano diritti linguistici, autonomia e confini amministrativi, sarà difficile impedire in futuro, sia in Serbia che nelle regioni vicine, altre esplosioni di odio etnico. Non possiamo quindi limitarci ad adottare questa risoluzione, benché costituisca un passo nella direzione giusta. (Applausi) 4-126 Gál (PPE-DE). – (HU) Siamo lieti che la nostra proposta abbia riscosso l’approvazione e ottenuto il sostegno di tutti i gruppi parlamentari. Essa intende attirare l’attenzione su una serie di atti di violenza commessi, in primo luogo, contro membri della minoranza magiara e altri gruppi minoritari in Voivodina. Inviamo con ciò un segnale alle autorità serbe, invitandole a valutare seriamente queste violazioni di diritti – spesso trascurate, in quanto considerate locali – per impedire lo sviluppo di conflitti etnici più gravi, che richiederebbero un serio intervento. La frequenza e la gravità sempre maggiore di questi atti di violenza dimostrano che responsabili e agitatori interpretano l’assenza di conseguenze giuridiche e la silenziosa tolleranza come un tacito incoraggiamento. Desidero sottolineare che non è nostra intenzione condannare la Serbia – anche perché, fra l’altro, quel paese si è dato una legislazione sulle minoranze conforme agli standard europei. Nonostante ciò, questi fatti si sono ripetuti fino ad oggi; quindi, alle autorità centrali e locali tocca la gravissima responsabilità di tradurre in pratica questi principi. Naturalmente dobbiamo apprezzare il fatto che negli ultimi due giorni i serbi abbiano infine promesso che faranno ogni sforzo per porre termine a tali incidenti: questa disponibilità è senza dubbio un risultato della vigorosa reazione internazionale. 37 democratizzazione in Serbia è divenuto molto incerto. Fra i molti segnali preoccupanti, c’è il fatto che le aggressioni contro le minoranze sono divenute comunissime; ancor più inquietanti sono l’indifferenza e l’inerzia delle autorità serbe. Queste ultime devono però comprendere che è in gioco il futuro europeo del paese, poiché la Serbia potrà stringere legami più stretti con l’Europa solo se riuscirà a garantire i fondamentali diritti umani, oltre ai diritti delle minoranze e alla loro sicurezza fisica. Dai dirigenti serbi non vogliamo parole, ma fatti. Non basta emettere su questo tema comunicati rassicuranti; occorre catturare i responsabili e assicurarli alla giustizia. Tireremo un sospiro di sollievo solo quando avremo visto le conseguenze. Se non vi saranno cambiamenti positivi, questi problemi devono restare all’ordine del giorno. (Applausi) 4-128 Belder (IND/DEM). – (NL) Signor Presidente, immagini – da deputato del nostro Parlamento – di trovare un bel giorno, infilato sotto la porta di casa, un coltellaccio da cucina accompagnato dalla scritta “Ti faremo a pezzi”; potrebbe esserci qualcosa di più sconvolgente o terribile? Tale è la minaccia di morte, scritta in lingua serba, che Béla Csorba, vicepresidente del Partito democratico ungherese della Voivodina, ha ricevuto il 9 aprile di quest’anno. Questa aggressione contro un esponente della minoranza magiara della provincia serba non è affatto un caso isolato. Non per nulla la proposta di risoluzione elenca gli specifici episodi di violenza fisica e psicologica di cui, da qualche tempo, sono vittima in particolare i cittadini serbi di origine magiara; di quanti altri incidenti, scaturiti da questo clima di ostilità, è ignaro il mondo esterno? Dopo tutto, un aspetto tipico dell’atmosfera di paura e intimidazione che regna in Voivodina è proprio il desiderio di rimanere anonimi, diffuso tra le vittime della violenza etnica. Ma allo stesso tempo, se l’Unione europea non li chiama a render conto del loro atteggiamento, alle loro promesse non seguiranno mai i fatti. Ieri, per esempio, vi sono state nuove minacce – questa volta minacce di morte – che hanno indotto un giovane e la sua famiglia, già protagonisti di esperienze analoghe, ad esprimere il desiderio di lasciare la Serbia e chiedere asilo politico. E’ nel nostro reciproco interesse ripristinare la tradizione di armoniosa convivenza propria della Voivodina. In concreto, ciò significa che i ragazzi non devono più aver paura di parlare una lingua diversa per la strada, e se qualcuno la sera esce per divertirsi, non deve rischiare uno schiaffo per il solo fatto di parlare ungherese, tanto da dover pensare a emigrare immediatamente. Per questo chiedo ai colleghi di sostenere la mozione. Grazie. Dalla corposa documentazione attualmente disponibile sull’odierna situazione della minoranza magiara in Voivodina emerge un quadro davvero allarmante. Se un ragazzo si azzarda a parlare ungherese per la strada o in un luogo pubblico, rischia di essere picchiato da una banda