Lattanzio da Rimini (not. 1485 - 1527), Sacra Conversazione, Tavola, cm. 56,6 x 74,7. Acquisito nel
1993 (asta Fischer, Lucerna) dalla Banca Carim Spa. In deposito presso i Musei Comunali di
Rimini ed esposto nel Museo della città.
[email protected]
Collaboratori del 1° numero, anno 2009/2010
Mario Alvisi – Stefano Bandiera – Andrea Bianchi – Elio Bianchi
Pietro Giovanni Biondi – Stefano Cavallari – Angelo Chiaretti – Franca Fabbri Marani
Roberto Fambrini – Antonio Galli – Giuliana Gardelli – Giovanni Gentili
David Giuliodori – Lia Linari Toldo – Anna Mariotti Biondi – Franco Palma
Maria Panetta – Eduardo Pinto – Lily Serpa Allison – Luigi Weber
Progetto grafico e impaginazione
Anna Mariotti Biondi
Fotografie
Mario Alvisi
Vita di Club
Anno lionistico 2009 – 2010
Numero 1
Rivista del Lions Club Rimini - Malatesta
SOMMARIO:
4
5
Incontri
Conferenze
Conviviali
Servizi
Viaggi
Curiosità
Novità
Ricordi
Arte
Musica
Poesia
Amicizia
Solidarietà
Mostre
Musei
Gastronomia
Posta
Attualità
Chiacchiere
Pensieri
Brevi
Lionismo
Anniversari
Ospiti
Atmosfere
Nostalgie
Progetti
6
7
8
9
10
12
14
16
18
24
25
29
31
33
40
41
44
46
47
48
51
53
55
59
63
La pagina del Presidente Cari amici Lions
Un poster per la pace
Mondo Lions
I Lions per la ricostruzione
Special Olimpics
Lions&Sport
Il Premio “Gentile da Fabriano”
Lions&Società
Un Malatesta siculo
Curiosità letterarie
Parole da eliminare
Curiosità linguistiche
Ridiamo insieme
Estate Lions
40° Compleanno dell’AIL
Medicina &Società
Il miracolo di Elisabetta
Testimoni luminosi
L’avventura del libro
Pensieri&Parole
Raffaello e Urbino
Arte in Mostra
Promuovere cultura
Service
Il saggio: La colonna infame
Io: l’autore
Polvere di Bagdad
Teatro
Polvere di Bagdad
Inserto
Una Madonna del ‘500
Un complesso devozionale in maiolica
I Tesori di Rimini
La soddisfazione del dare
Meeting n. 1
Il mal di schiena: eziopatogenesi e terapia
Fedeltà, obbedienza, onore
Pensieri&Parole
Paesaggi del cuore
L’angolo della poesia
La cultura militare
Cultura&Società
Santa Maria Nuova di Scolca
Storia riminese
La Fondazione “Tito Balestra”
Arte in Mostra
Carlo Malatesti
Storia riminese
La Festa della Bandiera
Intermeeting
Borgo d’arte e di sapori
Rimini Provincia
E ancora una volta è Natale
Pensieri&Parole
LA PAGINA DEL PRESIDENTE
Cari amici Lions,
dopo 25 anni di appartenenza al Lions e dopo aver
ricoperto varie cariche negli anni, ho finalmente
cominciato a conoscere da presidente il vero Lions.
L’esperienza è gratificante e se supportata da amici
bravi come i miei officers, non è assolutamente
impegnativa; la piacevolezza dell’incontrarsi, il
consolidare amicizie che fino ad ora erano superficiali,
il condividere i problemi, le soddisfazioni dei risultati
ottenuti ed anche le seccature che la gestione di un club
comporta, fanno sì che un semplice gruppo di persone diventi una squadra.
Ora secondo la tradizione dovrei elencarvi il tema dei meeting ed i service dell’anno.
Scordatevelo, non mi piace programmare gli impegni a lungo termine, mi piace cogliere
le opportunità man mano che si presentano, mi piace valutare l’opportunità di un
service non dalla visibilità che può dare, ma piuttosto dal valore che può avere per chi ne
beneficia. Sono contrario alle elargizioni a pioggia fatte per accontentare tutti, ma che
in realtà non risolvono il problema di nessuno.
Desidero fare dei service che siano rivolti alla nostra città, a chi è vicino alla nostra
realtà dove malgrado l’apparente benessere esistono situazioni di grande disagio che
con la discrezione del caso vanno affrontate.
Quello che posso garantirvi è che faremo del nostro meglio per rendere piacevole e
interessante questo anno sociale. Perché ciò sia realizzabile, occorrono da parte di tutti i
soci, una partecipazione e una sensibilità verso le iniziative che saranno proposte dal
consiglio, una presenza ai meeting che sia gratificante anche per gli ospiti relatori che,
dedicando risorse intellettuali e di tempo a nostro beneficio, si aspettano quantomeno di
avere un pubblico numeroso e interessato a ciò che noi li abbiamo chiamati ad illustrare.
Il vero service, cui i soci sono chiamati, è la partecipazione alla vita sociale, a dare il
proprio contributo anche quando la serata può non essere di massimo gradimento, ad
attivare se stessi affinché la realizzazione di un’iniziativa non sia solo un mettere la
mano in tasca; è troppo facile! Una piccola goccia portata da ciascuno di noi può dare
origine a un fiume che tutto può travolgere.
Aiutatemi a dare vigore al NOSTRO club, ne trarremo tanta soddisfazione e
gratificazione; aiutiamo i nuovi soci a un miglior inserimento, impariamo a conoscerci
meglio e a fare gruppo.
Grazie dell’attenzione
Il Vostro Presidente
Antonio Galli
4 Vita di Club n.1
MONDO LIONS
UN POSTER PER LA PACE
L
a pace e la fratellanza fra i popoli, la mano tesa verso
colui che più soffre per indigenza o per salute, sono la
missione e la ragione d'esistenza dei 45.000 Lions clubs
di tutto il pianeta e dei loro 1,3 milioni di soci. Grazie a questo
spirito e a questi sentimenti il Lions Club Rimini Malatesta, in collaborazione con gli altri Club
distrettuali, ha l'onore di sponsorizzare e lanciare sul proprio territorio il concorso denominato “La Forza
della Pace”. Obiettivo del concorso é la realizzazione da parte di ogni giovane concorrente di “Un Poster
per la Pace”, ovvero, la propria visione artistica della pace globale. Il concorso internazionale che vede
impegnati centinaia di migliaia di ragazzi di tutto il mondo, dagli 11 ai 13 anni, intende sensibilizzare,
attraverso lo stimolo creativo e lo sguardo probo dell'adolescenza, le giovanissime generazioni sul tema
della fratellanza etnica e della convivenza costruttiva fra i popoli. All'appello del Lions Club Rimini
Malatesta hanno aderito le seguenti scuole medie inferiori di Rimini: “Panzini-Borgese”, “AlighieriFermi”, “Aurelio Bertola” e “Maestre Pie”, di cui ringraziamo vivamente le rispettive Direzioni
Scolastiche che attraverso la piena collaborazione realizzativa hanno saputo cogliere l'importanza
costruttiva del messaggio internazionale. Sarà ora la creatività artistica di ogni partecipante a definire il
successo dell'opera realizzata, incominciando dalla propria scuola di Rimini un percorso selettivo che
vedrà il vincitore ospite e partecipe alla Giornata Lions alle Nazioni Unite di New York con la consegna
di un premio di USD 2.500. Il Lions Club Rimini Malatesta ringrazia sin d'ora tutti i partecipanti, certo
che il tema posto in concorso possa divenire fonte di positiva discussione, confronto e riflessione fra le
nuove generazioni.
LILY SERPA ALLISON
I LIONS PER LA RICOSTRUZIONE
Dopo il disastroso terremoto che ha colpito l’Aquilano anche i Lions italiani progettano la ricostruzione.
N
el comune di Navelli è stato gravemente lesionato l’edificio del municipio che ospitava gli
ambulatori medici, l’ufficio d’igiene ed il punto 118, e questi servizi sono stati trasferiti presso
una tenda della Protezione Civile. L’edificio, classificato in classe “E” (totalmente inagibile), sarà
demolito. I Lions hanno convenuto che la realizzazione di una struttura socio-sanitaria ambulatoriale
potesse essere la concreta ed efficace risposta ad un bisogno reale e percepito, fruibile dalla popolazione
dei piccoli comuni del Comprensorio, la cui popolazione è costituita da molti anziani che hanno grandi
difficoltà a rivolgersi all’ospedale di Coppito per le prestazioni specialistiche, ad oltre 35 km di distanza.
Al Congresso Nazionale di Ravenna è stato presentato e approvato il progetto per la ricostruzione.
L’edificio del municipio che ospitava gli ambulatori medici
dichiarato totalmente inagibile.
5 Vita di Club n.1
Il progetto dei Lions italiani.
LIONS&SPORT
SPECIAL OLIMPICS
Straordinario successo a San Marino.
di DAVID GIULIODORI
G
li Special Olympics hanno fatto
tappa a San Marino lo scorso 11 e 12
settembre e il Lions International ha
onorato
questa
particolare
manifestazione con la sua presenza. Special
Olympics è un programma internazionale di
competizioni sportive per ragazzi ed adulti con
disabilità intellettiva e motoria. Fu fondato nel
1968 negli Stati Uniti dalla Fondazione Kennedy
per volontà di Eunice Kennedy Shriver,
sostenitrice dei miglioramenti avuti da persone
con disabilità intellettive in occasione dei Primi
Giochi Internazionali tenuti a Chicago: questi
ragazzi erano molto più capaci nelle attività
fisiche di quanto molti atleti ritenessero. Tale
convinzione sta prendendo sempre più campo
anche in Italia e la “missione“ di questo
movimento è quella di dare continue possibilità
di sviluppo psico-fisico a questi individui
facendo loro dimostrare coraggio e capacità di
fare: tutto questo diventa motivo di gioia
condivisa con i propri familiari, amici e tutta la
comunità. Quest’anno le “Olimpiadi degli Atleti
Speciali” si sono svolte nella Repubblica di San
Marino in un’atmosfera di grande accoglienza e
partecipazione. I 170 atleti italiani e stranieri,
seguiti da tecnici, accompagnatori e familiari,
sono stati accolti nella Cerimonia di apertura di
venerdì 11 settembre dalle massime autorità
della Repubblica. Dopo la tradizionale sfilata
d’ingresso degli atleti in rappresentanza delle
proprie squadre, gli Eccellentissimi Capitani
Reggenti hanno dato lettura del giuramento
ufficiale e poi, con struggente fascino, si è
acceso il fuoco olimpico. Insieme alle massime
autorità Sammarinesi erano presenti in
rappresentanza del Lions Club: il Governatore
Distrettuale Antonio Suzzi, il Presidente del
Lions Club di San Marino Augusto Gatti, il
Presidente del Lions Club Rimini Malatesta
Antonio Galli, il Coordinatore Distrettuale per
la Lions Clubs International Foundation David
Giuliodori e l’Officer per il Comitato
Conservazione della Vista Tommaso Dragani.
Straordinario apporto e sostegno è stato dato dai
volontari i quali, ispirandosi ai principi di
solidarietà, hanno contribuito a migliorare le
condizioni di vita di queste persone disagiate. In
questo contesto il Lions Club, in collaborazione
con la LCIF, ha allestito uno stand predisposto
per l’esame gratuito della vista a tutti gli “atleti
speciali” e ai loro accompagnatori. Lo screening
visivo è stato effettuato su circa 70 atleti con la
collaborazione generosa e infaticabile dei nostri
valenti Oculisti: il Dott. Tommaso Dragani, la
Dott.ssa Alessandra Brancaleoni e il Dott.
6 Vita di Club n.1
Francesco Luciani che si sono avvicendati
durante tutto il periodo di svolgimento dei
giochi. Questo speciale programma di sostegno
nasce da un accordo tra LCIF e Special
Olympics nel 2001 e si ripete con regolare
frequenza ad ogni edizione dei giochi. Questa
edizione denominata “edizione da record” ha
trasmesso perfettamente lo spirito di Special
Olympics: spirito che favorisce la crescita,
l’autonomia e l’integrazione delle persone con
disabilità
intellettive.
Un
particolare
ringraziamento va a tutti gli amici Lions che
hanno collaborato e in particolare ai medici che
hanno
prestato
gratuitamente
la
loro
professionalità a favore di una grande attività di
servizio.
LIONS&SOCIETÀ
IL PREMIO “GENTILE DA
FABRIANO”
Il riconoscimento, fondato da Carlo Bo nel periodo in
cui era Rettore dell’Università di Urbino, giunto
quest’anno alla XIII edizione, è suddiviso in quattro
sezioni: Vite di Italiani; Economia, impresa e società;
Carlo Bo per l’arte e la cultura; Scienze e innovazione.
di DAVID GIULIODORI
D
a più di 13 anni nella Città della carta
si svolge il prestigiosissimo premio
“Gentile da Fabriano”. Quest’anno,
in concomitanza con la Presidenza
del Lions Club di Fabriano da parte di Paolo
Notari, valente presentatore Tv che spesso
vediamo nei servizi televisivi come inviato in
belle località Italiane, mi sono recato a Fabriano
per seguire la premiazione avvenuta il 17
ottobre. La cornice era quella delle grandi
occasioni: l’Oratorio della Carità, sede della
Confraternita della Carità di origine camaldolese,
completamente affrescato dall’urbinate Filippo
Bellini (1550 – 1603) con un ciclo pittorico di 15
affreschi dedicato alle conclusioni del Concilio
di Trento (1545-1563). Il patrocinio del premio è
dato dalla Presidenza del Consiglio del Ministri,
dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali,
dal Comune di Fabriano, dalla Provincia di
Ancona e dalla Regione Marche. In giuria, tra gli
altri, il Presidente e Rettore dell’Università di
Urbino, Stefano Pivato, il Direttore del Premio
prof. Galliano Crinella, il Presidente della
Regione Marche Gian Mario Spacca e il
Senatore ing. Francesco Merloni. Dopo il saluto
di rito da parte delle autorità civili e religiose
(era presente per l’occasione anche il Vescovo di
Fabriano S. E.
Mons. Gian Carlo
Vecerrica), il sindaco di Fabriano Roberto Sorci
ha speso parole di elogio e di orgoglio per i
premiati che sono stati: per la sezione “Ricerca
Letteraria” Rodolfo Zucco, per la sezione
“Scienza, ricerca e innovazione” lo scienziato di
Fisica Nucleare fabrianese dott. ing. Gian Mario
Bilei, per la sezione “Economia, impresa e
società” l’industriale Gianluigi Angelantoni,
per la sezione “Carlo Bo per l’arte e la cultura”
l’autrice della trasmissione televisiva “Report”
Milena Gabanelli e per la sezione “Vite di
Italiani” il dott. Guido Bertolaso, Capo della
Protezione Civile Italiana e Sottosegretario alla
Presidenza del Consiglio. In verità, il Premio
“Gentile da Fabriano” vanta da sempre illustri
premiati che sono stati insigniti negli anni del
prestigioso riconoscimento e tra gli altri cito: il
maestro Claudio Scimone, don Luigi Ciotti, gli
industriali Adolfo Guzzini e Antonio Berloni,
Enzo Biagi, Vittorio Merloni, la Lega del Filo
d’Oro, Ferruccio de Bortoli, Tina Anselmi e
Sergio Zavoli. Ma quest’anno i riflettori sono
stati particolarmente puntati sullo scienziato
Gian Mario Bilei e su Guido Bertolaso. Gian
Mario Bilei, fabrianese, è uno scienziato che
7 Vita di Club n.1
lavora da molti anni al laboratorio di fisica
nucleare CERN di Ginevra. Il suo lavoro
principale è quello di seguire gli sviluppi del
famoso “Acceleratore di Particelle”, il più
grande al mondo, che sta cercando di riprodurre
un importante esperimento nella ricerca delle
origini dell’Universo. Come sappiamo il grande
“collider” ha avuto all’inizio alcuni problemi, ma
nei prossimi mesi sarà di nuovo operativo e
partiranno le sperimentazioni alla ricerca della
particella preliminare e assoluta che dovrà darci
la percezione delle origini dell’universo, un
attimo dopo il Big Bang. Si sta cercando la
particella elementare, mai scoperta, chiamata
Bosone di Higgs e il grande acceleratore del
diametro di 24 Km, piazzato a 100 metri sotto la
città di Ginevra, dovrebbe rivelarcene la
presenza. Gian Mario Bilei, con la sua semplicità
espositiva e il suo carisma, ci ha portato con
parole semplici all’interno dei misteri del
collider e ci ha fatto capire l’importanza
dell’esperimento e le grandi aspettative che in
esso sono riposte. Per Gian Mario Bilei, alla
presenza di tutta la sua famiglia, il premio è stato
consegnato dal Presidente della Regione Gian
Mario Spacca che, con simpatico siparietto, ci ha
confessato essere con Bilei nipote dello stesso
nonno… Poi si è passati a premiare Guido
Bertolaso. Il Responsabile della Protezione
Civile Italiana era reduce da un incontro con la
Protezione Civile dell’Emilia Romagna che
aveva salutato a Bologna poche ore prima di
raggiungere Fabriano. I tremila volontari sono
stati salutati e ringraziati poche ore prima della
consegna del premio per quanto hanno fatto in
Abruzzo per il terremoto e per la popolazione
abruzzese colpita dal sisma. Come tutti
sappiamo, anche il Distretto Lions 108A è stato
in prima fila per quanto riguarda gli aiuti e la
Lions Club International Foundation (LCIF) ha
contribuito subito con L’Emergency Grant di
10.000 dollari per le prime necessità, in attesa di
concretizzare un vero Service che potrà vedere i
Lions protagonisti con fatti concreti di aiuto alla
popolazione.
Guido
Bertolaso,
molto
emozionato, ha ricevuto il premio Gentile dalle
mani del prof. Gaetano Crinella e la
manifestazione ha così chiuso i battenti sotto
l’attenta regia del bravo Paolo Notari. In
conclusione, voglio solo aggiungere che
premiare le eccellenze e valorizzarle è un dovere
sociale e il Premio “Gentile da Fabriano” ha
quest’anno veramente colto quali erano le vere
eccellenze da porre sotto i riflettori per segnalare
alla società che gli Italiani si sanno far valere in
ogni parte del mondo, dal Cern all’intervento
nelle calamità naturali, dalle trasmissioni di
indagine reportistica ben costruite alla ricerca
industriale e letteraria. Bravi a tutti e grazie per
avermi invitato ad una così bella manifestazione.
CURIOSITÀ LETTERARIE
UN MALATESTA SICULO
Di lettura in lettura…
di MARIO ALVISI
M
alatesta, un nome magico per noi
riminesi e per il nostro Lions Club,
che appena lo leggo mi incuriosisce,
soprattutto se citato su cose, scritti, pubblicazioni
o altro che non siano delle nostre terre.
Leggendo un libro di Andrea Camilleri, “La
tripla vita di Michele Saracino”, improntato
sul condizionamento di una vita umana a causa
della scoperta che l’orologio della torre
municipale era avanti di dieci minuti (tanti
avvenimenti curiosi sono dipesi da questa
differenza d’orario), ho trovato come
protagonista anche un nobile personaggio: il
barone Malatesta. Il libro racconta che il barone
Malatesta nel fare testamento ai due figli impose
al primogenito Giuggiù Malatesta una curiosa
clausola: se entro le ore 5,00 di una certa data
non avesse avuto un figlio “masculo” tutta la sua
parte di eredità sarebbe dovuta passare al
secondogenito! Al barone Giuggiù Malatesta
nacque veramente entro l’anno prestabilito il
figlio “masculo”. Cosa certificata da un notaio
8 Vita di Club n.1
presente al parto, che lo registrò all’anagrafe
come avvenuto alle 5,05 del mattino, basandosi
sull’orologio comunale. Ho riassunto l’episodio
in italiano e non nell’incomprensibile ma
simpatico dialetto siciliano, come lo è nel libro.
Ebbene, vista l’ora della nascita, che non era
quella testamentaria, cioè le 5,05 e non le 5,00
come imposto dal padre, il fratello minore
impugnò il testamento e pretese di entrare in
possesso della parte di eredità del fratello
Giuggiù. Ma il barone Giuggiù Malatesta e i suoi
legali vennero a conoscenza che l’orologio
comunale andava avanti di dieci minuti, e,
quindi, pretesero la restituzione dell’eredità,
perché il figlio “masculo” era effettivamente
nato non alle 5,05, come testimoniato dal notaio,
ma cinque minuti prima delle 5,00! Poi la storia
continua su ricorsi e contro ricorsi basati sulla
veridicità degli orari. Ma ormai a noi il suo
divenire letterario non interessa più. È però
curioso apprendere che nella grande famiglia dei
Malatesta ci sia anche un ignoto “siculo”: il
barone Giuggiù Malatesta! È vero che Camilleri
dice sempre che i personaggi dei suoi libri
appartengono alla fantasia e non alla realtà, ma
chissà come gli sia venuto in mente un
Malatesta! Che si ricordasse della sua
interessante partecipazione ad un nostro meeting
sotto la presidenza di Nevio Annarella nell’ormai
lontano 1999? Perché no!
CURIOSITÀ LINGUISTICHE
PAROLE DA ELIMINARE
Che divertimento intrecciar parole…
di ANNA BIONDI
C
i sono parole che vorresti eliminare dal
vocabolario: la più terribile è “perdere”.
Sia che si usi questo verbo nel senso di
essere sconfitti oppure smarrire, è angosciante,
destabilizzante. È consolante che non lo si usi
fino ad una certa età anche se da bambina non
puoi fare nulla perché non ti perdono d’occhio e
tu perdi il conto delle occasioni mancate, delle
avventure sognate in capo al mondo seguendo il
filo dei pensieri sollecitati da mille letture.
Anche se allora è difficile perdere il vizio di
mangiarsi le unghie. Poi entra fisso nel tuo
frasario quotidiano e sei persa… Te ne accorgi
quando il tuo motore comincia a perdere colpi,
quando perdi il passo rispetto alle più giovani,
quando perdi lo smalto delle stagioni precedenti,
quando perdi terreno. Se perdi il tram, l’autobus
e l’ultimo treno, sei nessuno. Se cerchi di non
perder tempo, ma comunque perdi il senso del
tempo, perdi anche il lume della ragione. Perdere
l’amore quando si fa sera è un guaio, ma ti può
capitare di peggio: perdere il conto dei suoi
tradimenti. Almeno da giovane perdi la testa o la
tramontana se sei proprio innamorata. Ma ti può
sempre succedere di perdere gli anni migliori.
Quanta gente perdi di vista col passare del tempo
e poi perdi semplicemente la vista! Prima non
perdevi una battuta, poi ti ritrovi a perdere la
memoria, i capelli, le occasioni, il filo, il sonno,
il senno. Se perdi la vita sta’ sicuro che non
muori di morte naturale o centenaria. Perdere la
vita: ma che razza di eufemismo è? La perdi
forse temporaneamente, l’hai smarrita in qualche
buco nero cosmico? È dura la vita, ragazzi, c’è
da perdere le staffe o la trebisonda, anzi no,
questa nessuno la perde più perché tutti si sono
dimenticati che esiste una città della Turchia che
una volta fu persa∗. Magra consolazione, ti può
capitare di perdere i chili di troppo e allora sei
felice di perdere la gonna!!! Ma credetemi sulla
parola: i chili sono l’unica cosa al mondo che si
ritrova…
∗Trebisonda fu l’ultimo baluardo bizantino, l’ultima città dell’impero dopo la caduta di Costantinopoli (1453) e Mistra,
l’antica Sparta (1460), a rimanere indipendente fino al 1461 quando fu conquistata dai Turchi. Anche Sigismondo Pandolfo
Malatesti, al soldo dei Veneziani, partecipò alla crociata contro i Turchi in Morea (Peloponneso), ma dalla sfortunata impresa
riportò solo la salma di Giorgio Gemisto Pletone.
9 Vita di Club n.1
ESTATE LIONS
RIDIAMO INSIEME
Il rispetto delle tradizioni estive vigenti ormai da quasi un ventennio prevede nel nostro Club alcuni appuntamenti fissi
per il piacere di vedersi e farsi compagnia: la festa di mezza estate, il teatro a Sarsina.
di ANNA BIONDI
L
a festa di mezza estate, pur
dichiaratamente informale, è diventata
quasi una replica della charter per il
numero dei partecipanti, tutti hanno il
piacere di incontrarsi, prima o dopo le vacanze
personali, per raccontarsi, per preparare progetti
per il nuovo anno sociale, per pensare a nuovi
service, a nuovi eventi, per distribuire il terzo
numero della nostra Rivista che conclude in
questa data il passato anno e si accinge ad
accogliere in redazione il nuovo Direttore, il
nuovo presidente, con le sue idee e i suoi
programmi. La funzione di “Vita di Club”, dal
2000 a questa parte, è quella di memoria storica
degli eventi che di anno in anno coinvolgono da
vicino o da lontano i soci nel contesto della loro
città e del loro paese. Non tutti i soci si
cimentano nell’esercizio di scrittura (chi diceva
che oggi si scrive solo per far testamento o per
mandare una cartolina dalle Seycelles?), c’è
anche chi non ne ama nemmeno la lettura, ma la
redazione e i generosi collaboratori free lance la
ripropongono caparbiamente convinti che un
club non debba sembrare una specie di società
segreta; aprendosi al contesto in cui si realizzano
i service si produce cultura lionistica e, sic et
simpliciter, cultura. Chi la legge da sempre sa
che i suoi articoli riflettono le tematiche dei
meeting, le scelte dei collaboratori che variano
col… cambio di stagione, e, di conseguenza,
l’improvvisazione dei redattori chiamati a
sopperire con fantasia, diligenza e creatività
all’horror vacui della pagina bianca. A me che
amo i toni leggeri e ameni della cronaca rosa
sono destinate le pagine del divertimento e del
disimpegno che vi propino con piacere. Nella
cornice dello sport più signorile qual è il golf, tra
estesi prati verdi e piscina ultraolimpica di un
azzurro laccato, sotto un enorme candido
padiglione, ai tavoli illuminati da romantiche
candele hanno preso posto soci, familiari, ospiti,
coinvolti, dopo il saluto del presidente Antonio
Galli, in un’amabile, affettuosa conversazione
come sempre accade ad ogni incontro. È stata
un’esperienza piacevole e interessante anche
perché abbiamo imparato, a tavola, il… segreto
della snellezza dei VIP: un centro benessere in
piena regola preposto alla remise en forme
all’insegna del poco, cattivo e salato (nel gusto e
nel costo). Ho premesso: ridiamo insieme.
Per dimenticare la precedente costrizione
dietetica abbiamo ripetuto la festa nella puntata a
Sarsina, dedicata al teatro greco. Dopo aver
ripassato in pullman origine (origine falloforica,
cioè dalla processione, specialmente in onore di
Dioniso, che accompagnava un simulacro
fallico), etimologia (il termine commedia
potrebbe derivare da kòmos (κῶμος), la
"baldoria" simposiaca e dionisiaca, o da κώμη,
che significa "villaggio" + οδή, "canto"),
significato (la commedia aveva inizialmente una
funzione apotropaica, cioè scaccia sfortuna ed
era destinata al popolo meno erudito), struttura
(si divide in 5 parti: prologo, parodos, cioè
l’ingresso nel coro, agone, cioè l’introduzione
del fulcro della narrazione, parabasi, esodo) e
tematica (la commedia, a differenza della
tragedia che si occupa del mito, prende spunto da
argomenti quotidiani) della commedia greca,
quella antica, di Aristofane per intenderci
(successive la commedia di mezzo e la
commedia nuova di età ellenistica), eravamo
seriosamente pronti a spremerci il cervello pur di
disseppellire dalla memoria ormai inattiva della
terza età nozioni ahimè opacizzate dallo scorrere
impietoso del tempo. Ma una faraonica cena,
squisita (e a prezzo dimezzato rispetto la già
citata), ha ben presto corroso la compostezza del
colto pubblico che, dopo aver rispettato le regole
del vivere civile nello splendido giardino del
Palazzo di Piano, ha dato sfogo a ribalde
incursioni nello scatologico sulla via di Sarsina.
D’altra parte andavamo a vedere Le
Ecclesiazuse (Ἐκκλησιαζοῦσαι) di Aristofane e
10 Vita di Club n.1
l’opera contiene la più lunga parola della lingua
greca: un abnorme composto che si estende per
sette versi per indicare il menù del banchetto che
chiude la commedia:
« λοπαδοτεμαχοσελαχογαλεοκρανιολειψανοδριμυποτριμματοσιλφιοκαραβομελιτοκατακεχυμενοκιχλεπικοσσυφοφαττοπεριστεραλεκτρυονοπτοκεφαλλιοκιγκλοπε
λειολαγῳοσιραιοβαφητραγανοπτερύγων » che può tradursi così:
«ostrichebaccalarazzetestedipalombofrattaglieinsalsapiccantedisilfioformaggiomieleverdatasutordimerlicolombipiccionigallettiarrostocefalicutrettoleleprimostardaalidasgranocchiareecavoli
acenaconcontornodiocchidigabbianotrovatomortosullaspiaggidelmartirrenoecodadimaialeaffumicataimburrataesaltatainpadella ».
E noi, che avevamo mangiato altrettanto,
potevamo permetterci il linguaggio sboccato di
Aristofane per entrare in sintonia con la sua
commedia, andata in scena per la prima volta ad
Atene tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio
del 391 a.C. quando ormai la città era avviata al
declino. Il contesto: in un’Atene rovinata dalla
guerra, non c’è più un’organizzazione logica al
governo, il commercio è in decadimento e i
sicofanti imperversano. Stanche del governo
degli uomini, che hanno condotto la
città in rovina, le donne ateniesi, al
comando di Prassagora, decidono di
impadronirsi del potere. Un mattino,
lasciati i mariti a dormire, travestite da
uomini, escono all’alba per recarsi
all’Assemblea.
Essendo
in
maggioranza per l’assenza degli
uomini, riescono a votare una legge
che affida il governo alle donne.
Mentre Blepiro e un altro concittadino
commentano la scomparsa delle mogli,
torna Cremete dall’Assemblea, che li
informa dell’accaduto. Tornata a casa,
Prassagora fa finta di niente e dice al
marito di essere andata ad assistere
una sua amica partoriente, ma poi gli
rivela la verità, presentandogli il suo
programma di governo: un “nuovo
ordine” improntato alla abolizione
della proprietà privata, alla comunione
dei beni e alla liberalizzazione delle
unioni fra i sessi, una sorta di stato
comunista per intenderci. Tutto in
comune, dunque, anche gli uomini. Basta
ingiustizie verso le vecchie e le brutte. Ogni
uomo, prima di andare con una donna bella, sia
tenuto ad andare con le donne brutte, e viceversa.
Questo è quanto racconta Aristofane, poi c’è
quello che abbiamo visto… una divertente,
esilarante, briosa farsa-musical-varietà da
avanspettacolo dove in principio era… il sesso.
