sudi hatred has been the question which has puzzled many critics. However, very few
have considered closely the religious beliefs of the monks and also of the "devisants" in
l'Heptamêron.
Without any doubt, the key to Marguerite's attitude lies there.
What the Queen reproaches every monk for, in rHeptaméron,
is the pernicious doctrine which they preadi. They have little or no faith in the Bible and consider it a book
no more worthy of consideration than Caesar's Commentaries.
They encourage the
faithful to place all their faith in good works, fasts, and make them believe that salvation can be obtained through others and not through Jesus Christ himself. In contrast to
the monks' beliefs, the "devisants* place all their faith in the Bible and have a healthy
suspicion of what the Queen labels "human inventions.* When in doubt in religious
matters, they do not follow men's doctrines, but consult the Holy Scriptures. They are
just as suspicious of good works and insist on the fact that faith alone can assure our
salvation. What we have in fact in l'Heptamêron is a clear expression of two religious
conceptions of the duties of the believer. The monks, preadiers of a doctrine generally
associated with the more narrow-minded catholic orthodoxy, seem to have abandoned
God and are, therefore, victims of all vices. On the other hand, the "devisants" share
religious beliefs which, in their broader lines, were propounded by most Reformers and
especially Luther.
The above remarks should not, however, be construed to indicate that the Queen was
a firm believer in the Reformation. It is evident that she shared, along with many others
in France, many ideas with the Reformers. It is also evident that she rejected many ideas
and doctrines which the Churdi was not prepared to discard. But, faced with a Reformation becoming more and more fragmented, Marguerite, sister of a king who had
vowed to extirp heresy from his kingdom, remained, on the surface at least, faithful to
a Church which in her mind had strayed far away from the Bible, the only source of
truth.
Spiritualismo radicale
nelle opere di Ortensio Lando attorno al 1550""
Di Silvana Seidel M etichi
I.
PREMESSA**
Per quanto le opere del letterato milanese Ortensio Lando (1512?—1554?) siano
state per secoli oggetto di attenzione e di indagini 1 , la sua personalità risulta
* I miei studi su Ortensio Lando sono stati resi possibili da una fellowship dell'Università di Harvard presso il centro di studi rinascimentali «Villa I Tatti» di Firenze.
* * Elenco delle abbreviazioni: S. 275.
1. Per un panorama della letteratura su Ortensio Lando fino al 1962 cfr. Mario
Emilio Cosenza: Biographical and Bibliographical
Dictionary of the Italian
Humanists
and of the World of Classical Scholarship in Italy (Boston 1962), vol. I l l , pp. 1919-20.
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ancor oggi enigmatica e la sua biografìa permane incerta e piena di lacune. Gli
epiteti di «bizzarro» «scapigliato» «paradossale» «avventuriero o mestierante
della penna» «poligrafo» «cervello balzano», che gli sono stati attribuiti, rivelano il disagio che i critici hanno avvertito per secoli di fronte alla sua produzione ambivalente e sconcertante2. Uno dei pochi punti fermi della biografia del
Lando è la condanna della quale le sue opere furono oggetto nell'indice veneziano del 1554}. La condanna, ribadita e aggravata nell'indice di Paolo IV
pubblicato del 1559, ha indotto gli studiosi a porsi fin dal '700 il problema
dell'ortodossia del Lando e a cercare nelle opere identificate come sue la motivazione teologica di essa. Siccome però tali opere apparivano piccoli opuscoli
notevoli soprattutto a «per le pazzie che l'autore vi ha inserite» e non rivelavano
nulla di «apertamente empio»4, i critici, a partire dal Tiraboschi, hanno spiegato
la condanna ecclesiastica delle opere del Lando come segue: oltre a un Ortensio
Lando medico e letterato milanese, vi sarebbe stato un Geremia Lando contemporaneo e amico di Ortensio, agostiniano transfuga convertito al luteranesimo e autore di opere eterodosse5; i redattori degli indici del 1554 e del 1559
avrebbero confuso e sovrapposto le due figure, estendendo alle opere di Ortensio
Lando il giudizio diretto contro il suo omonimo.
In anni più recenti uno studioso inglese ha stabilito in modo definitivo la
coincidenza dell'agostiniano transfuga Geremia con il letterato Ortensio6, restituendo così al giudizio dei redattori dell'indice tutto il suo peso. Nonostante tale
identificazione, che costituisce la premessa di una revisione ab imo del giudizio
tradizionale sulla religiosità e sulla personalità di Ortensio Lando, la critica non
sembra aver saputo trarre da quella premessa le convenienti illazioni. Lo studio
2. Per l'epiteto «scapigliato» cfr. Arturo Graf: Attraverso il Cinquecento (Torino
1916), p. 45; Giovanni Sforza: «Ortensio Lando e gli usi ed i costumi d'Italia nella prima metà del Cinquecento», Memorie della R. Accademia delle Scienze di Torino, Classe
di scienze morali, storiche e filologiche, s. II, LXIV (1914), pp. 1-68. Per gli epiteti «piccolo avventuriero della penna», «cervello balzano», «bizarro» cfr. Giuseppe Toffanin:
Il Cinquecento, 2 a ediz. (Milano 1941), pp. 550-51. Per gli epiteti «stravagantissimo»,
«volubile», «paradossale» cfr. Ireneo Sanesi: Il cinquecentista Ortensio Lando (Pistoia
1893), p. 25. Per «mestierante della penna» cfr. Francesco Flora: Storia della letteratura
italiana (Verona 1952), vol. II 1 , Il Cinquecento, pp. 486-87.
3. Fr. Heinrich Reusdi: Der Index der verbotenen Bücher. Ein Beitrag zur Kiràtenund Literaturgeschichte (Bonn 1883), vol. I, pp. 374-75.
4. Girolamo Tiraboschi: Storia della letteratura italiana (Venezia 1796), t. VII',
pp. 794, 803.
5. Ibid., pp. 795-97.
6. Conor Fahy: «Per la vita di Ortensio Lando», Giornale storico della letteratura
italiana, CXLII (1965), pp. 243-58.
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più recente sul Lando 7 traccia l'itinerario religioso del sedicente milanese in
modo che può essere cosi riassunto. Il Lando avrebbe preso le mosse dall'«erasmismo» - inteso come atteggiamento moderatamente riformatore, confessionalmente conciliativo e fondamentalmente cattolico - per approdare a una teoria
della giustificazione per la fede e le opere assai vicina a quella dei cosiddetti
evangelici italiani. La sua religiosità rimarrebbe dunque circoscritta (nonostante
una oscura parentesi luterana 8 ) nell'ambito dell'aspirazione a una pietà semplice
e pura, quale si sarebbe potuta realizzare attraverso l'eliminazione degli abusi
ecclesiastici, la riforma morale, il ritorno alla lettura diretta della Scrittura, la
riduzione e la semplificazione delle pratiche del culto. In questo disegno l'interesse del Lando per la teologia appare non primario 9 . Le sue deviazioni dall'ortodossia cattolica risultano occasionali, limitate in sostanza alla dottrina dei sacramenti (in particolare della cena) e alla teoria della giustificazione per la fede
e della predestinazione (elaborata perà dal Lando prima delle definizioni del
concilio)10. Che una tale sistemazione delle idee religiose del Lando abbia valore
provvisorio è chiaro anche allo studioso che la propone: egli stesso fornisce e
suggerisce dati spunti e congetture che puntano verso una valutazione del tutto
diversa 11 .
Il presente articolo vuol essere un contributo alla revisione del giudizio sulla
religiosità di Ortensio Lando e al tempo stesso un saggio d'interpretazione della
7. Paul F. Grendler: Critics of the Italian World IS30-1560. Anton Francesco Doni,
Nicolò Franco and Ortensio Lando (Madison, Milwaukee and London 1969), con bibliografía. Giovanni Aquilecchia, nella sua recensione del libro del Grendler, annuncia un
articolo - che non ho visto - di Conor Fahy sull'edizione delle Forcianae questione^
del Lando pubblicata a Napoli, Martinus de Ragusia, 1536. Cfr. Italian Studies X X V
(1970), p. 114.
8. Questa parentesi è documentata da una lettera di Ortensio Lando a Gioacchino
Vadiano, senza data, nella quale il Lando si presenta come un traduttore delle opere di
Lutero e un profugo religionis causa: «Ego mediolanensis, nomine Hortensius Landus,
medicus, qui cum multa Lutheri scripta promovendi evangelii gratia in italicam linguam
vertissem, ut vitarem infortunium, quod sanctissimus papa paraverat, solum vertere
coactus sum, una cum uxorcula, quae Christum agnoscit et colit. Ita Rhaetorum Curiam
veni», Die Vadianisdie Briefsammlung der Stadtbibliothek St. Gallen, ed. Emil Arbenz
und Hermann Wartmann (St. Gallen 1902), vol. IV, pp. 188-89.
9. «Lando, on the whole, was uninterested in theology and did not develop a consistently heretical position», Grendler, p. 125.
10. Ibid., pp. 113-27.
11. Il capitolo dedicato alla religione di Ortensio Lando si chiude con una serie di
congetture che sono altrettanti punti interrogativi: forse il Lando era un protestante
che dissimulava le proprie convinzioni o forse era un rappresentante di quella generazione di italiani che, spostandosi da un paese all'altro, oscillavano fra una fede e l'altra,
fra l'ortodossia cattolica e l'ortodossia protestante. Ibid., p. 126.
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sua produzione in chiave religiosa. Le eccentricità e le bizzarrie di tale produzione rientrerebbero così nel processo di camuffamento, cui l'autore sottoponeva
le sue opere per sviare l'attenzione dei censori. Attraverso l'esame di un gruppo
di operette stampate a Venezia fra il 1550 e il 1552 - i Ragionamenti familiari,
la Vita del beato Ermodoro, il Dialogo della consolatione che si gusta leggendo
la Sacra Scrittura, i Dubbi religiosi - ci si propone dunque di dimostrare e illustrare la tesi che il Lando fu protagonista di un'esperienza religiosa analoga a
quella di certi gruppi eterodossi, che la storiografia italiana tradizionalmente
designa come anabattisti. Senza voler tentare una definizione teologica delle
idee di Ortensio Lando e uno studio sistematico delle sue fonti, il presente saggio
si limiterà a esaminare le stampe sopra menzionate da due punti di vista: l.come
documenti che attestano la diffusione in Italia delle dottrine dibattute a Strasburgo nel gruppo di teologi che faceva capo a Otto Brunfels e illustrate soprattutto in quella specie di somma dello spiritualismo filoanabattistico che sono le
Pandectae Veteris et Novi Testamenti di Brunfels stesso; 2. come testi di propaganda religiosa che rivelano molti elementi in comune con le dottrine diffuse
negli anni attorno al 1550 negli ambienti degli anabattisti antitrinitari veneti.
Questa dimostrazione ha, nella produzione storiografica italiana degli ultimi
anni legata agli studi e all'insegnamento di Delio Cantimori, due immediati
punti di riferimento: da un lato lo studio di Carlo Ginzburg sul nicodemismo
come dottrina della simulazione e dissimulazione religiosa12, dall'altro le ricerche
dello stesso Ginzburg e di Aldo Stella sugli anabattisti veneti verso il 1550 e
oltre 13 . Per coerenza con tali punti di riferimento, i termini di «spiritualismo»
«nicodemismo» e «anabattismo» saranno usati qui nello stesso significato che essi
assumono nelle opere dei due studiosi italiani: il termine «spiritualismo» sarà
usato nel senso di tendenza a porre l'accento sull'interiorità dell'esperienza religiosa, svalutando cerimonie sacramenti e istituzioni come manifestazioni carnali
della pietà, e relativizzando anche la lettera della Scrittura in confronto
all'ispirazione diretta dello spirito; il termine «nicodemismo» sarà usato nel
senso di teoria della simulazione e dissimulazione religiosa quale si trova formulata nelle Pandectae di Brunfels e contrastata nella sua diffusione europea
teorica e pratica da Calvino; il termine «anabattismo» sarà usato nel senso di
complesso delle dottrine professate e discusse nei circoli eterodossi denunciati
12. Carlo Ginzburg: Il nicodemismo. Simulazione e dissimulazione religiosa nell'Europa del'iOO (Torino 1970).
13. Carlo Ginzburg: I costituti di don Pietro Manelfi, Biblioteca del Corpus Reformatorum Italicorum (Firenze, Chicago 1970); Aldo Stella: Dall'anabattismo al soc'mianesimo nel Cinquecento veneto. Ricerche storiche (Padova 1967); Id., Anabattismo e
antitrinitarismo in Italia nel XVI secolo. Nuove ricerche storiche (Padova 1969).
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nel 1551 da Pietro Manelfi. La validità storiografica degli ultimi due termini è
stata ed è tuttora in seria discussione14; anche il termine «spiritualismo» può
essere criticato come generico, dal momento che all'interno della tendenza cosi
designata la critica ha individuato varie correnti ben distinte15. L'uso di una
terminologia generica e d'attesa mi sembra però giustificabile, in quanto riflette
lo stadio attuale delle conoscenze sulla teologia del Lando: di una più precisa
valutazione e definizione il presente saggio vorrebbe essere una prima tappa.
II.
I <RAGIONAMENTI FAMILIARI» ( 1 5 5 0 )
L'operetta pubblicata anonima da Ortensio Lando nel 1550 sotto il titolo di
Ragionamenti familiari16 si presenta come una raccolta di allocuzioni suasorie e
dissuasorie, spesso accoppiate a due a due intorno allo stesso soggetto. In testa
a ogni componimento viene menzionato, oltre al tema, il presunto autore e il
destinatario o i destinatari dell'allocuzione: sono tutti personaggi storici appartenenti a quella sfera della nobiltà o dell'alta borghesia, nella quale il Lando
trovava di volta in volta ospiti mecenati protettori. I temi, con i quali i vari
oratori e oratrici si cimentano, appaiono a prima vista divertimenti accademici
da società colta: vi sono orazioni in favore e contro il vino, in favore e contro
la caccia, in favore e contro il matrimonio, in favore e contro la vita cortigiana
e così via. Nel mazzo di questi esercizi retorici disimpegnati sono stati però
inseriti e quasi mimetizzati alcuni componimenti, che offrono un campionario
abbastanza rappresentativo delle posizioni religiose dell'autore. Ne prenderemo
in esame quattro: l'esortazione al monacesimo, il ragionamento contro l'avarizia,
l'allocuzione sui diritti e doveri di un vescovo, l'ammaestramento di un predicatore.
14. Una esposizione e discussione delle riserve avanzate dagli storici, specialmente
americani, a proposito del termine «anabattismo» riferito ai gruppi italiani si trova in
Antonio Rotondò: «Il movimenti ereticali nell'Europa del Cinquecento», Rivista storica
italiana, L X X V I I I (1966), pp. 103-39. Anche l'impostazione metodologica del libro di
Carlo Ginzburg è messa in discussione da Albano Biondi: «L'uomo e la maschera: note
sulla giustificazione della simulazione nel '500», in corso di pubblicazione in un volume
miscellaneo del Corpus Reformatorum Italicorum. Desidero ringraziare caldamente il
prof. Biondi per la rara generosità con la quale ha messo a mia disposizione il manoscritto del suo bel saggio non ancora stampato.
15. Cfr. George Huntston Williams: The Radicai Reformation (Philadelphia 1962),
ad indicem.
16. Ragionament[ij familiari di diversi autori non meno dotti che faceti et dedicati
alla rara cortesia del molto Reverendo et Ilust. Signore il Sig. Andrea Mattheo d'Acqua
Viva, In Vinegia al segno del Pozzo M.D.L. La raccolta contiene anche un ragionamento
diretto a «Ortensio Lando detto il Tranquillo» contro la vita solitaria.
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Il Ragionamento di frate Feliciano Giorgi per essortare il Signor Dorotheo
Brigodo a farsi frate si presenta all'esordio come una rielaborazione di luoghi
comuni della letteratura ascetica sul contemptus mundi, ma fin dalle prime righe
nasconde fra le pieghe del discorso punte sarcastiche, che progressivamente s'infittiscono e si fanno più aspre, finché la suasoria si rovescia in una critica mordace del monacesimo:
«Non è ... lo stato fratesco una sicura scala per salire a' vescovati a' cardinalati e a' papati? ... Oh, se frate vi fate, quanta dolcezza sarà la vostra udendovi
chiamar padre di qua, padre di là: sarete padre senza haver figliuoli et senza
procacciar loro i debiti alimenti, cosa nel vero piena di meraviglia et di dolcezza ... Per qual cagione credete voi si facci la corona in capo a' frati? Certo
non per altro che per significarci che gli frati sieno re del mondo et che il tutto
fra noi reghino et amministrino ... Qual inclito principe et qual illustre barone
habita sì alti si pomposi et sì ben composti palagi come noi frati facciamo? ...
Per noi non tempesta mai, la gelata non ci nuoce, la terra per noi non è sterile,
la caristia non ci annoia, la peste non ci recca danno, né la guerra ci porge
alcuna afflittione ... Chi è colui che non ne ammiri, non ne honori, non ne
riverisca et adori ...? Le vedovelle sopra tutti ne credono et a tutte le stagioni ne
fanno mille vezzi. Le monacelle ci prestano inviolabil ubidienza ... O, se frate
vi fate, quanta consolatione sentirete voi favellando domesticamente con qualche
devota sorellina della gloria celeste, della vita beata, delle pene dell'inferno et
della mortificatione delle carne, per farla ubidiente allo spirito; et con tanta
dolcezza le udirete ragionare, che vi parerà ch'abbino sotto la lingua et latte et
mele. Quanto piacere sentirete etiandio gustando delle torte degli raffioli de' berlingozzi de' zuccherini et delle offelette fatte dalle lor dilicate mani ... Quanto
pensate voi che ne giovi l'opinione che della nostra santità si have? questa è
quella che ne fa star grassi et morbidi, questa è quella che ci fa andar gonfi et
pettoruti, questa è quella che ci fa temer dalle donne, riverir da' principi et
rispettar da' popoli, questa è quella che ne dà segurtà di chiedere a tutte l'hore
hor pane hor vino hor cacio hor lardo ... Noi non siamo partecipevoli delle
fatiche et delle angoscie degli huomini, non havendo lo braccio secolare possanza
sopra di noi, né astretti essendo alle angherie ... Noi siamo quelli che mangiamo
i peccati del popolo. Noi siamo quelli che mangiamo i morti et godiamo i vivi...
Pregherò Iddio che vi illumini a fuggire ogni disagio per amor suo, sì come fa
la maggior parte de' moderni frati ...» I7
Se con questa composizione il Lando si mantiene sul piano di un anticlericalismo moralistico che, pur raggiungendo toni di notevole asprezza, non tocca le
17. Ibid., pp. 20r-23v.
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basi teologiche dell'istituzione monastica, il Ragionamente
lita M. Palavicina
de' Sanseverini
contra l'avaritia
della Signora
di alcune signore
Ippo-
è invece
una rielaborazione di temi erasmiani che presenta già un'accentuazione radicale.
L'opera di Erasmo che qui il L a n d o ha presente è 1 'Enchiridion
militis
christiani,
quel testo chiave della religiosità cinquecentesca che, attraverso la contrapposizione di due piani di realtà e di due ordini di valori - il p i a n o della carne o
della lettera e il piano dello spirito, i valori carnali e i valori spirituali - a v e v a
f o r n i t o lo schema dialettico del paradosso evangelico e aveva posto le premesse
di quella spiritualizzazione della vita religiosa i cui esiti a n d r a n n o oltre Lutero.
Il ragionamento del L a n d o c o n t r o l'avarizia è intessuto di passi
deWEnchiridion
relativi al disprezzo delle ricchezze e all'amore della p o v e r t à come aspetti
dell'imitazione di Cristo 1 8 ; ma questa silloge di citazioni erasmiane viene organata in m o d o da p u n t a r e verso una condanna della ricchezza e del potere come
intrinsecamente malvagi e illeciti a un cristiano:
«Certamente mentre il Salvadore visse f r a noi, di h u m a n a spoglia vestito,
sempre la povertà amò et sempre le ricchezze spregiò, anzi come cosa vile et
abhominevole le puose sotto la fede di G i u d a Iscariota, h u o m o di scelerata et
corrotta vita. M a che il Signor nostro la p o v e r t à di cuor amasse, chiaro esser vi
puote, poscia che non volle per apostoli né prencipi né duchi né conti né
marchesi, m a sol alcuni poverelli scalci, gli quali col pescare reggevano parcamente la lor vita ... O infelici noi, poi che il p a n e qual noi tegniamo rinchiuso
egli è il pane degli poveri affamati, et quelle c o t a n t e vesti, quai tegniamo serrate
nella guardarobba, sono le vesti di cui si f r a u d a n o gli più bisognevoli, et così
parimenti gli denari, che si tengono sotto terra celati et nascosti, sono il riscotimento de' poveri incarcerati.» 1 9
Nel Ragionamento
del S. patriarca
tutto quello che se gli appartiene
Grimano
per ammonire
un episcopo
di
al patriarca di Aquileia G i o v a n n i Grimani 2 0
viene attribuita una serie di prescrizioni negative che rientrano nella linea di
quell'anticlericalismo moralizzante, di cui abbiamo già i n c o n t r a t o un documento:
il vescovo non deve tiranneggiare il basso clero v u o t a n d o le borse i granai le
cantine dei poveri preti, non deve darsi all'ozio né stare con lo sparviere in
18. Queste citazioni erasmiane provengono specialmente dal cap. X àeW'Enchiridion:
«Adversas irritamenta avaritiae.» Cfr. Opera omnia, LB V, coli. 59-62. Darò una più
precisa dimostrazione e valutazione del rapporto che lega il Lando a Erasmo in un
articolo dal titolo «Un capitolo della fortuna di Erasmo in Italia: Ortensio Lando»,
che verrà pubblicato nella Sdiweizerisdie Zeitschifl für Geschichte.
19. Ragionamenti, pp. 24r-26r.
20. Sul Grimani, patriarca di Aquileia (1545-50), cfr. Frederic C. Church, I riformatori italiani (Milano 1967), vol. I, pp. 293-94, 324 nota 31.
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pugno, né deve andar lusingando i principi, adulando le signore, uccellando
grassi vescovati, opulente badie e ricche prepositure. I precetti negativi hanno
il loro complemento in una serie di precetti positivi, i quali culminano nell'affermazione che compito del vescovo è in primo luogo la predicazione della parola
di Dio e poi l'ammaestramento dei fedeli nella dottrina luterana della giustificazione per la fede:
«Per piantar questo Vangelo nel cuore de' fedeli, bisogneravvi primieramente
insegnar la forza et il vero uso che havere si deve della fede, la quale si è un
mero dono d'Iddio datoci per mortificar la carne et l'opere carnali, datoci per
giustificarci 21 et per vestirci dell'altrui giustitia, cioè di quella di Giesù Christo.
Questa [fede] è quella che fa pullular le buone opere: né altro sono le buone
opere che segni evidenti della vera et vivace fede.» 22
Accanto ai precetti negativi e a quelli positivi, il ragionamento allinea una
serie di osservazioni sfumate e condizionate: il vescovo deve sì insegnare l'ubbidienza alle autorità temporali, ma a condizione che queste non comandino cosa
che ripugni a Dio; il vescovo non deve rimuovere né mutare né rinnovare nel
suo vescovato nessuna delle cerimonie tradizionali, a meno che esse non siano
empie e contrarie alla gloria d'Iddio; il vescovo - in quanto predica il Vangelo ha diritto di vivere del Vangelo e di ricevere onore e riverenza, ma rendite onori
e riverenza non fanno che aggravare la sua responsabilità nei confronti del
gregge che gli è stato affidato e del quale dovrà render conto 23 . E' un modo di
argomentare ambiguo, non compromettente, suscettibile di diverse interpretazioni, atto a insinuar dubbi, ad alimentare ansie, a pungolare coscienze inquiete.
L'allocuzione più rivelatrice dell'intera raccolta porta il titolo ingannevole
di Ragionamento del S. Nicolò Madruccio per essortare mastro Agostino Terzo
theologo facondo a sgridar a' peccatori et senza alcun rispetto ingiuriarli con
l'essempio tolto dalle sacre lettere2*. In realtà l'esortazione a un tipo di predica21. Emendamento mio: la stampa legge «gistificarci.»
22. Ragionamenti, p. 47v.
23. Ibid., pp. 47v-48r.
24. Nicolò Madruzzo signore di Nano era fratello e collaboratore del cardinale
Cristoforo Madruzzo, uno dei principali sostenitori del Lando. Agostino Terzo era un
predicatore di successo, minorità; cfr. Giovanni Giacinto Sbaraglia: Supplementum et
castigano ad scrip tores trium ordinum S. Francisci (Roma 1806), pp. 104, 464. Una
lettera di Agostino Terzo al cardinale Madruzzo si trova nella corrispondenza tridentina madruzziana, Archivio di stato di Trento, anno 1558, c. 63. In questa lettera il
predicatore si firma «frate Agostino Terzo minore conventuale ministro della provincia
di Milano». L'esposizione del ragionamento che segue nel testo è divisa in periodi, contrassegnati con numeri dall'I al 10, per facilitare il confronto con le Pandectae Veteris
et Novi Testamenti di Otto Brunfels proposto nella nota 30. Cfr. Ragionamenti,
pp. 49r-51r.
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zione veemente e privo di riguardi rappresenta soltanto un momento di quella
specie di fenomenologia della predicazione evangelica in terra d'empietà, della
quale il ragionamento vuol dare un rapido sommario. L'idea germinativa
dell'intero discorso è un tipo di predicatore il quale considera se stesso come
«trombetto del Signore» 25 : pieno di carità intrepida, questo predicatore, per
guadagnare anime a Cristo, userà (1) un linguaggio appassionato e intransigente,
non risparmiando ai suoi ascoltatori neanche gli insulti. Egli seguirà l'esempio
di Cristo, che chiama gli ebrei ipocriti, farisei, lupi, sepolcri imbiancati e razza
di serpenti; seguirà l'esempio di Paolo, che chiama i nemici del Vangelo cani,
mali operatori, falsi apostoli e chiama i Galati insensati. Una predicazione del
genere susciterà al predicatore schiere di nemici e metterà la sua vita in perpetuo
pericolo, ma egli si arroccherà e si terrà saldo nella sua fiducia in Dio, che (2) ha
minacciato con la sua ira coloro che si dimostrano renitenti ad accogliere e a
rispettare la sua parola: «chiunque offende voi, offende la pupilla degli occhi
miei» si legge nella Scrittura, e «non te hanno respinto, ma me». Talvolta la fede
del predicatore può essere messa a dura prova, quando egli vede sorgere contrasti fra i pii, oppure quando vede prosperare e trionfare gli empi e i persecutori della Parola, meritevoli di cadere sotto la folgore divina. Nell'un caso e
nell'altro però la Scrittura gli offrirà conforto e stimolo alla perseveranza. A
proposito dei dissidi fra gli eletti la Scrittura insegna (3) che dissidi del genere ve
ne sono stati sempre, anche fra gli apostoli, ora per la supremazia, ora per la
questione del commercio con i gentili. A proposito dei trionfi degli empi la Scrittura insegna (4) che né le promesse né le minacce divine si realizzano immediatamente: Dio stesso ne differisce l'attuazione per mettere alla prova i suoi
eletti, come dimostrano l'esempio di Abramo e quello di Israele provato per
quarantanni nel deserto prima di arrivare alla terra promessa. In attesa che l'ira
di Dio faccia giustizia dei suoi nemici e persecutori, il predicatore potrà (5) pregare loro ogni ria ventura e desiderare loro qualunque male che avvenir possa,
imitando i giusti dell'Antico Testamento, che invocarono «giudicali Signore e fagli
cadere da' suoi consigli», «dà loro secondo le opere che fanno et secondo la nequitia delle lor pessime invention!», «il coltello tuo penetri nelle lor interiora».
