MATERIA
STORIA CONTEMPORANEA
PROFESSORE
PAOLO COLOMBO
ANNO DI CORSO
NOTE
Appunti “L’Identità italiana”
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L' IDENTITA' ITALIANA
La cultura
Secondo Machiavelli nella composizione e fusione dello Stato nazionale moderno è determinante
l'unità territoriale, linguistica e culturale.
L'elemento naturalistico della terra e del sangue viene precocemente innestato in Italia nella cultura,
grazie all'eredità politico-giuridica di Roma, e alla cultura classica latina e della Magna Grecia
italica. Tale eredità classica ha conferito una specifica caratteristica alla storia degli italiani,
divenuti storicamente i rielaboratori e i ripropositori di quella eredità di fronte alle nuove fasi
dell'evoluzione europea. Su questa eredità si è sostanzialmente strutturata la muscolatura della
civiltà italiana.
Fondamentale è, soprattutto, la lunga comunanza della civiltà latina che non solo ricopre per secoli
l'intera penisola, ma riceve impulsi da tutte le zone d'Italia. La cultura latina annovera nel nord
d'Italia Plinio, Virgilio, Livio, Catullo; al centro Persio, tacito, Properzio, Cicerone, Varrone,
Cesare, Marc'Aurelio; al sud Ennio, Pacuvio, Sallustio, Ovidio, Stazio, Lucilio, Orazio.
Questa secolare sedimentazione di una comunità di cultura si traduce in particolare nel potente
ruolo che svolge in Italia la memoria del mondo classico che sta alla base della nostra cultura
moderna. Si può addirittura parlare di un operante culto della memoria che accompagna in Italia la
formazione della modernità. Leopardi definisce la memoria "conservatrice della sapienza" e anche
ai nostri giorni la memoria resta un punto fermo dell'intellettuale italiano se Primo Levi dice che "la
memoria è un dovere" e Leonardo Sciascia afferma addirittura che "la memoria è la nostra
religione". Ma quel che è vero per gli intellettuali non è vero per la cultura diffusa, la quale vive
piuttosto sotto il peso delle delusioni secolari della nostra politica che all'ombra dell'eredità classica.
Sul piano della politica si accumulano per secoli tragedie nazionali e invasioni straniere. Si
aggiunga che proprio la frammentazione politica durata per secoli determina in Italia una singolare
evoluzione della comunicazione linguistica: la nostra lingua letteraria evolve, notò Foscolo, come
lingua scritta e non parlata mentre i dialetti diventano i mezzi usuali dello scambio linguistico. Ciò
non soltanto isola l'alta cultura, ma trattiene la massa dei parlanti negli ambiti ristretti di una cultura
localistica e folklorica. Anche da qui i limiti e i ritardi del moto unitario risorgimentale.
Acutissimo, a questo proposito, il giudizio che pronuncia Foscolo sull'Italia e specialmente sul
rapporto fra cultura alta e cultura diffusa, fra lingua letteraria e lingua parlata. La lingua è per
Foscolo il fondamentale meccanismo di costruzione della comunità nazionale, il nesso di
collegamento tra scrittori e parlanti, tra colti e incolti, tra intellettuali e popolo. Per Foscolo la
"lingua italiana è sempre stata puramente letteraria" essenzialmente perché è sempre stata profonda
la distanza fra cultura e popolo. Ciò ha avuto due conseguenze: la lingua letteraria e la cultura si
sono chiuse in un rigoroso e astratto formalismo mentre la cultura popolare è rimasta mediocre,
"dialettale". E', questo, il doppio malanno storico dell'astrattismo della nostra cultura e del
particolarismo della nostra vita pratica. Qui, secondo Foscolo, si radica anche il municipalismo
antinazionale che ha bloccato l'unificazione del Paese nelle "animosità provinciali che sono sempre
eccitate dai governi in ragione di quanto possano giovare a tener la nazione disunita".
Per l'Italia unita, poi, la cronaca di un secolo e mezzo comporta il succedersi di regimi politici che
eliminano intere classi politiche. In simili condizioni si radica negli italiani un profondo scetticismo
politico. Esso alimenta uno spirito di privatizzazione del pubblico che si manifesta in quel doppio
sovversivismo indicato da Gramsci: sovversivismo dall'alto che strumentalizza la legge e
sovvversivismo dal basso che la elude furbescamente. Inoltre tale scetticismo civico provoca un
vuoto di memoria, una "oblivione delle cose", come già la chiamava Machiavelli, che rischia di
ridurre l'Italia a "paese dei contemporanei" (per riprendere un’efficace espressione di Ugo Ojetti
poi rilanciata da Indro Mondanelli) dimentichi del passato storico e della cultura. Così la mancanza
diffusa di spirito civico si è storicamente collegata a una diffusa incultura. Mediocre continua ad
essere l'interessamento delle masse sia ai fatti politici,sia alla cultura letteraria e artistica e persino
alla spiritualità religiosa.
La Chiesa
Molti storici laici sono portati a spiegare la mancata unificazione dell'Italia con la mancata riforma
religiosa. Machiavelli ha accettato in linea di massima che l'unificazione potesse essere realizzata
persino dalla Chiesa e l'ha rimproverata, semmai, per non averla realizzata e per aver impedito che
altri la realizzassero. Oggi però si può notare che in realtà la Chiesa non poteva unificare l'Italia
senza venir meno alla sua vocazione ecumenica e senza sposare una specifica causa nazionale.
Inoltre, ogni candidatura all'unificazione veniva a scontrarsi con la necessità di travolgere lo Stato
della Chiesa e suscitava in questa, pertanto, una forte reazione non solo politica, ma religiosa che
riusciva a mobilitare grandi forze tanto in Italia quanto fuori dall'Italia.
A ridosso dell'unificazione la Chiesa si trovò coinvolta in uno scontro diretto con lo Stato, nel
momento in cui questo si avviava a controllare anche le scuole private per coinvolgerle direttamente
nella nuova festa dello Statuto. La reazione della chiesa fu dapprima di ferma opposizione, e spesso
si tradusse nella polemica ripresa di premiazioni e feste del catechismo, caratterizzate dalla
distribuzione di oggetti di vestiario, libri e talvolta medaglie, che si tenevano con grande solennità,
accentuata dalla presenza dei vescovi. Il problema, inoltre, era reso più complesso dalla presenza di
numerosi religiosi che insegnavano nelle scuole pubbliche. Nel 1860 il vicegovernatore di una
provincia di Torino aveva chiesto ai sindaci di segnalare i nominativi di sacerdoti insegnanti che si
fossero rifiutati di partecipare alla festa. Di fatto, episodi di rifiuto si erano già verificati nel
decennio di preparazione proprio a Torino dove don Bosco si era rifiutato di fare "comparsate"
sfilando alla testa dei suoi ragazzi per la festa dello Statuto e aveva preferito organizzare un piccolo
festeggiamento tutto interno al Cottolengo acquistando pane, salami e persino bottiglie di vino
destinate ai ragazzi con i fondi assegnatigli per fare luminarie. (1) L'oratorio era dunque restato muto
e buio verso l'esterno: la protesta aveva assunto la forma di un silenzio.
Nei primi anni dopo l'unità, nel quadro della più generale tensione dei rapporti tra stato e chiesa, si
verificarono talvolta episodi di tensione. Alcuni comuni, come quello di Bergamo, esclusero dalle
premiazioni gli alunni che non si erano recati a scuola nelle festività religiose civilmente soppresse
mentre 2.131 padri e madri di famiglia firmavano una petizione affinchè queste feste -tra le quali
spiccava il Natale- venissero ripristinate anche come feste civili. Più clamoroso fu il caso del
sacerdote bolognese Alessandro Aratta che nel 1862 fu costretto a dare le dimissioni da direttore
delle scuole pie perché "non volle fosse posto nel suo stabilimento il busto di S.M. Vittorio
Emanuele". (2) Ad ogni modo, sembra che finì per trionfare l'arte del compromesso.
Roma capitale d'Italia
Tutte le potenze mondiali hanno costruito un giorno la loro grande via monumentale, "quella che
poteva dare uno scorcio prospettico dell'infinito impero". Anche l'Italia ha prodotto forme
celebrative urbanistiche e monumentali per esprimere un suo specifico pedagogismo politico.
Il 1861 è l'anno dell'Unità d'Italia; parve necessario, a riguardo, battere il tasto del dovere patriottico
verso Roma, intesa come fattore di rafforzamento e coordinamento dello Stato: Roma "arena" delle
"lotte pacifiche e benefiche del genio molteplice delle città italiane"; "fuoco ove convergono le virtù
italiane, ove potrà solo restare intatto il fascio delle nostre forze"; "fastigio dell'unità nazionale",
"convegno di tutta Italia","municipio nazionale", "voto ardente
esupremo d'Italia", insomma,
capitale speciale rispetto alle altre, poiché vera e propria "chiave di volta del nostro edificio, […]
base fondamentale della nostra unità". (4)
E' interessante, a tal proposito, confrontare tre testi esemplari, pur pensati a distanza di anni, di tre
diversi intellettuali, -De Amicis, Boito, Bersezio-, sopra un medesimo argomento: come potrà
accordarsi il carattere architettonio e monumentale della città del Papa alle esigenze di capitale del
nuovo Regno.
Edmondo De Amicis, corispondente dell'"Opinione", scriveva da una Roma appena ricongiunta
all'Italia:
Sembra una città ordinaria guardata a traverso d'una lente che ne ingigantisca i contorni. Si direbbe che le case, le
piazze, le chiese, le fontane, le scale, le colonne, tutti i monumenti di Roma sono stati fatti d'una razza d'uomini
fisicamente grande il doppio di noi.
