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1979
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MARIO MAZZA
Tra diritto e storia
«II tramonto della schiavitü nel mondo antico » di Ettore Ciccotti
Come tante opere originali, «II tramonto deUa schiavitü nel mondo antico »i di
Ettore Ciccotti non ebbe accoglienzatroppo favorevole da parte della scienza ufficiale.^
Le ragioni riescono perfettamente chiare, a chi ora giudica con il distacco dello
storico: il libro infatti proponeva nuove concezioni — e sopratutto, un nuovo atteggiamento storiografico, un modo nuovo di intendere e di fare la storia antica. Era un
libro pericoloso, quindi, che andava colpito, al di lä degli eventuali meriti e demeriti.
II Ubro ha resistito, allora come ora, ed ha avuto e speriamo continuerä ad avere,
assai piü lettori di certe opere di storia antica, allora lodate ed apprezzate, celebrate
per il rigore della „Methode" — ma che ora non si leggono e non si possono piü leggere.
e forse non si leggevano nemmeno allora.
In realtä, anche nella scienza esistono guerre, incruente certamente ma non per
questo meno feroci. In effetti, < H tramonto della schiavitü » fu un'opera di battaglia
intomo alla quäle si scontrarono scuole storiografiche e correnti politico-culturali
antagoniste — ed appuhto perciö la valutazione di essa fu sottoposta a tutte le
sollecitazioni ideologiche, a tutte le incertezze di giudizio proprie a tali situazioni.
Che essa sia un'opera importante e significativa, k ormai pacifico, a distanza di
quasi ottant'anni dalla sua prima edizione, dopo tante vicende della storiografia
italiana — e dopo che ormai il marxismo, in tutte le sue sfumature, k entrato
a far parte essenziale della vita politica e culturale dell'Italia. Ma, ottant'anni
fa era una faccenda ben diversa. II libro «marsdsta» del «professore socialista »3
1 P r i m a edizione Torino 1899; sec. ed. Udine 1940, con nota biografica di C. Barbagallo,
6 con «Prefszione» dell'autore (p. 1—43). (Citiamo della prima edizione del 1899, sulla
quäle sono State condotte le varie traduzioni).
2 Mancano studi compleesivi su Ettore Ciccotti. Ad una biografia esaustiva attende u n
giovane studioso dell'UniversiUl di Catania, il dr. Alfio Signorelli — che h a pubblicato su
« Sic. Gymn. », u n primo saggio relativo alla formazione culturale del Ciccotti ed ai primi
anni della sua attivitd. scientifica (A. SignoreUi, Per una biografia di Ettore Ciccotti. I
La formazione culturale, i n : Sic. Gymn. 27 [1974], 186-214; id. Ettore Ciccotti
(1863—1939). I I . Dalla democrazia radicale al socialismo, di imminente pubblicazione, i n :
Sic. Gymn. 1977). Si cfr. intanto: G. Barbagallo, Un solitario della cultura italiana,
Ettore Ciccotti, i n : N R S 4 [1920], 2 7 - 6 0 ; R. Caggese, Ettore Ciccotti, in: Riv. d ' I t . 23
[1920], 360-378; C. Barbagallo, Ettore Ciccotti, in: N R S 23 [1939], 257-269; E. Sestan, E .
Ciccotti, in: RBI1939, 615-618; [S.Mazzarino], Ettore Ciccotti (1863-1939), in: Arch. St.
Cal. e Luc. 9 [1939], 364-361; F . Natale, Contributo alla storiografia italiana, I I I : E t t o r e
Ciccotti, in: N R S 42 [1958], 267-291; P. Treves, L'idea di Roma e la cultura italiana del
secolo X I X , Milano-Napoli 1962, 221—260; id., A commemorazione di Ettore Ciccotti, i n :
Atbenaeum 41 [1963], 366—383 (assai importante). Per altra bibliografia, si cfr. infra.
3 Sul caso Ciccotti, escluso dall'ordinariato milanese nel luglio 1897 perche « professore
socialista» (cosi G. I. Ascoli, II professore socialista, lettera aperta ad Arturo Graf, i n :
II Pensiero Italiano fasc. 82 ott. 1897 (stampato anche a parte), quindi trtwferito come
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MAHIO
MAZZA
Ettore Ciccotti provocava reazioni ben diverse da quelle che i libri di storia abitualmente provocano. L'asprezza della lotta ideologico-politica, alla fine di quel secolo che
per il nascente socialismo italiano si concludeva con le cannonate di Bava Beccaris e
con il gabinetto Pelloux^, non consentiva una valutazione soltanto «scientifica»,
imparzialmente « scientifica », di un libro che orgogliosamente esibiva la sua professione di fede marxista, sia nella scelta del tema, sia nell'impostazione inetodologica —
pur con tutte le riserve intorno alla sostanza del marxismo di Ciccotti, che valuterenio
nelle pagine seguenti.
Un desiderato urgente degli studi di storia antica e l'indagine suUa cultura storiografica italiana dell'etÄ. tardo-positivistica, del trentennio a cavallo tra Otto e Novecento. II non aver tenuto presente questa complessa situazioue ha indotto un estiinatore e compagno di fede socialista del Ciccotti, Corrado Barbagallo, a definirlo
« un soütario della cultura italiana
Va subito detto che Ciccotti in ogni caso non fu
un « solitario della cultura italiana» — almeno fino a quando ebbe vigore la cultura
socialista in Italia, fino all'egemonia idealistica ed all'avvento del fascismo. E' perciö
importante rifarsi alla cultura socialista di fine secolo per intendere la prima fase
dell'attivitä di Ciccotti, ed insieme il libro che ne rappresentö il coronamento. A tal
proposito non servono ne accettazioni entusiastiche ne le critiche troppo virulente
ed ingenerose come quelle rivoltegli dall'avversario Gaetano De Sanctis.6 II punto sta
piuttosto nel valutare questa prima produzione storiografica del Ciccotti all'intemo
deUa peculiare situazione deUa storiografia italiana, e non solo italiana, dell'epoca —
all'intemo di quella sorta di « commistione », « fra motivi positivistici e marxisti, nel
quadro piü generale del rapporto fra le esigenze di una storiografia di tipo economicosociale e le correnti revisionistiche del marxismo imperanti durante la Seconda
straordinario alla F a c o l t ä di Lettere di Pavia, che nel giugno 1898 « in circostanze politiche
eccezionali » lo escluse dalle conferme, pur essende egli « tra gli straordinari . . . il piü
anziano », intervenne, con evidente simpatia per il perseguitato, il ministro Luigi Credaro
coUega neH'ateneo pavese, con il discorso « L a libertä accademica
in: Ann. Riv. Univ.
P a v i a 1900—1901, 19 88. (partic. a p. 61—63; da cui le citazioni). A favore del Ciccotti,
oltre al Credaro, si hatte, indignato per la discriminazione di cui era oggetto, sia in Consiglio Superiore che al Senate, l'insigne glottologo Graziadio Isaia Ascoli, padre della
linguistica scientifica italiana — m a senza riuscire a far rientrare il provvedimento (si cfr.
E . Ciccotti, Sulla questione meridionale, Milane 1904, 98—99: una lettera del giugno '99).
* Su questo periedo, si v. da ultimo il saggio di U. Levra, in: Riv. st. Contennp. 1975,
11—66 e, delle stesse, il volume «II colpo di State della berghesia, L a criai pelitica di fine
secele in Italia 1 8 9 6 - 1 9 0 0 » , Milane 1975 (e L . Villari, Studi Sterici 1967, 536 ss. e
F . De Feiice, ivi 1969, 1 1 4 - 1 9 0 , sull'etä giehttiana in generale).
5 Cfr. Barbagallo, U n solitario della cultura italiana passim (e partic. 4 5 ss.); e il
necrolegie, in: N R S 1939, 257—259 e la N o t a biograficaprsmessa alla seceodaedizione de
« II tramonto della schiavitü», Udine 1940. Valutazieni invece sul piano scientifico
costituisceno i necrologi di E . Sestan, E t t o r e Ciccotti, in: R S I 1939, 615—618 e di [S.
Mazzarino,] E t t o r e Ciccotti ( 1 8 6 3 - 1 9 3 9 ) in: Aroh. St. per la Calabria e la Lucania 9 [1939],
335-361.
® Gr. De Sanctis, Intorno al materialismo sterice, in: Per la scienza dell'antichitä,
Torino 1909, 259 ss.
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Tra diritto e storia
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Internazionale
E' aH'intemo di questa situazione, e delle contraddizioni teoretiche
ad essa implicite che va dunque esaminata la ricerca storiografica di Ciccotti ed il
suo peculiare approccio al marxismo.8
E'questo infatti un punto che va chiarito. Nonostante le riserve che si possono
esprimere suUa purezza del marxismo di Ciccotti, riesce tuttavia difficile dubitare
dell'ispirazione marxista del suo libro. « II tramonto della schiavitü » voleva essere un
libro marxista, — anche se i presupposti teorici erano quelli forniti dal marxismo della
Seconda Internazionale. Tuttavia, c'e molto da chiarire e da precisare in questa
formula « marxismo della Seconda Internazionale » e sul problema del ruolo svolto
da Engels nella teorizzazione del materialismo storico. La questione e stata riproposta
in termini assai critici da Lucio CJoUetti, in saggi peraltro tra i piü acuti e stimolanti
che siano apparsi in questi ultimi anni.» Nella prospettiva di CoUetti, la formula
ha un significato decisamente negativo, servendo a connotare la banalizzazione e la
falsificazione del marxismo che, a dire di questo studioso, Engels avrebbe iniziato e
Kautsky ePlechanov portato avanti'": un esempio classico di questo atteggiamento
sarebbe la celeberrima «Introduzione» engelsiana del '95 a « Le lott«?^ di classe in
' I. Cervelli, in: La Cultura 1970, 40-80, 257-291, 376-424 (la cit. a p. 74); dello stesso,
V. anche « Belfagor » 1968, 473-483 e 596-616 e 1969, 66-89.
^ L'indagine BUI marxismo teorico della Seconda Internazionale costituisce attualmente uno dei punti cruciali della storiografia marxista—e la bibliografia e quindi in continua
proliferazione. Per un primo approccio, oltre naturalmente alle opere dei maggiori rappresentanti (Kautsky, Bernstein, Mehring, Hilferding, Plekhanov, Rosa Luxemburg
ed in certa misuraanche Antonio Labriola), si v. anche A A . W . II marxismo contemporaneo,
in: Annali Feltrinelli 15 [1973] (soprattutto i saggi di Salvadori, di Angel, di Lidtke,
di Fulberth, di CoUetti, di Gerratana, etc.); i saggi di Colietti citati oppesso, alla nota 9;
il saggio di S. Timpanaro, Engels, materialismo, « Libero arbitrio », in: Sul materialismo,
Pisa 1970 (ma pubblicato in: Quademi Piacentini 39, 1969), 65—121; A. Zanardo, Marxismo e neokantismo in Grermania fra Ottocento e Novecento, in: Filosofia e socialismo,
ßoma 1974 (ma pubbl. 1960), 73—164; V. Gerratana, Ricerohe di storia del marxismo,
Roma 1972 (partic. 69 ss., 145 ss.) e la bella «Introduzione » di L. Paggi a M. Adler, II
socialismo e gli intellettusli, trad. it., Bari 1974, 9—132. Per il dibattito in Italia, oltre ai
classici libri di E. Ragionieri, Socialdemocrazia tedesca e socialisti italiani 1875—1895,
Milano 1961 e di E. Santarelli, La revisione del marxismo in Italia, Milano 1964, importante lavoro di G. Marramao, Marxismo e revisionismo in Italia. Dalla « Critica sociale »
al dibattito su leninismo, Bari 1971; per Labriola, si cfr., il saggiq fondamentale di G.
Procacci, Antonio Labriöla e la revisione del marxismo attraverso l'epistolario di Bernstein e Kautsky 1895—1904, in: Annali Feltrinelli 3 [1960], e la « Introduzione » di Gerratana, Antonio Labriola, Scritti politici 1886—1904, Bari 1970; da Ultimo, G. Mastroianni,
Antonio Labriola e la filosofia in Italia, Urbino 1976. Si veda ancora, tra i lavori di
ordine generale: G. Procacci, Studi sulla Seconda Internazionale e sulla socialdemocrazia
tedesca, in: Annali Feltrinelli 1 [Milano 1958], 105 ss.; E. Ragionieri, Alle origiai del
marxismo della Seconda Internazionale, in: CM 1966=11 marxismo e l'Internazionale,
Studi di storia del marxismo, Roma 1968, 45—162 (partic. 126 ss.); L'Italia e il movimento operaio nella „Neue Zeit" (1883—1914), in: St. Stor. 1964=11 marxismo e l'Internazionale 163—224; G.Haupt, La Deuxi6m3 Internationale 1889—1914, trad. it. La II
Internazionale, Firenze 1973; Bo Gustafsson, Marxismus u. Revisionismus, Eduard
Bernsteins Kritik des Marxismus u. ihre ideengeschichtlichen Voraussetzungen,
Francoforte/M. 1972
8 Si cfr. sopratutto il saggip su « Bernstein e il marxismo della Seconda Internazionale »,
ora in: Ideologia e societä, Bari 1972, 61—147, e quelli raccolti in: II marxismo e Hegel,
Bari 1974.
CoUetti, Ideologiae societä 65 ss., 93 ss.; II marxismoe Hegel 87 ss., 147 ss.; e tutta Ia
p. II pp. 173-434.
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MAIUO SCAZZA
Francia dal 1848 al 1850 ».i' Cosi, la formula e stata adoperata, e continua ad esserlo,
in senso assolutamente negative, con intenti terroristici. Come ha osservato giustamente Sebastiane Timpanaro, nella prospettiva di certi critici sarebbe questa «una
formula che vuol sottolineare un nesso tra materialismo volgare (con ascendenze
hegeliane) e revisionismo s o c i a l d e m o c r a t i c o
— mentre e in realtä, formula ehe va
sopratutto compresa e storicamente analizzata. Marxismo della Seconda Intemazionale significa molte cose; e tra queste, in primo luogo, il quadro teorico e politico
entro il quäle si organizzo nei partiti socialdemocratici la classe operaia europea.