di coetanei serbi; con ogni probabilità la polizia farà finta di nulla, oppure archivierà l’incidente come “non provocato da motivazioni etniche”. (Applausi) Nel quadro di un palese radicalizzarsi del clima politico in Voivodina, desidero ricordare il paragrafo 5 della proposta di risoluzione, in cui si chiede che la delegazione del Parlamento europeo per l’Europa 4-127 Szent-Ivanyi (ALDE/ADLE). – (HU) Nel corso dell’ultimo anno e mezzo il processo di Non meno sconvolgenti sono i testi dei graffiti antiungheresi. All’alba del 15 luglio 2004 un muro di Novi Sad è stato ricoperto di grosse scritte del seguente tenore “Ungheresi, la fossa comune vi aspetta”; poche settimane prima, all’inizio di maggio, su molti edifici del capoluogo della Voivodina erano comparse le parole “La Serbia appartiene ai serbi; ungheresi levatevi dai piedi!” 38 16/09/2004 sudorientale invii una missione d’inchiesta nella provincia. Ho già pronto un elenco di domande urgenti che vorrei affidare a questa missione, e vorrei girare tali domande anche al Consiglio e alla Commissione. faremo sapere al governo di Belgrado che proprio su questa base noi ne misureremo la maturità europea. Qual è la situazione dell’insegnamento della lingua e di altri contesti culturali della minoranza magiara in Voivodina, tra cui giornali, riviste e altri media? Qual è l’entità dei fondi che il governo serbo destina agli stanziamenti pubblici a favore di questo specifico gruppo etnico? In breve, quali sono esattamente i diritti della minoranza magiara in Voivodina? 4-130 E’ incoraggiante che questa settimana il Consiglio – tramite la Presidenza olandese – si sia impegnato a esaminare la situazione delle minoranze in Voivodina; Parlamento e Commissione non potranno fare altro che seguirne al più presto l’esempio. Resta però decisivo l’atteggiamento delle competenti autorità serbe; in prima e ultima istanza, le esortiamo ad adoperarsi per la tolleranza umana in Voivodina. (Applausi) 4-129 Posselt (PPE-DE). – (DE) Signor Presidente, in Voivodina dopo le guerre contro i turchi si è sviluppata una specie di fiorente Europa in miniatura. Da secoli, una dozzina di nazionalità diverse convive in quella regione, in un clima di pace talvolta relativa, talvolta completa: non solo polacchi, ruteni, tedeschi, magiari, cechi, ma anche croati e sloveni, stabilitisi colà ormai da lungo tempo, hanno sperimentato una convivenza positiva. Vi sono poi naturalmente – desidero sottolinearlo – anche i serbi di Voivodina, i quali hanno recato un importante contributo alla tolleranza nella regione. Il problema è del tutto diverso: il problema sta nel fatto che Milosevic, a suo tempo, ha distrutto con la violenza l’autonomia della Voivodina, per garantirsi la maggioranza in seno alla presidenza federale della Jugoslavia. Ondate di profughi sradicati ed espulsi da altre parti della Serbia si sono quindi installate nella regione, ne hanno stravolto il complesso equilibrio etnico, ma fino ad oggi non sono state in grado di radicarvisi effettivamente, in quanto sono state emarginate dal punto di vista sociale e politico. In questa vicenda occorre perciò distinguere chiaramente fra cause ed effetti. (Applausi) Hegyi (PSE). – (EN) Signor Presidente, un aspetto assai triste di queste vicende è che quasi tutte le vittime degli episodi di razzismo sono giovani magiari. Tradizionalmente, la Voivodina è sempre stata una regione in cui culture e lingue diverse hanno convissuto; i giovani di quella regione hanno sempre imparato lingua e cultura degli altri gruppi. Noto con soddisfazione che i colleghi olandesi e tedeschi di diversi gruppi politici sono consapevoli di questa situazione, che quindi è nota in tutta Europa. Questo problema, come si è già detto, non è solamente ungherese. Durante la pluridecennale permanenza al potere di Tito, molte nazionalità convivevano nella regione autonoma della Voivodina: croati, cechi, slovacchi, romeni, polacchi, tedeschi, ebrei e altre minoranze vivevano insieme a magiari e serbi. Ora questa coesistenza pacifica è minacciata dall’estremismo di alcuni nazionalisti: politici serbi, settori della polizia e altri malintenzionati. La gioventù magiara della Voivodina ha una cultura propria, assai ricca, particolare e progressista, diversa da quella prevalente nella madrepatria ungherese. Questi giovani, nati in uno spirito di cultura multietnica, sono partecipi della cultura e delle tradizioni sia serbe che ungheresi. I giovani devono costituire il futuro della minoranza magiara in Voivodina; se essi lasciassero la loro terra natale, non solo la comunità magiara, ma anche la Serbia intera perderebbero una parte preziosa della propria cultura e del proprio futuro democratico. I giovani magiari in Serbia