In fondo Aristofane raccomanda proprio nelle
"Ecclesiazuse": "Ai giudici voglio dare un
piccolo consiglio. Quelli intelligenti, mi diano il
premio per le trovate intelligenti: se ne
ricordino. A chi piace ridere, me lo dia per le
risate. Pretendo, insomma, che mi votiate in
massa (o quasi!)". E noi abbiamo riso di e per la
riduzione attualizzata e strapazzata delle
Ecclesiazuse. È vero che la “cuntastorie”
(Daniela Scarlatti) ha dialogato con gli spettatori
creando un legame tra scena e pubblico come in
Aristofane, ma il suo abito da Pierrot che...
ακατιον (= albero maestro della nave)
c’entrava? È vero che la commedia greca
volentieri trattava di bisogni fisici, anche nel
tentativo di esorcizzarli, ma la performance di…
cacca del bel primo attore, Marco Minetti, (non
nel senso che non sia stato bravo, ma per aver
mimato impellenti esigenze fisiologiche) è
durata per almeno un quarto d’ora prima di
rilassarsi esplicitamente su un
cacatoio. È vero che la licenza
sessuale era un elemento tipico della
commedia greca, ma come si fa a…
sbavare per il servo Patané (Mario
Patanè)? Intendiamo l’ironia e
ridiamo di gusto. Bella, briosa
Prassagora, con la sua sesta in vista,
Debora Caprioglio nella inconsueta
veste di cantante era come sempre
maliziosa e conturbante e le altre
attrici non erano da meno mentre
danzavano e cantavano inneggiando
alla libertà dei rapporti sessuali, con
qualche inserto partenopeo che non
guasta mai.
Una godibilissima commedia leggera
e brillante senza dubbio, anche se tra
una risata e l’altra abbiamo perso di
vista la serietà con cui Aristofane
intendeva farci riflettere sulle miserie
umane. O tempora, o mores, il riso fa
buon sangue in ogni epoca...
Maschera comica e maschera tragica
del teatro greco.
11 Vita di Club n.1
MEDICINA&SOCIETÀ
40° COMPLEANNO DELL’AIL
Sono trascorsi quarant’anni da quando nel 1969 illustri personalità come Albert Sabin, Susanna Agnelli, Alberto
Marmont, Luigi Chieco Bianchi, Felice Gavosto ed altri decisero di costituire l’AIL, oggi Associazione Italiana contro
le Leucemie, i Linfomi ed il Mieloma-ONLUS, con il nobile proponimento di sviluppare e diffondere la ricerca
scientifica nel campo delle malattie del sangue.
di EDUARDO PINTO (Presidente RiminiAIL)
L
a parola leucemia deriva dal greco
λευκος “bianco”, αιμα “sangue”,
letteralmente sangue bianco. La sua
caratteristica è una rapida ed
incontrollata proliferazione di cellule maligne
che invadono il midollo osseo, il sangue e tanti
altri tessuti del corpo umano. Per questa
caratteristica è considerata un tumore. Esistono
diverse forme di leucemie e quindi numerose
sono le malattie che possono colpire il midollo
osseo, i linfonodi e la milza, cioè tutti gli organi
che partecipano alla produzione delle cellule che
circolano nel sangue: i globuli bianchi, i globuli
rossi e le piastrine. Vengono definite Leucemie
Linfatiche quelle che interessano i linfociti;
Leucemie Mieloidi quelle che colpiscono le
cellule mieloidi. Le Leucemie Linfatiche si
distinguono in Leucemie Linfatiche Acute,
frequenti nei bambini, e le Leucemie Mieloidi
Acute, più frequenti negli adulti, in particolare
negli anziani. Completamente diverse sono le
Leucemie Croniche. La leucemia Mieloide
Cronica, malattia dell’adulto, è una forma
caratterizzata da un cromosoma patologico, il
“Cromosoma Philadelphia”, che viene curata con
un farmaco “intelligente” e con risultati
straordinari. La Leucemia Linfatica Cronica può
essere di varie forme, da quella che può avere un
andamento benigno e che non necessita di
terapia, a quella molto aggressiva che va curata
immediatamente. Le Leucemie possono colpire
sia uomini che donne, dai bambini a soggetti
molto anziani. I Linfomi sono tumori che
originano nel sistema linfatico, all’interno del
quale si trova la “linfa” che contiene tra l’altro i
linfociti. Quando questi si sviluppano in modo
anormale o non muoiono quando dovrebbero,
possono accumularsi nei linfonodi, nella milza e
in altri tessuti e proliferare, dando così origine a
dei tumori. Si distinguono due gruppi principali
di linfomi: il morbo di Hodgkin e i Linfomi non
Hodgkin. Per quanto riguarda il Mieloma, è una
patologia neoplastica dovuta all’accumulo di
cellule immunologicamente differenziate che si
chiamano plasmacellule; queste hanno la
capacità di sintetizzare una proteina che si può
ritrovare nel siero o nelle urine. Le cellule del
mieloma hanno la particolarità di distruggere la
matrice dell’osso creando delle lesioni che
possono andare incontro a fratture patologiche.
Il ruolo fondamentale dell’AIL è l’attività svolta
dalle 80 sezioni provinciali a sostegno dei
principali Centri di Ematologia, sia universitari
che ospedalieri, su tutto il territorio nazionale. Le
sezioni provinciali sono “Soci effettivi” dell’AIL
Nazionale, alla quale versano una quota
associativa annuale. Sono associazioni autonome
sia da un punto di vista giuridico che
amministrativo
ed
hanno
competenza
provinciale. Ogni sezione AIL dispone di un
proprio Consiglio Direttivo e di un’Assemblea
dei Soci e redige un bilancio autonomo. La loro
forza è nel rapporto stretto e diretto con i Centri
di Ematologia Ospedalieri o Universitari, con i
malati e le famiglie, con le istituzioni locali, con
i cittadini. Intorno a ciascuna sezione ruotano
tantissimi volontari, grazie ai quali è possibile
organizzare le principali iniziative nazionali
“Stelle di Natale”, “Uova di Pasqua” e “Giornata
Nazionale”; iniziative che sono coordinate
dall’Ail nazionale che indica le strategie di
comunicazione, ma anche molte attività locali di
raccolta fondi e sensibilizzazione. I proventi di
tali iniziative vengono trattenuti dalle sezioni e
utilizzati per le esigenze del Centro di
Ematologia di riferimento, per i Servizi di
Assistenza Domiciliare e, laddove esistono, per
le Case Ail, dove vengono ospitate le famiglie
dei degenti durante le terapie che devono
effettuare. I proventi vengono utilizzati inoltre
12 Vita di Club n.1
per il sostegno alle famiglie in difficoltà e per le
diverse finalità associative.
RiminiAil è sorta come sezione provinciale
autonoma nel 1997 e molteplici sono stati gli
obiettivi raggiunti, quali finanziamenti per
contratti libero professionali rivolti a Medici,
Biologi e Psicologi che operano o hanno operato
nei
reparti
di
Oncoematologia
ed
Oncoematologia
pediatrica
dell’Ospedale
Infermi di Rimini. Negli anni sono state
acquistate apparecchiature ad alta tecnologia per
il trapianto di Midollo Osseo Autologo, che
viene effettuato presso l’Ospedale Infermi di
Rimini; un sequenziatore di DNA per l’Istituto
Seragnoli di Bologna; diverse apparecchiature
per
il
laboratorio
di
Oncoematologia
dell’Infermi. È stato creato anche un Servizio di
Emotrasfusioni a domicilio dei pazienti
Oncoematologici in collaborazione con il
Servizio trasfusionale dell’Ospedale Infermi di
Rimini. A tal scopo alcuni anni fa è stata
acquistata un’auto ed attualmente un Medico
Ematologo del Reparto, il cui contratto è
finanziato dall’AIL, effettua le trasfusioni a
domicilio.
Inoltre,
vengono
sostenuti,
finanziariamente, quei pazienti e i loro familiari
in evidenti difficoltà economica.
Il quarantesimo compleanno dell’AIL è stato
festeggiato nei giorni 5 e 6 ottobre con due
avvenimenti importantissimi: l’inaugurazione
della nuova sede del GIMEMA e l’accoglienza
da parte del Presidente Napolitano al
Quirinale.
Il GIMEMA (Gruppo Italiano Malattie
Ematologiche dell’Adulto) è stato costituito con
l’obiettivo di promuovere e coordinare lo
svolgimento di ricerche in Italia ed all’estero
nell’ambito delle malattie del sangue, con lo
scopo di aumentare la possibilità di cura e di
migliorare la qualità di vita dei pazienti. Il
Gruppo è nato nel 1982 grazie all’iniziativa del
Professor Franco Mandelli attuale Presidente
Nazionale dell’AIL e di altri sette eminenti
Ematologi Italiani. Ad oggi il GIMEMA è
composto da una rete di oltre 140 Centri di
Ematologia diffusi su tutto il territorio nazionale.
Il giorno 5 Ottobre alla presenza dell’Onorevole
Gianni Letta e di altre illustri personalità del
mondo politico e culturale, è stata inaugurata la
nuova sede del GIMEMA. I lavori, per realizzare
i nuovi Uffici, sono stati finanziati grazie alla
solidarietà dei sostenitori dell’AIL. In occasione
di iniziative di raccolta fondi (Maratone Rai e
Mediaset, con la collaborazione dei principali
gestori telefonici); grazie al contributo di due
importanti Istituti bancari (Intesa San Paolo e
Unicredit); grazie alla generosità di molte
Sezioni provinciali AIL tra cui RiminiAil.
Il giorno 6 ottobre una folta rappresentanza
dell’Associazione, guidata dal Presidente Franco
Mandelli, di medici, ricercatori, volontari,
pazienti guariti o in cura, delle 80 sezioni
provinciali, sono stati ricevuti dal Presidente
della Repubblica Giorgio Napolitano, che ha
ringraziato il fondatore Professor Mandelli per
aver raccontato la “storia della nascita dell’AIL”,
che fa capire come sia essenziale poter
combinare competenza ed autorità scientifica
con l’umanità, la dedizione, e spendere le proprie
energie per la causa della salvezza della vita
umana.
Significative le testimonianze di una Biologa
Ricercatrice presso l’Istituto Seragnoli di
Bologna, che ha brevemente esposto i passi da
gigante che la ricerca ha fatto negli ultimi anni,
donando la speranza della guarigione a
tantissime persone. Molto toccante la
testimonianza di una giovane donna che ha
raccontato con grande coinvolgimento emotivo
di tutti, la “Sua storia” di ragazza che
improvvisamente da atleta si ritrova aggredita
dalla malattia che la costringe all’immobilità
assoluta, ma che con grande forza riesce, con
l’aiuto di medici, psicologi, infermieri e farmaci
innovativi a sconfiggerla ed a ritornare, come lei
stessa ha affermato, “quella di una volta”.
Tenera la testimonianza della responsabile di una
casa di accoglienza AIL nella città di Roma, che,
rimasta vedova giovanissima, da oltre venti anni
dedica tutto il suo tempo all’organizzazione di
questa casa che accoglie pazienti in attesa di
trapianto e familiari che non hanno la possibilità
economica di autogestirsi.
A conclusione della festa il Capo dello Stato ha
affermato che “Le porte del Quirinale ed i
giardini sono sempre aperti ad iniziative di
questa natura volte a servire soltanto l’interesse
comune senza subire alcun condizionamento di
interessi particolari e senza cadere nella spirale
dello scontro politico. E non mi stanco mai di
dire che l’Italia del volontariato, l’Italia della
solidarietà, l’Italia dell’impegno civile è davvero
l’Italia migliore”.
13 Vita di Club n.1
TESTIMONI LUMINOSI
IL MIRACOLO DI ELISABETTA
A 150 anni dalla morte, si tengono a Rimini e a Mondaino le celebrazioni
conclusive dell’anno Elisabettiano, presiedute da Sua Eccellenza Mons.
Francesco Lambiasi, Vescovo di Rimini. Esempio per tutti ed in maniera
particolare per quanti operano nel campo educativo, la Beata Elisabetta,
fondatrice delle Maestre Pie di Rimini, è un pressante invito a seguire le
sue orme di amore e di fedeltà al Vangelo e di generoso servizio ai fratelli,
nell'impegno gioioso del compimento dei doveri del proprio stato.
di ANGELO CHIARETTI
“I
o porto colui che mi porta”: ecco
il miracolo più grande compiuto
dalla beata Elisabetta Renzi (17861859). L’aforisma, che si pone a
metà strada fra l’annuncio profetico ed il dato
esistenziale, testimonia il carisma straordinario
di questa giovinetta, figlia delle ultime colline di
Romagna che si affacciano ridenti e rigogliose
sul Mare Adriatico. Elisabetta nacque, infatti, a
Saludecio (RN), il 19 novembre 1786,
secondogenita dopo Giancarlo, dalla famiglia
mondainese dei Renzi, in un periodo in cui i
fervori della prima Rivoluzione Industriale e
dell’Illuminismo razionalistico già segnavano la
via che il mondo occidentale, fortunatamente e/o
sciaguratamente, avrebbe intrapreso di lì a poco.
Si trattò di un passaggio epocale, durante il quale
le coscienze si sentivano inquiete e le giovani
generazioni, come sempre accade ed accadrà,
erano alla ricerca di modelli culturali e morali
cui ispirarsi fra il presente ed il futuro. Pensatori
come
Montesquieu,
Voltaire,
Rousseau,
Beccaria, Muratori, Goldoni e mille altri
diffondevano il verbo dell’uomo cittadino del
mondo (cosmopolitismo), mentre le monarchie
aristocratiche europee tremavano al solo
pensiero di doversi confrontare, per l’ennesima
volta, con la crescente ondata rivoluzionaria
della borghesia, fondatrice di una nuova politica
economica liberale. Quando Elisabetta compì
cinque anni, la sua famiglia (il padre
Giambattista ha sposato la nobildonna urbinate
Vittoria Boni) ritornò nel vicino ed originario
castello di Mondaino (RN), dove il padre era
amministratore del celebre monastero di Clarisse
dedicato a S. Bernardino e S. Chiara ed il fratello
aveva l’incarico di Priore della Compagnia del
Crocifisso.
Sono profondamente convinto che questo rientro
sia risultato determinante per la bambina, poiché
le sue clamorose scelte future andranno proprio
nella direzione paterna e fraterna: all’età di 10
anni venne affidata a quelle monache affinché ne
plasmassero dolcemente (Elisabetta riconoscerà
più tardi che il regime di clausura era leggero: i
parenti potevano far visita liberamente alle
ragazze ospiti) il cuore e la mente, mentre la sua
prima creatura di fede porterà il nome di “Povere
del Crocifisso”! Era il 1796 e le truppe francesi
di Napoleone Bonaparte avevano già invaso
l’Italia, per “portare” Libertà, Fraternità ed
Uguaglianza, e quando giunsero in Romagna il
terrore si diffuse anche su queste ridenti colline:
a tutti è noto il tragico incendio di Tavoleto (PU)
perpetrato dai soldati del generale Sahuguet nel
marzo 1797 al grido “Brusérons Tavolon!”, che
comportò la morte di ben 22 civili e di un
numero imprecisato di donne, murate vive in una
grotta, che ancora attendono, dopo oltre due
secoli, di tornare alla luce e di ricevere degna
sepoltura. I sacerdoti delle parrocchie
chiamarono a raccolta i fedeli, suonando le
campane a martello e dando luogo al fenomeno
dell’Insorgenza, illusorio tentativo di resistenza
contro Napoleone, mentre nelle case si pregava e
si invocava la protezione divina contro quel
flagello di memoria biblica. Ogni Comunità
possedeva il proprio Santo Patrono, cui affidarsi
nei momenti di pericolo, ma Mondaino venerava
un antico Crocifisso ligneo (forse di età
malatestiana sigismondea) divenuto miracoloso
nel 1560, quando staccò la mano destra dalla
croce per assolvere i mondainesi dalle loro colpe
e da certi atteggiamenti ideologici e politici non
14 Vita di Club n.1
Italia prima dall’Impero Napoleonico e poi dalla
sempre coerenti. E di quel Crocifisso, come
Restaurazione asburgica successiva al Congresso
dicemmo, era Priore Giancarlo Renzi, fratello di
di Vienna. Elisabetta cercava di svagarsi, di
Elisabetta. Saranno state le preghiere, sarà stata
isolarsi per meditare, forse non sapeva più che
la protezione divina, saranno state le monete
fare, ma due avvenimenti divennero per lei
d’oro offerte ai Francesi, ma la conclusione è che
risolutivi: dapprima la sorella Dorotea morì di
Mondaino non subì la sorte di Tavoleto e di altri
malattia all’età di 20 anni,
paesi e città di Romagna (vedi quadro ex voto).
poi la stessa Elisabetta
La gioia per lo scampato pericolo dovette essere
cadde rovinosamente da
molto forte ed altrettanto il desiderio di
cavallo mentre compiva
ringraziamento, anche verso quel Crocifisso e
una passeggiata nella
tanto più per i Renzi, che già avevano goduto
campagna di Mondaino
qualche secolo prima del suo potere
dove i Renzi avevano
taumaturgico. A tal proposito ricordo molto bene
numerosi
poderi.
di aver notato, fra gli ex voto malamente
Immediatamente
la
contenuti in un sacco di plastica in canonica, un
giovane, sempre sostenuta
vistoso anello d’oro che portava incastonata una
da
don
Corbucci,
grande pietra di colore verde donata dalla
interpretò questi due fatti
famiglia Renzi e molto probabilmente
come segni del cielo e
appartenuta alla nobildonna Vittoria Boni, madre
così il 29 aprile 1824
di Elisabetta (ma potrebbe
decise di recarsi a
essere appartenuto anche ad
Coriano, nel riminese,
Elisabetta negli anni attorno al
dove
esisteva
un
1810, quando fu costretta a
“Conservatorio” riservato
tornare in famiglia). Ecco,
a ragazze provenienti
allora, come ho già scritto nel
dalle classi più povere,
mio libro “Il Crocifisso
diretto da don Giacomo
miracoloso” che la celebre
Gabellini e da pie donne
folgorazione
provata
da
che si occupavano anche
Elisabetta bambina di fronte al
di educazione: Elisabetta
corpo morente del Cristo,
capì che quella era la sua
andrebbe ascritta non al grande
vocazione! Ed in ciò fu
Crocifisso presente nel coro 20 giugno 2009: cerimonia di traslazione
spinta a tal punto
del monastero (oggi nel dell’urna della Beata.
dall’opera e dal pensiero
mondainese
convento
di
della grande Maddalena di Canossa, fondatrice
Monte Formosino) ma piuttosto a questo della
delle “Figlie della carità” che avrebbe voluto
Chiesa parrocchiale di S. Michele Arcangelo!
annettere il Conservatorio di Coriano a quella
Così Elisabetta trascorse l’adolescenza fra casa e
istituzione. Tutto sembrava procedere per il
monastero, ma quando compì 21 anni sentì il
meglio, tanto che il 30 settembre 1826
desiderio di una vita religiosa maggiormente
Maddalena di Canossa, nel corso di un
fondata sulla meditazione e dunque il 25
pellegrinaggio a Loreto, fece visita alla
settembre 1807 decise di trasferirsi nella fredda
Comunità corianese: “Trovai una Comunità di
Pietrarubbia, alle falde del Monte Carpegna,
entrando nelle Agostiniane. Tale decisione fu
angeli. Di molto spirito interno e che sono di tale
sicuramente dovuta all’influenza del celebre
compostezza e raccoglimento in chiesa che mi
servono di confusione e di edificazione”. Queste
sacerdote marignanese don Vitale Corbucci, suo
le sue commosse parole di ammirazione. Poi,
confessore spirituale, che a sua volta si era
però, le cose si complicarono ed il progetto non
portato su quelle aspre pendici, dalle parti di
andò a compimento, così Elisabetta, forte della
Pennabilli. Per tre anni la giovane sembrò aver
sua fede, decise di assumere la direzione del
trovato la sua condizione ideale di fede, ma il
Conservatorio e di procedere autonomamente.
Direttorio di Milano, il 25 aprile 1810, approvò
Memore del miracoloso Crocifisso mondainese,
la soppressione di monasteri e conventi e così
fondò le “Povere del Crocifisso”: il suo ideale di
per Elisabetta giunse il momento di tornare a
povertà e di preghiera affascinava le giovani
Mondaino, presso i genitori. Furono anni di
generazioni, come se fosse una novella S.
incertezza, ma anche di benessere, portati in
15 Vita di Club n.1
Chiara! Erano anche gli anni in cui muoveva i
primi passi la nuova pedagogia, che vedeva nel
fanciullo il centro del mondo educativo, e così
Elisabetta, anticipando tutti ancora una volta,
compì un nuovo miracolo: nel 1839 creò le
“Maestre Pie dell'Addolorata”; e fu tutto un
fiorire di nuove fondazioni: Sogliano al
Rubicone, Roncofreddo, Faenza, Savignano al
Rubicone e finalmente, nel 1856, Mondaino. Per
l’occasione Palazzo Renzi venne abbellito con
scene dipinte dai celebri Romolo Liverani e
Antonio Mosconi, ispirate all’Antico e al Nuovo
Testamento, in particolare alle mistiche nozze ed
al grappolo d’uva (= il Cristo) portato con sé da
Giosuè dalla Terra di Canaan. Qui, tuttavia,
l’attendeva un’amarezza inaspettata, poiché nel
frattempo il paese era diventato liberale,
mazziniano e filogaribaldino: i genitori dei
bambini affidati alle Maestre Pie ne contestavano
i metodi educativi ritenuti troppo rigidi e severi.
Ma Elisabetta seppe resistere ed imporsi,
redigendo nel 1858 un ultimo e definitivo
Regolamento delle “Maestre Pie della
Addolorata”, raccomandando loro di avere
sempre il Crocifisso a portata di mano come il
viatico contro ogni difficoltà. Ormai aveva 72
anni e da tempo l’affliggevano insopportabili
mal di gola, che ben presto si rivelarono una
forma di tubercolosi. La sua sofferenza era
massima, ma fino alla fine conservò lucidità ed
energia, che le consentirono, spirando, di
pronunciare quel suo famoso “Io vedo, io vedo,
io vedo!”, che completava meravigliosamente il
significato dell’iniziale “Io porto colui che mi
porta”! Era il 14 agosto 1859. Da allora il
miracolo si ripete quotidianamente nelle mille
sedi che le Maestre Pie hanno aperto nel mondo,
dall’Europa alle Americhe, dall’Africa all’Asia,
sempre mirando a donare con generosità sorrisi e
certezze in nome di Madre Elisabetta. Il 18
giugno 1989 Elisabetta Renzi è stata beatifica da
papa Giovanni Paolo II nella Basilica di S. Pietro
a Roma, dove a migliaia si erano dati
appuntamento parenti, Maestre Pie, fedeli e
cittadini dei paesi in cui il suo insegnamento
continua più vivido che mai. Di tutto ciò saremo
testimoni nella grande celebrazione che il
Vescovo di Rimini, monsignor Francesco
Lambiasi, terrà a Mondaino nella Chiesa
Parrocchiale di S. Michele Arcangelo, proprio
sotto lo sguardo del Crocifisso miracoloso, il 28
novembre prossimo in occasione del 150°
anniversario della salita al cielo di Elisabetta.
PENSIERI&PAROLE
L’AVVENTURA DEL LIBRO
I libri? C'è ancora qualcuno che li legge? Eppure sono una ricchezza
inesauribile, un modo per conoscere se stessi e gli altri, un continuo
stimolo a “pensare”, esercizio che talvolta sembra un po’ in disuso.
di MARIO ALVISI
A
vevo interpretato l’articolo di Franca
Marani “Il mondo in un libro”,
pubblicato nel numero scorso, come
una descrizione di emozioni e, in
modo particolare, come riflessione da parte di
una insegnante sulla bellezza della lettura.
Quante sue letture durante le nostre gite di Club
ci tengono avvinti non solo per i contenuti, ma
per come ce le legge! Come lei stessa dice “la
lettura permette di creare una estensione della
realtà, trasforma il possibile in visibile”, “nella
vita dell’uomo è un dono prezioso ed
insostituibile” e “la lettura è il superamento del
limite del reale, il tempo dell’anima, il magico
dischiudersi di un mondo che ci consente
d’attingere all’infinito”. Questi suoi pensieri, al
momento della lettura, mi erano sembrati quasi
ovvi, seppur manifestati con un linguaggio
affascinante. In modo particolare ad uno come
me cui piace leggere e guardare quasi
quotidianamente la modesta biblioteca che ho in
mansarda, ricolma non solo di libri, ma di
pubblicazioni di ogni genere, cataloghi di
mostre, vecchi libri di scuola, molta
documentazione su Rimini e San Marino e tanta
altra carta compresa quella dell’archivio del
16 Vita di Club n.1
nostro Lions Club dalla sua nascita nel 1981 ad
oggi. E poi migliaia di immagini fotografiche
che, in parte, sono simili a vere e proprie
pubblicazioni, perché raccontano minuziosamente i miei viaggi. Poi l’apparente ovvietà è svanita
mentre ero inchiodato su un letto d’ospedale,
dove trovi tutto il tempo per leggere anche le
righe più piccole e banali che ci propinano i
giornali. Mi sono imbattuto in alcune notizie
pubblicate a tambur battente, come succede
spesso alla nostra stampa di accanirsi per un
breve periodo su un fatto, per poi bruciarlo poco
tempo dopo con uno nuovo. E cioè: “Chiude
una delle più vecchie librerie di Milano,
perché la gente legge poco e quella poca trova
libri ovunque”, “Il nostro Paese tratta i libri
come fossero matite o scatolette di tonno” e
“Il Governo francese ha preso provvedimenti
per sostenere le librerie storiche” e là sono
tante: personalmente ricordo quelle tutte in fila
di St-Germain des Près davanti alle quali
passavo mattina e sera durante il mio recente
soggiorno parigino. Per non dire delle tantissime
bancarelle sul Lungosenna. E ancora: “Le
biblioteche vanno sul web di Google” e “La
Cina fotocopia il mondo e tutti i centri di
lettura andranno in digitale”, perché, come
dicono con le loro caratteristiche massime, il
libro deve inseguire le persone, non viceversa!
Ma la stessa Franca Marani ci dice che “il
virtuale era già esistente”, “in modo più
coinvolgente e più magico” e “perché
apparteneva al lettore in modo del tutto
personale ed unico, in quanto frutto della sua
immaginifica creatività”. E Umberto Eco
conferma: “non sperate di liberarvi dei libri;
se dovessi lasciare un messaggio per il futuro
dell’umanità, lo farei in un libro di carta e
non su un dischetto elettronico”. Anche perché
il libro funziona sempre anche in casi estremi e,
dico io, anche senza la corrente elettrica. Nelle
lunghe ore di degenza anche la lettura dei
giornali non riusciva a riempirne tutto il tempo.
Incominciava il momento della lettura dei libri.
A portata di letto avevo anche un piacevole libro
di Erri De Luca “Il giorno prima della
felicità”. Un ragazzino senza famiglia,
parcheggiato presso il custode di un vecchio
palazzo napoletano, dove vi trova un
nascondiglio segreto a tutti e con esso la storia
della Napoli durante l’ultima guerra, gli
insegnamenti del vecchio portinaio che “gli versa
a cucchiaini” i racconti della vita della città e
l’amore tragico di una ragazza “che vuole da lui
la verità del sangue”. Tante pagine emozionanti
che si leggono in un baleno. In una di queste ho
trovato il motivo per scrivere questo articolo e
riprendere i pensieri di Franca Marani. Ad un
certo punto della storia il ragazzino, il classico
“guagliò”, confessa di essere stato nel
nascondiglio perché “mi piaceva il buio e
c’erano i libri. Là sotto ho pigliato il vizio di
leggere”. Ma la sua povertà non gli consentiva
di comprare libri. Però dove abitava “ci stavano
le botteghe dei librai che vendevano agli
studenti. Fuori tenevano i libri usati in offerta
sulle cassette di legno sul marciapiede”. Il
ragazzino (l’autore lo lascia senza nome)
cominciò “ad andare là, a prendere un libro e
mettermi a leggere seduto per terra. Uno mi
cacciò. Andai da un altro e quello mi fece stare”.
Il libraio “Don Raimondo è un avventuroso,
recupera biblioteche pure dalla spazzatura. Più
spesso è chiamato in una casa in lutto che
sgombera lo spazio del defunto”. Non è una
immagine in bianco e nero dei film e delle
commedie napoletane? Ma ancora più
emozionante è il seguito. “Più di vestiti, e scarpe,
i libri portano l’impronta”. Quella “impronta” è
una immagine incredibilmente bella”. Gli eredi
se ne liberano per esorcismo, per togliersi il
fantasma. La scusa è che c’è bisogno di spazio,
si soffoca di libri”. E la domanda del libraio è
squisitamente napoletana “ma che ci mettono al
posto loro, addosso ai muri col segno dei loro
contorni?”. Chiudete gli occhi e pensate a quante
volte può essere successo attorno o dentro di noi.
E il libraio Don Raimondo, che ama i libri,
continua e dice “Il vuoto in faccia a un muro,
lasciato da una libreria venduta, è il più profondo
che conosco. Porto via con me i libri mandati in
esilio, do loro una seconda vita “. A me è venuta
la pelle d’oca. Perché anch’io ogni tanto penso a
quei “vuoti”. E mi dico: chissà cose ne faranno
dei miei libri, delle mie raccolte, dei miei scritti,
delle mie foto? Gli eredi sgombreranno
veramente la mia mansarda? Spero di no. Mi
auguro che i miei carissimi nipoti siano come
quel ragazzino napoletano e si mettano a leggere
i libri per terra, ma seduti sui più comodi tappeti
e divani, seppur distratti da una televisione
sempre accesa. E allora, per esorcizzare la mia
paura, ho riletto l’articolo di Franca Marani,
perché in esso c’è speranza per il libro, anche in
futuro, perché “dove si eliminano i libri, si
finisce per eliminare gli uomini”!
17 Vita di Club n.1
ARTE IN MOSTRA
RAFFAELLO E URBINO
Urbino non fu solo la città natale di Raffaello, ma determinò in modo significativo la sua formazione, restando per
tutta la sua vita un punto di riferimento essenziale.
di ANNA BIONDI
R
itornare a Urbino è sempre
un’emozione intensa, tanto più se la
associ al ricordo della giovinezza
quando compivi gli studi universitari.