Sotto l'influenza di impressioni così potenti, l'entrata delle truppe italiane liberatrici sembra
trasfigurarsi in una sorta di tour de force turistico. I soldati giunti a Termini, dove appunto sorge
una di quelle fontane così gigantesche e fantastiche, sembrano stupefatti. I romani domandano a
queste truppe eccitate l'impressione sulla città:
Cosa rispondere? I soldati non rispondono che: Roma! Roma!
Il secondo testo è dell'architetto e accademico Camillo Boito. Siamo ormai alle ultime luci del
potere temporale dei papi e Boito riferisce una conversazione con il pittore Ippolito Caffi. Il clima è
assai diverso dal primo scritto: giudizi simili generano reazioni opposte. All'ingenuo entusiasmo
deamicisiano fa riscontro un'inquieta perplessità, un vero e proprio disagio. Confessa Boito
all'amico:
Sono tutto ilare nel pensiero di scapparmene via, dopo sei mesi, da questa città, dove l'arte mi si è rivelata gigante. […]
Nella città de' Cesari e de' Papi non ci potevo più vivere. Sentivo tre civiltà sul mio dorso: ero affranto, accasciato,
briaco, ebete.
La bellezza di Roma, città dalle memorie soverchianti, è così "faticosa e imponente" da far bramare
paesaggi assolutamente naturali, in pefetta antitesi allo spirito della città papale, tutta costruita,
lavorata dai secoli.
Fin qui Boito. E da ultimo, ancora un letterato e un giornalista, Vittorio Bersezio:
Roma ha questo strano mirabile privilegio che rappresenta sempre un principio, e che il mondo lo sa, anche quando non
capisce, non discerne bene questo principio qual sia. Roma antica, Roma del medio evo, Ro ma moderna parlano tutte
un linguaggio, hanno tutte un significato,un precetto: anche non sapendolo interpretare, voi rimanete attoniti,
sovrappesi, quasi spaventati dinanzi.
Di nuovo sorpresa, stupore; in questo caso addirittura spavento: quel misto di "riverenza e di
affetto" che si prova avvicinandosi alla città attraverso il deserto della campagna, quel "non so che
onde siete attratti e che nel medesimo tempo vi sgomenta".
Roma va dunque guardata "nelle tradizioni antiche e nella vita moderna, nella sua natura di città
ideale che ha da incarnare innanzi al mondo il concetto della Italia risorta".
Bersezio sembra provarsi a saldare l'entusiasmo di De Amicis e il pessimismo di Boito.
De Amicis, con sicuro intento propagandistico, si era assegnato il compito di rappresentare non
soltanto l'ineluttabilità dell'andata a Roma, ma anche quella del trasporto della capitale; egli inoltre
addita la riforma urbanistica di una Roma ormai congiunta all'Italia, affermando la pieghevolezza,
la plasticità di una materia urbana, pronta ad essere manipolata per dar lustro ai compiti di nuova
capitale a cui essa è chiamata dal destino.
Tutto opposto l'atteggiamento di Camillo Boito. Secondo lui in Roma il passato è troppo grande
"perché resti l'agio di fantasticare per essa un tempo al di là da venire". L'architettura passata, la
romana o quella pontificiale, non era mezzo per "panneggiare le spilorcie necessità materiali";
esprimeva fini che, quali che fossero, servivano all'arte: vi si riflettevano, esprimendo "bisogni
materiali assai semplici e bisogni ideali assai gagliardi". Ora accadeva esattamente l'opposto,
trovandosi "bisogni ideali assai fiacchi e bisogni materiali prepotentissimi".
Nel 1881 la discussione della legge per il Concorso dello Stato nelle opere edilizie e di
ampliamento della capitale del Regno portò alla nascita di un vero e proprio dibattito nel quale si
venivano affrontando, e sempre più chiarendo, due inflessioni nettamente distinte del sentimento
patriottico nei confronti del destino e della trasformazione di Roma.
Per una di esse il valore simbolico della città restava tutto inscritto nel suo passato, più che
sufficiente ad assicurare, nel culto delle memorie, una risonanza emotiva tanto vasta da far
rigorosamente distinguere l'impronta eterna di Roma dalla sua odierna caratterizzazione di capitale
d'Italia.
La seconda posizione, invece, quella dei favorevoli al progetto, non soltanto partiva dal presupposto
della necessità di congiungere i destini passati di Roma a quelli presenti, ma quasi riassmendo la
tradizione della grandezza di Roma con la funzione e il ruolo suo di nuova capitale, si impegnava di
conseguenza nella ricerca attiva di una rappresentatività esplicita,e soprattutto inedita, di questa su
quella.
Non era dunque affatto per estrinseca polemica che l'on. Massari ammoniva non trattarsi, nella
questione del Concorso, né d'un fatto meramente finanziario e neppure d'un problema municipale,
quanto piuttosto dell'obbligo, diceva, di soddisfare "a una questione elevatissima di interesse
nazionale", che sovrastava tutti i partiti:
Noi siamo venuti a Roma e ci staremo; per conseguenza tutto ciò che facciamo per Roma lo facciamo per l'Italia. Ciò
che facciamo per Roma è l'esplicazione del nostro programma nazionale.
Disse di rincalzo un deputato di Roma, l'on. Oliva:
Si, Roma è divenuta la casa della Nazione. […], il popolo romano si è fuso colla nazione e con essa si è trasfigurato.
Roma si è trasfigurata nella capitale del regno italiano; non è più il municipio, non è più il patriziato, non è più la
teocrazia, è la nazione, è l'Italia.
La lunga e faticosa genesi del piano regolatore di Roma, degli studi preparatori del primo,
attraverso l'esame delle varie commissioni, fini all'approvazione e alla sanzione legislativa del
secondo, ci parla di questa definizione, di questo affinamento e arricchimento progressivo e,
insieme, dello sviluppo dell'idea di una città che tutt'intera fosse messa in grado di esibire il segno
di un'esplicita monumentalità simbolica, concretamente realizzata attraverso quella vera e propria
campagna di grandi concorsi, costruzioni pubbliche e riassetti viari che, tra il 1875 e il 1895,
ridisegnò il volto della capitale. La Nazione unita impresse il suo sigillo a Roma con una violenza
sovvertitrice che difficilmente si poteva presagire dal modesto rumore dell'impresa militare grazie
alla quale la città era stata congiunta all'Italia. Franò l'assetto policentrico della città papale, durato
per secoli; sulle sue rovine si insediò la capitale del Regno, il cui punto di irradiazione fu situato ai
piedi del Campidoglio, in piazza Venezia: luogo materiale ma anche altamente ideale, dal momento
che si decise di erigere là, nel nome di Vittorio Emanuele, la mole ingombrante del monumento
all'Unità e Libertà d'Italia. A tal proposito Camillo Boito ammoniva:
Ora il monumento ha da esprimere tutto ciò [ la marcia trionfale dell'Italia nella storia recente] come un libro, o meglio,
come la sinfonia di un'opera musicale, la quale accoglie i sé l'essenza dell'intera composizione, ricordando i motivi
principali, concentrando le passioni, i concetti, i colori dell'ampio quadro drammatico in una breve sintesi potente. Il
monumento è una specie di sintesi storica, una filosofia della storia incarnata nelle rappresentazioni reali e simboliche.
La città, le vie, le lapidi
In Italia, come era avvenuto nella Francia della Rivoluzione, la "rivoluzione denominativa" (in
riferimento a vie e piazze) è coerente e ha un effetto di omologazione su base nazionale. Lo rileva
con sarcasmo la "Civiltà Cattolica":
Voi passate da una città all'altra, e in tutte sempre, irrevocabilmente, siete costretti a traversare una via XX novembre
che fa capo a una piazza Plebiscito donde voltate in un corso Vittorio Emanuele che sbocca in una piazza
dell'Indipendenza dalla quale si svolta in una via Garibaldi dalla quale si svolta in una via Cavour. (4)
In base a questa nuova toponomastica che antepone glorie recenti a memorie antiche, vengono
ribattezzati i nuovi viali di circonvallazione, le arterie che portano al cuore del tessuto urbano, molte
piazze significative, sotto il segno della nazione.
Che la città, proprio in quanto organismo urbano e operosa comunità di abitanti, assurgesse assai
precocemente a luogo simbolico di affratellamento patriottico, quasi una sorta di punto di verifica e
di costruzione per il reciproco scambio d'un moderno sentire unitario, è attestato dalle iniziative
fiorite molto presto tra vari municipi per favorire, con l'organizzazione di "corse di piacere" in
ferrovia a prezzi fortemente scontati, visite incrociate di comitive da un comune all'altro.
