La voce dell’ordine
di Pistoia
Rivista di informazione medica n. 9 aprile 2008
Ordine Provinciale
dei Medici Chirurghi
e degli Odontoiatri
della Provincia di Pistoia
Quadrimestrale - Anno V - n° 9 - aprile 2008 Tariffa R.O.C.: “Poste Italiane Spa sped. abb. post. D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n. 46) art.1, comma 1, DCB/PO”
Sommario
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L’EDITORIALE
Egisto Bagnoni
Presidente dell’Ordine di Pistoia
L’EDITORIALE
Ai futuri medici
RICERCA E CULTURA
AI FUTURI MEDICI
Il piede dell’uomo: prima organo di senso
e poi di moto...
Mi rivolgo agli studenti di Medicina della Pro-
L’OPINIONE
La costruzione di una nuova leadership
della professione
LIVELLO MINIMO 3
Disco intervertebrale
L’OPINIONE DEL PRESIDENTE DELL’ORDINE DEI MEDICI
Il medico e l’ambiente
MED-NEWS dalla letteratura internazionale
vincia di Pistoia, dopo aver maturato, insieme
ai colleghi del Consiglio Ordinistico, la convinzione di questa necessità. Ritengo utile conoscerci e confrontarci prima della laurea per
prendere consapevolezza dei complessi problemi che riguardano l’esercizio della medicina ed il futuro professionale. Cambiamenti
profondi si profilano all’orizzonte,come nuove
Ricordo di Cesare Santoro
Ricordo di un amico
opportunità di lavoro in Italia ed all’Estero,
A PROPOSITO DI...
30% dei medici andrà in pensione sia dal
Riabilitazione visiva: una risposta attuale
ad una problematica emergente
versante della dipendenza che da quello del
19 MEDICINA DI TUTTI - MEDICINA PER TUTTI
• Psico-oncologia: impegni e strategie per i bisogni
noscere da subito contratti della dipendenza
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basti pensare che nei prossimi dieci anni il
convenzionamento. Credo sia opportuno coe convenzioni per potere orientare le scelte in
psicologici dei malati di cancro e delle loro famiglie
modo ottimale. È indispensabile che il futu-
Amici del Ceppo: obiettivi e progetti
Future collaborazioni con la Biblioteca
“Caffè Alzheimer”
ro medico conosca il Codice Deontologico che
LETTERE E COMUNICAZIONI
Caro Claudio, amico e collega
non trova spazio per ora nei piani di studio
Universitari. Per colmare questa lacuna, l’Ordine propone di fornire, attraverso supporti
cartacei od informatici i testi di convenzioni e
contratti e sopra a tutto il Codice Deontologico
con il commento degli articoli più importanti
e di organizzare corsi di aggiornamento sull’etica professionale presso i locali dell’Ordine stesso per studenti e medici in modo da
favorire contatti e condivisione di sentimenti.
L’evoluzione dei modelli di sanità deve fondarsi sulla partecipazione e sulla condivisione. Gli uffici dell’ordine sono aperti dal lunedì
Chiesa della Madonna dell’Umiltà, particolare della cupola, Giorgio Vasari, 1561/62.
La cupola trae ispirazione da quella di Santa Maria del Fiore a Firenze costruita
da Brunelleschi, da cui deriva la struttura a doppia calotta, il contrasto cromatico
tra i costoloni di pietra e il rivestimento in laterizio delle vele.
al sabato nelle ore antimeridiane per fornire
informazioni anche per gli studenti e presso
la Biblioteca Comunale saranno disponibili
copie del bollettino quadrimestrale insieme al
La voce dell’ordine di Pistoia
Bollettino ufficiale quadrimestrale dell’Ordine dei Medici Chirurghi
e Odontoiatri di Pistoia
anno V n. 9 – aprile 2008, dir. resp. Dott. Gianluca Taliani
Comitato di redazione: Egisto Bagnoni, Pierluigi Benedetti,
Gianna Mannori, Ione Niccolai
Reg. Trib. Pistoia n. 8 del 9/07/04
Grafica e impaginazione: Pretesto, Pistoia
Stampa: Tipografica Pistoiese
Codice Deontologico.Molte altre notizie sono
reperibili per via informatica sul blog dell’ordine (http://omceopt.splinder.com).
RICERCA E CULTURA
Il piede dell’uomo: prima organo
di senso e poi di moto…
M. Bardelli, L. Turelli
L
a stazione su due piedi dell’uomo è stata possibile mediante l’innalzamento del baricentro ed una
diminuzione della base di appoggio. Da ciò deriva che
l’uomo è l’essere vivente a maggiore instabilità che ha
dovuto trasformare, mediante il piede, la forza di gravità in un meccanismo vantaggioso sia per la stazione
eretta che per la locomozione.
Per capire come mai il piede dell’uomo debba essere
“necessariamente” prima un organo di senso e “successivamente” di moto, è indispensabile richiamare
alla mente nozioni di filogenesi (storia evolutiva dell’uomo) e ontogenesi (sviluppo embrionale).
La storia del piede comincia 350 milioni di anni fa
quando il nostro pianeta era per la maggior parte coperto di acque e gli esseri viventi vertebrati erano solo
pesci. In tale epoca le terre cominciarono ad emergere
e le acque a ritirarsi. I pesci dovettero quindi irrobustire le loro pinne, preparandosi ad uscire dall’acqua
per sopravvivere.
L’Eustenopteron è il rappresentante più classico di tali
pesci ed è considerato il progenitore della discendenza
tetrapodica. Infatti la struttura della sua pinna conteneva elementi scheletrici notevolmente simili a quelli
dei primi arti tetrapodi e cioè un bacino, femore, tibia,
fibula, piede e dita, ordinate nella stessa frequenza
che si ritrova in tutti i successivi vertebrati.
Circa 300 milioni di anni fa, dopo i pesci, compaiono
gli anfibi il cui esempio più tipico è l’Ittiostega. La
struttura dell’arto dimostra che la tibia e perone sono
paralleli, della stessa lunghezza e volume.
Seguendo il filo dell’evoluzione prendiamo in considerazione tra i primi rettili l’Ofiocodonte (250 milioni
di anni fa) dove si nota che la tibia ed il perone sono
a contatto rispettivamente con il calcagno ed astragalo
LA VOCE DELL’ORDINE DI PISTOIA
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che sono paralleli sullo stesso piano e con il seno del
tarso diretto sagittalmente.
Circa 200 milioni di anni fa comparve la rana, animale
particolarmente specializzato per il salto ed il nuoto,
ma non per la deambulazione. Lo scheletro degli arti
posteriori della rana dimostra che tibia e perone hanno lunghezza uguale e che l’astragalo ed il calcagno
sono paralleli, molto lunghi. L’apparato muscolare posteriore è formato da un grosso ventre carnoso, simile
al tricipite, che si prolunga direttamente fino alle dita.
Nei rettili di 100 milioni di anni fa compare la tuberosità calcaneare che si può osservare nelle specie ancora vivente dei coccodrilli.
Lo sviluppo della tuberosità calcaneare e la conseguente forza del tricipite, raggiunge il suo massimo
nei mammiferi, come si può osservare nel cane e nel
maiale. La grande specializzazione alla corsa del cavallo riduce il suo piede al solo terzo dito, la cui unghia è lo zoccolo, poiché la mancanza di rotazione
dell’arto ha reso superflue le altre dita.
La prevalenza dei rettili sui mammiferi costringe questi ultimi a salire sugli alberi ed il piede diventa prensile.
Circa 20 milioni di anni fa la scimmia (il Driopiteco),
da cui proviene l’uomo, per innalzamento della temperatura e scomparsa delle foreste arboree, è costretta
a scendere dagli alberi e vivere nella savana sottostante: ecco che inizia la stazione eretta bipede. Ma il piede arboricolo è rilasciato, atto a stringere i rami degli
alberi e non ha attitudini antigravitarie. Con gli adattamenti evolutivi però il piede si trasforma e diventa un
organo antigravitario, acquista cioè la possibilità di rilasciarsi ed irrigidirsi, ciò è da riferire a quel fenomeno
importantissimo che è la migrazione sotto-astragalica
Figura 1
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RICERCA E CULTURA
Figura 2
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mento di lavoro), il piede risponde con univocità di
movimento ad un alto contenuto di afferenze (piede
= mirabile strumento di sostegno).
Le differenze sensitive più importanti del piede nascono in corrispondenza delle strutture ligamentose e
paraligamentose specialmente nel seno del tarso. Ma
esistono anche recettori cutanei, sottocutanei, fasciali,
teno-muscolari, articolari e paraarticolari.
Il piede è anche un meraviglioso esempio di correlazione tra mondo fisico e mondo biologico. Solo attraverso la cibernetica (scienza della assimilazione, della
elaborazione e della utilizzazione delle informazioni)
è stato possibile comprendere l’evoluzione morfologica e funzionale di quel “particolare piede” che ha
consentito all’uomo la stazione eretta e la deambulazione.
Le afferenze, attraverso i recettori del piede in carico,
informano i centri midollari e corticali: ecco il piede
che è organo di senso. Le risposte motorie generano
delle forze sulla superficie di appoggio: il piede diventa organo di moto. È facile quindi comprendere
che il piede acquisisce dignità biomeccanica solo con
l’inizio del carico e della deambulazione, precedentemente le afferenze sensoriali e propriocettive avevano
importanza solo ai fini di conoscenza dell’ambiente
esterno.
A tutt’oggi il piede risulta un compromesso strutturale
tra formazione e ruolo prensile e formazione e ruolo
locomotorio.