25. Per l'espressione «tromba» o «trombetto» del Signore cfr. Vita del beato Ermodoro alessandrino da Theodoro Cipriano scritta et nella nostra volgar lingua tradotta,
nella quale scorgesi un vero essempio et una viva imagine dell'huomo christiano. In
Vinegia al segno del Pozzo MDL, p. 12v. C f r . anche Dialogo di M. Hortensio Lando
nel quale si ragiona della consolatione et utilità che si gusta leggendo la Sacra Scrittura.
Trattasi etiandio dell'ordine che tener si dee nel leggerle et mostrasi essere le sacre
lettere di vera eloquenza et di varia dottrina alle pagane lettere superiori. In Veneria
al segno del Pozzo M. D. LII, p. lOv.
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Quando il predicatore si avvede che la sua opera è vana e senza frutto, gli
sarà lecito (6) andarsene, scuotendo la polvere dai suoi calzari, e sottrarsi al
consorzio degli empi (cioè, fuor di parafrasi, fuggire), cosi come fece Giacobbe
quando fuggì Esaù e come più volte fecero Cristo e Paolo. Quando invece il
predicatore si avvede che il suo lavoro di seminagione del Verbo non è senza
frutto, ma incontra un ostacolo nella natura fiera e impaziente di rimproveri
degli ascoltatori, allora (7) impartirà accortamente i suoi ammonimenti sotto
forma di parabole, cosi come fece Natan quando riprese David con la parabola
delle pecore. Dunque (8) lo zelo dell'onor di Dio che anima il predicatore non
deve essere eccessivo: egli deve astenersi dall'errore in cui incorsero Giona,
Giosuè e gli apostoli Pietro e Giovanni, quando pregarono scendesse il fuoco dal
cielo per ardere i samaritani. L'esempio di Paolo (9), il quale «alli giudei si facea
giudeo, si purificava con quelli che votati si erano, circoncise Timoteo et a' suoi
discepoli commandò si astenessero dal mangiare se scandalo n'usciva» 26 , deve
fornire il modello di comportamento verso i fratelli più deboli, deve insegnare
ad accomodarsi agli infermi nella fede per guadagnarli a Cristo. La teoria
dell'accomodamento agli infermi, che al limite poteva significare acquiescenza
alle cerimonie papistiche, è qui riassunta nel giro di poche righe tramite il
richiamo agli esempi paolini e tramite la citazione del versetto «omnia omnibus
factus sum», che era diventato la parola d'ordine della simulazione religiosa 27 .
Nella chiusa del ragionamento tale teoria appare strettamente legata a quella
della tolleranza. Infatti l'obbligo del predicatore di evitare lo zelo eccessivo e
di accomodarsi agli infermi viene motivato con la considerazione (10) che in
ogni comunità vi sono vergini sciocche e vergini prudenti, pesci buoni e pesci
tristi, vi è grano e vi è zizzania. Questi richiami evangelici sono addotti,
nell'opera che vedremo essere la fonte del Lando, per illustrare il principio che
gli empi non devono essere abbandonati a se stessi, che «bisogna continuare ad
abitare fra i malvagi» 28 . Dal principio della convivenza con gli empi al principio della tolleranza non vi è che un passo, come risulta chiaro dal richiamo
alla parabola del grano e della zizzania, che della teoria della tolleranza è la
parola d'ordine 29 .
Se una esposizione sommaria del ragionamento di Nicolò Madruccio basta a
26. Ragionamenti, pp. 50v-51r.
27. Per l'esegesi di questo versetto in senso nicodemita cfr. Ginzburg,
pp. 71-8.
28. Otto Brunfels: Pandectarum Veteris et Novi Testamenti libri XII,
culati, aucti et restituii denuo, 1528, Argentorati apud Ioannem Schottum,
sotto nota 30.
29. ibid., p. 50v. Per l'utilizzazione della parabola del grano e della
Nicodemismo,
revisi, emap. 157v. Cfr.
zizzania nei
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provare la familiarità di Ortensio Lando con i termini del discorso nicodemitico,
l'analisi più approfondita del testo ne rivela la diretta dipendenza dalle
dectae
Veteris et Novi
Testamenti
di Brunfels. Il confronto con le
Pan-
Pandectae>c
dimostra che il Lando ha composto il suo ragionamento in due tempi: prima
ha selezionato alcune delle rubriche brunfelsiane e ne ha estratto alcuni degli
esempi o citazioni che le illustrano, poi ha ricucito insieme con un fragile filo
circoli degli anabattisti veneti cfr. la lettera di Francesco della Sega ai patrizi veneti,
Stella, II, pp. 276-78.
30. Per dimostrare la dipendenza del Ragionamento di Nicolò Madruccio dalle
Pandectae di Brunfels darò qui un elenco di citazioni delle Pandectae (utilizzo l'edizione
strasburghese del 1528). Le citazioni sono disposte in ordine corrispondente all'esposizione del ragionamento fatta sopra nel testo. Le citazioni in corsivo corrispondono ai
titoli delle rubriche di Brunfels, le citazioni in tondo corrispondono agli esempi o citazioni raccolti sotto le rubriche. Non ho segnalato tutte le dipendenze, ma solo quelle
più significative. (1) »Interdum acrius obiurgare licet (pp. 143r-144r). Christus phariseos
vocat caecos, stultos, hypocritas. Mat. 23. Paulus Galatas vocavit insensatos. Gal. 3.
[Idem] pseudoapostolos [vocat] canes, malos operarios. Phil. 3.» (2) 'Qui ledit unum
fidelem non ledit eum, sed Deum (p. 155r). Non te abiecerunt sed me, dicit Dominus.
1 Reg. 8. Qui tangit vos tangit pupillam oculi mei. Zach. 2.» (3) *Etiam pii interdum
invicem dissentiunt (p. 194r). Facta est contentio inter discípulos quis eorum esset maior.
Lucae 12. Disceptabant adversum Petrum apostoli, quod introisset ad viros praeputium
habentes. Acto. 11. De circumcisione quoque dissensio inter discípulos orta, dissentiunt
et Paulus et Barnaba. Acto. 15.» (4) «Fidelibus longanimitate imprimis est opus, nam solet
interdum differre promissiones Deus (p. 191r). Abrahae non statim exhibitae sunt promissiones, sed per multas quoque tribulationes, exilium et famem fuit explorants. Vide in
Genesi. Israeli Dominus non statim praestitit terram promissionis, sed probavic prius in
Aegypto et circumduxit per 40 annos in deserto.» (5) «Impiis possumus zelo Dei imprecari malum (p. 153ν). ludica illos, Deus, décidant a cogitationibus suis. Ps. 5. Da illis
secundum opera eorum et secundum nequitiam adinventionum ipsorum. Ps. 27. Gladius
eorum intret in corda eorum. Ps. 36.» (6) *Etiam sancii aliquando in persecutione
fugerunt (pp. 154r-v). Iacob fugit a facie Esau fratris sui. Gen. 27. Et Christus saepissime aufugit in Aegyptum et alibi saepissime. Mat. 2. Paulus in sporta demissus fugit.
2 Cor. 11.» (7) «Correpturi aliquos, id in parabolis possumus facere, quo minus offendat
sermo (p. 196r). Sic Nathan obiurgavit David, assumpta parabola de ovibus, quam
postea torsit in David. 2 Re. 12.» (8) «De zelo nimis fervido et intemperato (pp. 194v195r). Zelum habuerunt, sed non secundum scientiam: Iosue, cui dolebat quod duo viri
alii prophetabant in castris, Num. 11 ; lonas, qui doluit quod Dominus parceret civitati
Ninive; Petrus et Ioannes, postulantes ignem de coelo mitti ut consummeret Samari·
tanos. Lucae 9.» (9) lAcquiescendum infirmis (p. lOlv). Interdum infirmis donatum esse
aliquid legimus, et in carne se circumcidisse: quod non est impium, si nulla statuatur
necessitas. Sic Paulus abstinere iubet ab esca scandalisante infirmum. Rom. 14. Fit
Iudaeis iudaeus et omnibus omnia. 1 Cor. 10. Sic item circumcidit Timotheum. Acto. 16.
Purificat se cum habentibus votum. Acto. 21.» (10) »Inter malos nobis habitandum
(p. 157v). Semper erunt virgines fatuae, pisces mali, zizania. Mat. 25.»
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discorsivo i passi così scelti. Per quanto frettoloso e non privo di sviste, il lavoro
del Lando non può essere considerato puramente compilativo: egli si muove con
agilità nella selva dei capitoli, delle rubriche e delle esemplificazioni scritturali
messe insieme e ordinate da Brunfels, accostando testi che nelle Pandectae risultano lontani, collegandone altri che nelle Pandectae risultano indipendenti, con
sicurezza e consapevolezza dello scopo. L'effetto di concentrazione che egli cosi
raggiunge è dovuto al fatto che temi spunti e suggerimenti, disseminati da Brunfels qua e là nei diversi libri della sua opera, appaiono qui raccolti in poche pagine. Nei confronti dell'erudizione biblica di Brunfels il Lando ha un atteggiamento di grande libertà e quasi di impazienza: nel mazzo delle citazioni e degli
esempi raccolti sotto ogni rubrica, egli sceglie non più di uno o due testi atti a
illustrare la sua tesi con particolare vigore. Qualche volta la sua disinvoltura
arriva al punto di alterare il passo biblico quando esso non gli appare abbastanza
energico: per esempio, fra le maledizioni che i pii possono legittimamente scagliare
in cuor loro contro gli empi, Brunfels adduce il versetto «gladius eorum intret
in corda eorum» 31 , che nella rielaborazione del Lando è diventato un ben altrimenti feroce «il coltello tuo [o Signore] penetri nelle lor interiora».
Altre opere pubblicate intorno al 1550 contengono indizi della familiarità del
nostro milanese con le pratiche nicodemitiche. Se ne addurrà un solo esempio.
Nelle Consolatorie32 - una raccolta di allocuzioni assai vicina per concezione e
organizzazione ai Ragionamenti - compare la Consolatoria ad uno che per
troppo timore s'era indegnamente adoperato. Il grosso dell'argomentazione è
costituito da una serie di esempi tratti dall'antichità classica e volti a dimostrare
quanto umana sia la passione della paura nelle sue varie forme di timidezza,
trepidazione, fuga di fronte al dolore e alla morte. Ma questo tipo di argomentazione per esempi classici, comunissima nel Lando, s'impiante su di un esordio
che non riguarda la paura in generale ma la debolezza davanti alla persecuzione
religiosa: potrebbe essere l'esordio di un'apostrofe consolatoria al protagonista
di una vicenda analoga a quella di Francesco Spiera, il famoso eterodosso che
aveva abiurato e poi era morto nella disperata convinzione di aver rinnegato
Christo 33 :
«Se il timore della morte, dolce il mio fratello, vi ha fatto fare quel che non vi
si conveniva di fare, non per questo vi dovete voi al tutto disperare, imperoché
31. Pandectae, p. 153v.
32. Consolatorie di diversi autori novamente raccolte, et da chi le raccolse devotamente consecrate al S. Picco conte della Mirandola et cav. di S. Midiele. In Vinegia al
segno del Pozzo MDL.
33. Delio Cantimori: Eretici italiani del Cinquecento. Ricerche storiche (Firenze
1939), pp. 57-65.
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egli condusse già Athanasio vescovo di Alessandria ch'era sì buon christiano per
timore della setta arriana a star sei anni nel profondo d'una cisterna, egli condusse papa Marcellino regnando Diocletiano a sacrificare a gli idoli ,..»34
Anche nella Breve prattica di medicina per sanare le passioni dell'animo35 un'altra raccolta pubblicata anonima di sermoni atti a distogliere da vari vizi il Lando inserisce una Ricetta per sanare un timido et pauroso di qual si voglia
minima cosa, dove gli esempi addotti nella consolatoria sopra menzionata vengono integrati e riproposti in senso almeno apparentemente opposto, nell'ambito
di una esortazione all'animosità 36 .
L'accostamento alle posizioni religiose di Ortensio Lando attraverso l'esposizione di qualcuno dei suoi Ragionamenti familiari ci permette dunque di cogliere
alcuni temi del suo discorso teologico. Fra questi i principali sembrano essere tre:
un anticlericalismo aspro che trova il proprio centro positivo nella dottrina
luterana della giustificazione per la sola fede, una condanna settaria della
ricchezza basata sul principio dell'imitazione di Cristo e alimentata da temi
erasmiani, una fenomenologia della predicazione evangelica descritta attraverso
citazioni ed esempi provenienti dalle Pandectae di Brunfels. La rielaborazione
che il Lando fa di quest'ultimo tema mostra che il momento propriamente nicodemitico - cioè il momento del ripiegamento nella dissimulazione, nella menzogna e negli altri espedienti della prudenza secolare - non ha nell'economia
generale del discorso un peso preponderante, ma appare controbilanciato e integrato dal momento opposto-cioè dal momento dello slancio espansivo ed eroico,
dall'esortazione al proselitismo appassionato e intrepido. Analogamente, di fronte
a pratiche nicodemitiche, come la fuga davanti alla persecuzione e l'abiura, il
Lando sembra oscillare fra due atteggiamenti divergenti, ora scusandole e giustificandole, ora esortando a evitarle. Forse i due momenti e i due atteggiamenti,
che a un pensiero astratto appaiono contraddittori, erano invece interdipendenti
e complementari, facce diverse di una stessa esperienza, nella tumultuosa e precaria esistenza dei predicatori «evangelici»?
34. Consolatorie, p. 48v.
35. Una breve prattica di medicina per sanare le passioni dell'animo. Al Magnifico
S. David Otho. Appresso Gratioso Perchacino (nell'esemplare da me consultato, presso
la Biblioteca Estense di Modena, il frontespizio è completato in calce da queste indicazioni manoscritte <in Padova 1553»).
36. Ibid., 40v—41r.
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I I I . L A <VITA DEL BEATO ERMODORO> ( 1 5 5 0 )
Una più precisa testimonianza sulla posizione religiosa di Ortensio Lando attorno al 1550 si trova nella Vita del beato Ermodoro*7 .Questa singolare operetta,
camuffata da lavoro di traduzione e perciò trascurata dagli studiosi del Lando 38 ,
è in realtà un componimento originale che nasconde, dietro il programma dichiarato di illustrare un modello di vita cristiana in linea con il monacesimo, il
proposito di diffondere idee e dottrine eterodosse di tipo radicale.
La Vita — divisa in 51 brevi, in parte brevissimi, c a p i t i — è strutturata secondo lo schema di una agiografia che vorrebbe risalire a un'età vagamente
alessandrina, ma il quadro storico-geografico resta molto approssimativo. Teatro
della vicenda è, di volta in volta, un'Alessandria sede d'impero e insanguinata
dalle persecuzioni degli ariani contro gli ortodossi, un Egitto in cui i maomettani occupano le chiese cristiane, un Mediterraneo percorso da pirati saraceni.
Il protagonista, Ermodoro, percorre l'arco della biografia di un santo monaco.
Figlio unico di due parenti insigni per nobiltà di sangue e per pietà cristiana,
insigne egli stesso per bellezza e ingegno, Ermodoro viene avviato agli studi
letterari e alle scienze sotto la guida dei migliori maestri e fa in essi singolare
progresso. Alla morte dei genitori decide di dedicarsi interamente a Cristo: studia l'ebreo, fa un viaggio in Terra Santa e poi, ritornato ad Alessandria, si
consacra interamente alle opere di carità, all'assistenza dei carcerati, all'ospitalità dei pellegrini, alla redenzione delle donne traviate. Vibrante di spirito
proselitico, Ermodoro respinge i consigli degli amici che lo esortano a prender
moglie, anzi per evitare che la sua bellezza susciti intorno a lui tempeste e
passioni si ritira in un possesso di campagna con quattro amici di aspirazioni
analoghe alle sue. La fama di questa santa comunità si sparge in tutto l'Egitto e
attira proseliti influenti. Gli ariani, temendo per la loro preminenza, dopo aver
tentato inutilmente di eliminare Ermodoro con la violenza, lo calunniano presso
l'imperatrice reggente. Ermodoro viene imprigionato e gettato in carcere, ma un
angoscioso sogno ricorrente spinge l'imperatrice a incontrarsi con lui, a riprendere in esame il suo caso e a liberarlo. Ritornato alla comunità fra la gioia dei
compagni, Ermodoro supera con esemplare pazienza e fiducia in Dio una grave
malattia causata dal carcere e riprende la propria vita tutta dedicata alla carità
attiva, alla lotta contro stravaganti eresie e alla composizione di libri per la
confutazione degli ariani. Per combattere questi ultimi intraprende anche un
viaggio a Rodi, in compagnia del suo confratello Teodoro, il narratore della vi-
37. Cfr. sopra, nota 25.
38. Grendler, p. 226.
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cenda. Durante il viaggio i due vengono fatti prigionieri dai mori e condotti in
una pietrosa isoletta, dove vengono adibiti al lavoro, sotto la direzione di un
sovrintendente bestiale. Mentre anche in questa prova Ermodoro si mantiene
paziente, il suo compagno Teodoro cade nella disperazione e un giorno, esasperato dalle percosse subite, uccide il sovrintendente, riuscendo a farne passare la
morte per accidentale. Solo Ermodoro gli legge nell'animo e si dimostra tanto
addolorato da indurre Teodoro al ripensamento e poi al pentimento, il quale gli
concilia il perdono dell'amico. Nel frattempo Ermodoro, dopo aver imparato la
lingua moresca, intraprende un'opera di evangelizzazione dei suoi compagni di
schiavitù e dei suoi stessi padroni, con tanto successo che in un breve giro di
tempo tutta l'isola si converte e diviene sede di una florida chiesa. Dopo aver
organizzato la nuova chiesa attraverso l'istituzione di ministri e dopo aver
tradotto in lingua moresca il Nuovo Testamento, Ermodoro ritorna in Egitto.
Qui viene nuovamente confrontato con difficoltà esterne e interne alla comunità. L'Egitto viene afflitto da una spaventosa carestia e da una pestilenza che
non risparmia nemmeno il ritiro dei santi uomini, nuove persecuzioni incalzano
da parte degli ebrei, uno dei compagni di Ermodoro lascia la comunità per andare a vivere con una donna. Da nessuna di queste prove la carità e lo slancio
di Ermodoro si lasciano raffreddare: egli accoglie le avversità con lieta fronte e
ne esce vincitore con l'aiuto di Dio. L'ultima opera della sua vita è l'erezione di
un ospedale per pellegrini, poveri e infermi. Portato a compimento l'ospedale,
Ermodoro va incontro alla morte con fiducioso abbandono. La biografia è corredata da compendi delle orazioni di Ermodoro, dai suoi detti memorabili e da
racconti di miracoli di varia natura, compresa la resurrezione di un morto.
Dentro la fragile struttura di questo romanzo monastico il Lando ha calato
un contenuto spiritualistico, corrosivo o eversivo nei confronti di dogmi e cerimonie cattoliche, e chiaramente orientato in senso anabattista. Tale orientamento si manifesta prima di tutto sul piano ecclesiologico. La chiesa dei veri
credenti è descritta come una comunità di perseguitati di oppressi di calunniati
di fuggiaschi. Gli eletti subiscono attacchi e perdite da tutte le parti: gli ebrei
convertiti ricadono nel giudaismo, i saraceni trasformano le chiese in moschee, i
perversi ariani - forti dell'appoggio prestato loro dal potere imperiale - anelano
a tingersi le mani dell'innocente sangue dei «cattolici». Gli eletti vivono in uno
stato di persecuzione permanente: perciò fra le principali opere di carità viene
annoverato il dovere di visitare i carcerati per causa di religione, il dovere di
consolare in Gesù Cristo i «pusillanimi» e soprattutto il dovere di «sottilmente
investigare dove impiatato sia qualche poverello per la santa verità perseguitato» e sovvenirlo nei suoi bisogni. Quest'ultimo compito è così urgente che il
protagonista delega ad esso quattro compagni ed in esso spende la maggior parte
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delle sue facoltà, conformandosi all'esempio del profeta Abdia, «il quale giva
per le spilonche pascendo i profeti nascosti dall'ira di Iezebele»39 (i ministri delle
comunità «cattoliche» sono particolarmente esposti al rischio di essere arrestati
e imprigionati: alle comunità così colpite la Vita di Ermodoro offre il modello
di una bella preghiera per implorare da Dio la liberazione del proprio pastore 40 ).
Lo stato di persecuzione permanente comporta semplificazioni nel culto e modifiche nei riti, come il ripristino della cena eucaristica nella forma originaria:
poiché incursioni e razzie hanno spogliato le chiese di tutti i loro apparati, di
calici e tabernacoli, di porpore e di sete, i fedeli sono costretti a «portar alli infermi il sacro pane in un canestro de vimini contesto et porger lor il salutevole
beveraggio in un bichier di vetro», ritornando cosi, insinua l'autore, al «costume più antico» 41 . Questa povera chiesa di perseguitati sperimenta in modo diretto e costante l'assistenza divina: il Signore suscita fitte nebbie per sottrarre i
fuggiaschi alla vista degli inseguitori, manda sogni minacciosi ai principi empi
ed esercita contro i nemici della sua chiesa una vendetta spietata, che le cristiane
preghiere dei santi per i loro persecutori non valgono a mitigare 42 .
La «forma di vita evangelica» praticata nella comunità di Ermodoro viene
illustrata in un discorso celebrativo, il quale ha il suo sotterraneo contrappunto
in una critica corrosiva dell'istituto monastico. Ermodoro abbandona la città
non per amore della solitudine - la quale anzi, si suggerisce43, può condurre a
pazzia - ma per evitare l'occasione di peccare e di indurre altri in peccato; egli
respinge il matrimonio non per una condanna di principio della concupiscenza —
anzi il testo contiene un'apologia del matrimonio come istituito da Dio 44 - ma
per ragioni di opportunità, per potersi dedicare interamente alla predicazione
del Vangelo. La comunità di Saba è un'associazione libera e volontaria, non
vincolata da nessun voto o impegno: quando uno dei fratelli se ne va a convivere con una donna, viene indotto a rientrare nella comunità non con l'autorità
ma con la persuasione. Nessun segno esteriore distingue i compagni di Ermodoro
dagli altri credenti: essi non distribuiscono le loro facoltà ai poveri «come molti
fanno per mendicar poi l'altrui», non mutano abito ma si vestono ognuno
«come li piace, non pomposo né molto abietto», invece di cambiar nome s'impegnano a cambiar vita «contentandosi del nome nel battesimo posto» (e contentandosi, suggerisce implicitamente il testo, di essere stati battezzati una volta in
39.
40.
41.
42.
43.
44.
Vita,
Ibid.,
Ibid.,
Ibid.,
Ibid.,
Vita,
p. 7v.
p. 9v.
p. 19v.
pp. 8v, lOr, 1 0 v - l l r .
p. 32r. Cfr. anche Ragionamenti,
pp. 6r-v.
pp. 31r-v.
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Cristo, senza pretendere che l'ingresso in monastero sia un secondo battesimo).
A Saba non vi sono prescrizioni rigorose riguardo al vitto: i membri della comunità s'impongono un regime di sobrietà alieno da eccessive restrizioni, «senza
superstitione et senza riporre in cotal astinentia giustifìcatione alcuna delle lor
colpe». Le preghiere sia collettive sia individuali sono brevi «ma di carità et di
humiltà ripiene, né meraviglia è se le nugole trapassano et alle orecchie dell'altissimo Iddio arrivano» («non έ lo strepito delle labbra ma l'ardente desiderio
dell'animo che come una voce intensissima ferisce le orecchie di Dio» aveva
detto Erasmo 45 ). A parte brevi parentesi quotidiane di studio, di preghiera e di
lettura della Bibbia, la vita di Ermodoro e dei suoi fratelli è dedicata al lavoro
manuale: vi sono nella comunità cordai, costruttori di barche, pellai, calzolai,
cuoiai, lucernai, contadini; Ermodoro, che ha una costituzione fragile, si dedica
alla composizione di oli medicinali e di acque curative. Il guadagno realizzato
viene distribuito ai poveri e dato agli ospedali 44 .
Il monacesimo viene così svuotato dall'interno e ridotto a un cristianesimo
libero da vincoli di culti e di cerimonie, che si riassume nella pratica attiva della
carità: occorre mostrare con le opere di essere cristiano e non professare alcuna
cosa con la lingua senza professarla anche con le azioni 47 . La stessa concezione
pratica e caritativa della vita religiosa s'incontra nei gruppi degli anabattisti
veneti, i quali proclamano che «da frutti et fatti li christiani si hano da conoscer,
et non da parole» 48 . Nelle loro testimonianze tale concezione appare come pars
construens di un discorso che ha il suo complemento, la sua pars destruens, in
una condanna delle superbie e ambizioni, simonie e avarizia, lascivia e lussuria,
gola e banchetti che contaminano la chiesa romana: in essa «li commandamenti ... tolti da Christo ... non sono osservati neancho da quelli che li commandano» 49 . Queste implicazioni eversive della concezione attiva del cristianesimo
restano quasi sempre, nella Vita di Ermodoro, sottaciute e dissimulate; ma
qualche volta emergono in un accenno fugace: «i falsi predicatori non adempiono con l'opre et con gli essempi quel che con la voce ne insegnano» 50 .