Ricreazione e patriottismo si vengono coniugando indissolubilmente in questo aurorale turismo di
massa. Particolarmente memorabili furono le accoglienze milanesi ai "fratelli" di Firenze e di
Ancona. Ricevuti all'arrivo dalla banda della Guardia Nazionale, qualche centinaio di viaggiatori
vennero salutati con entusiasmo da una gran folla assiepata alla stazione, sui Bastioni e sul corso di
Porta Venezia e quasi accompagnati a forza a godere della città e dei concerti dati in loro onore
sulle pubbliche piazze. Nessun dubbio che, ritornati ai loro paesi, avrebbero recato la testimonianza
dello spirito di patriottismo, di quella "gioia di appartenere alla grande madre Italia", di quella "fede
nell'unità della Nazione" dei milanesi, di cui, del resto, essi stessi avevano dato "splendida prova",
votando l'annessione; avrebbero verificato che "l'Italia non ha più che un cuore, le distanze più non
esistono: tutti ci amiamo, non siam più che una sola famiglia". (5)
In questa costruzione delle città come luogo visivo di patriottismo e di testimonianza delle glorie
nazionali rientrano, come già accennato, anche l'opera di riordinamento e la razionalizzazione della
toponomastica cittadina. Fu un mutamento complesso che spezzò abitudini secolari, introdusse
modifiche rilevanti nell' "arredo urbano", propose una simbologia assai diversa da quella
tradizionale, così legata alla religione, ai mestieri, alla peculiarità dei luoghi. Né si trattò, almeno
all'inizio, di un processo tranquillo e senza resistenze se, persino nel caso di Milano, la
Commissione, nominata dal Consiglio comunale nel 1865 , fu costretta anche da un vivace
dibattito, a ridimensionare la portata della novità. Furono sostituiti quaranta toponimi e ne vennero
creati venticinque nuovi; si conservarono, accanto agli antichi toponimi di "Verziere", "Carrobbio",
"Ponte Vetro", anche quelli di "Cordusio" e "Croce Rossa". Per la numerazione, scartato il sistema
americano della divisione a decametri degli assi delle vie, venne adottato quello europeo: sul lato
destro i numeri pari, sul sinistro i dispari, assumendo come riferimento il meridiano passante per la
guglia del Duomo o la perpendicolare ad esso. Le glorie e le memorie cittadine o nazionali si
sarebbero richiamate a vicenda: Legnano vicino a Goito o a S.Martino; attorno alla Galleria
Vittorio Emanuele sarebbe stato raccolto l'omaggio ai letterati-patrioti (a Manzoni, ancora vivente,
era promessa per il futuro parte di via Santa Margherita). Tra le nuove arterie spiccavano la via
Carlo Alberto, "autore della libertà costituzionale" e, tra quelle riformate, la via Torino, in segno
d'affetto per una città cui Milano si sentiva legata "da un indissolubile segno di gratitudine". (6)
Accanto alla titolazione delle piazze e delle strade, non minore importanza assunse l'intensa
disseminazione di lapidi e targhe commemorative di uomini illustri nell'arte, nella scienza e nella
politica, come perenne incitamento alle virtù civili.
Importante, a tal proposito, fu la costruzione delle due chiesette di San Martino e San Pietro a
Solferino dove furono trasferiti, su carri adorni di fiori, con trasporti collettivi, che si trasformarono
in vere e proprie continuate manifestazioni patriottiche, i resti dei caduti di una sanguinosissima
giornata, quel 24 giugno 1859, quando più furiosa si accese la mischia tra piemontesi e austriaci.
All' inaugurazione, nel ventunesimo anniversario della battaglia, assistettero anche i rappresentanti
dei due imperatori francese e austriaco; pronunciò il discorso il ministro della Guerra.
Si legge in tale impegno la volontà, risoluta e quasi caparbia, di costituire attorno ai luoghi della
battaglia una perenne atmosfera di venerazione, di religiosità patria, per farne un sito di
pellegrinaggio elegiaco e di meditazione, unico i Italia, e , per certi aspetti, unico al mondo. Inoltre
si istituirono dei premi da estrarsi in San Martino, la prima domenica d'ottobre di ogni anno, a
beneficio dei feriti di tutta la campagna o, se defunti, delle famiglie. Non c'era dubbio che la
cerimonia del sorteggio, in un giorno prescelto per assicurare il massimo concorso delle autorità e
delle popolazioni, sarebbe diventata un appuntamento tradizionale e, insieme, specialissimo, sul
luogo stesso dove era nata "l'indipendenza italiana" costituendo "ben presto la festa patriottica per
eccellenza". Il timore che col tempo essa potesse però illanguidirsi portava a formulare la proposta
di istituire un concorso aperto a tutti i cittadini italiani, da tenersi il giorno dell'estrazione dei premi,
consistente nelle risposte a domande di storia patria su un testo a mo' di catechismo, compilato ogni
anno per l'occasione e diffuso con congruo anticipo. (7)
Quest'idea di fornire agli ossari un adeguato contorno celebrativo, con l'intreccio di una serie di
ricorrenti manifestazioni patriottiche, non era, per dir così, che il prolungamento di un altro
progetto: quello di dotarli d'una degna cornice monumentale. A tal fine servirono i già ricordati
giardini, detti "sacri" per denominazione popolare. All'ombra delle loro seimila piante, era permesso
a chi lo desiderasse porre un ricordo marmoreo a un caduto. (8)
"Sul luogo che appartiene virtualmente a tutta l'Italia, sul luogo santificato dal sangue di mille e
mille caduti per l'indipendenza della Nazione intera, con a capo il Re unificatore" -San Martino- si
ergeva un monumento veramente nazionale, non come quelli che, decretati dai comuni, servivano al
doppio scopo di onorare il sovrano e di accrescere il decoro "alla città o al centro dove si raccolsero
i mezzi"; era il luogo in cui si affollavano memorie patriottiche e a cui dovevano ispirarsi propositi
generosi: la Torre momumentale, un segno imponente che corrispondeva all'intento di attribuire alla
località stessa un valore monumentale. (9)
Si è parlato fin qui di processioni e commemorazioni con nuove lapidi e monumenti alla nazione.
Un censimento delle presenze o assenze di questi elementi che possono essere identificati come
alcuni tra i suoi prerequisiti potrebbe allora aiutare a disegnare una mappa dell'identità nazionale e
dei legami della periferia con il centro. Da questo punto di vista, è significativo osservare come in
tanti piccolissimi paesi o nelle frazioni che non costituiscono comune il primo segno tangibile della
nazione sia apposto soltanto dopo la prima guerra mondiale, con le lapidi a memoria dei caduti o
piccoli parchi della rimembranza: prima, non ve n'era stato altro. Di tali manifestazioni in questa
Italia senza lapidi non sappiamo. Forse non se ne percepì il senso, al Sud come nelle vallate alpine,
in Abruzzo come nella pianura padana, a meno che non si debba pensare a piccoli spostamenti degli
abitanti delle frazioni verso i rispettivi capoluoghi, spinti dalla curiosità per le fanfare o dal
richiamo della beneficienza. Andrebbe verificato se davvero il Sud sia più di altre aree
caratterizzato da un silenzio largo, se la perdurante mancanza di monumenti e lapidi sia davvero
così totale e in che misura essa testimoni non soltanto delle ben diverse modalità di annessione del
Mezzogiorno, ma anche della tradizione di profonda e risalente assenza di una vita "civile" che
altrove invece era nata con la grande stagione dei comuni. Resta naturalmente l'interrogativo,
difficile da sciogliere, su come venisse festeggiato il giorno dello Statuto nei comuni del
Napoletano, in quei 92 comuni della provincia di Catanzaro, in quei 60 comuni della provincia di
Teramo, in quei 91 comuni della Basilicata che erano senza strade; in un piccolo centro come
Padula, nel salernitano, "senza commercio […], senza porti; sotto il grave peso delle tasse
governative e dei balzelli comunali", dove "per la plebe indotta poco monta essere cittadino della
grande patria". (10)
Il pellegrinaggio Nazionale alla tomba di Vittorio Emanuele II
Nei primi giorni di primavera del 1883 numerosissimi sindaci di tutta Italia ricevevano una lettera
dalla Commissione del Comitato per il "Pellegrinaggio patriottico a Roma alla Tomba del Gran Re
il 9 gennaio 1884". La Commissione informava dell'idea di un pellegrinaggio solenne degli italiani
al Pantheon, nel 25° anniversario del Risorgimento Nazionale, con l'intento di "affermare ancora
una volta la gratitudine del popolo italiano alla dinastia di Savoia e ai sommi patrioti che seppero
coadiuvare l'opera del Gran Re".
E così in tre giornate bellissime di sole i cortei del Pellegrinaggio sfilarono imponenti lungo
l'itinerario prefissato, avanzando lentamente, solennemente, nel tripudio delle migliaia di bandiere e
degli stendardi, tra gli inni eseguiti dalle bande comunali di tutta Italia, regolati in modo perfetto
dagli uomini del servizio d'ordine, con fascia azzurra a frangia d'argento al braccio o distintivo al
petto (l'aquila di Savoia con la scritta: "XXV del Risorgimento"). Ogni volta il corteo fu aperto
dalla delegazione ufficiale del Comune di Roma e del Comitato centrale del Pellegrinaggio, da
senatori, deputati e rappresentanti delle colonie italiane all'estero. Tra i vigili con le bandiere dei
rioni, le guardie di città, gli staffieri, i Fedeli del Campidoglio, il compatto plotone avanzò con in
testa la banda comunale, il gonfalone, le bandiere delle città italiane donate al municipio e quella
della disciolta guardia nazionale, e dietro, provincia per provincia, vennero i pellegrini, in file di
quattro, ognuno con la medaglia distintiva di bronzo: sul dritto l'impresa di Carlo Alberto (un leone
che schiaccia un serpente e il motto J'attends mon astre); sul retro la stella d'Italia, raggiante.
Italia e Dinastia si fondono dunque l'una nell'altra, poiché Vittorio è padre della Patria, ma, a volte,
anche suo sposo fedele:
Compì l'opera Sua, e ci lasciò: felice nell'eternità, Egli ci guarda, e gode di questo nuovo plebiscito, che qui ripetiamo
con il Suo nome sulle labbra: benedice alla sublime commedesimazione di un Re col suo popolo: è lieto delle cosiddette
nozze d'argento tra PATRIA e RE!…e dice, "sempre avanti". (11)
E' naurale quindi che alla tomba del Re gli italiani si avvicinino "in mesto e sacro pellegrinaggio",
obbedienti all'esortazione: "Sulla tomba ti prostra, o pellegrino, che del grande Vittorio il fral
rinserra" (12); come non meraviglia che il De Amicis abbia preferito in Cuore, fra i possibili episodi
adatti alla glorificazione di Vittorio Emanuele, scegliere proprio il momento dei funerali, l'estremo
saluto del paese al re morto, "tra le bandiere abbrunate degli ottanta reggimenti dell'esercito
d'Italia":
Il feretro, portato dai corazzieri, passò, e allora si chinarono tutte insieme […] , ottanta v eli neri caddero, cento
medaglie urtarono contro la cassa, e quello strepito sonoro e confuso, che rimescolò il sangue di tutti, fu come il suono
di mille voci umane che dicessero tutte insieme: -Addio, buon re, prode re, leale re! Tu vivrai nel cuore del tuo popolo
finchè risplenderà al sole sopra l'Italia- Dopo di che le bandiere si rialzarono alteramente verso il cielo, e re Vittorio
entrò nella gloria immortale della tomba.