vogliono essere buoni magiari, buoni cittadini di una Serbia democratica, ma soprattutto buoni europei. Vogliono restare nella terra in cui sono nati; aiutiamoli a restare a casa loro. La comunità occidentale ha spesso reagito in ritardo agli episodi di razzismo perpetrati nei Balcani nei confronti delle minoranze; ne abbiamo visto tutti le tragiche conseguenze. Questa volta dobbiamo rispondere senza indugio e inviare un messaggio d’incoraggiamento ai magiari, sottolineando il fatto che essi possono rimanere nella loro patria: quella Voivodina democratica, quella Serbia democratica che auspichiamo per il futuro. (Applausi) Non risolveremo il problema finché non avremo rafforzato in Voivodina la democrazia e lo Stato di diritto, l’autonomia e la convivenza. Dobbiamo proteggere i magiari, ma anche tutte le altre minoranze; e dobbiamo anche dire ai serbi che abitano da lungo tempo la Voivodina, che riconosciamo i loro meriti nella storia di questa regione plurinazionale, e che la politica da noi perseguita non è antiserba. Si tratta invece, per noi, di ripristinare, nel variegato panorama multietnico della Voivodina, quell’atmosfera di convivenza che vi ha regnato per secoli. Ciò sarà possibile solo se ci opporremo con forza agli elementi estremistici, e se 4-131 Demszky (ALDE/ADLE). – (HU) Dal momento che nelle ultime settimane sono continuate i soprusi contro la minoranza magiara in Voivodina, mentre esponenti politici di origine magiara vengono insultati e minacciati e comuni cittadini vengono picchiati solo perché non appartengono al gruppo maggioritario, è nostro dovere levare la voce contro queste violazioni della legge. Un nostro deciso intervento è reso necessario altresì dall’inerzia del governo serbo e delle autorità locali, che nell’ultimo anno e mezzo non hanno mosso un dito né 16/09/2004 per ristabilire la legge e l’ordine, né per tutelare i diritti umani fondamentali. Non siamo a conoscenza di un solo incidente in cui il responsabile sia stato chiamato a render conto delle proprie azioni. Mi sembra di particolare gravità che le locali autorità di polizia non solo chiudano cinicamente gli occhi sui pestaggi di magiari, ma partecipino anzi in modo attivo a tali angherie. Io stesso sono un sindaco, e desidero quindi esprimere una particolare solidarietà al sindaco di Padej Laszlo Komárom, il quale per ben due volte è stato schiaffeggiato da un sovrintendente di polizia. In tale situazione è nostro dovere condannare l’apatia e la connivenza delle autorità serbe; allo stesso tempo dobbiamo ammonire il governo della SerbiaMontenegro: tollerando o incoraggiando queste azioni ignobili, esso renderà impossibile al proprio paese avvicinarsi all’Unione europea. (Applausi) 4-132 Kohlíček (GUE/NGL). – (CS) Signor Presidente, come gli altri oratori che ho udito in quest’Aula, ritengo necessario conservare la singolare situazione che esiste, perlomeno in quel che resta della Jugoslavia, dove è stato possibile mantenere la coesistenza pacifica di un gran numero di nazionalità – quasi venti. Ora, naturalmente, il problema è quanto questa risoluzione, di cui ho studiato con attenzione il testo, serva a tale scopo. A mio avviso, adottando una risoluzione di tal genere ci limiteremmo a segnalare che sosteniamo una sola delle parti in causa, mentre non ci interessa affatto la sopravvivenza della Jugoslavia, o Serbia, come Stato unificato, ma la consideriamo, anzi, con occhio malevolo. Secondo le notizie più recenti gli episodi cui hanno fatto riferimento i colleghi ungheresi riguardano anche parecchie altre nazionalità. Non siamo quindi di fronte ad un attacco unilaterale contro la minoranza magiara, bensì ad un tentativo di distruggere la pacifica coesistenza delle nazionalità che vivono insieme in quel paese. Dobbiamo renderci conto del tipo di segnale che invieremmo con una tale risoluzione, nonché del tipo di destinatari che lo riceverebbero. I miei concittadini dell’ex Cecoslovacchia, più anziani di me, hanno sentito discorsi simili all’inizio degli anni ’30, e ne è risultata la distruzione del nostro Stato; quindi, mi oppongo con forza a questa risoluzione. 