Dal collegio delle suore ti inerpicavi di buon’ora
per le ripide vie con la fretta di arrivare puntuale
alle lezioni per non meritare lo sguardo di
esecrazione del luminare di turno (Claudio
Varese, Carlo Bo, Scevola Mariotti, Italo
Mariotti, Bruno Gentili, Sandro Stucchi, Mario
Zuffa, ecc. ecc.) A Lettere Classiche eravamo
pochi e ti riconoscevano per nome. Al ritorno
serale affrontavi la discesa a rotta di collo perché
le suore, intransigenti quanto i professori, non
giustificavano mai nessuno e, se superavi le 20,
l’ora del coprifuoco, rischiavi di trovare il
portone chiuso. È il primo ricordo che affiora,
per contrasto, salendo con un ben più comodo e
veloce ascensore che ti porta sotto gli immortali
Torricini. Urbino, o meglio il suo centro storico,
è sempre uguale, immobile nel suo incanto.
Quando vi nacque Raffaello, “l’anno 1483 in
venerdì santo (6 aprile) a ore tre di notte, d’un
Giovanni Santi pittore non molto eccellente, ma
sibbene uomo di buon ingegno…” (G. Vasari, Le
vite de’ più eccellenti pittori, scultori e
architettori, Firenze, 1568), era già un
capolavoro di bellezza. L’aria che Raffaello
respirò da bambino, il connubio di quiete e
armonia, di equilibrio e perfezione che ci ha
trasmesso nelle sue opere, possiamo ancora
assaporarli. La secolare bellezza di Urbino,
rimasta intatta, affascina ancor oggi e noi siamo
pronti a farci catturare dalla sua meravigliosa
fisionomia, come dal groviglio di ricordi, di
volti, di voci, che ti si affollano alla mente
mentre cammini nelle vie strette col naso all’insù
per ammirare quel lembo di cielo incastrato tra i
tetti che la splendida giornata ci regala. E ti
chiedi se se non sia proprio quell’azzurro che
Raffaello vedeva nella sua infanzia quando nella
bottega del padre avveniva la sua iniziazione alla
pittura. Contrariamente a come lo presenta
l’ipercritico Vasari, Giovanni Santi, cortigiano,
umanista, pittore e letterato (autore della famosa
Chronaca rimata, scritta nel 1492 in occasione
delle nozze di Guidobaldo ed Elisabetta Gonzaga
in onore del padre dello sposo, il duca Federico
da Montefeltro, nella quale esprime con acuta
intelligenza importanti giudizi sui pittori a lui
contemporanei), era un personaggio di cultura
straordinaria e di raffinata tecnica e faceva parte
della dotta cerchia di artisti della corte dei
Montefeltro. Da quando Federico, mercenario e
mecenate, era salito al potere (1444-1482), il
18 Vita di Club n.1
Ducato di Urbino aveva assunto una funzione
significativa all’interno del Montefeltro ed era
riuscito ad occupare una posizione centrale
nell’assetto politico degli Stati Italiani,
contribuendo a preservare la pace stabilita a Lodi
nel 1454. Federico aveva intrecciato rapporti di
alleanza con il re di Napoli, con il
pontefice, con la signoria degli
Sforza di Milano e venne nominato
capitano generale della Lega
Italica. Anche fuori d’Italia era
conosciuto
ed
apprezzato.
Ricevette
varie
onorificenze,
l’ordine della Giarrettiera dal re
d’Inghilterra, dell’Ermellino da
Ferdinando d’Aragona e nel 1474
il titolo di duca dal papa. Con i
proventi delle condotte militari
Federico perfezionò l’attrezzatura
militare e civile dello Stato; in
pochi anni il livello economico
crebbe a tal punto che il Duca poté permettersi
l’edificazione di un’opera grandiosa (il palazzo
ducale) che inglobava tutte le strutture
preesistenti di Quadra di Porta Nuova e del
Vescovado situate a ovest dell’asse longitudinale
della città e che costò 200.000 scudi (per
l’argenteria ne spese 40.000, per gli arazzi
20.000 e per la biblioteca più di 20.000 ducati).
Ebbene nel palazzo, anzi una "città
in forma di palazzo", come la
definì Baldassare Castiglione che
ambientò nelle sale della corte di
Urbino il suo Cortegiano, "secondo
la opinione di molti, il più bello
che in tutta Italia si ritrovi...", nel
palazzo – dicevo - in cui Federico
ospitò i migliori talenti letterari,
artistici e scientifici del 1400, oggi
è tornato Raffaello. La mostra che
siamo venuti a visitare (noi sta per
gruppo Lions con massiccia
presenza femminile, vista la
concomitanza con il Congresso di
Ravenna) è allestita nel Salone del Trono e nelle
sale dell’appartamento della Duchessa del
Palazzo Ducale, sede della Galleria Nazionale
delle Marche; espone i capolavori giovanili di
Raffaello, 20 dipinti e 19 disegni originali, per
ripercorrerne la prima formazione in rapporto
alla grande cultura espressa dalla corte urbinate e
soprattutto all’influenza del padre e di altri
pittori a lui vicini nella fase giovanile (32 dipinti
e 10 disegni). A Urbino lasciarono la loro
impronta artisti come il Botticelli, il Pollaiolo,
Melozzo da Forlì, Giusto da Gand. Per i duchi
lavorarono Luca della Robbia, Piero della
Francesca, Luca Signorelli e le loro opere non
possono non essere state contemplate da un
giovane Raffaello. Le prime opere in mostra
costituiscono la scuola “elementare”
di Raffaello, in primo luogo quelle di
suo padre. Ci soffermiamo nel salone
delle Veglie davanti alla prima opera
esposta
di
Giovanni
Santi
commissionata dal duca Federico
proprio per il palazzo ducale; otto
tavolette che in origine, con altre
quattro andate disperse, erano
collocate in uno dei due tempietti che
Federico volle vicino al suo studiolo,
uno dedicato alle Muse ispiratrici
delle Arti, uno dedicato al Perdono
(era molto religioso e
chiedeva che nei periodi di
astinenza dalle carni tutta
la corte rispettasse il
digiuno). Santi svolgeva
anche la funzione di
scenografo di corte, perciò
realizzava, in occasioni di feste, scenografie
teatrali con figure, architetture, paesaggi ideali;
da qui l’impostazione teatrale dei suoi
personaggi. La musa ispiratrice di
Bellezza ha qualcosa di Sandro
Botticelli che, peraltro, come
comprova
un
documento
recentemente ritrovato, proprio nel
periodo di esecuzione delle Muse
soggiornò in casa Santi, e forse lo
aiutò nella preparazione dei cartoni.
Nativo di Colbordolo, dopo la
conquista ad opera dei Malatesti,
Giovanni Santi si trasferì ad
Urbino; nella bella casa patrizia del
centro
storico
con
annesso
laboratorio, oltre agli ambienti e
agli arredi dell’epoca, si può
ammirare un affresco giovanile di Raffaello
(affresco staccato con la “Madonna e il
Bambino dormiente”) e un mortaio in pietra in
cui venivano prodotti i colori con sostanze
naturali: erbe, fiori, foglie, polveri, pietre,
minerali. Pur avendo scolpito nella mente il
famoso “Autoritratto”, opera che incarna gli
ideali del Rinascimento per equilibrio
compositivo, limpidezza e purezza, ci
incuriosiscono le sembianze di Raffaello piccolo:
19 Vita di Club n.1
nella pala Buffi “Incoronazione della Vergine”
(commissionata a Giovanni Santi per la Chiesa
di Montefiorentino dal conte Buffi rappresentato
in ginocchio in veste di guerriero e custodita
nella Galleria Nazionale delle
Marche) la penultima figura a
sinistra, un bambinetto di 8-9
anni coi capelli a zazzera che
guarda distratto da un’altra parte
rispetto alla scena religiosa, è
Raffaello. Così come nell’ultima
opera di Giovanni Santi, forse il suo capolavoro,
la cappella Tiranni in San Domenico a Cagli, la
tradizione vuole che sia raffigurato il figlio: è
l’angelo a sinistra, che con espressione vivace
volge lo sguardo verso il visitatore. Le opere
appena nominate sono poste dai critici in
relazione con la pala Ansidei di Raffaello della
National Gallery di Londra per avvalorare il
rapporto diretto di Raffaello con la pittura del
padre; da sottolineare la rilevanza nella cappella
Tiranni
della
straordinaria
impostazione
prospettica (il Santi nella Cronaca Rimata
definisce “la prospectiva alta scienza acuta”),
impostazione che egli riutilizza nella pala Buffi e
che Raffaello riprende nella pala di San Nicola
da Tolentino del 1500.
Figlio d’arte dunque e, soprattutto, figlio della
sua città. Il padre gli trasmise il suo sapere, cioè
la cultura di uomo di corte e la visione lucida di
attento estimatore della pittura dell’epoca, e la
città, squisita e dotta, il culto della forma come
espressione di una più armoniosa spiritualità e
una concezione dell’architettura e della
spazialità, che, presenti nel palazzo urbinate,
riassumevano il modo di guardare la realtà di
Laurana, Piero della Francesca, Leon Battista
Alberti. Con la sua città natale Raffaello
mantenne sempre stretti legami sia artistici che
economici. Alla morte del padre nel 1494,
Raffaello giovanissimo ne ereditò la fortuna e la
bottega, mantenendola attiva con l’aiuto di
Evangelista da Pian di Meleto, braccio destro di
suo padre; era quindi, anche se giovanissimo, un
ricco padrone di bottega cui non occorreva
apprendistato, anzi nel 1500, a soli diciassette
anni, nell’atto della commissione della pala
della “Incoronazione di San Nicola” da
Tolentino è indicato con la qualifica di
“Magister”, a cui presto si aggiunge l’aggettivo
“Illustris”. Proprio questa pala è la prima opera
di Raffaello esposta; dipinta per la chiesa di S.
Agostino
di
Città
di
Castello,
ma
inspiegabilmente smembrata dopo un terremoto
che pure non l’aveva danneggiata, è stata
assemblata per la prima volta in occasione della
mostra. L’angelo con cartiglio in cui si legge una
frase del Magnificat è un frammento proveniente
dal Louvre, il bellissimo busto di angelo
proviene dalla Pinacoteca Tosio Martinengo di
Brescia, l’Eterno con cherubini e la Vergine
20 Vita di Club n.1
Maria dal Museo di Capodimonte di Napoli. S.
Nicola è al centro con un libro aperto; la doppia
aureola è retaggio del padre così come l’uso
dell’oro è uno stilema paterno, ma ci sono già i
colori corposi di Raffaello, il rosso, il blu e il
verde, le ombre e le luci che si ammirano in
opere splendide come “Il sogno del cavaliere”
(National Gallery, Londra), tavoletta di cm.
17,5x17,5 eseguita tra il
1504 e il 1508, di
argomento
profano,
un’allegoria
sulla
cui
interpretazione i critici
hanno discusso. Al centro
del quadro c’è un albero
d’alloro, che segna l’asse
mediano. In primo piano
c’è il cavaliere dormiente
(Ercole nelle insolite vesti
di guerriero? Un giovane
principe come Scipione
Borghese,
nella
cui
famiglia il dipinto è rimasto
fino al 1778 con le “Tre
Grazie” (Chantilly, Museo Condé),
tavoletta delle medesime dimensioni
con cui formava un dittico? Oppure
un omaggio che Guidubaldo dedica al
padre Federico?) con il capo rivolto
verso una donna (Pallade?) che tiene
nella mano destra la spada e nella
sinistra un libro; di fronte un’altra
donna (Venere?) tocca una collana di
coralli rossi sul ventre e nella mano
destra, protesa, tiene un fiore bianco.
Il paesaggio, mostra, sulla sinistra,
una strada con tre cavalieri e in alto
un castello con un campanile gotico.
Sul lato destro c’è un lago
attraversato da un ponte protetto da
torri. Insomma un uomo al bivio,
incerto tra virtus e voluptas oppure
un uomo fortunato che possiede
insieme fortezza, sapienza e amore
(le due donne) e raggiunge la gloria
(l’alloro) nonostante le difficoltà
della vita (il paesaggio impervio)?
Rapidamente rintracciamo nella
memoria ciò che ci ha colpito di più. Su una
croce processionale, dipinta fronte e retro in
punta di pennello su foglia d’oro, vediamo
l’impronta sicura di Raffaello per la visione
anatomica perfetta del Cristo, un corpo che pesa
e ha sul costato lacerazioni realistiche. Sul verso
lo stile non realistico rivela un’altra mano.
L’unica opera che appartiene a Urbino è una
piccola “Santa Caterina”, rappresentata per la
prima volta in atto di calpestare lo strumento del
suo martirio, la ruota dentata da cui fu
decapitata; ma la vera novità è lo sviluppo
spaziale che dà il senso della profondità, i colori
oro e nero sono quelli del casato montefeltresco
(come nell’aquila dello
stemma). Il dipinto doveva
far parte di un trittico
tenuto insieme da cerniere,
ma le altre parti sono
andate perdute. Forse il
duca
lo
teneva
sul
comodino a mo’ di santino
devozionale.
Veramente
nuovo il San Sebastiano,
rappresentato non nudo né
trafitto dalle frecce, con
uno sguardo perso nel
nulla. Seguono i ritratti
dei padroni di casa:
Guidubaldo, l’unico figlio
maschio di Federico nato dopo sette
femmine, cui, dopo la sua morte nel
1482, passò il potere, e la moglie
Elisabetta Gonzaga. Guidubaldo
veste panni di alto rango sociale: il
robone e un cappello a cantoni tipico
dei cardinali. La duchessa porta sulla
fronte un curioso “gioiello”, uno
scorpione, che può riferirsi alla
credenza dei Gonzaga nelle proprietà
terapeutiche della polvere di
scorpione oppure alla sua collezione
di animali in vetro; la collana le va
dentro la scollatura, lettere islamiche
inframmezzate a fiori di loto
decorano il bordo della sua veste.
Dietro i ritratti sono rappresentati
un’alba e un tramonto, infatti i due
duchi sono i primi e gli ultimi del
casato; per questo il loro sguardo
intenso ha accenti di malinconia. Nel
1504 il palazzo ducale viene
occupato da truppe mercenarie, i
duchi costretti a fuggire, sono finiti
gli anni radiosi dei famosi cenacoli rievocati nel
"Cortegiano" e di eventi come l’istituzione
(1502) di quel Collegio dei Dottori riconosciuto
dal Papa Giulio II nel 1507 da cui avrà origine la
Libera Università degli Studi. Cresciuto in
questo clima, il genio di Raffaello esigeva ormai
21 Vita di Club n.1
altri spazi, cosicché nel 1504, con una lettera di
raccomandazioni di Giovanna Feltria della
Rovere,
probabilmente
raffigurata nel ritratto “La
Muta”, sorella di Guidubaldo e
madre del piccolo Francesco
Maria Della Rovere che, adottato
dagli zii, diventerà l’erede di
Guidubaldo, da Urbino partì
verso i traguardi maggiori di
Firenze e Roma. Le mani del
ritratto sono considerate le più
belle dell’arte italiana; l’analisi
diagnostica ha rivelato che sotto
questa immagine si trova un’altra
versione di donna dai lineamenti
più freschi, dall’abito più scollato.
Vediamo invece una donna più
invecchiata nel volto e dall’abito
più austero. Forse il ritratto fu
modificato da Raffaello a seguito
della vedovanza della donna,
Giovanna
rimase
vedova
giovanissima
e
viene
rappresentata per questo in modo
meno idealizzato e più realistico
nella sua semplice e riservata
eleganza. Lo sfondo nero è usato
probabilmente per coprire la
presenza di Guidubaldo nella
prima versione e i forzati
riadattamenti,
rivelati
ad
esempio dalla spalla non
anatomicamente perfetta della
parte destra. La muta ha in
realtà ben poco di muto perché
parlano i suoi occhi, la sua
postura, i suoi abiti e gioielli.
L’enigmatico dipinto, ove
evidente è l’influsso della
Gioconda, è specchio della
società aristocratica del suo
tempo;
la
veste,
detta
“camurra”, in panno e velluto
di diversi colori, è di una
signorile semplicità; anche i
gioielli: l’anello con rubino
(simbolo di prosperità), l’anello
con zaffiro (simbolo di castità), l’anello figurato
con motivi vegetali (una fede fiamminga), la
catena con pendente a forma di croce, sono assai
semplici e denotano scelte raffinate ed eleganti,
ma pur sempre sobrie, incarnazione di quei
valori classici di compostezza ed equilibrio
sempre celebrati da Raffaello. Stupendo il
quadro che viene da più lontano, da Washington,
una meravigliosa Madonna, detta
“Madonna
Cooper”
perché
appartenuta a Lord Cooper, dai
colori vividi e corposi: nel
paesaggio
sullo
sfondo
si
intravvede a destra la chiesa di San
Bernardino, la Madonna è in posa
davanti ad un muretto, per la prima
volta il Bambino fa il bambino e,
con una complicità straordinaria
con la mamma, si arrampica su di
lei come su un albero, pestandole la
mano.
Altro
meraviglioso
capolavoro in così piccolo formato
è la tavoletta della “Sacra
Famiglia e agnello”, custodita al
Museo del Prado di Madrid, dove
prevale il giallo oro di influenza
peruginesca e una reminiscenza
michelangiolesca (Tondo Doni)
nella impostazione; nel bordo
della scollatura di Maria è scritto
RAPHAEL URBINAS MDVII, il
bambino con la collanina di
corallo è a cavalcioni sull’agnello
a significare che accetta il
sacrificio supremo.
Siamo incantati e usciamo dal
palazzo ducale con una gioia
stupefatta nel cuore; prima di
questa mostra non avevamo mai
pensato all’età del ragazzino
quando realizzava quei piccoli
grandiosi capolavori.
Raffaello Santi, che aveva
assorbito il Rinascimento nella
città natale, che possedeva una
straordinaria
capacità
di
comprendere gli artisti con cui
veniva in contatto e di
riutilizzarne genialmente i temi,
il precocissimo genio che la
natura aveva dotato di un
meraviglioso talento, era pronto
a salpare per altri lidi e a
diventare Raffaello (sic et
simpliciter), immortalando Urbino come la sua
città per antonomasia.
22 Vita di Club n.1
SERVICE
PROMUOVERE CULTURA
Il primo service dell’anno sociale 2009-2010 sotto la presidenza
di Antonio Galli.
di FRANCA MARANI
M
artedì 20 ottobre si è svolto a
Rimini un evento di grande
spessore ed interesse culturale
imperniato sul tema “Colonna
infame – Quando la follia diventa ragione di
Stato” articolato in due momenti: al pomeriggio
la presentazione di una nuova edizione del testo
manzoniano Storia della Colonna infame a cura
di Luigi Weber, un valente giovane studioso,
assegnista di ricerca presso l’Università di
Bologna, e alla sera la proiezione del film di
Nelo Risi: La Colonna infame. L’evento,
organizzato dalla Pilgrim Comunicazione, in
collaborazione
con
la
Biblioteca
Gambalunga e l’Assessorato alla Cultura
del Comune di Rimini, è stato fatto
oggetto del primo service del nostro Club
che col suo contributo ha voluto sostenere
questa
importante
occasione
di
promuovere cultura. Nella magnifica Sala
del
Settecento
della
Biblioteca
Gambalunga, eccezionalmente aperta al
pubblico, la professoressa Maria Panetta
dell’Università “La Sapienza” di Roma
ha introdotto con una prolusione molto
interessante, ricca di riferimenti culturali
e storici, la rilettura del testo manzoniano
fatta da Luigi Weber, frutto di un lavoro
intenso ed appassionato, di cui ha
evidenziato la novità, l’accuratezza e la
profondità di analisi. La Storia della
Colonna infame, opera del Manzoni
maturo, racconta in maniera analitica e
critica un terribile caso di cronaca
giudiziaria, vale a dire l’ingiusto processo
ai presunti autori della peste del 1630,
capri espiatori scelti quasi a caso per
calmare l’opinione pubblica di una
Milano sconvolta dall’epidemia. Questo
testo, poco noto al grande pubblico,
costituisce nell’intenzione manzoniana la
vera conclusione de I Promessi Sposi cui
è legato indissolubilmente nel progetto
23 Vita di Club n.1
dell’autore che qui condensa il suo più autentico
pensiero, in quanto completa il famoso romanzo,
ma al contempo lo mina all’interno attraverso
un’analisi fortemente critica del processo. È
un’opera di grande interesse che affronta temi di
drammatica attualità quali l’esercizio della
giustizia, l’uso della tortura, la violenza e il
potere, il pericolo della psicosi collettiva intorno
alla salute e alla malattia, la necessità di usare
sempre la ragione anche di fronte all’urgere dei
casi più allarmanti e molto altro. Luigi Weber ha
catturato l’attenzione di un pubblico numeroso e
interessato parlando in modo appassionato ed
autorevole, mentre un grande attore come Silvio
Castiglioni prestava la sua voce a leggere alcune
parti del testo manzoniano con effetti di rara
suggestione. Dopo l’incontro pomeridiano, in
serata è stato proiettato in cineteca, all’interno
della rassegna Rimini Cinema, il dimenticato
film diretto da Nelo Risi e sceneggiato da Vasco
Pratolini, del 1973, la cui visione è stata
preceduta dall’introduzione di Luigi Weber e
Riccardo Belotti. È stato un caso del tutto
fortuito e fortunato il fatto che questo film, di cui
esistevano ormai soltanto due copie, sia stato
recuperato e riedito in versione digitale proprio
in concomitanza con l’uscita del libro di Weber.
È stato in tal modo possibile fruire di un
approccio globale al testo manzoniano sia in
ambito letterario che filmico, in una giornata di
vero godimento spirituale. Ma lasciamo la parola
a Maria Panetta e Luigi Weber, perché ci
affascinino anche per iscritto come hanno saputo
fare verbalmente.
1. SAGGIO: LA COLONNA INFAME
Nel 1630, sul luogo ove sorgeva la casa di uno degli imputati del processo
agli untori, il tribunale fece elevare una colonna commemorativa, per
significare il corretto e severo corso della giustizia. Un secolo e mezzo
dopo, in pieno clima illuministico, la colonna venne abbattuta. L'aggettivo
«infame», col quale il Manzoni qualifica la colonna, sta a significare sia la
posizione dei giudici che con quel termine vollero connotare la vergogna
di cui si macchiarono i presunti colpevoli, sia - dal punto di vista di
Manzoni - l'infamia dei giudici che, in connivenza con un potere corrotto e
incapace di prevenire e di combattere la peste, perpetrarono un crimine
giudiziario condannando degli innocenti.
di MARIA PANETTA
C
om’è noto, Manzoni comincia a
progettare il suo romanzo nel gennaio
del 1821: ne abbiamo notizia perché
comunica per lettera al grande amico
Fauriel la sua intenzione di scrivere una “favola
d’invenzione” a sfondo storico1. Solo nell’aprile,
però, inizia la stesura vera e propria del primo
capitolo, quello sul famoso curato, con il
celeberrimo, poetico incipit che evoca il lago di
Como. Che Manzoni fosse indotto a travalicare
nella narrazione storica, partendo dalla scrittura
poetica, lo si poteva già intravedere nella
tragedia sul Conte di Carmagnola, apparsa a
stampa nel 1820; questa sua attitudine si venne
1 Cfr. A. Manzoni, Lettere, a cura di C. Arieti, vol. I di
Tutte le opere di A. M., a cura di A. Chiari e F.
Ghisalberti, Milano, A. Mondadori editore, 1970, 3
voll., p. 227, lettera del 29 gennaio 1821.
palesando nel Discorso premesso all’Adelchi (il
Discorso sopra alcuni punti della storia
longobardica in Italia, sempre del 1820) e
soprattutto nella nota Lettre à Mr. Chauvet,
quella sull’unità di tempo e di luogo nella
tragedia, epistola con cui nel 1823 lo scrittore
intese replicare alle riserve che il critico francese
Victor Chauvet aveva espresso sulla sua prima
tragedia. L’idea che accomuna le tre suddette
opere è quella che sia la scarsa attenzione
filologica prestata alle fonti sia il pregiudizio
ideologico che, nelle ricostruzioni storiche e
nelle rivisitazioni del passato, tendeva a
cancellare il fondamentale apporto delle masse
andavano superati. Nel settembre 1823 Manzoni
termina la prima stesura del suo romanzo, che
porta, allora, il titolo di Fermo e Lucia, ma non
ne è soddisfatto: per questo motivo dedica un
24 Vita di Club n.1
anno alla revisione del testo, studiando
parallelamente gli scrittori toscani e consultando
anche il Vocabolario dell’Accademia della
Crusca. Quella che gli studiosi denominano la
“seconda minuta” è un manoscritto molto
tormentato, costellato di aggiunte, di tagli e di
varianti: nel gennaio del 1825 approderà presso
la tipografia di Vincenzo Ferrario, che darà il via
alla stampa del primo volume dell’opera, che si
concluderà – com’è noto – nel 1827, con la
pubblicazione del terzo volume. Nel luglio dello
stesso anno Manzoni decide di realizzare
finalmente il viaggio che tanto ha desiderato e
parte per Firenze, per la proverbiale
“risciacquatura in Arno” della lingua adoperata
nel romanzo; la revisione linguistica lo
impegnerà per oltre un decennio, fino alla
seconda e definitiva edizione del 1840, la
cosiddetta “Quarantana”. È proprio in appendice
all’edizione a dispense2 dei Promessi sposi
iniziata nel 1840 che appare a stampa, per la
prima volta nel 1842, la Storia della colonna
infame, sebbene il progetto manzoniano risalga
addirittura agli anni 1821-1823, quando l’autore
l’aveva pensata come una delle tante digressioni
interne all’impianto narrativo del suo romanzo
(più precisamente, avrebbe dovuto far parte del
V capitolo del IV tomo del Fermo e Lucia).
Manzoni, tuttavia, ritenne, all’epoca, che tale
lunga ekphrasis, che seguiva a un’altra sui tragici
eventi della peste, avrebbe forse «fuorviato i suoi
lettori» (per citare Lanfranco Caretti,
nell’introduzione all’edizione della Storia della
colonna infame da lui curata nel 1973 per
Mursia)3. La Colonna infame è una lunga
ricostruzione del famoso processo agli untori che
si verificò in occasione della terribile peste del
1630, ampiamente raccontata nel romanzo, sia
certamente come sfondo, sia come uno dei
principali attori della vicenda. La Peste come
attore, dunque. Come protagonista che, al pari di
Renzo, di Lucia, di fra Cristoforo, del cardinale
Borromeo, ha diritto a una digressione che
racconti come è nata, come si è sviluppata, quali
tracce ha lasciato di sé. La storia è nota: la
medicina del Seicento ignorava la causa del
contagio e, come sempre accade quando ci si
trova di fronte a calamità insormontabili,
nell’impossibilità di governare il caos che ne
consegue e di spezzare la sequela ininterrotta
delle sofferenze e delle morti, semplicemente si
cerca un colpevole. Nel momento di crisi, spesso
2
3
Stampata dalla Tipografia Guglielmini e Redaelli.
Cfr. l’edizione Milano, Mursia, 1973, p. 5.
la società richiede il sangue di una vittima
sacrificale, va alla spasmodica ricerca di un
capro espiatorio che sconti tutto il Male
dilagante e che dia agli uomini l’illusione
irrazionale di placare l’ira degli dei: fosse anche
quella del compassionevole Dio dei cattolici. Ed
ecco spuntare la diceria che la peste sia
propagata a causa di un non ben definito «onto»,
un unguento di cui alcuni individui, per loro
loschi e incomprensibili scopi, vanno
cospargendo case, strade, oggetti, vestiario etc.
La peste del 1630 sterminò un terzo della
popolazione di Milano; le autorità cittadine,
trovandosi in seria difficoltà e non riuscendo a
gestire la situazione né gli umori delle masse,
alimentarono la “diceria dell’untore” (come
avrebbe detto Bufalino), troppo impegnate anche
a barcamenarsi tra le pressioni ricevute dai
francesi e soprattutto dagli spagnoli, che allora
dominavano.
Pertanto,
assodato
anche
ufficialmente che la “colpa” della pestilenza era
da attribuirsi senza dubbio agli untori, si scatenò
– come era accaduto tante volte, nella Storia, con
le minoranze, gli ebrei, le streghe – una vera e
propria “caccia all’untore”, che coinvolgeva tutta
la collettività, in un clima di diffidenza
generalizzata che induceva i cittadini a
denunciarsi tra loro, solo sulla base di semplici
sospetti (o a volte neanche di quelli). Manzoni,
dopo un attento studio delle carte custodite negli
archivi e degli atti processuali - che, per fortuna,
non andarono perduti e che restano una
testimonianza importantissima della follia
collettiva che, a volte, si scatena a causa della
paura -, ricostruì la vicenda giudiziaria che
condannò a una morte atroce cinque cittadini
milanesi - cinque innocenti -, con l’accusa di
essere i responsabili dell’unzione pestifera.
Ovviamente, altri indagati vennero assolti e
rilasciati, solo perché garantiti da una migliore
condizione sociale, che impediva al sistema
giudiziario dell’epoca di perseguirli fino alle
estreme conseguenze. Manzoni presenta,
dunque, una pagina di storia del diritto penale, e
si schiera sia contro i governanti sia contro i
giudici che, pressati dalla volontà e dal furore
popolare, condussero le indagini con evidente
malafede e giunsero alle loro conclusioni
basandosi solo su parole, e non su fatti; e
soprattutto su accuse quasi sempre estorte
tramite terribili pratiche di tortura. L’autore –
come si evince anche dal romanzo – ha molto a
cuore il problema della giustizia e, per questo,
prende posizione in modo netto contro i
25 Vita di Club n.1
magistrati, che – pur nel loro ruolo di
rappresentanti terreni dell’equilibrio e della
razionalità, dell’equità e della legge positiva – si
macchiarono della colpa gravissima di farsi
coinvolgere dal clima di irrazionalità dilagante e
di terrore di cui era preda il popolo. L’illuminista
Manzoni non può perdonare chi è preposto a far
rispettare la legge, e a far trionfare la dea
Ragione sull’irrazionalità del Caos, per aver
ceduto agli impulsi e alle passioni come una
qualsiasi
«donnicciola»
(laddove
la
«donnicciola» Caterina Rosa, che compare nel I
capitolo della Colonna infame come accusatrice,
rappresenta ovviamente tutta l’umanità deteriore
che, pur dotata di intelletto a differenza delle
bestie, non ne fa uso e si fa sopraffare dai
pregiudizi e dalle paure). E a questo proposito
Weber, nella sua introduzione, sottolinea
giustamente da un lato come i medesimi apparati
giudiziari che condussero i procedimenti contro
gli untori avessero, tra il 1617 e il 1620, istituito
a Milano i processi di stregoneria (e dunque, si
tratterebbe di un periodo storico in cui veramente
– come si suol dire – si era “perso il lume della
Ragione” e si procedeva per lo più sulla base di
pregiudizi
e
superstizioni
alimentati
dall’ignoranza); d’altro canto, però, lo stesso
curatore fa notare come – contrariamente a
quanto affermato da Pietro Verri nelle sue
Osservazioni sulla tortura – proprio a partire dal
1620 ci fosse stata una virata verso una maggiore
prudenza nelle accuse, che – si stabilì –
dovevano essere seguite da riscontri oggettivi e
supportate da prove verificabili. Un panorama,
quindi, molto complesso, in cui probabilmente il
giudizio e la responsabilità individuale dei
magistrati – aspetto su cui insiste moltissimo
Manzoni – finirono per pesare ancor di più
rispetto al passato, che era stato, invece, del tutto
oscurantista. Come già accennato, il processo,
che si svolse nell’estate del 1630, decretò, tra
l’altro, sia la condanna capitale di due innocenti,
Guglielmo Piazza (un commissario di sanità) e
Gian Giacomo Mora (un barbiere), sia
l’abbattimento dell’abitazione di quest’ultimo.