Significa, tra l'altro, valutazione del ruolo di Engels nella creazione di una strategia
politica della classe operaia, significa Bernstein-Debatte, significa discussione sulle
caratteristiche dell'emergente imperialismo e cosi via. Significa, in definitiva, un nodo
cruciale nella storia del marxismo che non e ne facile ne utile spacciare con sbrigative
liquidazioni.
In realtä, non k posaibile trascurare o sottovalutare l'apporto di Engels alla sistematizzazione deUa concezione materialistica deUa storia. In conformiti alla divisione
dei compiti intellettuali stabilitasi tra i due grandi padri del marxismo — ed a prescindere da qualsiasi giudizio di valore suUa loro rispettiva « grandezza » — Engels si
assunse il compito, ingrato e tutt'altro che facile, del confronto con la cultura contemporanea.i3 Ciö significö im'esigenza di sistemazione ed insieme di divulgazione delle
dottrine elaborate, o in termini polemici, o al livello della piü alta speculazione teorica, partendo dalla comime base « materialistica ». Opere come la « Dialettica della
Natura » e r„Antidühring" nascono da questa esigenza di un confronto con le scienze
della natura, e con le filosofie sorte sul loro terreno, confronto cui non h possibile
sottrarsi. Ancora da questa esigenza, ed appunto in questa fase del « marxismo della
Seconda Intemazionale » originano le riflessioni suUa storia esposte da Engels in
notissime lettere e si presenta la versione « sistematica » del materialismo storico. Non
h ce^amente corretto, storiograficamente, svalutare il significato di Engels all'intemo
del travaglio teoretico del marxismo. E' indicativo della tendenza di certa storiografia marxista il fatto che, in un recente libro di Alfred Schmidt sui problemi di
un < istorica » marxista,'^ non si parli quasi niente di Engels — laddove k vero che,
L'introduzione di Engels alla prirna ristampa delle « Lotte di classe in Francia »•
6 datata Londra, 6 marzo 1895. Prima che nel volume, 1'«Introduzione » apparve sul
„Vorwärts", con tagli che deformavano il pensiero engelsiano. Engels ha deplorato vivamente questo fatto nelle lettere al Laforgue del 3 apr. 1895 ed in un altro scritto a Kautsky,
il I aprile 1895. Tuttavia, n6 la „Neue Zeit" diretta da Kautsky, n6 lo stesso opuscolo
contenente i quattro articoli di Marx riportavano il teste integrale dell'« Introduzione
engelsiana (che viene pubblicato per la prima volta in URSS, nel 1934: K . Marx, Ausgewählte Schriften, Mosca-Leningrado). Engels per esplicita richiesta della direzione socialdemocratica dovette eliminare i passi relativi alla eventuale lotta armata del proletariato contro la borghesia. Si cfr. la nota relativa (a p. 39) aU'edizione delle « Lotte di
classe in Francia » presentata e commentata da G. Giorgetti, Roma ^1973.
Timpanaro, Sul materialismo 109.
13 Come ha giustamente indicato Timpanaro, Sul materialismo 66—67. Sui rapporti
tra Marx ed Engels, a proposito di questa « divisione del lavoro », ö istruttiva la lettera di
Marx a Engels del 4 luglio 1864: « Tu sai che I. a tutto io arrivo con ritardo, e 2. che io
seguo sempre le tue orme. »
A. Schmidt, Storia e struttura, Problemi di una teoria marxista della storia (trad.
di Geschichte u. Struktur, Fragen einer marxistischen Historik, Monaco di Baviera 1971),
Bari 1972. Si cfr. invece il posto dato ad Engels da H. Fleischer, Marxismus u. Geschichte,
trad. it. Marxismo e storia, Bologna 1970.
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T r a diritto e storia
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al contrario, tutto il dibattito teorico marxista della Seconda Intemazionale si
muove, tanto nel bene quanto nel male, suUa linea dell'interpretazione engelsiana del
materialismo storico.
Engels sta dunque a monte di ogni valutazione della storiografia marxista negli
anni della Seconda Intemazionale. Componenti positivistiche, teoria dei« fattori », rapporto tra struttura (o base economica) e sovrastruttura (giuridica, politica, cuItuAle
etc.), problema della « necessitä » e della «libertä » nel proceaso storico: queati i temi
portanti di un dibattito che interessö tutta la cultura storiografica tra Otto e Novecento
e che, sul versante marxista, impegnö tutti i massimi teorici della socialdemocrazia
europea. Ed i testi sono quelli noti: sono i brani dell'„Antidühring", sono le lettere a
Conrad Schmidt, del 5 agosto e del 27 ottobre 1890, a Joseph Bloch del 21 settembre
dello stesso anno, del 25 gennaio 1894 a Heinz S t a r k e n b u r g i s — sono i testi nei quali
si tenta di definire, sotto l'aspetto della teoria storiografica, il materialismo storico,
ed il problema di tale definizione h considerato nell'ambito dei problemi di un recupero
della dialettica hegeliana, contro l'evoluzionismo positivistico, di ima giusta comprensione del fondamentale rapporto tra le struttura e la sovrastruttura — e della
connessa intuizione della, relativa, autonomia delle forme ideologiche dalle condizioni
materiali della produzione sociale (Lett. a C. Schmidt del 27 ott. 1890), pur tenendo
fermo che « . . . il fattore... in ultima istanza determinante . . nella storia h la produzione e la riproduzione della vita reale ». (Lett. a J . Bloch).
Ma, com'e arrivato al materialismo storico il Ciccotti? C'6 ima risposta generica a
questa domanda — ma ce n'e anphe una specifica, ed e quella che tenteremo di dare.
II punto di partenza fu certamente quello comune ai tanti inteUettuali che divermero
socialisti alla fine del secolo — e cioö la cultura scientifico-positivistica,!^ ma l'itinerario, e sopratutto le motivazioni interne alle scelte che in esso furono compiute,
non fu tra i piii consueti. La cultura positivistica costituiva senza dubbio una piattaforma piuttosto agevole per il passaggio al socialismo — anche militante, come nel
Cfr. Marx-Engels, Sul materialismo storico, R o m a (Ediz. Rinascita) 1958, risp. a
p. 74-75, 78-84, 75-78, 8 7 - 9 0 .
Sul positivismo in I t a l i a (im argomento del quäle sarebbe ormai tempo di affrontare
una ricerca veramente approfondita e non prevenuta ideologicamente) oltre alla classica
analisi di E . Garin, nelle: Cronache di filosofia italiana I, Bari 1966, 1 ss., 81 ss., 113 ss.
e ne: L a Cultura italiana tra '800 e '900, B a r i 1963, 3 ss., 29 88. ed alle lucide pagine di
N . Bobbio, Profilo ideoJogico del Novecento, nella garzantiana Storia della letteratura
italiana I X , Milano 1969, cap. I ; si cfr. le utili indicazioni di C. A. Madrignani, L e t t e r a t u r a
italiana L a t e r z a V I I I (1975) ( e i n : Capuana e il naturalismo , B a r i - R o m a 1975); M.
Q u a r a n t a , Positivismo e hegelismo in Italia, in: L . Geymonat, Storia del pensiero
filosofico e scientifico V, Milano 1974, 577ss.; A. A s o r R o s a , L a cultura, in: Storia d'Italia
IV. 2, DaU'Unitä a oggi, Torino 1975, 878 ss. L'importante Carteggio con P . Villari
e stato edito recentemente dal Büttenmeyer: U . Büttenmeyer (ed.)-Roberto Ardigo'Pasquale Villari, Carteggio 1868—1916, Firenze 1973; del Büttenmeyer, si v. anche Der
erkenntnistheoretische Positivismus R . Ardigos mit seinen zeitgeschichtlichen Beziehungen, Meisenhsim a m Glan 1974. Sullä cultura economica di fine Ottocento, A. Macchioro,
Marxismo ed Economia politica fra X I X e X X secolo, in: R i v . St. del Socialismo
1966 (ora in: Studi di Storia del pensiero economico, Milano 1970, 476—560) e G. Are,
Economia e politica nell'Italia liberale (1890-1915), Bologna 1974.
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M A B I O MAZZA.
caso di Ciccotti. Camillo Prampolini, in una faniosa lettera a Napoleone Colajanni,
afferma che « vi e un rapporto storico e psicologico, di causa e di effetto, tra seienza
modema e socialismo » ed identifica quest'ultimo con il« progresso inarrestabile verso
una civiltä piü elevata ».i^ Noi ora possiamo ben coniprendere i limiti e ]e contraddizioni teoriche implicite in tale affermazione, e tuttavia, dobbiamo riconoscere che
eö6a ha sotteso buona parte degli itinerari politico-intellettuali dell'epoca.
Di netta impronta positivistica sono indubbiamente i primi lavori del Ciccotti,
i saggi di storia del diritto antico stesi tra il 1883 ed il 1886 e pubblicati tutt'insieme in
quest'ultimo anno. Si tratta di lavori che, almeno nei titoli se non nella realizzazione,
lasciano intravedere gli interessi di ordine generale, e le ambizioni culturali, del pur
giovanissimo Ciccotti: essi toccano deU'ordinamento costituzionale di Sparta arcaica
(« L a costituzione cosi detta di Licurgo », \ a p o l i 1886)>8, della famiglia nel diritto attico
( « L a famiglia nel diritto attico», Torino 1886), della storia del diritto in generale
(«Introduzione aUa storia del diritto », Torino 1886). Sarebbe facile liquidare questi
primi tentativi con un severo giudizio sui loro difetti di composizione e di metodo,
o con la definizione di comodo di lavori « giovanili»: in realtä, interpretati nella giusta
prospettiva, offrono indicazioni di reale importanza sulla formazione culturale del
Ciccotti. I temi in essi affrontati sono rivelatori di una certa mentalitä di
ricerca, di una certa impostazione culturale e non si lasciano rinchiudere certamente
entro l'ambito ristretto di un magistero determinato.is Quel che importa rilevare e
che il Ciccotti, in questa prima fase della sua attivitä scientifica, appare muoversi
all'intemo dell'atmosfera di combattivo positivismo instauratasi a Napoli con il declino
deU'egomonia idealistica. D a questa atmosfera peraltro Ciccotti trasse interesse e
gusto per la sociologia, che allora a molti cultori di studi storici e giuridici appariva
la chiave giusta per la comprensione della realtä, storica — si pensi alla riflessione
" Lettera di G. Prampolini a N. Colajanni, del nov. 1883, Democrazia e socialismo
in ItaHa, Carteggi di N. Colajanni 1878-1898, a cura di S. M. Ganci, Milano 1959, 285.
Ma l'Avvertenza 6 datata Potenza 1885.
Bene ha fatto, almeno a nostro parere, il Signorelli, art. cit. 198, a lasciar cadere
l'ipotesi, da lui stesso in un primo momento prospettata, di « un qualche rapporto di
maestro ed allievo » tra il Ciccotti e lo storico napoletaiio del diritto Francesco Pepere —
rapporto congetturrabile sulla base d'« una certa affinitä » tra questi primi lavori del
Ciccotti e alcune opere del Pepere. Tale derivazione o rapporto, oltre ehe risultare indimostrabile, sarebbe tutto sommato poco indicativa. F . Pepere (1823—1903?), professore di
storia del diritto a Napoli, fu personaggio piuttosto noto nella cultura napoletana postunitaria — e popolare nella Facoltä di giurisprudenza, specie fra gli studenti, secondo
quanto attesta L. Russo, F . De Sanctis e la cultura napoletana, Firenze ^1959, 172—173.
Liberale moderato cavouriano, e politicamente molto attivo durante il decenniol851—1861,
fu poi vicino al gruppo di De Sanctis — nonostante tutte le incertezze ed incongruenze del
suo « vichismo », che and6 sempre piü stemperandosi in un indistinto enciclopedismo filosofico. Opere principali di F . Pepere: Enciclopedia e nietodologia del diritto, Napoli
1864; Storia generale del diritto [concepito in piü volumi, e di cui sembrano usciti solamente quelli relativ! a II diritto dell'Oriente (1871) e a II diritto in Grecia (1873)]; Gli
stati ellenici e il romano, II diritto che partorirono, Un giudizio di Mommsen, Napoli
1876; II comune romano e il longobardico, Napoli 1883; L'individuo secondo il diritto
romano e il germanico, in: Atti R . Acc. Sc. Mor. e Polit. Napoli 1897; II momento storico
del nascimento del diritto privato in Roma, Giudizi di scrittori tedeschi, in: Critica ivi,
1888; II materialismo nella storia del diritto, in: Atti R. Acc. Sc. Mor. e Pol. Napoli
1903. Sul Pepere, oltre al Russo 1. c., si cfr. i cenni biografici premessi dal suo discepolo
L. Miraglia, alla miscellanea Pel cinquantesimo anno d'insegnamento del Professore
Francese Pepere, Napoli 1900.