4-133 Dillen (NI). – (NL) Signor Presidente, nella provincia della Voivodina soprusi e aggressioni fisiche contro gli esponenti delle comunità non serbe – bambini compresi – sono ancora una volta all’ordine del giorno. I membri della minoranza magiara vengono molestati quotidianamente, le tombe vengono danneggiate e profanate, il vandalismo e la propaganda antisemita sono divenuti pratica frequentissima. Tutto sembra suggerire che in questa provincia, popolata da varie minoranze, i serbi stiano ancora una volta assumendo un atteggiamento di arrogante estremismo. Dall’autunno dell’anno scorso in poi siamo stati sommersi da 39 inquietanti segnalazioni di episodi di violenza sempre più gravi. Una recente relazione, elaborata dalla Fondazione ungherese per i diritti umani, offre un’avvilente cronologia, lunga 19 pagine, delle violenze etniche perpetrate in Voivodina; questo riesplodere della violenza sembra suggerire che i serbi vogliano rivalersi delle frustrazioni causate loro dalla perdita del Kosovo. Onorevoli colleghi, non voglio però puntare un dito accusatore unicamente contro i serbi; dalle tristi esperienze del recente passato dobbiamo trarre la lezione che i conflitti nelle cosiddette società multiculturali o multietniche hanno le loro radici nella storia più recente. Occorre perciò individuare una soluzione politica equilibrata, che tenga conto delle lagnanze di tutte le parti interessate, così come del contesto storico del conflitto. Dobbiamo quindi condannare con fermezza ogni violenza, ma badare attentamente a non scaricare tutte le colpe su una parte sola. 4-134 Olajos (PPE-DE). – (HU) La Voivodina è l’ultima regione multiculturale dell’ex Jugoslavia che, almeno finora, non aveva dovuto sperimentare, o quasi, pubbliche e violente atrocità. Il carattere brutale delle atrocità organizzate e della pulizia etnica di cui le autorità centrali si sono macchiate in altre parti dell’ex Jugoslavia – per esempio la Bosnia-Erzegovina e il Kosovo – serve però da monito. Nell’ultimo decennio la Voivodina si è trasformata in un retroterra della Serbia travagliato da innumerevoli discordie; la comunità nazionale magiara, che contava mezzo milione di persone, si è ridotta alla metà. Perché è successo? Perché i membri della comunità sono stati scacciati da forze politiche ed economiche, i giovani sono stati arruolati a forza per il conflitto tra Serbia, Bosnia, Croazia e Kosovo, e le case sono state occupate da centinaia di migliaia di serbi. Tra i politici e gli esperti che hanno studiato questa regione è sempre più diffusa la convinzione che la responsabilità per lo strumentale inasprimento delle tensioni interetniche, i pestaggi di magiari, i soprusi e le rapine, le bandiere ungheresi bruciate in pubblico e le tombe profanate nei cimiteri, sia da attribuirsi direttamente al governo serbomontenegrino. L’atteggiamento delle autorità centrali serbe nei confronti di questa grave situazione viola in maniera stridente i diritti umani in generale, e contrasta con gli standard europei per la tutela delle minoranze. All’Unione europea tocca una grave responsabilità nel dipanare quest’intricata matassa; la questione della Voivodina si potrà risolvere solo basandosi sulla tolleranza e sulla disponibilità ad accettarsi nel lungo periodo. (Applausi) 4-135 Duka-Zólyomi (PPE-DE). – (HU) Gli incidenti contro i magiari nativi e residenti in Serbia-Montenegro, o più precisamente in Voivodina, sono tali che, se si lasciassero radicare, potrebbero trasformare la regione in 40 una polveriera. La garanzia e il rispetto dei diritti umani e delle minoranze sono le basi della democrazia. Obiettivo di lungo termine della Serbia-Montenegro è l’adesione all’Unione europea. A tale scopo, il paese deve elaborare un solido e duraturo sistema di valori democratici, i cui principi di base costituiscono un elemento essenziale dei criteri di Copenaghen; non c’è posto nell’Unione europea per un paese che rifiuti quest’impostazione. Quale rappresentante della comunità magiara in Slovacchia, posso dimostrare con l’esperienza che una minoranza è assai sensibile a fatti e provvedimenti che ne mettano in pericolo l’esistenza, al di là dell’identità. I leader politici della Serbia facciano luce sulla situazione che si è creata, e cerchino di allentarne la tensione. Un tale sviluppo potrebbe agevolmente innescare una reazione a catena. Sostengo la proposta di risoluzione. Dobbiamo esprimere ammonimenti e suggerimenti in tono fermo e severo; dobbiamo inoltre invitare con decisione le autorità giudiziarie e gli organismi statali serbi a far cessare le aggressioni contro i magiari e contro le altre minoranze nazionali. La Serbia-Montenegro potrà aderire all’Unione europea solo quando nel territorio del paese prevarrà una situazione d’equilibrio, che tuteli i diritti delle minoranze esistenti nella regione. Non si possono infine condividere le opinioni espresse dall’onorevole Kohlíček: il parallelismo che ha tracciato è scorretto e ingannevole. (Applausi) 4-136 Verheugen, Commissione. – (EN) Signor Presidente, la Commissione continua a monitorare la situazione delle minoranze in Serbia-Montenegro, nel quadro della nostra generale opera di vigilanza sul rispetto dei criteri politici che sono un elemento essenziale del processo di stabilizzazione e associazione. Per quanto riguarda la