Come monito, infine, venne eretta, sulle macerie
dell’edificio raso al suolo, la “Colonna infame”
che, appunto, dà il titolo all’opera; colonna che
rimase in piedi fino al 1778, quando, dopo la
pubblicazione delle citate Osservazioni sulla
tortura, il monumento, ormai divenuto una
testimonianza d’infamia non più a carico dei
condannati, bensì dei magistrati che avevano
commesso una palese ingiustizia, venne
finalmente abbattuto. Nel Castello Sforzesco di
Milano è conservata l’iscrizione in latino che
descrive le terribili pene inflitte agli innocenti,
lapide prima affissa proprio sulla colonna. Nella
sua ricchissima e documentata introduzione,
Weber chiarisce che, dalle ricostruzioni dei fatti
compiute da vari storici, è emerso che, in realtà,
le unzioni si verificarono realmente, ma che
comunque non furono responsabili della
trasmissione del contagio. E anche riguardo alla
“leggenda degli untori” la prefazione
all’edizione di questo testo fornisce ampi
ragguagli e precedenti storici, dal presunto
complotto dei lebbrosi per avvelenare le acque di
pozzi e fontane (una diceria che nell’estate del
1321 sconvolse gran parte del Regno di Francia),
all’accusa mossa agli ebrei (come poi a eretici e
streghe) di aver contribuito al diffondersi della
Grande Morte Nera, la peste che nel 1347
approdò al porto di Genova e da lì si diffuse per
tutta l’Europa (lo stesso morbo che nel 1348
arrivò a Firenze e dal quale prende avvio, com’è
noto, anche il Decameron di Boccaccio).
A mio giudizio, però, il passo più importante
dell’introduzione al testo di Weber e uno dei
maggiori punti di forza di questa edizione è
sicuramente la definizione del rapporto che la
Colonna infame intrattiene con i Promessi sposi.
Si è ricordato che la Colonna venne progettata
come digressione del Fermo e Lucia; poi –
precisa Weber – divenne un’Appendice storica,
soppressa nella stampa del 1827, e infine una
Storia «apparentemente autonoma, con un
proprio frontespizio, in quella del ’42»4.
Quest’ultima scelta potrebbe far pensare che tra
il romanzo e la monografia storica ci sia solo una
«generica parentela»5: e questo hanno, appunto,
pensato moltissimi editori della Storia della
colonna infame, che è stata per lo più pubblicata
separatamente rispetto al romanzo (come, in
effetti, accade anche in questa occasione, ma –
evidentemente – non per volontà del suo
curatore). Invece, Weber adduce, tra le altre, una
convincente motivazione per la quale, a suo
giudizio – peraltro assolutamente condivisibile, a
mio parere -, la Colonna andrebbe pubblicata
rispettando la volontà dell’autore, che l’aveva
posta dopo l’ultimo capitolo del suo romanzo (il
XXXVIII), ma rimandandovi già alla fine del
XXXII: in quel luogo testuale, infatti, Manzoni
precisa che «l’affare delle così dette unzioni di
4
5
Cfr. la p. XII dell’introduzione di Weber.
Ibidem.
26 Vita di Club n.1
Milano»6 è quello più celebre e insieme il più
«osservabile»7 rispetto agli altri processi agli
untori tramandati dalla storia, «per esserne
rimasti documenti più circostanziati e più
autentici»8; e poi si preoccupa di spiegare che
quella vicenda, data la sua importanza, può
essere, a suo parere, «materia di un nuovo
lavoro»9, e soprattutto che ha deciso di dedicare
un intero opuscolo posto «in fine del volume»10
alla trattazione di quella storia, sia per scriverne
«con l’estensione che merita»11, sia perché
«dopo essersi fermato su que’ casi, il lettore non
si curerebbe più certamente di conoscere ciò che
rimane del nostro racconto»12.
In sostanza, Manzoni sta affermando che, se
inserisse a questo punto della narrazione una
digressione sulla vicenda della Colonna infame, i
casi storici sarebbero di maggiore interesse, per
il lettore, rispetto a quelli della finzione
romanzesca e, quindi, nessuno più si
preoccuperebbe di sapere come si conclude la
tormentata storia dell’amore tra Renzo e Lucia;
indirettamente, poi, sta anche delineando una
gerarchia di valori in base alla quale l’opuscolo
finale assume, in realtà, un’importanza superiore
al romanzo del quale sembra essere appendice,
perché, anzi, ne contiene il vero «sugo».
Per questo mi pare del tutto condivisibile
l’opinione espressa da Weber riguardo al fatto
che la Storia della colonna infame «appartiene
indissolubilmente alla gran macchina del
romanzo, e a un tempo la completa e la mina
dall’interno»13: la completa perché nasce come
una digressione storica esplicativa riguardo alla
vicenda dei processi agli untori e alla peste che –
come già detto – è una delle protagoniste dei
Promessi sposi. La mina dall’interno perché,
contenendone di fatto il «sugo», contribuisce a
rovesciare l’apparente positività del finale del
romanzo, in cui tutto sembra ricomporsi e i
personaggi traggono le loro conclusioni
affermando di aver imparato dalle sofferenze e
dalle difficoltà che hanno incontrato per la via.
Insomma, la “provvida sventura” che aveva fatto
6
Cfr. A. Manzoni, I promessi sposi, vol. II, to. II, saggio
introduttivo, revisione del testo critico e commento a
cura di S. S. Nigro, con la collaborazione di E.
Paccagnini, Milano, Mondadori, 2002, p. 624.
7
Ibidem.
8
Ibidem.
9
Ibidem.
10
Ivi, nota *.
11
Ibidem, testo.
12
Ibidem.
13
Cfr. la quarta di copertina dell’edizione Weber.
la sua comparsa nel coro dell’atto IV
dell’Adelchi (con la morte di Ermengarda, noto
brano lirico manzoniano di struggente intensità)
perde, qui, la sua provvidenzialità, rimanendo
solo e unicamente “sventura”, perché il
pessimista Manzoni non crede nella giustizia
terrena e nel buon senso degli esseri umani.
Romanzo senza idillio, dunque, come asseriva
Ezio Raimondi nel 197414; e, anzi, romanzo
intrinsecamente tragico, nonostante il finale
apparentemente risolutivo. Se, infatti, come
sembra suggerire tra le righe Manzoni, di fatto
l’explicit della vicenda non coincide con la fine
del XXXVIII capitolo dei Promessi sposi, ma
con la chiusa della Storia della colonna infame,
il romanzo dei Promessi sposi si conclude
sull’amara constatazione che a volte «una verità,
dopo aver tardato un bel pezzo a nascere, abbia
dovuto rimanere per un altro pezzo nascosta»15,
ovvero sulla riflessione che «la gigantesca
notizia falsa»16 cui accenna Weber nella sua
introduzione
–
quella
della
gravosa
responsabilità degli untori nella diffusione della
peste di Milano del 1630 – sia stata considerata
una verità per quasi 150 anni, prima di essere
smascherata nella sua infondatezza. Ovviamente,
se tutto ciò è plausibile come sembra, può
definirsi un vero e proprio grave arbitrio la scelta
di pubblicare un’edizione dei Promessi sposi
priva dell’appendice che era stata pensata
dall’autore e collocata alla fine dell’opera, non
certo per marginalizzarla, ma, invece, proprio
per conferirle un maggior risalto. Si sa, infatti,
che incipit ed explicit di ogni testo ne
rappresentano, comunque, dei momenti di forte
pregnanza semantica; negli esordi e nelle
conclusioni, infatti, si cela sempre il significato
profondo di qualsiasi storia. Egualmente, un
ulteriore arbitrio – come sottolinea giustamente
Weber – è stato commesso anche da quegli
editori che hanno eliminato del tutto il corredo
iconografico o inserito nel testo dell’opera delle
illustrazioni diverse da quelle che Francesco
Gonin realizzò per la Quarantana.
L’attenzione forte al rispetto della volontà
autoriale che caratterizza l’appassionata presa di
posizione di Weber riguardo a tale questione
editoriale è uno dei numerosi indizi della
competenza e della sensibilità filologica che lo
contraddistinguono e che emergono anche da
14
Cfr. E. Raimondi, Il romanzo senza idillio: saggio sui
Promessi sposi, Torino, Einaudi, 1974.
15
Cfr. l’edizione ETS 2009 a p. 92.
16
Ivi, p. VII.
27 Vita di Club n.1
questa edizione, condotta con l’usuale precisione
e – proprio secondo il magistero manzoniano –
con una fedeltà assoluta alle fonti. Il testo è stato
corredato anche da un apparato di note
linguistiche, storiche e di segnalazione
bibliografica molto utili per la lettura di questo
opuscolo che, per l’asprezza della materia
trattata e per il gran numero dei riferimenti a
personaggi e autori spesso poco noti, non è
certamente di facile lettura. La bibliografia
finale, poi, volutamente non raccoglie tutti gli
interventi critici sull’argomento, ma solo
un’accurata selezione operata dal curatore dopo
aver realmente letto e valutato obiettivamente la
rilevanza degli apporti della critica. Per questi
motivi, ritengo che l’edizione della Colonna
infame approntata da Weber rappresenti
sicuramente un lavoro che eguaglia, per
accuratezza e intelligenza, le migliori edizioni
che, nel tempo, sono apparse sul mercato. Dopo
il lavoro esemplare di Michele Ziino (del 1928) e
quello di Giancarlo Vigorelli, comparso in pieno
clima bellico, nel 1942, questo pamphlet ha
conosciuto, nel dopoguerra, una crescente
fortuna: da ricordare sicuramente l’edizione
apparsa nel 1973 a Bologna per Cappelli, con
una breve ma densa introduzione di Leonardo
Sciascia, che si arricchiva anche degli appunti
preparatori di una nota sceneggiatura filmica17
confezionati da Vasco Pratolini e Nelo Risi. Per
Sciascia, interessato quasi più alla Colonna che
ai Promessi sposi, la Storia costituisce una
deviazione imprevista dal percorso tracciato
dalla fede, percorso nel romanzo coerentemente
seguito dal suo autore; e Manzoni decide di
relegarla alla fine, come appendice, anche perché
«sui documenti del processo, sull’analisi e le
postille di Verri, Manzoni entrò, per dirla
banalmente, in crisi. La forma, che non era
soltanto forma, e cioè il romanzo storico, il
componimento misto di storia e d’invenzione, gli
sarà apparsa inadeguata e precaria; e la materia
dissonante al corso del romanzo, non regolabile
ad esso, sfuggente, incerta, disperata»18. A tale
proposito, Weber nota acutamente come,
scrivendo
l’opuscolo,
Manzoni
avverta
«l’obbligo morale di non inventare più niente»19,
nel raccontare una vicenda in cui proprio una
menzogna, una denuncia infondata aveva
17
Cfr. La Colonna infame, di N. Risi, con F. Rabal, H.
Berger, V. Caprioli, L. Bosé, S. Randone, Italia 1973.
18
Cfr. L. Sciascia, “Storia della colonna infame”, in Id.,
Cruciverba, Milano, Adelphi, 1998, p. 130.
19
Cfr. la sua introduzione a p. XXXV.
generato arresti, tormenti ed esecuzioni a catena.
E in questo senso – aggiungerei – l’ossessiva
presenza, nella Colonna, della parola
“inverisimile” (che tanto terrorizzava gl’infelici
arrestati
perché
faceva
loro presagire
l’imminenza delle torture, se pronunciata dai
loro aguzzini in riferimento anche a due sole
risposte nelle quali, a parere dei giudici, non
erano stati esaustivi durante gli interrogatori)
appare spia lessicale potentissima del rapporto
che indubbiamente sussiste tra il romanzo (opera
d’invenzione) e il suo rovesciamento (la
narrazione di una vicenda storicamente
accaduta); e anche prova della sostanziale
subalternità del romanzo stesso alla sua
appendice (ove l’inverosimiglianza viene, di
fatto, condannata dai giudici), al punto che, se
quest’ultima continua a mantenere un proprio
chiaro significato, anche qualora venga
presentata al pubblico autonomamente, i
Promessi sposi, al contrario, perdono il loro
senso più profondo se non sono suggellati
dall’opuscoletto che ne reca la parola «Fine».
Due altre valide edizioni cui accostare il lavoro
di Weber sono quella uscita nel 1984 a cura di
Carla Riccardi20, che propone anche la prima
stesura del testo, e quella apparsa nel 1987 a
Milano, con introduzione di Franco Cordero e
commento di Gianfranco Gaspari, nonché con le
suddette illustrazioni di Gonin21. Il volume
appena uscito è il tredicesimo di una collana
della casa editrice ETS di Pisa, diretta da cinque
noti studiosi che fanno capo alla MOD, ovvero
alla “Società italiana per lo studio della
modernità letteraria”, un’associazione di cui
fanno parte gli italianisti che si occupano
prevalentemente di letteratura italiana moderna e
contemporanea. Luigi Weber ne è un autorevole
rappresentante, avendo offerto, a chi studia tali
argomenti, già numerose prove della sua
competenza e del suo acume critico: oltre a
diversi saggi apparsi su rivista e ad altre
importanti curatele, sono da menzionare almeno
Usando gli utensili di utopia. Traduzione,
parodia e riscrittura in Edoardo Sanguineti
(Bologna, Gedit, 2004); Critica, ermeneutica e
poesia dagli anni Sessanta a oggi (Ravenna,
Allori, 2005); e Con onesto amore di
degradazione.
Romanzi
sperimentali
e
d’avanguardia nel Novecento italiano (Bologna,
Il Mulino, 2007). C’è da auspicare, dunque, che
20
Milano, Mondadori, 1984; ripubblicata nel 2009 negli
«Oscar» Mondadori.
21
Ripubblicata nella «BUR» nel 2007.
28 Vita di Club n.1
questo fine studioso di Manzoni decida, prima o
poi, movendo da questa, di regalare ai lettori
anche una nuova edizione integrale dei Promessi
sposi, da lui commentata, che faccia giustizia
degli arbitri filologici commessi da tanti editori,
esattamente come Manzoni fece giustizia delle
menzogne che infangarono e condussero a morte
degli “innocenti disarmati”.
2. IO, L’AUTORE
Considerazioni di un ex allievo diventato professore.
di LUIGI WEBER
N
on vorrei, giuro, apparire sfrontato,
ma sono tentato di non parlare
affatto, in questa sede, del Manzoni,
sebbene per tal motivo io sia qui ora.
Ne sono tentato per parecchie buoni ragioni, e
intendo dedicare piuttosto queste righe ad altro.
In primo luogo perché le aggiungo in appendice
alla magnifica, puntuale e puntuta disamina del
mio lavoro, nonché dell’intero percorso
manzoniano, letta dalla professoressa Maria
Panetta della «Sapienza» a favore prima dei
tantissimi presenti alla Biblioteca Gambalunga e
adesso, con un bis più nobile di quelli negati
spocchiosamente da un qualsiasi Paganini,
riscritta per voi lettori di «Vita di Club». A
quella non sento davvero la necessità di
addizionare altro, giacché ben di rado un
curatore poté godere di un lettore/recensore più
attento, più fine, più competente, e ciò
nondimeno più generoso; sarebbe come
azzardarsi a prender il pennello caduto a Tiziano
in terra, come si racconta di Carlo V,
nientemeno, in un celebre aneddoto, ma non per
restituirlo al Maestro, come fece saggiamente
l’imperatore sui cui terreni non tramontava mai il
sole, no!, bensì per aggiunger due tocchi al
ritratto
medesimo,
imbrattandolo
irreversibilmente. Vorrei parlare, piuttosto che di
Manzoni, di incontri, e così cercare di ricreare,
almeno in parte, cosa sia stata per me quella
giornata. Non per narcisismo. Al contrario,
avvalendomi di queste pagine che il Lions Club
ancora generosamente mi concede, per esprimere
la mia gratitudine alle molte persone cui la devo.
Alla mia professoressa, Franca Marani, prima
di tutti, poiché ora come allora, quando
nemmeno adolescente ascoltavo le sue lezioni
appassionate, e imparavo una cosa che non mi
avrebbe abbandonato più, cioè quanto sia
importante vivere intensamente e con curiosità
ogni momento, e quanto sia grande il mondo, e
quante
cose
meravigliose
contenga,
e
quanto ogni vita
possa contenerne
innumeri, da lei
ho
ricevuto
un’altra, somma
lezione. E cioè
che non vi è mai insegnamento, non vi può
essere, se non vi è ascolto dell’altro. Per parlare
a qualcuno, chiunque sia, devi prima saperlo
ascoltare, imparare la sua lingua, i suoi bisogni.
Se c’è, inevitabile, una parte di coercizione
nell’insegnamento, è solo con l’ascolto che la si
redime e la si oltrepassa. E Franca Marani mi
ascoltò sempre, fin dal giorno fortunato di tanti
anni fa, all’inizio della seconda media, in cui le
nostre vie si incrociarono. Mi ascoltò anche
quando, con un ardire non comune, alla fine di
un anno scolastico le scrissi una lettera personale
chiedendole (a lei come coordinatrice) di
riflettere sulla situazione della classe, e se fosse
possibile non bocciare alcuni miei compagni il
cui rendimento era, certo, evidentemente
insufficiente, ma che nondimeno avevano
manifestato segnali di progresso rispetto alla
disastrosa situazione di partenza. Una
perorazione molto ingenua, forse, ma
argomentata, e comunque nata con assoluta
fiducia, perché sapevo che alla mia prof. potevo
parlare – l’avevo sempre fatto! – senza timori né
filtri. Non fu merito mio, certo, ma quei
compagni non furono bocciati. Quando, molto
tempo dopo, mi trovai a mia volta su una
cattedra, davanti a ragazzi delle scuole medie,
cercai in ogni modo di instaurare lo stesso
rapporto, tenendo sempre in mente quanto quel
modello di ascolto era stato fecondo per me, per
noi tutti. E scoprii che funzionava, sì, ma che era
spaventosamente difficile instaurarlo e ancor di
29 Vita di Club n.1
più conservarlo. I ragazzi non si fidano
facilmente degli adulti, specie di quelli in
posizioni di potere rispetto a loro (genitori,
insegnanti, medici, etc.); la mia prof. possedeva
un tocco magico, evidentemente. Ma per me le
cose non erano mai cambiate e così, venticinque
anni dopo, con la stessa incoscienza e fiducia mi
sono rivolto a lei perché sottoponesse al Lions
Club la mia richiesta di aiuto nella realizzazione
di una giornata manzoniana a Rimini. Aiuto che
è giunto, e sostanzioso, e ora posso dire che
l’evento culturale del 20 ottobre, con la
presentazione congiunta del mio libro, la lettura
di Silvio Castiglioni e la riproposta del film di
Nelo Risi, è stato qualcosa di cui tutti dobbiamo
andare fieri, dal direttore della Biblioteca
Marcello di Bella che ci ha concesso le
bellissime Sale Antiche, al sottoscritto, a Maria
Panetta che è graziosamente intervenuta fin da
Roma, a Silvio Castiglioni, a Pilgrim
Comunicazione che ha sostenuto in modo
brillante la parte organizzativa, portando in un
giorno “debole” come il martedì un numero
davvero inatteso di riminesi a partecipare a un
evento in cui non c’era né da ridere né da
mangiare né da ballare. Incontri, dicevo. Il
secondo incontro folgorante fu, nell’estate del
1999, con il teatro, in una cittadella di sogni e
visioni come Santarcangelo. Alla guida di quella
meravigliosa nave dei folli, più sana e salutare di
qualunque arida razionalità, vi era, allora, Silvio
Castiglioni. La sua voce, più di tutti, mi stregò,
fin dall’inizio. Castiglioni ha una delle più belle
voci che io conosca, e il suo straordinario
carisma d’uomo, di attore, di intellettuale, fluisce
danzando lungo le note sinuose di quello
strumento
impareggiabile.
Otto
anni
indimenticabili io lavorai a dirigere il giornale
del Festival di Santarcangelo, e in quelli in cui
lui fu il mio direttore, la mia stima e l’amicizia
nei suoi confronti divennero assolute. Appena
ebbi la fortuna, l’inverno scorso, di assistere al
suo bellissimo spettacolo Il silenzio di Dio, sui
testi di Silvio D’Arzo (Casa d’altri) e Fjodor
Dostoevskji (la Leggenda del Grande
Inquisitore, dai Karamazov), sentii che dovevo
portargli in regalo il mio Manzoni, perché di
quel Manzoni anche lui aveva bisogno, se aveva
intrapreso un simile percorso. E quando Silvio
lesse il libro, quando ci sprofondò a testa prima
quanto me, quando ne sentì l’urgenza, la
necessità, la sconvolgente bellezza, la desolata
tristezza continuamente rincalzata di richiami
all’impegno e alla responsabilità personale, capii
che mai fiducia era stata meglio riposta. Gli
chiesi di venire a leggerne delle pagine, per
rendere vivo e vibrante il senso della mia
interpretazione a un pubblico cui sarebbe parso –
e lo fu – un dono specialissimo, quello di
risentire finalmente la voce del nostro più grande
scrittore depurata da ogni pregiudizio di
bonarietà, ironia, distacco, paternalismo,
agiografia spicciola. E lui lo fece. Un regalo
immenso, per me e per tutti i presenti. Terzo e
ultimo, definitivo, incontro, con Maria Panetta,
a Siena, nel 2004, ad un convegno di italianisti.
Avere, cinque anni più tardi, accanto a me la
persona più speciale, l’intelligenza più
penetrante e sensibile e multiforme che abbia
incontrato nelle mie tante peregrinazioni
accademiche per l’Italia, era un sogno che
diventava realtà. La wahlverwandschaft, la
goethiana affinità elettiva più perfetta che due
anime possano aver la buona sorte di
condividere, si esplicò quel giorno, e fui
particolarmente lieto che fosse una eminente
studiosa di Croce a starmi vicino parlando di
Manzoni, perché come Croce e Manzoni
sapevano sovranamente controllare il ribollire
delle passioni umane e speculative senza
spegnerle,
semmai
disciplinandole,
analizzandole, convogliandole alla massima
chiarezza senza mistificarle, così Maria mi
insegna, ogni giorno, quanto un assoluto rigore
morale e scientifico possa ancora darsi, in tempi
e luoghi così corrotti e decaduti quali quelli
dell’Università italiana di oggi. Se esiste
nell’accademia una persona, anche solo una, così
seria – nell’accezione più nobile e plurisemica
possibile – non tutto è perduto per questo
disgraziato paese. Vi fu poi, certo, l’incontro
con il Manzoni. Due anni di lavoro
profondissimo, che significarono per me la
riscoperta, dentro la maschera apocrifa e fallace
di un autore detestato, come accade a tanti, forse
a tutti, ai tempi della scuola, di un autore, invece,
capace di dar voce alle domande più radicali da
cui mi sentivo attanagliato ogni giorno come
studioso e come uomo. Un autore che ha scritto
«il sangue d’un uomo solo, sparso per mano del
suo fratello, è troppo per tutti i secoli e per tutta
la terra» (nelle Osservazioni sulla morale
cattolica) e «ogni finzione che mostri l’uomo in
riposo morale, è difforme dal vero» (nei
Materiali estetici), parole che sono, in
brevissima sintesi, il memento di ogni mia
giornata. Infine, rivolgo un pensiero necessario
all’incontro, lontano e tuttavia vivo nella mia
30 Vita di Club n.1
carne, tra mia madre e mio padre. L’una
sempre presente, in una forma suprema e
incondizionata di sacrificio di sé, l’altro
tragicamente da sempre assente, ma mai sbiadito
in nessun modo. Mi sia permesso concludere
allora, ripensando a quanti felici intrecci di vite
quella sera del 20 ottobre ha riunificato, con le
parole struggenti di Renato Serra, quelle su cui
cala il sipario dell’Esame di coscienza di un
letterato,
che
avrei
voluto
spendere
accomiatandomi dalla Biblioteca Gambalunga, e
che invece tenni per me, soffocato dalle troppe
emozioni e da un forse giusto riserbo:
«Che cosa ho io oggi di più sicuro a cui fidarmi,
all’infuori del desiderio che mi stringe sempre
più forte? Non so e non curo. Tutto il mio essere
è un fremito di speranze a cui mi abbandono
senza più domandare; e so che non son solo.
Tutte le inquietudini e le agitazioni e le risse e i
rumori d’intorno nel loro sussurro confuso
hanno la voce della mia speranza. Quando tutto
sarà mancato, quando sarà il tempo dell’ironia e
dell’umiliazione, allora ci umilieremo: oggi è il
tempo dell’angoscia e della speranza. E questa è
tutta la certezza che mi bisognava. Non mi
occorrono altre assicurazioni sopra un avvenire
che non mi riguarda. Il presente mi basta; non
voglio né vedere né vivere al di là di questa ora
di passione. Comunque debba finire, essa è la
mia; e non rinunzierò neanche a un minuto
dell’attesa, che mi appartiene. Dirai che anche
questa è letteratura? E va bene. Non sarò io a
negarlo. Perché dovrei darti un dispiacere? Io
sono contento, oggi».
TEATRO
POLVERE DI BAGDAD
Il 5 novembre al Teatro Piccolo Arsenale è stata presentata la prima
di “Polvere di Bagdad”, spettacolo diretto da Maurizio Scaparro,
liberamente ispirato alle Mille e una notte, da cui il regista aveva già
tratto negli anni passati uno spettacolo di grande successo con
Massimo Ranieri come protagonista. L’adattamento teatrale è di uno
dei più grandi poeti del Mediterraneo, Adonis, con integrazioni
drammaturgiche di Massimo Nava, scrittore e giornalista che è stato
corrispondente di guerra a Bagdad. Il cast vede come protagonisti
Massimo Ranieri, affiancato da Eleonora Abbagnato, prima ballerina dell’OPERA di Parigi, oltre a quindici attori e
musicisti italiani e del bacino del Mediterraneo. Le musiche originali sono di Mauro Pagani e si avvalgono della
esecuzione di Tadayon Peyman, prestigioso suonatore persiano di oud e sitar.
“Se oggi chiediamo a un giovane cosa gli evoca la parola Bagdad – ricorda Scaparro – sicuramente ci risponderà
guerra, distruzione, violenza. Qualche anno fa forse quello stesso giovane avrebbe risposto Sherazade, Sinbad, Le
mille e una notte. In pochi anni le guerre del Golfo hanno cancellato secoli di cultura e di storia che hanno fatto parte
del nostro bagaglio culturale, soprattutto di noi italiani affacciati su quel mare che da sempre è stato punto di incontro
tra Europa e mondo arabo; una perdita che ha creato un solco profondo fra queste due culture che, oggi, sembra
non riescano più a dialogare”.
di FRANCA MARANI
I
n nessun altro luogo meglio che a Venezia,
città che affaccia sul Mediterraneo
facendoci respirare l’Oriente, il regista amico Maurizio Scaparro avrebbe potuto
allestire il suo ultimo lavoro teatrale, avvincente
racconto che, in un alternarsi di parole, musica e
danza, si snoda sul filo del contrasto tra le rovine
di una città devastata dalla guerra (la Bagdad di
oggi) e la magia della parola evocativa, viva,
creatrice (la Bagdad di un tempo). È un’opera
che si pone come momento conclusivo del
progetto “Mediterraneo” alla cui realizzazione
Maurizio Scaparro, in qualità di direttore del
settore Teatro della Biennale di Venezia, ha
31 Vita di Club n.1
lavorato per ben due anni (ricordate quando ce lo
presentò?) con iniziative e spettacoli volti ad
esplorare questo mare inteso come punto
d’incontro per la diversità delle idee e delle
culture degli abitanti delle terre che vi si
affacciano sul filo della parola, del racconto,
dell’affabulazione, di cui le “Mille e una notte”
sono un esempio emblematico. Prima che il
sipario si alzi il Maestro con quella sua
naturalezza comunicativa, fortemente sentita
nella sua essenzialità, semplicemente in piedi
davanti alla prima fila a sottolineare la sua
appartenenza a quel pubblico che lo ascolta,
saluta la sua Venezia ed i Veneziani ringraziando
per non essere mai stato considerato come
foresto (né, d’altro canto, egli si è mai sentito
tale) e promettendo, come l’Anzoletto
goldoniano di “Una delle ultime sere di
carnovale”, di portare Venezia sempre nel cuore
e di ritornare. È un commiato, non un addio.
Già intimamente coinvolti da questo discorso – il
coinvolgimento emotivo si esprime in un
prolungato e caloroso applauso – ci apprestiamo
a farci ammaliare dal suo nuovo lavoro. Lavoro
nuovo per impostazione e realizzazione, un
lavoro senza confini fatto di narrazioni incantate,
dialoghi struggenti, scene animate, musiche
suggestive, danze vorticanti e canti coinvolgenti
che si fondono a creare uno spettacolo
sorprendente.
“Polvere di Bagdad”: polvere di bombe o
polvere di stelle? Polvere soffocante dello
squallore delle rovine di edifici smembrati e
distorti presenti in scena o polvere scintillante di
una cultura millenaria fatta della magia della
parola? La voce di Massimo Ranieri, col suo
invito ad ascoltare storie, echeggia potente e
suadente insieme a ricreare
l’incanto di novelle in cui
passato e presente possono
ritrovarsi e fondersi. Polvere
tragica in una Bagdad
devastata dalla guerra, sogno
incantato nel ricordo della
Bagdad di un tempo,
rievocata
con
voce
nostalgica da un vecchio
professore,
e
nella
fascinazione dei racconti di Sherazade che,
ammaliando il sultano, ha allontanato la morte,
notte dopo notte, come ora l’affabulatore,
ammaliando gli ascoltatori, allontana la realtà
della morte incombente. È l’incantesimo delle
storie, della parola creatrice, generatrice e
rigeneratrice, del superamento del reale per
attingere alla fascinazione dell’irreale, del
magico, del fantastico, della luminosità delle
stelle d’Oriente ora offuscate - non cancellate dalla luce dei bombardamenti.
Pura poesia in quel narrare senza confini che è
insieme parola, musica e danza: sulle note delle
musiche di Mauro Pagani, delle melodie del sitar
e dello oud fatti vibrare da Tadayon Peyman il
cantastorie Massimo Ranieri e l’étoile Eleonora
Abbagnato ci regalano momenti indimenticabili.
