PagInaUNO - bimestrale di analisi politica, cultura e letteratura - aNNO IV - N. 20 - DIcEmbRE 2010 / gENNaIO 2011
paginauno
bimestrale di analisi politica, cultura e letteratura
Restituzione pRospettica
Il romanzo mai scritto sugli anni Novanta (5ª parte)
Fallimento delle Leghe del sud e appoggio a Forza Italia
di Walter G. pozzi
polemos
Profitti da debito pubblico
Manovre speculative e mancata redistribuzione
di Giovanna cracco
Piccole bombe nucleari crescono
La fusione fredda e le nuove mini-armi atomiche
di emilio Del Giudice
inchiesta
Iraq: l’asta petrolifera e la sconfitta
delle Oil company americane
di Fabio Damen
DuRa lex
Le fondazioni bancarie: il furto pubblico del no profit privato
di Giovanna Baer
inteRvista
Elvira Dones. Una libertà senza sogni
di sabrina campolongo
a pRoposito Di...
Ridere, obbedire, combattere!
di Giuseppe ciarallo
Filo-loGico
Storia e geografia della colpa
di Felice accame
veRità al tempo Della moviola
Premi Nobel à la carte
di Davide pinardi
8,00 euro
anno iv - numero 20 - dicembre 2010/gennaio 2011 - www.rivistapaginauno.it
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Walter G. Pozzi
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Luca Gallo
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Claudio Vainieri
Le opere pubblicate sono di Romeo Traversa
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Anno IV – numero 20
Dicembre 2010 / gennaio 2011
Pubblicazione bimestrale (5 numeri annuali)
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Chiuso in redazione il 30 ottobre 2010
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questo numero è andato in stampa anche grazie al contributo di Sifra Impianti di Gianni Torre, video citofoni,
antenne satellitari, impianti di climatizzazione, video sorveglianza e allarme.
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sOmmARIO
In questo numero
Le stragi del ’92/93: nel 1990 il centro-sud assiste al diffondersi di movimenti leghisti. Pochi mesi dopo, i partitini federalisti del
nord confluiscono nella Lega Nord di Bossi e Miglio. E mentre
prende vita il progetto federalista, tornano alla ribalta due vecchie
conoscenze: Licio Gelli e Stefano Delle Chiaie. La fusione fredda
e le nuove mini-armi atomiche: il potere militare parla di ‘uranio impoverito’, la comunità scientifica tace, e intanto dalla prima
guerra del Golfo vengono usate armi nucleari grandi come proiettili d’artiglieria. L’asta del petrolio in Iraq: il fallimento della guerra, le ragioni della sconfitta delle compagnie petrolifere americane e la conseguente ricomposizione geopolitica mondiale. Profitti
da debito pubblico: operazioni speculative e mancata redistribuzione mentre le manovre varate dai governi europei tradiscono la
volontà di non voler cambiare rotta rispetto alla rivoluzione neoliberista inaugurata negli anni ’90. Le fondazioni bancarie: struttura e percorso legislativo di un potere finanziario che la politica ha
assoggettato, per mettere nelle mani degli enti locali i lauti profitti delle banche che la norma originaria destinava al no profit privato. I morti del profitto nell’era dell’azienda totale: più di cinquanta suicidi in tre anni tra i dipendenti di France Télécom.
E ancora: Calcio e fascismo: l’uso dello ‘sport nazionale’ come
strumento di consenso e propaganda fascista. Satira e fascismo:
storia e percorso della satira nel Ventennio. Da Atlantide a Thule:
quando il mito della ‘terra perduta’ e di una umana ineluttabile colpa da pagare sostituisce qualsiasi analisi sul sistema sociale e sulle
responsabilità del potere. Nobel per la pace: un premio da sempre asservito agli interessi della politica occidentale.
Non ultimi: intervista a Elvira Dones, racconti inediti di narrativa sociale, critica musicale, recensioni di romanzi e saggi, arte con
le opere di Romeo Traversa.
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RESTITUZIONE PROSPETTICA
Il romanzo mai scritto
sugli anni Novanta (5ª parte)
Fallimento delle Leghe del sud
e appoggio a Forza Italia
di Walter G. Pozzi
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IL RACCONTO
Botta e risposta
di Regina di Luanto
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POLEMOS
Profitti da debito pubblico
Manovre speculative
e mancata redistribuzione
di Giovanna Cracco
La memoria del calcio e il fascismo
di Paul Dietschy
Piccole bombe nucleari crescono
La fusione fredda e le nuove
mini-armi atomiche
di Emilio Del Giudice
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INCHIESTA
Iraq: l’asta petrolifera e la sconfitta
delle Oil company americane
di Fabio Damen
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RACCONTI
Il cassonetto
di Fabiana Bussola
La telefonata
di Luca Gallo
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DURA LEX
Le fondazioni bancarie: il furto
pubblico del no profit privato
di Giovanna Baer
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PER LA CRONACA
I morti del profitto nell’era
dell’azienda totale
di Claudio Vainieri
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FILO-LOGICO
Storia e geografia della colpa
di Felice Accame
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VERITÀ AL TEMPO DELLA MOVIOLA
Premi Nobel à la carte
di Davide Pinardi
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INTERVISTA
Elvira Dones. Una libertà senza sogni
di sabrina Campolongo
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A PROPOSITO DI…
Ridere, obbedire, combattere!
di Giuseppe Ciarallo
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SOTTO I RIFLETTORI
Facendo finta di annegare
recensione de La cascata, margaret Drable
di sabrina Campolongo
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IN LIBRERIA – narrativa
Gabbiani sul Carso, Giulio Angioni
(G. Caputi)
Mia figlia follia, savina Dolores massa
(s. Campolongo)
Racconti disperati, Peppe Lanzetta
(G. Ciarallo)
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IN LIBRERIA – saggistica
Veleni di Stato, Gianluca Di Feo (G. Cracco)
Distruzione del padre. Ricostruzione
del padre, Louise Bourgeois (s. Campolongo)
Teruel-Malaga 1936-1939,
massimo De Lorenzi (G. Ciarallo)
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LE INSOLITE NOTE
Sempre tra noi
di Augusto q. Bruni
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REsTITuZIOnE PROsPETTICA
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di Walter G. Pozzi
Il romanzo mai scritto sugli anni novanta (5ª parte)
Il romanzo mai scritto sugli anni Novanta
(5ª e ultima parte) *
Fallimento delle Leghe del sud e appoggio a Forza Italia
quanto accaduto in Italia nella prima
metà degli anni novanta denota un’inquietante sovrapposizione di fatti:
1) nascita di partitini federalisti al centrosud e nascita della Lega nord;
2) inizio di una nuova strategia della tensione perpetua che dalla fine di Gladio, passa per la conseguente nascita della Falange
Armata fino alla rivendicazione della strage di via dei Georgofili del 1993. Terminano qui le telefonate dei ‘falangisti’. Dopodiché, entra in gioco il misterioso unabomber
nei territori del nord-est. Le stragi hanno
Nei primi anni ’90 risalito l’Italia, dalle eclatanti esplosionascono partiti ni siciliane, a quelle continentali, fino ad
federalisti al centro- approdare al terrorismo a bassa intensisud mentre inizia tà dell’inafferrabile e abilissimo bombauna nuova strategia rolo ‘solitario’ nel profondo nord. Eledella tensione mento di unione dello spostamento
perpetua che dalla spazio temporale, un personaggio indafine di Gladio passa gato nell’inchiesta su unabomber che,
per la nascita della grazie a una perizia fonica, viene indiviFalange Armata duato come uno dei telefonisti che hanno rivendicato gli attentati a nome della
Falange Armata. questo, mentre l’inchiesta
mani Pulite colpisce i vertici della politica e
del sistema economico;
3) elezioni del 1994 che celebrano la vittoria dell’alleanza di centro-destra capeggiata da una nuova figura politica: l’uomo
d’affari silvio Berlusconi.
nella sostanza, quanto avvenuto – se accettato anche come consequenziale – si palesa come un processo dialettico in cui un
vecchio equilibrio viene alterato per dar
vita a un nuovo ordine.
una forzatura? no, risponde lo scrittore:
solo una semplice scansione cronologica,
funzionale alla vicenda narrata.
La posta in palio di questa nuova partita a Risiko, giocata sullo sfondo del ‘dopo
muro’, è il federalismo – ovvero, il decentramento e la delocalizzazione dei poteri.
Come per incanto, la parolina comincia a
saettare su giornali e televisioni a uso e consumo dell’onnivora opinione pubblica, che
si ritrova all’improvviso, dopo decenni di indottrinamento scolastico all’insegna dei valori unitari e di retorica patriottarda, a dover
ingoiare come buona la nuova panacea. ma
se è vero che l’impostazione propagandistica che cala dai partiti e dai media è politica,
criminale è la spinta che erompe dal cuore
di tenebra di un potere in difficoltà.
Dal 1990 al 1992, la mappa politica del
centro-sud si popola di piccole realtà leghiste/secessioniste/autonomiste, un po’
come accaduto in settentrione a partire dal
decennio precedente sulla spinta pionieristica di Liga Veneta e Lega Lombarda.
quest’ultima, nel contempo, dopo un’incubazione durata un paio d’anni, si stacca
dal bozzolo per diventare, rinnovato nel
nome e nei propri quadri, un partito di caratura nazionale. Ed è proprio in questo passaggio cruciale per il futuro dell’Italia, che si
celebra l’alleanza tra i fondatori del vecchio
movimento spontaneista e uomini appar-
* le prime quattro parti sono pubblicate su Paginauno n. 16/2010, n. 17/2010, n. 18/2010 e n.
19/2010; questo articolo, come i precedenti, trae spunto anche dalla Richiesta di archiviazione del
Procedimento penale n. 2566/98 denominato ‘sistemi criminali’, tribunale di Palermo; il virgolettato contenuto nel testo – salvo diversa indicazione nelle note a margine – è tratto dal suddetto decreto di archiviazione
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tenenti ai poteri forti – le cosiddette forze
occulte. un vincolo di sangue con il potere, grazie al quale il Carroccio spicca il volo
verso le poltrone di governo.
secondo lo scrittore, osservare al microscopio questa mutazione genetica, avvenuta in sincronia con la fioritura di partitini leghisti al sud, equivale a cogliere la filigrana
della verità; equivale ad auscultare attraGianmario
verso la superficie della versione ufficiaFerramonti si fa le dei fatti, consegnata alla popolazione
strada nella Lega ignara di quanto stia accadendo dietro
Nord: oltre a essere il fumo delle bombe, la sotterranea infilun collaboratore di trazione delle forze massoniche, mafioGianfranco Miglio se e neofasciste all’interno del sistema
è anche al centro di linfatico della politica italiana. Forse prouna rete di relazioni prio quel sistema (il Potere, ovvero) che
con la massoneria sta emergendo nel 2010, a macchia di
internazionale e leopardo nel Paese, dalle inchieste deluomini dei servizi la magistratura.
È il leghista mario Borghezio, ripreso a
segreti
sua insaputa durante l’incontro all’estero con alcuni neofascisti francesi, a spiegare come funzioni l’inganno: «Bisogna
rientrare nelle amministrazioni di piccoli comuni» dice. «Dovete insistere sull’aspetto
regionalista del movimento. Ci sono delle
buone maniere per non essere etichettati
come fascisti nostalgici, ma come un movimento regionale, cattolico… ma sotto sotto
rimanere gli stessi» (1).
Lo scrittore, compie un salto temporale
in avanti (1994) e costruisce una scena ambientata a Roma per mostrare che, sin da
subito, la Lega nord è pronta a sedersi al
tavolo da gioco del potere, pur continuan-
(1) videoinchiesta di Canal+ dal titolo Europe:
ascenseur pour les fachos (Europa: ascensore
per i fascisti), 2009
do a mostrarsi al proprio elettorato come
alternativa alla partitocrazia romana. La
scena è ambientata proprio nel cuore della Roma ladrona.
Bossi e maroni, seduti intorno a un tavolo, confabulano con il capo della polizia
Vincenzo Parisi, Enzo De Chiara e Gianmario Ferramonti. L’incontro si svolge in prossimità della formazione del primo governo
Berlusconi. si discute di poltrone. De Chiara e Parisi chiedono al leader del Carroccio di rinunciare al ministero degli Interni
in cambio della Difesa. spiegano al senatur
i consistenti vantaggi che il suo partito potrebbe trarre dal cambio.
De Chiara, amico da lunga data di Parisi,
è un importante lobbista che si muove tra
gli stati uniti e l’Italia. Ha contatti tra i vertici
della politica repubblicana più reazionaria,
è segnalato dalla magistratura come emissario della Cia, in passato ha lavorato vicino a sindona e a Licio Gelli, e riceve incarichi di consulenza per grandi aziende quali
la stet, l’Efim e l’Aermacchi di Varese. È interessato alla Lega sin dalla fine degli anni
Ottanta, proprio nel periodo in cui il ‘romanzo mai scritto’ prende piede. È tuttavia
il suo sodale, Gianmario Ferramonti, ad avvicinare i capi leghisti e a guadagnare spazio all’interno del partito sin dal 1991, fino
a diventare l’amministratore della Pontidafin, la società con la quale vengono gestite
le attività economiche della Lega. Dall’indagine della procura di Aosta viene accertato che Ferramonti, oltre a essere un collaboratore di Gianfranco miglio, è anche al
centro di una rete di relazioni con esponenti di spicco della massoneria internazionale
e con uomini dei servizi segreti. nello stesso periodo, Ferramonti entra a far parte del
neonato partito Forza Italia. A questo punto
manca solo una piccola tessera per comple7
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REsTITuZIOnE PROsPETTICA
tare il puzzle che mostra l’alleanza vincitrice alle elezioni del ’94: Alleanza nazionale.
Ci pensa Enzo De Chiara, diventando un riferimento importante per Tatarella e Fiori.
È sempre De Chiara l’uomo che organizza
l’avvicinamento di Fini alla comunità ebraica, a completare, rendendola definitiva, la
svolta democratica di Fiuggi.
In cambio del baratto Interni-Difesa, alla
Lega vengono offerte le commesse da parte della fabbrica di armi Oto melara e dell’Aermacchi (fatto, questo, contestato ai
giudici da Ferramonti nel corso di un interrogatorio). una proposta che la Lega rifiuta,
essendo determinata a non rinunciare alla
poltrona del Viminale.
secondo un’informativa della Direzione investigativa antimafia (Dia), i registi
del progetto federalista/separatista/autonomista da realizzarsi attraverso la nascita
nel centro-sud di uno sciame di formazioni leghiste, sono Licio Gelli e stefano delle
Chiaie, spalleggiati dall’avvocato e socio di
quest’ultimo, stefano menicacci.
un sommovimento durato due anni, dal
’90 al ’92 che, nell’approfondito quadro
tracciato dalle indagini della Dia e dal pentito Leonardo messina, trova in Gianfranco
miglio il contraltare nordista, da lui definito il vero artefice del passaggio della Lega
Lombarda a Lega nord. Il giurista comasco,
“dietro al quale,” secondo messina, “c’erano Gelli e Andreotti”, si assume l’incarico
di consegnare ai Lumbard un pensiero politico più articolato che non il semplicistico Va’ a ca’, terun e che consegni la Lega
nord a una dimensione nazionale. A ogni
modo, ciò che colpisce è il legame tra miglio, che corre ad agganciare la forza politica emergente per piegarla alle esigenze del
vecchio sistema, e la coppia di caronti, Andreotti-Gelli, due scatole nere della prima
Repubblica.
E, se anche è vero che di fronte alle parole dei pentiti è doverosa la cautela, è altresì vero che la concomitanza di alcuni fatti, e
di molte testimonianze, autorizza lo scrittore, attraverso l’uso della finzione narrativa,
a formulare congetture.
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Durante la fase di documentazione lo
scrittore trova due interviste – una di miglio e l’altra di Gelli – che, incrociate tra
loro, rafforzano la tesi proposta dal ‘roSecondo la Dia
manzo mai scritto’.
i registi del progetto
miglio (2): “Io sono per il mantenimento
anche della mafia e della ‘ndrangheta. federalista/
Il sud deve darsi uno statuto poggiante separatista/
sulla personalità del comando. Che cos’è autonomista
la mafia? Potere personale spinto fino al da realizzarsi
delitto. […] Insomma, bisogna partire attraverso la nascita
dal concetto che alcune manifestazioni nel centro-sud
tipiche del sud hanno bisogno di essere di uno sciame di
costituzionalizzate”.
formazioni leghiste
Gelli (3): “È da un pezzo che ci sarebbero sono Licio Gelli,
tutte le condizioni per un colpo di
Stefano delle Chiaie
stato onde eliminare la teppaglia che
e Stefano Menicacci
ci sta rapinando. […] In realtà, sa chi
rappresenta l’unica speranza, in questo
Paese alla deriva? Bossi. Bossi che se
davvero darà il via allo sciopero fiscale… Eh,
be’: sarò il primo ad aggregarmi. D’altronde,
perché dovrei pagare le tasse?”
Il romanzo a questo punto amplia il respiro dando vita a uno stuolo di personaggi.
non è semplice rintracciare il momento
aurorale di un’architettura complessa che
può essere considerata la nuova avventura politica di Licio Gelli. Per questa ragione, lo scrittore decide in maniera arbiPer Leonardo
traria di partire dalla nascita della Lega
Messina,
meridionale.
È il 1989. Fondatori: l’avvocato Egi- Gianfranco Miglio
dio Lanari, difensore del boss mafioso è il vero artefice
michele Greco, di cui propone la candi- del passaggio della
datura alle successive elezioni politiche Lega Lombarda a
– insieme ai nomi di Vito Ciancimino Lega Nord: dietro
e Licio Gelli; e il Gran maestro sicilia- di lui ci sono Licio
no Giorgio Paternò, che accoglie Licio Gelli e Andreotti
Gelli “fraternamente e a braccia aperte
nella fratellanza universale, insieme a tutti i fratelli iscritti alla Venerabile Loggia P2”
e afferma la legittimità della P2, battezzando i piduisti “massoni in eterno”. semplice
e conciso il programma: abbasso la partito-
(2) Il Giornale, 20 marzo 1999
(3) L’Europeo, 10 settembre 1992
Il romanzo mai scritto sugli anni novanta (5ª parte)
crazia, dagli alla magistratura, abrogazione
della legge Rognoni-La Torre e amnistia per
i reati politici.
non mancano stretti contatti con uomini legati agli ambienti eversivi della destra
come Adriano Tilgher (Avanguardia nazionale), Giuseppe Pisauro, avvocato di stefano delle Chiaie, Tomaso staiti di Cuddia e
i fratelli stefano e Germano Andrini (movimento di estrema destra movimento Politico Occidentale), nonché appartenenti
agli skinhead romani come mario mambro,
esponente anch’egli del mPO.
nel giro di un anno (maggio del 1990), a
pochi giorni di distanza, sorgono nell’ordine: la Lega Pugliese, la Lega marchigiana,
la Lega molisana, la Lega degli Italiani e la
Lega sarda. Buona parte di questi neonati
partiti politici ha sede presso lo studio dell’avvocato menicacci, già sede della Intercontinental Export Company I.E.C, società di import-export di cui menicacci è socio
con il suo ‘cliente’ stefano Delle Chiaie.
sono loro, insieme a un pregiudicato per
reati comuni, Domenico Romeo, i fondatori
di questa particolarissima galassia politica.
In stretta alleanza con Licio Gelli.
Costruendo un dialogo tra i tre, lo scrittore ricorda che stefano menicacci è “l’elemento di collegamento principale” tra le iniziative leghiste centro-meridionali e la Liga
Veneta (uno dei partiti leghisti più coinvolti con gli ambienti di estrema destra), per la
quale è stato più volte candidato.
La caratterizzazione del personaggio
Delle Chiaie merita un po’ di spazio perché
è attraverso di lui che vengono rivelati i legami storici, tutt’oggi molto vivi, tra terrorismo, politica, massoneria e servizi segreti.
una biografia che certo non si può rilegare
in una nota a fondo pagina.
Fondatore dei movimenti di estrema destra Ordine nuovo e, in seguito, di Avanguardia nazionale, il suo nome è stato
spesso inserito tra quelli dei protagonisti
della stagione stragista italiana all’inizio degli anni settanta. nello stesso periodo raccoglieva lodi e applausi in sudamerica tra
figure di rilievo (uno era Pinochet) appartenenti a sanguinarie giunte militari e fasci-
ste, che lo consideravano un genio del terrorismo. I nomi a cui si
accompagna la sua carriera sono di tutto rispetto. Implicato nel fallito Golpe Borghese (1970) e riparato nella spagna di Franco, lavora spalla a spalla con El Brujo (lo stregone), un criminale riconosciuto come il Rudolph Hess argentino, al secolo José Lopez Rega, un
rosacroce, peronista, consulente mistico di Isabelita Peron, nonché
fondatore degli squadroni della morte AAA e iscritto alla P2. Lopez
Rega è amico di Gelli. un altro ‘amico’ di Delle Chiaie è Klaus Barbie, meglio noto come il macellaio di Lione (4).
Licio Gelli, dal canto suo, non rimane con le mani in mano e vive
una seconda giovinezza politica.
nel 1991 fonda la Lega Italiana in compagnia dell’ex piduista Bruno Rozzera, prefetto in pensione, Domenico Pittella, condannato a
sette anni e tre mesi per partecipazione a banda armata, Alfredo
Esposito, vicino agli ambienti missini, e il pubblicista, funzionario
della regione Lazio, Enrico Viciconte. Gli stessi Pittella e Viciconte
(1992) fondano la Lega Italiana-Lega delle Leghe, in stretta alleanza con altri esponenti del msi, con rappresentanti del movimento Lucano, della Lega nazional Popolare, formazione riconducibile
a Delle Chiaie e Adriano Tilgher, e della Lega sud di Calabria. un
progetto che prevede la costituzione di un cartello elettorale dal
nome Lega delle Leghe, a cui avrebbero dovuto partecipare il Partito di Dio Partito del Dovere, il movimento Lombardo e Popolare di
milano e Busto Arsizio, la Lega Toscana e la Lega Laziale.
Dalle indagini della Dia emerge la sincronia con cui, nello stesso tempo, in alcune regioni meridionali e del centro, sorgono movimenti collegati alla Lega nord, fondati per la maggior parte da Cesare Crosta, proveniente dagli ambienti monarchici, in seguito fusi
con quelli creati da menicacci.
Lo scrittore, in un breve capitolo, mostra una tournée in meridione di umberto Bossi per presenziare e battezzare a modo suo la nascita dei partitini leghisti del sud, partecipando ad alcune manifestazioni organizzate dall’infaticabile menicacci. È proprio durante
uno di questi incontri che un giovane Alemanno gli dà senza mezzi termini del razzista.
L’intero progetto, per quanto ragionato e messo in moto in maniera capillare, si arena nelle secche di un sonoro insuccesso alle
elezioni del 1992. Restano tuttavia gli effetti delle infiltrazioni e il
trionfo nazionale della Lega nord. Le ragioni del tonfo sono molteplici. sicuramente la fretta non aiuta. La mafia siciliana, schiacciata
sotto il tallone dello stato, ha bisogno di soluzioni rapide per non
morire, e un progetto federalista non è cosa che si possa realizzare con uno schiocco di dita. È comunque possibile, per lo scrittore,
formulare alcune considerazioni che devono trovare spazio nel romanzo. Frasi rubate ai pentiti, collegamenti temporali. Alcuni collaboratori di giustizia parlano apertamente di tradimenti.
(4) satana e la svastica, Peter Levenda, mondadori
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Paginauno no 20 · dicembre 2010 / gennaio 2011 · anno IV
REsTITuZIOnE PROsPETTICA
Durante un interrogatorio, massimo Pizza rivela di avere appreso da Carmine Cortese (massone piduista e uomo di vertice
della ‘ndrangheta) che la Lega meridionale era la longa manus della mafia siciliana. Il
progetto politico, mostrato al Pizza dall’avvocato Lanari, prevedeva la fondazione delle leghe, un patto con la Lega nord tramite
Gianmario Ferramonti (l’uomo seduto al tavolo con Bossi, maroni, Parisi e De Chiara). E afferma che il fallimento del progetto
è dovuto al tradimento di Gelli e Andreotti.
questa frase, inserita nell’ultima parte del
romanzo, permette allo scrittore di portare
all’incasso due ‘anticipazioni’ apparse all’inizio. Il lettore di buona memoria le ricorda di
sicuro. La prima: l’omicidio Lima, mirato a
fare cadere la candidatura di Andreotti alla
presidenza della Repubblica, potrebbe nascondere nelle ragioni anche una sanzione
punitiva per il nuovo tradimento – considerando il primo, il voltafaccia che sarebbe
alla base delle condanne definitive comminate dal maxi processo (5).
La seconda: il messaggio annotato da
Elio Ciolini e consegnato al giudice di Bologna prima dell’inizio della stagione stragista: “si giustifica Lima, per pressione a
Andreotti” (6).
È un altro pentito, Tullio Cannella, a suggerire agli inquirenti i risvolti che rendono
molto prossimo, questo passato, al quadro
politico siciliano delineatosi all’inizio dell’ottobre 2010, che vede due partiti autonomisti/federalisti impegnati a preparare le
prossime elezioni, su un tavolo più ampio
dei confini imposti dal mare.
Le parole di Cannella rivelano ai magistrati che, nel 1994, i rappresentanti di un
altro movimento leghista, sicilia Libera, incontrano uomini della mafia ed esponenti di altri movimenti leghisti per capire il da
farsi in vista delle elezioni politiche di marzo. La decisione passa per i voleri dei boss
(5) Il romanzo mai scritto sugli anni novanta
(1ª parte), Walter G. Pozzi, Paginauno n. 16/2010
(6) Il romanzo mai scritto sugli anni novanta
(3ª parte), Walter G. Pozzi, Paginauno n. 18/2010
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Paginauno no 20 · dicembre 2010 / gennaio 2011 · anno IV
Bagarella, dei fratelli Graviano e di Giovanni Brusca: accantonare momentaneamente il progetto e convogliare il voto sul neonato partito di silvio Berlusconi. È questa, a loro avviso, la soluzione più rapida ai problemi, malgrado non vedano di buon occhio i
tanti imbarcati appartenenti alla vecchia nomenclatura socialista e
democristiana.
Il romanzo sembra così costituirsi di tutti i fatti e lo scrittore può
sedersi di fronte al computer per iniziare la prima stesura.
I tre momenti dialettici potrebbero essere raccontati in un’unica
stesura fiume, secondo un complicato modello di romanzo americano (qualcosa di simile a un underworld stile Don DeLillo) o trovare una divisione logica all’interno di un trittico. Eh sì, perché lo
scrittore ritiene che la componente avventurosa (ovvero la fase
centrale) meriti comunque, pur con tutte le lacune dovute a un
vuoto di notizie, di essere raccontata. In quest’ultimo caso sarebbe
opportuno disseminare fatti di violenza, bombe, omicidi misteriosi, tenendoli sullo sfondo del primo e del terzo libro; il che gli consentirebbe di mostrare la politica italiana come una malata cronica,
patologicamente affetta dalla necessità di perpetuare nella propria
storia, senza soluzione di continuità, la strategia della tensione.
Violenza che invece diviene il focus del romanzo centrale, incentrato sulla componente criminale dell’intero progetto eversivo.
Già immagina una scena iniziale, cruenta e concitata. Il giorno 4
gennaio 1991, nel momento in cui comincia a nascere il piano federalista al centro-sud – mentre le indagini sui fondi neri del sisde
scoperchiano tombini e pozzi neri, nel bel mezzo dello scandalo
Gladio e del suo conseguente ‘scioglimento’ tra mezze rivelazioni
e tentativi di depistaggio – e un anno e mezzo prima dell’omicidio
Lima, i poliziotti della uno Bianca uccidono tre carabinieri con mitra in dotazione alle forze speciali di pronto intervento. L’attentato
viene rivendicano con la sigla Falange armata.
una forzatura? no, una congettura, semmai, che potrebbe trovare un parallelismo nell’ultima pagina del romanzo. Con due date
che ne suggellano la fine.
schio, 24 marzo 2003: un ordigno esplode nel Palazzo di giustizia, nel bagno posto accanto all’aula Falcone e Borsellino.
schio, 15 gennaio 2009: un altro ordigno esplode in un parcheggio sotterraneo, proprio sotto piazza Falcone e Borsellino. Lo scoppio avviene in singolare coincidenza con momenti culminanti delle
indagini su unabomber, dalle quali comincia a emergere il dubbio
che gli attentati del famigerato bombarolo non siano opera di un
uomo solo.
un’altra forzatura? Di fronte a quest’ultima domanda, lo scrittore
non può che allargare le braccia e limitarsi a una flemmatica
risposta: può darsi.
IL RACCOnTO
Botta
e risposta
di Regina di Luanto (1862 – 1914)
N
ella stanza risuonò improvviso, irrefrenabile il riso squillante ed ironico di Donna Valentina.
«Non ve ne abbiate a male, Laurenzi… Che volete, ogni
volta che mi sento rivolgere una dichiarazione d’amore, come
quella che ora avete fatto, non posso fare a meno di ridere!»
E continuava, mentre Laurenzi, seduto dall’altra parte del tavolinetto da thè, la guardava interdetto e sorpreso. Rimase zitto,
col busto stretto nella redingote bene attillata, molto aperta davanti. Chiusa dalla piccola striscia bianca della sottoveste si mostrava sgargiante la cravatta di raso grigio a pallini rossi, col piccolo spillo di perle. L’occhiello della rivolta di seta era guarnito da
un mazzolino di mughetti ed il colletto della camicia altissimo, diritto, costringeva il capo ad una posa forse incomoda, ma di sopraffina eleganza. La faccia di lui giallastra, colle palpebre un po’
gonfie, era atteggiata a studiata immobilità, per evitare che la
lente rotonda incastrata nell’orbita cadesse troppo spesso.
Donna Valentina riprese sorridendo:
«Tant’è; questo avanzo di romanticismo, che stride tanto col
positivismo ideale e reale del tempo nostro e che dura agonizzante nella rettorica della quale un uomo crede necessario far uso
nella corte ad una signora, mi pare davvero grottesco».
«Ma è possibile parlar d’amore in altri termini?»
«A me invece pare impossibile che ancora non ci si sia decisi a
confessare che oramai d’amore non si deve più parlare».
«Come?… Perché?»
«Perché non esiste più».
«Che dite, Donna Valentina?»
«Una cosa verissima. Nelle esigenze della vita moderna, nella
quale l’uomo non ha altro pensiero che quello di trovare il modo
di soddisfare i suoi bisogni sempre crescenti, nella quale egli è
tutto all’incertezza dell’indomani, vi pare che ci possa essere posto per l’amore? Parlo dell’amore, che è oggi una leggenda, del
tempo cioè in cui per amore si era o eroi o ribaldi, in cui l’amore
11
Paginauno no 20 · dicembre 2010 / gennaio 2011 · anno IV
IL RACCOnTO
era il più alto ideale dell’uomo… Ora tutto questo fa ridere, è vero?»
«Naturalmente i tempi sono mutati».
«Precisamente. Ed oggi si ama un poco per
abitudine, un poco per necessità».
«Oh!!»
«È proprio così, ed anzi a questa necessità le classi ricche cercano di sottrarsi più che
possono… capite? Le conseguenze ne sono
incomode!…»
«Mi sembra invece che nelle classi ricche
l’amore abbia sempre una gran parte…»
«Non v’illudete. Il più delle volte codesti
amori non hanno altra causa che la noia o la vanità… Nelle classi inferiori poi è ancora peggio,
poiché sono determinati, nelle donne per avere
un vestito o un gioiello, nell’uomo per ottenere
una protezione o un avanzamento».
«Ma voi esagerate».
«No, no: ai nostri giorni è così; si pecca senza
piacere, senza rimorso… Neppure con curiosità;
tanto la storia si conosce, è sempre quella; sempre la stessa noiosa tiritera».
«Donna Valentina, che eresia!! Ma ditemi, se
nella forma l’amore ha cambiato, nella sostanza non è, non sarà sempre lo stesso? L’uomo di
una volta non è nella sua natura uguale a quello di oggi?… Io non sento forse di amarvi colla stessa unica devozione di un cavaliero del
medioevo?»
«Sarà; ma cavaliero del medioevo risuscitato nell’anno di grazia 1890. Ve lo figurate voi?…
Un cavaliero medioevale costretto a manifestare i prepotenti ardori della sua passione nei furtivi incontri entro una lurida carrozza in piazza, a
contentarsi di poche ore passate nella mediocre
volgarità di una stanza d’albergo?… Ed il feroce cavaliero, geloso custode della sua dama, obbligato a stringere la mano del marito; anzi ad
esserne il migliore amico per timore di uno scandalo, di cui non vorrebbe sopportare le conse12
Paginauno no 20 · dicembre 2010 / gennaio 2011 · anno IV
POLEmOs
guenze… Perché è così che voi intendete dire,
quando affermate di sentirvi l’animo di un antico amatore?»
«Ecco… veramente…»
«Non mi negherete che la descrizione che
vi ho fatta è la perfetta immagine dell’amore,
come si pratica adesso. L’uomo è sempre il medesimo, voi dite? E sarà; ma diminuito, rimpiccolito, esausto per il lungo corso dei secoli che
hanno consumato a poco a poco tutto quello che
era in lui di grande e nobile… Non vedete tutti
gli artifizii, tutte le macchine, che egli ha dovuto
inventare per averne aiuto, soccorso alla sua debolezza, alla sua impotenza?»
«Ah!!»
«Credetemi, credetemi; a che voler continuare una commedia che oramai si cangia in farsa e
non illude più nessuno? Perché parlar d’amore?
Quando il corpo è già fiacco a vent’anni; quando nello spirito indebolito appena reggono ancora le meschine ambizioncelle… Tutto è ridotto
così piccino, così gretto, così degenerato e vorreste che l’amore solo non fosse mutato?… Ed
ora che vi ho detto il mio modo di pensare, non
ho io ragione di ridere, di ridere, quando mi si
parla arcadicamente d’amore?»
«No; mille volte no» rispose Laurenzi, cercando di esprimere colla voce tutta l’enfasi che
non ardiva manifestare coi gesti, per timore di
perdere altrimenti la sua elegante insaldatura.
«No, perché di tutta quella rovina che voi vorreste fare dell’uomo resterà sempre una cosa…
Una cosa che voi non potrete negare, distruggere; che domina e dominerà sempre… L’attrazione dei sessi… La potenza del maschio sulla femmina, potenza che sarà sempre vittoriosa contro
ogni ragionamento e contro ogni sofisma…»
«Ma per codesto,» interruppe Donna Valentina, squadrandolo da capo a piedi, «preferirei il
mio cocchiere!!»
PROFITTI
DA DEBITO PuBBLICO
mAnOVRE sPECuLATIVE E mAnCATA REDIsTRIBuZIOnE
di Giovanna Cracco
“Dopo la rivoluzione di luglio il banchiere liberale Laffitte, accompagnando il suo compare, il duca di Orléans,
in trionfo all’Hotel de Ville, lasciava
cadere queste parole: «D’ora innanzi
regneranno i banchieri». Laffitte aveva
tradito il segreto della rivoluzione”.
Le lotte di classe in Francia dal 1848
al 1850, Karl marx
“moody’s ha tagliato il rating sul debito della spagna ad Aa1 da AAA, con
outlook stabile…”. “standard & Poor’s
ha abbassato il rating dell’Irlanda ad
AA- con outlook negativo…”. “Il rating di Fitch sul debito dell’Italia è oggi
AA-…”.
Per addetti ai lavori e profani, frasi simili a quelle sopra citate sono diventate la norma. una volta accettato il gioco, infatti, se ne assimilano le regole
– anche quando non le si comprende
affatto – e si spera che il rating del proprio Paese resista vittorioso sul primo
gradino del podio della tripla A – anche quando si è ben consapevoli che
la credibilità delle tre sorelle americane moody’s, s&P e Fitch è perlomeno
dubbia, come confermano i clamorosi
errori di valutazione commessi in passato. È come giocare a monopoli o a
Risiko, salvo che le manovre del mercato finanziario comportano conseguenze sugli esseri umani e che i carri armati sono veri.
Tre sono le questioni su cui occorre
soffermarsi a ragionare: il rapporto tra
debito pubblico e mercato finanziario,
quello tra politica e finanza nato con il
neoliberismo, e il carattere anti-redistributivo che sta dietro un debito pubblico elevato. Partiamo dalla prima.
uno stato non è un’azienda privata
il cui scopo è fare utili, bensì un’istituzione politica che deve rendere conto
di un contratto sociale sottoscritto con
i cittadini; non dovrebbe dunque essere considerato così ‘normale’ che la
sua gestione sia valutata sulla base di
parametri puramente contabili, ossia il
bilancio, al pari di un’impresa privata.