Voivodina, condanniamo fermamente gli atti di violenza commessi, secondo quanto ci è stato segnalato, contro membri della minoranza magiara. La recente visita in Voivodina del Primo Ministro serbo Kostunica, e la lettera inviata dal ministro degli Esteri di Serbia-Montenegro al Presidente in carica del Consiglio dei ministri dell’Unione europea, sono espressione concreta del dichiarato impegno delle autorità di Belgrado ad assicurare alla giustizia i responsabili, e più in generale a garantire la tutela delle minoranze. Abbiamo preso atto di tali impegni e continueremo a seguire da vicino la situazione, in particolare tramite le rappresentanze diplomatiche a Belgrado, per far sì che le autorità mantengano i propri impegni. Mentre si avvicinano le elezioni provinciali, previste in Voivodina per il 19 settembre, è importante che i leader politici dimostrino senso di responsabilità e incoraggino la continuazione di positive relazioni interetniche. 16/09/2004 La visita a Belgrado del Presidente ungherese Madl del 14 settembre ha offerto un’ottima occasione per discutere il problema con spirito costruttivo e confermare le buone relazioni esistenti fra Budapest e Belgrado. Da parte sua, la Commissione intende contribuire allo sviluppo di buone relazioni interetniche in Voivodina, così come in altre regioni, grazie ad alcuni progetti finanziati dall’Unione europea. 4-137 Presidente. – La ringrazio, signor Commissario. La discussione congiunta è chiusa. La votazione si svolgerà dopo la discussione. 4-138 Isole Maldive 4-139 Presidente. – L’ordine del giorno reca, in discussione congiunta, le cinque seguenti proposte di risoluzione: – (B6-0044/2004) dell’onorevole Pasqualina Napoletano a nome del gruppo PSE, sulla situazione dei diritti umani nelle Maldive; – (B6-0047/2004) degli onorevoli Giusto Catania e Jonas Sjöstedt a nome del gruppo GUE/NGL, sui diritti umani nelle Maldive; – (B6-0054/2004) degli onorevoli Nirj Deva, Thomas Mann, Charles Tannock e Geoffrey Van Orden a nome del gruppo PPE-DE, sulle Maldive; – (B6-0058/2004) dell’onorevole Graham R. Watson a nome del gruppo ALDE/ADLE, sulla situazione politica nelle Maldive; – (B6-0063/2004) dell’onorevole Cristiana Muscardini a nome del gruppo UEN, sulle Maldive. 4-140 Gomes (PSE). – (PT) Nelle paradisiache isole Maldive, dove più di 300 000 turisti europei trascorrono vacanze di sogno, migliaia di cittadini del luogo sono immersi in un inferno di oppressione, instaurato da un regime al potere da 26 anni. Da parte sua, l’Unione europea ha il dovere morale e politico di non abbandonare queste persone che vivono in stato di emergenza e subiscono arresti di massa arbitrari – leader politici democratici sono stati torturati e tenuti in prigionia, senza poter comunicare con l’esterno – e sono costrette a vivere sotto un regime che non consente l’indipendenza del potere giudiziario. La situazione è tale che una delegazione dell’Unione europea si è vista negare il permesso di visitare questi prigionieri. L’Unione europea deve esigere la fine immediata dello Stato di emergenza e la liberazione di tutti i prigionieri. 16/09/2004 Il Parlamento europeo fa appello alla Commissione e agli Stati membri affinché cessino immediatamente gli aiuti non umanitari alle Maldive e si imponga un’immediata moratoria sui viaggi, per impedire ad esponenti di governo e ad altre personalità delle Maldive di recarsi negli Stati membri dell’Unione europea. L’Unione, a sua volta, deve chiedere agli Stati membri di avvertire tutti i turisti, i quali desiderano recarsi alle Maldive, che quel paradiso non è un vero paradiso, e che anzi in quel paese vi sono esseri umani sottoposti ad una terribile oppressione. 4-141 Catania (GUE/NGL). – Signor Presidente, onorevoli colleghi, signor Commissario, è incredibile discutere delle isole Maldive quando a tutti noi questo nome evoca le vacanze e una situazione paradisiaca. In realtà, in queste isole avviene una sistematica violazione dei diritti umani. Siamo davanti a una situazione in cui le donne e i minori sono privati delle loro libertà fondamentali e, soprattutto, è in atto un processo di detenzione massiva e arbitraria di numerosi cittadini e cittadine. Io credo che l’Unione europea debba promuovere un’iniziativa diffusa per sostenere, nel nostro territorio, una campagna di sensibilizzazione dei cittadini europei, affinché essi non vadano in vacanza alle Maldive prima che sia stata fatta chiarezza sulla drammatica situazione dei diritti umani e sulla sistematica violazione della democrazia in quel territorio. Credo che serva una risoluzione forte che miri a fra sì che le isole Maldive siano realmente un paradiso, ma un paradiso in cui viga la democrazia e il rispetto dei diritti umani. 