Un grande Massimo Ranieri, artista poliedrico ed
infaticabile, sa narrare con intensa e profonda
partecipazione alternando parole suadenti ai
ritmi incalzanti di una vivace gestualità,
facendosi egli stesso ora pescatore siciliano che
sa beffare il demone rinchiuso nell’anfora, ora
Sinbad il marinaio protagonista di mille
prodigiose avventure. Un’incantevole Eleonora
Abbagnato evoca altri personaggi ed altre
novelle confrontandosi con un genere di danza
nuovo per lei in cui si esprime ora con movenze
di armonica e sinuosa perfezione, ora con
inesauribili volteggi vorticosi che paiono
protrarsi all’infinito.
In un alternarsi di armonie di parole, suoni,
movenze e danze e di dissacranti rombi di bombe
e di incursioni aeree si arriva alla suggestione
finale della figura dell’affabulatore che con la
magia della parola tutti intorno a sé raccoglie, a
raccontare e reinventare sempre nuove antiche
storie e a tessere sempre nuovi antichi incanti. E
mentre la voce si fa sussurro la luce piano piano
decresce fino al buio non già a spegnere, ma ad
eternare all’infinito la magia dei nostri sogni e
delle
nostre
utopie,
l’inesauribile incanto della
parola e della poesia, il
miracolo di una rinascita
possibile ed annunciata.
“Dalla cenere nasce la rosa”.
È questa la storia avvincente
cha a noi in una notte
veneziana
ha
narrato
Maurizio
Scaparro
realizzando quel disegno di
cui ci aveva parlato lo scorso anno a ferragosto,
quando, mentre fuori infuriava il temporale, già
ci attirava dentro il progetto con la magia della
sua parola.
32 Vita di Club n.1
I TESORI DI RIMINI
LA MADONNINA DI MACANNO
Un interessante studio su un eccezionale complesso devozionale in maiolica,
opera d’arte di bottega artigiana riminese della fine del ’500 che giace nel Museo
della Città di Rimini in attesa di una collocazione che le dia maggiore visibilità.
di GIULIANA GARDELLI
L’inizio della storia
Nel 1883 una maiolica devozionale molto
articolata con le date: 1589-1590 e 1599, formata
da tre elementi diversi fra loro per epoca e stile,
ma uniti in un adattamento che forma un
complesso di notevole importanza, fu tolta dal
muro della casa colonica di un podere chiamato
“Madonnina”, a 1 Km da Rimini sulla strada per
Coriano, che apparteneva alla Congregazione di
Carità. Così aveva voluto il suo Presidente, conte
Graziani Cisterni, che la fece trasportare nella
residenza in città, perché “…fosse sottratta colà
alla crudeltà degli elementi e fors’anche a quella
maggiore degli uomini, dalle mani dei vandali e
iconoclasti moderni”, come si legge su “Italia.
Periodico Politico e Letterario Riminese” del 1920 maggio. Il podere da cui proviene la targa si
trova registrato fra i beni appartenenti all'Ente
Ospedaliero di Rimini per volontà del canonico
Don Bartolomeo Zelas, morto nel 1689; egli con
il testamento del 1688 aveva legato tutte le sue
proprietà all'Ospedale della Misericordia. Lo
Zelas nel testamento indica con meticolosità
l'atto notarile di un personale acquisto di
botteghe, per cui si arguisce che il resto dei suoi
beni gli era pervenuto da eredità familiare; non
sappiamo quindi da chi è stata acquistata la casa,
se questa era nuova o già antica, e soprattutto se
un culto popolare vi era già esistente o se fu di
nuova introduzione. Quanto a se stesso, si
definisce nel rogito citato Canonico Bartolomeo
quondam domini Magni Zelas de Arimino,
lasciando a noi il dubbio se anche il padre fosse
riminese e di origine riminese, o non piuttosto di
origine orientale o greca, come potrebbe indicare
il cognome, del tutto ignoto alla onomastica
locale dei secoli in questione. Se la seconda
ipotesi è giusta, potrebbe essersi trattato di una
famiglia arricchitasi con il commercio che,
trapiantata a Rimini, ebbe ad acquistare una
discreta proprietà, fra cui detto podere che
misurava Ettari 26-66-80. Purtroppo non
descrisse analiticamente i suoi beni ma in due
successivi inventari dell'eredità Zelas, del 1746
e del 1780, il podere è detto "possessione del
Macanno" e tale denominazione ha nel
settecentesco Catasto Calindri 1774-1787.
Nell'arco di tempo intercorrente fra il 1787 e il
1883 il fondo cambiò ufficialmente nome, da
Macanno a Madonnina, senz’altro in riferimento
alla straordinaria immagine. Per inciso
informiamo che la casa è stata distrutta pochi
anni or sono, né è stato possibile salvarla; ne
rimangono macerie, in località Ponte Rotto a 1
Km sulla strada di Coriano. Nel 1924
l'Amministrazione della Congregazione di Carità
affidò alla Biblioteca Gambalunga la targa con la
prima cornice, unite da un moderno supporto
ligneo, insieme a molti altri quadri, per la
costituenda Pinacoteca Comunale. Poiché nel
primo distaccamento la seconda cornice si era
molto rovinata, non fu riutilizzata, per cui se ne
perse ufficialmente traccia, ed è solo in base alla
descrizione ed alle misure date da Carlo Tonini
nel 1888 che mi è stato possibile ricomporre
l'opera nella sua interezza, riscoprendo la cornice
priva di qualsiasi annotazione nei depositi del
Museo. Pochi, e con minimi accenni, si sono
occupati di quest'opera assai composita, anche se
nella storia della ceramica del De Mauri nel 1924
è giudicata “…un pezzo di capitale importanza”.
Il mio primo approfondito studio su «Faenza» è
del 1979 ed a questo ancora rimando per tutti le
indicazioni bibliografiche che, per l’economia
del presente studio, sono omesse. Dieci anni
dopo è stata il punto di forza della mostra nel
Palazzo dell’Arengo “Rimini. Il tempo della
maiolica”, di cui ancora rimpiangiamo la
mancanza di un catalogo. Il complesso (Fig. 1
vedi inserto) è formato da una targa centrale,
quadrata, di cm 40,5, su cui è dipinta, in blu,
giallo, verde e marrone di manganese su fondo
33 Vita di Club n.1
bianco-avorio, Madonna con il Figlio, San
Francesco e San Giovannino che regge l'asta di
una banderuola con scritto "Ecce Agnus Dei"; in
basso su un bordo marrone si legge: 1589
Rimino. Intorno alla targa gira una prima cornice
formata da quattro formelle trapezoidali larghe
circa cm 12, decorate a “raffaellesche”, con ai
lati San Sebastiano e San Rocco, sotto ai quali
rispettivamente si legge 25 maggio e 1599; i
colori sono blu, giallo, verde, arancio e marrone.
Il tutto è racchiuso da una seconda cornice di
fattura manieristico-barocca, suddipinta a
marmorizzazione marrone su giallo, e con parti
blu. I colori, intensi nella targa, più teneri e
delicati nella prima cornice, come qualità e
tecnica di stesura non differiscono molto fra
loro; invece nella seconda cornice vi è più
uniformità e soprattutto si nota una stesura
affrettata della pennellata blu. La targa e la prima
cornice sono piatte, mentre la cornice esterna è a
rilievo, e sul fregio inferiore reca la scritta Salus
Infirmorum. Il complesso misura m. 1,25X0,87.
La targa
Vi è dipinta in blu, giallo, verde e marrone di
manganese su fondo bianco-avorio la Madonna
col Bambino, ed ai lati San Francesco e San
Giovannino che regge l'asta di una banderuola
con scritto "Ecce A[gnus] Dei". in basso su un
bordo marrone si legge: 1589 RIMINO (Fig. 2).
Liberata da un moderno supporto ligneo che in
parte la nascondeva, ha rivelato una
incorniciatura a pennello marrone, con in basso
la data, tracciata su una fascia più chiara. Sul
rovescio della targa (Fig. 3) entro riquadro con
grafia destroversa è la scritta in nero: In la
botega di Gio: Anto
garela in Rimino
lano 1590
Siamo dunque davanti al nome del ceramista che
teneva bottega a Rimini e questo ha permesso le
ricerche nell’Archivio di Stato da parte di Oreste
Delucca nel 1990. Ora sappiamo che Giovanni
Antonio Garelli era un personaggio locale di un
certo rilievo nell’economia cittadina. Figlio di
Achille, era civis Arimini, magister, imprenditore
e gestore di bottega, chiamato anche Dominus; fu
perfino appaltatore dei dazi sulla carne, ed ebbe
notevoli beni fondiari. I documenti archivistici
su di lui vanno dal 1591 al 31 Agosto 1598, data
della sua morte, ma certo la bottega era in essere
già nel 1589, come testimonia la targa.
Interessante è il contratto del 7 Giugno 1592 fra
Giovanni Antonio e un magister Iulius Cesar de
Albanensibus figulus arimini, unitamente alla
moglie Francesca di Bernardino detto il Grego
che danno vita ad una società per la produzione
ceramica durata fino al 15 maggio 1593 in
contrada S. Innocenza. Tuttavia, poiché la targa
è stata dipinta prima di questo contratto, fra il
1589 e il 1590, ci sfugge ancora l'identità del
pittore, in quanto la dicitura In la botega di pare
escludere che Giovan Antonio sia l'autore della
Madonna dipinta anche se era in grado di fornire
al pittore quella assistenza tecnica necessaria alla
realizzazione in maiolica di un'opera così
impegnativa. Non è da escludere una sua diretta
partecipazione alla preparazione dei colori, di
importanza cruciale per l'effetto cottura, od
anche alla costruzione sintattica del disegno;
furono forse questi i motivi per cui si preferì
legare la targa alla bottega che godeva di
prestigio e fama in città.
Negli ultimi decenni del '500, a Rimini è
attestato un rigoglioso fiorire del culto mariano,
con grande diffusione di Confraternite. Da un
anno è entrata in Rimini la pala del Veronese
con il Martirio di San Giuliano nella bella
chiesa del Borgo, dove il manto della Vergine in
gloria sostenuto ed aperto dagli angeli diviene
sfondo costruttivo dello spazio (Fig.4 vedi
inserto), così come nella targa il tendaggio
dorato aperto ai lati crea sul damascato di inteso
blu del fondo un illusorio spazio celeste.
Scomparso il paesaggio, scomparse le possenti
architetture
che
costruivano
l’ambiente
dominando le figure, della tradizione urbinate,
faentina ed anche veneta, la Madonna appare su
un fondale a stoffa damascata, che trova uno
34 Vita di Club n.1
straordinario riferimento proprio in ambito
locale. Si osservi infatti come la decorazione a
tralci sinuosi trovi un riscontro puntuale con la
decorazione affrescata più di un secolo prima
nella lunetta della Cappella di S. Agostino in
San Francesco, il Tempio malatestiano (Figg. 5,
6). È un confronto sbalorditivo, che indica
quanto il pittore ceramico fosse immerso nella
cultura locale, e quanto
il San Francesco abbia
contato nella cultura
cittadina nel corso dei
secoli, più di quanto non
sia stato fino ad ora
considerato. La linea
sinuosa del capo della
Vergine quasi erompe
dai limiti della targa, in
un
difficilissimo
e
rarefatto accostamento
del blu di fondo, del
turchino della veste su
cui splende il verde del cuscino sulle ginocchia
della madre su cui è seduto il Fanciullo.
L'accostamento è pienamente riuscito, tanto che
la Madonna acquista tale forza da apparire come
in rilievo in una stesura che non si ritrova altrove
ed appare peculiare di questa targa riminese. La
linea culturale e cultuale in cui si inserisce la
Madonna, è quella che continua la tradizione
intellettualistica cristiana, estrinsecantesi in
esperienze pittoriche ben precise: scelta del blu,
come il cielo-paradiso, che allude alla fede,
giallo-oro nella tenda, come lo splendore della
divinità. Essa, aprendosi appunto su un tale
fondo dona la certezza che, dalla sottintesa
premessa "Ecce Ancilla Domini", attraverso
l'esplicito "Ecce a(gnus) dei" del San
Giovannino, è venuta la salvezza. È un
intellettualismo sottile e delicato che tiene
presenti le esperienze pittoriche più auliche. Ma
nella cerchia di Giovanni Antonio si meditano
anche altre esperienze o meglio queste formano
un sostrato già acquisito con chiarezza, che
poggia sull'arte dell'Emilia e in più largo raggio
dell'Italia centrale. Il fluire prezioso delle
pennellate che sulla luce dell'avorio di base
disegnano il volto della Vergine, di un ovale
perfetto, dal naso sottile, dalle grandi arcate
sopraccigliari, dalla bocca su cui aleggia un
sorriso mesto, già consapevole delle future
sofferenze,
trova
certamente
riferimenti
nell'eleganza stilistica su cui il Parmigianino ha
fondato la sua pittura estrosa e raffinata. Ma un
puntuale e più preciso accostamento viene
proprio dall’ambito locale, dove presente e viva
è la lezione della Maniera toscana lasciata dal
Vasari a S. Maria di Scolca con l'Adorazione dei
Magi (1547-48). Tuttavia è con il suo importante
collaboratore a Firenze nella decorazione di
Palazzo Vecchio, il faentino Marco Marchetti
(1528ca – 1588), che si impone il contatto più
diretto. Pittore elegante e vivace fu chiamato ad
affrescare intorno al 1570 Palazzo Lettimi, la
cui distruzione bellica non sarà mai abbastanza
deprecata; i pochi lacerti salvati, e le fotografie
prebelliche offrono la visione di un ciclo
straordinario e raffinato (Fig. 7).
Egli è presente anche nella Chiesa dei Servi con
la grande pala La conversione di San Paolo, ma
è la bella tela Cristo in casa del Fariseo, ora
nella Pinacoteca di Faenza, che rappresenta
l’inalienabile
precedente
del
complesso
devozionale. Il volto della Vergine infatti trova
analogie con il viso raffinato della fanciulla
inginocchiata ai piedi di Cristo nel dipinto:
medesimi sono i tratti anatomici, la linea di
contorno, i sapienti tocchi di pennello per
rendere le delicate guance, gli occhi socchiusi
che guardano in basso. Pare di vedere la stessa
modella (Fig. 8 vedi inserto). Il pittore ceramico
medita anche altre esperienze. Nel manto e nella
veste della Madonna si allontana dalla pura linea
disegnativa, e impiegando il pennello a pieno
colore, in fluidità cromatica, attraverso piani
paralleli, senza sfumature o fusioni tonali,
costruisce la figura nell'ancestrale ricordo delle
duecentesche Maestà in trono. Ma qui giocano
un ruolo importante anche le raffigurazioni della
Vergine che si tenevano nelle case, tramandate
religiosamente da padre in figlio, opere di
artigiani devoti che si attenevano ad una radicata
cultura popolare e come tale compresa ed amata
più delle elaborate opere "ufficiali". Le mani un
po' dure e pesanti, fuori da ripensamenti
culturali, danno la misura della sua umanità, del
suo essere culto di popolo e per il popolo. Fra le
35 Vita di Club n.1
ampie pieghe del mantello azzurro, sulla veste
arancio, poggia un cuscino di un tenero ma
brillante verde di difficile riscontro nei centri
ceramici vicini, tanto da costituire una
significante riminese. Su esso è seduto il
Fanciullo divino benedicente, figura allungata in
una difficile torsione, il cui viso, di fattura quasi
boscoliana (anche Andrea Boscoli è presente a
Rimini, in S. Giovanni Battista), è mesto come
quello della Madre e riceve una intensa luce dai
riccioli a ciocche che contornano la fronte ampia
e luminosa. Interessante è notare che il Bimbo è
raffigurato a sinistra, seguendo l'uso più generale
delle tavole pittoriche, mentre la maggior parte
delle maioliche lo presenta a destra. Perfetto,
nelle sue minute fattezze è il San Francesco,
basato sul disegno chiaro e preciso. Le sue
dimensioni sono assai ridotte rispetto alla
Vergine, sì che ancor più si accentua
l'incommensurabile divinità di questa e la arcaica
impostazione figurativa generale. Ma il dipinto
riserba un’altra sorpresa: San Giovannino. È una
figuretta vivace, in movimento, ruotata di tre
quarti, con tocchi di colore nella bicromia
sovrapposta blu-arancio che rendono quasi lo
sfumato: è un brano di straordinaria bravura
pittorica. Ancor più risentiamo in città la
presenza della bella Maniera di Marco Marchetti,
come osserveremo nella Cornice prima. È
dunque una Madonna controriformistica, inserita
nella linea devozionale che è anche quella, vedi
caso, dei bolognesi Carracci. Essa, pur
concedendo qualcosa alla Maniera, tenta un
recupero di una religiosità più mistica,
apparentemente semplice, ma in realtà intrisa di
intellettualismo formalistico, in bilico fra le
suggestioni ormai classiche dei grandi nomi del
Cinquecento e la realtà della sua funzione sociale
sul popolo. La targa appare un prodotto di
importanza fondamentale ed offre un valido
contributo alla comprensione della vita culturale
e sociale di Rimini e della Romagna alla fine del
'500, dove, come si evince esaminando i sinodi
della Chiesa riminese del 1580 e del 1596, viene
imposta, secondo i dettami del Concilio di
Trento, una devozione-tipo specie per la figura
della Madonna e del Santo titolare di ogni
chiesa.
La Cornice prima
Attorno alla targa vi è una cornice formata da
quattro lastre trapezoidali (Fig.1 vedi inserto).
Su un fondo avorio, entro contorni gialli
suddipinti a linee marrone, danzano putti-angeli,
tutti ottenuti a costruttive pennellate giallo-oro e
lumeggi bianchi, racchiusi da sottilissima linea a
manganese. Sognanti sirene, sfrenata danza di
chimere, delicati cesti, drappeggi impalpabili,
tende-festoni,
riccioli, costituiscono
una
straordinaria “raffaellesca”, la cui peculiarità è
l'accordo armonioso, tenuto su toni medi, del
giallo, del verde e dell'azzurro. I cesti di fiori e
frutta, che essi sostengono al sommo di testeangeli su ali, presentano toni cromatici verdi,
dello stesso timbro tonale osservato nella targa,
antecedente di ben dieci anni. Infatti al centro dei
lati entro formelle architettoniche laterali sono
dipinti, a sinistra San Sebastiano e a destra San
Rocco, due Santi che, associati, secondo
l'iconografia cristiana, sempre seguita, stanno ad
indicare la peste, per fine o per scampato
pericolo. A sinistra San Sebastiano porta ai piedi
la scritta S. B. A. D / 25. MAGGIO che si
completa a destra sotto San Rocco: 1599.
Effettivamente fra il 1598 e il 1599 la peste
incombeva in Lombardia, come in molte parti
d'Europa e d'Oriente, ma ne fu salva la
Romagna, come attesta il Tonduzzi nelle
Historie di Faenza “…La peste in questo mentre
si andava accalorando à i confini della
Lombardia...” ed anche Carlo Tonini ricorda la
peste del 1591-93 da cui Rimini rimase esente.
Le due figure sono state eseguite con grande
perizia; il San Rocco è inserito in una doppia
arcata che crea profondità strutturale. Più potente
è il San Sebastiano, non immemore di una forza
michelangiolesca. Il gesto della mano che
straccia i capelli, la cui massa gialla quasi
untuosa è ristrutturata da sottili e sapienti
pennellate di manganese, esprime un’intensa
nota di sofferenza. Il San Rocco interessa per il
verde del mantello così peculiare, per la
ricercatezza formale dei particolari e per una
maggior resa del disegno. Nel verso della cornice
appaiono annotazioni del pittore nei riguardi dei
colore di cui si individuano le parole: giallo,
turchino e D C di oscuro significato, forse in
riferimento a due stemmi (Fig. 9).
Nella formella superiore due putti sostengono
l’emblema
dei
Gesuiti
di
tradizione
bernardiniana, dipinto in giallo su blu entro un
cerchio a fascia solare raggiata; sono po' goffi e
36 Vita di Club n.1
quasi sproporzionati tanto che parrebbero a sé,
ma il medesimo modo di ottenere il naso con un
segno ad angolo quasi retto, gli occhi e la bocca
con un deciso tratto di pennello, rivelano che
sono della stessa mano, di quelli dello stemma
inferiore, i quali, quasi di profilo, raggiungono
maggior proporzione di massa e volume. Prima
di addentrarci nell’individuazione molto
problematica dello stemma inferiore, osserviamo
come tutta questa straordinaria decorazione sia
stata ottenuta con un disegno delicato a dolce
cromia, lumeggiata da pennellate perfettamente
bianche sull’avorio di fondo sì da creare
l'illusione ottica del rilievo. Parlare di semplice
“raffaellesca” è troppo poco: vi è una corposità
che si differenzia sia dalle calligrafiche, minute
estrosità delle coeve urbinati, molto diverse
anche nella resa cromatica, sia dalle eleganze
decorative della scuola toscana. D'altra parte lo
stile "compendiario" dei “bianchi” di fine secolo
fonda le sue figure su una maggior rapidità
esecutiva ed una rarefazione dell'ornato
figurativo dalla tavolozza spesso "languida", e
soprattutto la sua raffaellesca non presenta quei
sopratocchi di assoluto bianco, qui diffuso su
tutta la cornice. Dunque anche per questa parte
del complesso i termini di riferimento sono i
modelli che la pittura locale offriva, assimilati e
tradotti in chiave moderna da una cultura che ha
attraversato molti secoli. Il pittore della Cornice
prima, forse il medesimo della Targa, ci conduce
ad
una
rivisitazione
della “danza
di putti” nei
secoli.
Partendo dal
Tempio
Malatestiano,
i
marmorei
angeli che reggono stemmi o canestri offrivano
certamente un modello (Fig. 10), ma nell’estetica
del tardo Cinquecento dovevano apparire
superati da quanto si era venuto riscoprendo
nella Roma fra ‘400 e ‘500. Ci riferiamo alle
pitture della Domus aurea e più in generale alle
grottesche, affreschi d’epoca romana che
Bramante e gli altri con fatica avevano riscoperto
nelle strutture ormai sotterranee dell’antica
Roma, volgarmente chiamate “grotte”. Da
Bramante a Raffaello nei primi anni romani, il
passo fu breve. Fu proprio l’Urbinate che rese
eccellente ed intrigante nella sua novità questa
decorazione profusa nelle Logge vaticane e in
dimore private e che, attraverso i suoi discepoli,
raggiunse nel corso del ‘500 ogni parte d’Italia,
influenzando i più aggiornati pittori, ed in primis
proprio Marco Marchetti. Uno straordinario iter
artistico si ha osservando, vicini fra loro, tre
particolari che si sviluppano lungo tutto il secolo
sedicesimo, rispettivamente da Raffaello, dal
Marchetti, dal Complesso devozionale: il primo
è dipinto nella Loggia del Cardinal Bibbiena a
Roma (1516), il secondo nel Voltone della
Molinella a Faenza (1566), il terzo sulla
Cornice Prima (1599) (Fig. 11, 12, vedi
inserto, 13).
Se non sapessimo che il Marchetti è morto nel
1588, saremmo tentati di attribuirgli la pittura
della cornice, tanto vicina anche alle grottesche
di Palazzo Lettimi (Fig. 14), né ciò dovrebbe
meravigliare, in quanto egli proveniva da una
famiglia di maiolicari, ed a lui si deve una coppa
“istoriata” firmata e datata 1549, di cui
proponiamo alcune svelte figurette (Fig. 15 vedi
inserto). Tuttavia il nostro pittore fra i
contemporanei in loco non manca di guardare
anche con attenzione gli affreschi di Giorgio
Picchi, e di Bartolomeo Cesi nella Chiesa di San
Bartolomeo e San Marino, detta di Santa Rita
(1585-90).
Assai
complessa
appare
l'individuazione dello stemma della formella
inferiore per gli interrogativi che pone. Infatti
entro uno scudo ovale è riprodotto uno stemma
che è stato manomesso in antico per cambiare
l’araldica. Nella fascia superiore sono dipinti tre
gigli, del tipo di Francia, d'oro su campo azzurro,
che non sono stati toccati. Nella parte inferiore è
evidente una sovraimposta figura araldica in
forma di gallo, biancastro su campo mattone
striato, ottenuta con abrasione del fondo e
successiva ridipintura a freddo (Fig. 16).
37 Vita di Club n.1
Dato che lo stemma dei Gesuiti nella parte alta
non è stato toccato quando fu abraso e ridipinto
quello inferiore, bisogna partire da questo dato
positivo: l'emblema era sentito tanto importante
da non essere più cancellato. Infatti la presenza
dei Gesuiti in Rimini era auspicata soprattutto da
privati cittadini, primo fra gli altri Francesco
Rigazzi che nel 1610 destinava per testamento i
suoi beni ai Gesuiti perché tornassero ad
insegnare in città. Effettivamente nel 1623
quattro di loro andarono ad abitare nella casa del
Rigazzi, che morirà nel 1631, seguito nel 1633
dalla moglie. A questo punto si può dire che
l'Ordine era ormai stabilmente insediato a
Rimini. Francesco Rigazzi apparteneva a nobile
famiglia che aveva lo stemma d'azzurro al leone
d'oro sormontato da stella d'argento, bordura
d'argento e di rosso (Fig. 17 vedi inserto). Fin
dal 1979 avevo scritto che il probabile stemma
gentilizio originale nella parte inferiore della
cornice poteva avere un leone rampante, come
ormai si evince da ciò che traspare su fotografie
eseguite agli infrarossi. Possiamo dunque
ragionevolmente supporre che nel 1599 il
Rigazzi abbia commissionato una cornice con il
proprio stemma e quello dei Gesuiti per abbellire
una precedente Targa devozionale. Alla metà del
secolo diciassettesimo i Gesuiti erano bene
inseriti nella comunità riminese, ma non avevano
ancora una chiesa ed un collegio consoni alla
loro opera. A queste esigenze sopperisce un altro
nobile, Don Cesare Galli, protonotario
apostolico, uomo di fede e di cultura. Egli con
testamento del 15 maggio 1655 destinò i suoi
beni alla costruzione della Chiesa per i Gesuiti,
dedicata a San Francesco Saverio, oggi
comunemente detta del Suffragio. Fra altre
condizioni, volle che lo stemma dei Galli
insieme con una epigrafe-ricordo fosse posta
all'ingresso. La famiglia Galli aveva il blasone
spaccato d'argento e d'oro al gallo al naturale
attraversante sul tutto. Nello stemma della
cornice, con un'opera di ristrutturazione eseguita
a freddo (abrasione dell'immagine originaria,
ridipintura con vari colori a formare un animale
che cerca di sfruttare parti del precedente), si
vede un gallo su fondo marroncino con il capo
d'Angiò: tre gigli in giallo di due toni su fondo
azzurro (Fig. 16). Se accettiamo l'ipotesi che si
sia passati dal blasone del primo fondatore, il
Rigazzi, a quello del Galli, si deve pensare che
ciò è stato voluto o dal Galli stesso, venuto in
possesso dell'opera, o dai Gesuiti che
intendevano rendere omaggio a chi aveva dato, o
dava loro, la possibilità di costruire una bella
"fabbrica", degna del loro apostolato. Per tale
via pare logico intuire che questo primo
assemblaggio (targa e cornice) sia rimasto in
ambito gesuitico, forse nella casa che era stata
del Rigazzi e poi dei Gesuiti fino al 1773,
quando per disposizione di Clemente XIV, che
proprio nel Collegio gesuitico riminese aveva
studiato, l'Ordine venne soppresso e tutti i beni
(ed erano di notevole entità) passarono al
Seminario. Il Collegio nel 1796 fu venduto ai
Padri Domenicani che vi restarono appena un
anno, in quanto fu loro tolto dal Governo
napoleonico della Repubblica Cisalpina che li
destinò al Convento dei Serviti. Finalmente tutto
lo stabile passò nel settembre del 1800
all'Ospedale Infermi al cui Ente appartenne fino
al 1979, quando fu acquistato dal Comune e
destinato a Museo della città. Torniamo dunque
al fatidico 1773 che segna la fine di un Ordine
religioso profondamente inserito nell'ambito
cittadino. Nel lungo e circostanziato Inventario
legale di tutti i mobili d'ogni genere che
appartennero ai Gesuiti ed ora del Seminario
(redatto nello stesso anno) non vi è traccia della
Madonna in maiolica e della sua cornice. Non
appare neppure nell’Inventario delle robbe del
Seminario; bisogna pensare quindi, che, per vari
motivi, forse non ultimo quello di preservare
dalla dispersione o peggio dalla distruzione una
testimonianza non solo dei Gesuiti (stemma in
alto), ma anche del massimo benefattore
(stemma Galli), la maiolica sia stata per un certo
periodo nascosta in attesa di adeguata
collocazione.
La Cornice seconda
Nel 1776 il complesso in maiolica è testimoniata
nella casa della possessione del Macanno che era
divenuta
proprietà
dell'Ospedale
della
Misericordia dal 1688 per lascito testamentario
del canonico Don Bartolomeo Zelas. Come si è
38 Vita di Club n.1
detto la casa (ora distrutta) si trovava appena a
km 1 extra moenia nella strada per Coriano:
vicino, ma non troppo, in
possedimento ancora di matrice
religiosa ma non espressamente
clericale, in grado insomma di
offrire
una
sommessa
testimonianza dell'opera culturale e
religiosa di un Ordine, la cui
soppressione, è da credere, aveva
lasciato notevoli lacerazioni. Forse
in quegli anni vennero apportati
dei lavori nella casa del Macanno e
nell'occasione si dovette pensare all'opportunità
di murare all’esterno la Madonna già dei Gesuiti.