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Tra diritto e storia
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teorica di Icilio Vanni^o, un autore ben conosciuto dal Ciccotti. Non si trattö certamente di un positivismo nel senso rigoroso del termine, quanto piuttosto della predisposizione verso una filosofia positiva di spirito eminentemente sociologico, che consentiva il superamento di una storiografia filologico-erudita, limitata all'accertamento
del fatto in se stesso e non intesa alla comprensione dei fenomeni sociali nella loro
complessitä e generalitä. L'evoluzionismo organicistico di Spencer, il filosofo per
eccellenza ispiratore di tanta sociologia positivista, poteva fomire il quadro teoretico
di cui si aveva bisogno per tale compito. La filosofia spenceriana, i « Primi principi »
ed i « Principi di sociologia » (nia anche le opere di Darwin, di Espinas, di Schäffle)2i
stanno appunto alla base di questi primi tentativi del Ciccotti. II tipo di societä
«militante» cui Ciccotti riconduceva Sparta nel suo studio suUa costituzione di
Licurgo, era infatti attinto alla distinzione operata da Spencer tra societä. « militanti »
e «industriali », nei « Principi di sociologia »; e Spencer appunto si rifaceva a Sparta
nel proporre un esempio classico di societä, del primo tipo.22 Con ogni probabUitä,
all'insistenza spenceriana, sopratutto nei «Principi di sociologia», sul confronto
tra societä primitive e societä arcaiche vanno anche ricondotti gli interessi ciccottiani
sulproblema delleorigini della costituzione spartana—e della famiglia nel diritto attico.
Dall'acceso dibattito che i sociologi-giuristi deU'epoca andarono conducendo sulle
origini degli ordinamenti giuridici trae lo spunto r- ma non piü di questo — im saggio
certo ambiziosissimo, ma immaturo e sostanzialmente fallito come la * Introduzione
alla storia generale del diritto ». Anche qui lo Spencer dei «Principi», e lo Schäffle di
« Struttura e vita del corpo sociale», concorrevano a fomire i supporti teoretici. Ma non
soltanto i supporti: attraverso questi autori, e attraverso i dibattiti della sociologia
giuridica deU'epoca, il giovane Ciccotti si accostava alle opere degli studiosi delle
origini della societä e del diritto, ai comparativisti come Maine e Post23 — e ripercorrendo le loro opere, alla fondamentale letteratura antropologica anglosassone,
ai lavori del Tylor, di Lubbock, Mc Lennan, e, piü tardi, di H. Morgan. Ciccotti in
Su Icilio Vanni, si efr. da ultimo il bei saggio di Giuliana d'Amelio, Positivismo,
storicismo materialismo storico in Icilio Vanni, in: II socialismo giuridico, in: Q u a d e m i
fiorentini per la storia del pensiero giuridico moderno 3/4 [1974/75], 431—455.
Ciccotti cita le opere di Spencer nella traduzione francese; tuttavia, come h a indicato
Signorelli art. cit. 205 n. 51, per i « Principi di Sociologia » utilizzava quasi certamente l a
traduzione italiana, apparsa nella « Biblioteca dell'Economista » s. I I I vol. V I I I , Torino
1881, com'e iudicata dalla corrispondenza dei brani citati con tale traduzione. L a f a m o s a
opera di A. Schäffle, B a u und Leben des sozialen Körpers (1875—1878) era dal Ciccotti
conosciuta nella traduzione italiana dovuta aH'iniziativa del Boccardo, per la « Bibl.
dell'Economista ». Sul programma esposto nella « Prefazione Generale » della I I I serie della B E , si cfr. le osservazioni di A. Macchioro, Marxismo ed economia politica tra X I X e X X
497 SS. Sulla diffusione del darwinismo in Italia, oltre L . Bulferetti, L e Ideologie socialistiche in Italia nel positivismo evoluzionistico 1870—1892, Firenze 1951, 3 ss. (ed il I
cap. del suo reeente Lombroso, giä cit. a n. 33); V. Gerratana, Marxismo e darwinismo,
in: Ricsrcbo di storia del marxismo 69 ss. (scr. 1959 e 1971); Marramao op. cit., spec.,
il cap. I.
22 H. Spencer, Principi di sociologia, trad. it. B S E I I I vol. V I I I , Torino 1881, 395 d a
cfr. con Ciccotti, L a costituzione cosi d e t t a di Licurgo 94—95.
A. H . P o s t , Der Ursprung des Rechts, Oldenburg 1876; H. S. Maine, Dissertations on
E a r l y L a w and Custom, Londra 1883 (dal Ciccotti conosciuta nella trad. francese, E t u d e s
Sur l'ancien droit et la coutumo primitive, Parigi 1884). Sul metodo comparativo del
Maine si cfr. da ultimo K . E . Bock, Comparison of Histories: The Contribution of Henry
Maine, in: Comp. Studies in Society and History 1974, 232-262.
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64
MARIO
MAZZA
definitiva si muoveva in linea con gli interessi piü vivi della cultura positivistica, e
Antonio Labriola, tutto sommato, mostrava non la sua indubbia apertura d'interessi,
sibbene un aspetto sgradevole del suo carattere, quando si meravigliava — o faceva
finta di meravigliarsi ? — che un filosofo come Felice Tocco fosse allora tutto preso
dallo studio dei selvaggi deUa Papuasia.^-i Ciccotti in realtä seguiva un filone importante
negli studi dell'epoca, compiva una scelta di campo, non senza conseguenze. Dalla
frequentazione di questi autori egli ricavava da un canto spunti e materia per i
suoi lavori, dall'altro veniva rafforzando quella sua tendenza al comparativismo
sociologico-istituzionale che non lo abbandonerä mai, costituendo una peculiaritä
della sua concezione storica, e si concreterä, piü tardi in un'opera singolare come i
« C!onfronti Storici ».^s E nonostante tutte le debolezze di ordine metodico e dottrinario — talora esagerate per amor di polemica — vanno in ogni caso riconosciuti
al pur giovane Ciccotti un'interesse, un apertura verso le scienze sociali quäle non era
facile trovare, a quell'epoca, in altri studiosi, anche piu maturi, di storia in generale,
e di storia antica in particolare.26
E ' giusto insistere su questo punto. Questo primo Ciccotti — ma anche molto del
Ciccotti maturo — va inteso nel quadro della storiografia giuridica dell'epoca, nell'ambito della complessa problematica di ordine teorico e pratico che la percorreva.
Un fatto che le attuali ricerche di storia del pensiero giuridico stanno brillantemente
chiarendo e che appunto nell'ambito dell'esperienza giuridica, teorica e pratica, di
fine Ottocento, gli interessi sociali erano fortemente sentiti, e che le idealitä, « democratiche », « socialiste », sia pur in maniera confusa e contraddittoria, avevano una
notevole capacitä. di diffusione. Si pensi al fenomeno del «socialismo giuridico »,
che appare ora, giustamente, uno dei nodi piü interessanti della vita politico-culturale
nell'Italia di fine secolo.27 Ciccotti, interessato ai fenomeni giuridici e sociologici, va
indubbiamente confrontato con queste esperienze, che naturalmente in lui, con l'intensificarsi degli interessi storici, assunsero poi forme diverse. Tutto ciö concorre a
spiegare, come meglio vedremo in seguito, il dato forse piü significativo ed importante
nella teoresi storica ciccottiana, il rapporto affatto peculiare — almeno nei confronti
della storiografia al Ciccotti contemporanea — tra storia e politica, tra storia e vita
civile, il nesso, in lui realizzatosi, tra storiografia e milizia politica.
Assai giustamente P. Treves ha insistito sulla frattura tra storia e politica, tra
storiografia e vita civile che ha connotato la storiografia italiana sul mondo classico,
dopo l'unificazione. La nuova filologia classica italiana si mise a scuola della filologia
tedesca, con l'intenzione di conquistarsi una « scientificitä », una „Methode" che sen«Tuttiidotti, gl'insigni, i celebri, glieloquentifilologi, etnografi, antropologiegeografi
di qui lavorano a t u t t a p o s s a per capire la Papuasia . . . Poveri noi! Destituiti come siamo
d'ogni studio coscienzioso dellelettere umane e della storia, della filologia e della filosofia,
andiamo a cercare nella Papuasia la restaurazione delle scienze! », in: G. Berti, 12S lettere
inedite di Antonio Labriola a Bertrando Spaventa, Suppl. al n. 12 di Binascita 10 [1953],
731.
E . Ciccotti, Confronti storici, Cittä di Castello 1929. Per un giudizio non convenzionale
su questa discussa opera del Ciccotti, si v., oltreTreves, L'idea d i R o m a 256, sopratutto la
recensione di G. De Ruggiero, in: L a Critica 1930, 57—59 (e le penetranti osservazioni di
Gramsci, II Risorgimento, Torino 1959, 193 ss. =Quaderni del Carcere I I I , Torino 1975,
2 2 8 4 SS.)
26 Treves, L'idea di R o m a 2 2 9 ss.
Si confrontino i due tomi su II «socialismo giuridico», Ipotesi e letture, in: Quaderni
fiorentini per la storia del pensiero giuridico moderno 3/4 [1974—75], editi da P . Grossi.
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Tra diritto e storia
65
tiva non potergli essere trasmessa dai maestri italiani.28 Cosi facendo, essa recideva il
legame tra storiografia e vita civile che pur aveva rappresentato il fermento vitale della
grande storiografia europea ed italiana — e nella sostanza respingeva quelle storico,
e quella storiografia, alla cui scuola essa si proponeva di mettersi, cioe appunto lo
«scientifico» Mommsen e la sua lezione storiografica impemiata sul rapporto tra
politica e storia. A Ciceotti, invece, questo nesso vitale non Venne mai meno; esse gli
era assicurato, sin dall'inizio, dal tormentoso rapporto con la terra natale, dalla
stessa esperienza «meridionalistiea », da lui vissuta angosciosamente, all'istesso modo
di tanti altri intellettuali meridionali.
Per un giudizio obiettivo sul marxismo di Ciccotti risulta della massima importanza
r« Introduzione » premessa al primo volume della «Biblioteca di Storia Economica »,
l'importante impresa scientifica promossa ed in gran parte realizzata solamente dal
Ciccotti, anche se per evidenti ragioni di politica editoriale intitolata alla direzione
di Vilfredo Pareto.29 Lo scritto, dal significativo titolo « L'evoluzione della storiografia e la storia economica del mondo antico » (1899), si puö ritenere in certo senso, 11
punto d'approdo dell'esperienza marzista di Ciccotti, ed in quanto tale, almeno a
nostro parere, va considerato con maggior attenzione di quanto finora sia stato
fatto. AI di lä delle due prolusioni, questa «Introduzione » costituisce il culmine deUa
teoresi storigrafica di Ciccotti, nel suo rapporto con il marxismo, laddove «II tramonto
della schiavitü » ne rappresenta appunto la traduzione storiografica, la traduzione in
termini di ricoatruzione storica concreta. Vicinissimi nel tempo, ambedue gli scritti
costituiscono i frutti conclusivi di quella mirabile stagione storiografica ciccottiana,
che durö dal '92 al '98—99 — ne sono certamente i due volumi de «La civiltä del mondo
antico» (I—II, 1935) a rappresentare i vertici della produzione storiografica del
Ciccotti, come pure si h talora giudicato. In altri termini, « L'evoluzione della storiografia » ed «II tramonto della schiavitü » sono due esiti omologhi dello stesso travaglio
intellettuale, i due aspetti omologhi dell'esperienza marxista di Ciccotti; analizzare il
primo lavoro significa altresi rintracciare l'impalcatura teorica del secondo. Ripetiamo, per la valutazione del marxismo di Ciccotti questa «Introduzione » h molto
importante, piü importante di quel che finora si h ritenuto. In essa Ciccotti esprime,
per la prima volta in forma organica, la sua interpretazione deUa concezione materialistica della storia. L'articolazione del suo discorso h chiara e semplice. Nel riprendere 11
processo di sviluppo della modema storiografia economica del mondo antico al fine di
28 Piuttosto critico su questo processo P. Treves, Lo studio deirantichita classica
neirOttocento, Milano-Napoli 1962, X X I I ss e 117—119 (e con minore asprezza in L'ides
di R o m a 195 ss. Per una visione piü positiva del fenomeno, S. Timpanaro, H primo cinquantennio della Rivista di filologia e di istruzione classica, in: Riv. fil. e istr. class.
1972, 3 8 7 - 4 4 1 .
Ciccotti ha ricordato le difficolt& da lui incontrate nella realizzazione di questa
impresa editoriale (« . . . quasi senza esempio, allora nella etoria dell'editoria italiana . . . »
Treves, in Athenaeum 1963, 371) el 'aiuto prestatogli da Pareto, in una riconoscente commemorazione deH'amico. (Pareto e gli studi storici, in: Giornale degli economisti 1924,
114—119; si ctr. anche Attraverso la Svizzera, Palermo-Milano 1899, X X V I I I e Cronache
quadriennali, Milano 1924, II, 4 3 6 - 4 3 8 ) .
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M A R I O MAZZA
mostrarela validitä, del materialismo storico, lo studioso si propone un duplice obiettivo:
in primo luogo, difendere U materialismo storico dall'accusa — mossa da avversari
irrigiditisi su posizioni di preconcetta ostilitä, od anche « costruita » dalle apologie di
difensori scarsamente informati — di trascurare le correnti ideali della storia, di
negare insomma qualsiasi altra ideaJitä umana; ed in secondo luogo, una volta
controbattute tali obiezioni, di indicare che cosa si propone il materialismo storico,
quali siano le ideeinformatrici della nuova concezione della storia e della realtä umana.