Come la descrizione della comunità di Saba permette al Lando di illustrare il
suo ideale di vita cristiana dal punto di vista pratico e disciplinare, così i discorsi
45. Enchiridion di Erasmo Rotherodamo dalla lingua latina nella volgare tradotto
per M. Emilia di Emilii bresciano con una sua canzone di penitenza in fine, In Venetia
M D X X X I X , pp. 18r-v. Cfr. Opera omnia, LB V, col. 6.
46. Vita, cap. VII, pp. 7r-8v.
47. Ibid., pp. 24r, 25v, 35r. Cfr. anche Dialogo, p. 1 l v (i predicatori, mossi dall'esempio di Gesù, devono adempiere con le opere quel che ad altri insegnano con le parole).
48. Stella, II, p. 184.
49. Ibid., pp. 280, 297.
50. Vita, p. 27r.
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attribuiti a Ermodoro e i suoi detti memorabili gli danno la possibilità di
svolgere un discorso teologico abbastanza articolato, pieno di spunti e di allusioni non tutti decifrabili. In questo discorso ritornano, ampliati, i tre temi
che abbiamo individuato nei Ragionamenti familiari: il tema della giustificazione per la sola fede e le sue conseguenze, il tema dell'imitazione di Cristo nella
sofferenza povertà e umiltà anche intellettuale, il tema della predicazione del
Vangelo in tutta la gamma dei suoi momenti.
La dottrina della giustificazione per la sola fede sottende tutta l'operetta, pur
affiorando soltanto per allusioni. Fra gli scritti attribuiti a Ermodoro si trovano
in primo luogo l'interpretazione della lettera paolina ai Romani - il «metodo
del christianesimo» - e l'esposizione della lettera ai Galati - la «scure et falce
della sinagoga hebrea»51; la preghiera da lui formulata per la salvezza dei penitenti sottolinea la depravazione della natura umana, l'impotenza della creatura
a conseguire la salvezza, il principio dell'abbandono passivo all'azione della
grazia divina: «Sanane Signore et saremo sanati, facci salvi et salvi doventaremo ..., rammentati che in peccato conceputi siamo et a te sta il lavarci, a te tocca
il renderci puri et tuo ufficio è il santificarci»52. Conformemente a tali premesse,
Ermodoro predica «la remissione de' peccati fatta per lo precioso sangue di
Giesù Christo»; sostiene che la fede è il fondamento di tutte le virtù, che la
somma della religione è di credere in Gesù Cristo, che l'altrui fede non ci libera
e che è da biasimare la stolta confidenza che si suole avere nelle «umane creature» (cioè, fuor di parafrasi, nei santi). L'astinenza che i cristiani s'impongono
deve essere osservata senza riporvi giustificazione alcuna delle colpe, perché
tanti sono i nostri meriti quanta è la misericordia di Dio verso di noi53.
Mentre la dottrina della giustificazione per la fede viene - più che enunciata suggerita attraverso un sistema di cenni che presuppone lettori già indottrinati,
la dottrina dell'imitazione di Cristo in quanto accettazione della croce ed esaltazione dell'umiltà, della povertà, della semplicità intellettuale viene formulata in
modo spiegato. Come la vera chiesa è una comunità di perseguitati e di oppressi,
così i singoli eletti vengono sottomessi a prove tanto più aspre quanto più intimo ¿ il loro rapporto con Dio: «Iddio tenta sovente volte i suoi per farli più
isperimentati». L'atteggiamento dei santi di fronte a tali prove è di gratitudine
verso Iddio, che si è ricordato di loro, e di volonteroso assoggettamento al dolore, inteso come suggello della loro elezione: «non si possono né si debbono
fuggir le tribulationi, imperoché quelle sono che fanno testimonianza della
fede nostra et ne raffinano a quella foggia a punto che veggiamo nella fornace
51. Ibid., p. 14v.
52. Ibid., pp. 23r-v.
53. Ibid., pp. 12ν, 25v-26r, 8r, 21r.
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raffinarsi l'oro» 54 . Memore che la via del cielo passa per il calvario, l'eletto
persegue nella sofferenza un ideale di identificazione con Cristo, che al limite
tende a trovare il proprio coronamento nella morte. Corollario di questa identificazione della vita cristiana con la croce è l'esiguità del numero degli eletti:
perché «molti seguitano Giesù fin' al romper del pane ma non al ber della passione» e «Iddio ha molti bramosi del suo regno et pochi portatori della sua
croce» 55 . Nella dottrina dell'imitazione di Cristo rientra l'esaltazione della
povertà e dell'abiezione: «sprezza sempre il Signore la mondana pompa et sopra
l'asino sedendo entrò in Gierusalemme. Povero fuggì in Egitto et i poveri per
discepoli et per compagni si elesse, predicò sempre la povertà et nacque di poverella madre; ... pertanto non doversi thesaurizare in terra, ma in cielo, dove i
ladri penetrar non possono.»56 Con l'occhio fisso a questo modello il Lando si
scaglia contro gli avari, contro i principi tronfi del loro potere, contro i tiepidi
che pensano che il primo prossimo è se stesso. Ermodoro elegge per sé l'umiltà
e l'abnegazione, ai poveri e agli abietti dedica le sue cure, tiene in dispregio gli
onori temporali, rifiuta anche la carica di patriarca di Alessandria 57 : perché è
«più sicura cosa lo star in soggettione che in prelatura», «lo spirito d'Iddio non
habita salvo che sopra gli humili» e «sempre avviene che chi per Christo è bisognoso delle cose temporali, abbondi di dolcezza spiritale» 58 .
Parallela all'esaltazione dell'umiltà e della povertà si svolge la celebrazione
della santa semplicità di cuore. Ermodoro fa miracoloso profitto negli studi
umani, è perfetto nella conoscenza delle tre lingue e nelle discipline matematiche
e fisiche, è dotato di eloquenza tale che può a suo piacere persuadere e dissuadere
ciò che gli aggrada; ma le sue doti intellettuali sono messe in ombra dalla considerazione che non vale la pena di impegnarsi per parlare tersamente, dal momento che ognuno è abbastanza eloquente in ciò che conosce bene. Il buon
cristiano persuade operando santamente non favellando politamente 59 , e persegue «la verità della cosa» anzi che l'eloquenza 60 . Conformemente a tali principi
Ermodoro si mostra «non ... gonfio nel parlare, ma humile et di perfette sententie
ripieno» 61 . Egli condanna la smodata curiosità, che spesso impedisce la vera intelligenza della Scrittura; ricorda il detto dell'apostolo, il quale ci proibisce di
54. Ibid., p p . 25r, 27r.
55. Ibid., p.21v.
56. Ibid., p. 2 5 v .
57. Ibid., pp. 36v-37r.
58. Ibid., p p . 20v, 2 8 v .
59. Ibid., p. 4r.
60. Ibid., p. 2 1 v .
61. Ibid., p . 3 0 v .
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sapere più di quello che è necessario alla salvezza; biasima la stolta confidenza
che si ripone nel lume ragionevole; insegna a evitare la dannosa filosofìa e n o n
f a professione di nessuna scienza fuorché di sapere Cristo 6 2 . La
condanna
della curiosità per le «cose alte» della confidenza nella ragione e della
filosofìa
implica il rifiuto globale della speculazione teologica medievale e della d o g m a tica costruita su di essa. Anche altrove il L a n d o sottolinea con energia che il
c o n t e n u t o della Scrittura è sufficiente alla salvezza sia dal p u n t o di vista
dogmatico sia dal p u n t o di vista p r a t i c o e che Cristo ci ha insegnato t u t t o
quello che ci è necessario 63 . T r a i dogmi che cadono sotto la falce di questo p r i n cipio vi è in p r i m o luogo quello della Trinità, a proposito del quale il L a n d o
insinuerà che esso non è dimostrabile in base alla Scrittura 6 4 .
La svalutazione del sapere e dell'attività intellettuale assume accenti che p u n t a n o verso u n o spiritualismo esoterico e mistico, nel quale l'illuminazione d i r e t t a
dello spirito h a un ruolo predominante. L ' u o m o santo accede ai principi della
fede per via di visioni rivelazioni estasi, Cristo alberga nel suo p e t t o e p a r l a p e r
la sua bocca 6 5 . A l t r o v e il Lando, p a r l a n d o in p r o p r i a persona, insisterà sull'idea
che le sue p a r o l e sono dettate direttamente dallo spirito e che i suoi ascoltatori
non d e v o n o pensare di ascoltare un uomo 6 6 . U n ' a n a l o g a convinzione di n o n
p a r l a r «da se stesso», m a di essere p o r t a v o c e di D i o per rivelazione dello spirito,
si t r o v a diffusa presso gli anabattisti veneti 6 7 . I membri di quelle conventicole
assumono anch'essi atteggiamenti di c o n d a n n a verso la curiosità e le sottigliezze
(scolastiche e tardoscolastiche) e li esprimono in termini vicini a quelli che si
i n c o n t r a n o nella Vita di Ermodoro.
Francesco della Sega per esempio dichiara
di «non attendere a d altro che a voler viver secondo Christo, né si cura de
62. Ibid., pp. 21v, 13v, 26r, 26v, 30v. Cfr. anche p. 20r: «non si dover cercar le cose
alte né li occulti giudicii d'Iddio».
63. Cfr. Dialogo, p. 50r: «non tutte le cose che fece il S[ignore] scritte furono, ma
quelle sole che furono stimate bastevoli et quanto al dogma et quanto a' costumi». Lo
stesso concetto si trova espresso anche ibid., p. 11 v. Cfr. anche i landiani Quattro libri
de dubbi con le solutioni a ciascun dubbio accommodate. La materia del primo è naturale,
del secondo è mista (benché per lo più sia morale), del terzo è amorosa et del quarto
è religiosa. In Vinegia, appresso Gabriel Giolito de'Ferrari et fratelli, MDLII, p.291-92:
Cristo ci ha insegnato «tutte le cose necessarie alla salute nostra».
64. Dialogo, p. 33r: «se non sarete studiosa della parola di Dio ... come saprete
ch'egli sia trino et uno?» Credo di poter interpretare questo passo come un'insinuazione
contro il dogma trinitario.
65. Vita, pp. 28v, 30v, 5v.
66. Dialogo, p. 20r: «mentre con esso voi favello delle cose divine, voi non udite
me, ma udite lo spirito santo che favella in me». Lo stesso concetto è ribadito ibid.,
pp. 32v-33r.
67. Stella, II, p. 96, nota 273.
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sutilità, curiosità o misterii che non fano bisogno né sono de utilità a una vita
bona et Christiana»6*.
Il punto focale, nel quale i vari fili conduttori della Vita di Ermodoro si incontrano, è il tema della predicazione evangelica. Nello svolgimento di tale
tema il Lando ripropone motivi che abbiamo già incontrato in forma sommaria
nel Ragionamento di Nicolò Madruccio e anticipa formulazioni che ritorneranno nel Dialogo della Sacra Scrittura. In effetti l'urgenza del compito di diffusione della parola divina è il sentimento che fa vibrare di tensione tutte le
operette dichiaratamente religiose del Lando. In tali opere la «parola di Dio»
significa in primo luogo la Scrittura, fonte di consolazione, la quale deve essere
predicata con umiltà, senza speranza di retribuzione e in tutta la sua purezza,
senza aggiunte né detrazioni 69 . Ma per «parola» s'intende anche il predicatore
ispirato, bocca dello spirito santo 70 . Quest'ultimo è il più valido portavoce di
Dio perché l'intelligenza della Scrittura non dipende dalla morta lettera ma dal
magistero e dall'ispirazione dello spirito, che ammaestra internamente l'eletto 71 .
Così se da un lato i problemi e i momenti della predicazione diventano i problemi e le esperienze del predicatore, questi a sua volta si riduce a una voce. Tutte
le sue forze, le sue risorse e la sua vita stessa sono al servizio dell'opera di evangelizzazione: egli non risparmia fatica alcuna dove sa di poter far profitto, è
disposto a ire pel fuoco, a camminare a fil di spada per scolpire Cristo nei
cuori 72 . Ma il suo compito è difficile. La verità genera odio, la parola di Dio è
occasione di scandalo e di sedizione: i potenti della terra, principi e città, le
fanno resistenza, la ignorano, la respingono o cercano di soffocarla 73 . Il predicatore dunque si muove in un ambiente diffidente o ostile. Talvolta vede il successo e la fede fiorire intorno alla sua parola, ma quando giunge l'ora della croce
68. Ibid., p. 261.
69. Vita, pp. 26r, 36r. Anche le implicazioni negative di questa formulazione, sottaciute dal Lando, vengono in luce nelle testimonianze degli anabattisti veneti: i teologi
«hano aggionto o sminuito tanto contra la parola de Dio che non i più ordinatione sua
né de' suoi santi, ma del papa et della chiesa romana», Stella, II, p. 297. Cfr. anche sopra
nota 63. Nel Dialogo, p. lOr, anche il Lando accenna alle implicazioni negative: «alle
parole [dei santi profeti] non si deve né aggiungere né scemar cosa veruna, lì dove
hora elle s'impiastrano, s'accrescono et in varii modi si contaminano». L'esposizione, che
segue nel testo, del tema della predicazione evangelica è basata, oltre che sulla Vita di
Ermodoro, anche sulle sezioni corrispondenti del Dialogo della Sacra Scrittura. Mi έ
sembrato opportuno far confluire i due testi in un'unica esposizione per le strette affinità
che li uniscono e perchè essi derivano ambedue dalla stessa fonte.
70.
71.
72.
73.
Vita,
Vita,
Vita,
Vita,
pp. 12v, 30v. Dialogo, pp. lOr, 20r, 32v-33r. Cfr. sopra note 65 e 66.
p. 26v. Lo stesso concetto in Dialogo, p. l l v .
p. 6v.
pp. 26r, 27r-v, 30v, 36r. Dialogo, pp. 9v, 10r, lOv.
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intorno a lui si fa il vuoto 74 . La morte incombe sul suo orizzonte ed egli è «a
tutte l'hore» pronto ad andarle incontro per la gloria del Signore 75 . La sua
disponibilità alla sofferenza si alimenta con la consapevolezza che la verità è
stata sempre perseguitata (mai più aspramente che in Cristo stesso)76 e con la
memoria della parola evangelica: «ecco che io vi mando come pecore in mezzo
ai lupi» 77 . Anche la predicazione di Paolo fu accolta da mormorii minacciosi:
«che vuole questo seminator di frappe et annunciator de novi demonii?» 78
Eppure nessuno può nuocere al predicatore se Dio non vuole. I capelli del suo
capo sono contati 79 . Quello stesso Dio, che può diventare tuono e saetta per i
reprobi, si fa per lui prodigio e consolazione: lo colma di miracoli, lo conforta
nella tribolazione, lo sorregge con multiformi manifestazioni della sua presenza 80 . Forte di questo contatto e certo della vittoria finale («veramente ...
niuno può resistere alla parola d'Iddio, s'egli fusse ben più che Demostene et più
che Cicerone» 81 ), il predicatore saprà essere perseverante anche quando la sua.
opera non è coronata da frutti 8 2 . Ai potenti che contrastano il progresso della
fede egli parlerà con rigore e fermezza, come Elia parlò col re Acab o Eliseo col
re Ioram; ai principi che danno ordini contrari alla parola d'Iddio rifiuterà
obbedienza 83 . Nei momenti di prova, quando gli empi trionfano e la parola
sembra dispersa, il predicatore si abbandonerà, senza lottare e senza cercar di
capire, alla provvidenza. Nell'impenetrabile trama dei consigli divini non è
impossibile che, da un momento all'altro, gli strumenti del martirio si trasformino negli strumenti del trionfo: Dio fece si che Giuseppe venduto in Egitto fosse
costituito principe nel medesimo luogo 84 .
Il tema della predicazione come lotta e sofferenza è accompagnato dal tema
delle pene che aspettano i nemici e i persecutori del Vangelo. La parola di Dio
dovrebbe essere ascoltata con attenzione, accolta con onore e circondata di ri74. Dialogo, pp. l l v - 1 2 r : «tutti quelli che si lasciano guidare da vana persuasione a
credere al Vangelo, se ne partono poi nel tempo della tentatione».
75. Dialogo, p. 8r.
76. Vita, p. 27r-v. Dialogo, p. 23v.
77. Vita, p. 27r.
78. Dialogo, p. lOv.
79. Dialogo, p. 31v.
80. Vita, p. 32r. Dialogo, pp. 2r-v, 3r-v, 9v, 56v.
81. Vita, pp. 26r-v.
82. Ibid., p. 26ν: si deve «senza alcuno intervallo di tempo predicare et manifestare
anchora che non ne segua alcun buon corregimento di vita» (il «ne» è un emendamento
mio: la stampa legge «ve»). C f r . anche Dubbi, p. 289.
83. Vita, p. 36r. Dialogo, pp. 9v, 17v-18r. Cfr. anche Dubbi, p. 267.
84. Vita, p. 24v.
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verenza. I pagani e i loro re si piegarono davanti ad essa: invece i principi
cristiani ne scherniscono i ministri, li beffano e rifiutano di udirli 85 . Ma chi
disprezza il predicatore del verbo e lede un solo fedele disprezza e lede Dio 86 .
La Scrittura testimonia che per il disprezzo della parola di quattro dure piaghe,
cioè di coltello di fame di peste e di bestie, fu già il mondo percosso e afflitto 87 .
Terribili castighi attendono le città che riluttano al verbo e uno spaventso genere
di morte è riservato ai potenti che cercano di soffocare la verità: «Saul per contrastare et opporsi alla parola d'Iddio fu scacciato dal regno, Iezabele fu precipitata et da' cani mangiata, Sedechia fu relegato in Babilonia et ivi miserabilmente accecato», Datan e Abiron furono assorbiti dalla terra 88 . Guai a chi fa
resistenza alle oneste riprensioni perché, come dice la Sapienza, «chi odia il
rimprovero è stolto» 89 . Guai a chi non obbedisce alle salutari ammonizioni
perché egli dovrà perire e morire in eterno, come dimostrano gli esempi dei sodomiti, di Oloferne, dei fratelli di Giuseppe, di Godolia 90 . La predicazione infatti precede di poco il flagello divino e spesso la parola viene inviata da Dio
agli sviati come un'estrema ancora di salvezza prima di procedere alla loro
punizione 91 . Gli uomini dovrebbero stare attenti a non lasciarsi sfuggire questi
avvertimenti divini, perché l'ira di Dio può essere ed è stata, come insegna la
Scrittura, spietata 92 .
Nella Vita di Ermodoro predomina una visione eroica e apocalittica della predicazione del verbo. Per quanto il tono intransigente dia luogo anche qui talvolta a un tono più mite e conciliativo 93 , i poli fra i quali il discorso oscilla sono
da un lato l'idea della morte per la gloria di Dio, dall'altro la minacciosa prospettiva delle punizioni che incombono sul mondo per il disprezzo e la persecuzione
della sua parola.
La collocazione di quest'operetta nella complessa geografìa della religiosità
europea verso la metà del XVI secolo è subordinata all'identificazione delle
fonti. Se ne possono distinguere almeno tre: Lutero, l'Enchiridion
militis
christiani di Erasmo, le Pandectae di Brunfels.
Lutero è presente più come sostrato teologico generale (nella dottrina della
85.
86.
87.
88.
89.
Dialogo,
Vita, p.
Vita, p.
Vita, p.
Vita, p.
pp. 10r-v.
26v. Dialogo, p p . lOv, 31v.
26v. C f r . Pandectae, p. 58r.
26r. Gli stessi esempi in Dialogo, p. lOr.
27v. C f r . anche Dialogo, p. 12r.
90. Vita, p. 27v.
91. Dialogo, p p . 5 r - v .
92. Ibid., p p . 4 v - 5 r .
93. Vita, p . 2 7 v .
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giustificazione per la fede e nei suoi corollari) che non come ispiratore di passi
precisi (anche se una frase come «era divenuto per Giesù Christo servo di
ogn'uno» 94 , posta a suggello delle varie opere di carità attiva del protagonista,
sembra una chiara eco del trattato Della libertà del cristiano9*).
Più precisa è la dipendenza da Erasmo. Quella critica indiretta del mcmacesimo tradizionale, che è - c o m e abbiamo già visto-la descrizione della comunità di
Saba, dipende dall'Enchiridion sia nell'ispirazione generale sia in alcuni tratti
particolari: come nell'atteggiamento verso la preghiera 96 , verso gli abiti, verso il
digiuno e verso la proprietà. Qualcuna delle frecciate antimonastiche più scoperte, come l'osservazione che Ermodoro non distribuì il suo ai poveri come
molti fanno per mendicar poi l'altrui 97 , sono tolte di peso dall' Enchiridion99;
e fra i detti notabili di Ermodoro ve ne sono di quelli che traducono e altri che
traslitterano passi della famosa operetta erasmiana 99 . La riprova del fatto che il
Lando, mentre componeva la Vita di Ermodoro, aveva sottomano l'Enchiridion
e ne traeva ispirazione è data dal capitalo XLII: la «bellissima conclone» del
sant'uomo, di cui in questo capitolo si dà un sommario, traduce verbalmente e
quasi integralmente una pagina àtW'Enchiridion imperniata sull'idea che non è
lecito indulgere ai propri vizi giustificandoli con l'esempio dei santi o con il
richiamo a passi scritturali, ma che si deve tenersi fermi all'imitazione di Cristo
inteso come modello di povertà di umiltà di abnegazione 100 .
94. Vita, p. 5v.
95. Martin Luthers Werke, WA VII, p. 49.
96. Cfr. sopra, nota 45.
97. Vita, p . 7 r .
98. Enchiridion, p. 16lr: «mi meraviglio ... di quegli che una volta abbandonano ciò
che hanno al mondo per andar più vituperosamente mendicando quello d'altrui». Cfr.
LB V, col. 59.
99. Vita, p. 20v: «chiunque non vuol patire esser segno che non brami d'esser coronato». Cfr. Enchiridion, p. 61 ν : «Qual cosa essere può più dilicata et molle che a volere
regnare con il capo Christo et non volere sofferire seco insieme?», LB V, col. 23. Occorre
tuttavia dire che la fonte dalla quale sono attinti quasi tutti i «detti memorabili» di
Ermodoro è l'imitazione di Cristo. Darò solo alcuni esempi: «esser più sicura cosa lo
star in soggettione che in prelatura», «la mala consuetudine vincersi con la buona»,
«Iddio haver molti bramosi del suo regno et pochi portatori della sua croce», «la molta
curiosità spesso impedire la vera intelligentia delle scritture» (Vita, pp. 20v-21v) traducono altrettanti enunciati dell'Imitazione: «multo tutius est stare in subiectione quam in
praelatura», «consuetudo consuetudine vincitur», «habet Iesus nunc multos amatores
regni sui caelestis, sed paucos baiulatores suae crucis», «curiositas nostra saepe nos impedit in lectione scripturarum» (Thomae Hermeken a Kempis Opera omnia, ed. Michael
Joseph Pohl, Friburgi Brisigavorum 1904, vol. II, pp. 16, 39, 80, 13). Gli esempi si
potrebbero moltiplicare.
100. Vita, pp. 29r-30r. Cfr. Enchiridion, pp. 133r-134v.
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La fonte dalla quale la Vtta di Ermodoro più largamente attinge, compendiandola e talvolta alterandola, è ancora Brunfels. I capitoli X X X I I , X X X I I I ,
XXXIV, XXXV, XXXVI, XXXVII, X X X V I I I , X X X I X , XL e XLIX - che
svolgono tra l'altro i temi dell'imitazione di Cristo e della predicazione evangelica riassunti nelle pagine precedenti - sono prevalentemento o esclusivamente
intessuti di citazioni delle Pandectae.
Il confronto fra il testo del Lando e quello di Brunfels dimostra che quella
utilizzazione delle Pandectae per sezione trasversale, della quale abbiamo visto
un esempio nel Ragionamento di Nicolò Madruccio (e che si ripresenta nel capitolo XLIX della Vita di Ermodoro, mosaico di citazioni tratte da ben cinque
libri delle Pandectae), è un caso limite di disinvoltura. In tutti gli altri capitoli
dipendenti dalle Pandectae il Lando procede con maggior ordine nei confronti
della sua fonte e ne rispetta la struttura concettuale 101 , pur senza rinunciare alla
propria indipendenza.
Il procedimento principale, attraverso cui tale indipendenza si fa valere, è la
selezione. Essa può diventare così energica da equivalere a un'alterazione del
senso originale. Un esempio di questo procedimento offrono i capitoli X X X I I e
X X X I I I , che dipendono ambedue dal primo libro delle Pandectae e precisamente da quella sezione in cui, sotto il titolo «de Deo», Brunfels conduce un
discorso abbastanza sistematico sulla natura e gli attributi divini, muovendo
tradizionalmente dall'unità e trinità di Dio fino alla sua onnipotenza e provvidenza in senso predestinatario. Di questo discorso, articolato da Brunfels in ben
37 rubriche, il Lando coglie solo due enunciati - quello della imperscrutabilità
dei giudizi divini e quello che Dio mette alla prova i suoi eletti attraverso il
dolore - rielaborando ciascun enunciato in un brevissimo capitolo. Ma mentre
per Brunfels il principio della imperscrutabilità dei giudizi divini rientra 101. I capitoli X X X I I e X X X I I I dipendono dal libro primo delle Pandectae, sezione
«De Deo». Il cap. X X X I V dipende dalla sezione «De Christo» del libro primo e dalla
sezione «De populo Dei» del libro secondo delle Pandectae. Il cap. X X X V dipende
dalle tre rubriche «De fide et confidentia in Deum et quod sola fides vera salvet», «De
spe», «De libero arbitrio» del terzo libro delle Pandectae. I capp. X X X V I e X X X V I I
dipendono dalla sezione «De Evangelio» del libro quarto delle Pandectae. Il cap.
X X X V I I I dipende dalla sezione «De praedicatoribus et prophetis» del libro quarto
delle Pandectae, con una interpolazione tratta dal primo libro, sezione «De Deo». Il
cap. X X X I X dipende dalla terza sezione del libro quarto delle Pandectae «De lege».
Il cap. XL s'incentra su una citazione del primo libro, sezione «De Christo», rubrica
«Causae incarnationis Christi». Il cap. XLIX è una immagine del perfetto cristiano
composta di citazioni tratte da cinque libri delle Pandectae: il primo («De Deo»), il
secondo («de ecclesia et populo Dei»), il terzo («De charitate et fide»), il quarto («De
evangelio»), il quinto («De ecclesiastica potestate», «De principatu», «De obedientia»).
Anche la parte finale del cap. XLII dipende dalle Pandectae.
