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SEDUTA DI GIOVEDI’ 16 SETTEMBRE 2004
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PRESIDENZA DELL’ON. ONYSZKIEWICZ
Vicepresidente
(La seduta inizia alle 10.00)
4-003
Imbarcazione olandese dell’Associazione “Women on
Waves”
garantendo valido accesso a tutte le forme di metodi
contraccettivi – cosa che non avviene in Portogallo.
Per salvaguardare la salute riproduttiva e i diritti delle
donne si raccomandava inoltre di rendere legale, sicura e
universalmente accessibile l’interruzione volontaria
della gravidanza, invitando i governi ad astenersi – in
qualsiasi circostanza – dall’agire in via giudiziaria
contro le donne che avessero fatto ricorso all’aborto
illegale – neppure questo avviene in Portogallo.
4-004
Presidente. – L’ordine del giorno reca due
interrogazioni orali alla Commissione sul battello
olandese dell’associazione Women on Waves:
– B6-0010/2004 degli onorevoli Ilda Figueiredo, Francis
Wurtz, Eva-Britt Svensson, Miguel Portas e Sérgio
Ribeiro, sul divieto di ingresso in Portogallo
all’imbarcazione dell’associazione Women on Waves.
– B6-0011/2004 degli onorevoli Lissy Gröner, Edite
Estrela, Jamila Madeira, Emanuel Vasconcelos Jardim
Fernandes, Hiltrud Breyer, Jillian Evans, Raül Romeva
Rueda, Maria Carlshamre e Claire Gibault, sul divieto,
da parte del governo portoghese, di accesso alle acque
territoriali
portoghesi
al
battello
olandese
dell’associazione Women on Waves.
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Figueiredo (GUE/NGL). – (PT) Signor Presidente,
com’è noto in Portogallo si alimenta un clima di
riprovazione sociale contro le donne che ricorrono
all’aborto, e si continua ad utilizzare l’apparato politico
e giudiziario al servizio di indagini e processi contro le
donne accusate di aborti clandestini – cagionati da una
legge iniqua ed ingiusta, ignara della realtà sociale e
delle cause che costringono le donne a ricorrere
all’aborto.
In tale quadro si sono sviluppate importanti iniziative di
solidarietà internazionale a favore delle donne
portoghesi, tra cui il recente tentativo effettuato dalla
nave olandese appartenente all’organizzazione Women
on Waves; a questa nave, però, il governo del Portogallo
ha vietato, in maniera inammissibile, l’ingresso nelle
acque territoriali del paese, impedendo pure la
realizzazione di dibattiti e la diffusione di informazioni
in materia di diritti sessuali e riproduttivi.
L’intolleranza ha raggiunto il ridicolo quando il governo
portoghese ha inviato due corvette della marina militare
a caccia della nave dell’associazione olandese. In base
alle dichiarazioni delle Conferenze delle Nazioni Unite
del Cairo e di Pechino, il Parlamento europeo – con la
risoluzione del 3 luglio 2002 – ha raccomandato ai
governi di elaborare politiche nazionali di alta qualità
nel campo della salute sessuale e riproduttiva, in
collaborazione con le organizzazioni pluraliste della
società civile, nonché di offrire ampie informazioni sui
più efficaci metodi di pianificazione familiare,
In tale quadro riteniamo che la Commissione europea
non possa ignorare la situazione che si registra in
Portogallo, cioè il terribile intreccio di ipocrisia e
violenza che opprime le donne e favorisce
oggettivamente la pratica degli aborti clandestini,
costringendo le donne con scarsi mezzi economici e
maggiori difficoltà nell’accedere alle informazioni a
seguire le vie più insicure e pericolose per la loro salute
sessuale e riproduttiva. Speriamo quindi che la
Commissione europea esprima la sua solidarietà alle
donne portoghesi, condanni l’intolleranza e si unisca alle
posizioni che il Parlamento europeo ha già preso in
questo campo, incoraggiando le necessarie iniziative di
sensibilizzazione per difendere e promuovere i diritti e la
dignità delle donne.
(Applausi)
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Gröner (PSE). – (DE) Signor Presidente, onorevoli
colleghi, Women on Waves solleva ondate di tempesta
anche in seno al Parlamento europeo; perché mai?
Ormai dalla fine di agosto il governo portoghese
impedisce alla nave olandese Borndiep l’ingresso in un
porto della costa occidentale del Portogallo; questa nave
appartiene all’organizzazione Women on Waves, che su
invito di alcune associazioni di donne portoghesi
intendeva giungere in Portogallo per diffondere
informazioni sulle interruzioni di gravidanza, sulla
contraccezione, ed inoltre sul metodo meno traumatico
di interruzione della gravidanza, la pillola abortiva RU
486. Secondo il governo del Portogallo, ciò rappresenta
evidentemente un grave pericolo per le donne di quel
paese; altrimenti non sarebbe stata adottata una misura
tanto drastica. Il governo portoghese si è assunto la
responsabilità di violare due basilari principi del libero
mercato interno in Europa: il diritto all’informazione e il
diritto alla libertà di circolazione nell’ambito
dell’Unione europea.
Dal punto di vista politico è un caso molto grave. Non
era ancora avvenuto che per motivi puramente politici si
violasse il diritto alla libertà di circolazione. Come
gruppo socialista noi non possiamo tollerarlo, e quindi
rivolgiamo al Consiglio e alla Commissione questa
domanda: cosa pensate di fare, affinché tale episodio –
unico nella storia dell’Unione europea – non abbia a
ripetersi? Mi sembra una domanda importante, che
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occorre sin d’ora rivolgere alla futura Commissione;
vogliamo che si affermi con chiarezza che cose del
genere non si possono accettare.
Questa vicenda ha sollevato violente ondate in tutta
Europa; tutti i media ne parlano, poiché ciò che è di
dominio pubblico è soltanto la punta dell’iceberg.
Nell’Unione europea le donne subiscono limitazioni alla
propria libertà, e non possiamo tollerare di assistere in
questo campo ad uno strisciante regresso. Se guardiamo
ai Trattati, una restrizione alla libertà di circolazione da
parte degli Stati nazionali è possibile solo qualora sia in
pericolo la sicurezza pubblica, per esempio a causa del
terrorismo; ma è questo il caso? La salute delle donne è
minacciata da qualche epidemia? Si tratta forse di
un’epidemia di libero pensiero, di libere decisioni? Lo
dico con qualche ironia, poiché anche in seno alla
commissione per i diritti della donna e l’uguaglianza di
genere su questo punto si sono manifestate opinioni
completamente opposte: le esponenti del gruppo PPE
volevano far passare in sordina l’episodio. Io credo
invece che si tratti di una vicenda assai importante, che
dev’essere discussa in seno al Parlamento europeo.
A nostro avviso tutte le donne d’Europa devono poter
accedere alle informazioni nel modo più sicuro
possibile, e devono avere il rapporto meno traumatico
possibile con i contraccettivi e l’interruzione di
gravidanza; e devono poi essere in grado di decidere
liberamente nel modo che ritengono più opportuno.
Appare chiaramente che questo caso, in ultima analisi,
non solo incide profondamente sulle decisioni delle
singole donne, ma rappresenta un nodo di alta politica; e
in questa prospettiva non possiamo accettare la
violazione di due delle quattro libertà fondamentali.
Vogliamo quindi che il Presidente Barroso scopra le
carte, ma preghiamo anche il Commissario, signora
Wallström, di far valere il suo peso a favore delle donne.
Può darsi che quest’episodio abbia qualche contraccolpo
sul programma del Presidente Barroso, che vuol
candidare otto donne alla carica di Commissario e
intende battersi per il futuro delle donne; noi
desideriamo evitare tale eventualità, e da ciò scaturisce il
dibattito odierno. Spero che vi sia una netta
dichiarazione da parte della Commissione, ed anche da
parte del Consiglio. Altrimenti, mi pare, la nave
Borndiep o l’organizzazione femminile Women on
Waves avrebbero dovuto spedire una lettera di
ringraziamento al governo portoghese, perché questo
caso ci offre l’occasione di discutere approfonditamente
la necessità che le donne possano liberamente decidere
se e quando venire informate sull’interruzione di
gravidanza e come comportarsi in merito; e possano
infine liberamente decidere anche quando e come avere
un bambino. E’ una questione fondamentale, che
dobbiamo discutere in questa sede.
(Applausi)
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Buitenweg (Verts/ALE), in sostituzione dell’autore
dell’interrogazione. – (NL) Signor Presidente, come ha
appena osservato l’oratrice che mi ha preceduto, un
16/09/2004
dibattito su Women on Waves è fatalmente destinato a
mutarsi in un dibattito sull’aborto e sul diritto delle
donne di scegliere. Ciò vale naturalmente per il dibattito
che si svolge ora in quest’Aula, ma anche per i media,
ove le discussioni sui diritti riproduttivi delle donne –
non sempre riconosciuti in tutti i paesi dell’Unione
europea – fervono con intensità sempre maggiore; ed è
precisamente questo l’obiettivo dell’associazione
Women on Waves. Di conseguenza, qualsiasi esponente
politico
intervenga
a
favore
o
contro
quest’organizzazione, addentrandosi nel fondamentale
dibattito sull’aborto, rende completa giustizia agli
obiettivi di quest’organizzazione femminile. Da parte
mia sarò breve. Sostengo senza riserve la posizione del
nostro Parlamento, così come l’ha delineata la relazione
dell’onorevole Van Lancker: benché un’interruzione di
gravidanza non sia cosa da decidere alla leggera, le
donne devono avere diritto ad un’interruzione di
gravidanza legale e sicura.
Questa è l’opinione espressa dalla maggioranza del
Parlamento, e coincide con l’opinione di Women on
Waves. Il Portogallo tuttavia ha proibito a questa nave di
entrare in porto, cosa davvero singolare. Women on
Waves non svolge attività illegali in acque portoghesi;
essa fornisce semplicemente informazioni su un tema
che non è gradito al governo. Le conseguenze possono
essere imprevedibili: forse è solo questione di tempo
prima che si rifiuti l’ingresso nei porti a Greenpeace se
tale associazione dovesse fare affermazioni non gradite
al governo del luogo, e questo non possiamo accettarlo.
Le autorità portoghesi hanno addotto l’argomento che la
de Borndiep sarebbe una minaccia per la sanità pubblica:
la Commissione europea è forse dello stesso parere? Il
Ministro Bot ha già notato che non è ammissibile negare
l’attracco ad una nave per tali motivi: la Commissione
condivide la sua opinione? D’altra parte l’accesso non si
deve negare neppure per motivi di ordine pubblico; le
attività informative non sono violente. Esse si svolgono
infatti a bordo della nave, in un’atmosfera di riservatezza
e in uno spirito di dialogo e rispetto; la dura reazione del
governo è perciò infondata. La nave adesso ha varcato
nuovamente il confine, proprio come fanno, ogni anno,
circa 10 000 donne portoghesi per sottoporsi
all’intervento chirurgico di cui hanno bisogno.
4-008
Gibault (ALDE/ADLE). – (FR) Signor Presidente,
onorevoli colleghi, è semplicemente in qualità di
cittadina europea che intervengo oggi, per discutere il
caso di Women on Waves.
Come tutto il PSE, mi interrogo sulla possibile
violazione del diritto internazionale rappresentata dalla
decisione del governo portoghese, che ha vietato alla
nave olandese l’ingresso nelle proprie acque territoriali;
ma io scorgo in essa anche il divieto di curare altre
donne europee.
Sebbene l’iniziativa dell’organizzazione Women on
Waves mi sembri – nella forma – un po’ provocatoria,
non per questo la giudico meno legittima in linea di
principio. L’operato di quest’associazione corrisponde in
16/09/2004
effetti a due diritti delle donne che giudico essenziali: il
diritto alla salute e il diritto alla dignità, entrambi inseriti
nella Carta dei diritti fondamentali. In molti Stati, ormai
da decenni, questi diritti sono difesi dalle donne che
combattono una dura battaglia per ottenere l’adesione
dei governi alla loro legittima causa. Per questa ragione
sono personalmente sbigottita nel constatare che ancor
oggi, in seno al Parlamento europeo, vi è una corrente di
donne che cerca di rimettere in discussione i risultati di
una lunga lotta.
Non sono qui per biasimare quegli Stati europei che
hanno scelto di limitare, vietare o punire la pratica
dell’aborto, ma credo che l’episodio su cui s’incentra il
mio intervento debba offrire a questi Stati l’occasione
per riavviare il dibattito su un tema tanto delicato. Le
donne si trovano spesso sole quando devono prendere la
dura decisione di interrompere una gravidanza; è sempre
un momento di grande sconforto. E’ una scelta che non
si fa mai a cuor leggero, bensì con grave travaglio di
coscienza, e per la quale colpevolizzazione o
criminalizzazione non sono risposte adeguate: solo il
dialogo e l’informazione permetteranno di far progredire
l’opinione pubblica. La repressione, invece, fa la fortuna
di quelle imprese clandestine che sfruttano l’ignoranza e
la fragilità sociale; ma nella nostra Europa delle libertà
non c’è posto per organizzazioni di tal fatta. Le
Istituzioni europee hanno il dovere di dare l’esempio in
questo settore e di far rispettare le libertà individuali. La
mancanza di una chiara presa di posizione da parte della
Commissione sarebbe interpretata non solo come
un’ingiustizia sociale per queste donne, ma pure come
un’intollerabile restrizione dei loro diritti fondamentali.
Desidero aggiungere che questo problema non riguarda
solamente le donne. Mi dolgo di poter contare solo su
pochi uomini nella commissione per i diritti della donna
e l’uguaglianza di genere, e ringrazio sinceramente
coloro che hanno compreso che dobbiamo unirci per
difendere i nostri ideali e testimoniare il nostro impegno.
E’ nostro dovere di europei essere vicini, con
intelligenza e partecipazione, alle donne dei nostri Stati
membri di fronte ai gravi dilemmi che le affliggono. Per
tale motivo il gruppo ALDE/ADLE insiste con il
Consiglio e la Commissione affinché sia adottata una
posizione chiara e democratica.
(Applausi)
4-009
Wallström, Commissione. – (EN) Signor Presidente, la
Commissione ha seguito gli sviluppi di questa vicenda.
Secondo le informazioni di cui disponiamo, Women on
Waves, insieme ad altre organizzazioni e singole
persone, ha presentato ricorso contro il provvedimento
che vietava alla nave l’ingresso in Portogallo. Il 6
settembre 2004 il tribunale amministrativo e fiscale di
Coimbra ha adottato, nei confronti di tale ricorso, una
decisione che è stata oggetto di un ulteriore ricorso da
parte di Women on Waves.
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La Commissione desidera ricordare i principi del diritto
comunitario relativi alla libera circolazione delle
persone. I cittadini europei hanno diritto d’ingresso nel
territorio degli altri Stati membri in base ai diritti alle
libertà garantite dal Trattato della Comunità europea,
secondo le condizioni e le limitazioni previste da quel
Trattato e dai suoi provvedimenti attuativi. Gli Stati
membri possono limitare questo diritto fondamentale
sancito dall’articolo 18 del Trattato della Comunità
europea soltanto quando ciò sia giustificato da motivi di
politica, sicurezza o sanità pubbliche. Quando uno Stato
membro emette un divieto di ingresso nel proprio
territorio richiamandosi a uno di tali motivi, deve
rispettare i principi generali del diritto comunitario.
Deve rispettare i diritti fondamentali, compreso il diritto
alla libertà d’espressione, e in particolare il principio di
proporzionalità, nonché le disposizioni contenute nella
direttiva del Consiglio 64/221/CEE, del 25 febbraio
1964, sul coordinamento delle misure speciali
giustificate da motivi di politica, sicurezza e sanità
pubbliche, secondo le interpretazioni che ne ha dato la
Corte di giustizia delle Comunità europee.
Quando si prendono decisioni per motivi di politica o
sicurezza pubbliche, il comportamento delle persone
interessate deve rappresentare una minaccia concreta e
sufficientemente grave per gli interessi fondamentali
della società. Il divieto d’ingresso negli Stati membri per
motivi di sanità pubblica può essere giustificato solo
dalle malattie o dalle disabilità menzionate nell’allegato
alla direttiva 64/221/CEE.
In base alla direttiva 64/221/CEE, le decisioni di divieto
d’ingresso o di espulsione dal territorio si devono
notificare alla persona interessata, informandola dei
motivi di politica, sicurezza o sanità pubbliche per cui la
decisione stessa è stata presa. La persona interessata
dev’essere in grado di presentare ricorso avverso la
decisione stessa. Spetta poi ai tribunali nazionali
portoghesi giudicare la validità della decisione,
rispettando però i principi generali del diritto
comunitario e le disposizioni della direttiva 64/221/CEE.
La Commissione non ha per ora ricevuto ricorsi in
merito a quest’incidente da parte di rappresentanti
dell’organizzazione Women on Waves. Essa intende però
mettersi in contatto con le autorità portoghesi, per
ottenere informazioni più dettagliate sui fatti riferiti
dagli onorevoli parlamentari.
(Applausi)
4-010
Graça Moura (PPE-DE). – (PT) Signor Presidente,
questo dibattito è inutile. Nel caso concreto, un tribunale
portoghese ha stabilito che il governo portoghese ha
agito entro i confini della legalità. In uno Stato di diritto,
il potere giudiziario è indipendente dagli altri poteri; il
governo portoghese non dà ordini al potere giudiziario.
L’interruzione volontaria della gravidanza e la legalità di
una sentenza non sono argomenti su cui il nostro
Parlamento possa esprimersi; l’interruzione volontaria
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della gravidanza è di esclusiva competenza di ciascuno
Stato membro. La legge portoghese non differisce, nella
sostanza, da quella della maggior parte degli Stati
membri, ed è stata approvata da un Parlamento
democratico; di recente, un referendum ha respinto la
proposta di modificare la legge. E’ chiaro che, su una
questione così delicata, una donna incinta deve poter
decidere secondo la propria coscienza, ma si deve
rispettare pure la decisione della maggioranza dei
cittadini, che ha espresso una posizione diversa: c’è una
maggioranza, e siamo in uno Stato di diritto.
Informo il Commissario, signora Wallström, che non è
stato vietato l’accesso a nessun esponente di Women on
Waves; costoro, in precedenza, godevano – in Portogallo
– di piena libertà di circolazione ed espressione. Senza
limitazione alcuna, andavano dove volevano, parlavano
con chi volevano e rilasciavano tutte le interviste che
volevano. In seguito, però, hanno istigato le donne ad
acquisire ed assumere farmaci che sono in vendita solo
dietro presentazione di ricetta medica, in quanto
suscettibili di causare gravi lesioni all’organismo. Una
donna – una dottoressa, a quanto mi risulta – ha
ammesso di aver acquistato uno di tali farmaci in una
farmacia portoghese, senza ricetta, in violazione delle
più elementari norme di sanità pubblica; da parte di un
medico si tratta di un comportamento gravissimo. Sono
giunte proteste da parte dell’ordine dei medici
portoghesi e dell’ordine dei farmacisti portoghesi.
Le limitazioni della libertà di circolazione nello spazio
europeo sono concepite precisamente per difendere la
sanità pubblica ed impedire atti illeciti. In pratica, vi è
stata istigazione alla pratica di aborti senza assistenza
clinica – ripeto: senza assistenza clinica – con
l’intenzione di strumentalizzare le situazioni di povertà,
ignoranza e necessità in cui si trovano molte donne
incinte, ed istigando a violare le leggi per mere ragioni
di propaganda. Questa sì che è davvero una violazione
sconvolgente dei diritti umani, che il Parlamento
dovrebbe condannare senza esitazione. Male ha fatto lei,
signor Presidente, e male ha fatto la Conferenza dei
presidenti a non far abortire questo dibattito.
16/09/2004
Commissione e il Parlamento non possono e non devono
assistere indifferenti. Uomini e donne, appartenenti ad
un’organizzazione non governativa di uno Stato
membro, invitati da una ONG di un altro Stato membro,
con l’obiettivo di promuovere insieme azioni di
informazione e sensibilizzazione in materia di salute
riproduttiva e sessuale, sono stati paragonati a trafficanti
di droga, pescatori di frodo e contrabbandieri; la
Commissione e il Parlamento non possono e non devono
assistere indifferenti.
Il governo portoghese ha invocato il rispetto delle leggi
nazionali e la difesa della sanità pubblica, ma quando e
come sarebbero state violate le leggi portoghesi? A
infrangere la legge non sono state le organizzazioni
femminili; è stato il governo portoghese che ha violato i
diritti delle donne. E’ altrettanto priva di fondamento
l’accusa di un presunto pericolo per la sanità pubblica
poiché nessun membro dell’equipaggio della nave era
portatore di malattie infettive. Il governo portoghese ha
preso una decisione; ma ha preso la decisione sbagliata,
basandosi su supposizioni e vaghi indizi per intimidire le
donne che si battono per l’interruzione volontaria della
gravidanza. Il governo portoghese ha vietato la libera
circolazione di cittadini europei all’interno dello spazio
comunitario, sulla base di un processo alle intenzioni e
per evitare l’insorgere di un dibattito scomodo per la
coalizione al potere; circostanza ancor più singolare, per
tutta la durata della sua permanenza al largo delle coste
lusitane, la nave è stata costantemente sorvegliata da due
corvette della marina portoghese. Le navi da guerra del
Portogallo devono forse essere utilizzate per azioni
intimidatorie contro cittadini che difendono la propria
causa con pacifico coraggio? In una democrazia non
esistono reati di opinione.
Ciò che è avvenuto in Portogallo alla nave di Women on
Waves non si deve tollerare, né può ripetersi
impunemente. Si creerebbe altrimenti un grave
precedente, che potrebbe condurre ad una limitazione di
diritti, libertà e garanzie per tutti noi, cittadini
dell’Unione europea.
(Applausi)
(Applausi a destra)
4-011
Estrela (PSE). – (PT) Signor Presidente, signora
Commissario, questo dibattito è una vittoria per la
democrazia, ed è estremamente opportuno che si tenga
oggi in seno al Parlamento europeo. Non si tratta di un
problema che riguardi solo il Portogallo e le donne; è un
problema, invece, che riguarda gli uomini e le donne di
tutta l’Unione europea, e riguarda pure la Commissione,
il Consiglio e il Parlamento.
Vietando ad una nave olandese l’ingresso nelle proprie
acque territoriali, il governo portoghese ha violato non
solo il diritto internazionale, ma anche il diritto
comunitario e la Convenzione sul diritto marittimo. A
dei cittadini europei, difensori dei diritti delle donne, è
stato impedito l’ingresso in un paese europeo, ed essi
sono stati trattati alla stregua di criminali; la
4-012
Ek (ALDE/ADLE). – (SV) Questo dibattito si può
dividere in due parti. A quanto sembra, in Portogallo si
praticano almeno 20 000 aborti illegali l’anno, e il
numero di gravidanze di minorenni è tra i più alti
d’Europa. L’ostetrica Maria do Ceu, che praticava aborti
illegali, è stata condannata a sette anni e mezzo di
carcere. Le donne portoghesi non sono le uniche cui
venga negato il diritto all’aborto; si trovano nella stessa
situazione le donne irlandesi, maltesi e polacche.
Le donne hanno dei diritti sul proprio corpo, e il diritto
alla salute sessuale e riproduttiva è compreso nella
Convenzione per i diritti umani, ratificata da tutti i paesi
dell’Unione europea; gli Stati che hanno ratificato le
convenzioni internazionali devono poi rispettarle.
16/09/2004
La seconda parte del dibattito riguarda le misure prese
concretamente in merito a Women on Waves. Quando ha
aderito all’Unione europea, lo Stato portoghese si è
impegnato a rispettare le quattro libertà di circolazione;
si invoca ora l’eccezione della sicurezza nazionale. Da
parte mia, mi appello al diritto comunitario ed alla
Convenzione sul diritto marittimo; il Portogallo non mi
sembra un paese così instabile, che sei persone su una
barca possano metterne a repentaglio la sicurezza
nazionale. Di conseguenza, in questo caso non si può
invocare il principio di proporzionalità.
Infine, il Portogallo ha violato l’impegno che aveva
assunto nei confronti dell’Unione europea, degli altri
Stati membri e dell’opinione pubblica europea, in merito
alle libertà di circolazione. Vorrei chiedere ai colleghi di
riflettere su ciò che sarebbe dell’Europa, se altri governi
europei dovessero individuare dei gruppi di cittadini che
non condividono le loro idee, e poi mobilitassero la
marina militare per impedire a tali gruppi l’ingresso nei
porti; sarebbe una situazione chiaramente inaccettabile.
Col suo operato, il governo portoghese ha sfidato non
solo le donne portoghesi e coloro che, in tutta Europa, si
battono per i diritti umani ed il rispetto delle convenzioni
internazionali, ma la stessa idea d’Europa, assieme alla
libertà di circolazione in Europa. Invito quindi la
Commissione ed il Consiglio ad intervenire con
decisione e tempestività su questo problema.
(Applausi)
4-013
Portas (GUE/NGL). – (PT) Signor Presidente,
onorevoli colleghi, in questo dibattito, a mio avviso, non
stiamo discutendo se la legge portoghese sia davvero
una delle più arretrate d’Europa – lo è – o se, in materia
d’aborto, sia peggiore (ad esempio) di quella della
Tunisia.
Non stiamo neppure discutendo perché mai le donne
portoghesi debbano recarsi in Spagna per effettuare
quegli aborti che non sono possibili in Portogallo, o
perché quelle tra loro che non hanno la possibilità
economica di andare in Spagna debbano abortire
clandestinamente in Portogallo, questione che riguarda
la sanità pubblica portoghese. Non è di questo che
discutiamo.
Né discutiamo della ragione per cui le donne portoghesi
sono continuamente trascinate in tribunale, ad esporre
pubblicamente il proprio dolore più intimo in un atto di
suprema umiliazione. No!
E neppure discutiamo dei motivi che hanno spinto, in
Portogallo, il tribunale amministrativo di primo grado a
adottare la decisione che ha preso. No!
Stiamo invece discutendo, per la precisione, se sia
legittimo, in Europa – poiché si tratta di un problema
europeo – che una nave da guerra affronti un battello in
mare aperto per impedire a tre uomini e tre donne di
approdare in un porto portoghese, benché la loro nave
9
avesse tutte le carte in regola e prestasse un servizio
medico debitamente autorizzato da un altro Stato
membro. E’ questo l’argomento del nostro dibattito;
stiamo cioè discutendo se sia possibile concepire un
progetto europeo allorché lo Stato portoghese, per
difendere la più iniqua e controversa legge che esista in
Portogallo, si arroga il diritto di spedire in alto mare una
nave da guerra per sbarrare il passo ad un’imbarcazione
civile: di questo, e non di altro, stiamo discutendo.
Per tale motivo l’onorevole Vasco Graça Moura può ben
chiedere di far abortire questo dibattito, ma non può
riuscirci. La Commissione ci ha dato una risposta
incoraggiante – pur se non ancora sufficiente – la quale
garantisce che comportamenti come quelli che si sono
registrati continueranno a suscitare la ferma opposizione
di tutti coloro che, in Europa, difendono la libertà di
circolazione delle persone e delle idee in quanto valore
fondante del proprio progetto europeo.
(Applausi)
4-014
Krupa (IND/DEM). – (PL) Signor Presidente,
onorevoli colleghi, desidero anzitutto ringraziare Iddio,
che mi ha concesso la possibilità di intervenire in
Parlamento sul più importante problema dei tempi
moderni, ossia la difesa della vita. Ciò riveste un
significato particolare, in un’epoca in cui, ogni anno, più
di 50 milioni di bambini vengono uccisi nel grembo
della propria madre: un genocidio di proporzioni assai
più gravi dello stesso Olocausto, che causò milioni di
vittime.
In tutto il mondo, molti si chiedono se si possa concepire
una degenerazione più bestiale dell’assassinio di un
bambino nel grembo della madre. Una madre dovrebbe
essere l’incarnazione stessa dell’amore e della dolcezza,
ed il suo grembo il più sicuro di tutti i luoghi; purtroppo,
però, può diventare una tomba.
Uccidere un bambino nel grembo della madre non è un
diritto umano. Quali diritti vogliono perciò difendere
quelli di Women on Waves, se il capo di
quest’organizzazione, pur non abilitato a esercitare la
professione medica nei paesi in cui è sbarcato, ha
comunque prescritto pericolosissimi farmaci ormonali
che provocano l’aborto precoce, ha pubblicizzato altri
farmaci capaci di interrompere la gravidanza ed ha
praticato egli stesso aborti?