È stato Carlo Tonini in Rimini dal 1500 al 1800
(vol.V, parte seconda, p. 295) ad informarci che
sul muro, quando il complesso fu staccato, era
visibile la scritta:
Mastro Giuseppe Menghi
Luigi Felici
Muratori
1776
Nell'arco di tempo intercorrente fra il 1776 e il
1883 il fondo cambiò ufficialmente nome, da
Macanno a Madonnina, senz’altro in riferimento
alla straordinaria immagine. I muratori Mastro
Giuseppe Menghi e Luigi Felici che si firmarono
sotto il complesso probabilmente operarono
l’assemblaggio finale dell’opera (Fig. 1 vedi
inserto). Il complesso infatti si arricchì di una
seconda cornice, che forse non era stata eseguita
per questa immagine. Infatti dovette essere
adattata, essendo più alta e più stretta del quadro
che doveva contenere. Le due parti laterali
risultano tagliate nella parte superiore e
verniciate a freddo per rendere più lisci i tagli: le
lesene poi furono solo accostate al fregio
superiore. Considerata com'è ora, la cornice
risulta tozza e sproporzionata, ma se la si pensa
più alta ha una sua dignità, anche se la
marmorizzazione è di fattura corrente; i colori,
specie il marrone, sono spenti, le pennellate,
spesso aggrumate, così evidenti da lasciare
trasparire il fondo a fine colore. Tuttavia la sua
fattura, dalle linee sinuose ma gonfie, con
profonde scanalature laterali, conchiglia un po'
rigida, foglie d'acanto che sottolineano in alto i
punti estremi, rivelano uno stile barocchetto che
in Rimini godette di notevole fortuna proprio in
quegli anni, quando molte chiese riminesi furono
o ristrutturate o innalzate ex novo, indice di un
discreto tenore di vita. Fra gli artisti che
operarono in quegli anni in città ricordiamo
Gaetano Stegani che progettò la bella chiesa di
Santa Maria in Corte detta dei Servi, avendo
presenti anche le complesse scenografie del
Bibbiena e del Vanvitelli. Dello
Stegani rimangono nel Museo alcuni
disegni di cornici barocche, che
appaiono molto vicine alla Cornice
seconda, seppure in ductus un poco
semplificato (Fig. 18). È indubbio
che il ceramista era aggiornato ed
attento all’evolversi della cultura
locale. Non sappiamo per quale
quadro questa cornice era stata
eseguita, ma è certo che fu commissionata
dall’Ospedale della Misericordia, considerato il
cartiglio, sempre in maiolica e sempre di stile
barocchetto, che in fondo chiude il tutto recando
la scritta:
SALUS INFIRMORUM
Va ancora valutato un ultimo elemento, estraneo
alle due cornici, ma complementare: il raccordo
fra la parte concava della "cornice seconda" e il
lato della "cornice prima". Si tratta di un
frammento di qualità tecnica diversa da tutti gli
altri elementi. Il ceramista ha plasmato una
nuvolaglia biancastra da cui escono i raggi divini
ad illuminare la scena. La qualità dell'argilla è
diversa da quella delle altre parti; ha minore
spessore e soprattutto il colore del blu che sfuma
nell'azzurro indica l'uso di un colorante
"moderno", probabilmente a struttura chimica,
come ne apparvero nel '700. È chiaro che il
pezzo di raccordo è stato eseguito nel momento
in cui i muratori si trovarono a dovere
amalgamare in modo accettabile strutture così
diverse: tagliarono in alto le lesene laterali della
"cornice seconda", le allargarono un poco per
collegarle alla "cornice prima"; sistemarono la
"lunetta" in alto ed infine segnarono la data:
1776. Il lungo iter formativo del complesso era
terminato.
Considerazioni finali
Termino questo nuovo studio sul Complesso
Devozionale con alcune frasi dell’anonimo
estensore dell’articolo su “Italia. Periodico
Politico e Letterario Riminese” Anno I Num.
64 Sabato-Domenica Maggio 19 -20 1883, dal
titolo:
UNA FIGULINA O MAIOLICA RIMINESE
“… Il conte Graziani Cisterni… curò che questa
antica e bella figulina, la quale rappresenta sì
bene come la nostra industria in quella materia
continuasse fino all’epoca, fosse sottratta colà
alla crudeltà degli elementi e fors’anche a quella
maggiore degli uomini, dalle mani dei vandali e
39 Vita di Club n.1
iconoclasti moderni e trasportata a Rimini nella
stessa residenza della Congregazione, ad essere
ammirata e studiata dai cultori della storia e
delle Belle Arti. Però non fu trattata troppo
bene, e tutt’altro che nei modi coi quali oggi si
espongono e conservano questi capi d’arte. Fu
murata in una parete, senza nessuna esattezza;
toltosi così ai visitatori di potere esaminare la
parte posteriore e leggerne la scritta, che fu
sepolta nel muro.”
Solo fra il 1979 al 1989 ho potuto, ripescando
nei magazzini, ricomporre per intero il
complesso, che in occasione della mostra
“Rimini. Il tempo della maiolica”, è stato
inserito per cura del comitato arimino in una
adeguata struttura. Purtroppo la sorte non gli è
ancora benigna, come si può osservare dalla foto
(Fig. 19) che la ritrae sacrificata nel corridoio del
Museo Civico, al piano superiore. Ci auguriamo
che sia proprio il Club a promuovere lo
spostamento in ambiente ed in collocazione
adeguata all’importanza di questo monumento,
profondamente inserito nella cultura riminese
lungo due secoli, unico esemplare di tale qualità
in tutta la storia della maiolica italiana e
straniera.
Didascalie delle figure presenti nel testo.
Fig. 2 - Bottega di Giovanni Antonio Garelli, Targa con Madonna col Bambino,San
Francesco e San Giovannino; Rimini, 1589-90. Rimini, Museo Civico; Fig. 3 Targa, verso con scritta; Fig. 5 - Targa, particolare; Fig. 6 - Anonimo, Affresco,
lunetta nella Cappella di S. Agostino. Rimini, Tempio Malatestiano, sec. XV; Fig.
7 - Fotografia della Sala nobile nel distrutto Palazzo Lettimi in Rimini: sono visibili
i dipinti di Marco Marchetti del 1570. Rimini, Biblioteca Gambalunga; Fig. 9 –
Complesso devozionale, Cornice prima, verso con scritta. Rimini, 1599; Fig.10 Agostino di Duccio, Angeli reggistemma, Cappella di S. Agostino. Rimini, Tempio
Malatestiano, sec. XV; Fig. 13 - Complesso devozionale, Cornice prima, lastra
inferiore, Grottesche, part.. Rimini, 1599; Fig. 14 - Marco Marchetti, Grottesche,
da fotografia del distrutto Palazzo Lettimi, 1570; Fig. 16 - Complesso devozionale,
Cornice prima, Stemma Galli sull’abraso Stemma Rigazzi, Rimini, sec. XVIIXVIII. Rimini, Museo civico; Fig. 18 - Gaetano Stegani, Studio per arredo sacro,
disegno a penna su carta bianca, sec. XVIII. Rimini, Museo Civico; Fig. 19 Rimini, Museo Civico, Piano Primo, corridoio, Complesso devozionale.
MEETING
LA SODDISFAZIONE
DEL DARE
Concluso in un anno il service: “Vincere la sordità”.
di PIETRO GIOVANNI BIONDI
I
l primo meeting dell’anno lionistico 20092010 è un incontro particolarmente
significativo
perché
comprende
la
cerimonia di consegna di 50.000 € al
Presidente dell’ASL di Rimini per garantire la
realizzazione del grande service dell’anno
passato: “Vincere la sordità”. La somma raccolta
è
destinata
all’Unità
Operativa
di
Otorinolaringoiatria dell’Ospedale degli Infermi
di Rimini e sarà utilizzata per finanziare gli
interventi di Impianto Cocleare e successiva
riabilitazione ad opera di medici logopedisti
specializzati.
Questa
importante
figura
professionale collabora con il medico audiologo
nella fase di selezione e riabilitazione dei
bambini operati e quindi deve avere alte
40 Vita di Club n.1
competenze specifiche, che il nostro sostanzioso
contributo permetterà di conseguire dal punto di
vista finanziario. Il nostro service quindi
proseguirà nel tempo in favore di quei bambini
che, dopo Davide, il primo bambino operato a
Rimini, saranno operati e guidati a parlare. Il
Past Presidente Paolo Giulio Gianessi, dopo
aver ringraziato con profonda gratitudine tutti
coloro che lo hanno aiutato nell’incredibile
impresa (tra cui i signori Agostini, Amadei,
Goffi presenti in rappresentanza della Banca
Popolare di Ancona, che è tra gli sponsor) si
commuove, e commuove, ricordando le parole di
Davide: “Mi avete fatto felice”; poi, insieme con
l’attuale Presidente Antonio Galli, consegna
l’assegno al dott. Lo Vecchio. Sono presenti i
dott. Calabresi, Cola, Farneti esecutori materiali
dei “miracolosi” interventi. Tutti i protagonisti di
questa bella pagina da libro “Cuore” moderno
sono intervistati da Paolo Teti di VGA, mentre
un operatore riprende la scena. La cerimonia è
andata in onda successivamente sulle emittenti
locali e regionali con grande soddisfazione per il
Lions Club Rimini Malatesta arrivato ad un
traguardo che un anno fa non osava sperare. La
seconda parte della serata è a disposizione di un
illustre relatore, il dott. Stefano Bandiera,
Dirigente medico specialista in Ortopedia e
Traumatologia Struttura complessa di
Chirurgia Vertebrale ad indirizzo Oncologico
e Degenerativo presso l’Istituto Ortopedico
Rizzoli di Bologna che tratta il tema: “IL MAL
DI SCHIENA, diagnosi e terapie”. Lo specialista
ha al suo attivo 926 interventi chirurgici quale
primo operatore, 68 articoli pubblicati su riviste
scientifiche, 29 relazioni e comunicazioni
scientifiche a congressi, 74 relazioni e
comunicazioni scientifiche e un numero notevole
di partecipazioni a corsi, congressi, meeting ecc.
Ebbene, da lui ci aspettiamo un service… che
risolva il mal di schiena che affligge parecchi
soci, altrimenti dovremmo ricorrere a… San Pio
per il prossimo meeting.
IL MAL DI SCHIENA:
ETIOPATOGENESI E TERAPIA
di STEFANO BANDIERA
I
l mal di schiena rappresenta il 30-50% dei
disturbi che un medico deve trattare nel
corso della sua attività generica, poiché tale
sintomatologia dolorosa colpisce, almeno
una volta, il 90% della popolazione adulta;
risulta, infatti, la terza causa di assenza dal posto
di lavoro nel mondo industrializzato dopo le
malattie polmonari e cardiovascolari. Neoplasie
dell’apparato gastro-intestinale e uro-genitale,
alcune patologie vascolari (ad es. l’aneurisma
dell’aorta addominale), tumori dell’estremità
inferiori, la coxartrosi o le patologie
dell’articolazioni sacro-iliache possono mimare
un mal di schiena. In questi casi un attento esame
obiettivo permette, comunque, di giungere ad
una corretta diagnosi differenziale. Nel 90% dei
casi, il mal di schiena è determinato da una
patologia a carico della colonna vertebrale,
distretto anatomico sul quale occupazioni
sedentarie, inattività fisica, sovrappeso, guida
prolungata
e costante,
lavori ad
elevato
impegno fisico con sollevamento manuale di
carichi rappresentano chiari e frequenti fattori di
rischio. Le cause rachidee di mal di schiena sono
rappresentate da 5 grandi capitoli: 1. l’ernia del
disco, 2. frattura su base osteoporotica,
3.patologia
degenerativo-artrosica,
4.
spondilodisciti, 5. tumori vertebrali.
1. Ernia del disco
Situato tra due corpi vertebrali, il disco
intervertebrale è una struttura avascolare
riccamente idratata che funge da vero e proprio
ammortizzatore anteriore. Quando compare una
rottura della parte circonferenziale esterna,
chiamata anulus fibrosus, le forze di
compressione che agiscono sui corpi vertebrali
41 Vita di Club n.1
spingono la parte centrale del disco (nucleo
polposo) ad invadere il canale vertebrale
andando ad incocciare il sacco midollare e/o la
radice e scatenando dolore, contrattura
muscolare e deficit neurologici. Vi sono 3 gradi
di compressione delle strutture neurologiche da
parte di un’ernia discale: a) sindrome da
irritazione che si manifesta esclusivamente con
dolore; b) sindrome da compressione
caratterizzata da deficit parziale della
conduzione nervosa; c) sindrome da interruzione,
cioè completa paralisi radicolare. Se per il grado
a) e per il grado c) la terapia più indicata è la
terapia medica e fisiatrica, per la sindrome da
compressione il trattamento chirurgico o il
trattamento conservativo sono in ugual misura
validi e giustificati. È evidente che l’intervento
di asportazione dell’ernia discale permette di
recuperare molto prima una qualità di vita
normale rispetto a chi, invece, sceglie il
trattamento incruento. Di contro è stato
recentemente dimostrato che l’effetto della
discectomia tende ad annullarsi a 4 anni circa
dall’intervento, tanto che il Ministero della
Salute ha definito l’ernia del disco una vera e
propria patologia medica. In alternativa alla
tradizionale discectomia chrurgica sotto la
visione diretta degli occhi o a quella ottenuta con
l’uso di un microscopio, la discectomia
videoendoscopica (con l’uso cioè di una piccola
telecamera, simile a quella utilizzata per
un’artroscopia di ginocchio) permette di sfruttare
al meglio i vantaggi di un accesso mininvasivo.
Eseguendo un accesso lungo poco più di 1.5 cm
e che va attraverso i muscoli evitando, di contro,
un dannoso scollamento di questi dalle superfici
ossee, si ottiene una sensibile riduzione del
dolore post-operatorio permettendo, un recupero
funzionale estremamente più rapido che non con
le tecniche tradizionali.
2. Frattura su base osteoporotica
L’aumento dell’età media della popolazione ha
portato prepotentemente alla ribalta questa
particolare lesione traumatica secondaria a
traumi a bassa energia, ma, non per questo, poco
dolorosa. Come tutte le fratture, anche
nell’anziano, la vertebra con cedimento
osteoporotico
determina
rachialgia
prevalentemente sotto carico. È per questa
particolarità della sintomatologia algica che
ancora oggi il trattamento più frequente è
rappresentato dal riposo a letto abbinato a
corsetti di varia fatta. La durata del riposo a letto,
può, tuttavia, favorire vari deficit dell’apparato
cardiocircolatorio, dell’apparato respiratorio,
problematiche di tipo infettivo (ad es. le piaghe
da decubito), disturbi psico-sociali/affettivi che
costituiscono la cosiddetta “sindrome da
allettamento”, insieme, cioè, di patologie che
possono aumentare il tasso di mortalità anche del
23%. La necessità di permettere al paziente
affetto da frattura su base osteoporotica di
evitare questa cascata di avventi avversi, in
particolare se la frattura tarda a consolidare con
il trattamento tradizionale, ha favorito lo
sviluppo di tecniche chirurgiche adatte a questo
particolare tipologia di malato. La cosiddetta
vertebroplastica o, in alternativa, la cifoplastica,
sono due tecniche analoghe che si sono rivelate
particolarmente efficaci nel risolvere il dolore da
cedimento vertebrale osteoporotico che non
guarisce dopo almeno un mese di terapie
incruente. L’intervento chirurgico consiste
nell’iniettare, per via percutanea, una sostanza
chiamata comunemente “cemento” che, dopo
essere stato posizionato correttamente, passa da
una fase liquida ad una solida. La ridotta
aggressività del gesto chirurgico di queste due
metodiche mininvasive, permette di offrire una
rapida e duratura risoluzione del dolore e,
conseguentemente,
un
rapido
recupero
funzionale del paziente.
3. Patologia degenerativo-artrosica
La
patogenesi
della
spondiloartrosi
è
caratterizzata dalla perdita delle proprietà di
elasticità e resistenza meccanica del disco e delle
articolazioni interapofisarie. Radiograficamente
si evidenzia attraverso disidratazione del disco
intervertebrale con conseguente riduzione in
altezza di quest’ultimo e sovraccarico lento ma
progressivo delle articolazioni posteriori. Queste
alterazioni anatomo-patologiche si evidenziano
con un progressivo strozzamento del sacco
midollare
e
delle
radici
secondario,
anteriormente, ad una protrusione a largo raggio
del disco degenerato e, posteriormente,
dall’ipertrofia delle masse articolari. La
sintomatologia della patologia artrosica della
colonna vertebrale si manifesta con rachialgia,
associata, ad un grado variabile di “claudicatio
neurogena”, ovvero facile affaticabilità degli arti,
proporzionale al grado di strozzamento o
“stenosi”. Se la stenosi interessa uno o due
livelli, sono oggi disponibili i cosiddetti
“distanziatori interspinosi” che, come piccoli
sollevatori, spingono in cifosi, attraverso un
42 Vita di Club n.1
mini-accesso chirurgico, il segmento vertebrale
sede della stenosi, allentando lo strozzamento
delle strutture neurologiche. Se la stenosi si
sviluppa su più livelli, la decompressione delle
strutture nervose mediante la classica
laminectomia associata a foraminotomia
bilaterale rappresenta, ancora oggi, un intervento
estremamente affidabile. Un discorso a parte è
riservato alla “spondilolistesi”, ovvero quando
una vertebra risulta scivolata in avanti rispetto
alla vertebra sottostante. In questi casi, al fine di
risolvere la forte rachialgia (a volte associata ad
una invalidante claudicatio neurogena), è
necessario associare alla decompressione
neurologica, la riduzione dello scivolamento e
successivo fissaggio mediante l’uso di viti e
barre in titanio (posteriormente) più gabbiette
intervertebrali (anteriormente). Anche in questi
casi, la tecnologia, oggi, permette di eseguire
questi montaggi mediante strumentari studiati
per essere usati con tecniche strettamente
mininvasive. Si ottiene, così, una soddisfacente
riduzione a fronte di un minimo danno
(iatrogeno) a carico dei tessuti molli
paravertebrali e, conseguentemente, a minime
perdite ematiche; questo consente una sensible
riduzione del dolore post-operatorio e
un’immediata ripresa funzionale.
4. Spondilodisciti
L’infezione a carico della colonna vertebrale, o
spondilodiscite, risulta essere una patologia
nuovamente in crescita dopo alcuni decenni in
cui era praticamente scomparsa. I motivi di
questa pericolosa recrudescenza si possono
ricondurre, negli anziani, ad un ampio uso di
terapie endovenose e a sempre più frequenti
infezioni
urinarie
asintomatiche e,
nei
giovani,
all’abuso
di
sostanze
stupefacenti e
alle endocarditi.
E’
inoltre
evidente che il
sempre maggio
numero
di
immigrati
provenienti da
paesi a rischio
ha portato nel
nostro
paese
micro-organismi a noi sconosciuti o contro i
quali la capacità di risposta del mondo
“industrializzato” non è sempre sufficientemente
pronta ed efficace. Il 63% delle spondilodisciti è
causata da germi piogeni; il morbo di Pott o
spondilodiscite tubercolare rappresenta il 1520% delle infezioni vertebrali. Il mal di schiena
secondario ad infezione ossea vertebrale è spesso
associato a febbre e stanchezza. L’imaging è
caratteristico: l’erosione delle strutture vertebrali
nasce sempre dal disco intervertebrale. La
terapia è costituita, necessariamente, da
un’efficace copertura antibiotica. L’osso a causa
della sua scarsa vascolarizzazione, risulta essere
una barriera che nasconde molto bene il germe
all’azione degli antibiotici. Per questo motivo è
necessario isolare il germe, attraverso un
antibiogramma ottenuto su un prelievo di
materiale patologico mediante un’ago-biopsia
sotto controllo TAC. Solo in questo modo si può
pensare di instaurare una terapia antibiotica
mirata sul germe responsabile.
5. Tumori ossei vertebrali
I tumori dello scheletro rappresentano il 5% di
tutti i tumori del corpo umano. I tumori del
rachide rappresentano meno del 10% di tutti i
tumori scheletrici. Se si possono quindi
considerare un’entità patologica molto rara, è
bene sempre tenere a mente che esistono. La
rachialgia rappresenta, infatti, il sintomo
d’esordio nel 90% dei casi di localizzazioni
neoplastiche vertebrali. Il tumore osseo erode
progressivamente le strutture portanti della
colonna vertebrale, determinando instabilità
meccanica e, quindi, dolore. Il mal di schiena
secondario a neoplasia è molto caratteristico: è
“sordo”, non si
riduce
andando
a
letto,
è
ingravescente
e si irradia
lungo
più
dermatomeri.
Le
più
frequenti
localizzazioni
neoplastiche
vertebrali sono
rappresentate
dalle metastasi
da
tumore
primitivo dei
43 Vita di Club n.1
visceri. Oggi più che in passato si sta rafforzando
la convinzione che i pazienti affetti da metastasi
vertebrali non devono essere automaticamente
considerati malati terminali. Se è ovvio che il
trattamento non è in grado di guarire il paziente
dalla malattia, può, di contro, consentire un
sensibile miglioramento della qualità della vita
attraverso un adeguato controllo locale del
tumore. Allo scopo di rendere il più organico e
lecito possibile il trattamento delle metastasi
vertebrale, si deve arrivare a valutare il paziente
sotto più punti di vista. Un attento
inquadramento delle condizioni cliniche del
paziente al fine di valutarne l’operabilità,
l’istotipo della neoplasia assieme allo studio
delle condizioni meccaniche e neurologiche
devono, con sempre maggiore precisione, portare
a porre l’indicazione più adeguata di trattamento.
Se, per esempio, ci si trova a dover trattare una
metastasi vertebrale isolata di un tumore
radiosensibile, anche se questa lesione potrebbe
essere facilmente resecabile (magari in una
paziente in buone condizioni cliniche generali), è
più adeguato evitare la chirurgia a favore della
radioterapia. Di contro, una metastasi di un
tumore non sensibile alle terapia adjuvanti (ad
es. il tumore del rene), è più indicato sottoporre
il paziente ad un trattamento chirurgico anche
molto aggressivo. Se si parla invece di tumori
ossei primitivi, l’obiettivo della terapia deve
mirare alla guarigione del paziente mediante un
trattamento
chirurgico
oncologicamente
adeguato che può richiedere, a volte, interventi
estremamente demolitivi. È quindi necessario
che questi pazienti vengano inviati in centri in
cui si è maturata la giusta esperienza nel
trattamento delle neoplasie ossee. Molto spesso,
infatti, risulta necessario eseguire interventi
chirurgici che richiedono un’esperienza non solo
ortopedica,
ma,
sempre
più
spesso,
multispecialistica.
PENSIERI&PAROLE
FEDELTÀ, OBBEDIENZA, ONORE
Riflessioni lionistiche e non solo.
di ANTONIO GALLI
F
edeltà nella coppia, ad un rapporto
coniugale, all'amore, ad un ideale, alle
proprie idee, ad un'ideologia, ai propri
principi, agli amici, alla famiglia, alla
propria cultura, alla comunione lionistica e
ancora e ancora... Sono tante quindi le occasioni
in cui la fedeltà entra in gioco nella normale vita
di un uomo. Ma se si è troppo fedeli, tutte queste
cose come fanno a cambiare? E come è possibile
cercare di cambiare qualcosa senza sentire nei
confronti dell'oggetto del cambiamento un
leggero senso di tradimento o di abbandono? La
fedeltà è quindi un modo di essere nel rapporto
con se stessi e con gli altri, quella nei confronti
del coniuge o della propria compagna è la più
considerata e quella che ci comporta
normalmente le maggiori problematiche. Molti
fattori contribuiscono a rendere fragile il
rapporto di coppia fra cui la crisi dei valori
tradizionali, la rivoluzione dei rapporti sessuali,
il femminismo, una diffusa ideologia contraria ai
rapporti sentimentali, fenomeni che fin dagli
anni ‘70 stanno minando, anche grazie ad una
decadenza della morale comune e ad un
cambiamento radicale dei costumi delle nuove
generazioni, il rapporto di fedeltà nella coppia.
Elementi che comportano sempre più la
disgregazione della famiglia, unico vero
fondamento della nostra società, valore che deve
necessariamente essere recuperato, mentre parte
delle nostre istituzioni si stanno attivando
affinché ciò non avvenga. Il lions, in questa
situazione, può farsi parte propositiva per
promuovere il recupero dei valori che l'uomo
distratto dall'interesse, dal qualunquismo, dalla
trasgressione, che è diventata regola di vita
(droga,
alcolismo,
dissoluzione
morale,
corruzione), sta perdendo.
Ma vediamo anche come porsi nei confronti del
concetto dell'onore. La nostra cultura considera
44 Vita di Club n.1
l'onore sotto due aspetti, l'uno di natura
soggettiva, l'altro di natura oggettiva; il primo
consiste in ciò che la dottrina ha definito come il
"sentimento del proprio valore sociale" ed è
rimesso all'apprezzamento dell'individuo stesso,
mentre il secondo è rappresentato dal giudizio
degli altri sulle doti di un individuo, e si va ad
inserire in quelli che sono i rapporti
interpersonali di ciascun individuo, dalla
reputazione alla considerazione di cui gode nella
comunità. È a tutti tristemente noto che nelle
piccole come nelle grandi comunità, dalla
famiglia allo Stato, stiamo assistendo ad una
sottostima di questo valore che, anche se in
passato è stato riferito a contenuti che poco
avevano a che fare con la società civile (l'onore
delle armi, il delitto d'onore, i duelli, ecc.),
rappresenta ancora uno dei valori fondanti di una
sana convivenza. L'onore di un uomo è una delle
cose più preziose, perché è simbolo di libertà e di
potere. Diceva Cechov: "L'onore non si può
togliere, si può solo perdere". Nessuno quindi
potrà privarci di questo tesoro fortemente
individuale. Ma, attenzione, dobbiamo essere noi
i primi a non volercene privare. Guadagnarsi una
reputazione di uomo che compie azioni
onorevoli è un cammino difficile, ma è purtroppo
estremamente facile perderla. Anche se il lions
deve già possedere l'onore per essere ammesso
nell'Istituzione, il suo scopo rimarrà dunque
quello di mantenere questa sua reputazione,
rifuggendo tutti quei comportamenti che, oltre a
fargli perdere la stima altrui, possano farla
perdere, di riflesso, all'Istituzione stessa.
Ed ora consideriamo il concetto di obbedienza:
cosa significa obbedire? La risposta è abbastanza
ovvia: adeguare il proprio comportamento a un
volere altrui, diverso dal volere proprio
autonomamente determinato. L'obbedienza è
tale, virtù o non virtù che la si voglia definire.
Non abbiamo però ancora guadagnato l'essenza
dell'obbedienza autenticamente intesa. Ci si può,
infatti, adeguare ad un volere altrui
semplicemente perché vi si è costretti da una
sproporzione nei rapporti di forza tra chi detta
l'ordine e chi obbedisce. È il caso del soldato nei
confronti del superiore, della vittima nei
confronti dell'aguzzino, del bambino indifeso nei
confronti del padre violento. Qui non c'è
obbedienza: c'è sottomissione ad un potere più
forte, dominante. Ed ecco allora il paradosso:
l'obbedienza autentica è un atto di libertà. È
autenticamente obbediente chi liberamente
decide di sospendere l'esercizio del proprio
libero arbitrio e di affidarsi consapevolmente a
un altro: l'obbedienza è sempre un vero atto di
fede nei confronti dell'altro. L'obbedienza
autentica non è mai una pretesa, un'imposizione
da parte di chi impartisce un ordine, è piuttosto
una concessione da parte di chi liberamente si
determina per essa. È quella che concediamo non
in ragione dell'autorità dell'altro, ma in ragione
della sua autorevolezza. Decidiamo di obbedire,
di sospendere il nostro giudizio per il tempo
necessario a compiere quell'atto contrario al
nostro immediato volere, perché riconosciamo
nell'altro la capacità di comprendere più e meglio
di quanto sappiamo fare noi e riteniamo che tale
obbedienza ci farà crescere e porterà anche noi a
un più elevato grado di comprensione e
consapevolezza. In questo rapporto è proprio chi
chiede obbedienza a mettersi in gioco e a
rischiare di più, poiché sa che all'atto di
obbedienza dovrà far seguito l'effettiva
dimostrazione di quel superiore livello di
comprensione cui l'obbediente, prima di
obbedire, non poteva attingere; se fallirà in
questo, sa che non avrà più obbedienza, ma
eventualmente solo sottomissione, poiché avrà
perso la sua attendibilità e la sua autorevolezza.
Dovendo individuare una situazione che renda la
complessità delle relazioni in gioco tra chi
chiede e chi concede obbedienza vera come
sopra descritto, indicherei la scena in cui Dio
chiede ad Abramo di sacrificargli Isacco, il suo
unico figlio. Dio chiede e non impone e non
minaccia alcuna sanzione. Abramo ci sorprende
per l'apparente freddezza con cui, senza
esitazione, si organizza per porre in atto il
comando di Dio: ha deciso di concedere
obbedienza a quell' Altro che è il suo Dio, ha
deciso di affidarsi a Lui e procede senza che la
sua ragione interferisca. Grande è anche la
responsabilità di Dio, che sa che il premio cui ha
diritto l'obbediente è la comprensione del senso
di ciò che ha chiesto. Abramo, grazie alla sua
obbedienza, avrà da Dio il figlio salvo e la
comprensione totale che il suo Dio è un Dio di
cui vale la pena fidarsi ciecamente. Alcune
citazioni: "L'obbedienza è un vizio al quale
cedere fa sempre molto comodo". (Don Milani)
"La resistenza contro la tirannia è obbedienza a
Dio". (Thomas Jefferson)
Ed infine una massima che invito tutti a non
seguire: Si obbedisce sperando di poter, un
giorno, comandare.
45 Vita di Club n.1
L’ANGOLO DELLA POESIA
PAESAGGI DEL CUORE
I vividi colori della natura si stemperano nelle tinte delicate e
soavi della memoria.
di LIA LINARI TOLDO (laureata in Filosofia specializzazione in Musicologia)
Il giardino di Patrizia
Il giardino di Patrizia
ha stanze del cuore
con tappeti vivi e sedili
assorti nei silenzi,
interrotti, a volte,
da presenze amiche.
Angoli naturali per tessere
pensieri incolti;
tane, dove ripararsi
non solo da altri
ma anche da se stessi.
Ricordare, progettare,
per ritrovarsi nuovi
col cuore di sempre.
...ma la malinconia qui
è tensione
serena.
Sahara
Sa l’attesa, il deserto,
come pellegrino diretto alla
Mecca.
A oriente la meta si conquista
nel silenzio.
Sulle vestigia dei Garamanti
ritrovo
antichi rapporti spazio-tempo.
Ma la luce gioca scherzi
non sempre innocenti.
Miraggi tra le pietre pazienti,
metafore di vite diverse,
nell’immutabile avanzare
di passi sapienti.
Frammenti di vite
con noi intorno al fuoco,
e l’attesa…
fa parte del gioco.