Per quanto attiene al primo obiettivo, il compito di Cicootti risulta tutt'altro che
difficile, ed egli se la cava ripetendo tutto soinmato le usuali giustificazioni: « L'interpretazione materialistica della storia, intesa nel suo giusto senso, non rinnega l'aziono
storica e sociale delle correnti di idee, degli impulsi passionali, delle cause morali e
tanto meno, depo averne ammessa l'esistenza e l'efficienza, puö prescindeme.)>30
I critici del materialismo storico, talora per la scarsa conoscenza deirargomento,
talora per ostilitä preconcetta, combattono spesso o una teoria di maniera, o un
«archetipo», in ogni caso i risultati delle loro antipatie, delle loro prevenzioni, delle
loro impazienze. AI contrario, ribadisce Ciccotti, il materialismo storico non puö
far forza alla realtä delle cose, al modo in cui pretenderebbero i suoi oppositori, perche
esso « non vuol essere una teoria aprioristica, unilaterale, trascendente, ma una concezione della storia e della vita concreta, piü completa e che dai fatti stessi trae gli
elementi della loro spiegazione
L'uomo sociale e in realtä l'oggetto dell'indagine storica, del materialismo storico
giustamente inteso. L'uomo e in primo luogo costretto ad appagare i bisogni primari
ed essenziali della vita, egli entra pertanto in contatto con l'ambiente naturale che lo
circonda e che modifica con il suo lavoro, creando un « ambiente artificiale ». Egli puö
usufruire dell'ambiente naturale solo mediante una determinata cooperazione, in
determinate forme, e solo con la persistenza di queste puö continuare ad assicurarsi
l'esistenza. Tale ambiente artificialmente creato diventa poco a poco determinante
dell'attivitä umana, e su di esso debbono modellarsi le leggi e le istituzioni, la vita
singola degli uomini e le classi e le professioni che ad esso variamente si rapportano,
e cosi la cultura nei suoi diversi aspetti. La storia esce dal sopramondo delle idee per
riconoscersi nella realtä delle cose, nella concretezza dell'agire umano:
« Cosi, considerate nella loro origine, nella loro causa ultima e persistente, t u t t e
queste manifestazioni della vita sociale, sia che trovino la loro espressione nelle
istituzioni e nelle leggi proprianente dette, sia ehe la trovino nelle consuetudini, nei
sentimenti, nelle forme di vita, sono, in u l t i m a i s t a n z a , secondo l'interpretazione
materialistica della storia, una fimzione del modo di produzione, degli elementi della
vita materiale, del modo concreto, cioö, col quäle una data societä puö usufruire
dell'ambiente naturale in cui vive. »3E ' veramente caratteristico del niarxismo italiano di fine Ottocento questa coesistenza di motivi organicistici-evoluzionisti, di schietta matrice positivistica, e di
concetti specificamente marxisti, di un niarxismo «ortodosso», quäle il modo di
produzione. Su questo concetto marxiano insiste Ciccotti, nel suo tentativo di definire e di spiegare il materialismo storico. Per lui, e giustamente, il modo di produzione
e concetto fondamentale per intendere non solamente la struttura di base di una societä,
30 L'evoluzione della storiografia X X V I I .
31 Ivi X X V I I I .
32 L'evoluzione della storiografia X X X .
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Tra diritto o storia
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ma anche la sua interna dinamica, i processi della sua trasformazione. Esso va infatti
inteso non solo staticamente, nia anche dinamicamente: il modo di produzione varia
infatti nel corso del tempo, per lo sforzo continuo degli uomini di appropriarsi della
natura, di niodificare le basi naturali della loro esistenza. E perciö, « . . . col mutare del
modo di produzione mutano naturalmente, con niovimento seguaee, i rapporti ehe
aggruppano gli uomini tra loro in una certa maniera o Ii disgregano [cioe, i rapporti
soeiali di produzione, eome ora noi diremmo], leistituzioni, i modi di vedere, edi sentire,
i sentimenti, tutto quello insomma ehe eostituisce come l'involucro esterno, gli addentellati dell'azione e degli elementi soeiali tra loro e che si uniforma e si a d a t t a alle
variazioni del contenuto interiore. . . . il modo di produzione della vita materiale e
la sua incessante trasformazione da la spiegazione non solo della s t a t i c a , ma anche
della d i n a m i c a sociale, costituisce anzi l'elemento dinamico della vita sociale . . . »33
Sarebbe tuttavia errato applicare in maniera meccanica e semplicistica questo
procedimento di interpretazione. In realtä, « . . .il modo di produzione serve di spiegazione all'evoluzione storica e alla vita sociale, m a in u l t i m a istanza».^^ Esso
presuppone delle mediazioni, che si rivelano ad una precisa e puntuale analisi storiografica. Tuttavia, e in ogni caso vero che « . . . secondo l'interpretazione materialistica
della storia, tutte le manifestazioni d'ordine politico ed intellettuale, d'ordine giuridico
e d'ordine morale, si riconnettono al sottostrato economico come alla loro radice,
come alla condizione del loro sorgere e del modo della loro esistenza
C'e un rapporto
necessario tra quella che noi ora chiamiamo la struttura economica (e che Ciccotti
chiama « l'ultimo congegno economico ») e t u t t e le manifestazioni di ordine sovrastnitturale (di ordine politico, intellettuale, giuridico, morale etc.). TaJora l'azione della
struttura economica di base e «immediata e diretta», « . . . molte volte, in altri
campi, e soltanto indiretta, tal'altra e persino dissimulata », ma essa sussiste sempre.
Individualmente gli uomini possono muoversi ed operare sotto l'azione dei motivi
piü vari, ma nella societä vi e come una tendenza livellatrice che,« elidendo, smussando
reciprocamente le azioni individuah, le confonde e le unifica, in un risultato comune ».
La direzione di questa risultante e costituita da ciö che rappresenta «la forza specifica
di coesione», dal modo di produzione ciofe, e dalle forme concrete in cui esso opera,
assicurando « la preliminare ed imprescindibile sussistenza e coesistenza deUa societa
e dei suoi membri ». A quel primo fondamento della vita materiale sono subordinate e
coordinate « spessissimo senza saperlo e senza volerlo, t u t t e le azioni umane»; la
dipendenza dal modo di produzione di t u t t i i fenomeni della vita sociale costituisce
« la norma della storia, la legge di gravitä deUa vita sociale ».3®
E ' quindi evidente, per lo studioso di storia economica del mondo antico, l'importanza del materialismo storico, la sua superioritä su tutti gli altri metodi di interpretazione
storica. La concezione materialistica della storia« . . . tiene conto insieme dell'ambiente
naturale in cui l'uomo vive o si svolge, dell'azione che l'uomo esercita su di esso per
modificarlo, ed usufruirlo, degli strumenti che adopera per il suo lavoro di produzione
e deU'azione reciproca di questi agenti tra di loro e della loro risultante ». Ognuno di
33 Ivi X X X - X X X I .
3^ Ivi X X I . Sul modo attuale di interpretare la categoria marxiana di « modo di produzione », si cfr. tra la vasta bibliografia, G. La Grassa, Struttura economica e societii,
R o m a 1973, 25 22.
35 Ivi X X X I I I .
36 Ivi X X X I I I .
6*
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M A R I O MAZZA
questi elementi era gia stato assunto in considerazione come « fattore della storia », in
tentativi condannati al fallimento della loro stessa unilateralitä, laddove il materialisDio storico Eissume tutti questi elementi come « mezzo di spiegazione
conie « chiave
della storia » — assumendoli perö non « isolatamente, l'uno avulso dall'altro, bensi nel
loro incontro, nel loro punto di applicazione, nella loro cooperazione e nella loro
risultante
L e « fonti » di questo scritto di Ciccotti, piuttosto eterogenee, per la veritä, non
sono certamente troppo difficili da rintracciare, ma una volta riconosciute, chiariscono punti controversi del marxismo di Ciccotti. Per la prima parte dello scritto,
queUa in cui sono enunciati i vantaggi della nuova storiografia economico-sociale e,
nel rilevare l'importanza a tal proposito della prospettiva giuridica, si tenta di incorporare nell'ambito del positivismo evoluzionistico i giuristi della scuola storica, la
fönte dichiarata e un interessante articolo di Icilio Vanni38 — un autore che, come abbiaamo accennato, ispirava alcune delle originarie e fondamentali istanze della riflessione
sociologico-giuridica del primo Ciccotti. Per la parte conclusiva, queUa in cui si perora
la causa della storia economica, gli argomenti di fondo sono tratti da un noto scritto
del Cunningham su « L'utilitä dello studio della storia economica »; tradotto aUora in
italiano nella « Rivista italiana di sociologia
gggo rispecchiava il punto di viata
degli studiosi che, come Ciccotti, si batte vano contro una storiografia astratta dalla considerazione dei fatti economici e gia avviata verso una storia etico-politica o della
cultura.
Ma, per l'argomentazione centrale, la situazione e ben diversa: la fönte primaria
e fondamentale h Engels — non tanto Marx, si badi, quanto Engels. Infatti, diversamente da quanto ha giudicato il Natale, non e il Marx della « Prefazione » famosa a
« Per la critica dell'economia politica », quello che Ciccotti avrebbe « parafrasato »,
bensi Engels. Rovesciando la proposizione del Natale, si dovrebbe piuttosto affermare
che si h trattato di una « parafrasi» delle gia ricordate lettere di Engels a Bloch, allo
Schmidt (e allo Starkenburg), pubblicate in „Der sozialistische Akademiker" del
1895 — parafrasi che ovviamente avrebbe tenuto conto delle altre opere di Engels
e delle opere storiche di Marx. II fatto e sicuro, e sono pertanto inutili i puntuali
confronti che si possono istituire con taH lettere, dal momento che esse sono State
indicate come fönte principale della sua concezione materialistica della storia dallo
stesso Ciccotti, appunto nel suo articolo «Intorno all'interpretazione materialistica
della storia », « Riv. it. di sociologia » 1910, purtroppo non reperibile al Natale.^o
Engels h dunque la fönte principale della concezione storica del Ciccotti, le sue
formulazioni teoretiche sono quelle che si possono derivare da una lettura, peraltro
abbastanza fedele, dell'opera engelsiana — oltre che, s'intende del « Capitale » e delle
37 Ivi X X X V .
38 I. Vanni, I giuristi della scuola storica di Germania nella storia della sociologia e
della filosofia positiva, in: Rivista di filosofia scientifica 4 [1895], 693—721, (poi Milano,
Dumolard 1886 e Inf ine in: Saggi di filosofia sociale e giuridica, Bologna 1906, 165—200).
L'utilitä dello studio della storia economica, in: Rivista italiana di sociologia 1898,
704 88.
II Natale 276 n. 3, dichiara « introvabile » il « volume Intorno alla interpretazione
materialistica della storia, Roma 1910 ». In realtä, si tratta, come abbiamo giä indicato,
•di un estratto della Rivista italiana di sociologia 14 fasc. V—VI [1910], di cui una copia e
reperibile presso la Biblioteca Universitaria Alessandrina di Roma (copia di cui ci siamo
aerviti).
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Tra diritto e storia
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opere storiche iiiarxiane — e sopratutto degli scritti in cui il compagno di lotta di Marx
aveva enunciato i punti fondamentali dell'interpretazione materialistica della storia:
oltre alle lettere citate, r„Antidühring" (specialmente i capitoli 9—11 della Parte
I e r« Introduzione»ed il cap. I della Parte III) ed il capitolo conclusivo de! „Feuerbach".
Questa sceita non puö destare meraviglia: Engels, come si e detto sopra, e l'ispiratore
piü o nieno scoperto di niolta parte della riflessione storiografica svolta dal marxismo
della Seconda Internazionale.
Ciccotti dunque, per questa parte, non useiva fuori dalla tradizione marxista corrente
ai suoi tempi — ed e fatto perfettamente comprensibile, eonsiderate le vicende della
diffusione de^ marxismo in Italia. Sarebbe pertanto storiograficamente scorretto
ogni tentativo di divellere Ciccotti dal suo tempo: la suaconcezionestorica vainterpretata nel contesto culturale ad essa specifico.
In forma piü semplificata, e forse anche piü elementare, i concetti sopra discussi si
ritrovano sostanzialmente nel « Tramonto deUa schiavitü » — e sono enunciati nel
capitoletto «teoretico » dell'« Introduzione ». In effetti, l'opera storica di Ciccotti
rappresenta in certo senso la traduzione storiografica del travaglio teoretico culminato
nella teste discussa « Introduzione » generale alla « BSE ». Sono lavori, ripetiamo, che
nascono praticamente nello stesso periodo dell'evoluzione storiografica del Ciccotti —
dopo cio^ il 1895, dopo le indagini sulla storia politica e sociale della tarda repubblica
romana, dopo la fase « artistica » (Barbagallo) della sua storiografia. L'« Introduzione »
aUa « BSE » porta in calce la data del 10 febbraio 1899, la prima parte del« Tramonto »
(queUa sulla schiavitü nel mondo greco) usci inedizioneprowisorianel 1897, l'edizione
completa e definitiva dell'opera fe anch'essa del '99.
Le premesse teoriche del« Tramonto della schiavitü » risultano tuttavia abbastanza
chiare e, pur entro i limiti giä, indicati, rientrano all'intemo del marxismo della
Seconda Internazionale. Meno evidenti, e meno note, appaiono tuttavia le premesse
storiografiche dell'indagine ciccottiana. Non va dimenticato il fatto che il« Tramonto
deUa schiavitü » — che era, e voleva essere, sopratutto un'opera di storia, di concreta
ricostruzione storica — si inseriva, a questo riguardo, in un dibattito politico-ideologico assai vivo nella cultura del tardo Ottocento: il dibattito sulla schiavitü e suU'abolizione di questo istituto che ormai riusciva totalmenteripugnanteagliidealiumanitari
della borghesia egemone in Europa e neUe nazioni di cultura europea. Tale dibattito
aveva accompagnato la tragedia deUa guerra civile americana, e non si era esaurito,
anzi aveva dato impulso a tutta una serie di analisi storiche e sociologiche, con la
vittoria del Nord abohzionista. Anche l'indagine sul mondo antico ne risenti profondamente: come ha indicato Iza Biezunska-Malowist,^i gli impulsi decisivi all'indagine
I. Biezunska-Malowist, Les recherches sur l'esclavage ancien et le mouvement abolitionniste europöen, in: Antiquitas Graeco-Romana ac tempora nostra, Praga 1968,
161—167, partic. 164 ss. Sul problema, oltre al lavoro generale di D. B. Davis, The Problem
of Slavery in the Western Culture, N e w York 1956, si cfr. anche J. Vogt, Die antike
Sklaverei als Forschungsproblem von Humboldt bis heute, in: Historia 1965, 97—111; id.,
La schiavitü antica nella storiografia moderna, in: Quad. Urb. Cult. Claas. 18 [1974],
7—21 e il recente articolo di W. Backhaus, John Elliott Cairnes und die Erforschung der
antiken Sklaverei, in: HZ 220 [1975], 5 4 3 - 5 6 7 .