Dall’altra parte, dato che così stanno
le cose, allora le regole imprenditoriali dovrebbero essere rispettate fino in
fondo: se la gestione di uno stato può
essere oggetto di valutazione contabile, se i titoli pubblici possono essere
oggetto di speculazione, se, dunque,
uno stato è trattato sul mercato finanziario come un’impresa privata, allora
deve poter anche fallire. E nulla lo impedisce, tecnicamente, come dimostra
il caso argentino del 2001.
In realtà, che un altro stato possa
oggi seguire la via del Paese sudamericano è un’ipotesi molto remota, per
ragioni che con la politica hanno ben
poco a che fare.
Uno Stato è
un’istituzione
politica che deve
dar conto di un
contratto sociale
sottoscritto
con i cittadini:
la sua gestione
non può essere
valutata sulla
base di parametri
contabili al pari di
un’impresa privata
subito dopo aver dichiarato l’insolvibilità sui titoli pubblici, il 2 gennaio
2002, il neoeletto presidente Duhalde
sganciò la moneta argentina dall’anco13
Paginauno no 20 · dicembre 2010 / gennaio 2011 · anno IV
POLEmOs
raggio con il dollaro americano, una
parità forzata vecchia di undici anni
che aveva contribuito a distruggere
economicamente il Paese. Da un lato,
aveva bloccato le esportazioni, impoverendo l’industria nazionale e creando gravi problemi occupazionali; dall’altro, aveva favorito l’enorme bolla
speculativa sul debito pubblico e rimpinguato le casse del sistema bancario
Profitti da debito pubblico
già qualche mese prima, dimostrando
che determinati ambienti ben sapevano in anticipo della dichiarazione di fallimento (una Commissione parlamentare sta cercano di far luce sull’entità
delle somme espatriate, pare siano state circa 160 miliardi di dollari, una cifra superiore sia al debito pubblico che
al Pil del Paese); per mesi l’economia
fu bloccata, aumentò ulteriormente la
Il potere
finanziario/
politico ha
compreso che è
più conveniente
finanziare uno
Stato anziché
farlo fallire:
110 miliardi alla
Grecia in tre anni
al tasso del 5%,
raccogliendo
il denaro al 3%
e speculando
un bel 2%
_
AnGELOⓇ
Romeo Traversa,
2003, elaborazione
digitale/testo originale,
colore, 21x21 cm
internazionale e del Fondo monetario,
che finanziavano lo stato sudamericano imponendo riforme neoliberiste.
sganciato dal dollaro, il peso argentino subì un grosso deprezzamento ed
esplose l’inflazione. I risparmi degli argentini si volatilizzarono – non di tutti,
naturalmente: ministri, funzionari, banchieri, industriali, direttori di giornali ecc. avevano opportunamente spostato all’estero le proprie ricchezze
14
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disoccupazione, esplose una crisi sociale. Il governo promosse politiche di
reindustrializzazione, le importazioni
diminuirono e le esportazioni aumentarono grazie al ridotto – e più reale –
valore della valuta argentina, e verso
la fine del 2002, quindi dopo meno di
un anno dalla dichiarazione di default,
l’economia iniziò a stabilizzarsi. La disoccupazione, arrivata al 20,8% nel
2002, diminuì progressivamente negli
anni successivi fino al 7,9% del secondo trimestre 2010; il debito pubblico,
pari al 140% del Pil nel 2003, passò al
73% nel 2005 e al 48,8% nel 2009. nel
2005 il Paese propose una ristrutturazione del debito al 30% con scadenze
tra il 2033 e il 2045, accettata da circa
la metà dei creditori; i rimanenti hanno
optato per un ricorso all’arbitrato internazionale che durerà anni.
se si confronta la situazione dell’Argentina del 2001 con quella della Grecia del 2009, ne risulta un curioso parallelo: debito 62% del Pil per la prima,
114% per la seconda; disavanzo pubblico 6,4% del Pil per la prima, 12,7%
per la seconda. La repubblica ellenica
versa dunque in una ben più grave situazione. Eppure, gli stati dell’unione
europea, la Banca centrale europea e
il Fondo monetario internazionale hanno fatto di tutto pur di non farla fallire. non serve particolare acume né cinismo per affermare che la ragione del
sostegno ad Atene non sta nella volontà di non far patire ai cittadini greci ciò
che hanno patito i cittadini argentini in
termini di impoverimento e disoccupazione – basta dare un occhio all’entità
e alle caratteristiche della manovra finanziaria imposta alla Grecia; non far
patire alle istituzioni bancarie che detengono i titoli ellenici la grossa perdita che una ristrutturazione del debito
avrebbe comportato, non far innescare l’effetto domino su altri Paesi europei, non far crollare ulteriormente il valore dell’euro nel mercato monetario,
con il conseguente deprezzamento
dei titoli detenuti in portafoglio – tutti i titoli in euro, non solo quelli greci –
sono le sole ragioni del sostegno.
A ben guardare, infatti, nel fallimento dell’Argentina i creditori ci hanno rimesso parecchio. Grandi – istituzioni
finanziarie – e piccoli – singoli risparmiatori, numerosi gli italiani, che davanti agli alti interessi dei titoli di stato
del Paese sudamericano credevano di
aver fiutato l’affare di un buon investimento parassitario.
Fatto tesoro dell’esperienza, il potere finanziario/politico oggi si guarda
bene dal far fallire uno stato, soprattutto se inserito in un contesto monetario più ampio come l’unione europea. Ha compreso che è molto più
conveniente finanziare la Grecia con
110 miliardi in tre anni, al tasso del 5%,
raccogliendo il denaro da dare in prestito al tasso del 3%: speculando dunque un bel 2%. Ossia speculando per la
seconda volta, dato che alla situazione
greca – già grave a causa dell’alta evasione fiscale, della corruzione diffusa e
del governo che aveva falsificato i conti pubblici (con l’aiuto di Goldman sachs) – si è arrivati grazie a un’altra manovra speculativa.
sulla pelle dei cittadini greci – ed
europei – si è consumata una guerra monetaria dollaro vs euro. quello
delle monete è un delicato equilibrio,
come dimostra anche l’acceso conflitto valutario tra stati uniti e Cina: una
valuta debole favorisce l’esportazione
ma non è certo un bene rifugio, e nel
caso del dollaro, moneta di riferimento mondiale per tutte le quotazioni di
materie prime, dal petrolio al grano, si
aggiunge la paura di perdere il dominio monetario – più volte sul mercato
ha fatto capolino la proposta di quotare il petrolio in euro. A dicembre 2009
la valuta europea tocca la soglia massima di 1,51 euro contro 1 dollaro. una
situazione che non favorisce nemmeno l’euro: significa veder diminuire le
esportazioni e, soprattutto per la Germania, che dopo la crisi ha impostato il rilancio della propria economia
sul mercato estero, non è un problema da poco (quella Germania, guarda caso, che ha tirato per le lunghe la
sua adesione al salvataggio della Grecia dando alla speculazione qualche ul-
Sulla pelle dei
cittadini greci si
è consumata una
guerra monetaria
dollaro vs euro
scatenata dai
sei maggiori
fondi speculativi
mondiali
allo scopo di
affossare la valuta
europea
I governi europei
non sono vittime
del potere
finanziario:
potevano decidere
di bloccare
la manovra
speculativa,
come fece Hong
Kong nel 1998, e
varare manovre
economiche
che colpissero la
finanza
15
Paginauno no 20 · dicembre 2010 / gennaio 2011 · anno IV
POLEmOs
teriore giorno di profitti e all’euro qualche punticino in meno…). La leggenda
metropolitana narra… non è nemmeno
troppo leggenda, in realtà, visto che il
dipartimento della Giustizia americano ha messo avanti le condizioni per
l’apertura di un’indagine, chiedendo
ai principali fondi speculativi, per ora
solo in via ufficiosa, la conservazione
rigorosa di tutti i documenti delle operazioni sull’euro.
L’8 febbraio scorso, in un ristorante
di new York, si incontrano a cena i gestori dei sei maggiori fondi speculativi
mondiali, i famigerati hedge funds, tutti e sei targati stati uniti. scopo della
riunione, affossare l’euro. La strategia
messa a punto prevede come prima
mossa di agire sul mercato dei futures,
i prodotti finanziari derivati che scommettono sul futuro valore di un titolo.
L’obiettivo è far aumentare sul mercato la quantità di futures che puntano sulla parità dollaro/euro, e dunque
sulla svalutazione dell’euro. A fine febbraio, i futures contro l’euro toccano
quota 70.000 contratti, il numero più
alto dalla nascita della valuta europea
nel 1999.
Le tre sorelle non stanno a guardare: tra aprile e maggio moody’s, s&P e
Fitch declassano a più riprese il rating
della Grecia e paventano diminuzioni
di rating anche per Portogallo, Irlanda,
Italia e spagna: nasce l’acronimo Piigs.
non stanno a guardare nemmeno i
Cds (Credit default swap), ossia quei
derivati finanziari che assicurano l’investitore dal rischio di insolvenza del suo
investimento, un mercato al 75% nelle mani delle cinque grandi banche di
Wall street: Jp morgan, Bank of America, Goldman sachs, morgan stanley,
Citigroup. A fine maggio, il Cds Grecia
è a quota 687, Portogallo 323, spagna
233, Irlanda 246, Islanda 319, Italia 215.
significa che per assicurare, per esempio, 10 milioni di dollari in titoli di stato
16
Paginauno no 20 · dicembre 2010 / gennaio 2011 · anno IV
Profitti da debito pubblico
italiani contro il rischio default, l’investitore è disposto a pagare un ‘premio assicurativo’ pari a 215.000 dollari l’anno.
Per fare una proporzione, nello stesso
periodo il Cds Francia è 71, Inghilterra
82, Germania 42, Finlandia 28, norvegia 22, stati uniti 38.
Il mercato finanziario conta sulla natura gregaria degli uomini, fa leva sulla psicologia degli investitori. L’effetto
valanga, quando si mettono in piedi simili manovre corazzate su più versanti,
è assicurato: e infatti il 18 maggio scorso l’euro quota 1,21 dollari, ai minimi
storici rispetto agli ultimi quattro anni.
nel frattempo la Grecia, anello debole di Eurolandia, e via via tutti gli altri
Paesi europei corrono ai ripari varando
manovre finanziarie di miliardi centrate
su draconiani tagli alla spesa, sperando
di convincere i mercati della solidità finanziaria dei propri bilanci.
Potrebbe venir voglia di affermare
che i poveri governi europei, vittime di
un potere finanziario più forte di quello
politico, siano stati costretti a compiere
determinate scelte. non è così. Il legame tra politica e finanza è infatti molto
stretto dall’avvento del neoliberismo.
A confermarlo, in primo luogo, il fatto che i governi potevano decidere di
bloccare la manovra speculativa.
nell’agosto 1998, in conseguenza
alla crisi finanziaria del sud-Est asiatico, a essere presi di mira dalla speculazione furono la valuta e il mercato azionario di Hong Kong, che iniziarono a
scendere a picco. Davanti al crollo, la
Banca di Hong Kong rispose all’attacco
finanziario elevandosi al di sopra delle norme, che vogliono che una banca
centrale non possa intervenire direttamente nei mercati finanziari con operazioni di acquisto. La ragione è semplice: se posso emettere moneta, ho una
capacità illimitata di acquisto che falsa
ogni equilibrio. In pochissimi giorni la
Le manovre
varate tradiscono
la volontà
politica di non
voler cambiare
rotta rispetto
alla rivoluzione
neoliberista
inaugurata negli
anni ’90 e la leva
finanziaria è un
cavallo di Troia
per entrare nelle
politiche di un
Paese
L’Unione
europea ha
raggiunto
l’obiettivo:
esautorare i
governi nazionali
dalle decisioni
relative alla
spesa pubblica,
vincolandola
all’applicazione
di rigide regole
non derogabili
e affidandola a
organismi non
elettivi
Banca di Hong Kong comprò azioni –
addirittura azioni, non titoli di stato –
per 15 miliardi di dollari. L’operazione
inflisse grosse perdite agli speculatori al ribasso, che lasciarono il mercato con la coda tra le gambe. In aggiunta, essa rivendette poi gradualmente le
azioni acquistate, traendone un guadagno per le casse pubbliche di 4 miliardi di dollari.
Il solo timido accenno da parte di alcuni economisti a una simile manovra a
opera della Bce, per proteggere l’evidente speculazione al ribasso sull’euro, ha prodotto lanci di strali e denunce
contro la tentata violazione delle sacre regole del libero mercato. Piuttosto
vanno accelerate le manovre per rientrare dai deficit di bilancio, ha tuonato il
presidente Jean-Claude Trichet: mai la
Bce acquisterà in prima battuta titoli di
stato europei. D’accordo con lui tutti i
governi di Eurolandia. Poco importa se
anche la Fed, la banca centrale americana, nel momento più cupo della crisi,
ha acquistato sul mercato titoli pubblici
statunitensi e addirittura derivati legati
ai subprime: la Bce “non prende ordini” dalla politica, dice Trichet, la sua indipendenza vale più di ogni altra cosa.
ma si tratta di indipendenza o di una
precisa scelta tutt’altro che finanziaria?
Perché, in secondo luogo, i governi europei potevano decidere di varare manovre economiche dalle differenti caratteristiche: che contenessero,
per esempio, un aumento delle imposte alle banche, alle rendite, alle transazioni finanziarie, ai prodotti derivati
ecc., insomma a quella realtà finanziaria nel suo complesso che stava per di
più guadagnando dalla stessa speculazione sui titoli pubblici. non sarebbe stato poi così illogico, considerando il paradosso del circolo vizioso che
si è innescato: il potere finanziario è
tornato ad alzare la testa, dopo la crisi
del 2008, anche grazie ai finanziamen-
ti statali elargiti dai governi alle banche
per evitarne il fallimento; prestiti che
hanno contribuito ad aumentare i debiti pubblici, insieme alle maggiori spese che gli stati hanno dovuto sostenere per far fronte alla crisi economica
innescata dalla precedente crisi finanziaria; debiti che ora il potere finanziario giudica eccessivi.
ma, appunto, i governi europei non
sono affatto vittime. Le manovre varate tradiscono la precisa volontà politica
di non voler cambiare rotta rispetto alla
rivoluzione neoliberista inaugurata negli anni novanta. siamo anzi di fronte a
una nuova fase: la crisi economica esige
un ulteriore ridimensionamento degli
spazi rimasti al welfare, un travaso dal
pubblico al privato che vada ad alimentare i profitti del capitale impoveriti dalla
crisi: trasporti, energia, fondi pensione;
e poi sanità, scuola ecc. E la leva finanziaria è un perfetto cavallo di Troia per
entrare nelle politiche di un Paese: permette ai governi di fingersi ostaggio di
un nemico – la finanza – che detta le regole, quando in realtà ne sono alleati.
_
ARTE VERsO AmOR
Romeo Traversa,
1980-2009,
fotocopia/disegno/
elaborazione digitale,
colore, 21x21 cm
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Paginauno no 20 · dicembre 2010 / gennaio 2011 · anno IV
POLEmOs
Ad Atene è stata imposta una manovra finanziaria ‘lacrime e sangue’. stipendi pubblici bloccati fino al 2014 e
tredicesime e quattordicesime cancellate (e difficilmente il settore privato si
comporterà diversamente); età minima
pensionabile equiparata tra uomini e
donne e portata a 65 anni, con un ammontare dell’assegno mensile calcolato sulla base del salario medio di tutti gli anni lavorati e non più sugli ultimi
dieci anni come in precedenza; quasi
azzerati gli investimenti pubblici; al via
una privatizzazione dei settori dei trasporti e dell’energia; aumento del 10%
delle tasse su alcolici, tabacchi e benzina; aliquota iva al 23%, ossia aumentata di ulteriori due punti dopo che già a
febbraio 2010 era passata dal 19 al 21.
nessuna maggiorazione di imposta per
i redditi più alti, per gli utili delle banche, per le imprese – che anzi vedono
facilitata la possibilità di licenziare, con
l’aumento del tetto fino a oggi fissato
del 2% al mese rispetto al numero dei
dipendenti; nessuna nuova tassa sulle
operazioni finanziarie, nessun aumento d’imposta per la rendita.
Ben lontana dall’aver fallito, l’unione europea ha centrato l’obiettivo che
si era riproposta alla nascita, suscitando addirittura l’invidia di Bernanke. Il
4 ottobre scorso, nel corso di un convegno annuale a Rhode Island, il presidente della Fed americana dichiara imminente il disastro finanziario pubblico
globale a causa dell’insostenibilità delle spese pensionistiche e sanitarie per
una popolazione mondiale che ha visto costantemente crescere le proprie
aspettative di vita. L’unica via percorribile per evitarlo, a opinione di Bernanke, è l’attuazione fin da ora di rigide misure di austerità e tagli alla spesa
pubblica. Tuttavia, afferma, un simile
programma è difficile da attuare in sistemi democratici elettivi, governati da
Parlamenti nazionali che devono cicli18
Paginauno no 20 · dicembre 2010 / gennaio 2011 · anno IV
Profitti da debito pubblico
camente fare i conti con il consenso
popolare e gli appuntamenti elettorali. Occorre dunque agire in due modi:
da un lato, esautorare i governi nazionali dalle decisioni relative alla politica
di spesa pubblica, affidandola a organismi non elettivi; dall’altro, vincolarla
all’applicazione di rigide ‘regole fiscali’
impersonali, asettiche, non derogabili.
L’unione europea è riuscita in entrambe le cose, di qui l’ammirazione del
presidente della Fed per il sistema del
vecchio continente: il Patto di stabilità,
rinnovato e reso ancora più stringente dopo la crisi greca, sottrae di fatto ai
governi nazionali ogni decisione relativa alla spesa pubblica, demandandola
al Consiglio europeo, nella fattispecie
all’Ecofin, ossia il Consiglio Economia e
Finanza composto dai ministri dell’Economia e delle Finanze dei Paesi membri della ue; l’Ecofin, dunque, è un organismo non elettivo. ne consegue
che nessun Paese facente parte dell’unione europea possiede più quella
sovranità nazionale – ancor meno, evidentemente, quella monetaria – che
ha permesso all’Argentina di mandare
i creditori a quel paese e ridisegnare, in
autonomia, una propria politica fiscale
ed economica.
E pensare che Trichet non è affatto
soddisfatto: il controllo dei conti pubblici non si può lasciare in mano ai politici,
dichiara criticando il nuovo Patto di stabilità. E il 25 ottobre, in un articolo sul
Financial Times Deutschland, Juergen
stark, membro del consiglio esecutivo
della Bce, incalza: “quello che ci serve
è una vigilanza fiscale e macroeconomica depoliticizzata […]. una sorveglianza
depoliticizzata può essere meglio realizzata da un organismo indipendente,
che sia ufficiale o non ufficiale”.
ma come si è arrivati all’esplosione
dei debiti pubblici? La crisi finanziaria
e poi quella economica, certo; questo
Un elevato
debito pubblico
è indice anche
di una cosciente
volontà antiredistributiva:
il denaro non
prelevato tramite
la fiscalità diviene
per i cittadini
ricchi risparmio
da investire in
titoli pubblici
negli ultimi tre anni. ma in una realtà
come quella italiana, per esempio, in
cui fin dagli anni Ottanta si combatte
con un indebitamento superiore al Pil?
un elevato debito pubblico può essere indice di un’alta evasione fiscale
e di una mala gestione della cosa pubblica; nel Belpaese lo è certamente,
quando per mala gestione si intende
una corruzione spaventosa e sistematica che pilota gli appalti e porta le opere
pubbliche a costare fino a quattro volte di più rispetto agli altri Paesi, a sostenere per decenni quella collusione criminale che ha prodotto un capitalismo
feudale e straccione perennemente attaccato alla mammella dello stato (1).
ma un elevato debito pubblico è indice anche di altro: di una cosciente volontà anti-redistributiva o, se vogliamo
usare termini oggi considerati obsoleti,
di una società classista.
Anziché creare un equo sistema fiscale, che preveda imposte maggiori
per i redditi elevati e le rendite, incamerando così più entrate di cassa per
coprire le spese pubbliche, la politica sceglie di fare debiti. Il denaro non
prelevato tramite la fiscalità, diviene
infatti per i cittadini ricchi risparmio da
investire, risparmio con cui acquistare
anche titoli pubblici. In tal modo lo stato si assicura la liquidità necessaria per
affrontare le spese e i cittadini facoltosi, anziché pagare imposte adeguate al loro alto reddito, si assicurano un
investimento fruttifero. I cittadini che
affollano le aste di titoli pubblici pronti ad acquistarli, sono gli stessi che poi
pretendono un bilancio contabilmente
equilibrato, da tripla A, lontano dal rischio fallimento; e quando il debito supera il Pil del Paese, e il disavanzo tra
entrate e uscite cresce pericolosamen-
te, e il costo degli interessi sul debito
aumenta sempre più fino a mangiarsi miliardi di euro – 70 miliardi all’anno
per l’Italia, secondo i dati del ministero
dell’Economia del 2007 – sono quelli
che ne pretendono la riduzione a suon
di tagli alle spese, l’unica via possibile se non si vuole l’aumento delle tasse. Così, coloro che allo stato possono
dare solo le imposte, magari trattenute
direttamente in busta paga, e non hanno alcun risparmio da investire in titoli
pubblici o altrove, si ritrovano a pagare
due volte: in termini di tagli a pensioni
e di esorbitanti tariffe private per quelli che un tempo erano gratuiti o economici servizi pubblici – sanità, trasporti,
energia, scuole – e in termini di interessi sul debito pubblico. I cittadini che
possiedono solo il salario, in sostanza,
pagano ai cittadini che possiedono un
patrimonio parte degli interessi sui loro
risparmi investiti in titoli pubblici.
Forse è per questo che a maggio
scorso, nei giorni di maggiore tensione sociale in Grecia, quando le piazze
erano gremite di persone che urlavano di non voler essere loro a pagare
il prezzo della speculazione, di una
manovra finanziaria che avrebbe aumentato ancora di più la sperequazione tra ricchi e poveri, un enorme
striscione è comparso sull’Acropoli. In greco e in inglese, vi era scritto:
“Popoli d’Europa, alzatevi”.
(1) Debito pubblico: italianità al 104 per cento,
Giovanna Cracco, Paginauno n. 10/2008
19
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POLEmOs
LA mEmORIA DEL CALCIO
E IL FAsCIsmO
di Paul Dietschy
L’Italia fascista è stata senz’altro il primo stato, insieme all’unione sovietica, ad aver
organizzato una politica sportiva e genuina con lo scopo di
trasformare gli italiani in “una
nazione sportiva” (1). Il primo
passo fu la progettazione e la realizzazione di un’ampia opera di lavori pubblici: mirando a costruire tanto i campi
littori – un modello standardizzato di
stadio per la pratica di massa nelle piccole e medie città – quanto gli stadi
Littoriale (Bologna), Berta (Firenze) e
mussolini (Torino), autentiche vetrine
architettoniche, il regime volle rompere
con l’apatia atletica dell’Italietta liberale
e forgiare l’uomo nuovo, che sarebbe
stato, anche, un homo sportivus.
Le pose del ‘primo sportivo d’Italia’, mussolini in persona, del ‘gigante buono’ Primo Carnera che saluta
romanamente, le vittorie olimpiche di
Luigi Beccali (1932) o di Ondina Valla
(1936) sono, tra le altre, le figure più
emblematiche dello sport in camicia
nera, all’interno del quale il calcio ha
occupato uno spazio particolare. Per
semplificare le cose, si potrebbero, in
effetti, considerare immagini simbolo
del calcio del Ventennio, le squadre di
serie A schierate in linea per salutare le
gerarchie sedute nelle tribune d’onore
degli stadi italiani. O gli Azzurri del ’34
– il portiere della Juventus Giampiero
Combi in testa – che sollevano la Coppa del Duce, l’altro trofeo assegnato al
termine della finale della seconda Coppa del mondo della Fifa, disputata nello
stadio del Partito nazionale fascista.
sarebbe tuttavia una visione parziale considerare il calcio sotto il regime
alla stregua di un calcio meramente ‘fascista’. Primo, perché non era lo sport
di regime. secondo, perché la cultura
del calcio deve essere reinserita in un
contesto più ampio in cui vanno inclusi
anche il calcio e lo sport europei. Terzo, perché solo in mancanza di meglio
i calciatori e la passione calcistica furono strumentalizzati dal regime e dalle
autorità sportive legate al partito. sono
quindi questo sistema sportivo complesso e la sua memoria che qui si intende analizzare.
Il regime voleva
rompere con
l’apatia atletica
dell’Italietta
liberale e forgiare
l’uomo nuovo,
che sarebbe
stato anche un
homo sportivus:
il primo passo fu
la realizzazione
dei campi littori e
degli stadi
Trasformismo e apolitismo:
la memoria del calcio sotto
il fascismo dopo il ’45
Lo sport e il calcio furono forse
l’eredità meno problematica che l’Italia del dopoguerra poteva raccogliere dal Ventennio. Allorché le ambizioni di raggiungere e mantenere il rango
di grande potenza svanirono, con l’avventurosa politica estera di mussolini, lo sport fu “il solo terreno sul quale
La politicizzazione
dello sport
non era una
peculiarità solo
dell’Italia fascista:
le federazioni
sportive si
mostravano avide
di riconoscenza
da parte delle
autorità statali
(1) sport e fascismo. La politica sportiva del regime 1924-1936, Felice Fabrizio, Guaraldi, 1976
20
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l’orgoglio nazionale poteva esprimersi
senza riserva” (2). E benché le pagine
sportive dei quotidiani italiani non erano state avare di metafore guerriere,
il calcio apparve come un segno della
pace e della libertà ritrovate.
Fascismo e calcio dalla guerra
all’occupazione tedesca
Eppure… Al contrario del maggio del
1915, nel quale tutte le competizioni
sportive nazionali erano state annullate fino alla fine del conflitto, il regime
scelse di lasciarle svolgere, malgrado
l’entrata in guerra del 10 giugno 1940.
Era, secondo la stampa asservita, la dimostrazione della normalità della situazione, una sfida agli inglesi che cominciavano a bombardare le grandi città
italiane. un uomo d’ordine come Vittorio Pozzo, nello stesse tempo Commissario unico della nazionale e giornalista – condizione che gli permetteva di
commentare e giudicare le prestazioni azzurre sul quotidiano La stampa –
collegava questa scelta a quella dell’alleato tedesco. Il 23 ottobre 1941, sul
giornale torinese scriveva: “sotto quest’aspetto ha visto la questione il Partito nel dare la sua adesione alla ripresa del campionato, proprio nelle attuali
contingenze. sotto questo aspetto ha
considerato la cosa la nostra grande al-
leata, la Germania. Il capo dello sport tedesco, richiesto al
momento dell’inizio della offensiva contro la Russia, se era
il caso di riprendere il campionato di calcio, rispose con una
parola sola, una parola che tagliò corto agli indugi: ‘Weitermachen’. Proseguire”.
se il calcio era stato messo al servizio della propaganda di
guerra, i calciatori furono messi anche alla sbarra degli accusati. Al contrario di alcuni loro colleghi, atleti o ciclisti, vennero infatti molto spesso considerati degli imboscati, poiché
lasciati a disposizione delle loro sociétà. Tuttavia, l’accusa
di essere prima di tutto dei mercenari non era nuova. Per
molti versi derivava dalla diffidenza nutrita nei confronti del
calcio, alla fine degli anni Venti, dai gerarchi dello sport fascista come Lando Ferretti, presidente del Coni, o come Augusto Turati, segretario del Partito nazionale fascista. ma in
un contesto di guerra, tali accuse tornavano nuovamente ad
assumere rilievo. A tal punto che La Gazzetta dello sport, alludendo a un articolo del Popolo d’Italia, il 4 aprile 1943, riferendosi al fronte, chiedeva: “Dove sono gli sportivi?” Occorre precisare che la prospettiva di uno sbarco degli Alleati
si faceva sempre più reale.
Dopo la caduta di mussolini e l’invasione tedesca, per
il mondo del calcio si trattò soprattutto di aspettare giorni migliori. Furono ben pochi quelli che scelsero di schierarsi da una parte o dall’altra durante la guerra civile. Bastò
per rifarsi una verginità? In ogni caso, la squadra del Torino che si era rinforzata a colpi di milioni di lire fino a “diventare un’esagerazione” (3), alla fine del maggio 1945 prese
parte a una manifestazione sportiva e patriottica giocando
contro una rappresentativa lombarda, davanti a un pubblico
selezionato da Palmiro Togliatti, segretario del Pci. secondo Gioventù d’azione, l’organo dei gruppi di giovani partigiani di Giustizia e Libertà, la folla che assisteva alla partita
(2) storia della prima Repubblica, Aurelio Lepre, Il mulino, 1993, pag. 146
(3) Il film del Campionato di calcio 1942-1943
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POLEmOs
La memoria del calcio e il fascismo
sentì “vibrare nel suo cuore generoso
un fremito di libertà, un desiderio imperioso che lo sport al più presto riprenda per cancellare un triste ricordo di oppressione” (4). Vittorio Pozzo,
che si vantava di azioni partigiane, intonò a sua volta, al momento della ripresa delle attività calcistiche, la retorica della libertà ritrovata: “Comincia il
Campionato” scriveva sulla stampa del
14 ottobre 1945, “la cosa più desiderata dagli sportivi italiani. se ne parlava,
come di un sogno, al tempo della occupazione tedesca. Poter assistere ancora a un vero campionato italiano”.
Certo, il biennio settembre 1943/
ottobre 1945 valeva allora quanto un
secolo, in termini di cambiamenti e di
rovesciamenti della storia e degli uomini. ma Pozzo dava anche un’esemplare dimostrazione di una nuova forma di trasformismo applicata al campo
sportivo, dopo la fine della seconda
guerra mondiale.
fratellata e commentava l’operato proprio. miracoli della maglia azzurra”.
Altre voci, tra quelle che avevano
dato il tono del giornalismo sportivo
durante il Ventennio, iniziarono a evocare in termini piuttosto positivi l’opera del fascismo nel campo dello sport.
uno sport fascista che sarebbe stato più pulito di quello della Repubblica perché sostenuto economicamente
dal regime. Fu la spiegazione di Renato
Casalbore in Tuttosport del 27 settembre 1948, a proposito della creazione
del Totocalcio. secondo lui, “molti mali
guarirebbero il giorno in cui lo stato
italiano fosse in condizione di sostenere lo sport: difficile appare ora l’investimento di una situazione creata all’avvento delle scommesse sulle partite
di calcio. Il regime fascista fu sempre
contrario a tal genere di iniziative; ma il
regime sovvenzionava ampiamente lo
sport”. E concludeva: “La differenza è
sostanziale”.
Prime nostalgie del passato
Il tecnico piemontese non fu neanche tra gli ultimi a ricordare le gloriose ore del passato. Ora che le strutture sportive del fascismo erano state
più o meno conservate, a cominciare dal Coni – affidato a un giovane socialista dottore in diritto, Giulio Onesti
– Vittorio Pozzo poteva vantare anche
lo spirito delle vittorie dell’anteguerra.
Il 6 aprile, dopo una vittoria (3-1) ottenuta a Parigi contro la nazionale francese, nel bel mezzo della situazione da
guerra civile che circondava le elezioni
politiche, sempre sulla stampa scriveva: “Pareva di essere tornato allo stato d’animo dell’anteguerra, quando la
squadra, a incontro terminato, affluiva tutta in una camera stretta, unita, af-
Da Rimet a Vaccaro
se, da un lato, la citazione di Casalbore non deve essere interpretata come l’espressione di una specie di
nostalgia del fascismo, bensì come un
rimpianto del dinamismo e dei successi dello sport italiano sotto il fascismo
grazie al sostegno del regime, dall’altro
la dottrina ufficiale dell’apoliticità dello
sport, in corso negli ambienti sportivi,
giustificava questo tipo di sguardo benigno sul passato.
non si trattava solo di una mania italiana. questo sguardo era diffuso in
tutta la società internazionale dello
sport. A cominciare da Jules Rimet, il
presidente francese della Fédération
internationale de football association
(Fifa) dal 1921 al 1954. Alla fine della sua presidenza e della sua vita, Rimet scrisse un opuscolo su “il calcio e
il riavvicinamento dei popoli” nel quale sosteneva che, lungi dal creare ten-
(4) Gioventù d’Azione. Giustizia e Libertà, anno
2, n. 4, 27 maggio 1945
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Accanto alle
imprese di Italo
Balbo, lo sport
proponeva
all’estero
un’immagine
dinamica,
giovane e
finalmente virile
e moderna
dell’Italia
I vettori italiani
della cultura di
massa erigevano
a modello una
vita moderna e
spensierata: in
questo senso
il privato dei
calciatori era
l’equivalente
sportivo dei
film dei ‘telefoni
bianchi’
sioni tra le fazioni sportive e i popoli,
il calcio contribuiva al loro affratellamento (5). E rievocando, nello stesso anno (1954), la “meravigliosa storia
della Coppa del mondo”, Rimet relativizzava il carattere politico dell’edizione italiana (1934). In particolare, rifiutava di identificare Giorgio Vaccaro, il
presidente della Figc – peraltro, console della milizia – come lo strumento di
controllo del potere fascista sul calcio.
“non dobbiamo giudicare nel Generale Vaccaro” scriveva Rimet vent’anni dopo, “il personaggio politico. ma lo
sportivo ci appartiene. Abbiamo il diritto di dire che è stato per l’associazione italiana un presidente prestigioso e
che tutti quelli che sono stati in relazione con lui debbono dare la testimonianza della loro simpatia” (6).
Un aspetto della politicizzazione
del calcio negli anni Trenta
Da una decina di anni, giornalisti e
storici hanno deciso di indagare sul
calcio del Ventennio. sia sotto l’aspetto dei grandi protagonisti (7), sia sotto quello della storia culturale e politica (8), le loro opere hanno insistito
sulla politicizzazione e sullo sviluppo
del calcio sotto il fascismo. Purtroppo,
quando si cercano negli archivi segni
di questo processo, i risultati spesso
deludono. Le fonti dell’archivio centrale di stato rivelano, per esempio,
che mussolini si era mostrato molto
indifferente all’organizzazione della
Coppa del mondo, fino alla vigilia dell’evento. Il mantenimento dell’ordine
pubblico durante le partite era certamente la preoccupazione principale
dei prefetti e dei questori, ma ciò non
significa che lo sport che stava diventando ‘lo sport nazionale’ non scampasse alla politicizzazione in corso nella società italiana. Anche se questo fenomeno deve essere ricondotto in un quadro europeo.
Un matrimonio di ragione
Lando Ferretti, il fascista colto e perbene, incaricato del
controllo del Coni, riassumeva bene la posizione particolare del calcio all’interno del sistema dello sport fascista. scriveva nel 1928 che “le fortune travolgenti del calcio fra noi,
per il suo meraviglioso adattarsi al temperamento della stirpe,
sono uno dei fatti salienti della ripresa sportiva italiana”. ma
aggiungeva egualmente: “Certo il foot-ball (sic) ha potentemente contribuito a questa ripresa, ma oggi col suo incipiente professionismo e con le sue aspre contese campanilistiche
cui dà luogo, ne compromette i successivi sviluppi” (9).
Corruzione, violenze di tifosi, denaro componevano già
il cocktail del calcio, anche se in misura minore rispetto a
oggi. E i calciatori erano già accusati di comportarsi come
dei mercenari. A tal punto che Augusto Turati in persona
cercò di limitare la sua diffusione, creando uno ‘sport di sintesi’ a uso dei dopolavoristi come la ‘volata’, e decretò il
rugby “sport fascista per excellenza” per farne il gioco dei
Gruppi universitari fascisti (Guf).
ma la passione delle popolazioni urbane per il calcio era
tale che sembrava impossibile arrestarne la crescita. Piuttosto che combatterlo, sembrò più utile assegnargli l’obiettivo di contribuire al consenso e di tenere alti i colori dell’Italia nelle competizioni internazionali.