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come risulta dai rinvìi che egli fa e dagli esempi che adduce - nel discorso sulla
predestinazione e sul servo arbitrio, il Lando interpreta questo stesso principio
in senso provvidenziale. Di fronte alla sconfitta e al dolore - viene a dire il suo
testo - l'uomo evangelico non deve disperare né deve presumere di poter giudicare il senso degli eventi in base al suo intelletto: si lascerà invece sprofondare
nell'abisso grande dei disegni divini, che possono mutare la scena della sconfìtta
nella scena del trionfo. Questa deviazione del discorso di Brunfels è il risultato
di un processo selettivo: tra gli esempi addotti nelle Pandectae per illustrare
l'imperscrutabilità dei giudizi divini soprattutto nel senso della predestinazione,
il Lando isola infatti l'unico esempio adatto a sostenere un'interpretazione
provvidenziale, l'esempio di Giuseppe'02.
Il capitolo XXXIII della Vita di Ermodoro espone - sempre con argomentazioni prese a prestito dalla sezione «de Deo» del primo libro delle Pandectae il principio che Dio sottopone i suoi eletti a dure prove per renderli più sperimentati. Qui, fondendo insieme due rubriche che in Brunfels sono indipendenti la rubrica «in ogni tempo e in ogni cosa che succeda, sia prospera sia avversa,
occorre lodare Dio» e la rubrica «Dio tenta i suoi per renderli più sperimentati» - il Lando viene ad enunciare il principio settario che occorre lodare Dio
specialmente per le avversità, perché esse sono il segno dell'elezione103.
102. D o qui il testo del cap. X X X I I della Vita, seguito dal corrispondente testo
delle Pandectae. Vita, p. 24 ν : «Gran cura si prendeva Ermodoro di raffrenare la smoderata curiosità de' suoi discepoli, mostrando occulti esser li giudicii divini et infinita la
divina prudentia, spesse fiate ripettendone quel detto del salmo <iudicia Dei abissus
multa> et alla memoria riducendone la mirabil Providentia d'Iddio, il quale permesse
che Giosefo in Egitto venduto nel medesimo luogo fusse constituito principe.» Pandectae,
p. 9r: «De iudiciis Dei occultis et mirabili Providentia eiusdem. Iudicia Dei abyss us
multa. Ps. 36. Mirabili Dei Providentia Ioseph a fratribus venditus est in Aegyptum,
et tamen ibi in principem constituais. Gen. 37. 41.»
103. D o qui di seguito il testo del cap. X X X I I I della Vita di Ermodoro e il corrispondente testo delle Pandectae di Brunfels. Vita, p. 25r : «Soviemmi che una fiata,
essendoci venuti a visitare alcuni nobili alessandrini, mostrò con diffuso sermone esser
da lodar Iddio in ogni et qualunque cosa che ne occorra, o prospera o avversa, spesso
ripetendo quelle sante parole quai disse Tobia <benedicite Deum celi et coram omnibus
viventibus confitemini nomini eius>, aggiungendo che Iddio tenta sovente volte i suoi
per farli più ¡sperimentati, sì come già tentò Abraam et lasciò tentare Ezechia dalli ambasciatori del re di Babilonia. T r o p p o prolisso sarei se io volessi addure tutti i luoghi
della scrittura quai con divina memoria cittò per confermare et stabilire nell'animo
nostro ch'Iddio ne tenta et ne castiga per nostro singoiar profitto, si come Geremia disse
al cap. 31 del suo vaticinio castigasti me Domine et eruditus sum>.» Pandectae, pp. l l r ,
12v: «Omni tempore et in omnibus, sive prosperis sive adversis, laudandus Deus. Benedicite deum coeli et coram omnibus viventibus confitemini nomen eius Tob. 12. Deus
tentât suos ut facial probatos. Tenta vit Deus Abraam. Gen. 22. Dereliquit Dominus
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Anche il capitolo X X X V I I I della Vita di Ermodoro documenta una dipendenza formale dalle Pandectae alla quale corrisponde di fatto uno spostamento
di accenti. Qui il Lando rifonde la sezione «de praedicatoribus et prophetis» del
quarto libro delle Pandectae, dando anche di essa un'interpretazione settaria,
presentando cioè la persecuzione e la sofferenza come suggelli di un'autentica
vocazione apostolica e ministeriale. Tale idea, tutt'altro che estranea a Brunfels 104 , risulta però accentuata e quasi irrigidita attraverso la rielaborazione cui
il Lando ha sottoposto il materiale distribuito nelle 19 rubriche del testo originario. Per esempio all'interno della prima rubrica, intitolata «l'autorità e la
missione degli apostoli», Brunfels raccoglie una serie di citazioni per dimostrare
che l'autorità degli apostoli procede da Cristo e che la loro missione è stata voluta da lui. Il Lando, ignorando questa dimostrazione, estrae dal mazzo delle
citazioni l'unica atta a presentare la missione degli apostoli come un'esperienza
di persecuzione e di morte: «ecco che io vi mando a guisa di pecore in mezza ai
lupi»; e per puntellarla con altri testi ricorre, con un brusco salto indietro, alla
già menzionata rubrica del primo libro «Dio tenta i suoi per renderli più sperimentati» 105 . Attraverso la selezione e la concentrazione il Lando aggiusta dunque il discorso di Brunfels sui predicatori e i profeti per renderlo adatto a una
situazione in cui lo stato di persecuzione è permanente, l'accettazione della croce
da parte dei pastori necessaria, il conflitto col potere politico insanabile, la
grazia principale che la comunità deve chiedere a Dio per il suo predicatore è
la fortezza, la meta finale dell'imitazione di Cristo è il martirio.
Non mancano nella Vita di Ermodoro passi che riflettono più fedelmente il
contenuto delle Pandectae. E' questo il caso del capitolo X X X V I , che condensa
la prima sezione del libro quarto delle Pandectae intitolata «de Evangelio».
Tale scottante sezione dell'opera brunsfeliana riflette l'esperienza del «Vangelo» come chiarificazione e al tempo stesso come sconvolgimento106. Il «Vangelo» è la parola fissata: come tale esso è principio di chiarimento e pietra di
paragone alla quale commisurare la validità delle dottrine, la fondatezza delle
tradizioni, la qualità degli uomini («non bisogna aggiungere né togliere niente
alla parola di Dio», «il verbo di Dio deve essere predicato sinceramente, senza
Ezechiam, ut tentaretur a nuntiis regis Babilonis. 2 Par. 32. Castigasti me Domine et
eruditus sum. Hier. 31.»
104. Cfr. Ginzburg, Nicodemismo,
pp. 80-81.
105. Vita, pp. 27r-v. Cfr. Pandectae, pp. 60v-65v. La frase: «le tribulationi ... ne
raffinano a quella foggia a punto che veggiamo nella fornace raffinarsi l'oro» dipende invece dalla p. 12v delle Pandectae: «Probabit me quasi aurum in fornace.»
106. Pandectae, pp. 43v-60v. L'esposizione sommaria della sezione «De Evangelio»,
che segue nel testo, è condotta sulla base dell'interpretazione che ne dà il Lando.
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inganno né superbia, e senza speranza di retribuzione»). Dietro la parola fissata
sta però lo spirito che l'ha ispirata ai santi e che continua ad ammaestrare interiormente gli eletti : senza questa ispirazione la Scrittura non è che morta lettera,
priva di forza e di efficacia («l'intelletto delle Scritture non dipende dalla morta
lettera, ma dal magistero e dall'erudizione dello spirito di Dio, che ci forma e ci
ammaestra interiormente»). Messa in rapporto con l'afflato dello spirito la parola si carica di tensione, diventa un nucleo incandescente che scatena intorno
a sé lotte e tumulti («la parola di Dio è occasione di tumulti e di sedizioni», «la
parola di Dio fa sette e divide popoli e nazioni»). La fede nella forza irresistibile della parola, la consapevolezza che il potere si oppone sempre alla verità, la
certezza che la punizione divina colpirà gli avversari : ecco i sostegni di chi combatte per il Vangelo («alla parola di Dio nessuno può resistere né valgono contro di essa tutti i Ciceroni e i Demosteni», «i potenti hanno sempre fatto resistenza alla verità», «al disprezzo della parola segue il castigo»). Ma l'insistenza
stessa sulla punizione celeste, che aspetta chi fa resistenza alla parola, tradisce
l'esperienza della sconfitta terrena. L'uomo evangelico si rifugia nel contatto
personale con Dio, perché l'applauso del mondo gli si è estinto intorno e gli
amici carnali si sono dileguati nel momento della croce («anche se sembra che il
mondo riceva la parola di Dio e ci applaude, tuttavia nel tempo della croce non
persevera; perciò nessuno confidi nel mondo, cioè in alcun amico carnale», «Dio
parla familiarmente ai suoi fedeli ed eletti ed essi hanno con lui un rapporto
familiare»). L'incrinatura del dubbio rende necessaria l'esortazione alla perseveranza nell'insuccesso («bisogna continuare a predicare, anche se non ne segue
alcun emendamento di vita»). All'esperienza della lotta e della sconfitta senza
prospettive è collegato il ripiegamento nella dissimulazione («fra gli increduli e
i pertinaci possiamo dissimulare e fingere, specialmente se non c'è speranza,
perché Dio pondera i cuori») e la teorizzazione della tolleranza («bruciare gli
eretici è contro la volontà dello spirito»).
Come si può vedere dal confronto sottostante 107 , il capitolo X X X V I della
107. Do qui di seguito il testo del cap. X X X V I della Vita e i passi corrispondenti
delle Pandectae. Vita, pp. 26r-v: «Si avide egli un giorno ch'io haveva nelle mani le
comedie di Aristophane et prese di qui argomento di ragionare et ragionò diffusamente
come le Sacre Scritture et non i libri pagani n'erano state date per consolatione,
mostrando come in quelle si stesse Giesù Christo velato, alle quali né aggiungere né
scemar si deve. Appresso mostrò doversi la parola d'Iddio et leggere et insegnare senza
inganno, senza fasto et senza speranza di retributione, scorrendo a guisa di perfetto
rhetorico et di quelle città ramemorando che furono acerbamente punite per haver fatto
resistenza alla parola d'Iddio. Né sbigottir doverci per esser quella alcuna fiata occasione di tumulto et di seditione et farsene molti peggiori poscia che udita l'hanno ...
Veramente che niuno può resistere alla parola d'Iddio s'egli fusse ben più che Demostene
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Vita di Ermodoro propone ai lettori italiani il discorso di Brunfels sul Vangelo
nelle sue linee principali, eccettuate le rubriche sulla dissimulazione e la tolleranza - la cui omissione non sorprende per il tono ispirato ed eroico che predomina nell'operetta landiana.
Perché Ortensio Lando - dopo aver variamente ridotto, irrigidito o spostato
il discorso di Brunfels - ne riassume poi la trattazione sul Vangelo con notevole fedeltà? Bisognerà concludere che questa sezione delle Pandectae, nata nel
clima della Riforma in espansione e legata alle vicende della guerra dei contadini, poteva essere trasferita di peso nel clima della Controriforma incombente
e applicata alla situazione di piccoli gruppi eterodossi italiani, che si muovevano
in uno spazio esiguo, fra la prospettiva del rogo e l'espediente dell'abiura. La
presentazione del Vangelo come principio di chiarificazione e di liberazione,
verità interiore che scatena all'esterno l'implacabile persecuzione del potere,
riflette un'esperienza analoga a quella di cui tali gruppi si sentivano protagonisti
e testimoni.
Il contenuto radicale della Vita di Ermodoro è mascherato attraverso una
serie di espedienti atti a farlo passare inosservato. Varrà la pena di concludere
il nostro esame, passandone rapidamente in rassegna i principali tipi. Si possono
distinguere espedienti simulatori ed espedienti dissimulatori. Fra gli espedienti
simulatori rientra per esempio l'assunzione di Ermodoro nello sdiema di una
santificazione tradizionale, completa di adorazione, intercessione, ex voto:
«Fece manifesto al mondo Iddio quanto l'amasse et per caro l'havesse, facendo
a ciascaduno gratia di impetrare per il costui mezo quanto giustamente si
et più che Cicerone. Et chiunque sprezza li annunciatori della divina parola, dir si può
ch'egli sprezzi Iddio stesso. Devessi adunque senza alcuno intervallo di tempo predicare
et manifestare anchora che non ne segua alcun buon corregimento di vita. Ben è vero
ch'ella si dovrebbe udire attentamente et con somma diligentia, né pensare che l'intelligentia delle più Sante Scritture dependa della morta lettera, ma dal magistero et eruditione dello Spirito Santo il quale internamente ci insegna.» Questo discorso è un
mosaico di titoli delle rubriche brunfelsiane. C f r . Pandectae, pp. 44r-54v: 'Scrip tur ae
nobis datae sunt ad consolationem. In prophetis velatus est Christus. Nihil
addendum
vel detrahendum verbis Dei. Verbum Dei syncere, sine dolo, fastu aut spe retributionis
praedicandum. Civitates punitae sunt quae "non receperunt verbum. Verbum Dei occasio
tumultus et seditionis. Ex audito verbo quidam peiores fiunt. Qui praecones verbi contemnit, Deum contemnit. Verbo Dei nemo potest resistere ñeque valent contra illud
omnes Cicerones aut Demosthenes. Indesinenter praedicandum est etiam si emendatio
vitae non sequatur. Verbum Domini audiendum attente et diligenter. Intellectus Scripturarum non est ex mortua litera, sed ex magisterio et eruditione spiritus Dei, qui
format et docet nos intrinsecus
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desiderasse. Niuno indarno dimandò il patrocinio suo che dall'alto cielo essaudito
non fusse: testimonianza di ciò fanno le tavole appese.»108
Fra i procedimenti dissimulatori rientrano espedienti di natura semplice, come
la presentazione dell'opera quale traduzione dal greco dell'età alessandrina e
l'uso di una specie di trasparente linguaggio cifrato, nel quale i cattolici divengono gli «ariani» i «mori» o i «giudei», e i santi divengono i «cattolici»109.
Fanno parte degli espedienti dissimulatori anche l'uso dell'allusione cifrata
(come quando si annovera fra le opere di Ermodoro un'interpretazione della
lettera ai Romani definita «metodo del cristianesimo»), l'uso dell'insinuazione
subito lasciata cadere (la teoria del sonno delle anime è adombrata in un breve
inciso a proposito della morte di Ermodoro 110 ) e l'uso del luogo comune in funzione camuffatoria. Di quest'ultimo espediente il Lando fa un uso magistrale: si
può dire che l'intera Vita di Ermodoro, costellata com'è di topi della letteratura
agiografica, sia un'illustrazione della destrezza con cui l'autore si serve del luogo
comune per addormentare l'attenzione dei censori. Ma si possono individuare
anche frasi precise, che celano sotto il guscio del luogo comune un nucleo eterodosso. Per esempio il detto di Ermodoro «nulla giovar possono le creature se si
abbandoni lo creatore» riecheggia una formula ricorrente (la si trova anche
neirImitazione di Cristo111), ma prenda di mira il culto delle immagini e dei
santi 112 .
Espedienti dissimulatori più complessi sono l'omissione o la reticenza, il salto
dei nessi logici e l'uso di sottacere le premesse. Per esempio nel capitolo X X X V I I I
della Vita di Ermodoro il principio che i potenti hanno sempre fatto e sempre
faranno resistenza alla verità viene illustrato con una serie di esempi tratti dalle
Pandectae e culminanti nell'esempio di Cristo, ma rimane inespresso nella sua
formulazione apodittica 113 .
108. Vtta, p. 34v.
109. Ibid., pp. 7v, 8v, 13v, 14v, 27r. Anche nel Dialogo, p. 18r, si esprime la speranza
che «a* nostri tempi» sì trovino «huomini di sì franco core et di sì intrepida fronte che
per la gloria di Christo osino di favellare arditamente co' Turchi, co' Mori, co' Saraceni
et con altri nemici del Vangelo».
110. Vita, p. 34r: «seppesi incontanente nella città et nel contado della morte del
maestro nostro, benché morte chiamar non si doverebbe, ma sonno».
111. Thomae a Kempis Opera Omnia, cit., vol. II, p. 202: «De neglectu omnis creaturae ut creator possit inveniri.»
112. Vita, p. 20v. Che la frase sopra citata sia probabilemente diretta contro il culto
delle immagini si deduce dal confronto con un passo analogo della Vita, pp. 25v-26r,
dove Ermodoro biasima la stolta confidenza che nelle umane creature aver si suole.
Quest'ultimo passo traduce una rubrica brunfelsiana «De stulta confidentia in homine
vel creatura» diretta anche contro il culto delle immagini. Cfr. Pandectae, p. 39r.
113. Vita, pp. 27r-v: C f r . Pandectae, pp. 62v.
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Un caso particolarmente raffinato di questo tipo di discorso allusivo, ammiccante, fatto di accenni, intelligibile solo agli iniziati, si ha nel capitolo X V I I I
della Vita. Qui si narra come Ermodoro debellasse e spegnesse una pestilente
eresia suscitata in Smirna da «alcuni tropo curiosi investigatori»: «andavano
costoro seminando che Christo non fusse stato crocifisso, ma in luogo suo un
corpo fantastico, et oltre questo ... non potersi salvare se insieme col battesimo
non ci circuncidevamo» 114 . In queste poche righe un orecchio attento e consenziente poteva cogliere, se non erro, un'allusione contro il battesimo - l'equivalente cristiano della circoncisione ebraica - e al tempo stesso una puntata contro
la divinità di Cristo. La dottrina del «corpo fantastico» è infatti un'allusione
all'eresia dei Marcioniti, accusati di negare la concezione e nascita umana di
Cristo e inoltre di sostenere che la sua passione e la sua morte siano state solo
apparenti. Negli ambienti eterodossi italiani - inclini ad accentuare la dimensione fragile e dolorosa della figura di Cristo - ci si serviva dell'accusa di marcionismo come di un'arma contro gli avversari che accentuavano la natura
divina del Redentore 115 .
IV.
I L <DIALOGO DELLA CONSOLATIONE ET UTILITÀ CHE SI GUSTA LEGGENDO
LA SACRA SCRITTURA> ( 1 5 5 2 )
L'opera di propaganda eterodossa nella quale Ortensio Lando è impegnato
il 1550 raggiunge il suo momento più sistematico nell'operetta pubblicata
il titolo Dialogo della consolatione et utilità che si gusta leggendo la
Scrittura116. Il dialogo, nel quale l'autore ha come interlocutrice Lucrezia
zaga, si divide in 7 parti.
verso
sotto
Sacra
Gon-
114. Vita, p. 13v.
115. Cfr. Del fuggir le superstitioni che ripugnano a la vera e sincera confession
de
la fede ... composte già da M. Gio[vanni]
Cai [vino], s. 1. 1553, p. X X I r . L'anonimo
traduttore italiano del trattatello De fugiendis impiorum sacris e degli altri scritti antinicodemitici di Calvino premette alla sua traduzione un discorso che difende come
legittima la fuga nella persecuzione. Egli motiva la sua tesi con lo spavento e l'orrore
che la natura umana prova davanti alla morte. Neanche Cristo fu preservato da questo
orrore, in quanto partecipe della natura umana. Contro coloro che invece sostengono
che la trepidazione di Cristo davanti alla morte non fosse «naturale affetto», l'anonimo
traduttore obietta che una tale convinzione «viene ad aprir la porta a l'impietà
de' Marcioniti et a formare un huomo [Cristo] composto d'un'anima e d'un corpo fantastico et imaginario.»
116. Anche questa operetta è pubblicata «al segno del Pozzo», cioè dal tipografo
Andrea Arrivabene. L'orientamento luterano di Andrea Arrivabene è denunciato da
Pietro Manelfi, cfr. Ginzburg, Costituti, p. 49.
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La prima parte tocca i seguenti punti: Dio, Cristo e lo spirito santo; la chiesa
e il popolo di Dio; la fede e la carità (con un accenno alla predestinazione); il
Vangelo. La seconda parte riprende il discorso sul Vangelo e tocca inoltre
i seguenti punti: i predicatori e i profeti; la grazia e la legge (per accenni); il
peccato; la penitenza; lo spirito, la carne e la lettera (per accenni); il potere
ecclesiastico; il potere secolare; l'obbedienza; la legge mosaica; la superiorità
della Bibbia su tutti gli altri libri. La terza parte riprende il discorso sulla legge
mosaica in quanto ancora valida e tocca inoltre i seguenti punti: le cerimonie
e la loro abrogazione; il matrimonio e la castità (per accenni); le opere buone;
l'orazione (per accenni); le virtù e i vizi; di nuovo la superiorità della Bibbia
sulla letteratura profana e anche religiosa; cataloghi dei figli degeneri, degli
uomini illustri del Vecchio e Nuovo Testamento, delle donne illustri e scellerate
del Vecchio e Nuovo Testamento, dei primi inventori delle cose, dei longevi;
modelli di preghiere del Vecchio Testamento; catalogo delle orazioni ed esortazioni militari del Vecchio Testamento. La quarta parte tocca i seguenti punti : la
pazienza e specialmente la croce e la sofferenza dei santi; la tutela esercitata
da Dio sui santi e gli espedienti con i quali i santi si possono difendere; di nuovo
la superiorità della Bibbia; la necessità di perseguire la pace anche coi malvagi
e la convivenza coi malvagi; la lussuria (per accenni); l'atteggiamento degli
eletti, i loro dissensi, il dovere degli eletti di perseverare e di evitare lo zelo
eccessivo; la Bibbia e il contrasto fra sapienza e eloquenza; la superiorità anche
retorica e dialettica della Bibbia provata con la dimostrazione che in essa si
trovano tutte le figure retoriche lodate nei poeti; la Bibbia come depositaria
della vera erudizione e della vera filosofia; che ordine si deve seguire nel leggere
i libri sacri; esposizione sommaria del contenuto dei diversi libri della Bibbia
(Genesi, Esodo, Levitico). La quinta parte continua l'esposizione sommaria dei
diversi libri della Bibbia (dai Numeri fino alla lettera ai Filippesi) seguendo il
canone protestante, cioè tralasciando i libri controversi. La sesta parte contiene
l'esposizione sommaria delle residue lettere apostoliche e dell'Apocalisse e inoltre
tocca i seguenti punti: il canone e le divergenze su di esso; il contrasto fra il
canone ebraico e quello cristiano; i libri controversi e alcuni libri apocrifi veterotestamentari (III e IV di Ezra, confessione di Manasse), loro esposizione e loro
difesa in quanto libri agiografici (scritti da santi uomini); svalutazione dei filosofi pagani nei confronti della Bibbia; ancora esaltazione della Bibbia. La settima parte contiene un breve credo sotto specie di ricapitolazione e la spiegazione di una serie di locuzioni oscure della Bibbia.
Qui ci si limiterà a trattare questa operetta dal punto di vista della sua dipendenza dalle Pandectae e da altre opere uscite dal gruppo strasburghese nel quale
si muoveva Brunfels. Dalle Pandectae dipendono le prime quattro parti del
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Dialogo117;
u n a sezione della t e r z a p a r t e d i p e n d e dai Catalogilis
Brunfels, una sezione della quinta p a r t e e una sezione della s e t t i m a "
d i r e t t a m e n t e dalla Collectanea
troporum120
dello stesso
9
dipendono
di Westhemer.
O l t r e ad essere la f o n t e più largamente utilizzata, le Pandectae
costituiscono
anche la c o m p o n e n t e più significativa del discorso svolto nel Dialogo
della
117. La prima parte del Dialogo dipende dai libri primo, secondo, terzo e quarto
delle Pandectae. Le sezioni dell'opera brunfelsiana che confluiscono nel testo del Lando
sono nell'ordine: dal libro primo le sezioni «De Deo», «De Christo», «De spiritu
sancto»; dal libro secondo le sezioni «De ecclesia Dei», «De populo Dei»; dal libro
terzo le sezioni «De charitate», «De fide et confidentia in Deum et quod sola fides vera
sal vet », «De spe», «De praedestinatione» (accenno); dal libro quarto la sezione «De
Evangelio». La seconda parte del Dialogo dipende dai libri quarto, quinto, sesto, settimo
delle Pandectae. Le sezioni frunfelsiane che confluiscono nel discorso del Lando sono
nell'ordine: dal libro quarto le sezioni «De Evangelio» (rimasta interrotta), «De praedicatoribus et prophetis», «De gratia» (accenno), «De lege», «De peccato», «De poenitentia», «De littera et spiritu»; dal libro quinto le sezioni «De ecclesiastica potestate», «De
principatu», «De obedientia», «De homine»; dal libro sesto le sezioni: «De officio hominis», «De officio iudicis», «De officio adulescentum» ; dal libro settimo la sezione «De
legibus reipublicae mosaicae». La parte terza del Dialogo dipende dai libri settimo,
ottavo, nono e dodicesimo delle Pandectae. Le sezioni dell'opera di Brunfels che confluiscono nel discorso del Lando sono nell'ordine le seguenti: dal libro settimo la sezione
«De legibus reipublicae mosaicae» (rimasta interrotta); dal libro ottavo le sezioni «De
religione vera», «De signis», «De operibus», «De oratione» (accenno); dal libro nono le
sezioni «De virtutibus et vitiis contrariis», «De vitiis», «De fortuna et prosperitate impiorum»; dal libro dodicesimo, che è un libro miscellaneo, alcune rubriche etrogenee,
fra cui «Fingere et simulare licet coram impiis propter vitandum vel praeveniendum
periculum». La parte quarta dipende dai libri nono e dodicesimo delle Pandectae. Le
sezioni brunfelsiane che confluiscono nel discorso del Lando sono le seguenti: dal libro
nono le sezioni «De patientia et tentatione sanctorum», «De pace servanda et de bono
illius», di nuovo «De vitiis»; dal libro dodicesimo il Lando riprende alcune rubriche
eterogenee fra cui «Fidelibus longanimitate est opus, nam solet interdum differre promissiones Deus», «Etiam pii interdum dissentiunt», «De zelo nimis fervido et intemperato».
118. Catalogi Othonis Brunfelsii. Virorum illustrium Veteris et novi Testamenti. Virorum obscurorum utriusque Testamenti. Illustrium item mulierum. Obscurarum dein
mulierum. De bellis, victoria et triumphis iustorum contra impios. Orationes, exhortationes, obsecrationes patrum, prophetarum, regum et virorum illustrium. De tyrannide
et bellis impiorum contra iustos. S. 1. a. (ma Strasburgo, Jo. Sdiott, 1528). Cfr. Dialogo,
pp. 27r-28r.