4-142 Deva (PPE-DE). – (EN) Signor Presidente, perché mai ci occupiamo delle Maldive ? Ne parliamo perché le abbiamo ignorate per 23 anni, le abbiamo abbandonate a loro stesse. Abbiamo chiuso gli occhi sulle condizioni e la qualità della vita in quel paese, ove regna una dittatura. Non vi sono state elezioni, ed il Presidente dispone del paese come se si trattasse di una sua proprietà privata. Giudicato in base al PNL, il tenore di vita supera i 3 000 dollari pro capite, ma il 50 per cento della popolazione vive con meno di un dollaro al giorno. Ma se lei dovesse recarsi alle Maldive, signor Presidente, sappia che una stanza d’albergo costa 300 dollari al giorno! Dove finisce tutto questo denaro? Chi lo raccoglie, in quali banche viene depositato? Certo non va a beneficio del popolo delle Maldive. Poche settimane fa, inoltre – il 16 agosto – 200 persone sono state imprigionate senza accuse o mandato d’arresto. Sono stati imprigionati otto parlamentari, i quali erano stati incaricati di elaborare alcuni emendamenti alla costituzione per aumentare la rappresentatività del parlamento; uno di essi è stato candidato alla carica di presidente del parlamento – si tratta dell’ex Segretario generale del SAARC Ibrahim Zaki, che alcuni di noi avevano proposto per il Premio Sacharov. Altre persone sono state trattenute in carcere 41 senza imputazione. L’habeas corpus è stato sospeso, e si sono verificate violazioni dei diritti umani. Se il governo delle Maldive desidera aprire un dialogo con l’Unione europea, deve anzitutto ristabilire i diritti fondamentali di coloro che ha imprigionato, poi potremo parlare. Non vogliamo nuocere a questo piccolo arcipelago di 1 200 isole; vogliamo invece aiutarlo. Ma l’unico modo per aiutare questa popolazione è far sì che ai viaggiatori europei che si recano alle Maldive vengano offerti viaggi equi e solidali, perché non si sentano costretti a soggiornare in un paese che viola i diritti dei propri cittadini. (Applausi) 4-143 Lynne (ALDE/ADLE). – (EN) Signor Presidente, vorrei unirmi agli altri oratori nel sottolineare che le Maldive non sono il paradiso che sembrano; occorre che i turisti ne siano informati. Come i colleghi, desidero esprimere anch’io profonda preoccupazione per gli arresti di massa effettuati in agosto – tra cui quello di Fathimath Nisreen, una donna di 23 anni che era stata arrestata una prima volta, senza mandato di cattura, nel febbraio 2002. In seguito, mentre si trovava agli arresti domiciliari, ella ha partecipato alle dimostrazioni ed è stata arrestata di nuovo. Invito il Presidente delle Maldive a garantire che ella – insieme agli altri detenuti – riceva un trattamento umano e non sia sottoposta a torture. Mi risulta che altri prigionieri sono stati torturati, anche se non ci sono stati forniti dettagli precisi. I detenuti, inoltre, devono poter comunicare immediatamente con le proprie famiglie e con avvocati di propria scelta – insisto: di propria scelta – e coloro che ne hanno bisogno devono ricevere cure mediche. Anche in questo caso, mi risulta che alcuni detenuti abbiano urgentissimo bisogno di cure. Mi preoccupa il fatto che – a quanto sembra – essi siano stati arrestati solo per aver pacificamente esercitato il diritto di parola e di associazione, e per nessun altro motivo. Invito le autorità a rilasciare immediatamente i detenuti, a meno che non siano accusati di uno specifico reato penale. (Applausi) 4-144 Mann, Thomas (PPE-DE). – (DE) Signor Presidente, al luogo comune che dipinge le isole Maldive come un paradiso turistico bisogna contrapporre la realtà politica: rivolte, arresti arbitrari, celle d’isolamento, restrizioni alla libertà di parola e di stampa, di associazione e di culto. Da 26 anni il Presidente esercita in quell’arcipelago poteri dittatoriali; alle elezioni è ammesso solo il suo partito, egli è il giudice supremo, nomina un sesto dei parlamentari, controlla di persona i media, e attraverso la sua famiglia, l’intera vita economica. L’onorevole Deva ha già descritto questa situazione. 42 Due anni fa, dopo proteste a livello internazionale, il Presidente ha promesso riforme democratiche, ma dalla relazione della Commissione europea emerge che a quest’annuncio non sono seguiti fatti. Costose campagne di pubbliche relazioni dovevano suscitare l’impressione di energici cambiamenti; non lasciamocene ingannare! Per rinsaldare il proprio potere, in agosto il Presidente ha proclamato lo stato di emergenza. Gli aderenti al movimento democratico, tra cui l’ex presidente del SAARC, sono stati arrestati. Il gruppo PPE-DE invita il Presidente a rilasciare gli oppositori, avviando finalmente riforme democratiche; in caso contrario gli aiuti finanziari dell’Unione europea e degli Stati membri dovranno cessare. 