Il calcio e la politicizzazione dello sport
negli anni Trenta
La politicizzazione dello sport in generale, e del calcio
in particolare, non era una peculiarità solo dell’Italia fascista. Le federazioni sportive si mostravano avide di riconoscenza da parte delle autorità statali. nel 1927, la
federazione francese di calcio invitò il presidente della
Repubblica Gaston Doumergue alla finale della Coppa di
Francia. nasceva in quel momento una tradizione, ispirata alla FA Cup inglese. Ogni anno, da allora, la personalità
più importante della République assiste alla Fête nationale
du football française, per analogia con il 14 luglio. Il fatto
(5) Le football et le rapprochement des peuples, Jules Rimet, Fifa, 1954
(6) Histoire merveilleuse de la Coupe du monde, Jules Rimet, union européenne d’éditions, 1954, pag. 99
(7) Vittorio Pozzo. storia di un italiano, mauro Grimaldi, società stampa sportiva, 2001
(8) in particolare Football and Fascism: the national game under mussolini, simon martin, Berg, 2004
(9) Il Libro dello sport, Lando Ferretti, Libreria del Littorio, 1928, pag. 164
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POLEmOs
che, da Gaston Doumergue a nicolas
sarkozy, i presidenti abbiano consegnato il trofeo al capitano della squadra vincente non è senza significato.
La formula della Coupe, una competizione nella quale le squadre dilettanti incontrano quelle dei professionisti in una partita a eliminazione
diretta, incarnava non solo la democrazia dello sport ma anche l’ideale
della meritocrazia e dell’egalitarismo
repubblicani. nella Coupe de France,
dei dilettanti seri e allenati potevano
eliminare delle vedette poco motivate, esattamente come un ragazzo, titolare di una borsa di studio statale,
poteva salire nella scala sociale tramite i suoi successi scolastici.
Gli anni Trenta vedranno anche le
prime politiche sportive democratiche, in reazione a quelle degli stati totalitari. Furono i governi di Front
populaire (1936-1938) a integrare lo
sport e l’educazione fisica in un progetto politico più globale. ma i giochi di Berlino avevano anche provato
che lo sport poteva servire come arma
politica. Così, la diplomazia britannica
suggerì ai giocatori della nazionale inglese di effettuare il saluto nazista prima della partita contro la Germania allo
stadio olimpico di Berlino il 14 maggio,
meno di due mesi dopo l’Anschluss
(10). Era il contributo calcistico alla politica dell’appeasement...
L’immagine di una Italia
virile e moderna
non era questo, tuttavia, il significato attribuito alle vittorie azzurre
dalla propaganda fascista. In effetti, lo sport costituiva un altro modo
di assumere i desideri di potenza al-
La memoria del calcio e il fascismo
meno dal punto di vista simbolico. E un gerarca sportivo
come Lando Ferretti, sosteneva la necessaria sovversione ideologica dei valori dello sport. Denunciava in particolare l’internazionalismo decoubertiniano. Per lui lo
sport internazionale doveva produrre una gerarchia tra
le nazioni, dimostrare il valore di una razza, e non contribuire alla pace tra i popoli.
Di fatto lo sport, accanto alle imprese aeree come quelle
di Italo Balbo, proponeva all’estero un’immagine dinamica, giovane e finalmente virile e moderna dell’Italia. Per la
stampa popolare parigina, simpatizzante del regime e sovente ‘corrotta’ dai servizi di propaganda italiani, il campione italiano, che fosse Giuseppe meazza, Tazio nuvolari o Alfredo Binda, incarnava l’Italia nuova, disciplinata dal
suo duce. Gli stadi di Firenze o di Torino erano portati a
esempio e ispiravano gli architetti che progettarono gli stadi-velodromi di marsiglia e Bordeaux nella seconda metà
degli anni Trenta. A tal punto che, alla vigilia della Coppa
del mondo di calcio organizzata in Francia (1938), la stampa francese si allarmava per il paragone che gli stranieri
avrebbero potuto fare con l’edizione italiana, giudicando gli stadi francesi troppo piccoli per una competizione
mondiale. La vittoria finale di Pozzo e dei suoi uomini nello stadio di Colombes, il saluto romano del capitano meazza al presidente della Repubblica francese Albert Lebrun
prima di ricevere il trofeo, confermarono il timore dei giornalisti francesi. Due anni dopo Berlino, le imprese e i successi sportivi delle dittature, accompagnavano la loro aggressività diplomatica.
Il calcio negli anni Trenta tra cultura di massa
transnazionale e consenso italiano
La stampa sportiva europea dipingeva volentieri il carattere politico del calcio italiano. Pubblicando una serie di
caricature sugli stili nazionali dopo il mondiale del ’34, il
settimanale francese Football mostrava un Azzurro trionfante mentre salutava romanamente un mussolini marziale (11). Con un dettaglio ‘umoristico’. sulla tribuna, sulla
quale era rappresentato il duce, era disegnato anche il fascio del littorio coperto dal pallone. una maniera per dire,
come avrebbe affermato Rimet vent’anni più tardi, che il
calcio poteva cancellare una parte della carica politica che
gli si voleva attribuire.
(10) su questo episodio dell’appeasement sportivo cfr. scoring for Britain: international Football and International Politics 19001939, Peter J. Beck, Franck Cass, 1999
(11) Football, 28 giugno 1934
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Il calcio, una cultura
oltre le frontiere
Benché il calcio fosse organizzato su
un piano nazionale e le partite internazionali fossero definite matchs internations, la cultura del calcio prodotta
e trasmessa dalla stampa sportiva era
in parte transnazionale. I direttori di testate come Walther Bensemann (Der
Kicker, prima dell’avvento al potere dei
nazisti), Gabriel Hanot (Le miroir des
sports) o marcel Rossini (Football) formavano una società di giornalisti che
scambiavano informazioni e facevano
circolare immagini e rappresentazioni del gioco. Il calcio italiano era esso
stesso aperto al cosmopolitismo sportivo fin dall’inizio. Certo, Leandro Arpinati, il ras di Bologna, presidente della Figc, aveva vietato l’importazione di
calciatori stranieri nel 1926, chiudendo un periodo nel quale molte vedette
erano austriache o ungheresi. ma l’utilizzazione degli ‘oriundi’, questi argentini o brasiliani che, come Raimundo
Orsi o Luis monti, vestivano la maglia
della nazionale, dava un tocco esotico
al neonato campionato di serie A.
La mitropa Cup, la Coppa internazionale, le Coppe del mondo del 1934
e del 1938, e gli incontri amichevoli internazionali, offrivano altrettante occasioni di vedere all’opera i grandi giocatori stranieri – in particolare i danubiani
– o di leggere la descrizione dei loro
successi nelle ampie pagine dedicate
allo sport dalla stampa italiana durante il Ventennio. non a caso Carlo Levi,
evocando l’atmosfera del dopoguerra
e del governo Parri, ricorda a un redattore del giornale di cui è direttore, le
stelle degli anni Venti e Trenta. “Zamora, mateo, Hirzer la gazzella, sindelar
cartavelina. quei nomi, come una realtà poetica ed eternale, spingevano lontano da lui ogni cosa presente, e la politica e il giornale” (12).
L’uomo nuovo del calcio:
un piccolo borghese
Allorché Primo Carnera simbolizzava nolens volens la brutalità fascista e
una Italia immaginaria popolata da giganti e altri maciste, i calciatori simbolizzavano, al contrario, la velocità e
la destrezza. Giuseppe meazza fu soprannominato ‘balilla’, sicuramente in
virtù della sua giovane età ma anche
perché non era un colosso. La tecnica
e la vista gli permettevano di ingannare la guardia dei più feroci terzini. Aveva anche un bel sorriso, che la stampa
francese faceva ammirare; una forza
seduttiva paragonabile a quella degli
attori del cinema.
Il fascino dei calciatori non era limitato ai campi da gioco. La stampa degli
anni Trenta amava far conoscere l’uomo oltre che lo sportivo. Il calciatore
era quello che poteva raggiungere uno
stile di vita da cui la maggiore parte degli italiani era esclusa. Automobili Fiat
per meazza (una Balilla, ovviamente)
o per Orsi; vacanze sul litorale tirreno
a Forte dei marmi per Rosetta, il terzino della Juventus, e per tutti la gestione di un bar o di un negozio. nella ‘biografia’ di Rosetta, il giornalista Erberto
Levi evocava il progetto dell’ex calciatore della Pro Vercelli in questi termini:
“Iniziativa commerciale e industriale,
in una parola. Virginio Rosetta amministra i frutti dei suoi risparmi con la stessa saviezza con cui amministra i suoi
trentatré anni d’atleta” (13). nessuno
spirito di sacrificio al regime, ma piut-
Tuttavia il calcio
nel Ventennio
non fu un calcio
meramente
‘fascista’: non
era lo sport di
regime, la sua
cultura deve
essere inserita
in un contesto
europeo e fu
strumentalizzato
solo in mancanza
di meglio
Dopo la caduta
di Mussolini
e l’invasione
tedesca, per
il mondo del
calcio si trattò
soprattutto di
aspettare giorni
migliori; furono
ben pochi quelli
che scelsero di
schierarsi da una
parte o dall’altra
durante la guerra
civile
(12) L’Orologio, Carlo Levi, Einaudi, 1989 (prima ed. 1950), pag. 192
(13) Viri (Virginio Rosetta): piccola storia di un grande atleta, Erberto Levi, Editrice Popolare milanese,
1935, pag. 200
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POLEmOs
La memoria del calcio e il fascismo
La dottrina
ufficiale e diffusa
dell’apoliticità
dello sport
giustifica uno
sguardo benigno
sul passato e
non si tratta
nemmeno di
una mania solo
italiana
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tosto spirito di risparmio piccolo borghese. Rosetta non seguiva quindi la
definizione dello sport secondo Lando
Ferretti nel suo breviario atletico: “Lo
sport è per noi anzitutto e soprattutto,
scuola di volontà che prepara al fascismo i consapevoli cittadini della pace,
gli eroici soldati della guerra” (14), scriveva nel 1928 il capo del Coni.
Il consenso calcistico
se i raduni di massa organizzati da
Achille starace hanno potuto contribuire a costruire il consenso ottenuto
da mussolini, secondo Renzo De Feli-
ce, per una grande parte degli italiani
nella prima metà degli anni Trenta questo non bastava. Certo, nuto Revelli
poté ricordare che per lui “il fascismo
e lo sport erano la stessa cosa” e che
era “orgoglioso dei suoi nastrini e delle
sue medaglie” (15). In questo modo, lo
sport, associato ai riti del Campo Dux,
poteva lusingare il “narcisismo dei piccoli in divisa” (16).
Per i più grandi, il richiamo del moschetto e della divisa era senz’altro
meno forte. O forse il proposito militaresco del regime non era per loro il
volto più efficace dell’immagine del fa-
(14) Lando Ferretti, op. cit., pag. 225
(15) Le due guerre. Guerra fascista e guerra partigiana, nuto Revelli, Einaudi, 2003, pagg. 14-15
(16) Il popolo bambino. Infanzia e nazione dalla Grande Guerra a salò, Antonio Gibelli, Einaudi,
2005, pag. 319
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scismo. ma, come altrove nell’Europa
dell’ovest, i vettori italiani della cultura
di massa erigevano a modello un modo
di vita moderno e spensierato. In questo senso la vita dei calciatori era l’equivalente sportivo dei film dei ‘telefoni
bianchi’. E, con il suo primo sistema di
protezione sociale, il dopolavoro, grazie
al quale i giovani adulti potevano per di
più acquistare a buon prezzo i biglietti
per vedere le partite di serie A, il regime prometteva anche un presente e un
avvenire migliori. Illusione che affondò
nelle guerre mussoliniane.
ma lo stadio offriva anche la possibilità di esprimere quella rabbia che era
esclusa dal campo sociale e politico. In
particolare quella relativa al campanilismo, a tal punto che nel 1932, Il Littoriale, il quotidiano organo del Coni, dovette richiamare l’esasperazione espressa
dal duce contro tutte le manifestazioni
di regionalismo (17). malgrado i decreti legge promulgati da Federzoni dopo
la sparatoria della stazione di Porta nuova nel 1925, al termine della finale Bologna-Genoa, una situazione elettrica
accompagnò le partite di calcio fino al
1943. Furono in parte tollerate perché
non si trattava di tensioni politiche e, in
fin dei conti, non rappresentavano un
pericolo per il regime. I tifosi al più erano una specie di ‘indifferenti’ degli stadi, come i protagonisti del romanzo di
Alberto moravia uscito nel 1929.
sori non erano affatto gli idealtipi dello sportivo fascista e che
furono anche accusati di essere dei mercenari o peggio degli
imboscati. Ciò significa che la storicizzazione di questo aspetto della storia del Ventennio è necessaria per capire la passione degli italiani per il campionato di serie A, il quale è senz’altro l’istituzione più solida del novecento italiano!
questo non significa che il calcio non fu politicizzato. Il
‘giornalista’ Vittorio Pozzo ne dà numerosi esempi. una ragione di più per lui e suoi colleghi, come Bruno Roghi, direttore della Gazzetta dello sport, per gettare un velo pudico
nell’immediato dopoguerra su queste relazioni pericolose
tra calcio e regime e per costruire, con altri ‘gerarchi’ dello sport, la leggenda dell’apolitismo sportivo che innerva la
memoria dello sport.
È quindi questa ambivalenza, questa complessità della
posizione del calcio e dei calciatori sotto il regime, che fa
di questo sport un osservatorio singolare e pertinente degli anni del fascismo.
Conclusione: storia e memoria
del calcio durante il Ventennio
Da qualche anno, calciatori come il
portiere del milan Christian Abbiati,
fanno il loro coming out mussoliano. se
avessero la curiosità di sfogliare i periodici pubblicati durante il Ventennio, potrebbero verificare che i loro predeces-
(17) Dopo la parola del Duce. Basta coi regionalismi!, Il Littoriale, 28 luglio 1932
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POLEmOs
PICCOLE BOmBE nuCLEARI
CREsCOnO
LA FusIOnE FREDDA E LE nuOVE mInI-ARmI ATOmICHE
di Emilio Del Giudice
Incontro sul libro inchiesta Il
segreto delle tre pallottole di
maurizio Torrealta e Emilio Del
Giudice (Edizioni Ambiente,
collana Verdenero, 2010) alla libreria Odradek di milano, 1 ottobre 2010
una delle caratteristiche della società
moderna, che sembra fondata sull’abbondanza e sulla disponibilità dell’informazione, è la capacità di mantenere
segreti. E li mantiene proprio grazie all’enorme quantità di informazione che
viene rovesciata sulla testa delle persone le quali, non avendo più punti
di riferimento, assumono, rispetto all’informazione che ricevono, un’attitudine passiva. Convinti di sapere tutto proprio perché hanno ricevuto un
mare di notizie i cittadini, paradossalmente, non sanno niente. E non esiste
modo migliore per nascondere la verità che fare riferimento non a bugie plateali ma a verità parziali.
Alcuni giornalisti chiesero, durante
una conferenza stampa del portavoce
del governo israeliano, se era vero che
nel 2006, sul fronte del Libano, Israele
avesse usato armi nucleari di tipo nuovo. La risposta del portavoce fu: “noi
dichiariamo che l’esercito israeliano
non ha mai fatto uso di armi vietate dalle convenzioni internazionali”. Il che è
verissimo, l’arma di cui parliamo non è
vietata dalle convenzioni internaziona28
Paginauno no 20 · dicembre 2010 / gennaio 2011 · anno IV
so l’esistenza, gli americani lo abbiano a loro volta appreso dagli inglesi e
gli israeliani dagli americani. negli ultimi tempi, è probabile che anche i francesi le abbiano sviluppate.
li, per il semplice motivo che è un arma
di tipo nuovo, e quindi non è prevista
nelle convenzioni internazionali; nessuno ufficialmente sa dell’esistenza di
questo tipo di arma e dunque essa non
è un’arma vietata. Il cittadino che riceve questa informazione resta convinto
che non c’è niente di misterioso, invece di misterioso c’è tutto.
Per prima cosa occorre precisare che
le potenze coinvolte nell’uso di miniarmi nucleari appartengono a un largo spettro; anche se è difficile dire con
esattezza quali siano, è probabile che
la Russia le abbia usate in Cecenia e gli
stati uniti e la Gran Bretagna nelle varie guerre del medioriente e nei Balcani. La possibile catena è questa: i primi
ad averci pensato sono stati i tedeschi
durante la seconda guerra mondiale. È
vero che erano molto lontani dal realizzare armi del tipo usato a Hiroshima,
ma probabilmente perché non avevano preso quella strada: gli scienziati tedeschi studiavano il modo di creare un
differente tipo di bomba, molto simile
a quelle usate nei conflitti dalla prima
guerra del Golfo in poi, ed erano sul
punto di realizzarla. Dato che i laboratori dove questo accadeva erano situati nella parte orientale della Germania,
è molto probabile che i russi abbiano
messo le mani su questo tipo di armi e
le abbiano ulteriormente sviluppate; è
probabile che dopo, in seguito a giochi
di spie, gli inglesi ne abbiano appre-
È difficile dire con
esattezza quali
siano le potenze
coinvolte nell’uso
di mini-armi
nucleari: è
probabile che la
Russia le abbia
usate in Cecenia
e gli Stati Uniti,
la Gran Bretagna
e Israele nelle
varie guerre del
Medioriente e
nei Balcani
Partiamo da quello che già è noto,
ossia che a partire dagli ultimi vent’anni, dai campi di battaglia dei Balcani,
del medioriente, probabilmente anche della Cecenia, sono arrivate notizie ‘strane’: strane patologie che colpiscono le persone, sia militari che
civili. Tutti abbiamo sentito parlare
della ‘sindrome del Golfo’: nel corso
del tempo, molte persone che sono
state in quei campi di battaglia sviluppano strane patologie. Per esempio,
tra i militari italiani che hanno prestato
servizio nei Balcani, sia in Bosnia che
nel Kosovo, pare si sia sviluppato un
numero di leucemie molto superiore
a ciò che statisticamente ci si potrebbe aspettare, tant’è che il Parlamento
italiano ha nominato una Commissione – che non ha concluso alcunché,
però il semplice fatto di averla nominata significa che un problema esiste. Ovviamente gli organismi militari
hanno fatto del loro meglio per depistare l’attenzione e hanno dichiarato
che, probabilmente, causa di queste
patologie sono i proiettili fatti di uranio usati nel conflitto. La ragione della
scelta di questo materiale, affermano i
militari, è nel fatto che l’uranio è il metallo più pesante esistente in natura, e
dato che per perforare una corazza o un muro di cemento occorre un forte impatto, un proiettile fatto di un metallo molto pesante causa un buco molto maggiore rispetto a
un normale proiettile di piombo. In più, affermano, visto
che grazie all’industria nucleare esiste una grande quantità di scarti di uranio che non si sa dove buttare e che non
costano nulla, l’uranio è la materia prima perfetta e a basso
costo per fabbricare proiettili. La contropartita, purtroppo,
affermano sempre i militari, è che l’uranio presenta proprietà di radioattività, e quindi il fatto che sui campi di battaglia restino dei detriti provocati dalla rottura di questi
proiettili provoca patologie nelle persone coinvolte.
questa tesi è poco credibile. se così fosse, dato che l’uranio è usato da parecchio tempo, tutti i minatori delle miniere
di uranio si dovrebbero ammalare in massa, mentre tra loro
questa patologia non risulta. Oppure tutti coloro che hanno
a che fare con l’industria nucleare dovrebbero presentare le
stesse caratteristiche, eppure gli stessi soggetti dicono da una
parte che il nucleare è sicuro e dall’altra che il semplice fatto
di maneggiare proiettili di uranio provoca patologie mortali.
Oltretutto, che l’uranio possa presentare una qualche forma
di radioattività è notissimo, dunque come è venuto in mente
ai militari di usare un proiettile di uranio? È vero che l’uranio
è più pesante del piombo, ma lo è solo del 20%. Il guadagno
vale il rischio? La botta che il proiettile dà al bersaglio è funzione della sua energia cinetica, la cui formula è: metà del prodotto della massa per la velocità al quadrato. Per aumentare la
forza dell’impatto i militari hanno deciso di aumentare del 20%
la massa, ma potevano ottenere molto più facilmente lo stesso
risultato aumentando del 10% la velocità del proiettile, e tutto
sommato per farlo bastava usare una carica di esplosivo leggermente maggiore. non è difficile, anzi. negli ultimi tempi
l’artiglieria ha realizzato grandi progressi, per cui, per esempio, mentre nella seconda guerra mondiale le granate sparate
dai cannoni uscivano dalla bocca a un chilometro al secondo,
adesso escono a cinque chilometri al secondo. In proporzione, che cosa può mai essere quel 20% di maggiorazione…
29
Paginauno no 20 · dicembre 2010 / gennaio 2011 · anno IV
POLEmOs
A dispetto delle varie dichiarazioni
ufficiali, le inchieste proseguono. nella guerra del Libano del 2006 si verificò
un caso che fece parlare: in un paesino che si chiama Khiam, dove vi era un
caposaldo degli Hezbollah, l’aviazione israeliana bombardò, e si dà il caso
che erano presenti fotografi che scattarono alcune foto. L’immagine riprese qualcosa che sembrava, in piccole dimensioni – piccole ma non tanto,
era una colonna di 5.000 metri, anche
se rispetto a un’esplosione nucleare si
può definire piccola – un fungo atomico. Il caso vuole che in quel villaggio
era nato un fisico nucleare libanese, il
quale prelevò dei campioni dal cratere
dell’esplosione – che si era successivamente riempito d’acqua – e li mandò in
differenti laboratori in giro per il mondo. Due di questi – non uno, due, indipendenti tra loro, di cui uno era il
laboratorio di Harwell in Inghilterra, il più rinomato al mondo per fare
questo tipo di ricerca – trovarono nel
campione una presenza di uranio arricchito. qui occorre fare una piccola digressione scientifica: che cos’è
l’uranio arricchito?
L’uranio è fatto da vari isotopi; il nucleo dell’elemento consta di un certo numero di protoni e di un certo numero di neutroni, nel caso dell’uranio i
protoni sono 92 – fissati, perché danno la carica elettrica che dà le proprietà
chimiche – mentre i neutroni possono
essere in numero variabile: 146, e in
questo caso la somma protoni più neutroni fa 238, e questo nucleo non è fissile, cioè non si può spezzare, oppure
143, e in questo caso la somma fa 235
e questo nucleo è fissile. Per la bomba
atomica serve dunque la varietà 235,
quella fissile, mentre la varietà 238 è
utile solo in quanto può essere utilizzata per produrre plutonio: attraverso un
procedimento ormai ben noto si bom30
Paginauno no 20 · dicembre 2010 / gennaio 2011 · anno IV
Piccole bombe nucleari crescono
barda con neutroni il nucleo il quale acquista un neutrone
e dopo un rimescolamento interno diventa plutonio 239, a
sua volta fissile. quindi l’uranio 238 è utile non in sé e per sé
ma come materia prima per fare il plutonio.
Dell’uranio che esiste in natura, il 99,3% è fatto dell’isotopo 238 e solo lo 0,7% è fatto dell’isotopo 235. Dato che
per fare la bomba atomica occorre l’uranio 235, si deve cercare di ottenerne una maggiore quantità con un procedimento apposito: si prende l’uranio naturale, in forma gassosa, composto appunto per il 99,3% di isotopo 238 e per lo
0,7% di isotopo 235, lo si mette in una centrifuga, per effetto della forza centrifuga la parte più pesante va all’esterno,
la parte più leggera resta al centro. In questo modo, la parte che resta al centro si definisce arricchita ed è uranio 235,
mentre la parte che resta all’esterno si definisce impoverita
ed è uranio 238. naturalmente, per avere la quantità necessaria a fare una bomba atomica bisogna arricchire l’uranio
fino a raggiungere il 90% di isotopo 235 e il risultato è che
questo processo è molto costoso – è quello che stanno tentando di fare, si dice, gli iraniani con le loro centrifughe: ottenere uranio arricchito. È chiaro a questo punto che, poiché l’arricchimento richiede tutti questi processi complicati
e costosi, uno stato non si sognerebbe mai di usare uranio
arricchito in una normale bomba semplicemente per dare
maggiore forza all’impatto: quindi la presenza di uranio arricchito nel cratere di Khiam testimonia del fatto o che è stata usata un’arma nucleare contenente già uranio arricchito
oppure che l’uranio si è arricchito nel momento dello scoppio. In entrambi i casi c’è qualcosa di nucleare in gioco.
Di fronte ai risultati dei due laboratori le autorità, ovviamente, sono corse ai ripari, e il laboratorio di proprietà delle nazioni unite, per esempio, ha negato i risultati. D’altra
parte questo laboratorio si è reso famoso perché ha negato
anche che nel Kosovo ci fosse alcunché… d’altra parte questi non sono laboratori indipendenti perché dipendono da
organismi politici.
Dopo aver chiarito la questione dell’uranio, per affrontare l’argomento delle nuove armi utilizzate occorre spiegare
brevemente come è fatta una bomba atomica del tipo utilizzato a Hiroshima e nagasaki. una volta ottenuta una massa fatta di uranio 235, i nuclei che lo compongono possono essere fissionati, ossia rotti, da neutroni; rompendosi, i
nuclei liberano energia, molta energia, tuttavia la probabilità che un neutrone colpisca un nucleo e lo rompa è piccola, perché i neutroni sono molto piccoli, i nuclei anche,
e quindi la probabilità che il neutrone riesca a colpire il nucleo è molto bassa: è come fare il tiro a segno. Per aumen-
tare questa probabilità, occorre mettere dunque un gran numero di nuclei:
in tal modo, se il neutrone attraversa
uno spazio dove ci sono molti nuclei,
prima o poi ne becca uno. questa tecnica è alla base di quello che si chiama la ‘massa critica’. se io prendo un
blocco di uranio 235 tale che la sua dimensione superi quello che in gergo si
chiama il ‘libero cammino medio’, cioè
il tratto che deve fare il neutrone prima di avere la probabilità di colpire un
nucleo, ogni neutrone che passa di lì
prima o poi centra un nucleo e quindi avviene l’esplosione. Il valore della
massa critica è un segreto militare ma è
un segreto di Pulcinella: si sa che esso
varia tra 7 e 8 chili. quindi se io prendo
una massa di uranio 235 di 3 chili, non
scoppia; aumento la massa e a 7 chili
ho l’esplosione.
stabilito questo, com’è fatta una
bomba nucleare? Dato che non posso tenere insieme la massa critica altrimenti esplode, questa massa è divisa in tante sotto-masse, frammenti che
separatamente non esplodono, inseriti all’interno di un contenitore foderato
all’esterno di esplosivo normale; quando questo esplode, i frammenti implodono, ossia sono proiettati l’uno contro l’altro, creano la massa critica e si ha
il botto nucleare. Il fatto che al di sotto di quella massa critica non può esserci esplosione nucleare vuol dire che
l’esplosione deve essere per forza gigantesca. La bomba atomica o distrugge un’intera città o niente, non è possibile con questo sistema fare un’arma
che distrugga solo un palazzo e basta.
In questo senso l’arma atomica è un’arma di estremo ricorso, un’arma poco
flessibile che non può essere usata per
normali fini militari. Eppure, nei casi in
questione – la prima guerra del Golfo,
i Balcani, i conflitti degli ultimi anni in
medioriente, forse in Cecenia – pare
che le armi usate fossero mini-armi
atomiche, cosa che le potenze militari
negano proprio dicendo che come tutti sanno, un’arma nucleare non funziona al di sotto di una massa critica.
Dopo la prima guerra del Golfo del
1991 è uscito un libro scritto da un missionario francese, padre Jean-marie
Benjamin, tradotto in italiano con il titolo
Iraq: l’Apocalisse, in cui sono contenute molte foto. si vedono carri armati distrutti, e la particolarità è che se si prendono le fotografie della seconda guerra
mondiale, della guerra di Corea, o delle prime guerre del medioriente, lì i carri armati bombardati conservano più o
meno la silhouette originaria; solo avvicinandosi si vede che c’è un bel buco
nella corazza, causato dalla granata che
entrata all’interno, in contatto con i vapori di benzina, produce la fiammata
che carbonizza i militari. nelle foto dal
1991 in poi si vede un’altra cosa: il carro
armato ha perduto la sua silhouette, è
diventato una massa di metallo fuso. un
carro armato è fatto di acciaio e pesa 40
tonnellate, non esiste alcun esplosivo
convenzionale in grado di fonderlo: significa riuscire a sprigionare tantissima
energia e per di più localizzata, perché
intorno al carro armato c’è distruzione
per 20 metri, non oltre. A Hiroshima
venne distrutta un’area il cui raggio era
1,5 chilometri, ossia un cerchio di 3 chilometri di diametro.
questo significa che sono state inventate mini armi nucleari, superando il problema della massa critica? E se
l’hanno superato, come hanno fatto?
Di certo se è così, il risultato deve essere ben difeso con il segreto.
Negli ultimi
vent’anni, dai
campi di battaglia
sono arrivate
notizie di strane
patologie che
colpiscono sia i
soldati che i civili:
gli organismi
militari parlano
di proiettili
all’uranio
impoverito
Dal 1991 in
poi, le foto dei
carri armati
bombardati
mostrano una
massa di metallo
fuso: non esiste
alcun esplosivo
convenzionale in
grado di fondere
40 tonnellate di
acciaio
quando si fece la bomba atomica nel
’45, i princìpi fisici su cui la bomba era
fondata erano già noti ed erano stati
chiariti negli anni Trenta: c’era poco da
tenere segreto, soltanto la tecnologia
adottata per mettere in pratica princìpi
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POLEmOs
fisici ben noti. ma se uno stato investe
denaro e mette a lavorare abbastanza
ingegneri, in capo ad alcuni anni il segreto tecnologico viene scoperto e rivelato. se invece è il principio fisico a
essere ignoto, allora è diverso, perché
si deve avere l’idea. se qualcuno ha
l’idea, allora, il modo migliore per proteggerla è far calare una coltre di silenzio, non parlarne e non permettere che
se ne parli, e magari depistare l’attenzione verso qualcos’altro, come l’uranio impoverito.
Piccole bombe nucleari crescono
americano, Fleischmann e Pons, annunciarono di essere riusciti a realizzarla –
da notare che Fleischmann, precedentemente, aveva lavorato per sette anni
in laboratori militari della marina inglese. In che consiste la fusione fredda?
Facciamo prima un passo indietro: in
che consiste la fusione?
I nuclei degli elementi sono un insieme di neutroni e protoni tenuti insieme da forze di tipo nucleare a cui si aggiunge, come correzione, la repulsione
Libano 2006:
esistono foto del
bombardamento
dell’aviazione
israeliana sul
paese di Khiam
che mostrano
l’immagine di una
colonna di 5.000
metri simile a un
fungo atomico
_
COmPOsIZIOnE_2
Romeo Traversa,
2008, elaborazione
digitale, colore,
200x200 cm
La prima guerra del Golfo inizia nel
gennaio 1991, la mobilitazione militare iniziò nel ’90: quindi già nel ’90 queste armi esistevano. Che cosa accadeva
sul fronte scientifico negli stessi anni?
Ci fu una grande polemica in merito alla
cosiddetta ‘fusione fredda’. nel marzo 1989 due scienziati, un inglese e un
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elettrostatica dei protoni che essendo cariche positive si respingono. se i
protoni sono pochi, questa repulsione
è piccola, se cominciano ad aumentare di numero la correzione elettrica inizia a diventare grande. Ci sono i due
estremi: pochissimi nucleoni – così
sono definite le particelle subatomi-
che che compongono il nucleo, siano
esse protoni o neutroni – oppure moltissimi nucleoni. nel caso di moltissimi
nucleoni, per esempio l’uranio, dove i
protoni sono 92 e i neutroni 143, la repulsione tra questi 92 protoni mette a
rischio la stabilità del nucleo che tende dunque a spezzarsi. nei nuclei cosiddetti leggeri invece, per esempio un
nucleo fatto con 2 protoni e 2 neutroni,
dato che questi nucleoni si attirano tra
di loro e la forza repulsiva elettrostatica è minima, se io ne aggiungo un altro
l’energia prodotta aumenta. Immaginiamo due persone che si abbracciano: in due si abbracciano con una certa
forza, in quattro con una forza maggiore, via via fino al punto di saturazione.
Dai nuclei leggeri quindi si ottiene liberazione di energia fondendo, cioè
aumentando il numero dei nucleoni,
mentre dai nuclei pesanti la si ottiene
rompendo; da questi ultimi dunque libero energia con il processo della fissione, spezzando il nucleo, dai primi
invece il contrario, ossia fondendo.
Facciamo un esempio: prendo un
nucleo di idrogeno fatto da un protone e basta. se aggiungo un neutrone
ottengo una cosa che è ancora idrogeno ma pesa di più: è idrogeno pesante
ossia deuterio. Poi prendo due nuclei
di deuterio, li metto insieme e faccio
un nucleo con due neutroni e due protoni, che è l’elio. Ho fatto una fusione.
Da questa fusione si libera energia.
Però nella fusione c’è una difficoltà:
le forze nucleari sono un milione di volte più intense delle forze elettriche ma
hanno un raggio di azione piccolissimo
per cui solo se quei due nuclei entrano in contatto si fondono; se stanno un
poco lontani, le forze nucleari non hanno il raggio di azione sufficiente per attirarli. Dall’altra parte, le forze elettriche sono molto più deboli ma hanno il
raggio di azione più grande, però sono
repulsive: i due nuclei si respingo-
no tra di loro, quindi la fusione non si
può realizzare a meno che io non trovi
un modo per farli entrare in contatto.
Come fare? Ci sono due modi: o con la
forza o con le buone maniere.
Il primo è il metodo della cosiddetta ‘fusione calda’, che si basa sull’idea
di dare ai nuclei tanta di quella energia
che essi vincono la repulsione; questa
energia è fornita tramite la temperatura. Fatti i calcoli, si scopre che occorre
una temperatura di 60 milioni di gradi
per sormontare la repulsione elettrica.
Con questa tecnica è stata realizzata la
bomba H, la bomba all’idrogeno: prendo una bomba atomica a fissione, questa esplode, produce una temperatura
di milioni di gradi e abbiamo la fusione
dei nuclei. La bomba H è dunque un
processo a due stadi. Occorre un detonatore, formato da una bomba atomica normale, che esplodendo determina la fusione.
Detto per inciso, questo è utile solo
per le applicazioni militari, non per
quelle energetiche, perché non posso far scoppiare una bomba atomica
per produrre energia. nel campo dell’uso energetico quindi il nucleare presenta ancora non pochi problemi, perché temperature così alte vaporizzano
qualsiasi cosa, l’idrogeno riscaldato
a 60 milioni di gradi si deve guardare
bene dal toccare qualsiasi parete perché altrimenti la vaporizza. L’idea astuta è quella di prendere un recipiente
con potenti calamite, confinare i nuclei nel centro del recipiente, quindi lontano dalle pareti, e bombardarli con potenti laser in modo da alzare
la temperatura. Alzandosi, la potenza delle calamite deve ancora aumentare perché i nuclei tendono a respingersi… insomma, è una contraddizione
che non finisce più e quindi non sorprende che il problema non sia ancora stato risolto.
I campioni
prelevati dal
cratere di Khiam
contengono
tracce di uranio
arricchito;
nessuno Stato
lo userebbe mai
in una bomba
convenzionale
semplicemente
per dare
maggiore forza
all’impatto
Reduci americani
affermano che
il 27 febbraio
1991 l’aviazione
statunitense
ha sganciato
una bomba
atomica nella
zona compresa
tra Bàssora e la
frontiera iraniana
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Paginauno no 20 · dicembre 2010 / gennaio 2011 · anno IV
POLEmOs
In questa situazione di sfida tecnologica arrivano due professori che dicono: noi abbiamo realizzato la fusione nucleare a temperatura ambiente,
spendendo in cinque anni di lavoro,
dato che nessuno ci finanziava, i nostri risparmi, in totale l’equivalente
di 20 milioni di lire di allora. E come?
usando le buone maniere invece della violenza.