Mi chiedo se gli europei del XXI secolo desiderino
veramente una libertà che toglie ogni freno a questi
individui dalla personalità anormale, privi di coscienza,
sentimenti superiori, dignità e compassione, i quali sono
stati recentemente etichettati come immaturi per non
risvegliare le coscienze addormentate; in passato, in
realtà, costoro erano definiti psicopatici.
Medici e ricercatori razionali e responsabili hanno
osservato con orrore la manipolazione e la degradazione
della scienza che avviene nei laboratori e sotto il
microscopio; queste pratiche equivalgono ad un
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16/09/2004
terrorismo appena velato che si abbatte sui bambini più
deboli, ed alla creazione di moderni campi di sterminio.
Queste parole sono alla base della civiltà umana da
2 000 anni: che non siano mai dimenticate!
Da che punto di vista uccidere un bambino indifeso nel
grembo della madre è diverso dal bagno di sangue di
Beslan? Contro la volontà dell’opinione pubblica,
l’Europa ha abolito la pena di morte per il più grave dei
crimini; ma allo stesso tempo, ed in nome della stessa
pubblica opinione, si è favorevoli alla pena di morte per
i più indifesi tra gli innocenti. A che titolo l’Unione
europea osa arrogarsi il diritto di decidere sulla vita e la
morte di esseri umani?
(Applausi a destra)
Proprio per aver adottato un tale approccio ad un
problema in cui sono in gioco, oltre alla vita umana, i
valori più fondamentali, l’Europa e l’intera civiltà
occidentale rischiano sempre più gravemente il crollo;
chi non se ne rende conto è stato reso cieco e sordo dalla
smania di correttezza politica. Ho la massima stima delle
autorità portoghesi e le elogio per aver impedito a questa
nave di morte di entrare nel loro paese; esorto infine a
rispettare la santità della vita, dal concepimento fino alla
morte naturale.
(Applausi a destra)
4-015
Kamiński (UEN). – (PL) Signor Presidente, onorevoli
colleghi, il problema che oggi discutiamo, o piuttosto il
problema che purtroppo oggi discutiamo, ha due
dimensioni. Sulla prima, il parere di quest’Assemblea
dovrebbe essere ovvio; si tratta di sapere se uno Stato
membro ha il diritto di impedire che un’azione venga
commessa sul suo territorio, qualora tale azione
costituisca un reato in base alle leggi di quello Stato.
La questione mi sembra chiarissima. Noi vogliamo
un’Europa in cui ogni paese possa fissare le leggi valide
nel proprio territorio, ed usare ogni mezzo per farle
rispettare; a parere mio e dei miei colleghi, il governo
portoghese aveva tutti i diritti di impedire ad una nave
portatrice di crimini e morte l’ingresso nelle proprie
acque territoriali e l’approdo alle coste portoghesi.
Naturalmente, però, questo dibattito ha pure un’altra
dimensione, come ha giustamente notato un oratore della
sinistra; quel collega aveva tutte le ragioni di rilevare
che questo dibattito riguarda il modo in cui l’Europa
contemporanea tratta i bambini non ancora nati. Il fatto
che in molti paesi il fondamentale diritto alla vita non sia
rispettato è una macchia vergognosa per la civiltà
moderna e la moderna Europa.
Grazie a Dio, dopo le ultime elezioni in questo
Parlamento vi è un maggior numero di deputati provvisti
del coraggio di proclamare che i bambini non ancora nati
hanno il diritto di vivere, in Europa e in tutto il mondo.
E’ assai positivo che ora, in quest’Aula, vi siano assai
più persone che ricordano le parole pronunciate 2 000
anni fa dal nostro Salvatore: “Quello che avrete fatto
all’ultimo dei miei fratelli, lo avrete fatto a me”.
4-016
Schenardi (NI). – (FR) Signor Presidente, onorevoli
colleghi,
l’incidente
relativo
alla
nave
dell’organizzazione Women on Waves, cui è stato vietato
l’ingresso in Portogallo, suscita una riflessione a due
livelli: da un lato, sul concetto di violazione del
principio della libera circolazione dei beni e delle
persone, poiché le navi olandesi si sono viste
espressamente vietare l’ingresso nelle acque territoriali
portoghesi, e quindi l’approdo; dall’altro, sulla
propaganda diffusa dall’associazione Women on Waves.
Occorre ricordare che questa nave, definita “la nave
dell’aborto”, è stata trasformata in clinica galleggiante
per distribuire la pillola RU 486, la cosiddetta “pillola
abortiva” che – precisiamo – in Portogallo è vietata e
quindi non commercializzata.
Nella situazione attuale, non crediamo che la
commissione per i diritti della donna e l’uguaglianza di
genere abbia le competenze necessarie per affrontare
questi due problemi, uno concernente l’applicazione del
diritto internazionale, l’altro – quello dell’aborto e della
contraccezione – concernente la morale, l’etica e la
religione.
A questo proposito mi permetto di rammentare che il
Parlamento europeo, con la risoluzione del 3 luglio
2002, ha invitato gli Stati membri a promuovere
campagne d’informazione in materia di diritti connessi
alla sessualità e alla procreazione, non ad incoraggiare le
donne a ricorrere all’aborto come metodo contraccettivo.
In un campo tanto delicato la politica – e ancor più i
politicanti – sono fuori posto, specialmente se si intende
sfruttare la questione a fini puramente elettorali, come
pare stia avvenendo in questo caso. I paesi europei ed i
loro governi hanno il diritto di far rispettare le sensibilità
legate alle proprie tradizioni culturali, religiose ed
etiche; ed oltre al diritto hanno anche l’autorità
necessaria a questo scopo.
Nella protesta dei nostri colleghi noi scorgiamo
solamente un’espressione di ostilità politica nei
confronti del governo portoghese, alla quale non
intendiamo unirci.
4-017
Martens (PPE-DE). – (NL) Signor Presidente, questo è
il terzo viaggio della nave di Women on Waves; come lei
sa, essa era già salpata alla volta dell’Irlanda e della
Polonia. Secondo il nostro ordine del giorno, la nave è
olandese; non è esatto, benché essa batta effettivamente
bandiera olandese. Si tratta in realtà dell’iniziativa di un
piccolo gruppo di donne olandesi, e sono quindi assai
sorpresa di trovare quest’argomento nell’ordine del
giorno; non teniamo dibattiti sulle navi di Greenpeace o
di altre organizzazioni. Attribuisco grande importanza ad
un dibattito su problemi etici – come l’aborto o i diritti
16/09/2004
delle donne – e plaudo anzi all’idea, ma il nostro
dibattito riguarda specificamente questa nave e ciò che
vi avviene a bordo; e a mio parere, ciò che avviene a
bordo non è affatto positivo. In Portogallo sono in corso
tentativi di modificare la legge, ma secondo la cultura
democratica non è certo questo il modo per indurre un
altro paese a farlo. Analoghe ingerenze straniere nella
legislazione olandese, in merito per esempio alle droghe
o all’eutanasia, susciterebbero verosimilmente nei Paesi
Bassi un’ondata di proteste analoghe. Dovremmo
avviare un dibattito fra tutti noi, ma con un’impostazione
diversa da questa. Dal momento che la nave è salpata per
l’Irlanda senza permesso, non ha rispettato neppure la
legge olandese, che a questo riguardo è già molto
indulgente. Dopo il viaggio in Polonia, si è acceso un
animato dibattito sull’uso di pillole abortive non
approvate; si discute ora delle cure successive
all’intervento, che l’organizzazione non è in grado di
garantire. Women on Waves ha ora pubblicato su
Internet un metodo per procurare da sé l’interruzione di
gravidanza, per mezzo di medicinali da banco,
accompagnato da un avvertimento sui gravissimi
pericoli che questa pratica comporterebbe. Poco dopo la
nave riparte. Non mi sembra un modo corretto di
procedere, né di promuovere le proprie iniziative. Su
problemi come l’aborto, i vari paesi hanno posizioni
diverse, e su questo dobbiamo avviare un dibattito
comune; sono incondizionatamente favorevole. Saremo
forse una comunità di valori, ma non sotto questo
aspetto.
4-018
Bozkurt (PSE). – (NL) Signor Presidente, vorrei
interrogare la Commissione in merito al diritto
all’informazione di cui godono i cittadini europei, ed in
particolare le donne. Dal momento che questo diritto
mira ad incrementare e diffondere la conoscenza, a
beneficio della salute e dei diritti sessuali delle donne,
esso è perfettamente compatibile con la strategia di
Lisbona. Women on Waves non intendeva esportare in
Portogallo i risultati raggiunti nei Paesi Bassi in materia
di aborto, ma piuttosto offrire alle donne – e agli uomini
– portoghesi informazioni oggettive sui loro diritti
sessuali. Spetta poi ai portoghesi decidere se e come
valersi di tali informazioni. Due anni fa, con la
risoluzione scaturita dalla relazione dell’onorevole Van
Lancker, il Parlamento europeo ha invitato i governi a
fornire informazioni oggettive, scientifiche e chiare in
materia di salute sessuale e riproduttiva; in questo
quadro rientrano anche la prevenzione di gravidanze
indesiderate ed i rischi connessi a interruzioni di
gravidanza effettuate in circostanze non idonee.
Sabotando l’azione di Women on Waves –
un’associazione che intende fornire informazioni – il
governo portoghese non ha certo dato prova di prendere
sul serio la risoluzione del Parlamento. Ora la nave ha
lasciato il Portogallo, ma Women on Waves ha
manifestato l’intenzione di tornare, in tempo per le
prossime elezioni portoghesi; ciò offrirebbe al governo
di quel paese una buona occasione per adeguarsi alla
risoluzione del nostro Parlamento, e dimostrare così che
non intende negare ai propri cittadini il diritto
11
all’informazione. Signora Commissario Wallström, può
la Commissione assicurarci che il tema della migliore
prassi per la diffusione di informazioni sui diritti
riproduttivi e sessuali delle donne verrà inserito con
maggior convinzione nei futuri programmi? Può inoltre
assicurarci che verranno prese misure concrete in tal
senso, per esempio organizzando una conferenza su
questo problema a Lisbona?
(Applausi dai banchi del gruppo PSE)
4-019
Harkin (ALDE/ADLE). – (EN) Signor Presidente, il
governo del Portogallo afferma che le attività svolte a
bordo della nave di Women on Waves violano la legge
portoghese. Non sono in grado di dire se ciò corrisponde
a verità, poiché non conosco esattamente le attività che
si effettuavano a bordo della nave, e soprattutto perché
ignoro completamente la legge portoghese. Mi risulta
che questo caso verrà giudicato dal tribunale
competente; credo anche che quest’iniziativa sia stata
una provocazione da parte di Women on Waves, oltre
che un tentativo di minare il principio di sussidiarietà.
Noi parlamentari europei, infatti, possiamo approvare o
disapprovare la posizione del Portogallo sul problema
dell’aborto, ma dobbiamo comunque riconoscere al
governo democraticamente eletto di quel paese il diritto
di decidere in merito.
Martedì scorso, in quest’Aula, ho ascoltato attentamente
gli interventi degli oratori che si sono succeduti; essi
hanno proclamato la necessità “di rispettare la dignità
delle differenze, di rispettare il diritto dei deputati a
sostenere opinioni differenti, e di mostrare tolleranza
verso tali opinioni”. Il Presidente Barroso ha anzi
dichiarato: “Nessuno possiede il monopolio della verità”
– né il governo portoghese né Women on Waves.
Dobbiamo avere rispetto e tolleranza per le differenti
opinioni, per le diverse leggi e per il diritto di ogni Stato
dell’Unione europea a legiferare e ad applicare le
proprie leggi sul proprio territorio. Il nostro Parlamento
deve certo riconoscere ed apprezzare il principio di
sussidiarietà.
A quanto mi risulta, l’Unione europea e la Corte di
giustizia hanno affermato che la legislazione sull’aborto
è di esclusiva pertinenza nazionale, mentre l’Unione
europea non ha voce in capitolo. Il governo portoghese
non ha quindi il monopolio della verità, ma ha la
competenza, che esso considera minacciata.
Permettetemi infine un parallelo: in Irlanda abbiamo
introdotto il divieto di fumare nei luoghi di lavoro; tale
divieto vale anche sulle navi irlandesi. Se un cittadino
portoghese od olandese si mettesse a fumare a bordo di
una nave irlandese in acque internazionali, ciò
violerebbe la legge irlandese. La situazione non è la
stessa, ma quest’esempio aiuta a comprendere la delicata
complessità di tali situazioni nonché l’opportunità di
applicare senza eccezioni il principio di sussidiarietà.
4-020
Svensson (GUE/NGL). – (SV) Signor Presidente, come
tutti i colleghi sanno, è ormai più di un secolo che le
12
donne hanno il diritto di voto e il potere di prendere
decisioni che riguardano loro stesse e i propri loro beni.
Oltre alle responsabilità della propria vita, alle donne è
toccata la responsabilità per la vita dei propri figli.
Nonostante il fatto che le donne siano divenute soggetti
attivi dal punto di vista legislativo ormai da tanto tempo,
noi donne siamo ancora chiaramente prive di potere
nelle decisioni che riguardano il nostro corpo e la nostra
sessualità.
Il comportamento del governo portoghese nelle vicende
di Women on Waves non si può interpretare in altro
modo. L’azione di quel governo non solo rappresenta
una dichiarazione di incapacità nei confronti delle
donne, ma viola altresì la risoluzione del Parlamento
europeo sulla promozione di campagne informative in
materia di diritti sessuali e riproduttivi.
Non voglio discutere solo dei diritti delle donne;
desidero anzi porre al centro di questo dibattito i
bambini; prendendo le distanze da alcuni oratori, che
hanno dimostrato scarsa partecipazione e comprensione,
tengo a dire che la vita dei bambini è troppo importante
per dover dipendere solo dal caso. I bambini hanno il
diritto illimitato di essere ben accolti al mondo, e di
attendersi una vita felice.
Normalmente non sono tra coloro che vedono complotti
dovunque, ma non posso fare a meno di chiedermi se
l’atteggiamento del governo portoghese non sia
largamente motivato dal fatto che qui sono in gioco le
donne e le loro organizzazioni. Se la nave di cui
discutiamo si fosse chiamata “Uomini per la violenza
come mezzo di risoluzione dei conflitti” non avrebbe
ricevuto con ogni probabilità – mi chiedo – il permesso
di entrare in porto?
Se il Consiglio e la Commissione, quando parlano di
un’Europa delle donne, lo fanno seriamente, non
possono fare a meno di confrontarsi con l’iniziativa del
governo portoghese. Dobbiamo schierarci con le donne e
i bambini.
4-021
Blokland (IND/DEM). – (NL) Signor Presidente, sono
completamente d’accordo con l’onorevole Graça Moura.
Inoltre, non comprendo perché mai il Parlamento
europeo debba occuparsi di una controversia tra il
Portogallo ed un gruppo di attivisti che prende il mare
battendo bandiera olandese; il caso verrà giudicato da un
tribunale, e non rientra certo nelle competenze di
quest’Assemblea. La questione sembrerebbe dunque già
risolta, se non fosse che si tratta di un problema non solo
giudiziario, ma anche morale. Da quando in qua gli
attacchi alle leggi di un altro Stato membro rientrano
nella sfera della libertà di circolazione di persone, beni e
servizi? Ma è precisamente questo che avviene con
Women on Waves; sul NRC Handelsblad di sabato
scorso quest’organizzazione incitava l’opinione pubblica
ad appoggiare la lotta per la libertà di aborto in
Portogallo. E’ cosa ben differente dalla fornitura di un
servizio, e in tal modo Women on Waves ha mostrato il
suo vero volto; si tratta in effetti di un’attività
16/09/2004
completamente diversa dal fornire informazioni a bordo
della Borndiep. Noto a tal proposito che l’Ispettorato
olandese per la sanità pubblica sta avviando un’inchiesta
per verificare se le attività svolte da Women on Waves
sono consentite.
L’attivismo progressista sta mettendo alla prova i limiti
del diritto. L’abortus provocatus non è accettato
automaticamente neppure nei Paesi Bassi. All’epoca,
solo una risicata maggioranza si è schierata a favore di
una normativa giuridica che rendesse possibile l’abortus
provocatus; ed anche oggi solo una ristretta minoranza
accetta, con grande difficoltà, questa legge sull’aborto, a
causa della considerazione del principio che la vita
dev’essere protetta. In questo campo non vi è certo
bisogno che i Paesi Bassi indichino la via da seguire.
Vorrei ora affrontare i quesiti che i colleghi hanno posto
alla Commissione; essi affermano che la Commissione
stessa dovrebbe agire sulla base del diritto comunitario.
L’articolo 28 della legislazione comunitaria sancisce il
principio della libertà di circolazione di beni e servizi;
l’articolo 30 della medesima legislazione precisa che la
libertà di circolazione non si applica quando sia
necessario tutelare la decenza, l’ordine pubblico, la
sicurezza e la sanità pubblica. Ne consegue che il
Portogallo ha il pieno diritto di rifiutare l’ingresso ad
una nave di attivisti, anche se tale nave è stata invitata da
un’organizzazione portoghese; è quindi un autentico
privilegio per gli Stati membri avere ancora il diritto di
adottare la propria politica. In tale contesto è invece un
segno di scarso rispetto tentare di avvalorare le tesi
progressiste per mezzo della legislazione europea. Il
governo portoghese considera degna di protezione la vita
prima della nascita, e merita perciò un elogio.
4-022
Libicki (UEN). – (PL) Signor Presidente, onorevoli
colleghi, non dobbiamo dimenticare che, quando
discutiamo della nave di Women on Waves, il dibattito si
collega strettamente al problema dell’aborto, che per
l’Unione europea è una questione completamente nuova.
Bisogna tener presente che nella maggioranza dei paesi
europei l’aborto è permesso solo da pochi decenni, ed
ancor oggi non è permesso in tutti; mi rallegro che vi
siano ancora paesi che lo vietano. Anche quei sostenitori
dell’aborto che ritengono la questione irrilevante dal
punto di vista morale devono rendersi conto che questo
dibattito solleverà una vasta opposizione; devono pure
comprendere che per moltissimi cittadini europei – e per
una forte maggioranza dell’opinione pubblica in molti
paesi europei – l’aborto è un grave crimine.
Favorevoli o contrari all’aborto su richiesta, tutti
comprendono che siamo di fronte a un grande problema
di civiltà; ridurlo ora al problema di appurare se il
Portogallo abbia violato il diritto di informazione o il
diritto alla libertà di circolazione, significa offrire una
clamorosa dimostrazione di ipocrisia, cattiva volontà o
stoltezza.
Come deputati di quest’Assemblea, non possiamo
permetterci di comportarci in maniera sciocca o
16/09/2004
malvagia. Di conseguenza, se il nostro Parlamento inizia
ad analizzare questo problema in termini di libertà di
circolazione e libertà di informazione, darà di sé la
peggiore immagine possibile e contribuirà al crollo della
civiltà – e dunque anche al crollo dell’Unione europea e
del Parlamento europeo.
E’ importante ricordare che in molti paesi europei – tra
cui Irlanda, Malta e Portogallo – l’aborto non è
consentito; non è consentito neppure in Polonia. La nave
di Women on Waves è giunta anche in Polonia, e la sua
presenza nel nostro paese è stata un’istigazione a
delinquere. Gli esponenti di quest’associazione che si
sono addentrati nelle acque polacche devono sapere che,
se osassero ripetere l’impresa, non solo dovrebbero
rispondere dei reati commessi in precedenza, ma – mi
auguro – sarebbero anche sottoposti a restrizioni e non
sarebbero ammessi in Polonia. A mio avviso il governo
portoghese ha preso a questo proposito la miglior
decisione possibile.
Ovviamente il Portogallo non ha agito in base al diritto
comunitario: questo punto è già stato chiarito. Il
Portogallo è uno Stato sovrano, dotato di tribunali
indipendenti.
Desidero esortare ancora una volta a non ridurre questo
problema ad una banale discussione sull’informazione e
la libertà di circolazione.
4-023
Ribeiro e Castro (PPE-DE). – (PT) Signor Presidente,
signora Commissario, onorevoli colleghi, l’attenzione
del Parlamento – assieme a quella del Consiglio e della
Commissione – dovrebbe appuntarsi – come è già stato
notato – sul patetico epilogo della patetica avventura
della nave olandese, nonché sulla sfrenata e
irresponsabile propaganda a favore dell’aborto illegale
autoprocurato tramite l’acquisizione illegale e l’uso
improprio di farmaci.
Non mi riferisco alla pillola RU 486, che non è
autorizzata in Portogallo, come in molti paesi
dell’Unione europea, e che era trasportata sulla nave in
questione; alludo invece all’acquisizione e all’uso
irresponsabile di farmaci che si possono acquistare in
farmacia, benché con determinate limitazioni. La
sfrenata propaganda che è stata effettuata comporta
rischi gravissimi non solo per la vita del bambino – che
muore se si pratica l’aborto – ma altresì per la salute
della donna, che può soffrirne gravemente, come risulta,
fra l’altro, dalla letteratura farmacologica in materia.
A parte tutto ciò, questo dibattito è inutile, improprio e
fuori luogo.
Ed è inoltre offensivo. Devo francamente dire che mi
addolora sempre vedere il mio paese diffamato
all’estero; ed ancor più mi addolora vedere alcuni miei
compatrioti assumersi il ruolo principale in quest’opera,
offrendo agli ignari un’immagine distorta della realtà e
disegnando una caricatura propagandistica del nostro
popolo.
13
Porto il massimo rispetto per i Paesi Bassi, il popolo
olandese e, nell’Unione europea, per la Presidenza
olandese, ma noi abbiamo le nostre leggi. Abbiamo
sempre discusso liberamente questi problemi, senza
bisogno di aspettare incursioni del genere; com’è noto,
siamo un paese libero e democratico. Le nostre leggi
sono frutto della nostra democrazia; in altre parole, il
Portogallo non è una colonia olandese, né di nessun altro
paese, ed ancor meno si può considerare territorio di
caccia per qualche gruppo opportunista che vorrebbe
educare gli indigeni come avvenne ai tempi della
“dinamizzazione culturale” del 1975 e del PREC, il
processo rivoluzionario permanente. Pratichiamo il
rispetto e la democrazia, esigiamo democrazia e rispetto.
Si è parlato di una violazione della libertà di
circolazione: ridicolo! Queste signore olandesi possono
andare dove vogliono, come tutti sanno; il divieto ha
colpito la nave. Si è parlato di una violazione della
libertà di espressione: ridicolo! Tutti hanno discusso
liberamente in questa circostanza, come in ogni altra
occasione. Le uniche violenze commesse si possono
rintracciare nel linguaggio estremista e provocatorio,
intriso di odio e di intolleranza, con cui i sostenitori del
circo nautico del gruppo olandese hanno cercato di
condizionare il popolo portoghese e i suoi diritti di
cittadinanza, nell’approccio fazioso di buona parte dei
media, affascinati dal populismo demagogico della
spedizione navale, e infine nella vandalica aggressione
contro la sede del nostro partito.
Per concludere, il governo portoghese ha agito
nell’ambito della legge. Il tribunale gli ha dato ragione, e
questo problema non deve riguardare l’Unione europea.
(Applausi a destra)
4-024
Madeira (PSE). – (PT) Onorevoli deputati, signora
Commissario, vorrei anzitutto sottolineare la prima
vittoria di questo dibattito, dal quale è chiaramente
emerso che la Commissione si accinge a chiedere
spiegazioni al governo portoghese in merito alla nave
Borndiep.
In Portogallo, almeno una donna su quattro ha subito un
aborto clandestino, e questo è evidentemente un grave
problema di sanità pubblica: è una cifra eloquente, e non
possiamo continuare a nascondere la testa nella sabbia. E
poi, quale condanna deve infliggere l’Unione europea a
queste donne? Le facciamo arrestare? E che facciamo
per quelle che vanno ad interrompere la gravidanza a
Londra o Badajoz? Chiudiamo le frontiere? Le
interniamo sotto la vigilanza militare permanente
dell’esercito europeo? E facciamo anche sequestrare tutti
i giornali portoghesi, che pubblicizzano cliniche
straniere – più esattamente europee – le quali praticano
interruzioni volontarie di gravidanza in condizioni di
legalità e sicurezza?
E se la Borndiep fosse stata un treno o un TIR?
Avremmo spedito i carri armati dell’esercito e impedito
14
al treno o al TIR l’ingresso in territorio portoghese, per
scongiurare una potenziale violazione della legge e per
evitare che i portoghesi potessero informarsi?
Sa la Commissione che, nonostante l’impiego
permanente di due corvette della marina militare
portoghese, nessuna autorità militare o civile ha chiesto
di salire sulla Borndiep per verificare i potenziali
pericoli sussistenti a bordo?
Sa la Commissione che tutte le informazioni in possesso
del ministero della Difesa portoghese derivano da notizie
apparse sui media e non da constatazioni di prima mano?
In considerazione di tutto questo, è importante verificare
che la Commissione faccia ogni sforzo per garantire il
rispetto dei Trattati. In caso contrario, se la Turchia
dovesse aderire all’Unione europea, la Commissione
dovrebbe affrontare militarmente la situazione di un
cittadino portoghese sposato, che decidesse di trasferirsi
in Turchia annunciando in anticipo di avere una
fidanzata in quel paese – e di accingersi perciò a
commettere adulterio.
Signora Commissario, in questo momento è essenziale
agire, per non trovarci di fronte ad un’altra
contraddizione logica, questa volta a livello di Unione
europea. Non si tratta di un problema di morale o di
opinioni individuali, signora Commissario; è un
problema di legalità.
(Applausi)
4-025
In ‘t Veld (ALDE/ADLE). – (NL) Immaginiamo per un
attimo che una folla di attivisti contrari all’aborto,
fanatici e rissosi, marciasse sui Paesi Bassi per
inscenarvi una manifestazione antiabortista, usando le
stesse discutibili argomentazioni che ho udito provenire
dal settore opposto di quest’Aula, e venisse fermata al
confine olandese dalla polizia militare: se accadesse
qualcosa del genere, il nostro Parlamento insorgerebbe
furibondo.
La legislazione sull’aborto è in effetti una questione
nazionale, ma la libertà di esprimere le proprie opinioni
è un diritto fondamentale di tutti i cittadini europei in
tutte le parti d’Europa. Ogni sei minuti, in qualche
angolo del mondo, una donna muore a causa di
un’interruzione illegale di gravidanza, e nel solo
Portogallo queste pratiche hanno mietuto un centinaio di
vittime negli ultimi due decenni. In tale contesto
l’operato del governo portoghese, che ha impedito
l’informazione
e
soffocato
il
dibattito,
è
incomprensibile; da parte mia lo giudico un insulto alla
democrazia. I nostri concittadini europei in Portogallo
hanno il medesimo diritto di tutti gli altri
all’informazione e alla discussione; confido quindi che
la Commissione sostenga i diritti fondamentali europei.
4-026
Chruszcz (IND/DEM). – (PL) Signor Presidente,
onorevoli colleghi, nel giugno dell’anno scorso ho
assistito all’ingresso nelle acque territoriali polacche
16/09/2004
della Langenort, una nave olandese che ospitava una
clinica per aborti appartenente all’organizzazione
Women on Waves. Noi, membri della Lega delle
famiglie polacche, un’associazione che difende la vita
dei bambini non ancora nati, abbiamo deciso che non
potevamo tollerare una simile mostruosa provocazione.
Per due settimane ho osservato Women on Waves farsi
ripetutamente beffe della legge polacca violando
numerosissime norme – entrando per esempio nel porto
di Władisławowo senza il permesso della capitaneria di
porto, e mettendo in tal modo a repentaglio la sicurezza
delle altre navi che si trovavano nel porto stesso. La
legge è stata violata anche con l’importazione di farmaci
proibiti in Polonia; desidero inoltre sottolineare che le
condizioni igieniche e sanitarie a bordo della nave erano
spaventose. Se Women on Waves tenterà ancora, in
futuro, di entrare nei porti polacchi, noi non glielo
permetteremo.
4-027
Posselt (PPE-DE). – (DE) Signor Presidente, c’è
divergenza di opinioni sul modo di affrontare il
problema dell’aborto dal punto di vista giuridico; ma
ascoltando alcuni oratori ho avuto l’impressione che essi
ritengano l’aborto un elemento di progresso.
A mio avviso dovremmo essere unanimi perlomeno su
un punto: ogni aborto è una catastrofe ed un fallimento.