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MARIO MAZZA
suUa schiavitü antica derivano dai movimenti abolizionistici nell'Europa e negli
Stati Uniti d'America. Anche la fondainentale opera di Henri Walion, che42 inaugura
la moderna ricerca sulla schiavitü antica, sarebbe stata «impensabile» senza il
dibattito per Tabolizione della schiavitü nelle colonie francesi.^3 Essa « attualizzava»
ed «ideologizzava » il problema, con un intento politico-pedagogico che rispondeva
peraltro all'occasione per cui era stata composta, il concorso bandito nel 1837 dall'Accademia Parigina di Scienze morali e politiche. La stessa ideologizzazione era nel
cattolico P. Ailard;^^ sotto Timpressione del processo di emancipazione degli schiavi
in America ed in altre parti del mondo furono composti i lavori del francese Tourmagne [A. V i l l a r d ] , ^ 5 del Letourneau (1897), dell'inglese J. K . Ingram (1895), dell'olandese H. J. Nieboer.^ß In realtä, solo con Ed. Meyer l'indagine sulla schiavitü
antica eace dalle secche dell'ideologia per assurgere ad un puntuale tentativo di spiegazione storiografica nel quadro della vicenda generale del mondo antico. In certo
seuso, Meyer puö considerarsi la pietra di paragone sulla quäle confrontare « II
tramonto della schiavitü» ciccottiano. Non c'e dubbio che, nonostante le premesse,
rinterpretazione del fenomeno schiavile presentata dal Meyer si risolvesse nella
preminenza dei fattori di ordine politico; ma e anche vero che, nonostante ciö,
storico tedesco tentava di legare, e non e piccolo merito, il problema della schiavitü a
quello piü generale dell'evoiuzione economica del mondo antico, presentando, in due
fondamentali saggi (« L'evoluzione economica del mondo antico », 1895, e « La schiavitü nell'antichitÄ », 1898),^^ le linee maestre di quella ricostruzione che, bene o male,
e stata alla base della moderna storiografia economica sul mondo antico, di ispirazione non marxista.^s
II discorso di Meyer era in gran parte interno alla problematica della contemporanea
storiografia tedesca sul mondo antico — ed era soprattutto rivolto contro gli studiosi
di ispirazione positivistico-materialista, piü o meno socialisteggianti in campo politico.
Nel primo dei due saggi citati Meyer sopratutto combatteva la teoria di K . Bücher,
secondo cui, neirambito dei tre successivi stadi („Stufen") dell'evoiuzione economica,
Tantichiti sarebbe restata allo stadio dell'economia domestica („Hauswirtschaft")
nell'altro, egli essenzialmeüte polemizzava contro la connessa teoria della gradualesuccessione, nella storia universale, dei rapporti di lavoro, dalla schiavitü nel mondo antico,
attraverso il servaggio nel medioevo, al libero contratto di lavoro nell'etä moderna.so
''2 H . Wallon, Historie de l'esclavage dans l'antiquite I - I I I , Parigi 1847, 21879.
« Vogt Historia 1965, 98-99; Backhaus H Z 220 [1975], 543.
« P . Allard, Lea esclaves chrötieas, Parigi 1876, (51914).
A . Tourraagne [A. Villard], Histoire de l'esclavage ancien et moderne, Parigi 1880.
J. K . Ingram, A History of Slavery and Serfdom, Londra 1895; Ch. Letourneau,
L'^volution de l'eaclavage dans les diverses races humaines, Parigi 1897; H . J. Nieboer,
Slavery as an Industrial System, Ethnological Researches, H a a g 1900 (21910).
Ed. Meyer, Dia wirtschaftliche Entwicklung des Altertums, in: Jahrb. f. Nationaloekonomie u. Statistik 9 [1895] (ora in: Kleine Schriften 12, Halle 1924, 79 ss., trad.it.
B S E I I , 1 [1905], 3 SS.) e Die Sklaverei im Altertum (1898) ibid. 169 ss.
Sia conssntito rimandare alla mia « Introduzione » all'ed. it. di F. M. Heichelheim,
Storia economica del mondo antico, Bari 1972, V — L X X I I I (partic. X L I ss.) e agli studiosi
ivi menzionati.
K . Bücher, Dia Entstehung der Volkswirtschaft, Tübingen 12x919^ §3 ss. (prima ed.
1893) e Zur griechischen Wirtschaftsgeschichte, Festgabe A . Schäffle, Tübingen 1902,
193-253 (ora in: Baiträge zur Wirtschaftsgeschichte, Tübingen 1922, 1 ss.).
50 Meyer, Die Sklaverei im Altertum 169-212; cfr. 188.
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T r a diritto c storia
71
A questa prospettiva evoluzionistica, Meyer opponeva, a livello di concezione storica
generale, un suo storicisiuo individualizzante, che insisteva sull'importanza della
personalitä nella storia e sulla specificita delle vicende storiche di ogni organismo
sociale o statale'"' [specificita clie tuttavia non eseludeva parallelismi e confronti
con altre specifiche situazioni storiche: si pensi al suo Interesse per la concezione
ciclica della storia di 0 . S p e n g l e r . E g j j vedeva il mondo antico come un'unitä
conclusa in se stessa, aperta e chiusa da quel rapporto personale di dipendenza che
fu il servaggio."'^ Come e stato osservato, e caratteristico del modo meyeriano di fare
storia il porre in relazione fatti economici e fatti politici — ma va anche ribadito che
la preminenza viene accordata, in ultima analisi, ai secondi. Cosi, non tanto il diffondersi del comniercio o della manifattura, quanto invece la formazione stessa deUo
stato di diritto, la polüeia, hanno aperto la strada alla schiavitü {„. . . zwischen
verschiedenen Stämmen ein ursprüngliches rechtliches Verhältnis nicht gibt noch
geben kann").5'i Nel mondo greco fu la lotta per la supremazia politica a spianare la
strada alla schiavitü. Gli strati sociali che traevano le loro fortune dal commercio e
dall'industria (manifattura), nella lotta contro gli agrari rovarono conveniente
utilizzare la forza-lavoro di riserva costituita dagli schiavi. Piü a buon mercato, tale
forza-lavoro servile si sarebbe posta in decisa concoirenza con il lavoro libero, che
ne fu svantaggiato. A Roma, il ceto agrario sarebbe riuscito a mantenere tutta la sua
potenza politica e la schiavitü, quindi avrebbe preso piede piü tardi. Ma, dopo la
creazione dell'impero mondiale, anche gli agrari trovarono conveniente sfruttare le
loro proprieta impegnando le grandi masse di schiavi loro offerti a buon mercato
dalle guerre di conquista. II 1° secolo avrebbe segnato cosi l'apice della schiavitü antica;
poi sarebbe cominciata la parabola discendente. Due secoli piü tardi il sistema schiavüe
non mostra piü alcuna specifica importanza, i liberi furono soggetti al lavoro obbligatorio, ereditario. Ritornö il servaggio e ricominciö di nuovo il ciclo.ss II discorso
di Ciccotti si inseriva, assai piü dei saggi del Meyer, nel contesto della ricercastoriografica sulla schiavitü, prospettando una problematica tutto sommato piü ricca e piü
articolata di quella dello studioso tedesco. Sopratutto, essa presentava il pregio di
insistere suU'aspetto economico come un punto essenziale del problema—diversamente
dal Meyer, per il quäle, nel pur vario atteggiarsi del fenomeno schiavile, erano invece
gli aspetti politici a costituire i fattori determinanti. E ' bene a questo punto richiamare
le linee fondamentali del« Tramonto della schiavitü », l'architettura chiara e perspicua
dell'opera.
Va subito detto che Ciccotti ci presenta una completa storia della schiavitü in
Grecia e Roma — anche se, come indica il titolo, l'accento k> sopratutto posto sul
processo di dissoluzione della istituzione stessa. La ricostruzione storica e tutta giuocata
Si cfr. le proposizioni teoriche formulate nel suo scritto famoso Zur Theorie und
Methodik der Geschichte, Kleine Schriften 1—78 e per la sua concezione della personalitä
nella storia, The Development of Individuality in Ancient History, ibid. 213—220. L a
risposta di M. Weber alle proposizioni meyeriane si trova nei Kütische Studien auf dem
Gebiet der kulturwissenschaftlichen Logik (1906), ora tradotti e presentati da P. Rossi, in:
II metodo delle scienze storico-sociali, Torino 1958, 143 ss. (II saggio In polemica con Eduard
Meyer e alle pp. 145-206).
Ed. Meyer, Spenglers Untergang des Abendlandes, Berlino 1925.
Die Sklaverei im Altertum 188 ss.
Ivi 177.
55 Die Sklaverei im Altertum 178 ss., 197 ss.
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M A B I O MAZZA
sul filo dell'analisi economica e sociale (pur con il riconoscimento del ruolo degli
altri fattori); diversamente da WaUon e da Allard, Ciccotti attribuisce quasi nessuna
importanza al ruolo svolto, nel processo di dissoluzione, alla Stoä o al Cristianesimo.
Marxisticamente, tale processo puö essere spiegato, chiarisce Ciccotti, solamente in
base ai mutamenti dei rapporti di produzione; in altri terniini, la schiavitü e una
forma di produzione che corrisponde ad un determinato grado di sviluppo delle forze
produttive: essa ha quindi origine e fine a seconda dei cambiamenti del modo di
produzione, «Non e nelJa guerra, e nemmeno nella violenza in generale» — scrive
Ciccotti — « che bisogna cercare TorigLne e la causa della schiavitü . . .: con le condizioni . . .che preparano e apportano la propritä, privata della terra e l'accumulazione
della ricchezza, e una struttura piü varia e distinta da maggiori contrasti, sorge sistematicamente e comincia ad avere sempre maggiore incremento la schiavitü; essa
Btessa mezzo potente di maggior accumulazione della ricchezza e di piü distinti contrasti sociali . . . ».56
Su questa base Ciccotti puö presentare una storia «reale », non idealizzata, delrevoluzione della schiavitü antica. « E questo intimo nesso dell'accumulazione deUa
ricchezza, del modo di produzione, e delle relative forme di vita con la schiavitü
Vera e propria si puö scorgere ancora abbastanza distintamente nella stessa incompleta
e frammentaria tradizione ellenica».^? Ciccotti ricerca questi rapporti, questo «intimo
nesso» entro la convulsa e complessa vicenda delle poleis greche, trovando cosi il
filo conduttore «reale» deUa loro storia. Infatti, mentre neUa Grecia arcaica prevaleva
il servaggio, con lo sviluppo delle cittä. e della produzione manifatturiera il cambiamento economico provocö un potente incremento delle forze produttive; prese cosi
impulfio la schiavitü. Nell'eta classica della Grecia, i lavoratori liberi si trovarono in
aperta concorrenza con gli schiavi. Solo dopo la guerra del Peloponneso, in epoca
in cui incominciarono a svilupparsi embrioni di rapporti capitalistici, sembrö ridursi,
nella teoria e nella prassi, la distanza tra lavoratori liberi e schiavi. Ma non h tra
schiavi e liberi, bensi tra capitalisti e proletari l'opposizione fondamentale deUa societä ellenistica, nella quäle comincia a verificarsi il fenomeno dell'eliminazione della
schiavitü. Nell'economia eUenistica, piü progredita, la schiavitü «. . . si viene spezzando, come uno strumento poco adattoeimpacciante; mentre cominciano, d'altra parte,
a sbozzarsi e a germogliare i rudimenti dell'economia capitalistica ».^s
Lo stesso processo si verifica nel mondo romano. Anche qui la schiavitü non h
agli inizi prevalente, anche qui gli schiavi si pongono in decisa concorrenza con i
lavoratori liberi quando si verificano certi processi di accumulazione del capitale. Con
la concentrazione della ricchezza, con la nuova stmtturazione dell'economia agricola,
si svüuppa e si diffonde anche la schiavitü, « . . . alimentata dalle guerre e dalla pirateria, fecondata, in cittä e in campagna, da una nuova fase dalle vita economica,
adoperata, nella complicazione crescente dei rapporti sociali, alla soddisfazione dei
molteplici bisogni, impiegata dallo Stato stesso nel vario estendersi delle sue funzioni,
dalle societa e dai privati neUa gestione delle loro Industrie e dei loro commerci,
divenuta mezzo di produzione in mano di alcuni, strumento e fomite di raffinatezza
in mano di altri e, in mano a molti altri, materia prima di speculazione, come oggetto
d'incetta, mezzo di scambi, investiniento e forma notevolissima di proprietä. mobUiare,
56 Ciccotti, II tramonto della schiavitü 39.
57 Ivi 4 0 - 4 1 .
58 Ivi 1 3 6 - 1 3 7 .
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Tra diritto e storia
73
e mezzo per far valere e mettere in movimento ogni altro genere di ricchezza ».59 La
schiavitü connota lo sviluppo deU'economia romana repubblicana; ma non si possono
trascurare i risvolti negativi del processo, nell'agricoltura stessa, nella sicurezza
pubblica, nei disordini civili che la schiavitü comportava, nella moralitä che deprimeva, in tutti gli ambienti della societä cui essa ineriva. E sopratutto, il lavoro servile si dimostrava, in ultima analisi, poco produttivo. Cosi che, mentre la schiavitü
andava soggetta a questi svantaggi, che ne determinarono, nel lungo periodo, la
crisi, « . . . cominciava, in senso contrario all'azione esercitata dalla mano d'opera
servile e dalla sua diffusione, una reazione della classe libera, concorrente ad allargare il salariato insieme agil stessi schiavi, di cui si andava trasformando in parte la
funzione e l'impiego
La schiavitü acquistö cosi una nuova funzione, gli schiavi
vennero piü spesso impiegati come lavoratori liberi, nel diritto romano non vennero
piü valutati soltanto come una cosa. Apparvero in tutto il loro rilievo le contraddizioni dello stato servUe, che la nuova coscienza giuridica tentö di risolvere. Si incremen tö la pratica della manomissione; in genere si ebbe un miglioramento della
condizione servile, in cui giuocarono un ruolo non irrilevante le nuove correnti morali
della societä imperiale, dallo stoicismo al cristianesimo. Ma il cristianesimo, se indubbiamente concorse a migliorare le condizioni degli schiavi, non fu certamente, come
abbiamo detto, la causa dell'eliminazione deU'istituto schiavile. B livellamento tra
forze di lavoro libere e quelle non libere non fu tanto awiato dal cristianesimo — e
dallo stoicismo — quanto piuttosto dalle difficoM nell'approwigionamento e daU'esaurirsi del flusso degli schiavi da im canto, dal decadimento dei liberi, dall'altro. H
generale declino deU'economia nell'etä, imperiale, il diffuso impoverimento della societä — ed il fenomeno del colonato nell'economia agricola puö considerarsi la spia
di tale cronica m a l a i s e — fecero si che la schiavitü Oedesse quasi completament«
di fronte al servaggio. Essa, non abolita per legge, seguiterä ancora a persistere al
lavoro coatto — ma come una soprawissuta.«!