I nuclei non vengono lasciati soli
nel vuoto ma inseriti dentro una matrice metallica, in cui si trovano allo
stato libero elettroni che sono carichi
negativamente. L’idea è che gli elettroni, frapposti tra i nuclei di deuterio, li
schermino. Il metallo che più si presta
a fare questo è il palladio. Fleischmann
era uno dei maggiori elettrochimici del
mondo – dopo l’annuncio è stato dipinto come un cretino che non capiva nulla, ma era presidente dell’Associazione internazionale di elettrochimica – e
qualche hanno prima aveva ricevuto
la Palladium medal, la medaglia di palladio: lui prese questo pataccone e lo
fuse per fare gli elettrodi in cui inserire
i nuclei. quando il numero di nuclei di
deuterio inseriti nel metallo supera una
certa soglia – che corrisponde a un nucleo di palladio per ogni nucleo di deuterio – i nuclei di deuterio cominciano
a fondersi spontaneamente e si libera
energia in forma di campi elettromagnetici che hanno la frequenza dei raggi gamma, campi che poi degradano e
danno luogo al calore. Ora: la frequenza dei raggi gamma è adatta a spezzare un nucleo.
se dunque anziché adoperare un
‘proiettile’, come un neutrone, si adopera un campo elettromagnetico, che
non è puntiforme ma esteso, il problema della massa critica per avere
un’esplosione nucleare non esiste più,
perché un campo esteso non ha difficoltà a ‘colpire’ tutti i nuclei che trova,
a scuoterli vigorosamente – dato che
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Paginauno no 20 · dicembre 2010 / gennaio 2011 · anno IV
Piccole bombe nucleari crescono
il campo elettromagnetico è un’oscillazione – e a spezzarli. Abbiamo così
trovato un modo alternativo di realizzare la fissione nucleare senza usare
‘proiettili’, e quindi superare il problema balistico di cogliere il bersaglio. In
questo modo non rompo il nucleo ma
lo schiodo tramite risonanza.
Che questa non sia un’ipotesi ma un
certezza posso personalmente garantirlo, perché ho partecipato agli esperimenti di fusione fredda fatti a Frascati
ed esaminando al microscopio elettronico, dopo l’esperimento, il pezzo di
metallo in cui questo è avvenuto, si
evidenziava che c’erano zone vergini dove non era accaduto nulla e zone
in cui tutto il reticolo cristallino era dissestato; facendo l’esame della natura
dei nuclei con un’altra tecnica, chiamata sEm, questi erano, nei tratti vergini,
al 99,9% nuclei di palladio, mentre nei
tratti dissestati il 10% erano di nichel, e
il nucleo di nichel è circa metà del nucleo di palladio. questo vuol dire che
era avvenuta una fissione del palladio.
Tra parentesi, la fissione del palladio è
del tutto innocua, non libera energia
perché il palladio non è né pesante né
leggero ma in equilibrio e quindi rompendosi non libera energia.
questo esperimento è stato fatto nel
2002, ma supponete che qualcuno avesse scoperto questi princìpi fisici molto
prima di quanto non l’abbiano fatto Fleischmann e Pons; supponete che negli
anni ’70/80, nei laboratori militari, qualcuno abbia scoperto questa cosa, e abbia provato a usare, come metallo ospite, l’uranio invece del palladio. Anche i
nuclei di uranio si romperebbero, ma a
differenza dei nuclei di palladio libererebbero energia. Dunque si potrebbe
ottenere un’esplosione nucleare, e senza massa critica; non ci sarebbe più bisogno di fare esplodere 7/8 chili di uranio,
potrebbe bastare anche un grammo. si
Nel 1989 a
Bàssora le morti
per tumori
sono 34, nel
2001 superano
i 600 casi e si
evidenziano
tumori rarissimi
Al di sotto della
massa critica, 7/8
chili di uranio,
non può esserci
esplosione
nucleare: ma
questo vale
solo per il
procedimento
della fusione
calda
potrebbe quindi realizzare un’arma nucleare delle dimensioni di un proiettile
di pistola. E che potenza avrebbe questa mini esplosione nucleare? Facciamo
una proporzione: a Hiroshima, usando
7 chili di uranio 235, per avere il quale
Probabilmente, alla base della cosiddetta sindrome del Golfo vi è il fatto che i militari americani non si aspettavano effetti radioattivi perché, in
effetti, questa è una fissione non radioattiva: mentre un neutrone che
Nel marzo 1989
Fleischmann e
Pons annunciano
di essere riusciti
a realizzare la
fusione fredda;
il primo aveva
lavorato per sette
anni in laboratori
militari della
marina inglese
_
COmPOsIZIOnE_3
Romeo Traversa,
2008, elaborazione
digitale, colore,
200x200 cm
devo usare 1.000 chili di uranio normale – dato il rapporto dello 0,7% di uranio
235 presente nell’uranio in natura – si è
prodotta un’esplosione che corrisponde a 20.000 tonnellate di tritolo, o venti chilotoni. Con un chilo avrei un’esplosione pari a 1.000 volte di meno, 20
tonnellate; con un grammo avrei l’equivalente di 20 chili di tritolo, che corrispondono alla carica di una cannonata.
quindi, sparando un proiettile di pistola
da un grammo non solo produco l’effetto di una cannonata, ma ho anche tutte le conseguenze di un’esplosione nucleare, ossia la radioattività.
colpisce un nucleo lo rompe a caso,
come quando si scaraventa un bicchiere contro una parete, se il nucleo
è messo in risonanza in realtà non viene rotto ma, appunto, schiodato; i suoi
frammenti sono dunque in equilibrio e
perciò non radioattivi – la radioattività
è causata dal fatto che un frammento
non è in equilibrio e comincia a buttare fuori qualche particella per ritrovare
l’equilibrio. questo è vero però in prima istanza, perché comunque vengono emessi dei raggi gamma che rendono radioattiva la materia circostante e
producono una radioattività di secon35
Paginauno no 20 · dicembre 2010 / gennaio 2011 · anno IV
POLEmOs
do ordine che produce effetti sulla salute. È vero che questo tipo di radioattività è confinata nei 30/50 metri dal
punto in cui è avvenuta l’esplosione,
che è una zona molto ridotta rispetto
a quella interessata a Hiroshima, ma è
anche vero che la bomba di Hiroshima
era una: se uso cento di queste bombe, o migliaia di questi proiettili, posso comunque ricoprire l’intero territorio di radioattività.
sulla base di questa scoperta le
grandi potenze, chi prima e chi dopo,
realizzano dunque armi di questo genere, fatte in questo modo: si prende
un pezzo di uranio, si carica di deuterio appena al di sotto della soglia,
in modo che non esploda in mano, si
spara il proiettile, il proiettile colpisce
il bersaglio, subisce una compressione
che fa andare la densità di deuterio al
di sopra della soglia, scatta la fusione
fredda, produce quel campo elettromagnetico che scuote i nuclei di uranio i quali cominciano a spezzarsi e abbiamo il botto nucleare. Il processo è
dunque invertito rispetto alla bomba
H: mentre in questa usiamo una bomba a fissione per innescare la fusione,
qui all’opposto usiamo la fusione per
innescare la fissione.
Torniamo alla prima guerra in Iraq
del 1991. un corrispondente di guerra segnalò il seguente fatto: vide un
carro iracheno inseguito da un carro
americano. Il primo si nascose dietro
una duna di sabbia, il secondo, senza
neanche cercare di andare a stanarlo,
sparò una cannonata contro la duna. Il
proiettile passò la duna da parte a parte, colpì il carro iracheno e lo distrusse. Per prima cosa, una simile potenza
Piccole bombe nucleari crescono
di cannonata non si è mai vista nelle armi usuali; in secondo
luogo, i cadaveri dei soldati iracheni avevano la pelle nera.
non erano carbonizzati, i peli, come le sopracciglia, erano
integri: quei militari non si erano bruciati, erano come abbronzati. ma dato che i raggi gamma sono molto più potenti
dei raggi ultravioletti, era come se i poveretti si fossero fatti
una super lampada. questo evento è l’evidenza che lì è accaduto un fenomeno nucleare.
un altro caso, a Baghdad: un ricovero antiaereo venne colpito da un missile il quale perforò un blocco di cemento di un paio di metri di diametro ed entrò all’interno,
esplodendo e provocando la morte di tutte le persone presenti. La particolarità è che sul muro rimasero stampate le
silhouette di tre persone, di cui una era una donna incinta. Come mai? La persona che sta lì e che quindi proietta la
propria ombra sul muro viene istantaneamente vaporizzata, il che avviene in un tempo brevissimo: l’ombra non fa in
tempo a sparire, perché l’ondata di calore scalda tutta la parete non in ombra e salva la parte in ombra. Fatti come questi sono stati fotografati a Hiroshima. questo vuol dire che
quelle persone sono state vaporizzate, e non c’è nessuna
esplosione chimica in grado di vaporizzare una persona.
Altro esempio: a Bàssora, dove ci sono stati pesanti bombardamenti, la percentuale di tumori si è moltiplicata in
modo esponenziale. mentre nel 1989 le morti per tumori
erano state 34, nel 2001 superano i 600 casi e si evidenziano tumori rarissimi. Il primario di oncologia di Bàssora, che
aveva riportato questi dati, ha successivamente ricevuto il
formale avvertimento dal governo iracheno di non divulgarli ulteriormente, pena il taglio totale dei finanziamenti; ovviamente, non ha più parlato.
È stata realizzata anche un’arma intermedia, usata proprio
vicino a Bàssora; è oggetto dell’inchiesta video realizzata
da maurizio Torrealta e mandata in onda da Rainews24 nel
2008, ancora visibile e scaricabile sul sito (1). Reduci americani affermano che l’ultimo giorno della guerra, il 27 febbraio 1991, l’aviazione statunitense ha sganciato una bomba atomica nella zona compresa tra Bàssora e la frontiera
iraniana. Per avere conferma di ciò, Torrealta ha un’idea brillante: controllare se in zona e in quel momento, i sismografi
abbiano rilevato una scossa sismica. un’esplosione nucleare, infatti, produce un’onda simile a un terremoto ma con
caratteristiche diverse: mentre questo parte piano e poi cre-
(1) http://www.rainews24.it/ran24/rainews24_2007/inchieste/08102008_bomba/
36
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sce, un’esplosione nucleare parte forte
e poi decresce, quindi se si guarda la
forma dell’onda si può distinguere un
evento dall’altro. Esiste poi una tabella,
creata negli anni Cinquanta, che misura la potenza dell’esplosione in base ai
gradi della scala Richter dei terremoti.
Torrealta si rivolge all’Osservatorio sismologico di stoccolma, specializzato
nel testare e controllare se i vari Paesi
facciano o meno esperimenti nucleari.
L’osservatorio risponde che il 27 febbraio 1991 sono state registrate scosse sismiche a 30 miglia a est di Bàssora, alle 13.39 ora locale, un evento di
4,2 gradi della scala Richter. Dichiara
inoltre che le caratteristiche del profilo
dell’evento non possono, per ragioni
connesse allo statuto dell’Osservatorio
di stoccolma, essere rese pubbliche, e
l’unica cosa che può affermare è che
l’evento registrato non è incompatibile con un evento nucleare e che è avvenuto in superficie, tra zero e 33 chilometri di profondità.
La tabella dice che 4,2 gradi della
scala Richter corrispondono a 5 chilotoni, cioè a un quarto della potenza
usata a Hiroshima; minore dunque a
quella che corrisponde alla massa critica. Comunque notevole, perché pari a
5.000 tonnellate di tritolo.
Perché mai l’ultimo giorno della guerra gli americani avrebbero usato un’arma di questo tipo, oltretutto in una
zona desertica dove apparentemente
non vi erano bersagli? si possono fare
solo supposizioni: tenendo conto che
la zona è contigua al confine iraniano,
l’esplosione potrebbe essere stata un
avvertimento all’Iran.
nella prima guerra del Golfo, in cui
i militari, probabilmente, non previdero le conseguenze radioattive di queste nuove armi, solo le truppe angloamericane svilupparono la sindrome
del Golfo: i militari degli altri Paesi al-
leati non vennero infatti ammessi nelle zone di combattimento anglo-americane, probabilmente allo scopo di
proteggere il segreto sulle nuove armi.
nella guerra successiva, quella nei Balcani, queste armi furono nuovamente
usate ma stavolta gli anglo-americani
si guardarono bene dall’andare a occupare i campi di battaglia e ci mandarono gli italiani; e la moria è avvenuta
tra i militari italiani. una volta mi trovai
a parlare con un soldato che prestava
servizio in Kosovo e gli chiesi, fingendo ingenuità, se lui avesse mai preso
contatto con carri armati serbi distrutti; rispose che i militari italiani avevano
il divieto assoluto di avvicinarsi e che
per impedire che anche la popolazione lo facesse, intorno ai carri armati
esplosi veniva tirato un filo spinato lungo uno spazio di alcune decine di metri di diametro. questo significa che i
comandi italiani erano stati informati
sulla natura delle armi usate. naturalmente le stesse precauzioni non furono mantenute dagli ignari civili, per cui
ci sono state perdite enormi soprattutto tra i bambini.
I raggi gamma
producono una
radioattività di
secondo ordine
confinata nei
30/50 metri
dal punto di
esplosione: ma
se uso cento
bombe, o migliaia
di proiettili,
posso ricoprire
l’intero territorio
di radioattività
non dimentichiamo, infine, che
uno dei vantaggi della fusione fredda è che non richiede grosse somme
di denaro per essere realizzata, tanto
che Fleischmann e Pons lo fecero con
i loro risparmi. A differenza di altre
branche della scienza, non necessita
dunque di massicci finanziamenti.
La comunità scientifica come tale ignora tutto ciò. non vi è nemmeno ostilità,
c’è il vuoto pneumatico. Fleischmann e
Pons sono stati considerati dei pazzi buffoni e la questione della fusione fredda è
convenientemente finita nell’oblio.
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InCHIEsTA
_
Iraq: l’asta petrolifera e la sconfitta
delle Oil company
AMERICANE
_
di Fabio Damen
L
’11 e 12 dicembre 2009 si è tenuta a Baghdad la seconda
asta petrolifera dopo che la prima, nel giugno dello stesso
anno, era andata praticamente deserta per le esose richieste del
governo iracheno e del suo ministero del Petrolio. All’asta sono
state accreditate quarantacinque company di tutti i Paesi, fatta
eccezione per quelle che in passato avevano avuto concessioni
petrolifere dal governo curdo. Questo a testimonianza dello
scontro in atto tra il governo centrale di Al Maliki e quello
‘autonomo’ del Kurdistan iracheno, nato da una soluzione
tattica americana che aveva come obiettivo quello di tenere
sotto controllo la principale area di produzione petrolifera
irachena e che alla fine ha creato più confusione che altro, sia
in termini di gestione pseudo nazionalistica, sia in termini di
amministrazione delle stesse riserve petrolifere del Paese.
Le concessioni rilasciate dal ministero del Petrolio di
Baghdad hanno visto prevalere le aziende europee e asiatiche, in alcuni casi riunite in joint venture. Dei dieci giacimenti aggiudicati nel 2009, appena due vedono le compagnie americane impegnate nelle operazioni di sfruttamento e
una sola delle due in un giacimento di qualche rilievo. A ot38
Paginauno no 20 · dicembre 2010 / gennaio 2011 · anno IV
tenere i migliori risultati è stata la compagnia statale malese Petronas, la quale
ha conquistato i diritti per tre giacimenti, poi l’angolana Sonangol con due.
Hanno ottenuto concessioni anche la
China National Petroleum Corporation
(CNPC), le russe Lukoil e Gazprom, e
le europee Shell (Olanda), Total (Francia), Statoil (Norvegia), BP British Petroleum e buon ultima l’italiana Eni.
Secondo i contratti ventennali firmati a Baghdad, le aziende appaltatrici hanno accettato di ricevere somme che variano tra un minimo di 1,35
e 2 dollari per ogni barile di petrolio
estratto in più rispetto all’attuale livello, in modo che qualsiasi (auspicato)
aumento del prezzo del greggio andrà
a ingrassare le esangui casse del governo iracheno.
La posta in gioco, quella più appetitosa, era la concessione dei diritti di
sfruttamento dei giacimenti presenti
nel sud del Paese, attorno alla città di
Bàssora, dove si trova il sito di Al-Zubayr, che dispone di riserve stimate tra
i quattro e i sei miliardi di barili e che
vede la presenza di una joint venture
formata da Eni, Occidental Petroleum
e Korea Gas. Sempre nel sud del Paese, quasi ai confini con l’Iran, è situato
il più consistente giacimento iracheno,
quello di Majnoon. A ottenere i diritti
sui 12,58 miliardi di barili stimati sono
state Shell e Petronas. Il secondo poz-
zo potenzialmente più produttivo del Paese, West Qurna 2
(12 miliardi di barili), è stato appaltato a un consorzio guidato dalla russa Lukoil. A scendere, i giacimenti meno importanti e le compagnie meno competitive.
In pratica, per le Big oil americane il bottino è stato, sorprendentemente, quasi nullo. Questo è stato sufficiente perche i corvi della passata amministrazione Bush si alzassero
in volo per riprendere il vecchio ritornello secondo il quale
gli Usa non avrebbero scatenato due guerre, in Afghanistan
nel 2001 e in Iraq nel 2003, spinti dalla volontà di mettere le
mani sul petrolio iracheno e allo scopo di creare una serie di
pipeline che dal Caspio arrivassero in Pakistan, nell’Oceano
Indiano. Il loro rinato sinistro canto suonerebbe così: chi ha
pensato che la più grande democrazia del mondo avesse scatenato due conflitti per le risorse energetiche è servito. Il governo iracheno ha indetto l’asta per lo sfruttamento dei suoi
giacimenti di petrolio in perfetta autonomia, senza pressioni di sorta da parte degli Usa, tant’è che lo svolgimento dell’asta stessa ha finito per favorire tutte le compagnie meno
quelle americane. Con tutti i soldi che hanno speso, continua
il nero ritornello corvino, gli Usa avrebbero comprato tutto
il petrolio di questo mondo, senza impegnarsi personalmente in nessun conflitto. Non avrebbero avuto morti tra i loro
soldati, e avrebbero più tranquillamente ottenuto i loro scopi senza spese e senza traumi sociali di sorta.
E invece, le cose non stanno in questi termini: ripercorriamo le perverse traiettorie dell’imperialismo americano sulla
via di Baghdad.
I preparativi alla guerra
Ancora nel 2002, l’Oil and Gas International, un’informata rivista del settore, riportava che il dipartimento di Stato e il Pentagono, in previsione della guerra contro l’Iraq,
altro non avevano in testa che allestire gruppi di pianifica-
zione che proteggessero dai bombardamenti le più importanti infrastrutture petrolifere irachene. Nello stesso
anno, nel mese di novembre, il dipartimento della Difesa ha fatto pressione presso l’Army Corps of Engineers
per l’aggiudicazione di un appalto all’impresa americana Brown & Root
addetta allo spegnimento degli incendi nei pozzi petroliferi, alla loro messa in opera dopo aver subito eventuali
danni, e alla manutenzione ordinaria e
straordinaria di tutto l’apparato estrattivo e commerciale messo in difficoltà
dalle prevedibili conseguenze dell’imminente evento bellico.
Secondo il Wall Street Journal del
16 gennaio 2003, poco tempo dopo
che il presidente Bush aveva dichiarato l’inevitabilità dell’invasione dell’Iraq, il vice presidente Cheney aveva contattato i dirigenti delle maggiori
compagnie petrolifere americane per
predisporre un piano di ‘rinascita’ dell’industria petrolifera irachena, rinascita che sarebbe stata finanziata, organizzata e controllata dalle major
made in Usa.
Lo stesso WSJ precisa che l’amministrazione Bush, sempre nell’imminenza della guerra, e sempre per il diretto interessamento di Cheney, aveva
organizzato una riunione informativa con Exxon Mobil, Chevron Texaco, Conoco Philip e Halliburton per
39
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InCHIEsTA
predisporre il piano del futuro sfruttamento del petrolio
iracheno. Il tutto sotto il patrocinio della Casa Bianca,
del Pentagono e del dipartimento di Stato. Peraltro tutta
l’amministrazione Bush, dallo stesso presidente a Cheney
a Condoleeza Rice, era rappresentativa delle lobby petrolifere di cui facevano parte ancora come azionisti e/o consulenti (Cheney all’Halliburton e la Rice alla Chevron).
Si è data più cura e attenzione ai particolari della pianificazione dello sfruttamento futuro dei giacimenti petroliferi, nonché alla confezione delle menzogne che dovevano tacitare l’opinione pubblica interna e internazionale
sull’imminente atto predatorio, che sull’esecuzione militare dello stesso, nonostante la profusione di mezzi, uomini e finanziamenti.
Sempre nel 2003, subito dopo la caduta del governo baatista di Saddam Hussein, il New York Times metteva in evidenza come sotto il comando del ‘proconsole’ Bremer e del
governo Allawi, già si stessero avviando le prime operazioni
legislative per la futura privatizzazione dei giacimenti petroliferi iracheni. Privatizzazione che avrebbe visto la prevalenza delle compagnie americane e inglesi, senza nessuna forma di messa all’asta dei pozzi già esistenti e di quelli
da trivellare. Perché il piano potesse prendere corpo, senza
troppi problemi da parte dell’opposizione interna e di quella internazionale, l’amministrazione Bush non ha lesinato
risorse finanziarie, sotto forma di corruzione, da somministrare ai ministri di turno, ai dirigenti del ministero del Petrolio, a tutti coloro che direttamente o indirettamente potevano essere inseriti nel piano di spoliazione energetica.
L’operazione è stata così evidente e arrogante che alcuni investigatori federali sono stati costretti ad aprire un’inchiesta
contro un congruo numero di alti ufficiali ed emissari politici del governo coinvolti nel ‘Programma di ricostruzione
in Iraq’. Che poi all’inchiesta sia stato prescritto un periodo molto lungo di (in)sabbiature terapeutiche, rientra nella
logica delle cose. Ma le rivelazioni del N.Y. Times e di altri organi di stampa rimangono, così come i resoconti dattiloscritti dei colloqui tra alti funzionari dell’amministrazione e rappresentanti governativi di Allawi. In aggiunta
va segnalata la dichiarazione di Chalabi, ai tempi consulente dell’amministrazione Bush prima dell’invasione, poi
sottosegretario iracheno al petrolio, rilasciata all’emittente radiofonica To the point, nella quale non fa mistero che
la guerra a Saddam altro non era che “una mossa strategica da parte degli Stati Uniti d’America e del Regno Uni40
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Iraq: l’asta petrolifera e la sconfitta delle Oil company americane
to in vista di una presenza militare nel
Golfo, al fine di assicurarsi in futuro
le forniture petrolifere”. Per poi concludere che ancor prima dell’invasione aveva incontrato gli esponenti delle
major americane perché quello del petrolio era “un obiettivo primario”.
I maneggi prima dell’asta
Mettendo per il momento da parte l’andamento disastroso della guerra
e le implicazioni imperialistiche internazionali (il ruolo dell’Iran, della Siria
e della Russia) sul fronte dell’opposizione sunnita e, in parte, sciita – che
peraltro hanno complicato non poco
la vita ai vari governi fantoccio iracheni – l’amministrazione Bush, un paio
d’anni prima della sua scadenza, ha
tentato ripetutamente di passare dalla cassa per il ‘rimborso spese’.
I termini della questione inizialmente (sino al 2007) erano due: il primo riguardava l’accesso alla trivellazione di nuovi campi, mentre quelli
già in attività sarebbero rimasti sotto
l’amministrazione irachena in deroga alla vecchia legge sulla nazionalizzazione (1972); il secondo si avvitava
sulla necessità di una legge petrolifera
che sancisse, una volta per tutte, i diritti di estrazione e le quote di gestione
tra la vecchia Iraq National Oil Company e le imprese anglo-americane.
Per gli strateghi Usa la nuova legge avrebbe dovuto mettere in atto un
rapporto secondo il quale il 75% dei
campi petroliferi già esistenti sarebbe andato alle compagnie straniere e
solo il 25% a quella irachena, mentre
per i campi che dovevano essere messi in opera, data la necessità di investimenti e di impiego di alta tecnologia,
la prelazione sarebbe toccata sempre
alle compagnie internazionali.
In aggiunta, gli strateghi prevedevano che l’assegnazione dei campi
avesse una lunga durata, venti/venticinque anni, e non avvenisse attraverso un’asta internazionale (no bid), ma
su chiamata da parte del governo iracheno attraverso il ministero del Petrolio. Nel febbraio del 2007 il presidente
Bush premeva insistentemente perché la legge passasse a favore delle solite Exxon Mobil, Chevron, BP & C. In
effetti, anche se la legge tanto auspicata
non era stata ancora votata per la forte
opposizione interna, il nuovo governo
iracheno di Al Maliki e del suo ministro del Petrolio Shahristani, nell’estate
2008 prometteva la firma dei contratti su una serie di importanti giacimenti a Exxon, Chevron, Shell, BP
e alla francese Total, che rivendicava
l’esecuzione di vecchi accordi firmati all’epoca di Saddam Hussein. Dalle intese erano completamente escluse
le compagnie russe e cinesi, come da
programma. Per gli Usa il gioco sembrava fatto. Le prime aree petrolifere
erano state assegnate secondo i desideri di Washington, e si sperava che al
più presto la legge petrolifera avrebbe
conquistato il voto positivo del Parlamento; la guerra in Iraq sembrava dare
i suoi frutti.
L’imperialismo sa fare molto bene
le pentole, ma non sempre gli riescono
i coperchi. Infatti, la legge così confezionata non passa, nonostante l’iniziale accondiscendenza del governo Al
Maliki, la presenza di 140mila uomini
americani e di un mini-esercito di tecnici petroliferi inviati da Bush. Le ragioni della bocciatura sono tante e tutte attinenti alla voracità con la quale le
varie componenti nazionali e internazionali si sono gettate sui meccanismi
di gestione della rendita petrolifera.
Innanzitutto, il progetto di concedere il petrolio iracheno a quelle compagnie, le solite (Exxon, Chevron, Shell, BP e Total), quelle che
prima della nazionalizzazione rappresentavano la presenza imperialistica in Iraq, aveva sollevato furibonde proteste non soltanto nei partiti
dell’opposizione sunnita e dello sciita
Moqtada al Sadr, ma persino da parte
di un partito sciita di governo. Shatha
al Musawi, rappresentante della United Iraqi Alliance, con l’appoggio di
una parte consistente del Parlamento
ha brandito la bandiera del nazionalismo energetico, denunciando la svendita del petrolio iracheno alle multinazionali estere, dopo che i vari governi
che si erano succeduti dalla caduta di
Saddam avevano investito nel settore
oltre 8 miliardi di dollari; l’obiettivo
nazionale, secondo al Musawi, doveva essere quello di portare l’Iraq fuori
dalla spaventosa crisi economica e politica in cui la guerra lo aveva gettato,
a quindi a produrre nel giro di sei/otto
anni quei 10 milioni di barili al giorno che lo avrebbero collocato al terzo
posto nella graduatoria internazionale relativa alla produzione e all’esportazione di petrolio. Obiettivi ambiziosi, che sarebbero morti sul nascere se
si fossero dati in concessione alle compagnie straniere i maggiori pozzi petroliferi nazionali.
Un altro ostacolo era rappresentato dall’altro nazionalismo energetico, quello curdo. Contravvenendo alla
norma generale, quanto generica, che
il petrolio iracheno competeva al ‘popolo iracheno’, e che la sua estrazione/commercializzazione sarebbe dovuta essere concordata centralmente,
il Kurdistan iracheno aveva già ini41
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InCHIEsTA
ziato in proprio una politica di concessioni, oltretutto anche su pozzi
contestati dalle due amministrazioni nazionali, come quelli della zona
di Arbil, Dahouk, Sulaimaniya e della parte meridionale di Kirkuk ai confini del Kurdistan. La frizione è stata
cosi forte, che il governo di Al Maliki
Iraq: l’asta petrolifera e la sconfitta delle Oil company americane
Petrolio Shahristani di politiche capitolarde e fallimentari. Lo scontro tra
Baghdad e Kirkuk ha sfiorato la secessione da parte del governo curdo, lasciando gli Stati Uniti attoniti e impotenti, nonostante fossero stati proprio
loro a inventare una simile situazione nella speranza di avere più opzio-
tro la svendita del petrolio iracheno. Nella zona di Bàssora
gli scioperi, accompagnati da alcuni attentati agli oleodotti che dal nord arrivano al terminale dell’isola di Faro, alla
foce dello Shatt el Arab nel Golfo Persico, hanno letteralmente creato il panico nei palazzi di Baghdad e, ancora una
volta, Al Maliki ha usato il pugno di ferro, minacciando feroci repressioni che in parte si sono pesantemente espresse
e mettendo i sindacati fuori legge – benché agissero sul terreno nazionalistico ma, in quel momento, dalla parte sbagliata, ossia in opposizione al governo.
Ad affossare ulteriormente il progetto di legge petrolifera ad usum delle Usa company, ci si è messa anche l’opposizione democratica nel Parlamento americano. I deputati e senatori, più per una mal calcolata questione elettorale
di contrapposizione al governo repubblicano che per una
impostazione critica nei confronti della guerra, hanno impugnato la ‘questione morale’ (daremmo ragione ai detrattori della politica estera americana se così palesemente allungassimo le mani sui giacimenti iracheni, meglio sarebbe
agire per il medesimo obiettivo ma in maniera meno rude
ed evidente), votando No al progetto della legge petrolifera nei termini voluti dal governo Bush.
_
COMPOSIZIONE_4
Romeo Traversa,
2008, elaborazione
digitale, colore,
200x200 cm
ha ritenuto necessario mettere al bando tutte quelle compagnie che avevano fatto contratti con l’amministrazione autonoma curda. Come risposta,
il curdo Ali Hussain Balu, presidente della Commissione parlamentare sul petrolio e gas, ha pesantemente criticato il governo e il ministro del
42
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ni allo sfruttamento dei giacimenti del
nord, oltre a quelli del sud nella zona
di Bàssora.
A coronamento dell’affossamento della legge ci si sono messi anche i
sindacati, che hanno mobilitato i lavoratori delle imprese petrolifere a sostegno degli interessi nazionalistici con-
Nel computo complessivo dell’operazione bellica in terra
di Mesopotamia rientrava anche il ruolo del dollaro come
coefficiente di scambio tra le merci, in modo particolare
quello relativo agli scambi petroliferi. Se il piano Bush fosse andato a compimento, l’economia americana non solo
si sarebbe giovata di un’importante fonte di reperimento
della materia prima da un punto di vista energetico, non
solo avrebbe diversificato le sue fonti d’approvvigionamento per i prossimi vent’anni, ma avrebbe contemporaneamente ridato fiato all’asfittico ruolo del dollaro in caduta libera dopo l’ingresso dell’euro sul mercato monetario
internazionale.
Sino alla fine degli anni Novanta, infatti, il 92% degli
scambi commerciali, petrolio compreso, erano effettuati in
dollari; a metà degli anni duemila si era scesi al 40%. La
speculazione internazionale comincia ad abbandonare il
dollaro quale bene rifugio per orientarsi sempre di più verso l’euro. Tra il 2006 e il 2008 alcuni fra i maggiori produttori di petrolio e di gas, primi tra tutti la Russia, l’Iran e il
Venezuela, hanno iniziato a vendere anche in euro, yen e
rubli. Nello stesso periodo i Paesi del Golfo hanno messo
in cantiere il progetto Gulf, un paniere di divise legate alla
produzione del greggio che in prospettiva, non tanto lontana nel tempo,
potrebbe sostituire in parte o in toto
il dollaro.
La nuova legge e la debacle
delle compagnie americane
La nuova legge, peraltro parziale e
controversa, frutto di una frettolosa
necessità, ispirata al reperimento dei
finanziamenti e delle tecnologie funzionali al progetto di fare dell’Iraq, in
pochi anni, il secondo o terzo produttore di petrolio al mondo, ribalta i termini della precedente impostazione
voluta dal governo americano – praticata in parte nella fase iniziale e poi
resa inagibile dagli ostacoli che abbiamo visto. Il suo contenuto prevede l’indizione di aste, la cancellazione dei production sharing agreement
e contratti di solo servizio con le compagnie estere. Le licenze sottoscritte
sia a giugno, poche, che nei giorni di
dicembre, sono infatti particolarmente vantaggiose per Baghdad: pur avendo durata ventennale, non prevedono
una condivisione del profitto con le
società petrolifere, bensì solo la corresponsione di una tariffa fissa da parte
del governo iracheno alla compagnia
estrattrice, da elargire per ogni barile portato in superficie oltre il livello
attualmente in corso; tariffe che sono
risultate inaspettatamente basse, variando da un minino di un 1,30 dollari sino a un massimo di 2 dollari a barile/giorno estratto.
Nonostante la ristrettezza dei margini del futuro guadagno, che comporta peraltro consistenti investimenti finalizzati all’aumento delle capacità
estrattive degli impianti già in produzione (current field) e di quelli da attivare, la partecipazione delle company
43
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InCHIEsTA
internazionali è stata, come abbiamo visto, elevata, ben quarantacinque,
a rappresentanza dei maggiori Paesi a vocazione energetica. Nella prima
giornata l’asta ha visto la vittoria della Royal Dutch Shell e della Petronas,
che si sono aggiudicate il giacimento di Majnoon nella parte del sud-est
dell’Iraq. Il giacimento, ancora vergine, prevede una riserva di 12,6 miliardi di barili ed è considerato uno dei
più importanti tra quelli messi all’incanto. Il consorzio anglo-olandesemalese ha firmato un contratto in base
al quale riceverà una commissione di
gestione dal governo iracheno di 1,39
dollari a barile estratto, impegnandosi
a portare, in breve tempo, la produzione a 1,8 milioni di barili al giorno, duplicando le più ottimistiche aspettative degli stessi tecnici iracheni.
Sempre nella zona sud del Paese,
che viene ritenuta quella a minor rischio di attentati e di sabotaggi, il secondo giacimento assegnato è quello di
Halfaya, stimato per 4,1 milioni di barili al giorno. A vincere la gara d’appalto è stato un consorzio formato dalla
cinese CNPC, che vi partecipa al 50%,
e da Total e Petronas, entrambe al 25%.
Il contratto si è concluso con una commissione di 1,40 dollari a barile per una
produzione futura di 535mila barili/
giorno da ottenere entro sei anni.
Nella seconda giornata, quella del
12 dicembre 2009, il grande giacimento di West Qurna 2 è stato assegnato alla russa Lukoil e alla norvegese Statoil, con quote dell’85% per
la prima e del 15% per la seconda.
Il giacimento può contare su riserve
pari a 12,9 milioni di barili. Il consorzio delle due compagnie si è impegnato ad aumentare la produzione di
1,8 milioni di barili al giorno, facen44
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Iraq: l’asta petrolifera e la sconfitta delle Oil company americane
do di West Qurna 2 uno dei più importanti currente field di tutto l’Iraq.
A scalare, i giacimenti meno importanti sono andati alla malese Petronas,
che si è aggiudicata il campo di Gharaf,
mentre all’angolana Sonangol sono andati i siti di Najmah e Qaiyarah e quello di Badra alla russa Gazprom.
Le imprese americane sono praticamente rimaste a bocca asciutta. Benché
iscritte al pari delle altre quaranta compagnie internazionali, se si fa eccezione per la Occidental, che, all’interno di
un consorzio con la Sonangol, la cinese CNPC e la sud coreana Kogas, ha
subìto una sconfitta per i giacimenti
di Halfaya vinti dalla cinese CNPC
con Total e Petronas, per le restanti Exxon, Chevron e &, il risultato è
stato quasi nullo. Quasi nullo nonostante il governo iracheno avesse promesso alle company americane che in
caso di parità d’offerta, l’asta sarebbe stata loro. Una specie di contentino dopo il cambiamento di rotta di
Shahristani e Al Maliki.
Le prime giustificazioni addotte a
una simile debacle patita dalle compagnie Usa, secondo i soliti frettolosi analisti, risiederebbero nel fatto che
per le Big oil, fallito il tentativo di
avere in gestione i migliori pozzi attraverso assegnazioni che non passassero dalla competizione dell’asta, il rischio di trovarsi spiazzate sul terreno
della sicurezza e dell’ulteriore esborso finanziario per mantenere e gestire
i pozzi, le avrebbe messe in una situazione di minore competitività.
Le ragioni del disastro
Certamente la disaffezione, se non
l’odio, nei confronti della presenza
delle truppe americane nel Paese non
ha giovato alle attese delle company
Usa, per il concreto rischio di sabotaggi
che avrebbe alzato i prezzi di gestione
dei pozzi; ma altre sono le ragioni che
hanno determinato la loro sonora sconfitta. Principalmente, come abbiamo
visto, vi è stata la questione di politica interna irachena: la scadenza elettorale del 7 marzo 2010 si è giocata prevalentemente, se non esclusivamente,
sul terreno del nazionalismo politico,
sia in termini di generica propaganda,
sia in termini di nazionalismo energetico. La rendita petrolifera è stata presentata come la questione nazionale fondamentale. Il che non ha potuto
che enfatizzare gli accenti nazionalistici anti-americani, in termini velati (Al
Maliki), moderati (Allawi) o di aperto
scontro (sunniti e al Sadr), ben sapendo
tutti che il dichiarato ritiro delle truppe
americane sarebbe avvenuto solo nelle
grandi città; gli Usa tenteranno infatti
di rimanere a tempo indeterminato nel
Paese, con basi militari, per tenere sotto controllo Damasco e Tehran, per difendere l’alleato di sempre Israele, per
essere vicini al sempre più ingovernabile Afghanistan e, non ultimo, per rilanciare quella politica petrolifera in centro Asia che sino a oggi ha fatto acqua
da tutte le parti, come le campagne militari che ne dovevano rappresentare la
base d’appoggio.