L’aborto è una catastrofe per il bambino non ancora
nato, che viene ucciso. L’aborto è una catastrofe per la
madre, che spesso ne subisce un trauma psicologico
destinato a durare tutta la vita. L’aborto è un fallimento
per il padre, che spesso si sottrae vilmente alle proprie
responsabilità. L’aborto è un fallimento per lo Stato e la
società, che non garantiscono le condizioni generali per
favorire adeguatamente la vita. Occupandoci di questo
tema dobbiamo quindi usare estrema cautela e senso di
responsabilità.
Come affrontare la materia dal punto di vista giuridico,
lo decidono gli Stati membri in modo diverso; o per
essere più precisi, in una democrazia lo decidono in
modo diverso i popoli. La legge portoghese non è opera
di un’oscura cospirazione, bensì del popolo portoghese;
e il popolo portoghese ha democraticamente deciso che
l’aborto si può combattere per mezzo di restrizioni, e
anche ricorrendo al diritto penale. La stessa cosa si fa in
Polonia ed in molti altri Stati membri, in alcuni dei quali
con notevole efficacia.
Su questo problema, lo ripeto, si possono avere opinioni
differenti. Mi sembra però inaccettabile comportarsi
come se fossimo di fronte ad una questione
d’informazione. Non c’è nessun cittadino o cittadina
portoghese che non sia in grado di informarsi in piena
libertà su ogni argomento. Sembra quasi che i portoghesi
siano rozzi montanari, che non vengono correttamente
informati; essi invece sono informati nel migliore dei
modi, e hanno accesso a tutte le fonti d’informazione.
Siamo di fronte a una mera provocazione e a un attacco
contro le leggi di uno Stato membro, contro un principio
fondamentale dell’Unione europea – ossia il principio di
16/09/2004
sussidiarietà – e infine contro il principio più importante
contenuto nella Carta dei diritti fondamentali –, ossia il
diritto alla vita.
(Applausi)
4-028
PRESIDENZA DELL’ON. COCILOVO
Vicepresidente
4-029
Honeyball (PSE). – (EN) Signor Presidente, il fatto che
in Portogallo l’aborto sia quasi sempre illegale non
significa che in quel paese non ve ne sia bisogno. Le
donne portoghesi hanno bisogno di aiuto e consulenza in
materia di aborto, salute sessuale e diritti riproduttivi.
Desidero ricordare all’Assemblea che in gran parte degli
Stati membri l’aborto è legale; vorrei inoltre attirare la
vostra attenzione sulla relazione Van Lancker, che è già
stata menzionata.
Stiamo parlando di aborto: una pratica accettata in gran
parte degli Stati membri dell’Unione europea, ed
accettata anche dal nostro Parlamento. Su questo punto
dobbiamo essere molto chiari; e bisogna anche dire con
estrema chiarezza che gli aborti effettuati in condizioni
di illegalità e insicurezza presentano, per le donne che li
subiscono, non un pericolo generico, bensì un rischio
mortale. Abbiamo già udito dall’onorevole Madeira le
tragedie che avvengono in Portogallo; ricordo a tutti voi
che, nel mondo, ogni sei minuti una donna muore a
causa di un aborto praticato in maniera illegale e
insicura. E a tutti voi dichiaro che è nostro dovere
affrontare la questione e porre fine a queste sofferenze e
al loro costo in termini di vite umane.
E’ importante poi rilevare che Women on Waves accorre
unicamente in quei paesi ove le locali organizzazioni di
donne ne richiedono l’intervento. Non siamo perciò di
fronte ad un’imposizione, bensì ad un servizio, che viene
richiesto in quanto ve ne è la chiara esigenza. Né ci deve
sfuggire il legame con la libertà di circolazione delle
persone all’interno dell’Unione europea – che è uno dei
nostri principi fondamentali.
Concludo con una citazione dal Trattato sull’Unione
europea: “conservare e sviluppare l’Unione quale spazio
di libertà, sicurezza e giustizia in cui sia assicurata la
libera circolazione delle persone insieme a misure
appropriate per quanto concerne i controlli alle frontiere
esterne, l’asilo, l’immigrazione, la prevenzione della
criminalità, la lotta contro quest’ultima”. Ecco il tema del
nostro dibattito: si tratta dei diritti umani fondamentali, e
questo ne è un aspetto.
(Applausi)
4-030
Záborská (PPE-DE). – (SK) Signor Presidente, signora
Commissario, onorevoli colleghi, gli avvenimenti
politici di cui oggi discutiamo in maniera tanto
puntigliosa sono già stati oggetto di un’ampia disamina
in seno alla commissione per i diritti della donna e
l’uguaglianza di genere. Desidero ribadire che ogni
15
membro della nostra commissione, senza eccezioni, ha
potuto esprimere la propria opinione. La commissione
ha dedicato una congrua quantità di tempo alla
discussione di questi fatti, benché ci mancassero
informazioni sufficienti e un’analisi adeguatamente
approfondita soprattutto per quel che riguarda le
violazioni dei diritti umani, dei diritti comunitari e della
libertà di circolazione e informazione. Nonostante un
dibattito del tutto aperto e assai vivace, la commissione
per i diritti della donna e l’uguaglianza di genere, a
causa delle contrastanti opinioni emerse, non è riuscita a
raggiungere il consenso su una posizione comune.
Ora però vorrei passare ad un aspetto più importante, il
cui significato va ben al di là delle polemiche politiche,
tanto che neppure i consulenti giuridici sanno offrirci
una soluzione chiara. Quelle che seguono sono
unicamente le riflessioni di una donna solidale con altre
donne. Vorrei far presente che una donna, che si senta
costretta a sottoporsi ad un aborto, non lo fa mai con
serenità. Un tale passo è provocato, assai spesso, da uno
stato di cose in cui la donna ritiene di non poter far
fronte alla gravidanza ed al parto e pensa, nel suo
smarrimento, di non avere altra scelta. Questo dramma
personale può accompagnarsi a situazioni estreme, in cui
la donna è costretta a lasciare il lavoro, oppure è stata
abbandonata o violentata, o ancora risente di un trauma
fisico o psicologico o ha subito abusi in famiglia, sul
lavoro o nell’ambiente sociale. La situazione odierna
testimonia del fallimento di una società incapace di
soddisfare i bisogni di tutti gli esseri umani, compresi i
più poveri, i più piccoli, i più deboli. Dobbiamo lavorare
per giungere ad un Patto di stabilità interna, che
permetta ai cittadini di nutrire più fiducia nella società,
sostenga la solidarietà fra le generazioni e ci permetta di
impegnarci insieme in questa direzione.
4-031
Gomes (PSE). – (PT) Signor Presidente, la lotta contro
il terrorismo e la criminalità organizzata oggi deve
costituire una priorità per qualsiasi governo europeo. Si
devono quindi impiegare tutti i mezzi disponibili –
polizia, indagini, intelligence – e fare in modo che il
sistema giuridico sia pronto e in grado di adottare azioni
rapide ed efficaci.
La Commissione raccomanda agli Stati membri di
potenziare tutti i mezzi utilizzati in questa lotta. A parte
la sua notoria scarsità di mezzi, lo Stato portoghese
distoglie però da questo obiettivo importanti strumenti
investigativi e giudiziari, indirizzandoli ad un altro
scopo: perseguire l’aborto illegale. La polizia portoghese
ha messo sotto controllo i telefoni di cittadine ligie alla
legge e dei loro familiari, o quelli di medici che ritiene
sospetti. Per anni li ha sorvegliati e seguiti; per anni il
personale giudiziario – che opera in un sistema già
sovraccarico di lavoro, con un organico insufficiente e
dotato di scarse attrezzature – è stato utilizzato per citare
in giudizio donne accusate di aver abortito. Il denaro dei
contribuenti viene speso per condurre indagini penali su
interventi chirurgici a cui le donne portoghesi si
sottopongono in Spagna, in condizioni del tutto legali e
sicure. Le donne che ne hanno i mezzi possono
16
sottoporsi agli stessi interventi in cliniche private
portoghesi, che dichiarano poi di aver eseguito
operazioni di altro tipo; molte donne però non possono
permetterselo, e non hanno altra scelta se non quella
dell’aborto clandestino, che affrontano rischiando la
vita, l’arresto, il trasferimento forzato in ospedale e
l’obbligo di sottoporsi a visite ginecologiche e processi
umilianti.
L’ipocrisia ha poi raggiunto livelli insensati allorché si è
negato alla nave dell’organizzazione Women on Waves il
permesso di entrare in Portogallo. Il governo portoghese,
quello lasciato dal Presidente della Commissione
Barroso, ha cercato di impedire ogni forma di
consulenza e dibattito sulla pianificazione familiare,
violando esplicitamente i diritti umani, il diritto
internazionale e quello comunitario; lo ha fatto
ricorrendo a metodi assolutamente sproporzionati,
utilizzando poliziotti, militari e addirittura navi da
guerra. Ancora una volta quindi si sono dirottate risorse
da attività importanti, come la lotta al terrorismo
internazionale e alla criminalità organizzata o il
controllo delle navi utilizzate per il traffico di
stupefacenti, navi che usano le acque portoghesi per
accedere al resto d’Europa.
Come ha dichiarato il Commissario, signora Wallström
– alla quale rivolgo i miei saluti – la Commissione
chiederà spiegazioni al governo portoghese. Chiedo
quindi alla signora Commissario di non ignorare, oltre ai
punti che ha già menzionato, il ricorso ingiustificato,
eccessivo e quasi ossessivo, da parte del governo
portoghese, agli strumenti penali, giuridici e addirittura
militari nella lotta contro l’aborto e contro l’attività di
consulenza sulla pianificazione familiare. In tal modo si
sono deviati verso un obiettivo improprio le risorse e gli
sforzi che il Portogallo dovrebbe impegnare nelle
politiche di prevenzione della criminalità a livello di
Unione europea, nella lotta comune al terrorismo
internazionale e alla criminalità organizzata.
4-032
Busuttil (PPE-DE). – (MT) Desidero unirmi ad altri
colleghi nell’esprimere solidarietà al governo portoghese
per la sua decisione di vietare l’ingresso in Portogallo
alla nave di Women on Waves. Al governo portoghese
vanno la mia solidarietà e le mie congratulazioni per il
coraggio – il coraggio morale – che ha dimostrato nel
prendere quest’ardua decisione. Nel mondo di oggi, in
cui si è incalzati da pressioni provenienti da ogni dove,
non è certo facile adottare decisioni coraggiose e
mantenerle con fermezza, specie quando si è
consapevoli di rischiare l’impopolarità. Devo dire che
ritengo che il nostro Parlamento non dovrebbe occuparsi
dell’aborto in alcun modo, se non per esercitare
pressioni su questo o quel paese; sostengo tale posizione
in quanto tutti sappiamo che il Parlamento europeo non
ha il potere né di decidere né di legiferare in materia di
aborto. Allo stesso modo, neppure la Commissione è
competente in materia di aborto. E’ una questione su cui,
in base al principio di sussidiarietà, si deve decidere a
livello nazionale; ogni paese deve dunque decidere in
base alla propria situazione, tenendo conto dei
16/09/2004
sentimenti che la società nutre nei confronti di un tema
tanto delicato. In altre parole, se affrontiamo questo
problema, pur sapendo che esula dalla giurisdizione del
Parlamento, non facciamo altro che disorientare la gente
e suscitare una completa confusione. Si tratta invece di
un argomento del tutto chiaro, sul quale la confusione
non ha ragion d’essere. Tale confusione ha indotto
alcuni paesi – tra cui il mio, cioè Malta – a cercare un
chiarimento in materia nel corso dei negoziati,
introducendo un protocollo specifico riguardante
l’aborto. Questa strada è stata seguita dall’Irlanda, e, se
non sbaglio, anche dalla Polonia, non perché vi fossero
dubbi giuridici ma per garantire certezza e chiarire la
situazione agli occhi di tutti. Mi congratulo quindi
ancora una volta con il governo portoghese, che ha dato
un esempio per gli altri. Invito inoltre a non confondere
l’opinione pubblica su questo problema, addentrandoci
in questioni che non ci riguardano.
4-033
Cashman (PSE). – (EN) Signor Presidente, trovo
alquanto ironico che tutti gli uomini intervenuti dal
settore
opposto
dell’Emiciclo
abbiano
avuto
l’improntitudine di prescrivere alle donne ciò che esse
dovrebbero fare del proprio corpo. Da parte mia, sono
fiero di levarmi in difesa del diritto di scelta delle donne.
E’ questo il nocciolo del problema: una questione di
scelta, di scelta informata. E mi sembra triste che alcuni
deputati di quest’Assemblea vogliano imprigionare
nell’ignoranza i cittadini e le donne.
Stiamo discutendo di una libertà fondamentale, e il
nostro dibattito si impernia sull’aborto, ossia su un tema
di forte contenuto emotivo. E’ facile cercare di deviare
la discussione, ma dobbiamo evitarlo. Si tratta delle
libertà fondamentali: libertà di informazione; libertà di
circolazione; libertà di espressione; e si tratta infine di
intolleranza. Per questo sono fiero di intervenire, e di
formulare un ammonimento: se permettiamo che ciò
avvenga in Portogallo, che cosa succederà quando un
altro governo assumerà un atteggiamento diverso su
opinioni divergenti dalle sue? Cosa avverrà? Se ce ne
restiamo qui senza fare niente, avalliamo questi
atteggiamenti antidemocratici.
Qualcuno ha parlato di religione. Ciò mi rattrista molto:
dietro a tutto questo scorgo l’ombra del Vaticano. Le
donne non hanno bisogno di prediche da parte di uomini
in tonaca che vorrebbero insegnar loro che fare del
proprio corpo.
(Applausi a sinistra)
Per favore, tenete la vostra religione fuori dalla nostra
vita, e tenetela fuori dalla politica. Se riuscissimo a
tenere separate religione e politica, non esito a dire che il
mondo sarebbe migliore e più sicuro.
(Applausi a sinistra)
Condanno l’azione del governo portoghese, ed invito il
Parlamento a fare altrettanto. Questo problema riguarda
le fondamenta stesse dell’Europa: la nostra Europa si
16/09/2004
basa non sulla soppressione delle informazioni o sulla
repressione, bensì sulle libertà fondamentali e sui diritti
umani. L’azione del governo portoghese non può e non
deve essere accettata.
Infine, come ho già detto, questo dibattito verte sul
dilemma tra scelta informata e ignoranza forzata. Invito
quindi la Commissione ad agire nella sua qualità di
custode dei Trattati, e dei diritti fondamentali sanciti dai
Trattati.
(Applausi a sinistra)
4-034
Wallström, Commissione. – (EN) Signor Presidente,
desidero anzitutto ringraziare tutti gli onorevoli deputati
per questo vivace, combattuto e importante dibattito.
La Commissione è stata informata, tramite il
rappresentante permanente del Portogallo a Bruxelles,
del ricorso presentato dall’associazione Women on
Waves, tra le altre, contro la decisione che vietava
l’ingresso della nave in Portogallo. Come ho già detto in
precedenza, il 6 settembre 2004 il tribunale
amministrativo e fiscale di Coimbra ha stabilito che non
sussisteva alcuna violazione del diritto comunitario;
contro tale sentenza è stato presentato un ulteriore
ricorso. La Commissione intende informarsi sulle
precise motivazioni e sulle implicazioni della decisione
del governo portoghese.
Gli Stati membri godono di potere discrezionale nel
determinare la portata dei concetti di politica, sicurezza e
sanità pubbliche, sulla base della propria legislazione e
della giurisprudenza nazionale. Le misure restrittive
della libertà di circolazione, adottate per questi motivi,
devono tuttavia rispettare le disposizioni della direttiva
64/221/CEE, la quale limita il potere discrezionale degli
Stati membri.
Come ho già affermato, la Commissione ritiene che
qualunque Stato membro adotti una decisione restrittiva
della libertà di circolazione delle persone debba
rispettare i diritti fondamentali – compresa la libertà di
espressione – in quanto principi generali del diritto
comunitario.
(Applausi)
4-035
Presidente. – La ringrazio, signora Commissario.
La discussione è chiusa.
4-036
CITES (Convenzione sul commercio internazionale
delle specie di flora e di fauna selvatiche minacciate
di estinzione)
4-037
Presidente. – L’ordine del giorno reca l’interrogazione
orale (B6-0012/2004), sugli obiettivi strategici
dell’Unione per la 13a riunione della Convenzione
CITES.
17
4-038
Doyle (PPE-DE). – (EN) Signor Presidente, questa
mattina intervengo in diverse vesti, quindi mi scuso se
posso dare adito a confusione. Prima di tutto, a nome del
presidente della commissione per l’ambiente, la sanità
pubblica e la sicurezza alimentare, l’onorevole KarlHeinz Florenz, presento formalmente l’interrogazione
orale in cui si chiede di precisare gli obiettivi
dell’Unione europea per la XIII Conferenza della
Convenzione CITES. In particolare, quali saranno gli
obiettivi strategici dell’Unione europea per la prossima
Conferenza delle parti aderenti alla Convenzione sul
commercio internazionale delle specie di flora e di fauna
selvatiche minacciate di estinzione (CITES) che si
svolgerà a Bangkok in Thailandia dal 2 al 14 ottobre
2004? Oggi rappresento anche l’onorevole John Bowis,
il nostro coordinatore, che oggi non è presente e
desidero inoltre approfittare del fatto che ho facoltà di
parola per presentare il mio contributo a nome del
gruppo PPE-DE, invece di intervenire dopo la signora
Commissario.
La Convenzione CITES è un accordo sulla
conservazione ambientale a livello mondiale in materia
di commercio delle specie di flora e di fauna selvatiche
minacciate di estinzione, che trova applicazione
nell’Unione europea attraverso normative ancora più
rigorose in materia di commercio di specie selvatiche.
Tuttavia, vi è un’urgente necessità di intensificare la
cooperazione tra gli enti preposti all’attuazione nei 25
Stati membri, soprattutto ora che i nostri confini
terrestri, a seguito dell’allargamento, si sono estesi di
oltre un terzo, superando i 3 000 chilometri, e anche in
virtù del riconoscimento del collegamento esistente tra il
commercio illegale, sebbene non quantificato, delle
specie selvatiche e la criminalità organizzata.
Il gruppo “Esecuzione” dell’UE, istituito con il
regolamento (CE) n. 338/97 del Consiglio, deve essere
rivisto con una certa urgenza. Lo si deve rendere più
efficace: è necessario infatti raccogliere in modo
sistematico dati sul commercio illegale di specie
selvatiche per disporre dei numeri delle quantità
sequestrate e confiscate. Tali dati vanno inseriti in una
banca dati, in modo che le informazioni possano essere
condivise da tutti i funzionari preposti al controllo
dell’attuazione della normativa in tutta l’Unione
europea. Sottolineo la preoccupazione mia e del mio
gruppo, in quanto si rileva un’insufficienza in termini di
attuazione della normativa e di assistenza alle agenzie
competenti in questo settore particolarmente importante.
La Convenzione CITES disciplina il commercio di circa
30 000 specie di piante e di animali e l’Unione europea
costituisce uno dei principali mercati legali. Nei cinque
anni precedenti al 2001, ad esempio, le importazioni
nell’UE sono state pari a 5 milioni e 400 000 uccelli
vivi, ovvero l’87 per cento del commercio mondiale che
vede Spagna e Germania in testa alla classifica degli
importatori. Sono 7 milioni i cactus e 15 milioni le
orchidee in vaso, diretti soprattutto nei Paesi Bassi. Le
importazioni di caviale di storione ammontano a 383
tonnellate, ossia il 40 per cento del commercio
18
mondiale, i cui destinatari principali sono Francia e
Germania.
Nel luglio 2004 la Commissione ha approvato una
proposta di decisione del Consiglio sulla posizione che
l’UE deve assumere in merito a determinate proposte
presentate alla XIII Conferenza delle parti aderenti alla
Convenzione. Tale proposta è stata oggetto di
discussione in una serie di incontri del gruppo di lavoro
sulle questioni ambientali internazionali, costituito da
esperti scientifici e di gestione degli Stati membri. Dalle
informazioni in mio possesso la riunione finale dovrebbe
svolgersi oggi. Sarebbe stato opportuno conoscere l’esito
di tale incontro prima del dibattito odierno, ma
purtroppo non ho informazioni e probabilmente non è
possibile averne.
In relazione alla Convenzione CITES, l’Appendice I è
dedicata alle specie particolarmente minacciate. In tale
Appendice è sancito il divieto di commercializzare a
livello internazionale le specie di flora e di fauna
selvatiche ivi indicate.
L’Appendice II include la maggior parte delle specie
regolamentate dalla Commissione. La disciplina
consente il commercio, purché non sia messa a
repentaglio la sopravvivenza di tali specie. In realtà, in
tale ambito la Conferenza delle parti aderenti sarà
chiamata ad approvare solo le Appendici I e II.
Desidero ora analizzare più in dettaglio i punti specifici
della risoluzione presentata, che condivido ampiamente,
anche se il testo mi sembra alquanto lungo e verboso.
Tuttavia, il mio gruppo ed io sosteniamo appieno la
risoluzione fatti salvi alcuni avvertimenti. Innanzitutto il
gruppo PPE-DE voterà liberamente sul paragrafo 3,
come richiesto. Personalmente sosterrò il paragrafo 3 e
inviterò il mio gruppo a fare lo stesso sebbene qualcuno
nutra delle perplessità. Allo stesso modo, il mio gruppo
voterà liberamente sul paragrafo 7, punto 1, in merito ai
leoni africani. Personalmente voterò contro e tra breve
ne illustrerò i motivi.
In relazione al paragrafo 5 chiedo alla Commissione di
fornire delle delucidazioni. Tale punto accoglie la
proposta australiana di inserire lo squalo bianco
nell’Appendice II della Convenzione CITES con un
contingentamento pari a zero per motivi precauzionali.
Dalle informazioni in mio possesso, e ne chiedo
conferma, i fautori della proposta, ossia gli australiani,
hanno ritirato il punto sul contingentamento pari a zero.
La formulazione attuale della risoluzione pertanto non
ha molto senso. Forse potremmo completare il
paragrafo, accogliendo la proposta dell’Australia di
inserire lo squalo bianco nella Convenzione CITES,
Appendice II, senza aggiungere altro. Qualcuno
potrebbe sostenere la necessità di reintrodurre il
contingentamento pari a zero, ma per com’è attualmente
formulato il testo, non ha senso farlo.
Sulla questione dello squalo bianco l’Unione approva
l’inserimento nell’Appendice II, ma respinge il
contingentamento pari a zero per motivi di ordine
16/09/2004
giuridico e scientifico. Pur sostenendo il principio di
precauzione, non sono a favore del principio di “divieto
a priori”. In generale credo che si debbano premiare gli
Stati che si sono particolarmente adoperati nel settore
della conservazione ambientale. Al contempo, però, la
nostra azione non deve ledere la credibilità della
Convenzione. Qualsiasi decisione prendiamo come
Parlamento, anche a prescindere dalle decisioni della
Commissione o di altri, deve essere supportata
scientificamente per garantire la credibilità della
Convenzione CITES. E’ questa la linea generale della
posizione che abbiamo assunto in tale ambito.
Quanto detto vale in particolare per quanto riguarda il
rinoceronte nero e il leopardo. La proposta sul leone
africano è debole dal punto di vista scientifico ed
incontra il forte disaccordo degli Stati in cui
tradizionalmente questa specie vive, dove la popolazione
dei leoni è stabile o è in aumento. Ho una posizione
aperta su questo punto. Spero che si possa raggiungere
una soluzione di compromesso con tali Stati. Tuttavia,
non dobbiamo mettere a repentaglio la credibilità della
Convenzione, sostenendo proposte deboli dal punto di
vista scientifico. Anche se si voterà liberamente,
raccomando di votare contro la proposta nella speranza
di raggiungere un compromesso.
Nel caso del delfino Irrawaddy riconosco che la proposta
sia per certi versi fondata. Sarei tendenzialmente
favorevole, anche se permangono dubbi di ordine
scientifico e pratico. Spero che anche in questo caso
riusciremo a tutelare le specie protette nel modo dovuto,
cioè basandoci sui principi scientifici e facendo un uso
appropriato del principio di precauzione, che non
significa principio di prevenzione. Il resto del mondo
seguirà l’operato dei 25 Stati membri in sede di
Conferenza. Non si tratta solo dei nostri 25 voti, ma
anche degli altri voti che riusciremo a ottenere tra i 166
partecipanti che si esprimeranno su questi temi.
4-039
Presidente. – Ringrazio l’onorevole Doyle per aver
illustrato l’interrogazione e per aver apportato un
contributo a nome del gruppo, sebbene ciò abbia
comportato un piccolo sforamento sui tempi.
4-040
Wallström, Commissione. – (EN) Signor Presidente, la
prossima Conferenza delle parti aderenti alla
Convenzione sul commercio internazionale delle specie
minacciate di estinzione – CITES – ha un ordine del
giorno molto denso di contenuti. Sono lieta di informarvi
che i preparativi in seno al Consiglio procedono
speditamente e che abbiamo già raggiunto un consenso.
Nel corso di tali preparativi la nostra posizione su
determinate questioni di alto profilo ha conosciuto
ulteriori cambiamenti. Ad esempio, ora siamo
tendenzialmente a favore della proposta di vietare il
commercio del delfino Irrawaddy.
La Convenzione CITES è in vigore da quasi trent’anni e
si è rivelata uno strumento molto efficace per limitare le
minacce alla fauna e alla flora selvatiche derivanti da un
commercio internazionale insostenibile. Dalla sua
16/09/2004
entrata in vigore sono stati adottati altri accordi in
materia di biodiversità tra cui spicca la Convenzione
sulla diversità biologica. Uno degli obiettivi strategici
dell’Unione consiste proprio nel realizzare una maggiore
sinergia tra questi accordi, contribuendo quindi a ridurre
in maniera significativa il tasso di perdita della
biodiversità entro il 2010, come sancito al Vertice
mondiale sullo sviluppo sostenibile.
L’Unione europea inoltre ritiene che la Convenzione
CITES debba rimanere uno strumento che consente di
diffondere un uso sostenibile della fauna e della flora
selvatiche. Spesso si rende necessaria una maggiore
protezione per salvaguardare lo stato di conservazione di
alcune specie a livello commerciale, ma dobbiamo
altresì riconoscere gli sforzi dei paesi che hanno già
attuato misure efficaci di conservazione. Dobbiamo
pertanto esaminare attentamente le proposte atte ad
allentare le restrizioni su alcune specie, come l’orchidea
Cattleya percivaliana della Colombia, il rinoceronte
bianco, il rinoceronte nero, il leopardo, eccetera.
Come è già stato sottolineato, la Convenzione CITES è
un accordo che si basa su fondamenti scientifici, e
prevede criteri precisi per determinare il livello di
protezione da applicare a ciascuna specie. L’Unione
sostiene questo approccio di tipo scientifico e, di
conseguenza esita di fronte a proposte come quelle che
riguardano il leone africano e le specie di rettili tipiche
di date zone.
L’Unione desidera infine massimizzare l’efficacia della
Convenzione CITES, riducendo al minimo la burocrazia
superflua. Se da un lato vogliamo scongiurare un tipo di
commercio illegale o insostenibile, vogliamo anche
garantire che le risorse delle parti siano oggetto di reale
attenzione ai fini della loro conservazione.
4-041
Korhola (PPE-DE). – (FI) Signor Presidente, la
risoluzione in merito alla Convenzione sul commercio
internazionale delle specie di flora e di fauna selvatiche
minacciate di estinzione rappresenta un passo importante
in vista della XIII Conferenza delle parti aderenti alla
Convenzione e ne sottoscrivo le raccomandazioni.
Poiché la Convenzione suddivide le specie protette in
diverse categorie ai fini dello sfruttamento economico,
essa costituisce uno strumento sufficientemente versatile
per tenere sotto controllo i problemi. La proposta di cui
stiamo discutendo in alcuni casi intensificherà la tutela,
mentre in altri la attenuerà. Entrambi questi effetti sono
appropriati e giustificati, e riflettono una prospettiva
equilibrata e scientifica. Alcune specie di animali
protetti – un tipico esempio è l’aquila di mare dalla testa
bianca – saranno trasferiti dalla categoria che prevede il
divieto assoluto alla categoria che ne consente un
commercio controllato. Si tratta in realtà di un segno
positivo, in quanto indica che il sistema delle categorie
si è rivelato utile. Alcune specie protette hanno
cominciato a dare segni di ripresa. Una presupposto
solido da cui partire è la conoscenza scientifica: il
contenuto delle Appendici può subire un giro di vite o
19
un ammorbidimento a seconda della necessità che
emerge dai dati scientifici. La questione più importante
infatti non è il rigore, bensì lo sviluppo sostenibile.