Da quel sepolcro, ce lo attestano tutti gli opuscoli pubblicati in occasione del Pellegrinaggio, è il
Gran Re in persona che parla, e, immortale nella sua gloria, ammonisce gli italiani di non smarrire
l'acquisto prezioso dell'unità, che, nel presente, si identifica con la fedeltà alla dinastia e con il bene
supremo della concordia. Questo tema della concordia promana dai versi orribili e sgangherati,
pieni di reminiscenze foscoliane e manzoniane, di prestiti danteschi, petrarcheschi, e, naturalmente,
carducciani: "E' là la tomba del Re. Là, da quell'ara, / parla una voce che ricorda a tutti / la sublime
virtù del sacrificio, / la libertà che si comprò col sangue, / il riscatto di' Italia e il dolce amplesso /
della concordia"; "La discordia non v'assalga, / non vi prenda lo sgomento; / bella è l'ora del
cimento: / a pugnar vi condurrò". Del resto, dietro la cura per l'unità si affaccia, e poi campeggia, la
preoccupazione per l'armonia sociale: "l'amor ci renda liberi, / schietti, gagliardi e umìli; / non
licenzioso e improvidi, / non prepotenti e vili. / Del suo, qual ch'e' siasi, / stato ciascun sia pago; / né
dell'altrui dovizie / giammai si mostri vago". (13)
Anche dalle incerte strofette di questi poeti imprevvisati finiamo per avere una conferma, quella
stessa che gli organizzatori ricercarono strenuamente nel Pellegrinaggio: la proposta di una
identificazione semplice tra istituzioni e società, tra Stato e nazione.
La festa e la musica
Uno dei difetti del carattere italiano è quello di amare soverchiamente le feste […]. Con questa tendenza del carattere
italiano, io non negherò agli Italiani la festa, anzi farò come si fa del vaiuolo, gl'innesterò la malattia per guarirli.
Dunque io gli procurerò una festa, ma mi guarderò che le feste non siano troppe.
Così si esprimeva un deputato, nel momento in cui il parlmento italiano preferì orientarsi verso una
festa che -diventata istituzionale- consentiva di eliminare tutte le altre o almeno permetteva di
provarci: la Festa dello Statuto. E infatti, con la legge del 5 maggio 1861 essa diventava
obbligatoria. Di per sé, l'imposizione di una festa unica costituiva una novità e un segno preciso di
nazionalizzazione: la festa nazionale doveva rispondere all'esigenza di riprodurre una ciclicità
incentrata su un evento fondante dello Stato, su "un grande e celeberrimo avvenimento da cui ripeta
la sua presente felicità" (15). Fissare un momento comune, festeggiato "per legge", in solenne
contemporaneità, "dalle Alpi alla Sicilia", significava porre un'altra pietra angolare nella
costruzione della comunità nazionale. Simbolo di valori condivisi, la festa aveva lo scopo di
produrre integrazione anche rispetto alla dimensione territoriale della nazione, istituzionalizzando
rituali politici comuni a tutto il paese, almeno nello spazio urbano e nei centri di qualche dignità
amministrativa. La classe dirigente aveva ben chiaro l'impatto simbolico e
la forza di quella comunione di pensieri, di affetti e di proposito […] che lega tutto un popolo, il quale in un sol giorno,
e direi quasi nella stessa ora, volge a Dio il ringraziamento di aver ottenuto ciò che per tanti secoli indarno fu
desiderato; e in quella comunione rafforza la coscienza della propria grandezza. (16)
Certo, di fronte alla necessità di fondare dall'alto questo momento ci fu chi mostrò le proprie
perplessità e obiezioni, come Carlo Alfieri che sosteneva:
le feste non si creano, esse sono l'espressione dei sentimenti popolari, e perciò io credo che, se vi ha una violenza
veramente inqualificabile contro la libertà degli individui, è quella di imporre loro un sentimento a giorno e ora fissa
[…] io credo che violare la libertà d'un sentimento sia la maggiore delle infrazioni delle libertà umane.
Evidentemente tali riflessioni facevano riferimento ad un periodo appena precedente, quando ogni
minimo evento politico era occasione di festeggiamenti esplosi a volte con una forte carica
liberatoria. Di questo carattere gioioso e spontaneo, ma anche non controllato, ben testimonia un
articolo del "Mondo Illustrato" che sottolinea la partecipazione di tutta la popolazione "laici,
chierici, ufficiali, borghesi, patrizi, popolani, gentildonne, fanciulli tutti concordi in un solo
sentimento d'esultanza". La popolazione appariva "non più distinta e stratificata nei suoi ruoli e nei
suoi gruppi sociali, non più presente gerarchicamente secondo il prestigio della propria carica e il
potere del proprio denaro, bensì per la prima volta mescolata ed unita".
Ancora più netto il quadro che avrebbe dato Cesare Balbo pochi anni dopo, prendendo le distanza
da tanta "follia":
Fu un vero baccanale di dimostrazioni festive nelle piazze, di festive passeggiate per le vie, banchetti in sale, banchetti
all'aria, canto di giorno e di notte, dappertutto, cantate per li teatri, coccarde, nastri, bandiere, catene di pezzuole e ve li
femminili che si chiamavan "d'unione nazionale", o che so io; poesie, prose, vaneggiamenti, pazzie.
La presenza delle donne e dei fanciulli mescolati alla folla è generalmente un buon indicatore delle
feste spontanee e impetuose che coinvolgono gli individui e li portano per le strade, in un ritmo più
veloce del vivere.
Ma dal 1848 in poi la questione della festa si pose come una questione di disciplinamento dei
comportamenti e delle emozioni collettive. Dai festeggiamenti estesi e non programmati nelle
modalità e nei tempi, senza rituale e senza un unico filo conduttore, caratterizzati ancora largamente
da possibilità di polimorfismo si passò ad un evento più paludato e solenne, sorretto da un proprio
cerimoniale: non era più la festa della comunità che celebra sé stessa, ma la rappresentazione delle
istituzioni e del potere. Protagonisti non erano più i cittadini, ma le autorità.
Si tratta comunque sempre di curiosità verso il tema della nazione in un processo di costruzione
delle identità cittadine e regionali in significativa contemporaneità con quella nazionale, unita alla
volontà di presentare la festa come un condensato dei caratteri nazionali italiani.
Decisiva, inoltre, nella festa, è da sempre la musica. Essa è ora eseguita per lo più da bande e
fanfare: innanzitutto quelle dell'esercito e della Guardia nazionale, e poi quelle dei comuni e delle
associazioni, talvolta degli ospizi, dei ricreatori e degli orfanotrofi.
"I concerti musicali non servono soltanto da onesto passatempo, ma sono pure un mezzo di
educazione e di civiltà, e fonte di utilità pubblica e morale se non materiale" (17). La musica è
presente nella festa soprattutto in questa chiave: significativa è dunque la scelta dei pezzi, che
accompagna il processo di secolarizzazione e di costruzione dell'identità nazionale. Trionfa, prima
di tutto, l'inno nazionale. La Marcia reale richiama una volta di più l'attenzione sulla figura centrale
del sovrano e sull'istituzione della monarchia e comincia ad essere udita e identificata in tutti i
comuni, anche in quelli più lontani, costituendo un ulteriore tratto di omologazione.
Il giorno dello Statuto la musica propone temi patriottici e grandi pezzi d'opera, in una significativa
mescolanza che si potrebbe definire nazional-popolare. I grandi concerti prediligono ancora una
volta il tema delle guerre d'Indipendenza, identificate come il mito fondante dell'identità nazionale.
Molte sono le composizioni musicali nuove, create nell'anno dell'unificazione: la guerra e
soprattutto l'unità sono muse trascinanti, e i compositori tentano la fortuna compiacendo il gusto del
patriottismo.
L'esercito e la famiglia
L'antichità celebrava le feste patrie con giuochi ginnici e spettacoli da circo; l'età di mezzo con corse, tornei e
somiglianti; e noi festeggeremo il patrio riscatto con rassegne militari ed esercizi d i tiro, con mostre d'industrie e belle
arti, con opere di beneficenza. (18)
La tradizione della rivista non era nuova: essa si era imposta negli Stati assoluti nella seconda metà
del Settecento e in Italia era stata valorizzata soprattutto in Piemonte. Innovata in modo radicale in
età napoleonica, quando il rapporto tra l'imperatore e i soldati aveva costituito un momento
essenziale della costruzione del carisma di Buonaparte, con la Restaurazione la rassegna delle
truppe si era ripiegata in una dimensione più accentuatamente dinastica e nei rituali del potere era
stata spesso subordinata agli ingressi trionfali. Essa era, dunque, "una grande metafora del
potere"(19). Ma nel nuovo stato nazionale era anche qualcosa di più. Non si trattava soltanto, per
rubare la celebre espressione di Rivarol, di "marciare in bell'ordine guardando al passato". Se la
decadenza italiana era stata contrassegnata e quasi simboleggiata dalla decadenza della milizia,
veder sfilare il nuovo esercito e la Guardia costituiva la prima conferma della realtà dello statonazione. Da cerimoniale militare la rivista era diventata un cerimoniale nazionale. Essa registrava
un netto mutamento nell'ethos guerriero, non più legato all'ambito circoscritto della corte, ma
proiettato verso la dimensione di un esercito nazionale, da cui non si poteva più tornare indietro.