Dal punto di vista ontogenetico, lo sviluppo individuale è una sintesi delle informazioni intrinseche (conte-
LA VOCE DELL’ORDINE DI PISTOIA
del calcagno che permetterà la supinazione del medio
piede e l’irrigidimento nella fase di slancio. Da queste
premesse è possibile con Viladot definire il piede:
- supporto essenziale per la posizione bipede dell’uomo;
- struttura tridimensionale a carico variabile (in cui
il carico è inteso come forza uguale e contraria al
peso, forza gravitazionale generata dalla massa
corporea a livello della superficie di contatto con il
suolo);
- base del meccanismo antigravitario;
- elemento fondamentale della marcia.
Dalla definizione appena data si arguisce come il piede
debba costantemente mandare informazioni a livello
della corteccia cerebrale e del midollo spinale da cui
partiranno delle efferenze necessarie a raggiungere la
massima stabilità.
Quest’ultima sarà diversificata a seconda che il soggetto si trovi in monopodo stazione, in bipede stazione, durante la deambulazione, la corsa, il salto, ma il
meccanismo neurofisiologico è comune a queste situazioni e consiste nella grande rappresentazione corticale delle fibre sensitive del piede. Per questo, nell’homunculus (un ricordo della fisiologia) la zona di
rappresentazione sensitiva del piede è maggiormente
estesa rispetto a quella della mano. Il contrario accade
per quanto riguarda la zona di rappresentazione motoria; enormemente più estesa quella della mano.
Possiamo quindi schematizzare affermando che la
mano risponde con molteplicità di movimenti ad un
minor contenuto di afferenze (mano = mirabile stru-
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RICERCA E CULTURA
LA VOCE DELL’ORDINE DI PISTOIA
6
nute nel genotipo) e di quelle estrinseche (dovute alla
stimolazione ambientale).
Tutto il processo evolutivo fin qui esposto si riassume
nella vita embrionale, secondo la nota legge di Haeckel, per cui l’ontogenesi è una breve ricapitolazione
della filogenesi. Le branchie dell’embrione umano ci
rammentano il pesce di 350 milioni di anni fa e la
coda quella della scimmia di 20 milioni di anni fa.
Le forze interne (patrimonio genetico) e le forze esterne (ambiente) hanno quindi una importante azione
modellante sulla morfologia osteoarticolare e sulla architettura del tessuto osseo.
L’inattività induce regresso di forma, dimensione e capacità. L’utilizzo determina perfezionamento, espansione ed efficienza. Le forme indotte nella vita embrionale e fetale rispecchiano una rigida dipendenza
genotipica, ma saranno gli stimoli della vita di relazione a “plasmare” il piede dell’adulto.
La locomozione costituisce un mezzo di indagine e
ricognizione sulle condizioni geometriche della realtà
esterna e, al di là del suo limitativo significato di attività antigravitaria, diventa occasione di esperienza
esplorativa sull’ambiente: il piede forma il terminale
sensorio di questi meccanismi conoscitivi.
Sicuramente un corretto programma di educazione
neuromotoria può offrire occasioni di istanza accrescitiva più feconde di qualsiasi modellamento cruento.
L’arto inferiore ed il piede in particolare costituiscono
un vero e proprio apparato sensoriale che non solo
percepisce ma misura la distanza e le direzioni.
Durante il cammino, un metro ed un goniometro naturali costruiscono grandi e dettagliati progetti geometrici che si integrano, in maniera mirabile, con le
strutture articolari sovrapodaliche.
Il piede si mantiene tanto più efficiente quanto più
rimane elastico specie in relazione alla mobilità delle
teste metatarsali che risentono moltissimo della loro
aderenza ai tessuti molli, della situazione delle articolazioni tarso-metatarsali e del retropiede. Qualsiasi
deformità in supinazione o pronazione della sottoastragalica, per esempio, può indurre un aumento di
pressione sull’avampiede con un corrispettivo effetto
sulle teste metatarsali. La loro dolorabilità, pertanto,
può essere la conseguenza di una compensazione
biomeccanica che sovverte la funzionalità dell’articolazione metatarso-falangea o di un difetto delle strutture adiacenti all’articolazione stessa.
L’articolazione principale del piede è sicuramente la
sotto-astragalica o astragalo-calcaneare sia nella fase
statica che dinamica: possiamo paragonarla ad un
giunto flessibile che unisce le due palette, anteriore e
posteriore, di un’ elica (Fig. 1). Se l’articolazione sotto-astragalica tende a pronare allora l’elica podalica si
svolge (l’astragalo ed il calcagno tendono ad aprirsi
come una forbice) dando origine al piede piatto; al
contrario, se l’articolazione supina, allora l’elica si avvolge (l’astragalo ed il calcagno tendono a chiudersi
come le branche di una forbice e diventano paralleli)
dando origine al piede cavo (Fig. 2).
BIBLIOGRAFIA
1) Lelievre J, Lelievre J.F.: “Manuale di patologia del
piede” Masson Italia Editori, Milano 1985.
2) Viladot A.: “Patologia e clinica dell’avampiede”
Verduci Editore, Roma 1991.
3) Regnauld B.: “Le pied” Springer-Verlag, Berlin,
Heidelberg, New York, Tokio, 1986.
4) Valenti V.: “Le ortesi del piede” Verduci Editore,
Roma 1977.
5) Chiappara P, Pagliara L.: “Metatarsalgie” Aulo Gaggi Editore, Bologna 1991.
6) Pisani G.: “Trattato di chirurgia del piede” Ed. Minerva Medica, II Ed., Torino 1993.
7) Mann R.A.: “Surgery of the foot” The C.V. Mosby
Company, fifth edition, 1986.
8) Viladot A., Troncoso J.: “Metatarsalgia” Oficial
Congreso S.E.C.O.T., Sevilla 1964
9) Jahss M.A.: “Disorders of foot and ankle” W.B.
Sanders Compangy, Philadelphia 1991.
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L’OPINIONE
La costruzione di una nuova
leadership della professione
Intersindacale Medica Ospedaliera
L
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che funzionano obbligatoriamente da elementi di garanzia verso la gran parte delle forme di autoreferenzialità. Fino a poco più di un decennio fa la leadership
del professionista scaturiva quasi come conseguenza
logica da questo impianto, comune anche ad altre
professioni, rappresentandone il terzo asse portante.
Competenza, responsabilità e leadership costituivano una sorta di trinomio che caratterizzava l’identità
professionale ulteriormente valorizzata dal peso attribuito nella società per consenso unanime alla salute
ed al benessere. Da poco più di un decennio questo
equilibrio ha cominciato ad incrinarsi per effetto di
molti fattori che oggi stanno mettendo in pericolo la
stessa identità professionale. Sicuramente in causa un
ritardo straordinario nel portare avanti una riflessione seria ed approfondita sulla necessità di ammoder-
LA VOCE DELL’ORDINE DI PISTOIA
a costruzione di una nuova leadership della professione è uno degli elementi di necessità sui quali
poggia la prospettiva di sviluppo della sanità pubblica. Questo è il punto di vista di chi sta da sempre
dentro il sistema vivendo da interprete un ruolo centrale che, come per il medico, ha subito, soprattutto
nell’ultimo decennio, profonde trasformazioni. Stretta
fra pesanti retaggi del passato che, in qualche modo,
hanno alimentato pregiudizi e l’angustia di un presente nel quale molto spesso questi stessi pregiudizi sono
utilizzati come alibi o come pretesto, la professione
ha bisogno di avviare una riflessione aperta su stessa. Serve coraggio, determinazione e tenacia per fare
questo. Mandare in soffitta definitivamente residui
e tentazioni corporativistiche o paternalistiche che a
volte rischiano di riemergere anche per semplici necessità difensive del ruolo stesso, non è semplice. Ma
revisionare per innovare, a questo punto, sembra imprescindibile perché il rischio che sulla base di pregiudizi e pretesti continui l’esproprio di pezzi connotanti
della professione, è troppo grande. Il non-luogo un po’
appartato nel quale viene portato avanti l’esproprio
è costituito prevalentemente dai processi decisionali sulla programmazione e sulla organizzazione, che
tanta parte hanno nel determinare l’assetto di sistemi
complessi come la sanità di oggi. Nella realtà toscana
sarebbe anche più opportuno parlare di non-luoghi
usando il plurale, in considerazione dei molteplici livelli nei quali soprattutto la programmazione compie
o dovrebbe compiere il suo iter. In più, tutto questo
processo innovativo, oltre che essere utile a rilanciare
il ruolo potrebbe rispondere perfettamente alle spinte
che il rapporto con il cittadino oggi tende ad imporre e
che opportunamente andrebbero utilizzate come elemento di stimolo favorevole.