46 Vita di Club n.1
CULTURA&SOCIETÀ
LA CULTURA MILITARE
La cultura comprende le conoscenze, le credenze, l’arte, il
diritto, il costume e tutto quanto deriva all’uomo in quanto
membro della società, quindi anche la cultura militare che
non è solo ars belli.
di ROBERTO FAMBRINI Gen. Br. (ris)
S
Nel passato la storia dei popoli è sempre coincisa
i può definire la cultura come quel
con quella dei loro Eserciti, tanto che non
patrimonio sociale di una comunità,
esisteva distinzione tra potere politico e potere
trasmesso
di
generazione
in
militare. Ogni conquista, in qualsiasi campo
generazione,
che
comprende
dello scibile umano, era sempre generata dalla
comportamenti, conoscenze, credenze, fantasie,
necessità militare. Segni evidenti sono presenti
ideologie, simboli, norme, valori, realizzazioni
nell’architettura e nell’urbanistica (dalla civiltà
tecniche ed architettoniche? Se sì, allora esiste
nuragica in forma di caposaldo, alle città
una cultura militare, intesa come l’insieme di
fortificate come Palmanova), nella meccanica
regole, tradizioni, avvenimenti e comportamenti
(artiglierie, carri armati, missili, navi, aerei),
militari che contraddistinguono un popolo e di
nella chimica (esplosivi), nell’elettronica ed
cui i militari sono i custodi da sempre.
informatica (internet è nato per esigenze
Noi occidentali consideriamo una civiltà come
militari): tutte evoluzioni e scoperte, le cui
un’entità unica, anche se essa rimane pur sempre
soluzioni poi sono state applicate ai mezzi e
una composizione pluralistica, costituita da più
strumenti che ci rendono oggi la vita comoda e
entità, a volte in contraddizione tra loro: quali
confortevole.
una cultura contadina ed una industriale, una
Nel presente la società sta subendo una profonda
delle élites ed una popolare. Il mondo militare
trasformazione culturale, sociale e politica; ecco
ne rappresenta una, tanto che ogni conflitto reale
perché la complessità assunta dagli organismi
o potenziale, nel tempo, ha sempre generato e
militari ed il loro grado di tecnicizzazione hanno
genera un complesso di conoscenze che
dato vita ad una accentuata specializzazione, che
accrescono il livello di cultura, formando così la
ha portato sempre più a distinguere il militare
cultura militare del popolo stesso.
dal politico. Siamo così di fronte a due distinti
Infatti durante un conflitto sia politico (vedi la
livelli culturali: quello tecnico-militare, che
guerra fredda) che militare in senso stretto ogni
riguarda lo strumento bellico nella sua
forma di cultura si esprime in modo pieno e
configurazione ordinativa ed operativa
completo promovendo lo sviluppo
(purtroppo sconosciuta ai più) e quello
tecnico-scientifico per gli armamenti, la
strategico, nell’accezione più ampia
struttura economica per garantire la
della parola, che tende a definire i nuovi
loro realizzazione, la capacità logistica
assetti geo-politici ed i conseguenti
e burocratica per la loro manovra, la
rapporti internazionali.
ricerca e lo sviluppo medico e
In questa situazione la figura del militare
chirurgico, la letteratura favorevole o
si trasforma da modello tradizionale a
contraria
alle varie posizioni
quello professionale-manageriale, cioè
ideologiche. In altre parole la lotta per
coordinatore di una organizzazione
la sopravvivenza sviluppa nelle
complessa ed articolata.
Istituzioni e nei singoli una cultura
Ed anche in questo frangente la società
militare atta a ricercare un complesso di
moderna
(complessi,
aziende,
conoscenze e tecniche necessarie a
Istituzioni), si avvale delle esperienze
sostenere un conflitto, sia pure non
Caio Giulio Cesare.
ormai consolidate in ambiente militare,
cruento.
47 Vita di Club n.1
quali la scienza dell’organizzazione, la
leadership, il processo decisionale e di
pianificazione, le tecnologie didattiche, che
costituiscono la base del modello gerarchicofunzionale, adottato ormai da tutti gli Eserciti
occidentali. In tale contesto si può affermare che
i moderni complessi, Istituzioni e aziende,
abbiano derivato dal sistema militare il proprio
assetto
organizzativo.
La cultura militare
ha
sempre
comunque
posto
l’uomo al di sopra di
qualsiasi
finalità
funzionale tanto che
nella
formazione
dell’Ufficiale viene
insegnata
una
materia l’arte del
Carl von Clausewitz.
comando, ritenuta
fondamentale per il futuro Comandante. Arte del
comando che oggi viene considerata basilare per
ogni dirigente civile, al fine di poter gestire
maestranze e dipendenti, ricavando da essi il
miglior rendimento. Certo in campo militare vi è
una caratterizzazione specifica, quale l’etica del
comando, il concetto di autorità e di disciplina
imposta e consapevole, che indubbiamente rende
più agevole il comando.
In definitiva l’organismo militare di oggi
esprime una cultura adeguata ai tempi e deve
avvalersi di una struttura che spieghi la ragione
d’essere e ne indirizzi l’operato.
Di questa dottrina, che è la cultura militare nel
suo insieme, frutto di convinzioni ideali e di
conoscenze specifiche, i militari sono gli
interpreti più autentici.
Con questo scritto non ho voluto certamente fare
un’apologia della guerra (che resta comunque
una tragedia umana) e dell’arte bellica, ma
semplicemente richiamare l’attenzione su alcuni
aspetti dello sviluppo della scienza, della tecnica
e dell’organizzazione sociale connessi e
derivanti dagli studi legati all’evolversi della
cultura
militare,
aspetti
che
difficilmente
possono
attirare
l’attenzione di chi
non appartiene alle
Forze Armate.
Napoleone Bonaparte
in un dipinto di
Jacques-Louis David,
Napoleone attraversa
le Alpi.
STORIA RIMINESE
SANTA MARIA NUOVA DI SCOLCA
La storia dell’Abbazia riminese in un libro di Andrea Donati.
di MARIO ALVISI
N
ella chiesa di San Fortunato, sul
Covignano, è stato presentato il
volume “Santa Maria di Scolca
Abbazia Olivetana di Rimini” dello
storico Andrea Donati con il diretto
coinvolgimento del Conte Gian Lodovico
Masetti Zannini, cultore della storia sacra
riminese. Fra gli sponsor, ormai necessari per
pubblicazioni storiche dai grandi costi e scarse
vendite, ci sono la Provincia di Rimini, la
Fondazione della Cassa di Risparmio e la
Confartigianato
diretta
dal
nostro amico e socio Mauro Gardenghi, il cui
intervento si è basato, in modo particolare, su
una frase scritta nella prefazione da Don Renzo
Rossi, il parroco di San Fortunato, da noi
conosciuto ed apprezzato per le sue doti pastorali
e culturali: “Fin dal primo saluto ai
parrocchiani ho detto che mi sarei impegnato
per valorizzare la storia del luogo, perché un
popolo continua ad esistere se custodisce la
48 Vita di Club n.1
tradizione e la tramanda alle nuove
generazioni”. Ebbene, mi sembra che
quell’impegno sia testimoniato da questo libro,
che conclude l’ambizioso progetto di restauro e
di valorizzazione dell’antica abbazia, preceduto
dalla recente inaugurazione del piccolo ma
prezioso museo che raccoglie le memorie della
secolare presenza dei monaci olivetani a Rimini.
Donati scrive la storia dell’abbazia sulla base di
un’ampia bibliografia scovata negli archivi e
nelle biblioteche riminesi, nell’archivio di Monte
Oliveto Maggiore in provincia di Siena, sede
principale dei monaci olivetani (Scolca era stata
“già splendido ed importante monastero” di
quella
congregazione
benedettina),
e
nell’archivio segreto del Vaticano. La ricerca ha
permesso di conoscere la maggior parte del
patrimonio bibliografico a stampa dell’Abbazia e
i tanti interessi teologici, culturali e scientifici
coltivati dagli olivetani di stanza a Rimini. Il
volume si apre con saluti e convenevoli, tutti
meritati peraltro, che sono già un prezioso
contributo alla conoscenza dell’abbazia e della
sua importanza nel territorio riminese. Dal
Vescovo
Monsignor
Lambiasi (essi hanno tratto
dall’oscuro dell’antichità fra
la mischia di tantissime
carte), all’Abate Generale di
Monte Oliveto Tiribilli (è
urgente
assumersi
la
responsabilità di trasmettere
il senso di ciò che ci ha
preceduti, delle tradizioni e
delle vicende senza le quali
noi non saremmo ciò che
siamo
oggi),
dall’ex
presidente della provincia
Fabbri (il territorio della
provincia è disseminato di
tesori che sono segni d’un
passato d’eccellenza), al
Presidente della Fondazione
Cassa Risparmio Alfredo
Aureli (uno dei monumenti
più insigni di Rimini). Poi,
come già detto, troviamo
un’ampia bibliografia con riferimenti a dizionari,
collezioni, fonti manoscritte, fonti edite e
letteratura che sono testimonianza e frutto di una
minuziosa ricerca durata sei anni. Credo ne sia
valsa la pena, perché il racconto storico vero e
proprio costituisce una scoperta continua non
solo della fondazione dell’Abbazia e della sua
vita nell’arco di oltre 300 anni (dal 1418 al
1797), ma anche di quanti luoghi, edifici
ecclesiastici e pertinenze dell’Abbazia fossero
sparsi nel territorio circostante. Oggi essi sono
quasi sconosciuti e difficilmente ricollocabili
(nel libro manca una cartina topografica che dia
al lettore la possibilità di individuare le varie
locazioni), anche tenendo presente che ormai la
maggioranza dei riminesi è fatta di immigrati e
l’incuria del tempo e delle persone ha contribuito
al peggioramento della memoria!). L’Abbazia
nasce nel 1418 quando Carlo Malatesta
(dimenticato purtroppo dalla toponomastica
riminese, cosa riprovevole da noi Lions sempre
rimarcata) donò a Pietro Ungaro (personaggio
che non sono riuscito a identificare) la chiesa di
Santa Maria Annunziata Nuova di Scolca, che
aveva fatto appena costruire a suffragio
dell’anima dei genitori, Galeotto e Gentile da
Varano. La donazione dell’Abbazia favorì da
subito il consolidamento dei frati di San Paolo
Primo Eremita, un ordine agostiniano sorto in
Ungheria nella prima metà del XIII secolo, che si
trovava a Rimini dal 1394, dove si era insediato
dapprima nell’antica pieve di
San Lorenzo in Monte (oggi in
ristrutturazione), poi nella
Abbazia di San Gregorio in
Conca
(nella
zona
di
Morciano) e nell’ospedale di
Santo
Spirito
(l’attuale
convento dei Cappuccini di via
della Fiera a Rimini). Col
tempo gli eremiti ungheresi
andarono
ad
abitare
a
Covignano. La cima del colle
era chiamata fin dal medioevo
la Scolca, toponimo di origine
germanica “Skulka”, che
indica la scolca, la vedetta,
ovvero un luogo fortificato. In
questo luogo, dove forse c’era
già una casa fortificata, Carlo
Malatesta costruì il monastero
e la chiesa di Santa Maria. Per
ragioni sconosciute (si ha
notizia
di
uno
scisma
scoppiato all’interno dell’ordine) i frati
ungheresi furono richiamati in patria lasciando
vacante il monastero di Scolca. Allora Carlo
Malatesta chiamò ad insediarvisi i monaci
olivetani (bolla pontificia emessa a Firenze il 7
settembre 1421), i quali, dopo transazioni,
convenzioni e atti ecclesiastici vari, accettarono
49 Vita di Club n.1
di venire a Rimini a patto di potersi stabilire in
piena autonomia con un numero minimo di
sedici monaci residenti. Ma oserei anche pensare
che non fosse loro indifferente il patrimonio
ecclesiastico e fondiario venutosi a costituire con
la donazione malatestiana, patrimonio che aveva
reso l’Abbazia di Santa Maria di Scolca uno dei
maggiori monasteri della Congregazione
Olivetana e il più ragguardevole della diocesi di
Rimini. Ebbe così inizio una lunga storia di vita
religiosa
all’insegna
dell’antico
carisma
benedettino al quale Carlo Malatesta ricorse per
favorire l’introduzione in seno alla signoria
riminese del modello più illustre di vita
contemplativa che ci fosse in occidente. I
possedimenti di Santa Maria di Scolca, come
accennato, erano vastissimi. Naturalmente la
vicina Pieve di San Lorenzo in Monte (è tra le
più antiche pievi); l’Abbazia di San Gregorio in
Conca (sulle rive del fiume Conca); il già citato
ospedale Santo Spirito circondato da orti, vigne,
prati, campi e mulini sul fiume Ausa; un grande
possedimento agricolo in quel di Gatteo (terreno
ottenuto da Ugolino di Simone consigliere di
Sigismondo Malatesta); il monastero di Santa
Maria di Donegaglia, una possessione sulle
sponde dei fiumi Uso e Rubicone, dono di Carlo
Malatesta; così com’è un dono dello stesso Carlo
il monastero San Benedetto di Roncofreddo. E
ancora chiese, stabili, ville, terreni da ricavarne
tante “decime”, ma “se è bene e così ricco di
beni di fortuna, sono tante e così varie le spese,
che occorrono farsi in questo monasterio per
mantenimento della famiglia ed delle chiese a lui
unite, che poco o nulla avanzano dalle sue annue
rendite. Questo è quanto ho potuto trovare entro
all’ocio di tempo permessomi dalle mie cure,
quale, se fosse stato più longo, senza fallo avrei
scoperto altre cose maggiori, che saranno
eternamente sepolte” - relazionava Gasparo
Rasi nel “Racconto storico” commissionatogli
dal “molt’illustre e reverendissimo signor
padrone colendissimo il padre dom Domenico
Peveroni, cremonese, abbate generale de’ padri
di s. Benedetto della Congregazione di
Mont’oliveto di Siena”.
Andrea Donati, per completare le memorie di
Scolca, riporta, oltre al “Racconto storico” di
Gasparo Rasi, anche la traduzione del “Libro
delle cose memorabili del monastero” a cui “ho
pensato io, don Giacinto Martinelli abate di
questo monastero e visitatore, di potere in
qualche modo giovare a chi succederà in
appresso con estendere in questo volume per
ordine alfabetico quelle memorie che in
leggenda e codici e libri ho poste insieme.
Rimini, 1782 novembre 21. Idem)”.
Come detto, gli Olivetani accettarono l’invito di
Carlo Malatesta ponendo delle condizioni sul
numero dei monaci da ospitare a Scolca. Donati
offre un contributo inserendo nel libro una
ricerca fatta da Roberto Donghi sulle famiglie
monastiche che vi hanno vissuto dal 1422 al
1600. È interessante leggere la provenienza e la
funzione monastica di ogni singolo componente:
dal cellerarius (economo) al magister
novitiorum, dal conventus (colui che lavora per
la conservazione del patrimonio), al portarius
(portinaio), eccetera. Per i primi anni, dal 1422 al
1430, non si conoscono i nomi dei monaci
presenti, ma troviamo solo quelli dei Priori che
governarono l’Abbazia. Il primo di questi Priori
è stato l’abate Baptista de Podiobonici (Battista
da Poggibonsi) coadiuvato dal conventus
Francischus de Arimino (Francesco da Rimini).
Nel 1446 e 1448 ritroviamo due novizi riminesi,
Bartolomeo e Paulus, mentre il primo importante
monaco della nostra zona sarà Petrus che entra
nel 1452 come conventus, per poi diventare
Priore nel 1455. I riminesi nei primi cento anni
non sono molti, mentre monaci arrivano da tutte
le parti d’Italia, dal nord al sud, anche dalla
Sicilia e dall’estero: Germania, Spagna, Albania
e tante altre nazioni, perfino dalla Scozia. Nel
1481 è segnalato un monaco di San Marino.
L’elenco delle famiglie monastiche dell’Abbazia
finisce con il 1600 e qui i riminesi la fanno da
padroni: Ciprianus è l’Abate eletto già nel 1597,
Hypolitus è il Vicarius, Jo.Babtista il Cellerarius
e Angelus il Cellerarius foraneus. In quell’anno i
riminesi presenti erano ben diciassette su
trentadue monaci e laici che componevano la
comunità.
Concludo, prima chiedendo perdono agli autori
del libro e poi ai veri storici, per la mia
digressione in un campo di studi che non mi
appartiene, ma mi affascina tanto. E poi
riportando e condividendo un pensiero del
Vescovo Lambiasi scritto nella prefazione:
“sotto gli occhi dell’attento lettore scorre la vita
fervorosa ed operosa di una comunità
monastica”, “passano personaggi e luoghi, che
rivivono una rinnovata presenza”, “passano gli
abati del monastero con le loro opere e la loro
santità”, “passano gli uomini con le loro
imprese per la cultura e il vivere cittadino”.
50 Vita di Club n.1
ARTE IN MOSTRA
LA FONDAZIONE “TITO BALESTRA”
A Longiano nel Castello Malatestiano un centro culturale polivalente dedicato all’arte del Novecento.
di ANDREA BIANCHI
A
ll’interno del Castello Malatestiano di
Longiano è custodita una delle più
importanti raccolte dedicate all’arte
del Novecento italiano, costituita
grazie alla passione e all’impegno di un
individuo originale qual era Tito Balestra,
poeta, collezionista e osservatore pungente della
quotidianità
di
una
generazione
che
faticosamente stava emergendo dalle ceneri della
seconda guerra mondiale.
Nato a Longiano nel 1923, Balestra si trasferisce
a Roma nel 1946, dove entra in contatto con una
fervida e prolifica realtà culturale che aveva il
suo polo di aggregazione presso la Galleria La
Vetrina di Tanino Chiurazzi. Qui incontra
intellettuali ed artisti del calibro di De Pisis,
Flaiano, Guttuso, Longanesi, Maccari, Mafai,
Penna, solo per citare alcuni tra i tanti,
stringendo amicizie e instaurando fecondi
sodalizi di idee, proposte, intenzioni. È questa
“la vera università di Balestra che, per due
decenni, potrà assistere e partecipare agli stimoli
e agli umori di una grande stagione artistica e
letteraria” (G. Appella).
Una peculiarità della ricchissima collezione
(2302 opere, tra oli, grafiche e sculture) è quella
di essere nata grazie ai numerosi rapporti di
“scambio”, di amicizia e di interessi culturali tra
Tito Balestra e il mondo artistico della capitale
da lui conosciuto, esplorato, assorbito nel corso
di un trentennio (1946-1976). Lontano dal
mercato dell’arte Tito si affidava ai “baratti”,
riuscendo ad ottenere ciò che desiderava con
estrema abilità. Come è stato giustamente
osservato, la collezione svolge un ruolo di
“integrazione visiva” della sua poetica, facendo
emergere uno stretto rapporto tra parola e
immagine.
Dopo la sua morte, avvenuta nel 1976,
accogliendo il suo desiderio che la collezione
non fosse smembrata, il fratello Romano ed
alcuni amici fra i quali Giuseppe Appella, Enzo
Dalla Chiesa, Mino Maccari, Gino Montesanto,
Amelio
Roccamonte,
Vanni
Scheiwiller
contribuirono affinché la moglie Anna Maria De
Agazio decidesse insieme alla famiglia di
iniziare il percorso di una costituenda fondazione
in Longiano, inaugurando nel 1982 una prima
esposizione della collezione.
Successivamente nel 1989, con l’impegno del
Comune di Longiano, vede la luce la Fondazione
a lui dedicata, un vero e proprio centro di
trasmissione culturale, in cui valorizzazione e
promozione artistica assumono un ruolo
imprescindibile nella formazione di una moderna
identità culturale.
Nel 1991, in occasione del trasferimento nel
Castello Malatestiano, è stata presentata una
selezione di circa quattrocento opere, a cura di
Flaminio Balestra, direttore dell’istituzione. Vari
riordinamenti condotti con grande attenzione e
scrupolosità hanno permesso di rendere visibile
al pubblico buona parte della raccolta, la quale
viene tuttora affiancata dall’organizzazione di
mostre
periodiche
dedicate
ad
artisti
contemporanei.
Largo spazio è riservato inoltre a convegni e a
dibattiti, così come a rassegne che coniugano
arte, letteratura e musica.
È alquanto riduttivo stilare un elenco degli artisti
che trovano posto nella collezione; basti citare
nomi come Renzo Vespignani, Mario Mafai,
Mino Maccari, che corrispondono alle tappe
fondamentali dell’esistenza e della poesia di Tito
Balestra.
Vespignani esterna visioni angosciose e
grottesche di una realtà quanto mai cruda e
desolante, che si esprime attraverso la
rappresentazione delle distruzioni lasciate dalla
guerra, nelle squallide periferie urbane
contornate da scempi edilizi, veri e propri “non
luoghi” degli emarginati, analizzati con efficace
realismo. Immagini che puntualmente si
riflettono nelle poesie sulla guerra scritte da Tito
a Longiano, frammenti di estrema lucidità e
51 Vita di Club n.1
chiarezza, veloci istantanee sul disagio e la
solitudine.
Mafai, protagonista della cosiddetta Scuola
Romana a partire dalla fine degli anni ‘20, si
avvicina alla tematica neorealista nell’immediato
dopoguerra, fino ad abbracciare un linguaggio
“intimista” della rappresentazione, che si
esprime tramite nature morte, paesaggi, ritratti in
cui la profusione di colori domina incontrastata.
Un’intimità che sicuramente piaceva a Tito,
poeta e cantore delle cose quotidiane e della
dimensione più pura dell’esistenza umana.
Con Mino Maccari, Tito Balestra condivideva il
gusto per l’ironia tagliente, l’arguzia, la satira nei
confronti delle debolezze umane e del costume,
basti pensare che la collezione comprende ben
1903 opere dell’artista, che da sole potrebbero
costituire un museo a se stante. Di Maccari, Tito
apprezzava oltre all’ingegno, le doti manuali, la
conoscenza delle tecniche da artigiano
specializzato, al punto da trascorrere ore intere
nel suo studio a osservare e studiare. Tra l’altro
Maccari è scelto come testimone alle nozze di
Tito con Anna Maria nel 1956, segno evidente di
una genuina amicizia, ma sarà anche illustratore
del primo volume di poesie pubblicato in forma
di raccolta nel 1974, “Se hai una montagna di
neve tienila all’ombra”.
Non vanno dimenticati altri grandi nomi presenti
nella raccolta, come De Pisis, Campigli, Sironi,
Guttuso, Rosai, Morandi, Soffici, ma non è
esagerato sostenere che buona parte del mondo
artistico italiano del ‘900 vi trova una sintesi
espressiva perfetta, istituendo un rapporto di
incontro/scambio con il visitatore che vuole
cimentarsi nella scoperta di questo prezioso
“contenitore” culturale.
Giorgio Morandi, “Natura morta
con cinque oggetti”, 1956.
Mino Maccari, “Senza titolo”.
Renato Guttuso, “Garofani”, 1957
Mario Mafai, “Natura morta”, 1948.
52 Vita di Club n.1
Massimo Campigli, “Senza
titolo”, 1949.
RIMINESI DIMENTICATI
CARLO MALATESTI
Il Signore della Rimino del Quattrocento, che - come scrive Oreste Cavallari – ha avuto la sfortuna di nascere un
secolo dopo Dante e mezzo secolo prima del suo prestigioso nipote, Sigismondo, non può riposare in pace finché lo
si definisce “strepitoso tiranno”, un ossimoro che la dice lunga sul voler negare affermando di chi si induce ad
ammettere… chissà perché obtorto collo. “E Rimini, che pur dedica alla Allodola alcune sue vie, a Carlo Malatesta
non serba nemmeno un vicoletto” (O.C.).
di FRANCO PALMA E STEFANO CAVALLARI
C
arlo Malatesta, Signore della Rimino
del Quattrocento, dimenticato dai
Riminesi. Come le fiammelle dei
fuochi fatui, che si accendono e si
spengono rapidamente, così nella cultura locale
riaffiora e poi svanisce la memoria di un
personaggio storico riminese di prima
importanza, che si chiama Carlo Malatesta.
Ce lo ha riportato Oreste Cavallari nel suo Libro
"Tre Papi e un Malatesta" (1ª edizione del
1981); la 2ª edizione di Giovanni Luisè, a cura
di Stefano Cavallari, che l’ha corredata di nuove
note, è stata presentata a Castel Sismondo il 17
luglio scorso con intervento del prof. Piergiorgio
Pasini.
Il lavoro riguarda il "Grande Scisma della
Chiesa" (1378-1415) e racconta di come il Papa
"vero" Gregorio XII, minacciato da ben due
Antipapi, fu ospitato in Rimino e difeso da Carlo
Malatesta, che ottenne il suo trionfo al Concilio
di Costanza (1414-1415) facendo prevalere la
legittimità del suo papa e salvando la Chiesa da
una divisione che avrebbe frantumato l’Europa
tutta. Ciò Carlo ottenne per merito delle sue alte
doti intellettuali e di un’abile opera diplomatica,
degne di grande "Uomo di Stato", prevalendo
contro grandi potenze dell’Italia settentrionale ed
europee che sostenevano gli Antipapi Benedetto
XIII e Giovanni XXIII. Nella prima edizione
(sempre a cura del figlio Stefano) l’Autore
osservava che i Riminesi non avevano dedicato
nemmeno una via a questo loro grande Principe e
si augurava che ciò sarebbe avvenuto a breve,
ma nemmeno l’intervento del nostro Club è stato
capace - sinora - di tanto. Ora stiamo lavorando
affinché si metta almeno un cartello ai bordi del
Canale che proprio Carlo ha fatto costruire. È
vero che gli editorialisti locali descrivono Carlo
come uomo probo, devoto a Dio, dedito
all’interesse della Chiesa (che era la prima
potenza politica del tempo e dalla quale derivava
il suo titolo di governatore) nonché alla saggia
amministrazione della propria città. Ma queste
descrizioni scolastiche, sbrigative e superficiali
non rendono giustizia alla grandezza del
personaggio, in quanto la sua azione è ben più
alta storicamente, politicamente e umanamente,
perché il suo Vicariato fu senz’altro uno dei più
fortunati e costruttivi nella storia della dinastia
malatestiana e della nostra città: basti pensare
che governò - insieme ai fratelli di Cesena e
Pesaro - in un periodo ove per almeno trenta anni
non vi furono guerre in Romagna! Ora la
seconda edizione di “Tre Papi (o antipapi) e un
Malatesta (Carlo)” ci riporta di nuovo alla
memoria questo nostro grande personaggio,
attribuendogli non solo l’onore che si merita per
il salvataggio del "papa vero", ma ad esempio
anche per aver fatto il "porto canale
Malatestiano", quello che abbiamo oggi, e che
mise la città al riparo dal Marecchia, porto che
tornò ad essere scalo marittimo di primaria
importanza. Sono sinora comparse due
recensioni, ma mentre una ("Chiamami Città" del
7 Agosto) a cura di Stefano Cicchetti riporta i
fatti con obiettività e correttezza, riconoscendo e
amplificando, per così dire, l’importanza storica
del nostro Carlo Malatesta, l’altra ("La Voce di
Romagna" del 25 Agosto a cura di "L.M.") è
infarcita di errori, imperfezioni e di
qualificazioni che trattano il nostro Carlo come
un signorotto qualsiasi. Il primo errore
(abbastanza grave per un giornalista che fa una
"recensione") è quello di aver considerato
l’opera come una "ristampa", mentre si tratta di
una "seconda edizione" corredata da nuove Note,
tratte dagli studi nel frattempo pubblicati, specie
dall’Istituto Storico Malatestiano condotto da
53 Vita di Club n.1
Bruno Ghigi. Il secondo è un errore storico: gli
antipapi non "rinunciarono" al Pontificato, ma
furono processati e condannati dal Concilio, il
che è ben diverso perché la vittoria politica di
Carlo con queste condanne fu piena e totale in
quanto si riconobbe che Gregorio XII era l’unico
"papa vero", cioè legittimo. Altrimenti sarebbe
stata una soluzione di compromesso che non
avrebbe costituito la base per l’unità della Chiesa
e la pace in Europa; e in questo si vede la
grandezza di Carlo - che era presente al Concilio
come rappresentante proprio di Gregorio XII come "Uomo di Stato" che pone l’istituzione al
riparo da qualsiasi futuro probabile attacco.
Benedetto XIII, l’antipapa più ostinato, fu
rinchiuso in carcere a Perpignano, rifiutò
l’incontro con l’Imperatore Sigismondo, re di
Ungheria, e Ferdinando di Aragona, riuscì a
fuggire dal carcere e si rinchiuse nella fortezza di
Peniscola nel regno di Valenza ove volle
continuare a fare il papa. Fu allora processato per
diavoleria e deposto; è vero che gli successe un
altro antipapa (Egidio Munoz, eletto da un
Conclave di soli tre cardinali) col nome di
Clemente VIII, ma la cosa finì in breve e senza
alcuna importanza. Giovanni XXIII, Filarete di
Candia, di potente casata campana, fu l’antipapa
più pericoloso e attivo, ma commise una serie di
misfatti sacri e profani e fu costretto alla fuga in
Austria travestito da stalliere. Il 29 Maggio fu
processato dal Concilio di Costanza e
imprigionato nel castello di Tottene. Altro che
"rinunce"! La battaglia per il riconoscimento del
nostro papa fu - come si vede - aspra e totale.
Altra dimenticanza dell’autore di questa
recensione è la seguente. Rimini fu davvero Sede
Pontificia; nel 1408 (prima del Concilio di Pisa
che elesse il terzo antipapa) può definirsi come
provvisoria, ma dal 1414 al 1415 stava per
trasformarsi in sede definitiva, perché solo
l’opera miracolosa di Carlo fece cambiare idea al
Concilio di Costanza che voleva incoronare
l’antipapa Giovanni XXIII; in tal caso Gregorio
XII, non potendo tornare a Roma, sarebbe
rimasto a Rimini, a San Fortunato sul
Covignano (ove una lapide ricorda ancora
l’evento). Ma quello che non perdoniamo
all’editorialista "L.M." della Voce è di aver
nominato nel sottotitolo Carlo come "Tiranno", il
che sovverte la grandezza del personaggio –
grandezza riconosciuta da tutti gli storici, anche
esteri; anzi a Carlo fu attribuita, oltre alla
qualifica di "il migliore dei Malatesti", quella di
"Eccellente Principe umanista del Quattrocento".
Siamo quindi sfortunati: si parla poco a Rimini
del suo più grande personaggio (anche di livello
europeo) e quando (ma raramente) accade, se ne
parla con imprecisione e superficialità, come se
la nostra Storia non contasse niente o, peggio,
fosse riprovevole, come accadde con la
campagna di denigrazione contro Sigismondo,
suo successore. Gli estimatori di Carlo Malatesta
sono invece grati a Stefano Cicchetti di
Chiamami Città per aver posto il personaggio nel
suo giusto superiore valore. Si raccomanda a
"L.M." di informarsi meglio, ad esempio su "La
signoria di Carlo Malatesti" a cura di Anna
Falcioni, Ed. Ghigi, Rimini 2000, di ben 439
pagine, con giudizi tutti encomiastici su Carlo da
parte degli eminenti storici che hanno realizzato
l’opera; giudizi tutti riportati nelle nuove note
alla seconda edizione di "Tre Papi e un
Malatesta".
La conclusione è amara: a Rimini abbiamo tanta
Storia, in gran parte dimenticata, ma quando
raramente riaffiora, qualcuno ancora la svilisce.
Vogliamo farci male da soli? Ma questo è un
altro argomento; a noi premeva mettere a punto
certi elementi fondamentali ed esporli alla critica
perché siano giustamente valutati.