Era la rappresentazione della nazione in armi che non sfilava più sotto le bandiere dinastiche ma
sotto il tricolore nazionale. La bandiera nazionale acquistava tutta la sua forza evocatrice proprio
nelle mani dei soldati, eredi simbolici di coloro che avevano dato la vita per la Patria.
La parata militare del resto aveva soprattutto il compito di rinviare in modo immediato a quello che
fu il vero e proprio mito fondante dello Stato unitario: la guerra di indipendanza, momento
assolutamente centrale nella memoria storica e nella costruzione dell'identità.
Appare ormai chiaro quanto sia stata importante nella costruzione delle identità nazionali
dell'ottocento l'antitesi con il nemico. Anche per l'Italia fu decisivo il ricordo delle guerre di
liberazione. Per questo all'esercito vittorioso sui campi di San Martino e Solferino venne dedicata
tanta parte dei discorsi per la festa come pure dei testi scolastici.
La rivista dunque consentiva di coagulare in un momento di forte impatto emotivo aspetti diversi e
in qualche modo contrastanti. In primo luogo, naturalmente, potevano essere accentuati il ruolo
dell'esercito piemontese e l'esaltazione di casa Savoia come antesignana di una libertà italiana
conquistata con le armi: di qui l'esplicita allusione, presentata anche in un giornale come "il Diritto"
dei primi anni Sessanta, all'antica schiavitù delle province italiane e per converso alla gloria del
vecchio Piemonte, che poteva da secoli, per una successione continua di generazioni di prodi,
mostrare sulle corazze dei suoi re le ammaccature delle palle nemiche". L'esercito poteva essere
presentato, e così faceva soprattutto la Sinistra, come un
figlio della rivoluzione […] , una splendida istituzione democratica […] , in esso si fondono tutte le classi. I cordoni di
generale sono in esso premio offerto al valore, e l'umile agricoltore, vestendo la gloriosa divisa italiana, ottiene una
nobiltà che lo eguaglia a chi ricevè da molte generazioni di illustri proavi il più splendido nome e lo stemma meglio
fregiato di corone e di cimieri. (20)
E' evidente che la divisa esercitava un certo fascino, anche nelle sue forme più modeste, e poteva
essere motivo di distinzione per contadini altrimenti abituati a un abbigliamento assai più rozzo ed
elementare. Non a caso essi l'avrebbero scelta per quello che spesso sarebbe rimasto l'unico ritratto
fotografico di tutta una vita. Nel caso della parata poi il fascino della divisa assumeva dimensioni di
gruppo, e veniva esaltato dall'esibizione di ordine e di eleganza, e da tutte le componenti della
scenografia, visive e sonore.
Sull'ammirazione e sulle emozioni suscitate dalla rivista si interrogava anche una fonte
insospettabile, il periodico antimilitarista di Genova "La Pace" il cui redattore si chiedeva :
Le folle si compiacciono delle riviste militari, spettacolo caro ai bambini i quali vogliono, l'indomani, i bottono d'oro e
il vestito da marinaio. Qual è mai il segreto di questa strana e infantile psicologia della folla? Quale forza trascina la
madre dietro i reparti con in collo quel figlio che un giorno le sarà strappato da quegli stessi reparti e da quelle stesse
musiche che oggi le rubano deliziosamente l'anima?
La parata militare suscita nei bambini sogni e giochi nei quali familiarizzano con ruoli ed indentità:
la vista dei soldati colpisce anche l'immaginazione dei più piccoli. Imparare ad imitarli, magari
giocando con armi improvvisate, poteva costituire un impulso all'educazione patriottica.
L'esercito -con la positività di un'immagine vigorosa, giovane e "maschia"- fa parte integrante delle
emozioni della folla ma anche della pedagogia: e la parata, nella quale esso si mostra al meglio, è
uno dei due poli dell' "incontro fra scolari e militari". (21)
Rileggiamo un noto passo di De Amicis, suggestivo per come presenta la rassegna vista dagli occhi
di un bambino che vi giunge "tra due grandi ali di popolo". L'impetuosa partecipazione della folla fa
sì che gli spettatori, pur restando all'esterno rispetto all'azione, siano in qualche modo inseriti in una
intensa dimensione di vita collettiva. All'impressione visiva si sovrappone quella -altrettanto fisica e
diretta- dei suoni delle fanfare e delle bande. Il fanciullo si prepara così ad ascoltare, commosso, la
voce paterna che gli indica i vari corpi e gli ricorda le battaglie alle quali essi hanno preso parte. Nel
corso della parata dunque il bambino impara ad identificarsi con i soldati, ad elaborare suggestioni
che lo sorreggeranno poi, anche nel gioco, in un apprendistato di genere.
Primi gli allievi dell' Accademia, quelli che saranno ufficiali del genio e dell'Artiglieria, circa trecento, vestiti di nero ,
passarono con una eleganza ardita e sciolta di soldati e di studenti. Dopo di loro sfilò la Fanteria: la brigata Aosta che
combattè a Goito e a San Martino, e la brigata Bergamo che combattè a Castelfidardo, quattro reggimenti, compagnie
dietro compagnie, migliaia di nappine rosse, che parevan tante doppie ghirlande lunghissime di fiori color sangue, tese e
scosse per i due capi, e portate a traverso la folla. Dopo la fanteria s'avanzarono i soldati del genio, coi pennacchi di
crini neri e i galloni cremisini; e mentre questi sfilavano, si vedevan venire innanzi a loro centinaia di lunghe penne
dritte: erano gli Alpini, i difensori delle porte d'Italia, tutti alti, rosei e forti, coi cappelli alla calabrese e le mostre di un
bel verde vivo, color dell'erba delle loro montagne. Sfilavano ancora gli Alpini che corse un fremito nella folla, e i
Bersaglieri, bruni, lesti, vivi, coi pennacchi sventolanti, passarono come un'ondata d'un torrente nero, facendo
echeggiare la piazza di squilli acuti di tromba che sembravan grida d'allegrezza […]. E infine passò di galoppo, con gli
elmi al sole, con le lance erette, con le bandiere al vento, sfavillando d'argento e d'oro, empiendo l'aria di tintiniie di
nitriti, il bel reggimento Genova cavalleria.
La prosa si fa ormai concitata, carica di colori, di suoni, di tensione. E' quasi un'iniziazione. Il
bambino esclama: "Com'è bello!". Il padre riporta quast'entusiasmo ad una lezione: "raffigurati, di
là dai reggimenti che passano, una montagna coperta di cadaveri e allagata di sangue, e allora […]
l'immagine dell'Italia ti apparirà più severa e più grande".
Culto della patria, dell'eroismo e della virilità in qualche modo si fondono. Non a caso all'esercito e
al soldato pensava certo anche chi redasse la voce Eroe per il Vocabolario degli accademici della
Crusca del 1886, formulando la definizione di "uomo celebre per grande valore e per gesta
guerresche": un'immagine, dunque, virile. Non a caso si moltiplicano gli accenni alla "virile
educazione fisica e morale di un popolo" (22) da ottenersi soprattutto per il tramite del servizio
militare. I discorsi tenuti alle truppe, dopo la rivista, sono spesso definiti come "breve, ma maschia
e fiera allocuzione". Lo sesso De Sanctis scrive: "Il soldato suppone che ci sia l'uomo; e l'uomo non
si forma né in tre, né in quattro, né in sette anni, l'uomo si forma sin dal principio con un'educazione
virile".
C'è dunque un intreccio molto stretto tra identità di genere, identità nazionale e identità civica.
Essere davvero uomini, nella stagione della leva di massa, significa essere soldati, così come l'aver
espletato il servizio militare avrebbe costituito uno dei requisiti previsti per la riforma elettorale del
1912. Di certo, il servizio militare ha tutto il carattere di iniziazione all'età adulta che si riassume nel
momento della coscrizione e si ripete in quello della parata. Il rito della leva "rappresenta la misura
e il coronamento della giovinezza dell'individuo maschile, e, contemporaneamente, il primo passo
esitante nell'età matura". (23) Se una donna diventa donna seguendo costantemente i passi della
propria madre, ci dev'essere invece una rottura nell'esperienza della virilità, è appunto questa ad
entrare qui in gioco.
La costruzione dei ruoli sessuali prende strade diverse quanto lo sono quelle del pubblico e del
privato, della guerra e della maternità. Nel momento della parata le donne retrocedono per lasciare
che mariti e figli siano più vicini allo spettacolo: dal recinto del sacro dei rituali della nazione le
donne stanno fuori, sono "profane" e dunque sono escluse. Si tratta di figure in qualche modo
marginali, e comunque mai presenti da sole. Le donne appaiono sempre saldamente integrate nel
nucleo della famiglia, pilastro della società borghese, garanzia dei legami sociali. Su di esse non si
soffermano, se non per rari accenni, le cronache, e anche l'iconografia le presenta di sfuggita,
quanto basta per ribadire due aspetti: la funzione esornativa delle signore eleganti che conferiscono
distinzione alla festa dei notabili, e in secondo luogo la presenza, forte ma defilata, delle mogli e
delle madri, che servono a rappresentare la centralità della famiglia come elemento di equilibrio
della società e della nazione, dell'una perché dell'altra.
Già da tempo Mosse ha richiamato l'attenzione sul ruolo della madre come figura in grado di
garantire alla morale una protezione dal basso mentre la nazione la protegge dall'alto. Inoltre,
l'analisi del pubblico della rivista consente di approfondire il discorso ricordando come la cultura
liberale avesse proposto alle madri educatrici anche il tema del patriottismo e come s'imponesse
dopo l'unità il modello di Adelaide Cairoli, madre di eroi. Su questa linea si collocano le madri dei
soldati protagoniste delle pagine de De Amicis ma anche delle cronache delle parate militari del
1911-12; esse preparano il terreno al modello della donna che in qualche modo esce dalla sfera
privata non più soltanto ricamando bandiere ma addirittura sacrificando il proprio figlio alla patria.