16/09/2004 Come gli onorevoli colleghi hanno ricordato, ogni anno visitano le Maldive 300 000 turisti provenienti dall’Unione europea; abbiamo l’obbligo di informarli su una situazione tutt’altro che paradisiaca. Se il Presidente desidera evitare la possibilità che i turisti vengano invitati a non recarsi alle Maldive e, di converso, che a funzionari ed esponenti governativi venga vietato l’ingresso nell’Unione europea, deve seguire un semplice metodo: introdurre finalmente le condizioni per la democrazia! per definirla – che opprime le celestiali isole Maldive, dove, in agosto, un governante corrotto seguace della sharia ha imprigionato ancora una volta, senza processo, numerosi esponenti dell’opposizione. Le Maldive sono quelle isole dell’Oceano Indiano nelle quali il fiume di dollari, lasciato dai ricchi turisti occidentali nei lussuosi templi del turismo a cinque stelle, si riversa nelle tasche di una ristretta camarilla, mentre la maggioranza della popolazione, parte della quale lavora pressoché in schiavitù per soddisfare i minimi cenni degli stessi turisti occidentali, deve tirare avanti con meno di un dollaro al mese. Il corrotto regime del Presidente Gayoom sopravvive da anni e continua a vegetare grazie alle nostre agenzie turistiche ed alle riviste patinate che esaltano, per le coppie in luna di miele, le virtù delle palme e le candide spiagge dell’arcipelago; questi opuscoli tacciono saggiamente su tutto il resto, e non menzionano né la miseria, né la tortura, né i prigionieri politici. E’ una situazione vergognosa. Il nostro Parlamento deve quindi fare pressioni sull’industria turistica, e l’Unione europea deve, se necessario, prendere in considerazione un embargo turistico contro le Maldive se risultasse chiaramente che è l’unico modo di condurre alla ragione quell’uomo che, a guisa di tiranno oscurantista, tiene in schiavitù i suoi sudditi. 4-145 4-147 Ludford (ALDE/ADLE). – (EN) Signor Presidente, consultando il sito web della Commissione sarebbe assai difficile scoprire l’esistenza di problemi alle isole Maldive. Secondo il sito, la situazione politica delle Maldive è rimasta notevolmente stabile negli ultimi vent’anni, e ciò garantisce un contesto favorevole allo sviluppo. Immagino che 26 anni di ininterrotta dittatura si possano in qualche modo definire stabilità; non vedo però come possano favorire lo sviluppo. Nel documento di strategia per paese si legge che negli ultimi vent’anni si è registrata una progressiva evoluzione politica, con un miglioramento della prassi democratica e un maggior rispetto dei diritti umani; si tratta però di un giudizio inattendibile, in quanto il documento elenca successivamente casi di arresti arbitrari, detenzione in isolamento, mancanza di indipendenza del potere giudiziario, e limitazione alle libertà di parola, di espressione e di culto. In tali circostanze è incredibile che la Commissione possa prendere atto dell’impegno alla democratizzazione proclamato dal Presidente Gayoom. Verheugen, Commissione. – (EN) Signor Presidente, onorevoli deputati, la Commissione non è meno preoccupata di voi per lo stato di emergenza proclamato alle isole Maldive e la prolungata detenzione di alcuni deputati all’assemblea costituzionale, oltre che di leader dell’opposizione e di giornalisti. Le misure imposte in base allo stato di emergenza sono veramente draconiane, ed il Presidente Gayoom ha reagito in maniera palesemente esagerata a quella che era una protesta pacifica. Ho avuto stamani un colloquio telefonico con l’ambasciatore delle Maldive; egli mi ha dichiarato che gli elementi perturbatori sono fondamentalisti islamici. A me non risulta; in ogni caso, quanto più violenta sarà la repressione dei diritti fondamentali e dell’opposizione legittima – come il partito democratico delle Maldive – tanto più folta sarà la schiera di coloro che saranno indotti a gettarsi tra le braccia degli estremisti. (Applausi) 4-146 Dillen (NI). – (NL) Signor Presidente, poche settimane fa, in sede di commissione per lo sviluppo, l’onorevole Deva ci ha descritto la tirannide – non vi è altra parola L’Unione europea ha già fatto sentire con forza la sua voce. Il 17 agosto il Foreign Office del Regno Unito ha emesso un fermo comunicato, in cui si chiedeva la fine dello stato di emergenza. Tra il 22 e il 24 agosto la Presidenza dell’Unione europea ha guidato una missione tesa ad appurare i fatti, che si è incontrata con vari ministri, alcuni dei detenuti e parecchi testimoni oculari. Esito della missione è stato, il 6 settembre, un passo ufficiale dell’Unione europea – che non è stato ben accolto dal governo delle Maldive – e una decisa dichiarazione pubblica che invitava il Presidente a rilasciare i