L’esercizio delle azioni diagnostiche, preventive e terapeutiche poggia da sempre su due elementi strettamente connessi: la competenza e la responsabilità. La
prima viene acquisita attraverso un percorso formativo certificato nei corsi di laurea, di specializzazione e
di aggiornamento che si arricchisce e si consolida nel
tempo con la pratica professionale. La seconda ha un
solidissimo fondamento etico che ancora oggi si identifica in senso non solo emblematico nel giuramento
di Ippocrate, nel codice deontologico ed una ricca e
varia rete di norme codificate, a partire dai dettati costituzionali. Ovviamente, per quanto paradigmatici,
questi due elementi sono continuamente alimentati
da dinamiche interne ed esterne. Infatti, sia la competenza che la responsabilità stanno dentro un processo
continuo che è determinato da una pluralità di soggetti
7
L’OPINIONE
LA VOCE DELL’ORDINE DI PISTOIA
8
nare il ruolo del medico adeguandolo ad un contesto
che conosceva profonde trasformazioni economiche,
tecnologiche, politiche, culturali e sociali. In causa
anche il processo inflattivo subito dalla medicina al
quale hanno concorso da una parte fattori propri del
mercato del lavoro come la produzione di un numero
enorme di professionisti (l’Italia è stato il primo paese
al mondo a scendere al di sotto di 1/200 nel rapporto
medico/cittadini) dall’altra l’illusoria convinzione che
il tumultuoso progresso tecnologico e scientifico rendesse ogni attività più semplice laddove tutto andava
complicandosi sia per la necessità di investire risorse
crescenti che di schierare competenze molto più complesse. Ancora: una certa forma di banalizzazione in
particolare dell’atto di diagnosi e cura associato ad un
profondo mutamento del sentire sociale che ha reso
la vita un bene in larga misura esigibile a prescindere dalla malattia e dalla morte. Determinante, infine,
il peso dell’emergere di una cultura e di una pratica
professionale della managerialità delle organizzazioni
sanitarie centrata su posizioni di comando assegnate
nell’ambito di veri e propri sistemi monocratici governati esclusivamente dalla politica o meglio dai partiti. Da queste dovrebbero dedursi, in qualche modo,
competenza e responsabilità che spesso finiscono per
essere esercitate esclusivamente come attività di controllo. Insomma, un percorso ribaltato rispetto a quello proprio della professione medica tracciato prima
ed evidentemente molto più precario in assoluto oltre
che in termini di referenzialità. Per il management il
trinomio caratterizzante deve, quindi, essere declinato secondo un altro ordine di priorità: leadership, responsabilità, competenza.
Il risultato è una frattura profondissima fra mondo
professionale e gestionale che non comunicano perché parlano linguaggi diversi che scaturiscono da culture troppo distanti e giustapposte se non addirittura
sovrapposte nel senso del gestionale che incombe sul
professionale condizionandolo anche tramite le scelte
relative all’allocazione delle risorse. Proprio come nel
mondo della produzione e dell’impresa.
In questo scenario, poiché competenza e responsabilità
del professionista medico restano indifferibili, il punto di maggiore compressione e debolezza è diventato
ovviamente la leadership professionale. Ed è proprio
da qui che occorre ripartire per affermare il concetto
che quest’ultima è elemento di consolidamento della
competenza e della responsabilità. Non esistono piena competenza e responsabilità senza leadership. Lo
si può fare correttamente ponendo al centro la relazione con il cittadino nella costruzione continua di una
reale consapevolezza e partecipazione alle scelte che
lo riguardano sia sul piano individuale che sul piano
collettivo. Per evitare che questo assomigli troppo ad
uno slogan vuoto ed un po’ usurato occorre pescare
generosamente negli aspetti più ricchi della cultura e
della tradizione del servizio rilanciandoli coniugandoli con gli aspetti più moderni delle tecnicità che stanno dentro la professione ed aprendo un confronto con
la comunità. Questo percorso, il cui obiettivo più alto
è l’affermazione totale del diritto di salute e di benessere, è appannaggio prioritariamente dei medici e
degli altri professionisti della sanità in quanto soggetti soprattutto sociali che vivono quotidianamente la
dimensione del bisogno del cittadino. Per essere sviluppato deve dotarsi di un’agenda nella quale si devono trascrivere alcune parole chiave che costituiscono
altrettanti oggetti di riflessione e confronto allargato:
il ruolo dell’università, le carriere, il circuito virtuoso
reale del miglioramento continuo dell’assistenza piuttosto che dei bilanci, l’aziendalizzazione, l’uso delle
risorse. In un’altra agenda va scritto il programma del
confronto con la politica che necessitando di uguale se
non maggiore innovazione conosce oggi criticità ben
più profonde e drammatiche di quelle che rischiano
di destabilizzare la professione medica. Se le immondizie di Napoli, oltre che un dramma vero, possono
essere una buona metafora del mondo della politica,
“Il deserto dei tartari” di Buzzati con l’infinita attesa
dell’evento cruciale che arriva fuori tempo massimo
sono l’immagine calzante al mondo della professione
medica il cui profondo malessere si finge di non vedere. Ma questo è proprio un altro punto.
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LIVELLO MINIMO
SCHEDA DI LIVELLO MINIMO N°3
Pierluigi Benedetti
DISCO INTERVERTEBRALE
Il disco intervertebrale è una fibrocartilagine, che
connette due corpi vertebrali fra di loro (articolazione intersomatica).
I dischi intevertebrali (i.v.) assicurano una stretta connessione fra le vertebre, in modo tale, che la colonna
vertebrale risulta essere il robusto asse strutturale del
corpo ed un valido sostegno per l’allineamento delle
strutture neurologiche, contenute nel canale vertebrale.
Il movimento fra due vertebre contigue, permesso
dal disco, è di poca entità, ma, dato il numero dei
dischi (che sono più di 20), la risultante della loro
somma permette gli ampi movimenti tipici del rachide, in tutti i piani dello spazio.
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Innervazione del disco interverebrale
Nel nucleo polposo non esistono terminazioni nervose, mentre all’anulus arrivano le fibre del nervo
senovertebrale (n. di Luschka), la cui stimolazione
abnorme, determinata, per esempio, da una lesione dell’anulus, è la base patogenetica della comune
lombalgia.
Concetto del SEGMENTO di MOVIMENTO VERTEBRALE
Si definisce come segmento (o unità) di movimento
vertebrale, l’insieme funzionale formato (1) dal disco, (2) le due “metà” di vertebra, a cui è connesso
e (3) muscoli, che si inseriscono sulle suddette porzioni ossee.
Il disco i.v. è il fulcro dell’unità di movimento vertebrale.
La conoscenza della filogenesi e l’embriogenesi di
queste strutture è la chiave per comprendere questa
relazione anatomico-funzionale.
LA VOCE DELL’ORDINE DI PISTOIA
Struttura del disco
Pur variando, entro certi limiti, la morfologia dei dischi i.v. nelle varie sezioni del rachide, la loro struttura fondamentale rimane la stessa.
Sono assimilabili, nella forma, a cilindri molto
schiacciati, in cui possiamo distinguere (1) una parte esterna (anulus fibrosus), (2) una interna (nucleo
polposo) e (3) due parti limitanti superiore ed inferiore, che corrispondono alle superfici superiore
ed inferiore dei due corpi vertebrali, a cui il disco è
connesso.
1) L’anulus fibrosus, è costituito da tessuto fibroso,
organizzato in lamelle, orientate nei diversi piani
dello spazio, in maniera tale da poter resistere a
forze di torsione, di taglio, di compressione, di
stiramento, agenti anche simultaneamente e variamente combinate fra di loro.
2) Il nucleo polposo è assimilabile ad una di massa
gelatinosa, che, di solito, occupa una posizione
posteriore rispetto al centro geometrico del disco. Si tratta di un tessuto connettivo (ultimo residuo del tessuto embrionale notocordale –vedi
dopo), caratterizzato da una matrice gelatinosa,
contenente scarse e sottili fibre collagene, senza
un preciso orientamento, lassamente connesse le
une con le altre; e da cellule, alcune delle quali
sono assimilabili ai reticolociti, altre sono vere
cellule cartilaginee.
Non esiste confine definibile fra la struttura del
nucleo e quella dell’anulus, trapassando progressivamente il tessuto dell’uno in quello dell’altro.
3) Le superfici articolari dei corpi vertebrali, relativi
al disco, sono ricoperte da uno stato di cartilagine
ialina, che ha caratteristiche particolari. Infatti,
oltre a presentare numerosi forellini, che le con-
feriscono un aspetto cribriforme, questa cartilagine non poggia su di una lamina di tessuto osseo
compatto come tutte le cartilagini articolari), ma
è in diretto contatto con l’osso spugnoso del corpo vertebrale; e le fibre collagene dell’anulus e
del nucleo si continuano con le fibre delle lamelle
ossee del corpo della vertebra.
Questo arrangiamento strutturale rende ragione della
facilità, con la quale il disco può perdere o guadagnare liquido, quando esso è sottoposto a variazioni di
pressione.
La struttura del disco i.v. cambia nelle varie età
della vita.
Nell’infanzia e nella prima adolescenza, il nucleo
polposo costituisce circa la metà del disco ed è molto
ricco d’acqua, ma già prima ancora del raggiungimento dell’età adulta, iniziano i cambiamenti involutivi del disco. Infatti, per la riduzione progressiva
del sangue, che dai vasi dell’anulus, arriva al disco,
il nucleo polposo va incontro ad un rimpicciolimento
per diminuzione della parte proteica del tessuto mucoso, fino a ridursi ad una lamina di tessuto fibrocartilagineo nelle persone più anziane.
9
LIVELLO MINIMO
Note di FILOGENESI della colonna vertebrale
Nei Cordati, di cui i Vertebrati sono un sottogruppo,
esiste, almeno per un periodo della vita embrionale,
la corda dorsale (o notocorda), che costituisce lo
scheletro assile dell’organismo.
È una struttura cilindrica, in cui si può distinguere
una robusta guaina fibrosa esterna, che contiene al
suo interno, sotto pressione una sostanza gelatinosa,
costituita da tessuto connettivo mucoso, simile quello del cordone ombelicale.
Le fibre della guaina cordale sono disposte in fasci “paralleli”, a spirale, in maniera tale che esse si incrociano
secondo un angolo di 45°, il che assicura la possibilità
di movimento di flessione e torsione, mentre la resistenza della struttura si mantiene costante.
Nei Vertebrati, durante i primi stadi della vita embrionale, intorno alla corda, si differenziano cellule
con potenziale osteogenetico, che si spingono anche
nella struttura della corda stessa, (in maniera discontinua), con il risultato che nei Vertebrati più evoluti,
la corda originaria è sostituita da una serie di ossa
(corpi vertebrali), separate fra di loro da una serie di
dischi di tessuto cordale residuo.