L'opposizione tra lavoro libero e lavoro servile costituisce l'ideale filo rosso che percorre tutta la trama concettuale de «II tramoüto della schiavitü ». Ciccotti ribadisce,
giustamente, che non vi sono state epoche, nella storia del mondo antico, in cui la
schiavitü abbia rappresentato l'unica forza lavoro; in realtä, anche nei periodi di
piü generalizzato impiego servile, esistette sempre una categoria di lavoratori liberi,
pronti a gettare sul mercato l'offerta della loro forza-lavoro. II punto centrale della
sua analisi sta appunto neU'individuazione delle cause economiche e sociali che permisero il sopravvento del lavoro libero sul lavoro servile — o meglio, che resero meno
competitivo il lavoro servile nei confronti di quello salariato. Si possono indivlduare
parecchi fattori. Da un punto di vista puramente economico, poteva in realtä risultare piü conveniente servirsi del lavoro salariato, anche di schiavi presi in affitto,
piuttosto che del lavoro servile, in quanto quest'idtimo comportava il mantenimento
degli schiavi anche nei periodi di scarso lavoro o di totale inattivitä. Inoltre, il continuo
59 Ivi 1 6 5 - 1 6 6 .
eoivi 198.
61 Ivi 306.
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74
MARIO MAZZA
aumento del proletariato cittadino manteneva basso il costo della niano d'opera.
Ancora, dal punto di vista politico, il mantenimento dello schiavo comportava
S e r i e tensioni all'interno del corpo sociale. Le guerre servili costituirono un serio
problema per la Roma tardo-repubblicana. Pur dopo la loro sanguinosa repressione si
mantenne sempre endemico un attegiamento di rivolta da parte delle masse servili —
e di guardinga repressivitä da parte dei padroni liberi. II problema della sorveglianza
degli schiavi non fu mai soddisfacenteinente risolto, da parte dei proprietari. E,
per quanto integrati nel corpo sociale, gli schiavi costituirono sempre un mondo
separato, con una morale che non poteva non risentire delle contraddizioiii del loro
stato — e che si trasmetteva, dati i rapporti strettissimi tra padroni e schiavi, ancheai
liberi. Cause varie, e diverse nell'applicazione, dunque; ma tra le quali una sopratutto,
di ordine economico, appare determinante: la searsa redditivitä del lavoro servile
e la complementare sua deficiente competitivitä nei confronti del lavoro libero salariato.62
Ritomeremo tra poco sulla valutazione di questa tesi, centrale nel pensiero di
Ciccotti; ma, per mantenerei sempre sul filo del suo ragionamento, va indicato un
altro punto importante della ricostruzione da lui presentata. Secondo Ciccotti, la
schiavitü antica avrebbe potuto condurre ad uno sviluppo capitalistico, a forme in
ogni caso di produzione capitalistica, se le invasioni barbariche e, soprattutto, l'insensata dissipazione ed il conseguente impoverimento delle classi dominanti nell'impero romano non avessero sfortunatamente interrotto il processo di accumulazione
della ricchezza. « Se neirepoca imperiale romana » — egli afferma — « lo sviluppo della
ricchezza fosse stato progressive anziehe regressive, se vi fosse stata un'accumulazione anziehe uno sperpero di capitali, vi sarebbe stato luogo, sulle rovine delreconomia servile, a un vero sviluppo d'industria capitalistica, dicuiiltempo anteriore
aveva dati gli accenni e i rudimenti. »63 In realtä, sempre secondo il Ciccotti, nel suo
sviluppo la schiavitü avrebbe introdotto forme embrionali di economia capitalistica,
antagonistiche aUe strutture economico-sociali all'interno delle quali la schiavitü era
sorta. Infatti, anche se « . . . il carattere predominante dell'economia piü antica . . .
consiste nella produzione fatta nella casa e in vista del consumo diretto . . . » , anche
se la schiavitü « . . . aveva contribuito non solo a mantenere, ma anche a sviluppare
questa produzione casalinga . . . »; tuttavia, « . . . col complicarsi dei rapporti sociali
e con l'avvento di uno stadio di economia piü progredito ed elevato, la funzione degli
schiavi sorpassava il ristretto ambito della cerchia domestica e si convertiva in qualche Cosa di diverso e anche di opposto alla pura cooperazione della vita economica
familiare
L a nuova fase dell'economia agricola, che aveva sostituito all'unitä.
produttiva della famiglia il latifondo, con tutte le sue varie forme di produzione, comportava una nuova funzione dello schiavo. Come dice Ciccotti:
Su questo controversoproblema per il mondo antico, si cfr. oltre allo studio di C. A.
Yeo, The Economics of Roman and American Slavery, in: Finanzarchiv 1 9 5 2 , 4 4 5 — 4 8 5 ;
H. Dohr, Die italischen Gutshöfe nach den Schriften Catos und Varros, diss. Colonia
1965; N. Brockmeyer, Arbeitsorganisation u. ökonomisches Denken in der Gutswirtschaft
des römischen Reiches, diss. Bochum 1968, le pagine di F . Kiechle, Sklavenarbeit u.
technischer Fortschritt im röm. Reich, Wiesbaden 1969, 1 ss., e il capitolo di R. Martin,
Recherches sur les agronomes latins et leurs conceptions ^conomiques et sociales, Parigi
1 9 7 1 , 3 4 3 8S., 3 8 7 ss.
63 Ciccotti, II tramonto della schiavitü 304.
64 Ivi214.
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T r a cliritto e storia
75
« Gii schiavi divenivano materia di speculazione. Erano comperati per dirozzarli,
istruirli e poi rivenderli . . . e, appresso, date certe condizioni, se ne procurava la
moltiplicazione e l'allevamento con l'esclusivo e preciso scopo della vendita.
Si locavano, funzionando conie una vera e propria forza di lavoro separata ed
indipendente dal capitale in cui il loro lavoro veniva incorporato, costituendo cosi
una vera forma di salariato con tutti i suoi rapporti. . . si venivano cosi creando, anche
nel seno della schiavitü e col suo mezzo, quella separazione e quell'antitesi del capitale
e del lavoro, che dovevano costituire il carattere peculiare della nuova economia in
contrapposizione all'antica. La nuova fase dell'economia, con la divisione progrediente
del lavoro, con i maggiori progressi tecnici, col bisogno di una educazione tecnica
professionale rompeva l'insufficiente e chiusa cerchia della produzione casalinga e
trovava nel salariato una forma piü conveniente e piü consentanea alla sua indole.
Ma, quella continuitä, che v'fe tra il veccio e il nuovo, quella pressione lenta ed
assidua che infonde nelle vecchie istituzioni uno spirito nuovo e le adopera per
nuovi bisogni, sformavano il tipo genuino della schiavitü antica e le facevano assumere
una forma ibrida, dandole Timpronta del salariato.
La schiavitü si formava e si trasformava da tutti i lati. »65
Mutava dunque la funzione della schiavitü: la pratica della manumissione e l'istituto
del pecidium costituivano gli aspetti ed insieme gli strumenti di questo mutamento.
Acquistavano un ruolo sempre piü significativo il lavoro salariato e l'artigianato, si
manifestavano fenomeni di tipo embrionalmente capitalistico: si trasformava la
base economica del mondo greco-romano.
Tuttavia, nonostante che la schiavitü si trasformasse, e come istituzione e nelle sue
funzioni socioeconomiche, e nonostante la presenza di embrionali elementi capitalistici, Peconomia antica non riuscl, sempre secondo Ciccotti, ad attingere forme di
produzione piü elevate, un modo di produzione piü complesso. Mentre la schiavitü decadeva, maturavano sempre piü, espiegavano un'azionevieppiü forte e oontinua.le cause
che dovevano generalizzare il lavoro libero e, correlativamente, dissolvere la schiavitü.
Ma non si riuscl ad ascendere a forme di organizzazione economica piü complesse e
produttive. Nonostante la presenza di alcune condizioni favorevoli — quali l'allargamento degli scambi commerciali, lo sviluppo di attivitä, artigianali e di rudimentali
forme di produzione industriali,®® una certa propensione al lusso e quindi a generalizzate attivitä di scambio — elementi strutturali della societä romana imperiale, come
il parassitismo di gran parte della popolazione, la necessitä, di mantenere in vita un'
impalcatura militare e burocratica assai onerosa, il diffuso e generale impoverimento
della societä, imperiale, impedirono un'evoluzione in tal senso. Non si sviluppö una
produzione industriale, non si iniziö un processo di accumulazione di capitali. Anzi,
al contrario, la loro insufficienza, l'impoverimento generalizzato, spinse verso forme
regressive di economia. Come scrive Ciccotti:
« L'economia a schiavi si dissolveva inesorabilmente; ma, se la ricchezza accentrata
in un numero relativamente ristretto di persone e la contrapposizione di proprietari
e proletari spingeva verso l'economia del salariato e ne abbozzava le linee; l'insuffi65 Ivi 2 1 4 - 2 1 5 .
®® Ivi 291 SS. Si efr. anche le osservazioni a p. 293. Ciccotti qui si riferisce criticamente
al modo in cui il problema era impostato nei lavori di B. Büchsenschütz, Die Hauptstätten
des Gewerbefleißes im Klassischen Alterthum, Lipsia 1869 e H. Blümner, Die gewerbliche
Thätigkeit des Klassischen Alterthums, Lipsia 1869.
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76
MAKIO MAZZA
cienza di capitali disponibili spingeva verso una forma di economia piü regressiva
ancora deireconomia a schiavi, verso il servaggio ed i fenomeni ad esso corrispondendenti. »6"
II colonato e appunto una di queste forme regressive, eostituisce anzi il sintomo ed
insieme la causa piü rappresentativa della decadenza dell'economia schiavistica.
La sua « ragione determinante » coincide, secondo Ciccotti, con la causa dissolvente
dell'economia schiavistica; si elimina la schiavitü, almeno come istituzione generale,
sostituendovi il colonato, che adempie in buona parte alle stesse funzioni economiche
cui prima era appunto chiamata la schiavitü. II colonato originava, in ultima analisi,
dalla crisi di impoverimento del mondo romano; con esso si affermava una forma di
produzione ehe « . . . a differenza del lavoro libero, che richiede un capitale minore del
lavoro schiavo, ma p u r ne richiede uno, non ne esigeva nessuno
e di converso
«l'eliminazione della schiavitü, sia sotto forma di vendita degli schiavi, sia sotto
forma di rinuncia a ricostituire la scorta, costituiva una maniera di liberare il proprio
capitale, per utilizzarlo altrimenti o per sopperire alla sua deficienza
Era insomma
la necessitä economica, la forza stessa delle cose, ad imporre il colonato; esso rapprent a v a « nella maggior p a r t e dei casi, per i padroni la maniera piü utile, se non la sola, di
mettere a profitto i propri fondi e per i coltivatori forse la sola maniera di provvedere
al proprio sostentamento
Ma sopratutto, il colonato si mosse ad identificarsi con
Tantico servaggio, per il verilicarsi di una condizione economica analoga a quella che,
in epoca arcaica, aveva prodotto il servaggio e adesso «tornava a produrlo, nello
sfasciarsi del mondo antico, al sorgere dell'Evo medio »; come incisivamente dichiara
Ciccotti:
« H servaggio, quäl'era ormai il colonato, diveniva cosi sempre piü non l'espressione
di un'attivitä piü feconda, suscitata da tributi e dal bisogno di una cultura intensiva,
ma il fenomeno piü perspicuo di un collasso sociale, di una estenuarsi graduale delle
forze economiche. Quelle norme, che alle stesse classi dominanti erano o sarebbero
seinbrate vincoli in tempo ed in luogo di grande sviluppo economico, erano ora una
necessitä. economica, una forza, un mezzo di vita. »'i
Se e vero che a K a u t s k y «II tramonto della schiavitü » — nonostante la divergenza
SU un p u n t o per la veritä fondamentale — appariva nelle sue conclusioni un' opera
„sehr plausibel u n d sehr marxi8tisch",'2 e perö anche vero che alcune deUe tesi piü
importanti in essa sostenute derivano da un celebre libro della letteratura abolizionistica ottocentesca, da "The Slave Power" di J . E. Cairnes-''^ Nel valutare le posiCiccotti, 11 tramonto della schiavitü 305.
«8 Ivi 310.
69 Ivi 310.
'OIvi 311.