Un altro aspetto va messo in evidenza nella debacle delle oil company statunitensi: la devastante crisi che, ancora una volta, è partita dalle declinante
economia americana, ha messo in seria difficoltà le imprese petrolifere.
La vecchia Unocal, una delle five
oil company, non è arrivata nemmeno all’asta. L’impresa di John Maresca,
che tanto si era data da fare presso
le Commissioni governative per ave-
re l’appoggio di Bush al fine di gestire monopolisticamente la costruzione della pipeline che dal Caspio, via
Afghanistan, avrebbe dovuto trasportare il petrolio kazaco sin sulle sponde dell’Oceano Indiano, in Pakistan,
è affogata nei debiti fino al fallimento; e questo dopo aver investito non
poco (400 milioni di dollari) in favore dell’ascesa dei talebani a Kabul, nella vana speranza di controllare il territorio. Complici, oltre alla fallita e
dispendiosa avventura afghana, le nefaste vicende nel Myanmar: citata in
giudizio per connivenza con il regime
al potere, che avrebbe garantito la costruzione e la protezione militare di
un gasdotto nella regione di Yadana,
al confine con la Thailandia, a colpi
di lavori forzati, torture e omicidi, la
Unocal ci ha rimesso, oltre alla faccia,
una montagna di milioni di dollari in
spese per gli avvocati. E così nell’aprile del 2005, dopo una lunga agonia e
un debito di 11 miliardi di dollari, la
Unocal è stata comprata per 18 miliardi di dollari dalla Chevron Texaco,
sfuggendo di poco al tentativo d’acquisizione da parte di una compagnia
petrolifera cinese.
La stessa Chevron Texaco che nel
2005, all’epoca dell’acquisizione della Unocal, aveva un utile netto di 13,3
miliardi di dollari, nell’ottobre del
2009, alle soglie dell’apertura dell’asta
a Baghdad, perde un colossale 51% del
suo profitto, arrivato a soli 3,33 miliardi di dollari. Il 29 settembre dello stesso anno, il tribunale ecuadoriano cita
la Chevron per danni ambientali chiedendo un rimborso di 27 miliardi di
dollari, mettendo la compagnia petrolifera alle corde come nel caso precedente della Unocal.
La Conoco Phillips nel 2008 regi45
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InCHIEsTA
stra un debito di 30 miliardi di dollari
per incaute acquisizioni, con una capitalizzazione di soli 74 miliardi. In borsa le sue azioni precipitano da un valore di 100 dollari a 77,439 nello spazio
di poche settimane.
Nemmeno la più potente delle
compagnie americane ha saputo resistere negli anni terribili della crisi. La Exxon Mobil, che, non a caso,
solo fuori dal gioco delle aste è riuscita
ad accaparrarsi il giacimento di West
Qurna 1, ha visto i suoi conti in rosso.
Al 30 ottobre 2009 il suo utile netto ha
subito una flessione del 68%, arrivando a un misero 4,37 miliardi di dollari;
mentre il fatturato è passato da 137,74
miliardi a 82,26.
Il dato rilevante di questa debacle
sta nel fatto che le compagnie petrolifere americane hanno prevalentemente
operato sul terreno della speculazione,
hanno riacquistato le loro azioni nel
tentativo di mantenerne alto il prezzo,
hanno elargito, finché è stato possibile, lauti compensi ai manager e distribuito dividendi agli azionisti. Mediamente, il 55% degli utili sono andati
in acquisizioni e non in investimenti, all’acquisto di azioni delle varie finanziarie e fondi. In molti casi, le stesse compagnie hanno speculativamente
operato attraverso le proprie finanziarie, con il risultato di ritrovarsi al centro dello scoppio della bolla coperte
di debiti, con i pacchetti azionari dimezzati, con le proprie finanziarie sul
lastrico, senza liquidità e con una diminuzione della redditività dei capitali investiti che, sempre mediamente, si
è aggirata attorno al 26%. Le compagnie americane sono rimaste vittime
di quella crisi finanziaria che loro stesse hanno contribuito a creare sino all’atto della deflagrazione finale.
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Iraq: l’asta petrolifera e la sconfitta delle Oil company americane
Crisi e ricomposizione imperialistica
mondiale
La crisi mondiale del capitalismo
sta ridisegnando lo scacchiere imperialistico, in cui la questione energetica continua ad avere un ruolo preminente. Per gli Usa, fallita anche in Iraq
l’operazione ‘bonifica’, la battaglia del
petrolio in centro Asia sembra essere quasi definitivamente perduta. Da
qui la riconferma della decisione del
ritiro dall’Iraq, salvo il mantenimento di un contingente di 40.000 uomini a controllo del territorio. Sempre
originata dalla sonante sconfitta si fa
strada l’idea, già espressa da Bush, di
trivellare i ghiacciai dell’Alaska e le
coste atlantiche in cerca di petrolio,
accanto al ripescaggio del nucleare,
alla faccia della tanto evocata green
economy sbandierata in campagna
elettorale da Obama.
L’unica ‘vittoria’ nella guerra dei tubi
gli Usa l’anno parzialmente ottenuta con la costruzione della pipeline che
da Baku (Azerbaijan) arriva a Ceyhan
(Turchia) passando per Tbilisi in Georgia. Il BTC, costruito con 4 miliardi di
dollari, lungo 1.770 chilometri, e il cui
percorso è stato studiato in modo da
non attraversare né il territorio russo
né quello iraniano, ha visto in fase di
progettazione e di realizzazione la presenza di un consorzio nel quale l’azionariato di maggioranza è nelle mani
della BP (30%), della Socar, impresa
statale azera (25%), della Unocal (9%)
prima del suo fallimento, e dell’Eni
(5%), più compagnie francesi e olandesi con quote minoritarie. Nelle intenzioni, il progetto, finanziato in parte dalla Banca mondiale e dal Fondo
monetario internazionale e fortemente voluto dagli Usa, doveva convogliare verso il porto turco non soltanto il
petrolio azero ma anche quello del
Kazakistan e del Turkmenistan, facendo di questa pipeline l’oleodotto
più importante tra i giacimenti dell’Asia centrale e il Mediterraneo, per
poi proseguire, via sottomarina, sino
al porto israeliano di Ashdod.
Ma i governi azero e kazako, che
in una fase iniziale avevano aderito al
progetto, si sono parzialmente tira-
na non è stata ancora costruita. Per
l’imperialismo americano il successo è stato molto, molto parziale, anche perché chi gestisce il BTC è la
British Petroleum, mentre la Unocal è
stata costretta, suo malgrado, a togliere il disturbo. La parte più consistente
delle esportazioni kazake va verso nord,
in direzione della Russia, usufruendo
dei vecchi oleodotti di epoca sovietica
ti indietro, concedendo all’oleodotto,
inaugurato nel luglio del 2006, solo
poche centinaia di migliaia di barili al
giorno e preferendo accordi di esportazione di petrolio e gas con gli altri
due imperialismi, quello russo e quello cinese. In più, la ‘bretella’ israelia-
per arrivare al porto di Novorossijsk sul
Mar Nero.
Tre mesi prima (maggio 2006), è
stato inaugurato un oleodotto tra il
Kazakistan e la Cina. Parte dalla località di Atirav per arrivare ad Alashankou,
dando un nuovo assetto alle linee di
_
COMPOSIZIONE_5
Romeo Traversa,
2008, elaborazione
digitale, colore,
200x200 cm
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InCHIEsTA
percorrenza verso l’est della più importante materia prima energetica.
Il 14 dicembre 2009, pochi giorni dopo l’indizione dell’asta di Baghdad, è stato inaugurato il gasdotto
Turkmenistan-Cina, struttura cruciale nella geopolitica del gas del Mar
Caspio e degli assetti energetici sul
continente asiatico. Il presidente cinese Hu Jintao e il collega turkmeno
Berdymukhamedov, assieme al capo
di Stato kazako Nazarbaev e al presidente uzbeko Karimov, hanno aperto
i rubinetti del nuovo gasdotto, lungo
1.883 chilometri, che parte dal nord
turkmeno e attraversa Uzbekistan e
Kazakistan per arrivare nel Xinjiang.
Dovrebbe trasportare in Cina, ogni
anno, 30 miliardi di metri cubi di gas,
mentre altri 10 miliardi saranno ‘trattenuti’ dal Kazakistan. Insomma, un
importantissimo tassello nella distribuzione energetica in Asia, sia perché
è la prima tratta che aggira il territorio
russo sia, soprattutto, perché elimina
le pretese americane nell’area.
Il 13 dicembre ad Ashgabad, capitale del Turkmenistan, il capo di Stato cinese ha incontrato il presidente
del Turkmenistan; le due parti hanno raggiunto importanti consensi per
promuovere ulteriormente lo sviluppo
delle relazioni di cooperazione e d’amicizia tra Cina e Turkmenistan. In quella occasione, come riporta una nota
d’agenzia, “Hu Jintao ha espresso il suo
apprezzamento per le relazioni CinaTurkmenistan e proposto quattro suggerimenti per il rafforzamento di una
concreta cooperazione. Primo, attivare
al più presto il meccanismo per la cooperazione Cina-Turkmenistan; secondo, approfondire la cooperazione sulle risorse energetiche; terzo, rafforzare
la cooperazione per quanto riguarda le
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Iraq: l’asta petrolifera e la sconfitta delle Oil company americane
risorse non energetiche; quarto, effettuare al meglio i programmi di credito raggiunti dalle due parti, promuovendone
al più presto l’esecutivo”.
Allo stesso tempo, Hu Jintao ha affermato che la parte cinese intende rafforzare gli scambi con il Turkmenistan, cooperando anche alla lotta ai criminali che oltrepassano i confini, mantenendo efficacemente la sicurezza e la stabilità delle
regioni. Berdimuhamedov si è dichiarato totalmente d’accordo con le proposte fatte da Hu Jintao sullo sviluppo delle
relazioni tra i due Paesi, e ha ricordato che i rapporti CinaTurkmenistan si basano su una grande fiducia, rispetto reciproco e amicizia: costituiscono una partnership di cooperazione a lungo termine, ha affermato.
Ne consegue che lo scontro imperialistico nell’area
vede una netta supremazia di Cina e Russia a scapito degli Usa i quali, non a caso, sono messi a mal partito anche
in Kirghizistan, dove i recenti avvenimenti interni, quantomeno appoggiati da Mosca, stanno mettendo in forse la
permanenza della base militare americana di Manas, ultimo avamposto in Asia centrale.
A completamento dell’opera di smantellamento della
presenza americana, c’è l’ennesima sconfitta sul terreno dello sfruttamento dei giacimenti della zona caspica. I due progetti concorrenti, il South Stream progettato dalla Russia e il
Nabucco fortemente voluto dagli Usa, in consorzio con alcuni Paesi europei, hanno come base la necessità di assicurarsi sia le fonti di approvvigionamento del gas, sia il controllo
delle vie di percorrenza verso il bacino del Mediterraneo. La
sfida, dunque, consiste nel garantirsi i rifornimenti da parte di Kazakistan, Uzbekistan e Turkmenistan. I tre Paesi in
questione, a maggio del 2009 a Praga, si sono rifiutati di firmare l’accordo sul progetto Ue-Usa per il Nabucco e altri
due gasdotti, tra cui il White Stream, che dovrebbe andare dalla Georgia alla Romania con un percorso sotto marino nel Mar Nero e una ‘bretella’ che attraverserebbe Turchia,
Grecia e Italia (ITGI) tra la parte ionica della Grecia e quella italiana. Dietro il rifiuto ci sono le pressioni russe e gli accordi bilaterali tra il governo di Mosca e quelli dei Paesi centro asiatici interessati. Prova ne è che Mosca, subito dopo
il summit energetico di Praga, ha organizzato una riunione
a Soci per rafforzare il progetto South Stream con Grecia,
Serbia, Bulgaria e Italia, dopo essersi assicurata del rifiuto dei
tre Paesi centro asiatici. La Gazprom ha inoltre dichiarato
di essere disposta ad acquistare l’intera produzione di gas
dell’Azerbaijan e del Turkmenistan
per complessivi 18 miliardi di metri
cubi l’anno, con l’evidente obiettivo di
assicurasi una posizione monopolistica in campo gassifero contro le ambizioni, uguali e contrarie, degli Usa; anche se, come tutti i progetti, deve fare
i conti con la disponibilità di adeguati
investimenti, le appropriate tecnologie
e, non da ultimo, la duratura affidabilità dei partner.
A mo’ di ciliegina sulle frananti ambizioni americane, il 6 gennaio di quest’anno, l’Iran e il Turkmenistan hanno inaugurato un ennesimo gasdotto
nella zona, via Dovletabat-SaralihsKhangiran, contravvenendo a tutte le
pressioni di Washington sul governo di Tehran. Nelle tre settimane successive il governo turkmeno ha deciso
di vendere la totalità delle sue esportazioni di gas all’Iran, alla Cina e alla
Russia. Quest’ultima ha inoltre l’intenzione di raddoppiare le importazioni di gas dall’Azerbaijan per contenere i rifornimenti di Baku al progetto
Nabucco. Inoltre, l’Azerbaijan ha stabilito un altro accordo con l’Iran per
un gasdotto (Kazi-Magomed-Astara)
lungo ben 1.400 chilometri.
Gli Stati Uniti hanno subìto prima
e perso poi l’asta di Baghdad perché
il loro peso imperialistico, in termini
di impegno militare e di disponibilità finanziarie, è diventato più leggero rispetto a quello della concorrenza.
L’amministrazione Bush ci ha provato con tutti i mezzi, ha però perso
su molti fronti nonostante l’impegno
economico e militare; l’amministrazione Obama, complice anche la crisi, sta cercando di limitare i danni nell’epicentro asiatico, concentrandosi su
obiettivi geopoliticamente ‘periferici’
– ancora Afghanistan, Pakistan e India – per non uscire completamente
dal gioco.
Come si può notare, la guerra dell’energia è in pieno sviluppo. Gli attori non si risparmiano colpi, con le buone o con le cattive (come l’intervento
armato russo in Ossezia del sud contro
la Georgia filo americana e le tensioni
in Kirghizistan anti-americane), oltre
alle pluriennali guerre in Iraq e Afghanistan. Gli Usa potranno anche ritirarsi dall’Iraq e dall’Afghanistan, ma solo
perché sconfitti dagli altri imperialismi
che, pur non fisicamente presenti, hanno fatto sentire il loro peso all’interno
della questione irachena.
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Racconti
–
Il cassonetto
Fabiana Bussola
–
La
tessera per la raccolta punti era quasi
ultimata. Un paio di pacchetti di biscotti e avrebbe potuto spedire la busta. L’attesa per il nuovo tegame stava per trovare soddisfazione e un futuro di omelette perfette si
stagliava nella sua fantasia. La signora Fernanda finì di bere il secondo caffé del mattino mentre fuori un cielo incolore si distendeva sulla città risvegliata, raccolse la zuccheriera
e la latta dei frollini per riporle nella credenza,
cambiò l’acqua nella ciotola del gatto e si diresse alla porta d’ingresso.
Imbozzolata in un grigio accappatoio che
pareva un sarcofago, aprì di poco l’uscio e lanciò uno sguardo verso lo zerbino. Quello che
vide le suscitò un fastidio imprevisto: il sacchetto della spazzatura se ne stava ancora lì,
sotto gli occhi di chiunque del vicinato fosse passato davanti al suo appartamento. “Eh
no, non si fa così. Devo dire due paroline a
quel Goran, che se continuiamo così mica siamo d’accordo!”
Raccolse tutta la sua stizza, accostò l’uscio
per non far uscire Nerone e si diresse alla porta di fronte. Bussò ritmicamente tre volte, un
modo distintivo per farsi riconoscere dall’inquilino, dato che il campanello era fuori uso da
un decennio. Non provenne però nessun rumore dall’interno del monolocale, così Fernanda
rientrò ancora più irritata di prima, scavalcando la sporta con i rifiuti. “Se pensa di farmi fessa
quello lì, non sa con chi ha a che fare”.
Il pensiero fisso dell’anziana divenne il sottofondo di tutte le sue poche mansioni: cuci-
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nare, telefonare all’ambulatorio per prenotare la visita oculistica, rassettare le tre stanze,
pulire la lettiera del micio, cambiare canale, ogni cosa quel giorno ruotava nella mente intorno a un chiodo fisso. Dopo l’ultimo
telegiornale della notte andò a coricarsi, ma
fu inamovibile con il suo senso del decoro e
decise che la spazzatura sarebbe rimasta sullo zerbino, che quello slavo doveva imparare come si rispettano gli accordi e non si sognasse di prenderla in giro.
Quella notte non riuscì a dormire a lungo: se ne restò in allerta per decifrare i rumori
che provenivano dall’androne, tre piani sotto.
Sapeva riconoscere i condomini dal tintinnare delle chiavi o dallo sbattere della porta,
di ciascuno conosceva abitudini e tacchi delle scarpe. Anche di Goran aveva imparato a
distinguere i segnali, tanto da capire persino
da quale lavoro stesse rientrando. Quando lo
sentiva trascinare gli scarponi sapeva che stava tornando dal cantiere, mentre all’impiego
di imbianchino associava lo stridio delle scarpe da ginnastica logore sul pavimento. Dall’alloggio di fronte non giunse però nessun suono
per tutta la nottata.
La vecchia si sollevò all’alba dal letto con
una specie di oppressione al petto, si infilò il
molle scafandro e quasi corse alla porta per vedere se il pattume fosse stato portato nel cassonetto. Girò le quattro mandate, aprì uno spiraglio e gettò uno sguardo avido ai suoi piedi.
L’immondizia troneggiava come il giorno prima, anzi, a Fernanda sembrò che una mano
precisa l’avesse ricollocata al centro del tappeto con la chiara intenzione di indispettirla. In
pochi istanti la donna si proiettò alla porta di
fronte e cominciò a tamburellare le nocche ossute con la chiara intenzione di far scendere
dal letto quell’affittuario indisponente. “Prima
ti fanno mille storie perché non possono pagare, non hanno i documenti, ti raccontano le
loro storie pietose. Tu gli fai un favore e gli fai
pagare un prezzo basso in cambio di qualche
lavoretto, ed ecco che dopo poco se ne approfittano. Pensano che sia una vecchia scema, ma
si sbagliano”.
Nonostante questi pensieri e la foga con cui
percuoteva la porta, Fernanda si trovò da sola
per dieci minuti in quel corridoio buio, senza ricevere alcun segnale dal tugurio. Tornò in
casa, ma quella giornata trascorse in perenne
tensione. Solo il mattino seguente alla radio
sentì del ritrovamento in una discarica del corpo di un giovane, Goran Krstic, clandestino di
nazionalità kosovara, la cui morte sarebbe stata causata da un litigio in un cantiere.
La donna intinse l’ultimo biscotto nel caffè, sparecchiò la tavola e andò a vestirsi. Raccolse i capelli con le forcine, spazzolò la gonna
beige e l’impermeabile, si sistemò il cappello
di feltro e uscì. Scese lentamente le scale per
non lasciare che l’odore acre dell’immondizia impregnasse l’interno del piccolo ascensore e finalmente fu fuori. La città di sempre,
con il suo respiro umido e metallico le permeò narici e rughe mentre in pochi gestì gettava il sacchetto di rifiuti nel cassonetto. Stava
per dirigersi verso il discount dell’isolato vicino, quando si accorse di una giovane africana,
che stazionava davanti all’ingresso del palazzo
con un biglietto in mano.
«Scusa, qui fita partamento?» le chiese in un
italiano stentato.
Il suo sguardo mite e le spalle forti offuscarono la diffidenza della vecchia, che aggiustandosi il soprabito si avvicinò alla ragazza.
«Aiutami a fare la spesa. Poi vieni su da me,
vedrai che ci mettiamo d’accordo».
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Racconti
–
La telefonata
d Luca Gallo
–
Q
uel giorno Luciano tornò presto dall’università. Stranamente erano pochi gli
studenti rimasti per la lezione pomeridiana e
così aveva deciso, in accordo con loro, di rinviarla ad altra data.
Aprì il frigo e prese del latte. Ne versò un po’
in un bicchiere; a lui piaceva berlo così: freddo
e in un recipiente trasparente.
Sedette sul divano in soggiorno, di fronte
alla grande biblioteca piena di libri delle più
svariate discipline. Alcuni erano accatastati senza un criterio preciso, uno sopra l’altro.
Contemplò il latte tra le pareti tondeggianti
del bicchiere: era bianco, puro, senza macchia.
Stava pensando a cosa fare quando sentì un
vociare concitato provenire dall’esterno e andò
alla finestra a fianco della libreria. Spostò la
pianta di dracena posizionata davanti: ancora
non le aveva trovato una collocazione definitiva dopo averla presa dal giardino della villa dei
genitori la domenica precedente. Guardò fuori. Vide un gruppo di persone dirigersi freneticamente verso la piazza della stazione in fondo alla via.
Squillò il telefono.
«Ehi, hai sentito cos’è successo?!»
Lo aggredì Valentina, con la consueta vitalità e freschezza.
«No, non so, sono tornato ora… che c’è?» rispose lui sedendosi nuovamente sul divano.
«Accendi la tivù!»
Appoggiò il bicchiere sul tavolino e accese la
televisione. Ebbe un sobbalzo quando si rese
conto di ciò che intendeva Valentina.
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«Allora, ci sei?! Dobbiamo andare anche
noi… si stanno radunando tutti nelle piazze!»
«Sì ma… tu sei ancora in fabbrica?»
«No, siamo usciti quasi tutti… non si poteva
certo rimanere lì con quello che sta accadendo;
ci siamo fermati subito… nessuno ha avuto il
coraggio di dirci nulla… vorrei anche vedere!»
Luciano cominciò a grattarsi la nuca insistentemente.
«Ma…» riprese con tono incerto «sei da tua
madre o da tuo padre?»
«Ma che cazzo di domande mi fai! Sono da
mio padre, come al solito! Sono più vicina!
Passa di qua, dai muoviti!»
Le gambe di Luciano oscillavano nervosamente, le ginocchia si toccavano quasi e poi si
staccavano a un ritmo costante ma veloce.
«Senti… domani ho più ore di lezione, sia al
mattino che al pomeriggio… devo prepararmi,
lo sai. E poi questi ritrovi spontanei… potrebbero esserci disordini…»
«Ma come! Proprio tu mi dici questo… dopo
tutti i discorsi che mi hai fatto!? Ti rendi conto
di quello che sta succedendo?!»
«No… ascolta… ma anche tu… cosa…»
«Ho capito… Ciao».
«Cia…» il saluto uscì monco dalle corde vocali; lei aveva già chiuso la telefonata.
Più tardi Luciano accese la radio: seppe che
nelle principali città del Paese si erano popolate strade e piazze. Grande spazio veniva dedicato al resoconto di scontri tra manifestanti e
forze dell’ordine, con aggiornamenti continui
delle cifre riguardanti feriti e arrestati.
Pigiò il tasto di spegnimento con un gesto
secco, violento.
Guardò fuori dalla finestra del soggiorno,
senza attenzione, come per cercare una via
d’uscita.
Iniziò a camminare: cominciò col percorrere una linea immaginaria delimitata dalle
pareti della sala; poi continuò tracciando un
percorso simile a un inestricabile groviglio di
forme geometriche ora curve ora rettilinee e
spigolose. Poi si fermò di colpo: prese il telefono e compose il numero di Valentina: non
era raggiungibile.
Ore dopo tentò di richiamarla. Senza successo. Sentì solo la fredda voce registrata della
signorina della compagnia telefonica che esasperava l’impossibilità della comunicazione.
Si diresse in camera da letto per andare a
dormire; si coricò supino. Notò che il soffitto della stanza aveva delle sfumature scure nei dintorni del lampadario. Era trascorso tanto tempo dall’ultima passata di bianco
ma solo ora ci faceva caso. Spense la luce e
si voltò a pancia sotto. Poi prese il guanciale tra le mani e se lo mise sopra la testa. La
notte era solo all’inizio.
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DuRA LEX
DI GIOVANNA BAER
Le fondazioni bancarie:
iL furto pubbLico
deL no profit privato
22
settembre 2010. Alessandro Profumo,
amministratore delegato e direttore generale del gruppo Unicredit, la prima banca italiana per capitalizzazione e la quattordicesima al
mondo per attivo patrimoniale (decima in Europa), rassegna le dimissioni. Il più carismatico
e abile manager nostrano, soprannominato Mr.
Arrogance per aver avuto l’ardire di sbattere la
porta in faccia a più riprese a soggetti del calibro
di Telecom e RCS, autore della “più bella operazione del sistema bancario italiano degli ultimi anni” (1), la fusione fra Unicredit e Capitalia,
alla fine non ce l’ha fatta e ha dovuto cedere lo
scettro a Dieter Rampl, presidente tedesco del
colosso bancario. Le motivazioni della sua uscita di scena (costate alla banca – cioè agli azionisti – la cifra record di 40 milioni di euro) non
sono chiare: nonostante l’appoggio del ministro
Tremonti, che si è dichiarato contrario ai ribaltoni in un clima di già elevata instabilità del si-
stema finanziario, il Cda è stato irremovibile nel
togliergli la fiducia. Per colpa del suo penchant
per la Bank of Lybia, si dice, ma pare che quel
che bolle in pentola sia ben altro, se uno come
Cesare Geronzi, il punto di contatto fra la grande finanza e il Palazzo, sostiene che la causa sia
da ricercare nella volontà dei politici di allungare le mani sulle banche. La Lega usa le fondazioni per costruire le sue roccaforti locali, Unicredit è il primo esempio, ma ce ne potrebbero
essere altri, afferma Geronzi senza mezzi termini. E uno come Profumo – deciso e capace, ma
poco propenso a prendere ordini – senza dubbio disturba.
La legge Amato-Carli
In realtà, l’obiettivo iniziale delle fondazioni era esattamente l’opposto, cioè sottrarre le
banche al controllo dello Stato. All’inizio degli
anni Novanta, quando l’Italia dovette affronta-
(1) Geronzi: la Spectre non sono io, intervista a Cesare Geronzi di Massimo Giannini, La Repubblica, 23 settembre 2010
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re l’apertura dei propri mercati ai partner europei, più della metà degli enti creditizi italiani
era di diritto pubblico. La necessità di adeguare
il sistema bancario alla cosiddetta ‘unità economica europea’ spinse l’allora governatore della
Banca d’Italia, Carlo Azeglio Ciampi, a separare la funzione di diritto pubblico dalla funzione imprenditoriale: la legge delega Amato-Carli
n. 218/1990 dispose che gli enti bancari diventassero società per azioni sotto il controllo delle
fondazioni, le quali successivamente avrebbero
dovuto collocare le proprie azioni sul mercato.
Le fondazioni bancarie costituivano una sorta di
holding pubblica che, pur gestendo il pacchetto
di controllo della banca partecipata, non poteva
esercitare attività bancaria: i dividendi percepiti venivano intesi come reddito strumentale a
un’attività istituzionale (indicata nello statuto),
che doveva perseguire “fini di interesse pubblico e di utilità sociale”.
Un compromesso tipicamente all’italiana per
cedere formalmente il controllo operativo senza in sostanza cedere alcunché, simile a quello
escogitato per risolvere il conflitto di interessi
berlusconiano: il legislatore sosteneva che, se chi
è proprietario di un’azienda si disinteressa della sua gestione, limitandosi a percepirne gli utili,
il rischio di sue interferenze indebite nell’amministrazione risulta annullato. Va sottolineato che
questa ambiguità di fondo nella definizione dei
nuovi soggetti era probabilmente necessaria per
far digerire ai politici quello che doveva sembrare un eccesso di emancipazione dei banchieri italiani: le banche facevano un primo passo verso
un sistema di mercato autentico, come volevano sia la Comunità europea che Bankitalia, e nello stesso tempo il Palazzo poteva consolarsi nella consapevolezza che si cambiava tutto per non
cambiare nulla, secondo il celebre adagio. Questo conflitto irrisolto fra i desiderata delle banche e quelli della politica era evidentemente destinato a far sentire la sua influenza nelle riforme
successive, ed è testimoniato dai numerosi ricorsi alla Corte Costituzionale sollevati dalle fondazioni nel tentativo di escludere il più possibile
l’influenza della politica dalla loro attività.
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DuRA LEX
La direttiva Dini e la legge Ciampi
Fino al 1994 le fondazioni, dette ‘enti conferenti’, avevano l’obbligo di mantenere il controllo della maggioranza del capitale sociale
delle Casse di Risparmio (dette ‘banche conferitarie’). Con l’entrata in vigore della legge n.
474/94 (cosiddetta direttiva Dini) tale obbligo
fu eliminato e furono introdotti incentivi fiscali
per la dismissione delle partecipazioni detenute
dalle fondazioni.
Nel 1998, con l’approvazione della legge delega 23 dicembre 1998, n. 461 (cosiddetta legge Ciampi), e con il successivo decreto applicativo n. 153/99, il Parlamento ha provveduto, da
un lato, a creare i presupposti per un completamento del processo di ristrutturazione bancaria
avviato con la legge Amato e, dall’altro, a realizzare una revisione della disciplina civilistica
e fiscale delle fondazioni: per effetto della riforma attuata dalla legge Ciampi, la cui prima fase
si concluse con l’approvazione degli statuti da
parte dell’Autorità di vigilanza, “le fondazioni
sono persone giuridiche private senza fine di lucro, dotate di piena autonomia statutaria e gestionale” (art. 2 d.lgs 17 maggio 1999, n. 153).
Il decreto, nel testo vigente, individua i settori ammessi (famiglia e valori connessi; crescita
e formazione giovanile; educazione, istruzione
e formazione, incluso l’acquisto di prodotti editoriali per la scuola; volontariato, filantropia e
beneficenza; religione e sviluppo spirituale; assistenza agli anziani; diritti civili; prevenzione
della criminalità e sicurezza pubblica; sicurezza
alimentare e agricoltura di qualità; sviluppo locale ed edilizia popolare locale; protezione dei
consumatori; protezione civile; salute pubblica, medicina preventiva e riabilitativa; attività
sportiva; prevenzione e recupero delle tossicodipendenze; patologie e disturbi psichici e mentali; ricerca scientifica e tecnologica; protezione e
qualità ambientale; arte, attività e beni culturali), nell’ambito dei quali le fondazioni scelgono,
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ogni tre anni, non più di cinque settori rilevanti.
Le fondazioni bancarie possono così assumere la
struttura di ‘fondazioni grant-making’ (erogare
denaro a organizzazioni no profit che operano
nei settori individuati) oppure possono scegliere
quella di ‘fondazioni operative’, svolgendo direttamente attività d’impresa nei suddetti settori, intendendola come attività strumentale al
raggiungimento dello scopo di utilità sociale.
Con la legge Ciampi, inoltre, l’iniziale obbligo
di detenere la maggioranza del capitale sociale
delle banche, già eliminato dalla direttiva Dini, è
stato sostituito da un obbligo opposto: la perdita
da parte delle fondazioni del controllo delle società stesse. Per incentivare la perdita del controllo fu previsto un regime di neutralità fiscale
per le plusvalenze realizzate nella dismissione.
Questa disciplina fiscale, la cui durata temporale
era stata dapprima limitata ai quattro anni successivi all’entrata in vigore del decreto applicativo, è scaduta il 31 dicembre 2005. In base all’ultimo bilancio di sistema (relativo al 2008), su
88 fondazioni, 18 non hanno più partecipazioni dirette nelle rispettive banche conferitarie;
55 ne detengono una quota minoritaria; le altre 15 – che nel loro complesso rappresentano
il 4,4% del totale dei patrimoni delle fondazioni – posseggono più del 50% del capitale sociale
(peraltro nel pieno rispetto della normativa vigente, in quanto l’originario obbligo di perdere
il controllo delle conferitarie è stato eliminato,
tramite il dl n. 143/2003, convertito nella legge n. 212/2003, per le fondazioni con patrimonio netto contabile non superiore a 200 milioni
di euro, oppure operanti prevalentemente in regioni a statuto speciale).
La legge Tremonti
A fine 2001 il governo, con la legge finanziaria per il 2002, (art. 11, legge n. 448/01, cosiddetta legge Tremonti), apportò profonde modifiche alla riforma Ciampi, intaccando l’essenza
rappresentata, da un lato, dalla natura privatistica delle fondazioni, dall’altro, dalla loro autonomia gestionale; e stabilendo che quasi il 90%
delle risorse economiche delle fondazioni dovesse essere destinato a iniziative di carattere
locale, cioè nell’ambito della regione di appartenenza. Le fondazioni in più occasioni espressero
contrarietà in merito all’intervento del legislatore, godendo dell’appoggio di buona parte del
mondo della cultura, del volontariato, delle organizzazioni internazionali e dello stesso mondo politico. Il mondo del volontariato redasse un manifesto chiedendo di confermare per le
fondazioni il ruolo sussidiario e non sostitutivo
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IL TEMPO SI FERMA, Romeo Traversa, 1980-2009, xerocopia/disegno/elaborazione digitale/testo originale, colore, 21x21 cm
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DuRA LEX
di quello pubblico e di continuare a valorizzare
l’apporto della società civile all’operato di queste organizzazioni. L’articolo 11 subì un radicale ridimensionamento da parte della magistratura cui si erano rivolte le fondazioni. A seguito
del ricorso, il Tar del Lazio ravvisò la sussistenza di profili di illegittimità costituzionale e, con
l’ordinanza n. 803/2003, dispose la remissione degli atti alla Corte Costituzionale per verificarne la coerenza con il dettato costituzionale.
Il ruolo delle fondazioni secondo la Consulta
La Corte Costituzionale si è pronunciata con le
sentenze 300 e 301 del 29 settembre 2003, con
le quali ha fatto chiarezza sul ruolo e sull’identità delle fondazioni di origine bancaria, che sono
state definitivamente consacrate come “persone giuridiche private dotate di piena autonomia
statutaria e gestionale” e collocate a pieno titolo “tra i soggetti dell’organizzazione delle libertà
sociali”. In sintesi, la Corte Costituzionale ha affermato che l’evoluzione legislativa intervenuta dal 1990 ha spezzato quel “vincolo genetico e funzionale”, “vincolo che in origine legava
l’ente pubblico conferente e la società bancaria”, e ha trasformato la natura giuridica del primo in quella di persona giuridica privata senza
fine di lucro, “della cui natura il controllo della
società bancaria, o anche solo la partecipazione al suo capitale, non è più elemento caratterizzante”; ha sancito definitivamente la natura privata delle fondazioni di origine bancaria,
ribadendo che sono collocate nell’ordinamento civile e che, quindi, la competenza legislativa sulle stesse compete allo Stato; ha dichiarato
incostituzionale la prevalenza negli organi di indirizzo delle fondazioni dei rappresentanti di regioni, province, comuni, città metropolitane; ha
stabilito al contrario che la prevalenza deve essere assegnata a una qualificata rappresentanza
di enti, pubblici e privati, espressivi della realtà
locale; ha valutato incostituzionale l’utilizzo di
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atti amministrativi da parte dell’Autorità di vigilanza (ad interim il ministero del Tesoro e delle Finanze, in attesa della creazione di un nuovo
soggetto), che comprimano indebitamente l’autonomia delle fondazioni, cioè gli atti di indirizzo di carattere generale o i regolamenti intesi a
modificare l’elenco dei settori di utilità sociale; ha definito il concetto di controllo congiunto
da parte di più fondazioni presenti contemporaneamente nell’azionariato di una banca, evidenziando che esso sussiste solo se fra di esse
c’è un patto di sindacato accertabile; e ha ridimensionato gli spazi delle incompatibilità delle cariche per i membri degli organi delle fondazioni, stabilendo che vale solo per la presenza in
società che siano in rapporto di partecipazione o
di controllo con la banca conferitaria.
I pronunciamenti della Corte Costituzionale,
intesi a configurare in maniera risolutiva l’identità delle fondazioni di origine bancaria appartenenti ai “soggetti dell’organizzazione delle
libertà sociali”, privati e autonomi, sono stati ripresi dal regolamento attuativo (d.m. 18 maggio
2004, n. 150) della legge Tremonti, concludendo
così il lungo periodo di incertezza che ha condizionato l’operatività delle fondazioni.