Il disco i.v., mantiene ancora la caratteristica struttura cordale con una massa di sostanza gelatinosa
centrale (nucleo polposo) ed una parte fibrosa esterna (anulus fibroso), ma con una prevalenza netta,
rispetto alla corda, della parte fibrosa, che si spinge
molto all’interno del nucleo
Le fibre dell’anulus sono disposte in vari modi, e fra
di esse rimangono i fasci incrociati a 45°, tipici della
notocorda ancestrale.
La parte ossea della vertebra si forma con un processo evolutivo molto complesso, durato centinaia
di milioni di anni, che ha portato alla formazione di
vertebre diverse, nella loro struttura, a seconda delle
necessità funzionali delle varie specie dei Vertebrati.
Caratteristica comune di tutti i Vertebrati è che il corpo vertebrale si differenzia intorno e dentro la struttura stessa della corda, sostituendola eccetto che nelle porzioni corrispondenti ai dischi.
LA VOCE DELL’ORDINE DI PISTOIA
10
Somiti: segmenti, in cui si divide la parte
dorsale del mesoderma embrionale, a destra ed
a sinistra della corda dorsale (notocorda). Da
essi deriva il tessuto del derma della cute del
dorso (dermatomero), dei muscoli (miotomo), e
dello scheletro (sclerotomo).
Nell’embriogenesi dei Vertebrati (naturalmente anche in quella umana) si ripercorrono molte di queste
fasi. E ad una di esse facciamo un accenno per poter
comprendere un aspetto importante della fisiologia
(e della patologia) del disco: il processo di ri–segmentazione vertebrale.
RISEGMENTAZIONE VERTEBRALE
Nell’embrione dei Cordati, ai primi stadi di sviluppo,
si verifica il fenomeno della SEGMENTAZIONE, che
consiste nella formazione, ai lati della corda, di due
colonne di cellule di derivazione mesodermica, che
si suddividono, poi, in segmenti, chiamati somiti, da
ciascuno dei quali originano strutture cutanee (derma), muscolari e scheletriche, strettamente correlate
fra di loro.
Questo accade, nell’embrione umano, alla fine della
3° settimana.
Il tessuto osseo del corpo di ogni vertebra NON origina da un solo somite, ma da due somiti contigui,
per un processo di “ri-raggruppamento” delle loro
cellule osteogenetiche (risegmentazione vertebrale
dell’embrione).
Quindi i muscoli, originatesi da un solo somite, sono
sfalsati rispetto alle vertebre e questo spiega perché
questi muscoli, essendo correlati a parti ossee, derivanti dallo stesso somite, ma appartenenti a due vertebre contigue, permettono il movimento fra di esse.
Il processo di risegmentazione vertebrale fu delineato, nei suoi punti fondamentali, molti anni fa.
L’Anatomia Comparata dimostra che la
notocorda è struttura assiale di base dei
Vertebrati, che, nelle forme più primitive,
assicura, come tale, sufficiente sostegno
(per es.: lampreda); nelle forme più evolute,
induce, nel periodo embrionale, la formazione
delle vertebre, rimanendo di essa solo i dischi
i.v. (il nucleo polposo deriva dalla sua parte più
interna, l’anulus fibroso dalla sua guaina fibrosa
esterna).
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LIVELLO MINIMO
Fu poi messo poi in discussione da vari Autori, ed
oggi ha avuto la conferma sperimentale dalla genetica degli organismi chimera (organismi formati da
parti di più animali, come il mitico mostro).
Furono creati in laboratorio embrioni chimera, i
cui i somiti derivavano, alternativamente, da un
embrione di pollo e da un embrione di quaglia.
Le vertebre, che si sviluppavano in questi
embrioni, erano per una “metà” di pollo e per una
“metà” di quaglia.
Questa era la conferma sperimentale della teoria
della RISEGMENTAZIONE VERTEBRALE.
Meccanismo patogenetico frequente delle comuni
LOMBALGIE.
Una lesione delle fibre dell’anulus stimola le terminazioni nervose del nervo seno vertebrale. Queste
attivano,direttamente ed indirettamente, i motoneuroni, che innervano i muscoli del segmento unitario di movimento, cioè, che si inseriscono sulle due
vertebre contigue, fra le quali è contenuto il disco
lesionato. La contrazione di questi muscoli aumenta
la pressione sul disco, già leso e questo fa aumentare
la scarica dei motoneuroni suddetti, che, per questa
stimolazione abnorme e continua, determinano la
contrattura dei muscoli.
Tutte le strutture interessate in questo fenomeno
derivano dallo stesso somite.
CIRCOLO VIZIOSO:
Lesione del disco > stimolo doloroso veicolato dalle fibre del n. seno vertebrale > attivazione dei motoneuroni
del corrispondente segmento unitario di movimento > contrazione di questi muscoli > aumento della pressione
sul disco > aumento dolore > contrattura dei muscoli > aumento della pressione sul disco > aumento della
scarica afferente > aumento del DOLORE...
I POSSESSORI DI CARTE WIND CHE HANNO RICEVUTO IL BOLLETTINO DI PAGAMENTO, E
ANCORA NON HANNO PROVVEDUTO, SONO INVITATI AD EFFETTUARLO QUANTO PRIMA.
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LA VOCE DELL’ORDINE DI PISTOIA
SI RICORDA A TUTTI GLI ISCRITTI CHE ANCORA NON AVESSERO PROVVEDUTO
ALPAGAMENTO DELLA QUOTA ANNUALE D’ISCRIZIONE ALL’ORDINE,
SCADUTA LO SCORSO 29FEBBRAIO, DI PROVVEDERE QUANTO PRIMA.
11
L’OPINIONE DEL PRESIDENTE DELL’ORDINE DEI MEDICI
Il medico e l’ambiente
Egisto Bagnoni
R
ecentemente il mondo medico, sensibile alle nuove esigenze di salvaguardia dell’ambiente focalizza l’interesse culturale sulle ripercussioni che le tematiche ambientali possono avere sulla salute pubblica.
Da sempre rispettoso del mandato costituzionale, il
medico ha profuso le sue energie per le cure nei riguardi dei pazienti nella sacralità del rapporto individuale entro le mura dell’ambulatorio e del domicilio
dei cittadini. L’anno 2006 è stato il momento della
svolta: infatti il Consiglio nazionale della FNOMCEO,
durante l’aggiornamento del Codice Deontologico, ha
modificato l’art.5 introducendo l’obbligo etico della
valutazione dei rischi derivanti da una cattiva gestione dell’ambiente. È doveroso ribadire che, oltre alle
motivazioni deontologiche, vi sono precise norme di
legge che affidano al SSN la salubrità dell’ambiente e
dei luoghi di lavoro e la sorveglianza epidemiologica
(vedi la legge 833/78 ed il decreto legge 502/92). Credo sia dovere di tutti noi medici di adoperarci per su-
perare il divario esistente fra progresso scientifico ed
etica e combattere la prevaricazione attuale dell’interesse economico che gestisce il progresso scientifico.
Tre sono i principi fondamentali ai quali dobbiamo
ispirarci e che sono l’individuazione dello sviluppo
sostenibile, la valutazione dei rischi ed il principio
di precauzione. Da queste considerazioni scaturisce
anche il comportamento che gli Ordini provinciali debbono avere e cioè: produrre cultura rispetto ai
problemi inerenti la tutela ambientale organizzando
corsi di formazione per i medici, avvalendosi anche
degli iscritti esperti nel settore, raccogliere i dati che
riguardano il monitoraggio ambientale e di questi fare
informazione ai cittadini in modo capillare attraverso
i medici di famiglia. Molto importante mi sembra sia
l’individuazione dei pericoli reali, superando le esasperazioni dei rischi percepiti e mantenere aperto il
dialogo ed il confronto con le autorità sanitarie e con
le istituzioni.
LA VOCE DELL’ORDINE DI PISTOIA
12
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SPIGOLATURE
MEDNEWS
dalla letteratura internazionale
MEDNEWS
dalla letteratura internazionale
a cura di Gianna Mannori
NOTIZIE
FLASH
MEDICINA E AMBIENTE
IL CLIMA CHE CAMBIA
Estati calde e secche, inverni miti, alluvioni eccezionali... questo lo scenario cui ci stiamo progressivamente abituando. Uno scenario dovuto, dicono gli scienziati, al riscaldamento globale
del nostro pianeta; e che apre prospettive inquietanti sul futuro.
Sempre più emerge la consapevolezza che il cambiamento climatico potrebbe avere ripercussioni mediche importanti, ripercussioni per le quali la comunità scientifica deve sviluppare competenze nuove ed essere pronta a definire programmi di contenimento efficaci. Questo è il tema
cui dedichiamo queste pagine.
Riportiamo un’intervista rilasciata al New England Journal of Medicine dal dott. Epstein, direttore
presso l’università di Harvard di un importante centro per la gestione della sanità e delle risorse
ambientali.
“Quali sono gli aspetti del cambiamento
climatico che hanno maggiori ripercussioni sulla salute dell’uomo?
Fra i fattori di maggior impatto si devono menzionare le ondate di calore, gli effetti provocati
da tempeste ed alluvioni, la malattia asmatica e le forme infettive. Nel corso degli ultimi
cento anni abbiamo assistito ad un aumento
di frequenza e di estensione geografica delle
ondate di calore; ma sono anche aumentati gli
uragani e le alluvioni.
Quali sarebbero gli elementi di maggior
criticità agli effetti di un’aumentata insorgenza di malattie infettive?