E’ tuttavia importante che risulti più facile sia inasprire
le norme che ammorbidirle. Infatti la posta in gioco è
altissima: stiamo giocando con la natura, che non potrà
rinnovarsi se viene irrimediabilmente distrutta. E’
pertanto fondamentale che il principio di precauzione
rimanga tra i principi fondamentali, anche se questa
frase può suonare piatta e vuota per molti dei colleghi e
amici, in quanto l’espressione “principio di precauzione”
non sempre si è tradotta automaticamente in
un’attuazione del principio. E’ ora che ciò avvenga.
Sebbene il campo d’azione della Convenzione CITES si
limiti unicamente al commercio, forse, dalla sua analisi
potrebbero scaturire proposte di modelli per futuri
accordi internazionali. Al contempo dobbiamo ricordare
le preoccupazioni evidenziate nella risoluzione e
dedicare maggiore attenzione al monitoraggio
dell’attuazione. L’Unione europea purtroppo rappresenta
uno dei principali mercati per il commercio illegale di
animali e piante selvatiche.
4-042
Scheele (PSE). – (DE) Signor Presidente, signora
Commissario, onorevoli colleghi, come ha giustamente
affermato l’onorevole Doyle poc’anzi, presentando
l’interrogazione
orale
alla
Commissione,
la
dichiarazione sulla nostra posizione non riguarda
solamente i 25 Stati membri dell’Unione europea, ma
invia un segnale agli altri Stati tra i 166 che hanno
aderito alla Convenzione CITES, altrimenti nota con il
nome di Convenzione di Washington sulla protezione
delle specie. Proprio per questo il Parlamento deve
inviare un segnale chiaro. Al momento la Convenzione
si applica a circa 30 000 specie. Sappiamo che, a parte la
distruzione degli habitat, il commercio internazionale
rappresenta la minaccia più grave alla sopravvivenza di
molte specie in via di estinzione. Per tale motivo la
Convenzione CITES è necessaria e per questa ragione
ho preso a cuore molte delle posizioni assunte dalla
Commissione, la quale, in sede di Conferenza delle parti
aderenti, si esprimerà con toni chiari e inequivoci a
favore di norme rigorose sul commercio.
L’onorevole Korhola ha ribadito quanto sia importante
riaffermare il principio di precauzione come base di tutte
le decisioni. Il dibattito su questa interrogazione orale, e
quindi sulla presente risoluzione, ha messo in luce due
temi in particolare: la protezione delle balenottere minori
e il commercio dell’avorio. Tutti sanno che il Giappone
vuole reintrodurre la caccia alle balene e che si sta
adoperando questo fine. Tale Stato però non è riuscito a
far accettare la propria posizione nell’ultimo incontro
della commissione internazionale sulla caccia alle
balene, tenutosi lo scorso luglio.
Chiediamo all’Unione europea e agli Stati membri di
respingere la richiesta presentata dal Giappone, tesa a
trasferire le tre specie di balenottere minori
20
dall’Appendice I all’Appendice II e quindi esortiamo a
mantenere un livello elevato di protezione per le balene.
La risoluzione dimostra chiaramente che il Parlamento
accoglie con favore la richiesta del Kenya e di altri Stati
africani, volta all’introduzione di una moratoria
ventennale sul commercio dell’avorio. Tra il 1980 e il
1989 il numero degli elefanti africani ha subito un
drastico calo, passando da 1 milione e 200 000 a
600 000 esemplari, per poi subire un ulteriore
dimezzamento a 300 000 esemplari nel 2001; questa
rapida diminuzione è dovuta in larga misura dalla
domanda di avorio. Il sistema di contingentamento
precedente non ha funzionato, in quanto la domanda è
così elevata da alimentare un enorme commercio
illegale. Per i consumatori e per i responsabili del
monitoraggio sul commercio, la situazione è
estremamente confusa, ma è ideale per i contrabbandieri.
Si susseguono i sequestri di avorio nei nostri aeroporti,
in quanto la documentazione non è conforme alle
disposizioni della Convenzione CITES. Nel commercio
illegale di animali selvatici infatti è prassi assai diffusa
quella di comunicare informazioni false mediante le
dichiarazioni alla dogana e sui moduli CITES.
Ieri abbiamo cominciato ad esaminare anche la
questione dei leoni africani. Il mio gruppo vorrebbe che
il punto 7 sia mantenuto nella sua forma attuale nella
risoluzione. Dalle informazioni in nostro possesso sulle
specie minacciate di leoni africani sappiamo che il
numero degli esemplari è diminuito drasticamente negli
ultimi anni. Sono pertanto molto lieta del fatto che la
Commissione abbia assunto una posizione netta in
materia.
4-043
Davies (ALDE/ADLE). – (EN) Signor Presidente, visto
che probabilmente questa è l’ultima volta che intervengo
in un dibattito sull’ambiente in cui risponderà il
Commissario Wallström desidero ringraziarla per tutto
l’impegno e gli sforzi da lei profusi negli ultimi cinque
anni. Sono lieto che non ci lascerà definitivamente.
Dinanzi all’enormità dei problemi ambientali una volta
disse che non possiamo piangere sempre per ogni cosa.
E’ verissimo, ma, quando pensiamo al modo in cui
stiamo riducendo la vita su questo pianeta, è certamente
giustificato versare qualche lacrima.
In pratica nessun animale di questo pianeta può esistere
senza il consenso dell’uomo. Siamo la specie dominante.
Se gli animali sopravvivono, possono farlo perché noi
glielo permettiamo, in quanto non introduciamo alcun
incentivo economico per ucciderli o perché ci
adoperiamo attivamente affinché sopravvivano. In quasi
tutti i casi, però, gli habitat devono essere gestiti e in
qualche modo protetti. E’ in questo modo che l’uomo
gestisce l’ordine naturale. Peccato che l’uomo si sia
rivelato un pessimo amministratore. Non riusciamo a
pensare a lungo termine: riteniamo che tutto sia a nostra
disposizione e non sentiamo la necessità di pensare alle
conseguenze. Ci troviamo a gestire a livello mondiale un
periodo contrassegnato da massicce estinzioni.
16/09/2004
Nell’arco di una generazione abbiamo causato
l’estinzione di un gran numero di animali dell’Africa ed
ora stiamo facendo lo stesso nei mari. Stando a quanto ci
viene riferito, in molti casi il numero degli squali è
diminuito del 90 per cento da quando è uscito il film di
Spielberg “Lo squalo”. Il grande squalo bianco è il
predatore per eccellenza degli oceani, il leone dei mari.
Perdere un animale che nell’arco dei secoli ha subito
pochissime mutazioni non solo sarebbe un dramma, ma
andrebbe a modificare ulteriormente l’ecologia delle
acque, sconvolgendo un equilibrio già messo fortemente
a repentaglio dalla pesca eccessiva con conseguenze
deleterie. Il commercio delle parti di questo animale
deve essere limitato.
Tuttavia, la questione degli animali terrestri in Africa
mette in luce le complessità insite nella ricerca e
nell’attuazione di soluzioni. Sappiamo che il numero
degli elefanti è diminuito drasticamente e che la causa
principale sono i bracconieri. Le restrizioni imposte nel
commercio dell’avorio, ad ogni modo, sono state efficaci
nel prevenire l’estinzione di questa specie. La situazione
rimane complessa: il numero degli elefanti è in aumento
in alcune aree, ma tale ripopolamento causa la
distruzione degli habitat naturali. Come indicato dal
governo del Botswana in un documento ben
circostanziato, è necessario gestire il numero degli
elefanti per soddisfare le necessità diverse della
popolazione, della vegetazione e degli habitat.
In linea di principio non ho alcuna obiezione
sull’aumento selettivo del commercio di avorio, purché
siano previsti i fondi per la conservazione della specie.
Per le medesime ragioni, in linea di massima, non ho
obiezioni alla caccia volta alla raccolta di trofei, pur non
comprendendo la mentalità dei ricchi che vogliono
uccidere grandi animali. Nutro invece preoccupazioni
per il rischio che i fondi non siano spesi debitamente e
che l’aumento del commercio di avorio favorisca
ovunque la caccia illegale con risultati drammatici.
Mi auguro che gli Stati membri mantengano una
posizione ferma, sostenendo un divieto assoluto; al
contempo, tuttavia, dovranno essere anche realistici e
accomodanti. Se in Europa vogliamo negare ai paesi
poveri il diritto di vendere l’avorio raccolto in maniera
legittima e sostenibile, non dovremmo forse contribuire
finanziariamente per far combaciare i nostri desideri con
le loro necessità?
4-044
Isler Béguin (Verts/ALE). – (FR) Signor Presidente,
signora Commissario, oggi possiamo rallegrarci, in
quanto il Parlamento presenta una risoluzione
appoggiata da tutti i gruppi politici. Auspico vivamente
che tutti i colleghi la votino nella sua versione attuale. Ci
rivolgiamo ovviamente anche al Consiglio che oggi non
è presente – ed è un peccato, poiché è l’Istituzione che ci
rappresenterà a Bangkok – e invitiamo la Commissione
ad aderire alla risoluzione, che darà voce ai popoli
d’Europa in sede di votazione finale a Bangkok.
16/09/2004
La risoluzione esorta a migliorare la protezione delle
specie minacciate di estinzione. In effetti, essa fa seguito
ad iniziative molto incisive in materia di lotta contro il
declino della fauna e della flora selvatiche. Sappiamo
tutti però che, come hanno già rilevato diversi colleghi,
dobbiamo adoperarci al massimo per sostenere la serie
di iniziative tese a salvare le specie ancora a rischio di
estinzione, in quanto il degrado dell’ambiente naturale è
costante e procede vertiginosamente.
Poiché ho seguito personalmente, all’interno del
Parlamento, i lavori sul piano d’azione per la
conservazione della biodiversità e i lavori sulla
Convenzione per la biodiversità, posso affermare che la
biodiversità palesemente resta il parente povero delle
nostre politiche ambientali. Potrei inoltre aggiungere che
è l’anello debole dello sviluppo sostenibile. Sappiamo
bene che noi, ossia i 25 Stati membri dell’Unione
europea, siamo i principali consumatori di specie
selvatiche. L’onorevole Doyle ce ne ha fatto un elenco,
ed è assolutamente mostruoso: milioni di specie vengono
sottratte al loro ambiente naturale in tutto il mondo solo
per il nostro piacere, non per la nostra sopravvivenza ma
solo per piacere. Il commercio legale di specie animali e
vegetali è un mercato enorme.
Si può quindi immaginare il volume del mercato illegale.
Alcuni sostengono che la sua entità economica sarebbe
pari a quella del traffico di stupefacenti. E questo spiega
le difficoltà insorte nell’attuazione di incisive misure di
protezione per alcune specie. In ogni caso noi – e siamo
unanimi su questo punto – esigiamo che il principio di
precauzione diventi la regola di base per tutte le
decisioni da assumere nell’ambito della Convenzione
CITES.
Si consideri, ad esempio, lo squalo bianco, reso celebre
dal film Lo squalo. E’ un esempio perfetto, poiché
sappiamo quanto sia difficile svolgere studi su questo
animale. Ed è proprio in nome del principio di
precauzione – visto che questa specie è in via di
estinzione – che chiediamo un contingentamento pari a
zero. Pertanto continuiamo a sostenere tale proposta.
La moratoria ventennale sul commercio dell’avorio,
proposta dal Kenya e sostenuta da dodici paesi dove vive
gran parte degli elefanti africani, richiede il nostro
sostegno. Come ripete da anni il professor Pfeffer,
massimo esperto di elefanti, il commercio legale di una
specie in pericolo di estinzione ha come effetto
immediato quello di rilanciare il commercio illegale
della stessa. Noi sappiamo che è in gioco la
sopravvivenza della specie e anche ai dodici paesi che
hanno avanzato la proposta questo punto è molto chiaro.
Pertanto noi, in quanto paesi europei, dobbiamo
appoggiare questa posizione e sostenere altresì
l’inserimento dei leoni nell’Appendice I invece
dell’Appendice II. Per quale ragione? Perché, signor
Presidente, noi europei viaggiamo molto per turismo e
andiamo a caccia del leone maschio, contribuendo alla
distruzione di questa specie a livello mondiale.
21
Per tutte queste ragioni dobbiamo sostenere tali
proposte. Signor Presidente, mi consenta di aggiungere
un’altra importante considerazione sulla questione del
voto segreto. Ne abbiamo discusso in sede di
commissione e non possiamo accettare un voto a
scrutinio segreto nella votazione delle risoluzioni finali.
Una tale procedura lascerebbe spazio ad ogni sorta di
mercanteggiamento. In segno di rispetto per gli impegni
degli Stati membri e in nome dei nostri principi la
trasparenza del processo decisionale deve rimanere la
regola di riferimento nell’ambito delle convenzioni
internazionali.
4-045
Sjöstedt (GUE/NGL). – (SV) Anche il mio gruppo ha
sottoscritto la proposta di risoluzione: la consideriamo
un’ottima risoluzione e la sosteniamo in tutte le sue
parti. Vorrei tuttavia che la Commissione chiarisse la
posizione che l’UE assumerà nei negoziati in relazione a
due questioni.
La prima riguarda il voto segreto. E’ in corso il dibattito
sulla possibilità di non tenere votazioni aperte con
relative dichiarazioni sulla posizione dei vari paesi su
una serie di punti. Ritengo che, se esiste la responsabilità
politica, è assolutamente indispensabile che gli Stati
siano tenuti a rendere conto del voto che esprimono sulla
Convenzione. Possiamo aspettarci che l’Unione europea
si adoperi al meglio per opporsi al voto segreto in questo
tipo di votazione? Questa è la mia prima domanda.
La seconda domanda è più specifica e riguarda la
protezione del grande squalo bianco. A questo proposito
sembra esserci un consenso sulla necessità di innalzare il
livello di protezione, ma io ritengo che, viste le
incertezze che permangono sul numero di esemplari, la
richiesta di introdurre un contingentamento pari a zero
per le esportazioni sia estremamente opportuna in nome
del principio di precauzione. Vorrei sapere se l’Unione
europea sosterrà tale proposta.
4-046
Posselt (PPE-DE). – (DE) Signor Presidente, sostengo
appieno la risoluzione. Il nostro obiettivo primario è la
conservazione della natura, che in primo luogo implica
la protezione dell’ambiente, ossia il mantenimento
dell’equilibrio ecologico. In secondo luogo, siamo
chiamati a proteggere la diversità delle specie, che è
preziosa ed è a rischio. In terzo luogo, dobbiamo
proteggere gli animali sia in relazione al commercio e
alla tutela degli habitat sia per quanto concerne le
condizioni in cui tali animali vengono tenuti. Pertanto
ritengo che dobbiamo assumere un approccio molto
sfumato al commercio degli animali, come ha
evidenziato in particolare l’onorevole Davis.
Ovviamente sono necessarie delle restrizioni per
impedire lo sterminio di specie di animali in via di
estinzione, ma ci sono anche specie che sarebbero
scomparse se non avessero avuto mercato, se non
fossero state allevate negli zoo, e se non fossero state
preservate per le generazioni future al di fuori dei loro
territori d’origine, sconvolti da guerre, lotte civili e
catastrofi naturali.
22
Desidero quindi affermare molto chiaramente che sono a
favore della risoluzione, pur precisando che proprio in
casi simili non dobbiamo fare di tutt’erba un fascio. Mi
sembra ovvio e opportuno che il commercio di animali
continui a svolgersi sulla base di determinati parametri
rigorosi e restrittivi. I nostri zoo stanno svolgendo
un’opera preziosa; il geozoo di Monaco, ad esempio, ha
allevato specie rare che altrimenti sarebbero scomparse
dalla faccia della terra. Pertanto è fondamentale adottare
un approccio equilibrato. Per quanto concerne gli
elefanti e il commercio dell’avorio o del corno del
rinoceronte e altro ancora, bisogna agire in maniera
molto determinata e su questo punto sono totalmente
d’accordo con i colleghi. Come ha affermato l’onorevole
Isler Béguin, è in questi settori che si ottengono i
massimi profitti, in modo illegale e con minimo sforzo
sul mercato nero. E’ proprio a questi settori che
l’intervento di Europol dovrebbe essere maggiormente
esteso.
(Applausi)
4-047
Auken (Verts/ALE). – (DA) Signor Presidente, sono un
po’ sorpresa per il fatto che si discuta di caccia ai leoni
in Parlamento. Non credevo potesse succedermi in
un’Assemblea con cui altrimenti pensavo di essere
pressoché in armonia. Era necessario parlarne ed era
necessaria una votazione per parti separate; ma stiamo
tuttora attendendo una sorta di spiegazione dal gruppo
del PPE-DE in merito alle sue intenzioni su una specie
che negli ultimi dieci anni ha registrato un calo del 90
per cento.
Una seconda questione, probabilmente altrettanto
importante, riguarda la Commissione, che deve spiegare
il motivo per cui ha preso così alla leggera la richiesta di
aumentare il livello di protezione per le tartarughe di
acqua dolce. L’IUCN ha dichiarato la specie in via di
estinzione e nonostante ciò milioni di esemplari vengono
uccisi ogni anno. Questi animali vengono utilizzati per
scopi alimentari e nel settore della medicina naturale, il
che ovviamente ne mette a repentaglio le prospettive di
sopravvivenza a lungo termine. Se le informazioni in
mio possesso sono esatte, la proposta della Commissione
non prevede alcuna particolare tutela per tale specie e su
questo punto restiamo in attesa di una spiegazione.
4-048
Parish (PPE-DE). – (EN) Signor Presidente, desidero
esprimere dinanzi alla Commissione e al Parlamento il
mio pieno sostegno per l’attività della Convezione
CITES. Mi chiedo però perché la Conferenza CITES si
debba tenere a Bangkok.
In Tailandia persiste il commercio illegale di
orangotanghi, scimmie e leopardi. Pertanto, se la
conferenza si terrà in questo paese, dobbiamo chiedere al
governo tailandese di rendere conto del problema. Ho
visto, ad esempio, 50 giovani orangotanghi importati
illegalmente e chiusi in gabbie strettissime negli zoo
privati tailandesi. Nel mio collegio elettorale c’è
un’organizzazione, il Monkey World Ape Rescue Centre,
16/09/2004
che intende far uscire dalla Tailandia uno scimpanzé di
nome Naree, ma il governo tailandese non si è mostrato
collaborativo. Se la conferenza si terrà in Tailandia, è
molto importante che sia il Parlamento che la
Commissione sollevino questi temi con il governo
locale. Non possiamo permettere che accadano simili
episodi. Dobbiamo sottolineare tale fatto e questa è
un’eccellente occasione per farlo.
Pur essendo a favore della Convezione CITES e dei suoi
obiettivi, il fatto che la Conferenza si svolga in Tailandia
ci offre la possibilità di sollevare tali questioni con il
governo, in modo da impedire che casi simili si ripetano.
Altrimenti si potrebbe dare l’impressione che siffatto di
commercio sia tollerato, proprio perché la conferenza si
svolge in questo paese.
4-049
Wallström, Commissione. – (EN) Signor Presidente,
desidero ringraziare gli onorevoli deputati per questa
discussione, in particolare l’onorevole Davis per le
gentili parole che ha pronunciato a favore della
conservazione della rara specie dei Commissari svedesi!
Passo ora a commentare brevemente alcune delle
questioni evidenziate.
In primo luogo, in merito all’attuazione e agli scambi di
informazioni, la scorsa settimana gli Stati membri hanno
deciso di intensificare le attività in questo settore.
Desidero dire all’onorevole Sjöstedt che siamo
assolutamente contrari ai voti a scrutinio segreto e posso
confermare che voteremo contro tale procedura.
L’onorevole Auken ha parlato delle tartarughe marine.
La Convenzione prevede una tutela rigorosa per questi
animali e noi sosteniamo la proposta di protezione anche
per le tartarughe di acqua dolce.
La sede dell’incontro è stata decisa nel corso della
conferenza precedente e quindi non può essere cambiata
adesso.
In relazione al grande squalo bianco, il Madagascar e
l’Australia ci hanno informato che, a seguito delle
diffuse obiezioni di natura giuridica e scientifica, hanno
emendato la loro proposta, cancellando la richiesta per il
contingentamento pari a zero. Possiamo ora sostenere la
proposta senza riserve.
Infine, accogliamo con favore l’iniziativa del Parlamento
di presentare questa risoluzione. Siamo lieti che le
molteplici opinioni espresse su temi quali la carne di
animali selvatici, il pesce napoleone, la balenottera
minore e il ramin siano in linea con il consenso
delineatosi a livello comunitario. Idealmente avremmo
preferito una risoluzione che incarnasse un migliore
equilibrio tra la necessità di intensificare la protezione di
alcune specie e le considerazioni, talvolta di ordine
opposto, di promuoverne l’uso sostenibile, rispettando
soprattutto l’integrità scientifica della Convenzione. Tale
approccio sarebbe davvero nell’interesse della
Convenzione CITES e della conservazione della natura
in genere. Tuttavia, sono lieta che il Parlamento abbia
16/09/2004
23
preparato una risoluzione in tempi tanto brevi e vi
ringrazio per la discussione.
(Il Parlamento approva la risoluzione)
4-050
Presidente. – Ringrazio la signora Commissario e, a
nome di tutti i colleghi, credo di poter esprimere un
apprezzamento universale nei confronti della specie dei
Commissari svedesi europei, che non riteniamo
necessitino di particolari tutele in quanto non sono una
specie in via di estinzione.
A conclusione della discussione ho ricevuto una
proposta di risoluzione, a norma dell’articolo 108,
paragrafo 5, del Regolamento1.
***
Proposta di risoluzione (B6-0065/2004) dell’onorevole
Luisa Morgantini, a nome della commissione per lo
sviluppo, sulla regione del Darfur in Sudan
Prima della votazione sull’emendamento n. 8
4-054
Gomes (PSE). – (FR) Signor Presidente, propongo di
aggiungere alla fine del paragrafo 8 la seguente frase:
4-055
La discussione è chiusa.
La votazione si svolgerà oggi, alle 12.00.
“… nonché ad assicurare che tali sanzioni non
aumentino le sofferenze della popolazione sudanese”.
4-056
4-051
PRESIDENZA DELL’ON. ONESTA
Vicepresidente
4-052
Votazioni
Presidente. – Vi sono obiezioni alla presentazione di
questo emendamento orale?
(L’Assemblea manifesta il suo assenso
presentazione dell’emendamento orale)
alla
(Il Parlamento approva la risoluzione)
4-053
Relazione (A6-0006/2004) dell’onorevole Jean-Louis
Bourlanges, a nome della commissione per le libertà
civili, la giustizia e gli affari interni, sulla proposta di
regolamento del Consiglio riguardante alcune misure
restrittive a sostegno dell’attuazione efficace del
mandato del Tribunale penale internazionale per l’ex
Jugoslavia (TPIJ) [(COM(2004)0348 – SN 2057/2004
– C6-0041/2004 – 2004/0114(CNS)]
(Il Parlamento approva la risoluzione legislativa)
***
Proposta di risoluzione comune2 sulla 35a sessione
dell’Assemblea dell’Organizzazione internazionale
dell’aviazione civile (ICAO) (28 settembre-8 ottobre
2004)
(Il Parlamento approva la risoluzione)
***
Proposta di risoluzione comune3 sulla situazione in
Bielorussia
1
Cfr. Processo verbale.
Presentata dagli onorevoli Willi Piecyk e Ulrich Stockmann a nome
del gruppo PSE, Paolo Costa e Dirk Sterckx a nome del gruppo
ALDE/ADLE, Michael Cramer e altri a nome del gruppo Verts/ALE,
Erik Meijer a nome del gruppo GUE/NGL, volta a sostituire con un
nuovo testo le proposte di risoluzione di cui ai docc. B6-0037, 0039,
0042 e 0050/2004.
3
Presentata dagli onorevoli Bogdan Adam Klich e Charles Tannock a
nome del gruppo PPE-DE, Jan Marinus Wiersma a nome del gruppo
PSE, Annemie Neyts-Uyttebroeck a nome del gruppo ALDE/ADLE,
Elisabeth Schroedter, Joost Langendijk e Marie Anne Isler-Béguin a
nome del gruppo Verts/ALE, Jonas Sjöstedt e Luisa Morgantini a
nome del gruppo GUE/NGL, Konrad Krzysztof Szymański e Rolandas
Pavilionis a nome del gruppo UEN, volta a sostituire con un nuovo
2
***
Proposta di risoluzione comune4 sulla situazione in
Iraq
Prima della votazione sulla risoluzione
4-057
Salafranca Sánchez-Neyra (PPE-DE). – (ES) Signor
Presidente, prima di passare alla votazione sulle
proposte di risoluzione comune sull’Iraq presentate da
cinque gruppi, vorrei rilevare che c’è stato un errore da
parte dei Servizi di seduta, i quali hanno omesso di citare
tre riferimenti che formavano parte integrante della
risoluzione di compromesso.
Secondo i termini dell’accordo raggiunto dai gruppi, il
testo del paragrafo 1 dovrebbe essere il seguente:
“ribadisce la sua condanna di ogni violenza
indiscriminata e in particolare degli attentati terroristici
contro civili, minoranze religiose, forze di polizia e
soldati della Forza multinazionale, delle catture di
ostaggi e degli atroci assassini che sono stati commessi, i
cui responsabili sono ancora impuniti; afferma che deve
essere profuso ogni sforzo per porre termine a questi
tentativi volti a indebolire, attraverso l'uso della
violenza, la determinazione del governo legittimo
testo le proposte di risoluzione di cui ai docc. B6-0038, 0040, 0041,
0051, 0052 e 0053/2004.
4
Presentata dagli onorevoli Hans-Gert Poettering e altri a nome del
gruppo PPE-DE, Pasqualina Napoletano e Véronique De Keyser a
nome del gruppo PSE, Cecilia Malmström e Annemie NeytsUyttebroeck a nome del gruppo ALDE/ADLE, Monica Frassoni e altri
a nome del gruppo Verts/ALE, Cristiana Muscardini e Anna Elzbieta
Fotyga a nome del gruppo UEN, volta a sostituire con un nuovo testo
le proposte di risoluzione di cui ai docc. B6-0028, 0031, 0032, 0033,
0034 e 0043/2004.
24
16/09/2004
iracheno e della comunità internazionale di andare avanti
nel processo democratico”.
testi soltanto. In merito le posso fornire le più ampie
assicurazioni.
Inoltre, come farà osservare l’onorevole Tajani, dal
paragrafo 2 è stato tolto il riferimento alla restituzione
della salma di Enzo Baldoni.
Passiamo ora
risoluzione.
alla
votazione
sulla
proposta
di
Prima della votazione sul paragrafo 1
Infine, nel paragrafo 6 si dovrebbe aggiungere, in
relazione alle elezioni, “con la piena partecipazione delle
donne”.
Questi punti facevano parte dell’accordo; credo pertanto
che debbano essere aggiunti non sotto forma di
emendamento orale bensì come correzione di un errore
commesso dai Servizi di seduta.
4-058
Presidente. – Posso confermare quanto appena detto
dall’onorevole Salafranca. Il testo che è stato presentato
è quello testé letto dall’onorevole Salafranca. E’ quindi
evidente che c’è stato un errore da parte dei Servizi
competenti. Noto che anche altri deputati hanno chiesto
la parola. Credo non ci siano problemi a inserire nel
testo i punti da lei citati.
4-063
Désir (PSE). – (FR) Signor Presidente, vorrei sapere se
il paragrafo 1, che ci accingiamo a votare, era stato
presentato originariamente in lingua inglese. Il testo
francese e quello inglese divergono; credo che
dovremmo votare un testo che corrisponda alla versione
originale inglese, in cui si parla della “determinazione
del governo iracheno” e non, come nella versione
francese, della “determinazione del legittimo governo
iracheno”.
4-064
Presidente. – Mi è stato comunicato che la risoluzione è
stata effettivamente presentata in lingua inglese; pertanto
la versione originale è il testo inglese. Tutte le altre
versioni linguistiche saranno conformate all’originale,
venendo così incontro alla sua richiesta.
4-059
Tajani (PPE-DE). – Signor Presidente, io mi riferivo
appunto alla richiesta relativa al rimpatrio delle spoglie
del giornalista italiano Enzo Baldoni, prevista nella
proposta di risoluzione. Da quanto lei ha detto, mi
sembra di capire che non sia necessario presentare un
emendamento orale.