119. Dialogo, pp. 34v-35v, pp. 66v-68v.
120. Collectanea troporum communium Bibliorum non aestimandis sudoribus recognita et locupletata, summa tum diligentia tum iudicio ex sacrorum patrum scriptis
excerpta Bartholomaeo Vesthemero collectore, Basileae apud Tomam Volfium anno
M D X X X I I I . Dalla prima parte di quest'opera dipendono le pagine 34v-35v del Dialogo, dalla seconda parte dipendono le pp. 66v-67r.
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consolatione che si gusta leggendo la Sacra Scrittura. Mentre i Catalogi di Brunfels e la Collectanea di Westhemer sono utilizzati prevalentemente 1 2 1 come repertori di erudizione biblica, le Pandectae forniscono la trama che sottende
l'argomentazione teologica del Lando. La prima e la seconda parte del dialogo
costano quasi esclusivamente, la terza e la quarta parte prevalentemente di titoli
delle rubriche brunfelsiane cuciti uno dietro l'altro e spesso - ma non sempre accompagnati da uno o più degli esempi che li illustrano nell'originale. Questo
sistema di composizione dà alle corrispondenti parti del dialogo un andamento
discontinuo e saltellante, un che di frettoloso e di superficiale, che spiega in parte
la disattenzione con cui quest'opera è stata finora letta. In realtà le prime quattro parti dell'opera possono essere considerate un efficace concentrato delle
Pandectae in vista della loro diffusione in Italia.
Anche qui, come nelle Vita di Ermodoro, la possibilità di scegliere non solo
fra le varie rubriche, ma anche all'interno delle rubriche stesse, f r a i molti esempi
e citazioni ivi raccolti, mette il Lando in condizione di ricostruire gli elementi
presi a prestito da Brunfels in un discorso più nitidamente spiritualistico e settario, attraverso un processo di concentrazione e accentuazione di motivi già
presenti, ma in modo più diluito, nel testo originale.
Il confronto sistematico f r a il testo del Dialogo e quello delle Pandectae permette di individuare, nel rapporto di dipendenza che unisce il Lando a Brunfels,
due diversi livelli: vi è una dipendenza più superficiale, che potremmo chiamare
dipendenza a livello di rubriche, e una dipendenza più profonda, che potremmo
chiamare dipendenza a livello di esempi o di citazioni. Il confronto testuale
dimostra infatti che talvolta il Lando si limita a intessere nel suo discorso i
titoli delle rubriche brunfelsiane, ignorandone il contenuto 1 2 2 ; talvolta fa seguire
al titolo della rubrica alcuni dei testi riuniti da Brunfels sotjo di essa 123 ; altre
volte ancora dimostra l'enunciato della rubrica utilizzando tutti i testi o gli
esempi che Brunfels gli ha messo a disposizione 124 .
121. L'uso della Collectanea troporum di Westhemer come repertorio di erudizione
biblica non esclude la sua influenza su certi momenti essenziali del discorso del Lando.
Cfr. più avanti p. 56 bis.
122. Un esempio di dipendenza a livello di rubriche abbiamo dato sopra con il capitolo XXXVI della Vita di Ermodoro, cfr. nota 107.
123. Cfr. ad esempio il passo del Dialogo relativo alla confessione riportato più
avanti a p. 46.
124. Cfr. ad esempio Dialogo, p. 31r: non bisogna sempre evitare il contatto con gli
empi «perciò che truovo in lob ch'egli era fatto compagno de gli struzzi et dei dragoni.
Truovo che Esaia habitava nel mezzo d'un popolo che haveva le labbra contaminate.
Truovo che Ezechiele habitava nella casa exasperante. Truovo essere habitat! gli
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La distinzione fra una dipendenza a livello di rubriche e una dipendenza a
livello di esempi consente di elaborare un metodo di lettura del Dialogo. E' infatti evidente che il discorso a livello di rubriche è indizio di un interesse minore,
mentre il discorso rafforzato da una folta serie di citazioni e di esempi è indizio
di un interesse più teso e vibrante. Alla luce di questa distinzione è possibile
individuare gli accenti del discorso teologico svolto dal Lando nelle prime
quattro parti del Dialogo e distinguere alcune linee interpretative.
Filo conduttore del discorso continua ad essere, anche nel Dialogo, il Vangelo
e la sua predicazione. Occorre tuttavia osservare che mentre nella Vita di Ermodoro il momento eroico e apocalittico della predicazione è decisamente preponderante, nel Dialogo questo momento è accompagnato da una serie di formulazioni parallele che ristabiliscono l'equilibrio in senso nicodemitico. Ritorna qui
infatti in posizione di rilievo il principio che nella chiesa si deve compiacere e
accomodarsi agli infermi nella fede, con tutta l'argomentazione paolina che
abbiamo già incontrato nel Ragionamento di Nicolò Madruccio125. La conciliante teoria che nessuno è innocente davanti al Signore, che ogni uomo è
peccatore e bugiardo e che tutti abbiamo indifferentemente bisogno della misericordia di Dio, è illustrata con una serie di esempi addotti da Brunfels sotto la
rubrica «i padri del Vecchio Testamento, anche se santi, peccarono» 126 . Ritroviamo qui anche la condanna dei predicatori intransigenti e i già menzionati
esempi ad deterrendum di zelo intemperante ed eccessivo127. I predicatori sono
invitati ad esercitare il loro ministero con destrezza e discrezione, evitando di
far arrossire pubblicamente gli sviati, secondo il modello di Paolo e quello già
noto di Natan 128 . L'atteggiamento di acquiescenza verso gli infermi e di tolleranza verso gli erranti vien fatto rientrare nel dovere cristiano di perseguire
la pace, evitando risse e questioni. Per amor della pace è talvolta consigliabile
sottrarsi alla conversazione degli empi 129 ; ma la regola permanente è che «fino
attanto che il mondo dura sempre si ritruoveranno uniti insieme il grano et la
zizania, i pesci buoni et i pesci rei, le savie vergini et le sciocche». Il consiglio di
evitare il contatto degli empi ha dunque poco vigore: il principio opposto, che
apostoli a guisa d'agnelli fra i lupi. Habitarono etiandio i Philippensi fra una iniqua
natione et nondimeno l'apostolo scrive ch'essi rilucevano come lampadi del mondo.»
Sono tutti esempi addotti da Brunfels nella rubrica «inter malos nobis habitandum»,
cfr. Pandectae, p. 157v. C f r . anche sopra nota 28.
125. Dialogo, p. 22r. Cfr. Pandectae, p. lOlv.
126. Dialogo, p. 13r. Cfr. Pandectae, pp. 71v-72r.
127. Dialogo, p. 29v. C f r . Pandectae, pp. 194v-195r.
128. Dialogo, p. 26r. C f r . Pandectae, p. 196r.
129. Dialogo, p. 3Ir. C f r . Pandectae, pp. 156v-157r.
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si deve abitare fra gli empi, è invece fortemente sottolineato con tutti gli esempi
addotti da Brunfels nella corrispondente rubrica' 30 .
Un altro ordine di argomenti nicodemitici è legato all'idea che non bisogna
tentare Dio. I giusti confidano sì nella presenza consolatrice del Signore e nelle
mirabili vie della sua provvidenza; tuttavia, non potendo contare sull'immediate realizzazione delle promesse divine, «per non pericolare», ricorrono agli
espedienti umani, per esempio alla fuga davanti alla persecuzione e alla simulazione davanti agli empi, come fecero Giuditta, Ester, Aioth e David (sono gli
esempi addotti da Brunfels nella rubrica «è lecito fingere e simulare davanti agli
empi per evitare o prevenire il pericolo»), salvo augurare loro interiormente
ogni male («possiamo anche umiliarci alquanto davanti a loro per la gloria di
Dio» aggiunge Brunfels, «pur pregando intimamente che Dio li perda e li
distrugga nella carne» 131 ). La legittimità della menzogna è sostenuta anche in
un altro passo del Dialogo e puntellata da esaurienti citazioni di esempi biblici,
addotti da Brunfels nella rubrica «alcuni padri del Vecchio Testamento simularono e mentirono senza peccare»132.
Nei Dubbi religiosi il discorso nicodemitico del Lando è coronato dall'esempio
di Nicodemo: in questa operetta troviamo infatti la nota interpretazione - di
origine erasmiana 133 , ma propagata da Brunfels - dell'atteggiamento di Cristo
verso Nicodemo come modello di tolleranza verso gli «infermi» 134 . La tolleranza
di Cristo verso Nicodemo fu apportatrice di salvezza ¡infatti il pavido Nicodemo,
che non osava accostarsi di giorno a Cristo vivo, trovò l'ardire di «servir a
Cristo morto». Così l'esempio di Cristo viene a confermare il principio di Paolo
che la compiacenza può diventare strumento di redenzione. Ma bisogna sempre
compiacere agli infermi? Anche quando tale compiacenza significa acquiescenza
a cerimonie considerate empie? Su questo punto fa leva la confutazione delle
teorie nicodemitiche da parte di Calvino. Il principio della compiacenza agli
infermi - dice Calvino in sostanza - trova un limite all'interno della stessa frase
che lo sancisce: bisogna compiacere agli infermi per guadagnarli a Cristo. Per
salvare loro, dunque, non per perdere se stessi. L'acquiescenza agli infermi non
potrà estendersi a cerimonie blasfeme e corruttrici come la messa: essa deve
intendersi limitata alle cerimonie che in sé non sono né buone né cattive, alle
130. Dialogo, p. 3Ir. Cfr. sopra nota 124.
131. Dialogo, pp. 28r, 31r. Cfr. Pandectae, pp. 189v, 153v.
132. Dialogo, p. 23v. Cfr. Pandectae, pp. 124r-124v.
133. Opera Omnia, LB VII, coli. 519, 641.
134. Dubbi, p. 306. Per la corrispondente posizione in Brunfels cfr. Ginzburg, Nicodemismo, p. 49.
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devozioni secondarie (adiaphora) l ì s . Il testo dei Dubbi religiosi dimostra che
il Lando aveva familiare non solo l'argomentazione nicodemitica basata sulla
compiacenza agli infermi, ma anche la confutazione alla quale Calvino l'aveva
sottoposta. Un altro passo dei Dubbi offre infatti del versetto paolino «per
omnia placeo» un' interpretazione che limita la validità di esso a «le cose lecite,
che mezze sono da' philosophi chiamate» : quello che è contrario alla salute invece
«non si dee concedere». Tuttavia, nel complesso e raffinato linguaggio espressivo
dei Dubbi, questa formulazione non va interpretata come un'adesione alla posizione di Calvino, ma proprio al contrario, come una lancia spezzata in favore
della teoria nicodemitica e in favore dell'estensione illimitata dell'ambito degli
adiaphora: l'apostolo Paolo - replica il Lando a Calvino - non ha posto limitazioni al suo principio, egli ha detto proprio «per omnia placeo», «generalmente
et senza veruna eccettione»136.
E' stato dimostrato come l'apologia brunfelsiana della dissimulazione s'impianti sulla base di una concezione interiorizzata e «spiritualistica» della vita
religiosa. La concezione della fede come esperienza che riguarda esclusivamente
l'uomo interiore è il presupposto che permette di relegare tutte le cerimonie nella
sfera delle cose indifferenti e di legittimare per tal via la partecipazione ad
esse137. Il Dialogo della Sacra Scrittura di Ortensio Lando (e i suoi Dubbi
religiosi) conferma quella dimostrazione: anche qui le dottrine nicodemitiche
germogliano da uno spiritualismo accentuato e profetico, che corrisponde a un
processo assai avanzato di interiorizzazione dell'esperienza religiosa. Tutto il
discorso teologico e disciplinare del Lando è costellato dalla ricorrente parola
«spirito»: Dio è spirito, lo spirito arguirà il mondo, lo spirito parla per bocca
dei santi e dei profeti, multiforme e inafferrabile è la sua presenza come molteplici sono i suoi nomi 138 . Il concetto di spirito ingloba in sé il concetto di grazia
o di libertà cristiana: esso si presenta come polo positivo di un binomio che ha
il suo polo negativo di volta in volta nel concetto di carne, di lettera, di legge.
Infatti nei Dubbi religiosi troviamo l'affermazione che la legge non può indurre
135. Del fuggir le superstitioni, cit., p. 57.
136. Dubbi, p. 287: «Domanda. Che vuol dir che l'apostolo S. Paulo generalmente
et senza veruna eccettione disse <per omnia placeo>? è forse lecito per amore dello prossimo far più di quello che Iddio ci permette? Risposta. Paulo sempre nelle cose lecite, che
mezze sono da' philosophi chiamate, a gli huomini si accommoda. Oltre di questo si dee
attendere ciò che poco appresso si dice <accioché salvi si facciano». Quel che adunque è
contrario alla salute, quel non si dee concedere, ma devesi usare in cotai cose una prudenza spirituale.» A mio avviso questo «dubbio» è uno di quelli dove l'accento cade
non sulla risposta ma sulla domanda. Cfr. più avanti, p. 51.
137. Ginzburg, Nicodemismo, pp. 70-76.
138. Dialogo, pp. 18v-19r, 7r, 20r. Dubbi, p. 250.
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che a una giustizia carnale: essa è fatta per coloro che sono inclinati all'empietà,
è la sferza che tiene a freno e in timore gli ingiusti139. Nel peggiore dei casi le
cerimonie della legge sono un appiglio per la ragione umana che cerca di giustificarsi con le opere, nel migliore dei casi esse sono il pedagogo che avvia a Cristo
i rozzi, i pargoli e gli infermi nella fede 140 . Ma il Signore ha abrogato la legge.
Egli ci ha giustificati e ai giusti non è posto freno di legge: «state nella libertà
che Cristo vi donò e non fate più ritorno sotto il giogo della schiavitù» 141 . Come
il concetto di spirito congloba in sé i concetti di grazia e di libertà senza risolversi in essi, così lo spiritualismo del Lando abbraccia le dottrine luterane della
sola fede e della libertà cristiana senza esaurirsi in quelle.
La contrapposizione legge-spirito, carne-spirito, lettera-spirito si ripropone a
tutti i livelli e in tutti i momenti della vita religiosa, sempre con implicazioni
corrosive nei confronti delle istituzioni della chiesa tradizionale. Qual è la vera
religione? E' quella descritta nel primo capitolo di Isaia: «Che ho io a far della
moltitudine de' vostri sacrifici? dice il Signore. Io son satollo ... Non continuate
più di portare offerte da nulla. I profumi mi son cosa abbominevole. L'anima
mia odia le vostre calendi e le vostre solennità. Mi son di gravezza, io son stanco
di portale.» 142 Qual è il salmeggiare spirituale? E' quello descritto nel quinto
capitolo di Amos: «Toglimi d'appresso lo strepito delle tue canzoni e fa' ch'io
non oda il concento de' tuoi salteri.« 143 Qual è la vera confessione? E' quella
che si fa interiormente di fronte a Dio. 144 Qual è la vera circoncisione? E' quella
descritta nel versetto «circoncidete il prepuzio del cuor vostro», è la circoncisione dagli appetiti e dalle lascivie mondane 145 . Qual è la vera intelligenza della
Scrittura? E' quella che non dipende dalla morta lettera ma dal magistero
interiore dello spirito 144 . Qual è la preghiera spirituale? Non è quella che si fa
con la voce e con la lingua, non essendo la voce e la lingua che aiuti esteriori 147 .
La dimensione dello spirito significa dunque eversione di tutti i vincoli esterni:
la religione spirituale non osserva tempi (perché la pietà non è costituita nelle
feste e perché il sabato è fatto per l'uomo e non l'uomo per il sabato 148 ), non
139. Dubbi, pp. 222-23, 310.
140. Ibid., pp. 288, 270, 244.
141. Dubbi, p. 256. Dialogo, pp. 12v, 19r.
142. Isaia I, 11-14. C f r . Dialogo, p. 22r. Cito la Bibbia nella traduzione italiana
del Diodati (Londra 1850), p. 588.
143. Amos V, 23. C f r . Dialogo, pp. 22r-v. Cito la Bibbia nella citata traduzione del
Diodati, p. 774.
144. Dialogo, p. 14v.
145. Dialogo, pp. 15r, 8r.
146. Dialogo, p. l l v .
147. Dubbi, pp. 296-97.
148. Dubbi, p. 265. Dialogo, p. 22v.
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distingue luoghi (il vero tempio d'Iddio sono le anime dei fedeli e l'uomo può
pregare in qualsivoglia luogo alzando le pure e innocenti mani 149 ), non discrimina cibi (agli uomini fedeli ogni cosa è monda, quello che entra nella bocca
non infetta l'uomo, il regno di Dio non è cibo né beveraggio, il cuore si stabilisce
con la grazia e non con i cibi150).
Questa negazione di ogni irrigidimento della pietà in luoghi tempi e cerimonie,
questa corrosione di ogni forma istituzionalizzata del culto, è condotta in nome
di una religiosità come afflato che permea e rinnova ogni momento della vita.
La «vera religione» significa sul piano negativo l'abrogazione delle cerimonie:
sul piano positivo essa significa mettere la propria vita al servizio degli altri,
trasformandola in un unico perenne atto di carità costruttiva, di concreta abnegazione 151 . Il «salmeggiare spirituale» comporta sul piano negativo l'abolizione delle lunghe salmodie male intese e la negazione della preghiera come atto:
sul piano positivo comporta la concezione della preghiera come stato permanente di adorazione. Nella comunità di Ermodoro le preghiere sono brevi,
eppure il fondatore sostiene il principio che «bisogna pregare sempre» 152 : alla
riduzione delle preghiere istituzionalizzate e ritualizzate corrisponde cioè una
dilatazione ad infinitum della preghiera come stato di contatto con Dio che non
ha bisogno di tradursi in atti o in parole.
Tutto il discorso che il Lando nel Dialogo della Sacra Scrittura e nei Dubbi
religiosi svolge a proposito delle feste, dei digiuni, dei voti, della castità, della
vocazione 155 mira a minare sotterraneamente - attraverso dubbi, precisazioni,
distinzioni, confronti con gli usi veterotestamentari - l'edificio della religiosità
tradizionale e delle sue istituzioni per sostituirvi una religiosità interiorizzata e
attiva, che permea di sé tutta la vita.
Questa concezione della vita religiosa si riflette puntualmente nell'ecclesiologia del Lando. Egli parla infatti di una «vera chiesa», «tutta spiritale, senza
macchia, irreprensibile» 154 , in contrapposizione implicita con una chiesa falsa e
carnale. La «vera chiesa» è la congregazione dei buoni, il concilio dei giusti con
a capo Cristo; essa non risiede in un luogo determinato, ma è sparsa per tutto e
si congrega in spirito dovunque due o tre fedeli si riuniscono nel nome del
149. Dialogo, pp. 7v, 22v. Cfr. lo stesso concetto in Dubbi, pp. 222-23.
150. Dialogo, p. 22v.
151. Dialogo, p. 22r. La «vera religione» viene definita sul piano negativo dal
richiamo a Isaia I, 11-14. Sul piano positivo viene definita dal richiamo a Giacomo
I, 27: «la religione pura ed immaculata appo Iddio e Padre è questa: visitar gli orfani
e le vedove nelle loro afflizioni», traduzione del Diodati citata, p. 222.
152. Vita, pp. 8r-v, 14r-v.
153. Dubbi, pp. 258, 259, 260, 265, 270, 277, 287.
154. Dialogo, p. 7v.
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Signore 155 . I membri di questa chiesa sono uniti in un rapporto mistico di
comunione: tutti i cristiani sono una medesima cosa in spirito, le preghiere sono
intercomunicabili e la chiesa piange ed espia in comune i peccati dei suoi
singoli membri 156 .
Il discorso teologico svolto da Ortensio Lando nel Dialogo della Sacra Scrittura comporta sul piano politico la condanna del potere sia secolare che ecclesiastico, la critica del diritto e la difesa della «misera plebe». L'autorità
temporale fornisce uno dei temi più largamente dibattuti nel dialogo (ad essa è
dedicata in prevalenza la seconda parte, e diverse sezioni delle altre parti); è
anche uno dei temi nei quali il Lando si tieife particolarmente aderente a Brunfels (la seconda parte del dialogo segue fedelmente l'andamento della seconda
sezione del quinto libro delle Pandectae intitolata «de principatu»). La trattazione dell'autorità comincia con una prudenziale premessa: «imparasi nelle
sacre lettere contra degli anabattisti havere i principi et i magistrati la debita
possanza et convenevole autorità» 157 . Ma i testi biblici che, sulla scia di Brunfels, vengono addotti a giustificare questa possanza e questa autorità sono di tale
tenore da suggerire chiaramente la conclusione che nessuno dei principi contemporanei è un principe legittimo: Mosè «elesse i più vecchi del popolo, huomini
savi et tementi Dio, ne' quali era la verità et odiavano l'avaritia», «datteci
huomini savi et dotti ... et ne gli constituiré in principi» 158 . Il sospetto cos) insinuato circa la legittimità del potere politico vigente viene ulteriormente rafforzato dai successivi modelli di principi buoni e giusti, anch'essi presi dalla
Pandectae. Buon principe fu per esempio Samuele, il quale poté dire di sé:
«parlate di me davanti al Signore se mai tolsi a veruno di voi asino e bue, se ho
calunniato alcuno, se l'ho oppresso o se mi sono lasciato corrumpere dagli altrui
doni». A questo punto il lettore non ha bisogno di riflettere molto per cercare
la risposta alla domanda, che l'autore gli pone, se tali principi abbia oggidì la
repubblica cristiana 159 . La legittimazione biblica dell'autorità e del potere si
rovescia così in una denuncia dei principi contemporanei, la quale diventa
più precisa e circostanziata negli esempi dei principi mali e ingiusti: «Maligno
principe f u Hieroboam, il quale rivolse il popolo dal vero culto et vietogli che
non gisse in Hierusalem; scelerato principe fu Manasse, che sedusse il popolo di
Giudah et d'Israele, lo condusse a male operare nel cospetto des S[ignore] ... Fu
155.
156.
157.
158.
159.
Dialogo, p. 7v. Dubbi, pp. 241, 292, 300.
Dubbi, pp. 293, 287.
Dialogo, p. 16r.
Ibid., p. 16r. Cfr. Pandectae, pp. 82r-v.
Dialogo, pp. 16r-v. Cfr. Pandectae, pp. 82v-83r.
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maligno principe Adonisedec, il quale, divenuto fellone et pieno di mal talento, a
settanta re tagliò le mani et i piedi; et crudele fu Abimelech poiché per possedere il dominio amazzò settanta fratelli.» La brama di potere e la facoltà
di esercitarlo - suggeriscono alcuni di questi esempi - rendono i principi nemici
della pace, spietati e sanguinari. Fra la magnificenza terrena e la parola d'Iddio suggeriscono altri esempi della serie - vi è un conflitto perenne: la maggior parte
dei principi sono «ministri di Satanasso» e avversari «della pia et sana dottrina» 160 .
La causa della «pia e sana dottrina» tende a convergere, nel discorso del
Lando, con la causa della misera plebe oppressa. Infatti all'origine dell'ostilità
che il Lando manifesta nel Dialogo contro i principi vi è, accanto all'esperienza
che essi ostacolano la diffusione della parola, l'accusa che essi spogliano e opprimono i propri sudditi. Che la causa dei sudditi oppressi stia particolarmente
a cuore al Lando risulta già dall'enfatizzazione alla quale egli ha sottoposto qui
un testo di Brunfels. La frase «Roboam amisit populum suum quia nihil remisit
de iugo» 161 diventa nel dialogo «leggesi ... essere stato discacciato Roboammo
dalla sedia reale per non havere voluta mai sgravare la misera plebe de gli
ingordi tributi che la tenevano oppressa» 162 . Il tema così annunciato ha molti
echi nel resto dell'opera. Parlando dei rapporti f r a signori e vassalli il Lando
fa dire alla sua interlocutrice: «par che niuna cosa più ci aggradisca quanto d'incrudelire, et imbrattarsi le mani dell'altrui sangue. Dicevasi già un vecchio
proverbio che l'huomo era in vece di Dio all'altro huomo, ma ora si può bene
più giustamente dire che l'huomo sia fatto lupo all'huomo.» 1 6 3 E ancora: «i doni
che riceveno dagli humili vasalli sono la istessa ruina de i principi: et perciò
gridava Esaia <i principi giudicano nei doni>»164. Il contrasto f r a l'opulenza dei
signori e la miseria dei vassalli è, suggerisce il dialogo, una «gran vergogna»:
come «veder nel grembo d'una medesima madre un figliuolo pieno et satollo et
l'altro che per brama di pane si muoia di fame» 165 .
Contro la tirannide e la rapacità dei principi si fa balenare qua e là, nel corso
di tutto il dialogo, la minaccia di un intervento celeste: Dio «udirà dall'alto
cielo le miserabili voci degli afflitti» e «ci porrà la sua mano», «i tiranni saranno
duramente flagellati», o forse sorgerà un nuovo Mosè, «il quale impenda tutti i
tristi governatori» 166 . In attesa del futuro intervento divino, la resistenza contro
160.
161.
162.
163.
164.
165.
Dialogo, pp. 16v-17r (cfr. Pandectae, pp. 84v-85r), 30r, 17v.
Pandectae, p. 85r.
Dialogo, p. 17r.
Dialogo, p. 5v.
Ibid., p. 17v.
Ibid., p. 21r.
166. Ibid., pp. 5v, 18r, 17r.
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i malvagi principi s'incarna nei predicatori del verbo e la tutela degli umili
tende a identificarsi con la difesa della parola. La figura del profeta umillimo e
abietto che si erge intrepido contro il principe empio è una di quelle che più
accendono d'entusiasmo il Lando e gli strappano accenti di più diretta partecipazione167.
La prospettiva della possente afflizione che attende i possenti e del gravissimo
giudizio che sovrasta i sovrastanti assume, se non erro, nel contesto del dialogo
un significato sociale, perché ad essa è contrapposta la consolazione che arride
agli «humili et poveramente ne i tuguri et ne i fenili nati», i quali nella fatica e
nel sudore stabiliscono una diretta continuità con i santi padri del Vecchio
Testamento, con Cristo e con gli apostoli. Qui il Lando, pur continuando a utilizzare le Pandectae, ne modifica il contenuto in senso pauperistico, ritessendo
gli esempi addotti da Brunfels nella rubrica «i santi del Vecchio e Nuovo Testamento non insuperbirono nella loro potenza» in un'apologia dei più umili lavori
manuali168.