71 Ivi 313.
" K . Kautsky, SHaverei und Kapitalismus, in: Die Neue Zeit 29 [1910-11], I I B ,
713—725 (a p. 714, lo scritto di Kautsky e una recensione aU'edizione tedesca dal «Tramonto », tradotto da Oda Olberg, Der Untergang der Sklaverei im Altertum, Berlino 1910).
The Slave Power: I t s Character, Career and Probable Designs, Being an A t t e m p t t o
Explain the Real Issues Involved in the American Contest, Londra 1862, ^1863, rist.
N e w York 1968, Su Cairnes, cf., della molta letteratura: G. O'Brien, J. St. Mill and J'. E.
Cairnes, in: Economica N. S. 10 [1943], 2 7 3 - 2 8 5 ; R. D. Collison Black, Jevons and
Cairnes, in: Economica N. S. 27 [1960], 232 ss. (V. anche dello stesso autore, Enc. Brit.
I V [1962], 534; Intern. Enc. See. Sc. II [1968], 257 ss.); W . L . M i l l e r , J. E. Cairnes er
the Economics of American Negro Slavery, in: South. Econ. Journ. 30 [1963/64], 333—345;
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Tra diritto e storia
77
zioni di Ciccotti non si puö fare a meno di tenere presente quest'opera che f u ben n o t a a
Marx ed a Engels e che influi in maniera determinante sull'impostazione del dibattito
intorno aireconomia schiavistica accesosi negli anni della guerra civile americana.
J o h n Elliott Cairnes (1823—1875) appartiene alla schiera, cara a Keynes, di quegli
economisti che sono capaci d'intervenire d i r e t t a m e n t e nella lotta politico-ideologica
ed i cui libri, oltre che sequenze di Ordinate teorie, sono strumenti di aspra battaglia
ideale. Professore di diritto e di economia politica, egli f u uno dei piü importanti allievi di J o h n S t u a r t Mill e, come lui, riteneva inseparabili riflessione teorica ed a t t i v i t ä
pratica — in tale senso risulta assolutamente pertinente la definizione di « ultimo
degli economisti classici» recentemente attribuitogli.'^ Come dieevamo, "The Slave
Power" f u u n libro di intervento, apparso nel 1862, nel secondo a n n o della guerra
civile americana, incontrö subito un tale successo, d a rendere necessaria u n a seconda
edizione, accresciuta, dopo appena sei mesi. Esso ebbe un peso d e t e r m i n a n t e nell'orientare a favore dell'Unione Topinione pubblica inglese, d a p p r i m a orientata verso i
Confederati. Ma anche presso gli specialisti godette di alto f a v o r e ; esso f u giudicato
come "one of t h e finest specimens of applied economic philosophy", come proponente
importanti dottrine economiche. Anche dall'irritabile J e v o n s f u definito, in u n a lettera
all'autore, come "a nearly or quite irrefragable piece of rea8oning".75 Esso giuocö u n
ruolo importantissimo nella discussione suUa schiavitü a m e r i c a n a , m a s o p r a t t u t t o ,
p u ö considerarsi come l'unico libro che presenta u n a fenomenologia della schiavitü,
che t e n t a di cogliere, insieme al quadro concreto della istituzione in America, anche,
e soprattutto, la sua s t r u t t u r a , il suo funzionamento. P e r cui, il libro potfe servire n o n
solo a coloro che si occupavano dell'istituzione servile nell'America della guerra civile,
m a anche a coloro che, con interessi comparativistici, « scientifici», si t r o v a v a n o a d
affrontare il problema della schiavitü, per altre regioni e per altre e p o c h e j e
"The Slave P o w e r " esercitö un'enorme influenza sugli a d d e t t i ai lavori, oltre che
sull'opinione pubblica. Esso ha certamente influito, sia p u r p e r via indiretta, su molti
studiosi del mondo antico — anche se risulta parecchio difficile rintracciare tali
imprestiti e riconosceme i precisi itinerari. Sembra t u t t a v i a possibile | a r risalire a
Caimes, in ultima analisi, alcune delle concezioni suUa schiavitü divenute correnti
t r a gli specialisti dell'antichitä, classica, e delle quali la f ö n t e non a p p a r e a p r i m a
vista riconoscibile. E ' perö certo che l'opera caimesiana abbia d i r e t t a m e n t e influito
SU Marx e, attraverso la mediazione dell'autore del « Capitale » sugli storici di ispirazione marxista.77 Per questa via, importanti tesi caimesiane sono p a s s a t e nel bagaglio
H. D. Woodman, The Profitability of Slavery: An Historical Perennial, in: Journ. of
South. Hist. 29 [19631, 303-325 (su Cairnes p. 307); W. Backhaus, Marx, Engels und die
Sklaverei, Düsseldorf 1974, 41 ss., 48 ss., 70 ss., 74 ss., 177 ss., e pasaim; id., John Elliot
Cairnes und die Erforschung der antiken Sklaverei, in: Hist. Zeitschr. 220 [1975], 543—567,
partic. 549 ss.
Collison Black, Economica 1960, 232; Enc. Brit. IV (1962), 534.
Lettera di Jevons a Cairnes del 23—4—1864, riportata da Collison Black, Economica
1960, 223.
'« Backhaus, Hist. Zeitschr. 550. Per l'influenza di Cairnes sugli studiosi americani:
cfr. Woodman, The Profitability of Slavery 307 ss.; l'influenza caimesiana ö evidente nel
saggio di Achille Loria, Die Sclavenwirtschaft im modernen Amerika und im europäischen
Alterthume, in: Zeitschr. f. Soz. u. Wirtschaftsgeschichte 4 [1896], 67—118 (saggio peraltro
noto al Ciccotti, che lo cita alla nota 3 di p. 5 del suo libro).
Su questo punto ha recentemente insistito il Backhaus, Marx, Engels u. die Sklaverei
75 ss.; Hist. Zeitschr. 220 [1975], 551 ss.
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M A R I O MAZZA
della letteratura marxista. Ad una citazione di Cairnes si deve far appunto risalire la
cosidetta «tesi del sabotaggio » — di attrezzi e di animali domestici, da parte degli
schiavi —; tesi questa indubbiamente fonmilata da Marx in un passo del« Capitale »
e largamente ripresa dalla maggior parte della storiografia sovietica^s — tranne tuttavia dalla piü recente. Anche la convinzione che, nel sistenia schiavistico, il controllo
del lavoro risulti estremamente dispendioso, concorrendo pertanto in maniera determinante alla sostanziale antieeonomieitä di tale sistenia — ebbene, questa tesi, seppur
argomentata per via autononia da Marx, e tuttavia corroborata, nei tre piü importanti
passaggi marxiani, dalla citazione di C a i r n e s . P u ö certamente essere una precisa
opinione di Marx, da lui stesso elaborata in piena autononiia e senza particolare
riferimento al mondo antico,«« che lo sfruttaniento intensivo sia stato 11 principio
ecoDomico della vita servile; ma, come osserva il Backhaus, questa teoria risale,
almeno nella sua prima formulazione, a Cairnes — citato e conoseiuto da M a r x —
sebbene essa sia diventata popolare nella letteratura marxista e la sua patemitä sia
stata attribuita a Marx.82
II problema appare piü complesso per quanto riguarda il « Tramonto della schiavitü ».
In realtä, ogni lettore aecorto di quest'opera e di "The Slave Power" rimane colpito
dalla identitä di impostazione e di argomentazione che si riscontra in certe parti delle
sue opere. Sotto questo profilo Cairnes si rivela per Ciccotti molto piü che l'autore cui
si attingono pezze d'appoggio per ragionamenti, o semplici citazioni — si rivela piuttosto l'autore da cui lo storico italiano ha tratto seri spunti d'ispirazione, e di cui in certo
senso riproduce ragionamenti e concezioni, per quanto attiene all'« economia della
schiavitü ». Da "The Slave Power" Ciccotti ha sicuramente tratto concezioni che
costituiscono punti significativi del suo discorso sulla schiavitü antica: ad es. la
teoria della inconciliabilitä della cerealicultura con il lavoro servile — che Sparta
avrebbe tentato di risolvere attraverso l'istituto della helotia.^^ Da Cairnes Ciccotti
sembra derivare la tesi che la schiavitü sia vantaggiosa lä dove si rende possibile, in
uno spazio delimitato, una sorveglianza efficace e senza problemi.84 Questa tesi e da
Ciccotti conjiotta alle sue conseguenze estreme e, entro certi limiti, inaccettabili,
quando si sostiene che la schiavitü sia correlata al latifondo.Sä ne costituisca la sua
'8 K.Marx, MEW 23, 210 n. 17 ( =11 capitale, trad.it., Roma I, 230 P. 17); per la letteratura sovietica, cfr. M. E. Sergeenko, Iz istorii sel'skogo chozjastva drevnej Itaiii, in:
Vesta. Drevn.Ist. 3/1953, 65 ss.; Ja. .4. Lencinan, Rabovladel'ceskij Stroj, Enc. Sov. 1955,
Marx si rifä. immediatamente, nella sua nota, a Cairnes, op. cit., 46 ss. ed al libro di
Frederick Law Olmsted, A Journey in the Seabord Slave States, with Remarks on Their
Economy, New York-Londra 1856, un'altra piece de resistence del dibattito sulla schiavitü.
Per le fonti antiche cfr. sopratutto Colum., de re rust, I, 7, 6; Plin., Nat. bist. X V I I I , 21, 36.
Marx, II capitale I, 374 (cfr. per la citazione di Cairnes, la n. 21 a); III, 454—47 (la
citazione di Cairnes alle note 73 e 74).
Marx, II capitale I, 269—270. [Nel paragrafo su: La voracitä di pluslavoro].
81 II capitale I, 302; Cairnes, The Slave Power 122 ss. 114 ss.
82 Cfr. ad es. A. B. Ranowitscb, Der Hellenismus u. seine geschichtliche Rolle, trad. ted.,
Berlin 1958, 88 ss.; Welskopf 163; per una critica si cfr. Staerman, Die Blütezeit der
Sklavenwirtschaft in der röm. Republik, Wiesbaden 1969, 15 ss.; Backhaus, Marx, Engels
und die Sklaverei 44 ss.
83 Ciccotti, II tramonto della schiavitü 88 ss., 8 4 - 9 8 ; cfr. Cairnes, The Slave Power
51.
Ciccotti, II tramonto della schiavitü 101; cfr. Cairnes, The Slave Power 44—45
[e Marx, II capitale III, 454-457].
85 Ciccotti, II tramonto della schiavitü 170; Cairnes, The Slave Power 56 ss.
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Tra diritto e ptoria
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causa ed il suo effetto e, in definitiva, come giä affermava Plinio, in un celebre passo,®"
l'sia stata propriainente la causa della decadenza dell'economia agraria romana, alepoca della grande crisi.®' Ancora, ad una suggestione di Cairnes si deve far risalire la
teoria — aecettata da Ciccotti e largamente diffusa tra gli storici dell'antichitä — di
un inipulso espansionistico immanente all'economia fondata sulla schiavitü.^ Sul
piano della ricerca storiografica questa teoria non e di poco significato; essa ha
certamente giuocato un ruolo importante nelle discussioni suU'imperialismo di Roma
antica - conie peraltro nel recente dibattito sulle origini della guerra civile americana.so
Ancora da un rimando a Cairnes e confortata l'ipotesi di ascendenza engelsiana, ma
ormai respinta nella sua interezza dalla maggio parte degli studiosi marxisti — che
l'impiego della forza-lavoro servile abbia condotto al disprezzo del lavoro, con t u t t e l e
consequenze di ordine etico e sociale implicite in tale atteggiamento psicologico.91
Punti di coincidenza, tra le tesi esposte in "The Slave Power" ed « II tramonto della
schiavitü » ne esisterebbero ancora parecchi; ma non e poi tanto importante enumerarli tutti. Quel che piuttosto importa precisare e che Ciccotti appare seguire Cairnes
essenzialniente nella rappresentazione generale che questi presenta dell'economia
della schiavitü — rappresentazione di cui le teorie sopra accennate non costituiscono
che aspetti particolari. Di "The Slave Power" lo studioso italiano accetta la tesi di
fondo della sostanziale inferioritä del lavoro servile, della scarsa produttivita del
lavoro servile sia in generale che nei confronti del lavoro libero. Come Cairnes, anche
Ciccotti riassume in questi capi d'accusa i difetti economici fondamentali del lavoro
servile: in primo luogo, lo schiavo lavora con riluttanza; inoltre, lo schiavo non
e quasi mai specializzato, non e quasi maiparticolarmenteesperto nelle singoletecniche;
infine, egli manca di versatilitä, e sostanzialmente refrattario a seguire nuove tecniche,
ad accogliere nuove soluzioni tecniche. In tal senso il lavoro servile si rivela limitato ad
un ambito particolare, quello agricolo; e, aU'infuori di questo, mostra una palese
inferioritä nei confronti del lavoro libero, ed in ultima analisi, una sostanziale antieconomicitä, in generale.^^
»Ii Plin., Nat. Hist. X V I I I , 35. Sul passo si cfr. K. D. White, Antiquity 1963, 2 0 7 - 2 1 1 ;
id., Bull. Ist. Class. St. 1967, 62—79; Martin, Recherches sur les agronomes latins 375 ss.
<" Ciccotti, II tramonto della schiavitü 150 ss., 171 ss., 189 ss., 209 ss.
Ciccotti, II tramonto della schiavitü 175 ss.; Cairnes, The Slave Power 85; cfr. anche
Ciccotti 190 (« La schiavitü, per compensare la sua scarsa produttivita e mantenersi, h a
bisogno di terre sempre nuove e piü feconde »). Sull'abbandono del suolo determinato
dallo sfruttainento schiavistico, cfr. Ciccotti, II tramonto della schiavitü 1 9 1 , 2 5 0 ss.; cfr.
Cairnes, The Slave Power 71, 74, 114 8s.