Tuttavia, poiché questa mattina sono state rapite altre tre
persone, ritengo opportuno che il testo sia aggiornato
alle vicende odierne. Prima che si proceda alla votazione
sul paragrafo due, chiederò pertanto la parola per
presentare un emendamento orale in tal senso.
4-060
Presidente. – Onorevole collega, potrà intervenire
quando sarà il momento. Ho preso buona nota della sua
richiesta.
4-061
Napoletano (PSE). – Signor Presidente, tutte le
questioni sollevate dal collega Salafranca sono esatte.
Tuttavia, se ne aggiunge un’altra: il paragrafo 3 è stato
depositato in una versione precedente, mentre andrebbe
sostituito con la seguente formulazione: “chiede alla
Presidenza del Consiglio, all’Alto rappresentante e alla
Commissione di sostenere le iniziative che in questo
senso stanno prendendo gli Stati membri interessati”. E’
pertanto necessario rivedere anche il paragrafo 3.
Onorevoli colleghi, capisco che è penoso, ma vi assicuro
che noi avevamo depositato la versione corretta del
testo. So che l’onorevole Tajani chiederà di presentare
un emendamento orale e posso già anticipare che noi
siamo d’accordo.
4-062
Presidente. – Non ci sono problemi. E’ stato commesso
qualche piccolo errore, però le versioni originali sono
quelle dei testi presentati dai diversi firmatari, e di questi
Prima della votazione sul paragrafo 2
4-065
Tajani (PPE-DE). – Signor Presidente, come i colleghi
sapranno, questa mattina a Baghdad sono state
sequestrate e rapite nella propria abitazione tre persone,
di cui due cittadini statunitensi e un cittadino europeo di
nazionalità britannica.
Io propongo all’Assemblea un emendamento orale al
paragrafo 2 per aggiungere, dopo il riferimento alle
operatrici umanitarie italiane, Simona Torretta e Simona
Pari, le parole “e del cittadino britannico” – seguite dal
nome e dal cognome – affinché il Parlamento europeo
rivolga un appello tempestivo per la liberazione di
quest’altro cittadino della nostra Unione e gli garantisca
il sostegno di tutte le forze politiche in esso
rappresentate.
(Applausi)
4-066
Presidente. – Vi sono obiezioni alla presentazione di
questo emendamento orale?
(L’Assemblea manifesta il suo assenso
presentazione dell’emendamento orale)
alla
4-067
(Il Parlamento approva la risoluzione)
***
Proposta di risoluzione (B6-0029/2004) degli
onorevoli Marie Anne Isler Béguin a nome del
gruppo Verts/ALE, John Bowis a nome del gruppo
PPE-DE, Kartika Tamara Liotard e Dimitrios
Papadimoulis a nome del gruppo GUE/NGL,
Johannes (Hans) Blokland a nome del gruppo
16/09/2004
IND/DEM, Guido Sacconi e Karin Scheele a nome
del gruppo PSE, Liam Aylward a nome del gruppo
UEN, Chris Davies e Mojca Drčar Murko a nome del
gruppo ALDE/ADLE, sugli obiettivi strategici
dell’Unione europea per la 13a riunione della
Conferenza dei paesi aderenti alla Convenzione
CITES
Prima della votazione sulla proposta di risoluzione
4-068
Doyle (PPE-DE). – (EN) Signor Presidente, nel corso
della notte è sorto un problema riguardante il paragrafo 5
della nostra risoluzione. Nella versione originaria si
citava una “proposta australiana di includere il grande
squalo bianco nell’Appendice II della CITES con quota
zero”. Quella formulazione era corretta quando il testo è
stato mandato in stampa, dopo aver ottenuto
l’approvazione di tutti i gruppi rappresentati qui in
Parlamento; successivamente, però, gli australiani hanno
cancellato il riferimento alla quota zero, per ragioni di
carattere giuridico e scientifico, come ho avuto modo di
dire quando ho sottoposto la questione e come ha
confermato il Commissario.
Il Parlamento darebbe prova di sciatteria se votasse un
testo che, stante questa novità, risulta essere
contraddittorio. Dato che l’Australia non sostiene più la
richiesta della quota zero, non dovremmo farvi
riferimento neppure noi. Mi permetto di ricordare ai
colleghi favorevoli alla quota zero – e so che sono tanti –
che depennare oggi questa parte del paragrafo 5, ovvero
tutte le parole dopo “Appendice II”, non impedisce che,
in sede di Conferenza, qualche altro partecipante che lo
desideri possa ripresentare la proposta della quota zero.
25
durante la Conferenza dei paesi aderenti, qualora lo
ritengano necessario.
4-071
Presidente. – Bene, il punto è stato chiarito.
Vi sono obiezioni alla presentazione di questo
emendamento orale?
(Essendosi alzati più di 37 deputati, l’emendamento non
è preso in considerazione)
(Il Parlamento approva la risoluzione)
DICHIARAZIONI DI VOTO
Ex Jugoslavia (A6-0006/2004)
4-072
Goudin, Lundgren e Wohlin (IND/DEM), per iscritto.
– (SV) Riteniamo che il tema di questa relazione non
riguardi il Parlamento europeo e abbiamo pertanto
deciso di astenerci dal voto.
4-073
Pafilis (GUE/NGL), per iscritto. – (EL) La guerra della
NATO e dell’Unione europea contro la Jugoslavia è
stata una guerra ingiusta e di offesa, in contrasto con il
diritto internazionale e con i principi fondanti delle
Nazioni Unite.
La guerra ha causato la morte di migliaia di persone
innocenti, danni gravissimi e l’occupazione del Kosovo;
ha rappresentato inoltre il momento culminante dello
sfacelo della Jugoslavia e dell’intervento imperialista nei
Balcani.
Credo che non possiamo dirci d’accordo riguardo a una
proposta australiana che, su questo specifico punto, non
è più tale; possiamo però approvare la prima parte della
frase, ovvero “di includere il grande squalo bianco
nell’Appendice II della CITES”. Signor Presidente, ho
bisogno del suo aiuto poiché so che siamo in una fase
procedurale già molto avanzata. E’ tuttavia necessario
che le nostre azioni e le nostre decisioni di oggi abbiano
senso e siano coerenti con la realtà dei fatti.
Ad essere processati per crimini contro l’umanità
dovrebbero essere i capi della NATO, che hanno
attaccato un membro indipendente delle Nazioni Unite.
4-069
A mano a mano che il processo va avanti, diventa
sempre più evidente che sono state prese decisioni
preconcette, prive di qualsiasi fondamento, nell’intento
di nascondere e salvare i veri colpevoli.
Presidente. – Onorevole Doyle, devo considerare il suo
intervento come un emendamento orale. Affinché gli
altri colleghi possano comprendere bene la sua proposta,
la invito a formulare con precisione il testo che desidera
sottoporre al voto.
4-070
Doyle (PPE-DE). – (EN) Signor Presidente, intervengo
esclusivamente per una questione di procedura; non
intendo, infatti, fare dichiarazioni né sulla quota zero né
su altri punti. Propongo di emendare il paragrafo 5 del
nostro testo nel modo seguente: “appoggia la proposta
australiana di includere il grande squalo bianco
nell’Appendice II della CITES”. La parte restante del
paragrafo dovrebbe essere depennata, visto che gli
australiani la hanno tolta dalla loro proposta. Ciò,
tuttavia, non impedisce che altri possano ripresentarla
Il regolamento del Consiglio che il Parlamento europeo
è chiamato a votare oggi rientra nel tentativo di dare una
copertura legale a questo “tribunale” filoamericano, che
è una farsa, come dimostrano le continue violazioni dei
diritti di Milosevic.
Le regole di quello che viene definito il “Tribunale
penale internazionale” non sono accettate dal popolo,
unico soggetto autorizzato a giudicare i suoi capi e a
emettere sentenze sugli imputati, chiunque essi siano.
Bisogna smetterla con questa farsa, sciogliere questo
cosiddetto tribunale e liberare Slobodan Milosevic.
4-074
Queiró (PPE-DE), per iscritto. – (PT) Ho votato a
favore della proposta di risoluzione del Parlamento sul
regolamento del Consiglio che impone determinate
misure restrittive a sostegno dell’attuazione efficace del
26
mandato del Tribunale penale internazionale per l’ex
Jugoslavia, poiché la proposta prevede l’adozione di
misure nei confronti di imputati ancora latitanti e che
continuano a sottrarsi alla giustizia. Tali misure mirano
specificamente a impedire loro di viaggiare e di usare i
loro beni. Ho votato a favore anche perché si tratta di
un’azione congiunta delle Nazioni Unite e degli Stati
membri dell’Unione europea, in applicazione della
specifica disposizione del Trattato in questa materia.
4-075
ICAO (B6-0037/2004)
4-076
Bradbourn (PPE-DE), per iscritto. – (EN) I
Conservatori britannici riconoscono che i cambiamenti
climatici costituiscono una delle maggiori sfide che la
nostra generazione e quelle che seguiranno devono e
dovranno affrontare. Non è possibile prevedere con
precisione quale sarà l’entità dell’innalzamento delle
temperature; è tuttavia certo che il rischio di un
repentino cambiamento climatico sussiste realmente. Se
vogliamo affrontare in modo serio i cambiamenti
climatici indotti dall’uomo, dobbiamo impegnarci
altrettanto seriamente a ridurre il volume globale delle
emissioni prodotte dagli aerei, che, secondo le
previsioni, raddoppierà entro il 2020. Per tale motivo
appoggiamo le azioni mirate a includere l’aviazione in
un sistema globale di scambio di quote di emissioni. Se
le autorità mondiali non si daranno da fare in tal senso,
l’Unione europea dovrà avere la possibilità di adottare
autonomamente uno schema proprio. Nutriamo seri
dubbi riguardo all’efficacia di interventi fiscali su
carburanti ed emissioni; riteniamo infatti che simili
provvedimenti avrebbero effetti trascurabili sulla
domanda della maggior parte dei viaggi aerei, ma
produrrebbero un impatto sproporzionato sul settore
delle compagnie aeree a basso costo. E’ improbabile che
l’eventuale gettito di tali imposte venga utilizzato per
contenere gli effetti delle emissioni, cosicché questi
interventi finirebbero per essere nulla più che semplici
misure di aumento degli oneri fiscali. Né crediamo che
la Commissione abbia bisogno di un seggio in seno
all’Assemblea dell’ICAO.
4-077
Jarzembowski (PPE-DE), per iscritto. – (DE) Il
coordinatore del gruppo del Partito popolare europeo
(Democratici cristiani) e dei Democratici europei nella
commissione per i trasporti e il turismo, Georg
Jarzembowski, fa la seguente dichiarazione a nome del
gruppo del Partito popolare europeo (Democratici
cristiani) e dei Democratici europei sulla riunione
dell’ICAO.
Il gruppo del Partito popolare europeo (Democratici
cristiani) e dei Democratici europei si asterrà dal voto
sulla risoluzione comune perché le richieste formulate
nel testo sono troppo indiscriminate e perché, per
mancanza di tempo, non è stato possibile discutere di
questa materia nei suoi diversi aspetti, come l’argomento
richiederebbe, con gli Stati membri rappresentati
nell’ICAO e con le imprese e i consumatori interessati.
16/09/2004
Il gruppo del Partito popolare europeo (Democratici
cristiani) e dei Democratici europei è fermamente
convinto della necessità di compiere ulteriori passi a
livello sia globale sia europeo per ridurre i danni
all’ambiente, compresi quelli causati dal trasporto aereo.
Il gruppo del Partito popolare europeo (Democratici
cristiani) e dei Democratici europei ritiene tuttavia che i
potenziali effetti collaterali di simili passi debbano
essere discussi attentamente con le imprese e con i
consumatori interessati. Sarà altresì necessario prendere
in considerazione i gravissimi danni economici già subiti
dalle aerolinee europee a seguito degli avvenimenti
dell’11 settembre e del drastico aumento del prezzo del
petrolio. Una reazione affrettata da parte del Parlamento
non sarebbe consona alla gravità delle questioni in
gioco.
4-078
Meijer (GUE/NGL), per iscritto. – (NL) L’aviazione è
stata per lungo tempo un’industria privilegiata. Vecchi
accordi internazionali impediscono che le tasse che
gravano sui trasporti terrestri siano applicate anche al
trasporto aereo. In passato, tali accordi erano un modo
per dare un’opportunità di sopravvivenza a una forma di
trasporto internazionale nuova e in crescita ma ancora
debole dal punto di vista economico. Da allora la
situazione si è capovolta: il traffico aereo sta crescendo
in misura esponenziale; le vecchie compagnie aeree
vengono scalzate dai nuovi operatori a basso costo;
l’inquinamento acustico è causa di malattie tra coloro
che vivono in prossimità degli aeroporti, a loro volta in
continua espansione; il riscaldamento globale aumenta e
il traffico ferroviario internazionale sta andando fuori
mercato poiché non è più competitivo. Al giorno d’oggi
occorre proteggere la società dalla crescita continua del
trasporto aereo, ma ciò non sarà sicuramente possibile
fintantoché l’aviazione continuerà a godere di un
margine di competitività artificioso. Per ridurre i danni
ambientali, pagare i costi dell’inquinamento causato
dall’aviazione e proteggere le altre modalità di trasporto,
anche il trasporto aereo dovrebbe essere assoggettato a
una tassazione normale. Per tale motivo, qualsiasi
decisione presa a livello mondiale che confermi il
divieto di tassare il trasporto aereo o che pregiudichi la
riduzione dell’inquinamento è inaccettabile. Trovo
sorprendente che il 1° settembre in sede di commissione
per i trasporti e il turismo il gruppo più numeroso si sia
opposto, come sta facendo ora, a una risoluzione mirata
a bloccare i tentativi degli Stati Uniti di concedere
all’aviazione un trattamento preferenziale permanente.
4-079
Queiró (PPE-DE), per iscritto. – (PT) Ho deciso di
astenermi dalla votazione della proposta di risoluzione
del Parlamento europeo concernente la 35a sessione
dell’Assemblea dell’Organizzazione internazionale
dell’aviazione civile (ICAO), che si terrà dal 28
settembre all’8 ottobre 2004. Ho voluto in tal modo
affermare che, a mio parere, il Parlamento europeo non
deve immischiarsi negli affari dell’Assemblea
dell’ICAO prima dell’inizio della sessione e, cosa
ancora più rilevante, non deve prendere posizione su
materie che, per quanto ne so, sono semplici proposte di
modifica di una risoluzione che sarà discussa
16/09/2004
dall’Assemblea. Per quanto la questione in esame sia
senz’altro meritevole della nostra attenzione, il testo
attuale, così come è stato approvato dalla maggioranza
del Parlamento, stabilisce le linee di fondo della nostra
posizione, dato che al punto 3 riconosce che la
Commissione dovrebbe avere un seggio in seno
all’Assemblea dell’ICAO. E, in ogni caso, dato che non
detiene alcun seggio, non c’è alcun motivo perché il
Parlamento si immischi in questa materia.
4-080
Ribeiro e Castro (PPE-DE), per iscritto. – (PT)
Condivido le preoccupazioni per l’ambiente espresse
dagli autori della proposta di risoluzione. Credo che le
principali Istituzioni dell’Unione europea dovrebbero
promuovere uno studio sull’impatto ambientale
dell’aviazione civile e la ricerca di strumenti atti a
ridurlo.
Ciononostante, ho dovuto astenermi dal voto. Il modo
frettoloso in cui la risoluzione è stata presentata ha
impedito una valutazione obiettiva di una questione che,
considerata la sua gravità e la sua importanza per i
comuni cittadini, deve essere esaminata con attenzione,
tra gli altri, dalla commissione per i trasporti e da quella
per l’ambiente.
4-081
Bielorussia (B6-0038/2004)
27
Queiró (PPE-DE), per iscritto. – (PT) Ho votato a
favore della risoluzione del Parlamento sulla situazione
in Bielorussia malgrado abbia l’impressione che in
risoluzioni come questa la linea di separazione tra, da un
lato, la necessità – peraltro legittima – di esercitare
pressioni politiche internazionali sui paesi e sui governi
che violano i principi democratici e lo Stato di diritto e,
dall’altro lato, l’ingerenza negli affari interni di un
paese, che è questione assai più delicata, sia molto
sottile. Considerato che la Bielorussia rientra nella
politica europea di vicinato, la quale punta a sviluppare a
una cooperazione rafforzata con l’Unione europea, e che
sono state compiute gravi violazioni dei diritti, delle
libertà e delle tutele che costituiscono parte integrante
della democrazia e dello Stato di diritto, l’Unione
europea e, più nello specifico, il Parlamento europeo –
d’intesa con la Commissione per i diritti dell’uomo delle
Nazioni Unite – devono adottare iniziative come questa
risoluzione che mirano a incoraggiare il processo
democratico in Bielorussia nonché lo svolgimento di
libere ed eque elezioni il prossimo 17 ottobre.
4-084
Ribeiro e Castro (PPE-DE), per iscritto. – (PT) Con
l’approssimarsi della data delle elezioni parlamentari in
Bielorussia si intensificano i segnali che indicano una
crescita allarmante di atti illegali di repressione e
restrizione dei diritti, delle libertà e delle tutele in quel
paese.
4-082
Pafilis (GUE/NGL), per iscritto. – (EL) Nella corsa
verso le elezioni e il referendum, il Parlamento europeo
approva una risoluzione che perpetua la pressione e la
coercizione nei confronti del governo bielorusso e che,
purtroppo, è approvata da tutti i gruppi.
E’ preoccupante che il referendum sulla costituzione che
si terrà lo stesso giorno delle elezioni e ha lo scopo di
abrogare l’articolo che fissa un limite al numero dei
mandati presidenziali consecutivi si stia viepiù
trasformando in un plebiscito.
Ciò che disturba la selettiva sensibilità dell’Unione
europea, che interpreta a suo piacimento le violazioni dei
diritti umani – siano esse reali oppure false –, è il fatto
che la Bielorussia non si sia precipitata in ginocchio a
mendicare l’adesione alla NATO, all’Unione europea o
alle altre organizzazioni imperialiste e si rifiuti di
svendere ai monopoli europei e americani le proprie
redditizie risorse.
Il Parlamento europeo, essendo naturalmente favorevole
al rafforzamento della stabilità, della libertà e della
sicurezza in Bielorussia, ha seguito con attenzione gli
sviluppo politici nel paese.
Perché il Parlamento europeo non ha rivolto la propria
attenzione al nascente fascismo nei paesi baltici, come
ha fatto la Bielorussia presentando alle Nazioni Unite
una risoluzione su questo fenomeno? Perché il
Parlamento resta in assoluto silenzio senza denunciare i
governi degli Stati membri dell’Unione europea, degli
Stati Uniti, dell’Australia, del Giappone e degli altri
paesi che hanno votato contro quella risoluzione?
Il popolo bielorusso è l’unico soggetto autorizzato a
decidere del proprio futuro. Risoluzioni come questa
sono manovre segrete mirate a fuorviare e confondere i
lavoratori e a creare ingerenze negli affari interni della
Bielorussia, allo scopo di modificare la volontà politica
del suo popolo.
Per questi motivi votiamo contro la risoluzione.
4-083
Ora l’Unione europea non deve allentare tale attenzione,
deve anzi continuare a esercitare pressione sulle autorità
bielorusse affinché mettano in atto cambiamenti reali,
tali da realizzare più che una legalità meramente
formale, suscettibili di elevare il livello di vita della
popolazione, di promuovere concretamente la
democrazia e di mettere i cittadini in condizione di
esercitare appieno il diritto all’autodeterminazione
politica.
Ho votato a favore della risoluzione.
4-085
Sudan (B6-0065/2004)
4-086
Queiró (PPE-DE), per iscritto. – (PT) Ho votato a
favore della proposta di risoluzione concernente la
regione sudanese del Darfur, presentata a seguito delle
dichiarazioni del Consiglio e della Commissione a
norma dell’articolo 103, paragrafo 2, del Regolamento a
nome della commissione per lo sviluppo, e delle
relazioni presentate dai deputati che facevano parte della
28
delegazione del Parlamento europeo che ha visitato la
regione dal 2 al 7 settembre. Quali che siano i motivi
alla base di quella che è una vera e propria pulizia etnica
in corso nel Darfur, è nostro dovere condannare gli atti
compiuti contro la popolazione civile, che hanno causato
già oltre 30 000 morti e costretto un milione di persone a
cercare rifugio in altre zone del Sudan e più di 200 000
persone a riparare in Ciad. Dobbiamo condannare altresì
la politica del governo sudanese, non solo perché
appoggia gli attacchi contro i civili e viola gli accordi di
cessate il fuoco, ma anche perché nelle zone interessate
dal conflitto persegue una politica di sottosviluppo e di
emarginazione economica. Questo è ciò che ho voluto
esprimere con il mio voto.
4-087
Ribeiro e Castro (PPE-DE), per iscritto. – (PT) Ho
seguito con grande preoccupazione le notizie giunte dal
Darfur. Credo che questa vicenda offra al Parlamento
l’opportunità di dare il buon esempio e di chiedere che le
altre Istituzioni dell’Unione europea si comportino di
conseguenza, ribadendo la loro condanna delle atrocità e
ricercando una soluzione al conflitto.
Dobbiamo condannare le violenze in modo
inequivocabile e garantire che la mobilitazione delle
risorse volte a mantenere la pace sia ben più che una
semplice affermazione retorica. Non dobbiamo allentare
gli sforzi già in atto, che hanno iniziato a produrre buoni
risultati.
Come già in Bosnia, Ruanda, Burundi e in molti altri
paesi, anche nel caso del Darfur è difficile avere piena
consapevolezza della tragedia che si sta consumando e
che ha causato, ancora una volta, uccisioni di massa –
per non usare il termine di genocidio, di cui
invariabilmente diremo che sarà l’ultimo.
A mio parere, l’Unione deve continuare a tenere sotto
pressione il governo sudanese e i responsabili del
conflitto al fine di garantire il pieno rispetto del cessate
il fuoco, che è stato firmato proprio grazie alla nostra
pressione.
All’Unione europea, che vuole essere un soggetto
politico globale, si offre un’occasione unica per far sì
che l’opinione pubblica non dimentichi quanto sta
succedendo nel Darfur e che i responsabili non restino
impuniti.
Ho votato a favore di tutti gli emendamenti, eccezion
fatta per l’emendamento n. 12, avendoli ritenuti
migliorativi della proposta iniziale della commissione
per lo sviluppo.
4-088
Iraq (B6-0028/2004)
4-089
Fatuzzo (PPE-DE). – Signor Presidente, ieri sera mi
sono addormentato pensando alla dichiarazione di voto
sull’Iraq e mi sono trovato in mezzo ai dannati
dell’inferno tra i quali ho riconosciuto bin Laden, con la
barba che bruciava in continuazione, come nell’inferno
16/09/2004
dantesco. Nel sogno gli ho chiesto: “Ma perché ce
l’avevi così tanto con noi europei e americani?” E bin
Laden, mentre la sua barba continuava a bruciare, mi ha
risposto: “Io ero molto ammalato e ho chiesto la
pensione di invalidità alla previdenza dell’Arabia
Saudita, ma non me l’hanno concessa. E’ per questo che
ero così arrabbiato col mondo intero”. Ma diamogliela
questa pensione di invalidità a questo bin Laden, così
almeno ci lascerà tutti in pace e in tranquillità!
4-090
Borghezio (IND/DEM). – Signor Presidente, il voto
della delegazione della Lega Nord di astensione sulla
proposta di risoluzione sull’Iraq non è ovviamente
separato dalla volontà di esprimere, come abbiamo già
fatto in tutte le sedi, la piena solidarietà alle due giovani
operatrici di pace e di volontariato umanitario, così
dolorosamente coinvolte nella tragedia dell’Iraq.
Tuttavia, intendiamo prendere le distanze dalla
sottovalutazione dei rischi che corre il mondo libero nel
prendere per buone le false e ipocrite dichiarazioni
umanitarie di sostegno del falso islam moderato. E’
penoso vedere l’Europa e l’Occidente credere alle parole
di coloro che armano la mano dei terroristi, che
finanziano le reti terroristiche e che oggi si dicono
favorevoli alla liberazione degli ostaggi. Occorre che
l’Europa e l’Occidente mantengano una linea chiara e
ferma di condanna e di rifiuto di collaborare con chi
muove le reti del terrorismo.
4-091
Andersson, Hedh, Hedkvist Petersen, Segelström e
Westlund (PSE), per iscritto. – (SV) Noi
Socialdemocratici svedesi abbiamo deciso di astenerci
dal voto su alcuni emendamenti allo scopo di garantire
che la risoluzione approvata dal Parlamento europeo sia
condivisa e lanci un messaggio forte.
4-092
De Rossa (PSE), per iscritto. – (EN) Appoggio la
risoluzione sull’Iraq, il cui scopo principale è quello di
manifestare la nostra preoccupazione per la salute degli
ostaggi e chiedere che venga fatto tutto il possibile per il
loro pronto rilascio.
Deploro, tuttavia, che la risoluzione non esprima le
preoccupazioni dei nostri concittadini per il reato di
omicidio di iracheni commesso da parte delle forze
occupanti. Essa non analizza gli avvenimenti degli
ultimi due anni, che sono stati determinanti per la
situazione attuale in Iraq, e, pertanto, non denuncia la
sfida che l’amministrazione Bush, con la sua fretta di
invadere il paese, ha di fatto lanciato all’ONU. Il
Segretario generale Kofi Annan ha giustamente definito
tale invasione come un atto illegale e contrario alla Carta
delle Nazioni Unite.
Si tratta di una questione da cui non si può prescindere.
E’ quindi molto importante che la commissione per gli
affari esteri prepari con urgenza, come richiesto,
un’esaustiva relazione sulla situazione in Iraq che tenga
conto delle conseguenze della guerra e di tutti i problemi
connessi con il ritiro delle forze che illegalmente
16/09/2004
occupano il paese, nonché con la riabilitazione, la
ricostruzione e la stabilizzazione dell’Iraq.
4-093
Evans, Jillian (Verts/ALE), per iscritto. – (EN)
Condivido pienamente la severissima condanna espressa
dal Parlamento europeo per i rapimenti di ostaggi in
Iraq, nonché la richiesta della loro immediata
liberazione. In tal senso, approvo i paragrafi 2 e 3 della
risoluzione; tuttavia non mi sento di votare a favore
dell’intera risoluzione poiché essa mira a giustificare una
guerra illegale e ingiusta e l’occupazione dell’Iraq.
4-094
Gollnisch (NI), per iscritto. – (FR) Il rovesciamento del
regime del partito Baath, che è stato l’unica forza
politica irachena a orientamento laico, è stato un errore
madornale. Oggi l’Iraq è nelle mani di piccoli e
incontrollati gruppi islamici.
Con la cattura di Georges Malbrunot e Christian
Chesnot, anche la Francia è stata trascinata nella palude
irachena. I rapitori degli ostaggi francesi non chiedono il
ritiro delle truppe, dato che la Francia si è rifiutata di
partecipare alla guerra; questi terroristi, che
appartengono all’Esercito islamico dell’Iraq, vogliono di
più: ordinando alla Francia di rivedere una delle sue
leggi, hanno chiesto al nostro paese di rinunciare al
libero esercizio della sua sovranità.
Hanno fatto tale richiesta poiché ritengono che il nostro
paese, che ospita sei milioni di musulmani, debba
assoggettare le proprie leggi alle norme della sharia.
Questo è il risultato di quarant’anni di immigrazione
massiccia e incontrollata. I negoziati condotti dai
membri del Consiglio francese per la fede islamica con
leader islamici iracheni, ampiamente pubblicizzati dai
media, sono un’ulteriore dimostrazione del fatto che è in
atto un processo di riduzione dei cittadini francesi allo
stato di dhimmi. Chirac e Raffarin, che con la scusa della
laicità si rifiutano di riconoscere le radici cristiane della
Francia, hanno inviato esponenti delle associazioni
islamiche affinché fungano da ambasciatori.
Christian Chesnot e Georges Malbrunot sono ostaggi di
un sequestro affatto particolare: in realtà, è la Francia ad
essere ostaggio della propria politica d’immigrazione.