Via via che gli inverni si fanno sempre meno
rigidi, si creano condizioni sempre più favorevoli al diffondersi di quelle malattie infettive
che si trasmettono attraverso vettori. Le più
importanti sono senza dubbio le forme veicolate dalle zanzare: prima fra tutte la malaria,
ma anche la dengue, la febbre gialla, l’encefalite giapponese e quella del Nilo occidentale. Gli effetti maggiori sono tangibili nelle aree
montuose ad alta quota, dove l’aumento della
temperatura sta determinando il progressivo
arretramento dei ghiacciai e l’innalzamento
della linea di vegetazione. In queste zone si
II clima e le ostriche
È ormai accertato che la temperatura degli oceani si sta
lentamente innalzando e questo fatto, oltre ad avere enormi
ripercussioni di natura ambientale, può anche condizionare la
qualità del pesce che giunge sui
banchi dei nostri mercati. È stato questo il caso di una partita
di ostriche che, allevate nelle
acque non più così fredde dell’
Alaska, sono giunte degradate a
bordo di una nave da crociera,
dove hanno prodotto un’epidemia di gastroenterite acuta. La
tossinfezione si sarebbe sviluppata per contaminazione delle
ostriche da parte di Vibrio parahaemolyticus, un batterio la
cui crescita viene abitualmente
inibita dalle basse temperature
che sono caratteristiche delle
acque artiche. In questo caso, il
progressivo riscaldamento dell’oceano avrebbe determinato lo
sviluppo del vibrione nelle ostriche e, dunque, il prodursi della
malattia.
N. Engl. J. Med. 2005, 353:
1463.
Ridurre l’impatto del riscaldamento globale
L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha preso posizione
in modo ufficiale sul tema del
cambiamento climatico ed in
particolare sui suoi effetti sulla
salute a livello globale. Secondo
l’OMS, saranno le aree del mondo in via di sviluppo quelle più
vulnerabili agli effetti del clima
che cambia, perché meno capaci di adattarsi ai mutamenti
del loro ambiente da cui dipendono in modo integrale per
la sussistenza. In particolare,
le zone subtropicali potrebbero
confrontarsi con il rischio di una
progressiva
desertificazione,
con effetti molto gravi sulla loro
economia. Oltre a sviluppare
LA VOCE DELL’ORDINE DI PISTOIA
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trovano a fare la loro prima comparsa le zanzare, che vengono a colonizzare aree prima da
loro disabitate; e che possono così introdurre
malattie insolite per quel determinato ambiente geografico. Recentemente si sono registrati casi di malaria a Nairobi, città situata
a mille seicento metri di altitudine, ed in altre
aree ad alta quota in Asia, in Africa ed in Sud
America.
Ma di importanza ancor maggiore per la diffusione della malaria sono gli eventi climatici
estremi che fanno da corollario al riscaldamento globale. Nel 2000, un’alluvione e tre
cicloni hanno inondato il Mozambico per sei
settimane: come conseguenza, l’incidenza di
malaria in questo paese è aumentata di cinque volte. Qualche anno dopo, l’impatto dell’uragano Kathrina ha determinato il diffondersi di una lunga serie di malattie trasmesse
attraverso l’acqua. È indubbio che gli episodi
di clima estremo possono condurre ad un vero
rifiorire di malattie infettive.
E l’asma?
Nelle aree urbane il riscaldamento terrestre si
associa alla formazione nell’aria di vere e proprie cappe di anidride carbonica. Sappiamo
che certe graminacee cresciute in presenza
NOTIZIE FLASH
13
dalla letteratura internazionale
NOTIZIE FLASH
sofisticati modelli di previsione
climatica a livello globale, tanto
costosi e dotati, purtroppo, di
modesta capacità predittiva, è
essenziale che la comunità medica internazionale offra il suo
contributo per identificare gli
specifici elementi di vulnerabilità che sono propri di quelle aree
geografiche che presentano un
più elevato rischio climatico.
Sarà così possibile programmare procedure di intervento che
risultino veramente mirate ed
efficaci.
di alti livelli di questo gas arrivano a produrre
anche il 60% di polline in più. Inoltre, l’innalzamento delle temperature sta modificando la
durata delle stagioni, allungando anche di varie settimane il periodo di fioritura delle piante; si realizza così un aumento di diffusione
nell’ambiente di sostanze allergizzanti.
Cosa ci può dire dell’encefalite del Nilo occidentale, forma infettiva altresì rara che
nel 2002 ebbe un’inaspettata diffusione in
gran parte degli Stati Uniti?
Non è stato il cambiamento climatico ad introdurre la malattia, ma certamente questa
si diffuse in concomitanza con un’estate di
siccità straordinaria. Giunto in modo occasionale a New York, il virus dell’encefalite
del Nilo occidentale ebbe modo di diffondersi
attraverso un particolare tipo di zanzara che
vive in simbiosi con gli uccelli. La particolare
MEDNEWS
siccità di quell’anno produsse un’eccezionale
proliferazione di zanzare nei residui di acqua
ferma che ristagnava nelle tubature di scarico
ormai semi vuote. Si creò così un circolo vizioso di infezione incrociata fra zanzare ed uccelli, che amplificò enormemente la diffusione
della malattia. Abitualmente rappresentata
da poche centinaia di casi l’anno, nel corso
di una sola estate quest’encefalite si è diffusa
in quasi tutti gli Stati Uniti ed in dieci province
del Canada.
La mia conclusione è che eventi climatici
estremi, quali la siccità od alluvioni gravi, possano destabilizzare quegli equilibri biologici
che in condizioni normali limitano la diffusione
di vettori che veicolano gli agenti infettivi. Si
può assistere così ad aumenti non controllabili
di malattie ad alta contagiosità per l’uomo.”
Epstein P. N. Engl. J Med. 353 (14), 2005.
Bulletin of the World Health Organization 2007, 85: 826.
LA VOCE DELL’ORDINE DI PISTOIA
14
I vaccini contro la malaria:
una scommessa
La malaria è ancora responsabile di oltre un milione di morti
all’anno in tutto il mondo e gli individui più colpiti sono, purtroppo, i bambini nella prima infanzia. Nonostante una lunga storia
di tentativi, non è stato ancora
realizzato un vaccino contro una
malattia così grave e devastante.
La complessità, infatti, del ciclo
biologico del plasmodio, insieme
alla sua formidabile capacità di
sfuggire alla difese dell’ospite,
rendono molto complessa la
formulazione di un vaccino efficace. Tuttavia, grazie agli sforzi
combinati delle industrie farmaceutiche e degli organismi di tutela mondiale della salute, si intravede forse una via di uscita. È
in studio infatti una nuova forma
vaccinica ricombinante che promette risultati molto favorevoli:
oltre duemila bambini dell’Africa
sub sahariana sono stati inclusi
in una estesa sperimentazione
clinica, articolata su varie aree
geografiche del continente. Gli
studiosi promettono di ottenere
i risultati definitivi entro tre anni.
La scommessa continua.
Am. J. Trop. Med. Hyg. 2007,
77: 289.
È difficile prevedere se i prossimi anni ci riserveranno davvero un reale aumento di eventi climatici estremi. Tuttavia, la temperatura media della Terra sta aumentando sempre di più, è dato
ormai certo; e questo semplice fatto può essere di per sé sufficiente a scompensare quei delicati
equilibri biologici che nell’uomo segnano il limite fra stato di salute e stato di malattia. Forme
morbose nuove, dunque, sia per agente patogeno che per modalità di diffusione, potrebbero
manifestarsi come conseguenza diretta dell’aumento delle temperature globali. E, forse, questa
è già realtà: i primi dati stanno arrivando.
Il cambiamento climatico e le popolazioni artiche
Le comunità che vivono nelle regioni subpolari
sono estremamente vulnerabili agli effetti prodotti dal riscaldamento globale. Questi popoli
infatti presentano un’economia ed un’organizzazione sociale che dipendono in modo molto
stretto dalle particolari condizioni di luce e di
temperatura dell’ambiente artico. La componente indigena, in particolare, si fonda ancora
su un’economia di sussistenza che attinge
alle risorse naturali come unico elemento di
supporto, risultando, così, totalmente dipendente dall’integrità fisica del proprio habitat.
In occasione del quarto Anno Polare, scienziati
di tutto il mondo sono convenuti nell’Artico
per valutare se il riscaldamento globale possa
avere effetti dannosi sulle condizioni di vita e
di salute delle popolazioni che vivono in questo particolarissimo ambiente. I primi dati di
ordine epidemiologico indicano che lo scioglimento del permafrost, insieme alle alluvioni
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MEDNEWS
dalla letteratura internazionale
e alle tempeste di aumentata intensità stanno progressivamente disgregando le infrastrutture per la distribuzione dell’acqua e per la gestione dei rifiuti all’interno di molte piccole
comunità artiche; una condizione che prelude alla diffusione
di malattie trasmesse attraverso la catena alimentare e per
mezzo delle acque.
L’aumento delle temperature, inoltre, ha sensibilmente modificato il ciclo vitale di certi macroparassiti la cui maturazione
si svolge in gran parte sul suolo. È il caso di certi elminti,
patogeni per i caribù ed altri ungulati che costituiscono a
tutt’oggi un tradizionale alimento per le popolazioni artiche,
nonché, per loro, una risorsa economica fondamentale. “L’incremento di questi parassiti, provocato dal cambiamento
della temperatura del suolo, comporta un aumento delle infezioni negli ungulati, loro ospiti naturali; e, dunque, potrebbe
creare un grave danno economico a quelle popolazioni che si
fondano sul loro ambiente naturale per la sussistenza” affermano il dott. Elkin e collaboratori. “Non sappiamo quale sarà
l’impatto futuro del cambiamento climatico sulle interazioni fra ospite e parassita” concludono i ricercatori canadesi.
“Tuttavia, le conoscenze attualmente a nostra disposizione
impongono un atteggiamento di monitoraggio stretto sulla
diffusione di queste infezioni”.
Parkinson A. 2008. Emerg. Infect. Dis., 14: 1 -3.
Hoberg E. e coll. 2008. Emerg. Infect. Dis., 14: 10 – 17.