Parrebbe proprio che le esigenze del sistema
bancario italiano (il mercato), abbiano alla fine
prevalso sulle ingerenze della classe politica. “In
salvo il bottino delle fondazioni”, titola il 30 settembre 2003 La Repubblica, riferendosi ai 36 miliardi di euro sottratti al controllo del ministro del
Tesoro di turno. Del resto gli autori dell’impianto legislativo principale sulle fondazioni sono stati tutti alti esponenti di Bankitalia (Carli e Ciampi ne sono stati governatori e Dini direttore), e il
tentativo di Tremonti di ricondurre i nuovi soggetti a più morbide posizioni nei confronti del
controllo politico è naufragato sugli scogli della
Consulta. Ma se quella del 2003 fosse stata solo
una piccola vittoria all’interno di una guerra i cui
esiti erano tutt’altro che scontati?
Il cavallo di Troia
Ai politici in generale e, ahimè, a quelli italiani
in particolare – come si può facilmente immaginare – non piace affatto rinunciare ai propri poteri, soprattutto quando riguardano il controllo di un tesoro di ben 36 miliardi. Figuriamoci
se un personaggio determinato e creativo come
il ministro Tremonti poteva ritirarsi in buon ordine, accettando passivamente le sentenze della Corte Costituzionale. Se non posso controllare
direttamente le fondazioni – deve aver pensato
il nostro – nulla mi impedisce però di usarle indirettamente per i miei obiettivi. E quali fossero
questi obiettivi era già all’epoca, almeno per chi
volesse vedere, abbastanza chiaro.
Le esigenze di contrazione della spesa pubblica imposte dalla Comunità europea obbligavano
tagli sostanziali in settori vitali per il Paese (infrastrutture, sanità, scuola e cultura, politiche sociali). Le fondazioni, grazie ai loro statuti, si prestavano egregiamente allo scopo di sostituire il
ruolo dello Stato centrale e degli enti locali in
queste aree di investimento. La pronuncia della
Consulta, che non a caso ribadisce la piena autonomia delle fondazioni circa i settori di investimento e la ridotta rappresentanza nei loro Cda
degli enti locali, non poteva tuttavia condizionare
il processo legislativo dello Stato. Tremonti aveva previsto, o almeno considerato, la possibilità
che la sentenza di settembre della Consulta non
fosse in suo favore, tanto che, giocando d’anticipo, il primo agosto venne approvata una legge
(la 166/2002) intitolata “Disposizioni in materia
di infrastrutture e trasporti” (ministro del Lavoro
e delle Politiche sociali Roberto Maroni, ministro
per le Infrastrutture e i Trasporti Pietro Lunardi),
in cui all’art. 7 si inserisce “la realizzazione di lavori pubblici o di pubblica utilità” fra i settori di
intervento delle fondazioni. Ma non basta.
Dal momento che le fondazioni sono vincolate nelle loro aree di investimento alla regione di
appartenenza, serve un soggetto con ampia au-
tonomia d’azione in cui le fondazioni potessero
confluire per finanziare quella parte di spesa per
investimenti non riconducibile agli enti locali:
Tremonti aveva ben chiaro quale potesse essere
questo soggetto, e da tempo sognava di metterci mano: la Cassa depositi e prestiti.
La Cdp nasce a Torino nel 1850 con una funzione strettamente bancaria – raccogliere depositi da privati cittadini quale luogo di fede pubblica – a cui sette anni dopo si aggiunge quella di
finanziare l’attività degli enti pubblici. In effetti,
poco o nulla è cambiato da allora. La Cdp mantiene ancora oggi due rami di attività: la ‘gestione separata’, che opera nel finanziamento degli
investimenti statali e di altri enti pubblici, quali regioni, altri enti locali e comunque strutture
afferenti allo Stato, utilizzando come fonte principale di provvista la raccolta del risparmio postale; e la ‘gestione ordinaria’, che si occupa del
finanziamento di opere, impianti, reti e dotazioni destinate alla fornitura di servizi pubblici e
alle bonifiche. A questo ramo di attività la Cdp
provvede attraverso l’assunzione di finanziamenti e l’emissione di titoli (in particolare obbligazioni) che, contrariamente al risparmio postale, non sono garantiti da parte dello Stato. Il
progetto del ministro è semplice e geniale: favorire il restyling dei conti dello Stato attraverso la privatizzazione della Cdp, trasformandola in s.p.a.; e nel contempo partecipare al tesoro
delle fondazioni bancarie, vendendo loro il 30%
del capitale della nuova società sotto forma di
azioni privilegiate, convertibili nel 2010 in azioni ordinarie.
Benché gli alleati di governo (il solito Fini
e Follini), non vedano ragione per cui si debba privatizzare un ente pubblico che ha sempre
funzionato bene, il progetto è vitale e Tremonti, sostenuto dall’asse Berlusconi-Bossi, non
si arrende: il super decreto passerà col ricorso
alla fiducia, e il 30 dicembre 2003 le azioni della Cdp vengono girate alle 65 fondazioni banca59
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rie che ne hanno fatto richiesta. Come si legge
nel comunicato stampa del ministero dell’Economia e delle Finanze, l’operazione ha fruttato
1.050 milioni di euro, a cui si deve aggiungere il
corrispettivo “per la cessione alla Cdp s.p.a. del
10,35% di Enel, del 10% di Eni e del 35% di Poste italiane, pari complessivamente a poco meno
di 11 miliardi di euro”. A dicembre 2003, la Cassa vantava 57 miliardi di euro di crediti verso i
clienti (Stato, enti locali), e una raccolta di oltre 200 miliardi di euro (in continua crescita)
nel risparmio postale: nel 2008 sarebbero stati
99 i miliardi di euro disponibili per investimenti
strutturali, un patrimonio che fa gola a tutti.
Da grande voglio fare l’Iri
L’enorme liquidità della Cassa e la sua elasticità statutaria rappresentavano (e rappresentano) una formidabile risorsa per qualunque policy maker di destra o di sinistra: poter far leva sul
proprio ruolo di azionista della Cdp per fare politica industriale, intervenire nel mercato e acquisire le partecipazioni nelle società che più interessano, per le finalità che più si desiderano e
in base alla visione politica che più aggrada – il
tutto al riparo dai vincoli europei sul deficit, dai
quali la Cdp, in quanto azienda privata, è esclusa – è una tentazione assolutamente bipartisan.
Tant’è che alla presidenza della neonata società viene nominato Franco Bassanini, già ministro nei governi Prodi, D’Alema e Amato: uomo
da sempre vicino alle fondazioni (che salutano
con entusiasmo la sua nomina), ci si aspetta che
giochi un ruolo determinante nella partita della
conversione delle azioni.
“Con l’elezione di Bassanini alla presidenza
si rafforza il ruolo delle fondazioni nella Cdp”
commenta il presidente della Fondazione Monte
(2) Ansa, 13 novembre 2008
(3) Ibidem
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dei Paschi, Gabriello Mancini, “un ente che ora
può davvero incidere nel campo della realizzazione di infrastrutture di cui il Paese ha bisogno”
(2). Gli fa eco Fabrizio Palenzona, vicepresidente Unicredit e uomo di riferimento delle fondazioni: “La Cdp, avendo risorse fuori dal bilancio
dello Stato, è lo strumento giusto per migliorare
il sistema economico in un momento di difficoltà come questo” (3). Come super amministratore delegato viene nominato Massimo Varazzani (il delfino di Giulio Tremonti), ex funzionario
Bankitalia, una lunga permanenza nel gruppo
Sanpaolo Imi e incarichi di vertice in Ferrovie
dello Stato e Enav: toccherà a lui muovere gli oltre 90 miliardi di euro di raccolta postale parcheggiati nel conto corrente di tesoreria (il gigante addormentato, lo chiama il ministro), per
investimenti diretti in progetti infrastrutturali.
Ovvio, qualcuno si rende conto che possono nascere dei problemi: “Una società che ha
così importanti partecipazioni e che capitalizza
le piccole e medie imprese (dal 2009 la Cdp ha
messo a disposizione delle piccole/medie imprese un fondo pari a 3 miliardi di euro, aumentato a 8 nel 2010, n.d.a.), ha in astratto una componente di rischio”, avverte il senatore Giovanni
Legnini, membro della Commissione parlamentare di vigilanza; mentre la Corte dei Conti, nella
relazione del 2008 sull’attività di gestione della
Cassa, ricorda che “ci si deve guardare da ogni
rischio di devianza verso forme di surrettizio ritorno a modelli superati di presenza dello Stato
nell’economia”. Ma Tremonti da quell’orecchio
ci sente poco: lui da grande vuole fare l’Iri.
La Lega in cantiere
Come è stato ricordato, dal 2003 le fondazioni bancarie possono avere fra le proprie finalità
istituzionali la realizzazione di lavori pubblici
nelle regioni di appartenenza. Gli obiettivi dei
legislatori (leghisti ed ex democristiani) sono
chiari: restituire agli enti locali con la mano sinistra quel che gli si è tolto con la destra (i vincoli del Patto di stabilità). Come si legge su Il
Sole 24Ore del 3 ottobre 2010: “Nel nord, segnato dai vincoli della spesa pubblica, i nuovi
equilibri di potere sull’asse carroccio e post Dc
spingono le fondazioni ad aumentare il pressing sulle banche perché sostengano con maggiore intensità la costruzione di strade, poli logistici e snodi intermodali. Con una tendenza
che, al di là dell’attuale friabilità del quadro
politico nazionale, segnerà i prossimi anni. E in
più l’incognita sul futuro di Unicredit, che rispetto al passato potrebbe avere un ruolo più
da protagonista, accanto a Intesa Sanpaolo, pivot incontrastato – come azionista e finanziatrice – delle grandi opere settentrionali” (4).
Ed ecco che l’estromissione dello scomodo Mr.
Arrogance da Unicredit assume un senso: i progetti di Profumo per la sua ‘grande banca’ avevano probabilmente un respiro un po’ più vasto
di quelli che gli volevano imporre gli enti locali. E le pressioni sulle fondazioni devono aver
raggiunto livelli davvero preoccupanti, se Giancarlo Galan, ministro delle Politiche agricole ed
ex governatore del Veneto, si sente di affermare: “Assisto con angoscia alla prepotenza di una
certa politica che si vuole impossessare di tutto. I banchieri hanno il dovere di amministrare gli istituti nell’esclusivo interesse dell’economia, mentre i politici debbono dettare le regole
senza intromissioni nella gestione dei Cda” (5).
Perché, sebbene la Consulta abbia dichiarato in-
costituzionale la prevalenza negli organi di indirizzo delle fondazioni dei rappresentanti di regioni, province, comuni e città metropolitane,
aggirare il divieto non è difficile: è sufficiente
che nel Cda di qualche associazione locale (che
sieda in Consiglio di una data fondazione) si inseriscano gli uomini giusti e il gioco è fatto, con
buona pace di no profit e volontariato.
Come nota Massimo Giannini su La Repubblica, siamo passati da “le banche sono nostre”
di Andreotti e Craxi, all’“abbiamo una banca”
di Fassino e D’Alema, al “ci prendiamo le banche” di Bossi e Zaia. Afferma candidamente
Luca Galli, rappresentante del Carroccio in Cariplo: “Lo so bene io che faccio l’assessore al
bilancio del comune di Castellanza. Il ruolo delle fondazioni è diventato essenziale: non solo
diretto, come in Cdp, ma anche attraverso una
pressione virtuosa sulle banche” (6).
Se la pressione sia davvero virtuosa è dubbio,
ma è un fatto che gli investimenti in infrastrutture al nord siano in una fase di stallo: secondo
un’analisi di Finlombarda, da giugno 2009 a giugno 2010 sono partite grandi opere per 96 milioni
contro quelle per 2,1 miliardi dell’anno precedente. Mario Ciaccia, numero uno di Intesa infrastrutture e sviluppo, dice che “servono garanzie, e diversi miliardi di euro, non bruscolini” (7).
Lo strumento del project financing – presentato a
suo tempo come l’Eldorado delle grandi opere a
costo zero – non decolla, e gli enti locali pensano
a dismettere più che a investire, mentre ci sono
scadenze sempre più ravvicinate: la Pedemontana va completata entro il 2013; la Brebemi (Brescia-Bergamo-Milano) l’anno successivo; e, nel
2015, la seconda tangenziale esterna di Milano.
(4) Lega e fondazioni bancarie in pressing per le infrastrutture al Nord, Paolo Bricco e Cheo Condina
(5) Galan: la Lega è senza lealtà e metta giù le mani dalle banche, La Repubblica, 11 settembre 2010
(6) Paolo Bricco e Cheo Condina, art. cit.
(7) Paolo Bricco e Cheo Condina, art. cit.
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DuRA LEX
Per chi vuole l’intervento della mano pubblica,
perché le priorità non vengono concertate nelle
sedi deputate (il Parlamento) e i mezzi per perseguirle escono dal controllo dello Stato; per i
fautori del laissez faire, perché la Cassa viene
utilizzata dalla politica per bypassare dettati comunitari e dinamiche di mercato, nazionalizzando in sostanza – come ha sottolineato qualcuno
– quel che si era detto di voler privatizzare.
Per quanto riguarda invece il ruolo delle fondazioni voluto dagli enti locali, cioè quello di super investitori in infrastrutture, la questione è
doppiamente grave: in primo luogo perché storna una gran parte delle risorse da settori – come
la cultura, la scuola, le politiche sociali – in cui
si sente davvero bisogno di finanziamenti alternativi a quelli dello Stato (benché il conflitto fra responsabilità pubblica e privata rimanga
irrisolto, trasferendosi a livello locale). In secondo luogo perché l’obbligo per le fondazioni
di investire il 90% dei proventi nella regione di
appartenenza privilegia il nord rispetto al sud
del Paese (l’interesse della Lega non è casuale),
Per la Brebemi servono capitali per 1,6 miliardi, che verranno erogati per metà da Cdp e
per l’altra metà da un consorzio formato da Intesa Sanpaolo, Unicredit e Centrobanca (gruppo Ubi). Per la Pedemontana invece i soldi necessari sono molti di più e la situazione è meno
definita: il costo è di 5 miliardi, di cui 3,2 circa
da finanziare. Il dominus del progetto è la provincia di Milano, che attraverso Asam controlla
il 68% della società, ma nel capitale ricompaiono i soliti noti: Ubi con il 6% e Intesa Sanpaolo con il 26%. Nelle prossime settimane Intesa,
Unicredit, Ubi, Mps e Popolare di Milano dovrebbero aprire i cordoni della borsa ed erogare i finanziamenti mancanti.
contribuendo a enfatizzare una differenza di disponibilità che ha ormai ampiamente superato il
livello di guardia.
Ma se le sedi delle grandi fondazioni e delle
relative grandi banche sono concentrate al nord,
lo stesso non si può dire dei loro correntisti, o
in generale della loro attività operativa: queste banche hanno interessi nazionali e, nel caso
esemplare di Unicredit, addirittura internazionali. Perché mai dovrebbero beneficiarne solo i
residenti di Piemonte, Lombardia e Veneto?
Conclusioni
Investire i lauti profitti delle banche in opere a sostegno della società civile può sembrare a
prima vista un progetto meritorio in cui le fondazioni assumono un ruolo di Robin Hood moderno. Ma, tolto il velo dell’apparenza, la situazione si rivela di un’ambiguità spaventosa. Per
quanto riguarda la Cdp, al di là del giudizio (positivo o negativo) che si possa avere circa l’intervento dello Stato nell’economia, lasciare decidere la strategia industriale di un Paese a una
società privata, libera di perseguire i propri interessi di profitto, qualunque essi siano, nei settori che appaiono più interessanti, e senza vincoli di alcun tipo, è tutt’altro che rassicurante.
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ELLISSE, Romeo Traversa, 2009, elaborazione digitale, colore, 200x200 cm
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PER La cRonaca
i morti del profitto
nell’era dell’azienda totale
di Claudio Vainieri
La nuova sede della Orange business service, azienda del gruppo France
Télécom, è situata nella città di Saint-Denis, alle porte di Parigi, presso
la direzione dell’aeroporto internazionale Charles de Gaulle. Tra le particolarità del nuovo palazzo, c’è l’impossibilità di raggiungere le terrazze,
tranne che in occasioni molto particolari. Per vedere il panorama, bisogna
sempre starsene dietro a una finestra inesorabilmente bloccata. L’immobile è esteso su 31.000 metri quadrati. Le finestre sono concepite per evitare
la tentazione di lanciarsi nel vuoto, mentre le scale interne sono studiate
al fine che un’eventuale caduta non abbia conseguenze di particolare gravità. Gli ambienti sono illuminati con luce artificiale non troppo forte.
La nuova sede è operativa dalla primavera del 2010, ed è una discutibile
soluzione per porre rimedio al sempre crescente numero di suicidi all’interno
dell’azienda. In totale ben 35 dipendenti del gruppo si sono tolti la vita tra il
2008 e il 2009. Per quest’anno, i sindacati contano altri 23 casi. La società riconosce un proprio coinvolgimento in appena tre casi, dichiarati ‘incidenti sul
lavoro’: gli altri affondano le cause in ‘drammi personali’, afferma.
Con oltre 193 milioni di clienti in trentadue Paesi, France Télécom è il
maggior operatore telefonico francese. Amministrata dallo Stato fino al
1997, è diventata un gruppo privato dal 2004. Con la parziale privatizzazione – lo Stato è ancora l’azionista di riferimento – la ex società pubblica
deve affrontare la concorrenza agguerrita dei nuovi operatori (1). Parallelamente, è in corso una veloce rivoluzione tecnologica. Vecchi mestieri
vengono spazzati via, la telefonia mobile prende il sopravvento su quella
fissa. Ai vecchi dipendenti, che hanno lo statuto di funzionario pubblico,
viene chiesto di abbandonare la filosofia del ‘servizio pubblico’ e imposta
una forte pressione per raggiungere tassi di produttività da settore privato. Arrivano i giovani, assunti con contratti di diritto privato, aumenta la
concorrenza interna.
France Télécom conta sul territorio francese circa 100.000 dipendenti. Nel 2006, per ripianare i 110 miliardi di euro di debiti, la società avvia
un piano di ristrutturazione. In due anni vengono tagliati 22.000 salariati,
10.000 sono i trasferimenti. Per i sindacati il piano, basato sugli incentivi
all’abbandono volontario, si è tradotto in pressioni su alcuni dipendenti
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(1) Ammazzarsi per
Tèlècom, Jessica D’Ercole
e Roberta Mercuri,
Altrimondi, 17 marzo 2010
(2) Suicidi a France
Télécom: l’ispezione del
lavoro accusa i dirigenti,
Anna Maria Merlo, Il
Manifesto, 13 marzo 2010
affinché se ne andassero senza far problemi. Per quanti rimanevano, invece, progressivo aumento dei carichi di lavoro e delle responsabilità. I
medici all’interno della compagnia raccontano che dopo la privatizzazione, molti dipendenti si sono dovuti adeguare ai nuovi ruoli o accettare il
trasferimento in un’altra città. Ingegneri che per vent’anni avevano lavorato alle riparazioni delle linee telefoniche, venivano riassegnati nei call
center, soffrendone il cambiamento. I casi di depressione e di attacchi di
panico si moltiplicavano.
Nel marzo 2010, è cambiato l’amministratore delegato: Stéphane Richard è subentrato al criticato Didier Lombard, celebre per alcune dichiarazioni scioccanti. Nel settembre 2009 si lasciò scappare alla televisione
francese: «Bisogna fermare questa moda dei suicidi che evidentemente ci
angoscia tutti».
La direzione, per cercare di far fronte a questi drammi, aprì un’inchiesta
interna all’azienda, affidandola nell’autunno 2009 alla società Technologia
(2). Il rapporto rilevava che, malgrado i cambiamenti al vertice e le promesse di intervento, la profondità della crisi a France Télécom rimaneva
allarmante. Technologia aveva distribuito ai centomila dipendenti un questionario, a cui ben l’80% aveva risposto. Le conclusioni, emerse nella primavera 2010, riassumevano le ragioni del malessere in: mobilità forzata,
perdita di riferimenti a causa dei vari piani di ristrutturazione, precarizzazione, maggiori carichi di lavoro, mancanza di personale cronica, pressioni per raggiungere gli obiettivi, mancanza di riconoscimento da parte
della gerarchia.
Nel settembre del 2009, a seguito della prima ondata di suicidi, l’azienda dichiarò il blocco della mobilità. L’ispettorato del lavoro aprì un’inchiesta, giudicando ‘molestie morali’ i metodi di management adoperati dalla
direzione sui propri dipendenti. La procura di Parigi aprì di conseguenza
un’istruttoria contro France Télécom.
Questi, sono spunti di cronaca utili a capire la vicenda, ma solo dal racconto dei protagonisti – alcuni dei protagonisti, appena quattro, sui più
di cinquanta in tre anni che si sono tolti la vita – si può realmente avere
un’idea del dramma.
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PER La cRonaca
Yonnel ha 49 anni, di cui trenta passati in azienda. Scoprì in una
giornata del settembre 2009 che sarebbe stato declassato da ingegnere per i sistemi aziendali ad addetto guasti per i clienti privati: altri ci
erano già passati, ora toccava a lui. Alla sua età, aveva raggiunto la
massima competenza lavorativa nel suo campo. Il giorno seguente si
presentò puntuale in ufficio, per partecipare alla riunione che avrebiMMobiLe
romeo traversa,
2009, elaborazione
digitale/testo originale,
colore, 200x200 cm
be reso ufficiale la riorganizzazione della sede. Quando prese la parola,
tirò fuori dalla tasca un coltello che si piantò dentro lo stomaco. Si era
preparato, voleva uccidersi in azienda davanti a tutti e in modo plateale: “Nessuno doveva potersi discolpare” racconta nel suo libro. Yonnel
non riuscì ad ammazzarsi, la ferita fu curata subito, i medici lo dimisero dopo una settimana (3).
Il primo suicido risale al 19 febbraio 2008, un uomo di 51 anni. Tecnico
di unità d’intervento, riassegnato a centralinista di call center, si impiccò in azienda. A lui come a molti altri, toccava subire le Orange Journey,
giornate di formazione in cui i dipendenti, “per esprimere la propria ag66
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gressività”, erano costretti ad avvolgersi il capo con bandane arancioni,
come i colori sociali dell’azienda.
Fanny cercava l’abito giusto per morire, e si cambiò tre volte prima
di buttarsi giù dalla finestra del suo ufficio, schiantandosi sul marciapiede. Trentaduenne, single, abitava in quaranta metri quadri, vicino a Parigi. Laureata in legge, voleva fare il giudice e sposarsi in Sicilia. Entrata
a France Télécom a 23 anni, ricollocata già due volte durante la ristrutturazione, da qualche mese aspettava il terzo trasferimento, non sapevano più dove metterla. Scrisse al padre: “Preferisco morire che ricominciare ancora con un altro capo”. Morì in ospedale, lasciò il gatto Frimousse
e il coniglio Zebulon.
Jean Paul, 51 anni, sposato e padre di due figli, anche lui degradato da
tecnico a centralinista. Continuava a dire agli amici: «Quando uno rimbambisce mica se ne accorge». Una sera comprò un biglietto del cinema,
ma cambiò idea e guidò fino a un viadotto sull’autostrada, scavalcò il parapetto e si buttò di sotto. Sulla vettura, lasciò alla moglie una lettera: “Mi
hanno ucciso loro, rendendomi la vita impossibile”. Al funerale, la famiglia non ha voluto i dirigenti della società né i giornalisti.
(3) Io, distrutto da France
Télécom, salvo dal suicido
ma morto dentro, Anais
Ginori, La Repubblica,
22 novembre 2009
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FiLo-LoGico
sTORIA E GEOGRAFIA
DELLA COLPA
DI FELICE ACCAME
Riferendosi alla tragedia greca e alle tecniche
del suo svolgimento, l’Aristotele della Poetica parla dell’hybris. Chi ne tenta una traduzione, oggi, si
trova di fronte a una gamma di soluzioni che vanno dall’‘offesa’ alla ‘sopraffazione’, dalla ‘tracotanza’ alla ‘superbia’ – secondo quanto ci si trova bell’e
servito dai processi di metaforizzazione cui la parola è stata sottoposta. Inalienabile, però, sembrerebbe quel senso di peccato di ‘eccesso’ e di ‘orgoglio’,
che, narrativamente, può esser posto nel passato e
determinare negativamente il futuro. Una specie di
peccato dei padri che ricade sui figli – categorizzato come tale, ovviamente, con il senno di poi, perché non sempre quando il peccato lo si commette
fa così schifo come si vorrebbe dopo. Atto fin troppo – in eccesso, appunto – a seguir virtute e conoscenza, fin a farsi abbindolare dalle sirene di turno,
Ulisse esercita esemplarmente l’hybris – come chi
si ritrova all’improvviso fuori dal suo Paradiso per
aver osato troppo, senza preoccuparsi un granché
di quanto, poi, toccherà ai propri discendenti. Nel
1984, Gavino Ledda ha titolato Hybris un suo film
e, ancora nel 1993, Franco Battiato, ha inciso una
sua Atlantide, nella quale, tra l’altro, dice: “Per generazioni la legge dimorò / nei principi divini / i re
mai ebbri delle immense ricchezze / e il carattere umano s’insinuò / non sopportarono la felicità /
neppure la felicità / neppure la felicità”.
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Perlopiù chi ha dedicato lunghi studi ad Atlantide e ai numerosi altri Paradisi perduti non si è
accontentato di dirci com’era e come non era,
dov’era e quand’era – luogo fisicamente meraviglioso, luogo mentalmente meraviglioso – dei
due l’uno per qualcuno, per altri addirittura tutti e due – ma si è ingegnato a spiegarci il perché
– a un punto più o meno certificato – non c’è più.
Atlantide non ci sarebbe più a causa di una catastrofe naturale, ma questa catastrofe naturale se
la sarebbe andata a cercare. La grande saggezza
raggiunta dai suoi abitanti si sarebbe trasformata in superbia, in tali dosi di orgoglio e di tracotanza, da indurre il Dio del momento a comminar
loro il meritato castigo. Insomma, sia che ci si dia
da fare nel grande regno di Atlantide – quella che
Platone immagina alle prese con una altrettanto
mitologica Atene, l’Atene dei suoi sogni – sia che
si ciondoli da perdigiorno, felici, nei giardini dell’Eden e ci si chiami Adamo e Eva, saremmo tutti,
sempre e comunque destinati a sprofondare da
qualche parte, perché ci sarebbe sempre e comunque una colpa capitalizzata da pagare. Tutti i mutui vengono al pettine.
Val già la pena di riflettere profondamente su
questa idea dell’incapacità dei popoli di sopportare la prosperità raggiunta, se non fosse che,
correlativamente, questa idea è spesso associata a un’altra – ugualmente pestifera, altrettanto
meritevole di riflessione. Le varie Atlantidi, con le
loro popolazioni perfette, con le loro società tutte
ben ordinatine – sinarchiche e mai anarchiche –
perfette e pur caduche – hanno alimentato ogni
teoria razzista e tutti quegli orientamenti politici
autoritari – nazionalsocialismo incluso – che, nella giustificazione di una superiorità, hanno pianificato più e meno scientificamente la soggezione
e l’eliminazione fisica di chi, teoria alla mano, riuscivano a dichiarare come inferiori.
La storia di tutto ciò – con la pazienza di Giobbe, perché leggersi le teorie formulate in più di
duemila anni dai migliori disturbati mentali di
mezzo mondo non è una passeggiata – è molto
ben raccontata da Davide Bigalli ne Il mito della
terra perduta – Da Atlantide a Thule (Bevivino,
Milano 2010). Con imperturbabile sagacia, sottile ironia e geometricità di argomentazioni, Bigalli
svela molto di più di quanto siamo abituati a chiedere a una storia pencolante tra geografia e fantasia, perché, di quel che oggi come ieri tiene solidi
e consolidi gli assetti di potere di questo mondo
– siano essi espressi in termini di fede religiosa o
di scienza più e meno cialtronesca – nulla si salva:
sono narrazioni pelosamente interessate, palesemente modellanti, istruttive ed educanti, capo-
saldo della nostra cultura, non robetta, e pur tuttavia cucite e ricucite alla bell’e meglio per masse
di bocca buona – o in attesa di schisciarsi sotto il
tallone di ferro di turno o di ricevere la generosa
dose di droga sufficiente per tirare avanti.
Non si tratta, allora, soltanto di mera letteratura
consolatoria – di matrice, peraltro, rigorosamente maschile. La colpa ineluttabile da pagare prima
o poi sostituisce qualsiasi analisi nonché qualsiasi
assegnazione eventuale di responsabilità specifiche – non è il potere, non è l’asimmetria sociale,
non è il sistema produttivo, non è lo sfruttamento
dell’uomo sull’uomo, non è l’accumulazione del
plusvalore capitalistico, ma è l’intrinseca incapacità degli esseri umani a impedire ogni amorevole e durevole convivenza.
L’idea di degenerazione implica un paradigma valorizzato – un’età dell’oro, per dirla in linguaggio appropriato all’occasione – e una sua
ferita in costante progresso, una ferita sanabile soltanto dai pochi eletti consapevoli di quanto sta avvenendo e pronti anche al sacrificio di sé
per riportare alla luce ciò che, invece, è andato
languendo nel buio. Quando lo psichiatra francese Bénédict-Augustin Morel, nel 1857, pubblicò Traité de Dégénérescences physique, intellectuelles et morales de l’espèce humaine et
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FiLo-LoGico
des causes qui produisent ces variétées maladives non sapeva di dare il là a un movimento di
idee che, dal suo ambito – all’interno del quale fu
fatto proprio da Lombroso, per esempio – debordò piuttosto velocemente nell’estetico. Max Nordau (in Degenerazione, ristampato da Piano B,
Prato 2009), infatti, ravvisa nell’evoluzione delle
forme artistiche di fine Ottocento – nel simbolismo, per esempio – i sintomi della degenerazione e, praticamente, senza saperlo – per uno di
quei paradossi della storia ancora da venire, era
un sionista – prepara il modello ideologico della repressione nazista di anni dopo. Se Morel fa
risalire la sua degenerazione in senso psichiatri-
co all’uso di narcotici, di oppio, di alcol, di bibite fermentate e di eccitanti vari, Nordau rinviene
la causa fondamentale della sua degenerazione
estetica nella “vita nelle grandi città” – come se,
per l’appunto, al di là di un certo numero di abitanti, metaforicamente o meno, non ci potesse
attendere che la catastrofe.
Non vorrei essere equivocato. Può esser utile
– perché no – analizzare come vadano male gli
esperimenti di società animale (la letteratura ce
ne ha fornito esempi illuminanti – due titoli rilevanti in tal senso potrebbero essere Il signore
delle mosche di William Golding e La torre di
MENTE, Romeo Traversa, 1980-2009, elaborazione digitale/testo originale, colore, 21x21 cm
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Babele di Antonia Susan Byatt) ma non per dire
che non possono andar bene in linea di principio,
non per invocare Autorità ancora più autoritarie –
il che è mistificante ed evidentemente strumentale – quanto, piuttosto, per individuare gli errori
commessi e correggerli.
ti per distinguere metafore innocue da metafore
esiziali, va da sé che qualsiasi narrazione può andare bene e che il governo delle relazioni umane possa avvenire soltanto in termini di un potere
che qualcuno ha e qualcun altro no.
Ne Il mito della terra perduta, Davide Bigalli
cita, tra il tanto d’altro, un brano di Sant’Agostino
tratto dal suo commento al Genesi, che, a mio avviso, rappresenta perfettamente il punto cruciale
da cui prendere le mosse per liberarsi di tutta la
zavorra ideologica costituita dal paradigma della colpa originaria e del suo effetto degenerativo
vita natural durante.
Laddove sta parlando a proposito delle opinioni che circolano sul Paradiso e sul suo statuto ontologico, Agostino dice che le più comuni sono
tre. La prima opinione è quella di coloro che vogliono intendere il Paradiso in senso letterale –
dunque come luogo fisico, dico io – la seconda
è quella di coloro che lo intendono in senso allegorico – dunque come una metafora e nulla più,
dico io – e la terza è quella di coloro che lo intendono ora in un senso ora nell’altro. “Confesso”,
conclude sciaguratamente Agostino, “che a me
piace la terza opinione”.
Con il che – costituendo il nucleo di quel relativismo linguistico cui il cattolicesimo non potrà
mai rinunciare – viene a sostenere che una parola può designare qualcosa di fisico o di mentale
a seconda dell’umore di chi la usa. Può piacergli
quanto gli pare, ma sappia – l’opportunista Agostino – che così dicendo giustifica il venir meno
del rapporto semantico e degli impegni che tutti quanti prendiamo allorché impariamo e condividiamo una lingua. Non è al comodo di qualcuno che una parola possa mutare di significato. Il
linguaggio ha un fondamento sociale ineludibile.
Se non si fornisce un criterio alla suddivisione tra
metaforico e letterale, se non si hanno strumen71
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VERITà AL TEmPO DELLA mOVIOLA
di Davide Pinardi
PREMI NOBEL
à LA CARTE*
Quesito tormentoso: qual è la migliore guida ai ristoranti d’Italia? È meglio quella dell’Espresso o invece quella di
Slow Food? È preferibile l’annuario del Gambero Rosso o
la Rossa Michelin?
Ognuno ha la sua risposta. Dipende dai gusti, dalle preferenze, dalle visioni del mondo…
Secondo quesito: ma quanto sono affidabili, in genere,
queste guide? Bisogna prenderle come oro colato, come il
Vangelo, come dei sacri breviari? O è meglio considerarle
come cataloghi di volta in volta più o meno utili e attendibili da prendere sempre con un filo di scetticismo? Domanda retorica, ovviamente.
Tutti o quasi propendiamo – tranne qualche eccezione di
fanatico per professione – verso il secondo atteggiamento.
Perché sappiamo come vanno queste cose, noi che siamo uomini di mondo: al di là dei sacri proclami di etica e di rigore,
chi mai crede davvero alla mitologia, che vorrebbero spacciare per vera, dei segreti assaggiatori, dei rigorosi buongustai,
degli incorruttibili savant che vagano in incognito per locali,
bettole e osterie di tutto il Regno – su su, nella notte buia e
tempestosa, fino ai villaggi e ai borghi più sperduti – al fine
di stabilire ‘oggettive graduatorie’ di qualità e merito? Queste
sono innocue panzane adatte a divertenti pellicole come Ratatouille, nella quale il topolino buongustaio viene scoperto
essere un cuoco capace di creare sublimi zuppe proprio dalla
direttrice della Bibbia del Gourmand.
Ma la normalità è differente, lo sappiamo bene. Nelle
pragmatiche redazioni delle case editrici di questi volumetti
si guardano le graduatorie dell’anno prima già comodamente inserite nel computer, si riceve qualche segnalazione interessata, si contano le pagine vuote e che bisogna riempire,
si controlla che un ristoratore non sia magari morto da qualche anno senza che nessuno ce l’abbia fatto sapere (capita,
capita…) si telefona all’amico di un amico e ci si fa offrire la
cena e un paio di bottiglie per una gita con la fidanzata…
Questa è la vita vera, diciamolo con onestà: un mix di
serietà e opportunismo.
* l’argomento Alibi Norimberga sarà ripreso sul prossimo numero
72
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E allora come facciamo a scegliere una guida per i ristoranti? Semplice, usiamo le esperienze, nostre e altrui.
Usiamo una guida e per tre volte riceviamo delle fregature? Mai più andremo in quei ristoranti e, soprattutto, mai
più con quella guida. Un amico che se ne intende ci racconta che con un certo calepino non sbaglia mai? Allora lo
compriamo anche noi, l’anno dopo.
Insomma, quando abbiamo bisogno dei consigli o dei
suggerimenti di qualcun altro usiamo il buon senso e facciamo tesoro dell’esperienza. Princìpi da utilizzare in ogni
situazione della vita, quando possibile. Che ci fanno da
scudo – purtroppo non sempre efficace – dalle fregature,
dagli imbrogli, dalle furbizie interessate.
In altre parole, quello che conta in chi ci indica una stra_
MIO FRATELLO CATTIVO, Romeo Traversa, 2009, elaborazione digitale/
testo originale, colore, 200x200 cm
da, un ristorante o un venditore di
auto è il suo tasso percentuale di credibilità: di nessuno ci dobbiamo fidare
al cento per cento, ma sappiamo che
tra fidarsi all’1% e al 95% esiste una
bella differenza. E il mix tra serietà e
opportunismo è molto variabile in relazione alle circostanze e alla caratura
delle persone.