4-095
Howitt (PSE), per iscritto. – (EN) La delegazione del
Partito laburista al Parlamento europeo approva la
risoluzione, in particolare laddove essa insiste sulla
necessità di aumentare quanto più possibile il
coinvolgimento dell’Unione europea e chiede la
liberazione incondizionata degli ostaggi francesi, italiani
e di altre nazionalità e il loro rimpatrio in condizioni di
incolumità. Pur rendendoci conto della gravità delle
condizioni della sicurezza in Iraq, reputiamo inutile
inserire nell’emendamento n. 1 la dicitura “la
maggioranza della popolazione irachena”. Un
trasferimento delle truppe della coalizione o, addirittura,
il loro totale ritiro sono ipotesi non realistiche, che
potrebbero peraltro peggiorare una situazione già di per
sé difficile. Possiamo comprendere che il Parlamento
29
non abbia una posizione univoca sugli aspetti giuridici
della vicenda irachena; nondimeno vogliamo lanciare un
appello affinché esso ritrovi l’unità nel guardare al
futuro di quel paese – non al passato – allo scopo di
lavorare insieme a favore della pace, della
riconciliazione e della ricostruzione di un Iraq
democratico.
4-096
Meijer (GUE/NGL), per iscritto. – (NL) All’inizio del
2003, la maggioranza del Parlamento si era espressa
contro il progetto della guerra preventiva contro l’Iraq.
Successivamente è stato dimostrato che la
giustificazione addotta per tale guerra, ovvero il
possesso da parte del regime di Saddam Hussein di armi
di distruzione di massa, era infondata. Grazie
all’intervento degli Stati Uniti e dei suoi alleati europei,
l’Iraq è stato trasformato in un terreno di coltura della
resistenza fondamentalista islamica. Tra i politici
europei si sta ora diffondendo la paura per le possibili
conseguenze di un eventuale ritiro degli eserciti delle
forze occupanti. In ogni caso, anche indipendentemente
da tale ritiro, diventa sempre più urgente la necessità che
l’Europa si dissoci dalle posizioni americane in Iraq. Gli
Stati Uniti vogliono il petrolio, vogliono procurarsi
forniture per le loro imprese e vogliono sostituire l’euro
con il dollaro nei contratti internazionali, e non ci
pensano proprio a ricostruire centrali elettriche,
depuratori per l’acqua, scuole e ospedali.
L’Europa può assumersi questo compito della
ricostruzione delle infrastrutture civili e può contribuire
alle libere elezioni offrendo una buona occasione a
soggetti che non siano le forze religiose e conservatrici e
i paesi satellite degli Stati Uniti, ad esempio ai comunisti
e ai partiti curdi del nord del paese. E’ del tutto evidente
che le forze europee presenti in Iraq dovrebbero limitare
il loro mandato a questo tipo di azioni e lasciare il paese
non appena glielo chiederà la popolazione irachena.
Sono contrario alla risoluzione perché essa non contiene
tale indicazione, ma appoggio naturalmente la richiesta
della liberazione degli ostaggi, pur ritenendo che le
possibilità che ciò accada saranno scarse finché non
sapremo offrire al popolo iracheno alcuna prospettiva di
miglioramento.
4-097
Pafilis (GUE/NGL), per iscritto. – (EL) Siamo contrari
a questa proposta di risoluzione comune perché è una
provocazione nei confronti delle persone di tutto il
mondo che lottano per la pace e si oppongono
all’ingiusta guerra imperialista in corso in Iraq.
I poteri politici che appoggiano la risoluzione accettano
e approvano l’operato delle forze di occupazione in Iraq,
riconoscono il governo di occupazione e collaborano con
esso, inoltre chiamano terrorismo la resistenza opposta
dal popolo iracheno alle forze occupanti e al governo
collaborazionista. Il Parlamento europeo si sta
trasformando in un “riciclatore di crimini”, confermando
così la natura imperialista dell’Unione europea e la sua
identificazione con gli Stati Uniti.
30
Col pretesto di liberare gli ostaggi e richiamandosi a un
cosiddetto Iraq democratico e indipendente, il
Parlamento sta contribuendo a creare le condizioni per
consentire all’Unione europea di essere ammessa alla
spartizione imperialista del bottino, di difendere gli
interessi dei grandi affaristi in un’area più ampia, di
assumere il controllo delle risorse che creano ricchezza e
delle rotte del petrolio, nonché di sfruttare il popolo.
Gli unici ad avere il diritto di risolvere i problemi
politici dell’Iraq sono gli iracheni.
16/09/2004
l’egida delle Nazioni Unite qualcosa che è stato fatto al
di fuori e in contrasto con le stesse Nazioni Unite e il
diritto internazionale.
Gli emendamenti presentati dai Verdi amplierebbero la
base di consenso al punto tale che noi saremmo gli unici
ad esserne esclusi, e il fatto che gli emendamenti
presentati dal nostro gruppo non siano stati approvati
sembra dimostrare una volta di più che resteremmo
isolati su una questione così importante come questa.
In realtà noi non ci sentiamo così isolati.
Il popolo, anche il popolo europeo, chiede l’immediato
ritiro di tutte le forze di occupazione, le quali devono
risarcire gli iracheni per i crimini e le distruzioni che
hanno commesso.
I poteri che appoggiano la risoluzione si sono opposti a
tale richiesta corale votando contro l’emendamento che
propone il ritiro delle forze straniere e ribadendo ancora
una volta il loro sostegno alla guerra.
Sappiamo che siamo con coloro che si oppongono alla
natura illegale e ingiusta della guerra, all’invasione e
all’occupazione. Siamo con coloro che resistono e con
coloro che chiedono l’immediato ritiro delle forze
occupanti.
Del pari, coloro che sono contrari alla guerra e
favorevoli alla pace sono con noi.
4-098
4-100
Queiró (PPE-DE), per iscritto. – (PT) Ho votato a
favore della risoluzione del Parlamento sull’Iraq perché
penso che l’Europa debba lanciare un chiaro segnale
condannando fermamente gli attentati terroristici
compiuti contro la popolazione civile, le forze di polizia,
i soldati della forza multinazionale e gli ostaggi civili. Il
Parlamento deve usare tutta la sua influenza e tutto il suo
peso politici per ottenere l’immediata liberazione degli
ostaggi. Dobbiamo altresì appoggiare i progetti del
governo provvisorio volti a portare avanti i preparativi
necessari affinché nel gennaio 2005 si possano tenere
elezioni libere e democratiche, le quali permetteranno
agli iracheni di proseguire lungo la strada verso la
democrazia e verso lo smantellamento delle reti
terroristiche operanti nel loro paese. Il Parlamento non
deve, quindi, esitare di fronte alla complessità dei tempi
che stiamo vivendo. Dobbiamo mantenere salde le
nostre società, e le nostre alleanze devono restare solide
e leali, ma, soprattutto, le nostre azioni devono far parte
di una lotta concertata a favore della pace, della stabilità
e della prosperità, cui l’Iraq e il popolo iracheno hanno
incontestabilmente diritto.
Ribeiro e Castro (PPE-DE), per iscritto. – (PT) Ho
seguito con allarmata preoccupazione gli avvenimenti in
Iraq e, più in particolare, le difficoltà di stabilizzare il
paese in senso democratico dopo la caduta del regime
dittatoriale di Saddam Hussein. I frequenti sequestri di
ostaggi e assassinii di cittadini iracheni e stranieri, che
rappresentano una sfida per la comunità internazionale e
il governo provvisorio iracheno, rivelano in modo
impietoso quanto resti ancora da fare in quel paese.
4-099
Ribeiro (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) La risoluzione
è molto importante poiché ha tracciato linee di
demarcazione molto nette.
La risoluzione comune dimostra che è stato raggiunto un
accordo tra i democratici di destra e i socialdemocratici
– un accordo che non può passare inosservato.
Su che cosa si basa tale accordo? Si basa sul
riconoscimento che esiste una resistenza da parte del
popolo iracheno contro il terrorismo (che esiste, che noi
condanniamo, ma che non esclude… altri). L’accordo si
basa sul fatto di far passare la tragica situazione delle
vittime, dei giornalisti e dei volontari che hanno perso la
vita o sono stati presi in ostaggio come causa invece che
come conseguenza dell’invasione e dell’occupazione. Si
basa sul tentativo di portare, in un futuro prossimo, sotto
L’Unione europea deve far sentire tutta l’esperienza che
ha maturato con i suoi interventi in situazioni
provvisorie e di emergenza umanitaria; deve continuare
a sostenere gli sforzi verso la transizione, nella speranza
che si possa in tal modo completare il processo,
attualmente in corso, di restituzione al popolo iracheno
del suo potere di autodeterminazione e di affermazione
della democrazia in Iraq. Gli aiuti aggiuntivi proposti
dalla Commissione, che approvo, sono un segnale di
questo nostro impegno.
Deploro che le Nazioni Unite non siano ancora riuscite
ad assumere tutte le loro funzioni in Iraq e mi auguro
che il Consiglio di sicurezza continui a sostenere il
governo provvisorio, dopo averlo già legittimato
riconoscendone formalmente la sovranità.
Ho votato a favore della proposta di risoluzione comune
poiché ritengo che essa sia equilibrata. Non condivido
gli emendamenti proposti dai comunisti e dai Verdi, che
testimoniano chiaramente il loro intento demagogico e
l’incapacità di comprendere la situazione irachena.
Fortunatamente, gli emendamenti sono stati respinti.
4-101
CITES (B6-0029/2004)
4-102
De Rossa (PSE), per iscritto. – (EN) Appoggio
pienamente la risoluzione, nella quale si chiede che il
principio di precauzione sia il criterio di riferimento per
16/09/2004
le decisioni sui documenti di lavoro della convenzione
CITES e sulle proposte relative agli elenchi.
La storia ha dimostrato che la caccia e il commercio su
vasta scala di animali selvatici portano molto spesso tali
specie sull’orlo dell’estinzione. Il commercio della carne
di animali selvatici destinata al consumo umano è solo
una parte di un più ampio commercio che comprende
anche la compravendita di avorio, pellicce e determinati
organi di questi animali e che costituisce una minaccia
per la biodiversità e l’equilibrio ecologico in aree quali
l’Africa centrale e occidentale.
E’ evidente l’esistenza di uno stretto nesso tra povertà,
sviluppo economico e sociale e consumo di carne di
animali selvatici. Per tale motivo occorre affrontare la
questione nel contesto di una strategia globale mirata
allo sviluppo e alla riduzione della povertà. A livello
nazionale, i governi dell’Unione europea devono
garantire che le loro politiche di aiuto allo sviluppo siano
“certificate dal punto di vista della conservazione”,
ovvero promuovano la biodiversità e la conservazione
dell’habitat.
4-103
Ribeiro e Castro (PPE-DE), per iscritto. – (PT) La
conservazione della natura è un tema di cui l’Unione
europea e, più in particolare, il Parlamento si sono
occupati con grande attenzione.
La Convenzione sul commercio internazionale delle
specie animali e vegetali minacciate di estinzione è il più
importante strumento giuridico esistente al mondo per
difendere e tutelare la fauna e la flora selvatiche. Oggi
più che in passato, i paesi firmatari devono collaborare e
scambiarsi informazioni allo scopo, inter alia, di
contrastare il crimine internazionale che alimenta questo
commercio.
Credo che, a livello esterno, l’Unione europea potrebbe
svolgere un ruolo importante creando gli strumenti
necessari per avviare una stabile cooperazione con paesi
terzi, favorendo iniziative mirate a proteggere specie in
pericolo e promovendo la biodiversità.
Ho votato a favore della risoluzione.
4-104
Pafilis (GUE/NGL), per iscritto. – (EL) Votiamo contro
la risoluzione sulla situazione in Vojvodina poiché la
consideriamo un tentativo di creare una condizione
particolarmente pericolosa, che può aprire la strada a un
ulteriore, gratuito intervento imperialista nella zona dei
Balcani, che soffre ormai da lungo tempo.
Il crescente aumento di scontri, profanazioni di tombe e
scritte fasciste, che denunciamo a prescindere dalla loro
matrice, sta diventando un pretesto per lanciare accuse e
aperte minacce in Serbia-Montenegro e per alimentare
l’escalation della situazione.
Le decisioni sulle missioni di pace dell’Unione europea
in quella regione hanno rappresentato fino ad ora l’apice
dell’azione interventista dell’UE in Vojvodina ed
31
equivalgono a una minaccia diretta di un possibile
intervento militare, vista la presenza di forze militari
dell’Unione in Bosnia-Erzegovina e nell’ex Repubblica
jugoslava di Macedonia e di forze di occupazione in
Kosovo.
Non possiamo tollerare e, quindi, denunciamo sia i
tentativi di fuorviare l’opinione pubblica, come
auspicato da alcuni, sia la sfacciata intenzione
dell’Unione di confermare ancora una volta, in
Vojvodina, il ruolo minaccioso e aggressivo dell’esercito
europeo.
4-105
Presidente. – Con questo si concludono le dichiarazioni
di voto.
(La seduta, sospesa alle 12.30, riprende alle 15.00)
4-106
PRESIDENZA DELL’ON. VIDAL-QUADRAS
ROCA
Vicepresidente5
4-107
Discussioni su casi di violazione dei diritti umani,
della democrazia e dello Stato di diritto (articolo 115
del Regolamento del Parlamento)
4-108
Presidente. – L’ordine del giorno reca la discussione su
problemi di attualità, urgenti e di notevole rilevanza.
4-109
Vertice ASEM (Asia-Europe Meeting)
4-110
Presidente. – L’ordine del giorno reca, in discussione
congiunta, le seguenti proposte di risoluzione:
– (B6-0046/2004) degli onorevoli Glenys Kinnock,
Mauro Zani e Margrietus J. Van den Berg a nome del
gruppo PSE, sulla situazione in Birmania/ASEM;
– (B6-0048/2004) dell’onorevole Vittorio Emanuele
Agnoletto a nome del gruppo GUE/NGL, sulla Birmania
e il prossimo Vertice ASEM;
– (B6-0056/2004) degli onorevoli Nirj Deva, Bernd
Posselt, Charles Tannock e Geoffrey Van Orden a nome
del gruppo PPE-DE, sul Vertice ASEM (Incontro AsiaEuropa);
– (B6-0059/2004) dell’onorevole Johan Van Hecke a
nome del gruppo ALDE/ADLE, sulla Birmania (Vertice
ASEM);
– (B6-0061/2004) dell’onorevole Frithjof Schmidt a
nome del gruppo Verts/ALE, sulla Birmania e il Vertice
ASEM.
4-111
Martínez Martínez (PSE). – (ES) Signor Presidente, il
gruppo socialista al Parlamento europeo attribuisce
5
Approvazione del processo verbale: cfr. Processo verbale.
32
grande importanza alle relazioni tra l’Unione europea e i
paesi asiatici, e ciò non solo per considerazioni di natura
economica e commerciale, ma anche perché è
assolutamente necessario avviare una cooperazione in
campo politico per creare un ordine mondiale di pace e
stabilità. E’ essenziale che i nostri partner asiatici ci
considerino come una potenza economica, industriale,
scientifica e culturale, ma anche che siano favorevoli al
processo di integrazione del nostro continente e ai valori
democratici e di solidarietà sui quali tale processo si
fonda.
Abbiamo reagito con preoccupazione all’annuncio che il
governo birmano è stato invitato a partecipare al
prossimo Vertice Asia-Europa di Hanoi. Non crediamo
che l’invito sia opportuno. L’Unione europea deve
continuare la sua politica di isolamento del regime di
Rangoon, spiegando ai suoi vicini che lo condanniamo
perché si tratta di uno dei regimi più spietati dell’Asia e
del mondo intero.
La dittatura militare insediata dal Generale Ne Win è
stata poi perpetuata dai suoi successori, che hanno
soffocato nelle sofferenze e nel terrore gli sforzi libertari
dei democratici birmani.
Per coloro tra noi che conoscono e amano la Birmania,
la tristezza e l’indignazione sono ancora più profonde
poiché sappiamo che in passato quel paese, grazie a
governi di ispirazione socialdemocratica, è stato un
modello di apertura, libertà e democrazia, di tolleranza,
coesistenza e integrazione di numerosi gruppi etnici,
nonché – cosa ancora più importante – di progresso
sociale.
Tutto ciò è stato poi distrutto dagli autori del colpo di
Stato militare, i quali hanno insediato un regime
totalitario e corrotto che ha portato il paese alla rovina,
ha permesso ai suoi leader di arricchirsi – a dispetto
della miseria in cui vive la massa della popolazione – e
ha trasformato la Birmania in uno dei protagonisti del
contrabbando internazionale di droga.
L’Unione europea deve contribuire a emarginare questo
paese chiedendo che Aung San Suu Kyi e le altre
persone detenute per motivi di coscienza siano liberate e
che i partiti politici possano partecipare a tutti i processi
di ispirazione democratica.
Per quanto Rangoon si sforzi di nasconderla, è questa la
situazione in cui si trova la Birmania, un paese in cui
continuano a regnare sovrani il totalitarismo, la
corruzione e gli abusi ai danni delle persone su cui
avremmo potuto fare affidamento per promuovere una
maggiore apertura.
Se chiederà l’esclusione del regime birmano dal Vertice
di Hanoi, l’Unione europea non solo farà la cosa giusta,
ma consoliderà altresì, con un atteggiamento
determinato e coerente, la propria credibilità agli occhi
dei partner asiatici e sicuramente agli occhi del popolo
birmano.
16/09/2004
(Applausi)
4-112
Van Orden (PPE-DE). – (EN) Signor Presidente,
desidero soltanto chiedere se la Presidenza del Consiglio
ci farà l’onore di assistere ai nostri lavori di questo
pomeriggio, poiché le osservazioni che intendo fare – e,
ne sono certo, anche quelle di molti colleghi – sono
rivolte al Consiglio. E’ una vergogna che il Consiglio
non sia qui. Può rispondere a questa mia domanda prima
che io prosegua con altre osservazioni?
(Applausi)
4-113
Presidente. – Onorevole Van Orden, la rappresentanza
del Consiglio è decisa dal Consiglio, e come lei stesso
può vedere il Consiglio è qui presente. Può anche darsi
che la rappresentanza non sia numerosa, però spetta solo
al Consiglio decidere in merito; il Parlamento non può
permettersi di dire al Consiglio come debba essere
rappresentato alle nostre sedute. Ritengo tuttavia che il
suo commento sia senz’altro valido.
4-114
Van Orden (PPE-DE). – (EN) Signor Presidente,
questa è la quarta risoluzione sulla Birmania che ho
sottoposto al Parlamento negli ultimi diciotto mesi, ma
la situazione in questo paese continua a deteriorarsi e il
Consiglio si comporta in modo vile.
La dittatura militare birmana è entrata nel suo 43° anno
di governo illegittimo. Sono passati quindici anni da
quando Aung San Suu Kyi venne posta per la prima
volta agli arresti domiciliari e quattordici anni da quando
il Consiglio per la pace e lo sviluppo decise di non tener
conto della volontà espressa dal popolo birmano nelle
elezioni del 1990. A dispetto di tutto ciò, il messaggio
che il Consiglio sta inviando alla dittatura birmana è che
si tratta di un membro accettabile e benvenuto nella
comunità internazionale, nonostante la sua politica di
repressione. L’adesione della Birmania all’ASEAN, nel
1997, fu sbandierata come un modo per esercitare
pressione sul regime; dall’ASEAN, però, sono venuti
soltanto dei timidi rimbrotti – che la dittatura birmana ha
peraltro ignorato – e poi più nulla. Sei anni dopo
l’adesione della Birmania all’ASEAN, la repressione in
questo paese è più forte di prima e il ripristino della
democrazia è soltanto una prospettiva remota.
Il prossimo mese di ottobre l’ASEAN vuole invitare la
Birmania al Vertice ASEM V che si terrà a Hanoi. So
bene che i rapporti tra l’Europa e l’ASEAN poggiano su
basi ampie e sono di grandissima importanza, ma
proprio per tali motivi non dovrebbero essere
condizionati dalla questione birmana. Invece, è proprio
quanto sta accadendo a causa dell’atteggiamento dei
paesi dell’ASEAN. I governi degli Stati asiatici devono
rendersi conto che corrono il rischio di sacrificare una
proficua partnership con l’Unione europea a vantaggio
di un regime moralmente corrotto come quello birmano.
Dobbiamo chiedere l’esclusione della Birmania
dall’ASEM fintantoché quel paese non avrà soddisfatto
le richieste della comunità internazionale.
16/09/2004
33
4-116
Mi spiace dover dire che questa vicenda presenta
somiglianze con il caso dello Zimbabwe. Anche lo
Zimbabwe è governato da un regime colpevole di
atrocità, un regime il cui potere è, per molti versi,
addirittura più illegittimo nei confronti della volontà
popolare di quello birmano. Anche con lo Zimbabwe
l’Unione europea ha recitato la commedia delle sanzioni,
che sono state adottate a malincuore, ma che, nei fatti,
non hanno recato alcun danno al regime perché sono
prevalsi gli interessi personali di uno o due dei nostri
Stati membri. Anche in tale caso, i paesi confinanti
dispongono degli strumenti necessari per cambiare la
situazione, però anch’essi, fuorviati da motivi personali,
si sono rifiutati di usarli – e l’Unione si guarda bene
dall’esercitare pressioni in tal senso.
E’ necessario che i paesi aderenti all’ASEAN chiedano
con fermezza che Aung San Suu Kyi sia liberata
immediatamente e che il partito di opposizione, la Lega
nazionale per la democrazia, possa operare in piena
libertà. Dal canto loro, i ministri degli Esteri dell’Unione
europea hanno il dovere di chiedere che ciò avvenga
prima che alla Birmania sia permesso di sedersi al loro
stesso tavolo durante il prossimo Vertice di Hanoi.
4-115
Toia (ALDE/ADLE). – Signor Presidente, onorevoli
colleghi, la situazione della Birmania, un paese che vive
sotto un regime oppressivo, violento e assai sanguinario,
è nota a tutti. Ciononostante, mentre sono noti gli
episodi che riguardano l’incarcerazione di Aung San Suu
Kyi e l’impossibilità per l’LND, il partito che aveva
vinto le elezioni, di agire politicamente, sono meno noti
altri fatti gravissimi che riguardano gli arruolamenti dei
bambini soldato, l’avvio ai lavori forzati di gran parte
della popolazione e, cosa che vede particolarmente
sensibili le donne in questo Parlamento ma credo anche
tutte le persone civili, le sevizie che vengono compiute
sulle donne delle minoranze etniche.
Ci sono corpose documentazioni presso le Nazioni Unite
che credo dovrebbero essere oggetto di approfondimenti
anche da parte di questo Parlamento. In questa
situazione noi riteniamo che vada accolta la richiesta dei
paesi dell’ASEAN, che hanno già associato al loro
forum la Birmania, di farla partecipare al prossimo
vertice ASEM, che vede l’Unione europea impegnata in
un dialogo di cooperazione e di scambio politico con i
paesi asiatici.
Io credo che, in una riunione informale, i ministri degli
Esteri abbiano inopinatamente – se mi è permesso
questo giudizio – già dato un cenno di assenso a questa
partecipazione. Credo che il Consiglio europeo debba
agire diversamente per ripristinare una situazione che
non può vedere i cittadini europei guardare, seduti fianco
a fianco, i loro capi di Stato e di governo e i
rappresentanti di un paese così sanguinario, con un
regime così violento e repressivo. Chiediamo dunque
che il Consiglio europeo assuma una posizione diversa
che, proprio attraverso i paesi dell’ASEAN, sappia
convincere la Birmania ad attuare un cambiamento.
Schmidt, Frithjof (Verts/ALE). – (DE) Signor
Presidente, la lotta del popolo birmano per la democrazia
è stata lunga. Nel 1990 fu illuminata da un raggio di
speranza, quando la Lega nazionale per la democrazia,
guidata da Aung San Suu Kyi, insignita del Premio
Nobel per la pace per il suo impegno a favore di una
svolta nel segno della non violenza, vinse le elezioni con
l’82 per cento dei suffragi. Da quel momento in poi,
però, il paese è stato governato da una crudele dittatura
militare che ha costretto Aung San Suu Kyi agli arresti
domiciliari e le ha inferto vessazioni. Nel paese ci sono
più di 1 000 prigionieri politici. Da alcune
organizzazioni abbiamo appreso, tra l’altro, che le forze
armate hanno cominciato a ricorrere agli stupri
sistematici come arma contro le minoranze etniche. Le
violazioni dei diritti umani sono una pratica molto
diffusa.
In questi anni la dittatura militare è stata più volte
denunciata da istituzioni internazionali, tra cui il
Parlamento europeo e il Consiglio, che hanno
ripetutamente avanzato tre richieste: libertà per la Lega
nazionale per la democrazia, perché possa svolgere
attività politica; libertà per Aung San Suu Kyi; avvio di
un dialogo politico mirato a far avanzare il processo di
democratizzazione del paese. Un passo avanti molto
importante è stato compiuto al Vertice ASEM di
Kildare, nel 2004, quando gli Stati asiatici hanno
approvato queste richieste come requisito minimo che la
Birmania dovrà soddisfare per poter essere ammessa ai
prossimi vertici ASEM.
Possiamo quindi notare che nella comunità
internazionale esiste un ampio consenso sulla necessità
che dette condizioni siano rispettate, come ripetutamente
chiesto da quest’Assemblea. E’ pertanto del tutto
incomprensibile, nonché estremamente deplorevole, che
i ministri degli Esteri dell’Unione europea abbiano
deciso di rinunciare sic et simpliciter ai criteri e alle
condizioni politiche che pure essi stessi avevano
imposto, e abbiano accettato la partecipazione della
Birmania ai vertici ASEM senza pretendere il
soddisfacimento di quei requisiti. Né c’è motivo di
pensare che in Birmania negli ultimi mesi ci sia stato un
cambiamento in meglio, o qualcosa del genere – anzi, è
vero l’esatto contrario.
Un simile voltafaccia è assolutamente incomprensibile e
rischia, oltre a tutto, di minare la credibilità della politica
europea dato che, d’ora in avanti, chi mai dovrebbe
prendere sul serio le nostre risoluzioni? Chi prenderà sul
serio le risoluzioni del Consiglio dei ministri degli Esteri
che per dieci anni ha continuato a ripetere che “la vostra
partecipazione è soggetta al rispetto di queste
condizioni” e poi, di fronte al fatto concreto, dice “ma
no, non era questo che intendevamo, va bene lo stesso”.
Sappiamo tutti che, ovviamente, ci sono stati accordi
dietro le quinte dettati dagli interessi economici in gioco,
e sappiamo pure che negli ambienti imprenditoriali si
sostiene che dovremmo assumere un comportamento più
prudente nei confronti della Birmania, che la Cina vuole
conquistare il mercato birmano tutto per sé e che la
34
competitività dell’Unione europea è in pericolo se sulla
Birmania non adotteremo una linea più morbida.
Questo è lo scenario che ha fatto da sfondo a quella
decisione. Credo che come Parlamento abbiamo il
dovere di affermare chiaro e forte che qui è in gioco la
credibilità dei valori su cui si fonda la politica estera
europea. Dobbiamo dichiarare apertamente che la
politica estera europea continua ad ispirarsi a quei valori
e che noi restiamo fedeli alle nostre risoluzioni.
Dobbiamo dire chiaramente che i ministri degli Esteri
hanno preso una decisione sbagliata e che il Parlamento
continuerà ad avere un atteggiamento critico nei
confronti del governo birmano.
4-117
Stihler (PSE). – (EN) Signor Presidente, la
partecipazione della Birmania al Vertice ASEM di
Hanoi, nel prossimo mese di ottobre, è a mio parere un
affronto alla democrazia e all’umanità. Come già
osservato dall’oratore precedente, l’onorevole Schmidt,
la Birmania non ha ancora soddisfatto le tre condizioni
necessarie per poter partecipare al Vertice: Aung San
Suu Kyi e gli altri leader della Lega nazionale per la
democrazia non sono stati liberati, non è stato permesso
loro di partecipare liberamente alla Convenzione
nazionale e le procedure previste per quest’ultima non
sono state modificate. Nel frattempo, stando alle
informazioni di Amnesty International, si sono verificati
migliaia di casi di stupri compiuti a fini politici per
reprimere le minoranze. Ancora la settimana scorsa, si è
appreso che la Lega delle donne birmane ritiene che
questi stupri siano una pratica assai diffusa in varie zone
del paese e che le vittime abbiano, in molti casi, meno di
diciott’anni e, in almeno un caso, addirittura meno di
dodici anni. Inoltre, è opinione prevalente che l’esercito
birmano annoveri tra le sue fila una percentuale di
bambini soldato più elevata di qualsiasi altro esercito al
mondo.