Si cfr., da ultimo, L. Perelli, Punti di vista suU'imperialismo romano nel secondo
secolo a. C. , in: Quaderni di Storia 3 [1976], 197—213, che offre u n buon r e s u m e della
discussione.
Si vedano, tra la vastissima bibliografia, tre lavori facilmente accessibili al lettore
italiano: K . M. Stampp, The Peculiar Institution, N e w York 1956, 388 ss.; A. H. Conrad-J.
Meyer, The Economics of Slavery in the Antebellum South, in: Journ. of Polit. E c o n o m y
1958, 95 SS.; E . D . Genovese, The Political E c o n o m y of the Slavery, Studies in the Economics & Society of the Slave South, N e w York 31965, trad. it., Torino 1972, 261 ss.
Ciccotti, II tramonto della schiavitü 2 0 9 - 2 1 0 (cfr. perö 297 ss.); Cairnes, The Slave
Power 15 ss. Per l'ascendenza engelsiana del tema, cfr. M E W 20, 585 ss., 21, 144.
Ciccotti, II tramonto della schiavitü 159 ss., 219 ss., 283 ss., e passim; di Cairnes, si
cfr. sopratutto i capp. I I : The E c o n o m i c Basis of Slavery; I I I : The Internal Organization
of Slave Communities; V : Internal D e v e l o p m e n t of Slave Societies, (e l'Appendix B : Slave
Labour).
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M A B I O MAZZA
Non e diffieile ineontrare queste tesi, con varia frequenza ed articolazione, nella
pubblicistica politica all'epoca delle grandi battaglie abolizionistiche, e nella letteratura in genere antischiavistiea — ma anche nella letteratura scientifica suH'economia
servile. Ancor oggiesse ispirano la problematica di fondo di opere importanti come la
stimolante "Political Economy of Slavery" (trad. it. Torino 1972), di Eugene D.
Genovese, ancor oggi esse costituiscono i presupposti di ricerche assai attente ed acute
come quelle di Rene Martin solle eoncezioni economiche e sociali degli agronomi
latini (« R«cherches sur les agroiiomes latins et leur conceptions economiques et sociales »,
Parigi 1971) —ma suscitano anche critiche veementi e perentorie coniequelle, recentissime, di Fogel e di Engermann nel loro ormai celeberrimo "Time oü the Gross, The
Economics of American Negro Slavery" I—II, Boston 1974. Non c'e dubbio che il
problema della redditivitä, dello schiavo, della produttivitä del lavoro servile resta
fondamentale per intendere l'economia schiavistica, e in ultima analisi, il senso profondo deU'« universo concentrazionario »in cui vive ed opera lo schiavo. Ma h anche vero
che le teorie troppo « pessimistiche » come questa di Cairnes — e di Ciccotti, di Barrow,
Westermann, De Robertis, Macqueron e di altri non possono essere piü accettate neUa
loro interezza.93 L a sostituzione del lavoro servile con il lavoro libero non fu certamente dovuto al fatto che il primo fosse troppo interiore al secondo, dal punto di
vista del rendimento economico. Le cose, non c'e bisogno di dirlo, non andarono
cosi semplicemente. Com'e stato osservato, non si puö sottacere il semplice ma inequivocabile fatto che ci volle una guerra civile per indurre i piantatori americani ad
abbandonare l'economia a schiavi. Lo stesso concetto di produttivitä del lavoro
servile va altrimenti specificato ed inteso aU'interno del contesto globale del modo di
produzione schiavistico; ha poco senso parlare in astratto di bassa produttivitä
del lavoro servile, di una sostanziale antieconomicitä: e in realtä tutto il contesto
economico che va analizzato, nelle sue interazioni e nelle sue interne contraddizioni.
Non e certamente possibile affrontare in questa sede il problema, che abbiamo tentato
di trattare altrove;94 tuttavia, vorremmo insistere brevissimamente su un punto:
che si tratta, di intendere, al di lä delle formule giuridico-sociologiche o, peggio, di
giudizi moralistici, il modo di produzione schiavistico nel suo meccanismo economico,
nel suo reale funzionamento e, anche, nelle sue interne contraddizioni. Ebbene,
se da tal punto di vista si puö ritenere che, in se, il lavoro schiavile era produttivo
quanto, se non di piü, del lavoro libero, l'unitä produttiva di base, la villa a conduzione schiavistica presentava un vizio strutturale, che ne minava le stesse basi e ne
limitava ogni capacitä di sviluppo e di resistenza come organismo economico. Esso era
anche il vizio di fondo di t u t t a l'economia schiavistica romana, quäle almeno era
venuta determinandosi nel contesto specifico della formazione economico-sociale
schiavistica: non era cioö possibile superare certe dimensioni, certe soglie quantitative
e qualitative. Oltre di esse diventava utopistica una gestione deU'azienda a schiavi.
I n altri termini, la villa a conduzione schiavistica costituiva una struttura econoSi cfr. K. D. White, The Produetivity of Labour in Rom, Agrioulture, in: Antiquity
1965, 102—107; si cfr. anche le osBervazioni di Finley, The Ancient Economy, trad. it.,
cit. 119 88.; (e, per il problema generale, Woodman, Journ. of South. History 1963, 303 ss.;
R. W. Fogel-S.L. Engerman [a cura di] The Reinterpretation of American Economic
History, New York 1971, cap. VII).
In unarelazione presentata al « IVenie Colloque international sur l'esclavage antique »
Besan^n, Maggio 1974 di cui sto approntando la redazione per la stampa.
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Tra diritto e storia
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micamente anelastica, che presupponeva, edinsierae imponeva, unacerta ataticitä del
contesto economico e sociale. Significa poco perciö parlare in astratto di produttiviti,
piü o meno bassa, del lavoro servile, di redditivitä etc.: il problema era piü complesso.
L'azienda-tipo schiavile, quäle era venuta strutturandosi da Catone a ColumeUa,
riusciva a funzionare entro certe dimensioni e territoriali e numeriche, e all'interno
di un certo contesto economico. Quando, sollecitata della sua stessa logica interna,
produttiva, essa dovette espandersi, non resse; fu costretta a compiere un vero salto
dal q u a n t i t a t i v e al q u a l i t a t i v o , ad uno stadio economico diverse — e tali salti
presuppongono anche il mutamento dell'intero quadro economico-sociale ed istituzionale. Significano, in termini marxisti, il cambiamento del modo (o dei modi) di
produzione dominante e quLndi la genesi di nuove formazioni economico-sociali.
Ancora un punto, che puö senz'altro considerarsi indicativo del modo di ragionare di
Ciccotti e dei suoi procedimenti di utilizzazione degli autori scelti — in questo caso
ancora Caimes. Secondo Ciccotti dalla schiavitü si sarebbe potuto passare, nel mondo
romano, ad un'industria capitalistica, se il progressivo e diffuse impoverimente delle
classi al petere da un canto, le invasioni barbariche dall'altro, non avessere interretto
un'evoluzione in tal senso dell'economia imperiale.95 Sarebbere esistiti nell'impero,
sempre secondo Ciccotti, gli accenni, i rudimenti di un' ecenomia capitalistica. Ma,
mentre si dissolveva ineserabilmente, per le ragioni sepra indicate, l'economia a
schiavi; mentre la ricchezza accentrata in im numero relativamente ristretto di
persene e la contrapposizione di proprietari e di preletari spingevane verso l'econemia
del salariato e ne abbozzavane le linee, tuttavia «l'insufficienza de' capitali disponibili
spingeva verse una forma di econemia piü regressiva ancora dell'economia a schiavi,
verso il servaggio e i fenomeni ad esse cerrispendenti
Si verificö cesi un arresto,
e pei un processo di involuziene economica che neU'agricoltura si traduceva nel
servaggio, neU'industria si rivelava con la persistenza e la prevalenza della produzione
domestica („Hausfleiß") e con l'uso di quelle forme di locazione d'epera („Lohnwerk")
che completavano ed integravane tale produzione demestica.^^ L'erganizzazione
pubblica della produzione, quäle appariva nelle fabbriche statali e della casa imperiale,
l'imporsi del sistema corporativo,« che tendeva a regolare e dominare, irrigidendole, le
forze produttive e le funzioni sociali», ebbene, son fenomeni questi che trovano la
loro spiegazione nel dissolversi della schiavitü; mentre erano venute meno, o non si
erano potute tutt'affatto creare, le condizioni necessarie aUo sviluppo del lavoro
salariato. II colonato, neU'agricoltura, ö la manifestazione piü significativa di questo
arresto; e, «la causa deUe cause » di esso, che si articola in tante cause secondarie e
si rivela in tante manifestaziono particolari e locali, sarebbe stato l'impoverimento
del mondo romano.98
Ciccotti adduce a conforto di quest'ultima conclusione un celebre luogo di "The
Slave Power", nel quäle Caimes osserva che h condizione indispensabUe, per condurre
avanti intraprese economiche nelle regioni ad economia schiavile, un considerevole
capitale.99 Caratteristicamente Ciccotti si serve del passo ai fini della sua teoria relativa all'eliminazione della schiavitü, e commenta;
Ciccotti, II tramonto dello schiavitü 289 ss., 291 ss., 304.
96 Ivi 305.
97 Ivi 304.
98 Ivi 309.
99 Caimes, The Slave Power 67 (732).
6 Klio61/I
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MAKIO MAZZA
« Cosi reliminazione deUa schiavitii, sia sotto forma di vendita degli schiavi, sia
sotto forma di rinunzia a ricostituire la scorta degli schiavi, costituiva u n a maniera di
liberare il proprio capitale per utilizzarlo altrimenti o di sopperiere alla sua deficienza. »loo
Non c'e bisogno di dire che Cairnes, nel passo addotto da Ciccotti, intendeva dire
precisamente le cose che diceva, e non quelle che gli vuole f a r dire lo studioso italiano:
che cioe per l'intrapresa schiavistica sono necessari forti capitali e che l'adozione della
conduzione schiavile comporta necessariamente una sottrazione di capitali destinati
agli investimenti industriali. E, coerentemente, Caimes riteneva la schiavitü responsabile della m a n c a t a industrializzazione degli Stati sudisti ed un impedimento generale
allo sviluppo industriale. Egli riteneva che Tagricoltura fosse, dal p u n t o di vista
economico, " t h e sole career for slavery", e che escludesse m a n i f a t t u r a e commercio;
t r a le "social consequences" deUa schiavitü egli poneva a p p u n t o il mancato sviluppo
industriale, ". . . no other form of systematic industry being possible where slavery
is established . . . " , e che ". . . in slave communities agriculture is substantially t h e
sole occupation, while the single pursuit is prematurely arrested in its development,
never reaching those soils of secondary quality which, under a system of free industry
would, with t h e growth of society, be brought under cultivation" — aggiungendo che
". . . of this Statement t h e industrial history of the Free a n d Slave states forms one
continued Illustration".wi
L a schiavitü provocö dunque l'arresto prematuro dello sviluppo industriale degli
stati schiavili — perche la struttura di una societä schiavistica e « modellata dalle sue
condizioni economiche ». Isolando un solo aspetto del problema, Ciccotti in realtä
n o n riusciva a darsi u n a spiegazione realmente valida del mancato sviluppo di u n a
produzione industriale nell'antichitä, e in generale, dell'evoluzione economica del
mondo antico. K . K a u t s k y , che mostrava di apprezzare il libro di Ciccotti, avrebbe
giustamente criticato a p p u n t o questo p u n t o del suo discorso, opponendogli la spiegazione « globale » marxista — che coincideva, parzialmente, con quella caimesiana.
Con il suo caratteristico piglio definitorio, cosi K a u t s k y presentava la spiegazione
« ortodossa »:
„. . . wo immer die Sklaverei eine solche Ausdehnung erlangt, d a ß sie die Produktionsweise beherrscht, da f ü h r t sie in eine Sackgasse, überall dort versperrt sie schließlich der Gesellschaft den Weg weiterer Entwicklung und f ü h r t ihren Niedergang
herbei. Die kapitalistische Industrie hat sich auch gar nicht auf der Grundlage der
Sklaverei entwickelt, sondern auf der Grundlage des freien Handwerks, das sich in den
S t ä d t e n Westeuropas seit dem Beginn unseres Jahrtausends nicht zum wenigsten
deshalb so k r a f t v o l l entwickelte, weil es dort keine Sklaven vorfand, die ihm K o n k u r r e n z m a c h t e n und die Achtung vor der Handarbeit herabdrückten."^02
Nella ricerca a t t u a l e il problema della schiavitü si presenta in termini ben diversi d a
quelli in cui era sentito d a Ciccotti. Ciö appare ben naturale, considerati l'interesse
che la storia economica e sociale del mondo antico presenta per i m o d e m i ricercatori
e lo sviluppo degli studi di storia antica in tale direzione. II marxismo di Ciccotti e quello
che abbiamo t e n t a t o di indicare in pagine precendenti: capace di fecondare la ricerca
Ciccotti, II tramonto della schiavitü 310.
Cairnes, The Slave Power 75 (SP).
102 Kautsky, Sklaverei und Kapitalismus 724.
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Tra diritto e storia
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storica, nia troppo partecipe dell'atmosfera di eclettismo e di positivismo scientistico
peculiare a quel composito complesso di dottrine che per convenzione, e per comoditä,
definiamo « marxismo della Seconda Internazionale ». Ciccotti si muove aU'intemo di
questo marxismo e ne partecipa di tutte le debolezze teoriche e di tutte le incertezze
politiche. Non fu certamente Labriola — ma non dobbiamo, ne possiamo, fargliene
carico. Fu in realtä una delle voci piü vive ed interessant! della storiografia italiana
sul mondo antico, in quei decenni a cavallo tra due secoli, ehe videro il tramonto
della eultura positivista ed il trionfo dell'idealismo.« II tramonto della schiavitü» resta
ancora una testimonianza vitale di quell'epoca travagliata.
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