Complementare alla condanna del potere è la condanna del diritto. Anche a
questo proposito il Lando si cautela con la preventiva assicurazione che egli non
intende biasimare i santi magistrati, né il debito modo di ridomandare il suo;
ma subito aggiunge che il funzionamento dei tribunali è incompatibile con il
comandamento di Cristo. «Disse il Salvatore: <non raddomanderai le cose che
tolte ti sono> et noi siamo sempre invilupati in mille litigi. Ogni cosa è piena
di controversie, né altro si ode per li palagi se non vani gridi et tumultuosi
strepiti. Tace la legge di Christo, mutoli divengono gli oracoli degli apostoli, et
sentesi solo favellare Vulpiano. Solo si sente garrire Bartolo et cicalar Baldo.»169
Connessa al problema del diritto è la questione della legittimità del giuramento170 e tutta una serie di accenni che mirano a restaurare i precetti veterotestamentari come norme della vita civile, per esempio riguardo ai prestiti, ai pegni,
ai pagamenti, al raccolto171. In questa linea è particolarmente significativo
l'accenno al problema delle misure, sulla stabilità delle quali il Lando insiste
valendosi di vari i testi che Brunfels aveva messo a sua disposizione172.
167. Ibid., p. 17v.
168. Ibid., pp. 17r-18v. Cfr. Pandectae, pp. 87r-v.
169. Dialogo, p. 8v.
170. Dialogo, p. 22r (contro il giuramento, basato su Pandectae, p. 99r). Ibid., p. 23v
(è lecito giurare il vero, basato su Pandectae, pp. 122v-123r). Sul giuramento il Lando
prende una posizione ambivalente anche nei Dubbi.
171. Dialogo, pp. 8v, 21v, 22r.
172. Dialogo, p. 22r. Cfr. Pandectae, pp. 97v-98r.
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Le illazioni culturali del discorso teologico del Lando si riassumono nell'esclusivismo biblico. Questa dottrina è il coronamento del tema dell'umiltà intellettuale e della santa semplicità di spirito, che si esprime nel Dialogo della Sacra
Scrittura in termini e formule analoghe a quelle che abbiamo già incontrato
nella Vita di Ermodoro. Stringendo le fila sparse del discorso - che qua biasima
come pestilente la filosofia, là condanna come temerari i curiosi scrutatori dei
divini consigli, qui insegna a evitare le curiose e inutili questioni, lì prescrive di
ubbidire semplicemente alla verità senza investigare sollecitamente ciò che non è
mestieri d'intendere alla salute nostra 173 - il Lando presenta la Bibbia come testo
esclusivo, regina di vera sapienza, modello d'eloquenza, fonte di ogni bello e
onorato concetto. «Perché pensate voi che questo sol <libro> fosse chiamato,
salvo che per la sua somma et particolare eccellenza? quasi volessero dire questo
sol libro esser degno d'esser detto libro et non gli altri.» 174 Il Dialogo dedica delle
pagine a dimostrare, sulla scia della Collectanea troporum di Westhemer, che la
Bibbia contiene modelli di tutte le figure retoriche lodate nei poeti classici e che
di ogni umana dottrina esse contiene i principi, per ogni umana professione o
stato offre un insuperabile modello 175 . I testi classici della cultura occidentale,
anche ascetici e spiritualistici, dall'Imitazione di Cristo all'Enchiridion di Erasmo, impallidiscono in confronto al testo biblico, dove il loro assunto è adempiuto in modo più perfetto 176 . Dunque chi ha la Bibbia non ha bisogno di nessun altro libro: questa conclusione drastica è sottolineata dal richiamo al miracoloso disegno, che determinò l'incolumità di questo solo volume nell'incendio
della libreria di Tolomeo Filadelfo 177 .
L'esclusivismo biblico è anche uno dei punti più dibattuti del discorso condotto dagli anabattisti veneti: la dottrina che vietava di leggere ogni altro libro
fuorché il Testamento Vecchio e Nuovo trovò nei loro gruppi recisi oppositori,
ma s'impose finalmente come fondamentale: «noi anabattisti non potemo tenere
altri libri che la scrittura sacra» dichiara recisamente il Manelfi 178 .
Anche a proposito del Dialogo varrà la pena di soffermarci sugli espedienti
che il Lando mette in atto per mascherare il contenuto radicale della sua opera.
Fra gli accorgimenti più largamente usati vi è la reticenza. Per esempio il Lando
173. Dialogo,
p. 11 ν e
passim.
174. Ibid.,
p. 16v.
175. Ibid.,
pp. 4 r - v , 16v, 2 7 r - 2 8 v , 3 2 r - v , 3 4 v - 3 5 v , 6 0 v - 6 3 r .
176. Ibid.,
pp. 26v, 32r.
177. Ibid.,
p. 28r.
178. Ginzburg, Costituti,
p. 63—4. Per le discussioni intorno all'esclusivimo biblico f r a
gli anabattisti veneti cfr. Stella, II, pp. 50, 73.
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rinvia chi voglia avere un'idea della «vera religione» al primo capitolo di Isaia
(il cui contenuto, come abbiamo visto, era interpretato come una condanna di
tutte le cerimonie179), evitando però di citare il testo stesso180. Un altro accorgimento è la trasformazione degli enunciati apodittici in frasi indirette, che
permette al Lando di tradurre le formulazioni solafideistiche di Brunfels («ex
viribus nostris nihil possumus», «sola fides vera salvat») in proposizioni molto
più vaghe e sfumate: «se alcuno mi dimandasse se con le proprie forze io possa
conoscere la grandezza d'Iddio, molti luoghi gli mostrerei per far vedere tuno
quel che vagliono le forze nostre»181, «dalle divine lettere s'impara quanto infinitamente si giovi la fede alla salute»182. Anche a proposito dell'elezione dei
vescovi il Lando ricorre a questo procedimento, trasformando l'affermazione
recisa di Brunfels («suffragiis eligendi sunt episcopi») in modo da renderla accettabile anche a un censore cattolico e trovando al tempo stesso la via d'insinuare che nelle comunità cristiane primitive la nomina dei vescovi avveniva per
via elettiva: «se mi domanderete poi come eleggessero gli antichi padri i loro
episcopi, io vi manderò al XIIII capo degli atti apostolici, dove espressamente
l'intenderete»183.
Fra gli espedienti camuffato» rientra anche qui la simulazione vera e propria.
Per esempio, a proposito dell'autorità e del potere ecclesiastico, il Lando delinea,
sempre seguendo le orme di Brunfels, un ritratto dell'apostolo evangelico i cui
tratti distintivi sono la povertà, la croce, l'umiltà, il servizio, ma suggella questo
ritratto con un accenno alla potestas ligandi et solvendi184 che ovviamente
manca nelle Pandectae, per le sue implicazioni gerarchiche e pontificali.
Un più cospicuo caso di simulazione si ha nella pagina dedicata alla penitenza
e alla confessione. La settima sezione del libro quarto delle Pandectae distingue
e illustra tre tipi di confessione: la confessione interiore, fatta davanti a Dio; la
confessione come riconciliazione fra privati; la confessione come penitenza pubblica. La confessione auricolare185 è del tutto ignorata. Il Dialogo, pur attenendosi assai strettamente alla trattazione di Brunfels, trova modo d'interpolare un
passo che, nella sua ambiguità, può essere interpretato come una giustificazione
della confessione auricolare:
«Vi mostrerò per l'uno e per l'altro testamento la confessione che si fa a Dio.
179.
180.
181.
182.
183.
184.
185.
Cfr. sopra nota 142.
Dialogo, p. 22r.
Ibid., p. 12v. Cfr. Pandectae, p. 66v.
Ibid., p. 9r. Cfr. Pandectae, p. 33r.
Dialogo, p. 15v. Cfr. Pandectae, p. 80r.
Dialogo, p. 15v. Cfr. Pandectae, p. 79v.
Cfr. Pandectae, p. 77v~78r.
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Et ecco che già ve la dimostro. Parla David in così fatto modo: <io dissi confessarò contra di me stesso l'ingiustitia mia al S[ignore] et egli rilasserà l'impietà
del peccato mio>. Udite ora ciò che nel nuovo [Testamento] si legge: <se confessaremo i peccati nostri, fedele è il S[ignore] per rimettercegli>. Volete hora gli
essempi della privata confessione? Eccovi ciò che ne disse il Redentore: <se tu
offrirai il dono all'altare et ti sovenga d'havere alcuna controversia col tuo
fratello andrai prima a far la pace con esso lui>. Appresso ecci un altro luogo
che molto più ve la rafferma et stabilisce: <va et mostrati al sacerdote». H a vete
similmente nel X X V I I I dell'Ecclesiastico: «perdona a chi t' invoce et all'hora
perdonati ti saranno i peccati tuoi>. Volete di più gli essempi della publica confessione? ... Leggete per voi stessa prima che s'imbrunisca il giorno il V capo
della prima pistola a' Corinthii.» 186
La frase «va e mostrati al sacerdote» non è interpretabile, come il Lando
sapeva benissimo187, come giustificazione della confessione auricolare; quella
frase significa che solo dopo aver fatto pace col fratello ha senso offrire il sacrificio secondo la legge. L'introduzione di questa frase nel discorso brunfelsiano
sulla confessione non si spiega se non come un momento di simulazione in atto.
Un esemplare del Dialogo della consolatione che si gusta leggendo la Sacra
Scrittura, conservato nella Biblioteca Marciana di Venezia 188 , presenta segni
marginali e interlineari di mano cinquecentesca 189 , che ci consentono di gettare
uno sguardo sull'atteggiamento dei lettori di fronte al discorso teologico del
Lando. Le sottolineature di questo esemplare dimostrano che il lettore considerò
186. Dialogo, pp. 14v-15r. Do qui il corrispondente testo delle
Pandectae,
pp. 77v-78r: «Confessio quae fit coram Deo est necessaria. Dixi «confitebor adversum me
iniustitiam meam Domine» et tu remisisti impietatem peccati mei. Ps. 31. Si confiteamur
peccata nostra, fidelis est et iustus ut remittat nobis peccata nostra. 2 loan. 1. Confessio reconciliationis privatae. Ea fundata est Mat. 5 : si offers munus tuum ad altare et
tibi recordatus fueris quod frater tuus habet aliquid adversum te, vade et reconciliare
fratri tuo. Relinque proximo tuo nocenti te, et tunc deprecanti tibi peccata solventur.
Eccli. 28. Confessio et poenitentia publica. Eius est exemplum mirabile 1 Cor. 5.»
187. Che il Lando fosse bene informato sulla esegesi di questo passo biblico si può
dimostrare in base a una sua opera inedita. In quest'opera, sotto la parola confessio, si
legge: «estendere se sacerdotibus non est confessio auricularis, sed offerre donum secundum legem». C f r . più avanti, nota 291.
188. Biblioteca Marciana, 69. C. 238.
189. Le sottolineature non sarebbero sufficienti per una datazione. Ma le pp. 44-46v
presentano anche alcune parole scritte a margine a scopo mnemonico (sono nomi di profeti corrispondenti all'esposizione dei vari libri profetici contenuta nel testo) in una
grafia databile verso la metà del Cinquecento. Ringrazio vivamente il dr. Gino Corti
per avermi aiutato nella datazione della grafia.
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importanti soprattutto quattro gruppi di argomentazioni. La maggior parte
delle sottolineature riguardano passi relativi a un ritorno alla lettura diretta
della Bibbia e alla dottrina della giustificazione per la sola fede (bisogna studiare
le Scritture perché la loro ignoranza è l'ignoranza stessa di Gesù Cristo 190 ; alle
parole dei profeti non si deve aggiungere né togliere cosa veruna, laddove ora
elle s'impiastrano, s'accrescono e in vari modi si contaminano191 ; la fede ci giova
infinitamente alla salute192; al giusto non è posto freno alcuno di legge193; la
legge è stata cancellata per opera di Cristo 194 ; non fidiamo nelle nostre opere195;
la vera contrizione viene da Dio solo196; la virtù della castità non è in nostro
arbitrio 197 ; le opere non ci giustificano198). Un secondo gruppo di sottolineature
riguardano dottrine che abbiamo designato come spiritualistiche, in quanto
accentuano il momento invisibile e interiore della religione rispetto a quello
esterno e cultuale (la chiesa è la congregazione dei buoni, il concilio dei giusti199;
l'intelligenza delle scritture non dipende dalla morta lettera ma dal magistero
dello spirito santo che internamente ci ammaestra200; la confessione è quella che
si fa a Dio 201 ; contro il salmeggiare poco inteso202; la pietà cristiana non è legata ad alcun certo luogo203; agli uomini fedeli ogni cosa è monda 204 ; la Scrittura
contiene quello che basta alla salvezza sia sul piano dogmatico che sul piano
disciplinare205; i sacramenti sono segnacoli206). Un terzo gruppo di sottolineature
riguarda dottrine nicodemitiche (nella chiesa si deve compiacere agli infermi
nella fede207; è lecito mentire e simulare208). Nell'ultimo gruppo rientrano formule disparate, per ciascuna delle quali si potrebbe però trovare una corrispon190.
191.
192.
193.
194.
195.
196.
197.
198.
199.
200.
201.
202.
203.
204.
205.
206.
207.
208.
Dialogo, p. lv.
Ibid., p. lOr.
Ibid., p.9r.
Ibid., p. 12v.
Ibid., p. 12v.
Ibid., p. 12v.
Ibid., p. 14v.
Ibid., p. 23r.
Ibid., p. 23r.
Ibid., p. 7v.
Ibid., p. 11 v.
Ibid., p. 14v.
Ibid., p. 22v.
Ibid., p. 22v.
Ibid., p.22v.
Ibid., p. 50r.
Ibid., p. 66r.
Ibid., p. 22r.
Ibid., p. 23v.
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denza nelle posizioni degli anabattisti veneti (nelle nostre angosce si deve benedire e ringraziare il Signore 209 ; non bisogna distruggersi e corrompersi l'un l'altro
con fantastiche eresie e con false dottrine 210 ; l'impegno primario degli apostoli
era il ministero della parola 211 ; anche ai nostri tempi si ritrovano uomini di
franco cuore che per la gloria di Cristo osano favellare apertamente coi nemici
del Vangelo 2 1 2 ).
V. I <DUBBI RELIGIOSI) (1552)
N e l discorso che ci siamo proposti di fare rientra anche una sezione del volume
che Ortensio Lando pubblicò nel 1552 sotto il titolo Quattro
libri de
dubbi21*.
Quello che nel disegno originale dell'opera doveva essere il quarto libro, cioè i
dubbi religiosi, si rivela infatti come un testo dipendente in parte notevole dalle
Pandectae
di Brunfels e dalla Collectanea
troporum
di Westhemer 214 e animato da
intenti di propaganda anabattistica. Tuttavia il processo di erosione al quale
l'autore sottopone non solo la teologia tradizionale ma anche le teologie riformate è qui così avanzato, da qualificare quest'opera come il documento più
significativo fra quelli noti per una ricostruzione del pensiero di Ortensio Lando
da un punto di vista strettamente teologico. In tal senso i Dubbi
esulano dal
209. Ibid., p. 4v.
210. Ibid., p. 7v.
211. Ibid., p. 15v.
212. Ibid., p. 18r.
213. In calce il volume porta un avvertimento in cui il Giolito si scusa con i lettori
di dare solamente tre libri di dubbi invece dei quattro promessi nel frontespizio, per non
aver potuto ottenere ancora la licenza di stampa per i »dubbi amorosi«. Essi furono poi
stampati nei Quattro libri de dubbi del 1555.
214. Dopo i confronti dati nelle pagine precedenti non mi sembra necessario insistere
sulla dipendenza dei Dubbi dalle Pandectae. Mi limiterò a citare un solo esempio:
«Domanda. Desidero saper da voi quai sieno i passi della Scrittura ove si scuopra che
Christo sia il mediator nostro. Risposta. Et io per sodisfare al desiderio vostro due ve ne
cito, de' quali l'uno è nel 2 capo della pistola agli Ephesii scritta et l'altro è nella prima
a Timoteo. Agli Ephesii si scrive <per quello habbiamo adito al Padre> et a Timoteo
<esserci uno Iddio et uno mezzano fra Iddio et gli huomini Christo Giesù>», Dubbi,
pp. 240—41. Cfr. Pandectae, «Christus mediator» e i testi ivi addotti, p. 15v. Gli esempi
si potrebbero moltiplicare. Anche della dipendenza dei Dubbi dalla Collectanea troporum di Westhemer darò solo un esempio. Dubbi, p. 282: «Domanda. Che debbo intendere
per le abhominationi et per edificar altrui [nella Scrittura]? Risposta. Per le abhominationi dovete intendere gli idoli ...; per edificar poi spesso anzi il più delle volte
s'intende l'insegnar et per instaurare». Cfr. Collectanea troporum, parte II, pp. 32v,
26v-27r: 'Abominatici. Homo abominabilis is dicitur in Scriptura, qui relieto vero Deo
ad idola confugit ... Aedificare. Aedificare pro instaurare ... Aedificare pro docere.»
Anche questi esempi si potrebbero moltiplicare.
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limitato ambito del presente saggio: perciò ci limiteremo a considerarne gli
aspetti che si presentano come integrativi e complementari rispetto alle considerazioni che siamo venuti svolgendo nelle pagine precedenti.
I Dubbi religiosi si presentano come una serie di brevi e disparate domande in
materia religiosa seguite da altrettanto brevi risposte. Dal punto di vista del
contenuto, essi appaiono a prima vista come una casuale accozzaglia di curiosità
scritturali senza capo né coda. Le sezioni in cui i vari quesiti sono ripartiti non
riflettono un ordinamento per materia, ma per personaggi: dei dubbi contenuti
in ogni sezione è attribuita la paternità a uno dei mecenati, ospiti o autorevoli
amici dell'autore, da Lucrezia e Isabella Gonzaga alla principessa di Salerno 215 .
Così, sotto pretesto di non defraudare i dubitatori delle loro ingegnose escogitazioni 216 , il Lando ha sistemato il suo materiale in base a un principio di consapevole asistematicità. L'asistematicità - più apparente che reale (perché talvolta
molti dei dubbi attribuiti a una stessa persona vertono su uno stesso tema) - consente al Lando di esprimersi con sorprendente libertà. Egli introduce dottrine
eterodosse attraverso ambiguità e insinuazioni, le riprende a distanza di pagine
una, due, tre volte, le aggiusta attraverso una serie di ritocchi, riuscendo finalmente a enucleare la formulazione che fin dall'inizio ha perseguito.
A illustrare questo procedimento può servire il tema del battesimo. Alla domanda «quando incominciamo noi ad esser christiani?» il Lando dà una risposta
che appare, almeno in parte, in linea con l'ortodossia romana: incominciamo ad
esser cristiani «quando usciti dal ventre della madre siamo battezati, imperodié
questo è la porta per la quale si entra al christianesimo» 217 . Più avanti un altro
interlocutore ritorna sul tema con una domanda scottante: «perché si battezzano i fanciulli non havendo né fede né penitenza?» Anche qui la risposta ristabilisce l'equilibrio nel senso dell'ortodossia imperante: «Io non vi ho detto che
sempre debba precedere al battesimo la fede et la penitentia, percioché questo sol
in quelli esser dee che di tai cose ne sono capaci, ma basta che i fanciulli mostrino queste due cose quando a convenevole età son pervenuti ...»218 Tuttavia un
ulteriore dubbioso, che vuol sapere perché è stato istituito il battesimo, riceve
una risposta che riduce questo sacramento a un simbolo carnale della rigenerazione spirituale, reso necessario solo dalla nostra «infirmità» : Iddio istituì i sa215. I «dubbi» della principessa di Salerno si trovano alle pp. 240-46. Nel dicembre
1551 il principe di Salerno intercedette presso il podestà di Padova a favore di un napoletano arrestato in seguito alla denuncia del Manelfi. Cfr. Stella, I, p. 95, nota 34.
216. C f r . la lettera dedicatoria dei Dubbi religiosi a Benedetto Agnelli, ambasciatore
residente a Venezia del duca di Mantova, Dubbi, pp. 215-16.
217. Ibid., p. 289.
218. Ibid., p. 300.
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cramenti per «disio di ricreare et di aiutare la nostra infirmiti, percioché sendo
gli animi nostri aviluppati in questi corpi, habbiamo bisogno ch'anchora con le
cose corporali ci sieno rappresentate le spirituali». Il battesimo dunque non ha
altro valore che di «rappresentare» 219 la remissione dei peccati, la nostra rigenerazione e rinnovazione spirituale operata dalla morte e dalla resurrezione di
Gesù Cristo: la morte di Cristo ha la «virtù di fare che il nostro vecchio Adamo sia crocifisso o sepolta sia la vitiosa nostra natura, accioché ella non habbia
più vigore di regnare; la resurrettione poi causa la novità della vita per seguire
la vera giustitia». Sull'interpretazione spiritualistica del battesimo il Lando trova modo di ritornare altre due volte, una volta presentando il battesimo come
«simbolo della purificatione et del scancellamento del vecchio Adamo et vestimento del nuovo, al che pervenir non si può salvo che con la morte della presente carne», un'altra volta come segno che il battezzato «è morto et sepolto
insieme con Christo al peccato, et è risuscitato insieme con Christo a nuova vita
spirituale celeste et divina, non vecchia, non carnale terrena et humana» 220 . In
conclusione dunque, nonstante una serie di oscillazioni, ambiguità e concessioni
tattiche alla dottrina dominante, il Lando riesce nei Dubbi religiosi a formulare
una dottrina del battesimo come «puro segno», «segno esterior», molto vicina a
quella che troviamo diffusa negli stessi anni fra gli antitrinitari del Veneto. Ecco
per esempio la testimonianza del vescovo anabattista Benedetto d'Asolo: «Ho
detto il battesimo ... esser un segno della fede per la quale i credenti si annegano
al mondo, alla carne, al Diavolo nelle pompe sue et demum a tutto l'huomo
vecchio con tutti i suoi atti, et questo per la morte di Christo recevuta in remission dei peccati. Et come Christo resuscitò a gloria del Padre, così loro si levano da quell'anegarsi a una nova vita per quel spirito di Dio che era in
Christo.» 221
A chi cerchi una forma che consenta la massima libertà d'espressione, lo schema «domanda lampo-risposta lampo» offre dunque il vantaggio dell'asistematicità, la quale consente di pervenire alla risposta verace per approssimazioni suc-
219. Ibid., p. 298.
220. Ibid., pp. 299, 244, 276. Specialmente rivelatore è il «dubbio» che riguarda il
battesimo di Cristo, p. 244. Il tipo di dubbi che la riflessione sul battesimo di Cristo
poteva suscitare risulta chiaro in Camillo Renato, Trattato del battesimo e della santa
cena: «Che utilità acquistò Iesù Cristo per battezzarsi? Si confirmò egli? Si certificò
egli di qualche cosa? ... O forse che il battesmo è meno fruttuoso in lui che in noi?»
C f r . Opere documenti e testimonianze, ed. Antonio Rotondò, Corpus
Reformatorum
Italicorum (Firenze, Chicago 1968), p. 96.
221. Stella, II, p. 77. Per il battesimo come «puro segno», «segno esterior» cfr. ibid.,
p. 26, nota 31.
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cessive e dopo aver dato, a scopo cautelativo, varie risposte bugiarde. Ma il
vantaggio maggiore che questo schema offre a un eretico222 non sta nella costellazione e disposizione strategica dei vari «dubbi», bensì nella forma stessa del
«dubbio», che il Lando dimostra qui di dominare con tanta maestria. Il «dubbio» permette di illuminare lo stesso problema da almeno due diverse angolazioni, quella del dubbioso e quella del docente, o anche da tre o quattro angolazioni, se il docente non ha una risposta univoca, ma diverse probabili risposte.
Il «dubbio» consente di minare impunemente ogni dogma, sotto l'apparenza
dell'imperizia, che modestamente chiede di essere ammaestrata. Infine il «dubbio» permette di rispondere a una domanda compromettende in modo irreprensibile oppure a una domanda chiara in modo ambiguo e insoddisfacente. Ecco
un esempio di domanda precisa e circostanziata, seguita da una risposta insoddisfacente:
Domanda: «Donde è che alcuni impii hanno havuto ardimento di accusar Dio
ch'egli insegnasse al propheta di dir la menzogna? Ecco le parole che Dio gli
disse: <Vitulum de armento tolle in manu tua et dices: ad immolandum Domino
veni.>» Risposta: «Veramente che questa non fu bugia, percioché egli fu sacrificio. Gli fu adunque così detto, perché tacesse l'opra per cui si n'andava et quella
opra manifestasse ch'era fuor di proposito.»223
Come si vede, la risposta non chiarisce affatto il dubbio, anzi non è nemmeno
chiara in se stessa: la sua oscurità accentua con forza la chiarezza della domanda e induce a cercarne la soluzione nel testo biblico. Il testo biblico, al quale la
domanda sopra menzionata rinvia, racconta come Samuele, incaricato di ungere
David nuovo re e timoroso dell'ira di Saul, ricevesse dal Signore l'ordine di
andare a ungere David, fingendo di andare invece a fare un sacrificio. La sacra
pagina conferma dunque la tesi «empia» che Samuele mentì per ordine divino e
suggerisce la conclusione che la menzogna può essere lecita, anzi obbligatoria
(l'episodio della menzogna di Samuele fornisce infatti a Brunfels uno dei suoi
argomenti a favore della simulazione224).
Esempi di risposte non compromettenti a quesiti compromettenti offrono quei
dubbi religiosi che riguardano le contraddizioni interne del testo biblico. Le
risposte relative tendono a spiegare le lievi contraddizioni così sottolineate e a
ristabilire la concordanza interna della Scrittura; ma l'insistenza su tal genere di
precise domande e la banalità poco risolutiva delle risposte acquista un particolare significato in riferimento all'opinione, sostenuta da certi antitrinitari vene222. Cantimori, pp. 133-39.
223. Dubbi, p. 230.
224. I Sam. 16. Cfr. Pandectae,
p. 124v.
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ti, che i vangeli fossero stati almeno in parte falsificati, dal momento che essi
risultavano contraddittori 225 .
I Dubbi religiosi ci consentono di integrare le osservazioni che siamo venuti
svolgendo nelle pagine precedenti specialmente riguardo ai seguenti punti: 1. la
dottrina della rigenerazione e della tranquillità dell'animo come parte integrante della dottrina della giustificazione per la sola fede, 2. la dottrina dei
sacramenti come segni e la teoria che la salvazione è indipendente dal battesimo
e perfino dalla conoscenza di Cristo, 3. l'atteggiamento nei confronti del potere
temporale.