Sono assolutamente contraria alla partecipazione della
Birmania al prossimo Vertice e mi auguro che l’invito
inviato a questo paese venga revocato fino a quando la
democrazia non sarà stata ripristinata e Aung San Suu
Kyi non sarà stata liberata.
4-118
Maaten (ALDE/ADLE). – (NL) Signor Presidente, il
Vertice di Hanoi si terrà l’8 e il 9 ottobre e il suo
svolgimento è ovviamente positivo, considerata la
grande importanza del dialogo tra l’Asia e l’Europa.
Riguardo al Vertice, però, si impongono alcune
osservazioni. Della Birmania si è già parlato e anch’io
ne riparlerò tra breve.
In primo luogo voglio osservare che, se il fatto di
organizzare il vertice a Hanoi offre, naturalmente, al
Vietnam l’occasione per mostrare al mondo le riforme
che ha sin qui realizzato, non va tuttavia dimenticato che
esiste tuttora un profondo abisso tra l’aspirazione di
creare un clima proficuo e onesto per i rapporti d’affari e
la realtà dei fatti. In passato, nell’ottobre 2001 e poi
ancora un anno fa, ho illustrato a quest’Assemblea la
vicenda capitata al signor Bin Vinh Trinh, un vietnamita
16/09/2004
che, dopo un lungo soggiorno all’estero, aveva fatto
investimenti nel paese d’origine; però, con l’inganno, i
suoi beni gli sono stati sottratti, le proprietà confiscate e
lui stesso è stato incarcerato. Quella vicenda non solo ha
avuto conseguenze drammatiche per il diretto interessato
e la sua famiglia, ma, anche e soprattutto, ha lanciato un
segnale negativo a potenziali investitori esteri interessati
a operare in Vietnam. A mio parere, è giunto il momento
che il governo vietnamita compia un gesto riparatore.
In secondo luogo, i diritti umani sono un tema
controverso anche in altri paesi di quella regione – e
continuano ad esserlo. In proposito penso alla
Thailandia. Corrisponde al vero che i governi tailandese
e olandese hanno recentemente firmato un accordo in
materia di estradizione per lo scambio di prigionieri
olandesi detenuti da molto tempo: si tratta senz’altro di
un positivo passo avanti. E’ però altrettanto vero che un
detenuto di cui mi occupo in particolare, Machiel Kuijt,
per il quale era stato concordato che sarebbe comparso
dinanzi alla Corte di cassazione entro il 1° luglio, a
tutt’oggi non è stato ancora ascoltato dai giudici. Mi
auguro che il governo tailandese terrà fede alla propria
promessa. Desidero peraltro ricordare che la
Commissione ha fornito un utile contributo al riguardo;
sarebbe bene se anche il Consiglio potesse fare
altrettanto.
Concluderò parlando della Birmania, cui si è già
accennato. In nessun altro paese asiatico si sta
combattendo tanto per affermare i diritti umani e la
democrazia quanto in Birmania; inoltre, i problemi di
questo paese hanno radici che affondano nella sua storia.
I Liberali sono naturalmente favorevoli, in linea di
principio, ad avviare un dialogo, a condizione però che
entrambe le parti vi possano partecipare in modo serio;
in caso contrario, non vi sarebbe motivo alcuno per
sedersi al tavolo negoziale. Personalmente ritengo che
gli altri paesi asiatici e, in particolare, quelli aderenti
all’ASEAN che insistono così tanto sulla partecipazione
della Birmania agli incontri, abbiano la responsabilità di
fare in modo che la Birmania prenda sul serio questo
tipo di dialogo.
4-119
Gomes (PSE). – (EN) Signor Presidente, alla fine del
2002 ho compiuto un viaggio in Birmania e ho potuto
constatare che il paese è uno Stato di polizia. Le autorità
birmane non hanno collaborato con gli inviati speciali
delle Nazioni Unite e l’ultimo attacco contro Aung San
Suu Kyi e la Lega nazionale per la democrazia
costituisce un nuovo passo indietro. Il mondo non deve
dimenticare quanto succede nel resto del paese, che
subisce una grave repressione. Le discriminazioni che
colpiscono i gruppi etnici diversi, la confisca delle
proprietà, l’esistenza di prigionieri politici e di bambini
soldato, il ricorso a pratiche quali il lavoro coatto e lo
stupro per motivi politici sono stati ampiamente
documentati, al pari della distruzione di interi villaggi
per mezzo di incendi. Il cinquanta per cento del bilancio
nazionale è destinato alle forze armate; i fondi
provengono da attività economiche e investimenti
16/09/2004
stranieri. La brutale dittatura militare è la causa prima di
tutti i problemi che affliggono la Birmania.
Non sono mai state applicate con rigore sanzioni capaci
di produrre effetti concreti. La Birmania non ha ancora
soddisfatto nessuno dei tre criteri stabiliti dall’Unione
europea lo scorso aprile. Tutti i membri della
commissione per lo sviluppo intervenuti in discussione
ritengono fermamente che l’Unione non debba
partecipare al Vertice ASEM di Hanoi se vi sarà
presente la Birmania. L’Unione dovrebbe anzi
aumentare e rafforzare le sanzioni contro i leader del
regime e imporre sanzioni anche alle imprese europee
che fanno affari con il regime birmano – mi riferisco
nello specifico alla compagnia petrolifera francese
Total –, nonché indurre paesi come gli Stati Uniti,
l’Australia e il Giappone a fare altrettanto. I membri
dell’Unione dovrebbero chiedere al Consiglio di
sicurezza delle Nazioni Unite di imporre pesanti
sanzioni mirate contro il regime militare birmano, dato
che esso compie violazioni di massa dei diritti umani,
deporta rifugiati nei paesi confinanti e finanzia il crimine
e la produzione di droga. Sarebbe una vergogna se al
Vertice ASEM l’Unione europea permettesse che la
questione birmana venga accantonata come un aspetto
secondario delle sue relazioni generali con l’Asia.
4-120
Verheugen, Commissione. – (EN) Signor Presidente, la
Commissione è molto preoccupata per la situazione in
Birmania e dal 2001 non ha mancato di ribadire tali
preoccupazioni in occasione degli incontri Asia-Europa
che si sono tenuti nell’ambito del processo ASEM,
parlandone con capi di Stato e di governo, ministri e alti
funzionari dei dieci paesi dell’Asia sudorientale e
nordorientale che partecipano ai vertici ASEM. Non c’è
bisogno, da parte mia, di ricordare agli onorevoli
deputati quale importanza rivestano i vertici ASEM nel
quadro del dialogo politico tra l’Unione europea e
l’Asia, poiché si tratta delle uniche occasioni in cui i
capi di Stato dell’Unione incontrano i capi di Stato dei
paesi dell’Asia sudorientale e nordorientale nell’ambito
di un dialogo strutturato per gruppi.
E’ assolutamente evidente che tutti i membri
dell’Unione europea danno una valutazione molto
negativa del regime militare di Rangoon; l’Unione
continuerà a ripresentare la propria richiesta di un
rilascio immediato e incondizionato di Aung San Suu
Kyi e degli altri esponenti di spicco della Lega nazionale
per la democrazia. Fino ad ora, purtroppo, il governo
birmano non ha dimostrato alcun segno di disponibilità
ad accogliere tale richiesta né a soddisfare le altre due
condizioni fissate a Tullamore Gymnich.
35
regime di Rangoon. L’Unione europea ha trovato un
accordo sulla partecipazione della Birmania al Vertice
ASEM con i dieci nuovi Stati membri, la Cambogia e il
Laos, però si attende che la Birmania vi partecipi con
una rappresentanza di livello inferiore a quello di capo di
Stato o di governo.
Nel contempo, al fine di inviare al regime birmano un
segnale che esprima con forza la nostra contrarietà alle
sue politiche, l’Unione europea ha deciso di rafforzare le
misure mirate contro il regime birmano, qualora lo
stesso non soddisfi le condizioni di Tullamore entro la
data del prossimo Vertice ASEM. I ministri hanno
deciso di includere nell’elenco delle persone cui negare
il visto anche gli ufficiali in servizio a partire dal grado
di generale di brigata in su e i membri delle loro
famiglie, nonché di proibire a società e organizzazioni
registrate
nell’Unione
europea
di
concedere
finanziamenti, ad esempio sotto forma di prestiti o
finanziamenti azionari, a determinate società birmane di
proprietà statale. Inoltre, i paesi dell’Unione voteranno
contro la proroga dei prestiti accordati alla Birmania da
istituti finanziari internazionali.
La Commissione sta altresì cercando vie e modi per
poter agire concretamente contro il contrabbando di
legname e per fornire nel contempo aiuti alla
popolazione birmana, soprattutto in campo sanitario e
scolastico, per il tramite di organizzazioni internazionali.
Poiché la soluzione alla situazione politica birmana
dovrà essere trovata all’interno del paese e della regione,
sono convinto che i nostri contatti nell’ambito
dell’ASEM possano contribuire positivamente ad
avviare in futuro un processo di riforma in Birmania. La
Commissione attende quindi con interesse il Vertice
ASEM V, che si terrà a Hanoi l’8 e il 9 ottobre, durante
il quale avremo l’opportunità di affrontare con i leader
asiatici, nell’ambito di discussioni di più ampia portata,
le questioni dei diritti umani e delle prospettive di
riforma in Birmania, nonché di esprimere ai
rappresentanti di quel paese le nostre preoccupazioni.
Lavorando in stretta intesa con gli Stati membri
dell’Unione e, in particolare, con le prossime
Presidenze, la Commissione è impegnata a compiere
tutti gli sforzi – siano essi diplomatici, politici o
ambientali – che possano risultare utili per facilitare e
accelerare in Birmania un processo di riforma in senso
democratico e favorevole ai diritti umani.
4-121
Presidente. – La ringrazio, signor Commissario.
La discussione congiunta è chiusa.
Di recente sono stati compiuti immensi sforzi per
individuare una soluzione tale da consentire lo
svolgimento dei vertici ASEM. La Commissione ritiene
di essere riuscita a trovare un compromesso accettabile
per tutti, e se abbiamo potuto raggiungere un accordo è
stato perché attribuiamo alle nostre relazioni con l’Asia
un’importanza troppo grande per permettere che il
dialogo ASEM sia condizionato dal comportamento del
La votazione si svolgerà al termine delle discussioni.
4-122
Voivodina: episodi di razzismo nei confronti delle
minoranze
4-123
36
16/09/2004
Presidente. – L’ordine del giorno reca, in discussione
congiunta, le sette seguenti proposte di risoluzione:
della maggioranza serba, delle minoranze nazionali e
dell’Unione europea.
– (B6-0045/2004) degli onorevoli Véronique De Keyser,
Johannes (Hannes) Swoboda, Csaba Sándor Tabajdi e
Jan Marinus Wiersma a nome del gruppo PSE, sulla
persecuzione delle minoranze nella Voivodina;
E’ importante confrontarsi con la gravità della situazione
e indagare sulle attività antiungheresi; in questo senso
abbiamo ricevuto da Belgrado segnali positivi,
soprattutto da parte del Presidente Tadic e del Primo
Ministro Kostunica. Mi rallegro che la commissione per
gli affari esteri abbia accolto la mia proposta di
emendamento al bilancio, mirante ad aumentare di 5
milioni di euro il sostegno dell’Unione al processo di
democratizzazione in Serbia. L’odierna risoluzione del
Parlamento europeo costituirà un incoraggiamento per le
minoranze che vivono in Voivodina – tra cui 300 000
magiari – che non si sentiranno abbandonate
dall’Europa.
– (B6-0049/2004) dell’onorevole Roberto Musacchio a
nome del gruppo GUE/NGL, sulla situazione nella
Voivodina (Serbia e Montenegro);
– (B6-0055/2004) degli onorevoli Kinga Gál, Doris Pack
e Bernd Posselt a nome del gruppo PPE-DE, sulla
Voivodina (Serbia e Montenegro);
– (B6-0057/2004) dell’onorevole Adriana Poli Bortone a
nome del gruppo UEN, sulla persecuzione delle
minoranze nella Voivodina (Serbia e Montenegro);
– (B6-0060/2004) degli onorevoli Jelko Kacin e István
Szent-Iványi a nome del gruppo ALDE/ADLE, sulle
continue atrocità nei confronti delle minoranze nella
Voivodina (Serbia e Montenegro);
– (B6-0062/2004) degli onorevoli Angelika Beer, Gisela
Kallenbach, Joost Lagendijk, Raül Romeva Rueda e
Tatjana Ždanoka a nome del gruppo Verts/ALE, sulla
violenza nei confronti delle minoranze in Serbia;
– (B6-0064/2004) dell’onorevole Bastiaan Belder a
nome del gruppo IND/DEM, sulla Voivodina (Serbia e
Montenegro).
4-124
Tabajdi (PSE). – (HU) A nome del gruppo PSE e della
delegazione socialista ungherese, esprimo il mio
apprezzamento per l’odierna proposta di risoluzione del
Parlamento europeo; la fiera difesa dei diritti delle
minoranze va a onore del nostro Parlamento. Esortiamo
il governo serbo ad agire immediatamente per fermare
gli atti di violenza contro i magiari.
L’altro ieri, mentre si svolgeva un incontro cordiale tra il
Presidente della Repubblica ungherese e il Presidente
Tadic, a Szabadka-Subotica, che si trova a 15 chilometri
dalle frontiere dell’Unione europea, la parola “morte” è
stata tracciata sulla porta di casa dell’uomo che per
primo ha osato denunciare in pubblico le aggressioni che
aveva subito. Con la sua odierna risoluzione, il
Parlamento europeo ribadisce autorevolmente che Stato
di diritto e rispetto dei diritti delle minoranze sono
condizioni essenziali di un partenariato fra Unione
europea e Serbia.
Si tratta di una questione politica fondamentale. La
Serbia-Montenegro è un’importante partner strategico
per l’Unione; è interesse dell’Europa intera che la
federazione rimanga stabile e che si mantengano
condizioni di sicurezza. La risoluzione di oggi non vuol
essere punitiva; intende anzi incoraggiare le forze
democratiche serbe ad affrontare senza remore il
nazionalismo e la xenofobia. Ciò è anche nell’interesse
(Applausi)
4-125
Meijer (GUE/NGL). – (NL) Signor Presidente, dopo la
teoria di violenti conflitti che hanno travagliato gli Stati
dell’ex Jugoslavia tra il 1992 e il 2001, ognuno sperava
che i sopravvissuti sarebbero riusciti a convivere
pacificamente. Purtroppo, in Voivodina – regione i cui
cittadini hanno subito bombardamenti che hanno sfiorato
la guerra etnica – le popolazioni non serbe subiscono
ancora i soprusi di coloro che le circondano. Oggi noi
esprimeremo ancora una volta il nostro orrore per questo
stato di cose, e inviteremo alla pace e alla
riconciliazione; ma se ci limiteremo ad affidare la nostra
condanna e la nostra indignazione morale alla carta, non
risolveremo certo il problema. Se non saremo capaci di
fare altro, temo allora che dovremo ripetere le nostre
risoluzioni sempre più spesso, perché coloro che contano
e decidono non le ascoltano di certo. Atti di violenza e
intimidazione da parte di comuni cittadini si manifestano
ovunque regni la sensazione che molti compatrioti siano
tagliati fuori dai confini nazionali, mentre altre
popolazioni, considerate invece in passato come
occupanti, sono rimaste insediate nel loro paese. Tra la
popolazione serba è diffusa l’opinione che – dal punto di
vista dell’autorità di governo – gli abitanti serbi delle
zone settentrionali e orientali della Bosnia, nonché del
Kosovo settentrionale, siano iniquamente separati dalla
madrepatria; per tale motivo, si pensa, le aree che sono
considerate territorio serbo dovrebbero essere rese
completamente serbe. Chiunque si opponga a tale idea
viene giudicato un nemico, e incolpato delle stesse
nefandezze degli antichi occupanti turchi e tedeschi. I
partiti politici che incarnano questo stato d’animo,
condiviso da vasti settori dell’opinione pubblica,
possono contare su un ampio serbatoio di voti, poiché
hanno il coraggio di fare quel che la gente vuole. Chi
osservi la carta del 1856, esposta al secondo piano di
questo palazzo, potrà notare come, in quell’epoca, la
Voivodina fosse frazionata, dal punto di vista etnico, tra
magiari, croati, tedeschi, slovacchi, romeni e serbi. Dopo
la divisione del 1918, quando la regione divenne parte
della Serbia, il suo carattere serbo si è costantemente
accentuato, e gli altri gruppi hanno lasciato la Voivodina
o ne sono stati espulsi; dopo il 1989 l’autonomia di cui
godeva la consistente minoranza di lingua ungherese è
16/09/2004
stata a sua volta sensibilmente ridotta. I recenti disordini
si inseriscono in quest’evoluzione di lungo periodo. In
mancanza di accordi chiari e di ampio respiro che
definiscano diritti linguistici, autonomia e confini
amministrativi, sarà difficile impedire in futuro, sia in
Serbia che nelle regioni vicine, altre esplosioni di odio
etnico. Non possiamo quindi limitarci ad adottare questa
risoluzione, benché costituisca un passo nella direzione
giusta.
(Applausi)
4-126
Gál (PPE-DE). – (HU) Siamo lieti che la nostra
proposta abbia riscosso l’approvazione e ottenuto il
sostegno di tutti i gruppi parlamentari. Essa intende
attirare l’attenzione su una serie di atti di violenza
commessi, in primo luogo, contro membri della
minoranza magiara e altri gruppi minoritari in
Voivodina. Inviamo con ciò un segnale alle autorità
serbe, invitandole a valutare seriamente queste
violazioni di diritti – spesso trascurate, in quanto
considerate locali – per impedire lo sviluppo di conflitti
etnici più gravi, che richiederebbero un serio intervento.
La frequenza e la gravità sempre maggiore di questi atti
di violenza dimostrano che responsabili e agitatori
interpretano l’assenza di conseguenze giuridiche e la
silenziosa tolleranza come un tacito incoraggiamento.
Desidero sottolineare che non è nostra intenzione
condannare la Serbia – anche perché, fra l’altro, quel
paese si è dato una legislazione sulle minoranze
conforme agli standard europei. Nonostante ciò, questi
fatti si sono ripetuti fino ad oggi; quindi, alle autorità
centrali e locali tocca la gravissima responsabilità di
tradurre in pratica questi principi. Naturalmente
dobbiamo apprezzare il fatto che negli ultimi due giorni i
serbi abbiano infine promesso che faranno ogni sforzo
per porre termine a tali incidenti: questa disponibilità è
senza dubbio un risultato della vigorosa reazione
internazionale.
37
democratizzazione in Serbia è divenuto molto incerto.
Fra i molti segnali preoccupanti, c’è il fatto che le
aggressioni contro le minoranze sono divenute
comunissime; ancor più inquietanti sono l’indifferenza e
l’inerzia delle autorità serbe. Queste ultime devono però
comprendere che è in gioco il futuro europeo del paese,
poiché la Serbia potrà stringere legami più stretti con
l’Europa solo se riuscirà a garantire i fondamentali diritti
umani, oltre ai diritti delle minoranze e alla loro
sicurezza fisica. Dai dirigenti serbi non vogliamo parole,
ma fatti. Non basta emettere su questo tema comunicati
rassicuranti; occorre catturare i responsabili e assicurarli
alla giustizia. Tireremo un sospiro di sollievo solo
quando avremo visto le conseguenze. Se non vi saranno
cambiamenti positivi, questi problemi devono restare
all’ordine del giorno.
(Applausi)
4-128
Belder (IND/DEM). – (NL) Signor Presidente,
immagini – da deputato del nostro Parlamento – di
trovare un bel giorno, infilato sotto la porta di casa, un
coltellaccio da cucina accompagnato dalla scritta “Ti
faremo a pezzi”; potrebbe esserci qualcosa di più
sconvolgente o terribile? Tale è la minaccia di morte,
scritta in lingua serba, che Béla Csorba, vicepresidente
del Partito democratico ungherese della Voivodina, ha
ricevuto il 9 aprile di quest’anno.
Questa aggressione contro un esponente della minoranza
magiara della provincia serba non è affatto un caso
isolato. Non per nulla la proposta di risoluzione elenca
gli specifici episodi di violenza fisica e psicologica di
cui, da qualche tempo, sono vittima in particolare i
cittadini serbi di origine magiara; di quanti altri
incidenti, scaturiti da questo clima di ostilità, è ignaro il
mondo esterno? Dopo tutto, un aspetto tipico
dell’atmosfera di paura e intimidazione che regna in
Voivodina è proprio il desiderio di rimanere anonimi,
diffuso tra le vittime della violenza etnica.
Ma allo stesso tempo, se l’Unione europea non li chiama
a render conto del loro atteggiamento, alle loro promesse
non seguiranno mai i fatti. Ieri, per esempio, vi sono
state nuove minacce – questa volta minacce di morte –
che hanno indotto un giovane e la sua famiglia, già
protagonisti di esperienze analoghe, ad esprimere il
desiderio di lasciare la Serbia e chiedere asilo politico.
E’ nel nostro reciproco interesse ripristinare la tradizione
di armoniosa convivenza propria della Voivodina. In
concreto, ciò significa che i ragazzi non devono più aver
paura di parlare una lingua diversa per la strada, e se
qualcuno la sera esce per divertirsi, non deve rischiare
uno schiaffo per il solo fatto di parlare ungherese, tanto
da dover pensare a emigrare immediatamente. Per
questo chiedo ai colleghi di sostenere la mozione.
Grazie.
Dalla corposa documentazione attualmente disponibile
sull’odierna situazione della minoranza magiara in
Voivodina emerge un quadro davvero allarmante. Se un
ragazzo si azzarda a parlare ungherese per la strada o in
un luogo pubblico, rischia di essere picchiato da una
banda di coetanei serbi; con ogni probabilità la polizia
farà finta di nulla, oppure archivierà l’incidente come
“non provocato da motivazioni etniche”.
(Applausi)
Nel quadro di un palese radicalizzarsi del clima politico
in Voivodina, desidero ricordare il paragrafo 5 della
proposta di risoluzione, in cui si chiede che la
delegazione del Parlamento europeo per l’Europa
4-127
Szent-Ivanyi (ALDE/ADLE). – (HU) Nel corso
dell’ultimo anno e mezzo il processo di
Non meno sconvolgenti sono i testi dei graffiti
antiungheresi. All’alba del 15 luglio 2004 un muro di
Novi Sad è stato ricoperto di grosse scritte del seguente
tenore “Ungheresi, la fossa comune vi aspetta”; poche
settimane prima, all’inizio di maggio, su molti edifici del
capoluogo della Voivodina erano comparse le parole “La
Serbia appartiene ai serbi; ungheresi levatevi dai piedi!”
38
16/09/2004
sudorientale invii una missione d’inchiesta nella
provincia. Ho già pronto un elenco di domande urgenti
che vorrei affidare a questa missione, e vorrei girare tali
domande anche al Consiglio e alla Commissione.
faremo sapere al governo di Belgrado che proprio su
questa base noi ne misureremo la maturità europea.
Qual è la situazione dell’insegnamento della lingua e di
altri contesti culturali della minoranza magiara in
Voivodina, tra cui giornali, riviste e altri media? Qual è
l’entità dei fondi che il governo serbo destina agli
stanziamenti pubblici a favore di questo specifico
gruppo etnico? In breve, quali sono esattamente i diritti
della minoranza magiara in Voivodina?
4-130
E’ incoraggiante che questa settimana il Consiglio –
tramite la Presidenza olandese – si sia impegnato a
esaminare la situazione delle minoranze in Voivodina;
Parlamento e Commissione non potranno fare altro che
seguirne al più presto l’esempio. Resta però decisivo
l’atteggiamento delle competenti autorità serbe; in prima
e ultima istanza, le esortiamo ad adoperarsi per la
tolleranza umana in Voivodina.
(Applausi)
4-129
Posselt (PPE-DE). – (DE) Signor Presidente, in
Voivodina dopo le guerre contro i turchi si è sviluppata
una specie di fiorente Europa in miniatura. Da secoli,
una dozzina di nazionalità diverse convive in quella
regione, in un clima di pace talvolta relativa, talvolta
completa: non solo polacchi, ruteni, tedeschi, magiari,
cechi, ma anche croati e sloveni, stabilitisi colà ormai da
lungo tempo, hanno sperimentato una convivenza
positiva. Vi sono poi naturalmente – desidero
sottolinearlo – anche i serbi di Voivodina, i quali hanno
recato un importante contributo alla tolleranza nella
regione.
Il problema è del tutto diverso: il problema sta nel fatto
che Milosevic, a suo tempo, ha distrutto con la violenza
l’autonomia della Voivodina, per garantirsi la
maggioranza in seno alla presidenza federale della
Jugoslavia. Ondate di profughi sradicati ed espulsi da
altre parti della Serbia si sono quindi installate nella
regione, ne hanno stravolto il complesso equilibrio
etnico, ma fino ad oggi non sono state in grado di
radicarvisi effettivamente, in quanto sono state
emarginate dal punto di vista sociale e politico. In questa
vicenda occorre perciò distinguere chiaramente fra cause
ed effetti.
(Applausi)
Hegyi (PSE). – (EN) Signor Presidente, un aspetto assai
triste di queste vicende è che quasi tutte le vittime degli
episodi di razzismo sono giovani magiari.
Tradizionalmente, la Voivodina è sempre stata una
regione in cui culture e lingue diverse hanno convissuto;
i giovani di quella regione hanno sempre imparato
lingua e cultura degli altri gruppi. Noto con
soddisfazione che i colleghi olandesi e tedeschi di
diversi gruppi politici sono consapevoli di questa
situazione, che quindi è nota in tutta Europa.
Questo problema, come si è già detto, non è solamente
ungherese. Durante la pluridecennale permanenza al
potere di Tito, molte nazionalità convivevano nella
regione autonoma della Voivodina: croati, cechi,
slovacchi, romeni, polacchi, tedeschi, ebrei e altre
minoranze vivevano insieme a magiari e serbi. Ora
questa coesistenza pacifica è minacciata dall’estremismo
di alcuni nazionalisti: politici serbi, settori della polizia e
altri malintenzionati. La gioventù magiara della
Voivodina ha una cultura propria, assai ricca, particolare
e progressista, diversa da quella prevalente nella
madrepatria ungherese. Questi giovani, nati in uno
spirito di cultura multietnica, sono partecipi della cultura
e delle tradizioni sia serbe che ungheresi. I giovani
devono costituire il futuro della minoranza magiara in
Voivodina; se essi lasciassero la loro terra natale, non
solo la comunità magiara, ma anche la Serbia intera
perderebbero una parte preziosa della propria cultura e
del proprio futuro democratico. I giovani magiari in
Serbia vogliono essere buoni magiari, buoni cittadini di
una Serbia democratica, ma soprattutto buoni europei.
Vogliono restare nella terra in cui sono nati; aiutiamoli a
restare a casa loro.
La comunità occidentale ha spesso reagito in ritardo agli
episodi di razzismo perpetrati nei Balcani nei confronti
delle minoranze; ne abbiamo visto tutti le tragiche
conseguenze. Questa volta dobbiamo rispondere senza
indugio e inviare un messaggio d’incoraggiamento ai
magiari, sottolineando il fatto che essi possono rimanere
nella loro patria: quella Voivodina democratica, quella
Serbia democratica che auspichiamo per il futuro.
(Applausi)
Non risolveremo il problema finché non avremo
rafforzato in Voivodina la democrazia e lo Stato di
diritto, l’autonomia e la convivenza. Dobbiamo
proteggere i magiari, ma anche tutte le altre minoranze;
e dobbiamo anche dire ai serbi che abitano da lungo
tempo la Voivodina, che riconosciamo i loro meriti nella
storia di questa regione plurinazionale, e che la politica
da noi perseguita non è antiserba. Si tratta invece, per
noi, di ripristinare, nel variegato panorama multietnico
della Voivodina, quell’atmosfera di convivenza che vi
ha regnato per secoli. Ciò sarà possibile solo se ci
opporremo con forza agli elementi estremistici, e se
4-131
Demszky (ALDE/ADLE). – (HU) Dal momento che
nelle ultime settimane sono continuate i soprusi contro la
minoranza magiara in Voivodina, mentre esponenti
politici di origine magiara vengono insultati e minacciati
e comuni cittadini vengono picchiati solo perché non
appartengono al gruppo maggioritario, è nostro dovere
levare la voce contro queste violazioni della legge. Un
nostro deciso intervento è reso necessario altresì
dall’inerzia del governo serbo e delle autorità locali, che
nell’ultimo anno e mezzo non hanno mosso un dito né
16/09/2004
per ristabilire la legge e l’ordine, né per tutelare i diritti
umani fondamentali.