Passando di palo in frasca (apparentemente): ma voi avete mai visto
l’elenco dei vincitori dei Nobel per la
Pace in questi ormai centodieci anni
del premio? Qua e là alcune grandi figure passate alla Storia e oggettivamente meritevoli. Poi varie persone
ormai dimenticate e quindi difficilmente giudicabili (e questo testimonia quanto la Storia sia una questione di memoria mediatica); infine una
sequela di personaggi del tutto improponibili. Personaggi incoerenti con
quanto il premio vorrebbe affermare
(ma cosa esattamente vorrebbe affermare? Mah…).
Qualche esempio?
Theodore Roosevelt, il bellicoso presidente imperialista americano, coinvolto direttamente nella guerra ispano-americana su cui costruisce la sua
personale carriera politica, premiato
perché dopo aver sollecitato l’espansionismo giapponese in funzione antirussa, nella guerra del 1905 interviene
a fare da mediatore tra le parti in conflitto. Insomma, dopo varie decine di
migliaia di morti…
E poi Woodrow Wilson il quale,
dopo aver patrocinato per fini trasver73
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VERITà AL TEmPO DELLA mOVIOLA
sali il criminale trattato di Versailles che frantuma l’Europa ponendo le basi della guerra successiva, riceve il premio
perché sostiene la Lega delle Nazioni.
E che dire di Henry Kissinger, premiato nello stesso identico anno in cui la sua amministrazione orchestrava il colpo
di Stato in Cile (l’altro premiato, Le Duc Tho, rifiutava dignitosamente il riconoscimento dato per le trattative di Parigi che miravano alla conclusione della guerra del Vietnam
– peraltro al momento fallite – affermando che “in Vietnam
non c’è ancora pace”).
La bella coppia Sadat e Begin (il primo un dittatore, il
secondo che, qualche anno dopo, sempre in carica, promuoveva l’invasione del Libano del 1982 con gli spaventosi massacri di Sabra e Chatila, e non risulta che il premio
gli sia stato ritirato).
Ma al di là di questi casi sconcertanti, l’analisi tecnica,
statistica dell’elenco dei premiati nel suo complesso mostra
alcune costanti, a prescindere dal merito del premiato.
1) La presenza di leader politici solo e soltanto occidentali (e in particolare anglo-americani) è continua (per esempio, cinque presidenti o vicepresidenti USA di cui tre mentre sono in carica: ma questi leader americani sono proprio
dei pacifisti!). I capi di Stato di altre aree del mondo possono essere premiati soltanto quando, si può ragionevolmente affermare, sono venuti incontro ai desiderata occidentali (per esempio il pio Gorbaciov). Vengono premiate
anche figure non immediatamente politiche ma che esercitano un’azione politica travestita di umanitarismo che si
trasforma in oggettivo fiancheggiamento di posizioni occidentali (per esempio Elia Wiesel, un commovente caso di
pacifista al passato…).
2) I premi a emeriti sconosciuti (dunque a persone per la
cui opera tali onorificenze sarebbero estremamente utili al
fine di difendere e far sopravvivere la loro lotta) sono rarissimi. E se questi erano poco conosciuti prima, tali rimangono anche in seguito, perché il circo mediatico internazionale
offre alla loro opera un’attenzione scarsissima. Insomma, la
loro personale figura in qualche modo si sacralizza rendendoli intoccabili ma le realtà in cui operano rimangono completamente abbandonate a loro stesse. Questo dimostra che,
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Premi nobel à la carte
di per sé, un Nobel per la Pace serve
a poco o nulla se altri interessi molto
consistenti non vi si accompagnano.
3) Molti premi (soprattutto negli ultimi trent’anni) sono stati assegnati a
oppositori – guarda caso – soltanto all’interno di Stati con i quali l’Occiden-
te appare in contrasto o frizione: Walesa e Sacharov durante la guerra fredda,
Aung San Suu Kyi in Birmania, Shirin
Ebadi in Iran, il Dalai Lama e infine
quest’anno Liu Xiaobo in Cina. In questi casi vi è una continua sovrapposizione tra la tematica della pace e quella
dei diritti civili: vien dunque da pensare che il riconoscimento di Stoccolma non sia un premio per la Pace bensì
per i diritti civili. Ne consegue il punto successivo.
4) Alcune aree geografiche sono
straordinariamente sottorappresenta_
VEDOCHIAROⓇ, Romeo Traversa, 2009, fotografia
digitale/elaborazione digitale, colore, 21x21 cm
te: America latina e Africa, nello specifico (mediaticamente
valgono poco…). Eppure sono aree nelle quali sono avvenuti alcuni tra i peggiori crimini contro l’umanità e molti – moltissimi – sono stati coloro che vi si sono opposti
pacificamente.
5) Appare smaccatamente evidente una prevalenza numerica di premi al mondo anglo-americano anche nella società civile e non soltanto in quella politica. Ma, si osservi
con cura che – a parte Martin Luther King – tutti i premiati sono creatori di organizzazioni di intervento in altre
aree del mondo, di opere pie e assistenziali in campo internazionale, di gruppi filantropici per il terzo mondo. In
altre parole, sono membri dell’establishment che proclama
(giustamente o opportunisticamente) la necessità di intervenire altrove e non all’interno del proprio Paese. Sono
persone che raccolgono un po’ di quattrini da miliardari
e tycoon e li portano tra i disperati. Meglio di niente, ma
stiamo parlando di carità.
Ritornando alla metafora delle guide dei ristoranti, vien
da pensare che nel ristretto comitato che decide i Nobel
per la Pace, anno dopo anno, ci siano molti furbetti che
hanno capito come gira il mondo. Forse tra di loro qualche
persona seria c’è, qualche idealista, qualche nobile spirito
umanitario. Ma pochi.
D’altra parte il Nobel per la Pace è l’unico premio norvegese e non svedese e il suo direttivo è eletto dal Parlamento in funzione della maggioranza vincitrice alle elezioni (la Norvegia è storicamente un bastione della Nato: che
strano. La Svezia no…). Il loro problema principale è come
fare gli interessi dei loro sponsor maggiori, diretti o indiretti, interni e internazionali, senza fare una brutta figura.
E così lavorano, limano, si impegnano per trovare qualcuno che vada bene, in una parola, all’Occidente, senza che
sia davvero impresentabile (e se è persona apprezzabile,
tanto meglio). Negli anni in cui non ci sono interessi forti
da accontentare si può dare una sterzatina verso l’autenticamente umanitario. Ma quando i padroni premono, allora non ci sono dubbi.
Attualmente, per esempio, si profila una ripresa in grande
stile della guerra valutaria con la Cina,
dunque è il momento di darle fastidio.
Agiscono politicamente, ed è perfettamente logico che molti rispondano politicamente. Non sono dei pii idealisti
un po’ allocchi, che compiono errori in
buona fede. Sono gente molto scafata
con parecchio pelo sullo stomaco.
Il sistema dei media segue con entusiasmo ebete o, più spesso, complice.
Ma non è una sorpresa. Proprio come
quando scoppia una bomba: se esplode in una nostra piazza è importante,
se esplode altrove è banale. E proprio
come nel caso delle condanne capitali in giro per il mondo: se è di una donna in Iran (giustamente) ci si indigna e
si appendono i suoi ritratti sulle facciate dei municipi; se è negli Stati Uniti si
borbotta e in fretta si scorda; se è nelle
aree dimenticate del mondo si trascura. A chi importa, in fin dei conti?
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InTERVIsTA
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a Elvira Dones
Una libertà
sEnza sogni
di sabrina Campolongo
Nel suo romanzo Vergine giurata, si fa riferimento a un codice ancestrale, il Kanun, che
consente a una donna di diventare socialmente un uomo,
con tutti i privilegi e i doveri di
un uomo, a prezzo della rinuncia totale alla sua femminilità.
I giornalisti e blogger italiani
che hanno scoperto dell’esistenza del fenomeno sociale
delle ‘vergini giurate’ (fenomeno circoscritto ad alcune
comunità isolate tra i monti dell’Albania del nord e del
Kosovo) grazie al suo romanzo e al documentario in cui
ha intervistato alcune di queste donne, hanno usato parole
come “antico orrore” per descriverlo. Confesso che la mia
prima reazione, invece, è stata
di sorpresa. L’idea che un codice così arcaico, peraltro feroce, sotto molti aspetti, consentisse alle donne non solo
di rinunciare a essere femmine (come accade alle suore,
in fondo, alle ‘spose di Cristo’) ma di diventare uomini,
permettendo loro di ottenere, seppur a un prezzo altissimo (lo stesso pagato dalle monache, in ogni caso) un ruolo
paritario a quello dell’uomo,
mi è sembrato quasi rivoluzionario. Non credo che questa ‘opportunità’ sia mai stata concessa a nessuna donna
di nessuna civiltà, almeno nel
mondo occidentale, se escludiamo il popolo delle Amazzoni. Mettendoci più di un pizzico di cinismo, mi verrebbe da
dire che oggi – in Italia, almeno – si vedono donne pagare
un prezzo simile per ottenere
molto meno, forse per la promessa di un trattamento paritario, promessa che spesso diventa miraggio. Lei ha pensato
di denunciare un abominio,
scrivendo la storia di Hana,
oppure è rimasta, almeno in
parte, affascinata dalla potenza, non solo simbolica, di una
scelta come la sua?
Vergine giurata è una storia,
un libro di narrativa, non ho voluto denunciare nulla, se così fosse mi sarei messa a scrivere un
libro giornalistico con qualche
venatura storico-antropologica.
Dalle vergini giurate ero affascinata da quando avevo quindici anni o giù di lì. Ho solo atteso
il momento per fare serie ricerche; ho anche atteso che il libro
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maturasse dentro di me. Quindi
Vergine giurata ha attraversato,
in un certo senso, una lunghissima gravidanza. Trovo la definizione “antico orrore” una scorciatoia, una semplificazione.
Con questo non voglio dire che
sia bellissimo che una donna
venga privata dalla sua sessualità, e soprattutto della possibilità
di dare amore a un uomo. Però
va detto che il Kanun è una raccolta di leggi ancestrali complessa. Le vergini giurate sono
sì il prodotto di una forma mentis prevaricatrice che nei secoli ha posto la donna sull’ultimo gradino della società, ma al
contempo le ha lasciato uno spiraglio. È uno spiraglio feroce? Sì.
Ma è, al contempo, un compromesso. Gli uomini concedono
‘la libertà’ e il diritto della ribellione a una donna. Se la donna
imbocca quella strada gli uomini
la rispettano; la accolgono come
loro pari. È come una elaboratissima pièce de teatre, basta vedere le cose nella loro complessità, invece di usare soltanto un
pennello imbevuto di nero...
Sarebbe lungo fare luce qui
su tutto il meccanismo che porta alla ‘creazione’ di una vergi-
ne giurata. Tutto è nato secoli fa, si è protratto nel tempo
per diverse ragioni e sta morendo ora con l’era moderna.
Ma guardiamolo da un diverso
punto di vista: fare voto di castità, rifiutando il marito scelto
dal padre, per esempio, è una
forma di ribellione. La fai franca, sei libera di andare ovunque
senza sentire in ogni momento
il fiato sul collo, senza dovere
pendere dal giudizio del fratello, del padre che ha in mano il
tuo ‘onore’. Diventi socialmente un uomo, quindi smetti di essere un oggetto a vita.
E poi non dimentichiamo che
il matrimonio d’amore è un’invenzione relativamente recente della società. In molte regioni
del mondo ancora vige la regola del matrimonio combinato.
L’opzione amore resta, appunto, un’opzione, non un diritto
assoluto. Basta guardare l’India: in molte regioni la ragazza viene data in sposa senza il
diritto di scelta; in altre regioni
del lontano Oriente succede la
stessa cosa. Il matrimonio è un
contratto economico, l’unione
dei beni tra due famiglie...
Io scrissi il libro affascinata dai
monti del nord dell’Albania e per
amore delle genti che lo abitano. Ero affascinata dalla solitudine delle donne-uomo; la solitudine interna, quella mai espressa
ad anima viva. Le parole pesano,
da quelle parti; il silenzio è quasi
d’obbligo; se attraversi le vallate ti trovi avvolto da un manto di
sublime bellezza. A volte la bellezza uccide. Ma la bellezza uccide ovunque, no?
Un giorno una vergine mi disse: «Visto che ti stai scervellando per capire perché ho giurato castità...» (infatti la osservavo,
doveva essere stata bellissima
da giovane, era ancora un uomo
piacevole). «L’ho fatto» mi confidò, «perché ero molto più avanti del mio tempo. Non volevo essere menata per il naso da un
uomo. Non io. Ed eccomi qua».
Dopo l’uscita del libro, e soprattutto dopo la messa in onda
del documentario girato per
la televisione pubblica svizzera, le vergini giurate diventarono una specie di meta ambita
per giornalisti e fotografi. Gente da mezzo mondo mi contattava per ottenere le loro coordinate. Spesso percepivo dalle
mail, dalle telefonate di richie-
sta, non un interesse a capire a
fondo la complessità della storia, bensì la fretta di catturare in
immagine i fenomeni da baraccone: donne strambe, esotiche,
forse lesbiche e primitive, di un
Paese povero e disgraziato.
A una donna-uomo due giornaliste occidentali promisero
di regalare un orologio d’oro
se avesse concesso l’intervista. La vergine era disoccupata da mesi. Le due occidentali
ottennero la storia, le scattarono le foto. Ritornarono a casa
propria, pubblicarono il pezzo.
Non le inviarono mai l’orologio,
nemmeno uno da venti dollari.
La sua vita è divisa tra l’Albania, la Svizzera, gli Stati Uniti e l’Italia. Qual è la differenza
più significativa che ha vissuto sulla sua pelle di donna e
scrittrice, tra questi Paesi?
Amo molto l’Italia perché
parlo e scrivo la lingua. E l’amo
ancora di più perché ci sono
venuta da scrittrice e da documentarista, con il privilegio di
avere conosciuto l’Italia migliore: quella degli studenti che
fanno volontariato con passione e tra mille sacrifici; degli
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InTERVIsTA
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a Elvira Dones - Una libertà senza sogni
operatori sociali; dei magistrati e degli attivisti dell’Antimafia; degli psicologi e degli psichiatri che si occupano delle
ragazze di strada e dei bambini abbandonati...
Senza tutto questo, non so
se avrei conservato e nutrito l’amore e il profondo interesse. Moltissimi albanesi, da
emigranti, hanno avuto un’altra esperienza: quella dell’umiliazione; della gente che non
dava loro casa in affitto perché
erano albanesi. Storie che conosciamo molto bene...
Va anche detto che gli elementi della malavita albanese
in Italia non hanno subito molto; qualche pesce piccolo è finito dentro, sì, ma gli altri, i pezzi
grossi, stanno bene. La malavita, come ovunque nel mondo,
il rispetto se lo compra. Se l’è
comprato anche in Italia.
Gradualmente, per la diaspora albanese in Italia le cose sono
migliorate grazie all’olio di gomito e alla perseveranza di ogni
emigrante, e anche grazie alla
memoria storica degli italiani
che una volta da emigranti avevano dovuto percorrere la medesima strada: l’emigrazione.
L’ha incorniciato molto bene
Gian Antonio Stella nel suo libro L’orda: quando gli albanesi eravamo noi.
Per quanto mi riguarda, il
muro io lo trovai in Svizzera,
dove approdai quando lasciai
l’Albania. Era un muro educato, ma comunque di cemento.
Ho la cittadinanza elvetica; mia
figlia è nata lì; mio figlio maggiore vive molto bene in Svizzera; mio marito è svizzero. È
uno dei miei Paesi, dunque. Ma
nei primi anni avrei preferito un
pugno aperto sul muso invece
della condiscendenza, dei guanti bianchi. Dovevo dimostrare che non ero una furba, non
ero una lavativa. Ho camminato
sulle uova, ho sbattuto contro i
muri, contro le porte, dentro di
me non sempre ho gestito bene
la rabbia e la frustrazione. Poi
un giorno venne pubblicato, in
Italia, il mio primo libro, l’unico
libro autobiografico, Senza bagagli. Arrivò ovviamente in Ticino. E la storia cambiò. Ero stata
finalmente sdoganata. Oggi ho
con la Svizzera un rapporto di
reciproco rispetto, credo.
L’America è altamente imperfetta ma è abbastanza calda per
dirti, ogni volta che arrivi all’aeroporto: Welcome home.
L’accento, che sia pesante o
leggero, non spaventa nessuno. L’America fa casa. È casa.
Quando in centro Milano o in
centro Parigi metteranno una
donna islamica col velo ad accogliere i clienti nella profumeria del centro commerciale superchic, per gli ultra ricchi, me
lo facciano sapere; e quando la
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donna in questione parla pure
male la lingua eppure è stata
assunta, ancora: me lo facciano sapere. Amo profondamente
l’Europa ma certe barriere sono
ancora dure da far cadere, sempre che cadano.
L’Albania è le radici, gli amici, la lingua, la tomba di mio padre. L’Albania è un amore quasi atroce, ti risucchia, perciò ci
devi stare attento. È un Paese
straordinario, intenso, nel bene
e nel male.
Che Paese è l’Albania di
oggi? Cosa ha guadagnato e
cosa ha perduto (se qualcosa
ha perduto) rispetto a quello
da cui è fuggita?
L’Albania ha guadagnato la libertà, e ha perso i sogni. E qui
non vorrei essere fraintesa.
Non sono una nostalgica della
dittatura, non sto dicendo che
sotto il regime di Hoxha si stava
meglio. Al contrario, l’Albania
di allora era un’orribile, lugubre prigione a cielo aperto. Ma
il popolo era capace di sognare.
Immaginavamo cosa c’era dall’altra parte del muro. Ci tenevamo in piedi con l’idea di un
mondo che forse mai avremmo visto. Ma c’era ‘l’illusione
della bellezza’, pensavamo che
qui, in Occidente, ogni cosa era
bella, impeccabile. Se fossimo
stati abbastanza colti, preparati, istruiti, l’Occidente un gior-
no ci avrebbe accolto a braccia
aperte. Il sogno quindi ci teneva umili, e pieni di dignità. Era la
dignità del prigioniero che, tra
la tentazione del suicidio dietro le sbarre e la pazienza della tortura quotidiana, sceglie la
pazienza, coltiva la pazienza. E
nonostante tutto osa sognare...
Poi ‘scese’, venne, arrivò la
democrazia, e l’Albania si trovò spiazzata. Non aveva esperienza. Non aveva più pazienza
di costruire con calma, ave-
va fame di tutto. Negli ultimi
vent’anni il mio Paese ha attraversato tutte le malattie infantili
e inevitabili di ogni democrazia
giovane. Ha assorbito dall’Occidente le caratteristiche peggiori
a scapito di quelle migliori.
L’Albania di oggi è un Paese
fragile, il livello di corruzione è
altissimo. Il popolo è svogliato,
il distacco dalla vita politica e
sociale è andato approfondendosi. Gli albanesi onesti sono
delusi e stanchi di sperare per-
ché presi regolarmente in giro
da chi li governa. Perciò hanno chiuso gli occhi. Non c’è più
un sogno di un mondo migliore. Il mondo è questo, la realtà
è questa...
Oggigiorno il piccolo paese si trova davanti a un bivio:
o decide di rafforzare le ossa
e crescere, facendo buon uso
delle indubbie risorse che possiede, oppure si troverà a essere definitivamente il pariah
dell’Europa.
A febbraio di quest’anno, lei
ha scritto una lettera aperta,
pubblicata da La Repubblica,
al nostro premier, Silvio Berlusconi, comunicandogli la sua
rabbia e sdegno per l’ennesima battuta di cattivo gusto,
questa volta riferita alle “belle ragazze albanesi”. Le ha mai
risposto? Quali altri ritorni ha
prodotto il suo atto di accusa?
Sarei stata un’ingenua se mi
fossi aspettata una risposta dal
premier Berlusconi – con tutte
le battute che ha seminato negli anni, il Cavaliere prima di me
avrebbe dovuto dare un bel po’
di risposte ad altra gente. E se
lo avesse fatto sarebbe stato
un gran signore. Ma ha sempre
perso l’occasione. In tutta franchezza, non ho scritto la lette-
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nOn CI ImPORTA, Romeo Traversa, 1980-2009, elaborazione digitale/testo originale, colore, 200x200 cm
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InTERVIsTA
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a Elvira Dones - Una libertà senza sogni
ra aperta nemmeno con rabbia.
L’ho fatto per una pura e semplice ragione: qualcuno doveva
farlo. Il primo ministro albanese Salì Berisha, amico di Silvio
Berlusconi nonché responsabile
dello sfascio dell’Albania odierna, non lo ha fatto. Davanti a
una battuta di pessimo gusto,
Berisha, accanto a Berlusconi,
ha sorriso e taciuto.
Ho scritto perché le botte
sulla pelle delle “belle ragazze” albanesi le ho visto con i
miei occhi; perché il loro dolore l’ho raccolto, per anni. Mi sarei sentita a disagio con la mia
coscienza se non l’avessi fatto. E gli effetti di quella lettera
sono stati ambivalenti. Moltissimi lettori hanno espresso stima,
indignazione, solidarietà. Hanno espresso partecipazione e si
sono scusate, a nome del Cavaliere, anche molte persone che
Berlusconi lo hanno votato, e
che sanno distinguere, analizzare, di volta in volta, il modus
operandi del premier. Poi, com’è
normale, ci sono i soliti detrattori: «Lei signora si fa pubblicità a
poco prezzo. Come si permette
lei? Come ti permetti tu e il tuo
Paese di pezzenti! Hai fatto i soldi sulla pelle di quelle ragazze...»
È un gioco vecchio, banale, si ripeterà sempre: quando mancano gli argomenti si va all’offesa,
all’attacco personale, alla calunnia. L’Italia degli ultimi mesi ne
sa qualcosa, no?
Nel suo documentario Cercando Brunilda, un momento che mi ha molto toccata è
quello in cui legge la bellissima poesia scritta da Vassi,
una ragazza albanese costretta dal fidanzato a prostituirsi
sulle strade italiane. Nell’intervista che segue, Vassi dice:
«Scrissi la poesia per non impazzire, per dare un senso a
quella notte tanto irragionevole». La sua prima notte sulla strada. Ho pensato subito a
Hana e alle sue poesie. Molti
direbbero che per lei le poesie e la scrittura sono l’unico
conforto, nei quattordici anni
di solitudine sui monti, eppure io credo che il significato della letteratura, per Vassi
come per Hana, sia più vicino all’insubordinazione. Mi
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nYARLATHOTEP_1, Romeo Traversa, 1980-2009, disegno/elaborazione digitale, colore, 200x200 cm
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piacerebbe conoscere il suo
punto di vista.
Poco tempo fa incontrai in
Texas una ragazza quindicenne. Suo padre era stato condannato a morte per un crimine
che non aveva commesso. Ora
l’uomo è libero, la prova del
DNA l’ha scagionato. Ma sua figlia, cresciuta con il padre condannato a morte, in tutti gli ultimi anni ha scritto, ogni giorno.
Aveva un dolore intenso nello sguardo, uno di quelli che
ti spaccano in due. Mi disse:
«Quando uno è contento e felice ride, fa le battute. La felicità sta nel bel mezzo della faccia,
non c’è bisogna di nasconderla.
Il dolore sì. Se uno prova dolore, lo vuole mettere da qualche
parte, toglierlo dalla faccia. Allora scrive. Mette le cose giù,
le mette al riparo. Io scrivo. Ho
scritto. È meglio così».
Il legame tra la sua attività letteraria e quella di documentarista mi appare molto stretto. Qual è il rapporto
tra i due piani, quello dell’inchiesta sulla realtà oggettiva,
spesso drammatica, e quello
del romanzo?
Sono una che racconta storie, prima di ogni cosa sono una
scrittrice di narrativa. Però darei
fuori di matto se non andassi là
fuori a raccontare anche per immagini. Non tutte le storie di cui
mi innamoro possono diventare
un romanzo o un racconto breve. E poi cambiare strumento di
espressione è utile anche alla
narrativa pura. La ravviva, le dà
forza, la nutre, le regala materiale vivo. L’inchiesta, o meglio
la ricerca, mi sta molto a cuore. Prima di iniziare un documentario macino molto materiale, accumulo più che posso.
Parto per le riprese solo quando sono convinta di avere fatto
molto bene ‘i compiti’.
Per l’inizio del 2011 è annunciata l’uscita del suo nuovo romanzo, scritto in italiano
come già Vergine giurata, dal
titolo: Una piccola guerra perfetta. Di che cosa parlerà?
Di una guerra. Di un amore. No. Di molti amori. E dell’orrore di una guerra ‘piccola’ – in fondo i bombardamenti
sul Kosovo e la Serbia durarono solo settantotto giorni. Nessun soldato occidentale perse
la vita in combattimento, nella guerra del Kosovo; fu una
guerra combattuta dal cielo.
Ma ciò che accadde in terra fu
atroce. Andai nel Kosovo pochissimo tempo dopo. Feci ritorno più volte. Fu una meticolosa raccolta di testimonianze:
a casa avevo tonnellate di materiale ‘ufficiale’ dai media di
mezzo mondo. Percorsi tutto il
Kosovo. Donne e uomini si fi-
darono, mi misero il loro cuore
sul palmo della mano. Quando
mi sentii pronta scrissi il libro.
Sotto forma di romanzo.
Elvira Dones è nata a Durazzo e cresciuta a Tirana (Albania).
Nel 1988 ha lasciato il suo Paese
e si è stabilita in Svizzera, dove
ha scritto sette romanzi, due raccolte di racconti, alcune sceneggiature e realizzato documentari
per la televisione. Dei suoi scritti, sono stati pubblicati in Italia: Senza bagagli, BESA, Lecce
1998, Sole bruciato, Feltrinelli, Milano 2001, Bianco giorno
offeso, Interlinea, Novara 2004
(da cui è stato tratto il film tv
Roulette di Mohammed Soudani), I mari ovunque, Interlinea,
Novara 2007, e Vergine giurata
(scritto in italiano) pubblicato da
Feltrinelli, Milano 2007. Sposata
e madre di due figli, vive ora nei
sobborghi di Washington. Di
prossima uscita il romanzo Una
piccola guerra perfetta, per Einaudi, Torino.
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a PRoPosito di...
RIdeRe,
obbedIRe,
CombatteRe!
_
di Giuseppe Ciarallo
Ci sono pareri contrastanti tra coloro che sostengono la
superiorità dell’uomo sulle altre specie del regno animale. Alcuni credono che questa supremazia sia data dal fatto che l’essere umano sia l’unica bestia ad avere coscienza
di sé. Io sono in totale accordo con il compianto Gualtiero
Schiaffino, fumettista, illustratore e fine pensatore, il quale, invece, aveva una teoria tutta sua che si può sintetizzare
nell’assunto: la principale caratteristica che distingue l’uomo dagli animali non è l’intelligenza, bensì la coglioneria.
Comunque la si pensi, una cosa è certa: l’uomo è l’unico
animale sulla faccia della terra che abbia la capacità di ridere, di sé (poco) e degli altri (moltissimo). Nei secoli è stato dimostrato che nulla e nessuno è mai riuscito a impedire all’uomo di ridere. In tale intento, hanno fallito tanto le
dittature più feroci e sanguinarie quanto i regimi religiosi
più miopi e integralisti, anzi, possiamo dire che chiunque
abbia provato a soffocare la sana, liberatoria risata, ha visto
ritorcere contro di sé il maldestro tentativo, diventando ben
presto uno zimbello, oggetto di ironia e sberleffo.
Anche nei momenti più duri e bui nella vita di un uomo,
la risata (che può esplodere in qualsiasi contesto e con qualsiasi stato d’animo, non ultima la disperazione) ha la funzione di valvola di sfogo, onde evitare che quella pentola a
pressione che è il nostro cervello, possa giungere a tali livelli di tensione da deflagrare poi improvvisamente.
Quando diciamo “c’è poco da ridere”, per sottolineare
la gravità di una situazione, ci riserviamo inconsciamente la possibilità di ridere, magari poco, ma di ridere. E anche nei casi estremi, quando esclamiamo gravemente “non
c’è niente da ridere”, evidentemente ci stiamo rivolgendo
a qualcuno che nonostante tutto, una grassa ghignata se la
sta facendo. A proposito di ciò che verrà trattato in seguito, neanche a farlo apposta esiste un’antologia di Umoristi
Italiani Contemporanei, dall’eloquente titolo: Ridi poco.
Anno di stampa 1943, XXI anno dell’Era Fascista (a cura
di Mario Buzzichini e Enzo Ferrieri, Hoepli Editore).
Da sempre l’ironia, e la sua parente più nobile, la satira,
non sono altro che elementi che il popolo assume per com-
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battere il veleno del potere. Oggi, invece, nel ‘mondo roverso’
nel quale ci tocca vivere, c’è chi ha voluto, non si comprende se consapevolmente o meno, rovesciare il concetto: un potente racconta a ritmo continuo barzellette, per combattere gli effetti devastanti di quella che egli ritiene una terribile
malattia infettiva, e cioè la democrazia. Il nostro presidente
del Consiglio, tanto per non fare nomi, per giustificare le sue
quasi quotidiane gaffe in ogni contesto possibile e immaginabile, ha sempre raccomandato ai propri seguaci di diffidare
delle persone che non sanno ridere, spingendosi ultimamente ancora oltre, ad affermare, rivolgendosi ai giovani del suo
partito: diffidate di quelli che non sanno farvi ridere. Una
persona con un minimo di cervello, merce che sembra essere
sempre più rara in un Paese dimentico di essere stato la patria di sommi pensatori, risponderebbe che sono molto più
pericolose le persone che non sanno essere serie, nemmeno
quando le circostanze lo richiedono.
Al momento siamo ancora troppo impegolati in questo pastrocchio storico-politico-istituzionale, ma probabilmente tra qualche anno il berlusconismo potrà essere sezionato e analizzato sotto ogni punto di vista, diventerà
oggetto di studio e si troveranno disamine anche sull’ironia
e la satira ai tempi del ‘duce formato tascabile’, come è già
avvenuto per il fascismo, quello originario, con l’interessante libro Vent’anni di beffe. Le ‘barzellette’ sul fascismo
durante il fascismo di Carlo Veneziani (Monte Università Parma Editore, 2006). L’autore, già nella prefazione, citando Tacito sottolinea quanto sia terribile l’arma del ridicolo. E il fascismo non seppe sottrarsi a questa esposizione
al ridicolo, del tutto facilitato nel compito dalla presenza di
gerarchi spesso rozzi e ignoranti il cui unico compito nella
vita sembrava consistere nel compiacere in tutto e per tutto
le follie egocentriche del loro capo. Come definire se non
grottesca e caricaturale quella ossessione esterofoba che faceva tradurre ogni termine straniero in un italiano per forza
di cose approssimativo, che faceva cambiare (sui giornali, a
futura memoria) il nome del musicista di ‘musica negroide’
Louis Armstrong in Luigi Fortebraccio, quello del diretto-
re d’orchestra Benny Goodman in Beniamino Bonomo e il titolo del brano
jazz Saint Louis Blues in una strappalacrime versione dal titolo, però, scoppiettante, Le tristezze di San Luigi! E
che dire del sabato fascista voluto da
Starace, il ‘cretino ubbidiente’ come lo
stesso Mussolini lo aveva definito, con
frotte di panciuti gerarchi impegnati nell’irrealizzabile, per molti, tentativo di saltare attraverso un cerchio di
fuoco? E poi le smorfie del duce durante i comizi, le demenziali veline del
Minculpop che indirizzavano i giornali dove il regime voleva, spesso surreali come quella del 23 giugno 1943:
“Il Messaggero del 20 ha pubblicato
un’inserzione tra i ‘matrimoniali’ che
suona così: ‘Professore ventinovenne,
distintissimo, occhi bellissimi, sentimentale, sposerebbe dotata carina, anche provinciale, aiutargli a consolidare
posizione’. Le espressioni occhi bellissimi ecc. sono eccessive e bisogna evitarle” (1). Da notare la data. Il fascismo si occupava di tali infinitesimali
sciocchezze alla vigilia di un evento
nodale della Storia, come fu lo sbarco
degli americani in Sicilia che avvenne
di lì a qualche giorno.
Ma ridicoli erano anche i pomposi
slogan, spesso riportati a caratteri cubitali sulle facciate delle case, a detur-
(1) Le veline del duce. Come il Fascismo controllava la stampa, Riccardo Cassero, Sperling &
Kupfer, 2004
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Ridere, obbedire, combattere!
pare i paesaggi dei borghi contadini: NOI TIREREMO
DIRITTO; MOLTI NEMICI MOLTO ONORE;
BOIA CHI MOLLA!; ME NE FREGO!
A proposito di queste pillole di fascistica propaganda, ho
scoperto con non poco fastidio che la frase “quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare”, non è farina del
sacco di Jake/John Belushi del film The Blues Brothers di
John Landis, ma un motto coniato proprio da Benito Mussolini, o, quantomeno, a lui attribuito.
Nel libro di Carlo Veneziani, che non è azzardato definire
saggio antropologico, viene ripercorsa la parabola ventennale del fascismo accompagnata dalla sagace ironia popolare che ne puntualizza anno per anno, episodio per episodio,
il carattere di grandezza fondato sulla menzogna, sul tenere nascoste le beghe al popolo attraverso la manipolazione
della stampa (vizietto, questo, che oggi più che mai pare essere estremamente in voga): erano severamente vietati articoli che riguardassero suicidi, tragedie passionali, violenze
e atti di libidine su minorenni, pornografia, incidenti ferroviari ecc. Questa totale assenza di informazione relativa a
dette tematiche, è servita in seguito a far passare la convinzione che “quando c’era lui certe cose non succedevano”.
Numerose le battute, i versi, le considerazioni degne di
nota, riportate nella raccolta di Veneziani.
Quando uno diceva che il dittatore aveva
nelle sue mani tutti i ministeri, altri aggiungevano subito: è vero, ma gli manca la Giustizia, e non ha la Cultura né l’Educazione.
Ma se la Storia è destinata a ripetersi e non si incontra alcuna difficoltà a trasferire le trame delle barzellette del passato alle acrobatiche evoluzioni dei politici di oggi, se basta cambiare i nomi dei protagonisti di ieri con quelli del
presente per riconoscere la stessa galleria di loschi figuri, di
raccomandati, di banderuole, di farabutti, viene il fondato dubbio che il potere sia sempre uguale a se stesso, che si
perpetui senza variare di una virgola pur cambiando i partiti e i colori che lo rappresentano, e che alla fin fine, forse,
Sul tavolino di un caffè di via Veneto, un rimatore scrisse: passa il Gran Segretario / ed
il pubblico vario / guarda il cavallo al trotto /
chiedendo: “Val di più / la bestia che sta sotto / o quella che sta su?”
Quando a segretario del partito venne nominato Ettore Muti, costui spedì subito il dispaccio d’obbligo: Duce, ai vostri ordini assolverò la mia carica in modo che gli italiani
siano tutti come voi li volete. Muti.
Ce n’è una, poi, che mi è piaciuta particolarmente in
quanto ha un triste rimando all’oggi, con il vizietto di
un certo governante di voler accentrare su di sé ministeri, poteri e decisioni varie, con gli stessi risultati del suo
predecessore.
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non aveva tutti i torti quell’anima candida di Fabrizio De
André nel sostenere che “non esistono poteri buoni”.
In un regime dispotico, la satira deve giocare a nascondino, deve assottigliarsi e farsi fine, per passare attraverso le
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NYARLATHOTEP_1.1, Romeo Traversa,1980-2009
disegno/elaborazione digitale, colore, 200x200 cm
maglie sempre più fitte della censura.
E deve combattere anche contro il nemico più subdolo, e cioè l’ambigua tesi
secondo la quale se la satira può essere espressa liberamente vuol dire che
il potere non è dispotico (e di conseguenza non dovrebbe essere bersaglio
della satira stessa).
Ed è tra le maglie strettissime della
censura fascista che si insinua la scrittura di un autentico fuoriclasse della
satira quale era il purtroppo dimenticato Anton Germano Rossi. Rossi è
uno scrittore all’avanguardia, nel senso che è avanti di un secolo rispetto ai
codici espressivi e alle tematiche della
sua epoca, ha una scrittura ipersurreale, crea mondi spiazzanti e personaggi
che disorientano il lettore, elegge il cinismo e la cattiveria a pura normalità.