54 Vita di Club n.1
INTERMEETING
I LIONS RIMINESI
RENDONO ONORE AL TRICOLORE
Il 10 Novembre scorso, presso l’Hotel Holiday Inn di Marina Centro, i Lions Club Rimini Riccione Host e Rimini
Malatesta si sono uniti in un meeting interclub per celebrare la FESTA DELLA BANDIERA. Ospite d’Onore il
Generale di Squadra Aerea Mario Martinelli, Comandante del VII Reparto dello Stato Maggiore dell’Aeronautica.
di ELIO BIANCHI
I
Il Cerimoniere ha poi presentato le Autorità;
l Lion Graziano Lunghi, Cerimoniere del
oltre all‘Esimio Relatore erano presenti:
Club Rimini Riccione Host, ha aperto la
il Vice Comandante della Capitaneria di Porto,
serata porgendo il saluto dei Presidenti dei
Cap. di Fregata Giovanni Centone e Signora, il
due Club, Fabio Barone ed Antonio Galli,
Comandante del Gruppo 7° VEGA, Col. Pilota
ai numerosi intervenuti fra i quali è corso un
Bartolomeo Polidori e Signora, il Comandante
tremito d’emozione durante la successiva
della Caserma G. Cesare, Ten. Col. Pier Paolo
esecuzione degli inni: quello tedesco (in onore
Costantino, il Ten. Col. Daniele Telesca del
del Presidente internazionale Eberhard J.Wirfs),
Distaccamento
dell’Europa e del
Aeroportuale
di
nostro Paese, in
Rimini e Signora, il
questa
serata
Lions Delegato di
dedicata all’amor di
Zona D, Guido
Patria. La successiva
Zangheri,
il
lettura della Mission
Generale Pietro Ror
ha ricordato in sintesi
e Signora, il Gen.
a noi Lions presenti,
Domenico Rapisarda
la
vastità
dello
e Signora, il Gen.
impegno
di
Saverio
Cillo
e
solidarietà che ci
Signora.
siamo assunti con la
Il Cerimoniere, per
nostra adesione a
dare significato alla
questa
grande
celebrazione
della
Associazione la cui
finalità
è
di: Il Presidente del Lions Club Rimini Malatesta Antonio Galli, il Festa della Bandiera,
permettere
a generale Mario Martinelli, il Presidente del Lions Club Rimini ha letto l’articolo
che il Lion Gen.
volontari di servire Riccione Host, Fabio Barone.
Roberto
Fambrini
aveva
pubblicato
sulla nostra
la loro comunità, soddisfare i bisogni
Rivista (1° numero del 2008/09) per
umanitari, favorire la pace e promuovere
rammentarci l’alto significato simbolico della
comprensione internazionale per mezzo dei
Bandiera per l’unità del popolo italiano. Il Gen.
Lions Clubs. Analogamente la lettura dell’etica
Antonio De Angelis, socio del Club Rimini
lionistica ci ha poi richiamato i principi
Riccione Host, ha porto poi un saluto al Gen.
fondamentali ai quali il socio Lions deve
Mario Martinelli, e ha ricordato la lunga amicizia
uniformare il suo comportamento, in privato così
che li lega rivolgendogli inoltre la preghiera di
come nella comunità in cui vive, affinché il suo
riferire qualche notizia sulla presenza delle
operato esprima il valore aggiunto di una nobile
donne pilota nell’Arma che da azzurra gli pare
visione del come essere membro del genere
stia mostrando una marcata sfumatura di rosa
umano.
55 Vita di Club n.1
Il Gen. Martinelli ha introdotto la sua relazione
come già stava affiorando ai suoi tempi, negli
ricordando i momenti riminesi della sua carriera
anni ’90.
con un ringraziamento al Gen. De Angelis per
Il Presidente del Club Rimini Riccione Host,
l’aiuto ricevuto per superare un momento
Fabio Barone, nel porgere il suo saluto a
difficile
conseguente
a
un
incidente
chiusura della celebrazione, ha ricordato come la
motociclistico che l’ha poi tenuto lontano
Bandiera sia simbolo di riferimento anche per le
dall’attività di pilota, affermando senza mezzi
Forze Armate, impegnate all’interno e nella
termini che, se non avesse ricevuto quell’aiuto,
pericolosa attività di peace keeping all’estero.
non avrebbe neppure continuato la sua carriera in
La seconda parte della serata è stata dedicata alla
Aeronautica. In quegli anni la base aerea di
relazione del Generale Mario Martinelli,
Rimini rivestiva una importanza strategica di
preceduta dalla presentazione, da parte del
rilievo, testimoniata dalla presenza di numerosi
Presidente Fabio Barone, della sua quarantennale
velivoli nella base, importanza che nel tempo si è
carriera. Infatti il Gen. Martinelli, nato a Verona
ridimensionata a seguito della caduta del muro di
nel 1947, nel 1966 è già arruolato nell’Arma
Berlino esattamente vent’anni fa, con il
aerea quale allievo del corso “Eolo 3”
conseguente cambiamento degli assetti strategici
dell’Accademia conseguendo l’anno successivo
e il modo stesso di combattere: non più eserciti
a Lecce il brevetto di pilota d’aereo. Nel 1970
contro eserciti, ma interventi in luoghi a notevole
frequenta scuole di volo in Canada mentre nel
distanza da quelli d’origine, contro terrorismi,
1971 consegue il brevetto di pilota militare dopo
quindi con l’esigenza di grande flessibilità e
aver frequentato le scuole di volo di Lecce e
mobilità. Conseguentemente l’Aeronautica sta
d’Amendola. Nel 1972 è stato assegnato al 5°
cambiando per adeguarsi alle mutate esigenze.
Stormo di Rimini dopo la transizione sul
Poi, per sensibilizzare l’uditorio verso lo spirito
velivolo F 104 presso il 20° Gruppo a Grosseto;
dell’Arma, il Generale Martinelli ha presentato
al termine del 55° Corso Superiore della Scuola
un
breve
filmato
sulla
evoluzione
di Guerra Aerea, frequentato nel 1986-87, viene
dell’Aeronautica, dagli inizi fino all’attuale aereo
assegnato allo Stato Maggiore dell’Aeronautica,
ufficio del Capo di Stato
Maggiore dove opera fino
all’Agosto 1990 per essere poi
trasferito
presso
l’Agenzia
NEFMA. Nel Gennaio 1996 viene
assegnato allo SMA- Quarto
Reparto quale Capo del 4° Ufficio
Infrastrutture del Servizio di
Supporto, dopo un breve periodo
quale Capo del 1° Ufficio. Dal 26
Settembre 2007 è Comandante del
Comando Aeronautica di Roma,
quale ufficiale più anziano del
ruolo delle armi.
Nel corso della sua lunga carriera,
il Generale Martinelli è stato
insignito di varie decorazioni ed
onorificenze:
L’intervento del Presidente del Lions Club Rimini Riccione, Fabio Barone.
Ufficiale Ordine al Merito della
in linea, l’Eurofighter 2000, con in sottofondo le
Repubblica Italiana;
note del “Va Pensiero” che hanno aggiunto
Medaglia Mauriziana per 10 lustri di carriera
militare;
emozione ad emozione: dalle immagini dei primi
Croce d’Oro per anzianità di servizio (40 anni);
aerei, ai grandi Raid che avevano dato meritato
prestigio all’Aviazione italiana, e poi gli aerei
Croce Commemorativa per la Missione di Pace
della seconda guerra mondiale e ancora, quelli
in Kosovo;
del dopoguerra, dei quali i più noti ai riminesi: l’
Medaglia NATO per operazioni nella ex
F84, il G91, il C119 (al quale è collegato il
Yugoslavia;
ricordo dei tredici aviatori uccisi nel 1961 a
Medaglia NATO per operazioni in Kosovo.
56 Vita di Club n.1
43.000 di cui 6.000 ufficiali, 7.000 truppa,
Kindu), l’F104, il Tornado, fino all’aereo non
mentre la massa è costituita dai sottoufficiali,
pilotato e infine gli MX impiegati in Irak, l’ F16
personale estremamente specializzato, tecnico,
di stanza a Cervia, il C136 per il supporto
essenzialmente volto alla gestione dell’aeroplano
umanitario, l’Eurofighter 2000, l’ultimo in linea.
e di tutto quello che ruota attorno ad esso. Il Gen.
In chiusura, dopo le immagini di Vittori, il nostro
Martinelli gestisce gli ufficiali del ruolo delle
astronauta che è a Huston e volerà sullo Shuttle,
armi in quanto è il più anziano di questo settore
quelle della gloriosa pattuglia tricolore.
costituito dal 33% degli ufficiali che sono di
Il Relatore è poi passato ad illustrare schemi
supporto all’attività principe dell’Aeronautica
organizzativi e relative funzioni affermando che
che è quella svolta dai piloti. Infatti - ha ribadito
essenzialmente l’Arma Aeronautica svolge
il generale, quello delle armi è il ruolo di
azione di difesa nazionale salvaguardando
supporto a tutte le attività che fiancheggiano
interessi vitali sia in patria che all’estero sulla
quella di volo: dal settore del traffico aereo,
base di accordi internazionali, al servizio
all’informatica, ai fucilieri dell’aria che svolgono
dell’ONU e della NATO. L’Aeronautica
mansioni difensive, al reparto missilistico,
appronta tutte le forze, dà il servizio logistico e
all’organizzazione degli equipaggi di volo. Ha
cura l’addestramento, è responsabile della difesa
indicato poi la dislocazione degli aeroporti attivi
aerea nel territorio nazionale e nei teatri dove
e le loro specifiche funzioni precisando che a
viene chiamata, sviluppa forze operative; in
Rimini sussiste una entità di soccorso, mentre
Italia in particolare gestisce anche il traffico
Cervia è una base importante della difesa aerea
aereo militare e sviluppa il servizio
assieme a Grosseto, Gioia del Colle e Trapani
meteorologico per tutta la nazione. Dal 1999 non
per la dotazione di aerei intercettori, anche se gli
opera più distribuita sul territorio, ma attraverso
F16 di Cervia e Trapani saranno restituiti in base
funzioni principali: lo Stato Maggiore gestisce
al contratto di leasing con gli USA. Resteranno
un Comando della Squadra Aerea responsabile
operative per queste funzioni le altre due basi
dell’approntamento delle forze e un Comando
con gli Eurofighter 2000, mentre Cervia e
Logistico, responsabile del supporto logistico di
Trapani verranno utilizzati per altre finalità.
tutta l’Aeronautica; ha sotto di sé il Comando
Anche il reparto di soccorso di Rimini verrà
delle scuole per la formazione, l’approntamento
trasferito a Cervia per cui avrà termine la
e l’addestramento delle forze, gestisce le forze
presenza dell’Aeronautica militare nella nostra
operative attraverso l’apposito Comando che
città, in quanto l’attività aeroportuale sarà gestita
attualmente ha sede a Poggio Renatico di
dall’Aviazione
civile,
Ferrara, ma che si
mentre l’AVES rimarrà
trasferirà a Centocelle.
l’unica forza militare
Si è poi soffermato sul
presente in aeroporto. La
Comando delle scuole:
stessa sorte toccherà
l’Accademia
anche ad altri aeroporti;
Aeronautica, la Scuola di
le esigenze sono mutate e
Guerra a Firenze, dalla
anche l’Aeronautica si
quale dipende il Collegio
deve
adeguare
militare,
paritetico a
riconvertendo
alcune
quelli più importanti e di
delle proprie funzioni ora
maggiore
tradizione
più
massicciamente
come
quello
della
svolte all’estero. Dovrà,
Nunziatella
e
del
Morosini. Il Comando Il presidente Galli offre al gen. Martinelli una ceramica ad esempio, provvedere
delle
scuole, di soggetto malatestiano e la rivista Vita di Club del ad attrezzare basi aeree
come si è fatto a Herat
responsabile
Lions Rimini Malatesta.
per dare copertura alle
dell’addestramento,
forze che operano in Afghanistan. Il Gen.
organizza gli stormi per formare i piloti e cura la
Martinelli ha dato informazioni anche sui tempi
formazione degli specialisti con due nuclei anche
e i luoghi della funzione formativa, mettendo un
a Loreto per la scuola di lingue e per la scuola di
accento deciso sugli attuali tagli delle risorse a
perfezionamento dei sottoufficiali.
disposizione dell’Arma che la porterà ad ulteriori
Le risorse umane in campo contano 48.000
riduzioni degli organici. Non saranno certo delle
persone che, escludendo i 5.000 civili, restano in
57 Vita di Club n.1
dimensioni di quando si dovette fronteggiare
l’abolizione della leva militare obbligatoria, ma è
già diminuito il numero degli aeroporti gestiti,
come quello dei velivoli in linea, mentre è
aumentato notevolmente il contenuto tecnologico
dei mezzi in dotazione. Questa curva discendente
delle risorse a disposizione, che investe peraltro
anche le altri Armi, non può continuare
all’infinito, pena la chiusura dell’attività delle
Forze Armate, evento che contrasterebbe con le
aspettative di un Paese come il nostro che ha la
velleità di competere in campo internazionale
con nazioni molto più importanti e più ricche. Si
cercherà quindi di ottimizzare, di trasferire
all’interno attività ora commissionate a terzi, di
adottare altre misure che evitino di varcare il
limite di non ritorno.
Il Gen. Martinelli ha illustrato infine l’attività
dell’Accademia di Pozzuoli, con lo scopo, a suo
dire, di sensibilizzare ciascuno dei presenti,
perché diventi sponsor dell’Arma nei confronti
di figli e nipoti; in effetti il panorama delle
materie di insegnamento è veramente vasto ed
interessante.
Ha espresso anche un pensiero del tutto
favorevole alla presenza delle donne in
Aeronautica usando termini elogiativi per le loro
capacità e per come la loro presenza abbia
portato nell’Arma un clima di sano confronto.
Al termine della sua chiara ed interessantissima
presentazione, svolta con capacità comunicativa
di elevatissimo livello, il Gen. Martinelli si è
reso disponibile a rispondere ad alcune domande
che poi l’uditorio ha posto su argomenti
pertinenti, ricevendo cortesi e circostanziate
puntualizzazioni.
Il Presidente del Club Rimini Malatesta, Antonio
Galli ha chiuso la serata innanzitutto con un
sentito ringraziamento al Gen. Martinelli per gli
argomenti trattati, che ci rendono più tranquilli
sapendo che abbiamo “Angeli in cielo” a
proteggerci, e anche per la piacevolezza del suo
modo di esporre, ed infine con un saluto a tutti
gli intervenuti.
MONDO LIONS
UN PREMIO EUROPEO LIONS A RIMINI
L’
impegno della Provincia di Rimini per
sensibilizzare i cittadini sul tema
dell’affido familiare ha avuto un
riconoscimento ufficiale con la consegna del
Premio “Comunicazione europea 2009”,
promosso dal Lions Clubs International Distretto
108 A.
La campagna di sensibilizzazione “L’affido
porta sorrisi” - promossa dalla Provincia di
Rimini assessorato Politiche Sociali insieme
all’Azienda Usl di Rimini e finanziata dalla
regione Emilia Romagna - è infatti risultata tra le
migliori “best practice” selezionate tra le 80
pervenute a livello europeo.
A ritirare il Premio il 5 novembre scorso a
Milano nell’ambito del Com.Pa (Salone europeo
della Comunicazione Pubblica, dei Servizi al
Cittadino e alle Imprese) consegnato dal
Governatore del Distretto 108 A Antonio Suzzi,
sono stati l’assessore provinciale alle Politiche
Sociali Mario Galasso e la referente per la
campagna Barbara Raffaeli.
Questa la motivazione alla base della scelta dei
giudici: “Per la natura estremamente delicata e
per il duplice taglio, solidaristico e civilistico,
dato al tema trattato dalla campagna volta a
garantire un diritto dei minori a crescere ed
essere educati in un ambiente familiare che
assicuri loro la qualità di vita e le relazioni
affettive di cui essi hanno bisogno. Un’iniziativa
capace di coniugare al meglio la solidarietà
collettiva con la sensibilità individuale”.
Il premio “Comunicazione europea 2009” è stato
istituito nel 2000 nell’ambito delle iniziative a
sostegno dei principi di buon governo e di buona
cittadinanza ed è oggi l’unica iniziativa in Italia
che promuove un benchmarking sulle “buone
pratiche” pubblico-privato a livello nazionale ed
internazionale.
(dal Corriere di Rimini)
58 Vita di Club n.1
RIMINI PROVINCIA
UN BORGO D’ARTE E SAPORI
La tradizionale scampagnata a Talamello, ormai di diritto entroterra riminese.
di ANNA BIONDI
D
omenica 15 novembre 2009 è una tipica
giornata autunnale con i colori giusti:
quello ovattato della nebbia che da
Rimini a Novafeltria copre il paesaggio, quelli
dal giallo al rosso al verde scuro resi vividi dal
cielo sereno che emergono nelle campagne
appena si affronta la
salita che porta a
Talamello. Una volta
arrivati al centro del
borgo scopriamo che
anche i profumi sono
quelli
tipici
dell’autunno:
il
profumo del legno
intagliato, di vimini
freschi
appena
intrecciati, l’odore di
caldarroste
che
aleggia
nell’aria
mescolandosi allo zuccheroso profumo del
croccante di mandorle ancora caldo sulle
bancarelle accanto a montagne di torrone, e al
profumo inconfondibile del formaggio di fossa
che ci accoglie sulla porta come un padrone di
casa onorato riceve gli ospiti venuti a
festeggiarlo. Leggiamo sui dépliants che ci
danno il benvenuto che “da prodotto di nicchia
di una terra
di confine,
l’Ambra di
Talamello
59 Vita di Club n.1
continua a scalare posizioni nella gerarchia
gastronomica e dopo aver conquistato il palato
del Belpaese si prepara ora al grande salto
la sua storia invitiamo un amico che, pur
nell’informalità della riunione, indossa i “panni
curuli” di relatore e ci accompagna nella
attraverso la certificazione di qualità e lo sbarco
a Bruxelles”. Siamo contenti di aver svolto in
qualche modo il ruolo di pionieri poiché da oltre
dieci anni il Lions Club Rimini Malatesta è
presente alla festa con soci, familiari, amici di
altri club e personali: veniamo ad acquistare il
formaggio di fossa e a nutrirci di cibo e cultura.
Infatti i sapori li apprezziamo come sempre a
Casa Tomasetti che ci accoglie familiarmente col
suo menu genuino che sa di casa, non di
ristorante; infatti ci sembra sempre che in cucina
ci sia ancora per noi la mamma (Rosa), che fa i
tortelli, la mamma (Giovanna) che fa i cappelletti
e la zia (Assunta) che fa i dolci. Beh, anche una
nota di malinconia fa parte dell’atmosfera
autunnale! Ogni anno per conoscere Talamello e
scoperta o riscoperta di eventi storici o artistici.
Quest’anno è con noi il prof. Giovanni Gentili,
Melvin Jones per i suoi meriti culturali, che ci
parla dello splendido Crocefisso del Trecento
conservato sull’altare maggiore della seicentesca
parrocchiale di S. Lorenzo e oggetto di grande
devozione nel corso dei secoli perché
considerato miracoloso per tante inspiegabili
guarigioni avvenute. Dopo un caloroso saluto ai
65 presenti il
presidente
Antonio
Galli gli dà
la parola.
LA CROCE DI GIOVANNI DA RIMINI
Agli esordi del trecento riminese.
di GIOVANNI GENTILI (appunti
P
tratti dalla conversazione)
oiché mi è stato chiesto un breve
intervento di carattere storico-artistico,
mi piace ripuntare l’occhio su un
documento eccezionale che abbiamo
appena visto partecipando alla Messa in S.
Lorenzo: è la Croce di Giovanni da Rimini.
Siamo agli esordi della pittura riminese del
Trecento, non sappiamo esattamente quando,
perché l’opera non è datata. Giovanni firma la
sua prima opera probabilmente nel 1309 o 1314
(la lettura della data è controversa) a Mercatello
sul Metauro: si tratta di una Croce gigantesca
che è il suo capolavoro, sicuramente successiva a
questa di Talamello, che quindi la precede.
L’antecedente della pittura riminese, e quindi
dell’opera di Giovanni e della Croce di
Talamello, è la presenza di Giotto a Rimini che lo sappiamo dal Vasari - dipinse “moltissime
cose” nella ex chiesa di S. Francesco, oggi
Tempio Malatestiano. C’è rimasta, dopo varie
vicende e i rimaneggiamenti provocati dal
rifacimento albertiano della chiesa, la grande
Croce che ora si trova nel catino absidale, mutila
dei tabelloni laterali sul braccio traverso e su
quello longitudinale. È una Croce rivoluzionaria
rispetto all’arte duecentesca: una rivoluzione che
Giotto compie grazie al suo genio e anche grazie
all’influenza degli ordini mendicanti, in
particolare dei francescani nel nostro caso, ma
anche dei domenicani o degli eremitani
60 Vita di Club n.1
agostiniani, come nel caso di Talamello. Il Cristo
raffigurato morto sulla croce cambia fisionomia:
dalla fisionomia di carattere orientale, splendido
artificio pittorico però privo di attenzione ai tratti
naturalistici, alla rappresentazione di un’umanità
dolente, come tale riconoscibile in questo
capolavoro che Giotto esegue probabilmente
mentre, lasciati i cantieri di Assisi, se ne va verso
Padova, dove lavorerà alla Cappella degli
Scrovegni e alla Basilica del Santo. La Croce di
Talamello segue di pochi anni quella di Giotto e
proviene dalla chiesa del Poggiolo, località nei
pressi di Talamello, una chiesa officiata dagli
agostiniani, una sorta di “ordine” mendicante, i
cui membri praticavano l’eremitaggio, cui la
chiesa serviva come punto di riferimento per le
celebrazioni liturgiche comunitarie. Sono questi
a commissionare la nostra Croce ad un pittore
riminese, identificabile con Giovanni grazie alle
grosse similitudini che il Cristo in questione ha
con l’opera firmata di Mercatello. Il pittore
conosce sicuramente la Croce di Giotto e ne
riprende punto per punto le linee, inserite però
all’interno di una carpenteria più arcaica. Giotto
elabora la forma della Croce rinnovandola anche
nella forma della carpenteria. La carpenteria
della Croce di Talamello è arcaica perché
costituita dal grande corpo centrale, dipinto in
terra verde scuro, su cui si incastra,
preziosissima, la croce blu notte che si intravede
appena grazie alla fascia più chiara del braccio
traverso della croce; i tabelloni angolari sono
quadrangolari invece di essere mistilinei, come
accade in Giotto; il corpo di Cristo sembra quasi
sospeso sulla croce pur essendo inchiodato,
leggerissimo, quasi incorporeo; il volto è
giottesco, di altissima qualità pittorica. Il nostro
Giovanni da Rimini rivela ancora una sorta di
arcaismo anche nella forma, ad esempio nei
volumi e nel loro disegno. Giotto è più “gotico”
e lo dimostra nel suo segno più incisivo, nel
disegno che delinea in maniera puntuale le forme
del Cristo morto, come si nota, ad esempio, nel
disegno del costato, dalle costole più
pronunciate, il ventre appiattito dallo spasimo
della morte. Splendido e straordinario è dunque
il volto del Cristo di Talamello, calibrato su
quello del Cristo di Giotto, che è il prototipo di
una serie di volti, tipici di tutta la scuola
riminese. Se il capostipite della scuola riminese è
Giovanni – per quanto ne sappiamo ad oggi - è
molto probabile che già operi con lui un anonimo
maestro che potremmo identificare forse con
quel Zangolo - un nome per certi versi
sorprendente, dal sapore quasi veneziano - che i
documenti attestano come pittore, ma di cui non
abbiamo ancora opere firmate. La grandiosa
Croce di Giovanni, oggi nella chiesa di S.
Francesco
a
Mercatello,
perfettamente
conservata, reca la firma del pittore nella tavola
collocata ai piedi della croce stessa. È più tarda
di quella di Talamello e conserva anche nella
carpenteria l’impronta giottesca in maniera
straordinariamente puntuale. La forma dei
tabelloni polilobati, che ospitano i Dolenti, la
Vergine a sinistra e Giovanni a destra, e il Cristo
benedicente al di sopra della croce stessa, è
inventata da Giotto, che la riproporrà di qui a
poco in Padova, nella Cappella degli Scrovegni
(la Croce è oggi conservata ai Musei civici di
Padova). Lo stesso tappeto o tessuto dipinto a
disegni geometrici, che sottostà al corpo di
Cristo, è di squisita derivazione giottesca. Qui è
evidente l’evoluzione, il cambiamento di
Giovanni rispetto a quanto prodotto nella Croce
di Talamello; il pittore modula il corpo del Cristo
in maniera estremamente raffinata ed elegante,
secondo lo stile gotico: le membra si allungano,
mentre il corpo acquista in corporeità, in volume,
grazie all’incidenza del
segno, alle ombreggiature,
ai giochi di luce e al
colore straordinario della
pelle cadaverica del corpo
magro, stretto e allungato.
Di contro, il Cristo di
Talamello presenta un
61 Vita di Club n.1
corpo più solido e più legato alla tradizione
duecentesca, tradizione che purtroppo è
impossibile documentare perché nessuna opera
duecentesca si è conservata nel territorio
riminese. C’è attivo nei pressi, a Faenza e
altrove, il cosiddetto “Maestro dei Crocefissi
francescani”, ma ciò non basta ad indagare con
puntualità i gradini, i livelli vari per cui ha
origine questo straordinario mutamento, che è
possibile rilevare nei pressi, tra Marche, Umbria
e Toscana. L’ultima Croce che vediamo è quella
di S. Agostino di Rimini, chiesa anch’essa
dell’ordine degli Eremitani agostiniani, come
quella del Poggiolo,
per l’esecuzione della
quale ci si è affidati
alla stessa scuola
pittorica; o meglio, come dicono le fonti, ad una
sola famiglia di pittori. Studi molto recenti
tendono a retrodatarne l’esecuzione: anziché
intorno al 1325, potrebbe essere invece molto
vicina alla Croce di Giotto e quindi vicinissima a
quella di Talamello. È opera, forse, di Zangolo,
secondo alcuni, o del “Maestro del coro di S.
Agostino” come altri
storici dell’arte
definiscono l’anonimo pittore, altro interprete
della Scuola riminese, che sarà destinata ad un
folgorante successo, ma anche ad una vita assai
breve, poiché nel 1348,
verosimilmente a causa
della peste, l’attività
pittorica della scuola
avrà un brusco termine.
62 Vita di Club n.1
PENSIERI&PAROLE
E ANCORA UNA VOLTA È NATALE
di FRANCA MARANI
N
on voglio certo aggiungere voce ad
una polemica riguardante le nostre
radici cristiane, ma fare una semplice
riflessione su questo tempo dell’anno,
segno di festa e momento speciale. Natale: la
parola stessa ci richiama ad una nascita, quella
del Dio che si fa bambino indifeso, condividendo
la nostra umanità. Perché non regalare ai nostri
piccoli la gioia dell’attesa, la dolcezza del fare il
presepe, la magia della Notte Santa? Perché
cancellare l’usanza del presepe nelle scuole
materne? Indipendentemente dal fatto che si sia
credenti o no, la nascita di Gesù è un’indiscussa
realtà storica, lo scorrere del nostro tempo viene
computato partendo da questa nascita (prima e
dopo Cristo) e gli stessi musulmani la
riconoscono, anche se ritengono sia la nascita di
un grande profeta e non del figlio di Dio. Il
presepe, la veglia di Natale, il calendario
dell’Avvento sono segni che riconducono ad un
evento, un grande evento; farne partecipi i
piccoli significa non già condizionarli
ideologicamente, ma regalare loro momenti dolci
da ricordare, attimi preziosi in cui vivere il
calore familiare, situazioni in cui respirare valori
quali bontà, gratuità, affettività. Il piccolo
neonato nella paglia apre le braccia al mondo
ispirandoci all’accoglienza degli altri più di
quanto non accada quando è volutamente
ignorato e cancellato. Alla formazione dei
bambini giova molto più
riflettere sul significato del
Natale che è amore piuttosto
che viverlo in chiave distorta
come abbuffata di dolci e
regali. A questo servivano le
tradizioni
della
nostra
infanzia che via via si stanno
perdendo. Le letterine ornate
di angioletti piene di buoni
propositi messe sotto il piatto
dei genitori al pranzo natalizio sono scomparse.
L’anno scorso, avendo la mia nipotina imparato
a scrivere, ho
voluto
recuperare la
consuetudine e
– francamente
con poca speranza – ho chiesto se ne avessero in
cartoleria. Con grande sorpresa mi sono sentita
rispondere subito – Certamente – ma ben presto
è subentrata la delusione quando mi è stata
presentata una letterina con l’iconografia di
Babbo Natale predisposta per chiedergli i doni.
Così i calendari dell’Avvento, invece delle
finestrine da aprire giorno dopo giorno, sono
diventati cioccolatini ed anche quando
sopravvivono le finestrine è sempre più difficile
trovare come iconografia generale la Natività,
sostituita da Babbo Natale o dall’Albero di
Natale carico di doni. A Natale i doni
dovrebbero essere quelli scambiati tra i
componenti della famiglia come segno d’amore,
doni non costosi, ma pensati con amore, studiati
con cura per il destinatario; il Babbo Natale che
porta una moltitudine di doni che i piccoli
scartano con velocità sorprendente, quasi
voracemente, e poi abbandonano altrettanto
rapidamente non appartiene alla nostra tradizione
ed allontana il pensiero del significato di una
festa che è appunto Amore. Lasciamo i doni alla
Befana quando all’Epifania i Re Magi portano
doni a Gesù. Il Dio-bambino apre le braccia al
mondo come il Dio-uomo
appeso
alla
croce;
indipendentemente
dall’appartenenza religiosa,
è segno di amore per tutti, di
quell’amore che si sta
perdendo nella frettolosità
dell’incontro poco attento,
nel disinteresse per l’altro,
nella chiusura in un egoismo
personale
che
ci
fa
dimenticare la gioia più grande: il dono della
gratuità.
63 Vita di Club n.1
per un meraviglioso Natale nella serenità e gioia della famiglia
e per un Anno Nuovo pieno di salute, felicità e prosperità.
Bernardino Zaganelli (Cotignola 1495 - Imola 1519), Madonna con il
Bambino e San Giovannino, Tavola, cm. 60 x 46. Acquisito nel 1996 (asta
Dorotheum, Vienna) dalla Banca Carim Spa; in deposito presso i Musei
Comunali di Rimini ed esposto nel Museo della città.
I
II
Fig. 1 - Complesso
devozionale, Targa con
due cornici in maiolica
dipinta in policromia;
Rimini, 1589 – 1776.
(foto di Piero Delucca)
Fig. 4- Paolo Veronese, Il Martirio di San
Giuliano, part., 1587. Rimini, Chiesa di San
Giuliano.
III
Fig. 17 – Stemma Rigazzi
Fig. 8 – Marco Marchetti, Cena in casa del Fariseo, olio su tavola;
1573 ca. Faenza, Pinacoteca
Fig. 15 - Marco Marchetti, Coppa istoriata,
part., maiolica, 1549. Rimini, proprietà
privata.
Fig. 12 - Marco Marchetti, Grottesche, part.,
affresco; 1566. Faenza, Voltone della
Molinella.
Fig. 11 - Raffaello e aiuti, Grottesche, part., affresco; 1516. Roma,
Loggetta del Cardinal Bibbiena.
IV
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Lattanzio da Rimini (not. 1485 - 1527), Sacra Conversazione