prigionieri, porre fine allo stato di emergenza e procedere con le riforme costituzionali. Il Presidente è rimasto chiaramente colpito da queste iniziative. Il ministro del Turismo, su suo incarico, si è recato in visita nel Regno Unito, in Germania ed in Italia per spiegare la situazione, assicurando all’Unione europea che intende continuare sulla strada delle riforme costituzionali promesse; inoltre ha consentito alla Croce Rossa e ad Amnesty International di visitare le prigioni. Nell’elaborare la nostra strategia futura, dobbiamo tener conto delle riforme avviate dal Presidente prima dell’estate – i dibattiti in seno all’assemblea Majlis e 16/09/2004 43 l’istituzione della commissione per i diritti umani –, ma è chiaro che per i cittadini delle Maldive la sua azione è troppo lenta. (Il Parlamento approva la risoluzione comune) *** In tale contesto sarebbe assai preziosa una risoluzione del Parlamento europeo intesa a ribadire gli elementi essenziali del messaggio già inviato dall’Unione europea. Essa spingerebbe il Presidente a mantenere e rafforzare la sua offerta relativa al monitoraggio delle prigioni da parte della Croce Rossa, farebbe chiaramente emergere che l’Unione continua a sorvegliare da vicino la situazione, e infine, se del caso, permetterebbe di raccogliere l’offerta del Presidente, in merito al ritorno nel paese dei rappresentanti UE per continuare il dialogo. A nostro avviso sarebbe tuttavia prematuro – in questa fase – pensare a restrizioni sui viaggi, sospensione degli aiuti o altre azioni più punitive. Se la situazione dovesse peggiorare e lo stato di emergenza non venisse abolito, dovremo prendere in considerazione misure di tal genere; ma prima vediamo se il Presidente terrà fede alle sue promesse di tornare ad una normale forma di governo, riprendendo al più presto il processo di riforma. Proposta di risoluzione comune8 sulla situazione politica nelle Maldive (Il Parlamento approva la risoluzione comune) *** 4-151 Interruzione della sessione 4-152 Presidente. – Il Parlamento ha esaurito l’ordine del giorno9. Dichiaro interrotta la sessione del Parlamento europeo. (La seduta termina alle 16.15) Ringrazio la baronessa Ludford per le informazioni che ci ha fornito in merito al sito web della Commissione. Non ero a conoscenza della situazione, ma ho già dato istruzioni per far controllare il sito; naturalmente è necessario aggiornarlo, e lo faremo immediatamente. 4-148 Presidente. – La ringrazio, signor Commissario. La discussione congiunta è chiusa. Passiamo ora al turno di votazioni. 4-149 Votazioni 4-150 Presidente. – Passiamo ora alle votazioni. Proposta di risoluzione comune6 sulla situazione in Birmania/ASEM (Il Parlamento approva la risoluzione comune) *** Proposta di risoluzione comune7 sugli episodi di razzismo nei confronti delle minoranze in Voivodina 6 Presentata dagli onorevoli Geoffrey Van Orden, Charles Tannock, Nirj Deva e Bernd Posselt a nome del gruppo PPE-DE, Glenys Kinnock, Mauro Zani, Margrietus J. van den Berg e Pasqualina Napoletano a nome del gruppo PSE, Johan Van Hecke a nome del gruppo ALDE/ADLE, Frithjof Schmidt a nome del gruppo Verts/ALE e Vittorio Emanuele Agnoletto a nome del gruppo GUE/NGL, volta a sostituire con un nuovo testo le proposte di risoluzione di cui ai docc. B6-0046/2004, B6-0048/2004, B6-0056/2004, B6-0059/2004 e B60061/2004. 7 Presentata dagli onorevoli Kinga Gál, Doris Pack, Péter Olajos e Bernd Posselt a nome del gruppo PPE-DE, Véronique De Keyser, Johannes (Hannes) Swoboda, Jan Marinus Wiersma, Csaba Sándor Tabajdi e Pasqualina Napoletano a nome del gruppo PSE, István Szent-Iványi e Jelko Kacin a nome del gruppo ALDE/ADLE, Joost Lagendijk, Gisela Kallenbach, Tatjana Ždanoka e Raül Romeva Rueda a nome del gruppo Verts/ALE, Roberto Musacchio a nome del gruppo GUE/NGL, Bastiaan Belder a nome del gruppo IND/DEM e Adriana Poli Bortone a nome del gruppo UEN, volta a sostituire con un nuovo testo le proposte di risoluzione di cui ai docc. B6-0045/2004, B6-0049/2004, B6-0055/2004, B6-0057/2004, B6-0060/2004, B6-0062/2004 e B6-0064/2004. 8 Presentata dagli onorevoli Nirj Deva, Charles Tannock, Geoffrey Van Orden e Thomas Mann a nome del gruppo PPE-DE, Pasqualina Napoletano a nome del gruppo PSE, Graham R. Watson a nome del gruppo ALDE/ADLE e Cristiana Muscardini a nome del gruppo UEN, volta a sostituire con un nuovo testo le proposte di risoluzione di cui ai docc. B6-0044/2004, B6-0054/2004, B6-0058/2004 e B6-0063/2004. 9 Termini di presentazione degli emendamenti al bilancio rettificativo e suppletivo 10/2004 – Composizione delle commissioni e delle delegazioni – Trasmissione dei testi approvati nel corso della presente seduta – Calendario della prossima tornata: cfr. Processo verbale.