Si viene evidenziando sempre più la divisione dei ruoli all'interno della famiglia: alla figura
maschile -il padre, l'elettore- spetta il compito di attore nella sfera pubblica e di custode della
memoria storica, mentre alla figura femminile spetta semmai una funzione di supporto, un ruolo di
disciplinamento che passa esclusivamente attraverso la famiglia e all'interno di essa si esaurisce.
Anche la voce Famiglia del Digesto Italiano conferma i compiti pedagogici della famiglia e questa
divisione di ruoli all'interno di essa:
Non vi è dubbio che l'educazione migliore è quella che vien data nella famiglia, perché in essa si completa per opera di
tutti i suoi membri. La madre educa insieme la mente ed il cuore, con il precetto e coll'esempio […]. Più tardi giunge il
padre, che apparisce come principio di autorità, di legge e di sapienza, e che divente ognora più necessario, mano a
mano che si sviluppa l'intelligenza del bambino. L'idea dell'onore del rispetto all'autorità, l'amore alla gloria e la
fermezze nei propositi saranno insegnati dal padre, che parla alla ragione, quanto la madre parla al sentimento. (24)
Le teorizzazioni su questa divisione di ruoli trovano una puntuale anche se inconsapevole conferma
nelle incisioni che rappresentano gli spettatori della festa. Il pubblico delle premiazioni scolastiche
o della parata o ancora dei fuochi d'artificio non è costituito da individui bensì da famiglie. D'altra
parte, la metafora della famiglia, in tutte le sue molteplici declinazioni, è frequente e complessa
all'interno dei discorsi d'occasione per la festa nazionale. Se non manca chi vede il comune e lo
stesso municipio come un "padre di famiglia", più frequente è la rappresentazione della nazione e
della patria come famiglia. Anche questo è un modo per proporre in positivo -e non in negativo
come avveniva in rapporto all'immagine del nemico- un'identità comune attorno alla quale
riconoscersi.
La scuola
La parata militare, quantunque carica di nuovi significati, era pur sempre una cerimonia antica. La
vera innovazione all'interno della festa dello Statuto fu dunque costituita dalla premiazione
scolastica, che aveva il duplice scopo di esaltare un'istituzione essenziale nel processo di
nazionalizzazione e di sostituire la valorizzazione del merito all'antico costume della beneficienza.
Un significativo precedente c'era stato già in età napoleonica, e il "corpo degli scolari" aveva avuto
un ruolo importante anche nelle celebrazioni ufficiali dell'età della Restaurazione. L'enfasi sulla
scuola fu però tutta nuova nel Piemonte costituzionale, che all'istruzione pubblica aveva destinato
anche uno specifico ministero.
L'unità rappresentò tuttavia una cesura profonda, dal momento che l'accento si spostò in modo
evidente sulle strutture, radicalmente nuove, dei licei statali, delle scuole tecniche e soprattutto delle
scuole elementari finanziate dai comuni.
La scuola era strettamente legata alla nazione. I suoi stessi edifici ne costituivano, in qualche modo,
il monumento. Non a caso il giorno dello Statuto furono spesso inaugurate nuove sedi o bandiere
degli istituti scolastici, e questi furono sempre resi particolarmente visibili dall'esposizione del
tricolore. Circolavano, inoltre, componimenti poetici, anonimi e non, che insistevano sul ruolo
"salvifico" della scuola:
[…] E lo Statuto l'han solennizzato
premiando i bimbi che più avean studiato;
chè i bravi bimbi, ce l'han detto loro,
un dì alla patria cresceran decoro.
"Studiate! Ci gridò il Gonfaloniere,
chè volere è poter per chi ha sapere!" (25)
Lo stesso concetto emerge anche in un bel passo di Edmondo De Amicis:
Sì, io piccino, io povero, io che campo di pan nero e vo vestito di cenci, io, sconosciuto al mondo e oggetto di
compassione pei pochi che mi conoscono, io, se voglio, se studio, se fatico, posso costringere un giorno diecimila
persone, tutta questa gente,il fiore dei cittadini della mia città, a star zitti, come fanno adesso, per se ntire il mio nomi, a
sporgere il capo per vedermi, a mormorare: -Eccolo là; a dire ai loro fanciulli vestiti di velluto: -Fate come lui.
Scuola e casa, dunque, "questi due grandi focolari di civiltà", stanno l'una all'altra come i poli di
una coppia inscindibile concorrente a quel "perfezionamento materiale e civile, da cui la perfidia
delle signorie passate li avevano allontanati". (26)
Il patriottismo.
In Italia si è acceso da anni un dibattito, intorno alla nostra identità nazionale, alla sua patologica
debolezza e alle conseguenze negative della stessa e al contenuto di tale identità, cioè l’oggetto di
identificazione che noi italiani dovremmo condividere (costituzione, risorgimento, religione
cattolica, beni artistici, luoghi, Resistenza…).
Gli studiosi che intervengono in tale dibattito si preoccupano di vedere se e come il patriottismo
possa essere un valore positivo in una nazione democratica. Il senso comune infatti ritiene che il
patriottismo sia un sentimento che va di pari passo con un gretto nazionalismo e quindi con la
chiusura su se stessi e il rifiuto della diversità.
Tra gli italiani l’uso del termine patriottismo è talmente inibito dal ricordo del fascismo, che faceva
larghissimo uso della retorica patriottistica, che sembra impossibile pensare un patriottismo dei
democratici.
Tale dibattito, presente da tempo, è poi riesploso poco tempo fa quando Ciampi ,con l’intento di
rinforzare il nostro flebile patriottismo, ha invitato a esporre un tricolore in ogni casa.
Questa proposta ha suscitato diverse critiche , non solo perché è stata avanzata quando i soldati
italiani stavano partendo per la guerra in Afghanistan, ma anche perché molti dubitano che il
patriottismo sia una virtù e sia da recuperare.
In questa ricerca proverò quindi di esporre le ragioni che hanno portato vari studiosi a ritenere che il
p. sia una virtù e che sia da recuperare, poi in che cosa ci si possa identificare in quanto italiani.
Prima parte: Il patriottismo è una virtù?
Per capirlo è necessario distinguere patriottismo e nazionalismo, due concetti che nell’immaginario
comune sono identici, e fanno venire in mente i movimenti nazionalistici del secolo scorso e in
particolare quello tedesco. Alcuni studiosi illustri hanno dato una definizione negativa di p. Lev
Tolstoj, ad esempio, riteneva che il p. fosse contrario alla morale, esclusivista, bellicoso e
guerrafondaio. Altri studiosi non hanno saputo distinguere tra nazionalismo e patriottismo. In realtà
i due termini sono ben distinti ed è quindi necessario definirli mettendo in risalto somiglianze e
diversità.
Con il termine nazionalismo si intende la fedeltà a una cultura particolare ed omogenea che esclude
e combatte ogni diversità politica, religiosa, culturale, linguistica, etnica e la negazione della
necessità di conflitto sociale.
Con il termine patriottismo non si intende una fedeltà incondizionata all’ attività di un governo
bensì l’amore per le leggi comuni e per la libertà comune di un popolo, garantita dalle leggi stesse e
dagli istituti dello Stato; oppure la lotta per creare degli istituti garanti della libertà. Il patriottismo è
stato prevalentemente appannaggio di movimenti repubblicani e non di movimenti di estrema
destra. La tradizione repubblicana (Rousseau, Machiavelli, Montesquieu..) identifica l’amore per la
patria con l’amore per la repubblica e i suoi istituti di libertà. Dunque il p. è stato di sostegno ai
regimi democratici i quali necessitano di un senso di comune appartenenza tra i cittadini, e in
quanto democratici devono rifiutare un omogeneità etnica, religiosa, linguistica o di altro tipo.
Il patriottismo risulta essere in prima istanza una virtù civica che consiste nell’amore per la legge,
per la libertà del singolo che la legge garantisce e spinge i singoli alla partecipazione alla vita
politica.
Se il patriottismo viene definito in questo modo risulta essere profondamente diverso dal
nazionalismo. L’identificazione dei due termini, presente nell’immaginario comune, nasce dal fatto
che si prendono in considerazione solo i primi decenni del secolo scorso. In tale periodo si sono
affermati in tutta Europa movimenti nazionalistici che hanno fatto larghissimo uso della retorica e
dei simboli propri del patriottismo, utilizzandoli non per favorire processi di democratizzazione, ma
semmai per attuare e legittimare processi di espansione territoriale e omogeneizzazione. In realtà la
differenza è grande:”Il Patriottismo è amore per la propria patria, il nazionalismo è odio per quella
degli altri”.
L’importanza del patriottismo è stata dimostrata anche da studiosi non riconducibili alla tradizione
repubblicana. Ad esempio Gabriel A. Almond e Sidney Verba¹, conducendo uno studio sulla cultura
politica, arrivarono a conclusioni simili a quelle di Machiavelli e Rousseau. Questi due studiosi,
dopo aver analizzato i vari tipi di cultura politica ( cioè i vari tipi di atteggiamenti che i cittadini
possono avere verso le istituzioni e le leggi del proprio paese), conclusero che il tipo di cultura
politica che permette una maggiore stabilità del regime democratico è la cultura civica. Essa è
caratterizzata da unione di atteggiamenti di passività e rispetto verso le leggi e le istituzioni e
atteggiamenti di partecipazione e interesse verso la vita pubblica. Ebbene, il patriottismo è risultato
una delle componenti fondamentali di tale cultura, poiché è la sorgente motivazionale che spinge gli
individui ad agire ed interessarsi alla vita pubblica.