Nei suoi racconti trovano spazio tutte
le azioni scorrette che ognuno di noi
vorrebbe commettere almeno una volta nella vita, ma che ci vengono impedite dalle convenzioni morali e sociali che ci rendono parte del consorzio
civile. Rossi è il precursore del politically incorrect quando questo termine
non era ancora stato coniato né pensato da mente umana. Nella sua raccolta di ‘contronovelle’ dall’assurdo titolo
Porco qui! Porco là! (Edizioni Corbaccio, 1934), l’autore prende in giro
i fanti ma anche i santi (nel racconto Crisi di mendicanti, il sant’uomo lamenta lo scarso numero di ammalati
disposti a farsi confortare e le eccessive pretese di denaro che questi hanno, forti “dell’offerta superiore alla domanda”), non ha remore nemmeno di
fronte agli handicap fisici, argomento
che in seguito, secondo la moderna in85
Paginauno no 20 · dicembre 2010 / gennaio 2011 · anno IV
a PRoPosito di...
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Ridere, obbedire, combattere!
terpretazione della satira, sarebbe diventata una delle cinque tematiche tabù insieme a religione, capo dello Stato,
razzismo e omosessualità. Ignorando bellamente ogni tipo
di freno etico, e immergendo la narrazione nel paradosso
più estremo, troviamo vecchi paralitici malmenati, anziani
signori scaraventati dai finestrini di un autobus o dalle finestre di un palazzo tra il grande divertimento degli altri
passeggeri o dei vicini di casa, formose signore che si sentono fare proposte oscene per aver chiesto l’ora a un passante.
Sono le situazioni assurde create dall’autore, però, che rendono lieve e piacevole la narrazione di azioni che altrimenti riterremmo inaccettabili. Ma a rendere unico e prezioso il
libro Porco qui! Porco là! è il capitolo finale, dal titolo Il prode
capitano o L’arte della guerra, diviso in tredici giornate. Qui
Rossi si supera, la guerra diventa un gioco stupido giocato
da bambini stupidi, che fanno dispetti, che replicano permalosi agli scherzi altrui, che perdono le armi per poi ritrovarle nei posti più impensati, e il linguaggio roboante che
abbiamo imparato a conoscere dai cinegiornali Luce dell’epoca, viene ridicolizzato da queste situazioni stralunate e
grottesche all’estrema potenza. Mi piace pensare che Bonvi, il grande fumettista autore delle Sturmtruppen, si sia
abbondantemente ispirato alle novelle di Rossi per le avventure dei suoi piccoli soldati dell’esercito tedesco, il cui
mito è stato annullato e ridicolizzato dalle loro azioni e dai
loro dialoghi strampalati.
Un piccolo saggio della follia visionaria di Rossi, in alcuni frammenti della prima giornata de Il prode capitano o
L’arte della guerra.
«Chi è lei? Cosa vuole?» gridò ad un tratto il prode capitano ad un vecchio fuciliere
che passava.
«Buon giorno» disse il vecchio fuciliere «io
sono il nemico: devo andare avanti con alcuni amici a conquistare quella collina».
«Non si può!» ribatté il prode capitano. «Per
conquistare quella collina bisogna passare sul
corpo dei miei vecchi granatieri».
«Li lasci andare» suggerì il vecchio granatiere «e la finisca con questa storia di farci sempre passare il nemico sul nostro corpo. In un
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conti di Rossi suonavano come una
sonora pernacchia nei confronti delle tronfie parole della propaganda.
Fu solo grazie alle atmosfere surreali
in cui i militari di Rossi si muovevano con finto (artefatto) candore, che
probabilmente venne risparmiata all’autore l’infamante accusa di disfattismo e la conseguente pena che tale
tipologia di reato prevedeva.
Un consiglio per chi volesse accostarsi alla lettura di Porco qui! Porco là!:
un’ottima colonna sonora, perfettamente intonata alla prosa di Anton Germano Rossi, è il disco Mezzacoda nel quale
un Paolo Poli particolarmente ispirato,
accompagnato al pianoforte da Jacqueline Perrotin, ripercorre in una corposa
carrellata di successi, la canzone italiana dall’inizio del Novecento agli anni
’50. Naturalmente i brani in cui l’attore
sfoggia con maggior enfasi la sua affilata ironia, sono quelli patriottardi, bellicisti, colonialisti del periodo fascista.
Eia, eia… ma va là!
mese, per gusto suo son ridotto che non mi
posso chinare tanto son pieno di dolori».
«Attenzione!» gridò il prode capitano «viene il nemico».
«Senta» disse il vecchio granatiere «non è per
me, ma queste cose vanno dette gradatamente: ci sono dei malati di cuore».
«Sparate il cannone!» gridò il prode capitano.
«È una parola!» disse il vecchio artigliere.
«L’hanno mandato senza istruzioni».
«Oggi» gridò il prode capitano «ci copriremo di alloro».
«Tutti i gusti sono gusti» commentò seccato
il vecchio granatiere «ma con questa storia di
coprirci di alloro, uno la sera si ritrova tante
foglioline nel colletto».
«Senta» disse un vecchio caporale «sono andato a vedere se si potevano passare le linee
del nemico».
«Bravo!» disse il prode capitano.
«Non si può sa…» continuò il vecchio caporale «c’è un cartello su cui è scritto ch’è vietato il passaggio».
«Maledizione!» urlò il prode capitano.
«C’è scritto:» disse il vecchio caporale «Vietato l’ingresso al nemico. Multa di dieci lire
ai contravventori. Se andiamo, spendiamo
un capitale!»
«Che roba!» concluse il prode capitano con
amarezza «domando e dico se si può fare la
guerra a questo modo!»
La particolarità di questo libro di Anton Germano Rossi è data dal fatto che la prima edizione è datata 15 settembre 1934, XII, e cioè in piena preparazione dell’azione
bellica che fissava l’obiettivo della ‘conquista totale dell’Etiopia’ che avrebbe avuto inizio di lì a qualche mese.
In un momento storico in cui il regime cercava di instillare nella popolazione italiana, soprattutto nei giovani, lo
spirito indomito e battagliero necessario alla pugna, i rac-
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Paginauno no 20 · dicembre 2010 / gennaio 2011 · anno IV
sotto i Ri(F)LEttoRi
di Sabrina Campolongo
Facendo
Finta di
annegare
recensione de la cascata,
Margaret Drable
Non è facile immaginare in quali territori possa avventurarsi oggi la
narrativa femminile, per poter essere
considerata sovversiva. Specialmente per noi, lettori italiani sommersi
da uno stuolo di lolite letterarie, sempre più giovani e sempre più ciniche,
spogliate anche di quell’aura di grazia
dolente che Nabokov regala alla sua
bambina perversa, volgare e superficiale, ma anche fragile e sola.
Tra presunte confessioni di cubiste
dodicenni e prose ‘realiste’ che narrano di adolescenti che usano il proprio corpo per sfuggire al grigio della
periferia industriale, che cosa avrebbe
l’energia ancora, oggigiorno, di épater
la bourgeoisie?
Forse, a ben pensarci, le scrittrici
contemporanee non sono andate molto avanti, se pensiamo che Erica Jong
scriveva già di sesso ‘come un uomo’
all’inizio degli anni Settanta, che, anzi,
faceva molto di più: scriveva di sesso
come una donna, ma con la spregiudicatezza di un uomo. Osava dipingere
la sua eroina, la memorabile Isadora
Wing, con un vorace appetito sessuale, un sagace intelletto, un preciso ri88
Paginauno no 17 · aprile /maggio 2010 · anno IV
fiuto verso gli eccessi igienici e nessun
imbarazzo a fare l’amore anche in pieno ciclo mestruale.
Eppure, nemmeno la scandalosa Jong
osò infrangere apertamente il più granitico dei tabù riguardo il corpo femminile: la sacrosanta dicotomia madre/puttana. Da qui la sorpresa scoprendo che,
già nel 1969, Margaret Drabble, scrittrice inglese figlia di un giudice e di un’insegnante, aveva osato aprire il suo romanzo La cascata con l’immagine di
una puerpera che, nel letto in cui ha
appena partorito, ancora caldo e umido dei liquidi del parto, suscita una
feroce attrazione erotica in un uomo
quasi estraneo, più precisamente, il
marito di sua cugina. Basterebbe questo a consigliarne la lettura.
Come se non bastasse, la passione
è tutt’altro che univoca. Jane, questo
il nome dell’eroina, dopo essere stata
abbandonata dal marito (o dopo averlo spinto ad abdicare, più correttamente, dopo un matrimonio disastroso e quasi asessuato, nonostante la
nascita di due figli) non teme di corrispondere con trasporto la passione di
James, il marito di colei che potrebbe
definirsi la sua sola amica: la risposta
è un definitivo sì allorché, in una delle scene d’amore più originali che io
abbia mai letto, James le chiede, con
l’urgenza di chi non potrebbe sopportare un rifiuto, di potersi accoccolare nel tepore del suo letto, vicino
al suo corpo ancora scosso dagli spasmi uterini del dopo-parto, alla ricerca di un contatto che più erotico non
si può, nonostante, per ovvie ragioni, non osi fare di più che guardarla
dormire respirando il suo umanissimo
odore (la voce narrante non trascura di informarci, en passant, che Jane
non ha ancora avuto modo di lavarsi i
capelli, dopo il parto).
Ma ecco che un secondo colpo di
scena ci attende subito dietro l’angolo, quando la solitaria eroina, fino a
quel momento inquadrata dall’occhio
benevolo di un narratore esterno, decide di prendere la parola, esordendo con un: “Naturalmente non andrà. Come resoconto, cioè, dei fatti”.
Per poi informarci che la narrazione,
per forza di cose, non potrà restituire
un quadro veritiero della situazione
e che lei stessa, narratrice/personag-
gio, pur alternando il punto di vista
dall’interno all’esterno della storia, finirà per scodellarci un sacco di bugie.
La più importante di queste menzogne, scopriremo con il procedere
del racconto, è indubbiamente quella di rappresentarsi come una donna patologicamente
fragile, ammalata di
passività, travolta e
sommersa (la narrazione procede per
una serie di metafore acquatiche)
da questo amore e
in generale dal suo
destino, incapace di
salvarsi, trasportata
dalla corrente verso
lo spaventoso abisso che l’attende alla
fine del viaggio. Ma
ci sarà davvero, laggiù, il precipizio?
Molti sono, in effetti, gli elementi
che sembrano custodire cupi presagi, primo fra tutti la luce, quasi ultraterrena, che trafila dal rapporto tra i
protagonisti: raramente storia d’amo-
_
La cascata,
Margaret Drable,
Luciana Tufani
Editrice, 2000
89
Paginauno no 17 · aprile /maggio 2010 · anno IV
sotto i Ri(F)LEttoRi
re in un romanzo fu meno affollata
di ombre, soprattutto riflettendo sul
fatto che entrambi i protagonisti sono
sposati, che Jane è madre di due figli piccoli, che James viene descritto come un padre e un marito attento (ma questo non sembra vietargli di
passare svariate notti fuori casa), che
Jane descrive se stessa come estremamente problematica, inadatta alla
vita… Eppure non c’è la minima tensione tra loro, tutto scorre placido, la
delicatezza tra i due è commovente, il
rapporto con i piccoli perfetto, troppo
bello per durare, direbbe anche il lettore meno cinico.
Ci si aspetterebbe la tragedia alla
fine della corsa anche se la narratrice/
protagonista non ci informasse delle abitudini estremamente pericolose
di James, della sua guida spericolata,
del fatto che non si presenti al lavoro
e dei suoi debiti, anche se non facesse
continui riferimenti a eroine tragiche
come Maggie Tulliver di The mill on
the floss di George Eliot, che finisce
con il morire annegata, dopo essere
stata accusata di avere rubato l’uomo
all’adorata cugina (Lucy, non a caso
lo stesso nome della cugina di Jane).
Il presentimento funesto si fa più
concreto quando James propone all’agorafobica Jane un viaggio in macchina fino in Norvegia, viaggio che,
pur con prevedibili riserve, la sventurata accetta. Ed eccoli, i due amanti, correre, felici e inconsapevoli, verso l’incidente che il lettore si attende
con pragmatica certezza.
La prosa si fa elegiaca, quasi che
Jane stesse preparando il suo commiato, quando un nuovo ribaltamen90
Paginauno no 17 · aprile /maggio 2010 · anno IV
to dei canoni – quelli del romanzo
sentimentale romantico, preso a modello e deformato abilmente lungo
tutta la narrazione – porterà la storia
fuori dai binari del prevedibile. Proprio la non-spettacolarità del finale,
la sua apparente piattezza, le parole
di ridimensionamento che la narratrice/protagonista dedica alla sua esperienza, ne fanno una storia “quietamente sovversiva” come la definisce
Eleanor Honig Skoller.
Ed è con un sorriso compiaciuto
che dobbiamo accettare che l’autrice ci abbia ingannato, che il tono della narrazione si sia rivelato tanto più
fuorviante quanto più appariva realistico, che raramente o mai sia stato conforme a quello che stava esprimendo. Rimuginando sulla propria
educazione, per esempio, Jane si attribuisce la colpa di non aver mai imparato a distinguere “tra la falsità
resa vera dalla passione e la verità
resa falsa dalla doppiezza”.
A titolo di esempio, continua: “Non
è quello che indossi che conta, è quello che sei, diceva virtuosa mia madre,
valutando con gli occhi il tessuto e
il taglio dell’abito delle sue amicizie,
e soavemente basando le sue pretese sociali e la voglia di inviti su queste conclusioni”. Soavemente, proprio come la narratrice smaschera,
con chiarezza e senza indulgenza alcuna, l’ipocrisia materna e la meschinità del milieu borghese nel quale è
stata cresciuta.
Per contro, quel destino in agguato
a cui Jane dichiara di non potersi ribellare “se sola, anche da sola, andando sotto, sprofondando, in silenzio, lei
avrebbe rifiutato il ramo provvidenziale e non avrebbe cercato di raggiungere la salvezza della riva”, si manterrà
a distanza di sicurezza sia dal tragico
che dal meraviglioso. Nessun dramma
e l’ennesimo inganno, invece.
Perché Jane si salva eccome, e, a
ben pensarci, in ogni momento della storia compie esattamente le scelte che la porteranno o la tratterranno
in salvo; il suo essere “inadatta alla
vita” si concretizza, in pratica, con
una scarsa propensione verso le faccende domestiche, una sorta di passività – che in verità più che intralciarla le viene spesso comoda – e una
moderata agorafobia. Se Jane dipinge
se stessa come un essere così fragile
è forse, allora, semplicemente perché
vuole farci intendere che una donna
con una sensibilità artistica, una donna sola con due bambini piccoli, una
donna abbandonata dal marito con
cui non ha mai avuto una vera intesa emotiva e sessuale, una donna cresciuta nell’algido tempio dell’ipocrisia
borghese, abbeverandosi per tutta al
vita alla fonte di Shelley, Wordsworth
e Keats, di Jane Austen, delle sorelle
Bronte e di George Eliot, non possa
che essere un’eroina fragile, tragica,
sballottata dalla corrente. I fatti invece raccontano una storia ben diversa.
L’incontro con James ‘salverà’ Jane,
non per via delle particolari doti del
suo amante, quanto grazie alla determinazione con cui deciderà di averlo, alla forza con cui vorrà prenderselo, passando soavemente sopra ogni
genere di scrupolo morale. Mentre ci
dice di non poter fare a meno di lui, di
essere dipendente in modo ossessivo
da questo amore, Jane sta tessendo,
imperturbabile, con ogni mezzo a sua
disposizione, un bozzolo d’acciaio attorno a James. Il quale, non dimentichiamolo, non sembra avere alcuna
intenzione di lasciarla.
In fin dei conti, Jane potrebbe tranquillamente dirsi perfettamente felice: è amata, accudita, coccolata, rassicurata, non deve pensare a quasi
nulla, ha trovato un nuovo padre
part-time per i suoi figli, e, quel che è
interessante, non esprime mai il desiderio che diventi full-time.
Come si dimostrerà nel finale, la
condizione di amante, con la libertà
relativa, calza a Jane a pennello. Il sogno romantico non è il suo.
Non si immagini però La cascata
come una parodia del manicheismo
romantico. Se lo è, almeno in parte, l’ironia è così sottile, il confine tra
quello che è e quello che si vorrebbe
far credere, tra realismo e mistificazione, è così mobile, che si potrebbe
leggerlo tutto senza porsi il problema,
accettando l’incongruenza come l’essenza stessa della storia, prendendo
Jane sul serio. Non sorprende, infatti,
che l’ultima frase del romanzo – “Preferisco soffrire, credo” – abbia fatto
infuriare alcune femministe, quando
quell’ultima parola dopo la virgola,
credo, (detto da una che si è appena
salvata la vita) avrebbe dovuto farle sorridere.
91
Paginauno no 17 · aprile /maggio 2010 · anno IV
In LIBRERIA narrativa
A quattro anni dalla caduta del Muro,
le installazioni militari nel Triveneto
sono ancora un necessario baluardo
contro i nemici dell’ex Patto di Varsavia e il fronte di guerra balcanico
che minaccia di travolgere il nuovo
assetto geopolitico occidentale. Quando l’esplosione di una polveriera sul
confine italo-sloveno riduce l’ufficiale
Anselmo Manca in fin di vita, il professore Lampis, ordinario di antropo-
logia all’università di Trieste e suo tutore accademico, inizia a pensare che i
quaderni dell’allievo, sequestrati dalla
procura, celino qualcosa di più di una
semplice “parata militare di buoni sentimenti”. Aiutato dall’assistente, l’antropologo scava nella vita di Manca, e
finisce in un inghiottitoio carsico di armamenti militari, imprenditori di scorie e interstizi, zingari che s’intendono
d’artiglieria e ufficiali che se la intendono con la retrovia. Giulio Angioni
traccia i vertici di un ideale triangolo
che dalla Soglia di Gorizia alla regione
serba della Vojvodina, passando per la
discarica-imbuto di Repen, racchiude
una monade di micro conflitti narrati
con uno stile aforistico che dà al lettore
un’unica, socratica certezza: “La verità
non è soltanto il credito che una notizia si guadagna. Spesso è meno, è solo
ciò che i tempi possono accettare”.
(G. Caputi)
GaBBiani sUl Carso,
Giulio Angioni, Sellerio, 437 pagg.,
14,00 euro
In LIBRERIA saggistica
La vecchia sulla porta si è perduta,
schiantata, un giorno affatto speciale,
dall’insostenibile leggerezza dell’esistenza. Il ragazzo condannato a vivere
per cent’anni per fortuna ereditaria,
decide di spezzare la linea già tracciata, sfidando Dio o il destino, di certo
la famiglia. L’anziano professore omosessuale sceglie di morire doppiamente
trafitto da un giovane sfrontato, piuttosto che continuare a chiedere perdono
ai preti di tutte le sue voglie. E poi c’è
Maddalenina che nessuno vuole, che si
è intromessa ancora in embrione tra la
madre e il suo lutto per il marito morto
troppo presto. Nata per forza, nonostante tutti i tentativi di sbarazzarsi di
lei e caparbiamente venuta su, sorda al
primo “vattene” dalla bocca materna,
come a tutti quelli che verranno. Scacciata come un cane eppure non più
infelice degli altri, spettacolo tanto più
osceno per quelli che hanno scelto di
non vederla quando qualcosa si sarebbe potuto salvare, Maddalenina vive,
soprattutto da quando deciderà, a cin-
quant’anni suonati, di scriversi da sola
l’amore che vuole, fino al (in)naturale
epilogo della maternità. Una favola
perversa e poetica sul potere salvifico
del narrare, contro l’indifferenza assassina. (S. Campolongo)
mia fiGlia follia,
Savina Dolores Massa, Il Maestrale,
192 pagg., 16,00 euro
92
Paginauno no 20 · dicembre 2010 / gennaio 2011 · anno IV
Se il proletariato non esiste quasi più,
schiacciato e umiliato da un capitalismo
liberista sempre più selvaggio e miope,
il sottoproletariato, inteso come classe
emarginata delle opulente società occidentali, è invece più vivo e vegeto
che mai. Quel sottoproletariato urbano
fatto di schiere di disperati convinti di
vivere una vita vera facendo propri i
modelli imposti da media spietati, vero
braccio armato di quel capitalismo cialtrone poc’anzi citato. I protagonisti dei
racconti disperati sono loro, i tossicomani, gli usurai, i travestiti sovrappeso,
i rapinatori, i sognatori, le ragazze senza speranza condannate alle vite fallite
delle loro madri.
L’inchiostro sulle pagine pulsa e ribolle come il sangue di questa umanità
caparbiamente impegnata a farsi del
male, a dare e a darsi dolore. Una cosa
è certa, Peppe Lanzetta ogni volta che
impugna (o è più consono dire brandisce?) la penna per scrivere della sua
Napoli, scaraventa in malo modo il
lettore in un ‘basso’, a stretto contatto
con quella monnezza, materiale e morale, che ricopre e cela da sempre l’anima di una città infinitamente capace e
al contempo bisognosa di amore.
(G. Ciarallo)
raCConti disperati,
Peppe Lanzetta, Tullio Pironti Editore,
134 pagg., 12,00 euro
Nel 1995 il presidente Scalfaro dà il
via all’operazione Coscienza pulita
e gli italiani scoprono che dal ’93 un
impianto militare a Civitavecchia sta
neutralizzando tonnellate di armi chimiche risalenti al Ventennio e rimaste
nascoste in depositi segreti disseminati
lungo lo Stivale. L’operazione durerà
fino al 2015: si tratta infatti di smantellare quello che nel ’41 era uno dei
maggiori arsenali chimici del mondo: i
gas letali utilizzati in Libia nel ’27 e in
Etiopia nel ’36.
Ma ciò che Scalfaro non dice è che la
produzione di iprite, fosgene, di miscele di arsenico, non ha prodotto solo
armi: gli scarti tossici della lavorazione
hanno inquinato terreni, falde acquifere e fiumi, seminando, dal dopoguerra
a oggi, tumori e morti. I dati inquietano. Dalla Lombardia alla Puglia, le aree
delle industrie chimiche smantellate e
mai bonificate sono ormai zone residenziali; in Abruzzo c’è la più grande discarica clandestina d’Europa, che
nasconde 240mila metri cubi di rifiuti
tossici; nel mare di Napoli e del Gargano giacciono migliaia di testate inesplose, armate con gas letali.
Sessant’anni di interessi politici, militari e industriali sepolti dai silenzi
di Stato, e che Di Feo porta alla luce
scavando negli archivi britannici, americani e tedeschi. (G. Cracco)
Veleni di stato, Gianluca Di Feo,
Bur Rizzoli, 254 pagg., 10,50 euro
Dall’accurata raccolta di scritti e interviste messa insieme da M.L. Bernadac e H.U. Obrist, emerge il ritratto
spietatamente coerente (non ci si lasci
depistare dal piacere dell’intervistata
nel mescolare le carte) di una grande
artista e del suo lavoro, vita e arte così
intimamente legate da farle affermare:
“Il mio corpo è la mia scultura”.
Pur nell’insofferenza verso la teorizzazione, Louise Bourgeois non si
risparmia, regalandoci la sua visione
adamantina di un’arte incorruttibile,
centrata sulla ricerca, legata all’inconscio e sganciata dal potere, dai salotti e
dalle scuole. Libera anche dall’appartenenza di genere.
“Non esiste un’estetica femminista.
Assolutamente no! Esiste un contenuto psicologico. Ma non lavoro come
lavoro perché sono una donna. È per
le esperienze che ho attraversato. Le
donne non si sono unite perché avevano qualcosa in comune, ma perché a
tutte mancava qualcosa – erano trattate tutte nello stesso modo”. Prima che
si affermi un aspetto stilistico comune
alle donne artiste “le donne dovranno
dimenticare il loro desiderio di compiacere la struttura del potere maschile”.
E, rispetto a questa necessaria indifferenza, Bourgeois, che mai accettò la
definizione di femminista, si dimostra,
di gran lunga, più avanti del suo tempo. (S. Campolongo)
In questo libro l’autore mette a confronto, in forma d’intervista, le esperienze nella guerra civile spagnola di
due giovani schierati sui fronti opposti:
l’antifascista svizzero Eolo Morenzoni,
volontario a sedici anni, fuggito di casa
per combattere per la causa repubblicana, e il fascista italiano Dario Ferri
(pseudonimo utilizzato per l’indisponibilità dell’interessato a rivelare la
propria identità), legionario di Cristo
inquadrato nella Divisione ‘Dio lo vuole’, partito per la Spagna a difesa della
cristianità.
Nelle parole dei due, oramai anziani,
ci sono le attese, le speranze e le delusioni dei ragazzi che furono e l’entusiasmo che li spinse all’esperienza
devastante della guerra, uno mosso
dalla ricerca di uguaglianza e giustizia
sociale, l’altro dal desiderio di affermare armi in pugno il concetto di Dio,
Patria e Famiglia.
Il volume è corredato da interessanti
documenti d’epoca (ritagli di giornale di avverso schieramento, volantini,
atti giudiziari, schede segnaletiche)
che il lettore, munito di una buona
lente d’ingrandimento, può leggere e
confrontare con i passi del racconto
autobiografico dei protagonisti.
(G. Ciarallo)
terUel-malaGa 1936-1939,
Massimo De Lorenzi, Edizioni
Arterigere, 184 pagg., 14,00 euro
distrUzione del padre.
riCostrUzione del padre,
Louise Bourgeois, Scritti e interviste,
Quodlibet, 444 pagg., 32,00 euro
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Paginauno no 20 · dicembre 2010 / gennaio 2011 · anno IV
LE InsOLITE nOTE
DI AUGUSTO Q. BRUNI
SEMPRE TRA NOI
John Winston Lennon
Liverpool, 9 ottobre 1940 – New York, 8 dicembre 1980
James Marshall “Jimi” Hendrix
Seattle, 27 novembre 1942 – Londra, 18 settembre 1970
Miles Dewey Davis III
Alton, 26 maggio 1926 – Santa Monica, 28 settembre 1991
In
somma, tra il 18 settembre e l’8 dicembre appena trascorso ci sono state ben tre – dico tre –
consecutive ricorrenze funebri che mi hanno
pressoché steso. Voglio dire, è pur vero che l’arte rimane e le persone prima o poi se ne vanno, ma non capita tutti i giorni di percepire nettamente che tre pilastri
della musica pop, rock e jazz se ne sono andati e che –
soprattutto – all’apparenza, non c’è quasi nessuno che
abbia compiutamente raccolto il loro messaggio. Più ancora mi colpisce che tutti e tre questi giganti della musica abbiano qualcosa in comune che va al di là del semplice intersecarsi di frequentazioni e apparizioni più e
meno pubbliche. Visto che poi in Italia un bel dossier
non si nega a nessuno, ecco qua una serie di considerazioni e ipotesi che qualcuno potrebbe usare per un bel
libro di fiction prossimo venturo.
Tutti e tre i grandi uomini hanno avuto alle spalle –
come afferma il proverbio – una grande donna. Yoko
Ono, checché ne pensino i fan più sciocchi del defunto Beatle, ha avuto il grosso merito di aver fatto diventare adulto il suo compagno. La musica di Lennon fuo94
Paginauno no 20 · dicembre 2010 / gennaio 2011 · anno IV
ri dai Beatles è finalmente sua e, semmai, anche di Yoko
per le parole. Soprattutto, finalmente Lennon parla da
adulto di cose da adulti come la guerra e la pace. Tutta la sua presa di coscienza non sarebbe probabilmente mai andata tanto a fondo senza Yoko: “Imagine there’s no countries / it isn’t hard to do. / Nothing to kill or
die for / and no religion too”. Immagina che non esistano le nazioni / non è difficile. / Niente per cui uccidere
o morire / e anche nessuna religione. Al di là dell’essere, grazie ai Beatles, un’icona pubblica, ma proprio grazie a tale circostanza, tutto ciò che Lennon intraprende finisce sulla bocca di tutti, ma con contenuti diversi
(se dio vuole). Nascono collaborazioni ad altissimo livello. Una di queste è l’esibizione dal vivo nel marzo
1972 a New York della Plastic Ono Band con Frank Zappa e le Mothers of Invention. Il concerto trova posto sul
successivo album solista di Lennon, Some Time in New
York City del 1972, che ha un’impostazione chiaramente politica. Il disco, che ebbe ottimi riscontri di vendite in Gran Bretagna e pessimi negli Stati Uniti, si avvaleva di prestigiose collaborazioni; alle incisioni del lato
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LE InsOLITE nOTE
3, per esempio, registrato dal vivo al Lyceum londinese,
parteciparono Eric Clapton e George Harrison alla chitarra, Billy Preston e Nicky Hopkins alle tastiere, Klaus
Voormann al basso, Keith Moon e Jim Gordon alla batteria. Altre collaborazioni prestigiose e stretti rapporti amichevoli Lennon li ebbe col giovane David Bowie e
con Elton John (padrino di suo figlio Sean).
Una leggenda metropolitana che mi piace alimentare
è quella della partecipazione di Lennon come corista al
doppio album inciso da Jimi Hendrix dal vivo alla BBC
inglese (edito dalla MCA Records il 2 giugno 1998: contiene tracce recuperate da svariate incisioni in programmi come Saturday Club e Top Gear, tracce registrate nel
1967). La leggenda viene alimentata dalle note di copertina che sul classico Day Tripper commentano: “Who
is that singing with him? One can only IMAGINE”… Gli
evemeristi di turno si sono scervellati a dimostrare che
no, non era possibile, tutt’al più era vero che Hendrix e
i Beatles, così come altra gente del calibro di Roy Wood,
Trevor Burton, Grahm Nash, s’erano incontrati a Londra
per una birra al Bag O’Nails – a tali incontri partecipò
anche Noel Redding, bassista di Hendrix, che in più di
un’intervista (come in quella rilasciata prima di morire
[1]) afferma di essere stato lui a imitare alla meno peggio Lennon nella registrazione di Day Tripper.
Hendrix ha anch’egli avuto la sua musa ispiratrice al
pari di Lennon, ma l’ispirazione (per quanto ne sappiamo) non s’è trasmutata anche in una grande storia d’amore. Tra il 1966 e il 1968, a New York, avviene
l’incontro tra Hendrix e la giovane e bellissima modella
Betty Mabry. Betty, nelle parole di Carlos Santana, suo
amico anche sulla scena, “è stata la prima Madonna, ma
Madonna al paragone con lei era come Donny Osmond”
(zuccheroso e soprattutto casto cantante pop per adolescenti). Libera, nel lavoro come verso il sesso e il denaro,
Betty era una forza della natura. Quando nel 1967 conosce Miles Davis ha solo 23 anni e lui ben 41: Davis è già
(1) http://www.me.umn.edu/~kgeisler/noelint.html
96
Paginauno no 20 · dicembre 2010 / gennaio 2011 · anno IV
prigioniero dell’incredibile successo dell’album Kind of
Blue (1959) nel senso che pur rivoluzionario per i tempi, quello stesso album l’ha incasellato in una capsula
piena di ragnatele agli occhi delle giovani generazioni
cresciute col rock’n roll. Betty non solo lo fa innamorare perdutamente e lo spreme sessualmente, ma lo riveste da capo a piedi con pantaloni di cuoio sciarpe e camicie psichedeliche, buttando a mare i seriosi completi
da rispettabile uomo bianco. Soprattutto, lo introduce
al nuovo mondo afro-americano in cui si parla di Black
Panthers, Vietnam e rivoluzione sessuale. Grazie a Betty – che sposerà nel settembre 1968 – Davis conosce il
re del funk d’avanguardia Sly Stone, il suo padrino James Brown e soprattutto Jimi Hendrix.
Il grande feeling tra i due si traduce in numerose session
in cui Davis, per nulla preoccupato del fatto che Hendrix
non sapesse leggere la musica, si affida soprattutto allo
straordinario orecchio musicale del chitarrista, a cui piaceva molto Kind of Blue; gli spiega materialmente come
fa a suonare un certo brano, gli fa ascoltare un disco suo
o di Coltrane e lo commenta. Così, afferma Davis nella
sua autobiografia del 1989: “Lui cominciava a incorporare le cose che gli avevo detto nei suoi album. Era grande.
Lui ha influenzato me e io lui ed è così che è sempre fatta la grande musica. Ognuno mostra qualcosa a qualcun
altro e poi ci si muove da quel punto in avanti”. La stretta collaborazione tra i due non venne incrinata nemmeno dalla gelosia di Davis, che accusò la compagna di avere
avuto una relazione proprio con Hendrix (cosa che Betty sino a oggi ha sempre recisamente negato), chiedendo
per tale ragione il divorzio nel 1969. L’impronta di Betty
resterà per sempre nella copertina di Filles de Kilimanjaro
e nel brano Mademoiselle Mabry, così come nel titolo dello straordinario Bitches Brew (suggerito proprio da Betty
al posto del più serioso Witches Brew), l’album che più di
ogni altro ha segnato il confine tra un certo jazz e quello
successivo che non aveva paura di sporcarsi, dialogando
e magari misurandosi con il rock.
Quello che sappiamo è che il dialogo tra Hendrix e
Davis divenne sempre più fitto. Da una clandestina jam
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Paginauno no 20 · dicembre 2010 / gennaio 2011 · anno IV
LE InsOLITE nOTE
session del 1969 con John McLaughlin, Dave Holland e
Buddy Miles, a una seduta di registrazione vera e propria in cui Hendrix e Davis avrebbero suonato materiale composto da Gil Evans, saltata, a quanto pare, perché
sia Davis che il suo batterista Tony Williams si erano
lamentati dello scarso compenso loro offerto. Nonostante questo, Hendrix andò avanti: avrebbero dovuto incontrarsi a Londra, dopo le reciproche esibizioni al
festival dell’Isola di Wight (rispettivamente il 29 e il 30
agosto 1970), per parlare del disco da incidere assieme.
Ma l’incontro saltò. Fu programmato un altro incontro
a New York, per la seconda metà di settembre, ma il 18
settembre Jimi fu trovato morto a Londra in una stanza
d’albergo. Davis, per la prima volta in vita sua, partecipò a un funerale, dicono, col cuore spezzato, commentando: “I wish I’d had a chance to play with Jimi. But
that’s okay – he’s playing with Coltrane now…” (avrei
voluto avere la possibilità di suonare con Jimi. Ma va
bene così – adesso sta suonando con Coltrane…).
Ora, al di là della bella e puntuale ricostruzione che fa
della storia Gianfranco Salvatore nel suo Lo Sciamano
Elettrico (Stampa Alternativa/Nuovi Equilibri, 2007), e
al di là delle voci insistenti che vogliono credere a tutti i costi che esista davvero da qualche parte una registrazione con Miles e Jimi – sarebbe ancora oggi il disco
del secolo, se esistesse – io sono più pragmatico e provo sempre a chiudere gli occhi e a mescolarmi in testa
grappoli di note della tromba di Miles con scale vertiginose di Jimi. Ultimamente ho provato a metterci sopra
anche dei coretti isterici di John Lennon e Betty Mabry, anche se il risultato non mi convince… L’altra notte sono stato premiato. Qualcuno, più abile (e meno pigro) di me ha realizzato a beneficio nostro un mash-up
con Miles e Jimi (2). Ascoltatelo e ditemi se non avrebbe potuto veramente andare così… prometto d’impegnarmi e metterci su le voci degli altri due.
(2) http://mmedia.kataweb.it/video-utente/262165/miles-davis-jimihendrix-live
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Paginauno no 20 · dicembre 2010 / gennaio 2011 · anno IV
PagInaUNO - bimestrale di analisi politica, cultura e letteratura - aNNO IV - N. 20 - DIcEmbRE 2010 / gENNaIO 2011
paginauno
bimestrale di analisi politica, cultura e letteratura
Restituzione pRospettica
Il romanzo mai scritto sugli anni Novanta (5ª parte)
Fallimento delle Leghe del sud e appoggio a Forza Italia
di Walter G. pozzi
polemos
Profitti da debito pubblico
Manovre speculative e mancata redistribuzione
di Giovanna cracco
Piccole bombe nucleari crescono
La fusione fredda e le nuove mini-armi atomiche
di emilio Del Giudice
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Iraq: l’asta petrolifera e la sconfitta
delle Oil company americane
di Fabio Damen
DuRa lex
Le fondazioni bancarie: il furto pubblico del no profit privato
di Giovanna Baer
inteRvista
Elvira Dones. Una libertà senza sogni
di sabrina campolongo
a pRoposito Di...
Ridere, obbedire, combattere!
di Giuseppe ciarallo
Filo-loGico
Storia e geografia della colpa
di Felice accame
veRità al tempo Della moviola
Premi Nobel à la carte
di Davide pinardi
8,00 euro
anno iv - numero 20 - dicembre 2010/gennaio 2011 - www.rivistapaginauno.it
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