Non siamo a conoscenza di un solo incidente in cui il
responsabile sia stato chiamato a render conto delle
proprie azioni. Mi sembra di particolare gravità che le
locali autorità di polizia non solo chiudano cinicamente
gli occhi sui pestaggi di magiari, ma partecipino anzi in
modo attivo a tali angherie. Io stesso sono un sindaco, e
desidero quindi esprimere una particolare solidarietà al
sindaco di Padej Laszlo Komárom, il quale per ben due
volte è stato schiaffeggiato da un sovrintendente di
polizia. In tale situazione è nostro dovere condannare
l’apatia e la connivenza delle autorità serbe; allo stesso
tempo dobbiamo ammonire il governo della SerbiaMontenegro: tollerando o incoraggiando queste azioni
ignobili, esso renderà impossibile al proprio paese
avvicinarsi all’Unione europea.
(Applausi)
4-132
Kohlíček (GUE/NGL). – (CS) Signor Presidente, come
gli altri oratori che ho udito in quest’Aula, ritengo
necessario conservare la singolare situazione che esiste,
perlomeno in quel che resta della Jugoslavia, dove è
stato possibile mantenere la coesistenza pacifica di un
gran numero di nazionalità – quasi venti. Ora,
naturalmente, il problema è quanto questa risoluzione, di
cui ho studiato con attenzione il testo, serva a tale scopo.
A mio avviso, adottando una risoluzione di tal genere ci
limiteremmo a segnalare che sosteniamo una sola delle
parti in causa, mentre non ci interessa affatto la
sopravvivenza della Jugoslavia, o Serbia, come Stato
unificato, ma la consideriamo, anzi, con occhio
malevolo. Secondo le notizie più recenti gli episodi cui
hanno fatto riferimento i colleghi ungheresi riguardano
anche parecchie altre nazionalità. Non siamo quindi di
fronte ad un attacco unilaterale contro la minoranza
magiara, bensì ad un tentativo di distruggere la pacifica
coesistenza delle nazionalità che vivono insieme in quel
paese. Dobbiamo renderci conto del tipo di segnale che
invieremmo con una tale risoluzione, nonché del tipo di
destinatari che lo riceverebbero.
I miei concittadini dell’ex Cecoslovacchia, più anziani di
me, hanno sentito discorsi simili all’inizio degli anni
’30, e ne è risultata la distruzione del nostro Stato;
quindi, mi oppongo con forza a questa risoluzione.
4-133
Dillen (NI). – (NL) Signor Presidente, nella provincia
della Voivodina soprusi e aggressioni fisiche contro gli
esponenti delle comunità non serbe – bambini compresi
– sono ancora una volta all’ordine del giorno. I membri
della
minoranza
magiara
vengono
molestati
quotidianamente, le tombe vengono danneggiate e
profanate, il vandalismo e la propaganda antisemita sono
divenuti pratica frequentissima. Tutto sembra suggerire
che in questa provincia, popolata da varie minoranze, i
serbi stiano ancora una volta assumendo un
atteggiamento di arrogante estremismo. Dall’autunno
dell’anno scorso in poi siamo stati sommersi da
39
inquietanti segnalazioni di episodi di violenza sempre
più gravi. Una recente relazione, elaborata dalla
Fondazione ungherese per i diritti umani, offre
un’avvilente cronologia, lunga 19 pagine, delle violenze
etniche perpetrate in Voivodina; questo riesplodere della
violenza sembra suggerire che i serbi vogliano rivalersi
delle frustrazioni causate loro dalla perdita del Kosovo.
Onorevoli colleghi, non voglio però puntare un dito
accusatore unicamente contro i serbi; dalle tristi
esperienze del recente passato dobbiamo trarre la lezione
che i conflitti nelle cosiddette società multiculturali o
multietniche hanno le loro radici nella storia più recente.
Occorre perciò individuare una soluzione politica
equilibrata, che tenga conto delle lagnanze di tutte le
parti interessate, così come del contesto storico del
conflitto. Dobbiamo quindi condannare con fermezza
ogni violenza, ma badare attentamente a non scaricare
tutte le colpe su una parte sola.
4-134
Olajos (PPE-DE). – (HU) La Voivodina è l’ultima
regione multiculturale dell’ex Jugoslavia che, almeno
finora, non aveva dovuto sperimentare, o quasi,
pubbliche e violente atrocità. Il carattere brutale delle
atrocità organizzate e della pulizia etnica di cui le
autorità centrali si sono macchiate in altre parti dell’ex
Jugoslavia – per esempio la Bosnia-Erzegovina e il
Kosovo – serve però da monito.
Nell’ultimo decennio la Voivodina si è trasformata in un
retroterra della Serbia travagliato da innumerevoli
discordie; la comunità nazionale magiara, che contava
mezzo milione di persone, si è ridotta alla metà. Perché è
successo? Perché i membri della comunità sono stati
scacciati da forze politiche ed economiche, i giovani
sono stati arruolati a forza per il conflitto tra Serbia,
Bosnia, Croazia e Kosovo, e le case sono state occupate
da centinaia di migliaia di serbi. Tra i politici e gli
esperti che hanno studiato questa regione è sempre più
diffusa la convinzione che la responsabilità per lo
strumentale inasprimento delle tensioni interetniche, i
pestaggi di magiari, i soprusi e le rapine, le bandiere
ungheresi bruciate in pubblico e le tombe profanate nei
cimiteri, sia da attribuirsi direttamente al governo
serbomontenegrino.
L’atteggiamento delle autorità centrali serbe nei
confronti di questa grave situazione viola in maniera
stridente i diritti umani in generale, e contrasta con gli
standard europei per la tutela delle minoranze.
All’Unione europea tocca una grave responsabilità nel
dipanare quest’intricata matassa; la questione della
Voivodina si potrà risolvere solo basandosi sulla
tolleranza e sulla disponibilità ad accettarsi nel lungo
periodo.
(Applausi)
4-135
Duka-Zólyomi (PPE-DE). – (HU) Gli incidenti contro i
magiari nativi e residenti in Serbia-Montenegro, o più
precisamente in Voivodina, sono tali che, se si
lasciassero radicare, potrebbero trasformare la regione in
40
una polveriera. La garanzia e il rispetto dei diritti umani
e delle minoranze sono le basi della democrazia.
Obiettivo di lungo termine della Serbia-Montenegro è
l’adesione all’Unione europea. A tale scopo, il paese
deve elaborare un solido e duraturo sistema di valori
democratici, i cui principi di base costituiscono un
elemento essenziale dei criteri di Copenaghen; non c’è
posto nell’Unione europea per un paese che rifiuti
quest’impostazione.
Quale
rappresentante
della
comunità magiara in Slovacchia, posso dimostrare con
l’esperienza che una minoranza è assai sensibile a fatti e
provvedimenti che ne mettano in pericolo l’esistenza, al
di là dell’identità.
I leader politici della Serbia facciano luce sulla
situazione che si è creata, e cerchino di allentarne la
tensione. Un tale sviluppo potrebbe agevolmente
innescare una reazione a catena. Sostengo la proposta di
risoluzione. Dobbiamo esprimere ammonimenti e
suggerimenti in tono fermo e severo; dobbiamo inoltre
invitare con decisione le autorità giudiziarie e gli
organismi statali serbi a far cessare le aggressioni contro
i magiari e contro le altre minoranze nazionali. La
Serbia-Montenegro potrà aderire all’Unione europea
solo quando nel territorio del paese prevarrà una
situazione d’equilibrio, che tuteli i diritti delle
minoranze esistenti nella regione. Non si possono infine
condividere le opinioni espresse dall’onorevole
Kohlíček: il parallelismo che ha tracciato è scorretto e
ingannevole.
(Applausi)
4-136
Verheugen, Commissione. – (EN) Signor Presidente, la
Commissione continua a monitorare la situazione delle
minoranze in Serbia-Montenegro, nel quadro della
nostra generale opera di vigilanza sul rispetto dei criteri
politici che sono un elemento essenziale del processo di
stabilizzazione e associazione.
Per quanto riguarda la Voivodina, condanniamo
fermamente gli atti di violenza commessi, secondo
quanto ci è stato segnalato, contro membri della
minoranza magiara. La recente visita in Voivodina del
Primo Ministro serbo Kostunica, e la lettera inviata dal
ministro degli Esteri di Serbia-Montenegro al Presidente
in carica del Consiglio dei ministri dell’Unione europea,
sono espressione concreta del dichiarato impegno delle
autorità di Belgrado ad assicurare alla giustizia i
responsabili, e più in generale a garantire la tutela delle
minoranze. Abbiamo preso atto di tali impegni e
continueremo a seguire da vicino la situazione, in
particolare tramite le rappresentanze diplomatiche a
Belgrado, per far sì che le autorità mantengano i propri
impegni.
Mentre si avvicinano le elezioni provinciali, previste in
Voivodina per il 19 settembre, è importante che i leader
politici dimostrino senso di responsabilità e incoraggino
la continuazione di positive relazioni interetniche.
16/09/2004
La visita a Belgrado del Presidente ungherese Madl del
14 settembre ha offerto un’ottima occasione per
discutere il problema con spirito costruttivo e
confermare le buone relazioni esistenti fra Budapest e
Belgrado.
Da parte sua, la Commissione intende contribuire allo
sviluppo di buone relazioni interetniche in Voivodina,
così come in altre regioni, grazie ad alcuni progetti
finanziati dall’Unione europea.
4-137
Presidente. – La ringrazio, signor Commissario.
La discussione congiunta è chiusa.
La votazione si svolgerà dopo la discussione.
4-138
Isole Maldive
4-139
Presidente. – L’ordine del giorno reca, in discussione
congiunta, le cinque seguenti proposte di risoluzione:
– (B6-0044/2004) dell’onorevole Pasqualina Napoletano
a nome del gruppo PSE, sulla situazione dei diritti umani
nelle Maldive;
– (B6-0047/2004) degli onorevoli Giusto Catania e
Jonas Sjöstedt a nome del gruppo GUE/NGL, sui diritti
umani nelle Maldive;
– (B6-0054/2004) degli onorevoli Nirj Deva, Thomas
Mann, Charles Tannock e Geoffrey Van Orden a nome
del gruppo PPE-DE, sulle Maldive;
– (B6-0058/2004) dell’onorevole Graham R. Watson a
nome del gruppo ALDE/ADLE, sulla situazione politica
nelle Maldive;
– (B6-0063/2004) dell’onorevole Cristiana Muscardini a
nome del gruppo UEN, sulle Maldive.
4-140
Gomes (PSE). – (PT) Nelle paradisiache isole Maldive,
dove più di 300 000 turisti europei trascorrono vacanze
di sogno, migliaia di cittadini del luogo sono immersi in
un inferno di oppressione, instaurato da un regime al
potere da 26 anni.
Da parte sua, l’Unione europea ha il dovere morale e
politico di non abbandonare queste persone che vivono
in stato di emergenza e subiscono arresti di massa
arbitrari – leader politici democratici sono stati torturati
e tenuti in prigionia, senza poter comunicare con
l’esterno – e sono costrette a vivere sotto un regime che
non consente l’indipendenza del potere giudiziario. La
situazione è tale che una delegazione dell’Unione
europea si è vista negare il permesso di visitare questi
prigionieri.
L’Unione europea deve esigere la fine immediata dello
Stato di emergenza e la liberazione di tutti i prigionieri.
16/09/2004
Il Parlamento europeo fa appello alla Commissione e
agli Stati membri affinché cessino immediatamente gli
aiuti non umanitari alle Maldive e si imponga
un’immediata moratoria sui viaggi, per impedire ad
esponenti di governo e ad altre personalità delle Maldive
di recarsi negli Stati membri dell’Unione europea.
L’Unione, a sua volta, deve chiedere agli Stati membri
di avvertire tutti i turisti, i quali desiderano recarsi alle
Maldive, che quel paradiso non è un vero paradiso, e che
anzi in quel paese vi sono esseri umani sottoposti ad una
terribile oppressione.
4-141
Catania (GUE/NGL). – Signor Presidente, onorevoli
colleghi, signor Commissario, è incredibile discutere
delle isole Maldive quando a tutti noi questo nome evoca
le vacanze e una situazione paradisiaca. In realtà, in
queste isole avviene una sistematica violazione dei diritti
umani. Siamo davanti a una situazione in cui le donne e i
minori sono privati delle loro libertà fondamentali e,
soprattutto, è in atto un processo di detenzione massiva e
arbitraria di numerosi cittadini e cittadine.
Io credo che l’Unione europea debba promuovere
un’iniziativa diffusa per sostenere, nel nostro territorio,
una campagna di sensibilizzazione dei cittadini europei,
affinché essi non vadano in vacanza alle Maldive prima
che sia stata fatta chiarezza sulla drammatica situazione
dei diritti umani e sulla sistematica violazione della
democrazia in quel territorio.
Credo che serva una risoluzione forte che miri a fra sì
che le isole Maldive siano realmente un paradiso, ma un
paradiso in cui viga la democrazia e il rispetto dei diritti
umani.
4-142
Deva (PPE-DE). – (EN) Signor Presidente, perché mai
ci occupiamo delle Maldive ? Ne parliamo perché le
abbiamo ignorate per 23 anni, le abbiamo abbandonate a
loro stesse. Abbiamo chiuso gli occhi sulle condizioni e
la qualità della vita in quel paese, ove regna una
dittatura. Non vi sono state elezioni, ed il Presidente
dispone del paese come se si trattasse di una sua
proprietà privata. Giudicato in base al PNL, il tenore di
vita supera i 3 000 dollari pro capite, ma il 50 per cento
della popolazione vive con meno di un dollaro al giorno.
Ma se lei dovesse recarsi alle Maldive, signor
Presidente, sappia che una stanza d’albergo costa 300
dollari al giorno!
Dove finisce tutto questo denaro? Chi lo raccoglie, in
quali banche viene depositato? Certo non va a beneficio
del popolo delle Maldive. Poche settimane fa, inoltre – il
16 agosto – 200 persone sono state imprigionate senza
accuse o mandato d’arresto. Sono stati imprigionati otto
parlamentari, i quali erano stati incaricati di elaborare
alcuni emendamenti alla costituzione per aumentare la
rappresentatività del parlamento; uno di essi è stato
candidato alla carica di presidente del parlamento – si
tratta dell’ex Segretario generale del SAARC Ibrahim
Zaki, che alcuni di noi avevano proposto per il Premio
Sacharov. Altre persone sono state trattenute in carcere
41
senza imputazione. L’habeas corpus è stato sospeso, e si
sono verificate violazioni dei diritti umani.
Se il governo delle Maldive desidera aprire un dialogo
con l’Unione europea, deve anzitutto ristabilire i diritti
fondamentali di coloro che ha imprigionato, poi potremo
parlare. Non vogliamo nuocere a questo piccolo
arcipelago di 1 200 isole; vogliamo invece aiutarlo. Ma
l’unico modo per aiutare questa popolazione è far sì che
ai viaggiatori europei che si recano alle Maldive
vengano offerti viaggi equi e solidali, perché non si
sentano costretti a soggiornare in un paese che viola i
diritti dei propri cittadini.
(Applausi)
4-143
Lynne (ALDE/ADLE). – (EN) Signor Presidente,
vorrei unirmi agli altri oratori nel sottolineare che le
Maldive non sono il paradiso che sembrano; occorre che
i turisti ne siano informati. Come i colleghi, desidero
esprimere anch’io profonda preoccupazione per gli
arresti di massa effettuati in agosto – tra cui quello di
Fathimath Nisreen, una donna di 23 anni che era stata
arrestata una prima volta, senza mandato di cattura, nel
febbraio 2002. In seguito, mentre si trovava agli arresti
domiciliari, ella ha partecipato alle dimostrazioni ed è
stata arrestata di nuovo. Invito il Presidente delle
Maldive a garantire che ella – insieme agli altri detenuti
– riceva un trattamento umano e non sia sottoposta a
torture. Mi risulta che altri prigionieri sono stati torturati,
anche se non ci sono stati forniti dettagli precisi.
I detenuti, inoltre, devono poter comunicare
immediatamente con le proprie famiglie e con avvocati
di propria scelta – insisto: di propria scelta – e coloro
che ne hanno bisogno devono ricevere cure mediche.
Anche in questo caso, mi risulta che alcuni detenuti
abbiano urgentissimo bisogno di cure.
Mi preoccupa il fatto che – a quanto sembra – essi siano
stati arrestati solo per aver pacificamente esercitato il
diritto di parola e di associazione, e per nessun altro
motivo. Invito le autorità a rilasciare immediatamente i
detenuti, a meno che non siano accusati di uno specifico
reato penale.
(Applausi)
4-144
Mann, Thomas (PPE-DE). – (DE) Signor Presidente, al
luogo comune che dipinge le isole Maldive come un
paradiso turistico bisogna contrapporre la realtà politica:
rivolte, arresti arbitrari, celle d’isolamento, restrizioni
alla libertà di parola e di stampa, di associazione e di
culto.
Da 26 anni il Presidente esercita in quell’arcipelago
poteri dittatoriali; alle elezioni è ammesso solo il suo
partito, egli è il giudice supremo, nomina un sesto dei
parlamentari, controlla di persona i media, e attraverso la
sua famiglia, l’intera vita economica. L’onorevole Deva
ha già descritto questa situazione.
42
Due anni fa, dopo proteste a livello internazionale, il
Presidente ha promesso riforme democratiche, ma dalla
relazione della Commissione europea emerge che a
quest’annuncio non sono seguiti fatti. Costose campagne
di pubbliche relazioni dovevano suscitare l’impressione
di energici cambiamenti; non lasciamocene ingannare!
Per rinsaldare il proprio potere, in agosto il Presidente ha
proclamato lo stato di emergenza. Gli aderenti al
movimento democratico, tra cui l’ex presidente del
SAARC, sono stati arrestati. Il gruppo PPE-DE invita il
Presidente a rilasciare gli oppositori, avviando
finalmente riforme democratiche; in caso contrario gli
aiuti finanziari dell’Unione europea e degli Stati membri
dovranno cessare.
16/09/2004
Come gli onorevoli colleghi hanno ricordato, ogni anno
visitano le Maldive 300 000 turisti provenienti
dall’Unione europea; abbiamo l’obbligo di informarli su
una situazione tutt’altro che paradisiaca. Se il Presidente
desidera evitare la possibilità che i turisti vengano
invitati a non recarsi alle Maldive e, di converso, che a
funzionari ed esponenti governativi venga vietato
l’ingresso nell’Unione europea, deve seguire un
semplice metodo: introdurre finalmente le condizioni per
la democrazia!
per definirla – che opprime le celestiali isole Maldive,
dove, in agosto, un governante corrotto seguace della
sharia ha imprigionato ancora una volta, senza processo,
numerosi esponenti dell’opposizione. Le Maldive sono
quelle isole dell’Oceano Indiano nelle quali il fiume di
dollari, lasciato dai ricchi turisti occidentali nei lussuosi
templi del turismo a cinque stelle, si riversa nelle tasche
di una ristretta camarilla, mentre la maggioranza della
popolazione, parte della quale lavora pressoché in
schiavitù per soddisfare i minimi cenni degli stessi turisti
occidentali, deve tirare avanti con meno di un dollaro al
mese. Il corrotto regime del Presidente Gayoom
sopravvive da anni e continua a vegetare grazie alle
nostre agenzie turistiche ed alle riviste patinate che
esaltano, per le coppie in luna di miele, le virtù delle
palme e le candide spiagge dell’arcipelago; questi
opuscoli tacciono saggiamente su tutto il resto, e non
menzionano né la miseria, né la tortura, né i prigionieri
politici. E’ una situazione vergognosa. Il nostro
Parlamento deve quindi fare pressioni sull’industria
turistica, e l’Unione europea deve, se necessario,
prendere in considerazione un embargo turistico contro
le Maldive se risultasse chiaramente che è l’unico modo
di condurre alla ragione quell’uomo che, a guisa di
tiranno oscurantista, tiene in schiavitù i suoi sudditi.
4-145
4-147
Ludford (ALDE/ADLE). – (EN) Signor Presidente,
consultando il sito web della Commissione sarebbe assai
difficile scoprire l’esistenza di problemi alle isole
Maldive. Secondo il sito, la situazione politica delle
Maldive è rimasta notevolmente stabile negli ultimi
vent’anni, e ciò garantisce un contesto favorevole allo
sviluppo. Immagino che 26 anni di ininterrotta dittatura
si possano in qualche modo definire stabilità; non vedo
però come possano favorire lo sviluppo. Nel documento
di strategia per paese si legge che negli ultimi vent’anni
si è registrata una progressiva evoluzione politica, con
un miglioramento della prassi democratica e un maggior
rispetto dei diritti umani; si tratta però di un giudizio
inattendibile, in quanto il documento elenca
successivamente casi di arresti arbitrari, detenzione in
isolamento, mancanza di indipendenza del potere
giudiziario, e limitazione alle libertà di parola, di
espressione e di culto. In tali circostanze è incredibile
che la Commissione possa prendere atto dell’impegno
alla democratizzazione proclamato dal Presidente
Gayoom.
Verheugen, Commissione. – (EN) Signor Presidente,
onorevoli deputati, la Commissione non è meno
preoccupata di voi per lo stato di emergenza proclamato
alle isole Maldive e la prolungata detenzione di alcuni
deputati all’assemblea costituzionale, oltre che di leader
dell’opposizione e di giornalisti. Le misure imposte in
base allo stato di emergenza sono veramente draconiane,
ed il Presidente Gayoom ha reagito in maniera
palesemente esagerata a quella che era una protesta
pacifica.
Ho avuto stamani un colloquio telefonico con
l’ambasciatore delle Maldive; egli mi ha dichiarato che
gli elementi perturbatori sono fondamentalisti islamici.
A me non risulta; in ogni caso, quanto più violenta sarà
la repressione dei diritti fondamentali e dell’opposizione
legittima – come il partito democratico delle Maldive –
tanto più folta sarà la schiera di coloro che saranno
indotti a gettarsi tra le braccia degli estremisti.
(Applausi)
4-146
Dillen (NI). – (NL) Signor Presidente, poche settimane
fa, in sede di commissione per lo sviluppo, l’onorevole
Deva ci ha descritto la tirannide – non vi è altra parola
L’Unione europea ha già fatto sentire con forza la sua
voce. Il 17 agosto il Foreign Office del Regno Unito ha
emesso un fermo comunicato, in cui si chiedeva la fine
dello stato di emergenza. Tra il 22 e il 24 agosto la
Presidenza dell’Unione europea ha guidato una missione
tesa ad appurare i fatti, che si è incontrata con vari
ministri, alcuni dei detenuti e parecchi testimoni oculari.
Esito della missione è stato, il 6 settembre, un passo
ufficiale dell’Unione europea – che non è stato ben
accolto dal governo delle Maldive – e una decisa
dichiarazione pubblica che invitava il Presidente a
rilasciare i prigionieri, porre fine allo stato di emergenza
e procedere con le riforme costituzionali.
Il Presidente è rimasto chiaramente colpito da queste
iniziative. Il ministro del Turismo, su suo incarico, si è
recato in visita nel Regno Unito, in Germania ed in Italia
per spiegare la situazione, assicurando all’Unione
europea che intende continuare sulla strada delle riforme
costituzionali promesse; inoltre ha consentito alla Croce
Rossa e ad Amnesty International di visitare le prigioni.
Nell’elaborare la nostra strategia futura, dobbiamo tener
conto delle riforme avviate dal Presidente prima
dell’estate – i dibattiti in seno all’assemblea Majlis e
16/09/2004
43
l’istituzione della commissione per i diritti umani –, ma
è chiaro che per i cittadini delle Maldive la sua azione è
troppo lenta.
(Il Parlamento approva la risoluzione comune)
***
In tale contesto sarebbe assai preziosa una risoluzione
del Parlamento europeo intesa a ribadire gli elementi
essenziali del messaggio già inviato dall’Unione
europea. Essa spingerebbe il Presidente a mantenere e
rafforzare la sua offerta relativa al monitoraggio delle
prigioni da parte della Croce Rossa, farebbe chiaramente
emergere che l’Unione continua a sorvegliare da vicino
la situazione, e infine, se del caso, permetterebbe di
raccogliere l’offerta del Presidente, in merito al ritorno
nel paese dei rappresentanti UE per continuare il
dialogo.
A nostro avviso sarebbe tuttavia prematuro – in questa
fase – pensare a restrizioni sui viaggi, sospensione degli
aiuti o altre azioni più punitive. Se la situazione dovesse
peggiorare e lo stato di emergenza non venisse abolito,
dovremo prendere in considerazione misure di tal
genere; ma prima vediamo se il Presidente terrà fede alle
sue promesse di tornare ad una normale forma di
governo, riprendendo al più presto il processo di
riforma.
Proposta di risoluzione comune8 sulla situazione
politica nelle Maldive
(Il Parlamento approva la risoluzione comune)
***
4-151
Interruzione della sessione
4-152
Presidente. – Il Parlamento ha esaurito l’ordine del
giorno9.
Dichiaro interrotta la sessione del Parlamento europeo.
(La seduta termina alle 16.15)
Ringrazio la baronessa Ludford per le informazioni che
ci ha fornito in merito al sito web della Commissione.
Non ero a conoscenza della situazione, ma ho già dato
istruzioni per far controllare il sito; naturalmente è
necessario aggiornarlo, e lo faremo immediatamente.
4-148
Presidente. – La ringrazio, signor Commissario.
La discussione congiunta è chiusa.
Passiamo ora al turno di votazioni.
4-149
Votazioni
4-150
Presidente. – Passiamo ora alle votazioni.
Proposta di risoluzione comune6 sulla situazione in
Birmania/ASEM
(Il Parlamento approva la risoluzione comune)
***
Proposta di risoluzione comune7 sugli episodi di
razzismo nei confronti delle minoranze in Voivodina
6
Presentata dagli onorevoli Geoffrey Van Orden, Charles Tannock,
Nirj Deva e Bernd Posselt a nome del gruppo PPE-DE, Glenys
Kinnock, Mauro Zani, Margrietus J. van den Berg e Pasqualina
Napoletano a nome del gruppo PSE, Johan Van Hecke a nome del
gruppo ALDE/ADLE, Frithjof Schmidt a nome del gruppo Verts/ALE e
Vittorio Emanuele Agnoletto a nome del gruppo GUE/NGL, volta a
sostituire con un nuovo testo le proposte di risoluzione di cui ai docc.
B6-0046/2004, B6-0048/2004, B6-0056/2004, B6-0059/2004 e B60061/2004.
7
Presentata dagli onorevoli Kinga Gál, Doris Pack, Péter Olajos e
Bernd Posselt a nome del gruppo PPE-DE, Véronique De Keyser,
Johannes (Hannes) Swoboda, Jan Marinus Wiersma, Csaba Sándor
Tabajdi e Pasqualina Napoletano a nome del gruppo PSE, István
Szent-Iványi e Jelko Kacin a nome del gruppo ALDE/ADLE, Joost
Lagendijk, Gisela Kallenbach, Tatjana Ždanoka e Raül Romeva Rueda
a nome del gruppo Verts/ALE, Roberto Musacchio a nome del gruppo
GUE/NGL, Bastiaan Belder a nome del gruppo IND/DEM e Adriana
Poli Bortone a nome del gruppo UEN, volta a sostituire con un nuovo
testo le proposte di risoluzione di cui ai docc. B6-0045/2004,
B6-0049/2004,
B6-0055/2004,
B6-0057/2004,
B6-0060/2004,
B6-0062/2004 e B6-0064/2004.
8
Presentata dagli onorevoli Nirj Deva, Charles Tannock, Geoffrey
Van Orden e Thomas Mann a nome del gruppo PPE-DE, Pasqualina
Napoletano a nome del gruppo PSE, Graham R. Watson a nome del
gruppo ALDE/ADLE e Cristiana Muscardini a nome del gruppo UEN,
volta a sostituire con un nuovo testo le proposte di risoluzione di cui ai
docc. B6-0044/2004, B6-0054/2004, B6-0058/2004 e B6-0063/2004.
9
Termini di presentazione degli emendamenti al bilancio rettificativo e
suppletivo 10/2004 – Composizione delle commissioni e delle
delegazioni – Trasmissione dei testi approvati nel corso della presente
seduta – Calendario della prossima tornata: cfr. Processo verbale.
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SEDUTA DI GIOVEDI` 16 SETTEMBRE 2004