Se le cose stanno così, il patriottismo è sicuramente una virtù, ma di una società, di un contesto
diverso da quello in cui viviamo. Secondo Ronald Inglehart² la cultura politica attuale dà ancora
importanza al bisogno di appartenenza, ma il senso di appartenenza non lo ha più nei confronti dello
Stato-nazione, come accadeva, ad esempio, ai tempi dell’unificazione italiana, ma verso entità locali
o sovranazionali. Se si sostiene che il patriottismo sia una virtù attuale è dunque necessario
staccarlo dal riferimento obbligato allo stato-nazione, e ciò è possibile grazie al concetto di
autogoverno.
Secondo la tradizione repubblicana, come ho già detto, amare la patria vuol dire difendere gli istituti
del proprio paese che sono garanzia delle libertà civili dei singoli e della libertà politica comune.
Ciò significa scongiurare i poteri arbitrari, il che si può fare rimettendosi al potere legittimo della
legge che vincola tutti allo stesso modo. Affinché la legge sia legittima è però necessario che sia
espressione della volontà dei governati. Da qui il bisogno di essere partecipi e influenzare la
formazione delle leggi, risultando così, soggetti solo alla propria volontà, in un certo senso ci si
autogoverna e l’autogoverno è l’unica soluzione ai poteri arbitrari
Il patriottismo è una virtù che ha un altissimo valore anche oggi poiché insegna il valore
dell’autogoverno indipendentemente dalla comunità politica di riferimento. Senza un forte
patriottismo si perderebbe l’importanza dell’autogoverno, sarebbe impossibile la salvaguardia degli
interessi comuni e prevarrebbero interessi particolari e poteri arbitrari. In breve un flebile
patriottismo poterebbe alla perdita della libertà.
Si può infine analizzare il pensiero di Jürgen Habermans³ uno studioso che si è occupato del
rapporto tra p. e società contemporanea.
Egli, riferendosi alla futura Europa unita, sostiene che il collegamento tra patriottismo e statonazione ha avuto grande importanza in passato, specialmente durante la rivoluzione francese,
poiché ha permesso di creare il concetto di cittadinanza ed è stato quindi un elemento di progresso.
Tuttavia nella società attuale che è sempre più multiculturale esso è un elemento di conservazione,
un “Veleno”. L’unico patriottismo possibile è un patriottismo costituzionale. Conseguentemente ciò
a cui dovremo prestare lealtà è un identità sopranazionale fondata su principi politici da tutti
condivisibili. Ciò ha cui si deve prestare fedeltà, secondo Habermans, sono i principi sanciti da una
Carta costituzionale europea.
Molte sono state le critiche a quest’ultima teoria. La più importante è che le moderne nazioni sono
integrate non solo dai principi contenuti nelle costituzioni ma anche da elementi etnico-culturali;
inoltre alcuni critici ritengono che il senso di identificazione con una cultura, lingua, religione
comuni e soprattutto la credenza di una discendenza comune, diano una forza motivazionale che il
p. costituzionale non ha .
La sintesi di tutto il discorso che costituisce questa prima parte è che il patriottismo può essere una
virtù solo se chiede lealtà a valori compatibili con il multiculturalismo che caratterizza la società
moderna.
Parte seconda: in cosa possiamo identificarci in quanto italiani?
Prima di passare in rassegna quelli che sono i principali oggetti in cui possiamo identificarci in
quanto italiani, cioè quelli che sono gli oggetti del nostro patriottismo, occorre dire che alcuni
studiosi sostengono che tale oggetto non esista.
Norberto Bobbio¹, ad esempio, sostiene che non possiamo nutrire alcun sentime nto di orgoglio
nazionale, poiché la nostra storia è segnata quasi esclusivamente da insuccessi e sconfitte più che da
momenti di condivisione di valori democratici e di libertà.
Detto questo una prima posizione da esaminare è quella degli studiosi, come Enrico Rusconi e
Pietro Scoppola², che vedono nella Resistenza il principale oggetto di identificazione. Rusconi
riprende la formula “Costituzione della Resistenza” già usata da vari intellettuali e politici di
sinistra, secondo i quali l’antifascismo rappresenta il nucleo della Repubblica e della nostra identità
nazionale, poiché tale valore è stato quello che ha permesso ai costituenti, ideologicamente divisi, di
trovare un accordo. Secondo l’interpretazione della parte più estremista della sinistra la suddetta
formula conteneva in sé la promessa di una società, ancora da realizzare, vicina all’ideale socialista.
Tale società non era stata raggiunta durante la guerra di liberazione, ma era l’obiettivo
progressivamente si sarebbe arrivati.
Rusconi riprende tale formula dandone però un interpretazione rinnovata. La resistenza mantiene il
suo ruolo identificante poiché attraverso di essa gli italiani arrivano alla democrazia. Con la
resistenza gli italiani di ogni credo politico e di ogni cultura imparano il valore della democrazia
“senza aggettivi”, cioè della democrazia in sè e non della democrazia socialista o cristiana. Durante
la Resistenza si sono scontrate due idee di patria e nazione; quella nazionalfascista illiberale,
antidemocratica priva di ogni motivazione se non il richiamo fideistico all’onore, e quella di una
nuova nazione democratica. L’importanza della resistenza e della Costituzione da essa nata sta
nell’avere contrapposto queste due idee e nell’aver fatto vincere l’idea democratica di nazione.
Scoppola è su posizioni simili. Anche per lui la costituzione è l’esito della resistenza e con essa si è
arrivati al ricongiungimento degli ideali di libertà e nazione che erano stati separati dal fascismo.
. A differenza di Rusconi però egli sostiene che i due ideali di patria e nazione si sono scontrati sin
dal 1922 e parla quindi di lunga resistenza.
Un altro contributo originale dato da Scoppola in questo campo è stato evinziare come la
Costituzione italiana, a differenza di quelle di altri paesi europei, abbia tradotto l’antifascismo in
valore democratico. Dunque antifascismo e Resistenza restano il fondamento della Costituzione e
anche dell’identità italiana di nazione democratica.
Inoltre Scoppola sostiene che la Resistenza non interessò solo i combattenti armati, ma anche tutti
coloro che pur senza impugnare le armi cercarono di riempire il vuoto lasciato dalla mancanza delle
istituzioni, e che erano stati polemicamente definiti “ zona grigia” dalla storiografia di sinistra.
Questo studioso cattolico pone quindi l’accento sulla guerra come dramma che sta dietro alla
Resistenza e alla Costituzione e che, sebbene non sia riuscito a creare una forte identità nazionale
tra gli italiani, tuttavia ha dato vita a un sentimento di solidarietà collettiva tradotto in istituti
giuridici dalla Costituzione stessa. Per questo il presupposto ideologico, il principio che sta alla base
di tutti gli articoli della nostra carta costituzionale e dell’ azione dell’assemblea costituente è
l’affermazione della centralità della persona con i suoi diritti e doveri.
In sintesi Scoppola sostiene che attraverso la guerra, e la Resistenza siamo arrivati a dare, grazie
alla cultura cattolica e di sinistra, una nostra forma al principio del rispetto dell’individuo, ritenuto
sacro in tutte le società occidentali.
In conclusione sia per Scoppola che per Rusconi Resistenza e antifascismo sono i valori fondanti
del nostro, o meglio, di quello che dovrebbe essere, il nostro patriottismo repubblicano, il cui
compito è quello di innestare nei cittadini le motivazioni necessarie all’agire civico e
all’integrazione civica della nazione.
Su posizioni praticamente opposte rispetto a quelle dei due studiosi visti fin qui è Ernesto galli
Della Loggia³.
Il profilo identitario dello stato italiano da lui delineato può essere definito neoguelfo poiché dà
grande importanza al cattolicesimo e al rapporto tra nazione e modernità.
Galli Della Loggia toglie all’antifascismo e alla Resistenza il ruolo di costituire l’oggetto, il quid
dell’ identificazione degli italiani con la nazione.
Lo studioso motiva la sua scelta sostenendo che tentare di rigenerare l’amore per la patria partendo
dai due fattori suddetti è impresa disperata e criticabile visto il ruolo determinante che il Pci,
ideologicamente antidemocratico e antistatale, ha avuto nella resistenza e nella stesura della
Costituzione. Inoltre analizzando la drammatica situazione in cui si è trovata la popolazione durante
la Resistenza, si può dire che le minoranze armate partigiane non erano in grado di sanare la crisi
profonda in cui versava la nazione.
Tolto alla Resistenza il ruolo datole da Scoppola e Rusconi Galli Della loggia sostiene che l’otto
settembre sia, addirittura, la data della “morte della patria”. Detta cosi questa tesi sembrerebbe
antiliberale, nostalgica del regime fascista. In realtà questa tesi nasce dal fatto che lo studioso
aretino guarda con insistenza alla crisi della struttura burocratica, amministrativa, militare che si
verifica all’ indomani dell’otto settembre e equipara tale struttura alla patria. In questa prospettiva la
mancata continuità strutturale può essere vista come la morte della patria, e ha poca importanza il
fatto che a morire sia la patria fascista. Altri due elementi importanti del profilo identitario italiano
delineato da Galli della Loggia sono il rapporto che la nostra nazione ha avuto con la modernità e la
mancanza di una fonte religiosa nella formazione del senso della statualità.
L’Italia non è mai riuscita a dare un volto suo proprio alla modernità, ma, quando ha dovuto o
voluto accogliere qualcosa di nuovo, ha sempre dovuto importarlo rinunciando a qualche elemento
caratterizzante della sua cultura. Questo rapporto estrinseco con la modernità ha fatto si che venisse
a mancare un forte senso della statualità nonché l’assenza di un individualismo moderno. La causa
dei ritardi italiani è dunque la lentezza della struttura politico amministrativa nel prevedere,
comprendere e intercettare la modernità.