1. La formulazione della dottrina luterana della giustificazione per la sola
fede, che abbiamo visto accennata nel Ragionamento del patriarca Grimano e
nella Vita di Ermodoro, è ripresa e completata nel Dialogo della Sacra Scrittura con la dottrina dell'espiazione sostitutiva di Cristo e con le sue conseguenze. Singoli elementi, frammenti di tale concezione appaiono disseminati nei
Dubbi con insistenza martellante (Cristo solo mediatore, solo capo della chiesa,
solo re, Cristo fondamento della chiesa, Cristo solo deve essere invocato, l'altrui
fede non salva, i giusti non soggiacciono alla legge, l'uomo è dannato per
legge226 e così via), ma appaiono integrati con la dottrina anabattistica della rigenerazione. Invero l'uomo è di per sé impotente a pervenire alla salvezza, ma
quando il vecchio Adamo - ossia la natura umana corrotta - viene crocifisso
con Cristo, il peccato perde il suo regno su di lui; subito dopo, sotto il tocco
dello spirito, l'uomo risorge con Cristo come Adamo rigenerato e spiritualmente
rinnovato, capace di seguire la vera giustizia, vestito di nuovi affetti, cioè di
umiltà carità castità 227 . Questa rigenerazione, di cui il battesimo è segno esteriore, trasforma l'uomo in un attivo discepolo di Cristo, spontaneamente fecondo
di buone opere 228 . L'uomo rigenerato si muove fra i turbini del mondo in un
alone di tranquillità e di gioia229. Quando Cristo entra nella navicella degli
apostoli, cade la tempesta e l'ansia si trasforma in allegrezza 230 : questo mistero
c'insegna che Cristo è quiete totale, che tutte le angosce si dissolvono in sua presenza e che i veri cristiani sono sempre lieti, perché la letizia dell'animo è frutto
dell'abbandono fiducioso alla provvidenza di Dio 231 .
225. Dubbi, pp. 303, 307, 308. Per le posizioni degli anabattisti veneti sulle contraddizioni del Vangelo cfr. Stella, II, pp. 17, 52.
226. Dubbi, pp. 241-43, 252, 257, 261, 269, 274, 275.
277. Ibid., pp. 299, 311.
228. Ibid., pp. 240, 295.
229. Ibid., p. 311.
230. Ibid., p. 315.
231. II Lando scrisse la lettera dedicatoria di un trattatello di Isabella Sforza Della
vera tranquillità dell'animo pubblicato da Aldo a Venezia nel 1544.
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2. Abbiamo visto sopra come nei Dubbi religiosi si trovi una formulazione del resto anticipata dal Dialogo232 - dei sacramenti e specialmente del battesimo
come segni. Questa dottrina comporta una svalutazione dei sacramenti che non
risparmia nemmeno la cena: essa sembra infatti presa di mira in una serie di
«dubbi» che tendono a minimizzare in senso spiritualistico l'importanza del
corpo di Cristo. Cristo respinse l'abbraccio di Maddalena per distoglierla dal
sopravvalutare la propria persona fisica233. Se alcuni infermi risanò con il contatto e altri con la sola parola, fu perché noi imparassimo che la sua presenza
carnale non è assolutamente necessaria234. Non occorre perseguire la presenza
fìsica di Cristo perché la sua parola è sufficiente. Per distoglierci dall'eccessiva
riverenza della sua carne e indirizzarci allo spirito, egli disse: «è espediente che
io me ne vada, e se io non ne me vado, lo spinto consolatore non verrà a voi» 235 .
Questa svalutazione del corpo di Cristo in confronto della parola si trova in un
opuscoletto brunfelsiano 236 , per quanto qui il Lando possa aver avuto presente
anche la corrispondente posizione di Erasmo nt\Y Enchiridion237.
Il processo di svalutazione del sacramento arriva a conseguenze radicali riguardo al battesimo: se il battesimo è solo segno esteriore di una interiore rigenerazione per opera dello spirito, esso non è più necessario alla salvezza. Ma se il
battesimo non è necessario alla salvezza, si può chiedersi anche se la conoscenza
di Cristo e del Vangelo ne sia condizione indispensabile. Iddio vuole che tutti
gli uomini siano salvi 238 ; l'episodio del ladrone che conobbe e professò Gesù
nell'ora in cui i suoi più intimi se ne tenevano lontani, ci insegna a non disperare
mai della salute di alcuno 239 . E del resto, come interpretare l'affermazione del
Creatore «io ho delle altre pecore che non sono di questo ovile» e «molti verranno dall'Oriente e dall'Occidente che godranno con Abramo e Isaacco», se
non nel senso che non importa esser cristiani di nome per esserlo di fatto 240 ? In
particolare la visitazione dei magi dimostra che lo spirito salvifico alita anche
oltre i confini del mondo evangelizzato: i magi che muovono verso Betlemme
da paesi dove non era stata ancora predicata «la salute per Giesù Christo»
simboleggiano gli eletti ammaestrati da Dio, senza bisogno di predicazione
232.
233.
234.
235.
236.
237.
238.
239.
240.
Dialogo, p. 66r.
Dubbi, p. 307.
Dubbi, p. 245.
Dubbi, p. 307.
Ginzburg, Nicodemismo, p. 12.
Opera Omnia, LB V, col. 32.
Dubbi, p. 259.
Ibid., p. 304.
Ibid., pp. 236-37, 248.
261
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umana 241 . La conclusione è che non si deve disperare «della salute di coloro a'
quali non è anchora stato conceduto il potere udire il Vangelo».
La coloritura umanitaria e razionalistica, che tale conclusione poteva assumere, viene alla luce in un passo del Commentario
d'Italia
delle
più notabili
cose
pubblicato dal Lando a Venezia nel 1550. Qui il Lando combatte il
commercio degli schiavi, che aveva visto praticare in Sicilia, in base a un ragionamente nel quale la ragione appare come scintilla del lume che illumina ogni
uomo che viene al mondo, segno della partecipazione all'eredità cristiana della
salvazione:
«Io vidi [in Sicilia] tener le razze d'huomini per venderli come si vendono
cavalli, buoi, muli, et altri irragionevoli animali, il che parventi pessimamente
fatto. Imperodié, quantunque non habbino il sacro battesimo, sono però dotati
di ragione et possono anch'essi dir: <signatum est super nos lumen vultus tui
Domine>. Portano in fronte come noi altri l'imagine d'Iddio et per essi come per
noi è morto Giesù Christo.» 242
Se si confronta questo passo del Commentario
con la più esplicita asserzione
della emanazione universale della salvezza contenuta nei Dubbi1*3,
si arriva alla
conclusione che il Lando oscilla, nella sua fondazione di tale teoria, fra il
razionalismo umanitario e il misticismo dell'ispirazione diretta dello spirito.
Anche se il misticismo appare preponderante 244 , certi atteggiamenti razionalistici
non sono estranei al Lando, come dimostra la sua posizione di fronte ai miracoli.
Già nel Dialogo
Pandectae2ii,
della Sacra Scrittura
si trovano enunciati che, sulla scia delle
tendono a distogliere i pi i dalla dimensione miracolistica della
fede. Nei Dubbi questa tendenza sbocca nel rifiuto del miracolo come momento
dell'esperienza religiosa. Miracoli possono farne anche i più tristi e scellerati 246
e non sono i miracoli quelli che fanno cristiani 247 ; Iddio non adopra miracoli
dove i debiti soccorsi del nostro intelletto e del nostro impegno pratico non ci
vengono meno 248 ; in fondo il dono di far miracoli non è di molta eccellenza,
come si capisce dal fatto che Giovanni Battista, del quale non nacque mai uomo
241. Ibid., p. 248.
242. Commentario delle più notabili et mostruose cose d'Italia et altri luoghi, di
lingua aramea in italiano tradotto, nel quale s'impara et prendesi estremo piacere. In
Venetia al segno del Pozzo MDL, p. lOv.
243. Dubbi, p. 248.
244. Sul preponderare del misticismo sul razionalismo negli eretici italiani prima di
Lelio Sozzini cfr. Cantimori, p. 128.
245. Dialogo, pp. 11 ν. Cfr. Pandectae, p. 53v.
246. Dubbi, p. 290.
247. Dubbi, p. 294.
248. Ibid., pp. 249, 253.
262
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più santo, non faceva miracoli 249 . Anche Cristo usò moderatamente della facoltà
di far miracoli (come attesta l'episodio della piscina probatica, dove egli risanò
un solo malato, mentre avrebbe potuto risanarli tutti) 250 e comunque non fece
miracoli fra i miscredenti: vi sono miracoli solo là dove vi è fede 251 . Questa
concezione negativa, o almeno fortemente svalutativa, dei miracoli ci autorizza
a relegare tutti i capitoli miracolistici della Vita di Ermodoro fra gli espedienti
simulatori e di camuffamento.
3. Uno dei temi che tornano con insistenza nei Dubbi religiosi è quello
dell'autorità temporale. Abbiamo visto come, nel Dialogo, essa venga lungamente discussa e in definitiva rifiutata, sia al livello del potere sia al livello del
diritto, in quanto contraria all'insegnamento evangelico e per sua natura oppressiva della verità. Questo atteggiamento negativo è ribadito e integrato nei Dubbi
da chiare prese di posizione a favore del pacifismo (non è lecito ai cristiani far
guerre fra loro 252 né in genere è lecito difendersi con le armi, perché i cristiani
sono come pecore destinate al macello 253 ) e contro l'accumulazione della
ricchezza 254 , da insinuazioni ricorrenti contro il giuramento 255 e contro il diritto
dei magistrati di punire i colpevoli 256 . Tuttavia il rifiuto di tutti i cardini della
vita civile e sociale è accompagnato da un'opera di dissuasione da ogni velleità
di resistenza attiva contro l'ordinamento vigente. «Iddio moltiplica il giogo a
chi cerca di scuoterlo» - insegna il Dialogo della Sacra Scrittura, traducendo per
gli italiani le amare esperienze riassunte da Brunfels nelle Pandectae - e il
profeta Geremia ha scritto: «hai consumato le catene di legno et sarannoti fatte
catene di ferro» 257 . Il principio di non resistenza all'autorità è ribadito nei
Dubbi dal ricordo di Giuda Gaulonide, il quale volendo ridur i Giudei in
libertà, li ridusse in estrema rovina 258 . La conclusione conservativa che tali
posizioni suggeriscono è che non esiste «podestà veruna che da Iddio non dependi ..., laonde chi resiste alla podestà humana, resiste alla ordinatione divina» 259 . Perciò bisogna dimostrare rispetto di fronte all'autorità umana, anche
se tirannica (come insegna l'atteggiamento di Cristo di fronte all'autorità
249.
250.
251.
252.
253.
254.
255.
256.
257.
258.
259.
Ibid., p. 261.
Ibid., p. 316.
Dialogo, p. 9r.
Dubbi, p. 257.
Ibid., p. 244.
Ibid., pp. 290, 314.
Ibid., p. 257.
Ibid., p. 273.
Dialogo, p. 17v.
Dubbi, p. 267.
Ibid., p. 267.
263
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romana 260 ), a meno che essa non voglia distoglierci dal vero culto di Dio e dalla
professione della verità 261 . Invero una volta il Signore sfidò l'autorità costituita,
chiamando Erode «volpe» : ma simili sfide si possono permettere solo coloro che
sono veramente ripieni di spirito santo 262 . L'idea tanto cara al Lando del
profeta ispirato, che non teme la potenza terrena, è presente anche nei Dubbi,
ma accompagnata da avvertimenti prudenziali e cautelativi.
Nella vita civile dunque i santi non devono far resistenza all'autorità, in
quanto essa è di origine divina; ma a loro personalmente non è lecito usare armi,
né ricorrere in tribunale, né ricoprire magistrature secolari o ecclesiastiche. Echi
di convinzioni e posizioni analoghe sembra di riconoscere nelle deposizioni degli
anabattisti veneti, i quali affermano di consentire ai principi in tutte le cose,
«pur che non siano contrarie alli precetti de Dio» e ammoniscono che si deve
«obedir alli magistrati temporali et darghe obedientia et reverentia et che la
potestà è data da Dio alli signori per punir li maledetti» 263 ; dall'altro lato insegnano ai loro adepti che, se qualcuno li deruba, lo devono sopportar «in patientia» e non vogliono che fra loro vi siano magistrati che pronuncino sentenze 264 .
Nel Dialogo della Sacra Scrittura e nei Dubbi il Lando attinge, oltre che alle
Pandectae, alla Collectanea troporum di Bartholomäus Westhemer. Varrà la
pena di accennare qui all'importanza di questa fonte e all'uso che ne fa il Lando.
La seconda parte del volume di Westhemer, intitolata Troporum in sacris litteris
usus, è un repertorio di locuzioni bibliche ordinate alfabeticamente, con una
spiegazione del loro significato. I risultati di questo lavoro di filologia biblica si
prestano spesso a essere usati come base di concezioni teologiche radicali. Che
tale uso si riscontri anche nel Lando lo proveremo in base a due esempi.
Alla parola angelus Westhemer dedica una spiegazione che si conclude così:
«insomma col nome di angelo la scrittura intende i ministri pubblici o i messaggeri di Dio». Dunque «chiunque compie i mandati del Signore e annuncia la
sua parole è angelo e legato» : la concezione dell'angelo come spirito celeste non
resta del tutto esclusa, ma l'accento è posto sull'angelo come profeta o apostolo
in terra 265 . A questo passo di Westhemer si collega probabilmente il «dubbio»
religioso che offre al Lando l'occasione di definire come angeli «alcuna volta i
260. Ibid., p. 267.
261. Ibid., p. 267.
262. Dubbi, pp. 271-72.
263. Stella, II, pp. 93, 71.
264. Stella, II, p. 71.
265. Collectanea, parte II, pp. 7v-8r. C f r . Ginzburg, Nicodemismo,
dipendenza di Camillo Renato da Westhemer.
p. 120, sulla
264
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figliuoli di Iddio, alcuna volta [gli] huomini di Iddio», conformemente alle
concezioni diffuse fra gli anabattisti veneti 266 .
Della parola anima Westhemer sostiene che essa «spesso nelle sacre lettere
viene usata nel senso di vita», ossia che si parla di anima in quanto essa vivifica
e fa vegetare il corpo 267 . Troviamo insinuata questa interpretazione nelle risposte
che il Lando dà ad alcuni dubbi religiosi: «anima s'intende la cupidigia, anima
la voluntà, la persona, la vita naturale» e «giurare per l'anima» equivale nelle
sacre lettere a giurare per sé stesso. La testimonianza dell'anabattista Giambattista da Voltolina ci insegna che l'equivalenza anima-vita serviva come prova
della mortalità dell 'anima rationalis e come fondamento della teoria del sonno
delle anime dopo la morte nelle conventicole eterodosse dell'Italia settentrionale 268 .
VI.
O R T E N S I O L A N D O E L'ANABATTISMO VENETO
Un'opera di propaganda religiosa eterodossa cosi consapevole e pertinace, come
quella che abbiamo illustrato nelle pagine precedenti, è diffìcilmente concepibile
come fatto individuale e isolato. Si pone dunque il problema di stabilire un
legame f r a le opere che abbiamo esaminato e i gruppi eterodossi presenti e attivi
in Italia verso la metà del secolo X V I .
Una probabile soluzione di questo problema si offre, per così dire, da sé. Noi
sappiamo che proprio in questo periodo fiorivano in Italia, specialmente nel
Veneto, piccole comunità anabattiste regolarmente visitate da ministri della
parola, i quali tenevano le fila dell'intero movimento. Anche se queste comunità
non erano così numerose e forti come le fece apparire il loro delatore 269 , tuttavia
esse si sentivano abbastanza vitali da organizzare nel settembre del 1550 a
Venezia un concilio anabattista destinato a dibattere e risolvere una serie di
problemi di dottrina. Poco più di un anno dopo, nell'ottobre 1551, queste comunità furono denunciate da uno dei loro ministri itineranti, il marchigiano Pietro
Manelfi, colto da un improvviso ripensamento. La circostanziata denuncia del
Manelfi segnò l'inizio di una serie di arresti e processi, che soffocarono e dispersero l'anabattismo veneto. Gli atti di tali processi e i documenti che li corredano,
a partire dai costituti del Manelfi, costituiscono la principale anche se non
esclusiva fonte delle nostre conoscenze sulle dottrine e la storia del movimento
e offrono una base sufficientemente larga di confronti con le dottrine che abbiamo trovato esposte nelle opere di Ortensio Lando.
266.
267.
268.
269.
Dubbi, pp. 282-83. Cfr. Stella, II, p. 47.
Collectanea, parte II, pp. 13r-v.
Dubbi, pp. 280, 283. Cfr. Stella, II, p. 61.
Stella, II, pp. 64-72.
265
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Le operette da noi esaminate sono legate alla storia dell'anabattismo italiano
da una serie di coincidenze esteriori. Esse sono tutte stampate a Venezia, centro
riconosciuto del movimento anabattista. La lettera dedicatoria della Vita del
Beato Ermodoro è datata 16 agosto 1550, cioè circa un mese prima dell'apertura
del concilio anabattista; la lettera dedicatoria del Dialogo della Sacra Scrittura
è datata 6 aprile 1552, il che la colloca a pochi mesi di distanza dalla denuncia
del Manelfi 270 . Sembra di poter concludere che le operette eterodosse del Lando
che abbiamo esaminato sono scaglionate lungo un arco di tempo, che segna
l'acme dell'espansione e della vitalità dell'anabattismo in Italia, subito prima
della sua rapida ed energica repressione.
Ma queste coincidenze geografiche e cronologiche sono di scarso significato
in confronto a quelle che si possono stabilire sul piano dottrinale. Ad alcune di
queste analogie abbiamo già accennato di passaggio nelle pagine precedenti. Qui
cercheremo di stringere la dimostrazione incentrandola su tre punti d'importanza
fondamentale dal punto di vista dottrinale: 1. la cristologia, 2. l'ecclesiologia,
3. il battesimo e il suo valore.
1. La nature di Cristo e i suoi rapporti col Padre furono uno dei temi più
vivamente dibattuti nel concilio anabattista del 1550. Anche se dubbi circa la
divinità di Cristo erano già diffusi nei gruppi veneti nel periodo precedente, solo
il concilio stabilì definitivamente «Cristo non essere Dio ma huomo concetto
del seme di Ioseph et di Maria» 271 . Nelle opere di Ortensio Lando che abbiamo
esaminato non si trova l'equivalente di un'affermazione così recisa; ma la dottrina dell'umanità di Cristo è insinuata, se non erro, attraverso una serie di
accenni indiretti. Per esempio quella professione di fede, con la quale si apre la
settima e ultima parte del Dialogo, non dichiara che Cristo è figlio di Dio, ma
che è il «seme» promesso «ad Adam, ad Abraam, a Isaac, a Iacob, a David» 272 . Il
termine «seme» costituisce anche la chiave di quella pagina del Dialogo dedicata
alle profezie cristologiche del Vecchio Testamento 273 . Come spiegare tanta insistenza, se non intendendo il termine «seme» come una parola d'ordine atta a
riproporre a un pubblico di lettori iniziati la dottrina della concezione puramente umana di Cristo? In questo senso possono essere interpretati anche alcuni
dei Dubbi religiosi. Uno di essi per esempio è incentrato sugli appellativi divini :
perché nelle sacre lettere l'appellativo «Dio» è diretto per lo più al Padre,
mentre si dà al Figlio il nome di «Signore»? La domanda provoca una risposta
nella quale il Padre «vero fonte della deità» e «solo da niuno dependente»,
detentore del principale luogo fra le persone divine, viene distinto dal Figlio
270. La data della denuncia è il 17 ottobre 1551.
271. Ginzburg, Costituti, p. 34.
272. Dialogo, p. 64r.
273. Ibid., p. 6r.
266
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«redentore oliberatore», per mezzo del quale ilPadre ci ha »ricoverati» 274 . Anche
nel Dialogo l'uguaglianza fra le persone divine viene messa in questione: Cristo
«rimane in eterno eguale al Padre quanto alla divinità, benché minor del Padre
quanto alla humanità» 275 . Nella risposta a un dubbioso, il Redentore viene
designato come «supremo signore padrone de tutti i propheti« e la sua trepidazione
davanti alla morte viene interpretata come dimostrazione «ch'egli haveva in se
stesso ricevuto la natura humana» 276 . Un altro sottile dubbioso vuol sapere
perché l'evangelista chiami Cristo figlio di David e di Abramo, cioè perché in
questa genealogia venga prima David e poi Abramo. La domanda dà al docente
l'occasione di dimostrare attraverso una serie di esempi come Cristo fosse generalmente considerato fra gli Ebrei discendente di David 277 .
La convergenza fra le posizioni degli antitrinitari veneti e quelle formulate
dal Lando sui rapporti fra Padre e Figlio diventa stringente nella dimensione
escatologica: «al iuditio Iesu Christo restituirà el regno al Padre et [il Padre]
regerà per se medesimo, ma adesso regna et vige per mezo de Christo» 278 , dice
l'anabattista Giambattista da Voltolina nella sua professione di fede. E il Lando
nella settima parte del Dialogo: «all'hora sarà il fine del mondo, quando il
Figliuolo restituerà il regno suo a Dio Padre« 279 .
2. Sul piano ecclesiologico le coincidenze fra le posizioni del Lando e quelle
degli anabatisti veneti sono più precise. Abbiamo visto come per il Lando la
vera chiesa sia «tutta spiritale, senza macchia, irreprensibile». Le implicazioni
negative di questi attributi ecclesiologici (insistentemente ricorrenti nelle opere
del Lando 280 ) vengono chiarite da una lettera dell'anabattista rodigino Francesco della Sega alla madre e ai fratelli: «in nissun modo adonque si ha da dire
che una ... congregatione cosi cattiva et perversa [come la chiesa romana] sia
la chiesa di Christo, perché la ... chiesa de Dio è santa ¡maculata senza ruga et
macchia» 281 . Anche per definire positivamente il loro concetto di chiesa il Lando
274. Dubbi, p. 238.
275. Dialogo, p. 7r. C f r . Pandectae, p. 30r.
276. Dubbi, p. 230.
277. Ibid., ρ. 246. Nella sua propaganda orale il vescovo anabattista Benedetto
d'Asolo insegnava «che Christo era nato del seme di santo Iseppo et di Maria, secondo le promesse che Christo dovea nascer della stirpe di David», Stella, II, p. 74.
278. Stella, II, pp. 58-59.
279. Dialogo, p. 66r.
280. Dialogo, p. 7v. Dubbi, p. 292.
281. Stella, II, p. 298. Per cautelarsi dal pericolo che implicazioni anticattoliche
potessero essere intraviste dietro le sue righe, il Lando, dopo aver definito la «vera
chiesa» come «senza macchia et irreprensibile», aggiunge simulatamente «si la triomphante ma non la militante», Dubbi, p. 292.
267
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e gli anabattisti veneti ricorrono alle stesse parole. La vera chiesa è per il nostro
«la congregatone de' buoni», il «concilio de' giusti» con a capo Cristo: essa non
risiede in alcun luogo fisso bensì si trova «dovunque siano due o tre congregati
nel nome [del Signore]» 282 . Ed ecco, fedele come un'eco, Giambattista da Voltolina: «tengo per giesia l'union de' fedeli, et noi non cognoscemo capo alchuno de
la giesia in terra, salvo che Christo ... et dove sono dui over tre congregati in
nomine de Dio quella è giesia»283.
Che la chiesa così definita debba essere una comunità di poveri ¿ un principio
che il Lando e gli anabattisti fondano sullo stesso passo scritturale. «Christo
disse: <le volpe han le cave et li ucelli hanno il suo nido et il figliuolo dell'uomo
non ha dove metter il capo>, adunque bisogna che i membri di Christo et i suoi
servi siano anch'essi poveri, perché non è servo maggior del suo padrone» attestano gli anabattisti 284 ; e il Lando insegna che, per esortare alla povertà e
dimostrare che Christo visse poveramente, bisogna servirsi di quel «santo oracolo: le volpi hanno le lor tane et le lor fosse, gli ucelli hanno i lor nidi, et il
figliuolo del huomo non ha dove riposare il capo» 285 (questa citazione biblica
ritorna con insistenza notevole nelle opere a stampa di Ortensio Lando che
abbiamo visto 286 ). L'idea che la chiesa debba essere povera è integrata dall'idea
che essa debba essere spoglia di potere e oggetto di persecuzione, come abbiamo
visto nella Vita di Ermodoro e nel Dialogo. Anche gli anabattisti veneti avvertono i loro adepti «che intrando in questa dottrina seriano perseguitati fin alla
morte per el nome de Christo» 287 .
3. Nelle pagine precedenti abbiamo già stabilito un confronto fra le formulazioni del Lando riguardo al battesimo e le posizioni degli anabattisti veneti 288 .
Questo confronto può essere ulteriormente sviluppato. Si può dimostrare che sia
l'uno che gli altri fondano la loro svalutazione del battesimo sul versetto di
Marco (XVI, 15-16): «andate per tutto il mondo e predicate l'evangelo ad ogni
creatura; chi avrà creduto e sarà stato battezzato, sarà salvo», dal quale deducono l'invalidità del battesimo dei fanciulli incapaci di fede. Il vescovo anabattista Benedetto d'Asolo dichiara «che il battesimo qual si usa hoggi nella chiesa
romana non è quello che ha ordinato Christo, dicendo Giesù Christo: <predicate
l'evangelio et chi crederà et sarà battezato sarà salvo>»289. La stessa posizione
282.
284.
285.
286.
287.
288.
289.
C f r . sopra, p. 40.
283. Stella, II, p. 96, nota 237.
Stella, II, p. 70, nota 163.
Dubbi, p. 243.
Dialogo, p. 7; Una breve prattica di medicina, cit., p. 5v.
Stella, II. p. 48.
C f r . sopra, pp. 49-50.
Stella, II, p. 77.
268
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si trova nella propaganda orale che svolge, sotto forma di «dubbi», l'istriano
Gian Giorgio Patrizi : «comintiò - dichiarano i testi - a dimandar alcune difficultà, tra le altre per che cosa Christo haveva ordinato a li discipoli che,
andando a predicar l'evangelio, gli facesse intender che chi crederà et sarà
batizado serà salvo ... perché haveva ditto prima chi crederà et poi sera batizato ...P»290 Una posizione del genere, biblicamente fondata, non si trova - per
quanto so - in nessuna delle opere conosciute del Lando. Ma un sua manoscritto
latino, che risale all'inizio del decennio 1540-50, comprende un passaggio che si
dà qui di seguito in traduzione italiana:
«Il Signore disse ai suoi seguaci: <andate, ammaestrate tutti e battezzateli). Se
lui mise prima l'ammaestramento e poi il battesimo, perché noi invece battezziamo quelli che non abbiamo ancora istruito nella fede cristiana? Forse perché
gli apostoli, specialmente destinati a divulgare il vangelo, avrebbero avuto a che
fare con adulti? Per questo [Cristo] prescrive che prima li dovevano ammaestrare? Infatti chi sarebbe stato d'indole così crassa e stolida da lasciarsi
passivamente battezzare, se prima non gli avevi fatto capire in nome di chi
doveva essere battezzato e quale vantaggio gliene sarebbe derivato?» 291
La corrispondenza fra tale questione e l'atteggiamento del Patrizi è così
stretta, che si direbbe che l'uno dipenda dall'altro. (Anche l'idea landiana che
la salvezza non dipende dal battesimo trova corrispondenza fra gli anabattisti
veneti, i quali sostengono che si può andare in paradiso *etiam senza el batesimo»292.)