La temperatura terrestre sta certamente aumentando per un insieme di fattori, sia naturali che legati alle attività umane.
Appare tuttavia incontrovertibile che un elemento determinante per l’innalzamento della temperatura globale sia l’emissione
nell’atmosfera di gas prodotti dalla combustione fossile, grazie al cosiddetto “effetto serra” .
L’umanità, dunque, ha interferito a fondo con il proprio ambiente, fino a modificarne i parametri fondamentali; è certo, ormai,
che è necessario programmare interventi volti ad arrestare, là dove ancora possibile, questo processo. Nonostante la disponibilità di sofisticati modelli predittivi, non è possibile fare previsioni su quale futuro ci attenda. Ma, per quanto pessimistiche
possano essere le previsioni, i giorni futuri potrebbero essere anche peggiori di quanto ci aspettiamo.
Riportiamo a conclusione una nota decisamente utopistica, volutamente ingenua ma, se non altro, portatrice di qualche speranza.
Il clima che cambia - 2057
da cui sto scrivendo ha un’aspettativa di vita ed una mortalità
infantile uguali a quelle del mondo occidentale, un piano di
contenimento delle nascite equilibrato ed un Presidente della
Repubblica donna che sovrintende un Parlamento composto
da uomini e donne in proporzioni esattamente uguali”.
Così conclude il nostro reporter, vero Giordano Bruno della
globalità.
Stott R. 2007. Brit. Med. J. 335: 1318 – 1319.
Si ringrazia la dott.ssa Marta Benedetti dell’Ospedale di Sondrio
per le indicazioni bibliografiche ed il prezioso contributo critico.
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LA VOCE DELL’ORDINE DI PISTOIA
In questo provocatorio articolo pubblicato su British Medical
Journal, si immagina che un corrispondente dall’Africa scriva
nel 2057 un resoconto sulle più importanti acquisizioni scientifiche conseguite dall’umanità negli ultimi cinquanta anni.
Al primo posto in ordine di importanza compare l’intervento
che è riuscito con pieno successo ad arrestare il fenomeno
del riscaldamento globale. Questo intervento si è articolato su due linee fondamentali: la prima ha visto un radicale
contenimento dell’emissione di gas serra, fissando un livello
massimo di anidride carbonica che al pianeta è stato concesso emettere ogni anno. La seconda linea di intervento ha
fatto sì che la riduzione della combustione fossile non abbia
penalizzato le aree del mondo a ridotto sviluppo economico;
aree che proprio sui combustibili fossili fondano la propria
opportunità di uscire da una condizione di arretratezza economica. Un meccanismo di “obbligazioni” ha infatti imposto
ai grandi produttori di anidride carbonica di compensare in
denaro gli stati che producono meno gas serra; i paesi più
arretrati, così, hanno ricavato un vantaggio economico che
ha consentito loro di uscire dallo stato di povertà. “Intervenendo sul clima a livello globale, non solo abbiamo risolto
il problema del riscaldamento terrestre ma abbiamo anche
dissolto le enormi disparità economiche che cinquant’anni fa
opprimevano il nostro pianeta. A tutt’oggi, la città dell’Africa
15
RICORDO DI DUE COLLEGHI SCOMPARSI
CESARE SANTORO
Il giorno 23 dicembre 2007 è mancato improvvisamente il dott. Cesare Santoro, figura di primissimo
piano nella storia del nostro Ordine, vice del presidente Francesco Pirolo dal 1955 al 1975 e presidente successivamente fino alla fine del 1993.
Se ne è andato in punta di piedi come sempre era
vissuto, secondo il suo stile di uomo riservato, discreto. Tutti i colleghi, che hanno avuto la fortuna di lavorare, insieme con Lui nell’Ospedale del
Ceppo, lo ricordano come chirurgo di grande valore per le competenze e per la straordinaria manualità, ma sopratutto ricordano la sua umanità,
moralità, dedizione e disponibilità verso pazienti
e colleghi.
È stato un esempio per tutti noi, come professionista e come uomo, e credo che la più bella immagine di Cesare Santoro l’abbia data il suo amico
parroco, che ha officiato la funzione funebre, che
così si è espresso “oggi è morto un uomo giusto”.
(E. B.)
GIANCARLO NICCOLAI
LA VOCE DELL’ORDINE DI PISTOIA
16
Il dott. Giancarlo Niccolai, è mancato il 24 dicembre 2007, in modo sommesso e improvviso lasciandoci un grande vuoto.
Medico Anestesista dell’ospedale di Pistoia per
moltissimi anni, aiuto per oltre 30 anni.
Quando l’ho conosciuto, moltissimi anni fa, era,
non un anestesista dell’ospedale ma “l’anestesista”.
Più volte consigliere dell’Ordine e Segretario fino
al 31/12/1993.
Uomo di grande e profonda cultura, non solo medica, appassionato e sapiente conoscitore di storia
della medicina, alla quale ha dedicato moltissime
pubblicazioni.
Curioso di tutto ciò che è cultura e sapere, ma essenzialmente medico, cultore della medicina intera, la cui profonda conoscenza, unita a quella altrettanto profonda, della natura umana, diveniva
saggezza.
Era uno di noi, maestro dei più giovani, amico di
tutti, medico, uomo con cui abbiamo condiviso
lunghi anni di lavoro, infinite esperienze, momenti esaltanti e molto tristi, insomma una gran parte
di vita.
Caro Giancarlo ci mancherai, ci mancherà il tuo
humour velato di malinconia, nascosta dalla tua
ironia sottile, che a noi giovani, arsi di sacro zelo,
talvolta sembrava dissacrante, e che poi la vita, e
Tu lo sapevi, ci ha insegnato essere una profonda
analisi della realtà, forse sofferta, ma certamente
molto umana.
Ci mancherai e accadrà ogni volta che penseremo
ai nostri lunghi anni vissuti in ospedale, spesso
difficili, ma certamente molto veri e molto felici.
(I. N.)
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A PROPOSITO DI...
Riabilitazione visiva: una risposta
attuale ad una problematica
emergente
Giacomelli G., Volpe R., Abati S.
L
a Sig.ra Rossi è una tipica paziente di circa 70 anni
e la sua storia di ipovedente inizia nello studio del
suo oculista di fiducia che, dopo aver attentamente osservato il responso di un esame angiografico, le comunica la diagnosi: maculopatia degenerativa bilaterale
e la prognosi: grave riduzione visiva permanente non
sensibile ad alcun trattamento.
A questo punto la Sig.ra Rossi si trova ad un bivio
importante per quello che potrà essere la qualità della
sua vita futura.
Una strada inizia quando l’oculista le dice: “non posso
più fare nulla per lei, attualmente non esistono cure efficaci per la sua malattia”; questa strada ha un preciso
punto di arrivo: la Sig.ra Rossi è destinata a rinunciare
per il resto dei suoi anni ad attività che la interessano
particolarmente come leggere il giornale e ricamare o
ad affrontare enormi difficoltà per altre comuni mansioni come cucinare o curare la propria igiene perso-
nale. Tutto questo potrà poi avere gravi ripercussioni
sull’equilibrio psichico e sulla vita di relazione della
signora. Forse dopo qualche anno, magari grazie ad
un buon consiglio di un’amica, la signora potrà rivolgersi ad un centro di riabilitazione visiva, ma il notevole ritardo e l’abitudine all’handicap avranno ridotto
notevolmente le possibilità di rieducazione.
La seconda strada comincia quando l’oculista curante
le dice: “non posso fare nulla per migliorare la sua
condizione visiva, ma posso aiutarla ad utilizzare al
meglio la vista residua in modo da limitare al massimo le conseguenze della sua malattia sulla qualità
della vita”. Questa strada conduce al centro di ipovisione ed ai servizi di riabilitazione. Nella maggioranza
dei casi l’esecuzione di una buona riabilitazione associata all’uso di ausili per ipovedenti conduce ad un
soddisfaciente superamento dell’handicap derivante
dalla menomazione visiva.
LA VOCE DELL’ORDINE DI PISTOIA
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17
A PROPOSITO DI...
A questo punto della storia è opportuno chiarire il significato esatto di alcuni termini utilizzati.
Per MALATTIA VISIVA si intende la patologia neuroftalmologica con le sue specifiche modificazioni anatomiche: nel caso particolare una degenerazione maculare con una cicatrice fibrosa al polo posteriore.
Per DANNO o MENOMAZIONE VISIVA si intende l’insieme dei cambiamenti funzionali che la malattia ha
determinato: la nostra paziente ad esempio avrà una
importante riduzione della acuità visiva, uno scotoma assoluto nel campo visivo centrale, una riduzione
della sensibilità al contrasto e della visione dei colori
spesso associati a fenomeni di abbagliamento e rallentato recupero visivo dopo fotostress.
Per DISABILITA’ VISIVA si intende una perdita delle
capacità normali dell’individuo dovuta al danno visivo. Nell’esempio della Sig.ra Rossi potremmo dire che
le principali disabilità sono rappresentate dalla impossibilità di leggere, di cucire, di scrivere e così via, ovvero sarà presente una incapacità ad effettuare attività
fini soprattutto per vicino e per la mezza distanza.
Per HANDICAP VISIVO si intende l’insieme delle conseguenze sociali ed economiche relative alla presenza
di una disabilità visiva. Nel caso specifico la perdita
dell’autosufficienza nello sbrigare pratiche economiche (firma di assegni, lettura di bollette, ecc.), nella
possibilità di muoversi indipendentemente in auto o
comunque in luoghi non conosciuti, nella capacità di
mantenersi aggiornato tramite la lettura o, infine, di
provvedere efficacentemente alle normali mansioni
quotidiane (igiene personale, taglio delle unghie, cucito, ecc.).