Dunque l’assenza di una forte statualità, indipendentemente dal suo essere democratica o no, è la
causa dei mali italiani. Ma da cosa è causata questa debole statualità? Secondo Galli Della Loggia è
dovuta all’assenza di una componente religiosa nella formazione della stessa.
Infatti in molti paesi europei, i principi che sono stati usati dalla modernità per scardinare
l’assolutismo avevano avuto un ispirazione biblico-religiosa. In Italia questo non succede e non c’è
neanche una forte interiorizzazione di questi principi da parte della popolazione.
Rilevante è stato l’isolamento in cui la Chiesa Cattolica ha lasciato lo stato italiano nella sua fase
nascente. Si può quindi dire che la mancata statualità è dovuta a un eccesso di laicità .
La conseguenza peggiore del mancato contributo cattolico e della mancata ispirazio ne religiosa dei
principi della modernità è la spaccatura tra élite politico- intellettuale e popolazione.
I principi religiosi sono infatti largamente condivisi dal popolo e la loro esclusione dalla dimensione
statuale implica anche una separazione tra popolo ed élite.
Un altro studioso, Marcello Veneziani, porta avanti una terza teoria su ciò che può essere il quid
dell’ identificazione italiana. Egli pone in risalto quelle che sono le quattro caratteristiche
fondamentali dell’oggetto dell’ identificazione:
a) Deve essere ampiamente sentito dal popolo a cui si rivolge.
b) Deve rievocare avvenimenti eroici o perlomeno nobili.
c) Deve rievocare un momento che ha segnato la massima unità del popolo italiano e l’apice della
coscienza nazionale.
d) Deve mantenere valore nel tempo.
La Resistenza e l’antifascismo hanno queste caratteristiche? Veneziani risponde di no.
Per capire le motivazioni che lo portano a questa negazione è necessario analizzare i concetti di
ideologia italiana e ideologia piemontese che Veneziani vede contrapposte. L’ideologia piemontese
è di derivazione illuministica, razionalista, liberale.
L’ideologia italiana, che è il filo conduttore della nostra storia, ed è così definita:
“..E’ una linea anticonservatrice senza essere progressista, non è ne propriamente di destra ne di sinistra , e quando si
colloca, magari provvisoriamente, avverte l’insufficenza e la contingenza della posizione; si pone in una posizione
polemica verso il presente, richiamando da un lato la memoria di un più nobile pas sato dall’altra l’attesa di un migliore
futuro, associando così il pessimismo storico all’ottimismo etico…”
Con la caduta del fascismo l’ideologia italiana cessa di essere il collante della nazione, ecco perché
l’antifascismo non può essere il centro di un’identità italiana, visto che la sua matrice ideologica si
rifà all’ideologia piemontese che è la negazione dei tratti nazional- popolari dell’italianità.
Per quanto riguarda la Resistenza anche essa perde il suo valore per almeno due ragioni.
Prima di tutto perché il nocciolo ideale della Resistenza, cioè l’anti- fascismo, è definito in negativo,
cosi che la Resistenza non ha una sua consistenza autonoma.
In secondo luogo la Resistenza non ebbe il carattere patriottico del risorgimento, visto che entrambe
le parti in lotta erano costituite da italiani ed entrambe erano appoggiate dallo straniero.Dunque la
Resistenza non può essere il quid che cerchiamo perché è simbolo di divisione interna più che di
unione nazionale.
E cosa dire della Costituzione ? Secondo veneziani neanche essa può essere l’oggetto di
identificazione poiché non riesce ad unire il popolo italiano in un’identità largamente riconosciuta.
Dunque se la Resistenza, la Costituzione e l’antifascismo non possono essere l’oggetto di
identificazione italiana non resta nulla da fare, secondo Veneziani, se non ritornare all’ideologia che
ha animato gli italiani ed è stata il collante della nazione.
NOTE
(1) Così la testimonianza di G.Villa , riportata in G.B. Lemoyne, Memorie biografiche del venerabile servo di Dio Don
Giovanni Bosco, S.Benigno Canavese-Torino, Artigianelli, 1898-1917, vol.V, p.465
(2) ASB, Gabinetto di Prefettura, b.46, fasc. Biografie, ad nomen.
(3) Così gli onorevoli Ruspoli, Brunetti, di Rudinì, Fortis e Indelli, Tornata dell’11, 12 e 15 marzo 1881, Camera.
Discussioni, e al Senato i sen. Pacchiotti e Sacchi, Senato. Discussioni, Tornata dell’11 e 12 marzo 1881.
(4) <Civiltà Cattolica>, XLVIII (1897), s.XVI, vol.XII, p.100
(5) Per tutto ciò, cfr, sotti il titolo Notizie varie, <La Gazzetta di Milano>, 27 e 28 giugno 1863; sotto il titolo Da
Milano a Genova, 20 luglio 1863. Si veda anche C.Santoro, Milano d’altri tempi, Castello Sforzesco, Milano 1938.
(6) Per tutto ciò cfr. il <Rapporto della Commissione sulle denominazioni stradali e la numerazione delle case> e le
sedute consigliari del 12,28,29 luglio e 12 settembre 1865, in Atti del Municipio di Milano, annata 1865.
(7) Cfr L.Torelli, La festa popolare di S.Martino ed i concorsi ai premi di storia patria, Forzani, Roma1880.
(8) Gli ossari di Solferino e San Martino, Tip. del Commercio, Venezia
(9) Il monumento del Re Vittorio Emanuele II in San Martino, G.Civelli, Milano 1880
(10) Così il sindaco di Padula al prefetto di Salerno, 28 maggio 1868, cit. in G.Aliberti, Potere e società locale nel
Mezzogiorno dell’800, Roma-Bari, Laterza, 1987
(11) Pellegrinaggio nazionale a Roma. Numero unico.
(12) M.Viani Visconti, L’Italia e i suoi Re, P.Carrara, Milano, e Il pellegrinaggio nazionale, in V.de Castro, Casa
Savoia e il Pellegrinaggio nazionale. Corona poetica, Lega degli Asili infantili Editrice, Milano 1884
(13) Cfr. V.Ghinassi, Pellegrinaggio alla tomba del primo Re d’Italia, Tip. dela Camera dei Deputati, Roma 1884;
N.Ghiotti, Sulla Tomba del Re. Ode, in P.Gori, L’italia non ha paura o il Pellegrinaggio Nazionale a Roma; V.De
Castro, Vittorio Emanuele, I in V; R.Mechelli, Il 19 gennaio 84, in Ricordo del Pellegrinaggio Nazionale alla
tomba del Padre della Patria nel gennaio del 1884. Canti tre dedicati a S.M. Umberto Primo Re d’Italia,
M.Armanni, Roma 1884.
(14) Così A.Gallenga, AP, sess. del 1861, Camera, Discussioni.
(15) Così Di Bagnolo relatore al Senato del progetto di legge il 24 aprile 1851 in AP, sess. Del 1851.
(16) AP, sess. Del 1861, Camera, Discussioni.
(17) G.Caroncini, voce Banda musicale.
(18) AP, sess del 1861, Documenti.
(19) M.Isnenghi, L’Italia in piazza.
(20) <Il Diritto>, 9 giugno 1864.
(21) M.Isnenghi, L’Italia in piazza
(22) E’ un’espressione di Francesco Broglio ricordata in <Rivista Militare Italiana>, L (1905)
(23) Cfr. G.Oliva, Esercito.
(24) G.Manfredini, voce Famiglia, in Il Digesto Italiano, vol. XI, Torino, Utet, 1895.
(25) E.Fuà Fusinato, La festa dello Statuto nei chiostri di Santa Maria Novella (Firenze, 5 giugno 1870), in Versi,
Firenze, Succ. Le Monnier, 1874.
(26) P.Giusti, Ricordi ai giovani italiani nella festa dello Statuto, Vittoria, Velardi, 1884
NOTE de Il Patriottismo:
Prima parte:
¹- Domenico Fisichella,Lineamenti di scienza politica, Carocci
Gabriel Almond e Sidney Verba, The Civic culture, Princeton University Press, Princeton 1963
²- Ronald Hingleart, Valori e cultura politica nella società industriale avanzata ,Liviana, Padova 1990
³- JÜrgen Habermans, Cittadinanza politica e identità nazionale.Riflessione sul futuro dell’Europa , in Morale, Diritto e
Politica, Einaudi , Torino 1992
Seconda parte:
¹- Norberto Bobbio, Quale Italia?, in Reset, 1995, n.13
²- Pietro Scoppola, La costituzione contesa, Einaudi, Torino 1998
Enrico Rusconi, Patria e Repubblica, Il Mulino, Bologna 1997
³- Ernesto Galli Della Loggia, La morte della Patria, Laterza, Roma-Bari 1996
Bibliografia:
-Umberto Cerroni - Precocità e ritardo nell'identità italiana, Meltemi, Roma, 2000
-Bruno Tobia - Una patria per gli italiani, Laterza, Roma-Bari, 1991
-Ilaria Porciani - La festa della nazione, Il Mulino, Bologna, 1997
-Domenico Fisichella, Lineamenti di scienza politica, Carocci
-Massimo Rosati Il patriottismo italiano, Laterza, Roma-Bari 2000
-AA.VV, La grande enciclopedia, Peruzzo Larousse, Milano, 1992 vol 9 ( voce: Italia), 16 (voce:
resistenza)
-Lorenzo Ornaghi, Dizionario politico
-Gianni Gentile, Luigi Ronga, Aldo Salassa, Nuove prospettive storiche vol.3, Editrice La
Scuola,Brescia 1999
MARIANGELA TOMMASONE
matr.3005736
PIETRO DELLA FERRERA
matr.300
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