Si potrebbe obiettare che le dottrine cristologiche, teologiche e del battesimo
così formulate non sono caratteristiche degli anabattisti veneti e che non si può
dimostrare un rapporto d'interdipendenza in base a coincidenze su dottrine
largamente diffuse 293 .
Ma fra le dottrine dibattute nei gruppi anabattisti italiani e le operette del
Lando vi sono anche delle corrispondenze particolari. Per esempio nella Vita di
Ermodoro si trova annoverato fra i principali doveri di carità attiva quello di
290. Stella, II, p. 84.
291.' Su questo manoscritto ho intenzione di tornare più a lungo in un lavoro in preparazione.
292. Stella, II, p. 7.
293. Un'altra obiezione potrebbe vertere sulle contraddizioni f r a le dottrine del
Lando che abbiamo esposto e certe pratiche diffuse negli ambienti anabattisti dell'Italia
settentrionale. Se il battesimo è solo un segno esterno e inessenziale, perchè praticare il
ri-battesimo? Se la chiesa è una comunità invisibile e diffusa dappertutto, perchè fondare una nuova chiesa? Contraddizioni del genere si notano anche in personalità di
notevole energia intellettuale, come Camillo Renato. C f r . Williams, p. 552.
269
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prestare assistenza agli incarcerati per la religione «cattolica» 294 . Mi sembra che
questa oscura allusione non si possa spiegare se non come un richiamo alla pratica degli anabattisti veneti di visitare in carcere i loro compagni di fede, imprigionati per causa di religione. Il Manelfi menziona questa pratica come prova
suprema del favore che circonda i suoi excorreligionari e dell'audacia con cui
essi operano: «anzi vi dico di più, che sino nelle pregioni più volte habbiamo
havuto adito a confortare i carcerati anabattisti et heretici, et in Venetia sono
già dui anni ... entrassimo nelle pregioni, dove era uno ... heretico, dove lo
ribattizassimo et de lutherano perfetto lo faccessimo anabattista» 295 .
Un'altra coincidenza particolare si trova nel Dialogo della Sacra Scrittura,
dove si afferma che il primo ufficio del vescovo è il «ministerio della parola» 2 9 6 .
Ora «ministri della parola» erano designati i pastori itineranti che mantenevano
i contatti f r a le varie comunità anabattistiche 297 .
Le coincidenze più precise riguardano i contrasti dottrinali che dividevano
gli anabattisti veneti. Oggetto di vive discussioni e di una vera e propria condanna furono le posizioni dei cosiddetti giudaizzanti o non adoranti, i quali
(1) sostenevano che Cristo non è il Messia e che bisogna attendere il Messia vero,
(2) respingevano tutto il N u o v o Testamento e di conseguenza (3) non adoravano
Cristo 298 . Nella pubblicistica religiosa del Lando sembra di cogliere un riflesso
di queste discussioni. Nella Vita di Ermodoro, f r a gli avversari che il protagonista
si trova a fronteggiare, compare un giudeo, sostenitore (1) della dottrina che il
Messia non è ancora venuto 2 9 9 (e nei Dubbi si elencano passi biblici atti a convincere «un giudeo che' altro Christo non s'habbia ad aspettare di quello che già
è venuto et ne ha recato la salute» 300 ). Altri giudei convertiti al cristianesimo
(2) «ricadono nel giudaismo, sprezzando la santissima parola d'Iddio» (cioè
evidentemente il N u o v o Testamento) ed Ermodoro deve difenderli dalle villanie
e dagli scherni dei cristiani 301 . Nel Dialogo (3) si sottolinea con enfasi l'adorazione dovuta a Cristo: egli è colui «nel cui nome tutte le ginocchia divotamente
si piegano» 302 .
In conclusione i confronti che si possono stabilire sia dal punto di vista esterno
(cronologico e geografico) sia dal punto di vista interno (dottrinale) fra la
294.
295.
296.
297.
298.
299.
300.
301.
302.
Vita, p. 7v.
Ginzburg, Costituti, pp. 71-2.
Dialogo, p. 15v.
Ginzburg, Costituti, p. 10. Stella, II, p. 41, nota 80.
Stella, II, pp. 32-33, 80-81.
Vita, pp. 28v-29r.
Dubbi, p. 291.
Vita, p. 26v.
Dialogo, p. 7r.
270
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pubblicistica religiosa di Ortensio Lando e le posizioni degli anabattisti veneti
mi sembrano, per qualità e quantità, difficilmente spiegabili come coincidenze casuali. Si potrà dunque assumere come verosimile la tesi che le operette
sopra esaminate sono testi di propaganda religiosa che riflettono le dottrine professate e discusse soprattutto nei gruppi eterodossi veneti verso la metà del secolo XVI.
Le fonti archivistiche ci informano che l'opera di propaganda orale di questi
gruppi avveniva per gradi. Innanzi tutto si aveva cura di scegliere i propri
interlocutori fra persone già vivamente interessate ai problemi religiosi, non
digiune di linguaggio teologico e simpatizzanti per le posizioni riformate. Il
comune terreno d'incontro e d'intesa fra i propagandisti e i loro proseliti era
rappresentato dalla «dottrina luterana» della giustificazione per la sola fede,
sulla quale tutti erano d'accordo303 : il primo grado dell'indottrinamento prevedeva proprio l'illustrazione di questa dottrina e il consolidamento in essa degli
interlocutori. Il secondo grado consisteva nella dimostrazione cauta e graduale
dei corollari solafideistici, specialmente dei corollari o «consequentie» eversive
nei confronti di dogmi o cerimonie della chiesa romana 304 , come l'intercessione
dei santi, il purgatorio, l'adorazione delle immagini305, i giubilei306, la confessione auricolare307. Infine il terzo grado della propaganda prevedeva una iniziazione degli adepti alle «opinioni di maggior importanza», cioè alla dottrina dei
sacramenti come puri segni, alla dottrina dell'umanità di Cristo e alla dottrina
del sonno delle anime dopo la morte308.
Se veramente le opere di Ortensio Lando sono documenti a stampa di propaganda anabattista, allora esse si collocano fra il secondo e il terzo grado della
propaganda, più vicine al seconde che al terzo. Il Lando si rivolge in un linguaggio cifrato e allusivo a un pubblico di simpatizzanti già iniziati, muovendo dalla
dottrina della giustificazione per la sola fede come da un comune terreno d'intesa; insiste sulle conseguenze eversive di questa dottrina riguardo alla religione
tradizionale (Cristo è il solo mediatore, il solo capo della chiesa, la sola pietra,
la confessione έ interiore, la fede altrui non salva). Delle dottrine più dichiaratamente anabattistiche sviluppa quelle meno compromettenti (la chiesa dei poveri,
303.
304.
305.
306.
307.
fessarsi
308.
Stella, II, p. 40.
Ibid., pp. 25-26, now 31.
C f r . Dubbi, p. 274: «non ti farai alcuna imagine di relievo».
La prossimità dell'anno 1550 rendeva attuale il problema del giubileo.
«La confession che si fa al sacerdote non è cosa necessaria, perché Ί basto cona Dio», Stella, II, p. 41, nota 80.
Stella, II, pp. 25-26, nota 31.
271
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la condanna del potere e del diritto, la negazione del giuramento, i sacramenti
come segni), ma insinua appena per accenni quelle più compromettenti (l'umanità di Cristo, il sonno delle anime).
La principale obiezione che si presenta contro un'interpretazione delle opere
del Lando come testi di propaganda anabattista è il silenzio delle fonti archivistiche: se tale interpretazione è giusta, perché nei costituti del Manelfi e nei
processi del Sant'Uffizio veneziano tale pubblicistica non viene denunciata? Una
risposta almeno parziale a tale domanda si può trovare nella collocazione che
abbiamo tentato delle opere landiane fra il secondo e il terzo grado del proselitismo. Queste opere non sono dirette alla ristretta sfera di adepti già illuminati
sui punti dottrinali più importanti, ma a un più largo ed eterogeneo pubblico
di simpatizzanti e di curiosi. Il Manelfi si muove al livello più alto dell'iniziazione, nel quale si pretende dagli adepti il rigetto di tutti i libri ad esclusione
della Bibbia e la rinuncia non solo a benefici ecclesiastici ma anche a diritti
signorili e feudali 309 (forse per tali condizioni coloro che pervenivano a quel
livello erano per lo più semplici artigiani). Il Lando invece si rivolge a interlocutori e lettori della nobiltà e della classe colta: a questo livello l'esclusivismo
biblico significa scrivere un libro per persuadere che tutti i libri fuorché la Bibbia sono da buttar via, e l'aspirazione pauperistica ed egualitaria si trasforma in
un dicorso retorico sul contemptus
VII.
della ricchezza e del potere.
CONCLUSIONE
Il presente saggio si apre con l'anticipazione delle tesi che esso intende dimostrare. Abbiamo dimostrato la prima tesi - cioè la dipendenza delle operette
religiose, che il Lando pubblicò intorno al 1550, dalle Pandectae
di Brunfels e
da altre opere del gruppo strasburghese che a lui faceva capo - sulla base di un
certo numero di confronti testuali, che rappresentano solo un esiguo campionario delle corrispondenze che si potrebbero documentare. D a questi confronti
risulta che il Lando compose buona parte delle sue opere teologiche basandosi
sulle Pandectae,
nea troporum
che aveva testualmente presenti, per quanto anche la
Collecta-
di Westhemer rappresenti una componente importante del suo
pensiero teologico. Del discorso di Brunfels il Lando dà un'interpretazione personale, accentuandone o isolandone gli elementi anabattistici e settari (l'idea
della persecuzione come suggello dell'elezione, la chiesa dei poveri, l'apologia
del lavoro manuale, la discussione sull'autorità secolare). Invece ne riflette
309. Ginzburg, Costituti, p. 45.
272
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senza sostanziali modifiche il discorso «sul Vangelo», cioè la fenomenologia
della predicazione evangelica in terra d'empietà, nei suoi due momenti opposti
e complementari: il momento dello slancio proselitico e dell'impegno nella professione della verità fino al martirio, e il momento del ripiegamento nella dissimulazione nicodemitica e negli espedienti della prudenza secolare (la menzogna,
la fuga davanti alla persecuzione). La pubblicistica di Ortensio Lando intorno
al 1550 verrebbe a costituire dunque il mancante anello di congiunzione fra la
prima formulazione del nicodemismo come aplologia della simulazione religiosa
nelle Pandectae Veteris et Novi Testamenti di Otto Brunfels e la documentata
diffusione di formule e pratiche nicodemitiche nel mondo ereticale italiano a
partire dalla metà del secolo310.
La seconda tesi - cioè la valutazione delle operette landiane come testi di propaganda religiosa provenienti dai gruppi degli anabattisti veneti - è stata dimostrata come probabile in base a una serie di coincidenze dottrinali di carattere
generale e particolare.
Tale valutazione trova una conferma indiretta nei vari e talvolta complessi
espedienti simulatori e dissimulatori, che il Lando mette in atto per camuffare
il contenuto radicale dei suoi scritti. Crediamo di aver dimostrato che in questo
mascheramento per autodifesa egli arriva al punto di scrivere il contrario di
quello che pensa e che il suo procedimento non è minimamente favorito da naturale capricciosità o bizzarria, ma dettato da lucida consapevolezza. Sembra
lecito applicare al Lando stesso e al suo metodo di composizione quello che il
Lando dice di Platone nel Dialogo della Sacra Scrittura·.
«Dovendo Platone dimostrare la dottrina d'Iddio che ne insegnarono Mosè et
gli altri propheti ..., temendo delle sciagure intervenute a Socrate, et di non
provocarsi contra Anito et Meleto, presso de' quali solevano accusarsi quelli che
offendevano la religione, per paura di non essere astretto a ber la cicuta, compose un sermone de gl'Iddìi oscuro molto et stranamente involto, et intricato
più del labirinto de' Creti; col quale parea d'acconsentire non solo a quelli, che
stimarono esserci più dei, ma a quelli etiando, che il contrario affermarono.» 311
L'interpretazione delle opere del Lando come testi di propaganda anabattista,
qualora venga accettata come convincente, apre più problemi di quanti ne risolva.
310. Antonio Rotondò: «Atteggiamenti della vita morale italiana del Cinquecento:
la pratica nicodemitica», Rivista Storica Italiana, LXXIX (1967), pp. 991-1030, con
bibliografìa sui contributi di Delio Cantimori sul problema.
311. Dialogo, p. 59r. Le parole «solevano» e «oscuro» sono emendamenti niei. La
stampa legge «solevamo» e «oscura».
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Vi è innanzi tutto il problema del ripensamento in chiave religiosa degli altri
testi landiani pubblicati contemporaneamente o antecedentemente a quelli da
noi esaminati. Vi è il problema della posizione di quel folto gruppo di personaggi della nobiltà o dell'alta borghesia italiana che in tali testi compaiono
come presunti coautori, dedicatari, ospiti o mecenati 312 . Ma il problema centrale è quello della indentiti del Lando, della sua origine e del suo itinerario
intellettuale e religioso. L'ufficio del cuore umano - risponde il nostro sedicente milanese a uno dei dubbi morali postigli dai suoi interlocutori - è quello
«di simulare et di dissimulare.» 313 Coerentemente con questo principio, il nome di
Ortensio Lando non compare né nei lunghi elenchi degli anabattisti denunciati
dal Manelfi né - per quanto ne so - nei processi che a quella denuncia seguirono.
Al silenzio quasi totale delle fonti archivistiche si contrappone l'eloquenza delle
opere a stampa da noi esaminate, che ci tratteggiano una personalità dolorosamente e tenacemente impegnata nel «ministero della parola», esperta di tutti i
suoi problemi e raffinata in tutti gli espedienti di autodifesa.
Quale propagandista eterodosso o ministro della parola si è così efficacemente e
durevolmente nascosto sotto la personalità fittizia del letterato Ortensio Lando?
Quanto ancora ci possono rivelare le sue opere in cifra sulla geografia e la storia
della eterodossia italiana verso la metà del Cinquecento? Nei suoi Sette libri de
chataloghi pubblicati nel 1552 il Lando inserisce un catalogo dei moderni morti
per fuoco, che si apre con il nome di Savonarola «huomo pieno di spirito profetico» e si chiude con un anonimo «N. da Asola del Trevigiano ... arso per esser
anabattista» 314 . Questo anonimo non può essere altro che il vescovo anabattista
Benedetto d'Asolo, che il 17 marzo 1551 suggellò con la morte sul rogo a Rovigo
un'ardente opere di predicazione e un comportamento di straordinaria fermezza e altezza morale davanti al tribunale dell'Inquisizione 315 . La sua morte suscitò una profonda emozione nei circoli anabattistici veneti e segnò l'inizio
della loro dissoluzione. Lo stringato accenno ad essa nei Cataloghi del Lando
appare, alla luce delle considerazioni svolte nelle pagine precedenti, come un
epitaffio chiuso e dolente: l'unico possibile atto pubblico di riverenza verso un
compagno di apostolato, che aveva saputo affrontare la persecuzione imposta
agli eletti «fin alla morte per il nome di Cristo».
312. Cfr. sopra nota 215.
313. Dubbi, p. 203.
314. Sette libri de cathaloghi a varie cose appartenenti non solo antiche ma anche
moderne: opera utile molto alla historia et da cui prender si pò materia di favellare
d'ogni proposito che ci occorra. In Vinegia appresso Gabriel Giolito de' Farrari e fratelli, MDLII, p. 402.
315. Stella, II, p. 72-81.
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E L E N C O DELLE ABBREVIAZIONI
I. Opere di Ortensio Lando
Dialogo = Dialogo di M. Hortensio Lando nel quale si ragiona della consolatone et
utilità che si gusta leggendo la Sacra Scrittura. Trattasi etiandio dell'ordine che tener
di dee nel leggerle e dimostrasi essere le sacre lettere di vera eloquenza et di varia dottrima alle pagane lettere superiori. In Venetia al segno del Pozzo M.D.LII.
Dubbi •= Quattro libri de dubbi con le solutioni a ciascun dubbio accommodate. In
Vinegia, appresso Gabriel Giolito de' Ferrari, et fratelli MDLII.
Ragionamenti = Ragionamenti familiari di diversi autori non meno doni che faceti
et dedicati alla rara cortesia del molto Reverendo et Ilust. Signore il Sig. Andrea
Mattheo d'Acqua Viva. In Vinegia al segno del Pozzo M.D.L.
Vita = Vita del beato Ermodoro alessandrino da Theodoro Cipriano scritta et nella
nostra volgar lingua tradotta, nella quale scorgesi un vero essenpio et una viva imagine
dell'huomo christiano. In Vinegia al segno del Pozzo MDL.
II. Altre fonti
Catalogi = Catalogi Othonis Brunfelsii. Virorum illustrium Veteris et Novi Testamenti.
Virorum obscurorum utriusque Testamenti. Illustrium item mulierum. Obscurarum dein
mulierum. De bellis, victoria et triumphis iustorum contra impíos. Orationes, exortationes, obsecrationes patrum, prophetarum, regum et virorum illustrium. De tyrannide
et bellis impiorum contra iustos. S. 1. a. (ma Strasburgo, Jo. Sdbott, 1528).
Collectanea = Collectanea troporum communium bibliorum non aestimandis sudoribus recognita et locupletata, summa tum diligentia tum iudicio ex sacrorum patrum
scriptis excerpta Bartholomaeo Vesthemero collectore. Basileae apud Thoman Volfium
anno MDXXXIII.
Ginzburg, Costituti = Carlo Ginzburg: I costituti di don Pietro Manelfi, Biblioteca
del Corpus Reformatorum Italicorum (Firenze, Chicago 1970).
Enchiridion = Enchiridion di Erasmo Rotherodamo dalla lingua latina nella volgare
tradotto per M. Emilio di Emilii bresciano con sua canzone di penitenza in fine. In
Venetia MDXXXIX.
Pandectae = Pandectarum Veteris et Novi Testamenti libri XII Othonis Brunfelsii.
Revisi, emaculati, aucti et restituti denuo. 1528, Argentorati, apud Joannetn Sdiottum.
III. Letteratura secondaria
Cantimori = Delio Cantimori: Eretici italiani del Cinquecento. Ricerche storiche (Firenze 1939).
Ginzburg, Nicodemismo = Carlo Ginzburg: Il nicodemismo. Simulazione e dissimulazione religiosa nell'Europa del '500 (Torino 1970).
Grendler ·= Paul E. Grendler: Critics of the Italian World 1530-1560. Anton Francesco Doni, Nicolò Franco and Ortensio Lando (Madison, Milwaukee and London 1969).
Stella, I = Aldo Stella: Dall'anabattismo al socinianesimo nel Cinquecento veneto.
Ricerche storiche (Padova 1967).
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Stella, II = Aldo Stella: Anabattismo e antitrinitarismo in Italia nel XVI secolo.
Nuove ricerche storiche (Padova 1969).
Williams = George Huntston Williams : The Radicai Reformation (Philadelphia 1962).
ZUSAMMENFASSUNG
Die Schriften des Mailänders Ortensio Lando (1512?—1554?) erschienen bisher als das
Werk eines erfolgreichen und unterhaltsamen Literaten, der Kritik an den politischen und
sozialen Mißständen im damaligen Italien übte und sich dabei gelegentlich aus der Sicht
einer gemäßigten Erasmus-Nachfolge audi mit kirchlichen Fragen befaßte, ohne aber
bewußt die Grenze der katholischen Orthodoxie zu überschreiten. Im vorliegenden Aufsatz soll nun aber gezeigt werden, daß die religiösen Fragen im Werk des Lando viel
zentraler sind, als bisher angenommen wurde, ja daß sie den eigentlichen Schlüssel für
dessen Verständnis darstellen. Vier kleinere, in Venedig publizierte Schriften aus der
Zeit zwischen 1550 und 1552 werden befragt, inwiefern sie als Zeugnisse des Einflusses
spiritualistisch-täuferischer Ideen im Sinne der Pandectae Veteris et Novi Testamenti
ejes Otto Brunfels und als Dokumente der Propaganda antitrinitarisdier Gruppen im
Veneto, die wir durch die 1551 erfolgte Denunziation des Pietro Manelfi kennen, zu
verstehen sind.
Die erste dieser Schriften, die Ragionamenti familiari (1550), wirkt recht harmlos als
eine Art rhetorischer Obung, die die verschiedensten Themata bunt gemischt behandelt.
In einzelnen Kapiteln verbergen sich aber Ansichten, deren reformatorischer Ursprung
nicht zu übersehen ist. In der Kritik der Bischöfe kommt die Lehre der Rechtfertigung
allein durch den Glauben vor, und die Ermahnungen an die Prediger erweisen sich als
ein Mosaik von Zitaten aus den Pandectae des Brunfels. Der letztgenannte Ragionamento enthält eine für uns merkwürdig widersprüchliche Theorie der evangelischen Verkündigung in katholischen Gebieten: es wird eine leidenschaftliche, die Verfolgung nicht
scheuende Stellungnahme verlangt, aber auch eine äußerliche Anpassung im nikodemitisdien Sinn gerechtfertigt.
Der wahre Charakter der Vita di Ermodoro (1550) als täuferische Propagandaschrift
wurde bisher verkannt, da sich das Werk - oberflächlich betrachtet - als Obersetzung
einer Heiligenvita aus dem Griechischen zu erkennen gibt. Folgende drei Aspekte enthüllen die tatsächliche Absicht des Verfassers: 1. die Auffassung der monastischen Disziplin (die Bedeutung der beschriebenen Mönchsgemeinschaft wird allein in der von ihr geübten Nächstenliebe und nicht im kultischen Bereich gesehen); 2. die Meinung, daß die
wahre Kirche die Kirche der Verfolgten sei; 3. der Zusammenhang mit den Pandectae
des Brunfels (mit Akzentverschiebung zugunsten eines offeneren Bekenntnisses).
In dem 1552 erschienenen Dialogo della Sacra Scrittura wird der absolute Vorrang
der Bibel gegenüber allen übrigen Schriften, die gänzlich zurückzutreten hätten, postuliert. Auch hier sind die hauptsächliche Quelle die Pandectae, von denen die ersten vier
Teile des Werkes abhängen. Als Thesen finden sich in dieser Schrift vor allem: 1. eine
stark nikodemitisch gefärbte Anleitung für die evangelische Verkündigung in katholischen Ländern; 2. die Ablehnung aller institutionalisierten Kultformen zugunsten einer
freien, sich auf die Inspiration berufenden Verkündigung; 3. die Kritik der als Tyrannis und Feind der evangelischen Wahrheit dargestellten politischen Gewalt und des als
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uiichristlich empfundenen Rechtes; 4. die Verteidigung des von den Fürsten unterdrückten gemeinen Volkes.
Die Dubbi religiosi bilden den AbsAluß des Budies Quattro libri di dubbi (1552).
Die hier gewählte Form der unsystematischen Zusammenstellung kurzer Fragen und
Antworten, die in lockerer Folge ohne ersichtliche Ordnung aneinander gereiht erscheinen, ermöglicht weitgehend unverschleierte Angriffe auf die katholische und audi reformierte Theologie. Nidit nur wird die Bedeutung der Taufe als Sakrament bestritten,
sondern eine universale Erlösung angenommen, dank der audi die von Gott erleuchteten
Ungetauften, ja selbst jene, die nie von Christus hörten, errettet werden können.
Der radikale Gehalt all dieser Schriften wird geschickt durdi eine Mischung enthüllender und verbergender Ausdrucksformen getarnt. So wird beispielsweise in nur den
Eingeweihten verständlidien Chiffren gesprochen. Kompromittierende Thesen werden
in den nächstfolgenden Sätzen scheinbar sogleich wieder zurückgenommen oder widerlegt. In einigen Fällen ging Lando so weit, in seinen Ideen radikal widersprediende Gedanken als reine Vorsichtsmaßnahme zu äußern. Dem arglosen Leser mußten deshalb
seine Schriften als eine bizarre Misdiung widersprüchlichster Ideen erscheinen.
Im Hinblick auf die Christologie und die Lehren von der Kirdie und der Taufe lassen
sich Obereinstimmungen mit den um 1550 im Veneto tätigen Täufern aufzeigen. Besonders aufsdilußreidi sind in dieser Hinsicht die im Werke des Lando sich widerspiegelnden inneren Auseinandersetzungen zwischen den verschiedenen norditalienischen Täufergruppen. Merkwürdigerweise fehlt aber der Name Ortensio Lando sowohl in der
Liste der von Manelfi denunzierten Täufer wie in den Prozeßakten. Ober die wahre
Identität dieses seltsamen Mannes bereitet die Autorin zur Zeit eine Studie vor.
Nikolaus Gallus und das Interim
E i n e a n o n y m e Druckschrift aus d e m J a h r 1 5 4 8
Von H art mut Voit
Nach der Oktroyierung der Interimsverfassung am 15. Mai 1548 steht Karl V.
vorübergehend einer oppositionellen Koalition der Städte gegenüber. D i e protestantischen Ratsgesandten erarbeiten eine Eingabe an den Kaiser:Sie hätten als
Delegierte keine Vollmacht, in so schwierigen Fragen selbständig zu entscheiden,
und müßten daher erst Bericht erstatten 1 . Intensive Verhandlungen folgen und
ziehen sich über Wochen hin. Sic sind ein Beweis dafür, daß die evangelischen
1. Das Augsburger Interim von H48, nach den Reidistagsakten deutsch und lateinisch
herausgegeben von Joachim Mehlhausen, Neukirchen 1970. - S. Issleib: Moritz von
Sachsen 1547-1548, in: Neues Archiv für Sächsische Geschichte und Altertumskunde 13
(1892), S. 217 f.; G. Wolf: Das Augsburger Interim, in: Deutsche Zeitschrift f ü r Geschichtswissenschaft, Neue Folge 2 (1897/98), S. 82 f. - August von Druffel: Beiträge zur
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Spiritualismo radicale nelle opere di Ortensio Lando