Da notare a questo proposito che una uguale malattia, un uguale danno ed una uguale disabilità possono
generare in persone diverse un diverso handicap: si
pensi ad esempio alle conseguenze di una maculopatia in un contadino rispetto ad un ragioniere o ad un
orologiaio.
LA VOCE DELL’ORDINE DI PISTOIA
18
nale o di vedere la destinazione degli autobus di linea.
Sempre a parità di menomazione visiva un adeguato
training di fissazione eccentrica potrà consentire un
migliore utilizzo del campo visivo residuo insegnando
alla paziente una corretta strategia di fissazione che
consenta di eliminare il disturbo legato allo scotoma
assoluto centrale.
Infine a parità di disabilità, l’uso di abilità sostitutive
(orologio vocale, libri sonori, ecc.) potrà determinare
una riduzione dell’handicap.
Ognuno di questi interventi effettuato ai vari livelli
della catena o meglio ancora una combinazione di interventi avrà come risultato finale una riduzione dell’handicap ed una restaurazione più o meno completa
dell’autonomia personale.
Pertanto è evidente che una buona riabilitazione visiva non potrà essere la conseguenza dell’operato di
un unico specialista, ma il risultato di un lavoro di
equipe di un oculista, di un ottico, di un assistente
di oftalmologia, di uno psicologo e, possibilmente di
operatori di ergoterapia a domicilio.
L’ipovisione colpisce attualmente in Italia un numero
stimato di circa 70.000 persone e considerando anche
le forme “correggibili” con sistemi ottici tradizionali
tale numero sale a circa 200.000. Si calcola che tali
numeri siano destinati ad accrescersi significativamente nei prossimi anni sia per l’aumento della popolazione anziana che per il miglioramento delle terapie
oftalmologiche che consentirà di ridurre il numero
dei ciechi assoluti aumentando contemporaneamente
quello degli ipovedenti. Diviene quindi una necessità
impellente che il SSN organizzi Centri di Riabilitazione Visiva sul Territorio e che i singoli professionisti
delle categorie interessate acquisiscano conoscenze
ed esperienze in questo campo utili per aiutare ed indirizzare i pazienti con ridotta visione.
La riabilitazione si occupa primariamente di ridurre
al minimo l’handicap derivante da una grave malattia
dell’apparato visivo e ciò può avvenire, come vedremo, operando a diversi livelli nella scala di rapporti
causa-effetto tra malattia, menomazione, disabilità ed
handicap.
Infatti se è vero che non esiste un trattamento risolutivo per la patologia della Sig.ra Rossi del nostro
esempio che le consenta di ottenere una guarigione, è
anche vero che eseguendo un trattamento laser perifoveale od una terapia fotodinamica “out of label”, si
potrebbe ottenere una minore evolutività della lesione
o quantomeno una riduzione della metamorfopsia con
un miglioramento della qualità della visione. Inoltre, a
parità di condizioni retiniche, una riduzione della menomazione potrebbe essere ottenuta asportando una
eventuale cataratta se pur in fase iniziale.
A parità di menomazione l’uso di ausili, ottici e non,
potrà consentire alla Sig.ra Rossi di ridurre la propria
disabilità consentendole ad esempio di leggere il gior-
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MEDICINA DI TUTTI - MEDICINA PER TUTTI
LEGA ITALIANA
PER LA
LOTTA
CONTRO I
TUMORI (LILT) –
SEZIONE DI PISTOIA
Psico-oncologia:
impegni e strategie per i bisogni psicologici dei malati di
cancro e delle loro famiglie
Negli ultimi 20 anni abbiamo assistito a una crescente
considerazione dell’“umano” nella patologia oncologica: la dimensione psicologica, sociale, fisica, comportamentale, etica e spirituale hanno assunto negli
anni un ruolo importante, via via che si andava consolidando l’attenzione alla soggettività del paziente e
si andava affermando il principio della “patient-centered care”. La dimensione psicologica spesso definita
con il termine “qualità di vita” ha acquistato così, nel
tempo, una considerazione sempre maggiore a tutto
beneficio di pazienti e familiari e a sostegno di quanti, operatori del settore, ma non solo, hanno sempre
sostenuto la limitatezza di un approccio troppo organistico e la remuneratività (non solo simbolica) di un
approccio globale alla persona malata. È il segno che
sono maturati bisogni nuovi che richiedono modi al-
ternativi di concepire le relazioni tra i soggetti presenti
sullo scenario della malattia.
Nonostante che la psico-oncologia abbia raggiunto una
propria definita identità, permangono, nella pratica,
notevoli resistenze da parte dello stesso servizio sanitario ad accogliere in maniera completa gli elementi
relativi alla salute mentale all’interno delle strutture
assistenziali (tratto dalla presentazione del Presidente Nazionale della L.I.L.T, Prof. Francesco Schittulli,
all’opuscolo “Emozioni e cancro – come affrontare la
malattia”).
La Sezione di Pistoia si sta muovendo in tale direzione, con l’ausilio di una psicologa che si è resa disponibile a svolgere sedute con pazienti oncologici e loro
familiari, nel tentativo di affiancare in questo difficile
cammino tutti coloro che chiedono il nostro aiuto.
USL 3 - ASSOCIAZIONE AMICI
DEL
CEPPO
Amici del Ceppo: obiettivi e progetti
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dell’Emodialisi che è una delle strutture, nel suo genere, all’avanguardia in Europa. Le opere d’arte sono
state realizzate da sette artisti di fama mondiale (Sol
Le Witt – Claudio Parmiggiani – Hidetoshi Nagasawa
– Daniel Buren – Gianni Ruffi – Robert Morris – Dani
Caravan). Conclude la presentazione l’elegante chiesa
di Santa Maria delle Grazie o del Letto che, oltre a
luogo di fede, è anche luogo consacrato alla scienza
perché, in un’unica tomba, nel 1935, vi furono traslati i resti corporei di Filippo Civinini, Filippo Pacini
e Atto Tigri, tre illustri anatomisti formatisi presso la
Scuola Chirurgica dello Spedale del Ceppo di Pistoia.
Tante altre “storie” nasconde lo Spedale di Pistoia: a
noi, quali volontari, che siamo stati presenti ai suoi
cambiamenti, ci incanta raccontare “Le Ancelle della
Carità”, suore che hanno avuto una presenza esemplare nei reparti dell’ospedale e non solo. I Medici
Dr. Giacarlo Niccolai, già menzionato, ma anche il
Dr. Luigi Brancolini, Storici dello Spedale del Ceppo
ci hanno lasciato in eredità la voglia di tramandare
ai più giovani di abitare i luoghi di lavoro, sia nella
professione che nella loro storia. Noi, come volontari
dell’Associazione “Amici del Ceppo”, vogliamo tenere
accesa sempre una “fiammella” per il passaggio di generazione. Così ha fatto il Dr. Fedele Ciccarelli, Presidente dell’Associazione, che ha avuto l’idea dieci anni
or sono, così vorremo fare noi perché è la memoria
che costruisce la storia.
Isa Gaggioli
[email protected] - info -338/1006594
LA VOCE DELL’ORDINE DI PISTOIA
“Amici del Ceppo” è una libera associazione culturale
nata nel 1998 dalla volontà di un gruppo di dipendenti e pensionati dell’Azienda USL3 di Pistoia che si
occupa da allora, senza finalità di lucro, di presentare
la storia dell’Ospedale del Ceppo e non solo. Il suo
statuto propone iniziative volte alla conoscenza, alla
valorizzazione, alla conservazione e alla tutela del
patrimonio artistico e culturale dell’Azienda USL 3 di
Pistoia, inteso nelle sue varie componenti e testimonianze da quelle più antiche a quelle più moderne.
Inoltre promuove beni storici-artistici monumentali
ed ambientali dell’Azienda con attività di carattere
informativo, espositivo e didattico mediante attività
di volontariato. Un gruppo di Soci volontari periodicamente apre alla città il percorso museale dal “PRESENTE AL PASSATO”, uno dei più belli della Toscana.
Offre ai visitatori la meravigliosa visione di uno dei
cicli di ceramica robbiana più importanti e celebrati
dedicato alle opere della misericordia, “Il Fregio Robbiano”. All’interno l’Accademia Medica con i suoi ferri
chirurgici, ben conservati e raccolti dal dr. Giancarlo
Niccolai, recentemente scomparso, alcuni dei quali risalgono al 1600, una considerevole quantità al 1700
e molti al 1800. La Scuola chirurgica, fondata intorno al 1666, interamente affrescata con medaglioni dai
delicatissimi colori pastello che le danno una sofisticata aria da salottino di marzapane, con un fascino
cinicamente straniante. Camminando nella storia, il
percorso si sposta cinque secoli dopo, con gli artisti
contemporanei che hanno reso più bello il Padiglione
19
MEDICINA DI TUTTI - MEDICINA PER TUTTI
BIBLIOTECA SAN GIORGIO
Future collaborazioni con la Biblioteca
A otto mesi dall’apertura della Biblioteca San Giorgio
ci sembra necessario, oltreché doveroso nei confronti
dei pistoiesi che da subito e in gran numero hanno
utilizzato questo nuovo spazio cittadino, fornire alcune misure semplici relative al funzionamento della
biblioteca per tirare le prime sommarie valutazioni del
suo andamento, sottolineare le incredibili potenzialità che la struttura offre e ipotizzare alcuni principali
linee d’intervento. Innanzitutto le presenze giunte a
quota 144.212 con punte giornaliere di oltre 1300 persone; sono stati effettuati 72484 prestiti (un dato che
porta Pistoia ben oltre la media dei capoluoghi della
Regione Toscana) mentre gli iscritti ai servizi hanno
invece raggiunto il numero 9686, il 18.67% del quale
rappresentato da studenti universitari.
Un dato, quest’ultimo, che tenderà a crescere anche
per la vicinanza della biblioteca alla sede universitaria
del Polo pistoiese e per una valutazione più generale che dà in crescita il numero degli iscritti alle sedi
decentrati dell’Università fiorentina, e in ragione del
quale la biblioteca intende perciò, a seguito di valutazioni soggettive e qualitative più approfondite, adeguare i propri servizi e l’offerta documentaria.
È in questa direzione che si colloca la collaborazione
con l’Ordine professionale dei medici di Pistoia che si
COMUNE
è dichiarato disponibile a sostenere la biblioteca per
concorrere, in ragione delle specifiche competenze e
di una seppur limitata disponibilità di risorse finanziarie, all’aggiornamento degli apparati documentari del
settore medico della biblioteca individuando nel contempo forme che riescano ad avvicinare gli studenti
iscritti alle facoltà e ai corsi del settore medico presenti in città alla pratica dell’aggiornamento continuo.
Un’opportunità, questa, che la biblioteca ha accolto
con grande favore per il vincolo che essa si è data nel
corrispondere adeguatamente ai bisogni informativi
di quei settori disciplinari relativi ai corsi universitari
presenti nel territorio. Un’occasione preziosa anche
per il valore di una valutazione esterna e qualificata dell’offerta bibliografica messa a disposizione, che
permette di ottenere giudizi sulle carenze e sui punti
di forza della medesima in relazione anche alle continue e rinnovate competenze richieste dal mondo del
lavoro.
Ma, in generale e soprattutto, questa collaborazione
è un’importante occasione di apertura della biblioteca verso l’esterno che ci auguriamo si possa replicare
con altri settori e categorie professionali presenti in
città al fine di programmare future e fruttuose linee
d’intervento.
DI
PISTOIA
“Caffè Alzheimer”
LA VOCE DELL’ORDINE DI PISTOIA
20
Il “Caffè Alzheimer”, iniziativa già presente in altre
nazioni, è un luogo nel quale, in una cornice rilassata
e confortevole, sono offerte alle famiglie occasioni di
incontro e condivisione delle esperienze relative alla
malattia con la presenza di esperti, con i quali possono
essere affrontate le varie problematiche. Con il contributo della Regione Toscana, i Servizi Sociali dell’Area
Pistoiese, in stretta collaborazione con la Geriatria dell’Azienda USL 3, hanno dato vita al “Caffè Alzheimer”
nella città di Pistoia. Il “Caffè Alzheimer” è aperto a
lunedì alterni dalle ore 15 alle 17, presso il Centro di
Socializzazione “L’Angolo” via Gentile 11. I familiari
possono partecipare all’iniziativa con i loro anziani,
per i quali in una saletta attigua, sono previste delle
attività ricreative condotte da personale addestrato.
Per informazioni: Servizio di Chiamata Sociale ore 8,00
- 20,00 tutti i giorni compreso i festivi; Numero Verde
800 986060 Tutor del progetto Antonella Russo Assessorato alle Politiche Sociali del Comune di Pistoia tel.
0573 371419 dal lunedì al venerdì dalle ore 8,30 alle
13,30; martedì e giovedì dalle 15,00 alle 17,30.
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LETTERE E COMUNICAZIONI
Caro Claudio, amico e collega,
ho letto con attenzione il tuo articolo, a proposito dell’allattamento al seno, in cui hai ricordato le appassionate parole
di Linneo sull’importanza del latte materno.
Mi consola e mi rallegra che il ricordo di questo medico
scienziato del ‘700 sia vivo, dato che le sue opere, frutto di
una vita di studio profondo ed incessante ricerca, furono
di fondamentale importanza per lo sviluppo delle Scienze
Naturali moderne.
Mi rattrista, però, considerare come oggi, in una società in
cui, grazie al lavoro di scienziati come Linneo, tanto si conosce degli esseri viventi, siano tenuti in scarsa considerazione, almeno nell’opinione corrente, lo studio e la ricerca
scientifica.
Qui, a Pistoia, nell’800, grazie alla generosità di Niccolò
Puccini, che univa alla sensibilità per i bisognosi, il desiderio di mantenere vivo nei posteri il ricordo dei Grandi del
passato, a Linneo fu dedicata una statua, che esiste ancora,
ben visibile, situata su di un’alta colonna; e di questo noi
Pistoiesi possiamo essere fieri.
Purtroppo non tutti i Pistoiesi sanno dov’è situata, pur trovandosi in una località molto frequentata, e che, addirittura,
ha preso il nome dallo scienziato, che questa statua rappresenta.
Vero è che il nome di Linneo è stato ”corrotto” ed, infatti
“Linneo” è diventato “Legno”, (perché, per i Pistoiesi è “più
facile” dire “legno” che Linneo); e siccome la statua è di
terracotta rossa, la località, di cui si parla, si chiama oggi
Legnorosso.
Pochi si accorgono di questa statua, perché per vederla, bisogna alzare gli occhi e guardare il cielo.
“si nomina nescis, perit et cognitio rerum”
(“se non si conosce il nome delle cose,
ne scompare anche la conoscenza”)
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Oggi, infatti, va di moda il “pensiero debole”; anche se credo che, più che essere deboli i pensieri, siano deboli i moderni “maestri di pensiero” che, spesso, per mascherare la
loro pigrizia mentale, mettono in discussione, con un pressappochismo, che sgomenta, i principi stessi della scienza e,
non di rado, anche il buon senso.
Noi due, che ormai condividiamo idee e speranze da quasi
cinquanta anni, sappiamo bene che il pensiero si nutre di
studio e che studiare vuol dire impegno, tempo e fatica.
Cose queste, che nello stile di vita del “tutto e subito”, sono
etichettate come abitudini fuori moda, dai “media”, che insinuano, in modo velato, dubbi sul valore dello studio e più
in generale, del metodo scientifico, cercando di far passare
la convinzione che una teoria vale l’altra, a prescindere dalle prove scientifiche, che la sostengono.
Questo atteggiamento mentale è molto più rischioso di
quanto possa superficialmente sembrare.
Infatti, se diventa relativa la scienza, (cioè la “ragion pura”,
avrebbe detto Kant), che ne sarà della ragion pratica (cioè
dell’etica)? …
Per fortuna non tutti pensano in questo modo e non tutti
condividono il diffuso lassismo “intellettuale”.
Anche il Consiglio d’Europa si è pronunciato contro questi
tentativi di relativizzazione dei principi scientifici (vedi Le
Scienze del dicembre 2007 pag. 49). Nel caso particolare ha
richiamato l’attenzione sulla“insostituibile funzione della
scienza nell’allenare al rigore intellettuale”, contro coloro,
che tentano di mettere alla pari la teoria evoluzionista (sulle
prove oggettive della quale, non c’è possibilità di dubitare)
con altre teorie, che prescindono, addirittura, da prove oggettive.
Anche in Medicina, si corrono di questi rischi; e, sulla base
di teorie, che di scientifico non hanno niente, si sente parlare
di “medicina dolce”, di cure con fiori, pietre, aromi, cristalli;
e chi più ne ha più ne metta: la fantasia non ha limiti.
È bello sognare e, in questo, non c’è niente di male; ma, per
nostra sfortuna, ci sono anche le malattie come la poliomielite, la tubercolosi, gli infarti, i tumori ecc..., per curare le
quali (purtroppo non sempre per guarirle) possono servire
solo i frutti della ricerca scientifica, risultato di secoli di
studio.
Quindi VIVA LINNEO!... e spero, come te, che per tutti sia
chiaro che, in tempo di meningite meningococcica, siano
benedetti gli antibiotici ed i vaccini.
Ti saluta con questo augurio e questa speranza il tuo amico
Pierluigi Benedetti
LA VOCE DELL’ORDINE DI PISTOIA
Dopo Linneo fu possibile uno studio sistematico del mondo
animale e vegetale, tanto che nell’800, Darwin, dall’osservazione delle differenze e delle somiglianze fra le tartarughe
delle varie isole Galapagos, arrivò a formulare la teoria dell’Evoluzione delle Specie; e Mendel, osservando i fiori bianchi e rossi dei piselli, poté “inventare” la Genetica.
La vita di questo medico scienziato fu dedicata, allo studio
della Natura, oltre, naturalmente, che alla cura dei malati.
Si occupò soprattutto di sifilide, malattia gravissima ai suoi
tempi ed oggi ben curabile, grazie al lavoro ed allo studio di
gente come Lui.
Mi fa quindi, molto piacere ricordare con te, caro amico, la
sua memoria, specie in tempi come i nostri, in cui alla maggior parte delle persone può sembrare strana l’idea di qualcuno, che dedica la vita allo studio.
Carl Von Linné (1707-1778). Medico svedese, introdusse il
sistema di classificazione con due nomi, in latino, per piante
ed animali (per esempio il lupo viene indicato come “canis
lupus”).
Il primo nome si riferisce al Genere (canis), ed è comune a
tutti gli organismi, che hanno alcuni caratteri simili (Canidi); il
secondo nome si riferisce alla Specie, indicandone, appunto,
i caratteri “specifici”, che differenziano alcuni individui dagli
altri dello stesso Genere. Per esempio il lupo (canis lupus) ed
il cane (canis canis) sono animali di Specie diverse (lupo e
cane), pur appartenendo allo stesso Genere (Canidi).
L’importanza della nomenclatura con due nomi fu basilare
per il progresso scientifico della Biologia. Infatti, fino ad
allora il modo di trattazione delle piante e degli animali.
era puramente descrittivo, e quindi arbitrario. Dopo Linneo
fu possibile per gli Studiosi di Scienze Naturali usare un
linguaggio comune e la Biologia divenne una Scienza.
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Bollettino n. 9 - Ordine dei Medici Chirurghi ed Odontoiatri della